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Full text of "Archivio glottologico italiano"

HANDBOUND 
AT THE 



UMNERSITY OF 
TORONTO PRESS 



ARCHIVIO 

GLOTTOLOGICO ITALIANO, 



DIRETTO 



G^. 1. ^SOOU. 



VOLUME DECIMOTERZO. 




^iS&' 



TORINO, 

ERMANNO LOESCHER. 

FIRENZE KOMA 

Via Toinabuoni, 'JO Viu del Corso, 307 

1802-1804. 



Riservato ogni tlii-itto di proprietà 
e <li ti-adusiione. 






'.KUNAKDONI ni C. UKBKSCHIM K C. 



S M M A R I 



GuARNERio, Gli Statuti (Iella Repubblica sassarese, testo logu- 
dorese del secolo XIV, nuovamente edito d' in sul codice 
e annotato Pag. 1 

Gl'ARNEHio, I dialetti odierni di Sassari, della Gallura e della 

Corsica » 125 

Bianchi, Storia dell' i mediano, dello j o dell' i seguiti da vo- 
cale nella pronunzia italiana » 141 

AvoLio, Le rime nei canti popolari e nei provorbj siciliani, e 

le loro dissonanze » 261 

Ascoli, Figure nominativali, proposto o discusse, ed altro in- 
sieme » 280 

Parodi, Il dialetto d'Arpino » 299 

PiKRi , Il dialetto gallo-romano di Gombitclli nella jjrovincia 

di Lucca » 309 

Pieri, Il dialetto gallo-romano di Sillano » 329 

Sai, VIGNI, L'influenza della tonica nella determinazione del- 
l' atona finale in qualche parlata della valle del Ticino. . » 355 



IV Soininano. 

D'Ovidio, I. scoglio; II. maglia e simili; III. oerjlia e simili; 

IV^ melo Pag. 361 

Ascoli, Osservazioni intorno ai §§ I e II del precedente lavoi'o. » 452 

CuLTRONE, Sul valore fonetico di eh nelle antiche scritture si- 
ciliane » 464 

Salvioni, Indici del volume » 471 



GLI STATUTI DELL! KEPUBBLICA SASSARESE, 

TESTO LOGUDORESE DEL SECOLO XIV, 

nuovamente edito d'in sul codice 

DA 

P. E. GUARNERIO. 



Avvertenza preliminare. 

Gli Statuti della l'epubblica di Sassari furono promulgati nel 1316, pochi 
anni dopo cho il comune, sottrattosi al dominio di Pisa, si era stretto in 
alleanza con Genova. Di questi Statuti, come prescrive il cap. V del libro I, 
furono stese due copie, da conservarsi l'una nella curia del comune e 
l'altra presso un privato cittadino; le quali, non essendone indicata la lin- 
gua nel predetto capitolo, deve ritenersi che fossero in latino. Ma ne fu 
altresì redatta una terza copia, in volgare, acciocché la leggo fosse intesa 
da ogni persona •. 

Delle copie in latino non sono arrivati a noi se non parecchi frammenti, 
iu tutto 49 fogli membranacei, mentre quella in volgare la possediamo 
pressoché intera. È in un codice membranaceo, che si conserva, al pari 
dei frammenti latini, nell'archivio del Municipio di Sassari; e aveva nel- 
l'inventario dei libri antichi del comune il n. 690, che ancora porta sulla 
coperta, munita nel dorso e nelle due faccie, l'anteriore e la posteriore, 
della leggenda, risalente al tempo della dominazione spagnuola: Estatutos 
en sardo — Estatutos de Sacer en sardo. Consta esso codice di ce. 95, che 
fanno cm. 29,04 per 24,02, ed è scritto in nero con un bel carattere gotico 
con le rubriche e le iniziali in rosso. La numerazione è recente e non 
tien conto di tre lacune: la prima, tra la e. 12v. e la 13r. , che toglie la 
fine del cap. XXX, tutto il XXXI e il principio del XXXII del libro I; la 
seconda, tra la e. 46v. e la 47r., che ci toglie la fino del cap. CXXXIX, i 
capp. CXL-LIII e il principio del CXLIV del libro I; e la terza, tra la e. 84v. 



1 Così non parve al Tola, Codice degli Statuti delta Repubblica di Sas- 
sari, Cagliari 1850, pag. xix; ma cfr. lo giuste osservazioni che fa Pietro 
Satta-Branca , a pag. 54 e sgg. del suo notevole studio storico-giuridico: 
Il Comune di Sassari nei secoli XIII e XIV; Roma 1885. 

ArchiTio glottol. ital., XIII. ^ 



2 Gruarnerio, 

e la 85r. , che ci priva della fine del cap. VI, degli intieri capp. VII e Vili 

e di quasi tutto il IX, del libro III. 

Fu dall' Angius ^ messo innanzi il dubbio, che il codice logudorese, a noi 
pervenuto, non ci desse la traduzione primitiva degli Statuti, ma bensì una 
traduzione che n'era fatta, nel sec. XVI, in séguito a un decreto di Fi- 
lippo II. A questo dubbio fu però risposto cosi vittoriosamente 2, che credo 
non giovi insistervi più oltre. Se pure il codice, venuto a noi, non è pro- 
prio quello del 1316, la scrittura lo dimostra indubbiamente del sec. XIV. 
Tuttavolta, oltre qualche aggiunta marginale correzione di mano poste- 
riore, che indicherò a suo luogo, è da notare che Jiel libro II, dopo il 
cap. XXXVIII, ne sono aggiunti altri, che spettano al sec. XV, dalla e. 67v. 
alla 76v. E propriamente, i capp. XXXIX al XLIV son del 1434 e 35, come 
si rileva dal nome del podestà'; i capp. XLV al LIV son del 1453, e i 
capp. LV al LXIV del 1491, come si vede dalle rispettive formole d'ap- 
provazione. 

L'archivio municipale di Sassari possiede altresì una copia autentica 
della traduzione volgare degli Statuti, fatta nel sec. XVII, che sfuggi alle 
ricerche del Tola e fu ritrovata, or non è molto, tra le antiche carte del 
comune, dal Costa che ho testé ricordato*. E pure in un codice membr. , 
di 101 ce, delle quali manca la 77^ strappata di recente, munito del n. 672 
e del titolo: Capitula Civitatis Sassari idiomate. Nell'ultima pagina è l'au- 
tenticazione, con la quale si dichiara che la copia fu estratta, parola per 
parola, dagli Statuti originali, esistenti nell'archivio Curiae regiae Yicariae. 

Primo a far conoscere ai dotti il prezioso documento fu, com'è noto, 
Pasquale Tola, che ne procurò due edizioni S; e l'importanza linguistica 
del testo, come quello che rispecchia il volgare illustre del Logudoro nel 
sec. XIV, fu sùbito rilevata dal Delius, che ne fece oggetto di una suc- 
cosa monografia*. Più tardi ne trasse partito 1' Hofmann, nel suo saggio 
sull'odierno logudorese e campidanese \ Senonchè, la stampa del Tola non 
riusciva cosi accurata ed esatta, da contentare le giuste esigenze dello 
studioso. Proponendosi quel benemerito editore uno scopo piuttosto sto- 



' Nel Dizionario geog.-stor. del Casalis, voi. XVIII ter, pag. 409. 

2 V. Enrico Costa, 'Sassari'; Sassari, 1885; voi. I, pp. 287-89. 

3 V. Tola, o. c, p. 124 n. e 127 n. 
* o. e, pp. 67-69. 

s La prima è quella che dianzi ho citato; l'altra è nel voi. X dei Histo- 
riae patriae Monumenta, Torino 1861, comprendente il Codex diplomaticus 
Sardiniae, da pp. 522 a 594. 

6 Ber sardinische dialekt des dreizehnten jahrhunderts; Benna 1868. 

^ Die logudoresische und campidanesische mundart; Marburgo 1885. 



Gli Stat. d. Repubbl. sassarese. — Avvertenza preliminare. 3 

rico che non linguistico, ammodernò frequentemente le forme, non tonno 
sempre rigoroso conto dei segni di abbreviazione e prese qua e là abbagli 
non lievi nell'interpretazione delle voci K Considerava io ancora che la prima 
edizione toliana è ormai irreperibile in commercio e manca pur nella ma"-- 
gior parte delle pubbliche biblioteche, e che l'altra pure non ò facilmente 
accessibile a tutti. Mi parve perciò non inopportuno il procurare una nuova 
stampa, la quale, se non altro, si avvantaggiasse sulle precedenti per la 
più diligente e scrupolosa riproduzione del codice. Sciolgo anch'io le molte 
abbreviature, ma segno sempre in corsivo le lettere supplite; mantengo 
la punteggiatura tal quale, e, ove occorra qualche correzione o aggiunta, 
la pongo tra parentesi quadre. A pie di pagina poi, preceduta dalla sigla T., 
dò la differente lezione adottata dal Tola nell'edizione del 1850, sicché 
appaja a prima vista dove egli errasse e come si debba emendare *. Al 
testo fo seguire una sobria e modestissima revisione degli studj del Delius 
e dell' Hofmann, per quel tanto che sia richiesto dalla nuova edizione, e 
insieme un glossarietto delle voci che per speciali ragioni qui riescan più 
notevoli. 

Che se lo studioso trarrà qualche utile da questa ristampa, ne dovrà 
essere grato, più che alla modesta opera dello scrivente, alla paziente ed 
amorosa cura con che un egregio collega, il prof. Vittorio Cian, volle col- 
lazionare sul codice l'intera edizione. E insieme coi ringraziamenti che 
tributo qui a lui, esprimo pur quelli che io devo al mio caro Francesco 
Princivalle, per l'ajuto prestatomi nei passi dubbj, e quelli che tutti dob- 
biamo all'autorità comunale di Sassari e al segretario-capo, l'avvocato Ste- 
fano Vallerò, per la premura con cui misero a nostra disposizione il pre- 
zioso documento. 

r. E. G. 



1 Cfr. Satta, o. c, pj). 171 o sgg. 

2 Alcune divergenze poco men che indifferenti, in ispecie i molto fre- 
quenti,/ del Tola per Vi iniziale o tra vocali del codice, non si segneranno. 



[Ir] Su juramentu-dessa potestate. 

I. Vois mesB^v. N. electu potestate assu rcgimentu dessa terra de Saesrtri. 
daue 6U altu Cumone de Jenua * ages iurare a sancla, dei eua«gelia qui fina assu 
termen a bois ordinata bene et leialeme«te acca facher su offitiu dessa pote- 
staria in sa dieta terra do Sassari secH«du sa forma dessoe pactos factos i«tcr 
ÌB8u Cumone do Jenua ' daue suna parte et issu cumone de Sassari daue sattera. 
So8 ordiname/)tos Constitutiones et breues factos per issos hombiea dessa dieta 
terra, et qui si aen facher per ecussos qui aen esse/- acio deputatos ages obser- 
uare et facher obseruare. daue cussos qui dessa iurisditio/je ^ de Sassari sun et 
aen esser daue corno iuanti ^ et daue tottu sos atteres. Sos co«sigos sos quales 
abois aen dare sos co?isigerÌ8 dessa dieta, terra ouer sa maìore parte de cussos ìn- 
tornu assu regimentu dessa d^'c^a terra, et dessu districtu. et i«tornu eos fac[lv]to8 
qui tochen sa dieta terra, et issu districtu. aqee obseruare et ma^tdare aclonpi- 
mentu iusta sa possa bostra. asteris* si esscren co«tra sos capitulos desea dieta 
terra, nen icussos ages manifestare adannu et manchame/^tu dessu cumone de 
Sassari. Sos benes dessu cumone. rathones et iurisdictio^es sas quales comò aet 
et aet auer. ages defender et mantenne ^ fideleme.'ite et sensa frodu. et non aces 
consentire qzu' cussos benes rathones*^ et iurisdictioues i;ite?«pus dessu regimentu 
bostru sian minimatos ouer distractos ouer alienatos sensa consieu rinchestu et 
appitu daue toctu sos dessu co/«sicu de Sassari, ouer sa maiore parte et issa plus 
sana decussos. lustithia ages facher ad tottu man»os et picinnos secu«du sos 
capitulos dessa dieta terra, et usansas longame«te obseruatas. et secuiida qui aet 
esser iudicatu et sententiatu per icussos qui acio sun ouer aen esser deputatos 
ouer per issa maiore parte decussos. Sas sententias ad clonpimentu aces mandare 
eecuwdu qui in sas coMstitutioMCS se contenet ouer secujidu sas usansas dessa 
dieta terra. Sas intratas et reuditas qui tocchen assa dieta citade ^ de Sassari, et 
issas co/idennatio?«e8 factas pe/- issu antecessore bostru. et qui bois aces facher 
in te»/pu3 dessu regimentu bostru ages rescuter et rescuter facher, et tottu ad 
manos dessu massaia de Sassari ages facher benne * iusta sa possa bostra. et non 
ages andare ad alcuna parte dessa Isula de Sardigna nen foras prò i«?bassiatore 
istande in su regimentu bostru cum licentia dessu consigu maiore ouer sensa. 
nen etiaw deu aces andare foras dessu districtu de Sassari sensa licentia dessu 
consigu maiore saluos sempe/- in tottu sas supradictas cosas sos pactos et con- 
uentiones factos inter issu cumone de Jenua ^ et issu cumone de Sassari. Et ecu- 
stas cosas [2r] tottu come/ite sun naratas abona fide et sensa frodu ages facher 
et obse>'uare si deu bos iuuet et ecustos santos euangelios. 

Su iurame?itu dessu caualleri. 

II. Vois messer. 'N. caualleri et cuwjpagnone dessa potestate aces iurare ad 
santa dei euangelia qui istande assa baucha iustithia et rathone** ages facher 
ad tottu et piginnos et mannos. sec?n;du qui insos capitulos se cuntenet et non 
ages esser in consigu ouer opera et consentimentu istande in su offitiu dessu cu- 
mone de Sassari, qui sa terra de Sassari hunore ouer hunores sos quales comò 



1 T. lamia ^ T. jurisdictione ^ T. inantis * T. asfesis ^ sbiadito; 
ma parrebbe piuttosto mantenne, che non mantenne); come legge il T. ® T. ra- 
thiones ^ stava prima scritto: assu clictu cumone. * T. benner ^ T. rathione 



Gli Statuti della Repubblica 

aet. et aet auer daue corno i«na«ti *. ouer q^ui sas iurisditioxes dessa dieta terra 
sìan iìì alcunu modu ma;icatas. ouer distractas. nen otiaw) dea qid sa potestate 
ouer su notaiu - in alcuna cosa manchen sa forma deseos capitulos de Sassttri. 
Et issos co«sicos 603 quales datos aen esser assa potestato. o a bois ouer assu 
notaiu - per issos hoȈ/ies dessassari iutornu assu regimc;itu dessa dieta terra et 
dessu districtu. et i»tornu sos factos qui tochen sa dieta terra ad neuna p«-eone 
ages manifestare ad dannu dessu eumene. Sos isbanditos et malefactores sos quales 
aces poter isq«/re i» Sassfo-i et i»8u districtu aces procurare de tenner insta sa 
possa bostra. Et no» a^es esser in tractatu ouer consentinie«tu qxi neunu de 
Sassari nen dessu districtu siat offesu inpersone ouer cosas centra sa forma 
dessos capitulos dessu eumene. Et ecustas cosas supra scrittas. et issas atteras 
qui aen toccare su offitiu bostru. et issu bonu istatu dessa terra de Sassari abona ^ 
fide et sensa frodu aces faclier et obseruare si deu ues iuuet et ecustos sanctos 
euangelios. 

Su iuramentu dessu notaiu -. 
III. Yois messer. X. deputatu assu offitiu dessa uotaria * in sa terra de Sas- 
sari a^es iurare ad sane/a dei euangelia. qìii quantu a^es facber su [2v.] dictu 
offitiu bene et lealemente aces facher et operare su offitiu bostru in sa terra de 
Sassari. Sos ordinamentos dessa dieta terra qui sun factos & si aen facber per 
issos homines dessa dieta terra qui tocben su offitiu bostru et issu bonu istatu de 
cussa terra aces obseruare. Consicos sos quales bowànes dessa dieta terra aen 
facber et diffinire plename??te aces iscriuer. et.ages^ penne'' in sos actos. et se- 
cretos aces tenne '. Et ecusses non aces manifestare ad alcunu adannu et man- 
camento dessa dieta terra. Sas accusas ouer denuntias a bois factas pe/- alcuna 
persone dessa dieta terra & dessu districtu. & per calunqua attera persone ages 
iscriuer. et incuntanente reducber in sos actos dessu eumene secundu qui aet 
esser factu et non atteramente. Et non l'ages lassare prò odiu. timore, amore, 
pretbu^ ouer precberias. ma ages inuestigare et proseqi»io cussas accusas pe/- 
Yois iscrittas ouer per issu antecessore bostru. Et decussas accusas et denuntias 
ouer examinatiene de alcunu malefìtiu prethu ^ alcunu non ages leuare. nen de 
alcuna iscr/ptura qn/pertegnat assu eumene de Sass«>'i. ma cussas iscripturae 
incuntanente qui aen esser opus aces facber sensa dimora accumandu '•' dessa 
potestate ouer dessu cumpagnone ouer dessos antianes. Sas qnestiones ouer piaites 
Bos quales a bois aen cowmitter '" ad intender sa potestate ages diffinire et si- 
7!uare secundu sos ordinamentes dessa dieta terra. Et secundu qui aet esse/- iudi- 
catu & sententiatu per ecussos qui ago " sun ouer aen esser deputates ouer per issa 
maiore parte de cussos. Sas sententias de cussas questiones ouer piaitos a cloni- 
pimentu '- aces mandare spc»ndu qui in sos cap/7nlos se cuntenet. et secnndu sas 
usansas dessa dieta terra. Et dessos destimongnes " dessos piaitos ouer per exa- 
minamentu decussos nen aqes leuare daue alcunu ultra d/nar/s uii. de Janna. & 
gasi ages leuare de ciascatuna iscriptura qui tocbet a piaitu ouer apacamentu. 
Et de gascatuna carta qui bois agcs firmare, et etia»» deu de firmamentu de 
[3r.] pagamentos ages leuare daue dinaris xu. fina moldos " ni. de Janna, se- 
cundu sa qualitate et issa quantitate dessu pagamento. Et de cassamentu de 



> T. innantis ^ T. nofariu ^ T. cui bona ' T. dessu notnriu '' manca 
in T. « T. ponner ' T. tenner « T. 2^retììiu "• T. a cumundu '" T. ro- 
mitter " T. azió *- T. coniplimentu '" T. tf.stimonf/ios " T. soddos; e 
cesi sempre fine a e. 67 r, deve è scritto .■^oìdus. Di là impoi, continua a dare soldu 
soìdos, cbe seno le corrette ferme antiche. 



6 CTuarnerio, 

ÌBbandito8 a^es leuare daiie àinan's xii. fina aeoldos ii. seciindu sa qualitate dessu 
factu. Et de cassatura de cascatuna carta ages leuare d/«rtr/8 mi. Et de Qasca- 
tana carta de uendita de offitiu non ages leuare si non fina a%oldos x. ad plus 
co?»i)utata in ciò sa sceda, et secundu sa qualitate dessu factu. Et non ages 
leuare oucr reciuer alcunu doname/itu ouer nicritu prossu quale laseetes de facher 
alcuna cosa dessas pr(?dicta8 ouer qui se pothat decussas alcuna cosa mancare, 
nen foraa dessa terra de Sassfoi ages istare de nocte adormire si non aet esser 
de uoluwtate dessu co?isicu malore. Et non ages andare foras dessa terra de Sas- 
sari alonghe per dua mi§a sensa licentia dessa potestate ouer dessu cuw/pagnone 
suo. Et prò chircare su breue niente daces leuare. Et ecustas cosas tottu cernente 
8un naratas ages facher et obseruare abona fide et sensa frodu, si deu bos iuuet. 
& ecustos sanctos euangelios. 

Dessa pena dessu notaiu *. 
mi. Ordinamtfs qui si su notaiu ^ dessu eumene tottu custas cosas naratas daue 
supra noM aet obseruare coniente insù dictu capituln se contenet periuru siat re- 
putatu. et daue inde incanti i;(su offitiu no» se lasset. Et ecustas cosas sa pote- 
state i« su sacramentu suo siat tentu de facher obseruare. 

Qui duos breues se iscriuan. et unu de cussos se uardet. 

V. Daue corno innanti sos capitulos dessu eumene se iscriuan in duos libros. 
unu dessos quales sempe/* istet insa corte dessu eumene, et issu atteru istet in 
guardia de alcuna bona persone sicome^te assa potestate et assu co^sìqu aet 
parre ^ et etiam deu acio qui se i«tendat daogna persone, iscriuat se unu libru 
dessos capitulos inuulgare et istet in corte dessu cumone. 

[3v] Qui sa potestate non dormat de nocte foras 
de Sassari. 

VI. Sa potestate quieet et pertempus aet esser insù regime;(tu dessa terra de 
Sassftri. non si deppiat partire dessa dieta terra, eiqui fathat nocte foras. sensa 
licentia dessu consigu malore, nen etiaw; deu in alcunu casu se mandet imhae- 
siatore ad alcuna parte insa isula de sardigna nen foras. Et ciò si i«tendat in su 
8acrame?;tu qui deuet facher in sa intrata dessu regimentu suo. Et tale sacra- 
me«tu no», se pothat perdonare. 

Qui sa potestate tengnat sa famiga et issos 
cauallos qui deuet. 

VII. Sergentea ouer masnatingos suos. et etia;» deu cauallos sapotestate de 
Sassari tengnat su cornette insas co;nientio»es factas i»ter issu cumone de Jenna ^ 
et issu cumone de Sassari se cu»tenet. Et ad iHuestigare et chircare custas cosas 
su priore dessos antianos. et issos antianos in sa latrata dessu offitiu isserò una 
uolta in ciascatunu antianatu. ouer in duos meses i»q»/8Ìtio/(e sian tentos defa- 
cher. Et si non laen facher. su priore dessos antianos siat cundewpnatu perissa 
potestate in soldos xi de Janna, et gascatunu* antianu i« soldos xx. Et ecusta in- 
qwMtione se iscriuat insos actos dessu cumone. Et facta et rescussa sa condew- 
pnatioHe predicta sos dictos antianos et priore niente minus sian tentos de facher 
sa dieta inq»/sitio»e. Et issu notaiu ^ dessu cumone siat tentu de leier su dictu 
capitulu in cascatuna^ i»trata de antianos. ciò est i;isuprimu consicu de casca- 
tunu* antianatu. ad pena de soìdos xx. de Janìict. 



^ T. uotariu - T. 2^(trrer ^ T. lanua ^ T. ciascatunu " T. cia- 

scaiuna. 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 7 

Qui sa potestate ouer alcunu dessa fami(ja sua 
non mittat manu ad alcuna pe>-8one. 
Vili. Sa potestate nen issu cu/»pagnone. ouer su notaiu '. ne alcunu attera 
dessa famiga dessa potestate si^i^jcasione de alcunu makifitiu si deueret proceder 
co/itra alcunu ouer alcuna persone de Sassffri odessu districtu no» mittat manu 
hi isse ouer in issa i«iuriosame»te si non cornette in [4r] sos capitulos se co«- 
tenet. et cu;meniuìle aet esser, et si sapotestate co«tra aet fucher siat sindicatu 
in lìbrae. e. de Janucf. Et si su cu;«pagnone co/;tra aet facher siat co^/de»(pnatu ^ 
daue sapotestate in ìihras. l. de Janna. Et si su notaiu ' aet co?jtra facher siat 
co)(de»(pnatu ^ in hbr«s. l. de Jan?/«. Et si alcunu dessa famiga aet contra fa- 
cher siat condewpnatu ^ i;? h'bras. xxv. de Janna. Et siat tentu in presione dessu 
eumene finintantu q;//8a dieta co«dempnatio«e * aet pacare. Et pacata et rescussa 
sa dieta co»dewipnatio«e ^ siat cacatu do Sassari, et perneunu tewpus i« Sassari 
pothat istare. Et issa potestate. nen alcunu atteru dessa fami(^a sua no;; deppiat 
mitter i>/presione alcunu ■* ouer alcuna de Sassari et dessu districtu. sino/< esseret 
proiusta ^ casione. ciò est prodeppitu *^ ouer malefitiu cowimissu. ad sa suprascr/pta 
pena. Et si alcunu iniuriosame^te aet mitter manu centra alcunu dessa famica 
dessa potestate. siat cundennatu ^ perissa potestate in doppiu decussu su quale se 
cu»tenet daue supra. Et deppiat istare inpresione finintantu qui sa dieta con- 
dempnatio»e ^ aet pacare. Custas cosas non si deppian intender si alcunu dessa 
famica dessa potestate aueret briga cu»( alcunu ouer alcuna foras dessu offitin 
suo i» corte oforas de corte, ciò est qn/custu gotale dessa famiija non fathat sn 
offìtiu dessa potestaria ouer dessu cumone. (ini incustu casu sos atteros capitulos 
dessu malefitiu sian obseruatos. 

Qui sa potestate non fathat raunare su co?!8Ì(;u 
sensa sa uoluntate dessos antianos. 
IX. Su consigu malore de Sasso/-ì. sa potestate q(a' ost. & prò ' te»(pu8 aet 
esser non deppiat nen pothat adunare sensa consicu rinchestu & appitu desso 
priore dessos antianos et dessa malore parte decussos. ouer assu minus dessa ma- 
lore parte dessos antianos. si su priore non essere* in sa terra ouer ess^'ret in- 
firmu. Et si contra factu aet esse/- ciò q»;' incussu consicu aet esse/- diffinitu siat 
cassu et do nensiunu ualore. Et issa potestate siat tcntu de notificare assu priore 
dessos antianos su quale deuet mitter ad [4v.] posta. Et issu notaiu * dessu cu- 
mone deppiat iscriuer in gascatunu consigu si es^ factu de uolu/itate dessos an- 



De seruare sos bandos dessa potestate. 
X. Sos bandos tottu in custu breue co/itentos. missos & mandatos per issu 
missu dessu cumone daue parte dessa potestate pleuame/ite sian obsez-uatos pt/- 
issos hon(i;ies de Sassrt/i «& dessu districtu. & pe/- Qascatunu atteru. ad pena in 
sos capitulos contenta. Et si atteros bandos sa potestate uoleret ponner ouer fa- 
cher licitu siat ad isse. et pe/- issa terra de Sassro-i sian banditos. si et in tale 
guisa qui custos gotales bandos^ non preiudichcn assos capitulos de Sassrtz-i in 



» T. notarili ^ T. cundempnatu ^ T. aindempnaiionp * T. aìnnu. 

■ T. per JHsta. Il T. usa promiscuamente, ora per, ora pro\ laddove nel cod. le 
due voci diverse son sempre ben distinte, segnandosi i>ro con un i- tagliato obli- 
quamente nell'asta, e //er con un i- tagliato orizzontalmente pur nell'asta. S'ag- 
giunge il P con una lineetta soprastante, a significare pre. "^ T. pir (hppilu 
'' T. jjer ** manca in T. 



8 Guarnerio, 

alcuna cosa. Ordina;/de etìam deu cussos bandos de co«8Ì(;u & uoluntato dessos 
antianos ouer dessa maioro parte decussos. Sos quales bandos gasi ordinatos ple- 
name?ite bì obse^-uen. Ciietu saliiu et intesu qui sa potestate a bolu^^tate sua fa- 
that gettare banda de die & de nocte sos bandos qui se iettan prò faclier co- 
ronas. & prò rumore darmas. et prò postura de focu. 

De non facher coHspiratio^es & iuras. 

XI. Coniuratio?(e ouer conspiratione alcuna co»tra sas hunores dessu cumono 
de Janna, nen coltra sa potestate ouer centra su borni istatu dessu cumone de 
Sassari, neuna persone de Sassari ouer dessu districtu. facher deppìat. et tottu 
cussos 608 quales sa potestate coltra custas cosas aet accattare auer factu. ouer 
qui aet facher. los deppiat co»de>npnare ^ sa principale persone dessa dieta con- 
spiratione ouer co^/iuratione de libras. e. de dinavis Janwe. et ciascatunu atteru 
qui aet esser assa dieta co«spiratione in 1/bras. l. dessa d?c^a moneta. Et qtti 
dessos non aet auer daunde pachare pothat sa dieta co;(dewpnatio«e ^ siat tentu 
in presione dessu cumone infina atantu qui custa co?ide»ipnatione ^ aet pagare. 

[5r.] De no* facher cu?;»pagnia8 et ressas. 

XII. Cu»;pagnia ouer ressa neuna persone de Sassari non dessu districtu ouer 
alcunu atteru in Sassari ouer in su districtu fathat cnm sacrame^tu ouer sensa 
sacrame/^tu deuender alcuna cosa, ouer deleuare prethu dalcunu seruithu ^ perunu 
modu. nen i^go sos artifichee mercatantes ouer uenditores de cosas ad unu se 
co»corden. nen alcunu de Sassari ouer dessu districtu qui aet bender alcuna cosa 
merces ouer mercatantia coHstringat * su cowporatore ouer cowjporatores ad co»»- 
porare alcuna attera cosa cu?h cussa saquale aet cherre ^ ma siat tentu su uen- 
ditore de dare assu co»?poriitore decussa cosa q«? aet cherre ^ sinde aet auer. Et 
qui contva aet facher facta denu»tiatio«e "^ assa potestate. ouer qui est i;; locu 
suo decussa ressa siat tentu sapotestate de chirchare et ì^/uestigare per inquisi- 
iìone. et qualunqua aet accattare culpabìle siat co«dej»pnatu ^ in boMos. xx. de 
Janna, qua^tas boltas aet esse?- contra factu. et niente de minus sa potestate 
corii stringai* cussos ad isfacher sa d^'c^a ressa. Et qui coltra aet facher in con- 
stringuer * alcunu de co;;(porare ouer denoti dare dessas cosas sas quales aet tenner 
prouender sensa co q»/su cowporatore co;;;poret dessas atteras cosas procusta " 
casione siat condew^pnatu ' daue sa potestate in eoldos. ii. de Janna, per gasca- 
tuna uolta. Samesitate de cussu bandu siat dessu cumone. et issa attera siat dessu 
accusatore, et siat tentu secreta, et issu accusata pachet depresente, et decustas 
cosas ad gascatunu de coHsigu se credat sensa sacramentu. et issas atteras per- 
sones iurande. Ancu qj^meuna persone pothat facher ressa ouer liga supra alcuna 
possessione de Sassari ouer dessu districtu. ad pena de 1/bras. x. de Janna, per '" 
cascatunu. Et siat esse/- facta non bagat sa ressa, et si alcuna desseret facta siat 



Dessos medicos et ispethiales. 
XIII. Siat tentu sa potestate in sa iwtrata dessu regime^tu suo facher iurare 
tottu sos medicos qui in Sassari et in sa districtu habitan. de facher sa arte is- 
serò bene et legalemente et de [5v] non facher alcuna ca>;(pagnia ouer pactu 
cum sos ispethiales de auer alcuna utilitate de cussu su quale ad issos aen fa- 
cher bender. et in cussu modu iurare fathat sos ispethiales. Et si coltra aen fa- 



^ T. cundem2mare - T. cundemjvtatione ^ T. scritthu * T. costringat 
' T. cherrer ^ T. denunciatione ' T. cundemjmatu ^ T. costringuer 

' T. per custa ^<> T. prò 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 9 

cher pagbet su medicu rascatuna uolta qui centra aet facher. libras. v. de Janita. 
et tantu gascatunu ispetbiale. Dessu quale bandu sa quinta parto eiat dessu ac- 
cusatore. Et issu attera dessu eumene. Et ciò prouare se potbat per sacrame^Uu 
dessu accusatore cani unu destimongnu ^ et eiat tentu secretu. Et ^ neunu ispe- 
tbiale po[tbat] ne» deppiat pistare ne;/[pÌ8ta]re facber in sos porticales (ma] 
i»tro hi sas butecas. Et [qui centra a Jet facber pafgbet] per caecatuna uia 
soldos. XX. [de Janua. Dessu J quale bandu sa mesitate [siat] dessu cumoNc et 
issa atte[ra dejssu accusatore et siat te»tu [secrejtu. Et cascatunu potbat [cen- 
tra ]facbe?jte8 accusare. 

Qui alcunu pisanu no» siat reciuitu in Sasswri 
ad babitare. 
XIIII. Qui aet proponner in co»8ÌQu ouer foras publicu ^ ouer priuatu qui al- 
cunu pisanu se reciuat ad babitare in Sassari ouer i»su districtu et maxima- 
me«te de cussos qui furun babitatores ouer burgbesis de Saesori. et qui otia/« 
deu aoo quiea. potestate ait ixducber ouer coiìbì^u aet dare, siat co;(dew)pnatu '' 
daue sa potestate in l/b>-rt5-. L. de Janua. et issa potestate qui coltra aet facber 
siat sindicatu in h'h)ris. e. de Janua. sas quales assu massaiu dessu cumone dare 
et pagare siat tentu. 

luramentu dessos hominee de Sassari. 

XV. Sos ho;»ines de Sassari aen iurare do obedLre assa potestate et ad ater 
qui aet esser hi. locu suo et aen ma^tenner ea hunore su bonu istatu et issa 
grajiditbia dessu cumone de Janua ad tetta sa fortba issoro. Et qni sa potestate 
de Sassari qui est et per te/»pus aet esser per issu cumone de Janua aen de- 
fender et juuare et in facber iustitbia et ratbone ad tottu sos de Sassari et dessu 
districtu adiuuamentu consigu et fauore ad isso aen dare. Et in tottu sas cosas, 
sas quales sa potestate aet auer affacher intornu sos factoe qui toccan sa dieta 
terra et issas bunores dessu cumone de Janna et issu bonu istatu de Sassari ad 
isse aen consigare abona fide et eensa frodu. si coniente in sas conuentiones 
factas Inter issu cumone de Janna et issu cumone de Sassari se contenet et 
centra non aen benner. 

[6r] Jura de Jscolcba. 

XVI. Jura de iscolclia secundu sa usansa antiqua '" cascatunu de Sassari 
de XIIII anuos et dauindo in susu in fina a lxx. (;ascatunu annu deppiat facber. 
asteris*' iuratos de credentbia. ciò est de uo)i facber dannu alcunu cun; persone 
ouer bestias. in aruos uingnas ouer cosas agenas. et de accusare cussos qui arun 
facber contra. sos qui arun bider. Et qn/iurare non aet boler. siat conden/pnatu * 
cascatuna uolta daue sa potestate in soJcìos x^. de [Jan^^a*]. et niente de minus 
ad ecusse sa potestate isfortbet de iurare. Et eian crettitas sas accusas issoro. et 
pachen sos accusatos cernente in sos attcros cap//«los se contenet. et fatbat si 
custa iura dessu mese demarthu. 



' T. testimonf/nu '^ D& questo punto sino alla fine del capitolo, il tosto r 
scritto nel margine a sinistra, con eguali caratteri, ma abiuanto più lìiccoli, e 
manca di qualcbo lettera o parola, il margine essendo stato ritagliato nel rile- 
gare i fogli; però, ancbe mercè del codice latino, in cui la stcBen aggiunta r 
pure scritta in margine, ò facile eupi)lire alle lacune. Do le integrazioni tra jia- 
rentesi quadre. '' T. pubiJ/cu ' T. nnit/enipnatu ■• T. (lutif/ua ^ T. a.v/e- 
-?/>, e così sempre, né più in questo note si avverte. " T. xx. '*rascbiutn la 
voce nel cod. 



10 Guarnerio, 

lurame^^tu dessos offitiales de roma^gna. 

XVII. Maiorcs et offitiales de roniang^na. & de flumenarg^iu. iuren. et issa po- 
testatc ad iurare los co^etringat^ qui issos istande in su offitiu issoro prouen & 
l)rouare deppian cu»» sos iuratos dcssas uillas tottu sas furas & dampnos eos 
quales ìli sas uillas et districtu de roma?2gna et de flumenargiu si aen l'acher. 
gasi de boes quale et de atteras cosas. et aen dare personalmente cusso qui sa 
fura ouer su dawpnu aet facher. si & in tale guisa qui cusse su quale aen dare 
siat dessu districtu de roma/^gna ouer de flumenargiu. ouer qui deppian dare su 
co»8entiente ouer su ducono qui siat de romangna ouer de flumena;'giu ouer 
dessos benes dessu furono ouer co«sentiente ouer ducono i»fra tres meses daue 
su die dessa appresentatione dessas licteras ad issos facta daue parte dessa po- 
testate a prouare. ouer dessu cumandu ad issos factu per issa potestate ouer pe/- 
ecusse qui est in loca suo. Et fathat si ad ipsos [6v.] su cumandu una uolta o 
per licteras o a bucha. et accatesi in soa actos dessu cumone. In attera guisa 
baricatu su termen sos iuratos dessa uilla in sa quale su furtu aet eeeer com- 
raissu ouer factu. menden su dannu ad ecusse qtci lu aet auer reciuitu. Saluu 
dessas tenturas dessu bestiamen. prossas quales dare pothant. si come/ite antiqua- 
mente furun usatos. Et si sos iuratos aen poter mustrare ad oclu ad ecusse cuia 
est sa cosa perdita, cussa cosa esser uiua. uengnan daue nanti dessa potestate. 
Et issa potestate co»stringat ^ su pupillu dessa cosa perdita, ad andare ouer ad 
mandare cam sos iuratos ad cussu locu in su quale cussa cosa aet esser, et si ad 
isse laen mustrare. sian liberos sos iuratos. Et si su pupillu dessa cosa perdita, 
andare ouer mandare non aet boler^ sian liberos sos iuratos. Et si passatos sos 
dictos tres meses sos iuratos custu facher aen poter cernente est naratu. su pu- 
pillu dessa cosa perdita siat tentu de torrare assos iuratos cussu su quale daue 
issos in casione decussa cosa o cosas perditas alt auer appitu. Tottu sos dannos 
dessas tenturas se prouen per issos suprascriptos iuratos. infra dies xx. daunde ad 
issos aet esser cummandatu abucba. ouer per lictera dessa potestate. In attera 
guisa pachen cussos iuratos & maiores sos dannos predictos. sos quales prouare 
non aen poter, in ecustu modu. Su malore & issos iuratos pachen partes duas. 
et issos hoHiines dessa uilla sa terga parte. 

Qui sa potestate fathat unu gradu de muru. 

XVIII. Badu unu demuru. apetra et acalchina mischiata cu>n arena, siqiii^ sa 
una parte siat de calchina. et issas duas de arena, et siat altu palmos. xsvi. 
sensa su antipettus. et issu antipettus siat palmos mi. et. issos merguleris sian 
atteros nu. et longu cannas xx. ad canna de palmos x. et largu palmos viii. ca- 
scatuna potestate qni est [7r.] et proten/pus aet esser in te/npus dessu regimentu 
suo fathat. Et issa petra qtii aet esser bisongnu profraicare * su dictu muru se 
bochet in su fossatu dessu cumone. Et ciò ad ispesas dessu cumone de Sassari. 
Et ecussu midesmu ® sian tentu de facher de isuoitare su fossatu daue suna porta 
assa attera. 

De uider su fossatu et issos muros. 

XIX. Su fossatu muros et portas dessa terra de Sassr/ri sa potestate cum sos 
antianos. et atteros sos quales aet boler auer cunde'' chirchet et siat tentu de 
uider omniannu dessu mese demarthu et de capitanni. Et si bi aet accattare al- 
cuna cosa affacher. dessos benes dessu cumone de Sassari incuntanento siat 
ad congu. 



' T. cosfringat 2 t j^^^^^. 3 t. si que * T. fraichnre 
T. ainde 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 11 

De non leuare dessos boues dessu cumojje. 

XX. Possessiones ouer benes dessu cumone de Sassari ad neuna persone siat 
licitu occupare. Et qui ait occupare et occupatas tenner coltra su cumandu- 
mcntu dessa potestate siat condewipnatu ' daue sa potestato in Mhras x. dr | Ja- 
ntia]'^ et issa possessione* torret assu cumone. cum sos fructos q«/nde ait auer 
reciuitu. ouer sa extimationo decussos. et supra custas cosas per issa potestato 
inq»/sitione se fathat. Et in su populare dessu cumone neuna pez-sone fathat al- 
cuna nouitate. ciò est do facher lauorgiu ouer uinpna. ouer de appropriurcsiiu 
ad isse. asteris si cafta decussu populare daue su cumone non* aueret. Et qui 
contra aet facher sa suprascripta pena pacliet. 

De non dare dessos benes dessu cumone. 

XXI. Dessos benes dessu cumone de Sassari, mobiles neu istabiles non se 
deppian dare ad alcuna persone, nen de cussos alcuna prouisiono se fathat ad 
alcuna persone, si non esseret de uoluntate dessu consi^u maiore ouer dessa ma- 
lore parte decussos. et ccusta uoluntate se chirchet ad petras niellas et albas. 
ad usu dessa chiuitate [7v.] de ienua^ Custu intesa et obseruatu. qn/ neuna pro- 
uisione se fathat nen ad petras albas ouer ni^ras. nen perneunu atteru modu. 
nen alcunu trattet ouer tractare fathat perse ^ ouer peratter. nen issa potestate 
lu fathat. nen lu lasset facher in alcunu modu. si non prò persone sa quale ma- 
nifestamente apparffiat esser digna prò seruithu palesi dauesse ^ factu assu cu- 
mone qn/deueret auer prouisione. assa quale non esseret salariu ordinatu. et gasi 
se fathat dessas possessiones dessu cumone. Et si alcunu aet ouer aet auer daue 
comò innanti cosa ouer possessione alcuna, ad pesione ouer feu daue su cumone 
de Sassari, non se pothat per alcunu modu ad ecusse facher prouisione ouer 
lassa in pero ® qui narreret cha uait auer perditu. nen per alcunu atteru modu. 
Et ecustu etianideu si obse^'uet. si alcunu aet leuare ope>-a daue sucumono ad 
facher procertu prethu. et narct dauer perditu in ecusta '■' opera, procusta potale 
casione. alcuna prouisione ouer lassa non se fathat. 

Gemente se deuen bender sos offitios dessu eumene. 

XXII. Xeunu offitiu dessu cumone uender se pothat in alcunu modu si non 
inconsicu maiore. Et innanti quise uendat baiat su bandu per issa terra de Sas- 
sari, dies viri, et plus a boluntate dessu consigu maiore. 

Dessos ofifìtiales dessu cumone & dessa pena decussos. 

XXIII. Sos offitiales dessu cumone de Sassari, sos offitios isserò l)ene & leia- 
lemente fathau. Et si alcunu sa potestate contni fachente aet accatare. ad ecusso 
publichet "^ in su consigu maiore. et priuetilu perpetualmente daue sos offitios 
tottu et hunores dessu cumone de Sassari. Sos quales offitiales sian sindicatos 
dessu offitiu issoro. 

[8r.] Dessa electione dessos consiceris & decussos qui 

deuen esser in co/^8Ì5u. 

XXIIII. Ad su consi^u maiore. neuna pe>-8one eo reciuat. si non esseret de 

consentimentu de tottu su consiou maiore. ouer dessa maiore parto docuseos. Et 

ciò se fathat si su numeru dessos con8Ì«;erÌ8 aet esser minus do. e. Et co/iprcgatu 

su consiou neunu qui non aet esser decussu numeru. non pothat istarc ouer " 

' T. cuiulempnatu - la parola ([ui pure raschiata nel cod. ' T. potentati' 
' non manca in T. '•" T. lanua '• T. ometto per '' T. daue isse " T. im- 
però 9 cusfa ^'> T. pubhlichet " T. nen 



12 Guarnerio, 

seder ìntev issos. asteris si p;-o necessitato essorct prò alcuna co;;sÌ5u spetiale. 
tando de uoluntate dessa potestate et clericos & hidicos ui pothan esser. Et ca- 
Bcatuuu iuratu dessu co^isiou siat tentu de accusare sos quì aen coltra facber. 
Et quahujqua co»8Ìcei'i rincliestu ouer nuxthatu aet esso- per issoe missos dessu 
cumone ouer per alcunu de cussos qui uengnat daue nauti dessa potestate gasi 
in casione de consigu quale & prò atteros factos dessu cumone ad pr^-sente 
benne ' daue nauti suo siat tentu. Et si non aet benne* siat cundew/pnatu per^ 
cascatuna uolta daue Bolclu. i. i?)iina a eoldos. ii. in arbitriu dessa potestate. 

Qui neuna persone in sa essita dessu offitiu^othat 
auer atteru offitiu ouer aueude offitiu. 

XXV. In sa exita dessu antianatu ouer de atcru offitiu dessu cumone neuna 
persone pothat auer daue su cumone de Sassari, atteru offitiu. nen etiamdeu 
auende cussu offitiu. nen clamatu ui potat eseer ad ecussu medesimu offitiu. Et 
si clamatu uaet esser in sa essita dessu offitiu suo ad ecussu offitiu ouer ad at- 
teru. ouer limanti cussu offitiu auende. per issa potestate gotale electione siat 
cassata. Saluu qui non se intendat dessu offitiu dessu antianatu. su quale se daet 
per pulìgas. nen etia?»deu se i»tendat si su offitiu se uenderet per issu cumone. 
qui tando atteru offitiu pothat auer. 

Sa electio«e dessos maiores de chita. 

XXVI. Sos antianos dessu cumone de Sassf/ri qìii prò te»q)us aen esser cla- 
men duos maiores de quarteri [8v.] ìh sa exsita ^ dessu offitiu issoro i^^ascatnnu 
quarteri. su offitiu dessos quales duret tantu quanta durat su offitiu dessos an- 
tianos. Si et letale guisa qui cusso qui aet esser maiore de quarteri. daue iude 
ad unu annu proximu assu dictu offitiu no;; siat clamatu. Et si alcunu ad sa 
electioue facta desse * assu dictu offitiu i/manti dessu dictu tempns aet co?«sentire 
cussu offitiu reciuende siat co;ide»»pnatu ^ daue sa potestate i;; l/br«s. v. de Ja- 
j\ua. dessos quales appat su accusatore eohlos. xx. et siat tentu secretu. et issu 
notaiu ^ dessu cumone siat tentu de chircare et inuestigare sas dictas cosas. Et 
iuren cussos maiores de quarteri iìi sa latrata dessu offitiu issoro qui sa guardia 
dessos muros dessa terra aen cumaudare et facher facher abona " fide et sensa 
frodu noH notando ad odiu amore ouer guadangnu. Et qui sa guardia aen cu- 
mandare de guardare ins&s turres et muros dessa terra cascatunu die i«nanti de 
latrare sole, et no» aen cuma?«dare guardia ad alcuna persone si non una uolta 
su mese, asteris si aduicnneret su cumone de Sassr/ri facher hoste ouer caual- 
cata. q»/tando sa guardia se cumaudet ad arbitriu dessa potestate et dessos an- 
tianos. Et quale dessos dictos maiores de quarteri aet centra facher siat con- 
dewpnatu ^ daue sa potestate per - cascatuna uolta in eoldos. v. de Janua, sensa 
parlamentu sa mesitate dessu banda siat dessu cumone. et issattera® dessu ac- 
cusatore. Et dessas predictas cosas se det fide assu sacramentu decusse qui ait 
auer sa iniuria. Et intratu su sole deppian chircare sa guardia si csf insas tur- 
res et muros ouer non. Et si aen accattare sa guardia manchare ^ procuren de 
mandareui adtera guardia ad ispesas decusse qìdnon bcst andatu. Et niente minus 
cussos maiores dequarteri cussa gotale guardia q»/nonbiait andare sian tentos 
de accusare. Et issos ma[9r.]iores de quarteri durando su offitiu issoro noyi dep- 
pian esser portorargios dessas portas dessa terra de Sassari, nen conceder pothan 
ad alcunu cussu offitiu. ma issos personalemente cussu offiti\i seruire deppian. Et 



1 T. hemier - T. prò ^ T. exita ^ T. d'esser '" T. mndemjjnatu 

^ T. secretariu "' T. ad bona ® T. issntera ^ T. mancare. 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 13 

qualunqua su dictu offitiu ad alcuna parsone aet conceder, et etiawdeu qui cue. 
su offitiu daue su offitiale laet reciuer. sian condewpnatos ' rascatunu dessos in 
eohlos. XI. de Janna, dessu quale baudu sa mesitate siat dcssu cumonc et issa 
attera dessu accusatore et siat tentu secretu. et perdat su dictu offitiu. et atteru 
de nouu siat clamatu pmssos autianos. Et cuHuiia^det - si cussa guardia adtottu 
cnssos qui aen auer annos xim. i«fina a Lxx. Asteris sos antianos et co;/8ÌPerÌ8 
dcssu co»sicu maiore et issos howiytes q»/aen tenne ^ caualloe p/ossu * cumonc. 
et quiaen tenne ^ cauallu i»domo. et asteris sos ficos qui aen istare cu/» sos pa- 
tres. et fautes et seruos q«/aen istare cuw sos do;ni08' issoro. Et quiad ecusta 
guardia i;/tewpus de guerra no» aet andare, ouer suffiticnte cawbiu no/; aet 
ma/idare pe/'cascatuna " uolta paghet assu cumone sohlos. ii. et i/ite//jpu8 do pache 
60ldu. I, Et issu mangnanu seque/jte se deppian pignorare. Et ecusso qui aet 
esser clamatu maiore de qua/-teri. siat de etate de annos xxx.» assu niinus. 

Dessa electio/ie dessos portora/'gios. 
XXVn. Sos portorargios dessa terra de Sass«/-i i«oa8catuna electione dessos 
antianos se mutcn. et portorargios nouos pc/ùssos antianos uecos i/j sa essita dessu 
offitiu issoro se clamen. et pe^z-duos meses i//su dictu offitiu deppian istare. et tanta 
plus, secuz/du qui assa potestate et assos antianos aet parre ^ secu/zdu sa coii- 
ditione. qualitate et discretio/^e dessu portorargiu uegu. Et qxmdaet esser uo- 
catu dessu dictu offitiu. no/J ui deppiat esser daue inde ad sex meses*. 

Dessa electio«o dessu massaiu de Sassr/z-i. 
XXVIII. Sos antianos dessu cumone de Sassa/ù qui prò te/z/pus aen esst/-. 
finitu su termen dessu massaiu dessu cumone iuren daue nouu. in presoitia [9v.J 
dessa potestate clamare duos bonos et lealcs ìio»tines de oascatunu quarteri. su 
quale sacrame/itu daue issos factu. ad p/"esente fathan sa dieta electione cu/« sa 
potestate. et clamen ho//H//es qui sian i/( Sassari quaz/do sa dieta electione eaet 
facher. et facta sa dieta electione i;/cuntane/ite sa potestate mandet. pcz-issos ho- 
inines clamatos. et ecussos iurare fathat ad p/-esente de clamare bonu et sauiu 
lio/HÌ/(e massaiu dessu cumone q»/siat natu in Sas8«/-i. su come/(te mecus et plus 
utile 1Ì8 aet parre ''. p/-outilitate dessu dictu cumone i/manti qui daue sa corte 
se parthan. Eliatsi^ om/àa duos me[s]es su massaiu de Sas8«/-i i//8u [conjaicju 
maio/'c apulicas in ecus[s]u modu quisc clamat su [m]aesaiu de roma//gna. su 
quale siat natu in Sasso/i. Et facta sa dieta electione sa potestate mandet i>r(>- 
cussu ^" massaiu. et co/jstringat " ilu de reciuer su dictu offitiu. et defacherlu 
perduos meses co»tinuos. Ad manos dessu quale massaiu p^/uengnan tottu eas 
i/ztratas et p/'ouentos dessu cumone de Sa88«/-i. Su quale massaiu iuret. et iurare 
deppiat daue na/(ti dessa potestate et dessos antianos et daue nauti decussos dot 
sa i/(fra scripta pacarla, ciò e*^ q»/su offitiu ad isso co///missu fatiiat i//tottu 
cussaa cosas quiact co/inosclier '- ad utilitate bunoro ealuamc/itu et co//8«vua- 
me/(tu dessos benes et dessas [cosas '^J dessu dictu cumone. Et qui alcuna quan- 
titate demoneta dessos benes dessu cumone p/rdictu. nen alcuna cosa de cubsu 



' T. cundcmjmatos - T. cuniandet '' T. frinier * T. j)er i.ss'i * T. r/o- 
niinos '^ T. ^>/-o zascrituun ' T. parrer "T. iiienses "Il periodo elio 
segue è scritto nel margine, a sinistra, con eguali caratteri, ma un po' più |)io- 
coli: ed ancora qui, essendo stato tagliato il foglio nella rilegatura, manca qunl- 
che lettera, che è però facile supplire. ^'T.per cusm " T. coatriiiyni 

'- T. conoscìier '* manca la voce nel cod., ma il senso la richiede; e coel sup- 
plisce anche il T. 



14 Guarnerio, 

cumone aet dare ad alcuna persone oucr pe;-sone8 sensa licentia dessu co^isigu 
malore ouer dessa malore parte decussos ad isee data in presentia dcssa pote- 
statc. Et de nio qui aet auer licentia daue 6u co»8Ìou predictu. no« aet Ispcnder 
nen dare eensa Ischitu dessu priore dcssos antianos. ouer de tres antianos. si no?( 
i»fìna a soldos. e. de Janna. Et qui aet istudiare et procurare de auer adpus se 
tottu sas coHdewpnatio)?e8 > sas quales se aen facher perissa potestate ad tempus 
dessu offitiu suo l7!cuj(tane»te q!//sl aen plubicare ^. et issas quales i»najiti desser 
ìmn offitiu suo aen esse?- factas. et publicatas^. et ecussas co»[10r.]de?Hpnatio«es ' 
aet procurare de auer et de gollire prossu* cumone ad clonpime»tu su plus ad presse 
qui aet poter. Et facher aet duos cartaraios ìhsu unu aet Iscriuer sa i?;trata dessu 
cumone. et i«8u atteru sas essitas et issas ispesas. Et appat su massaiu predictu 
prosalariu suo i/icussos duos meses eoldos. xi. Su ^ quale massaiu cascatunu die 
sa malore parte dessa die depplat Istare i??corte sutta sa logia dessu cumone prò 
Ispagare sos factos dessu cumone. ciò est daue ma»gnanu fìsca a terga, et daue 
nona ad uesperu. si non romaneret proiustu i^pedimentu. Et tetta sa i»trata 
dessu cumone sa quale ad manos dessu massaiu aet benne *^. in cussa bora saquale 
cussa latrata aet reciuer fatbat Iscriuer per Issu notaiu ' dessu cumone. Sos quales 
benes reciuat in presentia de cussu notaiu ". et noìi in atteru modu. Et qui contra 
aet facber siat conde»;pnatu* 1» 1/bras. v. de Jan?^r<. quantas uias ait coltra fa- 
cher. Et neunu massaiu leuet mucbubellu alcunu daue alcuna persone sa quale 
alcuna cosa deppiat reciuer daue su cumone prodeuer li dare cussu suquale deuet 
reciuer. Et qmcontra aet facber siat co?)de?»pnatu ^ daue sa potestate in l/br«s. v. 
de Jan?/« gascatuna uolta qni aet coltra facber. Et i?/torrare cussu su quale aet 
auer reciuitu. daue cusse qiiisn muccubellu ^ ait auer datu. Et ^'^ qniaet accusare 
siat tentu de prouare sa accusa. Et de tottu custas cosas gasi attender et ob- 
seruarc. securitate bona et ydonea de 1/bras. cccccas. de Jamia. deppiat dare ad 
uoluntate dessa ijotestate et dessos antianos. Et qtii massaiu aet esser uachet 
daue cussu offitiu annos. x. Et issos clamatores uachen unu annu. Et durante su 
offitiu dessu massaiu non se mandet su dictu massaiu ad alcuna parte prò hn- 
bassiatore. Et siat tentu su massaiu predictu in sacramentu de pagare sos missos. 
et issos portorargios dessu tempus suo. Et si su massaiu predictu aet ispender 
dessu suo plus qui non aet auer dessos [lOv.] benes dessu eumene, neuna restl- 
tutione degio potbat auer. daue su cumone. 

Sa electione et issu offitiu dessos sindicos. et issa 
pena de cussos. 
XXVIIII. Ordinamus qui daue comò innanti gascatunu annu se clamen. viii. 
bonos bowines natos dessa terra de Sassari, qo est duo degascatunu quarterl. sos 
quales sindicos ouer defensores dessu cumone sian clamatos. Et issos quales dep- 
pian iurare sos benes mobiles et instabiles '^ intratas ratbones et iurisdictiones 
dessu dictu cumone de Sas8a>-i mantenner et defender eolicitamente qt</rcande 
comente daue sos massaios dessu cumone et deroma?igna si gollit sa intrata et 
issos deppitos de cussu cumone. et maximamente sas conde?»pnationes * qniei 
aen facber intro et foras sas quales se deuen dare daue chalunqua persone. Et 
etiawdeu si bisongnu aet esser rincberre ^^ sa potestate continuamente de con- 
stringher ^^ cussos qw/arun deuer dare ad pagare. Et dessos benes decussu cu- 



^ T. cundempnniiones - T. pubblicare ^ T. pubblicatas ■* T. 2^>'0 su 

^ su manca in T. '^ T. benner ' T. notariu ^ T. cundempnatu ® T. mu- 

cubellu '"tutta la proposizione manca in T. ^^ 1. istabiles ^-T.rincheì-rer 
^^ T. costringher 



Gli Statuti della Repubblica eaesarese. 15 

mone instabiles ' sindaen accattare leuatos oucr occupatoa daae xxxta. annos 
i«oche. et dessas intratas et deppitos dessu eumene daue sa intrata de Janarpiu 
proximamente - passata i«oche. ad p?-oprietate dessu dictu eumene, et in fortha 
de cussu eumene precacen '' de facberlis torrare et benne ^ Bensa dimora. Ke- 
qu/rende si aet esser bisongnu ad ciò sa fortba dessa potestate non intendende 
incio alcuna cosa, sa quale esseret assas potestates cuwpaf^nones et notaios. fina 
ad ecomo donata, ma coniente e.^^ factu su donamentu siat firniu. Et si pera- 
uentura alcuna bomine de Sassrtn dessos benes dessu cumone ait auer occupatu 
alcuna parte daue comò insecus. et i?«cu88a ait auer factu alcuna opera, torret 
cussa gotale parte dessa possessione assu cumone. disfachcnde sa opera qnjuait 
auer facta. ouer cum cussos sindicos si accordet. pagando in dinarìs. tantu quantu 
ait parre ® ad issos. Sos quales àhiavis torren inutilitate dessu cumone. Et acio 
qnmon pothat istare priuatu su dannu ouer sa in[llr.]iuria sa quale se facheret 
assu cumone uolimus^ qninsa logia dessu cumone se ordinct una cassitta affli- 
scata et serrata cunueniuilemente. sa ciane dessa quale deppiat reier unu dessos 
dictos sindicos. In sa quale cassitta siat una carpitura insù coperclu daltu. pe- 
rissa quale carpitura oascatuna persone potbat mitter pulita qiiiaet Ì8q»/re quieu 
cumone reciuat alcuna dannu ouer minimamentu. ouer qniait auer rcciuitu daue 
SOS dictos termenes inocbe in ratbones iurisdictiones intratas et benes mobiles et 
instabiles ' dessu cumone. ouer qid decussos benes esseret lassatu occupare o 
mancare prò alcuna negligentia ouer ismenticanthia. sa quale pulica naret al- 
cuna dessas dictas cosas. Et issos dictos sindicos su minus duas uoltas sa cbita 
apergian sa dieta cassia, et ciò q>ti ad ecussos sindicos perecussu modo aet esse»- 
notificatu suttilemente ' et cum bona cura quircben si est gasi * saueritate co- 
mente aet esser naratu. Et si aen accattare ® gasi esse>\ preca^en '*• demendarelu 
et conrierlu ^' ouer defacberlu mendare et conricr '-'. in cussu modu qn/est na- 
ratu cussu qn/aet esser factu contra. Insupracio daue sos massaios gasi dessu 
cumone quale et de romangna. in sa essita dessu ofRtiu isserò sos dictos sindicos 
deppian reciuer istrictamente ratbone. Et si aen accattare perecussos esser ispesu 
cernente no» ait deuer. ouer qn/ad ecussos esseret romasu dessu [dinari'''] dessu 
cumone facta sa co»;pensatìone daue sa intrata ad sa essita, constringan ^* cussos 
ad satisfacber pienamente, rinchestu supra ciò su offitiu dessa potestate. Et i/n- 
pero qui malore uirtute est abardare sas cosas acqn/statas. cha '•''• non in acqnj- 
starelas. ordinamus qui dessa intrata ouer dessos atteros benes dessu cumone. 
asteris sos salarios ordinatos et daue comò insecus obse?-uatos neuna cosa dare, 
donare ouer in alcuna cosa mancare, ouer lassare de grathia ouer proamore 
c(Wisentan. nen lassen. ma ad ecussos quidare donare ouer lassare alcuna cosa 
dessos benes et intratas dessu cumone arun boler. palesimente lu ueten et lu 
cun[llv.]traian in omnia guisa et modu qw/aen poter siqn/ "^ non se fathat. Et 
si nolu poteren '' botare per attera guisa insù consigu maiore lu deppian dcnun- 
tiare palesimente su plus ad presso qn/aen poter. Et dessos benes dessu cumone 
ouer dessa intrata lassen ispender sinon inutilitate manifesta et neccessaria '" 
desso cumone. sa quale perissos innanti siat p/-ouistu cuw/ delibcraniontu. Et si 



' T. istabiles - T. jìrimamente ^T. procazeu, o così va corrotto; ma il 

cod. dàjscafen col segno dell'abbreviazione al disopra del p (- pre) * T. />en- 
7i€r 5 T. i)nrrey ^ T. volemus ^ T. sutilmente ** T. gosi » T. ncmtnrr 
'" T. procazen; v. q. s-, al n. 3. " T. corrigerlti " T. corriger '•'' giusta 

aggiunzione di T. ^*T. costringali '^T.qui ^'^T. pother si qiie " T. />o- 
theren '* T. necessaria 



16 Guarnerio, 

ad issos ciò act parrei- esser bisongniuile ^ et neccessariu - tando daue na»ti dessu 
conslqu maiore iiaren su factu ouer sa casione saqualc aefc esser de facher cussas 
ispesas. Et iciissu'' eu quale perissu co«si^;u et issos dictos sindicos aet ossei- dif- 
finitu pcrissu massaiu dessu cumono so clompat. In supra ciò sos dictos sindicos 
tottu sos capitulos contentos ìnsas co^mentiones factas iwter issa cumone de Je- 
nua' daue sa una parte, et issu cumono de Sassari daue sattera, et etiawdeu 
i;mna risposta daue corno i^secus facta penscriptura ad nois daue su cumone 
de Jenua* perissos sauios liomiues Lenardu Deuare et Gantine Catone i>nbas- 
siatores nostros sos qualcs tractaii et naran come^te sa potestate mandata et 
deputatu perissu cumone de Jenna ^ adsu regime«tu dessa terra nostra se dep- 
piat reier. et itteu cumpagnone iscriuanu. et famiga cum isso deppiat batture et 
tenner. et comente nois ìnaor sa potestate cumpagnone et iiotaiu ouer sa famiga 
siamus tentos de faclier. in omnia guisa deppian faclier observare. Et deneuna 
cosa qiù i«ecussos so coHte?;gnan lassen. Et acio qui tottu custae cosas sup;-a- 
scriptas perissos dictos sindicos se deppian obseruare. amus preuistu depouneii- 
che ® pena, ordinando qn/si sos dictos sindicos ìii ecustas cosas ouer '' alcuna de- 
cussas frodu ouer malitbia aen co»tmitter publicamente ' ouer priuatame«te. ouer 
qw/ain esser negligentes noti solamente quale et ecussos qw/sun preiuros** sian 
infamatos publicamente '. ma da ogna liunore et offitiu dessu cumone perpetua- 
leme/ite ^ sian [12r.] priuatos. et niente deminus in tanta quantitate de dm«r/s 
sian co»de»(pnato8 ^" in qualità su dictu cumouc de Sassari per issu frodu issoro 
et malithia ouer negligentia saet accattare dannificatu. Sian etiawideu tentos sos 
dictos sindicos. et deppian sindicare cascatuna potebtate de Sassari in essita dessu 
regime;itu suo a bona fide et sensa frodu. et quale decussos sindicos uaet " esse/- 
negligente ouer non biuoleret esser paghet assu eumene l/bras xxv. de dinaris 
J&nue. 

Sa electione dessos sensales. et issu salariu decussos. 
XXX. Su offitiu dessa sensalia neuna persone fatliat in sa terra de Sassari. 
si innanti non aet esser approbatu pe/- issa potestate et issos antianos. et perc- 
cussos ad isse aet esser data llcentia do facher cussu offitiu. Sa potestate et issos 
antianos tales persones ad ecussu offitiu reciuan. sas quales in cussu su quale ad 
su dictu offitiu sapertenit '- sian dignas de fide, et tantos sonde reciuan in cussu 
offitiu quantos per issa potestate & issos antianos aen esser approbatos. Si & in 
tale guisa qn? neunu qui aet esser reciuitu adecussu offitiu siat mercatante, nen 
fathat ouer fathat facher mercatantia. Et qui contra aet facher paghet per'^ 
Qascatuna uolta. 1/bras xxv. de Janna, dessu quale banda sa terga parte appat su 
accusatore, et issas duas su cnmoue. et qui aet accusare prouet sa accusa. Su 
sacraraentu su quale aen facher quando saen reciuer assu offitiu est custu. Ciò 
est qui su offitiu suo aet facher bene & lealemento non guardando ad odiu. amore, 
prethu. uel pregherias. asteris su prethu su quale deuet auer de rathone. Et aet 
iscriuer ouer facher iscriuer in su quaterna su quale ad ciò deppiat auer. su 
mercatu ouer su pactu su quale aet facher Inter issos mercatantes. Et si alcuna 
cosa secreta, sos mercatantes ad isse aen narre ". non laet reuelare ouer mani- 
festare adannu de alcuna dessos. Et si alcuna questione [12v.] Inter issos mer- 



^ T. bìsoffnipile ^ T. necessaria ^ T. ectcsse * T. lamia •' T. de pon- 
nencher ^T. over in ' T. ijn6W/ca»<e/(ie 'così il cod.; ma correggi ^e- 
riuros, come fa il T. '■^ T. perpetuahnente '" T. cundempnatos " T. aet 
>2 T. s'appartenit ^' T. prò ^^ T. narrer 



Gli Statati della Kepubblica sassarese. 17 
catantes fachende co«tracta ouer mercatu unipare de alcuna mercatantia aet 
eeeer. et decio aet esse;- dimandatu. mera & pura ucritato aet narre '. Et per 
ÌBcriptura laet mustrare si come»to ost naratu. Et deppiat leuare cascatunu sen- 
sale prò sensalia de ^ascatunu centenaiu de tridicu. eoìdos n. daue su uenditore. 
& Boldos n. daue su co»;poratore. et dessu centeiiaiu. dessu orgiu. eoldi(. i. daue 
su uenditore. et eoldu. i. daue su cowjporatore. Et dessu centenaiu dessos can- 
tares de casu. et petlia. et corgios. et dessu centenaiu dessos ccntenaios dessa 
lana, et ragana. seu et assungia. leuet eoìdos. ni. daue su uenditore, et suldos. in, 
daue su cowporatore. Et per ecussa rathone de minus quantitate. Et de oasca- 
tunu centenaiu de muHtoninas. angnoninas edos de capriolu Edinas, bultrones. 
pelles de uulpes. leuet àùiaria ii. daue su uenditore. & dinaiis duos daue su co;h- 
poratore. Et dessu centenccia dessas cberuinas - beccunas di«ar/s. vi. daue su 
comporatore et dhiavÌB. vi. daue su uenditore. De gascatunu centenaiu de be- 
hreches ^ masclos & feminas. Crastatos. Capros masclos et feminas. Baccas. et 
porchos. Boldos. n. daue su uenditore & eoìdos. ii. daue su comporatore. De ca- 
ecatuna balla de pese«tinu de petbas. xl. eoìdos daue su co»(poratoro & eoldu i. 
daue su uenditore. De cascatuna petha de pannu de lana de quale co«ditione 
siat ouer p/-ethu. dmarie. ii. daue su coj«poratore. & dinaTie ii. daue su uendi- 
tore. De eascatunu fardellu de telas et de cannauacu *. àitiaria. vi. per ^ fardellu 
daue su cowjporatore. et attera tanta daue su uenditore. De ^ascatuna falda de 
albachc de cannas xl. ouer vi cussu tornu. dhiaTia. u. daue su cowporatoro & 
dì'naTÌe duos daue su uenditore. De eascatunu marcu de argentu. di?iaTi! i. daue 
su uenditore. & dinaTÌ. i. daue su co»;poratore. Et de toctu sas atteras cosas 
qui non sun cache ^ me?!touatas vna meda^a per^ libra, ciò est de 1/bra do di- 
ìiavie. Et tottu custas cosas se intendan uue ^ aet esser su sensale in pé'/-gono a 
facber su mercatu. in attera guisa non. Et q?<?" centra aet* 

[13r.J potestate. Et qui contra aet facber. et issas dictas cosas no» aet obser- 
uare siat condempnata daue sa potestate. in \ihrae. x. de Janua. Sa mercatantia 
et issas cosas qui si aen uender sas quales se pesan. neuna persone uendat^ 
ouer peset ultra bb;-«8. x. si non cu;n sa istatca dessu cumone. & cwn sos q!//r- 
clos dessos pesatores. Et dessu casu se i>itendat daue. x. casos in susu. gasi ber- 
bocLinu quale & baccbinu. asteris su casu pischellinu su quale cussos qui laen 
auer lu pothan uender ad arbitriu issoro. Et qui aet pesare daue. x. 1/bras in 
susu infina ad unu cantarn chena sa istatea dessu cumone siat condewpnatu '" 
in l?'br«s x. de Janna. Sa quale conde/npnatione ^^ siat dessu co/nporatore dessu 
dictu offitiu. Et tantas uoltas cussos qui aen centra facher sian coy/de;»pnatos '". 
quanta aet esse;- contra, factu. Sas quales cosas sa potestate fatbat bandire in 
SOS locos usatos. Sos saos gascatunu uender pothat auista. et a pesa sensa bandu. 
Et si alcuna aet comperare petha. & aet esse;- pesata una uolta assa istatea dessu 
cumo;ie daue i;ide innanti pothat cussa uender abista si aet l)oler. no;( i;(tendendo 
in ciò sa petha qui se uendet in su macellu ad retalliu. 



1 T. narrer - T. chervinas et ; e pare infatti che dopo cUeruinas sia stato 
cancellato l'(f-. ^ H. berbreis * T. cannaraza ''T.pro « T. /nor/i*' 

' T. aue 8 Manca un'intera carta, la quale conteneva la lino di questo capi- 
tolo XXX, tutto il XXXI e il principio del XXXII, secondo che anche si vedo 
dal testo latino, non deficiente in questo luogo. " T. rendet '" T. ciindemj*- 
iiatu, cundempnatione, cundenipnatos. 

Archivio glottol. ital. , XIII. * 



18 Guarncrio, 

Sa eloctione dessos iuratos ad faclier pacame»to8 et ad pretbos. 
XXXIII. Pro facher bos pagamez/tos & prò cxtimaro eos dan^os deseas uin- 
gnas. auros. ortos et dessas attoras cosas per issa potestate oucr notaiu se clamen 
tres iuratos. sos quales isten aifacher ' cussu offitiu vna die tantu. Et i»cominoet 
si dauc sa prima corona & p/-ocedat si ordinatamente fina ad clompime«tu de- 
cussa. Et gasi se fathat dessa secwnda -. terga & quarta corona, qo "' est euna i«- 
factu dessattera. Si et in tale guisa, qui cussos* tres qui clamatos aen esser, 
cussa die sian tentos de andare pe;-8onalemente ad facher sas dictas cosas bene 
& leialemejite. Et clompitas sas. mi. coronas si torret ad sa prima. Et gasi se 
fathat [13v.] per ordine. Et si alcunu dessos iuratos gasi per ordine no;/ sait 
poter auer satteru qui aet benne ^ i»factu suo i;(cu8sa corona per ordine andare 
ui deppiat i«fina a ta;;tu qui saet poter auer. Et si alcunu dessos iuratos cla- 
matu ad ecustas cosas no» baet andare, siat co?(dewpnatu ^ in soldos. ii. de Janna. 
Et baiat unu missu et tres iuratos ad facher sas predictas cosas si su pagamewtu 
aet esse/' daue h'hras. x. de Janna in susu. Et si aet esse/- do ìihras. x. et daue 
i//de i/ziosso. infina a BOÌdos. xl. uaian duos iuratos & unu missu. Et si aet^ de 
soldos. XL. & daue inde in iosso i//fini in xx. vnu missu & unu iuratu. Et si aet 
esser de soldos. xx. & daue inde i//iosso. uaiat unu missu solus. Et prò gascatunu 
ad prethu de l/b?-o8. x. et daue i//de iniosso. uaian duos iuratos et unu missu hi 
sa ibcolcha de Sasswri. Et in sas atteras iscolcbas si come??te est usansa et ordi- 
name/ttu. Et si su pagamewtu ouer appretthu in custu modu factu non aet esser 
non bagat. et pe/-dat sas ispesas cusse * qui las aet facher. 

Sas co//fine8 dessa iscolcha de Sassar/. 
XXXIIII. Sas co/ifines. et issos termenes per issos quales se cludet su terri- 
toriu ouer iscolcha" de Sassari sun custos. Ciò est daue sa iscala dessu molinu 
de lauros & daue inde per fronte fina ad corru cherbinu. et daue inde si co- 
me/ite 8Ì uaet pe/- fronte dessas uinguas de enene. et daue i//de fina assa ualle 
de isala. fina assa funtana de baleamu. et daue i//de fina assa uia per issa quale 
se uaet assa uilla de enene & daue cussa uia comente uaet fina assu monte de 
nidu de corbu. et uaet fina ad uia publica '" per issa quale se uaet ad Osilo & 
daue ainde per ecussa uia fina ad iscala de uaccas. & daue inde fina ad sos 
furchillos dessas uias. suna dessas quales uaet ad Osilo, et uaet per ecussa uia 
fina ad riuu. et daue inde uaet per ecussu riu de iscala de clocha. et daue inde 
uaet per flumen. fina ad sas iunturas dessos " flumenes. et uaet per issa ualle 
de othila. fina ad sa ualle de eanctu Jorgi. et baet ^'- per issu flumen fina ad su 
termen de iscolcha de [14r.] tauerra. & daue i//de per ecussu termen auinche 
de flumen fina ad iscala de Saue. & baricat fina ad termen dessa iscolcha de 
octauu. & uaet per ecussu termen fina ad termen dessa iscolcha de eristola. et 
daue inde per ecussu termen dessa iscolcha. fina ad termen dessa iscolcha de 
demos nouas. et daue i//de per uia turresa fina ad uia dessu molinu de serra, et 
daue inde assa ualle. baricat cussa ualle fina ad sa uingna de preiteru Gunz/ari. 
& daue inde fina assa '^ uia de oQuer. & baet per issa uia de castaligia. fina ad 
su fronte de ualle de boeoue " fina ad flumen assu molinu de com "'' frundari. et 



IT. a facher ^ T. segunda -^ T. do ^ T. custos ^ T. henner 
^ T. cundempnatu ^ T. aggiunge, inutilmente, esser. ^ T. cussu ^ ouer 
iscolcha son parole aggiunte in margine. *" T. pubblica " T. desos '- T. raef 
^^ T. ad sa " T. bosue; e omette da fina ad flumen assu moliìiu fino a per 

fronte de nulle de bosoue\ cfr. e. 17 v. '* non ben chiara l'abbreviazione; forse 
coinite, cfr. T. framm. lat. 



Ci li Statuti della Repubblica sassarese. 19 

daue i;(de per fronte de ualle de bosoue. ciò est dauo sa parte de tramu^itana. 
fina assa iecala dessu molinu de lauros qui fuit de donna Gantine pin;ia. &. daue 
i»de torrat per ecussa uia et balle fina ad sa attera iscala de lauros sa quale 
est in su oru dessa ualle daue mesudie. et cludet. & ixtendat se su territoriu & 
issa iscolcha dessas uillas do murusa i>!nouiu ' & enene. esse;- dessas co/ifines et 
iscolcha de Sassr/ri. 

Dessos iwibassiatores. 

XXXV. Qvaudo i^i/bassiatores saen mandare prò factos dessu cumono de Sas- 
sari, ouer dalcuna persone propria nia?(den8Ì ad ispcsas dessu eumene, cussos & 
talee sos quales assa potestate et assos antianos ae«t parre * essév bisongnu nssu 
factu prosBu quale aen andare. Su salariu su quale saet dare assos di'cfos i»jba8- 
siatores. siat de eoldos v. de JanH«. prò cascatuna cauallicatura qtii act andare 
cu)H issos gascatuna die. Et pressa cauallicatura dessa persone sua. soìdos viii. 
de Janwa. Et gascatunu i;nbassiatore cauallicaturas cu»? de" iuthat. sas quales 
et quantas assa potestate et antianos act parre ^. Si per * auentura iw/bassiatores 
saen mandare foras de sardigna. det si a ^ascatunu i/«bas8Ìatore jiro salariu suo 
soldos. XV. de Janua cascatunu die prò ispesas suas & dessa fami^a sua. Et neuna 
attera prouìsione pothat auer prosse ^ nen prò atter. nen ad petras albas nen 
ni[14v.]gras. ouer in atteru modu. ma su eumene de Sassari, siat tentu de pa- 
care prosse su naulu tantu. Et si alcunu '^ publicamente ouer priuatame«te act 
tractare de auer prouisione alcuna, siat co?(de?;matu ' daue sa potestate in 1/- 
l/ras. XXV. de Janua. Sa quale co»demnatio?(e ^ se deppiat assignare ad presente 
ad sa opera dessos inuros de Sasero-i. Et decustas cosas remissione alcuna tacber 
no;( se pothat. Et cascatunu iw^bassiatore deppiat facher iscriuer in sos actos 
dessu eumene su die dessa andata sua. et de sa torrata. Et siat tentu de iucher 
cu;»de' fantes duos ad minus. 

Sa libertatc dessos homines de romangna. 

XXXVI. Xeuna persone de romagna masclu o femina pothat dauo corno 
innanti esser burghesi de Sassft>-i. prò alcuna possessione sa quale ait auer cowi- 
l)orata ouer ait poter co»!porare asteris prò coiuanthia qui. ait facher cuw( al- 
cunu ouer alcuna de Sassori. Sa quale cosa si aet facher. pothat esser de Sas- 
sari, et datu ad isse su 8acrame;;tu desso terra(;;anatu de Sassari godiat & appat 
cussa libertate sa quale sos atteros de Sassr/ri aen in cascatuna parte in terra 
& in abba. Et qui continuame?!to aet istare i» Sassari cu?» sa faniica sua & ar- 
nesis coniente sos atteros de Sassari fachen. Et de ciò se fathat publica^ carta. 
Et qui in custu modu non aet istare si comente e.s/ naratu siat tractatu quale 
et issos atteros de romangna. asteris de non pagare data, ma paghen guadu '" do 
muru in una posta. Et ecussu su quale saet gollire. non se det sinon murare sos 
muros dessa terra de Sassari. Et parthat si su uadu dessu jnuru. in presentiu 
dessa potestate. & dessos sindicos dessu eumene. Et si alcunu de Sassari aet 
istare in romagna ouer flumenargiu siat tractatu quale &'Ì8808 atteros dopus 
Sassari. Et ^ascatuna i)ersone dessos dictos intratithos qui aet boler auer sa dieta 
libertate de Sassari et istare [15r.J aet boler in Sassari, comente e.st naratu. 
uengnat per* tottu su mese de maiu. & fathat se iscriuer in su libru dessos sin- 
dicos per issu notaiu de cussos. Et qui non aet benne " et non se act facher 
inscriuer per^ tottu su dictu mese, quantust in cussu annu i/ftraro non pothat 



> T. lunoviu - T. parrei- ^ così il cod.; ma correggi se, come fa anche 
il T. * T. ijro *' T. prò se " T. afcune ' T. eundempncitu " cun- 

(lempnatione » T. pubblica '" T. u'-c'^'' " T- beunrr 



20 Guarnerio, 

in Sassrtri qui non pachet 8u uadu dessu mura de tottu su annu. Et qui aet ìn- 
trare si comente est naratu et innawti dessu annu sindaet partire paghet prò 
tattu su annu su uadu dessu muru. Et issos dictoa ^ i;itratitho8 depus Sassari qtii 
aen istare in romajigna ouer flumenargiu paghen su uadu dessu muru in locu 
de data. Et in tottu sos atteros seruithos & auarias sian tractatos et appitos 
quale & tottu sos atteros de romangna & de flumenargiu. asteria qui non deuen 
andare ad curzgnare mandra. Et ecustu non preiudichet- assa libertate dessos 
homi»es de flumenargiu sos quales non deuen pagare data nen guadu de muru 
fina assu termen ordinatu. Et i;itendan8Ì^ de romagna toctu sas uillas sas quales 
sun in sa iscolcha de Sassari, foras dessos muros. Et issos homines sas* quales 
in cussas i?fstan^ si i»tendan depus Sassari. Et si alcunu de romagna. asteris prò 
homicidiu fura ouer robbaria ad alcuna parte foras dessu districtu de Sassari 
aet andare prò istare continuammte tottu sos benes suos mobiles & instabiles^ qui 
aen esser in romagna. ad ecussas uillas daunde saet partire se deppian appro- 
piare ^. Et issos homines dessa uilla daue sa quale saet partire deppian pagare sa 
data ouer su badu dessu muru su quale & issa quale cusse ^ qui aet esser par- 
titu fuit usatu de pacare. Et si prò fura, michidiu ouer robbaria saet partire 
tottu sos benes suos mobiles & i?i8tabiles "^ sos quales saen accattare^ in romagna 
se appropien **• assu cumone de Sassari. Et qualujiqua " pe/-sone daue attera parte 
ad romangna o a flumenargiu aet benne ^-' ad babitare. siat liueru & exentu da 
ogna 8er[ 15v.]uithu reale & personale, sex annos proximos qui aen benne ^". asteris 
de oste et de corona. Custas cosas tottu sa potestate et issos antianos q?«'rchen 
& inqH?8Ìtione fathan una uolta in gascatunu antìanatu. Tottu sas atteras per- 
sones qui aen benne ^- daue Qascatuna parte, gasi daue sardigna quale & daue 
atterunde ad habitare in Sassari se pothan facher burghesi '^ de Sassari. Et auer 
& godire. cussa libertate sa quale sos atteros de Sassari aen. Et daue su die q,ui 
saen facher iscriuer. fina ad annos tres proximos qui aen ben»er non sian tentos 
de facher seruithu alcunu dessu cumone reale ouer personale, asteris in caualli- 
cata generale^* [et in] sa guardia dessos muros [de] Sassari. Et ownia ^^ cosa 
qui saet [mendare] de parte dessu cumone dessas [guarjdias fallitas siat'® obli- 
ga[to8 cu]ssossupra8tantes" dessas guar[dias] fina adsatisfactio?ie des[su 8a]lariu 
isserò [et m]endat si gasi dessu [serujithu. quale & dessu qui [ae]t benne'-. 

Dessos qui fraican testa ad via. 
XXXVII. Neuna persone deppiat hedificare daue nouu. ouer rehedificare daue 
fundamentu in opus uegu domo alcuna ouer muru sa quale ouer su quale siat 
testa aula publica '^ sensa presentia dessu priore & de duos antianos. sos quales 
fathan lassare cussa uia larga palmos xii. ad minus in cussu locu une '^ minns 
ait esser, si et in tale guisa qui sa mesitate de cussu su quale ait mancare ad 
clowper sos xii palmos. lasset cusse qui fraicat. et issa attera mesitate lasset 
cusse qui aet domo centra esse - -. quin '^^ aet cusse -'^ fraicare cussa domo. Et in sas 
uias publicas ^^ uue *^ aet esser maiore largura de palmos xii, neuna persone de- 



^ dictos manca al T. ^T. perj'udichet ^T. intendasi '•così il cod.; ma 
correggi sos , come fa il T. ^ T. istan ® T. istabiles '' T. appropriare 
* T. cussu ^ T. se aen accatare '" T. approprien " T. qualunque '^ T. 
benner '^ T. burghesis " Di qui in sino alla fine del capitolo, il testo è ag- 
giunto nel margine sinistro, in caratteri più piccoli, ma della stessa mano; la quale 
aggiunta è stata in parte tagliata via, nella rilegatura del cod. '^T. ognia 
"* T. corregge sian obhligatos. '' T. ciistos sxprascriptos '^ T. pubblica 

^^T. aue -°T. cusse ^^ T. qtii ^^ cusse è di troppo. ^^ T. pubblicas 



Gli Statuti (lolla Kepubblica Baesareeo. 21 

leuet ' quin de nouu aet fraicare domo ortu ouer alcunu hedifitiu ^ Et si in sas 
uias sas quales sun soras^ dessos muros dessa terra tencxdo ad ccussos muros 
ouer fossa aot esser ispatiu* minus de palmos xii. ciò q(«" aet esser factu ouer 
domo ouer ortu ouer atteru hedifitiu ^ se deppiat disfacbor. mesurande dauo su 
oru dessu fossatu dessa terra predicta. Et qui cantra sa forma predicta aet fa- 
clier siat condewjpnatu '^ in ìihras x. de Jamia. Et niente de minus sa opera hi- 
«omingata ouer facta se disfathat. Et si su priore dessos antia [16r.] nos. & issos 
antianos qui aen andare abider sas dictas cosas contra su dictu modu et forma 
ad alcunu ^ licentia aen dare sian coMde>»pnatos *^ su priore in l/br«ò' x. Et (;a- 
scatunu antianu in ìihras. v. de Janna. Et neunu mastru de murare i/;conii?((;et 
affraicare * si limanti su priore cum duos antianos no/i aet benne " abider &, 
adesignare sa ope/-a ad pena de ìihras sex. de Janna, prò ^ascatuna bolta. Sa 
mesitate dessos quales bandos tottu sa mesitate ^^ sian dessu cumone. et issa at- 
tera dcBsu accusatore, et siat tentu secretu. Et issa potestato in sa i?jtrata dessu 
regimentu suo fathat bandire sas dictas cosas. pe/- issa terra de Sassari. Et si 
alcunu muru aet esser cumouale de petra et de lutu Inter alcunas persones &. 
alcunu dessos sa domo sua daue nouu facher ouer alsare aet boler si cussu muru 
fraicare aet boler apetra et acalchina sa opera ueca per bonos bo/ni/(es si exti- 
luet. et facta sa opera nona sattera parte pothat usare cussu muru fina assa al- 
tura primargia & quando daue inde insusu aet alsare deppiat satisfacher sa me- 
sitate de tottu sas ispesas daue su fundamentu dessu muru quantu aet alsare. 
iscontande " sa mesitate dessu istiniu dessa opera ue^a. Et si alcunu muru su 
quale esseret apprope de domo odo corte acena esseret fenile, et ecusse qui es- 
seret daue sattera parte dessu muru uenneret adenuntiarelu assa potestate. dep- 
piat sa potestate mandare bonos ho/nines ad bider cussu muru. Et ciò qf^/ndaen 
narre '^ se deppiat obseruare. Et qui aot boler murare daue nouu foras dessos 
muros dessa terra de Sassari, daue sattera parte dessu fossatu dessa '^ terra lasset 
ispatiu de cannas. vi. assa canna de palmos. x. mesurande daue su oru dessu 
fossatu. Et qui aet boler fraicare in sa opera ueca. non astringat sa uia inver 
su fossatu. Et issa potestate su cuwpagnone ouer su notaiu. et issos antianos de- 
custas cosas fathan inqw/sitione. Et si alcunu tentpus produbiu dessos inimicos 
bisongnu esseret [16v.] disfacher ogna opera facta ini, decio neuna mendia dessos 
benes dessu cumone se fathat " ad ecusse cuia ait esser sa opera disfacta. asteria 
cu?» boluntate dessu consi^u malore. 

De non i/npa^aro sas vias. 
XXXYIII. In via publica sa quale siat de xv. palmos ouer minus assu '* palmu 
dessa canna dessu cumone neunu deppiat facher alcunu sediu nen in cussa uia 
ponner alcuna cosa qni iwpedian sos qui uarican. nen perticale alcunu se fathat 
daue nanti '" de alcuna domo posta testa auia publica. Et si daue conio in secus 
alcunu uindest factu si " se deppiat disfacher. asteris in uia «i»/ appat ispatiu de 
palmos XII. su minus. daue su perticale dessunu latus assateru perticale dessu 
atteru latus lassando ispatiu enguale daue cascatuna parte. Et supra alcuna uia 
qni aet esser de palmos xv. ouer minus. non se fathat salaiu in alcuna domo 



' T. nde levet. * f. edifithiu => così il cod. ; ma correggi foras, come fn il T. 
* T. ispathiu s T. hedifithin *^ T. cnndempnatu -fofi '' T. aìcinie " T. a 
fraicare ^ T. benner '" sa mesitate erroncamonto ripetuto. " T. iscontnidr 

'-' nrtrre>- " f ^jg g„ u t. fathet '^ assn palmu cumone, manca in T. 

'" T. innanti " T. omette il si. 



22 Guamerio, 

posta testa ad ecusea uia su quale solaiu esaat foras dessu muru su plus pal- 
mos. iii^. & ciò in su primu solaju. et ccussu solaju gasi postu testa abia siat 
altu palmos xml. Et decussa altithia ^ siat su tectu ouer f?runda de gascatuna 
domo posta testa abia. et no» essat cussa grunda ouer tectu foras dessu muru 
plus decussu qui est naratu dessu eolaiu. Et si alcunu aet alsare sa domo sua qui 
ait esser testa aula publica in altithia de duos solaios su secundu solaiu no/t 
essat foras dessu muru decussa domo ultra palmos mi. Et si alcunu aet boler'* 
alsare sa domo sua daue duos solaios in susu. in gascatunu solaiu pothat essire 
palmos. V. Et qui coltra aet facher siat co«dempnatu* per issa potestate in 
soldos XX. de Jan«a. et issu opus factu se disfathat. dessu quale bandu sa mesi- 
tate siat dessu eumene et issa attera dessu accusatore et siat tentu secretu. Si & 
in tale guisa qui custas cosas non nochian ad'' ecussos qui aen possessione® testa a 
uia qui siat larga plus de palmos. xv. Et ecustas cosas [17v.] se obseruen gasi 
in sas demos factas. quale & insas ' qui saen facher. Et issa potestate et issos 
antianos in sa i?itrata dessu regimentu dessa potestate clamen unu bonu homine 
su quale tottu suannu deppiat istare ad chircare & iwuestigare sas dictas cosas. 
Su quale etia/ndeu siat supra sas co«cias. Et appat daue su eumene prò salariu 
librfls. VI. de lanua. Ancu qui in alcuna uia sa quale siat de palmos xv. ominus. 
ad su palma dessa canna dessu eumene, non se pongnat alcuna catreia ouer sediu 
foras dessa ianna ouer muru. nen se pongnat alcunu baucu su quale essat foras 
dessu muru ouer porta. Et si postu uiest siat tentu cussu cuiust de leuarendelu 
ad presente. Et q?«' contra aet facher siat conde/npnatu * per^ gascatuna uolta. in 
soldos. II de Janwa. sa mesitate siat dessu eumene et issa attera dessu accusatore, 
et siat tentu secretu. Et issu accusatu paghet de presente, et gascatunu pothat 
accusare. Et si aet esser de consigu siat crettitu in su sacramenta q»? aet factu. 
et si non aet esser de consigu iuret daue nouu una uolta prò tottu su annu. Et 
si su officiale non aet bene chircare sas dictas cosas. et ecussas non aet notificare 
assa potestate. niente dessu salariu suo appat. 

De adcongare sas vias. 

XXXIX. Adconcensi sas vias de Sassari in sos locos uue aet esser bisongnu 
per ecussas persones ° sas quales aen sas domos et possessiones in cussos locos 
uue est bisongnu su adcongu. Et adcongessi sa uia sa quale est daue nanti dessa 
funtana de gurusele ad iscalas de petra in cussa altithia qui aet parrer ^'^ as'-a 
potestate et assos antianos. 

Dessos contones. 

XL. Ciascatunu bocatore de contones deppiat cussos bocare longos sos contones 
doppios palmos duos et mesu. et largos palma vnu & mesu. su minus ad su palmu 
dessa canna. Et [17v.] si minus dessa dieta mesura esseren. leuensi prò contones 
ungiulos. Et issos contones uniulos " sian suminus longos cascatunu palmu unu et 
mesu. et largu su simìgante. et grussu palmu unu assu dictu palmu su minus. Et 
qui contra aet facher paghet per^ cascatunu centone d/nreris. nn. Sa mesitate 
dessu bandu siat dessu cumone. et issa attera dessu accusatore, et siat tentu se- 
cretu. Et siat crettitu su ho/nine de consicu sensa sacramentu. et issos atteros cun 
sacramenta, et paghet ad presente. 



* T. ^;«/nio.s mi "^T. altithie ^T. boiler *T. cundeiupncdu ^ manc^a 
al T. ^T. possessiones ''T. in issas * T. i^ro '•' T. personas ^'T. 
parver " T. ungiulos 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 23 

De no;; secare linna in su mo;tte. 

XLI. In su territoriu et co;;fines de Sassw;-!. ciò est daue sa uia qui uact daue 
Sas8rt;-i atanacbe sa quale est sutta santa helias & daue i>ide i;; susu fina aballo 
de bosoue si come;jte baet ad corru cherbinu. fina ad frontes de enene et girat 
tetta ^ sa iscolca de Sass«;-i. et daue sa uia de isala per issa quale scuaet assa villa 
de enene. fina ad fronte de sechin- & eludei i;; su fronte, et uaet ad o osilo'' fina 
ad bingna* de niisiscla et eludei ioitu su territoriu fina aula sa quale baet ad 
enene. neuna pe;-sone ''' potliat ouer doppiai secare linna ad pena de soldos. ii. 
y>er^ cascatuna fascile, ouer quantitaie de fascile. Sa mesiiate dessu quale banda 
siat dessu eumene, et issa attera dessu accusatore, et siat tentu sccretu. Et si 
alcunu aet penne ^ fecu in sos dictos territorios. pagare deppiat assu eumene 1;- 
b;-ff8. XXV. de J&mia. dessas quales appai su accusatore. l;b;-«s. in. de Ian;<ff. ei 
siat cretiiiu su accusatore assu sacrame;;tu sue. cani unu destimongnu * sufficiente 
et siat tentu secreiu. 

De non ponner fecu. 

XLII. In su disiriciu de SassrtJ-i Rema;;gna et flumena;-giu neuna parsone ^ 
pengnat ^ fecu ìh alcunu modu in locu suo ouer agenu. asteria si su lecu esseret '" 
cu;;gnatu ouer douatu daue su quale su fecu essire [18r.l no;t poihat. Et q;a' 
conira aet facber paghet assu cumo;;e l;b;Yir6'. v. de Ian;ff/. ei me;(det su da;;;pnu 
su quale aet facher su focu. Et si istudiosa me;;te ouer ad isiudiu alcunu fecu 
aet pen;ier 1;;^ alcunu lauorgiu. ouer in alcunu atieru locu p;-o facher da;>ipnu. 
siat co?;de;;;pnatu ^' daue sa potestate gotale malefactore i» l;b;-«8 xxv. de Ian;;« 
& mendet sa dannu '' i;;na«ti qui sa co;ide;;;pnatio;;e '^ se fathat. Et si non aet 
auer daundo pagare sa co;;de;«pnatiowe '^. et demendare su dann;t '-. siat Ì7;;pic- 
caiu per issa gula si qni morgiat- Ei supra sas dicias cosas i;;ue8tigare et qnir- 
care " sa potestate appai plenu et liberu arbitriu. Ei si su malefactore pe;-8onale- 
me>;te '^ no;; se aueret. fathat ^'^ sì pagame/<tu i;;. sos bencs suos ad ecusse qtii su 
dawjpnu aueret appitu. Ei dessu qui aet remaner '^ se fathat pagame;itu assu ''^ 
cumo;;e p/'ossa co;(de;»pnatio;;e '^ Et si dessos benes suos ne» si accattaret apa- 
gare sas dicias cosas. isbandiat so si ceme;;te in su p;-esenie breue se co;!Ìenet. 
Et fecu no;; se pe;;gnat foras de uingna erta ouer locu cungiatu. ouer douatu p;-o 
usclare terra, asieris passata sa festa de scinchi niiali de capitanni. fina ad pe;- tetu 
su mese de maiu. asieris prò ispathare argiolas. non fachende dannu ad alcunu. 

Dessas cencias. co;;ciatore8 et pilacanes. 
XLIII. Intro dessos muros de Sass«;-i. nen etia;;;deu in sa ualle de Ouruselc. 
daue sa uilla de enene fina ad octauu. nen in alcuna parte decussas ualles. neuna 
pe;-8ene daue comò i;(nanti fathat concia, ne '" esse;- ui doppiai p;-(;ce;i('are ceia- 
men ouer pellamen. asieris sas conras. de sa;;cAi nicela. et do mastru olidcu sas 
quales co;iseniin qui sian i;; Sassari 1;; cusiu modu. eie est. qui sos pupillos dc- 
cuseas fathan qui ioita sabba decussas congas se uochet foras dessa terra do 
Sa88a;'i. ei dessu fossatu i;; pontes. si q;</ cassa abba dannu -" no;; fathat in sas 
uias muru ouer fossatu. Ei geiten foras dessa terra de Sas8«;i tottu su carnivu. 
su pilacu & ogna attera bructura-'. sa quale aet essire daue sas dictaa co/jcias. 



^T. tota ^T. sechiu ^correggi ad osilo, come fa il T. * T. òiffna 

^ T. persona « T. pì-o ' T. ponner « T. testimongnn » T. ponyiat 

^'^ esaerat "T. cundem/jnatu '* T. dampnu "T. cundempnatione " T. 
quirchare '^ T. personalmente '" T. fathasi " T. remaner " T. ad su 
'«T. nen ^"T. dammi "' T. Irutura 



24 Guarnerio, 

ouer alcuna decussas [18v.] Et issa murta ietten in terra issoro q^xi siat murata 
i;;tornu i^tornu. si qui cussa murta nouna uia iwpaget. ouer guastet. nen alcuna 
domo dcssu uichinatu mancbet ouer guastet. Et si alcunu de cussos sas dictae 
cosas non aet obseruare. et coltra aet facher sa potcstate siat tentu proceder 
coltra isso, et issa co;iCÌa decusse qui contra aet facher. siat succhiata daue 
fundame»tu. Et qìd infra sos muros de Sassari ouer in sa ualle & locos supra 
scr/ptos ouer alcunu de cussos alcuna attera coccia aet facher. ouer facta aet 
lassare prò conq&rG coiamen ouer pellamen 8Ìno?t comente est naratu. ouer qui 
i)ì SOS dictos locos o alcunu de cussos coiamen ouer pellamen aet ad co^iQare o 
a coniare facher co;;tra sa dieta forma, siat co»dempnatu * daue sa potestate in 
ììhraB. e. de Jan;(«. Et issa potestate qui aet esser ad ecussu te;»pu8 cussa co»?cia 
fathat disfacher. Et in alcuna parte dessa dieta ualle ouer dictos locos neuna 
persone lauet ouer lauare fathat lana alcuna ouer coiamen sos quales daue cai- 
china sian bocatos ad pena de eoldos. xl. de Jan?(rt. per gascatuna uolta. sa quale 
cascatunu co?ìtra fachente paghet. sa mesitate dessu quale bandu siat dessu eu- 
mene, et issa attera dessu accusatore. Et siat tentu secretu. Et issas dictas cosas 
sa potestate de Sassari in sa intrata dessu regimentu suo per issa terra de Sas- 
sari in sos locos usatos bandire fathat. Et ecustas cosas se i»tendan. gasi prò 
conciatore quale & prò crouaios & pilacanes. sardos ouer terramangnesos -. 

Dessos vsureris. 
XLIIII. Qvalunqua^ usureri. ouer qui ad usura aet p^-estare in Sassari àinaris 
prò guadangnu non leuet da alcuna persone ultra dinaris vi. per* b'bra. omnia 
mese. Et qui contro, aet facher siat coude»?pnatu ^ gascatuna uolta in libras. iii. 
de Janna, sa mesitate dessu bandu siat dessu accusatore, et [19r.] issa attera 
dessu cumone. et siat tentu secretu. Et ultra sa condempnatione ^ gotale usureri 
masclu ouer femina siat constrictu'' de torrare toctu cussu qui ait auer appitu. 
ultra sa dieta quantitate. Et ad prouare custas cosas. sa potestate de consigu 
dessos antianos ouer dessa malore parte decussos. procedat per * arbitriu suo per 
prouas ouer per euspitiones. et non per marturiu '. 

Dessos ficos qui non obedin su patre e issa mania. 

XLY. Sian priuatos gasi in corte quale et foras daue sa hereditate dessu patre 
et dessa marna sos fi^os et figas sos quales contra su patre ouer sa mama. aen 
facher ingratitudine, si assu patre & assa mama aet placher. Et ecussu ^ mi- 
desmu ° si obseruet. si contra sa uoluntate decussos alcunu iscunueniuile aen 
facher. 

Dessas allocationes dessas domos. 

XLVI. Qvalunqua persone ^° aet tenne " pesione domo ouer cosa alcuna daue 
alcuna persone '" siat tentu clompitu su termen dessa locatione. sa cosa ad isse 
allocata pacificamente & sensa molestia cussa torrare assu locatore ispagata a 
boluntate sua. Et sì cusse qui ait auer sa cosa in allocatione aet contra facher 
paghet assu cumone 8o/f?os xx. et assu allocatore dessa cosa sa pesione in doppiu. 
daunde su termen ait esser clompitu. Et in custu mesu daue sa potestate siat 
constrictu'' ad ispedire sa dieta cosa. Et appat termen de dies. ini. ad ecussa 
cosa ispa^are. asteris si esseret de uoluntate dessu allocatore. Et siat licita cosa 



^T.cundempiìotu - terrantagnesos ^T. qualunque *T. prò ^T. cnn- 
dempnatione ^ T. cosfrictu ^ T. vìartiriu ^ T. cussu " T. midesimu 
i^T. persona " T. tenner 



Gli Statuti della Repubblica saseareee. 25 

assu allocatore dessa domo oucr cosa, dessas cosas dessu co^iductore retener prò ' 
auctoritate sua fina ad satisfachime/itu dessa pesio;ie. Et siat licitu ad su allo- 
catore sa domo allocata. i«na«ti dossu termen dessa locatione recuperare, si 
cussa laet- facher opus ad operare, ouer si cussa |19v.| aet boler uender. o me- 
morare, iurande tando su allocatore qui ciò non facbet in froda ouer malithia 
prò qui ad ecusse daue sa domo uochet. ouer qui plus grande pesione dappat. 

De non obligare sas possessiones suas ad alter. 
XLYII. Neuna persone daue comò i/manti promissiones fathat ad atter de non 
uender donare obligare canfbiare ouer p;-o a/ia uindicare ouer in alcunu atteru 
modu distraber sos benes & possessiones suas in tottu ouer in parto asteris si 
custas cosas ^ facberet daue nanti * dessa potestate in su consi^u malore de Sas- 
8rt/-i cu?n iscriptura publica qui sindait facber. in sob actos dessu eumene. Et 
facta sa dieta promissione sapotestate fatbat bandire per issa terra de Saesrtri 
vna uolta su annu. mentouande casse qui sa dieta promissa fechit. Et si in at- 
teru modu sas dictas promissio»ies factas aen esser, sian cassas in tottu & de 
nensiunu ^ ualore. et obseruare non se deppian. Et qualunqna '^ masclu ouer femina 
de cussas gotales promissiones ad alcunu ' fecbit fina ad oe. in sos actos dessu 
cumone lasfacbat® iscriuer. Et si iscriptas non saen accattare no»i se intendan 
plus, et sian cassas et de nensiunu ^ ualore. Et daunde aen esser iscriptas in sos 
actos omnia sex meses se bandian per issa terra de Sassari, si comente est na- 
ratu daue supra. 

Qui neuna persone ^ cowiporet ratboncs aoenas de 
deppitu. 
XLVIII. Alcuna persone non coniporet nen in donatione ouer pagamentu re- 
ciuat deppitu ouer ratbone de alcunu deppitu daue alcuna persone, saluu si es- 
seret in su deppitu ouer cosa uendita pagatore, dessa quale pagarla esseret inscrip- 
tura publica. Et qui contra aet fagher '" decussas rathones in alcunu moda desiat 
intesa. Et issa deppitore ad pagare cussu deppitu assu conjporatore ouer qnj ait 
auer appitu sas ratboncs in alcunu dessos dictos modos. siat constrictu ". 

[20r.] Qui sa muderò non fatbat carta sensa licentia 
dessu maritu. 
XLIX. Uiuende su maritu neuna mu^ere senza paraula dessu maritu suo po- 
that nen deppiat facber alcunu contractu ouer carta alcuna facber facher. nen 
obligaresi in alcuna cosa, nen dessos '- benes suos proprios ouer accnos uender 
ouer alienare. Et si contra aet facher cassa gotale contractu siat de nensiunu '' 
ualore. Saluu si ciò aet facher prò insta et manifesta necessitate, sa quale dep- 
piat mustrare daue nanti dessa potestate cassa mu(;ore in su consi^a " maiorc. 
cuMi tres p?-opinquos suos. Et in cussu casa ciò facher pothat de quantu in cassa 
consi^u aet auer paraula. 

Qui neuna mu^ere pothat cassare sa carta dessa 
dota sua. 
L. Qvalunqua femina coiuuata aet esser a dota non pothat sende uiuu sa 
maritu sa carta dessa dota sua & antcfactu in alcunu modu cassare ouer refu- 



» T. j)er - T. haet 
lunque ' T. alcune 
strictH '- T. de sos 



•'' ripetuto. 


^T. iunanti 


•' T. uesiunu 


« T. gtia- 


T. las fathet 


" T. jjersoua 


'" T. facher 


" T. co- 


"T. cunsizu 









26 Guarnerio, 

tare ouer reuocare ' nen decussa dota & antefactu donare alienare nen in al- 
cunii modu distraher qui nochiant assa dota et assu antefactu suo in alcunu 
modu. Appus sa morto dossu marita et in sa ultima uolu»tate sua diclaret de- 

CUSS08 aholu«tate sua saluu ciò qui se contenet i» su capitulu ^ in 

CU88U qui Gst lassatu assu ^ marita daue sa muchere'' & daue maritu assa mucliere ■*. 

Qui neunu pothat rcfutare alcunu capt7Mlu de 
Sassftri. 
LI. Ordinamus qui neunu masclu ouer femina pothat ouer deppiat cwn carta 

de notaiu ouer sensa refutare ^ ad alcunu cap?^«lu ^ de Sassari nen ad 

alcuna rathone qui se cowtenet in sos cap;Y(/lo8 nen pactu alcunu facher co?ftra 
ca\ìitu\u. Et qui cantra aet facher cussu gotale pactu ouer renujitiatione non 
nochiat ad ecusse qui cussu pactu ouer renuntiatione aet auer facta. 

[20v.] De mitter sas ascedas in quaternu. & dessos notaios 
qì(i morin. 
LIL Ciaspatunu notaiu qui sa arte desea notarla aet facher in Sassari ouer 
su districtu sas ascedas daue isse factas i«fra xv. dies in quaternu mittat. asteris 
si prò iustu et euidente i>Hpedimewtu aet romaner. Et si no» laet facher. siat 
co?jde»jpnatu ^ daue sa potestate per ^ cascatuna uolta in soldos xl. de lanua. 
Et daue comò innanti neunu notaiu dessa terra ouer dattera parte qui daue nouu 
sa arte dessa notarla aet boler facher in Sassari ouer su districtu [non^] se reciuat 
adecussu offitiu dessa notarla facher. si innanti no^t est examinatu diligentemente 
in sa arte predicta. per sauios clericos. notaios et ladicos clamatos pò- issa po- 
testate et ÌSS03 antianos. et daue cubsos licentia aet auer. ad pena de Kbras xxv. 
' de Ian»a. dessu quale bandu sa qnmta parte siat dessu accusatore et issa attera 
dessu eumene. & siat tentu secretu. Et si alcunu dessos notaios aet morre ^^ sos 
actos suos tottu et de atteros notaios qui alt auer incuntanente per issa pote- 
state & antianos in su conei^u malore se accumanden ad unu notaiu de Sassari 
assu quale assa potestate et antianos aet parre ". Su quale notaiw siat tentu dare 
assos heredes dessu notaiu mortu sa mesitate integra de toctu su fructu et uti- 
litate qui aet auer de cussos cartaraios '^ q«;- aen esser in balia dessu notaiu 
mortu ad tewpns dessa morte sua. Et issa attera mesitate reiat ad isse prossa 
fatica sua. Et de ciò obseruare ad bona fide, iuret ad sanerà dei euangelia cor- 
poralemente '^ tanghende su libru in presentia dessa pofestate & dessu consi^u pre- 
dictu. Et omnia notaiu deppiat dare pagarla de h'bras. ecc. de lanua. qui sos 
actos suos & issos actos ad isse " cowmissos ontnia tenipns in Sassari aet lassare. 
& ecussos daue inde ad attera pa>-te non aet iucher. 

Dessu salariu dessas ascedas & dessa q?«"rcatura. 
LIII. Qvalunqne notaiu qui sa arte dessa notarla aet facher deppiat insa 
prospera sua sas injbreuiatnras de allocatione. venditione. co/npagnia. accorda- 
turas de fantes & de simieantes facher prò soldos un. ^° ^ascatuna. Et de deppitn 



* T. ripete erroneamente tutta la proposizione che precede. - Per la corro- 
sione della pergamena, sono scomparse due o tre parole che secondo il T. sareb- 
bero state: su quale se obseruet; anche la parola che segue a in cussu qui est è 
poco chiara, ma parmi piuttosto lassatu, che non datu o dona fu, come preferi- 
rebbe il T. s rp_ gg^^^ 4 rj,^ niuzere ■' T. renuntia ^ una o due parole da 
non potersi leggere, forse raschiate a bella posta; della qual lacuna non è cenno 
in T. ' T. cundempnatu ^ T. prò ^ necessario al senso. " T. morrer 
" T. parrer 12 x. cartararios ^^ t_ corporalmente " T. issa '^ prima- 
mente leggevasi iii, un'altra asta fu premessa da mano posteriore. 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 27 

prò BoWos. im. saluu de testrtme/itos ^ vlti»ms uoluntatee collatione de benefitiu & 
caHas de piaitos & ad cosas de desia dessas quales su no[21r.Jtaiu leuet secwwdu 
sa qualitate dessu factu. Et qui contra act facber siat condcmpnatu -* dauo sa 
potestate in eohlos. v. de Jan«a. dessu quale bandu sa mesitate siat dessu cu- 
mone. et issa attera dessu accusatore. Et do qw/rcatura do cedas de actos ad 
isse coHJmissos pothat leuare su notaiu de gascatunu quartaraiu ^ qui aet quir- 
care dm«r?8 xii. de lanua. o accattare sa carta o non. Dessos atteros annos qui 
non aet qir/rcare niente leuet. Et dessos actos suos si cusso q»/ aet demandare 
sa carta bocata. aet narro* su annu qui est facta, niente dcleuet si la accattat 
prò cuBsu annu quantust prò chircatura. Et si cussa no» act accattare in cuì-ju 
annu pagbet prò cbircatura de cussu ann;« dinavis vi. Et dinuTiB vi. de rascii- 
tunu atteru cartaraiu su quale su notaiu aet qu/rcare o accattet ila o non. 

Dessu exewiplu factu dessas cartas buUatas. 
Lini. Neuna fide dare se deppiat ad alcunu exewplu leuatu daue alcuna carta 
buUata facta ^ in sardigna. si non esse/-et exonplata per manu de publicu notaiu 
in cussa prouincia dessa quale aet esser istatu sengnore cusse qui sa carta oucr 
su priuilegiu fecbit. Su quale exewplu se deppiat attenticare cum subscriptiones 
de tres atteros notaios. Et innanti qui se exe»/plet nen qui se pothat exe/nplare 
se leiat in su consigu malore de Sassari publicamente. Et in cussu consicu di- 
mandet balia de exen;plaro cussa carta, in su quale consigu se clamen duos Im- 
nos lion/ines ad examinarc cussa carta. Et si aet parre*^ ad ecussos bonos ho- 
niines qui cussa carta se deppiat cxc/nplare. exe;nplet si. et det sì fide atsu 
exewplu factu pe>- issu dieta modu. 

De non con?porare sos benes dessos rebclles. 

LV. Sas possessiones et benes dessos isbanditos et rebelles assu eumene de 
Sassftri apropriatas [21v.] in tottu ouer in parte, neuna pe>*Bono daue corno in- 
nanti cowporet ouer cowporarc fathat in alcunu modu. Et qui contra aet facber 
siat conde/npnatu daue sa potestate in 1/bras. e. de lanua. Et issos benes co»i- 
poratoa torren assu cumone. Et in sa intrata dessu rcgimcntu suo sa potestate 
su dictu capitulu bandire fathat per issa terra do Sassari in sos locos et partos 
usatos .". 

Dessos patronos dessos lingnos. 

LVI. Sos patronos dessos lignos qui aen benner ad portu do turres bob quales 
lingnos sos mercatantes aen nauli(;are ad iucher sa mercatantia. sian tentos do 
dare sufiitiente Bccuritate. qui sas cosas & mercatantias sas quales in cussos 
lignos aen promitter de portare integramente aen reciuer & garriare in cubbok'' 
data sa secur/tato predichi ad sa potestate ouer qui aet tenne ** lofcuj suo. appita 
per isBOS mercatan[tes] sa pulirà dauo su maio[re] de portu pothan exirc dessa 
[terjra cain sa me>-catantia & cosas sas [quajies aen bolcr garriare scnfsaj al- 
cuna attera pulioa ouer [par|aula de corte. Et issu porto[rar]giu lasset cuaeos 
andare [sen]8a alcuna attera paraula. Et si per auentura su contrariu " aen fa- 
cber. et de cussa mercatantia alcuna cosa in terra aet romaner pagbet su pa- 



' T. (estes ' T. cundempnatu ; e cobi sempre, nò più si avvertirà questa lieve 
alterazione. ' T. quartararin • T. varrer ' T. fata « T. parrer 

'Le parole che seguono: data sa seca ritate .. . fino a smsa alcuna attera jHt- 
raula, formano un'aggiunta nel margine sinistro, in caratteri più piccoli, ma 
della stessa mano, come altre già notate; e non ò giunta posteriore, come parve 
al T. 8 T. teiìuer « T. contractu 



28 Guarnerio, 

tronu tottu 80s dampnos et interesses sos (lualcs sos mercatantes aen sustenner 
& auer dessas cosas et mercatantias qui aen romaner et non aen esser in su lignu 
rcciuitas. Et si assu patronu no» aen dare sos mercatantes ' sa mercatantia ad 
isso promissa i;; su termen ordinata, siat tenta su mercatante de pagare assu 
patronu de nouu quale et de piena. 

De non batture sale de alcuna parte. 
LVII. Nonna persone deppiat batture sale ouer faclier batture i)ì sa terra de 
Sassari ouer su districtu sensa licentia dessu doaneri. Et qui coltra aet facher 
siat co»de»?pnatu daue sa potestato ^ascatana uia hi eoìdos. v. de lanua, et i« 
perder su sale et issa bestia. Sa mesitate dessu bandu siat - dessu doaneri. et issa 
attera dessu accusatore. Et siat tenta secreta. Et qui daue atteru^de aet com- 
perare sale saluu daue sa doana paghet assu doaneri soMos. v. per^ 'Raseri. Et 
issa potestate deppiat [22r.] obseruare custu capitulu secujidu qui saet ordinare 
per issu consigu de Sassari .'. 

Dessos corgios qui se deuen uendcr & come»te. 
LYIII. Neuna persone deppiat ueuder ouer comperare corgiu frìscu ouer siccu 
ì>ì su quale siat romasu alcuna petha. neruiu. '' ossa, ouer vnglas. Et q?</ centra 
aet facher. ouer etianjdeu terra aet mischiare cum sale cuni su quale saet sa- 
lare, per ^ cascatunu corgiu gasi comporatu. ouer uenditu ouer salatu. paghet 
gasi su uenditore quale et iesu con/poratore ouer qui m cussa guisa lait salare. 
soldos. V. de lanua. dessu quale bandu sa mesitate siat dessu cumone. et issa 
attera dessu accusatore et siat tentu secretu. Et pothat su cow;poratore dessos 
corgios salatos facher percuter su corgiu con^poratu. v. uoltas cum unu fuste 
gruesu cunueniuileme7/te. istande su corgiu ispartu aboga dessu cowporatore. Et 
issos corgios sian bene siccos ad arbitriu de bonos mercatantes ^ quando se uenden. 

Dessu casu lana & fune. 
LIX. Qvalunqua ^ aet bender casu salatu sende mischiatu terra in su sale ouer 
attera bructura^ paghet per'^ cascatunu cantare, eohìos. in. de lanua. sa mesi- 
tate dessu quale bandu siat dessu cumone. et issa attera dessu accusatore, et 
siat tentu secretu. Et si alcunu aet bender lana bangnata ^ ouer humida i?istu- 
ialemeute^ ouer in cussa mischiatu uaet esser terra, ouer alcuna bructura*^ pa- 
ghet assu cumone eoldos. v. de lanna. per gascatunu centenaiu. et issa lana siat 
arsa per issu pesatore ^. Et ecustu frodu ouer malithia se connoscat '^ per duos 
bonos homines qni se clamen per issa potestate. Et ecussu midesmu ^' se obseruet 
dessa fune noua qiti saet bender ad pesu. Et pothat su mercatante qui aet com- 
perare su casu. cussu facher iscuter & innectare ad manu. sensa qìà in manu 
tengnat alcuna cosa. Et icusse qui aet fricare ouer iscuter. no» sechet su casu 
pressa iscuttura .". 

[22v.] De non vender sos corgios sinon in platha. et 

de vender su pane et issas herbas. 

LX. Sos corgios dessos boes qui uonin daue foras. neuna persole deppiat 

uender ouer comporare in tottu su districtu de Sas8«>-i. nen in Sassari saluu in 

sa ruga de cotinas '^ ciò est palesimente daue nauti de plus destimongnos. ciò 

est daue sa porta de capu de villa, fina assa ^^ porta de 8a»c<a flasiu. Et qui 



^ T. mercantes - ripetuto dessu bandu siat ^ T, prò * non iiezuiu, come 
parve al T. ^ t. qualunque ^ T. brutura '' T. bagnata ** T. istuialemente 
« T. pastore i» T. conoscat " T. midesimu ^- T. coìtnas ^^ T. ad sa 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 29 

contra aet facher siat condewpnatu su uenditoro et issu co?Hporatoro rascatunu 
dessos in eoldos xx. de lamia per cascatunu corgiu f^asi co?«poratu. Dessu quale 
bandu sa mcsitate siat dceeu eumene, et issa attera dessu accueatoro et siat 
tentu secreta. Su pellamen & issu casu se uendan in Sassari et nou foras ad 
pena de boMos v. gascatunu cantare, su quale pachet qui coltra aet facher. sa 
mesitate siat dessu eumene, et issa attera dessu accusatore et paghet si ' ad pre- 
sente sensa parlam^ntu. Tottu sas bisongniuiles assu corpus humanu. et issu pane 
se uendat in Sassari, saluu daue domo qui fuit do donnu albonictu do massa 
qui est in su coitone, fina ^ [ad su] coitone dessa domo qui fuit de Gualteri de 
uulterra su quale est daue sa parte de leuante. Et qui custas cosas aet ponner 
ad bender hi sas dictas coxfines paghet soldos. ii. de lamta et sa mesitate dessu 
bandu ^ siat dessu eumene et issa attera dessu accusatore et siat tentu secretu 
pagando ad presente. Et ad ecussu officiu^ facher sian duos de cussos butte- 

[ga]io8 qui sun ad prope dessas dictas [dom]o8 uue sos d/c/os ortulanos ^ 

808 quales iuren ad mncta [dei] eua«gelia cussu offitiu fideleme«to [fach]er & 
accusare toctu SOS co»tra[fach]ente8 cussa die [in sa] quale con^rafactu aet esser 
et [appi Jan*' sa mesitate dessu bandu. 

De no» andare ad portu prò comperare. 
LXI. Ordinamus qui neuna persone mercatante ouer non mercatante deppiat 
andare ad portu de turres ad cowporare alcuna cosa ouer mercatantia mandi- 
catorgia ouer no?i. qui aet benner ad portu de turres \n alcunu lingnu. su quale 
lignu in cussu portu aet isguaiTiare prò deuerlas reuender. asteris linnamen. Et 
qui co;itra aet facher paghet assu cumone per ^ ^ascatuna volta [23r.] soldos XL. 
de Ian!^«. Sa mesitate dessu bandu siat dessu cumone. et issa attera dessu ac- 
cusatore, et siat tentu secretu. 

Dessos tauerrargios et cornette sa petha se vendat 
in su macellu. 
LXII. Sos tauerrargios & tottu sos qui uenden petha. uendan cussa in sa 
tauerra * dessu cumone ordinata tenendo ad sos muros dessa terra, et assa porta 
de gurusele. Et neuuu tauer>-argiu nen qui petha uendat. la unflet. ouer fatliat 
unflare ad sufflu. Et qui contra aet facher siat condenjpnatu per ^ascatuna uolta 
in soldos. V. de lamia. Et sian tentos sos tauerrargios predictos. sa bructura 
dessu bestiamen mortu et issos corros iectare foras dessa porta in sos locos 
uue salga se iectat. Et issu maiore de tauerra^ iuret daue nanti dessa pote- 
state de accusare sos qui aen contra facher. Et qui contra aet faher paghet 
per Qascatuna uolta soldos. x. de Iann«. dessos quales bandos sa mesitate siat 
dessa cumone. et issa attera dessu accusatore. Et issa potestate pothat etianideu 
ÌMuestigare sas dictas cosas per ' ofRtiu suo comente ad isso aet parre **. Et 
siat crettitu assu eacramentu dessu accusatore et ad su iuratu de consicu sensa 
sacramentu et in i^ascatanu casu se paghet ad presente. Vendat si sa petlia 



' T. paghesi -Di qui in sino a fuit (incl.), è una dello solito aggiunte al 
margine sinistro, in caratteri più piccoli, ma d'cgual mano; e con gli stossi ca- 
ratteri si continua nella riga del testo fino a leuante, dopo la quale parola, sem- 
pre nella stessa riga, si riprendono i caratteri normali. ''Qui il T. attacca 
un'altra aggiunta, che è ancora nel margine a sinintra, da Et ad in sino a drssu 
bandu (incl.), o cui il senso induce a metter dopo. ^ T. cu.<<!<u «ffifiu ''qui 
è una parola inintelligibile. " appian manca al T., che dovette sopprimerlo, 
insieme alle parole sa inesitale dessu bandu, occorrenti più Bopro, per dare senso 
al periodo. ' T. prò " T. tarerna '•' T. parrer 



30 Guarncrio, 

in 8u macellu bi custu modu. ciò est. su quarta desBu crastatu àinarh. x. eu 
quartu dessu coQutu cl/nar/s. viii. bu quartu dessu angnone iuerrile dinaris. vi. 
8u quartu dessu capru crastatu ouer ma^atu d/«r/r/s. viii. su quartu dessu capru 
corutu & de capra diiiavis. vi. su quartu (lessa helìreche femina diiiavie. vi. Sa 
petha do porcu se uendat in custu uiodu. ciò est dessu porcu masclu vn9a8. vi. 
ad//;«r/. dessa troia vn^'as. viii. adiììaTi. Sa petha dessu boe & dossa uacca se 
uendat in custu modu. ciò est dessa petha uacchina. ungas. xii. adinaTÌ. [23v.] 
dessa petha dessu boe vn^as xvni adinaTì. Et q?«" centra sa forma predicta aet 
facher paghet ^ascatuna volta eoldos. v. de lanna. Et ^ de vnu quartu non po- 
that esser plus de vna accusa. Et gascatunu macellaiu uendat sa petha in su 
macellu et locu ordinatu. et non in domo. Et qui centra aet facher paghet per- 
(^ascatuna uolta soldos. v. do Ian««. Et non pothat alcunu uender petha de troia 
prò masclu. nen petha de boe prò vacca, nen capra prò beccu crastatu ouer ma- 
<jatu nen petha de hehreche^ femina prò masclu nen petha de cooutu prò cra- 
statu. Et qui contra aet facher paghet Qascatuna uolta soldos. x. de Iann«. Et 
non pothat alcunu uender petha de duas bestias umpare. ma de gascatuna per 
so. Et qui contra aet facher paghet assu cumone soldos. x. de l&mta. Et neumi 
pothat uender in su macellu alcuna petha morta de male, nen i)etha qui esse^'et 
morta daue tres dies in susu. Et qui contra aet facher paghet per- gascatuna 
uolta soldos. XX. de Ian»o. Anca qui aet bender petha porchina salata ad mi- 
nutu det de cussa ungas. vi. adjn«r?. Et larda non se pothat uender in masellu ■* 
plus dessu dictu prethu. non intendendo qui sas capithas^ et issos pedes dessa 
bestia se uendan ad pesu. Et tottu sos qui aen uender petha ad pesu deppian 
dare ad gascatunu quì aet cherre " petha et paca & meta secundu qn/ndaet 
cherre^ fini in derratas duas. ad ciò qui sos poueros inde pothan auer. Et qui 
contra aet facher paghet soldos. v. de lanno cascatuna uolta. Et issa prethu 
dessa petha se pothat crescher & minimare, ad boluntate dessu co«sigu maioro 
non nochende su presente cap?7«lu. Et quando supra sas dittas' cosas saet elier 
castalda ouer offitiale sos accusatores bengnan assu castalda ouer offitiale. et 
icussu offitiale reciuat sas prouas si comente laet parre ^. Et qua?«do offitiale. non 
baet esser, uengnan sas accusas assu notala deesu f24i'.] cumone. et isso reciuat 
proua comcHte laet parre *. secnndu sa qualitate dessa persone qtn aet accusare. 
Et dessas predictas accusas sa mesitate appat su cumone et issa attera su accu- 
satore & paghet ad presente. 

De non uender alcuna cosa sas festas. 
LXIII. Asteris cussas cosas sas quales [sun] •' ad unore de deu ouer qn/ to- 
chen assa desia & cosas mandicatorgias & bestiamcn biuu. palone linna et cosas 
qui se mandan assos lingnos. neuna persone comporct ouer uendat sa donn'nica. 
et issas festas 8olle;npnes ^". Et q«/ contra aet facher paghet soldos. v. de lannc. 
Sa mesitate siat dessu cumone. et issa attera dessu accusatore, et siat tenta se- 
cretu. et paghet ad presente. 

Qui neuna persone co>nporct petha ouer cosa mandicatorgia 
innauti de terga. 
LXIIII. Neuna persone contporet petha uacchina. de boe de porcu. ouer al- 
cuna bestia morta, pische. perdiches passares ouer fructora alcuna, ouer cosa 



^questo periodo (ef — ftcc^.srt) manca al T. -T.pro '^T. berbrei *T. ma- 
cellu ^T. aggiunge testa. '''T.cherrer ''T.dictas ^T.parrer '-' manca swn 
nelcod.; ma il senso lo richiede, ed è aggiunto pure dal T. '" T. solempnes 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 31 

majidicatorgia. sas quales saen batturc in Snssrtri ad uender i» casioxe de ro- 
uender. saluu adpiis su sonu dessa campana dessa desia de eaìicfu Nicola de 
Sassari sa quale se sonai ad ter(^a. Et qui coltra aet facher paghet per' oasca- 
tuna uolta eoìdos. v. de Ian»« de \)i-esc»tc & p«-dat sas cosas p<-fdictas. Dessii 
quale bandu sa mesitatc siat dcssu cumone. et issa attera dessu accusatore, et 
siat tentu secretu. Et siat crettitu gascatunu accusatore assu sacramentu suo. Et 
issa potestate in sa latrata dessu regime;; tu suo fathat bandire custu capitulu 
per issa terra de Sassari. 

Dessos qui venden su palone & issa linna. 

LXV. Sos uenditores dessa linna dessu palone dessa pa(;a dessa hcrba. & dessu 
fenu. cussas cosas uendan in su ca»^pu dessa corto desau cumone. Et in attera 
parte non deppian - f24v.] istare abendcr saluu qui andando per issa uia. & be- 
ne«de assu àicfu locu potban uender. Et qui co?!tra aet facber pagbet de (jasca- 
tunu garriu àinaris. vi. & de gascatuna fasche dinaris. m. Et (;;a8catunu de ct»;;- 
eicu siat crettitu sensa sacramcntu. et issos atteros cu»? sacrame^tu. Dessu quale 
bandu sa mesitate siat dessu cumone et issa attera dessu accusatore & paghet 
de presente. 

Dessos qui venden sas perdiches. 

LXVI. Non uendat alcunu ouer uender fathat in Sassf/ri nen in su districtu 
perdiches ultra Ainarie. im sima. Et qui cojitra aet fachcr paghet cascatuna 
uolta di)iaTÌs. xii. et ad oascatunu de co);siou siat crettitu sensa sacramextu. Et 
siat sa mesitate dessu bandu dessu cumone et issa attera dessu accusatore, et 
paghet ad presente, et siat tentu secretu. / 

Dessos qui uenden su pische luuatu & de non luuare. 
LXVII. Ordinamus qui alcuna persone non deppiat luuare. nen esser, nen 
istare cuw; sos luuatores in tottu su districtu de Sassari, nen batture daue al- 
cuna parte àlcunu pische luuatu ouer anbilla i» casione de uender cussu ouor 
cussa in Sassa?-i ouer su districtu. Et qui cantra aet facher siat co»dennatu daue 
sa po<e.s"tate in h'bro*. v. de Ian»r/. Dessu quale bandu sa mesitate siat dessu 
cumone. et issa attera dessu accusatore. Et qui aet accusare deppiat p>ouare sa 
accusa. Et intendat si custu capitulu gasi de clericos quale et de ladicos. 

Dessos qui uenden su pische. 
LXVIII. Sos uenditores dessu pische et dessa anbilla frisca deppian su pische 
& issa anbilla frisca cussu die su quale laen batturo in Sassari uender. Et in 
alcuna domo de cussu pische ouer anbilla non de po»gnan. Et uendende su 
dictu pische & anbilla neunu dos [25r.] sos uenditores deppiat seder ouer ad 
rinbaresi i?) alcunu locu ad pena de sohlos. x. de Iani<ff. Sa mesitate dessu bandu 
siat dessu cumone et issa attera dessu accusatore, et siat crettitu su accusatori- 
iurandc daue nouu et tentu secretu. Et paghet ad presento. Et* qui aet l)atturo 
sa pische daue ma[ngianu] i/(fina ad ter^;^ deppiat cussu auer u enditu] i;/fina 
ad bora de mesu die. Et qui l[aet] batturo daue terra [in6na a] mesu die doppiat 
[aner] uenditu i>/fina ad h[ora de] uesperu & no» posca. [Et qui contra] aet 
facher siat co«de»/p[natu in] Bohìos xxx. per zascatuna^ u[olta. Deslsu quale 
bandu sa[mesitate] siat dessu cumowe & is[sa attera] dessu accusatore. Et qui 
[aet acjcusare siat tentu sa [accusa] prouare. 



* T. prò ^ T. depian " Di qui in sino alla fine del capitolo <'^ un'aggiunta 
al margine destro, ed è questa volta un'aggiunta di mano posteriore; parecchie 
lettere o voci son deficienti, por la solita ragione. ^ Qui è uno dei pochisBÌmi 
eeempj di vero r, forse l'unico finora. 



32 Guarnerio, 

Deesos q^in faclien carnata et deesa bructura de cussu. 
LXIX. Dessa petha porchina dessa quale saot facher carnata et saet bendar 
ad peBu. leaet sende Ba capitba. soa cambugos. sos ispinos mustelae linbas oriclas 
et unglas. i«nanti qui sa dieta petba se leuet daue su loca in su quale saet fa- 
cher Bu carnata per ecusse caia est sa petba. et ecussu se obseruet desea petba 
porchina sa quale se ad coHgat m su macellu. et qui salare se deuet. ciò est qui 
Bende leuet sas predictas cosas limanti qui daue su macellu se leuet. Et qui 
coltra aet facher. oaer qui cassa petha aet co;»porare sensa esser gasi ad conqa. 
paghet per ' ^ascatunu porcu eoldos. ili. de I&nua. dessu quale bandu. sas duas 
partes sian dessu eumene, et issa terga parte dessu accusatore. Et qualunq«a 
aet facher carnatu ouer facher facher in sa platha oaer in alcuna^ parte dessa 
terra non co>!8entat qui in cotinas ouer in alcuna aia plubica ^ se iettet samben 
iMstentina'* do porcu. uuluas. ouer alcuna attera bructura. ma cussa iecten ouer 
fathan ìectare foras dessa terra in cussu locu in su quale se iectat sa alga, ad 
pena de eoìdoe. x. de Ian?/a. dessu quale bandu sa mesitate siat dessu eumene 
et issa attera dessu accusatore, et siat tentu secretu. Et tantas uoltas paghet qui 
aet coltra facher quantas uoltas aet esser accusatu. et q?«' aet accusare siat tentu 
secretu. Et ad gascatunu accusatore siat crettitu iurande de nouu. Et ecustu ca- 
ptY«lu non appat locu in sos porcos qui saen facher ad usa. Et issos [25v.] ho- 
mines de Sassari pothan comperare prò usu dessa domo sua infini in porcos. v. 
in sa tauerra ® in qualunqua modu aen boler. 

De non gettare abba in via plubica ^ i;manti de 
sonare sa ca«;pana. 
LXX. Alcuna persone non gettet abba in alcuna uia plubica -^ de Sassari. 
saluu sonatu su tergu sonu dessa ca»;pana sa quale se sonat in corte dessu eu- 
mene, nen etiam deu alcuna persone non pothat iectare daue alcunu solaiu abba 
alcuna de die in alcuna uia plubica. saluu sonata sa terga ca?»pana come«te est 
naratu. narande® innanti tres uias guarda. Et qui contra aet facher paghet 
soldos. V. de Iam<a. Et si alcunu de die ouer i;manti dessa cawipana predicta aet 
gettare alcuna abba daue alcuna domo et aet toccare alcunu paghet sa supra- 
scr/pta pena. Dessos quales bandos sa mesitate siat dessu eumene, et issa attera 
dessu accusatore, et siat tentu secretu. Et si aet esser de consigu siat crettitu 
sensa sacramentu. et assos atteros cum sacramenta. 

Dessos molinargios & dessa mesura dessa farina. 
LXXI. Sos molinargios su tridicu et issu orgiu datu ad issos ad machinare. 
et issa farina machinata torrare integramente deppian. sensa mancamentu al- 
cunu. Et qui contra aet facher siat condewpnatu daue sa potestate in eoldos. x. 
de lanna. et mendare su dampnu. Et dessu frodu dessa farina siat crettitu su 
sacramentu de casse qui assu molinargiu la deit ad machinare. ouer su donnu 
ouer sa ' donna ®. dessa domo siat ouer alcunu dessos seruitores maschi ouer fe- 
mina. Et bastet iurare una uolta su annu daue gascatunu qui daet su iridicu. 
Dessu quale iurame;(tu siat iecriptura in sos actos desu eumene. Et in sa i?ttrata 
dessu regimentu dessa pote[26r]8tate tetta sos molina>'gios & issas muceres & 
tottu BOB atteros qui istan cundos'-' qui appan daue. xii. annos in susu. sa pote- 



'T.i^ro - T. aggiunge a«era ^T.publica *T. isteniina ^T. taverna 
•'T. narende ' T. oussa ^T. domina "Manca ogni indicazione di abbre- 
viatura; ma si deve certamente intendere per cum dictos; il T, stampa cu7isos^ 
ma in nota spiega cum dictos ovvero cum issos. 



Gli Statuti della Repubblica saesarese. 33 

Etate daue natiti suo benne ^ fathat. et iuren de facber eae d/cfas cosae Bensa frodu. 
Et neunu molinar^iu leuet prò machinatura plus de xmi. partes una dessu ra- 
seri. Et ecussu molinargiu qui falsa me8»ra aet te^mer^ siat co^dewipnatu ^a- 
Bcatuna uolta daue eoìdos. e. fini hi ìihras. x. do IanK«. Et do ciò fathat ìnqiti- 
6Ìtio?(o ea potestate qua»tas uias aet boler. 

Dessos barberie. 

LXXn. Neunu barberi radat sas dc»»micas. nen in festas 8ollc)»pnc8 ■* ciò osi 
ì)i sa platba ouer in uia plubica ^. ouer in cussu locu ouer domo in su quale oucr 
sa quale co>itinuaine»to fachet sa arte ad pena de eoldos. v. de IanH«. Sa me- 
sitate dessu bandu siat dessu cumo«e & issa attera dessu accusatore et eiat tentu 
secretu. 

Dessos furraioe. 

LXXIII. Alcunu furraiu ouer furraia. no» leuet nen leuare deppiat -pro cot- 
tura dessu raseri dessu pane ultra d/^ffr/s. iiii. Et in sas festas de pasca de na- 
tale & de res«<rrexi leuet dinaTÌs. vi. per ^ raseri. Et qui ultra sa dieta quantitate 
aet leuare eiat co?»dew;pnatu in soldos v. de Ian«(«. gascatuna uolta. Dessu quale 
bandu sa mesìtato siat dessu cumone. et issa attera dessu accusatore. Et dessas 
dictas cosas siat crettitu su sacrame;/tu decusse qui sos dictos dinaj-is deit. aesu 
dieta furraiu. Et neuna persone de Sassari, nen qui in Sassari habitet facher 
potbat furru in alcuna buttecba de cotinas*' ciò est daue sa porta de mncin 
blasiu fina assa de capu de uilla. Et qtii coltra aet facher siat co«de;Hpnatu 
daue sa potestate in iihras. x. de Ian««. et issu furru siat disfactu. 

[26v.] Dessos carratores. 
LXXTTTI. Asteris cassa persone qui biada sua aet bender et cu;n boes suos 
& carru cussa biada & cosas suas aet boler iucher & carrare ad portu. ^asca- 
tunu carratore qui carru aet iucher co??tinuame;ite et qtii portai ouer portare 
fachet mercatantia alcuna, ouer cosas cu/n carru & boes suos ad alcuna parte, 
iuret et det pagatorcs ' in sa intrata dessu regimentu dessa potestate. et ecussos 
iurare & dare pagarla sa potestate fathat de guardare et de ealuare sas cosae 
tottu sas quales aen portare & iucher ad bona fide & eensa frodu. Credendo su 
eacramentu dessu mercatante ouer decusso cuias aen esser sas cosae dessa mer- 
catantia & cosas frodatas & mancatas ad ecussos ca>-ratores datas. saluu si su 
carratore iustamente defender se poteret. Et qui centra aet facher et ecustae 
cosas non aet obseruare. siat condonpnatu daue sa potestate pe>' cascatuna uolta 
dare l/br«B. x. infini in xx. ad arbitriu dessa pofestate iusta sa co;Klitione dessa 
persone. Custu postu & intcsu qui cusso qui in custas cosas aet frodare cosas de 
alcunu in quantitate de eoldos xx. & daue inde in iosso siat condc>»pnfit^>i in 1/- 
br«B^ X. de lanna. & inmendare su dannu. Sas quales. & issu quale da;»pnu si 
infra dies x. daue su die dessa conde;npnatio«e facta assu massain dessu cnnionc. 
& assu mercatante qiii aet auer su dannu non aet auer pagatu. siat frustatu per 
issa terra de Sass«ri. Et per neunu tenipus in cussa terra nen in su districtu non 
doppiat istare. reciuende sacramentu dauesse qui gasi deppiat" obsez-naro. Et <\ui 
aet frodare cosas do alcunu in quantitate de Boldos. e. & daue indo in iosso in- 
fina a XX. siat condonpnatu daue sa potestate in l/broa x. fina a xx. ad arbitriu 
dessa potestate & inmendare su dannu. Sa quale conden/pnatio?(e & danipnu si 



1 T. benner ^ T. tener ^ T. tmhlica * T. solempnes ^ T. 2}>-o « T. 
connas ^ T. pagatore ^ T. soddos] ma è chiarissimo nel cod. il solito lùs. 
» T. depiat. 

Archivio glottol. ital., XIII. 8 



34 Guarnerìo, 

infra x. dies non aet pacare Beclietsoli Ba inauu dextra. Et qui aet frodare sas 
cosas de alcuuu daue eoldos. e. in eusu siat infurcatu per issa gula si qui mor- 
giat hi cussu locu & co?itrata in su quale [27r.] su frodu aet esser factu. Et issos 
pagatores decusse ad pacare su daiinu sa potestate co;istringat. Et si gotalea 
malcfactores auer no^t saen poter per puuirelos personalmente isbandansi daue 
Sassari & dessu distrìctu. pone»de in cussu bandu si alcunu te;np(^s aen benne '■ 
in fortha dessu cumone deppian patire sa dieta pena. Et ecusso qìd sensa sacra- 
mentu & pagaria carru cnm cosas et mercatantias aet tractare. ouer tractare aet 
faclier siat condcwpnatu daue sa potestate in- Kbras. iii. de lanua^ mandando 
innanti su bandu per issa terra de Sassari daue parte dessa potestate. qui qa.- 
scatunu qui carru tractat & tractare aet boler. ad iuraro et adare pagaria uen- 
giat daue ^ nanti dessa potestate infra su tewpus dauessc ordinatu. 

De mendare eos cauallos mortos. 
LXXV, Cvssos q«i aeu cauallos ad posta prossu eumene si in alcunu ser- 
uithu o prò alcunu seruithu dessu eumene aen morre* sos dictos cauallos ouer 
saen guastare, mendensi dessos benes dessu eumene ciò est dessas condenipna- 
tiones dessas quales si assignet assu sengnore ^ dessu cauallu fina assu extimu 
dessu cauallu mortu. Sa quale conde?npnatione su massaia dessu eumene goUire 
deppiat ". et issa dieta mendia se fathat in sas àictas condenipnationes intra me- 
ses II. daue su die dessa adpresentatione dessu corgiu dessu cauallu morta, ouer 
qui aet esser factu ad Ì8q«</ro assa po^eòtate. et assu priore dessos antianos. et ad 
duos antianos. Et si sa mendia. f«c/a non aet esser infra su dictu termen. cusso 
cuiu est su cauallu non siat constrictu ^ daue sa potestate ouer daue su eumene 
ad con«porare atteru cauallu i;ifina ad ^ tanta qui sa dic^a mendia se fathat. Non 
intendendo qui siat seruithu de eumene qnm cauallu de posta aet andare ad 
silua. ouer ad iw^bassiata alcuna dessa quale su inibassiatore appat salaria daue 
Bu eumene. Et ^ quando saen ponner sos cauallos ouer posta saet facher iscriuat 
se per issa notaiu dessos sindicos dessu cumor'e de Sassari su quale est salariatu 
daue su eumene. & nessiunu prethu de leuet prò iscriuer. Et quando su corgiu 
dessu cauallu mortu saet presentare, su dictu notaiu non de leuet alcunu prethu 
prò iscrnierlu nen etiamdeu su priore dessos antianos ouer alcunu antianu leuet 
prethu alcunu prò uider ouer prò iscriuer facher cussu. Et qui cantra aet facher 
pachet assu eumene, gascatuna uolta soldos xx. de lamia. 

[27v.] Dessu bestiamen mortu in vingnas & auros. 
LXXVI. Si alcunu bestiamen in alcuna uingna ortu ouer auru cannetu ouer 
ter/-a sua lauorata & operata aet occhider ouer ferro ^'' isse ouer atter de paraula 
sua et prò custa casione aet esser accusatu non desiat per ciò " conden/pnatu daue 
8a potestate saluu sì contra cusso qui aet ferre ^"^ se prouaret legitimamente cussu 
bestiamen auer feritu foras de uingna ortu cannetu. auru ouer terra sua. Et ecu- 
etas cosas non se intendan dessos cauallos ouer ebbas qui aen auer frena in 
bucca ouer sella adossu. Et in una hora neunu pothat occhier plus de vnu anì- 
ììiaÌQ grussu. si comente est boe vacca, cauallu. ebba. et asinu. Et dessu minutu. 
si comente est porcu berbeche et capra, gasi masclos quale & femina pothat oc- 
chier infina a. vi. Et unu de cussos leuare si aet boler. Et ecustas cosas facher 



^ T. benner ^ de lamia è cancellato con due lineette orizzontali. ■''manca 

al T, * T. moì-rer ^ T. segnare ^ T. deiiiat ^ T. casfrictu ^ T. a 

" Di qui alla fine del capitolo, s'occupa il margine appiè di pagina. " T. fer- 
rer " T. zio 



Gli Statuti della Repubblica Bassarese. 85 

pothat cnm qualu?!qua* arma aet boler & poter. Et si sa uingna ouer ea terra 
ouer su ortu aet esser arrenatu pothat facher secundu sa forma dessa carta sua. 
Et ecustas cosas ^ascatunu facher pothat. no» solamente in vinpna ortu auru &, 
terra sua propria, ma etia;«dcu hi sas attcras qi/i aet auer ad feu ouer pesio^e. 
ouer qui prò sua aet tenner. et posseder. Custu saluu & prouistu iiui in saltu 
ouer terra uaca»te ueunu pothat occhier si no» vnu bcstiamr» minutu prr uia 
prò machcllu, et icuesu leuaronde si aet boler. Et dessu bcstiamen grussu i« su 
pastu ouer terra uacantc. neunu pothat occhier. 

De no» occhier culuj»bo8. 

LXXVII. Neuna pé-rsone deppiat hi Sassari ne» in su districtu. culu>»bu do- 
mestica agenu occhier ad istudiu ouer tenner. Et sicussu ten»eret silu lasset. Et 
qìii co»tra aet facher siat co»de»;pnatu daue sa potestate prò oascatunu culuf^bu 
cascatuna uolta soldos. x. de Ian»a. Sa mcsitate dessu bandu siat dessu cumo»e. 
et issa attera de6[28r.]8u accusatore, et siat tentu secretu. Et pagbet ad presente. 
Et siat crettitu su iuratu de iustithia sensa Bacrame?jtu. et issoe atteros cum sa- 
cramenta. 

Dessu bestiame» qui so deuet batture ad sa logia. 

LXXVIII. Sv bestiamen su quale i» Sassr/ri et i» su districtu fuit ouer so 
perdet cusso ad chen aet ben»e ^ ad manos cussa die ouer sattera sequente i» 
sa quale laet accattare battiat ilu assa colenda ouer pilastru desea logia deesu 
cnmo»e de Sassari, et i» cussa lu lighet et lasset istare. Et qui centra aet fa- 
cher siat co»de»ipnatu i» l/br«8. v. de Ian?/f/. et i»torrare ea bestia. Et ciò sa 
potestate fathat bandire i» sa i«trata dessu regime»tu suo. 

Dessos dan»08 q«/ se fachen i» sas demos 
dessas vingnas. 
LXXIX. Toctu 608 dannos sos quales saen facher i» sas domoa dessas uin- 
gnas ortos & molinos. Et i» sas massaritias & benes qui esseren !// cussas demos 
sas quales sun i»fra sas co»fine8 do Sassf^ri. ciò est i»fra sa iscolca de Saser/ri 
per manu de ho»/i»e o de focu. astcris ei cussos da;»pnos se fachcren per ecussos 
qui esseren receptatos et habitaren in cussas demos sian me»dato8 per issu cu- 
mo»e de Sassari i»fra unu mese daue cho aet CBBt'r facta sa dcnu»tia. iurandc 
casse ^ qui aet auer appitu su danna dessa quantitate dessu dan»u ad isso faetu. 
Et ciò no» se i»tendat dessas domos sas quales sun i» sas villas de bosoe, mu- 
rusas Innouiu. Chitarone. Silchi. & Clou, nen dessas domos sas quales eun ad 
prope dessos muros de Sassari, per. l. can»as. ad ea can»a de palmos. x. no» 
se i>itendat etia»/deu qui se me»det auru ouer arghentu. ne» de domos do ortos 
sas quales san ad prope de Sassari, nen de co»cia8 se fathat mc»dia per iseu 
eumene. Et si tale malefactore i« sa fortha dessu cumo»e aet ben»e - eiat pu- 
nitu si come»te i» sos capitulos se co»tenet. Et si ad alcuna do Sassari gotalc 
danna factu esseret i» benes suos do roma»gna et do flu[28v.]me»argiu sian 
tentos cussos dessa villa, ouer iscolcha i» sa quale su danuu esseret facia ad 
ecusse de Sassan. cubsu da»ipnu prouare i»fra su te/»pu8 dessu brcuo su quale 
de ciò fauellat su quale i»comi»rat Maiores «Sccs. lurando su diclu sassarcsu 
dessa quantitate dessu dan»u ad isso factu i» attera guisa passatu* su tewpi/s 
sos iuratos de cussa iscolca. sian tentos do mc»darelu. Et ad cxtimarc om»itt 
dan»u qui saet facher ad bob ho»a»e8 do Sassari 1» roraaugna et i» Uumonargiu 



T. qualunque - T. òenuer ' T. cussu * T. j^assaut 



36 Guarnerio, 

in qualunqi^a possessione, vaian cluos iuratos de Sassari, et unu de roma^^gna. ciò 
est de cuesa iscolca m sa quale su da?»pnu aet esse*- factu. et gasi in benes mo- 
biles quale et ^ in istabiles. Saluu si prò minus ispendiu. cusse aclien ait esso- 
factu su dannu boleret ad pretliare cuiti iuratos de cusea iscolca qui siat in 
balia sua. 

Dessa carra. et dessn dirictu de coesa. 
LXXX. Est ordinatu qui qualunqua^ aet uender tridicu. orgiu. faua. basolu. 
cuer atteru legumen in sa platha pachet pressa carra prò gascatunu vasevi ài- 
nari. I. et qui aet bender in grussu intro de Sass«ri ouer foras et aet mesurare 
cuHt sa carra dessu eumene sendeui su mesurato/'e dessu eumene ad mesurare 
paghet %oldos un. de lan«« prò centenaiu de vaseria. Et si non baet esser su 
mesuratore dessu eumene ad mesurare eoìdos. ii. per centenaiu de vaseris. Et 
ecussos qui aen. iridicu «& ovgiu de lauorgiu issoro. potban cussu uewder sensa 
pagare alcuna cosa prò carra. Saluu si carra dessu eumene aen boler auer pa- 
ghen soldos n. per ^ gascatunu centenaiu de R«ser/s gasi intro quale et foras. Et 
qui cowtra aet facher siat conde/npnatu daue sa potestate in eoldos xx. de lamia. 
dessu quale bandu sa terga parte siat dessu accusatore et issas duas dessu eu- 
mene. Et ecusse qui aet esser mesuratore deppiat mesurare in gotale modu ciò 
est qui su fusto de raer tangat * su ferru & quantu aet poter radat si qui non 
romangiat su ferru cope>'tu. Et ciò siat tentu [29r.] iurare su mes^<ratore. Et qui 
contra aet facher siat condewipnatu daue sa potestate in eoldos x. de lanua. 
dessu quale bandu sa mesitate siat dessu eumene et issa attera dessu acc«<satore 
& paghet ad presente. Et si pacare non aet poter su mes«ratore. pacbet su 
co;nporatore dessu offitiu dessa carra. Et cascatunu potbat accusare. Et assu 
hondne de consiQu siat crettitu in su sacramentu qui aet factu. et issos atteros 
iurande daue nouu .*. 

