(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Biodiversity Heritage Library | Children's Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Archivio per lo studio delle tradizioni popolari"

This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the 
publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that you: 

+ Make non-commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 



at |http : //books . qooqle . com/ 






a - 



rf^w 



i 



2,?2,2>/<S~ 



&j. j££/m 





H5a,2>t'5~ 



&u.. <fe&. tnf 




«^ S2.AJ. S~ 



y* 






ARCHIVIO 

PER LO STUDIO 
DELLE 



TRADIZIONI POPOLARI 

RIVISTA TRIMESTRALE 



DIRETTA DA 



G. PURÈ k S. SALOMONE-MARINO 



Volume Quarto 

Fascicolo I — Gennaio-Marzo 1885. 



$ PALERMO 
Luigi Pedone Lauriel, Editore 

1885 

^ -x 



SOMMARIO DEL PRESENTE FASCICOLO 



Madonna Pollatola (Francesco Novati). 

Il Giuoco del calcio (Gherardo Nerucci). 

L'Apologo di Menenio Agrippa: Le membra ribellate allo stomaco nelle 
varie redazioni straniere (Stanislao Prato). 

Usi e Pregiudizi de* Contadini della Romagna: Vili: Dei pregiudizi 
sulla economia domestica; — IX. Dei malefizì; — Dei diversi usi in 
generale (M. Placucci). 

Medicina popolare nel Canavese (G. Pinoli). 

Il Vampirismo in Bretagna (H. G. Coote). 

Filologia delle voci infantili (Espartero Bellabarba). 

Tesori incantati (Mattia Di Martino). 

Spigolature demografiche siciliane di Butera (G. Vullo). 

Origine di alcuni proverbi, motti e modi proverbiali casteltermi- 
nesl (G. Di Giovanni). 

Canti gas a 8. Joào recolidas da tradicao orai , na provincia do A- 
lemtejo (A. T. Pires). 

Botanica popolare di Carpeneto d'Acqui (G. Ferraro). 

Miscellanea : 17 Linguaggio delle sensazioni nella bocca del popolo (G. 
Musatti). — L f Ascensione in Boma. — Il Latte delle puerpere e delle 
balie in Piemonte , Lombardia , Bologna. — La Portella delle Croci 
nélV isola di Stromboli. — Una canzonetta infantile milanese. — La 
festa di S. Raffaele Arcangelo in Napoli. 

Rivista Bibliografica. (Urlato , Canti del popolo di Chioggia (S. Salo- 
mone-Marino). — Certeoi et Camojr, U Algerie traditionnelle, Légendes, 
Contes, Chansons, Musique, Moeurs etc. (G. Pitrè). — ladude y AIìi- 
rei, Folk-Lore. Biblioteca de las tradiciones pop. espaholas (G. Pitrè). 

Bullettino Bibliografico. (Vi si parla di recenti pubblicazioni di N. Bo- 
lognini, L. Palomba, G. Petrai, G. D. Nardo, A. Provenzal, P. Sébillot, 
H. Gaidoz, F. A. Goelho, R. S. Ferguson, P. Ghr. Asbjornsen). 

Recenti Pubblicazioni. 

Sommario dei Giornali (G. Pitrè). 

Notiisie varie (G. P.). 



ARCHIVIO 



PER LO STUDIO _ t/ , / 



DELLE 



TRADIZIONI POPOLARI 

RIVISTA TRIMESTRALE 



DIRETTA DA 



G. PITRÈ e S. SALOMONE-MARINO 



Volume Quarto 



PALERMO 

Luigi Pedone Lauriel, Editare 

1885 



Ssf&^/'S 



ll?Ì$~ K -*'.'M; '- / 3'ì u • ,v-<'"J/. 






Tipografia del Cio«kalb di Sicilia. 



MAY 1 1885 



MADONNA POLLAIOLA 




hi sfogli queir utilissimo volume, in cui F. Corazzini 
raccolse i componimenti minori della letteratura po- 
polare italiana nei vari dialetti, rinverrà fra i diverti- 
menti fanciulleschi, anzi fra quelli dalle bambine preferiti, due ver- 
sioni di un giuoco il quale, per dirla subito, consiste nel girare che 
fanno alquante delle giocatrici, sfilate una dietro l'altra, intorno a 
due di loro, che tenendosi per mano rappresentano una porta chiusa; 
e delle due versioni vedrà detta l'una toscana, l'altra bergamasca \ 
Fra di esse però gli sarà agevole scorgere tosto una non lieve dif- 
ferenza; giacché al contrasto perchè si aprano le porte chiuse, dal 
quale è unicamente costituita la redazione settentrionale , nella 
toscana vedrà precedere una parte, quasi d'introduzione, nella quale, 
sebbene le parole variino assai, è impossibile non riconoscere una 
versione di quel giuoco, che sotto i nomi di Signura Doari Anna 
Maria, Madonna Tollaiola y Madonna Pollinara, Madona de la Guar- 
diana, Madama Firusela, vive in tutte le provincie d' Italia e fu 
recentemente illustrato con quella copiosa erudizione che gli è 



4 Op. cit., p. 90-93. Ma in qual provincia della Toscana sia stata raccolta 
la prima non vi si dice. 



4 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

familiare in questo Archivio medesimo da G. Pitrè '. Ora que- 
sta fusione, questa riunione di due giuochi in un solo che ci si ma- 
nifesta nella versione toscana del giuoco innominato messa in 
luce dal Corazzini , si deve credere arbitraria ? I due giuochi 
è a supporsi siano stati in origine indipendenti e fusi soltanto più 
tardi insieme ed a capriccio; o conviene invece ammettere il con- 
trario : che cioè il giuoco, primitivamente uno , si sia , per cosi 
dire, sdoppiato ? E del giuoco quale sarà stata l'origine ? È a que- 
ste domande che, colla scorta di alcuni documenti, scarsi per ve- 
rità di numero, ma non privi, a veder mio, d'importanza, io mi 
propongo ora di rispondere. 

I. 

Sarà innanzi tutto opportuno a chi voglia indagare se il 
giuoco , quale si presenta , sia o no composto dall' aggregazione 
spontanea o voluta di elementi diversi, conoscerlo nella sua forma 
più completa. Ma per far ciò, in luogo della versione toscana, 
divulgata dal Corazzini , ci gioveremo di redazioni inedite , rac- 
colte da noi, che ci hanno conservato la prima parte del giuoco 
secondo il tipo più comune e, secondo noi crediamo, più antico. 
Al dialogo infatti fra due donne, di cui una chiede o ruba i polli 
custoditi dall'altra, nella versione corazziniana è sostituito un breve 
scambio di parole su quel che fanno le monache di un determi- 
nato convento \ Vero è che questa variante, di cui non sarebbe 
facile rinvenire il motivo, non ha per ciò che riguarda il pro- 
blema nostro, cioè la formazione del giuoco, alcuna importanza; 



1 Voi. II, fase. II (Aprile-Giugno 1883) pp. 236-38 con tavola fototipogra- 
fica. Vedi anche G. Pitrè, Giuochi fanciulleschi siciliani, voi. XIII della impor- 
tante biblioteca delle trad. pop. Siciliane, p. 250, n. 135. 

2 11 convento di S. Chiara : che si trova ricordato anche in una versione 
meridionale del giuoco, sempre inedita, di cui il principio è ricordato dal Pitré 
(1. e, p. 238) : 

Chi ce sta dendr' a ssanda Chiara: 

il che mostra come questa redazione sia stata essa pure assai diffusa. 



MADONNA POLLAIOLA , J 

ma ad ogni modo essa ci costringe a mettere la versione data dal 
Corazzini in disparte e a preferire quelle che mantengonsi fedeli 
alla forma tradizionale. 

È nel numero di queste una lombarda , da noi raccolta a 
Cremona, dove non porta alcun nome particolare. La riferiamo 
per intiero. 

Alcune bimbe (il giuoco è però da noi comune ad ambedue 
i sessi, come del resto dappertutto) formano un cerchio* racchiu- 
dendo una di loro nel mezzo. Altra delle giocataci, stando al di 
fuori del cerchio, gira intorno alle compagne varie volte senza 
parlare. Quindi fra lei e la rinchiusa avviene il dialogo seguente : 

A. La madona de la Guriana *, 
quante galine gh' avi? 
®. Ghe n' ò tanto tante, 
che non posso mai countarle. 

A. Dammene una, dammene due, 
che farò un bon disnà. 

B. Toudì so chela che ve pias pusèe. 
%A. Toudarò seu chela del capo biondo, 
coun le ale fate a colombo, 

coun le ale fate a concie. 

toudarò sèu quela che me pias pusèe *. 



4 Niun dubbio che questo inintelligibile vocabolo non sia che una cor- 
ruzione di guardiana , nome che si conserva sempre nella versione veneta 
del giuoco, pubblicata dal Bernoni (n. 37). E un' altra corruzione è probabil- 
mente avvenuta nel nome che al giuoco vien dato nelT Italia settentrionale. 
Che invece di Madonna della Guardiana, si diceva forse anticamente Madonna 
Guardiana, nome che risponderebbe assai bene alla Madonna Pollai ola delle re- 
dazioni toscane. E crederei la corruzione prodotta dall' esser caduto in disuso, 
come titolo generale d'onore quello di Madonna e riservato soltanto ad indicare 
la Vergine. Di Madonna Guardiana, che non si riusciva più a capire, si fece forse 
quindi una Madonna della Guardiana, e per nuova corruzione Guriana fra noi. 
E la tendenza ad espellere il vocabolo obsoleto si manifesta in un altro fatto, 
che serve di rinforzo alla mia supposizione: nella redazione fiorentina, edita 
dal Pitré (1. e. p. 238), il giuoco non è più detto di Madonna, ma di Ma- 
dama Tollajola. Eguale probabilmente è 1' orìgine del Madama Firusela della 
versione monferrina. 

1 Stupirà forse alcuno della bizzarra mescolanza di vocaboli dialettali e pa- 



6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Cosi dicendo si impadronisce di una delle bambine che formano 
il cerchio: e questa le si attacca dietro alla veste. Il dialogo si 
ripete tante volte quante sono le giocatoci. 

Allorché la richieditrice le ha riunite tutte accodandosele, essa 
si volge e unendo le sue mani a quelle della bambina che per 
prima avevasi accodata, forma, come i bimbi dicono, il ponte. 
Qui comincia, come ognuno capisce, la seconda parte del giuoco. 
Le due che stanno unite cantano: 

Le porte son sarade, 

ungi, ungi, ungela, 
le porte son sarade, 

ungi, ungi, ungià, 

rnouier de cavalla l . 

Le altre giocataci, che continuano a costituire, attaccate le une 
alle altre per le vesti, una schiera, rispondono in coro: 

Apri, aprì le porte, 

che ve darò 'no scudo d'oro. 

Ma le due replicano': 

Un scudo d'oro l'è tropo poco, 
ungi, ungi, ungià, 
rnouier de cavalià. 

Riprende allora il coro : 

C. Apri, apri le porte, 

che ve darò 'na boursa d'oro. 



role di lingua che appare in questi versi. Ma io non ho fatto che riprodurre 
scrupolosamente il canto, quale mi fu dettato da una ragazza del popolo. Del 
resto la tendenza ad italiani-mare i canti si manifesta ormai in tutti i giuochi 
fanciulleschi ed accenna a farsi fra noi sempre più vivace. 

1 Nella red. bergamasca, edita dal Corazzini (op. cit. p. 91), il ritornello 
è invece: 

lombrl, lombrl, lombi- eia; 

ed in luogo di rnouier di cavalià, il secondo verso suona : 

1 ombri del cavalià. 

Ma altri poi adoperano un diverso ritornello : longina longià , che si avvicina 
assai di più a quello in uso a Cremona. Il cavalià è forse non altro che uà 
cavali tre, conciato cosi in grazia della rima. 



MADONNA POLLAIOLA 7 

D. *Na boursa d'oro l'è tropo poco, 
ungi, ungi, ungià, 
mouier de cavalla. 

C. Aprì, apri le porte 

che ve darò n gal Idee n che canta. 

D. Fatemelo sentire. 
C Cuttugugù l . 

Al canto del gallo cede ogni resistenza : le porte si aprono : le 
due fanciulle, cioè, sollevano in alto le braccia e sotto l'arco che 
queste formano, passa, incurvandosi un po', la schiera e tutte can- 
tano: 

"D. C. Le porte sono aperte; 
ungi, ungi, ungià, 
mouier de cavalià. 

Passa la Regina 

coun teuta la so treupa, 

la mangiare la seupa, 

coul brod de soureghin. 

Ma a passar le porte non tutte riescono: quando l'ultima si pre- 
senta, le braccia levate in alto scendono d'improvviso e la trat- 
tengono prigioniera. La Regina allora, cioè il caposchiera, lamen- 
tandosi canta : 

Ho perso 'ria pecorella d'oro; 
uli, uh, ulà, 
mouier de cavalla 2 . 

Le due che tengono prigioniera la pecorella, le chiedono: 

Di che colore era vestita? 

— Bianca, rossa e rizzoulina. 

— Èia questa ? 



4 Nella cit. red. bergamasca la resistenza si vince colla promessa di una veste 
bianca e morelina; in altra, pure bergamasca, col dono delle chiavi del paradiso; 
nella toscana , edito dal Corazzini, con quello di una rosa beila e fresca etc. 

8 Nella red. bergam. la regina dice invece: 

Nel pass ir le porte 
ò perso due pecorelle etc. 



8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

domandano le due. La regina risponde di si o di no. Allora la 

prigioniera è sottoposta dalle sue carceriere ad un interrogatorio \ 

D. S'èt mangiat ? 

%. Pan salat. 

Z). S'èt bult? 

R. Aqua amara. 

*D. Spuda, chel te fa mal. 

E la prigioniera spunta. Ma le domande proseguono incalzanti: 

— Te pias pusèe cucciar o foursina ? 

— Te pias pusèe bindel rouss o bindel bianc ? 

— Te pias pusèe pouvarett a la porta o galleleen in si coupp ? 

— Te pias pusèe strada de fer * o strada de speen ? 

— Te pias pusèe fen o paja ? 

Le interrogazioni, come è ben facile avvertire, han tutte un ca- 
rattere suggestivo. È infatti dalla scelta che fa la prigioniera, che 
dipende la sua sorte: si tratta nientemeno che di scegliere l'inferno 
o il paracfiso ! } Se ella sceglie il primo (quindi forchetta, nastro, 



* Tutto quanto segue manca nella red. bergam. Quando la regina ha la- 
mentata la perdita delle pecorelle; quelle che le trattengono rispondono : 

E noi che le abiamo trovate 
Le faremo baia: 
Lombrì del cavalla. 

E così dicendo si metton tutte a ballare ; e il giuoco è finito. V. Corazzini, 
op. cit., p. 93. 

* Evidentemente strada de fer, contrapposta a strada de speen, sentiero irto 
di pruni, faticoso quindi e difficile, sta a designare la via larga, agevole, in- 
somma la strada dell'inferno! Non credo però che si debba di simile indica- 
zione ricercar f orìgine in qualche ricordo recente , per esempio un* allusione 
alle ferrovie. Anche in italiano sembra si sia avuto il corrispondente di quel 
termine francese, di derivazione assai incerta, che è il chemin ferri, giacché nella 
Rosone di Matazone da Caligano, recentemente pubblicata 'da P. Meyer 
(Romania, XII, p. 14-28) le parole che il villano dice al suo asino: 

Va dirito per la strada 
E piei la ferata; 

non possono intendersi che come una esortazione a pigliar la via più agevole 
a percorrersi. E forse questo vocabolo scomparso fra noi e presto dall'uso ci 
è conservato oggi soltanto nel giuoco fanciullesco di cui discorriamo. , 

8 Anche le domande variano col variar delle versioni. Quali siano quelle 



MADONNA POLLAIOLA 9 

rosso, gallo sui tetti, strada di ferro, fieno etc), è costretta a tornare 
fra le compagne; se il secondo, è libera cTandar dove vuole. Ad 
ogni modo il giuoco è finito. 

Se dalla Lombardia noi scendiamo' ora in Toscana, vedremo 
a Pistoja, a Lucca, a Siena, ripetersi il giuoco tutt'intero, con i 
medesimi atti e, salve le differenze dialettali, con le parole mede- 
sime. Ecco il dialogo, quale lo recitano i bambini lucchesi f : 

%A. O madonna pollatola, 

quanti polli ha il tuo pollaio? 

B. Quanti n'ho e quanti n'avremmo: 

me ne tengo in fin che n'ho. 

*A. Dammene uno per mio passaggio 

e se passo non son sola. 

B. Scegli, scegli quel che ti pare, 
e il più bello lascialo stare. 

A. Il più bello che ci sia 

te lo voglio portar via. -\ 

Quella che dice queste parole, prende così dicendo un de' fanciulli che 
le si attacca alla gonnella e così succede poi di tutti gli altri. Se- 
gue quindi la seconda parte del giuoco, e anche di essa credo non 
inutile riferire la cantilena , perchè assai più completa in questa 
versione di quello che sia nell'altra raccolta dal Corazzini: 

C. Apriteci le porte. 

ovì, ovì, ove *. 

D. Le porte son serrate. 

ovì, ovì, ove. 
C. Fatele riaprire. 

ovl, ovì, ove. 

della red. lucchese del giuoco v. più innanzi. Nella toscana, edita del Coraz- 
zini, la scelta deve farsi fra tanaglie e martello, acqua e vento, cavolo e riso. 
Il riso è qui usato nel solito senso allegorico; e anche fra noi rammento aver 
udito domandare, cosa si preferisse: piangere o ridere. 

1 Comunicatami dal mio dilettissimo amico, prof. P. Giorgi. 

* Il ritornello della red. toscana in Corazzini (op. e. p. 90) è: 

Novln, novln, nove; 

e a Livorno pure, a quanto scrivevami l'amico, alcuni anni sono, si diceva an- 
cora: Novi, novi, nove. 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 2 



IO ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

£>. Le chiavi sono rotte. 

ovi, ovi, ove. 
C. Fatele accomodare. 

ovt, ovi, ove. 
*D. Le chiavi son cadute in mare. 
« ovi, ovt, ove. 

C. Fatele ripescare. 

ovi, ovi, pvè. 

D. Quanto mi date di mancia ? 
C. Un pecorino che canta. 

E qui tutti si mettono a belare: bè, bè, bè. 

Il breve canto, che accompagna il triplice passaggio delle porte 
vietate, manca nella versione lucchese. Ma in questa pure è l'ultimo 
della schiera che vien preso in mezzo dalle due, che stanno con 
le braccia congiunte, e richiesto cosi: 
*D. Che vuoi ? acqua o vento ? 

Se risponde: acqua, sputano in terra; se vento, gli soffiano in viso. 
E poi: 

Vuoi martello o tanaglie? 

Se martello, gli danno un nocchino sul capo; se tanaglie, gli pren- 
dono il naso. 

Vuoi passare dalla finestra o dall'uscio ? 
Se dall'uscio, caiano le braccia sino a terra e lo lascian passare; 
se dalla finestra, il prigioniero è costretto a sguisciar di sotto le 
loro braccia. In ultimo: 

Vuoi baciare rinferno o il paradiso? 

Se Tinferno , una delle due scopre di sotto un lembo del vesti- 
tino una roba nera; se il paradiso, una bianca. E anche qui l'al- 
legorica scelta chiude il giuoco. 

II. 

Sotto forma cosi complessa, quale lo ritroviamo ancora nella 
Lombardia e nella Toscana, non sembra però che si conservi o 
abbia esistito il giuoco nelle provincie meridionali. In queste la 



MADONNA POLLAIOLA II 

congiunzione delle due parti che deve dalla precedente esposizione 
essersi chiarita assai artificiale, si rompe e quanto vi appare dif- 
fusa quella che del giuoco è la prima, tanto invece vi è o ignota 
o trascurata la seconda ! . Né la prima stessa tuttavia si è man- 
tenuta, quale la offrono le versioni lombarde e toscane già esa- 
minate; è andata soggetta bensì a modificazioni ed alterazioni non 
poche, le quali esercitarono il loro influsso non meno sull'azione, 
di quello che sulla cantilena che l'accompagna e la spiega. Ve- 
diamo adunque quali differenze intercedapo fra la Madonna Pol- 
latola e la Signura DomC%Anna D6aria> che in fondo rappresentano 
il medesimo giuoco. 

Innanzi tutto chi deve far la parte di Donn'Anna 3\/Caria y tratto 
che sia a sorte, sta in mezzo al cerchio, non più in piedi, ma in- 
ginocchiato; e i suoi compagni non lo circondano già tenendosi 
per mano, ma formano cerchio, imponendo le mani sul di lui 
capo. Questo per ciò che riguarda gli atti; non meno grandi le 
differenze fra le parti dialogate. Ecco infatti il dialogo, quale si 
ode a Chiaramonte (Sicilia). 

Mastra. Signura Donna Anna Maria ! 

D. kA. Maria. Ora chi voli, vossignuria? 

M. E io vuoggiu 'n* agnidduzzu. 

D. A. Ai. E piggiàtivi 'u cciù bidduzzu. 

!\C. E mi scantu r' 'o canuzzu. 

D. A. M. Lu canuzzu 'un muzzichìa. 

M. Tira, agnidduzzu, appriessu ri mia \ 

Come si vede, Donn'Anna Maria non è più, quale appare nelle 
redazioni lombarde e toscane , la paliamola , che dai ladri siano 



* Ved. il citato studio del Pitré. 

1 Fra le non poche versioni che del giuoco cita il Pitré scelgo questa, 
giacché mi pare la più genuina. Le altre invece hanno sofferto tutte dal più 
al meno delle alterazioni che ne han distrutto il senso. Infatti così a Mazzara, 
come a Polizzi ed all'Etna, è la mastra che chiede costantemente a D. A. Maria 
un agnello e poi, con una strana contraddizione, chiama vicino a sé, quando 
l'agnello le é stato accordato, non questo, ma il cane di cui ha paura! E così 
si continua fino a che ci sian giocatori , talché questi son insieme e agnelli e 
cani di guardia. 



12 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

essi ragionevoli o no \ protegge le sue galline ; bensì la pastora 
che col proprio cane vigila contro il lupo all'integrità della greggia. 
Si dovrà dunque concludere che qui siamo in presenza di un giuoco 
diverso ? No, perchè la Signura DonrìAnna Maria, pur in questa 
forma , conserva alcune tracce che mostrano la sua origine co- 
mune colla Madonna Tollaiola. Perchè infatti il fanciullo che so- 
stiene questa parte sta egli m accoccolato per terra e gli altri gli 
si serrano strettamente d'intorno ? Evidentemente perchè in que- 
st'atto si conserva un ricordo della redazione tradizionale: è la 
chioccia, la pollaiola poi, che riunisce intorno a sé i suoi pul- 
cini, le sue galline x . Come adunque si spiega il sostituirsi delle 
agnelle ai polli ? Indubiamente la cagione sta in ciò: due motivi, 
quasi identici , la custodia dei polli da una parte , quella delle 
pecore dall'altra hanno dato origine a due giuochi che per la 
loro stretta rassomiglianza sono venuti facilmente a confondersi 
insieme. E della contaminazione, della fusione avvenuta abbiamo 
le più chiare prove. Questa anzitutto : che in una redazione na- 
poletana del giuoco la parte di Donn' Anna Maria , di Madonna 
Pollaiola, è sostenuta, chi lo immaginerebbe ? dal lupo ! Eccola: 

D. Lupo, lupo, che fai 'nterra ? 

%. Me le gguardo le mie pollaste. 

D. Quanto ne vuoi 'i ste doie pollaste ? 

%. Ne voglio ricco e care, 

pe fa contenta la mia commare. 

Scinni abbascio allo mio giardino, 

pigliati quella chiù piccolina; 

li capilli so' fila d'oro: 

Vota, vota la guardiola 2 . 



* E una prova apertissima di ciò l'abbiam nel fatto che il giuoco nostro , 
a Parma, si dice ^ogar a la dona e i polsèn. 

* Inedita. Per effetto di una delle solite contaminazioni questo dialogo è 
stato unito e fuso con una canzone che, evidentemente, non ha nulla a che. 
fare con esso , così a Napoli , come a Benevento ; il giuoco infatti a cui si 
accompagna e che il Corazzini descrive (op. e. p. 86) è dal nostro affatto di- 
verso. La canzone è quella di Torninola , torninola (^Biondina , mia Biondina 
a Benevento). Ne riportiamo gli ultimi versi, nei quali appunto la fusione o 



MADONNA POLLAIOLA 13 

E la prova infine più evidente della asserzione nostra: essere il 
giuoco o4 Signura Donn* Anna Maria il prodotto di una conta- 
minazione, sta in questo : che in Sicilia accanto a questo ibrido 
prodotto della fusione di due giuochi, esistono ancora i giuochi stessi 
indipendenti l'uno dall'altro. E mentre la vigilanza sul gregge è 
rappresentata dal Jocu di lu picuraru, che all'Etna si fa tuttavia ', 
la custodia del pollajo si trova simbolizzata in questa inedita 
versione del giuoco, raccolta a Castroreale, in cui però monna 
polla jola ha mutato nome: è divenuta Donna Sabedda 2 : 

D. E Signura Donna Sabedda, 

undi tiniti li vostri puddastri ? 

%. Io li tegnu cari e forti 

pi la vostra Maistà. 

D. Io trasì 'nta lu giardinu, 

pi scippari un percolitu: 

percolitu scippirò: 

'mpiccia capiddi e fila darò 9 . 



meglio la confusione è avvenuta. Notisi che non è più question di un pollo, 
ma di un marito 1 

Pigliatello prò vita tojr, 

E non mrae fa gbl accusi sola. 

Va dinto a lu mmio giardino 

E pigliate chello chiù piccolino 

Piccolino e capo biondo, 

I capelli «on fila d'oro. 

E guardammo la guardiola. 

Qaanno li vinni li toi pollaste ? 

Li vengo ricche e chiare (1. care) 

E dio rame guardi a chi ram' a- dato. 

Chi tenga son occhio la red. napolitana da noi publicata nel testo, vedrà 
tosto quale orribile guazzabuglio siasi fatto qui: le pani sono addirittura rove- 
sciate, poiché la domanda di vendita segue alla descrizione del pollo (fanciullo) 
da vendere. Nella redazione beneventana la confusione è anche più grande. 
Cfr. Corazzini, op. e, p. 87, 88. 

1 Pitrè, 1. e, p. 237. 

4 La debbo all'amico P. Giorgi. 

3 Impicciati vale per solito : attaccare; qui però ha il significato di toc- 
care y giacché quella che parla, così dicendo , fa una carezza sul capo alla in- 
ginocchiata. Curiosa metamorfosi é poi quella delle parole fila £ oro, che vo- 



14 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



III. 



Anche se altre prove mancassero, quanto siamo venuti sin 
qui dicendo sarebbe sufficiente ad indurre nell'animo nostro la 
persuasione che il giuoco di Madonna Palloioìa debba aver esi- 
stito sempre indipendente, come ci si mostra ancor oggi, più o 
meno alterato per la commistione di estranei elementi, nelle varie 
redazioni meridionali; queste non sono quindi da considerarsi come 
reliquie monche e confuse di un giuoco più ampio, del quale sa- 
rebbe stata soppresa la seconda parte. La forma invece che del 
giuoco offrono le versioni lombarde e toscane sarebbe non già 
la originaria , ma una assai recente ; in luogo di porgerci dei 
testi primitivi, esse non presenterebbero che il risultato di una 
mescolanza prodotta o dal caso o da fanciullesco capriccio. E 
questa supposizione acquisterà maggior grado di attendibilità se 
della Madonna Pollatila ricercheremo l'origine; ricerca, se ben dif- 
ficile sempre, oggi resa per noi agevole da' una fortunata com- 
binazione. 

In un esemplare della celebre edizione ventisettana del De- 
cameron, Adolfo Mussafia rinvenne, or sono alcuni anni, una po- 
stilla, dovuta ad ignota mano del sec. XVI *, nella quale si da- 



glion dire capelli biondi , in fila d'arò ; seppure non è a credersi il contrario, 
che óobh fila d'arò della redazione siciliana sia divenuta nelle napoletane fila 
d' oro. Infatti dicendo fila d'arò, la fanciulla invita tutte le campagne perchè le 
si attacchino alla gonnella 1' una dopo l'altra, non esclusa Donna Sabcdda, e 
la frase vale quindi: fate fila d' arò, cioè disponetevi a guisa di quegli uccelli 
(che si chiamano arò in Sicilia) che passano di settembre sfilati un dietro l'altro. 
Mi par quindi assai probàbile che , fuso questo dialogo nella canzone Tonni- 
noia, la frase: fila d'arò, che, scompagnata dall'atto che imponeva, non aveva 
più senso, sia diventata: fila d'oro. 

1 Ved. Propugnatore, I, II, p. 131 e la ristampa fattane dal D' Ancona, 
nelle note alle Cantilene e ballate, ecc., p. 342. Oltre la redazione cavata poi 
dal medesimo dotto da un codice Biscioniano (op. e, p. 60) ne abbiamo oggi 
a stampa un'altra tolta dal cod. Riccard. 2352 nelle Canzonette antiche, p. 19. 
(Firenze, Libreria Dante, 1884). 



MADONNA POLLAIOLA 15 

vano preziose notizie sopra una di quelle canzoni volgari che nel 
suo libro il Boccaccio erasi piaciuto di rammentare l : di quelle 
canzoni, dico, che in noi eccitano curiosità si viva e vanno ormai 
da tempo ricercando con sollecito desiderio per entro alle vecchie 
raccolte di poesie gli studiosi ; ma delle quali ben poche , per 
disgrazia nostra , riuscirono a sottrarsi all'oblio, a trovare una 
mano sfaccendata che si degnasse raccoglierle. Or bene, l'anonimo, 
dopo aver detto che la canzone a ballo: L'acqua corre alla borrana y 
che la Belcolore soleva danzare, eccitando le poco caste brame del 
suo pievano, egli l'aveva udita cantare del 1552 a Rovezzano, ac- 
cingesi così a descriverne gli atteggiamenti: « Cantasi, egli scrive, 
« in ballo tondo , dove sia ugual numero di huomini et donne, 
« disposti un'huonio et una donna , et colui che la impone co- 
« mincia cosi , nel tuono di quella canzone che dovete haver 
« sentita: 

Quanti polli è in sul pollaio ». 

Niun dubbio pertanto. Fra le canzoni a ballo, ancora in voga dopo 
la metà del secolo decimosesto, eravene una, la quale cominciava 
per l'appunto come il giuoco fanciullesco di cui teniamo discorso. 
Sarà adunque soverchio ardimento il dedurre da ciò che nella 
cantilena infantile, oggi ancora ripetuta, continui a vivere la can- 
zone a ballo che le festose brigate cantavano su per le piazze 
delle città toscane ai queti vesperi estivi, nel decimoquinto e nel 
decimosesto secolo ? 

Potrebbe forse suscitare qualche difficoltà nel riconoscere la 
identità fra i due canti, il fatto che nelle versioni toscane, sin 
qui rammentate del giuoco, la canzone non incomincia già come 
scrive 1' anonimo : 

Quanti polli è in sul pollaio, 
bensì: « 

O madonna pollaiola, 
quanti polli ha nel pollaio. 



1 Decamer. Giorn. Vili, nov. II. 



le ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Ma alla obbiezione, ove trovasse alcuno disposto ad accoglierla, 
molto facilmente si torrebbe ogni valore. Potrebbesi infatti sup- 
porre o una deficienza di memoria nell'anonimo, che lo abbia in- 
dotto a indicare, dopo anni che P aveva udito, piottosto che il 
primo, il secondo verso, come quello da cui incominciava la can- 
zone ; si potrebbe anche ammettere che, nel secolo XVI , della 
canzone , la quale doveva certo già da lungo tempo correre la 
Toscana, esistessero varie versioni e che alcune fra queste aves- 
sero principio dal ricordo della pollaiola: altre' invece ne fossero 
prive. E che così opinando si venga non soltanto a colpir vi- 
cino, ma addirittura nel segno, parmi risulti da questo, che due 
versioni toscane del giuoco , raccolte da noi, senese l'una , pi- 
stoiese l'altra, omettono per l'appunto di far menzione della pol- 
laiola; e cominciano quindi nell* istessa guisa che faceva la can- 
zone, di cui ci serbò memoria l'anonimo. E delle due la pistoiese, 
anche per la perfetta corrispondenza fra i capoversi x , si potrebbe , 
a parer nostro, stimar quella che più deve avvicinarsi air antica 
canzone; ma di ciò basti aver toccato. 

xA. Quanti polli è nel pollaio ? 

Dillo tu, bella Viola. 

e B. Io ce n'ho quanti mi pare; 

me ne tengo quanti n'ho. 

A. Dammene uno per un passaggio, 

quando al passaggio non sarò sola. 

C B. Scegli, scegli, quale ti pare, 

la più bella lasciala stare. 

e B. La più bella che ci sia, 

me la voglio portar via. 

Frate, prete e monaca, 

mi vengan dietro a reggere la tonaca * (Tistoja). 



1 Voglio alludere a un particolare lieve , è vero , ma non affatto privo 
di significato: mentre tutte le altre redd. toscane offrono il verbo avere (quanti 
polli ha in sul pollaio), nella pistoiese si conserva Yessere, come nella versione 
del sec. XVI. 

8 È forse in questo invito, che del resto mi par comune a qualche altro 
giuoco , che si deve ritrovar 1* origine della redazione già ricordata del dia- 
logo, in cui si fa cenno delle monache di S. Chiara ? 



MADONNA POLLAIOLA 17 

A. Quanti polli ha il mio polla jo? 



B. Me ne tengo fin che n'ho. 

A. Dammene uno per mio passaggio, 
Se ci passo non sarò sola. 

B. Prendi, prendi quale ti pare, 
la più bella lasciala stare. 

A. La più bella che ci sia, 

me la voglio portar via: 

la più bella prenderemo, 

fra le belle la metteremo {Siena). 



IV. 



Dal riconoscimento della primitiva indole e della antichità 
della canzoncina: Quanti polli è *n sul pollaio, viene, come age- 
volmente si comprende, a ricevere nuova conferma la opinione 
già espressa che nelle redazioni lombarde e toscane la connessione 
della Madonna Pollatola con l' altro giuoco delle Torte chiuse sia 
tutt' altro che originaria , ma dovuta invece ad una fanciullesca 
abitudine di far seguire immediatamente ad un divertimento un 
altro; abitudine che produsse la necessità di creare fra i due giuo- 
chi dei legami fittizi , dei vincoli artificiali '. Ammesso infatti, 
come ormai si deve fare, che la Madonna Pollatola sia stata una 
Canzone a ballo, diviene anche più difficile il credere che essa 
fosse cosi lunga e comprendesse tante e si svariate mosse, quante 
ne comprende il giuoco quale lo abbiamo sul principio di que- 
sto lavoro descritto. Se intorno alla nostra Canzone nulla * di pre- 
ciso ci dice l'anonimo, abbiamo però e da lui e da altri notizie 
sui come era ballata l'altra che si intuonava sull'aria medesima : 



1 A Cremona così assai spesso al giuoco che abbiam descritto segue im- 
mediatamente un altro, che pure non ha con esso alcuna relazione nò prossima 
né remota ; quello cioè che si dke Gioc de le Pugnatte (giuoco delle pentole) 
e che ha qualche relazione con VA Vecchia, pubblicata dal Corazzimi, (op. e. 
p. no) tranne che in luogo di una vecchia si ha uno zoppo. 

xArcbivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 3 



18 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

L acqua corre alla bonaria \ E come semplicissime quindi erano 
le figure nel ballo ricordato dal Boccaccio , giacché i ballerini 
non facevano, che cangiar di posto fra loro, recandosi ognuno, 
finito il canto, accanto a quella fra le danzatrici che preferivano; 
cosi deve essere stato della Madonna Tollaiola; il cerchio che 
rinchiudeva questa , cantata che fosse la canzone , molto proba- 
bilmente dissolvevasi per rinformarsi di nuovo e nulla più. Ed a 
conforto di queste induzioni si potrebbe addurre la brevità stessa 
della Canzone. L'acqua corre alla borrana consta di nove versi e 
non più: ora la redazione più lunga del Quanti polli è 'n sul pol- 
laio ne contiene dodici ; la più breve non oltrepassa il numero 
di dieci 2 . 

Ma le nostre argomentazioni che , per quanto fondate , se 
pur non ci inganna il desiderio, sopra basi abbastanza solide, po- 
trebbero forse non aver persuaso completamente qualcuno, dovranno 
di necessità apparire giustificate intieramente, se dimostreremo 
che anche il giuoco delle Torte chiuse è vissuto e vive indipen- 
dente e senza alcuna relazione con quello della Madonna Pollatila, 
al quale ora si trova aggiunto. 

Che questo giuoco possa stare e stia da sé, lo mostra in- 
nanzi tutto la redazione bergamasca, pubblicata dal Corazzini, in 
cui appena che due delle giocatrici si son prese per mano a raf- 
figurare una porta chiusa, le altre in fila attaccate per le vesti 
si aggirano loro intorno cantando: 
Apri, aprì le porte ecc. 
e lo prova anche l'esistenza di quel giuoco siciliano Lu %u picu- 



* Ved. la nota che nel X voi. della Raccolta Biscioni-Moucke di Lucca 
è stata apposta alla redazione del V *.4cqua corre alla borrana (G. Carducci, 
Cant. e Ball. p. 60), e la citata postilla dell'Anonimo. 

8 E quella canzone a ballo , pur ricordata dal Boccaccio che dal cod. 
Rice. 2849 pubblicò S. Ferrari (Cannoni ricordate dal Bianchina in Gtorn. di 
FiloL Rom. n. 7) la quale incomincia: 

Casca l'acqua dalla fontana 
E fa tremar la foglia 

è dessa pure brevissima: non oltrepassa i sette versi. 



MADONNA POLLAIOLA I 9 

raru, edito da G. Pitrè f , nel quale a noi sembra non doversi 
veder altro che una redazione, alquanto modificata per l'intrusione 
di elementi eterogenei, del nostro giuoco 2 . Ma una conferma 
ben maggiore sta in ciò che anche di questo giuoco delle Porte 
chiuse noi sappiamo con certezza esser già stato in uso due se- 
coli or sono a Napoli e come a Napoli cosi verisimilmente anche 
nel resto d'Italia. 

L' anonimo autore del curioso libro Del dialetto Napoletano 
(il Galeani) ha in alcune pagine, poste con molta sagacia in luce 
ed egregiamente illustrate da un amico nostro 3 , raccolti, dedu- 
cendoli dagli scritti anteriori del Basile e (lei Cortese (il che ci 
riporta ai primi del sec. XVII) i principi di molte canzonette po- 
polari napoletane, aggiungendovi certi suoi commenti , dei quali 
sarebbe difficile rinvenire i più strampalati. Tuttavia in mezzo 
agli strani arzigogoli di cui il buon napoletano , che si scalma- 
nava per dare origini nobilissime ed antichissime a tutte le can- 
zoncine ricordate, si compiace, noi ritroviamo alcuni accenni assai 
importanti: e ciò singolarmente, come è naturale, quando l'ano- 
nimo parla di cose che egli aveva vedute coi propri occhi suoi. 
Ora dopo varie altre venendo a ricordare la canzone: 

Aprite, aprite porte, 
a povero farcone, 

cosi la illustra: « Questa conzone si canta ancor oggi facendo 
« un giuoco in cui tutti si tengono per mano girando in cerchio 
« e lasciando uno in mezzo , il quale deve tentare di scappare, 



1 In %Arch x per lo studio delle trad. pop.. Voi. II, fase. I, p. no. 

2 Si confronti infatti il dialogo che avviene in questo giuoco con quello 
della red. lucchese da noi qui publicata. 11 capo-fila comincia il giuoco dicendo: 

O zu picuraru, ditimi li chiavi... 

e per qual ragione si chieggono le chiavi , se non per aprir le porte chiuse ? 
Ma il pecorajo risponde, come le fanciulle del giuoco lucchese: 

Non rhaju, -cà su' jittati 1 mari. 

e così continua il contrasto: il pecorajo rifiuta anche una borsa d'oru. Ma sulla, 
mie il giuoco si muta assai e per influenza certo dell 1 altro A tifa, tifa, tila, 
nel numero delle varianti del quale è stato non a torto collocato. 

8 Ved. l'articolo di S. Ferrari, Antiche cannoni napoletane nei Nuovi Go- 
liardi, Voi. I, fase. II (agosto 1881) p. 67 e segg. 



20 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

« passando sotto le braccia di talune di quelle coppie. Dopo can- 
« tati i sopradetti versi da colui che sta nel mezzo, il coro alza 
« quanto più può le braccia , ma senza disgiungere le mani , e 
« replica: 

le porte stanno aperte 
si farcone voJe entrare. 

« Se in quel momento a chi sta in mezzo riesce fuggire per uno 
« di quei varchi prima che io arrestino le braccia congiunte, che 
« prontamente si abbassano ad attraversaglielo , vince ; altrimenti 
« torna dentro e si continua il giuoco » '. 

Non sfuggiranno certamente ai lettori le relazioni che pas- 
sano fra il giuoco descritto dall'anonimo napoletano, giuoco che 
probabilmente era stato esso pure, prima che tale, un ballo tondo 
e il divertimento fanciullesco di cui abbiamo sin qui discorso. 
Ben inteso, son grandi le differenze; cosi il falcone, che era sim- 
boleggiato dalla persona rinchiusa nel cerchio, è sparito nel giuoco , 
dove in luogo suo ritroviamo una pecorella. Ma del canto è ancora 
quasi la stessa l'intonazione; nella stessa maniera ancor oggi il 
prigioniero deve guizzare al di sotto delle braccia dei compagni, 
sollevate a guisa d'arco, ma pronte ad abbassarsi per impedirgli 
il passaggio. Che se poi penseremo alle modificazioni ed alle al- 
terazioni che il ballo dovette di necessità sopportare prima di ac- 
conciarsi a divenire puerile trastullo ; alla probabilità che già ai 
tempi dell'anonimo il giuoco fosse alterato e mutato da quel che 
era stato anteriormente e che l'anonimo stesso ne abbia data una 
descrizione, non che succinta, inesatta; che infine differentemente 
si facesse a Napoli di quello che in altre parti della penisola ; 
tutte queste considerazioni potranno indurci a ritenere come pro- 
babile che del giuoco napoletanb del secolo decimosettimo quello 
odierno non sia che una continuazione e perciò aprirci la via a 
concludere che questo , quale da principio lo descrivemmo, non 
deve considerarsi se non come il risultato della commistione di 
due giuochi, in cui sopravvivono lo schema e le movenze di due 
canzoni a ballo del secolo XVI e forse anteriori. 



4 -Loc. cit., p. 70-71. 



MADONNA POLLA [OLA 21 

Che se men rari di quel che pur troppo non siano, ci si of- 
frissero i monumenti della antichissima nostra poesia popolare , 
quante altre prove di tramutazioni alle descritte somiglianti non 
ci verrebbe forse fatto di notare ! Chi sa quante poesie ispirate 
a sentimenti diversissimi, giocose, bacchiche, a ballo , perfin po- 
litiche non sopravvivono forse ancor oggi mutilate, frammentarie, 
irriconoscibili nelle cantilene e nelle tiritere che accompagnano i 
giuochi fanciulleschi ' ! Di esse una intanto noi credemmo quella 
che abbiam studiata della fhCadonna Pollatola; e forse anche l'altra 
Aprite, aprite, porte. Ma di ciò ci piace rimangano giudici i be- 
nevoli ed eruditi cultori di questi studi. 

Francesco Novati. 



1 Cfr. A. D'Ancona, La poesia popolare italiana, p. 94. E d sia concesso 
qui far cenno di un altro giuoco fanciullesco nel quale si ha probabilmente 
mutilata un'antica canzone a ballo. Cantano fra noi le bimbe raccolte in cer- 
chio a danzare intorno ad una di esse questi versi: 

O Maria Giulia, Fa la riverenza 

Dove ti sei levata ? Fa la contenenza 

Alza gli occhi al dolo, Poi torna a rivoltarti 

Fa un salto, Cava il cappelletto 

Fanne un altro: Fa un bacio a qatUo che ti piace Ji pia. 

E la fanciulla eseguisce i vari movimenti che nel canto le vengono indicati. Ora 
nella lezione del L'acqua corre alla borrana, publicata nelle citate Canzonette 
di su un cod. Riccardiano ai versi già noti son aggiunti i seguenti che sem- 
bra costituiscano la seconda parte del ballo : 

Danza chi danza, 

che fai una bella danza 

e danzala tu N. che l'hai la tua speranza 

Per amor facci un salto, 

per gentilezza un altro 

con una riverenza 

e una continenza 

e torna alla tua stanza. 

Non sfuggirà a nessuno la quasi identità di questi ultimi versi con la canti- 
lena fanciullesca surricordata. Essa è anzi cosi grande da permetterci di con- 
cludere che anche la cantilena cremonese rappresenta un balio antico. 



«i >f==WX== ffr 



IL GIUOCO DEL CALCIO 
IN PISTOJA 




i faceva il Giuoco del Calcio in Firenze sulla Piazza di 
S. Croce nel Carnevale, e questo spettacolo, emigrato 
in Inghilterra, dove a un dipresso tuttavia si esegui- 
sce col nome di Football, per l'ultima volta ebbe luogo nel 1739. 
Ve n'ha una particolareggiata descrizione a stampa per cura del 
Conte Gio. Maria De' Bardi, la quale nel sec. XVII fu riprodotta 
ben quattro volte, e la quarta è del 1688. 

Anche Pistoja, scimmieggiando Firenze, aveva il suo Giuoco 
del Calcio sul Prato del Monte Oliveto, e, cosa che parrà strana, 
n'erano ordinatori, regolatori e patroni i Monaci Olivetani, che 
occupavano il vicino convento (forse perchè ci si trincava alla 
tedesca). Il Giuoco del Calcio a Pistoja, invece di esser fatto con 
la pillotta o col pallone di cuoio pieno di atìa, sembra degene- 
rasse in una specie di Giuoco del Saracino, pur ritenendo l'antico 
nome. In un pacco di carte, già appartenute a Bernardino Vitoni 
e venute per lascito alla Biblioteca Forteguerri , or sono parecchi 



IL GIUOCO DEL CALCIO IN PISTOJA 23 

anni, trovai la notizia seguente, pubblicata da me il 4 agosto 1860 
nell' Imparziale Fiorentino del Principe Michele Poniatowscki. 

Dichiarazione della Giostra fatta a Pistoja Tanno 1666. 

« Per la Festa di Santa Francesca Romana, a disposizione del Reverendo 
Signore Don Ippolito Barone Bracciolini Abate Degnissimo Olivetano , nella 
quale l'Orso colla soprawesta bianca e rossa (a scacchiera), insegna della me- 
desima città, tenendo per bersaglio un fiasco serviva da Saracino: 

« Ove sotto la scorta di Bacco correndo i Cavalieri del Vino [bianco e 
rosso], tentarono il loro valore col dar nel fiasco e pigliare l'Orso. 

* In tale festa giocosa correva [sic] per la parte del 

Bianco Rosso 

11 Conte Greco 11 Conte Córso * 

Il Marchese Moscadello II Marchese llarbarossa 

Il Cav. Zebbiano II Cav. di Chianti. 

• Fiasco [vinto dalla parte bianca). 
« Parlata [finale] di Bacco. 
<« In Pistoja per Pierantonio Fortunati [tipografo] 1666». 

Nota [ms.] 

'« Quando il 9 di marzo, giorno nel quale ricorre la Festa di Santa Fran- 
cesca Romana, cadeva nell'ultimo giorno di Carnovale, si faceva il Giuoco del 
Calcio nel Prato di Monte Oliveto sono già decorsi 139 anni. 

<* Il tutto è un secentismo inintelligibile. [L'annotatore è della metà del se- 
colo passato], 

. « L'anno 1666 le Ceneri furono il di 11 di marzo e la Pasqua il di 25 
aprile, e però fu fatto il Calcio e sono già decorsi anni 139 ». 

Anche il vastissimo Prato di S. Francesco, ribattezzato sotto 
l'Impero Francese col nome di Fòro Bonaparte, fu campo di due 
grandiose rappresentazioni , che vuoisi costassero al Comune la 
bella somma di L. 180,000. Nel luglio del 1789, in occasione 
delle Feste di S. Jacopo patrono della Città, vi si riprodusse La 
battaglia e il trionfo del gran Tamerlano imperator de 1 Tartari sopra 
a Baja^ety nel 1401 imperator 1° di questo nome, e V° dei Turchi, della 



24 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

quale esiste una descrizione stampata da' ff. Bracali, e nel luglio 
del 1791, La liberazione e trionfo di ^espina, argomento tirato dal 
poema II Ricciardetto di Niccolo Forteguerri. 

Quand' ero bambino , oltre a mio padre , vivevano parecchi 
vecchi , che di questi due spettacpli parlavano con grand* entu- 
siasmo, e li reputavano cose maravigliose. C'erano da oltre 600 
tra cavalieri e fanti, carri di guerra, cammelli, muli, salmerie, ac- 
campamento, fortezza presa di assalto, piramidi che scaturivano di 
sotto alla terra all'improvviso et similia. 

Nell'Archivio Comunale forse se ne conserva tutto l'ordina- 
mento, e una copia delle compagnie e de' Capitani 1' avevo tra 
le mie carte, ma l'ho perduta. 

Villa di OKàlcalo 20 giugno 1884. 

G. Nerucci. 



4H 




L'APOLOGO DI MENENIO AGRIPPA 



LE MEMBRA RIBELLATE ALLO STOMACO 



NELLE VARIE REDAZIONI STRANIERE 



L'apologo di Menenio Agrippa secondo Livio *. 

(Traduzione italiana di Jacopo e bLardi). 

el tempo, in cui tutte le membra del corpo umano non erano 
d'accordo, come ora, e che ciascuna di esse aveva il suo parere, 
e medesimamente il parlare separato, tutte le altre parti del corpo 
erano sdegnate, perciocché mercè l'opera e fatica loro si acqui- 
stasse ogni cosa dal ventre, e questo rimanesse nel mezzo ozioso, non facendo 
altro che godere i ministratigli piaceri. Onde congiurarono tutte le membra, 
né vollero più che le mani porgessero il cibo alla bocca, né la bocca lo pigliasse, 
né i denti lo masticassero. E così per cotale ira, mentre che le membra vole- 
vano domare il ventre con la fame, esse e tutto il corpo si condussero ad 
una estrema corruzione, e quindi si conobbe che il ministerio e l'opera del 
ventre non era vana e che quello non era più dalle altre membra nutrito, che 
egli si nutrisse loro, rendendo il cibo digerito in tutte le parti del corpo questo 
sangue maturo, mediante il quale noi viviamo, e spargendolo per tutte le vene. 



* Titi Livn Patavini, Historiarum libri XLV, 'Deca /, lib. 2\ 
%Ar$hivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 



26 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Parafrasi dell'apologo di Menenio Agrippa \ 

li. Tutte queste cose (doni spirituali) opera quell'uno e medesimo Spirito 
distribuendo particolarmente i suoi doni a ciascuno, com* egli vuole. 

12. Perciocché siccome il corpo è un solo corpo, ed ha molte membra, e 
tutte le membra di quel corpo che è un solo, benché sieno molte, sono uno stesso 
corpo, così ancora è Cristo. 

13. Conciossiaché in uno stesso Spirito noi tutti siamo stati battezzati, 
per essere un medesimo corpo, e Giudei e Greci, e servi e franchi; e tutti siamo 
stati abbeverati in un medesimo Spirito. ' 

14. Perciocché ancora il corpo non è un sol membro, ma molti. 

15. Se il pie dice : « Perciocché io non son mano, io non son del corpo » 
non è egli però del corpo ? 

16. E se T orecchio dice : « Perciocché io non son occhio , io non son 
del corpo », non é egli però del corpo ? 

17. Se tutto il corpo fosse occhio, ove sarebbe l'udito? Se tutto fosse 
udito, ove sarebbe Y odorato ? 

18. Ma ora Iddio ha posto ciascun de' membri nel corpo, siccome egli 
ha voluto. 

19. Che se tutte le membra fossero un sol membro, dove sarebbe il corpo ? 

20. Ma ora ben vi son molte membra, ma vi è un sol corpo. 

21. E l'occhio non può dir alla mano. « Io non ho bisogno di te », né 
parimente il capo dire a 1 piedi : « Io non ho bisogno di voi. 

22. Anzi molto più necessarie che V altre son le membra del corpo , che 
pajon essere le più deboli. 

23. E a quelle, che noi stimiamo esser le meno onorevoli del corpo, 
mettiamo attorno più onore, e le parti nostre meno oneste son più onesta- 
mente adorne. 

24. Ma le parti nostre oneste non ne hanno bisogno, anzi Iddio ha tem- 
perato il corpo, dando maggior onore alla parte che ne avea mancamento. 

25. Acciocché non vi sia dissensione nel corpo, anzi le membra abbiano 
tutte una medesima cura 1' una per le altre. 

26. E se pure un membro patisce , tutte le membra compatiscono, e , se 
un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono insieme. 



* San Paolo, Epistole, I a ai Corinti, capo XII, 11-27. Vedi il Nuovo Testa* 
mento del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo tradotto in lingua italiana da 
Giovanni Diodati. Nuova York, Società biblica Americana istituita nel MDCCC- 
XVI, 1875, pag. 285, 2* colonna, e pag. 286, 1' col. 



L APOLOGO DI MENENIO AGRIPPA 27 

27. Or voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte 
sua '. 

Apologo pauranico. 

Contesa fra i sensi e lo spirito vitale o V anima f . • 

I sensi disputavano fra loro, dicendo : « Son io il primo, son io il primo ». 
Essi dissero : « Orsù usciamo da questo corpo; quello che uscendo farà cadere 
il corpo, quello sarà il primo. » Uscì la parola ; 1' uomo non parlava più, ma 
egli mangiava e bevea e vivea sempre ; la vista uscì; l'uomo non vedeva più, 
ma egli mangiava, bevea e vivea sempre; l'udito usci ; V uomo non udiva più, 
ma egli mangiava, bevea e vivea sempre. Il manas (la mente) uscì ; la intel- 
ligenza sonnecchiava nel!' uomo ; ma egli mangiava , bevea e vivea sempre ; 
uscì lo spirito vitale; appena questo si trovò fuori, il corpo cadde, si disfece, 
s* annientò. I sensi disputavano ancora fra loro dicendo : « Son io il primo, 
son io il primo ». « Essi dissero : « Orsù, rientriamo nel nostro corpo; quello 
di noi che , rientrandovi , rialzerà il corpo , quello sarà il primo. » Rientrò la 
parola , il corpo giaceva sempre ; rientrò la vista , il corpo giaceva sempre, 
rientrò Y udito , il corpo giaceva sempre ; rientrò il manas , il corpo giaceva 
sempre; lo spirito vitale rientrò; appena esso fu rientrato, il corpo si rialzò. 

> Apologo egiziano. 

Causa del Ventre e della Testa , dove si pubblicano i discorsi fatti 
alla presenta dei giudici supremi 8 . 

Mentre che il loro presidente vegliava, perchè si smascherasse la menzo- 
gna, il suo occhio non cessava di piagnere. Compiute le cerimonie necessarie 
al Dio, che detesta le scelleratezze, dopoché il Ventre ebbe fatto il suo reclamo, 
la Testa parlò a lungo così : « Sono io la trave maestra di tutta la casa, onde 



* Agnolo Firenzuola, Discorsi degli animali, Milano, Sonzogno 1876, 
pag. 205 : « La repubblica è come un corpo , alla perfezione del quale con- 
corrono diversi membri , i quali diversamente s' adoprano. L' occhio non ode 
e la man non va; così il fornajo non consiglia, né il dottore cuoce il pane, 
ma facendo ognuno V ufficio suo, la repubblica fiorisce e il corpo si preserva. » 

f Angelo De Gubernatis, Ticcola Enciclopedia indiana, Torino, Loescher, 
1867, pag. 123 , col. 2 1 ; vedi pure A. Weber, Indiscbe Studien, 'Bràbmana, e 
Aranyaka. 

8 ^Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, v. II, fase, I, Gennajo- 
Marzo, 1883, Miscellanea, pag. 134. 



28 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

i travicelli si partono e che congiunge i travicelli. Tutte le membra si appog- 
giano a me e sono in allegria. La fronte è gaja; le membra vigorose; il collo 
si tien fermo sotto di me ; V occhio vede lontano ; il naso si dilata e respira; 
l'orecchio si apre e sente; la bocca manda dei suoni e parla ; le due braccia 
sono vigorose, e fanno che V uomo arrivi ad essere rispettato, cammini a fronte 
alta , guardi in viso i grandi come i piccini !... Sono io la loro regina, sono 
io la Testa delle mie compagne , che farò un brutto tiro a chi n' ha parlato 
così; che mi si chiami Testa ! Sono io che faccio vivere ». 

Apologo chineee. 

L'uccello a due teste *. 
(Di quei che perdono due cose alla volta) 

Una volta sul monte Himavat f vi era un uccello per nome Djtvandjtva s . 
Esso aveva un solo corpo e due teste; l'una di queste mangiava conti- 
nuamente frutti squisiti per procurare al suo corpo la sanità eia vigoria. L'altra 
testa ne concepì un sentimento di gelosia e disse fra se stessa : « Perchè mai 
quella testa si pasce costantemente di squisiti frutti , laddove io non ne ho 
mai potuto gustare uno solo ? ». Allora essa incontanente addentò un frutto 
velenoso, lo mangiò, sicché le due teste perirono nello stesso tempo. 



1 Stanislas Iulien, Les Avadanas , contes et apologues traduits du chinois, 
Paris, Benjamin Duprat, 1859, tt. tre, II, pag. 100, n. CV; l'apologo presente 
è tratto dall'opera chinese: Tsao-pao'thsang-King, libro III. 

* Himavat , Himavant , Himalaya significa il nevoso , la sede delle nevi da 
hima freddo, neve, himà, inverno; cfr. il lat. hiems, hibernus. Il vocabolo himà 
neve sembra derivare dalla radice hi, suffisso, ma, radice, che in questa forma- 
zione sembra significare scorrere; riscontra pure col tema sanscr. snu scorrere 
le due voci gotiche e iberniche della neve snaivs e sneachd. Col vocabolo Urna 
sono a compararsi ancora lo slavo lima (lituano liema) inverno, il gr. X* l P<&v, 
Xfttpa inverno, e x«*> v neve, l' ibernico •geimhre, geimbrit, geimhreadb, inverno, 
e gamh y freddo. 

* Tale voce sanscrita (resa in chinese dalla voce Kong-tning-niaó) corri- 
sponde a quella che il medesimo uccello favoloso riceve nel Mahdbhdrata, 
XII, v°. 5 1 58, cioè Djinvadjivaka , benché qui si tratti d' un uccello favoloso; 
però altrove il suo nome s* identifica con quello del fagiano , ed esso è pure 
la denominazione della greca pernice secondo il dizionario sanscrito del Wilson. 
Più appresso nell'analogo apologo del Tantschatantra vedremo questo uccello 
chiamarsi Bhdranda , voce che significando Porta-uova , servirebbe a indicare 
genericamente ogni uccello. 



L APOLOGO DI MENENIO AGR1PPA 29 

Apologo indiano. 
V uccello a due becchi *. 

In un luogo presso il mare abitava un uccello per nome Bhàranda, che 
aveva un solo ventre e due becchi. Mentre svolazzava sulla spiaggia del mare, 
vi trovò un frutto simile all' ambrosia, che i marosi avevano gittato sopra la 
spiaggia. Nel mangiarlo egli disse : « Ah ! io già ho gustato altre volte parec- 
chi frutti simili all'ambrosia, deposti dai cavalloni del mare sul lido; ma il 
sapore di questo è ancor più squisito. Sarebbe esso mai prodotto dall' albero 
del sandalo giallo del paradiso, oppure sarebbe forse qualche altro frutto d'am- 
brosia caduto giù per caso ? La mia lingua prova una vera voluttà ». Mentre 
T un becco parlava così , 1' altro disse : « Ah ! s* è così , dammene un pezzo, 
affinchè la mia lingua pure provi la voluttà stessa ». Il primo becco però sorrise 
e disse : « Noi due non abbiamo che un solo ventre, e rimarremo soddisfatti 
in comune. Laonde a qual prò mangiare separatamente ? Val meglio con questo 
pezzo di frutto compiacere la nostra diletta compagna ». 

Dopo aver così parlato , esso dette il resto del frutto a mangiare alla 
Bhàrandì. Costei, appena lo ebbe gustato , ne rimase oltremodo soddisfatta, e 
si dette agli abbracciamenti , ai baci , ai vezzi , e ad un' infinità di carezze. Il 
secondo becco da quel giorno in poi restò, nella tristezza e nell'afflizione. Un 
bel giorno intanto il secondo becco trovò un frutto d' un albero velenoso. 
Appena 1' ebbe veduto, egli disse : « Ah ! crudele e vile creatura ! Ho trovato, 
senza volerlo, un frutto velenoso, e lo mangerò per causa del tuo disprezzo ». 
Il primo becco rispose : « Sciocco ! Non far questo ; altrimenti entrambi noi 
periremo. Perdona il mio fallo ; io non ti farò più male ». Ma tuttoché par- 
lasse questi così, l'altro si mangiò il frutto velenoso. In breve perirono en- 
trambi 

NOTE COMPARATIVE. 

L* apologo indiano : V uccello a due becchi forma il 4 racconto 
dellibro V. del Tantschatantra, nella traduz. francese del Lancereau, 
e per esso cfr. Wilson , <Analytical Account of the Tancha Tantra, 
illustrateci with occasionai translations, pag. 171, nelle Transactions 
of the Royal <Asiatic Society of Great Britain and Ircland, 1. 1, London, 
1827, pag. 155-200; Tantchatantra , traduz. frane, del Dubois, 



* Tantschatantra^ traduzione tedesca del Ben fé y, t. II, pag. 360. 



30 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

I, pag. 37. Su tale apologo vedi Y Introduzione del Benfey alla 
sua traduzione tedesca, I, § 215, pag. 537-38, e le note del 
t. I alla p$g. 360; vedi pure la nota del Lancereau al detto apologo 
nella traduzione francese sopracitata, e cosi ancora Loiseleur- 
Deslongchamps, Essai sur les fables indiennes et sur leur introductiàn 
en Europe , Paris, Techener, 1838, pag. 45. Cfr. inoltre Robert, 
Essai sur les fabulistes, qui onl précédés La Fontaine et Fables inedites 
des XII 9 y XIII 6 , et XIV* siècles et fables de La Fontaine rapprochées de 
tous les auteurs qui avaient avant lui traiti les tnèmes sujets. Paris 1825, 
2 voi. in-8°,vedi voi. I, pag. 169. Quest'apologo, che si legge pure 
nel Syntipas, manca invece nel Calila e Ditnna, ed è sostituito dalla 
favola: B cacciatore, la gabella, il cinghiale e lo sciacallo. Gli uccelli che 
qui si menzionano appariscono verosimilmente anche nel fhCahàbhà- 
rata y e sembrano aver dato occasione pure a più favole; sono questi 
senza dubbio gli stessi uccelli mitici, che occorrono nel Qatrnjaya 
fyCàhàtmyan e nel Mahàbhàrata, I, vers. 2883 eXII,vers. 3357,5519 
e 6325; essi ricevono talora volti umani, come le arpie, ed hanno 
un canto melodioso come le sirene. Cfr. Weber, Indische Studien III, 
148, particolarmente Abdruck 33, e l'altra opera: Ueber das Qa- 
trunjaya Màhàtmyan, pag. 31. Nel Mabdbhdrata vengono indi- 
cati con un nome che significa terribile. Quanto all' apologo di 
Menenio Agrippa, oltre San Paolo, il La Fontaine nelle sue Fables, 
lib. Ili, n. 2, ne ha fatto una parafrasi dal titolo: Les membres 
et V estomac. Al detto apologo si assomiglia 1* azione drammatica 
dell' antico teatro francese : Debat du Corps et de V Ame, ma molto 
più r altra intitolata : Farce nouvelle de Cinq Sens de /' Homme, 
moraliste et fort joyeuse pour rire et recreative , a sept personnaiges, 
e' est assavoir: L J Hotntne, la Bouche, les DtCains, les leux, 
les Tied^y V Ouye y et le Cui. 4 Imprimé nouvellement à Lyon, 



1 G. G. Alione, poeta astigiano del secolo XV, ne ha fatto un' imitazione 
nella sua commedia intitolata : De V omo e de suoi cinque sentimenti , per la 
quale vedi il voi. 60 della 'Biblioteca rara del Daelli dal titolo : G. G. Alione, 
Commedia e farse carnovalesche nei dialetti astigiano , milanese e francese misti 
con latino barbaro composte sul fine del secolo XV, tre tomi in uno. Milano, 
G. Daelli e C. Editori MVCCCLXV, pag. 15-54. 



l'àPOLOGO DI MENENIO AGR1PPA 31 

en la maison de feu Barnabé Chaussard l'an. M.D.XLV, gotico 8, 
foglietti in-4 oblunghi, con una incisione sul legno (H British 
Museum possiede il solo esemplare conosciuto di questa farsa, 
reimpressa poi nella collezione: Ancien thédtre franfdis; Paris, Jannet, 
t. Ili, pag. 300). Eccone in breve P argomento : V uomo annunzia 
ai cinque sensi, che vuol fare con essi un lieto banchetto. Il 
signor Culo si lagna di restar escluso dall'invito dicendo: 

Et ne seray-ie point du nombre ? 
. Les cinq sens me bouttent en arrière ? 

Esso pretende pure d' esser considerato come sesto senso, 
e resiste a' suoi nemici, che, dopo aver invano dato l'assalto alla 
mensa, sono costretti d'arrendersi a discrezione al medesimo 
L'autore quindi ne conclude: 

Qu' il n* est roys, ducz, comtes, empereurs, 
Marquis, ne chevaliers d' honneurs, 
Fetnme, ne homrae, tant soit-il, nul, 
Qn* ils- ne soyent subjects au cui; 
Comme nous avons cy monstre. 

Un poeta francese, Iean d' Abundance, ha trattato il medesimo 
soggetto in una farsa che ha per titolo : La guerre et le debat entre 
la langue, les mentres et le ventre. Cest assavoir : la langue, les yeux, 
les oreilles, les mains, les pieds quil% ne veuillent plus rien baillier ne 
administrer au ventre. Et cessent chascun de besogner. Lyon, Jacques 
Moderne, s. a in 4, e Paris che% Iean Trapperel, s. a; in 4 a Paris 
en la rue neufue Nostre Dame a lenseigne de Saint Nicolas, s. a in 
4 con figure in legno. Fu anche ristampata a Parigi nella Collection 
de poésieSy romans, etc. cbe% Silvestre libraire. 

La moralità joyeuse du ventre, des jambes, du coeur, et du chef 
(Recueil Techener, t. 4) si assomiglia molto alle due farse pre- 
cedenti, ed ha poi comune colla prima la conclusione: ' 

... Les metnbres divisés 
D'uvee le corps sont rendus inutiles. 

Qui tuttavia si tratta piuttosto d'una parodia, che d'un'imita- 
zione, parodia d'un genere che gli autori di farse non trascura- 
rono punto. 



$1 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI t>OÌ>OLAÌU 

La farsa dà però un carattere lepido all' argomento, che 
la moralità prende sul serio , e questo solo esempio basterebbe 
per ben mostrare la differenza de' due generi a tutti quelli che 
potessero ancora lasciarsi indurre a confonderli fra loro. Quindi 
perchè assai di frequente avevano attinto alla medesima fonte, an- 
ziché per un disegno prestabilito di scambievole imitazione fra 
loro, i vari autori che scriveano per il teatro venivano talora senza 
volerlo ad incontrarsi. 

Affine all'apologo di Menenio Agrippa è pure un'antica fa- 
vola tedesca intitolata: Von der Buchfull, per la quale vedi Er%ahlun- 
gen aus altdeutschen Handschriften gesammdt durch Adelbert von 
Keller ; Stuttgart , Gedruckt auf Kosten des literarischen Vereins 
1855, pag. 586; essa venne citata dal prof. Felice Liebrecht nella 
rivista Germania, tomo I: Beiiràge qir Novellenkunde, pag. 272. 

Un autore portoghese, Sd de Miranda, nei suoi Contos efabulas, 
pag. 39 , a detta di Teofilo Bragat 4 , allude all'apologo di Me- 
nenio Agrippa col verso: A cabe$a os membros manda. Ad esso 
apologo richiama pure una novellina popolare lituana raccolta dal 
prof. Antonio Schiefner e pubblicata nel periodico : Das Insland, 
anno 1862, N. 3 (Vergleichende Mythologie). Ecco V argomento 
della novellina : La volpe viene perseguitata dal cane, ed essa esorta 
tutte le sue membra d' esserle d' ajuto nella fuga, acciocché possa 
giugner essa incolume alla propria tana. Tutte le membra obbe- 
discono a lei, tranne la coda, che rimane sempre attaccata agli 
alberi per trattenere la volpe nella sua fuga. Appena è poi giunta 
la volpe felicemente, malgrado tale ostacolo, alla tana, sgrida le 
singole membra. Ma queste si giustificano, eccetto la coda, che 
invece di scusarsi del proprio fallo, si fa un merito d' averla trat- 
tenuta nella corsa. Allora la volpe incollerita caccia fuori la coda: 
e la dà quindi a divorare al cane, che sta di fuori. Cfr. su questo 
particolare Schleicher, Litauische Màrchen, N. 8; Russwurm, £W3r- 
chen aus Japsala, Reval, 1861, 180 : Die Hase, und die Fuchs, cosi 



* %ivista di letteratura popolare, voi. I, fase. II : Th. Braga, Litteratura 
dos contos populares portugue%es, pag. 125. 



L'APOLOGO Di MENENIO AG1IM>À jj 

pure R. Kòhler, Orimi und Occident, II, pag. 301. Riscontra pari- 
mente il proverbio ossetico : La lepre mette la sua coda, carne testi- 
monio. Benché l'apologo di Menenio Agrippa differisca un poco 
da quello pauranico, dall' altro egiziano, e dai due seguenti cinese 
e indiano, nonché dalle farse e dalla moralità francesi come anche 
dalla novellina popolare lituana, pure in tutti spicca specialmente 
il concetto morale seguente: È necessaria f armonia e la concordia 
neff operare delle diverse parti che costituiscono un corpo sia d'uomo 
di bestia per la conservazione della vita di esso. Siccome poi ogni 
apologo adombra una verità astratta, cosi ne viene la conferma 
di tale precetto in un altro ordine di cose, e nell'applicazione 
dell'insegnamento allegorico se ne ravvisa manifesta l'alta impor- 
tanza. 

Nello scorrere poi questi racconti più diversi in apparenza 
che in sostanza ci si affacciano alla mente spontanei parecchi ana- 
loghi proverbi : Vis unita fortior ; L'union fait la force; Concordia 
res parva crescunt, discordia et maxima dilabuntur. Inoltre siccome 
la irriflessione e la inconsideratezza, piuttostoché la nequizia, sono 
le cause, per cui gli uomini spesso prevaricano, così giova che 
qualche savio con mezzi diretti, o anche meglio indiretti, induca 
inavvertitamente chi abbia fuorviato sul retto calle della virtù, e 
colla pratica applicazione del suo apologo al caso del popolo ro- 
maoo ritirato sul Monte Sacro Menenio Agrippa si propose per 
iscopo il ravvedimento di questo, e 1' esortazione al ritorno del 
medesimo in Roma. Né diversamente fece Farinata degli Ulberti 
per avvalorare il magnanimo discorso tenuto in Empoli ai Ghi- 
bellini su cui sopraintendeva (ivi raccolti per deliberare della de- 
molizione di Firenze) affine di sconsigliarli e dissuaderli dall'im- 
provvido e tristo disegno. Infatti egli propose per testo al suo 
discorso il proverbio ora andato in disuso: Com* asino sape, così 
minuta rape, che significa: Ognuno opera e pensa conforme al 
proprio ingegno , e lo intersecò all' altro proverbio : Fossi capra 
%>ppa, se lupo non la intoppa, il cui senso è il seguente: Ognuno va 
a suo bell'agio finché non incontra un ostacolo, o non lo incalza 
un pericolo. Male, a detta del Giusti, avvisano alcuni, che Fari- 

xArchivio per U tradizioni popolari — Voi. IV. 5 



34 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

nata usava di questi due proverbi per mera formalità; egli stima 
invece che il medesimo con quelli mirasse a pungere acremente 
e alla fiorentina gli altri del congresso per il loro insano propo- 
sito di smantellare Firenze, suggerito ai Ghibellini dal desiderio 
di toglier via in tale guisa il maggiore propugnacolo della parte 
guelfa. Per certo quelli avrebbero vinto il partito se quel magna- 
nimo solo col rischio persino della yita non si fosse alzato a 
combatterli dicendo loro che non sapevano quel che si facessero, 
e che male ad essi ne incoglierebbe. Ognuno scorge qui l'utilità 
della pratica applicazione de' due proverbi fatta da Farinata degli 
Uberti ai Ghibellini suoi, come pure l'applicazione dell'apo- 
logo narrato da Menenio Agrippa al caso del popolo romano 
partito da Roma e ridottosi sul Monte Sacro. E infatti Livio 
racconta che Menenio Agrippa, dopo aver finita V esposizione del 
suo apologo , dall' intrinseca discordia delle membra del corpo 
indi prese occasione per mostrare quanto simile fosse l' ira delia 
plebe contro i padroni, e riuscì perciò a ridurre essa plebe romana 
a più miti sensi verso il senato, poi conchiuse il suo dire col 
mostrare la necessità della concordia della plebe col senato per 
la salvezza di Roma. Il La Fontaine nella citata parafrasi del detto 
apologo, dopo aver esordito col dire che ben guardando sotto 
un certo rispetto il Ventre (che egli con voce greca chiama, 
Messer Gaste^) sia T immagine dell' autorità regale, sicché se ha 
qualche bisogno, tutto il corpo se ne risenta, prende ad esporre 
T apologo, e finitolo fa le seguenti considerazioni morali : « Questo 
può applicarsi all' autorità reale; essa riceve e dà come il ventre, 
tutti lavorano per essa e a sua volta ognuno trae da essa l'ali- 
mento; la medesima fa vivere l'artigiano delle proprie fatiche, 
arricchisce il mercante, stipendia il magistrato, mantiene T agri- 
coltore, paga il soldato, comparte in cento luoghi le supreme 
sue grazie, e da sé solo conserva tutto lo Stato». E qui per 
incidenza parmi conveniente aggiugnere quest'altra considerazione, 
che secondo il noto dettato: Varietas delectat, la varietà essendo 
fonte inesausta del diletto, né dandosi vero bello senza il diletto 
in conformità dell' altro proverbio : Non è bello quel che è bello, 



L'APOLOGO 01 MENENIO AGRIPPA 35 

ma è bello quel che piace; peraltro la perfezione giammai non poten- 
dosi dissociare dal concetto della più rigorosa unità nelT arte 
(rappresentazione del bello, e quindi fonte inesausta del diletto) 
per lo stretto legame di essa all' idea di perfezione , che non si 
può conseguire senza la più rigorosa unità, debbono insieme occor- 
rere conciliate fra loro le due opposte idee di varietà e di unità, 
ed anzi la massima varietà e simultaneamente la massima unità 
possibile, laonde ben si scorge che ancora nel campo dell'arte 
si fa sentire necessaria 1' effettuazione della predetta legge del- 
l' ordine e dell' armonia ; quindi la perfezione dell' arte appunto 
risulta dall'armonico ricomporsi e coordinarsi della varietà all'unità. 
H predetto apologo pertanto ne suggerisce una varietà non solo 
applicabile alla politica, ma eziandio all'arte, come pure ad ogni 
altro ordine di cose, sicché non si possa dare concetto di vita 
fisica, morale, intellettuale, né la vita dell'uomo, né la vita del- 
l'universo senza il concetto dell'armonia, dell'ordine, dell'equili- 
brio di parti, di forze cospiranti ad una suprema unità nel loro 
operare. Anche F apologo del Tbntschatantra scaturisce dal mede- 
simo concetto : la necessità della concordia ; infatti il mago che 
racconta il detto apologo vi premette la seguente sentenza morale : 
Quelli che rum stanno uniti, si perdono come gli uccelli Bbirandas, 
che avevano un solo venir e y due gole distinte, e mangiavano dei frutti 
V uno per V altro. Tant' è vero che tale apologo indiano poggia 
sul medesimo concetto morale di quello del romano di Menenio 
Agrippa, dove terminato il detto apologo, sono enunciate queste 
due altre sentenze analoghe : « Nessuno mangi solo un cibo squi- 
sito, nessuno vegli solo in mezzo a dormenti, nessuno viaggi solo, 
nessuno pensi solo a' suoi propri interessi »; « Anche un meschino 

compagno di viaggio é una causa di felicità » 

Tale ultima sentenza smentisce la comune italiana : « Meglio 
soli, che male accompagnati.» Del resto ciascuno vede chiaro 
come dal concetto della debolezza de' singoli uomini e della insuf- 
ficienza di sopperire a' propri bisogni ne venisse la necessità dello 
scambio di servigi e di ajuti fra essi, e da tale causa sorgesse appunto 
la società» in cui ad ogni uomo é affidato un compito, un ufficio 



}6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

particolare. Del che ricordevole Franco Sacchetti nella 123* sua 
novella induce (mentre siede a mensa col padre, colla matrigna, 
colle sorelle e col curato) il giovane protagonista di essa, invi- 
tatone dal padre, a tagliare un cappone secondo grammatica dan- 
done la cresta, cioè la cherica del cappone, al prete, qual padre 
(capo) spirituale, che porta la cherica, il capo al padre, perchè 
capo della famiglia, le gambe coi piedi alla matrigna, perchè le 
spettava far la masserizia di casa, e andar su e giù, al che occor- 
revano appunto le gambe, e le ali alle sorelle, che avevano presto 
ad uscir di casa, e volar fuori. Tutto il resto del cappone il gio- 
vane se lo tiene per sé, poi dicendo che nella sua qualità di corpo 
morto, per propria parte, si toglieva quel corpo morto. La stessa 
divisione razionale del corpo del pollo , oltreché in molte altre 
novelline popolari italiane e straniere, occorre fn Hermann Knust 
Italienische Màrchen Qahrbuch fiir romanische uni englische Litera- 
tur , t. Vili, n. I: Der Konigssohn uni Tìauerntochter ; in questa 
l'eroina del conto, V accorta figlia del campagnuolo, viene a tagliare 
nello stesso modo il pollo e dà il capo al padre, il corpo alla 
madre, e si prende per sé le gambe e le ali. 

Oltre questo concetto più generico dell' ordine , dell' essen- 
ziale armonia delle parti col tutto , cui spettano , ne spicca un 
altro in alcuni di questi racconti, cioè la necessaria preminenza 
d'una sulle restanti parti del corpo, cioè di quella, senza cui 
non vivrebbe il corpo medesimo , come l' anima nell' apologo 
indiano , in cui mercè una doppia prova i vari sensi del corpo 
$' avvedono che, senza quel principio vitale, il corpo dell'uomo 
ancor fornito di essi giacerebbe freddo cadavere, senzachè peraltro 
i sensi pure , sebbene soltanto suoi strumenti , come tali siano 
eziandio necessari all' anima, la quale priva di essi non potrebbe 
agire. Nell'apologo egiziano è anco questione della preminenza della 
testa sulle altre membra secondo l'opinione che pretende sia il 
cervello la sede dell' anima , (conforme alle sue parole : « Sono 
io che faccio vivere ») e per il suo collocamento sulle restanti parti 
del corpo, essendo logico e naturale il passaggio dall'idea della 
preminenza nell' ordine sensibile all' idea della preminenza nell' or- 
dine intelligibile e morale. 



L APOLOGO DI MENENIO AGRIPPA 37 

Nella farsa francese non si tratta più della preminenza d'un 
membro, o d' un senso del corpo sugli altri, ma della necessità 
d' una parte pure del corpo men nobile, è vero, ma senza la quale 
il corpo stesso non potrebbe vivere, * benché naturalmente non 
si possa neppure ammettere, o se mai solo per ischerzo, l'ag- 
giunta d' un sesto senso ai cinque già esistenti, come esagerando 
pretenderebbe la parte posteriore del corpo coi cinque sensi per- 
sonificata e indotta dall'autore a parlare e ad esporre quindi le 
sue ragioni. Però, comunque si tratti, o della preminenza d'una 
parte più nobile del corpo sulle altre, ovvero della necessità d' una 
parte ignobile, per ciò stesso creduta inutile, non ne viene escluso 
il concetto dell' ordine , dell' armonia , dell' equilibrio delle varie 
membra, o de' varii sensi del corpo, senza la quale armonia noi 
dicemmo non potersi dare vita alcuna. Neil' apologo egiziano 
frammentario (che il signor Maspero trasse da un papiro del Museo 
di Torino, la cui scrittura parrebbe doversi riportare ai tempi della 
XX dinastia egizia e sul quale fece comunicare una nota all' Ac- 
cademia d' Iscrizione e Belle-lettere di Parigi nella seduta del 5 
gennajo 1883) Gaston Paris, secondò il signor I. Havet nella Re- 
vue critique tfbistoire et lillirature del 15 gennajo, vede un dibat- 
timento , genere di composizione letteraria , del quale si hanno 
vari esempi nelle letterature orientali (a cui pure appartiene l'a- 
pologo pauranico riportato sopra) genere che fu molto in voga 
nel Medio Evo in Francia , come ce ne fanno fede le farse ci- 
tate dell' antico teatro francese. L' apologo di Menenio Agrippa 
si assomiglia più all' apologo egizio , benché in questo si tratti 
del contrasto della sola testa e del ventre, mentre in quello della 
contesa di tutte le membra del corpo; nell'uno però tutte le mem- 
bra dopo aver invano tentato di ribellarsi al ventre debbono ce- 
dergli , laddove nell' altro il ventre debbe sottostare alla testa, 
Neil' apologo pauranico e nella prima farsa francese , che in ciò 
molto si assomigliano, la contesa non è più fra le membra , ma 



1 Tale concetto viene anco espresso nella parafrasi dell'apologo fatta da 
San Paolo. 



38 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

fra i sensi del corpo; sopra ne abbiamo indicato lo scopo. Al 
contrario neir apologo chinese e nell' indiano il contrasto ha luogo 
fra due becchi, onde i due mitici uccelli sono provveduti; se poi 
tali uccelli, come ne avverte il Benfey, hanno un aspetto umano, 
come le arpie, e un canto seducente come quello delle sirene, 
la differenza coli' apologo di Menenio Agrippa evidentemente va 
scemando, e quando pur essa restasse, non v'ha dubbio che sarebbe, 
come sopra si è detto, più formale che sostanziale. E invero nell* a- 
pologo romano la tenzone avviene fra tutte le membra del corpo 
umano e il ventre, mentre nell' apologo cinese e nell' indiano solo 
fra i due becchi , le due membra del corpo dell' uccello mitico; 
né ciò reca maraviglia, poiché anche nell' apologo egizio si è veduto 
accadere tale contesa unicamente fra la testa e il ventre. Del resto 
se la contesa fra le varie membra del corpo ed il ventre nell* a- 
pologo di Menenio Agrippa deriva dalla gelosia di quelle per 
questo, che credono inerte ed ozioso godere delie loro fatiche, 
nell' apologo chinese ed indiano nasce la tenzone fra i due becchi 
dall' invidia che 1' uno di essi prova al veder l' altro gustare squi- 
site frutta, e al non poterne aver un boccone; un' altra somiglianza 
fra i tre apologhi si ravvisa in questo: che nel romano le membra 
dimentiche di appartenere ad uno stesso corpo credendo coli' a- 
stenersi dal porgere il cibo al ventre di domarlo colla fame, fini- 
scono per condurre sé stesse con quello, cioè l' intiero corpo, alla 
morte ed alla dissoluzione , e cosi pure nei due apologhi chinese 
e indiano un becco (sordo alle suggestioni savie dell'altro, il quale 
ne lo sconsiglia), dimentico pure di appartenere con quello al me- 
desimo corpo, crede nel gustare un frutto velenoso di nuocere sol- 
tanto all' altro becco, ma nuoce pure a sé, cagionando la morte 
all' intiero corpo dell' uccello. Neil' apologo pauranico la prova 
per conoscere la preminenza dell' anima sui cinque sensi del corpo 
e sul manas é duplice, sicché non termina l' apologo colla morte 
del corpo, come nei tre precedenti, ma colla vita novella del me- 
desimo , allorché dopo i cinque sensi e il manas anche 1' anima 
è rientrata nel corpo e gli ha ridonata 1' esistenza. L' apologo 
egizio poi differisce dai sopradetti in questo che avendo carattere più 



L'APOLOGO DI MENENIO AGRIPPA J9 

descrittivo (dell' influenza della testa sulle altre membra) che nar- 
rativo non implica la, ribellione delle membra contendenti, e quindi 
la morte del corpo, legittima conseguenza di questo fatto. Nella 
prima farsa francese la tenzone fra i vari sensi e la parte posteriore 
dell'uomo è cagionata dal fatto che questa vede l'uomo invitare 
i vari sensi del suo corpo al lieto banchetto per tripudiare con 
lei, e si trova sòia esclusa dal medesimo, quindi le sue querimo- 
nie giuste, che però, come vedemmo, la muovono a trasmodare 
nelle sue pretese, allorché presume di aspirare al grado di sesto 
senso. Ma la prova che gli altri sensi fanno a mensa di tener- 
nelo escluso, riesce favorevole alla detta parte posteriore, e serve 
implicitamente a rilevare la necessità del suo uso, benché questa 
prova non conduca come negli apologhi precedenti alla morte e 
alla dissoluzione il corpo stesso. Dal che si deduce per legittima 
conseguenza come anche le ultime e ignobili parti del corpo stiano 
in esso per qualche funzione speciale e pur servano sempre a 
qualche cosa. Nella novellina popolare lituana sopra citata non 
vi è traccia di contesa fra le membra del corpo delia volpe, ma 
vi si riscontra invece l'obbedienza di queste all'esortazione della 
volpe di ajutarla tutte nella fuga, acciocché possa la medesima 
sottrarsi al cane che la insegue e pervenire felicemente alla propria 
tana. La sola coda le disubbidisce, e giunta la volpe a casa, men- 
tre costei sgrida le singole membra, che si giustificano tutte, la coda, 
sebbene colpevole , invece di scusarsi del fallo d' essersi sempre 
attaccata agli alberi per trattenere la volpe nella sua fusa, se ne 
fa invece un merito, e la volpe sdegnata del suo sconveniente 
procedere caccia fuori essa coda e la dà quindi a divorare al cane, 
che sta di fuori. In questa novellina invece di perire l'intiero 
corpo colle membra ribelli, come si è visto negli apologhi pre- 
cedenti, viene sacrificato il membro solo ribelle, il quale cosi 
paga il fio della sua ribellione e disobbedienza. L'illustre orien- 
talista Alberto Weber nella sua opera sopra citata: Indische Stu- 
diai, III, 369: Ueber dm Insammenhang indischer Fabeln mit griecbi- 
scben seguendo la natura delle indagini da lui fatte, è indotto a 
credere che gli apologhi greco-romani si trapiantassero nel!' In- 



40 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

dia e vi subissero quelle alterazioni che tuttora ci presentano. 
Ma egli non osa neppure crederli originali e quindi come già dai 
Semiti riconobbe la derivazione degli alfabeti, dei segni dello zo- 
diaco , e delle lunazioni , dà parimente il vanto dell' invenzione 
delle favole ad essi, od agli Egizi loro prossimi abitatori. Final- 
mente lascia del paro supporre che egli ammetta la spontanea 
produzione delle medesime favole presso vari popoli e adduce in 
testimonio la singolare corrispondenza dell' apologo delle membra 
ribellate allo stomaco con alcuni altri apologhi somiglianti che oc- 
corrono tra gl'Indiani Brahmani ed Aranyàki. Io però pensando 
al gran numero di novelle e favole indubbiamente a noi venute 
dall'India, colla propagazione succeduta in Europa del Tantscba- 
tantra, mercè le differenti versioni e compilazioni fattene in vari 
tempi, ignoro la ragione, per cui riconoscendo un' origine indiana 
in altri racconti e apologhi, non la si debba parimente ravvisare 
nell' apologo di Menenio Agrippa, ammettendo pure che trapian- 
tato in Europa vi abbia subito quelle modificazioni notevoli, (che 
ora presenta, e che fa dissomigliare non poco le diverse lezioni 
occidentali dalle orientali) conforme alla natura del paese, in cui 
venne importato, alla coltura, alla civiltà e al carattere diverso 
del popolo, tra cui passò V apologo stesso. Del resto se le favole 
di Fedro e d' Esopo non sono altro che quelle indiane di Bidpai 
e Lokman trapiantate in Europa, mi sembra che il signor Vagener, 
professore all' Università di Gand, nell' opera: Essai sur Ics rapports 
qui existent mire les apologues de l'Inde el les apologues de la Grece, 
abbia piena ragione di opinare che gli apologhi greco-romani 
provengano da fonte indiana, e quindi anche quello di Menenio 
Agrippa, ma forse per ragioni diverse da quelle un po' troppo deboli 
eh' egli adduce e che giustamente il De Gubernatis ribatte e 
infirma \ 

Stanislao Prato. 



* Letteratura indiana (Manuali Hoepli), Milano 1883, appendice III pa- 
gine 123-25. 



'f fo 1 TT J * CT 1 ^ 



USI E PREGIUDIZI 
DE' CONTADINI DELLA ROMAGNA * 



TITOLO Vili. 
DEI PREGIUDIZJ SULLA ECONOMIA DOMESTICA. 

CAPITOLO I. 
Delle formiche. 




el primo giorno di Maggio sogliono mettere 
al tetto della casa molti rami di bidollo con le 
foglie per preservare, dicono essi, le loro case 
dalle formiche; e chiamano la majèa ossia il majo. 

2. Facendosi vedere le biscie, costumano di porre le treccie 
d'aglio, dopo di averlo piantato, nelle stalle delle bestie, perchè 
non entrino nelle medesime: come pure di abbruciare delle scarpe 
vecchie, onde non entrino nelle case; e ciò per lo più si fa nel 
giorno di S. Paolo de' segni , ossia nel di della di lui Conver- 
sione. ' 



* Continuazione. Vedi A rchivio, voi. Ili, pag. 477. 
*.4r$hivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 



4* ARCHIVIO PER LK TRADIZIONI POPOLARI 

CAPITOLO II. 
Dei tarli. 

3. Molti raccolgono le bacchette usate negli Uffizj della set- 
timana santa , e con queste si battono i panni ; non essendo, in 
forza di queste bacchette, giusta il loro opinare, danneggiati dai 
tarli. 

4. Alla rugiada di S. Gio: Battista dassi la virtù di purgare 
i panni, e di preservarli dalle tignole, e tarli. 

5. Le donne non intraprendono lavori nuovi nel giorno di 
venerdì, non che negli altri giorni nei quali v'entra la lettera R.; 
cioè martedì, mercoldl, venerdì; perchè avranno esito cattivo: non 
si taglieranno teli, camicie, giacché sarebbe il tutto mal tessuto, 
e mal lavorato, e corroso dai tarli; e le tele, e camicie arreche- 
rebbero pizzicore alle carni , producendo ancora animali molesti 
alla quiete umana. 

6. Resta la vendemmia accompagnata dal pregiudizio di cre- 
dere, che quando bolle l'uva nel tino, se si fa il bucato, vengano 
macchiati tutti li panni; perciò in tal tempo si astengono dal farlo. 
Hanno il pregiudizio di non fare mai il bucato in tempo di luna 
piena, perchè dicono, che viene tutto macchiato. 

CAPITOLO III. 

De' latticinj, e uova. 

7. Mettono alcune contadine una lumaca sotto Tasse, dove 
conservasi il formaggio; dicono esse, che cosi non alza, e non 
si gonfia. 

8. Sogliono pure mettere qualche foglia di ortica nel vaso 
dove cola il latte, onde in virtù di tale infusione il formaggio, 
che se ne fa, non gonfj. 

9. Le donne costumano raccogliere, e mettere da parte tutte 



,e ««va della Iuna di Agosto e di „ , 43 

— * * -■ - teng rviwLt^° mes€suua ^- 

CAPITOLO IV. 
Dei bachi da seta. 

po-xt^LTin d 't ? ~- «-"»-- * 

«•' <» -Afe. quantità d - t^ , l r*;. °°; *»o prodotta , a 
«ndo, credono, che vadano a^, e e ***" * m ° ro ' * «* fa- 
ti- Raccolgono il seme dell, ■ i "^ ^ raccoha * ««a- 
* -edono, che qoeJ JT^ £" ■* ?* * S ' G °^ 

I2 - Nel giorno dell' A CCUbuono P« i bachi. 
"* * «*? intend^^ ^ * — - r^. 
*»*" alia benedinne de, W J?T h ** tu «* * tali 

* ore per la prosperità dei bachi. 

CAPITOLO V. 

*»** covatura dei pollami. 

x 3- Fanno covare )* *~~ l- 

P°Te i- p^ jj f U P™"> «7». «corro.» solledTa 
« ** «dM < blT^.' ,,d0 ' Creda " , ° « * * Presse 

Credono di avere P a- r. 
f «»»ine a loro fràaj? $ * "«« I* ~*j. o più 
ottenere l'intento. ^ < » uale maniera usano per 

«no ^uthuT^o^?^ Pr€nd ° no ^ Paglia per poria 
binando, che nascano^ 1? C ° Van °' ** letto de ' ««*i; 
-* ^ne pe^: «J j£ P-deodo,a da! l«to' 

«wdbV^s r P e^nt pukìni £um ° «^ ie 8^*«* 

» -mono prima , c ^ teno "L"* 5 ^ ^ * ^ mMch *- 
«ova in $«,0 ad un uomo, e poi si pongono 



44 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

sotto la chioccia nel venerdì santo; e se vogliono aversi più maschj 
che femmine, pongono giù le uova a tre a tre, dicendo : 

In virtò dia nostra vsena 
Du gallety e una gallena ; 

cioè : 

In virtù della vicina. 
Due galletti, e una gallina. 

E quando si vogliono più femmine che maschj , nel metter 
giù a tre a tre le uova dicono : 

In virtù de nostr* ar^dor 
'Do gallen, ed un cantor ; 

cioè : 

In virtù del reggitore 
Due galline, ed un cantore. 

14. Usano pure di dire sopra le uova da covare: 

In virtò de nosf patron 
I nasrà toh pullester f e un gallion ; 

vale a dire : 

In virtude del nome del padrone 
Verran tutte pollastre, ed un gallione. 

15. Si guardano dal principiare la covatura nel giorno di 
martedì sulla persuasiva, che li pulcini nascano storpj; all'opposto 
credono, che principiata nel venerdì nascano senza fiele. 

16. Quando" mettono le donne sotto alla gallina le uova, 
sogliono alcune porsi il cappello in testa credendo, che nascano 
colla cosi detta lappola sul capo : poscia si mettono gli stivali 
per avere i galli colla penna sino ai piedi, chiamati galli stivaloni. 

17. Se una contadina ha da' suoi padroni una gallina, o tac- 
china da portarsi a casa per far covare, si guarda di non attra- 



USI £ PREGIUDIZJ DB' CONTADINI DELLA ROMAGNA 4* 

versare fiumi, canali, e simili ove corra l'acqua, sulla ridicolissima 
persuasiva, che ciò facendosi, tanto la tacchina che la gallina non 
covino altrimenti. 

CAPITOLO VI. 

Della nascita de* pulcini, 
ed usi relativi. 

18. Nati li pulcini e resi grandicelli, la reggitrice sceglie 
quelli, che furono covati nel cappello del marito, e li piglia per 
la coda dicendo: 

Se tsi una pullastrena 
Scossa la cuda^ena : 
Se tsi un galladen 
Grattai e cula\en. % 

Traduzione. 

Se una pollastra sei 
Muover la coda dei; 
E il cui gratta un tantino 
Se sei un gallettino. 

19. Allevati li pulcini, quando la donnola li mangia, o minaccia 
di mangiarli, la reggitrice alla mezzora di notte prende due ferri, 
e battendoli insieme, andando al confine della vicina dice li seguenti 
versi : 

Dondilena, dondilena 
Va a cà dalla tu vsena; 
Va a magnèa la su pisena. 
'Dondilena va in te bus, 
Cat darò la rocca, e fus, 
E la rocca da file a y 
La pisena lasla stia. 

Traduzione. 

Donnola, donnola Mangia, s*e aggradati, 

Così ferina, La sua pulcina, 

Dalla vicina La mia tapina 

Piacciati andar. Non la toccar : 



46 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

La mia pulcina Nel buco picciolo 

Deh! lascia sur. Ritorna ornai, 

Fuso, e conocchia Conocchia aurai 

Saranne il dono, Onde filar: 
Ed altro sono La mia pulcina 

Pronta a te dar. Deh ! lascia star. 

20: Ad effetto poi di eludere la donnola costuma la reggi- 
trice di portare li gusci delle uova, da cui sono nati li pulcini, 
più presto che sia possibile alla casa delli vicini: credendo di 
persuadere la donnola, che si trovino i polli ove sono i gusci; 
allontanandola in tal modo dalla propria casa, ove realmente esi- 
stono li detti pólli. 

21. Castrano i polli, dando ad essi a bevere 1' acqua ove 
hanno posto i loro genitali, e profferendo il seguente motto. 

Bev l' acqua de tu cui, 
St vi la vojp 
Corr alla cori : 
St vi la pujana 
Cor alla capana; 
St vi e fajchett 
Cor sott e capannett. 

Traduzione. 

Del tuo culo l'acqua bevi : 
Vedi volpe? allor tu devi 
Tosto all' aja ritornare, 
Per poterti ivi salvare. 
Se tu vedi la pujanna 
Corri tosto alla capanna ; 
E se vedi il rio falchetto 
Corri presto al capannetto. 

22. Affine li polli non vadano a mangiare Y uva sulle viti, 
si fanno solleciti li contadini di raccogliere 1' uva cosi detta di 
S. Giovanni nella notte di sua festività, e la danno a mangiare 
ai detti polli sulla persuasiva, che rispettino le altre uve. 



USI E PREGIUDIZJ DE CONTADINI DELLA ROMAGNA 47 

TITOLO IX. 

DEI MALEFIZJ 



CAPITOLO I. 
Delle streghe. 

1. Se mai fuvvi titolo nella presente Operetta, che interessare 
potesse la curiosità di chi legge , questo si è certamente ; che 
facendo conoscere quanto li contadini siano propensi a credere 
nelle fatucchiere, presenta del pari le superstizioni le più ridicole, 
che tramandate dai loro avi, i troppo creduli villani non man- 
cano di usare all'uopo colla massima riflessione, ed accuratezza; 
oggetto per essi il più impegnante, e per P uomo spregiudicato 
di risa, o di commiserazione; e cominciando dalle streghe è d'uopo 
ricorrere alla troppo nota festività di S. Gio. Battista. 

2. Ab immemorabili credono li contadini, che nella notte del- 
l' accennata festa le streghe si facciano vedere ne* crociari delle 
strade detti quadrivj, vale a dire in quel punto, che forma centro 
a quattro diverse strade : perciò ivi si portano , ed appoggiano 
sotto il mento nel collo una forca, e stanno in quel luogo, ed 
attitudine quasi tutta la notte ; ed asseriscono , che veggono le 
streghe, le quali passando, dicono le seguenti parole : 

'Ben stoga V inforcbèa ; 

vale a dire : 
Bene stia V inforcato ; 
Quello cioè, che stassi sulla detta forca appoggiato. 
E P uomo risponde : 
'Ben vega a c y ha cT andèa ; 
che equivale a 
Ben vada chi ha d' andare, o viaggiare; cioè la strega. 



48 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Ecco d'onde deriva tale pregiudizio. Affermano essi quale 
fatto antichissimo di storia rustica, che amoreggiando una volta 
un giovine con una ragazza gli fu supposto, che dessa fosse una 
strega. Volendo chiarirsi del fatto esegui l'insegnatagli operazione, 
• che è la già esposta; e mentre stava in aspettazione colla mas- 
sima ansietà di scorgere le streghe, ed in un con esse se vi fosse 
la sua bella , ecco vede da lungi una folta schiera di streghe a 
cavallo di negre pecore, precedute dalla di lui stessa amante, la 
quale giunta alla di lui vicinanza , anzi nel passargli d' appresso 
disse : 

lieti stasi a V in f or chèa. 

i 

In mezzo all'affanno, ed allo stupore appena potè il giovine 
a voce rauca, e fioca rispondere : 

'Ben vfga e ha d' andéa : 

Adirata P amante in allora replicò : 

Trema d' dtnan tam le da paghèa, 
Cioè prima di domani me I' hai da pagare. 

Atterrito il giovine, e spaventato si diede alla fuga, non essen- 
dosene più avuta notizia alcuna. 

3. È da notarsi essere voce comune nelle ville proferirsi altri 
motti, ed altre parole in proposito; ma forse per non essere per- 
messo il sentirle pubblicamente non si sono potute rintracciare 
a fronte delle più diligenti indagini. 

4. Presso alcune ville si crede ancora, che le streghe nella 
notte di S. Simone in Novembre tengano dieta, o consiglio sotto 
la noce di Benevento. 

5. In varie ville è proibito sortire di casa nella detta notte 
di S. Giovanni Battista, e molto meno passare sui quadrivj; poiché 
disturbandosi il consiglio delle streghe si corre a pericolo di essere 
tocchi colP uva > eh' esse hanno raccolta nei boschi a far malie. 



USI E PREGIUDIZI DE* CONTADINI DELLA ROMAGNA 49 

CAPITOLO n. 

De 1 mezzi, di cui si servono li contadini 
per conoscere le streghe. 

6. Oltre l'accennato modo della forca tenuto sotto il mento 
ne* quadrivj nella notte di S. Gio : Battista per conoscere le streghe, 
altri ve ne sono, cioè : * 

i. Sospettando di un'ammaliatrice, al venire di qualche 
vecchia attraversano la porta della casa con una scopa : se la 
donna non è strega, vi passa sopra cavalcandola ; e se è tale, la 
leva prima di passarla. 

2. Avendo sospetto su qualche donna, usano di porvi di 
nascosto un grano di sale sulla coppa; poiché dicono, che se è 
strega non può a meno di non urinare copiosamente. 

3. Se un bambino, od adulto, o qualcuno della famiglia 
si ammala , e si teme di qualche malia , fanno a notte avanzata 
bollire in un caldajo le fasce, le pezze, la camicia, il vestito, e le 
coperte; e gorgogliando l'acqua vi frugano dentro con un for- 
cone, e giurano, che Tammaliatore deve comparire infallibilmente. 

4. Per conoscere se in Chiesa vi sia una strega, dalli con- 
tadini si pone nella pila dell' acqua santa una moneta coniata 
nell' anno del Giubileo , o la testa di un gatto sulla porta della 
Chiesa; ed in allora la strega si mette a borbottare, né può sortire 
finché non vengano tolti gli ostacoli. 

5. Dicono inoltre, che per far trattenere in Chiesa una 
strega, d'onde non può sortire cogli altri, senza che vadi il prete 
a liberarla, basta spargere sulla sua testa del miglio nell'atto che 
il Sacerdote , nel tempo in cui celebra la Santa Messa, fa 1' ele- 
vazione dell'Ostia consacrata. 

6. Finalmente per conoscere , se vi siano streghe in una % 
Chiesa, usano di gettare un freno da cavallo da una all'altra estre- 
mità del tetto della Chiesa ; e nel caso se ne ritrovino , queste 
allora non possono più sortire. 

xArchivio per le tradizioni popolari— Voi. IV. 7 



50 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

CAPITOLO III. 

Della così detta pedga tajèa, e modo 
di guarirla. 

7. Queir antica opinione di rinvenirsi ammaliatori, ed amma- 
liatrici arbitri della salute, e vita de' proprj simili cotanto è invalsa 
ne' contadini, che in qugsi tutti li casi di malattie suppongono 
tali malie. Siccome però la stregheria la più comune credesi quella 
della cosi detta pedga tajèa, così è d'uopo spiegare in quale maniera 
opinano li contadini si formi la detta fattucchieria, ed il modo, 
con cui si crede di guarirla. 

8. Per fare una malia credono costoro , che 1' ammaliatore 
venga dietro a quello, che vuole ammaliare, quando va per istrada; 
che levi tanta terra dal suolo, quanto porta l'orma fatta col suo 
piede : quale terra si ripone in un sacchetto , e si colloca sotto 
il cammino , o sotto ad un trave della casa dell' ammaliatore, e 
tosto l'ammaliato decade, e si ammala. 

9. A guarire dalla pedga tajèa si chiama uno , che abbia la 
virtù (cioè il nato colla camicia della Madonna, od il figlio ma- 
schio nato il settimo dalla medesima madre) : questi per tre mattine 
consecutive misura 1' ammaliato, che dev' essere digiuno, con un 
filo di lana, il quale avendo naturalmente una maggior elasticità, 
si allunga più o meno, a seconda del volere di chi misura, per 
il lungo, e per il largo; indi gli fa mettere il piede o nella cenere, 
o nella sabbia, e quella che resta sotto la pianta del piede la 

^accoglie, e messa in una pezzuola la deve gettare nel fiume, e 
poi fuggire : se sente il rimbombo dell' acqua, 1' ammaliato non 
risana, e non sentendolo, rimane guarito. 

10. Riesce però frustraneo ogni rimedio, se l'empietà dell'am- 
maliatore giunse a gettare sul fuoco il riferito sacchetto con la 
ripostavi terra, poiché in allora reputano inevitabile la mone del- 
l' infelice stregato. 



USI E PREGIUDIZJ DE* CONTADINI DELLA ROMAGNA $ I 

CAPITOLO IV. 

Dell'orma tagliata, ossia coltorto, o torcicollo, 
e del modo di guarirlo. 

li. Presso alcune ville evvi una malia, chiama orma tagliata, 
ed altrimentri detta da altri coltorto, o torcicollo: restringendosi 
tale malia soltanto al collo, e nel guarirla diversificando dal modo, 
che si usa nella pedga tajia, sarà bene l'accennarlo. 

12. Tra gli usi superstiziosi evvi quello di credere, che qual- 
cuno fra di loro abbia il potere di guarire la detta malia. Il modo, 
con cui si fa credere la guarigione, consiste in alcuni segni, che 
si fanno sopra la mano, ed anche sopra le altre parti offese da 
qualche contorsione, che sia succeduta anche nelle mani, e piedi. 

13. Di questo uso antichissimo ne fa menzione Alberto Lucio 
nel suo Libro Dei mirabili arcani della natura; anzi quest'Autore 
ritiene, che tali segni partoriscano V effetto desiderato, cosi espri- 
mendosi : 

14. Tour guèrir Venirne du pied, il faut entreprendre cette gue- 
rison le plustót que l'on peut, et ne pas donner le temps à V inflammation; 
et Y eniorse seri subitement gutrle. Celui qui fait Yopbraiion, doit de- 
chausser son pied gauche, e s'en servir pour toucher troisfois le pied ma- 
lode, en formant des signes de la croix avec ce mime pied gauche, en 
prononfant les paroles suivantes. A la primiere fois il dirà ante, <$► à 
la seconde fois àntete , +£► a la troisibme fois super àntete , <$►. Le 
pied malade doit lire touch è au desus de Yentorse, et on s'en sert aussi 
bien pour guerir les chevaux, que pour guerir les hommes. 

Traduzione. 

Per guarire la storta del piede bisogna intraprenderne la 
guarigione più presto che si può, e non dar tempo alla infiam- 
mazione ; e la storta sarà subito guarita. Colui , che fa Y opera- 
sione, deva scalzarsi il piede manco, e servirsene per toccar tre 



52 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

volte il piede infermo , formando dei segni di croce con questo 
medesimo piede manco, e pronunciando le parole seguenti. La 
prima volta dirà ante; +£► la seconda volta àntete; ^ e la terza 
super àntete *$*. Il piede infermo dev' essere toccato al dissopra della 
storta; e questo rimedio serve tanto per guarire i cavalli, che 
gli uomini. 

CAPITOLO V. 

Di altre malìe, e de' modi di guarirle, 
e d' andarne esente. 

15. Ammettendo i contadini altre malie, e col presentare 
pomi, od altri commestibili alla persona, che vogliono stregare, 
o col frapporre ossa, capegli, o penna nel capezzale, o stramazzo, 
o col fare mal occhio tanto agli adulti, quanto alli bambini, e 
perciò usano li seguenti rimedj. 

1. Ripetuta la bollitura de' panni, ed altro accennato nel 
presente Titolo al Cap. IL § 3., si ritiene, che comparso 1' am- 

' maliatore guarisca l'ammaliato senza essere veduto. 

2. Scuciscono il grembiale, ed il materasso del letto, ove 
giace T infermo , ricercando diligentemente fra la lana , se vi si 
rinvenga qualche porzione di osso, capegli, e penna insieme colle- 
gati; il che rinvenendo ritengono per certa la malia fatta e tosto 
levano tutto ciò che hanno ritrovato , 1' abbruciano istantanea- 
mente, credendo con ciò guarito Y ammaliato. 

3. Fanno segnare un figlio, che credono stregato con un 
anello di chi è madre di dodici figli. 

4. Avendo sospetto, che un fanciullo sia stato maleficiato, 
si fa bollire in acqua erba della Madonna, e si lava; e se l'acqua 
fa de' strati, ossiano sfilacci, si confermano nell'opinione del ma- 
leficio seguito, e con tale lavanda si guarisce. 

5. Il rimedio per mal d'occhio per gli adulti, specialmente 
prodotto da malia, si è, prendere una pianta di THantindomina 
(ch'è il Verbascus mas), e per tre mattine l' infermo ci deve pisciar 
sopra: se la pianta si secca guarisce, e se non si secca, va a 
morire. 



USI E MUEGIimiZJ DE* CONTADINI DELLA ROMAGNA 53 

6. Se poi il male ha attaccato il bambino, se gli fa una 
lavanda coli' erba ddY Invidia cotta nel vino, che è di tre sorte; 
ma bisogna conoscerla, e questa guarisce li bambini. 

16. La detta triplice erba dell' invidia chiamasi una harielka 
officinale, l'altra Syderitis Haradea, e la terza è una specie d'Ara* 
galis; le quali tutte e tre si fanno bollire nel vino. 

17. Affine poi di rendere esenti da malie i loro figli hanno 
un rimedio, che lo apprezzano moltissimo. 

18. Usano li genitori di coprire il fuoco sotto le ceneri, e 
spargervi sopra l'urina; e con ciò ritengono certa la bramata 
esenzione da stregherie. 

19. Altra esenzione ripetono dal possedere una noce con 
tre cosi detti cantoni, o angoli; cosicché se un contadino trova 
tale noce, tosto la porge alla reggitrice di casa; credendo con ciò 
di preservare l'intera famiglia dalle stregherie. 

CAPITOLO VI. 

Delle malie degli animali bovini, pecorini, 
e suini. 

20. Formando un oggetto di sommo rilievo tanto per i con- 
tadini, che per i padroni il bestiame, si crede marcare i mezzi 
onde guarirlo. 

1. Ammalandosi un bue, od altra bestia, e temendo di 
malia prendono le funi, copertine, ed altro, che le apparteneva; 
si pongono in un caldajo, eseguendosi quanto si è detto nel pre- 
sente Titolo, Gip. IL § 6. art. 3. 

2. Per i bovini si usa la lavanda parimenti dell'erba dell'in- 
vidia accennata nell'antecedente Gap. V. § 15. 16. art. 6. 

3. Accadendo si ammali un majale, tosto si crede gli sia 
stata fatta una malia; e perciò per guarirlo gli si taglia un piccolo 
pezzetto di orecchia, e di coda, e si fanno bollire in un caldajo; 
e mentre bollono il reggitore con una forca mescola V acqua, 
che getta poco dopo nel letamajo, ed in tal modo si crede guarito 
il majale. 



54 archìvio per le tradizioni popolari 

4. Estendono pure le loro superstizioni anco alle pecore : 
allorché queste non porgono il latte, attribuendo tosto ad una 
malia, abbruciano corame, e zolfo in uno scaldino, od altro vaso, 
e lo portano tosto nella stalla; e con ciò credono tolta la stre- 
gheria. 

TITOLO X. 

DELLI DIVERSI USI IN GENERALE 



CAPITOLO I. 
Degli usi domestici, e particolari. 

1. Mentre colla classificazione delle materie trattate ne' pre- 
cedenti Titoli restava luogq a credere esauriti e rimarcati gli 
usi e pregiudizi rustici, ne insorgono non pochi altri, che meri- 
tevoli d'essere annoverati, si è creduto devenirne alla compila- 
zione col mezzo di altro Titolo, che può chiamarsi addizionale 
col nome di usi diversi in generale, specificandone le materie in 
appositi capitoli. 

2. Il reggitore di casa per essere distinto e conosciuto da 
tutti, portar deve sempre in casa, e per i campi una berretta bianca : 
tale distintivo in oggi è quasi in disuso. 

3. In casa li contadini si ripartiscono la domestica azienda 
coi loro rispettivi titoli, cioè : 

4. V ar\àor> ossia reggitore, che è quello che fa gli affari di 
casa, e tiene il danaro. 

5. V arqlora, o la reggitrice per le cose di casa, e va ai 
mercato con pollami, uova, formaggio, ed altro; e col ricavato 
delli detti effetti comprano olio, sale, e quanto può occorrere 
per, la famiglia. 

6. E bjoigb, cioè il bifolco, quello che solca la terra coll'a- 
ratro; che conduce ovunque le carra colle bestie, delle quali ha 
particolare custodia. 



USI E PREGIUDIZJ DE CONTADINI DELLA ROMAGNA 55 

7. E ^arlador; quello, che nudrisce le bestie, e le guida nel 
tempo, in cui arano la terra, e cose simili. 

8. Evvi pure un garzone, chiamato anche in alcune ville tabacco, 
a cui incombe far erba, ed abbadare alle pecore, e majali; chia- 
mandosi pure in qualche villa col nome di guardiano. 

9. Il maggiore dei maschj ha il titolo di mammolo, e la femmina 
maggiore quello di mammola, indicando di essere prossimi a ma- 
ritarsi. 

io Quando un padre o per età, o per qualche altro motivo 
vuole lasciare il suo comando, prende le bisaccie, e le porge al 
suo figlio maggiore, se è ritenuto capace per sostenere li domestici 
affari; e gli dice, dandogli le bisaccie alla presenza di tutu la 
famiglia a bella posta radunata : « Eccb, fiol, eh 3 atfa% ar^dor d' cà; 
fan onori quand f andari alla fittcà, se in stai bisacch lai mitri 
queal cosa par me , ali 1 avrò cheara , se nò uj vrà pa^ien^a » cioè : 
Ecco, o figlio, che ti faccio reggitore di casa; fatti onore : quando 
anderai alla città, se in queste bisaccie metterai qualche cosa per 
me, la gridirò; diversamente vi vorrà pazienza. 

11. Insorgendo qualche dissapore tra fratelli nelle cure dome- 
stiche, o ne' diversi rustici lavori, se ne disimpegna col dire 
ime an ho piò al bisacch; vultev a quel, chu gli ha avudi, parche 
da lo sol adess avi da dipendar » cioè : io non ho più bisaccie; 
rivolgetevi a quegli, a cui le ho date; poiché da lui solo in oggi 
dovete dipendere. 

12. La rustichezza de' contadini si è tale, che vogliono, che 
un altro intenda senza chiamarlo a nome : per esempio , se il 
marito vuol chiamare la moglie, dice « o su mia » , cioè , o sua 
madre. Se questa vuole nominare il marito, dice « o su pia »; vale 
a dire, o suo padre. 

13. Su questo proposito evvi persona degna di fede, che 
asserisce esservi stato qualche marito, o qualche figlio, che ignorava 
il nome della moglie, o della madre; il che sembra probabile, 
almeno in quanto al figlio, non avendo questi giammai sentito 
a chiamare sua madre col di lei vero nome, ma solo con « o su mia », 

14. Né a ciò si ferma la dabbenaggine rustica. Se un con- 



5 6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tadino vede un altro da lungi , e gli occorra di chiamarlo , non 
proferisce il suo nome, ma in vece urla da lontano verso di lui 
<c uj ian abed, » che vuol significare: olà non abbadi ? 

15. Graziosissimo poi si è il complimento, che si fanno due 
amici, allorché s'incontrano dopo essere stati qualche tempo senza 
vedersi: cominciano ridendo a darsi dei pugni, e quanto più 
sono sonori, intendono addimostrarsi vie maggiormente la vicen- 
devole loro affezione. 

16. Quando una giovine va a trovare i suoi parenti od amici, 
e vi si trattiene più di otto giorni, vengono da' vicini, o da altra 
persona, nel nono giorno posti varj cucchiaj di legno, o cosi dette 
mescole sulla porta, ove si trova la giovine; indicandole la sua 
indiscretezza, ed essere tempo che levi l'incomodo ai parenti, od 
amici, e se ne ritorni a casa sua. 

17. Quando si fanno le ciambelle, o ciambelloni da^ortare 
alli padroni nella solennità di Pasqua, oppure alle comari; allorché 
tali ciambelle, o ciambelloni sono sul fiore della cottura, si apre 
la bocca del forno, ed in tre o quattro contadini si pongono 
innanzi a detta bocca del forno a mirare i ciambelloni, e ciam- 
belle; e chi digrigna coi denti, e chi si mette a ridere sganghe- 
ratamente, e ciò affine' vengano li ripetuti ciambelloni, o ciambelle 
con quelle crepature a digrignare, perchè allora riescono più belli 
alla vista, ed anco più teneri da mangiare. 

CAPITOLO IL 

Degli usi domestici de' contadini relativi 
a' loro cani, e gatti. 

18. Nel giorno di S. Stefano li contadini volgono le loro 
mire al più fido domestico, al guardiano della casa, al custode 
degli armenti, e del pollajo, cioè al cane. 

19. In detta giornata pertanto mettono un ferro nel fuoco, 
e reso rovente, bollano il loro cane, acciò ambiandosi non abbia 
a morsicare quelli di casa. 



USI E PREGIUDIZJ DE CONTADINI DELLA ROMAGNA $J 

20. Anco nel giorno di S. Donino usano di far benedire 
pane di casa per darlo alle bestie, ma lo porgono specialmente 
al cane; credendo, che non arrabi nei denti, potendo bensì arrab- 
biare nelle costole : nel qual caso però non può morsicare quelli 
di casa; tale opinione si è pur estensiva alle bestie bovine. 

21. Vi ha l'uso parimenti di prendere della urina di un iterico, 
impastarne farina, farne focaccia, e darla a mangiare ad un cane, 
onde non arrabbi. 

22. Non volendosi omettere tutto ciò, che risguarda il cane; 
è da sapersi, che quando li contadini prendono un nuovo cane 
per guardia, lo mettono nel forno dicendogli. 

%At mett in te forati, 
Perchè tati cnossa insun d y intoran. 

Poscia lo mettono sotto il cammino, e gli dicono: 

%At mett sott e camen,. 
Perchè tati cnossa parente né vsen. 

Traduzione 

Io ti metto dentro il forno; 
Niun conoscer devi intorno. 
Or tu sei sotto il cammino, 
Né parente né vicino 
Tu conoscere dovrai; 
Tutta notte abbajerai. 

23. Essendo il gatto altro domestico, e di molto necessario 
ai contadini; quando esso non vuole stare in casa, allorché lo 
veggono ritornare, il reggitore lo piglia per le gambe davanti, lo 
accosta alla catena, che tiene appesa sotto il cammino, e lo fa 
girare tre volte intorno alla medesima, indi lo lascia in libertà; 
e con tale operazione si crede, che altrimenti non vada fuori di casa. 

CAPITOLO III. 
Dell' astronomia rustica. 

24. La necessità di conoscere le ore del giorno, e della notte 
mosse fino da tempi i più remoti li contadini alle più accurate 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 8 



j 8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

speculazioni, ond'esserne aggiornati per potere devenire agli oppor- 
tuni lavori, e ne conseguiscono l' interno. 

25. Difatti essi sono intelligenti delle ore anco senza orologio, 
desumendole nel giorno dal moto del sole, e la notte dal moto, 
dal nascere, e tramontare degli astri, essendo in ciò eccellenti, 
e degni di lode; istruendosi di generazione in generazione, mate- 
rialmente bensì, ma con tutta verità ed esattezza : cioè osservano 
nel cielo stellato un mucchio di stelle, che si fanno vedere unite, 
e chiamano chioccia, e da questa conoscono , dicono essi, le ore 
precise della notte medesima. 

26. Hanno i loro nomi per le stelle : la stella Lunare chia- 
mata Espero, essi la nominano Sterlone: questa s'incomincia a farsi 
vedere dal tramontare del Sole, e dura fino all'alba. Ritirandosi 
questa appare altra stella detta secondo Storione, da essi anche chia- 
mato Pirbors, il quale si fa vedere due ore prima dello spuntar 
del sole, fino al di cui tramonto essa sempre lo precede. 

27. Li cosi detti No%(ient , s' incominciano a far vedere sul 
tramontare del sole, e si nascondono a mezza notte; e questi 
nell'anno stanno nascosti per tre mesi continui, cioè in Maggio, 
Giugno, e Luglio, incominciando a comparire la prima notte di 
Agosto. 

28. La Via Lattea chiamano la Via , che guida a Roma ; e 
credono , che un viandante viaggiando di notte , e scorgendo, e 
seguendo la Via Lattea giunga felicemente a Roma. 

29. Dicono, che nell'inverno il Sole tramonta in casa di Sabea, 
moglie di Saturno, e nell' estate passa sotto a quella di Saturno 
suddetto situata in qualche distanza dalla casa della ricordata Sabea. 

30. Dal tramontare del Sole sino all'ora di notte osservano, 
se si vedono striscie nella estremità circondarla dell' aria , che 
portino un color giallo, che essi chiamano color di zolfo; o nero 
a foggia di travi, dalle quali cose desumono indizj sicuri di ter- 
remoti : come pure se vedono nebbie tendenti al colore zolfureo 
indicano gli stessi effetti; siccome pure quando vedono scintillare 
la stella di Marte da loro detta di martedì, che sta alla vicinanza 
della sfera del sole, anche questa porta simili funeste conseguenze, 
non che burrasche in mare. 



USI £ PREGIUD1ZJ DE CONTADINI DELLA ROMAGNA 59 

31. Osservano pure nel tramontare del Sole, segnatamente 
nei giorni di domenica , e giovedì , se Saturno e Mercurio por- 
uno seco loro delle nubi, nel qual caso essi credono esser quelle 
segni evidenti di pioggia, ed anche tempesta, a seconda del colore 
delle nubi : cioè se bianche, tempesta, se nere, pioggia; e se d'in- 
verno segno di nevi, e de* cosi detti enfiandoli. 

32. Per conoscere la luna crescente dalla calante hanno il 
seguente sicuro ed infallibile detto : 

Gobba a Levante Gobba a Ponente 

Luna calante: Luna crescente. 

33. Quando vogliono conoscere il punto preciso del mezzo 
giorno, stendono il braccio destro verso il sole; e tenendo il pugno 
chiuso, ed il dito pollice dritto dirimpetto al sole, se l'estremità 
dell'ombra giunge all'articolazione del braccio colla mano è segno 
di mezzo giorno. 

34. Dicono, che ogni 29. giorni la luna va ad abitare col 
sole di lei marito ; cioè eh' è finita la luna buona : passati i 30. 
giorni poi non è altrimenti luna buona, finché non sono passati 
giorni quattordici e mezzo. 

CAPITOLO IV. 

De' presagj de' contadini. 

35. Molti sono li presagj de' contadini, de' quali avendone 
accennati varj ne' precedenti Titoli, basterà marcarne altri li più 
principali. 

1. Il fare la minestra quando si fa il pane è presagio di 
non arricchirsi; motivo per cui non fanno la minestra quando 
fanno il pane, dicendo di non fare il moto, o non potersi arric- 
chire. 

2. Il portar cenere sui birocci carra è presagio di do- 
vere cadere la coda alle bestie bovine, e perciò se ne astengono. 

3. Il radersi li capegli nel venerdì presagisce dolori di capo 



60 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

fino alla settimana santa, e quindi se ne guardano scrupolosamente 
li contadini. 

4. Vedendosi su di una noce i frutti fra loro aggruppati, 
e formanti un cosi detto easldlelio> è presagio di scarso raccolto 
nel venturo anno, e perciò dicono: 

Quand la nosa fa e castlett, 
Chi ha de gran chil tegna strett. 

Traduzione. 

Quando la noce fa il castelletto, 

Chi del grano possiede, il tenga stretto. 

5. H canto del gallo nell'andare a pollajo, il gracidare delle 
rane, il tramontare del sole in giovedì fra le nubi sono presagi 
di pioggia, e burrasca. 

6. Il far pane in giorno di venerdì è presagio di disgrazie 
alle bestie bovine. 

CAPITOLO V. 

Delli provcrbj. 

36. Non evvi cosa né più antica, né più comune de' pro- 
verbj: ciascuno a seconda della propria professione e mestiere conta, 
ed ha i suoi particolari; anco li contadini ne abbondano: basterà 
quivi per altro l'allegare li più interessanti, e quelli, che sem- 
brano di qualche rilievo, e sono li seguenti: 

1. Nell'inverno dicono: 

*Per Sant'Antoni gran far dura, h 

Per San Lorenz gran caldura; -1 n 

V nn e T etar poch e dura. . . r 

cioè: 

Per Sant' Antonio il più gran freddo ha loco, 
Per San Lorenzo poi l'estivo foco; 
Ma durano però entrambi poco. 

2. Per S. Sebastiano dicono: 



USI E PREGIUD1ZJ DE' CONTADINI DELLA ROMAGNA 6l 

Tar San Bastian 

E trema la coda a e can. 

cioè: 

Quando di San Bastian la festa viene 
Tutta tremante il can la coda tiene. 

3. Per Febbrajo: 

Un i fo mai Febrarol, 

Cun andess e can alFor (cioè all'ombra). 

vale a dire: 

Non v* ha memoria che un Febbrajo andasse 
Senza che al rezzo il cane non si stasse. 

Si vuole da ciò arguire, che per Febbrajo si fa vedere il sole, 
che in qualche modo riscalda. 

4. Il proverbio de* vecchj, che si riconosce in pratica esser 
vero, dice: 

Vanga quant pu, 
E semna con i bu. 

cioè: * 
Vanga per quanto puoi, 
E semina cui buoi. 

5. Nel potare le viti, facendo conto esse parlino, dicono: 

Fam povra, chat farò recch. 

cioè: 
Povera fammi, che ti farò ricco. 

6. Per Marzo dicono : 

Mèr\, DvCarxptt 

Tant e de, quant e la noti (indicando l'equinozio). 

Traduzione % 

Tu fai Marzo, Marzotto, che ognun veggia, 
Che i giorni tuoi la notte egual pareggia. 

7. Chi non fa non falla, 

E chi non mena bu narbuota carra; 

Indica, che ogni uomo è soggetto a sbagliare, 



6l ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Traduzione 

Chi non fa, né mai fé, sbagliar non può, 
Né ribaltar chi carra non guidò. 

8. Uu sfa un foss sen\a do riv. 

Traduzione. 

Un fosso non si fa senza due ripe. 

Ciò significa che senza motivo non si trova rissa; e che prima 

di decidere conviene sentire le due parti contendenti. 

37. Se qualche inesperto va per fare dei lavori intorno a 
delle viti, che siano bagnate, l'agente di campagna, od il reggi- 
tore gP insegnano, che la vite dice : / 

< ìLomin tOy nomin dèa, 

Nom vnir a toran quand a so bagnèa. 

Traduzione. 

Prender non me ne devi, oppur levare; 
Quando bagnata son, lasciami stare. 

Cioè non bisogna né vangare, né collicare le viti quando 
il terreno é bagnato. 

38. Altro : 

Un ov angotta, 
Do al con^a la bocca; 
Tre al va a e cor, 
Manch tquattar tigniti vuol. 

Traduzione. 

È nulla un uovo unico, 
Due il palato allettano; 
Tre uova al core giungono, 
Ma quattro ade vi vogliono. 

39. Altro: 

# xAuscmma e parfett 

Quel tfe e queUaspett. 

Traduzione. 

Quel che tu fai, t'aspetta; 
Del del giusta vendetta. 

Cioè quello, che si fa agli altri, viene fatto a sé. 



USI E PREGIUDIZJ DE CONTADINI DELLA ROMAGNA 63 

40. Nel lavorare i contadini il campo il reggitore cosi rivolge 
il discorso al bifolco, o a colui che regola Y aratro : 

Lavora ben, lavora miai, 
Lavora ben in se caudéal: 
Quand e patron e vtn a vde y 
In se caudéal us meli insie. 

Traduzione. 

Se in tuo lavoro ben riesci, o male, 
Cora lavorar bene in sul caudale « ; 
Poiché quando a veder vicn il padrone 
Sai che a sedere sul caudal si pone. 

41. Quand e puorch f ha e pel brusi*, 
Tba fam, rè ammali*. 

Traduzione. 

Quando con 1' arso pel vedi il majale, 
O che ha fame di pure, o qualche male. 

42. Se un contadino, od un garzone vengono ripresi dal reg- 
gitore di soverchia lentezza, e pigrizia nell'esercizio delle loro ri- 
spettive incombenze, questi rispondono : e bo pigar e condus a ca 
t carri cioè il bue pigro conduce a casa il carro. Per questo 
loro proverbio ancorché potessero addimostrarsi più attivi, e più 
solleciti, senza bisogno del pungolo, nondimeno vogliono ritenere, 
che anche ai di là del discreto, e del doveroso sia meglio indugiare, 
che sollecitare nelle cose, a nulla giovando loro l'altro proverbio, 
« che l'uomo sollecito non fu mai povero »: né quello, che dice: 

Colarti sera, ed alzati mattina, 
Se tu brami gabbar la tua vicina. 



4 Caudale dicesi l'estremità del campo lavorato, i di cui solchi formulisi 
con linee transversali a differenza del resto formato a linee rette. Chiudesi il 
caudale con un fosso, in riva al quale suole il padrone arrestarsi, senza pro- 
cedere al mezzo, ad osservare il lavoro; per cui non potendo esso discernere 
distintamente il tutto , ma bensì il principio del campo suddetto , i contadini 
però astuti procurando addimostrarsi ivi più diligenti, s' incoraggiscono a vi- 
cenda coll'aforisrao suindicato. 



64 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

CAPITOLO VI. 
Del carattere de' contadini. 

43. Lungi dal criticare il carattere di que' uomini, che cu- 
stodi delle sostanze de' cittadini, sanno aumentarle mercè lo squar- 
ciare il seno alla terra, bagnandola di onorati sudori; di que' uo- 
mini, che cooperatori della maggior parte della ricchezza dello 
stato meritano l'universale stima, e riconoscenza , soltanto si va 
a rimarcare il loro carattere, che in seno alla rozzezza, ed illet- 
teratura, non può essere, né pretendersi migliore, o diverso. 

44. Li contadini non conoscendo, che la propria opinione, e 
persuasi dalla loro ignoranza di non errare, sono in essa ostina- 
tissimi. Essendo i loro lavori materiali, senza impegnare Y intel- 
lettuale facoltà tengono una memoria limpida e chiara, perchè ri- 
strettiva soltanto a pochi oggetti, e segnatamente ai conti che hanno 
co' loro padroni; e perciò sanno appuntino lo stato del dare, ed 
avere, avendo in capo un giusto bilancio al pari, e forse più di 
di quanto in iscritto possono registrare li padroni stessi. 

45. Partecipando di un caldo non troppo sottommesso alla 
ragione per mancanza di coltura e di studio, si veggono traspor- 
tati alli due eccessi di bontà e di collera. 

46. Esistendo nel loro cuore i semi di una vera Religione 
appresa da' Parrochi, a cui tutta professano la fede, e la cre- 
denza; si veggono oltre modo dediti alla divozione, a distoglierli 
dalla quale non valgono amoreggi, e divertimenti, tutti abbando- 
nando allorché trattisi di esercitare atti di Religione. 

47. Incapaci poi di scernere le cose nel vero e proprio lume, 
attesa la loro idiotaggine, e pensando, ed interpretando sempre 
alla peggio; trasportati da estrema gelosia per le mogli, ed amanti, 
si veggono capaci di ogni eccesso per sospetti da nulla: dovendo 
conchiudersi, che il carattere de' contadini si è un misto incon- 
cepibile di buono, e d'imperfetto, per non dire cattivo, onde non 
non offenderli; non meritandolo per i servigj, che prestano alla 
società, di cui sono da riputarsi la classe la più preziosa. 



USI £ PREG1UDIZJ DE* CONTADINI DELLA ROMAGNA 6$ 

CAPITOLO VII. 
Del procedere de' contadini co' loro padroni. 

48. Giunti fra l'Aprile ed il Maggio, li contadini, <fce chia- 
mano stagione fra il verde ed il secco, si trovano per lo più esausti 
di biade. 

49. A riparare pertanto i loro bisogni affettano, ed hanno 
realmente un'affabilità, docilità, ed ubbidienza senza pari coi loro 
padroni; poscia si portano alla città col sacco in ispalla : hanno 
la furberia di rinvenire amici, o conoscenti dei loro padroni, e 
con essi dicono: « Oh! se parmett mai ben raccuolt ! Ch' bella campa- 
gna. & ann ujè d* tott in abbundan%ia. Quant uva, cha gli ha al 
vidi » cioè : oh come promette bene il raccolto ! Che bella cam- 
pagna ! Quest'anno vi è di tutto in abbondanza: quanta uva hanno 
le viti! 

50. Ciò asseriscono perchè venga riferito a' padroni, a' quali 
in appresso si portano; ed in aria umile, e rispettosa chiedono 
granaglie, ed in tal modo si facilitano il di loro intento. 

51. Hanno pure un altro uso: allorché i contadini hanno di 
uopo di granaglie, e sono ad essi accadute delle disgrazie, si pre- 
sentano al padrone, iutroducendosi alla ài lui vista a passo lento: 
indi pongono la mano sul cappello, e lo levano per quanto basta 
a porvi sotto la mano; e grattandosi il capo a poco a poco vanno 
esponendo le loro occorrenze, e con tal modo credono di com- 
movere li padroni. 

52. Fra gli usi, e le maniere rozze dei contadini derivanti 
dalla niuna coltura nei tratti, ed operazioni civili, evvi quella pure 
veramente singolarissima, cioè: che nell'entrare, o nel sortire di 
casa , o dalle stanze de' loro padroni mai chiudono la porta si 
d'inverno che d'estate. 

53. Altro particolare procedere hanno per i padroni, che sem- 
bra, ma non può dirsi, di poco rispetto. Portando l'avvedutezza 
de' contadini di riconoscere la necessità di tenersi amico il hx- 

*Archi'oio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 9 



66 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tore, non mancano di usare ad esso tutte le finezze possibili, e 
riguardi; anzi accadendo, che il fattore si porti alla campagna in- 
sieme col padrone, li contadini oltremodo distinguono il fattore, 
esibendogli da bevere, da sedere, ed usandogli massime conve- 
nienze ed esibite. Fatti tutti questi complimenti al fattore si ri- 
volgono al padrone, al quale solo gli fanno un semplice saluto. 

54. Cessato ne' contadini il bisogno, e possessori di biade si 
dimenticano le passate urgenze, e le benefiche somministrazioni 
ad essi fatte dagl'indulgenti padroni. Caparbj, indiscreti, o negano 
di pagare i loro debiti, o contrastano con cavilli e raggiri le più 
chiare partite ai padroni, i quali se non fossero assistiti da prov- 
vide leggi, e dalla forza anderebbero a perdere il loro avere, con- 
forme le tante volte succede a fronte di vigilanza e sveltezza. 

55. Tale facilità di non curare, e dimenticare li ricevuti be- 
nefizj è cotanto comune a' contadini, che si scorge per fino nei 
loro garzoni; che al finire del verno hanno l'ardire di cantare li 
seguenti versi: 

Tatron e canta e McraJ ; 
iAjó fura dal scberp 
Chi m' ha manina sf inveran. 

Traduzione. 

Tra ramo e ramo ecco, che già s'intese 
Lieto cantar, loquace il Merlo ; a scherno 
Ho io frattanto chi nel fitto verno 
Diemmi ricetto, e ancor mi fé le spese. 

Il padrone risponde: 

Te /' pens, che sipa e Mera! : 
Cun sipa e TZjigion. 
St peni d* ess fura cT inveran, 
Te tsi un gran mincion. 

Traduzione. 

Lungi dal vero ho ! come vai di molto : 
Che canti pensi il Merlo ; e non t* avvedi 
Essere augel diverso? Or se tu credi 
Finito il verno, sei baggeo e stolto. 

È da sapersi, che il Merlo canta, ed annunzia la primavera; 
ed il cosi detto Ragione canta, ed annunzia l'inverno. 



USI E PREGIUDIZJ DE* CONTADIKI DELLA ROMAGNA 67 

CAPITOLO Vili. 

Procedere de* contadini ne 9 mercati. 

56. Forma veramente un oggetto piacevole il trovarsi pre- 
sente ne* mercati alla vendita, e rispettiva compra delle bestie: 
essendo adunque ai mercati si comincia il contratto, in cui sem- 
pre evvi presente un sensale, ossia bracco; si profondono in lun- 
ghi discorsi, in proteste sulla sanità delle bestie, e sui difetti delle 
medesime: indi vanno aumentando qualche scudo per volta; alla 
fine il bracco unisce le mani de' contraenti, e dice, che è fatto 
il contratto: in allora il compratore dice: « Am li det par ste pre%i ? » 
cioè, me le dai per questo prezzo ? e cosi dicendo si danno scosse 
colle due braccia unite, quasi da slogarle; giungendo a scuotersi 
le cervella, e rimanere per qualche momety:o tramortiti; e dopo 
rinvenuti essendo ultimato il contratto, il compratore vuole, che 
il venditore gli benedica le bestie, ed ecco che il detto venditore 
prende per una orecchia, o per un corno, o per la coda le bestie, 
e dice: « Di voja , col dventa d? or ; e che al ifa%a guadagnia quel 
f vù ». Dio voglia, che diventino d'oro, e ti facciano guadagnare 
quanto tu vuoi. 

57. Talvolta per dispetto, o perchè pentiti d'aver comprate 
bestie a troppo caro prezzo, fanno venire il difetto del cozzo alle 
medesime col gettare sulle corna loro replicatamente un gatto: 
cosi pure il difetto di calcitrare, afferrandole sovente per le gambe 
con una forca. 

58. All'opposto volendo disfarsi di una bestia, che tira calci, 
le pongono tra le coscie delli bruchi detti rughe ; ed il padrone 
alla presenza del compratore comincia a grattarla ; e la bestia 
godendo di quel solletico, che le porta via li bruchi, sta ferma, 
e si trattiene dal calcitrare. 

59. Eranvi poi non pochi abusi, e disordini ne' mercati; ma 
questi sono stati tolti, mercè le provvide disposizioni emanate dal 
saggio discernimento di questa Gonfaloneria di Forlì con suo 
Proclama del 16 Giugno 1817. 



68 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

60. Sul proposito dei mercati ora mi sovviene un anedoto 
raccontatomi da un mio amico, ed avvenuto a contadina reggi- 
trice col di lei padrone sul mercato cosi detto dei pollami. Ritor- 
nata la reggitrice suddetta dalla Città a casa cosi prese ad inter- 
loquire col reggitore. 

lArqdora. 

Sa savessuv; V era mej, e mi 'Bascian, 
Cha fos stia a cà a fé agV alsagn a e can, 
Che andia in piatii a che marchia maldett. 
V i vnu che brott bractaz; sobit V ha dett : 
Oh I av salut; boti di, hon di, vradora, 
A vinài e furmaj gross molt a borì ora, 
E a me an in porti miga dita sorta. , 

Usi credar : oso squcs caduda morta. 

Ar^dor. 

Parchi fan le ciutia cun e tvajol, 
E solament a lo mostre; agli ov ? 

Ar^dora. 

Sintt eh' roba ! al aveva ben ciutia. 
Chi' era mef, citi ha dett la Curnelia a" Fort, 
Cha fos stia a ca a fia la broda a e puorch. 

iAr%dor. 

Quel te dett tot? ai pi a me so buttèa : 
Sentum ; un pò Vcssr etar, che e cumjea. 
Ah! lassa: di patrun ui rì i piò d y un, 
E di per nostar un inscappa inssun. 
Vit : e patron se caschess anca muort, 
Un ha d* vantai sol, che la coda d* puorch ; 
Cuss la magna ino lo, la musserà, 
E pò di cun rason, coda mi chira. 

Traduzione. 

Reggitrice. 

Avessi fatte, o Sebastian, sta mane 
Piuttosto a casa le lasagne al cane, 
Che trovarmi al mercato maledetto. 
Ho veduto il bestion, il qua! m' ha detto: 



USI £ PR£C1UDIZJ DE* CONTADINE DELLA ROMAGNA 69 

Buon dì, lavoratrice; ohi lesta siete: 
Il grosso cacio a quest' ora vendete ? 
Non ne portate a me già d' està sorta : 
Ah! pensa, quasi son caduta morta. * 

Reggitore. 

Perchè non lo coprir col tovagliolo, 
E mostrare a colui le uova solo ? 

friggitrice. 
Che dici mai? lo coprii premurosa, 
Ma alzato il velo egli osservò ogni cosa. 
Di Forte la Cornelia ha indovinato; 
Piuttosto a' porci avessi il cibo dato. 

Reggitore. 

Quanto dicesti io sotto i pie mei getto : 
Ad un congedo ciò equival perfetto. 
Ma lascia pur: molti padron si danno, 
E i pari nostri oziosi mai non stanno. 
Se anco il padrone un rio malor sei roba, 
Di più non ha, che dei majal la coda : 
O egli poi se la mangi, o la raass.ira ; 
Coda, può dire in ver, quanto sei cara! 

CAPITOLO IX. 

Del procedere de' contadini ne' contratti 
di granaglie. 

61. Ridotti li contadini senza granaglie nelFaccennata stagione, 
detta fra il verde, ed il secco, non sovvenuti da padroni, si portano 
alle città sulle pubbliche piazze; ed ecco attorniati veggonsi da 
perfidi egoisti, che premurosi ed avidi di turpe lucro vanno in 
traccia di questi infelici, che chiamano merlotti. 