Qui gascatunu potbat ponner boes in vingna sua. 
LXXXI. In vingna sua ortu et locu suo. cascatunu potbat mitter et ponner 
boes suos. et atteros qui aet boler. et omnia bestiamen. & ecussos in cussu locu 
tenner gasi propascber quale & prò lauorare et boluntate sua. 

Dessa via qui deuen facher bos carratores. 
LXXXII. Sos carratores et qui carru iuchen deppian andare quando baen ad 
portu de turres et torrare per ised uia derecta ciò est per issa uia malore de 
piechinas. de inuouiu. & octauu. et uadu de ponte, et petras de meiatorgiu. Et 
andando ad gennanu per issa uia de kerq«//. & per uia de portu. ad pena de 
soldos. XL. de lanua. quantas uias ait esser contrafactu. Dessu quale bandu sa 
mesitate siat dessu eumene, et issa attera dessu accusatore. Et ad cascatunu se 
credat iurande daue nouu. Saluu si prò ^ alcunu accidente assa potestate & assu 
consigu malore parreret de facher attera uia qtii tando se fatbat cussu qui in 
su consicu predictu sendaet ordinare. 

Dessas feminas qui uaen filande per issa via. 
LXXXm. ÌNTeuna femina andando per issa uia nen uendende alcuna cosa 
mandicatorgia filet. ad pena de sohìos. ii. de lanua. Dessu quale bandu sa me- 
sitate siat dessu eumene, et issa attera dessu accusatore, et siat tentu secretu et 
pachet ad presente, et siat crettitu cascatunu [29v.] de consigu sensa sacramentu. 
Et issos atteros cum sacramentu. 



1 T. et istahiles 2 t_ qualunque ^ T. prò * T. tengat 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 37 

De me«dare sos breues. 
LXXXniI. Sa potestate qui est & prò ^ teniims aet esse;*, depplat tros meses 
limanti [dessa essita-] dessu regime«tu suo facher clamare mendatores de breues 
in su co/isigu malore. Sos quales clamatos sa potestate co«Btrìngat ^ ad me«dare 
Bos breues. si qui uì sa essita dessu Tegìmentu suo sos breues sian tottu mexdatos. 
Ad ciò qui sa potestate qui aet ben«er successore suo in sa i/itrata dessu regi- 
meiitn suo pothat sos capitulos iurare. Et ccussos siat tentu do iurare ìii sa la- 
trata dessu regime;2tu suo. 

De non terrafìnare alcunu. 
LXXXV. Neunn sassaresu se pothat cacare neu deppiat de Sassari ad terra- 
fìnare prò ^ alcunu excessu in alcunu modu. uen issa potestate alcunu de Sassaz-i 
mandare pothat foras dessa tevra prò torrafine .*. 

De non torrare su prestitu f«c^u assu cumo^o 
ad tew/pus de pisanos. 
LXXXVI. Alcuna mendia daue corno i»nanti non si fathat ad alcunu bur- 
ghesi de Sassari nen ad alcuna persone dalcuna prpstanthia* facta assu cumoue 
de Sassari, ad tewpus dessos capitanios^ uen etia?>ideu i«nanti fina assa prima 
potestate de ienua ^. nen p^-r alcunu modu alcunu de ciò appat pacame^tu ouer 
satisfachime/itu. 

Dessos isbanditos. 
LXXXYn. Pro neunu excessu sos benes de alcunu isbanditu de Sassari di- 
Bfacher se pothan ouer suchiaro ma cussos benes se apropion^ assu cumone de 
Sassari secujidu sa qualitate dessu malefitiu. 

Qui neuna persone pothat esser in sa elcctio«e 
saluu sos electores. 
LXXXYIII. Quando alcunu offitiale dessu cumone de Sassari saet elier. neunu 
personaleme«te^ pothat esser in sa electiono quale si siat su offitiu saluu solame/ite 
60S electores. Et si in atteru modu se facheret tale clectìo«e non baoat. Saluu 
quando sos [30r.] antianos saen elier. Et issos atteros offitiales sos quales i>er 
ecussos antianos se fachen in sa essita isserò. 

Qui sos offitiales fathan iscriuer sos co«tra fachentes. 
LXXXIX. Tottu sos offitiales et ^ascatunu dessos qui aen auer offitiu alcunu 
i« Bas6a?-i & in su districtu dessu quale offitiu parte alcuna dessu bandu ouer 
dessa tentura se acq!;/stet assu cumone sian tentos sos qui aen facher co«tra. 
facher iscrmer ad presente qui los aen accattare co;/tra fachende i;; sos actos 
dessu eumene per issu notaiu dessos sindicoe. et fathat si decussas accusas libru 
per se. Et siat tentu su notaiu de douerlos iscriuer. Et cascatunu offitiale etia;»dcu 
in unu libru suo iscriuat ouer iscriuer fathat. Et cu»/ cussu libru cussos officialcs" 
eian tentos de facher rathone dessu offitiu isserò assos sindicos dessu cumone de 
Sassari, una uolta ^^ in cascatunu antianatu. Et qui co»tra aet facher pachet assu 
cumo»e lihfas. v. de Ian»a. ^ascatuna uolta. Dessu quala bandu sa quinta parte 
siat dessu accusatore, et issu atteru " dessu cumone. et siat tentu eocrotu. Et in 



* T. per 2 necessario queste duo parole, dimenticate dall' amanuense. ^ T. 
costringat *T. prestantia '-> T. capita nos '^ T.Jan uà ' T. opprojjrien 
* T. personalmente ° T. offitiales '" laia uolta manca al T. " Cosi il 

Cod.: issa atteru, che il T. corregge issa attera. 



38 Guarnorio, 

custos offitios non si ^ i«tendat su offitiu dessa massaria de roma^gna. nen dessos 
portora?-gios prossa alga. Et quando custos officiales aen iurare su offitiu isserò 
su notaiu dessu cumone ad issos custu capitulu siat tentu de leier. 

Qui sa alga se iectet in certos locos. 
LXXXX. Sa alga ouer letamen se iectet per omnia persone ì/i sos locos ìn- 
frascr/ptos ciò est cussas persones qui aen benne - per issa porta de capu de 
uilla ietten sa alga & issu letamen supra sos ortos dessu cumone. et de uifew^be 
de Iella daue (^ascatunu latus. lassando sa uia larga ad lenca dessos muros desso& 
ortos. Et ultra sa uia deppian lassare larga daue cascatunu latus palmos xxx. 
ad ciò qui sa uia non se iwjpacet. [30v.] Et ecussas persones sas quales^ aen 
andare per issa porta de Gurusele iecten sa alga et issu letamen. supra sa ualle 
dessos heredes do vgolinu romenaiu. ciò est in sa terra dessu cumone. Et ecussas 
persones qui aen andare per issa porta de eancfa blasiu et de vtberi iecten sa 
alga et issu letamen in sa terra dessu cumoy^e sa quale est sutta sa uia per issa 
quale se uaet assa desia de semema maria dessos frates ^ minores essinde daue sa 
porta de Bonetu flasiu. Et in sos dictos locos per issu priore dessos antianos cun* 
alquantos^ antianos se pongnat grucbe ouer signale. Et qui centra aet facber 
paghet per^ ^ascatunu istergiu. et pe/-*^ cascatunu uarriu de asinu AÌ7iaTìs. mi. 
gascatuna uolta. Sa mesitate dessu bandu siat dessu cumone. et issa attera dessos 
portorargios. Et issos portorargios sian tentos de facher ^ obseruare sas djc^as cosas 
in attera guisa sos portorargios ad ispesa isserò deppian obseruare su qui est 
naratu. ciò es^ Qascatunu portorargiu in cussu locu in su quale istat. 

Qui sas cosas qui se venden sian pinnes dessu qui 
laet venditu. 
XCI. Qvando saet faclier uendita alcuna de alcuna cosa mobile ouer insta- 
bile, et issu prethu nen se pachet ad presente ma se uendat ad termen. & ciò 
aet apparre^ per iscriptura plubica^ de notaiu. in fina ad tantu qui assu reci- 
uitore ouer uenditore aet esser pagatu dessa cosa uendita. non se potbat nen 
deppiat molestare in cussa cosa uendita per isso per alcunu assu quale esseret 
ìjmanti su cowporatore decussa cosa obligatu. ma semper sa dieta cosa siat pro- 
priu piunos decusse qui laet uendita. Et quantu est in cussa cosa siat plus forte 
in ratbone in fina a tantu qxi aet esser ad isse integramente satisfactu dessu 
prethu de cussa cesa. 

Dessos qui battun ^'^ sas telas & issu albacbe. 
XCII. Sian tentos tottu sos qui battun telas cannauacu & albacbe uender sas 
telas et issu cannauacu in seltes siqn* cascatuna tela per se [31r.] uider se po- 
that. et issu aluache se uendat ad falda " & non ad ballone. Et issos conjpora- 
tores^^ in custu modu sian tentos de cojnporare. Et qui centra aet facber pachet 
assu cumone cascatuna uolta soMos xx. de lamia per*^ cascatunu fardellu de 
telas ouer cannauaQu. Et de cascatunu ballone de aluache ^oldos. x. de lanua. 
Et paghet gasi su uenditore. quale et issu co?nporatore. Et niente minns ad 
bender & a ^^ confporare in custu modu sian tentos. Et gascatunu pothat accusare. 
& issa accusa prouare. Et appat su accusatore sa mesitate dessu bandu et siat 
tentu secretu. 



^ T. se 2 T. òenner ^ sas quales, nen qui, come il T. * T. fratres 

^ T. aliquantos ^ T. prò ^ manca al T. * T. apparrcr ^ T. publica 

1" T. batten " T. ralda ^^ Et issos comporatores si ripete per isbaglio nel 
cod. ^^ manca al T. 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 39 

Qui vnu notaiu de Sassori se eliat Qascatunu annu. 
xeni. Eliat 8i per issos antianos & sindicos dessu cumo«e do Sassari ^asca- 
tunu annu vnu notaiu de Sassari ad iscriuer sas iwtratas & essitas dessu cumone. 
Et atteras cosas qui se laen cuwjandare per issu consi^u maiore & pe>- issos sin- 
dicos dessu cumone. Si & hi tale guisa q;(/ qui uaet esser clamatu siat natiuu de 
Sassari ipse ouer su patre suo ouer sa marna * sua. Et issos clamatores iuren ad 
8«»c^a Dei eua«gelia de nouu clamare cusso qui credan plus legale & suffitionte 
ad ecussu offitiu. Et si in atteru modu esseret - clamatu saluu cornette est na- 
ratu. non bacai sa electione. Et si alcunu cap?Y»lu est centra custu. siat cassu & 
ecustu se obseruet. Su quale notaiu & issu massaiu dessu cumone. ad presente 
factas sas condewpnationes et issos isbandimentos in su parlamentu. deppian 
auer copia de cussos. et similliante copia sos sindicos dessu d«c/u cumone. Et 
appat su notaiu prò salariu suo daue su eumene 1/bras xxxv. de lanna. su annu. 
Et si muccubellu alcunu leuaret daue alcuna persone in su offitiu suo. ouer dessos 
benes dessu cumone ultra su feu. pachet assu cumone dessu unu^. x. & perdat 
su offitiu. Et qui aet esser unu annu nota/n uacbet daue cussu offitiu duos annos 
proxiwos qui aen benner. 

[31v.] Qui ad neunu offitiale ouer ad attera persone 
se fatbat prouisione saluu in ecustu modu. 
XCini. Ad neunu offitiale dessu eumene de Sassari, se fathat prouisione assu 
quale certu feu non aet esser assignatu. fina ad tantu qui aet esser foras dessu 
offitiu. Et rathone aet auer factu decussu. Et quando alcunu aet seruire assu 
cumone de Sassari, pongnaraus qui non siat offitiu ordinatu. do cussu seruithu 
prouider non si potbat. saluu p«- issa potestate sindicos et antianos dessu cu- 
mone. ouer maiore parte decussos. Et acben aet esse)- assignatu salariu in su 
offitiu alcuna prouisione facher non se potbat decussu. 

Qui sa potestate non potbat dimandare sergentes. 
XCV. Sergentes ouer masnata sa potestate do Sassari qui est et prò tenjpus 
aet esser non potbat nen* deppiat dimandare daue su cumone de Sassari, ne» 
alcunu potbat in consicu priuatu ouer palesi narro ^ qui se det altra sa masnata 
sa quale deuet auer secnndu*^ sa conuentione ^. Et qui contra aet facber pacbet 
assu eumene 1/bras. e. de lanna. Saluu prò alcunu accidente bisongniuile. et 
tando potbat cussu mitter innanti assos antianos. et siaet parrò ^ ad sos antianos 
mittat si ad consicu. Et ciò qn; su consi<;u daet boler. se fatbat. 

Qui neuna femina baiat ad sos mortos. 
XCVI. Ordinamus qui neuna femina de Sassari non de atteruc. andare dep- 
Tiiat in Sassari non foras assa desia de sanerà maria dessos fratrea minores do 
Sassari infactu de alcunu mortu. non daue sa desia essat ^ ad su munimentu. nen 
in cussa desia in sa quale aet esser su corpus raunaro *" se deppian. si qnj dauo 
cussa uengnan assa domo daue sa quale su corpus est andatu. Et si alcuna contra 
aet facber pacbet assu cumone eoldos xx. Dessu quale bandu sa mositato siat 
dessu cumone et issa attera dessu accusatore, et siat tcntu sccretu. Et ad casca- 
tunu [32r.] de consigu se credat in su sacramontu qui aet factu. 



'T. matre ^T. asseref » Erroneam. il T.: lìessu smu X... cbe non lia 
seneo. •* nen deppiat ... de Sassari manca al T. * T. naner "^ T. seuandu 
^T. convenzione ^T. parrer ^T. assai ^'^T. vaunarc 



40 Guarnerio, 

Qui SOS clamatores dessos offitialee iurcn. 
XCVII. Qvando electione eaet facher dalcunu offitiale per qualujiqua per- 
BoneB ^ iuren sos clamatores de nouu ad Banda Dei euawfi^elia non clamare in 
CU8SU offitiu alcunu dessa quale aet esser precatu per isse ^ ouer de atter qui 
aet precare, prosse. Si qui sa co»8Ìe»tia sua credat qui cusse qui precat precat 
prò cusse qni se cheret clamatu. & qui noti se fathafc amalithia. Et ecustu ca- 
pitulu se leiat in gascatuna electione. Et ecustu sacramentu se fathat in cussu 
locu in su quale sa electione se fachet. 

Qui neunu so vochet de possessione sensa esser litigatu. 
XCVIII. QvalujKjua persone ad nume» ^ suo aet posseder alcuna cosa ouer 
possessione de cussa possessione ouer cosa non siat bocatu. si i«nanti non est 
litigatu et vincMtu * seconda sos cap?Yidos et usansas de sa terra de Sassari. Et 
si alcunu aet intrare in alcuna possessione ouer cosa sa quale attera persone 
prò sua tengnat. et siat inde in possessione, sensa lu^ litigare et bincher. et 
ecusse qui aet esser iniuriatu de ciò accusa aet facher. siat condewipnatu daue 
sa potestate cusse qni aet facher sa iniuria in sa sexta parte dessu ualimentu 
dessa cosa pred/cia extimata per duos bonos ho^nines mandatos per issa pote- 
state. remanende semper firmu su possessore in sa possessione sua. 

Dessa electione dessos antianos. 
XCIX. In perciò qn* multas discordias & malas uoluntates naschian et arun 
poter nascher daue corno innanti Inter issos howines de Sassari prossa clama- 
tura dessos antianos. prò bonu et pacifica dessa terra de Sassari per ecustu ca- 
PìYhIu ordinamus qui sos antianos dessu eumene de Sassari qtn daue corno in- 
nanti saen clamare, se clamen in custu modu. qui neunu pothat esser antianu 
qui non siat dessu consigu malore. Et iscriuansi [32v.] tottu sos dessu consicu in 
pulicas. et issas pulisas se pongnan in mi bursottos. ciò osi tottu soa dessu ^ unu 
quarteri in unu bursottu. et issas àictm pulisas se sigilleu deseu sigillu dessu 
eumene et accumandensi sos dictos bursottos sigillatos assu guardianu dessos 
fra^res minores de sanerà maria de Sassari, et in sa essita de gascatunu antia- 
natu in su consigu malore se mandet prossu guardianu predictu et bathat inde 
808 dictos. ini. bursottos. Et issu guardianu mischiet sas pulisas dessu bursottu 
& de gascatunu bochet pulisas ira. sas quales ad isse ad bentura aen benne ^ ad 
manu. Et ecussos qui aen esse/' iscr^ptos in sas dictas pulisas. sian ^ & esser 
deppian antianos duos meses. Et issas pulisas se eechen & frundansi. Et si alcunu 
iscriptu in sas pulisas esseret absente dessa terra, ouer esseret ^ infirmu. si qui su 
offitiu facher non poteret. sa pulisa decusse ^° siat torrata in su bursottu et una 
attera sende " bochet. Et gasi se fathat omnia duos meses. fina a tantu qui aen 
esser sas pulisas clompitas. et ecussas clompitas se fathat daue capu in su modu 
qui est naratu. Et si in unu quarteri esseret plus hoHunes de consigu cha non in su 
atteru de cussu quarteri qui plus inde aet se det ad ecusse qnmdaet minus. siqn? 
sian equales sos bursottos in. su numeru. Et tottu sos dessu consigu malore se 
iscriuau in unu papiru. et pongnansi in unu bursottu. & sigillet si dessu sigillu 
dessu eumene, et accumandet si assu guardianu -preàicta. et non se apergiat 



^T.personas ^T.pro issa •" T. nutum; il cod. ha man, col segno sopra 
Vm, come a e. 63 v. * T. òinchitu; il v- appare di mano più recente, e l'e^ 

precedente è scritto coi caratteri attuali. ^ x. he '^ T. de ' T. betiner 
** manca al T. sian d- esser . . . fino a Et issas pulisas ^ manca al T. ^" T. 
de cussu ^' T. sinde 



Gli Statuti della Repubblica Bassarese, 41 

infina attantu qui eas pulieas acn esser tottu clompitas. et ccussas clompitaa ei 
apergiat. et ecussos q/// aeu ess^r mortos se casseri et issoa atteros se iscriuau 
daue capa hi sas pulisas. Et issa potcstate do Sassc^ri ouer soa antianos. ouer 
alcuna attera cu;« consentimeutu dessu co;ieiga malore ouer sensa. no» potbat 
iscriuer ouer mit[33r]ter hi ^ coxaiga malore, nen alcuna daue nouu esser po- 
tbat hi cuasu fina ad cbo cussos coAisiceris aen esser torratos ad. e. Et quawdo 
aet esser minua numera de. e. mittat si ad su co«aÌQu malore, et ciò qìii aet 
placber ad su co»sÌQu se fatbat. Et ei hi attera moda se facberet non ba^at ne» 
tengnat. Et dessos dictos xvi antianos se clamen per issos duos priorea. ciò est 
una 0H(;àa mese. 

De non i»(paQare sa abba deasos molinos. 

C. Sa abba dessos molinos neuna persone daue su curau suo leuet i«studiale- 
me;«te Ih tottu su districtu de Sassari, saluu prò abbare soa ortos. et ciò daue 
sappatu asaa alba dessu die fina ad lunis ad sa alba desau die. Et qta' coltra 
aet facber & ecustas cosas non aet obseruare siat co«do«ipnatu cascatuna uolta 
hi eoldos. X. de lanua. Et ^ascatunu molinargiu siat tontu de accusare soa qui 
aen coltra facher ciò est (lìii deppiat benner daue nanti dessa potestate. et fa- 
cber sa accusa. Et issa potestate deppiat mandare unu antianu & unu missu ad 
uider. et si sa accusa aet esser uerace hicuntanente pacbet qui at facher coltra. 
Et issa antianu q^iii uaet andare sunu die non bi aaiat aatteru sequcnte. Et appan 
Bu antianu et issu misau prò salaria cornette i;t ea cap/^idu dessos pagamentos 
se contenet. Et baian bob antianos in ea valle de isala et do tanacbe fina abadu 
petrosa de octanu. &t ad mascar. Et (;;ascatuua aunu in ea intrata do niarthu 
iurare eian teutos daue nanti dessa potestate oninia molinargiu de non consentire 
ea abba ad alcunu saluu eas dies ordinatas daue eupra. et de accusai-e sos qui 
aen contra facher. Et issos ortulanos dessa valle de Guruaele deppian elier tres 
partito/*ea de abba dessa d/c/« valle de cussos ortulanos qui istan in cuasa ualle. 
sunu daue [33v.] leuante satteru in mesu. et issu attera daue ponente, et gasi so 
fatbat in sas atteras ualles. Et ocustoa iurcn daue nanti dessa potestate cusaa 
abba co»(partire fidelemente. et fina ad tanta qui aen auor abbatu tottu eoa ortos 
de ponente, non pothan torrare ad abbare eos ortos do leuante. Et neunu contra 
8u parthimentu decustos pothat abbare assa eupraecr/pta pena. Et issa dieta, pena 
tor>-et assu cumone de Saser/ri. Et qui contra aet facher pachet au antianu et 
issa missu. ultra ea condewpnatione. Et neunu pothat abbare vingna ouer can- 
netu in eas dictas ualles. Et ei alcunu aet boler ponner ortu in l)ingna. cussu 
abbet ad istergia. et ^ non giret su riuu. Et ecustas cosas se intendan dessae abbna 
eas quales curren ad molinos in sos quales assai gente aon iurisdictione ^ Et qui 
aet leuarc ea abba [contra] ea forma dessu dieta [caY)ifu]n pacbet sa condcnjpna- 
[tione] contenta in eu dictu capi[tulu] et ultra eiat tentu [paga]re eu danipnu su 
qaa[le a]on auatenner eos moli[nar]gio8. ad arbitriu de[6eo]s iuratoa eoe quales 
[sa po]testato baet boler [man]dare inspecta* ea quali[tate] dessu molinu ouer 
[su dampnu] "'. 

Do non batturo vinu daue terra manna. 

[CI ".] Alcuna persone ad ea terra do Sassari ouer eu districtu non battiat non 
batturo fatbat uinu nata foras dessa isula de sardigna ad pena de \ihraa trcs oa- 



^T.insH -e< manca al T. 3(pest'„i{;imo periodo è un'aggiunta al mar- 
gine sinistro, della stessa mano, corno le già notate. ' T. inaiidare et isjiectti 
^Dopo ower era qualche altra parola, forse su ttatupììu, come suppone il Tola, 
ma nulla più se ne legge. ° manca al cod. questo numero. 



42 Guarnerio, 

scatunu -varriu de mesura ^. Et do minore quantitate et de maiore pachet Beciaidxx 
6U dictu modu. Et p«*dat su uinu et issu uaeellu iìi su quale aet esser. Et ecuese 
do clien aet esso* su carni et issos boes. su cauallu ouer asinu pc/-dan cussos. et 
ad EU eumene se adpropien. asteris hi flaecu. Dessu quale bandu sa teroa parte 
eiat dessu accusatore, et issa attera dessu cumo«e. 

Qui no;i si prouet cuhi destimo«g:no8 coltra carta. 
CU. In gascatuna questione in sa quale cusse qui demandat prouet su inten- 
dime/itu suo -per carta plubica - ouer isc;-i''ptura plubica -. cusse qui respondet 
contra sa dieta dimanda ouer i;(te«tio«e prouare no;i pothat si no7i per simile 
p/-oua ciò est pf>' iscr/ptura plubica '^ de notaiu. 

f3-lr.] Dessos pacatores. 
CHI. Qvando alcunu aet esser pagatore prò alcuna quantitate de dinarìs ouer 
prò alcuna cosa no/j se pothat co»tra su pacatore dimandare si su pagatore aet 
poter mustrare ad su creditore in Sassrtri. ouer su districtu dessos benes expe- 
ditos dessu deppitore qui uasten ad satisfachimentu dessu deppitu. ouer decussu 
dunde aet esser ^ lite. Et si mustrare non aet poter su pagatore ad su reciuitore 
dessos benes ispacatoa si coniente est naratu. siat tentu su pacatore pacare ad 
ecuBse qui deuet reciuer. Et si per alcunu te/npus su creditore esseret litigatu. 
Bupra cussa cosa dessu deppitore sa quale su pagatore aet auer illustrata prò 
expedita assu creditore eiat tentu su pagatore de defender sa pred/c^a cosa. Et 
si aet morre* su deppitore. et issu pagatore aet mustrare ad su creditore dessos 
benes ispagatos dessu deppitore mortu. & issas heredes dessu deppitore saen 
ponner ad corona, non pero cussos benes se intendan i.spaoatos. Xon intendendo 
custu qui est naratu auer locu in sos deppitos ouer factos qui tocchon assu eu- 
mene de Sassari ma su cumone dimandare pothat contra chcn aet boler. nen 
etiam deu su àictu capitulu nocchiat ad sos deppitos factos ad edomo ^ 

Dessas dotas. 
Cini. Ordinamus qui. cascatuna persone sa quale aet coiuuare ad dota, et in 
sa carta non saet ponner eu ante factu qui si deppiat intender prò ante factu 
sa terga parte de cussu su quale sa dota aet esser et ciò quando sa dota aet 
esser de b"bras ccc et daue inde in iosso ''. Et daue inde in susu se intendat su 
antefactu de hlìre/s e et non plus. Et si sas partes aeu boler declarare in sa 
carta sa quantitate manna ouer piginna. ouer pe/- ' pactu aen narrer. qid non 
se intendat ante factu. cussu se obseruet. dessu quale sas partes concordes aen 
esser. Et si aet [34v.] morre * innanti su maritu chi sa mucbere badangne ^ sa 
mugere i/itegramente su ante factu in sos benes dessu maritu et appat ad pus 
morte dessu maritu in sos benes suos. sa dota et issu antefactu. ofigos qui uappat 
non infra vnu annu ijroximu qui aet benne ^ daue su die desea morte dessu 
maritu. Et in custu mesu appat sa niugere sos alimentos cunueniuiles in sos benes 
dessu maritu in fina ad tantu qui ad issa aet esse>- satisfactu. Et ciò si infra 
cussu tenipus aet facher uita uiduale. in attera guisa perdat sos alimentos daundc 
aet coiuuare. Et si sa muchere innanti dessu maritu suo aet morrer cuni figos 
ouer figu. o sensa. appat su maritu dessa dota quantu est su aniefactu. Et si aet 
ad diuenner qj«" sa mugere ouer attor pressa det in dota alcuna possessione ouer 
possessionos. neuna persone pothat auer in ecussa possessione ouer possessiones 



^ T. misura 2 ^ ^niòlica ^ T. aet est esser * T. morrer ° T. corregge 
ecomo ^ T. iosso\ il foglio è lacerato e rimane solo daue... sso, e sopra vi è scritto 
da mano posteriore iìtde jn giosso. ^ T. prò ® T. hmìangnet " T. benner 



Gli Statuti della Eepubblica eaesaroee. 43 

gasi boua rathone quale et issa, ouer heredes suos. noli nochende deppito8 ouer 
rathones qui esseren i/nia»ti suo. ouer sas possessio/^es predictas se den extimatas 
ouer non. Et si sa mucere morreret sensa fii^os unu o plus sensa facher testa- 
mi;; tu ouer ultima uoUuitate ea dota et issu antef«c^u suo torrou ad ecusse ouer 
cussos daue su quale ouer quales cuesa dota exiuit. Et si cussos no?i sun biuoa 
torret ad ecussos ad sos quales de rathone aet deuer. ciò es^ ad sos plus propin- 
quos daue cussu ramu ouer genia daue sa quale cussa dota essita * [aet esser.] 
Et si fi^os ouer fÌQas aet lassare unu ouer plus, et aen morre ^ i»nanti qui sian 
de etate legitima. ouer sensa testamc^^tu roma;;gnan ad ecussos plus propinquoe 
q(a' aet deuer de rathone daue cussu ramu daunde cussa dota essivit .'. 

[35r.] Qui sa mucere no;j fathat testame»tu scusa rincherre ^ 
su patre. 
CY. Qvalunqua femina aet boler facher testame;itu. ouer appat maritu ouer 
no», siat tenta de rincherre ^ su patre qui deppiat esser presente ad uider * facher 
su testame/itu. Et si patre uiuu no» aet auer. ouer esserci in locu ìu su quale no?i 
bi poteret esser, siat tenta de rincherre^ duos sos plus propinquos parentes qui 
esser ui pothan. Et si sa femina no» aueret parentes qui li toccaren fini in tersu 
gradu 608 quales auer non se poteren. deppiat richerre^ duos uichinos suos. Et 
si in atteru modu se facheret. su testamentu non ba^at. et gotale rinchesta se 
fathat per carta plubica". Et si in custu modu rinchestos aen esser et nou bi 
uoleren benner fathat su testame»tu noli ^ nochende cha non bi arun esser. 

Qui su bestiamen non si accattet de die ouer de nocte in 
bingnas ouer auros. nen de nocte i?(fra custos confines. 
evi. Appitas rawltas deliberatio«es. per ecnstu cap?V»lu ordinamus qui q&- 
Bcatunu per se & per atter qui aet boler pothat hi uigna sua ouer auru & can- 
«etu occhier & lanthare cuin qualunqua arma aet boler. et aet poter unu be- 
stiamen grussu per uia comente est boe. uacca. cauallu. ebba & asinu. si qui su 
cauallu. & ebba sian chena frenu et sella ^. Exceptu cauallu de [pojsta qui oc- 
chider non se de[ppi]at ma pachet su senguore dessu cauallu su d[an]nu factu 
per ecuesu cau[allu] ad su 8acrame;(tu dess[u] sengnore dessa uiug[na] ouer auru. 
Et dessu atteru bestiamen minutu i^fina a sex. bi una via come>ite sun capras 
bebree7(es. & porcos masclos & feminas. Et etiam deu deppiat cusso cuiu acfc 
esser su bestiame» pacare su dannu factu hi sa uingna ortu auru. ouer cannetu 
assu sengnore cuiu aet esser su locu uue. aet esser factu su dannu. et issa ten- 
tura pachet assu eumene. Ancu qui cascatunu presse & p>-o atter qui aet boler 
pothat batture su bestiamen qui aet accattare in su locu suo neeatu ^ assa corte 
dessu eumene. Et siat crettitu su sacrame»tu suo si [35v.] cussu bestiamen aet 
accattare in su locu suo. Et si ad ecusse qui aet batture su bestiamen leuatu 
laet esser per fortha per ecusse qui laet bardare ouer per acter pachet. prò 
cussu excessu cusse qui sa fortha aet facher sokJos xx. de Ian»« per '" cascatuna 
bestia grussa. et pressa gama lihras iir. Et siat crettitu dessa fortha su sacra- 
me;itu de cusse ad chen aet esser facta. Et issu pupilla dessu bestiamen pachet 
su dannu & issa tentura. Et si ad alcuna factu aet esser dannu in bingna sua ortu 



^ corretto posteriormente in essiuif, senza tener conto dello spazio vuoto a 
capo di linea, dove non appajono se non lo traccio di due ss, le quali portano 
a restituire aet esser. ^ T. niorrer ^ T. rincherrcr ■'manca al T. ^ T. 
richcrrer " T. puhlica ' T. non li * il periodo che segue ò un' aggiunta 
al margine destro, della stessa mano, come le già notate. ^corretto poi in 
necadu. ^^ T. prò 



44 Guarnerio, 

auru ouor cannctu ^ per manu de ìioniine. oucr per beetiamon. et ìbsu bestiamen 
non se accattaret iui pothat piaitaro ad chen ait boler. et eclisse assu quale daet 
piaitare doppiai risponder 8umariame;;te Bensa alcuna dilatione. Et si cusso ad 
chen Bu da»(pnu - aet esser factu non aet poter auer prona, pothat ad ecusse 
achen in daet piaitaro dare sacramentu. Sa quale lite mouer deppiat i^;fra unu 
mese daue bu die q«/ aet isq^/re qui eu dannu laet esser factu. Saluu dessos 
dannos qui saen facher in sas demos dessas uingnas. dessos quales se ìntcndat 
bì coniente in su capitulu se contenot. in su quale de ciò fauellat. Et si cusso de 
chen aet esser su bestiamen mortu ouor feritu aet boler prouaro legitimamente 
cussu bestiamen mortu o feritu esse/- foras dessa uingna ortu auru ouor cannetu 
pothat. in attera guisa non de eiat intesu. Et pachet si prò tentura de die do 
^ascatunu beo eoìdos in. dessu cauallu ouer ebba eoldos ii. & prossu asinu d/- 
7iaris XVIII. & proBsa gama soldos xx. Et ecussu capitulu non appai locu foras 
dessa iscolcha do Sassori. ma iui so obseruet sì coniente osi usatu. Et si alcunu 
guardatoro de bestiamen saot accattare in culpa in bob dannos sos quales per 
issu bestiamen saot facher siat tentu infra tres dies proxi«;os pacare aoìdos XX. 
de lan»^. Et si pacare non aet poter istet vnu dio supra sa vLrgongia [36r.]. Et 
neunu boe de carratore non do lauoratore so deppiat accattare de nocte foras 
do uuluare intro do custas confines qui se narran iosso. Et qui centra aet facher 
paghet gascatunu boe de carratore èoldos x. de lant^a. Et issu boe dessu lauo- 
ratore eoldos V. & etiani deu pachen cussos cuios aen esser bob boes bob dannos 
qui saon accattare factos in cussa contrata in sa quale bob boes aen esser ac- 
cattatos cussa nocte. Ciò est si in sa contrata in sa quale su dannu aet esser 
factu sos boes saon accattare cussos pachen su dannu. Et si in sa contrata in 
sa quale su dannu factu aet esser, non saen accattare, pachen cussos boes qìit 
saen accattare in Batterà contrata cussa nocte. Et issos boes qui aen benne' 
daue portu de turres ouer daue atteru locu. et saon accattare infra bob confines 
qui Baon narre * daue iosso iuntos assu carru. si intendan desser in uuluare si & 
in tale guisa qui si alcunu dannu aet esser factu in cussa contrata in sa quale 
608 boes esse;'en adcattatos intro ^ de custas confines. et issu da?mu non se pro- 
uarot. et atteros boes insoltos non seni accattaren. deppian sos dictos boes iuntos 
pacare cussu dannu. Et intondat si nocte dauude sas portas de Sassari eaen cun- 
gnare fina a chi saon aperro ''. Dessu quale bandu sa mositato siat dessu eumene, et 
issa attera dessu accusatore ^. Et gascatunu pothat accusare dessos qui aen facher 
contra. Et siat crettitu su sacramentu suo. Et si dannu alcunu factu aet esser 
intro do custas confines et alcuna accusa facta non aet esser de boes qìii csseren 
in su dictu locu uetatu sa potestate siat tentu q»/rcare & inuestigare quantu aet 
poter cussos boes qui esseren istatos in cussu locu. Sos termenes et issas confines 
intro dessas quales sos boes et issu bestiamen do nocte non se deuet accattare 
6un custos. Daue siscala sa quale si est in su molinu do lauros et daue inde per 
issa uia ^ fina ad [36v.] su fronte de gurusele. et daue inde per issa via de corru 
cherbinu fina ad sa pithurecha ^ dessa vingna qui fuit de marruffu ^^ uenit per 



^veramente parmi che si legga cann ...ni^ ma forse è storpiatura di mano 
posteriore. ^ T. dannu ^ T. henner * T. luirrer ^ T. intra ^ T. aj)er- 
rer '' a questo punto si riferisce un' aggiunta nel margine destro , tanto cor- 
rosa da riuscire afl'atto illeggibile ; forse sfuggita al T., che non ne fa menzione. 
^ manca tiìa al T. ^ T. 2^ìthuì-eccha ^'' T. legge Miaruff'u e propendo a ve- 
dervi abbreviazione di M/ah liuff'u; ma nel cod. è chiaro lìiai-uffu col segno di 
abbreviazione per r sopra Va, come poco sotto si ha maiinu, con lo stesso segno, 
per martinu. 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 45 

issa pithurecca ^ fina ad sa uia, et per issa uia fina ad corte de Bcnicia martinu. 
& daue cussa corto per issa via fina assa fu?itana de cnene. & daue sa fu«tana 
fina ad sa uilla. et daue sa uilla ad sa desia de saiicfa petru de enene. & daue 
i«dc fina ad sa vingna de petru congnu ciò est supra sa uingna. et daue JHde 
assa vingna dessos ficos do Gantnie aliprandu. remanende sas uingnas intro dessas 
co^fines. et daue i«de supra sa vingna q;ui fuit de dorbertu otu. et daue indo 
supra TÌngnas fina ad sancta 8i»;pliclii sende sas vingnas ÌHtro dessas cowfines. 
& daue i^ale supra sas vingnas fina ad sa fu»tana de sarachinella. et- daue ì;k1o 
eupra vingnas fina ad vingna de Gant/ìie. pira do abila. et dauo i^de supra 
vingnas fina ad saclesia. de Banct& Maria de ioscla. et daue i«de supra vingnas 
fina ad sa argiola de sfc?(c^a Caterina, et daue i«de supra vingnas fina ad su nu- 
raclie de annaos. et daue inde assn fronte de latila. et daue i;ide per fronte fina 
assa fu»tana de canache. et daue i;«de fina assa argiola de sancfa petru de silchi 
de usari. et daue i??de supra sa vingna de neri marabocto. et daue i«do ad su 
nuracbe. et daue i;(do assa vingna de nicolosu corsu. et daue indo supra vin- 
gnas fina ad vingna de micbine miaias. et daue i;;de supra vingnas fina ad uia 
de portu, ruclat uia supra uingnas. et baet supra uingnas assa uia dessu molinu 
de sorra. et daue i?«de assa desia de eanctu miali de murusas. et daue i«de fina 
ad sa vingna dessos figos de Qone ganbaldu. si qui sa Aida, uingna siat ìntTO 
dessas co>ifines. Et daue cussa vingna per issa via plubica ^ fina ad su molinu 
de fluridari. et daue inde pe>- fronte de ualle de bosoue su quale e.s^ daue tra- 
niuxtana fina assa iscala des[37r.]su molinu delauros. Ancu qui bebree7«es & ca- 
pras masclos ouer feminas infra sos dictos confines non se accatteu de noeta 
nen in mandra. nen foras de mandra^. Et si alcuna gama saet accattare intro 
dessas dictas confines in mandra oforas pachet soìdos xx. de lant^a. Dessu quale 
bandu sa mesitate siat dessu eumene, et issa attera dessu accusatore. Et ca- 
scatunu potbat accusare si cemento es^ naratu daue supra. Si & in tale guisa 
qui custas cosas non si intendan dessu bestiamen qui benit daue atteras partes 
ì,i casione de ueuderlu in Sassari, si benneret ad tale bora qui non poterei 
intrare in mandra ouer vuluare. Saluu'in su monte de sechiu populare qui 
potbat istare su bestiamen. daue sa intrata de se/nc/u Gauini fina assa intrata 
de marthu. Galu non solamente se uardet in sas confines narrttas daue susu 
per tottu su annu. ma etiawdeu neunu boe se accattet adenocte foras de uul- 
uare daue sa intrata de martbu fina a k«lenf7«s de agustu in tetta sa iscolca 
de Sassari, confinata secnndu su capitulu su quale fauellat dessas confines dessa 
iscolcba sutta cussa pena qui est narata daue supra. Dessu quale bandu sa me- 
sitate siat dessu cumone et issa attera dessu accusatore. Et siat crettitu su ac- 
cusatore assu sacramentu suo si coniente est naratu daue supra. Et issos boes 
qui saen accattare pacben su dannu qui aet esser factu in cussa contrata in sa 
quale aen esser adcattatos. Ancu qui cascatunu potbat su bestiamen qui aet ac- 
cattare in 808 dictos locos centra su dieta, ordinamentu batture assa corte, ouer 
facher inde accusa si laet connoscber de cben siat. Et si cusse qn* aet esser bar- 
datore dessu bestiamen ouer attera persone non aet lassare leuare su bestiamen 
pacbet cemento est naratu daue supra dessa fortba. Et siat crettitu decussa go- 
tale fortba cusse qui cussu bestiamen aet auer accattatu. & ^ appat sa mesitate 
dessu bandu. Et ecussu midesmu'' si obseruet dessu bestiamen accattatu in vin- 



^ T. x>itureccha - T. ed ^ T. pubblica * nen foras de mandra manca 
al T. 5 da questo punto alla fino del capitolo, cbc son le ultime rigbe della 
e. 37r., il testo ò in carattere piìi piccolo, ma della stessa mano. *'T. uiidesimu 



48 Guarnerio, 

gnas oi'toB & can?ieto8 in totta sa iscolca de Sassr/ri co??finata in su cap?V»la 
dessa iecolca ciò est qui cascatunu pothat accusare, et eiat crettitu si come?ite 
est [naratu 'J daue eupra. et pachet. p/-c» tentura ei comf«te daue eupra so con- 
tenet. 

[37v.] Qui nensiunu no» baiat ad vi(;'atorgiu. 

CVII. Neuna persone niasclu nen femina deppiat andare 1» Sassari ouer su 
districtu, ouer alcunu de Sassari et dessu districtu. foras dessu districtu de Sas- 
Eori ad alcuna desia in sa nocte dessa uigilia dessa festa ouer sacra ad ui^are 
ouer istare in cussa. Et qw/ cojitra aet faclier pachet su masclu eoldos xl. & 
issa femina soldos xx. Dessu quale bandu sa mesitate eiat dessu cuxnone. et 
issattera dessu accusatore, et siat teutu secreta, et qiii aet accusare prouet sa 
accusa. Saluu sos co»uersos et pin§oculos sos quales in custu bandu no?; si in- 
tendan. 

Qui duos lio?HÌ«e8 si elian omni annu sup?-a q<a'rcare 
sas furas. 

CYIII. Svpra qj</rcare et prouare tottu sas furas et da;mo8 sos quales saen 
facher in Sassari et in su districtu gasi de bestiame» de qualu?!qua generatio;*e. 
quale et de atteras cosas. claraensi Qascatunu annu per issa potestate sindicos 
et antianos duos bonos & legales bomines de Sassari et ecussas furas et danuos 
i;tuestigato8 los denu»tien ad sa po/estate ad presente, et fathan ilos iscrìuer pe/- 
issu notaiu dessu cumone. et si su malefitiu factu aet esser per alcunu qa? non 
aet esser de Sassari ouer su districtu. et aer non saet personalmej^te ad esser 
punita, sa potesfate i)rocedat supra ciò per ecussa uia sa quale ad isse aet parre ^ 
de co?isigu decussos duos. et de atteros bonos hominem, de Sassari, sos quales 
supra ciò sa potestate aet boler auer. Et siat tentu sa potestate de facber me»- 
dare su dannu ad ecusse <\ni laueret appitu ìusta sa possa sua. in cussu moda 
i\ìù aet poter megus. no» se i»tendende q?r? me»dia se fatbat dessos benes dessu 
cumoue. Sos quales si ui esseren otto electos se potban refirmare si aet pa>Te " 
assa potestate sindicos & antianos. Si & i» tale guisa qui per ecustu capitala, 
non se casset su capiValu qui^ fauellat dessas daturas [38r.] dessos iuratos de ro- 
ma»gna et de * flumenargiu. Et ecustos duos clamatos esser deppian i» gascatuna 
datura dessos iuratos de ronìa»gna et de "* flumenargiu. asteris si alcunu dessos 
csseret i»firmu ouer absente ouer per ^ attera guisa i/npagatu qiU auer no» 
se poterei q»* i» custu casu bastet si sunu uiest. Et fatbansi sas dictas daturas 
daue na»ti dessa potestate. ouer dessu cu»ipagno»e. & no» atterue. Et si aen 
esser in cuncordia sos dictos duos q«j su malefitiu factu siat per alcunu ho»ii»e 
dessos sengnores de foras. sos iuratos no» desian tentos plus, ma ciò se uaiat 
i» cussu modu qui aet parre - assa potestate come»te est naratu supra. Et fa- 
tbat si su precontu dessas daturas dessos dictos iuratos per ^ iscruptiniu. et pro- 
cedat si gasi co»tra su ducono, quale et co»tra su malefactore. Et ecussos qui 
clamatos aen esser sian co»strictos ad facber su ofiitiu. Et ecusse ad cbeu su 
dannu fac^u aet esser siat tentu de facber lu iscriuer i». sos actos dessu cumo»e 
i»fra XV. dies daunde aet isquire qui su dannu li siat factu. 

Qui sas cosas se vendan ad pesa sardiscu. 
CIX. Ciascatuna persone siat tenta gasi masclu quale & femina qui aet bender 
alcuna cosa ad pesu i» Sassari o \n su districtu pesare ad su pesu sardiscu usatu 



^ manca nel cod., ma il senso lo richiede. ^ T. lìarrev ^ T. su quale 
manca al T. '" T. 2^>'0 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 47 

in sa terra de Sassro-i. ciò est ad sa l/bra sardisca gasi grussa quale et subtile. 
Et qui coltra aet facher pacliet ad su cumone soldos xx. Dessu quale bandu sa 
mesitate siat dessu eumene et issa attera dessu accusatore. 

Qui alcunu non pothat esser de co7isìqxx qui non fathat 
sas auarias in Sassari, nen massaiu de romagna qui 
noìi est natu in Sassari. 
ex. Xeuna persone qui no;; appat factu et [non] ' fathat in Sassrtj-i auarias 
reales & personalcs pothat esser dessu consicu malore ouer de atteru de Sassari, 
nen auer pothat alcunu offitiu ouer benefitiu dessu àictn cumone. Et qìd non aet 
esser natu [38v.] in Sassari ipse ouer su patre suo. ouer sa marna sua. no» po- 
that esser massaiu de romangna. 

Qua?ido alcunu foristeri aet morre - in Sassari, cusso in 
domo de chen aet morre - lu uotifichet assa potestate. 
CXI. Deppiat cascatuna persone in domo de chen aet morre - alcunu furi- 
steri. facherlu ad isqn/re ad sa potestate & ad su priore dessos antianos sa morte 
de cusse innanti qui se sutterret. Ad ciò qui sa potestate et issu priore dessos 
antianos Ì8q;</re pothan sos benes dessu mortu. Et si aen accattare su mortu auer 
factu testamentu obseruet si su testamentu suo. Et si testamentu non aet auer 
factu. sa potestate et issu priore pred/c/u cun; duos antianos sos benes de cusse 
deppian ad cumandare ^ per carta puW/ca de notaiu ad alcunu bonu et leale ho- 
ììiine qui cussos saluet & guardet infina ad tantu qui sas heredes dessu mortu 
aen benne * ad recuperare cussos benes. Et si cusse in domo dechen mortu aet 
esser custas cosas non aet denuntiare. siat condew/pnatu in ìihrae. x. de lanwo. 
Et ultra ad torrare tottu cussos benes dessu mortu qui saeu accattare cusse auer 
quando ad domo decusse bennit. Et qui aet accusare appat de cussa conde?np- 
natione sohlos xl. de l&nua. 

Quantos deppian esser sos missos dessu cumone & dessu 
salariu decussos. 
CXII. Ordinamus qui sos missos dessu cumone sian ceto. Et vltra su dieta 
numeru neunu seuinde deppiat mitter si non in su consi^u maiore de Sassari. 
Et appan cussos missos prò salariu issoro gascatunu soldos x. de lamia, su mese. 
& Gul^eHu^ truwibicta^. et atter qui aet esser banditore. boIcIos xx. su mese. 
Et gunnella vna per' cascatunu su annu. in sa festa de pascha de resnrrexi. & 
non atteru uestimentu. Sos quales missos leuare deppian prossos seruithos qui 
aen facher su prethu infrascriptu. De cascatuna rinchesta qui aen facher intro 
dessa terra [39r.] de Sassari dinari i. & foras de Sassari in sos ortos qui sun ^ ad 
prope dessa terra daue àinaris. ii fini in. vi. secnndu qn/ aet esser attesu su loca, 
et daue sos ortos innella secMndu qui aen dessos pacamentos. Et dessas istasinas 
qui aen facher iinaris. li. per' gascatuna. et foras do Sassari si comente est 
naratu dessas rinchestas. Et dessos pinnos qui aen facher d/nar;s. ii. per ' pinna, 
et dessos atteros pacamentos qui non se mentouan cuche leuen comente est na- 
ratu daue supra ad ecussu exewplu. 



' È aggiunto anche dal T. - T. morrcr ^ T. cunioidarc * T. hennev 
^11 T. stampa f/ultu, notando che non si può interpretare 'fuorché per qualche 
uffizio particolare di alcuno dei messi del comune, come sono i seguenti di troni- 
Ixtta ecc.'; e solo dubitativamente soggiunge che si potrebbe intendere per .9»//- 
tdlu. Ma così appunto si deve leggere, poiché il cod. ha Gullu, con le due l ta- 
gliato dal segno di abbreviazione. Cfr. yuìtellu a e. 81 r. '^.Il T. vi fa prece- 
dere et. ' T. i»-o * T. mm 



48 Guarncrio, 

Qui no/( eo fatlian plus de mi. Siluae eu annu. 
CXIII. Sa potestate de Sassfo-i qui etit & prò toupus aet esser non potliat nen 
doppiai facber su annu plus de siluae. mi. ciò est euna i;nia»ti de carrasecare. 
eattera in sa festa de res^rrexi. Sattera deesu mese de maiu. Et issa attera dessu 
mese de agustu. Et in casioMO de alcuna silua no« se ispendat alcuna cosa dessos 
benes dessu eumene, nen dessos benes dessos homìnee de romaugna. Et ecussu 
massaiu qui facberet sas ispesas. deppiat pacare de suo. 

Qui alcunu de romangna no;t fatbat presejite assa potes/ate 
pressa villa. 
CXini. Sos maiorea & iuratos de alcuna villa do romagna et de flume- 
nargiu no» deppian non pothan facber alcunu p/-esente ad sa potestate de Sas- 
sari, nen ad alcunu dessa famioa sua. nen sapa nen paca ad issoa dare, saluu ' 
SOS presentes dessas festas de natale de carrasecare. et de resHrrexi. in sas 
quales festas facber potban presentes ad arbitriu dessos maiores & iuratos dessa 
villa. Et qui coltra aet facber. pagben sos maiores et issos iuratos qui aen co»tra 
facber dessu issoro propriu. et niente de pacben sos boHii^ies dessas uillas. Et 
niente minus ^ pacbet assu cumo?ie su malore dessa ^ villa qni aet coltra facber 
l^'brrts. m. de lamia, et cascatunu iuratu qui aet coltra facber soldos xl. de 
Ian!/«. 

[39v.] Qui sa po/e.state & issu cu?«pagno;ie et issu nokiiu 
deppian obseruare sos cap/^^los. 
CXV. Sa potestate de Sassari su cuwipagnone. et issu notaiu suo sian tentos , 
de obseruare sos a&^itu\o% de Sassari. Et si alcunu aet denuntiare assa potestate 
cumpagnone ouer noìaiu qui ad isso deppiat obseruare alcunu capi/?«lu de Sas- 
sari & non bilu obseruet sian sindicatos sa potestate cuwipagnone ouer notaio 
qui co;?tra aet facber in sa essita dessu offitiu suo de tantu quantu cusse qui 
allegat su cap/ì'idu aet esser da?»pnificatu. 

Qui neunu dessa famica dessa potestate potbat accusare. 
CXYI. Xeunu dessa famica dessa potestate potbat nen deppiat alcuna per- 
sone accusare de alcunu malefitiu mannu ouer piccinnu. Et si co«tra aet esser 
factu cussa accusa siat de nessiunu ualore. et pero su accusatu non siat con- 
dewpnatu. 

Qui alcunu non potbat co?»porare tridicu si non in sa platba. 
CXVII. Alcuna persone de Sassari ouer de alcunu atteru locu non doppiai 
nen potbat in Sassari nen in sa iscolca co;»porare tridicu orgiu faua ouer ba- 
solu qui saei batture in Sassari ad bender. saluu in sa platba dessu eumene une 
est sa carra dessa petra. ad pena de soldos. v. prò* Qascatunu raseri. Dessu 
quale bandu sa mesiiate siat dessu cumone et issa attera dessu accusatore. Ei 
qni aet accusare deppiat prouare in custu modu. si aet esser in quantiiate de 
TCiseTÌs im. & daue inde in iosso cu?n nnu destimongiu^ & sacramentu dessu 
accusatore, et daue Jìasen's. mi. in susu cu>n duos destimongios ^. ei cu)n sacra- 
mentu dessu accusatore. 



^T. scdvos 2 T. niente de minus ^ dessa è ripetuto per errore dall'ama- 
nuense. * T. : X. 2J/-0 ^ T. testimouffiu " T. testimongios 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 49 

Qui alcuna de Sassrtri non itiandicbet cu/u ga potestate. 
C'XVIII. Xeuna p«-sone do Sassari mandicbet cu;» sa potestate ealuu in sos 
ou»(bito8 qì(i 80 facben in sa pasca de natale. & de res/^rrexi. Et qui coltra aet 
faeber paebet ad su cumone soldos. e. de lamia. 

[40r.] Qui alcunu non siat contumace assa potes/ate ne» ad su 
cu»?pagnone. 
CXIX. Qvalunqua persone aet esser contumace assa potestate ouer a qui est 
in locu suo ciò osf de non faeber 8acrame?jtu ad isso cuma^^datu dauo issos de- 
facber sos cuma»danìe«tos suos iustos et boncstos. ouer de dare ad isso secur/- 
tate. potbat sa potestate ouer cu?se qui csi in locu suo ad ccussu i^obediento 
faeber tenner personalmente, et tennelu^ in presione fina ad tantu qui aet benne - 
ad obedientia. et aet iurarc ouer secun'tate dare. Et si alcunu daue nanti dessa 
potestate ouer de cusse qui est in Ipcu suo aet usare contra issos ouer alcunu 
de cusBos paraulas bructas ouer ijùuriosas. siat co«de»)pnatu daue sa potestate 
sec(0(du sa forma dessu breue su quale est in su tercu libru in sa rubrica de xxsis, 
su quale i;;comi//cat. Si alcunu aet commitfer^ ecc. 

Qui neuna perso«e mittat manu co»tra alcunu officiale dessu 
cumone. 
CXX. Qvi aet raittcr manu i^nuriosame^/te coltra alcunu qui aet auer offitiu 
alcunu daue su cumone cusse sondo iìi su dieta offitiu. siat co;(de;«pnatu daue 
sa potestate in su doppiu de cussu su quale fauollat su capitulu sec»;Klu su te- 
nore dessu malcfitiu. 

Qui sos liowines de flumenargiu deppian prouare eas furas 
& issos dannos sec»;»du cornette furun vsatos. 
CXXI. Sos maiores et iuratos de flumenargiu. et de iscolca de eristola. et de 
s-cptupalmas sian tentos de prouare sas furas & dannos sos quales saen faeber 
in sas iscolcas isserò come;(te daue corno in secus fachiau hi custu modu. ciò 
est sa villa delecbilo Ertbas et Lentbas"* sian ad unu percontu". Chevqui. Iscolca 
de eristola et septupalmas sian ad unu percontu. Ardu. Sane & tauerra sian ad 

unu percontu. Et i;; oascatunu percontu siat sa " parte dessos iuratos. 

Et si alcunu dessos iuratos gasi de flumenar[40v.]giu quale & de romangna ri;j- 
cbestu aet esser qui bengnat ad su precontu cussa die qui saen adcordare et 
non aet benne ^. & per^ mancame^ttu suo de cussu rincbestu ouer rincbestos non 
poteren dare su da«nu ** et baricaret su tcrraen. cussu dannu^ su quale ait in- 
currer de ciò ad sos iuratos et ad sos boinines dessa uilla. siat supra cusse ouer 
cussos qui ricbestu ouer ricbestos aen esser & non bennei-en. et ecussos qui arun 
bcnner & aen obedire sian assoltos. saluu si su ricbestu aucret alcuna insta dc- 



^ T. tennerln - T. benner ''T. coiniter 'Erroneamente il T.: Estlius e 
Leuthas. Quali son nel cod., tali son pure questi nomi nella Coroc/rafia snrda 
del Fara; nò banno dunque sbagliato gli editori de' costui apografi, come pensa 
il T., 84 n. •'■ T. pvccoììtu e così le altre volte cbe occorre più sotto; ma nel 
cod. il p ba il segno d'abbreviazione a traverso la gamba del ;;, onde vale per, 
solo l'ultima volta ba il ;; col segno sopra, a significare /yre. •'Una parola 
illeggii)ile, cbe pel T. ò uuijjn'i, e nella trascrizione iiis. del X\ 1 è ihvfi/fcra; ma 
non parmi esatta nò Tana lezione nò l'altra: la prima ò contraria alle leggi 
foneticbe, la seconda ò ari)itraria, poicbò dopo siat si leggo cliiaro nel cod. w, 
e non può essere sa dcsuitira ; piuttosto niai(n-(\ cfr. e. 48 r. ' T. j)ro " T. ilamnii 
Archivio glottol. ita)., XIII. 4 



50 Guarncrio, 

feHsa. Et isBu massaiu de romangna potbat ordinare iuratos in cascatuna dessas 
dictas iscolcas et in roma^gna et bocaro ad arbitriu suo. cu»( ^ coììbìcu dessos 
hotnhieB dessas TÌUas. 

Dessos accimatorcs. , 

CXXII. Sos accimatores qtd sa arte issoro aen facber in sa terra de Sass«ri. 
leuen pj-o accimatura de cascatuna ca?ma de panuu franciscu d/narie vi. de 
lanua. et dessu luwjbardiscu d/;(ar/s un. ad su plus. Et si aet parre- ad ccusse 
cuiu aet esser su pannu qui non siat bene accimata sa uolta primargia siat 
tenta su accimatore de accìmarelu una attera uolta. Bensa prethu. si qui su 
pannu siat bene accimatu. Et qui coltra aet facber, pachet assu cumo»e casca- 
tuna uolta soldos. X. Dessu quale bandu sa mesitatc siat dessu cumo«o. & issa 
attera dessu accusatore. Et ad ^ascatunu de consiou se credat sensa sacrame»tu. 
et ad SOS atteros cnm sacramextu. Et issos accimatores deppian iurare de ob- 
eeruare pienamente custas cosas. 

De ponnc ^ sa data et issa vadu dessu muru. 
CXXIII. Svpra penne ^ su uadu dessu muru et issa data per ecustu presente 
cap/Y»lu amus ordinata qtn gascatunu annu se pognat prò data ad sos bo?;à»es 
de romagna qitl no» sun depus Sassari, lihras. d. de lamia. Et ad sos ho»ji?ies 
depus Sassari prò uadu de muru b'bras. ce. de lanwa. Dessas quales quantitates 
mancare non se [41r.] deppian infra annos. x. ])}-oxi)nos *. qni aen benner. Et si 
per auentura alcunu de cussos qui sun de romangna aet i»trare prò coiuuantbia 
in Sassari secwndu sa forma dessu breue. et ecusse aet istaro continuamente i» 
Sassari si qui non pacbet badu de muru. niente minus sos homines de cussa 
uilla daunde aet esser andatu pacbet sa data clo;»pita. quale & si intratu non 
de esseret. Et si per auentura aet istàre in romangna pacben tanta plus de uadu 
de muru cussos depus Sassari dessa uilla une aet istare quantu cussu intratu 
pacauat de data, si qui cwn sa data sua de uaiat. Et assos atteros dessa uilla 
in sa quale istauat innanti se minimet deesa data issoro quantu custe pacauat. 
ouer fuit usata de pacare. Et paghensi sas dictas quantitates gasi per issos depus 
Sassari quale & issos de romagna ^ gascatunu annu in sa intrata de sanc/u Ga- 
uini. Et issas ispesas qui saen facher in romangna se pachen in custu modu. 
ciò est sas ispesas dessos presentes dessa potestate sos quales se fachen comente 
est ordinata. i)acben sos ìiomhies depus romagna ^. et issas atteras ispesas. sas 
quales saen facber prò gollire sa data ouer su uadu dessu muru ouer i)ro alcunu 
raalefitiu. o prò alcuna attera ratbone ouer casione sas quales tangan sa villa 
se pacben in custu modu. si in casione dessos bonnnes depus romagna ^ aet 
benne ^ su massaiu ouer sa sengnoria de Sassari, pacben cussos depus romangna ■' 
sas ispesas. Et si in casione dessos bowines depus Sassari aen benne "^ pachen 
808 depus Sassari. Et si in casione de ambas partes. cussas ispesas pachen ad 
cumone. ciò est per ^ boMu. & per ^ Z/br«. et gasi se fathat in cascatuna uilla. 
Et issu massaiu de roma^igna siat tentu cascatunu annu gollire integramente 
ea data et issu badu dessu muru. Et si alcuna cosa daet lassare ad gollire in 
sa essita dessu ofìitiu suo siat tentu pacare ad su [41v.] cumone de suo cussu 
qui aet restare. Et ipse cun;- iuramentu dessa potestate gollire pothat cussu qui 
de suo aet auer pacata. Et appai su massaia prò salaria suo l/br«s xxv. de la- 
nua. Et issu iscriuanu h'bras viii. Sos quales feos pacare deppian sos bonnnes 
de romangna. 



^T^nnu -1. parrei' ^T.pouner * T.: i/ro x., male risolvendo la si- 
gla px. 5 rp. Bomangna ^ T. benner ' T. ìm-o 



Gli Statuti della Eopubblica sassarese. 51 

Qui eu massaiu de romawgna & issu iscriuanu non leuet pjTsente. 

CXXniI. Alcuna persone de romangna ouer de flumenargiu isse ouer atter 
presso non deppiat dare assu massaiu ouer ad atter presse, ad su ^ iecnuanu suo 
ouer ad atter prosse in alcunu modu presente alcuuu. nen ad issos ouer ad al- 
cunu dessos facber alcunu seruithu reale ouer personale ista^de i« bob dictos 
ofiìtios. Et qui coìitva net facher pacbet per - cascatuua uolta soìdos xx. de Ian»«. 
Dessu quale bandu sa mesitate siat dessu cunione et issa attera dessu accusatore 
et siat tentu secretu. Et q««' aet accusare deppiat prouare sa accusa. Et issos 
dictos massaiu et iscriuanu istande i» su offitiu issoro non deppian nen potbat ^ 
in alcunu modu prossos ouer prò atter leuare alcunu presente nen alcunu eef- 
uitbu reale ouer personale daue alcuna persone de roma?igna. ouer de flume- 
nargiu. nen alcuna ispesa facber in ecussos ^ loeos in casiere de ma»dicare. 
ouer prò alcuna ratbonc ouer casiere sa quale se poterei pensare ouer narre. 
ma dessu isserò propriu .mawdicben. Et si centra aen facber pacben per - ^asca- 
tuna uolta h'br«s. v. de lanua. Dessu quale bandu sa mesitate Riat dessu cu- 
mone et issa attera dessu accusatore. Et qui aet accusave deppiat prouare sa 
accusa. 

Qui gascatunu potbat dare sacrarne;) tu foras de corona de 
?ascatuna dimanda. 

CXXV. Licitu siat ad cascatuna persone qui aet demandare alcuna qua?;ti- 
tate de d/n«r?s de qualunqua quantitate siat ouer cosa mobile daue [42r.] alcuna 
persone uiuente. dessa quale dimanda non siat plubica ^ carta dare sacramentu 
ad ecusse contra cben dimandai, si isse est tentu ad ecussu deppitu ouer non. 
Et issu reu non se potbat de ciò appellare ad corona, macussu sacramentu siat 
tentu de facber sensa neuna adpellatione. 

Qui neunu con?poret casu ouer lana si non in sa platba. 
CXXYI. Keuna persone deppiat nen potbat cowporare in Sassari ouer sa 
iscolca casu ouer lana qui saet batture in Sassari ad bender saluu in sa platba 
de cotinas dessu eumene infra custos confines. ciò es^ daue sa domo de GuUiel- 
muciu de vare, fina ad domo de arrigbittu dessu mare, ad pena de boIcIgs v. ra- 
scatunu cantare de casu. & de ^ascatunu centenciiu de lana. Et qni aet accusare 
deppiat prouare in custu modu. si aen esser cant«re.s de casu et ccnteìiaios de 
lana un. et daue inde in lesso, cum unu destimognu " & cu»; su sacramentu suo. 
Et si aet esse;' daue i;;de i;; susu cnm duos destimo;;gno8 ^ & cu»; su sacrame;;tu suo. 
Dessu quale bandu sa mesitate * siat dessu curaone et issa attera dessu accusatore. 

Qui neunu deppiat receptare alcunu isbanditu. 
CXXVII. Daue comò i;;na;;ti alcuna pe;-sone no»; deppiat reciuer nen recct- 
tare i;; domo sua ouer dessu babitame);tu suo in Sassari nen in su districtu. al- 
cunu isbanditu dessu cumo?;e de Sassa;-!. nen ad isse det co;;siou adiuuame;du 
ouer fauore nen priuatu nen palesi, ad pena de l/b;7ys v. de lanifci per -' oasca- 
tunu. & per - ^ascatuna uolta q;;;' aet receptare ouc;' co;;sicare ouer dare fauore 
ad alcunu isbanditu de morte ouer qui deppiat perder mcw;bru. et de eoldos xi. 
de Ian»« pe;- - oascatunu & cascatuna uolta qui aet receptare alcunu isbanditu 
i;; moneta daue l;'b;-«8. x. in susu. Sa mesitate dessos quales bandos eiat desBu 
eumene & issa attera dessu accusatore. , Et q;^; aet accusare deppiat prouare sa 
acc;;sa. 



* T. assu ■-' T. 2J>'0 ■" sbaglio del cod. per jiolhaiì. * T. nissos 
puhlica '^'Y. testimongnu '' '£. testiuìongncs ^ T. viensifafe 



52 Guarncrio, 

[42v.| De no/i pastinare vingna, 
CXXVIII. Xon siat licita ad alcuna posonc maschi ouer femina pastinare 
ouer pastinare facber vingna alcuna in eu territoriu de Hass^ri et in su districtu. 
Baluu si alcuna aueret vingna sa quale bolcret bocare de fundu. qui tanta quanta 
daet bocare potbat pastinare. Et si alcuna aueret to'ra uacante ìiìtvo deesa cu- 
jnatura dessa uingna sua potbat cusea uacante pastinare. Et potbat cascatunu 
pastinare ^ tricla. et simicanto vaa qui non se operat abinu. Et qui coltra aet 
facber pacbct assu cumono do Qascatunu ni'llaiu de fundos ìihras x de I&nua. 
sa quale pena torret ad sa opera dessos niuros do Sassoni. Dessu quale banda 
sa mesitate siat dessu cumone et issa attera dessa accusatore. Et niente minus 
casse q(a* aet auer pastinata, deppiat sa vingna pastinata uocare de fundu. Ut 
neuna persone de Sassari ouer dessu districtu ouer de alcunu attera loca dep- 
piat nen potbat batture ouer batturc " facber in sa terra de Sassari ouer in sa 
iscolca confinata in su capitulu su quale faaellat dessas confines dessa iscolca. 
alcuna ulna, ouer mustu. terramangiscu ■' ouer sardlscu su quale aet nascher 
foras dessa dieta iscolca. durando su uinu dessos bo«n»es de Sassari. Saluu si 
alcuna bonn^e de Sassari, et qui in Sassari continuannr/^te babitet cu;», sa fa- 
mica, aueret alcuna vingna foras dessa dieta iscolcba qìti iti custu casu su ainu 
dessa vingna sua propria potbat batture in Sassari. Et qui contra aet facber 
pacbet de cascatunu varriu de niesura soldos xx. de Ian«a. et perdat sa bestia 
et issa vinu. Dessu quale banda sa mesitate siat dessa opera dessos muros dessa 
terra de Sassari. & issa attera dessu accusatore. Et qui aet accasare gasi in su 
prima casu quale & in custu deppiat prouare sa acc^^sa. Et clamen si cascatunu 
annu per issos antianos dessu cumone de Sassari, viii. bonos [43r.] bojnines duos 
de cascatunu quarterì sos quales sian affacber ^ su dictu offìtiu. Et ad issos et 
ad gascatuuu dessos se credat in su sacramenta isserò qui aen facber in sa in- 
trata dessu ofifltiu. et ad sas atteras persones cnm p/-oua. Et ^ quin ^ saet coin- 
porare alcu[na] vingia ' foras dessa dieta isc[olca] siat tenta gasi su uenditore 
[quale] & issa co;nporatore iurare corp[oral]mente in uangbeliu de dea qui 
[cassa] non facbct in- frodu. 

Qui su vinu se vendat ad pinta. 
OXXIX. Sos qui aen bender vinu ad minutu in Sassari & in sa iscolca ven- 
dan cassa ad pinta iusta. & (^>ascatuna pinta dinavis. in. ad plus. Et qu.i contra 
aet facber pacbet assu cumone per** rascatuna uolta qn* aet ^ esse>- accasata 
sohìos. V. de lanaa. Dessu quale banda sas duas partes siat dessu eumene, et issa 
attera dessu accusatore, et ad cascatunu offitiale se credat ^'^ in su sacrame>;tu 
factu in sa intrata dessu offìtiu. et issas atteras persones deppian prouare sa accusa. 

De marcare sos corgios. 
CXXX. Neuna persone de Sassari nen dessu districtu nen de alcuna attera 
loca cowiporet in Sassari nen in su districtu corgiu alcunu de boe ouer de 
uacca su quale siat de vnu annu si non est innanti marcatu dessu marca 
dessu cumone in sa groppa o sinnata ocotta qui siat o non. nen alcuna concia- 
tore deppiat alcunu corgiu sensa cotta adconcare ouer adfaitare. nen reciuer 
prò affaitare. Et qui contra aet facber pacbet per ^ cascatunu corgiu soMos. v. 



' dopo pastinare è ripetuto cascatunu - T. omette ouer batture ' T. terra- 
magniscii * T. a facher ^ Questo periodo è aggiunto al margine destro, dalla 
Etessa mano. « T. qui ' T. vingna » x. 2)ro ^ T. art i" T. nedat 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 53 

de I&nua. Dessu quale bandu sa mesitate siat dessu cumone. et issa attera desBu 
accusatore, et siat tentu secretu. et qui aet accusare deppiat p/-ouare sa accusa 
l)er destimonsnos ^ o per mustra dessu corgiu vendita. Et issu accuaatu pachet 
ad presente. Et isbu cowporatore dessa dieta, ixtrata pothat qi</rcare in domo de 
oascatunu conciatore & mercatante -. Et si aet accattare corgios uon cottos pa- 
chet cusse qui los aet auer sa co/;de/><pnatio«e come/ite est naratu daue supra. 
Et pachet si prò cottura de cascatunu corgiu dinaiis. u. ad su co«;poratore 
dessu dirictu. 

[43v.] Qui prouisione alcuna no» se fathat ad alcuna potestate. 
CXXXI. Desiderando de ischiuare su grande dannu et issa grande virgongna 
su quale et issa quale sustenian sos howines de Sassari dessas prouisio?(e8 dessas 
potestates & dessa famica de cussos sos quales furun usatos de prouidersi. non 
in fine dessu regimentu isserò ispectande sa opera qui arun facher. ma perlo- 
singas ^ & pregherias ^ operatas & factas per ecussu potestate et atteros amicos 
suos istande in su regimentu isserò. & tenendo su bastone dessa sengnoria in 
manos. et lassando m(?ltas uoltas sa rathone de facher in adiuuamentu de cussos 
per issos quales in su prouidimentu potian esser iuuatos. per ecustu presente ca- 
pitulu ordinamus. Qui alcuna potestate ouer qui fathat offitiu de potestaria. ouer 
caualeri notaiu. nen alcunu dessa famica dessa potestate ouer alcuna persone 
pressos o prò alcunu dessos non dimandet nen dimandare fathat in con6Ì(^'u ouer 
foras de consicu alcuna prouisione daue su Cumone de Sassari, ouer alcuna at- 
tera cosa vltra su salariu dessa potestaria. su quale in sas conuentiones est or- 
dinatu. ouer qui alcuna grathia se fathat dessos benes dessu Cumone assa po- 
testate notaiu cujnpagnone. ouer ad sa macere dessa potestate o ad alcuna 
pej'sone pressos. ouer prò alcunu dessos. Et quale potestate cun^pagnone o^ no- 
taiu ouer alcunu dessa famica sua contra aet facher. siat sensa alcunu atteru 
parlamentu ouer sententia sa potestate priuatu dessu salariu suo per " cascatuna 
uolta de ìibras. ce. de lanna. Et issu cun^pangnone " notaiu ouer atteru dessa 
lamica sua siat daue intra de comò sensa parlamentu condewpnatu per" ^-asca- 
tuna uolta in l/br«s. e. de lan;^». Et neunu honnne de Sassari ouer dessu di- 
strictu ouer qualunqna atteru o clericu o ladicu qin siat- deppiat in su consicu 
maiore de SassaH. ouer foras in alcunu consicu de bonos hownnes antianos ouer 
de sindicos. q?«' siat plubicu ouer priuatu nar[44r.]rer ouer ad posta mitter ouer 
sententiare qui alcuna potestate ouer qui officiu * de potestaria fathat. a caual- 
leri. a notaiu. ouer ad alcunu dessa famica isserò, ouer ad sa macere dessa po- 
testate. ouer de cusse qui fathat su offitiu dessa potestaria ouer ad alcunu pressos. 
ouer alcunu dessos se fathat prouisione alcuna dessos benes dessu Cumone. ouer 
qui ad issos ouer ad alcunu dessos plus dessu salariu qui se contenet in sas con- 
uentiones se det. ouer qui gv&thia alcuna de cussos benes se fathat ouer se pro- 
mittat. ouer qui ad alcunu se det balia alcuna ad facher alcuna dessas predictas 
cosae. Et qui contra aet facher si aet esser clericu ca^et si dessa terra de Sas- 
sari & dessu districtu. Et si ladicu aet esser siat daue comò conden/pnatu cussu 
ladicu qui ait contra facher in hbras. ce. de lanna. et siat priuatu da ogna of- 
fitiu & benelìtiu dessu Cumone de Sassari. Et qualunqua consiceri dessu con8Ì(;u 
maiore aet istare tacitu in cussu consicu su quale de gotale prouisione ouer gra- 
thia eaet tractare. ouer qui alcuna cosa ultra su salariu deppian auer. et con- 



' T. tcstitnoiìffios - T. vicrcontc '' T. prò Josingas *• T. in-ef/hieras 
T. omette l' o. " T. prò ' T. cumpagnone * T. offitiu 



54 Guarncrio, 

tra no» act riarrer. et facher saet iscWuer cha narat contra.. ouer non saet partirò 
daue CUS8U consìqu. si aet esse;- sindicu in librae. ce. de Ian»rt siat daue conio 
co»de;«pnatu. et attera co^siceri in librae. e. do IanM« siat daue corno conde«/p- 
natu. Et siat priuatu cascatunu gasi su sindicu quale & issu co«8Ìceri perpetua- 
ìemeìite daue tottu sas hunores et offitios dcssu Cumone de Sassari. Excettan- 
dcndc daue sas predìctas cosas qui daunde qui sa potestate de Sassari qui prò 
te«ipu8 act esser aet clomper su teinptiB dessa potestaria. et aet aucr lassata sa 
songnoria. & act esser sindicatu per issos sindicos dcssu Cumone de Sassa/'i sos 
<iuales ad ciò saen clamare et hi su sindicamentu suo aet esser ad cattatu auer factu 
su offitiu suo bene & lealemente. factu ciò [44v.] adiscliire per ecussos sindicos 
in su consiQu malore de Sassari, si aet parre ^ ad ecussu consicu pothan ad go- 
tale potestate dare deesos benes dessu Cumone in adiuuamcntu dessas ispesas 
finì in quantitate de h'bras. ce. de lamia. & non plus. Et quale dessos dictos 
consieeris plus dessa dieta quantitate aet consiQare de dare, ouer qui aet istare 
tacitu. siat daue intra de comò co/Kle»(pnatu cernente est naratu daue supra. Et 
i/npero qui pacu ait iuuare facher sa lege si non esseret persone de facherla 
obseruare. Et per issas potestates de Sassari gotales co/idenipnationes male sun 
usatas de rescuter, uolimus qn* sas dictas conden^pnationes se deppian appro- 
piare assu offitiu dessu molu dessa Citate de lenua -. Ciò est ad ecusse ^ de chen 
aet esser su dictu offitiu quen sas dictas condenipnationes aen ad diuenner. Et 
pothat su offitiale cussas ad clompimentu demandare et reciuer. Et si aet addi- 
uenner qui cusse qtù su dictu offitiu dessu molu aet auer daret o consentiret 
paraula qui contra custas cosas ouer alcuna de cussas se facheret. ouer qui al- 
cunu pactu ouer lassa facheret inna«ti de tevnpus supra cussa condempnatìones 
ouer alcuna decussas qui daue intra de comò siat priuatu dessas d/cfas cc»n- 
dempnationes & ecussas rathones se apropeen* assu atteru proximu successore 
suo in cussu offitiu dessu molu. Et appresente & osca in su incomingamentu 
dessa potestaria ongna annu custu cap?Ynlu se iuret per issos cotsiceris dessu 
consiq-a maiore de Sassari de obseruare su dictu ca^tituln in tottu & per tottu. 
Et qui aet esser priore dessos antianos in- su incomincamentu de cascatuna po- 
testaria fathat leier custu capitulu et fathat ilu iurare cernente est naratu insta 
sa possa sua. Et si negligente aet esser su dictu priore, siat daue comò [45r.] 
conde;npnatu in h'bras. e. de lanwo. et torren ad su offitiu dessu dictu molu do 
lenua ^ si coniente est naratu .". 

De non leuare sos benes dessos foristeris accumandatos 
in Sassari. 
CXXXII. Ordinamus qui qualunqua furisteri sardu ouer terramangesu aet 
accumandare in sa terra de Sassari ciò es^ intro dessos muros alcuna quantitate 
de moneta, ouer cosa mobile de qualunqua conditione siat. cuw caj-ta de notaiu 
ouer sensa. ouer qui aet coinporare in sa terra de Sassari ouer in su districtu. 
ouer per atteru modu aet acquistare benes istabiles. prò alcunu accidente de 
guerra ouer de represallia. ad ecussu ^ gotale furisteri per issu Cumone de Sas- 
sari, ouer per alcunu offitiale dessu Cumone. o per ecussu o cussos achen ait 
esser data sa represallia. nouitate alcuna non se fathat in deuer leuare dessas 
predictas cosas. ouer in alcunu modu mancare, ma sos dictos benes sian ad issos 
saluos guasi prò guerra quale & prò pache. Saluu si prò alcunu factu suo pro- 
pria ^ soa dictos benes et issas dictas possessiones esseren ad issos in^pagatos. 



T. imrrer - T. lanua ^ T. eccussu * T. op2)ropn'eii ^ T. in-opiu 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 55 

De adcoj(gare sas viap. 
CXXXIII. Clamcnei om»ia annu per issos sindicos & antianos in oaecatunu 
quarteri Tnu bonu hoHii;ie qui deppiat qtiivcare sas uias intro & foras. ciò est 
gascatunu in su quarteri suo. et tottu vnpare quando ad issos aet parrer. et fa- 
than tenne ^ sas uias ispathatas et nectas. ad ispesas dossas domos uue saen ad 
corcare, et etia/»deu ad ispesas dcssas domos dessu uicbinatu comcute ad issos 
aet parre '-. Et fathan ad co«oaro sas uias dessas uingnas et dessas terras de foras 
ad ispesas dessos pupillos decussas. & dessu uicbinatu eeciindn qìci ad issos aet 
parve ^. Et neuna persone potbat ioctare terra i« alcuna uia plubica de Sassari. 
Et [qui] coltra aet facber pacliot assu Cumoue soldos x. de Janna per ' ^ascatuna 
uolta. Et qui aet gettare bructura ouer alga eoldos v. de Jamia. et per •'' bructura 
de istercus [45v.] de honiine soldos x. de lamia. Et qui aet esser clamatu vnu 
annu. seui potbat etiawKleu refirmare si aet parre ad sos clamatores. Et si al- 
cunu aet esser contumace assu offitiale. et no» laet boler obedire in custas cosas 
pacbet cascatuna uolta eoldoa v. de lamia, per'' cascatuna uolta qui aet esser 
contumace. Et siat crettitu su officiale sensa prona ouer sacramentu. Dessos quales 
bandos sa mesitate siat dessu Curaone. et issa attera dessos officiales*. Et issa 
potestate siat tentu de darclis fauore ad facber su dieta offitiu. Et quale dessos 
dictos officiales aet co»nnitter frodu in su dictu offitiu pacbet assu Cumone h- 
brf/s XXV. de lanna. & siat priuatu daue cussu offitiu. prouande cusse qui alt 
accusare su offitiale sa accusa, legitimamente per destimongnos ® .". 

Qui sos notaios non fatban sa arte in sas dies infrascr?ptae. 
CXXXIIII. K'eunu notaiu de Sassari, ouer de foras potbat facber alcuna carta 
ouer i/nbreuiatura. nen paraula de facberla leuare in sas dies infrascrjptas. ouer 
alcuna de cussas. ciò csl in sas fcstas de natale, su prima dio de ianargiu. su 
die de pascbinuntbi^. kenapura s«nc<a. re6i.';Texi. Assentione. & pasca de main. 
Sa annuntiatione et issa Assu^nptionc de Sancta Maria, nen in alcuna die de 
do»nmica. saluu sas cartas ouer infbreuiaturas i?jfrascr/pta8. ciò est. testamentu. 
coUatione de benefitiu. electione. protestatione. appellatione. denuntiamentu. pa- 
che patrimoniu ouer de isposamentu. & sententias de arbitros. ad pena de sol- 
dos XX ^ de lanifff. cascatuna isceda. ouer i;nbreuiatura. Dessu quale bandu sa 
mesitate siat dessu cumone. et issa attera dessu accusatore. & siat tentu secretu 
et pacbet ad presente sensa parlamentu. Et qui aet acct/sare prouet sa accnsa 
per dcstimongnos^ o per mastra dessu quartarariu o folliu. Et issa potestate de 
Sassari siat tentu [4Gr.] de facber obse/'uare custu cap/7»la non nocbende alcuuu 
attera capitulu.". 

Qui su massaia ouer curatore de narra non deppiat leuare 
presente et de auer su salariu vsatu. 
CXXXV. Statuimns & ordinamn.v qui su Curatore de nurra appat su salariu 
Hsatu. et non potbat leuare presente alcunu daue alcunu homìne dessas villas 
de cussa curatoria nen daue sa comunitate dessas villas su quale presente torret 
ad ispesas dessa curatoria ouer de alcuna dessas villas. non etiani deu su cura- 
tore ouer attera persone qui aet andare cundo potbat nen deppiat mandicare in 
sa curatoria predicta ad ispesas dessa curatoria ouer dalcuna villa, nen potbat 
facber alcuna ispesa in rathone dessa pe>-8one sua supra bob bowines dessas uillas 



' T. tenner - T. parrer ^ T. prò ' T. offitiales * T, destimougios 
T. l'usiìii minti ^ T. soìdoa x 



56 Guarnerio, 

dessa curatoria lìreàicia. Et si 8u curatore contra act faclier pacliet assu cumoiie 
libine. X. de lamta. Et issu malore et issos iuratos de cussa villa qui co^sentireii 
ad sas isposas Buprascr/ptas pachet caecatunu soldos xx. de lanua. Item qui al- 
cuna habitante in sa d/cfa curatoria non deppiat fachcr alcunu seruithu perso- 
nale, ouer cuni alcunu animale in alcuna opera assu curatore, nen issu curatore 
tale seruithu reciuat. Et qui co;itra aot facber pacliet su curatore (jascatuna uolta 
assu cumone lihrae x. de lamia & issu qui aet fachcr su seruithu pachet (jasca- 
tuna uolta eoìdos XX de lamia. Et qui aet esser curatore, in sa dieta curatoria 
no» pothat facher nen facher facber ultra un. siluas i;( annu ad plus, sas quales 
deppiat facher de uoluntate dessa potei^ate & dessos antianos sutta sa dieta pena .". 

Qui cascatunu pothat Ì8co;(tare in sos benes dessu cumone. 
CXXXVI. OrdinamuB qui tottu cussas pe>-sones sas quales iùstame?ite aen auer 
ad rcciuer daue su cumone pothan prò se et prò attera persone chaet boler 
iscontare in sas co«dew«pnationes dessu [46v.] cumone sensa co«traditiohe ' de 
alcuna persone, sas duas partes de" totu ■' cussu su quale* in sa co;ide»;puatio»e 
saet co»te/mer. & issa tersa parte pachet in pecunia numerata ^. 

Qui ncuna potestate deppiat andare foras dessu districtu 
de Sass«ri. 
CXXXVII. Dvrante su offitiu dessa potestaria de Sassari, nensiuna potestate 
pothat nen deppiat andare foras dessu districtu dessa terra de Sassari, prò al- 
cuna casiere ouer cosa, cmn uolu»tate dessu co«sicu maiore ouer sansa. Et si 
conira aet facher siat sindicatu per issos sindicos dessu cumone ^ in libras. e. de 
lamia per ^ gascatuna uolta. Et si alcunu ho»mie de Sassftri aet andare cunde. 
pachet assu cumone jascatuna uolta h'bras. x. de lamia. 

Dessos teulargios et dessos qui fachcn teula. 
CXXXVIII. Sian tentos tottu cussos qui fachen & uenden. ouer qui aen fa- 
cher et uender teulas nouas in sa terra de Sassfrri & in sa iscolca de cussa. 
cussas uender sanas & bene cottas & mannas sicome»te est usatu. soldos iiii. su 
centenaiu ad plus. Et qui coltra aet facher pachet assu cumone per^ cascatunu 
CQntenaiu. soldos xx. de lamia. Dessu quale banda sa mesitate siat dessu cumone 
et issa attera dessu acc!«satore. et siat tentu secretu. Et (^ascatunu coM?poratore 
pothat acc»sare. et siat crettitu assu sacramenta suo. 

Dessos carratores & dessu pretbu dessa carrata. 
CXXXIX, Sos carratores & q^«■ carru fachen ouer facher fachen^ in casione 
de andare ad porta de turres. sian tentos & deppian portare sa carrata insta ad 
porta de turres andando & torrande de Sassari prò Boldos vi. ad plus. Et si mi- 
nore carrata portare aen boler. leuen tanta minus per ecussa midesma rathone. 
Et intendat se carrata iusta de cantares. v. Raseris viii. de tridicu et Raseris. x. 
de orgia, no» intendendo i» numeru de cantare quando aen garriare fasches de 
pellame», nen cosas qui aen nonne de pelagu. et" 



» T. contradictione '^ Di qui alla fine del periodo, il testo è aggiunto al mar- 
gine destro. '^T. tottu ^T. quaiitu ^T. ìnunetata ^ yoce cancellata, e 
messo in sua vece, di mano posteriore, terra. "' T. liro ®_T. fachen facher 
'•'Lacuna di un'intera carta, che portava la fine di questo capitolo CXXXIX, i 
capit. CXL, CXLI, CXLII, CXLIII e il principio del CXLTY; ed è lacuna a cui 
i frammenti latini non rimediano in veruna parte. 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 57 

147r.] tu de iscriuer. Ancu qui^ ad ecu8s[os asjsos quales [aeu morjrer sos ca- 
ua[llo8 isjcriptos ad po[sta non] sian tentos [de coH;pora]ro attera ca[uallu] neii 
iscriuer [atteru] ììì locu dessu ca[uallul mortu. i;?fina [adj posta noua. 8[aluuJ 
adue/ùente ca[8u] de guerra, qui ta[ndo] sian tentos d[e compo]rare cauall[u iujsta 
sa forma d[essu] dieta capitu[lu]. qui- sian tentos toctu cussos qui aen auer ca- 
uiiUos de posta ad sos quales aen morre ^ sos cauallos q;n' se dcppian* mondare 
o non. co«?porarc atteru cauallu. et ecussu iscriuer facher in locu dessu cauallu 
niortu i/ifra meses^ duos proximos daue su die dessu cauallu mortu. alcuna at- 
teru capitala no;t obstante. Et qui coltra aet facher pachet assu eumene ongna 
duos meses h'brrts iii. de Ian?;a. prossu cauallu sana. & prossu cauallu mesu 
eoWos XXX. i;(fininta?ita qui cauallu aet iscriuer. Ancu qui neana persone qui 
net auer cauallu sana, ouer mesu cu»? . cuwpagnone. pothat uen deppiat cussu 
locare ouer conceder prò prethu. et q^a' coltra aet facher pachet per'' cascatuna 
uia soldob- XX. de lanua. Dessa quale banda, sa mesitate siat dessu eumene et 
issa attera dessu accusatore, et siat crettitu ad su iurame^tu dessu accusatore 
cum una destimoHgnu. Saluu si lu locaret ad alcuna qui andarci i/t iubassiata'^ 
dessa cumone. Ancu qui ogna persone q«/ aet auer caaallos per^ iw(posta dessu 
cumone iscriuan cauallos proprios & no;t acenos. & de ciò iurare deppian ad 
arbitriu de cussos qui uaen esser ad iscriuer. et ecussos caaallos tengnan in domo 
isserò propria ouer qui tengnan in locatio^e ouer per*^ atteru iustu titulu. Et 
qui contra, aet facher pachet ad su comune l/br«s v. de lanua. et niente minus 
sian tentos de obseruare ** si cornette est naratu. Dessu quale banda sa mesitate 
siat dessu cumone et issa attera dessu accusatore, et qui aet accasare siat tenta 
de ^ prouare sa accasa. Salua qui sos offitiales ordinatos ad ciò qui sian crettitos 
ad sa iarameHtu issoro ia factu. Anca qui alcuna caualla de posta su quale 
morreret ouer se aastaret. mondare non se deppiat per issa camene salua si 
morrerct ouer se aastaret in seruithu dessu cumone. no« i/;tendende si alcunu 

adcu«(pagnaret ad siluas oue ^'^ i» su quale sa potestate andarci 

de arbitriu suo. ouer si alcuna andarci in alcuna i;«bas8Ìata dessa quale salaria 
aueret daue su cumone [47v.] qui siat seruithu dessu cumone. 

Dessas guardias & compite se deuen pouner. 
CXLV. Eliai si gascatunu annn per issos antìanos dessu cumone de Sassari 
unu bonu honiine de cascatunu quaj'teri- ad cuma»dare sas guardias. sas quales 
facher se deuen in sos locos ordinatos. Et manden cascatuna nocte in cascatunu 
locu ordinata duos howines prò guardia. Et cumanden cussa una uolta in ca- 
scatunu mese ad plus. Et qualu«qua richestu no;; aet andare, ouer sufficiente 
8ca>»biu non aet mandare, pachet assu cumone soMos li. de l&nua. Et qua?<do 
su offitiale aet isquire alcanu nu»thatu no» andare assa guardia accattei unu 
homiiiQ prò cussu prethu qui aet poter, et ma»dct ilu in locu do cusso, ad ispesas 
do cusso qui non baet andare. Et appan sos dictos offitiales ^ascatunu de cussos 
prò salaria, cascatunu mese daue su camo»(e eoldos. x. de lanwff. et atteru prethu 
non leuen in alcunu modu. Et qui contra aet facher pachet assu cumone 1/- 



^ A incominciare da questa parola, fino a (ìictu capitulu, il testo è aggiunto 
al margine destro, e par di mano posteriore. ^ U T. ripete innanzi a qui la 

■voce ancu, che ò in testa al periodo. ^ T. morrer * T. deppiaut ^ T. meu- 
ses « T. prò ^ T. imba.ssiafa « T. de eia servare " T. ad '<> Qualche 
parola è qui svanita affatto. Il T. suppone: imhassiata dessu cuinonc; ma lo spazio 
non permette di legger tanto. 



58 Guarnerio, 

b;-«s. V. de lamia, et siat priuatu daue cussu offitiu. Saluu ei esseret de uoIujj- 
tate dessu consicu prò alcuna accidente qui se facheret maiore guardia, qui tando 
sa uolu«tate dessu co^sìqu se doppiai obseruare. Et siat tenta su massaia dessu 
cumone de pacare dessu te;»pus suo ad sos dictoa officiales. Et issa massaia qui 
non aet pacare, siat tentu de pacare de suo propria in sa essita dessu offitiu suo. 
Et ei duos sende clamaren appan anbos ^ su salaria suprascriptu .*. 

Qui neunu offitiale pothat auer salariu- daue su cumone. 
CXLVI. Statuimus et ordinamus qui neunu offitiale ad salariu co»suetu daue 
cnnqtie iunanti pothat auer in alcunu modu alcuna prouisione ultra su salariu 
suo. Et i«tendat si offitiu tottu sos offitios coutentos in su breue ad salariu or- 
dinata. Et qualuvjqua offitiale ouer alcuna attera pe/-sono presse aet facher al- 
cuna procuratio»e in procurare alcuna prouisione istande^ in su offi[48r.]tiu nen 
foras ultra su salariu suo cusse ouer cussos qui tale procura aen facher cadan 
ad sa pena contenta in sa capitulu qui fauellat dessa prouisione dessa potestate .*. 

Qui omnia annu se clamet vnu notaiu de Sassari. p>-o * sos sindicos. 
CXLYII. Eliat si cascatunu annu dessu mese de freargiu. unu notaiu de Sas- 
sr,'ri. ad iscriuer sa i?«trata et issa essita dessu cumone de Sassr'ri. et atteras 
cosas facher sas quales ad isse aen esser iwpostas per issu consicu maiore et 
issos sindicos dessu cumone predictu su quale siat natu in Sassari ipse ouer su 
patre suo ouer sa marna sua. ad puligas in su co??8ÌQu maiore. in ecussu moda 
q^iii se eliet su massaia ^ de Romagna. Et q:ui aet esser vnu annu notaiu uachet 
daue cussu offitiu per annos sex. Et appat prò salariu suo b'bros xxxv. de lanua 
et non plus prò alcuna seruithu qui facheret assu eumene existente in su dieta 
offitiu. Et si muccubellu alcuna aet leuare daue alcunu in su offitiu suo. ouer 
dessos benes dessu cumone aet leuare ultra su feu suo pachet assu cumone dessu 
vnu deche. & perdat su offitiu .*. 

CXLYIII '^. Sos maiore et iuratos de flumenargiu & dessa iscolca de Cherqui 
sian tentos de propria iuramentu prouare tottu sas furas & da;npnos qui saen 
facher in ecussas iscolcas pe?' issu modu infrascriptu. ciò est qui sa villa de 
Cherchi siat ad una precontu tantu. Sas aiUas de lechilo erthas ^ & lenthas esser 
deppian ad unu precontu tantu. Ardu Saue & tauerra esser deppiat ad unu 
precontu tanta, et in cascatunu precontu esser deppiat sa maiore parte dessos 
iuratos. Sos quales maiores & iuratos in cascatunu precontu iuren & issa pote- 
state ad iurare cussos constringat ®. qui issos dare deppian cusse ouer cussos su 
quale ouer quales aen creder ouer prouare su daw/pnu ouer furtu auer conimissu. 
Et si in su iuramentu [-iSv.] ipsoro aen narrer i;a"ra su termen contenta non 
poter auer prouatu. constriugher non se pothan in casione decussu da?npnu ouer 
furtu. atteru ouer atteros dare. Et non sian tentos sos maiores ouer iuratos ouer 
sos homines dessas villas alcuna cosa pacare, et in sos atteros casos se obse>'uet 
su capitulu. su quale si inco/nin^at qui sos homines de romangna deppian pro- 



^_T. nmòos - Di mano posteriore è premesso un segno a salariu e aggiunta 
al di sopra la parola i^ron/s/one. ^^ T. istende *T.per ^T. messaiu 
* D'ora innanzi, nel lib. I, la vecchia numerazione dei capitoli, in numeri romani 
di color rosso, è cancellata pressoché interamente e surrogata con numeri arabici 
in nero. Manca di qui innanzi pur la intitolazione del capitolo, tranne per quattro 
capitoli (cLvi, CLvn, clix e clx), che l'hanno in nero (anzi che in rosso), di mano 
più recente. ' T. Ectìias ** T. costringat 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 5!) 

uare sas furas. su quale est i?» sa rubrica de cxxi. in su pr/mu libru. Et si cusso 
ouer CU8S0S su quale ouer quales aen dare. no?i aen auer daunde poter pacare, 
perciò SOS maiores & iuratos dessas uillas predictas no« sian tentos de pacare 
alcuna cosa. Et ecussu midesmu siat obeeruatu & si obseruet de tottu sos furtos 
& daw/pnos infina ad ecorao factos & non datos per issos dictos maiores & iu- 
ratos. Et ^ gasi si intendat dessas iscolcas de Eristola & Septupalmas qui esser 
deppian ad unu percontu. Et sian tentos de prouare in cussu modu & forma sas 
quales sas iscolcas dessas dic/as villas prouare sun tentos per issu siczjrascriptu 
capìtuìa. 

CXTilX. Statuinius & ordinamus qìil sos sindicos dessu Cumone de Sassari. 
ciò est octo. duos de cascatunu quarteri om?à annu iìi sa exita dessu mese de 
freargiu. in su consicu maiore si elian ad puU^as. i>i ecussu modo & forma qui 
su massaiu de romagna si eliet. et qui aet esser unu annu sindicu uacbet daue 
cussu offitiu per annos duos. et incomincetsi su oifitiu predictu i» su primu die 
dessu mese de marthu. Sos qualee electores ìurare sian tentos elier 8ecu?jdu qui 
se co«teuet in su cap?V«lu dessos electores dessos offitios. 

CL. Ordinamus qui alcuna persone qui siat depus Sassari in romajigna qui 
non pachet data, no» pothat esser daue cu?2q«e i«nanti maiore de alcuna villa 
de roma/.gna. ma sian solamente de cussos de romagna qui pachan data. 

CLI. Statnimus & ordinamus. qui sa potestate qui est ouer protempus aet 
es6( /•. cauallcri notaiu [49r.] ouer alcunu dessa famica dessa potestate per se ouer 
attera submissa persone prossos. ouer attera alcuna persone daue cu»q«e limanti 
in alcunu modu ouer i«geniu cnin su cumone de Sassari, ouer alcuna attera 
persona prossu dictu cumone mercare ouer negothare in alcunu modu non po- 
that. de alcuna cosa sa quale narrer ouer cogitare se pothat. Et q«/ cantra fe- 
cerit gotale potestate caualleri et notaiu. & qualu«qua dessa famiga dessa dieta 
potestate siat sindicatu per - ^ascatuna uolta in l«br«s ccccc. de Ian((rt. sas quales 
peruengnan ^ assu molu. ouer assa opera dessu molu de portu de turrcs. Et q&- 
scatuna persone de Sassari aet tractare dessas predictas cosas cum sa potestate 
ouer cujH alcunu dessos supradictos. ouer aet exponner in co^sìqu ouer foras siat 
C'j^;dewpnatu per- cascatuna uolta in 1/bros. e. de Janua. ad pacare assa opera 
dessu dictu molu. 

CLII. Ordinamus qui sa potestate de Sassari qui est ouer prò tewipus aet 
esser non pothat ouer deppiat in nessiunn modu auer nen exponner in co^isigu 
ouer foras de auer daue su cumone de Sassari alcunu arbitriu. saluu solamoite 
sccu»du sas co;mentio«e8 factas Inter issu cumone de lenua* & issu cumone de 
Sassa>-i. & issos capitulos & ordinamentos dessu cumone de Sassari. Et qui nes- 
siunu ho/nine de Sassari ouer dessu districtu cuor qualunqua atteru o clericu o 
ladicu deppiat in consi^'u maiore ouer foras de consicu. ouer in alcunu cojìsìqu 
de bonos ho»nnes de Sassari plubicu ouer priuatu narrer ouer ad posta mitter 
ouer sejitentiare qui ad alcuna potestate ouer qui offitiu de potcetaria fathat so 
det ouer dare se pothat ouer dare se deppiat alcunu arbitriu. ultra cussu qui so 
continet in sas conuentiones pred/cfas & in sos capitulos dessa terra de Sassari. 
Et qui centra aet facher siat condewipnatu i)er - cascatuna uolta in h'bras. ccccc. 



'Quest'ultimo periodo è in parte aggiunto al margine superiore, in parto al 
destro, e par di mano posteriore. - T. prò ^ T. lìercengan * T. lamia 



60 Guarncrio, 

de lanica. Sns quales co«de»jpnatio»ee 60 acq?(/8ten assa opera dessu molu de 
portu de [49v.] turres. et ultra qui ip^e siat priuatu daue om;àa offitiu & bene- 
iitiu des8u eumene de Sassori per ccussa midosma rathonc. Et oascatuna per- 
sone pothat accusare eoa coltra lachcntcs. et sian tontos sa accusa legitimame?2te 
prouare per. x. deetimongnos ydonoos de co/^siru & non niiuus. 

CLIII, Statuimus & ordinamus qui sa potestate qtii est ouer prò tewpus aet 
esser, ouer qui aet esser i« locu suo no» potliat ouer deppiat prò casio^e de al- 
cuna datura facta bifina ad ecomo. ouer qui saet faclier daue oc ornanti proceder 
ili persone ouer cosas co»tra alcunu datu ouer qui saet dare per issos maiores 
& iuratos de romangna ouer de fìumenargiu in casiere de alcunu daw/pnu ouer 
l'urtu. Saluu ad restitutioj/e ad ecusse qici ait auer reciuitu su dawpnu. Saluu si 
sì prouaret legitiniamejtte coltra cusse cussu auer factu. Et si alcunu cap/Vidu 
est co?jtra custu. siat cassu. 

CLIV. Ordinamus & statuimus qui sa potestate de Sassrtri qui est et prò 
tcwpus aet esser ouer qui aet tenne ^ su locu suo no» pothat nen deppiat alcuna 
))ersone de Sassari ouer dessu districtu tormentare hi casio»e de alcunu male- 
litiu. Saluu prò omicidiu furtu et robaria. Et ciò si decussos malefitios ouer al- 
cunu decussos accusa facta daet esse/-, et i/^scripta in sos actos dessu eumene de 
Sassffj-i infra su termen contentu^ in su breue. Nen etia»i dea pothat alcunu 
esser tormentatu si nominatu aet esser per alcunu tormentatu. et issa potestate 
coltra cusse proceder non pothat accasione dessa confeesìone ouer^ nominatione 
facta per icussu tormentatu. Et si sa potestate centra aet facher siat sindicatu 
tale potestate in lihras. e. de lanno. per * (^'ascatuna uolta .". 

[50r.] CLV. Statuimus & ordinamus qui sos maiores et iuratos dcssas uillas de 
cristola Octauu & septupalmas prouare deppian sas furas & daw/pnos factos \ii 
eas iscolcas isserò tantu ad unu percontu ^•. 

De ferita dubiosa ". 

CLVI, Totta uia qui aet ad diuenner i^ro alcunu feritu dessa quale ferita se 
dubitet. sa potestate ouer su recto>-e dessa terra de Sassc/ri dimandare uoler ad 
certithia sua. & certificare se si sa ferita esseret dubitosa o non. deppiat man- 
dare prò cusse ecussos medicos dessa terra de Sassari qn? aet boler. & issos me- 
dicos ad cumandame»tu dessa potestate ouer rectore sian tentos de andare assu 
feritu. & uider sa ferita. Et datu ad issos su sacramentu per issa potestate ouer 

ore. naren sa sententia issoro daue nanti desa potestate oue>- rectore dessu 
qui lis paret dessu feritu remotu odiu timore amore prethu ouer precherias. cussos 
gotales medicos niente leuandc prò cussu seruithu. ouer sente«tia ouer cohbìvu 
dare. Et si alcunu medicu esseret qui sas dictas cosas no» bolcret facher siat 
tentn sa potestate ouer rectore in su sacrame?itu suo cumandare ad ecussu me- 
dicu qtii daue inde innanti in Sassari ouer su districtu cussa arte non deppiat 
facher nen etiam deu sa potestate bila lasset facher. 

Qui in ciascatuna ^ porta de Sassari se pongiat ^ duas tuppas. 
CLVII. Statuimus & ordinamus qui in §ascatuna porta de Sassari, se pon- 
gnan duas tuppas cu)n clauaturas sufficientes. una dessas quales claues se uardet 
per issa potestate de Sassari & issa attera pe/' bonos howànes dessa terra de 



^ T. tenner 2 t. cuntentu '^ T. aver * T. 2^''0 ^ T. precontn 
dubitosa ' T. sascatuna ^ T. jwngnan 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. GÌ 

Sassrt>'i. clamatos ad ecussu ofìiciu l'achei-, ciò e*-^ i;^. cascatunu quarteri se cla- 
met unu bonu Iio«a/;e qui uardet sa clauo dcssa porta de cussu (luarteri. Et 
poscha qui sas portas aen esser cuuiatas in nessiuuu modu si ape/ùan i;(fina acbo 
si aperin su mangianu assa bora consueta. Saluo ' ad te;«pu8 de [yOv.| gue/Ta 
1)1-0 neccessitate - dessu cumone. Et appat gascatunu ^-uardianu prò salariu suo 
(jascatunu mese soldos x. de lamia. Et sian tentos sos hoDiines dessu cw;(8Ì(;u 
iuaio>e iurare manu te«ner & obsÉ'/uare custu capitulu. Et si alcunu si i«uen- 
iieret co»trariu pachet ad su cuinono b'b/rts. e. de lamia, et ultra siat priuatu 
pf'/'petualc me;(te daue oiiwna offitiu benefitiu & bono/'c dessu cumono de Sas- 
srtri. Et duret su offitiu de cussos. ad boluntate dessu consiou malore. 

CLVIIL Ad iscMuare sos errores sos quales furun usatos de esser supra sos 
dannos factos & datos in roma?vgna & flumenargiu. Ordinamus qui cascatuna 
persone assa quale da;«pnu factu aet esser per animales foras dcssa iscolca de 
Sassft/-i. ciò est hi roma;/gna & flumeuargiu. deppiat usare sa rathone sua coltra 
sa persone ouer persones de cben aen esser sos animales datos cussu dannu ouer 
animales ouer coltra sos iuratos existente su massaiu hi su tc>»pus su quale su 
da»(pnu factu aet esser in su officio. Et qui sa ratbone sua non aet usare ouer 
dimandare istande su massaiu in su offitiu siat priuatu de cussa ratbone. Et post 
sa exita de cussu massaiu in nensiunu * modu desiat intesu. Saluu si dessu mese 
de ianargiu o de freargiu factu aet esser su da;aiu ' q«/ potban usare sa rathone 
isserò daue su die dessa exita dessu massaiu '' i«fina ad mcses duos prox/;>;o.s- 
vent^ros. Et leuet su iscriuanu dessu massaiu prò iscriuer in actos & prouocare 
sa pulica dinaris vi. ad plus quando laet bocare. Et dessas atteras iscripturas 
dinavis mi. ad plus. Et si su iscriuanu dessu massaiu centra aet facher & accusatu 
daet esser, pachet assu cumone (jascatuna uolta soldos. xx. Et credat se su ac- 
cusatore de ciò cu)n unu destimongnu. Et issos dannos datos infina ad ecomo si 
intenda?; qui deppian usare sa rathone isserò ad ten^pus de custu massaiu .'. 

lòlr.j Qui non leuet su cancelleri deue alcunu presoneri 
de salariu plus de soddos VI. " 
CLIX. Statuimmo' & ordinamus qui sa potcstate de Sassari ouer cusse (yii 
aet esser guardianu dessa presione dessu cumone de Sassari non Icuet nen leuare 
pothat ouer deppiat daue alcunu presioneri prò salariu dessa p>-e8Ìone ouer de 
ocu. ouer de alcuna attera ispesa. ouer alcunu attera modu ouer casione ultra 
soldos VI. per rascatunu in sa essita sa quale su presioneri aet facher dessa pre- 
sione. Et qui contra aet facher siat sindicatu in sa exita dessa potestate ad 
ten/pus dessu sindicamentu. qui torret ad su cumone de cascatunu dinari Ic- 
uatu X. Et decio se pachet ad ecusse qui aet pacare, cussu su quale plus deit. 
Et ecustu salariu pachet si nocte aet facher in sa presione prò alcuna insta 
casione prossa quale racioniuilemente personalemente ^ se deppiat tenner. Et 
credat si su iniuriatu ad su sacramcntu suo. 

Pro su'* bangnu de Sassari. 
CLX. Statata est & ordinata qui tottu cussas pe/soncs gasi de Sassari quale 
(& dessu districtu quale & de attera locu sas quales aen boler andare assu l)am- 
gnu^ de Sas8«>'i. potban & bacan andare & intrare i/( ecu&su. in su modu i/*- 



^T. Salili - T. necessitate '^T. nessuna *'¥. dampnii ^T. messa iu 
T. abbrevia l'intitolazione in Dessu salariu dessu guardiana dessa presione. 
manca al T. '*T. Dessu '•' T. banguu 



62 Guarnerio, 

frascriptu. ciò est bo6 masclos. iouia kenapura sappatu & àominica. Et lesa fe- 
minae lunis martis & mercuris. Et qtii cantra bu dictu modu aet i«trare & aet ^ 
esser masclu. siat ili secata sa capitila. & si aet esser femina siat arsa, in tale 
guisa qui morgian. Et issas -pi-edìctas cosas no» se i«tendan dessos minores 
de xim. annos .'. 

[e. 51v. bianca]. 

[52r.] [Libru Secundu.] 
I. De faclior lieredo & de lassare sos benes suos ad clien bolet. 

II. Dessos fìgos qt«' morin scusa tcetamentu & sensa figoe. 

III. De non vender sas posscssio^es dessas mugeres. 
mi. Dessas richcstas & istasinas. 

V. Deesos qui sun richestos personalemeizte & assa domo. 

VI. Dessos contumaces. 

VII. Qui sas sentcntias dessas coronas & dessos cohsìcob se leiau. 
VIII. Dessi! deppitu ùicfu dane su maritu sensa sa muQore. 

IX. In itteu guisa se fathat pacame^tu ad ecusse qtn demandai in sos 

benes ouer i;; sa persone dessu deppitore. 
X. Dessos qìù cunfessan & nogan. 
XI. De pacare sas ispesas factas in sa lite. 
XII. Dessos richestos in froda & dessas caparras datas. 
xm. Qui sa potestate fathat rathone sensa corona, 
xiin. Come»te sa potestate deuet tractare sos furisteris. 
XV. De me«touare su datore. 
XVI. Dessas po8sessio;/es obligatas prò deppitos. 
xvii. Dessa corona clompita & dessu numera de cussa et quantas coronas 

se fachen sa chita. 
xvm. Dessos destini ongnos. 
XIX. Su modu dessos pacame?jto8. 

XX. Dessos executores dessos testame/iitos & dessos deppitos co;(tentos i« 

sa testanie^tu. 

XXI. Dessos danwos & guastos & dessu salaria deesos iuratos & missos. 
XXII. Dessos tutores & curatores. 

xxin. Qui sa pofes^ate diffiniat sas q!<estio?(es qui aen esser i;;ter perso»es 

istrangias. 
xxiiii. De deppitu pacata. 
[52v.]xxv. Qui su reu det assu actore pacaria. 
XXVI. Su termen dessa istasina. 

xxvii. Qui neunu pothat opponner dauer vinchitu alcuna cosa. 
XXVIII. De prescriptione de possessiones & de deppitos. 
XXIX. Ca,\yifidu dessos bandos. 

XXX. Dessos pacamentos facies & dessos qtti los possedin. 
XXXI. Dessos maritos qui uenin i;( pouertate. 

XXXII. De dare sacrame^tu assu dima;;datore prossu deppitu qui se dinia»dat. 
xxxin. Qui neunu pothat dimandare deppitu sensa carta passatu duos annos. 
xxxuii. Dessa possessione memorata. 
XXXV. Qui gascatunu pothat procurare prò chen aet boler. 
XXXVI. De non runipcr pache. 



i. corregge si ae 



Gli Statuti della Repubblica sassarcBe. 63 

XXXVII. Dessas appdlationos. 

XXXVIII. Quale die so doppiali firmare sos pacame«tos. 

XXXIX. Decreta prò sas appellatio«es comeyite Be depiant siguirc '. 
xxxx. Pro Bu da?!;piiu qui faghent su bestiame« grossa & mìuudu. 

xxxxi. De non etaxire corpus de liowàne - neii de femi/ia. 

xxxxn. Qui neunu Corsa no« ^ pothat aaer officia * hi sa citadi de Sa68«?-i. 

[53r.J De facher lierede & de lassare sos benes ad chen bolet. 
I. Licita cosa siat ad gascatuna persone de Sassari & dessu districtu qui aet 
o qui r\o)i aet ficos o fi(^as ad isse in sos benes suos faclier licrcde ad chen act 
boler. et iudicare pressa aìània sua donare & dare dessos benes suos ad bolu?;- 
tate sua. Saluu qui su marita assa mugere & issa macere assu marita non dep- 
piat VI aita non i» morte lassare non dare dessos benes suos non issuna assa at- 
tera facher berede i» plus dessa mesitate dessos bcnos suos. et i;icustu solame?ite 
ad godire in aita de cusso qui ait romaner uiuu. Salau si decustas cosas esseren 
in ca«cordia cussos qui deueren esser heredes decussa persone, qui gotale here- 
ditagiu ouer iudicame?;ta faclieret cum cusso qtti deaeret aaer sa cosa iudicata. 
et in custu casa casta capf7»la no« li nochiat. Dessos qaales benes lassatos et 
non ispesificatos. et per singulu mcntouatos per ecusso ^ qui aet factn su testa- 
me>itu casse qui aet romaner uiuu. & ad chen los aet lassatos fathat inuentariu 
i/ifra una mese ad pus sa morte dessu testatore, in presentia dessas heredes 
dessu morta si aen esser de legitima etate, et si no;i aen esser de etato logitima 
in presentia dessos prcpi«quos dessu morta quales aet parrer assa potestate. Et 
ad rechestas dessos heredes dessu mortu ouer dessos propi;?quos de cussos dot bona 
pagarla^ qui cussos benes aet usare & fructare saluande sa sustantia fachende exti- 
matio«e de cussos benes ad arbitrlu de sauios^ per issa potestate deputatos. in 
attera guisa si coltra custas cosas ouer alcuna de custas factu aet esser cusse 
ad chen est lassatu su iudicaine??tu. de cussu siat priuatu. 

Dessos ficos qui morin senea testame^itu & sensa ficos. 
IL Si alcuna persone sensa testame«tu aet morrer sensa ngu ouer ficos ® sonde 
uiuu su patre sos benes do cussa [53v.] persone morta. roina/(gnan assu patro do 
cusse. & de cussos benes su patre fathat ad bo^a sua. Et si su patre esseret 
mortu et issa marna uiua sos benes acq?(/statos de cussu mortu appat sa marna 
ad godire 1» uita sua. non uendendo obligande ouer dande de cussos ad alcuuu, 
Dessos quales benes sa mama i/mentariu fathat i«fra vnu mese daue su die dessa 
morte do cusse numera/ale. dande pacarla si cornette e*-^ naratu daue sui)ra. in 
su capitulu de supra. in presentia dessos propinquos dessu mortu ad sos quales 
cussa hereditate si ispectet do rathono prò hereditagiu dessu mortu. i» attera 
guisa si co»tra factu esseret cussos benes torren ad sos atteros plus proximanos 
parentes dessu mortu de patre & do mama. Et issos benes patrimoniales roma?;- 
gnan ad ecussos ad chen de rathono deuen. daue cussu ramu daunde cussos benes 
sun bonnitos. Et dessas mugeres qui morin sensa tcstame;itu, sa doto issoro. et 
issos atteros benes datos ad su marita ad moda sardiscu in coiuuanthia. et aen 
mo;Te sensa ficu o ficos. sa dicfa dota, et issos benes predictos. ad ecussos qui 
la dotarun & los derun torren. Et si alcuna cosa incerta lassata act esser in al- 



' T. seguire -Qui una parola sbiadita, tralasciata dal T., ohe parmi si debl)a 
leggere moiiu. * T. omette il non * T. cioffiu ^ correggi ecusse, come ha 
pure il T. ^T. jJCidessos ffaiia ''T.rivos « corretti da mano posteriore in 
/!f/iu e fffios 



64 Guarnerio, 

cuna ultima uolu?(tate ad alcuna pe/sone. ouer etìa»Kleu q(^/ laet romancr dauo 
alcuna p<?rsono qui act moATer sensa testame^Hu aj^odire in ulta ouer i»fra ccrtu 
temptis. cusso ad chen act esser lassatu ouer lact romaner. de ciissos benee siat 
tentu de fachcr i«ucntariu i^(fra unu mese, daue sa die dessa morte dessu morta 
in presentia de cussos assos qualcs de rathone cussos benes deuen torrare si baen ^ 
boler esser, et si non baen boler esser. & aen esser rinchestos per issa missu 
dessa potestato per iscriptura plubica. fathat se in presentia de l)onos hown/ies. 
nxi aet clamare sa potestate. Et si cantra custas cosas act esser factu custu [54r.l 
gotale legata lassata ad ecusse qni ait contra facher. roma«giat ad chen de ra- 
thone aet deuer. Et ecustu non nochiat ad sos minores de xiiii. a»nos. saluu 
daue xiiii. annos in susu. 

De non vender sas possessiones dessas muceres. 
III. Sos benes patrimoniales & matrimoniales. dessa mugere su maritu vender 
obligare ouer alienare non pothat ne» deppiat in alcuna moda cu;» paraula 
dessa muecre ne;/ sensa. nen etiani deu sa mu(;;ere uender no;/ pothat. si unipare 
flcos ouer tìcas no» aen auer. saluu prò necessitate, et in gotale casa de neces- 
sitate uender se pothan dessas po8ses6Ìo«e8 predictas per- issa d/c^a macere, cu/;/, 
consicu et co;/sentime;(.ta de mi. propinquos dessa femina ad sos quales ouer ad 
alcuna dessos si ispectaren cussos benes si morreret sensa ficos. iurande sa fe- 
mina q/// p;-o necessitate sa cosa ouer sa possessione se uendet. Jurande etiamdeu 
608 propinquos qui non co;/sentin in froda. Et [si°]. mi. p;-opinquos ad ecustas 
cosas fachcr no;/ act auer. ouer p;'o nialithia i;/ ciò co;/sentire & esser no?t bo- 
leren cussa uenditio»e se fathat daue na;/ti dessa potestate & de bonos ho;;/i;(es 
ad sos quales mustret sa neccessitate sua. Et si coj/tra sas d/c/as cosas facta act 
esse;-, custa uenditio;/.e no;/ bacat. Et issa possessioj/e torret ad sa * mugere ijre- 
dicta. Et issu co;;/poratore perdat su p>'ethu data in sa possessio;/e. et appat re- 
gressu in sos benes dessu uendito;"e. Et si per " auentura alcuna mugere aet auer 
possessio;/es suas foras dessu districtu de Sassari & boleret decussas uender. po- 
that ilas uender cu;;/ consentimentu dessu marita, et Gtiam dea su marita cu;;* 
co;/sentime;/tu dessa mueere. scusa sacrame;/tu & scusa co?/sentime;(tu dessos p;-o- 
pinquos. Et si daue corno in secus i/Klesun benditos. sa uenditio;/e siat firma. Et 
fei ficos ficas unipare aen auer. tando su marita vendat decussas possessiones 
cani consentime;/ta dessa macere. Et issos benes acq/</'stato8 cu»/ [54v.] sa mu- 
chere ^ su marita pe;- - arbitriu suo uendat & alienet. cu?» booa dessa mucere & 
sensa. Si et in tale guisa qui iwìi nochiat ad sas coiuuatas " ad dota. 

Dessas richestas «fc istasinas. 
IIII. Richestas et istasinas sos missos dessu cumo;/e fathan et facher pothan 
\)ro cascatuna pe;-sone. ad richesta issoi-o co»tra pe;'Sones furisteras sensa pa- 
raula dessa potestate. Si & i» tale guisa qui ùccta sa richesta ouer istasina la 
denuHtien ad sa potestate. et ecusse qui sa richesta ouer istasina aet factu fa- 
cher. uengnat i;/cu?/tane;/te daue na;/ti dessa potestate. prò na;Te ' sa rathone sua. 



qui sun richestos pe;-sonaleme;/te <.^" assa domo. 
V. Sas citatio;/es ouer richestas de cascatuna pe;-sone ad sa corte se fathan 
in custu moda, ciò est qui aet esser richesta pe;- issa missu dessu cumone in 



' Pare piuttosto liaen, ma il senso richiede òaen. '' T. prò '* Manca il .s* 
nel cod.; ma lo richiede il senso, e l'ha anche il T. -"T. as-'^a '•'T. muzere 
''T. roiuvathas ^T. nanrr 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. C5 

parsone daue na;;ti dessa potestate ouer ad corona siat tentu de uenner pc;- se 
o per procuratore le,:?itimu hi sa prima richesta 8ec??»du su cuma;?dam«itu factu 
nd isso daue su missu. Et si no;; laet facher procodat si co?(tra isse si compete 
in su capii'^lu dessos co;/tumaces si cowtenet. Saluu prossos minores de xmi. 
annos sos quales deppian be^ner ad corona. i??fra tres rischestas '. Et qui ri- 
cbestu aet esser aesa domo si aet esser in Sassari ouer su districtu deppiat benne 
i//fra dies vm. proximos. daue su die dessa richesta daue nauti dessa potestate 
ouer sa corona. Et si aet esser foras dessu districtu de Sasswi in su rennu do 
locudore deppiat benne i»fra. xv. dies daue su die dessa richesta. Et si aet esser 
foras dessu rennu de locudore in sa isula de sardigna deppiat be?jne i«fra unu 
mese daue su die dessa richesta. Et si aet esser foras dessa isula de sardigna 
deppiat benne infra tres meses daue su die dessa richesta. Et si aet esser in- 
firmu su richcstu deppiat beHne i«fra xv. dies daue su die dessa richesta per 
se [55r.] - ouer per procuratore. Saluu si i«na«ti esseret sanu. qui i«cuntane»te 
sanatu deppiat benne '. Et iu cascatunu articulu si intendat gasi in corona quale 
et foras. Et qui infra sos dictos termenes non aet benne procedat se contra isse. 
quale & contra contumace, si comente in su cap?7nlu dessos contumaces se con- 
teaet. Et qui aet benne ^ ad corona, et issa questio/io aet esser de alcuna dep- 
pitu. cosa mobile ouer seruithu personale, et icnsse qui su deppitu fechit uiuu 
aet esser omnia atteru terme;» lassando per issa potestate ed issos de corona ad 
isse de xv. dies terminu siat assignatu. in su quale tejmen siat tentu de ri- 
sponder ad fine dessa questione. Et si su termen non aet benuer in die de co- 
rona, ouer qui cusse qui dimandai non aet esser intesu. deppiat cusso ad chcn 
dimandan risponder in sa pr?ma corona in sa quale passatu su termen su di- 
mandatore aet esser intesu. Et si su rcu in sa risposta sua aet narre* auer da- 
tore dessa cosa ad isse dimandata, mustret ilu per plabica carta, o iuret ilu q«/ 
ciò qui narat est ueru. et cha nolu fachet in frodu. Et si ciò facher non aet 
boler. deppiat risponder ad fine dessa qt^estione. Su quale datore gasi nowinatu 
deppiat benne ^ in sa pr«ma rinchesta ad isse facta personalemente per issu missu 
dessu cumono. Su quale missu naret ad isse. ueni ad defender sa gotale cosa, 
assu gotale. Et ecusta richesta se iscriuat in sos actos dessu eumene. Et si in 
custu modu non esseret richestu. non nocchiat ad ecusse qui est datore. Et si 
no/( aet benner. in su termen siat tentu su reu ad risponder ad fine dessa que- 
stione, ad periculn. et aduentura dessu datore. Et si personalemente non aet 
esser accattatu i«?pero qui aet esser aterue siat accattatu^ in sa domo, et appat 
termen si comente est naratu daue supra. Et si aet benne ^ su datore appat ter- 
men ad" risponder ad fine dessa questione', de dies vili. Et non se pothat in 
alcuna questione proceder si non infini in x** datores. Et si cusse qui fechit su 
deppitu uiuu non aet esser appat termen [55v.] ad risponder unu mese, et in sos 
atteros articulos comente est naratu daue supra. Et si sa questione aet esser supra 
alcuna cosa istabile. et issu reu aet esser de xx. annos & daue inde in susu. 
sensa neunu atteru teìinine ^ dilatione appat tewpns de tres meses ad risponder 
ad fine dessa lite assu dimandatore. Et si su termen. non aet benne ^ in die de 



' T. ricJìPsfas - Xell'ordine presente del cod., sarebbe la e. C2r. La e. 55 vi 
è fuor di posto, portata di eette carte più in là. ^T. benner *T. narrer 

''corretto di mano posteriore in citatu. " T. de ^ Le parole ad fine dessu 
questione son cancellate, e sostituitovi, da mano posteriore, infra termen. * In- 
vece di influì in x, si legge di mano recente infini in v. ^ T. terniiuu 
Archivio glottol. ital., XIII. 5 



66 Guaruerio, 

corona, ouer cusse qui demandai no;i esserci intesa deppìat risponder ad fine 
dessa questione in sa prima corona in sa quale su dimandatore esserci i»tesu 
passaiu su termen. Ei ei in sa risposta sua. aet narre ^ auer datore dessa cosa 
qui soli dimandai, deppiat ciò illustrare per plubica carta, ouer iurare qui ciò 
siat ueritate & cha nolu - fachct in frodu. Sa quale cosa si facher non aet boler. 
8Ìat tentu de risponder ad fine dessa q;;e6tio;ie. Sa quale datore gasi notninatìi 
deppiat benne ^ in sa prmia rinchesta ad isse fffc^a personalemente per issu 
miesu dessu cumo»e. Su quale niissu uaret ad isse^. ueni ad defender sa gotale 
cosa ad su gotale. Et ecusta rinchesta se iscriuai in sos acios dessu cumonc. Et 
si hi custu modu non se citarci, non nochiat assu datore. Su quale datore si no?» 
aet benner coniente est naratu. su reu deppiat risponder ad fine dessa q!(estioHe. 
ad periculu dessu datore. Et si isse aet benner sensa atteru termen^' ouer dila- 
tione. termen de xv dies li siat assignaiu ad risponder assu datore ad fine dessa 
questione. Et non se pothai proceder daue datore in datore, si non fina a. v. Et 
si su reu aet esser minore de annos xx. appai termen de un meses ad risponder 
ad fine dessa questione, ipso ouer procuratore, tutore ouer curatore suo. et in 
sos aiteros articulos comejtie est naratu daue supra. Et si esseren daue unu in 
Busu cussos centra chen sali demandare, ei alcunu de cussos esseret minore 
de XX. annos ad ciò qui ordinatomente ^ se procedat. appan tociu su termen qìii 
aet auer su minore. Et in sas q«estiones qui aen esser supra sas possessiones 
[56r.] ' obbligatas prò deppìtu. obseruet si su cap?Y«lu su quale de ciò fauellat. 

Dessos coniumaces. 
VI. Si alcunu aet esser rìcliestu supra alcuna cosa mobile ouer inniiob/le. & 
co?«tumace aet esser pongnat se su dimandatore in- sa possessione qui dimandai. 
Ei si su reu aet benne ^ infra, xv. dies. daue su die qva' aet esser missu in pos- 
sessione, datu ^ per isse pacarla de isiare ad ratbone. & satisfacias sas ispesas 
factas in casione dessa contumacia sa possessione recuperet. ei incuntanenie se 
cuniestei sa lite, et in- cussa q;/estione se procedat sensa neunu atteru termen. 
Et si infra su dfc/u termen non- aet benner su reu ad sa corte, ei issa dieta pa- 
garla dare et issas ispesas satisfacher non aet boler passaiu su termen predictu 
su dimandatore in ecussa cosa per issa potestaie ei Issos de corona se faibat 
ueru et irreuocab/le aengnore. Et si aet esser ricliestu. supra alcunu deppiiu 
ouer eeruiibu personale ei aet esser contumace, assu dimandatore se fathai pa- 
camentu in sos benes mob/les. Ei sì mob?"le8 non daet auer. in sos benes ista- 
biles sec«/ndu sa quaniitate dessu deppiiu mustratu pe>- plubica caria, et per sa- 
cramenta dessu dimandatore. Et si su dimandatore non aet auer supra sas dictas 
cosas ouer alcuna de cussas plubica carta battiat aiteras prouas legitimas. et 
etiam deu sacramentu propriu. Ei si su reu infra xv. dies aet benner daue su 
die qui aet esser faciu su pacame?jiu. et aet satisfacher assu dimandatore gasi 
dessu principale deppiiu quale & dessas ispesas factas in casione dessa contu- 
masia cussas cosas in pagamentu datas recuperet. Saluu si su reu aet prouare 
cha non est tentu ad pacare custu deppiiu. Et supra ciò su reu gotales prouas 
battiat quales su dimandatore aet batiuttu. ciò est. si su dimandatore aet pro- 
uatu cassa deppiiu ouer seruithu per plubica carta, su reu su simicantomente 
prouet per carta. Et si su di[56v.]^mandatore cussu aet auer prouatu pe/- desti- 



^T.narrer -T. non hi "^T.òenner ^T.issu ^T.terminu ^T. ordina- 
riamente ^ JS'eU'ordine presente del cod., sarebbe la e. 55r. ** T. data ^ I^el- 
l'ordine presente del cod., sarebbe la e. 55v; ma cl'r. p. Co, n. 2. 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 67 

ino»gnos. 8u reu prouet sa i«te;;sione ^ sua per dcstimo;!i^nos o per carta. Et si 
su reu i»fra su dictu te;»pu8 non aet bearne -. & de cussu dcppitu ouer seruithu 
& dessas ispcsas satisfacher non aet boler sa cosa ad isse in pacame»tu data sa 
potestate & ecussos. de corona firmen. & in cussa lu fathan ueru sengnore. Et 
8Ì su pacame«tu esseret de so'rfos. e. & daue i«de in iosso. q^ui se pothat firmare 
sensa corona cuw?. vn. iuratos. richestu ad ciò su reu. Et issas cosas qui saen 
dare in pacame?ztu coHtra sos co?itumaces. se den per issos iuratos de iustithia 
secupidu qttì se facbet i;( sos atteros pacanneHtos. & coniente se contenet in sos 
capitulos dessos pacame^tos. Et quando su dimai/datore aet esser missu in pos- 
sessione ouer tenere, dcssa cosa qui demandai, ouer qui in casione de alcunu 
deppitu. seruithu personale factu aet esse;- pacamentu per ^ casio^ie de contu- 
masia. siat tentu su dimandatore de facherlu ad isqn/re ad su reu per issu missu 
dessu cumone cussa die sa quale missu aet esser in tenere, ouer qui factu laet 
esser eu pacamentu. si saet poter auer in persone. & si auer non saet poter in 
persone, su missu dessu cumone clamet ad boche alta daue nanti dessa domo 
dessu habitamentu dessu reu in sa quale habitat ouer fuit usata quando se par- 
tiu?V. si comente su dimandatore est missu in tenere, ouer ad isse est factu pa- 
camentu prossa contumasia. et iscriuat se in sos actos dessu cumone sa rela- 
tione dessu missu. et si i)t custu modu non se facheret. non nochiat custa gotale 
contumasia ad su reu. 

Qui sas sententias dessas coronas & dessos co/isicos se leian. 
YII. Siat tentu su notaiu dessu cumone. leier incuntanente in sos consieos & 
in sas coronas sas sun?mas dessos consieos. et issas sententias dessas coronas. si 
comente per issos iuratos & per issos consiceris ouer per issa maioro parte de 
i-ussos saen dare, innanti qui atteru consiou. ouer [57r.] qui atteru piaitu si in- 
comincet ouer se finiat. Et si non si aen leier & non saen iscriuer sas senten- 
tias et issas * dessu consiqu non bacan & sian de nensiunu ualore. 

Dessu deppitu factu daue su maritu sensa sa mucere. 
YIII. Siat tenta sa mucere coiuuata ad modu sardiscu. jiacare sa mesitate 
de tottu sos deppitos sos quales su maritu aet auer f«c/u sende viua sa mugere 
presente ouer abseute. Si cussu deppitu siat torratu ad utilitate cumonale. Et 
prò alcunu deppitu sa mucere coiuuata non siat tenta nen siat data in persone 
ad alcunu creditore sende uiuu su maritu. Et issu lio»nine qui aet esser data ad 
alcunu creditore in persone prò alcunu deppitu siat tentu in sa presione dessu 
cumone. & daue inde non desiat bocatu fina a qui aet auer pacatu ad ecusse 
ad cben deuet. Et siat tentu su creditore dare ad su deppitore in presione prò 
ulta sua o>nnia die derratas duas de pane si su deppitore non aet auer unde 
pothat pacare custas ispesas. Sas quales ispesas innanti se pachen assu creditore 
cha su atteru deppitu. Et si alcuna mucere qìii non aet auer maritu data aet 
esser in persone prò alcunu deppitu non siat tenta in presione ma seruat assu 
reciuitore ^ prò eoldos. xn. su annu. Sos quales se deppian iscontare in su deppitu 
si non aet auer arte. Et si aet auer arte seruat assu reciuitore* prò eoJdos xxiiii. su 
nnnn sos rjualcs se cowputen in eu deppitu. Et si cussa femina aet dare pacarla 
de pacare on^nia annu cussa summa siat absolta de seruire ad ecusse ad chea 



' T. intentione ^ T. òenner ^ T. prò * La parola, corrosa, fu accomodata 
da mano posteriore e riesce inintelligibile. Parrebbe fcoas, con segno d'abbrevia- 
zione sovrapposto. Il T., seguendo i frammenti latini, legge sumnias. ^ T. creditore 



68 Gaarncrio, 

dcuet dare. Et bì pacarla non aet dare cusso qui deuet reciuer tengìat cussa 
deppitriche in domo sua ad seruire ad isse prò cubsu prethu qui est naratu. 
dande cussu creditore ad ecuBsa femina doppitricho ad mandicare & biuer & 
caltharo & bestire couuenìuelemente cornette est Ysatu de dare ad feminas qui 
seruiu. Et si sa muccre deppitriche [57v.] aet fuire ^ cusso ad chen aet e8s<^r data 
ad Bé'ruire la potìiat reier cum ferros. Et issas predictas cosas no», se i»tendan 
prossas feminas coiuuatas ad dota. Et neuna femina coiuuata ad dota fathat al- 
cuna deppitu sonde viuu su maritu. sendeui su marita presente et nolente, ouer 
non. neu in alcunu atteru modu. Et si alcuna deppitu aet facber non bagat et 
in om«ia guisa siat de nensiunu calore. 

In itteu guisa se fathat pacamentu ad ecusse qui demandai 
in SOS benes ouer in sa pe/-sone dessu deppìtore. 
YIIII. A qualunqua persone saet facber pagame^tu in casio«e de alcunu dep- 
l)itu. fathat si hi sos benes sos quales aet posseder su deppitore ad ecussu tempuR 
qui su pacame;;,tu saet facber. Et si tando saet accattare qui su deppitore niente 
appat. ouer appat et non qui uastet ad pacare su deppitu. fathat se pacamentu 
assu reciuitore in cussos benes sos quales aet isquire su creditore ^ui bu uendi- 
tore appat benditu ouer in alcunu modu alìenatu daunde su deppitu aet esser 
factu. dessu quale deppitu ad pa?'giat ijublica ca^-ta. Et si su dictu deppitore non 
aet auer de iòteu pothat jjacare gasi assu creditore suo quale & ad ecusse ad 
chen BOB benes suos ait auer uenditu i^rocedat si centra isse in persone, ponen- 
delu in sa presiede dessu cumo«e lina ad quo su deppitu aet pacare. Et aet sa- 
tisfacher ad ecusse ad chen sos benes suos ad i^uscussu ^' deppitu aet auer uen- 
ditu. ouer in attera guisa datu. Et ecustas cosas se iyjtendan prossos masclos. Sa 
femina deppitriche si non aet auer daunde pothat pacare det bì ad seruire si 
comente in su capitulu daue supra se contenet. 

Dessos qui cunfessan et negan. 
X. Cvssa persone sa quale in sa corte aet esser, si prò uoluntate sua aet con- 
fessare sa cosa ouer sa quanti^te ad isse dimandata de [58r.] qualunqua gene- 
ratione siat sensa alcuna proua de destimongnos ouer sacramentu. appat termen 
de pacare, ouer de torrare assu dimandato/-e sa cosa ouer sos dinaris dauesse 
dimandatos de dies vni. Et si aet negare et cu;n destimongnos ouer 8acrame;)tu. 
ouer cu»^ carta saet prouare. pachet ouer torret sa cosa ad presente ad bolun- 
tate dessu qui dimandai. 

De pacare sas ispesas factas in sa lite ^. 
XI Qvalunqua persone aet perder in alcuna questione, gasi principale quale 
& de appellationo pachet ad sa auersa parte sas ispesas sas quales in cussa que- 
stione aet facber. Saluu qn^' sas ispesas dessos aduocatos non pachet. 

Dessos richestos in frodu & dessas capparras datas. 
XII. Si alcuna persone aet facber alcunu nunthare ouer rincherre * assa corte 
in frodu satisfathat ad ecusse qzti richestu aet esser prossu dannu & prossu in- 
teresse suo. Boldu. I. prò cussu die. Et quale lauoratore aet leuare caparra de al- 
cunu se/-uithu. siat tentu de attender su seruithu qui aet p/-omitter. et si non 
laet facber satisfathat ad ecusse ad chen promisit. soldos ii. de lanua cascatunu 
die. Et siat crettitu dessa caparra assa paraula de cusse qui laet data, datu ad 



T. 7ion aet servire - nel cod. : intscusfu. " T. in lite * T. rincherrer 



Gli Statuti della Repubblica Bassarcse. C9 

isse su sacrame^^tu. Et si alcunu ca;Tato>-c ouer victureri. missu oucr curreri ^ aet 
leuare caparra prò facher alcunu scruithu. et issu scruithu non aet i'acher pa- 
chet su da»(pnu. & issu i?(teresse & issas ispesas ad ocusse qui sa caparra deit. ad 
arbitriu de bonos ho^nj^es. Et ecussu midesmu so intendat quando promissa saet 
facher de alcuna dessas predictas cosas. abengnat deu qui caparra non se det. 

Qui sa potestate fatliat rathone sensa corona. 
XIII. Assa potestate & ad ecusse qui aet esso* vi locu suo siat licita & dep- 
piat facher rathone ad [58v.] caecatunu qui laet dimandare alcuna quantitate 
de moneta ouer cosa mobile cnm plubica carta co?jtra qualunqua pe>-8one qui 
aet e8se>- uiua de qualunqua quantitate siat. Et sontentiare & determinare co- 
mente ad lese aet parre ^ de rathone eectcndn su tenore dessa carta, et paca- 
mentu facher assu^ reciuitore. in sos benes dessu doppitore ouer deppìtriche re- 
qnestu * innanti su deppitore ouer deppitriche eecundu sa forma dessu breue ouer 
cap/^idu in su quale fauellat dessas richestas. et {actu. su pacamentu per issoa 
iuratos et issu missu dessu cumone. & obseruata sa sollewpnitate dessos capi- 
tulos se firmet. su pacamentu in corona. Et si su deppitore uiuu non aet esser. 
Et issa^ q^^estione aet esser de eoMos e. & daue inde in iosso fini in xl. diffiniat 
si per issa potestate cunjpagnone ouer notaiu cu»; vii. iuratos de iustithia. o 
dessu deppitu siat carta o non. Et in cussa questione daue sohlos xl in susu 
infina a e. su reu se pothat i)onner ad chertatore. & ad percontare. et in ^a- 
scatunu articulu appat termen de dies. viii. Et si sa questione aet esser de eol- 
ùos XL. & daue inde in iosso o su deppitore siat biuu o non sa qnestione sum- 
mariamente se deiSniat. Et si sa questione aet esser daue Boldos. e. in susu 
dessos quales non siat carta o su deppitore siat uiuu o non. sa qt^estione torret 
ad corona. Et si sa q??estione aet esser daue eoldos. e. in susu per carta plubica 
et issu deppitore mortu aet esser, torret sa qt<estione assa corona. 

Comente sa potestate deuet tractare sos furisteris. 

XIIII. Si alcunu de Sassari o dessu districtu aet facher alcunu inalefitìu ouer 
deppitu. contra alcunu. ouer cu;n alcunu qn^non aet esser de Sassari ouer dessu 
districtu. siat tractatu cussu sassaresu et dessu districtu si comente sos sengnores 
de foras aeu tractare sos [59r.] honùnes dessas terras isserò qìii aen facher sas 
(ìicfas cosas contra sos de Sassari & dessu districtu. Et gasi se fathat dessos 
deppitos. Et si ad alcunu de Sassari o dessu districtu aet esser negata iustithia 
in sas terras de alcunu dessos sengnores de foras. pothat si pacare in qualunqua 
modu aet poter. Si & in tale guisa qui dessu dannu facta ouer tortu ^ adpargiat 
legitimamento. Et si non aet adparre ' si non per dictu * de casse assu quale su 
dannu ouer sa iniuria facta esseret sa potestate & issos antianos pothan clamare 
fini in XII bonos honnnes ad consigare dessas dictas cosas. Et seconda su con- 
6icu de cussos se fathat. Et tottu cussu su quale sa potestate. antianos & sauios 
acn consicare ouer narre ^ bagat quale si in su presente breue se conteneret. Et 
ccustas cosas se fathan. non nochende alcunu atteru capjVnlu. qui esseret in 
custu breue. 

Do mentouare datore. 

XY. Sv reu qui aet esser in sa corte si supra alcuna cosa aet allegare d^ 
auer datore, si non aet apparre "^ per plubica carta cussa gotale datura, iurct 



^ T. curreu ^ T. parrer ^ T. ad su * T. richestu ^ Qui s'aggiungono, nel 
cod., le seguenti parole: questione uiuu non aet esser et issa; ma punteggiate, come 
per cancellarle. '^T.foctu ''T.adparro' '^T.ji'vdidu ^T.ìiarrer ^'^T.ajijmrrcr 



70 Guanierio, 

mentouare bu uerace dato?'e clessa cosa q;// se li dima?idat. Et qui in cussa da- 
tura non est frodu. Et si su datore de cussa cosa aet esser biuu & aet confes- 
sare gasi esser, su d«c^u sacramentu siat tontu de facher. Et si su reu ouer su 
datore custas cosas fache; non aet boler. deppian ouer deppiat rispo?(der ad fine 
dessa q^'estio^^e. in attera guisa sa cosa dessa quale aet esse/- questione torret 
assu dimandatore. mustra»de cussa cosa esser sua. Et in cascatuua questione 
noti se procedat a datore daue gradu in grada, si non fina a v. persones ouei* 
datores. 

Dcssas possessiones obligatas prò deppitos. 
XVI. Si daue corno i«nanti alcuna persone aet posseder alcuna cosa sa quale 
ìnnanti esseret ad alcunu prò deppitu [50v.] obligata. non se uochet su posses- 
sore de cussa possessione si i»na??ti no« e.s;" daue natiti dessa potestate in corona 
richestu. Assu quale possessore si assignct tcrmen per ecussos dessa corona de 
dies XV. infra sos quales deppiat mustrare sas ratho«es qtd aet in cussa cosa. 
Saluu si aet allegare, cussas rathones auer in terra ma/ma. in su quale casu sì 
assignet ad isse termen de tres meses & de unu die. Saluu impedimentu qnì 
benneret in casione de guerra. & tando si adsignet ad isse termen per issa po- 
testate sec^ndu su consicu dessa corona. Et quando custas cosas su possessore 
aet allegare, iuret qui ciò non allegat nen narat in frodu. Et si su possessore 
uincbitu aet esse/- de cussa cosa, si ipse aet boler pongnat ad partitu ad sa at- 
tera parte in custu modu. ciò est qui su primargiu creditore pachet assu pos- 
sessore su deppitu. ouer cussu possessore ad su primargiu creditore. Et siat tentu 
8u primu creditore si sa cosa dessa quale est su piaitu laet romaner. rifacber 
sas ispesas assu possessore, factas prò memorare cussa cosa. 

Dessa corona clompita & dessu numera de cussa. & quantas coronas 
se fachen sa chita. 
XYII. Sa potestate qn;' est & prò tewpus aet esse/-, ouer qui aet esse/-, in locu 
suo siat tentu de render ratbo/^e ad cascatuna pe/-sone tres uias sa cbita recbe- 
stoa ad corona, cussos qui sun ouer aen esse/- ad ciò ordinatos. Et si su numeru 
dessos iuratos aet esser minus de vini, non siat corona, ma de xiiii. iuratos & 
daue inde in susu siat corona. Et si su numeru dessos iuratos aet esser minus 
de XVII. licita cosa siat ad cascatuna pe/-sone qui saet sentire adgrauatu. appel- 
lare ad corona clompita. iìi sa quale corona clompita sian su min«s. xvii. iu- 
ratos. & daue custa corona, neunu se potbat appellare saluu in cussos articulos 
qui se co/itenet in su cap/Vh-lu dessas appellationes. Et issa dieta [60r.] corona 
clowpita se fathat per issa potestate su min»s una uolta sa chita. in sa quale 
sas diofas appellatio/;es se deffinian. & osca sas atteras questio/(es. si & in tale 
guisa qui custas cosas no/i se ijitendan ad te/;ipus dessas ferias. & dessas dies 
soUe/npnes. et ad tenipus de necessitate, ma ta/?do non se fatban coronas. Et 
i^itendan se sas ferias. viii ^ dies innanti dessas festa de natale, et octo dies ad 
assecus. co/nputata sa die dessa festa. Et gasi se obseruet in sa festa de resur- 
rexi. Et daue su prz'mu die de la//ipatas fina ad mesu augusta. & daue su primu 
die de capitanni fina ad mesu sanctn Gauini. 

Dessos destimongnos. 
XVIII. In cascatuna questio//e ^ascatuna pe;-sonc potbat batture dostimo;;- 
gios duos. fini. in. v. & daue inde in susu alcunu destimongiu non se det. neu 



T. VI 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 71 

se reciuat. Sos quales destimo«gno8 se deppian palesimeHte no»n;;are. iurare. & 
examinaro in sa corona sendeui sas partes presentes. et si hi custos duos pu«to8 
ciò est ' examinare & iurare sa dicfa. sollewjpuitate iio« saet obseruarc per issa 
potestate ouer notaiu. non preiudichet ad sa parte qui battut sos destimo^gnos. 
si CU8808 mentouat com^'xte deuet. Et issos destimoxgnos qui saeii mentouare bì 
pothan etia>». dea in ea pnma corona tottu batture & mentouare ouer in sa se- 
cu»da. Si qui i« ambaa coronas sian mentouatos. Et si in custu modu non saen 
mentouare ciò est in sa prjma corona ouer iìi sa eecunda. ouer in ambas cussos 
destimo»gnos p^rdat sa parte qui los aet batture. Et in sas q((estio«es qui aen 
ess^T foras de corona in sas quales destimo/^gnos saen dare, se deppian palesi- 
mente dauc nauti dessa potestate. ouer de qui aet tenne '' locu suo mentouare. 
examinare & iurare. sende sas partes presentes. Et si in iurare ouer examinare 
sa dieta sollew/pnitate ^ non saet obseruare non- nooMat ad ecusse qui aet darò 
808 destimo/^gnos. Et in cascatuna [60v.] questione tantos destimongnos se bat- 
tiau. quantos sun naratos daue supra. 

Su modu deseos pacamcntos. 
XIX. Sas tenutas ouer pacamentos qui saen dare secnndu sas sententias datas 
in corona, ouer daue nanti dessa potestate. o de qui aet esser in locu suo si aen 
esser daue soìdos xx. in susu fini in soldos XL. densi per unu missu & per unu 
iuratu de iustithia. Et si aen esser daue sohìoa xl. in susu infina a b'bras x. 
densi per duos iuratos de iustithia. & per unu missu dessu cumone. Et si aen 
esser daue l/bras. x. in susu. densi pe/" tres iuratos & unu missu dessu cumone. 
Sos quales iuratos «& missu in su sacramentu dauessos factu deppian extimare 
ad arbitriu isserò & dare assu actore si su pacamentu aen facher in benes mo- 
biles sa derrata prò unu dinari. Et si su pacamentu aen facher in benes ista- 
biles. den sas tres derratas prò duos dinaris. Si & in tale guisa qn/ si su credi- 
tore aet accattare, ouer ad isso saet mustrare in Sass«>-ì ouer in su districtu 
dessos benes de cussu deppitore ispaQatos non pothat reciuer pacamentu pro- 
cussu deppitu in sos benes impeditos. Et si ui laet reciuer siat reuocatu & per- 
dat sas ispesas. Et datu su dieta pacamentu per issos iuratos & missu in ecussu 
modu qui est naratu appat su reu termen ad rescuter cusse. daue su die qui aet 
esser factu su pacamentu fina ad unu mese proximu qui aet benne ■*. Su quale 
mese varicatu pothat su actore ad isso facher si firmare su pacamentu in corona 
cernente est usatu. Et factu eu firmamentu predic^u. sos qui aen auer rathones 
suas ad socus decusso ad chen aet esser firmatu o datu su pacamentu. daue su 
die dessa firmatione dessu pacamentu fina ad tres meses proximoe qn? aen benne* 
pothan dimandare sa rathone isserò, et dare su partitu infra su dicin tempus 
de tres meses. ad ecusso ad chen su pacamentu datu esser, in custu modu. o ad 
isso pachet su deppitu [61r.] su quale deuet reciuer in cussa cosa in pacamentu 
data reciuat su deppitu prossu quale su pacamentu li est factu in casta cosa, 
et issas ispesas factas in su pacamentu. Et passatos sos tres meses in cussu pa- 
camentu alcunu qui aet auer poius rathone non si intendat plus, non issu dictu 
partitu pothat dare, nen incussu rathone alcuna auer. saluu si esseret minoro 
qn* non esseret do etate, su quale appat tc/npus de unu annu. a dimandare o 
a ponner su partitu. Non nochende custas cosas si cemento est naratu. ad ecussos 
qui aen auer mecus & plus forte rathone. Et issos pacamentos ouer cosas qui 
saen dare in pacamentu &; aen esser de wìdos xl. & daue inde in iosso. firmct 



T. est de - T. teuner ^ T. so'Iemnitate. * T. lenner 



'*2 ■ Guarnorio, 

81 su pacamentu passata xv, clies per issa potestate cu»!pafrno;?e suo. ouer no- 
taiu seiisa corona. Et si aen aen esser in cosas mobiles fini in quantitate ile 
soldos e. sa potestate lu pothat firmare passata xv. dies dauo su die dessu pa- 
cameHtu cum vii iuratos. sonsa corona, ouor alcuna adpellatio«e ' req??«rende sa 
aduersaria parte qui uengnat ad bider custu iirmaine«tu. Et ecusse ad chen su 
pacame»tu factu aet esser vltra sa dieta quantitate ouer in cosa istabile co^^tra 
alcuna persone, deppiat cussu firmare facher infra vnu mese passatu su termen 
de cussu mese qui se daet ad firmare. Et si non laet facher et tacitu aet istare 
in cussu te»;pus qui est naratu. noti silu pothat firmare, si i^manti no;i fachet 
rincbe;Te ' personalme?ite ouer ad sa domo su reu. qui deppiat be?me ^ ad sa co- 
rona ad isse me;ztouata prò dcfendersi dessu diatu pacainf/?tu. & vna rinchesta 
bastet. Et neunu pothat tìrmamontn de pacame/itu adpellare ad corona clompita. 

Dessos executores dessos testamentos & dessos deppitos 
contentoB in su testamcwtu. 