62. Vestiti di un affettato manto di ajutare i loro simili, 
offrono granaglie a' bisognosi contadini coll'usura a dir poco di 
due terzi : questi oppressi dal bisogno, astretti sono ad accettare 
lo svantaggioso partito; ma quando giunge il raccolto s avveg- 



70 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

gono pur troppo del commesso errore, poiché scorgendosi spo- 
gliati di loro sostanze colla massima inumanità, rimane ad essi 
il languire nella miseria, ed un tardo inutile pentimento. 

63. Buono però per questi sciagurati; mentre la Sovrana vigile 
Giustizia seppe provvedere a tali lesivi contratti, dichiarandoli 
nulli; come consta da provvidi Editti della Segreteria di Stato 
P uno in data 7 Agosto 18 16; l'altro sotto il 9 Agosto 18 17. 

64. È da notarsi però, che ad eludere si benefiche, disposizioni 
hanno inventato gli egoisti di estorcere ricevute di contanti in 
luogo di generi calcolati al più eccessivo prezzo dalli contadini: 
resta però la consolante lusinga di vedere tolta di mezzo anco 
tale astuzia, mercè il nuovo Codice di Procedura Civile, che am- 
mettendo esame di testimonj, e giuramento sarà facile a venire 
in chiaro della verità : potendosi a ragione quivi encomiare i 
ricordi del vecchio, allorché nel suo testamento disse « Egli Egoisti 
abborri qua! peste iniqua e ria ». 

65. Né quivi si restrinse la Sovrana saggiezza; poiché veden- 
dosi li fondi danneggiati per atterramenti d'alberi, od estirpazioni 
di siepi, stabili pure provvidenze e pene in proposito, conforme 
appare dall'Editto della Podesteria di Forlì sotto il 20 Maggio 18 16. 

CAPITOLO X. 

Di alcuni nomi particolari sul vestiario 
de' contadini; e modi di esprìmersi. 

66. Le donne chiamano il fazzoletto da spalle cupett; quello 
da testa la vletta, e quello da naso e trabsen : gli uomini chiamano 
la giubba e %bon, o sbon; e tanti altri, il di cui numero fora troppo 
lungo. 

67. Le reggitrici, e ragazze una volta portavano un distintivo, 
cioè un pannicello con pizzi intorno su la testa, ed un copolino, 
ossia calotta in testa di paglia , o scorza d' albero , e si diceva 
perciò : 

tAch porta la traversa con di fiur, 
Al pensa d* esser belli, e a glie ciutur. 



USI E PREGIUD1ZJ DE* CONTADINI DELLA ROMAGNA 71 

Ach porta la traversa spampanèada, 

E pia propi un cov d 1 féava miai tajèada. 

Traduzione. 

Chi la traversa portasi 
Di fiori appien ornata, 
Che solo bella credesi, 
Turracciolo è appellata. 
E chi la porta poscia 
Aperta e spampanata, 
Un covo solo dicesi 
Di fava mal legata. 

In oggi non si usa in molte ville portare la traversa, onde 
sentire la detta critica. 

68. Ne* loro discorsi hanno pure termini particolari : per 
esempio volendo dire al bujo, dicono « e Ioni de bur; » e V imbru- 
nire della sera, e l'albeggiare della mattina chiamano « tra e lo% 9 

e bro^*- 

69. Anco nello esprimersi sono li contadini graziosissimi. 

1. Quando vedono una scrittura fatta con inchiostro nero 
assai, quella la reputano bene scritta, e ben composta. 

2. Per dire, che capiscono la forza del discorso, dicono, 
che sanno distinguere il pane dalle pietre. 

3. Dando ad un amico da bere vino poco buono dicono : 

U è ven dia sassena, 
Cu sin bev sera e mattena : 
In ila pan%a uni fa e tèas, 
E fa vnì la go^la a e nèas. 

Traduzione. 

Questo è vin della sassina, 
Che sen bee sera, e mattina : 
Entro il ventre non fa il taso, 
Fa venir la goccia al naso. 

70. Essendo infiniti tali modi di esprimersi altri se ne om- 
mettono, onde non si stanchi chi legge. 



J2 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

CAPITOLO XI. 
Usi divoti. 

71. Per la Madonna del Fuoco di Forlì li contadini fanno 
de' fuochi dal piano al colle, e cantano: 

Ligreya lignea; 
Madunena banadctta, 
Madunena da Ferie 
Fé allignila ancor a me. 

Traduzione. 

Allegria ; ma pura e schietta : 
Vergili Santa benedetta 
Di Forlì gran Protettrice 
Fa allegrezza a me infelice. 

72. In alcune ville è cosi grande la venerazione de* contadini 
verso S. Luca Evangelista, che si astengono dal lavorare coi bovi 
nel giorno della sua festa, credendo di fare peccato. 

73. In ogni e ciascuna villa della Romagna intera sono li 
contadini zelantissimi nelF osservare, e celebrare le loro feste. 

74. Oltre il concorrere alle occorrenti spese in mano del 
Parroco, e de* Fabbricieri solennizzanno le Feste pure con alle- 
grezze esteriori, cioè fuochi, spari di mortari, ed altri simili etc. 

75. La divozione, e la fede che i contadini hanno a S. An- 
tonio è veramente singolarissima; né si può negare, che dessa 
non ecceda a quella di qualunque altro Santo loro Avvocato e 
Protettore; essendo rarissimi quelli che non facciano vigilia tutti 
i martedì di ogni settimana, essendo tale giorno dedicato a S. An- 
tonio. Sebbene io sia persuaso, che alcuno non ne dubiti della 
divozione di cui sopra, pur tuttavia mi sia permesso di raccontare 
qui un fattarello, od anedoto sul proposito della divozione e 
rispetto verso a detto Santo, avvenuto già alla b. m. del Molto 
Illustre, e Reverendo Sig. D. Giuseppe Vignoli Professore di Elo- 



USI E PREGIUDIZJ DE CONTADINI DELLA ROMAGNA 73 

quenza in questo Ginnasio alla occasione, che trovavasi addetto 
alla Curia Vescovile, e narrato agli Scuolari suoi, fra quali van- 
tomi io di essere stato annoverato. 

Aveva egli un contadino da esaminare, e da fargli confessare 
la verità intorno a cose risguardanti la giustizia Ecclesiastica. 
Questi nel suo esame si era negativo; e negativo in modo, che 
nulla volle dire. Alla perfine veggendo, che né la rettorica, né 
qualunque astuzia, od arte valevano per muoverlo e ridurlo a 
dire la verità, fu costretto dare ad esso lui il giuramento. Costui 
giurò di nulla sapere; al che sorpreso l'esaminante lo scongiurò 
per tutti li Santi del cielo; ma inflessibile persistette nel primiero 
suo detto. Allora egli ripigliò : ebbene giura mo per S. Antonio; 
al che rispose il villano : Signore; mi tiene fors'ella per un eretico 
affatto ? non lo sono al certo. La divozione che nutro per S. An- 
tonio è inesprimibile, e quindi non mi è permesso, né mi si devono 
permettere ulteriori giuramenti invocando un tanto rinomato e 
benigno Santo : basta cosi; ciò che feci, e dissi lo confermo; ma 
mi lasci stare S. Antonio , che troppo venero e rispetto per il 
gran numero di miracoli, che tutto di dispensa infallantemente. 

L'ignoranza di tali villani, ed il materialismo di questi avrebbe 
assai bisogno di essere scosso , e sarebbe altrettanto cosa buona 
quella di far loro conoscere la differenza, che passa dal Sommo 
Iddio a quella di un Santo; a meno che non si volesse avere la 
precauzióne di dare a costoro due sorta di giuramenti; lo che 
non conviene. Io per me mi lusingo, che a giorni nostri certi 
mammalucchi non esistano altrimenti , e siasi abbastanza aperto 
l'intelletto anche all'uomo più rozzo, ed idiota, onde distinguere 
il bene dal male, la divinità dalla santità, e viceversa. 

CAPITOLO XII. 

Pregiudizi intorno le bestie vaccine. 

76. Allorché le bestie sono vicine al parto impediscono alle 
donne di tenere matasse sul dipanatojo, stante che reputano abbiano 

•Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. IQ 



74 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

esse difficoltà nel partorire , ed incontrino gravi pericoli ; come 
pure che il feto nasca avvolto in pellicole, che possono pregiu- 
dicargli. 

77. Figliando una vacca sogliono darle molto da mangiare, 
poiché in quel giorno se non si satolla opinano, che non si sa- 
tolli più. 

78. Vedendo poi il vitello, gli levano alquanto di suo pelo; 
e questo lo danno da mangiare alla vacca, che l'ha figliato, nella 
biada; affinchè si dimentichi il vitello , e dia meglio il latte per 
fare il formaggio. 

79. Quando una vacca non vuole andare al toro , le pon- 
gono nella biada sterco di lepre, e con ciò credono di ottenere 
l'intento. 

CAPITOLO XIII. 

Pregiudizj diversi rimarchevoli. 

80. Quando nasce un figlio maschio dicono , che il marito 
era adirato. 

81. Si crede, che i pezzi di carbone fossile, di cui abbonda 
Mercato. Saraceno siano saette morte. 

82. Vogliono, che se qualcuno è stato derubato, e si ponga 
un grano di fava entro l'abbeveratojo delle bestie pieno d'acqua, 
il ladro vada a gonfiarsi a poco a poco , secondo che gonfia il 
grano di fava, che si è posto nell' abbeveratojo; e se il ladro non 
restituisce la roba rubata, vada per declinazione a perire. 

83. Per i venti, e grandini credono, che sia il demonio, che 
faccia feste per 1' acquisto di un' anima. 

84. Alcuni vogliono , che il gallo dopo 1' età di un anno 
diventi ovipero; e se le uova non si trovano, nasca il basilisco 
dal di cui solo sguardo resta avvelenata tutta la famiglia; motivo 
per cui si ammazza ogni anno il più vecchio nel giorno, in cui 
battono il grano. 

85. Nel mese di Maggio si astengono dall' allevare i vitelli 
e gli agnelletti, credendo li contadini che impazziscano. 



USI £ PREGIUD1ZJ DE CONTADINI DELLA ROMAGNA 75 

86. Allorché seguita la maturazione dei cocomeri si presenti 
qualcuno ad una cocomerara, se segna col dito indice un qualche 
cocomero dicono, che indicandolo ad altri non diventa più rosso. 

87. Varie settimane prima del raccolto i contadini per sapere 
se quell'anno è abbondante o carestioso osservano se i polli vanno 
al pollajo presto o tardi. Se questi ci vanno presto è segno di 
carestia; se tardi è segno di abbondanza. La presente osservazione 
si estende soltanto al grano, formentone, e marzatelli tutti. Riguardo 
poi al raccolto dell'uva le anatre sono quelle che danno ad essi 
i necessari supposti lumi in prevenzione, e sono : se le medesime 
vanno sotto alle lazzare, o filoni, ed alzano la testa su e giù svo- 
lazzando come in segno di allegria, e di voler mangiare di detta 
uva è segno di abbondante raccolto; diversamente carestioso. 

88. Altro segnale presumono essi pure di avere per cono- 
scere quanto sopra, ch'è quello delle lucciole. Se queste si vedono 
in numero eccedente, è segno di buon raccolto; se in iscarso 
numero, scarso sarà il raccolto. 

89. La rugiada della notte di S. Giovanni Battista, facendo 
di molto temere i contadini, procurano quanto possono di mietere 
il grano prima eh' essa giunga. 

90. Quando mietono tengono legato il braccio stanco con 
una gamba di grano ossia paglia all'articolazione della mano col 
braccio stesso, e credono con ciò che non si gonfi ad essi la 
mano. 

91. Se un contadino passa dirimpetto ad una casa di altro 
contadino, il quale abbia un cane cattivo, e che tenti di morderlo; 
se questi non ha bastone da difendersi, o qualche sasso da sca- 
gliargli, si mette ambedue le mani su la testa, e facendo atto 
replicate volte di volergliela tirare, il suddetto cane si dà preci- 
pitosamente alla fuga; per la qual cosa il contadino si sottrae da 
qualunque morso dal cane minacciatogli. 

92. Il seguente pregiudizio a mio parere è il più strano di 
tutti fra quelli, che fin qui si sono narrati. Se un contadino deve 
intraprendere un lavoro', o per seminare, o per potare, ovvero 
per piantare, osserva attentamente ciò che fa il vicino; quest'ul- 



76 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI , 

timo, che trovasi nello stesso caso, osserva pure ciò che fa egli, 
e sino a tanto che uno di loro non dà principio al lavoro qua- 
lunque , P altro se ne sta sempre in aspettativa : e che succede ? 
succede, che indugiano tanto alle volte, che per causa delia stra- 
vaganza del tempo, che s'intromette nel loro indugio per allun- 
gare assai dipiù il perditempo, tardano con pregiudizio i lavori, 
e le tante volte lasciano dei pezzi di terra incolta. Se il fattore, 
od il padrone trovansi in campagna, e vedono che non si sono 
fatti certi lavori in quel dato tempo, che la stagione opportuna- 
mente esige, ne chiedono a ragione il motivo. Il contadino risponde: 
Signore : non Pha già fatto per anco il vicino; e con tale scusa 
si credono sgravati da qualunque responsabilità. 

93. È generalmente invalso in tutti li contadini il ridicolo 
pregiudizio, allorché vanno ad abitare in una casa nuova, di non 
piantare il letto a seconda delle grondaje lungo il tetto della suddetta 
casa; ma bensì attraverso delle grondaje stesse, opinando che ciò 
facendo giovi a schivare infinità di mali causati dalle dirotte pioggie, 
dalle ombre notturne, non che dall'ombra dello stillicidio prodotta 
dal riflesso della Luna; e particolarmente la posizione del letto, 
come sopra , giova al loro intento favorevole nel mentre , che 
dormono. 

94. Mentre si stava per chiudere la presente Operetta, essendosi 
rinvenuta nella Cronica villica una composizione relativa al conto, 
che si fa dai contadini di un soggetto, che dalla villa soggiorni 
in città, si è creduto bene di qui trascriverla letteralmente, quale 
si è del seguente tenore: 

Felice in quella villa può riputarsi al certo 
Chi un figlio in la dttade di ritenere ha il merto. 

E tanto più se questi fosse di già impiegato 
In pubblico palazzo, o presso un magistrato. 

Il padre di tal giovine da tutti è rispettato, 
E a frequenti consigli dalli villan chiamato. 

In esso vuols' infusa scienza, dottrina, e sale, 
Poiché il suo figlio stassi là suso per le scale. 

In ogni circostanza, in ogni vopo ancora 
A luì ciascuno accorre senza frappor dimora. 



USI E PREGIUDIZJ DE* CONTADINI DELLA ROMAGNA 77 

Preci si fanno, e voti, e chiedesi l' impegno 
Di quel, che in la cittade ha così grande ingegno. 

Ma ecco il raccomandato, che col cappello in mano 
Con tardo pie presentasi al cittadin villano, 

Che taciturno, e serio, e pien di gravità * 

Seduto alfin 1* accoglie con grande serietà. 

I suoi bisogni ascolta, accorda protezione, 
Quel, che non può, promette con tutta i' ambizione. 

Che se V affar va male, e resta rovinato, 
Si fu il petente zotico, che non si è ben spiegato. 

Ma se casualmente riesce nell'intento 
Di sua virtude è stato un celebre portento. 

In somma tale giovine sì fra villani ha fama, 
Che giovi, che rovini, sol suo favor si brama. 

Questa si fu mai sempre fra lor vetusta usanza 
Effetto incontrastabile di villica ignoranza. 



95. Qui pure, sebben fuori di luogo, perchè spettanti preci- 
pitosamente a diverso Titolo , voglionsi inserire alcuni altri usi 
rustici, quali per appunto sonosi ora rintracciati, e sono : 

1. Accadendo, che qualcuno della famiglia abbia scoperto 
o nel voto seno di un tronco , o tra i rami di folto albero un 
nido di uccelli, se inesperto ancora della villica costumanza lo 
palesa sotto il focolare, viene tosto con calore ripreso; stimandosi 
che in tal caso le uova, o i teneri augellini vengano derelitti dai 
loro genitori. 

2. Credono egualmente fuori d' ogni ragione i contadini, 
che col nominare il forcale, o le biscie nel luogo, ove ritengono 
i formaggi ancora freschi, cioè fatti da pochi giorni, questi abbiano 
per certo a patire, e putrefarsi. 

3. Disposto il pane nel forno, all'arco di esso colla così 
detta panata Io segnano a forma di croce. Relativamente a ciò 
fanno meno i campagnoli de' cittadini ; mentre molti fra questi 
imprimono una croce sul lievito stesso, non che sul pane, il quale 
cotto ancora la conserva. Né questo potrà giammai chiamarsi a 
ragione pregiudizio; mentre tolta solo la storta opinione di alcuni 
di allontanare cosi le streghe, deriva da quel retto principio di 



78 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Religione di tutto operare a gloria dell' Ente Supremo ; e cosi 
l'augusto strumento, cioè la Croce, rammemora all'uomo il pro- 
digio più portentoso d' amore ricevuto dalla vicina beneficenza. 
96. Questo è tutto ciò, che si è potuto unire relativo agli 
usi, e pregiudizj de' contadini della Romagna. Possa spuntare 
finalmente quelP aurora fortunata per cui, dissipato 1' opaco velo 
dell' ignoranza , si veggano li romagnoli contadini abbandonare 
tante debolezze; e la presente Operetta serva un giorno di sem- 
plice memoria della scorsa antichità, e non più appartenente ad 
un secolo illuminato. 

Michele Pl a cucci. 



MEDICINA POPOLARE 
NEL CANAVESE 




n mezzo ai molti e ridicoli pregiudizii, si cela nella 
terapeutica tradizionale dei popoli, forse tanto e più 
senno che nei proverbi; e non sarebbe punto dannoso 
che il medico si degnasse abbassarsi ad istudiare quei «frutti, per 
quanto adulterati e guasti, di secolari osservazioni. » (C. Lombroso, 
Tre mesi in Calabria. Rivista Contemporanea, dicembre 1863. Nota C). 
Forte di queste parole tolte ad un dotto nella materia, non 
mi fermo a far vedere quale utile si possa ricavare dallo studio 
della medicina popolare, e passo senz'altro a riferire quei pochi 
appunti che m'è riuscito di mettere insieme. 

— Incominciamo dalla malva, la regina delle medicine, l'erba 
che ha più virtù della stessa proverbiale bettonica. — Una deco- 
zione di foglie di malva serve a lavare le piaghe, togliendo loro 
quanto vi può essere d'infiammazione: presa semplicemente o con 
latte libera dalla tosse: i bagni ai piedi in acqua di malva facili- 
tano, se restii, e richiamano, se scomparsi, i menstrui: le foglie 
spalmate di burro servono a maturare i tumori. 

— La ruta è usata molto proficuamente pei bambini onde 



80 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

cacciare i vefmi, contro i quali taluni prendono anche del vino 
zuccherato, in proporzione variabile da un mezzo bicchiere ad 
un bicchiere, secondo l'età e la complessione del malato. 

— L'infiammazione agli occhi, pur troppo abbastanza frequente, 
specie in certe stagioni, è curata in diverse maniere; generalmente 
però sono lavature fatte con soluzione di acqua e sale, o con 
acqua mescolata a sugo di limone. Altri, come gli abruzzesi, (De 
Nino, Usi e costumi, voi. II, pag. 76) si servono delle uova di 
gallina appena fatte, che si sfregano leggermente sulla parte ma- 
lata. I più credenzoni ricorrono ai bagni di acqua benedetta , e 
sovente, specie nelle chiese dei paesi, succede di veder presso gli 
acquasantini gente intenta a tale bisogna. 

— Sulla cresta d'una delle tante colline del Canavese sorge 
ima chiesuola dedicata a S. Stefano, e nota comunemente sotto 
il nome di S. Stevu d' Canata, dal paese posto a' piedi della col- 
lina. Quivi si conserva una chiave miracolosapotentissima contro 
l'idrofobia, e quando uno è stato morsicato da qualche cane ar- 
rabbiato ricorre tosto a questa portentosa cbiav d y S. Stepu. — 
Una chiave simile conservasi pure a Rivalta presso Torino. — 
Negli Abruzzi havvi il ferretto di S. Domenico. (De Njno, 1. e). 

— Ufi mezzo infallibile, per i contadini, contro i raffreddori, 
le punte, i reumatismi, è questo: Coricatisi, si mettono addosso 
tutti i panni che possono avere, poi fatto bollire per bene un 
mezzo litro di vin generoso con cntrovi delle droghe, lo bevono 
quanto più possono caldo, indi si addormentano e procurano di 
sudare. — In città invece contro i raffreddori usano quest' altro 
modo. Presa della brace vi lasciano cadere su un po' di zuccaro, 
poi, coperto il capo di un panno qualunque, lo tengono allargato 
in modo da poter ricevere il fumo che vi esala e che vanno in- 
spirando a frequenti e lunghe fiatate. 

— La seconda pellicola del salice comune messa in decozione 
con un po' d'acqua e presa poco per volta serve come febbri- 
fugo. — Al Bessolo invece credono di mandar via la febbre le- 
gandosi al dito mignolo un pezzetto di quella sottile pellicola 
bianca che involve l'albume dell'uovo. 



MEDICINA POPOLARE NEL CANAVESE Si 

— Il mal di gola e la raucedine si curano o colTavvolgersi 
le calze di lana intorno al collo andando a letto, o col bere del 
latte molto caldo in cui siasi fatta bollire una cipolla. Spesso si 
fa e l'una cosa e l'altra. 

— Per mandar via i porri dalla pelle (papillioma) bisogna 
aspettare che passi un uomo a cavallo di un cavallo bianco, e 
dire: 

Ohi bel om di cavai bianch I 

Tuti i mi pouret a 7 vost coumand: 

Cit e gros 

A suon tuit vos: 

allora si può esser certi che i porri se ne vanno coir uomo. — 
Ottengono pure buon effetto le unzioni col latte di donna o col 
lait d 9 fic, che è quell'umor bianco che schizza fuori spremendo 
un fico non ancor maturo. 

— L'edera comune ha la virtù di tirar via la marcia. Ai bam- 
bini, per esempio, che hanno il lattime (la crosta lattea dei me- 
dici) si applicano di queste foglie e le si rinnovano fino a gua- 
rigione compiuta. Cosi pure si fa nel Bolognese. (C. Coronedi- 
Berti. — Appurai di medicina popolare. — Rivista di lett. pop. 187% 
pag. /.) — Altre madri spingono il loro amore ed il loro coraggio 
fino a leccare parecchie volte al giorno questa crosta lattea, e 
talvolta mi avvenne di vederlo praticato. — L' edera viene pure 
usata contro i calli : si coprono con una foglia e la si cambia 
tutti i giorni fino a che il callo non si stacchi, il che succede 
assai presto. 

— Coprendo con patata grattata la parte scottata, si guarisce 
la scottatura, o per lo meno, s'impedisca la formazione della ve- 
scica. Cosi pure, ove sia possibile, si usa strofinare ripetutamente 
e con forza la parte malata nei capelli. Buon effetto si ottiene an- 
che praticando con energia degli sfregamenti con farina di meliga, 
oppure con empiastri di mostarda (uva cotta)! Resta inteso che 
questi rimedi vanno applicati ipso facto dopo che ci siamo bruciati. 

— I geloni travagliano orribilmente una gran parte dei pic- 
cini, e le mamme ricorrono a mille mezzi per liberarli da tale 

sArshivi* per le tradizioni popolari — Voi. IV. Il 



$2 AltdUVlO H.K LE ttADtttOM POPOLARI 

molestia. Alcune, come cara preventiva , in autunno fanno loro 
pigiare qualche miriagramma di uva: altre fanno lavare le mani 
ed i piedi nell' acqua grassa che resta dopo lavati i piatti ; altre 
ancora, come usa pure nel Bolognese, (C. Coronedi-Berti , he. 
tit. pag. io) si servono invece della bollitura del sedano. 

— Per far passare la rosalia (rousolt) e la risipola (risipild) 
suggeriscono di mettersi colla faccia sul buco del cesso e goderne 
per qualche tempo le esalazioni. 

— All'orina si attribuisce, come alla malva, la virtù di gua- 
rire qualsiasi malattia: 

Louriha ogni mal rafifta, 
pppure: 

*L pis ogni mal guarii 

dicono i contadini. — Ad essa ricorrono specialmente per scacciare 
il mal di ventre , contro al quale è pure utile pigliare un cuc- 
chiaio d' olio d' ulivo con un po' d'aceto ed un pizzico di sale, 
od anche un mezzo bicchiere d'acqua in cui si sian lasciati per qual- 
che ora varii pezzetti di castagna d'India. 

— Lo sterco di topo preso in una bibita ha virtù di richia- 
mare il latte alle donne. Tale superstizione mi pare d'aver letto 
ch'esista anche in Cina. 

— Per far si che i paterecci giungano più presto a suppu- 
razione, vi si pone sopra una cipolla bollita, calda che appena si 
possa sopportare, la si lega con un pannolino e non si toglie che 
allorquando è del tutto raffreddata. 

— Quaudo si cade e si percuote piuttosto fortemente cosi 
che si teme di riportarne una lesione od una nizzitura, si usa 
mettere sulla parte offesa un pezzetto di quella carta bleu, di cui 
si servono i salumai per far pacchi, dopo anche averla bagnata 
nell'acqua. Indicatissimi pure sono in tal contingenza le unzioni 
con lardo vecchio. — Il lardo fresco poi , mangiato crudo , rin- 
franca lo stomaco. 

— L'uva presa a digiuno serve come purgante. 

— La slogatura e le storte ai piedi si guariscono in questo 
modo. Si piglia un rotolo di legno ben levigato, lo si posa per 



MEDICINA. POPOLARE NEL CANAVZSB «J 

terra, poi adagiatovi il piede oflfeso si fa scorrere questo rotolo 
premendo fortemente. Sulle prime il dolore che si prova è for- 
tissimo, ma poi si seda subito: allora si praticano delle vigorose 
frizioni con del sego. Se durante 1' operazione non si seme ve- 
runa doglia, è segno che non c'è male alcuno e che tutto si li- 
mita a qualche piccolo stiramento di tendini o di nervi» 

— L'acqua tiepida con zuccaro si piglia per facilitare la di- 
gestione. 

— Il mal di capo che non sia prodotto dall'aver troppo man- 
giato, si guarisce o producendo una buona uscita di sangue con 
stuzzicare mediante una pagliuzza le membrane nasali, o cingen- 
dosi la testa con bende inzuppate d'aceto. 

— Le foglie di piantagine (jnanlahna) spalmate di burro sono 
usatissime ad estrarre la marcia dai tumori. 

— Gli asparagi mangiati a lesso hanno la virtù di facilitare 
le orine, e siccome dopo queste sono molto puzzolenti, dicono 
i contadini che con esse è andato il male e che hanno purgato 
il corpo rendendolo odoroso. (C. Coronedi-Berti, loc> cit. pag. 4). 
A tal uopo servono pure le rape mangiate in qualunque modo. 

— I contadini, per il genere di vita al quale li costrìnge la 
loro condizione, sono soggetti alle ferite. In tal caso si servono 
di certi farmachi di loro composizione. Pigliano uno scorpione, 
lo mettono in un mezzo bicchiere di olio di noce, quindi lo chiu- 
dono e lo lasciano riposare almeno per quindici giorni. In se- 
guito si può adoperare, che l'olio è già atto a guarire. Lo stesso 
si fa col pipistrello. La pratica suggerisce poi quando sia meglio 
l'uno e quando l'altro dei due balsami. — Usasi pure ragnatela ba- 
gnata nell'olio puro ed anche semplicemente ragnatela asciutta. 

— Per arrobustire le gambe bisogna pigiare molta uva, op- 
pure cacciarle nelle interiora di una bovina appena uccisa. 

— L'orzo è buono per guarire la tosse: se ne fa una bollitura, 
che si beve calda e addolcita con miele.— Cosi anche nel Bolo- 
gnese. (C. Coronedi-Berti, toc. cit. pag. f). 

— Il masticare tabacco manda via il male dei denti mercè 
l'azione attutente della nicotina. Quando vi è enfiagione , buon 



84 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

effetto si ottiene impiastricciando la faccia con fiocca d' albume 
d'ovo. 

— Qualunque turbamento nervoso viene sedato con la ca- 
momilla: attraverso ad un pizzico di quest'erba si fa passare una 
tazza di acqua bollente e si ottiene un ottimo calmante. (C. Co- 
ronedi-Berti, loc. cit. pag. 4). 

— Le donne, specie della città, quando si sentono la testa 
molto pesante e sono soggette a capogiri o vertigini, mettono i 
piedi a bagno in acqua tiepida con senape. 

— Contro il mai d'orecchi prodotto da cause reumatiche si 
adopera un po' di bambagia inzuppato nell'olio bollito con un 
pizzico di camomilla. — Parimenti un bioccolo di bambagia ba- 
gnato dell'acqua ch'esce da un tizzo verde che bruci, messo nel- 
l'orecchio, guarisce dalla sordità. 

— Ecco finalmente cinque proverbi relativi al nostro ar- 
gomento ; 

— Gamba a '1 let, bras a '1 col. 

— Medich vec, sirogich giouvo. 

— Chi pisa ciair, s'an f... del medich. 

— Le malarie vefio a cavai, vafi via a piete. 

— Qpand che '1 malavi stranoua, 

Ài di a 1 medich eh a staga a ca soua. 

G. Pinoli. 



IL VAMPIRISMO IN BRETAGNA 




enchè si ritenga comunemente che la credenza nei 
Vampiri si sia sempre ristretta ai popoli dell'Europa 
orientale, cioè ai Greci, agli Slavi, agli Ungheresi ed ai 
Rumeni, pure questa limitazione locale, a mio avviso, non è del 
tutto esatta, essendovi dei fatti, fino adesso trascurati, i quali in- 
dicano che non solamente nei tempi remoti, ma anche nel medio 
evo e forse più tardi, questa strana fede aveva radici molto più 
forti e vegete in qualche parte dell'Europa occidentale. Cosi ab- 
biamo ragione di credere che Pisola Britannica avesse imparato . 
o sviluppato quella orrenda superstizione più che ogni altro po- 
polo dell'ovest, mantenendola con una tenacità degna di miglior 
fortuna, e traendola.poi all'Inghilterra de' secoli di mezzo. Le prove 
di questo sorprendente fatto non sono né letterarie né dirette; tut- 
tavia son più che sufficienti , come presunzione , a far persuaso 
chi guarda un po' addentro nelle cose. Ecco le ragioni : 

Nei tumuli funebri antichissimi si sono trovati, ai lati degli 
scheletri, vasi e vasetti di creta, evidentemente per cibo , benché 
tutti vuoti adesso. Questi vasi sono sempre alla portata delle 
braccia de' morti se i poveri scheletri ritenessero le forze vitali. 



86 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Se consideriamo la solennità del luogo di deposito, l'interno 
di una tomba e la rozza semplicità degli uomini barbari, dobbiamo 
credere che tali vasi al tempo del deposito stesso contenessero 
del cibo, dappoi guastato e sparito. In tal caso la pratica di prov- 
vedere il cibo pei morti non era quella madornale balordaggine 
o scioccheria che pare ai nostri colti e instrutti intelletti. Il po- 
vero barbaro concepiva, neir abisso del suo animo , forse disci- 
plinato nelle scuole dei Druidi , un' idea ulteriore alla mera no- 
zione di dar da mangiare al suo parente trapassato, della cui 
morte tutti s'erano già pienamente assicurati. (In quest'atto do- 
veva sottintendersi un significato che può qualificarsi come pro- 
fondo, relativamente a colui, e al suo mondo. Ed ecco, a mio 
avviso, la nozione metafisica di lui. Credeva egli che se non si 
provvedesse per uso del morto quel cibo al quale era stato ac- 
costumato in vita, si alzerebbe di tanto in tanto per disturbare i 
viventi don moleste ricerche di qualche cosa da mangiare. 

Hjsum tenete, amici! E non di meno, la cosa, la spiegazione 
voglio dire, non è cosi frivola come potrebbe parere. La credenza 
di vasi da cibo nella tomba britannica indica che i Britanni an- 
tichi dovevano avere la credenza vampirica, e cosi applicarono lo 
stesso rimedio contro di quel flagello terribile che si usa ora dai 
nostri contemporanei Rumeni in un caso identico, come vedremo. 

Questa credenza britannica, benché si trovi cosi nell'epoca 
preistorica, dovette avere un'esistenza delle più lunghe. In qualche 
modo essa vigeva ancora nell'anno 1524, dopo essere stata florida 
durante tutto il medio evo come una regola o pratica del sistema 
legale amministrato dai Coronatori d'Inghilterra, uffiziali che da un 
tempo molto lontano han condotto le inchieste domandate dalla 
legge sopra le cause di suicidii e di morti subitanee. 

In obbedienza a questa regola il coronatore prima dell'anno 
1824 in siffatti casi espressamente comandava, che un uomo il 
quale si era ucciso, si dovesse sotterrare con uno stecco di legno 
conficcato nel mezzo del suo corpo. Il seppellimento delio sfor- 
tunato aveva luogo al buio senza nessun rito della chiesa, allato 
d' una strada maestra , e al di fuori del bórgo dove fosse avve- 
nuta la morte. 



IL VAMPIRISMO IN BRETAGNA $7 

Benché questa stranissima pratica sia durata assai lungo 
tempo e fino ad un'età tutta moderna, pure non si è mai saputo 
niente della sua orìgine; ma certo la si può attribuire, senza troppa 
credulità, ai tempi lontani in cui fioriva quell'altra pratica di far 
provvigione nella tomba pei poveri trapassati. 

Quanto a me, io non esito un istante a credere che i due 
fatti , benché differenti tra di loro, siano i risultati della stessa 
scienza sociale, e che la loro significazione debba essere una. La 
forza dello stecco era di stringere il corpo morto dentro gli an- 
gusti limiti della tomba, impedendogli di rialzarsi, e far male ai 
suoi parenti tuttora in vita. La quale credenza è sempre in pie- 
nissimo vigore fra i Rumeni ed altri popoli cristiani dell'oriente 
d'Europa. 

A spiegare questa pratica inglese è necessario ammettere 
che gì' Inglesi medievali avessero creduto nel Vampirismo. La 
pratica è impossibile senza la teoria. E gì' Inglesi doveano an- 
che credere che que' disgraziati che di propria mano si uccisero 
diverrebbero, sicuramente, dopo una tal morte, ciò che si chiama 
adesso vampiro, come pena del loro delitto. 

Io non mi sono avventurato a far queste affermazioni, che 
possono saper dell' audace senza lo assodamento di fatti corri- 
spondenti e analoghi. 

Codesti fatti si trovano presso una nazione che crede im- 
plicitamente nel Vampirismo, vo' dire i Rumeni. In un giornale 
greco di Bucarest, sotto il nome di « L'iride dei popoli dell' Orien- 
te», del mese di luglio dell'anno 1884, ho trovato il passo 
seguente, il quale illustra chiaramente tutto ciò che ho annun- 
ziato. Un confronto delle due serie di fatti confermerà che l'antico 
mondo non è cosi lontano dal mondo presente come i filosofi e 
i filantropi vorebbero far credere. 

Ecco il passo neo-greco nel suo ingenuo originale: 

— OC xdxotxoi -eoo pcojiouvtxoO x<*Pt°° Bothoot>6ot> ftv TpavooX6avC« , 
iSé£ct<|>av xò irc&|xoc yovaixós xivog, fv ivótu£ov ppuxoXocxa, o5xoi ivfougav fìt- 
Xóvyjv *Iq vty xapdCav t% xal WaXav slg xò o?ó|ia néxaXov, otxov xal 0o|iiafia, 
6xm$ jiij dovq^fj itXéov va *Y«p0fl xoO |iV^|iaTOC. *0 stoafYtXsuc èvtpytl toc; 
dtoóaac avaxpCostc. 



88 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Ed eccone la traduzione italiana : 

« Gli abitanti del distretto rumeno di Rutsudos in Transil- 
vania hanno testé dissotterrato il corpo d' una donna, la quale 
giudicarono una v^mpira (veycolaca). Essi hanno ficcato nel cuore 
di lei uno stecco di ferro, e le hanno messo nella bocca un fo- 
glio con cibo e incenso , affinchè non possa rialzarsi più dalla 
tomba. La polizia si occupa delle dovute inchieste l ». 

Questo paragrafo greco, estratto da un giornale in circo- 
lazione fra le classi più instrutte della città di Bucarest., non si 
può screditare. I fatti menzionati sono pubblicamente conosciuti. 
Essi presentano una evidenza relativa ai fatti che ho raccontati 
riguardo all' antica Bretagna e air Inghilterra di tempi più mo- 
derni. Per onore del mio paese, noto soltanto che la regola di di- 
ritto, che presuppone il Vampirismo, fu in pratica dopoché la 
sua ragione, raison d 9 £tre> era stata del tutto dimenticata anche 
dal popolino stesso. In ogni caso il fatto é curioso. 

(Lmdrà) H. C. Coote. 



* Penny, Cydopoedia, sub voce « Vatnpire », cita il passo seguente dal 
Calmet nella sua Dissertation sur Ics Vampires £Hongrie : a II solo mezzo di 
sbarazzarsi di ospiti tanto incomodi è di dissotterrare i loro corpi,] di tra- 
fìggerli con uno stecco tagliato da un albero verde, di tagliar loro le teste e 
di abbruciar loro i cuori». 

Io credo che il dotto ecclesiastico abbia accumulato più rimedi insieme , 
mentre un solo fra tanti sarebbe abbastanza efficace. 



-$£-*<■ 




FILOLOGIA DELLE VOCI INFANTILI 




a prima voce che in ordine di tempo l'uomo pronun- 
zia è pa-pa. o ba-ba. Con essa l'infante chiama il pa- 
dre suo. Pa (donde pitar y pater) significa « proteggere, 
mantenere » in ariano , onde nel sanscrito pumi « io proteggo » 
palàyami « io custodisco. » Quanta poesia in questa prima invo- 
cazione , che il bimbo fa al suo genitore : o tu che mi proteggi! 
Ed è propriamente questa la prima voce che la creatura pronun- 
zia; tanto, che i Greci col verbo P<*C» o papd£» ( c h e etimologica- 
mente vale « dire ba » o « dire ba-ba ») esprimevano « il comin- 
ciare a parlare, il balbettare, l'emettere i primi suoni. » 

Taluno crederà per avventura che il pargolo pronunzi le voci 
per istinto di imitazione , per essergli state suggerite ; che egli 
non ne comprenda punto il senso etimologico; che, quando chiama 
pa... saprà forse che si rivolge al suo genitore, ma ignora o non 
intuisce di chiamarlo « protettore ». Ebbene, io ho altra opinione. 
Non ancora la legge darwiniana dell'eredità è stata applicata, e 
spiegata in tutto, alle forme fisiologiche del pensiero, della me- 
moria , e delle costoro manifestazioni fonetiche; pure Lindauer ha 
trovato che , quando Y infante pronunzia parecchie delle radici 
suggeritegli , le cellule nervee del suo cervellino , se non com- 

oirehivie per le treiijioni popelmi — Voi. IV. 



12 



90 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

prendono le idee iniziali attaccate a quei suoni, le sentono in virtù 
di una specie d'istinto, messo in moto dalla virtù dell'atavismo. 

Il secondo suono che il bimbo articola, è ma-ma; e con esso 
si volge alla madre. Ma (donde miter, tnater) significa in ariano 
« alimentare, nudrire. » Onde il neonato , dicendo ma , è come 
dicesse: o tu che mi alimenti. 

La voce più seria pel lattante, perchè ha stretta relazione 
colla lotta per l'esistenza, è quella con cui ehiede il nudrimento. 
In molte provincie d'Italia questa voce è tet-ta; in Sicilia nen-na, 
o min-na; in Toscana nin-na o mim-ma. Tetta (parola, che è pro- 
pria anco dell'italiano colto) viene dall'ariano dha « succhiare » 
onde il sanscrito dhàjati « egli sugge », il greco 9*M « mammella, 
Ut6i? « mammella: nudrice. »— Nenna e ninna, minna e mimma sono 
tutte dalla stessa radice mam; equivalgono a mamma (n^w**), a 
mammella (lat. mamilla); e in fondo vi si ravvisa l'etimo primi- 
tivo di ma « alimentare, nudrire. » 

Tappa deriva pure dal sanscrito, in cui rtvK o pakv vale « cuo- 
cere » onde P attivo al singolare fa papàka « io cossi » papaktba 
« tu cuocesti », papàka « egli cosse » ecc. Pertanto pappa significa 
« materia cotta » ed anzi più precisamente , come ce lo spiega 
Vairone, «pan cotto in acqua pura». 

I pargoli elleni , per chieder da bere , diceano Mv; onde il 
verbo PpóXX» « chieder da bere ». E quei romani dicevano, secondo 
Varrone, bua. Anco qui P originale radice è V ariano gvar « in- 
goiare, mettere in gola », che in generale si riferiva ad alimenti 
solidi e liquidi (in greco frfòp* « cibo » — Wptóptco « io mangio » — ) 
ma che nel linguaggio infantile restò a' soli liquidi. In Sicilia è 
rimasta la forma y mbru o 'mbrua, più conforme al Pp&v de' Greci; 
mentre nel resto d'Italia prevalse la forma y mbu, ed anco bi-'mbu, 
bo-mbu. Queste due ultime forme, (di cui bombo è rimasta all'i- 
taliano colto) hanno la stessa formazione del greco P l Pp<boxa>, e 
del latino bi-bere. Il nome bimbo, o bambolo, viene dalla indicata 
formazione bi-'mbu ; precisamente come in tedesco Kind « fan- 
ciullo » viene dzgwnd « ingoiante, beente » (radice indicata gvar). 

La culla in Sicilia si dice naca dal greco v** 1 ? « vello di 
lana », perchè le più antiche culle eran fatte di morbide pelli la- 



* •.•«* 



FILOLOGIA DELLE VOCI INFANTILI 91 

nose. Nel resto d'Italia chiamasi cuna, dal latino cuna, che viene 
a sua volta dall'umbroceltico cno, e ha la stessa radice, e lo stesso 
significato del greco v**^. 

Dicesi che il fanciullo /a la nanna, quando egli dorme. c Njtnna, 
dall'indiano nàvna (radice nu, nik « accennare cogli occhi ») in- 
dica « la chiusura degli occhi, che precede il sonno. » Sono dalla 
stessa radice v»6xd(;a) « sonnecchiare dondolando la testa » vó6xaXoc 
« sonnolento » e il latino co-nivere « chiudere gli occhi ». 

Ninnare , o far la ninna è il dondolar mollemente la cuna, 
perchè il bambolo che vi è si assopisca. Ninna deriva dall' in- 
diano nisna (radice nas « venire, venire e tornare, altalenare, ») 
da cui pure deriva il greco vt66ojwtt « j a vengo, vo e ritorno ». 

Fare, o cantare la ninna-nanna è il dondolar la cuna , mor- 
morando una cantilena suaditrice del sonno. 

A queste tre diverse espressioni , usate in quasi tutta Italia 
per indicare tre operazioni diverse (far la nanna; far la ninna; 
far la ninna-nanna) torrisponde in Sicilia un'espressione sola: far 
Vaò, o far l'avo. 

%Ab od avo viene dal greco P«up<*» o Pa»poX£ta>, che significa 
« sopire, addormentare ». Ma anche il greco P«t>P*«> è di origine 
sanscrita, e viene dalla radice svap o svab « dormire, addormen- 
tare »; dalla quale vennero il greco <*pttovoc (ftevoc) « sonno » , il 
celtico svheb (beh) « sonno », il latino svopmnus (somnus) « sonno », 
il tedesco schvap (schlaf) « sonno ». — Dalla seconda parte di P°«>- 
paXeCa) (in latino lallaré) venne il nome di balia, che perciò eti- 
mologicamente significa « colei che addormenta col canto. » E 
la parola vava o vavùso, che in dialetto siciliano equivale a bam- 
bine, non è mica corruzione, come volgarmente si crede, dell'i- 
taliano « bavoso, che ha la bava, il lattime alla bocca », ma pro- 
viene dal P«wP<4Co€ « quegli che dorme, che si addormenta cullato 
dal canto ». 

La chicca è pe' fanciulli ogni cosa soave al gusto (frutta , 
ciambelle, dolciumi): la carne cotta chiamano ciccia: in siciliano 
la chicca dicesi rìcci. Virgilio chiama crustum quel pezzo di 
pane, o d'altra vivanda che si dà a' bimbi, Orazio crustulum la 
focaccia , o cialdone , o ciambella , o berlingozzo : onde Seneca 



92 archìvio per le tradizioni popolari 

chiama crustularius il pasticciere o cialdonaio o bericuocolaio, o 
insomma il Depretis della gastronomia parlamentare. Il crustum 
dei Romani vien dall'ariano krus « essere duro », onde crosta « su- 
perficie dura, crosta» *pk>c «gelo», xpóexaXXog «ghiaccio, cri- 
stallo » e in celtico cruas « assideramento », cruaidh « acciaio », 
cruad « pietra ». Ma il crustum non ha etimologicamente nulla di 
comune colla chicca, la ciccia e li ricci; i quali tre vocaboli mo- 
strano parentela intima col *(xxoc de' Greci, parola che in senso 
generale significa « ogni cosa minuta, ridotta a granelli o a fili » 
e in senso stretto « 1' involucro de* granelli nella frutta ». Il 
Kfoxoc de' Greci vien dall'ariano ski, o shigh « dividere, spezzare, 
staccare, tor la corteccia, raschiare ». 

Il ferriati è quell'arnese, in cui messo l'infante , questi può 
sedersi, o star fermo , o anco camminare movendolo. Viene dal 
latino fero, o dai greco 9*P®, o dal sanscrito bbàrami, verbi tutti 
che significano « portare, trasportare » e tutti derivano dall'ariano 
bhar « portare ». La desinenza di ferriati tutta greca mostra che 
la Sicilia ebbe il vocabolo a' tempi ellenici. 

THscia vien dalla radice ariana pas « emettere liquido », onde 
il greco **©& frtéoc e il corrispondente latino penis (da pesnis), dei 
quali è inutile dare la traduzione. Noto in passando che il pipino 
nome usato dai fanciulli nella più parte dell'Italia continentale per 
indicare il **°€, risulta dal raddoppiamento della radice pas. La 
voce piscia (la quale non si trova in greco e in latino) dev'es- 
sere venuta agl'Italiani dal celtico pis « urina », pisaw « gettar ac- 
qua »: altrimenti dovremmo credere a una importazione recente 
del germanico pisse , pissen : importazione assurda , perchè il vo- 
cabolo dev'essere molto antico, da che fa parte del vocabolario 
infantile. I Greci usavano la voce *i«x« tv » fc-wci** e i Romani 
mingere, mictus per esprimere « urinare e urina », donde il dialet- 
tale siciliano mine : queste voci emanano dall'ariano mig h « ver- 
sare », onde il sanscrito maighati, o mattati « egli versa, egli pi- 
scia ». 

Aggiungo che bombo può anco venire dall'ariano pa « bere » 
onde il sanscr. pipami o pihami « io bevo », il greco ** v » « io bevo », 
il latino bibo « io bevo », *<™te « bevanda », potus « bevanda » ecc. 



FILOLOGIA DELLE VOCI INFANTILI 93 

Altra voce fanciullesca è tato e tata, con cui indicano di pre- 
ferenza il fratello , e la sorella , ma anco in generale qualunque 
persona (esclusi i genitori) di qualunque età e sesso, che lor si 
mostri. È evidente in questo suono la derivazione dal sanscrito 
stìnta, che significa « stante, colui che è fermo, che non dà noia, 
che non tocca altrui ». In Sicilia la forma tata credo non abbia 
mai allignato, e ciò perchè non l'ebbero i Greci \ 

Le impressioni più dilettose l'infante le riceve o per gli oc- 
chi, o per gli orecchi. Tutto ciò che brilla, o splende allo sguardo, 
e' lo chiama list* o liscio. E questa parola ricorda il sanscrito 
laiikatai y il greco ***&*, il pelasgo-siculo les, leos, parole tutte che 
valgono e vedere cose lampeggianti, od a colori accesi ». Tutto 
ciò che risuona, e' lo dice dindo. La voce dindo richiama la ra- 
dice ariana taf , tin * risuonare » radice eminentemente onoma- 
topeica, che fa sovvenire il verso di Dante : 

« Tin tin suonando eoa sì dolce nota ». 

La voce dindi usata per esprimere « danari, monete » è l'unico 
traslato del vocabolario infantile. In Sicilia v'è la frase tri a ddi-ddi 
per significare « l'andare il bambino a spasso ». La credo corru- 
zione ài ire a dindi andare per dindi , andare per oggetti , che 
dian suono piacevole all'orecchio infantile ». Ma può anco essere 
che ddi-ddi venga dal sanscrito iti o ity « lo andare » onde il la- 
tino àio, iter, ecc. f . 

i Bau y od anco bau-bau, nacque dalla radice ariana bhab « sgo- 
mentare iobhii temere » , onde il sanscrito bbapàyatai e egli 
spaventa », il greco v$*» e io atterrisco », il celtico fiamb , fiabb 
« terrore » e il latino pavor « paura ». Il bau de' fanciulli, in tutte 
le lingue indogermaniche, significa « V oggetto di spayento ». In 
Sicilia prese la forma di bau-bau-setti: la desinenza, sette, di que- 
sto strano vocabolo, è corruzione di sente, o sinte (radice ariana 



1 Ci permettiamo <fi osservare che la voce taU in Sicilia è ^^^rnmr, e si- 
gnifica ptdrt, (I DntETTOU). 

1 Abbiamo sempre ritenuto col popolo che nella frase tri « idì-ddì, o « 
ddi-ddi, il idi àa tronco da Ddiu, Dia (I Duettoii). 



94 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

sant» accorgersi, sent-ire) che nel sanscrito vale «osservare, av- 
vedersi ». Onde bau-sette significa « accorgersi del bau, dell'oggetto 
di spavento » \ E infatti i nostri bimbi han per costume scoprirsi 
d'improvviso il volto , coperto precedentemente da un drappo , 
nell'istante che pronunziano questa parola, come se si accorgano 
a un tratto di cosa che li faccia temere. 

La scienza in generale, e quella del linguaggio in ispecie, è 
realista per eccellenza. Anco la voce cacca viene dall' ariano, e 
giustappunto dalla radice ghad « andar di corpo ». Il sanscrito 
hàdatai, il greco *<****), il celtico kack, o caf, il latino cacare, donde 
quel fiero Catone cavò a contumelia de' suoi avversari quel ter- 
ribile participio cacatus, il tedesco kacke, tutti vengon di là. È de- 
gno di nota che il bambino non pronuncia il vocabolo colla e 
iniziale dura, o colla k, ma con un'aspirazione gutturale profonda 
(ka-ca), assai conforme alla fonica della radice primitiva. 

L'ultima parola del lessico puerile è bua , che serve a indi- 
care ogni malessere fisico. Non è dubbio che derivi dal sanscrito 
puya (radice pav , pu « essere, o divenire marcio , puzzolente ») 
onde l'indiano pùyalai « egli s'ammala, si guasta », il greco ™>« rv 
« marcire » il latino pus «marcia » putere « puzzare ». Pei Greci 
*toj significava propriamente « la suppurazione , o infiammazione 
de' polmoni ». L'infantile bua però meglio si mostra affine al 
TcOap o wutxta che vale « latte coagulato, ed anche colostro ». Infatti 
il malessere de' bambini più che tutto proviene dal coagularsi 
del latte materno (in sicil. pila di minnd). 

Da circa tre mila anni, secondo i calcoli di M. Mùller, esi- 
ste la famiglia delle genti ariane nel mondo; e d'allora ad oggi, 
dal Gange al Tago, da Ceylan all'Islanda, i fanciulli, aprendo il 
labbro d profferire le prime parole, a balbettare le prime sillabe, 
si sono valuti, e si valgono degli stessi suoni, delle stesse radici 
immutate. Potenza della tradizione famigliare! 
Ragusa di Sicilia, luglio 1884. 

E. Bellabarba. 



1 Gioverebbe richiamare le voci babao, bau, bausette e sette del Vocab. del- 
l'uso tose del Fanfani (I Direttori). 




TESORI INCANTATI 




' credenza comune del popolo che ci siano qua e là 
nascosti immensi tesori (truvaturi), che, a pigliarli, è 
una faccenda molto difficile, poiché, come esso dice, 
sono 'ncanlisimati, cioè a dire c'i 'u 'ncantisimu, una persona morta 
che li possedette in vita, il cui spirito li guarda. Si aggiunge poi, 
che, saputo ciò che è poco possibile, P incanto o meglio la pa- 
rola necessaria a sciogliere 'u 'ncantisimu , quasi che egli sia là 
dannato a far da guardiano, il tesoro si piglia. Quanto ci sia di 
vero in ciò non è dato a noi di rintracciare; ma che la credenza 
sia tuttora viva ci piace di cohstatarlo con le tradizioni che ab- 
biamo raccolte e che presentiamo ai lettori. Le tradizioni son 
vecchie, ma son sempre giovani per la nostra gente, che in tutte 
le notti vede in quei luoghi, ove la tradizione addita una truva- 
tura, o un cane che ulula in modo da fare spiritare, o un coso 
lungo lungo che mette spavento , o un otre ben gonfio che si 
va rotolando per terra, o sente un rumore come se passasse una 
carrozza tirata da 4 cavalli. Il possesso di questi tesori è la 
araba fenice del nostro popolino, il quale tuttodì fa il diavolo a 
quattro per trovare il modo come sciogliere V incanto. Onde i 
guastamestieri, i furbi ne profittano dandogli ad intendere le cose 



96 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

più strane per iscroccargli i quattrini; poiché questi tesori non si 
piglian mai o perchè il tale si fece la croce o nominò il nome 
di Maria mentre che si recitava l'orazione prescritta, il tale altro 
non era in grazia di Dio, per cene sue faccende. Insomma ci si 
trova sempre un intoppo qualunque che fa andare a male la fac- 
cenda, che poi si ritorna a ripetere per troncarla in sul bello per 
una traversia qualunque. Ma il mondo è fatto cosi, e la travatura è 
stata e starà sempre 11 per ingigantirsi nella fantasia popolare che 
crea li mun^edda d'oro e d'argento con la istessa facilità con cui 
un pittore crea le belle madonne. Ma il bello è che a volta i 
incantesimi giuocano bene di bastone, e c'è molti che ti narrano 
delle sante legnate che han toccato passando in una ora scbgnita, 
cioè oltre la mezzanotte, da uno di quei luoghi; ma poveretti, la 
fortuna non era di loro ! E si cunfortanu cu ssu spicchi r* agghia, 
come diciam noi, e le han sopportate in buona pace; ma se tu 
domandassi loro : chi ti diede quelle legnate ? noi saprebbero dire 
loro stessi. Ci si crede e basta. 

"Kjoto, 14 XI 84. 

Mattia Di Martino. 

Munti r' ora *. 

C'era nu re e' a via 'na figghia. Stu re fu pigghiatu priciu- 
nieri; prima di pàrtiri, ci rissi a so figghia: — « Tu, quannu viri 
ca nun viènunu li nuostri bastimienti, ti divi sparari supra stu 
rinaru ». La figghia accussl fici, e arristau ddà 'ncantisimata. Si 
arriccunta ca 'na vota ci jeru a pigghiari stu tisoru. — Arrivannu, 
tucculiaru la 'rutta , e la picciotta 'ncantisimata ci arrispusi : — 
« Cu' è ? » — « Ni ci manna vuostru fratellu » ci arrispusiru chiddi. 
— « Chi boli me fratellu ? » — « Voli 'i rinari » — « Chi boli, ar- 
gentu, oru, ramu ?» — « Voli oru, argentu e ramu » — « Comu 



' Monte d' oro, uno dei monti iblei detto cosi forse o pel tesoro che si crede abbia nelle sue vi- 
scere, o perchè, guardando a levante, è indorato, lungamente dai raggi del sole. 



Tesori iNCANtÀti tf 

lu voli misuratu, ci rissi rdda, cu tumminu, munnlu, cuoppu ». — 
A stu mumentu, unu ri chiddi si scantau e dissi: ce Maria santis- 
sima ! » Comu rissi' accussl, si truvaru tutti sparpagghiati ri cà e 
ri ddà, e s'arricòsiru duoppii uottu jorna a li casi. 

Si arriccunta ca V àutra vota 'na fimmina vitti 'nta ssi parti 
'na ciocca cu li puddicini r'oru; nun li potti pigghiari e arristau 
bobba. 

Calafarina \ 

Calafarina era ministru di 'nu re chiamatu Varvalonga, ca lu 
mannau 'nta la Sicilia pi Re. — Iddu pinsau a farisi riccu spug- 
ghiànnuni. 'U sappi lu re e cumminau di mannàrici a so mug- 
ghi eri, comu si fussi viduva, pi dirici ca lu re era muortu e vinia 
pi spusarisillu. Accussl fici. Calafarina ci critti, ma pi cautela ci 
rissi a so figghia: — « Figghia mia, se quannu viennu li banneri 
sunu nluri, signp ca sugnu vivu , se sunu ri culuri , voli riri ca 
sugnu muortu. Tu, comu viri vèniri li banneri ri culuri, ti spari 
supra tutti li beni ». Calafarina comu arrivau , lu re lu ammaz- 
zau e ghlu a pigghiàrisi li so' beni cu li banneri ri culuri ; so 
figghia, comu li vitti, si sparau. E accussl lì rinari arristaru 'ncan- 
tisimati : se si sapissinu li pareli ca rissi la figghia quannu si 
sparau, sti rinari si pigghiassiru. 

Re Falari. 

A Cciusi ri Carni 2 c'è 'na truvatura cu lu re Falari 'ncan- 
tisimatu. Si arriccunta ca 'na vota 'na fimmina ci iju cu dui so' 
figghi picciriddi. — Arrivannu ó jardinu, ch'è ddà bicinu, ci 'scieru 
quattru cani, e si vulievunu mangiari 'u picciriddu — Cciuna ddà } 
ci ha 'sciutu unu a la greca, vistutu cu 'n trubanti russu, e avia 
'nu ghiòmmiru * 'nta li manu, e l'avia stinnutu 'nta la ristuccia J . 
Comu lu vitti, si scantau e muriu cu li so' figghi. — Se avissi 
aflSrratu ddu filu, si avissi pigghiatu ddu trisuru ». — 'N'àutra vota 
e' iju 'n'autra fimmina, lu vitti e si ni turnau addubbata di lignati. — 
La sorti 'un era pr' idda 6 . 



' La grotta di Calafarina nell'ex-feudo S. Lorenzo in quel di Noto. * Chiuse di Carlo in qnel 
di Avola. * Più in là. * Gomitolo. * Stoppia. * Per essa. 

archivio per U tradizioni popolari — Voi. IV. i 5 



98 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Funtani bianchi \ 

Si rici ca a Funtani bianchi c'è 'na truvatura, e dinari ci n'è 
'n utri ri tauru. 'Na vota vinni un 'recu % e a la massara ci resi 
'na cannila, ca, addumànnula , putia trasiri 'nta la 'rutta ; ma ci 
rissi a la massàra: — « Abbarati, quannu finisci la cannila, a nisci- 
ri vinni curriennu; si no, arristati ddà rintra » — La massàra ci fici 
calari a so figghia e pigghiau rinari; ma 'na vota mentri la pie- 
ciotta era ddà rintra , finiti la cannila , si ciuriu la 'rutta e idda 
arristau dà rintra. 

'U cuozzu 'u scavu '. 

'Nta ssu cuozzu c'è lu scavu 4 cu la scava, ca si fannu ogni 
notti la passiata. Stu scavu era un gran latro, ca abbitava da ssu 
cuozzu, e si rici: 

A Tatatàusu * abbitinu li canazzi, 
Nesci la cumpagnìa ri li surci. 
Cu' passa *i Renna * e nun è rubatu 
O 'u scavu 'un c'è o puru è malatu 7 . 

Arristau ddà 'ncantisimatu 'nta li rinari. 'Na vota, a tiempu 
di messa, tri figghi e' un patri si cunsaru la tenna dà unni passa 
iddu la notti. — 'Nta la notti, fuoru tutti addubbati di lignati. 

'Nta l'uortu di li Rumani 8 . 

'Nta l'uortu di li Rumani c'è 'na ghiebbia * antica unni su' 
vurricati reci varrila ri rinari. 'Na vota c'erunu rui picciriddi ca 
li jevunu a piggHiari e avievunu pigghiatu ru' pezzi 10 . Ci spiau 
na suoru sua e ci rissinu: « L'àmu pigghiatu 'nta l'uortu di li Ru- 
mani ». — « Jtici », ci rissi idda: iddi ci jeru e truvaru rurici fatti 
ca li assicutaru e li stavanu sbramannu. Se 'un lu ricievunu a so 
suoru, li dinari erinu r'iddi. (Raccon. da Letteria Duco di Avola). 



1 Fontane bianche, tonnara in quel di Avola. * 'Riecu, greco. s 11 colle dell' nomo bruno nell' ex- 
feudo Renna in quel di Noto. * Uomo di pel bruno. * Ex-feudo in quel di Noto. * Renna ex-feudo 
in quel di Noto. 7 Nei Proverbi siciliani del Purè, voi. Ili, p. 141, c'è questo, coi relativi riscontri. 
* Nell'orto delle famiglia dei Romani d'Avola. * Fonte. * Due perai da dodici tari. 



-tf^3+r>2^^- 



SPIGOLATURE 
DEMOGRAFICHE SICILIANE DI BUTERA 



Domenica delle Palme. 




a domenica delle Palme in Butera ha luogo una spe- 
cie di scena religiosa. — Si fa uscire di ^mattino la 
statua del SS. Salvatore, che trovasi nella chiesa di 
S. Maria delle Grazie, e ad essa si fanno seguire dodici uomini, 
per lo più tutti contadini, aventi diritti ereditari su tale funzione, 
che, confessati e comunicati vestono una specie di camice celeste, 
con un diadema di cartone attaccato al centro del cranio con 
cera versata sui capelli ; un coprispalle leggiero a colore indiffe- 
rente, posto in forma di pizzo che passa sotto l'ascella destra, e 
le punte di esso annodate sulla spalla sinistra, un bastone nero 
alla mano destra e la mano sinistra sul petto; i piedi scalzi. Essi 
rappresentano i dodici apostoli, e ciascuno sulla mammella destra 
porta un' etichetta di legno, a forma di cuore, su cui è scrìtto il 
nome dell'apostolo, che la persona che la porta rappresenta. — 
Giovanni porta il camice bianco. Giuda occupa l'ultimo posto, ha 
la barba nera posticcia, non porta diadema, e per bastone ha un 



100 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

fasto di palma col quale minaccia i ragazzi che 1' attorniano di 
pestar loro i piedi., ovvero li insegue, e quando non li raggiunge 
torna indietro beffato. Egli, inoltre, porta in mano una borsettina, 
che di tanto in tanto lungo la processione mostra ai pubblico. 
I detti apostoli vanno dietro la statua, in fila, l'uno distante d'altro 
cinque metri circa. Percorso il Piano del Castello, scendono in 
campagna per la porta del Castello, passano per le falde del Poggio 
Moro, attraversano la strada chiamata Cursa, ed entrano in città 
per la porta Grande, volgarmente detta Portazza; dove giunti, tro- 
vano il clero, che, cantati gì* inni di rito, precede la statua, e s'in- 
cammina per la Madre chiesa, pigliando pel Piano de Pasquale, 
salita del Mercato, via della Matrice. Il popolo lo segue con rami 
d' ulivi , palme , ecc. gridando : Viva lu SS. Salvaturi di tuttu lu 
munnul 

Arrivata la statua nella Chiesa madre, si canta la messa del 
passio; gli apostoli si fanno la comunione, Giuda si astiene; termi- 
nata la funzione, la statua attraversa la via della medesima Chiesa, 
quella del Mercato, il Piano de Pasquale, la via Regina Marghe- 
rita, e rientra nella chiesa di S. Maria delle Grazie, da dove era 
uscita \ 

Giova notare che tra le persone che rappresentano, Giuda è 
pagato con tari 12 (L. 5, io); gli altri apostoli pagano tanto 
per uno. 

i* Maggio. 

Con Maggio entrano i fiori , ed in Butera con Maggio en- 
trano le superstizioni. E di vero, è costume antico, e proprio di 
tutti quei terrazzani, che al primo Maggio d'ogni anno, in ogni 
porta, dalle fessure devono pendere dei fiorì gialli, nati in terra 
incolta, che volgarmente chiamano duri di maju. Se domandi il 
perchè di tale usanza a qualche buterese, specie poi ad una femmi- 



1 Oliato spettacolo rientra nel grappo di quelli descritti da G. Pitrè, Spet- 
tacoli t Fests popolari siciliane, pp. 80-135, dove altri simili ne sono descritti 
per tutta la Sicilia. 



SPIGOLATO» DEMQGJUFiCHE SICILIANE 01 1UTERA fOI 

succia, ti avrai per risposta che quel fiore serve per togliere le 
maligne tentazioni, e respingere il diavolo, il quale alla vista di 
quel fiore sulle porte non entra nelle case; e quindi, nel giro che 
egli si £a in detto giorno nelle ore vespertine, non entra colà 
4ove quel fiore pende dagli usci 1 . 

3. Maggio. 

Alla festa della Circoncisione, dai terrazzani chiamata Sch^a, 
si fa precedere un pellegrinaggio ai poggio di Santa Croce , a 
pochi passi da Butera, dove è, una chiesuola, di cui appena ap- 
pena esistono le mura; perchè la volta e tutto il resto è stato 
devastato dal tempo. Il detto pellegrinaggio dura per tre giorni 
consecutivi, cioè dal primo sino al tre di Maggio; ha luogo nelle 
ore vespertine, vi accorre tutto il popolino buterese a carovane 
recitando a coro il rosario del Signore: 

E lodamu ogni muraentu 
Lu Santissimi! Sagramentu. 

A cui si risponde: 

Oggi e sempri sia lodatu 
Nostra Diu Sacramintatu *. 

Alcuni ripetono a voce bassa la prece : Jesu, Jesu, noma di Jesu. 
Arrivati poi alla chiesuola, tutti in ginocchio fanno la presenta- 
zione del Rosario recitato lunghesso la strada: e poscia ritornano 
in Butera. 

È un divertimento, più che una devozione, questo pellegri- 
naggio. Di vero, al ritorno le ragazze fanno dei giuochi tra loro: 
pigliano fiori di maju e spiccando una fogliettina a ogni parola: 
assat, picca e finenti, vedono quanto amino una persona, che prima 
determinano; e dicono : Ti vuogghiu bèniri assai, picca t menti; or 
se all'ultima fogliettina tocca l' aggettivo assai, vuol dire che ra- 
mano assai, se picca, V amano poco, se nnenti, non V amano af- 
fatto 8 . 



1 Vedi PrrwÈ, Spettacoli, al cap. P maggio. 

9 Lo stesso, Usi natalizi, nuziali e funebri del popolo siciliano, p. 141. Pa- 
lermo, MDCCCLXXIX. 

• Lo stesso, Spettacoli, p. aj$. 



102 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

I giovanotti d'altro canto si divertono giocando a Tutna, ri- 
colta e puttana ', ed a gettare sui capelli e sui coprispalle delle 
donne certa erba, che presenta la forma di una spiga, i cui fili si 
staccano facilmente, e s'attaccano gettati sulla persona, e quando 
T erba s' è attaccata : Voli! volt! volti gridano, ovvero; Oh ca 

Yhavil eh ca Yhavil % . 

» 

H tre Maggio, giorno in cui la chiesa festeggia l'Ascensione, 
sulle ore maturine, i popolani, per divozione, vanno in campagna, 
e « passano l' acqua », cioè attraversano a piedi un torrente, ov- 
vero un fiume \ 

Giuochi 

a) Scugna e biecchiu. 

Fra i giuochi , tanto comuni in buona parte dell' isola , in 
Butera ne riscontri uno, specioso e singolare. Nella stagione in- 
vernale tu vedi dei ragazzini, che, seduti sul gradino di una en- 
trata chiusa, fanno forza ad urtarsi fianco con fianco, per fare 
uscire dal posto il meno resistente. Questo giuoco lo chiamano 
Scugna e biecchiu, forse scugna , imperativo : levati, e biecchiu dis- 
pregiativo: vecchio, perchè chi non può resistere agli urti è de- 
bole come un vecchio \ 

b) Oppa. 

Questo giuoco non consiste in altro che nel mettere una. 
pietruzza nel muro e gettarvi dei fondelli (Capitini) e alterna- 
tivamente gettare un fondello; il più vicino ha il diritto di sof- 
fiare su di esso; se si svolta, allora è suo; se no, soffia l'altro, 
e se si volta, allora è suo; se no, torna a soffiare il primo e cosi 
di seguito. 

Si dice ppa, quasi pel suono che si emette quando si sof- 
fia con forza per fare voltare il fondello *. 

G. Vullo. 



1 Pitrè, Giuochi, n. 89. 

* Lo stesso, Giuochi. 

8 Lo stesso, Spettacoli, p. 263. 

4 Lo stesso, Giuochi, n. 149. 

5 Lo stesso, Giuochi, n. 45. 



ORIGINE 

DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI 

CASTELTERMINESI 



« La parola esce da un sol labbro e giunge a mille 1 u 
Vrov. neogreco in Marceilgs, Otants p*fml. eie. 
Paris, 1860. 




ello studio delle tradizioni popolari siciliane, Castel- 
termini, cospicuo comune della provincia di Girgenti, 
tiene un posto assai distinto: canti, leggende, storie, 
fiabe, novelle e racconti, raccolti dalla viva voce del popolo, in- 
sieme a notizie di spettacoli, di feste, di giuochi fanciulleschi, di 
usi, di costumi e di poeti popolari castelterminesi sono stati da 
me comunicati, con le tradizioni di Cianciana, al mio amico Giu- 
seppe Pitrè, il quale ne ha fatto tesoro nei suoi svariati libri di 
letteratura popolare, cosi come nella sua biblioteca delle tradizioni 
popolari siciliane. 

Però, se ricca generalmente è riuscita quella nuda raccolta, 
essa difetta dal lato della paremiologia, e ciò non perchè Castel- 
termini non abbia un immenso numero di proverbi (i quali, come 
è saputo, non possono essere diversi da quelli della Sicilia tutta, 



104 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

anzi d'Italia e delle altre genti latine); ma perchè credei che nulla 
di nuovo io poteva aggiungere alle lunghe e amorose ricerche 
paremiologiche del mio egregio amico; onde mi limitai ad offe- 
rirgli alcuni proverbi speciali a Casteltermini ed a Cianciana, e che 
avevan rapporto ai consueti motteggi di comuni e città '. 

Continuando a fermarmi nel campo della paremiologia locale, 
io son lieto di potere offrire oggidì ai benevoli lettori dell' ^Ar- 
chivio un altro manipolo di proverbi, motti e modi proverbiali nati 
proprio in Casteltermini, che a me sembrano di qualche impor- 
tanza; perchè, al contrario di quello che generalmente interviene, 
si può di ognuno di essi segnare la origine, indicarne 1' avveni- 
mento o l'aneddoto occasionale, spiegarne tanto il significato pro- 
prio e primitivo, quanto il senso figurato, intimo e morale; e di 
taluno nominarne anche l'autore. 

È noto come la locuzione primitiva che conduce al proverbio 
o al modo proverbiale sia sempre individuale, e non già di quel- 
l'ente collettivo che si chiama popolo, il quale di sua natura non 
è inventore; ed è saputo del pari che occasioni inattese non man- 
cano, nelle quali un motto, una frase naturale, vivace, pittoresca, 
incisiva di un individuo venga ricevuta in un cerchio ristretto di 
persone, e che poi quel cerchio si allarga, come suole allargarsi 
quella di molti concepimenti buoni o sensati, e fa il giro di un 
comune, di un paese, trovando fortuna f . 

Se non che una delle maggiori difficoltà in paremiologia nasce 
dall'ignorare il senso originario della maggior parte dei proverbi; 
sicché sarà sempre carità di patria e dovere di storico il racco- 
gliere e conservare tutte le notizie che ci dicano come e quando 
il tal fatto avvenne, visse il tal uome, vigeva il tal uso , preva- 
levano le tali tendenze; e a giustificare perchè, anche accertata 
l'origine storica, il motto venga adoperato in occasioni della vita, 
che poca o nessuna analogia hanno con la prima ed originaria. 



1 Vedi Pitré, Proverbi siciliani, v. IN, e. LX: Nazioni, 'Patii e Città, e 
t. IV, Aggiunta al e. LX. 

■ Pttré, Prov. sic, v. I, p. CI e $eg. 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI iOj 

Ciò spiega perchè io, povero, ma appassionato cultore delle 
memorie storiche della patria mia ', pubblico queste 20 tradizioni 
orali ad intelligenza di altrettanti proverbi, motti e modi prover- 
biali castelterminesi. Le quali tradizioni, non prive di curiosità per 
la Novellistica popolare, riescono preziose anche come documenti 
storici, e tali da potersene trarre vantaggio per la storia comparata 
delle tradizioni medesime. 

In questa pubblicazione mi sono giovato anzitutto delle mie 
reminiscenze, che ho completato con le notizie che mi son ve- 
nute da ogni ceto, popolano o no, della patria mia; se non che, 
compiuto questo lavoro, che direi ecclettico, stimai utile cosa il 
tirare dalla bocca del basso popolo i testi in vernacolo delle predette 
tradizioni , uno dei quali in due differenti lezioni , tempo prima 
raccolto, fu già comunicato al Pi tré, che lo pubblicò nella ricor- 
data Biblioteca »; e gli altri, raccolti dappoi, vado a mettere a sua 
disposizione perchè il valentuomo possa illustrarli e pubblicarli 
quandocchessia. 

Ed ecco ora i proverbi, i motti e i modi proverbiali con le 
loro tradizioni spiegativi 

I. Lu dijavulu di la matina di Pasqua ! 

Nella mattina della Pasqua di Resurrezione in Casteltermini 
si fa una processione di carattere assai drammatico e affatto pan- 
tomimico e curioso, che i terrazzani chiamano Lu 'ncuontru. 

Già nel Venerdì Santo Cristo era morto sulla croce; ma nel 
Sabato è risuscitato , e la lieta novella , vaga ed incerta , arriva 
alle orecchie di Maria; la quale alla mattina della Domenica lo 
va a cercare. La statua di Maria, vestita a lutto, parte dall'oriente 
del maggior corso del Comune con la Confraternita di San Vin- 
cenzo; mentre Cristo si avvia dal lato opposto con il Clero e con 



1 Gaetano Di Giovanni, < Kotiiie storiche di Casteltermini e suo territorio. 
Girgenti, Montes 1869-1873, voli, due (il III, inedito). 

* Fiabe, Nov. e Kjicconti pop. sic. v. IV, pp. 80, 1 1 1 e 1 1 2; e Spettacoli, p. VIII. 

^Archivi* per le tradizioni popolari — Voi. IV. 14 



t06 ARCHIVIO PER LE TR ADIZIONI PpPOLARl 

la Confraternita di Sant'Anna; seguito -da un demonio in costume, 
cui trascina incatenato un angiolo ; e viene da costa la Morte 
dalle forme stecchite e gialle , con arco alla mano , saettando i 
più vecchi con gran dispetto di costoro e grosse risate degli spet- 
tatori. 

Le due processioni s'incontrano nel Largo del Duomo sotto 
archi alzati nella notte dalle due Confraternite, e rivestiti di odo- 
rose satarieddi ', e appesavi una miriade di cuddùri % e di mela- 
rance, i quali neir insieme fanno un effetto assai bizzarro. Quivi 
Maria getta il bruno manto e, lieta e festosa, abbraccia Gesù; e 
allora la Morte ed il Diavolo, già lasciato libero, si abbandonano 
a capestrerie che mai le peggiori, mentre le due processioni, riu- 
nite, si avviano per V oriente, e vanno a passare sotto un altro 
arco, che, pure nella notte, hanno preparato : confrati di S. Giu- 
seppe; indi a che, volgendo per le vie Capricci e Cacciatoriana, 
si riducono al Duomo. 

Questi 'Ncuontri sono comuni a molti paesi di Sicilia , ma la circostanza 
del Diavolo e della Morte è speciale a Casteltermini ed a qualch' altro comune, 
come a Mazzara, che ha la sola Morte, ed a Prizzi, il quale, oltre la Morte, mette 
in isceua molti Diavoli. E come in Prizzi lo spettacolo è rimasto proverbiale 
con la frase: Labballu di li diavuli ', allo stesso modo l' Incontro casteltermi- 
nese ha generato il proverbio: Lu dijavulu di la mulina di Tasqua ì (Il diavolo 
della mattina di Pasqua !), che il popolo pronunzia, con tacita voce, alle spalle 
di coloro, che hanno la malaventura di aver brutta l'anima od il corpo. 

Questo motto deve esser coevo all' introduzione in Casteltermini dello 
'Ncuontru, del quale la prima memoria la ho trovata nei Capitoli della Confra- 
ternita di S. Vincenzo del 1746, dove leggesi così: « I confrati sono obbligati 



1 Sataredda (pi. satarieddi) dicesi in Casteltermini la pianta che in altri co- 
muni siciliani chiamano: Satarieddu e satureddu; ed è il tbimus capitatus di Linn., 
timo di Creta o di Candia. 

■ Cuddàra (pi. cuddùri), è il pane lavorato in forma di corona o circolo, 
simile nella forma al bocellato. Cudduredda è diminutivo di cuddura; e cuddu- 
rieddi di Natali sono dolci di pasta ripieni di amandorle, noci e miele, o di 
amandorle e fichi secchi. In Cianciana la cuddura dicesi prucciddatu e purcid- 
datu, evidente corruzione di buccellato. 

* Pitré, Spettacoli ecc., p. iji. 



*':! 



..^.S* 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI IO7 

intervenire all' Oratorio e nel giorno di Pasqua di Resurrezione, facendosi 

rincontro di detta Ressurrezione di Gesù Cristo Salvatore con la Beata Ver- 
gine sua madre » *. Se non che è da osservare, che, se la data dei Capitoli é 
del 1746, quella della Bolla d'istituzione della Confraternita è del 165$ f ; come 
è del 1666 la data di fondazione della Confraternita di Sant'Anna, che é l'al- 
tra che concorre alla festa *; sicché a me pare probabile che l'istituzione 
delle due Confraternite abbia originato tanto la processione pantomimica, quanto 
il proverbio, il quale perciò deve rimontare alla metà del secolo XVII. 

Conforta questo mio pensamento il considerare che le due confratrie (1655 
e 1666) festeggiataci dell'Incontro sorgevano nell'incipiente Comune (1629), 
quando già vi esistevano le altre due del Sagramento 4 e di San Giuseppe 5 
(1644); sicché se queste si avevano fieramente disputato il diritto esclusivo della 



1 Capitoli della Venerabile Confraternita di S. Vincenzo Ferreri del 25 a- 
gosto 1746. 

1 Bolla della Curia Vescovile di Girgenti del . . . . 165$, citata nei pre- 
detti Capitoli. E prima che fosse intervenuta questa bolla la Confratria già esi- 
steva, ed aveva sede nella Madre Chiesa, finché poi passò nel proprio Oratorio 
(1667); ma abolito questo (185 1), ritornò nella Madre Chiesa; di che vedi Notar 
G. B. Lo Brutto, Cast eltcr mini } aprile 16 Sh 6 aprile 16 f4, } marxp 1667, ecc. ecc. 
Gaetano Di Giovanni , Op. dt., ecc., tom. II , cap. Ili e VI , e tomo III , 
cap. I. 

* Il datale di fondazione della Confraternita di S. Anna è del 15 giu- 
gno 1666: e questa ebbe sede nella Chiesetta omonima, che surse nel 1664, 
finché, abolita la Chiesa nel 1865, la Confraternita passò nella Chiesa di Gesù 
e Maria, dove per a caso non più esisteva la Compagnia di Gesù, Maria e Giu- 
seppe che vi era stata istituita; vedi Notar G. B. Lo Brutto, Casteltermini 10 
maggio 1664 ecc. Capitoli della Compagnia Gesù, Maria e Giuseppe del 2 ago- 
sto 1779. Gaetano Di Giovanni, Op. cit., t. II, cap. II, e tom. III, cap. I. 

4 La Compagnia del SS. Sagramento fu fondata nella Madre Chiesa , e 
la sua prima memoria risale al 1644; passò poi nella propria Chiesa di S. An- 
tonio da Padova (165 1), di che vedi: Notar G. B. Lo Brutto, Casteltermini 24 
marip 1644, 12 giugno i6$i ecc. ecc. Gaetano Di Giovanni, Op. cit., tomo II, 
cap. III, e tom. III, cap. I. 

• La Compagnia del SS. Purgatorio, detta poi la Compagnia dell'Orazione 
della morte e suffragio delle anime del Purgatorio, venne istituita nella Chiesa 
di S. Giuseppe, di che è da vedere Notar G. B. Lo Brutto, Casteltermini 28 
gennaio 1644 ecc. Capitoli della Ven. Compagnia delt Orazione della morte ecc. 
dei io novem. 1761. Gaetano Di Giovanni, Op. cit., ecc., tom. II, cap. II, 
e tom. Ili, cap. I. 



I08 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

messa in croce e della discesa del Cristo nel Venerdì Santo , d'onde poi il 
noto segamento della Croce,, ed il soprannome di Serracruciara venuto ai Ca- 
stelterminesi *; le nuove venute non vollero al certo restare da sezzo , e do- 
vettero pur esse celebrare le loro funzioni religiose, prescegliendo questa, co- 
tanto geniale, dello 'Ncuontru, con i modi pantomimici e curiosi che abbiamo 
veduti. 

II. La Morti di la matina di Pasqua ! 

Questo motto nacque coevo all'altro del precedente paragrafo, di cui, come 
è facile vedere, si vendica tutte le specialità storiche e paremiologiche; se non 
che, mentre quello va detto per gli uomini, questo: La Morti di la matina di 
Pasqua! (La Morte della mattina di Pasqua!) va consagrato alle donne cui na- 
tura fu madrigna nelle forme esteriori del corpo. 

III. Si fa, o 'n si fa? Cuomu la festa di Santa Cruci? 

La festa castelterminese della Santa Croce è un dramma pan- 
tomimico , uno spettacolo muto assai clamoroso, che si celebra 
nel mese di maggio a , e vi prendono parte, sopra cavalcature con 
tamburi e molte bande musicali , (sostituite queste da parecchi 
anni a qualche rara bifaredda 3 , che solo prima si vedeva), alcuni 
ceti del Comune, raccolti quasi militarmente sotto propri capi, 



1 Pitré, Prov. sic, v. Ili, p. 138; v. IV, p. 249. Lo stesso, Spettacoli e 
feste popol. sicil.y p. 33. Gaetano Di Giovanni, Notìzie storiche su Castelter- 
mini, ecc., tom. II, cap. I, a tom. Ili, cap. I. 

* La festa di S. Croce, che da un mezzo secolo viene celebrata neh" ultima 
Domenica di Maggio, veniva prima solennizzata nel giorno 3 Maggio. L'anno 
ora scorso fu trasportata alla prima Domenica di giugno, e superò in magnifi- 
cenza gli spettacoli degli anni precedenti, essendovi concorso finanziariamente 
il Municipio, che ne assunse la direzione. 

8 Nei dintorni non c'era che un solo suonator di bifaredda (una specie di 
bolzaina od oboe rustico), ed era quello di Campofranco; quindi fortunato chi 
poteva accaparrarlo per sé; però egri ordinariamente predileggeva li picurara, 
sia perchè egli era di loro condizione, sia anche perchè i generosi doni di caci 
e ricotte non gli mancavano" mai. Ricordo ancor io con quanta curiosità , ra- 
gazzo, ascoltavo quell'unica bifaredda, oggetto di orgoglio ai picurara, d'invidia 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI IO9 

cioè li mastri ', vestiti in calzone bianco , soprabito nero e cap- 
pello a cilindro , guidati , in divisa militare , da un sergente con 
lancia, un alfiere con piccola bandiera quadrata , ed un capitano 
con spara; li schietti * con un lor capo che inalbera un grande sten- 
dardo; li picurara , li macinatura, li burgisi , li vurdunara , e nei 
tempi andati anche li lavuratura e li ghissara 5 , vestiti tutti con i 
consueti loro abiti da festa , e aventi un proprio pollatiti , che, 
aiutato dai due che gli stanno ai lati, porta un grande e sfarzoso 
paliu quasi quadrato «; ed in fine, a piedi, con re, ministri , se- 
gretario e dottore, li spatulatura 5 vestiti bizzarramente con tur- 
banti, fettucce, fasce e due sciabole che tengono sempre in mano 
e fanno cozzare al suono del tamburo dalle note uniformi e mo- 
notone, che si traducono in Tara-tàiara-tàtara-tà : = Tàra-tàtara- 
tàtara-tà ; = Tàra-tàtara-tàtara-là = Tatàtara-tà ; = Tatàtara-tà 6 ; 



agli altri; la quale alla fin fine non sapeva far altro che seguir le strìdule note del 
tamburo. Che progresso in 40 anni! Oggidì vanno 4, 5 e più bande musicali; 
eppur si nota a dito qualche ceto che per a caso in qualche anno non abbia 
la sua musica. 

1 Là Giostri sono gli artigiani: muratori, calzolai, fallegnami, stagnali, sar- 
tori, barbieri ecc. 

* Schietto, come in Sicilia tutta, così in Castehermini è lo scapolo, lo smo- 
gliato non vedovo, a qualunque ceto appartenga. Ma nella festa castdterminese 
li Schietti sono i contadini scapoli. Gli altri scapoli cavalcano nei rispettivi ceti. 

8 Ticurara, come si sa, sono propriamente i pecorai; ma li Ticurara della 
festa sono i pecorai, i caprai e i guardiani di buoi e vacche. Macinatura sono 
coloro che si prendono l'incarico di far ridurre il grano in farina, e con essi 
vanno alla festa pure i mugnai. 'Burlisi si dicono i contadini agiati, e che pos- 
seggono almeno un aratro, cioè due muli, o 4 a 5 buoi. Vurdunara diconsi i 
mulattieri. I*avuratura, i conduttori di aratro tirato da buoi. Ghissara, i gessai 
o cuocitori di gesso. 

4 Lu pdianti (pi. palianti), è colui che la fa da capo del ceto, e porta lu 
paliu (pallio). 

5 Li Spatulatura sono gli spaziatori di lino. 

6 Le note del tamburo dei Mastri sono diverse da quelle degli Spatula- 
tura; e tutte e due sono differenti da quelle degli altri ceti, pei quali le note, 
che essi hanno comuni, sono diversamente cadenzate per ciascun ceto. I tam- 
burini degli Schietti, colle loro note fugate, devono superar gli altri in forza 
fisica e destrezza. 



HO ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

d'onde il nome scherzevole di Tataratà e Taratatà dato, più spe- 
cialmente dai comuni vicini, alla festa l . 

Dei preparativi della quale, della scelta dei capi, e di tutto quel 
che conviene farsi perchè vada bene un festeggiamento tanto spet- 
tacoloso e tanto simpatico a Castel terminesi e non Casteltermi- 
nesi, se ne comincia a parlare sin dalla quaresima dell'anno; ma 
è naturale, che, in tanta accolta di gente avvenga qualche dissidio; 
qualche nomina non piaccia; qualche capo non accetti l'onorabile 
ed onerosa dignità; onde l'amaro dubbio che la festa non si faccia. 
Da qui 1' ansia , i timori, le domande: Si fa, o 'n si fa ? Finché, 
intervenuto questo o quel galantuomo, e spesso il Sindaco o altra 
locale autorità, cessan di un tratto tutte le discrepanze, e lo spet- 
tacolo avviene, con quanto contento del popolo non è chi non 
lo sappia \ 

Questa narrazione ci spiega il sepso originario del proverbio : Si fa, o '» 
si fa? Cuomu la festa di Santa Cruci? (Si fa, o non si fa? Come la festa di 
Santa Croce ?), il quale ha già varcalo le patrie mura e corre volgare nei paesi 
vicini con questa variante: Si fa, o '» si fa ? Cuomu (o Comu) lu Taratatà di Ca~ 



1 Pitrè, Fiabe ecc., voi. IV, p. 74-75; Spettacoli ecc., p. 74-77 e 92. 

* A proposito ecco ciò che scrive un'illustre cultore degli studi popolari 
siciliani: « Le feste religiose sono necessità vere nei villaggi e nelle cittaduzze 
ove la vita è tutta domestica, né c'è ombra di teatri, di accademie, di geniali 
convegni, di alcuno di quegli svaghi divenuti indispensabili ai giorni nostri. 
L'operajo fa un buco nella sua vita monotona e si abbandona al chiasso e alla 
gozzoviglia; l'agricoltore trova un dilettissimo passatempo nei mortaretti, nei 
tamburi, nelle campane, nella musica, nelle processioni e negli urli; la femmi- 
nuccia sfoggia una nuova gonnella, o una nuova mantellina; e attira le occhia- 
tine dei giovani; i discoli hanno il destro di annodare intrighi e stabilire con- 
vegni; i venditori vendono il doppio ed il triplo ; i cerratani si dan la posta 
e sollazzano il pubblico, sicché la festa è considerata un bene di tutti, ed è ab- 
barbicata con si sottili radici alla nostra vita attuale, che ne diventa la mani- 
festazione più intima ». Vedi S. A. Guastella, Canti popotari siciliani del Cir- 
condario di Modica. Modica 1876, voi. I, p. LXXXVI. Le parole dell'egregio 
Bar. Guastella vanno dette per le feste ordinarie; consideri il lettore con quale 
interesse il popolo guarda ad una festa grandiosa e spettacolosa, come quella 
Castelterminese di S. Croce, e altre simili. 



OfclGKE DI ALCUNI PIOVEREI, MOTTI £ tfODI PROVERBIALI 1 1 1 

straUrmùmi? I quali moni figuratamente si dicono quando un fatto aspettato 
e desiderato c'è dubbio che avvenga e non avvenga. 

In Cianciarla, ed hi altri comuni prossimi a Cnttolica-Eradea, il motto si 
alterna con quest'altro : Si fa % o h ù fa ? Comn lu vìtitunu di CaUlica ? (Si 
fa, o non si fa ? Come il ventuno di Cattolica ?) Per l'intendimento del quale 
motto giova il sapere, come nel comune di Cattolica, ai 21 aprile, va cele- 
brata la festa del SS. Crocifisso, con cavalcate simili a quelle della Santa 
Croce di Casteltermini , meno l'ordine , la magnificenza , la serietà di queste 
ultime. 

11 proverbio castelterminese deve risalire alla seconda meta del secolo XVII, 
un mezzo secolo circa dopo il sorgere del comune (1629); perchè della chiesa 
rurale di Santa Croce, dove vanno le cavalcate, io non ho trovato notizie ante- 
riore al 1676 *; e non prima del 1685 ho potuto vedere ricordato il nostro 
clamoroso dramma pantomimico del ta tarata *. 

IV. Un havi riegula cuomu li Sangisippisi. 

Dico subito che li Sangisippisi ì sono in Casteltermini i con- 
frati della Compagnia dell'Orazione della morte, che sin dai primi 
anni del Comune hanno avuto sede nella Chiesa di San Giu- 
seppe — 1644 — , col loro austero sacco di tela nero, sfornito di 
mantello, e con visiera dello stesso drappo e colore. 

Ma, lo abbiamo detto 4 , non eran essi soli i confrati di Ca- 
steltermini, dappoiché vi erano pure quelli della Compagnia del 
SS. Sagramento, dalla cappa e visiera di tela bianca ed il man- 
tello di lana rossa: quelli di S. Vincenzo Ferreri dai colori bianco 



1 Notar G. B. Lo Brutto, Casteltermini io manp 16 j6. Quivi un Angelo 
Ferreri u legat Venerabili ecclesia* sanctae Crucis^ extenti in pheudo Chiudiae, 
ut didtur: novi campani di va echi con suoi culla ri di legno, cioè sei campani 
nella sua casa e tre sono sopra li vacchi di D. Antonino Lo Castello , quali 
vuoli che si vendano e s'impiegano in benefìcio della porta di detta chiesa, 
itero legat una vitillazza di la merca ed è quella vitella che ci devi Michele 
Schifano ecc. » 

* Notar Antonino Chiarelli, Casteltermini 17 agosto 168 $. 

s In Sicilia però si chiamano Sangisippisi e Sangisippara gli abitatori di 
S. Giuseppe-Iato, già S. Giuseppe li Mortilli. 

4 Vedi il precedente paragrafo I. 



\ 



112 ARCHIVIO PER LE TRADttlONI POPOLARI 

e nero; gli altri di S. Anna, bianco e celeste ■; quelli di S. Maria 
del Monte Carmelo , bianco, e scuro ; k confrati della Pascione , 
turchino e rosso; e quei dei SS. Cosmo e Damiano , che vanno 
coi consueti abiti da borghese, e precedono nelle processioni gli 
altri \ 

Or avvenendo che questi sodalizi debbansi recare al Duomo 
per concorrere a qualche solennità, essi vi si conducono per la più 
breve ed agevole via che esiste tra quello e le loro chiesette; nelle 
quali poi si riconducono, rifacendo la stessa strada. Ma non fanno 
cosi i confrati che sono in S. Giuseppe ; essi, tanto neir andata, 
quanto nel ritorno hanno il vezzo di cambiar la via; e se nello stesso 
di tornano al Duomo o vanno in altra chiesa, scansano accura- 
tamente le vie del mattino, per camminar su altre. 

Da ciò il motto: Un havi riegula cuomu li Sangisippisi (Non ha regola come 
i Sangiuseppesi), divenuto popolarissimo, e che si applica , nel senso figurato, 
a chi nelle faccende ordinarie della vita opera in modo diverso dalla comune, 
degb* uomini. 

Io non ho potuto venire a capo di conoscere il perchè di queir usanza: 
una congettura mi si presenta alla mente, ed io, per quel che vale, la pongo 
sottocchio del benevole leggitore. 

É saputo che i Sangiuseppesi dal 1644, data della loro istituzione, sino 
al 1689, furono i soli che frequentarono il tratto di via che s' intermedia tra 
il Duomo e la loro Chiesa. Ma surta , al di là di questa , la nuova chiesa del 
Carmelo, ed istallativisi i Carmelitani (1689) (che prima avevano avuto sede 



1 Vedi il paragrafo I. 

1 II sodalizio della Vergine Maria del Monte Carmelo venne istituito nel 1689, 
ed ebbe sede nella Chiesa della Passione, la quale era surta nel 1664; poi nel 
1684 passò nella Chiesa del Carmelo; ed invece nell'altra Chiesa vi venne fon- 
data la Compagnia dell' Immacolata Vergine Madre di Dio , Madre dei sette 
dolori — 1694 — . 

La Congregazione delle anime sante del Purgatorio surse nel 1790, con 
sede nella Chiesa dei SS. Cosmo e Damiano, che era stata fondata nel 1707. 
Vedi Notar G. B. Lo Brutto— Casteltermini 11 Settembre 1664 ecc. Notar G. B. 
Lo Brutto. Ivi 28 nov. tf94' Capitoli delle predette trt Compagnie e Libri dei 
defunti della parrocchia di Casteltermini. G. Di Giovanni , Op. cit., tomo II, 
cap. Ili e IV, e t. Ili, cap. I. 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI 1 13 

nella Chiesa della Passione), fu facile qualche volta esser sorpresi da costoro 
nella precedenza del passaggio, onde, ad isfuggire l'inconveniente, ebbero a de- 
terminarsi di andare per le vie laterali, e, studiando il passo, arrivare primi alla 
Madre Chiesa. Se vale questo pensamento, l'origine dell'usanza e del prover- 
bio dobbiamo riferirla al predetto anno 1689 , o meglio agli ultimi anni del 
secolo XVII. 

Aggiungo , che questo che i Sangiuseppesi allora ebbero a fare per un 
puntiglio di precedenza, alla quale di quei tempi non tanto di leggieri si ri- 
nunzia va, dovettero poscia continuarlo quasi inconsapevolmente, e per sem- 
plice abito. Ed io penso che se oggi s'interrogassero i Sangiuseppesi a mani- 
festare il perchè di quella loro usanza , due volte secolare , al certo non lo 
saprebbero indicare; e non resterebbe loro altro scampo, che quello di ricorrere 
ali* eterno motto di chi sconosce la ragione delle proprie azioni : cosi faceva 
mio padre, cosi face' io. 

V. Curaggiu, Don Menna! 

Questo Don Menna fu il signor Doa Vincenzo-Menna Mic- 
cichè notaro di Casteltermini dal 1775 al 1820, padre di quel Don 
Libertino, che fu canonico della Chiesa Agrigentina, — 1780-1852 — . 
Tra gli amici ed i confidenti del buon notaro era Mastru Gio- 
vanni Catalano, uomo intraprendente e coraggioso, e capo dei 
provvisionati di Casteltermini — 1798 — '. 

Un bel di il Catalano propose, ed il Miccichè accettò, di re- 
carsi entrambi a prendere il tesoro che, guardato da due spiriti 
in forma di montoni, trovavasi da gran tempo nella sinuosa e 
profonda grotta del prossimo monte Pecoraro % uno di quei 
molti tesori occulti od incantati di cui la fantasia del popolo ha 
arricchito vari monti e caverne di Sicilia K Ed i due, silenziosi 



1 I provvisionati erano militi municipali. 

« G. Di Giovanni, Op. cit. ecc., tom. I, pag. 18, e 25 e seg. Pitré, 
Fiabe, voi. IV, pp. 80, in e 112. 

8 Vedi le tradizioni La Gratta di lu Pitfu beddu; La muntagna ài la fera, 
Li vertuti di la muntagna di la fera, Lu bancu di 'Ddisisa; Pìqu Gadda; Rocca 
tfAntedda: La muntagna di bantu Cuonu; La Hpcca di lu Tix^ddu; La Chisu- 
lidda di lu Sanatori; Lu Ti^areddu; La stramula di lu Corvu ; La muntagna 
di Raja; Lu seggiu di lu tur cu; Curaggiu 'Don Mennu, in Pitrè, Op. e voi. cit., 

*Arehhrio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 1 $ 



114 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

e guardinghi, vanno a mezzanotte, entrano nella grotta e si av- 
viano; ma che ? non avevano fatto pochi passi, quando vien meno 
l'animo al Don Menna, il quale vacilla, si arresta e retrocede. 
E allora il Catalano ad incitarlo : Curaggiu y Don Menna ! avanti , 
curaggiut Ma che coraggio! Il notaro era già fuori la grotta, e 
alla difilata, anzi correndo, si avviava alla propria casa. 

Questo fatto si seppe poi in Casteltermini, e rese popolarissimo il Curag- 
giu, Don Menna I (Coraggio, Don Menna), che tuttodì si dke quando scherze- 
volmente si vuole spingere alcuno a Jare o dire qualche cosa, che costui ti- 
tuba di fare o di dire. 

Il testo di questa tradizione nella parlata castelterminese , con un pò* di 
meraviglioso che vi aggiunge la fantasia popolare , è stato pubblicato , come 
si è detto, dal Pitré nel voi. IV dello sue Fiabe, Novell* ecc., pp. 111-112. 

VI. Nili dà cunsiglì Minicu?! 

In questo paragrafo abbiamo in iscena una delle maggiori 
glorie castelterminesi, il canonico Giovanni Agostino De Cosmi 
-1726-1810- \ Costui, consentita una fidejussione al suo nipote 
avv. Domenico De Cosmi- 1765-1831 ■- nell' appalto dei dazi di 
Corleone, invece dei guadagni che se ne prometteva , dovè sof- 
frire la perdita di metà della preziosa ed ampia libreria, che con 
tanto amore aveva raccolto a Palermo; onde, imbattendosi quivi 
in alcun castelterminese, tra il cruccio ed il dispetto, soleva chie- 
dere: Che fa Domenico ? Ne dà consigli? Uno che ne diede a me, mi 
rovinò! *. 

Questa frase dell'illustre uomo produsse il proverbio: Ne dà consigli Me- 
nico, che, detto allora e poi dai civili del paese, passò mano mano nel dominio 
del popolo, che alla sua volta esclama: Nni dà cunsigli Minicu ? dedicando il 
motto a chi si tiene per uomo accorto e prudente e non lo è. 



pag. 80 e seg. Altra tradizione inedita, da me raccolta, è quella sul Monte di 
Sara, presso Cianciana. 

* Sul De Cosmi è stata fatta testé una bella pubblicazione dall' egregio 
Gaetano Mollica Di Blasi, col titolo: Giov. Agostino De Cosmi, Note Sto- 
riche; Palermo, 1883. 

1 Gius. Lo Bue, %imembrania di G. A. De Cosmi celebre filologo $ ime* 
rtf*, ecc. Girgenti 1874, pag. $8. 



OftlGHE DI ALCUNI HtOVEtBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI lt$ 

VE. Cicalcdda fi ci! 

Mastru Vincenzo Messina, soprannominato Gcalidda, era un 
modesto muratore, vissuto in Casteltermini negli ultimi anni del 
secolo XVIII e in buona pane della prima metà del secolo XIX. 
Un di, invitato a costruire la volta in muratura di gesso della 
Chiesetta di Sant'Anna, egli la compi ben presto; se non che, gli 
venne il ghiribizzo di porvi questa iscrizione: Vincenzo Messina 
fece. Non l'avesse mai pensato ! Che il pubblico, cui fu nota la 
strana prosunzione del Messina, molto ne rise, e molto motteggiò 
il misero muratore. 

Il popolo poi si appropriò il motto, maliziosamente mutando in Cicaledia 
il Messina della iscrizione; e con esso intende motteggiare coloro che sanno 
fare poco o male e pur presumono di saper fare molto e bene. 

H ceto civile lo replica pure , cambiando il Cicalcdda fici del popolo , in 
Cicalala féàil 

Vili. Ci fini cuovnu la Borghi di Cimò. 

Don Filippo Cimò fu un galantomu Castelterminese, che visse 
dal 1766 al 1832; e fu giurato municipale. 

Si racconta di lui, che teneva in una stanza della sua abita- 
zione un oriuolo a suono, il quale, vi fu tempo , in cui gli se- 
gnava disordinatamente le ore. Ed allora il Cimò, che credeva 
facilissima cosa il regolarne la macchina, prese l'orologio, ne levò 
tutte le parti; le pulì accuratamente, e poi con la medesima di- 
ligenza le mise altra volta insieme; ma, al compimento del lavoro, 
vidde che gli soprawanzava una ruota. — Cospettaccio ! — egli 
gridò, — ma com'è questo ?! — E tornò a smontare la macchina: 
ed indi a riunirla, con la precipua cura di mettere a suo luogo 
la ruota, che gli era rimasta da fuori. Ma quando pareva, che 
tutto gli andasse ai versi, si accorse che un'altra ruota gli rima- 
neva esuberante sul tavolotto. E non si fermò per questo ; che 
anzi, ostinato, tornò all'opera, e per varie volte; ma sempre in- 
darno ; perchè or a questa or a queir altra ruota non sapeva 



Il6 ARCHIVIO PER LE TH&kDIZIONI POPOLARI 

giammai trovare il posto; onde dovè alla fine dismettere; e dovè 
persuadersi della verità del proverbio siciliano: Cu' cridi sapiri as- 
sai , nun sapi nenti; e che quindi conviene : Lassati fari ¥ arti a 
cu* la sapi \ 

Questo curioso fattarello veniva spesso, ed ingenuamente, narrato dal Cimò 
ai suoi amici; onde fu facile propagarsi nel paese; e venirne dappoi il motto: 
Cd fini cuomu In llorgiu di Cimò (Gli avvenne come all' orologio di Cimò), 
che si dice quando alcuno non riesce in una impresa , che a primo acchito 
aveva giudicato di facile esecuzione. 

IX. E un' ha bistu chidda di Ciccul 

Ciccu è il signor Francesco Cacciatore, medico e percettore 
delle pubbliche imposte di Casteltermini -i 782-1 846-; e la frase 
appartiene al sig. Don Vincenzo Cacciatore, notaro e segretario 
del predetto Comune -1787-1855-; ambi fratelli dell'illustre astro- 
nomo castelterminese cav. Nicolò Cacciatore -1780-1841-. 

Siamo in un giorno del 18.., ed in un salotto del Real Os- 
servatorio astronomico di Palermo, dove stanno a conversare con 
vari letterati e scienziati palermitani, il padron di casa cav. Cac- 
ciatore, il suo fratello Don Vincenzo, trovatosi per a caso a Pa- 
lermo, l'altro fratello D. Onofrio, distinto professore dell'Istituto 
nautico Gioenio -1801-1867-, ed il celebre fondatore della cra- 
niologia, Francesco Giuseppe Gali -1758-1828- *, che di quel 
tempo era venuto a compire un suo viaggio in Sicilia. La parola 
naturalmente era al Gali , il quale spiegava a quella eletta adu- 
nanza la sua nuova dottrina, che, come è saputo, aveva per fine 
di determinare le funzioni del cervello in generale, e dei suoi 
organi mi particolare; e di provare, che si possono riconoscere 



1 Pitré, Troverbi sic. ecc. voJ. II, p. 424; voi. Ili, p. 175. 

1 Taluno sostiene, che il Gali non fu il fondatore, ma semplicemente un 
divulgatore di una dottrina già antichissima; di che vedi: Cesare Federici—// 
c$rvello e le me funzioni eoe. Palermo, 1874, pag. 19. 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI 117 

le varie disposizioni ed inclinazioni dell'uomo dalle protuberanze 
e dalle depressioni, che si riscontrano nel cranio dello stesso z . 
Dopo il conversare si venne alla prova, ed il Gali passò in 
rassegna tutte le teste di quei convenuti, indicandone esattamente 
le varie inclinazioni e disposizioni, che in quelle trovava. Alla 
fine venne la volta di Don Vincenzo Cacciatore , ma il Gali 
diedesi a titubare, e quasi ripugnava di esprimere quel che ve- 
deva; ma, incitato dall'astronomo e dallo stesso Don Vincenzo, 
il Gali, scusandosi, disse di aver trovato in quella testa delle ec- 
cessive inclinazioni di emotività. E allora Don Vincenzo di scatto, 
vòlto al fratello astronomo, esclamò: Cb, e 'un ha bistu chidda di 
Ciccai (Niccolò, e non ha veduto quella di Francesco!) *; e con 
ciò intendeva dire che le sue inclinazioni amatorie, eccessive pur 
troppo, erano un nulla a paragone di quelle che il Gali avrebbe 
trovate, se avesse osservato, anziché la sua, la testa del fratello 
D. Francesco. 

Il grazioso ed acuto motto si seppe a Casteltermini, dove lo raccontò lo 
stesso D. Vincenzo, e cosi divenne passo a passo popolare , e va allargandosi 
in qualche paese vicino; sicché quando un individuo si dà a raccontare un av- 
venimento, un fatto, un detto che sa del sopraordinario , del sopraperfetto e 
simile, ed altri, che sta ad ascoltare, conosce altri avvenimenti, fatti o detti di 
maggiore intensione , allora questi si dà ad esclamare : E 'un ha bistu chidda 
di Ciccu I il quale motto ha un lontano confronto col notissimo proverbio: A 
lu peju un 1 c'è fini. 

E qui un'avvertenza. 

Veramente la tradizione non mi ha detto il nome del frenologo che di 
quei tempi venne in Palermo, e fu in casa dell'astronomo Cacciatore ; il ceto 
civile lo dice uno scienziato estero che aveva la virtù di conoscere gVistinti del- 
Vuoine dalle protuberanze del cranio ; il popolino lo denota come un mi cài cu 
granniusu di fora regnu (un gran medico di fuori Sicilia). Ad ogni modo il 
fatto della tradizione è rigorosamente storico, e a nulla influisce il nome del 



1 F. G. Gall, ^Anatomia e fisiologia del sistema nervoso ingenerale e del cer- 
vello in particolare; e possonsi consultare ancora il Manuale pratico di Freno- 
logia del Fossati; la Frenologia di Bruyéres; gli Specchi frenologici del Debout; 
i lavori dello Spurzheim, discepolo e collaboratore di Gall; quelli di Giorgio 
Combe ecc. ecc. 

1 Vistu, per modificazione eufonica, diventa bistu perchè preceduto da ha. 



I l8 ARCHIVIO PER LE TRADlfcfOM POPOLARI 

frenologo. Nell'oscurità in cui mi lascia la tradizione, e nel disagio in ani soao 
a rifrusjtax libri e giornali del tempo, io ho messo in iscena lo stesso fon- 
datore della craniologia, essendo indifferente al caso nostro che il venuto in 
Sicilia sia lo stesso Gali o alcuno dei suoi seguaci, che molti egli ne ebbe allora 
e poi; come Gaspare Spurzheim -1776-18 34-, Giorgio Combe, e Bruyères, Castle, 
Debout, Dermoulins, Fossati, Parchappe, Peacoch ecc. ecc. 

X. Cruci e cruci, dici lu Baroni Castelli. 

È questo un consiglio igienico che D. Paolo Castelli, ultimo 
barone di Rahaltavilla -1748-1837-, soleva dare ai numerosi suoi 
amici; e intendeva dire, che il sonno diurno, a conservar la sa- 
lute, non doveva oltrepassare i due limiti segnati dal 3 maggio, 
festa della Invenzione della Santa Croce, ed il 14 settembre, giorno 
della Esaltazione della Croce medesima. 

E per meglio intendere questo, convien che si sappia, come in Castelter- 
mini e nei paesi dell' interno dell' Isola, esiste un orario di vita assai diverso 
da quello delle grandi città. Là si fa il desinare a mezzodì e si cena la sera 
sul tardi; ma mentre nella maggior parte dell'anno si dorme soltanto nella 
notte dopo la cena , nella està invece si va a letto nelle due volte , che sie- 
guono immediatamente le due refezioni. 

Il motto, non improvvisato dal Barone Castelli, ma preso dal motto mo- 
nastico A cruce ad Crucem, è divenuto popolare in Casteltermini, e si va pro- 
pagando nei paesi circostanti; e si replica opportunamente a chi vuol rompere 
i limiti assegnati dal gioviale e riguardoso Barone, che, come tale, arrivò feli- 
cemente ai suoi 89 anni di età. 

XI. Chist'è 'n cuntu e elùdei' è nn'autru, dici Taccarella. 

Abbiamo di nuovo in iscena D. Francesco Cacciatore , dì 
cui si è detto nella IX tradizione, il quale, non so perchè, era 
soprannominato Taccarella. 

Egli, nelle funzioni delicatissime di Esattore delle pubbliche 
tasse, era si fattamente metodico e rigido da non permettere ai 
contribuenti, che andavano a trovarlo in ufficio, la menoma di- 
versione; e accadde un di , che un uomo > dimentico od ignaro 
delle usanze del Cacciatore, nel pagare le sue imposte si fife le- 
cito interporre parole sopra cose aliene; onde di rimbalzo ne 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI II9 

ebbe i rimproveri del Cacciatore, il quale usava confortare il suo 
abito col motto : Chisfè 'n cuntu e cbidd'l nnautru (Questo è un 
conto e quello è un altro); motto che poi divenne la sua frase 
prediletta. 

Ed il popolo, alla sua volta, a farlo suo; ed a replicare col suo rude lin- 
guaggio: Chisfè *n cuntu e chìdà'è nn' antru, dici TaccareUa 1 , quando alcuno 
in buona o mala fede cerca di confondere od imbrogliare l'ima cosa con un'altra. 

XII. Cuomu Donna Marcella. 

Donna Marcellina Lombardo, sorella del buon arciprete Don 
Nicolò Lombardo -1763-1846-, visse assai lungamente, beata nella 
sua infantile innocenza, che il correr degli anni non potè adom- 
brare giammai , avvegnaché essa non fu che un* ingenua , e di- 
ciamolo pure, una fatua dalle caratteristiche forme grossolane del 
corpo, ma dal cuore buono ed affettuoso; onde da questo com- 
plesso di circostanze essa si attraeva dal popolo simpatia e ve- 
nerarla; sebbene questo si ostinasse a negarle inconsapevolmente 
il suo nome vezzeggiativo di battesimo, e la chiamasse semplice- 
mente la Donna Marcella \ 

Questo tipo misto di bontà e d'idiotismo fece impressione nel popolo, il 
quale volendo dire di una donna che è priva di vivacità di sagacia esclama: 
È 'na Donna Marcella. 

Xm. Carcarazzu, carni eh' 'un si mangia. 

D. Emanuele Castelluzzo -m. 1868- era in Casteltermini un 
buon gentiluomo , onesto , operoso e zelantissimo , specialmente 
nei negozi altrui, che molte commessioni egli aveva di conventi, 
monasteri, pie eredità, e case nobili di Palermo. Un giorno andò 



* La parola italiana altro in Casteltermini si dice autru o antru, secondochè 
è pronunziata da un civile o un artigiano, oppure da un contadino. 

• II nome di Marcellina fu portato nella famiglia Lombardo da una Mar- 
cellina della illustre famiglia dei Cacciatore, che fu data in moglie a Pietro 
Lombardo, bisavo della nostra Donna Marcella. 



120 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

a trovarlo il suo amico D. Onofrio La Lumia per chiedergli non 
so qual rilascio o riduzione di canone, ma non potè piegarlo alle 
voglie sue, onde, indispettito, diedesi ad apostrofarlo: Si' carcara^u, 
carni eh' 'un si mangia (Sei gazza, carne che non si mangia) f . 

Al popolo piacque la frase piccante (sebbene ingiusta); e se ne serve fi- 
guratamente per ricordarla contro coloro, che non sono disposti a far favori. 

XIV. Lu pugnu di Pagulazzu. 

Ed ora la volta a Paolo Ferreri, inteso Tagula^Uy famoso 
venditore a minuto di ceci abbrustoliti, vissuto nei primi cinquanta 
anni di questo nostro secolo. E la fama gli è venuta dal suo pugno 
destro, un pugno singolare, che gli serviva di misura nello spaccio 
dei ceci, e che aveva l'arte meravigliosa di lasciar contenti tutti, 
lui, il Paolaccio , prendendo quanti più pochi ceci poteva ; e gli 
avventori, ai quali faceva vedere che per un granicello 2 volesse 
prendere tutti i ceci del canestro ; tanta era la maestria con cui 
si spiegava e si chiudeva. 

Il pubblico, sempre acuto ed osservatore, invoca anche oggidì Lu pugnu 
di Pagtdazzu (D pugno di Paolaccio), per colui, che nel vendere o distribuire, 
vuol mostrare di essere giusto o generoso, e non lo è. 

XV. Cuomu la testa di Sagrista. 

Don Giuseppe Pellitteri, il Sagrestano 3 del Duomo di Ca- 
steltermini, è un ometto vispo, gioviale, arguto, che vive ancora 



4 Carcaraftu in Casteltermini e Carcaraqp in altri comuni di Sicilia, è la 
gazza, pica, gazzera, corvus pica di Linneo; e la carne di questo curioso uccello 
non è mangiata da alcuno. 

1 Un grano dell' abolita moneta corrisponde a due centesimi dell'odierna. 

9 In Casteltermini il Sagrestano dicesi Sagrista e Sagristanu, ma ordinaria- 
mente il Sagrista è dato al Sagrestano della Maggiore Chiesa, quasi imitando 
in ciò il linguaggio italiano, nel quale Sagrista è soltanto quel prelato che so- 
stiene le veci di sagrestano nel palazzo pontifìcio. 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI 121 

vigoroso, malgrado i suoi 80 anni, che gli gravano sulle spalle. 
Un di, è quasi mezzo secolo, gli venne voglia di mangiar della 
carne, e portatosi in beccheria,. si contentò di una testa che il 
beccajo gli magnificava come del miglior castrone della mandria, 
quando invece l'era di pecora e di pecora vecchissima. 11 Pellit- 
teri, ordinato un lesso, il mezzodì va a casa a mangiar la carne 
e la ministrino, '; ma per quel giorno dovette contentarsi della sola 
minestra, che la testa era cosi dura, che aveva resistito al fuoco. 
Venne il nuovo dì, ed egli ordinò che la testa fosse messa altra 
volta a cucinare, ma anche al secondo di la testa non si cuoce. 
Ed egli, senza scomporsi , volle al terzo di che si rinnovasse la 
prova, e fu allora che alla fine potè mangiare ad un tempo e la 
testa e la minestra \ 

UTattarello, non rimasto ignoto, generò, con evidente qui prò quo, il motto: 
Cuomu la testa di Sacrista (Come la testa del Sagrestano), che va detto contro 
coloro che hanno mente grossolana o testarda. 

XVI. E chi mi facisti? cci dissi Sagrista. 

L'incidente non rimase lì, che al quarto giorno il Pellitteri, 
tutto chiuso in sé, si presentò al beccaio, e gli volse queste sole 
parole: E chi mi facisti? Mi facisti sparagnati du' jorna; e se ne andò. 
(E che mi facesti ? Mi facesti risparmiare per due giorni). 

Ed il popolo a conservare anche questo motto, e a servirsene alle occa- 
sioni, come quando taluno riceve cattive azioni, le quali, anziché male, gli pro- 
ducono bene. 



« In Casteltermini diconsi ministrina, i tagliatela* cotti nel brodo; e minestra, 
i tagliateli! cotti nell'acqua, e conditi con legumi o verdura. E mangiari brodu, 
vale mangiare minestra in brodo. 

* Debbo notare un* usanza curiosa delle classi medie ed infime di Ca- 
steltermini, le quali mangiano prima la carne lessata e poi la minestra; la quale 
cosa non si fa a Cianciana, dove si porta in tavola prima la zuppa e poi il lesso; 
cosi come usano i galantuomini di Casteltermini. 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV, 16 



122 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

XVII. E lu patri Luici 'un havi chi vi fari. 

Chi in un giorno festivo di 40 ;o anni addietro fosse en- 
trato nella elevata e romantica Chiesetta dei PP. Cappuccini di 
Casteltermini , vi avrebbe trovato un' accolta di donnicciuole del 
più alto quartiere di quel Comune, intente ad ascoltare la parola 
rude, ma piacente del p. Luigi Barone -1782-1866-, il quale con 
una voce cacofonica loro diceva : Fimminieddi mija, quantu voti vi 
Yhaf a diri? Ma cuomu vi Vhaf a fari sentiri? Sempri 'na cosa v'haju 
a ribricari?E ribricammu duncalE qui, cadenzando la voce, con- 
tinuava : Nun vi sciarriatt cu li vuostri vicini , pricchì nni veni ca 
pua Raffinati, vi tràti li capiddi, vi dati cuorpa,... e lu patri Luici 
'un havi chi vi fari! 'N^ignati buoni li vuostri figli, manqinnb vi cri- 
scinu murrilusi, vi fannu malicrianqi... e lu patri Luici 'un havi chi 
vi fari. kA vintilrì uri f aciti la tagliarina, miniti la pignata e faciti 
truvari pruontn lu cuottu a li vuostri mariti, man^inno li vuostri mariti 
vi dunanu vastunati... e lu patri Luici 'un havi chi vi fari! ' E così 
il buon cappuccino la tirava per lungo tratto coll'eterno intercalare 
che egli, il p. Luigi, non aveva come riparare alle conseguenze 
dei trascorsi delle sue ascoltataci, sicché se lo tenessero a dito. 

Questa abituale ripetizione naturalmente fece impressione in chi trovavasi 
ad ascoltarlo, e cagionò il motto oramai popolarissimo: E lu patri Luici 'un havi 
chi in fari; che si pronunzia quando un amico, un dipendente, un figliuolo non 
vuol sapere di consigli che altri gli dia. 

In Cianciana esiste altro proverbio storico inedito, che dice così: Cirio, Cirio, 
la pen è mia, e tu danti è tò. Cirio è il cognome vernacolo della famiglia civile 
Argirò, in seno della quale si svolse il fatto, che diede origine al motto, assai 
popolare in quel Comune, avendo il medesimo senso figurato del nostro. 

Sull' uso del cotto serale che le massaje siciliane preparano ai loro uo- 



1 Ecco la traduzione letterale di questa predicuccia « Femmine mie, ma quante 
volte ve l'ho da dire ? Ma come devo farvelo sentire ? Sempre una cosa devo 
replicare ? E replichiamo adunque 1 Non vi rissate con le vostre vicine, perchè 
ne viene poi che vi azzuffate, vi tirate i capelli, vi date botte.... e il padre 
Luigi non ha che farvi! Educate bene i vostri figliuoli, altrimenti vi crescono 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI 123 

mini che aspettano dalla campagna, vedi il bellissimo studio dell'illustre Sal- 
vatore Salomone-Marino, Scbini di costumi contadinéschi siciliani, che si va 
stampando in quesV ^Archivio, e precisamente a p. 178 e seg. del voL I, 1882. 

E nello stesso volume, pag. 549,' è da vedere ciò che l'egregio scrittore 
osserva sovra quei predicatori popolari, che « butta n là in vernacolo i loro pre- 
dicozzi come quattro chiacchiere fra un crocchio di vecchi compagnoni, senza 
sottintesi, senza velature, senza riguardi ». E vedi pure in Salomone-Marino, 
Aneddoti, Proverbi e Motteggi illustrati da novellette popolari siciliane, il n. XXXI V, 
La Predica a la Maciddaru; ed anche i num. XX e XXI, Lu Tridicaturi chi 
si scorda la predica, e Lu Tridicaturi V a-f acitivi- fri jiri in detto Archivio, III, 
p. 263-265 e $76. 

E giova ricordare il p. Pasquale Taormina, minore riformato francese, di 
Cianciarla, -m. 1881-, uno di questi predicatori popolani, il quale a farsi com- 
prendere dal popolino ciancianese che andava ad ascoltarlo, metteva in campo 
dei paragoni assai curiosi. Eccone uno: Fiditi sapiri conti f amuri di San Gi- 
seppi cu Mara Santissima ? Comu lu risu cu li cipud detti ! (Volete conoscere 
com'è l'amore che S. Giuseppe sente per Maria Santissima ? Proprio come il 
gusto che si ha mangiando minestra di riso e cipolline). Ma al popolino non 
piacque la comparazione, e oggidì, dopo 40 anni, si rìde ancora della volgare 
pietanza di riso e cipolline assomigliata all'amore santo di Giuseppe e di Maria. 

Il detto del p. Taormina è storico; eppure a Palermo si attribuisce ad un 
p. Arceri, proverbiale per le sue prediche al popolo, per come osserva il Pitrì 
nelle Farianti e Riscontri agli ^Avvenimenti faceti raccolti da un anonimo sici- 
liano nella prima metà del sec. XFIII, e pubblicati per cura di Giuseppe Pitre. 
(Pai, L. Pedone Lauriel edit., 1885), p. 115. Nel quale curiosissimo libro ab- 
biamo altri esempi di prediche bislacche nei SCisterij del Rosario predicati dal 
can. La Barbera in Nicosia (82-85), e nel Tanegirico di S. Antonio di Tadova 
rappresentato da un frate zoccolante di Cassano di Lombardia* (88-98); il quale 
panegirico è un pezzo d'oro di castronerìe. 

E di stranezze non difettano neanco oratori sacri letterati, di che è da ve- 
dere un egregio scritto di Carmelo Pardi, dal titolo: Su la sacra oratoria, che 
si legge nei suoi Scritti vari (Pai. 1871), pag. 7> e seg. 



irrequieti, vi fanno male creanze.... e il p. Luigi non ha che farvi ! Alle ore 
23 fate i tagliateli], mettete la pentola al fuoco, e fate trovare pronto il cotto 
ai vostri mariti, altrimenti costoro vi danno bastonate.... e il p. Luigi non ha 
che farvi ! ». 

lubricar i e ribricummu per ripricari e ripricammu è della parlata dei po- 
polo castelterminese. 



124 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

XVIII. A la liggi ! dici Vittoriu. 

Non creda il lettore che il Vittorio di questo motto sia , 
come parrebbe a primo acchito, il Re Vittorio Emanuele o Vit- 
torio Amedeo, che fu pure re in Sicilia nei tempi andati: niente 
di tutto questo. Il nostro Vittorio è Vittorio Schillaci , morto 
in non grave età or sono pochi lustri, il quale fece dapprima il 
lettighiere, e poi, abolite le lettighe f , riuscì uno dei migliori mu- 
lattieri e vinajuoli , che sieno stati in Casteltermini. Uomo leale 
e di buon senso, non tradì giammai la fede data; ma imponeva 
che altri alla sua volta non la tradisse nemmeno; onde, gran par- 
latore com'egli era, a rinforzo del suo molto ragionare, replicava 
spesso il motto : A la liggi aviemmu a stari! O semplicemente : 
A la Uggii (Alla legge dobbiamo stare, o : Alla legge !) 

Questo motto ormai è nel dominio di tutti i Castelterminesi, i quali quando 
si avvedono che altri non voglia sottostare alle fermate pattuizioni o si dà a 
mettere avanti pretensioni assurde , gli gridano risoluti: £/;/ a la liggi! dici 
Vittoriu. (Eh! a la legge! lo dice Vittorio!) 

XIX. Pàrtiri pi li caddarieddi ! 

È saputo che in Casteltermini, cosi come in quasi tutti i paesi 
siciliani, il sépellimento dei cadaveri si faceva nelle Chiese, nelle 
quali, oltre la comune, eranvi sepolture gentilizie e di società re- 
ligiose. Ma, venuto il 1865 , .quel vetustissimo uso dovette ces- 
sare, ed i Municipii furono obbligati da ordinamenti governativi 
a portare i cimiteri fuori l'abitato \ 

E allora Casteltermini impiantò il suo Camposanto nella Selva 
del Convento dei PP. Cappuccini, dove, tra qualche pino, e al- 



1 Chi è vago di conoscere cosa era una lettiga, vegga in Paolo Balsamo, 
Giornale del viaggio fatto in Sicilia, ecc. Pai. 1809, passim; ed in Vincenzo 
Linares, // masnadiere siciliauo, racconto. Palermo, 1^41, p, 58 e seg. 

* Re Vittorio Emanuele II, Regolamenti sanitarii 8 giugno 186$, e 6 set- 
tembre 1874. — Nel primo la distanza dei cimiteri dagli abitati fu segnata in 
metri 100; nel secondo fu aumentata a metri 200. 



ORIGINE DI ALCUNI PROVERBI, MOTTI E MODI PROVERBIALI 125 

cimi olmi , sono molti e vigorosi cipressi, l ; quali il volgo ca- 
stelterminese chiama nucipicrsichi, qualche volta cipriessi , ma più 
comunemente, per sineddoche, caddarieddi, dal nome con cui esso 
denota la bacca del cipresso. 

Il popolino castelterminese apprese con evidente malcontento 
quella novità , sicché egli volendo accennare il nuovo Cimitero 
lo fa dispettosamente, spesso malinconicamente, con la frase: *A 
li caddarieddi! (A li cipressi !) Cosi quando il funebre tocco della 
campana annunzia la dipartita di alcuno, il popolo mesto, esclama: 
Si tini va pi li caddarieddi! (Se ne va per i cipressi !) 

Da questo senso originano ne è venuto un altro figurato, assai curioso, 
mercè il quale il Tàrtiri pi li caddarieddi (Partire per li cipressi) si dice per 
chi va male nei suoi affari, giuochi e altro. 

Qui finisce il mio lavoro, ma non voglio terminarlo con un 
ricordo funebre, che P ordine cronologico da me seguito mi ha 
fatto mettere alla coda; onde aggiungo una graziosa fiaba Castel- 
terminese, generatrice pur essa di un proverbio assai popolare 
nella patria mia, il quale è questo: 

XX. 'Nqua jia midemma ci haj' ad essiri? 

Racconta adunque il popolo , che Tutunim era un giovane 
contadino Cammaratese, assai semplice ed ingenuo; ma quanto 
semplice, altrettanto buono ed assiduo lavoratore. Un giorno si 
volle, o lo vollero, ammogliare; sicché , trovata la giovane, fer- 
mati i patti, promulgate le denunzie, si fissò il giorno della ce- 
lebrazione del matrimonio. Venuto il lieto di, parenti ed amici 
convennero festosi in casa della fidanzata, onde accompagnare in 
Chiesa i promessi sposi; ma tutti erano lì, eccetto di Tutuninu. 
E aspetta, aspetta, e Tutuninu non veniva. E non poteva venire 
perchè, spensierato, sin dalla mattina se n'era sceso al lavoro. Al- 
lora mossero i fratelli della fidanzata a gridargli da su la mon- 



1 Cubressus pyramidalis di Linneo. 



126 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tagna l : Ooo... Tutuninu.... Ooo,... Tutuninu— Ora chi ìmlitiì risponde 
questi — Cuomul chi bulicmmu ? Nquà'un ci vieni a tnaritariti? — E 
l'altro: 'Nquà jia midemma ci haf ai essiri ? — Nquà, pie^u di scieccu; 
'un s? tu lu [ituì— Ohi chissu è? aspittatì, ca viegnu \ — E andò 
e si sposò. 

Il proverbio nato da questa fiaba: 'Nqua jia midemma ci af ad essiri, oltre 
il significato proprio , ne ha in Casteltermini due figurati. L* uno si dice alle 
occasioni, come quando si trascura di invitare in un convenio alcuno della 
compagnia, e questi se ne risente; o quando chi vi deve necessariamente in- 
tervenire, fa P intontito e cerca di non andare. L' altro esprime un motteggio 
contro i Cammaratesi, che son creduti un po' balordi da quei di Casteltermini- 
e cosi ha il medesimo uso e significato del proverbio : C ammaratisi , 'ntolli 
(Cammaratisi, sciocchi), pubblicato dal Pitrè, Prov. sic,, voi. 3, pag. 136. 

Ad onore dei Cammaratesi però il popolo castelterminese ha un proverbio, 
inedito, che dice cosi: A Cammarata li picciuotti bicddi (A Cammarata le giovani 
belle), che alle volte varia così : Cu voli bieddi jissi a Cammarata (Chi vuole 
belle vada a Cammarata). E allude così alle donne cammaratesi , che sono 
veramente belle, dalle forme greche e dalla carnagione rosea e diafana, degne 
di stare a paragone delle bellissime e famosissime di Monte S. Giuliano. 

Palermo, gennaro i88j. 

Gaetano Di Giovanni. 



1 Cammarata è un paese che sta a metà della china orientale della gran- 
diosa montagna omonima, di che vedi le mie VjOti^ie storiche su Casteltermini 
tom. I, pag. 17, 226 e passim. 

9 «O Tutonino. O Tutonino. — E che volete ? — Come , che vogliamo? 
Dunque non vieni ad ammogliarti ? — Ed io pure devo esservi? — Ma, pezzo 
d'asino, non sei tu il promesso sposo ? — Oh 1 questo è ? Aspettate che vengo. 



-#=3+H==§^ 



CANTIGAS A S. JOAO 

RECOLIDAS DA TRADITO ORAL, NA PROVINCIA DO AI«EMTEJO. 



S. Joào, quando se foi, 
Todas as arv'res deixou, 
So o trevo de quatro folhas 
Esse comsigo levou. 

S. Joào casae-me cedo, 
Dae-me casas de sobrado, 
Para recolher o trigo 
No dia do meu noivado. 

S. Joào casae as mo^as, 
Que vós, santo, bem podeis, 
Casae-as de quinze annos, 
Que vào par'os dezeseis. 

S. Joào se adormeceu 
Nos bra$os de sua tia, 
Acorda, S. Joào, acorda, 
Amanhà é o teu dia. 

S. Joào se adormeceu 
Nas escadinhas do còro, 
Deram as freiras com elle, 
Depenicaram-no todo. 



S. Joào se adormeceu 
Nas escadas do collegio, 
A justi^a nào deu com elle, 
S. Joào tem privilegio. 

S. Joào se adormeceu 
Nas escadas do collegio, 
E acordou aos tres dias, 
S. Joào tem privilegio» 

S. Joào i minha porta, 
Eu nào tenho que lhe dar, 
Dou-lhe urna caninha verde, 
Para por no seu aitar. 

S. Joào a minha porta, 
Eu nào tenho que lhe dar, 
Darei-lhe urna cadeirinha, 
Para se elle aqui sentar. 

S. Joào na nossa rua, 
O' mo$as, dae-lhe cadfcira, 
Que elle leva as almas ao ceo, 
E a minha seja a primeira. 



128 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



S. Joào perdeu a capa, 
No caminho do jardim, 
Ajuntem-se as mo$as todas, 
Fa^am-lhe urna de setim. 

S. Joào perdeu a capa 
No caminho do estudo, 
Ajuntem-se as mo<;as todas, 
Fa^am-lhe urna de velludo. 

S. Joào era beni mo$o, 
Se nào fosse tao velhaco; 
Foi com tres mo?as a fonte, 
Foi com tres,e veio com quatro. 

S. Joào me prometteu 
De me dar urna capella, 
Eu tambem lhe prometti 
Toda a vida ser donzella. 

S. Joào me prometteu 
Urna capella me dar, 
Eu tambem lhe prometti 
Ser solteira. . . atè casar. 

S. Joào de Portalegre 
Nào tem velas no aitar, 
Casae-me, santo, casae-me, 
Que eu t'as irei levar. 

S. Joào, por ver as mo^as, 
Fez, urna ponte de cortina, 
As mo$as nào vào à ponte, 
S. joào todo se rifa. 

S. Joào, por ver as mo^as, 
Fez urna ponte de prata, 
As mo^as nào vào a ella, 
S. Joào todo se mata. 



S. Joào me prometteu 
De me dar um boni marido, 
Quando està o trigo em grào, 
E o limoeiro florido. 

S. Joào me prometteu 
De me dar um bom marido, 
Minha màe me respondeu: 
Se o limào estiver florido; 

Jà tembo a vista candida, 
De tanto olhar p'rò limào, 
A ver se, elle florece 
Na noite de S. Joào. 

Eu pedi a S. Joào 
Que me desse um bom marido, 
S. Joào n\e respondeu: 
Nào penses em tal perigo. 

S. Joào, quando entrou, 
Quando entrou à porta falsa, 
Perguntou au seu alferes 
Se havia trigo na pra^a. 

S. Joào, quando entrou 
Pelas portas da carreira, 
Perguntou au seu alferes 
Se havia trigo na eira. 

Na noite de S. Joào 
Muita pancada levei, 
Por causa d'una alcachofra 
Que pVo meu amor deitei. 

Na noite de S. Joào 
Se exp'rimentam os amantes, 
Heide exp'rimentar o meu, 
Ver se é firme corno d'autes. 

Antonio Thomaz Pires. 



BOTANICA POPOLARE 

DI 

CARPENETO D'ACQUI. 




Erbe incerte di forma o di esistenza. 

rba rissia. — Dicono a Carpeneto che l'erba rissia scappa 
e scappa sempre senza potersi mai fermare. Niuno la 
vide mai questa erba rissia, pure di uno che fugge 
precipitosamente dicesi per proverbio: /' ha fa cmè /' erba rissia. 
Di queste erbe Plinio ricorda molte e strane. L' erba achemcnide 
è tale che se si getta nella schiera dei nemici » essi si spaventano 
e fuggono; e fatta bevere dai ladri essi confessano i mali fatti. 
Il Duca di Modena dando a Ciro Menotti e compagni sugo di 
giusquiamo mescolato al vino , li fece confessare le loro pretese 
colpe politiche. Dice il chiariss. Comparetti nel suo Virgilio nel 
fMedio Evo: Secondo la tradizione popolare Virgilio, sul Monte 
Vergine presso Napoli avrebbe piantato 1' Erba Lucia, che man- 
giata dalle pecore cieche loro restituiva la vista. Secondo lo stesso 
Plinio l'erba Biopide può aprire ogni porta, toccandola, e la Her- 
tnesia (forse la Mercorella) fa generare figlioli buoni e belli. Il 
Mattioli però all'erba Etiopide ci crede, e senza averla mai veduta, 
aggiungendo che a tempo suo fu impiccato a Venezia un ladro 
che teneva quest'erba, colla quale apriva tutte le porte delle case 

%Artkivio ptr U tradizioni popolari — Voi. IV. 17 



130 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

della città. Apollodoro ricorda un'erba detta in greco Eschinomene= 
che si vergogna, perchè toccandola si vergognava, (forse la sen- 
sitiva) e l'erba balin, che faceva risorgere i morti. Plinio ci ricorda 
anche P erba latace data dai Re di Persia ai loro ambasciatori, 
perchè dappertutto trovassero abbondanza di vettovaglia: (forse 
era come un talismano o come un segno convenzionale) P erba 
adamante che faceva arrovesciare i leoni con la bocca aperta: Perba 
arianide che accendeva le legna unte d' olio: P erba ofiusa che fa 
sognare serpenti: P erba nata sul capo delle statue che ha virtù 
in molte malattie: Perba di rivo o di fiume, che colta senza dirlo 
all'infermo, guarisce la terzana. I Tibetani credono al mutamento 
di uomini in piante salutari o mortifere secondo P indole della 
persona tramutata. I Greci dicevano che il gelso tramutò i frutti 
di bianchi in rossi, quando le sue radici furono bagnate dal sangue 
di Piramo , e che la rosa di bianca diventò rossa dopo che fu 
toccata dal sangue di Venere punta dalle spine d'essa rosa. 

Brevi ed incanti botanici. 

La legge delle 12 tavole minaccia pene tanto a chi aliena 
arbores caesit quanto a chi fruges excantassit. I Rumeni o Valacchi, 
dice il Sestini nel suo Viaggio in Valacchia^ credono che ci siano 
persone tanto malefiche da far seccare un albero solo guardan- 
dolo. A Carpeneto di Monferrato, gli alberi troppo pieni di umori, 
trasudanti nera linfa al piede od in qualche parte del tronco, sono 
detti nusi, stregati, o per la vicinanza di qualche pianta nemica, 
o per incanti di mali vicini: quelle piante non guariranno fino a 
che non siano disincantate, o levate, che è meglio. Perchè oramai 
si crede più alla malignità di un vicino che col succhellarlo o 
scortecciarlo, fa seccare un albero, che alle streghe. 

Un boscaiuolo di Carpeneto detto Caino, prima di atterrare 
certi alberi li abbracciava, pronunciando arcane parole. Doman- 
dato da me perchè ciò facesse, rispose perchè cosi avea fatto pure 
suo padre. Leggendo però Catone, che voleva, sboscandosi una selva, 
se ne propiziassero gli Dei , e Plinio che dice essere più facile 



•OTAXKA FOKMJLtE IH CAlPEXETO I51 

atterrare gii alberi da taglio, se prima si toccano colli mano e poi 
col ferro , spiego quegli abbracci e quegli incinti. E quando in 
procinto di atterrare un albero i vecchi boscaiuoli si fanno og- 
gidì fl segno della croce e dicono erbo a j j*f**i4r=aibero ci siamo, 
ricordo ciò che dice Plinio, che l'albero da atterrire bisogna chia- 
marlo a nome, citando il costume vigente in Affrica ai suoi dì, 
dove nhmo imprendeva cosa d'importanza se prima non diceva 
Affrica. A propiziare la diviniti, la madre di Virgilio piantò un 
ramo di pioppo, appena lo ebbe partorito. Quel ramo crebbe 
presto in albero grande. Vedi Comparati, voi. I, pag. 183. Gli 
Indiani credono che se durante il giorno vedono l'albero Tolu- 
schi, son certi di ottenere il perdono dei loro peccati. 

I Romani avevano preci contro la ruggine del grano, la Dea 
Rubigo, e avevano incanti contro i bruchi, e la perdita dei fiorì 
che gli alberi facevano. Anche nel Rigveda sono forinole o brevi 
per scongiuri ed incanti di alberi. Il popolo nostro lega agli alberi 
che perdono i fiori una pelle di biscia, ma ciò fanno i superstiziosi; • 
i divoti invece chiamano il prete che benedice Tono o l'albero, e 
i bruchi , o muojono , se ne vanno , o diventano farfalle , ceno 
che non si vedono più. Nel libro: Elementi di agricoltura di Co- 
stantino Cesare, Venezia 1542 è detto: « Circondando l'albero di 
una corona fatta di loglio o di verbasco terrà li suoi frutti, op- 
pure scrivendo sopra una carta t appiccata all'albero queste parole: 
È sera come d y ligno piantato appresso il decorso delle acque, il quale 
darà frutto nd tempo suo*. (È un versetto della Bibbia). Plinio 
dice che se chi coglie gramigna pronuncia sottovoce: « il digiuno 
dà la medicina al digiuno », quella gramigna guarirà molti mali. 

In alcuni paesi del Monferrato ed anche a Carpeneto si met- 
tono sulle case stibiUjc, (finite fino al tetto) rami di mino o di 
pino, non so a che scopo, ina ceno perche forse cosi si è sempre 
fatto; alcuni vi mettono la bandiera nazionale. Sulle biche del 
grano, dette in Monferrato bure, usasi mettere rami di quercia, ed 
anche una di quelle croci di canna che si pongono nelle vigne 
contro la grandine , come dissi in altro mio lavoro. I Romani 
sulle thCetae Citici ponevano un' immagine o statuetta, di Cerere; 



132 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

in Calabria ed in Puglia pongonvi l'immagine di un santo; e di 
qui forse nacque il proverbio noto in Monferrato ed in molta 
parte dTtalia : 

Ra roba fin eh' r' e ant i camp, 
R' è di Dio e di Sant 
Dì ladr e di birbant. 

Un ramo di mirto, o di pino, od anche d'alloro, si mette pure 
sopra le porte dell'osterie, forse perchè sono alberi di foglie verdi 
perenni. Anche i Romani adoperavano per le aspersioni dei sa- 
crifizi un ramoscello di ulivo, d'alloro o di palma, appunto per- 
chè queste piante conservano sempre verdi le frondi. 

E questa è la ragione per la quale detti alberi si piantano 
nei cimiteri ad indicare quella eterna mestizia che i superstiti fin- 
gono di avere. 

Nomi delle piante usate dal popolo» distribuiti 
in ordine alfabetico. 

Le piante adoperate dal popolo sono tutte di campo e po- 
che di giardino o di orto. L? superstizioni intorno alle piante non 
coltivate sono maggiori e più complesse di quelle delle piante 
coltivate, perchè nella cognizione del popolo le prime sono più 
antiche delle seconde, introdotte quando la civiltà era già avanzata. 



Acacia. — (Gasia a Carpeneto). — Le sue spine son credute 
velenose. • 

Acetosa. — A Carpeneto erba brisca. — Secondo le donnio 
.duole fa tornare la memoria e trovare le cose perdute come 
S. Antonio. Durante, Mattioli ed altri ricordano che il volgo cre- 
deva sicuri dal morso degli scorpioni e dell' attacco della peste i 
mangiatori di acetosa. L'erba comune da noi è la rutnex acetosa^ 
quantunque si trovi anche Yoxalis. 