XX. Ordinamus qui gascatuna persone sos legatos dessu patre & dessa marna. 
& de gascatuna persone dessas quales aet esser fideco»;mÌ8sariu o distributore 
deppiat pacaire infra su tewpus or[61v.]dinatu daue su testatore si dessu testa- 
me??tu est plubica carta, o attera prona legittima *. Et si in su testamentu non 
aet esser termen assignatu & de ciò aet esser questione, sas heredes ouer fide- 
co;»mÌ6sario8 o distributores sian tentos cussos legatos pacare infra tres meses 
daue sa die qui sa questione aet esser i;«comincata. et neunu atteru termen soli 
deppiat dare. Et clonpitos^ sos dictos tres meses si no;2 aet esser pacatu su d/cì!u 
legatu fathat se pacamentu in sos benes dessu testatore ouer testatriche. ad 
ecusse assu quale su legatu aet esser lassatu. in su testamentu. si comente in su 
capitulu dessos pacamentos se contenet. Et si alcunu testato?'e in sa vltima uo- 
luntate sua dessa quale appargiat plubica iscriptura de notaiu aet confessare 
alcunu deppitu deuer dare ad alcuna persone, deppian sas heredes dessu mortu 
ouer morta ad pus morte dessu testatore ouer testatriche. cussu deppitu pacare 
infra meses '^ tres proxinjos qtii aen benne ^ 

Dessos dannos &. guastos. & dessu salariu dessos iuratos & missos. 

XXI. Extimensi sos dannos et guastos factos ' in uingnas. auros ortos cannetos 
& cosas acenas in qualuncha modu sian factos per duos iuratos de cussos qui 
sun electos ad facher cussu & per unu raissu dessu cumone cuni issos. Sos quales 
iuratos & missu in su sacramejjtu dauessos factu bene & lealemente deppian ex- 
timare cussos dannos & guastos. & non guardare ad odiu. amore, timore pre- 
cheria. ouer prethu ®. Et ecussos iuratos & missu sos quales sa potestate o acter 
qui siat in locu suo mandare aet boler ad facher custas cosas & ad facher pa- 
camentos andare deppian in persone, ad pena de soldos ii. per^ cascatunu. per"' 
cascatuna uolta qui aet esser contrafactu. Et appat cascatunu iuratu prossu pa- 
camentu qui aet facher ouer prò extimare dan/pnos & guastos intro dessos mu- 
ros de Sassari, dinavia vi. et issu missu at[62r.]teros vi. et issu massaia prossu 
cumo;ie dinaris xii. Et foras dessa terra de Sassari, in su territoriu ouer iscolca 
de Sassari, appat su iuratu dinaiis xii. et issu missu dmaris xn. et issu massai u 
p>'ossu cumone dinavia xii. Et foras dessas confines dessa iscolcha de Sassari, 
cascatunu iuratu missu. et issu cumone vltra sos dietoa dinaria xii. dinavis vi. 



1 T, appellai ione 2 t, rincherrer ^ T. henner * T. legitiina ^ T. doin- 
2)itos '^ T. menses ^ T. actos ^ T. ijre/if ^ T. 23''0 



Gli Statuti della Repiilthlica sassarese. 73 

\ìer ^ cascatuna iscolcha sa quale aen baricare. si & in tale guisa qui sì plus 
pacame^tos aen facher in una iscolcha ouer villa prò unu deppitu. tottu cussoa 
pacame»t08 prò unu pacame>(tu sian co;»putatoB. et prò unu pacamf»tu tantu 
<;ascatunu iuratu appat su salariu. Et ecustos pacame^^tos non si iscriuan si iu- 
na«ti dcnu/itia non daet esser facta si compete si narat dauc iosso. Et plus desea 
dieta quantitate neunu leuet. ad pena d^ soldos v. de lamia. Dessu quale bandu 
sa mesitate eiat dessu cumone & issa attera dessu accusatore, et qui cussu iu- 
ratu ouer missu pe/-dat su prethu suo. Et issos iuratos & mis8u-q?«' aen andare 
ad facbcr sos pacamextos & ad extimare eos da?mos & guastos i>/cu;;tanejite qui 
aen be>Mie ^ de facber sas àictaa cosas cuw su actore prò chen aen andare sian 
tentos de be;mer assu j\otaiu dessu cunio»e. et ecussos dcnuj<tiare & facher iscri- 
uer in sos actos dessu cumo»e. ad pena de eoldos v. Sa mesitate dessu bandu 
eiat dessu cumo??e et issa attera dessu accusatore. Et si su actore non act an- 
dare cundos ad iscriuer su pacamentu ouer su extimameHtu no« bacat. 

Dessos tutores & curatores. 

XXII. Sos tutores qui se daen in testamentu. & foras de tcstanienta. et iesos 
curatores deppian facher iiuientariu dessos benes & cosas dessos niinores infra 
unu mese daue su die dessa mo>-te dessu mortu ad pe»m de h'br«8. in. de Ian?<a. 
et de meudare su dann?/ dessos benes dessu minore quale in casio/^o cha non est 
factu inuentariu poteret auer. [62v.] Et neunu minore de xiiii. annos pothat facher 
tutore e * curatore saluu in su maistraticu de Sassari in sa corona. Et daue xmi 
auiios in susu procuratore et missu speciale cascatunu pothat facher & ordinare. 

Qui sa potestate diffinlat sas questiones qui aen esser inter 
persones istrangias. 

XXIII. Sa potestate o qui aet tenner locu suo. cunt. v. iuratos pothat cono- 
ficher & terminare tottu sas qwestiones de deppitos cum carta ouer sensa carta 
de traficu de mercatantia sas quales aen esser in Sasscr^-i. inter pe^-sones istran- 
gias qui esseren appariratas de andare in terra firma ouer in atteru locu. Et 
qui aen esser inter persones istrangias & sassaresis dessu dictu traficu. 

De deppitu pacatu. 
XXIITI. Qvalunqua persone aet demandare deppitu pacatu. et ecusse prossu 
'lualc saet facher sa dimanda uiuu aet esser. & prouare saet su deppitu esser 
[lacatu. siat conde/npnatu per issa potestate. ad torrare ad su reu ad chen aet 
(lemandatu. tottu cussu q'(/ de ciò aet auer reciuitu. & vltra siat conden/pnatu 
de tantu quantu aet auer demandatu. Sa quale condenipnatione siat adsignata 
ad sa ope/-a deseos muros do Sassfi>-i. & gotales prouas se fathan coniente saet 
i'acher sa dimanda, ciò est si sa dimanda aet esser per carta sa prona se fathat 
cuin carta, et si sa dimanda aet esser c\im destimongnos. sa prona se fathat cani 
destimongios '' ouer carta. 

Qui su reu det assu actore pagarìa. 
XXV. Qvalunqua deppitore innanti dessu contractu. &; ad pus su contractu 
suspectu aet apparre ''' et non sufficiente ad pacare su deppitu qui se li dimandat 
siat co/istrictu ' ad dare pacarla do cussu deppitu. et si dare non laet poter siat 
missu in presio/je. et si carta ouer scriptura. plubica dessu deppitu o dessa quan- 
titate qui se demandat non act adparro. su reu in presione non stet prossu 



* T. 2}>'o '^ T. misstos » T. benner ' T. o '^ T. destimongnos ^ T. fly> 
/lanrr '' T. costrictn 



74 Guarnerio, 

deppitu saluu si su cUmandatore [63i'.] ^ iurat^ q»/ cussu qui dimajidat centra su 
reu iustame«te lu dimandat. & tando su reu si non aet auer pattarla siat tenta 
ili -presionQ fina ad qui pagarla aet dare, et si casse qui dimandat non aet pro- 
uare co;;tra su reu esse?- ueritato cussu prò ittcu laet factu tenner. siat oon- 
dewfpnatu prossa i/nuria facta ad ecusse qìii est missu in presione hi h'bras. iii. 
(le lanna. & ad satisfacber assu reu dessu daxnu inter esse & ispesas. Et si ad 
alcunu deppitore saet dimandare pacaria de prethu de alcuna cosa per isse cor- 
porata \ appai cussu deppitore balia de to/-rare assu creditore sa cosa ouer cosas 
dauesse corporata o co/nporatas. procussu prethu'' su quale las appit. Et si hi 
su contractu saet co»te?mer qui su reu non siat tentu in alcuna casu dare se- 
curtato •'. no)i de potat esser plus constrictu ^ nen molestata infra su tejnpua 
co?jtentu in su contractu. 

Su termen dessa istasina. 
XXVT. Qualunqua persone aet facher istasire alcuna cosa centra alcuna per- 
sone, deppiat infra dies octo. prouare qui su deppitu deuet reciuer. in attera 
guisa sa istasina siat reuocata. Et ecusse contra chen sa istasina fac^a aet esser 
simicantemente. infra vin. dies fini in xv. secnndu sa qualitate dessu factu. si in 
Sassari non aet esser sas prouas. prouare deppiat cussu su quale prouare aet 
boler contra su dimandatore. ouer pacare deppiat assu dimandatore in sa ista- 
sina de ciò qui aet prouare qìti deppiat reciuer daue su reu. Saluu contra ho- 
w-ine securu qui habitaret in su locu. ouer contra boniine qui uoleret dare pa- 
garla istasina facher non si pothat. 

Qui neunu pothat opponner dauer vinchitu alcuna cosa. 

XXVII. Alcuna persone non pothat opponner nen narrer auer uinchitu alcuna 
possessione ouer cosa, da oe inna>/ti in alcuna corona, qui bagat daue soMos. xx. 
in susu. saluu sì dessa uinchitura dessa possessione ouer cosa si aet mostrare 
plubica carta, ouer actos dessu eumene. 

[63v.] De pz-escriptiones de possessiones & de deppitos. 

XXVIII. Qvalunqua persone in numen suo propriu aet posseder possessione 
ouer cosa alcuna continuamente, xx. annos. pacificamente & quietamente, de 
cassa cosa ouer possessione non se deppiat nen pothat plus molestare, nen contra 
isse lite ouer questione mouer si de cussa possessione ouer cosa cusso qìti de- 
mandai carta de notaiu non aet auer. Et si moffita laet esser non bacat. Et li- 
cita cosa siat ad cascatunu qui aet auer carta de notaiu de alcuna cosa o pos- 
sessione, dimandare contra cusse qui possedei fina ad annos xxx. ciò est fina ad 
qui su possessore cussa cosa dessa quale est questione aet posseder ad numen 
suo xxx. annos. isse ouer atter presso, ouer atter o atteros daue sos quales cussa 
cosa est bennita ^. et daue cussu termen de xxx. annos innanti. etiawdeu cnm 
carta non si intendat. Saluu su eumene de Sassari, clesias & locos religiosos. sos 
quales pothan dimandare fini in xl. annos. Et issos fratres et consortes qui aen 
auer possessiones cumonales. o pairimoniales. o mairimoniales. si su possessore de 
cussas. xxx. annos aet posseder sa possessione ouer cosa pacificamente & quieta- 
mente, et de cussa partimentu Inter issos factu non aet esser, daue inde innanti. 
alcuna dessas partes de cussa possessione o cosa non si intendat. Saluu si alcunu de 
cussos consortes o fraies siat istatu foras dessa terra de Sassari o dessu districtu 



^ Qui è intercalata la e. 55, che abbiamo già data a suo posto; e poi segue 
regolarmente la e. 63. ^ T. iuraret ^ T. conuxirata * T. ijretu ^ T. securi- 
taie « T. cosindn ^ T. henita 



Gli Statuti (lolla Repubblica sassarese. 7& 

assu quale si iscontet dessa p;-cscr;'ptio»e tottu su te>»pu8 su quale act istaro 
foras de Sass«>*i. Et dessos dcppitos so fathat & se obsf/'uet vi custu modu. si su 
creditore tacitu aet istaro scusa dimandare ciò qui deuet reciuer cum carta do 
i\ota/H XXX. annos. & sensa carta, xx. su deppitore de cusse siat libcru. et dessaa 
pred/c/as cosas ouer alcuna decussas non se pothat opponner q?a" i«tro de custu 
te/Hp»8 siat moffitu lite [64r. j o questio/te. si non aet apparre ^ per plubica carta. 
Et tottu custae cosas no» appan locu coltra alcunu cacatu de Sassori qui non 
pothat usare sa rathone sua. ma ad ecussu cacatu neuna prescriptio?/c curf^iat 
quantu act istaro foras de Sassari, si de cussu isbandimcntu oucr torramey/tu act 
apparre ^ plubica carta, o per issa maiore pa>-te dessu consi^'u malore. Et ecuetu 
ordinamc^tu se i^tendat gasi p/'ossos passatos quale et prossos q«;' deuen benne-. 

Capitulu dessos bandos. 

XXIX. Ad ischiuare sos periculos ^ sos quales poten aduenner ad sas persones 
qui ad bona fide coM^poran possessioxes & benes de alcunu ouer in attera guisa 
iustamente acq»/stan. per ecustu presente ca])itu\u ordinam»s. Qui gascatuna 
persone pothat facher bandire per issa terra de Sassori per issu missu dessu eu- 
mene in sos locos usatos sex meses coiitinuos ciò es^ cascatunu mese una uolta. 
Qui si alcunu est. qui aet rathone alcuna per carta ouer cartas de deppitu do 
qualu»qua conditioHe ouer casio^e su deppitu siat factu co«tra alcuna persone, 
ouer sos benes suos sa quale sa uenditio;(e aet factu. ouer daue sa quale sa cosa 
per'' attera iustu titulu siat appita. mentouande ^ sa persone de cusse qui aet uen- 
ditu ouer datu. et issa cosa uendita o data in cussu bandu. vengnat inha su 
dieta teM?pas dessos dictos sex meses. et fathat iscrìuer in presentia de cusse 
qui aet factu andare su bandu sa rathone qui uaet. Et si aet esser richestu in 
persone ouer in sa domo Becundn sa forma dessu breue cusse qui su bandu qui 
act factu andare & non aet bc»ne ^ fathat i;(scriuer " cussas rathones in pre- 
sentia dessa potestate ouer de cusse qui est in locu suo. Et qui aet istare tacitu 
et no» aet henne ^ infra su dieta tevnpus. et issas rathones suas no» aet facher 
iscriuer si comente est naratu passatos sos dic^os sex [64v.] meses co?jtra cassa 
possessione mentouata in su bandu. non pothat daue inde innanti narro ^. nen 
rathone alcuna dimandare prò alcunu deppitu o deppitos. dessu quale o dessos 
quales esse?*et passatu su terme» de pacare, qui est in sa carta dessu deppitu 
per ^ annos. x. Et si in cussu te»/pu8 su quale su dieta bandu act andare, non 
aet esser clompitu su termen de. x. annos. innanti qui cussu termen de. x. annos 
siat pafsatu. cusso qui aet auer cussas rathones las fathat iscriuer si comente 
est naratu. Et si non laet facher daue inde innanti centra cassa possessione no» 
pothat dimandare, in casione de alcunu decussos deppitos. Saluu qui sos mi- 
no>-e8 de xiin. annos appan tewpus de xv. annos une narat saprà de. x. Non 
intendendo qi«' custu capitulu nocchiat ad sos deppitos factos fina ad ecomo. 
quantu dessu ten?pus passatu. ma cussu tenì\)U9 do x. annos incomincet ad issos 
currer daue oc innanti. Firmatu fuit custu cap?V»lu. anno dommice Incania- 
tionis. Mcccxvii. Inditione xiiii. Die xxx mensis aprelis. 

Dessos pacamentos factos & dessos qui Ics possedin. 

XXX. Si pacamentu alcunu factu aet esser ad alcuna persone contra alcunu 
in alcuna possessione sa quale non tcnneret. o possediret cusse contra su quale 
su pacamentu esseret factu. & ecussa possessione esseret ad alcuna obligata. 



' T. apporrei' * T. henìier ^ sos periculos ò ripetuto nel cod. 
' T. mentùicuìa " T. iscriver ' T. narrer 



70 Guanicrio, 

vendita, o alienata, et ecussa persone sa quale su dieta pacame??tu te»neret in 
cautela ouer Ì7ì malithia no?? pacarci su deppitu ad ecusse qui su pacanif»tu 
net factu facher. et osca cusso qìii poseedet cussu pacanie»tu co??!poret cussu 
daue cusse qui si laet factu facber ipse ouer atter presse, o qui su pacame/(tu 
i;j alcunu modu li roma^prnat. no» pothat cusso qìti possediat custu pacanu'/;tu 
facher extiniare su da;mu do cussu pacame«tu non deppiat auer regressu contni 
cusso daue su quale cussa cosa o possessione auiat appitu in sa quale su paca- 
ine;?tu auiat factu. [65r.] si non de tautu quantu esseret cussu deppitu prossu 
([uale fuit factu su pacamc?itu. et dessas ispesas. Et qui cantra aet facher siat 
condejHpnatu in h'bras. x. de lamia. Et si gotales cosas saen accattare ^ factas 
daue BiccLXXxxini. in oche torret su possessore ad ecusse qui aet appitu su 
da;mu toctu su quale de ciò aet reciuitu in gotale modu. 

Dcssos niaritos qui venin in pouertate. 

XXXI. Si alcuna femina coiuuata aet esser a dota et issu maritu aet ess^'r 
prodicu ispendende sos benes suos in. mala guisa & consumando in tauernas. iocu. 
& attcros malos uithos. et issu d/c/u maritu i;»percio ucngnat ad pouertate. 
deppiat si richerre- tale maritu per issu missu dessu eumene ad'' richesta dessa 
muchere. ouer de certu missu suo qui deppiat benne * daue na»ti dessa potestate 
ad corona per se o per legitimu procuratore ad risponder ad fine de su piaitu. 
Et si per^ co»fes6Ìo?!e sua ouer per^ atteras prouas legitimas saet prouare qui 
eiat prodigu. et siat bennitu ad pouertate prò alcunu malu uithu. tando dessos 
benes suos si adsignen ad sa muchere in tanta quantitate quanta aet esser su 
capitale dessa dota sua. Sos quales benes si adcumaiiden ad bonos honìinee prò 
secur/tate dessa dieta muoere sua. & prò co?;Eeruame«tu " dessa dota sua. Et sas 
intratas & prouentos qui saen auer de cussos benes appat su maritu prò ali- 
mentos suos & dessa mucere. Et ecustu non appat Iocu si su maritu bonos & 
sufficientes pacatores aet dare assa muderò ^ dessa dota sua et tando sos benes 
suos non siau i»;paQatos. 

De dare sacramentu ad su dimandatore prossu dop])itu 
qui se dimandat. 

XXXII. Si alcuna persone suspectu aet auer daue conio i»nanti alcuna carta 
de deppitu coltra isso battuta ouer qui se deppiat batture de alcuna quantitate 
de d/»ffir/8. o de alcuna cosa ciò est qui sa carta no» esseret ualiuile. pacata, 
ouer remissa in toctu o in parte pothat su reu dare [65v.] sacramentu ad su di- 
mandatore. et issu dimandatore o sa principale persole qnt siat o acter^ presse, 
ouer sa herede dessa principale persone siat tenta de iurare. qui sa d?c/a carta 
f«c^a non fuit in frodu. et qui de cussu deppitu pacame?itu alcunu factu no» 
dest. in tottu nen in parte. Et si iurare non aet boler sa dimanda sua non si 
intendat. 

Qui neunu pothat dimandare deppitu sensa carta passatu 
duos annos. 

XXXIII. Qvalunqua aet istare tacitu supra alcunu deppitu ouer ad dimanda 
dessa quale ouer quale non siat plubica carta, si aet esser in quantitate de 1?- 
br«8 XXV. & daue inde in susu per annos duos continuos daue inde innanti cusse 
qui dimandat prò cussu deppitu destimongnos batture non pothat. nen desti- 



^ T. accettare - T. ricJievrer ^T. a * T. òenner ■' T. prò "^ T. serva- 
mentn ^ T. muzzere ^ T. atter 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 77 

mo;(gnu alcunu vi cussa quesiione se reciuat. ma si su (lima;alatorc aet bolcr 
(laro su sacramc^tu ad pa/-titu ad su reu supra cussa dimanda pothat ilu facher. 
Et ecussu capitulu appat locu gasi in su tcH^pus passatu quale & 'ì>i su qici deuet 
be«ner. Et ecustas cosas non se i»tendan coltra sos minores do xiiii. annos. Et 
issa potestate custu cap/V«Iu. -vua volta per ' ^ascatunu antianatu siat tentu de 
faclier bandii-e. 

Dessa possessio^/e meeorata. 
XXXIIII. Si alcuna persone aet comporatu. o aet co?;/porare. aet acq»/statu 
o aet acquistare domo o cosa alcuna sa quale aet auer memorata. & alcunu aet 
supra uenner qui aet auer megus rathone in cussa domo ouer cosa. & pacamejitu 
aet dimandare i« cussa ouer per atteru moda cussa cosa dima»det. no;i si bo- 
chet su possessore de cussa possessione, ma si extimet cussa possessione ouer 
cosa per bonos ho^nines quantu baliat ad te;»pu8 de quo su possessore cussa 
acq/f/stait. et fini in cussa quantitate siat tentu su possessore de pacare ad qid 
uaet auer mecus ratbone in cussa possessione et issa possessione romangnat ad 
su [6Gr.] possessore, et ecusse qui aet auer mecus rathone det sas rathones suas 
ad su possessore. Et appat su possessore regressu centra su uenditore suo o centra 
cussa pe;-8one daue sa quale o pressa quale cussa possessione aet appitu. Et icustu 
appat locu si su possessore aet boler tenner sa possessioy;e et pacare sa dic^a 
extimatione. 

Qui Qascatunu pothat procurare prò cheu aet boler. 

XXXV. Licita cosa siat ad cascatuna persone procurare et aduocare prò chen 
aet boler gasi in demandare quale & in defender cum speciale mandatu. dessu 
quale mandatu adpargiat plubica iscr/ptura. Et etiawfdeu sensa mandatu pothat 
^'ascatunu risponder in custu modu patre prò ficu. & Squ propatre. frate p/-o 
frate & sorre carraie, fratile primargiu prò fratile. thiu de patre & de marna 
prò nepote carraie. & nepote prò thiu. auu prò nepote. & nepote presse ^. Et si 
non aet placher ad ecusse prò chen aet risponder, noli nochiat. et issu daunu & 
issu interesse dessa attera parte torret supra cusso q«/ aet risponder. Saluu prò 
SOS ho;nines de pisas. Arbaree ^ Kallari. et gadulu. prossos qualea neunu honùno 
de Sassari & dessu districtu. pothat procuraro o allegare, centra persone do 
Sassari, o dessu districtu. Et siat tentu sa potestate quando laet parre * qui siat 
bisongnu constringher ^ cascatuna persone qtd siat usata de aduocare & de pro- 
curare prò attcr. do aduocare & procurare prò cussa persone qui aet ad isse 
parre ■*. 

De non rumpcr pache. 

XXXVI. Ad ischiuare sos periculos qn/udarun poter benne " in sa terra do 
Sassari et in su districtu ordinamns qui qualunqua persone sa quale ad bora 
sua pache aet facher. et osca cussa aet ruwjper siat conden;pnatu daue sa pote- 
state in batter uias tantu de cnssu malefitiu su quale aet facher. 

[66v.] Dessas appellationes. 

XXXVII. Inpero qui ispessas boltas sas sentontias qui se dacn in corona so 
appellan. & pacu ait iuuarc su appellare si noi esseren persones qui cussas con- 
noschcrent^ & finiren. Ordinamus q/(/ sa potestate de Sass^'ri qui est et prò 
te>npu8 aet esser, et issos antianos dessu Cumone. clamen. im. bonos ho/nines 
duo8 antianoB & duos attcros. sos quales un. gasi clamatos in su sacramentu qnt 



^ T. prò ^ T. giustamente corregge: 2)rosse. ^T. Arboree ^T.jmrrer 
'' T. costringher « T. bi'nmr ' T. conosiherent 



78 Guarnei'io, 

ant facher. deppian cu;» Ba potcBtate clamare ad bona fide, sex bonos hom'meB et 
gufficiontes ho)MÌ«es de cascatuna corona & aen esse;- xxiiii, bob quales xxmi. o sa 
malore parte de cussos deppian co^noscher ^ tottu Bas appcllatioxes focfas ad 
issos. Intendendesi sanamente qui sa malore parte de custos pothan co/moscher ' 
tjustas appellatio^cs. ma minua dessa malore parte no?;, et ciò qui per- issa ma- 
lore parte de custos qui aen esse?' ad uider. & ad cojnioscher ^ custas appdla- 
tio^es in cusBU modu qui est naratu aet esser sententiatu se obseruet. Sos quales 
iottu gasi clamatos isten 1» cussu offitiu fina ad unu annu proximu qìd aet 
be»ne-'' & plus ad bolu»tate dessu coiisìqu maiore. Et pothat ^ascatunu appel- 
lare ad ecustos da* ogna sententia diffinitiua data cowtra esse in corona et in 
firmame;;to8 de pacame^tos contru l'orma de breue de qualunqua quantitate eiat 
sa dimanda ma no» daue sententia sa quale no;; Biat ea questione ad fine. Et 
daue gascatuna sententia diffinitiua data in corona, sa quale siat de librai xxv. 
ea dimanda. & daue i«de in susu. o siat data co;itra forma de breue o non. Et 
ccuBse qui aet appellare siat tentu de appellare cussa die qui aet esser data sa 
eententia. i?; gaecatunu dessos dictos casos et non ostata Et si aet appellare 
contra breue deppiat i;;fra dies viii. daue su die qui aet appellare, mentouare 
eu breue co;?tra su quale est data sa sententia. et ecussu facber iscriuer i;; sos 
actos dessu cumo»e si cernente sa sententia qui li est data est contra cussu 
breue [67r.] Et qui aet appellare in cascatunu casu deppiat ad presente dare 
pacarla de tantos boMos. de quantas h'brrts aet esse;* sa questione. Et sì aet 
perder in sa appellatione pacbet sos dictos Boldos. Et si sa questione aet esser 
reale mobile o istabile. de tantu quantu cussa cosa saet extimare. Et si aet 
perder in sa appellatione cusse qn; appellaìt. siat tentu de pacare assu eumene 
soidn. I. per 2 gascatuna 1/bra dessa questione. Et qui custa pacaria dare non 
aet boler. sa appellatio;;e sua se casset. et issa sententia data se deppiat obser- 
uare. Et issa potestate o qi«' es^ in locu suo. deppiat faclier sa (Meta corona 
dessos sxiiii. Tna uolta su mese et plus ad boluntate sua si aet parre*^ qiii siat 
bisongnu. Et si alcunu dessos de custa corona, ricbestu aet esser assa dieta co- 
rona per issu missu de corte personalmente. & no« net be;me ^ pachet Boldos y. 
de lannrt ad presente Qascatuna uolta. Saluu iustu i»;pedimentu. Et issa pote- 
state deppiat in bu sacramentu suo riscuter cussas condempnatio?!e8 ad clom- 
pimentu. 

Quale die bì deppian firmare sos pacamentos. 

XXXVIII. Ad ciò qui sos bo;nines uengnan ordinatamente ad corona, ordi- 
namus qui sos firmamentos dessos pacamentos quando corona saet reer se deppian 
facber su lunis. Et issas atteras questiones se deppian i;;tender mercuris & kena- 
pura. Si & i;;. tale guisa qn^' quando su firmamentu de alcunu pacamentu prò 
alcunu iw;pedime;;tu aet benne ^ ad qMestione non si intendat pacamentu. Et si 
in attera modu se procederei si non comente est naratu sas dies ordinatas sa 
sententia qui aet esser data, non nocbiat ad ecusse contra chen data aet esser. 

[67v.] Decretu prò sas appellationes comente se depiant seguire ''. 

XXXIX. Su multu Nobile Mossen loban pardo della casta caualleri Guuer- 
nadore et reformadore in su capu de logudore prò su m»ltu altu & poderosu se- 
gnerà Su segnore Ree daragoua. Considerando prosu beneficiu dessa causa pu- 



^ T. conosdm- - T. j^ro ^ T. hennpr * T. de ^ T. osca " T. parrer 
' Questo capitolo e i successivi venticinque, che compiono il libro II, sono di molto 
posteriori ; discendono cioè al sec. XV, come risulta e dalla scrittura e dal contenuto. 



Gli Statuii della Repubblica Bassareso. 79 

blìca dessa Citade de Sassari in qua»tu est causa multu grane et de gravide 
carrighu assas poueras pprsoncs. dossa dieta citadi sas qualcs qua//do se sez/tint 
agranadas et opp/vssas ^ dessas eententias dadas per isu potestade ad issn ei ap- 
pellant et 6unt tenudos presentaresy dae nanti suo in salighera in bue faghet 
hitacione- et residencia oner in bue esseret prò interponer^ ea dieta appella- 
tione f«c/a infra dies degbe secu^du qui est costume» dessa dieta citade deesas 
appellaciones ■*. et prò custa rexione & fatigba midtas appellationes inde rema- 
ne;;t desertas prò negligentia o impotentia de cussos appella^tes. Et inp«-cio su 
dictu nobili mosse;; su Guue>-nadore celebra?/do audiencia in sa occlesia de eancta 
Caterina dessa d^cfa Citade de Sassrt?'i. et cum coHsigiu dessos bonorabiles. mes- 
se;- Serapbine de mojitangnano Caualleri capitiani<. Domi» Gujmari gambella po- 
testade. Notayu lenardu sa;ma. Donn» Antoni de marongiu Donn» Xicola de- 
caruia. Donni* Jubanni '' ogianu et Donmf franciscu melone Auditores dessa [G8r.] 
audiencia sua prò parte dessu dictu Segnore et de auctoritade " dessu officiu suo 
cuw su p?-<>sente docretu suo & ordinatio^e statuit qui dae corno inantis tota 
nolta & qua?jdo per qualuncba persone dessa d«c/a citade de qualu»cha lege 
istadu & co/(dicione siat se at appellare assu dictu Gune^-nadore de alcuna sen- 
tencia dada co;itra cussa tale persone per isu potestade dessa dieta citade. Infra 
cussa die in sa quale sa dieta sentencia at esser dada iuxta sa contine^icia dessu 
dieta capitulu. qui cussu tale appella^jte depiat eeguiri et i?(terpo8ari cussa ap- 
pellacione sua facta daena?(ti dessu dictu segnore Guuernadore. Infra dies. x. 
coHfputados^ dae su die qui at esser facta o interposada leande sa copia dessu 
processu clausu et sigilladu cum su sìgillu dessu dictu potestade. Et signada in 
ea coperta o dorssu ^ de manu propria dessu dictu potestade. notando sa iornada 
qui sa parte appellante at leare sa dieta copia dessu processu. Et in cussa forma 
tale appellacione appat logbu in fini atantu qui su dictu Guuernadore qui est & 
prò tempus aet esser siat uenidu in sa dieta citade de Sassari. Et tando possant 
cussas tales appellaciones proseguiri non obstante qualuncba ordinacioue. lege. 
capitulu. o costumen se siar. Et bue in sas causas states o alcbuna de cussas sì 
aet factu su contrariu sas d/cr'as appellaciones no» appant logbu ne» siant in- 
tesitas come»te et disertas iuxta & segundu sa forma dessu dictu capituìa. o co- 
stume» dessas appellaciones. In'' custu modu su potestate adsignare ^^ sos proces- 
sos. [G8v.] Eo Gunnari gambella Potestade testifico qui su presente processu est 
istadu closu et sigilladu ad dies .... dessu mese ji . . . . 

Pro su dampnu qui fagbent su bestiame» grossu et miuudu 
in sas vingias " et possessiones *-. 
XXXX. Cum qìo siat causa qui spissas ^^ uoltas siant ìstados ff?c/os plus la- 
mentos et clamoa assu bonorabili bomini donnu Gunnari gambella potestade 
dessa citade de Sassari prò su multu altu et poderosu Segnore su Segnore Ree 
daragoua per issos popidarcs prò sos da)»pnos qui su bestiamen grossu et mi- 
uudu facben in sos laorgios vingias ortos iuncargios et cannedos dessa dieta ci- 
tade dimandando et requirendo cussos popidares dessas d/c/as possessiowes li- 
ce»cia de poder ocbier de cussu bestiame» qui tale dan/pnu fagbet sec^wdu qui 
in su capitulu dessu breue sy contenet. factu leer de nou in su dictu consigiu 



' T. opressas - T. hitacione ^ T. tnterpoiuier * T. appdìatioiies * T. Ju- 
hatìiie "^ T. auctoritate '' T. cominitandos ^ T. dorsu ^ Questo inciso va a 
capo e in rosso, a guisa di rubrica. "* T. at signare " T. bingias '-' Questa 
rubrica e il numero del capitolo sono in rosso, come le due seguenti. " T. spessas 



80 Giiariicvio, 

sa cap«V/du antighu et considerando cussu esser mtdtu grane et dampnosu de 
ocMer su dictu bestiame» domadu ad inprouisu per ^ ogni piculo da?»pnu qui 
si faghet. Et in perciò su d?'c^u honorabili pote.stecfe vna cu/;t sos honorabiles 
consigieris dessa dieta citade volendo prouider debitamente assae dictas lamen- 
taciones et clamos cojiuocadu et congregadu su consigiu maiore in su fundagu 
dessa prospora ^ in su quale consigiu furu»t in numeru honiinoe LX» & ultra per ^ 
autoridade dessu officiu suo et yoluntate "' de totu * sos dìctos consigieris et con- 
sigiu maiore concordadame«te moderando su dictu capjYtdu antighu quantu to- 
cliat su dictu [69r.] bestiamen domadu per issu presente decretu statuii et ordi- 
nait qui dae corno innantis nexiuna persone de qualuwcba istad^j o conditione 
siat non uset ne» deppiat in laorgiu alcunu vi»gia ^ ortu. aruu. can»edu. ne?? 
iuncargiu. ocbior de nexiunu tempus de sannu bestiame» domadu cernente est 
cauallu asinu ne» boa suta pena de pagarelu cussa persona o persones qui lint 
hauer mortu. Et dessu bestiame» grossu rude & minudu qui at esser acatadu 
in sas àÌGtìiB possessiones o laorgios cascbunu popidare inde pogat ochier sf- 
cundu qui in su capitulu antigbu si contenet. Et si accadiret alckunu dessu dictu 
bestiame;; grossu domadu come»te est canali», boc. & asinu. sos quales anda- 
re»t studicbos" esserent ingustados in sos laorgios. vingias '. ortos. iu»cargios. & 
cawnedos^ sos popidares dessas dictas possessiones dima»dent paraula assu po- 
testade et appidu liccncia daisse. tando de cussu bestiamen grossu domadu et 
ingustadu ochier po§a»t. e non ateramente. e ^ mortu o lantadu qui siat denun- 
ciarelu assa corte e ^'^ faguerlu iscriuer. 

De non staxire corp»s de homi»e ne» de femina mortu. 
XXXXI. Pro ^^ cessare su malu costume» qui alghunas uoltas es^ istadu factu 
in sa citade de Sassari per alcbunos creditores in fagher staxiri su corp»s de 
algbunu deppidore ad icussos ^^ obligadu per modu q»/ prò su dittu impedime»tu 
cussu corpus non se podiat sepellire. Et inpercio su honorabili homi»/ do»mi 
Gu»nari gambella Tpotestade de Sassfì'ri cu?» consigiu & uolur'tade dessos hono- 
rabiles consigeris & bonos homi»es dessu co»sigiu ma[69v.]iore dessa ditta citade 
ad ciò expre8same»te congregados in su fundaghu dessa prospora -. Apidu supra 
sa ditta causa midtas deliberationes uolendo prouider in cussu prò ìsq»ràare sos 
iscandalos & m»lto8 inconuenientes qui»de podiant siguire dae sos pare»te8 & 
persones de cussu mortu de tale actu graue & iniuriosu. per issu presente de- 
cretu et ordinatione statuit & ordinait qui dae comò inantis su potestec^e qtii est 
epro " temp2(S at esser areq»esta de nexiunu creditore nexiunu corp»s mortu 
per ^ nexiunu deppidu de qualuncha qua»titade eiat obligadu no», si poQa»t " 
ne». deppia»t ^^ i» sa dieta citade de Sassari ne» in su distrìctu suo staxiri ne», 
inpedire prò sas rexiones de supra naradas. Antis sos parentes de cussu corp»s & 
persones suas lu pocant facher portare seppellire ad ogni beneplacitu yssoro ogni 
inpedimentu cessante hue lis at parrer & placher. 

Qui neunu corseu no» pocat aucr officiu i» sa citadi de 
Sasari ne» districtu de cussa. 
XXXXII. Pro '^ cessare ogni sinistru et scandalu qui int poder accadire et re- 
cordando deesu tempus passadu sos maleficìos qui 6u»t istados factos & operados 



1 T. prò 2 T. prospera » t. holuntate ■» T. tottu ^ t. hingia « T. stu- 
dìcos ^ T. bingias * T. cannetos ^ Da " mortu „ a " iscriuer „ è come aggiunta 
in margine, "i" T, et " T. Pertio ^^ T. ecussos ^^ T. et prò i* T. i^ozcd 
15 T. deppiat 



Gli Statuti della Repubblica saesarese. 81 

in custu regnu de sardigna per issos corssoB sos quales stando prò soldados in 
SOS castellos de Gocianu et de castella doria cussos repcUarunt & sinde segno- 
rÌQaru/it et in cussa rebelliouo & tradime»t!< liauer mortos certos homines sol- 
dados cowpagnos issoro. Et atteros diuersos maleficios^ per icuseos perpetrados & 
aduenidos. Et impero^ su honorabili homi»;' dompnu Antoni de Marongnu pote- 
etadi [70r.] dessa citadi de Sasari prossu Illustrissimo prmcipe & segnore su se- 
gnore Re daragona. Considerando sa grande populacione dessos dittos corssoB 
qui eunt in sa dieta citadi. & qui hogni die assa iornada multiplica>?t andando 
& veniendo vagliabujidos. sa quale nacione coresicha ' sos plus semper sunt istados 
et Bu«t. amigos. & beniuolentes * dessos inimigos dessa reali corona. Appida* 
supra go multas delliberaciones cu«? sos honorabilcs consigeris & bonos homines 
a consigiu malore prò custa cauBci specialimejite co?ìgregado8 cum su presente 
decretu & ordinacione statuii & ordinait. qui dae corno inwa??ti neun7< corssu 
no» pogat nen deppiat intro in sa ditta citade de Sassari nen districtu de cussa 
liauer nen tenner ouer exerser officiu alcun/t antis de cussos officios & exer- 
siciu " 8Ìa;it prmados. Et a tali qui siat futura rei memoria. Indest f&ctu su pre- 
sente statudu & ordinacione. 

[70v.] De su modu de faguer su ^ castaldaria ^ 
XXXXIII. Este hordinadu qui dae comò innantis su hoficiu dessa castaldaria 
sa quale est dessa citade de Sassari qui cussa siat dada annalle ^. & non atera- 
mente co est qui caschuna consigiaria possat elegere & mitter prò unu annu su 
castaldu a quilis aplaguer ^^ & parer & non plus. 

XXXXim ". Est hordinadu qui non si possat marcare arguentu si non dessu 
marcu acostumadu & simile non possant laorare miglaresos butones ne neunu 
atfru lauru qui siat minus dessa tocha qui sest dadu assos. mastros dessa dic^a 
citade & usu & costumen antigadu intendendosi anchu qui neunu citadinu nen 
furisteri non possat nen depiat mitter arguentu laoradu prò bender nen prò opus 
suo propriu qui primamente non lu pr^'sentet assos segnores & consigeris & qui 
contra ad faguer ^' perdat su arguentu & paguet de machitia assos muros dessa 
citade liras quimbanta. 

[71r.] XLV ", IS'os Johannes de flors miles gubernator. et reformator. in Ca- 
pite lugudorij " Regni Sardine prò Sacra Regia aragonum. et utriu8q?<e Sicilie 
magestate. Per honorabiles Simoneni solinas potestatem. Johannem gambella. 
Valentinum cabra. Tomasu de marongiu. Michaellcm pinna et Franciscuw fer- 
rale Consiliarios anno prraenti diete Ciuitatis Sassaris fuerunt nob/.s ostenta & 
presentata. Capitula statuta seu ordinationes infrascripte determinata & conclusa 
et frtc^a cu»} Consilio malori diete Ciuitatis Sassaris tenoris sequentis. 

Capitulu factu supra sos angiones '^ 
XLVI. Aucndo apida multas considerationes sos honorabiles consigeris & bonos 
homines dessa corona et a[)pre88u anchu auistadu su consigiu malore supra su 



* T. malefitios • T. impercio ^ T. corsicha * T. lenevolentes ' T. appidit 
® T. cxercìtiu '' T. su ^ Questa rubrìca e il num. del oap. sono in nero. ^ T. 
anuaìe: veramente nel cod. ò nìiìial ..!c, con una jnccola raschiatura tra lo due L 
'° T. at plm/uer " Manca la rubrica '- T. facher '•* Non è un capitolo, ma 
solo un'introduzione con l'approvazione dei capitoli susseguenti; porta però a 
sinistra, in nero il n. XLV, e ha rossa l'inizialo ^^'Y. Log udori j. '* Questa ru- 
brica e l'iniziale sono in rosso, il numero del capitolo in nero, come nei seguenti 
fino al cap. liv incl. 

Archivio fflottol. ital., XIU. C 



82 Guarncrio, 

istellare de eoa angiones que faguenfc eas beruegues ^ de sos pastores desea Ci- 
tade de Sassari. Et isu uender que si faguet dessa petta ^ de cussos assas poueras 
persones. prò su quale indisigliit i;/fiiiìdos da?mo8 a sa ^ dieta citade inreperabiles 
tochantes anchu a sa maiestade dossu Segnore Ke bona parte prò qui su dannu 
dessu Segnore tochat assu uassallu & hi su male de su uassallu in de ad parte su 
segnore. Et primo su boquier * dessos dictos angiones & mandigare de cussa petta - 
dogni annu ìii cheat grandissimos i;(firmo8 et |71v.] mortes de persones forsi 
plus de treglientos i;; preiudiciu & mancbame?/tu ^ dessu dictu Segnore Ke di- 
structio;;e de custa Citade. Apresu ancbu prò su dictu istellare & boquier * eoa 
dictos angiones & no?; alleuarelos secundu qui si fagbet per tota Sardingia. 
Uistu qui est bestiamen febile & fragile sas beruegues ^ plus ca atberu bestia- 
me?» & mancha?it ogni annu grandis6imame?ite a qui no» aleuat fedu. & uistu 
SOS pastores su dictu fragiu & mancbame??tu de sas d/ctes beruegues ^ eecuiidu 
qui est naradu. Et prò boler repa[ra]re assu dictu fragiu & mancbamentu \ii 
sas uillas tantas ogni annu '' qui costant plus de liras tremica. et atberas lìras 
tremica prò crastados qtti si taglaut in su masellu dessa dieta Citade & simile 
assu Castellu dessa pr^dicta Citade prò frunime-(tu de cussu aesu mandigare. si 
qui uistu tottu cussos dannos & attberos assay qui sint poder narrer & allegare. 
Est deliberadu & bordinadu tantu in sa corona come??te & hi su consigiu * 
malore, qui dae corno i/mantis neunu pastore de sa dieta Citade o breMtante de 
cussa no», possat nen depiat istellare nen oquier ancones nen de cussos mittber 
i«tro de sa dieta. Citade prò bender nen donare anneu»a '■' persone saluu prò 
domo sua inde possat mitter una per uolta & non ateramejite o uiu o mortu 
siat unu & non plus, appena de liras. v. qui cantra aet fagber per gascaduna 
uolta. Reseruadu pero [72r.J qui de sa quida sanerà possajit bender angiones prò 
frunimentu de su populu de sa d?'c^a Citade. sos quales angones ant bender a 
uida & no??, a morte supta sa dieta pena de supra co?itenta. 

De sos qui ant furare bulu a uida. o a morte. 
XLTII. Caluncha bomi?(e qui affurare ^" o boquier* boe domadu pagbet de 
maquitia assa corte pe?- ciascaduna uolta. liras xxv. et isu dannu assu popidu 
asagrame??tu suo ouer ad istima de quilu co?ignosquiat " su dictu boe. Et quiat 
oquier uacba domada annarile affura. pagbet liras doghe, et de ogni atberu bulu 
qui domadu no?* siat pagbet liras. V. & isu da?mu ^^ assu popidu. 

Furas de caualos & debas ^^. 
XLYIII. Qui at furare Cauallu domadu o boquier * affura. paguet per cia- 
scuna uolta liras xxv. qo est per ogni cauallu. Et quiat boquier * o leuare af- 
fura ebba domada paguet per gascuna bestia liras. x. assa Corte. Et qui ad fu- 
rare atberas calarinas qui non siant domadas paguet pe?- ogni bestia lirae v. Et 
isu dannu assu popidu. 

De sos qui ant furare veruegues. ^ o cabras. 
XLYIIII. Qui at furare veruegues. ^ o cabras. a uida o a morte, per gascuna 
bestia fini a degbe paguet [72t.] liras. v. qui appat dadu bentre et gasi de su 
crastadu & de ogni attera bestia de ritte co?jdicione siat paguet liras. ni. Et co- 
mente passet bestias x. sa fura si '* i?/tendat rucbiu paguet liras xxv. et tottu su 
da?mu assu popidu. 



^ T. berveques ^ T. 7J»f</i« " T. assa * T. boquier ^ T. mancameiitn 
* T. bì-eveques ^ Qui bisogna supplire sinde comporant, o altro di simile. ^ T. 
consizu ^ T. annenna *» T. at furare " T. conguosqniat ^- T. damnu 
^^ T. cavaìlos et de ehas >* T. se 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 83 

Sos qui oquint o furant porclios. 

L. Dcsos qui oquint effurant ' porchos per ^ascunu porchu mascbiu o femina 
qui appat complidu annu. o passadu paghet per cascunu ^ porcbu liras v. Et de 
ogni atberu porcbu ^ pagbet liras ii. i» fini bestias x. et passadu x. de itte tem- 
lìiis sisia;;t * pagbe;(t liras xxv. prò qui si i«tendet l'ugbiu. & pagbet su da»nu 
assu popidu. 

De SOS qui fura«t asinos ad bida o a morte. 

LI. Cbalunca persone ad furare a bida o a morte asinu o asina qui domadu 
o domada siat istadu a soma cum inbastu per cascuna bestia pagbet liras v. Et 
dessas atberas bestias qui no;; sia^t istados doniados eectindu est naradu paguet 
liras III. Et isu da»nu qui {actv. adue;rnt assu popidu de sa bestia o bestias. 

De Bos qui faguent da?inu cum canes anda?;do a caca. 
Till. Sos homi^es qui andant a caca cuw canes et fague;(t da»nu assu be- 
8tìame;i dumestigu de itbeu co?idictione siat grossu o minudu & oquiant de cussu 
o gastant cu/» sos canes siant tenudos sos pò [73r.] pidos qui portant sos dictos 
canes i;«fra tres dies dareli ad inte;Kler assu popidu et si aco;;sare8Ì. non si po- 
dere;/t. su da;mu f«cfu si iscbit de qui est. Et hi cantu acoHsaresi no;; si po- 
deret cu?;; su dictu popidu o ueramente no;; isquiret de quie su bestiame;; [est ^] 
(luo depiat andare assa corte & faguer " iscrier su clamu suo de su dannu qui 
factn bauere^. Et i;; cantu cussae cosas no?; fassat passadu sas ditas tres dies si in- 
to;«dat prò fura et gasi paguet Bec;«idu sos capit;flos dessas furas de su bestia- 
mcn. Et paguet su dannu que factu ad auer assu popidu. 

Capitulu de sos qui nara;jt trattore. 

LUI. Est ordinadu qui cascaduna persone qui ad narrer do malu animu tray- 
tore & cusse at '' cben ad esser naradu clamu sinde facat assa corte paguet per 
cascuna ^ uolta liras xxv. Et isa femina que lu ad narrer gbodale pe;-aula ^ paguet 
liras V. 

De 808 qui narant corrudos. 

LIY. Totomine que ad narrer de malu animu corrudu ad homi;;e qui mu- 
gere appat et clamu sinde fagat assa ^^ corte paguet liras x. Et isa femi;;a que 
lu narat ad bomi;;e que appat mugere secu;;du est naradu paguet liras v. Visis 

per no8 ecc [succede nelle nltime righe della e. 73r., in tutta la 73v. e 

fino al principio della e. 74r., una lunga formula latina, d'approvazione dei pre- 
cedenti capitoli (XLV a LIJ^, data: die xxvi mensis novembris anno a nativi- 
tate domini mcccclui; e poi viene la seguente approvazione di altri otto capitoli ^^, 
coi quali si chiude il libro II]. 

hX. Die doraìnico bora uero ue8pe;or;o;i seu quasi, xxviii. mensis marcii. Anno 
ab incarnatioue do;;;mi mccclxxxxi. primo infrascripta capitula retulit publicus 
preco presentis Ciuitatis de mandato spectabilis domini gubcrnatoris publicasse 
uoce p;-éconia. In o>;;;;ib;;8 locis assuetis buiusmodi. Ciuitatis Sass«;-;s, p;-out ecc. 

56. Su Ee de Castella. Daragona. de Sardengna ecc. Hor intendide Iteu bos noti- 
ficai su multu spetabile senyore guuernadoremossen andreu de biuro. Gouernadoreet 
reformadore deesu p;Tsente capu de logudore cum co;;8Ìgu '- uotu et delliberatione '■' 



' T. furant - T. caschunu •' T. porcu * T. si siat '^ T. aggiunge : est, 
che difatti è richiesto dal senso "^ T. faquer '' T. ad ^ T. zascatuna ^ T. pa- 
raula i" T. ad sa " I quali son tutti senza intitolazione e coi numeri in ci- 
fre arabiche, di mano posteriore, in nero. *- T. consigiu " T. deliberatione 



84 Guarnerio, 

desBos magnìficos potestade consigeris cauelleris * et prò ^ bonos homìnes dessa 
epetable audiencia sua prò eu beneficili dessa republica deesa presente Citade. 
Consideradu qui in sa8 baroniae de bob barones deesu ivesente capu in dotgni 
baronia siat ordinadu statuita et capitulu supra sos bestiamens ^ qui si dant a 
comune inter issos cumonargos * maiores assos minores supra sos contos [74v.] de 
CU880S et fraudos. Et prò qui in sa presente citade infini assa presente iornada 
non at ordine ne cap//»lu dccussos a tale qui dae comò ìnantis sos cumonargos * 
maiores apant bonu contu dae sos cumonargos ■* minores de sos cumonee qui lis 
dant de degni natura de bistiamen su dictu spetable. S. Guuernadore cu»» consigiu 
dessa dieta spetabile audiencia sua etatuit e ordinat ^ sos capeYidos seque^tes. 

57. Et primo statuit e ordinat qui tota cudos qui hoe & dae comò inantis 
ant dadu et ant dare bestiamen a eumene de degna natura de bestiamen. qo est 
uachas ebbas beruegues ^ capras porcos aynos o quale si siat natura de bestiamen 
sos cumonargos * minores sian tenudos dare contu degni a;mo assu cumonargiu 
maiore duas uoltas su amin qo est asinadorgiu e atosorgiu iustame»te et legale- 
mewte sensa ingannu nen fraudu o malicia alguna gasi de sas leuas qui ant pe- 
sare coniente et dessa intrada. Et si in casu alguna bestia mancbaret dessu 
cumone '' su dictu cumonargiu minore siat tonudu darende contu assu cumonargiu 
maiore in sa prima uewnida ^ qui fatat in sa presente citade die prò die. Et si 
casu esseret qui non accataret su cumonargiu maiore qui de cussa tale bestia o 
bestias depiant dare relatione in domo dessu cumonargiu maiore cum testi- 
mo?igio8 dignos de fide et si intendat gasi prò su bestiamen qui los ^ est dadu 
a cumone comente ^'^ et de sas leuas et intratas et quando de cu8?u fraudu si 
esseret prouadu cussu [75r.l cumonargiu o cumonargios minores prouadu eu cu- 
monargiu maiore su dictu furta claramente su cumonargiu minore perdat su ser- 
uitiu qui at auer factu in su dictu cumone et prò su fraudu paguet deche liras 
de maquis! a ^^ assa regia corte. 

58. Item statuit et hordinat qui sì algunu bestiame?; si furet qui in spaciu de 
octo dies su cumonargiu minore lu depiat denujiciare assu cumonargiu maiore totu 
cudù ^^ bestiamen qtn ha " fura li at mancare o ateramente et nomenadamente 
totu su bestiamen li at mancare ^^ et si non lu denu;?ciat infra su dictu tempws 
et sili prouaret su contrariu qui li siat dadu affraudu ^^ et perdat su cumone e 
auendo dadu relatione assu cumonargiu maiore dessu qui li est manchadu ^^ o 
furadu lu appat a prouare su dictu cumonargiu minore cussu furtu o mancha- 
mentu infra termcn de sessanta dies bue no qui siat postu in su contu dessu cu- 
monargiu minore in su tempus qui det dare conta. 

59. Item statuit e ordinat qui sos cumonargios minores a qui est dadu su cu- 
mone depiat ogni anno sinnare su bestiamen a fochu et a horigia et bardare 
isse matessi su dictu bestiame;* personalmente ouer de lassare in su dictu be- 
stiamen persones qui siaut sufficientes a regere " e gnuernare su dictu bestiamen 
qui los ^^ est dadu a cumone e si li manchat bestia nexuna ^^ o qui si perdat prò 
malu rechatu ^° o prò culpa sua si paguet dae sos benes dessu dictu cumo [75v.J 



1 T. cavalleris ^ T. per ^ hestiamenes * T. cumonargios ^ T. ordinait 
6 T. herveques ^ T. comune « T. venida. '' T. bos ^'^ manca in T. questa 
parola ^^ T. mciquitia ^^ T. ctiddu ^^ T. a " Le parole o ateramente et 
nomenadaìnente totu su bestiamen liat mancare mancano in T. ^^ ^ ^, fraudu, 
is T. mancccdu " T. i-eger et ^^ T. ìis " T. neiina -" Parrebbe doversi così 
leggere i segni sbiaditissimi, anziché prò malixa sua, come ha il T. 



Gli Statuti della Eopubblica sassarese. 85 

nargiu minore e qui non at signare a fogu he at origliia ruat in sa dieta pena 
de deche liras assa corte. 

60. Item statuii e ordinai qui nexiunu cumonargiu minore non usct ncn prc- 
sumat uonder ncn alienare ouer in nianera nixiuna tra«8portare ^ in cambia o 
comente si siat nexiuna bestia o bestias qui los siat dados a eumene sensa li- 
ccncia dessu cumonargiu malore suta pena de perder su - cumone e uinti qui»ibe 
ILras do maquisia ^ assa corte. 

61. Item statuii e ordinai qui nixiunu cumonargiu minore et homines pasiores 
posios per icusse no poiant nen depiant hochier bestia nexiuna qui de cussa 
no)i denuMcient assu cumonargiu malore assa prima uennida qui faiant in sa 
presente diade, go esi narrer assu cumonargiu malore Eo apo leadu in su saliu 
prò mandicare tale bestia ouer bestias mas non * in domo cussa bestia o bestias 
qui hai auer mortu in su saltu e ^ fager iscrire cussas assu cumonargiu malore 
a tale qui in su iemp?<s de dare eos contos siat co«tadu e dadu in contu assu 
comunargiu ' minore. Et in casu qui non lu denunciarci assu cumonargiu ma- 
iore et a per ateru modu si isquirei jìaguet su dictu cumonargiu minore deche 
liras de machisia assa corte. Et issu cumonargiu malore si lehet ateras e tantas 
bestias quando ani faguer coMtu dessu cumone. 

Item ^ statuii et ordinai qui cudos cumonargios mino [76r.] res qui ani por- 
tare corgios o pedes assu cumonargiu o cumonargios maiores depiani' portare su 
corgiu e issa pedo inirea o puru in modu qui si conoscat su slnnu dessu focu e 
dessa origia in ateru modu non los siat passadu in contu e uardesi qui ^ uar- 
dare siat ^. 

62. Item statuii e ordinai qui sos dicios cumonargios minores qui ant portare 
pecia intrada de sos bestiamenes qui los est statu dadu a cumone cussos de- 
piant portare a domo de sos cumonargios maiores sucia sa pena predicta de 
liras deche. E iniui partire sa peta o intrada o quale si siat cosa qui dae sos 
cumoncs at portare. Et totu sos presentea capiiulos et statudos si intendaut dae 
sa presente iornada inantis ^°. 

63. Signu»i nostri eco [nel resto della e. 76r. e nella 76v. è la sottoscri- 
zione del Governatore e del Podestà, entrambe con l'attestazione in latino del no- 
taj'o; sono poi bianche le ce. 77r. a SOr. ; e alla 81r incomincia il Libro III.] 

I. Dessu michidiu ''. 

II. Dessos qui ferin o ochien sos isbanditos. 
III. De cussos qui ferin ^-. 
iiu. Dessos feriios de nocie. 
V. De me«bru secata. 
VI. Dessas mucere " qui ferin. 
VII. Dessas femwms qui ferin sos howi^es & dessos malefiiios fac/os daue i;ma«ti 

dessa po^estaie. 
vni. Dessa testimonia dessas mugeres. 



^ T. trasportare - manca al T. "^ T. maquìzia ^ manca al T. ^ T. a 
^ T. cumonarf/iu ^ Manca il numero a questo capitolo ® T. ripete qui rardesi 
®T. ssat ^'' T. innantis. " I numeri e lo intitolazioni dell'indice sono in rosso 
'^E v'è aggiunto, in nero, dì mano posteriore, cun ferramenta calque et verbos. 
" correggi muzeres, come ha il T. 



86 Guarucrio, 

IX. Qui sa femiMa accusata, non siat te/tta de ue;me ' p?;-8onaleme»te & 

dessu t«-inen dessas acc?(sas. 
X. De rinclierre ^ su malefactore. 

XI. De nou facher adsaltu cantra alcuna peisone & de non bocare gurtellu. 
XII. Dessos qui curren ad remore. 
XIII. De no;t secare trigas & bracliile. 
xiiii. Dessas armas vetatas. 
XV. Dessu iocu dessas virgas & dessos uerrutoe. 
XVI. Dessos qui dema^dan securtate * dcssa persone, 
xvn. Dessos qui vaen de nocte. 
xviii. Dessos qui ferin sas iannas de nocte. 
XIX. Dessos qui passan per issos muro3. 
XX. Dessos qui vardan sos muros. 
XXI. Dessas furas & dessos furo^es. 
XXII. Dessos arrobatores & iscaranos. 

xxin. De non reciuer su furone nen issa fura nen issa adrobatore. 
xxiin. Dessos qui furan sos seruos [o ^] anchillas. 
XXV. De iscriuer sos factos dessos furones [et adrobatores '"'.] 
XXVI. Dessa guardia dessas v [ingnas et dessos ortos ^] 
[81v.]xxvii. Do non bocare arboree. 

XXVIII. De non secare vingna agena. 
XXIX. De non secare vite daue vingna acena. 
XXX. De non marturìare sos liueros. 
XXXI. De non isforthare sas fenii;«as. 
XXXII. De non flastimare a deu. 
xxxni. De no» narre ® paraulas i»iuriosas. 
xxxHii. De falsos destimo»gno8. 
XXXV. Dessos qui falsan sa moneta. 
XXXVI. Dessas falsas mesuras & pesos. 
xxxvn. Dessos arghentargios. 
xxxvni. Dessas sapunaiolas. 
XXXIX. Cornette se deuet cowdewpnare dessu malefitiu qui non est in breue. 
XL. Dessa co^dempnatione dessos terrama'»gnesos. 
XLi, De leier sas se«te»tias in su co;;si(;u maiore & dessu terme» in su 

quale sas conde;«pnatio»es se paclien. 
XLn. De riscattare sas co;ideOTpnatio?ies. 
XLiii. Dessos qw? non se lassan pignorare. & itteu cosas deuen leuare sos 

missos. 
XLiiii. De tenne ^ sos malefactores. 
XLV. Dessu salariu dessos serge^tes. 

XLVi. De falsos notaios. & de cussos qui adoperan falsitate. 
XLvn. Dessos qui iocan ad datos. & dessu iocu de cussos. 
XLViii. Qui su cumo!;e leuet pacame«tu in sos benes dessoa isbanditos. 
xLix. Dessos lignos de cursu & dessos qui baen ^ in cursu. 



^ T. venner ^ T. rincìierrer ^ T. securitafe * Manca nel cod., ma è da ag- 
giungere, come fa il T ^ Lacune prodotte da lacerazione del foglio e facilmente 
supplite per la intestazione dei capitoli stessi nel corpo del libro " T. narrer 
' T. tenner ^ T. vaen 



Gli Statuti (lolla Iljpubblica sassarese. 87 

[82i-.] Dcssu michidiu. 
I. Qualu)iqua masclu oiiei- t'omina ex i;«prouÌ8u aet ferro * alcunu o alcuna 
si qui ^ de cuesa ferita su ferita mo?-giat. siat co»de/»pnata daiie sa potestate ad 
morte, ma sos benes suos pero non si adproprien ad su cumonc si non saet 
poter auer personalemeute ad punirelu. Et si appcnsatamentc alcunu aet esser 
feritu. si qui ^ de cassa plaua su ferita morgiat tottu cussos qui uacn esser adpew- 
8atame»te in cassa ferita sian co»dewjpnato8 ad morte, adbengiat deu q»7' su fe- 
rita de una plaua morgiat. Et si casse qid aet ferro o qi<i uaet esse** adpetìsa- 
tame»to in cassa ferita, non eacnt ^ poter auer personale mente ad esser punita 
o punitos sian isbanditos do Sass«/-i & dessu districtu. ponendo in cussu banda. 
qid si cussos malefactores. in fortha dessu Camo»e aen benne * sian condcin- 
pnatos ad morte, et gasi per issa potestate de Sassari siat obseruatu et issos 
benes issoro se adproprien ad su Cumone de Sassari. Saluas in tottu sas cosas 
sas ratliones dessa macere dessu malefactore. gasi coiuuata a dota cbale & assa 
sardisca, ciò est a dota cu>» carta de notaiu. o qui sa cai-ta siat facta ad te»(pu8 
dessu patrimoniu ^ o oscha. Et si su malefactore aet esser condempnatu in persone'. 
SOS benes suos terrea ad sos hercdes suos. Et si daunde aet esser curtu in banda, 
et issos benes suos aen esser adpropiatos ^ ad su Cumone in fortba dessu Cumo/;e 
aet benne * siat punitu personalcmente ad morte. Et issos benes suos torren ad sos 
heredes suos. Et si per auentura alcunu homine liueru. aet occhier alcunu 8e;'uu 
aoenu. ouer ancliilla acena cussu malefactore pero non siat condempnatu ad morte 
ma siat conde/npnatu prò cussu accessu per issa potestate in lihras. l. de lamia. Et 
prò su seruu ouer anchilla in 1/bras. xxv. de lanna prò satisfacbimentu de cussu 
ouer cassa, sa quale condewpnatione su malefactore siat tentu de pacare infra 
tres meses daue su die qui aet esser factu su malefitiu. et in custu mesu istet 
in sa presio/ie [82v.] [dessu Cumone. et si sa condempnationo ^J non aet pacare 
infra su dictu tempus. siat punitu personalmente ad morte. Et si non saet poter 
auer pe/-sonalemente ad esser punita dessos benes suos se * pachet ad ecusse cuiu 
es( su eeruu o sa anchilla. l/br«8 xxv. de lanua et issu malefacto>'e se pongnat 
in banda dessu Cumone. ponendo in cussu banda qui si cussu malefactore aet 
benne'* in fortba dessu Cumone passata tres meses daue 8u die qui aet esse/- 
factu su malefitiu siat punitu personalemente ad morte. Et in q!</rcare & in- 
uestigare sas d/c/as cosas et in punirelas sa potestate deppiat auer piena & mera 
arbitriu. Et si alcuna aet occhider su seruu o sa anchilla sua. ouer laet ferre ' 
ouer li sechet menbru ^ alcunu ouer laet cocher. non de siat pero condewpnatu 
et issa potestate neunu processa fathat co/;tra esse. Et ecustas cosas non nochian 
ad alcunu de Sassari su quale foras dessu districtu de Sassari, aet ochier *" o 
forre '. ouer secare ouer debilitare menbru ". ad alcuna pe/-sone qui non aet esser de 
Sassari o dessu districtu. o qui dimora aet facher foras dessu districtu de Sassari 
cu;n sa mucere & cu»^ sa fami^a sua. & tando sa potestate in custu casu neunu 
processu fathat centra casse. Et si infra su districtu de Sassari, alcunu de Sassari " 
aet facher alcunu malefitiu contra alcuna persone qn* istet ìm terra de alcunu 
dessos eongnores de foras cun( sa fami^a sua. sa potestate tractet '^ cussu sassa- 
resu. in cussu modu qui sos sengnores do foras aen tractare sos howines dessa 



' T. ferrei- - T. si qtte » T. saet * T. òcnner » T. mairi moniu « T. ad- 
projjriatos ^ Lacuna prodotta da lacerazione della pergamena, e supplita fe- 
licemente dal T. * T. si " T. membru ><* T. occhier " alcunu de Sassari 
manca al T. '- sa potestate tractet è due volte nel cod. 



88 Guarnerio, 

terra iseoro quando (su ') BÌmicante cosa sos homìiics (lessa terra isserò aen facher 
coltra SOS de Sassari et dessu districtu. Et si alcunu de Sassari aet esser adpo- 
statu adsallitu daue alcuna persone qui habitet foras de Sassari & dessu di- 
strictu o persone - istrangia qui siat o de Sassa/'i o dessu districtu. et in cussu 
adpostame»tu [o] ad[salli]me«tu cusse de Sassari, et ecussos qui esseren cu;» 

isse qui lu boleren ' adsallitores ouer adpostatoz-es occhide- 

ren [83r.] ouer ferreren in cussa bora sa potestate neunu processu fathat coltra 
cussos ouer alcunu de cussos. Et si alcunu hom^^e de Sassari o dessu districtu 
esseret mortu foras de Sassari. & dessu districtu in qualunqwa locu. sa potestate 
de Sassari procedat contra su malefactore o malefactores in cussu modu qui est 
naratu daue supra. in sos atteros casos. 

Dessos qui ferin o ochien sos isbanditos- 

II. Qvalunqua persone aet occhicr o ferro ■* alcuna persone isbandita de Sas- 
sari & dessu districtu prò alcunu mlchidiu perditione de me;tbru. fura o adrobaria. 
pero sa potestate non delu GOìidempnet nen fathat alcunu processu co»tra esse. 

De cussos qui ferin. 

III. Si alcunu aet ferre alcunu o alcuna, de ferru petra ouer fuate dessa quale 
ferita sanben inde essai. Si sa ferita aet esser in uisu. si qui ui roma^igiat sinnu. 
8iat cowdenatu prò liueru & prò liuera daue sa potestate. in Izbras xxv de laawa ^ 
et prò seruu ouer anchilla in libras. v. et si sinnu non baet romaner prò liueru 
& prò liuera in lihras x. et prò seruu o anchilla in boMos xl. Et si sa ferita aet 
esser in attera parte dessu corpus de ferru offendiuile. et sanben indaet essire 
eiat cowdempnatu prò liueru et prò liuera in h'bras x. de lanua. et prò seruu 
ouer anchilla in lihras. ii. de Ian?/.a. Et si sa ferita aet esser suspectiua o dubi- 
tosa ". siant tentu cusse qui aet ferre in fortha dessu Cumo)!e fini intantu qui 
eaet auer certithia dessa plaua dessu feritu. si morre ^ deuet o non. Et appita 
certithia dessa plaua sa potestate qui siat foras de periculu reciuat securtate de 
pacare sa cowdempnatione et siat lassatu. Et si sa ferita aet esser in capitha de 
petra ouer fuste. o de attera cosa et sanben indaet essire, siat condewpnatu daue 
sa potestate prò persone liuera in libras. v. de lantta et prò seruu o anchilla in 
^oMos XL. Et si sa plaua aet esser suspectiua tengiat se su malefactore in fortha 
dessu Cumo;?,e in cussu modu qui est [83v.] naratu daue supra. Saluu qui prò 
ferita facta daue therachu qui non aueret. xiiii. annos non se intendat malefitiu. 
et issa potestate non fathat processa alcunu contra esse. Saluu si su feritu mor- 
reret. & tando su qui aet ferre siat punitu personaleme»ite ad morte. Asteris * si 
esseret de uoluntate dessos parentes plus propinquos dessu mortu qui boleren 
perdonare ad ecusse qui appet ^ feritu. et tando sa potestate neunu processu fathat 
contra esse. Et qui aet ferre ■* de petra ouer fuste ouer de attera cosa qui non 
siat de ferru in attera parte dessu corpus et samben inde aet essire siat co;Kle;n- 
pnatu [prò ^"J persone liuera in Kbras un. de lamia et prò seruu ouer anchilla 



^ su è punteggiato nel cod. come per ometterlo; e l'omette il T. -le parole 
persone qxi habitet foras de Sassari et dessu districtu sono erroneamente ripe- 
tute in T. ^ Altra lacuna per lacerazione, che non panni bene supplita dal T.; 
né io saprei come supplirla * T. ferrer ^ In questo capitolo e nei seguenti le 
l^arole de lamia sono o cancellate o raschiate, ma in modo che ne rimangono 
traccie. ^ T. duhiosa '' T. moì^rer ^ Annota il T. che qui è chiaramente 
scritto asteris, ed è vero; ma aggiunge che altrove leggesi astezis o astesis, e 
-questo non è vero ^ T. averet ^° manca nel cod., ma necessaria al contesto. 



Gli Statuti della Repubblica sassarcso. 89 

in eoJdos xl. Et si sanben non daet essire e ^ si aet esse;- liueru siat co;ide»/- 
I)natu in eoìclos xl de lamia et siaet esser seruu in soldos xv. Et q?«' act ferre 
de calche in alcuna parte dessu corpus saluu qui in sa fache si de cussa ferita 
in te/Ta aet ruer siat co«de»jpnatu prò liueru & prò liuera in lihras un. et prò 
seruu. & prò anchilla in soldos. xx. Et si non aet ruer siat condewpnatu pj-o 
liueru et prò liuera. in soldos xl. & prò seruu o prò ancbilla in soldos x. Et qui 
aet ferre "'' in sa fache dessa manu et sanben in daet essire siat condempnatu 
prò liueru o liuera in l/br«s v de Ian«« & prò seruu o anchilla in soldos xx. Et 
si sanben non daet essire l/b?-«8 tres de I&nua prò liueru o liuera & prò seruu 
o anchilla in soldos xv de lanna. Et ecustas cosas non appan locu contra su 
maritu prossa mugere o sa famiga sua. Et si alcunu homine de Sassari et dessu 
districtu feritu ouer iniuriatu es8e>-et foras de Sassari et dessu districtu in qua- 
luuqua locu. sa potestate de Sassari procedat contra su malefactore ouer male- 
factores in cussu modu qui est naratu daue supra in sos atteros capitulos. 

Dessos feritos de nocte. 
mi. Ad cascadunu ^ feritu de nocte siat crettitu in su sacranientu suo mu- 
«tratu * sa plana ad sa potestate. o assu cumpagnone o as [84r.] su notaiu dessu 
Oumone. et ad duos iuratos de iustithia in cussa nocte o in cussu die sequente. 
qui aet esser feritu et daue inde innanti non siat crettitu ad sacramentu suo. Et 
si SOS iuratos aen narre ^ sa ferita esser crediuile fathat si sa conden(pnatio»re 
daue sa po/estate quale & qtii esseret prouatu per destiraongnos contra su qui 
ait auer feritu. Et issu feritu daue sa primargia persone qui alt auer accusata 
non se pothat mutare ad attera persone. Et si su feritu daue nanti dessa pote- 
state non aet poter benner ® sa potestate mandet ad isso su notaiu suo cu»; duos 
iuratos et rcciuan su sacramentu ^ dessu feritu. ad ciò qui se appat certithia dessu 
malofitiu. Et custas * cosas tottu si intendan gasi prò masclu quale et prò femina. 

De menbru ^ secatu. 
y. Cvssa pe?-sone qui aet ferre -. et aet secare menbru^ alcunu ad alcuna per- 
sone debilitare, ouer qui de issa ferita menbru ^ aet esser secatu ouer debilitatu. 
siat condempnatu & perdat simicante menbru^ et ultra in l/bras x de lanij'rt. Et 
intendansi me;jbros particulares dessa capitha sas manos. pedes. digitos. oclos 
nares ^ oriclas & lauras. Et si personaleniente non saet poter auer prò punirelu. 
siat isbanditu perpetuamente de Sassari et dessu districtu. Et issos benes suos si 
aproprien assu Cumone. Saluas sas rathones dessa mucere dessu malefactore sì 
com-into in su capitulu dessu omichidiu se cuntenet. Et si in alcunu tenipns su 
dictu malefactore in fortha dessu Cumone aet benne ^^ perdat simigante menbru ^. 
et siat condenjpnatu cernente est naratu daue supra. Sa quale condenipnatione 
pacata sos benes suos torren ad isse. Et ecustas cosas appan locu prò pe/-sone 
liuera. Et si alcunu liueru aet ferre - alcunu seruu o anchilla et daue cussa fe- 
rita su feritu menbru'-' aet perder ouer alcunu mer-bru" debilitatu aet esser siat 
condentpnatu in ìibras x de Janna et in atteru tantu prossu " dominu '- [84v.] dessu 
8e/-uu dessa anchilla prossu menbru'-* perditu. & non perdat simicante menbru^. 



* manca in T. - T. ferrer ^ T. zascatunu * T. mustrata '" T. ìiarrer 
^ T. renner '' Qui segue, nel cod„ suo, ma punteggiato, conio per cancellarlo. 
«T. Ecustas »T. membru i» T. benner " T. pressu .»-'Dal lato destro di 
questa pagina, nel margine inferiore, ò una giunta a questo capitolo, ma così 
corrosa e sbiadita, da non potersene leggere so non le parole seguenti: Et side 
cussa ferita pacamentu ouer securitate non aet dare, siat co/idcmpnatu in hbras.... 
non... locu cussa feritas factas 



90 Guarncrio, 

Et si non aefc aiicr daimde pacare poter sa dieta, co?idewpnatioue siat tentu ìii 
p;-esio»e fina ad tautu qui aet auer pacata sa dieta. co/;deH;pnatio;(e. et ctia;« 
deu adsu do;Hmu dessu seruu o dessa anchilla. Et si cuseu malefactore ad cu- 
mandamentu dessa po^estate non aet benne ^ ad su termen ad isse datu isban- 
diatsi in ìibras xx de Ianna. et in attera tanta prossu sengnore dessu seruu o 
dessa anchilla. Et si su sengnore dessu seruu ouer anchilla aet querre ^ paca- 
mentu in sos benes dessu malefacto>'e det seli iucuntanente fac^a sa conde;np- 
uatione. Et si alcunu seruu ouer anchilla. aet ferre ^ alcunu seruu ouer an- 
chilla. si de cussa ferita menbru aet perder, si aen seruos de qs dounu '. siat 
cortdonpnatu cusse qui aet ferre ^ in simi^ante menbru. & in sohlos. e. de Iann«. 
prossu Cunione. (Et) * si dessos benes suos proprios saen accattare. Et si cussu 
malefactore auer no;i saet poter pe/'sonalemente ad esser punitu isbandatsi per- 
petualomente de Sassari & dessu districtu. Et issos benes suos se appropien ° ud 
su donnu dessu seruu. Et si pe>- alcunu te?npus in fortha dessu Cumone aet ben- 
ner simigante menbru perdat & siat conde?npnatu in soldos e. de Iann«. 

Dessas muceres qui ferin. 
VI. Si alcuna femina de ferru petra o fuste ouer de attera cosa alcuna attera 
femina aet ferre ^. et sanben indaet essire, si sa ferita aet esser in su uisu. si 
qui signu ui romangnat siat conde;»pnatu ' dauo sa potestate pr*^^ liuera inl/bras x. 
de Ian«rt. et prò anchilla in Ìibras in. Et si sinnu non baet romaner. et sanbeu 
indaet essire prò liuera in. eoldos xl. et prò anchilla in soldos xx. Et si sa ferita 
aet esser in attera parte dessu corpus & sanben non daet essire siat condenjpnata 
prò liuera in soklos xx. & prò anchilla in eoldos x. Et si alcunu dannu aet fachei* 
[tagliando ®] cafia ouer atteru pannu. siat tenta de mendarelu reciuitu su sacra- 
me/jtu per issa potestate daue cussa qui aet ^ 

[85r.] dessu Cumone me?«touande su malefactore infra su dictn tenipus daue inde 
innanti neunu de siat intesu. nen etia»n deu daue inde innanti. centra alcunu 
ouer alcuna se pothat proceder per accusa nen per inqn/sitione in alcuna dessas 
predictas cosas passatos sos termenes qui sun naratos daue supra in cascatuuu casu. 

De rincherre ^° su malefactore. 
X. Si alcunu malefitiu factu aet esser in Sassari o in su districtu o pe/- masclu 
pe>' femina et de cussu malefitiu non aet apparrer accusatore, ma sa fama de 
cusse aet peruenue ^^ ad notitia dessa potestate. cussa potestate siat tentu de chir- 
care per ^- offitiu suo et proceder & punire, secunda sa qualitate dessu malefitiu 
cernente in sos cap/Y^los " dessos malefitios se contenet. Et daue su termen infra 
su quale sas accusas et issas denuntias se deuen facher innanti. sa potestate neunu 
processu fathat contra su malefactore. Saluu si sa denuntia esseret iscr/pta in- 
nanti de passare su tenipus in sos actos dessu Cumone. Et licitu siat ad sa po- 
testate prolongare " su teinpua dessu isbandimentu ad arbitriu suo infina ad uiiu 



^ T. henner ^ T. querrer ^ T. ferrer * Il T. corregge, con la scorta dei 
frammenti latini: si aen [esser] serros de dirersos donnos. Ma il cod. ha de qs, 
col segno d'abbreviazione il g. ^ Et è punteggiato al di sotto, cioè cancellato 
® T. apj^roprien ^ T. condemjmata ^ Questa voce manca al cod. ; ma è voluta 
dal senso e dal testo latino ^Lacuna di un'intera carta, la quale comprendeva 
la fine del capitolo VI, i cap. VII e Vili, e quasi tutto il IX, come anche si ri- 
conosce dai frammenti latini, che danno intiera questa parte ^^ T. rincherrer 
^^ T. 2}erven)ier ^- T. pi-o ^^ T. su ccqntulu " T. perlongare 



Gli Statuti della Rei)ubblica sassarese. 01 

mese, et passata su termen assignatu assu malefactore si no« aet benne ad dare 
pacarla, cadat bt doppia banda dessu malefitiu qui aet auer factu. 

De non facher adsaltu coltra alcuna persone & de non bocarc gurtellu. 

XI. Qvalunqua ^ pe/-sone aet facher assaltu centra alcunu ouer alcuna ad anima 
irata cum ispata uocata ouer gurtellu. o falcastru. o mannaresu o uirga ouer uer- 
ruta o maga de ferra o ferrata, o alcuna cosa offensibile siat condewipnatu daue 
sa potestate in bbrrts. n. de lanwrt si non aet ferre -. Et si aet ferre - siat condem- 
pnatu seconda qui in sos cap^Ynlos dessos qid ferin se contenet. Et qui aet bo- 
care gurtellu ouer ispata ouer arma [85v.] uetata offendiaile. cantra alcuna persone. 
& non aet ferre ^ si sa arma uetata et offendiaile aet esser, siat co/Klewipnatu 
daue sa potestate cascatuna aia in l/b>-rt8. ir. de lanua prossu uocare dessa arma. 
Et qui in factu suo aet bocare arma prò defendersi, si non aet ferre - pero non 
desiat conde?npnata. Et si aet ferre ^ siat conde/npnatu seciwìdu qui in sos capi- 
^«los dessos qui ferin se contenet. Et tantos quantos aen esse;- sos qnt aen 
assallire et qui aen bocare arma in cussu modu qui est naratu paclien gascatunu 
Boklos XL. Et prò cha aen iuclier sa arma, sian co/idenipnatos daue sa potestate 
6i comente in su cap«V(du de non portare sas armas se contenet. et perder cussas 
armas. et ecussu se intendat dessu gurtellu saluu qui su gurtellu non perdat. si 
attera arma no7 aet portare. Et si attera arma aet po/'tare perdat su gurtellu 
& issa arma. 

Dessos qui curren ad remore. 

XII. Xeuua persone deppiat traer ad remore in Sassari de die ouer de nocte 
cu»i arma, sensa licentia ouer cumandame/itu dessa potestate. o per sona de 
ca»(pana a isturmu ouer bandu. o truwbicta si esse/-et ad rumore de iniuiicos 
dessa terra, ouer ad rumore de foca. Et qui contra aet facher siat conden;pnatu 
cascatuna uolta. in eoldos xx. de lanna et in perder sa arma qui aet portare. 

De non secare trigas & brachile. 

XIII. Cvssu ho^nine qui ad alcuna femina liuera o anchilla aet secare pilos 
o trigas. siat condempnatu daue sa potestate pressa liuera in li'br«s xx. et pressa 
anchilla in h'hras. v. Et si aet esser femina qui cussu malefitiu aet facher. siat 
cundewpnata pressa liuera i)ersone in b'b/-«s. v. et prò anchilla in soldos xl. 
Et qui aet tenne ^ alcuna femina & ecussa aet iscoperre * et aet traer in terra, 
et aet secare sos pannos daue nanti ^ o daue secus siat conden^puatu [SCr.] si aet 
esser howine prò liuera in ìihras x. de lannw & prò anchilla i/( l/br(/s ii. Et 
si aet esse/- femina siat condentpnata [prò liuera *] in soldos xl. Et p>-o anchilla 
in soldvs XX. Et qui aet secare brachile cu?n gurtellu. Et ciò se prouet cuwi le- 
gitimos destimongnos. siat condempnatu prò ho>ni/fe liueru in bTir^s. x. de I&nua. 
et prò seruu in libras m. Et ecustas cosas non se obseruen per issa potestate. & 
non appan locu contra marita patre ouer donnu ^ dessa mugere o dessa famiga sua. 

Dessas armas uetatas. 
XYIII. Xeuna sarda o terramangesu de die o de nocte priuatu o palesi portct 
per issa te>-ra de Sassc^ri alcuna arma offendiaile o defendiuilc. saluu su gur- 
tellu tanta qui siat de palmos duos. o minore. Et qui contra aet facher siat con- 
dewìpnatu per issa potestate per ^ gaacatuna arma ofifendìuile in soldos xx. d'^ 



^ T. qualunque ^ T. ferrer ^ T. tenner * T. iscoperrer -' T. innanti 
Mancano queste parole nel cod.; ma son giustamente supplite dal T., seconda 
frammenti latini ''T. domimi ^T.pvo 



92 Guarnerio, 

Ia,nua. & defendiuile in soldos x. de lan'ia. et in pe?'der Bas armas. si de die aet 
esser accattata portande arma. Et si de nocte aet portare arma, et adcattatu 
aet esser, siat condeoipnatu per ^ ^ascatuna uolta de ^ascatuna arma offendiuile 
et defendiuile i)ì soldos Xh. de lanua et in perder cussas armas. Et i^tendat si 
una uirga o unu uerrutu. i;jfina a mi. prò una arma tanta. Salau qui ad ca- 
uallu & ad pede. andando et beniude foras dessa terra de Sassari pothat iucher 
quale arma aet boler. Et issa mesitate dessas armas accattatas per issa famiga 
dessa potestate quando ad alcunu laen accattare de die ouer de nocte portande 
appat sa famiea. et issa attera mesitate appat su massaiu dessu Cumone prossu 
OumoMe. Et issos maiores de quarteri. supraistantes de guardias. et issa guardia 
dessa terra qui acn istare ìii sos muros et in sas portas. et cussos qni uardan 
sa nocte per issa terra, pothan portare sa arma fina assu tersu sonu dessa capana - 
sa quale se sonat i;;. corte. Et ecustas cosas non [86v.] appan locu coiitra sa ma- 
sonata dessu Cumoj/e et in factos dessu Cumone, 

Dessu ìocu dessas virgas & dessos verrutos. 
XY. Neunu qui aet auer ultra xiiii. annos. iochet ouer iocare deppiat ad 
verrutos ouer virgas in sa terra do Sassari. Et neunu in sa terra de Sassari, 
iectet locande virga ouer verrutu ad pena de eoldu i. de lam^a gascatunu coltra 
fachente. Dessu quale banda su patre prossu figu. su mastra prossu discbente 
siat tenta, et siat crettitu su iuratu de iustithia sensa sacrame«<u. et siat tentu 
secretu. et issos atteros cuw sacramentu. Et gasi se obseruet dessas frundas et 
dessas turrìttulas. 



qui dima»-dan securtate dessa persone. 

XVI. Sa potestate qui est & prò te/wpus aet esser ad gascatuna persone q?»' 
aet peter securtate dessa persone sua prestare fathat si iusta & manifesta ca- 
sione dessa secui-tate pettita ^ aet adparre * ad sa potestate et ad sos antìanos. Et 
qui dare non laet boler ouer non aet poter, siat banditu dessa terra de Sassari 
& dessu districtu. Et si daue co aet incurrer in su bandu accattatu aet esser in 
Sassa>-ì o in su districtu. siat tentu in presione. Et si per aduentura su dictn 
isbandìtu aet coHimitter alcunu malefitiu co»tra cussa persone sa quale sa se- 
curtate dauesse petit, ouer coltra alcunu atteru ciò est ferinde alcunu ouer 
adsaltande cascatunu pothat cusse offender in persone sensa bandu de corte. 

Dessos qui uaen de nocte. 

XVII. K'euna persone uaiat per issa terra de Sassari ad pus su tersu sonu dessa 
cawpana sa quale se sonat in corte su sero sensa lumen ouer fochu. Et qualunqua 
accattatu aet esser sensa focu ouer lumen si coniente est naratu siat condem- 
pnatu daue sa potestate per ^ cascatuna uolta in soldos. v. de lamia. Et ciò se 
intendat dessos [87r.] lionjines & non dessas feminas. Saluu qui prò insta & nec- 
cessaria cosa ^ cascatunu pothat andare sensa alcunu bandu de Cumone. Et issos 
YÌchinos dessa contrata pothan ^ istare unipare in ecustu modu qui si sa famiga 
dessa potestate los aet accattare. & narret ilis torrate daue comò innanti ad 
demos uostras. Et si pus sa dieta admonitione los aen accattare, et non saen 
esser partitos. sian conde;npnatos daue sa potestate si comente est naratu daue 
saprà. 



^ T. prò - Così nel cod., senza alcun segno d'abbreviazione ; ma corto è da 
leggere ca;ni>ana. ^ T. petita "^ T. adparrer '^ T. necessaria causa, e non è 
vero che nel cod. si legga cosa. ^ T. poian 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 93 

Dessos qui ferin sas iannas de nocte. 
XVITI. Porta de alcuna ouer ianna ^ nensiuna persone ^ i»iuriosame;;te fer^iat. 
nen pongiat ad sa ianna ^ ouer ad sos muros de alcunu. nen gettet ad sa domo, 
ouer porta ouer tectu ouer corte de nocte ouer de die petra ouer alcuna attera cosa 
qui non siat dechiuile. ad pena de l/l);-«s. v. pe;- ^ oaecatuna uolta. rascatunu 
contrafachente. Et dessas pred/c/as cosas siat datu fide ad unu iuratu de iustithia 
tantu. datu ad isse su sacram^Htu de nouu. et ad sos atteros cuììi destimongnos 
daue sa potestate reciuitos. P^t in sas preàicfas cosas sa testimojàa de duas (bonas*) 
feminas de bona fama cuw vnu destimo?!gnu siat crettita. et atterame«te non. 
Et si su tale malefactore no» aet auer daundo pothat pacare sa dieta, condem- 
pnatìone. siat tentu in sa fortha dessu Cumo»e i» fina a tantu qui sa dieta con- 
de«ipnatio»e aet pacare. 

Dessos qì(i passan per issos muros. 
XIX De die o de nocte per issos muros dessa terra de Sassr/ri. neunu passet 
si non per issas portas apertas ad pena de 1/bras in. si aet esser de die et si 
aet esser do note ^ de h'br«s. v. de latina. Sa mcsitate dessu bandu siat dessu 
Cumone. et issa attera dessu accusatore. Et *^ siat crettitu Tnu iuratu de consigu 
iurande daue nouu et assos atteros cuw duos destimo/ignos. Et si non aet auer 
daunde pothat [87v.] pacare cusso qui aet co/itrafacher mittat si in sa presioue 
dessu Cumone et daue inde no» essai fina a qtii aet pacare. Et si sos scrgentes 
dessa potestate alcunu aen adcattare contrafacbente. appan sa mesitate dessu 
bandu et dessas armas qui aet portare, saluu dessu gurtellu et issa attera me- 
sitate siat dessu Cumone. Et ciò si sos sergentes su malefactore aeu batture ad 
corte, dessu Cumone. Et ecusta pena appat locu in cussos qui aen auer daue xini, 
annos in susu qui aen passare su muru cernente est naratu o in su gusorgiu. o 
sutta sa porta. 

Dessos qui vardan sos muros. 

XX. Xeunu guardianu dessos muros de Sassari de die o de nocte lasset pas- 
sare alcunu supra sos muros dessa terra de Sassari intrande nen essinde ad pena 
de bbr«s ni. de Ian;/fl. gascatunu qui ait ^ lassare essire si laet esser prouatu Ic- 
gitimamente per destimongnos o per confessione sua. Et si non aet benne ^ ad 
cumandamentu dessa potestate isbandatsi de Sassari & dessu districtu. Et qui 
vltra duos honiines aet lassare intrare siat condentpnatu. in lihirts xxv. de Ianna. 
Et si ad cumandamentu dessa potestate non aet bene^ isbandatsi dessa terra^ 
de Sassari, et issos benes suos se adpropien^ ad su Cumone. 

Dessas furas. & dessos furones. 

XXI. Qvalunqua persone aet facher alcuna fura in Sassari o in su districtu 
ouer foras de Sassari o dessu districtu. ad hon.'ine de Sassari. & dessu districtu 
& prouare sacf legitimamente per destimongnos o per confessione dessu male- 
factore. i«fini in quautitate de eoìdos x. siat frustatu per issa terra de Sassari. 
Et daue so/r/o.v. x. fini in xx. li siat secata "^ sa oricla dextra. Et daue soMos xx. 
in fina a ìihras m. li siat secata sa oricla dextra et pongiat seli su marcu dessu 
Cumone in sa tempia. Et daue h'bras ni. in fina a " h^bras. x. pongnat seli su 
marcu. & sechet seli sa oricla. & bochet seli vnu oclu de capitha. Et daue l/bras x. 



* T. ia7iua 2 T. persona ^ T. prò * questa parola è punteggiata al di sotto, 
e cioè cancellata * T. nocte ® Anche tutta questa proposizione, fino a (/es^- 
Mion^rno-s, è punteggiata, cioè cancellata ^T.ad ^T. lenner » T. -.</..;•,,;„•;, ,, 
^^ T. secata " T. ad 



94 Guarnerio, 

Ì7i fini i;( XX. seli bochen ambos oclos de capitila. Et da [88r.] uè Mhrae xx. ìii 
susu. siat appicbatu per issa gula. in tale guisa qui morgiat. Et qui aet esser 
adcattatu auer factu tres furas sas quales monten lihras. x. et daue ÌHdo in susu 
siat adpiccatu per issa gula in tale guisa qttl morgiat. Et ecustas cosas non so 
intendan dessa fructora. ma in cussu se obseruet su qui se contenet in sos atteros 
Ciipitulos qui de ciò fauellan. Intendendo qìci aet iscorgiare boe alcunu siat fura 
quantu su boe baliat quando fuit biuu. et in Qascatunu casu pacbet su malefac- 
tore su danna ad ecusse qui laet reciuitu. o sos benes suos. Et ecustas cosas 
non si ìstendan ^ nen appan locu in theraccbos qtii appan. xiii ^. annos. & daue 
Inde in. iosso. 

Dessos arrobatores & iscaranos. 

XXII. Arrobaria de istrata o iscarania alcuna in Sassari o in su districtu ad 
alcuna persone, nen in attera parte ad alcunu de Sassari nen dessu districtu 
neuna persone facher deppiat. Et qui contra aet facher si sa adrobbaria o sa 
iscarania aet esser qui uaQat daue boMos v. infini in s. frustetsi per issa terra de 
Sassari. Et si sa adrobaria o sa iscarania aet esser daue soldos x. infina a xx. 
bocbetseli vnu oclu de capitba. Et si aet esser daue soldos xx. in susu. i?»pic- 
cbetsi per issa gula in tale guisa qui morgiat. Et si cussu malefactore non saet 
poter auer ad punire personalemente isbandatsi perpetualemente. ponendo in 
cussu banda qni si per alcunu tewpus aet benne ^ in fortha dessu Cumone de 
Sassari siat conden^pnatu & obseruatu cemento est naratu daue supra. Et supra 
qtw'rcare et inuestigare tottu sas supra dictas cosas gasi furas quale et robarias 
et iscaranias sa potestate contra omnia persone de mala fama qui accusatos o 
dcnuntiatos aen esser potbat facher o;»«ia processa, per marturiu et per atteru 
modu qui ad isso ■* aet parrò ^ non intendendo sas d/c^as cosas contra tberaccos 
qui non appan xiiii. annos Custu prouistu & intosu [88v.] qui non se intendat 
qtii so coHjmittat adrobaria si alcunu leuaret foras de locu suo bestiamen minutu 
o uacha prò mandicare per alcunos uiandantes qui sian de bona fama, o si le- 
uaret fructora o una per fortha ma cusso qui fachet custas cosas. mendet sa 
cosa leuata ad ecusso cuiast. & assu Cumone pachet prò pena quantu valiat sa 
cosa. Et non se intendat robbaria si alcunu aet accattare alcuna cosa sua qn? 
tengnat alcuna persone & ocussa leuet per auctoritate propria contra uoluntate 
de qui la possedit ma cusso qui gotale ^ fortha aet facher pachet ad su Cumone 
prò pena si sa fortha aet esser foras dessa domo tantu quantu aet baler sa cosa 
leuata. et torret sa cosa ad ecusse daue su quale la leuait- et osca de uset ra- 
thone sua daue nanti dessa poifestate. Et si gotale fortha facifa aet esser in domo 
pachet assu Cumone sa pena ad doppia de cussu qui est naratu daue supra. 
Saluu si sa cosa qui se leuaret aueret alcunu qui esserot suspectu de non de 
andare cum issa & securu non ait parre ^ tando in cussu casu. si cusso qui sa 
cosa leuaret battut cussa daue nanti dessa potestate innanti qui ad atteru locu 
baiat. et narat '' ad sa potestate su factu. non do pathat pero pena alcuna, ma 
daue nanti dessa potestate de cussa cosa sa questione se connoscat *. 

De non rociuer su furono nen issa fura nen issu adrobatoro. 

XXIII. Fnrono alcunu ouer adrobatore o fura o arrobaria. neuna persone re- 
ceptet nen reciuat plubicamente nen priuatamente. nen in ecustas cosas dot con- 
8ÌQu aiuuamentu. Et qui cantra aet facher siat cond&mpnatn per cascatuna 
uolta daue sa potestate in lihì-aa x. de lanna. Et in torrare sa fura o sa arrobaria. 



^ T. intendan ^ T. xiii ^ T. houier •* T. issa ^ T. lyarrer ^ t. gothale 
' T. naret * T. conoscat 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 95 



qui furan eoa seruos o anchillas. 
XXIIII. Si alcuuu masclu o femina aet furare o frodu alcunu aet co»(mitter ' 
in [S9r.] furare alcunu eeruu o anchilla siat co/idempnatu daue sa potestate in 
1/brfls. XXV. de lanua. prossu Cumo»o et prò satisfacbimf^tu dessu seruu o dessa 
ancbilla. assu sengnore dessu se?-uu o dessa anchilla m lihras. xxv. do cussa 
moneta. Saluu si su seruu o anchilla i«fra x. dies proximos aet torrare. Et si 
fu d(c/u malefactore o malefactriche. i>ifra sos dictos x. dies su seruu ouer an- 
chilla aet rcstitucr o torrare. pachet ad su Cumo;;e lihras. v. de Ian«rt. et assu 
Benprno/-e dessu seruu ouer anchilla sas ispessft dapnos et interesses. Et si tor- 
raret su sema ouer sa anchilla per ^ industria ouer p/-ecaQu ^ dessu sengnore suo. 
pachet ad su Cumo??e h"br«s xxv. et assu donnu dessu seruu o dessa anchilla 
su da;niu. expesas*. et interesse. 

De iscriuer sos factos dessos furoncs & adrobatores. 
XXY. Siat tentu su notaiu dessu Cumone i»scriuer in su registru ad ciò ordi- 
natu tottu cussas pe;-sones sas quales prò alcuna fura robbaria o falsitate aen 
esser co»depnatas, ouer qui saen coMde/»pnare. me»toua«de sa cosa ouer sa ca- 
gione, prossa quale aen esser co?ide7»pnata8. o isbanditas. Et per neunu tewpzo 
gotales persones ad render testimoJìia sian reciuitas. Et non pothat auer alcunu 
offitiu beuefitiu dessu Cumojfe. ne» pothat esser de coneigu ne» dessu numera 
dessos iintianos. 

Dessa guardia dessas vingnas & dessos ortos. 
XXYI. Xeuna persone intrare deppiat in vingna ouer ortu a^enu sensa uo- 
luntate de cusse cuia est sa vingna o su ortu. nen dai«de deppiat leuaro fruc- 
tora alcuna, palone clusura o alcuna linna ouer petra. Et qui coltra aet facher 
pachet assu Cumone soldos x. de lanua. Dessu quale banda sa mesitate siat 
dessu Cumone. et issa attera dessu accusatore, et siat tentu secretu et mendet 
su dannu. Et si auer non saet poter isbandatsi de soìdos xx. Et si daunde aet 
esser isbanditu aet benne ^ [89v.] in fortha dessu Cumone istet i» presione dies vm. 
et si infra custu iem\)us sa conde/npnatione non aet auer pacata, et issu dannu 
mcndatu. frustetsi per ipsa terra de Sassari, sa quale cosa facta siat absoltu 
dessu bandu. *[Et] ^ qui aet intraro daue su [me]su dessu mese de lanipatas 
in[fini] assu mesu àessu mese de 6«nc^u Gauini. [in alcujna vingna ouer ortu 
[pachetj assu Cumone soldos xl. de [Ian««]. Et issu simiganto bandu [pachet] 
qui aet intrare in alcu[na ui]gna murata a mu[ru fra]icu" per tottu su annu. 
[Saluu] in ortu uue est ortula[nu si] aet intrare per issa ian[na*' desjsu ortu. Et 
in sos atte[ro8 cas]os si obseruot su capi[tulu]. Et si su sengnore des[sa uijngna 
ortu & cannetu [accu]sare aet boler siat eret[titu ajssu sacramentu suo do [nouu] 
iurande. & dessa conde;n[pnation]e tale accusatore par[te non] appat ma siat 
tetta [dessu C'u]mone. Et qualunqua [atteru] aet accusare alcu[nu sijat tentu sa 
accusa [prouar]e. & simigantemento [dessa] co»dewpnationc ncuna [parte] appat.* 
Et qui furtiuamente aet intrare in bingna ouer ortu cungnatu, et aet secare sa 
clusura o su muru o sa porta prò intrare in cussa vingna ouer ortu o prò mitter 



' T. comitter - T. 2>>'0 ^ T. procazu * T. e.rpeiisas -' T. heuner " I pe- 
riodi, che Ilo chiuso tra due asterischi, formano un'aggiunta marginale, a sini- 
stra, nell'altra facciata del foglio, richiamata con un sogno. È in caratieri più 
piccoli, e ritorna nei frammenti latini. ^ T. aggiunge anche over oitu, come 
è nei frammenti latini. * T. ianua 



96 Guarnerio, 

alcuna bestiamen o prò leuare»de alcuna cosa, siat conde»;pnatu per issa pote- 
state in eoldos. e. de Ia,niia. Dessu quale bandu sa mesitate eiat dessu Cumo^e. 
et issa attera dessu accusatore, et siat tentu secretu. Et si alcuna persone in su 
fructu dessa uingna sua saet adcattare dannu fattu sendeui ^ sa guardia daue 
alcuna persone, cusse qui aet esser guardianu dessa vingna siat tentu de narre - 
ad su sengnore dessa vigna cusse qui fechit su dannu. In attera guisa su scn- 
gnore dessa uigna appat pacame»tu i» sos benes dessu guardianu dessa vingna. 
datu ad isse sacramejitu dessu dawipnu daue Boldos. v. in susu. et daue soldos v. 
in iosso siat crettitu sensa sacrarae^tu. Et alcunu maniuale o lauoratore daue sa 
uigna hi sa quale aet esser ad lauorare non potbat. nen deppiat palone uertica 
canna, ouer attera linna portare ouer leuare. nen issu segnore dessa uigna po- 
that ad isse dare paraula. Et qui coiitra aet facber. perdat su pretbu qui liest 
promissu daue su sengnore dessa uigna. et pacbct ad su Cumo«e soldos v. sa 
mesitate dessu bandu siat dessu Cunio;ie et issa attera dessu acc?;satore et siat 
tentu secretu. Et qui aet leuare ad fura ouer in atteru modu palone de vingna 
alcunu ciò est in fini in x. siat condewpnatu daue sa potestate per cascatuna volta 
in eoldos s. & in mendare su dannu. et daue x. palones in susu siat co^!de?npnatu 
daue sa potestate ^ in soldos xl. gascatuna uolta et in menda[90r.]re su dannu. 
Dessu quale bandu sa mesitate siat dessu Cumone. et issa attera dessu accusatore, 
et siat tentu secretu. Et si non aet auer daunde pacare sa coj(de/npnatio;ie i«fra 
dies X. daunde aet esser condenipnatu siat frustatu per issa terra do Sassari. cu;n 
su palone ad collu. Et ecussu lauoratore ouer maniuale qui saet partire daue 
cussu seruitbu in su quale aet esser ad lauorare. da auru. vigna ortu o canipu. 
innanti qui intret sole, ouer innanti de ora cunueniuile si qtti potbat intrare per 
issa porta dessa terra innanti qui se cunget. perdat su pretbu & pacbet ad su 
Cumone soldos. n. Sa mesitate dessu bandu. siat dessu Cumone. et issa attera 
dessu accusatore, et siat tentu secretu. Et dessas pred?'c^as cosas tottu si det fide 
ad su sacrame«tu dessu sengnore [dessu ^] ortu ouer auru. o ad su sacrame/itu dessu 
missu suo ouer ofiìtiale. iurande vna uolta su mese, et supra tottu custns cosas 
inuestigare et q!</rcare pongiatsi per issa potestate. et issos antianos guardianos 
tantos quantos ad issos aen parre ^ Sos quales iuren cussu oiBtiu facber bene & 
lealemente. Et issu d^c^u de gascatunu de cussos se credat. Et ad gascatunu iu- 
ratu de iustitbia se credat gasi prò vingna sua. quale & prò. agena in su sacra- 
menta dauesse factu in tottu sas cosas qui in custu cap^Ynlu se contenet. Et ca- 
scatuna attera persone se credat iurande daue nouu. Et rascatunu qui aet ac- 
cusare appat sa mesitate dessu bandu. Et gascatunu iuratu de iustitbia siat tentu 
in su sacramentu suo de accusare sos coltra facbentes. Et si su sengnore o su 
guardianu dessa vingna ouer ortu. ouer missu suo aet adcattare in sa vingna 
ouer ortu [alcunu ^] su quale non- connoscbat. potbat ad ecusse tenne ^ in per- 
sone, et batturelu daue [nanti ^] dessa potestate. Et issos portorargios non lassen 
intrare alcunu in sa terra cu;» palone [90v.] ouer lignamen qui adp«rtengnat 
ad vite. Saluu si cussu palone ouer lignamen esseret recoltu per issu sengnore 
dessa vingna. Et saluu cussos qn^' aet iscbire & creder qui daue vingna sua lu 
battiat. Et supra ciò se det ad cascatuna portorargiu in sa intrata dessu offitiu 
suo sacramentu. Et neunu lauoratore ouer atteru. potbat sarmentu russu o minutu 
leuare de vingna agena. nen issu sengnore dessa vingna potbat dare paraula de 



^ T. sendivi - T. narra- ^ daue sa potestate manca in T. "* manca nel 
cod.; ma si deve supplii-lo, come fece ancbe il T. ^ T. parrer " v. n. 4 

^ T. tenner * v. n. 4. 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 97 

palone sarme^tu russu o canna, ma de minuta si. Et issa fami^a dessa potestate 
appai sa mesitate dessos bandos de cussos qtii aen adcattare co?/tra fachende. 
De non Locare arboree. 
XXYII. Qvalu>(qua aet secare bocare o leuare de qualu»qua terra o uingna 
arbores ouer qualu«qua plantargia de arbore si aen eescr in quantitate de x. 
arbores & daue i«de in iosso siat cci/Hle;>ipnatu daue sa potestate per ' oaecatuna 
arbore o plantargia i;^ ^ohlos x. de lanna. et in mondare su da^^nIl dcciaratu per 
sacramc^tu de cusse qui aet appitu su da/mu. Et si su ù/'ctu malefactore no» 
aet auer daundo potbat pacare sa co«de;;;pnatio;/e istet in presiede dessu Cu- 
mo«e fina ad cbo aet pacare. Et cusse qui aet bocare secare ouer leuare alcuna 
arbore domestica ouer plantargia daue alcuna terra o uingna acena si coniente 
est naratu daue x. in susu. siat co«de/«pnatu daue sa potestate in ìihras xxv. de 
Ian«rt. et in mendare su da>mu cornette est naratu. Et si cuesu malefactore no« 
aet auer daunde pacare potbat sa co;?de?npnatio»e et issu da/mu secbet seli sa 
manu dextra si qui daue su bracu se parthat. Credende de cussas cosas & de 
cascatuna de cussas ad vnu destimo;iguu cutn su sacrame>(tu de cusso qui aet 
auer appitu su dawpnu. Et si cussu malefactore non saet poter auer in persone 
prò punirelu isbandatsi ^ perpetualemente. Et si per alcunu tew/pus aet benne ^ in 
sa fortha dessu Cumone de [91r.] Sassr/ri deppiat patire cussa pena qui est na- 
rata. et dessos benes suos se satisfatbat ad ecusse qui aet appitu su da/aiu *. et 
issu romanente se adpropien ad su Cumone. 

De non secare vingna arena. 

XXVIII. Qvalunqua pe/sone aet secare vingna. o uocare aet de fu«du ad 
alcuna persone, si de ciò denuntiatu ouer acci/s«tu ^ aet esser daue su pupilla 
dessa vingna. et issos fundos aen esser in fini in x. siat co»de/«pnatu daue sa 
potestate prossu Cumone i». soldos xx. et pacbet su da/npnu. ciò est soldos ii. 
prò Qascatuna fundu. Et si daue x. fundos fini in. l. aet bocare o secare, siat 
conde>«pnatu in hbros x. prossu Cumone. et mendet su da»nu * come;«te est na- 
ratu. Et si su malefacto>-e custas cosas no» aet poter pacare, istet in presione 
dessu Cumone fina ad cbo aet pacare. Et si daue. L. fundos fini in. e. aet secare 
o bocare siat condenipnata in ìihras xx. et pacbet su dannu*. Et si pacare non 
aet poter sa conden/pnatione et issu dawpnu. siat ili secata sa manu dextra daue 
su brathu. Et si daue. e. fundos in susu aet secare ouer bocare. siat co/<den(pnatu 
in ìihraa. xl. prossu Cumone et mendet su danna"*. Et si su malefactore non 
aet poter pacare, i/npicchetsi per issa gula si qui morgiat. Et si gotale male- 
factore. non saet poter auer in persone ad punirelu isbandatsi ^ perpetualemente. 
Et si per alcunu ten;pus in fortha dessu Cumone aet benne '^ siat punita in per- 
sone si coment© est naratu. Et dessos benes suos se fathat mendia ad su per- 
dente. Et issa qui aet romaner se adpropien ad su Cumone. Et ad inuestigare 
et qnjrcare sas dicfas cosas sa potestate appai plenu arbitriu pe>- omnia via ei 
modu qui ad isse aet parre '. 

De non secare vite daue vingna a^ena. 

XXIX. Vite alcuna neuna persone de vingna a^ena secbet prò pastinare sensa 
paraula dessu sengnore dessa vingna ad pena de eohlos. e. [91v.| de lanua sa 



'T. prò ^T. isbamletsi ^T. hennn- * T. chnnpnu ^ T. (tccattafu « T. 
òener ' T. parrei- 

Archivio glottol. ital., XIII. 7 



98 Guarnerio, 

quale pachet qiu" aet facher centra, et me;idet eu da«nu * (ini aet facher centra, 
et mendet su da?aiu ^ ad eu - eengnore deesa uingna. Deesu quale bandu sa me- 
BÌtate eiat dessu Cumone. et issa attera dessu accusatore. Et siat tentu secretu. 

De non marturiare sos liueros. 

XXX. Alcuna persone non deppiat persone liuera martoriare, nen tormentare. 
Et qui contra aet facher siat condempnatu daue sa potestate in h'hrae x. de 
Ia.nua cascatuna uolta. 

De non isfortliaro eas feminas. 

XXXI. Violentia alcuna ouer fortha ad alcuna femina neuna persone fatliat. 
et si alcuna ad fortha aet auer afFacher carualemente cuw alcuna femina. Si sa 
femina aet esser uirgine & liuera siat condempnatu daue sa potestate daue 1j- 
broB. L. fini in e. guardata sa qualitate dessa femina. Dessu quale bandu sa me- 
sìtate siat dessu Cumone. et issa attera dessa femina isfortliata. Et si eu male- 
factore non aet auer unde pacare potbat ea condempnatione infra dies. x. pro- 
ximos qui aen benne ^ eiatili secata sa testa. Saluu qui si ea femina saet cunuenne * 
ad ecusse qui laueret ieforthata et ecussa cuw boluntate sua aet leuare ad mu- 
derò infra eu d^'c^u tenipus. daue sa condenrpnatione siat absoltu. Et tando sa 
potestate neunu pj-ocessu fathat contra esse. Et si sa femina ispuncellata aet 
esser anchilla eiat condewjpnatu su isforthatore in libfas. x. de lanua prossu Cu- 
moiie. et eiat tentu in preeione fina a chi pachet. Et qui aet auer ad facher 
ca7-nalemente per fortha cu;n alcuna femina coiuuata siat ili secata sa testa. Et 
si aet esser anchilla in l/bre/s. x. eiat condew/pnatu. Et qui attera femina qui non 
esseret puncella ^ o coiuuata. aet connoscher ^ carnalemente per fortha eiat con- 
deinpnatu daue ea potestate daue lihras. x. in fini in xxv. de Iann«. eec?<ndu sa 
qualitate deesa persone ieforthata. Et si [92r.] aet esser anchilla in eoldos e. Et 
ad inuestigare et qnà-care sas dictae coeae ad ciò qtii sinde appat certithia. ap- 
pat ea potestate generale arbitriu pe/- ogna via et modu qui aet parre ' ad isso. 
Et^ issa predicta inuestigatione se fathat per issa potestate si per issa mugere 
ieforthata fac^a aet esser accusa ouer denu//tia daue nanti dessa potestate ouer 
tenente locu suo talemente qui hi sa inuestigatione non interuengnat alcuna 
tormentu personale. 

De non flastimare a deu. 

XXXII. Qvalunqua persone masclu o femina. aet flastimare a deu o a srtnc/a 
maria, o ad alcunu s«nc^u o sanerà, siat condeynpnatu daue ea potestate per^ 
cascatuna uolta in soìdos xx. de Ian««. Sa mesitate dessu bandu siat dessu cu- 
mone. et issa attera dessu acc?<satore. et siat tentu eecretu. Et siat crettitu su 
iuratu de iustithia sensa sacramentu. et ad sos atteros iurande de nouu. Et issa 
flastimatore siat tentu in presìone fina ad cho aet pacare. Et ecustae coeae noH 
se intendan de tharachos ^° qui non aen xnii. annos. 

De non narre " paraulas iniuriosas. 

XXXIII. Qvi aet narre " ad alcuna persone traittore in presentia dessa pota- 
state ouer ad atter qui tengnat loca suo siat condewipnatu daue sa potestate in 
soldos XL. de lanua. Et qui aet narre " in attera parte gotale uillania. siat con- 
dempnatu in Boldos XX. de Ian«(a. Et qui aet narre " ad alcuna persone daue nanti 



npnu ^ T. assu ^ T. benner * T. cunvenner ^ T. puìcella « T. 
^ T. parrer ^ Questo periodo è aggiunto al margine destro. ^ T. prò 
cos " T. narrer 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 99 

dessa potestate. o de atter qui tengnat locu suo. furone. falsu. corrutu. serun ad 
alcunu liueru. tu de me^this. o simigante villania, siat co>ide>»pnatu i/( eoldos xx. 
de lamia '. et narata sa uillania i«cu«tane«te siat tentu prò confessa. Et qui in at- 
tera parte aet narre - ad alcunu gotales Tillanias. siat co»dempnatu cascatuna 
uolta ììì soldos X. de lanua '. Et qui aet narre - ad alcuna l'emina alcuna uillania 
ouer i;nuria. o alcuna niugere ad attera niucere eiat coxde/npnata hi eoldos v. 
de Ian?m '. Et de custas ^ i^iurias o uillanias se credat vnu destimongnu o duas 
feminas. 

De falsos destimongnos. 
XXXIIII. Ad neuna persone siat licitu render falsa testimo»!Ìa. jiqìi facher 
render, in Sassori. nen hi su districtu. Et qui coltra aet facher si de ciò [92v.] 
aet esser accusatu o denuntiatu siat coHde«(pnatu ad secareli sa linba *. & mai 
ììì alcuna destimonia no;; se reciuat. Et qui falsa testimonia aet facher render 
siat co»dewpnatu in 1/bras xxv. de lanini. Et per neunu te«(p»8 ad destimongnu 
nen ad offitiu o benefitiu dessu Cumone se reciuat nen si clamet. Et si sa con- 
de?npnatioHe non aet pacare infra x. dies daue su die de quo aet esser con- 
dewpnatu. siat ìli secata sa linba *. Et ad qn/rcare et inuestigare sas dictas cosas. 
sa potestate pothat proceder per omnia uia & modu qui laet parre ^ secnndu sa 
fama dessu malefactore. 

Dessos qui falsan sa moneta. 
XXXV. Qvalunqua persone aet falsare alcuna moneta, ouer falsos conios aet 
facher siat arsitu in tale guisa qui morgiat. Et qui aet tunder alcuna moneta 
siat co»de»(pnatu daue sa potestate in 1/bros e. de lanncr. Et si cusse non aet pa- 
care infra dies x. daue sa die dessa condewipnatione sechet seli sa manu dextra 
daue su brachu. Et si auer non saet poter in persone ad punirelu isbandatsi^ de 
Sassari et issos benes suos se adpropien ad su Cumone. Et pongnat si in cussu 
bandu qui si per alcunu te/npus in fortha dessu Cumone aet benne ^ deppiat 
patire sa supra scrjpta pena. 

Dessas falsas mesuras & pesos. 

XXXYI. Qvi aet pesare o mesurare cu;n pesu o mesura non derecta. et me- 
sura non derecta aet dare, siat conde^npnatu daue sa potestate in l/br«s v. de lamia 
fini in X. guardata sa qualitate dessu factu et dessa persone, et issa quantitate 
dessa cosa. Et supra custas cosas sa potestate fathat quircha ® duas voltas eu 
annu su minus. 

Dessos arghentargios. 

XXXVII. Xeunu arghentargiu ouer attera persone fathat lauoru alcunu de 
argbentu si non de ligua de aqnHinosx. grussos su minus. Et qui mecus & plus 
fine laet boler facher pothat. Et tottu su argbentu et issu auru su quale aet la- 
uorare [93r.] deppiat adparagonare. Et in cussa qualitate & bonitate sa quale 
cussu aet reciuer ad lauorare. cussu adparagonatu et marcatu per issu oflfìtiale 
dessu Cumone torret. ciò est sa opera qui marcare saet poter. Et qui coìitra aet 
facher siat condempnatu daue sa potestate in 1/bras xxv. de lanMrt. Sa quale con- 
dewpnatione siat tentu de pacare infra dies xv. Et si cussa condempnatione infra 
cussu tewjpns non aet pacare sechet seli sa manu dextra. Et supra custas cosas 
per issa potestate se fathat inqn/sitione si cernente ad isse aet parre *. Et siat 



* Qui uno spazio vuoto, perchè una parola è stata cancellata. ^ T. varrei' 
H.eciisfas *T.liinba ^T. paì-rer ^T. isbatidetsi 'T. ienner ^T.quirca 



100 Guarnerio , 

tentu cascatuna potestate de Sassari i;;. sa iwtrata dessu regime^tu suo leuare 
aecm-tate ^ suffitiente daue oascatunu arghentargiu qui sa arte aet boler facher 
in Sassari o in su districtu de librae e. d^ lanHa. de fachev sa arte sua lealem^'^te. 
et qui aet risponder ad tottu cussos qui lacn dare opera. Et qui tale secui-tate ' 
dare non aet boler. o dare non aet poter, non pothat cussa arte in Sassari nen 
in su districtu facher. Et issu arghentargiu qui in atteru modu sa arte aet fa- 
cher pachet cascatuna uolta l/br«s x. de lamia & niente minus det sa securtate '. 

Dessas sapunaiolas. 

XXXVIII. Si alcuna sapunaiola de pannos. pannos aet perder dessos qui se 
laen dare ad lauare. cussos deppìat mondare. Et siat crettitu dessa datura dessos 
pannos & cha sun perditos ad su sacramentu de cusso qui sos pannos deit. 

Coniente se deuet co;/de>»pnare dessu malefitiu qui non est 
in breue. 

XXXIX. Si alcuna persone aet facher in Sassari o in su districtu alcuna ma- 
lefitiu su quale in su presente ' libru non se co/itengnat siat condempnatu per 
issa potestate sec»ndu su consi^u ad isse datu secretamentc '-' per ecussos & tantos 
consiceris quantos ad isse aet parre ^ qui fathat opus. 



co«de;»pnatiofie dessos terraniangnesos. 
XL. Licita co&a siat ad sa potestate conde?npnare oascatunu terrama«gesu & 
foristeri qui non aet [esser ■•] burghesi de Sassari dessu malefitiu qid aet facher 
ultra sa forma [9Sv.] dessu breue. 

De leier sas sententias in su co^sìqu malore et dessu terraen 
in su quale sas condenipnationes se pachen. 
XLI. Sas condempnatio»es sas quales sa potestate de Sassari aet facher dop- 
piai cussas in su consigu malore facher leier per issu notaiu dessu Cumone vna 
uolta in ^ascatunu antianatu ad minus. et tando assoluan sos qìd aen esse>- de 
absoluer. & coHdennen sos de condewipnare. et tottu cussos qui co«de»(pnat08 
aen esser daue sa potestate per qualunqua malefitiu dessu quale no» est ordi- 
nata termen ad pacare sa conde;»pnatione. deppiat pacare sa condejnpnatio^e 
facta in isse infra dies xv. daue su die qui aet esser facta. et passatu su dicfu 
termen. qui sa condentpnatione sua non aet pacare, siat missu in sa presione ^ 
dessu cumone. o in attera parte dessa corte sì cernente aet parre ^ ad sa pote- 
state. et mai non se lasset si i/manti non aet auer pacatu cussa condeM;pnatio«e 
ad su Cumone. Et issos pacatores qui aen auer promissu de pacare sas condem- 
pnationes prossos accusatos. sa potestate constringat cussos ad pacare dessos 
benes issoro in sos quales aet boler. si su conde)»pnatu non aet pacare non no- 
chende alcuna libertate. 



' T. securitate ^ Questa parola è cancellata, e le sono sovrapposte le prime 
parole della seguente aggiunta, che segue in margine: per sex bonos homines 
dessu consi^u malore electos per issa potestate et priore dessos antianos o dessos 
sindicos, su quale priore etiam deu cum issos sex se unlat ad ecussu cousIqu dare 
palesìmente Inter issos. Et issa potestate siat tentu obseruare ciò qui per issos 
dictos sauios ouer sa malore parte de cussos aet esser co;isigatu datu per ecussos 
ìuramentu de nouu de cansi§are bene et lealemente et issu consiqu datu siat 
tentu secretu. ^ T. parrer * Manca, ma si deve supplire, come ha fatto an- 
che il T. ^ T. pressione 



Gli Statuti (lolla Repubblica sassarese. 101 

De riscattare sas co».dempnationcs. 
XLII. Siat tentu sa potestate tottu sas condoinimsitioHCs sas qualcs eecuiidn 
sa forma dessu brcue aet facher. rescuter ad clompime/(tu iusta sa possa sua. pas- 
satu su tewipus adsignatu \)i sa coiidenìimatìone. Et issas attoras condewpnatioHes 
sas quales dauo su anticessore suo aen restare ad gollire sensa alcunu manca- 
mentu o. lassa o tassame^ftu. Et ecussas condewpnationes ad manus dessu massaiu 
dessu Cumo«e fathat benne '. Et qui coltra aet facher & contumace aet esser. 
& quale & contumace saot partire per- casiojie de alcuna co»dempnatio»e facta 
coltra esse no» se torret in bandu. nen issa co«dempna[94r.]tio;;e sua se taxet fina 
ud tres annos proxi»(os. daue su die dessa co«de;»pnatio;(e. Et ecustu taxamentu 
se fathat fina ad sa mesitato dossa co;/de»*pnatio;/e si pache aet esser dessu male- 
fitiu. i)rossu quale aet esser isba^ditu. su quale taxame^itu pacatu torret i» bandu. 
Saluu cussos qui prò tradime«tu. michidiu. fura, robbaria. o perditio»e de membru 
isbanditos aen esser, sos quales non torren in bandu fini in tantu qui aet esser 
pacatu su bandu ad issos daue sa potestate postu. 

Dessos qui non se lassan pignorare & itteu cosa deuen leuare sos missos. 

XLIII. Sos missos qìii prò factos dessu Cumone ad alcunu locu maxdatos aen 
esser prò leuare alcunu pinnos. Si dessos atteros benes de russe aen adcattaro 
ad chen baen ad pignorare, non leuen pa»nos de dossu. nen de lectu. nen arma. 
Et cascatunu se lasset pignorare et predare ad sos missos dessu Cumone. gasi 
prò rescuter co//de;»pnatio«es quale & prò atteros factos. Et qui prò custas ca- 
siones & in casio^e decustas non saot lassare pignorare daue sos missos dessu 
Cumone. o qui su pinnos o sa preda ad su missu aet cuntrcstare. & non laet 
lassare leuare siat condewpnatu daue sa potestate Qascatuna uoltu in soWos v. 
de Ian?/« ". et de ciò se credat sa paraula dessu missu. 

De tenne * sos malefactores. 
XLIIII. Licitu siat ad sa potestate sos isbanditos. & malefactores tenner * & 
tenner facher. et issas condewpnationes daue custos rescuter & rescuter facher 
in domo & in corte de gascatuna persone de Sassari, non ostante alcuna liuertate. 

Dessu salariu dessos sergentes. 
XLV. Dessos isbanditos dessu Cumone de Sassari sos quales sa masonata dessa 
potestate aet tenne ■* et in presione aet mitter de cascatunu appat daue su Cu- 
mone soìdos. XX. & dessos isbanditos prò rebellos [9-lv.] et ad morte do casca- 
tunu appan l/b>-a8 in. Et si alcunu consigu est contrariu ad ecustu capitulu siat 
cassu et issu capitulu si obseruet. 

De falsos notaios et decussos qui aen oi)erare falsitate. 
XLVI. Si alcunu notaiu aet esser adcattatu falsariu. ouer daue comò innanti 
eaet adcattare. & qui falsitate alcuna in sa arte dessa notarla aet facher in 
dannu de alcunu. ouer qui falsariu saet adcattare de alcuna carta, si in fortha 
dessu Cumone de Sassari aet benne ^ siat ili secata sa capitha in tale guisa qui 
morgiat. Et si tale malefactore ad cumandamentu dessa potestate non aet benne * 
pongnat se in bandu perpetuale dessu Cumone de Sassari, et issos benes suos ee 
adproprien ad su Cumone. Saluas sas rathones dessa macere, si comente i» su 
capitulu dessos michidios se cu/itenet. ponendo * in cussu bandu qui ei per al- 



' T. benner - T. jn-n ^ Qui uno spazio vuoto, perchò una parola ò stata 
cancellata. •• T. tenner ■' T. poniirnde 



102 Guarnerio, 

cunu tewìpus in fortha dessu Cumone de SasBari aet benne * deppiat patire sa 
dtc^a pena. Et si alcuna carta per isse aet esser f«c^a. daue sa die dessa con- 
dewpnatione iwnanti non bagat. et siat de nensiunu ualore. Et ecussa midesma 
pena pathat cusse qìii saet adcattare auer factu cussa falsitate. 

Dessos qui iocan ad datos. & dessu iocu de cussos. 
XLYII. Ordinamus qui alcunu no;* deppiat iocare ad datos a dinariB. saluu 
Bas festas ordinatas. nen reier iocu in domo ouer in perticale o corte sua de die 
nen de nocte. Et qui coltra aet facher cusse qui aet iocare ^ascatunu pachet 
soldos V. de Isnxua. et ecusse qui aet tenne ^ su iocu in eoldos x. si aet esser de 
die. ,Et si aet esser de nocte cusse qui aet iocare in soldos x. et qui aet te«ne ^ 
8u iocu in eoldos xx. Dessu quale bandu sa mesitate siat dessu Cumowe et issa 
attera dessu accusatore, et siat crettitu su accusatore si aet esser de co;(SÌ5U 
Bensa sacrame^tu. et si non aet esser de coxsicu cnm 8acrame;(tu. Et neuna ra- 
thone se fathat àe alcuna quantitate de mone[95r.]ta prestata ad iocu. nen de 
àinavia. nen de cosas mobiles vintas ad credenthia. 

Qui su Cumone leuet pacamewtu dessos benes dessos isbanditos. 
XLVIII. Si alcunu isbanditu aet esser in alcuna quantitate de dinaris & dessos 
benes suos saen adcattare in sa terra de Sassari o in su districtu siat tentu sa 
potestate cussos benes uender et alienare facher fina ad qui ^ aet esser satisfactu 
ad su Cumo«e de tantu quantu aet esser isbanditu. Et si non bastaret sos benes 
ad pacarae«tu de tottu su bandu. niente de minus su isbanditu de cussu banda 
essire non pothat. saluu si i/manti non aet pacare su clompimewtu qui aet man- 
care ad pacare sa forestatio?ie. 

Dessos li»gnos de cursu. et dessos qui uaen in cursu. 
XLIX. Ordinamus qui neunu dessa iurisdictione nostra daue corno i;ma«ti 
deppiat nauigare in lingnu de cursu alcunu contra alcuna persone qui non es- 
seret inimicu dessu Cumone* delenua^ & deseu Cumone nos/ru de Sassari, neu 
cuwt cussos corsales esser consortes o cu>npagnia alcuna facher. nen ad issos 
aiuuamentu reale o personale dare plubicamente ^ ouer priuatamente. nen al- 
cunu de cussos in domo o in atteru Iocu receptare. nen dessas cosas per issos le- 
uatas alcuna cowporare. o in atteru modu reciuer o auer. Et impero qui non ait 
esser prode facher sas leies. si non est qui cussas mantengnat & defendat. bo- 
\imus qui sa potestate qtii est et prò tem-pìis aet esser appat supra sas dictaa 
cosas & cascatuna de cussas plenu et ispeciale arbitriu. Si qui facta ad isse sa 
denuntia per pulisa qui saet iectare in sa cascitta ad ciò ispecialmente deputata 
in alcunu atteru modu. siat tentu per propriu sacramentu in cussa denuntia 
prò offitiu suo & arbitriu supra ciò ad isse datu cuw diligentia chircare sa ue- 
ritate. Et si aet accattare per prouas legitimas qui alcunu in lignos de corsales 
appat nauigatu prò facher cursu si coniente [95v.] est naratu daue supra. et 
adrobamentu rapina ouer omicidiu auer ^ factu. pothat & deppiat ad ecusse pena 
corporale dare, ciò est de iwpiccarelu. et tottu sos benes suos adpropiare ad su 
Cumone. Et si de cussu cursu alcuna cosa aet auer acqn/statu. fathatsi decussos 
benes plenu satisfachimentu ad ecussos dannificatos per isse infra dies octo da- 
unde ecussos aen auer prouatu sa intensione sua daue nanti dessa potestate per 



^ T. benner - T. tenner ^ T. chi * ripetute queste due parole. ^ T. Imma 
* T. publicatnente ' T. over 



Gli Statuti della Repubblica sassarese. 103 

lepitima proua. Et si alcunu saet accattare per legiti»ia proua. comeHte e.s< naratu 
esser co«sortes cuni cussos cursales o cuw issos auer factu alcuna cuwjpagnia. o 
ad issos auer datu iuuame;itu reale o pe/-sonale [ad '] pena de d//i«r/8 siat con- 
de«q)natu. ciò es^ de l(b/'«s. e. dessa moneta q»? se usat. Et si de gotale cuwpagnia 
aiuuamentu alcuna dessas cosas adrobatas. ad isse aet esser acq(»'stata. per issa 
potestate se constringat cussa o su extimamentu de cussa dare & assignare in 
manos dessu niassaiu dessu Cumo«e et pe>' isse se uardet in sa camera dessu 
Cumone fini i^<tantu q;(/ saet torrare si come/jte est naratu daue supra. Et si 
alcunu aet receptare alcunu de cussos corsales. siat coudewpnatu daue sa pote- 
state ììi 1/bros XXV. de Ian/<a. Saluu si non isqu/ret qui casse esseret cursale. 
& esseret uerisimile qui ciò non deueret isqzi/re. Et qui aet cowjporare ouer in 
alcunu atteru moda auer. alcuna cosa leuata daue qualunqw« corsale, saluu si 
no)i ischiret cussas cosas esser gasi leuatas. & esseret uerisimile qui nolu deueret 
is(i«/re. siat co/fstrictu - pe/- issa potestate cussas cosas o su extimamentu de 
cussas dare & co/(signare in manos dessu massaiu dessu Cumo«e et ecusse lae 
uardet in sa camara dessu Cumo/ie fina a tanta qui saen torrare si comewte 
daue supra se narat. et niente de minns siat coudewpnatu daue sa potestate in 
wìdos V. de l&nua per ^ eascatuna l/bra su extimamentu de •* 



^ Manca, ma ci vuole, com'è pure in T. - T. costHctu ^ T. prò ■* Qui 
finisce l'ultima carta del codice. Il resto del presente capitolo e un altro che ne 
fu aggiunto più tardi, si trovano invece nei frammenti latini. 



Correzioni. 



A pag. 7 lin. 18 leggi: d/cfa; — p. 9 1. 12: xmi; ib. 1. 16: coltra; ib. 1. 21: 
locu; — p. 19 1. 38: non [per] murare; ib. not. 3 da annullare e sostituisci: T. se; 

— p. 21 1. 23: fenile; — p. 22 1. 13: [17r.]; — p. 23 n. 2: T. giustam. corregge 
sechiu; — p. 24 1. 30: et issa; — p. 25 1. 32: sensa; — p. 26 1. 38: Qualu«q?<a; 

— p. 28 1. 19-24: comporatore; — p. 29 1. 35: aet facher; — p. 31 1. 40-41: terga; 

— p. 32 1. 20: cowporare; ib. 1. 27: plubica^; ib. 1. 38: dawpnu; ib. 39: sacra- 
me«tu; ib. 1. 42: actos dessu; ib. n. 9 da annuii, e sostit. : T. cunsos; — p. 35 
1. 30: in; — p. 36 1. 30: ad boluntate; — p. 44 1. 30: confines; — p. 45 1. 9: et = 
daue; — p. 54 1. 33: molu de; — p. 60 1. 41: Qui in gascatuna porta de Sas- 
8«ri so pongnan; — p. 61 1. 28: daue; — p. 62 1. 1: issas; — p. 63 1. 6: Corssu; 

— p. 66 1. 17: naratw; — p. 70 1. 40: dessa; ib. n. 1: T. vii; — p. 77 n. 2 da an- 
nuii, e sost. : T. prosse; — p. 78 1. 18: i«8criuer; ib. n. 5: T. giustam. correggo 
osca; — p. 82 1. 31: assagrameutu ; — p. 83 1. 37: mcccclxxxxi; — p. 88 1. 25: 
siat; — p. 90 1. 3: do»nu; — p. 91 1. 41: xiiii; — p. 93 1. 23: aen. 



104 Guarnerio, 



ANNOTAZIONI AL TESTO CHE PRECEDE. 



Alcune emendazioni ed aggiunte 

AGLI SPOGLI DEL DeLIUS E DELL' HOFMANN. 

Pongo per base la citata dissertazione dell'Hofmann, che ha profittato 
della memoria del Delius, e ne seguo l'ordine delle pagine, indicando, ove 
occorra, anche la pagina corrispondente dell'altro lavoro. Alle voci alle- 
gate poi, per agevolarne la ricerca nella presente edizione, faccio tener 
dietro, anziché il num. del libro e del capo, il num. delle carte. 

pag. 11. liait 7v. lOv., non è da vadit, ma sta per u' ait vi ha, ibi 
li a b e t . 

p. 12. Allato al più frequente lanua, aggiungere lenua Ir. e v. 3v. 7v. 
llv. 29v. 44v. 45r. 49r. 95r., riduzione sfuggita all'Hof. , perchè trascurata 
dal T. — A.Ì sost. in -argiu -a, aggiungere arghentargiu 81 v. 92v. 93r. 
argentaro, orefice, ìnolinargiu 25v. 26r. 33r., iuncargios 68v. 69r. giuncaje, 
jìlanfargia 90v. pollone, e argiolas IBr. 3Cv. dimin. di area *areola, 
Arch. II 137-9, e non da arvu come Hof. 48, 72. 

p. 13. Ai sost. in -aiu, agg. centenaiu 12v. 22r. 28v. 42r., cartnraiu 20v. 
21 r. cartulariu cartolaro e anche qimrtarariii 4.5v. e cartarios lOr. , ma- 
cellaiu 23v., snpunaiolas 81v. 93r. lavandaje dimin. di *sapunaria. Non 
occorre però mai notariu, come sulla fede del T. registra l'Hof., ma 
sempre notaiu pass. — Tra i sost. in -arìu -aria, non potestariu, che non 
c'è, ma potestaria Ir. 4r. 43v. 44r. 49r. ; e agg. notarla 2r. ecc., pmcaria 
9v. 52v. ecc. o pagarla 19v. 20 v. 26v. ecc. cauzione, fidanza, massaria 30r. 
arte del massajo. 

p. 14. Ai sost. in -eri, agg. curreri 58r. ; e qui troverebbe pur posto la 
serie in -eria, come precherias 2v. 50r. 61v. o jìregherias Ì2v. 43 v. Con 
dinari passi poi cursales corsales 9or. e v. *cursariu, che è però voce 
accattata, come in genere quelle attinenti alla marineria; e pur accattato 
è di certo l'isolato hereditagiu 53r. e v. , che ripeterà l'it. ereditaggio. 

p. 17-18. Pei sost. in -itia, v. s. p. 45; e qui fermiamoci piuttosto all'è 
che stia o paja stare per 1' J latino. L' -e- di dauesse de + ab + ipse da 
lui, dauessos da loro, si dovrà certamente all' -t? della prep. daue, in an- 
tichi documenti daba Del. 4 n., quasi fosse da dividersi in daue + 'sse, com'è 



Gli Stat. della Ropubbl. sassarese. — Spogli grammaticali. 10.5 

similmente nei comunissimi prosse prossn 2'>rossos ]ìì-ossas prò + i p s e 
prò + 'sse ecc. in funzione di pron. e di prep. articolate. Ma erano da ag- 
giungere i più rari presse 66r. prò + ipse por sé stesso, pressos 43v. 44r. 
pro + ipsos per loro stessi, matessi 75r., e il pron. semplice esse 15v. 82v, 
83r. e V. ipse, le quali forme saranno desunte per analogia da dauesse. 
quasi vi fosse contenuto un pron. 'essc\ — Isolatamente considerato, rimane 
di certo oscuro: mnella 39r. in là, in + illa (cfr» s. p. 56); ma rianno- 
dandolo con altre particole ancora vive , se ne può forse trovare la ra- 
gione. L'od. log. di Bitti ha l'avv. inedda, in quel luogo, lì, là, colà, che 
è tal quale la forma antica ; a Nuoro e Dorgal; è il sinonimo in'jlo , che 
postulerà in + ilio; ma il log. od. di Dorgali ci conserva anche ineko in 
questo luogo, qui, qua, il quale non può risalire che a in + ecc' + hoc 
(cfr. s p. 5tì). Ora questa forma inéJco, sebbene non ne abbiamo traccia 
negli St. o, per quanto mi consta, in altre carte antiche, può bene avere 
avuto più largo uso che or non appaja, e avere attratto nell'analogia del 
suo legittimo é le voci parallele *inillo *inilla, riducendole a inello inella, 
inelo inedda. — Per ultimo è da notare, che cunsos 26r., con loro, non 
esiste; nel luogo citato è cundos, che s'incontra un'altra volta a ce. 62r., 
e cinque volte occorre il sng. cunde 7r. 14r. e v. 46r. e v., con sé. Queste 
forme, ripetute a suificienza, parvero semplici errori al T., che senz'altro 
le corresse, togliendole cosi all'osservazione di Del. e Hof. Ne ritocco 
altrove. 

p. 20. Anche un'altra volta numen 32r., storpiato dal T. in mitiim. 

p. 21. buttecha 26r. butecas 5v. qui non sono veramente a loro posto, e 
vanno portati sotto e, a p. 14. — Rispetto alla deviazione, ancora oscura, 
che è in grussu 17v. 22r. 27v. 28v. 35r. ecc. riissu 90v., è notevole che sia 
invece grossu 68v. 69r. 72v., cioè nelle ce. posteriori al sec. XIV. 

p. 22. Non è aite 12v. 15v. , ma sempre uue, e una volta sola hue 67v., 
cioè tra le ce. più recenti. — Quanto a cursu 95r. e v. , ei non vale. sem- 
plicemente ''corso', ma bensì 'il corseggiare'. 

p. 23. Insieme con dappiù 4r. 40r. Sor. ecc. e virgongia virgongna 35v. 
43v. , va coloìida 28r. columna, ancora per influenza dell' it. colonna. — 
Non é martiriu I9r., ma pur qui, come altrove, marturm. 

p. 24. Alla serie di auru, agg. lauros 36r. 37r.; e accanto a frodu, una 
volta fraudu nelle ce. più recenti, 75r. , voce della curia. Insieme con cosa 
anche poveì'os 23v., ecc. 

p. 25. Tra le alterazioni di a protonico in <?, sono rexionos 67v. 69v. 
forse per influsso della palatina attigua, e peraula 73r. , forse per l'illu- 
sione che rientri nella serie in cui è il prof, per-; entrambe nelle ce. po- 
steriori e tuttora vive. 



106 Guarnerio, 

p. 26. Nella serie di e prò tonico in a, unico es. accessu 82r. excessu. 
In quella d'A in i, accanto al comune dimanda -are, è anche demanda 
-are 41 v. 62v. ; e agg. siguire 69v. , allato a prosequire 2v. Normalmente 
all'incontro: mesura -are -atore 28v. 33v. 81v., e neuna 4v. 31v. ecc., non 
esistendo i cit. misura e ninna. 

p. 27. Per l'analogia dell' 2- prostetico, anche istrangias 52r. 62v. 82v., 
ispedire 19r. , istiniii IGc., isouter 22r. battere, ecc. Cfr. ancora: icusse 22r. 
55r. icussu 23 v. 27 v. 49v., icussos Iv. 69r., icustu G6r. , forme assai scarse 
in confronto delle regolari. 

p. 27. L'o di romaner è pure in romangiat romangnan romasu roma- 
nente Ur. 28v. 34v. 53v. 64v. 83r. 91r. ; ma remanende 32r. 36v. 

p. 28. Molto incerta la grafia nella continuazione di *com- *con-. Cosi 
p. e. è sempre cumandu e cummandu coi derivati 6r. e v. 8v. 9r. ecc., e 
sempre all'incontro coniente (qvom-; erroneo il cit. cumente)\ per M + lab. : 
di contro a cumpagnias 5r. e v. ecc., cumpagnone 2r. e v. 3r. 4r. llv, ecc., 
adcuinpagnaret 47r., sempre comparare e derivati pass., e invece cunfessan 
52r. 57v. e confessare 57v.; per m + dent.: condempnatu e derivati 4r. 9r. ecc. 
e cundempnatu 3v. 4r. 8r., contenet Iv. 3r. ecc. e cuntenet 2r. 4r. ecc.; e 
parimenti per nas. + gutt. : concordes 34r. e cuncordia 53r. ; all' incontro 
sempre consigu e derivati (erroneo il cit. cunsiQu). Data questa incertezza, 
quando invece della sillaba intera, o delle due prime sue lettere, incon- 
travo la sigla, la scioglievo sempre per con- com-. 

p. 29. Non costante l'oscuramento di o protonico a cagione della nas. o 
lab. attigua; infatti non c'è munetata 46y. e si ha sempre moneta 4v. 9v. 
42r. 45r. 58v. ecc., e parimenti molinu 28r. 33r. 36r. e v. ecc., e molinargiu 
25v. 26r. ecc.; invece a vicenda foristeri 38v. 93r. ecc. e furisteri 52r. o4v. 
58v. ecc.; e allato al cit. hunore -es 2r. 4v. 5v. 7v. llv. ecc., honore 
50v. ecc. Né parmi che suU'ìì protonico di culumbu 27v. possa aver in- 
fluito l'analogia del pref. cun-, che vedemmo così oscillante; piuttosto vi 
avrà influito Vu tonico. 

p. 31. Con letamen vanno etate 34 v. 53r., enguale 16v. equales 32v.; con 
oricla ecc., godire 53r. e v., che dovrà l'o alle voci rizotoniche; e infine 
merita menzione attenticare 21r., con att- = aut-. 

p. 32. Accanto a omnia omni ongna ogni pass., v. s. p. 79, notevoli 
dogna 74v. dotgni 74r. e hogni 70r., ce. più recenti. Erroneo persona, che mai 
non occorre, v. s. p. 126; e d'altronde non mai alcune, ma sempre alciinu. 

p. 33. Isolato e dubbio termina 55r., allato ai normali termen termenes, 
be^tiamen besliamenes ecc. 

p. 34. Rispetto ai part. pres. assimilati al gerundio, è d'avvertire che 
già qui ricorrono, nelle ce. del sec. XV: andando 70r. considerando di- 



Gli Stat. della Repubbl. sassarese. — Spogli grammaticali. 107 

mandando e moderando 68v. recordando e stando 69v. requirendo G8v. 
veniendo 70r. volendo 68v. 69v. 

p. 38. A togliere l'iato, v'è inserzione di v in luvare 24v., gloss., senza 
dir di manicale 90r. — Non ianua, ma sempre ianna 17r. 87r. 89v.; inoltre 
ianargiu lOv. 50v. januariu; onde già normale l'assimilazione che è qui 
registrata solo per appit habuit, bennit *venuit; e sinuare 2v. sarà di 
certo voce dotta. Erroneo è paroer; sempre s' ha parrer. E freargia f(3- 
bruariu è già in 48r. e v. 50 v. 

p. 39. Molti altri es. da agg. per lj in i (scritto di regola ?): tneda;a 
12v., paga 24r. 39r., bagat 5r. 29v. 31r. 33r. ecc. valeat, mita 3r. 71 v., fu- 
miga 3v. 4r. llv. 39v. ecc., 6ofa 22r. o3v. 54v. 66r. voglia, cogulu 23r. 
montone, simigante 82v. 84r. e v. 92r. e una volta similliante 31r. , mugere 
26r. 34v. 35r. 43 v. ecc. e talora muchere 20r. 34v. 54 v. 65r., dove il eh non 
può significare se non la sibilante, come noteremo pure in altri incontri. 
Nelle ce. più moderne è ^ la grafia più frequente, onde consigiu 67v. G8v. 
69r. 70r. 71r. e v. 74r., consigieris 68v. 69r. 70r. 71r. 74r., consigiaria 70v. 
e mugere 73r. I pochi es. con la formola intatta appajono voci della col- 
tura: alienare Iv. 20r. 54r. e v. 57v. ecc. accanto ad agenu alienu, follile 
45v., retalliu 13r., represallia 45r. , vigilia 37 v. allato all'indigeno vigare 
e vigatorgiu 37v. Più curioso taglant 7Iv., di certo per tagliant. 

p. 40. L'esito di nj è di solito rappresentato per -ngn-, ma occorrono 
anche -gn- e -ngi-; così mangnanu 9r. lOr. e mangianu 25r. 50r., vingna 
6r. 7r. 29r. ecc. vigna 35r. 89 v. e vingia 43r. Qiw. 69r., Sardigna Iv. 3v. e 
Sardingia 71 v., deslimongnu 2v. 5v. 17v. 22v. ecc. e destimongiu 39v. 60r. 
G2v. ecc.; forme isolate bangnu 51r., istrangias 52r. 62v. 82v., e simili; 
infine, a tacere di conios 92v. e ingeniu 49r., presumibilmente voci dotte, 
anche testimonia 8 Ir. 87r. 92r., capitanios 29v. *capitaneu Arch. Vili 33G, 
dove circa il valore dell'i (cfr. s. p. 96) è da badare anche alla serie cun- 
gnare I5r. I7v. 36r. 89v. ecc., gloss., cunget 90r. cungiatu I8r,, cunialas 
50r. e cuniatura 42v. 

p. il. La doppia grafia ritorna naturalmente pur nella conjugazione: 
pongnat pongnan pass., ma anche pongiat 50r. 87r. e v., ecc., e simili. — 
Agli es. già veduti per la formola -ariu -eriu (s. p. 12), so ne aggiun- 
gano ora alcuni per -oriu. Insiem con corgiu, è iscorgiare 88r. scuojare, e 
lauorgiu 7r. 18r. 28 v. ecc. *laboriu, gloss., mandicatorgia 22v. 24r. viga- 
torgiu 37v. veglia religiosa. Isolato curatoria 4Gr. distretto, divisiono am- 
ministrativa, v. Sp. ve. s. V. 

p. 42. Correggi basolu 28v. 39v., o aggiungi presione 4r. 40r. 51 r. 57 r., e 
'iiasonata 8Gv. 94r., gloss. 



108 Guarnerio, 

p. 43. Agli es. di <Zi = tj, aggiugni prelhu 2v. 5r. 7v. 12r. 23v. ecc. ad- 
prethare 28v., seruithu 5r. 7v. 27r. 31 v. ecc., rathones Iv. 2r. 5v. lOv. ecc., 
isforthare Or. 81v. 91v., nunthare 8r. 47v. 58r. ecc. L'analogico *poteat ecc., 
dà costantemente, nella parte pii'i antica, pothnt pothaii. Nelle ce. più re- 
centi, abbiamo podiat e pudiant G9r. o v. poral e poQant GOr. e v. e possat 
possant 70v. 

p. 44-45. L'altro esito di tj è di rado rappresentato per s: alsare 16r. 
e V.; più spesso per ?: impalare 16v. 18v. 30r. 33p. 45r. ecc. (non impaz- 
zare), ispagare lOr. 19r. 34r. GOv. ecc.; ter^a lOr. 12r. ecc. e tersa 35r. 86r. e v. 
Per brachiu, abbiamo bragn 90v. brailm 91r. e brachu 92v., dove il eh 
ha di certo funzione di sibilante, come in fachat 19v., di contro al solito 
fatìirtt'^ cfr. miichere s. p. 39. E funzione consimile avrà il ci di concias 
17r. 18r. e v. 28r. ecc., conciatore 18v. 43r. , allato a conqa e cannare 7r. 
18r. e v. 2.5r. 45r. ecc. — Dei suffissi -àntia -éntia -ìtia -ìciu -tione ecc., ri- 
nunzia l'Hof. a dare esempj. Eccone alcuni: coiuvanthia 14v. 41 r. 53v., 
ismenticanthia Ur. , prestanthia 29v., credenthia 6r. 95p. , licentia 3r. e v. 
9v. 21 V., negligentia llr. 12r. , sententia 2v. 43v., iustithia pass., malithia 
llv. 12r. 19v. 22r. ecc., grathia llr. 43v. 44r. , ispatiu 15v. IGr. e v. , male- 
fdiu 3v. 4r. 29v. 37v., benefdiu 38r. 44r. 45v. 49v. ecc., hedifitin 15v. , of- 
fdiu 2r. e v. 3r. 4r. ecc., ma anche spesso ofjiciu 22v. 44r. 50r. e v. , ecc., 
locaiione 47r., venditione 54r., coniuratione 4v. , suspitiones 19r., ecc. Nelle 
ce. più recenti, predomina la grafia ci, per influenza dello spagnuolo; e 
cosi: audiencia 67v. 74r., licencia 68v. 69r., exersiciu 70r., malefìcios 69v., 
beneficiu 67v. 74r., condicione 68r., nacione 70r., ordinacione 70r. ecc. 

p. 46. Lasciando gli esempj che son dati nella flessione verbale, la for- 
inola DJ torna incolume in alcune voci della coltura: adiuvamentu 42r. 43v., 
Ì7istudialemente 33r. (instuialemente 22r.), mendia 9 Ir. ammenda, ecc. Ma si 
iotacizza in baiai 7v. 31v. 37v. o vaiat 33r. *vadiat, e tean 33r. 

p. 48. Unico caso dunde 34p. ; di solito è d^unde 38r. 41r. 44r. ecc. 

p. 50. Erroneam. collocato nella serie dell' aferesi: corno quomodo; ed 
ecomo, di cui v. s. p. 55. Solo in funzione di avv. s'usa iui ibi, e solo ui 
in quella di pronome proclitico o enclitico. Sono poi da aggiungere le 
forme pronom. li hi la lis los las il li ecc., la prep. ìianti pass, quando è 
preceduta da dauc^ oltre buteca 5v. 26r. biittegaios 22v., fantes 20v. ecc., e 
michidiu, che talora cede il posto al letterario omicidiu 49v. 

p. 52. Circa gli avv. è da notare, che corporalmente personalmente sono 
forme errate ; sono invece corporalementa 20v. personalemente 9r. 13p. 18r, 
29v. ; e cosi: leialemente Ir. 7v. 13r. legalemente 5r., instudialemente 33r., 
perpetualemenle 12r. 50v. — Tra i proparossitoni sincopati va pure midesmu 
37r. 46v. 48v. 58r. 94v. ecc. Una sola volta occorre, non sincopato, dominu 



Gli Stat. della Repubbl. sassarese. — Spogli grammaticali. 109 
84r. E una volta sola occorre, scritto per disteso, il sincopato soldos 07r.; 
intorno alla qual voce giova; ripetere, che il T. erroneamente risolve la 
sigla per soddii o soddos, laddove l'assimilazione di -i/u- in -II-, onde dd, 
non incomincia ad apparire se non nel sec. XV. Di ruclat, v. gloss. 

p. 54. Insieme col sost., anche l'agg. cumonale 16r. 57r. ecc., e v. gloss. 
s. cumoìiarfjiu. 

p. 55. Un e prostetico o non etimologico è puro nel cit. eco,no (s p. 50) 
lOv. 34r. 4'Jv. 50v. G4v., che non si usa se non dietro a cons. e dovrà V e- 
ai frequenti casi in cui è preceduto da daue, come p. e. daiie corno in- 
nanti Ir. 2r. 3r. Tv. lOv. ecc., daue corno in secus lOv. llr. 16v. 40r. ecc. 
Qualche es. di i prostetico innanzi a s + cons. era forse da addurre, come 
iscala 13v. , ispinos 2or. gloss., ispelliiales 5r. e v., isquire 2r. 27r. 35v. ecc., 
di contro a qualche forma dotta senza prostesi, come statiiimus 50r., stu- 
diehos G9r., gloss. 

p. 56. Accanto a fina occorre pur fmi 61r. 63r. 65v., che son ce. del 
sec. XV; qualunque è erroneamente dato dal T. , in luogo del costante 
qtialunqua. Codesti -a saranno, del rimanente, piuttosto analogici che pa- 
ragogici (cfr. Arch. VII 528 n.). Ben collocati daue e inoche; ma quanto 
all'avverbio, THof. non ha potuto profittare della nota dell'Ascoli, Arch. VII 
527, suir aggiunzione -uè alle particole pronom. uscenti per -e di schietto 
latino, aggiunzione che appare assai frequente anche nell'isola. Oltre 
inoche lOv. 65r. *in-hoc-ue, log. od. inoije, inoyende (*inhocue + inde), 
abbiamo: cuche 12v. * (che l'Hof. non conobbe, perchè il T. poneva in sua 
vece il più perspicuo tnoche), log. od. kue inkue, 'qua', da eccu'-hic + ue, 
coir assorbimento àelVi come è in kuddae da eccu'-illac+ue 'li là colà';- 
auinche 14r., al di là, abhinc + ue;- e cunque 48v. 49r., quinci, eccu'- 
hinc + ue. — Qui colloco ancora, per non sapere dov' altro: iiteu llv. 
52r. 57v. 03r. Slv. 94r. , nelle ce. più recenti iteti itheu 72v. 74r., itte 72v., 
ora nel significato di avv., 'qualmente, come', ora in quello di pron. inde- 
finito, 'quale', voce che è sfuggita alla diligenza del Del. e dell'Hot", e si 
continua, con valore anche interrogativo, nel parlare odierno. — Ma in- 
torno a tutto questo capitolo delle particole avverbiali e pronominali, e 
specie intorno ai loro odierni riflessi, mi riservo a parlare prossimamente 
in più opportuna occasione. 



* Questa forma arcaica huke, insieme coli' altra kuPie, registrata in Sp. 
ve, mostra che errerebbe chi nell'od. kùe cercasse il lat. ubi, log. uè, 
come effettivamente occorre in ifjùe hic+ubi, in quel luogo, lì, inve 
in + ubi, in quel luogo, dove, de inue da dove; aterùe alter + ubi, in 
altro luogo, altrove, totùe da per tutto, neddue nuddùe in nessun luogo. 



110 Guarnei'io, 

p. 61. E piuttosto i che j nella grafia del codice: ia 47r. , ianna non 
janua, insta Iv. 37v. 44v. , turare iurotos pass., ianargiu lOv. 50v., ionia 
51r., iocu 65i\, iettare iettan ecc. 4v. 18v. 23r. 25r. e v., ecc.; parimenti ma- 
iore Iv. 38r. ecc., peius Gir. ecc.; a volte 5'-: 5^e«e< getten gettare 4v. 18r. 
25v. 45r. 

p. 62. Di solito alter alter; ma pure acter 35v. 65v. e adtera 8v., con 
la geminazione variamente espressa, cfr. Del. 7n, Arch. Il 139 n. Del 
resto, regolarmente alba Iv. 33r., salvu salvos pass., siluas 39r. 46r. 47r. , 
gloss., ecc.; oltre gultellu 38v. allato a gurtellu 81r. 85r. e v., 86r. 87v. 

p. 63. Molti altri gli es. di -II-: anbilla 24v. , fardellu 12v., furchillos 
13v. , gloss., macellu 23r. e v. ecc., castellu 71v., vasellu 33v. recipiente, 
villa 6r. 28r. 36v. ecc., millaiu 42v., pellamen 22v. 46v., e simili; senza dir 
delle voci dotte: allegare 39v. 59v., appellare 42r. 59v., cancelleri 51r. ecc. 
]Ma nelle ce. più recenti è qualclie es. di (Z:=ll: popidii 72r. e v., pu- 
pillu padrone, popidares 68v. 69r. padroni, pedes 76r. pelli, cwrfji 74v. 
75r. e v., quello. 

p. 67. Intatta la formola pl anche nelle ce. seriori: placher 66r. 69v. 
piagner 70v. All'incontro, voci forse estranee: piaitu piaitare 2v. 20v. 35v. 
59v., copia 31r., doppiti già veduto s. p. 23. Sotto bl: biada 26v., cfr. Arch. 
XII 154. Sotto FL, agg. unflare 23r. e correggi fiasca in flascu fiasco; oltre 
il dissimilato fenile 16r. 71v. 

p. 68-69. Numerosi gli es. di ci. immutato; onde s'aggiungono: claues 
llr. 50r. clauaturas 50r., clericu 8r. 20v. 24v. 43v. ecc., desia 20v. 24r. 30v. 
31 v. ecc., cludet 13v. clusura 89r. e v. Ma l'esito della formola è dato 
nelle ce. del sec. XV: horigia 75r. origina 75v., insieme con maschiu 72v. ; 
e già nella parte antica: tmschiare 6v. 22r. 32v. Similmente: vegu 9r. 16r. , 
apparigatas 62v. 

p. 70. Per g'l: unglas 22r. 25r., ali. a virare 37 v. *vig'lare. — Circa 
il -v- è da dire, che più spesso resiste; onde ali. a boe pass., voce in cui 
manca sempre : leuare pass, e derivati, gloss., nouu 29r. 32r. ecc., biuu 34v., 
ami 66r., una 42v. ecc. Nelle ce. più recenti, l'elisione all'incontro spes- 
seggia: leare lehet 68r. 75v. nou G8v. viu 71 v. Circa l'analogico móffìta 63v., 
mosso, V. Del. 6 n, e meglio Asc. Arch. II 432-33 n. 

p. 71. Per *v in -b: cherbinn 13 v. e corba 13v. — Per w-, c'è il riflesso 
oscillante anche in gnardatore 35v. ali. a bardatore 37r. (correggi, del resto, 
vardre in vardan 81 r. e gnadangu in guadangnu 8v. I8v. ); laddove è 
fermo il gu in guardia guardianu 32v. 47v. 50v. 5lr. 81r., gverra 9r. 45r. 
47r. 50v. e nel frequentissimo guisa, forse perchè voci non ben popolari. 

p. 72. E tralasciato basolu 28v. 39v. fagiolo. 

p. 73. Nelle vecchie ce. è sempre asinu; nelle più recenti, è una volta 
aijnos 74v. 



I 



Gli Stat. della Repubbl. sassarese. — Spogli grammaticali. Ili 

p. 75-76. Allato a posca 25r. poscha 50r., vuoisi considerare osca 44v. 60r. 
64v. 66r. e v., 88v., oscha 82r. Alla storia che l'Ascoli fa di posca e fasca, 
Arch. II 144n, l'Hof. contrappone le ipotesi che posca rivenga a poslt]+ca 
e che fasca abbia subito l'influenza analogica di fasche 17v. 24v. 46v. fasci s 
fascio ^ Vedi, del resto, s. p. 94-5. 

p. 78. Quantunque più frequente, nella scrittura, x che non -ss-, pure 
l'assimilazione (occorre appena dirlo) era certamente normale, e lo a; altro 
non è se non una ripristinazione letteraria, onde occorre più specialmente 
in voci dotte, come exemplu -are 21r. 39r., examinare 21r. excessu 29v. 
35v. ali. a accessu 82r, excessu, exceptu exettandende Sor. 44r., cxpeditos 
34r. ali. a {spedire 19r., exponner 49r. ecc., extimet 16r. extimare 13r. 32r. 
extimii 27r., ali. a istimu 16r. (non estimu), ecc.; all'incontro è forma co- 
stante lassare e derivati, e più spesso essire essita ecc. che non exire exita, 
e una volta exsita 8v. 

p. 79. Non dammi, ma due sole le forme, una di ricostruzione etimolo- 
gica, dampnu, l'altra popolare, dannu; spesso errate anche le citazioni 
relative a condempnare -atu -atione, che sono le forme di gran lunga 
prevalenti, occorrendone raramente d'altre, come cundennatu 4r. condenatu 
83r. condennen 93 v. condepnatos 89r. condennationes Iv.; per donnu v. s. 
p. 52; omnia è la forma predominante, cui corrisponde talora, a meglio 
indicarne la pronuncia, ongna 44v. 47r. , ogna 3r. llv. 16v. 44r. 47r. 66v. ; 
e omni è illusorio, poiché le tre volte che occorre, 7r. 37v. 48v., precede 
sempre annu, onde siamo veramente a omni' annu per omnia annu. 

p. 80. Non si può dire che nel cod. si abbia cum e cun, perchè sempre 
è cu, col segno d'abbreviazione. 

p. 81. Non mi si vorrà gridar la croce addosso , perchò io abbia stam- 
pato constringuer constrÌ7igher 5r. lOv. 48v. 60r. ecc., anziché costringher. 
Il cod. ha la sigla che suol valere con-, e non é escluso che essa corri- 
sponda a un ripristinamento letterario, come già si notava per ex. Erroneo 
è m,enses Air., sempre avendosi mese pass.; agg. j)esu 23 v. 38r. 81v. 92v., 
insieme con pesare 38r. ; ma pensare 41 v. pensare. — Non escono dalla 



* Non nego valore alle ipotesi dell' Ilof.; ma il motivo, che lo induco a 
accamparlo, mi par da dirsi piuttosto 'istintivo' che non 'ragionato'. Se 
jjisce ci porta a pese, come posca a ^wsa, sarà naturale che abbia poska 
per posa chi ha piske per ^jese. D'altronde, pos-ca o post-quam non 
può esser base di poska, che è un avverbio e non una congiunzione, o 
post-hac non corrisponde pei suoni. Ci manca poi, in sino ad ora, il 
modo di cimentare la mia dichiarazione con l'esito popolare che avessero 
nel Loguduro pastio ostiu angustia o altrettali. G. I. A. 



112 Guarnerio, 

norma se non carnigu 18r. o carnatu 25r., gloss., poiché taverna 23r. è 
un errore. — Non è eostante T,m = rt + b: inpero (JGv. unpare 45r. , linbas 
25r. , sanben 83r., anhilla 24v., inhassiata 47r. , clonpitos 61 v., menhru 81r. 
84r., ecc. 

p. 83. guliu 38v. coltello, che l'IIof. ha da T., non esiste. Un es. costante 
di e- in r/-, è gotale pass.; ed unico sicuro es. di labializzazione, varriic 
30v. 33v. 42v. carico, dove è da ricordare la preziosa fase intermedia, oc- 
corrente nel composto is-guarriare 22v. scaricare. Di umpare, insieme, 12v. 
23v. 45r. 87r. e unflare 23r., spiegati dal Del. 6 con la caduta del e- per 
via di g-, si può ragionevolmente presumere che risalgono a in pari e in- 
flare, con Vu atono per via del nesso labiale (mp. , fl.); e tutti sanno 
quanto sia esteso per la romanità V ti del secondo esempio. Illusorio quar- 
taraiu 21r. 45v. ali. a cartaraiu 20v. 21 r. 

p. 84. Non trovo crucile, ma una sol volta gruclie 30v. 

p. 85. Quando pur s'abbiano esempj , nelle più vecchie carte, di -e- in 
-g-, l'alterazione appare scarsamente; così pagare pa gìiet ecc. sono in assai 
minor numero che non pacare ecc., segundu occorre una sol volta, G8r., di 
contro al frequentissimo secundu; una sol volta buttegaios di contro a bu- 
teca. Non sono specifici : negare 58r. 59r. e litigare 32r. 34r. ecc. Di -e- in- 
tatto son superflui altri esempj. La sonora invece ricorre ben frequente 
nelle ce. men vecchie, e puoi così aggiungere carrighu 67v. antighu 68v. 
09r. diimestigu 72v. fundagii 68v. inimigos 70r. [fatigha 67v.]. Quanto a 
garriare garriti 21v. 24v. 46v., mi sia permesso rimandare a Rom. XX 66. 

p. 86. È taciuto, ma diviene evidente dopo ciò che si è detto sopra, 
che -CR^ appare intatto : secretu pass., sacra 37v. festa religiosa, sacramenti!, 
pass.; solo una volta sagramenlu 72r., ce. più recenti. 

p. 87. Stanno erroneamente sotto qu-: isquire ischire, già veduto s. 
p. 75, e quircare chircare, che va s. p. 91. Anche è da notare che qu è 
grafia prevalente nelle voci d'origine dotta, come qualitate 3r., quantitate 
3r. 26r. 34r. ecc., quarteri 8v. 9r. 32v. 43r. ecc., quaternu I2r. 20v., propin- 
quos 34v. 35r. 53r. 54r. , ecc.; e infine è d'aggiungere tra gli es. di riso- 
luzion popolare: gasi pass, e guasi 4.5r. quasi. 

p. 88. Insieme con abba è abbare 33r. e v.; e agg. quimbanta 70v. cin- 
quanta. — Alcuni es. di gr, probabilmente non indigeni: grave 68v. ad- 
gravatu 59v. ; nigras 7v. (ma anche niellas 7r.), integra 20v., integramente 
25v. 30v., ali. a intrea 76r. 

p. 89. Per -g- intaccato di labiale, giova aggiungere a coiuvare e piava: 
dovaiu 17v., gloss. 

p. 90. Più corretta trascrizione è connoscher 9v. 66v. connoscat 22r. 
88v. 90r. ecc.; e accanto agli esiti normali, sono sigmi 84v. signare 75v. 



Gli Stat. della Repubbl. sassai-ose. — Spogli grammaticali. 1 13 
signale 30v., regnu 69v. e lignu lingnos 21 v. 22v. 24r. 81 v. 95r. bastimento, 
voce marinaresca, importata. 

p. 91. Il e di CE cj non si riflette in voci indigene se non per h^, tra- 
scritto di solito per eh-, e talvolta per qu-. Superflui ulteriori esempj. 
Noteremo invece, che qua e là è e per questo e lat., e vuol dire il suono 
sibilante che pure ai nostri giorni è in cotesta funzione nelle voci impor- 
tate ; così, p. e., di contro a chiuitate 7r., il tardivo citade citadinu G7v. 70v. 
p. 92. Parimenti il e di -ce -ci dà costantemente k, trascritto per -eh-, e 
superfluo aggiungere esempj, tranne fache 83v., facies, quasi fosse *fac'e, 
come già poneva l'Ascoli Arch. II 144 n. L'ipotesi che per eh si esprima, 
in questo importante esemplare, una sibilante, come in miichere = muQere 
s. p. 39, in braehu = bragie s. p. 44, è interdetta dal log. od., che ha 
affakha, vicino, accanto, affakka a mie vicino a me, affakhatu affacciato, 
da ricondursi a *ad-fake per *ad-facie. Dì k in g sono esempj, come 
nota l'Hof. , nelle ce. più recenti, con trascrizione oscillante: faghet 67v. 
68v. 71v. fagnet faguent faguer 69r, 70v. 71 r. e v., fager 75v. ; deghe 67v. 
72r. e v., treghentos 71 v., piagner 70v. Ma per la geminata: hoquier oquiei- 
7 Ir. e V. 72r. In voci, verisimilmente importate, si ha pur qui, come già 
vedemmo a formola iniziale, un e di valor sibilante, che anche si avvi- 
cenda con s: macellu 23r. e v. 25r. masellu 23v. e anche maehellu 27v., 
contumace eontumacia 40r. 45v. 52r. 54v. 56r. e contumasia 56r. e v. , pic- 
cinnu 39v. e piginnos Iv. 2r. 34r. ; altre voci si presentan sempre con e, 
ma non infirmano la norma, essendo evidentem, d'origine dotta, come re- 
civer recivitore 30v. 42r., tadtu 44r. 61 r. 64r. 65v., verace 33r. 59r., e simili, 
p. 94. Un caso di labializzazione di qvi ce l'offre molto probabilmente 
il nome di casato abila {Gantine pira de abita 36v.), da aquila, cfr. log. 
od. abile abbilastru; senza dire di chimbe 75v. quinque. 

p. 94-95. Come è costante k pel e di ce ci , q g pel g di gè gì a for- 
mola interna preceduta da consonante (costringher ecc.), cosi presumeva 
l'Ascoli, II 144 n, che primamente s'avesse gè- nella continuazione di 
GÈ-, onde poi g^e ecc. Ma quest'ipotesi è doppiamente contrariata dal 
non aversi mai negli Stat. un sicuro §e- (ghe-) per gè- o per je-, nò 
alcun indizio di labializzazione per cotesta formola. Onde: ge)ite 33v., giret 
33v., ianargiu iectare, già veduti s. p. 61. 

p. 96. È vero che il g di -gè -gì si assottiglia in -j- e spesso cade, come 
avvien di norma nel log. od., e che nella scrittura qui è reso di solito 
per -1-; ma non mancano es. col g: regere 75r. regimentu Ir. 3v. 7r. 
llv. ecc., digitos 84r., sigillu -are 32v. , legitimu 34v. 53r, 54v. 05r. ecc. 
— 11 suono gutt. del g di gè preceduto da cons. , ora è reso per gh, ora 
Archivio glottol. ital., XUI. 8 



114 Guarnerio, 

per (/w, e talvolta anche per semplice g\ cosi: argentu 12v. ali. a arglicntu 
28r., virgine 91v., euangelia Ir. 2r. 3r. ecc., ali. a uangheliu 43r. 

p. 99. Per l'avvicendarsi delle varietà grafiche tt pt: accattare pass, e 
acatadu 69r., recettare 42r. ali. a receptare 28r. 42r., scrittas 2r. e v. e iscriptu 
32v. infrascriptos pass.; oltre assentione 45v. ali. a assumptione 45v. 

p. 100. Per ps: ali. ad isse, l'isolato matessi 75r., oltre nessiunu 27r. 39v. 
49r., col più frequente nensiunu 19v. 37v. 46v. 50v. 57r. ecc. ; nelle ce. più 
recenti nexiunu 69r. 69v. 75r. e nixiuna 75v. (log. od. nisuno nissuno, Sp. 
ori I 84); e saremo veramente a è = psj , come in cassia llr. *capsia 
(od. haèa), cascitta 95r. — L'unico ma frequente esempio di t- in d-; 
destimongnu -os pass., accanto a testimonia Slr. 87r. 92r., sfuggì all'Hof., 
perchè sempre racconciato dal T. - Resta ora che si scuopra il motivo 
della singolare deviazione. 

p. 105. Lasciando l' esempio in cui si complica la ragion flessionale 
{frale 30v. 63v. 66r. fratile 66r. fratres 31v. 32v. 63v.), avremo patre 31r. 
35r. 38v. 48r. ecc. {maire, come stampa il T., non occorre mai, sì bene 
sempre marna 31r. 38v. 48r. 53v. Gir. QQw), petra 6v. 7r. e v. 29r. 83r., Petru 
36v. , intrare -ata 3v. 5r. 8v. lOr. ecc., cantra pass., contrata 26v. 36r. 
37r. 87r. 

p. 106. Il -T di 3^ prs. sng. è scritto di solito anche davanti a si pron. 
enclitico ; e l' assimilazione non si manifesta se non in adcongessi per ad- 
congeisi 17r. , e in acatesi 6v. I due es. addotti dall' Hof. sono erronei; il 
primo va letto fathatsi 18v., il secondo intendansi 15r. 

13. 108. Strano es. per d- iniziale sarebbe iucher 14v. 20v. 21v. ecc., se 
veramente riviene a ducere; cfr. batture gloss. Quanto a -d-, la regola 
è veramente ch'esso cada; rude 69r. sarà voce importata; e in frodu 25v. 
26r. e v. 27r. ecc. va badato all'azione del dittongo (cfr. laude); errata la 
forma molu per modu Del. 16. 

p. 111. Per p- in v, è anche negli St. uertica 89v.; e con reciver vanno 
poveros povertate 23v. ecc., e sane 14r. ni., se veramente è s' ave s' ape. 

p. 112. Fuor della norma, è una volta, nelle ce. più recenti, cabras 72r., 
quasi un annunzio delle odierne condizioni. 

p. 113. Tra gli es. di -b-, va tolto aue, ubi, che non esiste, e collocato 
in sua vece uue, nelle ce. poster. Ime 67v. 68r. 69v. E va aggiunto vois 
hois Iv. 2r. e v., ecc., vobis; oltreché, dalle ce. posteriori: laorgiu 68v. 
69r. lauru e laorare 70v. , dove anche è, allato al costante librasi liras 
71v. 72r. e v. 

p. 116. Il metatetico plubicu, racconciato spesso dal T., è molto più 
frequente di publicu, quella forma occorrendo due dozzine di volte e più, 
e questa sol nove volte. Agg. freargiu 48r. e v. 50v. februariu, e cfr. 
intrea s. p. 88. 



Gli Stat. della Repubbl. sassarese. — Spogli grammaticali. 115 

p. 120. Sono casi di epentesi, varj tra di loro e non specifici, enguale 
16v. e colonda 28r. — Fatta eccezione di asteris gloss. , manca il -s negli 
avv. e le prep. della parto più antica, dove è sempre nanti innanti; al- 
l'incontro nelle ce. poster.: a7ttis 69v. inantis 69r. 70v. 74v. 7Gr. 

p. 121. Altri esempj di normale geminazione : ferre 27v. 82r. ferire, isco- 
perre 85v. ecc. 

Poco da aggiungere o annotare alla perspicua trattazione morfologica. — 
p. 126. Circa il genere dei nomi: hunores onori, cariche, fem.; confines 
ora raasc. ora fem. 36r. 37r. 42r. 62r. ecc. ; heredes fem. 34r., masc. 34 v. — 
É sempre persone non mai persona, al pi. persones, non personas, nell'a- 
nalogia dei sost. in -one. 

p. 128. Correggi segunda in secunda 13r. 

p. 130. Agg. tra i pron. di 3* prs. : esse 15v. 82v. 83r. e v., itteu, di cui 
s. p. 56, omnia s. p. 79, e le particole pron. e avv. di cui s. p. 17-18 e 56. 

p. 138. Tra le caratteristiche del verbo, s'aggiunga la perdita del -r 
dell'infinito. Vero è che il T. lo fa rivivere quasi sempre; ma l'apocope 
è prevalentissima. Sempre è boler, e non mai boiler, che è un errore del T. 

p. 142. La forma abbastanza frequente ait habet, di contro al più co- 
mune aet, dovrà forse Vi all'analogia coi verbi di 3*; occorre parimenti 
ain llv. int 69r. 69v. Non trovo aent, ani, ma invece at 68r. In generale, 
nelle ce. più recenti si fa rivivere il t di -nt di 3^ pi., che manca affatto 
nella parte più antica. 



IL 

Annotazioni lessicali. 

accimare, -atores, -atura 40v. ; è l' it. acciìnare, pettinare il pannolano. 
adfaitare affaitare 43r., detto della concia delle pelli; cfr. Arch. I 318 n. 
adrinbaresi 25r. appoggiarsi; anche od. sass. arrembassi appoggiarsi. Cfr. 

Sp. ve. s. arrimare, Arch. Vili 325 e Korting 760 6927 7021. 
affliscata llr. chiusa a chiave; nel log. od. è frisu serratura, toppa. 
albache 12v. 30v. aluache 31r. albagio; vedi Sp. ve. s. v. e s. orbaci. 
alga 23r. 25r. 30r. 45r. spazzatura; v. Sp. ve. 
angnone 23r, angiones 71r. e v. 72r. angones 71v. 72v. agnello; v. Sp. ve. 

s. agnoni. 
angnoninas 12v. 'agnellino', cioè pelli d'agnello conciate. 
annarile 72r. domestica, mansa, detto della giovenca, da nare, perchè Io 

si attaccava un anello al naso. 



116 Guarnerio, 

apprope 16r. adprope 22v. 28r. 39r., avv. presso, approvo, v. Sp. ve. s. 
approbe. 

appiis 20r. adpus 24r. 34v. ecc., anche solo inis 87r. presso, dopo, ad-post, 
V. Sp. ve. s. pustis. 

Arharee 66r. Arborea, il famoso giudicato. 

Ardu 40r. 48r. ni., villaggio distrutto, nell'agro sassarese. 

arrenatu 27v. affittato, dato a frutto, a rendita; parrebbe essere arrendatu 
(od. arrendare affittare, come nello sp. ecc.); ma n = *nd non è feno- 
meno indigeno. 

asteris pass., eccetto, fuorché (cfr. Sp. ve. s. astezis; Del. 15 n); Arch. Ili, 
s. dastier. 

attenticare 2 Ir., autenticare. 

attesu 39r. distante, quasi obtensu-; log. od. dai attesti da lungi. 

auarias 38r. contributi, imposte; cfr. Kòrting 554. 

ballane Slr. grossa balla di mercanzia. 

Balsamu (funtana de) 13v. pare ni. 

hatture 21 v. 24r. 28r. 33v. ecc., od. battire, portare; uno dei verbi caratte- 
ristici dei parlari sardi. II Del., 6n. , pensa a adducere e cita un 
battuker del sec. XII, che io non posso vedere quale autenticità si 
abbia. Cfr. iucher a suo luogo e qui sopra, s. p. 108. 

fce&reche I2v. 23r. 35r. 37r, berbeche 27v. beruegues 7Ir. e v., veruegues 72r., 
pecora (vervex). La prima forma occorre tutte e quattro le volte 
abbreviata così: bbr e un segno di traverso; e io ho risolto la sigla 
come mi pareva dovere, ma ho forse cosi ereato una forma che non 
ha esistito mai, e di certo non ha consentimento pur tra le odierne. 

beccunas I2v. [pelli di] capre. 

bacare vacare pass., cavare, levare, altro verbo caratteristico dei parlari 
sardi; lat. vocare = vacare, v. per es. Arch. X 434. 

Basane I4r. I7v. 36v. Bosoe 28r. ni., una valle e un villaggio distr., nella 
diocesi di Torres. 

brachile 8Ir. 85v. brache; log. od. ragas calzoni. 

breue Ir. 3r. 4v. ecc. legge, capitolo, statuto; cfr. il «Brevis communis pi- 
sani», sul quale furono modellati in gran parte gli Stat. sassaresi, 
V. Satta, Cam. di Sass,, p. 64 sgg. 

bultrones 12v. pelli di eapro; cfr. l'it. boklrone. 

cafia 84v., nel cod. lat. «bendam». 

calarinas 72r. poliedro; Sp. ve: bestiame cavallino. 

cambugos 25r. colli del piede; vive sempre. 

Canache 36 v. ni., fontana presso Sassari; oggi Kdniga. 

capitarmi 7r. I8r. 60r. mese di settembre; cfr. p. 134 n. 



Gli Stat. della Ile^jubbl. sassarese. — Spoglio lessicale. 117 

capitila 23v. 25r. 51r. ecc. testa, da capitiu, come lo sp. cabeza. Ora non 
più in uso, come non lo è il semplice kapu nel valore di 'testa', as- 
sunto da konka. Pur negli St., capu non occorre se non per indicare 
la 'testata' della città: capu de villa 30r., e nel modo avverbiale daue 
capu 32v. da principio, come negli od. a kabu a capo, kabu d'azzola 
bandolo. 

carnatu (forse da leggere carnathu) 25r., salsiccia o altro di simile, e 
carnigu 18r. carniccio, non hanno fisonomia indigena; cfr. Kòrting 1670 
e Arch. XI 421. 

carpitura llr. fenditura, fessura; cfr. log. od. kalpire. 

can-a 28v. 29r. 39v. stajo, da quadra, cfr. Rom. XX 58. 

carrasecare 39r. carnevale, etimologicamente ' carne-tagliare ' ; cfr. Arch. XII 
155. Il log. od. ha karrasegare e insieme segarapezza o serjarepezza, che 
torna a dir lo stesso. 

Castaligia 14r. pare ni. 

chita 8r. llr. 52r. 59v. 60v. quida 12,t. settimana; la nota voce sarda. 

Chitarone 28r. ni., villaggio distr., nella diocesi di Torres. 

Cleti 28r. ni., altro vili., nominato col precedente. 

clocha 13v.: s'iscala de clocha, anche oggi iskala de gogga^ 'scala di lu- 
maca', ed è una salita presso Sassari; cfr. Arch. II 336. 

damper 15v. clotnpitas 13r. 19r. ecc., compiere compiute; log. od. klompire 
o krómpere, e più comune gómpere, con la particolar significazione di 
'arrivare', compir la via. 

eludei 13v. 14r. 17v. chiude; non più usato. 

cocker 82v. malm&nare, tormentare; veramente 'cuocere', cfr. gli usi pro- 
venzali e rit. mi cuoce. 

Congnu 36v. nome di pers. 

contones 17r. e v., pietre di costruzione in forma di parallelepìpedi, molto 
in uso oggi pure. Certo da cantone e si chiamano pur cosi. A e. 22v. è 
per 'canto di via'. Per can- in con-, v. Hof. 25. 

Corru cherbinu 13v. 17v. 36v. un monte, 'corno di cervo'; cfr. Korrebói o 
Korruóe 'corna di bue', nome di un monte presso Fonni, per la figura 
che da lontano egli presenta. 

cotinas 22v. 25r. 26r. 42r. ruga o platha de cotinas 'strada delle roccie' (od. 
kodina roccia), corrispondente all'attuale Corso Vittorio Emanuele di 
Sassari. Quanto alla via de la cena, che tuttora esiste, ed è confusa 
dal T. con la ruga de cotinas, sia lecito qui notare che nella sua de- 
nominazione non c'è nulla di disonesto, come egli pensa, ma si al- 
lude alle cone, imagini di santi, che vi si vendevano ancor non sono 
molti anni. 



118 Guarnerio, 

cumonargiu 74r. e v. 75r. e v. 76r, j^adrone del gregge, pastore, quasi 
*cuinonariu da cumone communis ancor vivo per greggia, branco; 
efr. SOS bestiamens qui si dant a cumone 74r. 

cungnare 15r. 17v. 18r. 36r. 89v. chiudere; altro vrb. specifico della Sar- 
degna, risalente a cuneare. 

data dazio ecc. 40v. 41 r. 48v., datura pagamento 37v. 38r. 49v. 

depus 14v. 15r. 40v. 41r. 48v. dentro, v. sopra: adpus. 

derratas 23v. 57r. 60v., porzione o quantità di qualsivoglia cosa ecc., come 
nel vocab. it. 

Domos noiias 14r. ni., vili, distr., nella Nuri'a, onde il nome della regione^ 
'iscolca'. 

Boria (castellu) 69v., vicino a Osilo. 

douatu 17v, 18r.; efr. log. od. doare addoare 'disboscare, rastiare, sgher- 
bire (?), tagliar la terra per non lasciar passare il fuoco' Sp. ve. Ri- 
saliamo a doga (efr. Sp. ve, s. doa ecc.), che anche vale 'ciglione, 
argine di fosso'; efr. Kòrting 2654, e l'it. dogaja 'fossa di scolo'. 

ducane 6r. 38r. capo dei ladri. 

edinas 12v. pelli di caprioli. 

edos 12v. capretti: edos de captHolu, [pelli di] piccoli caprioli. 

Enene 13v. 14r. 17v. 18r. 36v. ni., vili, distr., nella valle superiore di Ro- 
sello, vicino a Sassari. 

Eristola 14r. 40r. 48v. 50r. ni., vili, distr., onde il nome dell' 'iscolca'. 

Erthas v. s. Lochilo. 
^ etifimideu pass., anche; conferma la spiegazione che si dà dell' it. eziandio. 
La medesima aggiunta è in abengnat deu 58r. 82r,, benché. 

falda 12v. 31r. pare che valga una determinata quantità di pannolano, con- 
trapposta a ballane balla. 

feu 7v. 27v. 31r. e v. 41v. 48r., ora 'enfiteusi, affìtto', ora 'provvigione, sti- 
pendio di pubblico ufficiale'; è il feu dell' ant. pis., Arch. XII 156. 

Flumenargiu 6r. 17v. 28v. 38r. ecc. ni., regione nella diocesi di Torres, at- 
traversata dal riu tataresu o fiume di S. Gavino; da ciò il suo nome. 

Fluridari 36v., nome di luogo o di pers. 

forestatione 95r. pena di chi è bandito. 

fragiu 71 v. rovina, consumo, log. od. frazare consumare; efr. Kòrting 3425. 

frundansi 32v. si gettino via; anche log. od. frundiare -dire buttare, 
gettar via; significato che proviene facilmente dal gettare colla fronda. 

fundu 42v. 91r., per 'magliuolo della vite'. 

furchillos 13v. biforcamento delle vie, bivio; anche oggi sos forkiddos, a 
Siniscola, per 'crocevia'. 

Gadulu 66r., come fosse ^addulu, Gallura. 



Gli Stat. della Rcpubbl, sassarese. — Spoglio lessicale. 119 

galli 37r. Lo Sp. ve. lo registra come avv. (log. di Bitti) nel senso di 'an- 
cora, eziandio, ecc.'. Qui pure tradurremo 'così ancora, ugualmente'. E 
si risalirà a aequalis, onde anche l'it. avale-^ cfr. Arch. Ili 334 ecc. 

gama 35v. 37r. greggia di bestiame minuto; oggi anche branco d'uccelli. 

Gantine llv. 14r. 36v., nome di pers., Costantino, od. Gostantine e Baritine. 

Gennanii 29r. ni., stagno e regione nella Nurra; sarà januanu, cfr. genna 
log. e mer. da janua; a ogni modo, uno degli scarsi nnll. sardi in 
-cinu. 

Godami 69v. ni., castello vicino a Bono; oggi Gocéanu, la vasta pianura 
ove scorre il Tirso. 

gollire lOr. e v. 14v. 27r. 41r. e v. ecc., raccogliere, forme od. hoddire, ecc., 
V. Sp. ed altri. 

grande 19v. 67v. Occorre due o tre volte, ali. al solito mamm. 

guada 14v. 15r. vadu e badu 15r. 29r. 33r. 

Gurusele 17r. 18r, 23r. 30v. 33r. 36v., detto ora di una fontana, ora di una 
valle, ora infine di una porta di Sassari; è l'od. roseddu (*urusello), 
italianizzato in Rosella, fonte perenne, appena fuori delle mura della 
città. 

gusorgiu 87v., nel cod. lat. « gussorgium », 'sportello o graticola ferrata 
della porta', secondo il T. Forse è piuttosto 'chiavica'; cfr. 'clavitas' 
nel Breve pisano, là dov'è discorso di una disposizione analoga (Satta 
0. e. 177). 

infactu 13r. e v. 31v. dopo, in séguito; vivo tuttora. 

infurcatii 26v. inforcato, impiccato. 

ingustados 69r. avvezzi, usati. 

Innouiu 14r. 28r. 29r. ni., vili, distr., nella diocesi di Torres. 

insoltos 30v. 36r., sarà isoltos sciolti. 

lorgi (sanctu) 13v. ni., vallo dell'agro sassarese. 

lascia 36v. ni., regione nel territorio sassarese; oggi Jóscari. 

Isaia ISv. 33r, ni,, valle vicina a Sassari. 

iscala I3v. I4r. sempre nel senso di 'salita', com'è oggi puro. 

iscaranos, iscarania 88r. ladri, furto; cfr. it. scherano. 

iscolcha 6r. 13v. 17v. 28r. 35v. ecc. territorio; log. od. iskrocca is§rokha 
iskarrattu. Cfr. pis. ant. scalca scolta, sentinella, Arch. XII 159, e Sp. 
ve. s. V. 

is[dnos 25r. schiene di porco. 

ispuncellata 91v. sverginata, cfr. puncella 9lv. zitella. 

istasire 63r. istasinas 39r. 52r. e v. 54v. 63r. staxire 52v. G9r. e v., staggire, 
sequestrare; v. Sp. ve. e cfr. pis. stasina Arch. XII 159. 

istellare 7 Ir. e v., ammazzare gli agnelli, perchè la pecora possa meglio 
allevare quelli che lo si lasciano. 



120 Guariierio, 

istergiu 30v. 33v. vaso, recipiente, log. od. isterzu vasame ecc. 
iuen'ile 23r. detto dell'agnello che nasce in primavera, concepito nell'in- 
verno, hibernile; anche oggi ierrile gerrile berrile. 
iucher 14v. 20v. 21v. 85v. 86r. portare, log. oà. jùgere o gùyere, però in 

mss. ant. e nella Carta de logu, secondo afForma lo Sp. ve, dughere 

e dughire. Cfr. batture e Del. 7 n. 
Kallari 66r. Cagliari. 
henapura 45v. 51r. 67r. venerdì, da coena pura, Sp. ve. — Gli altri 

giorni: lunis 33r. 51r. 67r. martis 51r. mercuris 51r. 67r. iouia 51r. 

sappatu 33r. 5 Ir. e dominica 5 Ir. 
Kerqui 29r. 40r. 48r. nl„ villaggio distr., nella diocesi di Torres. 
ladicu 8r. 20v. 24v. 43v. 44r. 49r. laico; oggi legu. 
lampatas 60r. 89v. mese di giugno; v. p. 134 n. 
lanthare 35r. propriam. ferire di lancia (lantha); qui però ferire senz' altro; 

od. latitare, 
lassa 7v. 93v. lassa, condono della pigione o tassa. 
Latila 36v., pare ni. 
lauorgiu 7r. 18r. 28v. laorgios 68v. luogo ove si semina, terra seminata; 

log. od. laorzu e laore. 
Lechilo Erthas Lenthas 40r. 48r. nnll., tre villaggi distr., nella Fluminargia. 
lenqa {ad) 30r. a piombo, a perpendicolo; anche oggi, oltre il comune si- 

gnif., ha quello di piombino da muratore. 
leuare pass., prendere, pigliare, od. leare; assume le funzioni di 'prehen- 

dere', come nel rumeno, 
leuas 74v., i parti (delle pecore), cfr. Sp. ve, e allievo nel vocab. it. 
Locudore (rennu de) 54v. Logudore (capu de) 67v. regione principale del- 
l' isola. 
longhe (a) 3r. da lungi. 
luuare -atu -atores 24v. avvelenare, detto del pesce per pescarlo in maggior 

copia; log. od. luare e lua veleno, peste; lat. lues. 
machitia maquitia maquisia 70v. 72r. 75r. e v. , multa; cfr. niacchìssia Sp. 

ve, pena di macello. 
manchet 18v. macchii, 3^ pers. cong. — Già il T. avvertiva doversi leggere 

mancet'^ cfr. Sp. ve. mancia mandare, sp. mancha manchar. 
mannaresu 85r.; mannarese del vocab. it. 
Mascar 33r. ni., territorio presso Sassari, e anche un affluente del fiume 

di Torres. 
■masnata masonata 86v. 94r. compagnia delle guardie del comune , masna- 

tingos 3v. guardie del comune. Cfr. per es. log. e sett. od. masonada 

famiglia, numero di figli; Korting 5069. 



Gli Stat. della Repubbl. sassarese. — Spoglio lessicale. 121 

magatu 23r. castrato, il contrario di coQutu 23r. montone; vivo tuttora. 

meiatorgiu {petras de) 29r., pare ni. 

merguleris 6v. palizzate, cancelli, inferriate, cfr. Hof. 14. 

meta 23v. molto, log. e mer. od. ìneda\ Kòrting 5273. 

Miali (sanctu) 18r. 36v. S. Michele. 

Michine 36v. sincope di Michelino. 

miglatesos 70v. 'specie di lavoro d'argento', secondo il T. — Voce a me 

oscura. 
Misiscla 17v. ni.; detto di una vigna. 

mucciibellu muchubellu lOr. 31r. 48r. donativo, estorsione; cfr, Arch. XII 157. 
munimentu 31 v. sepolcro, come in tanti altri parlari. 
muntoninas 12v. pelli di montone; vivo tuttora. 
murta 18v. morchia, feccia, e doveva dire murtha, cfr. log. od. ìnurza. Si 

risale, non già ad *amurcula, onde it. morchia, log. musa (cfr. re- 

musu remurc'lu ecc., Arch. II 141), ma sibbene ad *amurcea Arch. 

IL 403. 
Murusa 14r. 28r. 36v. ni., villaggio distr., nella diocesi di Torres, vicino a 

Enene e Innoviu, 
mustelas 25r. filetto del porco, coste spurie del majale; oggi ancora nel 

dial. com. 
naulu 14v. naulÌQare 21 v., nolo, noleggiare; log. od. nolu. 
neruiu 22r. nervo; vivo tuttora, 
Nidu de corbu 13v. ni., monte. 
nurache de annaos 36v. Dei tanti monumenti preistorici di codesta specie, 

che sono anche nell'agro sassarese, è l'unico che sia qui nominato. 
Narra 46r. ni., vasta regione a ponente di Sassari, fino al mare. 
Oclanu 33r. ni., detto di un ponte, badu petrosii, sulla via che va a Mascari. 
Octauu 14r. I8r. 29r. 50r. ni., città distr. nella diocesi di Torres, cosi detta 

perchè a otto miglia da Torres. 
oru 14r. 15v.; è sempre del dial. com., nel senso di orlo, lembo, margine, 

confine: oru de mare spiaggia, de riu sponda, andare oru oru andar 

lunghesso; cfr. Arch. I 494 ecc., Kòrting 5783. 
Osilo 13v. 17v. ni., villaggio tuttora esistente vicino a Sassari; nel cod. 

lat. : « ad castrum Osali », e in antiche ce. : Osalo Ozolo. 
Othila 13v. ni., valle, secondo lo Sp., presso Ploaghe. 
Oguer 14r. ni., regione nell'agro sassarese, nel cod. lat. «Ozuuer». 
Paschinuìithi 45v,, l'Epifania, da pasca annuntiationis; occorrono anche 

pasca de natale 39v., Natale, pasca de resurrexi 38v. 39v., Pasqua di 

risurrezione, oggi detta pure de abrile o manna., pasca de inaiu 45v., 

Pentecoste, che oggi è anche si dice paska florida. 



122 Guarnerio, 

pesentinu 12v. : balla de pesenlinu de pethas XL. M'ò oscuro. T. e Sp. non 

ne toccano. 
petha 12v. 22r. 23r. 24r. 25r. petta pecta peta 71r. 76r., carne; od. dial. coni. 

petta; come a dir 'pezzo, pezza'. 
pilagu 18r., avanzo di peli, pelame; pilacanes 18r. conciatori, come nel 

vocab. it. 
pingoculos 37v. : conuersos e pingoculos, ' conversi e pinzoccheri ', cfr. Hof. 44. 
pischellinu (casti) 13r. sorta di cacio disseccato; cfr. Sp. ve: pischedda. 
Pischinas 29r. ni., regione campestre, che ancora conserva lo stesso nome, 

sulla strada da Sassari a Porto Torres. 
pithurecha pithurecca 36v. muro di cinta di un podere; od. gali, e sass. 

piddrekha. 
precacu 89r. precagen lOv. llr., it. procaccio ecc. 

precontu 38r. 40v. 48r. p)ercontu 40r. 48v. 50r., pare voglia dire 'delibera- 
zione, votazione'; ma, percontare 58v. m' è oscuro. 
presse (ad) lOr. presto, in fretta; od. log. presse, sett. pressa^ senza dir 

d'altri dial. 
prospera 20v. prospora 69r. e v., banco o sedile, it. prospera. Su fundaghu 

dessa prospora, la sala del seggio, come diciamo 'la sala del trono'. 
puligas 8r. 9v. llr. 48r. e v., pulisas 32v. ecc., schede delle elezioni. 
pupillu 18r. 35v. padrone; log. od. pobidda padrona, moglie, madre, po~ 

bidderi casalingo. Sarà pupillu. 
quirclos 13r. pesi della stadera, veramente 'circoli', onde 'dischi' ecc. 
ragana 12v.; v. s. saos. 

ressas 5r. leghe, brighe, camorre; cfr. Kòrting 6951 e il vocab. it. 
Romangna Romagna pass., ni., regione nell'agro sassarese. 
Romenaiu (Ugolinu) 30v. Qui è nome di pers., ma vale 'ramajo'; cfr. in 

Sp. ve: romanaju raminaju. 
ruat 75v. ruer 83v. cada, cadere; verbo ancora vivo. 
ruchiu riighiu 72v. detto del furto di bestiame, quando passi il numero di 

dieci capi, quasi 'grosso abigeato'. 
ruclat 38v. Il T. e lo Sp.: 'incrocia'; l'Hof. 52: 'reculat'. 
ruga 22v. strada, come nell'ant. it. ecc. 
Salighera 67v. Alghero, città, cfr. Arch. IX 267 n. 

saltu 27v. 75v. luogo montuoso seminabile, ma non seminato, tenuto a pa- 
scolo; lat. saltus. Molto in uso oggi pure, benché lo Sp. noi registri. 
sanetugauini 37r. 41r. 60r. 89v. ottobre; v. qui sopra, p. 134 n. 
saos 13r. panni di lana grossa; il cod. lat. ha, qui ed altrove, « raganas ». 

Oggi sau è usato come agg,: filu sau filo di lana. It. saja, ecc. 
sapa 39r. nel modo di dire nen sapa nen paga (paglia), né poco né molto; 

log. e mer. od. saba, sett. sabba, sapa, vin cotto. 



Gli Stat. della Repubbl. sassarese. — Spoglio lessicale. 123 

SarachineUa 3Gv. ni., regione campestre vicina a Sassari, detta ora Ser- 

"aineddn. 
Sane 14r. 40r. 48r. ni., vili, distr. 
sceda 3r. ascedas 20v. isceda 45v. cedas 21r. scritture notarili; oggi nel 

mer. : sceda notizia. Piuttosto che la base greco-latina, vi si continua 

l'it. sceda. 
secare 17v. 22r. 32v. tagliare in pezzi, rompere, e lo stesso vale l'od. coni. 

ser/are, continuandosi così intatta la significazione latina. 
Sechiu 17v. 37r. pare ni., terra comunale, destinata al pascolo; cfr. 7r. 
secus (m) lOv. llr. 16v. 54r. a insegus 11 v. ad secus, ad assecus 60r. e v., 

in séguito; già il lat. volg. usa secus in questo senso, Del. 18 n. 
sediu 16v. 17r. sedile. 

sensalia 12r. e v. senseria; cfr. Arch. XII 159. 
Septupalmas 40r. 48v. 50r. ni., villaggio distr. nella Flumenargia, onde il 

nome dell' 'iscolca'. 
sero 86v. masc, sera. 

Silchi 28r. ni., villaggio distr.; S. Pietro de Silchi de usari 36v. 
siluas 39r. caccio grosse di cervi, caprioli, mufloni, cinghiali, così chiamate 

dalle selve in cui si fanno. 
Simplichi (sanctu) 36v. ni., regione vicinissima a Sassari. 
sinadorgiu (a) 74 v. tempo in cui si segna il bestiame; cfr. sinnu signu. 
sorra 14r. 36v. nel ni. 'molinu de sorra'. 
studichos 69r. vaganti; od. istoicju vagabondo. 
succhiata 18v. siichiare 29v. distrutta, distruggere; il cod. lat. ha € funditus 

destruatur ». 
Tanache 17v. 33r. ni., valle, od. Tànija, dal nome di un villaggio distr., 

presso Sassari. 
tando pass, allora, vivo tuttora; il correlativo analogico di quando, comò 

nel napol. ecc. 
tanghere 20v. 28v. 41r, toccare, tangere, anche od. 
Tauerra 14r. 23r. 40r. 48r. ni., villaggio distr. nella Flumenargia, onde il 

nome dell' 'iscolca'. 
terrafinare 29v. esiliare, terrafine 29v. esilio. 
terramanna 33v. 59v. felice espressione per 'terraferma, continente', donde 

terramangnesos 18v. 81v. 93r. terramangesu 45r. 86r. 93r. abitante del 

continente e terramangiscu 42v. continentale, detto di cosa. Una volta 

sola ierrafìrma 62v. 
terraganatu 14v. cittadinanza, 'l'essere terrazzano, abitante di Sassari'. 
therachu 83v. theracchos 88r. theraccos 88r. iharachos 92r. ragazzo, log. od. 

teraku servo. 



124 Guarnerio, Gli Stat. della Repubbl. sassar. — Spoglio lessicale. 

'tosorgiu (a) 74v., tempo in cui si tosano le mandre. 

tricla 42v. specie di uva, log. od. trija, uva galletta, onde si fanno pergo- 
lati; cfr. Kòrting 8357. 

turrittulas 86v. trottole; ora marrokula. 

ungiulos uniulos 17v., 'agnolo', cioè 'da uno solo', come in tanti altri 
dial. it. 

Utheri 30v. ni., una delle porte di Sassari, oggi U'zzeri; le altre erano capu 
de villa, Gurusele, e sanctu Blasiu o Flasiu 22v. 26r. 30v. 

usclare ISr. abbruciare; Arch. II 141 n., Ili 456 458. 

verrutos 81r. 8or. 86r. e v.; verruto è anche del vocab. it. 

via pass, nel significato di volta; ma volta occorre più spesso. 

virgongia 35v. gogna, virgongna 43v. vergogna. La forma aferetica conferma 
che l'it. gogna venga da vergogna. 

vulvare 36r. 37r., mandria (Sp. ve), o una determinata mandria, nel senso 
di 'ricettacolo in cui si custodisce': intrare in mandra ouer vulvare. 
Cfr. la voce che segue. 

vidoas 25r. matrici della scrofa, lat. vulva. 

Zone 36v. Gerolamo, sincope di Zirone, che è la forma oggi usata. 



I DIALETTI ODIEENI DI SASSAEI, 
DELLA GALLURA E DELLA CORSICA. 

DI 

P. E. GUÀRNERIO. 



Sommario : — Esordio. — § I. Annotazioni fonologiche. — § II. Annotazioni morfologi- 
che. — § in. Riassunto comparativo. — § IV. Appunti lessicali. — § V. Appendice: 
Saggio di trascrizione di testi vivi. 



Esordio. 

Ogni studioso, che abbia soggiornato in Sardegna, deve aver notato con 
meraviglia, che quel dialetto logudorese, di cui il canonico Spano faceva 
precipuo oggetto della sua Ortografia i e del suo Vocabolario *, non sia 
veramente parlato in nessuna parte dell'isola, quantunque dappertutto vi 
sia benissimo inteso. Il benemerito uomo, fermo nell'idea di disciplinare 
con una grammatica il dialetto centrale o logudorese, « la vera lingua na- 
zionale, secondo ch'egli si esprime, la più antica ed armoniosa e che soffri 
meno alterazioni delle altre'», prese a studiar codesto dialetto nell'u-so 
degli scrittori sardi, anziché in un tipo di linguaggio vivente, e lo mo- 
dellò sulla grammatica latina, elaborando cosi un volgare illustre della 
Sardegna, un 'quid simile' di ciò che Dante aveva imaginato nel De vulgari 
eloquentia per l'Italia. A questo 'volgare illustre' egli cosi assegnava, per 
qui dire d'un solo particolare, chiare e distinte, per norma continua, lo 
consonanti finali, come di certo non risuonano in veiuna parte del Logu- 
doro. Vero è bene che egli notava, qua e là, alcune differenze tra la scrit- 
tura e la pronuncia, tra il logudorese scritto, aulico, propostosi a modello, 
e le diverse parlate delle principali terre, come a pp. 11, 12, 28, 29, ecc.; 



* La nota Ortografia sarda, Cagliari, 1840, che cito per 'Sp. ort. ' 

' Il noto Vocabolario sardo-italiano ecc., Cagliari, 1851, che cito por 

'Sp. ve'. 

' Cfr. Sp. ort. I XII, e anche l'anonimo autore della prefazione ai Canti 

popolari della Sardegna, Cagliari, 1833, p. xi, dove dice: 'il logudorese è 

quello che noi accarezziamo con amore più vivo, od in cui riconosciamo 

la vera lingua sarda nella sua primitiva purità'. 



126 Guarnerio, 

ma sono accenni fuggevoli, i quali non bastano a darò un'idea adeguata 
del linguaggio vivo e delle sue varietà. 

Fin da quando io dimorava in Sardegna, m'era proposto di tentare una 
generale descrizione delle varietà dialettali dell'isola; ma altre cure me 
ne distolsero dapprima, e le vicende della carriera mi allontanarono poi 
di là. Ora slam tutti a augurare, che il prof. Foerster, così valente e così 
affezionato al nostro paese, il quale già due volte è stato a questo scopo 
in Sardegna e ha percorso palmo a palmo il Logudoro, possa presto pub- 
blicare le preziose risultanze delle indagini sue. 

Ma se la parte logudorese dell' Ortografia dello Spano è difettosa, lascia 
più ancora a desiderare quella che riguarda il tipo settentrionale o gal- 
lurese; poiché vi si nota bensì che le varietà principali ne sono il dialetto 
di Sassari e di Tempio, e ad ora ad ora vi è pur tenuto conto di qual- 
che distintivo di esse varietà; ma, in generale, sia nello studio delle vo- 
cali e delle consonanti, e sia nei paradigmi, non è registrata se non una 
sola forma, come se i due parlari settentrionali coincidessero sempre, il 
che punto non è. 

Il dialetto sassarese è proprio soltanto della città (circa 32,000 ab.), 
capoluogo di provincia; e vi si distinguono, come di consueto, due tinture 
diverse, quella delle persone borghesi e colte, e quella dei contadini, qui 
detti zappatori, che vivono agglomerati in certi quartieri, essendo la cam- 
pagna pressoché disabitata. Appena fuori di Sassari, tranne che a Sorso 
dov'è una varietà sassarese, pur nei villaggi più vicini, come a Sénnori 
verso settentrione, a C/silo a oriente e a Ossi, Tissi, U'sini verso mezzo- 
giorno, non s'ode più il sassarese, per quanto vi si continuino certi feno- 
meni particolari a Sassari, tra quelli che diciamo d'ordine transitorio. I 
Sassaresi dicono Sardi gli abitanti de' villaggi, i quali in effetto parlano il 
logudorese, che è quanto dire il dialetto sardo per eccellenza. 

Di documenti antichi in sassarese, non se ne conoscono; deve anzi que- 
sto dialetto esser venuto molto tardi all'onor della scrittura, se gli Statuti 
della stessa Repubblica sassarese, promulgati nel 1316 *, sono in logudo- 
rese, e se nei secoli successivi ancora adoperano il logudorese gli scrittori 
nativi di Sassari, come a cagion d'esempio Gerolamo Araolla, sullo scor- 
cio del sec. XVII, autore di Rime spirituali e di un poemetto sul martirio 
dei ss. Gavino Proto e Gianuario 2. Non tenendo conto del Catechismo, di 



^ Li ho riprodotti qui sopra, a p. 1 e sgg. 

* Pubblicato in Roma nel 1582, e poi a Madrid, nel 1615. Le Rime spi- 
rituali sono ripubblicate, di su l'edizione del 1596, nel volumetto di Canti 
popolari sardi, del 1833, citato dianzi. 



Il sassarese, il gallurese e il còrso. Esordio. 127 

cui non potei trovar copia, e del noto dialogo nella Raccolta dello Zuc- 
cagni-Orlandini *, il dialetto sassarese compare la prima volta per le 
stampe nelle traduzioni di libretti biblici, procurate e pubblicate del 1863 
dal principe Luigi Luciano Bonaparte '. A questo tenne dietro, nel 1866, 
la versione del Vangelo di S. Matteo ', dove pel primo esso principe, con 
la scorta del can. Spano, fermava l'attenzione sulla pronuncia del sassa- 
rese e procurava di fissarla con opportuni spedienti grafici, premettendo 
alla versione alcune osservazioni, che in molte parti ci riusciranno pre- 
ziose. Queste osservazioni trasuntò il Dùringsfeld * e ripubblicò lo stesso 
Spano, in testa de' suoi Canti popolari sassaresi'^, i quali, sia detto inci- 
dentalmente, non contengono di schiettamente popolare che qualche doz- 
zina di versi. Ove aggiungasi la nota novella della raccolta del Papanti *, 
le fiabe da me pubblicate ' e una novellina data fuori per nozze dal prof. 
Bariola*, si avranno tutti i testi editi in sassarese*. Io però non istetti 
contento a queste fonti scritte e posi a fondamento del mio saggio la viva 
parlata, e insieme, che s'intende, lo schema che della varietà sarda set- 
tentrionale delineava l'AscoLi fin dal 1876 *". 

Maggiormente esteso per territorio, ma non por numero di parlanti, è 



* Raccolta di dialetti italiani, Firenze 1864, pp. 436-42 (=Zucc.). 

* Il libro di Rut, volgarizzato in dialetto sardo sassarese dal canonico 
G. Spano; Londra 1863, volumetto di p. 24 (= Bon. rt.); — Il Cantico dei 
Cantici, volgarizzato in dialetto sardo sassarese dal can. G. S.; Londra 1863, 
volumetto di p. 20 (= Bon. ce.);' — La Profezia di Giona, id. id., volu- 
metto di p. 16 (= Bon. pg.); — La Storia di Giuseppe Ebreo, id. id. , vo- 
lumetto di p, 58 (= Bon. gè.). 

' Il Vangelo di S. Matteo, volgarizzato in dialetto sardo sassarese dal 
can. G. Spano, accompagnato da osservazioni sulla pronuncia di questo 
dialetto, e su varj punti di rassomiglianza che il medesimo presenta con 
le lingue dette celtiche ecc., del principe Luigi Luciano Bonaparte; Lon- 
dra 1866, voi. in 16° di pp. xxxviii-126 (= Bon. sm.). 

* Der dialect von Sassari, nel 'Jahrbuch f. rom. u. engl, lit.', X 399 sgg. 
» Cagliari 1873, pp. 192 (= Sp. cps.). 

* / parlari italiani ecc., p. 441. 

* ì^qW Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, del Pitré ; voi. II 
(1883). 

* Una novellina popolare nel dialetto di Sassari, per le nozze Furlani- 
Bariola; Firenze 1887. 

* Poche righe in sassarese sono a p. 45 dell'opuscolo Sul parlare dei 
Sardi del prof Alessandro Della Barba, Roggio d'Emilia 1880, degne di 
nota come saggio di trascrizione secondo pronuncia. 

" In questo Archivio, II 133 sgg. 



128- Guarnerio, 

il dialetto gallurese; dove è da ricordare, che oggi, sotto il nome dì 
Gallura, s'intende il territorio che anticamente costituiva la Gallura set- 
tentrionale, vale a dire la punta boreale dell'isola, che si spinge di fronte 
alla Corsica. E una terra montuosa e pittoresca, stendentesi alle falde bo- 
reali della gran massa granitica del Limbara ^; e a ragione il Mantegazza 
la chiamava la Svizzera della Sardegna. Tempio n'è il capoluogo, ai piedi 
del Limbara, e gli stanno intorno i villaggi di Agius, Nuchis, Luras e Ca- 
langianus. Ancora appartengono alla Gallura: Bortigiadas , verso ponente, 
S. Teresa di Gallura, al mare, nelle bocche di Bonifacio, e Terranova- 
Pausania, alle ultime propaggini orientali della catena, sul mar tirreno. 
Ma il dialetto gullurese è proprio solo di Tempio (circa 10,000 abitanti), 
Calangianus (2,600 ab.), Agius (2,600 ab.) e Nuchis (800 ab.); a Luras, 
Bortigiadas e Terranova suona più o mon puro il logudorese e a S. Te- 
resa il còrso-genovese. 

Scarsi i materiali scritti pur del gallurese, che però vanta un poeta del 
secolo scorso, venuto in gran fama nell'isola: Gavino Pes di Tempio (n. 1724, 
m. 1795). Versi di questo autore sono a pp. 67-76 dei già citati Canti po- 
polari del 1833, insieme con pochi altri di autore diverso, e ritornano nella 
raccolta del Pischedda ^ come ancora in una più ampia, tutta di dialetto 
gallurese ^ A questi testi s' aggiunsero poi le versioni dei libretti biblici 
e del vangelo di S, Matteo, procurate dal principe Bonaparte *, non così 
preziose però come quelle in sassarese, perchè troppo incomplete e in- 



^ Cfr, Casalis, Biz. geog. stor,, s. v. 'Gallura'; La Marmora, Itinèraire 
de l'ile de Sardaigne, li 440; Canti pop. di Sardegna, Cagliari 1833, 
pp. xvii-xx; e il proemio ad Una novellina nel dialetto di Luras, Mi- 
lano 1884, da me pubblicata per le nozze Vivante-Ascoli. 

^ Canti popolari dei classici poeti sardi, trad. e illusir. ecc.; Sassari 1854. 

^ Canzoni popolari, ossìa, raccolta di poesie tempiesi; Sassari 1859. — Così 
è citata dal Boullier, Dial. et Chants pop. d. la Sardaigne; Parigi 1865; 
io non ne posseggo se non una copia mutila, senza frontespizio. 

* Il Yangelo di S. Matteo, volgarizzato in dialetto sardo gallurese di 
Tempio dal rev. P. G. M. Mundula, con alcune osservazioni sulla pronun- 
cia del dialetto tempiese del principe Luigi-Luciano Bonaparte; Londra 1861, 
voi. in 16" di pp. IV- 124 (Bon. sm.); — Il Libro di Rut, volgarizzato in 
dialetto sardo settentrionale tempiese dal chier. S. Spano; Londra 1861 , 
volumetto di pp. 24 (Bon. rt.); — Il Cantico dei Cantici di Salomone, 
volgarizz. in dial. sard. sett. temp. dal P. G. M., id. id., volumetto di 
pp. 20 (Bon. ce); — La Profezia di Giona, volgarizz. in dial. sard. temp. 
del rev. P. P. Porqueddu; Londra 1862, volumetto di pp, 16 (Bon. pg.); 
— La Storia di Giuseppe Ebreo, id. id., volumetto di pp, 58 (Bon. gè.). 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Esordio. 129 

sufficienti le osservazioni, che il traduttore somministrava alle diligenti 
cure dell'editore. Anche qui, oltre alla solita novella nel Papanti (p. 442) 
e qualche recente raccolta di poesie letterarie ^, s' hanno alcune novelle 
popolari da me date al già citato Archivio del Pitré; le quali sono un 
breve saggio delle molte che ho raccolto e che stanno a precipuo fonda- 
mento delle mie indagini. Nel presente lavoro, contrappongo al sassarese 
un solo termine gallurese, che provien dalla parlata di Tempio e Calan- 
gianus, l'unità della quale non è rotta se non per alcune lievi diversità, 
indicate nei luoghi opportuni, come anche fo delle variazioni di Agius. 

La descrizione parallela dei dialetti sassarese e gallurese, ho poi voluto 
accompagnare di uno sbozzo dei dialetti córsi, approfittando dei testi 
<*he in questi ultimi tompi si sono venuti pubblicando e insieme di altre 
opportunità che dirò in appresso. Alla raccolta dei canti còrsi del Tom- 
maseo ', del Viale ', del Fée *, al dialogo dello Zuccagni-Orlandini ® e ai 
proverbj del Mattei *, i soli testi dialettali di quell'isola fino a pochi anni 
or sono, si sono aggiunte, col volume del Papanti, cinque versioni córse, 
procurate dal dott. F. D. Falcucci ', il quale le faceva precedere e seguire 
da una serie di suoi appunti preziosissimi, sebbene non peranco metodi- 
camente coordinati. Una nuova edizione dei Vóceri pubblicò poi Federico 
Ortoli ', riproducendo in gran parte quelli del Tommaseo e del Viale, 
con dodici soli di nuovi. La trascrizione vi è ancora incostante , ma però 



^ Chispima Leone, Canti galluresi, con prefazione del dott. prof. Alfredo 
Pais; Roma 1886; — Chiesa M., Raccolta di poesie sarde contemporanee^ 
annotate ecc., Roma 1888. 

' Sono nel voi. II dei Canti popolari toscani córsi illirici e greci -^ Vene- 
zia 1841-42 (Tm.). 

' Canti popolari córsi. Bastia 1843; uniti alle Novelle storiche di G. V. 
Grimaldi. Una seconda edizione, riveduta e ampliata, se n'ebbe nel 1855, 
e fu riprodotta nel 1876 (VI.). 

* Yoceri, chants populaires de la Corse, Strasburgo 1850, che io non 
ho potuto vedere. 

* Sono tre versioni del noto dialogo: nel dialetto di Corte, pp. 450-.55, 
in quello d'Ajaccio, pp. 456-63, e in quello di Bastia, pp. 464-70, 

* Proverbes, locutions et maximes de la Corse, précedés d'une elude sur 
le dialecte ecc.; Parigi 1867. Sono in dial. settentrionale (cismontano) e 
indirizzati al principe Bonaparte, che fin dal 1861 aveva stampato la ver- 
sione in dialetto córso del Vangelo di S. Matteo. Noi però di questa non 
ne terremo conto, perchè il principe stesso la definì una 'traduzione di 
fantasia'. 

' Saggio sui dialetti córsi, pp. 571-603 (Falc). 

* Lcs Yoceri de Vile de Corse; Parigi 1887 (Ort.). 

Archivio glottol. ital., Xm. 9 



130 Guarnerio, 

molto più accurata, sicché vi si possono distinguer di leggieri le due 
principali varietà dialettali dell'isola. Prezioso infine il volume di poesie 
di Pietro Luciana *, nel dialetto di Bastia, trascritte con bella diligenza e 
accompagnate di un opportuno glossarietto. 

Queste le fonti a stampa, per il còrso; e io ho avuto cura di appurarle 
e accertarle, interrogando alcune persone native di Corsica, prima tra le 
quali devo e mi compiaccio ricordare il dotto e modesto sign. Falcucci, 
che studia così amorosamente l'isola sua natale. Tutti i dialettologi de- 
vono far voti, perchè questo valentuomo, vincendo la malattia che gli tra- 
vaglia la vista, possa presto mandare alle stampe il Vocabolario dei dia- 
letti córsi, al quale da vent'anni vien dedicando le cure più sollecite. Egli 
intanto fu largo a me di notizie e di schiarimenti d'ogni maniera, comuni- 
candomi i suoi pregevoli materiali e sottoponendosi, con una abnegazione 
veramente rara, a' miei interrogatorj, ripetuti e insistenti. 

I parlari della Corsica son da lui distinti (cfr. ap. Pap., p. 573) in due 
tipi principali, che rispondono alla giacitura delle Alpi dell'isola: 1° il 
cismontano o dialetto di qua da' monti, che è il più diffuso e parlato 
da circa due terzi del popolo còrso; 2° l'oltramontano, nella parte me- 
ridionale dell'isola. Distingue egli ancora il capo-corsino, cioè il dia->- 
letto che si parla all' estremità settentrionale, nell' antica provincia di Capo- 
Córso. Dal canto mio, io punto non presumo di qui dare una compiuta 
caratteristica dei parlari córsi. Dapprima non mi era io anzi proposto di 
notare se non le coincidenze tra il gallurese e il còrso oltramontano ; poi, 
essendomi cresciuti man mano i materiali, ho tenuto conto di tutte e tre 
le varietà, di modo che, per quanto esiguo, il mio sagginolo bastasse a 
dare una nozione generale dei vernacoli dell'isola *. 

Oltre il sign. Falcucci, cosi valente cooperatore per la parte còrsa, mi 
sia concesso di qui ringraziare due antichi miei discepoli: gli avvocati 
Martino Colombano di Calangianus e Antonio Cottoni di Sassari, il primo 
dei quali si adoperò con singoiar diligenza nella raccolta dei testi gallu- 
resi e mi fu di ajuto costante nelle indagini intorno al dialetto della sua 
terra natale, e il secondo mi ha agevolato la collezione dei testi sassaresi. 
Lo stesso mi sia consentito, senza nominarle, per alcune persone, a me 



* Versi italiani e corsi di 'Vattelapesca'; Bastia 1887 (Le). 

" Rispetto al córso, oltre ciò che se ne nota incidentalmente nel citato 
disegno del sardo seti, Arch. II 133 n., è da tener presente quel che ne 
è detto nelV Italia dialettale, Arch. Vili 111. — Per gli altri dialetti sardi, 
si rimanderà di frequente alla nota dissertazione di Gust. Hofmann (Hof.), 
già citata qui sopra, a p. 2. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Vocali toniche. 131 

legate da cari vincoli, che mi addomesticarono con ogni pazienza ai feno- 
meni più singolari di quel dialetto. Ma non aggiungerò parole di gratitu- 
dine per altri benevoli, che non potrei citare senza che paresse un mio 
vanto. 

Genova, 30 aprile 1890. 



1. ANNOTAZIONI FONOLOGICHE. 

Vocali toniche. 



1. Sassarese^: sempre intatto, sia lungo o breve, sia fuor 
di posizione o no: ala, ihJiala scala, -are: atnd kanlà ecc.; 
cobi chiave, sanu, pazi pace, -a tu -ata: amacldu -a, tu7'- 
raddu -a, ecc.; sali mari manu kabbu ecc.; ka?Haza cerasea, 
brazzu ecc.; e anche naddu -d nuoto -are. — Gallurese: 
pure ben saldo, e superflui gli esempj. — Còrso: tranne i casi 
di cui al n. 2, ancora nelle stesse ragioni e superflui gli esempj, 
meno forse e arasa ^ ciliegia, e traja trahea treggia. — 2. Sass. 
Off're e, oltre che nei soliti mela e allegru, in ginterra o §i- 
ierra chitarra, e in pieniu pianto nome e prt., pienu piango, 
pieni piangi, allato a pini piangere, già attribuiti dall' Ascoli, 
Arch. II 133 n, ad influsso palatino; tutti esempj che stimo pro- 



* Precede sempre in questa descrizione la serie sassarese. Le tien 
dietro la gallurese, nella quale gli esempj son comuni a quella regione, 
se una voce o un gruppo di voci non sia preceduto da una delle seguenti 
sigle : tmp. = torapiese, clng. = di Calangianus, ag. = di Agius. Terza viene 
la serie córsa, dove gli esempj, non muniti di particolare indicazione, 
])rovengono dalla varietà cismontana di Bastia o son comuni, per quanto 
io possa vedere, a tutta l'isola. All'incontro le singole varietà córse son 
distinte nel modo che ora si dice. Tra le cismontane (csm.): quella di 
Balagna nel distretto di Calvi, = blgn.; quelle del Niolo e di Alesani nel 
distretto di Corte, = ni., als. ; e quelle di Grezza e di Bastia, entrambi nel 
distretto bastiese, = or., bst. ; tra le oltramontane (om.); quella di Ajaccio 
nel distretto omonimo, = aj.; e quelle di Zicavo = zcv., e del Coscione = csc.. 
entrambi nel distretto di Sartene, = srt.; rimanendo finalmente, per il capo- 
corsino, = epe, lo parlate di Rogliano e di Centuri. 

* Circa i suoni rappresentati per e e ff, cfr. nm. 75 n. 



132 Guarnerio, 

venire dal crs., pel tramite dell'attiguo gallurese. — Gali. Qui 
infatti, oltre mela e allegru, pientu e pienni ecc., anche gren 
grande e drettu tratto; e ancora per ià {jd) in iè: tmp. fietu 
fi[c]àtu fegato. — Còrso. Ma il vero nido di codeste altera- 
zioni è il csm., e specialmente il bst. Qui I'a si altera in e di- 
nanzi a -R*: terlu kerne herka, kerka carica, erka merka, 
mere a marcia vrb., lergu kerta, perle parte sost. e vrb., e?^te 
azzerdu hugerdu infìngerdu guerda erpa berba ecc., kitera 
chitarra, e anche dinanzi a semplice -R-: altera o altere altare 
(se però non si tratta di * aitar io). Si potrà chiedere, se e sin 
dove concorra, nella serie di ar* in er^, l'influsso dell'-i, che 
accadrebbe p. e. di supporre in merti martis dies, terdi e ripe- 
terne terda tarda, kuerti e ripeterne kuertu, sgerpi sgarbi 
smorfie e simili, tra i quali keri e ripeterne keru carro. L'in- 
flusso dell' -z finale par certo in gueri guari, Arch. II 113, e 
d' i nell'iato in eria aria. Ancora Ve in fpri apri, trettanu 
trattano e hreske brassica, usato solo al pi.; nei quali è attiguo 
un nesso con r. Mi sta isolato : leki lasci ( cfr. lagare dell' it. 
are. ecc.); e quanto a kemu camus, log. e gali, akkamu, penso 
all' n di /tnuóc. L'a s'altera ancora in e dinanzi a -n^ e sem- 
plice -N-: prendi grande; galenti merkenti e simili, dove però 
concorre l'attrazione analogica di cui al nm. 4. Si aggiungono: 
enzi anzi, innenzi; enima, anima. Finalmente: pje da, pjd e 
eco da dee: pie gè placet, piekkue, piezza piettu impiesiruy 
pieng~u pieng'e piensi piensinu, pientu sost. e prt. (ma fuor 
d'accento: piiniti piangete); breccu streccu g''eccu. Meno fre- 
quenti gli es. nell'om. e nel epe; om. : erme armus omero, 
erbu7^u, che del resto è assai diffuso: Arch. II 113; e ancora 
leke lasciare, pientu pienti. — 3. Risale ad ai Ve del sass. 
eba *aigua acqua, Arch. II 133 n, gali, ea; coi quali andrà il 
còrso ekkua, oltre i crs. mestru, zenu zaino (però anche zanu), 
zena bugno. — 4. Sass. È di riduzione morfologica Ve dei 
prt. prs. e ger. della I conj. : pinsendi, cammendi ecc. e della 
I e II prs. pi. della I conj.: andemmu zihhetnmu, andiamo 
cerchiamo, ecc., intreddi sarreddi, entrate serrate, ecc., già 
notati in Arch. II 133 n. — Gali. Lo stesso qui ripetasi per 
liendi legando, andemrnu cilkemmu, intreti sarreii, ecc. — 



Il sassarese, il gallureso o il còrso. Vocali toniche. 133 

Córso. Qui ancora: i ger. turnmdu falendu (da falci discen- 
dere) ecc.; i prt. prs. anclente manh^nte ecc.; e le P e IP prs. 
pi. trunkemmu falemmu ecc., ancleli, oni. zcv. micletti andate, 
purteti ecc. Analogico pure il csm. deja dabam, *dea, cfr. il 
campobass. dejja, Arch. IV 147. — 5. Delle apparenze di a 
in o nel solito esempio: sass. codu chiodo, gali, e crs. c'oda, è 
superfluo qui discorrere; ma si aggiunge: sass. gorra, gali, 
(forra, giara, v. Diez. less. s. v. 

6. -ARIO -ARIA. Sass. T. La risoluzione più frequente è -aggu 
-agga: ainaggu asinajo, buinaggu *bovinariu bovaro, kar- 
riaggu facchino , kazzidaggu calzolajo , krabhaggu caprajo , 
frailaggu *fabrilariu fabbro-ferrajo , faidaggu *fabulariu, bu- 
giardo, mulinaggu mugnajo, 7Yi>ninaggu ramajo, leulaggu *te- 
gulariu fabbricante di tegole, tramazzaggii materassajo {tra- 
mazzi materassi), hakkaggu vaccaro, ecc.; granaggu granajo, 
suraggic solajo, ecc.; ginnaggu gennajo, fribbaggw, e in proton. : 
paggplu pajuolo. II. Occorre poi l'esito -eri -a : karr^uzzeri 
{karruzzu carretto), kujbatterì usurajo, strozzino {hujbatta 
cravatta), kuzineri, panatieri -a, vinatteri ecc.; il qual esito, 
come già 1' Ascoli, Arch. II 139 n, aveva pel logudorese dubi- 
tato, si dovrà riconoscere d'importazione spagnuola (sp. carriia- 
'ero cocinero panadero, trapero cenciajuolo, sass. trapperi -a 
-arto -a); e ancora: auzeri agorajo, bugaddera ramiera pel 
!)Ucato; e quasi in funzione di '-ura' od '-oria-': missera mie- 
litura, messe, puddera potatura {lu tempu di la puddera). 
ili. In qualche esemplare intatta la forinola: butikariu speziale, 
.iizissariu, o perduto Vu: kuccari, milari migliaja, olivari e 
'dibari oliveto, dove è pure da confrontar lo spagnuolo {boti- 
rar'io cucìiara, millar olivar). IV. Dalla riduzione logudorese 
-aranno da ripetere: aiolà aluledda, areola aja (log. arzola), 
arigala radice, ravanello (log. aligarza), arigata di la Itera 
carota (log. aligarza salir/ eresa) ^ , frigatia mescolanza di pic- 
coli pesci da friggere, malata *maliaria strega (log. majarzu). 



* Il sass. la Liera, cioè *L-alif)ern, con l'articolo agglutinato o poi di 
valso insieme con Va inizialo del nomo, vale 'Alghero', cosi come il log 
Salifjera, di cui v. Arch. IX 267 n, ondo l'aggettivo salifjercsu. 



9* 



134 Guarnerio, 

vaXglu vajuolo (log. alzolu). Y. Forme italianeggianti sono kan- 
nuccali uccali (tra i ^zappatori' più usato jpiccitti specchietti); 
isolato è panajpla panattiera Sp. cps. 78. — Gali. I. L'esito 
normale è tmp. -ag'g'u, clng. -accu : liarriacfg'u facchino, frai- 
lag'g'u pikurag''g''u ecc.; puddag'Q'u poUajo, sulacfg'u, grun- 
dag^g^a grondaja, pag~g~u pajo, pag^g''plu pajuolo, ecc. II. Poi: 
currateri *diurnatariu giornaliero, panatteri vinatieri furisteri 
lukandera; akeri agorajo, paneri paniere; ustera osteria, ecc. 
III. Per questa serie: oliari, massara massaja; dina (pur 
sass. ), di solito tronco. IT. Per l'esito -al: aiolà luglio^, an- 
qunaìa anguinaja, majalia dissimilato da *mal)alja, valju 
vario (log. alzu), valglu. Y. Parecchi es. di -aju: kalamaju 
kalzulaju, hruttiaju bottegajo {bruUea bottega), siddaju sel- 
lajo, tiulaju tegolajo. — Còrso. I. La risoluzione prevalente 
è csm. e epe. -ac'u, om. e bst. -ag^u: aca aja, algacu luogo 
pieno d'alghe, kallaca callaja; pullacu, cavacu serratura, 
mannaca mannaja, telacw, kalzulacu, kapufulacu racconta- 
tore di fole, nuvellac'u, pajulacu pajolajo, dove lo j attesta la 
provenienza dall' ital.; predaca volpe, q. *predaria; g'ennacit 
gennajo, feracw, pacplu, vacplu, kapracplu caprajo, gatta- 
cplu gattajola, ecc.; om. bujagu bovajo, cinnaragu incendio, 
mundalag^u scopa, paddag'u pagliajo, stag''e staja pi., ecc.; bst. 
granag'u, gratag^u graticcio su cui si ripongono le castagne, 
zappag''pl'u zappatore; stag''aia stajata, ecc. ^ li. Abonda anche 
-eru -ere : berberu barbiere, frusteru e frestey^u forestiere, mu- 
ìalikeri accompagnatori delle spose, specie di paraninfi, panat- 
teru; summere somaro; ferera ferriera, lumera panerà, kuc- 
ceri(, e kuccere con e pel suono palatile attiguo; dineri, bst. 



^ Il mese dell' aja, cioè il mese in cui si batte il grano sull'aja (log. 
iriulas, sass. tr'mla, da trhdare trebbiare). Altri nomi di mese, comuni a 
tutta l'isola, tranne il mezzogiorno: làmpada giugno, sass. làmpadda', ka- 
hidanni settembre (sass. kabbidannu) , il primo mese dell'anno secondo 
l'antico calendario; santigaini ottobre (sass. santuaìni), e santandrìa no- 
vembre, pei santi che vi si festeggiano; natali, sass. naddali, dicembre. 

* Tm. 300 e Ort. 245 ci danno un om. arg'a area aja, dove sarebbe la 
stessa fase che è costante nel sardo meridionale (p. e. argola areola); 
cfp. i tmp. palrfa *parja paja, tnolcfa *morja muoja. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Vocali toniche. 135 

dine', vulinieri, epe. gulinteri, eee.; co' quali andranno nasera 
Tm. 353, modo bui-leseo per naso, sigerà {in iempu di si- 
ghera in tempo di segatura), palerà palatura del grano, man- 
derà vento propizio al mondare e spulare, Tm. 300, Ort. 245 ^ ; 
a faccetta di facciata; om. -eri: bujatteri conduttore di buoj, 
frineri VI. lon. e less., muddrakkeri ; spallerà modo di dire 
per 'le spalle' {lu me largu di spallerà VI. 105). III. Pari- 
menti diffuso, csm. -ani, epe. -ale {-are): Tjankalaru falegname, 
kalzularu, feraru e ferale fabbro-ferrajo, macellaru rnarinaru 
ìiiulinaru, refularu refajuolo, merciajo, skularu; kalamaru, 
murlaru e onuìHale mortajo, rus'aru stane paru sularu; om. 
-ari: kalamari marinari skulari dinari ecc. IV. Nel bst. pa- 
recchi es. in -ai, pi. di -aju (pel sng. ho soltanto bukkiinaju 
mangione, Mt. 79): furmalai formaggiaj, gerdinai giardinieri, 
macellai ecc.; fem. pisaie pescivendolo. Isolato: csm. haige' e 
kage *caligariu ciabattino, genov. kaegd. 

E. 

Lunga. 7. Sass. Di regola è riflessa per e: kandela tela 
veru sera, zera cera, -ère: abe sàbbe' pudde' ecc., huttrea 
lìottega, con epentesi di r, azeddu aceto, -etis: abeddi ti- 
meddi ecc., kredu, seu sebum; debbitu tredizi sedizi ecc. — 
Gali. Nella stessa ragione; e cosi: ae avere, pude sape ecc., 
hncttea, aeti avete, acetu, masedu mansueto, seta ecc. — 
Còrso. Ancora e ^ : kandela tela, sera e kras-sera, cera, bona 
cera, veru, unn' è bera, non è vero, -ère: timme' ecc., butlea 
o butteja, acetu, seta, -ètis: avete o ete, om. aveti o eli, ecc., 
Iiredic pieve, seuu; -èbani è solo nel epe. (avendo altrove ce- 
duto ad -ibam): aveje habebam, allato al csm. ama o aija, vu- 
leje ali. a vidia', debitu tredeci sedeci ecc. — 8. Sass. Fa 



* Cosi il Tm. n.; ma Ort. 245 traduce i versi: che lu sole sopra a so-a, 
,nanda fresca la manderà, per: le soleil, sur le soir, nous envoie la briso 
propice au rotour. Il contosto dice ben chiaro che si tratta del vento fa- 
vorevole a spulare. Circa Va di manderà, v. al nm. 64. 

" Il D'Ovidio, Arch. IX 57, sbaglia nel dire che noi crs. 1^" ton. lat. si 
continua normalmente per /. 



136 Guarnorio, 

però e dinanzi a nasale: galpmnma blasphema, femminei', kad- 
dena frenu pienu rena vena vilenu sirenu jpiena splene 
milza ; - è m u s : ahemmu iimemmu ecc. ; b^e ; me te in condi- 
zione tonica {mi ti nell'afona). Ancora Ve in zera ciera, che 
ripeterà l'it. cera (il volgo direbbe facca, p, e. di facca mala 
di brutta ciera ), e in sedda, seta, che pur sarà importato ^. — 
Gali. Anche qui la stessa serie: katena pienu ecc., aemmu ecc., 
semita sentiero, tre me te. Voce dotta sigretu. — Còrso. Qui 
e come al num. 7 : katena frenu rena ierrenu ecc. , re tre 
me te in condizione tonica {mi ti nell' atona). In pienu è un'e 
schietta, per via del suono palat. che precede. L'è in vilenu 
come nell'it. ; e nel rifl, di -émus: aveìnmu o emmu ecc. — 
9. Sa ss. Per Vi di òiUika apotheca farmacia, è da confrontare 
lo sp. dotica ecc. (Arch. IX 63); e per quello di lìHhidda tre- 
spedes, trespolo treppiedi, l'it. are. trispeti. Resta hargamìna 
pergamena, che è pur del log. In zimitoriu cimitero, che pure 
è voce logudorese, Vo rappresenta un cambio di suffisso. — 
Gali. Torna tìHpita, e s'aggiunge g^astimma bestemmia, ali. 
al suo verbo g^astimmd. — Còrso. Non fanno specie mandilu 
e nimmu nemo. E cova, zolla, ritorna alla ragione dell' it. 
ghiova, Arch. Ili 355, Grundr. 510. 

Breve. 10. S a s s . Si riflette , di regola , parimenti per e ^ : 
meju e me' (ma pi. mej con e schietto, per via del suono at- 
tiguo), deju, eju ego, feli meli, eri ieri, de zi neggu preggu 
pedi, merula, ecc. — Gali. Nella stessa ragione: meu me', 
deu, eu, neliu preku deci, pekuri, tepiu tepido, neida nube, ecc. 
— Còrso. Ugualmente: mejic e me' , eju e più spesso ei(, e', 
fera mulo, bestia da soma, ne§u pede, dede dedit, ecc. — 
11. Sass. Passa all'incontro in e se dinanzi nasale: semminiy 



* Con questi va pur iea, log. id. , bleta bietola, che già all' Ascoli, 
Arch. II 140 n, pareva importato. La vera forma log. è infatti beda eda 
= beta, assai diffusa; e iea, voce più propria del sass. e del log. seti, 
deve riprodurre il genov. gea con g genov. in i, cfr. zentalja zema ecc., 
e per la sorda: zera ciera. 

^ Le forme col ditt. te, in. Sp. epe, sono italiane, e cosi quelle dei testi 
còrsi in Tm. VI. ecc. L'Ascoli ne fu tratto in inganno, Arch. II 134 n, 
dove dice che fa capolino qualche es. di ie = è, il che non è mai. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Vocali toniche. 137 

&e' bene, te ni tenet, veni venit, gennarit genero, vennari ve- 
nerdì; e inoltre in Urea fa l'uovo {la jaddina krea, la gallina 
fa l'uovo), e lepparu lepore. — Gali. Gli stessi es.: semmini 
g~en)iaru vennari leparic, e di più merrula. — Còrso. E ri- 
tornano qui pure {levra, epe. lepre). — 12. Il sass. zinìbbari, 
tmp. 7iiparu, ginepro, proviene dal log.; e il tmp. iripitlu stre- 
pito, al pari del gali, kria covatura, allevatura, dovranno Vi 
alle forme non rizotoniehe; efr. per quest'ultimo : Caix st. 300. — 
Còrso. Nell'iato Vi, come ha l'it.; onde: diu, iu epe. e om. 
aj.; 7711Ó meus, di tutto il csm., bst. anche mo (ma om.: me''), 
usato per tutti i num. e gen. sempre tra l'art, e il sost., che ò 
quanto dire in continua proclisi e perciò con l' accento rimosso. 
— 13. Pel sass. e gali, soru, seru siero (sp. suero, prg, soro), 
bisogna supporre un antico o, efr. ML. I 165; e nel ers. si jale, 
si gela, abbiamo Va surto da e nell' atona, esteso analogicamente 
alla tonica; efr. g'ald gelare, ali. a lu jele, il gelo. 

In posizione. 14. Sass. Di norma e per l'antica e: grezza 
retia rete], -èns-: mesi peste jpesa paesi ecc. Se dinanzi a na- 
sale, ancora e: vinnenna vindemia, venda e simili. Isolato il- 
pella, voce che il -II- dimostra non indigena. — Gali.: mesi 
spesa, cresi cresce ecc.; ma per via del suono attiguo: bin- 
nenna pensu vendu, [rezza rete; leg'g'i legge sost.]; oltre il 
clng. stella ali. al tmp. stella, e mesa mensa, che sarà log. — 
Còrso. Ora e schietta, come in: vindemia', ora e: tettu teetu, 
le t^tte i tetti, vendu, e nella serie: mese pesu presu, paese 
e pajese, spesa ecc.; ora e: stella erta (om. srt. : d piddatu 
l'erta, ha preso la salita). — 15. Sass. Pur se risale a e dà 
ugualmente e: melju, veccu, abbelpu aperto, kubbelpic coperto, 
felpa festa, velpa veste, si helpi si veste, sei sex, lettu sost., 
pettu, dareddu, de retro, ecc. ; -ell : peddi, furreddu fornello, 
malpeddu martello, nieddu nigellu, puhheddu porcello, vid- 
deddu, ecc. (ma beddu con e, che è pure in setti sette). — 
Gali.: pedcU frateddu suredda, pilikuledcli briciole, ecc.; sei 
sex, e est, daretu dietro e anche 'dopodomani'. Ma in generale 
riesce a e: meddu meglio, pezzu vece 'a speccu beddu lelzu, 
celvu acerbo, preska, festa, si 'esti si veste, lettu petlu pettini 
tcssu setti frebba, ecc-. — Còrso. Di solito e: melju vece a 



138 Guarnerio, 

festa testa lettu pettu est, sei sex, petra, sette, ecc.; e nei di- 
minut. aéellu cerbellu fratellu ecc.; ma 'bellu, pelle, bst. pella; 
om. srt. aceddu, fratedd^ *, tineddu secchio da latte o da giun- 
cata. — 16. Sa ss. Suona aperto dinanzi a rr primario e se- 
condario: ferru, serra sega sost. e vrb., terra', inferru in- 
verru; e in casi di n^: vejmu verme, peldi perde, ejha erba; 
ma e nel proparossitono pessigu persicu. Isolato affdrrani af- 
ferrano e qualche altro caso simile, che ci riporta al dial. se- 
guente. — Gali. Qui è normale l'alterazione di e in « dinanzi 
a rr: farru affarra tarra, sarru io sego (però serra la sega); 
infarru, invarru, varru verro; cosi dinanzi a altri nessi di r' 
(=-P): nalhi nervi, g^almu verme, paldi pàldini perde -ono, 
kupalta coperta coltre, salpi (e più comunemente salpia) serpe, 
alba erba, alhià porre l'erba, ecc.; coi quali manderemo il pro- 
clitico p^jr per; fuor della norma: celvu acerbo, veduto q. s. — 
Còrso. Si torna ad e nel csm. : ferru, serra, bst. sera, terra, 
bst. tera, imbernw, vermu, li veì^mi i bachi da seta, persika 
pesca, perde serpu erba; ma nell'om. e csm. blgn. si ha la 
fase gali. : faru tara, guarà guerra, sarpi arha, par, ecc. ^ — 
17. Sass. Pur nella formola ent si riflette per e (cfr. n. 11): 
genti, la denti, menti parenti, sajpenti serpente, ventu, zentu 
cento; putenti e simili; guramentu lamentu, sajmentu sar- 
mento, ecc. ; e analogamente : Larenzu ventri, tempu sempri, ecc. 
Ma il gerundio dà -endi: kridendi dizendi ecc. — Gali. Qui 
è l'è pur nei gerundj : kridendi fìnendi ecc. — Còrso. Ritor- 
nano: dentu g^ente ventu centu huntentu, sentu inf. sente, 
tempu sempre ecc., e similmente i ger. kridendu kurendu ecc.; 
ma in -mentu è Ve: g'uramentu turmentu testamentu, lamentu 
e lamenta querela giuridica, ecc. — 18. Sass. S'ha Vi in 



^ L'Ort. 188 ha fratiddu, che però mi rimane interamente isolato. 

^ Il bst. attracci, attrezzi, è 'sui generis' e ritrova il tose, attrazzo ar- 
nese, strumento, oltre il srd. mer. attrazzu. Di schietta provenienza dalle 
forme non rizotoniche: stanti sost., 'stenti', i beni acquistati con lo stento, 
con la fatica, e III prs. sng. del vrb. stanici VI. 9 e 95, Ort. 174, cfr. lec- 
cese stantu, Arch. IV 126 e n. Sull'analogia dei nomi in -anza, saranno 
poi foggiati cusanza VI. 86, partanza, Pruvidanza Ort. 136 in rima con 
spiranza. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Vocali toniche. 139 

minca mentula, minchia, di ben larga ragione, cfr. Grundr. 514 n; 
e in jpicca speculu specchio, onde jpiccitti occhiali, voce però 
importata dal log., al pari di predclusìmulu prezzemolo. — 
Gali. Anche qui petruslmulu. Notevole, ma di certo non me- 
ramente fonetico: molma melma, lordura, che è pur log. — 
Còrso. Torna mincu, cui s'aggiunge vìlUku solletico, con Vi 
delle voci non rizotoniche, come villikd; ma all'incontro pe- 
triisellu, cfr. Muss. beitr. 87. 



Lungo. 19. Sass. Intatto sempre: kuili cubile, fdu, -ire: 
pii sinti, ecc., ilplu aestivu estate, vìhu vivo, jpina spina, fini 
fine, fìnu tino, vinu vizintù lima, jpigga spiga, amiggu anti^gu, 
dizi dicit, fìlizi, vidda vita, viddi vite, -itu -ita: finiddu -a ecc.; 
-Ibam: sintia ecc., ziu, zi ecc'hic, cussi eccu'sic; e nei pro- 
parossit. : figgaddu ficatu, plbara vipera, piida pipilat pigola. 
— Gali. Parimenti: huili filu stiu viu, 'inu vino, vicinu amiku 
antiku, spika dici, 'ita vita, pipava ecc. — Còrso: g'entile 
sutlile vile katmninic kucinu distinu, fìnu mulinu spina, spinu 
spina dorsale, pis'u pisello, fatika, urtika, om. srt. urtikida, 
antiku amiku fiku ìnaritu lite fìnitu nudrilu ecc., finia, nu- 
dria ecc.; kuì , kuici eccu'hic-ce, ci ecc'hic; filig''ine, lipara 
vipera, ecc. — 20. Di apparente eccezione: sass.: clizi ilice (it. 
elee), cfr. Grundr. 507; sass. esteva, tmp. steva, stiva, che ri- 
petono l'identica voce sp. ; crs. fégatu, come nell'it., cfr. Grundr. 
ib. Rimarrebbe il gali, hes'udulci (il sass. pisellu mostra col 
-II- d'esser voce accattata; per la composizione, cfr. il srd. mer. 
pis'urci ), il quale, ancorché risalisse a p i s u allato al crs. pis'u 
plsu, sarebbe sempre fuor della norma nella ragione del gali., 
che mantiene i al pari di I ^. 

Breve ^ 21. Sass. Di norma si riflette per e: pelic scnu, 
pera pero, nchi neve, pezi pece, frru frego inf. frid, leu lego 



' In Tm. 108 trovo fereti ferito, ma mi rimane isolato, essendo la voce 
comune feruta. 

' ML., I 52 e 81, dopo aver notato che le lingue romanzo non distinguono 
tra é e i del lat. lett., poiché i due suoni confluirono nell'unico f', non 



140 Guarnerio, Il sassarese ecc. 

lealu legalo inf. lid, ilprna strega, [iseclda *excitat iseddaddi 
svegliati], seddi sete, feddi fede, veddi vede, [rizzebbi *recipit]; 
dumeni§ga domenica, pebbayu pepe ^. Tuttavolta, oltre che nelle 
voci semidotte lizUu, siilu ecc., è i in diddu dito; in simmula 
simila semola, che ripete la voce log.; in bii hizl bibis -it, 
dove r i forse proviene dalle voci non rizotoniche , quali l' inf. 
hibi bii', in inkibi in-eccu-ibi Arch. IX 95; e cfr. n. 22. — 
Gali. Si conserva costantemente intatto (come nel log.): pilu, 
pi. pili, capello, sinu, piru, nii neve. Ha lid lega -are, bii biini 
bevi bevono, istria, siti, fidi, ìHcH riceve, cinnara. Mi quivi; 
di, sia ecc. Sta isolato ay^rea arriva; e ricei, che talora si sente, 
non è se non l'it. riceve. — Còrso. Nel csm. siamo alla ra- 
gione del sass., onde e : pelu pera neve fnenu, mena mina, mi- 
sura di solidi, senu, cecu cece, peca, invece bst. inbece, freku, 
leku epe. le§u, sete fede vede, beju beje bevo -e; dumeniha 
pevaf'u veduvu ecc.; ma nell'om. srt. si torna, come nel gali., 
ad i: nivi, mina ecc., om. kivi, bia bere. — 22. In iato an- 
tico: sass.: di dies, sia, bia 'via', discriminatura, riga dei ca- 
pelli ecc.; gali.: di sia ecc.; còrso: dì sia ecc.; coi quali 
mandiamo gli om. zcv. a mia Ha sia, mihi tibi sibi, cfr. log. a 
mie He ^. 

[Continua.] 



facendo eccezione se non il srd. log. e il mer. che mantengono la diffe- 
renza qualitativa del lat. lett. rendendo t ]}qv i e é per e (cfr. Arch. X 
261-2), aggiunge poi, per un'inesattezza di cui è colpa lo Spano, che il 
srd. sett. (di Gallura) si uniforma al resto della romanità. Ora il vero è, 
che il gali, concorda col log. e il mer., e che pure il sass. mantiene la 
distinzione per ciò che dà e = », e e = é. 

* Si pel sass. e si pel crs, devesi notare, che Ve e Vg non vi sono 
quasi mai così aperti come nel tose, tranne che dinanzi a r rr r- o a 
nasale. 

^ Cfr. D'Ovidio Arch. IX 57 sgg. La congettura dell' epitesi non s'addi- 
rebbe all'om., che all'incontro volge facilmente in -a V -e e V -i; cfr. nn. 58 61. 



STORIA DELL^i MEDIANO, 
DELLO j E DELL' i SEGUITI DA VOCALE 

NELLA PRONUNZIA ITALIANA; 

frammento d'un' opera intorno ai criterj distintivi dei barbarismi, 
ed alle arbitrarie deturpazioni della lingua italiana; 

DI 

BIANCO BIANCHI. 



Sommario. — Introduzione. — Capit. I. Scrittura e pronunzia del pronome 
e dell'articolo da 'ille'. — Capit. II. Scrittura e pronunzia dello J 
interno e di quello apparentemente finale; cenni sulla dieresi. — 
Gap. ni. D e 11 ' «■ e dello/ che rimangono intatti e distinti: § 1. Vicende 
ed effetti della quantità flessionale; le sei serie fondamentali dell'-/-; fonologia 
dello -J- che mantiene intatta la consonante precedente. — ^^ 2. Generalità sul man- 
tenimento o mutazione delle consonanti; elfatti della quantità vocalica; effetti 
dello -J- d'ogni provenienza sulle consonanti precedenti; epentesi e propagginazione 
d'un f, poi -j-, nei nomi e nei vei-bi; movimenti dell' "i" etimologico, e cause loro. 
— § 3. L' -«■- protonico e postonico, che si conserva puro e non passa in J dinanzi a 
vocale; vicende dell' *' e dell' y in voci greche d'antica introduzione commerciale e 
culturale; qualche corollario. 



Introduzione. 



I capitoli che qui ora pubblico fanno parte di un lavoro già molto in- 
nanzi, ma non ancora finito, che io intendeva di intitolare: Africa per 
Affrica, ossia le più recenti deturpazioni della lingua italiana. 
Naturalmente l'affermazione e la dimostrazione che Affrica è l'unica forma 
veramente italiana, e che Africa è un prosuntuoso sproposito di fo- 
netica e di storia, vi occupa assai poco posto; ma siccome la forma 
Africa, usata anche prima in libri di più o meno barbara italianità, co- 
minciò a diffondersi verso il 1870, e poi sempre più invalse in tutti i 
trattatelli delle scuole e sui giornali, tanto che la vecchia forma, dal 1880 
in poi, è rimasta affatto sbandita dalla letteratura dozzinale, che è la più 
potente, ed infetta anche quella alta; siccome un tal parto dell'ignoranza 
pettoruta, che sciupa tutto quanto non riesce a spiegare, inchiude una 
question di principio, il quale a dir poco, anch'entro i suoi termini, com- 
prende due terzi delle voci italiane, e seco trascina quello più generale 
•li una rabberciatura etimologica di tutta la lingua, ossia della creazione 
d'un volapiik italiano; siccome questo esemplare mi diede la prima spinta 
Archivio glottol. ital, XUI. - 10 



142 Bianchi, 

a trattare tale materia; cosi credevo che, a cose finite, meritasse d'entrare 
nel titolo del lavoro. Difatti la causa per cui la f del lat. Africa si rad- 
doppiò, è la medesima che raddoppiò o conservò intatte, dopo uno scem- 
piamento posteriore, altre consonanti latine, più che per tutto nell'ita- 
liano, in buona parte ne' suoi dialetti, ed in minor parte nelle altre lingue 
della famiglia; ed all'incontro, in condizioni differenti, o disparvero o si 
alterarono, o rimasero assórte in forti contrazioni; dimodoché, se il volgo 
romano avesse fatto come fanno i moderni grammaticuzzi, l'italiana fa- 
vella sarebbe stata del tutto diversa da quello che è, vale a dire più pro- 
fondamente alterata e più lontana dal latino, cioè da quello stato a cui si 
vorrebbe raddurre con rifatture arbitrarie *. Queste poi sono in mano di una 
plebe di letterati, inetta a concepirle e ad applicarle, e che affoga in un mare 
di contraddizioni, mentre i giudici competenti se ne stanno in disparte e 
lasciano fare; e noi vorremmo, all'incontro, che quando si volesse distrug- 
gere una lingua, si distruggesse bene, non potendo, come in politica, am- 
mettere nelle scienze e nelle lettere, i voltafaccia e le restrizioni mentali. 
Il lavoro comincia con un rimprovero rivolto ai linguisti della scuola 
storica, che soli capaci di stabilire i criterj per la buona conservazione 
ed incremento d'una lingua, non si curano dell'opera di demolizione che 
si fa d'intorno a loro, quasi contenti che una lingua sia ridotta cadavere, 
per farne meglio l'anatomia. Anzi insistendo troppo sulla distinzione tra 
linguistica, filologia e letteratura vera e propria, e seguendo un'opinione 
vaga, non ancora definita con criterj solidi e certi, che cioè non ispetti a 
loro stabilire la lingua dell'uso, accattano voci e forme, che non sono né 
tradizione né creazione di popolo , toscano o non toscano , né procedono 
da un sistema filosofico largamente e profondamente concepito, ma sono 
parto cervellotico di quella massa di semiletterati che popolano i pubblici 
ufizj, le scuole ed il giornalismo, e che ammanniscono grammatiche e trat- 
tatelli per le scuole. Ora, se anche la semplice conservazione d'una lin- 
gua, qual'è, ha bisogno del sostegno di chi la conosce intus et in cute, 



* Per darne un esempio fra mille, se il volgo latino non avesse affor- 
zato fabro in fabbro, inevitabilmente l'italiano non avrebbe conosciuto 
altro che faro, come hab'rò diede arò ecc. perfino all'antico pisano, che 
è di tutti il più amante del v {avrò è rifatto da averó). Nel Valdarno in- 
feriore, e così probabilmente nel Pisano, il lat. ervum ebbe la disgrazia 
di passare in *evro, e ne rimase malconcio: I-ero. Ora, l'etimologia di lero, 
voce di tutti i vocabolarj, non è delle più ardue; ma se moltiplicate a di- 
smisura fatti simili, sfido io, chi non sia un vero linguista, a riconoscere 
nell'italiano un derivato del latino. 



storia dell' -2- ecc. — Introduzione. 143 

tanto più ne avrebbe bisogno, se potesse ammettersi, la sua rifusione in 
un sistema filosofico, per avere almen la vernice d'un alto concepimento. 
Invece, tutto il contrario, o si tenda all'uno, o si tenda altro fino, lascia- 
sene tutto il compito alla rasumaglia letterata. 

Vero si è che di questo abbandono, da parte di 'color che sanno', dee 
farsi qualche eccezione, non solamente onorevole, ma altresì di altissimo 
grado. Imperocché il nostro Direttore diede principio aiV Archivio col com- 
battere certi sistemi assoluti e mal digeriti, certi entusiasmi e certi abusi, 
che tendevano a sviare la lingua dalle condizioni createle dalla storia; ed 
il nostro valoroso e benemerito prof. D'Ovidio in più memorie ha stabilito, 
coi criterj della scienza, giuste norme per la pratica filologia; ma nell'jlr- 
chivio seguono poi tutti lavori d'analisi particolari o di sintesi generali, 
che direttamente non toccano la proposta questione, ed il D'Ovidio non 
ha dato ancora un assalto a fondo ai fortilizj della barbarie. 

La cosa più strana di questo mondo si è, che dopo tanto disinteressa- 
mento, e diremmo quasi sommissione, da parte dei propagatori dei nuovi 
metodi, si fa loro colpa della presente decadenza della lingua e delle let- 
tere italiane! Or bene, è venuta dai discepoli del Grimm e del Diez la 
rabberciatura di dugento in duecento^ la quale si presenta in tutti i libri 
di scuola che ne abbiano l'occasione, ed in tutti gli scritti degli appro- 
vati? Nelle scuole classiche, od esplicitamente, od implicitamente, o per 
un impulso dato in casi congeneri, s'insegna dunque, che in latino duae 
centum è una buona concordanza, tale che meriti di- schiacciar sotto i 
])iedi la nativa indole d'una lingua viva? Nessuno scrittore o grammatico, 
greco latino, si sognò mai di correggere e/3Jo|Ltoj oySoo? in gTrrofioc ox- 
Too?, quinffenti septingenti in quincenti septincenti, per mettergli d'accordo 
con éTzza òy.ró> da una parte, e con centum dall'altra; non ne intesero 
la ragione, né vi si provarono, e rispettarono l'opera della natura; la for- 
tuna della riforma, tra tutte le lingue, dovea toccar solamente all'italiana! 
La sfilata è molto lunga, e d'esempj non migliori*, e qui mi ristringerò 
a domandare: come mai i giovani usciti dalle scuole classiche, da quindici 
venti anni a questa parte, pronunziano pèrmuta bascula recluta in luogo 
di permuta basculla (frn. bascule) recrùta {recrue)ì Sono forse i discepoli 
del Diez, tanto affaticati nel fissare la quantità dello vocali, quegli che 
hanno insegnato o tollerato questa prosodia? Una volta, a quella età, i più 
avean tanto scartabellato di vocabolario latino da sapere non solo che il 



* Come quello di surrogare, a bue buoi, lo schema bove bovi, che ò un 
italiano impossibile. L'esempio di qualche poeta non lo giustifica punto. 



144 Bianchi, 

verbo latino fa ego permù'to, ma anche da sentir sùbito ad orecchio 
che le due barbare voci non potevano, come càpsula, essere latinismi ^ 
Tali voci non vanno insegnate nò male né bene, ma giova esclamare sulla 
falsariga di Quintiliano: «etiam barbara sunt recte dicenda». 

Per parte mia non sono cosi esigente da pretendere che, per l'italiano, 
si facciano grammatiche sul genere di quella greca del Curtius; che anzi, 
più che sai-anno facili e piccine, e meglio sarà, quando provvedano ad un 
reale bisogno, suggerito o dallo stato di qualche gruppo dialettale o dalla 
corruzion letterata; ma bisognerebbe, per ciò, che chi fa le piccine sa- 
pesse bene le grosse e qualche cosa di più. Così non vedremmo, nei pro- 
spetti di quelle, sacrificate forme legittime, ed anzi le più vere e più op- 
portune, già ammesse nelle vecchie grammatiche, nò trascurata la sintassi 
in modo, che sui giornali e nei libri, è morto come ausiliare il verbo es- 
sere, quando il vero italiano, tutto a rovescio, respinge come tale il verbo 
avere, ovunque non sia richiesto questo mezzo illogico da una necessità 
logica più forte. Dall'uso, poi, che si fa delle prep. a di da, e talora di 
per. Dio ce ne scampi! Ciò dipende dall' insegnare ai giovani il buono che 
già hanno dalla balia, e non l'opportuno; poiché, se giova insegnare al 
discepolo le regole della lingua, che sono anche proprie della sua parlata 
natia (ciò che è il fatto più comune), la maggiore insistenza deve battere 
sulle differenze tra l'una e l'altra, per ben fissarle nella memoria, e più 
sopra quelle che separano la vera lingua da un gergo che siasi fatto più 
meno comune. 

Vorrei essere inteso. Se in questi ed altri casi adopero qualche parola 
severa, questa non è diretta contro i naturali errori dell'ignoranza ingenua, 
ma contro la ignoranza caparbia che si ribella alla ragion conosciuta, e 
solo quando porti la devastazione oltre i proprj confini; poi contro la igno- 
ranza e più contro la dottrina che si argomenta di falsare lo stato dei 



* In un capitolo, che seguirà, sugli eri ori nella formazione delle parole, 
la stessa voce permuta anderà tra quelle, che quantunque appoggiate a 
buona od anche grande autorità, hanno pur dato la spinta al decadimento 
della lingua. La più legittima forma italiana é permutazione, che la Crusca 
vecchia registrò con esempj di Dante, del Boccaccio e del Buti {permuta 
ha un solo esempio del Machiavelli). La sua formazione dipese da muta,. 
come di procura (meglio -agione dei trecentisti) da cura. Quindi, sotto il 
nuovo regno d'Italia, sempre più si è precipitato nel falso con la bonifica, 
qualifica, ratifica, specifica, notifica, ecc. ecc. Il francese, in questi e simili 
casi, ha per tutto -ation (in altri -aison); ma il francese, tra noi, s' adopra 
per guastare, non mai per racconciare. 



storia doli'-/- ecc. — Introduzione. 145 

fatti por acconciarlo a' suoi vaniloquj. Se, per cagion d'esempio, alcuno 
mi deriva campanile da con e pane, perchè in certi luoghi ed in certe so- 
lennità i campanaj in quello mangiano e bevono, e mi fa un libro d'eti- 
mologie, tra le quali sia questa la migliore, il cuore non mi regge a mor- 
tificare un pover'uomo, che può essersi affaticato ancor più di chi sia 
mnglio riuscito. Se poi cotestui, congiunto a tre o quattro giornalisti suoi 
discepoli seguaci, diffonde per tutta l'Italia una forma comjmnile, ta- 
gliata su quella stregua, e tale forma viene quindi gabellata, dagl'ingenui 
e dai rannicchiati, come voce dell'uso (dove il popolo antico o moderno 
non conta per nulla); allora non ci vogliono temperamenti linfatici per 
salvare la lingua nazionale dalla sua perdizione. 

Contro le stonature provenienti da proprietà dialettali, e che solo rela- 
tivamente possono dirsi errori, l'osservazione dev'essere rispettosa ed an- 
che reverente, come ad ogni manifestazione spontanea della natura. Non 
v'ò certo da adirarsi se le persone, anche colte, che vengono dall'alta 
Italia, pronunzian sonore tutte le s scempie poste tra vocali. Ma quando 
da tutte le provincie d'Italia ci portan sonore non solo tutte le s, ma an- 
che tutte le -;, larghe tutte le e e tutti gli o, mentre sappiamo che un 
tal fatto non si verifica nei dialetti, e particolarmente in quello di chi per 
avventura ci parli, e quindi non se ne può trarre una scusa; allora è ma- 
nifesto che il baco è nell'insegnamento, ed abbiamo che fare non contro 
una spontaneità naturale, ma contro un arbitrio della riflessione, e questo 
è quello sopra cui bisogna batter più forte. Anche nei Toscani si è fatto 
frequente questo vizio, o meglio cattivo giudizio, ognorachè una voce tra- 
dizionale non sia loro ficcata e ribadita in testa da una consuetudine gior- 
naliera. Quindi non sempre son essi, da questo lato, buoni testimonj della 
reale pronunzia di certe voci, e fanno arrabattare inutilmente i linguisti 
stranieri a spiegale eccezioni che sono di fatto insussistenti. È manifesto 
che la pronunzia, assegnata ad una parte di voci da letterati e filoioghi 
toscani, è stata fatta a tavolino. Non tutti hanno attinto dalla vena popo- 
lare la massima parte delle voci che sono in uso; e per la classe a cui 
appartengono, e per la vita che menano, molti non son nemmeno in grado 
di farlo. Se, per tornare agli esempj, un fiorentino più o meno colto vi 
pronunzia serotino per serotino, potete star certo, o che egli è uno sciolo 
che vuol distinguersi dall'umile volgo, o che egli va a tavola beli' e ap- 
parecchiata senza mai avvilirsi a parlare, con ortolani e contadini, di 
'frutta serótine e primaticce'. Si lasciano poi da parte, in proposito, altre 
considerazioni intorno alle distanze che separan tra loro le varie classi 
della società, ed agli eff'etti che produce nell'uso e nello studio della lin- 
gua, la ripugnanza di chi sta, o di chi si crede posto in alto, a scendere 
negl'intimi penetrali del popolo, jìor rendersi conto d'ogni fatto. 



14G Bianchi, 

Ai puramente letterati, il sistema che seguo, parrà un 'eclettismo' tra 
le dottrine dei Perticariani e quelle dei Manzoniani, e tale sarebbe se si 
trattasse d'un impasto tra due veri sistemi; ma non meritano questo nomo 
certi affastellamenti di giuste aspirazioni, di vaghi sentimenti e perce- 
zioni, di verità mezzane, o sconnesse od incoerenti, né concepite né coor- 
dinate con criterj larghi e razionali, i quali, d'altronde, dallo stato e grado 
delle cognizioni degli scorsi tempi non potevansi per nulla somministrare. 
1 primi privavansi del vero fondamento di fatto, onde l'intelletto doveva 
attingere il criterio ; i secondi nulla intendevano del movimento che, come 
tutti gli altri, fa, nel corso dei secoli, un dialetto che sia stato base e 
punto di partenza d'una lingua scritta, e delle condizioni di stabilità che 
questa aver deve, e che altre hanno avuto. Quindi abusi di qua e di là: 
da una parte raffazzonamenti arbitrarj di voci, nessuna intelligenza delle 
graffe contraddittorie dei manoscritti, e, perciò, della vera lingua degli 
autori; e dall'altra, confusione tra le varie parlate toscane, che, dicen- 
trando la lingua dalla sua base storica, ne scompaginano la coerenza fo- 
netica, e talora lessicale*, uso e raccolte di voci popolari prese di volo, 
alla prima udita, in un senso lontanissimo dal proprio, e nella forma più 
corrotta, quando la buona si può rintracciare pur nei limiti d'una stessa 
parlata: una lingua, insomma, che tende a fare il parallelo col latino dei 
Longobardi ^. 



* Nel sistema che qui s'intende seguire, trovan cittadinanza anche voci 
provenienti da dialetti, ma a patti e condizioni. Se in Firenze, una classe 
dirigente, priva di carattere e d'istinti nazionali, si fa serva imitatrice 
dello straniero, e riesce ad estinguere nel popolo fiorentino quella vena 
creatrice che fu cosi ricca nei secoli scorsi, allora andiamo a rintracciar 
questa vena nell'una o nell'altra parte della nazione, che la conservi, e 
prendiamo carrozzella da Napoli, lasciando fidcchere (fr. fiacre) come una 
schiavina a chi sta bene a suo dosso. La formazione di certe voci dipende 
spesso, senzaché vi abbia parte l'ignoranza o l'arbitrio, da condizioni geo- 
grafiche, comunque locali. Per darne un esempio, nelle provincie meri- 
dionali sono state derivate le vóci aranceto, limoneto, ed in senso più ge- 
nerale, agrumeto, che applicate alla Toscana sarebbero improprie, perché 
tanto qua che là il suffisso -eto significa un vasto spazio di terreno oc- 
cupato da una specie di alberi; ma il toscano potrà fare uso di queste 
voci parlando di regioni più calde della sua. Tuttavia, condizione essenziale 
si è, che simili formazioni siano italiane, e nella loro base, ed in ogni altro 
loro elemento costitutivo. 

* Per venire ad un esempio, mi protesto prima di tutto grande ammi- 
ratore del poeta Giusti, né so compatire la leggerezza e la superficialità 



Storia doir-t- ecc. — Introdii/ione. 147 

Una questione di gran momento è quella dell'uso di voci antiquate, o 
(quella che da più lati vi si collega, dell'uso ed abuso di neologismi e 
barbarismi. La grammatica e la rettorica dello scuole è ancora, in questa 
parte, alle solite regolo oraziane. Lo ragioni, che di queste dettarono, o 
meglio, accennarono gli antichi, sono tutte di un'opportunità, che il mu- 
tare ed il variare, nel tempo e nello spazio, di ogni ordine di cose, render 
dovea d'un' efficacia transitoria. La regola, tra quelle, che raccomanda lo 
astenersi dalle voci 'antiquate' od 'anticate' (ben detto, perchè in buona 
l)arte son vocabolicidj volontarj), può valere ancora, in quanto non con- 
venga impinzar di tali voci una pagina intiera; ma, quando resti bene in- 
teso quali siano le voci veramente antiquate, o da anticarsi in letteratura, 
quella regola manca, per ogni rimanente, di qualunque fondamento razio- 
nale. Non è ora il momento di dare nemmeno un cenno dei criterj della 
scelta; ma si può notare fin d'ora che il bando prima di tutto va dato a 
tutte le antiche voci straniero, che sono le più, introdotte dalla servilità 
e dalla inettitudine di letterati, e che dev' esser vitale ciò che viene da tra- 
dizione indigena, ed è prodotto dalla potenza formativa della lingua. Digià 
la pratica dei vocabolariisti è entrata, in parto, per questa via. La Crusca 
ammetto nel Vocabolario non solo le voci tesale, ma ancora le usabili, che 



di chi lo vuol dimenticare; ma bisogna confessi che egli, ispirato dal 
grande Lombardo, senza interpretarne bene le intenzioni, scambiò per to- 
scanesimi fiorentinesimi voci e forme e modi suoi municipali, come sin- 
sino per zinzino {=■ Untino - tantino) , ponsare per ponzare, avanzi di uno 
stato anteriore del suo dialetto, che come pisano-lucchese, durante qual- 
che secolo fece di mono della zeta. Assai più egli abondò nelle suo Let- 
tere d'idiotismi municipali, parte dei quali può giovare soltanto a certe 
comparazioni. Anche di qualche fiorentinismo egli usò nel senso più stra- 
volto dal proprio, e quindi meno accettabile, come di logica, che si fa un 
uomo in carne ed ossa (più propriamente la plebe dice, non che uno <'', 
ma che ha una gran logica, quando veste elegante ed ha ciarla por in- 
trodursi presso i superiori; l'uso del Giusti fu saltuario e transitorio). Ciò 
dipese da avversione o indifferenza verso gli antichi e verso la vecchia 
Crusca, che anche il toscano deve « nocturna versare raanu, versar© 
diurna». Altrimenti c'è da pescare più d'un granchio, come sarebbe toc- 
cato a me se avessi usato prostingolo (manicaretto grossolano fatto in 
umido), cho mi ronzava d'intorno, e che mi fece star' anni a grattarmi il 
capo per ispiegare come il prò- e la s di mezzo potessero stare con -tin- 
golo; ma finalmente trovai, nel poeta Fagiuoli, jnast ringoio, cho è la forma 
vera, ancora usata qualche chilometro lungi dal mio nido, e probabilmente 
anche qui. 



148 Bianclii, 

sono tra le antiche; e tenuto conto delle condizioni storiche, men fortu- 
nate, del francese, il Littré ha fatto anche di più, salvando dell'antico il 
più che ha potuto. Egli ha seguito la massima che T' arcaismo' deve servir 
di contrappeso al 'neologismo', affinchè non rimanga in questo affogata 
la parte natia della favella. Questa norma, benché di non troppo forte ef- 
ficacia, è buona ed utile; ma è d'uopo muoversi da un principio più alto, 
ed aver animo di scenderne a tutte le conseguenze. 

Il principio, a cui s'accenna, darà, o potrà dare, passando tra più abili 
mani, una luce che volgerà in miglior direzione l'opera dei letterati, che 
fanno un eterno e sterile piagnisteo intorno all'uso ed abuso di neologismi 
e barbarismi. Gran parte di colpa è di loro stessi, perchè non si pongono 
in grado di rispondere a chi loro dice: «a cose nuove, a idee nuove, pa- 
role nuove». Questo argomento è terribile per chi non è un poco eserci- 
tato nell'analisi, e non è penetrato nella storia d'una lingua; e già alcuni 
valorosi letterati hanno piegato il capo ad un codardo e rovinoso com- 
promesso, qual è quello di tollerare i barbarismi, purché l'italianità del 
costrutto si salvi. Per isciogliersi dai calappj sofistici degli oppositori, il 
purista dee prima lavarsi la macchia d' uggioso cosinajo, cioè di gretto e 
d'inetto a cose e concetti un poco elevati, fatto per dar noja a tutti con 
meschine ricercatezze; dee fornirsi di un'estesa coltura, e saperla con- 
centrare sopra un obietto, che per sé stesso è abbastanza largo. I barba- 
rismi si riducono in grandissima parte a francesismi, non perchè il pen- 
siero moderno sia tutto di creazione francese, ma perchè il francese riesce 
più facile alla poltronaggine dei semidotti italiani. Ciò, in parte, è stato 
un bene, perchè non tutte lo voci e locuzioni nuove create dal francese 
sono false o per noi disadatte ; che non di rado son formate di elementi 
comuni alle due lingue, e sopra regole ugualmente comuni, ed è un puro 
accidente che sian nate prima in Francia che in Italia. Tuttavia ci vuol 
discernimento, quanto alla proprietà, poiché la esagerazione e la bizzarria 
francese spinge i traslati a salti di capriuolo. D'altra parte, certi voca- 
bolarietti di voci e modi errati riescono utili anche dove hanno torto, pe- 
rocché pur ciò che è gretto e meschino si nobilita, quando si considera 
da una più alta veduta. Difatti il sapere che una voce o locuzione non è 
usata dai classici, giova alla storia della lingua ed a quella della cosa o 
del pensiero*. Nondimeno sarebbe necessario, che anche a questo fine, i 

* Per dire d'un solo caso, i puristi hanno avuto buon senso a non con- 
dannare, per quanto io sappia, la dizione 'opinione pubblica', ma è stato 
un danno che non lo abbian fatto con accurate ricerche sopra gli autori 
approvati; poiché si potrebbe stendervi un buon capitolo di filosofia della 



Storia (loir -/- ecc. — Inti'odii/.iono. 149 

puristi dessero più valide guarentige d'una vasta ed attenta lettura; e 
poiché non sempre le posson dare, sorgono i contravvocabolarj di barba- 
rismi, con esempj di buoni autori a difesa delle voci e modi condannati. 
Tali difensori, alla lor volta, ricascano, come gli accusatori, in un criterio 
non di rado fallace, perciò che nemmeno i più antichi e grandi scrittori 
sono sempre puri, trattandosi d'una nazione che non ha mai avuto orgo- 
glio di sé, e d'una lingua che fu già malmenata in grembo alla levatrice! 
Queste e simili questioni si trattano nel lavoro, di cui dò qui un saggio. 
Ivi, terminate lo considerazioni di critica generale, son passato ad esempj 
di voci popolari male intese o male scelte da letterati, sia nel significato, 
sia nella forma, quindi ad esempj di voci corrotte da arbitraria presun- 
zione, e poi alla pronunzia ed ortografia. Trovato che questa, quale ora 
corre, è falsa e bugiarda, od ha nascosto molti fatti alla scienza, in una 
grossa parte dell'italiano, l'apparente novità di tali fatti mi ha spinto più 
a fondo nel loro esame, che qui ora dò fuori. Poi passerò alla pronunzia 
delle voci scritte con lettere rappresentanti due suoni diversi (e o, s z), 
riserbandomi di tornarvi sopra con buoni spogli in uno speciale lavoro; 
quindi tratterò di alcuni diffusissimi errori di costruzione; degli errori 
nella formazione di nuove parole, e dell'uso di suffissi barbari o male ap- 
plicati , e finalmente delle ragioni storiche e filosofiche dei barbarismi in 
generale. 

Da quanto è sopra esposto rimane, dunque, intoso, che il nostro fine era 
quello di ammannire, a quella parte di letterati che è meno versata nelle 
pazienti e faticose analisi di grammatica storica e comparativa, i frutti di 
questa scienza più confacenti all'arte, al minuto insegnamento ed all'uso 
pratico della nostra favella. Intendevamo, quando tutti si lamentano dello 
imbarbarimento della lingua, di attingere i criterj atti a riconoscerlo e ad 
evitarlo, dall'unico fonte che poteva somministrargli, e di presentargli in 
forma facile e casalinga, per quanto la materia lo permettesse. Ma dico 
un proverbio: L'uomo propone, e Dio dispone, e corre con l'altro: Chi f' 
i conti senza l'oste, con quello che segue. Ogni scienza, anche trattata alla 
casalinga, è come i cosiddetti 'Trattati d'astronomia popolare', che pre- 



storia. Si può difatti domandare: dove, quando ed in chi nacque prima 
il concetto riflesso dell'opinione, in quanto è regolatrice degli interessi 
dello stato? Quanto alla sorgente, non é dizione classica nò popolare, ma 
spicca naturalissima dal valore di publicus romanamente inteso, laddove 
si falsa quando si applichi ad un 'comune' pensiero, riflottonto cose cho 
non siano di politica istituzione. 



150 l^ianchi, 

suppongono in chi gli scrive l'uso già fatto d'un osservatorio fornito di 
tutti gli strumenti d'ottica e di fisica, e d'ogni altro mezzo meccanico, ed 
una mente corredata di tutte le formolo matematiche adatte ai calcoli 
delle distanze e dei movimenti celesti. Ove poi non siano bastate le os- 
servazioni proprie, bisogna essersi giovato delle altrui. Ora in questo la- 
voro, per un pezzo, la ragione scientifica correva facile e piana per ogni 
persona colta; ma giunto a questi tre capitoli, che dò alla luce come saggio, 
la spiegazione scientifica inciampava in difficoltà via via crescenti, che poi 
vanno ad accumularsi tutte nell'ultimo dei tre. Queste difficoltà non erano 
state vinte forse da nessuno ; ed al forse potrebbe surrogarsi anche il ceì-- 
tamente, non por difetto di penetrazione, che in altri è maggiore, ma poi* 
mancanza di fatti noti, che all'indagine servisser di base. Ed invero la scrit- 
tura italiana, che se non ha morto, ha sbandito a furia di calci, il segno ./ 
già ammesso, tanto meno ha mai distinto lo { che si appoggia sulla vocale 
seguente (mi-ci-djo), da quello che fa sillaba separata (pd-tr'i-a, ma-m-d-io, 
hi-l'i-ém-me) ; e neppure i più acuti indagatori de' nostri dialetti hanno ado- 
perato a questo proposito distinzione veruna. Delle dieresi e delle sineresi 
dei poeti non vi era da fidare, prima per le troppo larghe licenze am- 
messe dalla poetica italiana, poi perchè ne mancano spogli (v. Gap. II), e 
principalmente perchè la sineresi può farsi ancora con i pura vocale, come 
può farsi tra altre vocali che non partecipano della natura di consonante. 
Solo i più facili verseggiatori son fedeli al proflerimento naturale, ma nel 
complesso, e non sempre caso per caso. Ho dunque dovuto preparar la ma- 
teria sulla tradizione parlata, che è la più sicura, cominciando da quella 
ricevuta dai letterati fiorentini nati e cresciuti nella prima metà di questo 
secolo, e da quella dei vecchj popolani di una generazione più indietro, e 
passando dai béceri della Città ai capannaj dell'Appennino centrale. Man- 
cando, dunque, la materia, e la parte non in tutto ascosa essendo presen- 
tata in forma da non risvegliar l'attenzione, dovea fin qui mancarvi l'ap- 
plicazion della scienza. In tale stato di cose, non essendo possibile dar dei 
fatti una mezza ragione, mentre ne mancava pure un centesimo, bisognava 
darla tutta, o ristringersi a porgere come precetti, pure asserzioni, quali : 
« così è mal detto », « deve dirsi in tal modo », « cosi usano i classici au- 
tori». Ma questo metodo non è valso a persuadere nessuno, né perciò ò 
riuscito ad arrestare per un momento la invadente barbarie, la quale solo 
può esser domata da una scienza matematica con tutto il peso d'un' au- 
torità schiacciante. Bisognava dunque, a tutte le difficoltà che si paravan 
d'avanti, dare un assalto a fondo, e dire come il veterinajo: o pelle, o 
mula! Accennando qualcheduna di tali difficoltà, dirò, che in un prece- 
dente capitolo, io trattava come falsa ed arbitrariamente sciattata la forma 



Storia dell" -2- ecc. — Introduzione. 151 

vessica, notando: che il plebiscito del popolo ed il senatusconsulto degli 
scrittori stavano assolutamente per vescica; che a questa forma si collc- 
gavano le forme sorelle di tutte, o quasi, le lingue romaniche; che c'era 
perfino una causa etimologica, che dovea condurre a quest'esito il lat. ve- 
sTca. Ciò bastava, e nemmen' ora possiamo abbandonare queste ragioni; 
ma alcuni fatti qui sopraggiunti mostrerebbero che il cambiamento della 
.^ in s abbia avuto causa dalla lunghezza dell' -i-. Ma entrati in questa via, 
ci assale la domanda: perchè in tante altre voci Vi lungo non altera la 
consonante continua che gli sta a lato? Uno dei capisaldi di questa trat- 
tazione, si è il fatto, a cui più volte ha posto attenzione l'Archivio, che 
il lat. -arile si contrasse in -ari, onde poi -airi ed -aeri, e quindi l'ital. 
-ieri -iere, come da quaerit l'ant. chiere, da ce Ilari um il pis. cellieri. 
Per la stessa causa pallium ed oleum si contrassero in pali oli; ma 
sulla regola d'-im, perchè il primo non i-àv^i 'pieli, e V ó- del secondo 
non presentare veruna alterazione? Tali ed altre infinite domande presen- 
tavansi nel corso del lavoro, alle quali non poteva darsi una mezza ri- 
sposta. Perciò questa parte allontanavasi sempre più dalle vie piane della 
grammatica d'immediata applicazione, per entrare in quelle più scabre 
dell'analisi insistente e minuziosa. Quindi il letterato che solo si pasca 
dei fiori dell'arte, dovrà armarsi di pazienza per seguitarci in queste vie; 
od almeno dovrà starsene ai risultamenti, non potendo egli, senza suo 
danno, porre in non cale i fatti, che qui rimangono fermamente stabiliti 
con la critica più severa. 



152 Bianchi 



Capitolo primo. 



Scrittura e pronunzia 
del pronome e doll'articolo da 'ille'. 

Le regole grammaticali sono tante, che non è la cosa più fa- 
cile il fissarle nella memoria e farle osservare: se poi se ne ag- 
giungono d'inutili e false, queste fanno come i sopraccarichi di 
tasse, fomentano il contrabbando a violazione anche delle vero 
e giuste. Venti o venticinque anni sono, bastò un giornale po- 
litico molto accreditato a torre di mezzo, da tutti i libri e gior- 
nali d'Italia, la forma gli dell'art, masc. plur. , surrogandola 
con li, dinanzi a vocale ed a consonante doppia, come in /' 
anni, li stinchi ecc. Tale riforma, impraticabile ed incomjDatibilf 
con la reale pronunzia di tutti i secoli della nostra letteratura, 
era opera d'un solo scrittore del giornale, correttore anche 
della stampa ; il quale ai suoi colleghi, che erano contrarj, com- 
preso il direttore, rispondeva che lo dovea logicamente far li 
al plurale; al che replicava, uno di loro, che per la stessa ra- 
gione anche il avrebbe dovuto far UH Questo li, che fortuna- 
tamente, da qualche anno, ha riperduto sempre più del terreno 
usurpato, non recava complicazioni, ma aveva il piccolo incon- 
veniente di distruggere, nella pronunzia, la flessione dell'arti- 
colo! I due inconvenienti, anzi danni, si uniscono nella ma- 
niera, che ancor dura, di trattare lo con quegli quello, come 
pronome e come aggettivo ^ Ne sono curiose le vicende nell'uso 



* Quello che è scritto gli in fine di parola, a tutto rigore dovrebbe scri- 
versi gìji, perchè non è veramente un suono finale, essendo l'ultimo un i 
vocale pura; e così nel mezzo delle parole si ha parimente pigljino, pa- 
glja, vagljo ecc. Dico ciò come avvertenza grammaticale; ma non intendo 
di farne una regola d'ortografia per l'uso comune, quando tante più ne- 
cessarie non sono osservate. Ora questo -glj- è il suono misto che altri 
rappresentano per l, altri per Z', o meglio per II, come fa il D'Ovidio, 
perchè un tal suono ha il valore quantitativo di consonante doppia. Il 
segno composto gli, ossia glj, ha l'inconveniente di contenere un g, che 



storia dell' -«■- ecc. — Gap. I. L'art, o il pron. da ilio. 153 

arbitrario, e quindi necessariamente capriccioso e confuso. Es- 
sendo quegli riferito a persona già nominata, e quello a cosa 
del pari già indicata, son venuti a scrivere a... di... da... ecc. 
quegli, riferito ad 'uomini', a... di... da... ecc. quelli, riferito 
a 'cavalli' 'danari' 'sassi' ecc., e così pure condurgli, riferito 
per es. a 'soldati', menarli, per es., riferito a 'buoi'; hanno 
preteso, insomma, di dividere il pronome in due persone, una 
aristocratica e l'altra plebea, con poco rispetto della loro con- 
sostanziale divinità ! Ma il peccato non si ferma a mezza china, 
dimenticandosi che questi e quegli son nominativi singolari, 
dalla letteratura dozzinale tal forma è stata estesa anche al- 
l'obliquo di tal numero scrivendosi a... di... ecc. questi o quegli, 
riferito ad uomo, temendo che il dire a questo a quello ecc. 
richiamasse nel lettore l'idea di qualche bestia, d'un fagotto di 
roba d'un monte di spazzatura! Apparisce, da scrittori più 
colti, che la loro intenzione sia questa: da una parte, di asse- 
gnare a gli la funzione di dativo singolare, per es. portargli = 
portare a lui, ed a li quella di accusativo plurale, per es. por- 
tarli e li portò , cioè ' quelle cose o persone ' , e dall' altra di 
destinare quegli a pronome di persona al nomin. sing., e quelli 
al plurale di tutti i casi con riferenza 'a persone o cose'. Altri 
la fanno più liscia destinando gli al dat. sing., li e quelli al 
plurale; ed è questo il punto a cui si è ultimamente fissato il 
barbaro italiano. Questo rimpasto filosofico, acciarpato in un 
modo nell'altro, non ha base nella vita reale della lingua, 
passata e presente, e nemmeno nella tradizione grammaticale, e 
nella pratica si trova in istato di fallimento più che colposo. Le 



non è né quello gutturale di ga cjo gu., nò quello palatino di gè gi., o tri- 
plica in certo modo un'incoerenza alfabetica; ma è tutt' altro che assurdo. 
Credo anzi che i nostri vecchj , componendo il segno gli., mostrassero un 
felice istinto rappresentativo del suono; poiché questo si forma premendo 
gli orli della lingua da presso alla gola, vicino al profferimento di ga., fin 
presso ai denti, e facendo passare il fiato nel solco di mezzo; cosicché g 
vi rappresenta il bàttito dei detti orli vicino alla gola, l il loro bàttito in 
mezzo al palato, t, o meglio^', il fiato che passa per il solco o doccia 
formata dai lati della lingua. Del resto, trattandosi qui d'italiano, il segno 
ed il suo valore son noti a tutti; cfr. Arch. XI, xii. 



154 Bianchi, 

vecchie grammatiche, che se ne stavano agli antichi manoscritti, 
come quelle del Dolce e del Corticelli, ammettevano la doppia 
forma gli li come articolo e come pronome, e quegli quelli come 
aggettivo e pronome in ogni relazione di significato. Nel periodo 
letterario, che immediatamente precede quello contemporaneo, 
troviamo soltanto nel Rodino un lascia-passare dell'errore, con- 
cesso con queste parole: «La voce Quelli [plur.] ora si può 
adoperare, quando il sostantivo è sottinteso », cioè quando questo 
é espresso in una proposizione antecedente (op. e. I 53^). L'au- 
torità, che più avrebbe avuto diritto di stabilire una nuova legge, 
sarebbe stata la Crusca, ma questa dice tutto l'opposto di quella 
distinzione arbitraria. Difatti essa pone Quegli, Quelli, Quei, 
Que' al caso retto del masc. sing., se si parli d' uomo, ma Quello, 
riferendosi a cosa nel medesimo caso, e per cosa e persona negli 
altri casi; le medesime forme Quegli, Quelli, Quei, Que' nel 
numero del più per cose ed uomini, salvochè riferendosi a que- 
sti, dice che talora si usa Queglino e Quellino, come Eglino 
da Egli (Voc. del 1736, v. Quegli). Lo stesso dice di gli li 
come articolo o come pronome, notando soltanto che allora usa- 
vasi comunemente Li pronome dinanzi a consonante scempia, 
che sarebbe il caso di li disse li pose 'disse a lui' 'pose loro' 
(illos); ma era un uso arbitrario anche questo, opposto alla 
pronunzia fondamentale, e contraddetto da i disse i puose ecc. 
dei trecentisti, dove i potea prodursi da gli, ma non mai da li 
(v. il Voc. ad voces). La indifferenza della Crusca per le due 
forme gli li ecc. nasceva dalla materiale ed incerta scrittura 
degli antichi testi, i copiatori dei quali scrivevano indifferente- 
mente in un modo e nell'altro, o quasi sempre in un modo o 
nell'altro, secondo il dirizzone che uno avesse preso, senza ri- 
guardo alla funzione ne alla postura sintattica dell'articolo o 
pronome ^. Ora, se per pigliare a modello questo li ecc. voleste 



* Lasciamo volentieri ad altri T incarico di far meglio la storia perso- 
nale di questo errore. Della grammatica del Rodino, qui si cita l'edizione 
di Napoli del 1857. 

^ Osserveremo poi certi fatti, che mostrano come alcuni copiatori aves- 
sero nativo un corrotto dialetto. 



Storia dell' -i- ecc. — Gap. I. L'art, e il pron. da ili e. 155 

supporre nell'antico scrivente la intenzione di rappresentare una 
conformità della pronunzia reale al rigoroso valore alfabetico 
dei segni, rimarreste ben presto disingannato dal medesimo testo 
per le grafie li amici ecc., quelli uomini ecc., dove tale con- 
formità è assolutamente inammissibile, non meno che in comu- 
Qialla, pratalla {coìnmunalia, pratalia^) e simili di carte to- 
scane, dove abbiamo una coincidenza con le grafie spagnuole 
caballo Castilla {-aglio -iglia). Quel che più monta, oltre i ei 
quei, le preposizioni articolate ai dei dai nei coi pei, onde a 
de' ecc., comuni a tutti i dialetti toscani antichi e moderni, scal- 
zerebbero dalle fondamenta l'ipotesi, di cui sono stati incapaci 
i riformatori, che cioè li quelli siano gli avanzi della fase più 
antica e più schiettamente italiana, nelle condizioni storiche e 
geografiche in cui si è formata la nostra favella. Imperocché 
era del tutto incompatibile la continuata coesistenza dei tre gradi 
di svolgimento fonetico li gli i, quelli ecc., dei quali il primo 
era inevitabilmente sepolto da' suoi succedanei, ed il secondo ed 
il terzo potettero conviver soltanto per la continuata e frequente 
alternazione di due varie condizioni di fonia sintattica, le quali 
non lasciavan posto ad una terza che salvasse il primo. Queste 
due varie condizioni sono, com'è noto, rappresentate dagli esempj 
gli anni, gl'ingegni {= egli anni ecc., non ancora morto) equi- 
valenti per quantità a llj anni ecc., per l'una, da i pani, i 
erediti, i tronchi ecc., per l'altra; e lo stesso corre riguardo 
a quegli anni, quei pani ecc., che è quanto dire che dinanzi a 
vocale stanno sempre gli e quegli, sempre i e quei dinanzi a 
consonante semplice e pura, o ad esplosiva seguita da liquida. 
Qui potrà venire in testa che li ecc. avrebbe trovato posto di- 
nanzi a consonante doppia o mista, ed ai nessi illiquidi, cioè 
nella terza combinazione che rimaneva, la quale comprenderebbe 
i casi d'incontro dell'articolo con voci, quali gnocchi, scemi, 
scempi, zoccoli, stolli, squilli, strilli, stronchi ecc. ; onde si vedo 
che tale incontro avveniva quasi sempre con sibilanti iniziali. 



* comunaglia è il pascolo e il bosco comunale, i.ralcijlia 'prateria' ("• 
rimasto nome locale. La pronunzia a cui si allude, fu anche, e più spesso, 
rappresentata con -llia -Ilio ecc. 



156 Bianchi, 

miste seguite da esplosiva. Tenendo conto di questo fatto ge- 
nerale, eh?, se ce ne fosse stato bisogno, avrebbe avuto un'as- 
soluta preponderanza analogica ^, anche qui mancava la condi- 
zione che salvasse la forma li, e la lotta per la vita restringe- 
vasi tra gli ed i. Si dirà che quest' ultimo non fu prescelto , 
perchè, smilzo com'è, veniva facilmente a far corpo con la pa- 
rola seguente, e quel che è peggio, a confondersi con Vi pro- 
stetico {islanco istanchi ecc.); onde il genio della lingua, im- 
pacciato da una confusitne fonetica che distruggeva una distin- 
zione formale, era naturalmente tratto a riaccattare l'articolo 
ed il pronome nella forma, che trovava già pronta nella po- 
stura sintattica del tipo gli anni quegli anni. Certo non ne- 
ghiamo efficacia all' istinto logico del popolo, come motore d' una 
diffusione analogica, poco meno che riflessa e voluta ; ma nel caso 
presente, ci sia pur concorso tale istinto, l' i prostetico ha, di fronte 
alla forma gli che viene a sorgere, un valore essenzialmente e di- 
rettamente causale. Vediamo se in qualche modo ciò dimostriamo. 
Ci moviamo dal periodo latino, in cui la quantità delle vocali 
si mantiene distinta, ed abbiamo illì anni; ma nel latino vol- 
gare la lunghezza della vocale atona non può sostenersi quanto in 
quella accentata ^, e passiamo al periodo in cui la lunghezza si 
accorcia, ma non si annulla, ed anzi si converte in solidità della 
vocale ed abbiamo ili i -anni, dove V -i- è pronunziato come 
neir it. gallione ( *gallajone da gallo ) , maliardo ammaliare 
da malia ^; nel terzo periodo la l rimane sempre intatta e di- 



* Nel caso di gnocchi, per mo' d'esempio, non vi era bisogno di questo 
sussidio; poiché il suono iniziale di questa voce attraeva, per affinità di 
natura, la forma gli dell'articolo. 

^ Così io scriveva quattro o cinque anni or sono, secondo rojìinione dei 
migliori maestri; ma i duri scogli che ho dovuto incontrare nel corso di 
questa trattazione, mi hanno convinto, senza volerlo né cercarne, che le 
vocali lunghe, anche atone, mantengono la loro quantità ben più oltre l'età 
del latino volgare, e nell'italiano poi, manca poco che non arrivino all'età 
de' primi scrittori. Nondimeno qui trattasi d'un -I, che è, può dirsi sempre, 
in posizione proclitica, in contatto con le liquide II, che tendevano a stem- 
perarlo. 

^ Gl'inesperti non debbono credere che questa, e simili voci, stiano a 
giustificare nò li nò quelli: sono formazioni nuove, che l'italiano si è fatto 



Storia dell' -i- ecc. — Gap. I. L'art, e il pron. ; procursori di ÌL 157 

stinta, cioè non si fonde con la vocale omorganica i, ma questa 
si abbrevia ancor di più, si schiaccia sulla vocale seguente e 
fa dittongo con essa, ed abbiamo illj-dnni *, cioè lo stadio in cui 
trovansi presentemente le voci italiane Valiano ecc. (nomi di 
più luoghi) da Vellejanum ('Arch. IX 415), palio da 'pal- 
lim = pallium, olio da *olIm = *olium = oleum, alia 
aliare da *ali per ala, pronunziate Valjano, paljo ecc. *; nel 
quarto periodo finalmente la l si fonde con lo j, ed abbiamo eglj- 
dani glj-dnni, come in oglio, soglio, foglio, che già dovevano es- 
serci nel periodo secondo. Del primo periodo non occorre parlare; 
il secondo ed il terzo sono senza dubbio dell'epoca romana, non 
solo perchè anche il rumeno ha il pron. ei al nomin. ed acc. 
plur. dat. sing. i, rum. merid. elji, Iji, rispondenti foneticamente, 
ed in massima parte nella funzione, ai nostri egli e gli, ma al- 



da sé, ed hanno seguito una via ben diversa da quella del lat. illi, che sì 
muove direttamente dal latino , vero e proprio , senza ricevere nuovi suf- 
fissi, e lentamente si trasforma. 

* Seguitiamo a porre il- per comodo d'uniformità, ma sebbene infine 
dovesse mutarsi in el-, né i né ù passarono in e ed o, a dir poco, durante 
tutto il periodo di formazione della serie *olT *conT, e di altre simili. — 
Lascio il restante com'è, e riescirà anche più semplice e chiaro ai letterati 
che non siano dirotti all'analisi fonologica. Ma veramente l'abbreviazione 
non andò tanto liscia; poiché l'analisi più spinta, a cui mi ha costretto 
il cap. Ili, mi fa accorto che il IT- si spandesse in illij-anni, e poi, con 
attrazione dell'/ alla liquida, illji-anni Uj'-anni; cosicché tali e simili figure 
contengono l'apocope della finale originaria del pronome. Vedremo che 
l'azione del prolungamento, e spesso bislungamente, secondario, è sempre 
regressiva, come vedesi chiaro in *-airT = -ariu, onde -ieri, dove si ebbe 
propagginazione alla tonica; ed anche il pronome si bislungo nelle com- 
binazioni di de ab illis ecc. 

' In palljo e Yalljano la doppia II mal si reggeva spiccata e distinta 
da J, e con questo rasenta troppo dappresso [/ìj , suono misto che ha il 
valore di doppio. È curioso il fatto che la lingua sia qui ricorsa allo scem- 
piamente della consonante, ed abbia mantenuto distinte queste forme dal 
tipo aglio foglio; ma in Valliano la l era in formola protonica, e * palli 
palli-o era tratto all'analogia di *oli oli-o, *(!oni coni-o; vedi le citazioni 
del testo. Probabilmente olj-o passò per la trafila di oU-o, ed avvenne in 
tale stadio lo scempiamente di palli- Velli- in pall-o Vali-, dopo che illì 
era divenuto egli. — ala passò in alj-a per via di ali sing., dopo essere^ 
stato attratto dall'analogia dei nomi in -alis. 

Archivio glottol. ital., XIII. 11 



153 Bianchi, 

tresì per la ragione più particolare ed intrinseca, che un Ij non 
rimase a far compagnia con paljo e Valjano, che sono di età 
bene antica; il che è segno evidente, che quando questi sboc- 
ciarono, illi era già entrato nel quarto stadio, ossia nello stato 
di i(jli. Il quinto periodo è rappresentato da oljo, paljo ecc., od 
il sesto da gall'ione, che sebbene sia ancora attivo, e capace di 
attrarre nuovi esemplari^, si trova con l'altro ne' più antichi 
documenti toscani di basso latino, ossia più secoli prima dell'i- 
taliano scritto; V. il nostro lavoro sui nomi di luogo in Arch. IX 
381-3n, 419 n. 1, 422 n. 1, X 313-14 n.° 48, 316 n.° 68, 397 
n. 3, 404, 406, 407n. Può da ciò arguirsi di quanta antichità 
sia la forma egli gli ^. — È inutile ripetere il medesimo ragio- 
namento intorno al pron. egli quegli, riferito a persona singo- 
lare, poiché comunque se ne spieghi Vi finale, questo certamente 
fu in origine lungo, e le relative questioni combinano con quelle 
del plur. il li. Avremmo da proporre un'ipotesi ardita a questo 
punto, ma la faremo più corta passando all'incontro dell'art, e 
pronome con Vi prostetico. Dinanzi ad s si attacca facilmente 
un suono vocalico chiuso, che poi si determina e prende corpo 



^ Por esempio, camporajuolo (v. la nuova Crusca) è detto, da alcuni 
contadini, anche campar- e camper'iolo. 

* Alla nostra fonistoria potrebbe farsi l'objezione, che neh' età in cui 
pallium, seguendo le vie indicate, si fissò in paljo, la figura illi non 
aveva, come quest'ultimo, un'analogia che lo portasse allo scempiamento 
di II, in modo da evitare lo assorbimento di queste nell'j. Noi crediamo 
che per venire allo scempiamento avrebbe avuto molto di più che un'at- 
trazione analogica; che nell'età di *pali pali-o, un simile scempiamento 
sarebbe stato cagionato a illi, supposto allora intatto, dalla sua condizione 
proclitica in moltissimi casi, quali: ilio-mése, illi-ànni, illi-pàni{s) , illo- 
dmat(t) illi (illos)-dma{t) , mutabili in ilo-mese, ili ed ilj-anni ecc. Rela- 
tivamente all'italiano scritto, se anche si ammettesse contemporanea la 
fissazione delle forme *igli e palio, rimarrebbe sempre assicurata la nostra 
tesi che egli e gli sono le vere figure protoitaliane. Ma, d'altra parte, la 
relativa integrità dell' i di palj-o era sempre salvata, in ogni evento, dalla 
continua presenza di pali, che fece parte della flessione, e poi rimase al 
provenzale; il che dimostra anche meglio che illi, il quale non poteva 
entrare in quella serie flessionale, non potea salvarsi dal cadere in '^igli 
egli. Del resto, un'esatta cronologia di queste varie figure, non potrà ri- 
sultare che dall'esame compiuto di tutte le serie che verranno. 



Storia (leir-i- ecc. — Gap. I. Il pron. e l'art, che procedo Vi prosi. 159 

in 2, e ciò molto più se la .9 è seguila da altra consonante, e 
diviene più dura. Questo i- è così antico clie fino da età latina, 
come omai tutti sanno, abbiamo esempj, quali istatua, ispirilo, 
Istefanu ecc. , che lasciano una numerosissima prole alle carte 
dell'età di mezzo. Tale prostesi non era sempre evitata dagli 
antichi, quando la parola precedente terminava in vocale, e tutti 
rammentano d'aver letto: fanciullo isciocco , era istato, non 
siate istoUi, le ispalle, mano istanca, e simili accoppiamenti di 
parole, che non istavano soltanto sulla carta, poiché si odono 
ancora nelle pronunzie dei contadi. La solidità acquistata dall' i- 
(li contro, e spesso a danno della vocale precedente, è provata 
<lal confronto della corrispondente e- delle lingue sorelle occi- 
dentali: ant. fr. lùne especle, V esloiie, mod. V èpèe, l'ètoile, prov. 
V espada V estela, spgn. la espada la estrella, portg. a espada 
a estrella. In tale stato di fatti era inevitabile che in ilU istidti, 
il II iscopuli etc. , i due i che s'incontravano, e dei quali uno 
jiesava per due, non la passassero così liscia da ridursi ad un 
solo breve, quale sarebbe stato in U stolti, e che dovessero cor- 
rere la digradazione comune, che in questo caso si rappresenta 
per elli-istolti , ellj-i-stolti , ellji stolli, glji stolti, che è la fase 
italiana ^ Starà alle serie susseguenti il dimostrare, se lo j di 
gìji, si voglia Ili, dove pur' entra come elemento, sia vera- 
mente l'ultimo avanzo dello l di -li, o piuttosto la propaggina- 
zione, alla liquida, d'un nuovo i, dall'-;' bislungo che sorse nel- 
l'incontro di illT-2-stulti. 

Fin qui la dimostrazione fonetica ha lasciato fuora la forma 
del pron. e dell' art. dinanzi a voce che cominci per consonante 
scempia. Anche qui non è possibile, per l'italiano, risalire più 



* Duro, e giustamente condannato accoppiamento, quello usato oggi da 
molti, di non premettere Vi- alla s impura, di che si tratta, quando è pre- 
ceduta da C071, in per. Ho avuto occasione di osservare, che i fanciulli del 
mio paese, i quali frequentano le pubbliche scuole, leggendo nei libri per 
stare, po' stima e simili, prima di tutto non lo sanno leggere, e poi nel 
parlar famigliare hanno preso il vizio di dire pe stare, pe stima e via di- 
scorrendo, laddove i vocchj delle loro case dicono pere slare, pere stima ecc. 
Ora domando in questo caso: chi conserva meglio gli elementi etimologici, 
i vecchj ignoranti od i giovani .^trultl? V. qui ri sareljlm da farl.i lunga! 