Achillea. — A Carpeneto Erba di fregg. — (Ir fregg è il 



BOTANICA POPOLARE 01 CARPEHETO I33 

nome della febbre terzana presso di noi, ra fregg , femminina è 
il freddo). Usavasi l'achillea per fare decotti, prima dell'uso del 
chinino. Serve, secondo il volgo, anche contro le malattie della 
madrice, ma dra mare, o tnarun, forse non senza utilità e contro 
la mossa, in italiano, dissenteria. 

Aglio — Ai. — L'aglio e la cipolla furono adorati dagli Egi- 
ziani. Io Sicilia credono che una ferita fatta con coltello unto 
d'aglio, non guarisca più. È il re dei contravveleni e delle con- 
tromalie. Questa è eredità antica. Virgilio nell'Egloga II dice che 
dalla contadina Testile erano fatte pei mietitori salse appetitose 
di aglio e serpillo per cacciare scorpioni e serpenti dalle messi. 
Allia serpy Huraque herbas contudit olentes 

L'aglio di serpe o selvatico, detta a Carpeneto Ajctt, è anche 
usato negli incanti. 

Contro i vermi dei bambini il volgo fa ancora una collana 
di spicchi d'aglio, si stropicciano con aglio le pignatte nuove per 
togliere ogni malia, si ungono le forbici colle quale si tagliano 
i capelli ai bambini per la prima volta. Una tradizione popolare 
dice che la pietra calamita di cui era fatta la camera del sepolcro 
di Maometto, perdette ogni virtù allorché fu unta d'aglio, perchè 
calamita ed aglio sono nemici. Quantunque nulla di vero sia in 
questa tradizione pure ella mostra che anche da noi il volgo lega 
colTaffetto e colla vitalità tutta la natura animale vegetale, mine- 
rale, come faceva il popolo greco. 

Credesi da noi che l'agno casto, detto Erba di frai erba dei 
frati li (perchè piantavasi nei conventi) faccia diventare casti. Le 
donne greche nella festa di Cerere facevano letti di agno casto 
nel tempio della Dea e vi si sdraiavano sopra per cacciare i di- 
sonesti pensieri. L'agno casto si trova a Carpeneto nei boschi dove 
furono due conventi distrutti nel 916. Di essi non rimase memo- 
ria , il solo agno casto rimase ad indicare il luogo dove furono, 
come pietra sepolcrale che di anno in anno si rinnovi. 

Antirrino. — Bucca cF liun. — Vegeta nei vecchi muri ed è 
anche seminata nei giardini. Credono le donnicciuole che prenda 
più bella e lustra la faccia se si bagna coir acqua del sqo seme, 



134 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

e che non lascia stancare se se ne mettono le foglie nelle scarpe. 
Tale virtù avrebbe anche la santolina od artemisia. Castor Du- 
rante fa eco alla popolare superstizione, e dice che i Principi di- 
venteranno più graziosi ed accetti ai sudditi, se porteranno ad- 
dosso un ramo di fiori di antirrino. Se la cosa fosse cosi, og- 
gigiorno, una buona metà dei principi d'Europa, dovrebbe portare 
addosso continuamente una tonnellata di fiori di antirrino. 

Aiuga, camepizio, iva, erba artritica, Wildfrauleinkraut in ted. 
ivt museale od artetique in fr. Da noi Gavurna. Dicono che il 
sugo di quest' erba faccia passare la ubbriachezza. Durante dice 
che bisogna portare in capo una corona di questa pianta contro 
r ubbriachezza, come gli antichi facevano delle corone di edera. 
Quindi dipingevano Bacco Dio del vino, cinto il capo di corimbi 
e di verdi edere. A Carpeneto aggiungono che quest'erba fa tor- 
nare la memoria delle cose passate e fa indovinare le future 
(quindi è detta anche erba delle streghe) e che fa sudare ed andar 
via le artriti. Che faccia sudare lo afferma anche Plinio ed io so 
di un medico che adoperati invano i rimedii dell'arte per guarire 
di un'artrite, guari poscia col camepizio. Gavurna e gavnrnetta 
vengono poi chiamati due specie di uccelli del genere Cincia , 
forse perchè fanno il nido dei fiori cotonosi e grigli dell'erba iva, 
che armonizza col grigio colore delle loro penne. Quest' erba è 
messa con altre nel sacchetto che si suole porre sotto il cuscino 
delle partorienti e sotto il materazzo dei bambini per fugare le 
malie. Anche la peonia , a detta di Plinio fuga i serpenti , e col 
ramno, la ruta e Vaglio caccia i veleni e le visioni notturne. Lo 
stesso afferma il Gran Maestro di color che sanno, Aristotile, del- 
Vipperico, della verbena od erba sacra, e della tussillagine e dell'a- 
glio riuniti insieme. Come si vede anche gli antichi avevano i loro 
rimedii della 4 a pagina dei giornali — Nil sub sole novi. — Però gli 
antichi credevano solo per ignoranza, ed erano in buona fede. 
Il volgo crede le streghe ed i maghi possano mandare anche da 
lontano morbi e malanni per mezzo di erbe velenose, e che si 
possano queste combattere con erbe di contravveleno. Le foglie 
dello scolopendio, detto 3 Carpeneto erba d'or, giallastre e rag- 



BOTANICA POPOLARE &I CARPENEfÓ t$$ 

grinzate possono fare forza ai veleni, ma bisogna coglierle nelle 
notti senza luna e colla mano sinistra. Orazio ricorda che la maga 
Canidia faceva di notte i suoi terribili incantamenti che possono 
far scendere dal cielo la luna. Anche Dante nell' Inferno ricorda 
nel 20° la Botanica popolare e dice: 

Vedi le triste che 

Fecer malie con erbe e con immago. 

Lo scolopendio e 1' asparago dicono le donnicciuole che sono 
l'erbe sterilizzanti, e credono che nelle maledizioni lanciate dalle 
ragazze abbandonate dall'amante, a quella che lo sposa, siano ado- 
perate queste due erbe. 

Alno, pianta — Verna a Carpeneto; Aune in ft\, Erlembaum in 
ted., alnus lat. — Il legno di questa pianta è adoperato a tingere 
in rosso le uova di Pasqua; il popolo vuole che sepolto in terra, 
diventi pietra col tempo. In qualche casa di campagna si trae an- 
cora dall'alno od ontano il partito che si traeva ai tempi di Plinio 
che dice: Alpi ad aquarum ductus in tubos cavantur, se ne fanno, 
cioè, doccie. 

Anonide od ononide. —Da noi Barbanera, Sollkraut in ted., Buy- 
undes in fr., arrestabove, bonagra in it. A Carpeneto quando uno 
uno è molto affamato si dice che è ridotto a mangiare reis (ra- 
dici) d y barbunera , infatti sono commestibili. — Le foglie dell'a- 
quifoglio e dell' aro, da noi detto pan d* bisce, sono credute utili 
del volgo a cacciare le mosche dalle stalle. Plinio le credeva atte 
a cacciare dalle case e dalle ville le malie. 

L'erba che è contro gli incanti per eccellenza (e certamente 
caccia i vermi dal corpo) è l'assenzio estirpato , e non tagliato, 
colla mano sinistra, detto da noi, per le sue virtù Hun meje, bo- 
num mihi quasi. Si deve però unire alla ruta ed alle rose bianche 
non fiorite e poi metterlo in un sacchetto, sotto il guanciale dei 
bambini. La chiesa ha dato il suo appoggio a questo rimedio. 
Nel libro : Circulus aureus seti breve compendium caerimoniarum et 
rituum, quibus passim ad suas et proximi utilitates Persbyteris uti con- 
tingity pubblicato da Francesco Maria De Capellis, Cappuccino, a 
Venezia nel 1664, viene data la formola per la benedizione del- 



$6 ARCHIVIÒ £ER LE HtADtóCÓKI POPOLARI 

l'assenzio, delle rose e della ruta. ^Benedico et sanctifico ut ttbicutn- 
que collocatile fucrint, (queste erbe) sive in domibus, sive in lectis, vd 
in cubiculis, vd super se habuerit obsessus vd odoraverit , vd si quis 
fuerit ex bis fumigatus, vd in balneo lotus y vd in quibuscumque locis 
fuerint, per omnipotenliam Dd dongetur ab ds omne malum y ptricur 
lum, virtutes et opera Sathanae. Has herbas benedico et sanctifico ad 
fugandos Tìaemones, ad deslruendum omne malcficium, ad annihi- 
landum incantamentum, ligamen, facturas et omnia opera Sathanae ecc. 
Allo stesso scopo, dice l'autore, servono gli agnus Dei benedetti, 
che liberano da Demonii, streghe, fatture, tentazioni, saette, gran- 
dini, peste, venti furiosi, mal caduco, inimici, ombre, fantasime, 
naufragii , tempeste, incendii, dolori di parto , morte subitanea , 
peccati veniali, come dice papa Urbano V. L'assenzio ha una 
fama sempre mantenuta. Oggidì a Parigi, molti gli chiedono l'oblio 
dei mali e la noncuranza dell'avvenire, avvelenando la loro esi- 
stenza. Al tempo dei Romani si beveva la soluzione acquosa del- 
l'assenzio , stata 3 di al sereno , dai vincitori dei giuochi latini; 
perchè corroborando loro lo stomaco , infondeva in essi nuovo 
coraggio, o rendeva forse indifferente la morte, essendo per lo 
più quei vincitori , schiavi condannati a morte. Né andava l'as- 
senzio scevro di superstizione neppure allora. Ponendolo sotto il 
capo di un dormente, gli accresce il sopore, dice Plinio, ma non 
devesi sapere chi lo pone. Il suo sugo faceva neri i capelli come 
le tante acque rigeneratrici dei capelli dei nostri dì, salvava dai 
tarli i panni lavati nella sua acqua e gli scritti stessi coll'inchio- 
stro stemperato col suo succo. Anche Benvenuto Cellini credeva 
a queste virtù dell'assenzio, e narra di aver fatto rinvenire un fe- 
rito, bagnandolo con vino caldo misto all'assenzio. Nei mazzetti 
amorosi l'assenzio è considerato come tacito rimprovero. Le malie 
a Carpeneto vengono anche cacciate dalla cornabibbia, (origano sil- 
vestre). A questo effetto lo fanno cuocere nel vino e poi lo man- 
giano. Anche il serpillo si crede abbia virtù di guarire i pazzi, 
come presso gli antichi Vdleboro. E per dare odore alla biancheria 
e per tenere lontana ogni malia serve pure la lavanda , special- 
mente quella colta nella notte di S. Giovanni. Si ungono di sugo 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO I37 

di assenzio, e di sburabass (lactuca virosa) i fichi per ingannare gli 
ingordi, ai quali, mangiando quei frutti, sopravviene una potente 
diarrea. 

Era pianta odiata da Bacco, a detta di Virgilio, che avverte 
« ncque inter vites corylum sere ». Servio nel commento al poeta 
di Mantova ricorda che alle feste di Bacco i contadini arrosti- 
vano carne di capra, sopra schidioni di avellane. Il Durante dice 
che toccandosi le serpi con verghe di avellane rimangono come 
intorpidite e finalmente si muoiono. Le stesse verghe scacciano gli 
scorpioni, purché non si sia mangiato basilico, altrimenti l'effetto 
non corrisponde. A Carpeneto credesi che i serpenti muojano più 
facilmente se percossi con una canna, perchè dicesi che le ferite 
fatte con canna s siano inguaribili, avendo la canna servito a per- 
cuotere Gesù Cristo, ed essendo diventata per ciò maledetta. An- 
che in Calabria credesi che la culla di un bambino posta in cam- 
pagna sotto un albero sarà salva dalle serpi se sopra vi si fa uAa 
capannuccia di canne intrecciate. Del Rio ricorda nelle sue Di- 
squisiliones Magicarum y che la serpe morirà se verrà toccata da fo- 
glie di quercia, o verrà percossa con una canna, o con verga di 
faggio. 

(Continua) G. Ferraro. 



^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 18 



MISCELLANEA. 



Il linguaggio delle sensazioni nella bocca del popolo. 




| ' avvenne più volte, e all'ospedale e in qualche povera famiglia, 
I di raccogliere la descrizione della tale o tai'altra sofferenza . fatta 
> con colori cosi giusti, vivi e intonati, da muovere invidia al cli- 
ilnico più saputo e più diligente. Eppure non m'accadde mai di leg- 
gere , nelle opere mediche , riportate tali e quali nel dialetto in cui vennero 
pronunciate le parole, onde i popolani si servono per riferire al curante le pro- 
prie sensazioni. E cotesto non mi va ai versi; vuoi perchè le cliniche sono. in 
fin dei conti nutrite unicamente dal popolino, onde familiarizzatosi il medico col 
linguaggio di lui, potrà con ammalati dello stesso morbo adoperarlo a sua volta, 
e sapere, prima ancora ch'essi lo dicano, quali sensazioni provino infatti, o a- 
verne la conferma e comunque formarsi una idea più chiara e più limpida dei 
fenomeni subbiettivi; vuoi perchè un certo grado di intellettuale coltura è un 
grande modificatore della sensibilità, e più o meglio cresci l'archivio delle tue 
cognizioni dopo aver ascoltato un popolano che soffre , anziché una civile e 
istruita persona. 

Mi ricordo d'una fruttaiola, che pregandomi un giorno di additarle qual- 
che rimedio per la sua gola infiammata (aveva un angina semplice) , ebbe a 
dirmi : « Me se ga fato una piaga in gola ». Meglio di così non potrebbe de- 
finirsi la molesta sensazione degli anginosi, allorché deglutiscono. 

Un'altra popolana, per indicarmi la certezza che ormai aveva d'essere ma- 
dre per la seconda volta: « E pò, vèdelo (narravami) tento istesso de la volta pas- 



MISCELLANEA IJO, 

soda, come se qualcun me dasse de le frignòcole l qua e là su la pania ». Ora , 
più di una colta e intelligente signora ebbe a confermarmi, che i primi mo- 
vimenti della creatura nel seno materno offrono precisamente la sensazione 
accusata dalla mia popolana. 

Le nostre comari, ad esprìmere che il latte d'una donna afflitta da qual- 
che grosso patèma d'animo, non conviene più all'alimentazione del suo pop- 
pante, predicano con frase stupenda alla loro cliente: e V è un late afona, he- 
nedeta ; no la gbe lo stoga a dar altro / » Queir afona * vale un Perù ; e dice 
tutto, mentre né la chimica né il microscopio hanno ancora saputo dire a noi 
medici perché un tal latte possa cagionare al bambino convulsioni talora an- 
che gravissime e persino la morte. 

Ci é una malattia , che s'incontra d'ordinario nei fanciulli, contrassegnata 
da movimenti viziosi (spontanei o riflessi), che alterano quelli volontari, e per- 
sistono anche durante il riposo. Tali involontarie contrazioni impediscono per 
tal modo la volontà in atto, che , supponi, il povero fanciullo fa per vestirsi 
e non ci riesce; vuol portarsi il cibo alla bocca , e non arriva a infilarla che 
a gran pena; inoltre delle contrazioni incoercibili agitano i muscoli della faccia 
in tutti i sensi e con tanta rapidità, che vedi in pochi istanti dipingerglisi sul 
viso le espressioni contradittorie della gioia, del dolore o della collera. Bouil- 
laud ha fotografato la fisonomia di questo morbo che chiamiamo còrèa, con 
una formola, che più giusta e più pittoresca non avrebbe potuto trovare; l'ha 
detta una follia muscolare. Or bene; tre anni or sono , una delle nostre fem- 
minette conduceva al mio ambulatorio un suo ragazzo corèico; e me lo pre- 
sentava con queste precise parole : u Vèdelo sto putelo ? El ga el matejxp 8 ai 
brani I » 

Io dico adunque (a non tediar davvantaggio con altri esempi) che deve 
tenersi gran conto delle espressioni che il popolo adopera per esprimere le pro- 
prie sensazioni; perchè, ripeto, sono preziose il più delle volte, cara turistiche, 
e non annebbiate poi mai o quasi mai da quella esagerata sensibilità che si 
manifesta cosi spesso nelle persone civili, dai nervi frolli ed eccitabilissimi. E 
metto pegno, che ne conviene anche Y illustre Mantegazza , sebbene nella sua 
ultima opera 4 , che è una straricca miniera di fatti importantissimi e di accurate 
osservazioni sopra molti dementi del dolore, a questo algometro popolare non 
accenni neanche. 

Venezia, maggio 1880. 

D f . Cerare Musatti 6 . 



1 Equivale a buffetti, o anche biscottini. 

* Afanà\ quasi affannato, appassionato esso pare. 

* Matteo equivale a pania. 

* Fisiologia iti dolore. 

* FanfuUa àtlla Domenica, an. a«, n. a8, 11 loglio 1880. Giova avvertire che quest'argomento in 
Sicilia è stato preso in mano da G. Pitrè pel voi. XV della «tu Biblioteca. 



140 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



V Ascensione in Roma. 

La vecchia vita romanesca , che adesso è ornai scomparsa dal centro di 
Roma, resiste tuttavia , rifugiata nei quartieri lontani , dove il popolino crede 
ancora alla ruta maschio e all'acqua delle sette sale. 

La vigilia e il giorno dell'Ascensione, pertanto, le antiche usanze ritornano 
tutte, e sono curiosissime. 

Per la Regola , per Trastevere , pei Monti , vedete sulla porta delle case 
strane illuminazioni all' avemaria. C'è stata caccia nelle soffitte, nelle cantine, 
da per tutto, caccia ostinata e ingloriosa a certi insettacci neri che si trovano, 
specialmente, nelle cucine e ai primi piani umidi. 

I fegatini ficcano addosso alle povere bestie dei fiammiferi di cera accesi, 
e poi strillano in coro: 

Corre curre, bagarò, 
Che dimane è l'Ascensió, 
E, si tu nun cererai, 
Bagarò, t'abbrucerai! *. 

Non so che analogia ci sia fra l'Ascensione e l'autodafé di quegli insetti; 
ma la cosa è così. 

A notte poi — secondo il popolino — Gesù, prima di tornare in paradiso, 
benedice campi, città, case e tutto quel che trova all'aperto. 

La donnicciola mette l' acqua alla finestra : le servirà per le malattie; ci 
mette anche un canestrino con un ovo e con un lume acceso, badando che 
l'ovo sia di quelli nati il venerdì santo. Cristo passa, benedice, e l'ovo si trova 
mutato in un bel pezzo di cera vergine, che libererà la casa da tutte le dis- 
grazie dei temporali. Andate a non crederci a certe cose!* 

Un papa, che non ci credeva, volle mettersi a vedere Gesù che passava, 
e ci restò poco 1 Del resto, il popolino vi risponderà secco secco: 

Qui miga nun se fa ppè la bbarcaccia, 
Se fa perchè è !a fede che ce caccia ! 

che in buon volgare significa: che la' fede è cieca e crede a tutto. 

Intanto Cristo passa e benedice. Oggi la sostanza— Vanima, dice il popo- 
lino—entra nel grano, e se, Dio guardi, piove, non se ne raccoglierà nulla: 

Na goccia, e er grano perde na costa. 

E, in omaggio a Cristo , che ha benedetto , non c'è un romanesco vero 
che lavori un minuto della giornata: '% giorno de T %Ascen^one y Tuctlletto nun 
vola dar nido 8 . 



1 Cfr. art. del Lumbroso Scarafaggi e candelaie, in Archtvio, v III, p. 189. (I Direttori). 
» Cfr. Pitri Spettacoli e Feste, p 257. (I Direttori). 
s Dal Capitan Fracassa, anno V, nam. 142. Roma, 1884. 



MISCELLANEA I4I 

Il Latte delle puerpere e delle balie in Piemonte, Lombardia, Bologna. 

Per far passare il latte alle puerpere od alle balie che hanno finito di al- 
lattare, una contadina piemontese dicevami bastare il mungere alcune gocciole 
facendole cadere nella bragia, od in un'acqua corrente in cui si lava il capez- 
zolo. £ spiegava che il latte dispregiato se ne torna indietro e va via. 

Sui colli torinesi e sul Canavese questa credenza è comune. 

E. M. « 

Non so se si tratti di dispregiare il latte , ma so che avendo rivolto la 
stessa domanda ad una lavandaia, questa mi rispose essere cosa assai usata e 
di certo esito, non il mungere sulla bragia, ma il porre una cena dose di prez- 
zemolo sulle spalle di una puerpera, per allontanare il latte. 

C. G. Cattaneo * 

Per far passare il latte alle puerpere e alle balie, allorché hanno finito di 
allattare, vi è in queste parti del Bolognese Fuso seguente , cioè la puerpera 
si munge un po' di latte da se stessa, e lo fa cadere sul nudo terreno, o sulla 
cenere (non sul fuoco, come nel Piemonte), e dicono che in tal modo il latte 
si sdegna, e dà indietro. È pure molto usato, e di effetto certo (così mi diceva 
una donnetta di qui) per allontanare il latte dalle mammelle, allorché è tempo 
o bisogno di slattare i bambini, il porre sulle spalle della puerpera un fascetto 
di prezzemolo. Per l'effetto sicuro, ci creda chi può ! 

Gim. ■ 



La Porteli* delle Croci nell'isola di Stromboli. 

Nell'isola di Stromboli è una Portella delle Croci, donde, attraversati vari 
depositi di scorie a guisa di colline semi-circolari una addossata all' altra , si 
arriva sull'orlo del gran cratere e si raggiuuge il così detto Filo dello \olfo. 

Questa Portella delle Croci è detta così perchè ognuno che vi passi porta 
seco una croce formata di canna, e la infigge nei muriccioli di scorie coll'in- 
tenzione di essere salvo dalle eruzioni vulcaniche (ed anche da altre idee su- 
perstiziose, come è il credere che il vulcano sia una porta della casa del dia- 
volo), benché nelle loro tradizioni non vi sia nulla di certo che possa esservi 
accaduto grave pericolo ai passanti e • li possa autorizzare ad aver tali panici 



* Giornale degli Eruditi e dei Curiosi. Padova, 15 dot. 1883, p. 3. 

* domale, ecc. del 1$ die 1883, p. 96. 

> Giornale ecc. del 1$ geniu 1884, p. i$6. 

* Le Isole di Lipari per F. Salino, p. 26. Torino G. Candelettt 1874. 



*42 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Dna canzonetta infantile milanese. 

Nel Giornale Ligustico, an. X, fase. 9-10, Genova 1883, il sig. L. T. Bei- 
grano scrive: 

« Tommaso Marino. Dall' uxoricidio del Marino, compiuto nella persona 
della moglie sua Pellina dei Lomellini 1 , che alcuni credettero che fosse una 
Cornaro, si fece derivare l'antica leggenda milanese : 

Ara bell'ara 
Discesa Cornar* 
Dall'oro del fin 
Del Cont Maria, ecc. » 

Tuttavia bisogna leggere le Cannoni popolari Comasche pubblicate in Vienna 
da G. B. Bolza, nel 1687. 



La festa di S. Raffaele Arcangelo in Napoli. 

Oggi, (24 ottobre) San Raffaele, il popolino avrebbe voluto festeggiare 
il glorioso arcangelo al solito modo. Ogni anno San Raffaele raccoglie tutto 
quello che rimane della felice messa di frutta e lo caccia in corpo ai devoti , 
che degli ultimi fichi freschi fanno la gran scorpacciata. 

San Raffaele è il santo favorito di tutte le Nannine, Concettine, Nunziati- 
ne, Peppine ecc. Toledo nelle prime ore si riempie di tutta la graziosissima classe 
delle sarte e delle' crestaie , le quali si recano dal Santo nella chiesa che ne 
porta il nome, e li tra un paternoster e un gloria gli rivolgono preghiere cal- 
dissime di amore e desiderio , implorando dalle buone grazie sue un marito 
ricco o per lo meno un innamorato che tenga posto di un bel cavaliere, pic- 
cirillo e coi denari inVo vur\Mo. Così dicono. 

Quindi se ne vanno con le mamme a casa , e lì accendono dei moccoli 
all'immagine del Santo, che è rappresentato guerrescamente, con in mano bran- 
dita una spada '. 



« La Rassetta. An. III, n. 293. Roma, a6 ott. 1S84. 




RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 




Canti del popolo di Chioggia, raccolti ed illustrati con prefazione e note del 
professore Agostino Garlato. Venezia, i8S>. Prem. sub. tip. di P. Na- 
ratovich editore. In 16% pag. 464. (Prezzo lire 5). 

o scorso con vivo interessa e con molta cura questo volume, che 
| viene ad aggiungersi alla ricca collezione de* canti popolari d'I- 
talia; interesse e cura, che ben meritava un popolo industrioso, 
attivo, forte , famoso di pescatori , qual* è il Chioggiotto, cui il 
Garlato ci delinea egregiamente nella Tre/anione del libro, occupandosi di Chiog- 
gia e de* suoi costumi, della sua storia, dei suoi uomini illustri, e analmente dei 
suoi canti popolari e del dialetto. 

Non occorre segnare la importanza della raccolta, che costa di $06 canti, 
messi insieme con avvedutezza e con giudizio, ed ordinati, (seguendo lo svol- 
gimento della più costante passione che provoca i canti , V amore), in dodici 
capitoli, cioè : /, La finestra della bella e le passeggiate; — //, Fattene;— III, di- 
more, baci e sogni; — IV. Schermi erotici;— V, Desideri, sospiri e domande; — VI. 
Partenza, lontananza e ritorno; — VII, Corrucci, tradimenti e dispetti; — Vili, Ma- 
trimonio; — IX, Xinnc Nanne;— X, Il Chioggiotto, sua vita e suoi schermì marina- 
reseli;— XI, Canti sacri;— XII, Canti di vario argomento. Come si capisce a bella 
prima, il capitolo che più chiama l'attenzione è il decimo; e veramente in esso 
accolgcmsi i canti che a me paiono i caratteristici della collezione , quelli che 
dirò più speciali e proprj del chioggiotto, perchè meglio rispecchiano l'animo 
e la vita sua; ed è a lamentare che sieno pochi (27); ma il numero può venir 
cresciuto da parecchi altri, che sunno per entro agli altri capitoli; così nel XI, 



144 l ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

trovo notevolissimi il nura. 284 (T reghiera del pescatore alla sua partenza), il 285 
(Lamento devoto d* una c1no;giotta a cui la tempesta rapì il marito) , ed il 286 
(La Madonna di Marina). 

Con ciò non intendo dire, che le rimanenti poesie non abbiano nessun inte- 
resse: tutt'altro ! ne hanno grandissimo; ma, quasi in totalità, o rientrano nella 
gran massa di poesie comuni a tutta Italia dall'Alpi all'Etna, o sono semplici 
varianti (più di pronunzia che d' altro) delle villotte che si cantano per tutto 
il Veneto. Di fatto, moltissime io ne trovo, che son già venute fuori da un 
pezzo nelle raccolte del Dal Medico, del Righi! del Bernoni, dell'Ai vera; e pa- 
recchie di queste potevansi, forse, lasciar indietro; perchè, notissime com'erano 
e nulla presentando di sostanzialmente diverso, avrebbero potuto dar posto ad 
altre più caratteristiche e speciali de* Chioggiotti. 

Il Garlato, a dire il vero, ha notato ciò, e nelle illustrazioni dei canti ha 
segnato i riscontri e le varianti edite, almeno la più parte; ma ciò non toglie 
che molti non sieno ripetizioni poco meno che inutili. Sarebbe bastato accennare, 
che la tale e tal'altra villotta o storia, stampata già, correva identicamente sulla 
bocca del popolo di Chioggia. Ma forse l'egregio Raccoglitore fu tratto a far 
come fece dalla credenza, ch'egli ha (v. a pag. 86 della Prefazione), che tutti 
i canti, passati in antico al Veneto dalla Toscana e dalle altre province d* I- 
talia, sieno passati prima a Chioggia, e da qui poi a Venezia e suo territorio; 
perchè « Venezia rappresentava la città aristocratica (nella repubblica veneziana), 
Chioggia la democratica: ond'è che de' Toscani, che o per bando, o per altra ra~ 
gione, affluivano numerosi nelle terre veneziane, que' di famiglia illustre o di 
gran censo stabilivansi d' ordinario a Venezia : que' di bassa condizione o di 
scarsi mezzi, in una parola, i popolani, fermavano loro stanza in Chioggia ». 
Però quest' opinione del Garlato non tutti possono accoglierla , né parmi sia 
sostenibile gran fatto. 

E poiché sono venuto a queste osservazioni, me ne consenti il prof. Gar- 
lato qualche altra, dettata dal desiderio di veder senza pecche (almeno a mio 
giudizio) un libro che ha pur de' pregi non pochi e sicura importanza. Il ti- 
tolo è, nel frontispizio, quale P ho riferito più su ; ma nell' occhio e nella co- 
pertina è invece: Chioggia e i suoi canti; perchè questa duplicità ? — Lascio da 
parte, perchè non mi sento da tanto, di entrar giudice tra il Garlato e gli altri, 
che modernamente han pubblicato cose in dialetto veneziano, per la grafia di 
esso dialetto (v. a pag. 197, le Avvertente); ma debbo fare un motto de' ri- 
scontri, che il Raccoglitore va facendo a' canti che pubblica. Or, questi riscontri 
son fatti quasi tutti di seconda mano, col solo aiuto cioè de' due volumi di 
Canti delle provincie meridionali del Casetti e dell' Imbriani ; e però riescono 
incompleti, perchè molte e molte altre pubblicazioni di canti del popolo sono 
venute fuori in Italia dopo il 1874, anno in cui si compì la stampa de' due 
volumi succitati. E questo va detto, per citare alcun esempio, dei canti che 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA I45 

portano i numeri 6, 7, 32, 59, 40, 64, 67, 76, 85, 100, 107, 114, 127, 141, 
142, 144, 149, 152, ecc ecc Ma una seconda edizione, ch'io auguro prossima 
al Garlato, può riparare e riparerà senza dubbio alle omissioni dei riscontri, che 
è bene sieno possibilmente al completo, una volta che ci si è messa la mano. 
Avrei desiderato, in fine, che le lunghe poesie (es. i num. 106, 229, 230, 282, 
2 &3> Itggtnàt ° storie, come generalmente si appellano), fossero collocate se- 
paratamente dalle brevi, che son liriche affatto, mentre esse tengono del nar- 
rativo e dell'epico. 

Comunque , anche cosi coni' è , il volume che il Garlato ha messo alle 
stampe è di molta militi per lo studio delle tradizioni e non può non essere 
tenuto in conto da* Folk loristi; i quali vi troveranno ancora ricca materia di 
osservazione sui costumi e sull'indole dei Chioggiotti, sia nel § IV della Pre- 
fazione, sia nelle importantissime note che a questa vengono dietro. Come no- 
tevolissime, segno le note che portano i numeri IV e XXIX, le quali ci fanno 
conoscere: // canto delie ore, che risponde a La ralòggiu dt la Passioni di Si- 
cilia ed alla Passione di Cristo delle Marche (donde forse fu importato in Chiog- 
gia); le rappresentazioni sacre popolari, che si fanno in quaresima, ecc. Nella 
nota XXIX poi, è riferita una fiaba popolare chioggiotta, che fa venire il de- 
siderio di altre; ed il chiar. prof. Garlato ben potrebbe mettersi a tal nuovo ed 
importante lavoro, egli che ha tanta passione e sì bella disposizione d'ingegno 

a questi geniali studj. 

Salv. Salomone -Marino. 



L'Algerie traditkmnelle: Contes, Légendes, Chansons, Musique, SCoeurs, Coutumes, 
Fétes, Croyances, Super slitions, etc. par A. Certeux, memore de la Soci&é 
historique algèriennt et E. H. Carnoy, Prof, au Lycée Louis -le- Grand. Tome I. 
Alger Cheniaux-Franville MDCCCLXXXIV. In-8., pp. 290. 

Non ostante la celebrità delle Mille e una notte e le pregevoli raccolte 
di novelline di Spitta-Bey e di R. Basset, di proverbi di C. Landberg e di J.-L. 
Burchardt, di canzoni di Hanoteau, il Folk-Lore degli Arabi è poco conosciuto 
finora: poco, perchè il Folk-Lore abbraccia non solo la novellistica, la pare- 
mio grafia e la poesia popolare, ma anche gli usi, i costumi, le credenze ecc., 
poco, perchè il paese degli Arabi non è chiuso nelF Arabia, ma si estende al- 
tresì per l'Egitto, la Tripolitania, la Tunisia, l'Algeria, il Marocco. 

A questo difetto intendono in parte riparare i benemeriti raccoglitori ed 
editori dell' Algerie traditionnelle. 

La materia è fornita, in generale, dalla tradizione, sia che gli autori del- 
l'opera, Proff. Certeux e Carnoy, la traggano da giornali, da libri, ed opuscoli 
più o meno noti, sia che essi od altri per essi l'abbia presa dalla bocca di quegli 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 19 



I46 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI- POPOLARI 

indigeni, o l'abbia osservata, sentita e raccolta nei vari poàti dell* Algeria. La 
Revue %j4fricaine y della « Société Historique » d'Algeria ha fornito la maggiore 
e forse la più preziosa parte. 

Il volume che abbiamo sott' occhio è diviso in otto libri: I, Le leggende 
propriamente dette; II, Le grotte, le caverne, le mine; III, Gli spiriti e i genii; 
IV, I santi dell' Islam; V , I Khouan, ossia le confratrie religiose in Algeria ; 
VI, Credenze e superstizioni; VII, Costumi ed usi; VIII, La musica popolare 
araba e la poesia orale. Oltre a ciò v' è un Lessico delle principali voci e la 
Bibliografia delle principali opere che s'incontrano citate nel corso dell'opera. 
Ciascun libro, o categoria che voglia chiamarsi, è preceduto da qualche pagi- 
netta di osservazioni sulla natura e sul carattere delle tradizioni che costitui- 
scono il libro : osservazioni brevi si , ma sufficienti a dare un' idea chiara e 
precisa dell'argomento, ed a mettere il lettore in grado di giudicare e di ser- 
' virsi de' testi e delle descrizioni. Stretti dalla mancanza di spazio , non pos- 
siamo, come vorremmo , presentare a' lettori il compendio di queste pagine, 
che pur dovrebbe esser conosciuto da chi non abbia altrimenti modo di vedere 
YiAlgérie traditionnelle, né quello dell' Avant-propos, che raccoglie e discute le 
differenti teorie intorno alle tradizioni orali e soprattutto alla origine delle no- 
velline. 

Giova avvertire che queste , le novelline , entreranno nel secondo o nel 
terzo volume. La parte leggendaria è qui costituita da diciannove narrazioni 
di avventure maravigliose di personaggi più o meno storici , ma più o meno 
vaghi e indecisi, la conoscenza de' quali è spesso, molto spesso . individuale, 
particolare. Queste narrazioni sono ben lontane da quelle schiettissime e so- 
verchiamente ingenue delle fiabe, patrimonio generale, ma più specialmente delle 
donne, de' fanciulli e di coloro che a questi ed a quelle per vita fisica e mo- 
rale si avvicinano. Come si rileva nel leggere e come confermano le indica- 
zioni bibliografiche finali, la forma di molte leggende di questo libro è addi- 
rittura letteraria, perchè rimaneggiata da chi le udì e le fece sue in giornali e 
in libri. Quelle che ci danno essi stessi, ora per la prima volta, i signori Cer- 
teux e Carnoy rispondono alle esigenze de' moderni raccoglitori. Su per giù 
il medesimo potrebbe dirsi della materia degli altri libri. Qualcuna delle dieci 
tradizioni topiche del libro II devono avere interesse anche per la paleontologia, 
come l'hanno per la toponomastica. Curiosissima è la serie degli spiriti e dei 
geni soprannaturali, personificanti le forze segrete della natura in Arabia; e di 
non poca importanza per noi, che ne sappiamo pochino davvero, la storia po- 
polare religiosa degli uomini che la superstizione araba ha fatto degni di culto. 
Questi tipi di santi qui sommano a una ventina; e non son molti. Nel libro 
delle credenze v' è de' capitoletti per il linguaggio degli animali secondo gli 
Arabi, per il malocchio, per gli amuleti , pei talismani , per le stregherie, per 
gl'indovini, per i morti, pel leone, e per parecchie dozzine di altri argomenti. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA I47 

I tre fatti principali della vita umana: la nascita, il matrimonio e la morte, vi 
hanno la parte loro di usi natalizi , nuziali e funebri presso i vari popoli di 
questa razza; e ve n'è per la vendetta, pel prèzzo del sangue, per la medicina 
empirica. Ad un profondo studio sulla musica popolare araba di Salvador Daniel, 
dalla Hevue *Africaine del 1862 qui riprodotto, seguono vari canti erotici, nu- 
ziali, funerari ed una nenia. Le melodie popolari entreranno nel prossimo volume. 
Scrivendo in Sicilia, noi saremmo forse in grado di rilevare somiglianze 
e identità di usi e di credenze arabe e siciliane, de' paesi , cioè , della Sicilia 
che guardano o son più vicine alle coste d'Africa. Ma questo non ci concede 
l'economia dello spazio, per la quale ci è appena permesso di richiamare l'at- 
tenzione dei folkloristi su queste utilissime contribuzioni alla storia intima, psi- 
cologica e mitologica de' popoli di razza araba. 

G. PitrA. 



Folk-Lore. Biblioteca de las Tradiciones populares espanolas. Director A. 
Machado y Alvarez. Sevilla Alejandro Guichot y C. Edit. 1884, Tomo IV, 
pp. 320; V, pp. XVI- 3 19. Pr. 5 pesetas. 

Ed ecco due nuovi volumi della Biblioteca de las tradiciones popol. espanolas 
in tutto e per tutto simili ai tre primi già noti ai nostri lettori {Archivio, III, 
p. 462). 

Questa volta una donna , la signora Emilia Pardo Bazan , Presidente 
del Folk-Lore Gallego , apre e chiude una miscellanea che occupa più che 
metà il IV di questi volumi, T apre col discorso letto nella inaugurazione del 
Folk-Lore Gallego (cfr. *Arch. t IN, p. 160); la chiude con La Gallega, un bel 
bozzetto sulla vita domestica della donna in Gallizia. 

La Miscellanea del Folk-Lore Gallego è stata ordinata dal Machado, che vi 
ha premesso un saggio di Calendario popular Gallego, tanto per invogliare qual- 
che demografo dalla Coruna, di Lugo , Orense e Pontevedra, componenti la 
Gallizia , a volersene occupare ex professo raccogliendo larga materia di usi, 
specialmente agricoli, di pratiche, proverbi, canti, modi di dire; idea buona, 
perchè quei popoli della Spagna sono degni di particolare studio non solo 
sotto l'aspetto dialettale, ma anche sotto quello dei vestigi di civiltà anteriori 
(della celtica e sveva soprattutto) che offrono ne' loro costumi, nelle loro feste 
e nelle loro cerimonie. 

Compongono poi la presente raccolta quarantotto canti della Coruna rac- 
colti dal sig. F. Casares, settantatrè di Santiago e Vilancosta di M. Valladares, 
sessantasei di Entrimo nell'Orense di B. F. Alonso, oltre a qualche filastrocca 
e romanza; parecchie novelline, tra le quali quella di Campriano contadino se- 
condo una versione di Santiago, del Valladares, con nota finale del Machado: 



I48 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

dodici indovinelli , trentadue superstizioni , tre ninne-nanne , quattro orazioni 
bambinesche, venticinque gridate di venditori, dieci formole con le quali si do- 
manda la elemosina, varie espressioni popolari, alcune usanze locali e ventisei 
giuochi e canzonette infantili della cennata Coruna di J. Perez Ballesteros. Al- 
tri giuochi, modi, frasi popolari, superstizioni , pratiche, credenze scioglilingua 
di Santiago si leggono sparsi qua e là per opera del citato Valladares. J. 
Sieiro v'inserisce un articolo sul Concetto trascendentale del Folk-Lore; ed uno 
sopra La raposa de Morray, credenza superstiziosa, il sig. R. Somoza Pineiro. 

Così anche il Folk-Lore Gallego comincia già a portare il suo contingente 
al Folk-Lore generale di tutta la Spagna. 

L'opera De los maleficios y los demonios del priore J. Nyder, tradotta dal 
latino ed arricchita con aggiunte dal defunto J. M. Montoto , la quale crede- 
vamo finita col voi. Ili di questa Biblioteca (Òfr. Arcbiv., Ili, 4Ó4), continua in- 
vece e finisce con questo, il quale racchiude le veglie VlII-XIII sopra le qua- 
lità delle donne, grincubi e i succubi, gli esseri fantastici: sfingi, grifi , arpie, 
lamie, sirene, gnomi, ipocentauri , satiri , vampiri ecc. sopra il possesso delle 
donne da parte de* demoni e su modi di vincere questo possesso , ossia gli 
esorcismi. 

Cinque nuovi capitoli de' Costumbres pop.andaluzas del sig.L.Montoto (X-XIV) 
danno fine al volume, illustrando il Capodanno, l'Epifania, la Candelora, il Car- 
nevale, le Ceneri, il Carnevalone e le copie popolari; delle quali neppur una ve 
n'è pel Carnevale medesimo. Questa illustrazione sarà di molto vantaggio per 
gli studi comparativi degli usi popolari. 

Il volume V* è tutto occupato da una serie di Est idi os sobre la Li ter atura 
popular di A. Machado y Alvarez; e fu cominciato a stampare dopo la pub- 
blicazione delle 'Bases del Folk-Lore Espanol, cioè nel 1882. Esso comprende i 
più importanti articoli delTA. anteriori a quell'anno, articoli riferibili a due pe- 
riodi corrispondenti a due maniere di pensare e di vedere dell'A. in ordine a 
poesia popolare; primo, articoli di canti e racconti con tendenze krausiste, dove 
si guarda più al fondo e alla forma interna delle produzioni letterarie, che non 
all'ornamento esteriore di esse, tendenze che egli ora giustamente respinge ; 
secondo, articoli nei quali il concetto della letteratura popolare è abbastanza 
preciso e conforme all'indirizzo recente del Folk-Lore. Qui non si tratta di 
valore ideologico o della ricerca intima dell'occulto senso delle tradizioni vol- 
gari; si tratta bensì della loro importanza e della necessità di raccoglierle fe- 
delmente ed esattamente per ragioni scientifiche. Che se qualche ipotesi arri- 
schiata e non da tutti accettabile vi è emessa e discussa, egli stesso, l'Autore 
non la discute ora, riferendosi al tempo in cui la emise ed ai lettori della £«- 
ciclopedia di Siviglia (nella quale li stampò primamente), avidi di teorie , pei 
quali fu scritta. A lui, come a noi, basta che questi studi siano documento delle 
propaganda che egli per più di dodici anni ha fatta* continua, insistente , entu- 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 149 

siastica a prò della letteratura popolare, propaganda coronata oramai con la 
istituzione del « Folk-Lore espanol »>, dovuto a lui principalmente e, dopo che 
a lui, ad altri egregi uomini di Siviglia die i lettori dell* •Archivio conoscono. 

Perchè poi si abbia una idea del contenuto del volume, riportiamo, senza 
altro, l'indice: « Introduccion al estudio de las canciones populares (1869). — 
Carceleras. — Modismos populares.— Fonetica andaluza.— Coplas sentenàosas. 
— Antinomia entre un refran y una copia. — Coplas amorosas (1879). — Cantes 
flamencos. — El mèdico bonito (1871). — El ahorcado i lo divino (1872). — Una 
docena de cuentos por D. Narciso Campillo. — Las adivinanzas. — Do cuentos 
populares. — Cuentos, Oradones etc. recogidos por F. Caballero. — Secciòn de 
literatura popular. — Las adivinanzas. — Cuatro palabras de E. Quinet sobre 
nuestra literatura. — Analogfas y semejanzas entre algunos enigmas pop. cata- 
lanes y andai uces. — Las adivinanzas. — Las adivinanzas vascongadas y andalu- 
zas (1879).— Considera ciò nes sobre la literatura pop. catalana, correspondenda 
entre D. F. Lavid y D. Cayetano Vidal » traduzione dal catalano. 

Il volume, pertanto, riguarda studi sulla poesia popolare e sugli indovi- 
nelli-, e riporta parecchi racconti popolari letterariamente rivestiti ; questi e gli 
studi sulla poesia, anteriori al 1872; quelli, doè gli studi sugli indovinelli, del 1879. 

Altri volumi dd sig. M. y A. verranno in luce quanto prima, e consacrati 
quale ai giuochi, quale alla poesia popolare, quale alla storia della istituzione 
delle società folkloriche in Ispagna. 

G. Pitré. 



BULLET TINO BIBLIOGRAFICO. 



N. Bolognini. Le Leggende del 7 Ten- 
tino. L Rovereto Tip. Roveretana 
Ed. 1884. In-i6°, pp. 25. 

Usi e costumi del Trentino. Lettere (nel 
« X Annuario della Società degli Al- 
pinisti Tridentini an. 1884» p.253- 
304). In-i6\ 

Proseguendo le sue ricerche demo- 
grafiche nel Trentino (cfr. Archivio, I, 
166; II, 146), il Bolognini ci offre oggi 
un saggio di leggende toponomastiche 
e di usanze della sua terra natale. Le 
leggende sono La mano di S. Vigilio 
al Buco di Vela; Mar taso; La tana del 
Basilisco, sopra Me^acorona; Il passo 
della morte sul Z\Conte Casale; El Marocc 
dell'Ora e el Croton del Diadi; tutte 
scritte letterariamente, ma di natura 
affatto popolare; alle quali sarà agevole 
ravvicinare racconti leggendari di altri 
comuni. Gli usi, compresi in cinquan- 
tun pagina, illustrano le nozze nei più 
minuti particolari di esse: l'amore (256- 
57), la spalmada, giuoco tra giovani 
d ambo i sessi (258), gli sponsali (260), 
la cerimonia nuziale (201-64), i ban- 
chetti (265-67), la maniera di fare al- 
l'amore e canti di esso (272-77) , le 
seconde nozze (267), il Trato Mar^o, 
specie di scherzo delle prime tre sere 
di marzo, nel quale si preconizzano i 



futuri matrimoni (279-281), i balli e i 
conviti Carnevaleschi (282-284), la cre- 
mazione del fantoccio l'ultima sera di 
Carnevale (285), la festa della veccia^ 
ossia di mezza quaresima (286), con- 
temporanea a quella che si faceva dai 
fanciulli nelle scuole e che trova per- 
fetto riscontro con la festa spagnuola 
da noi rilevata a p. 467 dell' Archivio, 
v. 111. Qualche rapido cenno vi è del 
Maggio, de' doni della Befana, la quale 
nel Trentino è S. Lucia, (290-291) come 
altrove è la vecchia di Natale , sono 
i Morti; delle diverse arti che si eser- 
citano in ogni vallata del Trentino 
(292). Vi è la bizzarra canzone mon- 
tanara della moleta (294-295), propria 
della primavera, e l'uso per lo più fan- 
ciullesco di fabbricar le pive con un 
ramoscello verde di salice o di castano, 
e di dir la canzonetta per farla griare 
(296-297); qualche variante della canzo- 
netta della lumaca (298-300), e finisce 
con la descrizione degli abbigliamenti 
maschili e femminili (300-304). 

Quanto preziosa sia questa raccolta 
di Usi e costumi del Trentino , non è 
chi non veda, il Bolognini, che noi com- 
mettiamo l'indiscrezione di riconoscere 
sotto il modesto pseudonimo di Nescio, 
vi lia messo tanto di cura intelligente 
quanto di patrio amore. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



151 



Alla « Società degli Alpinisti triden- 
tini », che ne' suoi annuari accoglie 
studi e raccolte come queste del bravo 
Dr. Bolognini, le nostre congratulazioni. 

P. 



Luigi Palomba. Li Romani de Roma, 
Scene romanesche. Roma, Perino 1884. 
# In-i6°, pp. 175. 

Schietta e vivace pittura del popolo 
romano, questa serie di scene descrive 
non poche situazioni di varie classi 
della società e di varie famiglie d'una 
stessa classe, per metterne in evidenza 
la vita cotidiana. Il popolino vi agisce 
nella sua indole barufferà e manesca, 
nella sua spensierata tendenza a' sol- 
lazzi ed alle scampagnate, ne* suoi af- 
fetti sinceri, nelle sue passioni gagliarde 
e risentite : quale si manifesta sempre 
ne' suoi usi e nelle sue pratiche. E non 
solo il popolino, ma anche il ceto di 
mezzo, gli ecclesiastici, i nobili. Però 
vi è un po' di tutto: la passatella coi 
suoi effetti sinistri, la maritozzata, un po' 
di Carnevale , il lutto , la notte di 
S. Giovannni, e via discorrendo. Qua 
è una parata comicissima di Guardia na- 
zionale per un gran giorno di gala; là 
una stupenda processione pel Corpus 
Domini. Ora è un avvocato che ti ap- 
pare coi suoi garbùgli tutt' altro che 
onesti; ora un Menelao qualunque: e 
tutti e tutto con una verità singolare 
non pure di fatti ma altresì di lingua. 
Questa il P. ha creduto bene di con- 
servare nella naturale parlata romane- 
sca anche a scapito dello elemento e- 
timo logico delle parole , di che non 
sappiamo lodarlo, ricordando che se 
per maggior naturalezza si scrive come 
si pronunzia, non solo in Roma, ma 
anche in tutta Italia , p. e. ciò per ci 
ho, ne nasce una certa confusione , e 
si perde di vista l'organismo del voca- 
bolo. 

Delle note, che l'Autore per ischerzo 
dice di aver messe a piene mani nel 
volumetto , sarebbero state necessarie 
pe' non Romani; ma questo non toglie 
che il libretto si comprenda nello in- 
sieme, e riesca piacevole e divertente 
assai. 

P. 



Il libro della *Befana pei grandi e pei 
piccini. Roma, Perino 1885. In 16% 
pp. 101. 

È un libro che vuol far ridere, ma 
non vi riesce: e tratta in forma, inten* 
zionalmente festevole e umoristica, di 

Earecchie dozzine di argomenti, che con 
1 Befana non ban niente che fare. Pure 
in mezzo a questi articoli e bozzetti 
più o meno sciapiti compreso un fram- 
mento poetico del buon aretino Anto- 
nio Guadagnoli sopra V origine della 
'Befana; sono parecchie cosette che pos- 
sono interessare alla storia di questa 
credenza in Italia : Dolce nella memoria, 
di Giacinto Stiavelli , che ricorda la 
Befana in Valdinievole, e propriamente 
in Pescia; In Tia^a c ì>Lavona, di Raf- 
faello Martire , che descrive la fiera 
assordante di quella piazza in Roma la 
vigilia della Epifania. Ma lo scritto più 
interessante per noi è La favola del- 
Forco, di Giggi Zannazzo, una fiabetta 
infantile raccolta in Roma e messa in 
poesia romanesca con una spontaneità 
e fedeltà particolare. 

Compilatore di questo volumetto è 
il signor Giuseppe Petrai. P. 

A. Provenzal. Cow/W/i. Livorno 21 Di- 
cembre 1884. In i6% pp. 22. (Edi- 
zione di soli 100 esemplari). 

Per dono nuziale il prof. Aristide 
Provenzal offre quest'opuscolo, che è 
la storia de' confetti: opuscolo curioso 
per la materia, vivace per la forma, che 
lo rende gradito a leggere. Come ven- 
nero i confetti, dove si resero più ce- 
lebri, chi ne fu più ghiotto , la parte 
che hanno nelle tradizioni popolari, i 
confetti parlanti : ecco ciò che illustra 
TA., il quale rivolgendosi a sposi avrebbe 
potuto opportunamente ricordare, per- 
chè ci 'ncuffittava bene, la frase sici- 
liana con la quale a chi non ha ancora 
fissato il tempo delle nozze si do- 
manda : Quannu nni li mandami* ssi 
cunfeiti (quando li mangeremo code- 
sti (vostri) confetti ? ì= quando spose- 
rete ?), giacché i confetti non possono 
mancar mai a nozze; e gli sposi, uscen- 
do di chiesa, fanno la jittata di li cun~ 
fetti sul popolino, e ne ricevono una 
grandinata sul capo; uso che richiama 
direttarriente all'antica Roma. 

P, 



IJ2 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Le crachat et la salive dans les super- 
stitions et les croyances populaires par 
Paul Sébillot. Paris, Octave Doin 
Édit 1884. In 8% pp. 14. 

Quando noi sputiamo , noi lo fac- 
ciamo macchinalmente; e se altri ce 
ne domandasse il perchè, risponderem- 
mo .senza dubbio: per gettare un umo- 
ce superfluo. Noi non attacchiamo im- 
portanza alcuna a quest'atto, e rimar- 
remmo sorpresi se altri ci dicesse che 
lo sputo, soggetto a regole di Galateo, 
in tempi remoti (o ai dì nostri presso 
popoli selvaggi) fu argomento di cre- 
denze e di superstizioni molto strane. 

Queste credenze mette in luce il 
sig. Sébillot. Lo sputo fu già ragione 
di rispetto se usciva di bocca a per- 
sona ragguardevole. Tracce di giura- 
menti e di promesse per mezzo della 
saliva son tuttavia nell' Europa civile. 
Segno di disprezzo fu ed è sempre lo 
sputo sia per vitupero altrui, sia per 
neutralizzare i malefici effetti di una 
strega o d'una maliarda. Anche oggi, 
come negli antichi tempi, si crede ai 
mirabili effetti salutari della saliva. Nella 
rapida corsa che 1' A. fa attraverso il 
campo demografico egli s' imbatte in 
molti fatti , i quali acquistano valore 
che non mostrano a prima giunta mano 
mano che si ravvicinano ed aggrup- 
pano. Come materia da aggiungere al- 
l' argomento riferiremo più in là in 
questo volume usi e credenze del po- 
polo siciliano intorno allo sputo ed 
alla saliva. 

P. 

À propos des Chiensd'Épidaure par Henri 
Gaidoz. Paris, Leroux 1884. 

Il sig. Reinach spiegava testé alla 
Accademia delle Iscrizioni e Belle-Let- 
tere di Francia (31 ottobre 1884) una 
iscrizione fenicia con un rito greco. 
Trattasi di una iscrizione di Cirio in 
Cipro , dove si fa cenno di cani nel 
personale d'un tempio, cani che sareb- 
bero stati scorta virilia. 11 Reinach ha 
avvalorato la sua spiegazione con le 
iscrizioni ultimamente scoperte nel tem- 
pio d'Esculapio in Epidauro, dove ap- 
pariscono idue fanciulli guariti 1' uno 
di cecità, l'altro di tumore alla testa 
solo leccati dai sacri cani deljtempio. 



Codesta interpretazione viene ora a con- 
fermare il prof. Gaidoz con una serie 
di pratiche e usanze analoghe antiche 
e moderne d'Europa, d'Asia e d'Afri- 
ca, donde risulta che i sacerdoti d'E- 
pidauro e di Citio non facevano altro 
se non consacrare con la religione una 
credenza, popolare oggidì sotto i no- 
stri stessi occhi. « I dotti in us — scrive 
il G. — sdegnarono volentieri lo studio 
delle tradizioni e superstizioni popolari, 
e frattanto esso ha la chiave della 
mitologia; e non si riescirà a com- 
prendere le mitologie antiche se non 
quando si saranno confrontate con il 
Folk-Lore d'oggi. 

Giova rilevare che alcune delle pra- 
tiche ed ubbie notate dal G. sono stret- 
tamente legate a quelle del precedente 
opuscolo del signor Sébillot: Le Ora- 
chat et la salive, che potrebbe illustra- 
re e documentare ciò che dice il pro- 
fessor Gaidoz. 

P. 

Os logos e as ritnas infantis de Portu- 
gal. Colleccionacào e estudos para ser- 
virem d historia da transmissào das 
tradicòes bopulares por F. A. Coelho. 
[Extrahido do Boletim da Sociedade 
de Geographia de Lisboa, serie 4*, 
n. 1 2]. In 8 # , pp. 29. 

Uno de' folkloristi che più efficace- 
mente hanno cooperato alla raccolta 
dei giuochi e delle rime popolari fan- 
ciullesche del Portogallo è il nostro 
egregio collaboratore sig. A. T. Pires 
di Elvas; ed è appunto la parte, di lui 
quella che ora il prof. Coelho dà in 
luce per cominciare la pubblicazione 
della molta materia che ha messa in- 
sieme su questo argomento. 

Sono 272 tra ninne-nanne, sciogli- 
lingua, giuochi di mano, filastrocche, 
parodie di orazioni, voci di animali, 
formole e apodi pe' nomi, formolette 
e rime diverse, stenti, facezie e rac- 
conti infantili, di curiosità più o meno ' 
oziose in apparenza, ma di significato 
scientifico se cercasi in esse dei dati 
per la soluzione di problemi d'ordine 
molto elevato. 

Pei pochi giuochi che vi sono, una 
descrizione non manca : ed è breve e 
precisa.' Delle noterelle si riscontra- 
no qua e là; ma son pochine, e assai 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



153 



di più ce ne vorrebbero, che in queste 
pubblicazioni molte sono le allusioni» 
moltissimi i nomi e le voci che hanno 
bisogno di spiegazione e di chiarimenti 
anche quando non si voglia tener conto 
delle mistificazioni che son cosi fre- 
quenti nelle canzonette de' fanciulli. 

Il prof. Coelho promette un'altra 
raccolta di Porto e Canazeda de Andàes 
di Lisbona, ecc., una lista alfabetica dei 
giuochi tradizionali ricordati in docu- 
menti dal sec. XIII al XVIII; una bi- 
bliografia dei giuochi e delle rime in- 
fantili; note storiche e comparative; un 
capitolo su' giuochi dal punto di vista 
psicologico e pedagogico; e noi, che 
temi consimili trattammo testé per il 
nostro paese (cfr. Giuochi Jane. sic.) t 
affrettiamo col desiderio la pubblicazio- 
ne del suo lavoro. 

P. 

The Forma tion of the English 'Paiate. 
By R. S. Ferguson, F. S. A. [Re- 
printed from the Transactions of the 
Cumberland. Association for the 
Advancem. of Literature and Scien- 
ce, n. IX, 1884]. In-8°, pp. 29. 

Il sig. Coote nella sua dotta mo- 
nografia: The Cuisine Bourgeoise of An- 
cient %ome, inserita nella rivista *Ar- 
chaeologia, voi. 41, p. 283-324, ebbe 
a rilevare la importanza di una storia 
del gusto per la storia della civiltà. Nes- 
suno mai con intendimento scientifico 
ha rivolto le sue cure speciali a questo 
argomento, perchè se per poco si è 
pensato che la natura dei cibi, la ma- 
niera di condirli, i gusti differenti nel- 
l'assaporarli costituiscono parte e non 
ultima della Etnografia; si è stati ben 
lontani dal vedere nell' antica cucina 
una delle Belle Arti dell'Antichità. Due 
scrittori fanno, invero, eccezione a que- 
sto: Brillat-Savarin con la sua Physio- 
levie du Goùt (1825) eSoyercol suo 
Tantropheon. 

Facendo suo il. concetto del Coote 
e mettendo a largo profitto la mono- 
grafia di lui, non che le opere di A- 
teneo, di Apicio, di Pegge {Forme of 
Cury) e di altri, il sig. Ferguson s'in- 
trattiene della cucina degli Inglesi, de- 
rivandola addirittura , come il Coote 
avea osservato, da quella de' Romani, 
che non la cedette a nessun'altra an- 



tica per delicatezza e ghiottoneria ci- 
vettuola, e da quella de' Greci, che 

Eian famosi per U pappatori*: 
Tutto finiva in cene e in desinari, 

per dirla col Giusti. 

Curioso è il parallelo tra i comesti- 
bili antichi e i moderni, tra la tecnica 
culinaria de' Latini e la tecnica culi- 
naria degli Inglesi, e tra cerd precetti 
e formole antiche e precetti e forinole 
moderne. Pur troppo: l'uomo in certe 
condizioni sociali e civili è sempre 
lo stesso, ed offre dappertutto occa- 
sione a studi fisiologici e psicologici 
di non lieve -importanza. 

P. 

Eventyrhog for 'Barn. e K J orske Folke- 
eventyr af P. Chr. Asbjòrnsen. Med 
llìustrationer ecc. //. Kiòbenhavn 
1884. In-8% pp. 95. 

Il voi. I di queste novelline svedesi 
uscì nel 1883 , e fu annunziato nel 
voi. Ili, p. 152 àz\Y Archivio. Abbiamo 
ora il II, che contiene quattordici tra 
fiabe e favolette (vegga si per queste, 
il gruppo col titolo; Biòrnen og Roeven) 
tutte ripubblicate sulla prima raccolta 
di Norske Folkeeventyr (1842-44), che 
altre edizioni ebbe dal 1852 fino a quella 
stupendamente illustrata del 1879 , v la 

?uale fu tradotta nel 1881 in tedesco 
cfr. ^Archivio, I, 158). È superfluo il 
dire che il volumetto riesce carissimo 
non solo pel contenuto, ma anche e 
forse più (per chi non conosce le lin- 
gue del Nord) per le bizzarre, fanta- 
stiche illustrazioni dei signori Sinding 
e Werenskiold, i quali, a preferenza del 
signor Kittelsen , hanno reso vive e 
parlanti le figure delle novelline del- 
l' Asbjòrnsen, e rappresentato con arte 
mirabile le scene più pittoresche di 
esse. P. 

Imitazioni di canti popolari chioggiotti 
del fu Dott. Giandomenico Nardo, 
membro effettivo dal R. Istituto di 
scienze, lettere ed arti , ora nuova- 
mente pubblicate sulla prima edizione 
dell'anno 1871. Venezia, Stabilimen- 
to tipografico Fratelli Bernini, 1885. 
In-8°, pag. 31 (fuori commercio). 

Era già stampato il foglietto ante- 
cedente, col nostre articoletto su' Caw- 



xArdnvio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 



20 



154 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



ti popolari di Chioggìa del prof. Gar- 
lato, quando ci è giunto l'opuscolo che 
qui ci affrettiamo ad annunziare, e sul 
quale chiamiamo V attenzione de' let- 
tori. La egregia signora Angela Nardo 
Cibele, figlia al fu Giandomenico Nar- 
do, illustratore valente de' costumi e 
del dialetto de' Chioggiotti, ripubblica, 
in occasione di nozze, le Imitazioni di 
canti popolari chioggiotti del padre suo 
e fa con bel garbo rilevare come il 
Prof. Garlato le abbia incluse nella 
propria raccolta dandole senz'altro co- 
me opera genuina del popolo. In so- 
stanza, la signora Nardo* Cibele, men- 
tre si compiace della eccellenza delle 
imitazioni paterne, che valse loro un 
posto tra le poesie vere del popolo 
(posto che vorrebbe potessero conser- 
vare), viene con finezza singolarissima 
a scoprire questo lato debole del libro 
del Garlato ed a mostrarlo come in- 
concepibile errore, essendoché il Gar- 



lato conosceva benissimo i saggi pub- 
blicati dal Nardo , che nettamente li 
die come cosa propria, imitata dal po- 
polo. 

Ringraziando vivamente della sua 
pubblicazione la gentile signora Nardo 
Cibele, che si appalesa eulta ed egre- 
gia scrittrice, terminiamo indicando il 
libro del compianto sig. Nardo, ove le 
imitazioni sono stampate, ed è La pesca 
del pesce nelle valle della veneta laguna 
al tempo delle prime bufere invernali, 
dette volgarmente «Fraina». Monologo 
didascalico in versi nel dialetto de* pe- 
scatori chioggiotti, con la versione della 
lingua comune d' Italia; giuntovi un Sag- 
gio di Canti popolari nello stesso dialetto 
e di altri componimenti riferibili a co- 
stumante di Chioggìa con dichiarazione 
di molte, voci e con raffronti opportuni 
a filologico studio. Venezia, 1871, tip. 
del Commercio, di Marco Visentini. 

S.-M. 



Recenti Pubblicazioni. 



Anonimo. Raccolta di stornelli e ri- 
spetti amorosi cantati dal popolo ita- 
liano. Firenze tip. Salani 1884. In- 3 2% 
pp. 128, L. o,so 

Anonimo. Saggio delle migliori can- 
zonette amorose cantate dal popolo 
italiano. Firenze , tip. Salani 1884. 
In- 3 2*, pp. 128. L. 0,50. 

Bellinzoni (L.) Usi e Costumi an- 
tichi e moderni di tutti i popoli del 
mondo. Roma Eduardo Perino edit. 
tip. 1884. In-8». Pubblicata la 44* di- 
spensa. 

Cerrato (L.) Canti popolari della 
Grecia antica illustrati. Torino , Loe- 
scher edit. In-8°, pp. 158. 

Joppi (V.) Nozze Serra vallo-De Con- 
cilia. Canzone popolare contemporanea 
sulle guerre dei Tedeschi in Friuli nel 
1 509, pubblicata da V. J. Udine Tip. 
Patronato 1884. In-4* pp. 17. 

Petrai (G.) Pasquino e Marforio. 
Satire ed Epigrammi con prefazione 
e note di G. P. Roma, E. Perino edit.- 
tip. 1884. In-i6°, pp. 120. L. 0,25 Bi- 
blioteca umoristica, voi. I. 

Pitre (G.) Le feste popolari di S. 
Rosalia in Palermo. Palermo coi tipi 
del Giornale di Sicilia 1885. In-16% 
pp. 31. 



— Avvenimenti faceti raccolti da un 
anonimo siciliano nella prima metà del 
secolo XVII I e pubblicati per cura di 
G. P. Palermo, Luigi Pedone Lauriel 
Editore, 1885. In-i6°, pp. 123. Edi- 
zione di soli 200 esemplari numerati. 
L. 3. (Forma il voi. IL delle Curio- 
sita popolari tradizionali). Vedi 

Placucci (M.) Usi e Pregiudizj dei 
contadini della Romagna di M. P. da 
Forlì riprodotti sulla edizione origi- 
nale per cura di G Pitrè. Palermo, 
Luigi Pedone Lauriel Editore 1885. 
In-16 , pp. XIX-216. Edizione di soli 
200 esemplari numerati. L. 5. (Forma 
il voi. I delle Curiosità popolari tradi- 
zionali). 

Poggio Fiorentino. Facezie. Roma, 
A. Sommaruga e C, 1884. In-i6 # pa- 
gine 280. 

Rezasco (G). Il Giuoco del Lotto. 
Genova tipogr. del R. Istituto Sordo- 
muti 1884. In-8 # , pp. 32. 

— Scampanata. Ivi, 1884. In-8% pa- 
gine 17. 

Scherillo (Dott. M.) La Comme- 
dia dell'arte in Italia; studii e profili. 
Torino; Loescher edit. (Tip. Bona) 
1S84. In-i6°, pp. XI-162. L. 3. 

Tanini (Francesco). La donna se- 



RECENTI PUBBLICAZIONI 



15; 



condo il giudizio dei dotti e dei pro- 
verò ii di tutti i popoli; ovvero , circa 
2000 fra' sentenze e proverbii tutti ri- 
guardanti la donna, tre quarti dei quali 
con commenti e illustrazioni. 3* ediz., 
Prato Tanini 1884. 

Zucchini (G.) Canti popolari del 
Nord. Versione libera di G. Z. Rovigo 
Minelli 1884. In-i6\ pp. 18. 

Anonimo. Armana prouvencau per 
lou bèi an de Diéu 188$ , adouba e 

{>ublica de la man di febbre; joio, sou- 
as e passo-tènis de tout lou pople 
dòu Miejour. An trento-unen dòu Fe- 
librige. Hu Avignoun,Roumanille 1884. 
In- 12, pp. U2. 

Ceresole (A.) Légendes des Alpes 
Vaudoises. Illustrations de E. Burnand. 
Lausanne A. Imer 1885. In-4 # , pp. 380. 
Fr. 15. 

D'Arbois de Jubainville (H). Le 
cycle mythologique irlandais et la my- 
thologie celtique. Paris, Thorin 1884. 
In-8% pp. XII-411. Fr. 8. 

Decombe (L.) Chansons populaires 
d'Ille-et-Vilaine recueillies par L. D. 
Rennes, H. Caillière libr.-édit. 1884. 
In-16 , pp. XXVIII-401, pp. 70 music. 

Grenier (Jules,). La Brie d' Autre- 
fois. Moeurs et coutumes des bords 
du Grand-Morin, avec des illustrations. 
Couloramiers, A. Bertier 1884 In- 12°, 
pp. IX-235. Fr. 3,50. 

Guillon (Charles) Chansons popu- 
laires de TAin par C. G. avec une 
préface de Gabriel Vicaire. Paris, Mon- 
nier 1884. In-8° , pp. LXVIIl-655. 
Fr. 20. 

Le Hericher (Ed.) Littérature po- 
pulaire de Normandie. Avrances. Pa- 
ris, Maisonneuve 1884. In-8% pp. 194. 
Fr. 5. 

Moreau (G.) Le Mystère de Noèl 
et delTEpiphanie , ou Noéls les plus 
célèbres des XVI- , XVIP et XVIII* 
siècles arrangés , d' après M. 1' abbé 
G. M. Saint-Etienne, Imp. Forestier 
1884. In 12°, pp. 64. 

Saintonge (Ed.) Quatte meringues, 
ou Airs de Danse Hatiiens transcrites 
et variéespour piano. Vienne, Kratoch- 
will édit. 1884, 1 Fior. 80. 

Vicaire (G.) Vedi Guillon. 

Machado y Alvarez (A). Folk- 
Lore Espanol. Biblioteca de las tradi- 



ciones populares espanolas. Tomo VI. 
Sevilla, A. Guichot yC." 1884. In-i6 # , 
2, 50 pesetas. 

Coelho (F. A.) Les Ciganos a propos 
de la communication de M. P. Batail- 
lard <» Les gitanos d'Epague et les Ci- 
ganos de Portugal ». Lisbonne 1884. 
In 8% pp. 17. 

— Les Cultes péninsulares antérieurs 
à la Domination romaine. Lisb. (1884). 
In-8« pp 14. 

Roméro (Sylvio). Cantos populares 
do Brazil colligidos pelo Dr. S. R. com 
un estudo preliminar e notas compa- 
rati vas por Th. Braga. Lisboa 1885. 
In-16 , pp, XXXVI-235, 200 reis. 

Anon. — Wide-Awake Stories. A 
Collection of Tales told by little Chil- 
dren, between Sunset and Sunrise, in 
the Panjab and Kashmir. Bombay : 
Education Society's Press. London: 
Trùbner a C°. 1884. Se. 7/6 d. 

Clouston (W. A.) The Book of 
Sindibàd ; or , the Story of the King, 
his Son , the Damsel , and the Seven 
Vazirs. Frow the Persian and Arabie, 
with Introduction and Appendix. Lon- 
don , Privately printed 1884. In-8°, 
pp. LVI-385. 

Lang (Andrew). Custom and Myths. 
Studies of Early Usage and Belief. 
London, Longman a. C.° T884. In 8, 
pp. 318. 

Leland (Ch. G.). The Algonquin Le- 

Pends of New England; or Myths and 
olk-Lore of the Micmac, Passama- 
quoddy, and Penbscot Tribes. London, 
Sampson Low a. Co. 

Turner (G.). Samoa a Hundred Ye 
ars Ago and Long Before. Togethe- 
with Notas on the Cults and Customs 
of Twenty-three other Islands in the 
Pacific. By G. T. LL. D. of the Lon- 
don Missionary Society. With a Pre- 
face by E. B. Tylor. London , Mac- 
millan a. Co. 1884. ln-ia°pp. XVI-395. 

Braunholtz (E.). Die erste nicht- 
christliche Parabel des Barlaam und Jo- 
saphat, ihre Herkunft und Veubreitung. 
Halle, Niemayer 1884. ln-8° pp. in. 
(Una parte uscì già in forma di disser- 
tazione. Confr. tAìchivio, III, p. 143). 

Harrassowitz (Otto).Buchbandlung 
und Antiquariat in Leipzig. Bùcher-Ca- 






i 5 6 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



talog 104. Culturgeschichte mit beson- 
derer Berùcksichtigung der volksthùm- 
lichen Literatur, Màrchen u. Sagenkun- 
de, Mythologie , Volkslied^r, Sprich- 
wòrter etc. 1884. In-8° pp. 54. 

Linning (F.). Walther von Aquita- 
nien. Mit Beitràgen zur Heldensage und 
Mythologie (ùbersetzt). 2 Auflage. Pa- 
derbom, Schòning 1884. In-8* pp. 130. 

Lùbben (A.). Zeno, oder die Legende 
von den heiligen drei Kònigen. Àncel- 
mus, vom Leiden Christi ecc. Herausge- 
geben von A. L. 2 Ausgabc. Norden, 
Fischer, 1884. In-8°. 

Mannhart ( W.). Mythologische For- 
schungen. Herausgegeben von H. Patzig. 
Strassburg, Trùbner 1884. In-8°. Mk. 9. 

Menghin (A.). Aus dem deutschen 
Sùdtirol. Mythen, Sagen, Legenden und 
Schwànke, Sitten und Gebràuche. Me- 
ran, Plant, 1884. In-16 . Mk. 1, 60. 

Meyer (G.). Essays und Studien zur 
Sprachgeschichte und Volkskunde. Ber- 
lin Oppenheim 1885. In-8* , pp. 412. 
Mark. 7. 

Patzig (H.), Vedi Mannhart. 

Tobler ,(L.). Schweizerische Volks- 
lieder mit Einleitung und Anmerkun- 
gen herausgegeben von L. T. Band 2. 



Fraunfeld, Huber, 1884. In-8% pp. 256. 

Ullrich (H.). Beitràge zur Geschi- 
chte des Tauchersage von D. r H. Ull- 
rich. Programm der Lehr-und Erzie- 
hungs- Anstalt von D. r E. Zeidler Dre- 
sden, 1884. In-4°. 

Varnhagen (H.). Longfello^s Ta- 
les of a Wayside Inn und ihre Quellen 
nebst Nachweisen und Untersuchungen 
ùber die vom Dichter bearbeiteten 
Stoffe. Berlin, Weidman, 1884. In-8% 
pp. 160. 

Kalkar (O.). Odbog til det aeldre 
dansk Sprog ( 1 300- 1 70o).Sy vende haef- 
te ( fordragelig-forsnime) Kjòbenhavn , 
1884. In-8% da pp. 609 a 704. 

Moldovan (G.). Koszorù a romàn 
népkòltészet viràgaibol. (Volksdictun- 
gen rumeni). Budapez, Lampel, 1884. 

Child (F.-T.) The English and 
,Scottish popular Ballads. Part IL Bo- 
ston Houghton J^ifRin a. C.° In-4 . 

Newel (William Wels). Games and 
Songs of American Children, collected 
and compared. New-York. Harper and 
Brothers, 1884. 



Sommario dei Giornali. 



Archivio storico per le Marche 
e per l'Umbria. Foligno, die. 1884, 
pp. 770-71. A. Mazzatinti. Tradizioni 
umbre sulla tuoi te di Tettila. 

Bollettino storico della Sviz- 
zera Italiana. Bellinzona, 7-8Ìuglio, 
9 sett. 1884. Le streghe nella Leven- 
tina nel secolo XV. 

Fanfulla. Roma 6-7 gennaio 1885. 
An. XVI, n. 5. Picche: il Monaciello. 
Illustrazione della credenza in questo 
spirito bizzarro, strano, capriccioso ma 
quasi sempre benefico nel popolo na- 
poletano. — L. Suner : La Befana al- 
l'Avana. Ricordi infantili di questa cre- 
denza ed usanza in Avana. 
• 

Giambattista Basile. Napoli , 15 
ott. 1884. An. II, n. 10. C. Pascal: 
// libro del dialetto napoletano di Fer- 
dinando Galiani. — V. Simoncelli: Canti 
popolari sorani, nn. CLXXIX-CCXIX. 



Continuano ne' numeri 11 e 12 del 
G. B. Basile e giungono fino allo stor- 
nello 83. — Anonimo: Cenni storici e 
filologici intorno a Canosa e dialetto ca- 
nosino. Continua nel n. ir. 

15 Nov., n. 11. M. Scherillo: Storia 
di Cambriano contadino. Recensione 
del libro del prof. Zenatti (cfr. Ar- 
chivio, v. III, p. 610-12). — Enrico Me- 
nilo: Canti del popolo di Campobasso , 
nn. XV-XXIV. — G. Amalfi: '0 cunto 
d' 'amica ferele, raccolto in Piano dì 
Sorrento. 

15 Die, n. 12. M. Scherillo: Farse 
rusticali. È una farsa carnevalesca rac- 
colta a Solofra , prov. di Avellino , e 
composta da un Eleonardo Mosca Pa. 
1820. Con questa pubblicazione lo S. 
torna tacitamente al suo articolo sulle 
Tradizioni drammatiche popolari inse- 
rito nel G. B. Basile an. I, n. 12, di 
che vedi X Archivio, v.II,pp.2 3o e 563. — 
G.Amalfi: '0 cunto d 1 'a bella Viola, rac- 
colto in Piano di Sorrento. — V. Ca- 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



»57 



ra velli: 'A rumatila <f 'a scala % i sita, 
novellina raccolta in Rogiano-Gravina, 
prov. di Cosenza. 

Fanfulla della Domenica. Roma, 
16 novembre 1884, an. VI, n. 46. G. 
Bagli: 'Dell 'amore e del matrimonio pres- 
so i contadini romagnoli. Preso alla ma- 
no il tìtolo II degli Usi e Tregiudiy 
del Placucci da noi riprodotti nell'^r- 
chivio, il sig. B. rileva gli usi nuziali 
tuttora vigenti in Forlì, Bertinoro, I- 
mola, Rimini. «Certamente dal 181 8 
a noi molti degli usi e dei pregiudizi 
dei contadini romagnoli si sono mu- 
tati, o sono scomparsi, ma molti an- 
cora sono rimasti. » 

Giornale di Sicilia. Palermo 2j 
dicembre 1884. Ann. XXIV, n. 356. 
P[itrè]: La festa del Natale in Sicilia. 
Descrive i cantastorie , i zampognari, 
il presepio, i venditori di frutta secche, 
i vari giuochi alle carte ed alle avel- 
lane , le cene , le veglie per la no- 
vena e per la notte di Natale. Seguono 
le credenze e le superstizioni per detta 
notte in Sicilia, in Calabria, nelle Mar- 
che, nel Bergamasco, ecc. Quest'arti- 
colo è ben diverso da altri sul me- 
desimo argomento scritti dallo stesso 
autore. 
« 
Giornale Ligustico. Genova, sett. 
ott. 1884. An. XI, fase. IX-X, pp.321- 
335. G. Rezasco: Scampanata. È il fra- 
casso che si fa con vari arnesi contro 
di alcuno per ischernirlo, e special- 
mente di chi passa a seconde nozze. 
Data la sinonimia popolare italiana di 
questa voce, indaga e discorre gli ef- 
fetti prossimi delle opinioni de' Padri 
della chiesa contro queste nozze; e sto- 
ricamente illustra quest'uso con eru- 
dizione e con copia di fatti popolari. 

Giornale Storico della Lette- 
ratura Italiana. Torino 1884. An- 
no II, Voi. IV, fase, io-ii, pp. 1-55. 
Vittorio Cian: Ballate e strambotti del 
sec. XV tratti da un codice trevisano. 

Trattasi « di produzioni d'indole al- 
cune schiettamente popolare, altre po- 
pola reggia te soltanto. La composizione 
di gran parte almeno di queste ballate 
e strambotti possiamo porre in sul pri- 
mo schiudersi del sec. XV.... Un au- 



tore o trascrittore unico non può am- 
mettersi in alcun modo ; che , anche 
lasciando le diversità paleografiche, 
troppa sarebbe la varietà e troppa la 
disuguaglianza del loro carattere , e 
troppo scarsa e debole nella stessa 
varietà l'impronta d' unità individuale. 
Non tutti questi componimenti son nati 
in Toscana, né tutti nel Veneto; qual- 
cuno anche dovette trasmigrare dal 
mezzogiorno. Gli strambotti sono in 
gran parte il rimaneggiamento fatto 
per opera d'un Veneto, d'una materia 
originaria toscana. Delle Ballate, poi, 
alcune si potranno credere trapianta- 
mento di ballate toscane, altre com- 
poste nel Veneto, ma foggiate sopra 
modelli toscani, altre, infine, rientrano 
in quella fioritura originale veneta, la 
cui esistenza non si può oramai in 
nessun modo negare. Ma per risolvere 
questioni tanto difficili e intricate con- 
verrebbe avere assai maggior copia di 
riscontri e di antichi e sicuri documenti 
che non possediamo oggidì ». Questi 
componimenti sono in tutto XXIII.— 
A Medin: 'Poggio Fiorentino: Facezie. 
Recensione della nuova traduzione di 
questo libro del Poggio. Toltane via 
qualche infedeltà e lungaggine , può 
passare non troppo indegna dell' ori- 
ginale. Ma il traduttore avrebbe potuto 
e dovuto addentrarsi un po' più nell'ar- 
gomento, vederne la genesi, lo svilup- 
po, i passaggi ed i mutamenti. La man- 
canza più grave fu quella di non ap- 
porre le note dichiarative di nomi e 
la spiegazione di certe allusioni e di 
alcuni fatti importanti. — Nel ^Bollettino 
bibliografico si parla del Nyrop: Den 
old fr ansie Hrltedigtning (Kiòbenhavn 
1883), di T. F. Crane: Mediaeval ser- 
mon-books and stories (1883) ecc » A p. 
3 18, facendosi lo spoglio della Romania 
di Parigi, t. XIII, numeri 50-51, si fa 
un diligente e benevolo riassunto della 
nostra monografia Le tradizioni caval- 
leresche popolari in Sicilia. 

Il Secolo. Milano , 24-2 5 dicem- 
bre 1884. An. XIX, n. 6720. Das: Il 
Natale di Masto Francisco. Scene ri- 
traenti gli usi popolari napoletani. — 
R. Pasqualino Vassallo: Natale siciliano. 
Poche linee sul zampognaro in Ca- 
tania. — Viennensis: L albero di Natale 
in Austria. — G. Corona: La notte di 



i 5 8 



ARCHIVIO PFR LE TRADIZIONI POPOLARI 



e bLatale fra le *Alfi. Vi è unita la mu- 
sica della pastorale , opera antica con 
parole aostane. — Walter ; Christma*. 
Usi natalizi londinesi. Tutti questi ar- 
ticoli sono illustrati da vignette inter- 
calate nel testo. 

L' Abruzzo Letterario. Sulmona , 
li ottobre 1884. An. I, n. 11.N. Mo- 
sca: Fare a pajjuchella, descrizione di 
questo giuoco popolare. 

Napoli Letteraria. Napoli, 23 no- 
vembre 1884. An. I, n. 34. G. Tarta- 
glione : Sul giuoco Indevinagliae. De- 
scrizione di quel giuoco fanciullesco 
che si chiama Ztparu cucchiaru in 
Calabria, 'Piglia metti negli Abruzzi, 
Sbricchi quanti in Toscana ecc. (cfr. 
i nostri Giuochi fanc. sicil., n. 22), e 
che in Marcianise, nella prov. di Ter- 
ra di Lavoro, dicono Terra Vissi. 

14 Die 1884 , n. 36. D. Zuccarelli: 
Tirando a scasso y illustrazione, in forma 
di bozzetto, di un giuoco di forza e di 
destrezza ne' paeselli dell'antico Sannio. 
Vi si parla' di passaggio del ^Cenare 
il tocco. Continua nel n. 37. 

21 Dic.n. 37. Bruto Amante: Poesia 
popolare romana. Lodi di C. A. Ro- 
setti e V. Alecsandri. 

Journal des Savants. Paris, otto- 
bre 1884. G. Paris: La Legende de Ro- 
me au moyen dge. 

L'Homme. Paris 1884. P. Sébillot: 
Le crachat et la salive ecc. Vedi Ballet- 
tino monografico, p. 152. 

Revue Archeologique. Paris, ot- 
tobre 1884, pp. 217 -222 H. Gaidoz: 
À propos des Chicns d' Èpidaure. Vedi 
Bollettino 'Bibliografico, p. 152. 

Revue de l'histoire des religione. 
Paris, X, 2. Cte de Puymaigre: La 
file atix mains coupées; elude de bóllc-lore. 

Revue des langues romanes. Mont- 
pellier ottobre 1884, serie III, t. XII, 
pag. 157-163. Chabaneau. Cantique 
périgourdin en rhcnnewr de Sj Jean Bap- 
tist e. Wilgrin de Tailiefer nelle sue 
Antiquités de Vcsone, v. II, p. 643-44, 
parla di una singolare usanza di Pen- 
gueux nella vigilia della festa di S. Gio- 
vanni, nella quale, presente il sindaco, 
i consoli ed altri notabili personaggi 



di quella città, si costituivano gli uf- 
ficii d'Imperatore, Re, Duca, Marche- 
se ed Abate, secondo i quartieri della 
città medesima. A questi nuovi eletti, 
dalla vigilia stessa fino alla domenica 
prossima dopo il 24 Giugno, tutti do- 
veano inchini, omaggi di rispetto e ri- 
verenza; e v'erano delle pene pe' tras- 
gressori. Ogri magistrato municipale 
nuovamente eletto, prendendo possesso 
del suo ufficio, dovea, secondo gli sta- 
tuti del comune, giurare la esatta os- 
servanza di quest'uso. In queir annuale 
sollennità , tanto il sindaco , quanto i 
consoli ed altri della borghesia can- 
tavano a vespro, sulla fontana della 
Clautre, in Perigueux, in onore di San 
Giovanni il cantico che ora il signor 
C. pubblica sopra un copia ms. del 
sec XVII , ma che « senza temerità 
può farsi rimontare al sec. XIV ». A 
fronte del testo (76 versi) qui ripro- 
dotto, il C. dà un saggio di restitu- 
zione di esso alla possibile rima, mi- 
sura e forma regolare di parole. La 
composizione è documento della poe- 
sia liturgica popolare. 

Nov.-DIc 1884, pp. 219-226, F. Vin- 
cent : Le garcon qiu vai demanda una fie 
en maridage, vers'one in dialetto di 
Naisonfegne tra Dun e la Frontiera 
dell'antico Berry in Francia, del rac- 
conto inserito nella R. d. lang. rom., 
3' serie, XI, p. 262-227-231. — F. Leite 
de Vasconcellos : Dois contos pop. por- 
tugue^es. 

Romania. Paris, ottob. 1884. T. XIII, 
n. 52-591-595. P. M[eyer]. Les deux 
freres, celui qui rit et celili qui pleure. 
Nella Romania, t. VI, p. 29, il M. 
pubblicò sopra un ms. di Londra un 
racconto edificante di cui qui dà un 
riassunto. Ora egli crede di aver tro- 
vato non già la sorgente diretta , ma 
almeno una forma parallela in un e- 
esempio che fu già molto diffuso nella 
letteratura ascetica e che egli trae da 
un sermone di Giacomo de Vitri: Il 
medesimo racconto , compendiato, è 
anche nelle Latin Stories di Th. Wright, 
n. 103, e in forma assai più sviluppata 
nei Gesta 1(pmanorum t ediz. Oesterley, 
cap. 143: fonte a tutti l'antica versione 
latina del Barlaam e Josaphat; tra la 
quale , però , e la redazione di Vitri 
dev' essere stata altra forma interine- 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



*59 



dia. — 595-97. P. Mfeyer]: Le conte des 
petits couteaux. La favola V' della V* 
delle Tredici piacevoli notti dello Stra- 
parla ha molta parentela con un rac- 
conto edito sopra un codice della Lau- 
renza na, plut. XC supr. num. 89, dal 
Papanti nel suo Catalogo dei novellieri 
Lai, in prosa, II, p. 45. Questo rac- 
cónto è cavato dal trattato francese 
di Filippo di Navarra sopra le quattro 
età dell uomo; anzi ne è una versione 
appena abbreviata. Resterebbe a vedere 
se quel trattato venne mai volgarizzato 
in italiano. 

BOLETIN DE IA INSTITUCION LIBRE 

de enseòanza. Madrid, 1 5 nov. 1884. 
An. Vili, n. 186, pp. 332-344. A. Ma- 
chado y Alvarez : De la sexualidad en 
las copiai populares. Sul medesimo ar- 
gomento un preceden e art. avea scritto 
f A. (cfr. Archivio, III, p. 618). Ora 
con un quadro sinottico tornitogli pei 
canti popolari della- Gallizia del signor 
Perez Ballesteros, indaga un'altra volta 
la parte che le donne hanno nel!a com- 
posizione del canzoniere popolare. In 
1012, infatti, se ne ha 623 attribuibili 
all'uomo , 709 alla donna , 680 indi- 
stinti. 

BOLETIN FOLKOLÓRICO ESPAnOL. Se- 

villa 15 ffenn. 1885, a. I, n. 1. La Dire- 
ction. /i/o* folkoloristas espaholes. Spie- 
gato brevemente lo scopo della scienza 
alla quale si consacra, e la importanza 
di essa , fa sapere la ragione perchè 
il *Bolet'.n nasce, e ciò che si propone 
di fare per gli studi popolari in Ispa- 
gna , dove le Società del Folk-Lore 
son già costituite ed avranno quin- 
d" innanzi questo mezzo di pubblicità 
e di comunicazione tra lóro. — A Ma- 
chado y Alvarez: Terminologia folklo- 
rica. Invita i folkloristi spagnuoli a 
significargli il proprio avviso circa la 
voce Folk-Lore e sopra altri punti se- 
codari della terminologia popolare, per 
potersi intendere con il sig. Gomme, 
che nel Folk-Lore Journal aperse una 
inchiesta su questo punto (vedi più 
innanzi; a p. 161). — Lo stesso: El Folk- 
Lore Esbanol. Sono le basi pubblicate 
già nell Archivio an. I, p. 137. — A. 
Guichot: El Agita del mar en las super - 
sticiones y creencias poùulares, versione 
dal francese di P. Séoillot. — Noticias — 



A. Quichot:C 'ustionarlo para recoger los 
materiales folklóricos relativos al mar. 
Versione spagnuola del Questionnaire 
del suddetto Sébillot, testé pubblicato 
a Saint-Malo. — Folk-Lore Vascho-Na- 
varrò. Notizia della costituzione di que- 
sta sezione del Folk-Lore spagnuolo. 
— Seccion bibliogrdfica. 

El Dia. Sevilla, 18 genn. 1885. A. 
Machado y Alvarez: La poetisa popu- 
lar. 

El Globo. Madrid, 16 agosto 1884. 
An. X, n. 3217. A Machado y Alva- 
rez: Folk-Lore. No te dico que te mu- 
des sino que ahi tienes la rapa. Con que- 
sto motto proverbiale il M. risponde 
ad un sedicente Miquel de Escalada, 
che gli fece colpa di non sappiamo 
quali inesattezze negli articoli dal M. 
pubblicati nel Progresso intorno al Folk- 
Lore de Avola. Egli difende il fatto 
suo con temperanza e dottrina. 

Revista de EspaóA. Madrid, 25 gen- 
naio i885.T.CCII,n. 406, pp. 194-207. 
A. Machado y Alvarez: 'Bteves indi' 
caciones acerca del significado y alcance 
del termino « Folk-Lore ». Prende parte 
alla questione messa innanzi dal signor 
Gomme nel Folk-Lore Journal del 
settembre 1884 circa alla terminologia 
folklorica. (Dovendo anche Y%Archivio 
occuparsi della questione, ci asteniamo 
per ora dal riassumere il presente ar- 
ticolo). 

A Sentinella da Fronteira. El- 
vas , 16 sett., 3, 14, 19 ott. 6, 15 
nov. 18 die. 1884 e io genn. 1885, 
an. IV, nn. 338, 340, 342, 343, 345» 
346 e 455; A. T. Pires: Cantos popu- 
lares do Alemteio recolhidos da tradicào 
orai. Prosegue questa copiosa raccolta 
di canti portoghesi del n. 1601 al 1744. 

BOLETIN DA SOCIEDADE DE GEO- 

graphia de Lisboa. Serie 4 a , n. 12. 
F. A. Coelho : Os joeos e as rimas 
infantis de Portugal. Vedi Bullettino 
Bibliografico, p. 152. 

O Elvense. Elvas , 18 sett. 1884. 
An. V, n. 379, A. T. Pires : Miscel- 
lanea folk-lorica. Tre romanze, due col 
titolo xA pastorinha e una che co- 



i6o 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



mincia Ai triste de mim viuva. 

28 die. 1884, 11, 15, 18, 22, 29 gen- 
naio 1885, nn. 408, 412-15, 417. Johel: 
Cantigas popularcs recolhidas da tradi- 
tilo orai , ti a praia de Espinho. Sono 
finora 136 canti portoghesi notevo- 
lissimi pei seguenti ricordi e per le 
non comuni allusioni al mare. La rac- 
colta promette di riuscire ricca ed im- 
portante. 

Anglia. VII, 3. 'E. Stiehler: Alten- 
glische Legenden der Stowe Handschrift. 

The Folk-Lore Journal. London, 
Giugno 1884. Voi. Il, p. VI, pp. 161- 
168. Malagasy Folk-Tales. Due novelli- 
ne del Madagascar Ramàltsoanàla e II 
porco selvatico ed il camaleonte, tradotte 
dalle Publications of the Malagasy Folk- 
Lore Society di W. C. Pickersgill.— 168- 
1J2. E. M. Edmonds : Notes on Greek 
Folk-Lore. S'intrattiene degli usi fune- 
bri e di varie cose del Folk-Lore gre- 
co. — 172 - 173, J. W. Crombie: A cu- 
rious superlition. Il crepitus ventris se- 
condo un' antica superstizione [ricor- 
diamo in proposito l'artìcolo del Lieb- 
recht: 'Der Wind, ecc., neUa Germania 
di Vienna, an. Vili, n. 2, 1884]. — 173- 
175, W. G. Black: Holy Wells in Scoi- 
land.— 17S-182, A. Nutt: Irish Mytho- 
logy according lo a receni fVriter. — 183- 
180: Tabidation of Folk-Tales , indica- 
zioni di Q. L. Apperson. Continua nel- 
le parti Vili, pp. 214-217; Vili, 249- 
252; IX, 281-284 del F.-L. J.— Notes 
and Queries, appurtidi A. Nu:t,Sawyer, 
Poulton, Fenwick. 

Parte VII, Luglio 193-197. J. Brit- 
ten : Irish Folk-Tales. È la novellina VI, 
continuazione del F.-L. J. voi. 1, pa- 
gina 324. — 197-206, G. L. Gomme. Bi- 
bliography of Folk-Lore Publications in 
English. Tutta le lettera D, che racchiu- 
de 68 pubblicazioni, oltre tre delle let- 
tere A e C.— 206-209, E. S. Buchheim: 
Tht pied piper of Ha mei in. — 210-213. 
Irish Folk-Lore, articolo riprodotto dallo 
Statistica! ^Account of Parochial Survey 
of Ireland, ecc. Dublin, 1 8 14-18 1 9).— 
2i&-22$,Notes andQueries. Superstizioni 
di Corea; usi rumeni; incanti e rimedi; 
malia in Iscozia; qualche costume degli 
aborigeni del distretto di Alberta Mount 
Poole, ecc. r N J otices and News. 

Parte VIII, Agosto 225-235 Anoni- 



mo: Tke Folk-Lore of Drayton. Conti- 
nuazione dalla p. 151. Credenze e su- 
perstizioni sui minerali , gli animali , i 
mostri del popolo di Drayton illustrate 
con erudizione storica. Continua nella 

Parte IX, pp. 266-277. — 235-243, 
H. C. Coote : Folk - Lore in Modem 
Greece. Recensione della parte novel- 
listica contenuta nel AeXxtov ecc., di 
Atene (cfr. Archivio II, pag. 472), fa- 
scie. 1-2, nella quale recensione ven- 
gono riassunti e qua e là richiamati a 
tipi conosciuti i paramythia neoellenici, 
cioè le nostre fiabe, raccolti in Atene 
e pubblicati dal signor Mariannes. Da 
questo sommario risulta che i baramy- 
thia di Grecia e le Fiabe d'Italia in 
molti casi racchiudono identiche fin- 
zioni. Codesta identità non è limitata 
a' soli esempi dati nelle precedenti pa- 
gine, ma si può facilmente discernere in 
una gran quantità d'altre storie comuni 
alle due nazioni. Questo fatto generale, 
una volta stabilito, dà luogo ad una 
questione di qualche importanza pei 
folkloristi. Di questa o d'altra fiaba so- 
rella quale è il prototipo , la greca o 
la italiana ? ». [In proposito richia- 
miamo l'attenzione de' lettori sulla Ce- 
nerentola, articolo del signor H. Kest- 
ner, inserito neìV Archivio, II, 345; mol- 
to più che l'A. lo cita].— 243-248. E 
Martinengo-Cesaresco: American Songs 
and Games. Recensione e tratti carat- 
teristici della materia dei Games and 
Songs of American Childreté. raccolti e 
pubblicati da Newel in New- York (v. 
Archivio, IV, p. 156) dei quali è rico- 
nosciuto il valore etnografico. — < H J otes 
and Queries. Appunti di Medicina po- 
polare; superstizione in Calatabiano per 
la festa di S. Filippo nella provincia 
di Catania.— < Nj)tices and News. 

Part. IX, sett. 257-266, G. H. Kinhau: 
Connewara Folk-Lore. Credenze ed usi 
di detto paese. — 277-278, W.Gregor: A 
Folk Talefrom*Aberdeenshire. — 278-280 
R. C. Hope: Some Derby shire Proverbi 
and Sayings. — Notes ani Queries. Ter- 
minologia folklorica; ravvivamento di 
malia nel paese di Ross. 

Part. X , ott. 289 - 303. E. Clodd : 
Thf Philosophy of Punchkin. — 304-310, 
R. Morris: Folk-Tales of India. Novel- 
line tradotte dal libro del prof. Faus- 
bòll di Copenaghen: Tali Jdtaka. Con- 
tinua fino alla novella settima nella 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



161 



parte XI, pp. 3 3 2-340; e XII. pp. 370- 
377.— 31 1-3 1 5, A. Nutt: Folk-Lore ter- 
minology. Dimostra l'importanza e ne- 
cessità di una precisa ed autorevole 
terminologia folclorica , specialmente 
delle voci più comunemente impiegate 
dagli studiosi, e si invita ad una di- 
scussione. 11 sig. Gomme riporta un 
breve articolo del Library Journal dello 
agosto 1884 intomo al posto che si deve 
al Folk-Lore in una classificazione. Sul 
medesimo argomento s'intrattengono 
nella p. XI, pp. 340-348 i sigg. Hait- 
land , Wake , W heatley e Gomme. — 
317-J19. < HjOtes and Queries. — Notices 
and News. 

Part. XI. Nov. 321-229. F. E. Sawye 
a Old Cìem » Celebrations and 'Black' 
smifs Lore. — 329-332, W. Gregor: So- 
me Old Farming Customs ad notions in 
Aberdeeshire. Ne annovera tredici — 348- 
351. Notes and Queries. — Notices and 
News. 

Part. XII, die. 353-357 W. Gregor: 
FishermerCs Folk-Lore. — 377-382. Notes 
and Queries. — Notices and 'Njws. 

The Temple-bar Magazine. Lon- 
don. Nov. Sicilian Customs. 

The Westminster Review. London, 
n. 131. The myth of Simon Magus. Art. 
basato sopra la Gesclnchte der christ- 
lichen Kirche di C. Baur e sopra YA- 
postelgeschichte di E. Zeller. 



Archiv fur slavische Philologie. 
Berlin. 1884, voi. VII, fase. 3. V.Jagic 
Kleine Mittheilungen. Recensione del 
libro di L. Kolmacenskij : Das Thier- 
epos in W esten ecc., e dell'altro di Ma- 
rette: Studien aus dem Volksglauben der 
Kroaten und Serben. 

Deutsche Literaturzeitung. Ber- 
lin. 1884. An. V, n. 25. G. Kòrting: 
Landau, Quellen des *Dekameron. Re- 
censione della seconda edizione di que- 
st'opera. Le fonti del Decamerone de- 
vono ripetersi piuttosto dalla tradizione 
orale di Napoli che dai libri orientali 
e dai greci. 

N. 39. E. Schròder: Coen, Di una 



leggenda relativa alla nascita e alla gio- 
ventù di Costantino. Recensione. 

Korrespondenzblatt des Vereins 
fOr siebenburg. Landes kunde. VII, 
12. Volksthùmliches. 

LlTERATURBLATT FUR GERM. UND RO- 
MAN. Philologie. Heilbronn, 1 Gen- 
naio 1885, anno VI; n. 1. E. Moyk: 
Islendik Aeventyri. Artic. critico sulla 
raccolta di H. Gering. (cfr. Arch. Ili 
p. 301).— F. Liebrecht: The Enghsh and 
Scottish popolar *Ballads. Articolo sulla 
eccellente raccolta del sig. F. J. Child; 
della quale una recensione per Y Ar- 
chivio ci prepara lo stesso Liebrecht. 

N. 2. E. Mogk: Frit^ner^ Ordbog over 
det gamie norskeSprog. — H. Schuchardt: 
Gaido\ et Sébillot, *Blason pop. de la 
France. — Kr. Nyrop: De Nino, Usi e 
costumi abruzzesi. 

Magazin pur die Literatur des- 
in-und Auslandes. 18 ottobre. Blind: 
Contes et ligendes des Slaves du Sud. 

Nbue freie Presse. Vien. 12 die. 
1884, n. 7288. G. Meyer: Schnader- 
hùpfeln aus Steiermark. Recensione cri- 
tica di una raccolta di canti popolari 
della Stiria pubblicata dal Dr. Werle. 
Recando vari esempi, il M. fa qualche 
parallelo con canti d'altri paesi. 

Zeitschrift fOr deutsches Alter- 
thum. Berlin, XXIX, pp. 76-84. R. 
Kòhler. Particolareggiata recensione 
della raccolta di L. Tobler: Schweiqt- 
rische Volkslieder, canti pop. svizzeri e- 
diti e inediti, dei quali indica varianti 
e analogie. Articolo di copiosa erudi- 
zione. 

Osszehasoelitó Irodalomtórté- 
nelmi Lapok. Kolozsvàr. Voi. XII , 
n. I-IV. Solidaritdt des Madonna - und 
Astarte-Cultus \ur MVCCCC- Jàhri- 
gen geburstfeier der Madonna (8 sept. 
an. 1884). Continua.— Fran^òsische Ed- 
ward-Ballade. — Serbische Zaubersprùche; 
Dialetti aus der Gegend von Pancsova* 

G. PlTRÈ. 



^Archivio per ìe tradizioni popolari — Voi. IV. 



21 



lèi 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Notizie Varie. 



Un' Antologia della nostra critica 
letteraria moderna compilata da Luigi 
Morandi per uso delle persone colte e 
delle scuole è stata pubblicata in Città 
di Castello; S. Lapi tipografo editore, 
1885 ; un grosso volume di pp. XI- 
67 t (L. 4). È divisa in tre parti , la 
seconda delle quali contiene i seguenti 
scritti estratti da varie opere: De Gu- 
bernatis, Origine, natura e svolgimento 
della Lirica popolare, — Pi tré, Origine 
delle novelline popolari.— Monaci, una 
leggenda Araldica e V Epopea Carolingia 
neW Umbria — Guerrini, La leggenda di 
Attila in Italia. — Torraca, Laudi, 'De- 
vozioni e 'Jiapprtsi'iitaiioni. — Masi, O- 
lìgine drf Bertoldo. — Omega, I pro- 
verbi del Giusti. — Graf, La Letteratura 
a un soldo. 

È questa la prima volta che argo- 
menti siffatti si credano , come sono, 
meritevoli di attenzione, ed entrino a 
far parte degli studi de* nostri giovani, 
finora tenuti estranei e del tutto ignari 
di codeste discipline. Col buon pen- 
siero del Morandi la gioventù avvenire 
non cadrà più nel grave errore della 
gioventù passata, la quale, ignorante 
affatto della importanza delle tradizioni 
popolari, non pur le dispettava, ma irri- 
deva a coloro che ad esse si addicevano. 

— Le Curiosità popolari tradi^iotiali 
annunziate nel voi. Ili , p. 620 del- 
V Archivio, si sono iniziate con due vo- 
lumi per cura di G. Pitrè , che pure 
dirige la collezione generale. 

Il I volume è Usi e Pregiudizi dei 
contadini della Hpmagna di Michele 
Placucci, riprodotti sulla edizione ori- 
ginale del 18 18 con una introduzione 
dell'editore sull'importanza dell' opera 
e sulla autenticità e popolarità dei fatti 
raccolti e pubblicati dal Placucci. 

Il li voi. è una serie di u Avveni- 
menti faceti per mantenere in amenità 
innocente le oneste ricreazioni », come 
dice il titolo originale, raccolti da un 
anonimo siciliano della provincia di 
Messina nella prima metà del secolo 
passato. Parte di questi avvenimenti è 
tradizionale,ed isuoi riscontri sono nelle 
ultime pagine del libro, dove l'editore 
riportò quanto di simile o di analogo 
gli fu dato di trovare nella letteratura 



popolare ed anche nella erudita. Biz- 
zarnssimi sono certi travestimenti po- 
polari di laudi, inni e preci latine della 
chiesa. Della probabile patria dell'ignoto 
autore e del contenuto degli ^Avveni- 
menti ragionasi in uvt Avvertenza. 

La edizione, tirata a soli 200 esem- 
plari ordinatamente numerati, è di Luigi 
Pedone Lauriel, in Palermo. 

— Stefano La Sala il poeta vendi- 
tore d' uova è il titolo di una mono- 
grafia che il prof. Gaetano Filipponi 
da Palermo ha or ora ristampata nel l 
volume de' suoi Scritti varii (Palermo 
Giannitrapani 1885), pp. 1 17-146. 

Stefano La Sala è il più potente, il 
più celebre poeta illetterato della Si- 
cilia, di cui si sono occupati successi- 
vamente coloro che hanno trattato della 
poesia rusticana e popolare dell'isola. 
Vecchio e quasi cieco, egli vive in un 
catodio in Palermo sua patria. Il Fi- 
lipponi ne scrive con caldo amore e 
con piena conoscenza della sua poesia, 
della quale riporta vari saggi, in buona 
parte inediti. 

— Nella Strenna italiana Natale e 
Capo d'anno 188 $ edita in Milano pres- 
so i fratelli Treves leggesi un articolo 
di Raffaello Barbiera sopra La vigilia 
del 'Natale a %falto (Venezia). 

— Contemporaneamente a questo 
nostro fase, la casa editrice Barbèra di 
Firenze pubblicherà un volume di No- 
velle popolari toscane per cura e con 
note di G. Pitrè. 

— Il prof. V. Imbriani viene curando 
una nuova edizione, con copiose note e 
riscontri, della rara ed importante 7*o- 
silecheata di Masi Ilo Reppone di Gaa- 
nopoli , cioè di Pompeo Sarnelli ve- 
scovo di Biceglie. 

— Presso l'editore A. Granger Hutt 
in Londra è per venir fuori un volume 
del Dott. Henry Callaway vescovo 
di S. John Kaffrarin, contenente Zulù 
e Njursery Literature; e presso Elliot 
Stock il 2° volume della raccolta: The 
Gentelman's Magagne Library edita dal 
signor G. L. Gomme, segretario ono- 
rario della « Folk - Lore Society • di 
Londra. — Questo volume racchiude : 
Dialetto, proverbi e sapere popolare 
ne* vocaboli. 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



163 



— È prossima la pubblicazione di 
un volume di novelline magiare per 
cura dei signori W. H. Jones e H. 
Kropf; esso fa parte della « Folk-Lore 
Society • di Londra. 

— È in preparazione un Cancionero 
gallego raccolto e annotato dal Dott. 
José Perez Ball est eros, con una intro- 
duzione del prof. Teofilo Braga. 

— Per opera del signor Alessandro 
Guichot y Sierra , uno dei fondatori 
del Folk-Lore Espahol, è venuto fuori 
in Siviglia il i° numero di un Boletin 
folk-lorico espanoly rivista quindicinale 
delle Società spagnuole di questo nome, 
e costa 8 lire alTanno.A p.i 59 di questo 
volume ne diamo il sommario; qui ci 
rallegriamo col signor Guichot y Sierra 
dell'iniziativa presa, ed auguriamo feli- 
ce successo al suo periodico. 

— Il Boletin folk-lorico Esp. del 15 
genti, annunzia la pubblicazione delle 
Basi generali del Folk-Lore Yortugués. 

— Lo stesso giornale annunzia an- 
cora in una serie di articoli inseriti nel- 
la Oceania Espahola di Manilla , (no- 
vembre e dicembre 1884) che Isabelo 
de los Reyes ha dato fuori molta e 
curiosa materia del Folk-Lore Malabo- 
ttés, Tampango, Filipino e Uocano. 

— Un Questionarlo del Folk-Lore Gal- 
lego è stato testé pubblicato in Coruna. 
Contiene, secondo il Boltlin Folk-lorico 
Espaào! del signor Guichot, 445 articoli 
divisi in 8 capitali, che sono : Gali eia 
y sus babitantes. — Idioma di Literatura 
populares. — Costumbres de Galicia—Fie- 
stas v Calendario popular. — Creencias 
y stiperstitiones. — El trabaio y \Artes pop. 
— Òonocimientos pop. del hogar ó ciencia 
del vulgo en Gali eia. — Del Mar. 

— Il nostro egregio collaboratore 
Dr. Nic. Zingarelli è stato dal Ministero 
della P. Istruzione mandato agli studi 
di perfezionamento nelle letterature 
romanze in Germania. Frammezzo a 
studi più generali, egli ne viene pre- 
parando uno per 1' ^Archivio sui Pro- 
verbi e sugli altri elementi popolari 
della letteratura trobadorica. 

— Il Sig. Sébillot ha pubblicato a 
Saint-Malo, coi tipi di J. Haize, un Que- 
stionnaire des Croyances, Légendes et Su- 
perstitions de la mer y perchè le persone 
che vorranno favorirlo di comunica- 
zioni sull'argomento abbiano una guida 
nella ricerca delle necessarie notizie. I 



quesiti e punti sui quali potranno ag- 
girarsi le ricerche so no: I. La meri Me- 
teorologie ma ritinte; Croyances et super- 
stitions; Le rivage. — IL Les Kavirer. La 
Construction ; Le Lmcement ; Les na- 
vi res en general; Espèces de navires; La 
coque; aménagements; Mats t manoenvres, 
Ustensiles; Comparaisons et imaga em- 
pruntéesau languagedemer. — III. La Ka- 
vigation: La navigation en general; Uap- 
pareillagc; Les marins; La vie a bord; 
La chance; Le diable y les sorciers et les 
nevenants; Le naufrage; Les navires lé- 
gendaires. 

— Nell'anno ora decorso il profes- 
sore C. T. Newton all'University Col- 
lege di Londra fece un corso di Letture 
sui miti greci con le illustrazioni dei 
vasi. 

— La grande Società del Folk-Lore 
Espanol, la cui costituzione e sviluppo 
V Archivio ha sempre seguito con pre- 
mura, conta oramai quattro centri, che 
sono: l'andaluso (28 Nov. 1881), il 
frassinense (11 Giugno 1882), il casi- 
gliano (Dicembre 1883?), ed il galli- 
ziano (6 Febbraro 1884). Ciascuno di 
questi centn ha delle sezioni in varie 
città; il solo frassinense ne ha fino a 16. 

— Il 2 gennaio 1885 è morto a Pa- 
rigi Fréderic Baudry , membro della 
Accademia delle Iscrizioni e Bibliote- 
cario all' Arsénal. Egli era autore di 
un Étude sur les Vedas (Paris 1885), di 
uno studio sui Fratelli Grimm (1864), 
di una versione francese con note delle 
novelle mitologiche di John Cox, col 
titolo: Les Dieux et les hèros (1867), ol- 
tre di parecchie pubblicazioni folklori- 
che di minor conto. Nacque a Rouen 
il 25 luglio 18 18. 

— Ed un' altra perdita non meno 
grave abbiamo fatta colla morte del 
carissimo amico nostro il sig. Henry 
Charles Coote , di cui il presente fa- 
scicolo dell 1 \Archivio offre sul Vampi- 
rismo in Bretagna un ingegnoso arti- 
colo, così inattesamente divenuto po- 
stumo. Il Coote aveva 70 anni, e mori 
di congestione pulmonare il 4 gennaio 
di quest'anno. Egli nutrì sempre gran- 
de simpatia per l'Italia, ne conobbe e 
scrisse con molta efficacia la lingua , 
ne mise in evidenza le tradizioni, e fu 
dei fondatori e de' più attivi coope- 
ratori della «r Folk - Lore Society » e 
delle pubblicazioni periodiche di essa. 



164 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



L'opera italiana del Comparerò The 
*Book of the Sindibad fu tradotta in in- 
glese e vide la luce in Londra per o- 
pera del Coote. 

Sulla tomba dell' amico diletto noi 
deponiamo un fiore. 

— Listata a nero ci giunge da Cri- 
stiania la seguente partecipazione «Nous 
« avons à vous taire part , avec un 
« profond regret, de la parte doulou- 

• reuse que viennent de taire la science 

• et la patrie dans la personne du cé- 
« lèbre auteur Peter OìHzten Asbjòrnsen 
« decèdè à Christiania le 6 Janvier 1885 
« d'une inflammation pulmonaire, seu- 
« lement neuf jours avant le 73"' an- 
« niversaire de sa naissance, sans lais- 
« ser de fa mille. Les éxécuteurs du te- 
« stament du défunt: Moltke Moe. Aìfr. 
« Sinding-Larsen ». 

Questa notizia riuscirà dolorosa per 
quanti coltivano gli studi di tradizioni, 
perchè l' Asbjòrnsen era uno dei più 
geniali scrittori di novelle popolari, e 
torse il solo che, in compagnia del suo 
antico amico Jòrgen Moe , abbia per 
quasi mezzo secolo allietato i fanciulli 



della sua Norvegia con racconti di- 
venuti oramai classici in tutta Europa. 
Dal 1838 datano i primi di questi rac- 
conti, pubblicati nel Nord di Cristiania. 
Ma la prima parte dei suoi Norske Fol- 
heeventyr uscì negli anni 1842*43, e la 
seconda nel 1844, tre anni dopo(i84i) 
la traduzione norvegiana de tedeschi 
Kinder -und Hausmdrchen dei fratelli 
Grimm. La raccolta venne successiva- 
mente ristampata lan. 1852 (Christiania 
Dahl), e tutta o parte nel i87o(Steens- 
balle), nel 1874 (Dybwad), nel 1879 
(Hegel) , tradotta in tedesco ( Berlin, 
1847), in svedese (Stockholm 1868), in 
inglese (Edimburgh, 1858-59), in fran- 
cese (Paris 1862) ed illustrata dai prin- 
cipali artisti della Norvegia (1879 e 
1883-84). 

L' Asbjòrnsen è per la novellistica 
norvegiana quel che per la tedesca sono 
Giacomo e Guglielmo Grimm, a* quali 
la edizione del 1852 è dedicata. 

La morte di lui è una vera perdita 
pel Folk-Lore non meno che per le 
scienze naturali, nelle quali egli era va- 
lentissimo. 

G. P. 



/ Direttori: 

G. Pitrè. 

S. Salomone-Marino. 



« >§=I=E +*^E=ffr» 



Palermo- LUIGI PEDONE LA l T RI EL- Editore 

Corso Vittorio Emanuele 358-360 



CURIOSITÀ 

POPOLARI TRADIZIONALI 



PER CURA DI 

GIUSEPPE PITRÈ 



Volume I. {Unico) 

USI E PREGIUDIZI 



DEI 



CONTADINI DELLA ROMAGNA 

DI 

MICHELE PLACUCCI 

DA FORLÌ 
RIPRODOTTI SULLA EDIZIONE ORIGINALE 

PER CURA DI 

GIUSEPPE PITRÈ 

(Tre^o Lire j). 



Volume IL {Unico) 

AVVENIMENTI FACETI 

PER MANTENERE IN AMENITÀ INNOCENTE 

LE ONESTE RICREAZIONI 

raccolti in Sicilia nella prima metà 

del secolo passato. 

CON NOTE E RISCONTRI 

di (jiuseppe Titrè. 

(Treno L. } ). 

Eleganti edizioni di soli 200 esemplari numerati. 



CONDIZIONI DELL'ASSOCIAZIONE. 



L'ARCHIVIO osco a fascicoli trimestrali in-8° di pagine 100 circa . 
Quattro fascicoli formano un bel volume di circa C40 pagine. 

L'abbonamento è obbligatorio per un anno, al prezzo di L. 12 por 
tutta Italia, Franchi 14 per l'Unione postale; pagamento anticipato. 

Un fascicolo separato, Lire 4 per tutto il Regno, Franchi 5 per l'U- 
nione postale. 

Per tutto ciò che riguarda l'Amministrazione rivolgersi alla Libreria 
del sottoscritto Editore in Palermo, Corso Vittorio Emanuele, N. 358-300. 

Lettere, manoscritti, libri, giornali, notizie ed altro, che si riferisca 
alla Direzione, rivolgersi a' Direttori presso la medesima Libreria. I col- 
laboratori potranno scrivere i loro articoli in italiano, o in francese , 
o in ispagnuolo, o in portoghese. Sarà dato ragguaglio delle opere «li 
tradizioni popolar' che giungeranno in doppio esemplare alla Direziono. 

Il volume primo, anno 1-1882, è esaurito. 

Luigi Pedonk-Lauriel, Editore. 



Inserzioni a pagamento in 3" e 4 a pagina della coper- 
tina dell' ^Archivio: L. 20 una pagina intera. L. io mezza pa- 
gina. L. 7 un terzo di pagina. 



Firenze - G. BARBÈRA, EDITORE - Firenze 



QD'im finente pubblicazione : 

NOVELLE 

POPOLARI TOSCANE 

PUBBLICATE PER CURA 

DI 

GIUSEPPE PITRÈ 

Un voi in-16 . L. )> jo. 



PALERMO — Tip. del Giornale di Sicilia. 



Pubblicazione periodica 



ARCHIVIO 

PER LO STUDIO 
DELLE 

TRADIZIONI POPOLARI 

RIVISTA TRIMESTRALE 

DIRETTA DA 

G. PITRÈ e S. SALOMONE-MARINO 
Volume Quarto 

Fascicolo II — Aprile-Giugno 1885. 



oitT^^-/, 6 




ARCHIVIO 

PER LO STUDIO 
DELLE 






TRADIZIONI POPOLARI 



RIVISTA TRIMESTRALE 



DIRETTA DA 



G. PITRÈ e S. SALOMONE-MARINO 



Volume Quarto 



Fascicolo li — Aprile-Giugno 1885. 



1 PALERMO 

Luigi Pedone Lauriel, Editore 

1885 



V 4 



SOMMARIO DEL PRESENTE FASCICOLO 



Botanica popolare di Carpeneto d'Acqui: Erbe incerte di forma o di 
esistenza (G. Ferraro). 

Il pastore e la pastorizia in Abruzzo (G. Finamore). 

Tre conti raccolti in Piano di Sorrento (G. Amalfi). 

Antichi giuramenti spagnuoli (Evelyn Martinengo-Cesaresco). 

Legende du Loup et origine du Lousberg en Belgique (A. Hock). 

Lu 'Nfernu di San Patriziu (U. A. Amico). 

Lo sputo e la saliva nelle tradizioni popolari di Sicilia (G. Pitrè). 

Orazioni friulane (V. Ostermann). 

La notation de la letterature populaire (J. A. Lundell). 

Proverbi di Primiero (G. Pasqualigo). 

Medicina popular: Super sticiones espanolas (E. de OlavarrIa y Huarte). 

Quelques mota des chants populaires suédois (Antonie Gauthey). 

Canti, credenze, usi e costumi di Terra d'Otranto nel 1818. 

Il lastrone (balata) dei debitori in Saiaparuta nel 1633 (Vincenzo Di 
Giovanni). 

Una consuetudine carnevalesca nella città di Trapani (Ferdinando 
Lionti). 

Dialogo fra due villani: Poesia popolare bolognese (Carolina Goronedi- 
Berti). 

Miscellanea : La leggenda d'Ovidio in Sulmona (D. Giampoli). — Le feste 
della Mezza Quaresima. — Usi nuziali sulle rive del Nilo. — Etno- 
grafia di Massaua in Africa. — La festa del fuoco in S. Maurizio 
nélVIndostan. — Las supersticiones en el Cambodge. 

Rivista Bibliografica. Gloria, Volgare illustre nel 1100 e Proverbi volgari 
del 1200 (G. Pasqualigo). — De Poymaigre, Folk-Lore (S. Salomone-Ma- 
rino). — Bertran y Bròs, Cansons y Follles populars inédites (S. Salo- 
mone-Marino). — Romcro e Braga, Cantos populares do Brazil (G. Pitrè). 
— Heytr, Essays und Studien zur Sprachgeschichte und Volkskunde 
(G. Pitrè). — Wigstròm, Sagor och Aefventyr upptechnade i Sitarne- (G. 
Moratti). 

Bullettino Bibliografico. (Vi si parla di recenti pubblicazioni di Potrai, 
Maes, Gaidoz e Sébillot, Hock, Maspons y Labrós). 

Recenti Pubblicazioni. 

Sommario dei Giornali (G. Pitrè). 

Notizie varie (G. P.). 



•: U7iu.j 



BOTANICA POPOLARE 



DI 



CARPENETO D'ACQUI *. 



Erbe incerte di forma o di esistenza. 




ardana, che ogni mal risana, dice il popolo dell' erba 
detta dai latini personata y perchè colle foglie larghe di 
essa si coprivano quelli che non volevano essere co- 
nosciuti; dai tedeschi detta Grcss Kleiten, dai francesi Gloteron. I 
ragazzi la ricordano perchè ^iuocano a buttarsi in testa i suoi 
frutti attaccaticci. Usanla le donne contro il male della matrice 
pel suo forte disaggradevole odore. Raccontavami mio padre che 
uno specialista faceva guarire le sciatiche con sugo di bardana, 
al quale dava il pomposo nome di Medicina massima, dicendo di 
trarre da io piante segrete il suo famoso rimedio. Avvolgendo le 
piaghe colle foglie della bardana, si allontanano le mosche. Il po- 
polo la crede un'erba magica, perchè vive nei rottami col mar- 



* Continuazione. Vedi Archivio, p. 129. 
^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 



22 






l66 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

robbio, coll'ortica, col solano negro, col cocomero asinino, tutte piante 
' velenose, e quindi magiche, compagne degne di rospi e di bisce, 
creduti volgarmente animali velenosi. 

Il basilico, a Carpeneto basire, era anticamente creduto erba 
magica, ed anche oggi dicono le donne che bisogna bestemmiare 
piantandolo, perchè cresca più rigoglioso. Ciò facevano pure le 
donne romane ai tempi di Plinio, e ciò ricorda pure Giovenale 
nella satira VI, verso 22: « Cam bene distincto cantaverit ocyma ver- 
noe». Ma, oggidì non più d'odio, bensì d'amore parla il basilico, 
per quell'influenza che le parole esercitano sulla mente del volgo. 

Da baste, baciare, il basire, basilico, è diventato quindi erba 
d'amore. Nelle maggiolate o canti degli innamorati, il pioppo in- 
dica civetteria, il pesco rammarico , il basilico amore, le félci ab- 
bandono, l'alloro costanza, i triboli, da noi detti basapreve, bacia- 
preti, scortesia. In tutti i canti popolari e nelle tradizioni neola- 
tine, il basilico è dovunque erba d'amore. Il Boccaccio ricorda 
una ragazza che avea sotterrato il capo dell'amante uccisole dai 
fratelli nella sua grasta di basilico. Ella si consolava odorando 
la pianta nutrita dal cervello del suo caro « Verba che amavi dal 
mio cuor nutrita », direbbe lo Stecchetti. Ma i fratelli le rubarono 
anche quella grasta, onde ella esclamava : 

Quale esso fu lo mal cristiano 

Che mi furò la grasta 

Del basilico mio celimontano ! 

A Ferrara il basilico è simbolo di povertà e lo usan poco 
nei cibi. A Carpeneto credono le donne che il basilico venga 
meglio se alla neonata pianta si appoggi vicino un bastoncello 
(bathctt) con suvvi un mezzo guscio od un guscio intero d'ovo, 
perchè non scappino, per cosi dire le imprecazioni , coperte da 
quell'involucro. Di questa superstizione non sapevo darmi ragione, 
ma mi spiegò la cosa Plinio. « Non è alcuno, egli dice, che non 
tema di essere confitto con deprecazioni; per ciò si ricordi chi ha 
preso uova a bere di rompere i gusci , o forarli col cucchiajo, 
perchè non sia incantato ». — Orazio ricorda che Canidia avea 
nel suo repertorio di incanti anche Ova strigis. Secondo Durante 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO 167 

il basilico, abusato, produce pidocchi. A Carpeneto danno ciò ad 
intendere ai ragazzi che mangiano troppo castagne crude, facendo 
loro vedere che il minacciato insetto è là, nel piccolo germoglio 
che vedesi in cima del frutto. 

Del resto , il basilico è usato nelle minestre verde, e secco 
in Monferrato e nella vicina Liguria, dove fa parte dei condi- 
mento detto pcstu. 

A chi non è nota la bettonica ? Il suo regno tramonta , ma 
è stata la regina dell'erbe magiche. È buona per tutti i mali, dice 
il volgo, tanto interni quanto esterni: la pazzia, la apoplessia, la 
epilessia; fa fuggire dai cavoli i bruchi, ed i serpenti dalle case, 
conforta il cervello e la memoria. Durante aggiunge che, messa 
col cardo selvatico, ricupera la memoria perduta, e che messe le 
serpi dentro un cerchio di frondi di bettonica, poiché non pos- 
sono più uscire, si ammazzano fra loro. Anche nella parola bet- 
tonica il popolo trova 1' influenza del suono , e dice che il suo 
nome è cosi perchè betta 9 cioè spinge fuori gli spiriti, e betta cioè 
. aguzza l'appetito. A questa influenza del suono e del numero ob- 
bediva anche il Durante quando diceva che 3 piante di borragine ' 
sanano la terzana, e 4 la quartana. 

Bietola e borragine fanno parte delle erbette eduli nelle mi- 
nestre, olerà degli antichi. Della borragine le vecchie mangiano 
gli azzurri fiori e li mettono nelle focacce date alle ragazze af- 
flitte da amorose passioni, ed a chi soffre di etisia o di male 
sottile, mandato da chi vuol male, esse dicono. Ed aggiungono 
che Dio ha dato gli aculei alla borragine perchè si difenda da 
suoi nemici. Le medichesse fanno mangiare la borragine cotta 
in vino alle ragazze dalle difficili menstruazioni, attribuendo na- 
turalmente a sé ed alle mistiche parole pronunciate sulla pentola, 
la guarigione che spesso se ne ottiene. 

Come il basilico d'amore, cosi è segno di morte il bosso, da 
noi detto marte, perchè se ne inghirlandano le bare dei bambini, 
delle ragazza, dei giovanotti. Quando i croati baldanzosi dopo la 
vittoria di Novara nel 1849 occuparono per qualche tempo la cit- 
tadella di Alessandria, il popolo li chiamava i soldati della Morte. 



l68 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E forse a questo segno di morte si annette anche l'uso di fare al 
verde che esiste fra gli innamorati di Toscana. Dicono che ori- 
ginasse quest' uso da una ragazza che fino a che visse conservò 
un ramoscello di mirto, a ricordo del suo amante che si era im- 
piccato ad una di queste piante. Gli antichi avevano questi alberi 
dedicati alla morte. Virgilio, lib. VI, vers. 137, ricorda: 

Latet arbore opaca 

Aureus et foKis et lento vimine ramus 

Iunoni infernae dictus sacer. 

A Carpeneto però il popolo deve avere confuso bosso con 
mino, piante diverse, perchè anche il mirto era sacro alla morte 
fin dall'epoca dei Romani. Qualcuno a Carpeneto mette rami di 
verde bosso anche sugli scolopiatti. Enea ricordando nel libro 
terzo dell' Eneide : Dtnsis hastilibus orrida myrtus, aggiunge : buie 
liquuntur atro Sanguine guttae, perchè egli senza accorgersene avea 
rotto un ramo di mirto , nato dalle saette che avevano ucciso 
Polidoro condannato a vivere in quell' albero. La metamorfosi 
di uomini in alberi non è soltanto greca , ma è anche romana , 
e neolatina. Il Durante dice che il mirto è talmente di cattivo 
augurio, che ponendo un ramo di esso attraverso il tronco di un 
albero fiorito , lo fa seccare. Egli ricorda che anche in America 
è un arbore malinconico. Intorno al quale gli Indiani molto fa- 
volosi dicono che fu una fanciulla molto bella figlia di un gran 
signore detto Parisatacco. Innamoratasi del sole fu da esso per 
amore di un' altra lasciata , ed ella per dispetto si ammazzò, ed 
essendo secondo l'usanza abbruciata, si generò dalla cenere que- 
st' albero. Ed è questa la cagione per cui i suoi fiori si aprono 
di notte. Ecco come Greci, Romani, Americani, Monferrini, To- 
scani, trovansi uniti nella credenza di uomini mutati in alberi. 

L'uomo, è uguale dappertutto. — I Greci antichi attribuivano 
al mirto, al rosmarino, al ginepro una virtù purificatrice. All'apol- 
lineo ramo credevasi poi fosse inerente una forza espiatrice e pu- 
rificatrice delle colpe di sangue. 

Il buftalmo od pcchio di bue è creduto dal volgo atto a 
guarire i mali d' occhi , facendone un collirio. A Carpeneto è 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO 169 

chiamato Camamlun giald , cammomillone giallo. Quando que- 
st* erba fiorisce dicesi che sia tempo di porre i bachi da seta al 
bosco, infatti fiorisce nel maggio avanzato. 



Le virtù della cammomilla, riconosciute dalla scienza, sono 
note anche alle donnicciuole. Ma qui comincia la superstizione; 
bisogna che la cammomilla sia colta colla mano sinistra e non 
tocchi terra finché non si porti a casa. La cammomilla sarà mi- 
gliore se nascerà presso la gramigna, colla quale ha amicizia. Il 
popolo trova simpatia e antiparia anche fra le piante. Odio mor- 
tale invece sarebbe tra canne e felci, mentre poi le canne sono 
amicissime degli asparagi. Così pure al dira di Virgilio e del 
volgo le viti sono amiche degli olmi ed i fichi della ruta. 

Dalle foglie di noci, di pesco, e dalle radici di canna fatte 
bollire insieme si trae un'acqua atta a stagnare, purgare, ed aro- 
matizzare botti. 

Le canne, come si è detto per Y addietro, sono velenose se 
con esse si batte uomo od animale, ma utili a molte malattie se- 
grete delle donne; per menstrui stentati, mali di reni , lenticchie 
nella faccia , mali di pancia diversi. Quando fanno il fiore le 
canne, si temono inverni lunghi e freddissimi , e quando presto 
crescono , un' estate calda. Dal taglio fatto dalla canna si crede 
difficile la guarigione dal nostro volgo, pel quale canne ed unghie 
sono avvelenate. La canna da noi è simbolo di leggerezza di mente: 
Tè v6j cmè na cana. Per quanto riguarda le particolarità medica- 
mentose della canna , crede il volgo che "possa sostituire facil- 
mente il capei venere od adianto, detto anche erba di puss. In pa- 
recchi casi di infanticidio si seppe che certe vecchie megere ave- 
vano adoperato il capei venere per liberare dal parto le ragazze 
incaute che erano ricorse a queste medichesse e dopo mille scon- 
giuri avevano ottenuto a gran prezzo il fatale rimedio. Del car- 
pino che ha dato il nome a Carpeneto , pochi alberi rimangono 
nei boschi; le foglie, dicesi, cacciano la rogna. 



170 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

I capperi, che nascono nelle anfruttuosìtà dei muri, servono 
secondo il popolo ad estrarre le spine dal corpo, e colla loro 
mordacità, a mordere i calli, i ciccioni, le ulceri. Similia similibus 
curanlur. 

Del cavolo, il vecchio rimedio per tutti i mali, di Catone e di 
Varrone, la gran panacea di Plinio, la revàlenta arabica dei nostri 
giorni, è ancora viva abbastanza la fama nel nostro volgo come cibo 
e come rimedio. Bollito appena, purga, bollito lungamente stringe, 
bollito con vino è diuretico , mangiato pria di porsi a lavorare 
in cantina , proibisce 1' ubbriachezza. Plinio ricordava forse que- 
st'ultima virtù , o T adombrava trovandola nel popolo dei suoi 
tempi, scrivendo: « La vite fugge il cavolo, e se noi può fuggire, 
muore. Pitagora dice che se il cavolo sarà appiccato all'uscio 
non potranno entrare le malie nella camera. Nel sugo di cavoli 
cotto poi entrano tiftte le medicine della farmacopea volgare , 
e ciò spiega V abbondante uso che si fa di questo erbaggio in 
Monferrato, diticca d' coi dicesi la palla del cavolo, e tnicca £ pan 
un pane intero. 

I ceci, a detta del volgo , sono alberi gelosi, non vogliono 
fra loro erba di sorta, e se vi nasce, la fanno morire. 

II che io credo derivi dal succo eminentemente caustico delle 
loro foglie verdi. Il Durante dice che toccandosi con succo di 
ceci freschi i furuncoli a luna nuova guariscono, purché si but- 
tino poi i ceci dietro le spalle \ Anche il Giusti nella sua poesia 
il Sortilegio , ricorda che bisogna cogliere 90 ceci secchi in su la 
pianta. 

A Carpeneto credesi dal volgo che i calli delle mani guari- 
scano, se si toccano con un lumacone di quei nudi, e poscia, fatto 
passare attraverso il callo un filo, si. va con quello a legare il 
lumacone ad una pianta di ceci, e su quella si lascia morire. 

I contadini guardansi dall'attraversare i ceci verdi, perchè il 
loro succo, toglie il colore agli abiti. 



1 A Napoli il sale sparso sulla tavola si gitta dietro le spalle. Maometto 
nel girare intomo alla Mecca gettavasi dietro le spalle i sassi a lapidare il dia- 
volo. E i Maomettani hanno ancora quest'uso che ricorda Oeucalione. 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO I7I 

La celidonia erba delle rondini col suo succo giallo e cau- 
stico, abitatrice com'è dei vecchi muri, doveva essere ceno con- 
siderata come magica pianta. Entra a far parte dei sacchetti ma- 
gici con la ruta , la rosa e V assenzio. Giovano le sue foglie ai 
mali d'occhi, alle febbri, alle indigestioni. Le vecchie comari cre- 
dono che niuna malia resista alla bevanda fatta dal succo (e forse 
può sembrare vero, per esserne il succo fortemente drastico) e che 
tale virtù comunichino le rondini al loro nido fatto di dentro 
con succo di celidonia, onde lo consigliano stemperato nell'acqua 
nelle malattie di gola. 

Il volgo crede, e forse non ha torto, che la centaurea, (fiurc 
<F aso a Carpeneto) sia febbrifuga. Anche il Fauriel nelle note 
ai suoi canti popolari greci, dice che ammalatosi di febbre presso 
Maratona, fu guarito da una greca con sugo di centaurea. Ado- 
perasi dal volgo a Carpeneto il succo contro la morsicatura delle 
vespe e delle api, lo danno ai tisici , alle ragazze clorotiche ed 
ammalate di fegato , mettendolo con latte di asina , forse per il 
nome della pianta stessa; mettonsi le foglie peste sopra i tagli. 
Durante , Plinio , Varrone fanno eco a queste moderne e quasi 
morte credenze; non parlo dei Greci, ai quali forse il Centauro 
Chirone insegnò per il primo a servirsi di questa pianta. Nei 
mazzi amorosi, il rosso fiore di questa pianta significa corbellatura 
ed è considerato peggiore dell' ortica. Non cosi è considerata la 
centaurea fiordaliso, bellissima pianta della stessa famiglia con fiore 
azzurro, comune fra le messi. Il suo colore significa amore se- 
reno e tranquillo; il succo è creduto atto a far allegro il cuore, 
a tenere lontana ogni malinconia. Insieme col fiore del pandicucolo, 
il fiordaliso è messo sulle croci che vengono benedette nella 
chiesa, e che si portano poi nelle vigne contro la grandine. 

La cicuta è il veleno per eccellenza secondo P opinione del 
volgo, presso il quale si ricorda ancora che una volta si facevano 
morire gli uomini obbligandoli a * bere la cicuta. La adoperano 
a risolvere tumori e gonfiezze e le croste di cattiva natura, ma 
poco la toccano perchè temono che ogni piccola dose sia mortale. 
Invece usa il volgo facilmente la cinoglossa , detta a Carpeneto 



172 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

lenua d* can. Quando i fanciullini hanno sogni agitati e tosse 
canina con catarro , le comari portano il rimedio , è cinoglossa 
bollita in vino bianco da bere a sorsi con qualche intervallo, ma 
quando si coglie i cani non si devono vedere, perchè si arrabbie- 
rebbero, onde l'erba è anche detta: Verba eh* ra fa arrabiie i can. 
Si confonde facilmente quest' erba con V echio , o viperina , che 
sana , secondo la credenza delle buone madri, il lattime, pestan- 
dola e collocandola sulla testa. 

Il cipresso è albero mortuario: le sue frondi col mirto, ser- 
vono a fare le ghirlande alle bare delle nubili e dei celibi. A 
Roma il Cipresso posto davanti ad una casa indicava che là era 
un morto da portare via. È l'albero dei cimiteri. In Toscana sia 
per passione botanica ereditata dai malinconici ed epicurei Etru- 
schi antichi, sia per altro, il cipresso si vede spesso anche nelle 
campagne. 

Del ciriegio nulla è da dire d'importante. La sua colla è 
mangiata avidamente dai fanciulli che non sanno ciò che dice in 
proposito il Durante: « fa buon colore e acuisce la vista e vale 
a mal della pietra ». Credesi volgarmente a Carpeneto, che i suoi 
innesti non piglino, se vi si accosta donna, e specialmente me- 
struata, mentre li fanno. 

Usato nella medicina popolare è il cirsio, a Carpeneto detto 
stubbiun .perchè nasce nelle stubbie , campi dove si è tagliato il 
grano e lo strame. Guarisce le ferite fresche secondo il volgo e 
risolve le ammaccature. 

Il colchico autunnale è detto a Carpeneto erba di piogg y erba 
dei pidocchi, perchè V acqua di essa fa andare via gli incomodi 
insetti. Le vecchie megere credo che adoprino il succo per avve- 
lenare i polli delle comari vicine, sotto il nome di tòusse tossico, 
e alcuni chiamano l'erba du tòtisse. Credesi dal volgo che quando 
un fringuello vede i suoi piccoli in una gabbia a cui possa aver 
accesso, li avveleni per non lasciarli in servitù, coi semi del col- 
chico, o colle foglie del pesco. 

Il cotogno (mei cone a Carpeneto) con quella sua lanuggine 
sulle foglie e sul frutto, trasse facilmente il popolo a fantasticare. 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO I73 

Il Della Porta ed il Dorante credevano che mangiandosi dalle 
donne cotogne esse generassero figli maschi. Il volgo crede ine- 
rente a tali frutti una certa misteriosa vittù. Se una ragazza può 
conservare fino a Pasqua 3 cotogne , sarà fortunata in amore, 
dicono le vecchie donnicciuole , e se è maritata non quistionerà 
col marito. Nella Podlachia, in Polonia, le ragazze hanno una 
consimile superstizione. Piantano 3 cavoli sulle pietre e senza ra- 
dici , e se entro 3 giorni i cavoli sono ancor vivi , ne traggono 
buon augurio di matrimonio. 



Il dauco , carota che nasce abbondantemente nei campi e 
nei prati a Carpeneto è detta bastnagia cioè pastinaca; viene man- 
giata la radice dai bambini. 

La datura stramonio è oramai erba comune da noi. 

Il popolo da noi crede che piantandosene in un orto ai 4 
lati, le talpe che né roderebbero le radici verrebbero a morire, o se 
ne anderebbero dal sito, e perciò chiama la datura, erba tarpis$ra 
o delle talpe. Anche le croci nelle vigne si piantano ai 4 lati, o 
si dispongono in modo da formare una croce. 



U lAo , ossia T ebolo , pianta comune , è la medicina delle 
comari; le sue radici sono emmenanoghe, son contro i reumi, i 
fiori bianchi , le indigestioni. La decozione delle foglie con un 
un po' di zucchero uccide le mosche, e gli animali bagnati con 
essa non sono molestati dai tafani. I contadini fanno una specie 
di tenda dei rami verdi di questa pianta e la pongono davanti 
alle finestre delle stalle , e credono che mangiando le bacche 
di questa pianta non si possano ubbriacare. Il Durante paga il 
tributo alla superstizione dei suoi tempi dicendo che la radice 
conferisce ai morsi delle vipere e sedendo nella sua decozione 
si mollificano le durezze della milza. 

sArcbivio per le tradizioni popolari — Voi. JV, 23 



174 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

L' elleboro (dragun-nba a Carpeneto) , erba detta ridata in 
Calabria, ardile nel Friuli, è la medicina degli uomini. 

L' elleboro da noi adoperato è il nero ; del bianco non si 
tiene conto. Colta colle radici e messa a seccare, dicono che que- 
st' erba ridiventa verde e fiorisce nella notte di Natale, e porta la 
fortuna a chi la tiene indosso. Nella veterinaria è ancora larga- 
mente usata. Nei mazzolini amorosi è simbolo di amore ritor- 
nato. Le vecchie ne pongono le radici in un pomo e fattolo cuo- 
cere, purgano le loro clienti, facendo loro mangiare fette di questo 
pomo benedetto od incantato. Il volgo in generale teme questa 
pianta vedendola nascere in luoghi ombrosi e freschi, con un 
fogliame scuro e poco simpatico. L' elleboro ha fama antica di 
rimedio contro la pazzia, e quello dell'isola di Anticira, come dice 
Orazio, era più d' ogni altro efficace a questo proposito. I Greci 
antichi raccoglievano 1' elleboro con cerimenie magiche. Lo cir- 
condavano prima col coltello e chi lo tagliava guardava a le- 
vante e pregava che gli fosse lecito di volontà degli Dei di fare 
ciò; osservava il volo dell'acquila, e temeva morte vicina se l'uc- 
cello di Giove se gli accostava. Questa superstizione era anco ra 
viva ai tempi del Durante, che dice a questo proposito: Chi vuole 
cavare gli ellebori è bene che si prepari prima mangiando dell'a- 
glio e bevendo del vino perchè cosi li cava sicuramente. Biso- 
gna cavarli presto, perchè il loro vapore aggrava la testa. E 
dice parimenti del Paaras, pianta indiana, che non si può cavare 
se non per mezzo di un cane, il quale legato colla coda alla 
pianta, la svelle, e svelta che è, nessun danno soffre chi la porta 
indosso, mentre toccando le radici della pianta viva, sarebbe morto. 