160 Bianchi, 

in alto di egli e gli, se pure si possano, queste forme, accertare 
senza contraddizioni: ogni altra grafia clie si ripeschi in antichi 
documenti, è sicuramente illusoria, o rappresenta, come vedremo, 
un fenomeno terziario. Le comuni forme toscane jìiù antiche, del 
periodo letterario, sono in questa posizione: quei que {pani, 
vini ecc.), pron, ed art. ei e da egli, i {pani ecc.) da gli, con qui 
ed i contratti da quei ei, peculiari del gruppo arrotino. Questo 
il fatto nudo e crudo, che ci fa vedere, di -II-, un indebolimento 
maggiore, laddove altri, dopo aver veduto illl anni illl stulti 
finire in gif -anni glji-stolti, sarebbesi aspettato una forma più 
piena li, almeno da illl pan es, illl flores etc. Sennonché la 
forma più piena era veramente glji della fase anteriore a i, la 
quale si fissò e rimase nel pronome anclie per tali incontri, 
come in gli disse ^ disse a lui', gli portò 'portò essi'; percioc- 
ché in gli avea sofferto più la consonante, e meno la vocale 
lunga, che vi era meglio rappresentata per ji, ed una vocale 
lunga ha, nella fonetica, maggior valore della l, che si mostra 
più debole in molti accidenti. La ragione poi del trapasso di glji, 
per *ji, in i, a tali incontri, sta nell'assimilazione quantitativa 
dell'articolo al suono consonantico iniziale del nome seguente 
{i tempi, i denti, i tronchi)', dove il sentimento analogico, agente 
come concausa, pone in equilibro proporzionale l'articolo col 
nome, evitando di dare al primo un peso maggiore del suo va- 
lore meno che secondario, come sarebbe stato in gli pani, o cosi 
scarso da annullarlo, o poco meno, come sarebbe in i zoccoli. 
Ma resta sempre la questione — se la figura gli pani ecc., onde i 
pani ecc., nascesse per intrinseco svolgimento da illl panes, 
per diffusione analogica delle altre due combinazioni gli anni, 
gli zoccoli ecc. All'analogia, come a ogni causa indiretta, non 
bisogna ricorrere, se non quando ogni ragion diretta è affatto 
esclusa; e molto meno in questo caso, dove i nomi comincianti per 
vocale e per consonante doppia sono moltissimi, ma non pajono i 
più numerosi. Sopra questa considerazione, pigliando un esempio 
meglio appariscente, non ci dobbiamo fermare al nomin. illl 
pali, ma allargarci a tutti i casi del medesimo numero: de 
illis..., d'-ab e d'-ad illls..., cum illis..., in illls.,,, 
prò illls..., super illls palis, divenuti infine dei..., dai..., 



storia dell'-/- ecc. — Gap. I. Il pron. e l'art; epentesi d'un i. IGI 

coi..., nei..., pei..., sui paW^, passando tramezzo a degli..., 
dagli... ecc. Abbiamo dunque le medesimo condizioni ed il me- 
desimo esito che ci ha dato ili! s-tulti. Ma per contentar 
tutti c'è altro ancora. 

A questo punto può sorgere una obbjezione; ed è che il gruppo 
5 + esplosiva, nel corpo d' una sola parola, per se stesso non mo- 
difica mai la vocale precedente, anche se lunga, ne direttamente 
o indirettamente sé medesimo o le consonanti vicine: per es. 
l'ant, ted. lista si è mantenuto senza divenire Ijista ne lista, il 
lat. esca non si è fatto eisca né quindi isca, l'italico arista, 
dove abbiamo diversa posizion dell'accento, non si é ftitto drjista, 
né quindi djista dista, e nemmeno abbiamo una figura quale sa- 
rebbe tristo da trlstis. Tale obbjezione si fonderebbe sopra un 
principio falso, negato dai fatti, come l'identificazione assoluta 
dei fenomeni di fonia sintattica con quegli di fonia interna della 
parola. In questa abbiamo un solo accento, e nell'accoppiamento 
di due voci, nell' origine almeno, ne abbiamo due, e più lo stacco 
o brevissima pausa tra l'una e l'altra; per lo che il gruppo 
palatino del pronome in illl-s pàlis si trovò nelle condizioni 
medesime che in illi stulti . Ed acciò non faccia ostacolo il 
supposto, che nel primo caso, non mai la pausa si fermasse 
sull'-I-, ma sempre susseguisse la -s, abbiamo più fatti che di- 
mostrano essersi svolta, dinanzi alla s finale, una sottil vocale 
affine, che poi si determinò in i, come in dai stai da das stas, 
crai da cras, poi da post, noi voi da nos vos, in vendi da 
vendi s, che avrebbe dato tu vende, se non si fosse frapposta 



* Ne riman fuora il dat. ai: ma ridotto a cosi poco un supponibile con- 
trasto, non importa ora il decidere se, per es. , nella locuzione aggiunse 
ni pali, si abbia, in luogo del classico illis palis adjunxit, un volgare 
adjunxit ad illis palis, e non adj. ad illos palos, dove poi sotten- 
trasse ad illi pali = ad illae palae. Per in e super, il costrutto con 
l'ablativo, a cui per certe relazioni s'aggiugneva logicamente il dativo, 
dovette prevalere a quello con l'accus., che morfologicamente si diradava 
tutti i giorni, e finiva con l'oscurarsi sempre di più. Il fatto che su viene 
da suso, e non da super, è qui indifferente. Nel per rimasero assorbiti il 
prò e il prae; e tra (da Inter e intra), per un lungo periodo, rimase 
staccato dall'articolo, al quale si accostò di più, quando le forme di questo 
orano già fissate. 



162 Bianclii, 

una forma *vendG's^ *vendeis vendls (Ardi. IX 301-92 n^ 
403 , X 348 ) 2. La medesima causa fonetica agì naturalmente 
suir -7- in de i 1 1 1 s ecc., spandendolo in -//- -ji, sul quale, come 
in tutti i casi simili, venne a schiacciarsi la l. La presunta im- 
manenza e legittimità delle forme li e quelli, è dunque scac- 
ciata da ogni cantuccio della fonistoria italiana; e se mai, non 
ne rimarrebbe forse che uno, cioè, per esser più sicuri, la po- 
sizione di illi come vero pronome in fine di un periodo, il quale 
per esempio, fin da età antica, si chiudesse con portolli, o me- 
glio con un suo antenato porta ut-li o portau-lli (-illi dal. 
sing. e nom. |)lur.), in pericoloso contrasto con -llj-ejie - -iììl- 
inde (per illos etc. ); oppure in periodi di domanda e risposta, 
come: Volete questi o quelli? — Datemi quelli^. Ma ognuno 
comprenderà di leggieri quanto dovesse esser raro questo caso 
di posizione, dall'i Ile ego di Virgilio in poi, e quanto esser 
dovesse irresistibile l' attrazione delle lunghissime serie di com- 



* Provvisoriamente può formularsi cosi; ma la -5 dovette esser sempre 
d'ostacolo alla mutazione dell'?, che la precede, in e, e lo allungarsi dell'e- 
same porgerà in fine gravi ragioni a chi tenga per posteriori alle primarie 
alterazioni, qui esaminate, i cambiamenti delle vocali brevi; cfr. p. 156 n. 

" Rinunzio di malincuore al valermi dell'argomento, che non si possa 
altrimenti spiegare la trasformazione di tollere veliere in torre s-verre, con 
le loro forme flessionali, se non dalla 2.^ pers. sing. del pres. ind. tollis 
ve Ili s; poiché troppo facile è l'opporre che i perfetti tolsi svelsi ben po- 
tettero riagire sulle forme del presente, rifoggiandole sulla stregua di colsi 
cogli (colligis) corre. Nondimeno, sarà lecito avvertire che la tendenza 
ad una tale diffusione analogica s'indeboliva, in quanto non era promossa 
da affinità logiche né da un bisogno di rispondenza fonetica; perocché lo 
schietto II ben si accoppiava con un perf. in -si, come difatti vulsi vul- 
sum vissero contenti di veliere, e tolsi svelsi vissero e vivono in pace 
con tollere svellere nell'ant. pis. e sen. ed in sottoparlate viventi anche 
fiorentine. — voglio ecc. da volo, e cosi pigliare da pi la re (ant. sen. 
pillare), hanno altre ragioni, che, occorrendo, potremo vedere. — Ora togli 
e svegli, insieme con più altri, verranno qui a far parto d'un complicatis- 
simo articolo intorno agli effetti dell'J sulle consonanti precedenti. 

' Ma prima che a 'date mi illos' si surrogasse il nuovo costrutto 
'date mi illi', dovette correre tanto tempo, che d'uno schietto ili! non 
potevasi aver più sentore. Anche alla -s dell' accus. plur. masc. dovette 
abbarbicarsi un ?, strumento sempre pericoso per la liquida precedente,, 
ma per ora almeno non ne abbiamo documenti. Del resto, v. il cap. III. 



Storia dell' -i- ecc. — Gap, I. Pron. e art. da il le; flessione. 103 

binazioni che rendevano inevitabile la mutazione di illl in egli 
e gli. Piuttosto potrassi domandare se, una volta ammesso il 
trapasso di -111 o -li in -gli in certe condizioni, non dovesse ciò 
avvenire per ogni e qualunque voce, avente questa sillaba finale, 
nei medesimi incontri; se cioè ammesso un de illis svolto in 
di qu-egli, non dovesse anche de caballis, de capillis, de 
malis etc, farsi di e dei cacagli, ...capegli, ...magli, e quindi 
pure di cavai ecc. Di questa fase rimane ancora begli e bei, 
che torna belli in fine di periodo e di proposizione, o quando vi 
è un certo distacco ^ ; ma nei sostantivi e nei veri aggettivi del 
toscano proprio, la forma nominativale in -li, dalle origini in 
poi salvata da una favorevole e frequente postura sintattica, 
tanto invalse, che le forme sue parallele si possono dire fin da 
tre secoli estinte, e nelle vive parlate altro non rimane elio l'e- 
semplare ora allegato. Una esclusione cosi assoluta dalla lingua 
viva ci fece increduli della toscanità, fosse pure antica, di cavai, 
capei, (ìgliuoi e loro compagni-; ma un dotto e benevolo cri- 
tico, fondandosi sugli spogli suoi proprj di antichi testi fioren- 
tini, e sopra quegli dello Hirsch di testi antichi senesi, ce ne 
fece un appunto, non però tale da mostrar di credere, special- 
mente pel fiorentino, ad una prevalenza di tali forme (inconci- 
liabile con la vita successiva del dialetto), né tale da persua- 
derci che le medesime non siano, più che anticaglie toscane, 
eredità del bastardume poliglottico dei primi poeti ^. Ciò sia 
detto per la storia letteraria, che quanto alla fonologia, si ri- 
sale veramente ad una variazione originaria, che si può raj)- 
presentare per il tipo capelli capegli capei, in determinate con- 
dizioni per ognuna di queste forme. L'ant. senese abonda più 
in esempj della forma mezzana -gli (v. il luogo cit. in nota), 
ed in questa parte, come in qualche altra, s'avviava nella strada 
del cortonese e del perugino, che la percorsero tutta. Per es., il 
perugino ebbe, ed ha ancora più o meno, nel contado: ei {\) ca- 



* Nel cinquecento belli e buoni era pronunziato ìicgli e buoni, come an- 
che si trova scritto. 

* 'Il dialetto e la etnografia di Città di Castello', Città di Castello 1888, 
pp. 10 n. 1, 28-30. 

* Vedi E. G. Parodi: 'Dialetti Toscani', in Roman. XVIII 020-21. 



164 . Bianchi , 

pUoglie (-oli), ei quaglie ed anche sogl[ie] angue sotto gli 
anni ^ , offìzialie e via di questo passo. Il cortonese non solo 
schiacciò sull'-t la l, e la n con agne engagne Oiovagne (cfr. 
il pron. sing. egli), ma, quel che torna lo stesso, spanse ^-^ in 
'ii -ji, poi -jé, anche dopo altre consonanti, con alterazione di 
•qualcheduna di queste; per es. : iucchie qiianchie, sanchie = 
tutti ecc. ^, tempie tempi, passie passi, sbeffie sbeffi, alit^ie altri '. 
Questo fenomeno, anche nella estensione che presenta nel cor- 
tonese, intesa quanto alla varietà delle consonanti jfinali, si spiega 
per le medesime ragioni di illi in egli, e tranne la mutazione 
umbreggiante dell'-yi in -je, dovette esser comune, per lo meno, 
a tutti i dialetti dell'Italia centrale. Ognuno difatti compren- 
derà che, per esempio, la pronunzia famigliare quanf ann avete? 
non può essere originaria, e crederà con tutta la ragione che 
sia stata preceduta da quanti anni..., quànt'l-ànn/t . . . ^ , o me- 
glio quanti] -a., quanfji-, qudntj-ànnf avete?, e che de multls 
caballls, per la scala già indicata, attraversasse lo stadio de 
moUjl cavalljt, che di due soli stadj precede quello in cui si 
fermò il cortonese^. Sennonché mentre questo dialetto, ed in 



* V. un brano dello Statuto di Perugia del 1342, in 'Ardi. Stor. per le 
Marche e per l'Umbria', fascio. XV-XVI, p. 602. 

* «Mone (mo') chieggio perdono a tucchie quanchie, A Dio, alla Ma- 
donna e a tucchie Sanchie », Moneti 'La Cortona convertita', canto V, st. 19. 

' Papanti 'I parlari italiani in Centaldo', Livorno 1875, pp. 88, 89. Vedi 
l'esame di questi fatti in Arch. II 449-50, 

* Questa è la pronunzia ammessa e richiesta per la lettura e nel pulito 
parlare. Storicamente non può ammettersi che la sia di continuata tradi- 
zione popolare, vedendosene l'esito nel cortonese; ma in questo caso l'i- 
stinto dei letterati è stato felice. 

' Mi pare, con quanto precede, d'essermi spiegato. Le cause determi- 
nanti, anche per i casi particolari di quest'ultima parlata, furono, 1.^ il 
dat. abl. plurale in -ìs, e per sé stesso e per l'incontro con una conso- 
nante iniziale nella parola seguente; 2-* il nom. plur. in 7 che incontra 
una sibilante doppia od impura; 3.^ l' imbattere dei medesimi casi in una 
vocale seguente; come negli esempj: 1." de sanctl's, onde *sanctTi[s] 
con attraz. *santn, poi *santjì, in ogni combinazione; 2." tanti stultT, 
•onde tanti istolti tantji-stoUji e finalmente tanchie stolchie; 3." san e ti Apo- 
stoli, poi santjt a..., o si voglia con -l in -ìj"-, santij a..., saitiji-, e final- 
mente sanchf apóstoglie; il qual ultimo e stolchie si erano già svolti se- 



Storia dell' -2- ecc. — Gap. I. Pron. e art. da. ilio; dialetti. 165 

parte il perugino, estese ad ogni altro caso la pronunzia sórta 
in simili combinazioni, gli altri dialetti affini diedero, al con- 
trario, prevalenza all'opposta analogia del nominativo plurale 
in -i seguito da parola cominciante per consonante scempia, o 
posto in fine di periodo od in voce comunque pausata, analogia 
rafforzata dal sing. masc. e dal fem, sing, e plurale {cavallo 
-la -le). All'incontro tale analogia non prevalse, almeno nel 
dialetto fondamentale, sul pronome ed articolo, posto quasi sem- 
pre in condizione proclitica, od in profferimento comunque con- 
tinuativo con la voce seguente, e che per di più dovea serbar 
tracce di de illls etc, come conservò anche i casi lui e lo7^o, 
carico non toccato né ai sostantivi, né ai veri aggettivi. 

Da quanto abbiamo discorso deducesi, che UH od elli ecc. non 
potette coesistere con egli ecc., ognuno in determinate condizioni, 
se non in un periodo rapidamente transitorio , bene anteriore 
alla compiuta formazione della nostra favella; che la distinzione, 
tra umana e bestiale, ed ogni altra tentata oggi, non risponde 
<iuasi mai alle condizioni differenziali di quel periodo; che egli, 
il quale poi si scambia le parti con ei, è l'unica forma proto- 
italiana, e l'unica, che per ragioni d'ordine logico e storico, si 
colleghi armonicamente con tutti i prodotti veramente italiani 
di quel pronome latino. Il valoroso critico sullodato parrebbe 
assai propenso per gli ecc., avendoci fatto quasi un appunto d'a- 
vere noi assegnato, tra le altre, la forma Ili all'ant. castellano, 
perchè fattasi enclitica, presentavasi nella figura di Ile in felle = 
fegli, trovolle = trovogli, dov' è in funzione di i 1 1 o s ; ma vi sono 
dei casi nei quali, come in questo, non è facile scorgere una 
figura puramente grafica, e ciò molto meno in dialetti secondarj 
che trascorrono la fase italiana, e con la presente pronunzia 
attestano la fedeltà dell'antica scrittura. Pigliamo ad esempio 
un passo qualunque d'uno statuto pisano, e vi troveremo: «li... 



paratamente. Verranno altri casi difficili a farci vedere, come non sia l'i 
organico, che per sé stesso riducasi a. j , ma la sua appendice accidentale. 
Le figure con 1' i originario abbreviato, dei n.' 2." e 3.°, appartengono al 
gruppo cortonese. Il toscano proprio mantenne la quantità dell' -I, per lo 
meno durante tutti i periodi, nei quali un abbreviamento avrebbe potuto 
recarvi una mutazione di nualità. 



1G6 • Bianchi, 

capitani... debbiano pigliare da lo chamarlingo li denari che 
in quello di si denno dare a li poveri bizognosi, et vadano per 
le loro cerche faccendo limosina ai poveri, incominciandosi in 
prima all' infermi ecc.», e più sotto: «Anche ordiniamo, che se 
in de la città di Pisa, et in dei borghi et in delli sobborghi, 
alcuna povera persona morisse, ecc. » ( Bonaini, Sfai. Pis., I 705, 
an. 1340). Premesso che qui alli in delli {ind-elli = int-elli) ci 
attesta che anche da lo era dallo, a li era alli, in de la era 
ind-ella, appunto come pur oggi si pronunzia in Pisa e nel suo 
contado, resta, per connessione diretta, del tutto inconciliabile 
fonologicamente ai 'poveri' con alli 'poveri', ind-ei 'borghi' 
con ind-elli 'sobborghi', come l'ant. li 'denari' non va punto 
d'accordo col mod. <?' 'de- o danari'; e preso il moderno pisano 
senza riguardo all'antico, e' dei de dai da ecc., quei qué 
'danari', vi fanno proprio un enimma di fronte a V anno Vanni, 
era veli' anno (da iiello = ìiuello) eran quell'anni. Ma se si 
rammenta che il pisano è un ramo un po' divergente da quel 
tronco, che è il dialetto fondamentale della lingua scritta, l'e- 
nimma scompare, e sùbito si scorge che e' quei son della parte 
verticale al tronco, ossia le forme più antiche e vere italiane, 
e che li quelli son sórti nel divergiraento del ramo, dove questo 
cessa di esser lingua per farsi dialetto. Lo spuntare di questo 
germoglio sùbito si discuopre da chi ha avvertito che, nell'ant. 
pisano, lo prevaleva affatto sopra el, anche dinanzi a cons. scem- 
pia {lo pane, lo vino ecc.), e cosi quello sopra quel, come nel 
passo citato quello dì coniro il comune quel dì. Da questo lo 
e quello, raff'orzato anche, quanto al metallo della consonante, 
da la le, quella quelle, il pisano rifece analogicamente li e 
quelli, che non son punto i diretti discendenti del lat, illi. Il 
romanesco, che usò lo e quello quanto il pisano, fece lo stesso; 
ed il senese, che vi sarebbe stato il meno disposto, fu trascinato 
nella medesima via, probabilmente perchè il minor numero di 
analogie aveva il rinfìanco del pisano, che quello premeva dalla 
parte dell'Arno, e con le altre parlate littoranee, dalla parte 
della Maremma. Questa riduzione analogica del pronome ed ar- 
ticolo ha avuto per eff'etto, in tali parlate, di estinguerne la 
flessione dinanzi a qualunque vocale; dimodoché vi si dice Vanno 



storia dell' -;■- ecc. Gap. I. Pron. e art. da ilio; digradazioni, 107 

Vanni dell'anni, quell'anni, quell'embrici, quell'usci ecc., e 
portali' a casa vi significa tanto portare illuni quanto por- 
tare illos ^ Questo vizio di pronunzia vien comunicato, dai trat- 
tatini delle scuole, anche a fanciulli di opposto dialetto 2, né a 
riparare il danno vale il rimedio, peggiore del male, di alcuni pre- 
cettori che insegnano doversi scrivere li e quelli, e pronunziare 
gli e quegli, precetto che fa uno sdrucio alla regola più gene- 
rale della con.'ormità della pronunzia alla scrittura, naturalmente 
più fissa nella memoria, e quindi più osservata. Così una rego- 
luccia arbitraria, fatta senza cognizione di cause ne previsione 
d'effetti, e cresciuta in mezzo all'indifferenza 'di color che 
sanno', sciupa la flessione, e recando la confusione dove cercava 
la distinzione, è nella pratica interamente fallita •''. 

L'unica deviazione che la fonistoria, e lo stato di fatto del 
dialetto fondamentale, possano concedere alla grammatica usualo, 
è quella di fare evitare, entro limiti convenienti, la ripetizione 
immediata del suono schiacciato gli, ponendo, a cagion d'esem- 
pio, portarglieli, darglieli ecc., non -gliegli', la quale dissimi- 
lazione trova pur riscontro nell'uso popolare, che sempre fa 
sentire portargliene, fargliene ecc., dove il ne non solo serba 



* Alcune di quelle parlate, per il dat. UH illis, hanno portà-gni e por- 
tà-nni, nati da -gnene = gliene (onde anche gni e ni disse), laddove il ro- 
manesco ha portà-je. Queste forme fanno una cattiva testimonianza a fa- 
vore della priorità italiana di porlar-li, che si trova nei medesimi incontri 
di fonia sintattica. Nelle stesse parlato, e più particolarmente nella senese, 
s'è introdotto l'uso di raddoppiare la l dell'art, e del pronome: W acqua 
W acque, W anno ll'anni, portàtelli ( = illi dat. e illos), in alcuni luoghi 
-eli; dove la straniera intrusione viene a patti, nella quantità di suono, con 
glj, ossia il del vecchio senese, ed anche si estende. 

* S'intenderà bene che qui non alludiamo all'alterazione dell'infinito: 
portallo ecc., per portarlo. 

' Regola infallibile, per rintracciare la classica pronunzia dogli scrittori 
fiorentini del trecento, è quella di attendere alla moderna pronunzia del 
fior, rustico, e di risalire coi buoni metodi ai suoni che immediatamente, 
o quasi, dovettero precedere. Cosi il Contado ha: lo zoccolo gghji zoccoli, 
l'anno gghj-anni, degghji = degli ecc., son quegghji, ma saranno chegghji. 
Da testimonianze contemporanee sappiamo che questa pronunzia fu comune, 
anche alla plebe di Firenze, per tre secoli almeno, e qualche respiro ve lo 
dà ancora. 



168 Bianchi, 

la sua propria funzione, che gli vien da inde, ma anche quella 
dei pronomi lo la le e gli. Quantunque non abbiano ugual fon- 
damento di faito, sarebbero raccomandati dall'eufonia còglierli, 
scioglierli e simili, ma sono preferibili córgli, sciargli ecc., do- 
vechè sarà difficile uscir da pigliarli, senza offesa dell'eufonia. 
Questa, invece, non sarà offesa da gli scogli, che spiace al Ro- 
dino; né un raro gli agli, o se altro ve n'è ancor più raro, 
può turbar tanto la sonorità oratoria, da permettere che si devii 
dalle ragioni storiche della nostra favella. 

I classicisti non approvano l'uso di il dopo per, facendo ec- 
cezione soltanto dinanzi a quale, come in per il quale, o altri- 
menti pel quale '^^ «ma essi, dice il Rodino ('Gramm.' I 41), 
vanno errati, che oggi nel singolare si dice per il o pel, e ra- 
ramente in qualche particolare caso si adopera per lo ». La 
prima maniera di dire, cioè, per lo, era la più originaria, e 
quindi la più legittima, ma il conseguente pel, che ne nasceva 
dinanzi a consonante scempia, già abbastanza storpio in sé stesso, 
dovea, per ulteriori digradazioni fonetiche, discendere a strani 
esiti e recar confusione nei dialetti che eran più assecondati dal 
linguaggio letterario; cosicché il fatto, riferito e raccomandato 
dal Rodino, è reale e costituisce la regola più opportuna. Re- 
stano ancora nell'uso del popolo, e così de' letterati, per lo più, 
per lo meno, per lo meglio, modi avverbiali, e però formole 
fisse, e più raro per lo mezzo, senza dire che sono sempre vi- 
vissimi per la, per le, per lo in per l'anno, per lo scopo e 
via discorrendo, che talora divengono plebeamente pella, pelle, 
pello; ma la forma storica secondaria pel passò, per una di- 
gradazione fonetica generale in simili combinazioni, in peil pll 
pi' 2 {pie-campo, pim-mondo ecc.) nel dial. fiorentino, più tardi in 
per nel pisano, lucchese ed affini, e più tardi ancora cosi nel 
senese, mentre il romanesco, che mozzava già la preposizione 
in più incontri, lo riduceva all'omofono p' er, e l'arretino, che 
per la schietta conservazione della l dinanzi a consonante su- 



^ Vedi, per es., l'Ugolini 'Vocab. delle voci e modi errati' sotto II. 
La forma, pei' (peic-campo) , che parrebbe intermedia, si è fatta sul- 
l'analogia di j.ei pe' plurale, poiché la udiamo soltanto da pochi anni. 



Storia dell' -2- ecc. — Gap. 1. Proii. o art. da illc; prepp. articolate. 1G9 

pera tutti i nostri dialetti, tenevasi fermo all'ant. pel {pel cam- 
po), insieme con alcune jiarlate dell'Appennino toscano, non 
aventi voce in capitolo ^ Il plurale pei si ridusse a pi senz'altro 
nell'arretino [pi campi, con -i contratto da -ei, come in qid da 
quei), laddove le altre parlate lo conservarono ridotto, dove più 
dove meno, al pe' ammesso in grammatica, ma il romanesco, 
vivendo in qu-^sta parte separato dal movimento, trasse da per 
lo il plur. pe Ili. In pe' plur. e nel sing. pil, peggio ancora 
nell'assimilato pi\ rimaneva oscurato od estinto, dove l'articolo 
dove la preposizione; la quale ai tempi nostri è venuta da ciò, 
in concorso con l'assimilazione di r alla consonante seguente 
{p>e D-vendere), a soffrire anche dinanzi alle vocali {pe imo, 
pe andare), almeno presso alcuni parlanti del volgo-. La plebe 
di Firenze, nel bisogno dell'espressione, senti l'inconveniente, e 
ripreso il per dalle infinite combinazioni in cui rimane intatto 
{per ora, per intanto, per questo, per lui ecc.), vi riparò ac- 
coppiando la preposizione intiera all'articolo, cioè, facendo per 
il (poi per i'), per i e per e, la qual' ultima forma si allargò 
a tutte le più estese e più secondate parlate toscane, come la lue. 
pis. e. senese, che pel sing. vennero a per el, più iardi anche 
pe)' er, e soltanto l'arretina, senza dire di altre più oscure, si 
tien ferma a pel, plur. p/. Anche da collo col coi co' nacque, 
benché meno grave, qualche inconveniente d'oscurazione in pro- 
nunzie popolane, come in: co avere, co uno, nel qual ultimo 
caso si ha pure un fatto di dissimilazione tra due n in sillabe 
consecutive, la quale pur si ottiene mutando con in cor, onde 
è nato cor i' {=il) cor el, plur. cor e'; ma prevalse generalmente, 
anche presso la plebe, la ricostituzione analogica della ìi (ri- 
masta ferma in con questo, con lode, con lui, con giustizia,, 
con tormento, con bestemmie ecc.), e ne venne con lo con la 



' Tranne quella dei monti di Pistoja, che ha fatto parlar molto di sé per 
circa mezzo secolo, in ciò passandosi un po' il segno, e senza badare se 
altrove c'era qualche cosa di più conforme allo ragioni storiche della lin- 
gua, per esempio, nel Casentino e noi Mont'-Ami'ata. 

^ Errerebbe chi credesse, che la pronunzia della r di per, si sostenga 
soltanto per l'insegnamento letterario; poichò assolutamente prevale an- 
cora, anche presso gl'ignoranti, negl'incontri ohe si accennano nel testo. 



170 Bianchi, 

con le, preferibili alle antiche assimilazioni collo ecc., insieme 
con con i, che quantunque importi meno, si può giustamente 
approvare. Ed a proposito di questo per i e con i, osserva il 
Rodino (I 46) che « le regole, che si sono date intorno alla 
proprietà e all'uso dell'articolo, si veggono talvolta trasandate 
da' buoni scrittori », e cita dal Maccliiavelli : per i prieghi del 
Papa, — CON I loro navigli. Appunto ai tempi del Macchia- 
velli, poco prima, può teoricamente assegnarsi la fase dialet- 
tale di queste ricostituzioni analogiche, le quali senza dubbio, 
per le cause fonetiche suaccennate, furono promosse, prima che 
da altre, dalla plebe di Firenze. Qui ai tempi nostri le forme 
analogiche dominavano affatto, tranne qualche volta l'uso di pe' 
in concorso con per e al plurale, e nelle grosse terre del contado 
fior, si bilanciavano con le forme storiche pi = pil ■= pel, pe' =pei, 
coi" = coil •= col, co' = coi, che ora tendono a sparire, mentre fra 
i villani si mantengono vivacissime; lo che mostra uno svolgi- 
mento non antico nel medesimo ambiente dialettale. 

Abbiamo fissato la massima che non si debba uscire dalle forme 
che avea la nostra lingua nel trecento, quando siano veramente 
native, anzi affatto indigene, e verificate con la fonistoria, o 
quando la forma non compaja nuova soltanto per accidente di 
scrittura ^ : ma delle ricostituzioni analogiche che dovremo fare ? 
Adottarle senza scrupolo, purché non siano parto di grammatici 
e di scrittori, o male scelte da questi, siano di vera creazione 
popolare, restituiscano nella loro relativa interezza gli antichi 
elementi {con lo, per i^, di contro a collo, pe-i, pe), e siano 
di tal solidità da resister meglio che le vecchie forme alle alte- 
razioni di pronunzia. La grammatica ha per fine di preservar la 
lingua da ogni corruzione, e deve quindi, profittandone, secon- 



* Ci sarebbe da fare un volumetto di voci e forme, bene inteso, popo- 
lari, che si trovano più schiette negli scrittori posteriori, e nell'uso vivo, 
che presso i più antichi, senza contarne quel gran numero che questi non 
ci lasciarono scritte. 

' Veramente, come può accertarsi la relativa modernità di per i, non così 
può dirsi di con lo, che può esser sempre vissuto accanto a collo, per ra- 
gione di persistente analogia originaria, si trovi o non si trovi scritto. Lo 
stesso può ripetersi per altri casi. 



storia dell' -i- ecc. — Gap. II. Scrittura o pron. dello -j-. 171 

dare ogni istinto progressivo, ogni tendenza popolare che sia 
volta a rafifermaida. 

Chiuderemo questo lungo articolo col notare una stonatura 
grammaticale, che nell' uso del pronome da tre secoli si ripete, 
ed è quella di adoperare, nei prospetti di conjugazione, colici 
coloro ad indicare la terza persona del verbo. Veramente, nel 
pretto italiano, il verbo non ha bisogno d'accoppiarsi al pro- 
nome, di cui tra i Toscani solo il fiorentino fa abuso: fo fai fa 
bastano ad esprimere ogni relazione. Si usa nelle scuole il pro- 
nome per far meglio intendere ai fanciulli la relazion di per- 
sona che ha la forma verbale; la qual persona, come posta in 
astratto, è necessariamente indeterminata. Ora colui vale 'egli 
proprio', 'egli appunto', 'quegli e non altri', ed è talora accom- 
pagnato e determinato, in espressa relazione, da una proposi- 
zione precedente, e più spesso da una seguente, congiunto col 
che: « r son colui che tenni ambo le chiavi, ecc. » (Dante). La 
terza persona qualunque è molto meglio espressa da egli, voce 
semplice, cioè non composta né complessa di significato, come 
co-lui {= ecco-hùi), ed anch'essa un po' troppo relativa, ma pre- 
feribile a tutte, in mancanza di meglio. S' imita il francese per 
peggiorare, ma, trattandosi di migliorare, si dimentica che questo 
dice il fait, ih font; come quel vecchio salaccajo, che dicevasi 
il Donato, aveva ille facit egli fa, illi faciunt eglino fanno. 



Capitolo secondo. 

Scrittura e pronunzia dello j interno 
e dell' apparentemente finale; cenni sulla dieresi. 

Dopo il Trissino erasi felicemente introdotto, negli scritti e 
nelle stampe, l' uso dello j, così detto i lungo, dove questo si 
schiaccia sulla vocale seguente, partecipando d'una consonante 
palatina ^ Un tal miglioramento erasi ottenuto soltanto con l'ajuto 



* Ci furono altri, noi sec. XVI, che proposero e praticarono nuovi segni 
grafici; por lo che non intendo pregiudicare la questione storica della prima 
applicazione, a casi determinati, del segno j che, comunque usato, era gi;i 



172 Bianchi , 

dell'oreccliio o poco più: ma cosa curiosa, mentre la grammatica 
storica, dai principj di questo secolo in poi, avea di gran lunga 
allargato l' uso di questo j per ispiegare infiniti fenomeni di tras- 
formazione nelle lingue, appunto nel bel mezzo del secolo mede- 
simo gli s' è accesa contro una guerra formidabile, che è finita 
ora col bandire affatto dalla scrittura italiana un segno neces- 
sario, già ampiamente diffuso. Era questo uno dei punti più im- 
portanti d'una quistione complessa, che prima fu sciupata dal 
Trissino, il quale, benché uomo di buon criterio, ebbe il poco 
giudizio di proporre, al secolo dell'arte e del buon gusto, una 
disgustevole mescolanza di caratteri greci coi latini, e dal Fi- 
renzuola, ingegno artistico e fioritissimo, ma punto analitico e 
vuoto affatto di larghe vedute; il quale, in luogo di combattere 
la riforma dell'altro, avrebbe avuto miglior posto ad abbigliar 
le signore per le feste da ballo. Oggi, per dar piena ragione al 
Firenzuola, altro non resta che lasciar doveva per doueua e 
uovo per vouo. Ciò è naturale; che in un paese, dove ne per- 
sone né cose sono state mai messe o tenute al loro posto, sia 
paruto diffinitivo il giudizio dello scrittore il meno paziente d'a- 
nalisi, in una quistione che non si risolve coi fiorellini. 

Non vogliamo qui riandare nozioni elementari di fonologia, 
per combattere le insulse ragioni che si adducevano contro lo j, 
la cui storia merita un capitolo distinto. Recò confusione in tal 
questione il nome di i consonante, il quale non sapea concepirsi 
se non come lo j del latino judicare (o anche si scriva iud.) 
si profferiva nell'it. giudicare o nel fr. juger', ma la voce con- 
sonante non indica veramente il bàttito della lingua al palato 
od in altra parte dell'organo vocale, ma sibbene vuol dire ^che 
suona insieme', 'che non suona da solo', appunto come lo j, che 
non può profferirsi senza l'appoggio d' una vera vocale. E questo 
una semivocale palatina, continua, liquida e sonora, in parte, 
ma non perfettamente, fricativa, che non è i, ma ne partecipa 
molto come legittimo figliuolo ^, non è il ; , francese né tanto 



antico quando fu inventata la stampa. Bisognerà che, una volta o l'altra, 
qualche cooperatore dell'Archivio raccolga i documenti delle grafie distin- 
tive e ne faccia un severo esame. 

' Questo va inteso relativamente all'italiano. 



storia deir-t- ecc. — Gap. II. Pronunzia dello -j-. 173 

meno il g italiano, ma è nello sdrucciolo che vi fa cascare. La 
ragione più pratica che si presentava, era quella che nell'italiano, 
l'i tra vocali, scritto in un modo o nell'altro, non può pronun- 
ziarsi altrimenti, tranne il caso che sia accentato ^. E questa 
una ragione che non giustifica punto un'ortografia falsa. Impe- 
rocché, se lo i in quella posizione non può profferirsi altrimenti 
che schiacciato sulla vocale seguente, è segno manifesto che la 
vocale pura non vi sussiste, come non vi è mai sussistita, ed è 
un mettere in mezzo lo scrivere i per ;, facendo credere agli stra- 
nieri ed ai posteri, che per es., in -aio -oio siansi mantenute 
le vocali quali erano nel lat. -arìo -oriò. E non è una novel- 
lina il dire che si dà a credere; poiché insigni linguisti stranieri 
son caduti in qualche inciampo, trattivi dalla falsa testimonianza 
della scrittura italiana. Questa deve essere, fin dove sia possibile, 
testimone di vera pronunzia, e non convenzionale, che altrimenti 
tornerebbe lo stesso, ed anzi con più di ragione, che si stabi- 
lisse di scriver corio, e si convenisse di pronunziar cuojo, e 
via di questo passo. In tesi generale, non é poi vero che un i 
tra vocali non si possa pronunziare diversamente da quel che 
si faccia nell'italiano, e gli stranieri ed i posteri hanno ed 
avranno ragione di equivocare. Tutto dipende dal diverso modo 
di sillabare : il lat. m a i u s , per mo' d'esempio, era senza dubbio 
sillabato e pronunziato ma-jus, come l'ital. pa-jo (parium), e 
quindi potè divenire ma-ggio, ma il greco 'P6jf^.a"to; era sillabato 
e pronunziato ' cor j. ai-oc, cioè con Vai profferito come nella com- 
binazione italiana pagai oro] onde più facilmente Vai passò, non 
in agg, ma in e nel greco moderno, nel quale si pronunzia 
romèos 2. Il falso è sempre dannoso e dannabile in tutto, né può 



^ Rarissima deve essere questa eccezione. Un esempio che mi sovviene 
è, nei vocabolarj, abbaio 'abbajamento continuato', ma una gran parte di 
popolo pronunzia abbafio. Non calza in questa eccezione biùccio da bujo^ 
che del pari essi danno, ma anche questo è bujiccio. Parrebbe, che nel 
compilare i vocabolarj, non si dovesse raccòrre da chi scrive e da chi pro- 
nunzia peggio. La vera italianità è la interezza della forma, viva o vissuta 
entro il periodo storico della favella. 

* Ne potrebbe venire l'ital. romeo, propriam. pellegrino che va a Roma, 
ma questa facile etimologia dù nello scoglio della inverosimiglianza storica 
che i Latini, per indicare un fatto loro pi'oprio, prendessero in prestito 

Archivio glottol. ital., XIII. 12 



174 Blandii, 

mai tollerarsi nell'arte per certi casi, con la scusa che in altri 
ci è molto da fare a guardarsi dal peggio; poiché nel peggio 
il falso deve cader sempre per naturale e logica conseguenza. 
Difatti scacciato lo j di mezzo alle parole, e rimessovi l'i pri- 
mitivo, che malamente, ma in parte lo rappresentava, si è corso 
conseguentemente a toglierlo anche in fine di parola, scrivendosi 
occhi, specchi, spicchi, tempi, doppi ecc. ecc., che il progresso 
dell'arte grafica già rappresentava con occhj , specchj , spicchj, 
(empi, doppj, da occhio ecc., tempio ecc. Veramente la orto- 
grafìa più razionale sarebbe stata occhji tempji e via di seguito, 
come vuole l'etimologia, e come è stato sempre pronunziato da 
chi parlava e parla l'italiano per nascita o per vera colturale 
quindi anche poco se la grammatica storica, menando il buon 
per la pace, si accontenta di occhj, tempj e simili, come lascia 
correre per occhio, tempio ecc., che veramente si pronunziano 
occhjo, tempio ecc. ^. È, o dovrebbe essere, comunemente noto 
che nelle medesime condizioni questo / è ancora nella pronunzia 
di mille altre voci di ragione e di provenienza diversa, come in 
quelle che si scrivono olio, conio, Antonio, vario, sano, prese- 
pio, dubbio, trebbio (trivium) ecc., le quali al plurale si prof- 
feriscono olji, conji, varji ecc., e qualche anno fa scrivevansi 
olj, conj , varj; né qui é necessario aggiungere che abbiamo j 
anche lungi dalla finale, come in piano, fieno, sazietà, noto- 
rietà ecc. Alla regola che i non accentato si pronunzia j dinanzi 
a vocale, ci sono, d'altronde, parecchie eccezioni, che accenne- 
remo dipoi. Stando ora al plurale dei nomi in -io , e special- 
mente a quegli in cui V i= j si barbicò accanto ad una l ante- 
riore {oc lo *occljo, V. la nota), perchè sono i più trascurati, 
questi dai classici sono stati pronunziati in fine sempre ji. Di 



una forma di voce dai Greci, che non credevano, come non credono, nel 
Papa di Roma, e per conseguenza tanto meno potevano venirvi come pel- 
legrini. È questa una di quelle questioni dove l'etimologia s'intreccia con 
la storia, e non sarebbe inutile chiarir questo punto sotto l'aspetto delle 
due scienze. 

* È oggi nozione elementare che i latini oculus e templum, prima di 
giungere agl'ital. occhio e tempio, passarono per le forme intermedie oc- 
cljo, templjo ; e cosi avvenne ad infinite altre voci. 



Storia doir -i- gcc. — Gap. II. Pronunzia dello -J-. 175 

questo fatto, se non avessimo a pruova l'etimologia e la coe- 
renza grammaticale tra i due numeri, e lo stato passato e pre- 
sente del dialetto fiorentino, avremmo la testimonianza del Fi- 
renzuola, in cui, se non riconosciamo criterio scientifico né lar- 
gamente comprensivo, tutti dobbiamo riconoscere, con ogni altro 
squisito sentimento, un orecchio raffinato. Combattendo egli il 
Trissino anche dal lato della insufficienza delle nuove lettere, 
che questi voleva introdurre, gli rinfaccia di non avere proposto 
segno veruno per due diversi -chi, in questi termini: « Come 
conoscerò io d'avere a dire occhi, con quel chi fiacco, e pochi 
con quel chi rozzo? perchè qui non trovò egli [il Trissino] nuova 
figura? perchè non tolse il chi greco [/] per occhi, e lasciò 
pochi com'è' si stava?» ^. Qui il Firenzuola considera la sillaba 
chi nel suo complesso, ma veramente la differenza sta in un solo 
elemento di essa, cioè nell' -i, che si pronunziava e si pronunzia 
-ji in occhji ecc.^ ed -i puramente in pochi ecc., dove al sing. 
abbiamo -co e non -chio; ed in ogni modo la testimonianza resta 
sempre con tutto il peso della sua autorità. Gli antichi gram- 
matici facevano la medesima distinzione. Il Corticelli, sulle orme 
del Buommattei,' pone la regola: «... CH posto innanzi all'I 
« può avere due sorte di suoni, l' uno rotondo, come in fianchi, 
« stecchi, fiocchi ; l'altro schiacciato, come occhi, orecchi, chiave. 
« Quattro regole dà il Buommattei per conoscere, quando il Chi 
« presso a' Toscani si pronunzj rotondo, quando schiacciato. La 
« prima si è, che il pronome chi, con tutti i suoi composti, 
«chiunque, chicchessia ecc., è schiacciato. La seconda, che le 
« voci, le quali cominciano dalla sillaba chi, sono, anche nei 
« composti, schiacciate, come chiamare, richiamo, chinare, inchi- 
« nare. La terza, che le voci, le quali nel singolare finiscono 
« in chi con dittongo, sono in ambedue i numeri di suono schiac- 



* 'Le opere di Agnolo Firenzuola ridotte a miglior lezione e corredate 
di note da Br. Bianchi', Firenze 1848; I 318. 

* Il Firenzuola, rivolgendosi ai letterati d'Italia, non poteva alludere, nel 
chi^ ad una alterazione della tenue gutturale, propria soltanto della plebe 
fiorentina; la quale alterazione, o non era ancora nata, od era nascente 
appena, e comunque si fosse, lasciava intatto, come ò ancora, \o ji\ v. il 
sóguito nel testo. 



176 Bianchi, 

« ciato, come vecchio, vecclij: purché però non abbiano la s 
« innanzi al dittongo, perchè in tal caso si pronunziano rotonde, 
« come maschio, maschi » ^. Questa eccezione guasta le mal defi- 
nite, ma vere e giuste percezioni che la precedono, poiché in 
maschio, maschi e simili, il chi era, com'è ora, cosi 'schiacciato' 
che appunto l' età , in cui visse il Buommattei ^, soprabonda di 
mastio masti (che anch'esso pronunziasi mastji), fìstio, fistiare, 
stummia da schiuma (per via di stimna), mistio e mistiare (non 
illuda mixtus), non altronde nati che da questo schiacciamento, 
laddove occhjo occhji non è ancora arrivato, nemmeno presso 
r infima plebe, ad oitio ottji, sebbene non ne sia molto lontano ^. 
La Crusca, vecchia e nuova, senza far conto di questa eccezione, 
ripeton nel resto le regole del Buommattei ; ed anzi la vecchia vi 
aggiungeva un voto, dicendo : « E per conoscere questa diversità 
di suono [da fiocchi ad occhi ecc.], sarebbe necessario assegnare 
a ciascheduno il suo proprio carattere (Yocab. del 1736, 
lett. C) » ; ed alla lett. G rinnovava il medesimo voto con le 
parole: « e a cotali suoni [di ghirlanda di contro a quello di 
ghiera, vegghia ecc.], per isfuggire errore, sarebbe di bisogno 



^ Regole ed osserva::, della lingua tose, di S. Corticelli bolognese, ed. di 
Bassano del 1814, pp. 240-1. 

^ Essendo ora sulla pronunzia, anche diremo che questo cognome sa- 
rebbe meglio scritto Buonmatiei. La pronunzia di -nm-, ben distinta da 
-mm-, è tutt' altro che inaudita, da chi ha buon orecchio, in Toscana ed 
oltre, per es. in San Matteo., in monte ecc., e si discerne dal -mm- per 
maggior nasalità e minor labialità del primo elemento ; cfr. la scrittura 
antica nei composti di in, così ancora profferiti da una parte di popolo. 

^ La ragione si è che qui manca la sibilante dentale, che n'ha ajutato 
il kj ad accostarsi ai denti più che non fa nella sua riduzione al suono 
gutturale-palatino della plebe fiorentina. Del resto, la eccezione formulata 
dal Buommattei inchiude un documento storico non privo d'importanza: 
perciocché mostra che nel sec. XVI la mutazione di shj- in stj- fu, in Fi- 
renze, così generale in ogni classe, che vi si smarrì la tradizione dell'an- 
tica pronunzia; e quando si volle richiamare in vita maschio -ascili ecc. 
dei trecentisti, non si seppe far altro che creare una pronunzia teoretica, 
fondata sulla ingannevole scrittura dei plurali, che sembrava parificare 
maschi fischi (=-skji) con peschi boschi (=-ski) ecc. Qui abbiamo insieme 
la prova che la pronunzia va a corrompersi, anche tra letterati, ove non 
si adottino segni grafici ben distinti. 



storia doir -i- ecc. — Cap. II. Lo -j- con lo gutturali. 177 

proprio carattere a ciascheduno». Adunque i nostri vecdij^ 
codini e pieni di pregiudizj, ma di tanto superiori, per finezza 
di percezione e per buon gusto, ai grammaticuzzi che oggi regolano 
le nostre scuole, ed agli scrittori che ne seguono le norme, erano 
più novatori e più progrediti di questi, e già concedevano alla 
fonologia più che questa, per ora, non chiegga alla comune orto- 
grafìa, cioè un carattere distintivo per le gutturali, non solo in 
fine, ma anche in mezzo di parola, E questo carattere già ci 
era , ed era adoperato, come abbiamo veduto in uno dei passi 
citati ; ed era lo j , che gli antichi sentivano in un tutto con la 
gutturale, la quale però non dovea rimanerne alterata nella colta 
pronunzia. E prima che di ciò si venga alla pruova, giova ancora 
notare, a lode degli antichi, che essi avevano già ben sentito il chj 
in chi pronome e suoi derivati, in chino, china inchinare ecc., 
che in tutto il Fiorentino, a dir poco, si pronunziano chji^ chjino 
chjina, inchjinare ecc., ai quali aggiungiamo ghjiro, più esat- 
tamente lo gghjiro, glis (cfr. l'agghjaja = la gghjaja), sicil. ag- 
ghiru (che sarà anch'esso -ghjl-), tutti fatti nascosti alla scienza 
dalla insipidaggine delle grammatiche di moda. Il più importante 
è il primo esemplare, che ci spiega l'apparente irregolarità d'un 
i ital. dall' zlat., che è in quìs!, e la disparizione della -s sostenuta 
da vocale tonica; ma già fatti analoghi (p. 161) ci hanno dimo- 
strato che accanto a -s si svolse a grado a grado una sottil vo- 
cale affine che prese corpo in i, onde quis, passando per *qui's 
poi *quiis, si fece *klis *kìi, e per attrazione dell' atona alla 
gutturale finì e rimase in chji=kjì^. Per gli altri due esemplari 
chjina e gghjiro, si ha un isolamento che è facile a spiegarsi 
col fatto, che di basi latine comincianti con eli e gli, non rimasero 
all'uso popolare che clin-are e glis^. Si noti ora, a conferma 

* V. Arch. IX 391 403, X 348. Il pron. chji ital. ò principalmente e più 
propriamente interrogativo diretto o indiretto, ed al neutro fa che da quid 
{chji sieiì quis es? che voleteì quid vultis?), laddove il che da quem 
e quae sing. e plur., è più propriam. pron. relativo; ma ci è anche il chi 
dimostrativo o relativo ad un tempo (per es. 'chi è onesto non ha da te- 
mere'), il quale in questo ed usi affini viene certamente da qui (is qui), 
si pronunzia anch'esso chji per analogìa fonetica ed affinità di senso. 

* Di eli V US abbiamo un rappresentante popolare nei nomi di luogo Val 
di ChìO e Pieve a Chio della Chiana, che sono cosi scritti, ma si pronun- 
ziano Cìijio. 



178 Bianchi, 

di quanto insegna il Buomuiattei, che lo j non resta accanto 
ad i soltanto quando è interno nel radicale, come in inchjino 
-are, ma ancora ogni quando viene a combaciare con un i del 
suffisso nella derivazione e flessione; e cosi: finocchjlno, pldoc- 
chjino (cfr. bujiccio ecc. p. 173 n), si specchji e si specchiino, 
invécchjino, infinocchj-ino, macchj-are, màcchjino, vegghjare, 
vegghj-i vègghj-ino, strégglij-ino. In questi e simili casi, un'or- 
tografìa degna di dirsi italiana, se anche volesse evitare i troppi 
j, dovrebbe per lo meno scrivere specchj specchiino, vègghiino 
fìnocchiino ecc., facendo sottintendere che il primo dei due i 
si schiaccia sull'altro, e che Vj finale sta per -ji. Per effetto di 
questo ;', nel dialetto fiorentino, patirono le gutturali, che vennero 
a partecipare di una fregatura palatina e dentale, avvicinandosi 
a, d e t, che poi spiccarono in diaccio e mastio nell'italiano del 
s. XVI (v. sopra ^). La gente colta di Firenze, ai nostri tempi, 
sempre ha pronunziato il r/ e il e, nelle dette condizioni, schiet- 



* In queste voci i due suoni si sono così determinati per le loro spe- 
ciali condizioni. Il fior, ha anche djanda = glijanda djozzo = glijozzo, ed oltre 
il primo esemplare, ci porge il Pieri, dal contado lucchese, diamo e diovn. 
per ghiomo e ghiova (Arch. XII 118), voci che pajono morte nel fiorentino. 
Il fatto di questo incontro col lucchese non farà stupire chi avverte che 
qualche carattere fiorentino salta a pie' pari la valle inferiore dell'Arno, e 
ricompare a ponente di Lucca (cfr. pagghia = paglia, ib. 116, nm. 55). Giova 
ora dare qualche cenno del suono di mezzo che da gj conduce a dj, e che ri- 
mane ancora nel suo stato ove il nesso ghj sia interno, come in vegghja ecc. 
(cfr. anche p. 167 n. 3). La posizione della lingua, mentre si dispone a 
profferir questo suono, è quale la descrivemmo per lì a pp. 152-3n. ; cioè 
la lingua è distesa sotto quasi tutto il palato, pochissimo più in fuora del 
punto ove esplode il ^ e fin presso ai denti, che rasenta senza battervi, 
ma diversamente che per II, gli orli della lingua non battono nel palato, 
ed essa, in luogo di formare un solco nella linea mediana, vi batte con 
questa per tutta la detta estensione, dove consonantifica il fiato rappre- 
sentato da J, il quale pure ne esce nell' abbassarsi della lingua dopo l'e- 
splosione. La natura di questo suono è tale, che esso potrebbe rinsaldarsi 
nella gutturale, oppure mutarsi in d o in ^. È comune al siciliano e ai 
dialetti più meridionali della Penisola. Risponde ad esso, come tenue, la 
pronunzia del chj e ccJij di chiave macchia ecc. nel fior, rustico o nel cor- 
tonese (v. p. 164 n. 2), e si posson rappresentare, il primo per gj e ggj, 
ed il secondo per kj e kkj : gjanda vegr/ja, kiave vekkjo. 



Stor. doU'-j- ecc. — Gap. II. Pronunzia di glij o cltj no' dia!, tose. 171) 

tamente gutturali; e questa pronunzia prevale oggi, e prevaleva 
affatto anche quaranta anni or sono, presso la plebe di città, 
dove un tale rinsaldamento di suono non può essere stato recato 
che da un'azione lunga e lenta della coltura, la quale azione non 
può non risalire fino all'età del quarto Vocabolario ^ Fuori del 
contado fiorentino si mantengono puri i suoni gutturali, dinanzi 
allo J, da quasi tutte le plebi toscane ^, tranne il caso della tenue 
scempia che si trovi in principio di parola preceduta da altra 
terminante in vocale atona; che allora la tenue, dove è pura, 
si muta, fuor che nell' arretino, in aspirazione e poi sparisce; 
cosi abbiamo: toscano comune makkja, rinkjicso, è khjaoe, a 
(ad, ab) kkjave (arret. è kjnve ecc.), in hjave, fior, quasi 
matija, rintjuso, è Ujave o ttjae ecc., arret. la hjdve, fior, 
quasi la tjave o tjae, pisi lue. pis. e sen. la hjave e la jave. 
Solo in queste ultime parlate, del tipo la jave, presso molti par- 
lanti sparisce lo ,/ nel suo incontro con i finale, e si pronunzia 
occhi invece di occhji', la quale pronunzia, considerata la qualità 
delle persone che l'hanno, nasce dalla falsa ortografia d'uso, e 
nella colta favella merita accoglienza quanto quella di jave ^. 
La continuità della pronunzia pura delle gutturali accanto a j 
dal trecento in poi, rimane dunque stabilita dalla tradizione della 



* Qui non si può ammettere una differenza nel procedimento fonetico 
tra città e campagna, che cioè, durante l'intiero periodo storico della lin- 
gua, le gutturali si mantenessero salde nell'una, e si turbassero nell'altra. 
L'analisi degli esemplari citati, i quali hanno una storia letteraria, l'ana- 
logia di altri fatti che hanno testimonianze contemporanee, e gli avanzi 
che in città restano ancora dal suono misto, dimostrano che questo, nei 
secoli XVI, XVII, XVIII, fu comune alla plebe di Firenze come a quella 
del suo contado. 

^ Nella raccolta del Papanti (pp. 87-8) trovo, per la parlata di Castiglion- 
Fiorentino, una nota segnata di n.'^ 11, che dice: «.Occhi: siamo avvezzi 
a pronunziare quel chi conciso e vibrato : in chianaiuolo invece è schiac- 
ciato. » Se sono avvezzati cosi, sono avvezzati male dai letteratucoli; a 
ricontadinire, ci guadagnerebbero un tanto. Nella mia gioventù gli Arre- 
tini pronunziavano ohkji, vek/iji, spehkji, ecc. Non ho avvertito se i maestri 
di scuola sian riusciti ancora a guastargli. Anche qui rammentiamo che 
il cortonese va del pari col fior. rust. nella pronunzia di kj- -kkj-, dicendo 
tijuve vekìije ecc. , ed a più forte ragiono tuklije quatihje ecc. per tutti 
quanti ecc., notati a p. 164 n. 2. 



180 Bianchi, 

fiorentinità colta, e dal vivo confronto delle altre parlate toscane 
senza contare tutte, o quasi, le altre dell'Italia centrale e meri- 
dionale; e le espressioni degli antichi letterati, relative a questo 
fatto, non altro sono intese a spiegare che un nesso consonantico, 
per difetto d'analisi, considerato in complesso. Anzi da questo 
giudizio grammaticale sopra un fatto d'una lingua ancora viva, 
e dove può riscontrarsi, possiamo rilevare con quanta cautela 
debbano interpretarsi le attestazioni degli antichi grammatici 
intorno alla pronunzia delle lingue morte. Di qui possiamo anche 
imparare quanto sia corruttrice della pronunzia una falsa scrit- 
tura, e quanti falsi giudizj sia questa per ingenerare nel filologo, 
che per lontananza di spazio e di tempo non possa riscontrare il 
vero. Supposto, per esempio, che il suono misto fiorentino, in 
lungo volger di tempo, si cambiasse affatto in dentale, e poi 
perdesse lo j, che, cioè, occhjo occhji, io mugghjo tu 'jnugghji, 
divenissero affatto oUjo ottji, mudd)0 muddji, e poi otto otti, 
muddo muddi, venendo a coincidere, per la tenue, con l'attico 
oTTop^a'. (da *o/.iOf/,ac) io vedo, e per la media, col dorico pàr^Sa 
per p-aCa (=*;Aayix) pasta,' il futuro dialettologo che nell'ita- 
liano, come padre del fiorentino futuro, ricercasse la ragione di 
questo fatto, direbbe, pure stando in regola coi canoni della 
scienza, che non potendo il cambiamento avvenire se non accanto 
ad i seguito da altra vocale, e l'italiano non presentando altro 
che occhio occhi, soltanto il primo si mutasse in otto, e che dal 
singolare si formasse analogicamente il plurale otti, e così da 
muddo prima persona si formasse la seconda muddi, poiché 
occhi sarebbe dovuto rimanere integro, come tali rimanevano 
fiocchi, stocchi, sacchi ecc. ^ Ma con tutto questo il nostro di- 



* I suoni misti, di che parliamo, potrebbono pur cambiarsi nelle nette 
palatine e g, o nelle sibilanti s o z; ma il variare del caso, per il nostro 
argomento, varrebbe lo stesso. Lasciamo pure impregiudicata la questione, 
se negli esempj greci lo svolgimento dei suoni abbia preso una via di- 
versa da quella sulla quale tenderebbe ad incamminarsi il fiorentino. — 
Mentre questo si stampava, mi battè sottocchio, in un inventario dei mo- 
bili dello Spedale Serristori in Figline, compilato da uno di Terranuova 
in Valdarno nel 1523, la seguente particella: «6 teddie (sic) di rame fra 
grandi e piccole»; v. 'Memorie dello Spedale Serristori in Figline, rac- 



Storia dell' -J- ecc. — Gap. II. Pron. g scrittura dolio -f-. 181 

scendente cadrebbe in errore, per vero non imputabile a lui, ma 
alla dappocaggine dei suoi predecessori nello insegnamento del- 
l'italiano. E non ci è bisogno d'aspettare i nostri discendenti 
per assistere alla ignoranza dello stato reale della pronunzia 
italiana; poicliè quanto ai nomi di luogo ed ai cognomi in -echi, 
che nella lingua comune non abbiano ovvio il riscontro d*un 
nome al singolare, sbagliano quasi sempre le persone colte, e 
qualche volta anche le dotte. Chi, se non un letterato nativo dei 
luoghi, ove dominano certi nomi e cognomi, può sapere che 
Qiiaracchi e TunHcchi nnl. , ed i casati Baécchi, Barlacchi, 
Batacchi, Mimicchi, Turchi e tanti altri finiscono veramente 
in chji, e che nel modo che ora si scrivono, sono scritti male? 
E la ragione di tali nomi è per tutti così ovvia da poter sup- 
plire mentalmente ad una scrizione difettosa? E la scienza, te- 
nuta al bujo dalla scrittura, come potrà nelle sue indagini pro- 
ceder sicura ^ ? Lo staio civile italiano, compilato sotto il do- 
minio di un cattivo insegnamento, certo non può far da lanterna 
a clii voglia percorrere questa oscura provincia. 

]Ma la orto-, o meglio caco-grafia corrente, non solo ha cor- 
rotto la lingua in tutta quella gran parte che comprende le 
forme svoltesi spontanee nella tradizione popolare, come tempio 



colt3 da G. Magherini-Graziani', Città di Castello 1892, p. G2. K un mira- 
colo che questa forma teddie = ter/r/hie sia sfuggita alla cura diligente, che 
ebbero gli scriventi anche idioti, di evitare le alterazioni ulteriori sofferte 
dal dial. fior, nella sua decadenza; tanto più che nemraen'ora l'antica gut- 
turale vi è giunta allo stato di dentale, rimanendo ferma al suono di 
mezzo y: teggja st/eggja veggja. La mutazione di gj iniziale in dj- (djaccio 
djanda ecc.) ò più antica di quell'inventario, e probabilmente ne forni un 
iascia-passare, anche per teddia, al suo compilatore. 

^ L'errore nella pronunzia può nascere dal non avere nella memoria un 
bastante corredo di voci, dalla pigrizia a cercarle nel vocabolario, e dal 
non essere in questo registrate. Per l'etimologista c'è poi l'inconveniente 
di non esser sempre sicuro che il suffisso, o gruppo finale qualunque, sia 
-eco -echio, e qualche volta si può inciampar nell'equivoco. Per cagion 
d'esempio: Barlacchi è da bar-lncchio, ed è pronunziato veramente -cchji, 
ma ci è anche bar-lacca, tutte formo fiorentine come barlaccio ed altre; 
ed in presenza di simili fatti l'indagatore può rimanere sospeso. Egli non 
può andar bene, se non quando l'ortografia è specchio fedele della pro- 
nunzia tradizionale. 



182 Bianchi, 

specchio ecc. ^, ma ancora in quella parte che i letterati hanno 
tratto dalle lingue classiche, o si è conservata meno disforrae 
da queste, violando le più elementari e le più approvate regole 
della scuola tradizionale, con lo scrivere odi, studi, a'fsedi, 
episodi, Orobi, microbi, Messapi, servizi, uffizi, Milesl, eliconi, 
vari, necessari ecc. ecc., compreso perfino arbittH da arbitrio, 
atri da atrio, rimpatìn da rimpdtìno , tutti nomi che fin da 
principio si scrissero, e per un bel pezzo seguitarono a scriversi 
con due i, conforme al nominativo plurale latino, qual era, o 
quale avrebbe dovuto essere, se mascolino. E se più non si fa 
almeno in questa guisa, a che giova omai, per l'italiano, l'in- 
segnamento del latino? Alcuni, è vero, seguitano ancora il me- 
desimo uso, ed in mancanza di meglio meritan lode, così comò 
anche coloro che in simili casi scrivono l' i finale col circon- 
flesso (-?). Ciò diciamo per la sola ragione che in tempo di ca- 
restia è buono il pan di crusca j ma veramente la pronunzia 
italiana, in questo incontro, ha tre distinzioni, cioè -ii {fi) -u -ji, 
che hanno per modelli natii, àtr'ìi, olji varji ^. Le medesime tre 



* Se i maestri d'oggi fossero coerenti, la forma poetica speglio dovreb- 
bero, al plurale, scriverla spelli, che farebbe il perfetto parallelo con 
specchi ! 

^ Io sapeva che non solo tra i linguisti, ma anche tra i letterati e filo- 
Ioghi propriamente detti, ci erano molti favorevoli al segno j, che ammet- 
tevano chi in certi casi, chi in altri ; ma ignorava che lo j avesse trovato 
da più anni un difensore di proposito, cosi insistente ed infaticabile, quale, 
per la premurosa cortesia del nostro Direttore, ho ora conosciuto nell'e- 
gregio professore Luigi Gelmetti di Milano. Ringrazio la gentilezza di 
questo valoroso letterato, d'avermi mandato parecchj suoi dotti lavori, 
due dei quali sono interamente dedicati ai segni grafici, e sono: 'Un ostra- 
cismo ingiusto nell'alfabeto italiano', Milano 1884; 'Riforma ortografica 
con tre nuovi segni alfabetici', ibid 1886. I segni da lui proposti, e ado- 
perati in ogni suo lavoro, per distinguere, dalle sorde corrispondenti, la 
s e la -3 sonore sono assai convenienti ed opportuni. Quanto allo j vado 
perfettamente d'accordo; ma mi permetta di osservare che la fonologia 
non può ammettere un terzo i di forma allungata con la coda volta a 
destra, o comunque figurato, per rappresentare il plurale di tempio studio^ 
vario e simili, che hanno lo stesso J del plur. d'operajo; cioè, tanto qua 
che là, abbiamo veramente -ajo -aji, tempjo tempji, studjo studji, e se scri- 
viamo -aj studi ecc., lo facciamo per un semplice compromesso con l'uso; 



Storia dell' -i- occ. — Gap. II. Lo -j- coi suoni palatini. 183 

figure presenta l' i dinanzi ad altre vocali, sulla fine ed in mezzo 
di parola; per es. : morìa Furialo, miUria morìóne, òljo aoljato. 
In questa parte ci possiamo risparmiare molta fatica, avendo a 
difensore un robusto campione nel valoroso prof. Francesco D'O- 
vidio, che qui rasenta il proposito nostro con la sua bellissima 
Memoria intitolata : Dieresi e sineresi nella poesia italiana, Na- 
poli 1889, alla quale rimandiamo il lettore, e noi ci rimettiamo 
quasi in ogni minima parte. Se non che qui non ci curiamo 
delle facoltà concesse o no ai poeti, ma degli errori di pronunzia 
e di ortografia nell' uso comune della lingua, intesa nel suo stato 
naturale; che per noi, per es., il lat. varius fa varjo nell'ita- 
liano, e se in poesia si fa anche vario di tre sillabe, questo è 
un richiamo fatto dall'arte alla misura latina, e non rappre- 
senta uno stato naturale o condizione intrinseca della nostra fa- 
vella. Ciò posto, r i atono lat., ed anche la e ridotta ad /, di- 
nanzi a vocale si pronunzia j nell' italiano, in tutte le voci popo- 
lari ove non sia preceduto dalle palatine g e, nelle quali rimane 
assorbito (/accia = facies, ^a^f/fo = exagium), o non faccia 
un suono misto con n ed l immediatamente procedente {sogno - 
somnium, famiglia = i sl m.\\\ sl) , dove pur si sente come ele- 
mento costitutivo; e del pari si pronunzia / nelle voci letterate, 
anche se vi è preceduto da e g n ed l. Altri _/ ha poi svolto l'ita- 
liano; 1." dittongando la e breve latina: piede, riede {pjede ecc.), 
jeri'^', e quindi anche la e larga da ae, come cielo e siepe 
(caelum, saepes), e quella nata da -arius e dal teutonico 



a patto, però, che per -j debba intendersi -ji. Difatti è un suono composto 
d'un i consonante e d'un i vocale che lo segue; i quali facilmente si con- 
fondono in un solo i strascicato da chi non va oltre una percezione com- 
plessiva. Nemmeno potrei concordare che finissero con un solo i, posto 
in qualunqne forma, 2ìctfr{i arbitrii ecc., dove i due i formano due sillabo 
separate. 

' Quanto a questa singola voce pare a noi eccessivo il rigore del D'O 
vidio (op. cit. p. 14), che nega ai poeti la licenza di renderla trisillaba 
per dieresi. Si noti che è l'unica voce veramente popolare che cominci 
con je, senza il sostegno d'una consonante che la precoda; e questa sua 
particolar condiziono la fa profferire con uno strascico che, specialmente 
in principio di proposizione, è quasi ijeri. Siamo perfettamonto d'accordo 
che non si può ammetter dieresi in fiero, pieno, empie ecc. 



184 Bianchi, 

hctri, corno primiero, cavaliere, leggiero, Ranieri ecc. da p ri- 
mar ius, Raghinhaìn ecc. ; 2." appiccandola accanto a l preceduta 
da altra consonante, in modo da rimaner poi al posto della l 
medesima : piano = p 1 a n u s , chiaro = e 1 a r u s , gonfiare = e o n - 
flare ecc. Erra dunque chi pronunzia celo e ceco invece di cjelo 
e cjeco, dove anche i più rozzi antichi facevano sentir 1';; e così 
tutti i giornalisti e loro pari che scrivono, e com'è naturale, prof- 
feriscono leggero e Buggeri -ero, con troppa facilità dimenticando 
l'Ariosto, che sempre scrisse Ruggieri col dittongo. In Toscana la 
vecchia generazione, anche della più rozza plebe, pronunzia an- 
cora braciere usciere passcggiere messaggiere con je ben sen- 
tito, ma la nuova generazione vien su con hracère uscére ecc. ; 
e però debbono stare attenti a correggerla i maestri di scuola. A 
ciò dee valer la regola che -ière si scrive e si profferisce dit- 
tongato in qualunque condizione, e che un suono palatino non 
surroga né supj^lisce all' i, di formazione italiana, il quale cioè 
non sia primario, ossia preesistente nel latino come in accia da 
acia^. All'incontro, quando si ha, come in quest'ultimo esem- 
plare, e fuori del caso à' -iere (si pronunzia braccjere da hì^ac- 
ciò), la palatina raddoppiata, l' i non si fa mai sentire, come in 
braccio, faccia nome e verbo, feccia, meriggio, palleggio ecc., 
Francia, lancia, oncia, orcio, tutte forme manipolato dal po- 
polo in età latina. Nemmeno si profferisce Vi o j preceduto da 
palatina scempia, in voci popolari, quando questa non viene dalla 
corrispondente gutturale, ma da altro suono o gruppi di suoni, 
come in bacio, cacio, Biagio, fagiano, magione, prigione, da 
basium, caseus, Blasius, phasianus, mansione, pre- 
hensione; e così nelle voci popolari dov'è preceduto da se, 
qualunque sia il suono originario, come in fascia, lasciare, an- 
goscia, pasciona ecc., da fascia, laxare, angustia, pa- 
stione. Ma si dee sempre far sentire lo j accanto a questi 
suoni, nelle voci che i letterati hanno tolto di pianta al latino, 
ancor quando sian divenute popolari, perchè il tacito consenso 



* Qualche volta il popolo stesso ricostituisce il suono anteriore, ripar- 
tendosi dal tema verbale : veniente, per vegnente, da venire, ammolljente 
da ammollire. 



Storia delF-/- ecc. — Gap. II. Lo -j- ri'jlla colta pronunzia. 18.5 
degli scrittori ha inteso di ripresentarle, il meglio possibile, nella 
loro integrità. Tali sono: scienza, coscienza (pop. cucenza e -ja), 
provincia, Grecia, specie (pop. spezie)^ superficie, fallacia, fe- 
rocia, fìducia, contagio, egregio, collegio, privilegio, vestigio, 
effigie ecc., che debbonsi profferire scjenza, Grecja ecc., egre- 
gjo ecc. (op. cit. pp. 24, 31) ^ Nelle scuole i maestri non istanno 
bene attenti a fare osservare questa regola, ed ha ragiono il 
D'Ovidio di rimbrottare quei toscani d'oggi che pronunziano 
fallacia ecc. come bacia ecc. ^ Siamo lieti di sapere da lui che 
in questo punto il napoletano si mantiene più corretto del to- 
scano, perchè una lingua comune mal si regge, se i suoi dia- 
letti, chi in una parte, chi in altra, non concorrono a serbarne 
r antica interezza. Tuttavia quel sapiente romanologo fa , da 
questo proposito, una scappata in principj generali, intorno al 
moderno toscano ed alla lingua comune, i quali hanno del vero, 
ma andrebbero meglio definiti, per non discendere a conseguenze 
non volute né da noi, né da lui. 

Abbiamo detto che lo i ridotto ad j si fa sentire, anche se 



* Tra le voci indicate dal D'Ovidio in questo incontro, non riporto i-e- 
gione, religione, rifugio, sebbene io non neghi, anche per queste, la facoltà 
della dieresi in poesia. Nondimeno, la fatalità ha voluto che specialmente le 
due prime, tra le quali religione, che, non potendo surrogarsi con altra voce, 
divenne popolarissima, s'incontrassero con un diluvio di nomi in -gione 
(prigione, ragione, donagione ecc.), i quali formano un'attrazione analogica 
così prepotente da comandare a qualunque grammatico, che come noi, sia 
molto tenero dell' J. Non conviene di troppo moltiplicare sottoregole ed 
eccezioni, perchè insistendo in queste con eccessivo rigore, c'è il pericolo 
che i più, per timore di sbagliare, dimentichino la regola, ossia l'analogia 
più generale, e sagrifichino la nativa indole della lingua. La medesima ra- 
gione vale per rifugio, avendo la lingua molti nomi in -ugio, come indugio, 
mailugio, jìertugio ecc., tutti di tradizione popolare, nei quali non sarebbe 
giustificato il mantenimento dell'?. Lasciamo correre l'obbligo che questo 
debba farsi sentire in contagio, perchè di nomi in -agio pochi ormai so ne 
sente nell'uso famigliare; ma quando la eccezione dovesse, tra i semidotti, 
sciupare la pronunzia di agio, palagio, Biagio, sarebbe da proferirsi che a 
questi cedesse contagio. La pratica opportunità esige, anche dal gramma- 
tico, che nei pericoli, al più si sagrifichi il meno. 

* Diciamo toscani d'oggi, perchè la generazione di lettorati toscani, che 
c'insognò la grammatica, non cadeva in questo orrore. 



18G Bianchi, 

preceduto da n o da, l, nelle voci letterate : ora bisogna ag- 
giungere che queste consonanti, in simili incontri, debbono ser- 
barsi nella loro integrità ^ ; e quando ciò non si possa altrimenti, 
la colta pronunzia richiama lo j al suo stato primitivo di i 
schietta vocale, laddove il popolo ricorse, come vedremo, per le 
voci di sua tradizione, allo scempiamento delle dette consonanti. 
Così Manli US, ridotto italiano, fa Manljo, e salvo la desinenza, 
è tale nella pronunzia, scolasticamente tradizionale, del latino, 
poiché la 5?, afforzando la l, concorre ad impedire che questa si 
fonda con lo j in un suono misto, che sarebbe in *Manlo, e 
che meglio si sente nel nome locale Magliano, dove ni è assi- 
milato in II (Mallius); ma Po Ilio -onis dà Politone, qua- 
drisillabo, perchè un orecchio ed un organo vocale troppo raf- 
finato ci vorrebbe, per sentire e far sentire una differenza tra 
Pol-ljò-ne e Polló-ne. - Italia, Marsilia, Sicilia, che hanno / 
scempio, e che dai criterj della storia son dimostrate popolari, 
son facili a profferirsi distintamente -ilja piuttostochè -iglia -, 
cioè -illa, nello stesso modo che si riesce a dire Semproìijo in 
luogo di Semprogno. 



Capitolo terzo. 
Dell'i e dello ; che rimangono intatti e distinti. 

Gli ultimi nomi, or qui riferiti, ci aprono la via all'esame di 
ricche serie di voci, tutte popolari, in alcune delle quali si ha 
r ; che non altera minimamente qualsiasi consonante, ed in altre 
si ha r i schietta vocale, che non reca tali alterazioni, e fa sil- 
laba separata dalla vocale seguente, tornando alla misura che per 



^ La regola vale anche per e e g. Il napoletano, che ha il pregio di 
salvar V j, cade invece nel difetto di rafforzare troppo la consonante, prof- 
ferendo colleggjo per coUegjo, ed ancora palaggjo e simili. 

* Marsiglia è uno strafalcione di giornalisti, e non è né è stata mai forni' 
italiana. Non è, poi, storicamente verosimile che il popolo abbia interrott 
mai la tradizione di questi tre nomi. Quello pure di Marsilia, che meno 
parrebbe alla mano, ha sempre avuto corso da tutto il littorale toscano 
alla giogana appenninica; cfr. Marsilio, che vedremo a suo luogo. 



storia dell' -i- ecc. — Gap. III. Doli' i o dello j intatti o distinti'. 187 

regola ha l' i breve dei versi latini. Trattando una materia af- 
fatto nuova, indistinta nella scrittura, e che mal si ricava dalla 
lettura dei poeti, perchè confusa con licenze che sono anco le- 
gittime , lio dovuto sforzar la memoria, e porre a contributo 
tutta una esperienza di quarant'anni fatta tra parlate che, in 
questo punto, pajono le più antiche tra quelle finora studiate ^ 
Ma qualche volta mi è mancato il terreno sotto i piedi, per 
avanzarmi ad allargare la dottrina di certi fatti alla loro in- 
tiera seguenza. Chi ha esperienza di tali ricerche, sa che a ciò 
fare, sia in modo negativo, sia affermativo, bisognerebbe avere 
tutto un popolo chiuso in una cassa, come le corde d'un gravi- 
cembalo, e poter porre le dita sulla tastiera ad ogni occorrenza; 
ma anche in questo caso, se voi sforzaste troppo una corda, ca- 
dreste in pericolo d'averne una nota falsa. Potreste dimorare 
pei' anni ed anni in una valle, dove si conservino le tradizioni 
dell'antica favella, senza udire la voce o forma che vi biso- 
gna, e certo non mai tutte quelle che cercate: se poi, per far 
presto, ne domandate, il popolano si mette in sospetto d'esser 
ripreso d'errore, e se pur non dimentica, confonde sé stesso e 
chi domanda. Di ciò è ragione, che nel popolo il linguaggio è 
per nove decimi una pura funzione fisiologica, che bisogna ri- 
cevere spontanea, senza provocare una riflessione che la turbi -. 
Le pronunzie che qui ci servono di fondamento sono quelle della 
Toscana centrale ed orientale, e più particolarmente quella di 
Firenze e del suo contado, non che di tutta la regione che ri- 
mane a levante di Siena, non potendo fidarci delle parlate oc- 
cidentali, che sebbene pregevoli ed anche superiori in qualche 
lato , sono in questo punto più degradate •''. 



* Ciò forse dipenderà dal non essersi troppo insistito nella ricerca di 
ijiiei caratteri che qui si prendono in esame. 

* La risposta viene più sincera, quando si domanda d'una cosa mate- 
riale concreta, senza anticiparne il nome; per es. : < che nome ha que- 
st'uccello?», «che strumento, od arnese, è questo?» Se si domanda d'una 
pronunzia, novantanove su cento, la risposta non vien sincera; e se voi, 
sapendone già qualche cosa, insistete, vi si risponde: «che volete? c'ò 
tanti ignoranti che qualcheduno dirà anche in questo modo; ma ora siamo 
rinciviliti. » 

' Per darne una pruova, dirò che l'ital. (tose, centrale) assiuolo in ^'aI 



188 Bianchi, 

Assai mi son tapinato nell' ordinare questa materia. Il miglior 
ordine sarebbe il cronologico, ossia la successione graduale dei 
suoni, facendosi dal più alterato, come più antico, perchè deve 
avere impiegato un più lungo tempo a ridursi allo stato pre- 
sente, e passando al suono più intatto, come quello, che svoltosi 
più recentemente, non ha ancora avuto il tempo di scendere al- 
l' ultimo grado. Se le vocali si svolgessero sempre di per sé 
stesse, indipendentemente da agenti e riagenti vicini, sarebbe 
questa una regola infallibile, e la precedenza di -j- sopra -?*, 
nella trattazione, riuscirebbe da ogni lato razionale; ma sì la 
conservazione, come la digradazione delle vocali, dipende spesso 
dalla posizion dell'accento, e dalla qualità e quantità delle con- 
sonanti vicine; onde abbiamo degli -P che sicuramente si sono 
conservati tali, senza interruzione, dall'unità greco-italica ad 
oggi. Tuttavia la precedenza dello -j^, intesa con discrezione, mi 
par che renda la trattazione più chiara, e sia quindi più oppor- 
tuna. Sarà il male di rifare, qua e là, qualche salto indietro. 

§ 1. Vicende ed effetti della quantità fìessionale: 

le sei categorie fondamentali dell' -i-; 

fonologia dello -j- che mantiene intatta la consonante precedente. 

Lo j, di che ora parliamo, ben si distingue nella pronunzia 
in se stesso, ed in quanto non si fonde in un suono misto con 
le palatine n l (per e e j, v. il capit. prec), come avviene in 
sogno = somnio, foglio = folio. Sono i fatti opposti a questa 
fusione, quegli in cui di più insistiamo: conjo, oljo. Ma anche 
preceduto da altre consonanti, il nostro ; presenta i suoi effetti 
negativi, in quanto le medesime non ne risentono affezione ve- 
runa : rimedjo di contro a mezzo = medio, V-apja di contro a 
sappja = s a p i a t . E qui giova avvertire come siasi , da alcuni ,. 
un po' ecceduto nel considerare sempre come letterarie le voci 



di Nievole si fa assjólo, cioè vi discende d'un grado, e di due gradi, fa- 
cendosi usciolo, nel Valdarno inferiore; e questa discesa a rompicollo è 
pur fatta dal luce, gaglione (Pieri 'Fon. lue' XII 117) = it. galllòne. Il 
Pisano ha poi scepre per siepe. Al polo opposto troveremo la Chiana con 
yallaone (direttam. da -ajo-), Torreone e Sarteano nnll. da -ione -'iano. 



storia dell' -i- ecc. — Gap. IH, § 1, 1 : L' -7 contrazione di -ic. 189 

e forme conservate più intiere. Ciò facendo, implicitamente son 
venuti quasi a negare al popolo, per un corso di sei o sette se- 
coli, la facoltà di pensare. Tali negazioni dovrebbero essere pre- 
cedute da un po' di prova , fatta pure in digrosso , che in quel 
periodo non vi potette essere ne la tal cosa, né la sua idea, e 
per conseguenza nemmeno la parola che la rappresentasse; o 
che, se tutto ciò vi era, la espressione ne fu diversa. Quest' ob- 
bligo di provare starebbe veramente a carico di chi niega, e 
non di colui che afferma un uso di fatto, ma ove sia necessario, 
ce ne addossiamo il carico noi, che affermiamo. 

Lo -i^ atono che serba intatta la consonante precedente, e non 
va oltre il primo grado di decadimento in ./, se pure, date certe 
condizioni, non si tiene allo stato di vocale pura, ripete la sua 
relativa conservazione da un prolungamento secondario; oppure 
sorge da uno spandimento di un 7 od ti interni, attratto dall'ul- 
tima vocale (pila in pilja) , od è un -ì- etimologico {bailo in 
haljo), o un -i- creato da un nesso di consonanti (in tornjo da 
tornus). In quest'ultimo caso il mantenimento allo stato di -i'- 
di -;■- dipende dalla qualità del nesso. Il prolungamento secon- 
dario, accennato per primo, è sempre effetto di una contrazione 
dello -i- con altra od altre vocali, siano queste etimologiche 
{soljo da *sol-I = sol-i um), o provenute da altri elementi della 
medesima parola ( * a p I da a p i's = a p I s ) . Questa veduta gene- 
rale apparirà meglio distinta nei suoi quadri speciali, costituiti 
dalle seguenti categorie di voci e forme, esposte sotto i primi 
sei numeri; e si vedranno sotto i numeri successivi le più mi- 
nute illustrazioni di sottospecie e di fatti particolari. 

1. Prima declinazione contratta di latino vol- 
gare: nnll. Airi = KivÌQ = -iae, che rivedremo; Anagni, Ana- 
gniae; Capri Capreae; Narni Narniae; Segni Signiae (Arch. 
IX 378 n); Mancipi Mandriae (Vald. sup.), che riA^edremo; ant. 
castellano le vagneli, ladino centrale arliqui reliquiae (ib. I 
380). Firenze, considerato come locativo ( Fior ent iae), fa- 
rebbe a questa classe uno strappo non indifferente; ma dovremo 
considerare, che la forma, già più diffusa, Fiorenza, prevalse 
da primo entro la stessa Città, e che verosimilmente l'altra 
forma in -enze risponde ad un accusativo plurale (-entias), fog- 

Archivio glottol. ital., XIII. 13 



190 Bianchi, 

giato per analogia, ed usato più particolarmente in contado coi 
verbi di moto (eo, vado ecc.); e ne vedremo fra poco la ra- 
gione fonetica. 1 più di questi nomi sono in locativo singolare, 
ma in nom. plurale Capri Mandri, e i due nomi comuni. Am- 
messa la contrazione, lo n di Anagni e Segni ha la sua ra- 
gione in un j che si è svolto assai più tardi dal gruppo gn, e 
non da un avanzo qualunque dello i che resulti dalla contra- 
zione di -ie = -iae; perciocché, per la intelligenza di quanto 
segue, giova stabilire fino da ora: 1.° che le contrazioni avven- 
gono, nelle prime tre di queste categorie, prima che lo -i^ passi 
in y, cioè quando si pronunzia alius vari'us trisillabi, e non 
aljus varjus bisillabi, o molto meglio, non avendo queste 
figure avuto mai esistenza reale, prima che lo -i- passi in / ce- 
dendo a finale lunga, come in aljo varjo dagli anteriori alio 
vario; lo che è provato dalla integrità delle consonanti prece- 
denti il postonico -i^, le quali via via incontreremo, é dal fatto 
che questo -i- domina ed assorbe, per la sua solidità, varie vo- 
cali, specialmente le chiuse anche lunghe; e che, per queste me- 
desime ragioni, 2.° l'esito della contrazione del dittongo o trit- 
tongo è un unico i lungo o bislungo. Bisogna presumere che lo 
ae, finale di sdruccioli, si mutasse in -è ancor prima del dit- 
tongo di rosa e, e che in tale stato venisse assimilato ed as- 
sorto dall' -i- per ragione di qualità e non di quantità, però che: 
3." se è vero che il romano rappresenta con la qualità la quan- 
tità latina, è altresì vero che la mutata qualità non abbreviò le 
vocali lunghe, anche se finali di voci sdrucciole, ed esse tali si 
mantennero, per un tempo più o meno breve nei varj dialetti, 
e per lunghi periodi nell'italiano, come lo proveranno le nostre 
serie. Il valore probatorio degli esemplari sopra recati potrebbe, 
invero, indebolirsi dalla considerazione analogica, che Atri, per 
dire d'uno, cedesse a Rimini, a Sairi = -ium ecc. (ma varrebbe 
poco nulla per Mandri), e dall'altra, che la solidità dell' -i- 
di -tri' -dri^ assorbesse, e la qualità dello -n- {Segni ecc.) as- 
similasse, in tempi moderni, la -e dopo il suo abbreviamento. 
Abbiamo voluto tutto pesare; ma se la nostra percezione si ri- 
spinge dalla porta, ripassa dalla finestra. Difatti vedremo lo -i- 
assorbere la -e e qualche cosa di più pesante , in ali-osso = 



storia dell'-/- ecc. — Gap. HI, § 1, 1, 2: -as in -a^s -e, -ìu in -7. 191 

ale a e ossiim o (U-anzi = din ante (cfr. il frc. iandis) , per 
le quali non può supporsi l'apocope ali -osso di -ante, -cìie avreb- 
bero dato agliosso e gianzi-^ onde, pure ammettendo l'apocope 
di finali lunghe, l'assorbimento di queste nello i sarebbe avve- 
nuto prima della composizione delle due voci, cioè allo stato 
isolato. Vedremo ancora non potersi fare a meno di un con- 
tratto liodl = liodiè, senza far conto dell' abl. sing. di V docl., 
che accenneremo al n." 3. Il Meyer-Lùbke, I 248, senza allar- 
garsi in pruove, ammette un po' troppo seccamente, che la s 
muti spesso in i Va precedente, e cita, tra altri esempj non 
provanti, ami da a mas, amavi da amabas, che nell'ant. it. 
furon prima ame amave (Xannucci, Anal. crit. p. 140) e poi 
cedettero all'analogia di leggi odi ecc. L'-as atono non diede 
altro che -es -e, per la via di a's *-ais *-ai, appunto come la 
tonica di Thoma's Cosma s, fattisi Tommè Gusmé (X 346-48), 
onde rosa e e rosas concorsero in rose ; e ciò per la massima 
che V-a, tanto più se lunga, era di natura troppo diversa dalle 
cause d'infezione omorganica riflesse da queste tre categorie. 
Ma l'esempio di Pianiraigni = -vinesis, che il Meyer-Liibke 
ci toglie da IX 398, mi ha fatto molto pensare se in -ia's 
*-iais, i due i del trittongo, bastassero ad assorbere V-a-. 
Esclusi gli esemplari di locativo, sarebbe stato questo il caso di 
Mandri = ad Mandrias; ma si vede poi che a questa conget- 
tura si oppongono le serie che seguiranno; perciocché, verbi- 
grazia, ammesso -ale -ile originar] e sempre vivi, -ali -ili ecc. 
da -alium -ilium poi da -aliae -iliae ed alias ilias, con 
più il dat. abl. plur. -alils -ilils, rimarebbe affatto inesplicabile 
l'assoluta prevalenza di -aglia -iglia e così di -agna -igna ecc., 
con la miseria di casi che sarebbon rimasi per queste figure. Il 
vero si è, che il ni. le Porciglie risponde in tutto e per tutto 
ad uno spgn. las Po/'cillas; ed il nostro § V (ivi) rimane an- 
cora una lista di eteroclisie sempre vive. Con ciò licenziamo per 
sempre questa serie, tranne qualche esempio incidente. 

2. Seconda declinazione contratta di latino vol- 
gare {-ì da -ius -ium). Esempj: cQ-nj-o da conI = cùniu = 
cuneùs ed -eum; — conjo da congi = congiù, ma cpgno dal 
dat. abl. congió; — gc^'jo = geni = géniu, ma ingegno - in- 



192 Bianchi, 

genio; — minj-o da *mlnl = mini = mìnium; e cosi AntonjOy 
comprendonja fandqnja ( nomin. acciis. n. plur. ) , pinzimonjo 
testimonio ecc., da Antoni = -ani ii ecc.; — celja (da nom. 
accus, n. plur.), in prima da *celi = *cèlium (verbo ce- 
lare); — olj-o da oli = oliu, ma roman. ojo e it. capi-d-oglio 
da olio, e Campidoglio da -oliò; e così soljo (sicuramente 
popolare una A^olta), ma sempre soglia', paljo da pali = *palll = 
pallium; siljo = *sill = <j;JA/tov ; Basilj-o = V,xnuzio; (per via 
di *-iliis in -III); Emiljo Miljo Milja (anche ni.') da Aemi- 
lius per mezzo di *AemilIs; Leljo = Aureljo da Aurèlls = 
-lus; Giljo e *S'. Giljo ni. = prov. Gilis da Aegidius {-d- in l 
per analogia di classe); Siljo e S. Siljo ni. da Syrus tratto 
a Syrius n. pr. nelle iscrizioni (-r- in l per la detta ragione); 
ed altri nomi personali congeneri ai precedenti, da riscontrarsi 
tra i nnll. come titoli popolari di chiese, tra i quali, benché non 
di santo, anco Ver giljo di tradizione popolare, senza dubbio, con- 
tinuata, e l'analogico Marsilio scorciamento di Massimiliano ^. 

— Della combinazione del solito -;'- con altre consonanti continue 
od esplosive, che talora, o per dissimilazione o per analogia, si 
scambiano tra loro, presentiamo i seguenti eserapj : pis. celljeri = 
*-airI da cellarium, che ha seco una legione, e s'incontra 
con mestieri ministérium, scostandosi in parte dall' ant. it. 
mosferi e dal più comune monastero f forma mista), che va con 
altri da --/ipiov; avorjo da ebò'rl = -eum; — contradj-o da 
-rari *-radI, abl. -radj-d, e va con armadj-o da armarium; 

— urja e» mdl-urja nom. accus. plur. di auguri = -ùrium, 
ond' anche az^rjare, e uggia 1." da *audl = -udium (=-urium), 
promosso da -rare; e così uggia 2." da *aùdl od *udl, che va 
con adùggere = *-udjere = *-urjere = adùrère; — da Ma- 
cari us (anche S. Mac.), luogo del Pisano, rampollano le tre 
forme Macajo = -q.vìò , Macadj-o da -adi e Macaggio da 
-adjo, che fanno la quartina con magari (per qualunque via 



* È del pari analogico anche il Jlarsilio degli antichi romanzi, corruzione 
di Omaris fdius ^ Ben Omar, principe arabo di Spagna; v. Ampère, Hi- 
stoire de la form. de la langue frang., S'' ed., Parigi 1869, p. xliv. 



storia doir-i- ecc. — Gap. Ili, § 1, 2: U -iu contratto in -7. 193 

siaci venuto)^; e così Soraggio dell'alto Sercliio sarà forse da 
-adj5 = -arj5 (cfr. Sor-ano); cUsquidjo, disputazione ecc., da 
-idi = -I riunì, che va con disquidere = disqulrere, e per la 
sua figura si lega con faslidjo -Idiura, micidjo homi cidi um, 
rimedio remédiura, /ni- e metidjo da *mediti = -Itium; — 
pres'epjo p r a e s è p i u ni ; savj-o da s a pi = s a p i u ; Us'epj-o da 
'E'j7Ì(3io;; diluvj-o da dilùvium; — ìiaviljo, assedjo e risedjo, 
che passano alla categ. seguente. Véggansene altri in IX 379-91 
(cfr. X 405-6), che con questi presentano all'occhio la forma più 
chiara e più netta della contrazione e de' suoi effetti. Molti più 
sono gli esemplari di questa e di altre serie, nascosti da com- 
plicazioni, clie dovranno svilupparsi secondo la varietà delle 
cause. Già fino da questa lista apparisce una varietà di forme, 
ossia esiti diversi di suoni, che dovrà schiarirsi, anche sotto l'a- 
spetto cronologico, di volta in volta. Ma per evitar ripetizioni, e 
per prevenire il caso che altri, nel nostro silenzio, ci attribuisca 
opinioni straniere a' nostri concepimenti, giova premettere alcune 
considerazioni generali. La prima si è, che non attribuiamo un 
valore attuale e di causa diretta e continuativa, alle simili con- 
trazioni del prisco latino, e più di dialetti italici, che vediamo 
in Herennis Clodis Aurells ecc. (v. IX 380): perciocché 
la diffusione del latino, ne' suoi caratteri meglio fissati, impose 
di nuovo ravvivò le forme in -ius -ium; in caso diverso, 
questo -Is e -Im avrebbe dato una forte prevalenza alla terza 
deci., dove, al contrario, siamc) per vedere un frequente ricorso 
alla prima e alla seconda. Nel fenomeno italico potremo scorger 
soltanto una disposizione orale, che soffocata in un periodo, ri- 
sorse in tempi posteriori. — Molto giustamente il nostro Diret- 
tore, che, dopo la nota a IX 381-83, tornò più volte sopra questa 
partita (v. X 104, 272), premettendo hordii[mJ a hordl e 
ad Trivii[mJ p.ìl ni. Trevi, venne a far precedere, alla con- 



* Nel nome localo dà molto nell'occhio il e tra due a, appoggiato sopra 
una tonica; e bisognerà ricorrere all'azione dei nomi personali Pacco, 
Maccio delle antiche carte (v. X 371), il quale ultimo fu certo accompa- 
gnato da Macco', cfr. il casato lucchese Burla-macchi, il n. comune macco, 
più vivo in quelle parti che altrove, ecc. 



194 Bianchi , 

trazione, l'assimilazione di -iu in -ii. Certamente l'assimilazione 
precedette ovunque lo -^ risulti dalla sua congiunzione con altre 
vocali etimologiche; ma i fatti che passeranno in esame, dove 
abbiamo sempre che fare con un -F, mostrano che di quella fase 
non rimase traccia, ed ha tutta la ragione il Maestro di porre 
correntemente a modello la forma hordi. Ed invero, ove si ha 
V-1 prodotto da due finali brevi, l'attrazione, che poi soprav- 
venne, avrebbe richiamato alla tonica uno de due ^, e l'altro sa- 
rebbe rimaso esposto alla successiva sua mutazione in -e; cosicché 
avremmo avuto: da solium solii, poi *soill o sjoli, e quindi 
side sole, come da vendit vende. — La -s dovette sparire 
in -ius prima che altrove, siccome posta alla chiusa d'uno 
sdrucciolo (quindi anche in dominus ecc.), e nemmeno -ium 
potette mai trovarsi al caso di passare in -io, sì perchè la con- 
trazione cominciò prima del cambiamento dell' m in p, quanto 
perchè lo i sosteneva la qualità dell' m anche nell'accus. e nel 
neutro, sui quali agiva pure a sua volta, finché si mantenne la 
-s, il nom. masc. -ius, dove Vi(r aveva un doppio rinfianco. Nella 
formola Hcs di seconda in voci piane (pirus, campus ecc.) 
manchiamo d'ogni indizio, pure indiretto, del prolungamento di 
questa vocale, laddove ne avremo per la categ. seguente, perchè 
in questa la -s durò più a lungo, come preceduta da vocali più 
affini, e per ragioni morfologiche. Ci sono esempj di nomi con i(, 
finale di qualche antica parlata toscana ( Parodi, Romania XVIII 
601), ma bisognerebbe vagliarli, e vedere se non provengano, o 
non siano stati promossi dalla IV deci.; perchè siamo per ve- 
dere qualche -u's finire in -i. Dalla formola ^um, ove non si 
frai3ponessero cause contrarie, dovette, almeno in Toscana, aversi 
-om in età molto antica. 

3. Dittongamento di -e, e prolungamento dello 
-i per effetto della s finale di IIP deci.: analoghi 
effetti nella V e nella IV. Tanto nell'uno quanto nel- 
l'altro caso l'esito è sempre un i lungo, e gli effetti ulteriori 
sono quali sotto il n.'* precedente. Esempj : alj-a alj-are, accus. 
abl. ale plur. ali di IIP, e tutte da *alis, quindi *alìs da -Ts, 
dopo che ala fu tratto all'analogia dei nomi in -alis; — bilj-a, 
l.°'da bilis, Ulj-a, 2.'' da *vitlis = vitUis; mila, milj-one, che 



Storia dell'-i- ecc. — Gap. Ili, § 1, 3: -7 da -Ih -é^s -ieh -ie. 195 

presto vedremo; i derivati rinvilj-are rinvilj-o da *vlll = vllis; 
cucidj-are e eoe. e la Coculj-a (in Firenze) da *cucùlis co- 
cule (accus. abl.); — ajo da *arj-d, e questo da "ari = *arls -= 
ariè's (con riduzione di *-ieis in un bislungo -Is) ariete; — 
ragia ^ *r3LSÌ-Si da rasi's; — f^'ocia = dióecès[is], volg. 
it. del VII ed Vili secolo (per 'parrocchia'), che più tardi sa- 
rebbe divenuto cUogia, come fìogia fior. rust. per 'fiòcine' e 'far- 
dello di moccico ', che fu un singolare foggiato sul plur, fiòcè's, 
o provenne da un nomin. sing. flox tratto a *flocrs sotto 
l'azione del gen. *flocis dat. *floci (cfr. fonti monli 'ponti 
singolari di nnll. in IX 386-87-89-90, 424); — mezzo = •miti-ò 
abl. di mltl = mltrs (ma è misto di humectus^); rozzo = 
*rùdj-o abl. di *rùdl ^ = r udi's; — sedj-a' da *sedl = sè- 
dè's; — - l'-apj-a da *apl = api's; Savj-o fiume da *SapI = 
SapFs; sin- sen- e sanopi-a da sinopTs = cr/oj-(:; cfr. Arch. 
IX 379, X 404-7 e i luoghi ivi richiamati. Di quinta deci., la 
più atfine alla IIP, non occorre in questo incontro se non cU = 
dl'= diè's (per la è cfr. diècula), e spezj-o, che si ricava da 
gli spezj ( Crusca, Voc. ), con la spezia ( Nann., Nomi della ling. 
it. 51), di cui prevalse il plur. le spezie, da *speti-o e *spe- 
Ti-a e questi da speti = spekie's ecc., come vedremo. — È 
difficile poter dire se, per es. in api's, si avesse un semplice 
strascico dello i, che ne recasse il prolungamento, o si spiccasse 
un altro i (*apiis), che poi si contraesse con l'altro; ma nell'un 
caso e nell'altro ne venivano i medesimi effetti. È più probabile 
clie un i spiccasse da -e's, ed è certo che si sviluppasse da 
-u's, almeno in certe combinazioni. Del resto, per produrre l'as- 
sorbimento della e nell'i, qui non ci fu necessità dei casi in -ès 
né del trittongamento, che anche la -e netta, breve o lunga, ne 
sarebbe stata inghiottita; cfr. il n.° 1. In (// è anzi probabile che 



* Ciò quanto ai significati, ma per la -e- avienio l'ajato di altro ana- 
logie. In luogo del chiesastico dioecesis, dovremo ritenere un popol. 
d i ó i e e s [ i s ] . 

* Questo prolungamento secondario dell'i', che verremo a dimostrare 
per la prima volta, non giustifica por nulla la vecchia etimologia del frc. 
rude, il quale viene da *rnvde^ r'tvido dell'italiano. Un rùdis di ragion 
secondaria avrebbe dato nds senza d. 



196 Bianchi, 

sia sempre prevalso l'uso dell' accus. e dell' abl. singolari; poi- 
ché, per es., 'buon di' continua M)onum diem (tibi auguror)', 
e 'il di ecc.', ove dipenda da un verbo, che non richieda l' ac- 
cus., è sempre ablativo di tempo (actum etc. die...); cfr. lu- 
ìiedì, frc. lundi , ecc. ed i loro costrutti. L' -a , breve o lunga , 
sfugge affatto alla forza assorbente dell'i che le precede accanto, 
ma la sua quantità ha un gran valore pei suoni interni della 
parola. — Forme, quali sono ragia sedia mezzo rozzo, sono 
state spiegate con supposte forme derivate, come rasia sedea 
miti US rudius, e non poteva farsene a meno; ma per l' in- 
nanzi bisognerà fare maggior risparmio di questo suffisso o suf- 
fissi -e US -ius, per i quali vediamo sì presto scemare d'assai 
le condizioni favorevoli di vita. Qui la lingua è ricorsa ad una 
eteroclisia parziale, per liberare un caso o l'altro, e special- 
mente l'accusativo e l'ablativo, da una conformità impacciante, 
recata dalla contrazione o dal prolungamento; poiché, verbigra- 
zia, ridotto sedes a *sedl[s], a idem il genitivo, con sedi al 
dativo, ne venia facilmente di conseguenza un acc. sedl[m] e 
un abl. sedi. Perciò l'uso senti l'opportunità, secondo le varie 
vicende delle singole parole e le convenienze sintattiche dell'una 
dell'altra, di volgere i feminili ad alcuni casi della I''^, ed i 
mascolini ad alcuni di IP deci., ed all'una ed all'altra negli ag- 
gettivi ed ove il genere rimase incerto. — Altri esempj compa- 
riranno di volta in volta. 

Non giova per la quarta deci, formare una separata categoria, 
poiché sbrigasi in poche parole, senza poi tornarvi sopra troppo 
spesso. Tuttavia, non è indifferente la somiglianza che presenta 
con gli esiti delle altre. Dovremo presumere che in fructùs la 
-s durasse più a lungo che in ludus, perchè il primo nel corso 
della sua declinazione, tranne al dat. abl. plur., ebbe a contrasto 
sole voci con 1' k, tematico, tra le quali quattro - ù s , e non con 
-0 od -a, che erano organicamente più lontane dalla s ; onde può 
ammettersi che in qualche esemplare sottratto, per varj accidenti, 
a contrarie analogie , la s tanto durasse da prolungare 1' u ed 
assottigliarlo in -i, e da fissarlo allo stato di dittongo -ui, là 
dove fu preceduto da gutturali. Da primo la s dovette semplice- 
mente consolidar 1' u nella sua qualità , e questo facilmente ri- 



storia dell'-?"- ecc. — Gap. Ili, § 1, 3: Derivati dall' -w di IV. 197 

mase fermo nel periodo dell'ordinario suo trapasso in o; al 
quale effetto avevasi una causa potentissima, che pur da sola 
sarebbe bastata, nell' -if, comune a tutti i casi del singolare, 
senza contare il dat. in -ul ed i tre -us del plurale. Neil' un 
modo e nell'altro Vie tematico dovette rimanere per lunga età, 
e come vocal finale dei nomi di quarta, e nei loro derivati, di- 
guisachè non se ne potesse avere che assai tardi sulla ■ foggia di 
man-aia e man-etta. Diftitti l'-uus, che tra i suffissi latini era 
de' meno vitali , accenna anche dipoi una vivacità che solo 
avrebbe potuto attingere dalla durata dell' -z^ di quarta. Gl'ital. 
manna -aja ammannire ecc. (v. a menno p. 214) non se n^ 
vanno in pace senza *manuus od -uos, benché mannus, che 
indi viene, apparisca cosi presto (fin da Lucrezio) da farsi cre- 
dere un accatto dall'uno o dall'altro dei dialetti italici che pre- 
mevano sul latino. Nelle ristrette proporzioni della IV* deci., gli 
esempj di simili fatti non si mostrano troppo scarsi. In una 
carta sarda del 1131, spettante a Pisa, si legge: «Ego Gonnari 
(lanuarius?) judice de loco Turri..., dono etc. (al duomo di 
Pisa)... porcos et vaccas, equus et éìxn^ (equas) etc, cum aJjha 
(aqua) de Piscina etc, cum... fretu et cum lacco de Erio, quod 
sunt saline» (Bonaini, Statuti Pis. I 283 n.). Lacco (ed in 
qualche senso vi si lega kcm dell'italiano) sarà = *lacuus 
- u m , e verso la fine del § seg. sapremo forse il perchè non sia 
lacquo per l'ital. e laTjlto o -u pel sardo ^. Il Meyer-Lùbke (op. 
cit. I 352) giustamente considera che quercea ci avrebbe 
dato chercia', onde con molto acume suppone, da quercus, 
querqua, da questo cerqua, e quindi per trasposizione, quer- 
cia. Ora, nelle carte toscane più antiche, abbiamo davvero cer- 
quetum, e mi pare anche cerqua, che vive ancora a Città di 
Castello ed in più parti dell'Umbria e degli Abbruzzi, e altrove. 
Tuttavia, dal fatto clie nel fior, plebeo ed in altre parlate il 
qae- secondario si mantiene in certe fonie sintatticlie [è cquello, 
in Q per qicello) ed in altre perde Yu {era chello), laddove 
in tutte le combinazioni sempre si ode chercia {era eh. ed è 
ccher. ) , apparisce reale un rappresentante di quercea, dove 



Credo storicamonto invorosimilo la introduziono di li/.-/.',; tra noi. 



198 Bianchi, 

il qa è primario. E probabile che gli scrittori fiorentini credes- 
sero di dirozzare chercia sul modello del più nobile querce ^ 
Anche questa è forma trasposta per "cerqne^ che è un accus. 
di *kerquis da quercù's, o per lo meno si mosse dal plur. 
*kerquls = quercù's le querci- Lacco, che non è vero lago, 
ma lo rassomiglia, è propriamente un derivato e nel senso e 
nella forma, e tale sarà stato *quercua, per l'abito che prese 
il volgare di rifoggiare i nomi d'alberi sopra derivativi: faggio = 
fa gè 5, leccio = \\'iQ'Qo ecc. ^ È quindi non bene probabile una 
flessione quercus -uam -ufi mista di IV e di P; ma che una 
declinazione mista, sia pure stata scarsa, fu anche qui, risulterà 
piuttosto dall'esempio di nuora da nùrus *-uàm, per via di 
npurà, poi nuora (sic. nora) per due attrazioni successive^ 
accentuale ed omorganica, di che vedremo casi somiglianti ^. 
Tanto per la lunga durata della -.?, quanto per la grande pre- 
valenza degli -u, fatto sta che senza contare il caso notabilis- 
simo di querce, qui si svolge da un -a-s primario, un tema in 
-i, e lo abbiamo in mani- = manu-s, onde smanj-are, e quinci 
s-manj-a. Arcione da arcu-s, che m'illuse, qui non si rad- 
duce per nessun verso; che un derivato da *arqul, anche se 
poi ridotto ad arili, non avrebbe mai avuto palatina (avverti 
in cerqua la dissimilazione); e bisogna per forza ricorrere a 
basi senza -u-, come arceo a r cella, tanto più che il suffisso 
-ione fu sempre vivo. Nemmeno possiamo da cardù-s -ù-s, 
trarre un cardi che dia direttamente s-caria e garzuolo. 
Se non c'entra di mezzo un dialetto italico, che non sia il 



* Questa forma è rimasta popolare nel contado senese e nella Maremma. 
Arezzo e la Cliiana hanno quercia, non mai cliercia. 

* Dovremo cercare la causa psicologica di questo fatto nel sentimento 
della varietà di specie: perocché « haec arbor est quercea » significa non 
che è un albero sì determinato, nei suoi caratteri, da escluderne altri, ma 
che appartiene al genere 'quercus', e può essere 'robur, aesculus, far- 
nus ecc.' Vi ebbero parte anche locuzioai, come 'lignum querceum', 'ligna 
quercea'. Il fior. rust. chercio è un grosso tronco della specie, scarso di 
rami. 

* Con ciò ho implicitamente significato di punto non credere all' « ana- 
logico che a nurus sarebbe venuto da socrus; cfr. ignudo ecc. al u." 17. 



Storia dcir-i- ecc. — Gap. Ili, § 1, 3: Viconde di -s, sua epitosi. 199 
latino, il che non pare probabile, abbiamo un altro esempio di 
-.9 che consolida V te finale in modo da renderlo produttivo d'un 
derivato in -uus; e questo è menno = *mìiii\ò», in generale 
'manchevole', che si surroga al lat. mìnus -a ^. Ma non è V io 
di questo sinonimo, quello che promuove il detto suffisso, bensì 
Yu di minus -oris, dove la -s è tematica, e come tale man- 
tienesi più a lungo, tantoché essa viene poi a trarre anche 
guttur -uris all'analogia di sidus corpus ecc., ed a ridurlo, 
come vedremo, a gozzo (*guttus in *guttsu); cfr. per la sua 
durata il logud. corpus laclus ecc. (II 142). Forse fu anche più 
lunga la durata della -s tematica nella IIP in -i, come verrebbe 
attestato da cinigia (cinis), e da rugiada ove, però, avea nella 
base il sostegno dell'accento (rós), cfr. Agnes-e ecc. da Agnus. 
Più che pertutto la -s durò nelle particelle, come lo mostra 
il fior. rust. sin-enli 'fin nel' 'fino al', quiti-enti 'qui entro' e 
'qui prossimo', da intus, il quale, dopo la morte di tante -s , 
ebbe tanta vita da attraversare gli stadj -iis -u"s -uls -Iis -Is. 
Questa via fu percorsa tutta da intus in fine di proposizione, 
ed ove fu seguito da pausa, ma esso in postura protonica di 
sintassi non passò oltre a ^otiiìs, poi entu, che è nell'arret. 
('te butto 'niu la Chiana'), e fu anche nel fior., come ne fa 
fede r analogico enbm ^ , a cui si contrappone -entri nella po- 
stura di -enti. Il prov. inz accenna l'attrazione d'un i finale 



* In carte italiane del X sec. incontrasi min u are, prov. minuar, spgn. 
menguar ecc., che il Diez e il Caix riconducono a minuere, sull'analogia 
di consumare, tremare ecc. Su questo proposito mi fo lecito di osservare 
che consiliare risulta da una mistione di consumere con consummare 
(cfr. assommare nel senso di 'finire'); e che prima di fare uno strappo 
alla regola che -ere non può mai passare ad -are, ossia che non nasco 
eteroclisia fondamentale tra queste due conjugazioni, sarà meglio credere 
che tremare sia un denominativo, con valore intensivo, formato da un 
nome che può essere stato tremo = tremo v, od in altra figura come tnna 
da temere (cfr. Asc, XI 439). 

* Nel 'Cecco da Varlungo' del Baldovini, st. 12, si logge: «E' mi salso 
intrtt l'ossa un fuoco e un diaccio, Ch' i' veddi mille lucciole golare»; e 
nella st. 38: «Se amor tu trovi a covo inttii '1 me' petto, Fallo a dispetto 
suo di li snidiare ». In ambedue i luoghi la lozione popolana è veramente 
'ntru, dal più comune entro, quln-entro ecc. 



200 Bianchi , 

{*eints), laddove nell'ant. fr. ens la contrazione avrebbe pre- 
venuto gli stadj ulteriori. Anche lo i di prius si assimilò gra- 
datamente Vu, onde pri-a con -a epitetica (cfr. gli arret. bu-a 
per dù bue e 'nclu-a per endù in-dove) od analogica {prima 
[vice, bora], allora)] ma ciò sarebbe avvenuto pur senza la s, 
cfr. diu al n.° 1. Unico rifl'^sso con sibilante, per applicazione 
analogica di -s da particelle (probabilmente posteriore a' pro- 
lungamenti secondar] ), è, per l'ital., anzi da ante -*es -is, 
con attrazione di s a t, ant. fr. ainz anz, prov. aìiz ans * : cfr. 
Ascoli YII 508 e n., 527 n. — Adunque, per quello che segue, 
giova conchiudere che le -s sparirono, e respettivamente dura- 
rono, nell'ordine seguente: Primo si dileguarono in -iùs e ne- 
gli altri sdruccioli ; 2.° negli -us. di seconda in voci piane ; 
3." negli -lis della quarta; 4." negli -is ed -es di terza e di 
quinta, nella qual ultima la contrazione avveniva pur senza la -S', 
5." le s tematiche di IIP, come in cinis pectus ecc.; 6.° nelle 
particelle, comprese quelle con -s analogica. La durata relativa 
del 3.° 6 4." ordine, in confronto tra loro, non si può ora net- 
tamente determinare. Diremo, in generale, che la lunghezza ori- 
ginaria della vocale accostante dovette mantenere la -s più a 
lungo, come lo mostra la declinazione sarda. Quanto agli -5s, 
qui taciuti, si variò forse nel toscano, secondo la postura sin- 
tattica, tra -OS, nelle congiunture del notato entu, ed -*iis 
(= -o's), in quelle di -enti. 

4. Propagginazione di un i da fé da u interni, 
generalmente progressiva sull'ultima vocale della 
parola: fior, cominjo da cuml'num = •/.u'p.ivov; carrninjo dal- 
l' arab. qirmiz (almeno trattato, per analogia, come lungo); — 
pilja da pila; 7%icljo da nidus; — cles'io des'tare da *desl- 
drare -*7dare (spgn. desear) *desidjare (cfr. il n.° 2), o si 
voglia -^irjare, ove, per un -dr- o -d'r-, si veda qui il n.° 6 ed 
il § 3 ^; — sen. papejo e -ijo con altre forme dialettali dal lat. 



^ ]\Iolto male ne resta senza, se vuoisi da *sine-s, onde avremmo 
sen:ii al più senzi; onde absentia ha sempre la diritta. 

^ Né l'uso vivo, né la storia di questa voce, danno indizio veruno che 
questa sia di straniera introduzione. Confondono anzi le troppe ragioni 



storia dell' -j- ecc. — Cap. Ili, § 1, 4, 5: Propag-g. od attraz. progr. 201 

papy'rus = -à-óio; volto in pap y'ru *-iiru *-irj o, e più altro 
voci greche con y, che verranno in fine; — da mitra mitrla, 
che s'incrocia con altre serie ancor più dell'italico mùtra, 
onde svolgesi mutr'ia\ — da arsu'ra usu'ra arsurja usurja 
con la numerosa famiglia del n." 17. La propagginazione rimane 
ascosa in Reggello, più schiettamente Rir/g.'^, ni. da rlVir 
*rwjello, in prugna da prù'num -a.^, pertugio da pertu'su, 
nel fr. écussnn da scù'tum *-tjone, ed in altri che incon- 
treremo ai loro luoghi. Uno spandimento di t dinanzi a vocale 
sarebbe mostrato da zio, che si fa = thius = Oslo,-, e sarebbe 
passato per tijo tjio. Non mi pare storicamente probabile la in- 
troduzione, dal greco, d'un nome di parentela; ma ci venga dal 
greco, da qualclie ramo italico, gioverà richiamarlo sotto 
altra lista. 

5. Trasposizione d'un i breve etimologico da un 
dittongo interno all'ultima vocale: — «r/a dall' ant. 
ital. ajere aire ed aira lat. aer; — baljo -ja dall' ant. bailo = 
bajulu, — madj a = -pìs. e lue. maida = magidaj — manja da 
imagi ne (come vedremo), — pctnja = pis. luce, paina da pa- 
gina e da im-pagine (Ascoli); — ant. it. e arret. votjo dal- 
l' ant. t'Oì/o = voci to (Flechia), ora voto o vuoto', — Broljo 
ni., uno in Val d'Arbia (prov. di Siena) ed altro nella Chiana, 
da Broilo delle carte antiche, e questo dal barb. lat. brogilum 
(di base celtica), fr. preuil, ant. it. bruolo. Quest'ultima forma, 
che è dei trecentisti, è una riduzione all'italiana dell' ant. fr. 
bruel, prov. bruoil; ma le meglio assimilate furono e sono le 
popolari Broilo e Broljo ; poiché il trittongamento dell' òi in uoi, 
od il dittongamento serotino dell' o, dopo la metatesi dell' -z-. 



che la dimostrano italiana; lo quali rimarranno svolto via via nello liste 
successive. Deve tenersi, per ora, corno irregolare la caduta dol -d-, finché 
non vedremo lo condizioni del suo dileguo. 

* Un'antica tradizione locale trao questo nomo da una dorivaziono d'ac- 
qua, che già vi fu. Tengo questa tradizione por molto fondata. 

^ A regola il toscano non potrebbe variare che tra 2ì>'ì"ìo -na e prtinjo 
-nja. La fusione di -nj- in n vi provenne, dunque, da prìir/nolo -a, dove 
la tonica non potette sostenere il poso dello sdrucciolo ed un .; spiccato. 



202 Bianchi, 

è qua del tutto irregolare ^ Del resto questa voce, come nome 
comune, è, per il popolo, morta del tutto, e sempre dovette es- 
sere ben poco diffusa e consistente nell'uso, come quasi tutte le 
voci recate dai feudatarj franclii ^. 

6. Lo H^ epentico od etimologico, che viene at- 
tratto dall'ultima vocale: — soverscio da subversus; 
roverscio da reversus; — coymjo e córnjolo da cornus; — 
'sonija hornja' (a Città di Castello)^, ital. sornjone e susor., 
verbo susornare, da susorno (forma che credo più originale, 
cfr. per ora il fr. sournois); — tornjo da tornus; — nnll. 
Marna -nja Verna -nja (v. X 345 n. 2) con Tprnja e Tomja; 
— velja avdja e averla (che riscontro d'uso più comune nel 
fior, e altrove), ant. fior, e it. cazza-vela, tutte da avi-ver- 
nula, piuttostochè da Va-vern. con avi sottinteso. Mi par certo 
che corra nell'uso anche averìja, che in ogni modo si lascia 
supporre dalle forme sorelle. Il loro confronto ci assicura della 
preesistenza d'una forma contratta -v ernia, nel cui gruppo pa- 
latale potette regolarmente svolgersi un i, vogliasi in avern'la 
o in averHa, onde passò poi sull'-a. Per dimostrare che questo 
fatto deve ammettersi in principio, ho qui ripetuto da altra sed^ 
i due primi esemplari (con -rs- da rs o r's), perchè né etimo- 
logie né analogie valgono ad escludervi la figliazione d'un i da 



* In un precedente articolo di questo lavoro, dimostro che la forma 
vuoto, per voto, non ha fondamento storico. La nuova Crusca raccomanda 
vuoto, ed anche vuotare, per distinguerle da vóto = vòtum e derivati. 
Questa riforma è giustificata da una ragione di pratica opportunità; ma 
non deve far dimenticare i testi e la realtà della storia. 

* Una donazione del marchese Bonifazio, di legge ripuaria, alla Badia 
fior. (an. 1009), contiene: « ofFero atque trado,... castello cum omnes per- 
tenentias, qui est posito in loco Broilo ». E ripetuta la forma Broilo nel- 
l'atto di confermazione dell'hnp. Arrigo II, dell'anno 1012; v. Galletti, 
Badia, Fior., Roma 1773; pp. 156-87. Si riferiscono queste carte al Brolio 
del Chianti, quello del famoso vino. Il Repetti allude a carte anteriori, che 
lo fanno proprietà dei conti sanesi d'origine salica, ma non ne riporta 
brani. 

^ In questa dizione la tonica della prima voce s'è assimilata a quella 
della seconda. Quanto a córnjolo di contro a prùgnola, che è sopra, si 
tenga conto del nesso -rn-: altrimenti diviene difatti crónolo. 



storia dcir-/- ecc. — Gap. Ili, § 1, G: Epentesi d' -i- a -rs- -rn- -?-Z-. 203 

gruppi di consonanti continue. Nondimeno il mio primo pensiero, 
da circa venti anni or sono, fu che in Veì'nja Marnja si avesse 
la posposizione dell'i di Verìna Marina \ ma il giudizio veniva 
turbato dai documenti storici, scritti e parlati, di queste due 
voci; poiché le carte antiche (che tuttavia non risalgono molto 
indietro) danno costantemente Verna, com'è profferito nel luogo, 
e da tutti i frati di quel celebre santuario, che ho incontrati; e 
cosi riscontro Marna esser tale nel luogo, e farsi Marnja ad 
una certa distanza, ma non da tutti. Tornja, nome di torrente 
nel Vald. super., va costantemente con lo _/, ma non ho ancora 
potuto accertare se la variante con o sia parto di scioli, o sia 
tradizionale in qualche parrocchia, benché io creda alla sua ori- 
gine da * Taurina; cfr. ^prnjo = TÓpvog ^ , torlo = tuorlo da 
toru-s *-ilu = -ulu, ma sempre fermo cornjo -alo, che segue 
corno = cornu, dove un -i- non penetrò mai. L'ultimo nome 
locale mostra, per lo J, che siamo in presenza di forme storiche 
tradizionali nei varj luoghi, e non di alterazioni fonetiche, sian 
pure normali, cagionate, per minor familiarità, dalle respettive 
distanze. Credo anzi che l'antica Massa Verona (cosi parmi 
sia stata accentata) sia l'antica forma arretina della detta Ve- 
rìna, come lo mostra Levane (*Laevina -ae), che si fa Leona 
nelle carte arrotine ^; cfr. dsono per asi- in Chiana. Apparirebbe 
la metatesi dell' -i- etimologico in Agna = ^Ahij a, nome di 
torrente in più parti, da Alina, che dura a lungo nelle carte; 
ma in alcuni Agna, Agliano -a, Agnano, si mescola ancora 
Ani US Annius, ed Annejus -eja entra in Ania (che sarà -ia) 
torrente nel Lucchese, Aniano ed Armano (che fu, senza dub- 



* Non credo che l'Ò greco, ove non intervengano altre cause, dia un o 
chiuso all'italiano. — Potrebbe saltare in capo che lo -;- di tornjo ricor- 
resse dall' i tematico di tornire; ma è tutto il rovescio, poiché la conju- 
gazione in -ire, come potremmo dimostrare, è in questo caso affatto im- 
propria, ed è appunto promossa, come da causa fonetica, dall' i di tornio; 
cfr. il lat. tornare id. Ne prese forma anche atlornjare contro tornare e 
ritorno, nò m'illudo punto torneo -care, nò l'ant. altorneare, prov. torneiar, 
spgn. -ear fr. -oyer. 

* Veggasi il mio scritto: Il dialetto ecc. di Città di Castello; quivi, Lapi 
1888, pp. 90, 100. 



204 Bianchi , 

bio, con -ì'd-)', cfr. il § 3.° Per ora le apparenze starebbero a fa- 
vore dell'uno e dell'altro -i- (originario e sorto da consonanti ), 
il quale in certe congiunture, che son da vedersi, passa sull'ul- 
tima vocale; laonde velja può rappresentare tanto *-vernla 
quanto *-vernila^. L'epentesi avviene anche tra r e dentale: 
accorciare ecc., con cui rimandiamo l'assai più duro s-carza e 
garzuolo, già accennati sotto il n." 3. Del pari avvenne tra r e 
labio-dentale : cerbjo da cervus, e dovette esserci corhjo, che 
rimane in s-corhjo 'macchia d'inchiostro', verbo -are, e pur 
anche nerhjo. Se possa ammettersi in altre combinazioni, ve- 
dremo. 

Sono queste le sei categorie fondamentali dello -i-, contenenti 
i fenomeni meglio visibili, e che debbono servire di argomento 
e schiarimento all'analisi di quelle specie e sottospecie, ove l'oc- 
chio vede poco o nulla. Le prime tre sono più universali, e sor- 
sero, presero consistenza, senza dubbio, in età latina, sia pure 
di decadenza; ma una parte della terza, se accenna una lunga 
durata di caratteri latini, mostra nondimeno confini geografici 
più ristretti. Le tre ultime serie sono più incostanti, meno ge- 
nerali e meno diffuse; hanno cause che si ripetono da età la- 
tina; ma tranne, almeno per qualche dialetto, la quarta, ebbero 
uno svolgimento più tardo, dipendente da una più lunga persi- 
stenza di caratteri latini in certe regioni. La 5.^, che precede 
la Q.^ per la più chiara ragione dello -j-, mostra protratta la sua 
azione ad età più moderna, per il netto contrapposto dialettale: 



* Il lettore potrà supporre che sono sempre disposto a provare questa mu- 
tazione di -ulu in -ilu, ed a spiegare il perchè non pertutto si manifesta. 
— Si avverta che queste categorie sono poco più che semplici prospetti, 
e qualche sentenza ci sta in forma di problema, proposto per la prose- 
cuzione dell'indagine. Il difficile quesito, se qui F -i-, tratto alla finale, sia 
r etimologico o l'epentetico, aspetta, per la sua soluzione, altre classi di 
voci, che passeranno in esame tra gli ultimi mimeri del § seguente. Frat- 
tanto si aggiunga: Marlja, pieve presso Lucca, scritta Mari Ila nelle 
carte antiche, la quale deve essere stata accentata sulla prima a; poiché, 
secondo il mi' orecchio, una forma ]M ari 11 a non avrebbe ceduto all'ana- 
logia di Marljano della dioc. di Pistoja. Altri accenti non latini incontre- 
remo sotto il n.° 7. 



storia (loll'-i- ecc. — Gap. Ili, § 1, 7: Voci provate popolari. 205 

pis. luce, paina ecc. contro panja qq-q.. di quasi tutto il toscano 
centrale ed orientalo. 

7. Prima di entrare in complicazioni fonologiche, che es- 
sendo ardue per se stesse, debbono correr nette d'ogni questione 
secondaria, che confonda la mente, fa d' uopo che di alcuni fatti, 
di provenienza apparentemente dubbia, sia dimostrata la popo- 
lare autenticità, e di altri sia chiarita la origine e la storia, o 
facile difficile che ne sia l'indagine, affinchè la teoria non di- 
fetti dei suoi reali fondamenti, e non dicasi più o meno basata 
sopra una petizione di principio. — E prima di tutto, sarebbe 
assurdo il credere che il popolo interrompesse mai l' uso della 
cosa e del nome minium; che da Gregorio Magno a CiuUo 
d'Alcamo non ci fossero più falegnami, nò carradori; che nes- 
suno più tingesse di rosso casse, imposte, carri e barocci; e che 
tutte queste belle cose si richiamassero in vita dai letterati del 
primo risorgimento ^. Si dirà che il popolo avrà avuto migno o 
megno, e che rainio sia forma d'accatto. ^la santo Dio! questa 
è roba di certi bassi fondi dove non si ascoltano, e meno si 
ascoltavano, dettature dall'alto. Si tratta di nomi e cose si in- 
timamente penetrate, che comandano a chi non s'insudicia le 
mani, e non ne soffrono correzioni. — Fastidio esprime tra altre 
cose, in senso complessivo, gì' insetti schifosi, clie perseguitano i 
disgraziati; ed anche nel senso proprio, dove entrano più pro- 
verbj, è d' un uso così intimo e diffuso che non lascia supporre 
un accatto. Non sarà poi un grande psicologo chi crederà che 
il popolo abbia mai fatto a meno della voce riinedio : nò r/- 
piego, né compenso , od altra che se ne adduca, avrebbe potuto 
surrogarla; ed arroge che la seconda non va a puntino con la 
fonetica popolana (cfr. peso). — La tradizione del presepio 
nella capanna di B.:ttalemme, non può essersi mai interrotta 
dalle prime predicazioni cristiane in poi, nò è creazione di let- 



* Non varrebbo il dire cho gli artigiani, in luogo del minio, adoprassoro 
la senopia, che è di minor costo; poiché non è ammissibile un periodo 
storico di cessazione dell'uso del minio, che dà un colore più stabile o 
pili vivace, e che gli artigiani dovevano adoperare almeno per le classi 
superiori. 

Archivio glottol. ital., Xllf. U 



206 Bianchi, 

terati il modo: «tu mangeresti il presepio con tutti i pastori». 
Solamente ai nostri tempi, da maestri di scuola e da preti scioli, 
è stato recato il guasto nella pronunzia popolare di voci bibli- 
che; cfr. Ardi. X 346-49, 387. Por genio, v. il luogo or cit. , 
p. 407 n. Diluvio ed altre avranno la loro nota secondo il pro- 
posito. Intanto passiamo ad indagare l'origine e forma più oscure 
di alcune. 

celia (n.*^ 2). Questa generalmente si fa nascondendo ad alcuno, per mo' 
d'esempio, il cappello, la pezzuola od altra sua cosa, per ridere sulla sua 
confusione e stizza. Anche altri usi di questa voce si riportano all'idea 
madre di 'nascondere (il vero)', lat. celare. La convenienza del signifi- 
cato è, quanto mai può dirsi, perfetta, ma un derivato primario, come il 
supposto celium non si sarebbe mai direttamente mosso da cela-re, che 
ha tutta l'aria d'un denominativo. Sebbene gli etimologisti lo abbiano con- 
nesso con calim e clam e con oc-cìil-ere oc-cul-to, resta sempre che 
questo verbo ha una pai'entela, almeno di vecchio stampo, assai scarsa in 
latino. Probabilmente la gravità romana non senti qui il bisogno d'una più 
numerosa famiglia; ma il popolo dovette avere qualche cosa di più, ed in 
ogni modo non è verosimile che celare, nel diffondersi tra i dialetti ita- 
lici, non vi ritrovasse, se non i genitori, qualche fratello o zio. Comunque 
si senta, l'integrità del -Ij- pone celia nella 2.* o nella 3.^ di queste serie. 

siljo da ■^•Jlliov (n." 2). E una faccenda molto penosa, il ricercare la ri- 
spondenza degli antichi nomi di piante, e di medicinali, coi moderni, con- 
fusi dalle tendenze ciarlatanesche di tutti i tempi. I vocabolariisti si sac- 
cheggiano l'un l'altro o, prudentemente, tiran di lungo; e, da una parte, 
gli compatisco ! La Crusca fu spesso come in questo caso coscienziosa, 
ma non sempre fu ben servita dai testi e dalla scienza del tempo, ed anche 
trascurò d'andare a fondo. Essa diede a silio due significati: 1.° specie 
d'arboscello; 2." specie d'erba medicinale. Tradusse questa voce, nel primo 
senso, col gr. su&jvu^o?, lat. ev., e con l'it. fusaggine, che preso da sé col 
fr. fusain, prov. ficsanh, potrà essere 1' euwvu^o; di Plinio (xiii, 38), onde 
oggi è detto dai naturalisti 'ev. europaeus', sebbene questi nel commentar 
Plinio non vadan d'accordo. Il trecentista traduttore di Palladio, o meglio 
compilatore di questo e d'altri, nell'unico esempio del Voc, raccomanda 
le barbe di silio per allontanare le serpi dalle stalle. Per farla corta coi 
testi, nessun romano scrittore d'agricoltura raccomanda, per questo ser- 
vigio, e nemmeno fa menzione veruna dello 'evon.' né dello 'psyllium' di 
Plinio, ma sì del 'galbanum' e del corno di cervo. Fatto sta che il nostro 
vecchio agricoltore, fidandosi dell'orecchio, non seppe rendere altrimenti 



storia dell'-/- ecc. — Cap. Ili, § 1, 7. Etim. : siljo, mitiJJo ecc. 207 
che i^er silio il 'molle siler' di Virgilio, Georg. II 12, e mescolò la no- 
zione che ne dà Plinio ('serpentes.. . refugiunt', xxiv, 44, cfr. xvi, 31) con 
le regole di Palladio e di Columella. Nell'errore del Voc. ebbe parte indi- 
retta il Cesalpino, che per 'evon.' interpretò il 'siler' pliniano. Questo fu 
dipoi meglio spiegato da alcuni naturalisti antiquarj per 'salix latifolia 
albis foliis', che è il 'populus alba' dopo Linneo, detto 'albero gatto' e 
'gàttice salvatico' in Toscana, dove non riesco a ritrovar silio, nell'uso 
vivo, in senso veruno. D'altronde questo, grammaticalmente, non può ri- 
spondere a siler; ed è poi certo che va cassata dai vocabolarj la sino- 
nimia di silio con fusaggine. Nel secondo senso è vera l'equazione siljo — 
psyllion, ed alla descrizione .che ne fa Plinio (xxv, 90), congiunta con 
le credenze volgari, meglio d'ogni altra risponde la 'petacciuola', 'plan- 
tago major' e 'pi. maxima' di Linneo, la quale dovrà distinguersi dalla 
'plantago' dello stesso Plinio (xxv, 39), onde ^piantaggine, voce ridotta 
alla popolana, ma forse non popolare. Dioscoride dice che lo i^u/Xtov chia- 
mavasi dai Romani 'herba pulicaria', il qual nome con quello di 'petac- 
ciuola' impedi una più larga diffusione di silio; ma questo rimase tradi- 
zionale nelle spezierie di città, dove dal 600 al 1300 i grecismi corsero la 
sorte che avrebbero incontrato nei campi e nei boschi. Una parte di questa 
classe di voci saranno, da noi, passate in rivista sotto il § III. 

metidjo e mi- (n.° 2). Il Salvini ('Note al Malm., cnt. I, str. 14), propo- 
nendo il gr. urfziz, non indovinò l'origine della nostra voce, ma senza 
avvedersene, penetrò nella sua famiglia. Vale metidio: senno, buon giu- 
dizio, diligenza ben pensata, ordine nel pensare ed anche nell' operare, e 
penetrazione mentale; e la Crusca la disse 'voce bassa', com'è questa 
appunto di quei bassi fondi, dove i letterati non arrivano a sciupare, e 
poco nulla ad intendere; ma la forma n'è sonante e bella, come alti e 
Dobilissimi ne sono i significati; e solo i cenci stracci del povero, per 
associazione d' idee, le hanno impedito di salire. E di quel cupo fondo che 
contiene anche avanzi antelatini, ai quali bisogna ricorrere con molta par- 
simonia, e molto più in questo caso, che anche teoricamente un supposto 
italico metidio, da un tema simile al gr. [i-ììtk; -iS-og, avrebbe, come ne 
vedremo esempj contenenti -io (§ III), un valor diminutivo, assai scon- 
veniente al significato della parola. La via più semplice e piana è lo stesso 
lat. medeor, gr. (con tema più corto) (xéSoiJLZt, supino e partic. meditum 
-US presupposto da meditare, con un derivato medit-ium 'facultas et 
actus medit-andi' (et t&ù firìSeiBcct), come judic-ium è 'facultas et actus 
judic-andi'. In *mediti-o, per venire a metidi-o, il rf e il < si scambiarono 
il posto sull'analogia di fastidio e di altri del gruppo. Quanto alla dentale 
mantenuta, si ha il boi riscontro di Spulati = S^o\(ìì\\im (v. IX 379, 
.S'. Vincenti con altri in -7 ivi e pp. 380-81, X 359). 



208 Bianchi, 

armadjo ecc. (n.° 2). Qui abbiamo -ad- in luogo di -ar- per dissimila- 
zione dall' ar- iniziale d' ar-m-ar-ium. Aùrja e urja, oltre i già noti, ha 
anche il significato di vaga congettura ('dire una cosa a uria'), e nei 
contadi mal-nrja si dice anche di malattia che infesti le piante o gli ani- 
mali, nel qual senso ha avuto parte malore; 'aver la maluria' vale esser 
perseguitato dalle disgrazie. Senza un aùrl, ne avremmo avuto uja, che 
non potendo più oltre digradarsi, non sarebbe disceso ad uggia, che nel 
senso d' 'uria' trasse la Crusca da un antico testo. Questa forma dee ri- 
petersi dall'azione, sopra il sostantivo, d'un antico verbo audjare, dissi- 
milato di a-tc- e ag-urj-are (sempre vivo con agurj-o, da ^agùrl), e sorto 
in qualche vena dialettale. Scorgiamo questa dissimilazione, manifesta o 
costante, nel comune advggere, ant. e pop. auggere, con uggia, dove altri 
già riconobbero giustamente adùrere; ma debbono supporsi forme di 
mezzo -udere -iidjo, -udjo -ùdjere (cfr. c/ifaZe?'(3 = quaerere , fedire 
feggia feriat -ire ecc.); per lo -j- v. il n.° 4 e più sotto, e per lo ra- 
gioni del significato la mia ' Prep. A' p. 171. In Macadjo -aggio -ajo si ri- 
iiettono tutti i casi del singolare ; ma le due prime forme indicano una 
variante di S. Macarius, senza dubbio da tempi romani, foggiata sul- 
l'analogia di Arc-adius, Pall-adius, S. Genn-adius. — Il Caix, 
Studj d'etim. ital. e rom., dava, a p. 105, disquidio col significato di 'al- 
terco', 'contesa', senza indicarne la provenienza, che troppo spesso tra- 
scurava; e confrontando conquidere^ giustamente supponeva a baso di 
quel nome un verbo disquidere. Questo bel verbo c'è difatti, ed è usato 
anche più del nome nel Fiorentino, e pare anche più oltre. L'ho udito 
nei significati di 'ricercare le varie partite di conto', quindi 'rationes di- 
spungere', 'contrastare sul prezzo del bestiame', 'disputare', ed i villani 
lo confondono pure col dÀscutere degli avvocati, con cui rimpastano un 
bastardo discudere. 

JJs'è'pjo * (n.° 2). E questo davvero un osso duro per ogni verso, ma ten- 
teremo d'ammorbidarlo. Il cambiamento in p del h di Eusebio, preso tal 
quale, è del tutto irregolare. Questo nome, come titolo di chiese, è anti- 
chissimo, e non posso presumere che mi sia sempre battuto all'orecchio 
come una strana corruzione plebea d' un neologismo rifatto dai preti, non 
avendo io, in vita mia, incontrato mai un neologismo, in cui la plebe di 
b faccia p, come sarebbe, per cagion d'esempio, in tabacco, Fabio, mi- 



* Posso seguir questa voce, che qui presento nella forma arretina e 
fiorentina, dall'alta valle del Tevere alla foce dell'Arno: Us'eppio a Città 
di Castello, 'terra Bonifatii et Useppi' in 'Stat. Pis.' I 082 (an. 1277)^ 
'Useppo da Ficecchio' ib. 690 (1278). 



Storia doll'-i- ecc. — Gap. Ili, § 1, 7. Usepio^ canapa vescovo ecc. 209 
crobio, elio ora nello bocche di tutti a tempo del colora; poiché se e.ssa 
dice ìnetro cupo e ricupare per 'cubare', Io fa por assimilazione alle voce 
indigena cupo, che ben si conviene al senso di cubo, ma non eravi assi- 
milazione possibile per Eusebio. All'incontro, il cambiamento riuscirebbe 
normale, se avvenuto in ultima sillaba di voce sdrucciola, come in canape 
-j5(7 = cànnabis e Jaco^^o = 'Ixxw So?; onde, sopra questa stregua, Euse'- 
bius, perduta naturalmente la e protonica, sarebbe divenuto, dopo la 
contrazione àeW -ili, U'sepl-s, che quinci volto al dat. abl. dava Usépi-ò, 
oppure \\p, in qualche dialetto (per es. nel pisano), trasfondevasi nei 
casi d' *Usebio; cosicché questo supposto U'sepi veniva, per l'accento a 
far compagnia con Brindisi da Brundi'sium, passato per le fasi *BrindI- 
(con *-u-i- in -i4-) e Brindisi (per ragione di quantità, cfr. IX 379), e 
non potrà quest'accentuazione negarsi alla regione dell' arista e di Val- 
ràmista. Non so se il D'Ovidio, che ha trattato si dottamente e tanto ar- 
gutamente di questa materia degli accenti, farà buon viso a quest'accen- 
tuazione; ma se noi gli diamo piena ragiono, che nel pretto latino si pro- 
nunziasse veramente Valé'rl al vocativo (v. X 414-19, cfr. ivi 429), ed 
anzi ciò raffermiamo por altri casi (mestièri = -ériu), nondimeno ci tro- 
viamo qui in partite di conto, nelle quali il romano puro non apparisce 
il solo creditore. Ma poi, corno stanno d'accordo, queste cànape e questi 
Jàcopi, con véscovo = episcopus e canova = canaba ed anche cànava? 
Bisogna ricorrere al criterio storico, laddove la fonologia è impotente, e 
l'analogia non soccorre, od anzi si presume contraria. La lavorazione della 
canapa, dalla semente alla tessitura compiuta, si fa, e più si faceva, in 
tutto, dai villani; e le città, dove prima si consolida una nuova lingua, 
ne ricevevano la cosa ed il nome, comunque riformato. I 'SS. Eusebii et 
Jacobi' penetrano nelle più romite valli, lì si fissano in chiese separate, 
per non più uscirne, esposti senza difesa a tutte le 'billére' d'una gente, 
che tarda ad accogliere una nuova fede, cosi come una nuova lingua, e 
l'una e l'altra ricucina a modo suo. Gli 'episcopi', che abitano le città, 
e stanno alle piime fila d'una chiesa universale, hanno più esposto il loro 
nome alle vicende d'una comune romanità. Ma nemmeno ciò bastava per 
dar ve'scovo all'Italia centrale e meridionale, dove è stranamente irrego- 
lare anche il primo v (cfr. il § seguente); e come pascha si conformò 
a pascua, onde pasqua, perchè è giorno in cui, dopo il cibo spirituale, 
si mangia di più e meglio, e corre una stagione che dà rigoglio ai pa- 
scoli^; e come presbyter si confuse con praebitor (Ascoli), perchè 



' Dolio cause psicologiche, che determinarono la forma pasqua, parlo in 
un articolo precedente. 



210 Bianchi , 

amministra l'eucarestia, pane e minestra ai poveri; così èiria^ioTto;, pre- 
sentato da pastor, entrò in sala da pranzo, e si assise accanto a vescor 
e vescus, vestendosi, credo, a ^vescuo*, forma più adatta alla nuova 
funzione (cfr. il n.° 3). In sostanza la voce greca vale qui poco più che 
quale circostanza occasionale d'una nuova formazione latina; e vedremo 
entrare più o meno sotto questa considerazione befana e bottega. — La 
canaba -ava, in origine baracca-bettola da soldati, corruziomi di calyba 
= xa)>u.3v3, puzza di campo militare lontan le miglia, corno V arrangiare 
(fr. arranger) dei nostri béceri e villani, stati soldati ^ Il colono che viene 
ascritto alle legioni, ritornato a casa, vi ritrova la canapa come ve l'avea 
lasciata, e più tardi ripete, quale ve l'avea lasciato, il titolo della sua 
parrocchia, ma vi reca la canava che prima non v'era*. 

bilja 2." (n." 3). Io erodo che la originazione da vitilia, proposta per 
questa voce nelle 'Note al Malmantile' (v. nell'esempio citato dalla Crusca), 
sia in fondo la vera, quantunque scorretta, dovendosi invece partire da 
vltilis, e passare per *vitlT ^villT e poi *vTlT, forma analogica e 
morfologica, come pali x>alj-o da pallium, che tra poco esamineremo. Il 
significato proprio di vitilis, da cui dipendono gli altri in uso, sarebbe 
quello di pieghevole o cedevole (vimine o legno), cioè che si curva, si 
torce o si avvolge senza troncarsi. Le bilie sono appunto legnetti o ba- 
stoncini corti, bucati ad una estremità ed infilati da corde, i quali passano 
con quest© per i buchi degli arcioni, e si avvolgono alle funi delle some 
per tenerle in tirare, e per questo sforzo rimangon curvati. 11 loro fratello 
maggiore, grosso palo che fa il medesimo servizio per i grandi carichi di 
carri e barocci, si dice analogamente, ma con nome d'agente, il tortore 
(inteso 'di canapi e funi')*. L'obbjezione più solida contro questa etimo- 
logia, si potrebbe fondare sul fatto che la mutazione di vi- in bi- non è 



* Non riferisco questa forma a tutti i dialetti. 

^ L'ultima voce è una eredità del vecchio esercito piemontese, recata 
dalla Savoja o imparata dagli ufficiali. É ridotta ora a significar 'rubare', 
perchè il soldato che manca d'una cosa 'si accomoda' col rubarla al 
compagno. 

^ Le osterie dei campi militari fissi raccolsero intorno altre industrio, 
e formarono grosse terre e città; v. Willems, Le droit public romain^ 
5. ediz., Lovanio 1883, pp. 522, 638. Le canove son numerose tra i nnll, 
d'Italia, ma qua conservarono significati più modesti (nondimeno cfr. il 
Canavese), e meno lontani da quello originale della parola 

* Manca tortore al Voc, che deve guardarsi dall' ammetterlo nella forma 
di tortone, come corrottamente dicono alcuni. Vi manca pure la torioja dei 
tintori, bastone che serve a torcere e stringere le matasse umide. 



Storia deir-2- ecc. — Gap. Ili, § 1, 7. Etlm. : hiliay sedia. 211 

normale nell'italiano; ma so volessimo andar per le lunghe, potremmo 
dimostrare che vitilis appartiene ad una famiglia o classe di voci, tra 
le quali più d'una venne ad imparentarsi con voci teutoniche comincianti 
per io; che *vilj-a si fece *xoilja *r/inlja, e quindi bilja come bindolo da 
guindolo, biffa dal longob. wifa e guifa 'segno di confine'. Più leggiera 
sarebbe l' obbjezione , che vit'li avrebbe dovuto dar vicchji o vicchje, 
come vet'lo diede vecchjo e rot'lo die rocchjo; poichò vit'li si pro- 
senta come l'unico d'sempio popolare di 3.^ deci, in -tTlis, od ha tutti i 
caratteri dell'età in cui spath'la si fa spalla, stab'lum si fa stallo e 
*suplus per doppia analogia (da *supplus, che sta a supplex:: du- 
plus: duplex, ecc.) si fa sollo, fr. souple. Questa età, insieme col pe- 
riodo delle prime quattro categorie, d'assai precede quella in cui sorge 
*oecljo '''rocljo, veccljo ecc., ed anche il sorgere d'un J parasito della l, 
sarebbe stato allora impedito dalle opposte analogie, od annullato negli 
effetti dalla forza riassorbente della tonica lunga del supposto vidi, come 
in casi analoghi ora vedremo ^ La provenienza dal fr. bilie (che, del resto, 
ci avrebbe dato biglia, almeno in antico) è storicamente inammissibile, 
per il valore e per l'uso particolare della nostra voce. Il celtico bill, 
tronco d'albero, troppo le disconviene nel significato. Piuttosto la voce 
iVanco-celtica si risente, in qualche applicazione, della latina (v. per es. 
il § 4 del 5. bilie nel Littré). 

sedja (n.° 3). Per questa voce, che vive in famiglia con assedio e risedio, 
par facile il ricorrere ad una base sedium, ma questa non ha ragione 
storica né logica. Prima di tutto bisogna levar di mezzo obsidio (-onis), 
perchè, sebbene la quantità dell' -o sia incerta, la contrazione d' un sup- 
posto -IO in 7 sarebbe poco probabile per la qualità dell' ultima vocale, 
non avendosi qui un gruppo di due vocali affinissime come in -in. Più 
sotto vi ci proviamo un'altra volta (§ III), ma siamo costretti a rinun- 
ziarvi. Per obsidium praesidium subsidium, non saremo troppo 
esigenti sulla quantità della vocal radicale, poiché il popolo, sotto la con- 
traria azione di sedere e di side re, potette variarla fin da principio; 
ma nell'età in cui sorgono, o si fissano, questi gruppi, l' -i della contra- 
zione prolunga, come vedremo, e come forse si sarà avvertito, anche l' -i- 
della sillaba precedente, ed é questo un prolungamento organico e nor- 
male; cosicché da quei composti sarebbesi avuto un estratto -sldl sTdio, 
che per la sua nuova consistenza si sottraeva all'azione assimulativa di 
sedeo. Nulla di più facile che il supporre un prae-sédium cosi rifog- 



[V. all'opposto: Arch. Ili 288.] 



212 Bianchi, 

giato, come io presiedo, sopra sedere; ma la composizione di questa voce 
e delle sue sorelle, pone l'idea madre della radice in condizioni deter- 
minate, che la complicano e la oscurano, avviluppandola con relazioni 
astratte; onde non è punto naturale che il sentimento popolare risvolga 
un'estrazione formale (*sedium), risalendo all'idea semplice e materiale 
d'un arnese di legno per sedere. Un derivato primario sedium è teorica- 
mente ammessibile, ma la sua reale esistenza in età veramente latina non 
è verosimile; poiché mal si comprende, da chi vi ha fatto un po' l'orec- 
chio, che la gretta stitichezza letterata sempre congiurasse a respingere 
dalle carte una tal forma, se veramente la voce del popolo la suggeriva. 
La radico della parola non è poi di quelle, che anche incontreremo, ri- 
maste allo stato fossile in qualche voce isolata; ha avuto in latino una 
fioritura cosi larga di composti e di derivati da bastare , entro la sua 
cerchia, a tutti i bisogni del pensiero. In simili casi la via più retta è 
quella indicata dal fatto storico, ed è qui la rovescia. Fu sedes, per via 
di *sedT la base di sedia, la quale avendo la figura d'un n. plur., il cui 
noni. acc. sing. dovea rimaner *sedT, diede in età più tarda, per un ri- 
corso analogico, il dat. abl. se dio, che si rispecchia in seggio -lo -la, 
fr. siege. E assedio, sia pur promosso da obsidio tirato ai composti di 
ad, si risente di sedi -la; lo stesso dicasi di risedio. 

rinviljare ecc. (n.° 3): non potrà ripetere la relativa integrità dello -i- 
che da un prolungamento dell' i finale di vilis. In naviljo si riscontra 
del pari l'effetto di un sifatto -i svoltosi in un derivato nav-Tlis, il quale 
-i-lis si foggia suir i tematico di nav-i-s, e si surroga, almeno per molti 
usi, ad -a-lis (navalis -e). Difatti il Voc. ha navile aggettivo da -ilis, 
e il sost. che è il neutro -ile. Un ricorso dal plur. navi Ha ad un sing. 
-ilium darebbe, per mezzo di -ilTm, l'esito medesimo; e (questa via fu 
certo percorsa dal prov. navili^. Quel che mi fa qui preferire, per l'ita- 



* La Crusca registrava in primo luogo navilio con più esempj che no 
confermavano la forma; ed assegnava il secondo posto, senza porgerne 
esempj, a naviglio, come forma puramente tollerata. Il P. Frediani trasse 
di questa un esempio nello spoglio all'Ovidio del Simintendi (Prato, Guasti 
1852), testo che non difetta di forme dialettali. La più squisitamente ita- 
liana è navilio, ma giova lasciar correre naviglio, perchè se domani si 
diffondesse un dubbio sulla sua legittimità, in tempo d'una settimana tutti 
i giornali d'Italia, e tutti i libri di testo per le scuole, verrebbero fuori 
con Consilio, conilio, giacilio, e si ripubblicherebbero i poeti con velia e 
spelio, gabellando veglio e speglio come errori di copisti e d' antichi edi- 
tori, cosi come sono stati gabellati por loro strafalcioni gli e quegli ! 