L' equiseto , detto a Carpeneto siunéla , e coda di cavallo al- 
trove, ha secondo il popolo molte virtù medicinali; è indispensa- 
bile a pulire i vasi di rame al tempo della Pasqua , quasi come 
un'erba necessaria insieme alla vetrica oparietaria per quel lavoro. 
Si adopera a fermare la dissenteria, si odora per fermare il san- 
gue dal naso f . 

1 Però non stagna il sangue , se con i suoi gambi non si fa una croce 
sulla testa del paziente, e senza che egli se ne accorga; se no, guai, il sangue 
continuerebbe a venire. 



Botanica k>i>olare di carpeketo Ì75 

L'eringio a Carpendo basapreve è creduto dalle donnicciuoie 
come contravveleno ai vermi ed alle malie, e lo danno tenero 
in insalata con Y agrimonia od eupatorio detto da noi erba di 
verni. Mangiato tenero Y eringio ha sapore e virtù di asparago. 
Durante dice che portato addosso « risolve le scrofole , estrae 
dal corpo spine e bronconi, e fa gli uomini graziosi ed umani ». 



Della fava già dissi altrove che è pianta mortuaria. 

Durante pure crede ciò e aggiunge che le fave fanno grosso 
ingegno e producono sogni turbolenti. A Carpeneto ad uno di 
grosso ingegno, che parla male, si dice che « ha mangiato ed ha 
la bocca piena di fave ». I gambi di fave e di ceci sono bruciati 
di preferenza nei falò o fuochi sacri. Tre fave, dicono le buone 
comari, bisogna tenere in mano quando si colgono le felci nella 
notte di S. Giovanni. Dalla fava trae nome un giuoco popolare, 
e di fave bianche e nere servironsi gli antichi nei loro giudizi. 
Un proverbio nostro dice 

Quandi i fiurissu ir fave 
I sorto fora j aive. 

cioè le api dall' alveare. Plinio dice che se si chiude un rospo 
entro un vaso di terra , e girato con esso intorno al campo si 
sotterra, né uccelli, né vermi, né ruggine potranno nuocere alle 
fave. 

I Sacerdoti Diali avevano per eccesso grandissimo il toccare 
ed il nominare la fava. Pausania dice che gli Arcadi , popoli 
che in Grecia non si mescolarono con altri e tennero sempre 
le antiche costumanze, tennero la fava per impura ed immonda. 
Forse perchè, dice Luciano, « si viridem fabam e folliculo exuas, 
apparet virilibus genitalibus similem ». E ciò spiega il nome che 
il volgo toscano dà al membro virile; quindi Pitagora dicendo 
a fabis abstineio y volle indicare che si fuggissero i piaceri di Ve- 
nere. Apollonio nel libro delle istorie mirabili dice che la fava 
isterilisce le piante e le galline, se molte ne mangino. Gli Ateniesi 



I76 A&CHlVlO PER LE TRADIZIONI POPOLA*! 

ai 15 novembre cuocevano in una gran pentola legumi diversi 
dice il Tassoni, sacrificandoli a Dionisio ed a Mercurio infernale 
per P anime dei morti. Gli antichi a scongiurare le anime dei 
morti se ne servivano, « come pur anco oggi alcune di queste sciocche 
spigolistre nelle fattucchierie loro costumano di fare ». Vedi il libro 
Varietà di pensieri di A. Tassoni. 

Le felci il volgo crede che non abbiano seme e perciò siano 
atte a fare sterili le donne. Nei mazzetti amorosi significano ste- 
rilità ed abbandono. Negli statuti di Carpeneto dell'anno 1456 
da me pubblicati una rubrica dice: « Statutum est quod aliqua per- 
« sona non fodiat, neque fodi faciat in vinea alicujus filicem. Et 
« si contrafecerit sit in banno prò qualibet persona et qualibet vice, 
« solidorum V et totidem prò menda ». Perchè questo rispetto esa- 
gerato per la felce ? Non è certo per interesse delP agricoltura, 
perchè Columella dice: « Licet filicem sine iniuria vicini, imo etiara 
cum officio decidere». Virgilio dice pure nella Georgica libro 2° 
vers. 189 : 

Et filicem curvìs invisam pascit aratris 

Io credo pertanto che lo statuto Carpenetese vietasse lo sra- 
dicare felci perchè non servissero per le malie. Oggidì si appicca 
al palco o solaio la felce perchè vi si attacchino le mosche e 
muoiano, e si pone sui panieri e sulle corbe d'uva che si porta 
a vendere. Le radici di felce cotte sono date ai bambini molestati 
dai vermi, ma la felce come si disse deve essere raccolta la notte 
di S. Giovanni. Il volgo crede altresì che il felce cacci le serpi, 
i reumatismi, le malie. Il Durante raccoglie anch' egli qualcuna 
delle ubbie dei suoi tempi : « Trita la radice , con sugna di 
corpo , giova alle ferite di saette di canna. Imperocché tra la 
canna e la felce evvi non piccola inimicizia, perisce la felce cir- 
condata da canne e muoiono le canne cinte intorno dalla felce. 
Il volgo crede che il seme della felce non si possa cogliere se 
non la notte di San Giovanni con alcuni incanti, con i quali vo- 
gliono che si caccino i diavoli che gli fanno la guardia. Ma que- 
ste superstizioni non hanno credito presso gli uomini giudiziosi. 
La radice del felce maschio tira fuori le saette di canna fitte 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO tJJ 

cella carne. Mangiate le radici di felce femmina dalle donne le 
fanno diventare sterili e fanno sconciare le gravide che vi pas- 
sano sopra ». 

U fico è l'albero maledetto da Dio, secondo la credenza po- 
polare monferrina ; chi si fa male cadendo da un fico o morrà 
o guarirà difficilmente, perchè è l'albero a cui si appiccò Giuda, 
benché altri creda che sia il carrubbo. È 1' emblema della debo- 
lezza; il suo legno è pressoché inutile a qualsiasi lavoro e brucia 
anche male con molto turno. 

Figuri, a Carpeneto vaie poltrone e infingardo, e lo dicono 
per disprezzo ai Genovesi benché siano tutt' altro che tali. Il 
Del Rio nelle sue Disquisitiones magicarum accenna alla credenza 
viva ai suoi giorni che un toro furioso si ammansava se veniva 
legato ad un albero di fichi, e si mollificavano le carni e le sel- 
vaggine morte se venivano appese ad un fico. 

Anche il Durante paga' il tributo alla superstizione popolare 
dicendo: I cucchiari fatti di legno di fico adoperati a rimestare 
la carne la fanno cuocere più presto, e appiccata al legno di fico 
la frolla subito, perché dall'albero esce un acuto ed incisivo va- 
pore che fa quest'effettto. Ligato al fico un toro feroce , subito 
si umilia. L' arbore del fico è riguardato dalle saette come Tal- 
loro. Questa superstizione era anche in Portogallo nel 1534, perchè 
una pastorale del vescovo di Evora proibisce di tagliare fichi 
selvaggi per fare incanti, o di porre un ramo di quercia tagliato 
con coltello sopra le soglie di una casa. A Carpeneto nel fare i 
pavimenti di gesso battuto, detti battim, si adoperano le foglie di 
fico per fiorirli. Credono anche che la carne conservata in foglie 
di fico si conservi di più, e che se il fico avrà molti frutti im- 
maturi nel tardo autunno, l'inverno sarà lungo, ed i raccolti del- 
l'anno venturo saranno scarsi *. 



* Un proverbio dice: Quattdi che ir figh u betta u gippun, ti leva u to plis- 
sun. Cioè allor che il fico mette le foglie, tu alleggerisciti di panni. Ciò ricorda 
anche Gesù Cristo : Quando i suoi rami germogliano voi conoscete che la state 
é vicina. S. Marco, XIII. 



17$ ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Credono anche che se le rose e le viole fioriranno natural- 
mente nel tardo autunno, avverrà pestilenza nel 1884; ciò è avve- 
nuto, poiché nel 1883 in Monferrato l'inverno fu asciuttissimo e 
fiorirono le rose e le viole. Nella Botanomanzia degli antichi il 
fico era una delle piante più adoperata, insieme alla verbena, alla 
lunaria, alla salvia, alla tamerige. E forse la pastorale del vescovo 
di Evora colpiva una usanza romana e greca. Perchè presso i 
Greci le statue e gli ornamenti che accompagnavano il culto del 
dio Fallo erano di legno di fico '. Anche i manichei prestavano 
al fico qualche culto. 

Columella dice che il latte di fico fa cascare i peli e i porri, 
e che se alcuno « chinato sotto l'albero strappa supino una ro- 
tella o nodo di fico e non sia veduto da alcuno , e poi leghilo 
in iscarpa , e con cordicella lo appicchi al collo , leva * il male 
delle scrofole ». Che il fico indichi debolezza, lo indica anche il 
modo di dire carpenetese: « Ir gambe i few figbett , si piegavano 
sotto » 2 . 

Il frassino col carpino che ha dato il nome a Carpeneto Mon- 
ferrato, sono oramai quasi scomparsi dal paese, che vede le viti 
prendere dappertutto il posto dei boschi. Pure lungo il fiume 
Orba, e nel Monferrato è ancora tenuto per medicinale e fa parte 
delle medicine purgative. 

Il frassino come la avellana e la canna ha virtù di uccidere 



1 Nelle feste Targhelie gli uomini erano cacciati dalla città dalle donne 
con rami di fico. Celebrata quella festa in onore di Minerva, gli uomini ri- 
tornavano il giorno dopo. In quel giorno Mimnermo poeta elegiaco del 620 
av. Cr. sonava il Cradies nomos, cioè Paria del ramo di fico. 

8 In Monferrato i contadini non possono fare dispetto maggiore ai loro 
nemici che scortecciando loro i fichi. Ciò ricorda anche la Bibbia: Ha diserte 
le mie viti ed ha scortecciati i miei fichi. Ioel, capo 7. 

Nel Vangelo di S. Matteo cap. XVI, 19, è forse la ragione dell'odio po- 
polare contro il fico : leggendo un fico sulla strada andò ad esso, ma non vi 
trovò nulla se non delle foglie. Ed Egli gli disse : Giammai in eterno non nasca 
fruito da te. E subito il fico si seccò. Anche Maometto fa giurare Dio pel fico 
e per Pulivo. 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO 179 

senza fallo i serpenti. Un ramo di frassino era posto dai Romani 
in mano della Vendetta o Dea Nemesi. In Piemonte per dire che 
bisognerebbe mettere uno alla ragione dicesi : Ai vurria un locch 
d* frasso. Il Durante dice che le serpi hanno tale paura di que- 
st'albero da fuggirne persino l'ombra. E ciò passi. Ma fa ridere 
quando dice « mettendosi due sorci in una pignatta alta e met- 
tendo questa sopra il fuoco di frassino , verranno tutti i sorci 
a buttarsi in quel fuoco ! 

La fumaria è l'erba dei contravveleni. La raccolgono le vec- 
chie nei muri antichi e la conservano pel bisogno attribuendole 
molte virtù fra le quali quella di far nascere i capelli. È la purga 
solita dei bambini, contro i vermi e le malie. Toglie anche i 
mali di testa, perchè dicono, essendo Verbu dra firn erba del fumo, 
toglie i fumi , come la frassinella o ginocchietto , toglie i mali 
dal ginocchio, ed il finocchio fa diventare fino l'occhio ! Potenza 
delle parole! 

Il Durante ha pure una lunga enumerazione delle virtù delle 
fumaria o fumo di terra. Il fusaro o pianta delle capre , perchè 
alle capre è nocivo, è adoperato pei suoi frutti detersivi e untuosi 
per farne una pomata, buona per i fanciulli che hanno il lattime. 
La pianta è detta in Botanica Evonimus europeus. 

Il g alito è detto a Carpeneto Erba quajcisa erba che fa qua- 
gliare il latte; mettesi sulle scottature e sulle piaghe. 

Il garofano non ha virtù medicinali pel popolo, ma è il se- 
gno d'amore. I canti monferrini lo ricordano: 

Ir me amure che l'ha nom Cristoffo 
Da ra marin-nha u m'ha manda in garoffo. 
Quel che vi lasciu l'è ir garoffo bianco 
E chi va- via l'è lo vostr* amanto, 
O feve a lo barcun o bel garoffo. 

La genziana volgare detta a Carpeneto crusada cruciata , è 
adoperata contro i vermi e contro il male della matrice o marum 
e le convulsioni degli uomini dette parun. Raccolta nel giorno 
della Santa Croce dicono le donne ha più virtù. Anch'essa fa parte 
dei cuscinetti di erbe virtuose che si pongono sotto i 'guanciali 



l80 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tdei bambini. Il Durante la chiama pettimborsa e mettimborsa, 
perchè, dice « dà tanto guadagno a chi V usa in medicina , che 
riempie le borse». La migliore ha i fiori rossi. 

Il giglio bianco , a Carpeneto lire , lilitm lat. , Urto spagn. , 
lys fr., Lilien ted., è la pianta benedetta. Oramai pochi se ne pian- 
tano nelle vigne, ma una volta dovevano essere più abbondanti. 
Le superstizioni se ne vanno e neppure la Chiesa, che a frenarle 
le faceva in apparenza sue , ora benedice i gigli di S. Antonio. 
Nel Circulus aureus c'è anche la benedizione per questi gigli che, 
portati in processione e benedetti, guadagnavano e chi li portava 
la virtù della castità. « Considerate lilia agri, quomodo crescunt, 
« non laborant neque nent. Dico autem vobis quoniam nec Sa- 
« lomon in omni gloria sua, coopertus est, sicut unus'ex istìs », 
dice l'oremus in proposito, aggiungendo: « Quaerit ergo primum 
« regnum Dei, justus germinabit sicut Lilium ». E si invoca Dio cosi: 
« Tu qui lilia ad odoris suavitatem et depellendas infirmitates 
« umano usti tribuisti, pali virtute decora , repelle, confirma, ut 
« quibuscumunque morbis apposita , seu in domibus locisve po- 
« sita, vel a quovis cum devotione secum portata fuerint lan- 
« guores fugentur , discendant diaboli, contremiscant et recedant 
« pavidi cum suis ministris de habitationibus illis , nec unquam 
« tibi servientes, inquietare praesumant » '. Le cipolle o bulbi dei 
gigli sono ancora messe sui panerecci per farli maturare , sulle 
pancie dei bambini che hanno coliche, e mangiate cotte da chi 
soffre di asma, tagliate e poste sul capo di chi è calvo per far 
rinascere i capelli. Con basilico, origano, ruta, rose e gigli sono, 
od erano fatti i mazzi delle spose dalle vecchie comari. Bianc 
enti in lire, bianco come un giglio, è ancora comune espressione. 
Il mazzo suddetto era tenuto dalle spose sotto il guanciale per 
partorire con più facilità, come il breve a cui accenna il Sacchetti 
in una sua novella. L' acqua di giglio è creduta ancora utile a 
levare le lenticchie e le rughe dalla faccia. Il Durante accenna 
a molte virtù dei diversi gigli bianchi e gialli. 



1 A questa simpatia popolare il giglio può aver dato origine la menzione 
che Gesù Cristo fa di essi. S. Matteo, VI 28-29. 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO l8l 

Il ginepro è 1' albero contrario alle malie esso pure. Le sue 
bacche vengono bruciate nella stanza dove sono ammalati i barn* 
bini, e durante i temporali. Talora si bruciano anche nelle stalle, 
ove sono animali ammalati, e per cacciarne il puzzo, e per pu- 
rificare la stalla da ogni stregheria. Un bastone di ginepro porta 
in viaggio buon augurio. 

La ginestra, o sparto, dà i fiori per la festa del Corpus Do- 
mini ed è pianta benedetta insieme col citiso comune, ambedue 
detti qnestra e ^nestrin. Nei mazzi di fiori è segno d'amore. Nel 
mese di Maggio, nelle località lunghesso il Mino, si ornano le 
finestre ed i balconi dei fiori della ginestra. Era la pianta dei 
Plantageneti d'Inghilterra. 

La decozione di gramigna con quella di radici od occhi di 
canne è comunemente presa nelle malattie della vescica o sem- 
plicemente per purgare. Scherzano i contadini su questo rimedio, 
dicendo che nasce dove essi hanno preso il male, cioè nelle cam- 
pagne. Gramegna dicesi a uomo cattivo e litigioso, perchè la gra- 
migna s'attacca facilmente ad ogni terra. 

Del grano nulla sarebbe a dire come pianta medicinale. 

Un mazzetto di spiche appeso nella camera dicono che porti 
fortuna ; certamente dà buon augurio. Le ragazze sgranano una 
spica e buttano i grani in un piatto pieno d' acqua. Se tutti i 
grani vanno a fondo, esse si sposeranno certamente nel venturo 
anno, se no staranno tanti anni a pigliare marito , quanti grani 
vengono a galla. Nella Russia Rossa le ragazze, dopo che si sono 
bagnate, strappano una manata di paglia dalla capanna dove ve- 
stonsi. Se dentro la manata è una spica di grano, avranno un ricco 
marito, se la spica è senza granelli, l'avranno povero, se non ci 
sarà spica, non V avranno per niente. Esse interrogano anche il 
futuro per mezzo del lino. Recitate 9 paternostri a sedere, 9 in 
piedi e 9 in ginocchio dicono: 

Swiatu Àndreju — Santo Andrea 

la natebé lon seju — Nella tua festa semino lino. 

Dai mene znaty — Fammi ora sapere 

Zkim budu Zberaty — Con chi lo raccoglierò. 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 14 



l82 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Ed il primo giovanotto che esse vedono all'indomani fra i 
loro amici, quello credono che sarà il loro sposo. Un antico uso 
polacco portava che si offrisse al Re un pane della farina del 
del primo grano mietuto nell'anno. 

Quando vi è abbondanza di mandorle i contadini dicono 
che vi sarà pure molto grano. Tagliato che sia il grano e se- 
gate le stoppie e lo strame, a Carpeneto si piantano nei campi 
rami di quercia di pioppo , di salice , colle loro foglie per indi- 
care che là non è permesso pascolare agli animali altrui. Questo 
medesimo uso avevano i Romani e lo dice Catone nel suo libro 
De re rustica. Quando le lucciole cominciano a farsi vedere pei 
campi, dicono che il grano è da mietere. A ciò allude il proverbio: 
Lijrrtta, amsuiretta, cioè luccioletta, falcetta. Le croci di legno messe 
immezzo ai grani , le difendono dalla ruggine. Generalmente si 
incomincia a mietere il giorno di San Pietro; quindi il proverbio: 

San Pèc — Ra cov (il covone) an pèe — 

Il gittone o gettaione, giutun a Carpeneto. agrostema gittago di 
Linneo, si macina col grano. Le donne quando lo raccolgono in 
quantità, lo adoperano nelle loro malattie ed anche a levare le 
macchie della faccia , ed a pulirsi le mani , unito alla farina di 
fave. 

I 

VIpperico detto a Carpeneto pirfuraiura od erba i y San Zuàn 
è creduto dal volgo dotato di grandissime virtù. È difficile che 
l'ipperico si rompa a metà lo stelo, ed i superstiziosi ben si guar- 
dano di ciò fare , perchè rotta 1' erba di S. Giovanni il diavolo 
entrerebbe più facilmente nelle loro case. Quest'erba colle radici 
e tutto, colla scopa e col sale si mette dalle vecchie comari sulle 
soglie delle case, durante la notte di S. Giovanni per tenere lon- 
tane le malie. Questa superstizione esisteva anche ai tempi del 
Durante, perchè egli dice: Scrivono alcuni essere l'ipperico tanto 
in odio ai diavoli, che abbruciandosi e facendosi fomento di esso 
nelle case ove si sentono , subito se ne partono, e però è chia- 
mato erba scacciadiavoli e fuga demoni. Le donnicciole ere- 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO l8$ 

dono che quest'erba abbia qualche virtù amatoria, perchè lo danno 
alle ragazze contrariate in amore, e ne bevono il succo in certe 
malattie femminili. Quanto al fugare i demoni col puzzo, serve 
anche la puzzolentissima assa fetida o stercus diaboli. Il Cellini 
nella sua vita narra di un certo prete, che incantava i diavoli nel 
Colosseo con iafetica ed altre erbe , forse anche con V ipperico. 
Infatti, che cacci i diavoli non è provato, ma che cacci le per- 
sone bruciandosi, chiunque può provare; manda un tanfo che am- 
morba. Al puzzo dello ipperico abbruciato alludeva certamente 
S. Agostino quando dice nel Sermone della festa di S. Giovanni: 
Non si faccia onta al Natale del Precursore di Cristo. Cessino i 
sacrilegi, cessino i profani amori, i giuochi della vanità, cessi tutto 
ciò che è solito farsi piuttosto in onore del demonio che di S. 
Giovanni. leti la città intera ardeva e purgava, giusta antiche fogge 
idolatriche di fetidi giuochi, l'aere era tutto di fumo ottenebrato. 



Il Lapazio a Carpeneto detto %p lapasa, Hippolapatbum in 
latino e rombice selvatico e lapazio in it., è adoperato per la sua 
radice amara e purgante, e per le sue foglie refrigeranti, messe sulla 
tenera carne dopo levato il vescicante. Adoprano il succo di la- 
pazio anche nelle malattie degli orecchi, specialmente quando ci 
è marcia o pus. 

Il latiri o catapulta, a Carpeneto detto Rugna y è conosciuto 
dal volgo per le sue proprietà caustiche e drastiche, in modo 
tale che ei teme di toccarlo. Il bruco del papilio macaone si ferma 
quasi sempre su questa euforbiacea e dicono che toccato o te- 
nuto in mano irrita la pelle come un piccolo vescicante, perciò 
il volgo sputa quando vede questo e gli altri bruchi, quasi a to- 
gliere il malocchio o l'incanto. I fanciulli dicono che il latte di 
questa pianta e non altro, fa venire l'iride, od arcobaleno, sopra 
un filo d'erba, ripiegato in circolo, non più grande di un soldo, 
bagnato con saliva, come infatti avviene. Il latte coagola e for- 
tifica la saliva , poscia esposta al sole , la dipinge di bei colori. 
Le vecchie medichesse , che oramai fanno le loro ultime prove. 



184 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

danno dai due ai tre granelli o frutti del latiri ai loro ammalati, 
che ne vengono purgati per disopra e per disotto. Nel secolo XVII 
quando si aveva da purgare i poveri torturandi si dava loro la 
catapuzza o latiri, la quale purgando e per di sopra e per di sotto, 
toglieva certo ogni pretesa malia che i giudici [credessero esi- 
stente nel corpo dell' inquisito. Il nome di rogna fu dato alla 
pianta della sua virtù a cacciare la malattia della rogna. I fran- 
cesi la chiamano epurge ed i tedeschi spring kraut Kòrner , dalle 
sue drastiche virtù medicinali. Il popolo teme qucst' erba perchè 
non la vede mangiata dagli animali. I porri, le verruche, tagliati 
e poscia toccati col sugo del latiri guariscono. 

Come il latiri è pianta maledetta e conosciuta fino dai bambini, 
cosi il lauro è la benedetta per eccellenza , insieme all' ulivo. Il 
volgo ignora che la fama del lauro è assicurata fin da quando 
Apollo cangiò in essa la sua amata Dafni , ignora pure che è 
l'albero della vittoria né conosce il verso: 

Inter victrices hederas tibi serpere lauros. 

Nel lauro da noi il volgo vede una pianta sacra che gli difende 
dalle malie la casa, e se non altro, gli profuma all'occasione le 
salse. Nelle croci benedette che si portano pelle vigne un ramo- 
scello di lauro tiene lontano le folgori e la grandine. Questa su- 
perstizione anche propria dei Greci e dei Romani è ricordata 
dal Parini in quella sua bellissima ode cha comincia: 

Apollo passeggiò 

Ier l'altro per la via 

E il suo lauro mirò 

Appeso per insegna all'osteria. 

Lauro, pino, faggio e bosso sono piante ancora adoperate og- 
gidì per insegna di osteria. A Carpeneto ed altrove nel Monfer- 
rato chiamano buciun una bettola, ed io credo che derivi la pa- 
rola del tedesco buche faggio , perchè un ramo di esso indica 
osteria. Augusto e Tiberio quando tonava inghirlandavano il 
capo di lauro. Anche il Durante paga il tributo alla popolare 
credenza quando scrive: « Del lauro molte cose si dicono. I ful- 
mini lo hanno in tanta venerazione che non lo toccano mai se 
non quando il cielo vuol dar segno di grandissimo male. E tiensi 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO i8j 

per certo che nelle case ove sieno alberi di lauro, o rami di esso 
(come dice anche Plinio) non percuote mai il fulmine. Sette bac- 
che di lauro mangiate dalle donne gravide vicine al parto, fanno 
facile e felicemente partorire. Purga il veleno il corbo ucciso che 
ha il camaleonte, mangiando le frondi del lauro, i colombi sel- 
vatici si purgano colle bacche laurine. Le frondi del lauro, pian" 
tate anche secche nei campi , difendono le messi dalla ruggine , 
tirandola in se stessi ». I poeti greci della scuola beotica tene- 
vano fra le mani un bastone di lauro in segno della dignità loro 
accordata da Apollo. 

Laurento e Loreto hanno avuto dal lauro nome ed augurio. 
I Greci ed i Romani avevano la dafnomanzia, cioè abbruciando 
le frondi del lauro credevano indovinare il futuro. Fausto segno 
èra se abbruciavano crepitando con fragore, infausto se non fa- 
cevano rumore, come ci attesta il poeta Properzio. Parrasio ed 
Esiodo dicono che i sacerdoti di Apollo, pria di vaticinare man- 
giavano foglie di lauro, onde erano detti dafnofagi, e portavano 
rami di lauro , come simbolo della divinazione. Anche le nostre 
contadine che imparano a segnare le storte dicono che prima 
mangino foglie di lauro. Sulla archerà (forse perchè anticamente 
gli archi si tenevano in cucina , luogo caldo , ove non si allen- 
tavano le corde) o schilera cioè scolapiatti a Carpeneto, parecchi 
rami di lauro fanno mostra di sé anche nelle case dei più miseri 
contadini, tanto per ornamento, quanto per buon augurio 

Anche il Lupino è conosciuto a Carpeneto e altrove come 
erba medicinale. Da noi è detto alvin. I contadini ne adoperano 
il decotto per lavare e sanare le piaghe cancrenose, le macchie 
della faccia, le ulceri, tanto per gli uomini, come per le bestie. 
In piccola quantità il decotto viene dato alle madri, ai bambini 
che soffrono di vermi , o che si credono affaturati. Quando un 
ragazzo è molto inquieto si dice dalle madri che è un angir mi, 
angelus malus, o demonio, e bisogna deje du decott d'alvin, o fde 
banadì dar preve. La sua virtù purificante all'esterno, è certa: io 
so di guarigioni ottenute da mio padre con acqua di lupini. Man- 
gèc <Fj alvin, è l'ultimo grado di miseria a cui un contadino possa 
giungere. 



l86 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

M 

La malva è utilissima come purgante, risolvente , calmante, 
ma senza che le sia attribuito nulla di 'iiisterioso. Alcuni la man- 
giano cotta come gli spinaci. Da noi è detta ariundde cioè ro- 
tondelle, dalla forma delle foglie. Plinio dice che la malva incita 
a Venere, legando tre radici di essa allato al letto della donna , o 
sparsone il seme per terra. Giobbe ricorda (XXX-4) che i suoi 
nemici coglievano la malva presso gli arboscelli. 

Le mandorle sono generalmente i frutti che si regalano fra 
gli innamorati, come i fiori di esse e quelli del pesco, indicano 
amore. Le mangiano anche quelli che hanno peso sullo stomaco 
o vermi. Le ragazze fanno cuocere le mandole amare e poi con 
quell'acqua si lavano, credendola atta a fare belle carni e colore 
lucente. Durante dice invece che a questo effetto serve assai la 
colla dell'albero. Mandurin è generalmente il nome che si dà alle 
vacche da pelo rossigno, come la scorza delle mandorle. 

Il marrobbio (marrubbe) è pianta che entra nelle medicine 
segrete, come confortante, come allontanatrice di veleni, di vermi, 
di fattucchierie. Fa parte di quel piccolo giardino botanico che 
ogni cascina lontana dall'abitato si crede in dovere di piantare. 
In questo giardino, la salvia, il rosmorino, il marrobio, il prez- 
zemolo , la stachis lanata , da noi detta erba della Madonna , la 
ruta, l'alloro, la menta non devono mancare: anche nella medi- 
cina veterinaria il marrobbio è utile come stomachico e digestivo. 

Dei fiori del melo le ragazze fanno un 1 acqua che manda 
via le macchie della faccia. Anche le mele sono frutti che dan- 
nosi come regalo fra gli innamorati. Di una ragazza grassa dicesi 
che ha il viso ariund cmè in mei \ e che è rossa cmè in bussrin, cioè 
come il frutto del bianco spino, o crategus òxiacantba. Perfino il 
popolo sa che le piante crescono di più dalla parte dove han più 
sole e dice: fin-nha ir meire, i sun pi russe da ra par du su. Pli- 
nio dice che se si raccoglie la radice del melo colla mano sini- 

1 Dalla rotondità del pomo i contadini chiamano i loro buoi « pumin, o 
sitrum, (cedro); gli altri nomi sono per lo più : Galant, Russ, Rabatin , Gris, 
Mor, Valent, Pavun. 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO 187 

stra, e chi ciò fa, dica perchè o per chi raccoglie; fatta bollire 
la radice in acqua, questa sanerà la calvizie. 

La radice di melogranato è ancora oggidì adoperata come 
vermifugo , il fiore ed il frutto sono segni d' amore , benché la 
pianta sia rara: 

O fijulin-nha da li occhi neiri, 

Sei ra surela dir pumin granati], 

dice uno strambotto carpenetese. I fiori si adoperano contro il 
male d'occhi , fancendoli bollire in vino bianco. Il Durante ri- 
corda egli pure questa virtù: « Chi mangia tre fiori di melogra- 
nato per piccoli che siano , per tutto quell' anno non sente ma- 
lattie di occhi. » Plinio va più in là. « Il fiore del melogranato, 
egli dice, bisogna che sia colto da un uomo scinto da ogni le- 
game eli vesti e di calzari, senza anello; colgasi il fiore coll'indice 
e l'anulare della mano sinistra. Raccolto il fiore chi vuol guarire, 
lo gira intorno gli occhi leggermente toccandosi, poi lo mette in 
bocca, lo inghiottisce senza toccare i denti, e non avrà più male 
d'occhi per quell'anno. » 

La melissa a Carpeneto detta erba limun-nba è adoperata con- 
tro la malinconia, il male della matrice, i vermi dei bambini, il 
dispetto dell'amore contrastato. Più adoperata ancora è la menta, 
erba che deve far parte di ogni mazzetto d'amore. Gli strambotti 
carpenetesi ciò ricordano: 

O fati a lo barcun, pursum (prezzemolo) fiorito, 
Tutto intorniato di menta Romana. 

Nel Vangelo di S. Matteo è detto: (XIII-23) Guai a voi 
Scribi e Farisei ipocriti, perciocché voi decimate la menta, l'a- 
neto, il cornino. 

Anche il mentastro o menta selvatica ha le sue virtù , spe- 
cialmente per cacciare i diavoli o le malie. I bambini dormono 
sogni meno agitati da fantasmi , se si tiene il mentastro presso 
la culla, o se ne stropicciano i vimini; non avranno vermi, o se 
ne anderanno con questo odore. Le contadine si servono del 
mentastro per pulire i giacigli dei bachi da seta, sia per cacciare 
malie, sia a sollecitare coll'acuto odore quei pigri fabbricatori di 
ricchezza. 



l88 ARCHIVIO PER LE IP \DIZlÓtfI POPOLAR t 

La magnesia caustica, il sale inglese, il tamarindo, sono ve- 
nuti a togliere la superiorità purgativa alla mercorella , detta a 
Carpeneto marcurora, ma le vecchie ancora 1' adoprano per pur- 
garsi, pel male di fegato, ecc. E ricordano, sorridendo, che una 
volta si credeva che la mercorella maschio facesse , "bevendone 
il succo, generare maschi, e la femmina femmiue. Durante, Plinio, 
Dellaporta, lo credevano sul serio, come articolo di fede. È cer- 
tamente un purgante, del quale parla anche il proverbio: 

Eua d' marcurora 

Culi' eh' je' drent al spassa fora. 

Stropicciando le foglie della mercorella sulla faccia le ragazze cre- 
dono che se ne vadano le macche e le vitigilini. 

Anche il musco , da noi è detto erba eh* ra nass ans j erto, 
ha la sua virtù emmenagoga e sonnifera. Un po' di vino nel 
quale sia bollito il musco, dato ai bambini, li fa dormire più che 
lo sciroppo di lattuga. 



N 



Le madri si guardano bene di non lasciar dormire i bam- 
bini sotto i noci. Dicono che vi si trovano le streghe, le quali 
con pignattini ungono i loro figli, e li fanno venire pallidi e ra- 
chitici, quindi bisogna fuggire subito. 

Il noce era V albero sacro alle malie per eccellenza , prima 
ancora che la noce di Benevento si acquistasse la fama durata 
per tutto il medioevo. Lo stare sotto il noce a dormire od a 
riposare anche per gli adulti è creduto dannoso e forse non a 
torto. Il volgo crede nemici la quercia e la noce, come la canna 
e la felce. Nel sabato dura la superstizione che sopra i noci va- 
dano a dormire le streghe. E dicono le donnicciuole: « se tu gli 
tiri anche una schioppettata, non muojono, ma ti dicono: ascdpa y 
rifa il colpo. Se tu hai coraggio e dai loro contro un altro colpo, 
di streghe ridiventano donne, se no, vattene che ti uccidono. » 

Quando tornano a casa dalla chiesa gli sposi a Carpeneto 
buttano alla folla noci, e confetti. Quest'uso è ereditato dai Ro- 
mani, presso i quali lo spargimento di noci e frutta che facevano 



BOTANICA POPOLARE DI CARPEKBTO . 189 

gli sposi, indicava che smettevano d'essere ragazzi per diventare 
persone serie. Quest'uso, come molti altri, si va perdendo. Noci e 
formaggio venivano fatte mangiare a chi si sospettava autore di un 
furto nei medioevo. Era una specie di giudizio di Dio, al quale fu 
sottoposto anche Calandrino, come dice una Novella del Boccaccio. 
Tan e nus, mangèe da spus, dice un proverbio, ma per quelli che 
non sono sposi, nus e pan, mangèe da can y dice un altro. Dicono 
i contadini che l'anno sarà abbondante se i gattini od amenti della 
noce saranno numerosi. Sui confini di Cremolino verso Carpe- 
neto una noce tardiva mette gli amenti e le foglie verso il 24 
giugno. Il volgo dice che quella è la noce di S. Giovanni e che 
le streghe vi si annidano; molti credenzoni non osano andare di 
notte sotto a quel noce temendo le malie. Un ultimo proverbio 
intorno alla noce dice: Pi tim dai, pi a t na dagh, più mi per- 
cuoti, più te ne do, cioè percotendola colle pertiche la pianta dà 
frutti più abbondanti. Plinio a proposito del nooe, cosi dice: « Le 
noci sono compagne dei fescennini nuziali, perchè in tali sacrifizi, 
si spargono le noci. L'albero è consecrato alle nozze, perchè si 
ottiene il frutto della vergine dopo che si sono gettate via le noci.» 

(Continua) G. Ferraro. 



« 4zrZW ggg=f^ 



^Archivio per ft tradizioni popolari — VoL IV. 25 



IL PASTORE 



E LA PASTORIZIA IN ABRUZZO 




egli Abruzzi, l'allevamento del bestiame, secondo che 
è coordinato all'azienda rurale ovvero forma una in- 
dustria a sé, è frazionato e ristretto, casalingo e sta- 
zionario, come nella Svizzera e nell'Olanda; o pure si fa in grande, 
all'aperto, ed è nomade, con forme e consuetudini del tutto pri- 
mitive , come nelle altre regioni meridionali di Europa e nelle 
steppe asiatiche '. Nel primo caso, il pastore è lo stesso agricol- 
tore. A guardare poche pecore e qualche vacca, nelle ore del pa- 
scolo, bastano uno o due ragazzi, un vecchio o chiunque altro 
della famiglia, che a più faticosa occupazione non potesse atten- 
dere. Nell'altro caso, il pastore è un uomo fatto, robusto, indu- 
rato a tutte le intemperie. Pel pastore de' grandi armenti e dei 
numerosi greggi, l'estate non viene mai. Sempre vestito di lana 



1 Vedi Helafione intorno alle condizioni delt Agricoltura italiana nel quin- 
quennio 1870-74. Roma, 1876. 



IL PASTORE £ LA PASTORIZIA IN ABRUZZO I<)I 

o di pelli % ei passa la vita fra gì 9 inverni del piano di Puglia 
e le primavere de' nostri monti, andando e riandando i mono- 
toni fratturi a . 

Il pastore è per lo più ammogliato, ma il suo mestiere ben 
di rado gli concede di ritrovarsi tra le pareti domestiche in mezzo 
a' suoi; da' quali, nelle periodiche peregrinazioni, resta diviso per 
lunghi mesi. La famiglia, la società in cui abitualmente egli vive, 
è quella dell 9 armento o del gregge , guardato da lui e da 9 suoi 
fidi mastini. 

Fra il pastore nomade e V agricoltore non e' è nulla, di co- 
mune, non solamente perchè tra 9 prati di monte e di piano sono 
di mezzo i fratturi, continuazione e tratti di unione fra quelli, ma 
perchè , come si è detto , la grande industria armentizia non è 
coordinata all'agricoltura, e vive e si svolge in un ambiente af- 
fatto proprio. Non è dunque meraviglia se il pastore, questo uomo 
che vive quasi fuori del secolo, molto vicino allo stato di na- 
tura, e che a momenti apparisce nel consorzio civile quasi come 
uno straniero, sia 1' obbietto ora del riso ora del sarcasmo del 
volgo. Do un saggio di codesti frizzi monelleschi. 



Pecurale magna-recòtte, 
Vjìen' a equi se vvù fa' [a] Uòtte. 
]\ che 'na man' e mi che ddu\ 
Pecurale nen gònde cchiù. 



2. 



Pecurale magna-recòtte 
Va 'la cchjlesij e zze 'ngenòcchie 

( e zze schenòcchie) ; 

Ze ju cacce ju cappelline. 

Pecurale che scià bbendìtte (o : mallitte). (Polena) 



1 II corto mantello è chiamato pelliccione: i calzoni, stinconère. 
* Una piccola parte de* nostri animali sverna nell'Agro romano. Vedi An- 
GELONI, %Atti della Giunta per f Inchiesta agraria, voi. XII, pag. 182. 



I?2 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Pecurale chela zèppra 'n ghéure ', 
Jònda frctt' e jjonda vallèune. 
Jo vallàune de sande Matte 
Vatte fa' Aisce chi te té*. (Toletta) 
(Va 'la dijaveT a ttè e echi te tè' [GessopaUna] ). 



Quande lu pecurale va 'la mésse, 
La cchjlese s acredéve 'na bbarracche. 
S' arevòt' a cchele sandarjielle : 
Le sande s' acredé le pasturjielle. 
Lu prèidde che ddecè la mésse, 
3' acredè lu cape massare. 
L'ostie che ttenàve 'm mane, 
S' a creda ve 'na felle di pane. 
E lu càlece, che ce -i- aizzé la mésse, 
S' acredé nu callarjielle de latte (Gtssopalena). 
Quande lu picurare va 'Ila mésse, 
La cchjlese ji paréve 'na pajjare. 
Se vede uomen e ffémmen* a ggiunicchiùne : 
— Che bbèlla morre de pècher' e mmindune ! — 

(S. Eusanio del Sangro) 
S- 

Quande ju pecurale revà 'm Bujje, 
Die -i- a la mamme ca vulé la mojje. 
La mamme ca ze' métte pe' Ila tèrre : 

— Chi tè' la fijja bbèlle da raaretà' ? — 
Chi tè' la fijja bbèlle che la renzèrre, 
Ca va ju scatenate pe' Ila tèrre. 

(Castiglione a Casauria). 
6. 

Quande lu pecurale va 'la Pujje, 
Je die -i- a la mujjére : — Huvjieme l'èjine. — 
♦ La muojje j' arespónne: — N'n gè puozz' aremenl* l 
Ca te prème cchiù ll'èjine eh' a mmi. — 

— E a ttè che ne ste pòzz' aretruvà* ! 

Ca ji' che ll'èine ce caróse la lane — (Gessopalena) 



1 Con la zeppa in culo : espressione bassa per significare il modo di cam- 
minare goffo ed arrembato del pastore. 



IL PASTORE E LA PASTORIZIA IN ABRUZZO I93 

• — Mante mi', n'n gè puos* aremeni' ! 
VA cdnù bbéo* a le pècbere che mmi — 
— Mujjéra mf ne ste pózz' aretruvi'! 
Sènza le pècbere nen ze pò cambi' 

(S. Emsamìo ad Sémgro) 



Qnande hi pecunie va la Pujjc, 
Je <fis$* a ITarceprèìd de : — Havjierae mojjeme. — 

L'arceprèidde la muojje je barerai 

Ne lassi une, n* aretruvètte ddu'. 

Lo mante je (fisse: — Mbé, che sci fitte? 

JT n'n g -i- i jjc stat*, e ttn sci fatte le fij je ? — 

— Magge, catamagg* e mmagge è ttré mmisce ? 
Ggiagne, cataggiogn' e gghigne é ttré mmisce? 
Lojje, catalujj' e Uajjje é ttré mmisce ? 

'Ddàreje lu frate (fiato) ; vt, s* arsunrijj' ? (Gtssopalmà). 

Qnande lo picnrare va 'Ila Pajje, 
Die -t- a la inope : Hnverniteve bbéne. — 
Ce puozza jT, n*n gè puozz' aremeni' 1 
Vuo' cchra bbén* a le pècbere che mmi — 
Doppe tré mmisce la marit' é retnraate, 
E 11' i travate la mójja 'ngravedate. 
La mojja 'ngravedate 1' i retrnvate, 
E ssubbete hi cónde j* i cercate. 
E la mojje le mise jj' i cundate : 

— É mmijf e ccitamajje lu mése de majje ? 
E ècche ca é ttré mmisce, mante me'. 

È ggiugn' e ccataggiugne la mése de ggiagne? 
E havéroe spe misce, mante me'. 
£ Uujf e ccatalajje la mése de lojje? 
E ècche ca é nuove misce, mante me'. — 
— Tu hjie rraggione, mojja mia fidèle ! 
'Mbraccémece, vascémec e wulémece bbéne. — 

(5. Emsmrio ad S**gro). 

8. 
Chi nasce de Frebbare, nen é ffijje de pecurare. Prav. 



194 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

IL 

I pascoli di montagna sono privi di caseggiati. Nella notte, 
i pastori riparano nelle capanne; le pecore, in recinti formati di 
reti. Lo spazio cosi occupato dicesi sta^o. [Onde, slamare = ri- 
posare, stanziare nella notte; e, concimare per via di siffatto riposo 
delle pecore. Staratura, concime dello stango]. 

Tosta è il nome della tenuta erbifera, di circa 50 ettari, ne- 
cessaria pel pascolo di 100 pecore. 

Anito, la superficie in cui pascola una morra. 

DvCorra dicesi la greggia o la mandra affidata ad ijn pastore. 
È formata da 200 a 350 ovini. Ma, fuori V uso pastorale, è si- 
nonimo di branco, genericamente. 

Masserìa, ^Cassarla, nell'Aquilano, significa possessione di be- 
stiame nomade, formata da più morre di pecore o vacche o equini. 

Ogni masserìa ha un capo (massaro), un custode e condottiero 
degli animali da soma (buttero), un custode de' montoni (montonaro), 
un pastore delle pecore lattaje (lattaròlo), un pastore delle pecore che 
non danno latte (sterparòlo), un pastore che fa il cacio (costiere), 
e un ragazzo che coadjuva a* servigi della masseria (buttar acchiò). 

Gli animali pecorini di pochi mesi si chiamano agnelli (itine, 
Hne); di un anno ciavarri; di due anni, prima di allevare, f diate; 
di tre anni, pecore da vita o da corpo o montoni. 

Gli animali vaccini, nel primo anno, si chiamano vitelli; nel 
secondo, ciavarri; nel terzo, giovenchi (jèngbe: pi. jìenghe, jienge, 
f. jènghe); nel quarto, vacche, tori o buoi. 

Gli equini, nel primo anno: mannini o vannini. L'asino sot- 
tanno, staccane. La cavalla di un anno, carósa. Nel secondo e nel 
terzo anno, puledri (pullétre). 

Come oggi (vedi Vocab. dell' uso abr. alla voce Pècura) , in 
antico si dava da' pastori un nome a ciascun animale domestico 
da allievo o da soma. Da alcuni protocolli notarili di Vasto ne 
traggo un saggio. 



IL PASTORE E LA PASTORIZIA IN ABRUZZO I95 

(1598, O. De Cappis). « Lista delle bacche figliate: Joan- 
nella, Brigantina, Scornatela, Inulina (Gentilina), Cannadora, Si- 
gnorella, Rizelata ec. — Lista dei nomi di bacche sterpe: Capriola, 
Pomposa, Monacella, Facciabella, Saltarella, Catalana, Chavalera, 
Sparviera, Laureila, Fiorabella, Bellafatta. — Lista di gienci (sic.) 
— Tauri sopranni, n. 2 — Ciavarre, n. 11 — Ciavarri, n. io. — 
Nome delle giomente partite (divise): Lucretia, Joannella, Faorita 
con lerede (sic. Tose, redo), Giannetta, Angelella, Carosa, Laura, 
con lerede (sic), Speranza, Popa, Giulia. — Lista delli bovi: Car- 
dinale, Paone, Palombo, Melaragno, Sparviero, Abrile, Garofano, 
Occhionegro ». 

(1632, P. De Grandis). Tre bovi, uno nominato Sparviero, 
de pilo bianco, un altro nominato Monte d'oro, de pilo cervuno. 
L'altro nominato Plandardo anco de pilo cervuno ». 

(1663, P. Stanziani). Nota di tutte le vacche sterpe, figliate, 
annecchie, sopra Tanno. Figliate: Vittoria, Fior di vite, Cornelia, 
Riposata, Catinella, Falconerà, Carrafella, Sabella, Napolitana. — 
Sterpe grosse: Cornobello, Portagioja, Armellina, Zencarella, Bel- 
lacima, Palommella, Marinella, Primavera, Capocchiosa, Triumfella, 
Casandra, Chiarabella, Montagnola, Malandrina, Bellazita. — Sopra 
Tanno : Pellastrella , Signorella, Romanella , Lacrimosa , Impera- 
trice, Graziosa, Passaggera, Bellabona, Galantina ». 

Viceta, in Casali e in altri comuni con acque fluviali e spazi 
addetti a pascolo pubblico, è il nome di una specie di contratto 
verbale con cui un individuo prende l'incarico di menare al pa- 
scolo i majali, dalla primavera all' autunno , pel corrispettivo di 
una certa quantità di grano, che ciascuna famiglia paga in pro- 
porzione dei capi che manda a pascolare. Il porcajo, ogni mat- 
tina, movendo dalla sua casi, raduna via via a suon di corno i 
majali, e, formato il branco, li mena fuori. Verso sera, il gregge 
è ricondotto nel paese. Appena vicino all'abitato, ciascun majale, 
di corsa , e spesso per scorciatoie, prende la via della propria 
stalla, dove trova pronto il beverone. 

In Castiglione a Casauria, dicono Tlèceta; e questo è anche 



I?6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

il nome di una contrada in quel comune , sulla Pescara , a si- 
nistra. 

Nelle opere inedite di O. Bocache, voi. II, pag. 309, con- 
servate nella Biblioteca del Ginnasio comunale di Lanciano , è 
riferito un passo delle Leggi municipali della città di Lanciano 
(1458), in cui si legge: « . . . . dovendosi tenere le capre a 

vecita ...... 

In Montenerodomo, nel giorno di S. Martino, si riuniscono 
in un prato vicino al comune i proprietarj allevatori di majali, e 
messi in giro, si fa al tocco. Quello a cui va in sorte (che esce 
a Ut tocche) ha il corno (vbrnia) y e sarà nel nuovo anno il pastore 
al quale, per ogni porco , ciascuna famiglia paga un magato di 
grano. 

La etimologia di Vècda, nome più in uso in Abruzzo, pare 
che sia da cercare in Tlécela del volgare castiglionese, da Piaci- 
tuSy (Cfr. Blasius lat.; Brèscie, volg. abr., a = e = " a' i "). 

Come il nome della cosa è più conservato nel volgare di 
Castiglione, la cosa istessa è conservata neirusanza di Montene- 
rodomo. 

G. FlNAMORE. 



3M3s 



TRE CONTI 
RACCOLTI IN PIANO DI SORRENTO 






'O cunto de duje cumpare. 

ce stevano, 'na vota, duje cumpare: enesciuno 'e chille 
era accasato '. 'Nu juorno facettono 'o patto tutt 'e duje 
'e se 'nzurà' co' patto che si scevano gravide 'e mu- 
gliere; e, se una faceva 'nu masculo e 'n'ata 'na fem- 
mena, se doveva fa' 'nu matremonio, pe' nu' fa' asci' 'o grasso 
à fora à pegnata. Isse se 'nzurarono, 'e mugliere ascettero gravide, 
e nascette 'nu masculo e 'na femmena. Se crescevano tutte duje, 
bella 'a ragazza e bello 'o peccerillo. Se facettero chiù granne- 
cielle, e se mettetero a fa' Pammore , e sapevano, che 'e patre 
loro avevano, già, fatto chisto patto. 

Quanno 'a peccerella fuje donna 'e marito, l'ascette 'nu se- 
gnore furastiere % che la vuleva. Avette 'a notizia che nc'era chisto 
patto e decette: « Si isso è ommo 'e le mantenè' 'na carrozza, i' nce 
ne pozzo mantenè' doje; si isso 'a serva, i' serva e cammariera ». 
'E femmene, che pe' denare fanno tutto, chesta lass' 'o figlio 
d"o cumpare e apponta cu' 'stu signore. 'E patre restaieno afflitte, 



1 Cbi non è celibe si suol dire: s quietato, nel vernacolo partenopeo. — * Costui doveva essere amico 
del noto proverbio: Femmine e buoi dei paesi tuoi. 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 26 



198 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

pecche s'era guastato 'stu matremonio. 'O giovenotto saputo, ch'era 
stato lassato decette co' patre : « Dateme 'a benedizione ; e 'na 
somma' 'e denare, ca me ne voglio 1 'a cammina' 'o munno ! » 
'O patre n' avette dispiacere, pecche aveva sulo 'stu figlio : ma 
nu' .nce fu manera; e isso se ne vulette i' '. Arrivato ó primmo 
paese , e cammenanno pe' 'a via , v se truvaje dinto a 'nu vico 
d'arefice; e uno 'e chiste into a 'nu magazzino, teneva 'n aniello 
cu' 'nu camello 'ncoppa. 'O giovane dimannaje, quanto ne vuleva: e 
chillé respunnette: Seciento ducute. Isso s' 'accattaje, e sé F astepaje. 
Jette po' à 'n ato paese; e dinto da 'nu refice, truvaje 'n ato 
aniello cu' 'n ato cagnolino 'ncoppa, e se Faccattaje pe' dudece- 
mila ducate. A 'n ato paese se n'accataje 'nu terzo pe' diciottomila 
ducate ; e quanno se F aveva accattate tutte treje, se ne turnaje 
verso 'o paese sujo; ma 'mece 'ei' àcasa, se ne jette a parla' c"o guar- 
diano 'e 'nu cummento; e le decette, che aveva fatto 'o vuto 
d'essere 'nu mese monaco cercante. 'O guardiano fu contento, 
lette 'o primmo juorno p' 'a cerca: e purtaje ttutt' 'o bene 'e Dio 
ó monistero. Acccussl faceva ogne ghiurno , pecche isso accat- 
tava 'a robba : e po' cagnava cinche o se' pezze 'e tre grane e 
prubbeche e le purtare ó munistero. Decette 'na vota a ó guar- 
diano. « Si quacche sera me coglie notte e i' nu' me ritiro, nu* 
« state penziero ». E 'o guardiano : « Va buono ! » Jette pe' 'a 
cerca 'a casa d' 'a nammurata : e s'era tanto accussi mutato che 
essa n' 'o puteva cunoscere. Chiuveva forte; e isso decette, chia- 
gnenno ó patre d'esse : « Chiove 'a langella. Me vulite fa' sta' ca 
« 'stasera ? » Isso recette: Sinel e le dette 'na bella stanza e 'nu 
bello pranzo. Tramente steva int' 'a stanza : e 'a serva F appa- 
recchiava 'a tavola, isso se mettette 'n aniello ó rito e steva cu' 'e 
mane appojate 'ncoppa à tavula. 'A serva se n'accurgette e cur- 
rette addo 'a signorina, « Si vedisseve che bello aniello tene zi' mo- 
« naco ! Vuje tenite tante cose belle; ma uno comrae 'e chisto nu* 
« lu tenite! » E essa: « Dimandece, se s' 'o vo' vennere ». lette 'a 
serva e nce 'o dimannaje: e isso rispunnette: « Dono e nu' venno ! » 
— « E che buò essere dunato ? » — « Le voglio dà' 'nu bacio 'ncoppa 



* I confronti in questo punto tono copiosi. 



TRE CONTI RACCOLTI IN PIANO DI SORRENTO I99 

ó pede deitto ». 'A signurina apprimma se faceva 'a cuntenere; ma, 
po' 'a serva, 'a facette cundiscendere. Nce rette 'o vaso 'ncoppa 
ó pere deitto; e avette chillo bello aniello. 

Facette passa* poche ate juorne; e 'o monaco, 'na sera che fa- 
ceva comme chesta, cattivo tiempo, capetaje, n' ata vorta, 'nchella 
casa. Se mettete ó rito aniello 'e dudecemila ducate : e facette 
comme aveva fatto primma. 'A serva se n'accurgette e *o decette 
& signurina ; e chesta : — « Dimannece, si 'o vó cagna 1 cu* chil- 
« l'auto ». Essa nce 'o dicette ó monaco, e isso : — «T rono; e 
« nu* faccio cagno !» — « E che bulite per runarlo ?» — « Nce 
« vurrie dà* 'nu vaso 'ncoppa à 'nu renucchio ». Essa lo dicette 
à signurina; e chesta, primma facette 'a contegnosa; ma, po', se 
facette rà' 'o vaso 'ncoppa ó renucchio: e avette aniello. 

Doppo quinnece aute juorne, facette 'a stessa funzione; e se 
mettette 'n ato aniello, che costava deciotto mila ducate. 'A serva 
chiù maravigliata recette tutto à signurina, e se facette 'a stessa 
storia; e isso : — « I' dono e nu' venno. » — E che vuò pe' du- 
« narlo ? » -r- « Ne' e aggio à dà' 'nu vaso chiù 'ncoppa d' 'o re- 
<r nucchio ». Essa, primmo, decette no; ma, po', 'a serva tanto fa- 
cette, che le facette ricere sì. Accussl facettero : e isso 'a vasaje; 
e po' nce pulezzaje e' 'o fazzuletto; e se Tastipaje... 'A marina se 
ne jette. 

Fenette 'o vuto; se vestette à borchese: e se ne jette à casa 
soja. Venette 'o juorno opportuno: e se facettero 'e festini, pec- 
che essa se dovea sposa' a chillo tale. 'O cumpare 'mitaje 1' ato 
compare a 'e festini; e 'o figlio nce vulette i' pure isso. Accussl 
fu fatto; e tramente se Steve ó festino, 'o sposo addimannaje: 
— « Vuje eh' avite girato tutt' 'o munno, deciteme 'nu poco, che 
a profitto avite fatto ? ». — « Ebbene, v' 'o dico. Facietti 'nu primmo 
« viaggio e m'accattaje 'nu cagnuolino; e spennette seicento duca- 
« te ». — « E che profitto avite fatto cu' chisto camello ?» — « 'O 
« sapite appriesso ». E quanno verette 'a sposa e' 'o chiù bello brac- 
ciale co' 'o cagnulino, isse decette: « Cu chiste camello aggio pi- 
« gliato 'sta bella lepre; e jatevinne che chesta figliola è mia e 
<* nce simme prummise à quanno eravano peccerille. Isso verette 



200 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

eh' aveva ragione; e nce la lassiaje ; e se spusarono e vevettero 
felici e cuntienti. 

Riguardo alla fanciulla , che rinunzia a' primi amori, per un marito più 
ricco, cfr. nel Satirico di Petronio Arbitro, la novella della Matrona di Efeso; 
che forma la LVI del c H J ovellino: la seconda della I* parte delle Giornate del 
TSrembo del P. Cosimo Galeazzo-Scotti. Riscontrala, pure, negli Ecatomiti di 
Lorenzo Astemio; nelle Novelle amorose degli Accad. Incogniti di Cremona per 
opera di Alessio Campeggi, ecc. E ad essa alluse, anche, il Voltaire nel suo 
Zadig. Per le altre parti, neppure mancano i riscontri. 

IL 

'O cunto d* 'a vecchiarella. 

Ne' era, 'na vota , 'na vecchia , che scupava 'na chiesieila e 
truvaje 'nu treccalluccio.— « Si me n'accatto pane, careno 'e mul- 
« lidie 'nterra ; si me n'accatto nucelle , vanne 'e scorze 'nterra 
« e s'allorda 'a chiesa; si me n'accatto castagne, pure , vanno 'e 
« scorze 'nterra e s'allorda 'a chiesa... rao' me n'accatto janco e 
« russo e m' 'o metto 'nfaccia ó musso ». 

Accussl facette; e po' s'affacciaje à coppa à fenestrella. Pas- 
saje 'nu vojo : « Voje, voje, lasseme sentere , che voce tiene ». 
— « Ohooo ! ohooo ! ! » — « Vattenne, che me faje piglia' paura, " 
a stanotte ». 

Passaje 'nu ciuccio : « Ciuccio , ciuccio asseme sentere : che 
« voce tiene? » — « Ao, ao, ao ! » — « Vattenne, vattenne ! me faje 
« piglia' paura, stanotte ». 

Passaje 'nu cane : — « Cane, cane, famme sentere che voce 
<c tiene ». — « Bu, bu ! ». — « Vattenne, vattenne, che me faje piglia* 
« paura, stanotte ». 

Passaje 'na gatta: — « Gatta, gatta ! Famme sentere che voce 
« tiene ». — « Miao !miaò! » — « Vattenne, vattenne, che me faje pi- 
« glia' paura, stanotte ». 

Passaje 'nu surecillo: — «Sorece, sorece, famme sentere che 
« voce tiene ». — « Zi! zi! » — « Viene, saglie, viene, saghe »; e sa- 
gliette 'o surecillo,— 



TRE CONTI RACCOLTI IN PIANO DI SORRENTO 201 

« Cumpà sorece , i* vaco à messa: statte attiento ó pignato 
« che sta 'ncoppa ó fuoco ». Aprette 'a porta 'a vecchia e se ne 
jette à messa. Cumpà sorece sentette addore d' 'o pigliato; jette 
a vede'; se tagliaje 'na bella fella 'e pane e 'a jette a 'nfonnere 
into ó pignato. Verette che le piaceva e se ne tagliaje n'ata fella. 
lette pe' 'nfonnere, e nce carette à dinto e nce murene 'o sure- 
cillo. Vene 'a cummara d* 'a messa e tuzzulaje 'a porta: 'Ntlì! 'ntlì! 
'O sorece era muorto e nu' senteva. Scassa 'a porta e trase rimo: 
« Cumpà sorece mio, cumpà sorece mio ! » e nun 'o truvaje. lette 
a vere' into ó pignato, e 'o truvaje tiseco tiseco. Pigliaje 'a cum- 
mara facette 'na bella castellando e se mettette a chiagnere : 
a Cumpà sorece, cumpà sorece, cumme è stato, cumme è stato ? » 

Se n'addunaje 'a porta e decette: « Cummà, tu pecche chiagne ?» 
— « È muorto cumpà surece , e i' che so' .'a cummara voglio 
« chiagnere !» — « Neh ! e i' che so' 'a porta voglio sbattere ». 
Accomenzaje « Bo ! bo ! » e sbatteva... 

Se n' addunaje 'a gradiata: — « Porta, pecche sbatte? » — « È 
« muorto cumpà sorece; 'a cummara chiagne; e i' che so 'a porta 
« voglio sbattere ». — « E i' che so' grariata voglio sagliere e scen- 
« nere ». E saglieva e scenneva, e saglieva e scenneva. 

Abbascio ó palazzo nce steva 'nu pere 'e fiche: — « Neh ! 
« grariata, pecche saglie e scinne ? » — « È muorto cumpà sorece; 
« 'a cummara chiagne; 'a porta sbatte e i', che so' grariata vo- 
ce glio sagliere e scennere ». — « E i' che so* pere 'e fiche rao' me 
« voglio sfronnà' tutto quanto ». 

Va 'n auciello a pezzecà' 'e fiche: — « Pere 'e fiche pecche 
« te si' seccato ? » — « È muorto cumpà sorece; 'a cummare chia- 
« gne, 'a porta sbatte, 'a grariata saglie e seenne, e i' che so' 
« pere 'e fiche me so' sfrunnato ». L' auciello decette: « E i* che 
« songo auciello me voglio spenna'; » e se spennaje tutto quanto. 

Se n'addunaje 'a funtana: — « Auciè, pecche te si' spennato ? » 
— « È muorto cumpà sorece: 'a cumare chiagne; 'a porta sbatte, 
« 'a grariata saglie e seenne; 'o pere 'e fiche s'è seccano e i' che 
<c so' auciello me so' spennato ». — « E i' che so' funtana mo' 
« m'assecco ! » 



202 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Va 'a vajassella l a regncre 'e lancelle d'acqua: — « Funtana, 
« pecche te si* seccata ?» — «E muorto cumpà sorece; 'a cum- 
« mara chiagne ; 'a porta sbatte ; 'a granata saglie e seenne ; 'o 
a pere 'e fiche s'è seccato; l'auciello s'è spennato; e i' che so' stata 
« fontana m'aggio voluto secca* ». — « E i' che so' vajassella mo' 
a rompo 'a lancella ! » 

lette à casa 'a vajassella, addò 'a signora: — « Pecche he rotta 
« 'e lancelle? » — « È muorto 'o sorece ec. ec... e i' che so' va- 
« jassella aggio voluto rompere 'e l'ancelle » — « E i' che so' si- 
« gnora voglio mena* 'a farina pe* ncoppa *ó barcone ». Pegliaje 
'e sacche 'e farina e 'e menaje pe' ncoppa 'ó barcone. Venette 'ó 
marito e truvaje eh' 'e mugliera jettava tutta chella farina fora ó 
barcone: « Che è stato ?- « È muorto ec. ec. e i' che so' signora 
a meno a' farina pe' fora ó barcone ». — « E 1 che so' signore te 
« vatto e' 'o turceture: Teretango ! Teretango ! » — 

Cfr. Nerucci, Cittcelle da 'Bambini ecc. (Pistoia, Tip. Rossetti, i88i)n. Vili, 
Velino. 

Mi diceva la raccontatrice, parlando di questo conto, è di quelli « contati 
a *e creature, pe* farle sta' quiete ». Cfr. pure Giambattista Basile, anno I, N. XI. 
'O cunto d* *a Vecchiarella; Imbriani, il dodicesimo dei Conti pomiglianesi, dove 
è riportata anche una variante raccolta in BagnolMrpino ; Pitré, Fiabe, c H J o- 
vtlle ec. Voi. Ili, n. CXXXIV. Vi sono riferite in nota altre varianti, e si ri- 
manda, anche alla leggenda II, negli Studi sui dialetti greci di Terra £ Otranto 
del Morosi, ai Cuentos populares catalans del Màspons y Labrós , ecc. Vedi, 
pure, Intorno ai canti e rac. pop. del Leccese, 1883, A. Briganti Tritoni Nu- 
tricati. 

in. 

'O cunto 'e Teresenella 

Nce steva, 'na vuota, *nu maesto. Teneva 'na peccerella, che 
steva 'a notte e *o juorno cu* essa. 'A maestà metteva 'o staglio a 
tutte cheste; e chi feneva chiù priesto, se ne jeva aracquà' 'e teste 
'ncoppo a Tasteco. Feneva, spisso, Teresenella 'o staglio chiù prie- 



1 V. CofcTOB, La Vajasseidt. 



TRE CONTI RACCOLTI IN PIANO DI SORRENTO 203 

sto e ghieva essa aracquà' 'e teste. Rimpetto nce steva *o figlio 
d' *o Re. Isso ascette e decette: — « Teresenella, Teresenella, quante 
« frunne stanno 'ncoppa a 'sta maioranella ?...» — 

Essa jette abbascio à <T 'a maestà, chiagnenno: — « Nu' sapite 
« niente? 'O figlio d' 'o Re m' ha ditto:— « Teresenella, Terese- 
« nella, quante frunne stanno 'ncoppa a 'sa majuranella ?» — 

Decette 'a maestà: « Quanto si scema! Dincelle: — « E tu che 
« si* figlio 'e Re 'nominato, quante stelle stanno 'ncielo e rena 
« a mare? ». 'O juorno appriesso jette aracquà' 'e teste, e essa fa- 
cette comme nce' aveva ditto 'a maestà. Decette 'o figlio d' 'o Re: 
— « Va bene ! Te voglio accuncià' io ! 

'O juorno appriesso, 'o Re jette addò 'a maestà : — « Vuje 
« m'avite a fì' 'nu piacere: quanho Teresenella sta durmenno, i' 
a m'aggio a mettere sotto ò lietto » e le dette 'na vorza 'e denare. 

Essa decette: « Va bene! ». E, accussl, facettero. Isso se 
purtaje 'nu spentone e ogne tanto 'o spontoneava à sotto ó lietto: 
Faceva Teresella: « Signora maestà, signora maestà, jxulece e pim- 
« mece ó lietto vuosto ! » — 

'O juorno jette aracquà' 'e teste e chillo accumenzaje : « Te- 
a resenella, Teresenella, quante frunne stanno 'ncoppa a 'sa majura- 
« nella ?» E essa: « E tu che si' Re 'e curona 'ncurunato, quante stelle 
a stanno a mare? » E 'o Re : « Signora maestà, signora maestà, pu- 
« lece e pimmece ó lietto vuosto ! » Decette essa : — « Va bene ! » 
Mannaje a chiammà' 'o patre : — « Vuje m' avite a fò' 'na bella 
« mula e add ereta 'na bella scrizione d'oro ». — « Chi vasa addietro 
« a la mia mula, se piglia 'a mula cu' tutta la cintura. » Po' se 
vestette tanta bella; se mettette 'ncoppa à mula, e accummenzaje 
a passià' sotto ó palazzo d' 'o Re. 'E serviture accumenzajeno a 
dicere : — « Maestà, nce sta 'na bella giovane 'ncoppa a 'na mula 
« e nce sta chesta scrizione...» e ne' 'a decettero. 'O Re nu' nce 
vuleva andà'; ma isse tanto facettero, ca isso scennette a bacia' 'a 
mula; ma po' essa se ne fujette cu' tutta 'a mula. 

Essa se ne jette addò 'a maestà: e 'o juorno, fenuto 'o sta- 
glio, se ne jette 'n'ata vota 'ncoppa a Tasteco. 'O Re s'affacciaje, 
e accommenzaje, 'n'ata vota, 'a storia, da capo. Decette isso : — 



204 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

« Signora maestà, signora maestà, pulece e pimmecé ó lietto vuo- 
« sto ». Risponnette essa : — « Nu' te ne 'ncarricà'! » 'Nu juorno 
'o figlio di 'o Re se vestette 'à pescatore , jette addò 'a maestà 
e decette : — « Quanno V vengo vestuto à pescatore, vuje m' a- 
« vite a fa' scennere 'a Teresenella ». Po' passaje e' 'a spuntella pe* 
sotto ó barcone : — « Che bello pesce ! Che bello pesce ! » 'A 
« maestà chiammaje 'a Teresenella e 'a mannaje a vere' quanto ne 
« vuleva ». Se mena pe' 'e grare e chiammaje: — « Pisciavinnolo, 
« quanto ne vuó 'sa sporta 'e pesce ? » Decette isso : — « V nun 
« 'a venno, 'a dongo a chi me dà 'nu vaso ». Dicette essa : — 
« Si, pe' 'nu poco e* pesce devo 'nu vaso a isso ! Chisto è pazzo ». 
'O Re va vecino: e l'afferra; le dà 'nu bacio, posa 'a sporta vecino 
e se ne fuje. Essa se piglia 'a sporta e va chiagnenno 'ncoppa 
addò 'a maestà, e cuntaje 'o fatto: — « Ah ! che male nce sta » — 
decette 'a maestà. 

Teresenella, 'o juorno, torna a ghi' aracquà' 'e teste; e 'o fi- 
glio d' 'o Re accumenzaje Vata vota 'a storia. E essa : — « Va 
« bene, nu* te n' incarricà'; t'aggio a fa' nu' bello piattino ». lette 
addò padre e decette: « Tu m' haje da fa' 'nu vestito 'e muorte ». 
Essa se veste à morta cu' 'nu sacco chino 'a arena e va à casa 'e 
chillo e accummenza vecino à porta : « 'A muorte, 'a muorte! » 
Trase rinto e mena arena pe' terra. Deceva isso : — « Morte mia, 
« morte mia, nu' me piglia' stanotte : pigliarne rimane matino, 
« quanto vero 'a Teresenella mia ». 

Essa se ne jette e 'o juorno, 'ncoppa a Tasteco, accummen- 
zaje 'a storia. Isse decette : « Mo' t'acconcio i\ » lette addò 'a 
maestà e decette : — « M' 'a voglio spusà' ». E accussl se spu- 
sarono felice, cuntiente e teculiate. 

Di questo conto vi sofl parecchie varianti, e specialmente , per l'ultima 
parte. Cfr. per esempio: Basile, c Pentamerone i Gior. Ili, Cont. IV; Strapa- 
rola, Tredici piacevolissime notti, XIII, 4 ; Gonzenbach, Sic. Marchetti N. X; 
Imbriani, Novellaja Fiorentina, XVIII, XXI, XXVI. 

Gaetano Amalfi. 

~M9§=£=H+2E2=|ih- 



ANTICHI GIURAMENTI SPAGNUOLI. 




Ierre de Bourdeille, Signore di Brantóme, cortigiano, 
soldato , confidente , storico , può forse riguardarsi 
come un folklorista nato prima del suo tempo; certo 
è che egli prese un interesse non comune nelle curiosità della 
fraseologia e delle credenze popolari. Una delle tante prove di 
ciò è una collezione di giuramenti spagnuoli che egli inserisce 
nel suo volume sopra i Duelli. « Après avoir raconté (egli scrive) 
aucunes Rodomontades des Espaignols, il m' a semblé bon de ra- 
conter aucuns de leurs sermens particuliers que je leur ay ouy 
dire: en quoy je les trouve plus divers et plus changeans qu' au- 
cunes nations que j' aye pratiqué, et si en invèntent ordinairement 
de nouveaux ». 

I giuramenti formano una importante sezione del Folk-Lore. 
Un giuramento può essere l'espressione di un'epoca. Io ho cre- 
duto dunque che la collezione di Brantóme meriti di esser ri- 
messa in vita, specialmente perchè non trovo menzione di essa 
in un libro testé pubblicato in Londra e intitolato: %A Cursory 
History of Swaring, che per il resto offre piuttosto un'introduzione 
al soggetto che non un completo esame di esso. Ecco questi giu- 
•Archivio ptr le tradizioni popolari — Voi. IV. 27 



2ó6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ramenti spagnuoli con la versione francese che ne dà lo stesso 
Brantóme : 

i. Juro à Dios. 
J* en jure à Dieu. 

a. Si, por aquella sefiora que nació preservada de la culpa originai. 
Ouy, par cene sainte femme qui naquit preservée du peché originel. 

3. Si, por mis pecados que confesé anteayer à los pies del confesor. 
Ouy, par mes pechés, que je confessai avant-hier aux pieds du confesseur. 

4. Si, por el santo voto que hizé saliendo de las galeras de los renegados. 
Ouy, par le saint veu que je fis en sortant des galere* des Infideles. 

5. Si por la casa santa de Jer usai era. 
Ouy, par la sainte maison de Jerusalem. 

6. Si, por la encarnacion del verbo divino. 
Ouy, par l'incarnation du verbe divin. 

7. Si, por la Veronica santa de Jahen. 
Ouy, par la sainte Veronique de Jaén. 

8. Si, por los corporales santos de Daroca. 
Ouy, par les sants corporaux de Daroca. 

9. Si, por Nuestra Sefiora de Mont-Serrat. 
Ouy, par Notre-Dame de Mont-Serrat. 

io. Si, por el alma de mi madre, que està en parayso. 
Ouy, par Tame da me mere, qui est en Paradis. (« Pensez », dice il Bran- 
tóme, « qu' il en avoit un bon certifica t »). 

11. Si, por las revelaciones de san Juan. 
Ouy, par les revelations de saint Jean. 

12. Si, par la purificacion de Nuestra Senora. 
Ouy, par la Purification de Notre-Dame. 

15. Si, por la sagrada nativitad de Christo. 
Ouy, par la sainte nativité de Christ. 

14. Si, por la cinta de san Francisco. 
Ouy, par le cordon de saint Francois. 

15. Si por la vida de mi padre, hombre de bien. 
Ouy, par la vie de mon pere, homme de bien. 

16. Si por la letama de los Santos. 
Ouy, par les litanies des Saints. 

17. Si, por d juramentó que tengo hecho. 
Ouy, par le jurement que je fais. 



ANTICHI GIURAMENTI SPAGNUOLI 2QJ „ 

18. Si, por la madre sin manzilla, 
Ouy, par la mere sans tache. 

19. Si, por la Senora de la Coronada. 
Ouy, par Notre-Dame de la Coronade. 

20. Si, por los quatro evangelios santos. 

Ouy, par les quatre saints evangiles. («Et la-dessus il faut signer a la 
bouche, auz poictrines gauche et dextre, et plus à l'estoraach »)• 

21. Si, por el Sepulcro santo, en el qual el hijo de Dios fué sepultado. 
Ouy, par le saint sepulchre, dans lequel le fils de Dieu fut enservcli. 

22. Si, por las novenas de la senora Santa Elizabet 
Ouy, par les neuvaines de Madame Sainte Elizabeth. 

23. Si, por la sagrada Escrìtura. 
Ouy, par la sainte Ecriture. 

24. En verdad, por Nuestra Senora del Pilar de Saragoza, te lo juro. 
En verité, je te le jure par Notre-Dame du Pilier de Sarragos.se. 

25. Si, ó reniego de las que tengo en la caca. 

Ouy, ou je renie celjes que j 'ai au visage. (• Il veut dire les ballaffres qu'il 
tient au visage »). 

26. Si, ó reniego los pecados de los muertos. 
Ouy, ou je renie les pechés des morts. 

27. Si, por la encarnacion de Cristo. 
Ouy, par l'incarnation de Christ. 

28. Si por las reliquias santas de san Juan de Latran. 
Ouy, par les saintes reliques de Saint Jean de Latran. 

29. Si, por toda la perdicion del mundo, te lo juro. 
Ouy, je te le jure par Pendere riune de tout le monde, 

30. Si, por la vera cruz de Caravaca. 
Ouy, par la vraie croix de Caravaca. 

31. Si, por el cuerpo de Santo Alifonzo, que està en Zamora, te lo juro. 
Ouy, je te le jure par le corps de Saint Alifonce, qui repose a Zamora. 

32. Si, por el apóstol divino sant Yago. 
Ouy, par le divin apòtre saint Jacques. 

33. Si, por el siglo de rais finados. 

Ouy, par le temps auquel ont vecu mes parens. 

34. Si, por las brasas de san Anton 
Ouy, par le feu de Saint Antoine. 

35. Si, por el sagrario de Nuestra Senora. 
Ouy, par le tabernade de Notre-Dame. 



Jo8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

36. Si por la oreja sagrada de Malco; y sanada por la mano de Jesus. 
Ouy, par Poreille sacrée de Malchus, guerie par la main de Jesus-Christ 

(• Elle pouvoit bien estre sacrée puisque Jesus-Christ b* avoit touchée , non 
autrement »). 

37. Si, por el buen ladron, que Jesu Cristo salvò munendo con él. 
Ouy, par le bon larron, que Jesus-Crist sauva en mourant avec lui. 

38. Si, por los libros de Maestre Abraham. 
Ouy, par les livres du Maitre Abraham. 

39. Si, ó reniego de los infieles del Hijo de Dios. 
Ouy, ou je renie les Infideles au Fils de Dieu. 

40. Si, ó reniego los Moros quando van descariados sin rey. 
Ouy, ou je renie les Mdres, quand ils errent ca et là sans roi. 

41. Si, por las cuentas de mi rosario. 
Ouy, par les grains de mon chapelet. 

42. Si, por la Virgen, que concibió sin dolor. 
Ouy, par la Vierge qui concut sans douleur. 

43. Si, par la penitencia de santa Maria Magdalena. 
Ouy par la penitence de sainte Marie Magdeleine. 

44. Si, por al angel de la paz. 
Ouy, par Tange de la paix. 

45. Si, por el Senor que padeció en la cruz. 
Ouy, par le Seigneur qui souffrit en la croix. 

46. Si, por la Senora de los Campos. 
Ouy, par Notre-Dame des Champs. 

47. Si, por las reliquias de Roma, 
Ouy, par les reliques de Rome. 

48. Si. ó reniego de la que me parió, si no es verdad. 

Ouy, ou je renie celle qui m'ha enfanté, si cela n'est pas vrai. 

49. Si, ó reniego de la casa abrasada de Pluton. 
Ouy, ou je renie le manoir embrazé de Plutòn. 

50. Si. por la santa Trinidad. 
Ouy, par la Sainte Trinité. 

51. Si, ó reniego del monaguillo de la iglesia, criado del sacristam. 
Ouy, ou je renie l'enfant de chceur de Teglise, valet du sacristan. 

52. En verdad, lo afirmo por los santos de Dios. 
En verité, je vous Tassure par les saints de Dieu.. 

53. Si, ó reniego del espiritu maligno. 
Ouy, ou je renie l'esprit malin. 



ANTICHI GIURAMENTI SPAGNUOLI 209 

S4. Si, por las romerias de sant Yago. 
Ouy, par les pelerinages de saint Jacques. 

$$. Si, por la Virgen del Remedio, te lo juro. 
Ouy, je te le jure par Notre-Dame du Reraede* 

56. Si, por vida del emperador Carlos. 
Ouy, par la vie de l'empereur Charles. 

57. Si por la vida del rey don Phelipe. 
Ouy, par la vie du roi don Philippe. 

58. Si, por los ojos de mi dama. 
Ouy, par les yeux de ma maitresse. 

59. Si, por estas barbas que naciéron à la fumada de los canones. 
Ouy, par ces moustaches nées à la fumèe des canons. 

Il Brantóme aggiunge alcuni esempì di espedienti a cui si 
ricorse quando il bestemmiare era proibito fra' soldati stazionati 
a Napoli. Un soldato era rinchiuso nella casa di una donna che 
avea tre o quattro bambini, i quali di continuo piangevano e lo 
disturbavano. Egli si sentiva spesso voglia di bestemmiare , ma 
siccome ciò non era permesso esclamava: Oh ! che il re Erode 
ritornasse in vita per liberarmi da questi bambini ! 

Come commento, il Brantóme aggiunge con bisbetica gra- 
vità: <c Inferant par là qu* il eust voulu le roy Herodes encores 
revivre, pour faire un second massacre des petits innocens afin 
que pour luy il n'eust plus la teste rompue du cry de ces petits 
enfans. Quelle religion ! ». 

Un altro soldato che stava per guarire d'una violente febbre 
andò in chiesa per render grazie della ottenuta guarigione, e disse: 
a Vi bacio le mani o signor Gesù, e anche le vostre S. Paolo 
e S. Pietro, e tutti gli apostoli e Santi di eterna vita ». Poi ri- 
volgendosi a S. Antonio, il quale era dipinto con la sua lunga e 
bianca barba disse: « Ma non le vostre, o Biancabarba, che mi trat- 
taste cosi male durante la mia febbre, e mi bruciasti col tuo fuoco ». 

Brantóme prosegue raccontando come il bravo Monsieur de 
Bayard fece più di questo quando un giorno soffriva per una febbre 
cocente: « Ah signor Antonio, (disse egli), mio buon santo e si- 
gnore, vi ..supplico di ricordarvi come quando noi Francesi ci get- 



2 IO ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tammo su Parma, che gl'imperialisti desideravano di assediare, fu 
deciso che tutte le case e le chiese de' sobborghi fossero bru- 
ciate e messe a sacco. Io non acconsentii mai che la vostra fosse 
toccata, sebbene fosse di grande importanza; ma mi collocai in 
essa con la mia compagnia, cosicché la preservai, e rimase illesa ». 
Otto giorni dopo aver fatto questa preghiera, il sig. de Bayard 
fu guarito. 

A proposito della frase: Vi bacio le mani, Brantóme ci rac- 
conta una storia, che è meglio lasciare nell'originale francese. 

Eccola: 

« Un prescheur en Espaigne preschant le premier dimanche de 
caresme, et touchant Pevangile de ce jour-là et de la tentation de 
Satan a Pendroit de nostre Seigneur, venant sur ce poinct qu'il 
luy disi qu'il se jettait du haut du pinacle du tempie en bas, et 
que, plus qu'il estoit fils de Dieu, il seroit aussi tost relevé des 
anges sans se faire mal; sur ce le prescheur dist tels mots; Jesus 
comme un cavalier bien appris, respondit ainsi: Je vous baise 
les mains, seigneur Satan; j'ay un autre escalier pour descendre ». 

Evelyn Martinengo Cesaresco. 



LEGENDE DU LOUP 
ET ORIGINE DU LOUSBERG EN BELGIQUE 




e dòme d'Aix remonte au temps du glorieux Charle* 
magne , qui y est enterré. Les traditions rapportent 
qu'EginWrd, V architecte, se vit à court d' argent, et 
qu'alors le diable s'en mèla. Toujours en quète de butin, notre 
implacable ennemi, aussi rusé que méchant, fit visite au construc- 
teur désolé et lui promit d'achever dignement le superbe édifice, 
si l'autorité ecclésiastique consentait à lui faire don, en guise de 
paiement, de la première àme qui entrerait dans Téglise. L'artiste 
demanda un délai, que le diable ne lui refusa pas. Sans perdre 
de temps, un Conseil fut tenu: Satan est bien malin, dit un des 
assistants, mais nous serons plus malins que lui. A jour convenu, 
le pacte fut signé , et il faut dire à V honneur du mauvais ange 
(ici un signe de croix) qu'il tint religieusement sa promesse. Cé- 
tait un assez bon diable. Quoi qu'il en soit, le tempie termine, 
vint le quart d'heure fatai. Les portes de bronze s' ouvrirent : 
aussitót les complices de T architecte, apostés , làchérent dans le 
cloitre une louve qu'ils avaient capturée dans la forét voisine..... 
et voilà comment maitre Satan fut joué: il dut se contenter de 
l'àme du loup. 



212 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Oui; mais, comrae on sait, le diable est vindicatif. Dans son 
premier mouvement de colere, il frappa de son pied fourchu la 
porte de Péglise : de là cette fente que vous voyez. « Je suis 
vaincu , ajouta-t-il ; mais prenez garde ! » Et il disparut, laissant 
natureliement après lui une odeur de soufre. 

Quelque temps après, un paysan assez déguenillé, revenant 
d'Aix-la-Chapelle, vit de loin, sur la route du Nord, un singulier 
personnage qui ployait sous un enorme fardeau. Ce n' était rien 
de moins que notre démon , apportant sur son dos une monta- 
gne de sable , pour en écraser l' église qu' il avait construite. Je 
ne sais comment il se fait que le paysan le reconnut : mais sa 
terreur ne lui óta qu'un instant la présence d'esprit. 

— Suis-je encore loin d'Aix? lui demanda Pétranger. 

— Si loin, réponjlit Pautre, que ces souliers déchirés étaient 
tout neufs quand j'en suis sorti. — Je n'en puis plus de fatigue, 
s'écria Pautre, et il jeta son fardeau à terre. Cest la colline ap- 
pelée Lousberg, que nous avons vue du chemin de fer, dominant 
la ville. Et voilà comment Aix a conserve son beau dòme , et 
comment trompeur trouva trompeur et demi \ 

Auguste Hock. 



1 liègt au XlX. m * siede. Les transformations; p. $6. Liège, 1885. 



^fe^E==|*- 



LU 'NFERNU DI SAN PATRIZIU. 




Al Dott. GiysEPPE Pitrè. 
Pitrè mio carissimo, 



uè promesse di fe' come son vuote, mi hai ripetuto 
le cento volte , vedendo quant' io tardassi a ricapi- 
tarti « L'Inferno di S. Patrizio »! Ed a ragione; ed a 
te potrebbero aggiungersi l'amico Salomone, e l'illustre prof. D'An- 
cona, ai quali ancora ebbi , già tempo , promesso la stampa di 
questa poesia popolare; che credo sarà tenuta tra le più belle che 
di simile genere tu abbia mai lette o messe a stampa. 

10 la raccolsi nel settembre del 1872 nel mio Erice dalla 
bocca di quel caro vecchiotto, gnuri Paolo Messina, poeta anche 
lui, non di vena larghissima, ma limpida, schietta. 

11 Messina, ora morto da un sei anni, quando per la prima 
volta me l'ebbe fatta sentire, s'animava per tutta la persona, e non 
parevami quel vecchio ad ottant' anni, quanti ne contava allora. 
E quando l'ebbi richiesto da chi egli l'aveva appresa, e se nulla 
sapesse di Michele Calamia , autore di questo peregrinaggio al- 
l' inferno, mi rispose suppergiù di tal maniera. 

archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 28 



214 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

« Ella ha a sapere che giovanotto fui messo a garzone d'un 
tal X, che aveva una gran masseria di vacche in quei posti del 
nostro contado che chiamiamo di Racarruni. Ivi, nelle lunghe 
nottate d' inverno ci si radunava in parecchi campagnuoli ; e a 
non oziare senza far nulla, dopo il rosario , cominciavasi a dir 
versi; e c'era il sabato poi ch'era giorno da me desideratissimo. 
Che la sera di quel giorno avevamo qualcuno di quei pressi, il 
quale disfidava chi che si fosse valente : ed allora quella stanza 
pareva una chiesa nei giorni degli esercizj, silenziosa, e raccolta; 
e si stava pendenti dalla bocca di quei due ch'erano leoni in poesia. 
Che dirle di me allora fresco fresco nei miei sedici anni,? Ima- 
gini lei : ero tutto orecchie; mi sentivo un fremito di vita nelle 
vene, piangevo , mi dimenavo. Ne ha visti mai ossessi quando 
il parroco gli esorcizza ? Er' io tale quale un di loro maniato : 
non il diavolo (che Dio sia sempre benedetto) ma era Y amore 
alla poesia che avevo dentro. Me lo disse lu gnuri Vito Anzel- 
mo, il più vecchio della comitiva, la sera della Candelaja. Era 
freddo, tirava un greco pungente, il Monte biancheggiava di neve, 
e noi, adunati nella solita stanza , si ebbe a sentire 1' Anzelmo; 
che premise non dir versi suoi, ma d'un montese (ericino) che era 
stato di già un gran valent' uomo, che aveva avuto suo podere in 
quel di Scuraci; e che, vivendo in campagna, era ito ogni do- 
menica a sentire la parola di Dio, che lo fece dotto». L' Anzelmo 
continuò per lunga pezza, accrescendo l'impazienza del mio Mes- 
sina, finché venne il momento della recita dei versi. « Sin dalle 
prime stanze (continuò il mio buon vecchio) io cominciava a non 
esser più io; e poiché m'ero messo accanto a gnuri Vito, ed ei 
poteva notare ogni mio atto, o moto della persona, quand'ebbe 
finito mi disse: allamicati la menti, e ne farai anco tu di queste 
bellezze». 

— E questo Calamia sapete voi se fu mai a scuola ? 

— Questo non so davvero : ma ce n'erano scuole allora ? 
La dica, prima del 60, si vide mai la faccia d'un maestro nelle 
nostre campagne ? Quando, alla domenica, capitava il prete per 
la messa, maravigliavamo come sapesse scorrere subito con l'oc- 



LU KFERNU DI SAN PATRIZIU 215 

chio le pagine del messale, quasi avesse guardate solo le lettere 
rosse. 

— E l'Anzelmo lo conobbe ? 

— Non sente lei ch'era stato tanti e tanti anni prima ? e che 
nessuno di quelli di Scuraci l'avevan veduto vivo, e non sape- 
van neppure ov' ei fosse seppellito ? Io, quando P Anzelmo fini, 
ne rimasi dolente; voleva avesse cominciato daccapo; ma.... non 
mi dava l'animo a dirglielo : però tanto mi adoprai eh' ei nei 
giorni successivi me li ebbe a ripetere quei versi, e mi restarono 
si fissi in mente, che la sera dell'Annunziata li recitai senza fal- 
lirne pur uno, e l'Anzelmo mi baciò, dicendomi : 

Scanni 'un aviri di torti e nimici: 
Biniditta dda matri chi ti fici. 

— Torti ? O che son essi, gnuri Paolo ? 

— Tortu è quel che non è diritto, e torti sono i maledici, gli 
invidiosi, gli arroganti, incapaci a fare, ma che ne han le ap- 
parenze, come sono i becchi torti, che alla vista.... lei m'intende. 
E qui mi soggiunse una novella , che ometto volentieri , perchè 
io non devo parlarti di torti. 

E, rifacendomi all'Inferno di San Patrizio, il Messina non ri- 
finiva di chiamarlo « una musia », e quand' egli nella settimana 
santa era lontano dalle chiese, confinato in qualche lontana cam- 
pagna, soleva ripeterla il giovedì e venerdì santo; e questi erano 
i suoi santi esercì^ spirituali. 

Che integrità di fede in quell'anima non intristita da certe 
maliziette, che cominciano già a farsi la via anco nei posti re- 
moti, e dove rado è che due uomini s' incontrino ! Ricordo che 
ad ogni ottava, che più lo colpiva, ei soleva aggiungere un breve 
commento morale; e tanto accalorivasi da far ripicchiare la gor- 
bia del suo bastone sul mattonato. Era questo bastone d'oleastro, 
e vi si aggravava la persona ricurva, che senz' esso non sarebbesi 
retta sui piedi. S'accendeva a quel che era nobile , cavalleresco: 
e quando o a me, o al mio fratello Antonino, dettava la storia 
di Fieravante , atteggiavasi a paladino , e dagli occhi mandava 
scintille d'entusiasmo. Mai gli ebbi a sentir ripetere un* Ave Ma- 



21 6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ria da lui composta, che non iscoprisse il capo; e lacrimava di 
gioja e di speranza al nome della Vergine benedetta , che entra 
parecchie volte in quelle affettuosissime ottave. 

Come tu vedi, egli è quel Messina, dalla tenace memoria, del 
quale io e il mio carissimo fratello Antonino potemmo racco- 
gliere quel poemetto cavalleresco, che non poco ti piacque, come 
si vede dallo studio che da pari tuo pubblicasti a Parigi; e del- 
l' aver serbato memoria di me e di mio fratello ti rendo anche 
oggi ogni grazia affettuosa. 

Son sicuro che uno studio di egual merito dell' ora accen- 
nato scriverai su questo Inferno: a me non resta che dubitare 
della totale idiotaggine dell'autore; il quale non si giova dell'ot- 
tava nostrana che come principio e fine del suo canto, essendo 
le altre della struttura letteraria. Pare a me che dalle prediche 
dovette attingere qualcos' altro che i terrori dell'inferno ; e se 
mezzo della penalità non fosse che il fuoco soltanto, non dubi- 
terei di qualche conoscenza dell'inferno dantesco. Non mi fa spe- 
cie la versione in dialetto del « Lasciate ogni speranza voi che 
entrate », perché di questo e di simili versi usano abbellirsi i 
predicatori che van per i paesi , o pei contadi ; e chi sa quante 
volte l'avrà sentito il Calamia, che seppe bene incastonarlo. An- 
cora il deserto ricordato come la piaggia ove sta il peccatore, mi 
arieggia il gran deserto e la piaggia deserta dell'Alighieri. Mi uc- 
cio dell' intendimento morale, perchè la visione dei dannati non 
serve che a correggere le colpe, che guastan dell'alma il nitido 
candore. 

Ma son cose codeste che tu sai; ond'è che altro non mi ri- 
mane che salutarti , sicuro del perdono se per parecchi anni ti 
feci aspettare questo poemetto. 

Palermo, 4 aprile i88f. 

Ugo Antonio Amico. 



LU 'NFERNU DI SAN PATRIZIU. 

i. Cu magni soni e prizìusi canti 

Graperau ognunu lu cori e la menti 
Chi fannu li poeti tutti quanti 
'Ntra Ioni dotti musi e sapienti. 
Organi 'ntantu auteri * e risunanti, 
Flauti, birchirla, a àutri strumenti; 
Ed eu sulu scurdatu e meu fristanti * 
Chi cantu e sunirò simplicimenti. 

2. * Onnipotenti — Diu, chi notti e jornu 

Criastivu, vulennu, e stati e 'nvernu, 
Lu paradisu cu l'angili attòrnu, 
Lu munnu, 'u priatoriu, lu 'nfernu; 
V'iju priatu, a priari vi tornu, 
Datimi ajutu, Signuri supernu; 
Su' amari di lu 'nfernu — li turmenti; 
Mischini dd'armi miseri dulenti. 

3. O pinitenti, — ed avemu timuri! 
Li criau lu gran Diu d'ogni putenza; 
Ed eu vi preu, pri lu so santu amuri, 
Si m'ascutati e mi dati udienza, 

Vi cuntirò di multi piccaturi 

Diu li castica cu la so sintenza; 
E pri l'esperienza — ch'àju vistu 
Pri chiddu fàusu dimoniu tristu. 

4. Chistu — si trova 'ntra un boscu scurusu: 
Dintra mi ci truvai sulu ridduttu 

Pri aviri addossu un piccatu gravusu, 
Mi tinia rarma e lu corpu rasciuttu. 
Viju affacciari un omu tinibrusu, 
Guardari 'un si putia quant'era bruttu; 
Tuttu — mi parsi chi ghittava focu 
Di Tocchi, di l'oricchi, d'ogni locu. 



1 Astori, «Iteri, superbi, qui eccellenti. - * BirthirU, strumenti <U fitto ; ree», oggi, poco cornane. 
1 Um frisfmtiy vergognimdo ai me; quasi tbUt «ssol. «Uè latin*. 



2l8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

5. Dan. « Fermati un pocu — chi vegnu pri ria, 

Ancora vogghiu chi tu t'arridduci ' 
Ddà unni su' Pàutri di tua cumpagnia, 
Dannatu senza fidi e senza luci ». 
Ed eu, mischinu! paura nn'avia; 
Tuttu trimannu mi fici la cruci: 
Jittau 'na vuci — vavaciasa a e fera. 
S'arrassa un pocu di ddu locu unn'era. 

6. Pece, u A bassa cera — a trimari mi misi, 

Vidennu ddu tirribili spaventu, 
Quannu la vuci vavaciasa 'misi, 
E tannu persi tuttu Pardimentu. 
Cadivi 'n terra, e tuttu mi disfici, 
E stetti un'ura senza sintimentu; 
Poi mi risentu — quannu piaci a Diu, 
Pri dari cuntu a ddu nimicu miu. 

7. D. « Dimoniu fiiusu, riu, — mi dici appressu, 

O vili piccaturi, chi farai 

Ora chi lu tò Diu mi l'ha cuncessu 

Purtàriti tra unti peni e guai ? 

Finemula, 'un facemu cchiù prucessu, 

E di marimillu nun putrai, 

Pri un piccatu, chi hai, tantu murtali 

Vivu ti portu a li peni 'nfirnali». 

8. P. « Li mali — chi àju fattu Pàju scrittu 

A stu me cori, nni sugnu pintutu: 
Noi su' pintutu, e mi vótu c'un dittu: 
Mi nni cunfissirò, sarò assurvutu; 
Accusi voli Gesù binidittu: 
Nun voli chi nissunu sia pirdutu; 
Diu duna ajutu — a chiddu pinitenti 
Chi di lu so piccatu si' nni penti ». 



1 Chi tu t ir riddivi, che tu ti riduca, che tu veng*. -* Vavaciasa, forte ma rene», strìdeste; oggi 

f e;o carri unt. 






lu 'nfernu di san patrizio 2 19 

9. D. « E corau min sai nenti, — piccaturi ? 

Tu si* gnuranti, e ti trovi 'ngannatu: 

Ci stai spiranza di lu cunfissuri 

Chi ti pirduna a tia lu tò piccatu ? 

E chissu è nenti, ed hai pigghiatu erruri 

D'essiri binidittu e pirdunatu. 

Dannatu, — talla ccà lu tò quinternu; * 

Leggi, chi tru virai chi si* a lu 'nfernu ». 
io. P. « 'Ntra stu quinternu — c'è scrittu lu mali; 

Pirchi 'un ci scrivi lu mali e lu beni ? 

Essennu scrittu lu beni e lu mali 

Parrla tuttu lu mali e lu beni. 

E tu si' chiddu, chi scrivi lu mali, 

Scrivi lu mali ed ammucci lu beni; 

Ora mi veni — a tintari a stu passu.... 

Levati di davanti, Satanassu » ! 

11. D. « Jò min ti lassù — si nun ti dichiara 

Chi lu campari tò, pri mia, è l'usu: 

Sempri hai stani superbu ed avaru, 

E specialmenti poi asturiusu: * 

Pri 'mmiria, e 'nvidia nu si trova un paru; 

Ancora di la gula aguriusu; } 

E nn'hai cunfusu — cu tanti piccati 

Ch'hai fattu cu li toi vogghi sfrenati ». 

12. P. « Chista è la viritati, — e rirtamenti 

Chi sempri^di cuntiniu àju piccatu: 
Ma àju fattu comu \i pinitenti: 
Di lu me erruri m'àju cunfissatu. 
Accussl voli Gesù onnipotenti, 
Nun voli chi nissunu sia dannatu: 
M'àju lavatu — la mia cuscienza, 
S'àju piccatu farro pinitenza ». 



1 Quinternu per quaderno, vivo nella parlata cricini.- 1 Asturtusu, odioso, voce viva nei contadini. 
-* Aguriusu di la gula, passionato di dolci, golosissimo. Ecco vari esempi del significato che questa voce 
ha neJTEricino: Carlo è aguriusu di caccia. Nino è aguriusu di fiori. Nanai è aguriusa di cani e gatti, 
dee passionato di caccia, di fiorì; ama molto i cani e i gatti. 



Ì20 ARCHIVIO Ì>£R LE TRADIZIÓNI POPOLARI 

13. D. « Oh! gran virtenza — e comu nun t'hai mossu? 

Mi dici quannu ti cunfissirai? 
Ora ch'è juntu lu cuteddu all'ossu 
Ti cerchi di sarvari, e nun putrai. 
Pri un piccatazzu ch'hai tinutu addossu 
Chista è la causa chi a lu 'nfernu vai; 
Ed ora vinirai — cu mia dannatu 
A gòdiri lu meu filici statu ». 

14. 5\ « E comu 'nfuriatu — parli e 'sclami, 

E cu la tua superbia mi riprinni ! 

E pri un piccatu a lu 'nfernu mi chiami! 

Mi nni cunfissirò, dispisatinni; f 

E tutti ssi to' magghi, riti ed ami 2 

Jò li rumpu, li spezzu e vajuminni * 

Tira, vattinni, — cchiù nun mi 'ntintari, 

Cà 'n cera nun ti bastu a taliari». 
ij. D. Tantu laidu ti pari — stu me visu? 

Comu tuttu t'adùmmari 4 e spaventi? 

Pensa si mi vidivi 'n paradisu 

J N tempu 'nnanti * quann'era risplennenti ! 

Tra novi cori d'angili era misu 

Chiamatu Lucibellu veramenti; 

E Diu 'ntra un nenti — a mia m'ha discacciatu 

Di lu so santu locu àutu e biatu ». 
16. h « O crudili dannatu, — o Lucisferu, 

Chi cu Diu ti vulivi fari eguali, 

Avanti di ddu Judici sinzeru 6 

Chi t'ha mannatu a li peni 'nfirnali ! 

A tia ed a chiddi chi ci accunsinteru 

Di fari tantu dannu e tantu mali, 

Quantu seggi 'mpriali — e triunfanti, 

Tutti ad un puntu ristaru vacanti ». 



1 Dù/ifrdróiJiéaaiispensatene, non ti calga troppo di me -* Strumenti da pesca.-* Vajuminni, mene 
vjda. * r Adombri. - s Molto tempo prima. - • Sinzeru, sincero, incorrotto. 



L 



LU 'NFERNU DI SAN PATRIZIU 221 

17. « Ristarli (sic) vacanti — ddi seggi divini, 
Chi criau lu gran Diu verbu giucunnu, 
Chiddu chi fici principili e fini, 

Criau Adamu ed Eva 'ntra stu munnu: 
Ànnu a turnari V àutra vota chini, 
Supra 'u generi umanu v'arrispunnu; 
E tu, ca lu profiinnu — ammiritasti, 
Vinisti a un'ura Ai ad Eva untasti. 

18. « Ti la tirasti — cu ftusi 'nganni, 
Cu tradimenti, paroli e bugia; 

La purtasti a lu limmu 'n tanti affanni, 

Unni pun c'era né lustru, né via. 

Lu pussidisti tanti misi ed anni, 

Sina chi vinni lu veni Missia; 

Pri mia — Diu si 'ncarnau e patiu morti, 

Sirrau lu 'nfernu, e 'n celu apriu li porti ». 

19. Forti — gridannu lu nnimicu ardenti 
Ci dissi: « Taci, nun parlari cchiù : 

Tu sai soccu * successi anticamenti? 
Lu sàcciu megghiu chi nun lu sai tu. 
Tu ti cridennu d'essiri 'nnuccenti, 
Jò nun lu sàcciu appuntu comu fu: 
Tu — ti cridivi cu lu tò parlari 
Di li me* manu putiri scappari. 

20. «Scappari?... no, no, no, chi tu ti 'nganni, 
Di li me' manu a scappari nun basti; 

Ora chi si* riduttu 'n tanti affanni, 

Comu 'n oceddu a li riti Scappasti; 

Ma pussidivi tanti misi ed anni, 

Tu hai un piccatu chi mai nun lassasti; 

Ora .nun basti — a scappari in eternu, 

Veni cu l'àutri suggettu a lu 'nfernu ». * 



* Sotm o sotchi, ecc, dò cfce 

•Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 



222 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

2i. P, « Pri miu guvernu — iu n'avirrò peni, 
Chi sempri n'àju upratu cosi boni; 
Aju guardatu li fcsti solleni, 
Vidutu missi cu divuzioni; 
Limosini, 'sciplini ed àutri beni 
Mi l'àju fattu li me' orazioni; 
Ed ora, 'n conchiusioni, — accussl dissi, 
E pri un piccatu lu beni pirdissi ». 

22, D. «Si a vissi — fattu sempri pinitenza 
Da chidd'ura di quannu fusti natu, 
E di cuntinu senza distinenza l 
Di fari disciplini e dlnujatu; a 
E dunca dimmi pri tua nichisenza: 5 
Tu 'un ti cunfessi d'un sulu piccatu, 
Ora chi t'hai dannatu — a me suppliziu, 
È persu tuttu lu tò benifiziu ». 

2). P. « A me giudiziu — nun lu poi fari, 
Fàusu dimoniu, comu ti dirò: 
Un omu vivu 'un ti pòi pigghiari 
Cà a lu 'nfernu purtari nun si pò: 
Prima tu m'hai a lassari trapassare 
Poi ti lu pigghirai, siddu è lu tò, 
Ma 'un è lu tò, — lu veru ti dicu: 
Va, arrossati di ccà, 4 fàusu nnimicu ». 

2^ t fl, « Jò cerni ti lu dicu, — senti un pocu, 
Mi l'ha cuncessu Diu chi ti pigghiassi, 
E ti purtassi a vidiri ddu locu, 
Unni hai a vèniri tu quannu trapassi, 
Cu l'àutri amici addumati di focu. 
E 'n'àutra vota ccà iu ti purtassi; 
Sprèscia 5 li passi — e ccbiù nun dimurari, 
Ghì Tura è tarda, nun pozzu aspittari ». 



1 Disimm^ tardanti, metter tempo in mezzo, forse dal latino distinto.-* Dinu/aH^ metatesi, -per 
Jìptuatm, digirmo. * Afcfòmra, negligenza; d'uso nel contado. -* Va' via di qua- 6 Sprescm, sollecita 
1 pitti, ÈHtdeài 



LO NFERNU DI SAN PATRIZ1U 22$ 

25. P. «Q vnrria annari — ma nn'àju paura 

Si 'un ni tradissi cu fìnsi fini, 
'Un cri vurria aviri la mala vintura 
Si a nèsciri di ddà 'un c'è cchiù fini. 
Q vurria 'ntrari intra la pena scura, 
Unni su' l'àutri dannati mischini; 
Si mi 'ndivini — e mi prometti certu 
Turnarmi 'n'àutra vota a lu disertu ». 

26. D. « Jò certu — ti lu dicu, e nni vói 'n'ami 

Binchi a stu locu nun c'è tistimonj; 
Jennu a lu 'nfernu rinnuvamu pattu 
Avanti tutti quanti li dimonj; 
Ddà nni resti cuntenti e sodisfatta; 
Finemu, nun facemu cchiù calonj; a 
Ed ora cchiù calonj — mia facemu 
Jemu a lu 'nfernu, e megghiu parliremu ». 

27. P. « Dunca finemu — e tu passa davanti, 

Dimoniu, chi sai fari la via ». 

Ed iddu mi rispusi in chiddu stanti: 

« O piccaturi, vói ascutari a mia ? 

E li viola su' 'mpacciusi tanti: 

Méttiti 'n coddu, chi megghi è pri tia, 

La via — è lontana ch'è 'na maravigghia 

Tempu 'un ci basta a cantari li migghia ». 

28. Mi pigghia — allura, e 'n coddu mi riduci 
Subitamenti cunforma vi cuntu, 

Quantu fu presti, e quantu fu preduci, 
E quantu migghia fici in chiddu puntu. 
Tempu nun appi a (arimi la cruci, 
Subitamenti a lu 'nfernu su' juntu; 
Como vi cuntu — 'n terra mi jittau 
Darre li porti; a l'infernu arrivau. 



* CsJonj, font da tmhmmm, ma in significato di tanghero. Oàtmi*, del resto , ad parler poio l e n 
significa, • potr eb be significare anche qui, pretesto. 



244 ARCHIVIO PER JJB TRADIZIONI POPOLARI 

29* lanci a la porta e chiama lu purteri, 

E: a Veni grapi, malignu dannatu 1 » 
Ed iddu ci arrispusi: «Vulinteri». 
Ed a l'aperta Tappi salutatu. 
« Ed hai vinutu, principi di feri ?, 
Iddu cci dissi lu malu 'ncuntratu; 
Poi ci à spiani: — « Cui esti x chist'omu? » 
Ci sappi a diri tuttu lu chi e comu: 

30. « È chistu un omu prospiru e filici: 
E pri un piccatu chi nun lassa mai, 
Sta vinennu a vidiri li so* amici, 

A pàtiri turmenti, peni e guai. 
Prima chi lu purtai pattu mi fici: 
Turnarlu arre di dunni lu pigghiai. 
Ora 'un trasirà mai, — starrà di fora 
Si prima nun ci damu la palora ». 

31. « Nesci iii fora! » — e grida cu fururi, 
A tutti quanti li fici stupiri, 

Quanti ci n'era 'ntra ddi peni scuri 
Tutti di fora li fici nisclri. 
Lucifaru chiamau a lor signuri: 
« Tutti ad un dittu aviti a cunsintiri: 
Àvitilu a piaciri ? — trasi un pocu, 
Poi nesci, quannu viri lu so focu ». 

32. Nun fóru pocu — chi si cuntintaru, 
Chi fóru tutti la ribellioni; 

E tutti a un sulu dittu cunfirmaru: 
« Prestu, ch'entrassi a la dannazioni ! 
Si nni vói On attu ccà c'è lu nutaru, 
O pi ce Aturi, chi cosa disponi ? » 
Iddu 'n cunfusioni — accussl dissi, 
Ca lu purteri la porta ci aprissi. 



1 Miti e f >/, i, della parlata della prov. di Trapani e in parte della Messinese. 



L 



LU 'nFERNU pi SAN PATR1ZIU 22j 

33. Trasu a l'abissi — e guardu 'mprimamenti 
Supra li mura di chidda citati; 

C'era unu scrittu e dicia chiaramente 

« 'Scltini di spiranza vui chi 'ntrati ». 

Ed iddu arrispunriiu lu scuntenti : 

« Su' lestu; si chista è la vintati 

Cu li dannati — mi starò in eternu: 

Criju chi nun nesciu chiù di chistu 'nfernu ». 

34. Iu vi discernu — e vaju un pocu avanti, 
Truvai novi cori di turmenti: 

E c'era un'armunia di larmi e chianti, 
Faclanu ognunu suspiri e lamenti. 
Eranu maltrattati tutti quanti 
Dd'animi affitti miseri e dulenti, 
" E veramenti — assai maltrattati 
Di ddi dimonj fàusi e spietati. 

35. A li dannati — di lu primu cori 
Fui curiusu e ci vosi spiari: 

« E siti greci, cristiani o mori , 
Comu patiti tanti peni amari ? » 
« Frati, (unu rispusi sti palori) 
Fu' cristianu e prospiru campai (sic) 
E mi dannai — pri la me superba * 
Pri chissu patu tanta pena acerba. 

36. « Cchiù peju di l'erba — a tutti scrapisava, * 
Particulari a cui m'avia suggettu; 

E di cuntinu li malitrattava, 
Li puvireddi nun ci avia rispettu; 
Ed a sta pena mai nun ci pinsava, 
Ora nni vinni a pàtiri Peffettu, 
E su' suggettu — a chisti nnimici 
E pri lu Ridinturi chi nni fici ». 



) Suftrba per superbi^ dice quasi sempre il popolo •* A tutti scrapisava, tutti CtfpMttva. 



%Z6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

37. A li Sfilici — d' 'u cori sicunnu 
N simili forma ci vosi spiari; 

Ci dissi: * Chi facistivu a ddu mimmi ? 
Comu patiti tanti peni amari ? » 
Unu mi dissi: « Frati, vi rispunnu: 
Nui semu chiddi scréditi ed avari; 
E pri dinari — canciamu a Diu eternu; 
Fri chissu semu suggetti a lu 'nfernu. 

38. «'Nfernu — li me' ricchizzi sempri fóru, 
E pri li me' ricchizzi su' dannatu 

A stu focu chi patu, e mai non moni 
E di cuntinu su' malitrattatu: 
Nun vidi, frati, comu squagghia Tom? 
Lu focu 'mmucca dintra nn' è ghittatu; * 
E su* bruciatu — di dintra e di fori.... 
A stu locu si pati e mai si mori ». 

39. Jivi a lu terzu cori — e mi sintia 
Una puzzura di li tinibrusi: 

« Spiari 'na sula pena vi vurria... » 
E un'arma sulamenti mi rispusi: 
« Patemu pri la nostra lussuria, 
Nu' semu chiddi lordi 'ussuriusi, 
Addulurusi — cchiù di Tàutri semu, 
Maggiuri peni di chiddi patemu ». 

40. « Dunca finemu - — e vogghiu chi dichiari* 
Dimmi cui pati cchiù maggiuri affanni ? » 
Rispusi unu di loru : « 'I cumpari 

E li cummari cu fàusi 'nganni. 
Di li gran peni 'un mi basta a cuntari, 
Massima cu' la gabba a San Giuvanni; 2 
Maggiuri affanni — mi jirrla pigghiannu 
Fri 'un pàtiri li peni chi nni fannu ». 



1 11 fuoco ci è gettato dentro la bocca.- 1 È noto che il comparatico di S. Giovanni è «ero i 
crtdeoM e nella vita pop. «olita*. 



lu 'nfhihu di san patrizhj 217 

41. Passu arrivatimi — 'ntra lu quartu locu, 
Unni chi l'occhili miu riguarda e mira; 
Ci nn'era molti addumati di focu, 
Ardlanu peju di l'ogghiu e di la eira. 

« Vurria appena spiàrivi un poeta... » 
Un'arma m'arrispusi cu suspira: 
« Pri la grann'ira — nui abbruciamu tamii, 
Ora 'un passirà mai lu nostra chiantu. 

42. « E fu tantu, — mentri ch'eu campai: 
Cu lira e cu la còllura n'ocisi; 

Cu li me' manu quantu nn' ammazzai ! v 
Cu lu me cori 'n secretu e 'mpaiisi. 
Ed a sta pena mai nun ci pinsai; 
Vinni la morti e mancu mi rimisi; 
Dipoi mi 'mpisi 2 — senza pintimentu, 
E mancu un'ura pozzu aviri abbentu ! » 

43. Oh chi lamenta ! — oh chi crudilkati 
Faclanu dd'armi, pò viri mischiai! 
Avianu 'i carni di focu mandati 5 

Tra scuri abissi e timbrasi fini: 
Faclanu chiantu di granni piatati 
Da moviri a piatati l'assassini; 
Jò li suffrivi cu peni e duluri. 
Passu ed arrivu a li gastimaturi. 4 

44. Senza timuri — a tutti vi rivelu, 
O inalidirti, distinati tanti, 

Chi gastimati la terra e lu celu, 

Lu paradisu, i'ancili e li santi. 

E siti sutta d'un niuru velo, 

'Ntra un pelagu di guai duluri e chianti. 

Pri li tanti — gtetimi ad ogni pocu 

Ci 'scia di vucca * 'na vampa di focu. 



1 Optate persona periti I - * Fisataaeate m'appiccai. - • Ateaao le carni mangiate, codnttutt da 
fuoco. - * GastiuutitKÌ, hrHfnmi— ori t da guénmri beetemmiare. - * Utda loro dalla bocca- 



228 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

45. Chiddi chi pri hi jocu — gastimavanu 
Patlanu peni maggiuri di chiddi; 

E li dimonia a chiddi chi ghicavanu ' 
Cui pri li pedi, e cui pri li masciddi 
Li so* carni junclanu a e squarciavano 
A pezzi li faclanu cchiù di middi, 
Poi chiddi ■?- parti, comu cuntu e scrivu, 
'Nsèmmula juncennu, addivintava vivu. 

46. Passu ed arrivu — nni li mmaliditti, 
Chi pri 'nfamari ad àutru nun su' chiusi; 
E d'una parti scippari ci vitti 3 

Ddi lingui, chi mai fóru virtuusi; 
Comu su' fatti perfidi e 'nnarzitti ! 4 
Parlanu tanti armali vilinusi. 
Ed eu chi mi cunfusi — mi trattegnu: 
Li peni d'iddi mi mittianu sdegnu. 

47, Nun basta lu me 'ncegnu — a diri tantu, 
E mancu està abbunnanti la me lena; 

Cu sta me rozza musa e bàsciu cantu 
Cuntari vi vurria 'nna sula pena: 
A lu 'nfernu 'un finisci mai lu chiantu, 
E di chianciri mai si nni rifrena; 
Mentri àju lena — cuntirò un pocu 
Di soccu vitti 'tra l'urtimu focu. 

48, Jò vitti un focu — di tali manera 
A chiddi parti chi mai l'avia vistu: 
Ed intornu addumatu ad una siera s 
Ed eu mi spavintai vidennu chistu; 

Jittai 'na vuci vavaciusa e fera; , 

E chiddu fòusu dimoniu tristu: 
« Chissu è lu locu, lu risguarda beni, 
Chi t'è sarvatu pri quannu tu veni ». 



' R a piangevano. - ■ Uoivaao insieme. - » E da un* parte vidi loro strippare- * 'JMearrjto^ i 
viperài; iki che ai conserva da qualche ?ecchio «mudino. - * Suro, per tgggU saggio!*. 



lu 'nfernu di san patrciu 229 

49. « Levami di sti peni — rinibrusi ! » 
Ma lu dimoniu, comu ddà si spersi, 
'Ccussi subitamene mi rispusi 

Cu li paroli soi fiusi e riversi: 
« O piccaturi, li porti su' chiusi, 
D'unni trasisti la chiavi si persi; 
Si voli chi cunversi — 'ntra stu locu 
Cu l'àutri amici addumati di focu ». 

50. Ed eu cu pocu — paura e timuri 

Mi ci avvenni e l'afferra; e accussl 'n forma 

Ci dissi: « Cani, latru, tradituri, 

D'unni mi prumittisti mi ritorna! 

'Un ci perdiri tempu, scunfissuri, 

Spredica *, prestu; avanti chi ddà agghiorna 

Tornami 'n'àutra vota a lu disertu, 

D'unni mi prumittisti veru e certu. 

51. Certu — mi prumittisti veramenti », 
E pri virtù di Diu accussl mi parsi; 
Jò ci fu' dintra di li fiammi arzenti 

Ci passavi di 'mmezzu e mancu m' arsi. 
Lu me nnimicu 'ntra un tempu di nenti 
Àllura di davanti mi scumparsi ; 
Mi parsi — comu fu — mi truvai juntu 
A lu disertu 'n fallibili puntu \ 

52. E nun vi cuntu — tanti cirimonj, 
Né crittu fora sì vi li dicissi, 

Si v' accustassi milli tistìmonj, 
O punì giuramentu vi facissi, 
Quantu vitti a lu 'nfernu di dimonj 
Quannu fui dintra di ddi scuri abissi, 
Si vi dicissi — 'ntra un minimu agnuni * 
Cchiù assai di novicentu miliuni. 



« Sprtàks o JpMtea, (da ipiiicmrt), sbrigati. • In un istante, in un Attimo. *N faWkìU ricord* U tto4° 
«▼TcrbUtc : 'Ntrm •* faUunii, che significa lo stesso. - « Agnini, angolo, cantacelo. 

Archivio per U tradizioni popolari — Voi. IV. 30 



23O ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

53. Cu gran ragiuni — nun si ponnu diri, 
Né lingua umana li pò numirari : 
Mittennu pedi 'mmezzu a li suspiri 

Si 5enti ogn' omu subitu 'mpitrari ; 
Avi sirpazzi, virmazzi e schirpiri l 
'N frunti, di latu, e lu fannu abballari. 
Mi 'misi ricriari — e mi nni piaci, 
Quannu arrivai a lu voscu di Scuraci 2 . 

54. Paci — . Chiancennu cu peni e duluri 
Jò di sta cosa su' maravigghiatu. 
Dicennu: Me Gesù, duci Signuri, 

Nun mi faciti mòriri 'n piccatu. 
Jò vitti di lu 'nfernu li quaduri \ 
Quasanti 4 d'un tirribili piccatu ; 
E m' ha mustratu — lu Signuri eternu 
Li peni e li quaduri di lu 'nfernu. 

55. Dammi guvernu, — Signuri binignu, 
Ch' arrivu vivu finu a la citati, 

Pri chiddu patri chi mi fici dignu, 
Quantu rivelu li me* gran piccati. 
E di la cruci mi fazzu lu signu 
Sempri dicennu : O santa Trinitari ! 
Quantu pidati — e passi pri la via 
Chiamu : Gesuzzu, Giuseppi, e Maria ! 

56. A lu me Munti sùbitu juncennu 
Tuttu cuntritu e quasi umiliata, 
Ddà e* era lu me patri rivirennu ; 
E davanti mi ci àju addinucchiatu ; 
E ci àju dittu lu piccatu orrennu, 
Ed iddu m* à assurvutu e pirdunatu. 
Dipoi m' à datu — 'na gran pinitenza, 
Ed iu la fici 'n tutta ubbidienza. 



1 Stipaci, grandi e bratto serpi; virmatfi, osceni vermi; schtrpiri per schirpimni , tarantola in to- 
scano, guo in ita!.-* Bosco nel territorio di Monte; lo scrivono: Arcodaci.- 8 1 aalori, il fuoco. 4 A causa. 



LU NFERNU DI SAN PATRIZIU 2$1 

57. La cuscienza — mia 'sennu ' lavata 
Di nlura e brutta è riturnata bianca : 
y W arma, si di piccati èsti macchiata, 
Li peni di lu 'nfernu nun ci manca ; 
'Sennu di Gesù Cristu ricattata 

Di nlura e brutta è riturnata franca. 
È stanca — la me lingua veramente 
E di lu 'nfernu 'un n' àju dittu nenti. 

58. Patruni di strumenti — soni e canti, 
La musica d'Orfeu pri ria si teni : 
Cantati cu ssi vostri risunanti, 

Cu magni soni e priziusi leni : 
Jò cantu accussi simplici e 'ngnuranti 
Sti cosi alti e sti cosi tirreni. 
Li peni — eterni di la Tologia 
♦ Li dicu pri cui sa menu di mia. 

59. Cu sta me rozza lingua e puisia 
A dlrilu nun bastu quantu sàcciu: 
Sugnu a lu scuru e nun sàcciu la via; 
Si squatra la me testa a lu strafaccia : s 
Di jiri avanti 'unn* apparteni a mia, 

E mancu 'ntra sti cosi mi nni 'mpacciu; 
Comu li sàcciu — vi li cuntu e dicu 
E cui m'ascuta m' è fidili amicu. 

60. Certu vi dicu, — cari mei fratelli, 
Curremu tutti a la salvazioni ; 
Si'amu di Lucifaru ribelli, 
Stàmunni tutti 'n cunvirsazioni. 

A lu 'nfernu si pati gran fragelli : 
Aduramu stu Diu di passioni : 
Sempri 'n cunfissioni — e vera fidi 
Quannu muremu, Diu nni ci pruvidi. 



» 'Seitmt o 'sstnnm, essendo. • * La mu mente t'ingegni ricordar cose lontane. 



23? ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

61. E nni pruvidi — e facèmucci * un attu; 

Lassamu la superba tinibria; 
Gesù Cristu pri nui quantu 'unn à fattu! 
E quantu è granni la sua signuria! 
Diu calau 'n terra cu lu so ritrattu, 
E morsi 'n cruci, e la curpa fu mia. 
Si tu lu vó* sapiri cu* 1' à fattu: 
Un tali di Micheli Calamia. 



1 B ci provvede, e facciamogli. 



LO SPUTO E LA SALIVA 
NELLE TRADIZIONI POPOLARI DI SICILIA. 




otto il titolo Le crachat et la salive dans les supersti- 
tions et les croyances populaires il sig. P. Sébillot ha 
pubblicato neir Homme di Parigi un curioso articolo. 
L'Italia vi è rappresentata per qualche ubbia e pratica popolare; 
come ad esempio pel proverbio : « Chi sputa in su, lo sputo gli 
torna sul viso»; per Puso di sputare tre volte presso P uscio di 
casa di certi ammalati ; per 1' uso di sputare dietro una donna 
di cattiva vita e fama se essa baci un nostro bambino testé ve- 
nuto in Vace, o dietro un gobbo, uno stregone, un brutto prete; di 
sputare tre volte con forza per iscongiurare il mal' occhio; di farsi 
alla finestra e sputare se una nostra donna sia travagliata dai do- 
lori del parto e non possa partorire; ubbie che si leggono in un 
nostro recente scritto sulla Jettaìura ed il mal' occhio in Sicilia. 
(Kolozsvàr, 1884). 

Completiamo la nota con altri appunti che abbiamo sul me- 
desimo argomento per la Sicilia. 

Prima e dopo il sec. XVI lo sputo fu ritenuto mirabile per 
certe guarigioni. Alessandro Dionisio nella sua egloga pastorale 



234 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Amorosi Sospiri, atto V, scena 16, (Palermo, 1599) fa dire al buffo 
Tiberio : 

Si cà l'indivinasti, hora ti criju, 

Sputa cà in terra e dì lu Patirnostru, 

E poi fa quattru sài; ti ca si sanu '. 

La saliva a digiuno ha un'azione mirifica per cene malattie 
di pelle, specialmente per le empetiggini (pitiniì); e si usa di ripassar 
la lingua molto bagnata di saliva sopra di esse. Chi fa da me- 
dico dev'esser sano. Da ciò la frase proverbiale che in tono can- 
zonatorio diciamo esibendo una mano o la faccia a chi fino a 
tarda ora o fuori tempo o dopo un lungo lavoro si dichiari tut- 
tavia digiuno : Mischimi! sputami sta pitìnia = poveretto ! (digiuno 
fino a quest'ora ! ebbene] medicami [con la tua saliva di digiuno] 
questa empetiggine ! 

Lo sputo , si sa, è espressione di sommo disprezzo , d* in- 
giuria e di avversione. Una delle solite canzoni popolari di cor- 
ruccio contro la donna comincia cosi : 

Ti sputu, ti rinunziu, ti schifili ! 
Mmalidittu ddu tempu chi t'amaju! 
Ca si pri sorti mi veni 'n disiu, 
Sputu li manu cu cu* ti tuccaju f !... 

Un proverbio siciliano inedito raccolto in Francofonte dice 
che chi sputa a' bambini fa la morte de' grilli, e chi sputa alle 
persone di età, muore come i cani. Eccolo: 

Cu* sputa è picciriddi, 
Fa la morti comu Tariddi (1 grilli); 
Cu' sputa è cristiani (agli adulti) 
Fa la morti comu li cani. 

Sicché non bisogna sputare a nessuno. 
Segno di vitupero è pei fanciulli la sputala 6 nasu , che si 
fa ungendo sul naso d'uno di essi un po' di saliva e talvolta ap- 



1 Sì che la indovinasti , adesso ti credo. Sputa qui in terra, e di' il Pa- 
ternostro; e poi fa' quattro salti, che sei guarito. 

f Ti sputo, ti rifiuto, ti ho a schifo! maledetto (tutto) il tempo che t'a- 
mai I Che se caso mi vien desiderio di te, sputo le mani con le quali ti toccai ! 



LO SPUTO E LA SALIVA IN SICILIA 23$ 

piccicandovi sopra una pagliucola, un bruscolo o un pezzettino 
di carta. Mettiri la sputala o la vuscagghia o nasu ad uno, vale 
nelle scuole : superare nello studio un compagno, lasciarselo ad- 
dietro; e richiama appunto all'antico uso scolastico di far toccare 
con un dito bagnato della propria saliva il naso d'un compagno 
negligente, che in una gara, in una sfida non rispondeva alle le- 
zioni; uso approvato e sanzionato dal Lettore, ossia dal Maestro. 
Quando altri sputa fortemente e con una certa caricatura 
facendo sentire il rumor delle labbra che si aprono alla brusca 
contrazione dei muscoli nell'emissione o della saliva o dell'aria, si 
dice in forma di scherzo : 

Sputala quannu è lària ! f 
E quannu è bedda vàsala ! 

dove si vuol notare che la voce si accentua sulla prima sillaba 
spUy onomatopeica del suono o rumor delle labbra. 

Quando non si vuol far valere una giocata o partita di giuoco 
ad uno che ha vinto o è stato 11 li per vincere, ad evitare questioni 
e liti , si sputa dicendo : Sputami* litichedda. Lo sputo si fa ten- 
dendo a forma di mezzaluna i pollici e gl'indici delle due mani; 
e formandone una specie di cerchio davanti la bocca vi si sputa 
dentro; ed intanto che si capovolgon le mani (dorso che guarda 
obbliquamente in terra e palmo in alto) si rifa imperfettamente il 
cerchio. Con siffatto giuramento, la questione è del tutto scon- 
giurata. 

Per Natale, quando si son puntate le avellane, i giocatori spu- 
tano dicendo: Otmalidittu cu' s* y a ha a pigghiari \ (Maledetto colui 
ohe vincerà queste avellane). Quest'uso è di Francofonte. 

La mapiera di sputare ha un valore demopsicologico e mo- 
rale in certe persone e classi di persone. L'uomo grittu (diritto), 
di onttri, o di mafia, come si intende comunemente, non isputa 
come tutti noialtri miseri mortali ; cheh ! Secondo i casi e gli 
individui, egli sputa o con la lingua tra le labbra o schizzando 



1 Sputala quando è brutta (la donna) ; e quando è bella, baciala I 
* Nella pronunzia : Mmalidittu cu 9 s* d pigghiari! 



2$6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

fuori, tra mezzo a' demi, un po' di saliva. Questo sputo offre 
caratteri diagnostici preziosi per chi studia codesta gente tutt'altro 
che conosciuta da quanti si vantano di conoscerla. 

Talora nel mandare alcuno per un'imbasciata o un avviso 
d'urgenza, quasi per impegnarlo a far subito sputasi in terra, e 
gli si dice: Ha' a turnari prima chi s asciuca sta sputatala, ma- 
sinnò ti sicca un occhiu ! * Alla stessa maniera i Toscani dicono : In 
uno sputo. 

Jocu d y 'a sputala è un giuoco di agilità e di destrezza, con- 
sistente nel bagnare con saliva il dorso del medio, e nel mostrare 
a chi veda, come qualmente la saliva si faccia passare all' altro 
dito, cioè all'anulare o all'indice. 

Ecco adesso alcune frasi e modi di dire relativi allo sputo: 

Di un fanciullo che vuol parere di più che l'età non porti, 
in Monte S. Giuliano (prov. di Trapani) si dice che: Nun havi 
vavi (bave), e voli jittari sputala. 

Fari sputala, vale parlar molto ed inutilmente; onde a chi 
parli cosi usa dirsi: Sputa, ora eh* hai parraiu assai, perchè è ben 
naturale che Lu panari assai metti sputala (o siti), come dice il 
proverbio. 

Essiri tuttu sputala, si dice di uno che a parole faccia lo smar- 
giasso. 

Spulari tumu, sputar tondo, ostentar gravità. 

Sputari sintetici, gettar sentenze, profferir sentenze con affet- 
tazione, e dove non occorre. 

Nun è sputala di lu sb stomacu, dicesi di chi parli per sugge- 
rimento altrui, o non ispontaneamente né per convinzione propria. 

Sputa-c-gbictta ( = sputa e getta) pesciatello vile e tutto li- 
sche, dal quale non hai nulla da cavare mangiando; e figurata* 
mente uomo dappoco, o saccentuzzo. 

G. Pitrè. 



1 Devi tornare prima che s'asciughi questo sputo, altrimenti ti si secca un 
occhio I 



..*JE^— - 1> .% -L< r'i ■ al ia 



ORAZIONI FRIULANE 



I. 



Ave Marie biele 
In chiamare je Steve 
A veve il so biel jet 
Di àur e di sede 

Ving e doi $handelirs impiàz a tòr a tór. 
Done mari, ce mai faizo 
Durmizo o veglaizo? 
Io no fàs altri i adori il gno $hàr fi. 
Sintit sintit vo done mari 
Ce amar chà fàsin, 
A jan piàt il gnestri Signorili l 
E lu jan metòt in Crós 
Sul mont Calvari. 



I. Ave Maria bella — In camera ella stava — Aveva il suo bel letto — D'oro 
e di seta — Ventidue candelabri accesi attorno attorno. — Santa madre, che mai 
fate — Dormite o vegliate ? — Io non fo altro che adorare il mio caro figlio. 
— Sentite sentite voi donna madre — Che amaro che fanno. — Hanno pigliato 
il nostro Signore — E lo han messo in croce — Sul monte Calvario. 



1 Signorin* diminuiti vo e vezzeggiativo di Signore. 

•Archivio per h tradizioni popolari — Voi. IV. 



3* 



2$8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

I siei sans benedèz pidins 
Divins deventàz 
Cui claus inclaudàz 

I siei sans benedèz bracins 
Divins deventàz 

Cui claus inclaudàz 

A je passade une spinute nere nere 

La plui pizule ch'a jere 

Al veve seit 

Ai devin di bevi viscie e aseit 

Tre oncis di fièr e tre oncis d'azàl, 

Biade mai che anime eh 'a la dfs 

Par je saràn viartis lis puartis dal Paradìs 

E chés dal infiér saràn sieradis. 

II. 

Ave Marie struziose 
Regine incoronade 
£harte scrite fo rivade la scriture in Paradis 

II nestri Signorin al fó creàt in pls. 
Chei fantulins ch'a van su pai cine agn 
A scomenzin a sconzurà 

Sconzure me, sconzure te 

Il gnò sang a l'è chel di dug cuang 

Il copàri e la comari ch'a no disin la yeretàt 

I suoi santi benedetti piedini — Divini diventati — Coi chiodi inchiodati — 
I suoi santi benedetti braccetti — Divini diventati — Coi chiodi inchiodati — È 
passata una spina nera nera — La più piccola che era — Aveva sete — Gli die- 
dero da bere vescica (sic) e aceto — Tre oncie 4 di ferro e tre oncie d'acciajo — 
Beata quell'anima che la dice —.Per lei saràn aperte le porte del Paradiso — 
E quelle dell'inferno saranno chiuse. 

II. Ave Maria faticosa — Regina incoronata — Carta scritta, arrivò la scrittura 
in Paradiso — Il nostro Signore fu creato in piedi. — Quei bambini che s'av- 
vicinano ai 5 anni. — Cominciano a scongiurare — Scongiura te, scongiura me 
— Il mio sangue è quello di tutti — Il padrino e la mattina f che non dicono 
la verità. 



1 Oncia qui significa langhena della land*. - * Il compare e le comari veieziani. 



ORAZIONI FRIULANE 2}$ 

A vegnarà la sante Domenie eh' a si devin ricuarda. 

Une maze gargane dì plomb 

A ste siet agn a riva al fons. 

Oh vàit jù, vàit jù cu la mazute e cui bastòn 

Chés animutìs ch'a jan pierdude la resòn, 

A (bastia il nestri paròn: 

O anime dolente 

Ce astu fat in chel altri mond ? 

No tu hàs vistùd il nùd, 

No tu hàs (halzat il discolz, 

No tu hàs servtt Idio 

Cu la tó proprie e buine virtùt, 

Oh! Signor, o Sant'Abram 

Fait che Dio vorès che tornàz in chel altri mond. 

Vorès visti il nùd 

Vorès shialzà il discolz 

Vorès servi Idio 

Cu la me proprie e buine virtùt. 

Oh! nissune plui sigure 

Uei la muart e doman la sepolture 

ni. 

Pater noster piccinin 
Su la sale dal salìn 
Su la sale dal salòn 

Verrà la Santa Domenica che si dovran ricordare. — Una canna montana f 
di piombo — Stette sette anni per arrivare al fondo, * — Oh andate giù, andate 
giù colla mazza e col bastone — Quelle anime che hanno perduta la ragione — 
A castigare il nostro padrone — O anima dolente — Che hai tu fatto nell'altro 
mondo ? — Tu non hai vestito l'ignudo, — Non hai calzato lo scalzo, — Non 
hai servito Iddio — Con la tua propria e buona virtù. — Oh I Signore, o San- 
t' Abramo, — Fate che Dio volesse ch'io tornassi nell'altro mondo ! — Vorrei 
vestir T ignudo — Vorrei calzar lo scalzo — Vorrei servir Iddio — Con la mia 
propria e buona virtù. — Oh t nessuna cosa e più sicura — Oggi la morte e 
domani la sepoltura. 

III. Pater noster piccino — Su la sala della saletta — Su la sala del saloile. 



* Arando dona* Lia. - » Si vaol dar nn'idaa di quanto sia profondo l'inferno. 



24O ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

L'è muart il nestri paròn. 

Paròn, paròn San Pieri, 

Lis clàs di là in cieli (sic) 

Vierzln4 e sierànd 

Il nestri Signor predi$hànd 

Aghe di mar 

Peraule di aitar 

Biade che anime 

Ch'a je nassude la gnot di Nadàl. 

IV. 

Pater noster Sante Lene 
Ch'a pative tante pene 
Ch'a pative tant dolor 
Ch'a l'è muart nestri Signor. 
Batùt e scoreàt 
Cu la lanze strapazzàt. 
A gota une gotite 
Su la piere mulisite 
La piere si sciapa 
Dut il mónd s'iluminà. 
Iluminaisi vó Madone 
Cui cùr e cu la corone 
Iluminaisi vó bambln 
Cui cùr e cui curisln 
Cui ch'a la sa 
Cui ch'a la dis 
La so animute larà in paradis. 

È morto il nostro padrone. — Padron, padron San Pietro, — Le chiavi d'andar 
in ciclo — Aprendo e chiudendo — Il nostro signor predicando — Acqua di 
mare — Parola d'altare — Beata quell'anima — Ch'è nata la notte di Natale. 

IV, Paternostro Santa Lena (Maddalena) — Che pativa tanta pena — Che 
pativa tanto dolore — Che è morto nostro Signore — Battuto e frustato — Colla 
lancia trapassato. — Gocciolò una gocciolina — Sulla pietra tenera — La pietra 
si aperse — Tutto il mondo s'illuminò. — Illuminatevi voi, Madonna -Col cuore 
e con la corona — Illuminatevi voi Bambino — Col cuore e col cuoricino — 
Chi che la sa • Chi che la dice — La sua anima andrà in paradiso. 



ORAZIONI FRIULANE 24I 

V. 

Pater noster in nom di Giò 
Cui che seis in flore Giò (sic) 
Cui che seis nomeni in pàs e in caritàt. 

vi. 

Pater noster a cuit a cuit 
O soi fi dal ^halzumlt 
O soi fi dal shaliàr 
E parlnt dal pezotàr, 
Scarpis di va$he 
Scufònz di mieze lane 

10 dis chel paternoster 
Par che puare vedrane. 

VII. 

Pater noster cuite cuit 
San tré dis che no lu hai dit 
Se me mari no mi da pan 
No lu dirai nan$he domàn. 

vin. 

Io mi pon culi 
Non sai si rivarai al di 
O riva o no rivi 
Tros pe$hls di confessi 
Di pizzui e di grang 

11 Signor e la Madone 

Nus hai perdonin dug cuang. 

V. Paternostro in nome di Dio — Chi che siete in flore Dio (sic) — Chi 
che siete nomino in pace e in carità. 

VI. Paternostro quit a quit — Sono figlio del norcino —Sono figlio del cal- 
zolajo — E parente del cenciajuolo. — Scarpe di vacca (cuojo) — Calzemni dì 
mezza lana — Io dico quel paternostro — Per quella povera donzellona. 

VII. Pater noster quite quit — Son tre giorni che non l'ho detto — Su nm 
madre non mi dà pane — Non lo dirò, nemmen domani. 

Vili. Io mi corico qui — Ne so se arriverò a domani - O arrivare o non 
arrivare — Troppi peccati da confessare — Di piccoli e di grandi — Il Signore 
e la Madonna — Ce li perdonino tutti quanti. 



242 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

IX. 

Al leto mi vago 
L'anime me a Dio la Jago ' 
Si murls che no savès 
L'anime me Dio l'avès. 
Si murls, sans esantis 
Io us invidi dutis cuantis 
Si fossis altretantis 
Buon Gesù vignln al coro 
Fait vó chel che volè 
Di otigni la grazie nestre 
Di otigpi la grazie me. 
Io soi tant inamorade, 
Cuand che Iddio mi ha creade 
Io di Lui soi fate spóse 
Per entra nel regno so, 
Troverò il Libotante ? ! (sic) 
Troverò il gnò bon Gesù. 
In chest mond no uei sta più. 
Uei là a servi il nestri Signor 
La nestre mari $hare 
Ch* a vegnara a dipendi (sic) 
Cun t'une Crós indorade. 
Oh peccatori peccatori 
Cuand ch'a ven la confession 

IX. In letto io vado — L'anima mia a Dio io do — Se morissi senza saperlo— 
L'anima mia Dio l'avesse (sic). — Se morissi, santi e sante — Io vi invito tutti 
quanti — Se foste altrettanti. -*• Buon Gesù veniamo al coro (sic) — Fate voi 
quel che volete — Di ottener la grazia nostra — Di ottener la grazia mia. — 
Io sono tanto innamorata — Quando che Dio mi ha creata — Io di lui son 
fatta sposa — Per entrar nel regno suo. — Troverò il Libotante ? ! (sic) — Tro- 
verò il mio buon Gesù — In questo mondo non voglio star più. — Voglio 
andar a servir nostro Signore — La nostra madre cara — Che verrà a dipen- 
dere ? (sic) — Con una croce dorata — Oh ! peccatori , peccatori — Quando 
verrà la confessione. 



1 Questa orasione appartiene al Friuli occidentale avendo parecchi versi e parole in dialetto veneto. 



ORAZIONI FRIULANE 243 

Tremarà la vós 

Come la fuee dal gran bosc. 

Cui che la sa e cui che la dis 

Ogni di ju benedis 

Cui che la sa e no la comprend 

Il di dal Judizi Universàl 

Si shatarà malcontént. 

X. 

Madone zingarele 
Si ben chi sei una povarele 
Ti oferis la casa mia; 
Non é casa partia. 
La mangiava la beveva 
La diceva orazión 
Andando a cercar il mio meschino 
Che è quel povero pelegrino 
Che va cercaftdo la carità. 
Alzando i voi al cil 
Io viód Marie biele 
Cui so libnit in man 
E chel agnulln fevele: 
Agnulln Gabriele, 
Fostu tu inocente 
Ti saluto cosi nobilmente. 
O Vergine pura 
Non temer niente 

Tremerà la voce — Come la foglia del gran bosco. — Chi la sa e chi Li 
dice — Ogni dì li benedice — Chi la sa e non la comprende — Il giorno de) 
Giudizio Universale — Si troverà malcontento. 

X. Madonna Zingarella ? (sic) — Sebbene io sia una poverella— Ti offro casa 
mia; — Non è casa divisa. — Ella mangiava e beveva — E diceva orazioni — 
Andando a cercare il mio meschino — Che è quel povero pellegrino — Che 
va cercando la carità (sic) — Alzando gli occhi al cielo — Io vedo Maria bella 
— Col suo libretto in mano — E quell'angioletto parla: — Angelo Gabriele — 
Fosti tu innocente — Ti saluto così nobilmente, — O vergine pura — Non 
temer niente. 



244 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Del tentator nemico 
Del mondo falso amico. 

XI. 

L'oraziòn 
Dal paveòn 
Là ch'o levi 
La disevi 
La ch'o lavi 
La $hantavi 

Pan e vin o guadagnai 
Guadagnai une cuesse di $hapòn 
E la puartai a San Simon 
San Simon noi jere 11 
Lu puartai a tirali 
Tirali noi jere lì 
Lu puartai a Sante Lene 
Che tirave la campanele 
Che faseve din don 
Tre pulzetis sul balcòn 
Une file, une daspe 
Une fàs ^halzòns di Pasche. 

XII. 

La Madone veve un frut 
San Josef iu ha pierdut 
La Madone lu ha $hatàt 
Sant Josef lu ha bussàt 

Del tentator nemico — Del mondo falso amico 

XL L'orazione — Del farfallone - Dove andava — Io la diceva — Dove 
andava — La cantava — Pane e vino io guadagnai — Guadagnai una cosciotto di 
cappone — E lo portai a San Simone — San Simone non era lì — Lo portai 
a tiruli — Tirulì non era li — Lo portai a Santa Lena — Che tirava la cam- 
panella — Che faceva din, don — Tre donzelle sulla finestra — Una fila, una 
annaspa — Una fa ravioli di Pasqua. 

XII. La Madonna aveva un figlio — San Giuseppe lo ha perduto — La 
Midonna lo ha trovato — San Giuseppe lo ha baciato. 



ORAZIONI FRIULANE 345 

San Giuseppe assistello 
Cos'avete in quel cestello 
Per fasciare Gesù bello, 
Gesù biel, Gesù d'amor 
Par fassa nestri Signor 
Nestri Signor su la Crós 
Su la Crós di Pilato 
Cun tre chiodi inchiodato. 
Cui che la sa cui che la dìs 
Va une volte in Paradls 
Il Paradis è una bella cosa 
Chi va là sempre riposa. 
Al inferno va la mala gente 
Ma per una eternità 
Sempre sia lodato Dio 
Amen. 

XIII. 
Ane, Susane 
Rispuind a cui ch'a ti dame 
Alze la vós 
Madone di Sante Crós 
Vado in campo 
Trovo un Santo 
Vado in chiesa 
Impiza le candele 
, I agnui ^hantavin 
La Madone sospirave 

San Giuseppe assistetelo (sic) — Cos'avete in quel cestello — Per fasciare 
Gesù bello? — Gesù bello, Gesù d'amore— Per fasciar nostro Signore — Nostro 
Signore sulla Croce — Su la croce di Pilato — Con tre chiodi inchiodato. — 
Chi la sa e chi la dice — - Va una volta in Paradiso. — Il paradiso è una bella 
cosa — Chi va là sempre riposa — All'inferno va la mala gente — Ma per ttna 
eternità — Sempre sia lodato Dio — Amen. 

XIII. Anna, Susanna — Rispondi a chi ti chiama — Alza la voce — Ma- 
donna di Santa croce — Vado in campo — Trovo un Santo — Vado in chiosa— 
Accendo le candele — Gli angeli cantavano — La Madonna sospiravo. 

.Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 3 2 



246 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Il Signor in zenoglòn 
Oh! ce biele oraziòn 
Oraziòn dai capuclns 
Buine gnot rosis e spins. 

XIV. 
Lusive la lune 
Come un biel di 
Cuand che Marie 
A parturl 
E monz e pràz 
Ducuànt florive. 
A l'ere il cuc 
Cun dug i uciei 
Iovins e viei 

A erìn cuatri pastorùz inocènz 
Ch'a pascolavin i lór armènz 
Iuan, Macor, Nard e Simon. 
Savarès. o miei fhàrs fradis 
Ch'a Tè nassùt il Redentór 
In une statate 
Lu (hatarés ducuànt glazàt 
Ducuant glazàt, 
* Il bò e il mus lu sfhàldin cui flit. 

XV. 

Sunln, sunln di violln 
L'è nassùt Gesù bambin. 

Il Signore in ginocchio — Oh 1 che bella orazione — Orazione dei caput- 
emi — Buona notte rose e spini. 

XIV. Splendeva la luna — Come un bel giorno -Quando Maria — Partorì — 
E monti e prati — Tutto fioriva. — Era il cuccolo — Con tutti gli uccelli — 
Giovani e vecchi. — Erano quattro pastorelli innocenti — Che pascolavano i loro 
armenti — Giovanni, Ermacora, Leonardo e Simone. — Saprete miei cari fratelli, 

— Che è nato il Redentore, — In una stalla — Lo troverete tutto ghiacciato, 

— Tutto agghiacciato, — Il bue e l'asino lo riscaldan col fiato. 

XV. Suoniamo suoniam di violino — É nato Gesù Bambino. 



ORAZIONI FRIULANE 147 

L'è nassùt nestri Signor 

Al par une stelle di gran splendor 

E lùs la lune 

Come un biel di 

Montagnis e pràz 

Violis in cuantitàt 

Si sint a (hantà 

E si sint fin al lugùt 

E si sint dug i uciei. 

Tant i zovins che i viei. 

Cuatri pastórs e stan atènz 

Pascolànd i siei armènz 

Al ven dal cil un agnul biel 

Ch'ai semee lu Gabriel 

Soi rivàt culi a buin'ore. 

Ah ! mostraimi il biel bambln 

Vo Madone lu vés fat 

E cumò lu vedarés 

In te stale plen di irèd 

Cuasi muart e inglazàt 

Il bò e il mus lu s^hàldin cui fiat 

Ce us parie pastorei 

Al semee un Gesù bei K (sic) 

Al ven cà an$he mio fradi 

Al puartarà dal bon formadi, 

É nato nostro Signore — E par una stella di gran splendore. — Splende 
la luna — Come un bel giorno — Montagne e prati — Viole in quantità. — Si 
sente a cantar per tutto — Si sente fino al luogo (la stalla di Tìtiltmmt) — 
Si sentono tutti li uccelli — Tanto giovani che vecchi. — Quattro pastori stanno 
intenti — A pascolare i loro armenti — Vien dal cielo un angelo bello — Che 
somiglia Gabriello. — Son arrivato qui di buon mattino. — Ah 1 mostratemi il 
bel bambino — Voi Madonna l' avete partorito — Ed ora lo vedrete — Nella 
stalla pien di freddo — Quasi morto ed agghiacciato — Il bue e 1' asino lo 
scaldati col fiato. — Che vi pare pastorelli — Somiglia un Gesù bello — Vien 
qui anche mio fratello — E porterà del buon formaggio. 

* Bm per bkì onde far la rima. 



248 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Al ven cà pur mio cusln 
Ch'ai puartarà dal bon vin. 
E son ca lis piorutis 
Cu lis lór cestutis, 
Plenis di coculis e miluz 
Robis adatadis a dug i fruz. 
Tignit a menz cheste oraziòn 
A je une oraziòn ch'a fàs stupì 
£hantìn, sivilin di sivilót 
Lis maraveis si finissin usgnòt. 

XVI. 
Mezzodì 
La Madone parturl 
I agnui a ^hantavin 
La Madone predifhave 
Al sol alla luna 
E il bambino se cuna. 

Verrà qui pur mio cugino — Che porterà del buon vino — E son qua le 
pecorelle — Con le loro cestelle — Piene di noci e mele — Frutta adatte a 
bambini. — Tenete a mente questa orazione — È una orazione che fa stupire — 
Cantiamo, zufoliamo collo zufolo — Le meraviglie terminati stassera. 

XVI. Mezzodì — La Madonna partorì — Gli angeli cantavano — La Ma- 
donna predicava — Al sole alla luna — £ il bambin si culla. 

V. OSTBRMANN. 



«**§=E^HE=E§«^ 



LA NOTATION 
DE LA LITTÉRATURE POPULAIRE 




a nourion de la littératare populaire non écrite exige 
une attention particulière à divers points de vue. Meme 
dans le cas où certe notation se ferait surtout dans un 
intérét légendaire, mythologique et ethnologique , elle se trouve 
pourtant en rapport intime avec V étude des patois, en tant que 
certains genres de certe littérature ne doivent guère ètre notes 
qu'en patois. À cette littérature, prise dans un sens plus étendu, 
je rapporte: i. Des chansons populaires mythiques, historiques, ro- 
mantiques (avec leurs mélodies); 2. Des contes populaires, au sens 
ordinaire du mot, les aventures et les légendes; 3. Des traditions 
locales, mythiques et historiques, sous forme de narration; 4. Des 
croyances populaires, des idées religieuses de différentes espèces, 
des superstitions (y compris la médecine populaire); 5. Des énigmes 
de différentes sortes; 6. Des proverbes et sentences, des dictons 
et des phrases orìginales toutes faites; 7. Des jeux, des danses et 
des airs qui les accompagnent; 8. Des us et coutumes aux époques 
remarquables de l'année ou de la vie, aussi bien que dans le cours 
ordinaire de la vie, des exposés de moeurs populaires. . 

Ma classification n'est peut-étre pas irréprochable, mais peu 
importe. Les chansons, les énigmes et les proverbes ont uneré- 
dation tout fixée: on n'a qu'à les mettre sur le papier sans modi- 



25O ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

fication aucune. Quant à la musique, sans ètre expert en cette 
matière, je ferai seulemente remarquer que, pour les rendre uti- 
lisables à la science, il faut rendre les mélodies aussi fidèlement 
que possible comme elles se trouvent chez le peuple, sans les 
corriger et sans les affubler des ornements de l'harmonie. On 
fait la description des jeux et des danses; on annote les chansons 
et les mélodies sur lesquelles on les chante. Je crains qu' il ne 
manque à la chorégraphie une terminologie fixe, ce qui est un 
inconvénient grave. Cependant je n* ai pas eu Toccasion de prendre 
connaissance des traités étrangers sur ce sujet. Il va sans dire 
que les descriptions doivent se faire en langage ordinaire. De 
méme en ce qui concerne les us et coutumes, la vie ordinaire du 
peuple dans ses différentes phases, ainsi que les croyances popu- 
laires et les superstitions. Toutefois il faut toujours rendre dans 
leur forme originale les phrases toutes faites, les dictons et les 
formules du patois. Des descriptions détaillées en patois , qu' on 
fait en se pla$ant au point de vue du peuple , sont excellentes 
comme échantillons de la langue, et font aussi mieux compren- 
da le sujet qu' elles traitent. Mais il est très difficile de les faire 
avec la fidélité nécessaire; celle-ci n'est guère possible à atteindre 
qu'en faisant usage de la sténographie. Autrement la réflexion y 
prend d'ordinaire une trop grande part, pour ne pas parler des 
difficultés de langage. 

Les contes et les légendes n'ont pas de rédaction tome fixe. 
Deux individus ne récitent jamais un conte absolument de la méme 
fa?on, et une méme personne ne le raconte guère deux'fois dans 
des termes tout à fait pareils. Une chanson peut avoir des va- 
riantes dans diflférents lieux; cela n'en regarde pas la nation: on 
peut toujours la noter mot à mot pendant qu'elle est chantée. Il 
en est autrement des contes. On ne parvient pas à écrire aussi 
vite que le conteur parie; s'il est interrompu, V ensemble est en 
partie gate, il ne racontera plus avec la méme naiveté. Repro- 
duire après par coeur chaque détail, chaque petit mot, e' est ce 
qui n' est pas dans le pouvoir de tous. Ce n' est donc que par 
moyen de la sténographie qu' on pourra parvenir à une notation 
satisfaisante sous tous les rapports. Cependant je ne connais que 



LA NOTATION DE LA LITTÉRATURE POPOLAIRE 2JI 

Tltalien Vittorio Imbriani (La Novellaja fiorati. Fiabe e nov. steno- 
grafate in Fir. Livorno, 1877) qui ait eu recours à ce raoyen. Il 
faut ensuite élaborer le tout phonétiquement , avec le degré de 
rigueur phonétique désirée; mais la construction et les mots som 
donnés. Encore , cependant , la sténographie est-elle trop peu 
connue, pour qu'on puisse en espérer un service aussi étendu quc 
celui que nous venons d' indiquer. Il faut se contenter de faire 
en sorte qu'on puisse entendre faire le récit du méme conte plu- 
sieurs fois pour annoter alors et corriger autant que possible. Avec 
un peu d'habitude et de disposition pour l' intelligence de cette 
espèce de littérature, on parviendra enfin à avoir des reproductions 
assez fidèles , au moins dans les points essentiels. C est là une 
méthode qu' on se voit force d'adopter ; il n'y a donc rien à y re- 
prendre. Toutefois ce que nous venons de dire suppose toujours 
qu'on a affaire à un narrateur habitué à révéler les trésors de 
son souvenir d'une manière cohérente et dans P ordre naturel. 
Gir il arrive souvent, quand on désire des renseignements sur 
une legende, dont on vient d' entrevoir P xistence , qu' il faut à 
force de questions en arracher les différentes parties à un indi- 
vidu ou à plusieurs personnes et ensuite arranger le tout en se 
guidant d' après les indications qu' on pourra se procurer. Cette 
méthode a des imperfections inévitables. On y a parfois recours 
méme quand on a de véritables narrateurs a sa disposition. En 
Angleterre il a été jusqu'ici d'usage de publier les chansons popu- 
laires en les « collationnant » , selon P expression en usage. Cela 
se fait de la manière suivante: on fait Paddition des variantes de 
fa$on à ne donner qu'une seule fois ce qu'elles ont d'identique, 
tandis que les parties qui se sont développées parallèlement ou 
se sont succédées pendant la vie de la chanson au sein du peuple, 
sont placées à coté Pune de Pautre, ou bien se succèdent sur le 
papier; d'ou il résulte que la chanson forme tout un volume et 
revèt un 'aspect tout à fait absurde. Il este évident que cette 
méthode est à rejeter. Il y a cependant une autre manière de 
« collationner » qui ne mérite pas le méme jugement. Si P on a 
entendu réciter un conte par différentes personnes d'une manière 
plus ou moins differente, on est facilment tenté de chercher à 



2J2 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

fondre ensemble les différentes rédactions, en choisissant et en 

rapprochant les parties qui semblent les meilleures et les plus 

primitives, et de reconstruire ainsi, par l'analyse et la synthèse, 

le conte en lui donnant la forme qu'on regarde comme lavéri- 

table et primitive. On peut y procéder d' une manière plus ou 

moins scientifique, d'après un critère scientifique ou bien à Taide 

des indications de Tinstinct, du goùt et du tact, avec la prétention 

de garder toujours la manière de voir et de penser du peuple. 

Une littérature populaire rendue d' après ces principes , ne sera 

naturellement jamais véritable au sens rigoureux du mot; elle ne 

pourra jamais, au point de vue de la mythologie et de rhistòire 

de la civilisation du peuple, offrir le mème intérèt que celle qui a 

été faite par le peuple lui - mème. C est là toujours un genre 

d'art qui, comme tei, peut avoir beaucoup de valeur littéraire. 

Si celui qui s' y livre , a du talent et du goùt , il peut mème 

reproduire les idées du peuple à un haut degré de fidélité et de 

perfection, dignes des plus grands élogs. Mais il est assez rare 

que des personnes qui ont étudié, puissent garder ou s'approprier 

la naiveté du peuple, nécessaire pour arriver à corner, surtout en 

patois, comme le fait le peuple lui-méme. Je puis encore ajouter 

qu'on pourra à peine s'attendre du coté du peuple à d'autre as- 

sistance pour la notation que celie qui consiste an la récitation. 

Ceux qui auraient d* ailleurs les qualités voulues , manquent de 

T habitude de manier la piume , nécessaire pour pouvoir écrire 

d'une manière naturelle et non affectée un conte tei que le recite. 

Comme moyen heuristique on peut faire usage d' une sèrie 

de questions afin de trouver les traces de la tradition populaire. 

Ainsi le riche recueil de M. Bartsch intitulé Sagen, fhCàrchen und 

Gebràuche aus Meklenburg a été fait d'après cette méthode. Mannhardt 

a employé le mème expédient pour les souvenirs mythiques de l'a- 

griculture, et en France M. Sébillot a compose et publié un Que- 

stionmire (1880) a cette fin. Ce moyen doit ètre fortement re- 

commandée '. 

J. A. Lundbll. 

« Internationale Zeitschrift f. allg. Sprachwissenschaft , pp. 322-24. Letp- 
Ù& t 1884- 



PROVERBI DI PRIMIERO. 




no, per quanti proverbi della sua regione abbia rac- 
colti, non può mai dire d'averli raccolti tutti. Ve ne 
sono che vengono usati rarissime volte, perchè è raro 
che si ripeta il fatto del quale ebbero origine ; ed è , di solito , 
un mero accidente che sieno uditi da chi attende a raccoglierli. 
Quindi è, che, ogni tanto , mi avviene di udirne , per la prima 
volta, qualcuno, Dio sa quanto antico, che avrebbe potuto rima- 
nere lungamente ignoto , fino a finire per perdersi. Tanti se ne 
perdettero , perchè non v' era chi gli raccogliesse , e perchè col 
progredire della cultura e col cangiarsi delle correnti dell'umano 
pensiero', cessarono di essere usati generalmente. Ed è un pec- 
cato che si perdano ; perchè fra i proverbi ve ne ha molti che 
impongono per la loro bellezza, e fanno onore al popolo fra il 
quale nacquero; ed altri che sono preziosi per la giustezza e ori- 
ginalità delle idee, che invano si cercherebbero ne' libri, e che 
accrescono veramente il patrimonio dell' umano sapere , raddriz- 
zando spesso le idee storte dei dottori e dei moralisti. 

Ma per dimostrare come tante volte dipende dal caso che 
sia detto od udito un proverbio , mi ricordo come , nel gen- 
^Arshivio ptr le tradizioni popolari — Voi. IV. 3 3 



254 ARCHIVIO PER LE TRADl2lONt POPOLARI 

nato del 1859 , io mi trovassi in un crocchio di persone che 
discorrevano della Pasqua, che in quell'anno veniva molto alta, 
ed un vecchio disse quel proverbio : Co' San Marco pasque^ava, 
tuto 7 mondo in guera stava '. Me ne sovvengo ora, perchè ap- 
punto nel venturo anno la Pasqua cade nel giorno di San Marco, 
ai 25 d'aprile, e vo* vedere se la profezia si avvererà. Speriamo 
bene. Un giorno veniva dato un pezzo di focaccia ad una ra- 
gazza , ed ella , ringraziando, disse : Co se xe arentt a un santo, 
se aquista un toco de virtù. — Otto di fa , una signora bellunese 
mi diceva della morte d'uno, vecchissimo, che aveva i figli già 
vecchi, i quali eran vissuti con le mani legate non potendo di- 
sporre delle loro sostanze, perchè: Tadri eterni, figli crocifissi. — 
Presso una puerpera, la nonna del neonato mi diceva Ter tirar 
suso un fio, ghe voi un caro (carro) de strade, un caro de %an%e e 
un caro de pape. Ebbene, era la prima volta che li udivo , dopo 
trentanni che raccolgo proverbi ! Ed a proposito di quest'ultimo, 
si noti che ^an^e per voci, o ciance, o parole vane, non si usa 
più nel dialetto veneziano', come si usava nel secolo XVI (nei 
Diari del Sanuto si trova spesso) , e non si conserva più che 
in questo proverbio. Ma ne* proverbi come vivono molte parole 
disusate, cosi è conservata la memoria di costumanze che sono 
smesse da secoli. Anche pochi giorni addietro, uno di Mestre mi 
diceva: Chi de gota nasse, sorcio piglia: loco alto la mare, loco allo 
la figlia. In questa forma , notabile per più rispetti , non m'era 
mai accaduto di udirlo. I tacchi altissimi, i famosi specoli, li por- 
tavano, secoli addietro, le gran dame e le loro imitatrici, che 
non èrano in grand'odore di santità. 

Ma per trovare dei nuovi proverbi bisogna andare nei paesi 
di montagna. Là in quella società, che vive segregata dal mondo, 
insieme con le usanze e le, idee antiche e i prischi dialetti , si 
conservano anche tanti proverbi che invano si cercherebbero 
nelle città. Laonde ogni estate io mi reco fra le Alpi Venate a 
trovarvi , oltre il fresco e la salute , anche queste reliquie del 



1 Vedi Race, di Prov. Veneti., Ediz. terza, pag. 214 e 347. 



PROVERBI DI PRIMIERO 255 

senno antico. Nell'Agosto dello scorso anno fui nella Valle di 
Primiero, e fra quel popolo (506 mila anime), sveglio e in- 
telligente quant'altro mai , udii molti proverbi , alcuni- dei quali 
nuovi affatto, che meritano di esser fatti conoscere ai lettori del- 
{'•Archivio. 

La Valle di Primiero è posta al nord di Feltre, da cui, per 
la nuova strada lungo il Gsmone , dista circa quindici chilome- 
tri. Appartiene al Circolo eli Trento. Vi si parla il dialetto veneto 
del Bellunese un po' misto al Vicentino, per i rapporti commer- 
ciali che i Primierotti hanno con gli Agordini, i Feltrini e i Bas- 
sanesi. 

Ecco, ora, alcuni di quei proverbi: 

Digiun italian, e orazion tedesca. 

Il digiuno è italiano perchè gli italiani, sobrii, digiunano volentieri; i 
tedeschi, invece, gran mangioni, preferiamo la preghiera, stando in ozio. 
Tre bele cose da picinin: l'aseno, el porco e '1 contadm. 

Ricorda il toscano : • Omini, gattini e figli di contadini , son belli 

quando sono piccini ». 11 quale è più grazioso, ma meno piccante. 

Per natura baia "1 can, per natura ladro è il vilan, e se ghe n' è 

qualchedun de bon , o che P è mul , o bastard , o fiol del 

so paron. 

Vàrdete da 'n pè d'un mul, da 'n dent d'un can 1 , e da chi in 

ciesa tien su le man. 
Né un fiume per confini, né un prete per visin, né compare contadin. 
Né coghe de preti, né fie de osti, né musso de molineri. 

Coghe, cuoche; musse, ducile. 
Vàrdete da preti, da frati e da femene che no fa tosati. 
Tre cose fa scapar Pomo da casa : teto che spande, dona cativa 

e tosati che piande (piangano). 
Chi voi tegnèr la casa monda, no tegne né pite, né colomba. 

Pite, galline. — E della casa, qualunque sia, deflo sposo 5 
Se piase '1 gaio, piase anca el pulinaro (pollaio). 
El grasso de mula fa magro el paron. 

Quando non v'erano vie carrozzabili, i paesi di montagna si appro- 
vigionavano mediante i muli; e il mulo grasso indicava; il poco, guadagno 
del suo padrone. 



2J 6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Mula e cavala, porta a la spala; mussat e mul, porta sul cui. 
Pitosto che nla (nulla), magari barba rossa. 

Nel senso del vicentino : Pitosto che gnente, marta, vecio e despos- 
sente. — In Agordo udii, pure quest'autunno : Co le tose 1* è arivae a 
una certa età, le sposeria la porta del talvà (fenile). 
Per credere che una dona g'ha avudo mal, aspetar tre giorni 

dopo che la xe morta. 
La campana de note, sona al giorno. 

La moglie racconta di notte al marito le offese ricevute o in fami- 
glia o nel vicinato; ed egli, di giorno, canta l'antifona a chi si deve. 
Fiòi picoli, alegrezze grande; fiòi grandi, alegrezze picole. 
Baldezza de Sol, capei de mato. 

Pazzo è quel padre che è baldanzoso del proprio figlio e gli fa so- 
pra grande assegnamento, massime quando lo esalta troppo in sua pre- 
senza. 
Un cativo consorte, pegior de la morte. 
Sposa che ride, dona che piange. 
El militar, dove che '1 va, morosa il fa. 
Anche: El militar; dove che 1 passa, morosa el lassa. 
Chi ama una volta, ama per sempre. 
A far l'amor coi zòveni, se aquista la virtù; 

I g'ha le gambe grosse, le calze le ghe su su. 

È delle donne, che san parlare coperto. >— Una preghiera : 

Signore Dio, savi il bisogno mio : bezzi e sanità a sto mondo e 

paradiso ne l'altro; signore Dio, no ve domando altro. 

Il seguente è detto il segno delia Croce d'un frate : 

Signor Dio, no g'ho femena, no g'ho tosati, no g'ho debiti, no 

g'ho crediti : sia ringraziato Idio ! 
Chi parla mal dei so parenti, se neta el naso e se sporca la boca. 

Più giusto dell' altro che corre nel Veneto : Chi disc mal dei so pa- 
renti, se tagia '1 naso e se sporca la boca. 
La mare pietosa, fa la figlia tegnosa. 
Dona de cuna, sete per una. 

Le puerpere, che devono attendere alla culla, non possono accudire 
alle faccende domestiche : sette fanno per una. 

El bon vin fa hostaria 

Da un segna da Dio, fento passi indrio, e da un zot (ento e ot. 



PROVERBI DI PRIMIERO 257 

Tre soler, fa un piover. 

Tre giorni coperti e sciroccali (soléri) fanno un giorno di pioggia. 
A la ferdima, i pulzi cantina. 

D'autunno le palei se ne vanno. Ferdima (probabilmente : freò=ferd 
= ferdima : tempo freddo). A Chioggia dicono Fraima la raccolta delle 
anguille e di tutto il pesce allevato nelle valli della Laguna , raccolta 
che si fa in novembre. Nel Bellunese far dima è l'autunno, come nell'alto 
trivigiano, dove è persino il verbo fardimar che significa: raccogliere gli 
ultimi prodotti autunnali. 
Chi ha pulzi de genaro, a rista un centenaro. 
Roba vien da robarla; chi no roba, no ha nla. 

Proverbio gnòdolo, cioè della Val Cereda , verso AgorJo , i cui abi- 
tatori son detti' gnòdoli. I quali, essendo gozzuti, dicono, ironicamente 
Intra di nos, futi col gos; fora di noi, altro che doU 
Golazion bonora, disnar a la so ora, a sena pochetot, se te voi 
viver trop {molto). 

Ottimo consiglio igienico. Nella Val di Primiero, come in tutti i paesi 
alpini, la colazione si fa con caffè e latte, al mattino; si desina al mez- 
zodì, e si cena alle sette di sera. 
Bonora a la becarla, tardi al marca. 
I mati e i putèi dise la verità 
Can de cagna, e cagna de can. 
Co strazze e taconi, se aleva conti e baroni. 

Ovvero : Sbrlndole e taconi mantien conti e baroni. 
Un trarèto (séldo) de cagion in scarsela, xe una cosa bela. 
Cuor contento 1' è paron del mondo. 
Chi voi veder un mostrio, vesta un nero de turchin. 
Ecco una rassegna satìrica di tutti i paesi della Valle . 
Porzei de Siror, gravatei de Tonadic, strapazzini (p brachi) de la 
Fiera, zaca làresi de Transaqua, saltamandre de Pieve, straz- 
zapaltan de Ormanic, gambaroi de Mezzan, cornai de Imer, 
litiganti de Canal, orsi (o strazzacavre) de Caoria, gnòdoli de 
Sagron e Mis. 

Zaca làresi, mastica legno di larice; gambaroi, portatori di gambiere; 
Fiera è il capoluogo della Valle, ove sono gli uffici, la posta, il te- 
legrafo, alberghi, ecc. 
Vache de Canal, boi de Transaqua e femene de Siròr, no ghe n'tor. 
Meteorologico il seguente, che parla della pioggia: 



2J 8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Se la vien dal Schèner, la vieti col ster (staio); 

Se la vien da le Vete, la vien co le sachete; 

Se la vien da Cereda, la vien co la gheda (grembiule); 

Se da S. Martin, la vien col cadin. 

Schèner, antico castello verso Fonzaso al sud ovest. 
Vete, le vette feltrine, che segnano il confine, e distano da Fiera non 
più di sei chilometri, verso sud. 
Cereda, valle e passo alpino, verso Gosaldo e Agordo, a Yest. 
San Martino di Castrozza, ov'è una stazione estiva assai frequentata 
dagl'inglesi, tedeschi e italiani, ed è al nord della Valle. È posto sotto 
la Pala di San Martino, all'altezza di m. i soo sul livello del mare; mentre 
la Val di Primiero ha un altimetria che varia dai 600 agli 800 metri, 
cinta tutt' intorno da montagne alte dai 1600 ai 3222; che è, appunto, 
l'altezza della Pala. 
Venera, 16 aprile 1885. 

Cristoforo Pasqualigo. 







MEDICINA POPULAR. 



SUPERSTICIONES ESPANOLAS. 




edicado, hace dos anos, al estudio de las supersticiones 
populares espanolas, y autor de una coleccion que al- 
canza ya al nùmero 900 y que publicada en La Ame- 
rica , revista quincenal madritena, solo espera ocasion propicia 
para ver la luz pùblica en un tomo; he separado de entre ellas las 
que se relacionan con la medicina popular reuniéndolas en dos 
grandes grupos: (A) Preservativos; (5) Remedios propriamente dichos; 
— y tal comò las he ido recogiendo, sin ordenarlas siquiera por 
asuntos ó enfermedades , se las envio i mi distinguido amigo 
Sr. Pitrè, para que si después de examinarlas, las crée digrias de 
figurar en el Archivio, las de a la imprenta; y caso contrario las 
inutilize, con lo cual, entre paréntesis, no perderfan mucho los 
lectores. 

No se me oculta que, aunque siempre insignificante, la con- 
tribucion al F. L. espaiiol que hoy ofrezco a la revista italiana 



260 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ganaria mucho si se la presentase con algun aparato cientifico, 
ensayando alguna clasificacion, haciendo un estudio de las super- 
sticiones apuntadas, y deduciendo de él las consecuencias a que 
hubiere lugar: para lo primero faltan todavia datos; para lo segundo 
carezco de riempo, y, a pesar mio, he de aplazar ese trabajo que 
haré con gusto mas adelante, comprometiendpme desde ahora 
i insertarle en el Archivio abusando, quizà, de la amabilidad de 
sus ilustrados Directores, para de ese modo completar la tarea 
que hoy no hago mas que esbozar ligeramente. Después de todo, 
lo que aplazo no és sino una opinion individuai, mientras lo que 
doy son hechos. Una afìrmacion puedo adelantar: las supersticiones 
que tengo recogidas respecto à curacion de enfermedades confirman 
hasta la evidencia la teoria tan admirablemente expuesta por el 
ilustre Black en su Folk-Medicine: en la supersticion espanola, 
corno en la inglesa, escocesa é irlandesa, la mayor parte de cura- 
ciones descansan sobre el principio de trasmision del mal i una 
persona — viva ó muerta, — a un animai, ó à un ser inanimado. 

Pero me estiendo mas de lo que pensaba. De los malos pa- 
gadores és costumbre en Espana decir que pagan sus déudas tarde 
mal y mitica. En la déuda de originai que contrage con el Sr. Pitrè 
he dejado- trascurir los dos primeros plazos: no me juzgue por 
esto, que yo le respondo de que nunca dare por saldada la déuda 
de gratitud que he contraido con él por las bondades inmerecidas 
que me ha dispensado desde el dia, dichoso para mi, en que tuve 
el honor de recibir su primera carta, una de las grandes satisfac- 
ciones de mi vida. 

(A) — Preservativos. 

i. Desde que se siente embarazada una mujer debe beberse 
diariamente un vaso de agua en ayunas para que el parto sea 
bueno. 

2. Se evitan à los nifios los peligros de la deniicion cólgàn- 
doles del cuello un diente de perro || O una quijada de erizo. 

3. Se evita el dolor de muelas llevando en el bolsillo una nuez 



MEDIC1KA POPULA* E&AXOLA Vfo 

de trés costoro * fj O una piedra de la coeva de Santa Polonia * 
|| O pendiente del cuello una cruz de belefio. . 



1 La creencia en las propiedades felices atrìbuidas à la nuez de très costura» 
és genera] en Europa. « Nous avons déja vu— dice De Gnbernatis — qoe li doutrie 
« noisette porte bonheur; il en est de mtee par la noia à trois coutnres. A 
« Cianciarla, en Sicile, on croit que la noi* à trois noeuds preserve celui qui 
« la porte dans ses poches de la foudre et de toute sorte de sorcellerìe ; elle 
« hàte les couches; elle facilite la victoire; elle emporte la fièvre »... D' après 
« Mr. Louis Maggiulli, à Muro Leccese, dans la terre d* Otranto, on attribue 
« la plus grande importance à la noix a trois noeuds, dont j'ai déjà £att mention 
a plus haut — Les petites femmes , m'ecrit-il , en portent toujours dans leurs 
« poches pour se garantir du mauvais oeil; elle est tout-puissante, surtout dans 
« les maladies; malheur adviendrait si on l'egarait ou si on le cassait pour en 
« manger. La noix, et, sans doute, tout specialement la noix à trois noeuds, est 
«* le Deus ex machina des contes populaires de cette panie de l'Italie. U suffit 
« d'en jeter une seule, pour faire paraìtre des plaines parsemées de rasoirs, des 
« montagnes qui attegnent des étoiles , des mers sans bornes etc. — Les Ve- 
« nitiens aussi affirment que la noix à trois noeuds , si on la garde sur soi, 
« porte bonheur ». « Dans la campagne de Bologne elle n' est le moyen in* 
« faillible pour découvrir les veritables sordères ». « Dans les environs de Bo- 
« logne certains paysaos suspendent une noix à trois noeuds au cou de leurs 
« enfants, dans l'espoir d'en eloigner le mauvais oeil ». Micologie des plantes, 
II, pàg. 243 y sig. 

1 En opinion del pueblo, Santa Polonia és abogada contra el dolor de 
muelas. Luis Romero y Espinosa inteligente folk-lorista espanol, inserta la si- 
quiente oracion à dicha Santa, en su bcllfsimo Calendario popuìar para i88j: 

A la pneru del cìcIj 
Polonia «uba 
y la VIrgen Maria 
te consolata 

— Di, Polonia, 1 qui haces ? 
I dnermos ó velas ? 

— Senora mia, 

ni duermo ni velo 

que de on dolor de maeUs 

mt estoy munendo, 

— Por U estrella de Venqs 
y el sol poniente, 

por el Santlshno Sacramento 
que estavo en mi vientrc, 
que no te dteU mas 
ni roaeU ni diente. 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 34 



262 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

4. Contra las hemorroides: Se lleva constantemente en el bol- 
sillo una castana de Indias '. 

5. Contra d dolor de cabe^a: Se lleva un haba del mar en- 
garzada en una sortija. || O una rama del àrbol del Parafso (tndia 
lAzederab, L.) atravesada en el cabello. 

6. Se precaven los efectos de la hidrofobia comiendo el que 
haya sido mordido por el perro rabioso pan sin sai que le de 
un saludador a . 



1 La misma supersticion existe en Venecia, seguii De Gubernatis en su Mitb. 
dts pi. — Aunque no tenga relacion con lo que venimos tratando, no resìsti- 
remos i la tentacion de consigliar, à propòsito de la castana, fruto funerario, 
segun el distinguido mitografo italiano, que en Espana, corno en el Piemonte, 
la vfepera del dia de difuntos acostumbran à corner castanas todos los que van 
i visitar los cementerìos, poniendolas muchos, en el pueblo sobre todo, cocidas 
ó asadas corno postre para la cena. 

* En lo que pudiéramos llamar personal mèdico de las superstidones pò- 
pulares, el saludador des empena principal papel. El ve, à la simple vista, si el 
enfenno que le presentan està efectivamente amenazado de hidrofobia ó no; 
él, mediante una bendicion y mas comunemente algunos esputos que arroja en 
una jofaina de agua, ve en el fondo la figura del perro y en su aspecto conoce 
si estaba ó no rabioso; él con el solo auxilio de la grada que Dios le hi 
dado para curar las enfermedades, guita à la herida, por medio de la succion, 
el virus venenoso que dejó en ella el animai; él tambien, cuando llega la es- 
tacion peligrosa , va de pueblo en pueblo bendiciendo los ganados que se le 
presentan reunidos en la era y saluddndolos con su aliento en nombre de Dios, 
con lo cual los preserva de la terrible enfermedad. Es tam fuerte en Esparìa la 
creencia en el saludador, que hay pueblos que estàn igualados con él lo mismo 
que con el mèdico y el veterinario. Todo és sobrenatural en el poder mèdico 
que el pueblo le reconoce. Siendo la enfermedad, en el mayor nùmero de casos, 
un castigo de Dios, naturai és que de Dios, solo de Dios proceda el remedio; 
unto mas tratàndose de la rabia, enfermedad muy comùn en las aldeas y contra 
la cual hasta ahora la ciencia se declara impotente. El saludador és un nombre 
que nació en Viernes Santo, a las trés en punto de la tarde, hora precisa en 
que murió Jesus, y que solo por este hecho recibe del cielo la facultad ma- 
ravillosa que se le atribuye, y en testimonio de la cual tiene una cruz perfec- 
tamente marcada en el paladar. Trés veces lloró en el vientre de su madre, la 
cual tuvo buen cuidado de callarse el suceso maravilloso, enterada de que por 
la publicidad perderla el hio que lleva en sus entranas la grada que hi que- 



MEDICINA POPULAR ESPANOLA 263 

7. La sombra del nogal no és buena, y la persona que se 
siente i ella se pone mala, de seguro, si antés no tiene la pre- 
caucion de arrancarle unas cuaritas hojas y tirarlas al suelo «. 

8. Restabecido de ùnas calenturas és malo que el enfermo 
se corte las unas, por que se reproducirà la ehfermedad \ 



rìdo otorgarle el cielo. Hay algunos que tienen el poder de ver abiertas todas 
las sepulturas cuaodo entran en un cementerio el dia 1* de Noviembre, y de 
uno he oido yo decir gue murió del espanto que ésto le produjo. General- 
mente se cree que poseen la doble vista, que saben ya, con antelacion, cuando 
y quien le vi i ir i buscar para asistfr i algun enfermo, y pueden cojer un 
hterro ardiendo y tenerlo en la mano sin guemarse. Los que curan de tal 
vìrtud no viven de otra cosa, dedicados exclusivamente i la curacion de la 
hidrofobia. En Madrid, con ser la capital de Espana, hay uno à quien vienen 
i consultar de todos los pueblccillos immediatos , y mas de una vez me han 
contado, refìriendose i él, sus curas maravillosas. 

1 « Le noyer est devenu en Europe , et spécialement en Italie , P arbre 
« maudit par excellence. Les anciens croyaient aussi que le noyer était cher 
« à Proserpine et à tous les dieux de Penfer. En Allemagne aussi , le noyer 
« tenebreux est oppose au chéne lumineux. A Rome, on pretend que Péglise 
« Santa Maria del Popolo a été bàtie par ordre de Paschal II, dans l'endroit 
« où s'elevait auparavant un noyer, autour duquel des milliers de diables dan- 
« saient la nuit. Baronìus parie d'un noyer qui existait encore de son temps à 
9 Constantinople, sur lequel on remarquait encore des traces du sang verzé 
« par le martyr Acathius, qui avait subì son supplice sur cet arbre. Près de 
« Pescia, dans la Valdinievole, en Toscana, le professeur J. B. Giuliani a en- 
te tendu parler d'un noyer où les sorcieres vont dormir. Le peuple de Pendroit 
« dit: le streghe vogliono i noci (les sorcieres aiment les noyers) ». En estas pa- 
labras de De Gubernatis (Mitb. des pi.) debe buscarse, a" mi juicio, el orìgen de la 
supersticion espanda. 

s Nada hay insignificante para la supersticion; las unas mismas , con ser 
tan pequenas, la sirven de asiento, y seria curioso reunir cuanto cree el pueblo 
sobre ellas. Bueno és cortarlas, y cortarlas amenudo , dicen los habitantes de 
Madagascar, porque, de llevarlas demasiado largas, puede el diablo ocultarse 
en ellas; pero hay que tener cuidado al hacer operacion tan importante. Hay 
ocasiones, corno està à que nos referimos , en que puede ser nociva ; ellas, 
corno veremos mas addante, en que evita una dolencia. Cortandolas en dfa 
que tenga r, salen padrastros. Las manchas blancas que algunas veces las en- 
sucian son revelacion de mentiras en Espana, aviso de que se va i recibir un 



1^4 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

$t Una mujer embarazada se facilita mucho ei parto ilevando 
pacalo el calzado de su mando. 

io. Para que no se ponga la boca mak i los minosse pocfao 
se Ics debeh lavar las endas con trés trapitos empapadoa en agua 
salobre, y qucmarfos despoés. 

il. Una mujer embarazada no debe devanar, porque tantas 
vueltas corno ella de al hilo otras tantas le din las tripas al hijo 
que Ueva en las entrafias. |f Ni pasar por debajo de un an- 
damio por que se la voi veri el nino en el vientre '. |) Ni ser 
madrina de ningun bautizo, porque se morirà uno de los ninos, 
el que ella vi i dar i luz ó el que tenga en sus brazos. || Ni tener 
awpjos no satisfecbos, porque saldri el nino con senales ea la cara. 

12, Uevar una cabeza de ajos en el bolsillo és buca preser- 
vativa centra d cólmi ». 



regalo en los paises slavones (The Folk-Lort Record, IV, pàg. 53). Para los in- 
dios, las ufias de los europeos son venenosas, y osi se esplican que aJ corner 
usemos tenedores y cuchillos (The Folk-Lore Record, IV, pàg. 138). Antiguamente 
sirvieron de fondamento & la Onycomancia, adivinacion por medio de las ufias 
de la mano, cuyos detalles pueden verse en Migne (Dictionnaire des sciences oc- 
cultcs). En Lithuania y Estonia se cree que el diablo recoge las cortaduras 
de los cristianos para hacerse con ellas un sombrero. En rauchos hechizos com- 
puestos por brujas entran corno ingrediente principal. 

1 El andamio se presenta varias veces en la supersricion popular espafiola, 
pero siempre és temible su influencia. Asf, pasar por debajo de un andamio atrae 
la mala suerte sobre la persona que lo hace; si son dos araigos los que cometen 
la imprudencia, rehirdn al poco tiempo. — 1 Qué orfgen puede tener està super* 
sticion ? 1 Es simplemente un preservativo contra el peli grò real que ofrece d 
pasar bajo un andamio que puede desprenderse y hacer pagar caro el descuido ? 
I O debe buscarse en su semejanca con un cadalso ? En Europa, la supersti- 
cion paréce nimia. En America, donde los Pieles Rojas (segun Domenech en 
su Yoyage pittoresque, citado por Letourneau) acostumbran à colocar sus muertos 
sobre un andamiage funerario que los pone fuera del alcance de los antmales 
carniceros, y los dejan allf, al aire libre, hasta que pasado algun tiempo vuelven 
a* recoger sus buesos; en estos pueblos, decimos, el temor tendrfa mas razon 
de ser. — En Portugal una mujer embarazada se atrae la suerte pasando bajo 
el palio en una procesion. (Leite de Vasconcellos, Tradicoes populares de 
Portugal). 

* Bn el mediodfa de Francia se crée que el uso del ajo dà fuerza, valor, y 



MEDICINA POPULAR ESPANOLA 26j 

13. Poniéndose una camisa sin hacer del agua se evita una 
persona la primera enfermedad que iba a atacarle. 

14. Para que nunca duela la cabala basta tener la precaucion 
de cortarse en lùnes las unas de las manos y los piés '. 

15. Se evitan los resfriados llevando en los bolsillos dos limones 
agrìos: uno i la derecha y otro i la izguierda. 

16. Para que la luna no coja i los ninòs, no se tienden a 
secar sus pafules cuando aparezca este astro en el horizonte \ \\ 
O bien se les cose al panai una media-luna de hierro que ha de 
haberse forjado precisamente el dia de Jueves Santo. 

17. La mujer recien parida no puede peinar i nadie hasta 
pasados cuarenta dias del parto, ó se caerà el pelo 4 la persona 
i quien peine *. 



preserva da las enfermedades contagiosas. En Provenza se dejan entre la cenira 
caliente algunas cabezas de ajo, la vfspera de S. Juan, y los ninos las comen 
al otro dia para preservarse, durante todo el ano, de la ficbre; està costumbre 
data de riempo de los romanos. (De Chesnel, Dictionnaire des super stitions). 
En las creendas popuJares del Asia Menor, Grecia, Scandinavia, y Aleraania 
del Norte, se atrìbuyen al ajo propiedades benéfìcas. Plinio dice que cura las 
mordeduras venenosas. En Sicilia se ponen ajos en la canoa de una mujer que 
està de parto. En la isla de Cuba se le emplea contra la ictericia. (De Guber- 
nacts, Mitologie des piante). 

1 En Holanda se libra de dolores de muelas el que acosturabra 4 cortarse 
las unas todos los viernes. En Irlanda se dice « lì was betUr you where never 
born than on the Sabbaih pare bair or horn ». 

9 Se dice que à un nido le ha cojido la luna cuando se le nota en las 
piernecitas y el vientre cierta irritacion, consecuencia de la fuerza de los orines 
ó del descmdo de sus nodrizas que hin dejado trascurri r sin limpiarle mas tiempo 
del ordinario. 

• 1 Serd està superstkion vestigio y recuerdo de la antigua ley Mosaica 
que consideraba impura à la mujer recien-parìda, por lo cual la separaba del 
comercio y trato de todos, aun de su mando, durante siete dfas si parfa hijo 
y dos semanas si daba à luz una nina (Levi fico, XII, 2-5); y lo mismo en el 
perìodo menstrual durante el cual comunicaba su impureza à todo Io que tocaba? 
(Levitico, XV, 19 y sig.)- — En la supersticion popular espanola la comida que 
prepare una- mujer mestruando se echa à perder , y las flores que toque se 
marchitan. 



266 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

18. Ninguna mujer embarazada debe mirar fijamente a un 
nino feo ó defectùoso por miedo à que lo sea tambien el quc ella 
Ile va en el vientre '. 

19. Una mujer que crie no debe ponerse à marnar dos ninos 
a un tiempo, porque se expone à que se la retire la leche. 

- 20. Cuando una mujer que cria, se ordena, debe tirar la 
leche i la pared por miedo à que, si no, se la retire. 

21. No se debe pasar por encima de un nino dorando porque 
se le priva el crecer. 

22. Para que un nino no se dune se le cuelga del cuello una 
cuenta de coral fino engarzada; y si el nino habia de alunarse, no 
le pasa nada y el coral se pone bianco *. 



1 És opinion muy estendida que la imaginacion de la mujer ejerce gran 
influencia sobre el hijo que lleva en el vientre. De aquf que algunos aconsejan 
que en la alcoba conyugal se pongan cuadros ó retratos de hombres y mujeres 
hermosos, pues si éstos fuesèn feos ó deformes, los ninos que nacieran del ma- 
trimonio les irfan à la zaga. He 01'do contar varias veces à distintas personas y 
en diversas localidades el caso, verdaderamente estraordinario de un matrimonio 
que estuvo à punto de separarse porque la mujer dio à luz un hijo negro 
siendo asf que mujer y marido eran rubios corno las candelas. Sometido el caso 
à mayores, se puso en claro que el fenòmeno tenfa por càusa un cuadro que 
habfa à los piés del lecho nupcial y que representaba un negro de Umano na- 
turai; la mujer le miraba con frecuencia y el nido se la volvió negro el vientre. 
(V. las Cartai erudi tas del famoso P. Feìjóo). 

* Antigua és, verdaderamente, la supersticion que atribuye al coral la fa- 
cultad de neutralizar la malèfica influencia de la luna. Brown en sur Ensayos 
sobre los prejuicios populares (1646) dice que antiguamente las personas super- 
sticiosas hacfan uso del coral comò amuleto y preservativo contra los sorti- 
legios. Segun Larousse {Grand dictionaire du XIX siècle) , los mahometanos 
de la Arabia Feliz enterraban sus muertos con rosarios de coral al cuello. Los 
romanos lo colgaban al cuello de sus hijos para preservarle del mal de ojo. 
(Black, Folk-Medicine, pàg. 22). 

El orfgen que la mitologia dà al coral contribuye à està preocupacion. Los 
antiguos decian que cuando Perseo mató à Medusa dejó la cabeza de està en 
el suelo y fué à lavarse las manos en un arroyo próximo. Cuando volvió en- 
contró una rama de coral. La sangre que corria del cuello de Medusa, puesta 
en contado con la cabeza de la Gorgona, se habfa petrificado. 



MEDICINA POPULAR ESCANOLA 26j 

23. No se debe mirar i la luna con insistencia porque se 
expone uno i quedarse ciego. 

24. Para no padecer nunca mal de coraion: Llevar siempre 
en el dedo corazon un anillo de hierro que se haya forjado el 
Jueves Santo, precisamente i la bora de los Oficios. 

25. Poniendo bajo los colchones de la cama de una recien- 
parida, y sin que està lo sepa, unas tigeras abiertas en forma de 
cruz, se la evitan los dolor es de entuerto. || I dandola caldo de perdiz 
en vez de caldo de gallina en el primer parto que tenga. 

26. El primer caldo que tome una recien-parida ha de ser 
de gallina negra ! . / 

27. Poniéndose un cardo silvestre en la cabeza un hombre 
que haya de andar mucho se evita las ro^aduras. 

28. No se debe dormir con gatos porque salen escrófulas 2 . 

29. Llevar sortijas de cornalina és preservativo contra los 
malos aires. Si i la persona que la lleva habia de darle alguno, 
le dà i la sortija que en el momento se hace mil pedazos. 



1 Muchas soo las propiedades estraordinarias que atribuye el pueblo & la 
gallina negra, y no caben , por tanto , en el reducido espacio de està nota, 
pues hay con ellas materìales para una estensa monografìa. No las apuntaremos, 
pues, dejando à un lado su signi ficacion demoniaca remitiendo à nuestros lecto- 
res à la curiosa obra de Rolland {Faune populaire de la France). Haremos 
notar, sin embargo, la influencia que egerce el color negro en las enfermedades: 
negro ha de ser el carnero cugos redanos curan la indigestion i un nino ; 
negro el toro suya sangre cura la tfsis; negro el gato cuyos sesos bacen de- 
sparecer la locura; negra, por fin, la gallina, cuyo caldo evita los dolores de 
entuerto a* una parturìenta. À propòsito de està ùltima dice Black en su Folk- 
Medicine, pàg. 117: « Jhe blood afa perfectly block hen will cure rheumatism, 
1 « sbingles, or, in faci, anything if applied externally, say some c H J ew England 
« wise-men ». En los Abruzzos , se usa tambien la cresta de la gallina negra 
corno remedio contra el dolor de cabeza. (Véase ^Archivio delle Trad. popol. 9 
voi. II, p. 210). 

» En Francia, segun Sébillot, (Traditions et super stitions de la Haute-Bre- 
tagne, II, pàg. 42):— « Si on voit quelqu' un embrasser un chat, on dit: — Laisse- 
« le, vilain sale; i* va t' donner des dettes. — On croit, en effet, que les chats 
« peuvent communiquer des dettes ou dartres ». 



26è ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

30. Llevar una cabeza de vfvora en el bolsillo és preservativo 
contra la erisipela. 

31. Una mujer embarazada debe poner cuidado en no pisar 
una pianta de abròtano, (artemisia aisinthium, Z,.), porque si Uega 
i pisarla aborta. 

32. En casa donde haya un cadàver no debe estar dormido 
ninguno nino al tiempo de trasladar el muerto de una habitacion 
i otra, ó sacarlo para la iglesia, pues corre grave peligro la exis- 
tencia del que no esté despierto entonces '. 

33. Envolver un nino en una bayeta amarillà le preserva del 
saratnpion 2 . || Si ha contraido ya la enfermedad, evita que siga 
adelante. 

34. Para no alunarse las personas deben llevar colgada del 
pescuezo una avellana vacia. 

35. Si una mujer tira los huevos de la gallina que come se 
la retira la leche. 

36. És malo dejar en un vaso leche de mujer que erte, pues 
se la retira i està si Uega à caer en él una arana. 

37. No se debe tirar i cualquier parte la placenta despues 
del parto, pues si llegara a comerla algun animai, sacarìa el nino 
todas las malas cualidades de éste *. || He oido contar un caso en 
que por olvido no se recogió la placenta y se la comió el gato, 
y el nino i quien habia envuelto nueve meses fué ladron toda 



« Aquf no esuria demàs recordar que para-aJgunos pueblos el alma de los 
que duerroen sale del cuerpo durante su sueno y se ocupa en llevar algunos 
misteriosos mensages (The Folk-Lore Record, T. II, Parte II). En està creenda 
nada mas fàcìl de pensar que el mal que d esas almas desprendìdas momen- 
tàneamente del cuerpo puede causar el alma del muerto à quien casi todos los 
pueblos suponen dotada de malévolos instintos. 

* Véase, para la influencia del color en la medicina popular, la citada obra 
de W, G. Black:. Folk- Medicine, pàg. 108 y siguientes. 

8 Tambien en Sicilia: « La placenta si getta a mare o in luogo immondo 
curandosi che non ne mangino i cani ». Pitré, Usi natalizi, nuziali e funebri 
del popolo siciliano, p. 27. Palermo, MDCCCLXXIX. 



MEDICINA POPULAR ESPANOLA 269 

su vida à pesar de que ninguna persona de su famiiìa habia te- 
nido jamds tan feas inclinaciones. 

38. Para que los segundos dientes le salgan derechos à un 
nino» deben tirarse al tejado los que se llaman dientes de teche 
cuando éstos se le caen, i los siete anos, diciendo al hacerlo asf: 

Dientecito, dientecito, 

te tiro al tejadito 

pd que salgas mas bonito. 

6 de otro modo: 

Tejadito nuevo, 
toma este diente viejo 
y tràeme otro nuevo '. 



1 Està supersticion se halla muy estendida. En el primer volùmen de Ma- 
lusine col. 365 encontramos la siguiente nota precedente de Salins Jura: « Un 
« enfant qui perd une dent ne doit pas la jeter au hassard. Avalée par un chien 
« ou un chat, elle serait remplacée par une dent de chien ou de chat dans la 
« bouche qui l'a perdue. U faut la jeter au feu en disant: 

Tieiu, fea, Toflt ma dent, 
Rends U raoi, dans un mois, 
bianche comme 1' argent ». 

En la segunda parte del tercer volùmen de The Foìk-Lore Record, se in- 
duye la siguiente supersticion japonesa estractada de una obra de Miss Bird: 
Unbeaten Tracks in Japan: « It is a popular belief that a new tooth will grow 
« in the socket, if the old one from the lower jaw is trown on the house roof, 
« and if from the upper, is buried as nearly as possible under the fondation ». 
En las Tradicoes popular cs de Portugal , de Leite de Vasconcellos , se lee Io 
que sigue: « As creancas, quando tiram um dente, devem deità-Io para tris das 
« costas, dizendo trés veces: 

Dente fora, 

ontpo nielhor na cova ». 

Copia otras varfas fórmulas y anade: « No Brazil a§ creancas , quando 
« chegam i edade de mudar os dentes, tiram-os, deitam-no ao telhado é dizem: 

Moarao, mourao, 
tomae vosso dente padre 
é dae-rae ca o meo sao ». 

Por toda Sicilia G. Pitrè escribe : « Quando cade loro (d los ninos) un 
dente e lo nascondono in un bucolino, « votano ad esso (5. Nicola) pre- 

xArchivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 35 



270 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI MPOLARI 

39. No se deben cortar las ùnas i un nino porque se le 
quita el crecer '. || Ni se le debe medir porque se le atrae la muerte. 

40. Cuando se viste a un nino de corto Se le deben calzar 
lòs zàpatos en la iglesia para que ande pronto y no se muera. 

Eugenio de Olavarria y Huarte. 



gandolo che faccia trovar lore qualche cosa il domani. La preghieta è questa: 

Santu Nicola, sntu Nicola, 
Vi da gnu la zappa vecchia : 
Vui mi dati la zappa nova. 

(Véase: Spettacoli e Feste popolari siciliane, p. 415. Palermo, 1881). El S. f A. 
De Nino, en sus Usi e Costumi abruzzesi, voi. II, pàg. 55 (Firenze 1881): « I 
primi denti che cadono al fanciullo.... altrove si buttano al fuoco, dicendo: 

Dente e dente, 
Riroitteme sta dente, 
Rimittemeju drittu, 
Con 'a 'na scannola de tittu 

1 più, vanno a nasconderli in qualche buchetto che sia difficile a essere 
scoperto. Egli trova il buco misterioso, si guarda attorno e seppellisce i suoi 
dentini, pronunziando queste parole: 

Cavutille, cavatille, 
ficchete la dente viecchic, 
E redamme lu gnaove »>. 

1 Està supersticion és tambien en Sicilia. 




QUELQUES MOTS 
DES CHANTS POPULAIRES SUÉDOIS. 




e chant populairc suédois est son paysage mis en mu- 
sique. Il est généralement en mineur et il est em- 
preint d' une douce mélaacolie qui rappelle les on- 
dulations un peu monotoaes de ses immenses foréts solitaires. 
Et, comme dans ce mème paysage, §a et là, une chautnière peinte 
en rouge égaye le vert sombre des sapins, ^a et là, nous trou- 
vons des élans d'une gaité franche, des notes où le peuple pousse 
un cri de joie, un éclat de rire sonore, et semble epfin jouir du 
bonheur de vivre. Cependant la gaité n'est pas un trait fonda- 
mental du caractère national de ce peuple; au fond de l'oeil bleu 
du Scandinave se reflète la tristesse réveuse de ses grands lacs. 
Il ne faudrait pourtant pas croire que l'on ne trouve ni fprce, ni 
grandeur dans cette musique du Nord. Quand il est questipn de 
la patrie, l'energie des vieux Vikings reparait, de màles et, he- 
roiques accents s'échappent de la poitrine des braves, et ils.ré- 
pètent avec V un de leurs bardes modernes : « Mais si Y ennemi 
vient trop près de nos hautes montagnes »... avec desaccords qui 
rappellent le grondement du tonnerre dans les Alpes Scandinaves. 



272 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Les bardes du Nord ont peuplé la mer, les lacs, Ics iles, les 
montagnes de personnages imaginaires, les enveloppant chastement 
des vapeurs nuageuses dont leur del est chargé. Le peuple s'est 
souvenu des temps où de beaux chevaliers courraient les aven- 
tures; ils sont tous fils de roi, vaillants et forts. Les princesses ne 
se font pas trop prier pour les suivre en pays étranger sur un 
bateau fendant les ondes. Quelquefois elles en sont récompensées. 
Arrivées au chàteau du roi, sur leur chevelure immanquablement 
dorée et soyeuse, leur ami place la couronne d'or rouge. D'autres 
raoins heureuses, se voient abandonnées, après sept ou huit ans 
de mariage, et quelquefois un nombre assez respectable de de- 
scendants, sous prétexte que la princesse aurait dù réfléchir à deux 
fois avant de quitter le toh paternel. Comme dernier adieu, le che- 
valier frappe d'un Unge blanc comme la neige la joue encore plus 
bianche de sa ci-devant amie. Ce sont des manières indélicates 
qu' une femme et une princesse ne sauraient pardonner. Aussi la 
noble dame fait le voeu de retrouver aveugle et misérable celui 
qui la quitte si cruellement. Au bout de sept ans, un mendiant 
se présente à la porte du chàteau qu* elle habite, elle et ses sept 
enfants. Elle ordonne aux enfants de lui donner du pain, mais 
elle-méme prend un Unge blanc comme la neige et en frappe le 
mendiant aveugle. Cétait peu généreux, mais c'était justice. 

Les chants où se racontent les exploits de la chevalerie sont, 
à mon avis, les moins intéressants, parce que le peuple y chante 
une vie toute imaginaire. On n' y trouve pas son existence per- 
sonnelle, qui sera toujours la plus originale et la plus saisissante 
parce qu* elle se base sur des souffrances réelles et des bonheurs 
qui sont de tout temps. J' en donnerai pour exemple la lamentable 
histoire de la princesse Hilla y la fhCignonne, comme récit fictif che- 
valeresque, et celle de la Jeune fitte dans la prairie comme récit de 
morale populaire. 

La fière Hill*. 

1. Hilla, la mignoline, est solitaire dans sa chambrette.— Dieu seul sait ce 
que je souffre !— Son visage est inondé de pleurs. — I! ne vit plus celui auqud 
je pourrais corner mon malheur. 



QUELQJUES MOTS DES CHANTS POPUL AIRES SUÉDOIS 273 

2. Un messager arriva devant la reine: « La fière Hilla gérait tout ha ut 
dans son sorameil». 

3. La reine mit son manteau bleu, car elle voulait se rendre auprès de 
Hilla, la mignonne. 

4. La reine frappa si fort la joue pale de Hilla, la mignonne, que le sang 
jailtit sur la fine écarlate. 

5. Gracieuse reine, ne frappez pas si fort, dit-elle, je suis tout aussi bien 
fille de rei que vous. 

6. Hilla, la mignonne , désigne les cousins bleus : « Ma reine désire-t-elle 
s'asseoir ici? 

7. Que Votre Gràce prenne place et je lui conterai mes malheurs. 

8. Quand j' étais à la cour du roi, mon pére, j' avais une garde de sept 
chevaliers. 

9. Mon pere m'aimait tant qu' il me donna deux chevaliers pour ètre .* 
mes ordres. 

io. L'un était le due Magnus, il voulut me faire croire qu'il m'aimait. 

11. L'autre était le due Hillebrand, fils du roi d'Angleterre. 

ia. Et ce fut avec le due Hillebrand que je m'enfuis de mon pays. 

13. Hillebrand monta sur son grand coursier gris et il prit près de lui sa 
petite amie Hilla. 

14. Quand nous vinmes au jardin des roses, le due Hillebrand voulut se 
reposer un instant. 

15. Je veillai et il dormit d' un sommeil doux et paisible. 

16. Hillebrand, Hillebrand, réveille-toi, j'entends le coursier gris de mon 
pére. 

17. Hillebrand me prit dans ses bras : Hilla, ma mignonne, ne prononce 
pas mon nom. 

18. Il se battit avec la première troupe, e' étaient mes six frères et mon 
pére. 

19. Mais en voici une seconde, commandée par mon jeune frère, aux 
boucles dorées. 

20. Hillebrand ! Hillebrand 1 ne frappe plus; mon jeune frère est trop bon 
pour la mort. 

21. J' avais a peine dit ces paroles qu' Hillebrand tomba, percé de six 
blessures. 

22. Hillebrand brandit son épée rouge de sang : « Si ce n' était pas toi, 
Hilla, cette épée saurait me venger ». 

23. Mon frère me prend par ma chevelure blonde, il m' attaché à ses 
étriers. 

24. Il n'y eut pas de piante, si petite fòt-elle, qui ne me déchira les pieds. 

25. Il n'y eut pas de branche , si petite fùt-elle, qui ne me meurtrit le 
corps. 



274 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

26. Quand mon frère arrèta son cheval à la première halte, là se trouvait 
ma mère, l'àme angoissée. 

27. Alors mon frère voulut me tuer, mais ma mère me vendi t. 

28. Ils me vendirent pour une horloge neuve, elle est maintenaat à l'église 
de Marie. 

29. Quand ma mère entendit le premier coup de l' horloge, son coeur se 
brisa. 

30. La fière Hilla finit alors son récit, et elle tomba morte aux pieds de 
la reine. 

Et tout cela pour avoir parie quand elle aurait dù se 

taire. La morale de ce chant a de quoi épouvanter toutes les fem- 
mes qui ne savent pas gouverner ce membre indocile, et pourtant 
si précieux, dont tous les àges rient, voire mème notre XDC sie- 
de qui a pourtant quelque peu perdu de son frane rire gaulois. 
En tous cas, voilà les dames suédoises bien averties. Quant à la 
Jeune fille dans laprairie, c'est un gracieux conseil donne aux jeunes 
filles. L'idée est finement et délicatement exprimée, et la jeune fille 
du peuple que nous avons sous les yeux nous plait infiniment 
plus que Hilla, la fière. Elle est comme un type de pureté et c'est 
ainsi que le plus souvent le chant populaire nous représepte son 

héroine. 

Jeune fille dans la prairie. 

1. Il y avait une fois une jeune fille qui demeurait dans le jardin des 
roses. Elle aimait tant les roses. Elle prenait soin de chaque petit arbuste, car 
elle voulait toujours avoir une fralche parure de fleurs. 

2. Et la mère avertit sa fille ; elle lui parla ainsi : « Les vers se glissent 
dans les fleurs des prairies I » Mais la jeune fille n' y fìt pas attention , car , 
pensait-elle, les Anges du bon Dieu me protégeront contre ces vilains vers. 

3. La jeune fille était belle , oui , belle comme le jour , pure et bianche 
comme un lis. Et, elle trouva un rosier d'une espèce si délicieuse qu* elle ne 
put s'en séparer. 

4. Elle sentit son coeur battre si vite et d'une facon si étrange. Elle cueillit 
une rose qu' elle choisit entre toutes. Elle la cacha si bien , si bien sur son 
coeur, et elle ne regarda plus jamais d'autres fleurs. 

5. Devinez si le ver était dans la rose ? Mais cene fleur était empoisonnée 
et dangereuse entre toutes les fleurs, car maintenant la jeune fille est toujours 
en pleurs, mais bianche comme autrefois, c'est ce qu' elle ne sera plus jamais. 



QUELQUES MOTS DES CHANTS POPULAiRES SUÉDOIS 275 

Les chants résonnem tout à coup d'une note malicieuse, on 
entend le rire frais et perle d'une" nature saine. 

Jcunc fiUe. 

La jeune fille alla dans la prairie au temps des fenaisons. Uà garcon lui 
dìt: « Je mourrai pour toi! » — Et, elle se mit a rire — oui, oui, oui ! elle se 
tntt a rire ! 

Parfois aussi, d'une fa?on toute gracieuse, les arbres s'animent 
et donnent aussi à la jeunesse volage les conseils que leur diete 
Texpérience de tous leurs printemps. Il n'est pas étonnant de voir 
un peuple vivant si près de la nature , si près des bois , si près 
des eaux, imaginer que cette nature, ces arbres et ces ondes pren- 
nent intérèt à sa vie quotidienne. Tout ce que nous matérialisons 
de nos jours, le peuple l'a idéalisé autrefois. 

Et la jeune fille alla à la aource. 



1 Et la jeune fille alla à la source puiser de V eau. Là, croissait un 

petit coudrier. Il était si gentili 

2. — « Ah, petit coudrier, pourquoi es-tu si gentil ? * 

— « Je mange de la terre, je bois de l'eau, c'est pourquoi je suis si gentil .» 

3. — « Ah, jeune enfant, pourquoi es-tu si mignonne?» 

v — Je mange du sucre, je bois du vin, c'est pourquoi je suis si mignonne ». 

4. — « Ah, petit coudrier, ne te móque pas de mes paroles: j'ai deux frères 
à la cour du roi; ils te detruìront ! » 

5. — Ils me couperont en hiver, mais, au printemps, je verdirai. Si une jeune 
fille perd son honneur, elle ne le retrouvera jamais plus ». 

Voici une déclaration d'amour très joliment exprimée pour 
un barde qui n'a pas fait ses humanités. Le peuple, en chantant ses 
sentiments avec naiveté, atteint à une finesse et une gràce qui pour- 
raient faire envie à plus d'un lettre embarrassé à exprimer son 
amour à une belle dame: 

« Le fin cristal peut briller corame le soleil, comme les étoiles scintillem 
au ciel; mais je connais une jeune fille qui est la plus fine du village : mon 



276 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI PpPOLARI 

amie! ma fleur des boisl Quand bien raéme je partirais aux extrémités du monde, 
mon coeur me rappellerai près de toi, mon amie, ma fleur des bois! Hélas! 
si nos vies pouvaient s'unir et que je fusse ton plus cher ami, et toi ma rose, 
mon bijou étincelant!» 

Il parait qu'on n'est pas toujours fidèle au Nord, à en juger 
d'après les chants populaires , et pourtant , si les Suédois repro- 
chent un défaut à la race latine, e' est d y aimer à la légère. Mais 
comme ce sont ici des chants du bon vieux temps, il est possible 
que les choses aient changé. Quoi qu' il en soit, si son amie ne 
lui est pas fidèle, le Suédois peut lui chanter: 

:. « Crois-tu que je suis perdu parce que tu ne m' aimes pas? Non, tu 
peux ètre sùre que j* ai à^éjà une autre amie en vue. Aussi vrai que voict du 
vin et de l'eau, aussi vrai as-tu été ma meilleure amie sous la voùtc des cieux. 
Mais maintenant, je suis gai et content et je chante falleraleralera ! » 

2. t Crois-tu que je pleurerai? — Je ne suis pas encore si sot que tu le 
penses. J'en trouverai facilement une qui m'aimera, et si je n'en trouve pas, alors 
je me pends. Aussi vrai que tu me vois assis ici, aussi vrai as-tu eté ma meil- 
leure amie sous la voùte des cieux. Mais, maintenant, je suis gai et content et 
je chante falleraleralera 1 ». 

La melodie de ce chant est vive et gaie, mais il y a quelques 
sons qui font supposer que le chanteur fait un peu le brave, tout 
en ayant des larmes dans la voix. Il veut croire à sa gaité et il 
n' y réussit qu' à moitié. En tous cas, ce qui est certain , e* est 
qu' elle ne s'y laissera pas troraper et qu' elle sait mieux que lui 
s' il se pendra ou pas. 

Antonie Gauthey. 



-«|^S3E4+^~jj*- 



CANTI, CREDENZE, USI E COSTUMI 

DI TERRA D' OTRANTO 

nel 1S18 *. 




Canti funebri greci. 

olti de' paesi del Capo (in terra d'Otranto) sono mo- 
derne colonie greche ': i canti funebri vi sono tut- 
tavia nel pieno vigore , e le cantatoci dei lamenti 2 
esercitano nelle esequie un ministero essenziale. Esse sedono in- 
torno al feretro avendo in secondo circolo i congiunti : comin- 

* Da un libro non molto comune: Itinerario da ! HApoli a Lecce e nella 
Provincia di Terra d'Otranto neWanno 1818, di G. C. G. Napoli, dalla tipo- 
grafìa Porcelli 1821 (in-8° pp. 260) riproduciamo alcuni tratti relativi a' nostri 
studi. Le tre iniziali sono quelli di Giuseppe Ceva Grimaldi. 

I Direttori. 
1 Corigliano, Martano , Soleto , Carpignano , Sogliano , Cannole, Zollino, 
Sternazia, Castrignano dei Greci conservano tuttavia il greco linguaggio. 

* Antichissimo si era presso i Greci f uso di piangere i morti, e persino 
Omero nel XXIV dell'Iliade lo ricorda ne' funerali di Ettore : 

Ivi deposto 

Il cadavere . . . 

Il lugubre sovra esso incominciaro 
Inno i cantori dei lamenti e al mesto 
Canto pietoso rispondean le donne. 

Monti, Ombro volgari^aio. 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 36 



278 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ciano con Tintuonare una cantilena, ch'è diversa secondo la con- 
dizione dell'estinto, ed invitano gli astanti a piangere con loro: 
scarmigliansi i capelli, ed alcune ne strappano una parte, per 
ispanderla sul cadavere che accompagnano al tempio, e non la- 
sciano se pria non è chiuso nella fossa. Ecco la libera versione 
di una di queste cantilene per la perdita d'un figlio: la canzone 
è in versi alternata di strofe greche ed italiane; ma le une e le 
altre d* un cattivo greco e d' un cattivo italiano : fingesi un dia- 
logo tra il padre, il figlio estinto, e la cantatrice. 

I. 

La canlairice. — Tutti i padri conducono i loro figli tra le 
braccia d' una sposa e fanno il pane bianco : questo padre infe- 
lice si è ingannato: invece del pane bianco egli manda al tempio 
le cere funeree. 

IL 

Il figlio. — Piangimi , piangimi o padre mio, ma il tuo do- 
lore non sia cosi disperato. Oimè tu ti percuoti il petto, come 
l'incudine d'un fabbro: gli occhi tuoi sono due fiumi di lagrime. 

IU. 

La cantal. — Ogni pena è passaggiera: ogni dolore ha il 
suo termine: ma il dolore pe' figli non ha mai confine; e come 
può averlo se sono i figli del cuore? 

IV. 

// padre. — Mio figlio non vuole lagrime : la morte era il 
suo destino: la pietà è dovuta al suo padre infelice che ha per- 
duto il bastone di sua vecchiezza. 

V. 

La cantai. — Chi è che tanto piange ? Ahimè ! piange chi prova 
molto dolore: piange la madre sua: piange il suo padre: le ma- 
dri piangono i figli. 

t VI. 

La cantai. — La morte è molto amara : la morte è da per 
tutto : ma ella è più penosa , quando i figli sono strappati dalle 
braccia d'una madre e d'una sorella. 



CANTI, CREDENZE, USI E COSTUMI DI TERRA D'OTRANTO 279 
VII. 

R padre. — Io aveva pur dianzi un verde arboscello di mirto 
ed un altro di rose porporine; ma soffiò il vento della morte e 
spezzò la più eletta cima del mirto, e rapi le più belle foglie 
della rosa. 

vm. 

U padre, — Era egli sul fiore degli anni suoi , nel più bel 
sole della vita; ed ora va a passare la sua giovinezza sotto una 
pietra oscura. 

IX. 

La cantai. — O se quella pietra odiata , che forma il pavi- 
mento del tempio si spezzasse; e se ritornassero quei giovinetti 
agli amplessi delle sorelle e dei fratelli! 

X. 

/Z padre. — Oh Dio ! la lapide è di duro marmo, ed i chia- 
vistelli che la chiudono sono di ferro : i giovanetti che vi en- 
trano una volta non ne escono mai più. 

XI. 

La vidi io la squallida morte girare nei campi e nelle vie: 
ella succia i più vaghi giovinetti, i più dolci figli delle madri. 
(Dal cap. )0°). 

Carattere, usi, costumi. 

I Leccesi ' posti nella estrema parte dell'Italia, sotto un clima 
beatissimo poco si allontanano dalla patria; e ne hanno quindi 
altissima idea, e molto favorevole di se medesimi: il motto (io 
dico) comune alle classi tutte ne è forse una pruova. Ed in vejro 
i precisi ed invariabili distintivi del nazionale carattere si ravvi- 
sano più in queste minuzie, che nei gravissimi affari, nei quali 



1 Col nome di Leccesi s intende alcune volte in qucst' Itinerario indicare 
gli abitanti tutti della Terra d'Otranto. 



280 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

i magnati di tutti i popoli hanno dicitura ed andatura indistin- 
tamente uniforme l . Sono amorevoli, generosi, e di piacevoli e 
graziose maniere , presti parlatori , e non di rado ornati : ricchi 
d' imaginazione; amano assai la danza , la musica , i giuochi , le 
corse dei cavalli, le rappresentanze sceniche. La vivacità del loro 
carattere , che gli ha fatti appellare i Francesi d' Italia , traspira 
nella voce, nei gesti, e più maravigliosamente nei fanciulli. I loro 
occhi neri, scintillanti pare che vogliano slanciarsi dalle palpebre: 
tutte le piccole passioni della gioia, del dispiacere, dell'amor pro- 
prio soddisfatto o umiliato succedonsi con la rapidità del lampo 
in fisonomie infantili. Ed è appunto questa naturale vivezza, che 
gli osservatori superficiali han tacciata di alterigia e ritrosia. La 
vita domestica è lieta e riposata: egli è molto imitabile esempio 
di cari costumi, il vedere nei dì festivi quasi tutta la popolazione 
spargersi negli ameni contorni della città e dei villaggi, e forman 
tante brigate quante sono le famiglie. Quasi tutti dormono due 
o tre ore dopo il pranzo : nella loro lunga ed ardente estate 
trovano dolce ristoro a depor le vesti; e riparar le loro forze 
con tranquillo sonno. Qualche ora dopo il mezzodì le strade delle 
città e dei villaggi sono deserte: tutte le porte e tutte le imposte 
son chiuse. E non di meno non prendesi alcuna precauzione 
contro il caldo : le persiane cosi chiamate dal paese ove furono 
inventate sono poco comuni. Si arroge a ciò che, per la po- 
vertà dei fiumi e delle sorgive, pochi fonti rinfrescano Paria. Il 
freddo quantunque brieve è però vivissimo : poco si fa uso di 
cammini, e di stufe: molto invece di carbone. Temonsi assai i co- 
stipamenti chiamati nella lingua del paese costipo: il costipo è una 
parola magica: gli affari, i piaceri, tutto cede al timore di raffred- 
darsi : quando il tempo è . incostante si preferisce di rimanere in 
casa. Le classi distinte hanno tutti gli ornamenti di gentile fa- 
vella ed amena convenevolezza di modi e di maniere: un censor 



1 I think I can see the precise and distinguishing marks of national cha- 
racters more in these nonsensical minuti ae, than in the most iraportant matters 
of state .... Sentimental Journey. 



CANTI, CREDENZE, USI E COSTUMI DI TERRA D'OTRANTO 28 1 

severo bramerebbe forse minor negligenza nella vita privata. Per 
dare un gran passo all'incivilire fa d'uopo che non mai potessimo 
negletti esser sorpresi nelle nostre abitazioni; e come diceva un 
uomo di spirito, conviene rispettare se medesimo nella propria 
casa, come uno straniero. Del resto le nostre città di provincia 
seguono gli usi, e le mode tutte della capitale; senonchè le spin- 
gono all' esagerazione. Per esempio un frac è sempre più corto 
o più lungo dei lunghi o corti frac , che si portano dagli ele- 
ganti di Napoli. Si era tanto accresciuto , non ha guari , il nu- 
mero de* piccioli ciondoli d'oro pendenti al nastro dell' oriuolo, 
che udivasi lo stesso tintinnio dei sonagli , che portano i muli 
dei vetturali. Bisogna però render giustizia ai Leccesi , che non 
hanno imitate tutte le leggerezze della moda, e conservano per 
anco l'arte dell' antica cavallerizza ; ed i cavalli ed i cavalieri vi 
guadagnano in leggiadria. Si fa uso, come in molti paesi del re- 
gno, della imbrigliatura araba; e si preferisce un cavallo nazio- 
nale pieno di brio ad un vecchio cavallo inglese o normanno, 
lungo come una giraffa e magro come un dromedario '. Vi sono 
in Lecce e nelle altre città principali, vasti palazzi ; ma P ordine 
interno è grandioso ed incomodo: replicate anticamere, [immense 
sale , vaste camere da letto formavano non ha guari il rito dei 
nostri architetti, che erano riusciti a far abitare angustamente una 
famiglia in vasto spazio. Niente in conseguenza di quello, che 
# gP Inglesi chiamano comforiable : dolcezza della vita. Ne avviene 
poi che si abita in poche stanze incomode e neglette, ed i va- 
sti appartamenti si consacrano a vana ostentazione. Questo fasto 
che i nobili conservano, ed i nuovi ricchi si fanno gloria d'imi- 
tare prolunga la durata di molti pregiudizj, da cui siamo già li- 
berati nella capitale. In Lecce, come nelle altre città di provin- 
cia, esistono tuttavia gli avanzi delle antiche cerimonie: una vi- 
sita o non fatta o non resa, un'inchino meno profondo , un' in- 



1 I Leccesi addestrano i loro cavalli a cacciare i lepri ed i cignali: il ca- 
valiere è in questa seconda caccia armato di lancia 



282 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

vito trascurato sono cagione di dispiacevoli conseguenze: e pure 
le formalità non prolungano al certo la nostra cortissima vita. 

Par des usages vains sans cesse maltrisés, 

Jusque dans nos plaisirs toujours symmétrisés; 

Innombrable famille en qui tout se ressemble, 

Dans un cercle ennuyeux nous tournons tous ensemble *. 

I matrimonj, che tanto influiscono sul carattere morale d'un 
popolo, sono per lo più tra le classi agiate decisi nella bilancia 
dell' interesse : i soli poveri godono la spontanea scelta del 
cuore. Oh felice Rachele! Giacobbe servì 14 anni per possederti a , 
e Giacobbe era il più ricco signore della terra : la quercia che 
copriva le tue ceneri si amaramente piante fu, mentre visse Israele, 
l'orgoglio delle spose ebree J . L'amore è anche esso un oggetto 
di scherno: ridesi ora da per tutto dell'amor Paladino: ma i ca- 
valieri senza paura e senza rimprovero , che porgeano omaggio 
immacolat o ad un fiore di modesta e gentile bellezza, non erano 
invero ridicoli. 

Le donne sono qui belle ed amabili : regnano tra esse le 
forme ovali del volto tanto decantate nelle antiche greche. Le 
Leccesi hanno molta vivacità , il tuono di voce assai grato ; ed 
il dialetto del paese acquista in quel labbro soave grazia; amano 
essere ornate con elegante semplicità. Diceva uno spiritoso viag- 
giatore, che in Francia non aveva veduto donne oltre i 30 anni; 
può dirsi con più verità in Lecce che prima dei 30 anni non vi 
è alcuna, che non sia almeno avvenente. Le Tarantine hanno 
nobile statura, la carnagione bianchissima, ed amabile languore 
negli occhi e nel volto. Le Gallipolitane meritano tutt' ora gli 



1 Deluxe, Epiìre sur les voyages. 

■ Genesi, cap. 29. 

1 Giannone rapporta, che una legge di Luitprando Re dei Longobardi nel 
principio dell' ottavo secolo pose freno al dono , che solevano i mariti fare 
alle novelle spose: caldi d'amore donavano tutto. Luitprando proibì tanta pro- 
fusione, e stabili , che non dovessero eccedere la quarta parte delle loro so- 
stanze: questa legge sarebbe oggi fuori di proposito. Ist. civile, lib. V. cap. 5. 



CANTI, CREDENZE, USI E COSTUMI DI TERRA D'OTRANTO 283 

elogi di Galateo: aspetto gratissimo, viso vezzoso, ilare, brunetto, 
picciola ma svelta statura, discorso dolce, capelli neri, occhi ne- 
rissimi, nitidi, lampeggianti. A* tempi di Galateo andavano a ma- 
rito prima del duodecimo anno , ora circa il sedicesimo; ma in 
corpo cosi dilicato alberga una generosa anima. Allorché nella 
fine del decimoquinto secolo Gallipoli fu assediata dai Veneziani, 
le donne pugnarono virilmente sulle mura patrie; non poche mo- 
rirono in questo campo di gloria; molte furon fatte cattive colle 
armi alla mano. E che dirò io delle gentili donne di Martina, di 
Brindisi, di Galatina ecc. a cui del pari risiede in cuore 

Quasi in trono di gloria alta onestale 
E nei begli occhi angelico splendore? 

Nessuno dirà, io spero, nato da leggiera anima quest'omag- 
gio alla bellezza; ed crve la bellezza non è la ben venuta? (Dal 
cap. j8°). 

La Pizzica (ballo otrantino). 

La pizzica , che può dirsi la danza nazionale , è tra le più 
gentili che abbia mai Tersicore rivelata ai suoi diletti adoratori: 
ci piace darne la descrizione. Una donna incomincia a carolar 
sola, dopo pochi istanti ella gitta un fazzoletto a colui che il 
capriccio le indica, e lo invita a danzar seco. Lo stesso capric- 
cio le fa licenziar questo e chiamarne un altro e poi un altro , 
finché stanca va a riposarsi. Allora rimane al suo ultimo com- 
pagno il diritto d' invitare altre donne : il ballo continua in tal 
modo sempre più variato e piacevole. Guai al male accorto che 
la curiosità conduce al tiro del fazzoletto fatale: né la sua ine- 
spertezza, né la grave età gli può servire di scusa; un dovere di 
consuetudine V obbliga a non ricusare 1' invito che riceve. La 
gioja dei circostanti è accresciuta da questo ridicolo spettacolo , 
e le maliziose danzatrici ridono del magico potere che la bel- 
lezza esercita nel mondo. (Dal cap. )p°). 



284 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

I morsi dalla tarantola. 

Non perniciose come i bruchi , assai però moleste sono le 
mosche , i moscherini , i tafani , ed una specie di essi chiamate 
con lo strano nome di cimipes; tutti questi insetti mordono spie- 
tatamente e con ostinazione : ma la tarantola merita particolar 
ricordo. La tarantola, secondo Linneo, è un ragno della seconda 
specie della quarta famiglia con otto occhi. Si è dottamente di- 
sputato sulla esistenza del veleno nella tarantola: il Galateo vi 
credea; egli dice che tal veleno si espelle col suono dei timpani 
e dei flauti; il che assicurar potea per averne fatto esperimento. 
Sia realtà o immaginazione , è fuori di dubbio che le persone 
morsicate da quest' insetto , particolarmente tra il volgo , si ab- 
bandonano alla più vivace danza. Ma se questa è una illusione, 
e perchè invidiarne il contento alla classe infelice , condannata 
alla fatica ed alla povertà ? Felice pregiudizio è quello che sparge 
un balsamo su i mali della vita. (Dal cap. 41 ). 



IL LASTRONE (balata) DEI DEBITORI 
IN SALAPARUTA NEL 1633. 



Carissimo Doli. : Pitn\ 




o scrissi altra volta in un libretto sopra Salaparuta, 
che si vede tuttavia presso la chiesa del Salvatore , 
ove fu l'antica piazza dei secoli XVI e XVII, un ben 
lungo e largo lastrone, sul quale dice la tradizione erano obligati 
i debitori dare pubblico e ignominioso spettacolo della loro mi- 
sera condizione. E poiché oggi si è fatto ricordo di quel che in 
proposito pur avveniva in altri luoghi sul lastrone dei debitori, mi 
piace trascrivervi le parole di un atto verbale, come si dice, della 
esecuzione di una di tali penali cerimonie eseguita nel 1633, consen- 
tite per speciali grazie viceregie, e assistite per delegazione dal Ca- 
pitano del luogo. Il debitore era un Francesco Giacone, il quale 
innanzi ai creditori invitati ad assistere e al Capitano delegato in 
causa, « juravit de satisfacier.do dictis ejus creditoribus nominatis 
ut supra cum ad pinguiorem (o ad meliorem ?) furtunam pervenerit, 
deducto ne egeat; Et ob id dictus Franciscus Giacone ter tacto lapide 

% Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 37 



286 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

natibus discoopertis in ejus vituperium dicendo chi ha di aviti si 
venghi e paghi, cessit et cedit bona sua dictis ejus creditoribus juxta 
fbrmam dictarum literarum... Presentibus prò testibns Luciano de 
Mule, Biasio de Mule, Francisco Scaduto et Francisco Lo Pic- 
colo porterio in Curia. Unde de mandato dicti Capitani et De- 
legati in causa factus est pres. Actus hodie die etc. ut sup. dice 
de Lo Piccolo port. • 

Benedictus Errante Mag. Notar ». 

Era un atto molto solenne, e lo precedevano, come si rileva, 
lettere viceregie, le quali voglio anche trascrivervi da un altro 
processo del 1639 esistente in originale nell'Archivio del Muni- 
cipio di Salaparuta: 

Philipp, etc. 
Locumtenens et generalis Capit. in hoc Sicilia; Regno omnibus et singulis 
Officialibus terrae SalaeParutae majoribus et minoribus,praesentibus et futuris,cui 
vel quibus praesentes prsesentatae fuerint etc. reg. dil: saltm. Semo stati informati 
da parte del povro Francisco Cacciatore qualmente si retrova debitore a diversi 
personi tanto in n.*' proprio come pleggio et con altri insolid." obligato in 
vertù di diversi atti q iu et scrip. ri et per diversi causi et privilegiati et per 
promiss, di ratho, alli quali non ha potuto ne può sodisfarli per diversi infor- 
tuni successoli, per li che ha divenuto in grandissima miseria et povertà: ni ha 
perciò supplicato ni dignassimo admetterlo al miserabile refugio di cess." di beni 
lapide tacto et che li facessimo li presenti per tenor delli quali vi dicimo et 
ordinamo espresse che essendo il d. povero Francesco Cacciatore carcerato o 
presentandosi carcerato, nelli pubi, carceri di detta terra della Sala di Paruta, 
et in quelli ha vendo fatto o facendo nota di sua carceratione ad istanza delli 
creditori contra li quali pretende essere admessoa d.* miserabile refugio di cessione 
di beni et che li detti debiti non descendano o per dolo fraude et barattaria o di 
servittii personali, et presterà juramento nelli Atti di Vostra Corte che per- 
venendo a meglior fortuna sodisfarrà a soi creditori et che in fraude di quelli 
non occulterà li soi beni ma quelli revelirà provati prima, parte citata et audita, 
li infortunii successoli doppo li ditti debiti O. C. etc. a d. povero Francesco Cac- 
ciatore lo debbiate admettcre a lo miserabile refugio di cess." di beni lapide 
tacto justa la forma della pragm." et Cap. 1 ' de Regno si come noi per li pre- 
senti a d.* povero Francisco Cacciatore Tadmettimo, cossi volimo che sia a dm esso 
a d.° miserabile refugio di cess." di beni lapide tacto: admesso che sarà come 
di sopra ordinamo et comandamo tanto a voi soprad."' offi. n quanto a tutti 
del Regno pres." et futuri Capit. d'armi delegati sind.' alg. oi et Commis. che 



IL LASTRONE DEI DEBITORI IN SALAPARUTA 287 

per tutti et qualsia debiti et privilegiati et promiss, di ratho non debbiate mo- 
lestare a d.° Francisco Cacciatore né permettere che sia molestato inquietato 
né perturbato da persona tantum ad instant. de li sopradetti credit, et persone 
cred. w et e. li quali sarrà stato admesso. et retrovandosi d.' Francisco Cacciatore 
per d.' debiti et rathi carcerato o sotto pleg.* di redeundo, admesso che sarà 
come s. # quello statim escarcerirati et farrete cui si deve escarcerare et* can- 
cellare d.' pleg.' di redeundo sotto li quali si retrovasse legato nec non per li 
presenti vi damo potestà di destinare un serviente di vostra Corte ad effetto di 
citare li creditori fora del vostro territorio: et cossi exeq." per quanto la grà 
di sua M. u tenete cara sotto pena di ducati mille di applicarli al regio fisco — 
dat. Panor. die 21 julii 16)9. 

El C J. Doria. 
(Seguono altre firme) 

Pro cessione honorum lapide tacto ad instantiam pauperis Francisci Cac- 
ciatore. 

Ali Uffi." della Sala di Paruta 

Giargotto. 
(Seguono altre firme, indi il Suggello reale in secco). 

L'uso deve venire da legislazione barbarica; trovandosi anche 
fuor di Sicilia e d'Italia, e, tranne la vergogna, era buono a li- 
berare dalle carceri il debitore impotente a pagare, perchè privo 
di beni. Da questi atti poi è reso facilissimo ad intendere il motto 
che si lancia contro chi non ha più che perdere, ovvero non conta 
più per miseria o fallimento, cioè, ha dato il e. alla balata '. 
Altri studi come questa pratica legale sia venuta in Sicilia, e quando 
sia stata introdotta per pragmatica del Regno, potrà fare io sto- 
rico delle legislazioni; io mi resto qui, raffermandomi 

tutto vostro 
V. Di Giovanni. 



1 In Firenze: battere il culo sul lastrone; e significa, dice il Fanfani « fal- 
lire. Venuto dall'antico uso fioientino di far battere il culo ai falliti sopra una 1 
*< lastra grande che era nel mezzo di Mercato Nuovo». 

Per Puso e la frase vedi Archivio delle trad. pop., voi. II, p. 442; Pico 
Luri di Vassano, Modi di dire proverbiali, n. 683 (Roma, 1875); Liebrecht in 
un articolo iuserito nella Rivista Europea di Firenze; il Giornale degli Eru- 
diti di Padova, ecc. 




UNA CONSUETUDINE CARNEVALESCA 
DELLA CITTÀ DI TRAPANI. 




essuno ignora a quante e quali sfrenate licenze si ab- 
bandonasse una volta il popolo nelle feste di carne- 
vale, ed a voler rivolgere lo sguardo perfino al pre- 
sente, malgrado che queste feste oramai sono un'ombra sbiadita 
degli antichi baccanali, osserveremmo facilmente come in questa 
circostanza tolgansi le barriere che separano una classe di citta- 
dini dall'altra, ed anzi si trae profitto dalla congiuntura quasi per 
esercitare un'istintiva vendetta nata dall'invidia del ceto. 

La maschera ritiensi inviolabile e per vecchia consuetudine 
sotto di essa si permettono delle libertà che senza non si ose- 
rebbero; per grazia d'esempio, l'antica usanza del così detto calò 
o calaitiy V attaccare dei fulgarelli alle falde degli abiti, il posare 
delle corone di piume sui cappelli, breve, tutti quegli scherzi che 
continuamente durante il carnevale vediamo alle nostre spalle 
eseguire dai monelli, scherzi che spesso sono accompagnati da 
pericolose conseguenze ed a cui è impossibile reagire se non 
vuoisi la peggio, mostrano sempre più che tutto è permesso in 
carnevale, tutto è lecito. 

Però nei secoli scorsi, nei divertimenti di carnevale, troppo 
si eccedeva, attentandosi ai buoni costumi, all'onestà ed alla pace 
delle famiglie, sicché quei passatempi che per loro natura avreb- 
bero dovuto mirare soltanto allo svago ed al buonumore, non 
rare volte divenivano fomite di seri disordini. 

Il documento che oggi io pubblico mette in chiaro una 



UNA CONSUETUDINE CARNEVALESCA DI TRAPANI 289 

• 

cattiva consuetudine che solevasi praticare in Trapani negli ul- 
timi giorni di carnevale. Molte persone riunite fra loro gridando 
e facendo baccano giravano per tutte le vie e viuzze della città, 
e permettevansi di chiamare per nome le donne del paese , ri- 
volgendo al loro indirizzo parole ed atti disonesti, violentemente 
insultandole ed accusandole di colpe non commesse. 

Spesso avveniva che quelle parole lanciate ingiuriosamente 
verso una donna facevano nascere dei sospetti nel marito, e suc- 
cedevano risse, ferimenti, assassina. 

Giovanni di Aragona e Tagliavia, presidente del Regno, in data 
del 31 Gennaio 1545 ordinava sotto severa punizione al Capitano 
di Trapani , che promulgasse un bando per proibire quella con- 
suetudine dbbominabili e contro, l'honor de Deo. Ecco il documento: 

Carolus. — Ioanna. 

Magnifice vir regie fidelis dilecte. Tenemo informatione in questa Cita de 
T rapane esseri una abusione et pessima corruptela ne li giorni di carnilivari, 
ciò che molti persuni coadunati insemi in diversi squatri et compagnii solino 
andare cossi di giorno come di notti in quilli ultimi giorni di carnilivari cir- 
cuendu la cita, gridando insemi ad alti vochi, con molti paroli in ho n est i chia- 
mando li donni di una in una per nomo, comportamenti et signi inhonestis- 
simi , intrando flelU conigli di li donni honesti et di bona conditionf , quilli 
provocando publicamenti dichendoli li loro difecti et infamandoli con falsità , 
lo pio di li volti, intanto che per questi occasione è successa alcuna volta la 
morte di alcuni donni ammazzati da li proprìi mariti , et essendo questi casi 
tanti abbominabili et contra V honore de Dco principalmente et in dampno 
gravissimo delle animi et in multo dishonori della* cita. Ni ha parso si habia 
di estirpare cossi enormi consuetudini, et con la presenti vi ordinamo et espresse 
comandamo, che di subito vogliati fari promulgare bampni penali, chi persuna 
alcuna di qualsivoglia gradu , statu et conditioni se sia , non presumma con- 
tinuare questi acri cossi dishonesti et pessima consuetudine; et contra li trans- 
gressori prochecfirrti a la executione de li peni et ad carcitatione , prendendo 
li debiti intormationi e quilli transmettendo a la regia thesauraria ad effecto chi 
per noi si poza provedere a la condigua punitioni comò conveni in cosi et 
excessi di tanto malo exemplo, certificandone che quando per vai non si usassi 
la debita diligentia saniamo forzati provedere con li opportuni reroedii. 

Datum panhormi die XXXI* Ianuarii 111' Inditionis 1 S45- 

El marchese de Terranova, vidit thesaurarius, — Alfonsus prò prothono- 
tario. — Dirigitur magnifico capitaneo civitatis drepani. 

(Dal Reg. 281 del Protonotaro del Regno, anno 1544-45, fol. 5 r.) 

Dott. Ferdinando Lionti. 



DIALOGO FRA DUE VILLANI. 



POESIA POPOLARE BOLOGNESE 



/. Villano. Num vgnir a zercher — chà sòn unurè, 
Parca m' vut secher — cun del ciacarè, 
A sòn Pasqual — dal pochi parol, 
A poss dir un quél — parca ai ho un fiol. 

Figurati beno che sono zivillo, 
La casa Barillo, è la mi parintè; 
E pò par la sièinza an són incantè, 
Ch'ai ho una tistazza ch'è sparpusitè. 

2. Villano. Per vgnir a zirer — cust et mai strulghè. 
O vat a sgurer — ch't'i tot infanghè, 
Te t'vu far da grand — e t'n'i gneint afat, 
T'em va mo dscurand — t'em par propri mat. 



1 Ecco un genere di poesia tutta bolognese, che si metteva in bocca a un 
personaggio dei burattini, il quale rappresentava un villano, in brache corte, pan- 
ciotto colorato, e gran cappello di paglia guarnito di nastro a più colori. Ora 
questo personaggio è uscito dal numero delle nostre marionette, quindi non 
funziona più. La poesia andava cantata , con un motivo speciale. La lingua è 
proprio dei rozzi contadini un pò 1 distanti dalla città, poiché i vicini l'hanno 
alquanto modificata. 



DIALOGO FRA DUE VILLANI 2$ I 

Figurati beno che bravo è mi fiolo 
Ch'ai n'è zò subiolo, — ch'ai sa iatiner, 
ChTavrà lizeto di liber un graner, 
Ch'ai prè ino cunfonder Jusfèt al furner. 

i. Villano. Per Iatiner — al n'na 'di sachet; 

Ma par rasuner, — l'è quasi avuchet; 
Del volt stTudess — cm'è lazer ed trot, 
Mo tfc t'arstarest — un'è un bèi jandarot, 

Parca pò del volt in lizr al safala. 
Al foz in t'ia stala — e sta sèinza magner: 
Mo tant al s'instezza es cméinza a zimer, 
Cum fa la sumara cumTè al sutner. 

2. Villano. S'am arcurdass — un so parlamèint, 
Avrè tVispetass — al mi casamèint, 
Aspata un poch — ch'airi par d' arcurdar, 
Ch'at vegna un roch — stam ascultar. 

Amazandus Cornelium la bela Mariola, 
Veins cun la cariola — Chichèt al plizar, 
Dicendus firmatus en la sta a struzèr, 
Non erat brasadla da psèir stragualzer. 

i. Villano. Quest'I eined quel coss — ch'n'um fan maraviar 
An sòn mega sdoss — ch'an t'sava incantar 
^ Bèinchè Iatiner — bèin poch a farò, 
Ma tuscaneggiando — at cunfundirò. 

Tu sei un sunajo, che gneint tu sajo, 
Ma sentirajo — s'at faz incanter; 
Una trigedia at voi riziter, 
Che dal ridarò at fazzo squarter. 

2. Villano. Se giamo in vulghero — ossia in tuscan, 
A pre litigherò — come razza de can, 
Mo adess sto parlerò — l'è trop e smach è 
A soi burlerò — cm'a vad in marche. 



*9* ARCHIVIO PER Lfc TRADIZIONI POPOLARI 

Quest è bergamenna, che bela vidéla 
Quest'è una purzèla — secónd ai cuntrat, 
Poi fino in latino set belimi ritrat 
Tulitus per sYmulo manzola in barat. 

r. Villano. An voj zó negher — 7 que dèintr in zite 
ChYum psess intrujen — per la bibite. 
Ma vein tra là — ch'me t' poss incanter, 
Ch'm'è un bacala — at farò rister. 
La mi discendeinza l'è virtuóusa 
L'è tant e famòusa — ch'at pre stragualzer 
L'è tant e famóusa ch'at pre stragualzer. 

2, Villano. E vat a struzer- — me an són ed qlu razza, 
Che sèimper sghergnazza per fans rispetar. 

i. Villano. A me dir d'sti noni: tu sei un zaqlone, 
Mo va cun la mesqla, a cojr al sujone. 

2. Villano. Ti pur imbruje — la lèingua lateina 

T'fa mal alla scheina — o marcia a zapar, 

/. Villano. Andai vo cunipar — lassèin i cuntrast 

Fain prèst a scapar — inanz ch'vegna dal guast'; 

S'as fèin smatar, cun sta parintà, 

Chi sta ascultar — sti sparpusità. 

Finiamo, scapiamo, la nostra ignuranza 

Fa mal alla panza — a chi a zerval, 

Bèinchè tante volte la siéninza gneint vai 

E Tignuranza arimpess el budèl. 

Carolina Coronedi -Berti 

raccolse. 



rs«n»5=-:*{«*- 




> ^f^JSLrtgff i 



MISCELLANEA. 



La Leggenda d'Ovidio in Sulmona. 




uando il contadino di Sulmona vuole proprio snocciolare una 
grossa bestemmia , più grossa ancora dell'aver maledetto a San 
Panfilo, protettore della città, butta per terra, con un gran moto 
d'ira, il suo cappellaccio di felpa e grida : — Mannaggia Uiddiu ! 
Proprio così: abbia un malanno Ovidio! 

E questa bestemmia tramanda di padre in figlio, fra la povera gente , la 
memoria di quel sommo poeta. 

Poi, quando il Gran Sasso , il Morrone , la Majella, i monti marsicani e 
TArgatone si coprono di neve, cingendo d'una bianca zona la vasta vallata sul- 
monese, e le famigliuole si raccolgono sotto 1' ampia cappa del camino, pel 
quale brontola la tramontana che imperversa tra le gole delle montagne , il 
vecchietto, circondato da' figli e da' nipoti, racconta la spaventosa storia del 
gran Mago Uiddiu. 

Chi ha parlato d' Ovidio, la prima volta, a quella povera gente ? Non si 
sa; ma gli è certo che ogni contadino vi sa indicare la casa ov' egli è nato, 
vi conduce a Fonte di %Amore t vi mostra gli avanzi della sua Villa e vi narra 
le sue gesta. 

Ovidio dunque pe' contadini era un gran mago, il quale sin da bambino 
aveva dato molto da fare al babbo , cosi che un bel giorno se ne scappò di 
casa e non si vide più. Alla fine, cerca e fruga, lo trovarono nientemeno che 
nel bosco delPAngizia, dove imparava la magia da un astrologo e da una strega 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 38 



294 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

della Marsica. Quando l'ebbero condotto a casa, egli cominciò a far meravi- 
glie da non dire: appena egli apriva la bocca, tutti restavano incantati a sen- 
tirlo, perchè sapeva imitare il canto degli uccelli, ed ognuno udiva la canzone 
che gli piaceva di più. Ma, fatto grande, prese davvero ad essere un gran mago. 
In una sola notte egli si fabbricò sul Morrone una magnifica villa, circondata 
di giardini, di vigneti e d'orti, irrigata dalle acque d'una fonte, che anche a- 
desso si chiama Fonte d'<Amore. La villa era bellissima, aveva porticati, logge, 
terrazze, bagni e pitture molto vaghe. E siccome quel punto prima era stato 
irto di scogli e scavato in torre e burroni, molta gente accorse a veder la 
maraviglia. Allora Ovidio volle punire i curiosi, e con una sola parola cam- 
biò gli uomini in uccelli e le giovanette in una lunga fila di pioppi. Nel saper 
questo, tutta la contrada fu presa da spavento; e molti pregarono la madre di 
lui perchè egli avesse pietà della terra dov'era nato. Ovidio, fattosi venire in- 
nanzi un gran carro con cavalli di fuoco, in un baleno si recò a Roma. E là 
esercitò per molto tempo la sua magia. Dai denti d'un gran mostro e dalle 
scintille del fuoco faceva nascere guerrieri; dava anima alle statue, cambiava 
gli uomini in fiori, i cervi in porci neri. A qualche donna mutò i capelli in 
serpi, ad altre le gambe in coda di pesce, e parecchie diventarono isole. Ad 
una sua parola insomma , le pietre parlavano , tutto dò eh' egli toccava tra- 
muta vasi in oro, gì' incendi divoravano la terra e il mare si popolava di belle 
donne. Ma un giorno la figlia del re di allora s'innamorò del Mago, e Mago 
di lei; e il padre non ci aveva piacere. Allora Ovidio disse al Re : — « Se tu 
non acconsenti, io ti faccio diventare un caprone con sette corna ». — E il Re 
non rispose; ma una notte fatti entrare i suoi soldati nella casa del Mago, e 
toltagli la bacchetta del comando, lo fece incatenare e condurre in un paese 
lontano lontano, ove sono soltanto orsi, lupi, boschi e montagne sempre piene 
di neve e dove non fa mai caldo. Là morì il povero Mago; ma, dopo morto, 
ritornò qui nella sua villa, e la notte d'ogni sabato se ne va con te streghe 
al noce di Benevento. 

Chi non vede in questa favola, ch'è un articolo di fede per que* buoni 
montanari, tutta la storia e le opere dello sventurato poeta ? « 

D. ClAMPOLI. 



Le feste della messa Quaresima. 

In Italia vivono sempre le tradizioni della mena quaresima. Fino ai tempi 
della repubblica fiorentina eravi 1' uso nel popolo di festeggiare y giorno di 
mttfa quaresima con gazzarre d'ogni maniera. Nell'Anguillesi e in altri croni- 



> La Vita Italiana, Rivista conttmporanm, an. II, n. 19. Torino, 17 Giugno 1880. 



MISCELLANEA 2$$ 

sti del secolo XV e XVI si trova fatta menzione della vecchia che si portava 
a segare sotto le Logge del Mercato Nuovo. Ben inteso che tale operazione 
non aveva nulla di cruento, e che la vecchia era un fantoccio impinzato di noci 
e di fichi secchi, issato sull'alto di una scala. 

Quando era stato tagliato per lo mezzo, tutte le interiora, composte di 
frutta secca , cadevan dall' alto in mezzo alla folla e ne seguiva la rufa. A 
poco a poco, la barocca consuetudine scomparve, come tante altre. 

Ma il monello fiorentino tenace nei suoi passatempi favoriti, non per- 
mise che la tradizione delle baldorie di mena quaresima andasse completamente 
distrutta, e qualche cosa riuscì pure a salvarne. Se non potè più segar lu vec- 
chia, volle almeno che nella scala si conservasse in alcun modo la memoria. 

Di qui ha origine la stranissima costumanza che ancora oggi si afferma 
in tutto il suo vigore e che consiste nelTattaccare che fanno di nascosto i ra- 
gazzi una scala di carta dietro le spalle delle donnicciole che girano per le 
vie di Firenze la mattina di maga quaresima , e nel far in coro V urla gri- 
dando: — la ce Vhae l la ce Thae /... * 



Usi nuziali sulle rive del Nilo. 

Ecco un'interessante quanto strana cerimonia in vigore in Africa : 

Essa ha dodici anni appena, lui quindici al massimo. E il suo fiore d' a- 
rancio? Alcune esperte si sono assicurate al mattino che non è stato sfiorato. 

Tutu la popolazione è riunita in una piazza del villaggio la pia prossima 
all'abitazione della fidanzata. In un angolo di questa piazza alcune donne am- 
massano alla meglio dei polli, dei banani e delle noci di cocco. Sono l'offerte 
di tutti che verranno fra poco mangiate. Al riparo dal sole sotto le foglie dei 
banani hanvi delle grandi conche ove sfoggia il vino di palma. Dopo poco, 
quando i cervelli saranno sotto la influenza di questa«bevanda, la festa diverrà 
un saturnale diabolico. 

Sulla piazza sta per accader qualche cosa di singolare, degli uomini trac- 
ciano sul suolo dei grandi cerchi, la curva dei quali più si avvicina a centro 
stabilito e più diviene piccola fino a quanto non resta che un diametro di cin- 
que piedi ali* ultimo cerchio. 

In questo spazio libero, altri uomini ammassano dei fiori e delle foglie : 
in seguito, compiuti questi preparativi, al segnale di un capo, tutta la folla si 
dirìge verso la casa della vergine. Questa, senza farsi vedere, domanda loro:— 
« Cosa volete ?» — « Vacha, Vacha » — grìdan tutti. 



* L'Diustraxiom popolari, voi. XII, n. la. Milano, aa marco 18I5. 



2}6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Presso quei popoli ogni fanciulla prima di essere consegnata allo sposo 
è obbligata a interrare una noce di cocco , e secondo quello che produrrà 
questo frutto, se ne trae pronostico se essa sarà o no felice. 

Dietro l'invito che le vien fatto, la sposa esce dalla casa; essa si presenta 
agli occhi di tutti, nuda, incocciente, ed è condotta, accompagnata da canti e 
da gridi, nel luogo dove è stata sotterrata la noce di cocco. L' albero futuro 
sarà il suo fetido: lei sola dovrà prendere cura della sua coltivazione, e rac- 
coglierne i frutti, poi la noce interrata è ripresa, e nel tempo che la popola- 
zione si ammassa attorno al luogo dove sono i cerchi, la sposa è condotta dalle 
sue giovani compagne nel centro di essi e propriamente dove vi sono i fiorì 
e le foglie. 

Le fanciulle coricano la vergine sul suolo, poscia la ricoprono di fiori e 
verdura colà raccolta ; in pochi minuti ella scompare affatto sotto quel cu- * 
mulo di foglie, e quando nulla più del corpo è visibile , quelle che 1' hanno 
ricoperta fuggono tra la folla. 

È allora che il fidanzato viene condotto colà ! Appena egli comparisce 
ricevuto da un fracasso spaventevole, tutti gridano e gesticolano, alcune donne 
gli gettano delle pietre , altri gli dirigono dei complimenti : le prime sono 
"quelle le quali sono state infelici nel loro focolare, le seconde, quelle che 
hanno avuto la fortuna d'incontrare un buon marito. Povero giovane! come 
se egli fosse responsabile dei loro dolori come delle loro gioie I 

Egli è tutto confuso da queste grida assordanti di cui è la vittima; infine, 
le ragazze da marito lo prendono e lo collocano sopra il limite tracciato sul 
suolo. Là esse gli parlano lungamente e con gesti gli indicano lo spazio, quindi 
fuggono lestamente. 

D'un salto , e sopra un piede , il fidanzato entra nel primo cerchio , poi 
sempre saltellando sopra un piede, egli incomincia la prova. Egli deve per- 
correre cosi tutti i cerchi sino a che non ha raggiunto quello di mezzo dove 
trovasi la sua futura spossa , senza arrestarsi mai , e senza posare mai 1' altro 
piede in terra. Guai a lui se la stanchezza lo guadagna, in un istante tutti si 
precipiterebbero su lui e lo massacrerebbero di colpi, egli non troverebbe più 
una ragazza che lo sposasse : ma la prova è riuscita , eccolo nel mezzo dei 
cerchi. 

È impossibile descrivere l'ansietà che regna in tutti i volti nei pochi istanti 
che dura la prova. Alla fine un lungo grido parte dalla folla: egli è riuscito, 
eccolo presso l'ammasso di verdura. Qui nasce una scena delle più comiche. 
Una volta nel centro, il fidanzato può posare il piede in terra. Egli contempla 
per qualche minuto il cumolo di foglie, poi chinandosi, incomincia a togliere 
la verdura. Mano a mano ch'egli toglie quelle foglie, e che si è assicurato che 
là è la sua sposa, le sue mani diventano convulse, ed è incredibile con quale 
prestezza termina di scoprire la sposa, che egli prende fra le sue braccia, la getta 
sopra la sua spalla e fugge. 



MISCELLANEA 297 

Allora incomincia una caccia insensata : tutto il villaggio corre per rag- 
giungerlo. Invano cerca di sottrarsi alla loro persecuzione, le porte di tutte le 
case sono chiuse, ed egli trovasi obbligato a raggiungere la propria, dove fi- 
nalmente si rifugia colla sposa, stanco, palpitante e senza forze. 

La cerimonia essendo in tal modo compiuta, tutti si ritirano soddisfatti. 

Tale è il costume della cerimonia del matrimonio sulle rive del Nilo *. 



Etnografia di Massaua in Africa. 

Il tipo degli uomini è gagliardo , bello. Le donne di un nero perfetto , 
sono di forme regolarìssime, ed esercitano anche sui nostri un certo fascino 
per le loro curve opulenti, per le eccezionali protuberanze del seno, che ten- 
gono scoperto. 

Tutte hanno forato il naso: le fanciulle vi portano un semplice ferretto, 
unto perchè il foro praticato nella carne non si richiuda: le maritate vi appen- 
dono una campanella con un grande anello, che è il distintivo del loro stato. 

In generale questi abitanti sono svelti , intelligenti. In quanto a me pò i 
non li ritengo feroci, audaci, come da molti si disse,': infatti a ogni ombra di 
perìcolo prudentemente se la danno a gambe. Può darsi che in guerra siano 
tutt* altro. Uno dei loro più grandi pregi è certo Y agilità : posseggono, poi, 
quasi tutti un occhio meraviglioso , una precisione di tiro sorprendente. Alla 
distanza di 15 e di 20 metri gittano le loro piccole lance, e colpiscono — 
senza fallir quasi mai -— un piccolo bottone conficcato in un albero come ber- 
saglio. 

Le loro dimore sono capanne, formate da tre pali piantate a triangolo. 
Dall'alto scende una rozza lampada di creta ad olio. Un letto, formato da pezzi 
irregolari di legno, sul quale si stende una pelle di camello, che funge] da 
materasso, da coperta, da tutto; una brocca d'acqua, lo scudo e lancia in un 
canto, se la capanna è abitata da un uomo; nessun vestigio di altre stoffe e 
di indumenti. Ecco tutto il confortabile di quelle preadamitiche abitazioni. Vi 
ricevono volentieri, vi fan gli onori di casa con squisita cortesia.... specialmente 
se fate sdrucciolar loro in mano qualche soldo. 

Le donne hanno gran cura dei loro capelli. Foltissimi e lunghi, li raccol- 
gono con uno stecco lungo di legno — ignorano Y uso del pettine — in pic- 
colissime trecce. È una strana acconciatura, che richiede non meno di tre ore 
di tempo, e l'aiuto necessario di una collaboratrice : e l'acconciare quelle loro 
teste di Medusa è la più viva loro preoccupazione. 

In tutte queste capanne si spande un odore nauseante : sia per le pelli di 



1 Giornale di Stolta, an. XXV, n. $8. Palermo, 28 Febbraio 1885. 



298 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

camello e per le stuoie arse dal sole, sia per V untume ed il grasso di che si 
cospargono i capelli e le carni. 

Curiosa costumanza hanno costoro per il trasporto dell' acqua — si ser- 
vono della pelle d'un asino seccata al sole, cucita insieme con le relative quat- 
tro gambe ; dal collo mettono l'acqua, poi, chiusolo, afferrano le due gambe 
d'avanti dell'asino, restando il corpo perpendicolarmente sulla testa e le spalle 
di chi lo porta, trascinando per terra le altre due gambe di dietro; si direbbe 
un asino ripieno d'acqua che cammina ! 

In Massaua si balla molto; non è la ridda feroce dell'Africa centrale, ma 
non è neppure la danza piana, cadenzata ed allegra della Turchia europea; il 
ballo di Massaua è un mezzo termine fra la brutalità del l'Africa centrale e la 
gentilezza degli antichi costumi egiziani. Si balla per cacciare il diavolo (Afrit) 
da un infermo; i Massauini credono che il diavolo sia la causa di tutti i ma- 
lanni che opprimono l'umanità: ballano quando uno si sposa; ballano quando 
nasce un bambino; ritornano a danzare quando lo circoncidono; ballano, can- 
tano e piangono tutti insieme quando muore un amico, ed in questo caso la 
scena è originalissima. Tutte queste danze sono accompagnate da canti, che 
qualche volta assomigliano a ruggiti di belve feroci e qualche altra sono fe- 
stosi e allegri, e, specie le donne, emettono delle cadenzate strida con bella 
voce armoniosa, accompagnandole con movimenti procaci e quasi convulsi : 
figuratevi lo stupore di chi è poco assuefatto a quelle scene. Tanto il canto 
che il ballo sono accompagnati da una specie di musica, formata da un tam- 
buro, da piatti di metallo, da qualche tar abuca e da una specie di violino, 
formato da una mezza zucca con manico di legno, sul quale sono tirate al più 
tre corde che emettono un suono stripellato e disgustoso. 



La festa del fuoco in S. Maurizio nelT Indostan. 

Ebbe luogo non ha molto nell'Isola di S. Maurizio nell' Indostan appar- 
tenente agl'inglesi la terribile festa del fuoco fatta dagi' indiani sotto la dire- 
zione del gran bramino Sinatam-Bu. 

Sulla pianura denominata Terra Rossa si trova una grande pagoda che 
contiene l'idolo di Siva scolpito di legno, inverniciato, e coperto di abiti ma- 
gnifici. La testa dell'idolo porta una specie di tiara molto alta, ha le labbra rosse 
composte al sorriso ed i baffi con le punte rivolte all'insù. Esso guarda in aria 
di disprezzo un grosso serpente avvoltolato intorno al suo braccio sinistro. 

Prima della festa s'accende davanti alla pagoda un immenso rogo che 
arde per 24 ore di seguito. 

Terminate le cerimonie iniziali furono tolti dal rogo i pezzi di legno non 



MISCELLANEA 299 

carbonizzati e lasciatevi le sole bragie ardenti , che vennero spianate in guisa 
da formare una superficie liscia di sei metri di lunghezza e di quattro di lar- 
ghezza su 25 centimetri d'altezza. 

Alcuni bramini, gli eroi della festa, si offersero di recarsi sin presso l'idolo 
percorrendo a piedi scalzi quella terrìbile via infiammata e portando sul capo 
canestri di fiori da regalare a Sìvsl Se, durante il cammino, uno inciampa e 
cade, è irremissibilmente perduto, perchè nessuno può porgergli aiuto, essendo 
quello un segno manifesto che Brama non gli ha perdonato i suoi peccati. 

Alcuni attraversarono correndo il tappeto di fuoco ed indi si gettarono in 
un apposito bacino d'acqua, altri camminarono lentamente ardendosi in modo 
orribile i piedi e tuttavia tennero fermi sul capo i canestri di fiori non man- 
darono un grido. Soltanto allorché toccarono l'acqua, non poterono a meno 
di contorcersi orribilmente e di gemere per gli atroci dolori. 

Tutti i presenti assistettero in reverente silenzio alla cerimonia religiosa. 

I piedi e le gambe dei bramini sono in tal modo carbonizzati che non c'è 
speranza di guarigione; ma dovranno, come sempre succede, venire amputati. 

Generalmente, per altro, pochi sopravvivono, e la maggior parte muore in 
conseguenza delle spaventose ustioni riportate. 



La Supersticionei en el Cambodge. 

Los acontedmientos del Tonkin han excitado la atendon de todo el 
mundo bacia las provincias indo-chinas, respecto a las cuales el gobierno de 
Cochinchina ha hecho imprimir una sèrie de publicaciones. El ultimo cuaderno 
titulado Excursiones y %econocimientos, recien Uegado de Saigon, contiene en- 
tre otros documentos geogràficos, etnogràficos y politicos, interesantes notas 
relativas a las costumbres y creencias de los habitantes del Cambodge, de que 
vamos à dar una ligera resena. 

La pobladon indo-china es muy supersticiosa , ve presagios en los inci- 
dentes mas habituales de la vida del campo, y atribuye a los vegètales y ani- 
males infiuencia sobrenatural. Ast cuand un railano se posa sobre el tejado, 
los habitantes deben desalojar la casa à toda prisa para evitar una desgracia; 
cuando un moscardon tropieza contra una casa, tamfeien es mala serial. El al- 
godonero y el bambù no pueden pianta rs e hajo pena de muert próxima, mas 
que por ancianos, y aun estos deben enterrar al lado trozos de vajilla, diciendo: 
« Que no ocurra mi muerte basta que el tronco se pudra 1 » Las cajas de ma- 
dera de tamarindo dan à sus poseedores, siendo mozos, el favor de los man- 
darines y el amor de las mujeres, pero en cuanto se casen, deben deshacerse 
de esos talismanes, so pena de que sus mujeres aborten. Son muy estranas 
ks ideas que esos habitantes tienen en medicina é historia naturai. Emplean 



3&> ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

los huevos des salsamonte contra las hérnias, la grasa de cangrejos contra las 
heridas de flechas envenenadas, y el principal preservativo del colera es una 
cabeza de liebre seca. Creen los naturales del Norte de Cochinchina que el 
puerco-espin hace caer la fruta lanzàndo sus pùas, y que la rana verde, com- 
paradas i las sue gras en sus proverbici populares, causa la lepra. Atribuyen 
una influenda curiosa al pajarillo, cuyo grito se parece al ruido de los pilo- 
nes para desgranar arroz, y green que cuando se coloca bajo un molino la 
ramita sobre la cual cantò el pàjaro, ocurrìrà una incomodidad singular i las 
mujeres dedica das à mover los pilones. 

Antes de castrar los bùfalos que allf les sirven corno bestias de tiro y de 
carga, su dueno debe decirles: « No «s por capricho , sino por el uso de la 
antigùedad, por lo que vais a sufrir està operacion. Por lo tanto, no me guar- 
deis rencor ni en està vida ni en las vidas futuraa. Este discorso inspirado por 
la fé en la metempsicosis, denota en los Indo-chinos una piedad^plausible por 
los animales domésticos. Por iguales motivos emplean los cuernos de los ani- 
males salvajes para hacer mangos de hoz, pero no los cuernos de los anima- 
les domésticos que ya tuvieron la fatiga de labrar la tierra. 

Estos sentimientos causativos se extienden hasta a los objetos inanimados 
tales corno à los utensilios de cocina fuera de servicio. No se puede , por 
ejemplo , so pena de atraer sobre si la desgracia , abandonar alrededor de la 
casa, las calderas y los platos de metal agujereados, y es preciso arrojarlos 
al agua, donde no se vean. Igualmente, estando de viaje, es funesto despren- 
derse de los tra es usados. 

Importa mucho no acostarse sobre una alfombra , sin mirar àntes a qué 
lado se echa la cabeza , pues cambiar de sino trae desgracia. Una mujer no 
debe usar la almohada ó el colchon de su marido ; mas por fortuna, la reci- 
proca no es cierta. Para un habitante del Cambodge, el verdadero medio de 
hacer siempre una buena pesca, consiste en forjar un harpon con clavos vie- 
jos cogidos por los traperos. La preocupacion constante de cada uno es evitar 
los presagios funestos, corno peinarse ó cortarse las urlas por la no che. La 
mujer que anda haciendo ruido por la casa, que grita, que sacude sus faldas 
con afectadon, se exposé tambien à la colera de los malos génios. Los adi- 
vinos y adivinas, los magos y brujos abundan considerablemente en Cambodge, 
y usa de sus mafias favoritas es la singuiente: Cuando esian de viaje cogen 
una hoja, y por sus fórmulas màgicas, la trasforman en escolopendra y la en- 
vian à picar el seno de una jóven soltera del pais, que sólo podrà curarse por 
el viajero, quien de este modo asegura su alojamiento. 

Uno de sus preceptos de moral vulgar es este : « No disputes con las 
mujeres, ni tengas pleitos con los chinos ». El consejo tiene mèrito K 



* La Andalusia politica econòmica y Uterina, an. XXVIII, n. 8323. SeviiU 27 de Febbraro de 1884 




RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



Volgare illustre nel ixoo e Proverbi volgari del xaoo. Menioria del Prof. An- 
drea Gloria. Venezia, Antonelli 1885. 



1 i 



rincalzare vieppiù la tesi, altra volta sostenuta, « che il volgare 
illustre sia originato dall' Italia tutta , non dalla sola Toscana o 
da Firenze », il Prof. Gloria pubblicò, negli Atti del R. Istituto 
Veneto , questa Memoria , che è degna di molta considerazione. 
Di certo, monumento linguistico di maggior valore non è possibile immagi- 
nare di questi proverbi, raccolti da Geremia de Montagnone nel sec. XIII. I 
proverbi sono come i petrificati di certe montagne, che al Geologo attestano 
sicuramente dell'età del suolo, del clima e della vegetazione di tempi preisto- 
rici. Nel secolo XIII nessuno pensava a falsificare proverbi , e questi si rico- 
noscono subito per genuini del popolo padovano, fra il quale visse il De Mon- 
tagnone. Molti sono ancora vivi, alcuni con forma alquanto diversa dalla 0- 
dierna e pochissimi sono i disusati, e questi paiono piuttosto sentenze tradotte 
dal latino da qualche letterato. Ammesso, adunque, che questi proverbi pre- 
esistessero di molto al raccoglitore, e vista in essi la gran quantità di parole 
appartenenti anche al Volgare illustre, che fu poi la lingua italiana , il Gloria 
dimostra che questo Volgare dev'essere esistito molto prima di Dante e molto 
prima anche del sec XII. Egli non poteva trovare un argomento più forte e 
sicuro per convalidare la sua tesi, che debolmente fu contrastata da* suoi op- 
positori, i quali non sono del tutto liberi da qualche possibile abitudinario anche 
fra i letterati. 

Ma lasciando Cotesto, importa ch'io dica alcunché di questa raccolta, che 

*Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 39 



)02 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

è la più antica che si conosca. Geremia De Montagnone nacque, da nobile fa- 
miglia, in Padova alla metà del sec XIII; nel 1280 fu ascrìtto al collegio dei 
Giudici in Padova, dove morì nel 152 1. Nella sua prima età, egli compose 
l'opera Compendium moralium notabilium, che è una vasta raccolta, bene e con 
molto ingegno ordinata, di sentenze morali che si trovano nella Bibbia, e nelle 
opere de' Padri, e de' classici antichi; de 1 quali, nel principio, l'autore dà il 
lungo elenco. L'opera è divisa in cinque parti, secondo i diversi argomenti mo- 
rali, ogni parte in libri, e questi in rubriche o capitoli di sentenze latine. Dopo 
le quali, di tratto in tratto, egli aggiunge alcuni proverbi volgari in dialetto 
padovano-italiano. Ve n'ha una copia manoscritta nella Marciana, e fu stam- 
pata a Venezia nel 1505, col titolo Epytome Sapientia.il primo che s'accorse, 
due anni fa, di que' proverbi, fu il prof. Rajna, che ne diede notizia al Gloria. 
Il quale, visto quanto potevano servire al suo scopo, li estrasse da quella selva 
di sentenze, e, dopo aver confrontato il testo stampato col ms., li stampò in 
questa Memoria. 

Sono, in tutti, 179, d'indole esclusivamente morale, come convenivano al- 
l'opera del De Montagnone. Il primo che si trova a pag. 1 della stampa, ch'io 
riscontrai, sfuggi al Gloria, ed è questo: In poco d'ora Dio lavora. Poi seguono, 
fra i primi, questi che cito per saggio : 

%A chi Dio voi bene d'ormando gè ven. 

%A chi 'Dio voi male, el gè toh el seno. 

A chi Dio voi male, le piègore gè dà de dente. 

De eoa daseno, no se poi far bon tamiso (staccio). 

El lovo muda el pelo, ma el no mudi el ve\o. 

La rana no se pò trar del pala. 

El passa no ere (crede) al destin. 

For^a ven\e raxon. — 7{flson mele pose. 

Chi non ha mojere, spesso la bate e fere. 

El besogno fa trotar la veja (vecchia). 

Chi fa quel che non de\ el gè aven quel che non cre\ 

De can rabiosi no s empie villa. 

E s'axun%e pi tosto el bosdro (bugiardo), che 7 %>to (zoppo). 

Cita è perita, quando la è divisa. 

Martelo d'argento spetta porte de fero. 

Chi lava el cavo a Vaseno, perde el savone. 

E così via, che sarebbe soverchio il citarne di più. Il Gloria, oltre al continuo 
riscontro del ms. con lo stampato , mette accinto a parecchi i proverbi quali 
s'usano oggidì, ed illustra quelli che sono un po' oscuri o presentano qualche 
difficoltà. É un lavoro diligentissimo, che onora l'illustre dotto padovano, tanto 
benemerito della nostra storia patria. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 303 

Egli mi permetta che io qui gli esponga in quali punti non sono piena- 
mente d'accordo con lui. Al prov. 70 (ora disusato): B non è seno (senno) re- 
penare a Pasejo, egli nota che repennare è voce antica che vale impennarsi, ri- 
calcitrare, e sta bene; ma non credo che asejo sia scorrezione, com'è' dice, di 
osto, adoperata per agio, e che il prov. voglia dire: « non è senno di far atto 
di ritrosia in posto comodo ». Io credo, invece, che asejo sia il pungolo , lo 
stimolo de' bovai, i quali anche ora lo chiamano asegio, ed è Vasilus de' latini. 
Difatti, il Montagnone mette questo prov. poco dopo al latino: Durum est contra 
stimulum calcitrare, ed il senso del prov. apparisce ovvio e naturale più di quello 
imaginato da lui. 

Inoltre, nella stampa del 1505 conforme al ms. i seguenti tre proverbi si 
leggon cosi: ' 

6. Lo 9 el cervo nasce, àol\e erba pasce. 
6$. Lo' tutti è eguale, deo vuol male. 
66. Lo non è gatta, i sor\e gè balla. 

11 Gloria dice che quel Lo è un errore di stampa, e si deve leggere Co, 
nel senso di quando. A me pare di no, perchè lo' per dove si usa ancora in 
qualche dialetto alpino, e perchè lo* non è che una contrazione di loco , che 
i trecentisti usavano per là dove. Guardiamo al senso dei tre proverbi e special- 
mente del primo: è più logico il dove il cervo nasce ecc. (noi ora diciamo: 
dove si nasce, ogni erba pasce) che: quando il cervo nasce, dolce erba pasce. 

Il prov. 35 il Gloria lo dà così: 

L'uomo vejo e forestrio, pò dir bosia e pò dir vero; 

io, invece, conforme alla stampa, leggo: 

Uomo vejo e 7 forestero, pò dir buxia e pò dir vero. 

Ed il senso è: che delle parole, tanto de' vecchi come de' forestieri, bisogna 
far conto, e credere che possono esser vere, anche quando paiono bugiarde. 
Finalmente il prov. 137: Quando Dio dà porcello, appareja sachedetto, deve 
intendersi nello stesso senso che hanno gli altri otto consimili, usati ora, che 
il Gloria può vedere a pag. 93 e 147 della mia Raccolta, tre de' quali dicono: 

Dio manda la piego r ina e pò* la so erbesina. 
Dio manda Vagneleto e 7 pascoleto. e 
No mete al mondo Dio 9 na formigheta, 
Se noi gbe manda la so fregoleta (briccioletta di cibo). 

C. Pasqjmliqo, 



|04 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Folk-Lore par le Comte de Puymaigre. Paris, Librairie académique Didier , 
Émile Perrin libraire-éditeur, 1885. In-16 , pagg. VI- 567. 

Sotto il titolo di Folk-Lore il Conte de Puymaigre, nome ben noto a' lettori 
del nostro Archivio, ha raccolto quindici suoi scritti, messi a stampa in vario tempo 
ed in Periodici diversi. Questi scritti si aggirano intorno ad argomenti del Folk- 
Lore del più alto interesse e sono trattati (non occorre avvertirlo) con quella com- 
petenza e sobrietà che nel de Puymaigre tutti riconoscono. Molto opportuna- 
mente s'inizia il volume con l'articolo: Le Folk-Lore, nel quale PA., dopo di aver 
dato l'origine ed il significato del breve e comprensivo motto che dall'Inghilterra 
s'è diffuso a tutta Europa, passa in rassegna brevemente gli studj folk-I or isti ci 
d'Inghilterra e Scozia, dell' Allemagna, della Francia, della Spagna e Portogallo, 
dell'Italia ec. ec, seguendone per sommi capi la storia e segnandone la rispet- 
tiva importanza, e fermandosi per ultimo a considerare , con Max Mùller , la 
nuova scienza del Folk-Lore ed i criterj da seguire nel raccogliere, coordinare 
ed illustrare i documenti tradizionali del popolo. 

Vien dopo uno scritto, ch'è de' più notevoli del volume, e che molto da vi- 
cino ci riguarda: La poesie populaire en Italie (pag. 1 3-80). Vi sono attentamente 
e minutamente esaminati i Chants du nord de l'Italie (I), ed i Cbants des pro- 
vinces méridionales et de la Sicile (II), con la scorta delle molte pubblicazioni 
fatte negli ultimi anni, perchè il lavoro del valente A. serve come di conti- 
nuazione a quello, che il Rathery avea dato alla Revue des Ueux-OtCondes (15 
maggio 1862), nel quale non eran segnalate che le opere fino allora comparse, 
del Tommaseo, -del Marcoaldi, del Nigra ec. Il de Puymaigre, amantissimo del- 
l'Italia ed appassionatissimo ed eccellente cultore della sua letteratura, tratta 
l'argomento con vero trasporto e simpatia, giovandosi largamente de' lavori 
italiani e portandovi un abbondante contributo di osservazionj proprie, di con- 
fronti, di studj eruditi. 

L'amore all'Italia e la non superficiale conoscenza della italica lingua ad- 
dimostra ancora il de Puymaigre nello scrìtto: VirgUe au moyen age (p. 278- 
292X nel quale esamina la magistrale opera del Cora pa retti (Livorno, 1872), ed in 
una Lettera al dottore Giuseppe Titrè (pag. 293-315), scritta in corretto ita- 
liano, nella quale si occupa del libro: Cuentos y poesias populares andaluces di 
Fernan Caballero, pseudonimo della celebre scrittrice Cecilia Bòhl de Faber. 
In questa Lettera sono fatti larghi confronti fra' canti popolari dell' Andalusia 
e quelli dell'Italia, in ispecie insulare. 

Gli altri studj, che arricchiscono il volume che abbiamo sott'occhio, sono 
i seguenti: Chants populaires de la vallèe d'Ossau;— Chants flamands; — Un poérne 
en patois nicard; — Chants allemands de la Lorraine; — De quelques ancienne* prò-, 
phitits; — La legende de 'Blondel; — De quelques historiettes d'Etienne de bourbon; 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 30J 

-r- La pile aux maini coupés;— Lei cbansons de gesti frangaises; — De la potiti 
beroko-populaire castiìlane; -^ Lei dayevians. I lettori del nostro Periodico co- 
noscono già tre di questi lavori, perchè comparvero in esso; degli altri è a dire 
che offrono tutti grande interesse e grande curiosità, e sono svolti con erudi- 
zione ed abilità non comune, si che si leggono senza che la stanchezza o la noia 
ci sorprenda. Se qualcuno di questi scritti sembra, a prima giunta, non legarsi 
direttamente agli studj tradizionali, quando poi s'è letto, si vede che trova benis- 
simo il suo posto nel libro ; perocché alle tradizioni del popolo si riattacca 
per argomenti, che ad esse inspiraronsi, o su esse notevolmente influirono ed 
influiscono tuttodì. 

Nostro dilettissimo amico da molti anni, nostro collaboratore in questo *Ar~ 
chivio, F illustre Conte de Puymaigre apprezzerà la nostra riserva nel tributargli 
quelle lodi, ch'egli senza dubbio merita in copia, perchè non ci si dica ch'è l'affetto 
che ci ha legato l'intelletto (per usare la efficace frase dantesca); e però met- 
tiam fine a queste parole, notandogli , che ci duole di vedere rtel suo prege- 
vole volume sfuggiti alcuni errori di stampa, specie in alcune date. A questo 
aggiungiamo, che nello scritto su la poesia popolare in Italia, facendo l'A. suo 
prò (come in parte ha fatto) della seconda edizione della nostra Baroneaa di 
Carini, avrebbe dovuto correggere (pag. 66 e segg.) l'indicazione del numero 
dei versi di che risulta il poemetto siciliano, e l'affermazione eh* esso è fram- 
mentario, mentre ormai è completo. Ma, ubi plura nitent, non ego paucii offtn- 
dar piacul is. 

S. Salomone-Marino. 



Consoni y Follies populars (inédites) recullides al peu de Montserrat per 
Pau Bertran y Bros. Barcelona, Llibrerfa d'A, Verdaguer, 1885. In- 16* 
gr., pag. XXII, 32 s, 6 pesetas. 

La letteratura poetica popolare catalana, tanto egregiamente illustrata dalle 
pubblicazioni del Mila y Fontanals e di Pelay Briz, trova ora un nuovo e 
strenuo campione nel signor Paolo Bertran y Bros, che, col volarne di Can- 
ioni y Follia, viene ad occupare un bel posto tra' cultori del Folk-Lore. 

Seguendo la distinzione cjie il popolo stesso di Catalogna fa della poesia 
tradizionale in rapporto alla estensione de' singoli componimenti poetici, il Ber- 
tran divide la sua raccolta di canti in Caitsons ed in FollieSy che corrispondono: 
queste, a' brevi canti o Copiai, quelle a' lunghi o T^omanca. Ciascuna di que- 
ste due parti, poi, dividesi in tre distinti capitoli : le Cansom, in %elligio$es y 
morali, Patriótiqua y hiitóriquei, Amoroia y alegra; le Follia in %elligioia y 
ientencioiei, Locali, Amoroia y varia; « divisió (avverte molto a proposito il 
Collettore) que segurament, sobre tot per les follfes, peca un xich per estreta; 



}06 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

però, à més de que '1 nùmero tres sembla '1 nùmero popular per ercellenda, es 
agradós de seguir Tesperit de nostra literatura, que ja d'antich (en los Jochs 
Florals) axfs ho practica en les composicions literarfes ». 

Fermandoci specialmente aHe Canzoni, di gran lunga più interessanti che 
le Follie, notiamo che solamante tre ve ne sono di religiose e morali, sei di pa- 
triottiche e storiche, trentuna di amorose e gaie. Certo, maggior curiosità ed 
attenzione destano le sei della seconda serie, e vorremmo vederne assai di più; 
ma non meno degne di studio sono quelle della terza serie, delle quali molte 
crediamo assai più antiche delle prime , e quasi tutte , poi , assai più diffuse 
nel popolo. Sotto il punto di vista di questa doppia importanza , antichità e 
popolarità', crediamo di poter segnare le seguenti a' lettori : L'amor dds bonus, 
Marianna, La mala amor, La falgutia, La malcasada al Rossella, Lo Frare 
blanch y la Donzella, ec. ec. Le sei canzoni patriottiche e storiche appartengono 
tutte ad epoca relativamente recente, alla fine, doè, del secolo passato ed al 
principio del nostro. 

Tratte scrupolosamente dalla bocca delle popolane della campagna , in i- 
specie di raccoglitrici di ulive , (le quali sono « les vestals, que mantenen a- 
quest foch sagrat de la tradició poètica catalana ») , queste poesie conservano 
la freschezza e la ingenuità nativa e la fonica esatta di chi le canta; e però il 
Bertran ha sentito il bisogno (poiché in Catalogna manca tuttavia la unifica- 
zione ortografica degli scrittori) di fare delle avvertenze e delle osservazioni in 
proposito, e di aggiungere una Lìista ortogràfica' fonetica alla fine, che ci sem- 
bra di molto interesse. 

Tanto le Cansons quanto le Follies vengono convenientemente illustrate 
da confronti, tratti dalle collezioni straniere, in ispecie delle lingue romanze , 
e da una serie di annotazioni storiche, mitiche, relative a costumi ed abitudini 
locali, ec. ec. ; ma nel mentre queste annotazioni ci paiono tutte ben fatte, 
molto opportune ed importantissime; ne* confronti notiamo una certa deficienza, 
dovuta forse ad un po' di fretta od alla incompleta conoscenza di alcuni libri 
della materia, donde le varie omissioni. Questo io noto, perchè in un libro 
così ben condotto, non avrei voluto vedere nei, per quanto piccoli. 

Un pregio singolarissimo di questa eccellente raccolta è, poi, la musica, che 
accompagna ognuna delle canzoni, e le follie; e sarebbe assai utile (e lo racco- 
mando a chi è da ciò) che si facesse il confronto tra queste melodie e le nostre 
di Sicilia, con le quali hanno forse de' punti di contatto non indifferenti. 

E qui faccio punto, dolente che la tirannia dello spazio non mi consenta di 
fermarmi più lungamente su questa bella e pregevolissima collezione, che è da 
collocare tra le più notevoli venute fuori negli ultimi tempi. 

S. Salomone-Marino» 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA $0? 

Contos populares do Brazil, colligidos pelo D. r Sylvio Roméro Prof, do Col- 
legio Pedro II com um Estudo preli minar e notas comparati vas por Theo- 
philo Braga. Lisboa, Nova Livraria Interna cional-editora, 1885, 700 reis. 

Il Brasile è il paese che per la maniera onde venne colonizzato e si man- 
tiene offre fenomeni etnici e sociali della più alta importanza. Occupato dai 
Portoghesi in modo pacifico, con intuiti mercantili e religiosi , esso conserva 
ben distinti i caràtteri essenziali delle razze che V abitavano : la indigena e la 
negra. I nuovi venuti, trapiantandovisi, rispettarono e , se non agevolarono, 
permisero, come scrive Auguste Comte (Système de politique positive, t. IV, p.434) 
un migliore sviluppo di quei caratteri conservando istintivamente l'insieme degli 
antecedenti. Le tradizioni non possono aver seguito un indirizzo od uno svi- 
luppo diverso da quello delle tre razze: ed ecco i Portoghesi con quelle della 
madre patria, i selvaggi: guarani e tupi, con le loro tradizioni primitive, e gli 
schiavi, tratti dal fuoco africano, cercar nelle finzioni del loro faticismo, nelle 
loro favole spontanee, conforto alla lor situazione mostruosa, che si protrasse 
abusivamente per ben quattro secoli. Uno de" caratteri della nuova vigorosa 
nazionalità è la reminiscenza di queste varie tradizioni nella forma di miti, 
di leggende e di fiabe secondo lo sviluppo sociale di quei popoli : miti, leg* 
gende e fiabe che nel sincretismo attuale il sig. S. Roméro, professore in Rio 
de Janeiro nel Brasile, ed il sig. T. Braga, professore a Lisbona nel Portogallo, 
han saputo mettere in bella evidenza: l'uno raccogliendoli, l'altro accrescendoli 
con l'opera del D. r Couto de Magalhàes: O Selvagem do Bramii, e illustrandoli 
con una grave introduzione e con note comparative. 

Il loro libro si compone di ottantasei narrazioni, divise in tre sezioni: i% 
Fiabe di provenienza europea, in numero di quarantadue; 2% Favole d'origine 
africana, diciannove; 3*, Miti e favole di origine tupi, venticinque. La divisione 9 
come si vede, è intieramente etnografica, qualunque siano gli elementi estetici 
delle singole narrazioni; e, ad avviso del Braga, giova a determinare l'intensità 
di ciascun elemento etnico, e facilita l'analisi degli elementi che costituiscono 
la sintesi affettiva della nazionalità brasiliana. Lo studio del prof. Braga si ag- 
gira su quest'ultimo argomento , e intende a dimostrare il grado e la condi- 
zione di superiorità delle razze selvagge del Brasile tenendo presenti le loro 
relazioni antropologiche con la grande razza tupi. La meschianza con questo 
elemento indigeno diede alla nazionalità brasiliana popoli attivi e individui do- 
tati d'un grande sentimento artistico. I popoli tupi, come li caratterizzano gli 
antropologi, sono per se stessi attivi. La cooperazione delle tre grandi razze 
umane, le uniche, secondo il Comte, la cui distinzione sia veramente positiva: 
della anca per la sua capacità speculativa, della nera per la sua superiorità af- 
fettiva, della indigena per la sua tendenza attiva, unificandosi, fa presagire al 



$o8 ARCHIVIO PEft LE TRADIZIONI POt>OLAkt 

Braga la straordinaria grandezza che avrà in avvenire la civiltà dell' America 
meridionale, della quale il Brasile terrà la egemonia. La dimostrazione di questa 
test, corredata di quella larga dottrina e non meno larga erudizione che tutti 
riconosciamo nel Braga, non è abbastanza convincente per noi, che per natu- 
rale tendenza e per educazione acquisita non troppo facilmente vediamo il 
lato poetico e più bello di certe questioni sociali ; ma riconosciamo il nobile 
entusiasmo che tutto agita ed infiamma il poderoso scrittore di Lisbona, e lo- 
diamo gl'ingegnosi riscontri con usi, credenze, leggende che egli fa tra i popoli 
di ceppo ario e i popoli di altri ceppi che vivono nel Brasile. 