Storia dell' -!- ecc. — Gap. Ili, § 1, 7. Etim. : ì-invilio, ajo, smania. 213 

Mano, l'azione del nom. masc. sing., è il vedere che il plur. -alia -ilia ecc. 
del sost. n. -ale -ile ecc., dà costantemente -agita -iglia nei nomi locali: 
Panicaglia, Frataglia, Capriglia e Cavr., Campiglia, le Porciglie ecc. 

ojo (n.° 3). É voce pastorale, vocativa ed incitativa, usata nei modi : ajo 
qua, ajo là, che si dice ai montoni ed alle pecore, per fargli avvicinare 
od allontanare, nel modo clie si dico all'asino: arri qua, arri là. Natu- 
ralmente quei modi furon da prima rivolti ai montoni, e poi estesi anche 
alle pecore, quando il senso di ajo rimase oscurato. Questa voce ha un 
tal uso e tali confini, che ragionevole sarebbe un sospetto di provenienza 
antelatina; ma aries, verosimilmente comune alle lingue italiche, basta 
al bisogno. 

s-rnanjarc, s-manja (n.° 3). La cagione per cui, senza discussione, qui 
son tutti ricorsi al gr. \>.aL-nx, è stato il significato meramente morale, che 
è il solo fatto noto dal Voc. Questo senso è metaforico; che gli usi po- 
jiolari più proprj sono: 'smaniare una quantità di merce', cioè levarsela 
dalle mani, spacciarla, venderla; 'smaniare un lavoro', levarselo di mano, 
condurlo a fine; 'io mi smanio alcuno', più seccamente 'me lo smanio', 
lo 'f>iglio per un braccio, o con qualche pretesto, lo mando via; 'smaniare' 
neutro e '-arsi', agitar le mani (quindi anche le braccia) per passione di 
sfaccendare (anfanare, acciacciare), ed anche per incomportabile dolore. 

menno (n.° 3). Oltre i significati che furon notati nel Voc, tra i quali 
va avvertito, che come dicesi menno nel senso d' 'eunuchus', o general- 
mente d'inetto alla generazione, cosi dicesi pur raenna di donna sterile, 
c'è anche l'altro di 'glaber' e 'glabra in pudendis'. Questa voce, e la sua 
origine da *minuus *-os, è una vecchia nostra conoscenza, fin da quando, 
circa trent'anni fa, leggemmo in.Varrone, 'De re rustica' II 2, 6, le parole 
sacramentali dell'antico diritto, usate nella contrattazion del bestiame: 
«enitor stipulatur prisca formula sic: Illasco ovos, qua de re agitur, 
sanas recte esse, uti pocus ov illuni, quod recto sanum est, 
extra luscam, surdam, mixam (idest, ventre glabro), ncque de 
pecore morboso esse, habereque recte licere, haec sic recte 
fieri spondesne ?». Si cita Pesto, che ha: «minam ait Aelius vocitatam 
mammam alteram, lacte deficientom ». La qual voce si ritrova poi in un 
solo verso di Plauto, 'Trucul.' 613, dove un giovane dissipatore scherza 
sulle venti mine da lui riscosse, delle pecore vendute dal padre: «ego 
propere minas Ovis in hac crumena in urbem detuli». Gl'interpreti di 
Varroue si sbizzarriscono sopra quel testo, perchè poco prima egli avea 
detto: « quae id [ventrem pilosumj non haborent, majores nostri apicas 
appellabant», e perchè è un difetto che il compratore conosce a prima 
vista; onde i più, pure spiegando 'minam = sterilem' o '= lacte deficiontem', 



214 Bianchi, 

seguendo il Pontedera, voglion cancellare come interpolate le parole 
'idest, ventre glabro'; v. 'Scriptores rei rusticae' ed. Schneider nella rac- 
colta del Pomba, Torino 1828, II 34-37, e ForccU. ad v. Non credo cho 
bisogni esser così lesti a dar di frego; ciiò Varrone, anche trattando ma- 
teria diversa, torna non di rado al suo mostioro favorito di filologo anti- 
quario. Egli può veramente aver creduto ad un sinonimo di 'apicam', ed 
avere udito, in qualche parto, usare in quel senso 'minam', voce ignota 
agli urbani, intendendo forse che la 'formula juris' prevedesse il caso di 
pecore vendute dopo la tosatura. In ogni modo, l'interpolatore, se vi fu, 
ebbe certo notizia d'un uso reale in quel senso. Ora l'it. menno, passato 
dalle bestie all'uomo, ha tutti i significati attribuiti a minus -a, e bene 
si adatta anche a quello di ' lacte deficiens'. — *minuus o -os, rifatto 
sopra minus di 3.^, evitò le omofonie degli esiti di minus -a, che 
avrebbe dato meno -a, ma ne prese tutti i significati. Sopra mannus, 
ed altre voci di questa classe e forma, v. la mia 'Prep. A.' pp. 327, 328. 
averla velja, cazzacela (n.° 6). Trattandosi d'un nesso triplo (*vernla) 
non c'è difficoltà a trarne tutte le forme, compresa quella di cazzavéla, 
da avi-vernula, cfr. ^^sar/o = *spartcu = *sparticu 'sparteus', mala 
= *macsla 'maxilla', ala = *acsla 'axilla' (Arch. XII 136). La connes- 
sione di significato con vernula (avis) sta in ciò, che quest'uccello fre- 
quenta molto intorno le case ed i terreni lavorati, per nutrirsi degl'insetti 
che scuopre nella terra smossa. Fu anche detto cazzavéla, perchè è bene 
unghiato e lottatore, contrastando anche ad alcune specie del genere 'pica', 
ed il volgo gli attribuisce qualche tendenza rapace. E poi cazza la forma 
anteriore di gazza e gdzzera = '''captìa 'raptrix'*. 

8. Fonolgia dell' -j- postonico che non altera o 
non si fonde con la consonante precedente; attra- 
zione e propagginazione. — La seconda parte di questa 
rubrica assegna i termini entro i quali, nella trattazione di que- 
sto §5 si ristringe la prima. Imperocché la permanenza della 
consonante allo stato intatto si ha quando questa fa jiarte di 



' Nel cap. seguente, dove trattasi degli errori di pronunzia nelle lettere 
che rappresentano due suoni diversi, condannasi come errata la pronunzia 
sonora della z di gazza, quale si ode da molti che parlano dell'opera 'La 
gazza ladra'. Chi riceve la parola, non da una vergine tradizione, ma dalla 
semplice lettura, deve presumer sempre che le s e le :r sian tutte sorde, 
le e e gli o tutti chiusi nell'italiano. Così facendo, sbaglierà molto di 
rado, ma con la regola opposta, ora in voga, quasi sempre. 



Storia dell' -ì- ecc. — Gap. Ili, § 1, 8: Flossione de' nomi in -7. 215 

sillaba finale, e lo -/-, che venga da -?, oppur sia da questo rat- 
tenuto da ulteriori alterazioni, rimane fermo nella sua posizione 
etimologica (pali palj-o); e quando passi alla medesima posi- 
zione un interno ì originario, o comunque anteriore {hail-o 
halj-o), ed un i propagginato da l e da u interni (nfd-o 
niclj-o ecc.). Ma l'attrazione di questo i di varia origine si eser- 
cita ancora in direzione regressiva, ed allora si lia veramente 
alterazione di consonanti o di vocali, entro i limiti concessi 
dalla fonetica generale dell'italiano. Anzi occorre quasi sùbito, 
alla nostra argomentazione, trattare delle consonanti che soffer- 
sero per la detta attrazione; le quali ci hanno aperto la via di 
quest'indagine, e restano tra le pruove meglio dimostrative della 
presente esposizione. 

Quanto agli elementi della sillaba finale, la prima domanda 
che si presenta è questa: avvenuta la contrazione dell' -iu in -i, 
ed il prolungamento dell' -i di 3.^ deci., come poterono oli 
coni ecc. avere o riavere quell' -o che è in olj-o conj-o, e 
*all ecc. queir -« che è in alj-a'^. Per rispondere a questo que- 
sito, va notato prima di tutto che lo -i di tali voci, in parte 
mantenne, in parte afforzò i suoi caratteri di vocale tematica, la 
quale naturalmente tendeva ad aggiungersi altre vocali di fles- 
sione. A queste poi contribuivano due coefficienti di attrazione 
analogica, ossia di configurazione formale; uno estrinseco e ge- 
nerale, qual era la comune desinenza in -o dei nomi della 2.^ 
deci, terminati in ^o od ^o {campo, pio) e della 1.^ in ^a od -a 
(strada, via)', l'altro intrinseco e particolare agli stessi nomi 
in -I, che consisteva nell' alternarsi , nella flessione, dei casi di 
questa nuova forma con gli antichi in -o; di guisa che oli 
coni, posti di contro ad ogli-d *cogn-d, che direttamente di- 
scendevano dal dat. abl. oleo cuneo, vennero poi ad affig- 
gersi, per questi casi, 1' -ci dei secondi, pur mantenendo intatti 
-li- e -ìli-; od all'inverso (e ciò dovette avvenire almeno in una 
]tarte di voci) i secondi riebbero -li- -ni- ecc. dai primi. Ci fu 
dunque un periodo, in cui oli coni ecc., che nella funzione 
servivano al nom. voc. gen. ed acc, volgendosi quindi al dat. 
abl., oscillarono tra le antiche ed organiche forme ogli-d *cog7i-'j 
e le nuove ed analogiche oli-D coni-0. Dovremo perciò conside- 



216 Bianchi, 

rare come causa prevalente di queste variazioni, l'azione e ri'a- 
zione reciproca dei varj casi tra loro entro la flessione delle 
stesse voci. Sono, all'incontro, estrinseclie alla propria flessione 
le ragioni dell' -a di ali-a hili-a ecc. ; le quali consistono nel- 
r attrazione analogica della 1.^ deci, fem., nel bisogno di mag- 
gior nettezza nella espressione del genere , che nell' -i , com' è 
notato al n.** 3, rimaneva incerto ed oscuro, e nel fatto speci- 
fico e determinante dell' -i in -io mascolino, che analogicamente 
promovea il fem. -i -ia in bili -ia *sedi -ià ecc., secondo la 
proporzione clie lo -i di sedi sta all' -in di sed-ia come lo -i 
di *metidi sta all' -io di metid-i5 (cfr. X 406). Una diffe- 
renza tra una classe e l'altra non tardò a nascere in ciò, che 
all' -i di sedi ecc. dovette assai presto aggiugnersi un -a di 
accus. ed anche di nomin., laddove oli ecc. servirono più a lungo 
per questi casi , e molto tardi , e forse non mai , si aggiunsero 
un -ò da -ìis -iim di classe diversa (campus ecc.). Or si do- 
manda: lo -i di oli ecc. passò al dat. abl. oli- 5 allo stato di 
vocale breve, oppur di lunga? Daremo, in parte, una risposta a 
quest'arduo quesito verso la fine del §, quando vi saremo pre- 
parati dalla risoluzione di altri problemi, ma aspetterà all'ul- 
timo § la risposta diifinitiva. Passiamo intanto al lavorio dei 
suoni interni nelle prime categorie. 

Si è detto di trattare per ora dello j che lascia intatta la 
consonante precedente. Tuttavia, sebbene lo scempiamente d'una 
consonante doppia, in generale, costituisce per se stesso un'al- 
terazione della medesima, abbiamo il fatto in apparenza contrad- 
dittorio, che lo scempiarsi delle continue l e n, seguite da j, le 
salvò da ulteriori digradazioni. Ed invero è osservabile come sia 
sicuramente attestato dalle forme ital. palj-o silj-o bilj-a, che in 
palliu psylliu *villis, o prima delle contrazioni, o meglio 
più tardi (almeno per vit'lis e con gius), quando si fu già a 
palli psylll ed era rimasto *villis, si sdoppiò II', sicché 
anche in questi esemplari, le forme che per brevità diremo d'o- 
rigine nominativale, poterono tenersi separate e distinte dai pro- 
dotti dell'antico ablativo. Difatti, supposto palli ecc. volto a 
pallj-o, questo -llj-, nel profferimento volgare, non sarebbesi 
a lungo tenuto distinto da -ìl-, nel modo che oggi il volgo non 



Storia dell' -2- ecc. — Gap. Ili, § 1, 8: Cons. scempiato accanto a -7. 217 

riesce a far sentire la delicata differenza che passa tra cancel- 
liere e 'llere (cfr. p. 186); laonde avremmo avuto, da palli, 
pall-o, tal quale sarelDbe stato prodotto dall'antico abl. palli- 5, 
e come si ebbe II in foglio da folj-ò, che pur esso passò per la 
trafila del raddoppiamento (folljó come sappia da sapjat). Lo 
stesso ragionamento può ripetersi per gli esiti di congius, che 
ridotto a * con ni, per le vie che vedremo (§2), avrebbe pro- 
dotto la figura secondaria di *connj-o, onde *conno, che coin- 
cideva coir ancor vivo cogno prodotto dal primario abl. congjO, 
per mezzo di *connjo (cfr. sugna spugna {-nn-) da axungia 
spongia, per mezzo di *axunnja ecc.). In altri termini, ciò 
avveniva, o sarebbe avvenuto, per la pari quantità, o peso di 
suono, che è tra -llj- -nnj- e -lì- -nn-, e per la minima diffe- 
renza che ne separava la qualità respettiva. La lingua non aveva 
qui, dunque, altro mezzo che lo scempiamento della consonante 
finale, per discernere le forme, prodotte dai casi contratti in -7, 
da quelle direttamente discese dai casi rimasti intieri in -u -a 
ed -a {foglio -a ecc.); e questo mezzo venne somministrato dal- 
l'analogia con le altre voci della 2.^ e 3." categ. , che quasi 
tutte aveano consonante scempia nei casi in -i: oli soli- coni 
(cuneus), ali- sedi- ecc. Naturalmente l'azione analogica si 
esercitò soltanto da quest'ordine di casi, che da quegli in -o 
ed -a, presi da sé, non sarebbe mai nato scempiamento. Cosi, 
come si ebbe oli olj-o da oli col dial. oglio da olio, ed An- 
toni -onj-o da -òni col dial. Togno da Antonio, del pari 
con gius porse una doppia forma in conj-o 2.° da coni (per 
*connI) ed in cogno da *cònnjo {-ó- analogico). 

Un quinto esemplare di sdoppiamento, ci vien presentato da 
nàia e itiiljone, voci che son qui di capitale importanza. Manca 
per ora la storia compiuta della parola milione, quantunque si 
sappia, che per l'italiano, questa risale con gli esempj al tre- 
cento. Dal volgo toscano è oggi pronunziata miglione {-II-), che 
un po' meglio è detta e scritta rnillione { v. la nuova Crusca alla 
voce bilione e hillione) da mille, cioè 'grosso mille'; ma la 
forma preferibile e più legittima è milione, indicata dalla più 
antica e più costante tradizione scritta; poicliè i nostri prede- 
cessori non potevano avere, a questo proposito, una teorica grani- 



218 Bianchi, 

maticale bene o mal pensata, che gli inducesse a modificare una 
forma usata dal popolo; nel qual caso si sarebbero regolati 
sulla stregua di mille, ed avrebbero fatto millione o miglione. 
Se l'idea, un po' troppo alta, e la parola di milione, che manca 
alle lingue antiche, sorse in una classe elevata, questa vi si ado- 
però certamente con la spontaneità dell'istinto popolare. Tuttavia 
non credo ad una creazione ristretta tra poche persone : credo 
bensì che milione sia stato in origine un accrescitivo comune 
di mille, usato per enfasi senza valor matematico assoluto, nel 
senso in cui s'usano i modi: «ho speso un Ijel migliajo di 
lire », «... un migliajo ardito » , « ha guadagnato un Vel mi- 
gliaccio», o «un migliaccio» senz' altra giunta^; e quindi credo 
che l'aumento dei capitali ed i progressi del calcolo (sec. XII 
e XIII) profittassero d'una forma già antica, per applicarla ai 
nuovi bisogni. Probabilmente i banchieri fiorentini del trecento 
pronunziaron miVlone, come all'osso mortone ecc. (§ 3); la 
quale pronunzia, cessato l'uso popolare nel senso ora accennato, 
venne a mancare d'una solida base tradizionale. Ma, confinata 
pur tra le nuvole questa ipotesi, non iscema per nulla la diffi- 
coltà di spiegare il mantenimento di -Ij-, che inevitabilmente sa- 
rebbe disceso a -U-. Le lingue sorelle non porgono ajuto; poi- 
ché il fr. mi-li-on (secondo la pronunzia) di contro a mi-liè 
(millier), e lo spgn. millon di fronte a mijo milium, attestano 
provenienza italiana. Ora, per aver salvo -li-, abbiamo bisogno 
d'un tema milli con finale allungata, e mal vi si piega un 
nome che mancava di desinenze in -is ed in -es. L'antico abl. 
milIi mal si resse nell'uso, e sarebbe l'unico ablativo che di- 
venisse interamente tema, senza il concorso almeno di altri casi. 
Credo naturale che un primario -I- potesse tenere intatta la con- 
sonante precedente, ma in tutti gli esempj raccolti non ci sono 
che i allungati o l rafforzati dopo il periodo classico. A tutte 
le condizioni fonetiche richieste, benissimo risponde il gen. plur. 
milli ura, che contratto in *milll scendeva analogicamente a 



* In Italia è detto per ischerzo, perchè fa equivoco col mir;ìi':'ccio di fa- 
rina (da milium), ma in Francia milliasse fu detto seriamente nel senso 
di trillion, v. il Littré ad v. 



Storia dell' -■'- ecc. — Cap. Ili, § 1, 8, 9: mila, 'miljone. 210 

*mill, come pallium ecc. a pali, e traeva seco milia per 
millia e il nato-morto mile per mille, forme che annun- 
ziano lina latinità scadente. Il gen. plm\ non ha l'importanza 
morfologica e sintattica di altri casi , quali il nom. acc. ed abl. 
sing., ma da questo lato, come da ogni altro, avevasi sempre a 
rinfìanco l'analogia fondamentale dei nomi in -Ilis -Ile -alis 
-ale (cfr. hili-a e v. n.° 3 e p. 212-3), che di nulla mancano e 
fanno legione. In mi' li a lo -i- venne poi attratto dalla tonica 
lunga (mrla), nella quale rimase assorto per identità di na- 
tura, e si ebbe mila. Ma qui si presenta questa obbjezione: so 
Vi- attraeva un -i- seguente, perchè non lo attrasse pure nei 
nnll. Campl'lia Caprl'lia P or d'I i a ecc., che invece die- 
dero sempre -igliaì Gli esiti di questo -ilia, si risponde, dimo- 
strano ad evidenza che tali nomi passarono alla 1.* deci, fem., 
dove in più casi la vocal finale lunga (in Campl'lià, ad Por- 
d'ìiris = le Porciglie, ecc.) faceva contrappeso all'attrattività 
della tonica. All'incontro milià, per la sua inerente pluralità, 
non potette scambiar declinazione, né aver mai finale lunga. 

9. Fatti introduttivi alla dottrina dell'attra- 
zione e della propagginazione. — Quando il fatto di 
mila = mi li a, che così rimane stabile e fermo, si metta a fronte 
con gli altri fatti che veniamo ad esaminare, d'irregolare che 
esso appariva, viene anzi a presentarsi come quello che gli il- 
lumina del primo raggio di luce, e che ci guida a contemplare 
l'azione occulta delle vocali lunghe "sulle brevi, e conseguente- 
mente, per cert' incontri, anche sopra consonanti, che son nel 
corpo della parola. La irregolarità di mila appariva da ciò, che 
tanto millia che milia, considerati senz'altro, sarebbero di- 
scesi a milia, come difatti vi caddero nel senso di misura di- 
stanziale {otto miglia = ozio millia o milia passuum), dove la 
forma era, in questo significato, sostenuta dall'azione analogica 
di mill- e miliare, ossia da una combinazione di suoni che 
poneva il secondo -i- tramezzo a due sillabe lunghe, la seconda 
delle quali (-a-) era anche tonica, onde non solo equivaleva, ma 
preponderava sulla prima ed a se riteneva il detto -i-. In m l'I là 
isolato le condizioni dell' -i- stavano a rovescio ; poiché questo era 
affatto esposto alla forza attrattiva ed assorbente dell'-/-, senza 



220 Bianolii, 

avere un bastante contrappeso nella debole -a. A tanto non 
giunse lo -/- di flliu, che non potette divenir *fìlo: ciò perchè, 
nell'età in cui mllia passava in mi'la mila, avéasi già la con- 
trazione dell' -iu -il in -7, e la tonica lunga di fl'll avea da 
contrastare con una finale ugualmente lunga; e perchè nel dat. 
abl. fllio la lunghezza della finale riagiva contro l'attrazion 
della tonica, e V -i- rimaneva al posto, tenuto in bilico da due 
forze agenti in verso contrario. Non fo conto dell'azione analo- 
gica del derivato, più popolare, filio'lo, perchè proprio non ce 
n'è afìiitto bisogno. Lo -l contrazione di -iu fu, benché atono, 
tanto robusto e stette così fisso al posto, che la mobilità ed at- 
trattibilità, che esso avrebbe potuto avere come breve e come J, 
si converse in riazione o propagginazione sulle vocali precedenti, 
come si vede manifesto in giglio e nel sen, gipglio = loglio ^, da 
*jill *jolI dissimilazioni di ■'IjUi *ljolI, ove V -ì, propagginata 
da -7 in ÌV- *inll *loilI (cfr. chji da ""c'/i/i = qui's p. 177, ed 
altri che verranno ), soffri l' attrazione all' iniziale sua omorga- 
nica l, facente parte della sillaba accentata. Lo Ij-, cosi nato, 
venne poi ad infettare , nell' uno o nell' altro dialetto , anche le 
voci de' casi finilunghi, quali il dat. abl. lilio loliò, che per 
se non mai vi avrebber dato cagione. Un fatto, che da un lato 
sta con quello di mila, e dall'altro con quello di giglio, avvenne 
a lixivià, che per *lixiiva passò, come vedremo, in *lissjwa 
lisiva , con 1' -ì- ritratto dalla continua appoggiata sulla tonica 
lunga; e non può spiegarsi se non per un'assoluta prevalenza,, 



^ Per prevenire o stornare false informazioni, giova un po' di stato ci- 
vile di questa voce. In Firenze chi negozia in granella pronunzia loglio, o 
loglio soltanto gli scioli, ai quali è nota la cosa e la voce per la sola sen- 
tenza dei libri: «scegli il buon grano dal loglio». Il Contado fior, ha per 
tutto loglio, rozzamente Iggghjo, e loglio dicon del pari i granajuoli che 
vengon dall'Umbria; è gipglio in tutto il Senese, ma gioglio in Chiana e 
nella Val di Nievole, ed a regola sarà cosi nella valle inferiore dell'Arno. 
Secondo le ragioni storiche della lingua, la forma italiana è dunque loglio, 
ove l'o, posto in mozzo ad uno straordinario viluppo palatino, si è ri- 
strinto, senza che 1' -ì vi abbia parte veruna; cfr. in ogni modo germoglio 
e rigoglio. Lo due forme l- e g- corsero certo in tutti i dialetti; poi si 
distribuirono tra qua e là, cfr. per noi gli esempj della Crusca. 



Storia dell' -;■- (?co. — Gap. Ili, § 1, 9: [pglio (jio/jlio, Usciva sci.ninia. 221 

nell'uso, (lf4 nom. acc. singolare. Alla s, posta in tali condizioni, 
si attrasse pure, come a /, lo i propagginato: da si mi (prov. 
simi) = sTmiu si ha * si imi *sjimi, poi simmj-ò il cui s, con 
quello di *sunf1, passa in scimmia s^gn. jimia (si mia -as)^; 
onde la forma sci/uia, non popolare, risulta etimologicamente 
falsa. Intanto si confronti, per giglio, ì friul. Jili e zi (Ascoli, 
Ardi. I 500), jter gioglio il j>ovig. joio; o, dalla categoria di 
n." 3, si raccosti loro Cagliari = Calaris da Carali's e Ca- 
ralè*s, per via dì -*lairls 'Ijari, con la differenza che qui l 
segue all'accento. 

In ciglio, da e Ilio col concorso di '^clllm = *cì'illm, e 
così in iiiiglio biada da milium, in liglio da ti li a ridotto ad 
un inasc. o neut. in -iu, arret. cegìio meglio leglio, ed in altri 
(v. n." 2), la propagginazione regressiva dall' -i ebbe per effetto 
il prolungamento dell' -i- tonico, che, nel pretto toscano, si dif- 
fuse (presto o tardi ^) dal nom. acc. (-1) al dat. abl. (-io); ed 
è questa la vera ragione di tali forme, piuttostochè l'analogia 
di figlio giglio, e dei nomi in -iglio da -iculu {coniglio = cu- 
niculus ecc., che di fronte ad -ecchio, hanno anzi bisogno di 



* Malo fu genoralmonte ammesso, che si-, senz'alti'a condiziono, abbia 
dato s all'italiano. In una sola parte d'esempj è stato poi riconosciuto 
un ex-. Il fatto va così: scemare = *ex-semare tira a sé scemo = semus, 
scempiare^ *ex-simplare trae scempio - simplus, scialicare = *ox-sal. 
tvdo scialiva = s a.\ . , scelgo = * ex-eli go, sceverare = *ex-se2Ja.; scervellare 
è *dis-cerv. col di- sbandito come inutil". , e cosi in scer/joì-e che, a dir 
poco, si risente di dis-cerpere, scipare = * ex- sitare per dis-sip., sci- 
p«Ve=*ex-sipire per de-slpio -ere (-ire in Carisio), od analogamente 
scit'ijido = *ex-sa.p. per in-sip., con riduzione o surrogazione tra pro- 
posizioni sinonimo, cosa assai frequente. Sciringa vedremo che fa sentir 
l'eco di sy'rings (cfr. il n." 4), ed i ci>ìghiali(sì-arQs} da me veduti hanno 
tutti avuto una cinghja di setole bianco-giallognolo intorno allo spallo. K 
superfluo dire che in scirocco e sciroppo Io s- è etimologico, e sono arbi- 
trariamente sciattato lo forme con si-, come ognun può vedere presso gli 
arabisti Dozy-Engei.m.^nn e Devic. 

* Pensai da piimo, che cì'lT cTlT agisse sulla tonica di cì'ljó soltanto 
con effetto qualitativo, salvandola dalla sua normale mutazione durante il 
periodo dell'i in e; ma la durata della quantità in più stadj posteriori, in- 

! i';o ad ammettere la diffusione analogica, aopra gli altri casi, della liuì- 
:;i"ì/.7,a tonica dei casi contratti di questa classe. 

Arc'.iivio frlottol. ital., XIII. 15 



222 J-!ianclii, 

spiegazione), cause indirotte, meno intrinseche ed efficaci, come 
lo dimostrerà la materia via via crescente nel corso della trat- 
tazione ^ 

Il medesimo fenomeno di attrazione i)ropagg-inaliva si osserva 
nella formola ascoliana -aeri = -airi = -ariùs -lùm, per es. 
nel sing. canceUicrl da cancellar iu, ed ha il suo riscontro 
in ciliegio, per *ceraisi -asjd, da /.spaT'.ov 2- od in ciréa che 
parrebbe = cibaria (cfr. X 357), ma ò forma senza dubbio de- 
terminata dal nom. acc. sing. neutro cibar ium, onde -airi 
-Q7'~i -ieri dat. abl. -crjò -cjo, neut. plur. e fem. sing. -eja (per 
dissimz. non -jeja). In questa particolar voce, un gran predo- 
minio dell'uso dei casi in -ccei'i ci dovette essere, acciocché la 
forma definitiva si potesse sottrarre al comune esito di -arja 
in -aja, dove mancava la forza propagginatrice che alterasse 
la tonica. 

10. Flessione ed analogie tra gli esiti di -ariu ed 
-ari^, di -acsi , di -r.piov ed -erium e di -ani-u ed 
•anis. — Essendosi veduto, nelle prime tre categorie, che lo 
-i postonico e quasi finale si assimila le vocali chiuse finali, che 
con esso vengono a fare un -i bislungo, il quale riagisce e si 



^ Il fatto, di che qai si ragiona, avrà altre riprovo sotto il n." 15. Già 
fino da questo punto non c'è bisogno di puntellare questa legge fonetica 
col frc. demi = dimì'dium, e vi possiamo rinunziare senza danno, sebbene 
tale equazione sia normalissima; ma d'altronde un'opinione contraria po- 
trebbe trovare appoggio in mi, che bene sta col prov. miei e mei, ani sen. 
iiiQÌ qui mei l'i, a C. di Castello me-qtà me-li, arret. tmimi-qiii ecc., dovo 
Vi ò contrazione di ei nella posizione proclitica di sintassi, e ììiei nacqu ■ 
(la medi medj o. 

- Non regge l'ipotesi, che -/.épa^og promovesse luia forma ceresus, se- 
condo le proprietà fonetiche del latino, e che quindi la figura greca si 
spandesse, ne' suoi prodotti, a mezzodì (céràsa), e la supposta latina a 
settentrione (it, ciliegia, fr. cerise); poiché è storicamente inverosimile che 
il sen. ed arret. saragia ed il fior, ciliegia sian venuti per vie diverse. 
Quanto alla tendenza fonetica del lat. volg., cfr. cr£).Tvov in sèdano; e si po- 
trebbe andare più oltre, anche senza dire che la base comune romana non 
è cérasus, ma direttamente xcoào-tov, tratto altresì, per indicare la pianta, 
alla forma di fem. e poi masc. -asiu; prov. cereira e serisia, spgn. cereza, 
portg. cereja. 



Storia dcll'-i!- ecc. — Cap. Ili, § 1, 10: Esiti div. di -aris o di -ariu. 223 

propaga alla tonica, il plur. noni, -arii, dat. abl. -ariis, do- 
vette inevitabilmente contrarsi in -ari (cfr. Cari-, non Cuji-, 
por Curii in Cari-calle IH 401) -airi -aeri, cosicché Gar- 
bo n a r i i - i i s , per es., diede di buona regola 'carbonieri ( non 
mai -ari) al primitivo italiano; ma fino da età rimota prevalsero 
i casi in -5 -ós (di -a ora vedremo) -fi -as, e si ebbe organi- 
camente -a/e = -arias (per -ariao cfr. il n." 1) ed analogica- 
mente -aji, dovunque mancò -iere. Si è pur veduto che lo -is 
del n." 3 si afforza con un prolungamento secondario, e siamo 
}!er vedere che in varj incontri questo -t piglia il vigore e la 
efficacia propagginativa dell' - 1 = in. Ne verrebbe di conseguenza 
che anche -aris divenisse -aeri, serbando Tace, -are[m] e 
Tabi, -ari (o forse anche -are), la cui lunghezza finale, come 
primaria, non poteva con la propaggine agire sull' -à-. Stando 
cosi gli obliqui nel singolare di -aeris da -aris-, dall'altra 
-aeri da -ariu seguitava la sua ordinaria flessione in -arió 
-OS -a -a -as; sicché da primo solo sarebbonsi combinati i no- 
minativi delle due declinazioni. Ora per certe congiunture bi- 
sogna in i)rincipio ammettere, che tra due declinazioni, elio s'in- 
contraA'ano nel caso retto, una jiarziale mistione di flessioni tra 
osse, ed una scambievole azione di un caso sull'altro, avvenisse 
dipoi; ed è qui il fatto di ogni momento. Quantunque le due 
classi di voci, di -ariu e di -aris, per differenza di più casi, 
si mantenessero sempre distinte, l'italiano mostra chiaro, con 
-ieri -iere, che il primo = -ariu foggiò il s condo, cioè -iere, 
come suo accusativo, sul modello di -aro[mJ da -aris (ib. 
o81-4). Questo bastava per darci -iere, ma l'analogia riusciva 
più conforme, se il supposto -aeri da -arTs riduceva, a sua 
somiglianza, -are in -aere. Neil' un modo o nell'altro, era 
sempre qualche caso, proveniente da -aris, quello che s'impo- 
neva agli esiti di -ariu, e non a rovescio. Un parziale predo- 
minio della III deci, sulla II, in queste due serie, appariva in 
Migliaì'i Liiiari ecc. (v. IX 386-89), dove il neutro -aro (li- 
nare) avrebbe mantenuto intatta od avrebbe rintegrata la to- 
nica del sinonimo -arium; ma questi e simili nomi possono ben 
rappresentare lo stesso neutro -are al caso ablativo: in e de 
Li nari Del pari a questo caso possono essere stati volti Monte 



224 Bianchi, 

Scalaì'l o Monlc denari o Sìa- (=Asin.), elio ebbero varianii 
in -ajo ed -a rio, ma non è nemmeno escluso che questi esem- 
plari rappresentino pure la forma nominati vale, che vi è nor- 
malissima (vedine altri in 1. cit.). In conclusione, è ceria l'a- 
zione parziale di -aris -are -arem sugli esiti di -aeri = 
ariu; ma l'italiano, fino a nuove ricerche, non porge una 
pruova della preesistenza di -aeris = -aris, e, come suo conse- 
guente, di -aere = -arem. Da un altro lato doliliiamo conside- 
rare che, laddove il fenomeno di -aeri = -ariu è un fatto del 
romano comune, il prolungamento secondario dell' -Is in -Is è, 
invece, esclusivamente italiano, o si è per lo meno svolto qua 
o là dopo lo scioglimento dell'unità romanica. Quindi questo 
allungamento, come sorto in età diversa /e distaccata da quella 
di -aeri = -ariu, non vi combina con ugual vigore, negli efletti 
sopravvissuti, nemmeno nell'italiano, ma in questo mantiene 
fermo lo -i = is ed -os, e come vedremo, in fine del presente e 
nei susseguenti numeri 12 e 13, viene in varj casi a modificare, 
con la sua propaggine, la vocale precedente. L'importante esempio 
francese di sanglier mi pareva confortare l'ipotesi che s iugu- 
lar is si piegasse a =-aeris ed analogamente ad -aere, ma, 
per le ragioni ora dette, direttamente non se n'ebbe che l'ant. 
senglers sengler. È stato tenuto conto di singularius, che 
è un latino rifatto sopra sengller, ma nel suo fondo è giusto, 
e fu colto a segno. Questo -ariu dava, come sempre, al nom. 
ed all'accus. -aeri poi -ieri, e l'istinto morfologico, pur ser- 
bando alla tonica la nuova figura, differenziò i due casi, ricor- 
rendo per l'accusativo alla finale di singulare[m], che fog- 
giava questo caso in -ier (sanglier), e serbando per sé il primario 
-er (ant. sengler)', appunto come il medesimo istinto, in più nomi 
del n.° 3 (sedi sedj-a ecc.), ricorreva a casi di I e II deci, por 
distinzioni formali. Adunque -aris non potette per sé stesso 
passare, nel francese, in -ie-rs, e pare che anche per analogia 
stentasse a foggiare i suoi casi sul modello degli esiti di -ariit, e 
furon questi ch'ebbero bisogno di ricorrere al primo per la detta 
ragione. Press' a poco andò cosi anche nell'italiano, dove -aris 
fattosi -aris, per causa d'un successivo prolungamento, sarebbe 
divenuto -ieri, ma fu sopraffatto dai casi in -are -arem -ari. 



Storia doir-Z- ecc. — Gap. Ili, § 1, lU: Esiti di -aria. 225 

L'antico -ieri, per il solito internamento gallico dell'i finale, 
dovette, nel francese, farsi -ieìr, e questo finire col contrarsi 
in -ir (cfr. ceì'is-3 p. 222 n, ed altri esempj che verranno 
sotto); cosicché in lungo andare non rimase al francese che 
-'er e -iers, che per metà eran casi presi d'accatto ad -aris. 
— Passiamo ora agli esiti di -aria. Con molta ragione dicesi 
che il fem. frane, -ière siasi formato per analogia dal masc. -ier: 
premier (che naturalmente avrebbe potuto essere anche fem. 
come -arem di singularem) première. Difatti nell'it. -ieì^a 
io non ho incontrato altro clie esemplari d'analogia secon- 
daria (ib. 388-9, X 357). Cosi chiamo quegli, in tal caso, che 
sono un lìrodotto ulteriore d' -ieri -iere italiani compiutamente 
svolti. All'incontro, sarebbe d'analogia primaria, in fran- 
cese, -aria ridotto ad *-aerie dal masc. -aeri, poi *-^rie *-eri', 
ma allo stadio d' *-ieir, anche *-ierie sarebbe divenuto -ieire, 
perchè la finale breve non poneva ostacolo all'attrazione; co- 
sicché, nell'ipotesi d'un avvenimento così primitivo, il francese 
si sarebbe fissato al masc, -ir fem. -ire. Un esemplare, in mezzo 
ad altri, di stampo molto antico, per i caratteri del suo uso, é 
senza dubbio il fr. tnoière, ma anche questo é d'analogia se- 
condaria; poiché ha tutta l'aria d'un neutro singolare (ripa- 
rium, ciò che spetta o si connette con la ripa), il quale prende 
il nomin. -aeri -ieri ed accatta l'obliquo dal neu. di III -are, 
facendosi -ier, che a sua volta si foggia un jdur. -iere inteso 
pre.sto e subito come fem. sing. (cfr, la gelée da gelatum, 
r it. gramigna da -ineum ecc. ecc.), e lascia alla sorte loro, 
quasi affatto mortale, gli esiti diretti di -aeri e di -aria. Ma 
(juesf ultima, da parte sua, passò ad -aire, che pare la sua più 
naturale vicenda ? Tutti tengon oggi -aù^e per forma culturale 
Jì'anciosata (per es. in primaire sccondaire), come per noi -ario 
-a, ed hanno ragione. Tuttavia questa ragione potrebbe riuscire 
non assoluta, per chi si pigliasse la bega di spogliare, a questo 
ine, il vocabolario francese antico e moderno. E facile a sov- 
venirci douaire dal bass. lat. do tari um, di cui potrebb' essere 
il n, plur, divenuto fem. sing, e poi mascolino come gli altri -aire 
del francese dotto. Non si può negare a questa voce una grande 
impronta popolana, e ben poco può aver di letterato. In ogni 



220 lìianclii, 

modo è certamente posteriore, non solo ad -aeri, ma anche 
alla formazione del misto -/<?r, al quale altrimenti sarebhosi pa- 
reggiato *-aire od *-«e/'c', se staio non fosse allo stato di -arie. 
Qui non erasi al caso di ml'lia e lixT'via, onde mila e lisciva, 
dov'era identità omorganica tra la vocale attraente e quella 
attratta: in -a ria 1' a e 1' / erano di natura affatto opposta, e 
l'aitrazione in -aire dovea rilardare ad un periodo d'assai po- 
steriore. Duranie la vita di questo -aì'je il -/•/- dovea fare por 
r -d- una quasi-posiziono. Neil' italiano largamente inteso, cioè 
comprendente anche il non toscano, si ha un più sicuro esempio 
di -aria in -aira) e ce lo porge il fiume Nera dell'Umbria e 
della Sabina, la cui forma solo si spiega per mezzo di * N a i r a 
^ *Narià di flessione mista, da Nar ridotto al nom. *Naris 
in confronto del gen. Naris dat. Nari, ma siamo con esso 
1i'a dialetti ai quali il tose, -aja è ignoto ^ Con questi, per un 
tal carattere, va il leccese, onde ci porse il Morosi (IV 119) 
il prezioso esemplare di ajera 'aja' (a Capo di Leuca) da area, 
senza dubbio per via di aera = aiìm = aria. Per quanto io scorga, 
in Toscana i nnll. a ciò non porgono ajuto, e nomi come sarebbe 
quello del fiume Eìyi, costringono a stuzzicare temerariamente il 
terribile strumento dell'etrusco. In quanto si abbia d'elemento 
latino, -aria in -aja ò così antico che provenne l'età dell'at- 
trazione in -(lira. Nondimeno, ove quest'intoppo fu da altre 
cause stornato, come nei nomi in -eri a (n.° 13), potette pur qui 
manifestarsi tale attrazione. — Restano gli esiti di -ario -aria, 
a cui rispondono costantemente -ajo -aja nell'italiano, dialettale 
-aro -ara. Per lunga età dura la lunghezza finale tra noi. Il 
francese meno di tutti potrà stare a fronte dell'italiano per la 
durata della lunghezza delle atone, e quindi, come dai fatti che 

* Sulla riduziono generale, o quasi, dei temi in consonante ai tomi in -/, 
V. IX 386 a 392, 424, e qui al n." 3. Qui si obbjettei-ù che l'attrazione, se 
valse a ridurre *Naria a *Naira, sarebbesi potuta esercitare anche a 
danno di api-a hili-a sedi-a. Si risponde che l'uso dei casi è più ristretto 
e meno vario in un nome locale, e che nei nomi comuni, senza contare i 
casi finilunghi di ambedue i numeri, erano in questa classe le finali di 
api ecc. pronto a mantenere e ricreare, occorrendo, le forme in -in. — \\. 
all'incontro: li 445."] 



Storia dell' -i- ecc. — Gap. Ili, § 1, 10, 11: Prodotti di -*aenT ecc. 227 

verranno, potrà obbjettarsi che l' attrazione dell' - i presto vi 
avvenisse in ogni condizione; ma anche una durata relativa- 
mente breve della quantità d'una vocale, come pure la sua mag- 
gior consistenza qualitativa, che succede alla lunghezza, può 
bastare a mantenere intatte certe forme durante un periodo di 
trasformazione, trasmettendole ad altro più lontano. Non conosco 
esempj francesi, sicuramente popolari di -arie da -fi -d, Testi- 
monj indiretti di -arie, sarebbero gli ant. fr. palie ivorie , m:i 
sono voci popolari miste di letterato, ed altri esempj sono ba- 
stardi ancor più. Si vede che lo -jé (segno così per comodo), 
in tali combinazioni, raggiunse il periodo della consonantifìca- 
zione dello J, ed in questa fermossi. Difatti, dello i tenuto al 
posto da -0 ed -a lunghe, per antica legge comune a tutti i 
nomi in -io -ia, abbiamo esempj, da ogni lato sicuri, nei IV. 
cierge = ceri ò e ant. serorge = so v or io, che ci ritorneranno 
sotto altro aspetto. Del pari importante è étrange = Qxtranio 
-a, cui risponde in tutto l'it. i'^trajiio -ia, dei quali il noni, ac- 
cus. *extraenl fu sopraffatto dall' abl, e dall'analogia di -anus 
(onde anche strano), ma pur da solo bastava a fissare per sempre 
la n schietta. E certamente da grawm'^, poi "graenl, il ni. 
senese Grania ^ da -a, che va in tutto col fr. grange, ed in parte 
con lange = laneo; cfr, sotto liìige. Non mancano, nondimeno, 
tracce di -a e ni parallelo ad -aeri: da *castaenlm sardo 
e lomb. castegna, fr. chdtaigne, con trasmissione di -a e- ad 
-ànià e fusione di nj in n anteriore alle attrazioni (cfr. sopra, 
-ajd)', ma il campid. castdnga e logud. -ania (Arch. II 137-40), 
saranno da -a ni a. L'italiano, e non fu solo, benché più abondi 
di pruove, ebbe, parallelo a mani del n." 3, anche un toma 
maenl da -u's, che si sottrasse nella tonica alla riazione di 
manum -u; poiché il lat. minare foneticamr-nto non dà l)en 



' Tralascio quasi sempre il nojo^o -eii, che presenta più 'riinpacfio ^lie 
di esattezza storica. 

^ Hanno questo nome anche quattro poderi, l'uno all'altro vicini, in co- 
mune di Castelfranco nel Valdarno superiore; i quali sono probabilmente la 
spartizione d'un antico fondo romano. Certamente il numero di questo 
Granie, e simili, si accrescerà da più parti, in un vocabolario compiuta 
di nomi locali, nual è nei nostri voti. 



228 Bianchi, 

ragione del fr. je m^ne e fa a' cozzi con l'ital. m^^na, ed in 
menare {io meno) si mischia con l'idea di 'mano', senza po- 
tere spiegare, da solo, i significati del detto m^na, di cli-menare, 
ira-menarc tramemo {-e-) 'tramestio' 'maneggio' 'intrigo' ecc. 
La riduzione del tema *mmì, dove lo -ì si propagginò ma non mai 
fu attratto nell'ital. (cfr. s-inani-a p. 213, e quel che verrà) devesi 
a minare, con cui si mischiò, a mano e simili analogie (cfr. 
s-lrano). Un fenomeno curioso sorse dall'analogia di *-aeni, e 
fu la mutazione dell' a in e nel campid. genna, altrove Jenna 
= ìog\id. Janna = JQ,nu.'d (II 136), assimilato ai doppj derivati 
della IV; onde si ha la proporzione, assai prossima, Jenna : Janna 
: : mena : manna, e vi saranno state altre analogie oggi estinte 
(la più vicina anus). È ancor notabile, a C. di Castello, la dop- 
p.ia forma prena e pr-ana = praegnans (cfr. ivi l'ant. ainellu = 
agn.), che mostrano uno stadio in cui la variazione -eni,= 
-aenl -anja, era cosi abituale da agire analogicamente sopra 
altre classi di nomi; v. il mio Dial. Cast. 28-9 n. 

Adunque, da quanto precede in questo numero, si conchiude, 
che nel romano comune, e quindi anche nell'italiano, -ariu 
passò in -aeri, e cos'i -aniu in -aenl; che l'-is di -aris, 
e cosi ogni -is ed -es di III deci, si fece, nell'italiano, un -is 
allungato, il quale, non meno deir-I = -iu, ebbe forza di pro- 
pagginarsi sulla tonica precedente, ma gli effetti di questa forza 
rimasero per la massima parte estinti dalla prevalenza analogica 
dei casi obliqui del singolare, ed in parte del plurale. Il solo 
accus. sing, , caso cosi importante nell' uso , sarebbe bastato a 
recare una sproporzione tra gli esiti delle due figure: -aeri = 
-ari US ed -arium, ma contro -aeris da -aris avéasi -arem 
e neut. -are dat. abl. -ari; e di più oravi, nel plurale, da una 
parte -aeri = -arii e dat. abl. -iis, e dall'altra, contro -ae- 
ris = -are's (del g-n. -arium v'è da far poco conto), s'avea 
il dat. abl. -aribus, che non favoriva la stabilità d'un -àe- nato 
negli altri due casi. È superfluo ripetere questo ragionamento 
per dire, che si estinsero perciò gli effetti dell' -i's in cane 
pane, in sete e perfino in fede da -i'- di contro a e ili in -e III 
( n.° 9 ) ; che per varie ragioni non si può far conio di base 
t;a?c' refe {rezza = retia), e che dovean rimaner tali quali le 



storia doll'-i- ecc. — Cap. Ili, § 1, 10, Il : Prodotti di -*aonT ecc. 229 

lunghe di hile vile vile fine fune rape e di allro, se ve n' è. 
All'incontro erano più forti le cause di stabilità di *maenl da 
manu*s (n." 3). Resterebbe l'arret. Ciiieai ni. [Poni' a Chieni) 
in perfetta corrispondenza con l'anteriore Claenis = Clani's, 
ma le pronunzie fiorentine, che indi a poca distanza cominciano 
verso ponente, danno Chiani^. Tuttavia, se anche possa dubitarsi 
del valore etimologico del dit. -iè-, riman notabile l'integrità 
della nasale di Chjana = Clani-a (cfr. il n." 3 e v. n.° 14), 
e quindi si vede sempre riconfermato il fatto del prolungamento 
secondario dell' -Is di III. — Dopo i fatti del n." 9, cioè di ci- 
glio, gioglio, scimmio , ciliegio ecc., dei qui notati, e poi di 
clvea e di altri che verranno, non è più ammissibile a priori, 
che solamente l'-iu di -ariu non si contraesse in un -i bis- 
lungo, e che tale quantità, che ri'agiva sulle vocali e sulle con- 
linue precedenti, solamente sull'-à- non avesse effetti per l'ita- 
liano. Si è voluto -iere d'introduzione francese {-ier): ed allora, 
jìerchè non solamente -iere, ma anche -ieri, che anzi prevale 
nell'antico, ed in più dialetti, per altro non disposti a cambiar 
V -e in -i ( V. IX 381-85)? L'uso di questo suffisso è così intimo 
nella lingua, tale n' è la qualità, e tanta la quantità delle basi 
;t cui s'unisce, che non dà luogo a supporre una straniera in- 
trusione. La quistione storica fu già risolta fin da quando pre- 
sentammo, in X 355-7, una lunga lista di nomi longobardici in 
•hari -ari e caìH, passati anche in -eì-i -ieri, tra i quali xiate- 
deri, Letderi, Lilioderi, Laceri -ieri, Opleri, Utteri, Ilildecheri 
sono anteriori alla invasione de' Franchi, ed altri, come Hotti- 
cheri e Richeri, benché posteriori, nulla hanno di francesco. 
(Josi anche i longob. Gair-o e Gaid-o si fanno Gheiri- Gheri- 
Gheidi- Cheidi- (ih, 374-5), e, senza contare Berlingh-ieri, ab- 
itiamo Richeri e il cogn. Ricchieri, Gheriperto Gherualdo Rol- 
'jheri Alighieri Aldigìneri, prima che i Franceschi riescano a 



* Air a di questa forma dovrebbe, di regola, ri.spondero un d dall'altra 
jiartc; ma le parlate arrotine variano in questo punto, ed alcuno hanno 
oltrepassato lo stadio dell' «, la quale, nel caso nostro, può essere stata 
nuche turbata dal comune ditt. iè. Nulladimeno, uno studio comparativo di 
'i'i','llc vario pronunzio, potrebbe accertare so il fondo no sia Clar'ni. 



230 Bianchi, 

fare, in parte, accogliere Gerardo Gerberto, Riccleri, Ruggieri 
e simili. Il longob. s cario -onis, in alcune carte detto 'exer- 
citalis', appare prima dell'invasione dei Franchi. Ora, dato e 
non concesso, die schiera da *.scaria per l'ant.alto-ted. scara, 
ci venga dall' ant. frc. esqiiierre, perchè abbiamo anche scher- 
ano e sgher-iglioì un -er- per -ar- perfino in proionica ^? Mi par(i 
che troppo ornai sia stato detto per provare l'italianità di questi 
fenomeni. Al quesito — so -io'e, in luogo del Jat. -ariu, abbia 
proso forma dai prodotti di -eriu, sarà risposto sotto il n." 13. 
11. Effetti dell' -j-, propagginato dall' -7, sopra 
r -d- e r -Ó-. — Siamo ora alla sottoclasso di oljo soljo [gioglio, 
che precede a schiarimento e presto si sbriga), di c07vjo e de' 
più duri Antonio ecc., ossia agli effetti dell' -I sopra un qua- 
lunque ò di sillaba accostante, al quale succederanno effetti simili 
suir è. Premettendo che tali effetti sono del tutto contraddittori 
ai fatti precedenti, dirò che ho dovuto in più versi muginar la 
questione. Riflettendo sulla diversa natura delle vocali e delL^ 
consonanti precedenti l'-I, le ragioni risolutive son riuscite tutte 
parziali. Imperocché, in giglio gioglio, Cagliari, scimmia, lo i 
che si propaggina da -li -ri -mi, diretto verso la tonica, rin- 
contrando anche indietro le continue l od s nel medesimo corpo 
di voce, per affinità organica ne viene attratto ben presto <^ 
(juindi assorbito, e non dà tempo alla vocale, a cui prima si 
appoggia, di modificarsi. Se guardiamo alla qualità della tonica 
attraente, abbiamo già trovato che V d di -ari -a si -ani si 
dittonga in ai, poi ae; abbiamo veduto {ciglio tiglio miglio) e 
più vedremo, che la propagginazione sullo -/- ne produce il pro- 



* Il lettore avrà già sottinteso, clie qui è prosupposta e seguitata Li 
dottrina dieziana, che nei nomi teutonici, contenenti 1' ant. alto-tcd. hari, 
il nostro ditt. -?e-, come in Gualtieri da Walthari ecc., discende diret- 
tamente dair -a-, e non rappresenta V -e- del medio alto-ted. in Walter ecc. 
La dottrina dol ^Maestro va perfettamente d'accordo con le forme e con 
Fetà dei documenti longobardici, e non v' è ragione d'uscirne. Oltre sghe- 
riglio trovasi anche sgariglio, ma ognun vede che questa ò un'alterazione 
della prima forma, e non a rovescio; cfr. sgìierro. Gli esompj di Gairl- 
Gaidi- ecc. ci stanno in quanto ripetono fedelmc it^ una parte maggiore o 
minoro delle fasi percorso da -ariu. 



Storia doir -i- ecc. — Cap. Ili, § 1, Jl: propagg. o tonica intatta. 2:11 

lung-amento, e così vedremo che fa dell' ji; : urja diliwjo ecc. 
Sul qual proposilo può venire in mente, che supposto c'iill, la 
palatina iniziale avre])be dovuto attrarre ed assorbere la pro- 
|)aggine, liberando la tonica dal prolungamento; che quindi ciglio 
possa far pruova che questi prolungamenti secondar] sono an- 
teriori al palatinamente delle gutturali; cfr. il fr. cil e sourcil, 
prov. cil e silh. Il palatinamento di e g si mostra per altre ra- 
gioni posteriore ai fenomeni dell' -I = -iu; ma fino dal n.° 13 ve- 
dremo che lo /, per una lunghissima età, non mai si assorbe nel 
e o g, e che poi, ov'e quando ciò avviene, di ben altra specie ne 
sono gli effetti e le figure. Ora, se 1' a soffre dallo i propagginato, 
e la l è tra lo continue quella che più ne va in cerca, perchè 
in tali condizioni si ha pali-o e non peli-o, dovendosi ammettere 
*pall ridotto a *paeli? Questa domanda va alla pari con l'altra : 
perchè anche in oljo soljo {conjo 2°) rimane intatta la vocale 
originaria ? ^. In questi casi 1' o, esposto alla infezione d' un i 
})ropagginato, si sarebbe dovuto, se non far' ti, come vedremo 
in esempj di u, almeno ristringere in o, oppure lo stesso -i-, 
rispettando la tonica, si sarebbe attaccato alle continue seguenti, 
ed ajutato dall'analogia di *paglió cpgnó avrebbe ridotto anche 
*paill *coinI a pagli cogni, cioè con II n o si voglia i Vy 
e cosi *(ull ad *ogli ecc. Una tale difficoltà è stata assalita da 
tutti i lati. Si è pensato che lo i propagginato non bastasse ad 
alterare la tonica, senza il concorso e la continua presenza del- 
l' I finale, il quale in alcuni casi rimanesse più a lungo, in altri 
meno; ma invece lo vediamo sempre presente, ne' suoi effetti, in 
tutte le serie ove potette formarsi, e qualunque siano i suoni 
precedenti. Si è pensato nella serie di bailo maicla paina vailo 
(n." 5), fattisi poi, e non per tutto, baljo maclja panja voto 
coljo, che r ci e 1' ó nulla soffrono per lunghi secoli dal contatto 
dell' -i-. Aggiungevasi che abbiamo gìk paina nell'età longo- 
bardica (Vili sec), quando nello stesso tempo il teut. hari al 



* Non occon-G qui inchiudero obbjezioni o questioni cho sono porditompi. 
Di contro a iiiilia così antico, ò inutile attribuirò ad un *pallT i'into- 
gritA, dolla tonica, come non può farsi conto veruno dell' -u- di cuneus 
contro quanto si espone; poiché questa voce si confondo presto, e por 
S':>nipre, con congius e va a far parte dei nomi in -onio. 



232 Bianclii, 

toi'iia con -eri {= ieri x. X 355-57); ma pernia doveva essere 
allora allo sladio di pajiìia, che naturalmente non si seppe 
scrivere, e sebbene hari non rimanesse involto in un movimento 
di trasformazione, ma venisse tratto all'analogia d'un fatto omai 
compiuto, nondimeno questo fatto era fresco e vivace, ed aveva 
ancora efficacia continuativa. All'incontro quando si formò *-airI 
da -ariu, pagina voci tu e compagni ebbero ad attraversare 
vicende e periodi assai lunghi prima di giungere alle forme dit- 
tongate. Ora questo nodo si scioglie col confronto proporzionale 
delle tre sottoserie *-airI *-aisI *-ainI. Il suff. ariu forma 
un numero stragrande di derivati, od inevitabilmente doveva, in 
una buona quantità, prevalere l'uso dei casi con finale breve, 
con più i casi in -il, vincendo l'opposta analogia di -ariu -a. 
In Toscana poi, -ajo, da finale lunga, con -aja, era troppo dif- 
ferenziato nella forma, e questo ed -jeri presero l'aspetto di due 
suffissi sinonimi, ma diversi. L'isolamento invece, almeno in al- 
cune regioni, liberò *-aisi di ciliegio dall'opposta analogia di 
più nomi in -asiò -a. Non fu -aniu tanto povero da non la- 
sciar nessun *-aini, ma fu sopraffatto, nella maggior parte dei 
suoi nomi, da -anu -anio ed -ania. Questa potente nazione 
dei casi di lunga, se in un gran numero di voci estinse le nuove 
forme di nom. accusativo, tanto più ebbe forza di sopprimerne 
per metà i caratteri costitutivi, in voci come '""pai li, *oilI, 
*coinI, *aill *aipl ed in tutte le altre dei n.' 2 e 3. Ed in- 
vero, se di contro ad oill rimaneva l'antico dat. abl. oliò, 
l'analogia di questo, e la propensione a mantenere l'unità del 
tema nella flessione, unità che era sempre viva fuor de' nomi in 
-iu ed in -i, tendeva a ridurlo ad oli; se o ili formava poi, 
per diffusione, un nuovo dat. abl. oilio, da questo il primo -i- 
dovea presto sparire per dissimilazione. Di ciò abbiamo esemj)j 
parlanti in *pdidiu = -v.ìÌ'j-j di età bizantina, che passa in 
padjò all' abl., onde paggio, perdendo il primo i per cagione 
dello j seguente; in d'iocja da dioici (n.° 3) e forse ìw par- 
roccìiia da paròikia per -cecia = -aDv.x.ia ^ Lo stesso può ri- 



* Come dianzi s'avvertiva a proposito di ^;aù(« = pagina, rnaida ecc., 
dove V -a- rimase intatta accanto all'-/-, anche nei casi di f/'cle colo per 



Storia iloir -i- Gcc. — Gap. Ili, § 1, 12: abbreviumonto dell' -o-. 23:> 

petersi per ogni altro esempio, conio dell' -I- di *-aidI, che di- 
sparvo da armadi- conlracU-, e di *aipT di fronte ad api fi. 
Cosi la riazione fu scambievolo tra le due serie di casi , aven- 
dosi, per OS., in olio la consonanie del noni, aceus. (*oili) r- 
tutte le vocali del dat. ablativo. 

1 2. A b b r e V i a m e n t i di lunghe originarie. — La 
propagginazione dall' -I secondario, ha causa unica in questo e 
nella forza attrattiva delhi tonica che precede: la qualità della 
consonante, che rimane tra la tonica e 1' -T, non vi ha parte ef- 
fettuale. La vocale tonica o si prolunga o si dittonga, ma il dit- 
tongo presto si riduce all'antica vocale (v. sopra olii in oli per 
causa d' olj-o); e questo fatto ci facilita l'arduo compito di spie- 
gare l'abbreviamento dell' -ò'- primitivo. Così abbiamo delle serio 
2 e 3: Antonj-o, Cerhone (accus. di *-onI-s), pinzimonj-o ecc., 
mnopi-a, tutti con o rispondente ad un lìreve, ma veramente in 
origine lungo. Il dire seccamente, con altri, che 1' -ò- di Anióni-o 
dial. Anióni, e cosi delle altre simili voci, si allargasse, ossia 
abbreviasse, per l' effetto dell' i seguente, non mi persuade; poiché 
non vedo come possa ammettersi il principio, che una vocale 
stretta, o chiusa che voglia dirsi, e la più chiusa di tutte qua) è 
la i, clie qui è anzi un -/- e poi un -i per di più lungo, abbia 
per effetto riattivo, quello di allargare la vocale precedente, che, 
in altre parole, spieglii un'azione opposta alla propria natura; 
ed appunto entro i termini della serie speciale di voci clie ora 
trattiamo, dove si vede l'effetto opposto del ristringimento dell' -a- 
in e nella classe di -ani -ari -a si. A una dissimilazione fo- 
netica non e' è da pensare, perchè o ed i son già troppo diversi 
di loro natura. Più ragionevole sarebbe il supporre una dissi- 
milazione morfologica, cioè che il pensiero, perdute le consonanti 
finali, sentisse il bisogno di una distinzione formale tra le due 
classi di casi, di ultima brove e di ultima lunga: noni. acc. 
'■'/gìiì, dat. ahi. Antonio - dial. Togno; ma ci dinanza la regoki 



*fraile *coito (da fragilo cogito), dovo 1'-;- diloguossi s'^n/.a avore in- 
taccato la tonica, si tratta d'un fenomeno molto rimoto dal dileguo dello 
-;'- di *oilj-o paidio ecc. Di frale volto, poi voto, e simili si discorro nel 
.§ terzo, in cui il detto dil':'guo avrà del pari la ragion sua particolare. 



234 Bianchi, 

più generale, che l'istinto logico non fa altrimenti che profittare 
dogli effetti di una causa organica e diretta. Così scorgiamo, che 
la lunghezza dell' o, nella fase *-r)inI, non potesse sostenersi 
aggiunta allo strascico dei due i consecutivi, ma specialmente 
di quello posto a contatto {ó quantitativamente = di), od altrimenti 
lo strascico di pronunzia, costituente la lunghezza, avesse occa- 
sione, dalla propaggine, di determinarsi in z; che per tali guise 
la detfa lunghezza rimanesse da questo -i-, con e senza il con- 
corso dell' 7 generatore, assorta, o voglia dirsi surrogata o sup- 
plita ; il qual l'atto, in ogni modo, è ben diverso da una riazione 
qualitativa. Lo i della fase oi , la cui esistenza è accertata da 
giglio gioglio, veduti dianzi, dall' a mutata in e, e da ì ed u 
allungati, venne poscia a mancare, come sopra quello di *oj77 
olj-o, per l'analogia delle forme di dat. ahi. oglio'^ foglio, Slno- 
pj-d, cpgno = cuneo e con giù, Togno da -o, ecc.; le quali, 
})ur tenendosi distinte anche nella tonica, nondimeno riagivano 
sopra quelle di nom. accus. , perchè di loro natura mancavano 
dell' -i- propagginato, e perchè ebbero nell' i od j penultimo una 
causa dissimilatrice, e le più, nello nel posteriori, una forza 
omorganica riassorbente; in caso diverso, o la consonante, an- 
che nel nom. accus., ne avrebbe sofferto, o 1' oi sarebbe finito 
in il. Nella stessa maniera spiegasi V o largo di dote (dòte), 
dovendosi supporre nom. *doti's *doi-, dotj-a -a, dei quali 
dota è una mistione. In rOs (ma cfr. Siócro;), una medesima vi- 
cenda verrebbe indicata da' suoi derivati {ì^ogio nome, rósolo e 
fior. rust. gróglolo verbi), ma c'è roseus, che nondimeno sa- 
rebbe passato per la medesima trafila (*roisI *ròsj5); ed in 
ogni modo le forme con 5 accennano una diretta origine da 
ros, modificata nella vocale da altre forme. L'azione dell'una 
sull'altra delle due classi di casi è qui, come sopra, reciproca; 
poiché vediamo all'inverso 1' -i- propagginato di *ll'ill ecc., poi 
"Ijl'li, trasfondersi, mutato in g, nel dat. abl. giglio gioglio: 



* Questa forma d'obliquo vive sempre por l'italiano in capi-d'-oglio- 
letteralm. caput de oleo, la balena de' nostri mari, e nello stesso Ca/injn- 
doglio 'Capit.', inteso per 'campus de oleo' 'piazza ecc.'; cfr. Yia e Piazza 
dell'olio in più città. Di più il romanesco dà ojo, che risponde ad oglio. 



storia doir-/- ecc. — Can. IH, g J, Ili: V -T che abbrevia F-e'- e l'-o'-. 235 

nel friulano poi, si scambiano affatto lo parti, che mentre liljò 
libera *ljill dalla propaggine, richiamandolo a UH, se ne in- 
fetta esso stesso, facendosi *ljiìo, onde zi (v. I 509). Quanto 
alla vicenda che Voi- avrebbe corso, di passare in n, questa, 
pure essendo naturale ove ad oi seguiva esplosiva, e meno facile 
ove andava incontro a liquida (v. sopra), pare nondimeno che 
solo avvenisse accosto ad esplosiva doppia (se caso vi fu), od a 
continua seguita da esplosiva. Una buona })rova n'ò data da 
uscio, fr. liuis prov. uis e us ant. spg. iczo , che non se ne va 
senza dstium ridotto ad *oisti. Al contrario ignrir[i]us, 
rifoggiato in ^ignorius (cfr. *clarius per jiiù dialetti) sullo 
stampo del verbo ignoro, ci dà gnorri'^, con l'esito che ha 
-òniu ecc., quanto alla tonica. Ma qui abbiamo tali combinazioni 
di consonanti, che giova mandarle insieme con la classe che segue. 
13. Effetti della propagginazione regressiva dal- 
l' -i sopra r -e- e la -e-, e sull' -ò^. — La -e- della 2.^ e 3." 
categ. soffre le medesime vicende dell' -o-: celja, Leljo ^ Aure'-, 
pres'epjo, S(^dja, tutti da -e- originaria, senza dire che la -e- ci 
torna intatta in rimedjo e Us'epjo, come Y ó- di oljo. Dopo il 
già detto, è inutile aggiungere che l'abbreviamento, come la 
conservazione della breve, nasce da un -i- propagginato ( seidl ), 
che poi sparisce sotto l'azione dissimilatrice o riassorbente de' 
casi contrapposti {presepio, secljd con l'ajuto, almeno in prin- 
cipio, anche di sedjà ^, poi assedjo risedjò). — Spettano del pari 
a questa classe: ne^ci = nès e ius, cero da ccreus, hatistéro 
ant. hatisteo, cimitero, mistero, monastero, salterò da -t-ìic'.ov, 
a cui s'avvicinano mestiero, imperio -ero da -e riunì. Va nesci 
con gnorri ed uscio per un comune svolgimento di suoni pa- 
latini; ma questi, congiunti con gli agenti flessionali tra loro 
opposti, e con l'esito contraddittorio di uscio, fanno un tal vi- 
luppo da sgomentare. Qui siamo costretti a proporci due quesiti : 
1. L'assorbimento della propaggine in *ne^scT e "igno/rl di- 



* II fatto di (jiiosto raddoppiamento della -r-, benché non comune, non 
<• del tutto isolato (intanto cfr. p. 2;J0 e n.), ma è inditlei-ente por la nostra 
t"si, e non occorre il parlarne. 

* Per il fr. sièfie ci fu il secondario *sedium, ammesso qui a p. 212. 



236 Bianchi, 

pese dalle succedanee consonanti palatine? ossia 1' / ili mezzo 
fu inghiottito poi da un postonico s qualunque e dal protonico n? 
II. Ossivvero questo -i- corse la comune vicenda di soggiacere 
all'j etimologico dei casi in -io -idi Nuli' un caso e nell'altro, 
perchè uscio e non qscioì Una risposta affermativa al primo 
quesito parevami clie avesse il vantaggio di spiegare, in con- 
fronto di gnonù ecc., V it- di uscio da di- ui- u-, per la più 
tarda successione di un suono palatino in *oistI. A favore di 
questa affermazione, può osservarsi clie 1' uso di nesci e gnorri 
è siato ridotto a quello solo dell'accusativo: 'fa il nesci', 'fa 
lo gnorri' = 'se nescium fingit', 'se fingit ignarum'; e può sup- 
porsi che anche per ostium prevalessero i costrutti con casi 
brevi: 'hoc est o-', 'est..., it ad... in...', 'prope...', 'circa 
ostium'. Stando cosi le cose, la forza riassorbent> della propag- 
gine sarebbesi ridotta quasi alle sole miste palatine. Ora, a questa 
tesi non noceranno, ma nemmeno gioveranno gli esempj di 
scimmia Usciva giglio gioglio, dove s e g hanno lasciato la 
tonica qual era. C'è poi ciglio, il cui e- non assorbì la propag- 
gine sorta in *ci''ll da ci li e non impedi il prolungamento 
della tonica. Vj, che s'accosti a e o ^, mantiene, fino ad età re- 
cente, vita congiunta, ma bene distinta, non solo negli ovvj 
esempj di cielo cicco, ma anche in altri più complicati. In altri 
termini, le consonanti palatine non erano suppletorie dell' y, 
tranne il caso del cambiamento diretto di questo in g (juro 
guro), che cosi nato non era più il succedaneo d'una gutturale 
originaria. Importava stabilir questo punto per le conseguenze 
che ne verranno. Del resto, la propagginazione in * nei sci da 
*nescl avvenne, come si è detto per e ili (n." II), allo stato 
di e gutturale (nèski in *nèiskl), e cosi il riassorbimento 
di essa nei casi di -o -a ("^nciski néskjO -a). Questi fenomeni 
dovevano essere già compiuti, o di già attivi, quando si svolse 
n da gn, cioè quando *ignorI o -rrl passò per *innjori e 
fini in innorri; e tali cronologie possono verificarsi col confronto 
delle varie consonanti attigue allo y de' nomi in -i -j 5 nelle 
prime liste. Arrogo che neski passò direttamente, o quasi, a 
nesci, e vedremo correre circa un millennio prima di giungere 
a nesi. Vedremo ancora che lo s di uscio è di tarda età. Bisogna, 



Storia dell'-/- ecc. — Cap. Ili, § 1, 13: Indag. sopra nrsci gnorri, uscio ecc. 237 

(limque, rispondere afTermativamente al secondo quesito, ammet- 
tendo nei costrutti di nescius e del rampollo d' ignarus un 
più largo uso dei casi finilunghi, e più particolarmente di -jd, 
-Jd e per un tempo anche di -jà (n.° 10), ed a questi attribuire 
il dileguo dell' -i- propagginato. All' incontro, altro non resta 
che attribuire ad un prevalente uso sintattico del nom. acc. òsti, 
poi *oisti, la mutazione in *icsti^. In * 6 ir di sarebber dovute 
succedere le medesime fasi, od almeno ristringersi 1' d, e non 
so se qualche dialetto abbia orcU, ma c'era sempre hordjò 
Q7''zo pronto a riallargarlo. — Prima di tornare alle figure in 
-riu, sbrighiamoci da qualcun' altra meno comune. Lo spgn. 
jibia = selcia ( cfr. jimia = si- n." 9) rimane inesplicabile 
senza il se pi uni 'inchiostro' d'Isidoro, ed anche con questo 
bisogna discendere, per giungere alla forma presente, varj gra- 
dini, ed uno di più che nei precedenti; ammettere, cioè, che 
percorsa la via di sé pi *sèzpl *sje^pi, quest'ultimo, con- 
traendosi in *slpl, rimanesse con la s- già infetta dallo J, op- 
pure che il SI- bislungo, risultato dal trittongo , e con l' azione 
ancor vivace dell' f finale, si spandesse in sji-, e producesse 
"sihl *sibj-o *sibja. Questa seconda ipotesi è meno proba- 
bile della prima, che ammette *sieipi in *sjlpl *sipt *sibi; ma 
Io spagnuolo, relativamente alle condizioni che si richiedono per 
avere uno s, poi / , suono che gli riesce assai grato, è meno esi- 
gente dell'italiano, e ne incontra più cause generatrici; cfr. xe- 
ossia yenabe = it. sènapa = si'napis ecc., che hanno ragioni 
loro proprie in quella lingua. Tuttavia questo sibja, poi /ibja^ si 
collega con fenomeni più comuni, e viene a far la pariglia con 
simmia jimia, quanto allo svolgimento de' suoni, avvenuto inte- 
ramente nel neutro o nel mascolino. Più liscio corre e e ci è sj a, 
dove la -e- attrae V -i- che l'abbrevia, onde "^ e ci ci- * eclieisa 
si contrae nel frc. église; ma nell'ital. *[ac]clèisa Vi dovette 
essere ben presto riattraito dalla l (cfr. Cagliavi ecc. p. 221), 



* La hostia cristiana tolse dall'uso comune il plur. ostia, che sa- 
rebbe stato un ostacolo all'esito in usti. Difatti Ost-.a, alle foci del Tevere, 
mantiene 1' o-, che sento profferir largo; ma ignoro se sia autentica, cioè 
de' butteri della Campagna, questa pronunzia. 

ArchÌTÌo glottol. ital., XIII, 16 



238 Bianchi , 

onde * ci j esci assai prima del comune fenomeno di plano in 
pi j ano ecc. Curioso, ed utile allo schiarimento di questi feno- 
meni, è il fatto opposto di chjerico (anche chjerco) da clè- 
ri e u s , che a miglior sicurezza della -e-, ha lasciato pure il dit- 
tongo {cherico). Qui V -i-, inchiodato tra due consonanti, e 
stando nelle condizioni che vedremo, non può uscirne a dinanzar 
Y .Q. (-ei-) ed abbreviarla; e quando poi svolgesi un nuovo j 
da ci-, questo rimane a ciò inefficace per qualità e per posi- 
zione, ed arriva all'ora che la chiusura dell' -è- di chierico si 
è per sempre fissata. 

Chierico ci richiama alla jdìù numerosa classe di -eriu 
-eria, che sta all' -e-, come -ariu -a sta all' -à- del n.° 10. 
Uno de' più duri esiti è quello di fèria nell'it. fiera, e sono più 
chiari i frc. foire ant. feire, prov. fieyra feira fiera. Conten- 
gono l'attrazione dell' -i- di fèria il frc. feire foire e il prov. 
(e portg.) feiro.\ ma in quest'ultimo l'attrazione anticipava l'ab- 
breviamento della tonica, onde qualche filone dialettale veniva 
a rovesciare il ditt. -ei- in -ze-, per analogia col comune ditt. che 
si ha da e (/?er = fèrit, hier = \\qv\ ecc.), laddove qualche 
altro filone teneva fermo 1' -e/-, e ne dittongava 1' -e-, creando 
il trittongo della forma feira. Può anche credersi che questa 
sia stata comune a tutto il provenzale: nell'un modo o nell'altro 
r -iei- tornava ad -ei-, per la ripugnanza sopravvenuta contro il 
ditt. iè {fer her per fìer hier ecc.), e preveniva il caso di con- 
trarsi in z. Da fèria (e molto più da fèria) il toscano avrebbe 
avuto feja fea o fa senz'altro. Per averne fiera dovremmo sup- 
porre un abbreviamento in /"eHa, promosso da un etim. popolare 
che vi sentisse un derivato di fero; ed in questo caso se ne 
sarebbe avuto *fjerja, dove il secondo j sarebbe tosto sparito 
per dissimilazione (v. n.° 14), prevenendo il dileguo della r di 
^rj\ che era per giungere in una prossima fase. Ma è più pru- 
denziale il valersi del fatto storico ben certo, rammentando che 
il latino più comune usava solamente il plur. fé ria e. Ora, se- 
condo il n.° 1, fèr'iè si contrasse in *ferl, onde la propaggine 
in *fezri, che abbreviava la tonica, e la disponeva al ditt. iè , 
indi conseguito col rovesciamento di ei, come sopra è detto della 
variante prov. fera. In età più tarda, al plur. le *feri, che prò- 



storia dell'-!- ecc. — Cap. Ili, § 1, 13: Esiti di -eria e simili. 239 
Ì3abilmente vive ancora, si fece corrispondere il sing. la pera, se- 
condo la flessione del tose. ant. e fior, arret. montano in la volta 
le volti, carta carti, scopa scopi ecc. ; v. IX 392 a 402 passim. 
È ammissibile anche feri sing. fjet^ja, dissimilato in fjera, ma 
dopo trascorso il periodo di -arja in -aja (n." 14 n.) ^ — Il di- 
leguo di r nella formola -rj^ è nel toscano d'età remotissima; 
eppure qui si manifesta posteriore al dittongamento di (5 e di ae 
(compreso quello di -aeri) in ie, e coerentemente anche di ò in 
uo; ma dall'altra parte mancando al toscano un -air a ed un 
-eÌ7''a, l'attrazione dell' -i- di -aria -eria nasce quando il suo 
posto è gicà preso da -aja -eja ^. Teoricamente potrebbe ammet- 
tersi, che il dittongam. dell' è anticipasse un'attrazione in -èrià, 
e che la mancanza di fatti corrispondenti provenga dalla for- 
tuita prevalenza di casi finilunghi. Quindi macia verrebbe da 
maceria. e l' arret. gomea 'vomere' (gumea in qualche parte 
del fior, orientale) presupporrebbe *voméria (-èrià avrebbe, 
nell'ipotesi, dato gomiera)] cfr. Arch. II 448 n. 3, e civea qui 



* Il nom. plur. /"eri = feriae, grazie alla proclisi sintattica, rimase in 
fèrr-agósto 'feriae augusti' (il dì 1.°, nell'Alta Italia il 15, di questo mese), 
onde ferrare ag., che surroga la forma direttamente discesa da feriari; 
proverbj : 'si ferra agosto — col piccion' arrosto', 'il ferragosto — vuol' il 
piccion' arrosto ', e simili. Questa forma convalida quanto ò detto nel testo. 
Il nomin. fieri, rimasto feri come proclitico, attraversa incolume il pe- 
riodo di -afrjjo, e raggiunto quello dei raddoppiamenti di consonante per 
causa dell' J (per es., quando debjat si fa debbja), si afforza in feì~rj ag., 
poi ferr' ag., come fuor di pausa or si pronunzia borr' asciutti per boì-ri ecc. 
(cfr. p. 164). Siamo, dunque, all'età in cui una forma, connessa col teut. 
s cario, crea *scherro, onde sgherro (p. 230). Ma siamo al solito: qui si 
risolve un problema e forse due, e ne sorge uno più duro. Come mai un 
-7 secondario ridursi ad j, quando lo abbiamo intatto in ali- da aleae di 
aliosso ed in altri (n.° 1, ma più nel § terzo)? È una quistione di fonia 
sintattica, che forse riprenderemo. 

" Questa è la regola del toscano comune , antico e moderno. Se qual- 
cuno, al contrario, vuol fare un gran conto di varianti, quali galea galera, 
giudeo -ero, romeo -ero e simili, si serva pure. Per noi queste forme altro 
non sono che contrasti e contrapposti, nati per confusione nei reciprochi 
scambj e nell' accozzarsi di più dialetti. In quanto nel toscano possano 
avere una causa interna, si osservi batisteo da -e/o = -e rio di contro ad 
-eri -eri-o -ero p. 242-43. 



240 Bianda , 

p. 222, (love la e è determinata dal neut. sing. -aeri. Una figura 
sui generis è presentata da ghjéra, che si può trarre da virià, 
valendosi di norme assai larghe di fonologia generale. La tonica 
breve, sia lo / o questo mutato in e, non ha forza da attrarre 
l'i postonico di -la, e se ora si è ciò supposto come possibile 
in -èrià, s'è avuto riguardo al dittongaraento della e, che in 
* ve' ria non poteva aver luogo. D'altronde lo ; di ghjera fa 
testimonianza certa dell'attrazione; e se badasi anche alla gut- 
turale, si risale ad una pronunzia uè- ossia *werià, quindi 
*gueÌ7^a, e con 1' -i- tratto dall' io, *gujé-ra, dove l' io si assorbe 
neir j e ne vien gjera. Così la quistione diviene puramente cro- 
nologica, e sotto questo aspetto non pare molto probabile che 
r età gotica riuscisse a soperchiare con l' io le opposte tendenze 
latine (cfr. il fr. viì^ole e frette da *v'retie), e più fatti mostre- 
rebbero già compiuto sotto i Longobardi il dileguo della- r in ^rf, 
ma in voci sottratte ad ogn' influsso teutonico. Anche a-biràre 
di parlate arretine potrebbe richiedere un io anteriore, contro 
il fr. virer, che il Diez connetteva con viria. 11 rj dovea restar 
saldo in voci teutoniche; e lo prova schiera {n." Il) = s caria 
dall' ant. al. ted. se ara, tratto all'analogia del teut. -ari in 
-aeri, onde *skerià o skjerjà poi schjera fcfr. *cil)aeri di contro 
a civea ) ; poiché se pure i Longobardi, dopo il loro stabilimento, 
trovarono attivo il trapasso ad -aja -eja, la loro viva presenza 
manteneva con nuovo vigore certe forme, che usate sol dagl'in- 
digeni, sarebbonsi alterate. Facilmente anche viria, applicabile 
a tanti arnesi militari, era voce già adottata nel loro dialetto. — 
L'ant. maceja mod. macia = vadLC^TÌa passa al § seg. ; ma- 
teria manca di rappresentante popolare nell'italiano. — Nella 
lotta tra i due ordini di casi ( nom. accus. di contro al dat. abl. ), 
anche cèri = cèriu da -eus -eum, per la propaggine da -I 
abbrevia la tonica in *cèzrl ed analogicamente in cérj-o, onde 
il trittongo in *cieir'i, che contraendosi dà il prov. ciri, il quale 
alla sua volta presentasi in forma d' un dat. abl. secondario nello 
spgn. ciri-o ^. Nel francese, l'abbreviamento della tonica ed il dit- 



^ Nel provenzale e nello spagnuolo la propaggine conserva, dunque, le 
pruove più dirette e le più vive (cfr. jt&i'a = sepia p. 237). 



Storia deir-t- ecc. — Gap. Ili, § 1, 13: Esiti di -oriu, cero ecc. 241 

tongo del nom. accus. si comunicano al dat. abl. in *cierj-o, e 
ne nasce cierge; cfr. serorge = so)\, da -òrius per via d'-oir7 
-orjo, notato al n." 10 ^ L'it. cero è oscuro per la mancanza 
del ditt. ié', che l'esito ital. di cereus non poteva uscire dal- 
l'una dall'altra delle varianti *cjeri *cjere, *cjejd (dove il 
primo ./ poteva sparire per dissimilazione e produrre anche) 
*ce}o e *c'f 0. D' altronde è sopra escluso l' assorbimento dell' / 
nel e fattosi palatino ; è esclusa in ceri o un' attrazione od una 
dissimilazione, come nel caso di Clanja in Chiana, e gli esempj 
del Voc. stanno tutti contro il dittongo. Un'azione qualunque 
del gr. •/.•r>ù''}% (v. sotto -txo'.ov), sopra una voce latina cosi radi- 
cata e diffusa, è storicamente inverosimile. Poteva "^cjeri *cjere 
dar cjero (cfr. mest-jero), ma torniamo sempre a un dittongo. 
La pronunzia pisana ha qui una é chiusa {cero), certamente 
alterata dall'analogia di cera. Può quest'ultima voce avere 
scempiato il dittongo di "clero, lasciandone intatta la qualità 
dell'elemento che portava l'accento? Per dire il vero, ad assi- 
milazioni tra suoni vocalici accentati di voci varie, fatte cosi a 



* Il frc. ciré si muove da cerea, che vien trascinata nello vicende del 
mascolino. Con gli esempj stranieri corre il soprsilv. tscheri = c- (VII 552). 
La teorica qui spiegata conferma, e non contraddico alla nota intorno a 
ciera, posta dal nostro Direttore in IV 119-222, ed è anzi questa uno de' 
principali capisaldi dell' indagine. Nemmeno escludo una spiegazione varia 
o diversa, che si assegni a forme simili, desunta da ragioni proprie di 
qualche dialetto, come in girio di parlate veneto (I 455-56 n). Soprattutto 
m'importa di dichiarare, che non intendo minimamente di ribellarmi alla 
massima, comunemente seguita, che una 'chuintante palatale' crei un j 
nel francese, che cioè, lo -i- di croix noix voix muovasi in prima dal e di 
croce noce voce, e conseguentemente dix passi per diece *dieze *diezj, con 
attrazione *dieiz. Nel francese considerato solo in sé stesso, potrebbe 
*cmei;e = -e s j a aver dato, in una fase più tarda, *cerieize e poi cerize, 
e questa scala può anche farsi discendere da ecclesia, se non che qui 
e' è r -e'- che, prima o poi bisogna abbreviare ; ma in ogni modo si tratta 
di duo esemplari che oltrepassano i confini francesi, e vanno troppo con- 
nessi con le vicende di -ariu -eriu del romano comune. La quistione, 
dunque, di fonetica si ridurrebbe a cronologica, e la fase più antica, soste- 
nuta dall'italiano, merita la preferenza. Comunque sia, resta sempre fisso, 
che né ei né ié danno t, se una causa non fa nascere un secondo t che 
gli riduca ad tei. 



242 Bianchi, 

dimezzo, o per terzi o per quarti, non ho ancora fatto l'orec- 
chio. Potrebbe, nondimeno, un fatto simile essere avvenuto tra 
forme diverse della flessione d' una stessa voce ; e così resterebbe 
l'ipotesi che *cejd da cerjo, dove un i sopra la è, o non na- 
sceva, spariva per dissimilazione, surrogasse lo ; con la r di 
*cieri *ciei^e, mantenendo non dittongata la tonica sua propria, 
cioè che cero sia, in conclusione, un mezzo termine tra *cieri 
e *cejd. — Lasciando ora questo terribile esemplare, guardiamo 
se danno un respiro i seguenti: batistero -éo, cimitero, mistero 
monastero saltero da -rhp'-ov ; mestieri -iere -iero, imperi-o -ero 
da - è r i u m . Queste diconsi voci letterate, tranne onestiere, ma 
con ciò non se ne risolvono le difficoltà; che tali voci, una 
volta che siano introdotte, e siansi fatte largamente popolari, 
debbono soffrire necessariamente le alterazioni tuttora attive 
quando si accolgono, e quelle che sopravvengono nei tempi suc- 
cessivi. Le voci greche sono di coltura greco-cristiana, il cui 
maggior vigore può porsi, per esse, tra il 300 e il 600, ed al- 
lora va di tutta regola la equazione -r.- = -e- = é ; ma è, come ve- 
dremo (§3), irregolare il e- da ho'.- o eoe- in cimitero x.o'.(/,y.- 
TTiptov, per una tal fonte e per un periodo tale ^. Qui una delle 
due: coemeterium visse nelle catacombe durante l'età in 
cui coena divenne kèna (più tardi ce-), e la -e- di -tèrium, 
se anche avea sofferto , come non credo, nell' età di e lat. = e 
romana, fu rinfrescata sotto la Chiesa divenuta ufficiale; ovvero 
il e è di pronunzia di volgata dai preti nei barbari tempi. Starei 
piuttosto per la prima opinione (ma veggasi anche in nota). Più 
fatti mostrano poi, che questa è si mantenne larga, e nello 
stesso tempo lunga nell'italiano; v. Arch. X 346-9. Il francese, 
della quantità molto meno tenace che l'italiano, e spinto ancora 
dall'analogia à! -ier, la trattò come è ed ae) quindi: ant. mo- 



* Con qualche ragiono qui si può domandare: perchè avete sopra trat- 
tato lo ri di ecclèsia come 1' e latino, ed in -térium venite ora a trat- 
tarlo diversamente? Si può rispondere, che le chiese si diffondono coi 
primi apostoli, e non tardano troppo a dar vita ai chericl, laddove, per 
cagion d'esempio, non s'intende bene, che edifizj fatti apposta per bat- 
tezzare, potessero sorgere prima di Costantino, quando le chiese orientali 
cominciarono a recare con più larga mano dottrine, costumi e parole. 



Storia doir-z- ecc. — Cap. Ili, § 1, 13: Incontro di -T,cioit con -eriu. 243 

mistir-0 cime7itir-e e -tier-n^, battistir-e da -òri -*ieir -ir. 
Avrebbe -erio dato -erge; ma non credo perciò che la -e di 
-ire venga da letterati; poiché questo parziale suffisso mostra un 
misto di noni, accus. in -ir con un dat. abl. in -e = -ó d'analogia 
generale. Poi anche questo disparve, e se in alcune voci, come 
in cimelière, non fu dalla letteratura ricreato, ne fu artata- 
mente continuato. Vanno presso a poco alla pari con le dette 
forme anche avoltire (adulteri um) maesiirc e l' ancor vivo 
empire. Quest'ultima voce fu ed è, giù per su, l'ital. imperi 
(prov. emperi) impere, o il più vivo imperj-o {-ero è meno 
popolare), ablativo rifatto dal nom. -eri, che naturalmente fu 
comune alle tre voci tolte dal greco, le quali trassero nell'or- 
bita loro la voce latina^. Batistéo è un -erio di prima mano. 
Abbiamo veduto, nelle prime categorie, ablativi analogicamente 
riformati, e non una sola volta, e non siamo ancora alla fine. 



* Questa forma accenna ad una parziale mistione col lat. caementariu, 
avvenuta quando la Chiesa piratico allo scoperto, e furono scavate sepol- 
ture murate nei tempj , e sotterrati i morti nell'aje, dinanzi alle porte, 
cinte da 'muricciuoli'. La forma provenzale, ce- e sementeri, e lo spgn. e 
portg. cimenterio, annunziano una mistione avvenuta già nel volgare co- 
mune, e da questa dovrà ripetersi anche il e- della forma italiana, appa- 
rentemente la più intatta. 

* L'istinto popolare deve aver portato imperium nella classe morfo- 
logica dello citate voci greche, facendone una categoria logica, per essersi 
abituato a sentire nella loro forma la espressione d'un edifizio grandioso 
e d'un istituto destinato ad alti ufficj. Del resto, non regge alla critica 
storica un dubbio qualunque sulla continuata tradizione delV Impero , pa- 
rola e cosa prese insieme. Imperocché, nel celebre processo degli anni 714-15, 
molti testimoni parlano dei respettivi confini della diocesi d'Arezzo e di 
Siena, nei tempi romani, come di tradizione freschissima, viva e ben certa. 
Sotto i Longobardi, ogni Italiano il più ignorante sa che l'Esarca di Ra- 
venna e i Patrizj di Roma e delle due Sicilie governano per l'Impero 
d'Oriente. Neil' 800, Carlo Magno ristabilisce l'Impero d'Occidente, che 
dura, non diremo come, fino ai nostri tempi, ed ancora se ne parla, nelle 
più riposte valli, come di cosa sacrosanta. Nel 1848-49, i villani si ribel- 
lano alle innovazioni col grido: solo Delio, solo Papa e solo 'tnperio, sen- 
tenza non punto accattata, e che tanto compendia di storia. Costoro avean 
più di tutto in odio la guardia civica, che nel Fiorentino dicevan cl'iha, 
sen. civiha, pis. id. e civia, arret. civeha. Ciò mostra quanto la fonetica di 
un dialetto rispetti le voci nuove. 



244 Bianchi, 

Dall'esame degli ultimi esemplari risulta aflatto esclusa anche 
la seconda tesi, opposta alla dottrina che ammette -ieri = -aeri 
da -ariu, che, cioè, questo -ieri od -iere siasi, nei prodotti italiani 
di -ariu, analogicamente diffuso dall'esito di -eriu. Imperocché 
quasi può dirsi, che d'un -iere da -eriu manchiamo affatto, non 
potendosi far conto né di fiera né di ghiera, che son voci pri- 
mitive, e non derivati con questo suffisso; e fuori di mestieri 
-iere ' miuisterium ', nessuna delle altre voci popolari di questa 
lista finisce in -iei-e. I latinismi, come adulterio, improperio, 
vituperio e -ero ecc. (da -e'-), naturalmente vi stanno contro, 
anche se hanno preso tinta popolana, come rimproverio, e se 
pur sono plebeamente storpiati, come putiferio per vitup. Nel- 
l'uso del popolo, il lat. -èrium rimane in tutto sopraffatto dal 
maggior numero di voci in -tè'rium, come mysterium ecc., 
di età romano-bizzantina, imposti da una religione che tutto in- 
vade; cosicché impérium ne riman trascinato. In tali condi- 
zioni, non ostante il misero avanzo di mestieri, è moralmente 
impossibile che -èrium, che non vale a difendersi in casa pro- 
pria , riesca a conquistare l' immenso imperio de' nomi in -iere 
da -arium. 

Dopo queste minute analisi, un appunto croncdogico gioverà 
a concentrarvi la mente. In un primo periodo avviene la con- 
trazione, in un -i lungo e bislungo, di -iu -il -ié, e ne viene 
primari da primariu e feri da fèrie (feriae). In un se- 
condo periodo questo -I propaggina un altro i alla tonica pre- 
cedente, e crea le forme primazri feirl, ognuna delle quali 
corre poi le sue proprie vicende. Segue il 3.° per., quando 1' è 
e il ditt. ae diviene lè. Durante questi tre stadj, 1' i di -ià non 
soffre attrazione, se la tonica attraente non é un -I-, e nelle 
flessioni in -ifi -io non la soffre né allora né mai. In queste 
condizioni si svolge il 4.° per., in cui -aria -a -eri a -a e si- 
mili si fanno, nel toscano, -aja -eja ecc. Può questo assegnarsi 
all'età bizantina, presa in digrosso fra il 300 e il COO, ma piut- 
tosto all'ultimo di questi secoli. Finalmente succede il 5.°, che 
è l'età longobardica, quando 1' I d'un -ià, comunque creato od 
altronde recato, si attrae, e ne viene schiera fera ghiera. 



storia dell' -!- ecc. — Gap. Ili, § 1, 14: Dittonghi dissimilati. 245 

14. Impedimenti al dittongamento dell' -o- e della è. 
— Prima di lasciare 1' -o- e 1' -e- che risentono l' aziono d' un sus- 
seguente -t secondario, resta a rispondere alla domanda: perché 
questi ed e abbreviati non si dittongarono, come fecero in buono 
2nede da bonus pede, e come pur fece la stessa -e- , nata da a 
per eiFetto della causa medesima, nei nomi in -ieri -iere, per es. nel 
pis. cell-ierì 'cantina' ■= celiar ium? Avevo prima pensato ad una 
diiferenza cronologica, che, cioè, le serie -di buono piede si fosser 
chiuse quando sorse Antoni da Antóniu; ma la seconda parte della 
domanda, che tosto si presentò, smonta questa ipotesi: perocché la 
-e-, che deve prima passare tramezzo ad ai ae, e poi dittongarsi, 
non può essere anteriore all'abbreviamento dell' -é- e dell' -ó- pri- 
marj, il quale si spiegò ad uno dei primi passi, cioè nello stadio in 
cui 1' -ié- ital. era allo stato di ai, e non ancora a quello di e. Do- 
vremo, dunque, ricercare altre cause; e prima crederemo, che il 
dittongamento venisse impedito dalle forme oblique Antonio sèdia, 
dove la tonica è caricata d'uno strascico troppo lungo, nel modo 
che rimane generalmente impedito negli sdruccioli, come in pòpolo. 
Ma, sotto questo aspetto, potrà opporsi la domanda : perché, allora, 
cellajo non impedì il dittongo in cellieri ? È facile il rispondere che 
in tal caso abbiamo due vocali toniche del tutto differenziate, che 
più non serbano quella stretta affinità che le porta ad agire analo- 
gicamente l'una sull'altra, laddove negli altri casi riman sempre 
ferma la essenza specifica dell' ó e dell' è per tutta la flessione. C è 
di più, che senza risalire tant'alto, xxn je e così un uò, od anzi ico, 
seguiti da -/- in due sillabe consecutive, sono intollerabili nell'ita- 
liano ; cfr. sopra vQljo e Broljo contro bruolo alla cat. o.^ p. 201-2 e n., 
e per la dissimilazione inversa: fjera per *fìerj-a p. 240 ', Chjana per 
*Chjanj-a da Clanis p. 229 e n. ed il volgare magnò la per magnolja 
{7iri = nnj) nome di pianta nuova. Perciò il popolo, se esce da seclja, 
non conosce altro che sjeda, ed un nome 'locale si aggira sempre 
intorno alle due forme Cuona (scritto anche Quona) e Conja, che 



* Al suo posto è stata giudicata quosta forma come solo possibile dopo 
il periodo di -erja in -eja; ma il friulano, che non incontrò quest'im- 
paccio, presenta anche vierie 'ghiera' (Arch. I 488), che non pare possa 
precedere *icjera *ffwjera con attraz., e sarà forse forma analogica. La 
forma comune toscana fu ed è sempre ghiera; viera ha nel Voc. un solo 
esempio del Berni. Con le altre voci del testo va ghjado = *ghjadjo gla- 
dio m, ma ^i/yflc/o = *glacidu sta per *ghjaido. 



246 Bianchi , 

altrimenti scappa in Ponja (v. VII 138 n.). Cadiamo, dunque, nel ge- 
nere delle dissimilazioni, sia che queste impediscano il sorgere d'un 
dato effetto, sia che lo trasformino o lo tolgan di mezzo quando è 
nato (cfr. IX 406 n.** 1); poiché, per es. un Ciconja avrebbe ugual 
peso, e presso a poco la qualità di Civòmva , essendo tv e j semi- 
vocali entrambe, con ugual misura di tempo. In conclusione, la me- 
desima causa che liberò 1' -ó- dall' -i- propagginato in -oini, ne 
impedi del pari anche il dittongaménto con 1' u. Così non andò in 
alcuni dialetti, che dittongarono gli esiti di -onio (v. VII 505 e n. ), 
per un carattere loro proprio, quando 1' -6- si trovò in posizione, 
elle è quanto dire in età più tarda. 

15. Effetti della propaggine dall' -I = -iu sopra l'I' in- 
terno. — Più che d'altro, fin qui, abbiamo trattato dell'azione re- 
gressiva dell' -I secondario sulle precedenti vocali di natura da esso 
più difterente, cioè sull' -ci- -ò- ed -é-, pur non trascurando 1' -i- pei 
necessarj schiarimenti, ma questo e 1' -ù- vanno qui ripresi per certi 
fatti ancora non bene spiegati. Non c'è consonante precedente, che 
sottragga, all' azione di questo -ì V -i- e 1' -ù- interni, siano brevi o 
lunghi: fastidio meùidio, uria uggia diluvio, e di *rùdi(5 vedremo 
(n.' 2, 3 e § 2). Nel suffisso -iniu l'azione dell' -i non è cosi patente 
come nella base mlniu, ma pur c'è sotto il chiaroscuro di gramigna 
stamigna, provenute di prima mossa da gramineum stamineum, e 
sottoposte all'effetto susseguente di *-InI (■= *-\'ìnì da *-inI) sopra 
il plur. -ini a, che rispondeva ai neutri gramen stame n. Anche 
qui come in -aniu {n.° 11), il francese presenta un esempio d'abla- 
tivo: linge^Yiwyó (= lineo) rifatto sopra lini, laddove ligne vien da 
linjà di prima mano. La sottoclasse più numerosa è quella in -l'Hu : 
Bx(7L"Xito? Aemllius Aegldius (poscia assimilato agli altri), e questa 
servirà di modello alle altre, compresa anche la classe dell' -u'- in 
*-m- -ù'-. Ora possono qui supporsi due varj movimenti fonetici: 
1.", che il contratto -ili, per effetto della propagginazione regres- 
siva dello -l, si facesse direttamente -l'HI e quindi -111, oppure; 
2.°, che quest'ultimo passasse di mezzo ad -e HI, con -ei- dipoi con- 
tratto in -1-. Tengo questa seconda ipotesi per inverosimile, e me 
ne sto alla prima: perciocché *-eilI, essendo 1' -i- esposto al rias- 
sorbimento o dissimilazione nella forma -g^fe = *-elio «= -Ilio, sa- 
rebbe venuto ad -eli-o, perdendo anch'esso il primo -i- che fu per- 
duto da pali-o {*pai-) per effetto di *paglio = \ìa.ì\ìo. Un altro 
argomento speciale rileviamo dagli esiti di abl'éte parl'ete: p^f- 
re'te abe'te db(^ zzo. Questi dovettero soffrire un rovescio del quasi- 



Storia (loir-i- ecc. — Cap. Ili, § 1, Io: Propagg. da -T sopra -ì-. 247 

dittongo -ic~ m -ei-, corno si dimostra dalla costante e tenace per- 
sistenza dello -l- postonico di III primaria od analogica : carpine 
frassine fiocim ecc. (da -us di II), erpice dentice, tramite limite 
stipite. Ma anche supposto che -lete, in luogo di *-éite, desse -éete 
poi -ète, *-eilI pure avrebbe preso la via di -èli -eli-o. Torniamo 
sempre qui con abezzo, si passi per *-éitT (da un nom. secondario 
-T's), o por *-oeti -eti, all'abl. *-etio, col quale si sarebbe accom- 
pagnato, lungo l'Arno, anche -eglio. Un -i-, dunque, una volta che 
passasse in e', non trovava la via di uscirne, e questa e come tonica 
prevaleva alla vocale affine che la seguiva a contatto. Ammesso pure 
che la persistenza dell' -l di un -eili finisse col riportare ad -ili 
qualche esemplare, perché i casi di finale lunga non riuscirono essi 
a salvare almeno una parte di nomi in -aglio al dialetto centrale, 
(juando in favore di questa forma avessero cospirato ambedue le 
classi di casi ? Tutte le serie che verranno s'accordano costantemente 
a mostrare che i fenomeni di questa categoria sono anteriori alla 
mutazione dell' * e dell' u in e 9, a cui potette giungere ab lete ecc., 
per la mancanza lungo ritardo d'un -I propagginatore. Sta, in- 
somma, il fatto, che anche in questa classe abbiamo forme di nom. 
accus. con la tonica allungata, come se ne vedono gli efi'etti in Ba- 
silio, Grillo, che ha il riscontro nel ni. S. Gilio, Lelio (Aure-) Ver- 
(jilio Emilio e Millo, che ha il riscontro in Milia, nome di torrente 
in Moremma presso la 'Via Aemilia Scauri' (v. il Repetti). Questa 
classe di nomi proprj attrasse alla loro forma i nomi del pari proprj, 
se non personali, d^ Italia \ Marsilia, Sici- e Cicilia, Versilia, Emilia. 
Arroge che in qualche ni., come Milia, vi concorreva proprio anche 
'personalmente' il nome personale. 



* Non è punto verosimile che il nome iV Italia sia rimasto per un tempo 
interrotto nella tradizione popolare, e risuscitato poi dai letterati. E vero 
che nei documenti più popolari dell' età longobardica, quali sono le rozze 
carte, per quante io ne abbia lette, si dice sempre, nelle formule d'inte- 
stazione, 'Re.\. Langobardorum', titolo che poi seguita anche per Carlo 
Magno; ma sotto i primi successori di questo, cioè nel secondo terzo 
decennio del s. IX, è frequente il titolo di 'Rex Italiae' e 'Etaliao', forma 
questa che toglie ogni sospetto di rifattura letterata. I Longobardi non 
potettero avere nò tempo bastante nò voglia di estinguere la tradizione 
di questo nome; e non ostante la divisiono geografica del paese, da loro 
fatta, in Austria, Neustria e Tuscia, il nome generalo certo durò; poiché, 
non ostante le divisioni dei regni, non solo rimase Spagna, ma se ne 
crearono anche di nuovi, come Francia, Lamagna. 



248 Bianchi, 

Abbiamo poi famiglia e maraviglia, entrambe da -Illa, e qualche 
altro nome in -iglia che si confonde coi derivati in -icula. Al man- 
tenimento, in questi, della vocale tonica, dovette certamente più gio- 
vare che nuocere l'analogia dei nn. pers. in -ilio {Emilio ecc.); ma 
essi trovavan sostegno nell'analogia più diretta dei nomi, parimente 
comuni, cilium (cfr. le ciglia)^ concilium, consllium^ l'Ilius, 
ITlium, mTlium, tilia, famiglio {-i-), navilio (da -Ile, v. al n.° 3 
e p. 212), i quali, comunque si fosse 1' -i- originario, passaron tutti, 
nel nom. accus., per la trafila di -III. Ma ancor più prevalse, in 
quegli, l'azione più diretta ed efficace dei nomi in -iglia, provenienti 
dai neutri in -Ile, plur. -Illa, come Campiglia, Capriglia, le Por- 
ciglie (v. ibid. ), che certo furon nomi comuni, e come prevalente- 
miMite plurali concorsero a torre ogni ostacolo alla libera fusione 
di -Ij- in II, clie in famiglia ecc. nasceva di sua natura. Un tale 
ostacolo al turbamento della palatina, sarebbe potuto sorgere da un 
ricorso analogico del plurale -Ili a ad un sing. -Ilium, ma l'uso 
universale non lo ammise, come lo dimostra la costanza dei nomi 
locali in -ile -iglia, rafforzati da -ale -aglia, -Ule -uglia : casale con 
C- ni. e Casaglia, Panicale e -aglia, Frataglia, ronco e R- ni., basso 
lat. runcale con Roncaglia (Ardi. IX 411 n.° 24 e n. 3), faide 
Faùglia ecc. (v. ivi 388-9). 

Ci mancano alla chiamata del n." 3, cagna da canis. Vaglia da 
valli s (ivi p. 400), che, per mezzo di cani valli o vaU di prolun- 
gamento secondario, avrebbero dovuto infine produrre canja Valja, 
conforme a paljo alja sedja; ma per difetto di opposte analogie ria- 
genfi, per mancanza o scarsità di parentela (cfr., per le ultime, ale 
ali alato, sedile sedere ecc.), e per la loro qualità sessuale, si acca- 
sarono con la numerosa e prepotente famiglia congenere di -aglia, 
e con quella parallela di -agna: castagna, ragna, campagna, mon- 
tagna ecc. 

16. Effetti della propaggine dall'-l sull'i* interno. 
— L' w, nelle voci in -iu contratto in -I, segue le medesimo vi- 
cende dell' -i- che si trovi nelle medesime condizioni , entrambe le 
vocali differendo nell'esito dall' -rt — è- ed -ó-; poiché non solo si 
tengono fìsse alla loro specie, ma serbano ancora le loro qualità 



* La conservazione della n in consiglio, di fronte a mese - mensis ecc., 
non prova nulla contro la popolarità di questa voce, dove la n era soste- 
nuta dall'analogia degli infiniti composti di con. 



storia dell' -J- ecc. — Cap. Ili, § 1, IG: L'-l- e 1' -lì- allungati da -T. 249 

individuali, senza divenire più o meno chiuse, alméno nell'italiano, 
più o meno aperte, e rappresentando in ogni caso le lunghe, per 
le quali passarono, anco se furono in origine brevi. La ragione si è, 
che la forza riagente e propagginativa è della medesima specie e 
natura di queste due vocali, il che siamo tra poco per rivedere nella 
propagginazione progressiva. Anche 1' -y- fu trattato, come vedremo, 
nella medesima maniera, e n' è già notato qualche esempio nelle 
prime serie. Sono esempj di -ù-'. diluvj-o da diluvi = livlum per 
mezzo di -utvi -uvi, augiìrium da *aiYrI quindi aùri e final- 
mente v.rja, appunto come *url *iidl *udi5 da *udere = ùrerc 
viene ad ìi.ggia, che abbiamo veduto anche sinonimo di uria; cfr. -idiu 
{mei-) d'esito pari a -Idiu. Il dialetto centrale ha, per lo -z-, la 
sola eccezione di mezzo da mitis miti-o, che in più dialetti potea 
seguir l'analogia di mlll milió ecc.; ma abbiamo di più che si mi- 
schiò in alcuni significati ('molle d'umido', 'inzuppato d'acqua') con 
humectus, ed incontrò l'analogia di attrezzo vezzo, che vedremo 
a' loro luoghi. Più numerose sono le apparenti eccezioni per 1' -ù-. 
Abbiamo veduto cuneu travolto dal più frequente -oniu. La man- 
canza di rappresentanti diretti di rudis di declinazione mista, mo- 
stra che il suo abl. rudi 5 non potette risentire a lungo i prolunga- 
menti secondarj del nominativo, e diede regolarmente rozzo. Martorj-o 
non dipende da martyrium, ma da -orium, sorto dopo che 
martyr entrò in famiglia con ebùr (padre d'eboreu e nonno 
d' avori-o), robur, femur e tempus tutti con -oris ^ La rispon- 
denza di Compiobhi ad un lat. Compluvium, di che in IX 379 n.° 2, 
materialmente è per ogni lato fondatissima; ma senza curarci di un 
tardo periodo, in cui anche un -io ital. si riduce ad -i, che sarà feno- 
meno diverso da quello fin qui discorso, la fonologia di qui non esce 
senza ammettere la mistione di due forme flessionali, cioè di -uvl che 
baratta le parti con -òbhjo ~. Difatti , abbiamo tra le cose ornai ri- 
sapute, che il lat. pi uè re si trovasse accompagnato, in Toscana ed 
altrove, da un tema p 1 o v e = -piove, come anche vediamo da pioggia ; 
-• non sarebbe questo il solo caso in cui un nome localo risponde 



* Perchè martyr non sogni piuttosto latus -eris? La ragione si è 
:he lo y, ove mancò una causa di prolungamento, si tenne, come vedremo, 
)iù affine all' u che all' e. 

- Anche Zannbi = Zen ohìn s'avvicendava con *ZanobbJu; altrimenti 
vrommo *Zanoci; cfr. Usepj-o con Useppjo a p. 208 n. 



250 Bianchi, 

con -Qv~ al lat. -vr ^ Per ora il peggio spiegabile è Nò feri, forma 
di nom. accus. che sta in luogo di Onuphriu (nome d'un eremita 
della Tebaldo del IV, e d'un martire del III sec), al fonte battesi- 
male più comunemente Onofriof ma, la storia di questo nome do- 
vrebbe spiegar qualche cosa, che nel momento non posso ricercare, 
ed in ogni modo è certo che la forma adottata dalla Chiesa non 
ispioga la forma volgare. 

Abbiamo avuto qui il contrapposto di due dialetti vicini, che da 
soli bastano a rappresentare tutta la romanità; cioè quello del ba- 
cino dell'Arno, meno il breve raggio d'Arezzo, con gramigna sta- 
migna ordigno, ciglio miglio tiglio consiglio, e lo arrotino con queste 
medesime voci tutte in -egna -o, -eglio ed -eglia {fameglia rimpetto 
all'analogico -iglia). Risulta ora dal fin qui detto che queste differenze 
non provengono da opposte tendenze fonetiche dialettali, ma sibbene 
da una distribuzione in diversa misura, o durata diversa, dei varj 
casi della flessione tra più dialetti; che in quegli dal tipo -iglio, ove 
le brevi latine cambiino di regola la loro qualità (cfr. all'incontro 
il sic. ed il sardo), giunge a dominare, e dar forma all'altro, l'or- 
dine dei casi che vengono a finire in -T, risultante da contrazione 
o da un prolungamento secondario; in quegli dal tipo -eglio prende, 
all'opposto, il sopravvento, sul primo, l'ordine dei casi con finale 
sin dall'origine lunga, compreso 1' -I fpeZi = pili); il qual soprav- 
vento, tuttavia, non fu tale da non lasciar tracce, nell'uno o nel- 
l'altro dialetto, dell'ordine opposto. Ho notato particolarmente l'-T, 
perchè questo, come originario (e ciò naturalmente quando fu pre- 
ceduto da consonante), non ebbe forza propagginativa né efficacia 
apofonetica nello schietto italiano; ma ove risultò da una contraziono 
dell' -iu, cagionò il prolungamento della tonica, ed all'effetto me- 
desimo concorse 1' -I di gen. sing. e 1' -Is di dat. abl. plur. dei nomi 
in -iu, il quale si bislungo per la contrazione di -il, verbigrazia in 
consilium, che in quei casi opportunamente qui si scriverebbe, 
come in iscrizioni, consilI consilIs. Un altro corollario si é, che a 
lungo 1' a mantenne, non meno delle altre vocali, la sua quantità, e 
ne fece sempre sentire gli effetti, contro l'opinione che questa, nel 
volgar latino, rimanesse confusa ed incerta. 



^ Non poteva farsi una distinzione, tra i casi diversi, da quei linguisti 
che avevan bevuto la suzzacchera, mesciuta da grammatici toscani, di 
pronunzia bastarda, che, cioè, 1' o e 1' e di giovane e neve si pronunziano 
aperte ! Dovevan dir questi, che così si pronunzia a casa loro ! 



storia deU'-i- ecc. — Gap. Ili, § 1, 17: Un j propagato da -i- e -ù-. 251 

II lettore ha già inteso che qui si ammettono due, che per mag- 
gior semplicità diremo ablativi (con applicazione anche al dat. sing. 
in -o ed ai casi in -us -d -às) ', uno primario in solio Antonio, o 
quindi anche in olio, che fin dall'origine accompagnò i nom. acc. 
soliu Antoniu, ed uno secondario, che nel periodo della contra- 
zione e dopo, si rifece sopra soli Antoni, od in ogni modo no 
risentì gli eflctti. Dico secondario per mo' di dire, poiché di questi 
ablativi si torna sempre a rifarne più e più volte in tutti gli stadj 
percorsi dalla favella, per la perpetua durata de' nomi in -I, atte- 
stata dall'italiano, da più dialetti, e meglio dal provenzale (I,X 379 
segg. ). A questo proposito sorse il pensiero che questo -I passasse 
lungo al secondo ablativo (-Io), ed ancora che 1' -o in posiziono 
sdrucciola, e preceduto da un -I che assai tratteneva la voce, si 
potesse abbreviare ; onde conseguiva la supposta scala discendente : 
pali palio palio _pano = palio paljo, e cosi sedi sedia e via 
discorrendo. La seconda ipotesi, ossia l'abbreviamento dell' -o ecc., 
<" smentita dai fatti già esaminati, e diciamo fin d'ora, da tutti quegli 
spiegati nelle serie successive. La prima ipotesi, cioè d'un -I- ablati- 
vale, la quale ha un appoggio negl'-i- protonici {bil'iorsa, palioUo ecc.), 
non può trovare intiera risposta finché non siamo al § terzo; ma fin 
qui i fatti, in generale più antichi, hanno voluto Tabi, secondario in 
-10 poi -jo, e vedremo presto quel che ne sarà nel § secondo. Non 
basterebbe a risolvere il quesito, e nemmeno potrà essere di facile 
scoperta, ma gioverebbe il sapere, se qualche dialetto si mantenga 
ad uno stadio di pronunzia, che si rappresenta per jìalio olio conio 
■•cedici ecc. 

17. Propagginazione progressiva e regressiva di un 
/" da ì e da ù interni: cominjo, inlja, nidjo, ignudo, 'pe^^tugio e gli 
altri della categ. di n.** 4 (p. 200). — In questi il nuovo i è uno 
spandimento dell' -I'- originario, e cosi dell' - ù'-, il cui prolungamento 
era più sottile della vocale che ne costituiva il fondo, e facilmente 
determinavasi in i: *nridu nidjo, *portù'esu *pertu.sjd (frc. -uis). 



* Tali circonlocuzioni compendioso riescono chiare ed opportune, quando 
gli effetti del plur. -Ts o di altro -Ts comunque nato, sopra i suoni pre- 
cedenti, stanno in contrapposto con quegli delle finali lunghe più aperte; 
ma ove in tali ed altri effetti concorrano tutte le finali lunghe, o le brevi, 
mi son creato gli agg. finilungo e finibreve ('caso...', 'voce...', 'forma 
-';...' ecc.), che sono di perfetta formazione italiana, preferibile sempre, 
secondo le dottrino grammaticali e filosofiche da me seguite. 



252 Bianchi, 

Nei casi di finale breve, dove anche un -i- etimologico veniva attratto 
dalla tonica lunga (ml'lia in mila), questa propaggine doveva, a 
più forte ragione, finire riassorta nella vocale creatrice, o fondersi 
in una consonante continua precedente, se vi era: p^'/rt nido (che non 
riscontro ben popolare), e come a regola avrebbe dovuto essere, 
*gniclo, gnudo ign. (cioè i7i-), da *pT'nri *nT'idu, *nu'zdu, poi 
*njidu *njùdu. Ove alla tonica della baso seguiva vocale lunga, che 
era anche tonica nei derivati , l' i di propaggine veniva attratto da 
questa: cumF'nu passa all'abl. in cominjó, pl'la in piljà, pertu'su 
in perticsjd {-agio), nl'du in nidjo nidjace nidjata (sciupato, da qual- 
che scrittore, in nidala) annidjarsi. Da ciò è dato vedere, che per 
produrre il fenomeno di questa specie, si richiede un uso equipol- 
lente, presso a poco, di casi finibrevi e di finilunghi, o di derivati 
come gli ora detti. Ignudo, ed altri ósempj, ma non toscani, che 
sono per comparire, presentano esiti analoghi a quegli di giglio 
gioglio di n.° 2: questi solo ne diiferiscono per la dissimilazione tra 
due l, che nella presente categoria non trova occasione. Neppur qui 
scorgiamo che 1' -I- é P -u- soffrano un' abbreviazione dal loro span- 
dimento. — Il ladino si mostra più ricco e più coerente del toscano 
in questa classe di voci: soprsilv. glin llnu, a-w^ri/ n T d u ; Igisch 
luce, Iginna luna (Arch. I 52); sottosilv, glima lima, Ugna (ib. 139); 
alto-eng. gliura, -as, libra, glima lima, — liiisth, liiina (ib. 194-5). 
Quinci si vede che nel romancio prevalgono i casi finibrevi, tranne in 
ligna^ìvnidi,, ed analogicamente ne informano gli altri, come lo attesta 
^Zmrfl5 = llbras. Or qui vien naturale la domanda: perchè il toscano, 
presa questa via, non la percorse quanto il romancio? ma si fa poi 
più grossa: perchè non si estese all'intiera classe di queste voci? 
Ed invero, secondo i recati esempj , o la Z^ e la m- doveano rima- 
nerne infette, od un j comunque ridotto dovea comparire accanto 
alla lunga finale. Il quesito si ristringe, per le continue protoniche, 
alle sole l è w, poiché la m, come di natura troppo diversa, non 
attraeva un -i-, la r era un suono suppletorio dello spandimento in ?, 
che poteva assorberlo come trasmetterlo (n.° 6), se non trovavasi 
nella posizione che tra poco vedremo, e per la 5 pare che non con- 
corressero tutte le condizioni. Ora conviene escludere le voci sdruc- 
ciole, dove il carico di due sillabe atone impediva lo spandimento 
della tonica: llber-um, limite anche ni., llvidu, lùcidu (ma 
non pare che rimanesse popolare, almeno in questa forma), e con 
questi potrebbero andare lltus e lumen per cagione di li toro 
lumino. Escludiamo ancora, por il toscano, lo voci che hanno con- 



Storia doAV -i- ecc. — Gap. Ili, § I, 17: Propagg-. da -i- -u- primarj. 253 

sonanti rafforzate, come estintive dello spandimento : libbra = Uh v et, 
liccio = \i cium, ó quelle rinterrate dalla riazione di lor derivati: 
Ilice lucere ( che di più è sdrucciolo ) da - é r e con luccicare ecc. Limo 
da llmus non è di popolarità ben certa, od altrimenti potrebbe es- 
serne stato impedito lo spandimento dall'uso prevalente di limaccio 
(cfr. Limone ni), ed è superfluo dire che Vi atono non si spande: 
/we^^a = li bella. Tolte alcune voci non trasmesse all'italiano (llbum 
Ifidus lugeo), restano a spiegarsi lima Unum, Incus luna. Ora, 
almeno queste quattro, che sono vivissime [Luco è ni.), avrebl)er 
dovuto mostrare qualche cosa di simile alle figure romance (sebbene 
con caratteri di maggiore integrità), tanto più die rappresentano 
casi di finale breve. Bisognerebbe dunque, conchiudere, che nel dia- 
letto centrale la U rimanesse un po' dura a risentire lo spandimento 
d'un -T- primario, e solo cedesse, come la s^, al vigor giovanile e 
più duraturo di un -t secondario (in Cagliari, Ioli, simi); e quindi 
la conseguenza, che la maggior sensività della U nel ladino costi- 
tuisca una proprietà dialettale. Assai diverso è il caso di pi/;'a nicljo 
pertugio; poiché sebbene vi concorra la qualità della consonante, per 
affinità con laj, la forza attrattiva, o protraente, riposa per la mag- 
gior parte nella lunga finale. Perciò non sarebbe difficile, girando 
pei monti e per le valli, specialmente fiorentine, trovare ancor vive 
forme ablativali, quali linjo lunja, come comiry'o ', ma, può supporsi, 
non limja. Si vede che pur qui, come negli esempj di -T = -iu e 
= -i's -e's, dominarono, nella più forte corrente centrale, i casi di 
breve, benché in modo non troppo esclusivo; cfr. pertugio, ed altri 
che verranno, contro viso, doiso ( div. ) , conquiso, riso, in- pre- e 
jtri-ciso [s sorda), us'o inasto, fuso {s id.) ecc., tutti da casi in -n. 
Sottratto nidjo ai casi di breve, a questi sola rimase per la m, più 
che li- infettabile da un J, la voce ignudo = nnàn, per la semplice 
ragione che, almeno nel terreno ove siamo, gli altri ni- e nù- ri- 
masti furono sottratti a questa vicenda da condizioni speciali; poiché, 
com'è detto di li- lù-, nubilìi nùllu nutrire (e lo stesso sarebbe 
:ivvenuto di nùmen, per causa di -inis ecc.) non ammettevano 
spandunento. 

Singoiar caso è quello di vescica, con cui concordano le lingue 
sorelle, spgn. vejiga, port. bexiga, prov. veissiga, fr. vessie, eng. vsia, 
che rispondono al lat. ve si e a. Lo .v" sarebbe nato da -sì>- sji, ma 



Veggasi quel cho è dotto di prugno sotto il n." 4. 
Archivio glottol. ital., XIII. 



254 Bianchi, 

non riscontriamo nella s tali effetti dell'azione di un -I- primario, 
nemmeno ov'é iniziale: tose, sido sidus (ma anche sidro dall' abl. 
side re), la Sila di Calabria, si (per quel che valga), parasito, sito 
di prolungamento analogico, e nemmeno gli riscontriamo sopra altro 
consonanti che siano, in varj casi, infettabili da un ;': finito, punito, 
panico, mollica, bellico umbi-, pulito, uliva, soppellito. Non giova, 
tuttavia, lasciar correre nudi d'ogni ragione loro particolare questi 
esemplari, dovendo considerarsi, che nel dialetto centrale, la l e da 
pertutto, come pare, la s protoniche di questa categoria, non hanno 
forza d'attrazione regressiva. Questa era posseduta in buon grado 
da «, ma vi cospiravano in contrario gli agenti opposti di flessiou 
nominale e verbale; i quali rìagivan del pari negli esempj con l o 
con s; sebbene quest'ultima soprattutto non ne avesse bisogno, non 
è da trascurarsi l'uso frequente dell'obliquo e del plurale di vesica. 
Perciò, in questi casi di continua veramente interna, trovava troppi 
ostacoli la propagginazion regressiva. Abbiamo veduto, che soltanto 
dalla lunga finale, in direzione progressiva, poteva attrarsi la pro- 
paggine sorta in -I*su -ù'su, ed infettai-ne la sibilante d'ultima sil- 
laba. La s, come altro consonanti protoniche, libere dall'attrazione 
de' casi finilunghi, debbon rimanere, da questa parte, intatte, e lo 
strascico della lunghezza deve assorbersi e disparire nell'unità della 
tonica interna ^. Sono dunque costretto a tornare alla prima perce- 
zione, che cioè lo / di vescica abbia causa etimologica, se anche si 
voglia d'analogia, e che dipenda da we'scm = lai od italico ve sia. 

Una classe che più mi è cresciuta tra mano, durante il lavoro, 
per non avervi posto prima una maggiore attenzione, è quella di -urja. 
variante con -ura: fior. rust. ar suria arsura, belluria da 'bello' (ac- 
colta dalla nuova Crusca), braùria^ bravura, hrutturia -ura, frescuria 
-ura, peluria (di vecchia Crusca), che ho udito spesso, ed anche 
letto, nella forma di peluja, premuria -ura, mesturia col più comune 
mestura mi-; presuria, fiore di una specie di cardo, che serve di 
quaglio al latte; verbo per-curio -uriare con -uro -urare, 'custodire' 
' guardare attentamente ' ; santuria ( Crusca ) , usuria -ura , verzuria 
-ura; e vedremo anche mitrìa e mutria nel § tèrzo. Santuria ha nel 
Voc. nientemeno che un esempio del Malespini; ma ciò che meglio 



* vesTca al nom. accus. ci avrebbe dato ves'ia o -dga, laddove all' abl. 
ecc. in -kjd avrebbe sofferto la gutturale; ma questo suono, pinttostoch'N 
attrarre la propaggine, la respingeva; v. più sotto. 



Storia dell' -i- ecc. — Cap. Ili, § 1, 17: L' avviceli, di -ìira con -wja. 255 

pruova l'antichità del fenomeno, è la variante peliya, e l'ant. verbo 
uttujare (assai ricco d'esempj nel 'Gloss.' della Crusca, 'obturare' 
"* atturare ', da io aiturjo ecc. che potrebbe anch' esserci ' ) ; poiché la 
disparizione della r nella formula -rj- trova esempj nelle carte to- 
scane più antiche, e come abbiamo osservato a proposito di -aria, 
si va anche più indietro nel tempo. Un'attenzione più prolungata 
dovrebbe accrescere gli esempj di -wja. Il fenomeno è comune alla 
plebe di città ed a quella del suo contado, più in questo, anche perchè 
di alcune di tali voci è raro in città l'uso ed il bisogno, né alla 
classe colta ne dispiace qualche esemplare. Dovrebbe estendersi ad 
altri contadi toscani, ma un'acuto suggeritore, che avevo a comodo 
qualche anno fa, negavami la esistenza di questo fatto per il contado 
d'Arezzo. Quanto alla estensione lessicale, non ho udito un villano dir 
altro che battitura trebbiatura coltratura potatura ristoppiatura rin- 
granatura, e tanti altri che son pur termini dell'arte sua, e nemmen 
altro che fattura, frittura, me- e misura, imtura, statura; ma fìliura 
'figura'- facilmente può avere accanto fìhuria, laddove lo j di pja- 
impedirà sempre che pianura ne aggiunga o ne conservi un'altro 
in fondo. L'azione analogica di uria mal-uria (n." 2) sopra questa 
sfilata assai lunga, era del tutto impotente, com'è affatto inammissi- 
bile che -ura figliasse un neutro o un mascolino singolare, il quale 
trascinasse la madre sotto l'analogia di -uriu! Quindi non solo non 
può pensarsi a tug-urium, ma nemmeno a pen-firia, che inevi- 
tabilmente sarebbe divenuto penuja; le quali voci non sono, d'al- 
tronde, popolari. Abbiamo infine peluja ed attujare, che ammazzano 
qualunque di simili supposizioni. Il fatto si é che -ura, onde -uria, 
si staccò da -t-ura e da -s-ura dei derivati da participi di verbi 
primitivi, là dove il participio od il suo derivato aveva smarrito od 
indebolito il valore verbale, od in altri termini, più non vi si sen- 
tiva il -tura come indicante un effetto o forma d'azione; e rimanendo 
ai detti participj, o nomi verbali, solo, o quasi, il valor nominale, fu 
inteso 1' -ura come un intiero suffisso, che fu per conseguenza anche 



' La forma attKJare dovette essere determinata da tura, voce assai co- 
mune in Toscana, e così percurjare da cura; poiché non c'è da far conto 
d'incuria, che è un latinismo, e sarà difficile potere affatto attribuirò a 
svista od a trascurataggine la mancanza di questa voce noi vecchio Xo- 
cabolario. 

^ Lo h = ij non è normale, benché non del tutto isolato; ma ora non 
occorre parlarne, o forse dovremo tornarvi sopra. 



25(; Bianchi, 

aggiunto ad aggettivi, e quindi a sostantivi, comò in verzura -uria, 
peluria ecc. Potremmo ciò dimostrare con un analisi de' varj usi di 
queste voci; ma diremo solo, per cagion d'esempio, che in usura 
-uria, non soltanto più non si sente l'azione del verbo uti, ma anche 
uso ne è logicamente sparito, rimanendovi netta l'idea d'una pas- 
sione morale; che presuria è rimasta puramente una sostanza ve- 
getale, e nonostante la presenza di 'rapprendere' e 'rappigliare' per 
'quagliarsi', se ne fa più o meno astrazione, e sullo spirito vince la 
materia. All'incontro misura, che mai non odo volto ad -uria, serba 
sempre un significato d'azione. Così una certa, ma assai vaga, di- 
stribuzione logica delle due forme tra due categorie di significati, 
mi fece creder da primo che qui si avesse il contrasto tra una cd- 
raune tendenza latina a mantener 1' -u- intatto senza ristringimento 
ne spandimento, ed un altra opposta, particolare ed indigena, che si 
manifestasse pur soltanto ove dal latino stesso le si offrivano condi- 
zioni favorevoli di quantità flessionale; che quindi all'-w- comune e 
romano rimanesse la forma più grammaticale, e la seconda tendenza 
ai ripostigli della plebe, per voci ad essa più particolari. Ora i fatti 
generali si oppongono a questa ipotesi: perciocché non può questo 
separarsi dai fenomeni precedenti, che sono in parte comuni all'uno 
od all'altro dialetto, ed anche a molti insieme, e la causa dello dif- 
ferenze vedesi dipendere da una maggiore o minor tenacità nella 
quantità vocalica, o dalla prevalenza di uno tra due ordini di casi ; 
dei quali, in questa classe, uno, rappresentato da -uru, riassorbe 
lo spandimento dell' -«- in -u*-, ed appare inalterato, e l'altro, che 
è -fira, lo attira alla lunga finale, e si fa -urj'a. Il variare del dia- 
letto centrale tra -uja ed -uria, mostra che la lotta tra questi due 
ordini vi è durata per tutte le età. 

I n.' 5 e 6 avranno il loro commento nei §§ secondo e terzo, perchè 
nel toscano non presentano fenomeni pari ai precedenti. Per esempio, 
il tose, cerbio non divenne mai cerbi, e neppure nel milanese nerv 
(=■ *njerv) oserei supporre l'internamento dell' -i di ^nervi da *nervio. 

Riassumendo e presentando sotto un aspetto più sintetico le analisi di 
quest'ultimi gruppi di voci, posti in diverse condizioni formali, esse ri'esci- 
ranno più chiare. La propagginazione, in questa categoria, va dunque, in 
direzione postonica, ossia progressiva, o in protonica, ossia regressiva. 
Condizioni comuni all'una ed all'altra direzione, sono: 1.* che Y i e V ù 
siano lunghi, e perciò capaci di spandimento; ed acciocché questo avvenga 
ò d'uopo, 2.* che la vocale, od anzi la sillaba seguente la tonica, sia 



Storia doli'-;'- ecc. — Gap. Ili, § 1, 17: Ragioni della propaggino. 257 
breve, cioè, che oltre l'esser breve come vocale, non sia, come sillaba, 
preceduta da consonante doppia né complessa, e sia sola, vale a dire non 
accompagnata da altra od altre sillabe atone successive; 3.^ che quando lo 
spandimento si pone in moto verso l'una o l'altra direzione, vi trovi una 
consonante sua oraorganica, a cui congiungersi, la qual condizione cresce 
di rigore fino all'estremo contro un movimento regressivo. La prima con- 
dizione è chiara di per sé stessa. Mancando la seconda, lo spandimento 
non avviene, perché supplito dalla quantità de' suoni susseguenti, che co- 
stituiscono come uno strascico della tonica. Quindi non potette nascere 
spandimento in pino vino fido pruno crudo nudo, ed in ogni simil 
forma finilunga presa isolatamente; e nemmeno in nùllu -a lullà ( = lun'la), 
e se pur nacque in ITMjrìi, vi si estinse quando divenne libbra; a più 
forte ragione non nacque in libero limite stipite livido lùcido 
nfibilum, né in casi finilunghi né in finibrevi. La terza condizione si ri- 
parte tramezzo alle seguenti. 

A^ Ridotto lo spandimento ai soli parossitoni di sillaba finale scempia 
e breve, secondo le condizioni 1.^ e 2.^, esso non si fa propaggine con 
movimento regressivo, se a] non c'è prevalenza nell'uso sintattico di casi 
finibrevi, e se /3j la consonante precedente accanto alla tonica, e che deve 
congiungersi con la propaggine, non ha con questa la maggiore affinità: 
altrimenti nel caso inverso di a] lo spandimento può prendere un movi- 
mento progressivo, ed in quello inverso di p] si riassorbe nell'unità della 
tonica. Perciò lo spandimento si estingue, non ricevendo propaggine le 
labiali: 6imà anche ant. ital., pinu, ìnila (non ostante l'attrazione di 
che nel n.° 9, p. 219), hemlna it. ìnina, amicu ecc.; le labio-dentali : 
fvàn fWuxw fvLiwn /"uno, finum vita uinu; le dentali: dnvn, ilna 
-um mattino rotino ecc. (di zio il caso è diverso, v. § secondo); le gut- 
turali: ciina culla culu, italico cilpo affine a y-Unvi 'cavitas' (p. 209), anche 
quando si fanno palatine: vicinu cucina = eoe - fucina, sia questa da 
offi- da *foc'- (cfr. § seg.); s ed r: sugo sìdo ecc. come sopra (p. 254), 
ripa ri su. Restano infette dalla propagginazione regressiva soltanto la n, 
per l'ital., nella voce ignudo = nùdu, la ne la Z in più osempj ladini 
(p. 252). E affatto inverosimile che in tutto le precedenti combinazioni, e 
nelle loro simili, la propagginazione regressiva sia stata sempre stornata 
da un uso prevalente di forme finilunghe : bisogna ammettere di principio 
una ripugnanza, a ricevere questa propaggine, nella qualità della massima 
parto delle consonanti, comprese le gutturali, benché in parte divenissero 



258 Bianchi , 

poi palatine. Per la si, ad una scarsa affinità con 1' i e con 1' te aggiun- 
ge vasi una insufficenza nella forza regressiva, poiché la s cedette, come 
si è notato, ad una forza maggioro {scimmia ecc. p. 221): così per la r, 
non solo in ripìi (un rjT- sarebbe ricaduto in ri- come iniziale), ma 
ancora in marita, che non passò in marji- majito. E detto sopra (p. 253) 
il perchè di una difterenza nel trattamento della U tra il romancio e l'i- 
taliano, la quale mal si spiega per accidenti di flessione o di derivazione. 
L' i e r u hanno un forte elemento nasale di profferenza, molto più se 
lunghi: questo è minimo in 5, maggiore in r, laddove in l serve di sfogo 
alla sua esplosione, ed è massimo in n. E, dunque, naturale che in questa 
risedesse una maggior forza attrattiva per un i di spandimento, accogliendo 
in sé i due elementi comuni, palatino e nasale. La l aveva in alto grado 
il primo e scarso il secondo; onde esercitava l'attrazione, diremmo, quasi 
ad un solo titolo, e naturalmente in un territorio più ristretto, secondo il 
dirizzone preso dall'uno o dall'altro dialetto*. Ad accidente llessionale 



* Non potremmo attribuire un'origine così alta, quanto agli esemplari 
ladini sopra riportati, alle seguenti forme di qualche parlata arrettina : 
beglico ynoglica 'bellico' ecc., vigliuto 'veli.', rinciviglito e civiglino voci 
nuove che non lasciano patente netta nemmeno alle precedenti; poi vil- 
lagnia, con cagnonico e sognetti, che mandano al lazzeretto anche il rima- 
nente; v. il mio 'Dial. Castellano' p. 28 e n. La modernità di questi lì 
e ììn protonici resta provata non solo dalle voci nuove e dalle ultime 
due, ma ancora dal fatto che le informazioni avute niegano che là si ab- 
biano forme corrispondenti alle ladine (cfr. ivi 27 n). Fatto sta che qui si 
tratta di fonia, che ha ragione organica in sillabe finali (v. sopra, p. 163-4), 
analogicamente diffusa a Z ed « di sillabe interne. Nel sentimento di quella 
parlata o parlate, se fagiuolo e barone davan fagiuogli e barogni, era lo- 
gico che bellico e canonico divenissero beglico e canognico poi cagn-. Que- 
sta ed altre avvertenze dovranno aversi dagli investigatori di dialetti. Per 
cagion d'esempio, qui non si è tenuto conto dell' ant. sen. scudio = scudo ^ 
perchè, sebbene sia un ottimo esemplare per la teorica qui esposta, per 
riuscir tale deve esser prima ben vagliato tramezzo ai tanti -i- di varia 
ragione, presentati dall'antico senese, e mancanti od estinti nel filone cen- 
trale, fondamento dell'italiano. Lo stesso dicasi delle varianti italiane e 
dialettali -ejo -eo -io, -eja -ea -la, che solo meritano qualche lieve ritocco 
dopo le dotte ed acute illustrazioni del D'Ovidio, ma che sempre sono 
contraddittorie in un medesimo dialetto, ed impaccianti senza profitto le 
complicatissime quistioni fin qui trattate. Importava qui farsi ben sicuri 
della tonica e della consonante seguente, studiare il filone centrale, la di- 



Storia deir-(- ecc. — Gap. Ili, § 1, 17: Ragioni della propag. -T'- -ù'-. 259 
deve attribuirsi la mancanza d'un it. iìiclò, che cedette a mdjo. In finito e 
punito (p. 254) l'esito in -nj- fu impedito da casi finilunghi e da finisco 
punisco (cond. 2.*); e tali ragioni valgono più o meno t^qv pulito oliva ecc. 
(p. detta), nella parlata o parlate che eran disposte allo spandimento di 
-IT'- in -IjT'-. 

5.* Affinchè la propagginazione progressiva avvenisse, o si fissasse, bi- 
sognava un giusto equilibrio, nell'uso sintattico di casi finibrevi e di fini- 
lunghi; poiché i primi eran necessarj a facilitare lo spandimento della 
tonica, ed i secondi ad attrarlo alla lunga finale; altrimenti, con la grando 
prevalenza dei primi, lo spandimento ri'assorbevasi nella tonica, o pren- 
deva, come sopra, un movimento regressivo; e col predominio dei se- 
condi, non nasceva, o per analogia dileguavasi nei rari usi di finibreve. 
Cosi, per esempio, un uso proporzionato di pT'la e di pila, induceva la 
propagginazione in pìljà; soperchiando nell'uso pT'la, questa, indebolen- 
dosi la quantità, tornava a pila, e soperchiando pila, questa, strematasi 
l'occasione di trarre un i alla finale, rimaneva tal quale. Per la propag- 
ginazione progressiva cospiravano due valide forze: la potenza espansiva 
della tonica lunga, e la forza attrattiva della lunga finale; quindi minoro, 
nel movimento progressivo, il bisogno d'una qualità omorganica, più o meno 
attraente, nella consonante a cui la propaggine veniva ad accoppiarsi; 
quindi ancora maggior numero di effetti sopravvisuti. Tra le consonanti 
respingevano la propaggine la m e il ^j, perchè la chiusa labiale ne im- 
pediva l'adito verso la finilunga: tra bT'wà e blmà lo spandimento ri- 
maneva alla tonica che poi l'assorbeva, e cosi in lima, (se non diveniva 
Iji-), in cima (da rivedersi) pri/nu, vìpa., e stTjja che forse v'era: dei b 
non si tratta, perchè passò in v (quando? altro problema da tenersi in 
serbo). La ritrazione della lingua alla gola, nel proiferimento delle gut- 
turali, impedì il movimento progressivo della propaggine, che di natura 
sua richiedeva un battito della lingua meno interno: e però mancano esiti 
che risalgano a tali figure, quale sarebbe aml'cu *amicjo. La propag- 
gine, dunque, volgevasi a tutte le altre consonanti, meno e a y non nate 
od immature; quindi alle kbib-dentali : rl'vu *rivjéllo Riijj (n." 4); 



scendenza più diretta e prossima alla sorgente, che è anche la più forte, 
ossia le specie dominanti in tutte le età: le discendenze ulteriori, colla- 
terali o dirette, saranno esaminate di volta in volta, ove l'argomento il 
richieda. 



260 Bianchi, Storia dell'-/- ecc. — Gap. Ili, § I : Chiusa. 

alle dentali: ni'du nidjo, scii'tu -*tjone fpc. écusson, pertu'su -usjo 
■perlugio; a l n r: pila ^Jt'/;«, cominu -injo, usura -urja ecc. visti e ri- 
visti. Mancano esempj di -f- perchè non latini (Asc. X 2-17): sopra 
bufa prevalsero forme contrarie alla propaggine, come bufare -èra, buf- 
fare buffa. S' è già notato che un certo equilibrio d' uso dovea passare an- 
che tra il primitivo e il derivato accentato nel suffisso: prevalendo di 
troppo, sopra ni'du, l'uso del suo derivato, avremmo avuto nidace e non 
nidjace. Nei particijDJ divisu occisu risu, auditu expeditu ecc., do- 
vendo prevalere i casi finibrevi, secondo la formola sintattica 'est, habeo 
auditum', lo spandimento si riassorbi dalla tonica; noi sostantivi uso muso 
fuso, marito vita, uva oliva, ò più probabile che non nascesse o sparisse 
per il predominio di casi finilunghi. La propaggine da -I'- -ù'- primarj, 
rimase dunque, rara, per le troppe condizioni richieste, ossia per le molte 
cause riagenti od inerti ; od ognuno può rendersi conto della sua mancanza, 
voce per voce, percorrendo le cinque condizioni sopra esposte, delle quali 
più d'una potevan concorrere, qua o là, ad un effetto negativo. 

La presente indagine si risolve in un vero lavoro di scoperta, 
se il termine non pare immodesto. Ma si adopera con intenzione 
modesta, per dire cioè, che l'ansia del perseguire i nuovi filoni 
può avere, in più incontri, nociuto alla pacatezza o all'evidenza 
del discorso, e non aver sempre evitato, che ai maestri della 
scienza abbiano per avventura a parere ardimentose certe affer- 
mazioni, massime per la parte non italiana. Nel séguito della 
trattazione, si vedrà di riparare alle lacune e di curare, con 
esame sempre più rigoroso, e con crescente corredo di fatti, 
quelle legittimazioni che per ora possano parere manchevoli o 
mancanti. 

[Continua.] 



LE EIME 
MI CANTI POPOLARI E NEI PROVERBI SICILIANI, 

E LE LORO DISSONANZE. 

d: 

C. AYOLIO. 



L 

A Noto, quando nel mercato non c'è pesce di sorta, a chi 
ne chiede, si risponde celiando: c'è pi^ci Vancu (c'è pesce 
Banco); come dire: ci sono i banchi su cui s'espone il pesce, 
ma di pesci non ce n'è manco una coda. A prima vista, par- 
rebbe una freddura sconclusionata; ma un tempo, quando colla 
parola banco s'esprimeva il merluzzo (cfr. banchus nel Por- 
cellini), sarà stato un giuoco di parole non privo di sapore, per 
l'ambiguità tra banco 'tavolo' e banco 'merluzzo'. Smarrita la 
coscienza di questo secondo significato, il bisticcio, vuoto ormai 
di senso, corre sempre. 

A Cefalù, di uomo vecchio e infermiccio che voglia prender 
moglie fare altri atti giovanili, si dice: e si jissi a scupari 
he locu (che vada a scoparsi il luogo): frase ormai priva asso- 
lutamente di senso, perchè il sic. locu oggi non dice se non 
^ luogo' e più specialmente nell'accezione di 'podere'. Ma il 
senso spicca evidente, quando si pensa che qui locu sia 1 o cu s 
o loculus, cioè la propaggine scavata nella roccia per sep- 
pellirvi un cadavere, come ce n'è tante in Sicilia, a gruppi o 
disseminate nella campagna. Codesta frase, adoperata ora con 
piena ignoranza del suo reale significato, vuol dunque dire: 
'vada a scoparsi il sepolcro; con quegli anni che ha addosso e 
con quei malanni, farebbe meglio a pensare a morire'. Se ne 
potrebbe anche argomentare il costume degli antichi Siciliani 
di tener pronti i loculi, i quali si saranno poi spazzati e ri- 
puliti nel giorno del seppellimento. 



262 Avolio, 

Sebbene nessuno dica oggi preme per ^ pieno', come nel vec- 
chio siciliano, dove insieme correvano plenu e chimi, e sola 
s'usi la seconda forma, tuttavia si sente questa maniera di dire: 
mii sugmi prenu e flgghjafii, che si tradurrebbe: 'ne son gra- 
vido e partorito', e significa: 'di quest'affare ne son pieno e 
satollo'. La voce letteraria plenu, sopraffatta dalla forma po- 
polare chiìiu, si riduce, quasi di nascosto, al significato di 'gra- 
vido', forse entrandoci pur l'azione di un riflesso siciliano di 
préìio, praegnans, v. Arch. XII 254. 

Un giuoco di parole ci è anche offerto nella maniera di dire : 
nun sapirinni né nuova né vvecchia, cioè 'non averne alcuna 
notizia (nuova), non saperne ne fumo né bruciaticcio'. 

Fimmina frmica oggi chiamasi la fantesca che è addetta ai 
lavori più pesanti. Quando e' eran le schiave { in un lavoro pub- 
blicato nell'Arch. stor. sicil., a. Vili, dimostrai che la schiavitù 
domestica fu in vigore in Sicilia fino allo scorcio del secolo 
passato), si distinguevano con tal nome le serve libere; ma oggi 
della schiavitù non resta più alcuna memoria, e l'agg. francu non 
ha più il significato opposto a 'schiavo', come l'aveva una volta ^ 



* La denominazione, di cui è parlato qui sopra, può far pensare, che at- 
tribuendosi alle fmimini franchi i servizj più gravi, si occupassero le 
schiave nei lavori più leggieri, per riguardo forse al capitale ch'esse rap- 
presentavano nel patrimonio della famiglia, capitale che andava perduto 
colla morte della 'serva'. Non si fa altrimenti colle bestie da soma, che 
si prendono a fìtto quando si tratti di lavoio particolarmente faticoso, per 
risparmiare le proprie. Onde si confermerebbe il mio pensiero che l'estin- 
zione della schiavitù domestica principalmente si debba a un più giusto 
apprezzamento del lavoro libero, più efficace e produttivo, e perciò più 
economico, del servile. — Ricordano la schiavitù domestica questi pro- 
verbj che tolgo dai Prov. sicil. di G. Pitrè, II 247 380 387 421, III 183: 

Pirchi ti dicti: Scavu .', ctnìiimi a la. Loggia? 
A homi scavu nun manca patruni. 

Quannu la scava havi dittn Signnra, Mala uova c'è '» palazzu. 
Scavu fidili nun havi mal libirtati. 
Scavu liali mai francu mori. 
Dici Iti scavu: Quannu Santu viniri, festa fari. 
Diu nni scarna di scavu affrancatu e di viddanu annuhilutu. 

Tri stmnu li fumusi : Cochi , lizzi di casa, e tignusi ; oppure: Lizzi, bastardi e 
tignusi. 

Si chiamavano JL-t i figli degli schiavi, nati in casa (lat. verna); ond& 
lizzi, per l'articolo agglutinato. 



Le rime nei canti e prov. siciliani. 263 

Fanno famiglia con flmmina franca : il verbo alllbirtari, che 
nel vsic. significava 'dar la libertà a schiavi', traducendo il 
lat. manumittere, ed è oggi adoperato in tutti i significati 
jìroprj e traslati di 'liberare' (cfr. il vwm. jertd *lj[vjertà, con- 
donare); e fruslari, che nel moderno siciliano ha il senso di 
'svergognare', ma non così nel vsic, ai tempi in cui la pena 
infamante della frusta potea applicarsi, pur dall'autorità comu- 
nale, a certe classi di persone, come facchini, fornaj ecc. ( ' Libro 
rosso della città di Noto ', pp. 333 488 ). Lo Scobar traduce il 
sicil. frustari per 'verberare'. 

Innumerevoli son poi le voci fossilizzate nei nomi locali e nei 
cognomi, per le quali mi fo lecito ricordare la mia monografia : 
'Alcuni sostantivi locali del siciliano' in Arch. stor. sicil. a. XIII. 
Similmente nei proverbj, come ora mostro con qualche esempio, 
ricorrendo alla citata Raccolta del Pitrè e segnando tra parentesi 
la voce che s' adopererebbe nel linguaggio comune : 

I 81: Saluta l'amicu pri n' autra fiata (vota). — I 224: Ogni cani ab- 
baja a la so 'ruga (strata); cfr. II 84: Fimmina superba, patruna di la 
rua, IV 50: Lu pazzu è patruni di la rua. — II 95: Li hirritti eanuscinu 
li cajuli, Birritta canusci a càiula (riticedda, 'reticella per contenere 
i capelli'). — III 22: Celu picurinu, si nun chiovi oj {oggi), chiovi a lu 
'uatinu; cfr. II 109: Oj in figura, dumani 'n sepurtura; II 381: Megghiu 
oj l'ovìf, ca dumani 'a gaddina; II 389: Zoccu oj nun fai, dumani nun 
farrai. — III 194: Cu' 'un camina , nun strazza quasari (scarpi). — 
III 290: Cu' arrassu guardo, 'rnpressu (vicinu) cadi; cfr. IV 22: A longa 
nfrmità , morte 'rnpressu. — IV 154: Lu peri chi troppu anna (va), 
f'ccìa'zalu. 

Ma i casi più frequenti di voci morte, che persistono mum- 
mificate, si osservano nelle rime dei canti popolari e dei pro- 
verbj, segnatamente all'uscita del primo verso, il quale, trat- 
tandosi di componimenti senz'argomento ben determinato, come 
'^on questi, assume quasi funzione di titolo e nello stesso tempo 
l'iesce un espediente mnemonico, onde prendere l'abbrivo alla 
ripetizione degli altri versi. La rima qui esercita un'azione pre- 
^*^rvatrice. 

Rancurarij zoppicare, non è registrato in alcun vocabolario 
siciliano. Lo Scobar non porta neanche rancu ( it. ranco ^ zoppo, 
vfr. rancy catal. ranch), eh' è usato nella 'Vita di lu beatu Cor- 



264 Avolio, 

radu', del 1350: Frati Giiglelmu si xiu V anca di lu locu, et 
fu da pop rangu. Ve però nell'uso: arrancavi 'cominciare a 
camminare', fari n ar^raìicata 'cominciare a lavorare e poi 
smettere subito'; ma il verbo raìicurari è rimasto in questo 
proverbio : 

Pitrè, I 139: Vestia chi r rancura — Càrricala senza paura (oppure: 
Cavàrcala sicura), 'cavalcatura che zoppica, caricala o cavalcala fran- 
camonte'. 

L' it. indarno (cfr. Arch. XII 135-6) si rispecchia nel vsic. 
indernu. Ne ho esempj in rima e fuori di rima. Oggi non è 
usato in nessun posto. Ma nella 'Raccolta' del Vigo avremo: 

1739 (Aci): L'amari ad autric lu pinseri è indernu; 2835 (Messina): 
Figghiuzza, ca pri mia pinzati indernu; 3469 (Siracusa): Tutti l'avari 
travagghinu ndernu. 

Tempestati per iimpesta mi parve un latinismo, usato da 
persona di lettere, quando lo lessi nella 'Vita di Sancto Corrado 
di Girolamo Pugliesi', III 32. L'ho in seguito riscontrato in una 
poesia d'indole schiettamente popolare, stampata il 1599, 'La 
navigationi pri li muntagni di la Sicilia': 

Si mossi una crudeli tempestati; 

dove c'è pure un sentore di calamajo. Ma in un canto del Vigo 
{ 2421 ), quest' arcaismo è conservato in rima, nella sua forma 
popolare : 

Focu di l'aria, ventu e timpislati. 

E ugualmente in un proverbio del Pitrè, I 114: 

Li timpistati — Fannu corpi 'nnamurati. 

Vedansi ora i seguenti canti, dove la voce antiquata è nel 
primo verso. Il primo posto se l'abbiano due canzoni notigiane, 
inedite : 

Su carzaratu ppi la me' cimerà *, 
E tutti mi dictanu mora mora. 
Ma nun su' mpisu e mancu su' ngalera : 
Speru la libhirtà, su' vivu ancora. 



^ cimerà, testa pazza; etV. yjuy.toj 



Lo rime nei cauti e prov. siciliani. 265 

Tutti li me' nnimici fcmnu fera ; 
La siila amanti mia mi voli fora. 
Cu' ha ssiminattc spini chi nni spera ì 
Quann' è ca nesciu iu, simlnu chiava'^. 