I temi più comuni si riscontrano nelle novelle d'elemento europeo, ed op- 
portunamente il Braga fa de 1 richiami alla sua ricca raccolta di Contos tradì- 
cionaes àg 'Povo portugue^ (cfr\ Archivio, III, 137) ed a qualche altra. 

Questi richiami sono molto scarsi (né l'Autore poteva crearli di suo) nelle 
favole di origine africana, scarsissimi nei miti e nelle favole di origine tupi. 
Quando saranno conosciute le tradizioni delle razze selvagge del Brasile, queste 
comparazioni potranno farsi meglio e pii fruttuosamente; per ora bisogna con- 
tentarsi del poco che i sagrifici d'amanti della scienza come il Roméro ed il 
Braga riescono ad offrirci. Frattanto non cade ombra di dubbio pel Braga 
che i miti degli indigeni del Brasile siano tutti siderei; come , del resto , pel 
sistema da lui abbracciato e seguito, inclina egli ad interpretare le novelle e le 
leggende popolari in genere. 

Le note comparative possono allargarsi grandemente; ma pare che TA. abbia 
voluto limitarle al Portogallo. Così essendo, non occorre ricercare lacune e 
dimenticar :e> Solo gioverà correggere alcuni errori corsi nella stampa di quelle 
note, come Henry Chashs Coste in Hmry Charles Coote, dì cui a p. 210 vaga- 
mente si ricorda uno studio sulla Cenerèntola ; Koeller in Kohler; Gubernatis in 
De Gubernatis; < bLovelline di Sante Stephane di Calcinar a in e bLovelline di Santo 
Stefano di Calcinaia; Cornavano in Cammarana (Sicilia) ed altri. 

G. PlTRÉ. 



Essays und Studien zur Sprachgeschichte und Volkuskunde. Von Gustav 
Meyer D. r phil., Professor an der Universitàt Graz. Berlin. Verlag von 
Robert Oppenheim. 1885. ln-8°, p. VIII-412, M. 7. 

La maggior parte dì questi scritti non sono ignoti agli studiosi del Folk- 
lore generale : ma , perchè sparsi in riviste e periodici tedeschi di vari tempi 
e di vari luoghi , con molto piacere si vedono raccolti insieme in un volume 
che riuscirà graditissimo a quanti coltivano la scienza , ed hanno particolare 
stima pel dotto albanologo e folklo rista di Graz. 

Nella prima parte del libro non si tratta di argomenti popolari; ma pure, 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 309 

qua e là, qualche cosa e' è, come nell'erudito studio Ueber Sp roche una Lite- 
ratur der Albanesen, che abbiamo ultimamente visto tradotto nella Nuova An- 
tologia. In Italia nessuno avea finora presentato un quadro così largo e completo 
della letteratura albanese come questo del Meyer. 

Nella seconda parte: Zur vergleichenden Mdrcbenkunde, sono raccolti dieci 
saggi crìtici estratti dalla Neiu Freie ^P resse degli anni 1882- 1884. Folklore ne 
è il primo, e, come d' introduzione , svolge pensieri, invero abbastanza esatti, 
sull' ufficio e la natura della nuova scienza. La rapida corsa attraverso il campo 
folklori co in Germania, Francia, Italia, Spagna, Inghilterra, ecc. dà una chiara 
idea di quel che s'è fatto per essa finora: e, non senza nostro compiacimento 
per l'opera faticosa che sosteniamo nella direzione e compilazione del nostro 
Periodico, troviamo V Archivio giudicato come « # eine hòchst vortreffliche Zeit- 
schrift fùr Volkskunde >». Questa monografia storico -critica sul Folklore è stata 
scritta espressamente pel volume. 

Il secondo saggio, (Màrchcnforschung una Alter tbumswissenscbaft, dal Folk- 
lore in generale scende in particolare a discorrere delle novelline e della loro 
importanza e valore, soprattutto nell' antichità. Da quest' ordine d* idee 1* A. si 
fa strada a rilevare, in altri saggi critici, le caratteristiche delle novelline egi- 
ziane antiche secondo la versione pubblicatane dal Maspero (cfr. ^Archivio, I, 
p. 308), delle arabiche, secondo Spitta-Bey, delle slave meridionali a proposito 
della raccolta di Krauss. Vengono poi, temi speciali: Amore e Psiche, le Fonti 
del Decamerone, la Caccia dei topi di Hameln, il Figlioccio della Morte, 7(jp 
van Winkle, studi accurati, parte originali , parte no , dove il M. ha il merito 
di saper presentare da un lato, vorremmo dir nuovo, certe questioni di origini 
che pure hanno avuto critici dotti e competenti come Marco Landau pel Deca* 
merone. I lettori deìToircbivio ricorderanno che più d'uno di questi saggi ven- 
nero da noi citati nel « Sommario de* giornali »; ma giova avvertire che forse 
nessuno di- essi conserva la forma primitiva onde apparvero nella N. F. Presse, 
e che P A. li rimaneggiò e li arricchì di fatti e di considerazioni, sopprimen- 
done tutto ciò che non facesse al caso d'un libro, per quanto certe osservazioni 
stiano bene e piacciano in un articolo da giornale. 

La terza parte: Zur Kennlniss des Volksliedes, ha due scritti sulla poesia po- 
polare indiana e sulla greca moderna; ed uno, ora per la prima volta pubblicato, 
sulla poesia popolare alpigiana del Tirolo, della Carinzia, di Salisburgo ecc., il 
più esteso e il più largamente trattato di tutto il volume (pp. 332-407). Pren- 
dendo occasione dalla raccolta di L. von Hòrmann : Scbnaderbùpfeln aus den 
lAlpen (Innsbruck, 1882), il M. con questo stesso titolo illustra siffatto argo- 
mento, giovandosi dei lavori anteriori al suo, i quali egli onestamente esamina 
{Zur Literatur der Scbnaderbùpfel). Ci vuol poco a vedere che l'A. ha studiato 
da molti anni il suo tema, e che vi ha portato un contingente di osservazioni, 
la novità ed importanza delle quali non isfuggirà a' cultori della poesia po- 

%Archivioptr le tradizioni popolari — Voi. IV. 40 



310 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

polare. Perla sua non comune conoscenza delle letterature popolari il M. isti- 
tuisce raffronti con la poesia di altri popoli d' Europa, e riesce sempre inge- 
gnoso e quasi sempre attraente anche per coloro che non si occupano di de- 
mopsicologia. 

Tutto insieme, il libro del prof. Meyer porta un prezioso contributo di 

studi e di ricerche al Folklore universale. 

G. Pitrè. 



Eva Wigstróm— Sagor ock Aefventyr upptechnade i Skanc [Novelline e Fiabe 
raccolte in Scania]. In ^Lya/v Bidrag till Kànnedom om de svenska Landsmà- 
len ock Svcnskt Folklif, 1884, A. Stockholm, Samson & Wallin. 

Sono sessantasette tra novelline, fiabe e raccontine che mettono in rilievj 
un motto arguto, una risposta pungente, parecchi dei quali, anzi tanti da farsi 
notare, sparsi pure per le novelline, pungono i curati e i preti in genere. Sono 
raccolti di mezzo al popolo minuto delle campagne, da poveri braccianti, > che 
non leggono altro che libri di argomento religioso » (4). La valente raccogli 
trice ci narra nella prefazione delle difficoltà dovute superare per vincere la 
repugnanza di quei campagnoli, « i quali non vogliono andare su per le gaz- 
zette e per i libri » (3), e solo dando loro la sua parola che mai ella avrebbe 
fatto menzione del narratore o della narratrice, della loro età, condizione ecc., 
potè riuscire a salvare questa porzione dell'antico retaggio, (ibd). Con ciò ella 
confida di avere raccolto più pura , con meno lacune e sottintesi, la genuina 
tradizione sì della novella e si del frizzo, rilevantissimo, come ripeto, quello 
ripetuto contro i preti di campagna. Si senta questo, per esempio: « C'era una 
volta, già è molto tempo, un curato in Ousby, il quale era così tirchio che lo stesso 
spazzacamino riseppe quanto tirchio egli era. Un tratto il curato doveva far 
ripulire il caminetto del suo salotto, e quando lo spazzacamino gli ebbe finito il 
su' lavoro, lo spazzacamino gli domandò dieci talen ». « Dieci taleriper un camino; 
che razza d'ingordigia è cotesta ! »> urlò il curato. « Noialtri neri ci facciamo pa- 
gare sempre profumatamente per piccole opere » rispose lo spazzacamino (131). 

Ho riferito questo particolare, il quale meglio di ogni altro giustifica il 
silenzio sul nome dei narratori mantenuto dalla perspicace raccoglitrice, la quale 
per questa via, con delicato sentimento femminile, è arrivata a raccogliere ciò 
che foi«se ad altri non è riuscito mai di fare. Né meno è poi stata diligente, 
anzi scrupolosa nel mettere insieme i materiali della raccolta, e così la è ri usata 
a sentire le infiltrazioni e le alterazioni subite dalla versione locale di una 
novella. « Spesso delle persone venute ad abitarvi da parrocchie vicine hanno 
portato seco un patrimonio di poesia popolare, che si diffuse nella nuova patria, 
cosicché non è facile decifrare dove questa o quella tradizione abbia precisa- 
mele la sua vera e propria sede. Il più dei narratori non ne sa dire altro se non 



fclVlSTA BIBLIOGRAFICA 3 I ì 

che e' l'hanno udito quand'erano ragazzi, da giovani, da un compagno e cosi 
via • (4). 

Ùl raccoglitrice così poi continua a informarci intorno alle diligenze usate 
per la sua raccolta: « Io non mi arrischio mai ad accogliere novelle che pos- 
sano ritrovarsi in qualche raccolta o in qualsiasi libro scientifico. Egli accade 
talora bensì che un narratore non si sappia rammentare il fine di una novella, ma 
allora io lo prego a dirmi quel tanto che si raccapezza, lo scrivo come fram- 
mento e poi cerco dappertutto finché sia riuscita a trovare alcuno che la sappia 
tutta intera. Dapprima io ascolto tutta la novella, poscia la scrivo e faccio sen- 
tire al narratore se tutto è stato raccolto a modo e a verso. A quando a quando 
m'imbatto iu una novella letta in qualche libro, ma siffatta merce si riconosce 
subito dall'altra, perchè il narratore, il quale è abituato a ripetere, anziché a 
trasformare, si serve della lingua dei libri » (4). « L'ordine, col quale è fatta 
la raccolta, è nel complesso il seguente: prima vengono le novelline popolari 
(folksagor) nel senso vero e proprio della parola, in numero di venti e più, 
poi le pannane o fiabe (skàmtsàtr ne r eller àfventyr) e quindi alcuni raccontini bur- 
leschi, di natura vicinissima a quelli chi si suol chiamare aneddoti » (4). 

Diamo i titoli delle prime trenta tra novelle e fiabe, che più direttamente 
interessano le tradizioni popolari: 1. Il piccolo figlio della capanna; 2 11 cer- 
biato e il re; 3. Il gatto d'oro; 4. La capra del re; 5. Il (pesce) passere be- 
nefattore; 6. Jàppa del Nord; 7. Il garzone del gigante; 8. 11 bugiardo; 9. Cuor 
di leone; io. La Nereide e il figlio lei re; 11. 11 vecchio cane zoppo; 12. La 
principessa nella capanna; 13. Voti compiuti; 14. 11 folletto Boriax e il figlio 
del re; 15. Il re e la figlia del contadino; 16. Il cacciatore Bryte; 17. Sven senza 
paura; 18. Il venditore di lardo; 19. Il cavallo maraviglioso; 20. Il cavallo bianco; 
21. La ragazza che non voleva filare; 22. Il curato di Onnestad; 23. La ragazza 
che si affliggeva anzitempo; 24. 11 curato cieco; 25. 11 cane intelligente; 26. Un 
matrimonio co' fiocchi; 27. Il sarto senza paura; 28. Il campanaio pentito; 29. 
11 bravo avvocato; 30. Il garzone gòingese e la vecchia smòlandese. 

Chiudiamo colla traduzione di uno scherzo, il quale richiama un espediente 
di Colombo coi selvaggi dell 1 America. « Egli accadde un tratto che tre stu- 
denti si ritrovavano in viaggio e giunsero in un villaggio, dove nessuno vo- 
leva dare alloggio, ed essi erano tuttavia così orribilmente stanchi ed affamati. 
Allora uno studente disse agli altri due: « Se, quando voi sarete preti, mi volete 
aiutare a divenire vescovo, io vi aiuterò ora a trovare da dormire e da mangiare*. 
« Avanti, disse la vecchia, quando la si guardò dietro », pensarono quei due, ed essi 
erano oltre a ciò così sfiniti dalla fame e dalla sete; onde promessero i com- 
pagni che egli sarebbe vescovo, purché essi trovassero buon alloggio. Allora 
lo studente si vestì di nero e co' suoi due compagni entrò nella più gran 
casa colonica del villaggio e fìnse di essere un mago di gran dottrina e che 
i compagni erano i suoi assistenti. « Che miracoli sapete fare? » chiese il con- 



312 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tadino. « Io son buono di far diventar nera la luna a un tratto, tanto che non 
risplenda più che te », rispose lo studente. Sia; il contadino, però, voleva vedere 
prima di credere. Ma lo studente non temeva della prova, perchè sapeva che 
fra un'ora ci doveva essere un ecclissi di luna. E' domandò al contadino una 
padella di catrame e una spazzola come quelle che si adoperano per spalmare 
le pareti, e che avrebbe veduto. Il contadino gli accordò quel che chiedeva, e 
lo studente ordinò a' suoi assistenti di mettere una scala che arrivasse fino al 
tetto, tanto che vi potesse salire. Essi misero la scala, e come lo studente fu 
sul tetto e cominciò colla spazzola ad armeggiare verso la luna, essa comin- 
ciò a farsi buia buia e finì per diventare perfettamente nera , tanto che non 
rimase più respice del suo bel lume. Allora il contadino si disturbò a buono 
e gridò: « Poveri noi gente senza mitiddio, che non sa dire se ha gli occhi 
davanti o di dietro, prima di aver veduto la mano davanti a sé ! Se a Gòinge 
deve essere sempre così, è meglio morire ! » Allora lo studente disse che egli 
poteva lavare la luna e farla tornare pulita , ma che non lo farebbe se a lui 
e a' suoi assistenti non si desse da cena e da dormire. Il contadino accettò, ma 
col patto ch'egli dovesse nel momento disimpeciare la luna. Oh dio bono, il 
valente mago sapeva ben rimediarvi; bastava ch'egli prendesse dell'acqua e una 
spazzola pulita e montasse sul tetto. Difatti, presa ogni cosa, rimontò sul tetto 
e dopo un poco ricominciò ad armeggiare colla spazzola , e in quel mentre 
riprincipiò la luna a risplendere finché la si rifè bella come prima. Allora il con- 
tadino fu tutto contento, fé' gran festa agli studenti e li messe a dormire in 
un letto bene sprimacciato » (105-16). 

C. Moratti. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 



Giuseppe Petrai. Maschere e 'Burat- 
tini. Con Prefazione di Curzio àn- 
tonelli. Roma Perino 1885. In-i6\ 
pp. 96. 

Arlecchino, Brighella, Capitan Spa- 
venta, Cassandrino, Cassandra, Coviel- 
lo, Dottor Balanzon, Florindo e Co- 
lombina, Gianduja, Giangurgolo, Me- 
neghino, Meo Patacca er Greve e Marco 
Pepe la Crapetta, Mezzettino, Pantalone, 
Pasquariello, Peppe Nappa, Pulcinella, 
Rogantino, Ruzzante, Scapino, Scara- 
muccia, Stenterello, Tabarrino, Tarta- 
glia: ecco le maschere descritte in que- 
sto volumetto. 

Le notizie, si vede a bella prima, non 
sono originali, perchè non è questo il 
primo libro nel quale si tratti l'argo- 
mento delle maschere; ma è forse que- 
sto il primo libro nel quale non si ci- 
tino fonti, per ogni verso utili all'au- 
tore ed ai lettori. Né le notizie sono 
del medesimo genere per ciascuna ma- 
schera: questa offrendone in discreta 
copia, quella pochine; una precise e de- 
terminate, un'altra vaghe jed imperfette. 
Le maschere meglio illustrate son le 
romane; le peggio le napoletane e le 
siciliane: Pulcinella, per esempio, di cui 
son ripetute le solite storielle, come 
se i lavori del bravo Michele Sche- 
rillo non ci fossero per nulla, e Peppe 



Nappa siciliano, che non sai chi sia, chi 
fosse , quando vivesse e che carattere 
avesse avuto. P. 

Costantino Maes. Curiosità Romane, 
Parte "Prima. Roma, Perino 1885. 
In-i6° picc, pp. 160. 

Non è un libro di tradizioni volgari, 
ma parecchie cose vi sono attenenti 
agli usi antichi, come la carrozza del 
Santo Bambino (p. tu), una proces- 
sione nella quale i soldati del papa por- 
tavano il moccolo (114), il suono delle 
campane e lo sparo del cannone a mez- 
zogiorno (126), la passatella quale si 
faceva ne' tempi più antichi (132) , e 
via discorrendo. 

Sono delle vere curiosità, spigolate 
qua e là in libri e giornali che nes- 
suno più legge, o che si leggono per 
mera erudizione. La parte popolare 
viva vi manca affatto. P. 

Bibliographie des Traditions et de la 
Littérature populaire de V Auvergne 
et du Velay par H. Gaidoz et Paul 
Sébillot. Clermont-Ferrand 1885. 
In-8*, pp. da 26 a 65. 

È il quarto saggio della Bibliografìa 
delle tradizioni e della letteratura po- 
polare della Francia, che preparano i 



ÌH 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



sigg. Gaidoz e Sébillot (v. archivio, 
l, 605; II, 147); e che, come i precedenti, 
è condotto con molta diligenza. Scrit- 
tori e bibliografi delPAuvergne e del 
Velay hanno cooperato a questo saggio, 
che perciò sembra dover avere poche la- 
cune. La classificazione della materia 
bibliografica è press' a poco la solita, 
con lievi modificazioni: I. Generalità; 
IL Dialetti ; III. Tradizioni , usi; IV. 
Costumi epulari; V. Canti ; VI. Can- 
zoni; VII. Canzoni di Natale; Vili. 
Indovinelli, formulette e proverbi; IX. 
Danze e musica; X. Teatro in dialetto; 
XI. Costumi; XII. Disegni e stampe; 
XIII. Stampe ed immagini popolari ; 
almanacchi; XIV. Arte popolare. Al- 
cune di queste rubriche offrono grandi 
difficoltà nelle ricerche, perchè non è 
molto agevole il conoscere e auindi 
il notare, p. e., che lavori in legno 
si facessero tre, quattro secoli addie- 
tro, nelPAuvergne, che stampine -si 
vendessero in una data ricorrenza o 
festa. 

P. 



Auguste Hock. Liège au XIX m * siede. 
Les transformalions. Orni d'un fron- 
tispice et 6 gravures. Liège Imp. H. 
Vaillant-Carmanne. 1885. In-8% pp. 
X-262. 

A p. 148 del voi. I dell' ^Archivio 
fu fatta una breve recensione della 
Liège au XV m * siede del geniale folk- 
lorista belga sig. Augusto Hock. Ab- 
biamo ora un nuovo volume dello 
stesso autore sul medesimo argomento; 
questa volta però non vi parla di Liegi 
del sec. XV, ma di Liegi del secolo 
XI X , e della vita presente dei suoi 
abitanti. Il nobile Arnould de Flémalle 
canonico liegino della Cattedrale di S. 
Lambert, che figurava in quel volume, 
comparisce anche in questo, osservan- 
do e notando Quanto di curioso, d'im- 
portante offra la città nella sua topo- 
grafia, ne* suoi monumenti, ne' suoi usi 
e nei suoi costumi,e istituendo confronti 
curiosissimi e molto piccanti per un 
erudito. 

Il libro non è, a dir vero, fatto per 



i folkloristi ; ma essi vi troveranno 
parecchi capitoli utilissimi ai loro studi, 
ernie il VI, il XIII, il XVI ecc., e 
al pari degli eruditi e degli studiosi di 
coi>e storiche vi avranno una bella mo- 
nografìa storica di quella città, che con 
largo corredo di notizie e di memo- 
rie antiche prende quasi sempre le 
mosse dai secoli passati. 

Un saggio della materia concernente 
i nostri studi quale sa trattarla il si- 
gnor Hock abbiamo riportato tra la Mi- 
scellanea, a p. 21 1 del presente volume. 

P. 



Stmorevivas per Francisco Maspons 
y LABRós.Barcelona Verdaguer 1885. 
I11-16 , pp. 92. 

Son quasi sett'anni che il signor 
Maspons y Labrós vive lontano dagli 
studi popolari e dai suoi amici, e non 
ci par vero che ora ritorni con que- 
ste Semprevivas. Eppure è così. Il rac- 
coglitore dello Tlpnaallayre, delle Tra- 
dicions del Vallés , de' Jocbs de la in- 
{ancia, il nostro caro Maspons , con- 
fermando la verità del motto: « Voti 
di marinaio », torna agli antichi amori 
letterari , e si preseuta con una gra- 
ziosa collana di leggende ed arie po- 
polari non pur di Catalogna ma an- 
che di vari paesi d'Europa. Sono ori- 
ginali catalane La Brema, La Cirereta 
de pastor, c bLostre prometatje ecc. ed al- 
tri cinque componimenti d' indole di- 
versa , alternati con Lo jurament en 
vida y en mort , di Venezia , con Lo 
mantdl de Santa Brigida e con Mu- 
sica del Ciel d'Irlanda, con VAmor de 
mare, leggenda russa, con Oswald de 
Furskneck, leggenda del Reno, con L'a- 
quila y 7 reytó, tradizione scozzese, con 
*Rjircis, leggenda greca, con La vesta 
bianca di Lorena: tutte, compresi due 
componimenti di Richter, tradotte in 
catalano. 

Il volumetto è per noi una lieta 
promessa; e non c'inganniamo, perchè 
già è venuto fuori un nuovo libro di 
Cuentos populars dello stesso autore 
(V. alla pagina seguente). 

P. 



RECENTI PUBBLICAZIONI 



315 



Recenti Pubblicazioni. 



Anonimo. Scelta delle migliori can- 
zonette amorose cantate dal popolo 
italiano. Milano, tip. Frat. Bietta e Mi- 
nacca 1884. In-32, pp. 112. 

Bellinzoni (L.) Usi e costumi an- 
tichi e moderni di tutti i popoli del 
mondo. Disp. 45-80. Roma, editore Pe- 
rino 1884-8?. In-8'. 

Collodi (E.) Il regalo del capo 
d'anno: descrizione degli usi e costa- 
mi di alcuni popoli meno conosciuti. 
Firenze, Paggi 1885. In-8 f , L. 1 8o. 

Donini (P.). Vedi 

Firenzuola (A.) Prima veste dei 
discorsi degli animali , e altre prose 
pubblicate per cura di Pierluigi Donini. 
Torino, Ditta G. B. Paravia 1885. In- 
16*, pp. 130. L. 0,80. (Biblioteca ita- 
liana per le scuole normali e secon- 
darie). 

Frontini (F. P.) Eco della Sicilia. 
Cinquanta canzoni popolari siciliane 
raccolte e trascritte da F. P. F. Ri- 
duzione per pianoforte solo. Milano, 
Ricordi. L. 2. 

Padre Zappata. La Roma che se 
ne va. Prima serie. Roma, Edoardo Pe- 
rino, tipografo. MDCCCLXXXV. In- 
16* gr. pp. XXXVI- 120. L. 1. 

Palomba (L.) Li Romani de prima 
e d'adesso. Roma , Ed. Perino , edi- 
tore 1885. In-i6°, pp. 200. L. 1. 

Perrault (C.) I racconti delle fate, 
Milano, Edoardo Sonzogno edit. 1885. 
In-i6*, pp. 9$. Cent. 25. 

Pitrè (G.) Novelle pop. toscane 
illustrate. Volume unico. Firenze, G. 
Barbèra edit. 1885. In-ió% pp. XLIV- 
317. L. 3, 50. 

Clément (J.) Traditions populaires 
de la Còte d'Or. Dijon. impf. Daran- 
tière, 1884. In-8% pp. 56. Fr. 4. 

Dalmas (C. R.) Les Japonais, leur 
payset leurs moeurs.Voyageautour du 
monde. Préface de Henri Puveyrier. 
Paris, Plon, Nourrit et C. 1885. In i8 u , 
pp. XIII- 342, con incisioni. Fr. 5. 

Duveyrier (H.). Vedi Dalmas. 

Weckerlin (J. B.) Chansons de 
France pour les petits Francais, avec 
accompagnement, de J. B. W. Illustra - 
tions de M. Boutet de Monnel. Paris, 
Plón> Nourrit et C. 1885. In*4 # . Fr. io. 



Ghegn (J. Van den). La Mytholo- 
gie comparée et Ics iravaux de Guil- 
laume Mannhardt. Bruxelles, Maison 
Vromant, 1885. in-8 8 pp. 23. 

Cuestionario del Folk- Lo re gallego 
establecido en la Coruna ed dia 29 de 
diciembredel 1883. Madrid, Ricard Fé 
1885. ln-16 , pp. 53. 

Gomis (Cels). Lo Llamp y 'ls tempo- 
rals. Barcelona, Verdaguer 1884. ln- 
16 , pp. XXIII-71. 6 rais. (Biblioteca 
popular de la Associaciò d'excursion s 
catalana) 

Maspons y Labrós (F). Cuentos 
populars catalane. Barcelona , Verda- 
guer 1885. In-i6° pp. X-148. 8 rais. 
(Folk-Lore Català). 

Denscusianu (A.) Semo Sancus si 
sàmbele. Studiu de mitologia compa- 
rata. Bucuresci, tip. Academie Roma- 
ne, 1885. In-8°, pp. 14. 

Petrescu (V. Crusoveanj. Mostre 
de dialectul macedo-roman. Basme si 
poesii popul. Bucuresci, Socecu 1885 
In-12, pp. 160. 

Bent (J. T.) The Cyclades; or, Life 
among the Insular Greeks. London, 
Longm.inn, Greens a. C. 1885. In-8% 
pp. XX-501. 

Burne(C S.) Shropshire Folk-Lo- 
re: a Sheaf of Gleanings. Edited by 
Ch. S. B. from the collection of Geor- 
gina F. Jackson. London, Shrewsbury 
and Chester 1885. ln-8°, pp. I77"3 6 ^ 

Clodd (E.). Myth and Dreams Lon- 
don, Chatto a. Windus 1885. In 8". 

Gomme (G. L.) The Gentleman's 
Magazine Librairy : being a classified 
Collection of the Chief Contents of 
the Gentleman's Magazine from 173 1 
to 1868. Edited by G. L. G.-Popular 
Superstitions. London,Stock i835.In-8*. 

Jackson (G. F.). Vedi Burne. 

Leland (C. G.) The Algonquin Le- 
gends of New England ; or , Myths 
and Folk-Lore of the Micimc , Pas- 
sama-quoddy and Penobscot Trìbes. 
London, Low 1885. In-8°, pp. 3^- 

Lomas fj). Sketches in Spam from 



3 i6 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Nature, Art, and Life. Edinburgh, Black 
1885. In-8°. 

Sharpe XC.) A Historical Account 
of the Belief in Witchraft in Scotland. 
London, Hamilton, Adams a. C. 1884. 
In-8% pp. 268. S. 4, 6 d. 

Appleton (M.) Des Shakespeare- 
Mythus. — W. Shakespeare und die Au- 
torschaft der S.-Dramen ecc. Leipzig, 
Brockhaus 1885. In-8° , pp. XV- 306. 
M. 6. 

Beyttenmiller (Th.) Deutsche My- 
thologie. Eine Studie. Tùbingen, Fues 
1885. In-8% m>. 20. 

Cassel (P.) Die Sage vom ewigen 
Juden. Berlin, Gerstmann. In-S*. M. 1. 

— Aus dem Lande des Sonnenauf- 
gangs; Tapanische Sagen aus originaler 
Mitiheilung ; niedergeschrieben und 
gedeutet von P. C. Berlin, Issleib 1885. 
Tn-8° pp. 100. 

Ebert (E.) Die Sprichwòrter der alt- 
franzòsischen Karlsepen (Abhandlung- 
en aus dem Gebiete der romanischen 
Philologie). Marburg , Elwert 1885. 
In-8% pp. $2. 

Goethe's. Italienische Reise. Mit 3 18 
(Lichtdr.) Illustr.nachFeder-und Tusch- 
zeichgn. se. von Julie v. Kahle. Ein- 
geleitet von Prof. D. r Heinr. Dùntzer. 
Berlin, Gaillard. In-4 . pp. XXVI- 3 36. 

Krauss (D r . F. S.) Sitte und Brauch 
der Sùdslaven. Nach heim. gedruckten 
und ungedruckten Quellen. Im Auf- 
trage der anthropolog. Gesellschaft in 
Wien. Wien Hòlder 1884. In-8°, pp. 
XXVII-861. 



Menghin (A.) Aus dem deutschen 
Sudtirol. Mythen, Sagen, Legenden und 
Schwànke, Sitten undGebràuche, Sprù- 
che, Redensarten u. s. w. des Volkes 
an der deutschen Sprachgrenze. Me- 
ran, Plant 1884. In-i6°, pp. 171. 

Roemer (L.) Die volksthùmlichen 
Dictungsarten der altprovenzalischen 
Lyrik. (Abhandlungen aus dem Gebiete 
der romanischen Philologie). Marburg, 
Elwert 1885. In-8°. 

Schwartz (W.) Indogermanischer 
Wolksglaube. Ein Beitrag zur Reli- 
gi onsgeschichte der Urzeit. Berlin, See- 
hagen 1885. In-8 - , M. 8. 

Kalkar (O.) Ordbog til det aeldre 
danske Sprog (1 300-1700). Attende 
Haefte. Kjòbenhavn, Klein i. C. 1885. 
In-8°, pp. 705-832. 

FRiTZNER(J.)Ordbog over Det gamie 
norske Sprog. Omarbeidet, foroget og 
forbedret Ugdave. 5.** Hefte. (fara- 
framskapan). Kristiania. Den norske 
Forlangsforeining 1885. In-8*, pp. 385- 
480. Kr. 1, 50. 

Bondeson (A.) En Saga Fran dal 
hoc Hanne Kalla ut figna af A. B. 
Upsala, R. Aimquist och J. Wiksell, 
1885. In-8* pp. 124. 

Caird (J.) India, the land and the 
people. New- York, Cassel a C. 1885- 
In-8°, pp. 288. 



Sommario dei Giornali. 



Atti della Accademia di Udine, 
1881-1884, 2' serie, voi. VI. Occioni- 
Bonaffous: / pregiudizi nel passato e 
nel presente. — V. Ostermann: Sul lin- 
guaggio dei batnbini nel Friuli: memo- 
ria. Vedi Archivio, III, p. 470. 

Atti dilla Filotecnica. Torino. 
An. VII, voi. VII, Gennaio 188$. A. 
Graf: La superstizione. — G. C. Moli- 
nari: Le fate in Italia. 

Cronaca marchigiana. Camerino. 
1884. An. Vili, n. 11 A. Conti: Dia- 
letto marchigiano. Contiene sei poesie 
popolari. 



Giambattista Basile. Napoli, 15 
Gennaio 1885. An. Ili, n. 1. La Di- 
rezione: Agli abbonati del Hasile. — B. 
Capasso: Ottave de Velar diniello. — G. 
Amalfi: Saggio di Vocabolario zoologico. 
— M. Schedilo: Farse rusticali: Ringherà 
composta da Giov. *Batt. Ciccar elìi, 1802. 
— G. Amalfi : 'O cunto 9 e < Bonasera y 
Bonus era ! Allummateme 'sta cannela ! 
raccolto in Piano di Sorrento. — No- 
tizie. A questo numero va unito un 
ritratto del cav. G. B. Basile tratto dal 
Teagtne. 

16 Febbr., n. 2. A. L. Stiefel: Lotterà 
buffa napolitana. Recensione del libro 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



3*7 



dello Schedilo con questo titolo. È tra- 
dotta dal tedesco, e fu inserita nel Li- 
teraturblatt f. germ. u. rom. Tbilolofie, 
Sett. 1884. —V. Caravelli: Conti ca- 
labresi. È il terzo di questi, raccolti in 
Rogiano Gravina nella prov. di Co- 
senza, e porta il titolo: A ruman^a di 
Viola. — M. Di Martino : La raja^a 
dalle piume di cigno, novellina popolare 
tradotta dallo svedese. — G. Congedo: 
Un canto leccese di occasione. È una re- 
cente poesia popolare sul colera. — C. 
Pascal: Noterelle Filologiche: Chi-pi. — 
V. Della Sala: Canti del popolo napo- 
letano. Sono venti; e continuano (ino al 
n. XXVII, nel n. 4.— G. D. Rossigno- 
li: Un po' di appunti allo anonimo scrit- 
tore dei Cenni storici e del dialetto di 
Canosa. 

15 Marzo, n. 3. Ritratto di G. B. 
Basile tratto dalle Glorie degli Incogniti 
dello stesso Autore.Segue l'elogio ano- 
nimo di lui, quale si legge nel citato 
libro, pp. 309-1 1. — M. Scherillo: Farse 
rusticali: ùnghera redatta da Eleonardo 
Mosca da òofofra. — L. Correrà: La leg- 
genda di Ovidio. Poche notizie tradi- 
zionali sulmonesi sul Poeta latino (cfr. 
qui a p. 318 V Illustr anione Italiana e 
a p. 293). — G. Amalfi: Diciotto Indo- 
vinelli raccolti in Napoli. — L. Ordine: 
Canti pop. Basilischi e Salernitani. Son 
quindici di Maratea in Basilicata ed otto 
di Salerno. — Notizie. 

1 5 Aprile, n. 4. M. Scherillo : Bellini 
e la musica popolare. Ci sarebbe da 
fare uno studio sulla influenza reci- 
proca che la melodia pop. esercitò sulla 
sulla fantasia dei maestri compositori, 
e, viceversa, su quella che le melodie 
artistiche esercitarono sulla fantasia del 
popolo. Bellini siciliano offre qua e là 
tracce di questa influenza, come nella 
frase della Sonnambula: « Più non reggo 
a tanto duolo 0, che ritrae da una can- 
zone popolare, come il « Te voglio 
bene assaje » arieggia la frase del conte 
Rodolfo nella stessa Sonnambula: « Cari 
luoghi! io vi trovai ». Il Bellini era 
studioso molto delle melodie popolari 
siciliane. L'argomento è tale che me- 
rita un buono studio critico-artistico. — 
B. Zumbini: 'Beatrice del pian degli On- 
tani. Breve cenno della nota improv- 
visatrice toscana [vedi a p. 324 del vo- 
lume]. — C. Pascal: O cunto <T *o bri- 



gante Pilone, raccolto in Napoli. — L. 
Molinaro Del Chiaro: Ninne*natwe na- 
poletane. Sono 21, debitamente anno- 
tate. — Notizie. — Gaetano Cannano A- 
varna. Brevissimo necrologio. 

Giornale storico della Lettera- 
tur a italiana. Torino, 1884. Voi. IV, 
an. II, pp. 439-445. F. Novati: Can- 
zonette antiche. Recensione del voi. sotto 
questo titolo uscito in Firenze, alla Li- 
breria Dante, 1884. 

Voi. V, fase. 1-2, an. III, 1885; 
pp. 258-269. F. Novati : A. Zenatti, 
Storia di Campriano contadino. Recen- 
sione minuta, con osservazioni riguar- 
danti la prefazione, e con correzioni al 
poemetto desunte dalla stampa che se ne 
conserva nella Civica di Becgamo e che 
è, tra le conosciute, la più antica. — 
276-283. Lo stesso : M. Scherillo, La 
Commedia delFArte in Italia. Altra re- 
censione. — 287-289: A. F. Merino, La 
dan^a macabre. « Questo libro a noi 
pare, più che altro, il frutto di un di- 
lettantismo poco intelligente e meno 
accurato ». 

Il Bibliofilo. Bologna, V, io, 11. 
C. Lozzi: Bibliografia delle Facezie del 
'Piovano Arlotto. 

La Domenica del Fracassa. Roma, 
10 maggio 1885. An. Il, n. 9. R. Fu- 
cini: // Bruscello della Serra: costumi 
dell Appennino pistoiese. Si descrive una 
rappresentazione d'un boscaiolo l'ulti- 
ma domenica di Carnevale. È una vera 
e propria commedia familiare in mi- 
niatura. La favola è semplicissima e si 
svolge in quaranta ottave , modellata 
quasi perfettamente suir antico Bru- 
scello accademico dei Rozzi di Siena, 
senza che punto rassomigli agli spet- 
tacoli villerecci che sotto lo stesso nome 
usano ora per le campagne della Ma- 
remma senese. 

La Domenica Letterari A.Roma, 1 5 
Febbr. 1885. An. IV, n. 7. G. Pitrè: 
Un pò* dell'antico Carnevale siciliano. 
Nel sec. XV e nel XVI le maschere 
andavan sempre con qualche arme of- 
fensiva in mano ; ed esse erano così 
pericolose che bandi viceregi e sena- 
toriali dovettero occuparsene più e più 



^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 



3i8 



ARCHIVIO PEH LE TRADIZIONI POPOLARI 



volte. Passatempo graditissimo era quel- 
lo di buttar gesso , acqua ed altri li- 
quidi poco odorosi addosso alle per- 
sone; e l'altro, di fare a' sassi con le 
arance. A proposito della proibizione 
che si facea anche alle donne dì por- 
tare armi, l'A. crede spiegare come e 
perchè Droghetto mettesse le mani ad- 
dosso alla sposa che usciva dalla chiesa 
di S. Spirito nel Vespro Siciliano (31 
marzo 1282). 

N. 8. R. Renier: Curiosità popolari 
tradizionali. Larga recensione della ma- 
teria de' due primi volumi di questa 
nuova collezione incominciata da G. P. 
(cfr. archivio, IV, p. 162). 

La Lucania Letteraria. 1885, nu- 
meri 2-3. Canti popolari. 

La Nuova Provincia di Molise. 
Campobasso, *8 Die. 1884. An. IV, 
n. 49. G. de Francesco: Ma^amati- 
ri elio e %p monaca, leggenda popolare. 

15 Gemi. 1885. An. V , n. 2. Lo 
stesso: Nannamira, leggenda. 

Le Api e i Fiori. Jesi. Maggio 1885. 
An. III, n. 5, pp. 33-35. G. Pitre: Tra- 
dizioni e proverbi popolari siciliani in- 
torno alle api. 

L'Illustrazione Italiana. Milano, 
5 ottobre 1884, an. XI, n. 40. V. Ca- 
ra velli: La Commedia delVarte in Italia. 
Analisi del libro di M. Scherillo con 
questo titolo. 

11 e 18 Genn. 1885, an. XII, nn. 2 
e 3. A. De Nino: Ovidio nella tradi- 
zione popolare di Sulmona. Ovidio era 
un gran mago, o un gran mercante, 
o un gran profeta , o un gran predi- 
catore, o un gran santo, o anche una 
specie di paladino. La sua bacchetta 
magica avea qualcosa di sacro. Come 
mercante egli viaggiava per istruzione. 
Le prediche di lui insegnavano il sa- 
pere più recondito, ed egli le pronun- 
ziava sull'ambone della chiesa della 
Tomba in Sulmona. Come profeta si 
crede che egli annunziasse anche la 
venuta del Messia, e fosse « il primo 
profeta della città dell'Abruzzo ». Egli 
era in procinto di dannarsi, e nondi- 
meno diventò un gran santo, perchè 
seppe umiliarsi innanzi la divina Sa- 
pienza. In quanto a prodezze Ovidio 



superò i Paladini di Carlomagno, e in 
Sulmona, quando non si può riuscire a 
un'impresa, usa ripetersi il detto: 

Ce vularebbia 'Viddie de Solanone 
Le vrjccù de Rcnadde PalUdine. 

Ovidio nacque, è vero, in Sulemom 
(Sulmona), ma qui prima c'era la città 
di Curfinia. con oltre cento mila fuo- 
chi, dove Ovidio una volta sarebbe 
stato invitato a pranzo. Sulmona sa- 
rebbe sorta dopo. Una leggenda rac- 
conta che a 8 anni, da Sulmona O- 
vidio sarebbe andato a Roma poco pri- 
ma che vi giungesse Ciciarone d Ar- 
pino, la cui vita s'intreccia con quella 
di Ovidio per alcune leggende sparse 
qua e là negli Abruzzi. [Intorno ad 
Ovidio nella tradizione popolare veg- 
gasi a p. 293 del presente volume]. 

L'Illustrazione per tutti. Roma, 
26 Aprile 1885. An. I, n. 15, E Mon- 
tazio: beatrice di Tian degli Ontani 
(con ritratto). Biografia della celebre 
improvvisatrice popolare toscana, di cui 
vedi a p. 324 del presente volume. — 
Ciro Lana: Lo scrivano pubblico. Illu- 
strazione di questo personaggio, spe- 
cialmente nelle provincie meridionali 
d'Italia. L'articolo serve ad illustrazione 
d'una grande e bella vignetta rappre- 
sentante Lo scrivano pubblico a Mauridy 
invero tutt' altro che illustrata dallo 
scritto del sig. Lana. 

Rivista di Filologia. Torino. Gen- 
naio-Febbr. 1885. L. Cerrato: / canti 
popolari della Grecia antica. 

BlBLIOTHÉQUE UNIVERSELLE ET Re- 

vue Suisse. Lausanne, ott. 1 884. J. Gian 
Petro: Voctave de la Féte-Dieu a 'Forre 
del Greco. 

Bollettino storico della Sviz- 
zera Italiana. Bellinzona. Die 1884, 
n. 12. Le streghe nella Levantina nel 
secolo XV. 

Journal des Savants. Paris. Ot- 
tobre 1884. G. Paris: Recensione della 
Roma nella memoria e nelle immagina* 
lioni del Medio Evo del Graf, della 
quale si espone il disegno e la ma- 
teria, con appunti a ciò che dovrebbe 
rettificarsi, e con aggiunte. 

Dicem.1884 e Genn. 1885. Lo stesso: 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



319 



Recensione delle due. opere di Her- 
vieux: Les fabulistes latins e FMes de 
Pbedre ecc. 

L'Homme. Paris, 25 apr. 1885. An. II, 
n. 8, pp. 229-235. P. Sébillot: Croy- 
ances et superstitions des pécheurs de la 
Manche. Sull'argomento poco s'è fatto 
finora, se ne togli un bel capitolo del 
Folk'Lore of Nord'Eist of Scotland di 
Gregor (London 1881), dove si tratta 
delle barche e de' pescatori in Iscozia. 
Qui il S. pubblica ciò che ha raccolto 
nel villaggio di Saint-Cast a 25 chilo- 
metri da S. Malo , r* sul varamento 
de' legni; 2° sulla pesca: due fatti pei 
quali non pochi sono gli usi e le pra- 
tiche, molti i canti popolari tradizio- 
nali. 

Mélusine. Paris, 5 nov. 1884, n. 8. 
I. Tuchmann : La Fascination ; nella 
linguistica , nella storia. Continua ai 
nn. 9* 11, 12, 16. — J. Couraye du 
Pare : Le plongeur , chanson populaire. 
Continua al n. io. — H. Gaidoz e E. 
Rolland : La marèe. Venilia e Salacia 
divinità marittime; la marea secondo 
Platone, Vegezio, S. Girolamo. La ma- 
rea secondo la credenza di vari popoli. 
Continua al n. 11. — E. R: Les trom* 
bes marines. Continua al n. 11. — H. 
Gaidoz e E. Rolland: Les vents et les 
tempétes en mtr. Continua ai nn. 9 e 1 1. 
R. Basset: La feti Saìnt-Elme. Continua 
al n. 11 e al 16. — Bonnardot: Biblio- 
graphie. Parla delle Chansons pop. de 
VAin di Guillon. 

5 Die. , n. 9. Vari: L eau de mer. 
Perchè il mare è salato; il mulino ma- 
gico; le lacrime di Cronos; l'acqua del 
mare nella Bassa-Bretagna. — Vari : 
Les vagttes. — T. Cannizzaro: Les trom- 
bes marines in Sicilia, secondo alcuni 
scongiuri di Messina. — Vari: La mer. 
phospborescente. — L. F. Sauvé : Les 
Sainls de la mer. — Les vaisseaux fan- 
tastiques. — E. Aspelin: La mer che\ les 
Finlandais. — J. A. Cuoq : La ebasse 
au chevreuil, novellina popolare. — La 
legende de Pontoise , vers. del diparti- 
mento delPAude. — Bibliographie. 

5. Genn. 1885, n. io. G. de Lepi- 
nay .-Trières populaires raccolte nel can- 
tone di Brives in Corrèze (Francia), 
testo in Basso-Limusino, e vers. fran- 

e, in tutto otto, comprese le varianti. 



— H. Gaidoz e E. Rolland: Oblations 
à la mer et présages. I. Oblazioni al 
mare; costruzione e varo d'una barca; 
pratiche per ottenere una buona navi- 

rione; presagi buoni e cattivi; II. L. 
Sauvé: Tradition de la Tìasse-'Bre- 
tagne: il gatto, e presagio che si trae 
da esso; d Venerdì; auguri.— T. Can- 
nizzaro: La bénèdiction de la barque en 
Sicile. — Les vents et les lembites en 
mer t III. brani riportati dal Voy. des * 
pais sebtentr. di De La Marinière, edit. 
nel 1671, ecc. — V eau de mer, dagli 
Actes de Copenhague del 1677-99. — 
A. Loquin: ^Bibliographie. Recensione 
del %ecueil de motets franfais des XII 
et XIII siécles di G. Raynaud: buona 
pubblicazione, che merita la migliore 
accoglienza e dei « medie visti » e dei 
musicisti che s'occupano con serietà 
de' canti pop. francesi, ma che credono 
l'origine delle melodie popolari, p. e. 
del sec. XV, doversi cercare ne' secoli 
anteriori. 

5 Febbr., n. 1 1. A. Orain: Prière du 
soir di Canton de Bain in Me -et- Vi- 
laine. — Les Noyés. — H. G[aidoz]: T. 
Ch. Asbjòrnsen. Breve cenno necrolo- 
gico. — Lo stesso: Un Ouvrage po- 
sthume de M. Mannhardt. Recensione 
de' « Mythologische Forschungen » e- 
diti da M. Scherer (Strassburg. 1884). 
Bibliographie. Il prof. Gaidoz si occupa 
del « Custom and Myth di A. Lang; 
de' « Grimm* s Household Tales » tra- 
dotti da M. Hunt e di altre opere. 

5 Marzo, n. 12. E. Rolland: Le pas- 
sage de la ligne, I. Usi e pratiche nel 
passaggio della linea equatoriale. — Les 
génies de la mer. Il sig. L. F. Sauvé 
inserisce cinque tradizioni della Bassa- 
Bretagna; alle quali altre ne seguono 
sulle Sirene secondo il popolo porto- 
ghese. — L'eau de mer. — H. Harvut: 
Le plongeur , versione di S. Malo. — 
E. Rolland: Notes de blason. Motti, mot- 
teggi e facezie sopra Parigi ed altre 
città della Francia e di fuori. — A. Fa- 
vraud: Trières pop. du Poitou. Quattro 
in tutto. — H. Gfaidoz]: 'Bibliographie. 
20 Marzo, n. 13. H. Gfaidoz]: Une 
nouvelle interprétation du chant des Fri* 
res *Arvales. rrende occasione da una 
lettura del sig. Édon sull'argomento 
per esprimere da testimonio non da 
giudice quel che si è pensato testé della 
lettura predetta. — E. Rolland : Les 



320 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



chansons pop. en Haute-Tìretagne, a pro- 
posito della recente raccolta di De- 
combe (Arch. t IV, 155). Passo per 
passo il R. viene facendo osservazioni 
ed aggiunte di varianti. — R. Basset: 
La fitte aux mains coupées. — Lo stesso: 
Les génies de la mer. L'uomo-pesce in 
Oriente. 

5 Apr., n. 14. P. Bouche: Contes Na- 
gos. Pai n. XII al XV, testo, versione 
letterale, traduzione letteraria. — G. De- 
curtins: Études sur la Rhélic. La novel- 
lina popolare in lingua reto-romana ; 
la novella dei « Tre venti ». — V. Lau- 
rent e N. Haillant: Les vents d'amour \ 
Trentotto brevi canti popolari in dia- 
letto di Plain-Pays (Vosgi). — L. F. 
Sauvé: Les villes englouties. — Les No- 
yés. — Oblations à la mer et présages. 

— Bibliographie. 

6 Magg., n. 15. A. Loquin; Notes et 
notules sur nos mélodies pof>. Continua. 
— E. R. 'Béotiana. Motti e facezie come 
sopra. Continua al n. 16. — R. Basset: 
Les Ongles e Les trotnbes marines. 

20 Magg., n. 16. A. Barth: Les tra- 
vaux de Dai. R. C. Tempie et les légendes. 

— Lo stesso: La mer bue par deux di- 
eux. — A. de la Borderie : Les gètti cs 
de la mer. — A. S. Gatschet: Ambuluk^ 
novellina indiana: testo e traduzione. 

— H. G: Bibliographie. 

POLYBIBLION. REVUE BlBLIOGRAPHI- 

que Universelle. Partie Littèr. Pa- 
ris, aprile 1885; pp. 328-330. Ch. Mi- 
chel: Esame critico del sistema filolo- 
gico ecc. del p. de Cara. Recensione 
del libro di quest'autore (cfr. Arch. III, 
p. 471), inteso a combatterei sistemi 
mitografici di Kuhn, M. Mùller, Bréal, 
ecc:— pp. 344-346. TU. P[uymaigre]: 
Biblioteca de las ir ad. pop. esp. Recen- 
sione di sei voli, di questa collezione, 
importante per ogni ragione. Jl voi. VI, 
Mapa lopografico-tradi\. a très bien fait, 
pcut servir de modèle à des études de 
ce genre ». 

REVUE BRITANNIQUE.Paris, Die. 1 884. 
Contes de tous les pays. 

Revue D'ALSACE.Ott.-Dic. 1 884. Fo//r- 
lorisme alsacìen. 

Revue de l'Agenàis.Nov.- Die 1884. 
J. F. Biade: Quatre superstitions popu- 
laires de la Gascogne. 



Revue de l* Extrème-Orient. Pa- 
ris 1884, n. 3. C. Imbault-Huart: Trois 
contes de Fées traduits du chinois. 

Revue de l'Histoire des reugions. 
Paris, Nov.-Dic. 1884. Ign. Goldziher: 
Le eulte des ancétres et le eulte des morts 
che\ les xArabes. 

BOLETIN DE LA INSTITUCION LlBRE 

de Ensenanza. Madrid, 31 marzo 1885. 
Cuestionario del Folk-Lore Gallego. Re- 
censione. 

BOLETIN F0LKLÓRICO ESPANOL. Se- 
villa, 31 Genn. 1885, an. I, n. 2. A. 
Madia do y Alvarez: Terminologia jolk- 
lórica por M.r Alfredo e bLutt. Versione 
dall'inglese del F. L. J. — Laguna: Folk- 
Lort castellano. — L. Romero y Espi- 
nosa: httcrrogatorio de Botdnica popu- 
lar. Domande di carattere generale; do- 
mande relative ad una pianta. — In- 
terrogatorio para el acopio de datos re- 
ferenti s al calendario popolar. Tempo 
e sue divisioni; predizioni del tempo; 
astronomia; Tanno meteorologico e a- 
gricolo; leggendario de' santi, teste po- 
polari.— A. G[uichot|: El agua del mar 
en las supersticiones y creencias pob. Con- 
clusione. — E. de Olavarrfa y Huarte: 
Por qui ès sai oda el agua deljnar. Leg- 
genda maiorchina su questo argomento. 
— A.G: Seccion bibliografica. Recensione 
del Qaestionnaire del Sébillut e dei 
Contos pop, do traiti dei Romero. — 
Seccion de movimento. 

15 Febbr., n. 3. A. M[achadoJ Afl- 
varez]: Terminologia del Folk-Lore por 
M.r E. Sedney Hartland. Versione dallo 
inglese. Tratta il precedente argomen- 
to della nomenclatura folklorica, di cui 
si è largamente occupato The Folk- 
Lore Journal. — A. Guichot : Instru- 
ccionespara las Sociedades regionales.Ox- 
ganamento del Folk-Lore Andato* ; 
idea generale del Folk-Lore spagnuolo; 
il centro andaluso come parte inte- 
grante dello spagnuolo; i centri pro- 
vinciali andalusi; oggetto della Società; 
la propaganda e le manifestazioni mez- 
zi pratici di recollezione; sessioni, pub- 
blicazioni, escursioni, utili dei soci, loro 
doveri e diritti; delle Giunte direttive 
regionali e provinciali. Continua nei 
nn. 4, 5, 6, 7. — J. Bethencourt Al- 
fonso: Proyecto de cuestionario del Folk- 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



321 



Lore Canario. Precedenti e materia re- 
lativa ad epoca anteriore o coetanea 
alla conquista delle Isole Canarie; ma- 
teria* di studio posteriore ad essa con- 
quista, materia che si conserva per la 
tradizione, e forma parte de* costumi e 
delle credenze attuali. Finisce al n. 4. 

— A. Guichot: Supersticiones y cr cen- 
ciai acerca del Colera del 1884. Super- 
sticiones relativas d los terremoto* de 1884 
y i88f. Pregiudizi del popolo napole- 
tano e spagnuolo intorno al colera di 
Napoli nel 1884 ed a' terremoti di 
Spagna nel 1884 e nel 1885. 

28 Febbr., n. 4. A. M. A. Termino- 
logia del Folk- Lore por C. Stanisland 
Wake, H. *B. Wheatley, G. L. Gomme. 
Vers. di tre note sull'argomento, inse- 
rite nel F. L. J. — F. Canella Secades: 
Superstic. pop. en dos causai criminale*. 

— Micrófilo: FI muheco. — Folk-Lare 
Balear. — R. Becerro de Bengoa : FA 
Folk-Lore Basco-Nabarro en Alba. Con- 
tinua. 

1 5 Marzo, n. 5. A. Machado y Al- 
varez: Instrucciones para la recoleccion 
v catàlogo de los cuentos pop. ecc. Si 
danno le norme necessarie a chi vo- 
glia raccoglier novelle , che presto o 
tardi debbano esser classificate. — Folk- 
Society. Dà conto di ciò che si è fatto 
nel prossimo passato anno dalla So- 
cietà londinese di questo nome. — Se- 
ccion bibliografica. Recensione del libro 
di C. Gomis : Lo Uamb y 7* tempo- 
rali; Barcelona 1884; de Jo^os e as ri- 
mas iHfantis de Portugal del Coelho, 
del nostro opuscolo sulle Feste di 5. 
%osolia e dal 9 Archivio: articoli di A. 
Guichot, S. Hernandez de Soto, E. de 
Olavarrfa y Huarte, [a' quali, per conto 
nostro, facciamo vive azioni di grazie]. 
4 3 1 Marzo, n. 6. A. Machado y Al- 
varez: Breves indicaciones acerca lei si- 
gnificado y alcance del termino « Folk- 
Lore ». Riproduzione dello scritto del 
medesimo autore inserito nella Revista 
de Espana. Continua ne' nn. 7 e 8. 

31 Marzo, n. 6. Braulio Vigon: 
Folk-Lore del mar en Astttrias. Brevi 
notizie di risposta ad alcuni Quesiti del 
Questionnaire de la msr pubblicit") dal 
ScbiJlot. L'A. limita le sue investiga- 
zioni al comune di Colunga. — R. A- 
rabfa y Solanas: Tradiciones compara- 
das de Carintiay Catalana. Narrazioni 
leggendarie della Carintia e della Ca- 



talogna, che recano cosi notevole con- 
tributo al Folk-Lore. Continua fino alla 
terza tradizione nel fase, del 

1$ Apr., n. 7. F. R. Marni: Taquino 
y Altomare, romanza tradizionale rac- 
colta in Ossuna e debitamente com- 
mentata. — Seccion bibliografica. Vi si 
loda il libro del C* de Puymaigre: 
Folk-Lore (cfr. Arch., IV, p. 304). — 
Noticias. 

30 Apr., n. 8. R. Arabfa y Solanas: 
Tradiciones comp. de Corintia y Cata- 
lana. Conclusione. Sono altre tre, una 
delle quali: El Judiu errante, importan- 
tissima. — V. de Arana: Mitologia del 
pueblo euskaro. Dal libro dello stesso 
autore: Los ultimos Iberos. Leyendat de 
Euskarria; Bilbao 1882. — Catalogo de 
cuentos populares. — c Nj>ticias. 

BUTLLETf MENSUAL DE LA ASSOCIACIÓ 

d'Excursions Catalana. Barcelona. 
Febbr.-Marzo 1885. V. Piantada: Co- 
stumbres del Vallis. — R. Arabfa: Tra- 
diciones comparadas de Carintia y Ca- 
talana. È il medesimo scritto riprodotto 
dal Boletin Folklórico Espanol.—J. Bru- 
net: Los fuegos de San Juan. — F. Gras: 
La fitsta de San Lorena — A. Osona: 
Legendas de la Selva 'tLegra. 



A Sentinella da Fronteika. El- 
vas, 31 Genn. e 23 Febbr. 1885, an. V, 
nn. 358, 361. A. T. Pires: Contos po- 
pulares do Alemtejo recolbidos da tra- 
dicào orai. Dal n. 1745 al 1778. 

O Elvbnse. Elvas, 12 Febbr. 1885, 
an. V, n. 421. Tohel: Cantigas pop. re- 
colhidos da traile do orai na prato de 
Espinbo. Dal n. 137 al n. 158. Fine. 

Rivista do Minho. Barcellos, 1 a- 
prile 1885, an. I, n. 1, Direccion: In- 
troduccion. — J. Leite de Vasconcel- 
los: Creencias populares. La pioggia, la 
neve, la voce vieja nelle tradizioni po- 
polari portoghesi. — C. A. Landolt: 
Tradiciones pop. de Harcellos.Sono pre- 
cedute da una introduzione del signor 
Leite de Vasconcellos. — J. Silva Vi- 
eira: Concionerò do Minho. 

15 Apr., n. 2. A. de Sequeira-Fer- 
raz: Bibliografia ecc. Sulla monografia 
di Leite de Vasconcellos intorno al 
THalecto Mirande\. Teriódicos e libros. 



322 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Cronica.— J. de Silva Vitira: Cagio- 
nerò do Minho. 

[Come si vede, questa nuova Rivista 
auindicinale, ad imitazione del Boletin 
folklórico di Siviglia, è tutta destinata 
allo studio delle tradizioni popolari, e 
mira a rappresentare, per questa parte, 
il Portogallo]. 

Macmillan's MAGAZiNE.Marzo 1885. 
Old Myihology. 

Notes and Queries. London, 7 Feb- 
braio 1885. Axon : Fa cenno di The 
Tbree Counsels of King Solomon , no- 
vellina otrantina di Calimera tradotta 
in inglese dal testo pubblicato nel gior- 
nale f\Cuseon. 

14 Marzo, R. H. Busk: The 7hree 
Counsels o/King Solomon. Variante della 
precedente novellina, raccolta in Roma 
dalla bocca di una Catarina Santoni, 
dalla sig.' Busk, autrice del Folk-Lore of 
%pme, nel quale questa tradizione, con 
altre molte, non ebbe posto. Nel testo 
esce col titolo: Gli avvertimenti di Sa- 
lomone. La medesima Busk nei n. del 
18 aprile del N. a. Q. f p. 315, cita 
per altre varianti {'^Archivio, III, pp.97- 
100. [Noi aggiungiamo / tre pareri di 
Pratovecchio nel Casentino da noi pub- 
blicata nel Giornale 'Napoletano della 
Domenica, an. I, n. 32, e LUstaria d'i 
figli di u diauli, p. 1, n. XVII , dei 
Contes popul. de Me de Corse dell'Or- 
toli, dove però non appare il nome di 
Salomone]. 

The Acajdemy. London, io Genna- 
ro 1885. Lang, Custom and Mytb. 

17 Genn. Khys and Hagcr, Custom 
and Myth. 

31 Genn. Grimm's Household Tales 
ecc. Recensione della versione inglese 
uV « Kinder-und Hausmàrchen » dei 
Grimm fatta da M. Hunt con introdu- 
zione di A. Lang, voli. 2. 

7 Febbr. Lang and Cox, Myths and 
Household Tales. 

14 Febbr, Bradley: SKyths and Hou- 
sehold Tales. 

28 Febbr. Webster: Spanish pop. Le- 
gends and poets. Recensione de* primi 
cinque voli, della biblioteca. 

The AtheNìEUM. London, 1 1 apr.1885, 
n. 2998. The Gentleman's Magatine 



Librairy. Recensione del libro di Gom- 
me con questo titolo. Vedi Arch. IV, 
p. 315. 

The Atlantic MoNTHLY.Ott 1884. 
%elation of fairies in religion. 
Nov. Crudi- scicnce of Arian Cults. 

The Folk-Lore Journal. London, 
Genn.*Marzo 1885, voi. Ili, p. I. G. 
L. Gomme: The science of Folk-Lore. — 
R. C. Tempie: < Nj>rth Inaiati Proverbi. 
Sono 37 persiani, 81 urdù, 190 indiani, 
79 Panjabi, testo in lettere latine, e 
versione inglese. — H. Ch. Coote: The 
origin of the T{pbin Hood Epos. — W. 
Gregor. Some Folk-Lore of the Sea. — 
R. Morris: Folk-Tales of India. Dodici 
racconti leggendari. Continuazione dal 
voi. II, p. 377. Continua a pp. 121- 
133 della p. IL— The Folk-Lore of 
Drayton. Tradizioni locali e proverbi. 
Continuazione dal voi. II, p. 369«Con- 
tinua a pp. 134-155 della p. IL — No- 
tes and Queries.—Notices and 2v«w.Parla 
delle fVidc-awake Stories di F. A. Steel 
e C. Tempie (Bombay 1884) e del 
«r 'P/a/if-Lor*, Legends and Lyries » ecc. 
di R. Folkard. 

Apr.-Giugn. p. IL Ch. S. Burae, A. 
Machado,E.Sidney HartlandrTfoj science 
of Folk-Lore. Tre scritti diversi sulla 
classificazione e nomenclatura del Folk- 
Lore. Quello del sig. Machado è tra- 
dotto dal Rev. Webster dallo spagnuolo 
inserito nella Revista de Espana. — S. 
Copular Poetry of the Esthonians. Ri- 
stampato dalle « Varieties of Litera- 
ture, from Foreign Lherary Journals 
and Originai mss.,now first published. 
London 1795 ». Le poesie popolari 
sono YilU.—Tabulatión of Folk-Tales. 
Le novelline qui analizzate e classifi- 
cate sono cinque: Punchkin, 'Brave Se- 
ventee 'Bai, TrutWs Triumph, Rama and 
Luxman, Little Surya 'Bai. — W. Gre- 
gor: Some Folk-Lore of the Sea. — No- 
tes and Queries. — e N J otices and News. 
Brevi cenni bibliografici della BiMio* 
teca del Machado, del Boletin folklórico 
del Guichot, dell' A Historical ^Account 
of the Belief in Witchraft in Scotland 
del sig. Sharpe, del Shropshire Folk- 
Lore di Ch. S. Burne, di The Cyclades 
di Th. Bent (cfr. Jirch., IV, p. 315). 

Beilage zur Allgemeinb Zeitung. 



NOTIZIE VARIE 



323 



aéFebbr. 188$. M[eyerr) G. "Die deut- 
scben Heldensagen. A proposito dell'o- 
pera con questo titolo di G. Klee. 

LlTTERARISCHES CENTRALBLATT.Leip- 

zig, 8 Nov. 1884. A.R: Les fabulistes. 
Recensione dell'opera di L.Hervieux in- 
nanzi citata. 

LlTERATURBLATT FOR GERM. UND 

rom. PHiLOLOGiE.Heilbronn,Marz. 1 88 5 , 
an. VI, n. 3. Pietsch: Recensione delle 
opere Die deutschen Volksnamen der 
Pjlanxen di Pritzel e Jessen (i884)«C7/i- 
sere 'Pflanqm nach ihren deutschen 
Volksamen, ibrer Stellung in Mytho- 
logie und Volksglauben » ecc. di Re- 
Iing e Bohonorst ecc. (1882), opere 
importanti. 

Magazik fCr die Literatur des In- 

UND ÀUSLANDS. Leipzig, 4, 4, 1885. G. 



Diercks: Die spaniscbe Folk-Lore Gestii- 
sclxtft. 

Zeitschrift fOr deutsches Alter - 

THUM UND DEUTSCHE LlTERATUR.XXIX 

2. Meyer: Alte deutscbe Volksliedchen. 

ArKIV FOR NORDISK FILOLOGI. II, 4. 

G. A. Gjessing: Evils-saga's Forhóld til 
Kongesajiien. — Whitlei Stokes: A few 
far aliti f btlivetii the Otd-'bLorse and 
the Irisb Literatures and Traditions. 

Lippixcott's MAGAZiNE.Philadelphia , 
Marzo 1885, pp. 309-313. T. F. Crane: 
Sicilian Proverbi, Rileva la parte mo- 
rale più caratteristica nella paremio- 
grafia siciliana desumendone la materia 
da* quattro voli, di 'Proverbi siciliani 
di 

G. PlTRÉ. 



Notizie Varif. 



Il nostro volume di Vovelle popo- 
lari toscane, or ora uscito pei tipi del- 
l'editore G. Barbèra in Firenze, con- 
tiene, divise in tre serie, 76 fiabe, no- 
velle e racconti diversi ; tutti raccolti 
dalla viva voce del popolo nelle pro- 
vince di Arezzo, Firenze, Garfagnana- 
Estense, Siena, Lucca, Livorno, ed an- 
notati. Ogni novella è seguita da « Va- 
rianti e riscontri », e tutte son prece- 
dute da uno studio crìtico sulle « No- 
velle popolari » e da una « Bibliografia 
delle principali raccolte di novelle po- 
polari d'Italia citate in questo volume ». 

— Sassari è il titolo dWopera sto- 
rica di Enrico Costa, della quale è già 
venuto fuori, pei tipi di Azzurri (Sas- 
sari, 1885), H i° volume. Una parte 
relativa agli usi, costumi, pratiche re- 
ligiose, feste popolari ecc., interesserà 
molto a* nostri studiosi. 

— É prossimo a venire in luce un 
volume di Contes francais et canadiens 
per opera del sig. E. H. Carnoy, del 
quale Y*Ar eluvio, IV, p. 145, ebbe testé 
ad occuparsi. 

— Nel Congresso de' delegati delle 
Società scientifiche alla Sorbona, du- 
rante le feste pasquali di quest' anno, 
il sig. Cerquand s'è trattenu;j d'un dio 



Taranis, che ha molta affinità con Thor. 
Il C. rip irto varie leggende del se- 
colo VI dell'era volgare, che mostrano 
una identità di credenze tra la Fran- 
cia e il Nord d'Europa. 

Nel medesimo ordine d'idee — scrive 
VHomme d'aprile 1885 — il sig. Leon 
de Vesly citò pratiche pagane che si 
sono continuate fino a' dì nostri. 

— Nel « Club alpino francais, section 
de Paris », il 24 febbraio ebbe luogo 
una serata , nella quale il sig. Bour- 
gault-Ducoudray, prof, al Conserva- 
torio Nazionale di Musica, lesse un la- 
voro sulla Musica primitiva consti wita 
nelle montagne, e si eseguirono mei >- 
die popolari greche, svedesi, irlandesi, 
scozzesi, francesi e brettoni. 

— Si dice che un discendente del 
Perrault abbia scoperto due Contes in- 
editi, scritti di sua mano dall'autore del 
Petit Poucd. S' intitolano : La fie diS 
perles e Li petit bomme. Si soggiunge 
che il ms. sarà offerto dal suo pos- 
sessore alla Biblioteca Nazionale di Pa- 
rigi. La notizia è raccolta dalla 'Do- 
menica del Fracassa del io magg. 1885. 

— El Boldin folklórico Espahol del 1 5 
marzo annunzia in preparazione vari 
lavori del nostro egr. collaboratore si- 



324 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



gnor F. R. Mariti. Notiamo special- 
mente altri 1500 cantares inediti, «Sa- 
lomone nelle tradizioni popolari » e una 
ricchissima raccolta di proverbi spa- 
gnuoli. 

— Lo stesso 'Boletin reca le seguenti 
notizie del movimento folklorico spa- 
gnuolo : L' egregio giureconsulto D. 
Emilio Pozuelo comincerà la Mapa to- 
pogrdfico-tradicional de Pehafid , nella 
provincia di Valladolid. D. Sergio Her- 
nandez de Soto ha finito il I voi. di 
Cuentos Extremenos, e va innanzi ordi- 
nando la sua copiosa raccolta. D. T. 
Menendez Pidal, autore dell'art. Folk- 
Lore de Asturias pubblicato dalla Ulti- 
stracìon Gallega y oisturiana del 28 di- 
cembre 1884, ha dato in luce un libro 
di Romane es populares asturianos. 

— Ne La %Alhambra di Granata D. F. 
de P. Valladar ha inserito uno studio 
sulle Supersticiones populares. Il mede- 
simo periodico, come ci si dice, pub- 
blicò alla fine dell 1 anno scorso altri 
lavori folklorici, illustrati con appunti 
musicali. El Imparcial di Madrid stam- 
pò nel febbraio passato l'articolo Los 
lerremotos en la tradicion di D. A. Ma- 
chaxlo y Alvarez, e il 16 marzo La 
vuelta de los ndufragos (tradizione po- 
polare), di D. E. de Olavarrfa y Huarte. 
Nella sezione bibliografica dà conto 
delle Cansons y Follies pop, di Bertran 
y Bros. Il Bohtin de la Institucion libre 
de Ensehan%a del 1 5 marzo pubblicò una 
estesa bibliografìa del sig. Machado sul 
Saggio di giuochi e canti infantili del 
Gianandrea, copiando le figure del giuo- 
co della Vjiyuela, e fermandovisi par- 
ticolarmente per chiamar l'attenzione 
de' folkloristi acciò mandino materiali 
i quali saranno messi a profìtto in una 
curiosissima ed importante monografia 
in preparazione. La 7ieviita de Espana 
si occupa del Cuestionario Gallego, Il 
'Diario oficial de *Avisos de Madrid ri- 
produce l'argomento della Folk-Lore 
Society di Londra. 

— Tra' temi proposti dalla Deputa- 
zione provinciale di Pamplona pel pros- 
simo futuro Certame pubblico figura 



in Dirima linea audio di una Topografia 
tradicional de Navarra. Il Liceo Ar- 
tistico e Letterario di Granata, pel VI 
Certame che avrà luogo nelle pros- 
sime feste del Corpus Domini, ha sta- 
bilito un premio al migliore articolo 
di Costumbres granaditias. 

-—Nato il 19 dicembre del 1824 in 
Napoli, cessava di vivere in Santagnel- 
lo di Sorrento il 2r marzo 1885 Gae- 
tano Canzano Avarna dei Duchi di 
Belviso. Di lui rimane un bel volu- 
metto di Leggende popolari sorrentine, 
pubblicato in Santagnello nel 1883 , 
del quale doveva farsi una seconda edi- 
zione. 

— Il 25 marzo 1885 è anche motta 
quella Beatrice del Pian degli Ontani 
in Toscana , che come poetessa fece 
tanto maravigliare il Tommaseo ed il 
Giuliani, i quali la celebrarono 1' uno 
ne' suoi Canti pop. toscani, corsi, illi- 
rici, l'altro nel suo Vivente linguaggio 
della Toscana. La Beatrice era nata 
l'a. 1802, e, analfabeta affatto , poetò 
come pochi hanno poetato, con vena 
larga, perenne, impetuosa. Molti dei suoi 
rispetti divennero popolarissimi e son 
già patrimonio dei contadini di Cu- 
tigliano. 

Renato Fucini , lo spiritoso e facile 
poeta toscano, ha consacrato a lei un 
affettuoso articolo biografico nella Do- 
menica del Fracassa di Roma del 12 
aprile 1885; uno il Montazio nella Illu- 
strazione popolare di Roma, uno lo Zum- 
bini nel G. B. Basile di Napoli , altri 
in altri giornali. 

' — li 19 aprile è morto in Ginevra 
Marc Monnier , autore del < H J aples et 
les e H J apolitains (1 861), de La Camorra 
(1863) e di vari scritti relativi alla no- 
vellistica ed alle tradizioni popolari 
italiane, raccolti nel suo voi. Les Con- 
tes pop. en Italie (Paris 1880). 

Il Monnier , creduto da molti sviz- 
zero, era fiorentino, nato il 7 dicembre 
del 1829 , e dal terzo al dodicesimo 
anno stette e fu educato in Napoli; poi 
visse per lo più in Isvizzera. 

G. P. 



/ Direttori: 

G. Pitrè. 

S. Salomone-Marino, 



GIAMBATTISTA BASILE 

ARCHIVIO DI LETTERATURA POPOLARE 
DIRETTO DA 

L MOUNARO DEL CHIARO 

Calata Capodichino 3 6, Napoli. 
Esce il 1 5 d'ogni mese, in fase, da pp. 8. 

Un anno L. 4 per l'Italia, 6 per l'Estero. 



Mélusine 

Reyne de MytMogie, Littératnre pop., Traditions et Usages 



DIRIGÉE PAR 



H. GAIDOZ et P. SÉBILLOT 

6 Rite des Fossa-Saint Bsrnard, Paris. 
Pour un voi compose de 24 nutnéros, Fr. 22, jo. 



BOLETIN FOKLORICO ESPANOL 

REVISTA QUINCENAL 

DIRECTOR 

ALEJANDRO GUICHOT Y SIERRA 

Calle Teodoro, ci, Sevilla. 

Sei meses, 4 pesetas. 



NYARE BIDRAG TILL KìENNEDOM OM 

DE SVENSKA LANDSMALEN 

OCK SVENSKT FOLKLIF 

Dir. J. A. LUNDELL i Uppsala 

Bokladspris far argangen 4 kr. jo aere. 



CONDIZIONI DELL'ASSOCIAZIONE. 



L'archivio esce a fascicoli trimestrali in-8° di pagine 160 circa. 
Quattro fascicoli formano un bel volume di circa 640 pagine. 

L'abbonamento è obbligatorio per un anno, al prezzo di L. 12 per 
tutta Italia, Franchi 14 per l'Unione postale; pagamento anticipato. 

Un fascicolo separato, Lire 4 per tutto il Regno, Franchi 5 per l'U- 
nione postale. 

Per tutto ciò che riguarda l'Amministrazione rivolgersi alla Libreria 
del sottoscritto Editore in Palermo, Corso Vittorio Emanuele, N. 358-360. 

Lettere, manoscritti, libri, giornali, notizie ed altro, che si riferisce 
alla Direzione, rivolgersi a' Direttori presso la medesima Libreria. I col- 
laboratori potranno scrivere i loro articoli in italiano , o in francese , 
o in ispagnuolo, o in portoghese. Sarà dato ragguaglio delle opere di 
tradizioni popola»*! che giungeranno in doppio esemplare alla Direzione. 

11 volume primo, anno 1-1882, è esaurito. 

Luigi Pedone-Làuriel, Editore. 



Inserzioni a pagamento in 3" e 4' 1 pagina della coper- 
tina de\Y\Archivio: L. 20 una pagina intera. L. io mezza pa- 
gina. L. 7 un terzo di pagina. 



Firenze - G. BARBÈRA, EDITORE - Firenze 



Ilecentissima pubblicazione : 

NOVELLE 

POPOLARI TOSCANE 

ILLUSTRATE DA 
GIUSEPPE PITRÈ 

Voi. unico, di pp. XLIII-318. L. ) y jo. 

Trovasi in vendita presso L. Pedone-Lauriel libraio in Pajermo. 

PALERMO —Tip. del Giornale di Sicilia. 



CONDIZIONI DELL'ASSOCIAZIONE. 



L'archivio esce a fascicoli trimestrali in-8° di pagine 100 circa. 
Quattro fascicoli formano un bel volume di circa 640 pagine. 

L'abbonamento è obbligatorio per un anno, al prezzo di L. 12 per 
tutta Italia, Franchi 14 per l'Unione postale; pagamento anticipato. 

Un fascicolo separato, Lire 4 per tutto il Regno, Franchi 5 per l'U- 
nione postale. 

Per tutto ciò che riguarda l'Amministrazione rivolgersi alla Libreria 
del sottoscritto Editore in Palermo, Corso Vittorio Emanuele, N. 358-360. 

Lettere, manoscritti, libri, giornali, notizie ed altro, che si riferisce 
alla Direzione, rivolgersi a Direttori presso In medesima Libreria. I col- 
laboratori potranno scrivere i loro articoli in italiano , o in francese , 
o in ispagnuolo, o in portoghese. Sarà dato ragguaglio delle opero di 
tradizioni popolari che giungeranno in doppio esemplare alla Direzione. 

Il volume primo, anno 1-1882, è esaurito. 

Luigi Pedone-Lavriel, Editore. 



^N 2 I88b 



^ v.7 /, 5 




ARCHIVI 




PER LO STUDIO \ \ ^/*' 
DKLLK 



TRADIZIONI POPOLARI 



RIVISTA TRIMESTRALI* 



MRKTT.4 Ili 



G. PITRÈ k S. SALOMONE-MARINO 



Volume Quarto 

Fascicolo III — Luglio-Settembre 1885. 



PALERMO 

Luigi Pedoni-: Lauriel, Editore 

1885 



J/ 



SOMMARIO DEL PRESENTE FASCICOLO 



Tradicòes reiati vas as Sereias e my thos similares (F. Adolpuo Coelho). 

Spigolature demografiche di Butera: II giuoco del serpente (G. Vullo). 

11 monarca dei matti in Bormio nella Valtellina nel sec. XVII. 

Alcune fiabe popolari di s. Miniato al Tedesco (Giuseppe Rondoni). 

Delle Mattinate. Memoria dell' Ab. Dott. Giuseppe Gennari (A. D'Ancona). 

Tradicion8 populars catalanes inódites (P. Bertran y Brós). 

Orazioni latine in Chioggia (Angela Nardo Gibele). 

Botanica popolare di Carpeneto d'Acqui (G. Ferraro). 

La Mort en voyage: Légendes chrètiennes de la Haute Bretagna (Paul 
Sébillot). 

il Buggeri: Ballo popolare siciliano (G. Grimi-Lo Giudice). 

I dodici mesi dell'anno negli Abruzzi (Gennaro Finamore). 

Miscellanea : La iettatura (G. Pansa). — / matrimoni in Cina. — / fu- 
nerali dei Danàkili in Assai). 

Rivista Bibliografica. Finamore, Tradizioni pop. abruzzesi: Novelle (G. 
Purè). — Lnndell, Nyare Bidrag UH Kànnedom om de Svenska Lands- 
malen ock svenskt Folklif (M. Di Martino). — Chlld. The English and 
Scottish Ballads (F. Liebrecht). 

Bullettino Bibliografico. (Vi si parla di recenti pubblicazioni di ResteUi, 
Giachi, De Nino, Padre Zappata, Renier, Maspons y Labrós, Coelho). 

Recenti Pubblicazioni. 

Sommario dei Giornali (G. Pitrè). 

Notizie varie (G. P.). 



ài\\ 



•4 2 lC &i) 




TRADigOES RELATIVAS AS SEREIAS 

E 

MYTHOS SIMILARES. 



Tradifdes portugue^as. 




a Revista d' etimologia e de glottologia fase. IV, pp. 157-160 
reuni numerosos dados que provam a existencia da tra- 
dito das sereias em Portugal, numa forma popular. 
J. Leite de Vasconcellos reuniu alguns outros dados nas suas Tra- 
difdes poptilares de Portugal §§ 155 e 356. Vid. ainda A. Th. Pires 
in Hvense, nr. 461. 

2. Tradifdes hespanholas. 

Juan de Mena (cit. por Francisque Michel, Le pays basque) 

aliudiu 4s sereias: 

Solamente con cantar 
Diz que engana la serena; 
Mas yo no puedo pensar 
Cual manera de enganar 
A vos no vos venga buena. 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 42 



326 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

No romance Ese bum Cid Campeador lé-se: 

Cuando los Rey es se pagati 
De falsfas halagùenas 
Mal parados van los suyos, 
Luengo mal les viene cerca. 
Rey Alfonso, Rey Alfonso, 
Esos cantos de sirena 
Te adormecen por matarte, 
Ay de ti si no recuerdasl 

Car. Michaèlis, El Romancero del Cid, nr. CXVIII. 

• Mili y Fontanals publicou na %omania VI, 58 o seguirne 
canto popular da Galliza: 

Vàlgame Dios, comò canta 
La serenità del mar, 
Que los navfos dan vuelta 
Para la sentir cantar. 

A. Machado y Alvarez retiniti na Enciclopedia, Sevilla, 1880, 
p. 18, os seguintes cantos da Andaluzia: . 

La sirenita del mar 
Canta muy putidamente; 
El que la oye cantar 
Cercana tiene la muerte. 

La sirenita del mar 
Es una arrogante dama, 
Que por una maldicitn 
La tiene Dios en el agua. 

Orillas del mar salado 
Qi cantar la sirena: 
i Valgame Dios, que bien canta 
Una cosa un pequena ! 

Yo no se que tiene, madre, 
El canto de la sirena, 
Que en oyéndole cantar 
Se quitan todas las penas. 

El amor en mujeres, 
Canta sirena, 
Que prometendo gusto, 
Solo da penas. 



TRADigÒBS RELATIVAS ASjSERElAS J27 

Eres ci oro molido 

Y U pitta por sellar, 
Eres ci carro trionfante, 

Y la sirena del mar. 

Gf. Ibidem p. 725-6. 

Nas Rdaciones. La Esitala de Vandalia, de Fernan Caballero, 
ha ama tradito acerca da sereia, a qual foi traduzida em alle- 
ma5 por Ferdinand Wolf , in Tìàtràgt %ur spaniseben Volkspotsit 
ausden Werken Fernan Caballero' s. (Sitzb. d. phil. hist. CI. d. Akad. 
der Wissenschaften. XXXI Bd. p. 217. Wien). 

Segundo essa tradito, Sirenita era urna rapariga impudica 
que attrahia os homens do mar com o seu canto, pelo que o 
pae a amaldi^oou com o desejo que ella se transformasse em peixe. 
Gom effeito ella transformou-se em peixe da cintura para baixo e 
foi viver para o meio do mar, onde busca a destando dos homens, 
attrahidos pelo seu canto. Diz-se por isso d'ella: 

La sirenita del mar 
Es una pulida dama; 
Por maldecirla su padre 
La tiene Dios en el agua. 

Essa quadra é variante d'outra que acima se acha transcripta 
da Enciclopedia. Eis urna outra variante intermedia entre as duas: 

La sirenita del mar 
Es una pulida dama 
Que, per una maldicion, 
La tiene Dios en el agua. 

F. Rodriguez Marin, Cantos popularcs espaholes, nr. 8172. 

A seguinte colhida por J. Leite de Vasconcellos (Tradi&ts 
pop. de Tortugal, § 186) é da Galliza: 

A sereia no mar 
É unha linda bizarra, 
Que por unha maldicion, 
Tén-na Dios nesa agua. 

Todas essas variantes provam quanto se acha vu lgarisada a 
lenda publicada por F. Caballero, lenda que ainda nào encontrei 
em Portugal. 



}28 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

F. Wolf notou que jà em Brunetto Latini as sereias s2o con- 
sideradas realisticamente; mas de facto a interpretalo realistica 
é muito mais antiga e nos escriptores ecclesiasticos alterna com 
a interpretando allegorica, que acha, por exemplo, em Santo Am- 
brosio. 

« Sirenas tres fingunt fiiisse ex parte virgines, ex parte vo- 
lucres, habentes alas et ungulas: quarum una ^oce, akera tibiis, 
terna lyra canebat. Quae illectos navigantes suo cantu in nau- 
firagia trabebant. Secundum veritatem autem meretrices fucrunt, 
quae transeuntes, quoniam ad egestatem deducebant, iis fictae sunt 
inferre naufragia. Alas habuisse et ungulas, quia amor et volat et 
vulnerat. Quae inde in fluctibus commorasse dicuntur, quia fluctus 
Venerem creaverunt». Isidorus Hispalensis, Originum Liber XI, 
cap. HI. Cf. Servius ad JEnedam V, 864. 

« Serrine, ce dient li autor, sont iij qui avoient semblance 
de feme dou chief as cuisses; mais de celui leu en aval avoient 
semblance de poison, et avoient eles et ongles; dont la premiere 
chantoit merveilleusement de sa bouche, l'autre de flautet de canon: 
la tierce de citole, qui par lor très dous chans faisoient perir les 
nonsachanz qui par la mer aloient. Mais, selonc la verité, les se- 
reines furent iij meretrix qui decevoient touz les trespassanz et me- 
toient en poureté. — Et dit Pestoire qu' eles avoient eles et en- 
gles par senefiance de l'Amor, qui vole et fiert; et conversoient 
en aigue, parce que la luxure fu faite de moistour. Et à la verité 
dire, il a en Arrabe une manière de blans serpens que on apele 
sereines , qui corrent si merveilleusement que li plufcor dieat 
qu' il volent, et lor venins est si très cruex que se il mordait au- 
cun home, il le convenroit devier maintenant, ainz que il sentist 
nule dolour ». Li livres doti tresor.... publié par P. Chabaille. Pa- 
ris 1864, 4 , p. 191 (liv. I, pan. V, cap. CXXXIX). 

Os enigmas populares hespanhoes (adivinanzas) alludem tam- 
bem i sereia: 

Pei y tiene tetas, 
Dama y tiene aletas, 
T canta muy bien. 
Aciértame lo que es. 



TRABICÒES RELATIVA* AS SERBIAS 3*9 

F. Rodriguez Marin» Cantos pop. «/>., nr. 404. 

Es pescado y tiene tetas; 
Es muyer y tiene aletas, 
Ni es pescado, ni es mujer. 
Entonces 1 que cosa es ? 

Id. Ibid., nr. 405. Vici, as notas correspondeates de F. R. Marin 
e os ns. 8173 e 8174 dos seus Cnn* 05 - Cf. Francisque Michel, Le 
pays basque, p. 336. Vid. o canto hespanhol citado no firn d'este 
artigo. 

Eis agora urna allusào a sereia num canto da Catalunha: 

Los traginers quan pass..n 
passan pel carni ral, 
pel camf de Cardina 
quan van à buscar sai; 
ja la senten que canta, 
no's cansan d'escohar, 
que parece la serena 
quan canta dintre '1 mar. 

Pau Bertran y Bros, Cansons y Follie s populars (Barcelona, 1885, 8°) 
nr. XIX. 

3. A tradigào da sereia no pai$ basco. 

Francisque Michel na obra acima citada traslada de Voyage 
en Navarre par Chaho um romance em dialccto basco da baix 
Navarca, de que da a seguinte traduc^ao: 

Il existe dans Tocéan 
Un beau crranteur 
due l'on appelle arène (Zrrena). 
C est elle qui sur les mers 
Enchante et séduit les paasigers, 
Comme ma bien-aimée moì. 

4. A tradirete na Franca. 

Na mema obra p. 334-336 acham-se numerosas indka^òes 
que provam a persistcncia da tradito na Franca durante a edade 
media. A essas indica^òes juntarei a seguinte. 



330 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

No romance de Tristan de Nanteuil, Tristan e a cerva, ém 
cujo covil elle é achado pelo rei d'Ivorie, receberam as for^as do 
leite d'urna sereia: 

Kourris furent d'un hit qui fut de tei maistrie, 
Dune seraine fut $y con l'istoire cric 
Il est de tei vertu et de tei seignorie 
Que se beste en a beu elle devient fournye, 
Si grande et si poissant, nel tenés [à folye|, 
due nul ne dure à lui, tant ait chevallerie. 
Artus le nous aprouve, qui tant ot baronnye, ' 

Car au temps qu'i regna, pour voir le vous affie, 
Se combati, au chat qu'alecta en sa vie 
Du let d'une sereine qui en mer fut peschie; 
Mès le chat devint tei, ne vous mentiray mye, 
Que nuls homs ne duroit en la soye partie 
Qu'i ne mesist affin, à duel et à hachie. 
Artus le conquesta par sa bachelerie, 
Mais ains Pacheta cher, sy con Pistoire crye. 

Paul Meyer, c H J otice sur le roman de Tristan de Nanteuil, m Jabrbuch 
fur romanische und englische Literatur IX, p. n. 

5. As sereias na Bretanha. 

A seguinte tradito bretà offerece tao particulares analogias 
com a passagem do romance medieval, que acabo de transcrever, 
que» se é naturalmente inclinado a ver naquella um reflexo das 
tradi^òes que serviram de base i litteratura da Tavola redonda; 
mas nào ficaremos de modo alguno admijados se a mesma tra- 
dito do leite da sereia e do gato que d'elle se alimenta, assim 
corno um homem, se encontrar noutra parte. 

« Les traditions de Tancien évèché de Tréguier font souvent 
mention d'un géant breton, qu'elles nomment Rannou le Fort.... 
D'après une tradition recueillie par M. René Keranbrun dans le 
pays de Tréguier, voici de quelle manière Rannon aurait été doué 
de sa force prodigieuse. 

Sa mère se promenait un jour au bord de la grève, en rame- 
nant des coquillages. Tout à coup, elle découvre une sirène que 



TRADICÒES RELATIVAS AS S£RE1AS 3 3 I 

la mer en se retirant avait laissé à sec. La pauvre femme cut d'abord 
bicn peur, elle prit la fuite. Mais ayant regardé de loin, et voy- 
ant toujours cette étrange créature immobile, à la mème place, 
elle revint sur ses pas et se mit à la considérer d'assez près. Alors 
la sirène luì dit: « Par pitie, venez à mon secours et ne me lais- 
sez pas mourir ici. N'ayez pas de crainte; je n'ai jamais fait de 
mal à personne. Bien au contrarie , par mon chant, j'avertis les 
matelots de la présence des écueils». — La pauvre femme avait 
Tàme bonne. Elle vint au secours de la sirène et Faide à rega- 
gner les flots. Alors celle-ci lui dit encore: « Que veux tu que 
je fasse maintenant pour toi ? Je suis puissante, demande-moi quelque 
chose de possible et tu seras satisfaite ». — «Eh bien! j'ai un fils 
à la mamelle, fais qu'il soit le plus fon et le plus vaillant des 
hommes ». La sirène plongea dans la mer et reparut quelques minu- 
tes après, portant à la main une conque pleine d'une liqueur sem- 
blable à du lait. — « Tu donneras ceci à boire à ton fils », dit- 
elle, « mais prends bien garde d'en répandre une seule gouttc ». 

Néanmoins, la femme, de retour chez elle, n'osa pas faire 
prendre le breuvage à son fils avant d' en avoir fait V essai. Elle 
en donna donc à son chat, et ne remarquant sur cet animai aucun 
effet qui pùt l'inquiéter, elle donna le reste à son fils. 

Le petit Rannou et le chat ressentirent bientót la puissance 
du .philtre magique. Le chat devint si grand et si fort qu'il fallut 
de Pattacher à un rocher avec une chaine de fer. Quant à Ran- 
nou , à r àge de neuf ans , il cassait avec ses mains sept fers à 
cheval reunis, et il jouait aux osselets avec de gros blocs de quartz 
qui forment un monticule près de la rivière le Douron, à l'angle 
nord-est du département du Finistère. A onze ans, il avait déjà dix 
pieds de haut; c'était un prodige. Mais dès cette epoque, il y eut 
chez lui un affaissement subit. Sa grande force disparut, et une 
precoce caducité brisa ses membres, à cet àge où les autres hom- 
mes comemencent à peine à se developper. Le peu de confiance 
de la mère avait tout perdu. Il fallait à Rannou la potion entière 
pour èitre un héros ». R. F. Le Men, in Revue cdtique, I, 416-17. 

Le Men anota: 



332 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

« Cette legende se retrouve avec quelques modifications dans 
les contes slaves et aussi dans les contes bretons dont M. Luzel 
a recueilli une admirable collecrion.... Dans ces contes, la sirène 
de notre legende est rempiacée par le roi des poissons, qui accorde 
à celui qui le remets dans l'eau tous les services qu'il lui de- 
mande '....Les raarins bretons croient fermement à Texistence 
des sirènes. Il y a dans le voisinage de la baie de Douarnenez 
(Finistère) une tradition d'après laquelle Dahut, la fille impudique 
du roi Grallon aurait été chàngée en sirène après la sabmersion 
de la ville d'Is.... et c'est elle qui soulève les tempétes dans la baie 
que les riverains appellent le lac (Al Lenn). On enteod alors sa 
voix qui damine le bruit du vent et des flots ». 

Comparem-se com a ultima tradito as tradigòes hespanholas 
citadas no § i. 

Nas collec£òes de Paul Sébillot, as quaes nào tenho a mào, 
ha tradi$oes das sereias: CwUes des marins. Paris, 1S82. nr. 20: La 
Sirène; Contes des paysans et des pichmrs. Paris, 1881, nr. 2: La 
Streme de la Fresnsye. 

6. xA tradifio das sereias na Italia. 

Deixo ao cuidado do meu amigo Pitrè reunir o que houver 
na Italia sobre este assumpto. £is urna allusao num canto popular. 



1 Creio que 05 contos alludidos nada tem que ver com a tradicào bretà 
transcripta nem com quelquer tradicào das sereias, pois julgo que se tracia dos 
contos do cyclo de Emilio toh, de que urna versào russa se acha traduzida em 
Ralston, %ussian Folk-Tdles, p. 263 (cf. De Gubernatis, &Cyth. xpol. I, 2 12-214 
trad. fr.). Do mesmo conto ha versòes portuguezes em Coclbo , Contos pop. 
port.nr. 30; Consiglieri Pedroso, Portuguese Folk-TaJes, nr. 17; Dr. Th. Braga, 
Contos tradiciona€S do povo portugue^ nr. 26 (O peixinho encantado) ; Pitrè 
publicou urna versào siciliana, Fiabe, nr. 188. Vid. a nota correspondente. Versào 
grega em Hahn nr. 8. Nas suas nótas forrageadas em segunda e terceira mào 
o Dr. Th. Braga faz a proposito d'esse conto , corno de quasi todos^os que 
anotou, confusSes diversas, em resultado de nào ter lido quasi nenhans das 
contos que cita. 



TRADigÒES RELAT1VAS AS SBREIAS 333 

La serenèla che xe in mezo al mar 
La se indelèta de molti piaceri; 

E co la vede *1 marinerò andare, 
Col so dolce cantar la '1 fa dormire. 

La fa voltar le barche sotopogia: 
La canta tanto ben che la fa vogia. 

La fa voltar le barche soto vento: 
La canta tanto ben che Tè un contento. 

La fa voltar le barche su la riva: 
La cìnta tanto ben che non credeva. 

Dalmatico, Canti del popolo di Chioggia y nr. II apud Ber^tram 
y Bros, Cansons y follits, p. 283-4. 

Em Pitrè, Fiabe, etc, nr. 59, figura urna scrcia. 

7. Urna tradi^ào irlandesi. 

« Ruad, filho de Ringdom, filho d'um rei, cruzando em freme 
de Northland, com tres navios e trinta homens em cada um, achou 
o seu navio preso no meio do mar. Por firn saltou por cima de 
bordo para ver o que impedia a marcha do navio e caindo nas 
aguas foi achar pé num prado onde estavam nove bellas mulhe- 
res. Estas deram-lhe nove cargas de bote, de ouro, corno pre$o 
das suas caricias, e pelo seu poder os navios conservaram-se im- 
moveis a superficie da agua durante nove dias. Promettendo vi- 
sital-as à volta,, o jovem principe separou-se das Sereias e dos 
seus leitos de bronze vermelho e continuou a sua viajem a Loch- 
lann, onde permaneceu com seu co-pupilo, filho do rei d'aquelle 
paiz, durante sete annos. À volta os navios tractaram de evitar 
a ilha submergida e tinham quasi aportado a costa da Irlanda 
quando ouviram por detraz d'elles o canto ou lamento das nove 
mulheres marinhas, que em vao buscavam alcan^al-os em um bote 
de bronze. Urna d'estas matou deante dos olhos de Ruad o filho 
que tivera d'ella e atirouo de cabe^a para deante na direcfào em 
que ia o pae». David Fitzegerald, in %Academy nr. 487, p. 182. 
O traductor anou: « O' Curry deixou urna versào d'este conto 
do livro de Ballymote. Eu tirei urna ou duas particularidades d'urna 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 43 



334 ARCHIVIO PER LK TRADIZIONI POPOLARI 

outra dada em Tochmarc 'Etnerc (fol. 216) — e. g., a importante 
feipto homerica do prado aquatico (machaire) ». 

8. Um parallelo realistico da tradigào precedente em Porlugal. 

Como na lenda anterior a sereia mata o filho que teve de 
um homem, assim na seguirne tradito, interamente enhemeri- 
sada, urna entidade, cujo caracter demoniaco ainda transparece, 
mata o seu filho. Està lenda portugueza foi colhida, por urna senhora 
de minhas rela^óes, da bocca d'urna mulher do Barreiro, villa si- 
tuada na margem sul do Tejo em frente de Lisboa. 

« Viviam ha annos, no Barreiro , marido e mulher em boa 
paz e harmonia, mas sem facil meio de vida. O marido resolveu- 
se a ir ao Brasil tentar fortuna. Foi e nunca mais a mulher tor- 
nou a ter noticia d'elle. Nào podendo viver na incerteza da sorte 
do marido, partiu ella tambem. Chegada ao Brasil, corno nào ti- 
vesse recursos, foi servir corno creada. Arranjaram-lhe urna casa 
em que ella encontrou o proprio marido vivendo com urna mu- 
tata. Em vao a mulher tentou fazer-se reconhecer d'elle: o ina- 
rido olhava-a e tractava-a corno pessoa completamente extranha. 

A mulher corae$ou a observar bem tudo o que se passava 
em casa e notou que todas as portas se abriam excepto as d'uni 
certo armario., de que a mulata nunca deixava a chave. 

Um domingo o marido e a mulata foram i missa e a ultima 
esqueceu-se das chaves em casa. A mulher do Barreiro, que viu 
as chaves, foi logo direita ao armario, abriu-o e viu dentro d'elle 
um gallo vivo, mas com os olhos fechados por estarem cosidos 
com linha. A mulher descoseu os olhos ao gallo, que logo os 
abriu. 

Entretanto a mulata dera pela falta das chaves e disse ao 
marido que fosse a casa immediatamente para as buscar. O horaera 
foi e reconheceu logo a mulher e disse-lhe que o gallo era 
fcitifo que fazia que elle nào podesse reconhecel-a; que haviam 
de fugir, mas que antes se disfar?ariam, porque a mulata era urna 
grande feiticeira que o tinha em seu poder. 



TRADigdES BELATI VAS AS SBREIAS 33 J 

Um dia que a mulata saira so, fugirama raulher e o mando. 
A mulata, que deu pela falta, foi as caes com um filho que tinta 
do homem do Barreiro: mas este tinha jà embarcado com a nw- 
lher e o navio ia largar. A mulata chamou-o, mas vendo que o 
homem a deixava atirou o filho ao mar ». 

9. Tradi$Òes rdativas a amorts de hgmens com macaas. 

As duas ultimas tradi^òes recordam-me naturalmente d'outrat 
que giram era Portugal acerca de naufragos ou desterrados qua 
nas costas da Africa ou da India viveram em connubio com fo- 
meas dos grandes apthropoides, que d'elles tiveram filhos. A essas 
lendas, que sào numerosas, mas pouco diversas e em que figu- 
rarti por vezes personagens historicos, nunca falta o seguirne final: 
o naufrago ou desterrado é procurado ou encontrado casualmente 
por um navio da patria e abandona a sua amante simiana, que 
de raiva despedafa os filhos. 

É evidente que temos ainda aqui a transforma^ao realistica 
d'um antigo mytho. 

io. Urna tenda buddhica. 

A Historia dos quinhenios negociantes, traduzida do chinez por 
Samuel Beai (%pmantic Legend of Sdkya Buddha, London, 1885, 
citado por Axon in tAcademy nr. 481, p. 121), offerece analogias 
com os nrs. 7, 8, 9. 

Quinhentos negociantes naufragam nas praias d'urna Uba ha* 
bitada por rakshasìs, que os salvam e querem gozar da sua com- 
panhia durante algum tempo e os fecham numa cidade de ferro, 
para depois os devorarem. As primeiras palavras das rakshasis sào 
doces e convidativas; mas o principal dos negociantes concebeu 
suspeitas acerca das suas hospedeiras por ellas os exhortarem a 
nSo irem a um certo sitio da parte sul da cidade; mas elle vae 
li um dia e acha ainda vivas algumas victimas das rakshasis e muitas 
outras mortas e dilaceradas comò por feras. As victimas ainda 



336 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

vivàs dizem-lhe que ha um meio de escapar da ilha: cada anno o 
cavallo-rei Kesi visita aquelles praias e grita: « Quem quiser passar 
por cima do verde mar salgado , leval-o-hei ». Quando veiu, na 
sua visita annual, o cavallo-rei, os negociantes pediram o seu 
auxilio e elle levou-os da ilha. Percebendo isto, as rakshasìs to- 
mam os filhos que tinham dos negociantes, correm para a praia 
e tentam em vào fazer voltar os seus maridos temporarios. 

R. Morris (Academy y nr. 486) resumé um jataka (Fausbóll, 
Jdtaka, III, 127) em que Buddha apparece admoestando um dos 
seus discipulos que desejava voltar ao estado leigo, por se ter 
deixado arrastar pelos encantos d'urna mulher que vira. O mau 
« irmao » ouve da bocca do mestre que as mulheres que pelas 
suas artes fazem que os homens percam as suas virtudes ou ri- 
queza sào yakkynts, que pelas suas blandicies fazem cair os homenr 
em seu poder e os devoram. Na historia pàli duzentos e cincoenta 
homens (so mètade) sào salvos pelo Bódhisatta sob a forma d'um 
cavallo branco. A moral da historia pàli consiste em que aquelles 
que nào seguem os conselhos do Buddha cairào no perigo exacta- 
mente corno os negociantes que foram comidos por rakshasis; 
mas os que seguirem o seu conselho alcanfarào a praia d'alem 
(Nirvana), corno aconteceu aos negociantes salvos pelo cavallo 
branco ». 

n. tAs strias e a iconographia buddbica. 

Nos escriptores, classicos as sereias sào descriptas jà comò 
similhantes a aves, jà corno mulheres aladas e ainda corno aves um 



1 O meu collega G. de Vasconcellos Abreu, professor de sanskrito no Curso 
Superior de Lettras, indica algumas particularidades relativas ao cavallo mythico, 
com referencia a lendas buddhicas nos seus Frammento* d'urna tentativo, de e- 
studo scoliastico da Epopeia portiique+a (Lisboa, 1880, 8*). A parte relativa a 
lendas buddhicas d'esse escripto foi traduzida em inglez: Buddbist Legends, etc 
Transìated with additional Notes by Donald Ferguson, Ceylon. (Reprinted from 
the « Indian Antiquary »). O sr. Ferguson deu, nessa publicacào, urna traduccio 
ingleza do jataka resumido por Morris e observacdes addicionaes sobre o ca- 
vallo mythico (pp. 46-56). 



TRADigÒfcS RELATl VAS AS SERE1AS 337 

cabe^as humanas, Scylla e que apparecerem na forma que a tra- 
dirlo popular moderna europea preferio para as sereias. Aquellas 
formas fizeram que Axon as comparasse (%Aeademy, nr. 484, p. 121) 
com as pinturas representando aves-mulheres de Bòro Budur em Java. 
« Panni les images qui som toujours et partout gracieuses et 
dégagées nous citerons celles des Gandharvts (sic) ou esprits féme- 
nins qui ont la tète et le buste d'une femme et le corps d'un 
oiseau; celles-ci ne sont pas mokis gracieuses, que les images du 
ménle genre qu'on trouve sur les monuments de l'art grec. Nous 
renvoyons le lecteur aux bas-reliefs: 178, paroi postérieure, deu- 
xième galèrie, pi. CIV; 180, pi. CV; B. 55, paroi antérieure de 
la mème galérie, pi. CLXI; A. 371, pi. CCXXIX; 20, paroi po- 
stérieure de la troisième galérie, pi. CCXL; 121, pi. CCXCI; 24, 
paroi postérieure de la quatrième galérie , pi. CCCXIV; 35, pi. 
CCCXX »! Bórò-Bondour dans Vile de Java, par. MM. F. C. Wilsen 
J. F. G. Brummond, publié par le Dr. C. Leemans. Leide, 1874, 
8°, p. 606. Planches voi. I e II '. 

12. A lenda da mot d'agua em BrasiL 

tf .... « O boto (delpbinus pallidus ?), o uyàra do indio, occupa 
largo espa^o na sua imagina^o e o nosso interior esti cheio de 
contos maravilhosos sobre este animai. O boto, corno a sereia 
antiga, canta, e, qual o d'elle, o seu canto tem o dom de sèduzir. 
Ai da donzella que o ouve por noute de luar! Os Indios criam 
que o boto aproveitava-se das occasióes em que as mulheres se 
banhavam para seduzil-as , e ainda mais, que revestindo formas 
de um mancebo gentil, vinha às vezes por noite alta partilhar a 
réde das virgens das florsstes, nào raro attribuindo a este D. Joao 
Fluvial a gravidez de muitas. Està cren$a, o ultimo facto parece 
comproval-o, é filha da imagina^ào da mulher, que por ventura 
procurou assim encobrir urna falta, que, ao menos em algumas 



< Examinci està magnifica obra na biblioteca da Sociedade de Geographia 
de Lisboa. 



338 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tribus attraia serios castigos. Entretanto nào se deve , nera sem 
leviandade se pode, accusar as gera^òes que succederam aquella 
com a qual nasceu, nem talvez a està mesmo, porque é um facto 
observado que na infancia do mundo as cren^as, ainda as que 
nos parecem mais grosseiras, sào perfeitamente sinceras. Seja corno 
fór, està ainda existe. Nào ha rauito tempo que ouvi dizer de um 
boto que sob formas humanas fora alta noite render finezas a urna 
rapariga, e os que narravam o facto faziam-no com a maior boa fé. 

« Eis outras versòes que obtive sobre o boto ou uyara. Elle 
zomba da gepte trazendo objectos i flor d'agua. Paulico assegurou- 
me ter visto um trazer nos dentes urna faca. Fazem tambem nau- 
fragar canóas em que ha mo$as , para se apossarem d'estas. Se- 
gundo o mesmo Paulico, reveste igualmente as formas de mulher 
para seduzir os homens que arrasta com sigo para a agua. 

« Os olhos d'este animai sào considerados preciosos amuletos 
para abrandar cora^òes de amantes; seus dentes preservativos excel- 
lentes contra as dores d'estes orgaos e contra os perigos da pri- 
meira dentilo . 

« Um individuo d'està mesma familia, o iucuxy, é, segundo 
acreditam , bastante amigo do homem a quem soccorre e livra 
quando este està por desgra^a a ser victima do boto, com o qual 
trava lucta até lhe tirar a prèsa, que leva aos empurrdes do fio- 
cinilo até a margem. 

« Desta cren^a no boto resulta urna enfermidade nervosa, que 
accomette homens e mulheres, sob a denominalo de uyara. Em 
um dos meus passeios ao sertào, offereceu-se-me occasiào de ob- 
serval-a em um rapaz. O accesso nada tem de notavel ou de par- 
ticular: vem com todos os symptomas de um ataque de nervos, 
e é originado, segundo elles, de ter o individuo accomettido sido 
victima da uyara, si é homem, e por isso diziam, ante o sujeito 
de que fallo: é a uyara, é a uyara, comquanto algumas pessoas 
menos credulas me observassem que era antes a aguardente a causa 
mais proxima d'aquillo ». José Verissimo, na Revista atna^onica I, 
208-209. Para, 1883, 8°. 

b. A mai-d'agua, graciosa crealo de phantasia intertropical, 



TRADigÒES RELATIVAS AS SERE1AS 339 

habka o fundo dos rios: bella, cheia de, attractivos, de encantos, , 
de sedu^òes irresistiveis , symbolisa o amor que tém a agua os 
habitantes dos climas ardentes ». Gon^alves Dias, na Revista tri- 
mcnsal do Instituto historico, etc. XXX, 104. Rio de Janeiro, 1867. 

« A raài-d'agua sera talvez de origem africana, sendo presu- 
mivel nào ser dos Indios, em cujo idioma nào encontramos termo 
para a exprimir ». Idem, ob. cit. p. 103, nota 144. 

e. A yara é a sereia dos antigos com todos os seus attri- 
butos modificados pela natureza e pelo clima. Vive no fundo dos 
rios, a sombra das florestas virgens, a tez morena, os olhos e os 
cabellos pretos, corno os dos filhos do equador, queimados pelo 
seu sol ardente, emquanto que a dos mares do none é loura, e 
tem os olhos verdes corno as algas dos seus rochedos. 

« A cren^a neste mytho é tao grande que pelos logares em 
que a tradito diz que ella mora , os naturaes a certa hora da 
tarde nunca passam. 

« Si por acaso elles teem necessidade de por ahi passar, a 
imagina^ào fustiga-lhes o espirito de tal maneira que tornam-se 
logo tristes, evitam os amigos, come^am a procurar a solidào; e 
si os parentes nào tomam conta, sobre veni urna excita^ào ner- 
vosa que os torna quasi loucos. 

« Parecem-se hydrophobos, porém nào procuram (sic) a agua, 
sào hydrophilos. Nesta circumstancia, si nào sào presos logo, ou 
si a medicina nào vien em seu succorro, a morte sera certa, porque 
na primeira occasiào que tiverem lan$ar-se-ào n* agua, certos de 
que vào encontrar a yara e os gozos que ella lhes pode prodi- 
galizar. Tal é a convic^ào dos naturaes na existencia deste mytho 
que produziu urna doen^a, cujo termo é a asphyxia por immersào. 

« O tapuyo pegado pela yara è um louco, por toda a parte 
elle a ve, e so procura os lagos e os rios para nelles se afogar. 
Nunca vi, mas affirmann que o remedio prompto para està molestia 
é a fumigalo com alho e urna surra com as cordas dos arcos.... 

<c Dizem que o individuo, estimulado pelo cheiro do alho e 
pelas dores, varre da imagina^ào a yara, porque, ainda supersticjào, 
acredita que ella nào mais o quer por aborrecer o cheiro d'essa 



340 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

liliacea». J.Barbosa Rodrigues, na Revista braziltira, tomo X, p.37-38. 
Rio de Janeiro, 1881, 8°. 

« Yara, significa màt d'agua, senhora d'aguà, de y> agua e ara, 
senhora. A pronuncia ig do y tem feito com que de differentes 
formas se tenha escripto essa palavra: assim temos, yoara, igauara, 
oyo-ara, etc. » Id. ob. cit. y p. 35, n. 1. 

d. Além da cren$a da yara ha a do Pirdyauara. 

« O pirdyauara é o cetaceo muito conhecido pela denomi- 
nalo de boto. 

« Trez especies sào conhecidas no Amazonas: o pixuna (Inia 
Geoffrensis, Blaw) a piranga (Delphines fluviatilis, Gervais) e o* 
tucuchy. 

« A elles se prendem a lenda citada e a do pirdyauara. 

« As femeas seduzem os homens e os machos as mulheres. 

« Ainda é tradito europea a que se deve a lenda do boto. 
Do paganismo grego, atravessando a christandade, aproximou-se 
do paganismo americano. Si nào fora um golphinho, Neptuno nao 
encontraria Amphitrite. As praias de Delphos chegou a colonia 
conduzida por Apollo sob a figura do mesmo animai. As figuras 
emblematicas deste cetaceo que se ve em todas as obras esculpturaes 
antigas, prova a veneralo em que era tido na antiguidade. 

« Os marinheiros europeos transportaram essa cren^a para o 
Brazil, onde os conquistadores portuguezes espalharam-na a largas 
màos. 

« Tanto foi transportada que os selvagens ca^amno para 
corner a carne, que dizem curar a morphea , em quanto que o 
tapuyo nào o pesca sinào mui raramente a firn de tirar-lhe os olhos 
para talisman.... 

« Entre nós o boto tem a propriedade de transformar -se. 

« É quasi sempre um guapo mancebo:Ninguem maneja melhor o 
arpào do que elle; a sararaca que elle solta vae ao fundo do rio 
buscar o tracajd, e a flecha que prepara nào precisa ser emplu- 
mada com as pennas do urubutinga x para ir ferir o passaro no 



1 « Urubù branco, é o urubù rei,; è crcn^à que a flechc em penna da com 
as suas pennas nunca erra o alvo ». 



tRADICÒES RELAtlVAà AS SÈREÌaS $4! 

seu rapido esvoa^ar. É tao lindo, seus olhos tem tal poder, sào 
tao seductores , e suas falas tao meigas que as cunhantans (don- 
zellas de ij a 20 annos) lhc nào resistem. 

« Quantas nào foram sorprendidos por elle nas suas rofas e 
devem-lhe o seu primeiro filho ? 

« Felizes aquellas que com elle nào se encontraram no banho, 
ou em viajens pelos igorapés! 

« Sobre as aguas o encanto é maior, e o resultado é serem 
sempre levadas para o fundo das aguas, onde o seu amor as chama. 
Entào o resultado é sempre funesto. 

« Quantos D. Juans nào tem passado por bótos ? Quantes 
grinaldas de virgem nào tem sido desfolhadas nas areias das praias 
e quantos mamelucos nào descendem dos bótos? ». Id.lbid., p. 39-40. 

O mesmo escriptor explica piràyauara: para peixe ; y, agua; 
ara senhor: o peixe senhor das aguas. Ob cit., p. 41, n. 1. 

Essas lendas tem sido colligidas sem critica e expostas em 
geral com preten^oes litterarias. No escripto do ultimo auctor 
ha desenvolvimentos romanticos que eliminei no meu extracto. 

e. Um conto da !\Càe d'agua. « Foi urna vez havia urna prin- 
ceza, que era filha de urna fada e do rei da Lua. A fada orde- 
nou que a princeza fosse a rainha de todos as aguas da terra, e 
governasse todos os mares e rios. A f\(ài d'Agua, assim se ficou 
chamancjo a princeza, era muito bonita, e muitos principes se 
apaixonaram por ella. Mas foi o filho do Sol que veiu a se casar 
com ella, ao depois de ter vencido todos os seus rivaes em com- 
bate. Quando se deu o casamento houve muitas festas e dan?as 
e banquetes, que duraram sete dias e sete noites. As festas foram 
na casa do rei da Lua; acabadas ellas, os noivos partiram para a 
casa do Sol. Ahi a princeza Mài d'Agua disse ao seu marido que 
desejava passar com elle todo o anno , excepto tres mezes que 
havia de passar com a sua mài. O principe consentiu, porque fazia 
em tudo a vontade de sua mulher. Todos os annos a Mài cTAgua 
ia passar com sua mài debaixo do mar os tres mez^s do contraete 
No cabo de muito tempo a nova rainha deu i lui um principe. 
Quando a princeaa teve de ir de hovo visitar a fada sua mài, 

%Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 44 



%\1 archivio per le Tradizióni popolari 

quiz levar o princepezinho mas o rei nào consentili; e tanto rogou 
e pediu que a rainha partili sosinha, recommendando ao marido 
que tivesse muito cuidado no filho. Chegando no palacio da fada, 
a princeza a nào encontrou porque ella estava mudada em flór. 
A mo(a descsperada come^ou a correr mundo, procurando i sua 
mài. Entào ella perguntou aos peixes dos rios, as areias do mar, 
as conchas das praias por sua mài, e ninguem lhe respondia. Tanto 
soffreu e se lastimou que a final a rei das Fadas teve pena d'ella 
e perduou a sua mài, que se desencantou. Ambas, mài e filba se 
largaram i toda a pressa para a casa do rei filho do Sol. Mas 
tinha-se jà passado unto tempo que o rei, vendo que sua esposa 
nào vinha mais, ficou muito desesperado. Correu entào o boato 
que a rainha tinha-se apajxonado por um principe estranjeiro e tinha 
por isso deixado de voltar. O rei, visto isto, se casou com outra 
princeza, que come^ou logo a maltractar muito o principezinho, 
botando-o na cozinha corno um negro. Quando a rainha ia che- 
gando, a primeira pessoa que viu foi seu filho todo maltractado 
e sujo, e logo o conheceu e soube de tudo. Ella fugiu entào com 
elle para o fundo das aguas, e por ordem sua ellas come^aram 
a subir, até cobrirem o palacio, o rei, a rainha e todos os em- 
busteiros da córte: Nunca mais ninguem a viu , porque quem a 
ve fica logo encantado e cae na agua e se afoga ». Sylvio Ro- 
mero, Contos popularcs do Bramii, n. XL. 

O collector diz: « O snr. José de Alencar publicou este conto 
no seu Tronco do Ipi. Nós cotejamos sua li0o com outras que 
ouvimos ». Isto e o contexto pauperrimo do conto, em que se 
acham tra?os obliterados de contos que giram no velho mundo, 
faz-me suspeitar que essa narrativa é apenas um arranjo littera- 
rio, corno tantos outros, a que se quiz dar teitio popular, embora 
ell« ande hoje vulgarisado. 

/. No meu artigo Os dialectos rumanicos na Africa, Asia e 
America. Nolas complementares. (Holetin da Soc. geogr. de Lisboa, IH 
serie, pp. 460) chamèi a attendo dos mythologos e folk-loristas 
sobre essa tradifào da mài d'agua ou màe das aguas, mostrando a 
existencia d'ella no Brasil, na Guyana franceza e no Perù. 



TRADigÒES RELATIVAS AS SEREIAS 343 

13. A tnàe das aguas no Perù. 

Transcrevo do artigo citado o texto em quc cncontrei ul- 
luslo i tradito. 

Nas Poesias ptruanas, de Juan de Arona (Lima, 1867, 8°) 
p. 8-10 lè-sc: 

En la region donde pura 
Y eterna la nieve dura. 
Do el icho (cesped ó grana) 
Nutre i la apaciblc llama, 
Senorita de la altura; 
En las altas regiones de la puna 
Do el albo cuntur silencioso reina, 
De estos hilos de piata està la cuna; 
Que allf, cade el cristal de una laguna, 
De ella y los cielos exclusivo espejo, 
Do el sol estrena su prìmer reflejo 
La augusta Madre de las aguas peina, 



Son los hielos tu tesoro, 
Y alli en el peine de oro 
Que en los esttos manejas 
Suelus dos anchas madejas 
Con estrépito sonoro. 



14. A màe das aguas na Guyana /ranetta. 

Na Introduction à V histoire de Cayennc, suivie d'un recueil de 
conteSy fables et chansons, par Alfred de Saint-Quentin, etc. (Antibes, 
1872, pet. 8°) lè-se a p. 21. 

La me bas, roch montré so dos» 
Pi Pie di sa manman-dilo. 
Jibi répond: « Kawka, pà Pie 
Ou ha-di sa pou fé moun pé. 

O mar baixou, um rochedo mostrou o dorso. O tio Pedro 
disse que era a tnamman-dilo. Jibi respondeu: « Cale-se, tio Pedro; 
▼ocè diz isso para metter medo i gente ». 



344 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Numa nota mesmo livro (p. 197) diz-se: « A mamman-dilo 
(màe das aguas) é urna especie de sereìa que attrahe e faz morrer 
no fundo da agua imprudente que se aproxima d'ella para lhe 
ver pentear a sua magnifica cabelleira ». 

15. A màe das aguas no Haiti. 

Na sua recensito do meu artigo acima citado indica H. Schu- 
chzrdt(Literaturblattfùr germanisrhe und romaniscbe Philologie, 1883, 
nr. 7) a existencia da mesma tradirlo no Haiti. 

« No Haiti parece appresentar-se o espirito das aguas prin- 
cipalmente na forma masculina. Cf. Essais littèrairts du general Ali- 
bée-Féry. Port-au-Prince, 1876, p. 161: « Un léger bruit s'entendit 
parmi les flots, et un simebi aux longs cheveux lui apparaissant: 
'Il faut que tu deviennes poisson, lui dit-il, avant d'obtenir la main 
de celle que tu aimes* ». « Simebi é urna espressào do creolo civi- 
lisado; nas montanhas diz-se maìte dio ». 

Schuchardt cita ainda sobre a Water Mamma na Guyana in- 
gleza Ch. D. Dance , Chapters from a Guianese Log-boók , p. 78. 

s. 170. 

16. Urna tradito mandinga. 

Aseguinte tradirlo colhida na Guiné portugueza parece ter 
alguma analogia com as que passamos em revissa. 

« Um dia lembrou-se urna serpente de transformar num ele- 
gante mancebo, e foi pedir a mio a urna donzella, que teimava 
em nao casar senio com aquelle a quem a natureza dispensasse 
a fatai necessidade das dejec^òes faceis e das secre^òes dos rins; 
feito o exame, obteve a noiva; que levou para sua casa, mas de 
improviso as caravanas que iam passando ouvem urna voz, que se 
parecia com a de um naufrago i beiramar: 

Jilol-vóo jilol ! 
Jilol-vóo, jilol! 
Aiemdinake-mum-ni, jilol 
Aielmàti-sibiti, jilol 
sabi miniambi, jilol 
fahem-fali-óo, ummàlon 
fahem-cummatt, umilialo n. 



TRADigÒES RELAT1VAS AS SEREIAS 345 

« Ò da caravana, ò da caravana ! Digam li a meus paes que 
o homem que me deixaram em casamento transformou-sc numa 
serpente, que me traz ligada nas suas roscas; nào sei se me esma- 
gurà, nào sei se me devorarà ». 

Seguem mais oito versos, que consistem no recado que a 
serpente envia a seus sogros comò contra-annuncio », Boletitn da 
Soc. de geogr. de Lisboa, III serie, p. 72^. 

Note-se que a serpente parece viver no .mar, pois a voz pa- 
rece a de um naufrago a beiramar. 

17. A hirà nas ilhas de Cabo-Verde. 

« Quando urna mulher déz i luz successivamente sete filhos 
varòes, deve o mais velho sangrar o dedo minimo ao mais novo 
para evitar que o ultimo seja lobis-homem; e o mesmo deve fazer- 
se quando forem sete femeas, para que a ultima nào seja hirà. — 
A hirà dizem que é urna mulher de cabe^a muito volumosa e de 
um corpo franzino, a qual, em chegando à idade de doze annos, 
se metamorphosea em serpente e vai viver no mar ». (Santiago de 
Cabo-Verde). Almanach de Lembranfas para 1872, p. 195. 

É evidente que nessa tradito ha elementos europeus, taes corno 
os que respeitam ao lobis-homem, de que a hirà vem formar um 
parallelo. Emquanto ao nome de hirà, veiu do continente africano 
onde designa urna entidade, mal definida, ao que parece, nos textos 
seguintes. 

« Entào a noiva saiu tambem com a sua parentella e amigas, 
e todos seguiram em silencio até i baloba ', onde se degolou 
urna gallinha branca e um cabrito preto ao Hiram 2 da tribù, 



1 « Càbana que serve de tempio ao Hiram, espirito ou deus principal, que 
preside a mdo..„.. » 

* « Nome d'esse espirito, ou deus, a quem nas occasiòes importantes se 
offerecem sacrificios, nào so de mantimentos, mas tambem de animaes, vola- 
teis ou quadrupedes, com tanto que sejam de córes oppostas, isto é, que as 
aves sejam brancas quando os quadrupedes forem pretos e vice-versa ». 



34^ ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ou reino, pedindo-lhe ao mesmo tempo a balobeira (ou sacer- 
dotisa) que acceitasse e guardasse as manilhas de ferro, que os 
noivos levavam nos pulsos e que, depois de terem trocado, offe- 
receram ao deus ». Episodio na descrippìo d'um casamento na Guiné 
portugueza por José de Sousa Monteiro, Estudos sóbre a Gubti de 
Cobo-Verde, no Panorama, 1855, p. 74. 

« Creem (na Guiné) na existenciadeduas categorias degenios: 
bons e maustri, a que chamam irà ou riam. (Os bons), sào for- 
mosos corno os anjos do céu, e corno nào fazera mal, so rece- 
bem d'estes gentios o preito de homenagem, devido às suas formas 
encantadoras ». M. M. de Barros no Boletitn da Socicdade de geo- 
graphia de Lisboa, III serie, n. 12, p. 716. 

18. As xanas das Asturias. 

Ferdinand Wolf, no escripto acima citado, allude a tradirlo 
asturiana das Xanas, a proposito das serias, citando J. M. Quadrio, 
Recuerdos y belletto de Espana. Asturias y Leon. Madrid, 1856, 4 , ■ 
p. 236-237. Nào tenho a mào essa obra, mas a passagem seguinte, 
comquanto um pouco adornada, dd, creio, noticia sufficiente d'a- 
quelles espiritos das aguas. 

« Son las Xanas, ó corno dicen en algunas partes, lnxanas, 
ninfas un tanto parecidas i las nayadas de la mitologia griega, 
bellisimas, aunque de proporciones muy diminutas, y, en su mirar 
fascinadoras. Habitan bajo las fuentes , en amenas grutas donde 
se ocupan todo el ano en tejer madejas de oro, teniendo allf encan- 
tados, corno ellas lo estàn, ninos, damas, caballeros y sobre todo 
moros, objetos de sus celos ó de sus vengazas, pues su maligni- 
dad compite con su hermosura. 

« En la hora del crépusculo matutino, cuando se anuncia 
un dia sereno, salen las Xanas de su reconditas moradas y vagan 
ligeras corno el céfiro, ya por las verdes arboledas del contorno, 
ya por los altisimos picos de las vecinas montanas, tendidos al 
viento sus finos cadejos, ocultandose précipitadamente apenas las 
hicre el primer rayo del sol nasciente. En las mananas de San 



TRADigóEs relativas as sereias 347 

Juan — y esto servirà tal vez para explicar la etimologia de su 
nombre, — asi que el lucerò del alba raya en el Oriente, brotan 
en coro de su cristalino manantial, y coronadas de blancas rosas 
bailan la giraldilla en torno de la Xana mayor ó reina de las 
Xanas, que, superior a todas cu estatura y belleza, las contem- 
pla quieta y risuena, cantando a par de ellas el nacimiento de la 
flor del agua, en voz mas dulce que el murmullo de las brisas 
matutinas y el gorjeo de los desv*:lados ruisenores, con este estri - 
billo : 

Ì Ayre! cuando vere a mi amor 

\ Ayre ! cuando le vere yo. 

« El logro de la tal fior, que , bianca comò la nieve , flota 
sobre la superficie del agua, es durante todo el ano el sueno de 
las doncellas y mancebos de la aidea. Por ella enguirnaldan la 
fuente la vispera con vistosos ramos, por ella madrugan diligen- 
temente y corno a porfia, el dia de San Juan, pues viven per- 
sSadidos de que, si llegan a cogerla, quedaran, desencantados alguna 
bizarra dama o algun gentil caballero que, juntamente con grandes 
tesoros, les ofreceràn su mano y su corazon en recompensa de 
sus desvelos por librarlos de los hechizos de las Xanas. Pero no 
sabemos de nadie que haya conseguido su deseo, porque éstas 
al menor ruido desaparecen, llevandose en pos la suspirada magica 
flor y las fùlgidas madejas oreadas por el fresco ambiente de la 
aurora. 

« Cuéntase de un labriego que paso toda la noche escondido 
en una vieja y corpulenta encina ansioso de sorprender a las 
Xanas, arrebatarles la flor del agua y destruir sus encantamientos. 
Sorprendidas en efecto. Al verle huyeron corno volando hàcia 
su fuente que al pie de unos alisos entre verdes matorrales nacia. 
Mas al penetrar por la estrecha boca de su misterioso asilo, im- 
pedianse el paso las unas à las otras, a causa de la priesa , que 
llevaban. Abalanzàndose entonces bacia ellas el buen campesino, 
no meinos atraido de su sobre humana beldad que de la apete- 
cida flor, pudo, interin acaban de ocultarse, asir un hilo de las 
àureas trenzas, del cual empezó a tirar, devanando afanoso el 



348 ARCHIVIO t>£R LE TRADIZIONI POPOLARI 

mas rico y reluciente ovillo; y corno a quel se les enredase en 
un espino, exclamò: « j Virgen Santisima ! » i cuyo grito se cer- 
raron sobre la fuente los matorrales, se rompió la hebra de oro, 
quedando convertido en un copo de lana su precioso ovillo; con 
lo qual à su anterior alegria sucedió la mas negra tristeza, tal 
que le condujo ràpidamente al sepulcro. » Gumersindo Laverde 
y Ruiz de Lamadrid en La Bustracion gallega y asturiana I, 53. 
Madrid, 1879. 

No Algarve encontra-se un echo enfraquecido e obscurecido 
da tradito precedente. Acredita-se alli « na existencia de umas 
mulheres chamadas Jàs ou Jans, que gozam de virtude de, dei- 
xando i noute no borralho do lar um ponco de linho e um bolo, 
encontrarem pela manhà o linho fiado tao fino corno cabello. Se 
ellas porem se esquecerem de deixar o bolo ao pé do linho, este 
da manhà apparece queimado. Muito individuos sustentam que os 
seus antepassados d'elles possuiram len^oes fiados pelas Jay. » 
J. Leite de Vasconcellos, Tradì fdes populares de Pòrlugal y p. 301. 

19. Consideragoes geraes e conclusào. 

Foi minha unica intendo ncste artigo reunir alguns dados 
dispersos acerca do mytho das sereias na tradito dos povos cel- 
ticos e romanicos e algumas lendas de genios das aguas dos paizes 
extra europeus, mais ou menos comparaveis às das sereias e inse- 
rir incidentemente algumas tradi?òes que nào se referindo pro- 
priamente as entidades que aqui sào consideradas especialmente, 
offerecem todavia pontos de contacto com as narra^òes em que 
aquellas figuram. Observarei ainda que nào fiz nen urna investi- 
galo especial sobre este assumpto, limitando-me a reunir os dados 
que em leituras feitas com fins geraes se me toram deparando e 
que me pareceram offerecer algum interesse quando approximados. 
Nào me propuz, portanto, fazer urna monographia sobre as sereias, 
que exigiria para ser completa que tornasse em consideralo os 
genios das aguas em geral e ainda outros mythos, sem cujo estudo, 
a meu ver, nào pode chegar se senào a conclusòcs phantasticas 
na interpretalo do mytho das sereias. 



tRADigÒES RELATlVAS AS SEkfelAS $4$ 

Urna monographia d'essa natureza comprehenderki os se- 
guintes objectos: 

a) o exame completo do que a antiguidade nos deixou 
acerca das sereias e outros espiritos das aguas, ainda das harpyas 
e d' outras entidades mythicas que offerecem alguns pontos de 
similhan^a com as sereias '; 

b) o estudo das tradi$5es em que figura ainda o nome 
das sereias nos tempos modem os; 

e) o estudo dos espiritos das aguas entre os celtos, ger- 
manos e slavos, taes corno as nixen y rusalki, judi, etc. para o qual 
ha abundantissimos dados em diversas obras relativas principal- 
mente às tradi^Òes dos povos germanicos e $lavos a ; 



1 Sobre as sereias vid. L. Preller, Griechische Mytbologie II, 2, 481-483; 
sobre as harpyas ibid. 330-3 3 1. So conheco o titulo das seguintes monographias: 

Georges Kastner, Les Sirènes. Essai sur les principaux mythes relati fsà fincati - 
taiiorty les enchanteurs, la musique magiqne, le ebani du cygne 9 etc. Paris, 1858, in-4. 

H. Schrader, Die Sirenen nacb ibrer "BedeiUung uni kùnstlerischen 'Darstdl- 
ung im lAJterthum. Berlin, 1868, in-8. 

J. F. Cerquand, Elude de mytbologie grecque. Uìysseet Circe. Les Sirènes. Pa- 
ris, 1874 in-8. 

* O que conheco com relacào a esse parte é apenas um fragmento: J. Grimm, 
Deutsche Mytbologie, pp. 455-467; Simrock , Deutscbe Mytbologie. p. 467; 
Gebr. Grimm, Deutsche Sagen nr. 54-69, etc; A. Kuhn u. W. Schwartz, Nord- 
deutscbe Sagen, ZMàrcbeu und Gebràuche pp. 11, 79, 80, 92, 94, 96, 172 - 176. 
232, 295, 296, 426, 481, 498; A. Kuhn, Sagen , Gebràuche und fùCàrcbcn qms 
Westfalen I, 45, 364, II, 16-17-68; Bernhard Baader, Neugesammelte Volkssagen 
aus dem Lande *Baden t nr. 95 e 133; v. Alpenburg, Mythui und Sagen Tyrols , 
pp. 83-86; Thomas Keightley, The Fairy Mythology (ed. 1860), pp. 147-153, 162, 
163, 171, 173, 178, 258-263, 385, 409-411, 433, 450; Alfred Maury, Les Fées 
au moyen-àgc (Paris, 1843, 12° antiquado); Brand, Observations on popular ariti - 
quities (ed. 1877) III, 41 1-41 3; Ralston, The Songs of the Russian Teople (2. nd ed. 
London, 1872, 8.°) pp. 139-153; delusine I, nr. 1. 

A vila dos Serbos deve tambem ser comparada: Ralston, 0. c.p. 146-147, 
Keightley, 0. e. p. 491-494; Mèlusine 1. e; Falvj, VoVtslieder der Serben I, p. 301, 
n. 2 e os cantos p. ex. II. pp. 23, 32, 137; Jlrchiv /. slavische Philologie II , 
621-2 (conto serbo nr. 21), V, 44-47 (conto serbo nr. 19 e nqtas correspon- 
dentes. 

archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 45 



350 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

d) o estudo das moiras encantadas da tradito da peninsula 
iberica '; 

e) o estudo dos espiritos das aguas nos povos extraeuropeus. 
Nesses estudos teriam ainda de ser consideradas as fadas. 

Na tradito portugueza as sereias foram chamadas fadas marinhas. 

Se d' um lado sào evidentes as analogias que existem entre 
as moiras encantadas e as nixen e rusalki, etc, dos gerraanos e 
slavos, d'outro as nixen apresentam-se muitas vezes com fei^oes 
que as aproximam muito de perto das sereias classicas e roma- 
nicas; assim as nixen apparecem com corpo de mulher e cauda de 
peixe, penteam ao sol os seus compridos cabellos, seduzem os mor- 
taes; cantam , prophetisam e mostram-se usualmente no numero 
de tres; na edade media foram por isso frequentemente designadas 
pelo nome de sereias. 

Do facto de nào se estudarem nas suas correlagoes, reaes ou 
apparente*, fundamentaes ou de forma, os mythos a que me re- 
firo, resultou a serie de interpreta^òes exclusivas, incompletas, 
contradictorias que teem sido apresentadas com referencia às sereias 
classicas. Em geral os mythologos procedem d'esse modo isolante 
que livra de muito traballio, mas tem o inconveniente de nào 
levar senào a affirma^òes destinadas a viverem pouco tempo. 

Passaremos em re vista algumas d'essas esplica^òes. 

Para Preller as sereias sao: « As musas do mar, mas seduc- 
toras, perfidas, alliciadoras e malignas, expressao figurada da super- 
ficie lisa do mar, sob a qual se occultam os cachopos e banco è 
d'areia, portanto o naufragio e a morte, blanda pericla tnaris, ter- 
ror quoque gralus in undis, corno se exprime Claudiano, Epigr. ioo. » 

Karl Mullenhoff na sua obra capital Deutsche Altertumshunde 
I, 54 (Berlin, 1870, 8°) reproduz quasi a explica^ào de Preller: 
« Ajunte-se ainda que as sereias e Scylla e Charybdis somente 



1 Sobre as moiras encantadas, vid. Consiglieri Pedroso, Contribuito:, etc. 
Ili, p. 22-27 c IX; J. L. de Vnsconcellos, Fragmetitos de urna mythoiogia popw 
lar portugueza p. i-io; idem, Trad.pop. de Portugal § 354; Revista d'etimologia e 
de glottologia, pp. 166-172. 



TRADigÒES RELATIVAS AS SEREIAS 35 1 

teem sentido na lenda locai, as sereias onde praias risonhas 
attrahem o navegante, mas sob a superficie lisa e enganadora 
do mar ha cachopos e baixios amea^adores, Scylla e Charybdis 
semente onde numa passagem maritima apertada , \i um rede- 
moinho d'aguas, ]i rochedos fendilhados sào a perdilo de na- 
vegantes e ainda de peixes que por alli passam. Aquellas sào 
collocadas pelos antigos no promontorio junto de Capri, d'onde 
se extendem a esquerda e i direita os golfos de Napoles e Paestum ». 

Numa corrente similhante d' ideas escreveu Postgate sobre 
o mytho das sereias : « Somos levadós , pois, a suppor que este 
bello mytho se originou da concorrencia de duas circumstancias 
numa viajem — o canto d'aves nos bosques d'urna ilha deserta e 
correntes tempestuosas arrastando para as suas praias e forcando 
os marinheiros a remarem com firmeza, se queriam escapar ao 
naufragio de seus predecessores». Journal of phUologyWt p. 112 
apud Axon 1. 1. 

Fitz Gerald recorre aos mythos meteorologicos, em cojunc^ào 
com a explica^ào de Preller: «É claro que as sereias teem urna 
certa similhan^a com as musas, que tambem apparecem na forma 
de aves (Callimachus , Hymno a Ddos v. 255) e contendem no 
canto com ellas. O canto maravilhoso de ambas é provavelmente 
o vento. A forma de cysne em que se apresentam as musas sug- 
gere um mytho da nuvem e aponta para o mar celeste corno a 
sede primaria de seres d'este typo. A apparencia seductora e en- 
ganosa das sereias reunida a circumstancia que a sua ilha fatai, 
juncada de ossos, està abaixo das ondas, deve ser urna imagem dos 
perigos occultos do mar trai^oeiro ». Academy, n. 487 (1881), p. 182. 

Agora urna explica^ào pelos mythos solares: 

« Après avoir le matin quitte sur leurs navires Aiaia, V ile 
de Circe, Ulysse et ses compagnons ressentent sur la mer la grande 
chaleur du jour; cene chaleur est assez forte pour faire fondre la 
ciré (Od. XII, 175-176). C'est seulement après cette grande chaleur, 
autrement dit e' est aux approches du coucher du soleil que se 
fait entendre le chant des Sirènes. 

« Les Sirènes chantent comme les Hespérides qui sont leur 



352 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

doufelure: cotnme les Hespérides elles sont les raoyns du soleil 
couchant. Ulysse et ses compagnons, après avok passe devant File 
des Sirènes, atteignent le rocher de Scylla et sa profonde caverne 
(XII, 79) image de la nuit, par conséquent aussi iraage de la 
mort. Voilà pourquoi six des compagnons d'Ulysse périssent dé- 
vorés par Scylla. » H. d'Àrbois de Jubainville, La mythdogie gre- 
cqae et Vhisioire de l J Europe occidentale em Mèmoires de la Soditi 
de Hnguisiique de Paris, III, 328. 

« Les pommes d* or des Hespérides sont la teinte dorée du 
ciel occidental à la chute du jour, les Hespérides sont les rayons 
empourprés du soleil couchant; 2sXXof est un autre nom des mèmes 
rayons (comparez oiXag et orX^vi)); òrco^xat, épithètequi se ratta- 
che, dans le sens historique, à l'oracle de Dodone, est dans le 
sens mythique un synonyme de XtYd^covot, adjectif juxtaposé au nom 
des Hespérides (Thiogonte 275-518): comparez le cbant des Sirènes 
Setpfjveg = SvériéneSy dont le nom est derive de 2v.pioz=si/er-io-s, 
un des nonis du soleil; ce chant est appelé dans YOdyssie Xcvopij doi«j 
(XII, 44). » Id. Ibid- 331-32. 

A mulher marinha do norte (Meerweib) foi explicada por 
Afzelius corno tendo-se originado do phenomeno do nevoeiro que 
de tempos a tempos se eleva das aguas, espesso e alvo de neve, 
d'ahi as longas madeixas de cabello, as vestes extendidas pela ve- 
jeta^ào das ilhas vizinhas, os bois alvos de neve que figurarci no 
mytho da mulher marinha. O koboido tambem foi explicado pelo 
nevoeiro; ora o koboido aprescnta-se tambem na forma de ave; 
o nevoeiro atrai^oa os markiheiros e arrasta-os ao naufragio: 
concebe-se que seria pois facil dar urna explicado das sereias pelo 
nevoeiro. 

Em verdade, quando se toma qualquer mytho por algum ou 
alguns de seus aspectos é extremamente facil dar d'elle urna expli- 
cacagao i vontade, jà pelos phenomenos chthomcos, jà pelòs phéno- 
menos maritimos, )i pelos phenomenos atmospliericos , jà . pelos 
phenomenos sideraes: quasi nao é necessaria sciencia para isso e 
nem sequer se carece de muita imagtna0o. Um mytho tem que 
cortsiderar-se na totalidade dos seus elemento* e na sua correlalo 



TRADigÒES RELATIVAS AS SEREIAS 353 

com outros mythos, separando os elementos accidentaes e adven- 
ticios. É por isso que as explica^òes apontadas do mytho das se- 
reias nào satisfazem às exigencias da critica scientifica. Demais num 
mesino mytho podem ter-se confundido concep^òes de origem 
diversa, aggregadas por algum caratteristico commum. 

Mas eu nào me proponho explicar o mytho das sereias e apenas 
pretendo ministrar alguns matcriaes para futura construc^ào. 

Observarei ainda que o plano do estudo d'esse mytho acima 
apresentado nào significa de modo algum que en supponha que os 
diversos mythos das aguas a que me referi tenham o mesmo ponto 
de partida, a mesma concepito fundamental.Poder-se-hia ter che- 
gado a resultados similares por caminhos muito diversos: mas o 
estudo completo d'esses resultados daria optimas indica^òes para 
o methodo mythologico, poria de sobreaviso os mythologos que 
tao facilmente escorregam para o exclusivismo nas interpreta^òes. 
Ha aqui a evitar .o mesmo escolho que na etymologia, em que a 
similhan^a de forma e de significalo nào bastam para admittir 
parentesco. 

Com rela^ao às tradigòes reunidas por mim neste artigo é 
facil de ver que as dos povos romanicos em que figura o nome 
da sereia derivam dn tradito classica, se pela corrente propria- 
mente popular, directa é diffidi de dizer. A forma popular da pa- 
lavra sereia em portuguez, com syncope de », fez-me suppór ji 
que o mytho aqui era de transmissào popular; mas o argumento 
parece-me insufficiente hoje. A syncope pode nào ser muito an- 
terior i epocha em que o portuguez se tornou lingua escripta. 
Em todo o caso se a tradito das sereias nào foi simplemente re- 
novada na edade media, depois de se ter obliterado, foi pela menos 
revivificada pelas allusòes frequentes dos escriptores ecclesiasticos 
que,. pela predica, chezaram até ao povo. As sereias prestavam-se 
às moralisagòes e nesse emprego as vemos , corno tiotei , ja em 
Santo Ambrosio. 

« Denique Syrenes , quarum secundo et tertio mentionem 
Tecit Scriptura divina, quasdam fuisse puellas gentilis tradit bisto- 
rta, quae vocis propriae suavitate, canendi illecebris audiendique 



354 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

studio illectos navigantes ad littus admovere navigia provocabant: 
eosque (cum gratiam vocis sequerentur) scopuluso loco naufra- 
gium facere solitos vetustas posteris tradidit. Earum autem inter- 
pretano haec est, voluptas vocis et quaedem adulatio. « Enar- 
ratio in Psalmum XLJII David. Voi. II, p. 80 1 (ed. Paris 1661). 
Cf. voi. Ili, p. 58 e voi. IV, pp. 145-146. Ha urna interpretalo 
do mesmo genero na Vida de Pythagoras por Porphyrio. 

Poderia tambem ter-se conservado através do dominio romano, 
nos paizes anteriormente celticos, a tradito celtica dos espiritos 
das aguas, poderiam ainda os invasores germanicos ter implantado 
nos paizes romanicos as suas tradi^Ses similares, de modo que 
esses elementos se fundissens cm lendas populares em que os eru- 
ditos julgassem haver as sereias da mythologia greco-romana e 
lhes dessem o seu nome, que o povo por firn acabaria por adop- 
tar. Nisto, corno em tudo o que respeita ao folklore, nào devem- 
perder-se de vista as mutuas influencias da tradito popuiar e da 
erudita. 

Nào se esque^a: tambem o papel da sereia na iconographia 
christa. Nalgumas velhas cathedraes da Franga encontram-se re- 
presentadas sereias com pés d'aves, e W. Menzei (Christliche Sym- 
boliky Regonsburg, 1856, 2 vols. 8.°), a quem devo essa noticia 
refere (s. v. Fisch e Sirene) que se encontra muitas vezes nas 
antigas egrejas a figura d'una sereia com um peixe na mao ou 
amammentando um filho, figura opposta frequentemente a d'um 
crocodilo dévorando um homem. As interpretafòes d'essas imagens 
dadas pelos theologos interessam-nos menos do que a influencia 
que ellas deviam ter na tradito popuiar. 

A tradito bretl que transcrevi (nr. 5), nào me parece de- 
rivar em nenhum dos seus elementos da tradito greco-romana, 
nào ter rela^o com a figura da sereia amammentando o filho. 
Os bretòes teem nomes seus para as mulheres marinhas: tnorgdn, 
a marinha; OKari-morgàn, Maria marinha; mòrc'hrek irma, mulher 
do mar. Na Aita-Bretanha introduziu-se a designalo de seraint* 

A tradito irlandeza comprova a existencia da substrato cel- 
tico no que respeita à nossa tradito (nr. 7). 



TRADigÒES RELATIVaS aS seRéìaS J5J 

É impossivel julgar se a tFadi^ào portugueza (nr. 8) se ligava 
primitivamente a urna lenda d'espiritos das aguas; inclino-me a 
pensar que nào e transcrevi-a aqui pelos pontos de contacto que 
offerece com a irlandeza. 

Até que ponto é sustentavel o parallelo que os indianistas 
inglezes apresentaram entre a tradito budhica transcrita e a das 
sereias so futuras investiga$des sobre novos materiaes poderào 
dizer. 

A lenda americana da màe das aguas apresenta variantes, 
comò vìmos, assaz notaveis; parece todavia haver nellas urna base 
commum, corno leva a crer o nome commum de màe d'agua ou 
màe das aguas. 

Os eruditos brasileiros que se occuparam desse mytho nào 
sabiam da existencia d'elle na Guiana, no Perù e no Haiti; d'ahi 
a facilidade com que lhe attribuì rara urna origem europea ou a- 
fricana. O argumento de Gon^alves Diaz contra a origem indi- 
gena nào é sufficiente, visto outros escriptores darem o nome 
tupi de yara. Pela etymologia transcrita d'este nome nào ficarei 
eu, porém, por fiador, pela minha incompetencia em tupi e pelo 
conhecimento que tenho d' outro lado da phantasia dos eruditos 
brasileiros. Pelos vocabularios tupis que tenho a mao vejo que 
tenho i mào vejo que yara significa tornar (o), o que toma, senhor, 
senhora; ig 9 i significa em verdade agua; mas a etymologia exi- 
giria ig i + ara e nào encontro ara significando o mesmo que 
yara: ara significa dia. 

Perguntarei ainda : a màe d'agua é realmente o boto ? Tal 
interpretalo realistica, se é verdadeiramente popular, parece ser 
exclusiva (com rela?ào a màe d'agua americana) do Brasil; todavia 
nào é no seu genero um caso isolado. 

Segundo J. Grimm o antigo norsico niker veiu a designar o 
hippopotamo. 

O Nix è chamado Otter, lontra, em Blankenburgo, segundo 
A. Kuhn u. W. Schwantz, 'Njrddeutsche Sagen y etc, p. 426. 

O que u povo, a que falta a imagina^ào mythoepica, faz 
buscando urna base tangivel para algumas cren;as que lhe foram 



556 ARCHIVIÒ t»ER LE TRADIZIÓNI POPOLAfct 

transmittidas , é perfeitamente nórmal no espirito dos cruditos 
pouco imaginosos. A seguirne interpretalo terre à terre mostrara 
que differenza ha entre um cPesses eruditos e um mythologo comme 
il faut; é comparal-a com as explica^òes transcritas acima. 

« Les phoques habitent sur tout le globe, mas principale- 
ment dans les mers, à Pembouchure des fleuves, et dans les baies 
des zones froides ou glacés. On trouve encore des phoques dans 
la Mediterranée, et nous pensons que c'est au phoque que Pon 
doit rapporter tout ce que la mythologie a mais sur le compte 
des sirènes, ces enchanteresses, qui captivaient les vo)rageurs par 
leur belle voix, leurs doux regards, et les dévoraient ensuite, lais- 
sant les rivages qu'elles fréquentaient blanchis des os épars de 
leurs victimes. En effet, suivant les poètes, les sirènes habitaient 
les rivages déserts, dans des grottes profondes;' or les phoques 
sont encore aujourd'hui reconnus pour aimer de semblables re- 
traites, où ils viennent se reposer en sortant de la mer. Les si- 
rènes charmaient les voyageurs par une expression trompeuse de 
bonté, per un regard expressif et tendre; et Pon sait que la tète 
arrondie, le front large et bombe, anime par deux grands yeux 
à fleur de téte et toujours brillans de douces etincelles donneot 
aux phoques toute la physionomie bonne et douce du chien le 
plus affectionné à son maitre. 

Le port graciéux, le buste relevé du phoque lorsque son corps 
est couché à plat, sa large poitrine, un col bien lié avec les é- 
paules, donnent peut - étre aussi à cet animai quelque chose de 
la structure extérieure d'une femme. Quant à la voix, la mytho- 
logie nous trompe où s'est trompée; car si les sirènes avaient 
une voix delicieuse, tous les phoques au contraire poussent seu- 
lement de longs gémissements ou plutót des grognements très forts, 
mais peu harmonieux. En ce qui concerne cette queue de poisson 
qui terminait honteusement, dit Horace, le corps de la sirène, 
nous la retrouvons, dans les phoques, indiquèe par les deux mem- 
bres portérieurs, serrés P un entre Pautre en artière, de manière 
a former un doublé aviron ou gouvernail, et achévés à leur 
extremité en pied palme ou nageoire. Les sirènes dévoraient les 



TRADigÒES RELATIVAS AS SERBI AS 357 

voyageurs, ou plutót, comme aujourd'hui Ics phoques, dont clles 
sont le mythe, elles se contentaient de poissons, et les historìens 
d'alors, effrayés ou ignorans, auront pris pour de$ o$ humains 
les carcasses des cétacés ou des poissons, abandorinèes par les 
phoques sur les grèves, après d'opulens repas ». Magasin pittorts- 
que, ffl (1835) p. 252. 

A questuo da origem do mytho americano da mìe das agùas 
nio fica esclarecida còm os dados aqui reunidos. Seria faci! as- 
severar dogmaticamente que esse mytho é, corno pretende Barbosa 
Rodrigues, d'origem europea e que os portuguezes a espalharam 
no Brasil a màos largas, ou que foi para a America levado pelos 
negros d'Africa, hypothese favorecida pelo facto d'elle se achar 
nas tradifdes creolas da Guyana e do Haiti. 

Seria de desejar que, em vez de dar às lendas que colhem 
um tal ou qual colorido romantico, os escriptores americanos 
(e especialmente os da America romanica) buscassem reprodu- 
zil-os com a maxima fidelidade da tradito orai e indicassem sem- 
pre com toda a precisio os logares onde foram colhìdas, a qua- 
lidade das pessoas de que as ouviram, a extensio do dominio geo- 
graphico em que sabem sio conhecidas, emfim todas as circum- 
stancias externas relativas a essas tradi?òes, porque os carattere* 1 
internos d'estas nio bastam muitas vezes para lhes tramar a historia, 
que, ainda nos casos mais favoraveis, podé achar nessas circura- 
stantias uni guia ou urna confirmasio. Os problemas delicados 
da origem e migralo das lendas so podem ser resolyidos pela 
applicalo d'um methodo rigoroso que exclua todàs as presump- 
(des imaginosas. 

O facto citado por Barbosa Rodrigues de que os selvagens 
ca^am e comem o boto, emquanto o tapuyo nio o pesca senio 
raramente para lhe tirar os olbos para talismani, nio é argumento 
sufficiente contra a origem indigena da tradito da mie d'agua, 
pois, corno indiquei, a identificalo com o boto é um facto se- 
condario, d'origem popular ou nio, a que o seivagem pode rauito 
J>em ter permanecido extranho, sem deixar de crer na mie d'agua. 
O ponto. a averiguar, mas ponto de modo algum decisivo para a 
archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 46 



358 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

questào da origem, era sea tradito da mie d'agua existe entre 
os selvagcns americanos, e digo de modo algum decisivo, porque 
do velho mundo teem passado para o novo numerosos contos e 
lendas que alli teem penetrado até às tribus selvaticas, corno mo- 
strarci noutro logar. D'outro lado é necessario examinar se na 
Africa se encontra urna tradito que possa ser a origem do mytho 
americano de que nos occupamos aqui, porque a origem europea 
d'es$e mytho se me afigura improvavel por numerosas rasóes (a 
identidade da denominalo màe d'agua no Brasil, Guyana, Perù 
etc, as formas especiaes do mytho, etc). Slo insufficientes os 
indicios africanos que reuni, aos quaes juntarei ainda mais um 
para terminar por hoje. 

Na Mélusine II, nr. 3, col. 57-60, publicou M.Pierre Bouchc 
entre outros contos dos Nagos, povo da Costa dos Escravos, na 
Africa occidental, um em que figura mar senhor das aguas (la 
mer, maitresse de Veau = nago olokun y eieri orni). 

Urna rapariga, Sewalolu, tendo perdido a paciencia por nao 
poder encher urna bilha d'agua, a qual a mie d'ella tinha furado, 
atira-se ao mar. A mie procura debalde a filha; o sacerdote do 
principal fetiche, o adivinho aconselha-a a ir a beira mar, ao 
meio dia chamar a filha. A rogos d'està, o mar consente mostral- 
a à irate. Urna primeira vez o marlevantaa rapariga sobre a sua 
cabe^a e mostra-a à mie; mas retoma-a de novo. Um Igavilo dispòe- 
se a arrebatar a rapariga ; de novo o mar a mostra , mas fal-a 
outra vez desapparecer. Um falcio propóe-se entao arrebatar a ra- 
pariga pela paga d'um cesto de gallinhas. 

Vao à praia; a màe chama a filha, que apparece sobre as 
aguas, e desta vez o falcio arrebata-a. Mas a rapariga quer voltar 
para o mar, seu esposo, que um dia transborda para a tornar. 
As ondas lantani por terra os muros da cidade: homens e coisas 
s2o arrastadas no oceano. Perguntando-se a este que mal lhe fi- 
zeram, elle responde: « Urna mie pode tractar de tal modo a sua 
filha?» 

Esse contò offerece intimas analogias com um da collec^Io» 
Grimm, nr. 181: Die Nixe im Teich. A nixe arrasta para a sua 



TRADigÒES RELATIVAS AS SEREIAS 359 

lagoa um ca^ador, cuja esposa ouve d'urna vclha o meio de o ver. 

Pela primeira vez, vae a esposa pentear-se ao luar para a 
beira da lagoa com um pente d'ouro que a velha lhe deo e de- 
pois de se ter penteado pòe o pente à borda da agua; levanta-se 
urna onda que arrasta o pente e, em quanto elle desce até ao 
fundo, as aguas apartam-se ao meio e à cabega dò ca^ador appa- 
rece i esposa. ' 

Da segunda vez é urna flauta d'ouro que a esposa toca e 
depoe i borda da agua; levanta-se urna onda para levar o instru- 
mento, as aguas apartam-se e o ca^ador apparece até ao meio 
do corpo. 

Pela terceira vez vae a esposa e agora com urna roda de fiar, 
de ouro, que a velha lhe deu tambem, i beira da lagoa e de novo 
se levanta urna onda que arrasta a roda e o cagador apparece 
dospés a cabe;a e salta para a terra. Fogem, esposo e esposa, 
mas a lagoa trasborda; slo salvos pelo poder da velha que os 
transforma numa rà e num sapo. 

Na Biblioteca de las iradiciones populares espaholas, tomo I, 
pp. 183-156, pubiicou Machado y Alvarez urna versilo d'esse conto, 
colhida em Huelva. 

Um rapaz, que recebe o poder de se transformar em lobo, 
aguia e formiga, d'um lobo, urna aguia e urna formiga entre os 
quaes divide com contento de todos urna presa (episodio conhe- 
cido de muitos contos) é levado por urna sereia (a quem o pae 
o prometterà para nào ser devorado por ella) , depois de urna 
princeza se ter enamorado d'elle. 

« El rcy dijo que aun encontraba medio de sacarlo de la 
Sirena. Como a las Sirenas le gusta mucho el oro y la piata, 
mandò hacer un remo de piata, y un dia salieron en busca de 
la Sirena y le dijeron que si les enseiìaba el joven aunque no 
fuese mas que medio cuerpo, le regalarian el remo de piata. La 
Sirena les ensenó la cabeza solamente asi que él nada pudo hacer 
todavia: mas la princesa le dijo que si se lo ensenaba de medio 
cuerpo, le regalarla un rèmo de oro. La Sirena dijo que si y al 
otro dia se lo llevaron y la Sirena sacó el medio cuerpo del jóven 



3^0 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

que, hallàn^ose en està libertad, pudo tornar la forma de Aquila 
y se èchó à volar » '. 

Como outros contos, este atravessou provavelmente a Europa 
até a Hespanha, passou o estreitoe propagau-se na Africa. Note-se 
qv^e na ve^rsào hespanhola o rapaz se salva da sereia transformando- 
se em aguia e que no conto africano a rapariga é tirada do mar 
por um falcio. 

Lisboa, Abril de j8&j. 

F. Adolpho Coelho. 

( 

1 O conto siciliano jà dtado, nr. s,o ài colleccao Pitrè nio pertence ao 
cyclo de que acima me occupo. Vid. as notas correspondentes de Pitrè assira 
corno as do nr. 60 e as de R. Kòhler i colleccao Gonzenbach nr, 33 e 34, 
versdes d'esse mesmo conto siciliano de que ha no Psutapterone IV. 7 urna 
versio napoletana, em que figura egualmente a sereia. Segundo Kòhler na 
versào sueca figura a mulher marinha e jna vers|o fìnjandeza ,0 deus do mar. 



SPIGOLATURE DEMOGRAFICHE SICILIANE 
DI BUTl-RA. 



Giuoco del serpente 
(75 Agosto). 




L giuoco del serpente (Jiiocu di lu surpinia^u) è co- 
nosciuto solo in Butera: esso ha molto del carneva- 
lesco, perciò chiama non poca gente dei limitrofi paesi. 
Il popolino lo gode e si diverte davvero; pare una farsetta creata 
apposta per lui, quasi a sollievo della monotona vita ch'è costretto 
a vivere. 

Cos'è questo serpente? 

È un mostro che ha del pesce, dell' uccello e di qualche 
altro animale insieme; munito di coda da una estremità, e di te- 
sta, che finisce con un largo e lungo becco, dall'altra. Ha il corpo 
simile a quello del tonno, ed è coperto di tela colorata a squame 
verdastre, chiazzate di giallo, rosso, nero; presenta due aperture 
sotto il collo. Questo animale è portato da un uomo che vi si 
ficca dentro lasciando comparire al difuori la parte inferiore del 
suo corpo coperta di un calzone dello stesso colore, cosichè il 
tutto insieme piglia la figura di un bipede che noi potremmo as- 



3^2 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

somigliare ad un'oca piuttostochè ad un serpente, non mancando 
neppure delle ali quantunque compariscano appena cennate. 

D'onde gli sia provenuto il nome di serpente, che poco si 
attaglia alla descrizione fin qui fatta, non saprei dirlo. Chi sa se 
pel ricorrere di questo spettacolo nel giorno dell'Assunzione, non 
si sia frainteso il primitivo significato, e siasi creduto volersi al- 
ludere con esso al serpente schiacciato da Maria Vergine Assunta 
in cielo ? e che perciò sia stato colorito, dopo qualche tempo, in 
verde, e provvisto di coda per accostarsi più all'idea di serpente ! ! 
Però è da avvertire, esser credenza popolare che effettivamente esso 
serpente simboleggi appunto quello che la tradizione (non si sa 
con quai fondamento) dice essersi trovato accanto le ossa di San 
Rocco. 

Detta cosi qualche parola sulla forma di quest'animale, pas- 
siamo a descrivere il divertimento popolare a cui dà luogo. 

Ai 15 agosto, vigilia della festa di San Rocco, protettore di 
Butera, verso le quattro pomeridiane, il cosi detto serpente, l'uomo 
che lo porta cioè, muove, preceduto da cinque tamburini destinati 
unicamente ad assordar la gente con un forte e seccantissimo rullio, 
da canto la chiesa di San Rocco, percorre la via omonima e per 
a via Regina Margherita si porta al piano Di Pasquale, che si 
trova zeppo di popolo, il quale si urta, si pigia, si ammacca, e tu 
vedi il serpente muovere a destra ed a sinistra cercando col suo 
becco ora di strappare il berretto ad uno, or di carpire dei dolci 
dalle tavole dei rivenditori, ora di mordere il braccio alle don- 
zelle e far tanti scherzi di simil genere. E ciò per mezzo di un 
bastone ed un laccio che muove da dentro delle mani il porta- 
tore dell'animale, per cui il collo or si accorcia or si allunga, e 
il becco or si apre ed or si chiude. Questi movimenti seguono le 
battute della caratteristica musica che suonano i tamburini, e che 
io son dolente di non poter qui riportare. 

Intanto nel mezzo del piano, nella parte della muraglia, vedi 
piantata sul suolo una lunga trave, alla cima della quale è attac- 
cata una fune e l'altra estremità della quale è tenuta dalla persona 
che sta di avanti alla finestra opposta. Quasi nel mezzo di questa 



SPIGOLATURE DEMOGRAFICHE SICILIANE DI RUTERA 363 

fune pende un'oca legata pei piedi e col collo unto di sapone; 
l'innocente animale è destinato a morire in modo crudele e niente 
affatto cristiano, cioè col collo strappato. Il giuoco s' intreccia; 
arrivato a questo punto, il serpente alza la testa, già abbassata, 
in modo eh' egli veda l'oca appesa , potrebbe ucciderla se fosse 
lesto a chiudere la bocca e preciso nell' indovinarla; ma ciò av- 
viene di raro , la corda viene tirata subito , e 1' oca è salva. Il 
serpente tenta l'impresa altre volte e sempre indarno. Di altri l'oca 
dev'esser vittima e bottino, perchè questo giuoco possa riuscir 
bene accetto agli astanti. 

Di vero, tostochè il serpente s'accorge che per lui è tempo 
perso, e passa oltre, ecco un nucleo di villani sotto quell'oca, i 
più arditi ed alti di statura, eccoli ritti sulle spalle dei loro amici; 
s'ingaggia la gara, l'uno vuole superare l'altro, ne ha tutto l'in- 
teresse, e lotta, quando la distanza dell'oca rende possibile la preda, 
avvicinano con forza le mani per afferrarla, e qui urti e spintoni 
da ogni lato, cadute e rialzate eh' è un piacere; poi grida, fischi 
da tutte parti. Dopo una lotta divertente, tanto per non istan- 
care il pubblico, la persona che ha in mano la corda, agevola la 
presa dell'oca rallentando talvolta , anche troppo la corda , ed a 
chi afferra e giunge a strappare il collo di quel mal capitato a- 
nimale spetta la preda. L'eroico vincitore poi è applaudito entu- 
siasticamente , e soddisfatto del trionfo va a gozzovigliare cogli 
amici. 

Frattanto il serpente segue il suo cammino: attraversa la via 
del Mercato, quella della Madre Chiesa, entrando in tutte le bot- 
teghe e cantine, in cui l'uomo che porta il serpente riceve vino 
e tutto grondante di sudore l'accetta di buon grado e indi va a 
ritirarsi, seguendo l'itinerario da noi descritto per l'andata. 

Queste scene avvengono in pieno secolo decimonono ! ! 

G. Vullo. 



IL MONARCA DEI MATTI 
COSTUMANZA CARNEVALESCA DI BORMIO {Validlind) 



NEL SEC. XVII «. 




ra le feste profane che in Bormio si costumano, merita 
speciale ricordo il carnovale, non tanto per le allegrie 
solite farsi nell'ultima settimana, o per i balli degli ul- 
timi tre giorni, essendo in questi, a cagione delle devozioni re- 
ligiose, vietate le gazzarre diurne, quanto per la comparsa del 
Monarca ad malli, il quale viene eletto dalla gioventù del paese, 
presieduta da un gentiluomo anch'esso di Ubera scelta, elite' dicesi 
il Capitano della gioventù. 

« Il Monarca deve essere capo di casa e non figlio di famiglia », 
restando immuni da questo carico « i laureati in qualche facoltà »; 
è scelto cosi fra « le persoue civili », come fra gli artieri e con- 
tadini. Appena seguita l'elezione « va la gioveutù a fargli uu ev- 



* Da una Compendiosa relazione dei viaggi pericolosi e fastidiose vicende che 
hanno accompagnato la vita di N. N. scritta da lui stesso; ms. autografo nella 
R. Università di Genova, trae il prof. A. Neri e pubblica nel suo libro Co- 
stumante e solla^i, np. 102-106, la presente descrizione. 



IL MONARCA DEI MATTI 365 

viva con tamburi ed altri istrumenti » alla sua casa. « Il martedì 
primo di carnevale dopo il pranzo si veste con abiti nobili e 
manto reale, e montato sopra un cavallo ben bardato , servito 
dal Capitano della gioventù, e da tutto il ceto di essa, che lo va 
a levare a casa, chi in abito di maschera, e chi in abito proprio 
usuale, ma tutti con divisa al cappello, vien condotto al palazzo 
del pubbtico preceduto da un Dottore e da un Arlecchino pure 
a cavallo, e da due mascare, che portano sopta bacili d'argento 
corona e scettro, con alcune altre mascare avanti e intorno al suo 
cavallo in abito di lacchè, e giunge in tempo che il Podestà o suo 
Luogotenente tengono banco, e sentono le cause civili. Ivi il Dot- 
tore dice a quei signori, che non conviene in giorni destinati per 
allegria pensare a cose serie, che loro in quei giorni non devono 
entrare nel governo del paese, ma che questo deve darsi al loro 
Sovrano, che avrà tutto V impegno per il buon regolamento di 
esso , e dopo qualche gentile e piacevole arringa il Podestà si 
parte dalla sua sedia, nella quale si pone il Monarca. 

Fatto in tal forma cessare il tribunale torna a montare a cavallo, 
e servito come sopra, precedendo tamburi, violini ed altri istru- 
menti musicali, vien condotto in piazza in sito detto il Coverto, 
ove è preparato un palco sopra cui vi è una sedia, nella quale 
siede il Monarca, che all'evviva di tutto il popolo viene dal Ca- 
pitano della gioventù coronato, ed assume scettro. Seguita la co- 
ronazione si pubblicano dal Dottore e dall'Arlecchino le sue leggi 
e statuti in verso bernesco, e poscia monta di nuovo a cavallo, 
e precedendo i tamburi, servito come sopra, con istrumenti musi- 
cali appresso, sopra di un carro gira il paese: la sera dà una festa 
di ballo con rinfreschi proporzionati alla qualità della persona. 
Nei giorni di mercoledì e giovedì va in diversi luoghi delle valli 
collo stesso accompagno, e stabilisce dei luogotenenti, ed ivi dai 
paesani gli vien fatto il rinfresco. Il venerdì con tamburi, altri 
istrumenti e solito accompagno gira a piedi per il paese, cercando 
volontarie contribuzioni, per fere la polena il sabato sera per li 
poveri matti. Tutti contribuiscono, chi in farina di polenta, chi 
in butirro, chi in formaggio e chi in denari, e il sabato alle ore 
^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 46 * 



366 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ventiduc si fa in piazza un gran caldaro di polenta, che si di- 
stribuisce a tutti i poveri, e termina in detta sera la festa con una 
cenji in una osteria alla quale interviene detto Monarca, che oc- 
cupa il primo luogo della tavola, e ti^tta la gioventù coi Capi- 
tano; qual cena paga ognuno del proprio. In questi giorni il Ca- 
pitano della gioventù esige Yespupille, che è un eerto spontaneo 
segalo, che danno tutti quei che nel decorso dell' anno si sono 
congiunti in matrimonio; e queste contribuzioni servono per pa- 
gare li sonaturi, che nelli cinque giorni di carnovale impiegano 
se stessi a fare onore al Monarca de 9 matti ». Costumanza questa 
evidentemente derivata da quegli antichi saturnali sacro-profani, 
che coli* appellativo di Festa dei matti durarono a lungo tempo 
nel medio-evo; infatti basta ricordare che il Monarca dei matti ri- 
sponde all'antico Abbas stultorum \ 



1 Cibrario, Economia politica del 3C. E. Torino 1861, I, 414; Móroni, Buf- 
fonerie vecchie e nuove. Roma 1882, 22 (nozze Pertì-Candelori-Moron>). 



ALCUNE FIABE DEI CONTADINI 



DI S. MINIATO AL TEDESCO IN TOSCANA. 




ono quattro novelle assai brevi, ma molto antiche, rac- 
colte nell'ameno e* pittoresco circondario di S. Mi- 
niato al Tedesco, nel cuore del Valiamo di Sotto, 
dalla bocca di due contadini e di una contadina, perchè mi parvero 
non sfornite di qualche importanza per gli studiosi delle tradi- 
zioni popolari. Le ho trascritte tali quali potei udirle dalla viva 
voce dei raccontatori, correggendo solo qualche idiotismo e in 
un punto o due rawersando un poco il periodo, senza toglier 
nulk allo schietto candore dello stile popolare. 

La prima novella si riferisce alla origine del culto di una 
immagine della Vergine che si vuole da tempo remoto protet- 
trice del villaggio di Ggoli , già propugnacolo de' Pisani e dei 
Samroiniatesi nelle guerre del medioevo, e che oggi ancora, tor- 
reggiando sull'erta cima di un poggio tra la Val d'Evola e il Val 
d'Arno, ricorda col fantastico aspetto i castelli descritti dall'Ariosto 
e dal Walther Scott. Questa novella è curiosa sopratutto, perchè 
in nuova, sèbbeùe in rozza e misera veste, riproduce la memora* 



368 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

bile leggenda della donna e della moglie perseguitata a torto, e 
salva poi per opera della Madonna. Le altre tre fiabe sono notevoli 
perchè appariscono quasi anello intermedio fra la leggenda reli- 
giosa e la vera e propria novella, e perchè ne pongono sottocchio 
come i frammenti di uno stesso ciclo leggendario intorno ai viaggi 
di Gesù e di alcuni Apostoli pel mondo, quasi eco ultima e stanca 
delle favole grandiose e multiformi onde sorsero gli Evangeli A- 
pocrifi, tanto ripetuti e commentati si variamente nel medioevo. 
E per discendere a qualche particolare, non è senza interesse che 
in esse s'incontrano Gesù e S. Pietro viaggianti in sembianza di 
vecchi e di mendichi, appunto come Giove e Mercurio, o come 
Cerere secondo le favole immortalate dal secondo Inno Omerico, 
e T episodio di Filemone e Baucl nella Metamorfosi di Ovidio. 
Del resto il culto antichissimo ai Crocifisso di S. Miniato al Te- 
desco celebre sopratutto durante i fervori de' Bianchi e de* Bat- 
tuti spiega la frequente presenza di Gesù e di S. Pietro nelle novelle 
del contado Samminiatese, perlochè la fuga mirabile della Madonna 
di Cigoli non è in fondo che un'imitazione o riproduzione della 
fuga non meno portentosa dell'immagine di quel Crocifisso, del 
quale la leggenda risale forse alla prima metà del secolo decimo- 
terzo '. 

Ecco senz'altro le novelle: 



I. 



C'era una volta in Cigoli una donna maritata di poco, e le 
morivano tutti i bambini, mano a mano che partoriva. Il marito 
disperato giurò di ammazzarla, se anche l'ultimo bambino che aveva 
fatto venisse a morire. Ecco che la bambina, (perchè l'era una 
bambina) mentre il marito della donna era lontano si ammala, e 
a un tratto muore. La donna, tutta in lacrime, conoscendo vicino 
il ritorno dello sposo, spaventata e fuori di sé lascia in culla la 



« V. G. Conti, Storia del SS. Crocifisso di S. Miniato , e G. Rondoni, 
Memorie storiche di 5. Miniato al Tedesco. 



ALCUNE FIABE DEI CONTADINI DI S. MINIATO 369 

morticina, e si mette a fuggire urlando \ Fuggi, fuggi per monti 
e per valli, ecco che t'incontra una vecchina che le comanda di 
tornare subito indietro; ma la poverina non dà retta, e via. Al- 
lora la vecchina ripete: « Torna indietro » con gran voce, e dice: 
« Io son Maria e la bambina è viva ». La donna sbalordita torna 
a casa, corre alla culla e ti vede la bambina grassa e fiera ridere 
e trastullarsi. Il miracolo si sparse per Cigoli e per tutti i paesi 
dintorno, e la gente pose un'immagine della Madonna nel luogo 
ove alla donna appari la visione, eppoi vi fabbricarono una cap- 
pella, consacrata a Lei ed a S. Rocco. Ma la immagine una notte, 
abbandonato quel posto, andò a stare da per sé nella Pieve, dove 
oggi si trova, e fa grazie a mille. In sul partire la Madonna lasciò 
detto: 

« Cigoli luogo, S. Rocco e Michele, 

« Che io son Maria avete a sapere ». 

D'allora in poi ogni anno per la festa della Madonna di Ci- 
goli le mamme fanno una gran processione co' loro bambini in 
collo, e le burrasche, suonando le campane della Pieve, si allon- 
tanano subito dal paese *. 

IL 

Quando Gesù e S. Pietro andavano accattando pei mondo , 
passarono da un campo, dove i contadini vangavano con gran 
fatica. Da un pezzo non era piovuto, e la terra era arida e dura, 
né in cielo apparivano le nuvole , ed il sole abbruciava la cam- 



« Altri narra che la donna fuggiva per andarsi ad affogare. La storia 
della Madonna di Cicoli corre anche oggi stampata per le mani dai contadini; 
ma il nostro racconto offre presumibilmente la versione più antica. 

1 Qualche mitologo, notando che la Vergine che salvò la donna dalla per- 
secuzione, salva dalle burrasche anche il paese da Lei favorito e rappresentato 
qui in certa guisa dalla povera Cigolese, potrebbe in questo particolare trovar 
forse una nuova eonferma del significato primitivo della celebre leggenda della 
sposa o della donna infelice, che avrebbe appunto, com'è noto , per suo fon- 
damento un mito celeste. 



370 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

pagna. Gesù, mosso a pietà di quella povera gente, disse: « Po- 
veretti, la terra è soda », e quelli risposero: « SI, galantuotao; ma 
noi speriamo in Gesù che presto ci manderà l'acqiia. Gesù tutto 
allegro li benedisse in cuor suo, e andò innanzi. Cammina, cam- 
mina attraversa prati e monti, e vede un altro campo ed altri con- 
tadini tutti sudati, che lavoravano con gran fatica. Allora gridò: 
« Poveretti, la terra è soda e l'acqua lontana », ma quelli arditi 
accennano col dito le nuvole che salivano nel cielo e rispondono: 
« Si, ma comincia a rannuvolare, e il Lunario, che non sbaglia mai, 
mette presto l'acqua. Coraggio e speriamo bene , e voi , galan- 
tuomo, non ci venite a rompere il capo con brutti discorsi ». E 
lo canzonarono ben bene. Gesù guardò S. Pietro e gii disse: 
Questa gente ha più fede nel Lunario che in me; vuo' castigarli; 
e seguitò il suo cammino. Ed ecco che mentre là dove vanga- 
vano i primi cadde ad un tratto un grande acquazzone, senza che 
prima apparissero le nuvole, e rinfrescò la terra e le piante, là 
dove vangavano i secondi, spariti i nuvoloni, il sole splendè più 
di prima, e la terra doventò sempre più secca e più sterile. Tant'è 
vero che l'uomo deve aver fede in Dio solo. 



III. 



Ne' tempi antichi, quando Gesù e San Pietro andavano pel 
mondo in forma di poveri vecchi, capitarono ad un'osteria (e si 
dice nelle parti di Cusignano) ', e chiesero da mangiare; L'oste' 
era gobbo e brutto e il Signore guardandolo disse piano a San 
Pietro: « Bada, ecco uno segnato da me ». Dopo mangiato, Gesù 
e S. Pietro chiesero il conto, e il gobbo maligno subito lo fece 
salire a 50 franchi, ma il Signore, senza scuotersi a quel ruba- 
mento, tirò di sotto il mantello una sacchetta piena di monete 
d'oro, e pagò senza fiatare. L'oste frattanto, sbirciata la sacchetta, 
e persuaso che i due vecchiarelli sotto i poveri vestiti nascondes- 



* É una parrocchia del Comune di S. Miniato sulle colline della Val di 
Evola. 



ALCUNE FIABE DEI CONTADINI DI S. MINIATO 37 1 

sero un gran tesoro, preso dall'avarizia, tirata da parte la moglie, 
le disse : « Hai veduto i vecchietti, quante monete hanno in quel 
sacchetto? Quando saranno andati via, vuo' andar loro dietro, e 
aspettarli nel bosco e portarglielo via ». Ma Gesù colla sua divina 
sapienza aveva letto nel cuore del ladro, e uscendo, con una scusa, 
si fece seguire da lui per un bel pezzo di strada. Perduta di vista 
l'osteria, egli ad un tratto si ferma, si volta e con un segno della 
mano fa diventare Toste un somaro, e se lo tira dietro per la ca- 
vezza fino alla casa di un tale che teneva gli asini. 

Appena arrivato dà una voce e chiama l'asinaio, e lo prega 
per amor di Dio a custodire quell'asino fin tanto che non fosse 
ripassato a riprenderlo. « Mettetegli, così disse il Signore al guar- 
diano degli asini, sempre soma doppia, e dategli doppie bastonate 
e metà di mangiare ». L'asinaio non intese a sordo; caricava doppia 
soma al poverino, e gli dava sempre una tempesta di legnate. 
Ma, meraviglia delle meraviglie! mentre gli altri tre ciuchi del 
nostro galantuomo ben trattati e ben pasciuti andavano depe- 
rendo a vista, il miracoloso somaro, malgrado i digiuni e le ba- 
stonate, andava un giorno più dell'altro doventando sempre più 
grasso e più lustro di pelo. Allora il guardiano pensò di fare un 
tiro al vecchio che glielo aveva affidato, e cioè dare a lui uno 
dei tre asini secchi, e tenersi il grasso. Un bel giorno eccoti 
il vecchino di ritorno, cioè nostro Signore a richiedere la bestia, 
e il guardiano, dopo averla rimpiattata, facendo lo gnorri gli pre- 
sentava subito i tre asini magri, dicendo : « Dev'essere fra questi , 
prendetela »; ma Gesù chiamò l'oste trasformato in ciuco per lo 
antico suo nome, ed egli pian piano eccotelo uscir fuori dal luogo 
ov'era rimpiattato, rispondendo con voce umana : « Eccomi qua, 
son pronto ». Ora il Signore, lasciato il perfido asinaio rintontito 
e confuso, si partì coll'asinello, e tornato all'osteria, trovò la donna 
dell'oste tutta in pianto. Le domanda che abbia, e lei, disperata, 
risponde che ha perduto il marito, né sa più dove sia. Gesù mosso 
a compassione con un segno della mano fa ritornare il somaro 
nella forma d'uomo, e così rende lo sposo alla poverina, dicendo : 
« Lui ha già scontato il castigo che meritò per aver voluto derub- 



372 ARCHIVIO EMI LE TRADIZIONI POPOLARI 

bare e mettere in mezzo il Signore. Restate in pace », e, manife- 
statosi per il vero Dio, tutto ad un tratto spari '. 

IV. 

Su poggi di S. Quintino * v'è un podere, e in questo podere 
una piaggia. Ogni anno, nella stagione della raccolta ci si forma 
una bufera e ci si rovescia una grandinata spaventosa che distrugge 
tutta la raccolta, grano, viti, olivi. È un castigo ed una maledi- 
zione divina per un gran peccato che nei tempi antichi ci fu com- 
messo. Gesù e S. Pietro, poveri e vecchiarelli , se ne andavano 
pel mondo: cammina e cammina, arrivarono su quella collina strac- 
chi e trafelati; li videro i contadini di 11, e ammiccandosi, grida- 
rono : « Dagli, dagli a quei vecchi accattoni, gabbamondo scarpa- 
tori ', che Fanno in giro rubacchiando per le campagne ». E li tira- 
rono terra e sassi e bastonate. S. Pietro si volta allora al Signore 
e gli dice : « Signore, su, date un bel castigo a questi birbanti ». 
Ma Gesù, con pazienza, continuò piano piano il suo cammino, e 
rispose: « Lasciali fare, in questa piaggia non ci sarà mai bene». 
E andò via. D' allora in poi ogni anno a raccolta la grandine 
viene a far vendetta del Signore, e la mortalità distrugge anche 
i bestiami di quel podere 4 . 

Giuseppe Rondoni. 



1 Questa metamorfosi fa subito pensare all' Asino celebre di Apuleio , e 
forse non essenza qualche legame con un episodio del Vangelo Arabo, secondo 
il quale la sacra famiglia fuggendo in Egitto trova iu un villaggio tre fanciulle 
in pianto , perchè il loro fratello era stato trasformato in mulo da una ma- 
liarda. Gesù lo fa tornare nel pristino stato. 

* È una fattoria nel Comune di S. Miniato, sulla cima di un'erta collina. 

8 Si chiamano cosi i ladruncoli campestri. 

4 Questa novellina si può ricollegare al ciclo delle leggende sull'Ebreo 
Errante, ed ai mitologi può anche apparirne una trasformazione lontana. 



-t ?|-rT +4» ?^-^ 



DELLE MATTINATE 



MEMORIA DELI/AB. DOTT. GIUSEPPE GENNARI. 




ebbene Bartolomeo Napoli fin dal 1772 ', e ai di no- 
stri dottamente e copiosamente il Vayra 2 , il Rezasco * 
J e testé il Del Vecchio 4 , abbiano discorso delle Scam- 
panale fatte ai vedovi che passano a nuove nozze , abbiamo cre- 
duto non affatto inutile riprodurre in quest'Archivio delle tradizioni 
topolari una dissertazione su tale argomento, composta dal dotto 
padovano ab. Gennari fin dal 1790 e stampata nel 1822: rara cosi, 
che rimase sconosciuta anche agli ultimi due egregi uomini sopra 
ricordati, i quali nelle loro Monografie citarono quanti a loro no- 



1 Dei Baccani che si fanno nelle no^e dei vedovi, detti volgarmente Cem- 
balate Scampanate, dissertazione teologica e i storico-critica» Lucca, Marescia- 
lli. 1772. 

* Attentati contro la libertà Jeì matrimonio, nelle Curiosità e ricerche di 
Storia Subalpina, 1876, p. 174. 

* Scampanata: estr. dal Giorn. Ligustico , fase. IX-X del 1884. Genora, 
Sordo-Muti. 

4 Sugli scherni alle no^e de" vedovi, append. 2* all'opera : Le seconde no^re 
del coniuge superstite. Firenze, Success. Lemonnier, 1885, p. 290 e segg. 

•Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 47 



374 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tizia avevano già trattato di siffatta materia. Veramente l'impulso 
a ricercare l'opuscolo del Gennari venne a noi da un abbaglio, 
indotti in errore dal titolo ch'esso reca in fronte, e pel quale cre- 
devamo trattarsi non già di un argomento abbastanza noto ed illu- 
strato , come quello delle gazzarre per le seconde nozze , ma di 
quegli omaggi e canti che gli innamorati, specie del contado, u- 
sano fare all'alba sotto le finestre delle lor belle, giusta un uso 
antichissimo, del quale rimangono documenti nelle poesie popolari 
e d'arte di Provenza, d'Italia e di altri paesi. La dissertazione del 
Gennari tratta invece di altro soggetto, ma non per ciò forse ne 
riescirà meno inopportuna la ristampa, condotta sopra un esem- 
plare che si conserva nella biblioteca del Seminario di Padova, 
copiatoci cortesemente dall'amico Dott. Medin. Il quale, mandan- 
docene la trascrizione, vi ha aggiunto un sunto, che riferiamo in 
nota ', della prefazione dell'editore Trevisan, nonché le seguenti 
notizie: 



1 «• La dissertazione sulle Mattinate, che il Gennari lesse all'Accademia di 
Padova il dì 25 dicembre 1790, fu pubblicati a cura del sig. Francesco Trevisan 
nel 1822 in occasione delle nozze Bhuchini-Andretta (Padova, tip. Crescini, 
in-8°) Il Trevisan vi premise in. a sua prelazione di 15 pagine, nella quale 
narra di aver assistito ad una di queste Mattinate , che si ripetevamo per tre 
notti successive. Si erigeva un palco dirimpetto alla casa dei bigami, ornato 
con certi idoli dell'antichità, con corna di animali e simili ve/zi; sopra di quello 
si collocavano due statue di paglia , che rapprese.uavano gli sposi. Queste 
statue si facevano girare per le vicine contrade . montate ciascuna sur un 
asino, a ritroso, tenendo la coda in mano. Alla ter/a sera i fuochi di artificio 
terminavano coli' abbruciare queste due immagini. Tutto ciò era accompa- 
gnato dalla musica vocale e strumentale. Gli strumenti erano certi zuffoletti, 
chiamati cucchi, campanucce di ferro e pastieri, cioè corna di bue bucherate , 
che rendevano un tuono oltremodo disarmonico. L'illuminazione si faceva con 
granate accese. Ognuna di queste Mattinate aveva i suoi presidi, che dove- 
vano osservare certe prammatiche. Tutta la città assisteva col massimo pia- 
cere a questi spettacoli, e tutti offrivano granate, che gettavano dalle finestre 
o porgevano dalle porte. Non occorre parlare delle grida, dei fischi e delle 
canzonacele oscene, che uscivan dalla bocca dei giovinastri. 

« Eccettuata questa descrizione, della quale abbiamo dato un sunto, la pre- 
fazione del Trevisan non ha altro di rilevante »>. 



DELLE MATTINATE J75 

« Le dimostrazioni chiassose in segno di scherno ai vedovi 
che riprendono moglie ed alle vedove che riprendono «arilo, si 
fanno in questi paesi anche al giorno d'oggi, e si chiamano bet- 
ta? èli o cbirivarì. Le batarèle però, frequentissime nelle nostre cam- 
pagne, si fanno non solo pei vedovi, ma anche pei vecchi e per 
i deformi; insomma, in occasione di *utti que* matrimoni, che agli 
occhi del volgo hanno qualche cosa di anormale. La baiatila dura 
anche adesso per tre sere consecutive, ma si riduce a questo: una % 
comitiva di ragazzi si reca sotto le finestre degli sposi: e là con 
vasi di terra, di rame, con corna di bue bucherate (pastieri) e con 
altri istrumenti di simil fatta, fanno un baccano indiavolato. Molte 
volte v'è bisogno della forza pubblica per far cessare questi chiassi, 
e non è infrequente il caso che lo sposo si presenti alle finestre 
col fucile, e faccia anche fuoco. Anche adesso, nel contado, se i 
dimostranti possono prendere lo sposo, lo mettono a cavallo d'un 
asino, a ritroso, colla coda in mano. Mi fu raccontato che una 
volta in un paesello della padovana, essendosi rimaritato un ve- 
dovo, si seminò di terra rossastra tutto quel tratto di via, che 
conduceva dalla casa dell'uno a quella dell'altro coniuge: ma che 
cosa ciò significhi, non saprei proprio dirlo ». 

Quest'uso popolare, dice il Rezasco « chiamasi Mattinate in 
alcuni paesi dell'Emilia, e ioi^c in tutti amicamente », « Nel dia- 
letto modenese e in generale nell'Emilia, scrive il Del Vecchio, 
diceòi Maitnéda ». Il prof. Casini ci assicura che nel bolognese si 
usa Maitinida. In altri luoghi invece dicesi Scampanata (Toscana 
e Lunigiana) o Campanata (Sanese), o Scampanacciata (Roma e 
Abruzzo), e Cetnbolata (Sarzanese) o Ciambdlaria (Napoletano) e 
Tanburata (Lucchese e Canavese) o Trimpellata (Spezia) o hoc- 
cimila (Verona); traendo la denominazione dagli strumenti di vario 
genere che si adoperano a ciò, e dal faracasso che ne cons^gjue. 
Nel genovese usasi Tenebre, per somiglianza del picchiar le panche, 
che si fa al finire degli uffizj della settimana santa. Né diversa 
ragione e valor diverso ha la parola Cucca, che si usa in qualche 
luogo del napoletano, e che a Pesaro diventa Tacca, se il Tre- 
visan ci avverte che nel padovano Cucca è campanaccip di ftrrp. 



376 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Nel mantovano, guastallese, piacentino e parmigiano dicesi Cec- 
conata, che il Rezasco trae da Cecca Ga^a « uccello che canta 
forte e sguajato » : in altri luoghi del napoletano : Banda , e nel 
padovano, come vedemmo, Bataròla: cosicché, insomma, tutte le 
varie denominazioni accennano a frastuono scomposto e confuso. 
Resterebbe da interpretare il nome Gabre o Chiabre, usato in 
Piemonte: ma poiché colà più compiutamente dicesi anche Chiabra 
4 dS mariti, parrebbe legittimo il derivarlo da Capramaritum o Cba- 
ravaritum, che trovasi in antichi documenti, e che è affine al Cha- 
rivariutn della bassa latinità e al Charivari francese, donde appunto 
il Rezasco vorrebbe trarre quella denominazione piemontese. E 
dal Cbarivarium proprio al latino ecclesiastico di Francia, qua- 
lunque ne sia la ragione etimologica, per notorietà del vocabolo 
e della cosa, potrebbe forse esser derivato il Cbirivarì padovano , 
senso intermezzo del Charivari francese. Quanto al valore dei vo- 
caboli facioreso di Novi * e tenghiglien di Ornavasso % confesso non 
raccapezzarmici punto. 

Ma qual sarà la ragione dell' usare per tali notturni baccani 
il vocabolo Mattinata, che in poco dissimili forme dialettali ci com- 
parisce proprio di tanta parte dell'Italia superiore ? Che nel Tren- 
tino si chiamino Ma^inae i canti popolari, che altrove sono %i- 
petti o Strambotti, si può intendere, per aver accomunato a tutto 
il genere, ad ogni sorta cioè di canto erotico popolare, ciò che 
poteva esser da prima proprio di una forma speciale, o perchè l'uso 
da principio portò che quelle poesie si cantassero abitualmente sul 
mattino, innanzi all'uscio delle belle. Ma è egli possibile che questi 
ludi grotteschi pei vedovi si facessero, al sorger del sole, anziché 
col favor delle tenebre ? Più ragioni si oppongono ad ammettere 
tale possibilità; e dato anche che la licenza de' tempi potesse in 
antico concedere, contro il ribadito divieto delle autorità special- 



* De Gubernatis, Usi nuziali, 1858, p. 241. 

* Bianchetti , Ossola inferiore, cit. dal Lumbroso , *Di un libre sui co- 
stumi di %omagna, p, 3, 



DELLE MATTINATE 377 

mente ecclesiastiche, di far tali scandali all'alba anziché di notte, 
certo è che da troppo gran corso di anni , essi, opportunamente 
e prudentemente, si circondano del bujo o della sola luce di scope 
accese; e e' era per ciò modo ed agio di cangiar l'antico vocabolo 
in altro più acconcio. Ma nel vocabolo Mattinata adoperato a sif- 
fatta significazione, più che una designazione del tempo proprio a 
tali baccani, si potrebbe scorgere l'intenzione di contraffare le vere 
e proprie Mattinate; vedervi cioè un vocabolo speciale ad un gentil 
costume, trasferito ironicamente ad esprimere una azione al tutto 
diversa e come il rovescio della medaglia: quel baccano, insomma, 
sarebbe la Mattinata competente ai vedovi passati a nuove nozze : 
sarebbe una specie di burlesco e tumultuario Morgengabe ' offerto 
anticipatamente e fuor d'ora agli sposi dall'offesa coscienza popo- 
lare. Queste Mattinate di vitupero non avrebber altra relazione se 
non antifrastica colle Mattinate vere e proprie, delle quali anzi sa- 
rebbero come la parodia. 

Se altri ha qualche miglior congettura da proporre, lo faccia. 
Ecco inunto lo scritto del Gennari. 

A. D'Ancona. 



1 II Morgengabe si estese dalla Germania anche all'Italia, a quelle parti al- 
meno che soffrirono la conquista. Recentemente per nozze Schiano-Bressanutti 
il sig. Antonino di Prampero ne ha dato prove pel Friuli con documenti del 
sec. XIII e XIV. Ma i friulani, « meno diffidenti o almeno più sicuri della scelta 
fatta, pur volendo alla loro la germanica costumanza innestare, si preclusero 
cavallerescamente la via* al ripudio, col dono vespertino, non omettendo però 
di fare a tempo e luogo il dono mattinale »; donde i doni detti dismonladuris, 
dissalatnris o discensuris (de$censur$ palafreni), « che il marito faceva alla sposa 
nel condurla la prima volta in casa propria, e precisamente nel momento nel quale 
essa, alla testa del corteggio nuziale, discendeva dalla cavalcatura dinanzi alla 
soglia della casa del marito ». 



DELLE MATTINATE. 

Non è inutile cosa V investigare Y origine di certi costumi , 
che da molti secoli si conservano in alcune Città, potendosi eoa 
tali ricerche spargere qualche raggio di nuova luce su la Storia 
antica. 

Il P. Carmeli , già benemerito Professore di questa Univer- 
sità, ha creduto di avere bene impiegato l'opera sua, compilando, 
in due volumi in 8°, la Storia di- varj costumi sacri e profani da- 
gli amichi fino a noi pervenuti. E in vero egli ha raccolto infinite 
erudizioni dagli autori Greci e Latini ad illustramento di quegli 
usi, che egli si propose di spiegare; e non può negarsi la debita 
lode alla sua instancabile diligenza. 

Egli però non ha fatto alcuna menzione di una certa festa 
popolare, che si fa in molti luoghi, e nella nostra città ancora, 
/quando due persone vedove insieme contraggono matrimonio, e 
presso di noi si chiama impropriamente mattina o mattinata, e al- 
trove con altro nome. Dissi impropriamente, perchè le mattinate 
sono in effetto quei canti e quei suoni, che fanno gl'innamorati 
in sul mattino dinanzi la casa delle loro amate; siccome le Sere- 
nate son quelle che fanno la notte al sereno. Ma comunque sia 
del nome, noi intendiamo per Mattinata quell'adunamento di per- 
sone del basso popolo, le quali, quando l'aria è imbrunita, con 
granate accese o altre fiaccole, e con ogni più strana maniera di 
romorosi stromenti , vanno scorrendo per la città , conducendo, 
seco tal fiata le statue dei due vedovi maritati, a scherno e di- 
spregio loro, e ciò per tre sere consecutive. 

Due di queste Mattinate ne vidi nell' ultimo passato ottobre, 
e al vederle mi cadde in pensiero di ricercare d'onde abbia po- 
tuto aver origine cosiffatta costumanza. L'argomento non è vera- 
mente degno della gravità di questo luogo, ma siami permesso 
dalla vostra gentilezza, ch'io possa in questa sera trattenervi sopra 
di esso per brevissimo tempo. 

E, parlando in primo luogo dell'antichità di questo costume, 
io trovo , che alla metà del secolo XV° fu proibito in Francia 



DELLE tfATfWATÈ )7$ 

da un concilio tenuto in Tours Tanno 1445, e pare che fosse un 
uso, non già introdotto di fresco, ma stabilito da molto tempo. 
Colà chiamavasi Charivarium y vocabolo, come si vuole, tratto dal 
greco , che significa stordimento e vertigine di capo , nata dalle 
grida e dal frastuono del popolo rumoreggiante. È certo \noltre, 
per monumenti da me veduti, che nel medesimo tempo pratica- 
vasi presso di noi col nome di Mattinata. Racconta Marco Man- 
toa \ nostro Giureconsulto di molta fama (e ciò scriveva verso 
la metà del XVI secolo), che in Padova antichissima era la con- 
suetudine, e da lungo tempo osservata, che qualunque volta alcun 
vedovo fosse passato alle seconde nozze con donna parimenti ve- 
dova, i vicini potevan prenderlo , e, suo malgrado , obbligarlo a 
montar sopra un asino alla rovescia, tenendone la coda in mano; 
e in tal positura venia condotto per le strade più frequentate 
della città , tra le risa e le fischiate del popolo dileggiatore. Da 
tale infamia però poteva egli esentarsi con un pranzo, o con una 
cena, secondo la qualità delle persone, e il numero dei vicini. 

Anche in Vepona Puso n' è molto antico, ed ivi non Matti- 
nata , ma Vedova , o Vedovatico si suol chiamare. Quivi il capo 
dei giovani della contrada, ove il matrimonio succede , ha il di- 
ritto di esigere dai vedovi una dita somma di soldo, pagata la 
quale, sono liberati dall'obbrobrio della Mattinata. In Trevigi non 
rimane quasi più alcun vestigio di tal costume , ma è indubitato 
che vi regnava. Sussiste tuttavia nelle ville, sebbene con minore 
strepito che ne' tempi addietro, e vi sussiste malgrado delle de- 
cisioni del Sinodo Diocesano celebrato nel 1727 sotto 1' autorità 
di Monsignor arcivescovo Zacco, nel qual Sinodo al Titolo XVII 
de Sacramento Matrintonii, si leggo: Cachinni et clatnores y aliaeque 
hujuSmodi populi nugae, quae eduntur in nuptiis viduarum... curent 
prò viribus parochi, ut omnino tollantur. E racconta il Monterosso, 
che nel reggimento di Andrea Donato, il quale venne Podestà 
di Padova nel 1438 , sotto pena di lire cento furono vietate le 
Mattinate. 

* Cons. 76. 



3$0 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Chi estendesse le sue ricerche ad altre città dello stato Ve- 
neto, forse troverebbe qualche orma del prefato costume. Né in 
queste nostre parti soltanto era, od è in uso la Mattinata ne' ma- 
ritaggi dei vedovi; ma abbiamo dal Macri, che nelle terre vicine 
a Roma ai suoi giorni si praticava. E narra egli, che avendo un 
vedovo forestiero sposata una vedova, i terrazzani per tre sere gli 
fecero la Mattinata, ed appiccarono all'uscio della sua casa un bel 
paio di corna: e, non sapendo egli l'usanza di quella terra, entrò 
in sospetto, che la donna da lui menata fosse impudica; e montato 
in furore l'avrebbe uccisa, se il Pipvano del luogo, ed altre onorate 
persone interponendosi , non lo avessero informato della costu- 
manza, e fatto capace. Mi ricorda infine d'aver letto, che ancora 
nei reami di Spagna qualche beffa facevasi dal popolo ai vedovi 
novellamente ammogliati. 

Un costume pertanto cosi antico e tanto diffuso come si è 
veduto, non dee esser nato a caso, o dal capriccio di pochi, ma 
dee avere avuta la sua origine da qualche operativa universale 
cagione. Per rintracciarla facciamoci a ricercare qual fosse su tal 
proposito il sentimento de' Greci e de' Romani, dai quali, come 
ben sapete, o Signori, tante cose abbiam prese. 

Riferisce Pausania ', che le femmine greche, morto il primo 
marito, non passavano alle seconde nozze; ed Euripide nella tra- 
gedia d'Alcesti 2 introduce il coro a cosi parlare: 

Se eleggerà il marito un nuovo letto, 
Certo sarammi estremamente odioso. 

Odiavano dunque i Greci coloro, che perduta la moglie, si rima- 
ritavano. 

Né era diverso da quello de' Greci il pensar de' Romani su 
questo particolare. Impariamo da Seryio sopra il IV dell'Eneide, 
che i bigami erano esclusi dal sacerdozio; e da Festo ( v. Pu- 
dicitia) , che il simulacro della Pudicizia non poteva esser tocco 
se non se da quelle donne , che avessero avuto un marito solo: 
e queste per attestato di Valerio Massimo, ricevevano dagli an- 



* In Corinth. i, 2, e. 21. — * V. 464. 



DFXLE MATTINATE 38 1 

tichi a dimostrazione di onore la corona della pudicizia. Potrei 
recare molti passi dei poeti, da' quali ad evidenza raccogliesi, che 
le seconde nozze presso i Romani erano detestate; ma per amore 
di brevità basteranno uno o due. P. Siro ne' Mimi ' dice: 

Habent locum maledirti crebrae nuptiae: 
Ed altrove 2 : 

Mulier quae multis nubit, muliis non placet. 

Ma assai più chiaramente Marziale ' : 

Quae toties nubit, non nubit, adultera lege est % 
Offendar moeca simpliciore minus. 

Riputavano i Romani un segno d'incontinenza il secondo ma- 
ritaggio, o come dice Quintiliano 4 , mèendi quandam impudicitiam. 
Per fino i barbari non ammettevano le seconde nozze, e Tacito 
de Moribus Germanorum J lasciò scritto , che presso quelle varie 
nazioni, che popolarono la Germania, tantum Virgines nubcbant. 

Resta ora a vedersi come si pensasse da' Padri nei primi se- 
coli della Chiesa, e qual fosse la disciplina di quei tempi. Se presso 
i gentili, involti negli errori della superstizione, le seconde nozze 
erano mal componate, non è meraviglia, che i Padri, i quali pro- 
fessavano una religione santa ed una morale perfetta, abbiano 
nelle opere loro alcune espressioni, dure invero ed acerbe; chia- 
mando essi il secondo matrimonio ora un onesto adulterio , ora 
una specie di fornicazione. Colle quali , ed altre somiglianti for- 
inole non è già da credersi che volessero significare un vero de- 
litto, una vera colpa ; ma solamente un matrimonio non lodato, 
un matrimonio, come dice S. Gregorio Nazianzeno, degno sola- 
mente d'indulgenza e di tolleranza; che è quello stesso che si ha 
in una Legge di Leon Sapient 6 : Primae nuptiae lex y secundae in- 
dulgentia. Fu errore dei Montanisti, e dei Novaziani il condannare 
del tutto le seconde nozze ; né i Padri onninamente le condan- 
navano, confessando che talora erano permesse per cagione della 



1 V. 284. — * V, 482. — « Ep. 5, Jib. 6. — 4 Deci. 506. — b N. 6. — • leg. 
foemina Cod. de Sec. Nupt. 

archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 48 



382 ARCHIVIO EPR LE TRADIZIONI POPOLARI 

incontinenza, sebbene giudicassero essere di maggior perfezione 
il menare una sola moglie. Ecco come parla S. Epifanio l : La 
Chiesa Cattolica, (egli dice) esulta di coloro, che hanno la for^a di 
conservare la virginità , e di vivere continenti. Essa onora altresì il 
matrimonio contratto una sola volta. Ma se alcuno per la sua debo- 
tega ha bisogno di rimaritarsi , la scrittura noi vieta , purché non 
sia Prete. Con tutto ciò i Padri, a distorre i fedeli dalle seconde 
nozze, esaltavano con ampie lodi nelle loro Omelie al popolo lo 
stato vedovile; stato che fu veramente di grande uso nella Chiesa, 
e di molto pregio in quei primi secoli. 

Per questo fine medesimo i Vescovi escludevano i bigami 
dalla partecipazione delle limosine solite a distribuirsi; non con- 
cedevano loro né la benedizione , né la corona nuziale, sebbene 
entrasse allora nei riti del matrimonio; anzi, imponevano ad essi 
qualche penitenza *; ed era vietato ai Preti e Diaconi d'intervenire 
ai loro conviti ' di nozze, quantunque fosse ad essi permesso di 
assistere ai banchetti degli altri sposi. Si ha dalla storta del Basso- 
Impero , che nel secolo X Polieutto Patriarca di Costantinopoli 
intimò all'Imperatore Niceforo , il quale avea sposato in seconde 
nozze Teofania, di astenersi per un anno dall' entrare in chiesa. 
Finalmente i bigami, per la tradizione apostolica; non potevano 
essere ammessi agli Ordini sacri. 

Dalle cose dette finora si può con certezza conchiudere, che 
le seconde nozze, siccome quelle che alquanto sentivano d'incon- 
tinenza, se non erano divietate , almeno erano di mal occhio ve- 
dute; e quindi è molto probabile, che fino da que' tempi si ra- 
dicasse nel cuor dei cristiani una cotale avversione da coloro che 
di nuovo passavano dalla vedovità allo stato matrimoniale; la quale 
avversione, in processo di tempo, dove più, dove meno, si ren- 
desse manifesta cogli estremi segni d'irrisione, di scherno e dileg- 
giamento, in una parola, colle Mattinate. 



1 Haer. 48, 1. 12, IX.—' Hieronym. contra Jovin. e. 14.—' Cons. Neociis. e 7. 



Le ì: 



TRADICIONS POPULARS CATALANES. 



(INÉDITES) 



I. PETITES RONDALLES. 



i. £1 frare de la Creu. 




na vegada era un frare que va entrar i casa un fuster, 
diu: — Mestre tindriau un trosset de fusta ? 
Diu: — Prou. 
Diu: — Ara, 'n tindriau un altre trosset ? 
Diu: — Si. i 

Diu: — Ara, qué no tindriau cap tatxeta ? 
Diu: — Teniu. 

Diu: — Ara un martellet hauria de menester. 
Diu: — Aqui n' hi ha un. 

Diu: — M' hi volguessiu dar un copet ara, bon home, per' qut 
axó quedés una creu !... 

D'allavores li va quedar « el frare de la Creu », y ara encara 
's diu a algù que demani massa: « demanaris mes que '1 frare de 
la Creu !». 

(Har celano). 



384 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

2. La Senyora de Tous. 

La Senyora de Tous diu qu* era tan llemenca que no me$ 
menjava molls d' ossos. j Ja podeu contar quin gasto de bestiar ! 
De rica qu* era 's va tornar pobre. Y vet* aqui que, sent pobre, 
un dia va fer cap a una casa de pagés, y d n' aquella casa la van 
convidar i fer pà y béure: ja te li treuen una gran piata de nous 
y coca. Ella que se 'n posa a menjar, y ho va trobar tan bo qut 
va dir, diu: 



« Si jo hagués tastat abans coca y nous, 
encara fora Senyora de Tous ». 



3. Els tres pecats del capellà. 



(Collbató). 



< 

Una vegada un capelli va dir tres pecats ben grossos sense 
voler. Vet' aqui qu* era un dia que anava a donar la comunió 
a una dona y, al voler obrir lo Sacrari, la dau no volia anar be, 
y eli que diu; — j Què dimoni hi ha aqui ! 

Mentre donava la comunió un nen que portava la dona volia 
tocar la santa Forma ab la maneta, y eli que li fi : — j Ecs, qu* 
es caca ! 

Després la dona li va anar a donar les gracies, y eli que li 
respon : — j De res, dona; demanéu coses majors ! 

(Esparraguerà). 

4. ; Per màrfegues 1 

Axó era i n* aquell temps qu' encara no hi havia carrils, ni 
altres futeses; y una vegada diu qu* eran dos carreters que anavan i 
Madrid. Vet* aqui que, i un cert punt dei carni, van trobar molts 
pallers y tots molt grossos: aleshores un dels carreters que pre- 
gunta, diu: — Qué *n deuen fer dej tanta palla ? per' qué la deuen 



TRADICIOMS POPULARS CATALANES ' 385 

voltr ? — L'altre, distret, 6 diguéuho com volgueu, no va respón- 
drc; però al cap de set anys, toraant de Madrid, se 'a va recordar 
de la pregunta al ser al meteixindret y aleshores va respóndre, 
diu: — j Per mirfegues ! 

Y d'axó ve 1 dir i per mirfegues! quan se tarda i respóndre. 

(Rparraguera). 

5. El testament- del gat. 

El primer gat diu que va fer testament y 1 va ficar en un 
cascabell y '1 cascabell el va posar a dintre una coca; y veus' aqui 
que ara tots els gats van sempre i Paguayt de les coques, y en 
sent que y n poden axarpar alguna veureu que, tenintla forta ab 
les dents, la sacsejan ensi y enlld per' véure si sona '1 cascabell 
y si hi atrapan i diptre '1 testament de son avi, que fora per' 
ells la gran troballa. * 

(Esparraguera). 

6. El fret de Montserrat. 

A Montserrat abans hi havia un frare molt xistós. Y vet' aqul 
que una vegada uns cassadors conta van davant d' eli unes gotlles. 
Parlavan d'un hivern molt rigurós, y un diu, diu: — Burrango, 
si 'n feya de fret per aquelles afraus ! Els cunills s'apilotavan per' 
escaldarse y no fugian ni res d'encarcarats: a cada tiro un piloten 
matava. Oh, y si 'n vatx matar aquell hivern! 

Y '1 frare, que la sabia molt Uarga, eli que respon tot sèrio, 
diu: — Qué 'm direu d'aquell hivern ! aqui i Montserrat haviau 
de ser ! Mireu: jo un dia dels mes bons vatx ser atrevit de tréure 
'1 cap i la finestra de la celda, però j f unoy ! 'm ve una manxada 
de vent que se m'emporta 'i casquet. Jo, allavores 1 baxar per' cu- 
llirlo ? ì ci ! prou m' haguera glassat. Y 1 quina te 'n fatx ? Jo que 
m' aboco i la finestra y 'm poso i orinar i sobre '1 casquet: ja 
saber, els orins es van glassar al acte y, com que '1 casquet s'hi 
havia enganxat, no mes vatx haver de fer que agafar la candela 



386 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

de glas y aliarlo pujant, aio si, ab molt cuydado ; però jo pù 1 
vatx haver axis , sense móurem de dalt. j Repareu si n' hi ha via 
de fer de fret aqui i Montserrat !.... 

(Collbató). 

7. ] No estich per mùsiques ! 

Una vegada 'ls gossos empaytavan la guineu y la guineu, 
corrents y sense adonàrsen, va posar la pota & sobre d'una gui- 
tarra que algu havia perduti rùtnm, va fer la guitarra. La guineu 
que, sense aturarse, diu: — j No estich per' mùsiques ! 

Y vet' aqui la dita de la guineu, qu' encara s'usa quan un 
hom va depressa y li venen ab cansons. 

(OUsd). 

8. Una del Rector de Vallfogona. 

Una vegada 'l Rector de Vallfogona va anar a un convit, 
y vet' aqui que 'ls que hi havia alla van dir: — Ja que '1 Rector 
se surt de tot, veyam si se n' exirà d'aquesta ! — Y ells que,' axis 
que va surtir un gali rostit a taula, li van: — Senyor Rector, tingui, 
lluéxis, però ab lo ben entés que tot lo que vosté fari al gali li 
faretti nosaltres a vosté. — EU que <; si ? vinga cop de mirar lo 
gali y fer giravoltar la Cassola , anant dient : — Vet' aqui que si 
li tallo un'ala, 'm tallaran un bras; si li tallo una pota , 'm tal- 
laràn un peu.... — Ytot plegat eli que li fica '1 dit al cui, y se 
'1 llcpa y diu: — Vaja, féuho, donchs, valents! 

(Esparraguerà). 

9. L' ensumar dels gossos. 

Una vegada 'ls gossos volian fer un gran dinar y van con- 
venir en que tots havian de portar cadescù la seva cosa, qui l'oli, 
qui la sai, qui '1 pebre.... vaja tot. Vet' aqui que tots van fer lo 
seu fet, y '1 dinar ja s'anava couent y tot anava be; però '1 del 



TRADICIONS POPULAJtS CATALANES 387 

pebre no imbava. Ja saber, tots cop de despacientarse y" cop de 
correr a olorar i tants com n' anavan arribant; però cap duya *1 
pebre. j Podéu contar quin neguit , pobres besties ! Al cap y aj 
ùltim es van separar per' buscar per tot arreu al del pebre, y 
encara es l'hora que no Phan trobat, ni han pogut dinar. Però, 
perxó, no han perdut la esperansa encara, y encara s'ensuman! 

(Esparfapitra). 

io. Lea cols y la caldera. 

Una vegada era un que contava que un dia, anant de carni, 
va véure un cuadro de cols que tenia set hores de ilargada; y un 
que Pescoltava diu: — Donchs jo un altre dia vatx passar per una 
banda que feyan una caldera que hi traballavan tres cents cai- 
derers y Pun no 's sentia ab l'altre. — Aquell de les cols va res- 
póndre: — Per' qué la podian fer una caldera tan gran? — Diu: — 
Per' cóure les cols que tu vas véure. 

(Esparraguerd). 

11. L'ase que 's trenca 1 coli. 

Una vegada era un pobre pagés d'Aytona que va enmanllevar 
Pase d'un vehi seu per' fer una diligencia, y va tenir la desgra- 
cia que , 'n sent al punt mes perillós del carni , una mosca d'a- 
quelles que fiblan es va clavar a Pase que pegant salts y bots y 
ratx de cosses , va caure barranch avall y 's va trencar el coli ; 
y 1 pobre pagés j sort d'un' arrel d'argelaga en que 's va poder 
agafar ! Ja saber, s' entorna, va i casa del amo del ase y li diu 
que Pase se li ha via trencat el coli per desgracia. L'amo li respon:— 
Donchs, tu me '1 pagaràs. 

— Oh, cà! 

^Que fi l'amo del ase? Se 'n va i cai jutge y '1 cita, y '1 
pobre home compareix tot toix. El jutge li diu: 

— Mestre, haureu de pagar Pase. 
Diu:— iJo? 



388 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

« Vosté fos Pase y jo '1 meois, 

y una mosca de cui punxut se li clavàs, 

ab la gran picada que lo matis, 

y Tase saltàs 

y bornàs 

y '1 coli se trencàs, 

i fora del cas 

que jo '1 pagàs ? » 

El jutge respon: — Ep, company , gayrebé 'm tracteu d* ase 
vos, però vetx que teniu rahó — 
Y axfs va quedar. 

(Collbató) 

12. La mestressa de la {néspra! 

Una vegada eran dos frares que van anar a una casa de pa- 
gés y 's van asséure en un banch de la entrada. Mentrestant la 
mestressa, qu* era molt grossa, baxava la escala, y a cada grahó 
feya un pet y deya: j Néspra ! Vet* aqui que, 'n sent baix, et ven 
als frares, y ella que 'ls hi diu, diu: 

— Ay, Pare fidano y fare sotanu, 1 féya gayre estona que 
s' esperavan? 

Diu: — j Ca ! No gayre j desde la primera néspra ! 

(Esparraguera). 

13. El ruch del infcrn. 

Una vegada era un noy que va venir de ser soldat y a casa 
seva no hi va trobar ningù, tots eran morts. No tenia cap diner 
y pensava: cóm ho faràs ara? Diu: — Ja 'm daria a n' el dimoni ! — 
Encara no acaba de dir axó que se li presenta un gran senyor , 
diu: — Noy, 't vols llogar ab mi, dónchs? 

Diu:— Si. 

— Quint vols guanyar ? 
Diu: — Tant. — 

Qucdan avinguts, y se 'ls obra la terra y fan cap al infera. 



TRADICIONS POPULARS CATALANES 389 

Quan van arribar al inferii aquell senyor, qu' era '1 dimoni prin- 
cipal, li diu: — Mira, noy, aquf tens aquest ruquet; tragina llenya. 

El noy veya que per mes llenya que traginava no se li aca- 
bava may la feyna; eli que allavores es posa à carregar forsa '1 
ruch, y 1 ruch que se li gira: — Mira, noy, no 'm carreguis tant 
que soch ta padrina. 

Diu: — Vós son la padrina? 

— Si — Diu: — Te 'n recordas d'aquell temps que anava i 
robar llenya ? Ja ho veus, no ho acoqcellis à ningù, que jo perxó 
hi hagut d'anar alTinfern — Y diu: — Ara, ten compte tu; mira , 
mitx any d' alla es un any d'aqul ; no prenguis mes diners dels 
que tens tatxats, ara que se t'acaba '1 temps. — 

Quan va ser aquell dia '1 noy diu al dimoni: — Nostr* amo. 
me 'n vull anar. — 

El dimoni: — Mira , alla di ha diners , prénte la soldada tu 
meteix. — Però eli , de cap manera , y allavores el dimoni n* hi 
va donar tota una aumosta. 

Després el noy li va dir: — Ara m' hauriau de fer un favor, 
d'acompanyarme'd la meva terra. — 

Diu: — Prou. — Y Y agafa y en un moment el va portar i n* 
alla meteix ahont havian fet el traete. 

{Santa Coloma de Queralt). 

14. El rey de les grans camasses. 

Una vegada era un rey que tenia unes grans camasses, d'a- 

quelles camasses en van surtir unes grans mitjasses , di aquelles 

mitjasses en va surtir una vinya, d' aquella vinya 'n va surtir un 

cep, d' aquell cep en va surtir un rahim, d* aquell rahim en va 

surtir un gotim, d* aquell gotim en va surtir un gra, mcr... per* 

qui me Y ha fet contar. 

{Esporr aguer a) 

15. El morteret de cóure. 

Una vegada era un pare que tenia tres filles: havia d' anar 
^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 49 



390 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

i Barcelona , diu: — Noyes i qué voleu que us porti de Bar- 
celona ? — 

Respon la mes perita : — Jo un morteret de cóure — 

L^ mitjana diu: — Jo una cinta morada. — 

La mes gran va dir : — Jo una de bermella. — 

Quan va tornar da Barcelona, les noyes: — Pare, i qué ja 'm 
porteu lo que us vatx encomanar? — 

Diu: — Si — Y dona '1 morteret de cóure à la perita, la cinta 
bermella à la gran, y à la mitjana... 

(Aqui 7 que conta fent lo distrai) — Ay , ara no me *n re- 
cordo que li tenia de portar à la mitjana!... 

(Algù hi cani) — Una cinta morada. 

— Als teus morros una bona mer... 



(Esparraguera) 



16. El ruch pecador. 



Una vegada era un home que anava de carni, menant el ruch 
pel ronsal: el estudiants el veuen: — Hi de ser nostre àquest ruch. 

Van per darrera y d' en mica en mica treuen les morralies 
del ruch y se l'emportan, quedàntshi un d'ells en compte del ruch, 
ab les morralies posades y tot yanant seguint, seguint, com si 
fos el ruch meteix. 

Es gira Thome: — j Jesus, Maria, Joseph ! 

L'altre: — Ay, nostromo, perdonéume com Deu m'ha perdo- 
nat : jo era un gran pecador y en càstich em vatx tornar ruch : 
ara hi acabat el temps y Deu m'ha restituit al estat d'home. 

El ruqueter se 'n feya creus: — j Jesus, Maria, Joseph! — tor- 
nava. Però all' ùltim es ra reposar: — Fora, no hi pensém mes ; 
aneu en nom de Deu, company. 

Allavores el bon home va pensar: Ara has quedat sense ruch 
i cóm ho faràs ? no hi ha mes, n' hauràs de comprar un altre. 

EU que 's recorda que alla a la vora hi avia una fira, y se 
n' hi va. Mira d'assi, mira d' alli, y tot plegat s' adona del seu 
meteix ruch qu' estava per vendre. No se 'n sabia avenir , tan 



TRADICIONS fHDPULARS CATALANE* 39 1 

aviat; va pensar: j Qui no *t consegui que 't compri ! y acostàntse 
al ruch li va dir i cau d'orella, diu: — Company, cjue* ja heu tornat 
à pecar ! 

(Collbatb) 

17. £1 foch del cel. 

Era al temps de la cuaresma, y un rector de un poble per 
mes prédiques que feya no 'n podia surtir ; de gent à confessar 
tan poca com volgueu. 

Eli que se 'n va pensar upa: crida al escola: — Mira, quan jo 
pujaré a la trona tu te n' aàiràs a dalt de la volta de la Iglesia 
ab un brassat de borres: escolta be pel forat de la lTantia, y cada 
cop que jo cridaré j foch del cel ! tiraràs pel meteix torat un grapat 
de borres enceses. Ara, muxoni. 

Arriba l'hora del sermó : V escolà ja estava al seu punt. El 
rectof, cremat; al mitx del sermó gira *ls ulls enlàyre y crida: — 
Ajudéume, Senyor, fent càure aqui meteix un ratx de foch del 
cel i foch del cel ! 

I *s posa à càure foc. Ay, allavores jquins crits de miseri- 
cordia, la gent! Però '1 rector no s' entenia de crits ni esclama - 
cions, tornava: — iFoch del cel! jfoch del cel! !foch del cel! 

I may en tenia prou : però , tant y tant , l' escolà va haver 
de cridar: 

— Ey, Senyor rector, ia no 'm quedan mes borres ! 

Podeu contar la gent al sentir axó ! Ho van entendre tot, 
y si '1 rector no futx el matan. 

(Coltbatb) 

18. La cotorra bòrnia. 

Una vegada en una casa tenian una cotorra raolt xarrayre; 
la criada festejava y la cotorra ho esbombava tot. Tant y tant , 
la criada que un dia d' una estisorada li bùyda un ull. 

D'aquella minyona 'n va venir un'altra que per c^sualitat era 
bòrnia: ja la veu la cotorra, diu: — Hóla, qué també xarravas tu ? 

(Olesa) 



392 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

19. La velia y f l Sant Cristo. 

Una vegada en una casa van arrencar un grao circrer y de 
la soca en var fer un Sant Cristo per la Iglesia y encara '1$ en 
va sobrar per uns tres-cuartans. 

Vet' aqui que la velia de la casa, qu* era molt devota, cada 
dia anav a fer oració a l'aitar del Sant Cristo y deya: — Ay Re- 
demtor meu, germà dels tres-cuartans de casa, tan bones cireres 
que feycn y us hagin posat axis! 

l (Collbàtb) 

20. La del sargento, '1 cabo y '1 soldat. 

Una vegada era un sargento, 
ara comensa '1 cuento; 
una vegada era un cabo, 
ara l'acabo; 

una vegada era un soldat, 
vet'aqui '1 cuento acabat. 

(Esparraguera) 

IL PETITES LLEGENDES. 

1. La dona de Sant Se ver. 

La dona de Sant Sever diu qu' era tan surruda y rondi- 
nayre... vaja, un genit del botavant! Quan a la Seu tocavan à fer 
Bisbe à n* aquell que se li pararia un colom al cap, Sant Sever 
li va dir: — Jo també me n' hi vatx , a véure si se 'm pararci i 
ne mi. 

Ella desseguida: — Qué se t' ha de parar, benéyt, qué se t' ha 
de parar! — Però, perxó, Sant Sever hi va anar, y ella, al saber 
que '1 seu home havia sigut ele^it Bisbe, de sentiment perqué no 
havia passat la seva 's va morir. 



TRADICIONS POPULARS CATALANES 393 

Al- cap de poch temps es va morir una filla seva y al ser 
que volian obrir la tomba de la mare, per' enterrarli al costat, 
de cap manera podian obrir la Uosa: j bé 'n van fer de probatures 
y n' hi van posar de forsa, però de cap manera! Sant Sever , 
eli que, axis que ho sab, es posa de pontificai ab la crossa d la 
ma, se n' hi va y pega cop de crossa sobre la Uosa, dient: 

« Severa en vida, Severa en mort, 
A ta filla faràs lloch! » 

Y la Uosa 's va alsar desseguida. . 

(Collbató) 

2. Les flors de Santa Eularia. 

Santa Eularia quan anava a costura sempre se n' emportava 
bocins de pà al cistellet per' ferne caritat als pobres que trabava. 
Vet' aqui que d son pare li van dir que se li enduya coses de 
casa y les dava pel carrer: eli que un dia, tot enfadat , vd y la 
sopta al carrer: — Qué hi portas aqui ? 

Ella, s' encomana a Deu, y diu: — Flors, pare.— Veydmho. — 
Mira '1 cistellet , y era pie de flors , que 'ls bocins de pa s* ho 
havian torna t. 

(Esparraguera) 

3. El pont del diable. 

Diu que ja feya temps que 'ls de Martorell y 'ls de Castell- 

bisbal volian fer un pont al riu per' poder passar de l'un poble 

d l'altre, però may podian; y un dia 's va presentar el dimoni y 

va dir qui eli es comprometia a ferlo si li donavan l'dnima del 

primer que hi passés. Van quedar que si; y 'ls dimonis en una 

nit van fer el pont, qui encara es existent. A Pendemd demati hi 

van portar un gat ab un trasto lligat d la cua per' qué s' espo- 

ruguls mes, y '1 gat, corrents, hi va passar, y '1 dimoni 's va haver 

de contentar ab aquell' dnima j córa que no havian tractat si havia 

de ser de béstia ó de persona! 

(lAbrera). 



394 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

4. El Mal-cassador. 

El Mal-cassador era un cassador molt ferm que un dia de 
festa, anant i cassar, va trobar una hermìta que hi deyan missa, 
y eli que s' hi va quedar a oirne desde '1 portai meteix. Però, al 
llevaat Deu, passa una llebra, y eli s' axeca y al darrera d' ella, 
córre que correràs.~Y encara es Y hora que corra y 1 que correrà, 
perqué, *n càstich, Deu 1 va conderapnar a correr sempre al dar- 
rera de la llebra sense poderla agafar mentre mon sera mon, y 
fins al dia del Judici no acabarà la correguda. ! A les nits quietes 
el sentireu prou com passa, y *ls clapits dels gossos y tot ! 

(Collbató). 

5. La finestra que may poden tancar. 

Una vegada l'amo d'una casa de pagés va abassegar el poch 
blat que 's va cullir à la plana de Vidi. La gent, que 's morian 
de gana, prou hi anavan per* comprarli blat; però, eli \ cài sempre 
esperava que anés mes car. Va venir que '1 blat se li va pollar 
tot, y eli s' hi va capficar tant que d'axó va morir. Mort que va 
ser, els dimonis se Pen van endur per la finestra, y d* allavores 
ensà maymés l'han poguda tancar. 

(Olesa). 

6, Les petjades de fra Joan Gari. 

Fra Joan Gari era un hermità de Montserrat que va pecar. 
Pecat que va h^ver, se 'n va penedir y, com que '1 pecat era tan 
gros, determina d'anarsen à Roma a confessarse ab el Papa. Surt 
de la cova y montanya avall cap a Roma; però abans d' esser i 
baix à Collbató se li va fer fosch, y eli que Uavores culi uns 
quants brassats de fanal y encent foch sobre una roca, y alli va 
passar la nit. A1U, sobre la roca viva, hi va quedar marcat lo pes 
del seu cos, y 1s seus passos també van quedar estampats per tot 



TRADICIOKS POPULARS CATALANES 395 

arreu, que s y enfonzava ab lo pes del seu pecat. Avuy dia encara 
s'hi conexen bé, tant la senyal del seu cos, com del seus peus, 
y pento la gent, que n' han fet cami-dressera per* anar à Mont- 
serrat, en diuen encara: « les petjades de fri Joan Garf ». 

(Collbató). 

7. £1 cep del dimoni. 

Una vegada quan Nostre Senyor anava pel mon li va surtir 
el dimoni: ja s' havian esbatussat altres vegades y y ì dimoni sempre 
havia perdut. Ara diu: — Vaja, fusteret, va la valenta <; vóls jugar 
qui farà una pianta millor? 

Nostre Senyor no va re,spóndre, se 'n va riure; però tot plegat 
va fer néxer el cep, que s'emparrisolava ab pehjarelles de rahims. 

El dimoni diu: — Donchs, ara jo ! — Y s'hi posa de ferm per' 
fer un cep millor, y al ùltim j xach ! li surt l'esbarzer, tot negre 
y pie de punxes. Axis que '1 dimoni se '1 veu al costat del cep, 
encara futx, y diu que maymés va tornar à amohinar à Nostre 
Senyor. 

D' allavores ve Panomenada de l'esbarzer de « cep del dimoni », 
y eli pù,' ben mirat, hi te un xich de retirada al, cep de debó. 

(Collbató). 

8. La ma del albat. 

Una vegada era una mare que tenia un fili molt aviciat: tan 
aviciat el tenia que alguna vegada n' havia rebut alguna bofetada 
y tot de la seva ma, y ella ho comportava sense gosarlo a reptar 
perqué deya qu' era massa petit. Ve que un dia aquesta criatura 
J s mor y, ja saber, el tancan al bahul; però tot plegat s' adonan 
de que treya la ma fora: li tornan à ficar a dintre; però per mes 
que van fer may li van poder fer estar, sempre la treya à fora. 
Al cementiri que va ser, el colgan; però la ma sempre surtia per 
mes terra que li tiressin sobre, fins que van anar à buscar à sa 
mare y ella comprenent lo que podia ser, s'arma de valor y li 



396 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

pega vergassada a la mi y allavores la ma 's va ficar i dintre y 
no va tornar i surtir mes. 

(Collbató). 

9. La caxa de la nùvia. 

Una vegada à una casa van fer unes bodes y acabat de 
dinar van dir: — Que farem ara? A quin joch jugarém? 

— Juguém à cùyt — 

Es posan à jugar a cuyt , y la nùvia va pensar: <[ Ahont te 
podràs amagar que no 't trobin ? Veu una caxa de nùvia * que ja 
era i la golfa per velia , d' aquelles grans , grans , y va pensar: 
Ficat aqui que no 't trobaran. S'hi fica y la tapa se li tanca de 
cop: ella prou va cridar y cridar, però ningù la va sentir. La van 
buscar per tot arreu y en Uoch la van trobar; j podeu contar quin 
desconsol! Fins que al cap de temps, que per etzar van obrir 
aquella caxa, hi van trobar la ossera à dintre. 

(JEsparragtiera) 

io. La del pare y fili. 

Una vegada era un fili que, cansat de tenir son pare a casa 
sempre malaltis, el portava al hospital a coll-bé. Pel carni va re- 
posar y 1 seu pare llavores que diu: — Ay, Senyor, jo també vatx 
reposar aqui meteix quan hi duya el meu pare ai hospital ! — El fili, 
al sentir axó, diu: — Pare, entornémsen, que '1 meu fili també m* 
hi portaria a mi! — 

Y sempre mes el va servir bé. (Olcsd). 



P. Bertran y Brós. 



1 Var. Una sitja, ab tapa de ferro molt grossa. 



ORAZIONI LATINE IN CHIOGGIA. 




io padre mi assicurato che nulla vi era di falso e di 
aggiunto nelle seguenti tre curiosissime forme di pre- 
ghiera delle povere donne da Chioda: 

Egli le raccolse dalle loro labbra, nel principio del secolo, 
e lo asserisco, malgrado tutte le apparenze che potrebbero fari* 
porre nel numero delle solite pompierate e PincreduBìi che mi 
sembra veder dipìnta sul volto di chi le legge. 

Ritrovandole io dopo unti anni tra le sue vecchie memorie, 
mentre, come gli altri, mi sento portata ad un riso irresistibile per 
gli strafalcioni di cui sono mirabilmente intessute, non posso far 
a meno di osservarle pensierosa quale monumento, molto-eloquente 
per noi, della passata ignoranza popolare, il cui spettacolo potrebbe 
esser fonte di considerazioni infinite, più che filologiche, morali 
e religiose. 

Non saprei davvero qua! posto verrebbe loro assegnato in uà* 
Raccolta di Manifestazioni popolari, tanto sembrano, più che preci 
recitate in buona fede, una parodia umoristica inventata da qualche 
bello spirito in uggia alle credenze che non ha, fanno ridere; 
mentre sono nella loro essenza la cosa» più seria del mondo v 

Per intendere il valore di queste tre cariote preghiere che sin 

^Archivio per U tradizioni popolari — VoL IV. 50 



398 ARCHIVIO PER LE TRADIZIQNI POPOLARI 

recitavano quotidianamente a Chioggia da migliaja di umili e pie- 
tose voci femminili, bisognerebbe riportarsi all'ambiente in cui sono 
nate e certo non vivono ancora, bisognerebbe studiare la citti in 
quel tempo, nelle sue consuetudini e ne suoi gusti religiosi, i quali 
avevano allora tutto il predominio sopra una mediocre istruzione, 
e talora, come nel nostro caso, sopra una totale ignoranza. Sono 
infatti le menti vergini, primitive ed ottuse che maggiormente re- 
stano vinte al fascino del mistero, e la lingua latina, che la Chiesa 
Cristiana, per seguire le sue splendide tradizioni, conserva tuttavia 
nel suo culto, benché ignorata dalle classi più umili e da tutte le 
donne di quelle classi senza eccezione, giova indirettamente a 
mantenere quel mistico fervore, che appunto per virtù dell'ignoto 
più e più si accende. 

La lingua latina, con quelle sue belle parole, solenni, armo- 
niose, con quegli esse che suonano carezze, quegli um che sem- 
brano affermazioni , viene a cadere sulP anima di queste imagi- 
nose inscienti come una voce di cielo i cui suoni indecisi giun- 
gano a loro attraverso lo spazio , da un altro mondo ; mondo 
della loro fantasia, dove stranamente si muove ora una luminosa 
coorte di angeli, ora una turba furiosa e spaventevole di demoni. 
Sono i ricordi mozzi, incerti, paurosi, appena intravisti, della Bibbia, 
che si confondono e prendono il sopravvento sulle semplici, toc- 
canti e pratiche parabole del Vangelo di Cristo. 

Le preci latine per la povera donna che ingenuamente le pro- 
nuncia senza capirne un ette, equivalgono ad una specie di mu- 
sica mistica, ed è appunto in quei suoni sconnessi che essa estrin- 
seca coll'intenzione tutto il suo mondo ascetico interno. 

Prendiamo p. e. queste preci della povera donna da Chioda, 
e col beneficio per noi dell'ignoranza della lingua, piuttosto che 
badare alla trasformazione bizzarra e ridicola che può aver subito 
in sé stesso il vocabolo e il senso latino per forza storpiato, leg- 
giamole tutte d'un fiato, come fossero componimenti originalmente 
italiani. 

Nel *Dies-irac, che curioso insieme di parole stravaganti, di sen- 
tenze grottesche. e slegate, di una praticità volgare, unite a qualche 



ORAZIONI LATINE IN CHIOGGIA 399 

altra di un ordine superiore ed a nomi famosi nella storia reli- 
giosa del bene e del male.... S. Antonio.... Gesù Pia.... Giuda.... 
Maria.... il buon ladrone.... imagini tutte vive e palpitanti nel cuore 
e nella testa della povera donna, quelle anzi che sono le perso- 
nalità maggiori e sole di tutto il suo mondo, miserabilmente ri- 
stretto, religioso, letterario ed estetico. Poi vocaboli strani, so- 
nanti, arzigogoli di una oscurità cabalistica, parolone da far paura 
che sembrano preparate per notturne evocazioni! In verità che 
rileggendo questo Dies-irae, termina per sembrarmi un tutto omo- 
geneo e mi par di capirne in complesso l'intimo senso, poiché a 
molte cose accenna che, confuse come in un lampo, si mostrano 
al mio pensiero. Per farvi una critica vera ci vorrebbe la penna 
di un De Sanctis, che sapeva cosi maravigliosamente cogliere lo 
spirito delle cose, talvolta per intuizione d'arte ed originalità e po- 
tenza d'imaginativa, anche, dicevano i maligni ed i mediocri, dove 
non c'era. 

Ma tornando a questo saggio di fantasia popolare, potrebbe 
essere proprio altra cosa che il Dies-irae canto di una potenza e 
di una forza sublimi, immenso nel suo poetico concetto, ed a cui 
s'ispirarono, traendone note che fanno fremere di commozione e 
di spavento, gl'ingegni divini di un Palestrina e di un Verdi ?.... 
Chi potrebbe spiegarmi, fra le altre, la nuova personalità di quel 
Pcruco, che si presenta col P grande, come nome proprio, e dietro 
a cui, sa Iddio quanto si sarà tormentata la fervida imaginazione 
femminile ! 

Non è anche espressivo quel verso: 

Cor contrito no bacila, 

che vorrebbe significare che la serietà dei pensieri religiosi non 
concede alla mente strani divagamenti, e cosi di seguito? Nella 
chiusa poi, è efficacissimo quel via! posto in fine alla prece e 
pieno di religiosa impazienza. 

Del Pater noster 9 vorrei sapere illustrare soltanto il detto Dona 
Ksodia, detto che ho sentito scherzosamente pronunciare nelle nostre 
famiglie veneziane salutando con un inchino ed un sorriso una 
«uova arrivata, di confidenza. 



4Q0 ARCHIVIO PER 1-E TRAD12I0NI POPOLARI 

Ho tentato di farlo e oc ricercai ad uà eruditissimo arako, 
che cosi mi (rispose: « Guardai tosto nel Dizionario del Boerio, ma 
non ne parla. Ci si vede la metatesi: dalla espressione da *Ms 
hodie è venuta dona bisodia se questa si trova nel Valer noster degli 
idipti. $« 1$ pqmpierate fossero di data vecchia, direi che bisodia 
corrispondesse a malvagia, ma non se ne fidi ». 

Mentre è indubbio che il 'Dona Bisodia deva prov-enire da una 
corrione del Da nobis hodie, dubito della pompierata, né maggior 
luce posso ritrarre dalla novella undecima del Sacchetti, il quale 
personificandola scherzosamente in bocca rad uno scemo, non lascia 
in reciti travedere l'indole benevola o malevola ambiatale dalla 
f£9jasi*i popolare; lascia però scorgere come quella Do** Bisodia 
fo$se «fin d'allora, anche a Firenze come a Venezia, comune negli 
idiotismi popolari. 

La chiuda del Ea&er-nosUr dà fede alla costumanza <tì aggiun- 
gere in fine di una prece lunga una breve a mo* di offerta e di 
voto. Questa è appunto diretta da una donna a S. Francesco 
perchè faccia di una figlia o parente una buona religiosa in sai- 
yaiioae dell'anima. 

Mi resta a parlare del Di profundis della prece piena di af- 
fetto e di pietà che viene continuamente irrorala da lagrime do- 
lenti. Nessuna preghiera è forse mai pronunciata con più racco- 
glin-kento devoto a con più esuberanza di affetto disinteressato e 
sincero, poiché a nessun bisogno materiale di nostra vita accenna, 
e parla a Dio de poveri cari irremissibilmente perduti. Perciò mi 
sembrerebbe quasi di profanare il pietoso De pwfmdis facendone 
la critica, e certo a nessuno reggerebbe l'animo di notarne gli spro- 
positi, se lo udisse recitato con mesta e lunga cantilena , conV è 
(Costumanza a Chioggia, dopo una scena di tanto straziante realtà 
come sarebbe quella che il Padre mio ha descritta, intitolandola: 
Laménto de na povera dona da Chioda che à perso sb marìo in u' 
fortunale de mare essendo a pescare. 

Per quanto ridicole, letterariamente parlando, possano parere 
queste prove della passata e presente ignoranza, non credo affittto 
immle rilevarle anche a prò della scienza dell'anima umana. Nel 



ORAZIONI LATINE IN CHIOGG1A 4OI 

campo della osservazione possono essere utili anche le male erbe...: 
nulla deve andar perduto, le leggi del mondo fisico si ripetono 
nel mondo morale. Le esagerazioni della superstizione e dell'asce- 
ticismo hanno, anche a nostri giorni, uno strascico doloroso più 
o meno palese ne' conventi e ne' collegi anche in apparenza più 
liberali, e sono piaga non ancor sanata e non scevra di serie con- 
seguenze, massime per quanto riguarda la fanciulla e la donna. 
Lo sanno i medici de* primi morocomi del Regno e chi una volta 
sola ha veduto le tristi statistiche di quei luoghi di dolore. Quante 
manie religiose specialmente in monache e contadine ! Di una po- 
vera giovane monaca pazza abbastanza istruita, conservo una let- 
tera diretta al Patriarca di Venezia in cui lo pregava di liberarla 
con benedizioni dalla (orza di malefiche influenze, da strane allucina- 
zioni che la facevano vedere dovunque demoni e spiriti maligni. 
Erano impressioni dei racconti letti in convento, che avevano po- 
tentemente agito sopra un cervello debole e morboso. Sicché più 
vero, dopo lo spettacolo della realtà, mi parve il bellissimo rac- 
conto di Gabriele D'Annunzio: Gli annali di Anm y dove ammirai 
la studiata gradazione di sentimenti, per cui l'autore con psicolo- 
gica intuizione fa passare la sua vittima, prima di condannarla alla 
crisi finale. 

Ma tra questo bujo un raggio di sole, ed eccolo in un aned- 
doto che mi ha pure raccontato mio Padre, e che conserva per- 
fettamente il color locale mentre è affermazione degl'immortali 
versi del Manzoni: 

Bella, immortai» benefica 
Fede ai trionfi avvezza. 

Si trovava egli un giorno di quaresima nella Cattedrale di 
Chioggia, ove un predicatore recitava un suo fiorito sermone, 
intercalato, più che noi comportasse la limitata cultura dell' udi- 
torio, di motti latini. Una vecchietta gli stava accanto e pendeva 
attentissima dalle labbra di lui, con espressione estatica di ammi- 
razione. Mio padre stette tacitamente a guardarla e finita la predica 
non potè far a meno di chiederle: « E cosa avete capito, buona 
donna?» 



402 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

« No b capì gnèntt Sior, ella rispose, gnèntc, ma V anima gode I » 

Ma l'anima gode ! Ecco la grande parola, ecco il recondito 
pensiero, il sentimento ed affascinante che domina col suo potere 
ed ha supremi conforti per l'anima umana, rivelandosi ai poveri ed 
agli inetti. 

È nella sua semplicità una risposta sublime che non vuole 
commenti, che nel nostro caso si attaglia benissimo e che negli 
altri di simil genere sfuggirà sempre ad ogni analisi e ad ogni 
critica. 

Ed ora, ecco, senz'altro, le tre orazioni latine raccolte dalla 
bocca del popolino di Chioggia : 

DUsilU. 

Diasilla diasilla 
Salvi seco te in favilla 
Testa d'omo in consequilla. 

Quanto stremoro in sepuro 
Quando Giuda in tei Vetturo, 
Colpa tristo te sconzuro. 

El bambino spande il sonno 
In sepulcro non ragiono 
O ne trone Sant'Antonio 

De superbi in te natura 
Co resurge la creatura 
Giudei tanti se sonsura. 

Libro scrìtto per fereto 
De qui toto in contineto 
E del mondo santificete 

Dio ve salvi conca debite 
Della città parebite 
E del mondo remanebite. 

Un dì misero, un dì curo 
* _ Compar trono longo e turo 

Conti giusti e tien seguro. 

Pestremende raagestrate 
Che salvasti, e salva grate 
Salva me co despietate. 

Descordare Gesù pia 
Che la causa xe da via 
Si la perdo si l'è mia. 



ORAZIONI LATINE IN CHIOGGIA 403 

Criove me perdesti al lassio 
Crocefisso e Croce passio 
Tanto lavrano e tanto cast io. 

Ginsu Giuda in surrezione 
Done, fuoco remissione 
Stato Dio, orazione. 

Bl nemico, e tronche reo 
Col Pferuco e volto smeo 
Supricante in pace Deo. 

Che Maria l'assolvesti 
E '1 bon Ladrone l'esaudisti 
Per mi ptloco spanderesti. 

Preghi a me che non son degno 
Si fé bon, se anche begnigno 
In quel regno cremognigno. 

In tei Rocco la tempesta 
E chi ha debiti sequestra 
E Parte sia in parte destra. 

Confortasti malestratti 
Fame sacri a vu sia diti 
Boca mea coi benedetti. 

E la suprica tachina 
Cor contatto no bacila 
Cura cura e mai refina. 

Lacrimosa diasilla 
Che resurgite in fabilla 
Giudicando el so moreo. 

Piche ego in pace Deo. 
Via Gesù Domine, degne requia 
Alle anime de strè creature 
Amen (cossi sia) *. 

Pater noster. 

Pater nostro cumo in cielo, santo Asseto del nome tuo, te vegna el tre- 
guontuo e fiadela volontà stua e cumuò in sielo cumuò in tera. Pane nostro 
emiliano dona besodia colle debite nostre e co tutti i debitoribu nostri el te- 
■enosse in do casse de tentazione che ne delibera da sto male. Amen. 



1 Cfr. Vi7KÌL,xAvvenimmti faceti raccolti da un Anonimo siciliano della prima 
mttàddscc. XVII; n. 3$. In Curiosità popolari tradizionali, voi. IL Palermo, 188$: 
« Seguenzk commune alla gente della terra di Mongiuffi, vicino alla terra di 
Tauormina ». 



404 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Sto paternostro ch'ò dito a onore e grotta vostra, S. Francesco benedeto, 
che la fé una bona geriliosa (religiosa) in salvazion de l'anima e se cossi ve 
piase cossi sia... Amen Gesù Maria. 

De profundis. 
Si inquietate.... 
De profondi cramavi, scramavi domine et domino staure de bosse mea. 
Piantàure sustindèntc in bosse crepazioni mee. 
Si inquietate 1 osserva veri in domine in domine chi sustìnevi. 
Chiapo de te confiazio varte et potè lege tua sustinite dòmine. 
S'ostinite anima mea in berbo ségiu pilustréi in dòmino. 
Custodia matutina, spia de note spevatizibi radise in domino. 
Chiapo de te chiapo de noe, misericordia et chopiosa chi ben redenzio. 
Tisare disnè et tisare et metisare in domino timitatibu segiu. 
Requia materna, nudis Domine bis perpetua luziatei. 
Ne queseante in passe. Amen '. 

Angela Nardo Cibele. 



1 G. Pitré, Avvenimenti faceti ecc . n. 44 pobbfica il seguente « De Pro- 
fundis solito recitarsi dalla Congregazione del Casale di Rtridi, e udho da uh ano- 
nimo del secolo passato dalla bocca d'uno di quelli congregati per nome Fran- 
cesco Majo, e fedelmente trascritto »: 

Deu prifundu escamamu Marini Domino ed omini eseaoift a duchi mia* 

Fia volus tua ost end enti duci ubriacazioni mia* 

Bella iniquitati conservarì a Domino Domini, e sustinebi. 

Capu Deu proficia mia, ciò est supporu l'argifitoo sostifla in vita Domino. 

S'ostina l'arma mia in verbo era, e spero Tarma mia iri iti Domino. 

Custoddia matutina, e usta, e notti jeu spera mistra era in Domimi. 

Capu d'omini misericordia, e copiosa capo Deu e rivirezia sarvi mais tra 
Deo. 

Sevon seniguità scàbus a Deo. 



-4§^3E++^=§*n- 




BOTANICA POPOLARE ' 



DI 



CARPENETO D'ACQUI 



O. 




'ofri, od ellebboro bianco falso, con due foglie, Zwei- 
blatt in ted., è adoperato a Carpeneto per le ernie dei 
ragazzi, e per i tagli, e perciò lo chiamano erba del- 
l'ernia. Durante dice che il succo fa venire neri i capelli. 

1/ olivo non fa in Monferrato. I rami distribuiti la dome- 
nica delle Palme da noi detta appunto ra Ramuriva, la Ramo- 
liva, Domingo de ramos in spagnuolo, si tengono nelle case per 
allontanare le tempeste , e si espongono alle finestre durante i 
temporali. I Romani per lo stesso effetto esponevano una scure 
colla lama volta in su, ed uno specchio volto verso il cielo. 

Dagli antichi V olmo, dai folti rami era preso per la sede 
dei sogni. I ragazzi ne mangiano le achenie o i frutti , da noi detti 
papelta. Il liquore od olio che si trova nelle vescichette verdi di 
certi olmi selvaggi e bassi , si chiama ore d y San Zàan , olio di 



* Continuazione e fine. Vedi Archivio, p. 165. 
^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 



406 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

San Giovanni , ed è creduto utilissimo per i tagli. Era 1* albero 
di libertà dei nostri comuni , come la quercia lo era pei Galli 
antichi, e pei moderni Francesi. Lo Statuto di Carpeneto del 1458 
proibiva di accostarsi alla casa del Comune, quando c'era Con- 
siglio : Stet quisque tam longe ut extenduntur rami ulmi , dunque 
è da credere che P olmo del Comune fosse ben grosso , oggidì 
tutto è sparito. 

L' origano, detto a Carpeneto Cornabibbia, secondo il volgo 
ha molte virtù. Le donne e le ragazze lo mangiano cotto nel 
vino per provocare i menstrui. Le ragazze mettonlo nei mazzetti. 
Quando Pongano corruga le foglie dicono che accenna a pros- 
simi temporali. Ciò fa, dicono, anche il trifoglio, e la lanuggine 
dei pioppi quando vola per Paria. Plinio dice che Pitagora cre- 
deva niuno epilettico potere essere attaccato dal male caduco , 
mentre teneva in mano una pianta d'origano. A Ferrara credesi 
che i bambini battezzati al battistero della chiesa di 5. Viaria in 
Vade siano sicuri dagli attacchi di epilessia. Da noi le donne 
lo fanno cuocere nel vino e poi lo danno ai bambini attaccati 
dai vermi, od ammalati di male che non si conosca. Il Durante 
dice che quest'erba caccia anche le formiche legandola all'albero; 
e che la testuggine morsa dalla vipera si cura col mangiare del- 
l'origano selvatico. 

Nella Bibbia e presso tutti i popoli V ortica è simbolo di ste- 
rilità e di distruzione. « In luogo dello spino crescerà l'abete, in 
« luogo della ortica crescerà il mirto. Le spine cresceranno nei suoi 
« palazzi e l'ortica ed il cardo nelle sue fortezze ». (Isaia, XXIV- 13) 
E il Foscolo nei Sepolcri dice : 

. . . . Ma la sua polve 
Lascia alle ortiche di deserta gleba. 

V orobanche, a Carpeneto erba spunsiarora, a Ferrara scalogna, 
si mangia cotta per orinare facilmente. Da noi è molto rara ma 
nei piani di Ferrara è comune. Nel libro: « Elementi di agri- 
coltura di Costantino Cesare. Venezia 1542» è ricordato un cu- 
rioso modo di cacciare l'orobanehe, od erbalupa, che soffoca le 
piante, « Bisogna ai 4 lati del podere mettere un ramo di lean- 



Botanica popolare di carpeheTo 4O7 

dro, o nerio, ed in mezzo un bastone con una carta su cui sia 
dipinto Ercole che soffoca il leone. Oppure far girare una ver- 
gine, nuda, correndo intorno al campo con un gallo in mano ». 
L' ortica è adoperatissima nella cucina popolare . ma poco 
nella medicina. Si mangiano i primi talli di essa, come quelli de* 
gli asparagi e del luppolo, si danno alle galline le foglie cotte 
con la semmola. Si levano le macchie dai panni gentili , lavan- 
doli nell'acqua di ortica. Il Durante ricorda molte virtù dell'or- 
tica, ed anche che « chi porterà la ortica in mano, insieme col 
pentafillo, sarà sicuro da ogni fantasma e timore. L'ortica soste- 
nuta per 24 ore nell'orma dell'infermo, se si mantiene verde si- 
gnifica la salute di lui , se invece secca , significa mone o gran 
pericolo ». Uno strambotto dice che quando spunta Y ortica è 
tempo di carnevale, tempo di maritare le ragazze: 

Quandi r'è ra stagiun d' bitòe Purtija 
O ti papà, pensa a marièe ra ftja 
Quandi Turtija r'è li pir bitèe 
O ti papà, l'è za arivà Carvòe. 

Le orchidee selvatiche da noi sono dette in generale baie d* 
can. I fiori sono messi sulle croci contro la grandine, i tuberi si 
mangiano cotti e si credono eccitanti. Anche i bulbi di ornitogalo, 
a Carpeneto detti side salvaje cipolle selvatiche , sono mangiati 
allo stesso scopo e messi sopra i forunculi per farli maturare. 



Il papavero silvestre, o reas, usato quale alimento dagli uo- 
mini e dato anche ai majali prima della sua fioritura, è chiamato 
in Monferrato Donetla , Madonna nello Abruzzo , Madonina a 
Brescia. Il suo bel fiore rosso e caduco nel linguaggio dei fiori 
da noi significa civetteria. Le sue proprietà sonnifere lo fanno 
cercare dalle \ecchie megere o medichesse per calmare i mali di 
pancia dei bambini; la insonnia delle ragazze innamorate. A que- 
sta bisogna serve anche meglio il fiore di cucolo, od occhio di 
civetta selvatico, detto in latino paralisis o primavera. I suoi fiori, 
se sono posti di soppiatto di chi la mangia in qualche torta o 
schiacciata, gli fanno passare ogni dolore o malinconia; sono come 



4Ò8 ARCHIVIO Ef>R Le tradizioni POltoLÀRt 

il nepente di Omero, che addormentava i dispiaceri. Anche il Du- 
rante dice che quest' erba « conforta e fortifica mirabilmente il 
cuore ». Dicono i contadini che il cuculo viene nei nostri paesi, 
e se ne va, collo spuntare e col seccarsi di questa erba. Per fare 
vomitare danno agli ammalati da mangiare una cipolla selvatica 
del genere dei giacinti, detta cucco, in latino bulbum vomitorium. 
La parietaria, o vetrica usata comunemente per lavare i vasi 
di vetro , serve a togliere la gonfiezza , pestandola e mettendola 
sopra di essa. Serve alle malie, perchè, dicono le vecchie, come 
si attacca alle vesti la sua foglia, cosi agli uomini la impreca- 
zione mandata; quindi si guardan bene di non lasciarsi attaccare 
ai vestiti foglie di vetrica. Anche per la parietaria si vede P in- 
fluenza che esercita sulla immaginazione il nome e la forma del- 
l' erba. Cosi si dica del periclimeno , o caprifoglio , o madreselva 
detto a Carpeneto lijabosch. Questa pianta è creduta dannosa per- 
chè abbraccia e stringe e soffoca gli alberi ai quali si appoggia. 
Le sue bacche purgano fortemente, i suoi fiori hanno un odore 
amaro e nauseante. Le madri tenere ne fanno un unguento da 
porre dalla parte del cuore, alle loro figlie malinconiche. Il Du- 
rante dice che l'acqua di caprifoglio bevuta per 37 giorni fa di- 
ventare sterile. Arich > egli toccava delle qualità di questa pianta 
che dal popolo è creduta velenosa e di cattivo augurio. 

I fiori del pesco e del mandorlo , come già è detto , signi- 
ficano amore. Le foglie servono a fare empiastri da mettere sulla 
pancia dei bambini verminosi, ed il succo a lavare loro la testa 
sporca di lattime. I contadini lo toccano meno che possono col 
ferro , perche dicono il fico ed il pesco, essere nemici del ferro. 
I peschi coi frutti aderenti al nocciolo son detti persu d* ma- 
rin-nha peschi di marina, non essendo essi indigeni del paese. 

Pianta delle mammelle , di barin y dicono a Carpeneto la gal- 
lega, o ruta capraria, perchè il suo succo sana le escoriazioni 
delle mammelle delle donne e delle bestie. 

La piantaggine è l'erba contro la dissenteria e viene mangiata 
cotta come le bietole e la borragine. Contusa serve anche a sa- 
nare le ferite. Le medichesse che segnano le risipole, fanno ba- 



BOTANICA POPOLARE DI CARPEtfETO 4°9 

gnare la parte con sugo di piantaggine, se la risipola è secca , e 
fanno fare invece suffumigi della seconda scorza del sambuco, 
se la risipola è umida. Danno anche il seme di piantaggine fritto 
con aglio ai fanciulli verminosi, come succedaneo della corallina, 
anche per il minor costo della piantaggine, che si trova dappertutto. 
Il Durante fa una lunga enumerazione delle virtù di quest' erbe. 
Contro la dissenteria è pure usata la pampinella, che si mangia 
in insalata, credendosi confortatrice del cuore. 

Quantunque il pino domestico non sia molto comune in 
Monferrato , vi è abbastanza noto il selvaggio».. Nei mortorii si 
usa porre rami di pino o di abete nelle ghirlande dei nubili e 
delle celibi, insieme con rami di bosso. Si usa anche piantarne 
sulle tombe. Un ramo di cipresso o di abete usavano porre i 
Romani alla porta della casa dove era un morto. Anche un ramo 
di pino suolsi porre sulle case terminate di fabbricare. In questo 
rispetto per il pino forse entra qualche cosa di nazionale, perchè 
il pino era albero caro agli antichi Liguri, e caro è pure ai mo- 
derni. Il pino, come si vede nella vita di S. Martino, scritta dal 
Sulpicio Severo, era albero tenuto in venerazione anche dai Fran- 
cesi del 400 dopo Cristo. Il popolo nostro ignora senza dubbio 
che di rami di pino si incoronavano i vincitori dei giuochi Ist- 
illici in Grecia , ma conosce la buona influenza che esercita sul 
polmone la dimora prolungata in una pineta. Né la ignoravano 
i Romani contemporanei di Plinio che diceva giovare più lo stare 
in una pineta, che navigare in Egitto e bere il latte d'asina abi- 
tante in monti erbosi. 

Il pioppo bianco è segno di incostanza e di civetteria, perchè 
le sue foglie si voltano facilmente, ed il trovarle nei mazzi amo- 
rosi è un brutto complimento. V è in om> ctnè ra foia dV arbra 
bianca, dicesi a Carpeneto di Monferrato, di un voltabandiera, di 
cui uno non si possa fidare. Nelle feste di maggio , che vanno 
esse pure in disuso, è generalmente un pioppo, che viene pian- 
tato in piazza , avente in cima molte ghiottornie a tentare chi 
salirà a prenderle faticosamente , forse non senza un perehè fu 
scelta pel maggio questa pianta sacra ad Ercole. I Romani gliela 



410 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

avevano dedicata e la chiamavano, arbor umorosa herculeae coronata 
e Virgilio pure la chiama : populus bicolor h erculea umbra. I rami 
del pioppo e della quercia sono piantati nei campi ad indicare 
divieto di pascolo. 

Il puleggio fa parte delle erbe contro le malie, come la ruta, 
l'origano, l'assenzio, Pipperico ec. poste con un dente di cavallo 
in un sacchetto, collocato sotto il guanciale dei bambini figli o 
nipoti dalle medichesse volgari, che oramai hanno fatto il loro 
tempo. Plinio enumera molte virtù del puleggio , ma aggiunge 
che se non si coglie a digiuno, e colla mano sinistra, a nulla 
serve. Anche il Durante dice mirabilia del puleggio, e perfino 
che « applicato -al naso, o veramente messo in bocca, fa ritor- 
nare in vita i tramortiti ». Le erbe bun-nhe, come dicono le vec- 
che medichesse, sono dieci: 

Ir jerbe bun-nhe i sun dès: 

Bun meje, ridda, salvia e pulès: 

Cornabibbia, calumamela 

Erba gavurna, dragun-nha e siimela 

Marcurora e pirfurà 

I portu via qualunque ma. 

Veramente le erbe sono undici, ma non conta una di più, pur- 
ché torni la rima, regina e despota d'ogni poesia. L'uso di met- 
tere in versi le virtù delle piante daUa Scuola di Salerno era pas- 
sata al popolo, oppure da questo a quella. 

Anche il prezzemolo ha una qualche virtù. Il popolo dice 
che è amico della menta. Un'immagine poetica del prezzemolo 
fiorito è ricordata in un canto popolare già citato. Lo si dà alle 
ragazze clorotiche per provocare i menstrui. Una novellina popo- 
lare da me raccolta in Monferrato e mandata ai mio caro e sti- 
mato maestro il sig. Domenico Comparerà, è intitolata %a pur 
sumlin-nba, la prezzemolina, o la rubatrice di prezzemolo. Agli an- 
tichi era proibito di mangiare il prezzemolo, perchè erba dedicata 
alle vivande dei morti. E di prezzemolo e di sedano od appio 
erano intessute corone pei morti, ed anche pei vincitori dei giuo- 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO 4II 

chi olimpici. Un proverbio carpenetese dice che il pesce si digerisce 
bene con prezzemolo e vino: 

Pess fresch, (Vice e bun vin 
Du branca je <f parsumlin. 

La radice del prezzemolo si mette nelle zuppe degli sposi. 

Contro i vermi, il male di punta e la dissenteria è pure in 
uso il pruno selvatico. Il domestico a Carpeneto si dice brigna, 
ed il selvatico, bargnora prugnola. I fiori bianchi ed odorosissimi 
del pruno che sono i primi a spuntare accennano alla primavera, 
secondo il proverbio: 

Quandi u fiuriss ra bargnora 
Dl'invern a summa fora. 



La quercia è il simbolo della robustezza e della testardaggine. 
Sepp <T rùa ceppo di rovere vuol dire testardo. Coi rami della 
quercia e non con quelli di altri alberi si abbelliscono a Carpeneto 
le processioni del Corpus Domini; dairalbero di Giove, la quercia 
è diventata Y albero di G. C. Il Santuario di Iehova era pure a- 
dornato di alberi. « La gloria del Libano verrà a te, l'abete, il 
« busso, ed il pino insieme, adorneranno il luogo del mio San- 
te tuario ». Isaia, LX-13. 

Di rami di quercia si fanno pure le frascate pei pubblici 
balli, i boschetti pei bachi da seta, le allegre fiammate d'autunno 
pei ritrovi famigliari. Noi latini amiamo il sole, le terrazze , i 
portici ; i Tedeschi ed i Galli invece davano alle vecchie quer- 
ele anima e voce, le facevano sedi della divinità. Le arbores Sanctivae 
dei Longobardi e di Carlo Magno erano per lo appunto quercie. 
Druidi erano chiamati i sacerdoti che abitavano le selve di quer- 
cie, sulle quali raccoglieva il sacro vischio. Dris in greco signi- 
fica quercia. Gli auguri tratti dalla quercia di Giove avevano presso 
i latini più importanza che qualunque altro augurio. 

De coelo tactae niemini praedicere quercus. 



412 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

La corteccia di quercia è tuttora adoperata in Monferrato 
per combattere la dissenteria , le piaghe, il male della pietra, le 
flussioni. Dal Rio nelle sue Disquisitiones Magicarum 9 Castor Du- 
rante ed altri autori ricordano la superstizione monferrina circa 
le galle della quercia, cioè che spaccate queste galle d'autunno, se 
hanno dentro moscerini significano che Tanno dopo saranvi discor- 
die; se vermi, indicano abbondanza di raccolto; se un ragno, mi- 
nacciano mortalità. La corda che ha servito a legare Misdea, dicono 
i giornali napolitani, fu fatta a pezzi, dopo la sua fucilazione dal 
popolo fanatico. Anche a Carpeneto credesi dalle donnicciuole 
che se si lega una quercia colla cintura di un impiccato, cadono le 
foglie e le ghiande. Anche le leggi delle 12 tavole proibivano 
di incantare gli alberi, Ovidio dice pure: * 

Carmine lesa Ceres sterilem vanescit in herbanu 
Ilicibusque glandes, cantataque vitibus uva 
Cecidit et nullo pomo movente fluunt. 

Le ghiande seminate da un uomo e da una donna tenentisi 
per mano , dicesi che producano querce assai migliori di quelle 
che nascono da sé. Plinio dice che il legno di quercia non si 
usava nei sacrifizi, perchè l'albero spesso è toccato dalle folgori, 
e Columella ricorda che le pillole fatte di cenere di legno di 
quercia, mescolate con grasso tanno rinascere i capelli. 

Servivano a Carpeneto a cacciare le febbri anche quelle spu- 
gne verdi che sono sulle quercie. 



La rosa domestica è adoperata colla ruta e coir assenzio a 
tenere lontane le malie , come è detto. Se ne prendono i fiori 
non ancora sbocciati, a Carpeneto detti Cucun-nhe. Più usata è la 
rosa canina, comunissima lungo le strade. Le spugne o palle verdi 
che ella fa, sono adoperate contro le febbri malariche e contro 
il flusso del corpo. Gli ovarii che contengono il seme delle rose 
selvatiche dette gratachi grattaculi, sono adoperati utilmente nelle 
emottisi e nelle diarree. I ragazzi si burlano tra loro, mettendo 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO 413 

i semi tolti a questi ovarii, tra la camicia e la pelle dei compa- 
gni. Questi semi producono un incomodo pizzicore, che obbliga 
a grattare, onde il nome di grattaculi. Le foglie della rosa di 
ogni mese si mangiano, insieme coi fiori. Della rosa canina ado- 
perami i fiori per aromatizzare l'aceto contro le convulsioni. 

Il rosmarino è messo coll'aglio negli arrosti, dice il popolo, 
perchè il i. aguzza , il 2. offusca la vista. Le foglie del rosma- 
rino sono cotte col pane che si dà ai convalescenti, ed ai bam- 
bini che hanno avuta la scarlattina. Le donne lo mangiano per 
le loro segrete malattie. Un proverbio dice: 

Ne erbo senza puncin 

Né Dina (Natale) sensa rusmarìn. 

Perfino le foglie dell' umile reno , a Carpeneto detto arvcja 
(dal latino rubum y rubetum, plur. rubetd), servono. Le adoperano 
infatti per far maturare le posteme ed i furuncoli. Anche Plinio 
ricorda il rovo dicendo che « spiccando i suoi rami a luna piena 
senza lasciarli toccare terra, giovano ai mali delle donne, ma bi- 
sogna portarli, legati al braccio ». A Carpeneto distinguono il 
rovo di luglio, d'amsun, dal rovo, d* vandegn-gni. Mangiansi i teneri 
germogli del rovo dai ragazzi, come pure quelli delle rose ca- 
nine. I primi sono detti scardi d'amure, i secondi scardi d 9 biscia. 
Questo epiteto di biscia significa qualità inferiore. Infatti una 
specie di lumache meno buone a mangiarsi diconsi lumache di biscia. 
Le donne fanno bollire le foglie del rovo per fare andare via le 
macchie dai panni e dal viso. Il Durante dice che questa deco- 
zione fa anche neri i capelli. Mangiasi anche dai ragazzi una spe- 
cie di miele, che certe api selvatiche fanno nel quadro fusto dei 
vecchi rovi. In tempi di carestia si mangiarono cotte le foglie del- 
l' olmo e del rovo , come lo attesta il proverbio : quandi eh' u 
s' ha fam , u s' mangia arvcje a foje d y urm. Si mangiano pure 
le more per stagnare il corpo. Il rovo è il simbolo della rusti- 
cità. T ci ai man-cmS in arveja, sei gentile come un rovo, è 
proverbio carpenetese, e un altro dice: Tachegn ente' ri arvcja, te- 
nace come un rovo. Secondo le donnicciole ha la sua virtù an- 
che la piccola ruchetta che nasce fra le spaccature dei vecchi 
^Archivio p$r le tradizioni popolari — Voi. IV. 52 



4*4 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

muri, fa bene al fegato , toglie la malinconia , eccita Y appetito. 
Castor Dorante dice che cogliendo tre talli di rucchetta selvatica 
colla mano sinistra, e subito mangiandola, si guarisce del tra- 
bocco del fiele. 

Lu ruta è l'erba antispiritica per eccellenza., come già si è 
accennato. Il Del Rio attesta che secondo il belga Boberto Triez 
la rata rubata cresce più presto. E che le punte di 7 erbe, fra 
le quali quelle della ruta, gettate in una camera ove si pranzi 
fanno nascere fra i convitati le contese degli antichi Lapiti. An 
che Aristotile commenda la ruta contro le fascinazioni, obbedendo 
anch'egli alle ubbie in voga nel suo secolo. Il Durane afferma 
che la ruta mangiata colle noci la mattina a digiuno tiene lon- 
tana ogni pestilenza. Le donnicciuole la tengono come una pa- 
nacea pei mali dei bambini, per le infiammazioni degli occhi, per 
purgare, per detergere, per far bella la faccia. È una delle io 
erbe buone. E non senza ragione, perchè la fama di quest' erba 
è diffusa e solida, tanto negli antichi come nei moderni tempi. A 
Ferrara ed altrove si infonde nell'acquavite, cui comunica un sapore 
amarissimo e digestivo. A Vienna ne mangiano le foglie col pane. 

S. 

La verghetta che tengono in mano gli idromanti, o trova- 
tori d' acqua, deve essere di salice rosso e senza nodi , altrimenti 
T acqua non si mostra. Anche il salice entra nella medicina del 
popolo, che conosceva la virtù febbrifughe della pianta, pria che 
si conoscesse Y acido salicilico. I rami giovani del salice rosso 
— gaba da gurin a Carpeneto — mettonsi a macerare neir acqua 
che serve a dissetare i febbricitanti. Il decotto di corteccia di 
salice si dà in piccola quantità ai bambini tormentati dai vermi, 
ed a chi ha poco appetito. Tengonsi i piccoli bachi in panieri 
di vimini, il che serve di disinfettante. Anche certi alveari sono fatti 
di vimini non scortecciati. Il liquido che goccia dai vecchi sa- 
lici è creduto attissimo a lavare e mondare vecchie piaghe. 

Sulle croci poste nelle vigne contro la grandine non si mettono 
fiori gialli di ranuncolo, ma fiori di bu%bm di sclarea o salvia sei- 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO 415 

vatica, attissima, dice il popolo, a risolvere tumori, a purgare. La 
salvia domestica è detta savia. La salvia detta cosi, perchè salva, 
è l'erba associata alla ruta , alle noci, contro i veleni. La Scuola 
di Salerno credeva che l'uomo possessore della Salvia non mo- 
risse. Il Durante ricorda che era credenza del volgo suo contem- 
poraneo, che « mangiandosi tre foglie di salvia con sale la mattina, 
assicuri dal veleno per tutto quel giorno ». Nel colera del 1854, 
il popolo a Carpeneto usava quale disinfettante in casa la salvia 
con l'aglio e la ruta. Le donnicciuole la usavano anche come de- 
tersiva della forfora e delle piaghe. Credono che la salvia sia anche 
afrodisiaca, (e ne danno il decotto ai giovani sposi), e che renda 
sapienti, fondandosi sul nome che a Carpeneto si pronuncia savia, 
e farebbe gli uomini savi, comunicando loro il- savii, sapere. 

Il sambuco è pure contro le malie. I suoi fiori raccolti in grappo- 
lo e posti vicino alla finestra non vi lasciano venire nò il gufo né 
la civetta a portare il cattivo augurio. Uno strambotto che dice: 

Lo mioi amur u m'ha manda in salito 
U m'ha manda ra foia di sambìco, 

ricorda che anche il sambuco, era una volta pianta d' amore, il 
che oggidì più non è. I fiori secchi servono ancora come dia- 
foretico, e le medichesse che curano le risipole ordinano ancora i 
suffumigi della seconda corteccia del sambuco. I ragazzi fanno nei 
nodi del sambuco i loro Sc-ciuplctt, scoppietti, e il proverbio /' ex 
proppe cmè u sambi indica ancora la debolezza che è propria di 
questo legno pieno di midollo. Adoprano altresì il succo delle 
foglie a purgare, e anche 3 questo scopo se ne mangiano i frutti. 

In alcuni paesi si mangiano i fiori di sambuco freschi in frit- 
tata colle ova, e dicono contro la malinconia. Quest'uso è pro- 
prio anche di qualche regione dell'Impero d'Austria. 

L'erba sangugnora a Carpeneto è una specie di gramigna che 
introdotta nel naso fa uscire il sangue. 

Il semprevivo dei tetti è pure usato in medicina contro le 
erpiti, le lenticchie della faccia, le contusioni. 

La senapa, a «Carpeneto detta senva, è mangiata tenera in in- 
salata per confortare il corpo, e adulta come eccitante l'appetito. 
Si sfrega sopra le giunture indurite, e sulle croste lattee. 



41 è ARCHIVIÒ PER LE TRADIZIÓNI POPOLARI 

Il senecione o cardoncello volgare detto a Carpeneto trbass 
od erbassun, è adoperato contro i mali di stomaco; soppesto, vale 
alle scorticature dei piedi affaticati da lunghe marce. Molti re- 
duci dalle patrie battaglie nel 1848, si sono curati col senecione 
cardoncello. Il Durante attesta che « se si fa bollire il vetro nel 
succo del senecione e sangue di becco, diventa molle come una 
cera , et se ne possono formare figure e vasi , amettendolo poi 
neir acqua fresca si indurisce ». 

I fiori del serpillo sono messi nelle focaccie per guarire la 
melanconia e la ippocondria; il succo dicono che serve ai mali del- 
Porecchie, e ciò nota anche il Durante. Nella processione del Cor- 
pus Domini i fiori di serpillo, di rosa ecc., sono sparsi di preferenza. 

II solatro o solano , a Carpeneto chiamasi erba balunera per- 
chè il succo si mette dentro i palloni di cuoio per farli più duri, 
e per impedire che l'aria introdotta se ne esca fuQfi. Impiastrata 
sul capo , caccia 1* emicrania , sulle piaghe le monda e vivifica. 
Il popolo però non lo piglia mai intieramente, perchè lo crede, 
com'è di fatti, un veleno, fatto accorto dagli animali che lo rifiu- 
tano sempre per loro cibo. Il Durante dice che mitiga l'ardore 
dello stomaco e del fegato , ma il troppo uso suo fa impazzire. 

Le sorbe si danno ai bambini che soffrono di dissenteria col 
decotto di foglie di vite. Il Durante dice che « dormendosi sotto 
l'ombra del sorbo, si eccita la rabbia a coloro che sono stati mor- 
sicati dai cani rabbiosi, però come poco sana è da fuggirla ». 

Lo spin cervino, a Carpeneto detto pei sirvin pero cervino, 
è adoperato dai contadini per purga, specialmente nelle sue bac- 
che. I ragazzi se ne servono per fare un inchiostro rossigno. Di- 
cono che gli uccelli quando vogliono mutare le penne mangino 
di queste bacche. Le donne adoprano le bacche a tingere in nero 
la tela; serve anche a quest'uopo, il carbonchio della meliga, ed 
il fungo detto vescia di lupo, quando è molto maturo. 

T. 

La tossilaggine o zampa di cavallo, è chiamata anche erba 
della tosse, perchè il decotto di essa caccia la tosse. Si chiama 



Botanica popolare di carpeneto 417 

a Carpeneto lapasot, piccolo lapazio, e si crede che si trovi acqua 
là dove egli nasce. A questa pianta pare infatti pongano atten- 
zione gli idromantù cioè quelli che scoprono il punto più adatto 
per farvi un pozzo. Le foglie si adoperano a tenere fresche e pu- 
lite le piaghe, le radici si fanno bollire e se ne beve il succo 
nelle febbri, nelle tossi ostinate, in polvere si danno a coloro che 
soffrono di petto. Il Durante la crede buona contro la peste, e 
dice che i Tedeschi la chiamano Pestilen^-wurt^ radice della pe- 
stilenza. E come è detto, Aristotile la teneva in grande conside- 
razione. I suoi fiori spuntano prima di ogni altro fiore. 

Il tanaceto detto a Carpeneto erba di verni perchè il succo 
espresso dalle foglie e dai fiori si dà ai fanciulli molestati dai 
vermi. Si dà anche a coloro che sono travagliati dal fregg, dalla 
terzana. Secondo le donnicciuole ha tanta virtù che facendone 
un letto secco e stendendovi sopra i bambini , per forza se ne 
devono andare dal corpo. 

La tormentala, a Carpeneto detta tormentin-nha è la medi- 
cina delle donne che si sconciano facilmente , mettendola sotto 
forma d'impiastro sulla pancia. Le donne la fanno cuocere e la 
mangiano colle bietole, col cavolo, colla borragine. Il Durante 
dice che la tormentilla « difende dalla peste dalle febbri pestilen- 
ziali e dalle petecchie ». Gli effetti della tormentilla sono mag- 
giori quando si fa bollire con ricci verdi di castagna. Della ca- 
stagna non e' è da ricordare che due proverbi : Ra castagna a 
s' uadagna, cioè bisogna pungersi per averla. A n' dime nent ca- 
stagna. Sa n' sun ant ra cavagna, non chiamarmi castagna, pria 
che io non sia raccolta. 



La vena, od avena, pasto gradito dei cavalli, è adoperata 
dal volgo contro la mingran-nha, emicrania. Pigliano 13 grani di 
avena e mettonli in un piatto piena d'acqua. I grani che vanno 
a fondo sono cattivi, quelli che restano a galla si mangiano e si 
dice tanti paternostri quanti essi sono e l'emicrania passerà. Al- 
cuni sfregano sulla fronte la valeriana contro il dolor di testa e 
questo rimedio credo che giovi più dell'avena. 



41 8 . ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

La pianta del verbasco colle sue larghe e lanute foglie , i 
fiori gialli ed appariscenti, ed il suo crescere presso l'abitato, do- 
veva attirare senza dubbio lo sguardo del volgo curioso. I suoi 
fiori infatti a detta delle vecchie sono ottimi per le tossi ostinate, 
purché colti, al solito, in sabato, e colla mano sinistra, le foglie 
peste risolvono i tumori, combattono le emorroidi, sono per così 
dire, la carta con cui si avviluppano , per conservarle , tutte le 
altre erbe buone , perchè la carta vera non serve a ciò. Il Du- 
rante attesta che « se si circonda di verbasco una pianta di noce, 
ritiene l'albero tutti i suoi frutti , e che ungendosi le mani del 
succo, e mettendole poi in una peschiera tirano a se tutti i pe- 
sci ». A detta di Plinio il verbasco guarisce la febbre se una 
vergine nuda lo pone addosso al malato, digiuna, a lui digiuno, 
con mano supina dicendo: « Dice Apollo che una nuda vergine 
manda la peste, ed una nuda la estingue ». La fantasia popolare 
è certamente più colpita per mezzo della vista che per mezzo 
dell'udito. 'Il bel giallo dei fiori del verbasco , secondo la vista 
indica maestà. Era questo il colore dei flammei nuziali presso i 
Romani, cioè delle nuove vesti che le spose indossavano il giorno 
delle loro nozze, il colore di certi vestiti di gala dei sacerdoti ; 
come nella China, è il colore imperiale. Il roseo fiore del pesco 
e del mandorlo indica amore, il bianco del giglio purità e can- 
dore, l'azzurro del fiordaliso costanza. Bel tema da trattare sa- 
rebbe quello dei colori nella fantasia popolare. 

La viola pel colore e pel sito divenne il noto simbolo della 
modestia. Le madri ne fanno decotti e sciroppi pei bambini, e la 
rrlettono con tutte le io erbe buone ricordate addietro, e la in- 
fondono nel vino pei convalescenti. Quando le viole fioriscono 
di settembre è cattivo segno, si temono pestilenze per Tanno 
vegnente. I superstiziosi hanno notato che nell'autunno del 1885 
si trovarono in settembre viole fiorite e nel 1884 ci fu colera. 

La vite selvatica, o brionia, o vite di S. Giovanni perchè 
matura i suoi frutti verso la fine di Giugno, è anche medicina 
ricercata dal volgo. Averne una pianta che si arrampichi ad un 
albero vicino alla casa stessa è buon augurio , e tiene lontani i 
fulmini. I suoi frutti servono di purga, e come detersivi alle er- 



BOTANICA POPOLARE DI CARPENETO 4I9 

peti (a Carpeneto dette derbie) della faccia, la sua radice è ta- 
gliata a fette e serve a portare via le macchie dai panni. Au- 
gusto e Tiberio, come dice Plinio, per assicurarsi dai fulmini si 
ritiravano in un laureto e facevano circondare la casa di brionia. 
Plinio aggiunge che la brionia, posseduta in villa caccia gli uc- 
celli di rapina, e quindi salva i domestici , sana la flemma e la 
emottisi, e legandola al tallone fa ringiovanire. Infatti nota che 
gli schiavi venivano unti di succo di brionia per più giorni, poi 
fatti camminare, indi asciugati con acqua fresca e venduti. 

La vite vinifera, non è pianta medicinale direttamente , ma 
lo è pel suo succo. Per i raffreddori il popolo beve vino caldo 
e poi va a letto, e molte medicine popolari sono poste nel vino 
bianco. Quandi cV u canta ir cucco, ir vi i devo eise puaje, quando 
canta il cucolo, le viti devono essere potate, dice un nostro pro- 
verbio. Ai quale fa eco Plinio quando dice che è una vergogna 
se il cucolo vede il portatoio del contadino. I villici dicono che 
quando canta ra pupù l'upupa prima che le viti comincino a ger- 
mogliare, sarà nell'anno gran copia di uva, perchè venendo quel- 
l'uccello per la buona stagione, quando le viti mettono , non ci 
è più pericolo che loro faccian danno le brinate. 

Il contadino non biasima né tratta mai male la vite, perchè, 
dice, è pianta del Signore. Ciò ricorda Orazio pure chiamandola 
sacra vite. I Romani ed i Greci sagrificavano a Bacco, Dio del 
vino, un capro, bestia, alle viti infestissima. Apulejo diceva che 
le viti producevano molta uva, quando i potatori avevano in capo 
una ghirlanda di edera , pianta consacrata a Bacco. E Durante 
dice che un anello fatto di legno d'edera proibisce l'ubbriacchezza; 
anche i nostri contadini credono che i corimbi dell'edera impe- 
discano i'ubbriachezza. I Romani avevano canti e scongiuri con- 
tro la grandine. Costantino Cesare dice che per tenere lontana 
la grandine bisogna circondare il luogo di molte chiavi di poderi, 
oppure far dipingere in una tavoletta un grappolo d'uva, oppure 
tenere in mano una testuggine in modo che non si possa rivol- 
tare, o sotterrare nel campo , pelle di Jena , di foca , o di ippo- 
potamo. Plinio dice che contro la grandine i Romani dei suoi 



420 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

giorni ponevano la scure colla lama contro il cielo, un falcone 
colle ali aperte inchiodato ad una porta. Columella nota che allo 
stesso effetto esponevasi un cranio di cavallo o di asino. Di un 
cranio di cavallo, posto sopra un palo in una vigna, parla anche 
il Boccaccio in una sua novella. Il falcone morto, inchiodato ad 
una porta colle ali aperte, l'ho visto a Carpeneto ed in molte altri 
paesi del Monferrato. Da noi soglionsi con benedizione speciale 
benedire e scongiurare le grandini ed i temporali, come già dissi 
altrove , e poi portare nelle vigne croci di canna benedetta. Il 
tralcio della vite in Monferrato serve soltanto per bruciare. Qò 
facevano pure gli Ebrei. « Qual'è fra le legna del bosco, il le- 
« gno della vite, il quale io ho ordinato per la pastura del fuoco, 
« tali renderò gli abitanti di Gerusalemme ». E^echiel, XV-7. 

Z. 

Le yucche perchè vengano bene dice il volgo che devono 
essere piantate da donne menstruate. Il Durante dice che « esse 
verranno meglio, se si pianteranno nelle cenere delle ossa umane 
irrigandole con olio. Da noi il volgo crede che le bisce non toc- 
cheranno le zucche , se presso di esse si pianterà una verga di 
sangugnb di sanguine. Gli agricoltori fanno anche di sanguine le 
scope che devono servire durante la trebbiatura del grano allo 
scopo stesso. 

La zucca d'asino , steca d'oso a Carpeneto, è il cocomero 
asinino. I suoi semi sono adoperati per purgare, le sue foglie per 
risolvere tumori , come il giusquiamo , da noi chiamato erba di 
Santa Pulonia, la protettrice dei mali di denti, perchè si adopera 
pel male dei denti, facendone empiastro sulle guance. Contro il 
male dei denti si adopera anche l'iva, o l'erba a Carpeneto detta 
gavurna. Quando il sacerdote esce sopra il dosso della collina 
di S. Giorgio a Carpeneto a benedire le campagne , come face- 
vano una volta i fratelli Arvali, le donne superstiziose, e le non 
superstiziose si affrettano a raccogliere 1' erba gavurna o came- 
pizio, od iva buona per ogni male, e la ripongono accuratamente 
nelle loro casse. 

Giuseppe Ferraro. 