Tèniti forti a chissà chi t' ammizza^, 
Ca tutta sbriugnata è la tó rrazza. 
Cu' ti cunzigghia è dna di tuschizza, 
Trasciniusa, sciavarata e pazza. 
Arresti comu crapa munciutizza, 
Abbasta siri figghia di Bìttazza. 
L' amuri di la donna è na fintizza; 
Cui si marita cciù prestu s'amtnazza. 

Or dalla 'Raccolta' del Vigo: 

Mi mannastivu a ddiri eh' era già ori ' , 
Chi tantu habbunazzu mi facili? 
Iu sacciu tuttu la pilu ntra l' ovu, 
Sacciu di certu ca schetta nun siti, 2501. 

E Gesù Cristu na trumma chi s daino *, 
E celu e terra tutti fa trimari. 
Di Iu Giudiziu Iu jornu ni chiama. 
Chi avanti a so prisenzia avemu andari, 3274. 



* Cfr. l'altro canto notigiano nella raccolta vighiana al n. 934, elio co- 
mincia: Tegnu la testa mia misa 'ncim,era, ecc. 

* ammizzari, vsic. imbiczari, significa propriamente 'dire una cosa a una 
persona, parola per parola, perchè quella la ripeta nello stesso modo'. 
Per estensione di significato vale anche 'insegnare a bambini, a gente 
ignorante', o anche semplicemente 'insegnare'. — Ecco un altro canto 
inedito in cui ariimizzìi è noi secondo verso: 

Quuntu causimi m'hai fatta cantari! 
Si nni vuoi ammizzati, ti nn' ammizzu , 
Basta vii duni na sira a curcari 
Nti na punta di letta nipizzti mpizzu. 
Ti criri ca 'un mi sacciu arriminari ? 
Ca di li peri mi attrovu a capizza. 
Sugnu comu V ancidda a li ciumari, 
Unn' è ca vira j'isca mi cri appizzu. 

' giova, forma antiquata, juvenis, oggi giuvini. 

■* scramari e sclaraari, 'chiamare gridando, semplicemente gridare', sono 
comunissimi noi vecchio dialetto e disusati nel nuovo. 



266 Avolio, 

\acca di vacca cunveni chi nasci a*, 
Vtirpi di vurpi lu custumi 'piyghia. 
Furmentu vecchiu dintra di na cascia 
Prudiiciri nun pò si non canigghia, 3885. 

Dalla 'Raccolta' del Pitrè: I 108: Amuri unci {unta, unge, 
accarezza), E sdegnu punci; cl'r. Ili 339: Dite si cu na nianu 
li punci, Cu V autra t' unci. — I 138: Sduru, 'un ci spenniri 
un duru (un sordu, un soldo). Ma quannu è bonu, spènnicci 
un iisoru. — I 216: Casa chi ti coli {chi ti stima, dove sei 
stimato), Nmi ti stari a moviri (cfr. Del Giudice, VIII 172, e 
nello stesso Pitrè, IV 229 : Si lu parenti nun ti voli, E V amicu 
nun ti coli, E lu mircanti nun ti mpresta, Fàili comi', la 
pesta); — I 293: La fir ruzza nzigna la zitidduz za {pic- 
ciultedda giovinetta); cfr, ibid. : Firredda nzigna zitedda; 
Vastuni nzigna garzuni {picciottu giovinetto); e I 294: Lu 
Signuri fa nàsciri la fella ( ferula ) pri la zitell a. — II 27 : 
Mi vogghia beni Diu, Ca di li Santi mi nni jocu e riu ( ar- 
ì'vru rido). — II 81 : Dui culedda nira na guaina 'un ponnu 
stari, Mancu dui beddi sutta un curtinali {curtina, curti- 
naggiu, cortinaggio, parato). — II 207: Matta la mamma, 
mattu lu tata. Matta tutta la mag asinata (o, più corretta- 
mente, masunata; ora: casata, famiglia). — II 233: Si la 
mairi n avissi centu, Nuddu nni vulissi a ho muliìnentu 
[sapurlura sepolcro). — II 319: A casteddu e galla, Cu nun 
ci ha chi fari, nun ci stia. — II 371: La petra V ancilu la 
tira, E lu diavulu la mina {porta)', qìt. IV 101: Na bona 
china. Tri j orna mina {dura). — II 423: La robba di lu 



* Il presente del modo soggiuntivo oggidi non è più adoperato nel sici- 
liano; ma un tempo funzionava perfettamente. Sopravvive nelle rime di 
molti canti popolari, e in molti proverbj, in rima e fuori di rima, come 
in questi esempj : Pitrè, I 341: Nenti si faccia - Chi nun si saccia; — 
III 209: Pani e vinu vegna, - E lu munnu s' animante gìia; — III 104: 
Guai cu la pala,^ e morti 'un vegna mai. — Nella stessa raccolta, ac- 
canto alla vecchia forma del pres. sogg., si legge la nuova col pres. . 
indie. P. e. , I 329: Cu' cu li manu sai s'ocidi, nun c'è nuddu chi lu 
chiancia; Cu' s' affuea cu li so manu, nun e' è nuddu chi lu chianci; — 
I 334: Cu' nun voli la via bona, haja la mala: Cu' nun voli la via bona, 
■la tinta 'u7i ci po' mancari. 



Le rimo nei canti e prov. siciliani. 2(37 

presti {parrinu), Cu spogghia e cui vesti. — III 14: Aprili, 
Nesci 'a vecchia nò puntili {tnignanu, terrazzino dinanzi 
alla porta). — III 31: L'acqui di frivaru, Jinchinu lu gra- 
na ru {magazenu)', 34: Lu fridclu di jinnarii, jinchi lu gra- 
narli. — III 192: Anna {va), ca Dia ti manna', cfr. ib. : 
Cu voli, anna; e cu nun voli, manna. — III 310: Si vuoi 
sapiri si unu havi dinari, Osservalu a la varca e a li qua- 
sar i {scarpi). — lY 15: La rie ad la (r/carw/a = ricaduta) 
È peiu di la malatia ; cfr. ib. : Tinta la malaiia, Ma è cchiù 
tinta la ricadia. — lY 84: Carni fa carni, pani fa panza, 
E vinte fa danza {abballa, ballo). 

II. 

I canti e i proverbj siciliani non solo, qualche volta, conser- 
vano in rima una parola arcaica che nel linguaggio comune 
non sarebbe capita; ma, non meno frequentemente, serbano 
tracce della fonetica del vecchio dialetto, hanno cioè parole, che 
ora più non s' odono pronunziate a quel modo. 

Ho alla mano un numero significante di fatti che dimostrano 
questa specie d'omaggio che portano alla rima i rustici letterati 
del popolino siciliano. L'imbarazzo, direi, è nella scelta degli 
eserapj ; ma sarò discreto, e ne recherò jiochi. 

Nel siciliano, come ognuno conosce, ll jìassa in dd, che 
è suono che s' ottiene col battimento della punta della lingua 
sullo stesso punto dell'arco palatale dove si forma il ll. Solo a 
Bronte, e in poche altre parlate della regione etnea occidentale, 
si sente ancora cavatile piccirillu ecc., che dappertutto altrove 
fanno cavaddu picciriddu ecc. Ma anche dove la risoluzione 
normale è dd , non mancano voci nelle quali il // s'è conser- 
vato : cappella siggillu ecc. ; generalmente nei cognomi : Catelli 
Gallio Tirnullu Minutilli ecc.; nei neologismi: bidellu pianella 
Stalin ecc.; e per evitare anfibologie: fratellu frate, e frateddu 
cugino; vasceddu arnia, e vascellu nave da guerra; appeddu 
rintocchi di campana a mortorio, e appellu chiama, ecc. ; o, in- 
fine, nei raddoppiamenti del l : suUenni dilluviu ecc. 

Fra le voci clie non hanno indurito il ti. v'è milli^ che in 



268 Avolio, 

notigiano, come del resto in gran parte dell'isola, non si dice 
mai middi. In un canto popolare di Noto (n. 140 della mia rac- 
colta), il contadino ripetitore, per non guastare le rime, con- 
servò le forme arcaiche in -elli e in -UH: 

Ri lu celli calaru sii ru' stilli, 
Fannu lustru a li strati e a li vanelli. 
Bedda, chi sunnu fini ssi raascilli. 
Chi quannu arrivi fannu funtanelli ! 
Càntunu rusignola ccu cardilli. 
Fa primavera , e cantunu V aucelli. 
Nta stu cuntornu cci nn' è centu e milli, 
Yui siti la rigghina di li belli. 

Il Vigo ha tre varianti di questo canto: due con le rime in 
-èlli e -illi] una, in -eddi, -iddi. Le prime son di Palazzolo e 
Casteltermini (n. 309 e 1212), dove, dicendosi milli nel lin- 
guaggio comune, è avvenuto lo stesso fenomeno d'assimilazione 
che a Noto. La terza (n. 63) è di RafFadali, che, avendo middi 
nella sua parlata, potè usare, senza dissonanza, la maniera del 
msic. in -iddi -eddi. 

Le persone dell'imperativo e i modi dell'infinito, quando nel 
siciliano portano le enclitiche mi ti ci vi si, o lu la li, conser- 
vano l'accento tonico, come nell'italiano: pòrtami, leviti, dd- 
Mucci, spugghidtivi, affucdrisi, pigghjdnnulu, ecc. Ma quando, 
per l'esigenze sintattiche, s'addossano due enclitiche l'una all'al- 
tra, l'accento tematico o fiessionale passa sulla prima particella 
agglutinata. Per l'orecchio siciliano sarebbero voci troppo squili- 
brate pòrtamicci, lévatilu, dumdmiaccila, pigghjdnnisidu ecc.; 
sicché, come per dar loro un equilibrio stabile, si trasporta il 
centro di gravità verso la fine della parola, accentando la pe- 
nultima sillaba eh' è appunto la prima enclitica: pòrtamicci, le- 
Datìllu, dumanniccillu, pigghjannisiUu, mandar isiti7ii ecc. Nel 
vsic, pur trasportandosi l'accento sulla penultima, non c'era il 
raddoppiamento del l o del n; e si dicea damuccllu, dtinamilu, 
mangiarisini, ecc.; come non c'era per il ghj di figghju, mur 
gghjeri pigghjari, che si scrivevano, nell' ultimo periodo, fighiu 
mughieri pighiari, e si pronunziavano con un battimento così 
debole da vedere, in un proverbio della raccolta di Del Giudice 
(Palermo 1663), rassumighiic rimato con vijii video. 



Le rime nei canti e prov. siciliani. 269 

Dalla stessa raccolta traggo per esempio due proverbj; uno a 
pag. 70 del voi. Vili: Donna, fungi et nidi - lindi l'asci pi- 
ghiatili (che nel Pitrè, IV 90, si trova ammodernato così: Funci 
e nidi, pigghiali comic li vidi); l'altro a pag. 119 dello stesso 
volume : Lic meghiu rimediu contra la ingiuria è scurdarisila. 
Non si può dire che si scrivesse pigliiatilu scurdarisila per pro- 
nunziare pigghiatillu scurdarisilla, perchè in questo caso pi- 
ghiatillic non farebbe assonanza con nidu. 

Or ecco il canto 99 della Raccolta notigiana : 

R' un paru d' uocci m' hagghiu nnamuratii. 
E nun crirìa ca si putianu aviri. 
A na picciotta V hagghiu addumannatu ; 
Idda mi dissi: Veni e pigghiatili; 
Nostanii V uocci, macari lu ciatu. 
Tutta la me' pirsuna ca mi viri. 

E questo proverbio del Pitrè: Agghi e parrìni - saturai ini. 

Le forme piggìiiatili saturatini, che oggi si pronunziano pig- 
ghialilli safiiratinni, come ci danno un segno dell'antichità di 
questi componimenti, cosi ci mostrano la cura che in molti casi 
i popolani si prendono di conservar la rima, anche a costo d'al- 
lontanarsi dal parlare comune. 

Al contrario, un caso di dissonanza per alterazione neologica 
l'abbiamo nelle rime del canto 4288 della raccolta vighiana, 
nel quale dassimilla e pigghisilla sono in corrispondenza con 
vicina e rapina *. 

L'onomastico Agata nel sic. fa Alla. Ma nel vsic, facea Agàti 
o Acati] lo provano parecchi sostantivi locali che suonano San- 
V Agàti, e il diffuso cognome Acati, D' Agàti ^. Ma quest' accenta- 



' A Castelterraini e a Geraci Siculo le enclitiche la lu li si pronunziano 
tuttora scempie. Si riscontri il canto 2579 del Vigo, dove altuppalilu è in 
rima con tallerinu e m,ulinu. E leggasi questa strofetta d' un componi- 
mento inedito del geracese : 

Cancani ! dicitimilu ; 
Ddunca tuttu fu gridari. 
Vui stu gghiòmmam di fìlli 
Xni l'aviti a spidugghiari. 

=" Cfr. Arch. VII 444, n. 

Archivio glottol. ital., XIU. 18 



270 Avolio, 

tura conferisce oggi alla parola un suono così strano, che a 
pochissimi è intelligibile l'origine di questo gentilizio, il quale 
ha un doppietto chiarissimo in D'Agata, un altro cognome ser- 
vile di formazione più recente. A Catania s'ode bensì Mara, 
eh' è una testimonianza dell' antica posizione dell' accento nel 
nome Maria; ma in quella città, dove è vivo il culto per San- 
t'Agata, e comunissimo il nome Agilità o Aita, coi diminuitivi 
e vezzeggiativi Tina Tlnuzza Tuclda Ticzza, non c'è più caso 
d'udire Agàii. Eppure, son ripetuti in tutta l'isola questi pro- 
verbj, che trascrivo dalle raccolte del Pitrè, III 4962: 

Pri lu jornu di Sani' Agàti 
Figghianu li ciunehi e li struppiati. 

Sani' Agàti, 
Lagnusi, filati; ca li festi su' passati. 

A Sant' Agàti 
Lu suli ntra li strati. 

Ai quali esempj s'aggiungono dai canti popolari (Vigo 3953 
3950): 

Catania ftci^ festa a Sant' Agàti, 
Missina di la littira a Maria, 
E Siracusa la bella citati 
Ca festa fannu ppi Santa Lucia 

In gloria di Diu, di Sant' Agàti. 

Un proverbio comunissimo è il seguente: Cu saci, taci; E 
cu parrà, sgay^ra. Saci è forma antiquata e disusata, del pari 
che saccia per ' sappia ', che è in quest' altro proverbio di Del 
Giudice: Non si fa cosa chi nun si saccia. Nel moderno sici- 
liano s' ode soltanto sacciu, io so. 

L'antica forma siciliana di acqua è aqua, com'è registrato 
dallo Scobar e com'è pronunziato a Mirabella (Enn. orient.) -. 
Or bene, due proverbj fanno fede della vecchia pronunzia : Unni 



* Qui, molto probabihnente, dovea fare faci, vsic. fachi = fa. 

^ Notevole è la denominazione d'un fiume che scorre presso Giarratana, 
L'Equa, in una regione dove nel linguaggio comune si dice acqua, e 
dalla quale è esclusa ogni influenza dei parlari gallo-italici siciliani che 
hanno egua, ava, cua. 



Lo rimo noi canti o prov. siciliani. 271 

ce' è ciaca (pietra grossa e piatta, 'placa'), Nun c'è aqua-, — 
Vinu senz' aqua, Ntra tu corpa è triaca (balsamo, teriaca). 
Un canto modicano (Vigo 1713) incomincia cosi: 

Quannu sentu spartenza, nterra caju; 
Spartìrimi di vui nun mi hi criju : 
lu notti e jornu a lu lammicii slaju. 
La notti pensu a vui, sonnu nun viju. 

A Modica nel linguaggio comune si dice criju (credo) e staju, 
sull'analogia di viju (video) haiu ecc.; ma cado fa oggi cara, 
non caju. Lo stesso arcaismo è conservato per virtù della rima 
in più altri canti della stessa Raccolta: Mamma, si 'un mi lu 
dati, ìiierra caju (Aci e Camporeale, 2193); Mpassulisciu al- 
l' addritta e nterra caju (Rosolini, 2790; E rifliltenìiic addi- 
bilisciu e caju (Catania, 5443). E l'ha anche il Meli in questa 
leggiadra strofetta : 

Ucchiuzzi muri, si taliati, 
Faciti càdiri terri e citati; 
lu, muric dehuli di petri e taju 
Cunsiddiratilu si altura caju. 

Né son poche le voci del Meli che sanno ormai di vieto e mo- 
strano il cammino che il dialetto ha fatto in un secolo ! 

Cade qui in taglio un'intera ottava della raccolta di canti 
notigiani (n, 239) : 

Aììiuri, Atnuri, la me' carni ceju. 
Mentri eh' amuri tnorsi e cciui 'un lu viju. 
Amuri fa li littri ed iu li leju, 
Ccu paroli r' amuri juocu e sbriju. 
Nti na segghia r' amuri in mi cci seju 
Nti nu specciu r* amuri iu mi cci ammiju. 
Ora ìiun pozzu fari autru di peju, 
Nt' amuri manciù e stu cori sazzìu. 

Le voci: ceju (io odio, nel trapan, cheru), viju (video), sbriju 
(brillo), peiu (peius), sazzìu (io sazio), sono ancor vive nel 
notigiano. Ma non lo sono più: leju (lego), che oggi fa m leggiu 
o legghiu; mi seju (sedeo), che fa m asselLu o massittu] mi 
ammiju (mi guardo allo specchio), che fa m' ammira . Questi 
suoni flessionali, caduti in dissuetudine chi sa da quanto tempo, 
possono ancora sopravvivere in grazia della rima. 



272 Avolio, 

Un ultimo esempio, e lo traggo da un proverbio della zoo- 
tecnica popolare: 

Caiisòlu di tri — • Tènilic pi ti. 
Causòlu di qualtru — Fanni harattu *. 

Nel vsic. si dicea a ti, per ti, intra ti ecc., e molto raramente 
a dia. Oggi l'uso generale fa mia Ha, e l'eccezione è qui evi- 
dentemente dovuta alla rima. 

III. 

Passiamo a considerare, per contrapposto, il caso che la rima 
venga a mancare perchè l'arcaismo non s'è potuto più reggere. 

Nella raccolta del Pitrè son questi proverbj : Né stuppa cu 
tizzuni - Né donna cu omini (I 114); Luna varcalora, o bon 
tempu acqua di celu (III 57). Nel primo, omini ha surro- 
gato garzuni, che nel vsic. significava 'giovane uomo' e nel 
moderno ha solo il senso di 'contadino addetto ai più bassi ser- 
vizj rurali'. Nel secondo, al posto di acqua di celu, c'era ori- 
ginariamente chiava, vsic. choia o chova, pioggia, vit. piova. 

Il canto 971 della Raccolta del Vigo comincia cosi: Affaccia 
a la finestra e fammi lustru, Ca di tu scuru vaju trwppi- 
cannw, dove lustì^u dovrebbe rimare con cruci vuci duci, e sta 
per luci, come in una variante registrata nei 'Canti popol. di 
Noto' al n. 114: Affaccia a la fìnescia e fammi luci. Nel vsic. 
si dicea fari lucili o luchu, per 'far lume, dar luce', come si 
può vedere nello Scobar; nel moderno si dice all'incontro fari 
lustru ', e luci, perduto il significato di 'lume', è adoperato pei" 
' fuoco ' : addumari u luci, accendere il fuoco. Restano però, a 
testimonianza dell'antico significato, oltre il verso già citato, 
anche il verso onde incomincia il canto 82 della stessa raccolta 
notigiana : La siidda cìi affacciati ora, fa luci, e i derivati lu- 
ciura splendore, lucedda fiammella, lùciri risplendere, lucenti 
lucido, luciusu luminoso, alluciari abbarbagliare. 



* causòlu, balzano, calceolus, it. calzuolo. Nei Proverbj del Pitrè, I 137» 
è questa variante moderila: Quasolu d' unu (dovrebbe fare d'tm peri) 
tenilu beni; — Quasolu di dui, un piintu di chiui; — Quasolu di tri, ac- 
cussì accussì; — Quasolu di quatiru, nenti affattu. 



Le rime nei canti e prov. siciliani 273 

In un canto del Vigo (409) e in un notigiano inedito, ab- 
biamo abballa in rima con panza ecc. Gli è che prima ci stava 
adclanza. Cfr. danza danzaìH nello Scobar (sec. XVI); senza 
sonu m addanzanu li denti, in Salomone-Marino, Storie pop. in 
poesia siciliana, p. ITI (sec. XVIII; palerm.), oltre il proverbio 
del Pitrè, già citato a p. 267, e uno di Del Giudice (a. 1063), 
voi. Vili, p. 149. 

La diversa pronunzia di una stessa voce nelle varie zone fo- 
netiche dell'isola, specie se concerne la vocale tonica, diventa 
un particolar motivo di dissonanza, nel passar che fa un canto 
da una regione all'altra; e ne possono talvolta derivare argo- 
menti abbastanza validi per la determinazione del luogo d'ori- 
gine del canto. 

Il Vigo, al n. 5339, ha questa canzone di Piazza : 

Sus' f, amor mi, sus* ti sosi 
D' sf ddett d'amor unna r' posi. 
Pr'ti su fatti li sonni amurosi, 
Pr' mi su faiti li mali riposi. 
Orb' mi sti finesiri eh' su noiosi 
Quant seni In scior d' li rosi. 
Ma jedda la mariola rispunn'i : 
Lu scior lu fazz je, non su li rosi. 

Or senza dire dello rime illusorie (poiché il piazzese pronunzia ve- 
ramente aniuriiù e ncinsi', cfr. Roccella, 'Vocab. della lingua 
parlata di Piazza Armerina '), v' è assoluta dissonanza nel settimo 
verso. Ma tradotte le rime in schietto siciliano, tutto è in re- 
gola: Susi amurusi nchiasi r^rispusi, come ha la variante no- 
tigiana, n. 166. Onde non c'è dubbio che questo canto fu intro- 
dotto nel piazzese dai ddatini (latini), come i Gallo-italici di 
Sicilia chiamano gli altri Siciliani. 

Il canto 3919 della stessa raccolta, nel quale scuti (tu ascolti) 
è in rima con aff'runli e fruìiti, fu certamente composto in 
quelle parlate delle province di Caltanissetta e di Girgenti, dove 
si dice antru cuntra punci vonta ecc. per autru altro, cutra 
coltre, purci pulce, vota volta. Il ripetitore di Castelbuouo guastò 
la rima per ridurre la voce ascunti alla maniera della sua par- 
lata; come il ripetitore messinese nel primo canto della raccolta 
vighiana ha fatto zoppicare il settimo verso : Vai miritati èssivi 



'274 Avolio , 

Monsignuri, che nei dialetti notigiani, dove si dice siri essere^ 
corre benissimo col suo accento sulla sesta sillaba: Vui miritaii 
siri mimzigmiri. 

Di contro all' -italo (-olu) -uóla italiano, son nel siciliano 
forme in -ohe, p. e. rrisignolu, lazzolu, riolic reticella, tuvag-' 
ghjola ecc.; e in -oru: muscaloru, pagghjalora puntaloru; e in 
-Illa: hatiula cammisula jimentula iuvagghjiila vasiitulu ecc. 
Ma quest' ultime sono preferite nel notigiano e nel siracusano, 
dove la derivazione in -ula serve a ottenere schietti diminuitivi y 
che in altri luoglii dell' isola si ottengono colla derivazione in 
-edclu: hirrittula hirritteclda , quasiUula quasiiledda, vilan- 
zula vilanzedda. Alle derivazioni in -ola manca il sentimenta 
vezzeggiativo e diminuitivo, che hanno quelle in -ula. 

Ora il bel canto che trascrivo dal Vigo, n. 1471, dove si fa 
rimare tuvagghiola con sula gula, è molto probabilmente ori- 
ginario della provincia di Siracusa: 

Mamma, min mi mannati all'acqua sula. 
Ci su picciotti, e ini fannii spagnari. 
Ppri strata mi cadili la tuoagrjhiola, 
E un giiivineddu mi l'appi a pigghiarì. 
E poi m.i dissi: eh' è ghianca ssa gula, 
Un vasuneddti ci vurrissi dari. , 

Si t'ingagghiu a vanedda sula sula. 
Tutti li santi ti he fari chiamari. 

Sfragaru e sfragheri (sprecone) formano un pajo nelle nume- 
rose serie dell' -ariu: lavannara lavannera, nivara niveray 
jardinaru jar dineri, cutiddaru cutidderi, usuramt usureri, ecc. 
In alcuni parlari dell' isola, si preferisce 1' -arm ; altrove, come 
nel notigiano, 1' -eri , benché vi si trovino entrambi i tipi : pu- 
sèri polso pollice, ìicinzeri, tisureri, allato a massaì^u lan- 
naru scupai'u sularu (cfr. Arch, II 145). 

Or il Del Giudice porta questi due proverbj : A patri avaru 

- Figghiu sfragara (Vili 14); e: A In sfragaru - Diu ce 
tisaureri (Vili 10); il primo de' quali è genuino; ma il secondo 
è senza dubbio alterato. Doveva fare in origine: A he sfragheri 

- Diu c'è tisaureri; e proverrà da quei paesi dove è preferito 
r -eri. 

Il canto 513 della 'Raccolta di canti pop. di Noto', nel quale 



Lo rimo noi canti e prov. siciliani. 275 

àbhaja è in rima con mandava e jiitava, spetterà poi alle par- 
late, tra le quali è quella d'Avola, cittadina a sette chilometri 
da Noto, dove al singolare dell'imperfetto dell'indicativo l'esito 
di -abam è normalmente -aja: manciaja jUtaja ecc. 

IV. 

In alcune parlate dell'isola, segnatamente dell' Ennese orien- 
tale (provincia di Caltanissetta con propaggini in quelle di Ca- 
tania e di Siracusa), l'è, l'i e V u, tonici, hanno ordinariamente 
un suono misto; onde nell'e si sente Va, Vi tende ad e, Vu ad o. 
Ciò vuol dire, se ci rifacciamo alla gamma vocalica a-e-i-o-u, che 
r e i u si turbano colorandosi della vocale che sta loro dinanzi. 
E siccome lo sforzo muscolare della laringe e degli altri organi 
retrorali ed orali viene via via aumentando dall' a, eh' è il suono 
più aperto e si forma in fondo al retrobocca, aXVu eh' è il più 
chiuso e si forma sull'ostio labiale, cosi, a dirla tra parentesi, 
son d'avviso che il fenomeno appartenga puramente a quella 
classe di disordini della favella, chiamati da Kussmaul mogilalie 
dialettali, le quali hanno la loro principale ragion d'essere nel 
risparmio di contrazioni raiologiche. 

Comunque, i segni, che nello schema dell'Ascoli (Arch. I, xliii) 
corrispondono alle nostre vocali turbate, sono : 1' a per quell' e 
che s'avvicina molto all' a: màgghia (melius); Ve per quell'i 
che partecipa dell' e: dessi (dixi); V i\ per quell' o così chiuso 
che può dirsi urV u larga: jùdici (judice). 

Il De Gregorio (^Appunti di Fonol. sicil.' p. 13, e 'Saggio di 
Fonet. sicil.' § 10) ci fa sapere che ad Alcamo Ve tonica fa ci 
quando è seguita da r: larva (terra), sàrra fdrru casdrma^ 
sàrìDa Paldrmu. E degli esempj citati da Hùllen di a da e ('Vo- 
calismus des alt. und neusicilianischen dial.' p. 17), rientran 
qui: sarvu sarvi sarva. Non così Mdrcaiu, denominazione ge- 
nerica di luogo, allato a Marca, dove non è avvenuta alcuna 
alterazione; poiché il Du Gange registra Marcha, Marcus, 
Markata, 'modus agri'. 

Ora a Sortino 1' a al posto di e ricorre con molta frequenza, 
qual pur sia la consonante successiva. Ebbi così da una fantesca 



276 Avolio, 

sortinese: Vicidnza Vincenza, magghiii meglio, scinti tu senti, 
Jijàsa chiesa, Canciàtla Concetta, iavagghjdddra tovagliella. E 
pare che il fenomeno non si restringa solo a Sortino; poicliè da 
un contadino di Mirabella sentii il ni. San Micidli, S. Michele. 

L' i di qualsiasi provenienza fa è in gran parte dell' Ennese 
orientale. Ecco alcuni esempj, che ho da lavoranti di Caltanis- 
setta, Castrogiovanni, S. Caterina : piccirèlli vèlia fèglm famò- 
glia prèma, pennuti pillole, da'^si vèsiu midicéìia Matrèci, 
Santa Catarèna, matèna hinidrUu tèntu cunégliu', e da i se- 
condario: avèa vinncgna, kjcnu plenus, caténa fémmina feci 
.Déu méu, éu ego, mési catanissiitési, ecc. Per altre parlate 
della stessa regione, v. De Gregorio 'Saggio di Fonet. siciL' § 21. 

A S. Catarina, questa vocale mista è accompagnata da un 2, 
che la rende molto più strana e sguajata all'orecchio degli altri 
Siciliani: Santa Catariéna, matiéna binidiéttu tièntu. 

Di là dall' Ennese orientale, Y é si riscontra a Sortino e a 
Militello, e probabilmente in altre parlate, nelle quali non ho 
avuto agio di fare ricerche. Il fenomeno fu da me avvertito per 
la prima volta a Militello; e v'è così caratteristico, ch'io nel- 
r 'Introduz. allo studio del dial. sicil.' non esitai a chiamarlo 
^e militellese'. 

Nello stesso ennese orientale, e anche nel militellese e nel 
sortinese, Yu tonico fa sentire Y o: dilru, ciùmi fiume, fitmu 
jùrici, chjù più, ùmo dui stlbitti cruci giùvini jùtmu mpùdda 
cùrmu chimnmu sùrfaru lùrda, mùssu mùsus, ùtì^u uter, rùci 
dulcis, pùsu pulsus, ecc. E da u secondario : matrimùniu migliùri 
patrùni cùntii, ddùcu illoc, tùttu curi ùgliu oleum, lavùru ecc. 

Ora facciamoci a documentare con esempj le dissonanze che 
si risolveranno per la ragione di cotesto vocali turbate. 

Fra i canti della Raccolta di Salomone-Marino, riportati in 
quella del Vigo, è il seguente (Vigo 1172): 

Quannu passu di cca. Rosa mi chiama, 
Voli cantata n' estrema canzuna; 
Si 'un ci la cantu, si nni jnr/r/hia pena, 
Zoccu teni 'mputiri 'un mi nni duna : 
Sacciu ca teni na bedda funtana; 
Quann' haiu siti, a Moiri mi duna : 
Vaja, Rusidda, 'un ti pigghiari pena. 
Affaccia, veni senti la canzuna. 



Lo rimo noi canti e prov. siciliani. 277 

'Cessa si riduci'> la dissonanza delle rime pena funtana chiatna, 
quando il canto è ripetuto da un sortinese, o da un abitante di 
quelle zone fonetiche dove e si pronunzia a , e pena perciò 
suona pana. 

Lo stesso si dica per veli che nel canto 3902 è in rima con 
manuali ufflziali spitali) per tivvenu e sirentc, che al n. 260 
rimano con annu e manie; per caDaleri, del n. 663, con cla)'i 
paìvmri addimannari ; per nemici, del n. 840, con apparsi, 
camparsi passi ; e per le rime o assonanze di questi altri canti : 

n. USI, ncegnu sdejnu, con vannu stannn; — n. 121, cuseru jiincenu 
iirrenK, con ^)an(; — n. 1154, siilena lena,, con rumana; — n. 1875, jjerni, 
con anni; — n. 1947, impegnu,^ con sangu addimannu carcagnu; — n. 2150, 
2'>edi, con iuibalsamari ìnavi rriali; — n. 2607, me/, con assai ncappai mai; 
— n. 3913, cumprenni, con spenni, granni; — n. 3922, jetla con gatta. 

Rientra in questa categoria d'alterazione il proverbio: Acqua 
senza vinu {vénu) - Nta he corpu è vilenu; cui aggiungiamo 
<lalla Raccolta vighiana le rime qui indicate : 

n. 169, paradisi narcisi, con desi; — 196, misi risi curtisi, con desi; — 
:-)07, binignu, con regnu vegnu mpegnu; — 833, hillizzi ntrizzi, con fine- 
stri; — 1146, stamatina fina Serafina, con sirena; — 1951, strittu fittu 
dittu, con pietiu; — 2480, vinni, con addifenni mpenni tenni; — 2990, diri, 
con beni veni; — n. \A.ÙQ, jiri, con cavaleri vulìnteri bicchieri^. 

Il Vigo porta in nota questa variante al canto 353, il quale 
lia pressappoco le stesse rime: 

Quannu nascisli tu, rrosa marina, 
Ficiru festa lu suli e la luna. 
L'amici foru Palermu e Missina, 
Chi ti purtaru a vattiari a Rroma. 
La parrinedda tua fu la rrigina, 
Lu parrineddu lu papa di Rroma. 
N' ànditi ti la misi la cannila; 
Bedda accussi nun nn' ei-a nata ancora. 



* Al n. 2151 (Aci): nnsùu, con neu e pur con ìueu, benché ad Aci si 
■dica miu. Del resto, anche nel canto palermitano al n. 554: meu (non To- 
dierno miu), con neu agnusdeu giubbileu. Anche il Meli adopera ìneu per 
ìniu; e meu si sento ancora in qualche parlata, insieme con eu (ego) e 
Deu. A Palermo, sebbene la forma comune sia JDiu, nel Credo si dice: 
Cridu in deu patri onniputenti; v. De Greg., o. e, p. 32. 



278 Avolio, 

La causa della dissonanza in questo canto può attribuirsi o al 
suo luogo d'origine, cioè alla pronunzia mista deìV u di luna 
(hlna), propria dell' ennese orientale, del sortinese ecc., o al- 
l'antichità del canto, al tempo, cioè, in cui si diceva Ruma, 
anelerà. In altre varianti le rime sono: luna Rroma cruna; 
luna pirsuna cruna. Similmente al n. 237, Roma è in rima 
con adduma luna puma. 

Offro altri esompj in cui il fenomeno può avere la stessa 
spiegazione : 

n. 514, fncnti munti j unti (oiin. or. fntnti ecc.), con fonti, vsic. fanti', 

— n, 978, cruìia adduma (enii. or. cruna adduma), con palora ancora; 
nel vsic. palura anchura; — n. 1440: amuri (enn. or. amùri) con palori 
co7'i, nel vsic. paluri, curi. — (]fr. il canto di Messina, n. 2706, che finisco 
cosi : Sai quannu finirà lu noxtru amuri ? Quatinu si farà cinniri sta 
curi. — E amuri è parimente in rima con signuri cori violi (n. 459), con 
suduri uri cori (n. 593), con rumuri facciali mori (883), con palori cori 
(n. 980), con duri mori cori (n. 1754), con duluri mbasciaturi cori 
(n. 1831), con visioni cori (n. 2644), con cori mori fori (n. 817 e 1305). 

— Aggiungasi tei, in rima con vui (n. 607), con vui chiuil(nn. 2G63 1940). 

— Poi: vugghi, con sciogghi scogghi arricogghi (676), e con cogghi sciogghi 
(2070); — canzuna, con Roma e sona (1329), e con abbola (1288); muray 
con firriola fora (1292); balcima curuna, con fora palora (1818); tma, 
con centona sona nona nova (5156); prua, con prooa nova (4673); scunc 
sulu, con oru som, (4618); — mutimc, con sonnu jornu ponnu, (613); 
sugnu munnu dugnu, con jornu (1676); cunfunnu, con jornu (2207); 
unna, con culonna donna (3776); luttu riduttu ruttu, con ddottu (3257); 
grutti, con morti forti (5507). 



Se prescindiamo da quelle dissonanze che son dovute a disusa 
della parola che costituiva la rima (non molte invero, perchè 
la posizione in rima serve spesso, come vedemmo, a impedire la 
caducità dell'arcaismo), il più delle volte siamo veramente tor- 
mentati dal dubbio se il fenomeno della dissonanza dipenda dal 
migrare del proverbio o del canto da una contrada all'altra, o 
non piuttosto dalla evoluzione dialettale delle forme e in ispecie 
de' suoni. Poiché, tutte o quasi le specialità fonetiche del vecchio 
siciliano, cosi come egli ci si offre fissato nelle scritture, quelle 
specialità, vale a dire, per le quali esso generalmente differisce 



Lo rime nei canti e prov. siciliani. 279 

dal nuovo, ritornano come distribuite tra le odierne parlate, co- 
stituendo altrettante diflerenze caratteristiche dei subdialetti. 

L'Ascoli ha dimostrato per i dialetti dell'Italia settentrionale, 
e il Gaspary ha giustamente rilevato nella sua Sloria della 
Letteratura italiana (I 111) l'osservazione del Maestro italiano, 
che le forme, le quali oggidì risultano come caratteristiche del- 
l'uno dell'altro dialetto, occorrevano un tempo per ben più 
larghi territorj. Similmente in Sicilia, il vecchio dialetto acco- 
glieva in se quasi tutte le varietà fonologiche che oggi distin- 
guono un distretto dialettale dall'altro e danno a ciascuno una 
lìsonomia propria. Noi possiam dire che il vecchio-siciliano vive 
ancora, non nella integrità organica in cui era un tempo ado- 
perato dai Siciliani d'ogni regione, ma quasi a frammenti, sparsi 
nei varj parlari; e intendiamo non tanto per gli elementi lessi- 
cali, i quali si sono rinnovati, più o meno, secondo che ogni 
organismo si rinnuova per lo scambio vitale delle materie nu- 
tritive, quanto pei suoni e, un po' anche, pei costrutti, i quali 
maggiormente resistono ai processi d'eliminazione. 

Noto, 28 gennajo 1892. 



FIGUKE NOMINATIVALI 

PROPOSTE DISCUSSE, 

ED ALTRO INSIEME. 



Lettera a un vecchio alunno. — Di G. I. A. 



Milano, r agosto 1893. 

Carissimo amico. — Quello che dite circa la « conversazione 
academica , più solenne che non bella » intorno alle figure no- 
rainativali che il neolatino conservi, mi pare, per non poca parte, 
giusto, ma non mi pare necessario, né opportuno, in veruna 
parte. Badate alle vostre dimostrazioni, e tirate dritto. 

Tra gli esempj del tipo latro lacb^o lere, che nel restante 
mi pajon tutti giusti, ponete anche il prov. fol, che per me è 
assai dubbio. Voi forse ci siete stato richiamato dal Salvioni 
(Arch. XI 298: ' foullon, purgatore di panni; frnc. foulon, prov, 
fol ' ), e tutti e due dipendete probabilmente dal Raynouard, che 
ha questo solo esempio : donei li fol e molin e autra manentia, 
da lui tradotto per ^je lui donnai foulon et moulin et autre pos- 
session'. Io a ogni modo altri esempj non avrei. Dico però, a 
tacer d'altro, che il contesto suggerisce, ben piuttosto che l'o- 
perajo, cioè il 'follone', l'opifizio, cioè la * gualchiera ', e vuol 
dire un neolatino follo da fol la?' e, del qual nome vedremo, 
in questa stessa lettera, qualche riflesso cisalpino ( cfr. neoprov. 
foulo, cioè *fola, fouloire de chapelier). 

Ma vengo sùbito al capitolo che più vi preme, quello dei nomi 
il cui nominativo latino è in -es -ex -ix, uno certamente dei 
più scabrosi. 

Non vi farò rimprovero di aver taciuto del ven. pùpula, che 
il Canello proponeva di ricondurre a poples; dove non sarebbe 
il solo fonologo a accampar qualche difficoltà. Ora vedrete il 
nostro Bianchi metter fuori un suo toscano ajo, di contro al 
nomin. aries; ma aspetteremo ch'egli puntelli compiutamente 



Figuro nominativuli ecc. 281 

la sua proposta. Non lia all'incontro bisogno di alcun puntello, 
e non meritava di esser da voi trascurato : fene p h o e n i x , che 
occorre in un'antica poesia italiana, attribuita a autor siciliano. 
Sta in rima: però coni a la fene — che s arde e poi rivene 
(D'Ancona e Comparetti, Antiche rime volg., I 57-61), e già il 
Gaspary notava che era da aggiungersi ai nominativi {La scuola 
poetica sicil., ediz. origin. p. 83, trad. it. p. 126). Non l'avrete 
omesso, perchè voce di cui non s'abbia esempio se non nel 
verso. Una licenza poetica non è di sicuro; è all'incontro un 
bello e prezioso cimelio della tradizione volgare del nominativo, 
da star legittimamente accanto a ^S". Fele, cioè alla tradizione 
del nomin. felix in età cristiana (Arch. II 435, che piuttosto 
andava a 437). La distinzione tra voci che ancora sono del lin- 
guaggio vivente e quelle che non si ritrovino se non negli an- 
ticlii testi volgari o in ispecie nella toponimia, non è oziosa di 
certo; ma noi non siamo d'altronde limitati a cercare quanti 
nominativi stieno ancora sul nostro labbro; aspiriamo a ricom- 
porre, senza preconcetti o pregiudizj, la piena tela isterica della 
declinazione volgare. 

Questo veramente non dico per voi, che anche per altri esempj, 
oltre che per fol , mi parete anzi troppo sicuro di afferrare il 
nominativo. Cosi per il veneziano forfè forfex, dove a ogni 
modo siete stato prevenuto dal Mussafìa (beitr. 58). Non intendo 
di ricusar senz'altro quest'esemplare (cfr. le forme del prov. 
mod.), che avrebbe accanto a sé, nelle stesse Venezie, la figura 
dell' obliquo : fórfes'e *. Ma uno scrupolo insistente mi dissuade 
sempre dal citarlo. Il friulano non ha ora se non il plurale : 
faàrfis = * forfec + .s; e il singolare non ne sarebbe stato di- 
verso (cfr. p. es. zùdis giudice), tranne che forse per una lieve 
diversità nella sibilante. Il veneziano alla sua volta adopera 
forfè in entrambi i numeri. Ora, se imaginiamo propria del- 
l'antica Venezia, come è ben possibile, la voce, friulana o al- 
pina, da scriversi pressappoco fórfes {= fa rfice fórfices)^ 



* Questa figura dovrà pur o>;soro ancho il far fede, boitr. 50, con (/ da 
s' (i), cfr. Arch. I 542*'; benché piuttosto si adattorobbo alla fonte B che 
non alla fonte A. 



282 Ascoli, 

ce ne viene, per la necessaria caduta del -s nel veneziano se- 
riore (come in kredl, p. e., dall'ani, kredis, tu credi), un forfè, 
che punto non sarebbe nelle ragioni del nominativo singolare. 

Troppo timido mi par te per converso nel paragrafo dov'entra 
heres heredis con la sua numerosa e curiosa famiglia. Qui 
non vi posso approvare in pressoché veruna parte. Io rimango 
sempre persuaso che l'afrn. heirs, od. frn. hoir, prov. er,"?, sia il 
nomin. heres e sia riuscito ad avere, come anche per altre 
voci consimili accade, un'entità lessicale sua propria, onde na- 
turalmente, secondo l'analogia generale, anche Tace. pi. afrn. 
heirs , come l'acc. sng. o nom. pi. *heir hoÌ7\ La scuola fran- 
cese non sembra che ammetta heirs lioir = heres, o almeno 
vedo che il Clédat, nel glossario alla 'Chanson de Roland', 
pone « HEIR = lat. *herem». L'asterisco, veramente, può parer 
superfluo, poiché in realtà ricorre un acc. herem nel latino 
arcaico, dimenticato anche da voi. Ma come creder facilmente 
che il legionario, o sia pure l'amministratore romano, portasse, 
tra i Galli transalpini ( e fors' anche nelle Spagne ) , e rendesse 
popolare (come mostra il dittongo francese) questo lontano ar- 
caismo, di cui altrove non rimane alcuna traccia? Sarebbe piut- 
tosto da negare ^a priori' anche il nomin. here[s], perché 
gli fosse spuntato accanto il nomin. sing. seriore: heredes (v. 
Georges)! Dico poi anche forse nelle Spagne, poiché lo sp. he- 
7'encia e il port. herauQa altro pur non saranno (non ostante 
il port. evenga) se non derivazioni da codesto her[e] fossiliz- 
zato, senza che ci si sia entrato di mezzo alcun verbo. Un tema 
senza -d, come voi supponete, che insieme desse un *heìHs herem 
e un verbo *herere o altro di simigliante, non dev'esser mai 
esistito. Di certo è curioso il prov. co-heiritz , la coerede, che 
vi é dato dall'esempio del Raynouard; e io non intendo di re- 
vocarne in dubbio la correttezza o di avventurare rimedj ana- 
logici [l'es. dice: procuimiriiz et coheiritzì. Ma è da conside- 
rare, che heritare (it. reddre^ ecc.) generando *heritatrix 



* reda, di cui il Meyer-Liibke dice: 'vereinzelt und nicht recht klar ist 
reda aus heres' (It. gr. § 335), vale veramente 'eredità' in quanto sia 
'prosecuzione della famiglia, prole' [cfr. Raj.na, Intorno alla etimologia 



Figuro nominativali ecc. 283 

-tricem, cioè in Lase provenzale *heredadriz , produco un fa- 
stidio non dissimile da quello che producevano le derivazioni 
dagli astratti in -tat ( *veritatàrio ecc.), e perciò un'analoga 
spinta a eliminar la sillaba protonica (veritiero ecc.; cfr. Diez, 
s. -tat, IP 363 ) ; onde heredriz, che poi normalmente si farebbe 
^hereiriz, con che non s' arriva ancora, bene inteso, all' -heiritz 
di queir esempio. Similmente la- forma fondamentale delle Spagne 
per hereditarius, cioè lieredidario , produsse per sincope 
heredero, port. heì^deiro; e non c'è bisogno di ricorrere a basi 
più rapide. L'afrnc. hoiresse (hóritière; Godefroy), corrispon- 
dente nel significato a codesto prov. -heiritz , è un'immediata e 
tarda derivazione da hoir, come hoirier héritage, ecc., o il sem- 
pre vivo lioirie (cfr. mairie da maire), secondo che il dittongo 
gicà di per sé solo proverebbe. Dell' *erede5'e dell'Alta Italia, che 
può parere ed è parso un *herédice, vi parlo più in là. 

INIa vi voglio prima dire, sulle generali, come sia assolutamente 
fallace l' idea, già del resto balenata ad altri, che si possa rica- 
vare un costrutto storico da un presunto -x volgare, il quale 
dagli ammonimenti dell' Appendix Probi risulti succedaneo di -s; 
e cosi si possa, per es., pensare a un rustico *7iarix, nelle veci 
di naris, che poi desse * narice, ecc. Di certo, quando nell'e- 
lenco * antico e africaneggiante ', come voi dite, di quell'Appen- 
dice, leggete ^miles non milex' ecc., allato a ^solea non solia, 
vetulus non veclus' ecc., può a prima vista parervi che milex 
e simili sien riprovati in quanto fossero vere voci vernacole, 
cosi come di sicuro son riprovate, per tali^ solia veclus e via 
dicendo. IM^ lasciando andare che gli esempj ivi addotti son tutti 
di -5 = -T-s {ariex locuplex milex poplex; e all'incontro: fames 
non famis, repres non vepris ecc., e anche 7^eses non resis), 
ogni imparziale osservatore vi dirà sicuramente, che ai tempi 
<U codeste scritture grammaticali il popolo dovesse fare -ss -s 
da -X, e non già viceversa, come del resto non fu mai fatto. 
Le ammonizioni dell' Appendix Probi colpiscono evidentemente 
due diverse maniere di alterazioni: la popolaresca e quella delle 



dei vocaboli rità ecc., Rendic. dell'Acad. dei Lincei, nov. 1891], e sta a re- 
dare come p. e. ierta nei Grigioni a ertàr or^ór = hereditare. 



284 Ascoli, 

emendazioni a rovescio^. Così vi si dice: ^ solea non solia, co- 
chlea non codia ', per condannare la pronunzia popolare ; e in- 
sieme vi si dice: 'ostium non osteum', Hilimn non lileum\ 
per correggere coloro, i quali, temendo d'incorrere nell' ^io po- 
polare per ^eo, storpiavano 1' -io classico od aulico facendone 
^eo ^. Non altrimenti, temendosi d' incorrere nel -ss -s popolare 
per -X, si poneva a rovescio -x per -ss -s; ma non era dì certo 
uno -X, il quale potesse agire nella storia del linguaggio ^. 

Codesto neolat. narice, che sta ancora più solitario che non 
paresse al Diez (gr. IP 314), poiché l'it. pendice va in effetto 



' IMcttetG pure, se volete, anche un terzo assunto, poiché punto io non 
escludo che vi sia condannata qualche parola per capo d'arcaismo; il più 
notevole dei quali arcaismi potrebV essere, se la trascrizione è genuina: 
nesciocubi per nescio ubi. Come, del rimanente, punto qui io non sono per 
negare la relativa antichità dalVApio. Pr., così non ho neanche l'intenzione 
di contendere i criterj di ' africanesimo ', che il Paris ed altri hanno sco- 
perto in codesto elenco. Solo mi permetterò d'avvertire, che elenchi di 
tal maniera, dove per esempio non c'è ordine rigoroso, né secondo alfa- 
beto, né secondo le forme, e anche ricorre qualche doppio, si possono ri- 
petere da collezioni formatesi nelle scuole o da singoli individui, nelle 
quali confluiscano le provenienze più diverse e di tempo e di spazio. A 
ogni modo, qualche accenno specifico, pur nell'ordine della romanologia, 
nessuno negherà che si possa dare in quell'elenco. La perdita del v tra 
vocali {fatila pAor) potrebbe cosi accennare alla Sardegna, ben''.hè appunto 
gli esempj àoìVApp. Pr. oggi alla Sardegna manchino {faidda è in Sicilia), 
e accennarvi insieme, nell'ordine lessicale, il 'vitulus' non 'viclus', poiché 
solo nel sardo, per quanto si conosce, son forme per cui si continui, nella 
qualità di nome, un 'viclus' volgare (Flechia, cI = tl, p. 8). Ma quei fe- 
nomeni di latino volgare o quegli svarioni degli indotti, i quali risultano 
dalle correzioni: 'vetulus non veclus' e pur 'vitulus non viclus', 'solea non 
solia', 'viridis non virdis', 'miles non milex' e tanti altri, nulla hanno in 
sé che sia specifico dell'Africa o di un'altra qualsivoglia contrada, roma- 
nizzata romana. Potrebbero ugualmente provenire dalla valle del Po, da 
quella del Tevere, dal Lilibeo o da Cartagine, qual pur fosse l'età del gram- 
matico. Il Paris [Mélanges Renier 307-8], se badate bene, non dice nulla 
che s'opponga a questo che io dico. Curioso che il Sittl (Wòlfflin's Arch. VI 
557) si fermi al n di cuntellum ('cultellum non cuntell.'). C'è anche alle Alpi 
(Arch. gì. I 100) ! — [Ma ben di più e di meglio che non nella rapida mia 
Nota, avete in un poderoso lavoro del Forster, Die App. Pr., Wien. Stud. 
XIV, 2, dov'è anche messo in forse il r/lir che più in là vi cito.] 

2 Cfr. Schuch. vok. II 67. » Cfr. ib. I 132-3; Seelmann, ausspr. 353. 



Figure noininativali ecc. 285 

col lat. appendi X, è d'altronde naturale che tormenti ancli'esso 
la curiosità degli studiosi, non paghi, come voi noi siete, dell'a- 
nalogia di cervice, disperatamente invocata dal Gròber [Wòl- 
ttlin's Archiv, IV 129] ^ 11 mio antico e immutato pensiero è, 
che s'abbia a partire da un * navica, il quale, con la naturai 
differenza che è per r di contro a s {^s) tra nares e nasus, 
corra, nella forma e nella storia, parallelo a nasica. Guglielmo 
Schlegel ^ s' è molto compiaciuto di questa voce, latina a un tempo 
e sanscrita (nasika). Alla sanscrita, egli non poteva dare altra 
significato se non quello di 'naso', che è, pur del singolare, 
nella letteratura seriore ; ma ora tutti sappiamo, e a me ne viene 
conforto anche maggiore, che, nel sanscrito vedico, ndsikd al 
singolare vale veramente 'narice', e vai 'naso' solo al duale. 
Lo Schlegel notava la differenza dell' i, breve nell'indiano e 
lungo nel latino. Ora anche per qiiosta parte c'è da fare una 
buona aggiunta; poiché, sebbene dal verso abbia conforto Vi 
che le scuole attribuiscono a P. Cam. Scipio Nasica, un i 
breve è d'altronde come documentato da quell'accentuazione che 
ci conduce al tidske narici, proprio dell'Italia meridionale': na- 
pol, e lece, nàscile, sicil. nàscili (e dal sicil. ancora s'aggiunge 
nàsca f. , naso grosso e camuso, definizione che è curioso con- 
frontare con quella che per via d'antitesi risulta nel passo di 
Arnobio). Il plurale di ndìHca, naturalmente un plurale di 
gran lunga più usitato che non il singolare, cioè nàriUe = n a- 
ricae*, diventava un 'plurale tantum', che obliterava il pro- 



* L'articolo del Gròber può anche dar l'idea, che sien tra loro indipen- 
denti nella formazione, o diversi inizialmente nella significazione, nariz 
spagnuolo e portoghese e narice italiano; il che punto non è. Non solo è 
frequente il pi. sp. narices per dire il 'naso', ma noriz pur significa una 
delle due narici. Di catalano poi non vedo se non narisses, pi. s. m. ant. , 
narici. E naris milanese (anziché naris) dev'essere uno sbaglio. 

* Indische biOliothek, Il 318-27. 

' Così di vasca diceva bellamente il Diez (less. s. v.): 'es kann aber, fiir 
vasica stehend, aus vas abgeleitet sein'. 

* Noterò, — sebbene al nostro caso particolare ciò punto non importi, 
— che per k' intendo segnare in siffatti ragguagli l'intacco latino della 
gutturale di caelum cicer ecc., intacco infelicemente ora conteso, come 
avrete veduto, ma che del resto punto non dice una risoluzione assoluta 

Archivio glottol. ital., XIII. 19 



286 Ascoli, 

prio singolare ^ ; e solo in tarda eia s' otteneva, per metaplasma, 
un nuovo singolare: nariHe [*narix], pi. narihe\s\. Similmente, 
secondo ogni probabilità, sarà stato promosso dal pi. nares il 
nar che allegano da età latina. In altri termini, *naricae sta 
a nares, come naticae a nates, e la differenza negli esiti 
italiani dipende da ciò, che l'obliterazione dell'antico singolare 
tolse per *naricae quel motivo analogico che avrebbe portato 
a un plur. ital. nuriclie (come natiche amiche mosche ecc. 2). 
Quanto poi all'oscillazione tra ì ed l in una voce com'è la no- 
stra, confrontate più particolarmente i continuatori di ver v ex 
e di sorex; dove in ispecie sorce sorice formano un bel ri- 
scontro a ndsche (Nasica) narice. E ci ristudierete ancora, che 
s'intende; e verrà probabilmente a tormentarvi il dubbio, che 
si possa trattare^ di nomi venienti da Acerbi {nàsca da un *ìia- 
sicare, navica da un *na7^icar e, come in effetto il lorab. 
ndsta, fiuto, dee venire da un na sitai' e)', la qualità però 



come è quella, p. es., della pronuncia italiana, lì k del sardo kelu (caelum) 
sta al k' di un anteriore h'elu, come p e. stanno i x e i 7 del greco a 
quei suoni anteriormente intaccati che danno al lituslavo e all'indoirano 
gli esiti sibilanti. Cfr. Schuchardt, Litbl. f. germ. u. rom. philol., 1893, 
num. 3, verso la fine dell'art. 

* Ma l'obliterava poi in tutta l'estensione del mondo romano? Il friu- 
lano nòrie, di cui in Arch. I 532 n, starebbe a nàrica come il fri. nàdie a 
natica; e il fri. naries (-rm) ragguaglia naricas^ non ìiaì'ices. 

' Ricorderete che in iscuola ci domandavamo se non v'abbiano resti di 
un'età in cui legittimamente si oscillasse tra *mosce e mosJce, età a cui po- 
trebbero accennare i moscini e i moscerini allato ai moschini e ynoscherini. 
Ma a tutt'altro sareste all'incontro condotto dall'articolo ^mìiscea presso 
il Kòrting, che lo deve al Gròber, il quale ricostituisce questa voce latina 
mercè il « ret. (tirol.) moscia tafano, ital. moscia piccola mosca», avver- 
tendo che la voce doveva esser latina, poiché nella derivazione neolatina 
la gutturale sarebbe rimasta intatta. Senza però mancar di rispetto a questi 
due valentuomini, bisogna pur dire, con molta malinconia, che qui c'è forse 
men di nulla. Donde il Gròber prendesse un ladino moscia col particolare 
significato di 'tafano' 'mosca cavallina', non saprei dire in questo mo- 
mento; ma, a ogni modo, musca dà normalmente, per tutta la zona la- 
dina, col e in e ecc.: mosca mosa ecc., come vedete nel I dell'Arch. nel 
Gartner; siamo così al parallelo del frnc. monche, e un muscea latino 
qui non c'entra di sicuro. Un it. moscia l'avete poi mai sentito ? in quali 
scritture, in qual vocabolario lo trovate ? 



Figura norainativali ecc. 287 

delle significazioni, e le congruenze storiche, vi libererebbero, 
io credo, da un dubbio di questa maniera. 

Ma il terribile * erèdes'e, erede, come dunque si spiega ^ ? Io 
mi ci sono lungamente affaticato, senza trovar nulla di abba- 
stanza sicuro. Il più probabile però mi par questo: che s'abbia 
a partire da un * erede gar 'disputare intorno all'eredità', fog- 
giatosi in ispecie sopra radegar = *erraticare, che appunto veniva 
alla significazione di 'disputare' (v. Muss. beitr. s. v,), avvalo- 
rata insieme la spinta da altri verbi come ecendegar e litegar e 
anche zudegar. Come da radegar venne un sostantivo rddego, 
così da eredegar sarebbe venuto un erèdego, che diceva : piato 
ereditario, causa ereditaria, gl'involti nella causa ereditaria. Il 
plurale {erèdegi erédes'i), che pur qui era il numero prevalente 
nel discorso, avrebbe pur qui generato il singolare ^ Un caso 
perfettamente parallelo a quello che tento cosi di ricostruire 
credo fermamente che ci sia rappresentato dal velires che oc- 
corre in Uguccion da Lodi: e ueltres e segus, leicrer encadhe- 



* Sono con voi d'accordo nell' escludere la possibilità che Vheredex di 
Bonvesin, V erese ch'è in Brt. d. li gr. p., e il resi di Fra Paolino (cioè le 
voci per cui sicuramente risaliamo a *erédes^e), e quante altre voci si com- 
binano con queste, o nella realtà o per via di ricostruzione, come arédes' 
l-aredes la-rédes rédes, riflettano comunque il nomin. hereditas. Circa 
Vàves [abbracciato pure dal Rajna nel suo, del resto, assai istruttivo la- 
voro, citato qui sopra], la mia antica ipotesi è brevemente, che si tratti 
di la[d]es' = latice (cfr. Monte-Latico) ; ma è un'ipotesi che non ho mai 
potuto ben cimentare con la realtà della storia. Bisognerebbe, tra 1' altre, 
ricorrere alle vecchie carte lombarde di agronomia e d'idraulica. 

* Non sono io mai stato alieno dall'ammettere che, date certe condizioni, 
la forma del singolare possa provenire da quella del plurale. Mi limito a 
ricordare quel che ne dicevo nella 'Poscritta', Arch. X 96. E neanche mi 
ripugna, date certe condizioni, una contrapposizione che sorga analogica- 
mente tra numero e numero, vale a dire che sorci, a cagion d'esempio, 
possa promuovere sórho, sulla foggia di [jótho porci. Se nella stessa 'Po- 
scritta' non venivo a una conclusione di quest'ultima maniera, gli è che 
mi pareva, come sempre mi pare, che per una parte almeno della serie 
punto non concorressero le condizioni, atte a persuaderla. Del rimanente 
andando anche più in là di questo particolare, devo pur dire, che quella 
'Poscritta' non presumeva di affermare certe 'Cause inavvertite', ma solo 
di venirle, quasi in via teorica, tentando, come molto apertamente essa 
dichiarava (p. 84); e forse il tentativo non è caduto indarno. 



288 Ascoli, 

nadhi. Appunto questa voce ricordava felicemente al Tobler il 
nostro heredex {erédes'), ma gli avrebbe anche potuto ricordare 
i canes vellrices (qui comprehendunt...) d'una legge germanica 
ed altro (cfr. Du Gange; e Diefenbach, orig. eur., nm. 147). Ora, 
questo vellrices, cioè questo mascolino veltrix, altro pur non 
sarà che il latineggiamento del volgare veltres, singolare o plu- 
rale ch'esso sia, offertoci da Uguccione; il qual vocabolo volgare, 
alla sua volta, proverrà dal plurale del legittimo veltrego 
[vèltregi vélires'i), vertragus, cioè dal trisillabo celtico, meglio 
conservatosi nella Cisalpina che non altrove (cfr. Zeuss^ 145). 
Pur qui era potente il plurale, poiché la caccia, per poco so- 
lenne, ci porta ai ^ veltri ansanti ' del coro manzoniano ; e se 
di -gì di pi. da -go di sing. non abbiamo esempj in Uguccion da 
Lodi (in Bonvesin, all'incontro: amigo amisi, prego presi, ecc.), 
questo non ci turba; poiché *véltres'[i] doveva esser voce bene 
antica e largamente diffusa, come appunto la riproduzione lati- 
neggiante ci direbbe. — Póstici cosi alla caccia dell' eì''ede , 
avremmo acchiappato, a ogni modo, un buon cane da caccia; e 
or vengano, un giorno o l'altro, a illuminarci definitivamente 
sul conto dell' *erèdes'e le carte latine o semilatine della Lom- 
bardia e della Venezia! 

Intanto vi dirò, che non vi siete accorto dell'offerta di una 
larga e anzi infinita serie di nominativi singolari, proveniente 
da tal mano che non si sarebbe imaginata propensa a elargizioni 
di questa maniera. È veramente un'offerta, che io non saprei per 
ora accettare, ma intorno alla quale vi mostro sùbito le mie 
obiezioni, si per la importanza della cosa, che rimediterete, e si 
perchè ci rifacciamo, battendo questa via, a qualche altra parte 
dei vostri quesiti. 

Nel § 643, che non è tra i più limpidi della sua opera ma- 
gistrale, il Meyer-Lùbke viene a imaginare : che 1' -u del nomin. 
•US {caballus) fosse un u chiuso, poniamo, secondo la trascri- 
zione nostra, ù [caballus)', e 1' -u dell' -u[m] di neutro {tem- 
plwn) dell'accusativo {cahallum) fosse all'incontro aperto, 
poniamo, secondo la trascrizione nostra, ù (templit o addirittura 
tempio; cabalili). Onde sarebbe avvenuto, quando e dove agiva 
la ragione dell' 'umlaut', che, dati per esempio i tipi serenus 



Figure nominativali ecc. 289 

{-emh) e pilosus {-osùs), il nom. sng. riuscisse a sermù[s] 
pilicsù[s], come il nom. pi. a serini pilicsi; dove all'incontro 
l'acc. sng. restava a sevenù pilpsù, come Tace, pi, sarebbe ri- 
masto a *serenp[s] *pilpsp[s\. Se dunque nell'Italia meridionale 
abbiamo costante la figura che rappresenteremo per se)nnu pi- 
licsic, vorrà dire, secondo il nostro Autore, che abbia vinto, in 
quella regione e per queste serie, la figura nominativa (masco- 
lina) e sia tramontata l'accusativa. Dove possiamo intanto sog- 
giungere, che ci verrebbero insieme regalati, in figura di no- 
minativi mascolini, anche i nomi neutri, i quali sono anzi tra 
gli esemplari più pronti e belli, come acitu sicic acetum sebum, 
dumi vutu, donum votum. 

Il fondamento principalissimo, per non dir l'unico, dell'ardita 
ricostruzione, è riposto nel fatto: «che i mascolini in -us, di 
«2^ latina, vadano, passando al gotico, tra i temi in -ic, lad- 
« dove i neutri in -u[m] ci vadano tra i temi in -a; es. : asilus 
«asinus, ma akeils acetum.» È questa un' afiermazione , clie 
messa innanzi cosi risolutamente, fa gran colpo. Vi dovrà pa- 
rere che si tratti di numerose serie d'esempj, le quali portino 
a conclusioni evidenti. Or bene, gli è proprio tutt' altro. 

Un nominativo in -6s non era possibile nel gotico, il quale 
non ha e non scrive un 6 che s' incontri con l' o desinenziale 
del greco, com'è in -o;, corrispondente b\V -us latino. Restava 
che il gotico ricorresse dlV -us (anche -aus) del proprio sistema: 
p. e. sicHus {-aus), figlio, kinnus f., mascella; locchè implicava 
ch'egli portasse, più o raen compiutamente, codeste voci stra- 
niere nell'analogia flessionale dei temi masc. (e fem. ) in -u ori- 
ginario. Le voci, a cagion d'esempio, per 'apostolo' 'diavolo', 
venissero esse ad Ulfila da sorgente greca (-o;) o da sorgente 
romana (us), egli le doveva ugualmente scrivere, come le scrisse: 
apaustaidus didbulus {-aus). All' infuori delle voci meramente 
chiesastiche e ai nomi proprj o gentilizj, come teitus, dat. teitau, 
Tito, haibraius, dat, pi. haibvaium, Ebreo, si ascrivono a questa 
serie le parole che latinamente sono: saccus asinus assa- 
rius (di urceo- vediamo più in là); e i nominativi, per ac- 
cidente, non ne compajono. Per la prima di queste parole, che 
anche potè venire ai Goti per la via dei Greci (7a>tz.o;), abbiamo 



290 Ascoli , 

i dativi sakkau sakhu))r, per la seconda {*asilus): il gen. asi- 
laiis , che traduce così * asini' come 'asinae', e l'accus. asilic 
asinum; per la terza (grecamente xanyo-.^j^): il solo dat. a^^ar- 
jaic; tutte forme che son caratteristiche della declinazione dei 
temi in -u. Di ben valido non c'è veramente se non *asilus, 
che può essere entrato nel vocabolario dei Goti in molto antica 
età ed era morfologicamenle rinfìancato da auchsus bove. Ma a 
ogni modo vi lascio considei'are qual prova possa far mai , in 
se e per sé, codost' -u di ragione gotica, rispetto alla pronuncia 
dell' ic che ancora sonasse nel riflesso volgare dell' -us di lat. 
classico. 

La prova, direbbe però il nostro Autore, non risiede già in 
codest' w di ragione gotica, considerato in se e per se, ma ri- 
siede nella distanza tra esso io e 1' a tematico che risponde 
all' -»[;;ì] 'largo' del neutro latino. Ora, qui c'è intanto un'il- 
lusione che diremo teorica. Un a finale, come ognuno conosce, 
non si vede in nessun nominativo o accusativo neutro singolare 
del linguaggio d'Ulfila. Questa desinenza non risulta ellettiva- 
mente, o per il neutro o anche per il mascolino, se non dalla 
ragione dei composti (p. e. gilstr tributo, gilstra-meleins censi- 
mento). Dire, dunque, che un lat. acetu[m], per esempio, di- 
venti un tema gotico in -a (akeil) jier virtù della pronuncia, 
più meno larga, della propria desinenza, è, lasciando il resto, 
come un attribuire un lavoro di complicata induzione etimologica 
al Goto che accattava parole dal volgo latino. Dove è poi un 
-0- di voce accattata dal greco o dal latino clie il gotico renda 
per -a- ? Egli ha detto sulja, non salja, per il lat. s o 1 e a , che 
dava addirittura un o aperto. D'altra parte, ricorrere, per co- 
desti neutri, all' -w dei neutri del suo antico patrimonio (cioè 
all'unica vocal tematica che ancora alla declinazione dei suoi 
nomi, mascolini o neutri, rimanesse finale tra quante in origine 
eran loro spettate), il gotico non avrebbe facilmente potuto, 
poiché non si trattava punto di una serie più o meno robusta 
di neutri suoi proprj, la cui analogia valesse ad attrarre, ma 
di molto scarsi e quasi eccezionali residui. I testi conservati non 
ne danno se non un pajo d'esempj. Chiunque perciò rimediti, 
senza preconcetti, questo problema, dovrà pur conchiudere, se- 



Figuro nominativali ecc. 291 

condo io credo, che a una voce neutra di latino volgare, come 
acetu[m], non poteva esser serbata se non una sorte sola, en- 
trata che una volta fosse nel vocabolario de' Goti , quella cioè 
di smarrire la sua vocal finale, in quanto semplicemente eli' era 
una vocal finale, come appunto avveniva nel tipo indigeno vaùrd 
verbum, pi. vaùrda verba. Si fosse anche trattato di un -ov (-ò) 
di neutro greco, l'esito non ne sarebbe stato diverso; e ce n'è 
testimonio aivaggeli = i'jx\-yi'K'.--v (alla qual sacra voce se insieme 
si è voluta mantenere l'incolumità, sin dov'era possibile, ne do- 
vette uscire un feminile : nomin. aioaggeljo, acc. aivaggeljdn, 
gen. aivaggeljdas). 

Quanto agli esempj, la serie rimane molto breve pur qui, seb- 
bene io ci aggiunga un esemplare, eh' è per avventura il più bello 
di tutti. Il genere, che le voci di questa serie assuman nel go- 
tico, non si discerne sicuramente se non in un pajo d'esemplari, 
né del resto merita particolare attenzione, poiché una voce, po- 
niamo, come akeit, acetum, neutra nelle origini, poteva ben pas- 
sare, tra i Germani, alla ragione mascolina (tipo: fisk-s nomin., 
fisk accus., pesce). Ma se il Meyer-Lùbke scrive akeits in figura 
mascolina ( cfr. der e^sig ) , forse per isbaglio e di certo senza 
r intenzione di avvalorarne la sua teoria che nulla ci guadagna, 
giova però avvertire che i testi non danno se non il gen. akeids, 
figura ambigenere. Neutro potrà essere quell' esemplare, cui dianzi 
alludevo: *orki (aurki), mascolino nel lat. class.: urceus, di 
contro al neutro in varie guise attestato ( v. De Yit e Georges ) ; 
esemplare che riflette un ben volgare o addirittura italiano or- 
cio, con r iniz. di contro ali' m-, e V -i- per 1' e nell'iato. 
Di questa voce abbiamo soltanto il gen. pi. aurkje, che ugual- 
mente risponde al tipo kunje di un neutro che al nom. sg. fa kuni, 
generazione, f al tipo harje di un mascolino che fa al nom. sg. 
harijs, esercito. Di * aurdli = orario-, fazzoletto, non occorre 
se non il dat. aurCdja, che per sé torna ambigenere. Di ' sahan 
sabanum a^^a/ov, c'è solo il dat. sabana, ugualmente per sé 
ambiguo, e di halsan balsamum fi7>ca7.ov, oltre l'accusativo, 
accompagnato dall'articolo neutro, il gen. 'balsanis e il dat. hai- 
sana; ì quali due esemplari, del resto, ben possono venire al 
gotico piuttosto dal greco che non dal volgare latino. E resta 



292 Ascoli, 

veiìi, vino, sicuramente neutro {vein niujata, velnjuggata, ecc.) ; 
della qual voce sarà ben vero, che non ispetti al patrimonio ori- 
ginale del linguaggio germanico, ma ugualmente vero che molto 
anticamente si diffondesse per l'Europa; e appunto il viina dei 
Finni passa tra i germanisti, ossequenti al Thomsen, per voce 
e forma che dal prisco linguaggio dei Germani passava in quello 
dei Finni. Si sa che questa parola è anticamente passata anche 
al celtico e allo slavo. Non ci acconceremo dunque facilmente 
a reputar che i Goti aspettassero a averla dal volgar latino e 
men che meno a credere che ne facessero un tema in -a per 
effetto dell' -ù o dell' -o di esso volgare. 

Usciamo cosi, o almeno esco io, da questo ginepreto, con la 
persuasione che non sia buona la prova che il sagace alemanno 
ha creduto di vedere nelle riproduzioni gotiche delle voci di 
volgar latino. Ma insieme egli si appoggia sul fatto, che il lat. 
istu (o istud) dia està este all'Italia meridionale (di contro 
2XI' istu ecc. del mascolino), cioè la vocale iniziale che sarebbe 
voluta da un -0 latino; e capu[t] dia similmente cairn, e non 
cabli, alle Asturie, ancora con riflesso da -0 latino. Nel § 81, 
a cui egli rimanda, è detto più genericamente: «L'uscita dei 
neutri agisce come 1' ( lai): m. kiste (kiste), f. kesta, n. keste. » 
Veramente, pure in siffatte voci ])ronominali non si tratta del 
■solo -ud (istud illud), poiché incontriamo la stessa curiosa diffe- 
renza anche nel riflesso di ipsus m., ipsum n.; ma forse il 
nostro Autore ha pensato che qui valesse la ragione dell'ana- 
logia e che a ogni modo andava bene anche 1' - u m per un 
effetto coni' è quello deli' -0 latino. Anche i riflessi meridionali 
■di eccum ellum mostrano la vocale iniziale nello stato in cui 
la vorrebbe un -0 latino. 

Ora, qui intanto gioverà avvertire, che, data la teoria del 
Meyer-Lùbke, non solo sarebbero nominativali le figure masco- 
line di codesti pronomi, ma risulterebbero altrettanti nominativi 
mascolini tutti quanti i nomi di seconda declinazione sien nei 
dialetti italiani del mezzogiorno ecc., e non già quelli soltanto 
delle due serie per le quali egli veniva a riconoscere questa 
conseguenza del suo pensiero {serinu pilum). Poiché l'uscita 
labiale non vi ha mai l'effetto dell' -0 latino; e liettu lectus come 



Figure nominativali ecc. 293 

pieltu pectus, icokJiiic oculus come uossu ossum (non lettu ecc.), 
tutti egualmente sarebbero allo stato di nominativi mascolini. 
Viene inoltre da cliiedere: codesto -o od -ù di accusativo e di 
neutro, lo tiene poi distinto il nostro Autore dallo schietto -o 
latino, cosi ponendo tre gradazioni, -ù di nom., -ù di acc. e 
neutro, -o di dat.-abl.? Se badiamo al § 308, dove si tocca dell' -o, 
e non -u, nell' 'aggettivo neutro' asturiese, = -um, non diverso 
dall' -0 dell'astur. sedo ( ant. spagn. cedo ) =^ logudor. kiio = lat. 
cito, si propenderebbe a credere che gli bastino due figure: u, 
0. Ma, a ogni modo, il logudorese, per limitarmi a questa par- 
lata italiana, che al pari dell' asturiese distingue tra 1' -u e 1' -o 
latino, sarebbe rimasto col solo tipo di schietto -u {kaddu ca- 
vallo, ozii olio), e dunque a una figura in cui si confondevano 
il nominativo mascolino e l'accusativo e il neutro. Data poi co- 
desta azione dell' -um, che doveva essere cosi potente nella sua 
frequenza, avrebbe piuttosto dovuto venirne, a tacer d'altro, 
che, ajutandosi vicendevolmente sostantivo e aggettivo, restasse 
vivo il genere neutro nell' antica sua ampiezza. Osservazioni 
della qual fatta, tolto in ispecie come sia l'imaginario suffragio 
del gotico, dovrebbero bastare, mi sembra, a impensierir di molto 
il Mever-Lùbke ^ 



* Non chiuderò il poderoso volume, senza prenderne motivo a una no- 
terella circa la storia di ie uo di contro ad é ed ó, e in ispecie del primo 
di questi due dittonghi; storia a cui si contermina il § dal quale s'è fin 
qui discorso. Quando nella nostra scuola diciamo, che una produzione di 
codesti esiti sia anteriore all'individuazione delle diverse favelle neolatine 
[v. per es. Sprachwissenschafll. br., 23, 121], intendiamo che un proferi- 
mento 'tremulo' o 'bifido', o come altro s'imaginerà di chiamarlo, fosse 
proprio delle vocali che sono in prosodia classica e ed ó, pronto sin da 
età latina a risolversi in quei dittonghi, i quali, secondo le diverse re- 
gioni e le formole diverse della parola, più o meno agevolmente e larga- 
mente si sono sviluppati o mantenuti. Questa concezione si fonda sull'i- 
dentità inizialo sull'estensione territoriale di ciascuno dei due prodotti; 
e io devo confessare, che nessuna obiezione, o d'ordine letterario o d'or- 
dine storico, mi è parsa capace di scuoterla. Il miglior cimonto, per quanto 
io so vedere, a cui fosso dato di saggiarla nell'ordine strettamente cro- 
nologico, ora quello dell'urto dell' le con l' effetto dello atono chiare finali 
nel rumeno; e non si vorrà diro di corto che ne sia stata scompigliata. 
È anzi tutt' altro. Mi conforta il vedere che Meyer-Lùbke si pronunzii con 



294 Ascoli, 

Bello è vedere come il nostro D'Ovidio, più di quindici anni 
or sono, determinasse questo problema e la sua difficoltà, schie- 
rando le simmetrie meridionali: kuille m., kella f., kelle n., 
kuike ìiesta keste, kuisse kessa kesse, Ardi. IV 152. Voi ora 
ci arrivate acutamente, per vie diverse; e io non pretendo, alla 
mia volta, di pronunziare, li per 11, una soluzione vera e pro- 
pria. Ma la mia opinione è, che in codesti neutri pronominali, 
e in altre forme simiglianti, c'entri composizione con hoc, ri- 
dotto normalmente ad -o; nella qual composizione l'accento si 
mantenesse sul primo elemento (ili-hoc ips-hoc), come vi 
si mantiene, in modo ben più singolare, negli sp. e port. péro 
empèro, dove la significazione pesava, in tanto maggior propor- 
zione, suir hoc. Sin dove si estenda, per l' aggettivo, di là dai 
confini delle combinazioni pronominali, questo tipo che io dichiaro 
per ips-hoc ecc. (e qui naturalmente non c'entrano lo sp. eso 
e il port. isso), è cosa che voi oggi potete esplorare ben meglio 
di me. Ma 'a priori', dove il neutro non è nel sostantivo, come 
non è nei linguaggi neolatini, gli aggettivi neutri non si possono 
pensare se non in quanto « son pausàt sénes substantiu » , e in 
fondo vuol dire nei soli tipi sintattici che si rappresentano coi 
provenzali aisso es bel o bel es assio, ciò è bello (ecce-hoc est 
beli.). Da ips-hoc e simiglianti, il linguaggio s'inoltrerebbe, 
sia per mera progressione analogica, sia per virtù di reale e 
rinnovata composizione, al tipo est beli' hoc ecc. 

Rimane l'asturiese cavo, non cavu, e un fiore non farà pri- 
mavera; tanto meno questo, che a ogni modo sarebbe, pur la- 
tinamente, unico nella specie sua, unico siccom'è a finire per 
-ut. Chi poi sa oggi rifare, con sufficiente larghezza, la storia 
di questa parola eccezionale? Se, per ipotesi, pur nelle Asturie 



cautela (cfr. §§ 150 173) e che in ispecie qui non invochi la testimonianza 
di quel che avvenga nelle parole latine o neolatine, entranti a far parte 
d'altri linguaggi. Ma se egli per esempio dice (§ 638), che pecho Iccho, 
pèctu lèctu, non mostrando 1' ie nello spagnuolo (come non vel mostra 
tedio tectu), ne viene che il determinarsi ('die entstehung') dell' ie iu 
Ispagna sia posteriore alla riduzione di ct in j<, questa è cosa a cui la 
mia intelligenza o il mio istinto non arriva. Son questioni però, che do- 
manderebbero troppo lungo discorso. 



Figuro nominativall ecc. 295 

si fosse avuta una base neolatina capo ( cfr. Arch. XI 434) e 
un largo uso di dizioni dativo-ablative, come in-capo de-re- 
capo ecc., l'unica figura superstite ben potrebbe non esservi 
l'accusativa o la nominativa. Pensate a domo, non domu, cho 
alla sua volta fa eccezione nel logudorese, e appunto non è un 
neutro. Nello stesso logudorese, sero sera, un ablativo maschile 
o neutro, e veramente un avverbio, diventa un sostantivo femi- 
nile {isia sero, Sp. ort. I 78), come o secondo lo sp. la tarde. 
E se poi nell'asturiese cavo s'avesse un *capor di fase ante- 
riore (cfr. apud apor), sia puro non propriamente latino, ma 
infiltratosi da qualche altro idioma paleoitalico nel latino vol- 
gare? Se, a dire altrimenti, qui si ritrovasse la chiave, indarno 
sin qui corcata, degl'ital. caporano caporale, che primamente, 
come sapete, eran veri aggettivi, e forse altro non sono se non 
voci vernacole che perfettamente rispondano a *capitano ca- 
pitale? Quest'è, bene inteso, una mera interrogazione, cioè 
meno d'un' ipotesi. 

La quale interrogazione conducendoci però al quesito dei limiti 
territoriali e lessicali che sien da stabilire per la perdita del r 
di uscita latina o paleoitalica, mi rammemora qualche appunto 
intorno a siffatte perdite, forse non inutile, oltre che per la fo- 
netica, anche per la storia della declinazione. Dice il Meyer- 
Lùbke, al § 552: « Per -r non sono da considerare se non sor or, 
«rum. soaruj it. suora, frn. soeur; imperator, rum. irnperat, 
«vfrn. emperere; cor, it. cuore, vfrn. cueur, vsp. cuer; cfr. 
« ancora gì' it. cece marmo ; — cade -l nell' it. insieme, vsp. en- 
«sieme, ma fr. ensemble, it. tribuna baccano, ma miele, 
« rum. miere, frn. sp. 7niel, fiele, fiere, (lei. » Ora, qui imprima 
io non so veder bene perchè il nostro valoroso Autore ometta 
osempj come son moglie sarto, pepe zolfo, lo sp. sastre, i frn. 
pdtre traìtre pire', e più altri. Sarà forse una semplice dimen- 
ticanza. Ma poi chiedo: l'epitesi dell' e, che abbiamo in cuore 
miele fiele, è o non è un fenomeno neolatino, parallelo all'altro, 
per cui da son = s u m si viene analogicamente a sono, sul tipo 
amo rompo ecc.? Mi par difficile che si trovi clii voglia rispon- 
dere negativamente. Ma dalla risposta afTerrnativa ne verrebbe, 
che in sino a età neolatina qui durassero i due casi : cor corde. 



296 Ascoli, 

mei melle, fel felle, poiché manca altrimenti la ragione del- 
l'essersi preferita, per l'epitesi, la vocale e. Insieme sarebbe im- 
plicito che questi esempj vadano tolti dal posto dove sono e col- 
locati tra i monosillabi che poterono facilmente conservare la 
liquida di uscita latina ^ Anche ghir-o potrà andare tra gli 
esempj di codesta conservazione, poiché un tempo dev'essersi 
detto glir al nominativo, secondo che si vede dall'ammonizione 
dell'Append. a Probo: 'glis non glir'. In quest'esempio, il rude 
nominativo sarebbe sopravvissuto all'obliquo. 

E sarto ecc. mi conducono alla lor volta alla considerazione 
del come si confonda e spiri nell'Alta Italia il -^tor (-àtor) 
nominativale. Per questa parte, come vedete bene, non sono io 
quello che debba comunque ridire a quanto il Mever-Lùbke in- 
segna nella sua bella Grammatica italiana. Qui miro piuttosto, 
per dir di un solo, allo Schneller, il solertissimo tirolese, di cui 
vi mando una nuova scrittura toponomastica, perchè ne possiate 
sùbito far tesoro ^. Vedrete come rispunti qui il pensiero (p. 7-8) 
che -dder {-ddro) possa provenire da -aro (-àrio), il che cer- 
tamente non è. L' incontro ^sinonimico' o pressoché ^sinonimico' 
della formazione per -dder -ddro, che proviene dal verbo, con 
quella per -aro (-àrio), che proviene dal nome, è molto facile, 
come per via teorica ognun sùbito vede. Il verbo falsare, per 
esempio, darebbe un falsai or, come il nome falso un fal- 
sario', e cosi falciare falci di or, falce *falciario', segare 
segdtor e sega segar io; ferrare * ferrài or, ferro fer- 
rarlo', favolare favoldtor, favola favolario (cfr. Mey.- 
-L. gr. it. § 486); macellare macelldtor, macello ma cel- 
lario (cfr. ib. ); cucinare * eie ci n di or, cucina cucinario 
(cuisinier); decimare decimdtor, decima decimario', con- 
finare *confindtor, confine confinario; [com\merciare 
-mercidtor, merce 'ìnerciario; [am]mezzare -mezzd- 
tor, mezzo me zzar io; ecc. Il contatto si poteva rinsaldare 
anche per ciò, che i verbi in -ere davano essi pure il nome 
d'agente in -di or -ai ór e (v. Arch. VII 493-94, Mussafia 



[Cosi veramente ha fatto lo stesso nostro Autore nella Gramm. it., § 270.] 
Beitràge zur ortsnamenkunde Tirols. Primo fascicolo; Innsbruck 1893. 



Figuro nominativali ecc. 297 

beitr. 21), e per conseguenza, senza che c'entrasse la sinonimia, 
r -àtor di un tessàtor tessitore, ribadisse ancora l'equivalenza 
coir -ar io dei nomi di mestiere. Comunque, nella regione tri- 
dentina sono un tempo convissuti, di valida vita, -ator {-dder 
-ad'r -àdro ) e - a r i o ( -aro ) , in formazioni grammaticalmente 
diverse, che pur potevano diventar sinonimo; e cosi la terra del 
*tessdder tessddì^o e del segàder, ebbe il legittimo desmàdro 
per 'decimario' o 'decimaro'. E merzàder marzàdro vi equi- 
valeva legittimamente a Marzarius, ma non ne proveniva 
punto, come lo Schneller imagina. E un Johannes Follàder vi 
è legittimo anch' egli {follare folldtor, cfr. Ver va dils fu- 
Idders Arch. VII 494 n), e ben può stare accanto a un Folla- 
rius (cfr. p. e. venez. folo gualchiera), ma non già derivarne, 
come lo stesso Autore vuole. Che la equivalenza a cui organi- 
camente riuscivan tra di loro forme in -àtor e forme in -àrio 
portasse a qualche inorganica applicazione di -àtor dopo che 
la ragion grammaticale di questo nominativo del nome d'agente 
non era, in codesta regione, più sentita dai parlanti, questo si 
che può ben darsi; e il trent. funadro sarà cosi foggiato sen- 
z'altro sopra tessadro e simili, e corrisponderà sol per via ana- 
logica a un fu il ar io da fune. Non crederò io facilmente, tut- 
tavia, che pianta dr e (' — «cui coherent ab una parte — » 
1339, presso Trento, qual confine d'un podere'), equivalga sen- 
z'altro al lat. plantarium, mostri cioè 1' -àtor -dde)' mesco- 
larsi con r -aro pur in funzione neutrale ; e gioverebbe a ogni 
modo ristudiare il passo. Intanto notiamo, come più a oriente, 
nella regione propriamente veneta, -ddro avendo poi dovuto 
perdere il d (cfr. patre padre pare, vitro vedrò vero, ecc.), 
si riusciva proprio a identità acustica tra il continuatore di 
-àtor (p. e. S. Salvdlor Salvddro Salvdro) e quello di -ario 
{camparo usuraro ecc.). 

Questo mi ricorda, — e per oggi chiudo, — che 1' -àtor no- 
minativale ha potuto italianamente confondersi con un altro suf- 
fisso. Per l'intolleranza del-r latino in fine di parola, advocàtor 
avrebbe dovuto diventare un it. avvocato (come sàr[ci]tor 
sarto), e perciò confluire con advocatus; confondersi l'attivo 
col passivo, come alla professione conviene. In altri termini, 



298 Ascoli, Figure nominativali ecc. 

l'it, avvocato è cosi il normal riflesso del frane, avouè advo- 
catus, come il sarebbe d.lle antiche voci venete avogadro 
aiwgaro advocator. 

Po scritta. — Quanto a sozzo, vi devo due avvertimenti. Il primo è, che 
non esiste un frnc. sourge, il quale vi ajuti circa V^ rimpetto all'i* di sù- 
cidus. Il frnc. non ha e non ha mai avuto se non surge. II sourge, sul 
quale il M.-L. si fondava, gr. d. rom. spr. § 67, era una svista; cfr. it. gr. 
§ 53. Se la difficoltà circa la vocale potesse davvero andar superata, ver- 
remmo poi a un altro curioso quesito. Un lat. sùcidu, trascurata la quan- 
tità della tonica, darebbe cioè, come legittimo esito popolare italiano: 
*sòido *sódo (cfr., tra gli altri luoghi, Arch. IX 104-5; I 504: fri. fràid ecc.). 
La lana soda, che qualche dizionario vi dà come equivalente di 'lana 
greggia o sucida' e il cui aggettivo va confuso con sodo soda, divente- 
rebbe allora il preciso parallelo del lat. lana sucida e una corrispon- 
denza non meno notevole, sebbene, un po' indiretta, del frnc. laine surge. 
Ma a qual territorio italiano spetta veramente e quanto s'estende, o nel 
tempo nello spazio, codesta lana sodai Non sono mai riuscito a saperlo. 
— Il secondo avvertimento si riferisce allo zz di sozzo, che sarebbe stato 
sordo e non sonoro pur nell'antica Firenze (com'è sempre a Roma, a Na- 
poli e altrove), secondo la felice indagine del D'Ovidio, che trovate in un 
fascicolo abbastanza recente della 'Nuova Antologia' [C/« curioso partico- 
lare nella storia della nostra rima, fascic. del 15 febbr. 1893]. 

Il D'Ovidio era portato a cotesta indagine dalle indicazioni di Girolamo 
Muzio. Del qual Muzio, appunto mentre vi scrivo, si scuopre un'osserva- 
zione che anch'essa mette in giusta luce la controversia cosi strana in- 
torno alla esistenza di un antico parlare di Trieste e la sua somiglianza 
o identità con l'antico muggese [v. in specie: Arch. X 447-65]. Il Muzio, 
che legittimamente si diceva 'giustinopolitano', cioè 'capodistriano', benché 
fosse nato in Padova, scriveva da Nizza, il 19 febbrajo 1542, a Pietro Paolo 
Vergerlo, vescovo di Capodistria, le parole seguenti: «Questa città ha una 
«sua propria favella, la quale non è né Italiana, né Francesca, né Pro- 
«venzale, ma pur sua particolare, secondo che hanno Muggia e Tergeste, 
« ne' nostri paesi. » Si legge il citato periodo a pag. 37 delle Lettere del 
Mutio Justinojwlitano, Venezia 1551; e l'amico, dal quale ne ho notizia, se 
ne rallegra come d'una sanzione che venga d'oltretomba all' 'Archivio glot- 
tologico italiano'. Diremo, senza orgoglio, che i metodi odierni rendevano 
superflua una sanzione di questa specie. Pure, il fatto è bello. 



IL DIALETTO D'ARPINO \ 



E. 6. PARODI. 



I. Vocalismo. 

"^' e a 1 i toniche. 

A- — 1. Intatto: sliala mare^, kare kara, spara cercine 
Arch. IV 147, tdoela o tdioela, mane pace kape; kane e sane, 
sg. e pi.; cerasa^', abbase *-bassju, anne quante quanne, ka- 
stana mamma kambera, vracce, dine e djene agnello;- ara- 
lyvd raggiungere , apezetd temperare , kiamà manà spus'd , 
strelld strillare, studid, alla qual forma dell'infinito è identica 
la 3^ sg. del perf. : ararevd, azzekkd salì, kiamà iajd, pi. az- 
zekkarene kiamarene ecc.; azzekkava, sukkava nevicava, ecc.; 
des' abetaie des'abetata ecc.; truwanne acc. all'analogico tru- 
tcemie. - alt ald ecc. : aute ed aie altro , faiize , cauce calce 
(più spesso cacima), aze alzo; dove le forme prive dell' w an- 
dranno attribuite alla frequente proclisia. 2. In ie, e forse i, 



* Arpino è comune del circondario di Sera, provincia di Caserta, che ap- 
partenne già al regno napolitano, e conta, secondo il censimento del 1881, 
11,368 abitanti. Qui però non si studia se non la varietà del nucleo cen- 
trale, cioè del proprio paese di Arpino, donde il comune toglie il nome. 
Trovandomi quivi a soggiornare, per dovere d'ufficio, nell'anno scola- 
stico 1889-90, mi adoperai a raccogliere, dalla viva voce dei nativi del 
luogo, vocaboli, canzoncine, novelle, collo scopo di cavarne poi una de- 
scrizione di quella notevole parlata. Di prezioso ajuto mi fu specialmente 
una giovane popolana, che mi raccontò circa una dozzina di fiabe; una 
delle quali fu già da me pubblicata per le nozze Rozano-Deforrari, nel 
maggio del 91, e le altre saranno offerte ai lettori dell' 'Archivio', in fine 
del presente studio. — Ai cortesi e volenterosi, che mi agevolarono in 
ogni modo l'impresa, rendo qui pubblicamente le grazie più vive. 

' Anche come avverbio, al solito: tif marg molto. 

' Poi valore del s, cfr. Arch. XI x. 



300 Parodi, 

per effetto di i u^ finali; fenomeno caratteristico, pel quale 
l'arpinate, pur non serbandone che rare traccio e non avendone 
più coscienza, se non come d'uno spediente morfologico, si ran- 
noda coi dialetti abruzzesi, studiati dal de Lollis in Arch. XII 
1 sgg., 187 sgg.j cfr. Mey.-L. it. gr. § 68, p. 46. Gli esempj son 
dati esclusivamente dalla flessione verbale, e l' ie è anzi limitato 
al presente indicativo: ronge do, rie' o die' dai, stanga stie'y 
facce fìe, vaje vie', regale regiele, Marne Meme, 'nnaMie 
'nniekue annacqui, re fiate refete, nate nuoto niete; aze alzo 
ieze ed anche ize, parie pierle , manne mienne, rekumanne 
rekumienne, kante Mente, piante piente, mane miene, Mane 
Mene piangi. Alla terza plurale: Mamme, mannene; ma izene 
ali. ad àzene. Notevole che Va di 'cadere' riesca alle condizioni 
dell' e pur alla V e alla 3* sg. e pi. : kere Mere kere, Merenc. 
Circa le forme, che ora seguono, di i al posto dell'antico a, 
può veramente sorgere il dubbio, se piuttosto non trattisi di li- 
vellamenti analogici. Ma abbiamo al perf. di I conj. : Maìnive 
Mamiste Marna, Mamimme Mamisleve Mamarene, quando le 
altre conjugazioni hanno -ì pur nella S'' sg., -irene nella 3^ pi. ; 
e all'imperf. di I conj.: Marnava Mamive Marnava, Mamimme 
Mamiteoe Mamavene, quando le altre conjugazioni danno -èva 
•e vene al posto di -ava -avelie. Se Mamive ecc. si dovessero 
all'attrazione del perfetto di IV: sentive ecc., riuscirebbe strano 
che si fossero poi conservate intatte le 3* persone in -d; e 
d'altra parte apparirebbe curiosa anche nell'imperfetto l'alter- 
nazione fra d, i, quando sopra un senteva sentive avrebbe do- 
vuto rifoggiarsi anche un *Mameva. Nell'arpinate, come nel 
casalese, 1' a ebbe forse in origine esito diverso, secondo che si 
trovava in sillaba chiusa od aperta, ie nel primo caso, i nel 
secondo; e più tardi, per attrazioni analogiche di vario ordine, 
si sarebbe generalizzato l' ie nel presente, l' i negli altri tempi. 
Sul presente potevano influire i verbi con è nella radice, sente 
siente ecc.; sul perfetto e sull'imperfetto i tempi analoghi delle 
altre conjugazioni, cosicché da Mamive *Mamieste si venisse al 



' Por i limiti che vanno attribuiti rW -u finale, cfr. Arch. X lG8n., e qui 
la nota al num. 5. 



Il (lial. d'Arpino: Vocalismo tonico. 301 

più compiuto parallelismo odierno, per attrazione di fenice te- 
nis!t(j, sentive seniisto e via discorrendo. 3. I soliti allegre 
allegra, ove Ve del maschile, non regolare, tradisce l'italiane- 
simo, mile pi. mela, Jduove chiodo; ma ìtale nuoto, num. 2. — 
4. -ARiu -ARIA. Al solito, duo riflessi: I. krapare 'caprajo' e 
' lattajo ' , liarnpanare ' campanajo ' e ' campanile ' , ceniellare 
venditor di cinture, macellare, melenare mugnajo, netare skar- 
pare, kalamare telare, gennare febhrare o frehhare-, coi fe- 
minili fernara lavannara, kulildara, forse spara num. 1;- 
II. helikiere , frasliere karnbriere, ìianneliere haniiere 'cu- 
mulo', penziere, ove è da ricordare che si risale o ad -ieri o 
ad -iene, ma che le più forti probabilità stanno pel primo; 
kamhrera (e per attrazione del masc, pur kamhriera), cekula- 
lera (e cekulatiera) , salerà pr'iera manera', ma soltanto lu- 
kandiera lingiera, non indigeni. 

E. — Lungo. 5. Riflesso fondamentale e, che riesce ad i 
nelle formole e . . .i, e. . .u. Cosi : kannela tela sera , Uorae- 
s'e/nia num. 23, rena femmena seta] me te', stella vellena o 
ì'endemhia', ma: icite uliveto acite, sive sego, terrine', trirece 
tredici, sirece (ali. a tre amie, tre m?nija). Qui pure è /?era 
Arch. IV 147; e a questo numero forse riviene anche vrenna 
num. 31. Non ben assimilato munastere, pur lasciando spety, 
ma forse velene ed anche vere, vero, meritano maggior atten- 
zione ^ Esempj di flession nominale: serine serena, Rine kjena'. 



' In latino, secondo la prove fornite dai dialetti meridionali, V il (are. Ò) 
delle finali -iis -unt si confuse totalmente coli' n schietto, ossia chiuso; 
e ciò in tempo assai antico, poiché si conservavano ancora ben distinte 
dall' j{ le finali -o ed -ò(r): fasuor§ kupjene, ma porte, sore sor or. Per 
contro, la finale \&i. -ud ci si presenta nelle medesime condizioni di -U 
-ò{r): kistf *eccii-istus hesle *eccu-istud, hije *eccu-illus krUe 
"*eccu-illud. Qui le spiegazioni possono essere due: o si risale vera- 
mente ad *eccu-ist-hoc ecc., ricostruzione che non va però scevra di 
difficoltà; la finale -ìid conservò sempre aperto il suo «. Questa seconda 
ipotosi, che fu adottata dal M.-L. Gr. I 529 sg., ha il vantaggio d'esser 
più organica e di connettersi coU'ipotesi analoga, che sembra richiesta 
dalla finale -um: arp. hissf *eccu-ipsus, hrsse ^eccu-ipsum, e di 
maggior forza dimostrativa ekkf eccum; inoltre alatr. eì fi ellum, esselji 
*ipsum-ellum, cfr. il campob. Jess§ jellg J§kke Arch. IV 150, ca.sa.\. jessf 

Archivio glottol. ital., XIII. 20 



302 Parodi, 

appis'e appes'a) paes'e paìs'p, ''^?"?V ''^^^V' ^^^ ^^^^^ P^^^^ 
cence cince, la cui vocale originaria rimane incerta. Di fles- 
sione verbale: sbele shile * sveli' ossia 'scavi'; krere krire credi, 
krirene; venne vinne vendi, vinnene^ krereva krerive lirr- 
reva hreriteve kreì'ivene, e cosi puteva putive putUeve putì- 
vene e l' analogico senleva sentivo ecc. ^ Neil' infinito ; 1' e nor- 
male : ave assere, rulle' dolere, gure' sape vere. Non regolari 
le V plur. ai'eme puteme vuleme saperne, forse rifatte sulle 2." : 
avete ecc., cfr. sieme siete. 

Breve. Riflesso fondamentale e^ che dittonga in ie, quando 
il ^'ocabolo è chiuso da i o da u. Il dittongo ic doveva essere 
in origine aperto, e si ridusse più tardi ad ie, per assimilazione 
progressiva, tranne davanti a r complicato ^. — 6. mele miele, 
fele bene, dece o rece, neve cfr. l'it. nieve, freve', e ed enr^ 
est; avrete retr 6 ; preta pietra; piucchepf. : menerà rnenerene 
verrei verrebbero, putera sapeva; cfr. inoltre kanibrera e si- 
mili, num. 4. Di scarso conto : prete ; e 1' e dell' italiano ritorna 
in e'ilene o e'ilere, edera. Con ie normale: jere, mieje mèlius 
e pieje *pèjus, je'nnere genero, lie'ute lievito, mie'reke medico, 
ed anche 'tnie' tie' sie' sg. e pi. (acc. al fem. sg. 'mea tea sea., 
pi. me te se); oltre il solito 'nzieme ed 'nziemera. Di flession 
nominale: pere pieve piedi, cfr. kamhrieve kambveva num. 4. 
Di flessione verbale: avrepe apro, arvi^pe arriepene (cfr. ar- 
rapri ecc. ) ; mete miete mie'tene ; legge Uegge lie'ggene ; viengc 
vie ve Vienne o vie'vene, iien^e tie' te Henne o tie'vme, ed è 
superfluo dire che in tien§e vienge V ie è meramente analogico. 



jslle jskke ecc. Arch. XII 14 sg. n., arp. jesse ìk, jrkle qui (con *je- pas- 
sato nell'analogia del ditt. ie), lece, ekku Arch. IV 127. Anche i neutri 
originar], che appajon trattati come temi in vocale chiara, sarebbero quindi 
individui scampati per singoiar fortuna al vasto e fatale naufragio dei loro 
congeneri: fglji folium alatr. 21, amori morum ib. 16, arp. v^hmg (cfr. 
lece, elénu Arch. IV 123, ali. a vai- vilinu), verg (in frasi come: est vc- 
rum), org num. 19, so.ng num. 9. E meng continuerebbe egli forse un 
*minum? — [Vedi ora qui sopra, p. 288 sgg.] 

* Non adduco l'imperfetto cong. e il condizionalo, perchè troppo sospetti 
di contaminazioni analogiche {kiamarrissg hiamarrimmg; imrtnssìmm<} e 
jpurtissgmg); vedi 'Appunti morfologici'. 

^ Ad ic risalirà probabilmente 1' e alatrino ; e cosi p ad un. 



I 



Il dial. d'Ai-piuo: Vocalismo tonico. 303 

cfr. il fiorent. viengo. 7. Posizione: pelle sempn sette', 
lepre; kr erenne sapenne; imnella gonnella, retella trottola, 
munakella rendenella pekurella e simili, terra serva erva 
pérseka, 'nzerfa ^resta' 'filza' (p. e.: re ceppile), icerta lucer- 
tola, senza, festa fenestra, e con posizione spenta : vepa vespa. 
I\Ia ne g già e mente, come in Toscana: nehUa mente. Con ie 
normale : ferre 'nfierne, 'mmierne inverno, spierhje specchio ; 
anieje pi. anella, kapie'je cappello, kurtieje cervie je, pesieje 
pisello, velie' je vitello, ternes'ieje tornese (ai quali anche s'ag- 
giungerà kalletieje fungo giallo), apriesse viespre piezze priezze 
vieni e layniente (ma niente, in origine trisillabico) tiempe se- 
tiembre deóie'm'bre kunfiette liette skallaliette piette despiette 
resp. Per ekke, vedi num. 5n.; ma il -II- intatto ci denunzia 
come non indigeno kastelle ; aggiungi : recette. Di flession no- 
minale : mies'e mesa ^, hieje bella, viekkje vehkia, attiente at- 
tenta, kuntienle kunteata; pezente povero, pezenta, pi. masc. 
peziente; serpente serpiente, parente pariente, rente riente, 
verme vierme. Di flessione verbale : perde pierde pierdene , 
veste Vieste viestene, penze pienze, sente siente sientene, penne 
piemie piennene pendono, renne rienne ynennene, stenne stienwj 
stiennene, pettipie pieitene. 

I. — Lungo. 8. Sempre intatto: pararis'e cugine pelle- 
grine, kaina gallina, cimece o pimece, vice dire, nire nido, 
\_rite dito]; akkusi 'in questo modo', allesi 'in quel modo', sine 
si; infin. : arapri, kart cadere, perf. (cfr. num. 2): arapri 
araprirene, kari ka?Hrene, e perfino sti stirene', s'arrizza, 
kuinnece, [fridde], e forse lentikkje; oltre il germanico skina, 
che ricorre nell'Alta Italia e altrove. 

Breve. Il suo riflesso fondamentale torna e, ma riesce ad i 
nelle formolo i...i i...it. — 9. cénere pece, 'mmece invece, sete 
pepe; cette cito; remeneka, ver èva vedova, {strea strega]. Ma 
Vi normale in pile pire sine, ver ile vetro. Altri i: kunzije 
famija sopracija meravija, strija striglia, in parte dubbj. Di 
flession nominale : nire nera ; onde per anal. : papire lucignolo, 
l>lur. papera', lettine letle'neì'a; patine padrino, patena ma- 



Sempro : 'mmirsf la piazza. 



304 Parodi, 

drina; nei quali punto non si tratta d' P. Nella flessione verbale : 
ì)eve hive hivene, lege Ugo. le gene, vere vive mrene\ pazze' je 
pazzie pazze a pazze ^ene. 10. Di posizione: vedde vide, 
messe mise, che son di formazione analogica; dentre dente 
-intro; rekkia, vertekkia parte del fuso, karezza, 'n cerca, 
cestina cesta, cena cinghia, grarne'na, lena legna, lenka tinca, 
lengua, furbecetia o fi^eb., frauletla; ma trizza treccia. Con 
Vi normale: surgije *soricillu, murije muricciòlo, kapije ca- 
pello, frengìje fringuello, fiskje pellitre, éellitte num. 56, sku- 
piite scopetta. Di ragione men certa: vinte (ali. a trenta, dove 
r e dev' essere analogico ) ; ditte. Allato a m enzinga insegnami, 
in cui potremmo vedere influenza della 2.^ sg. pres. indie, c'è 
sene segno, num. on. Ma cedre è senza dubbio importato. — 
Nella flession nominale: verde virde, maistre maestra {e ana- 
logico ? ), kanistre pi. kanestra ; sikke sekka ; kiste kesta, kisse 
kessa, kije kella, neutri keste kesse kelle num. 5 n. Anche qui 
pese sg. e pi. — Nella flessione verbale : penceke pinceke piz- 
zichi, tene tingo tine tinene, mette Quitte mlttene', impf. cong. 
menesse menisse, ulesse ulisse. 

O. — Lungo. Riflesso fondamentale p, ma u nelle formolo 
con i, u finale. — 11. sole kuttone, sapore sapone, sorge sorice; 
allora, kgra coda; korte. Allato ai quali sien tollerati konka 
'nkpntra rpkka, che hanno pur V p, come nell'italiano. Con u 
normale : kunte racconto, pulpe polpo ; oltre nù vù. L' o in no 
e neir enfatico none. Di flession nominale : relpre rempre fiore 
servetpre tessetpre tìmretpre, coi plurali relure remure fiure ecc. ; 
kallarpne, kaccpne cagnolino, cetrpne cetriolo, wajpne ragazzo, 
mentpne monticello, peccpne tezzpne ecc., coi plurali kallarune 
kaécune cetrune loajune ecc., cfr. cazune calzoni, petrune 
ghiaja, usati solo in questo numero; spus'u spps'a, kurius'e kic- 
rips'a, 'mmediuse 'mmedipsa, penzerus'e penzerpsa, sule sola, 
vpce vuce ; ai quali aggiungeremo gli esempj di posizione : frpnna 
frunne, akkpnce akkimce. Ma, se non erro, dicono ugualmente 
monte ponte, e al sg. e al pi. ^. Di flessione verbale : m' addpne 



' E qui pure cice sg. e pi., cfr. Arch. X 170. 

^ Superfluo dire, che ijr'iatorje non è meglio assimilato di quello che sia 
l'it. 20i(rf)atorio\ e anche si risente di pria pregare. 



II diai. cVArpino: Vocalismo tonico. 305 

m'accorgo V adclune s' addoncìin] spos'e spus'e spQs'me, kose 
cucio, kuse kùsene ; mócceke mordo mùccekiì mócceliene ; kpnfje 
kimfje konfime] rosnUo- '^^*?^^^1^ *T?f^^^^^f? retorne return^ re- 
tprnene', responne respunne respunneat^. Allato a retorne ecc., 
esiste attorne, e così tome tome intorno, forse italianesimi a 
rovescio. Per lìseme "^ormo' ^fiuto', che vale per tutte lo tre 
persone, cfr. il lomb. e lo spagn. 

Breve. Riflesso fondamentale o, che riesce dittongato nelle 
formole q...ì ó . . .u. Il dittongo, prima aperto, si chiuse in no, 
tranne davanti a r complicato, ove la seconda vocale prende un 
suono, che sta fra e eà. ce. — 12. vove bove, nove) ome homo, 
sore soror; icernola lucernina, skrjla [nora] fora (e fore in pro- 
clisi, num. 24), kres'ommera yy^nó'j.-rXy. ^albicocche', rota; loke 
illóc. Con uo normale: l'Qje, quasi fosse antico V -i dell' it. oggi) 
aguaruole agorajo, fa^uore lenzuple mariuole pinuole pinole, 
resenuole *russiniolu (per accostamento a 'russus'), remupnje, 
jupmmere *glomulu, apuò e anche ^nipppe dupppe, fupke) ma 
vómeke. Non sarà indigeno faóleka. Da piruppje il dittongo è 
passato anche all'avv. pruppia, che solo ora è usato. Di flession 
nominale: kore kupre, bupne dona bone, upve uovo vova, nupve 
nova, supcere sócera, kupke koka (ma da vupte si vien pure a 
vuota)) ìnoneke senza dittongo (cfr. monaka, che del resto non 
obbedisce al num. 24), mupnece. Flessione verbale: pozze può pò, 
woje vup ed tip vó uótene) more mupre, e rampre spengo, 
ramupre. 13. Posizione: forte notte (ma nupttela not- 
tola); sppnga (e spuna importato), vota porta korda, jokka 
chioccia, kossa coscia; e insieme si tolleri pur kokkia coppia, 
che ha perduto la coscienza dell' ó, cfr. p. e. Arch. II 146. Con 
l'.o normale: upkkje sg. e pi., fenupkkje itpppje, kicpje collo, 
abupte involto, supnne ^ sonno' e 'sogno', zupkkele) e col suono 
particolare, indicato più sopra, puoerke uoerte kuoerpe. Non sa- 
ranno indigeni orze torkje, skoje) e poco regolari appariscono 
qui pure notte octo (ali. a reciotte 18; cfr. lomb. vot) e juoeme, 
cfr. Arch. IV 155, nap. jicome ecc. — Nella flession nominale: 
renupkkje renokkjera, muoerte morta e la morte, upsse ossa, 
grupsse grossa, tupste tosta, Inpn^e longa) ma come pruppje 
ha promosso pruppia, cosi trupppe trupppa, avverbio. Flessione 



300 Parodi , 

verbale: koje kuoje kuójemj, part. kuote rakkuote kota; loje 
iupje tuójene, part. tugte tota; rekorde rekuosrde ì'^ko7'clme ; 
storce stuoerce stuoercene. 

XJ". — Lungo. 14. Intatto sempre: kicre culu, skure murCy 
mire nudo, kiure chiudo, jùrece, fus'e plur. fus'a, 'nfuse ba- 
gnato, nuvela, juna luna, june giugno, une nesime, kokrune 
e kokerune num. 30, furne, juma lume, [skiiona], pe^ute 
aguzzo, karute caduto, pupa; sic§gia subbio; frutte strulle ^ 
{striije strujene); ai quali, oltre uste io gusto, aggiungo, per la 
mera coincidenza con ù ital. : addunke dovunque, liteme, fusse. 
Strano Y u = u di burza. 

Breve. Riflesso fondamentale è l'o, che riviene ad u nelle 
formolo con i, u finale. — 15. so (o snnge) 'sum' e so 'sunt'; 
addò, góvene govena gola. Sarà dall'italiano il sost. ì^ekovere. 
Con Vu normale: fumé lupe, laute o vute *gùvete gomito; 
di iato: die. Nella flession nominale: moje nmje, noce nuce, 
krpce kruce, kukommere kukummere ; e l' analogico poée puce. 
— 16. Posizione: ceppila polvere Ipsse; pnca pna breiopna 
ppnda; vpkka, jptta goccia. Con Yu normale: prukkje pidoc- 
chio, puzze, selluzze singhiozzo, zulfe, puze polso, aùste, fané 
fungo, raunne, kiumme piombo. Ma ali. a sutte anche sotte. Di 
flession nominale: ì^pce dolce race, kurte kprta (e skurte finito, 
skprta), urze orco, per accostamento ad 'ursus', ed prza, 
rase rpsa *russeu, tunne tpnna, palumme palpmma (il fe- 
minile anche nel senso di ' farfalla ' ) , zuzze zozza. Flessione 
verbale: adpkkje raddoppio adukkje, askpte askute askptene , 
kprre kurre kurrene, 'nforne 'nfarne 'nfornene, mone mungo 
mime munene; panpne ungo, panune, part. panunte panpnta, 
sporco sporca; jptte inghiottisco, jutte juttene. 

Dittonghi. — .^3B. 17. ciele; preste prieste prestene; men si- 
curo: f^ene- — CE. \S.pena; me pente te piente. — -A-XJ. 19. Si 
comporta come o : kosa parola, robha ; per ore, num. 5 n., more 
sarà letterario, luore alloro acc. a laure, pupke e anche poke, 
nella frase ne poke o ne pupke, che potrebbe andar con ore. 
Coir alternazione solita: pupvere povera; gode, e meglio koì^, 
godo, kupre kuprene; a/foke affaoke. Secondo il tipo ital.: kd- 
vele, cfr. tdvela o tawela. 



Il dial. d'Arpino: Vocalismo atono. 307 

Vocali atono. 

A. — Protonico. 20. A foresi : lasciando il solito mànd§la, ho celici ala, 
con e illegittimo; suna, nastàs'i§; l§ sane le lasagne. 21. Iniziale e 
interno: ave' anlejg o ajnie'jf aijuaruol§ avuJcat§; kaki r§skallà lassù passa 
akkiappà skappd, icarand sparanà; halanella lucciola, kalamarg kallaronf 
tojarinf kavaj§, se 'nnam^ra, kammenà kanassa kannela, pangn§ ungo, ha- 
cima kaccgng fasugrg mattina kapac^; kiamarrìa e simili; pae's'§ maèstra^ 
kriatura. 22. Rarissimi casi di §\ v§rùsgl§ vajuolo, l§ttgng ottone, nei 
quali può aver la sua parte qualche etimologia popolare. 23. E ho da hua-: 
kohrung o kok§run§ qualcheduno, hokkosa qualcosa, da' quali si estrasse 
kok§ qualche, aferetico Ao'; korae's§ma quaresima. — Postonico. 24. §: 
sàbbete, hiarnene e simili, kiamavgng e simili, làss§m§ làss§t§ ecc., ìnam- 
nifta fij§ma ftjgta hàs'§ta casa tua; cfr. fore per fora, in proclisi: forg- 
-pae's'g. Così: s' avév>g-ra partì 'aveva da partire'; nella qual costruzione, il 
ra = da fu poi scambiato per una parte integrante del verbo e perciò ri- 
petuto : avi-re-ra parti, c§ s'am-re-ra fa kapacg ^ " 25. All'uscita è sempre 
intatto, eccettuati gli esempj di proclisia di cui nel num. precedente. 

E. — Protonico. 26. Aferesi : si, uscire, seva sitg. 27. Di solito, 
nell'interno, e: de cg ne, 7n§ t§ sg, pg-ìn-me pe-tté, ìn§nam§ mgnate meni 
venire, tonarne tenat§ ieni, rehurdA rgspunnì sgmenta t§ssgtgr§ pgkkate 
Igygutg Igntikkia sgttiembrg deciembrg. 28. a , assuttg : akkusi allesi 

num. 8; sarria dgcarr'xa e simili, anche per attrazione dei vb. di 1*; 
rabelà re-velare, quasi *re + ab-. Per assimilazione: piatanza inkuiatà. — 
29. Nell'iato i: kriatura, rijalf regalo, prijd, viatg beato. Così per feno- 
meno sintattico : ki-i risse che gli disse, ki-i sgrveva, ri-i sie' dei suoi, ti-i 
kgmprg te lo te li, ci-i purtd glielo glieli, si-i passd gli si, si-i fecg se li, 
pi-essa per essa. 30. Sincope: hohrung qualcheduno, acc. a kohgrung. 
31. Inserzione: vgritg vetro, per via di *vriig; vrenna, galloital. brenu, 
ali. a vgre'nna; ma pellgtrgng non andrà qui, giacché l'etimo dieziano di 
'poltrone' par poco accettabile. — Postonico. 32. Interno e all'uscita, 
sempre g : ce'ngrg pulvgrg, fàtevelg fatevele ; amore kulgrg knrg. 33. In- 
serzione, ajgng agnu. 

I. — Protonico. 34. Sol mezza aferesi nel tipo 'mrnierng inverno, 
'mmiria invidia, 'nfierng; e nell'iato che si produca per particella procli- 
tica, la vocale originaria può ricomparire: ri-inferng, dell'inferno. Ma sta 



* Anche in s' ergne r' appenne 'si hanno da appendere', s' ergng kart 
'hanno da cadere', è riconoscibile la ripetizione del nostro ra; poiché, 
sentitasi come un tutto solo la 3* sg. s'f-ra harì 'ha da cadere', se ne 
rifoggiò una 3^ plur. s' e-re-ne. 



308 Parodi, Il dial. d" Ai-pino: Vocalismo atono. 

k§, sa s§. 35. Interno g : brgllanl? fjgrlanda stgwàlg, smgsgnà *-misc-in-are 
'rovistare', s' arrgzzà, penatta tgzzong Ignzuolg spgdalg, retale rghiamà. 
36. Iato: piuolg faVià pia. 37. a: andò dove, amme'ntg invento, ìnara- 
vija con a antico; in sgntnrria e simili, analogico. — Postonico. 38. g: 
pampgne a^'gng utgmg angina mie'rgkg kàrgkg àbbgtg. 39. Caduto, dopo 
un u : Ménte viitg, per via di '^^Un'wgtg *gùwgtg. 40. Apocope : vuó vuoi, 
2ni^ rapuó, nu mt, guà sost. guai. 

0. — Protonico. 41. Aferosi: shurg; ivitg num. 5, per via di *(u)ljivitg. 
42. Iniziale: urdinarje; interno ic, se risponde ad ó: rgturnà rgturnamg 
rgturnargng, pt«)-<a picrtamg purtavgng , truwà truicamg, spus'ó. rakkuntn 
s'addund rgkunusl respunni naskunnì sukhà tukkà muccgkà, purtglang por- 
tiere; surgijg kiiraggg; davanti a doppia: kullgkà, kummarg, kuccgtellg 
'vasi di fiori', huttpng; dopo ic: wulig golio wuleva, icunnella; infine 
kuntientg, humpassigng. Per la proclisia, bun-ommg. 43. g, di solito in 
vicinanza di liquida o nasale e forse, in generale, in sillaba aperta, esclusi 
i casi del num. precedente: melgnare mugnajo, dglgrg o relprg, rgs'oljg, 
rgtfilla trottola, Irgme'ngkaJ, prefunng, tgrngs'iejg tornese, fgrni fornirei 
finire, frgmika fgrtima mgrtorje, mgrtalg mortajo, frghece'tta, netare fgn- 
tana mentong, ìign non, 'nkemgnzà ali. a 'nkumgnzà; pgtutg. Ma kullgkà 
sarà piuttosto da *collicare. 44. i per via di ji: ikà giocare; inoltre 
neir iato, ni i purid non lo. 45. a : accirg, addurà odorare. 46. Sin- 
cope: frastierg, i 'ncg putì, i non ci. — Postonico. 47. Sempre g, interno 
o all'uscita: alvgrg; sorgma snrdgta tua sorella; beve kanfg, havajg anig'jg, 
kuattg quattro. 

U. — Protonico. 48. Aferesi: ng na; 'ngugntg, 'nzurò, prender moglie, 
vanno veramente al num. 34; mijihulg bellico. 49. La condizione del 
num. 42: askutà askutamg, allumend allumgnatg, sfrujà, kuri kuramg, lu- 
pine buttija. 50. g: pgllilrg e probabilmente con esso pgllgtrgng, fglina 
fuliggine, tavgline e tauling, rggglizia, cgntgllare 'venditor di cinture', rg- 
fiana fernara, 'nfernamg inforniamo, tgnnina, kg-mmc' con me. Ma rgmorg 
con re- antico. 51. In i, per via di *ji: icerta lucertola, icgrnola lucer- 
nina: nell'iato, hi-i kilg collo stilo, inoltre: i ati-juccrng l'altro giorno. 
52. a: ancing. — Postonico. 53. Si sente dopo ?c: taxoula, e in iato: 
frdula ; talvolta in dkura sahkura maskurg. 54. g, interno, tavgla lodgla 
skatgla akgra, tùmgrg stajo, kunngra culla, lette'ngra num. 9, ve'rgva, e così 
mitteng hiangng e simili, pariirgng e simili; all'uscita sempre, né c'è bi- 
sogno d' csempj. 

M. 55. Iniziale: statg ramg. Interno: rgmuonjg cgpolla. — (E; l'incerto 
fgnugkhjg. — AU. 56. Iniziale, avAunng; rekkia, cgllittg e anche cig'jg uc- 
cello, skutd e anche askuià, aùstg. Interno: gure' rgpusd; riibbà. 

[Continua.} 



IL DIALETTO GALLO-ROMANO 
DI GOMBITELLI, 

NPXLA iniOVIN'CIA DI LUCCA. 

DI ' 

SILVIO PIERI. 



Avvertenza preliminare. 

Il villaggio, di cui prendiamo a studiare il dialetto, è nel comune di Cania- 
jore, sul crinale dei colli che dividon le due vallecole di Freddana e di Pe- 
dogna, al limite estremo della Versilia. Vi conduce una via mulattiera, che 
movendo da Yalpromaro, paese sulla strada da Camajore a Lucca, sale ripida 
per buon tratto, essendo Gombitelli a circa 500 metri sul livello del mare. La 
sua popolazione, di sole 334 anime nel 1832 (v. Repetti, Diz. s. v.), era salita 
nel 1882 a 588, ed è ora di circa 700. Tutti, non escluse le donne, vi son dati 
all'arte del fabbro e del calderajo. Adoperano, come materia greggia, gli utensili 
di ferro logori, forniti loro dagli opifici dove si lavorano i marmi, specialmente 
della Versilia. Per quanto la fabbricazione, assai 'primitiva', dei chiodi e dei 
più rozzi attrezzi da cucina e per l' agricoltura, non offra loro ormai che un 
guadagno assai scarso, causa il molto progresso delle arti meccaniche, nondi- 
meno ardono tuttavia in Gombitelli forse 50 officine. 

Circa l'origine di questa colonia e il tempo dell'immigrazione, nulla, per 
quanto io potei vedere, se ne conosce con certezza. L'Archivio di Stato di Lucca, 
come risulta dall'eccellente 'Catalogo' di Salvatore Bongi, non contiene alcun 
documento che a ciò si riferisca, nò alcuno ve n'ò nell'Archivio parrocchiale di 
Gombitelli. Secondo una tradizione, codesti coloni sarebbero lombardi da Ber- 
gamo ' ; secondo un'altra invece, piemontesi da Mondovì. Il dialetto, ch'essi 
parlano, appare di tipo indubbiamente gallo-romano; ed essendo questo piccol 
nucleo di popolazione, i>er causa del luogo isolato che abita e della particolare 
industria che esercita, rimasto sempre ben compatto e omogeneo, il lucchese 
che no cinge da ogni parte ed investe la favella, sebbene sia penetrato in essa 
visibilmente, non riuscì ancora, non dirò a cancellarne, ma pure ad alterarne 
gran fatto la nativa fisonomia. A quale fra le regioni italiche, che costitui- 
scono la catena gallo-romana, appartenga più specialmente questa parlata, non 
sono in grado io di determinare ; e lascio il compito ad altri *. Ma un argo- 

* Così aflferma anche il Repetti, seguito dal Zuccagni-Orlandiki, Cor. dol- 
rit.. Vili, 3, 3G4. Ma ad escluder questa ipotesi basta il fatto, che nel gombi- 
tellese, per quanto io posso vedere, non è normale alcun fenomeno che risulti 
particolare al bergamasco ; non essendo da tener come tale quello che si consi- 
dera al nm. 62. 

* Vedi la Nota del prof. C. Salvioni, che tien dietro alla presento Avvertenza. 



310 Pieri, 

mento v'è, ee non isbaglio, per cui siamo indotti a guardare, più che ad 
altra parte, al Piemonte ; regione a cui pur conduce una tradizione dianzi indi- 
cata. Ed è, che uno dei cognomi più anticlii e più diffusi in Gombitelli è Ceni ', 
che in questo dialetto riviene regolarmente a cerrìtto (v. nm. 94 e 71). Ora 
fra i nomi locali italiani, quei i)ochi che, derivati dal 'collettivo' d'una pianta, 
olirono, con note voi tralignamento morfologico, -ufo per -ctum, spettano pres- 
soché tutti al Piemonte -'. Con questa desinenza, per U collettivo di cerro, il 
'Dizionario geogr. postale', la fonte più copiosa a cui per ora ò dato d'attin- 
gere, ci offre dalla regione pedemontana : Cernito Valle inf. del Mosso, Biella ; 
Cernito, Rubiana, Susa; Ceruftl, Villafranca, Pixerolo l Una terza tradizione, 
che corre per Gombitelli e ora è il momento di ricordare, fa venir la nostra 
colonia da un Cerruto, i)ac80 dell'Alta Garfagnana, dove si parlerebbe lo stesso 
dialetto che a Gombitelli. Ma non esiste colà, secondo che ho potuto accertare, 
ni' villaggio nò casolare di questo nome. I coloni di Gombitelli ben potranno 
esser passati per l'alta valle del Serchio ed avervi soggiornato e lasciato traccia 
del nome che portava il loro villaggio d'origine. Nella quale alta valle del 
Serchio, del resto prettamente toscana, v'ò sempre un altro piccol nucleo di 
gallo-romani e più precisamente emiliani, il cui linguaggio si scosta dal tipo 
italiano quanto e più che non faccia il gombitellese *. 

La materia del presente Saggio fu quasi interamente raccolta da me nel 
paese stesso, dove mi recai e trattenni ripetutamente in questi ultimi anni, dalla 
bocca del fabbro Emilio Cerù e di varj altri, che tutti sempre risposero con 
molta intelligenza e pazienza alle mie interrogazioni. Ad un altro, che non 
vuole esser nominato, ma che non ho perciò minor obbligo di qui ringraziare, 
si devono i due testi in dialetto gombitellese, che servon di compimento al 
nostro lavoro. Il Saggio sul dialetto lucchese (Arch. XII 107-34 e 161-74 J m'ha 
permesso di rilevare con frequenti richiami tutto ciò che qui non è o può non 
essere di patrimonio originale. 



Nota sulla probabile provenienza 
della colonia gombitellese. 

Se del gombitellese si può affermare senz'altro che egli spetti alla 
famiglia delle parlate gallo-italiche, non è di certo altrettanto facile 
stabilire con qual parte o quali individui di questa famiglia sia piii 
stretta la sua affinità. Escluderei senz'altro il Piemonte e la Lom- 



' Un altro dei più antichi, a quanto mi s'asserisce, è 2'riglia', e appresso: 
Bei, Titta, Bascherini, Magghii. 

- Ciò mi confermava il Flechia, con sua gentile comunicazione privata, av- 
vertendo che la forma dialettale doveva essere sriì. 

^ Fuor del Piemonte: Cerate, Verolanuova, Brescia. Il Flechia, nll. der. d. 
pte, ha il solo Cerreto, ch'egli cita due volte. 

'' S' accenna qui a Sillano e ad altri paesetti che con esso s' aggru])pano 
presso le sorgenti del Serchio. E al dialetto di Sillano è appunto dedicato uno 
studio che si pubblica qui appresso. 



i 



Il dial. di Gombitelli. Esordio. 311 

bardia'. Alla Liguria parrebbe accennare lo i dei num, 90 e 59; ma 
si tratta veramente di un filone, che anche è proprio della Corsica, 
e si protende, per la Liguria, la bassa valle della Macra (Zeri), 
e pur forse per le Alpi Apuane e la Garfagnana, fino allo alte re- 
gioni del versante adriatico dell'Appennino tosco-emiliano (cfr. Arch. 
II 150). Dalle quali alte regioni appunto, io penserei che provenga 
la colonia di Gombitelli, sebbene la molto scarsa notizia, che dei par- 
lari di colà per ora abbiamo, non consenta una dimostrazione e ci 
limiti agli indizj. 

Noto intanto, che l' elemento toscano, e più precisamente lucchese, 
abonda e sovrabonda nel gombitellese ; un fatto che ben si potrà 
ripetere , in maggiore o minor parte , dall' influenza del nuovo am- 
biente in cui la colonia si veniva a rinserrare, ma anche si potrà in 
parte spiegare per ciò, j^he la colonia arrivava in codesto ambiente 
da ima regione, il cui dialetto, per ragion di vicinanza, già doveva 
aver molto in comune col toscano. Istruttiva, a tal riguardo, la ri- 
soluzione di -i -e -0. Queste vocali non son lasciate cadere, corno 
nell'Emilia, ma nemmeno persiston limpide, come nel toscano; vi si 
riducono ad e, cioè a una condiziono intermedia tra il sussistere e 
lo sparire. 

Concorda il gombitellese, in più d'un punto, col dialetto di un 
paese che poco dista dal passo dell'Abetone, sul versante emiliano 
di questo monte, ed è Fiumalbo. La cui parlata quslnto convenga 
colla toscana, ognuno vede sùbito dai saggi che ne sono nello Zuc- 
cagni-0 riandini e nel Papanti. Anche a Fiumalbo durano, nitide però, 
le vocali -i -e -o; ma, proprio come a Gombitelli, son meramente 
-rt -K -i le risposte di -àtu ecc. Comuni a Fiumalbo i fenomeni de- 
scritti ai num. 90, 59 {'pasr/e, nosfje, cosgere; casgio\ cosci, sci, scia; 
quasgi); pur di Fiumalbo, un plur. del genere di colte (num. 117), 
dove io però non posso dire so e come la tonica distingua tra sing. 
e pi. ; anche a Fiumalbo, finalmente (e pure a Parma, Borgotaro, ecc.), 
1' -a di escmpj come senteìnma, pensemma (num. 126, 131, 133). 

Altri indizj di 'cmilianità' sarebbero i seguenti. — 1.° Il compor- 
tarsi dell' r/ (num. 14, IG), identico a Gombitelli, a Modena {no f nova. 



* s da s impuro (num. 79) potrebbe accennare a questa regione, o al- 
meno a quella parte che si stende tra la Toce e l'alto corso dell'Adda, 
nella quale entra pur Como. Ma è una concordanza troppo isolata. Piut- 
tosto gioverebbe sapore, secondo quanto s'espone qui appresso, se e in 
qual parte dell' Emilia il fenomeno ritorni. 



312 Pieri, 

fQg\ mori, coli) e a Faenza (cfr. Mussafia, romagn., 41, 43). — 2.* La 
differenza tra la riduzione di -ellu e quella di -e Ili (num. 117), co- 
mune a Gombitelli e a Modena (sng. [radei, pi. frade'). — 3.° La ri- 
duzione che s'esempla per -piTie (num. 11), comune a Gombitelli e a 
Parma {si7i, ds'ìTi., impìTi, iwin; inz'm). — 4.* Il trapasso, quasi nor- 
male, così a Gombitelli come a Parma, dei fem. di terza alla prima. 

— 5.° L' -ó di prima pers. del pérf. dei verbi di prima, comune a 
Gombitelli, Reggio, Modena e Bologna. Comuni al gombitellese, e al 
bolognese delle passate generazioni, anche i perfetti forti vine e tizie. 

— 6.° Non indegna di nota pur la concordanza, in ordine a 'omnis' 
proclitico, che è tra Gombitelli, Modena e Bologna: gomb. i7ie volta, 
mod. boi. incosa ogni cosa. — 7.° E insieme gombitellese e emiliana 
la voce pimetta; e il gomb. lok, vigliumo, ha forse il suo riscontra 
nell'emil. lok, loppa. 

C. S. 



Vocali toniche. 

A. 1. Di regola intatto : 2^cde pfilus, kaìy caro, carro, 'portare 
portava, porta -adà portato -a, deman, pan; magge maggio; 
haze bacio; karià] false, kalce calcio; fatte patte; mane mangio; 
kante kantande canto cantando, gamba; ecc. — 2. Il solito es. 
(li e, nella forni. ANJ : kastene (cfr. Ardi. I 276, III 7, ecc.). 
E pur qui cerezà ciliegia, e we/e ^ maliim. Ma in deva, stevù 
dabam stabam, V e è analogico; e bege baco, elte alto, potranno 
a ogni modo esser voci acquisite (cfr. lucch. nm. 1). — 3. -APJT' 
-A. Al tipo coir i inflesso si risponde per -ere -era : liavaller,-. 
innargentere argentiere, pittere pettirosso (cfr. lucch. nm. 40 n); 
manerà, banderà; volenterà; ecc. Del resto, insieme ad -ari\ 
e certo per influenza toscana , anche -aje, che forse vi prevale : 
Carbonare -aje, marinare -aje, nodare, granaje. Cfr. nm. 4 6 12. 

E. 4. Lungo. In e: [pegge peius], kandelà, cera, sera, [kic- 
rege chierico], dovere doveva, pìen, velen, semmà semen, 
femmenà, rena, inege mecuni, regola, legge, ct'ze olive , aceto 
olivete, sege sebum, paes'e, mese, arie s'è, gghiezà nm. 59, Ic- 
zenà lesina, leshci ésca, lirese cresco, ecc.; e incerto fera fieri 
(feria). Devia, come nel lucchese, sejere (allato a sovrare), < 
anche stella (cfr. lucch. nra. 21). Notevole il dittongo, in Me'' 



Il dial. dì C.ombitolli. Vocali toniche. 313 

tectu (cfr. nm. 62). — 5. È i, all'incontro, in vine Une venni 
tenni, per influenza dell' -i ^. L' i anche in mi ti si (cfr. nm. 121), 
UH tres (di contro a b^eddeze), dibbete dèbitum; per non dire 
di biakimma (cfr. lucch. nm. 4). Ma è i dell' atona, da e bre- 
ve, esteso alla tonica, in ise exeo (cfr. luccli. nm. 36 ^). — 

6. Breve f. d. p. In e, di regola: g^le, fele, mele, U^emme 
tremo; ben, ten tenes -et, ven venis -it; dedite, levrà lepre, 
prf^e precor, meddege; ecc. Per contrario: era eram -at; pe- 
gorà ; deze decem ; se' tu sei. E d' accordo coli' italiano o col 
lucchese: intere -d', sege nege séco nègo; stefin; de' o dette, 
ste stette', prete, tenere -«; se' sex; legge, regge; meje me- 
glio; cfr. lucch. nm. 19; e ancora: mestere. Raro, e forse per 
influenza toscana, il dittongo; e sempre chiuso: sieri, piedrà, 
kiebbete nm. 62, pie, Ieri ieri (cfr. lucch. nm. 57 n). Per 1' e 
in iato: ed ego (cfr. nm. 156); me meus (cfr. nm. 123). — 

7. Breve di posizione: pelld pellis, cottellorà lajcertel- 
lula, fradelle , sppkìiie, vekkie , fere ferro, terà terra, veìme, 
vermin , erba, persege pèsco, perde io perdo, rinvese io ro- 
vescio, festa, pesta pestis, sette, petto, ecc. Ma e, affatto di re- 
gola, dinanzi a nasale + cons. : vente vento, talente (ingegno), 
prudente, kontente, sente io sento, vedende , kredende , sen- 
dere, polenkd -enta, l'enge, tenge io vengo, tengo, tempe tempo, 
sempre, ecc. 

I. 8. Lungo, è intatto: acrile, fde, pilla pila (abbeveratojo); 
kocrire, ruggire 'grugnire'; kaitive-à, lesiva', cimbezà ci- 



* Altri esempj (tanto più preziosi quanto più scarsi, attestando essi una 
fase fonetica ormai dileguata) per -i, del quale s'avverta l'effetto sulla 
tonica: evvrg tu apri; divv§ tu devi; ir§^ onde irete; di fronte ad avvr^ 
io apro, devvg io devo, era io era, ecc. Si può anzi restare in dubbio, se 
Vi tonico di II conj., qual è in dovi dovete, perdivi "kredivg -evi, dovittg 
-etti -e, perdistg kredistg ecc. (v. Conj.), sia veramente analogico sul tipo 
di III conj., non ci provenga piuttosto da iftji = (ì\_tyi ecc.; cfr. aviti 
doviti ne' testi dialettali dell'Alta Italia. Ma si tratterà di contrazione in 
Icanté porte ecc., da canta[t]i[s] ecc.; e similmente in de sté fé ecc., se 
tu sei, vi vedi, supponendo dai ecc., sei, vei, di f. a. 

^ E 1'^ nei soliti spere io spero, tindezes'émg doddezes'éme ecc., e nei non 
bene assimilati novena, rede erede. In kuarellà nm. 30, avremo -ella (cfr., 
già in lat., qu e re Ila). 



314 Pieri, 

iiiice, vm\y vezin -« ; liosl nm. 59, beslgà vesica, fìf)c, amujo, 
nem-; radizà -ice; feni finitis -te -tu, vidà vitis, ride io rido, 
ni nido;' gijp. giglio, vinà, fibhid; fritte', tinte, fìnte; fenike 
finisti -stis, fenisse -in, ecc. — 9. Breve: pele, 7iere -à, seni- 
holà, sen, men, nevà nivis, ceze cicer; zinepre) [insemmà 
-ieme; fredde]; orekJdr, sehkid; verde -d; ferme -d, cerhr 
io cerco, pese, krekd, kueste, kuelle, sekke, spesse, -mette io 
metto; ecc. — 10. Ma Ugge Ugo, come di frequente nell'Alta 
Italia; e con la solita evoluzione: di dito. In tnaikre maestro, 
si deve l' i ad una ' causa obliterata ', cioè alla palatina che pre- 
cedeva; ed è un esemplare ben diffuso anch'esso nell'Alta Italia. 
Per ditte e misse, cfr. lucch. nm. 7. — 11. Dinanzi a N + cons. 
od a GN, di regola appare intatto: tinhà, lingua, vince vinco. 
Unge tingo, vinkie viginti, Uomince io comincio, spine io spengo; 
dine degno, pine pegno, sine segno (onde isinare ovv. 'ncinare 
insegnare, Jwsinare consegnare). Ma, oggi almeno: drente den- 
tro, lene. 

0. 12. Lungo, in p: dolore; frantore -oje, ras gre -pjr 
(cfr. nm. 3); rabbiose -à, pelose -à; prezgn, razon^, razpne 
io ragiono ; [noìnme], kpmme, vpze, doddeze duòdecim ; gó deor- 
sum ; spps'e -à ; kpppià ; hinpse io conosco ; ecc. ^. Per contra- 
rio, d'accordo col lucchese: feroze; ora, ecc.; respose, re- 
spoke; tossa; cfr. lucch. nm. 25^. — 13. Avremo u dall' atona 
esteso forse alla tonica, in kunce concio {kpmme ti te se kunce ! 
come sei concio!). E anche qui Vu in kuze consuo cucio. — 
14. Breve f. d. p., pure in p : skplà, fjple -à figliuolo -a, lenzole, 
fprà foras, kpre, mpre morior, koje cuojo, kpjà, npvve -à, 
ptrpvve io provo, pmme uomo, kpmbage, bpn -à, trpn tuono, 
kalpnne§e, kpge cocus, fpge, gpge, vpde -à, ecc. — 15. Riflesso 
per 0,: ros'à ros'olà, mode, ovrà; poi post; vq, pò vuoi, puoi '^. 
— 16. Breve di posizione: kolle collo, dorme io dormo. 



* In questa forinola, To sombra piegare verso a; ma meno assai, ad ogni 
modo, che ne' dialetti emiliani, e segnatamente nel bolognese. 

^ Mal assimilati: tremotg, dota (cfr. nm. 93), node, purOatori^. 
' Quanto a ora, v. intanto Asc. VII 599-600. 

* Di dubbia volgarità: ambroze, garofan; e mal assimilati, a ogni 
modo: sqcern (cfr. nm. 00), ìneyaqrià, demonie;- aholig. 



Il dial. di Gombitelli. Vocali tonicliLV 315 

korne, morte -«, fQ'>'to, sgrlà, forbeze forbici, okkoste io accosto 
aroste arrosto, nostre -«, vostre, -à, notte, hotle -à, posse pos- 
sum, aclosse addosso, skoppie io scoppio, barocce biroccio, di- 
docce (ali. a di) dito, [pedokkie], ecc. — 17. ]\!a o, dinanzi a 
nasale + cons. : monte, franta fronte, responde io rispondo, koìn- 
pre io compro, sonne sorte, ecc. ; efr. nm. 7. Inoltre : koje sojc, 
colgo sciolgo. S'aggiungono: kplpe; forsi; tome io torno; skpr- 
tege io scortico, kicattordeze , che tutti deviano anche in ita- 
liano (cfr. D'Ov., grundr. I 522-3). 

U. 18. Lungo, è intatto: mule, pulcà, dure -à, gure iuro, 
^'.Dvà, fase sost., un unnà, fimà, dezun -à, lumme, piimirnà, 
liredù venù creduto ven-; kidlà; bigutte -à', guste -à] pres'idte 
prosciutto; ecc. — 19. Breve, in o\ gola, gpvvin, spn sum, 
koggmbole cocomero, goge iugum, nozà noce, kroze', moccege 
moccio (q. *moccico, cfr. it. moccicone)', pQlse, volpa, splfm 
nm. 37, koìHe -ci, sorde -à, grostd, fonda, rompe io rompo, 
bgkkà', ecc. — 20. Con u in funzione d' w, oltre fu fui -it, dà 
<Iue, lù lui, unge punge, ungo pungo, funge fungo, una un- 
ghia, siingà, §rune (cfr. D'Ov. grundr. I 517), qui anche, in 
tutto in parte acquisiti: dù indù dove, pupporà 'mammella'; 
bussole buxus; fasse fossi -e, uncà, gubbie nm. 58; redutte ecc.; 
hrujole nm. 66; cfr. lucch. nm. 13. — 21. È V g, al contrario, 
in Ignge; cfr. lucch. nm. 14. U o di to so tuo suo, direbbe poco 
(cfr. nm. 123); ma aggiungi: rozze -ù. 

AE, OE. 22-3. hied.de io chiedo, sepia siepe (cfr. lucch. scepe) ; 
<^-ele, cege -«; prene -à; b altro me, nee naevus, gudee. Ri- 
flesso per e, ma sono esempj da poco: preste', balennà (cfr. 
lucch. nm. 21); e e s' are, preddegà', ebree',- few,- pena, cena. 
— AU. 24. ore aurum, tes'ore, kos'à, repose, povere -à, lo- 
dorà, ecc. Anche qui: fgze {affgge io affogo); kgdà, dove, per la 
nota ragione, siamo nell'ordine dell' o. L'AU romanzo in (aìdà 
tavola; cfr. lucch. nm. 17. 

Vocali atone. 
A. 25. Protonico, intatto, e superflui gli esompj. Pur citerò, per la parti - 
colar condiziono : porharià, rubbarià, kaldarpn, Icassarglà, ecc. — 26. In pe- 
nultima di sdrucciolo: laszarg, zukharg\ orjan; abba^f, stpmba!)^, sah- 
batf, ecc. — 27. Ma viene ad e, in hannevà cannabis, monnef/a (cfr. lucch. 



31G Pieri, 

nni. 31; qui, nm. 37). E per fenom. sintattico, sempre alla 2* p. sng. del- 
l' ind. e impv. di I conj., se v'è suffisso un pronome: cet'hel Jcantelà, pqr- 
iejg, ecc. — 2S. All'uscita, sempre à, vale a dire un a, che comincia a 
volgere ad e '. 

E. 29. Protonico, per Io più intatto : cerezà nm. 3, (jenohhie, prezpn, de- 
:iin, nessun, mes's'urà, tenajf, fenekrà, sefjurà scure, segur§ -«, petiggenà 
impetigine, me devert^ mi diverto, trevrllà, de fatti, defettg, deman, depa- 
narcyìezevverg, ì-ehordarg, ecc. — ZQ-l. mallon mellone; vernardi, kua- 
rellà , jarserà (cfr. lucch. nm. 34);- sovrare, cottellorà nm. 7, dolfin (cfr. 
lucch. nm. 35). E qui anche: todesk§ (cfr. lucch. cnt. ecc. todesco). — 32-3. In 
penultima di sdrucciolo : passarà; yanyarg, sugarci (cfr. lucch. nm. 37);- 
kogpmbole nm. 19, kamhorà, cendorà, lellorà (cfr. lucch. nm. 38). Ma: pgl- 
verà, Ietterà; socerg, tenere. — 34. All'uscita, passa in e, e son superflui 
gli esempj*; ma v. ancora il nm. 112. In iato: nianhe^. 

I. 35. Protonico, appare intatto in triccgle; liggar§ (cfr. nm. 10); in pro- 
clisi: nsinnó; cfr. lucch. nm. 39. — 36. Ma bene spesso, in e (cfr. nm. 29): 
velin -à, fenire, beggng§, hes'orif, des's'ipolà (lucch. dis-) erisypelas; fe- 
lippf, pelukkà (cfr. lucch. nm. 64), pes'ette pisello, menù minuto (cfr. 
lucch. nm. 40); desprezz§, beskaggenà vischio (cfr. lucch. nm. 76), lesivct 
lixiva, sodesfare, feruzelte (i sec.) nm. 104; valpremajg Valpromaro (v. 
lucch. nm. 41), j3rMne^oZa/e pruneto (pruniculario), vnozzeggn, embrezgn 
tegolo, margenettà (da margena nm. 38); ecc. — 37. In penultima di sdruc- 
ciolo. Intatto, in -inu -ì^ne: karpin carpinus, pettin {ma petteng io pet- 
tino, cfr. nm. 38), vcrmin; argin, p'^etisemmin petroselinum (lucch. ant. 
pretisernino), sglfin sulphur (q. ^solfino, cfr. it. solfanello). Qui anche ggv- 
vin (fem. govvenà), èie fin. E come -inu pur si riflette r-an[t -en[t ecc., 
di 3* p. pi.: kantin kredin, ecc. (v. Conj.). — 38. Del resto, di regola in 
e: akkuddenà incudine, beskaggenà nm. 36, lendenà -ine, limozzenà, mar- 
gena imagine, semmene io semino; luttemf ultimo, karisseme; settemg, de- 
zemc; astregf lastrico, littege io litigo (onde pur littegavà, ecc.; cfr. nm. 36); 



* In una località appartata, che diccsl 'La tana' (cfr. nm. 48 126 146, 
in n.): jarserf (eh', jarsprà nm. 30). 

^ Giova qui avvertire che Ve, anche protonico e postonico, e cosi pri- 
mario come secondario, s'ode spesso lievemente oscurato; ma così lieve- 
mente, a me pare, che sarebbe un'esagerazione lo scrivere, ad esempio, 
keniana (v. nm. Ili), deman, siibb§te, ecc. 

' Di ragion sintattica è il passaggio d' -e (sec.) in -i, alla 1^ p. sng. 
(v. nm. 46), nell'iato, quando il pronome è posposto: al diggi eà lo dico 
io, parli eà, ecc. Cosi pure: tankji ane tanti anni (da tankif nm. 62). 



Il dial. di Gombitelli. Vocali atone. 317 

nevve§à nevica; pprseyg , rance!j§ -ido (cfr. lucch. nra. 168), sfruggeyg 
nm. 73; mantrez§ mantice; princep§; ecc. — 39. In a, solo sindag§. In 
frassalg -ino, è scambio di suffisso. — 40. In u, a contatto di labiale: mu- 
ninìn nm. 159. — 41. All' uscita, viene ad e, regolarmente, in guazg nm. 59, 
maj§ magis. 

0. 42. Protonico, qualche volta in u: kuncarg nm. 13, 'pumidnre, kunà 
cognato, mulin, ecc.; nualtri vnaltri, noi voi. — 43-4. barhottarg (anche 
lucch.): Diez s. borbogliare;- pretisemmin nm. 37; Tcingser§, ali. a koù-, 
[ler infl. della contigua palatile ; e qui pure il proci, in inng non. — 45. In 
penultima di sdrucciolo, in e: krollegg, Tcgmmedg, jahkepe, yennevii, 
veddevf -à, ecc. E, per fenom. sintattico, in 'ecco', se gli vien suflBsso un 
pronome: ekkel ekhelà, ekkemf, ecc. — 46. All'uscita, sì l'o classico e sì 
quello latino volgare (laudo, subito; bonus, secundum), viene co- 
stantemente ad f, come si vede di continuo; ma ancora si consideri il 
nm. 112. — Per eà ego, v. nm. 121. 

U. 47-8. Protonico: gar§ozz§ gorgozzule (anche lucch.); del resto, siam 
suppergiù alle condizioni italiane: prudenza, rumgrf, oltreché shudellà 
(ctV. lucch. nm. 49), ecc.; e d'altra parte: Iconijorg coniglio, bohkgn, pol- 
mgn, koltellf, oltreché rofan (cfr. lucch. nm. 51); dosentg, domillà, ecc. * — 
49. Postonico: cottellorà nm. 7, §ridellorà nm. 159, lapperà (cfr. lucch. 
nm. 167), Indora, pillorà\ mentol§ mentum; ecc. — 50. All'uscita, viene 
ad rt, in Jcantemììià cantiamo, kredemmà, sentemmà, ecc. (t. Conj.). Ma 
non é buon esempio insomma insieme. 

61-2. AE, OE. Iniziale: u^ualg; sta nm. 94, ram^, ruggenh. Interno: ci- 
polla; demoni§\- fenohlcig. — 53. AU. Iniziale : orekkif, oggst§; uzell^; 
giist§ Aug.; autur n^ -nno, au^urig. Interno: arii^i rauco (cfr. lucch. cnt. 
arughito); godere, repos'ar§. Di AU romanzo: taulìn (cfr. lucch. nm. 54). 

Consonanti continue. 

J. 54-5. Iniziale, è i se gli precede uscita vocale : kiceste zg^e, 
ti te se zpvvin, eà zure, ecc.; ma all'incontro: al goge, un 
ggvvin, ecc. Divariano poi: zinepre e zizzola (cfr. lucch. nm. 55). 
Mediano: magge, peggn, inaggore. Semidotti, al solito: hojà, 
Irpjà. Volgare è all' incontro, col solito i = ju : aicldrn aldo. — 
LJ. 56. aje aglio, battajd, maje malleus, pajà, taje taglio, ìnejo 
meglio, gije giglio, moje moglie, soje solium (soglia dell'uscio), 



' Nel luogo detto 'La tana' (cfr. nm. 28 120 140, in n.): fjevcrn^ governo 
(ingrasso). 

Archivio Éflottol. ital., XIII. *1 



318 Pieri, 

gpje lolium, pjn oleum, ecc. Onde, in protonia : fjole, piare. — 
RJ.°67. Cfr. nm. 3 4 6 12. — VJ. 58. gahhià; fjuhUe °(cfr. 
lucch. nm. 13). — SJ. 59. haz(^ bazare, kaze, biaze, cerezò 
nra. 3, ggiezà chiesa, fazan, fazple , prezpn, kuze io cucio, 
sbraze io sbracio : Diez s. bragia. Dove aggiungo, per s o i da 
s + i: sinn nm. 11, kosi, guazo- quasi, lezenà nm. 4; zbiaze- 
mare, dezenarp. — NJ. 60. karkane calcagno, guadane, ha- 
stenà nm. 3, lina tinps'e, vindy bes'óne, gune, ecc. Da n + i: 
ane anni (sng. aìine); vine Une nm. 5; pmmene uomini. — 
CJ. 61. faccà, ggiacce, bracce, kalce calcio; karozzà, kalzd. 

— TJ CTJ ecc. 62. prezze, piazza, ppzze ; strizzare, prudenza, 
forza;- razpn, stazpn;- stracce, kaccd, komincare, kuncare. 
Ma TJ in voci semiletterarie dà sj (pj): grasid, avarisid, ecc.; 
di fronte a grazipse, ecc. (cfr. lucch. nm. 61). Notevole: beskid 
bestia; e con kj da t + i: iukkie tutti (sng. tutte); cerkie certi 
( sng. certe ) ; kueskie questi ( sng. kueste ) ; tanliie , kuanliie 
(sng. tante, kuante), denkie denti (sng. dente), venkie vènti 
(sng. venie), vinkie viginti. Coi quali vanno pur kiette nm. 4, 
kiebbete tiepido. — DJ. 63. gó deorsum (di diurnu manca il 
riflesso, non avendosi altro che di); rag gè, mogge mozzo (mo- 
diu), pggi;- razze, mezze, rozze nm. 21; skiezzd schidia, 
cfr. lucch. nm. 21;- verdona, manare. Nel tema di presente: 
haje io cado. — BJ. 64. rabbid; dobbie abbie, debeatis habeatis. 

L. 65. Per lo più, intatto: ladre, meld, kaldan, ecc., dove 
son notevoli: pelukkd nm. 30, zenzald zanzara (anche lucch.): 
Diez s. V. — Ma viene anche a r: bamborin bambino, kovorpn 
nm. 159, kolminore comignolo, lùccord 'farfalla' (cfr. lucch. 
nm. 65); oltre tarpd karkane kuay^kun ecc. (cfr. lucch. nm. 69). 

— LL. 66. brùjole bulla, vejute velluto, teìmgiid argilla (cfr. 
lucch. nm. QQ). — CL. 67. kiamme spekkie ecc.; majd tenaje 
konijore ecc. — GL. 68. §§iandd, §§ipmme; àkka§giare, slt^e§- 
§id -are, veggid -are. E qui stia pure sujotte singhiozzo. — 
PL BL FL. 69. Condiz. italiane; ma con l'ettlissi, pu plus. 

R. 70. Resiste pur nella desinenza dell' infinito : portare, skriv- 
vere, ecc. — 71. RR: kare carro, fare farro, terd, fere, ecc. 

— 72. Venuto a l, in kuillege Quirico, gallette garetto (cfr. 
lucch. nm. 74), silokke scirocco (anche lucch.); a tacer del se- 



Il dial. di Gombitelli. Consonanti continue. 319 

midotto aholu^^ avorio (anche mt. luccli.). — 73. Epentetico: 
fruzaklià fusciacca, sprugge§are sdrucciolare (cfr. lucch. nm. 80), 
matrassà metaxa ;- brujole nm. 66, mantrezo. nm. 38, vesprd, 
kalabrmere (cfr. lucch. nm. 75""). 

V. 74. Saldo anche interno, sia primario o secondario; e dopo 
la vocal tonica spesso è anzi molto intenso, si che rasenta se 
proprio non tocca la doppia : bpvve gpvvin mpvvere, i^ezevvere 
bevvero skrivvere, kpvvà cubat, pipvvere kavvole, ecc. (e cosi: 
govvenotie, essendo il v dopo il 'primo accento' del quadrisil- 
labo; ma movesse, ecc.). Anche il v sec. dell' impf. ind.: ma- 
navà ecc. potrebbe quasi richieder la doppia. — 75. Viene a b 
in besigà nm. 8, beskaggenà nm. 36. — 76. In g, forse in 
gengigà -va (cfr. lucch. nm. 96 n). — 77. Di falsa apparenza 
epentetica, in dpvà doga (cfr. lucch. nm. 78), fravolà. — Il W 
germanico si continua come in italiano. 

S. 78. Iniziale, schiettamente sordo; ma interno fra vocali sem- 
pre sonoro, come nell'Alta Italia; e però, non solo paes'e rqs'à 
kas'e ecc., ma pur mese kos'à nas'e Pis'à dannps'e ecc. — 
79. Seguito da una sorda, passa di regola in s; da una sonora, 
in z: spesse, fenestrà', zUazemar^e, dez§)^azià; ecc. — SS. Con- 
diz. italiane. — 80. Raddoppiata la sonora, per fenomeno forse 
non indigeno, in des's'ipold nm. 36, mes's'wrà, limos's'enà, mus- 
s'egd (cfr. lucch. nm. 81 ). 

M. 81. Il b epentetico in kogombole kambord nm. 33, sem- 
bold, cimbezd; e ancora nello sdrucciolo, ma di ragion diversa: 
0pmbete^, stpmbage; cfr. nm. 84. — 82. Dietro alla vocal to- 
nica, di regola si raddoppia: ammede amido, levamme (Arch. 
I 69) lievito, pres'amme, ramme rame e ramo, sammje nm. 108, 
kantemmd cantiamo, ecc., semmd nm, 4, femmend, insemmd 
nm. 50, prctisemmin nm. 37, tremme nm. 6 ; biastimmà, prim- 
'iiie -d\ kpmme, rpmmd, npmme, ggiomme, pmme, kommede 



* Di qui par certamente procedere fjombetnà Gombitelli, stante la forma 
<U questo castello che 'fa gomito', cioè si stende, come un segmento di 
cerchio, sopra il dorso del monte ; ma della desinenza non saprei dar piena 
ragione (cfr. nm. 117 e 5G). Il nostro nome, del resto, è Cumitellio in carta 
lucchese, che probabilmente risale al principio del X secolo (Barsocchini, 
Mera, e doc. ecc., V 3» G30), e Chomitelio in altra del 984 (ib. 472). 



320 Pieri, 

(se c'è da vedere un ricorso); fumme, pattummp, suddezwnmey 
piicmjnà, stiummà, lummeì^o. nm. 104; ecc. 

N. 83. Anche qui: skraìidà scranna (cfr. luccli. nm. 88); cui 
s'aggiunge: kolondà -nna. — 84. N'R : cendorà] cfr. nm. 81. 

— 85. S'addoppia dietro alla tonica dello sdrucciolo: annemd, 
kannevà nm. 27 (posto che sia un ricorso), manne<je -à, do- 
m enne gè -à, kalonnege -à, monne§à, ecc. Nel parossitono, 
non ho la geminazione se non per unnd nm, 18, e halennù. 

Consonanti esplosive. 

C. 86. Din. ad a, o, u. Digrada, iniziale, oltre che in gabbidf 
pure in §an§aì'e (contro il lucch. nm. 95), gioite chiotto, go- 
kare^ §rpstà, guaze nm. 59, guerce quercia (cfr. lucch. nm. 97). 

— 87. Mediano fra vocali, digrada sempre: bria§e ubriaco 
{m' imbriage m'ubriaco), luma§à, fì§e , dige io dico, buge , 
sambuge] prunegolaje nm. 36, mozzegonj pegorà, persege; ecc. 

— 88. Pur qui naturalmente, per ce ci da QVE QVI: koze 
cuocio, kpzere, kuzind. Per kuì seriore è hi eccu' hic, allato a 
kud. — CS CT. 89. Condiz. italiane. Per la prima di queste for- 
mole sia però notato : sungà ( cfr. lucch. nm. 84 ). È poi natu- 
ralmente CTJ, non CT, in: freccà fretta {eà niaffrecée^ mi 
affretto ; v. Diez s. frettare ) , che s' ode anche in qualche parte 
della mt. lucchese. — 90. Din. ad e, i. Iniziale, anche riuscendo 
fra vocali, è schietto e (v. all'incontro il nm. 92). Mediano fra 
vocali viene però sempre a z : aze, azey^be -d, dozente ( cfr. it. 
dugento), trezente, fuzind, meddezinà, vezin -«; paze, taze 
tacco -es -et, deze decem, dize dicit, amizi; ecc. 

G. 91. Din. ad a, o, u. Intatto : ne§are, littegare, fadigd, ka- 
stige, liggare, 7nagpn, ecc. Dileguato, in ed ego. GV : anguilla, 
sangue, lingua, ecc. — 92. Din. ad e, i. Tra vocali, sia iniziale 
mediano, in z : kueste zele , la zentà , ed zire , rezind , ecc. 
(ma: al gele, ecc.; v. nm. 90). Si sottraggono, raddoppiando, alla 
norma : leggere reggere friggere , struggere ( g sec. ) , t^uggire 
grugnire, kaliggend, petiggenà nm. 29, ruggenà. Il solito e an- 
tico dileguo in maislre nm. 10, saetta, di dito, kuares'emà. 

T. 93. Mediano, tra vocale e r oppur tra vocali, digrada sem- 
pre in sonora: piedrà (ali. a pietre Pietro, mal assimilato); 



Il dial. di Gombitelli. Consonanti esplosivo. 321 

veclre vitru, sonadrize; fradelle, madure -a, ìiadal, sotiera- 
diirà 'sepoltura', sonadore; vidà vitis, seda, spude, roda, fì- 
nidà, dovudà, kantadà [fìnidi -p, ecc.), frittadà, patadà; sb^a- 
oiudire, podere (vb.), mudare] ecc. Sono eccezioni apparenti: 
vitta vita, littegare; ed è legittimo: lutteme ultimo (cfr. lucch. 
nra. 68). — 94. Apocope di -te e -to : bontà, sta estate, goD- 
ventù, ecc.; j5d md (cfr. lucch. nm. 134; ma, all' infuori del vo- 
cativo, s'iia ammd per 'madre'); se sete; kanté kredì finì, can- 
tatis -etis -ate, ecc.; kantà kredù fini cantato, ecc.; mala malato; 
fìd fiato, prd prato; ppedl appetito, di dito; aze' olive nm. 5. 

D. 95. kiebhete nra. 62 (cfr. lucch. nm. 112) ^ — 96. Dietro 
alla tonica, nello sdrucciolo si doppia: akkuddenà nm. 38, kiudr 
dere, kreddere, doddeze ti'eddeze seddeze, fraddeze, guddege 
-zp, meddege, preddege -à, suddeze, veddeve ; secondario : kom- 
panaddege, salvaddegc -à, skoddere, onoddenà, kieddere. Nei 
verbi in -ère, il fenomeno s'estende alle forme piane: kiudde 
chiudo, skodde scuoto (cfr. sudare, ed sude, ecc.); e prosegue 
dinanzi alla vocal tonica: kiuddevà, skoddesse, ecc.; e cosi : 
doddezes'eme, guddegare, suddezumme. Anche: sedde siedo. 

P. 97. ravà savor acerte koverkie, rezevvere povere, ecc.; 
ma d'altra parte: lapà ape, stipa kapelle lupin sapgn ecc. ^ — 
98. Raddoppiato, in doppe, pippd, pappavere (cfr. tose. com. 
doppo, ecc.). — PR. 99. kavrà sovra avrile ovrd avrire ko- 
vrire sovrare nm. 31 ^. — PS. Condiz. italiane. 

B. 100. Assimilato: inkamme in cambio (cfr. lucch. nm. 120). 
— 101. Raddoppiato: ottobbre, dibbete nm. 5, kiebbete (cfr. luc- 
ch. nm. 122); libbre robbà libbere subbete (cfr. tose. com. lib- 
bro, ecc.). — BR. Ì02. labbra ftibrà libbra. 

Accidenti generali. 
103. Accento. Protratto sulla penultima in tutte le voci già rizotoni- 
che di pezzigarg; v. Fischia Vili 376 (cfr. lucch. nm. 123). — 104. Dis- 
similazione. Di l-l: feruzdlf filugello, rus'ingln. Di r-r: halabrinrnj, 
baltromr', àlbatri; respalmif risparmio, àrbolg , ali. ad àlberg. Di n-m: 
lì'.mnerf numero. Cfr. lucch. nra. 124. — 105. Assimilazione. D'ordine 



* Mal assimil. : luùil^.,pacitf placido (ravvicin. a iiacé), sucit^\ cfr. nm. 38 90. 
^ Mal assimilati, a ogni modo: cipolla (cfr. nm. 29), nepgtg (cfr. nra. 93). 

* Mal assimilato par Icpi'à, e di certo ò iincpr^ (cfr. nm. 54). 



322 Pieri, 

sintattico; v. nm. 111. Entro la parola: acciprossg cipresso (lucch. cnt. ar- 
cipresso^), affahctg alfabeto (mal assim.), bennardg -in (anche lucch.), 
cottellorà nm. 31 (anche a Viareggio, ecc.), akkuddenà nra. 38. Di sillaba 
a sillaba, in fellinguellg (cfr. Arch. XII 148 n). — lOG. Geminazione 
distratta; per r: karle callo, ferlinguellg (da felU nm. 105), cfr. Muss. 
beitr. 54; auturng autunno, vernardi; maryenà nm. 38;- per l: yolfredg 
Goffredo. — 107. Prostesi. Di consonante: iharcoffg; tremarin ramerino 
(cfr. lucch. nm. 127). — 108. Epentesi. Di consonante: nm. 73 [77] SI 
84; cui aggiungo, per non sapere dove meglio collocarli, il notevole sam- 
mje examen, e cimùrjg cimurro. D'ordine sintattico: ài j fra il pron. di 
1^ p. sng. ed il verbo, se questo comincia per vocale : m j orìi,, m j 
andò, ecc. — 109. Epitesi. D'a: gombeteà nm. 81 n. Quanto ad eà ego, 
v. nm. 156. — 110. A fere si: sta nm. 51; ppedi nm. 94; margenà nm. 38 
(cfr. lucch. nm. 131); e frequente, come di solito, in nomi personali: 
gorin Angiolino, §uste, merig§, ecc. — 111. Ettlissi; protonica: ste- 
manà; haltrome' (cfr. lucch. nm. 132); intrizii intirizzito;- postonica: 
skeltre (anche lucch.). Inoltre: Tcargarg; konsidrarg. Di consonante: isi- 
nare e kosinare nm. lì, pu nm. 69. D'ordine sintattico: a skarpellf lo 
scalpello, ecc. (v. nm. 120); a rus'ingle (per. *ar rus'inglf, cfr. nm. 71); 
u zhaj§ (ali. a un zbaje), u ragazzf, ecc.; cfr. i rpmmà in Roma, ìca rab- 
hios'§ cane rabbioso, i s' a rahkontà ci hanno raccontato, ecc., e v. ancora 
nm. 71. — 112. Apocope. Sia notato per primo il caso di pettin ecc., 
nm. 37. E ancora dopo n, è costante nel parossitono l'apocope di -e ed -o: 
§ran, sen, razgn, kuarkun, ecc. Frequente pur dopo l: nadal, avril, ecc. 
E anche avviene, in generale, dopo un gruppo di consonanti o una doppia, 
specie se non segue una pausa : prest, temp, fradel, govvenott, avrss fuss, ecc. 
Cfr. nm. 94. — 113. Suoni concresciuti. E l proveniente dall'articolo, 
in leska esca, lutteme nm. 38. — 114. Abbandono di la- l- , che pareva 
l'articolo: cottellorà nm. 7; cfr. lucch. nm. 136. 

Appunti morfologici. 

Declinazione. 

115-6. Non è più dato distinguere, stante 1' ugual riduzione 
d' E ed all' uscita , il passaggio dei maschili di terza in se- 



* Il quale sarà di certo iUcipresso, con a iniziale dovuto per avventura 
a influenza à" albero albicocco ecc. Il parallelo che vien tosto alla mente è 
alloro; ma ivi può esser dubbio, se riveniamo ad *il-loro, o non piuttosto 
a *la-loro ili a laurus, con discrezione di Z, cioè del creduto articolo ma- 
schile. Il pist. ancipresso è da arcipresso, per dissimilazione (cfr. tose. ecc. 
antro altro, da artro). 



Il dial. di Gombitelli. Accidenti generali. Declinazione. 323 

conda. Manifesto è invece l'analogo passaggio dei ferainili di 
terza in prima: gmnclà (m. grande), verdd (m. verde), gov- 
vend nm. 37 ; sepia nm. 22, se^urà e petiggenà nm. 29, ak- 
kiiddenà , beskaggend, lendend, mar g end , nm. 38; cendord 
nm. 84; kiavvd, dotd, falcd, fehhrd, frgntd, fund, gentd, lenid 
'occhiale', Icprd, nevd, nozd, partd, pelld, pernizd, radizd, 
pezd, pesta, pieovd pieve, pglverd, pulcd, sortd, tossd, vidd 
nm. 93, vplpd. — 117. Il pi. dei temi in -ellu va in e: frade 
kolte korle uze, dal sng. fradelle ecc. ^ Il pi. dei fem., il cui 
tema esce in n + voc. (v. nm. 112), è all'incontro sempre uguale 
al sng.: le man, le staion, ecc. (di fronte a i kani, ecc.). 

Comparazione. 118. meje pegge, anche per melior peior. 

Numerali. 119. un unnd', du, f. do; tri, f. ire', kuatlre, 
cinkue, se, sette, otte, npvve, deze undeze doddeze, vinkie 
nm. 62, vintadu vintatri; trenta kuaì^antà sessanta, novanta, 
cente, milld domilld tremilld. 

Articolo. 120. al, a (din. a .s + cons. od a r)', la; l (din. 
a voc); i (anche fem., din. a voc), le; dal, deld, dald; ed, 
ahi ; dei o di, dai ^. 

Pronomi. 121. Personali: sng. ed (cfr. nm. 156), ti, lù, le ; 
a rnè, kon ti, da si, ecc. ; pi. nualtri -e, vuallri -e, Igre. Forme 
atone: one; te; u (sogg.), al (ogg.); la; l (din. a voc); je, dat. 
sng. e pi., e acc pi., masc e fem.; se ci si, ve ^. — 122. L'im- 
pers. è a, l { din. a voc. ) *. 



* È il solo caso, in tutta la declinaz., in cui paja d'avvertire un influsso 
dell' -j sulla tonica; ma si tratterà propriamente d'un e, che sia divenuto 
stretto nel formar dittongo con i, o nell' assorbirlo; cfr. la nota al nm. 5, 
sulla fine. 

'^ Esempj : al mesterà dal me fjgl§ il m. del mio figliuolo; a ikarpell^, 
a spekki^; i frade', i gmmen§, i annadg le annate; la kd dei o di amizi; 
mnal prò, nel prato; inni kampi ne' campi. 

' Esempj: eà me scntg mal; ti te krrdde; trov^m^ trovatemi; arehordetg; 
lù, le' l' a vpjà lui, lei ha voglia; sgn eà sono io; kàntetg ti?, ke hos'à de- 
mandel lù?, ke kns'à ùerkelà le'?, me ppà u diz§ mio padre dice; pietre 
al vidd§, Pietro lo vide; nualtri a se penttrmmà noi ci pentiamo; vualtre 
ve kred'i bellf; Igrf i se lamentin; ti te je perdgng tu gli (a lui, a lei, a 
loro) perdoni; eà je sentiti f io li, lo sentii. 

* Esempj: a pigvvf ; a ven g^ la (Jrdnolà; a 'n §e n' e non ce n'è; a 
me piazg mi piace ; a ^' era 'na volta ; l' e tankji ane sono tanti anni. Ma 
l'uso dell'impersonale è qui più parco che altrove e limitato alla proclisi. 



324 Pieri, 

123. Possessivi; accentati me lo so, fera, mia, tpd, soà; pi. 
me té so per ambo i generi, nostri -e, vostri -e, se;- proclitici: 
me to, so, per ambo i generi e numeri. 

124. Dimostrativi: kueste -à (pi. kueskie nm. 62), kuelle -à. 
Forme atone : al, l, la, i (proci.), je (enei.). Neutro proclitico: 
al {tal diygi ed te lo dico io)'. 

Conjugazione. 

125. Anche qui lo sk dell'incoativo cede a s, cioè all'analogia 
delle persone in cui succedeva vocal palatina : pase pasco pasci 
pasce , kihose kì^ese fenile ecc. Similmente : stringe punge , 
stringo, ecc.; sparge spargo, ecc.; legge leggo, ecc. (congt. 
stringa sparga legga). — Indicativo. 126. Presente; sng., 
1* e 2^ p. : mane, perde, sente; ?>^ p. : manà, perde, sente; pi., 
1'"" p. : manemmà, ecc. ^ ; 2^ p. : mane, perdi, senti; 3^ p. : 
manin, perdin, sentin^. — 127. Imperfetto; sng., V e 3^ p. : 
manavd, perdevd, sentivd; 2^ p. : manave, perdive, sentive; 
pi., 1* e 3^ p. : manavin, perdevin, sentivin; 2"^ p. : manàvete, 
perdwete, sentivete \ — 128-9. Perfetto. Tipi forti : de' o dette 
nm. 149, ste' o stette nm. 150; fé nm. 142; fu nm. 138; seppe 
nm. 147, ebbe nm. 139; vidde nm. 148; vine e fine nm. 140-1; 
volse volli; skosse; frisse; punse; vinse; misse; ris'e, deuis'e; 
kiesse; prese, rese, offese, respos'e; skrisse. Alcuni però fi'a 
questi offrono anche la forma debole ; così : vcnitte, tenitte ; frig- 
gitte; pungitte; vincitte; e qualche altro. Nei bisillabi, esclusi 
vine Une e volse, alla V p. pi. si continua il Hema forte'; 
onde: S^iddimo', e non 'vedemmo', ecc.; cfr. lucch. nm. 151. 



Esempj: al fike a gor'%n huel piazere? fejel ora faglielo ora; jelà 
portaste? portecela portategliela; je dizik§ kueskie deskgrsi ? a fi dissf 
glieli dissi; je kompraste i olive? a fi kompré gliele comprai; pléjg pi- 
gliateli -le, amazzéj§ ammazzateli -le. 

^ Nel luogo detto 'La tana' (cfr. nm. 28 48 146, in n): mancmm, per- 
demni, sentemm, ecc. 

Ma nell'enfasi : venefie? vengono?, ki ene? chi sono?, he fan§? — 
Del resto, 1' -in di 3^ p. pi., in tutta la conjugazione, quando è in fine di 
frase, s'assottiglia facilmente per modo, che si riduce a mera nasalizza- 
2Ìone di vocale : jnanì, perdevi, sentissi, ecc. 

* Circa il suono del v, cfr. nm. 74. 



Il dial. di Gombitelli. Conjugazione. 325 

— Tipi deboli; sng., P e 3* p. : manó^, perditte, sentitie\ pi., 
V e 3^ p. : manpn, perdUtin, seniittin', sng. e pi., 2* p. : ma- 
naste, perdiste, sentiste. — 130. Imperativo ; sng., 2* p. : maiià, 
P'jrde, sente. In formola proibitiva, l'infinito come in italiano: 
inne manare, ecc. PI., P e 3^ p., le forme del congt.; 2" p. , 
quelle dell' ind. — 131. Futuro : desin. -ó -é -d -emmà -i -dn 
{cfr. nm. 139). Il tema infinitivale dei verbi in -are è foggiato 
su quello dei verbi in -ere; quindi manetta, come perdeì^d, ecc. ; 
ma fZ«m statua fard, e quindi sard. — 132. Condizionale; de- 
sin. -ehl)e -iste -ebbin (cfr. nm. 139). — Congiuntivo 133. 
Presente. È ridotto ad un tipo unico. Per la 2^ p. pi. è notevole 
la sostituzione delle forme dell'indicativo. Sng., V e 3^ p. : manà, 
perda, senta; 2^ p.: mane, ecc.; pi., V p. : rnanemmà, ecc.; 
2* p. : mane, ecc.; 3* p. : manin, ecc. — 134. Imperfetto; sng., 
P e 3* p. : manasse, perdesse, sentisse; pi.. P e 3* p. : ma- 
nassin, ecc.; sng. e pi., 2^ p. : manaste, ecc. — 135-7. Infinito; 
nm. 70 ^. — Gerundio : manande, perclende, sentende. — Part. 
jiassato. Forte, secondo l'italiano: viste (ali. a vedù), skosse, 
fritte, punte, ecc. Pur qui l'analogico datte dato; cfr. lucch. 
nm. 159. Pel tipo debole, v. il n. 14. Molto in uso il sincopato 
di I conj., forse per influenza lucchese: mane porte lig§e, per 
mand ecc.; cfr. lucch. ib. 

Elenco di verbi notevoli: 138. esse: spn, se, é, semina, si, 
'jn; era, ire, erin, irete; fu, faste, fiimrnà, firn; saron^, 
saré, ecc.; sarebbe, ecc.; sia, sie, semmà, si, sin; fusse, fiiste, 
fussin. — 139. h ab ere: ó, é, d, avemmà (rar.) o abbiemmà, 
avi, an; aveva, -ioe , avevin, avlcete ; ebbe, aviste , ebbin; 
avere, ecc.; averebbe, ecc.; abbà, abbe , abbiemmà, abbie o 
avi, abbin; avesse, ecc.; avù. — 140. venire: venge, ven, ve- 
nemmà, veni, ven§in o venin; vine nm. 5, veniste, vinin; ve- 
nire, ecc.; venÌ7'ebbe, ecc.; ven§à, venge, venemmà, ecc.; ve- 
nisse, ecc.; verni. — 141. tenere: inf. tenire, e in tutto come 



* Quasi superfluo avvertire, che /nano ecc., in quanto è 1* p., è analo- 
gico al pari di perdili^ ecc. 

* Notevole, che la consonante della particella suffissa all' inf. resulti scom- 
I)ia: dovete -rti, àkkooaccàs§ -rsi, sentiva -rvi, ecc. 

* Naturalmente, è forma analogica su son. 



320 Pieri, 

il preced. — 142. fa cere: faccr, fé., fa^ faccemmà^ fé, fan, 
feoà, five, fevin, flvetc) fé, fato, femmà, few, farò, ecc.; fa- 
rebbe, ecc.; faccà, facce, faccemmà, facce o fé, faccin] fesse, 
fiste, ecc. — 143. dicere: dig§e, di, dize, dig§iemmà, dizì, 
diggin; dizesse , ecc.; ditte. — 144. debere: deuve, divve, 
dovemmo, (raramente) o dobbiemmà, dovi, devvin; dovitte, ecc.; 
devvà, divve, dobbiemmà, dobbie' o dovi, debbin; dovil. — 
145. velie: vpje, vó, voi, vojemmà, voli, vplin; volse, vo- 
liate, voìemmà, volsin', volsù. — 146. posse: posse, pò, poi, 
possemmà, podi, polin o possin; podere-, podù^. — 147. sa- 
pere: so, sé, sa, sappiemmà, sapi, san', seppe, sapiste, sep- 
pin; sappà, sappe, sappiemmà, sappie o sapi, sappin. — 
148. videre: vegge, vi, vedde, vedemmà, vedi, veggin; vidde, 
vediste, viddin; vegga, vegge, ve^giemmà, vedi, veggin', viste 
vedù. — 149. dare: do, de, dà, demmà, de, daw, deva., 
dive, ecc.; de o dette, diste, detlin', dia, demmà, de, din', 
datte nm. 137. — 150. stare: sta stato; del resto come il pre- 
ced. — 151. cadere: v. nm. 63. — 152. vadere e andare: 
va§<je, ve, va, andemmà, andé, vaw, vaggà, va^ge, andemmà, 
vaggin; del resto, regolarmente da andófre. — 153. ire: ire', i, 
idà, ecc. — 154. adiutare: v. nm. 55. 

155. Per l'avverbio, si noti soltanto l'uso ài gè 'ci': u' é 
lontani, a g e vezin', gè sete? stagne !, ci sei? stacci! 

156. Appunti sintattici. — Costanti i pron. pleonastici u l la\ <jo- 
rin u kredde Angelino crede, le' la disse; ke kos'à deniandel lù?^ 
he kos'à éerkelà le' ?, ecc.; è così i pleonastici a ed ^, dinanzi alla l'* 
e .3* p. pi. : nualtri a kaniemmà, love i sentiri, ije l* an honiprd glielo 
hanno comprato, ecc.^ Pure in eà, io, è forse da vedere e = ego + 11 
pron. a (cfr., fra tant' altro, il lomb. mi a sunt, mi a kanti, ecc. 3). 
— 157. Normale anche il pron. ridondante di 2* p. sng. : ti te kaje 
tu cadi, ti te se' tu sei ; §e retgmete ti ? ci ritorni tu ? ; cfr. §e re- 



^ Nel luogo detto 'La tana' (cfr. nm. 28 48 126, in n.) s'ha al condizio- 
nale, di sul tema del congt. presente: posserehb§ (com. poeterebbe), ecc. 

'^ Quest' i forse spetta anche alla 2* p. pi.; poiché un nativo di Gombi- 
telli, del quale ho varj saggi, scrive il più spesso: vuallri i andé, ecc. 

^ Il testo, di cui nella nota precedente, come reca: lu u va ecc., cosi 
pure: eà a vaggg ecc., costantemente. 



Il (lial. di Gombitclli. Appunti sintattici e lessicali. 327 

tnrneie? ci ritorni? ecc. — 158. Frequente, corno e più che nell'o- 
dierno toscano, l'uso del tipo 'si fa' per 'fiicciamo': nualtri a se porta, 
se Messe, ecc., per nualtri a portemmà, kiessin, ecc. 

159. Appunti lessicali. — ammà nna. 94;- brizà briciola, biizà 
dal pan mìdoWa.;- bugc de l'age cruna.;- c'era, pur 'resina' ;- kikkà 
castagna, nat. d. fem. ;- kokke uovo (tose, cocco, voce fanciull.) ;— 
kovorgn coccolone -i (q. *covolone ; cfr. it. accovacciato);- didocce 
nm. 16;- fessa fessura;- golon ghiotto, goloso (cfr. lucch. gglo st. 
sign) ;- §ranMe ragno, tela de grankie;- §rid'dlorà ditola, sp. di 
fungo;- insenennd se no (cfr. sennonnó Fanf. u. t., che peraltro non 
mi consta esser lucch.);- Igkk vigliuolo: V ajà l'è piena de Igkh;- 
biócorà nm. 65;- mestolin cucchiajo;- muninin mignolo (q. mini- 
nino, che per la formazione ricorda ' piccinino ' ; cfr. del resto : Fle- 
chia II 366-7) ;- porc/dle majale (cfr. emil. purgel, ecc.; porke solo 
ad uomo per ingiuria);- prune^olaje nm. 36;- punettà 'masturbatio' 
(anche emil. ecc.);- ramin sp. di ramajuolo (lucch. ramina);- ro- 
s'ègarc rodere, sgretolare;- ruggire nm. 8;- skroppie pruno;- su- 
joitc nm. 68. 



Saggi di testo. 
1. Traduzione della Novella del 'Decameron' (I, ix). 

a tempg dal primìng re' de ciprg, a voj§ dir§ huande golf vede de 
hujon V phh§ pres'g la terà santa, a ije fu una sinorgnà de guaskgùà, 
ke V andò per devozign indù a morittg al singrg, e in al tornare a ha, a 
ciprg, setg? pass§ pù o pass§ men, la s' imbattittf in cerkig birbanti, fe- 
gùretf, se la V ebbg la paura! la nne morittf, perke' al sinorg nne volse, 
ma pogf a gè manko. kuestà povera donna la nne sapeva kgmìng sfoyàs§. 
pensa he te pensa, ala fin a je vin§ in mentf d'andar dal r<f. primmà 
d' ig§ pero la se konsió da un gmm§ ke la kiiiosevà, anzi, ke V era arnica, 
ma kuestg u je dissg k' a 'n §' era da sperar nulla, fegurévg, dizg, je n' an 
fattg tantf e poi tantg, k' a 'n se sa al nummerg; e lù u g' d semprg passa 
sovra; e ti te te kreddg h'u se vgjà okkupare per ti! ké! la sarà, ma eh 'n 
(Je la hongsg. kuelà singrd, kuandg l' ebb§ sentù kuestg, la gè persg tuttg 
le speranzg. ina se veddg ke V era una donna he i konsiji la je kieddevà, 
ma poi la fevà kgmmg a je pendeva via via al cervellg; al fattg a se ita 
he la §' andò, l' entra dgnhà e la jìrencipià. eà a nne sgn veniidà ki per 
la sodesfazign delà birbonadà; nò, per kuestg a 'n gè sgn venudà. saltante 
a sgn kurios'a de saperg kgmmg te fé a sopportarg tuttg le birbonadg h' i 
te fan. hoii, ditfg ke ti me l'è, a sgn hontentà ; anzi a te re^alerebbg vo- 



328 Pieri, il dial. di Gombitelli, saggi di tosto. 

lentPrà la birbonadà h' i ni' an fatte, al re, he fiìi alorà V ora ìità un 
poltrgn e hgn a nulla, al sentisg dir kurste a pars§ he se sveygìasse. u ho- 
mincé a kondannare fort§ kui birboni he V avevin insultadà ; e da kuol 
momente in poi, ine volta ke kiialkedun mankavà, u al hondannavà a 
'sine fine dicentes'. 

2. Lettera. 

al vindù de kuestg mes'§ eà, kompane, a partitte de yombeteà, hurigs'g 
de andar§ a vedere le fest§ he fevin i rpmmà. kuande a rivo in un paes'e, 
a trovò al me fradelle drein, ke l' era tant§ k' a 'n l'aveva vistg. u ine 
f(' molta ahhojenzà , a 'm ine al kreddevà tnajg, e u me volse menare a 
kà sgà. la sera eh j andò preste a lette, perke' a j era ètrakkf. a nn era 
ankg mezzanotte, k' eà a sentittf dire: levet§, preste, preste! ea li per lì 
a diss§: i saran stadi i me orekki ; ma dpppe un pò al resentittf. e alorà 
a me levò e a j andò a veder§ hi V era. indovina ! V era el me fradellg, 
dal despiazere he a j era pres'e fog§ la kà ; a mala piena u podevà dirg : 
fradellg, levetg, prestf, prestai eà, huande a viddg he la ha la 'n se po- 
devà pù spinarg, aj andò haminandg ala gghiezà a sonar§ a fpge, ina 
dalà paura a mala pena a podevà tnovverg al battajore. al galli im 
mentr§ u stevà in su la porta nova a urlar§ : ahkuà, ahkuà ! kaminé, ha- 
miné! a bruzà la ha delà bella, a vine a 'n so huantà zentà, e ki monto 
in su al kiettg delg ha vezing, hi de huà, hi de là; hi portava ahkuà, ki 
terà; tukki§ i fevin kualkos'à. gorin e tiikolà i stevin dalà stanza de 
huà a attendeì^e k' a nne passasse al fpge. i levpn tutta la pajà, al fen e 
le lenci. dodat§ de gust§ u andò in eia stalla per levarg le pegor§, ma 
kuandg u fu ala porta u la trovò seradà. lù alorà u gè de un kalce e u 
la sfondò, poi ti fé' per entrar^ dentre, ma una vampadà la je strinò i 
kapelli, i baffi e le làpporg dei okki. lù alorà u se retirò; ma poi fattesi 
de horaggg u gè rientrò e u pres'§ una pegorà per un home, e tira e mena 
ke te mena, ma la nne voleva venirg. alci luttemà poi a forza de tirar§ 
u la p)ortò fprà, e i altr§ je vinin de dré. kosl le pegorg i fun salve, al 
fpgS u s'alarlo sempre pù. le zent§ i urlavin: o pietre, o merigg, 
.skovri al kiettf, insenennò ine fé nulla, hosi al fpgg u cessò un pò, e a 
forza d' ahkuà e de terà u fu spintg. a kreddero d'avete datt§ npjà kon 
huestà Ipngà sonadà ki; però shus'emg, perke' a l' o fatte per fattel saperg. 
a te salud§ e a me dig§e to amigf. 



IL DIALETTO GALLO-KOMANO 
DI SILLANO. 

PI 

SILTIO PIERI. 



A.VVERTEKZA PRELBIINAKE. 

Xell' estrema Valle del Serchio, chiusa a levante e a settentrione dall'Appen- 
nino a ponente dall'Alpe apuana, sul dorso dell'Appennino clic divide la Gar- 
fagnana dai territorj della contigua Emilia, sorge il villaggio di Stilano, a 730 
metri sul livello del mare; e forma come una penisola, volta a mezzogiorno, fra 
i due rami confluenti del Serchio. Da settentrione, a 1100 metri, son le Capanne 
(li Sillano. Una via mulattiera, che sale al Passo di Prà (V arena e di là scende 
poi nell'Emilia, fa sì che il nostro villaggio, fra tutti i paesi dell'estrema Valle 
del Serchio, tenga il primato per rapporti e di vicinanza e di commercio coi 
villaggi e casolari della contermine Provincia di Eeggio ^ 

Quanto al dialetto di Sillano, che gli studiosi avevan potuto assaggiare nella 
Versione, a dir vero assai imperfetta, della Novella boccaccesca (Pap. 277), è 
cosa fuor d'ogni dubbio ch'esso vada congiunto a quelli emiliani dell'altro ver- 
sante dell'Appennino. Anche a non far caso degli elementi lessicali comuni, che 
da noi furon via via rilevati e da più insistenti ricerche potranno risultare anche 
assai più copiosi, basta a provarne la 'emilianità' il doppio fatto della normal 
riduzione ad atona indistinta doli' e protonica e postonica, eh' è il tramite per 
cui s'arriva all'ettlissi, e della frequenza dell' ettlissi stessa; cui s'aggiunge l'altro 
non meno caratteristico di «/■- da re-. La quale ricognizione non sarà priva di 
importanza pur dal lato etnografico; giacché, dall'una parte, la storia non ci 
fornisce testimonianza, almeno per quanto io potei vedere, di alcuna immigra- 
zione dall'Emilia nella Valle del Serchio; e dall'altra parte la Garfagnana, che 
è come dir quasi tutta la Valle superiore del Serchio, appare di tipo dialettale 
schiettamente toscano^. A prescinder da ciò, credo che non riusciranno senza 
interesse per il fonologo le normali e congrue vicende delle esplosive sorde fra 
vocali (nm. 83, 96 e 106) e il digradare in fricativa, nella situazione stessa, della 
esplosiva sonora gutturale e della dentalo (nm. 91 e 102); fenomeni che, per 
quanto si conosce finora, non spetterebbero a nessun dialetto emiliano, ma dei 
quali è tuttavia molto verosimile che abbiano il loro addentellato ne' parlari 
de' finitimi paesi d'oltre Appennino. 



' La popolazione di Siììano e delle Capanne, che dialettalmente por noi for- 
mano un sol tutto, era complessivamente, nel 1832, di C67 anime (Sillano 496; 
Capanne 171; IIepetti); ora è salita a 88G (Sili. 608; Gap. 278). 

* Bisogna per altro escludere, sempre nell'alta Garfagnana, i villaggi di Dalli 
e Sorac/gio (Coni, di Sillano), e quelli di Cogna e Borsigliaiia (Coni, di Piazza 
al Serchio), tutti i quali par che formino un altro nucleo 'esotico', e vanno stu- 
diati a parte. 



330 Pieri, 

Confesserò volentieri, che se il prosente Saggio, non ostante la sua brevità, 
pur non è soverchiamente imperfetto, il merito so ne deve attribuire, per la 
massima parte, a quell'egregio uomo che è il signor Giacomo Bosi, Prevosto 
e Vicario foraneo di Sillano. Il quale non si stancò mai, per quanto io abbia 
messo la sua pazienza a dure prove, di fornirmi, e a voce e per iscritto, notizie 
e schiarimenti d'ogni maniera, sempre palesando un sentimento assai fino e una 
molto felice penetrazione in tutto quanto concerne questo suo linguaggio na- 
tivo. Anche gli son dovuti i brevi Testi coi quali si chiude la presente scrittura. 
Siano dunque vive grazie a lui; e insieme puro a tutti gli altri, che in Sillano 
mi furon cortesi d'assistenza e d'ajuti. 

Il presente Saggio intorno al 'sillanese' fu compostò disgiuntamente da quello 
sul 'gombitellese', che qui precede nella stampa, com'è preceduto nel tempo. Il 
lavoro sarebbe riuscito men male, sotto più d'un rispetto, se avesse potuto si- 
multaneamente abbracciare entrambe le parlate. S' è riparato, sin dove era pos- 
sibile, risparmiando, nella descrizione del 'sillanese', quanto già era dato, nelle 
corrispondenti rubriche del 'gombitellese', sì per lo norme teoriche, e sì per la 
traduzione degli esempj e per altro. Il 'gombitellese' è citato per gmht. 



Vocali toniche, 



A. -1. : ala sai, fare farro, saltar -atea, pan lotitan magge, kazc 
cacio, haltane -a, sedacce staccio, a§§je aglio, lodasse voltasse, sdkke 
sacco , marce marcio , karta , parta parte , sarte sarto , halce calcio , 
fatte latte, kanta io canto, sante -a, denanze mona kuaìide; ecc. — 
2. Pur qui: cireza (per 'malum' qui soltanto pgmbe nm, 77), e gli 
analogici detca sieiva. Per beja pedicello, baco della farina {bejul 
baco da seta ), cfr. Arch. II 39 ; per dte alto, XII 109 K — 3. ARIU -A : 
kandeller, ciggjer ceUariu, dispensa, paner infermer harber salerà ma- 
nera volontera, e altri simili. Ma predomina -ai -aja : akkuai granai 
karbonai, tarlai tornitore, notai gennai, frai nm. 116, panaja madia, 
kaldaja, ecc. 

E. 4. Lungo. In e: handela, ver -a, doioer -etca, hierge kuarc- 
s'ema biastema femmena pien botteja , teul tegolo , legga lége , ka>i- 
nedde -eto, medda méta, mucchio di covoni, kreder, sedece sédecim, 
seje sébum, pieica pieve; paes'e mes'e, kies'a, leska ésca, kresa cré- 
sco;- fiera. — 5. Breve, fuor di posizione, dà ugualmente e: gel 
(oggi più usato biacce nm. 64), mei', ser siero, era eram; trema 
ben ven ten, gener il genero, preja precor, peg§ura, neja nego, se' 
sex, aredde dedredde nm. 68, pe', de' ste', medder mietere, palpedna 
V. less., tredece, tebbede nm. 107, leura lepre, freica febbre. — Raro 
il dittongo, e sempre chiuso: fida il fiele, jcr beri; pietr; diece;- 



* Un caso d'A venuto ad e per causa dell'/ finale, è quello che si con- 
sidera al nm. 145. Circa ^rpn^'e = lucch. gronchio, v. XII 130. 



• Il dial. di Sillano. Vocali toniche. 331 

mister. — Per Ve non ho se non sener sedano (cfr. XII 120), «k- 
deka io medico, e l'irrilevante skdetre; escluso silura hedera, che 
potrà andare al nm. 6^ — 6. Breve di posizione, di regola r: 
/ratrll, porcili majale, cortella nm. 129, pTe tera, assn-va serbo, 2K>'- 
sej epèsco, rinvesa viverne kuhberkje perder, serpa -e, n^ba, vespra ve- 
spa, festa, pesta -ste, finpstra p'i:te aspetta sette mezzédema spekkje 
vzkkje nebhja, tniggje meglio, ve^ia iena, legga leggo. Ma: gmta gènte, 
polenta vente senta accender settembr, tempra tempero, sempr. 

I. 7. Lungo: fìl kubbrir fenir katthce, lusia lisciva, primme cim- 
meza vin vicin si fi^ge bellig^e, vesiQga, di§ga dico, partidde fendde, 
ridda vita e vite, nidc, ^rida io grido, gi§§je hamiza kawihkje fìbbja. 
— 8. Ma e in spekhja spicchio (d'aglio ecc.); zos'enna susina; [^bider 
l)utirro]. — 9. Breve: pel ner per neica semmula sen cendra in- 
vece, pegga pece, ceze, streja strega, [fredde -a] , sedda sete, vedr, 
vedmce -a, riceicr ginebbr cerkje len^ua, endece éndice, drente dene 
ptese kuell spesse sekke metter lettra ceppe kueste, teste -a nm. 142, 
meskja mescolo, strette verde orekkja sekkja, annetta io netto, vecca, 
skezza schidia. — 10. Con l' i, oltre che finger tinger, cinga cinghia, 
vincer kuminca fami§§ja cig§je Una gramina (v. D'Ov. grundr. I 503), 
anche : lija lego ; i^gje egli, pista io pesto, vinte viginti, zdri§gja streg- 
ghio. — 11. Per ditte detto, cfr. XII 109. 

O. 12. Lungo: rumor saicgr, ora (sost. ), allora, ras'gi, percossoi e 
spadoladdoi v. less., pelgs'e stizzose, rgs'eka sgretolo, \ngmme nome], 
pgmbe nm. 77, vggga, ngde nodo d'una pianta, dgdecc, kgica e kga 
coda, ìpos'e -a, pigppe kongsa. — 13. È u, dall' atona forse esteso 
alla tonica, oltre che in kunóe concio {komme tu se kunce come sei 
concio!), anche in mustra mostra, campione di checchessia (benché 
mustrar ora più non s'oda). Pur qui: kuza. — 14. Breve f. d. p., 
pure in g: gli skgla, vgl pgl vuoi puoi, fazgl, messigl falce per mie- 
tere, vfvgl viottolo, fgra kgr ngwe, rgs'ula rosa, gmme stgmmeje, sgn 
^uono, bgn fgggie, sggger -a, rgdda, kgbbra cuopro, ecc. Devia, forse 
non popolare: mode. — 15. Breve di posizione: koll osse possa 
dorma korm forte morte, storteja (più spésso che skgrt-) scortico, 
sorta forbeca grze, akkosta io accosto, nostre -a, notta -e, otte fO^Qja 
okkje (e pidQkkje) barocce mozze, ecc. — 16. Ma: frgnta -e, monte 
pgnte respgnda, brgnza campanello, sgnne sgne, kgmpra', e s'aggiun- 
gono : kglpe fgrsi, tgrle tornio, kuattgrdece. 



* In iato: me mio (del resto: mia ecc., v. nm. 136). Allo stesso esito 
viene 'zio' (6eto?): tg ze', vnstrg ze', ecc. (di fronte a tg zia, ecc.), che in 
lu-oclisi è zp anche al plur. (cfr. mr, nm. 141). 



332 Pieri , 

U. 17. Lungo : mul pulcca dur yura uwa fus'e fumme lumme 
hnna dezun, suje sugo, krude suda sudece, venudde kredudde, §ustc 
asuttc, ecc. — 18. Breve: ^ola gon krogga nogga doice kokgmhr 
sobhr bokka mocce hifolke sglkc tortura tarde fonde gmhra piombe 
moska grgsta sotte mg^gja rgzze ecc. — 19. Oltre fu hi unga punga 
funge una sunga, anche in : kurte pappa busse, fusse ecc., unca kun- 
dutte. — 20. L'9 in ugual funzione: dgnka dunque, gndece: Kòrt. 
8492, me krncca mi corruccio: ib. 2210; tgffe nm. 69. 

Dittonghi. 21-28: sebba siepe; óel, ce§§e -a, prene -a, bortlamef 
(solo il 'santo'; del resto: Bertola), matte' gudee ecc.; nee; fen; 
pena cena; or tes'gr kgs'a, po'je poco, ^oda lodida poicer inkiostr 
(ma: pgs'a feccia delle botti, cfr. arpgs'a io riposo); — frola 'fràula 
fragola, e forse: x^^Q^^'' pialla {piolar piallare), taula kdul pdul, 
cfr. Xir 110. 

Vocali atone. 

A. 24. (gmbt. 25): purkaria ustarìa e sim. 25. ètfsera ali. a ètanoita o 

siaman; tremmarin nm. 123. 26. A contatto di labiale: abbona v. leas.; 

bortlame'. 27. In pen. di sdrucciolo, fa ^: kappgr lazzgr zukk§r argen 

org§n steff§n mpneka xtgmmejf spar^zg f?J§i? sabb§tg anatra han§pja sr- 
nfpa, albetr§ {a sec); cfr. nm. 150. Similmente: manfggjg mangiali, pi<j- 
gj§l§ pigliale, ecc. E si arriva al dileguo: portla pòrtala, ecc. — 28. se]ul 
segale (secale). 

E. 29. Protonico, di regola si fa vocale indistinta : d§zun m.§s'ura, s§jura 
scure ; vesigga, dezina -ar desino -are ; pr§zon ; df fatti denanz§ s§dacc§ r§- 
jal§ tgs'or h§rdenzja sgwrar sergddgn, mgrglla vaia-, Igwammg s§Jgnd§; f§- 
rir v§nir tgnir , despett§ r§sparmj§ , kresenta focaccia cotta nella cenere , 
v§rgona, sentir pensar, vfsprpn calabrone; kandfller appgtiddf parmgzan 
pioMgzan, cortgllgn ramarro (cfr. cartella nm. 129); mgrizzar sgrvitor; ecc. 

30. In i: di fette dipana triwella finestra; nijun nessuno (cfr. Muss. 

beitr. 82); dicembr ligger pizgn sihor cireza ginokkjg ginestra girolm§; 

pidokhig; siró e sire' nm. 160. In iato: gaitan. 31-2. In a, od a u, per 

motivi diversi, quasi sempre manifesti; asir exire; trajatter trafficante, fac- 
cendiere, q. *traghettiere ; marenda kuarella sargent§ ;- cartella nm. 129 ; 
antunin manfanile, q. *antennino; samenta, som§nar; nipotella nepit- (ne- 

peta). 33. In pen. di sdrucciolo: mgwfr hredgr kongsgr ecc.; powgr 

sggggr passgra. Ma ben frequente l'ettlissi: nm. 126. 34. In ii: ellura 

nm. 5, barbura -era (e sec). — 35. Air uscita, in g; e son superflui gli 
esempj ; cfr. però il nm. 127. 

I. 36. Protonico, di regola in e : rngnuddg pgrukka cgggala ; ggngilja gin- 
giva; fgnir, rngnin mignolo, pgpidda fglippg bglU§gg bgjgnce pgs'ettg bg- 



4 

Il dial. di Sillano. Vocali atone. 333 

a'onf ipfdal sifmana; v§nciyi)jg fascette di ramoscelli per pascolo di be- 
stiame; d§zyrazja m§skjar, s§nott§ nm. 64, vgrdgn verdone (uccello); pu- 
Ifcin pulcino; sfrugyfjar nm. 67, iinozzfjgn, noit§'jgn chi sta fuori la notte, 
q. *notticone, annullar nettare, ecc.; coi quali vada anche ar§ndar rian- 
dare (lucch. indare, XII 174). 37. Rimane o ritorna: limagDa (l); sti- 

wal (I), pijaccg picchio (uccello; ì), pijaddg v. less. ; fjura, vicin (7); 
mister nm. 5, pistgn e pistarell v. less., linzgl; urbijgn chi va brancolando 
come cieco, kualkidtm^; cimajgl comignolo. Vi s'aggiunge intrir, usato, 
per le forme non rizotoniche, alla pari di antrar nm. 38; e il proci, int 
intus, in composizion coll'art.: intal intun ecc. — 38-9. In a, od u: antrar 
(entra io entro), ampir; brakkang abbriccagnolo , spranga di ferro a uso 

d'appender bestie macellate; lus'ia nm. 7; aùuddi ogni giorno. 40. In 

pen. di sdrucciolo: a/gn karp§n frassgn, petten (pettina io pettino), ver- 
mfn, arg§n (i sec); inkugg§na nm. 61, pampgna rondgna ult§ni§ settfm§ 
dec^mf an§ma kottemf domengka tgneka muséka manehg, lucceja lucciola, 
perseje nm. 6, stortfja nm. 15; end§c§ nm. 9, mandrgcg mantice, subbgtg 
aspedg princgp§; ecc. Cfr. nm. 126. 

0. 4rl. Protonico, s'oscura in u assai frequentemente: kunadde, huncar 
condire (la minestra), cf. nm. 13; §ummera vomeria; vuludde pududdg; kun- 
duttg (sost.); guddi giovedì, duzzina muhhilja, brunzin campanellino (cfr. 
bronza nm. 16), furmijula formica; kuminca kubbrir kunsiggja kundir dur- 
mir; aruddin arrotino, angunia nm. 81, armunìa karulina stramuriiddg; 
tir'igl, kudringl codione, coccige (còdineolo), gumisell nm. 64; ustarìa pur- 
karìa kuntadin purcgllin; uttumia nm. 101, fi^ulumìa nm. 120, kulumia; ecc. 
42. In a: falozell nm. 90; amiddi nm. 39, anihó ogni cosa. 43. Po- 
stonico: knmmudg; albur -ero, peg^ura, spinula ni., skandul (o sec); 
asula ascia, bazula tafferia (lucch. bagiora XII 174), spazzula; prusembtd 

hunigyjul , kroggiul nm. 63. 44. In § : kommfdf (ali. a -udg nm. 43 ) : 

jakk§p§'^ ma strol§k§ astrologo, forse appartiene al nm. 27. E per fenom. 

sintattico: ekkpng ekkg^Qjg ecc. (cfr. però ecca nm. 175). 45. All'uscita 

l'-o, classico latino volgare che sia, si muta di regola in ^; e son su- 
perflui gli esempj; cfr. però il nm. 127. 

U. 46. Protonico, appare intatto con particolare frequenza: scudella ; 
kuni§gjiil (lucch. cuUgnoro XII 137); struffina io strofino, Caix st. 162; 



* Credo che questa voce sia qui a suo luogo , perchè la base dell' it. 
qualche (onde qualcuno qualcheduno) non devo già esser qualis quam, 
come fu posto sinora, ma si 'eccu' aliqui[s.] -i[d], da cui, affatto re- 
golarmente, kiialkl; e la maggior convenienza, pur dal lato ideale, non 
ha bisogno di esser dimostrata. Così siamo a identità d'origine con al- 
cuno, per cui cfr. Kòrt. 389. 

ArchiTio glottol. ital., XUI. 22 



334 Piei'i, 

sHJfìttg pulvrin, puppin capezzolo, ètuppin lucignolo, urtiyga, furcina for- 
chetta, mundina castagna arrostita; krgmulidd§ v. less.; hrugg§fìssg\ ecc. 

Ma per contrario: dozent§. 47-8. In a od i: ancin uncino; krinella 

cruna dell'ago; a cui s'aggiungono, per influsso della palatina o palatile 
seguente: niccola nocciuola, pingella nm. 81, pringla il frutto d'una specie 

di rovo (pruneola). 49. In pen. di sdrucciolo: bejul nm. 2, zokkul 

furmigfjula lodula pentula, hellura nm. 120, pillura tortura popul tabfr- 
nakiil turibbul (cfr. XII 115). 

50-2. Dittonghi. Poco o nulla di specifico: ujual uguale, kada aestate-, 
rammg, ruggena; cibbpUa, lftamm§, Ifìnokkj^^; orekkjg, ojgk§ agosto; uzell 
aujustg, aujuri augurio; goderò arpos'àr;— taulin. 

Consonanti continue. 

J. 53. Non diversamente che nel gonabitellese (nm. 54); e perciò: 
ste zinebbr, tu se zgn, ecc., ma al gimbbr, al gogge, un gon, per 
gurar, ecc. Interno : magge maggio, 'ptgge. — 54. LJ : mrQ§je me- 
glio, ci^gje, kunsi§§ja nm. 41, gi§(jje fQ^gja iQggje so§gja lu§gje mQ§- 
§ja paggja taggja\ nuggja *nullia Asc. VII 441, kgggja v. less.; 
skaggjpn scaglione (pesce), taggjgla cuneo, /tggjgl; ecc. ^. Ma gli olio; 
V. Àsc. IX 382. — 55. RJ. Vedi nm. 3-5 12. — 56. VJ, B J : albje 
alveus (abbeveratojo); gabbja; rabbja. — 57. SJ: baze {baza io 
bacio), kaze, bjaze kamiza cireza fazan fazgl pizgn prezgn, kuza~. 
Da s + i: si e kusi\ silan Sillano; dezinar kuaze; e ancora, sia, 
sird e sire' {i sec), nm. 154. — 58. NJ: kalkane kastana tiòia vina 
hes'gne gune singr, kudringl nm. 41, priTigla nm. 48; ecc. — 
59. CJ: terazze terrazzo, karozza, garganozze trachea (cfr. Muss. 
beitr. 62), fajozze fagotto, kalza; bjacce nm. 64, pijacce nm. 37, 
sedacce lecce vecca kalce unca. — 60. TJ: pjazza pgzze marze, 
ammorza spengo, strizzar; razgn stazgn; kumincar kuncar kacca. 
Male assimilati: pacenzja pazienza XII 117, kerdenzja licenzja peni- 
tenzja prudeì^zja. Qui pure: beskja bestia; cfr. tekkje nm. 130. — 



* Il gi (§gj) della nostra trascrizione ha un suono che, all'ingrosso, si 
può dire intermedio fra gj e dj ; e gli fa perfetto riscontro, nell'ordine 
delle sorde, il kj (kkj), v. nm. 63, suono intermedio fra kj e tj ; perciò 
saremmo quasi tentati a scrivere, facendo come a dire la debita parte a 
ciascuno de' due suoni, mgdgja otkje ecc. Cfr. quel che ne dice l' anonimo 
parafrasatore della Novella del Boccaccio, in Pap. 277. 

Devia ragga, il frutice di siepe che fa le 'more', poiché a causa dei 
suoi resinosi germogli dovrà pure esser *rasea; e forse è tralignamento 
consimile a quello che ci offrirebbe l'ant. it. race ragia (Fanf.). 



Il dlal. di Sillano. Consonanti continue. 335 

€1. DJ: razze m^zze, skezza nm. 9, mozze modiu (tombolo di po- 
lenta), rg'zze meriz'zar orzc, karzol v. less. ; gu deorsum (diurnu 
manca qui pure, non avendosi se non di), rag gè jìQgge ogge; ver- 
gona manar. E qui stia pure inkuggena. 

L. 62: ladr, linzgl, kualkd qualcosa, dolce kolMl haldan ecc. — 

63. CL : kjar kjamar , gokkja nm. 125, sukkje suculu (guazzetto), 
sekkja vekhje;- ma§§ja {magQjadda camiciuola di lana), tana§gja 
huni§yjul, e anche kroggjul corrot'lo-, cercine, cfr. Caix st. 52. — 

64. GL. Iniziale: jaja jarina janda; mediano: akkag^iar teg§ja, 
zdri§gja -ar streglia -are, ve§§ja -ar. Una curiosa forma è biacce 
ghiaccio. Dileguo della liquida, in ^umifdl ghiomo (cfr. gmimell, 
Muss. rmgn. 50). — NGL: seTiolte singhiozzo. 

R. 65. Di regola, intatto. Ma sigla stuoja, silokke (ali. a sir-)\ e 
il semidotto abolì avorio. — 66. RR: t^ra kare ó^re ecc. — 67. Epen- 
tetico: kudrìngl nm. 41, frmgl Agnolo; Diez. s. v. ; sfruggejar, spril' 
la -gn spilla -one, mandrece nm. 40, v^spra -gn. — 68. Dileguo, per 
dissimil. , in aredde e dedredde ; e in traste traversa ( d' un pergo- 
lato, ecc.; cfr. it. trasto; da trans t rum); cfr. rembar nm, 77. 

F. 69. Raddoppiato: reffe refe; tgffe ghiova, zolla; tiifer (tubar), 
V. Asc. X 11, e cfr. boi. tartoffla tartufo; steffen nm. 27; zùffola -ar; 
struffìna nm. 46; peffania. 

V. 70. Iniziale dopo vocale o mediano fra vocali, così primario come 
secondario, passa sempre in te: sta tvolta, la toypì-a, mgtoer, gice 
uovo , uwa. leicamme neica laioorar kriicpll leicra ecc. — 71. In § : 
0ummera nm. 41, nujula (cfr. it. gomiera e nugola). — 72. Epentesi: 
koica coda (insieme a kga); incerta in tgici spici ecc., nm. 136; ma 
solo apparente in ggtce iugum, dptoa. — 73. Dileguo; prima dell'ac- 
cento: noembr (ali. a noto-), nolledda NoveUeta ni., gudxLx giovedì; 
soatte gombina (cfr. it. sovatto, Diez s. v.), karnoal; baùzsula v. less., 
faùla ni. (= it. favule)', riceudde ricevuto, budde bevuto; iaolette ta- 
gliere, q. * tavolette; dopo l'accento: lusia nm. 7, ggn giovine; sura 
sughera; onoreul razonml', vedue (ali. a veduwe). E qui può stare 
anche ^eM^egolo (da tewul; cfr. tievolo, XII 109 n). — W; cfr. gmbt. 

S. 74. Mediano tra vocali è pur qui sempre sonoro: kos'a fus'e 
posar danngs'e mes'e spessa ecc. — 75: star spesse finestra; zdn§' 
gja -ar nm. 64, zdezuna io sdigiuno, de'z§razja, ecc.; cfr. gmbt. ^ 



* Giova per altro avvertire, che è e i non risultan così pienamente fri- 
cativi, come per es. nei fr. cheval e jamais; ma quasi toccano e e g, cioè 
i suoni 'aemifricativi', che assumon le palatine fra vocali nell'odierna pro- 
nunzia toscana. La quale osservazione vale anche per s del nm. 94. Cfr. 
XII 121-2, ecc. 



336 Pieri , 

M. 76. (■= gmbt. 82): f anima fame, letamme lewamme ramme sammc 
tejammc primme insemme nommc omme /iicmme fumme lumme, somma 
soma; §rammula femmena cimmeza semmula stommeje ecc. Dopo il 
'mézzo accento' della prima protonica: tremmarin nm. 123. E pure 
innanzi la tonica, in nomi derivati e in forme verbali: rammina me- 
stola di rame con buchi, omìngn', limmaioa ~ar ecc.; §um,m,era nm. 41. 

— 77. M'R, M'L: kambra kokgmbr prusembul. S'aggiunge rembar 
ristare, cessar dal fare, da remhrar remoraré, nm. 68; e resta il 
curioso pgmbe pomo, pombedgr pomodoro, forse da *pomHo. — 
78. MN. In kolgna columna (ali. a danne ecc.), vedremo un'altera- 
zione morfologica, per attrazione degli accr. in -gn -gna. 

N. 79. Raddoppiato, in kaddenna, zos'enna nm. 8, kangnncke -a. 

— 80. N'R: cendra. — 81. Qui sian tollerati, per ragion dell'epen- 
tesi : an§unia (cfr. anguneja, Muss. rmgn. 50, boi, anguni, ecc.); e 
pingolla mazzo di ramoscelli con frutti, e anche di pesci, lucch. pig- 
gelloXll 115. 

Consonanti esplosive. 

82. C din. ad a, o, u. Caratteristici, a formola iniziale : kankr gan- 
ghero, karzgl v. less. 83-4. Mediano, quando segua immediatamente 
la tonica, digrada in sonora e si raddoppia: briagge. limagga belli^ge 
fi§§e amig§e paniQ§e urtigga vesigga kggge fg§^e, saiou^ge sabucus, 
ce^^e peQgura furmig^ula ecc. Ovvero passa, per il tramite di § se- 
condario, in )': laje lago, botteja, suje sugo, fejete fegato; asuja -ar, 
paja -ar, preja -ar; beja nm. 2, buje buco, pg'je poco. La" quale ultima 
evoluzione risulta del tutto normale, ove l'esplosiva preceda o non 
segua immediatamente la tonica: sejura scure, sejgnde secondo, nijxm 
nm. 30; mozzejgn noUejgn nm. 36; perseje nm. 6, storteja nm. 15, 
stgmmeje; ecc. ^ 86. CR : ajr agro, majr lajrema; sajrcstia sagre- 
stia. — 86. CS : massdla, ma s'unga sugna. — 87. CT. Condiz. ita- 
liane. Singolare però: rudde rùctus {rudda ructo); e più ancora: 
trudda tructa , cfr. nm. 96. — 88. C din. ad e , i. Iniziale , intatto. 
Mediano, dopo la tonica, vien di regola a </, e si raddoppia: pagga' 
pace, radigga radice, pegga pece, vggga voce, sggger suocero, 
krggga nggga croce noce, kggger cuocere (onde pur kuggina), 
piagga placet, ecc. — 89. Ma protonico, o din. alla vocal finale 
dello sdrucciolo, è intatto: acedde aceto, piacer dióemhr vicin jiulecin; 



* Devia cfggala cicala. Del resto non faranno specie alcuni esemplari 
mal assimilati: mon^ka nm. 27; domengha tgngha mus'§ka manfk§ nm. 40; 
krolehg nm. 44 ; hannnnelce nm. 79. 



Il dial. di Pillano. Consonanti esplosive. 337 

salcce, felccn felce, sicdece puleca forbeca; ecc. 90. Uscirebbero 
dalle norme: diece (forse rifatto su gndecc ecc.), mvece; faggina fu- 
cina; (jmnisrll nni. 64, cimmeza nm. 7. Ma rifletterà un g seconda- 
rio, e sarà per tal modo nella norma del nm. 94: óezc cicer, perniza 
pernice; e molto più: faloz'Hl bozzolo del baco da seta, e dozente 
(cfr. it. filugello e dugento). 

91-92. Gr din. ad a, o, u. Iniziale preceduto da vocale e mediano 
fra vocali , passa costantemente in j , cioè in fricativa gutturale so- 
nora: ke jalle quésto gallo, brutte juste brutto gusto (ma poi: un 
Qalle, ecc.); 'piaja piaga, haslije castigo, fadi'ja streja; iejaìnme, ma- 
jettc cipolla dei polli (cfr. Diez s. magone), fijura; lijar litte'jar ecc. 
Similmente fa GR : la jramgga la grandine {civ. e ggranegga e' 
grandina); pijr pigro, tijra tigre. — Si dilegua il g secondario in 
'Olia mica: no sso mia non so mica. — 93. GrV. inQuilla sangue len- 
fjt'a. — 94. G din e, i. Inziale preceduto da vocale e mediano fra 
vocali, in i: ( ■= gmbt. 92): ste zesse questo gesso,! i zira io giro, 
la zenia ( ma poi : al gesse ecc.) ; rezina immazena pazena] ecc. 
95. Quanto al dileguo, esempj specifici: kalina caligine, fulina -igine 
(•favilla'). 

T. 96. Mediano, dopo l'accento, digrada in sonora e si raddoppia: 
araddc aratro, odoradde odorato, ma§gjadda nm. 63, sattadda inezia 
{q. * sciattata, da sciatto), kompanaddeje -atico, salvaddeje, biedde 
bietola, abedde, aredde num. 68, pepidda, didde dito, vidda nm. 7, ne- 
podde -a, serodden serotino ('autunno'), rgdda, vodde vuoto, spudde 
sputo, stranudda io stranuto; kantadde -a, aioudde -a, fenidde -a\ 
rudde trudda nm. 87; ecc. — 97. Prima dell'accento, e din. alla vo- 
cal finale dello sdrucciolo, è intatto: letamme natal fratell vitali, be- 
tolle. betulla (cfr. it. bidello), matur muratgr sonatgr servitgr appe- 
t/idde, sabbete, anetra e albetre nm. 27, subbete, dubbeta dubito, ecc.; 
ma: kaddenna nm. 79. — 98. Riflettono all'incontro un d secondario 
e hanno perciò d (cfr. nm. 102): grida io grido, modena meda§§ja 
stadera, budella (sng, ), padella sodesfar prade, slada nm. 50, spa- 
dida v, less.; sedacce, poder -etca, kodenna; fadija -ar. — 99. Dop- 
pio, inalterato: kaselte cassetto, bejotte lombrico, ecc. ^ Ma pur: bodda 
botta (rospo), XII 1231. — jqq xR. padr madra-, ladr vedr; pa- 
drine madrina. Ma gddr otre. — 101. Raddoppiato, in vetta vitex, 
vetrice, litteja -ar, tdtumia notomia; koUcrgssula nm. 104, {t sec). 



* Curiosa deviazione, affatto sporadica: habbredd^ capretto. 
- Ma in perfetto accordo coli' italiano: hornpar -are, hommàra. Noto poi 
oho madra non dice se non 'madre' dell'aceto; del resto: mamma. 



338 Pieri , 

D. 102. Iniziale precèduto da vocale e mediano fra vocali, passa 
in d, cioè in fricativa dentale sonora: kreder nide rider krude do- 
dece tredece sedcce lodar pidokkje odor ecc. E così anche: kuadr, 
kudringl nm. 41. — 103. In r: merglla nm. 29. — 104. In t; dopo 
il 'mezzo acconto' della prima protonica: kotterossula codirosso (cfr. 
nm. 101). — 105. Il raddoppiamento, sarà forse etimologico in mar- 
teddi e ffuddi, e analogico in luneddi. 

P. 106. Si mantiene, forse per l'antichità dell' aferesi, in -pefana 
(peffania nm. 69). — 107. Dopo l'accento, passa di règola in b, e si 
raddoppia: abba ape, rabbc rapa, pebbe pepe, sebba siepe, tobbe topo 
(tobba ce§ga talpa); tebbedc, res'ibbula erjsipelas. Col 'nuovo ac- 
cento': kgbba occupo, ingombro {skgbba sgombro), prt. kgbbe; cfr. 
XII 100. Dopo il 'mezzo accento' della prima protonica: kabbener 
capinero, kabbezzall capezzale. — 108. Prima dell'accento, e din. 
alla vocal finale dello sdrucciolo , è intatto : lupin kapir , kapaggo 
-ace, nepgdde -a, papaicer; kanepja {p sec. ), senepa; ecc. — 109. Ve- 
nuto a w, per il tramite di b secondario: ricewer power; arìwa -ar 
arrivo -are; koicerta (sost. ), kawezza sawgr. — 110. Fuori della ri- 
spettiva norma : stipa ' ; sabber -ewa, sabbgn àibbglla kabbanna. E qui 
si tolleri: sbarar sparare (esplodere; anche lomb. ecc.). — 111. PR: 
kabbra, sgbbr nm. 18, vibbra vipera, ginebbr, gbbra opra, ebbra apro 
(abbrir), kgbbra copro {kubbnr)', arcipresse cipresso, aprili; leiora 
lepre, seiora io scevro. — 112. PS. Venuto a s, in kasa [kasgn 
-ette; cfr. kasin cerchio per fare il cacio, it. cascino e cass-). — 
113. Radd. : pippa, dgppe. 

B. 114: traive skriwer^ bewer kawall lawegge triw^lla, sav:ugge 
nm. 83; aivortar abortire, laworar; ecc. — 115. mia bisogna, ma 
solo in proclisi; cfr. XII 116. — 116. BR: freiva nm. 5; frai feb- 
brajo. — 117. RB: cervje acerbo. — 118. Raddoppiato: debbete de- 
bito, libber -a, mobbul (soltanto: bH mobbul), dubbeta subbete rgbba 
pussibbil turibbul mubbilja libbra, libbre libro, oltgbbr. 

Accidenti generali. 

119. Accento. Protratto sulla penultima in tutte le voci già rizotoniche 
di som§nar seminare, dgzinar pezzijar, appgkkjijar v. less. 120. Dissi- 
milazione: rus'inpl, hellura donnola II 46-5i2, pillur a; malgaridda Mar- 
gherita, alhur nom. 43, albftre nm. 27, arucltf supino XII 124; fis'idumia 



* E cosi le forme rizotoniche di 'sciupare', rifatte su quelle non rizoto- 
niche {htpa ecc., sopra stipar -aica ecc.). 



Il dial. di Sillano. Accidenti generali. 339 

hulumta. 121. Assimilazione. V. nm. 126; e aggiungi l'assimilazione 

costante e incolume dell' n di non alla susseguente cons. iniziale: no cc§ 
weria non ci vengo, no ttu cc§ pensa ^ ecc. 122. Geminazione di- 
stratta: v§rnard'i. — 123. Prostesi: trgmmarin. 124. Epentesi. 

Di consonante: ,nm. 67 72 77 80 81. 125. Aferesi: ccrvjg nm. 117, 

f/phkja ago da cucire, stada nm. 50. Ma circa test^ nm. 142, cfr. II 446, 

XII 15. 126. Ettlissi protonica: frai nm. 116, bretta berr-, stgmana, 

bortlame' nm. 21, pulvrin, ecc.; postonica, più frequente: zuJckr, parila -Ig 
pòrtala -le, rnaskrn; kambra e kokgmbr nm. 77, cendra lettra, passra (ali. a 
passera), polvra; limos'na lendna, palpedna v. less., eccla -l§ eccola -le; 
zolfr; ecc. Qui ancora: arkordar ricordare, arkommandar, artroicar, arpig- 
f/jar, arpos'dr, ardar rendere, arv^nir, ardutte, ecc. D'ordine sintattico (cfr. 
nm. 66) anche a ramme il ramo -e, a rondon il rondone, u ramm.^ un 
ramo, ecc., che veramente son casi di assimilazione non più sentita (*ar 

raìiime ecc.); cfr. nm. 121. 127. Apocope di vocale. Condizioni non 

diverse dal gombitellese , nm. 112. Notevole è cos' cosa, con sign. prono- 
minale, ma soltanto in proclisi, p. e.: hos' domand' i§^j§ lu?; e s'arriva al 
ho di kualkó nm. 62*. 128. Suoni concresciuti. Proviene dall'arti- 
colo il l di kiìnmf hamus, lesca esca, e anche di lansar ansare, aver l'af- 
fanno, dove il verbo Io ripete dal nome, benché oggi il nome più non si 
usi; cfr. moden. lans ansia, FI. II 52. — 129. Abbandono di l la che pa- 
reva l'articolo; ucinol lucignolo, cortella lacertella. 130. Metatesi. 

Importanti escmpj, perchè di condiziono 'emiliana': freica febbre, froda 
fodera, kgrdenzja nm. 29 {hgrdenzin piccolo armadio), termarella -alante, 
ig^rmgntina, termarin (ali. a trpnmarin nm. 123). Inoltre: tekkje tetto, cfr. 
il gombitellese nm. 59; cokkja chioccia, e prg, ali. a pgr {prg far sta 
kns'a ecc.). 131. Contrazione: frola nm. 23. Cfr. nm. 95 e 73, e ag- 
giungi por -a povero -a, ma solo in proclisi {par gmme, ecc.; cfr. nra. 23). 
Un caso 'sui generis' è spijar (= spiegare) sciorinare, distendere, col fe- 
nomeno esteso anche alla tonica. 132. Geminazione sintattica. 

Idontiche le condizioni lucchesi, XII 126; e basti dare esempj del diver- 
ger che fa pure il sillanese dal 'fiorentino': i kkani, i giusti, di llummi 
dei lumi ; lii ekkantg maly essenti dir;- io i* faro ben ; lu evvgnirà sub- 
bgtg; da Ipr, ki digga chi dice, e§gj'a paura, effù lù, io i' so far, lù essa 
xcfjndgr; ecc. 



* Anche s'hanno pd ma padre madre, cfr. gmbt., ma solo al vocativo, O' 
dopo un pronome possessivo; cfr. nm. 100. 



340 Pieri, 

Appunti morfologici. 
Nome. 

133. Cfr. il 'gombitellese\ Il passaggio dei feminili di terza in 
prima, può dirsi affatto normale: forta (masch. forte), gona giovine 
(m, g()n nm. 73), granda (m. fjraìxde), verda (m. verde); nepgdda 
nm. 108 ; abba ape , bilja bile , botta -e, kalina e fuliaa nm. 95, cen- 
dra cimmeza, hrggga croce, dodda dote, famma fame, forbeca, freica 
nm. 5, fronta fana genta immazena inkuggena legga lendena madra 
tnQggja, morta morte-, newa, nggga noce, notta 'parta, pegga pece, 
pHla perniza piewa pglvera puleca radigga, raiva frana (cfr. lucch. 
rave, XII 132), rondena, sebba nm. 21, s'rpa, stada nm. 50, iijra 
tigre, tgssa, vetta nm. 101, vidda vite, vggga voce, vglpa; ecc. — 
lBé-5. Genere mutato; maschili in fem.: be'j'a nm. 2, /tela nm. 5 (cfr. 
Muss. beitr. 54 ) , spekkja nm. 8 ; feminili in masch. : biedde nm. 96 , 
betglle nm. 97, ballucce -otta, cfr. lucch. balloccioro XII 173. — 
136. Avanzi del nominativo: vetta nm. 101, pd e ma nm. 127. 

Numerali. 137. un, une, una; do', tre' huattr cinkue se' sette otte 
ngwe diece gndece dgdeóe dicess^tte vinte vintun vintidd trenta tren- 
tadd cente dozente mille domila. 

Articolo. 138. al, a (din. a r), le, la; l (din. a voc); i, iggji; 
le, l; dal, dela e dia; al ala; di, dai^. 

Pronomi. 139. Personali: sng. i, io (enf.); tu; là, le', i()§je, elle; 
a me', da se', ecc.; plur. noaltri -e; voaltri -e, Igr; i(Jgjen, ellen. Forme 
atone : me, te, se; el (con -/ sempre assimilato alla cons. iniz. del 
verbo), le; al, la; ggje; se ci, ve, le~. — 140. L'impersonale è el^. 



' Esempj : al hampe dal me fiygjgl; a raìnme ecc., nm. 126; le stiical lo 
stivale; la kà dia nostra saggerà; l'abbai dal kan, l'uliwa; i lladri, i ggatli 
(cfr. nm. 132); iQgj' okkji; le donne, Vangmg: di ppadrgni, dai llawpri; 
intal me poder, intiggj' àlburi, pri hhoski. 

^ Esempj : son i' io?, rnang tu tu?, ce pens' i^gje lu? , c§ n'é iggjg dal 
pan? , veti ell§ le'?, kan iggjgn fora de kà?, kgs' l§ fan ellgn hugle donne?, 
io i' me penta; pietr ekkanta, effà, eddigga; marta le kanta, l§ fa, l§ 
digga; io i' 'l veda io lo vedo, i' la pig§ja io la piglio; ggjg V an kompr 
glielo hanno comprato (a lui, a lei, a loro); noaltri sg icgrgondn ci ver- 
gognarne; voaltrg icg krgdedde bellg; ammazzàddal -ddela -ddgggje -ddgle 
ammazzatelo -la -li -le. Cfr. nm. 176. 

•^ Esempj : eppigwa e' piove ; ennewa e' nevica ; eggranegga e' grandina. 
Ma per contrario: bgs'gna far kuestg; mg piagga mi piace; no cóg n' d; 
c'era na wolta; o altre simili locuzioni, dove l'impersonale pleonastico 
suole altrove esser frequente. 



Il dial. di salano. Verbo. 341 

141. Possessivi; accentati: me, to, so, fem. mia, tga, soa; plur. mii 
-e, toìci -0, snivi -e\ nostri -e, vostri -e, sg loro. Proclitici: me, to , 
so, per ambo i generi e numeri. 

142. Dimostrativi: kuesle -a, teste -a cotesto -a, kuell -a. In pro- 
clisi: ste -a, huet -a (fem. anche kua). 

Verbo. 

143. Pur qui la diffusione analogica dello s nell' incoativo: posa 
})aSco, nasa nasco, kresa kongsa ', fenisa kundisa ; ecc. E similmente : 
tinga tinga; sparga legga; ecc. — 144. Il sng. del presente e del- 
l'imperfetto, così nell'ind. come nel congt., é ridotto di regola a una 
sola forma. — 145. Come un caso di ' sensibilità della tonica ' è no- 
tevole, al plur. dell'impf., ind. e congt., e altresì del pérf. debole, V r 
che si svolse alla 2=* p., della prima conjugz. per influsso dell' -i[s] 
{-nccte = -abati[s], ecc.), donde per analogia s'estese alla seconda e 
alla terza conjugz., per poi passare, in tutte e tre, anche alla 1* pers. '. 
— 146. Nell'iato della 1* p. pi. pres., c'è distinzione tra indicativo 
e congiuntivo: iMrtjdn, di fronte tiportidn, ecc. — 147. Nello schietto 
jiarlar dialettale, non senti quasi mai il gerundio, al quale suppli- 
scono per vario modo : in tal partir partendo , s' i' kantasse cantando 
(io), ecc. — 148. Nel participio di prima conjugz., assai frequente 
la forma sincopata (= gmbt. 137): kgbbe e skgbbe nm. 107, krgcóe 
corrucciato (nm. 20), lase, meskje, porte, troice, ecc. — In -uto, da 
verbo di III: sentudde. 

Indicativo. 149. Presente; sng.: porta, kreda, scala (v. nm. 144); 
pi. : portjdn kredjàn sentjdn, portadde krcdedde sentidde, portcn kreden 
sentcn. — 150. Imperfetto; sng. portaica, kredezva, sentitca; pi. por- 
tzicem hred'^wem senteioem-, portnoete kredeicete senP^icete, portaioen 
krcdeicen sentiicen. — 151. Perfetto. Di tipo forte : de', ste', fé', 
fu, seppe ebbe, vmse nm. 162, t^nse 163; viste 170; morse morii, 
volse nm. 167, parse disse messe lesse rosse frisse strusse, dezvolse 
Mlipanai'; sparse, scorse (poco in uso), pianse punse unse, fìnse (più 
fipesso è per 'fingere' far vista), munse, strinse (più spesso per 'strin- 
gere': strikkar, v. less.), lime; vinse, torse; acces'e, ses'e, offes'e, 
arespgs'e; skrisse; colse. — Di tipo debole: sng. porla kredettc senti. 



' Non diversa dichiarazione, rispetto alla vocal tonica, si dovrà fare 
idiche per fjbbra -en apro -ono ; cfr. gmbt. nm. 5 n. 

^ Da qualche vecchio s'ode ancora: portew^m^ ecc.; e pure ipne per ipn 
alla l"* p. plur. in tutto il resto della conjugz. 



342 Pieri, , 

portaste kredeste sentiste, port^ kredette senti o sentitte * ; plur. porte- 
u-cm krcdncem sentricem^, port'Jte hredrste senP^ste, porton kredetlen 
sentin o sentittcn- — 152. Futuro; desin. -e', -a, -e'w, -edde, -dn; é pur 
qui -are va con -ere, onde porterà, come kreder^, ecc.; ma daì^d, 
staro, farò; cfr. nm. 160. — 163. Condizionale; desin. -e', -este, -e', 
-noem, -este, -en. — Congiuntivo. 154. Presente; meno la diffe- 
renza, di che al nm. 146, è in tutto e sempre uguale al pros. dell' ind. 

— 165. Imperfetto : sng. portasse, kredesse, sentisse ; plur. portessera 
kredessem sentessem , p(Jrti_;^ste kredrste senteste ^, portassen kr edesse n 
sentissen. — 166. Imperativo : 2* pers. sing. : porta kreda senta. In 
formola proibitiva: no pportar ecc. — 157. Infinito: portar kreder 
sentir. — 168. Gerundio : portande kredende sentendo ; ma v. nm. 147. 

— 159. Participio. Di tipo forte : lette rette fritte strutte, piante punte 
unte fìnte munte tinte, strette, scorte zvolte, nadde nato (cfr. nm. 96), 
ditte ardutte kotte e fatte onde pur datte nm. 170, torte vinte kgltc, 
scritte rotte, abberte morte, viste, messe, mosse, aóóes'e ses'e offes'e 
arespgs'e res'e konfus'e, perse, korse parse sparse. Pel tipo debole, 
v. nm. 96. 

Elenco di verbi notevoli. 160. esse: son sé é, san, sedde, en; era, 
rrem, erete eren ; fu, fuste, fun ; sire sird, siren siredde sirdn ; sire' ecc. ; 
sia, s'idn siadde sien; fusse, fussem, fuste fussen; rsser. — 161. ha- 
bere: d d, abbjan awedde an; atoeica o ewa, aiorwem o eicem, awe- 
toete o ewete., aicewen o ewen; ebbe o ette, aweste, awettem, aweste, 
ebben o etten; awrd awrd, aicre'n awredde aicrdn; awre' o are', ecc.; 
abba, abbiàn abbjadde abbjen ; aivesse ( o esse, ecc. ) , awesscm aiceste 
awessen ; aioer ; atcudde. — 162. venire: vena ven, venjdn venidde 
venen; vense veniste, vemwem, veneste vensen; venirg ecc.; venire' ecc.; 
vena, vemdn venidde venen; venisse ecc.; venir; venudde. — 163. te- 
nere: in tutto come il preced. — 164. facere: facca fa, facódn 
fadde fan: fewa, fewem f ewete feicen[, fé' feste, [se fé' per 1^ pi.], 
feste fen; far^ ecc.; fare' ecc.; facca, facciàn fadde faccen; fesse, 
[se fesse per 1* pi.], fjste fessen; far; fatte. — 165. dicere: di^ya 



' Questa seconda forma, come la corrispondente del plur., assai rara; e 
solo per fenomeno sintattico, a quanto mi s'asserisce, se cioè al verbo 
segue altra parola: lù e' mnie senti dir, ovvero sentiti^ dir, ma solo: lù al 
m§ s§ntì, ecc. 

* Quasi superfluo avvertire, come il concider che fanno alla 1^ p. plur. 
rimpf. ind, e il perf. debole, sia cosa del tutto fortuita, in quanto abbiano 
un esito stesso: *-àbamu ed -avimu. 

^ Qualche vecchio anche: portessgte, kredessetg, s^ntessetg. 



Il dial. di Sillano. Verbo, ecc. 343 

digga, diggidn didde diggcn\ diggeiva ecc.; disse diggeste, diggnoera 
diggeste dissen; dirci ecc.; dire' ecc.; digga, diggidn diggadde di§- 
gen\ dì gg esse ecc.; dir; ditte. — 166. debere: detca, dobbjdn do- 
icedde deicen ; dowewa ecc. ; dolcette doiceste , dowrtcem dow^ste do- 
icetten; dowrd ecc.; doicre' ecc.; detca, dobh'idn dobbjadde deicen; 
dowesse, ecc.; doicer', dowudde. — 167. velie: voggja voi, voQ^jàn 
voledde voggjen ; volse voleste, volewem voleste volsen ; voró ecc. : 
vore' ecc.; voggja, vo^^'idn voQ^jadde voggjen; volesse ecc.; voler; vu- 
ludde. — 168. posse: possa, pgl o pd, possjdn podedde possen; po- 
deica ecc.; pord ecc.; pore' ecc.; possa, possiàn póssjadde possen; po- 
der; pududde. — 169. sapere: so sa, sabbi dn sabbedde san; sab- 
beica ecc.; sabbette (più rar. seppe) ecc.; sabberò ecc.; sabbere' ecc.; 
sappa, sabbìdn sappen; sabbesse ecc.; sabber; sabbudde. — 170. vi- 
de re: veda, vedjd^ vededde veden; viste vedeste, vedetcem vedeste 
vistene; vedere ecc.; vedere' ecc.; veda, vedidn vededde veden; vederi 
viste. — 171. dare : da§ga dà, da§§jdn dadde dan; dewa, deicem 
deicete deicen; de' deste, d^ste den ; dag§a, da§§'idn dadde daggen; 
dar; datte. — 172. stare: prt. stadde; del resto, in tutto come il 
preced. — 173. vadere è andare: vagga va, andjàn andaddc van; 
va'ga, andidn vaggen ; del resto, regolarmente da andare. — 
174. adiutare; v. n. 61. 

Avverbj. — 175. Sia ricordato nitggja, nm. 54. U -a in volqntera e 
nenta; oltre che in ecca ecco, adessa (cfr. l'ant. it. adessa). Notevole ma 
'magis', non proclitico, in senso di 'piuttosto', dove sia il caso di scegliere 
fra due o più partiti: c'è ppan e ppolenta: io i' maiìgró ma al pan, ecc. 

Sintassi. — 176-7. Pur qui normali, alla 3^ p. sng. e plur., i pronomi 
pleonastici el (cfr. nm. 139 n), l§, se prima del verbo, iycfje -en, eU§ -en, 
se dopo: lù ekkanta, le' le dizg, Igr essdn, lor le kaminen; ven iggj§ luì, 
sqn ellgn Igr ?, ecc. ^. Al nome e pronome ch'è il soggetto non pleonastico, 
s'accompagna alla 1* e 2^ p., senza distinzione di genere, Y el che è di 
3^ sng.: noaltri -§ essaltjdn, voaltri -§ evv§nidd§, ecc.; ma all'incontro: ce 

pentjan, v§ krgdeddg, ecc. 178. Normale è anche l'uso del pronome 

'duplicato', alla 1* e 2* p. sng.: io i' kanta, tu tu weda; man 'i' io?, lijggg 
tu tu?, ecc. Non di rado, per altro, anche il pron. semplice. — 179. Fre- 
quente pur qui il tipo 'si dà' per 'diamo' (= gmbt. 158): noaltri -g s§ 
porta, s§ krgdexca, se sentì, ecc.; cfr. nm. 164. 



' Anche do' dialetti emiliani (boi. ecc.) è '♦isti' per 'vidi'. 
' 11 pron. iggji, che diventa eygje per cagion della proclisi, odo anche 
prima del verbo, se questo comincia in vocale: lu ec/gj' era, ecc. 



344 Pieri, 

Appunti lessicali. 

ahbajattarse trastullarsi, perdere il tempo; ct'r. lucch. abbagattore , Arch. 
XII 127. 

aìfimgrzi (senza sng.), farinata di grano. 

appghhjijar (pres. appgkhjija) appiccicare, inveschiare. Rivien senza dub- 
bio ad *adpic'licare; e per la ragion del diminutivo, cfr. li. pegola 
e impegolare. 

arkalzar sarchiare, cioè: 'ricalzare' ( = rinc-), addossando la terra agli steli. 

ard§s'àr -rse ripulire -rsi. 

ar^aliddf rauco. Pare da *raeolko = *rauc-. 

urinai -i alare -i. 

aroncinaddf raggruppato, rattrappito. 

arost§ riparo che si fa nelle selve, con terra ed altro, per le castagne. 

arzakkar vomitare impetuosamente. 

bahjohhe battaglio d'una campana; uomo stolto. 

balfgja burrasca di vento e neve. 

balujdn dappoco, minchione. 

banka scranna, sedia. 

baùzzula quell'ineguaglianza del filo, dov' esso appar più sottile, q. *ba- 
vuzzola; cfr. it. bava (met.), bavella. 

bernucce cappello sformato e logoro. 

bokkal, anche: orinale. 

hrestu§gje arruffamento d'una matassa. 

brizola crosta che si formi sopra una piaga. 

brusinar piovigginare: ebbrusina pioviggina. 

busin -a vitello -a di pochi mesi. Cfr. cnt. lucch. bucina giovenca o vacca. 

halisgn persona d'alta statura, ma sottile e magra. Par l'it. colascione, in 
senso met. 

kantabruna cannuccia per travasare il vino aspirando l'aria. 

Jcaripla girella. 

JcarSpl pennecchio (anche moden., cfr. Marenesi s. v.); da cardeolo, con 
assai ovvia metafora; cfr. it. garzuolo canapa cardata e netta. 

cekkjg foruncolo. 

c§jingla aspo. 

cgjonaja raffreddore di capo, noja. 

cerkja correggiato. 

cgrvastr§ grecchia, 'erica calluna vulgaris"; onde il ni. cgrvastredda. 

cufff -i capello -i. 

cumpiggjg uomo o donna dappoco. 



Il dial. di Sillano. Appunti lessicali. 345" 

hofjgja spaccone, importuno, intrigante; cfr. it. coglia, lucch. ciujlia, Arch. 
XII HO. 

krò^^jul nm. 63. 

kukkar scotolare, smallare. 

dejoccgn base di conca senza fondo, che raccoglie il ranno e lo scarica 
entro apposito recipiente. 

ffnia debolezza, languore. 

fera falce fienaja. Da ferru, per metonimia? Lo sdoppiamento della li- 
quida vi sarebbe normale; v. nm. 64. 

forgn pungolo pei bovi. 

gàita gherone di camicia. 

grummul mela od altro frutto stentato. Non ostante la non lieve differenza 
di significato, deve esser tutt'uno coll'it. grumolo garzuolo, e rivenire 
ugualmente a grumulus. 

lampùza lagrima. 

lillera accattabrighe. 

ìgrne tardo, lento; cfr. lucch. lamia, Arch. XII 130. 

maranggn falegname; cfr. FI. II 364. 

mastorhjg dappoco, minchiono. 

minardi (senza sng.), anticaglie. Oggetti logori alla rinfusa e di niun valore. 

mor§ajgn moccicone. 

raozzg nm. 61. 

mtirm'ign persona melensa, sonnolenta. 

nonngn nonno. 

obbgna in gran quantità. Deve essere ad bonam o ad bona (cfr. it. a 
buono, in senso di 'valde', 'vehementer '), con o iniziale per influsso 
della contigua labiale. 

orgarella granata, spazzola. Cosi probabilmente, in origine, perchè fatta 
con steli d'orzo; cfr. it. scopa, ecc. 

palpedna palpebra (palpetra). Manifestamente, da palpeddena, per pal- 
peddula, con scambio di suffisso; cfr. Asc. st. cr. II 35-7, Muss. beitr. 85. 

pàmpul bandolo della matassa; cfr. lucch. pàmpino st. sign. 

pannell grembiule; panngllettg tovagliuolo. 

p§rcossgi vetta del correggiato: *pcrcussoriu. 

p§kur frammento di castagna. 

pptorlenQua, -engul grattaculo, il frutto della rosa canina. Cfr. mt. lucch. 
peterlinga, peti-, pesi-. Voce emiliana: p§terlein§a, ecc. 

pijaddf pennecchio. Deve essere il prt. d'un verbo *pijar picare 'at- 
taccare'. 

pi§gjacce capecchio di canapa. 



346 Pieri, 

pingella nm. 81. 

jpirgl mentula; pirgla cunnus. 

jìis'àlàn^ula altalena; cfr. lucch. pisalanca, Caix st. 82. 

2nstar percuotere; pistareU pestello; pistgn parte della sacchetta, che serve 
a pestare le castagne. 

polfntpn (senza pi.), pampini colti per dar da mangiare al bestiame. 

polgskgn legno interno tarlato in un tronco d'albero. 

ponconella molla della toppa a chiave. 

ragga nm. 57 n. 

inanella -on raganella (in senso met. ). 

ran§onar brontolare. 

rappa spiga del grano, pannocchia del frumentone. Voce anche lucch.; 
cfr. Fanf. u. t. 

rattgn topo grosso (cfr. tnbb§ nm. 107). 

rattolar discorrer molto. 

robba, vale anche: skandela scandella. 

rujar rivoltolare, detto di concimi, di grani, ecc. 

rushe spazzatura; cfr. moden. rusk, boi. rosk, ecc. 

ruzzili torzolo della pannocchia. 

skafittul appiglio. 

skarzgn specie di cardo selvatico; cfr. karzgl. 

sgrbar sarchiare; *exherbare. 

skianke bel pezzo, grossa fetta (di cacio). 

sondrar -rse aprire -rsi, detto d'un tumore; *exund'lare, o exundare 
con epentesi. 

shoaddg senza coda, mortificato; cfr. cga nm. 126. 

skonkonar parlare stentato ; cfr. lucch. incancognare^ pist. cane-, Fanf. u. t. 

shorbàttula farfalla. 

seniza pertugio stretto e lungo; cfr. lucch. senice, Fanf. u. t. 

s§rgdden nm. 96. 

so^gje recipiente di legno e senza fondo, dove si mettono i panni per im- 
biancarli col ranno; cfr. moden. soi bigoncio, ecc., solium. 

èpadoladdgi maciulla; spadula coltello di legno per franger canapa sullo 
spadoladdgi. 

spazzgs'ul spazzaforno. 

sprikkjar spruzzare. 

stekha paletta del fuoco. 

strpnuliddf persona piccola, esile e magra; q. ridotta all'estremo*. 



* Rinunzio perciò all'idea di connetter questa voce al moden. skermlir, 
FI. II 384, non ostante il tose, spaurito, che dice anche 'sparuto' (Fucini). 



Il dial. di Sillano. Appunti lessicali e Testi. 347 

sìrihkar stringere, chiudere. 

tawfllgn castagna rimasta imperfetta. 

tonfar far 'tonfo' cadendo, percoiotere. 

vallettf cestello di vimini per concime od altro. 

vasspja ventilabro; vassojar ventilare. 

volpastrell pipistrello. 

zakkon pezzo di legno da bruciare. 

zajpn uomo o fanciullo piccolo e grosso. 

zerli capelli scarmigliati. 

zir'm pochetto di checchessia. 

:iomboladda, zgmbul grembiata, grembialata. 

Testi. 

1. Parafrasi della Novella del Boccaccio (Dee. I 9). 

A ttempe dal primme re de cipr, dopp l'ahkuiste de tera santa fatte 
da goffrede de hug§jon, essuccesse Tee na singra l'andò a vvis'itar al 
sepglcr dal sirigr; e int l'arvenir in huà kuande le fu a ccipr certi bir- 
bgni l'agguszinon e ggjene fen de tutte le sorte. E pperke no II era bgna 
de fargjela pajar, le penso d' andar da' re a ddar a' riferte. ma kual- 
hidun eggje disse ke §§j' era temp perse, perke' a' re §gf era tante min- 
hjgn e mmastgrkje, ke nno g§j' era bgn de fars rispettar ne pper sé ne 
pper iggj' altri; e kkusi ttutti iggf arabbiaddi se sfojaweh a ffar di dde- 
spetti e dele vergghe a' re', allora kua singra, kuande le senti kusi, e le 
diss da se' dda se': i woggja andar da' re' a rinfaccar^je le sg debbolezze. 
e dde fatti l'andò denanz a llù e §gje diss husi: sakra korgna, io i' no 
vvena denanz a Ile' per domandar vendetta dele birbonadde che mm' an 
fatte; i wore' solamente ke mme diggess com' e le fa Ile' a ssopportar huelle 
ke ggje fann a Ile', anzi sta kui s' i' podess i' gje la rejalere volontera, 
perke' i weda ke Ile e le sa sopportar kusi ben. a' re kke ffinallgra §gjera 
stadde addurmidde e ppijr, intal sentire ite parole epparve ke sse zveggjass 
dal sgnne; e ssubbete ekkastijó kom' e se meritaxoen hui bbriccgni he ggj' 
awevcen agguzzinadd kua singra. e dd' allgra innanz la gustizja inta' rene 
no Ile lasó senza kastijar kueggji ke ffewen dal inai, e bbes'onaica arar a 
ddritt, se nno W andawa a ffenir mal. 

2. Parafrasi della Parabola del 'Figliuol prodigo'. 

c'era na icolta un om k' egQj' avoewa dg fid§jgli- un di al più gggn ed- 
diss a ssg pà : o pò, daddeme la me parta he mme tgkka, perké io me ne 
^'QÙÙf andar, al padr, kuand' essenti kusi, effe' le parte, eppò edde' a 



348 Fiori, il dial. di Sillano; testi. 

Mcuel hrihhgn d§ fi^gjpl tutte kuel he §gje weniioa. e 111/, kuand' eggj' ebbe 
awudde la so parta se n' andò per al monde a mmenar na widda èkan- 
dolos'a. ma stipa ogge supa doman, se troie o hon le bolge icgdde senza 
nank na palanha. kuand' eg§j' ebbe fenidd' anihó, le wense na j'ran ha- 
restta in kuel paesfe dow' e§gj' era, sihkr' gfjje tokhawa paddir famadde da 
kani. per no mmurir data famma, eggj' andò per ^arzgn hon na famiggja 
h' el mandaioa a bbadar ai pporcelli. eppadiwa pò tanta famma, h' e§§j' 
are' wuludde manar dele jande k'emmanawen i pporcelli; ma nnijun gje 
ne dewa. allora e§§j' arentré in se', e ddisse: eh! son stadde al gran ma- 
storkje e ddespraziadde a llasar la Tea mia! tutti i ^garzoni e sservitgri de 
me pà e§§j' an da manar assà, e io i' mora dala famma. i' arenderó nut 
dda me pà, e §§)e diro Tee mme teha almank home g^arzgn. ditt e ffatt. 
se parti subbete de dow' eggj' era, e sse n''arendó al so paes'e. no §pj' era 
ank' ariw a kkà ke ssg pà el viste dala lontana, strappadde hom' un ladr 
e ddeskalza; e ggjen seppe tant mal ke ggj' andò inkgntr e ggje saltò al 
koll e l bazo piangende. allgra kuel matte de fggjgl, pentidde morte dele 
sg Tnattie, eggj e disse piangende: o pà, i' we dom.anda perdgn; i' 6 tant' of- 
fesse primma al singr e ppó wg, k' i' no sson più ddene d' esser kiammn 
wostr f ggj gì. ma kuel padr, tante bgn, eddiss ai ssg servitgri: lesti, por- 
tadd kuà ssubbete i ccenci più bbelli, vestiddal ammgde e kkalzaddal e 
mmettedde^je V aneli in didde; kawadd fgra al vitell più ggrass, ammaz- 
zaddal, e ffaccan subbete kgrta bandidda; perke' ste me fìggjgl kuì eggj' era 
morte e ggj' è ris'usitadde, s' era perse e ss' e artrgwe. Intantc al primme 
f^§§J9^ ^' ^§dJ' ?>''^ «* kkampi, kuand effù wicin a kkà essenti kuela Jran 
armunia de kanti e ssgni. e appena k' e^gj' ebbe sabbudd al perke' se 
stizzi talmente tante ke nno vvolse nank antrar in kà. allgra sg pà §§j asi 
fgra per fargje far la pagga e ffarV antrar in kà; ma kuel figgjgl krgcc 
morte e§§je disse: kgmme! .. io i' we serva da un §ran pezze; no i' o mai 
supadd nenia, i' to' ó sempre rixpettadd e ubbedidde; eppur a mme no 
mm' awedd mai datt nank un kabbredde d' ammazzar e ffar na marenda 
kon i mme amiggi. e kuell alter k' e§gj à supadde tantf, e mmanadd e 
bbudd kon le puttane na bgna parta dal vostr, se n' é arvenudd a kkà, e 
vv^ awedde fatt ammazzar al me^gje loitell e awedde fati kgrta bandidda 
per kuel bel mobbul. sg pà, kuande II' ebbe lase sfoj'ar un pò, eggj e disse: 
askglta, fìggjgl me'; tu tu se sempre stadd kui kkon me'; tutt kuel k' eggj 
é mme' eggi é tt(j ; tna intani eli' era kos'a gusta far ggge un po' d' allejria, 
perke' tg fratgll k' e§gj era morte egOJ é rinviwidde; V awewcra perse e 
W abbjàn artrgwe. 



Pieri, il dial. di Sillano; testi. 349 



3-4. Brevi racconti. 



intuii ann§ mill ottocentg e vvinti eW era a silan una powfra wedua he 
ll'aweica ngmm§ mali) aridda; eli' era d§la famiygja di kkaporali ke 
II' e andadda a ff§nir. a hkugla pgic§ra donna gfjjg tokkaica laworar di e 
nnotta p§r mantgnir i ssg do fygjolctti tunin e hkarulina kon al maj§r 
mister d§la lawandaja. un di fra lltimm e bbuja elle mess a llett i ffìggjgli, 
e ppó Vasi dg kà p§r portar d§la bianhgria a na famiggja e a l'altra, no 
ss' era ank§ allontanadda da kà centg passi ke ttunin e Ila karulina sg 
Igicon e strasinon in mezs ala kambra un fornell d§ tera kotta, e IV ampin 
df karbgn e ppQ c§ messfn al fgg^g. kontenti pò dg kugla jran hrawura 
se n' argndon a llettg kgme nug§ja fussg. e nno ssg krgdgre' ; eppur da 
kugl karbgn Ig wensg la morta, ekka kom' elV andò, kugl karbgn ekku- 
mincó a bbruzar e a mmandar fgra pgr kua stanzja zikka e bben sgradda 
luti' al maling k'eggj d in se al karbgn, e kkui ppowgri rajazzi sgne 
m,urin int un moment, dgpp dottre' grg elV arvens la malgaridda; e ap- 
pena V ebbg sgntudd al puzzg, s'avvicino' ai ffi^^jgli, ma ij§jg troicg stgk- 
kiddi. fijuraddgicg al dolgr dg kua powgra donna ! e le mandò un urlg 
dispgraddg eppó Ig kaskò là ppgr tera kramurtidda. kueggji k'essgnlin 
ekkaminon subbgtg pgr dar ajutg. le' ssg rinvensg, ma nno IV era 'piii 
kkuella dg primma, e llg ridewa e Ile kantawa; insgma dal gran dolgr 
eli' era dowgntadda matta, e kkui ppnicgri rajazzi ? eggj' eren morti pgr 
katis'a dgla sg imprudenzja. 

n un ceri uzeni fggjgl dg rikki gjg saltò in testa d'imparar l'aria dal 
tarlai; ma effewa pò kgntg de sgrvirsgn kusi pgr passatempg. sg pà ankor 
k' effuss rikkg dg mgltg e ddg kà dg sirigri, edde' libbgrtà al ftfjgjgl in kuM 
idea; e ddg più ggjg komprò un bel tgrlg eppò ekkjamó un torlai di ppiu 
bbrawi pgrke' ggj' insgriassg laworarcg. kuand ti z e ni no ggj' aweica rienta 
da far ekkaminawa subbgtg intla sg botteja a llaworar invecg dg star in 
ozjg a abbajattarsg in esattaddg. in pojg tempg evvensg kapaggg dg far 
pallg tgndg, karlgle, rgddg e altri lawgri ankg più ddifìcili. appena k' effù 
aritoe a ttrent anni eggj' ebbg la dgzgrazja dg perdgr sg pà e ttuttg le rik- 
kezzg k' egcji' aweuoa ereditaddg. kos' effr/ i^gj' allgra kuel powgr uzeni? 
erikgrsg subbgtg al mister k' e^gj' awewa imparadde solamentg pgr passa- 
tm,pg; e kkon kugl mister epprokaccò al ìnanfnimentg onoradd e nngcgs- 
sari pgr se e ppgr tutta la sg famiggja. e§gj' é ppvr (just e vver kugl pro- 
werbjg k' eddigga : impara un' arta e mmettla da parta. 



Archivio glottol. ital., XIU. 



350 Pieri , 

5. Fola di Mangan. 

A ttempe he hhomandawa al duka d§ modgna c'era a silan un kun- 
tadin inorant e mmastnrhjg k' eg^j' aioewa pgr mgg§ja una bella donna, ma 
/furba e bbrìkhgna. lù esse kiamaica mangan e Ile' anguilla, c'era po' 
intal paes'§! l§ spaziai k' effewa V ohkj§ a V anguilla e, Tcuandg Jcon una 
èkus'a huand kon un'altra, l'andawa a Urowar§ spess§. un dì mman^an 
e§gj' andò a vvan^are ini un so kam,p§ lontan un 'miggjg da ha ssga. kuand 
cffù ora de desinar l'anguilla l§ fé' la so brawa polenta, n§ mano a 
ìmnod' e vvers§, e W altra la messf intal paner, e vvia p§r portarla al so 
mariddg. huand e Ig fu a un tir de shioppe dal hamp§, ma ini un punte 
Ice 'l so maridd§ no Ila logdeioa, V inkontró le spaziai. v§ podedde fijurar 
s'eggj attahhnn honvgrsazign si o nno, tante più h'eg§j' era un pai de ddl 
hhe no ss'eren arvisti. hiakhiera hi te kiahkiera, l'gr§ Ig wolaxogn, e 'l por 
mangan evvedeica l'aria turkina, e nno g§j' awewa più, bbalia d'alzar la 
xoanga. a le diete le doweioa css§r la polenta intal hampe ; invecg e§gj' era 
za ìmnezzgd'i e Ila polenta no ss' era anke teista, allora, mangan eddisse: 
hm ce' é hkualhó de ngice. eppiantg la xcan^a intal taggjg e ssù vvcrse ha. 
huand effù in cim-ma al hanipg, evviste la so mg§gja pQje lontan dal hallai 
a sseder ahkante a le speziai kon al paner dala polenta in grembja. no 
iìgf ebbe koragge d'andar innanze, e llest lek s' arvoltó brontolando, e 
mmentr' eg§j' andaica zù ggù, eddiggewa da se dda se': ah puttana, io a 
spfllarme a ddezun e ttti a ddeskgr§r hon le speziai, tu eòe w§nirà zù, i' 
te darò l§ speziai e kkuel he ttu ccerha. intantg l§ speziai e ss§ n'andò, e 
II' anguilla k' eli' awewa iciète hon la kga de l' ohkje al sg maridde, e le 
diss§ da se dda se' : mangan e m.m' a loiste; adessa s' i' wagya zù hhon la 
polenta fredda, i' le busha de sihur. éikhe' l'arde' aredd§ e ttela wersf kà. 
nppena ariwa a kkd e le kiamó subbete la sg hommara he pp§r l§ birbo- 
nadde eli' era l'asse, gje hontó tutt' al fatte, perhe' ggj' insertasse la manera 
de rimediarla hon mangan. la kommara senza tante pensarce gj§ fé' arfar 
la -polenta, la mess intal paner e ppó gje disse: tu ffa dda maladda, e io 
i' penserò a riììi§diart§la hon mangan. s§ Mappa al pjaner al bracc§, e 
vvia icers' i hhampi. appena artica zù, senza dar temp§ a mman§an de 
parlar e le disse: o hompar, s' i' no ce' era io, ve tokkawa dgzunar un bel 
pò, p§rhe' la wostra mgggja V é mmaladda morta. didd§m§ un pò hi eli' era 
Quela donna k' i' o iciste hui hhon vg' dg lassù in cimma ala kgsta. ks 
ddonna? gj' ar§spqs'§ mangan; se' tu matta o vviittù ammattir? — no 
mmg n§jadd§, ve' ! i' l' o loista io hon i mme ohkji de lassù in cimma , 
huand' i' wfnitoa zù a pportarve la polenta. — Falla fgnidda, via; no 
7nm§ frastornar, un pò h' i' n famma , e un pò h' i' n kualkò alfgr per i 



Il dial. (Il Sillano. T(3sti. 351 

kkorni. vm anh tu sì a ddgskgr^rm? d§ donne ! — ah , stadd' un jìó zittf, 
no ss^ fa hkusi. hua pora donna de la icokra mg^gja a kkd maladda 
morta; e vvg' de kui eggù kon una brinzellgna, eh? ()j' al diro io ala 
lookra mg^gja. — ma ddi tu ddnwnr ò hburletù? — i' digga dawer. kuel 
h' i' o wistf, i' icike. — ma io t§ zura ke kkui khan me nno ch'era nij'un. 
— ma ppropi ? — kredfmg, eli' § hkom' i' t§ diyga. t§ sirà pars§, ma nno 
rjrjf 4 vvera. — oh, l§ sirà kus'i, ebben. i' o sgntudd dir tant§ icoltg a mme 
pel bbgn anpna, ke IV okkje eygf inganna. — didd^m un pé , kompar) 
pgrhe' kugl muratgr li gltr k' effd kkugl tnur e ccg ten un fillg kes'g? — 
kos' 'uttù k' i' tg digga ? no sson mia io muratgr. m§ jtar hurig^a ank' a 
mme'. sa tu? i' ggj' pi vgggja andar a ddomandar. — kugl mastorkjg de 
manOan eppianta li Un polenta, e vva Uà ddal m,uratgr a ddomandargjg 
pgrke' intal murar ettgniica stes'g kugl fil. al muratgr ke nng ggj' awcvca 
woggja dg makorkiaddg eggf argsptgsg: sta zitt, mangan, va wamja. — 
faddgmg al piacer dg dirm' al pgrke'. — tu se al gran as'gn. no ttu ssà ke 
ssg cg metl al fil pgr andar dritti? — ma ppgr andar dritti no bbaka 
r okkjg? — no kke no bbasta, pgrke l' okkj' eggj' inganna. — m,angan più 
hhe ssodesfatlg sg n' argndó là intal sg kampg, e kkuand effù wicin ala 
kommara eggjg dissg: sa tu, kommara? tu a razgn. eggj' § ppropri wera 
ke W okkj' eggj' inganna, a tte tt' era parsg dg togder na donna kui kkon 
me'. — eh, gj é wera, i' l' are zuraddg. — e ssabber ke nno ggj' e wera 
~cnta.' a mme mm' era parsg dg wgder la me mgggja kon le spgzial lassù 
rricin al kallai, e ttu tu mmg digga k' eli' é a kkà maladda. — ah sipo', 
'!' é a kkà kon un mal dg testa ke nno ccg loeda. — dgnka eggj é wera 
kuel ke ttu a ditt tu e 'l muratori l'okkj eggj' inganna. — mangan più 
kke ssodgsfatt mano la polenta e ppó s' armess a wangar. e ppiù ssodgsfatta 
hr kommara, se n' argndó a kkà a rkontar la sena al' anguilla e a ridgr 
semm alg spallg dg mangan, kuand effù kuazg buja, ma un pò più 
iirekg d' iggj altri ddi, mangan se n' andò a kkà dgw' ettroicg V an- 
' ti II a ke llg fewa sempgr da maladdicca. gj' aidó far da cena, eppó sg 
,rrgparó pgr andar al di dgppe ala fiera a ffiozzan pgr komprar na 
.nicca; e kkuand eggj' ebbgn cgnaddg sg n' andgn a llettg. ala matina man- 
ijan sg Igicó a bbongra, eggj' arkomandó ala sg ìngggja dg ito strapazzarse, 
yna ddg far far Ig faccgndg ala kommara, ke llù sire' arvgnudd al di 
<lgppg; eppó via icersg fiozzan. kuand' eggj' ariwó in kabb' al paes'g et- 
I roteò al sg amiggg simgn k' eggj' eì'a stadd a ggugrnar la ivakka. — dg 
l'^ng iva tu, mangan, husi a bbongra? gjg dissg simgn. — sa tu? i' long- 
'.'ia prowar a 'ndar ala fin-a de fiozzan p'fr veder sg mme resa komprar 
i iiìicca. — bratog tnc gm, va ^ìpur ala fera; ma Ila tg mgggja Ig le fa 
' '"jUe. vi ? — Jws' fa elle? eddomando mangan. — no ttu ssa nugOja? 



352 Pieri , 

huand e no itti sse a kkà, e' é U§ speziai he y^jg wa a ffar hitnipania. — 
eh, bel ine simgn, se ttu hhrrda . . . — ma i' Q^j ó wisti insemmf più 
dd' una wolta. — no ttu ssa Ice W gkkj' eQ^j' incanna? — ga, i' ttf Vo 
ditt§ tantg woUf, eddiss§ simgn, he ttu sse un as'§n kalzadd e vvekiddg. 
e' uttu pikkjar su khon al nas'§ì fa kkom' i' ttg digQa io: lasa star d'andat- 
ala fiera; sta in kà mmia tutt' al di; e stasera he Ila tg mgggja no ti' a- 
spetta, va a hhà versf Ig ngvog o llg diec§; e ttu w§dgrà se W ohhj' e§gj' in- 
ganna. — man§an sg laso konvinc^r. sg ng ste' rinsfraddg tutt' al di in 
ha dd§ simgn senza fars§ wgder a nnijun. vers§ l'gr d§ nqtta ehh§t in 
pacs'g Ig spaziai h' e^^j' era stadd a r§skgdfr fgr d§ paes'g. appena e^^j' rbb§ 
sabbudd§ he mman^an e§§j' era andadd ala fiera, via a ttrowar l'an- 
guilla, l'arivó po' anh§ la hommara; e allgra s§ mess§n a ffar da dgppg 
cena. ar§ndar un pass§ areddf, bgs'gna sabbfì' he ll§ speziai eg^j' awrwn 
hiapp l' ahkua e ss' era ban un pò; sihhff huand e^gj' ariwó da l'an- 
guilla eggf attakkó al pastran a tin ancin sgbbp- al kantgn dgl§ len§. 
huand eggj' ebb§n manadd e bbiidde, la hommara l§ kumincó a 'rhontar 
la sena dal dì innanzg, e ssg sb§lliggaw§n dalf ris'e al§ spallg d§ mangan. 
vers§ Ig ngwg kusi e Ig wgniwa pd V ahhua ke ddio la mandawa. ehhetg 
mangan al' usg. tom, tom, tom... — ki éì le dissg la hommara. — san 
io h' i' m§ son arvolt§, gj' ar§spgs'§ mangan. — maledetta humbinazign! 
eddiss§ l§ speziai. — ah por a mme ! l'ar§spgs'e V anguilla. — tutti 
zitti ! l§ salto su Ila kommara. tu, anguilla, fas§t§ la testa e ffa dda ma- 
ladda; evo, spaziai, vgnidd§ hon me' . kuand' i' ebbra a ìnmangan staddg 
dredd' al' use. appena he mmangan gj' é 'ntradde drentg e kke vven huà 
vversg la kuggina, vg' ìihizzaddg fora, diti' e ffatte. l' anguilla sg fasa la 
testa; Ig spgzial sg m,etta dreddg l'usg; la hommara eW ebbra, mangan 
eggj' entra e vvia wersg la kuggina pgr skubbrir mgndg; e llg spgzial via 
wersg ha ssga, dgw' e ssg messg a rkontar al sg j'arign h' eggj' ewa fattg 
tanti ziri, h' eggj' ewa kiapp l' akhua, k' eggj' ewa persg al pastran, e altrg 
kos'g. mangan appena gntradd in ha ekkumincó a shurios'ar pgr vgder se 
ppodewa shubbrir kualho dg kucl ke ggj' awcwa dittg simgn. ma khua 
furbgna dgla hommara, lesta a ffargjg hawar la zubba k' eli' era bana 
tgrsa, a ddargjg subbgtg da cena, e khontargje h' eli' era wgnudda in primma 
sera a ffar da cena e kkurar hua pgra donna, anhg hon hugla jran ahhua 
ke ssg V era arparadda un pò hon al pastran dal sg mariddg ke II' awewa 
messg li a sujar. mangan pgrsuas'g d' anikó eccgnó a mmgdg e wersg, 
eppó ekhumincó a hhawarsg Ig skarpg pgr andar a llettg. ma Ila kommara 
he nno W era anhg kontenta dglg sg brihhonadde e Ig kumincó a kkom- 
passionar V anguilla, e Ig fé tantg dg man e ddg pe' he ggjg rgsì a 
mmettgr al pastran dglg spgzial addgss' a mmangan pgrhe' ssg parasse, e 



Il dial. di Sillano. Tosti. 353 

mmandarl§ ala sp§ziarìa hon la skus'a d^ pi§{)jar un kalmant^ pfr l'an- 
guilla, ariwe h' effà man^an ala spaziarla ekhumincò a ppikkjar e 
hkiamar p§rhe' gyjf lopiissen a ddar un kalmantf p><^r la so moggja. ev- 
vnisf a 'bbrir V use al paripn dflg speziai un pò brontolando p^rke' 
fffjj' era tpkke leioars^. ma kkiiand' e^gf ebbe wik§ manyan hon al pastran 
del§ spaziai s' aparcifih(j, e pprimma dg far alt§r egjj§ dissg: hrawf man- 
gan, tu a trmog al pastran dal me padrgn, ne? tu à fatt§ ben a 'rpor- 
tarlf. — no ggf e' ddal vostgr padrgn, no, §gj' argspgs'g mangau. ms Va 
dattg la kommara dgla me mgggja pgr pararmg. eggj' e' ddal sg mariddf. 
— i' t§ digga he W à porsg stgsera al me padrgn. eggj' e ppropi al s^. — 
no m,n§ fadd§ dir hon al pastran: km al vostgr padrgn no ce' à he /far. 
eppó no ssabbeddf he II' ohkf eggj' inganna ? daddgme piuttosto al haU 
mant§ k' i' mg n§ poss' andar. — fnisgla, mangan, pgs'a al pastran 
dal me padrgn, eddiss' al garzgn dgl§ spaziai hon vggga ardidda, e dda 
qua wia edde' un tirgn al pastran. — fermaddewf , prepotente ! eggridg' 
mangan mentr' etteniioa fort' al pastran. — ah pezze d'animai, gj' arg- 
spgs'§ l'altr, tu vogl awer anhg razgn? e ssalta al kantgn d§lg len§ e 
kkiappa u randel, e pun, addoss' a mmangan. hu§l por mangan fin a 
tire randelladdg e ll'aspgltó; eppó ellassó andar al pastran, e ggambg 
wersg ha. e ll§ spgzial k' essgntiwa aiiihó sg zvoltolawa pgr al lettg dalg 
risfg. appena he mmangan ejfii ariw' a kkà, bang tgrsg hom'un pulecin, 
bakonaddg kom' un as'gn, senza pastran e ssenza halmant, sg looltó kom' un 
kan versg la ko^nmara a ddargjg dgla traditgra, m,a Ila furbakkigna, ap- 
pena r ebbg sabbuddg la sena, l' arpacifikó mangan kon dirgjg ke 'l pa- 
.itran l' atoewa piggje dg notta senza guardar e khe ppodewa esser g kaddg 
trgiog dal sg ìnariddg, ina kke bbgs'onawa star zitti pgi' no ddar in dglgrazja 
dgla zustizja. inianig bgs'onawa prowgder a ttuttg huantg Ig manerg al hal- 
mantg pgr la maladda. sihhe Ila kommara sg buttò addoss un cencg pgr 
kubbrirsg, e vvia dalg spgzial. kuand' eggj' ebbg sgntudd la tvggga dgla 
hommara sg Igwó subbgtg pgr far kon le' una ris'adda alg spallg dg man- 
gan; eppó gjg de' pgr skus'a dg halmant una buccgttina kon dreni un pai 
(Ig bikkgrini dg rgbba bgna da dar al' anguilla; eppó sg lason hon la 
bona notta. appena ke Ila hommara Ig fu ariw' a hhd, Ig de al kahnant 
ni' anguilla, eppó sg woltó a mmangan e ggjg dissg: stgsera cg tnan- 
haica ank' al pastran delg spgzial! adessa W(J essedd ini un impiccg ku- 
rigs'g. — ke impiccg? gj' argspoi'g mangan. dopp' awer buskg dglg ran- 
dglladdg senza mgritarmelg, in' ó i' da trowar anh' int un impiccg? — 
eupar dg sì. Ig spgzial eggj' à sgntuddg la baruffa tra vvq e 'l sg jarsgn. io 
r ó fattg hapaggg dgla razgn , e II' ó arpacifhadd un pc. ma sse ssa he 
vvg' abbiaddg ditt una mezza parola hontr' a llu o hhontr' al sg j'arzgn, e 



354 Pieri, il dial. di Sillano; testi. 

vve metta iti pp§r ladr. — ìiig c§ manicare:' anhg hueka ! fjj' ar^spgs'g 
mannari tiUtg spaiiriddg. — donha abbiaddg sudizi, akkua in hgkka. — 
di' mmg nf guarda! eppg nissun essa nenia. — v' al kr§dedd§ wp', nei 
hi sa mai 'n kiianti tv' an sgntuddg jridar? e ddumatina e 'l sa subbgtg al 
gudgcg. s§ mmai tvg Mamma ngjadd anilcó e ddiddgng ben huant' eppo- 
deddg d§l§ spgzial e ddal so Jarign. — spgr'ian he kkueètg no ssucceda, 
gj' arespgs' m,anyan, ma sse mmai, lasa pur far a mme'. — kiisì le ftn'i 
li pgr kiia sera. 



L'INFLUENZA DELLA TONICA 
NELLA DETERMINAZIONE DELL' ATONA FINALE 

IN QUALCHE PARLATA DELLA VALLE DEL TICINO. 
C. SALVIONI. 



L'influenza, che eserciti la tonica nella determinazione del- 
l' atona finale, non è stata fin qui avvertita, parmi, per nessun 
dialetto romanzo. Non avvertita, soggiungo, in lavori a stampa ; 
che di una tale influenza, da lui notata e studiata nel suo na- 
tivo dialetto, ebbe ripetutamente a intrattenermi il compianto 
Flechia, il quale ne faceva argomento di una Nota, destinata a 
quest' Archivio e sempre ancora giacente in Torino tra le sue 
cartel Alla ricognizione del fenomeno sul territorio pedemon- 
tano, se n'aggiunge ora un'altra^ sul campo di certe varietà lom- 



* Nel piveronese, per quanto io so ricordarmene, si tratta di questo: 
che r atona labiale o palatale, rispettivamente si determini in o ed e, quando 
la tonica sia aperta, e in m ed i quando sia chiusa; p. e. incinge io mangio, 
ma pili io piglio ; pèrdo essi perdono, ma jnju essi pigliano ; porte le porte, 
ma vini le vigne; inérlo, ma ve'sku. 

* Perchè il fenomeno si limiti all' -a, dirà chi no sappia meglio di me ; 
ma intanto io noterò, che un figliolino di due anni, a cui è padre il mio 
carissimo dott. Luigi De Marchi, bibliotecario della Università di Pavia, 
pratica rigorosamente l'assimilazione di cui discorriamo e appunto limi- 
tandola air -a (Lindi Linda, mósho lumi ecc., magane cavallo libro ecc.). 
— Air infuori del caso di vocal finale, Gorduno ha làras larice, trgi's^, 
aédes, kwindis, kicatórdns, gndos, drjdus, pu'rus pulce, e Claro: [màznt am- 
mazzati], impikit impiccati, incódot inchiodati; e la serie di Gorduno mo- 
strerebbe cosi un'influenza della tonica anche su postoniche diverse dall' i^. 
Non ò fenomeno che io per ora possa ben appurare ; e mi limiterò ad av- 
vertire, che a Bellinzona, e in generale nella region ticinese, la postonica 
di tutti quegli esempj suona a {dgdas pi'iras ecc., incodat ecc.), e che, 
dove Bellinzona ha l' i {stóraik prndik ecc.), Claro e Gorduno hanno l' i 
anch'essi (mijnik sagrestano, ecc.). 



356 Salvioni, 

barde, nelle quali è ferma ed assoluta la norma, che un a finale 
disaccentato s'assimili integralmente alla tonica^. 

Il fenomeno l'ho io riscontrato in quasi tutti i comuuelli di 
quella sezione della valle del Ticino, che sta tra Bellinzona e 
Biasca ^; e sono da qualche sagginolo indotto a credere che esso 
non rimanga estraneo alla parte più alta della valle, cioè alla 
Leventina. Di più ne potrò dire in appresso; e per ora mi li- 
mito a due comunelli della plaga dianzi accennata : Gorduno, eh*- 
siede sulla sponda destra del Ticino, di contro al punto in cui 
questo riceve la Moesa, e a Claro, sulla sinistra, alquanti chilo- 
metri a settentrione da quel confluente ^. 

Ecco ora gli esempj *, tra i quali stanno semplicemente in 
coì'-sivo quelli di Claro, e in corsivo spazieggiato quelli 
di Gorduno. 



* Potrà tutt' al più accadere, che T atona lievissimamente degradi dalla 
tonica, e cosi al mio orecchio è parso che Y -a di Claro avesse una leg- 
gerissima tinta di e; ma questo si tenga per fermo: che tra le vocali finali 
di vàka tére ge's'e viti, porto grò lùnu la differenza non è meno spiccata che 
tra le toniche rispettive. 

* Nei comuni, che stanno, come Arbedo, addosso a Bellinzona, non s'odo 
oramai che -«; pure, le traccio del fenomeno ancora si scorgono attraverso 
esempj come skg *scg[v]o scopa, ho coda (lomb. kg' va), ve *ve'[j](} via, 
kre strega (lomb. strìa), ecc. Sono poi d' Arbedo e d'altri comuni il di- 
mostrativo proclitico feminile kg {sto téra questa terra, ecc.) e l'articolo 
indeterminato feminile no {no sìra una sera, ecc.), che saranno come i 
resti di *kgstg (cfr. cui, IX 207 n) e gng (cfr. lomb. gna vàka, ecc.). 

* Le mie fonti sono state, per i due comuni, due contadine tra i qua- 
ranta e i cinquanta, nate e vissute sempre nel loro villaggio. Quella di 
Gorduno è analfabeta; non cosi l'altra, che, per quanto mi dicesse abitar^ 
sullo 'stradone' (strada nazionale) e volesse cosi affermare la maggior 
pulitezza della sua parlata, pure, in ordine al nostro fenomeno, non s'è 
smentita mai. 

* A migliore intelligenza dei quali, sia notato che qui pure, come nella 
region contermine (p. es. tu porta, tu ridéoa, a Ravecchia presso Bellin- 
zona), è -a l'uscita normale della 2^ pers. sing. indie, pres. dei verbi 
della I, e dell'indie, imperf. di tutti i verbi, e che, alla lombarda, è pure 
-a l'uscita della 2^ e 3'^ sing. cong. pres. di tutti i verbi. — Dalla 3* sing. 
non si distingue poi la 3* plur., e nemmeno la I^, avendosi anche qui il 
tipo '[nos] homo cantat' per 'cantamus'. 



Iiifliionza della tonica suU'utona finalo. 357 

I. -a intatto, data la forinola à — a: hiàva, strada {strada 
drici ma lóngo strada diritta ma lunga), rema, lana {no 
péze da stóf(2 da lana rcQO una pezza di stoffa di lana rossa ), 
hàvra, tàwra tavola, vàka, pàja, travàja pena, stala, far- 
fdla, mata ragazza ( la mata pinini la ragazza piccola ; plur. 
jiiatéj), hàrha {no barba kilrtu e negre una barba corta e 
nera); santa {lére santa terra santa), mdrsa marcia; ecc. 

capala acchiappala; capala acchiapparla. 

kwarànta, segànta. 

2^ e 3* pers. sng. indie, e cong. pres. dei verbi della I : salirà 
tu salti, egli salta, che tu salti, che egli salti, kdnta, bàia, ecc. 

2* e 3* pers. sng. cong. pres. dei verbi della II-IV: bata che 
tu batta, che egli batta. 

2^ pers. sng. imperat. dei verbi della I: pjdka taci, daga 
lascia (Ascoli X 423, XI 27). 

2* e 3^ pers. sng. indie, imperf. dei verbi della I : mandàDa, ecc. 

II. -a in -e, dato é....a: stréde, gére ghiaja, k adóne ca- 
tena {no kadéne lón§o e grÓQQ una catena lunga e grossa), 
ter e terra, si del e secchio (lorab. sedéla), botole bottiglia, 
hus'éke trippa, ézne asina {omn ézne mégy^e e pinini^ un'asina 
magra e piccola), ménge manica, génde ghianda {la skórzo 
Ve molo ma la génde l'è durù la scorza è molle ma la 
ghianda è dura), sélce selva {no sélve scurii scicril una 
selva oscura oscura), pèrle {no perle fini la kóstp una 
perla fina costa ) tèste ; mgléte arrotino ( lomb. moléta ) ; -éde = 
-ata {a l'o mandéde l'ho mandata), /^ére cara, mègre magra, 
lérge larga; ecc. 



* Così anche omn' (irò un'ora, ecc., e omn' din un uomo, omti' an un 
anno, ecc. Questa forma, adoperata solo davanti a parole che incominciano 
per vocale e propria in origine del mascolino, risulta dalla combinazione 
di una forma preconsonantica e di una prevocalica dell'art, indeterminato. 
S'ha cioè sempre, per la prima, pm (pm di un giorno, pm kavàl, pyn nds, 
pm rat), e s'ebbe certo, per la seconda, on e n (lomb. nn nm e n' 6m). 
Di una forma dell'art, determ., ottenuta per la stessa via, v. Krit. jahres- 
/>-')•. ub. d. fortschrittc d. rom. phi!., I 129. 



358 Salvioni, 

pésieìe pestala; savéìe saperla. 

2^* e S"* pers. sng. indie, e cong. pres. dei verbi della I: méng(j 
tu mangi, egli mangia, che tu mangi, clie egli mangi, merce tu 
marci; péste tu pesti; ecc. 

2* e 3* pers. sng. cong. pres. dei verbi della II-IV : perde che 
tu perda, che egli perda, féfje che tu faccia, tréQe che tu 
tragga; ecc. 

2^ pers. sng. imperat. dei verbi della I: merce ^ raénge {ménge 
e laverò mangia e lavora). 

III. -a in -e, dato e a: primeve re , gè se chiesa, se- 

re's'e ciliegia, ìye'dre betulla (lomb. bédola), fe'vre febbre 
(lomb. fèrro) ^ levre lepre (lomb. lègora), fe'mne donna {Ve 
no fe'mne svèlte è una donna svelta, sto hrùtu fe'mne kativi 
questa brutta donna cattiva), he Ice bestia, fe'^e foglia, vd]e 
voglia, mé^e le molle (lomb. mò'ja); ke'ce cotta, ne§re nera, 
stre'née stretta; ecc. 

vendete véndila; lenzele leggerla. 

trente trenta. 

2° e 3* pers. sng. indie, e cong. pres. dei verbi della I: leve 
su tu ti levi, egli si leva, che tu ti levi, che egli si levi; ecc. 

2^ e 3* pers. sng. cong. pres. dei verbi della II-IV: spende 
che tu spenda, che egli spenda; ecc. 

2^ pers. sng. imperat. : le' ve su levati ; ecc. 

2* e 3"* pers. sng. indie, imperf. dei verbi della IMII: ven- 
de ve tu vendevi, egli vendeva; ecc. 

se'nze senza. 

IV. -a in -i, dato / — a: vi via, stri strega (lomb. stria), 
Mari Maria, fili fila, far ini, galini {no galini béle gràga una 
gallina bella grassa), viti vita {la viti Ve kùrtu la vita è corta), 
bgti§i bottega, p a mi si pernice, pidri imbuto {lomb. pidria), 
oìpri vipera, vini vigna, pigi piscia, smilzi milza, serinzi 
ciliegia, hindi benda; scuristi sagrestano (lomb. sagrista), 
Batisti; pinini piccola ( bellinz. pi/im pinina), vis' ini vicina, 
vivi viva {la vàka Ve vivi o Ve merlo? la vacca è viva o 
morta ? ), V o visti V ho vista, -idi = - i t a {V o sentidi V ho sen- 
tita. Ve fnidi è finita); ecc. 



Iniiuenza della tonica suU' atona finalo. 359 

h'^i ri legala, /"in /e Hi finiscila, pikili piccliiala; sentili 
sentirla. 

mili mille (lomb. mila). 

2"^ e o^ pers. sng. indie, e cong. pres. dei verbi della I: fili 
tu fili, egli fila, che tu fili, che egli fili, dizmenti§i, ragini 
(mil. rigind rosicchiare), al sa fidi egli si fida, k' al s'impila 
s'appicchi; ecc. 

2^* e o"* pers. sng. cong. pres. dei verbi della II-IV : fmicÀ che 
tu finisca, che egli finisca; ecc. 

2* pers. sng. iraperat. dei verbi della I : fili fila ; ecc. 

2* e 3* pers. sng. indie, imperf. : finivi tu finivi, egli finiva ; ecc. 

migi diN\. di negazione {ga no mi§i 'ce n'ho mica'). 

V. -a in -0, dato ó a: shólo scuola, nisóro nocciuola, jo/o 

capretta, róbo roba {quanta róbo béle quanta bella roba!), larn- 
hróto lombrico (bellinz. ambrata), pacaróto passero, scho sot- 
tana, bróko secchia, vargóno vergogna, vclto volta, porto porta ; 
nósto ( la nósto viti V e hùrtu la nostra vita è corta ) , vósf'j , 
morto; ecc. 

pàrto§lo portagliela, voltolo voltala. 

2* e 3^ pers. sng. indie, e cong. pres. dei verbi della I : trmjo 
tu trovi, egli trova, che tu trovi, che egli trovi, al pÓQO egli 
riposa, al góro egli vola, pmio, k' al s' incódo s' inchiodi, ecc. 

2* e 3^ pers. sng. cong. pres. dei verbi della II-IV: godo che 
tu goda, che egli goda; ecc. 

2* pars. sng. imperat.: pó{'0 riposa; ecc. 

fóro fuori (lomb. fora). 

VI. -a in o, dato ó a: skp scopa, ko coda, oro ora, g^'ro 

gola, mòro mora, póbjp pioppo {ìomh. póbja), tcbJQ pergolato 
di viti {mìì. lópì a = lai. top la?), óngo unghia, ponto punta 
[la pònto Ve gùzu la punta è acuta), bóko bocca, mango mo- 
naca, lóndro rondine^; rpto rotta, balórdo balorda {la mata 
i e balórdo ), lóngp lunga ; ecc. 



* Crederei, contro T Ascoli I 263, che per landra debbasi partire dal 
lomb. róndola, che qui doveva dare *ròndra, onde poi, per dissimilazione, 
landra. 



360 Salvioni, Influenza della tonica suU' atona finale. 

póntolp mettila {pontd = lomb. pondà mfìttere, deporre, riporre, 
appoggiare), z long pio allungala; ecc. 

2'' e 3"^ pers. sng. indie, e cong. pres. dei verbi della I: la- 
vóro tu lavori, egli lavora, che tu lavori, che egli lavori, 
pónlp-, ecc. 

2" e 3* pers. sng. cong. pres. dei verbi della II-IV: pójzp che 
tu punga, che egli punga ; ecc. 

2^ pers. sng. imperat. : lavprp lavora, ecc. 

clónkp dunque (lomb. dónka), ilórp allora, inkórp quando. 

YII. -a in ~w, dato ù a: mùlu mula, lùnu luna, mus'ùru 

misura, scùs'u scusa, ecc.; tiUu tutta, mùiu muta, dm'u, crildu, 
onarùdu matura, -ùdu = -ùta {V o vedi'idu l'ho veduta), ecc. 

sms'ulu scusala. 

2^ e 3* pers. sng. indie, e cong. pres. dei verbi della I : z'àgu 
tu giuochi, egli giuoca, che tu giuochi, che egli giuochi, sùdu, 
rùvu egli arriva, la ramùgu essa rumina; ecc. 

2'^ pers. sing. imperat.: scùs'u scusa, ecc. 

Vili, -a in -ù, dato u a: lunù, ugù uva, skù's'ù, 

hil's'u scojattolo {lomb. kusa)y trù'tii trota, kuril, figuril 
figura, ecc.; darù {ke h ama sa durik! che carnaccia 
dura!), erudii, -u dù = -xxid. {V o vendudiì l'ho ven- 
duta); ecc. 

hù'tùlù vi buttala via. 

2* e 3* pers. sng. indie, e cong. pres.: gù'gù tu giuochi, 
egli giuoca , che tu giuochi , che egli giuochi, dist u rb ù, al 
brus'ù brucia, al starlu sìa lampeggia; ecc. 

2* pers. sng. imperat.: butii, trù's'ù {trus'ù la pp- 
le'nte ke la brus'ù rimesta la polenta che abbrucia). 

sikurù sicuramente (lomb. si§iira). 



I-III. scoglio^ maglia^ veglia^ e simili. — IV. melo. 



DI 

F. D'OVIDIO 



I. — Un vero scoglio pei romanisti è la spiegazione di scof/lio; in 
ispecie da che essi, come tutti gli altri glottologi, si son fatti più ri- 
trosi a concedere che un suono o gruppo di suoni possa in qualche 
vocabolo aver sortito senz' alcuna ragion sufficiente un'alterazion(j 
più o men diversa dalla normale. Se scopulus fosse rimasto sol iu 
forma semidotta , sonerebbe scópulo -olo ^ ; difatto -ulo è una volta 
nel Sannazaro, che per avere sdruccioli latineggiava a tutto spiano, 
e -olo è nel traduttore trecentistico di Boezio e nel Menzini. D'altro 
lato l'evoluzione popolare dovrebb' essere * scoppio , a guisa di 
cappio, coppia, stoppia, oppio opulus^, doppio duplus. Coi quali 
ben si deve appajaré anche pioppo populus, nonostante l'antica 
metatesi {*ploppu- e *plopu-, quindi pioppo, nap. chiuppo, sic. e 
lece, chiuppii, teram. pluppe, grecocal. fluppo, boi. fioppa, pg. choupo. 



'* Circa la rappresentazione grafica dello voci dialettali, qui è convenuto 
far largo uso della concessione che era data in XI, xii, sempre però ba- 
dando a escludere ogni equivoco. 

* A guisa di popolo (antiq. populo) populus, discepolo (discepulo), 
sost. scapola (scapula), manipolo (manipulo), manopola, scapola *exca- 
pulat (e dal verbo estratto l'agg. scapolo), epula, crapula crapola, scre- 
pola crepola *excrepulat, scrupolo (scrupulo), stipula (stipola) stipu- 
la t[ur]; oltre stipula sost. e popolo populo, che fecero non troppo lieve 
concorrenza a stoppia e pioppo, e puppola *upupula, e cupola, che sarà 
dim. neolat. di cupa (venez. cuba) corno il nap. còppola 'berretto' lo sarà 
di coppa cuppa (IV 155 n). Non diciam di casupola -ipola -ipiila, forse da 
*casicula -uc- (cfr. casuccola), per una dissimilazione conforme a quella 
onde altri spiegarono discipulus, separandolo da manipulus il cui 
-pul- considerano come radicale. Se fosse da prender sul serio il vb. con 
iipula di qualche Rimario, non guasterebbe, poiché pure comincia por e. 

* Da non confondersi, nò con Y op2no opium ortov, né, per un altro verso, 
fomo talora è avvenuto, con l'altro albero pioppo. Tra i nn. 11. non voglio 
dimenticare, benché sia soltanto dell'Umbria, lo Scoppio (cfr. scopula 
scopa) dato dal Picchia, N. loc. der. d. n. d. piante, 21. 



362 D'Ovidio, 

cat. clop, vallone plopp, vai. plop, piem. pioba), promossa di certo dalla 
identità della esplosiva che apriva entrambe le sillabe, anziché, come 
sospettò il Diez, dal desiderio di distinguer il vocabolo da populus; 
il quale, a tacer d'altro, non è dello strato popolare '. A una tal me- 
tatesi del resto non manca la compagnia di esempj affini, quali il nor- 
dital. facha fibula^ e lo (s)gionfd conflare di molti dialetti galloita- 
lici, il cioppa emiliano e (jioha sardo '^, il sardo giagà quagliare, ant. 
tose, pitwico '^, il comune fiaba ( forma veneta di certo, che toscana- 
mente avrebbe sonato *fiahba, e non già un gallicismo dall' oit. fiabe, 
reso ancor più inverosimile dalla scarsa antichità della voce), il tose. 
chiocciola {^chioccia) cochlea e sue rispondenze sarde, l'ant. nap. 
schiecco specchio (cfr. ant. ven. spicco), il romagn. ciumpi {*clompire) 
compiere col sic. chiùmpiri -iri oltre cùnchiri -iri^. Abbiam lasciato in 
disparte chiappare con le sue regolari corrispondenze per tutta Italia, 
giacché è ben dubbio che l'etimo capulare sia preferibile alle basi 
germaniche indicate dal Diez; e lo stesso sostantivo chiappo, boi. e 



^ I lessici italiani registrano anche un cliioppo alla napoletana, o che sia 
appunto di provenienza meridionale, o che alla peggio s'abbia da sospet- 
tare in qualche angolo di Toscana una base *cloppo per dissimilazione da 
*p toppo. Ma occorrerebbe qualche più preciso ragguaglio filologico e to- 
pografico per poterne sentenziare. 

^ Sulla trafila però bisogna qui intendersi. Il Mussafia (Romagn. 47 e 
'Beitrag' 57) pensò a una forma invertita ^fubila donde *fubla '*'fluba; 
ma fa ostacolo il troppo ritardo della sincope, la originaria lunghezza 
dell' i e la brevità dell' ti, alla qual forse contrasterebbe il ven. fiuba. Bi- 
sogna invece partir dalla fase rappresentata dal toscano e, movendo dai 
diminutivi e accrescitivi e dalle voci arizotoniche del verbo (romagn. 
afiubé, boi. nftubar, ven. infiubar), porre che -ib- di fibbieita -fibbiare si 
facesse -ub- per via delle due labiali end' era circondato, e da ultimo il J 
di -bj- si trasponesse dopo /-. N' è conferma il fr. affubler 'imbacuccare' 
(are. semid. afeuler ecc.), tanto più che ivi manca il succedaneo del so- 
stantivo. Cfr. Meyer-Lùbke, Gr. Rem., I 55. 

^ Anche il nap. ha chiappa oltre cocchia accucchid scucchia, e il venez. 
ha dopa 'due pani uniti', oltre il generico cubia e cubiar. Valgono ad ogni 
modo qualcosa, ma la forma nap. non è che una storpiatura della tose; 
della venez. altri potrà dire se, com'io sospetto, sia il medesimo. 

* A cui non mancano rispondenze dialettali e toponomastiche, di che 
v. Asc. IV 341 n, Flechia, scr. cit, 18 n. 

^ Cfr. II 335 seg.; Meyer-Lùbke, It. gr., p. 164; e Mussafia, Rmgn. 47. Ci 
sarebbe anche un ant. nap. schiappe, che nelle carte lat. è scapulis, per 
'pendici di un rigagnolo'. 



I. scoglio. 363 

inant. ciap, merid. chiap}iO, sé con un po' meno di esitazione si può 
far rispondere a cappio, è, se non altro, sospetto d'aver risentito 
l'influsso di chiappare \ e di rappresentar forse un dei non infre- 
<iuenti connubj di voce germanica e latina riscontratesi nel suono e 
nel senso. Come abbiam trasandato gnocco, per il quale pure tor- 
niamo all'etimo germanico, essendoché la derivazione da nocchio nu- 
cleus, stata per qualche tempo in voga e da me stesso accolta 
(Grundr. I 518), mi sia resa peggio che sospetta dalla grande vita- 
lità e prolificazione di nocchio in toscano, dalla netta distinzione tra 
i significati suoi e quelli di gnocco , dalla esistenza di quest' ultimo 
in più altri dialetti italiani che non hanno nocchio o l'avrebbero, se 
mai, in tal forma da non prestarsi a generare quell'altro. Parimenti 
abbandoniamo i soliti bieta, chioma, flavo, fiaccola e sim., nei quali 
ci viene ogni dì più mancando la fede 2. Ce ne resta tutt'al più per 
fiasco e per fionda; nella quale la rarità del gruppo d'l nd'l più fa- 
cilmente spinse *fund(u)la a *flunda, e dove, nonostante i non 
pochi esempj di fonda datici dal glossario italiano, il sospetto di una 
inserzione inorganica è remosso così da qualche corrispondenza tran- 
salpina (occ. fioimdo: less.) come dai costanti riflessi meridionali, di- 
mostrati schiettamente indigeni pure dal verbo ricavatosene {éumid, 
óunnejà, hjunnà) col senso generico di 'avventare, buttare'. Del 



* Il sic. chiaccu cliiaccòln, comunicatomi dall' Avolio, ò più veramente 
latino, perchè suppone di necessità *cacchiu, ma accenna perciò a me- 
tatesi più recente. 

^ n 56n. Ma cfr. per bieta I 515 n, e per fuivo l'aat. fìado ricordato dal 
Diez (less. s. v.), la cui importanza è messa in più chiara luce dalle va- 
rianti morfologiche fiadone fialone e dalle fonetiche fiaro fiare fiale; senza 
dire della vitalità che è rimasta allo schietto latino favo. Vi fu insomma 
tra la voce latina e la germanica, prossime di significato e di suono, una 
concorrenza e un intreccio, che ha poi messo capo alle due forme, che 
sole oggi restano, favo e fiale. A chioma va estosa la considerazione che 
per inchiostro e pel fr. enclume faceva l'Ascoli (III 399 n), dell'influsso 
fonetico cioè che la frequentissima forma riduzione del radicale claud- 
dovè esercitare sopra voci di etimologia non chiara per il volgo: al quale 
influsso era ben naturale che sottostesse una parola semidotta come chioma, 
che del resto non riusci a soffocar subito il pur usitato coma. Istruttivo è 
il confronto del merid. chiapperò (e chiappariello) 'càpperi'. Su fiaccola, 
non affiancata da alcun' altra voce incipiente por fàkk- (né fakki, se si ec- 
cettui facchino), dovè far forza fiacco con la sua numerosa propaggine, e, 
meglio, r affinità ideologica di fiamma. Cosi il nap. compiatire dovette l' -i- 
a piata -ate, e a compiacenza. 



364 D'Ovidio, 

pari, la rarità di v'l fa accoglierò con fiducia anche il chiava 'cava 
dei marmi' *cavula, che ora ci vien dato dal pisano (XII 155). 
Inoltre il no,^. (jliolta 'goccia', e, con ulteriore formazione, il ven. 
(jiozza e sim., son certo '^gluUa dal ben latino guttula (cfr. Arch. 
I 374 n, 383, 514, Mussafia, Beitr. 64) e me ne viene la presunzione 
che normalmente diverso apparirebbe il trattamento di -tt'l- da 
quello di -t'I-, se l'estrema rarità del tipo non ne rendesse quasi 
muta la storia (cfr., per quel che può valére, il solito nap. -fella:, e si 
ricordi anche boucle buccula e il dial. blouque, che di église sarebbe 
troppo lungo discorrere). Nemmeno è da dimenticare scoppio scop- 
piare, quantunque la metatesi vi sia in senso inverso, da schioppo 
scloppus schioppare; dove di passata osserveremo che alla forma 
metatètica, propria unicamente del toscano, si contrappone quella 
meglio originaria che sta sotto alle riduzioni vernacole di tutta la 
rimanente Italia, e che quindi la finale prevalenza di schioppo per 
'fucile', avvenuta però dopo non piccola lotta con la forma scoppio 
usitatissima un tempo in toscano pur nel senso dell'arma, è da re- 
gistrare tra le vittorie, non fortuite di certo, della lingua provin- 
ciale: questa volta, credo, della settentrionale, poiché il Mezzogiorno 
non conosce il vocabolo {schiiioppo) se non nel senso di rumore, e 
per l'arma non ha che il diminutivo {schiuppetta scuppetta). Sennon- 
ché, come per il gruppo skj~ scj- stj- il toscano non ebbe mai ripu- 
gnanza, convien credere che la posticipazione del j avesse una spinta 
meramente analogica dai verbi in -oppiare, in ispecié da accoppiare, 
che anche per il significato sembra in certa maniera il contrapposto 
di scoppiare (cfr. frangere e fragor). Esiste anzi pur uno scop- 
piare per 'romper la coppia', in pochi esempj toscani, ma é più co- 
mune nelle parlate meridionali [scucchia), dove la più netta difierenza 
dall'altro verbo [schiuppà) ne favorì la preservazione. 

Comunque, e per tornare a pioppo, non è per altro rimasta senza 
prosecuzione la forma scevra di trasponimento, come mostra il milan. 
pohbia, il ììevg. pobla, il peuple del Berrj i, il puble del Jura, il fr. 
peuplier , il friul. pòi, forse il n. 1. tose. Poppi (e Poppiena = rnidii. 
Poplena?), e certo il sorano pucchio pi. pócchiora. E in conclu- 
sione, la norma toscana, fondata su pochi ma limpidi esemplari, vor- 
rebbe da scopulus '^scoppio o alla più disperata ^schioppo, giam- 
mai scoglio. Vi fu tempo in cui l'anomalia potè passar per normale 



II Littré lo dice anche comune in Francia, nel linguaggio familiare e 
tecnico. 



1. if cogito. 365 

e riuscire anzi attraente, poiché pareva estendere al -pl- quella du- 
[ilicità di esito che si notava senza stupore in altri gruppi {specchio 
speglio). Ma oramai anche per codeste serie e voci la grammatica 
storica s'ingegna a scoprir peculiari ragioni che ne sciolgano il pe- 
noso enigma; e ad ogni modo, come ch'ei si dichiari, il fatto è per 
i^sse indubitabile e largamente documentato, laddove per -pl- tutto 
•-i riduce a quest'unico esemplare, che per giunta resta isolato poco 
meno che in ogni altro territorio neolatino. Il nap. scuofjUo stuona 
esso puro da cgcchia e stgcchia, e dal cacchio ' nodo ' di Altamura e 
torse di tutta la Puglia (cfr. il citato sic. chiaccu), e dal bel pucchio 
testé veduto; che il sorano e il pugliese sotto questo rispetto com- 
provano per ogni altro dialetto meridionale. Taccio di diippio , eh' è 
un italianismo (a Sera però: ducchio) , ma non voglio dimenticare 
Echia, nome che l'antica Napoli dava a quella sua collina che ora 
chiama 'Pizzofalcone', se é giusta la derivazione che gli eruditi no- 
strani ne fecero da euTrXota. Ci aspetteremmo cioè a Napoli uno 
*scuocchio; e nelle parlate si