LA MORT EN VOYAGE 
LÉGENDES CHRÉTIENNES DE LA HAUTE-BRETAGNE. 




n Bretagne, aussi bien, dans les pays de langue fran- 
$aise que dans ceux de langue celtique, la Mort n'est 
point une abstraction, un mot qui désigne la cessation 
de la vie; c'est un véritable personnage, une sorte de divinité 
secondaire. Elle est toujours en mouvement pour exécuter les ordres 
du Dieu suprème qui lui a impose une tàche quotidienne; elle 
semble éprouver en certains cas une sorte de joie mediante dans 
Taccomplissement de sa besogne funebre, et les paysans lui met- 
traient volontiers dans la bouche Pexclamation triomphante que 
l'artiste inconnu qui a sculpté la danse macabre de la Roche Mau- 
rice (Finistère) a gravée au-dessous de l'image de la Mort : « Je 
vous tue tous ! ». 

Cette croyance à Tantbropomorphisme de la Mort est mieux 
conservée en Basse-Bretagne que dans la panie fran^aisc de la 
péninsule: elle y a un nom qui lui est particulier, c'est YAnkou, 
littéralement: i'angoisse; ce nom est masculin, et la Mort est une 
divinité male. En Haute-Bretagne, la Mort personnifiée n'a point 
archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 5 3 



4 2 ^ ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POMLARI 

en general de nom propre, et comme elle est femme, elle est 
presque toujours marraine; une seule fois, dans un des contes qui 
suivent, je l'ai entendue nommer Compère La Mort; et alors, 
comme en Basse-Bretagne, elle était parrain. Ces pcrsonnifications 
de la Mort ne sont point particulières à la Bretagne ni mème à 
l'Europe; on les rejrouve chez des peuplades de civilisation rudi- 
mentaire. Une tribù de la Sénégambie, pour ne citer qu'un exem- 
ple, celle des Temne, personnifie la Maladie et la Mort; le mis- 
sionnaire anglais Schlenker (A Collection of Temne traditions p. 2<))> 
a employé Mr. Death, Monsieur Mort, pour rendre l'expression 
en usage chez les nègres. 

La Mort voyage toujours sur la terre, sans prendre de repos; 
elle est quelquefois visible, mais la plupart du temps elle se 
glisse furtivement, et on ne s'apen; oit de sa visite qu'après qu'elle a 
frappé. Plusieurs dictons de la Haute-Bretagne font assez claire- 
ment allusion à la croyance au passage de la Mort; s' il y a un 
décès « la Mort a passe par là ». Lorsqu'une personne, malgré 
tous les soins qui lui ont été donnés vient à mourir, les paysans 
disent: « Il n'y avait rien à faire, la Mort y était ». A un étranger 
qui arrive dans une maison où quelqu'un vient d'expirer, on dit : 
« La Mort est chez nous ». 

On se la figure généralement décharnée, couverte d'un suaire 
terreux, et armée d'une faux, comme dans les Danses Macabres; 
bien des gens n' oseraient rester seuls auprès d' un mourant au 
moment où il expire, de peur de voir entrer cette lugubre appa- 
rition. Cette forme de squelette n'est pas toutefois invariable: au 
moins dans les légendes la Mort ressemble assez, suivant le sexe 
qu'on lui attribue, à un homme ou à une femme. 

Comme la Mort est pressée et qu* elle a de langues routes 
à parcourir, elle est souvent montée sur la Charrette Moulinoire, 
qui va comme le vent, et fait entendre un bruit analogue à celui 
d'un essieu mal graissé. Bien des gens affirment l'avoir entendue, 
surtout à Tentrée de la nuit, quelques-uns méme l'ont vue, à ce 
qu'ils assurent. Parfois, comme si la Mort voulait s'assurer si l'heure 
de faucher est venue, la charrette passe, une quinzaine à l'avance 



LA MORT EN VOYAGE 423 

à la porte de ceux qui « som pour mourir. » Souvent le char 
est rempli des trépassés qui som décédés dans la journée ; quel- 
quefois alors le conducteur est, non la Mort, mais le Diable. 

Cette mission de transporter les morts au lieu où ils doivent 
recevoir leur récompense ou leur punition, semble plus spéciale- 
ment reservée à une autre Charrette de la Mort qui se nomme 
la Grand* Cherrée, (la Grande charrettée). (Cf. pour les details et 
les similaires fran^ais mes Traditions et Superstiiions de la Haute- 
Tìretagne t. I, p. 208, et mes Contes des Paysans n. 53). 

Dans les légendes qui suivent , la Mort se promène comme 
une personne ordinaire, généralement à pied, quelquefois montée 
sur un cheval. Elle a les mémes passions que les honimes, et elle 
semble méme parfois compatissante aux pauvres gens : en certains 
cas, elle joue presque le róie d'une fée ou d'un saint descendu sur 
la terre pour y voyager. Si sa puissance est grande, son intelli- 
gence parait bornée, temoin les ruses assez grossières auxquelles 
elle se laisse prendre, aussi bien dans les légendes relatives à ses 
voyages que dans certaines versions de la Legende du bonhomme 
Misere (cf. YHistoire nouvelle et divertissante du bonhomme Stislre. 
Troyes s. d. — Sèbillot,Liltérature Orale de la Haute-Bretagne p. 175). 
A ce point de vue elle joue un róle de dupe analogue à celui du 
diable, auquel les contes populaires attribuent une dose de naiveté 
peu ordinaire. 

I. — Le Vrai Juste. 

Il y avait une fois un homme pauvre qui ne pouvait trouver 
personne pour nommer son enfant nouveau-né. Il se mit en route 
pour chercher un parrain et une marraine, et, après avoir marche 
quelque temps, il rencontra sur le grand chemin le bon Dieu qui 
lui dit: 

— Où allez-vous, mon ami? Vous avez la mine triste. 

— Ah! répondit Thomme; il vient de me naitre un petit ganjon, 
et nous sommes si pauvres que personne dans le pays n'a con- 
senti à le nommer; c'est pourquoi je cherche des àmes charitables 
pour l'assister à son baptéme. 



424 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— Voulez-vous, domanda le bon Dieu, quc je sois le parrain 
de votre enfant? 

— Oui, répondit l'homme; mais auparavant je voudrais savoir 
comment vous vous appelez, car je veux pour mon petit gars 
un parrain juste. 

— Je me nomme le Bon Dieu. 

— Oh ! puisque c'est vous qu'on appelle le Bon Dieu, vous 
ne serez pas le parrain de mon enfant; car vous n'ètes pas juste : 
vous faites mourir de bons travailleurs qui gagnent du pain à leur 
famille , vous faites mourir des mères dont les enfants marchent 
à peine tout seuls, et vous laissez vivre des gens qui n'ont jamais 
fait que de la honte et du chagrin à leurs parents. Vous tuez 
des jeunes hommes dans la force de 1* àge, et vous oubliez des 
vieux qui ne som plus bons à rien. Vous n'ètes pas juste. 

L'homme laissa le bon Dieu continuer sa promenade, et il se 
remit en route: un peu plus loin, il rencontra Saint Jean qui vo- 
yageait aussi sur terre. Le Saint lui demanda où il allah. 

— Je cherche, répondit-il, des àmes charitables pour nommer 
mon petit gar^on. 

— Voulez-vous que je sois son parrain? 

— Oui, volontiers, répondit l'homme, mais auparavant dites- 
moi qui vous étes, car je veux pour mon petit gars un parrain 
juste. 

— Je me nomme Saint Jean. 

— Oh ! puisque c'est vous qu'on appelle Saint Jean, vous ne 
serez pas le parrain de mon enfant; car vous. étes le complice du 
bon Dieu, et le bon Dieu n'est pas juste. 

L'homme continua sa route, et un peu plus loin il rencontra 
Saint Pierre qui lui demanda où il allait. 

— Je cherche, répondit-il, des àmes charitables pour nommer 
mon petit gar^on. 

— Voulez-vous que je sois son parrain ? 

— Oui, volontiers; mais auparavant dites-moi qui vous étes, 
car je veux pour mon petit gars un parrain juste. 

— Je me nomme Saint Pierre. 



LA MORT EN VOYAGE 425 

— Ah ! puisque c'est vous qu' on appelle Saint Pierre; vous 
ne nommerez pas mon enfant, car vous n'ètes pas juste: vous avez 
renié votre maitre trois fois, et depuis que vous ètes portier du 
Paradis, vous ouvrez plus volontiers votre porte aux riches qui 
ont de l'argent pour se faire dire des messes qu'aux pauvres qui 
n'ont pas avec quoi payer des prières. Vous n'ctes pas juste. 

L'homme se remit en rome, et, après avoir encore cheminé 
quelque temps, il rencontra la Mort qui lui demanda où il allait. 

— Je cherche, répondit-il, un parrain et une marraine pour 
nommér mon petit gar^on. 

— Voulez-vous que je sois sa marraine ? 

— Oni, volontiers, mais auparavant dites-moi qui vous ètes, 
car je veux pour mon petit gars une marraine juste. 

— . Je me nomme la Mort. 

— En ce cas, je veux bien que vous soyez la marraine de 
mon enfant; car vous au moins, vous étes juste: vous prenez les 
riches aussi bien que les pauvres, les jeunes aussi bien que les 
vieux. Vous ètes juste. 

Et la Mort fot la marraine de l'enfant du bonhomme. 

Conte en 1883, par J. M. Comault, du Gouray). 

Dans le conte de Luzel iutitulé YHomme Juste (Legende* chrèliennes de la 
Basse-Bretagne t. I, p. 335), les épisodes ci-dessus se retrouvent en grande 
partie; saint Jean toutefois n'y figure pas; le récit breton, beaucoup plus déve- 
loppé que celui-ci, se continue après le baptéme. Dans son commentaire Luzel 
cite comme similaires trois contes aUeraands des collections Grimm , S. W. 
Wolf, Prohle, un conte hongrois de Gaal Hier, un conte provencal (Armana 
prouvencau 1876), un conte sicilien du recueil Gonzenbach — où la Mort est 
aussi marraine — enfin un conte littéraire de Gueulette dans les Mille et un quarts 
(Thcures. G. Grimm cite aussi dans ses commentaires une farce allemande de 
Jacques Ayras, commencement du XVlt siècle, et un petit poème allemand de 
Hans Sachs (1553). 

Cene donnée, qui rappelle celle de certains fabliaux, devait ètre populaire 
au Moyen Age, et il est vraisemblable qu'en cherchant bien, on en trooverait 
les traces. • 

Aux références ci-dessus, il faut ajouter La Morti e so figghio^u, conte 
de Pitré n. CIX, et Bernoni, Tradi^. pop. vene\. El giusto. Cf. aussi sur le 
róle de la Mort, Grimm D. M. eh. XXVIL 



4^6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

II. — Le Compère de la Mort. 

Il y avait une fois un homme qui n'était pas riche, et il ne 
pouvait trouver de parrain pour un fils qui venait de lui naitre. 
Comme il s'en allait par les chemins pour en chercher un il ren- 
contra la Mort qui lui dit: 

— Tu as la mine chagrin, bonhomme: que cherches-tu ? 

— Un parrain pour mon enfant qui vient de naitre; mais je 
n'en trouve point. 

— Si tu veux, je nominerai ton fils: je suis le Compère la 
Mort; mon nom n'est pas joli; mais je puis faire du bien à ta fa- 
mille et enrichir mon filleul. 

Le bonhomme accepta, et Compère la Mort devint parrain de 
son fils; après le baptéme, il dit au pére: 

— Voici comment tu pourras t'enrichir. Il faut te faire mé- 
decin. Il te sera facile, quand tu iras en visite, de savoir si le 
malade doit guérir ou succomber. S'il est pour mourir, tu me 
verras au chevet du lit; si au contraire, son heure n'est pas encore 
venue, je me tiendrai au pied. Aussi tu ne te tromperas jamais, et 
comme tu auras bien vite la réputation d* un habile homme , tu 
gagneras de l'argent autant que tu en voudras. 

Le Compère de la Mort se mit médecin, et, somme il disait 
toujours sans se tromper si le malade devait guérir , il ne tarda 
pas à ètre connu. On venait de tous cótés le chercher, et il em- 
portait chaque fois de bonnes pièces d'argent. 

Cependant le roi tomba malade, et, comme il avait entendu 
parler du médecin qui ne se trompait jamais, il Tenvoya chercher, 
lui promettant une riche récompense s'il le guérissait. Le bonhom- 
me vint au palais, et, en entrant dans la chambre où gisait le roi, 
il vit Compère la Mort qui se tenait au chevet de son lit. Il en 
était bien marri, car il aurait bien voulu guérir le roi, et toucher 
la grosse somme qui lui avait été promise. Il se gratta l'oreille, 
puis, après un moment de réflexion, il ordonna de prendre le Roi, 
et de lui piacer la tète où il avait auparavant les pieds. De cette 



LA MORT EN VOYAGE 427 

fa^on la Mort se trouva au bas du lit au lieu d* étrc au chevet 
et le roi fut guéri. 

En sortant du palais, les poches remplies d'or, le bonhomme 
rencontra son compère qui lui dit : 

— Tu m'as trahi , et tu m' as fait tort , compère ; mais tu 
vas mourir. 

— Non, répondit le bonhomme, je me cacherai si bien que 
tu ne pourras me trouver. 

— Je t'atteindrai partout où tu seras; il n'y a nul endroit 
où je ne puisse pénétrer. 

— Bah! dit le bonhomme en tirant de sa poche une petite 
bouteille; si j'étais cache là - dedans, est - ce que vous iriez m'v 
chercher ? 

— Oui, certes, répondit la Mort. 

— Non, compère, cela, je ne le croirai jamais. 

— He bien, tu vas voir. 

Compère la Mort se fit tout petit et entra dans la bouteille; 
mais aussitót le bonhomme qui tenait un bouchon tout prèt boucha 
la bouteille et la mit dans sa poche. Il rentra ensuite chez lui , 
et la ramassa dans son armoire; mais il réfléchit et pensa que 
quelqu'un pourrait la déboucher ou la casser par mégarde. Il alla 
creuser dans son jardin un trou, y mit la bouteille et la recouvrit 
de terre. 

Pendant que Compère la Mort était emprisonné, personne 
ne mourait; le roi se portait comme un charme, et le bonhomme 
aussi. Cela dura quelque temps; mais un jour les cochons entrè- 
rent dans le jardin, et s' étant mis à gratter la terre avec leur 
grouin, ils découvrirent la bouteille et firent sauter le bouchon 
avec leurs dents. 

Alors Compère la Mort sortit , et il recommen^a à voyager 
sur terre. Cette fois il frappa son compère et le roi , et il leur 
fallut tous les deux mourir. 

(Conte en 1881, par j. Lucienne, de Trébry). 

La première partie de ce conte, plus longuement développée, se retrouve 
dans V Anhou et son compère. Légendes rbrètiennes de la Basse- Bretagne , t. I, 



4^8 ARCHIVIO EPR LE TRADIZIONI POPOLARI 

p. 346); à partir du moment où la Mori rencontre son compère au sortir du 
palais du roi, chacun du deux récits suit une voje differente. 

Misere, Cottles des Taysans, n. 52, se sert pour faire entrer Plàtus et sès 
diables dans sa blague a tabac, d'une ruse analogue à celle employée par le 
compère de la Mort. Dans le récit qui suit, on retrouve une ruse semblable. 

III. — La Mort et le Bonhommc. 

Il y avait une fois un homme qui était très vieux, et la Mort 
fut envoyée pour le chercher. Il s'attendait à la voir venir, car, 
autrefois on savait à quel jour et à quelle heure on devait mourir. 
Le bonhomme boucha de son mieux les portes et les fenètres de 
sa maison, mais il oublia la cheminée. 

Quand vint Pheure où la Mort devait passer, le bonhomme 
fut très inquiet, car bien qu'il fòt le plus àgé de sa paroisse, il 
n 'avait pas envie de mourir. Toutefois , il pensait que la Mort 
ne pourrait entrer chez lui, et que, comme elle avait bien d'autre 
besogne, elle serait obligée de s'en retourner sans Temmener. 

Comme il y songeait, il vit la Mort qui descendait par la 
cheminée. Elle vint se planter devant lui, la faux à la main. Il 
eut bien peur, mais il se mit à causer avec elle ,' pour essayer 
de gagner du temps. 

— Par où ètes-vous entrée? lui demanda-t-il. 

— Par la cheminée, répondit la Mort. 

— Vous n'étes donc pas bien grosse, pour avoir passe par 
une si petite route? 

— Non, dit-elle, je ne suis pas grosse quand je veux, car je 
puis prendre toutes les formes. 

— Bah ! s'écria le bonhomme; est-ce que vous pourriez vous 
fourrer dans celle tnet-là l ? 

— Mais oui. 

— Mettez-vous y donc un peu pour voir, car si je ne le vois 
de mes yeux, je ne le croirai jamais. 

La Mort se rapetissa et entra dans la met; dòs qu'elle y fut, 

* Huche. 



LA morì en voyage 429 

le bonhomme ferma vivement le couvercle et s' assit dessus, de 
sorte que la Mort se trouva prise. 

— Laisse-moi partir, dit-elle, ou tu t'en repentiras. 

— Non, répondit le bonhomme, car si je te laissais soulever 
ce couvercle, tu me tuerais avec ta faux. 

— He ! bien, dit la Mort, je t'accorde encore dix ans de vie. 

— Non, je ne te tiens pas quitte pour si peu ; il me faut 
cent ans, ou tu ne sortiras d'ici qu'au jour du Jugement. 

— Cent ans soit, dit la Mort, qui était presse d'dchever sa 
journée. 

Le bonhomme vécut cent ans; il était vieux, vieux comme 
tout; mais il n'avait pas encore envie de mourir. Aussi, le jour 
où la centième année fut accomplie, il boucha avec plus de soin 
encore que la première fois toutes lés ouvertures de la maison; 
il n'oublia pas la cheminée, ni mème le trou au chat. 

Mais la Mort entra par le trou de la serrure et se pianta 
devant. lui. 

— Tiens, dit le bonhomme, par où étes-vous donc entrée ? 

— Par le trou de la serrure. 

— Vous étes donc bien petite; mais est-ce que vous pourriez 
vous fourrer dans cette bouteille? 

— Facilement, dit la Mort. 

Elle se rapetissa et entra dans la bouteille, qui était si petite 
qu'on n'y aurait pas mis pour un sou d'eau-de-vie. Le bonhomme 
se hàta de la boucher; et la Mort lui dit: 

— Vilain bonhomme, tu m'as encore prise; je t'avais pourtant 
accordé cent années de gràce. Laisse-moi partir. 

— Non, vous resterez ici, ou bien vous me donnerez encore 
cent années à vivre. 

La Mort, qui était pressée d'aller faucher, lui accorda encore 
ce délai; elle repartit en voyage, et je ne sais si au bout des cent 
ans elle revient le chercher. 

(Conte en 1882 par J. M. Comault du Gouray). 

On trouvera dans le conte ci-après un autre exemple de la croyance en 
vertu de laquelle les hommes savaient jadis le jour de leur mort. 

^Archivio per h tradizioni popolari — Voi. IV. 54 



430 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

IV. — La deux Haics. 

Il y avait une fois deux laboureurs qui étaient à buyer un 
champ '; Pun faisait son talus de son mieux avec des pierres et 
de la terre; mais l'autre se contentait d'entasser des fougères. Un 
homme qui passait par là leur demanda pourquoi ils travaillaient 
d'une manière si differente. 

— Oh! dit celui qui bouchait sa brèche avec de la fougère, 
il n'en chaut 2 guère comment hayer, nous mourrons demain. 

Le lendemain les deux hommes étaient à attendre la Mort: 
un beau chien blanc vint chercher celui qui avait bien travaillé 
jusqu'au dernier jour; mais Pautre homme qui n'avait point per- 
severò jusqu'à la fin fut empórté par un vilain chien noir, et sans 
doute ils furent récompensés chacun suivant son mérite. 

Dans une legende parallèle, mais encore plus courte, recueillie par M. Cer- 
qjuand (Légendes du Pays Pasque n° IV), e* est Jésus-Christ lui-mème qui de- 
mande à l' homme pourquoi il haye si mal. Cfr. sur ce thème une note de 
M. Reinhold Kcehler dans V Archivio t. I, p. 70. M/ Millien a aussi recueilli 
en Nivernais une version de ce petit conte. 

Le chien noir figure assez fréquemment dans les légendes où il repré- 
sente le diable; le chien blanc qui joue ici Je ròle du bon ange, se rencontre 
beaucoup moins souvent. 

V. — La Mort à l'Eglise. 

Il y avait une fois une femme qui s'en allait la nuit de Nòel 
à la messe de minuit. Sur son chemin elle rencontra un cheval 
sur lequel était montée une femme dont elle ne voyait pas la 
figure, parce qu'elle était encapuchonnée. La femme, voyant que 
le cheval ne marchait pas très vite, hàta le pas pour V attraper, 
et quand elle fut sur la route auprès de lui, elle se mit à gein- 
dre comme si elle était rendue de fatigue, et elle disait: 



1 Entourer de clòtures. 
8 II importe peu. 



LA MORT EN VOYAGE 431 

— Ah! mon Dieu, quel temps ! il n'y a pas moyen de marcher ! 

— Eh bien! ma brave femme, lui dit celle qui était sur le 
cheval, montez avec moi, puisque vous étes lassée. 

— Je ne demande pas mieux, répondit la femme. 

Elle monta en croupe sur le cheval ; mais dès qu* elle eut 
touché la cavalière, elle s'écria: 

— Comment, vous étes froide comme la Mort. 

— Ce n* est pas étonnant, ma brave femme, e* est moi qui 
suis la Mort. 

Le bonne femme fut saisie de frayeur, et elle fit un grand 
nombre de signes de croix en se recommandant à tous les saints 
du Paradis. Toutefois, elle s'enhardit et dit à sa compagne: 

— Où allez-vous comme cela ? 

— A la messe, répondit la Mort; et vous ? 

— Je vais au$si à la messe; mais puisque vous étes la Mort, 
pourquoi y allez-vous ? 

— Vous verrez pourquoi , répondit la Mort ; regardez-moi 
quand je serai entrée Péglise; il nV aura que vous seule à me voir; 
tous ceux que je toucherai avec cette petite baguette sont pour 
mourir dans Pannée qui vient. 

Tout en devisant ainsi, le cheval s'arrèta devant Péglise, et 
les deux femmes en descendirent; mais personne , si ce n' est la 
fermière qui était montée en croupe derrière elle, ne voyait la 
Mort. Pendant la messe la femme la regarda avec attention, et 
elle la vit toucher de sa baguette plusieurs personnes, et mème 
quelques amis et voisins. Mais la Mort continuait à se promener 
au milieu des assistants , effleurant de sa baguette tantót P une 
tantót Pautre, sans regarder au sexe ni à Page; quand la femme 
la vit étendre sa baguette vers son propre pére, elle ne put s'empé- 
cher de crier: 

— Ah ! pour Pamour de Dieu, ne touchez pas celui-là ! 

Mais la Mort n'écouta pas sa voix et laissa tomber sa ba- 
guette; puis, quand elle eut achevé sa tournée, elle disparut. Le 
pére de la femme mourut dans Pannée, et ils moururent aussi tous 
ceux qu'elle avait marqués. 



432 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

On dit que maintenant encore tous les ans, le jour de Noél, 
la Mort vient à l'église designer ceux qui doivent mourir l'année 
qui vient. 

(Come en 1881 par J. M. Comault du Gouray). 

En Grece (Maury, La Magie, p. 291), on raconte que lorsqu' une epidemie 
celate, le genie de la Mort a etc rencontré monte sur un che vai funebre et 
répandant autour de lui la désolation. 

Dans le pays de Tréguier, on croit, d'après une note que me communique 
M. Galabert, que dans la nuit de la Toussaint une voix se fait entendre dans 
le cimetière ou dans l'église, proclamant les noms de ceux de la paroisse qui 
doivent mourir dans l'année. Un homme, qui se moquait de cette croyance, 
y alla par brnvade et le premier nom qu'il entendit l'ut le sien. Épouvanté» il 
rentra chez lui et le lendemain on le trouva mort dans son lit. En Belgique 
celui qui se rend au portail de l'église le jour Saint Marc entre minuit et une 
heure voit les esprits de ceux qui mourront dans l'année. (Reinsberg-Dùrings- 
feld, Traditions de la Belgique, t. I). 

Une autre tradition bretonne (La Villemarcxué, Bar^a^ Brei%. La Peste 
d'Elliant) rapporte que La Peste, au moment où éclata cette epidemie entra 
dans l'église, invisible comme la Mort, et toucha de sa baguette tous ceux qui 
devaient étre atteints par le fléau. 

Paul Sébillot. 



■ q^ri »» iz4^ 



IL %UGGERI 
BALLO POPOLARE SICILIANO 



LETTERA AL DOTT. G. PITRÈ. 



Naso, io giugno i88f. 



Egregio amico, 



Ringraziandola sentitamente delle notizie che Ella si è piaciuta 
di favorirmi, mi prendo la libertà di manifestarle la mia opinione 
intorno alla parola ruggeri o ruggera l , la quale, secondo me, non 
conserva il nome del benefico fondatore della nostra monarchia (come 
scrisse L. Vigo), ma trae origine dal posto che pigliano e dai mo- 
vimenti che fanno i nostri campagnoli, quando nelle loro feste 
da ballo, specialmente in occasione di matrimonio, si mettono in 
mezzo per esternare col canto i proprii sentimenti. 

E perchè Ella, mio egregio amico, non abbia a credere che 
la mia opinione sia del tutto infondata, prima d'ogni altro, Le de- 
scriverò, più esattamente e più brevemente che possa, la maniera 
onde si canta il ruggeri. Il quale è un canto particolare delle nostre 



1 Si dice: *a ruggera solamente a Calati. A Naso e dapertutto si dice: f u 
ruggeri. 



434 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

contrade, non per i versi, che se ne sentono di tutte le specie, ma 
per l'intonazione, che avendo molto di comune con quella che 
conserva il tipo delle nostre arie popolari, pure è assai più fle- 
bile e va a terminare in una prolungata cadenza, che sa del mo- 
notono, ma che spesso, fatta a coro , armonizza stupendamente, 
per le diverse voci che spiccano dal contralto al baritono. 

Si alzano due uomini, e al suono di uno o più strumenti di 
corda, che d'ordinario sogliono essere un violino e una chitarra, 
fanno alquanti giri di cosi detta f asola — una specie di tarantella — 
e poi ognuno di essi, con un inchino, come la strega di Bene- 
vento di cui parla il Redi, invita una donna a fargli da compagna. 
Alzate le due donne si collocano in modo che vengano alternati 
i sessi, come si fa nelle contradanze, e continuano a ballare sino 
a quando gli strumenti non fanno sentire la musica del ruggeri. 
A questa si fermano, e l'uomo che si trova più vicino ai sona- 
tori comincia a cantare, coll'accordo dei compagni, i primi due 
versi della sua canzone, battendo i piedi e movendo il corpo se- 
condo la cadenza del suono: cosa che fanno contemporaneamente 
anche gli altri. Quando ha terminato di ripetere per due volte la 
medesima strofe, fanno tutti un movimento di rotazione da sinistra 
a destra; e in questo modo al posto dell'uomo che cantò va a 
trovarsi la sua compagna, la quale fa perfettamente quello che egli 
avea fatto. Cosi l'un dopo l'altro fan tutti e poi che ognuno ha 
cantato per intiero la propria canzone, ritornano a ballare, girando 
sempre da sinistra a destra f . 

Da questa infelice per quanto esatta descrizione, Ella, mio 
caro amico , avrà rilevato senza meno qual' è la mia opinione : 
quella cioè che il nome di ruggeri o ruggera sia venuto a questo 
ballo-canto non da Ruggiero, ma da roggiu (orologio), dappoiché 
i cantanti si collocano e van girando a mo' di ruota d'orologio, 



4 Adesso che le tradizioni popolari si van perdendo, succede spesso che il 
f Uggeri, almeno da noi, si canti invece che in due in quattro coppie, e qualche 
volta anche in sei. In questo caso i cantanti si collocano in due linee, delle 
quali una è occupata da tutte le donne e l'altra dagli uomini. 



IL RUGGERt 435 

e co* piedi e col corpo fanno dei movimenti che somigliano in 
tutto alle oscillazioni del pendolo. Del resto manifestando la mia 
opinione, non presumo per nulla di dare una smentita al Vigo e 
a tutti coloro che credono il ruggeri sia stato importato dai Nor- 
manni, quando s'accamparono nelle nostre contrade. Potrà darsi 
benissimo; anzi se gliel' ho a dire, dopo aver letto ciò che Ella 
scrisse intorno al Ruggiero che si usa in Alimena, in cui c'è della 
sfida, ero anch'io di questo avviso; e lo sarei anche adesso, se 
oltre a tutto quello che ho detto sopra, non avessi osservato: i° 
che l'intonazione del nostro %uggeri non ha niente di marziale; 
2° che non è da per tutto la medesima; 3 finalmente che in molti 
paesi vicini quel canto, sebbene si faccia allo stesso modo quanto 
a movenze, non piglia il nome di ruggeri, ma conserva il nome 
del paese. Difatti si dice: cantari a Castanisa , a Turturiàana, a 
Ficarrisa, e così via via. Mi resterebbe ancora a conoscere in che 
modo si canti il Ruggeri — cui accenna il Tigri — sulla montagna 
del Pistoiese; e questo, me lo lasci dire, è un favore che nes- 
suno può farmi meglio di Lei. 

In ultimo Le fo a sapere che la mia opinione è anche l'o- 
pinione di qualcuno dei nostri vecchi, e le tradizioni locali, dice 
il Cantù,' soventi volte sono più logiche delle investigazioni degli 
storici. 

Dopo tutto questo, caro sig. Pitrè, Le chiedo scusa della noia 
che Le avrò potuto recare colla mia lungaggine, e co' sentimenti 
della più alta stima mi raffermo 

Dev.mOy obb.mo suo 

G. Crimi-Lo Giudice. 



I DODICI MESI DELL'ANNO *. 



Le dudece misce de lTanne. 

i. Ècche Ggennare che (con) IP amore perfètte; 
Lu ggiòrne de la strin* (strenna), abbiàteP a mmènde: 
Se fa la fèste del nòbbele Signore. 

Ècche Frubbare chem {con) berfètt' amore; 
Quande la tèrre cuming -i- a ffiurlje {fiorire). 
Ogn' alma nate primavjier' aspètte. 

Ècchete Marze pazze, mése frigellóse (frigidoso); 
Lu tèmbe se le fi]' a mmóde sue, 
E IP àucjlelle fa lu salamene (salmone, sermone). 

Ècchete 'Bbrile, més* ammidijàte, 
E ccapurale de la primavère; 
Ogn' àrbre nude rèste cumingiate (concinnatusì). 



* Vedi D'Ancona, Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, Voi. II. 
p. 239 e Strenna della Illustrazione Italiana Natale e Capodanno », del 1884. 
Il canto con varianti notevoli, come si vede da' saggi che produco, è molto 
diffuso in Abruzzo. Fino a due anni addietro, qui in Lanciano, si ripeteva nel 
carnevale da dodici individui, vestiti. in maniera da simboleggiare i 12 mesi 
dell'anno, con accompagnamento di musica, sulle piazze e ne' crocicchi. 



I DODICI MESI DELL'ANNO 437 

Ècchete Magge, rré de le signure ', 
Cróne (corona) e spjlerchie {specchio) de la cumbagnlje: 
Felipp' e Ggiacum' arréche le prime fiure. 

Ècchete Ggiugne, lu mése halande. 
Ugnun' a la fati (fatica) sta bbé (bene) 'wertènde; 
Areccòjje la rrobbe tutte quande. 

Ècchete Lujje, lu cchiù ssóPardènde, 
E fifa lu calle cchiù (il caldo maggiore) de la staslje (estate); 
Po' ve' lu sole lijóne, eh' é cchiù pputènde. 

Ècchete 'Huoste, lu mése de lu desguste. 
Ggiustizia se ne fa de Pjletre sande *: 
Je fu ttajjate la test', e nnen fu ggiuste. 

Ècche Settèmbre, chelu (quel) 'ngigne (sic) mése. 
Nen ze ne po' la fine làuda': 
N'n gè 1* apputè la mosca de RufFéte ', 

Ècche Uttóbre. Ne' llassà* lu mande, 
Quande é la marine, pe* gghjì' fóre, 
'Cció cche lu mmale tèmbe nen de stanghe. 

Ècche Nuvèmbre. Che bbèlla sòrt* aviste ! 
'N dutte le sande 'ndrist', e 'n zanda 'Ndréa 'sciste. 

(Gessopalena). 

2. Mo* se n' ave (viene) lu mése de Magge; 
De fiure e' é V abbundànzie. 
Ne facéme *na bbèlla spase (vassojo), 
Qua* de próngh' (prugne) e dde cerasce: 
Le prime cerasce, che vva [a, in] rrehàle. 
L' aldre sallecchiélle (fave fresche ne' baccelli) 
Le duném* a le femmenèlle. 



1 I poveri hanno più che mai bisogno de' signori. 
* I creditori vessano i debitori. Però, soggiungeva la donna che mi dettò 
il cantare: Chi ;' d cacciate la camisce, se U to' rcmétW. 
' Una mosca fatata delle novelle. 

archivio per U tradizioni popolari — Voi. IV. 5 5 



4$8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Le péra muscardèlle 

Ce le duném t la cchiù bbèlle. 

Lu sole che spanne le ragge: 
Ros' e ffiure lu prime de Magge. 

Mo* se n'avé lu mése de Ggiugne; 
È 'ndrate lu qualle (caldei) 'm Bujje. 
Cande grill' e ccande quajje; 
Tutte jèrve duuénde pajje. 
Lu cape de case, la marine, 
Se le fa nu bbecchjlere de vine. 
Se n'aèsce fure fure (di soppiatto), 
Va truuènne le meteture. 
Se lu grane ca é ccerònie (fnaturó), 
Ce le fa ddu* ceremònie (non lesina nel salario); 
Se lu grane ca é strafatte, 
A echi tari, a echi vindequattre. 
Se ce -i- arevòlde 'na curine, 
Ggià le métt* a ttré ccarrine. 
Vu (ó) méte, vu ne' mméte, 
Tré ccarrin* e ttiret 9 arréte. 

Lu sole che spanne ecc. 

Mo* se n' ave lu mése de Lujje; 
E lu pòvere halane (bifolco) 
Va nghe lu furcate (lunga forca) *m mane 
Pe' 'cchiappà* lu matìupprucce (piccolo covone) 
Pe' 'mbri' quelle carrucce. 
Lu sole ecc. 

Mo* se n* ave lu mése d* Ahóste j 
Lu cafone se métt* a 'rróste 
Fra scarpar' e fferrarije, 
A quattr' e ccinghe va le bballje. 
Lu sole ecc. 

Mo' se n'avé Settèmbre. 
Settèmbre; che bbèlle mése! 
Sine le strippe (sterpi) ce méne le spése. 






I DODICI MESI DELL'ANNO 439 

Chi nghc nu mèi' e echi nghe nu pére, 
Stéme satulle quand'é la sére. 
Chi nghe nu mèi' e aldre frutte, 
Stéme satulle quasce tutte. 

Lu sole ecc. 
Mo' se n' ave Uttobbre; 
Lu mése de la veliégne. * 
Pijjéme chelu mmastèlle, 
Pe' rembrl' lu carratèlle. 
Fra mmoste, acqu' e bbine, 
L'arrembréme la candine. 
Malvascìj' e mmuscardèlle, 
L' arembréme lu vascèlle. 
Lu credetore se je fa 'nnande: 
L' éme (abbiamo) da fa' lu cund'angóre. 
Quelle eh' è (hai) dat' e equélle di' è 'vute, 
Nu' le facéme la recevute. 

Lu sole. 
Mo' se n' ave Nuuèmbre: 
Lu mése de la sumènde, 
Sumendéme cuoll' e ppràne; 
Sumendéme ùorej' e bbrame (biada, avena). 
Sumendéme chelu stuppèlle (antica misura di capacità) 
C -i- asseméme (scemiamo) chela jummèlle: 
L' arepunnéme pe' le crespèlle; 
Ca mo' se ne ve' Natale; 
Stéme sènza manghesale. 

Lu sole ecc. 
Mo' se n' ave Decèmbre. 
É nu més' accuse! restrétte ! 
Tutte arbere duuènde sécche. 

Lu sole ecc. 
Mo' se n' ave Jinnare. 
Chelu povere pecurale 
Tòtche va, nghe la pala 'm mane, 



440 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Pe' scutelà' chela frattucce 
Pe' fifa' 'ppujjà' la pecherucce. 

Lu sole ecc. 
Mo' se n' ave Frubbare. 
Maledétta chi furba me dice! 
Ji* so' ccapurale de la primavjlere; 
Se vvu' ne' li* acredéte, 
'M bètt' a le zite vuje le vedete. 

Se le porte com' é nu bbagge (paggio)* 

Ros' e ffiure lu mése de Magge. 
Mo* se n' avjène Marze. 
Lu hualane s'avande l'arte. 
Tra vièrd' e sseccume, 
L' i cambjlete (campati, nutriti) le marnine. 
Le sènde lu harzóne. 
Arecurrév' a le suoje patrone: 
Se la prubbènde vóje ce le date, 
Nu' le majlsce ce le faciame. 
Se vvu' la prubbènde nen gè le date, 
Nu' le majlsce, n'n gè le faciame. 

Lu sole ecc. 
Mo* se n' avéne 'Borile. 
L' uomene zapp' e le fémmene file. 
Fra stóppe, lan' e lline, 
Ce le feléme chele decine (peso antico). 
V arepurtém* a la patrone, 
L* arepése nghe rraggione. 
Se cce manghe nu tand* e ppure (sic), 
Se le joche la filature. 
Se nen gè manghe nijènde, 
Le fa rejl' cundènde. 
Nu pratte de farine: 
Vattei' a fFà le tajjuline. 

Lu sole ecc. 

(!Mo%(agrognd). 



I DODICI MESI DELL* ANNO 44 1 

3. Ji* so' nu patre de dudece fijje: 
Tutt* e ddudece so* uhuàle. 
So' iihual' e ssone 'huale: 
Tutt* e ddudece so* mmurtale. 

JF so* Mmarz', e sso' svendurate; 
E dde carne ne* 11' ó mmangiate. 
Pe' la carne me bbéve '1 brode; 
*Sti signore me 1* à dimandate. 

Ji* so' Aprii', e sso' ppiù ccivile; 
Arbere e ffiore le facce fiurire, 
L' aucèlle le fo ccandare; 
Ggioven* e vvécchie le fo 'llegrare. 

Ji* so Mmagg' e sso* ppiù bbèlle; 
D* arbere (sic) e dde fiore huarnite '1 cappèlle; 
E gguarnite de tand' unore: 
De 11' aldre mése ji* so' 'l mijjorc. 

JV so* Ggiugne che mméte lu grane; 
E le méte pe' mmond' e ppiane; 
E le méte co' ggrand* ardore: 
De 11* aldre mése ji* so' '1 mijjore. 

Ji' so' Llujje, che bbatte lu grane, 
E le bbatte pe* mmund' e ppiane; 
E le bbatte che gran galore: 
Fra P aldre mése ji* so* '1 mijjore. 

Ji* so* Ahoste, de bbona stative; 
Prenglpie de fich', e mmature de mmoste. 
Mature de tutte co* ggrand* unore: 
Fra T aldre mése ji' so* '1 mijjore. 

Ji* so' Ssettèmbr' e sso' ccurtése; 
A 'st* aldre signore ce facce le spése; 
E le fo co* grand' unore: 
Fra P aldre mése ji' so' il mijjore : 

Ji* so' Uttobbre de bbona lune: 
Pijje lu martèll' e rebbatte le bbótte. 



442 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E le rebbatte co* ggrand' unore: 
Fra T aldrc mése ji' so' '1 mijjore. 

JP so' Nnuvètnbre. Tande che ttrérae, 
Pijje Paccétt' e ttajje la quèrce; 
E le tajje da pc' ttutte : 
Fra T aldre mése so* mméjje de tutte. 

JP so' Ddecembr'; avand' a lu fòche, 
'Nnanze me scali' e 'rréte 'me 'ngènne; 
E mme 'ngènne co' ggran dulore: 
Fra T aldre mése ji' so' '1 mijjore. 

Ji' so' Ggennar' ; accand' a lu foche, 
Vote 1' arrost' e ffo nu bbèl gióche; 
E le fo co' ggrand' unore: 
Fra P aldre mése ji' so' '1 mijjore. 

JP so' Ffrebbare. Tande che ttrémc, 
Spèzze li jacc' e ttèrre che ttréme (sic); 
E le spèzze co' ggrand* unore: 
Fra P aldre mése jP so' '1 mijjore. 

Siame dodece fratèlle col nostro patr' angore; 
Mo' ce n' andiam' a la bbonn' óre. 
Ce n' andiam' a la bbon' ore 
À cquélle che Ddije comanderà. 



(Lanciano). 



Variante di Vasto 

Sono nu patre co* ddudece fijjc; 
Tuti' a ddudece sonn' uhuale. 
Sonn' uhual* e ssonne murtalc: 
Tutt' a ddudccc sonn 1 uhuale. 

Ji* so" Ggennare, davand* a lu foche. 
Vòdde Tarrost' e ffacce nu bbèl gioche. 
Métt' a ttarel* a cquéste signore: 
Tra addre mése ji' so' '1 mijjore. 

So* Frubbare, che porte seréne; 
Spèzie la jacce, a la tèrre le méne: 
E le méne nghe ggra' freddore: 
Tra addre mése ji' so' lu mijjore. 



. 



I DODICI MESI DELL ANNO 443 

Ji' sonne Marz', e sso' sbendurate; 
E Ha carne ne* 11' ó mmangiate; 
E IIu bbrode le dam' a le cane: 
A cquéste signore e -i- areccummandame (a Maggio). 

Ji' sonn' Abbril', e sso' ppiù ccevile; 
Arber' e ffiore farro ffiurire; 
L* aucèlle farro ccandare: 
Ggioven* e vvècchie farro 'llegrare. 

Ji' sonne Magg', e ssonne ppiù bbèlle; 
Ros' e fiore huarnite '1 cappèlle. 
Il sole che spanne le ragge: 
Ros' e fiore lu mese de Magge. 

Sonne Ggiugne, che mméte lu grane, 
Per lt mund' e pper le piane. 
Le méte co' ggran zudore: 
Tra addrc mése ji' sonne '1 mijjore. 

Sonne Lujje, che bbatte '1 grane 
Per le mund' e pper le piane; 
Le bbatte co' ggran zudore: 
Tra addre mése ji' sonne '1 mijjore. 

Sonn' Ahoste, de bbona stative, 
PrengVpie de fich', e mmature de mmoite; 
E le matuJc co' ggran gallore: 
Tra addre mése ji' sonne 'l mijjore. 

Ji' so' Ssettèmbr'. e ssonne curtése; 
Questa signore ce fanne le spése; 
Ce le fanne co' la rraggione. 
Tra addre mése ji' sonne '1 mijjore. 

Sonn' Uttóbre, eh* accàleche le bbutte; 
Ggioven' e vvècchie, 1' accàleche tutte; 
L' accàleche co' ggran zudore: 
Tra addre mése ji' sonno '1 mijjore. 

Ji' so' Nnuvèmbre, che ssèmene '1 grane 
Per le mund' e pper le piane. 
Le sémene co' la staggione: 
Tra addre mése ji' sonne '1 mijjore. 

E jije, che ssonne Decèmbre, 
'Nnènde me scali' e rréte me 'ngènne. 
Me 'ngènue co' ggrà ffreddore: 
Tra addre mése ji' sonne '1 mijjjore. 

Una variante di Penne è molto simile alla presente di Lanciano, e non 
mette conto il pubblicarla. 



444 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

4. Ècchc Frubbare che (con) 'na mana ciòtele {sic) 
E cche ttanda néve scòtele. 
Lu sole ca le pijje F aveture (altura); 
Fa la név', e ppoche tèmbe dure. 

Ècche Marz'; e mmo' eh' é F assutte, 
A ppan' e ppuorr' a ffatijà' a ddeggiune. 
Nen de fida* de la mia fermézze: 
Te facce 'na vutate come la lune. 

Ècche 'Bbrile, lu ppù ggendile; 
L'uomene zapp' e le fémmene file. 
E le file lu lin' e la lane: 
Tutte le fémmen' é rruffijane. 
E le file la canavélle: 
Le file tutte le donne bbèlle. 

Ècche Magge che 'na ggiurland' a '1 cappèlle. 



JF ce le porte ca so' happóne (guappone): 
'M mèzz' a 11' jietre mése mijjore jio sone. 
Lu sole le spanne le ragge, 
Ros' e ffiure lu. mése de Magge. 

Ècche Ggiugn', e sse méte lu 'rane; 
E ssq méte pe' cuoir e pprane, 
Se méte co' gran gardore (ardore) 
Tra aldre mése mijjore jio sone. 

Ècche Lujj', e sse trésche lu 'rane; 
E sse trésche pe' vali' e pprane. 
S' arevolde che fiòrdi' e ppale; 
S' arevolde co' ggran gardore. 
Ji' le diche ca so' ggappóne: 
Tra F jlevctre mise mijjore jio sone. 

Ècche 'Hóste; se fa le fìchere. 
Se fa le fìchere, e ssi ammolle lu mmoste. 
E ss' ammolle co' ggran gardore: 
Tra F jìevetre mése mijjore jF sone. 



I DODICI MESI DELL'ANNO 445 

Ècchc Settèmbre nghe 'na fica mósce: 
E 11' uva muscardèlla mo' feraisce. 
Ggià cche T annate V averne nu poche fròsce (fiacca), 
Faciame nehòzie de pèrzeche, precóch' e mméla lisce. 
Sta 'na donne, patéve de papusse (sic): 
Ce vo' 'na cosa chiatt', e ppassa lisce. 

Ècche Uttóbre; é ccape vellegnatore. 

La candina me* so' (è) ppiéne de tutte 

Ce sta 'na bbotte de vine curdésche; 
*Na donna bbèlP e llatte frésche. 

Ècche Decèmbre, mése de Natale. 
Metterne 'na pignate de rambrusche '. 

E 11' osse de lu pòrce mort* accise. 

Ècche Ggennare, vjiene co' ffrédde, 
E wjlene co' 'na gra' freddure. 
C -i- arevjlene che lu vénde: 
'Ccide T àsen', e sse fring' (avventa) a la jumènde. 

(5. Eusanio del Sangrd). 

5. Ji' so' ppatre dde ddudece fijje; 
Tutt' e ddudece so* mmurtale; 
E ccujjénne la ros' e lu ggijje, 
Ji' so' ppatre de ddudece fijje. 

Ji' so' Jennare. Accand' a lu foche, 
Vodde T arrost' e facce nu bbèl gioche. 
Vaj' a ttavule come nu signore; 
Tra l' iddre misce ji' so' lu mijjore. 

Ji' so' Ffubbrare. Porte lu seréne; 
Roppe (rompo) lu jacc', e a la tèrre li véne. 
E nen guarda' ca ji' so' lu cchiù ccurte, 



1 E ciambrusche, minestra fatta di varj legumi insieme cotti. Dicono anche 
U 'mbrascbjhte, sm. pi. [da 'mbrased' o 'nfrascd' mescolarti. 

«dròmo per U tradizioni popolari — Voi. IV. $6 



446 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Gt, se mm' asbèjje (sveglio), so' ppègge de tutte. 
[Ca, se mm' arvodde (rivolta); so* ppègge de tutte]. 

Ji' so' Mmarze sbendurate. 
Ji' la carne n'n ije magnate; 
De la carne n'n àje vévete lu vrote (brodo) 
Nostre Signore me 1' i cummannate. 

Ji' so 9 Abbrile, so 9 lu cchiù ggendile: 
Alber* e fflure ji' facce flurire; 
Anghe li 'cille ji* facce candi': 
Ggiuven' e wicchie facce 'nnamurà'. 

[ficch' i menute lu mése d' Abbrile; 
L'ummene zapp', e li fèmmene file. 
Chi file li tuppè (stoppa), chi file la lane; 
Chi monne lu line, chi monne lu 'rane]. 
Ji* so' Mmagg', e jji' so* lu cchiù bbèlle; 
Guarnite de Aure è lu cappèlle. 
M' armire (rimiro) tra la ros' e lu flore: 
Tra l' iddre misce ji' so 9 lu mijjore. 
[Ècche Magge piène de Aire, 
L' allegrije de li signire. 
Tra ciras' e mmannelèlle, 
L' allegrije de li fandélle; 
E lu sole che spanne li ragge, 
Ros' e fflure lu mése de Magge. 

ficchete Magge ca séme venute; 
Sam Blipp' e Ggiacum' avèm' arrivate. 
Tutte de rose nu' jème vistute, 
Anghe de Aure nu jème cazzate. 
Vu', patrune, che n'n 'i credete, 
'Scète fore; ca li vedete. 
E lu sole che spanne le ragge, 
Ros' e fflure lu mése de Magge ']. 



1 Quest'ultima variante deve esser parte di un canto, che in alcuni nostri 
uoghi si andava ripetendo il i* di Maggio. 



1 DODICI MESI DELL'ANNO 447 

JP so' Ggiugne, che mmète lu 'rane 
Pi* li mund' e pe' li piane; 
B le mète nghe nu gran furore, 
Tra T iddre misce so* lu mijjore. 

JP so' Ltuje, che ttrèsche lu Vane 
E ppP li mìinà* e ppP li piane; 
E le trésche nghe nu gran furore: 
Tra Tiddre misce so' lu mijjore. 

]¥ so' Ahoste, e ccaleche li vutte; 
Ggiuven' e wicchie li caliche tutte; 
E li caliche che ggran furore: 
Tra P iddre misce so* lu mijjore. 

JP so* Ssettèmbre, e sso* lu cchiù ccurtèse: 
A ppover* e ricche facce le spèse; 
E A nghe 'na gram 'bundanzie de frutte, 
Ggiuven' e wicchie cunzole tutte. 

[Ècche lu mése de Settèmbre: 
L* uv* è fatt' e le ficure pènne. 
È nu mése tande curtèse, 
Perfine li fratte ve fa le spèse. 
E li fratt' e 11' addre frutte: 
Magne, cafone, eh* avast* a ttutte]. 

JP so' Uttobre, de bbona lune. 
Ucch -i- a li cèrque! A un' a une 
Ti li taje che gran furore: 
Tra Tiddre misce JP so* lu mijjore. 

So* Nnuvèmbre, che pprove li vutte; 
Crut' e ccotte li prove tutte, 
E li prove nghe nu gran zudore: 
Tra P iddre misce so' lu mijjore. 

JP so* Ddicèmbre, e sso' lu cchiù friddpse; 
Angh' a li ggiovene acchiutt li rose; 
E nghi li stracc' e nghi li cinge pure, 
JP P acchiut' a ttutte li signure. 

[Ècche Dicembr 9 a la bbannit*; 



448 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Vèrd' e ssècche ha ggià finite. 

E llu pover' animalucce 

Come lu sorge a lu mastrucce]. {Atti). 

6. Ècche Jinnare, eh* é cchiù ggalande: 
L'arrost' a lu foch* e lu fiasc' accande. 
Ji' mi li spasse nghi 'sti signore: 
Tra T Ivetre mise ji' so* lu mijjore. 

Ècche Fribbare, di' è nné ddolge e nnè fifa male; 
Che vva prèste vulendére, 
Ca ss' abbicine la primavère. 

Ècche ca ve' lu mése de Marze, 
E lu bbefolche s' avande 1' arte: 
E ssole chille che n'n à cambate 
Pajj' e ffiéne jj' i mangate; 
E ssi wu' ni* 11' acridéte, 
Li péli* a lu sole li vedete? 

Ècc' 'Aprile, che è cchiù ggindile; 
Tutte l'albre fa fiurire; 
Tutte li 'cille fa candà', 
Ggiuvin' e vvicchie fa 'Uigrà'. 

[Ècche ca ve' lu mése de Magge, 
Ros' e ffiure ca spanne le ragge. 
Ècche Majje vistute da spose, 
Careche di fiur' e ccupèrte de rose]. 

Ècche Ggiugne nghi la fdvicia 'm mane; 
Tajje la jèriv', e spann' a lu sole. 
Cande li grill' e ccanda li quajje: 
Tutte le jèrve devènde pajje. 

Ècche ca ve lu mése de Lujje; 
Li mititure si ni va 'm Bujje. 
Méte lu 'rane 'nghi ggran zudore: 
Tra Phretre mise ji' so' lu mijjore. 

Mo' si ni ve' lu mése d'Ahoste: 
Puvr' e ricche si mètt' a 'rroste; 






I DODICI MESt DELL'ANNO 



449 



E ttra scarpar' e flfabbrarlje, 

Métte la huèrre lu bballje; 

E ppe' nu 'rane tutte si 'mbégne: 

— Aspètt' a ssin' a la vinnégne — 

— Se 'Ila vinnégne nijénde c'è? — 

— Aspètt' a ffin' a 11' anne chi vvé\ — 
Ècche Sittèmbre nghi bbèlle spase 

Di milèir e ddi cirase; 
E ffra T àvrite li mirène: 
Tutte le vigne sone piène. 

Ècche Uttómbre, che è cchiù attése; 
Anghe li fratte ji fanne li spése; 
E ttra erbagg' e àvitre frutte, 
Fanne li spése finand' a ttutte. 
Uva tost' e mmuscardèlle, 
Tutte T émbie lu vascèlle. 

Ècche Nuvèmbre che ssi sumènde; 
E nnu' tutte li tinèm' a mmènde. 

— A vvu', zappatur', avete fatte culazione ? 
Jet' a ssumenà', pecche hajj' a zappi'. — 

Ècche Dicèmbre da bbannite, 
Li virdisécche é finite. 
Vi salute tutte, o signore; 
Tra T àvitre mise ji' so* lu mijjore. {Archi). 

[Frammento] 

7. Ji' so' ppatre dde ddùici fijji 
E ttutti ddùici me so' ccarissimi; 
E ffra ji fiori e ffra ji ggijji, 
Ji' so' ppatre dde ddùici fijji. 



Aprile dolge ddurml'; 
Arbir' e ffiori fa rifiurl', 



450 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Aucillitti fa recandà', 
Ggiovin' e vècchi fa rallecrà. 

Quand' è Ggiugne remétto lo rane; 
Tallarà! Ci taccio lo pane. 
Te Ilo ggiuro, o mii signori, 
Che cquisti mési so 9 jji mijjori. 

Ugnun di noi porta la bbóna, 
La spicaròla pe* rraddunà'; 
Ugnun di noi porta la bbèlla, 
La villanèlla eccola cqna. 
(Aquila). 

G. FlNAMORE. 



MISCELLANEA. 



La Jettatura. 




ia per tradizione, sia per naturale impulso alla superstizione ed 
al fanatismo religioso, il popolo (abruzzese) crede alla Jettatura, e vi 
crede con quella coscienza e fermezza che uno scienziato crede- 
rebbe un assioma il più evidente ed incontrastabile della scienza, 
anzi la fattucchieria si è spinta e convalidata in guisa che non poche madri, 
inette a schermirsi dagli sguardi di qualche stregone od a ramai latore, per lenta 
consumazione perdono i loro figli nel fiore dell'età. Onde rimediare a tale in- 
conveniente, sogliono elleno usare alcuni mezzi che diremo di propiziazione: 
il primo consiste Dell'immolare un cane che poscia si sotterra nella stanza ter- 
rena; il secondo nel piantare un coltello per terra, ovvero nell'appoggiare una 
granata alla porta; dinanzi a tali oggetti la strega deve assolutamente indie- 
treggiare (De Nino, Usi e Costumi Abruzzesi, II, 127). Altro modo di pre- 
venire l'ammaliamento dei fanciulli, si è di appendere alle loro spallucce un 
fascio di ciondoli ed amuleti (De Nino, Op. ciu , p. 35), ovvero due o tre 
pannocchie alla finestra, sicché la strega, innanzi di entrare in casa, si metta 
a contarne gli acini, e non riuscendovi, s'indispettisca e se ne vada, Quest'ultimo 
uso, per quanto io sappia, non fu sino ad ora notato. La credenza alla Jet- 
tatura è divenuta ai nostri giorni così popolare, che non poche persone civili 
ed istrutte vi prestano fede. Vedesi a tal proposito quei cervello balzano di Ni- 
cola Valletta (Cicalata sul fascino volgarmente detto la Jettatura. Napoli 1814), 
le cui belle osservazioni piacenti richiamare alla mente de* lettori, giacché l'ar- 
gomento, curioso per se stesso, ce ne porge occasione. 



45* ARCHIVIO EPR LE TRADIZIONI POPOLARI 

Che la jettatura ed i mezzi per prevenirla e scansarla fossero antichissimi, 
non sarebbe neppur di mestieri il provarlo. I Greci ed i Romani la credettero 
e non solo credettero poterlasi trasmettere cogli sguardi, ma anche colle pa- 
role e col canto, e poterla sinanco un individuo trasmettere a se stesso. Anzi, 
che il Fascino sia di vera origine greca, il prova la voce stessa che etimolo- 
gicamente si ricava dal verbo BccoxoCvo) « in video », perchè gl'invidiosi essendo 
gelosi del bene altrui, sogliono insidiosamente congiurarvi contro. Ben disse 
Catullo (Ad Lesbiam. Endec. V). 

Don quum millia multa fueritnus 
Conturba vimus iila, ne sciamus 
Aut ne qui» malus inviderò possit, 
Quum tantum sciat esse basiorum. 

Sogliono quindi costoro jetiare con lo sguardo (pculis et aspectu occiào) 
(V. il Vossio), e colle parole (Plinio, VII — Tertulliano, De virginibus w- 
landis) la loro invidia. Di qui si spiega come i Greci ed i Romani prima di 
rivolgere ad un individuo qualsiasi una parola di lode, dicevano 'Apowvdrwc 
prafiscitUy che è quanto dire « %Absit verbo invidia » (Valletta, op. cit., p. 27 
— Plauto Asinar. Act. 11, se. 4), e Catullo {Jid Lesb. Endec. VII) parlando 
della jettatura che si trasmette colle parole, disse: 

Qua e nec pernumcrare curiosi 
Possint, nec mala fascinare lingua. 

Plutarco chiamò l'occhio jettatore 'o^xajio'v Jdaxavov; Eliano (1 1, 13) ci 
fa sapere che gli Ateniesi erano jettatori terribili: « 'AÒ^vatoi paoxaCvstv àptaxot 
rcpoaip&ntvot ». È noto il motto latino Mantis te vidit, di cui fa menzione Celio 
Rodigino (Antiq. Lect. XXX, 22), e che corrisponde al nostro « te V ha jet- 
tata ». Orazio in fine parlando del fascino che si getta cogli occhi e colie pa- 
role, disse: 

Non isthac obliquo oculo mei commoda quisqunm 
Limat, non odio obscuro, morsoqne ven^nat. 

L'origine di tale superstizione sembra potersi ricavare da Plinio, ove dice 
(Lib. VII, 2) « In eadem ^Africa familias quasdam effascinantium Isigonus et 
e bLympbodorus tradunt; quarum laudatione intereant probata y ar escani arborts, emo- 
riantur infantes. Esse ejùsdem generis in Triballis, et Ulyriis, adficit Isigonus, qui 
visa quoque effascincnt, interimantque quos diutius intueantur, iratis praecipue oculis: 
Ma non solamente coll'aspetto e colla voce stimavano gli antichi potersi am- 
maliare, ma sinanco col contatto di uomo non sano. Tibullo cantò (Lib. L, 
Eleg. 5): 

Hnnc puer, hunc juvenis turba circomstrepit «reta 
Despnit in molles et sibi quisqne tinnì. 



MISCELLANEA 453 

ed Ovidio (OiCetamorpb. XIV): 

Cajas ab attactu variar ara monstr» ferarom 
In javenes reniant, nulli «uà mansit imago. 

L'effigie del membro virile, spesso alato, era presso gli antichi un mezzo 
potentissimo per rimuovere il fascino, mezzo dedotto dalla favola di Priapo , 
che nato da Venere e da Bacco, e poscia ammaliato da Giunone, fosse per 
mezzo del padre liberato dalle insidie di costei. Per la grandezza e deformità 
dei membro, fu egli cacciato da Lampsaco, e fu consecrato qual dio fugatore 
degli stregoni. La stessa voce Fascinum valse posteriormente a dinotare il mem- 
bro virile, che sotto il nome di npopaoxivnoo (V. nelle glosse di Filosseno), 
credeasi rimuovere la jettatura. Orazio (Epod. 8) disse: 

Minaste langnet f iscinura 

In priapreis; 

Praedicaberis fascino ped.li 

e negli *Auctorib. Carmin. Priap. trovasi « Non me vocabis puerum per Cotyttia 
ad ftriatos fascinos ». Queste effigie del membro di cui abbiamo numerosi 
esempi nelle nostre raccolte, soleansi appendere al collo dei bambini (Varr., 
Lib. VI , de L. L.), e portarsi in processione per le campagne , onde rimuo- 
vere ogni malignità dalle raccolte (Coel. Rhod., Antiq., Lect. IV, 7). Plinio 
le chiamò <« Satyrica signa », i Fabbri ferrari « Redicularia quaepiam ». Da Fa- 
scinum sostengono alcuni essersi appellati i versi Fescennini, sebbene altri da 
Ftscennia villaggio della Campania. Questi versi pornografici per natura, erano 
cantati nel dì delle nozze, per rimuovere il fascino dagli sposi. Presso di noi 
soglionsi appendere alle spalle dei fanciulli diversi amuleti: I cornetti di co- 
rallo o d'argento, monete e conchiglie forate, i cuoricini, le manucce che fanno 
le corna, denti bucati, astragali ed altre bagattelle; (De Nino, op. cit. II, 35): 
de' quali oggetti 1' uso è antichissimo, in ispecie de' cuori e delle conchiglie 
bucate rinvenute nella necropoli di Corfinio; dei denti bucati e monete forate 
di cui ho esemplari nella mia raccolta. Oh il popolo, quanto è costante nelle 
tradizioni 1.... 

Giovanni Pansa \ 



I matrimoni in Cina. 

Fra gli usi cinesi, così strani e bizzarri , specialmente dal punto di vista 
di noialtri Europei, uno dei più importanti è quello che riguarda il matrimonio. 

Merita davvero essere narrato come si facciano ri matrimoni nel Celeste 
Impero. 



1 Sàggio di uno studio sul dialetto ahru^est, pp 75-78* Lanciano, 188J. 

archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. " 57 



454 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

La nascita di una figlia non è considerata un onore, giacché io Cina la 
condizione della donna non è ugale a quella dell' uomo. Viene comprata ; è 
quasi schiava. Sebbene la poligamia non sia riconosciuta dalla legge, è tolle- 
. rata; ma le cerimonie del matrimonio non si fanno che per la moglie legit- 
tima; le altre donne sono considerate come concubine che non possono con- 
seguire il posto di moglie se non quando questa ne sia decaduta per una causa 
qualunque. Nelle alte classi della società cinese, le donne si mostrano di rado 
per le strade, escono in carrettella o in palanchino, sempre accompagnate da 
eunuchi che ne hanno la guardia. Soli questi col marito penetrano negli ap- 
partamenti delle donne che sono sempre separati. Anche nelle basse classi ac- 
cade di rado a un uomo di esser ricevuto in presenza della moglie. 

Gli sponsali si fanno talvolta prima che nascano i figli, e spesso due li- 
mici, ammogliandosi, promettono in matrimonio i figli da venire, e se pos- 
sono, mantengono la promessa. La sposa è portata in palanchino rosso; que- 
sto diritto che, in tempo ordinario, non spetta che all'imperatrice, è specificato 
dalla legge. Il corteggio è preceduto da pifferi, tamburi e lanterne, in numero 
maggiore o minore secondo la sostanza della sposa. I regali, i mobili, gli 
abiti precedono il corteggio portato sulle spalle da uomini. Il palanchino è 
chiuso a chiave e un amico del .marito si reca a casa di questo per conse- 
gnargli la chiave, con la quale egli apre il palanchino e vede allora , spesso 
per la prima volta, colei che sarà sua moglie. 

Per quel giorno vengono prese a nolo gioie, stoffe ricamate d' oro e ar- 
gento. La sposa viene adornata come un reliquiario. Imbellettata , profumata, 
viene avviluppata in un lembo di stoffa di seta , che il marito socchiude per 
vederne la faccia. 

Se la sposa è accettata ; essa si inginocchia quattro volte per terra , da- 
vanti al marito , quindi lei e la madre si confondono in gemiti e pianti reali 
o artificiali. Allora comincia lo sparo dei petardi , e lo sposo e la sposa , in- 
ginocchiati davanti air altare degli antenati , eretto apposta , fanno i sacrifizi 
prescritti dai riti. 

Un gran banchetto, che talvolta dura tre e anche quattro giorni, raccoglie 
parenti e amici. Gli uomini stanno da per loro, affatto divisi dalle donne. Gli 
sposi si ritirano nella camera nuziale, ove viene loro imbandito da mangiare. 
Capita talvolta che il marito, aperto il palanchino, rimanga tutt'altro che 
lieto alla vista della sposa destinatagli. Allora, chiuso il palanchino, ei la ri- 
manda a casa. Ma dopo trattative fra le famiglie, si finisce quasi sempre con 
T intendersi. I giorni in cui devono essere celebrati i matrimoni sono accura- 
tamente scelti secondo le fasi della luna — la quale tiene una gran parte ne 
calendario cinese. L'anno è diviso in dodici lune, e i giorni si chiamano: primo 
giorno della prima luna (12 febbraio del nostro calendario), e cosi di seguito. 
11 5 febbraio è per i Cinesi il ventesimoquarto giorno della dodicesima luna '. 

1 QhrnaU di Sicilia, «n. XXV, n. 138. Palermo, 22 loglio 188$. 



MISCELLANEA. 455 

I funerali dei Danàkili in Avsab. 

Quando, una volta, moriva un Dankalo, lo mettevano vestito in gran pompa 
a tavola seduto sopra un divano (margareb) e pranzavano intorno a lui po- 
nendogli innanzi le pietanze migliori. Questa cerimonia si ripeteva per tre 
giorni — e ben può immaginarsi che cosa poteva diventare il cadavere d' uno 
di quegli indigeni tanto puzzolenti anche da vivi! 

Ma i nostri carabinieri impedirono questa cerimonia , per yiste igieniche. 

Ora dunque, in seguito a tale nuova disposizione, il morto, messo vestito 
su di una barella e seguito dai parenti e amici i quali per la strada continuano 
a cantare, dare in mille smanie ed urlare , viene portato al luogo di seppelli- 
mento. Lungo la strada ripetono le parole: 

La lAllah illa *Allah 
Mohamed restii Allah 

e cioè: « Non c'è che Dio, Dio solo, e Maometto è il suo profeta ». 

Giunti alla fossa il sacerdote continuando a pregare si fa mettere insieme 
col morto e con una specie di necroforo sotto un gran tendone; dopo un mo- 
mento di silenzio si sente un tonfo , si leva il tendone e restano nella buca 
il morto, il sacerdote ed il necroforo, il quale ultimo mette la testa del morto 
rivolta verso oriente. 

Dopo ciò il sacerdote ed il necroforo escono dalla buca e tutti i presenti 
buttano nella fossa sabbia e sassi fino a formare su di essa una montagnola. 

Compiuta tale operazione, si mettono tutti in circolo, si baciano, si toc- 
cano l'un T altro le mani sfiorandole palmo contro palmo , perchè non usano 
strìngersele, e cominciano a mangiare datteri od altre frutta di quei paesi. — 
Dopo tale pasto, ripetendo le parole dette più sopra ritornano processionai- 
niente alla casa del morto *. 



* GiornnU di Sicilia, tu. XXV, o. ijji 19 maggio 1885. 



^ftss? 


tìr' -> ~t/^ Iffly^^ffy* 


§MP& 


jT*^?-^*WfcNi S?^ *TrJfr'^ 




S^S^^i 


*^"id III' ■SJJI 




^aPSÉ 






ISII&lito 




jt«£h f ^ai#CftfeKt> 







RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



Tradizioni popolari abruzzesi raccolte da Gennaro Finamore. voi. I, No- 
velle (Parte seconda). Lanciano, Tip. di R. Carabba. MDCCCLXXXV. 
In-i6°, pp. VII-i 31 L. 2, 50. 




lla prima parte di questa raccolta (cfr. Arcb., I, 300) la seconda, 
recentemente uscita, aggiunge materia molto importante. E l'im- 
portanza non è solo per la novellistica, ma anche per la dialet- 
tologia. 11 Finamore lavora scientificamente sulle tradizioni che 
raccoglie, e da scienziato che egli è le fa servire a doppia ragione di studi: alla 
mitologica e alla glottologica. Questo è il merito precipuo della collezione die 
egli ha preso a pubblicare. 

La prima parte conteneva cinquantadue novelline; la secónda ne contiene 
sessanta, delle quali ventisei, meno una, la LVI', nel dialetto in che sono state 
raccolte, trentaquattro compendiate in italiano, sono allogate sotto un'Appendice. 
Cosi abbiamo un insieme di centododici novelle, senza contare quelle che PÀ. ha 
pubblicate e presto pubblicherà nell'Archivio. I testi dialettali sono di Monte- 
nerodomo, Torricella Peligna, Guardiagrele, Chieti, Francatila al mare, S. Vit- 
torino, Archi, Vasto, Atri, Pratola Peligna , Aquila ; la classificazione è fatta 
non già per ordine mitologico, ma per ordine geografico e dialettale. 

Le note comparative, che nella prima parte seguivano ciascuna novella, qui 
mancano affatto. Chi conosce i lutti domestici del Finamore e le dolorose prove 
alle quali è stato messo l'animo affettuoso di lui, non gli farà colpa di questo 
difetto, a tórre il quale occorrono ricerche lunghe e pazienti, e tranquillità di 
spirito. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 457 

Sono notevoli le favolette: Lu tani-làupe di Archi, e La canaio de jalT edde 
capò di Aquila; ma più notevoli due narrazioni leggendarie non comprese nel 
novero delle fiabe della raccolta, e sono Guardiagrele p. 25, e Archi p. 51. 
Crediamo far cosa grata a* lettori riportando qui l'una e l'altra nel testo ori- 
ginale. La prima leggenda dà l'origine di Guardiagrele, le primizie e l'origine 
del Tevere; la seconda l'origine di Archi, e quella di Atessa. 

Guardiagrele 

« Decioè (dicevano) le 'ndiche nuostre ca la Vardije nen gè 9tav* addo* sta 
mo\ Stave nn pare mjìejje descóst' 'a ddo' (da dove) su niuo' (ora): a la parte 
de Urzògne (Orsogna). Dapù, avoé 'scjlte nu cape de triùppe, e jjave vedoenne 
le pajfece; e sse fjlerm' addo' stave lu pajfc' apprìme. Disse dapù 'stu cape de 
triuppe ca ddo' sta prandate mo' la Vardije ca putoé èsse' 'na fartoézze, e cce 
foéce la torre, e le cercugnà de mure tonne torme tonne; e cce mettila vàrdie: 
le suldate. Pe' cquoésse se dice la Vardije. Lu pòpele dapù, che stave sper- 
neociàte (sparpagliato) pe f le cambagne, se ne jle allòche, a 'stu pajisoètte. Se 
ne j\e tutte qujlend' alloche davoéndre, ca 'lloche stave cchiù mmoéjje. A cchela 
torre ce meni lu cannone pe' le latre. La Vardije dice ( siede in ) avete ; sta 
bbónne setuvate ; n'n ave pavure. Dapù ce foéce la fonde , e je metti nome 
Gréle; e pp' cquoésse se dice Vardijagréle. 

« Dapù ce fu 'na pèste; esse more tiùtte lu pòpele; e ss' arefoéce vósch' e 
ffrètte lu mutme. Ce n'avoé aremase puoche a le pajìsce. Dice: « Je vuloém' 
arestroégne' ». Furamece (figuriamoci), a la Poénne ce n'avoé remase quattre 
cjlenghe, e cqoattrecjlenghe ce n'avoéss' aremase a Ppretore; n'àtra poca Rrapi- 
ne e a la Farciòle. S'arestregnl tiutt' a V vardijagréle. (Le' scennoènde mjle è 
dde Uenèzije; pe cquoésse niu' e -i- arechiamoéme Llsije, Ùunlzije, che ssoéme 
de la Vènèzije). 'Ste ggiènde se pijje le case, ch'avoè remaste siènza ggiènd', e 
se -i- annadecà (annidarono) a la Vardije. Pe' cquoésse se dice: la piazze de 
la Poéhrie, la piazze de Rapine, la piazze de Pretóre, e dde la Farciòle, pure 
mo', ca ce s'avoé nnadecate chille de la Poénne, chille de Pretore, chille de 
Rapine e dde la Farciòle. 

« A la Vardije ce stave nu bbarone, che jiesse oére tiùtte, ca s'avoé 'bbe 
ljlete (avvilito) lu Huvèrne. C -i- arecaccjìe 'na husànze: ca quande vune pijjave 
la mojje, ca e -i- avoé da durmì, jiesse la prima notte. La pupelaziòne dapù 
je dése 'n golle, e le caccia a ssone de poènghe (rottami di tegolo), e sse fu 
ddesrriùtte. Pò jèsse' casce (quasi) nu mijjare d'ann'arroéte. 

« Lu rroé Nneróne (sotti dicesi) ch'avoé da 'strùjje* Rome. Va ttròve ! Ca 
ce sta lu pape; s'avoé udijate jiesse fra jiesse. Diùnghe, cavuti 'na mundagne 
che sta da cap'a Rrome. Sbócche lu mare, tutte nzjlembre, a bbi' de provele. 
Dice: * O Ddi' vòjj' o Ddl ne' wòjje, l'acque 'rrevat' a Ccambedòjje! ». Chela 



458 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

léngue de lu mare s'affif abbasse pe* 'na piazze de Rome; e sse ne jlè poche 
de case ! Se ne muri poche de ggiènde ! E cquoéll'é lu Tiévere. Muo*, le bba- 
stemjlende jesce da clu cavute, e vva 'm mèzz' a Rrome. Je vuloé fa* dann', 
e jj' à fatte iùtele » *. (Dal contadino analfabeta Antonio Listo). 
Ecco la tradizione di 

Archi. 

« Jirche ère 'nna citèje cumbòste de sètte parécchie, e Steve a la vanne de 
la Canale, de lu Sa vice, de le Macchie, de Fondeciadàune e dde la Parrucce. 
Addovve màuvv' (mo\ ora) è Jirche, Steve la tortezze nghi equatore ròrre: éun a 
He palazze, éun 9 a lu castélle, èune sotte la chjìse, e éune *m bacc -i- a la case 
de chille de Rusate. Tinave quattre cummjìnne. 

« A Jirche ci Steve lu marcàise, ch'ave fatte la lègge ca la prima notte s'avè 
dda 'ddurml' nghi èsse, quanne spusave, 'nna ggiovene. A Jirche vinave pènre 
la riggióina Ggiuvanne, che, nanne ère puttane, ca se tenave nnu cavallucci pi' 
ccurnéute (drudo). 

« Jirche 'nna vote le distrujjètte le finniche, e ddapù Tome refrabbechètte; e 
'nna vote le distrujjètte la pèste. Allàure cjìrte jètter' a recuverèrse sopr* a ddu* 
mundecille nnumate Ate e Tisse, che ddapù arriunètte le case, e le chiamètte A- 
tesse ». (Da una vecchia ottuagenaria illetterata). 

Questo jus primae noctis è comunissimo nelle tradizioni popolari , e in 
quelle siciliane del Vespro è il principale movente della sommossa e della 
strage degli Angioini (31 marzo 1282). Confr. il nostro voi. Il Vespro sicil. 
nelle trad. pop. della Sicilia. 

G. PlTRÉ. 



Nyare Bidrag till k&nnedom om de Svenska Landsmàlen ock Svenskt Folk* 
lif. — Tidskrift utgifven pi uppdrag af Landsmàlsfòreningarna i Uppsala, 
Helsingfors ock Lund genom J. A. Lundell. Stockholm, Samson ock Wal- 
lin, 1883-85. 

Abbiamo sottocchio i fascicoli 17 e 18, 1884, del giornale che le Società 
dei dialetti svedesi stampano, da qualche anno, a Stockholm; e poiché ci pare 
che abbiano una grande importanza pe' nostri studi, ci affrettiamo di raggua- 
gliarne i nostri lettori. 

Il fase. iy* porta, oltre le relazioni delle feste del 5 novembre 1880 e 19 di- 
cembre 1881 della Società dei dialetti di Lund, e del 28 novembre 1881 della 



* Cfr. Di Nino, Briciole Letterarie, v. I, // lago di Baino § dm tradipon* popoUrt, f*g. 115. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 459 

Società folkloristka Smalandese, 1 testi dialettali comunicati dai soci in quelle 
adunanze e alarne scene sulla vita dei contadini smalandesi scrìtte, per la solenne 
adunanza dei folkloristi smalandesi , dal Siòstrand e recitate dai medesimi 
Dalle relazioni scrìtte dall' Olséni e dal Paulson per la Società dialettologica, 
e dal Ramni, <fi cui i lettori ààX %Ardnvio conoscono qualche lavoro . per la 
folkloristica, apprendiamo che le due Società lavorano con una assiduità ed 
un amore che rivela il patriottismo svedese per cosiffatti studi. 

I testi dialettali qui raccolti sono di molto aiuto per la novellistica comparata, 
essendo quasi tutti di novelline raccolte dalla bocca del popolo; esse conser- 
vano le forme delle varie parlate in modo da rendere la freschezza e la viva- 
cità caratteristiche di quei dialetti. Ci sarebbe da (are un lavoro comparativo 
minuto e importante sul tipo di queste novelline, le quali suppergiù si tasso- 
migliano nella parte leggendaria e nelle avventure maravigliose di personaggi 
più o meno storici. 

A capo di ogni novellina c'è una nota dichiarativa delle leggi foniche 
che governano la parlata in cui è stata essa raccolta; né mancano in pie d'ogni 
pagina richiami per i vocaboli difficili allo svedese classico. Nell'insieme una 
raccoltila ben fatta e degna di una Società dotta e dedita a far conoscere in- 
sieme alle varie parlate il folklore svedese. Chiude questo fascicolo un accu- 
rato studio delTEnestròm su due canzoni storiche riscontrate sui manoscritti 
delle Biblioteche Universitarie di Upsala e Stockholm e sulle raccolte delle 
canzoni Svedesi: lavoro esatto e diligente ed importante per gli studi comparati 
sulla origine letteraria della poesia popolare svedese. 

II 1 8* fase, racchiude una monograna del Nordlander sur un tema che 
potrebbe parere curioso: « Sulla natura della capanna in Àngermanland e din- 
torni », ma che non lo è pei cultori della etnografìa. L'illustre autore ha dovuto 
vincere non poche difficoltà nel raccogliere tante notizie così minute sulle varie 
forme costruttive su cui è passato, in varie epoche remote, il modo assai pit- 
toresco di disporre le capanne. Dalle pubblicazioni folk loriche X A. trae tutte 
le notizie su gli usi e costumi dei pastori, sulle tradizioni orali che si legano 
alla vita loro, sulle credenze e sulle leggende che costituiscono la vita poetica 
dei montanari. Il Nordlander non ha lasciato niente intentato per dare al suo 
lavoro una forma scientifica, che non si scompagna da un non so che di gra- 
devole e di attraente. Questo lavoro meriterebbe di essere conosciuto forse più 
di quanto lo sarà, avuto riguardo alla poca conoscenza della svedese fra noi. 
Inumo nel raccomandare vivamente questa Rivista, noi ci congratuliamo con 
tanti benemeriti studiosi, ai quali auguriamo pazienza perchè continuino a darci 
i frutti del loro lavoro , assai necessari ^er gli studi comparati del folklore 
svedese. 

M. Di Martino. 



460 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

The Bnglish and Scottish Popular Ballato edited by Francis James Crild. 
Boston. Houghton, Mifflin and Cy-Cambridge, The Riverside Press. London. 
Henry Stevens. Pan I (1883) pp. 256; Part II (1884) pp. 256, Part III 
(1885) pp. 261; in-4 # . 

Tous les amis de la poesie populaire connaissent parfaiteraent les %di- 
ques 0/ Antient English Toetry de Percy ainsi que les grands raérites et defauts 
de ce recueil; mais ils ne savent pas moins combien on a toujours ardemment 
désiré d'en mieux connaltre la source originaire, e est-à-dire le manuscrit cé- 
lèbre, mais devenu, pour ainsi dire, légendaire, dont Percy s'était servi. Ils sa- 
vent également quelles difficultés s* opposaient à voir realisé ce désir, et que 
c'est seulement à la constante persévérance et à la cooperation active, sous tous 
les rapports, du Professeur Child qu' on doit d'avoir pu livrer à la publiché, 
en 1867, ce trésor inestimable, llishop Percy 's Folio Manuscript; et voiL A aussi 
pourquoi cette publication si importante a été , par les éditeurs , « dediée au 
Professeur Francis James Child, de l'Université Harvard, Massachusetts, premier 
auteur de cette entreprise, par laquelle les antiquaires anglais sont delivrés 
maintenant des reproches trop long temps merités ». La preface nous apprend 
Thistorique de tout cela, et il est superflu d'entrer ici sur le sort varie du dit 
manuscrit; il suffit d' a voir indiqué jusqu' à quel point le savant america in a 
bien mérité de ce document important de la poesie populaire. Toutefois il ne 
s'arrèta pas en route; car quoique, dans les derniers 160 ans, un plus grand noni- 
bre de recueils de ballades vieux-anglaises aient été pubiiés que de recueils 
semblables dans d' autres pays , nous ne savons pas , que jusqu' à présent, on 
ah essayé de réunir et de publier, dans un travail d'ensemble, les restes épars 
de ces poésies narratives. Et, à vrai dire, il ne valait pas la peine d'entreprendre 
une tentative semblable, avant de bien connaitre et de pouvoir embrasser le 
contenu du manuscrit Percy, trésor le plus riche et le plus vieux de la poesie 
populaire anglaise; et c'était impossible avant 1867. D'ailleurs, on connaissatt 
l'existence de plusieurs autres recueils en manuscrit, mais pas encore pubiiés, 
de ballades écossaises, et de temps à autre on en découvrit d' autres encore, 
de sorte que rien de complet pouvait étre entrepris avant de pouvoir disposer 
de tout ce qu' on savait exister, et l'utiliser librement; toutefois P autorisa tion 
nécessaire ainsi que le pourvoi des moyens financiels et non moins nécessaires 
tardaient de se trouver prètsavant Pan sus mentionné ! Voilà pourquoi le pro- 
fesseur Child seulement en 1882 se^sentait capable d'entreprendre la publica- 
tion de Fouvrage que nous avons sous main et que nous voyons executé d'une 
manière àdmirable. Il est vrai que le travail de Svend Grundtvig, son recueil 
des anciennes ballades populaires du Danemark (Danmarks Gamie Folkeviser. 
Kopenhagen 1853-1883) offrait à Child un model excellent et presque parfait, 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 46 1 

qu' il suivit scrupuleusement, et on peut dire que ces deux opera palmario, sont 
à égale hauteur et se suppléent l'un l'autre. Le savant d.mois, hélas! a été ar- 
niche, par une mort prematurée, à ses amis et au monde en general, et em- 
pèché ainsi de rnener à fin son tra vai 1 grandiose; espéro ns, toutefois, que ChilJ 
terminerà le sien tei qu* il l'a commencé; car il est destine à renfcrmer toutes 
les versions connues des ballades populaires anglaises et écossaises quelque 
modernes ou corrompues qu'elles soient, pourvu qu'elles existent imprimées ou 
en manuscrit, de sorte que pas le moindre reste authentique de certe poesie 
vieux-anglaise n' aille se perdre , les parallèles de chaque morceau parmi les 
autres nations en tant qu'abordables, étant en méme temps exactement recher- 
chées et indiquées. QitUonque connati ics travaux de Grundtvig ou de Child, sait 
ce que cela veut dire! 

Pour mieux juger et characteriscr l'oeuvre du dernier, j'ajouterai encore ce 
qui suit. Il y a une plus grande arfinité entre les ballades anglaises (et écos- 
saises) et celles de la Scandinavie qu* avec celles d' aucun autre pays. Parmi 
celles de la Scandinavie celles du Danemarc sont les plus nombreuses et Ics 
plus anciennes, et sont plus encore que les autres comparables aux anglaises. 
Or, ces dernières étant presque entiérement éteintes dans la tradition orale , 
celles du Danemarc au contraire vivent seulement dans la bouche du peuple, 
et, quant au nombre, forment le doublé des anglaises. Grundtvig a publié à peu 
près la moitié (285), et le nombre des anglais-écossaises dépassera a peine ce 
dernier nombre. Ajoutez que les sujets des ballades danoises s'étendent beau- 
coup plus en ardere dans les temps passés et embrassent des sujets des temps 
héroiques et méme mythiques tels que ne se trouvent pas dans les ballades 
anglaises. D'autre part, ces dernières, corame Grundtvig, qui les connaissait si 
bien, n'hésite pas de le reconnaitre, surpassent de beaucoup, en fait de beauté 
poétique, celles du Danemarc. 

Quels obstades litteraires s' opposaient au savant americani (si V on doit 
en faire mention avec un mot), on s' en apergoit au premier coup d' oeil en 
comparant ses ressources à celles dont disposait Grundtvig. Abstraction faite 
de tous recueils imprimés de 1 591, 165 1 et 169/, ce dernier avait a sa dispo- 
sition un manuscrit du 15 siede, sept autres du 16, quinze du 17 et deux du 
18, ainsi que les riches et nombreux envois qu'il recevait de Child et que celui- 
ci recevait de la bouche de personnes vivantcs. Mais, quant aux ballades an- 
glaises, les manuscrits de celles-ci, au contraire, si nous exceptons quatre ou 
cinq morceaux datant d'un epoque antérieure, se reduisent dans leur totalité à 
celui de Percy (de la moitié du «7 siede), à ceux du 18 et a une douzaine, 
à peu près, du commenceraent du siede présent et d'une epoque encore beau- 
coup plus postérieure. 

Quoique donc, à ce que nous venons de voir , les sources de 1' oeuvre 
américaine soient comparativement trcs-limitées en nombre, elles ont été sans 

^Archivio per le tradizioni popolari — Voi. IV. 58 



462 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

cxception utilisées à forni et beaucoup d'entre elles pour la première fois, de 
sorte que ce travail, quand il sera termine, embrassera non seulement tout ce 
qui existe encore actuellement en fait de poesie narrative populaire et anglaise 
et dont connaissance soit parvenu au monde littéraire, mais aussi beaucoup 
d'autres morceaux qui jusqu'à présent sont restés cachés, et il va sans dire que 
Ics textes sont toujours donnés avec une fidélité absolu et souvent dans une 
pureté originaire là où les éditeurs anterìeurs n'y ont pas fait suffisamment at- 
icntion. 

J'ai déjà parie de 1' historique et de la propagation de chacune de ces 

■ ìsies données par Child avec une exactitude scrupuleuse et admirable; de 

manière qu' il ne me reste que 1' expression du desir fervent de voir termine 

complétement et le plus tòt possible Touvrage intéressant dont nous venons 

de nous occuper. 

Liègt Felix Liebrecht. 



<^ 




BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 



/ proverbi milanesi, raccolti, ordinati e 
spiegati per cura di Eugenio Re- 
stelli, coli' aggiunta delle frasi e 
de' modi proverbiali più in uso nel 
dialetto milanese. Milano Alfr. Bri- 
gola e comp. 1885. 

Il giovine E. Restelli crede, inge- 
nuamente, di essere il primo, dopo il 
Giusti, a raccoglier proverbi in Italia, 
« colla quasi certezza, egli dice, di a- 
vere presto imitatori nelle altre regioni 
d'Italia ». 

Ecco: io lo esorto ad informarsi un 
pochino della nostra letteratura pa- 
remiografica; e se egli avrà imitatori, 
spero che nessuno lo imiti nello igno- 
rare che cosa è proverbio, com' egli, 
senza dubbio, ignora; né nel prendere 
per proverbi certi detti che qualunque 
cretino può dire, o qualunque ubbriaco 
può proferire. Nessuno lo imiti nel 
razzolare negli almanacchi o nei versi 
di qualche poetucolo delle sentenze, 
che non furono proverbi mai; e nem- 
meno nel modo capriccioso e insen- 
sato del farei capitoli; ne' quali molte 
volte i proverbi son fuori di posto. E, 
neppure, nessuno lo imiti nel modo 
barbaro di scrivere, perchè il Restelli, 
le poche volte che annota qualche pro- 
verbio, pare che non sappia quel che 
si dice. 



É autunno, ed io non ho voglia di 
fargli una lezione più lunga. Egli è 
giovine, e potrà, se vuole, rimediare 
al mal fatto. C. Pasqualigo. 

Amori e Costumi latini. Studi di Va- 
lentino Giachi. Città di Castello. S. 
Lapi tipogr. editore 1885. In-i6 # , 
pp. X-392. L. 4. 

Nei lavori compresi sotto questo ti- 
tolo VA. intese «alla cognizione del 
come sentissero i romani gli amorosi 
affetti e quelli di famiglia, e delle u- 
sanze e costumanze, nelle quali il sen- 
timento manifesta vasi, o da cui era si- 
gnoreggiato ». Di essi, il più stretta- 
mente legato alla storia del folklore la- 
tino è quello abbastanza esteso e ben 
tratteggiato delle Noqe Romane (pp. 
143-205), diviso nei tre capp. La fi- 
glia di famiglia, %iti nuiiali. Dopo le 
no^e. V argomento è tutt' altro che 
nuovo, ma nuova è la maniera tenuta 
dal valente Giachi nel trattarlo. Studi 
come questo sogliono riuscir pesanti 
per erudizione, non sempre di prima 
mano; questi qui del Giachi, condotti 
sugli autori più reputati, « sulle frasi e 
i pensieri che col sentimento e costume 
privato degli antichi avessero relazio- 
ne », riescono a formare un'idea esatta 
di ciò che fossero e come andassero e da 



4*4 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



quale spirito venissero animati codesti 
usi dell'antica Roma; donde quella sem- 
plicità che nasce dalla parsimonia, e 
quell'attrattiva che tutti sentiamo per 
la schiettezza e la sincerità. 

Il difficile era di trovar modo che la 
curiosità lodevole di far conoscere que- 
sti tratti della vita popolare romana non 
fosse vinta dal disgusto di libri sapienti 
e ponderosi che son pasto solo de 1 dotti. 
Il Giachi seppe vincere questa difficol- 
tà, e diede una monografìa non meno 
erudita che piacente. 

La casa tipografica -editrice Lapi di 
Città di Castello si è ben avvisata nel ri- 
pubblicare, con altri importanti delTA., 
questo studio, inserito già nella Nuova 
Antologia. (Cfr. Arch., III, 154, 311), 

P. 

Antonio De Nino. Briciole Letterarie. 

Voli. due. Lanciano,Carabba 1884-85. 

Questi due volumi, come appare dal 
titolo loro, non sono di tradizioni po- 
polari, ma contengono parecchi scritta - 
relli di argomento folklorico. 

Ricordiamo nel voi. I: a) / pregiudizi 
religiosi e Polibio ; b) // lago di Fu- 
cino e una traditone popolare; e) L'a- 
rancio nella poesia popolare; e nel II, 
d) Reminiscenze di vittorie sui Turchi 
in Tolto; e) Imprecazioni popolari in 
Succiano di 'Beffi; f) « *.•/ Lucca ti vidi » 
e « Setaccio mio setaccio »; g) « Fare a 
caselle » secondo il « De nuce » di Ovi- 
dio. Lo scritto a, sopra otto canti sici- 
liani ricorda l'arancio nella poesia del 
popolo: ma l'argomento ha larghi con- 
fini cominciando dalla can\una: 

Sapiri, ben sipiri ex vurrh 
Con* è cumpostu sapiri lu munnu. 
— É conni un raulineddu chi firria, 
Coma n' .ir inciteddn t tinnii tannu, 



e finendo al duri: 

Arancia di manciari ( 

'Na bedda coma tia nun si pò asctari. 

Pure restando a quei pochi, ci permet- 
tiamo di notare, a proposito dei versi 
dispregiativi: 

Li unanimi cci vannu a trenta un grami 
Comu l'aranci agri misi a munì, 

che non troviamo abbastanza esatta la 
interpretazione di « arancio selvatico, 
coltivato a siepe, e spalliera; l'arancio 
acre, insomma » (I, 126). Qui si tratta 
di quelle arance che, abbondantissime 



in Sicilia, i fruttivendoli vendono a un 
grano = cent, due il mucchietto presso 
i muricciuoli, arance avariate o sull'al- 
bero o dopo raccolte, e che sono di 
cattivo gusto. L'articolo d ci richiama 
alla Moresca di S. Pietro e S. Ilario di 
Campo nell'isola d'Elba, descritta dal 
Zuccagni-Orlandini (Corografia, v. XII, 
pp. 85, 88, 89; e un po' alla rappresen- 
tazione di S. Maria delle Milici in Sci- 
cli, da noi descritta (Spettacoli, 5 $-63). 
Il giuoco Fare a caselle, art. g, è di 
tutta Italia e di gran parte d'Europa. Se 
Ovidio ne fece menzione nel De Nuce, 
ciò vuol dire che il giuoco era popolare 
presso i Romani, il che viene anche con- 
fermato da Marziale, Epigr. 18.lib.XlV. 
Cfr. i riscontri nel nostro voi. di Giuo- 
chi fanc., n. 65. P. 

Padre Zappata. La Roma che se ne va. 

Prima serie. In-i6*, pp. XXXVI- 120. 

Roma Perino MDCCCLXXXV. 

Lasciando stare la lunga prefazione 
in forma di dedicatoria che va innanzi 
al libro, la materia è tale da piacere ad 
uno studioso della vita del popolo. La 
Roma che se ne va è la Roma d'un cin- 
quantanni addietro, una Roma storico- 
popolare, nella quale la festa del Cor- 
pus Domini, Uabbacchio, I*e novene, I 
morti, Tiziicagnoli e norcini, Il prese- 
pio, Cantastorie presentano, come in 
quadretti, costumanze e particolarità ro- 
mane che un po' alla volta vanno scom- 
parendo o che sono già scomparse. 

P. 



// tipo estetico delle Donne nel medioevo 
appunti ed osservazioni di Rodolfo 
Renier. Ancona A. Gustavo Morelli 
188$. In-16, pp. XIII-105. L. 6. Ti- 
ratura di soli 250 esemplari. 
Altri dirà della copiosa e bene scelta 
erudizione onde il dotto e caro Renier 
presenta il tipo della donna medievale 
di Provenza, della Francia del Nord, 
della Spagna e del Portogallo, della 
Germania, e d'Italia specialmente, tipo 
di mera convenzione,qualunque siano le 
forme letterarie nelle quali si ricerchi. 
A noi dell'Archivio interessa far men- 
zione del cap. VII del libro, dove con 
la poesia popolare o popolareggiante, 
in cui non si inframmette alcuna ima- 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



465 



gine di convenzione fra l'amante e ra- 
mata, trovasi intonazione e mezzi de- 
scrittivi molto divéVsi da quelli della 
poesia antica. Documenti di auesto ca- 

fmolo sono un « Contrasto calabrese tra 
a bruna e la bianca » qui riprodotto 
(p. 162) d&WiArcbivio, El Retrato, poe- 
sia pop. spagnuola rilevata dal Wolf: 
Beitràge Tur spati. Volks poesie aus den 
Werken rernan Caballeros, una ro- 
manza catalana estratta dal Romanceriìlo 
cataìan del Mila y Fontanals ed una 
canzone popolare francese del sec. XV 
edita da G. Paris. « Anche attenendosi 
al tipo tradizionale, la poesia popolare 
sa ravvivarlo , sa trovare motivi e 
comparazioni nuòve , che mostrano 
nella delicatezza e venustà dell'espres- 
sione come esprimano un sentimento 
personale» (p. 140). 

« Dalla considerazione del tipo este- 
tico quale ci appare costante in tutta 
l'età di mezzo, deriva una più retta e 
intera comprensione della lirica me- 
dievale, inquantochè esso c'induce a ri- 
tenere molto più convenzionali e ideali 
quelli amori di quanto che a prima 
giunta non sembrino. Convenzionalismo 
e idealismo, che non escludono la real- 
tà, ma che ci mostrano come quei poeti 
(quando facevano dei versi) amassero 
in una donna la donna » (p. 124). 

Qpesto, in parte, il risultato del libro 
del Renier, il quale non solo per i suoi 
pregi letterari, ma anche per la ele- 
ganza tipografica e per le testate di cia- 
scun capitolo, è una vera curiosità. 

P. 

Cuentos populars catalans per lo D. f D. 

Francisco de S. Maspons y Labrós. 

Barcelona, Verdaguer 1885. In-i6 # , 

pp. X-148. 

Tra gli anni 187 1- 187 5 il sig. Ma- 
spons pubblicò in tre serie distinte col 
titolo Rondallayrr, ottanta novelline po- 
polari catalane. Ora, dopo dieci anni, 
dà fuori questo nuovo volumetto, che 
ne contiene altre venti, con le quali 
compie il numero di cento. 

La raccolta e fatta con fedeltà di tra- 
scrizione, senza raffazzonamenti o rab- 
berciature, senza aggiunte o sottrazioni; 
ed i tipi sono stati scelti con quella a- 
bilità che siamo usi a r conoscere nel 
Maspons. Tredici pagine di note com- 



parative, seguenti al testo, dimostrano 
come la maggior parte di codesti tipi 
siano comuni a gran parte d'Europa, 
essendo stati raccolti, già prima d'ora, 
da folkloristi di vari paesi. Parecchie 
note offrono indicazioni piuttosto co- 
piose; altre invece, pochine, potrebbero 
notabilmente accrescersi soprattutto 
con recenti raccolte non pur d'Italia, 
di Francia e d' Inghilterra , ma anche 
della stessa Spagna e del Portogallo. 

Nell'ultima pagina, prima di conclu- 
dere, l'A. piacesi di ripetere ciò che 
dice in principio, cioè che se il tempo 
gli fosse bastato, avrebbe reso più com- 
plete queste note. 

P. 

M. F. Adolpho Coelho. Los Citano s* 
à propos de la comunication de M. 
P. Bataillard: Les Gitanos d'Espagne 
et les Ciganos de Portugal. Lisbon- 
ne, 1884. In-8 # , pp. 17. 
La comunicazione del sig. Bataillard , 
fu fatta al Congresso internazionale 
di antropologia e d'archeologia pre- 
istorica tenuto in Lisbona nel 1880; 
ed il prof. Coelho colse quella occa- 
sione per aggiungere un bel numero 
di notizie del tutto ignote al sig. B. 
sopra gli Zingari nel Portogallo. Egli 
trova le prime allusioni agli Zingari , 
nella penisola iberica nel 15 16. Un 
quadretto della vita di questa gente 
nomade nel sec. XVI disegnò Gii Vi- 
cente nella sua Far fa das cigaras rap- 
presentata in Evora, innanzi la Corte 
di Don Joào, nel 1521. Malgrado le 
leggi che in Quel secolo ordinavano 
1* espulsione degli Zingari dal suolo 
portoghese, essi vi restarono, soprat- 
tutto nella provincia di Alemtejo. Le 
costituzioni sinodali del secolo XVII 
li chiamavano Egiziani, come Greci si 
erano ritenuti nel secolo precedente. 

Gli Zingari d' Alemtejo d' oggi so ri 
gli stessi di tre secoli e mezzo fa, po- 
veri, sucidi, dediti a piccoli furti, ina- 
bili alla pastorizia, appena buoni a ri- 
petere i canti popolari portoghesi e 
spagnuoli. Alcuni usi loro sono qui 
brevemente cennati, a' quali segue una 
lista di voci zingaresche, parte d'incerta 
origine, parte derivate dallo spagnuolo 
e dal portoghese , parte dalla lingua 
furbesca portoghese. P. 



466 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Recenti Pubblicazioni. 



Alpaghi Novello (Dottor Luigi). 
Dei pregiudizi popolari medici. Tre- 
viso tip. Zoppelli 1885. 

Costumi ed usi antichi nel prender 
moglie in Firenze (sec. XVI). Firenze, 
Salani 1885. In-8% pp. 8 (Nozze Bar- 
rani-Landi). 

Jarro (pseud,) Firenze sotterranea. 
Appunti, ricordi, descrizioni, bozzetti. 
Terza edizione, riveduta dall' autore, 
Eirenze, Le Monnier 1885. In-r6° , 
pp. XI-85. L. 1. 

Molmenti (P. G.) La Storia di Ve- 
nezia nella vita privata dalle origini 
alla caduta della Repubblica. 3% edi- 
zione riveduta ed ampliata dall'autore. 
Torino Roux e Fa vale 1885. In-8 # 
pp. VII-399. L. 7. 

MoRANDi (Felicita). I Proverbii della 
zia Felicita. Milano, Carrara, 1885. 
In-16% pp. 151. L. 1,2$. 

Poesie popolari sarde meridionali^ 
con prefazione del prof. G. Pischedda. 
Voi. I. Lanusei , tip. Sociale 1884. 
In-i6* pp. 65 L. o, so. 

Pitrè (G.) Sonatori, Balli e Canti 
nuziali del popolo siciliano. Palermo 
tip. del Giornale di Sicilia 1885. In-8% 
pp. 14. (Nozze Paris-Talbot XX lu- 
glio MDCCCLXXXV). 

Salomone-Marino (S.) La trasuta 
di Garibaldi a Palermu: storia popo- 
lare siciliana in poesia pubblicata da 
S. S.-M. nella ricorrenza del XXV 
anniversario del 27 maggio 1860. In 
Palermo, pei tipi di I. Virzi 1885. 
In-16% pp. 15. 

Vari. Il libro del Carnevale. Roma, 
Perino 1885. In- 16", pp. 96. 

Zanelli (Dott. A.) Le schiave o- 
rientalia Firenze nei secoli XIV e XV: 
contributo alla storia della vita pri- 
vata di Firenze; Saggio. Firenze Loe- 
scher edit. 1885. In-8% pp. 116, L. 2. 

Baudrillart (H.) Les populations 
agricoles de la France, Normandie et 
Bretagne passe et presenti moeurs, cou- 
tumes instructina , population, famille, 
valeur et division des terres, fermage et 
métayage , ouvriers ruraux , salaires , 
nourriture, habitation. Paris Hachete 
1885. In-8% pp. V-642. F. 7 e cent. $0. 



Carnoy (E. Henry) Comes francais 
recueillis par E. H.' C. Paris. E. Le- 
roux édit. 1885. In-i8 ft . Fr. 5. T. VIII 
de la Colle clion de Contes et ckansons 
popul. 

Chants populaires de la Haute-Bre- 
tagne, recueillis par un Guérandais 
de 1 809, habitant Savenay depuis cin- 

?|uante ans. Savenay, lib. Allair 188$. 
n-8°, pp. 64. 

Chapuis (E.) Récits et Lògendes de 
Franche-Comté. Saint-Claude, libr. V. 
Enard 1885. In-: 8, pp. 366. Fr. 2. 

De Nerval (Gerard). Chansons et 
Ballades populaires du Valois,Premiére 
édition complète avec une préface par 
Anatole Loquin. Paris, Garnier Frères 
1885. In-8% pp. 32. Fr. 1, 50. 

Dulac (H.) Contes arabeslen dia- 
lecte de la Haute-Égypte. Paris, imp. 
nationale 1885. In-8°, pp. 36. Fr. 1 e 
cent. 50. (Estrait du Journal ^Asiatique.) 

Pilot de Thorey (J. J. A.) Usa- 
ge$ , fétes e coutumes existant ou 
ayant existé en Dauphiné. Grenoble, 
imp. et lib. Drevet 1885. In-8% voli. 2. 
Fr. 8, 50. 

Roux(L.C.) et Vidal (J.M.) Quinzc 
jours au Carabdoge; moeurs , coutu- 
mes , superstitions , légendes*, excur- 
sion, dansles provinces deRoléa-Paier, 
et de Compong-Leng. (Souvenirs ioti- 
mes). Montpellier, imp. Boehm et fils, 
1885. In-8% pp. 128 et planch. 

Vinson (Julien). Notice Bibliogra- 
phique sur le Folklore Basque. Paris 
Maisonneuve et Ledere 1885. In-8* 
gr. , pp. 64. (Estr. du 'Bulletui de la 
Société des Sciences, de Bayonne 1 884). 

Gaster (D.r M.) Literatura popu- 
lara romana. Bucuresci, lib. Haimann 
1885. In-12% pp. XII-605. 

Petrescu (V. Crusovean). Mostre 
de dialectul macedo-roman. Basme si 
poesii popul. Bucuresci, Socecu 1885, 
In- 12, pp. 160. 

Haltrich (Jos.) Zur Volkskunde 
der Siebenbùrger - Sachsen. Kleinere 
Schriften. In neuer Bearbeitung heraus- 
gegeben von J. Wolf. Wien, Gràser 
188$. In-8% pp. XVI-535. 



SOMMARIO DUI GIORNALI 



467 



Kinzel (K.) Das deutsche Volkslied 
des 16 Jahrhunderts fùr die Freunde 
des alten Literatur und zum Unter- 
richt cingeleitet und ausgewàlt von K. 
K. Berlin, Neuenhahn 1885. Jn-8°, M.i. 

Scheffler (W.). Die franzòsische 
Volksdichtung und Sage. Ehi Beitrag 
zur Geistes-und Sittengeschichte Frank- 
reichs. 2 Bande. Leipzig, Elischer 1884 
-85. ln-8% XIV-332, VIII-296. M. 18. 

Wanner (H.) Deutsche Gòtten und 
Helden, nebst der Sage von Parzival. 
Hannover, Helwing 1885. In-8 # . M.1,20. 



Chinasi-Éfendi. Proverbi ottomani, 
raccolti da Chinàsi-É'endi. Nuova edi- 
zione considerevolmente accresciuta da 
Abou'z-Ziyà Teolìg-bey. Costantino- 
poli , tipografia d' Abou'z-Ziyà 1 301 
(=1884). {In Turco). 



Timayenis (T. T.) Greece in the 
Times of Homer: An Account of the 
Life,Customs andHabits of theGreeks, 
during the Homer Period. New- York, 
Macmillan 1885. ln-8% pp. IX- 302. 



Sommario dei Giornali 



Archivio storico veronese. Ve- 
rona 1884. Fase. XXII. G. B. Reza- 
sco: Le scampanate. É lo scritto an- 
nunziato a p. 373 del presente voi. , 
con unapostilla di O. Perini. 

Fase. XXV i88>. O. Perini: La poe- 
sia popolare ai tempi della rivoluzione. 
La libertà data a Vei'ona dai francesi. 
Si pubblica una poesia contro i Fran- 
cesi. 

Fanfulla della domenica. Roma. 
22 Marzo 1885, an. VII, n. 12. G. Buo- 
nazia : La poesia popolare. Ricordi 
del 1848. 

Giambattista Basile. Napoli , 1 5 
maggio 1885, an - HI» n - S* Pompeo 
Sarnelli, autore della *P osil echea ta. Cen- 
no biografico con ritratto. — Imbriani: 
Estratti di vecchie schede. Un curioso 
riscontro. — V. Della Sala: Canti del 
popolo napoletano. Dal n. XXVIII al 
XaXII. — L. Molinaro Del Chiaro: 
Giuochi fanciulleschi napoletani , con 
note illustrative. Continuano ai nn. 6-8 
e vanno fino al giuoco 66.1 riscontri so- 
no limitati quasi sempre all'Italia meri- 
dionale. Il raccoglitore potrebbe esten- 
derli a tutta l'Italia col nostro voi. di 
Giuochi fanciulleschi siciliani. — Noti- 
zie. — G. Amalfi: Marco Mounier, Cen- 
no biogra fico-critico. 

1 $ giugno n. 6. V. Imbriani: Estratti 
di vecchie schede. Diciassette stornelli di 
Roccastrada nella provincia di Siena. 
— B. C[roce] : Letteratura; scolastica. 
Riferisce vari motti, proverbi, facezie, 
versi che son tanto comuni nelle scuole, 



e dei quali la gioventù studiosa e non 
studiosa suole far uso in molte circo- 
stanze ed occasioni. Quando non sono 
latini, il volgare e in napolitanesco. — 
G. Amalfi: Novelle popolari toscane. Be- 
nevola recensione del nostro voi. con 
questo titolo, edito testé dal Barbèra 
in Firenze. — La Direzione: La Posile- 
cheata di Sarnelli. Recensione del voi. 
Sarnelli-Imbriani, Posilecheata, che, « e 
un libro di cui non potrà fare a meno 
ogni serio cultore di lett. pop., e vo- 
gliamo sperare che da ora innanzi, la 
Posilecheata prenda il posto che giusta- 
mente, le spetta ». - %jotiiie. 

1 5 Luglio, n. 7. B. Croce: La Leg- 
genda di Niccolò Pesce. Studio su que- 
sta curiosa leggenda, della quale pre- 
sto sarà discorso neWArcbivio.-V. Im- 
briani: Estratti di vecchie schede III: 'L/ 
caute de y nu marito e *na mugliare; IV; 
Antonio ed Autunno; V. Curioso spro- 
posito. — Notizie. 

1 5 Agosto, n. 8. L. Tagliatela: La 
cantilena sul morto in Giugliano in 
Campania. Descrizione dell' uso delle 
antiche prefiche tuttora vivo e comune 
in Giugliano.— B. Croce: Giunta alla 
Leggenda di Niccolò Pesce. Esamina e 
riassume la ballata dello Schiller: c Der 
Tauchei\ che è una bella forma arti- 
stica della leggenda popolare.— R. della 
Campa: 'O cunle % e Catucce. Con que- 
sta novellina napolitana s' illustra il 
motto popolare: « Nne fase cchiù tu, 
ca Catucce ». 

Il Topino. Foligno, 24 genn. 1885 
an. I, n. 4. M. F. P. Im corsa di un 



468 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



animale turo. Spettacolo celebratosi 
per molto tempo in Foligno fino 
al 1484, nel quale spettacolo si espo- 
neva un porco ai più crudeli strazi per 
divertire la cittadinanza. 

7 Marzo , n. io. M. F. P. Perchè 
ci dicono Cuccagrtai. Spiegazioni di 
questa qualificazione proverbiale data 
a quei di Foligno. 

14 Marzo , n. 1 1 : M. F. P. Canti 
popolari dell'Umbria. 

Lucania Letteraria. Potenza io 
maggio 1885, an. I , n. 13. Raffaele 
Riviello: / Turchi, Costumanza storico- 
popolare potentina. 

17 e 18 Giugno, nn. 7 e 14 giu- 
gno: Nicola Cai vano : Canti pop. di 
Picerno. In tutto ventisette. 

Nn. 19 e 22. G. Sassone : Canto nu- 
ziale di S. Costantino ^Albanese rac- 
colto e tradotto in italiano col testo 
a fronte." 

Napoli Letteraria. Napoli an. II, 
n. io. F. Terranova: *>L« domini del- 
l'acqua sulfurea. Usi degli abitanti del 
rione di S. é Lucia in Napoli. 

Opuscoli religiosi, letterari e 
morali. Modena , 1885 t. XVII , pa- 
gine 185-195. Pico Luri di Vassano: 
modi di dire proverbiali e motti pop. 
ital. illustrati e commentati. Continua- 
zione dai tt. XIII, XIV, XV, XVI. 

Rassegna Nazionale. Firenze 16 
marzo 1885 , voi XXI. G. Rondoni: 
Sima e V antico contado senese tradi- 
zióni popolari e leggende di un comune 
medievale e del suo contado. Prime pa- 
gine d' un lavoro diviso in tre parti: 
la prima sulle leggende civili , la se- 
conda sulle religiose, la terza sulle 
maniere onde in Siena ci manifesta- 
rono alcune celebri leggende medie- 
vali. 

Rivista di Filologia e d' Istru- 
zione classica. Torino , an. XIII, 
fase. 5.*-6. # , nov. die. 1844. pp. 193 
e 260. Luigi Cerrato: 1 canti popolari 
della Grecta antica. Compulsando le 
singole fonti, l'A. amplia, e dà ordine 
a ciò che trova alla rinfusa nella pre- 
ziosa raccolta di Toetae lyrici graeci 



del Bergk, e ad ogni cosa dando or- 
dine e luce, illustra nel cap. I. Canto di 
guerra e canto di pace; — II, Canti ri- 
ierentisi a divinità e feste. III, Can- 
zoni erotiche; — IV, Imeneo; — V, Canti 
di trastulli puerili. — VI, Canti di danza. 
Fase. 9-10 marzo-aprile 1885 pp. 160 
e 61. Lo stesso: Postille ai canti pop. 
della Grecia antica. 

Rivista storica italiana. Torino 
aprile-giugno 1885. an. II , fase. 2? 
G. Tamassia : Osculum interveniens , 
(Contributo alla storia dei riti nuziali). 

BULLETTINO STORICO DELLA SVIZ- 
ZERA ITALIANA. Bellinzona an. VII. 1885 
n. 3. Le streghe nella Levantina mi 
sec. XV. 

Journal Asiatique. Paris, Gemi. 
5. n. 1, pp. 5-38. H. Dulac: Contes 
arabes en dialecte de la Haute-Ègypte. 
Furono raccolti a Louxor nel marzo 
del 1884 dalla bocca d'un asinaio del- 
l'età di 12 anni. I primi tre hanno poca 
importanza folklorica, e son brevi e 
secchi e senza colorito. L'A. ne dà il 
testo in caratteri arabi e la versione 
francese. — 62-77. C.Imbault-Huart: Mi- 
scellanee* chinois. Vi si descrive: I. Il 
pellegrinaggio della montagna del Pic- 
co misterioso presso Pechino; II, La 
festa di mezzo -autunno e il mito del 
coniglio lunare. Ili, La condizione dei 
contadini nel nord della China. 

Febbr.-Apr. n. 2, 220-228, J. Dar- 
mesteter: La Jlèchc de Nemrod en Perse 
et en Chine. Il Libro del Giusto, com- 
pilazione di leggende giudaiche rela- 
tive alla storia sacra dalla creazione; 
probabilmente del secolo XII, narra 
che quando Nemrod fabbricava la 
Torre di Babele, gli uomini, dal- 
l'alto, lanciavano frecce contro il cielo, 
le quali ricadendo tinte di sangue, si 
dicevano Tuna con l'altra : « Ah, noi 
abbiamo ucciso tutto quanto è nel cie- 
lo ». Questa leggenda venne ai Giudei 
dagli Arabi, a questi dai Persiani, che 
l'applicarono al re Kei Kaus, un Nem- 
rod persiano; a* Persiani dai Chinesi, 
presso i quali appare verso il II. sec 
a. G. C. in una forma che prova aver 
essa avuto la sua origine proprio in 
China. 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



469 



La Revue nouvelle d'Alsace-Lor- 
raine. Giugno 1885. C. u de Puymai- 
gre: Chants alleni and s de la Lorraine. 
Continua nel fase, di luglio. 

L' Homme. Paris, io Luglio 1885. 
An. II, n. 13. P. Sébillot: La Guerre 
et les croyances populaires. In ogni tempo 
e in ogni luogo la guerra fu mai sempre 
riguardata dai popoli come una delle 
più gravi sciagure. Essa precedeva la 
fame e la peste, e si riguardava come 
una vendetta degli dei; donde la cre- 
denza ai segni precursori che la fa- 
ceano presagire. Le leggi della natura 
parevano e paiono sospendersi; e gli 
uomini guardano con ispavcr.to all'a- 
ria, all'acqua, ad ogni cosa, come per 
vedervi l'espressione dell'ira divina. Il 
S. cerca in un gran numero di scrit- 
tori antichi e moderni, soprattutto in 
quelli che hanno attinto al popolo, tra- 
dizioni ed ubbie relative a questo ar- 
gomento. 

Mélusine. Paris, 5 giugno 1885 
n. 17. J. Tuchmann : La Fascination. 
Continuazione della monografia con 
questo titolo. Nel presente numero si 
ricerca la fascinazione nella storia in 
Italia riportandosi brani di Marsilio 
Ficino, Cattan i, Fracastoro , Ananias. 
Codronchi, T. Campanella, ecc. — E. 
R[olland]:L*5 chansons pop. de la Haute- 
'Bretagne. A proposito della Raccolta 
d'Ille-et-Vilaine di L. Decombe: va- 
rianti di due delle più importanti can- 
zoni. Continua al n. T 9- La fille aux 
tnains £:w/>/«,vers. della Bassa-Bretagna, 
raccontata da un villano del paese di 
Cornovaglia. — H. G. ed E. R: Bioliana. 
Novelle e facezie su vari provinciali 
della Francia , tratte dalla tradizione 
popolare. — R. Basset: Varc-en-ciel; La 
grande- Our se; La vote lactèe, in Africa. 
— La prière de Sainte-DvCarguerite, ver- 
sione delle Bocche del Rodano.— E. R. 
Triére pop. de la eresse. — Les trombes 
marines. — H. G. ed E. R. Les facélies 
de la mer. — Oblations à la mer et pre- 
saga. — H. G. Tìibliog rapine. Informa 
del recente libro di G. Paris: La poe- 
sie au Moyen-Age; del Folk-Lore del 
C l ° de Puymaigre e de* Contes indiens 
du Brésil di Conto de Magalhàes. 

5 luglio , n. 18. J. Tuchmann : La 



Fascination. Continua per la Spagna 
ed il Portogallo.— E. R. ed H. G: La 
mort à bord % usi , pratiche e credenze 
relative alla morte naturale e violenta 
sopra un legno in viaggio. — L. Desai- 
vre: Béotiaua. Seguono altri appunti 
di uno di Poitou e di E. R. — Puitspeln: 
Un vieux proverbe lyonnais.—E. R. Petit 
Bonbomme vii encore. — Le jeu de la 
main chaudc. Le jeu des quatres coins. 
-Les vents et les tempètes en mer. — 
Un concert de musique populaire.—H. G. 
*B ibi iog rapine. Rendiconto delle Curio- 
sità pop. tradizionali (Ct'r. A rcb. IV, 162). 
$ Ag. , n. 19. H. G. e P. Sébillot. 
Béotiana. Continuazione. — R. Basset: 
L'anni et r tintiti. Versione del rac- 
conto con questo titolo tratta dalle 
Mille e una notte, e da aggiungersi 
alle altre notate da G. Paris nel suo 
lavoro su questo argomento. — H. G. 
e F. Liebrecht: La fille aux mains cou- 
pées, vers. di Poitou e della Tartaria.— 
Les monstres de la mer. — E. R. Les genie s 
de la mer. — E. R. Le passage de la li- 
gne.—Les noyes.—E. R. Oblations à la 
mer et présages. — V arc-en-cicl. — Les 
vagues. — Vtau de la mer.— La marèe. 
— Le plongeur. — A Barth: Bibliogra- 
pbie. Recensione degli « Etudes sur 
les moeurs religieuses et sociales de 
TExtrème-Orient » di C. Lyall. 

Revue criticlue e histoire et de 
Littérature. Paris i giugno 1885 
n. 22. V. Henry : Meyer , Essays und 
Studien ecc. Recensione del libro an- 
nunziato a pag.308 del presente volume, 
libro « che nessuno leggerà senza pia- 
cere e senza profitto..., che forma un 
insieme dei più soddisfacenti , ripar- 
tito in tre sezioni: linguistica, folklore, 
poesia popolare ; soggetti, la stretta 
connessione ed il vivo interesse dei 
quali non isfuggirà a nessuno ». 

Revue d'Alsace. Apr.-giugno 1885. 
Ch. Berdellé : Légendes et traditions 
pop. alsaciennes. 

Revue des Basses-Pyrénées et des 
Landes. J. Salles : Le feu de Saint - 
Joan; Sa iute Catherine, legende. 

Revue des langues romane*. Mont- 
pellier, apr. 1885 ; serie IH, t. XIII , 



^Archivio per le tradizioni popolari. — Voi. IV. 



59 



470 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



pp. 184-193. L. Lambert : Contes pò- 
pulaires du Languedoc. È la prima no- 
vellina di una raccolta in dialetto nar- 
bonese, con versione francese; ed ha 
per titolo: Lou Filhol de la Mort. 

Revue du mondh latin. Gen.-mar- 
zo, apr., maggio 188$. M. Payno: Tra- 
ditìons mexicanes. 

Revue francaise de l' étranger. 
Aprile 1885. E. C. Lesserteur: Funé- 
railles dans VAnnam. 

Revue Poitevine et Saintongeai- 
se. Marzo. A. Simonneau: Lègendes de 
file d'Ebe. 

Romania. Paris, genn. 1885, n. 53, 
pp. 109- 125. J. Ulrich : Chansons La- 
dines. Guardando alla scarsezza della 
letteratura reto-romanza, importa rac- 
gliere con cura quel che c'è della poe- 
sia popolare dei Grigioni. De Flugi 
ha raccolto nell'Engadina, ma non ha 
dato poesie storiche. La vera fioritura 
di queste è della prima metà del se- 
colo XVII. Ecco qui tre canzoni : la 
I è La chanson de Guillaume Teli., 
vers. frane, dell' originale tedesco , la 
cui prima edizione è del 161 3 ; la II 
Una chianipn davardla ruvijna de Plugr, 
Pan. 1618, e sembra originale; la III, 
Unna bella chian^un dovari la battaglia 
chia las trais Lias hauti fatt curi quells del 
Imperadur gio in Chiavalain, la 1499; 
vers. anch'essa dal tedesco. La i* can- 
zone è scritta in due dialetti retoro- 
manzi : in alto-engadinese, cioè, e in 
sopraselvano, ed è documento di lin- 
gua. Le altre due in alto-engadinese 
soltanto. Il sig. U. ha tratto queste 
canzoni da mss. inediti.— 132-135, S. 
Prato: L'orma del Leone. Nuove indi- 
cazioni alla leggenda con questo titolo 
precedentemente illustrata dal Prato 
f cfr. Jirch., II, 624).— 1 37-143- A. Wes- 
selofsky: Importante recensione del li- 
bro di A. Coen: « Di una leggenda re- 
lativa alla nascita e alla gioventù di 
Cost. Magno. Roma 1882 ».Cfr. ^Archi- 
vio, II, 145.— 149-155, Kr. Nyrop: Re- 
censione, con frequenti richiami a tra- 
dizioni pop. d'altri paesi , della Lite- 
r atura populara romana. (Bucuresci. 
1885), di M. Gaster, u livre d'un grand 
intérèt et d'une haute nouveauté, exé- 
cuté avec le plus grand soin ». 



BOLETIN FOLK-LORICO GADITANO. 

Càdiz, Luglio 1885, anno I, n. 1. Juan 
de Burgos y Requejo: Comien^o triste. 
Articolo necrologico di D. José del 
Toro, giovane a 28 anni, che fu il 
promotore e l'anima della sezione del 
Folk-Lore spagnuolo di Cadice. — La 
Redaccion: Kuestra mision. Questo pe- 
riodico mensuale rappresenterà la So- 
cietà del Folk-Lore provinciale di Ca- 
dice, e conta sull'appoggio degli ama- 
tori degli studi folklorici in Ispagna.— 
Una carta y un documento. La carta 
(lettera) è del Machado y Alvarez al 
Comitato promotore del Folk-Lore 
Gaditano, e contiene una breve ma 
succosa rassegna dei lavori che la 
nuova sezione dovrebbe e le sarebbe 
dato imprendere , essendo il Folk- 
Lore di Cadice « sui generis ». Il do- 
cumento è la risposta del Comitato. 
Seccion de Organi^acion : Folk-forc 
provincial Gadttewo.Dehberazioni della 
Giunta Direttiva nella seduta del 9 
luglio 1885. Folk-Lore regional anda- 
lu\. Lettera di questa vecchia sezione 
di Siviglia alla nuova di Cadice. 

A questo numero va unito il 'Di- 
scorso leido ante la Academia Gad'iia- 
na de Ciencias y Artes por D. José Lar- 
rahondo. (Càdiz 1885), relativo al Folk- 
Lore. Il "Boletin è diretto da D. Juan 
de Burgos y Requejo, e costa all' e 
stero 1 peseta e 50— L. 1, 50— fr. 1 
e cent. 50 ogni trimestre. 

La America. Madrid an. XXVI, n. 9. 
E. de Olavarria y Huarte: 'Bibliografia 
folklòrica. Larga recensione del voi. 
di Bertran y Bros : Cansons y Folìies 
pop. Favorevole. 

Revista contemporanea. Madrid, 
Marzo 1885. A. Garda: Legendas Sal- 
mantinas. 

A Sentinella da Fronteira. El- 
vas 8 marzo, 30 aprile, 16 maggio, 
20 giugno, 2, 25 , 30 luglio , 7 ago- 
sto 1885; n. 363, 370, 372, 378, 3»4, 
38$, 387. A. T. Pires: Canios popu- 
lans do Alemtejo recolhidos da tradì e do 
orai. Dal 1779 al n. 1922. 

El Elvense. Elvas, 28 e 31 mag- 
gio, 1, 2, 21, 24 giugno; 2,9, 12, 19 
e 23 luglio 1885; nn. 45'» 4S 2 » 45*, 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



471 



45$, 45**> 4 59, 461, 463, 4<>4, 46*6, 467 
A. T. Pires: (Miscellanea folclorica. 
Sotto questo titolo il P. pubblica ro- 
manze portoghesi, di cui ecco i titoli 
(ci mancano i numeri o il numero 
precedente al 451, dove sono inseriti 
i primi tre componimenti): Don Mar- 
co*; Donna Silvana; A Infanta castigada; 
D. Leonarda; O Conde Lindes; O prin- 
cipe d' Alemanha ; Santa Irta, Os dois 
Irmàos; Delgadina; %A pastorinha; Frei 
]oào;Donna Angela Medina; Santa Ixpbel; 
Bernal France\ ; Santo Antonio ; Ma- 
ravilbas do meu velho. Exerptos de 
differentes romances ; Santa There%a; 
Fei Antonio; A rainha descoberta; Pa- 
dre nosso pequenino; O pobresinbo; O 
natal ; Dona Sylvana ; Salve Rainha 
per equina; A confissào da mde de Deus; 
Gerinaldo; ecc. Il n. 461 reca canti 
marittimi: per la levata del sole, e per 
isvago dei marinai ; quattordici canti 
di Alemtejo , nei quali si esprime il 
concetto popolare di Cupido; e sei altri 
canti relativi alla Sirena (cfr. lo studio 
del Coelho nel presente volume). Co- 
desti canti hanno un interesse forse 
superiore a quello dele romanze pre- 
cedenti. Per conto nostro chiamiamo 
l'attenzione de' lettori sul cennato Santo 
^Antonio, che riproduce in portoghese 
dì Elvas il Morto risuscitato da noi rac- 
colto in Palermo (cfr. Canti pop. sic> 
n. 936) e il Mirando de Sant'Antonio 
raccolto in Napoli è pubblicato nel 
Giorn. nap. della Domenica da L. Mo- 
linaro Del Chiaro. Quale sia Y origi- 
nale non è qui luogo opportuno a ri- 
cercare; ma ci appare chiarissimo che 
in questi tre testi d'una medesima leg- 
genda religiosa è l'originale, di cui gli 
altri sarebbero una versione. Nel n. 
467 son ventidue strofette morali, che 
costituiscono precetti di Thilosophia 
popular. 

2 Agosto, n. 470. Cantigas popula- 
res de Coimbra. Son diciannove, per lo 
più relative a giovani studenti. 

6, 9, 13, 15 agosto, nn. 47 l "474- 
Cantigas militar es. Son centosedici canti 
popolari militari, raccolti in Elvas. É 
superfluo il notare la particolare im- 
portanza di questa copiosa raccolta, 
che a noi stranieri rivela aspetti nuovi 
o poco noti della poesia popolare por- 
toghese. 



The Academy. London, 25 apr. 1885 . 
Wh. Stokes: Parallels between the Old- 
Norse and the Irish Literatures and Tra- 
ditions. 



Archiv fùr slavische Philologie. 
Berlin 1885, voi. Vili, fase. 2. A. Wes- 
selofsky. Der ewige Jude. Prendendo 
argomento Jall'art. del Renier inserito 
nel Giorn. stor. della lett. ital. (cfr. 
Arch. Ili, 473) il W. si ferma sulla leg- 
genda dell'Ebreo eterno, non errante, 
la trova in redazioni occidentali e più 
in orientali, e discorre della forma onde 
essa appare in narrazioni russe, greche 
e siriache. 

Germania. Wien 1885, an. XXX, 
fase. 2. J. J. Crane: The mediaeval Foìk- 
Tales. L'A. da un antico voi. di pre- 
diche trae il racconto del vecchio re 
ammalato , che guarisce con Y acqua 
della vita procuratagli dopo varie pe- 
ricolose prove dal minore de* suoi fi- 
gliuoli. Ecco una versione del 97, dei 
Kinder-und Hausmdrchen dei Grimm: 
Das Wasser des Lebens. Altro racconto 
d'un' altra predica cfr. con il 124 dei 
Grimm: Die drei Brùder. 

GÒTTINGISCHE GELEHERTE ANZEIGEN. 

Gòttingen, 7. C. af. Petersens: Gering 
Islend(k Aeventyri. Recensione. 

LlTERATURBLATT FÙR GERM. UND 

rom. Philologie. Heilbronn, giugno 
1885, an. VI, n. 6. F. Liebrecht: Folk- 
Lore par le C.te de Tuymaigre. Recen- 
sione, 

Magazin fùr die Literatur des 
In-und Auslandes. Leipzig, n. 18. O. 
Mylius: Der Sliakespeare-^ythus. 

N. 21. L. Freytag: Volkslieder. 

N. 27. Benfey: Folk- Lore. 

Zeitschrift fOr romanische Phi- 
lologie. Halle 1884. Voi. VIII, fase. 
II. F. Liebrecht: Recensione del Blason 
pop. de la France di Gaidoz e Sébillot. 
—Fase. Ili, Lo stesso: Recensione della 
'Biblioteca Machado.— Fase. IV. C. De 
curtins: llg Saltar dils tnorts. Canto po- 
polare pubblicato sopra un nuovo ms. 
scoperto a Coirà. 

G. Pitrè. 



472 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Notizie Varie. 



Ricorrendo il primo quarto di se- 
colo della entrata di Garibaldi in Pa- 
lermo, il Municipio palermitano pub- 
blicò un importante volume in quarto 
col titolo : 27 Maggio 1860. Numero 
Unico. 'Palermo 27 maggio i88f. Stabi- 
limento Tip. Virzì), con facsimili, ri- 
tratti , disegni intercalati nel testo , e 
tavole litografate e fototipiche. Fra gli 
altri scritti i seguenti vanno notati pei 
nostri studi : G. Pitrè : // ponte dello 
Ammiraglio e T Greto ; A Lo Forte 
Randi: Garibaldi nella storia e nella 
leggenda; S. Salomone -Marino: // 27 
maggio 1860 nella poesia popolare sici- 
liana; Matilde Serao: La leggenda fem- 
minile. 

— La Postlecbeata di Pompeo Sar- 
nelli, della quale avevamo annunziata 
prossima una nuova edizione per cura 
di Vittorio Imbriani, è già uscita in 
Napoli pei tipi di Domenico Morano 
Librajo-editore. È un grosso volume 
di pag. LlI-252 in-8% tirato a soli due- 
cento cinquanta esemplari (L. 12), ed 
è una vera « ghiottornia letteraria » 
come dice il titolo della copertina. 

Per difetto di spazio rimandiamo al 
prossimo fase. dell'Archivio la recen- 
sione di essa. 

— La « Societé francaise d'Archeo- 
logie » di Montbrison nella Loira pel 
suo Congresso Archeologico di Fran- 
cia, che ebbe luogo tra il 25 giugno e 
il 2 luglio 1885, fra le varie questioni 
discusse questa : « Signaler, dans toute 
la France, les monuments de sculpiture 
ou de peinture relatifs à la legende 
de Malusine, prétendue femme de Ray- 
mondin de Forez. — Le décrire en ayant 
soin de les difTérencier des simples 
représentations de sirènes ». 

— La Società « Ma mère V Oye 
in Parigi tenne uno dei suoi soliti de- 
sinari; l'ultimo dell'estate, al « Cercle 
Saint-Simon», 215 Boulevard Saint- 
Germain, Martedì, 30 Giugno i88s. 

Un concerto di musica popolare 
al « Cercle historique Saint - Simon, in 
Parigi fu tenuto il 3 giugno 1885. 
Precesse un discorso di G. Paris; se- 



guì la esecuzione di canzoni brettoni 
raccolte e cantate dal sig. Quellien, 
la canzone di Jean 'H/aaud f raccolta 
e cantata con ottimo successo dal signor 
Paris, una basca, una alsaziana, ecc. 
L' esecuzione di ciascuna melodia fu 

f receduta da osservazioni del sig. Qjiel- 
ien sul carattere particolare del canto 
popolare nelle differenti province fran- 
cesi. Altro concerto simile annuzia la 
Melasi ne del 5 luglio 1885 per l'otto- 
bre di quest'anno. 

— Abbiamo ricevuto il %eglamento 
del Foìk-Lore provincia! Gaditano ó Sa- 
ber popular con las Bases del Folk-Lore 
espahol (Càdiz, Tip. la Mercantil 1885), 
e siamo lieti di vedere costituito questo 
nuovo centro regionale del Folk-Lore 
spagnuolo iniziato dal sig. Machado 
y Alvarez. Questo centro ha già il 
suo giornale (cfr. p. 470). 

— Agata Messia, la celebre novel- 
lala palermitana, gialla cui bocca rac- 
cogliemmo tante e cosi belle tradi- 
zioni popolari della Sicilia quante ne 
potemmo pubblicare nelle nostre Fiabe 
'bLov. e Race, pop. sicil., è morta in Pa- 
lermo nel giugno di quest' anno alla 
grave età di 80 anni circa. 

Essa fu udita a raccontare dai signori 
Gaston Paris, Marchese J. Delaborde, 
Conte de Jacquemont, Conte G. C. 
Conestabile e da altri valentuomini, i 
quali venendo in Palermo ebbero va- 
ghezza di conoscerla. La sua memoria 
e la sua maniera di novellare destava 
sorpresa, maraviglia e piacere singolare. 

— Matteo Benvenuti, nato a Crema 
nel 181 6, moriva teste a Milano. Tra 
le sue pubblicazioni ve n'è una sopra 
Milano com'era e quale: Usi e costumi. 
Milano, 1873. 

— John - Francis Campbell , nato 
in Edimburgo il 29 Die. 1821, moriva 
a Cannes il 17 Febbr. 1885. Autore 
di varie opere di geologia, meteoro- 
logia, viaggi ecc., diede anche alla luce 
la nota Raccolta di Popular Taies of 
the West Hinglands (1860-1862, volu- 
mi quattro). 

G. P. 

/ Direttori: 
G. Pitrè. 
S. Salomone-Mariko. 



GIAMBATTISTA BASILE 

ARCHIVIO DI LETTERATURA POPOLARE 
DIRETTO DA 

L MOLINARO DEL CHIAMO 

Calata Capod Ubino 36 , Xapo/i. 
Esce il 1 5 d'ogni mese, in fase, da pp. 8. 

Un anno L. 4 per l'Italia, 6 per l'Estero. 



Mélusine 

Revne de Mytbologle, Littératnre pop., Traditions et Usages 

D l R I G É E PAR 

H. GAIDOZ et E. ROLLAND 

6 Rat* des FosséS'Saint tir ma ni, Paris. 
Pour un voi. compose de 24 numéros, Fr. 22, jo. 



BOLETIN FOKLORICO ESPANOL 

REVISTA QUINCENAL 

DIRECTOR 

ALEJANDRO GUICHOT Y SIERRA 

Calle Teodoro, ci, Sevìlla. 

Sei meses, 4 pesetas. 



NYARE BIDRAG TILL KyENNEDOM OM 

DE SVENSKA LANDSMALEN 

OCK SVENSKT FOLKLIF 

Dir. J. A. LUNDELL i Uppsala 

Bokladspris far argangtn 4 kr. so ®re. 



CONDIZIONI DELL'ASSOCIAZIONE. 



L'ARCHIVIO osco a fascicoli trimestrali in-8° di pagiue ItiO vìvrà. 
Quattro fascicoli formano un bel volume di circa 640 pagine. 

L'abbonamento è obbligatorio per un anno, al prezzo di L. 12 per 
utta Italia, Franchi 14 per l'Unione postale; pagamento anticipato. 

Vii fascicolo separato. Lire 4 per tutto il Regno, Franchi 5 per Tr- 
ilione postale. 

Per tutto ciò che riguarda l'Amministrazione rivolgersi alla Libreria 
d»d sottoscritto Editore in Palermo, Corso Vittorio Emanuele, N. 358-360. 

Lettere, manoscritti, libri, giornali, notizie ed altro, che si riferisce 
alla Direzione, rivolgersi a' Direttori presso la medesima Libreria. 1 col- 
laboratori potranno scrivere i loro articoli in italiano, o in francese, 
o in ispagnuolo, o in portoghese. Sarà dato ragguaglio delle opero di 
tradizioni popolari che giungeranno in doppio esemplare alla Direzione. 

Il volume primo, anno 1-1882, £ esaurito. 

Lridi Pedonk-Lauriel, Editor?. 



Inserzioni a pagamento in 3" e 4 pagina della coper- 
tina dell' '^Archivio : L. 20 una pagina intera. L. io mezza pa- 
gina. L. 7 un terzo di pagina. 



Talento — LUIGI PEDONE LAURIEL, EDITORE— Valerne 



Recentissima pubblicazione : 

RACCONTI POPOLARI 

DI 

VINCENZO L1NARES 

Ora per la prima volta riuniti , aggiuntavi la biografia dell' autore 
e note illustrative per cura di 

CARLO SOMMA 

'Palermo, 1SS6. --- Un voi. di />/>. XVI-JI2, L. 2, fo. 



PALERMO —Tip. i>el Giornale di Sicilia. 




^— — . , , 

ARCHIVIO 

PER LO STUDIO 
DELLE 

TRADIZIONI POPOLARI 

RIVISTA TRIMESTRALE 



Sm l^iEUbS 



DIRETTA DA 



G. PITRÈ e S. SALOMONE-MARINO 



Volume Quarto 

Fascicolo IV — Ottobre-Dicembre 1885. 



PALERMO 

Luigi Pedone Lauriel, Editare 

1885 




SOMMARIO DEL PRESENTE FASCICOLO 



Novelle popolari abruzzesi. Seconda serie (G. Finamore). 

il Re sonno. Novellina popolare romana (R. H. Buse). 

Meteorologia popolare siciliana (G. Pitrè). 

Una sacra rappresentazione in Vorderthiersee nel Tirolo tedesco. 

Centuria d'Indovinelli popolari lombardi raocclti nel <~anton Ti- 
cino (C. Salviom). 

Canti popolari albanesi (F. Mango). 

11 senso del motto • Vippi > o • tt»stau l'acqua di lu Garraffu •. Let- 
tera a G. Pitrè (V. Di Giovanni). 

Quelques Mots des Chants populaires suédois (Antonie Gauthey). 

Le superstizioni bellunesi e cadorine: El Massarol, VOrco, la Smara, 
la Redodesa, le Anguane (Angela Nardo Cibele). 

Miscellanea : La canzonetta del pecoraio in Macerata (Luigi Castellani). 

— LI giuoco Indovinaglie in V'isso. — Gridate di Roma. — Stregonerie. 

— Leggenda sui Rumelioti. — Superstizioni chinesi. — Usi funebri degli 
Abissini. — Gli anlropofagi al Congo. 

Ki vista Bibliografica. Jmbriani, La PosilecJieata di Pompeo SarneUi (G. 
Amalfi). — f r ire, La leggenda di Niccolò Pesce (G. Pitrè). — tarlata 
y Alvawz, Biblioteca de las tradiciones populares espanolas (G. Pitrè). 

— frane, Italiun Popular Tales (G. Pitrè). 

Bullettino Bibliografico. (Vi si parla di recenti pubblicazioni di Ferrari 
e Straccali, A. Gianandrea, Gramitto-Xerri, Guaslella, Kòhler, Linares. 
Phillips, Sébillot. 

Recenti Pubblicazioni. 

Sommario dai Giornali (G. PlTRÈ). 

Notizie varie (G. P.). 

Indice del ve lume. 

Collaboratori dell'Archivio, 1882-85. 



NOVELLE POPOLARI ABRUZZESI. 

(seconda serie) 



I. — Salomone (Compend.). 




on vi era cosa che Salomone non sapesse; ma non 
era facile che comunicasse ad altri la propria scienza. 
Di quei tempi non si conosceva il modo di saldare 
un ferro con 1' altro. Un fabbro ferraio scaltro fece spargere la 
voce che egli finalmente era riuscito a scoprire il segreto» e in- 
caricò un amico di riferire al re la nuova. «Oh, ci voleva molto ? » 
disse Salomone. « Si riscaldano le estremità de' ferri da saldare, 
si spargono con un po' di terra rossa, si battono V una contro 
l'altra, ed è fatto ». L'amico fece sentire al fabbro ferraio -quello 
che aveva appreso dal re savio, e cosi, con tale astuzia, il segreto 
fu scoperto davvero. (Castelfrentano). 



II. — Sansone (Trad.). 



Sansone si dice che teneva un* amante (ca se tene 'na firn- 
mene), e che le (jé) dicevano i soldati, i filistei: « Tu fatti inse- 
gnare dove tiene la forza ». Quello non glielo voleva dire. AlTul- 
%ArckivÌ0 per le tradizioni popolari — Voi. IV, 60 



474 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

timo gli disse : « Io tengo un coltello affàtato. Dopo che mi met- 
tono in prigione, io riesco, che taglio qualunque cosa (nungbe 
cched i): inferriate, porte, funi, catene». Dunque questa femmina 
gli si pigliò questo coltello. Vanno i soldati, e l'arrestano. Quello 
non poteva riuscire. Dopo, andava un ragazzo là vicino al car- 
cere ; gli disse S. : « Sa 9 che vuoi fare ? Vammi a comprare un 
grano di pane. Poi, va a la casa mia, e va a dire a mia moglie 
che mi mandi un fazzoletto. Mentre quella lo va a pigliare, tu pi- 
gliati il coltello, che sta a la tale banda, mettilo in mezzo al 
pane, e portamelo qui ». Il ragazzo fece ogni cosa, come gli aveva 
detto S., e glielo porta. Sansone tagliò i ferri, e riesce; e and ette 
a fare mano bassa (trafingid 9 ) dei filistei, e se ne riva a la casa. 

Riva un'altra compagnia di filistei a la moglie , per sapere 
dove teneva la forza. Sansone gli disse: « Io tengo tre capelli so- 
pra la testa. Tutta la forza mia sta a que' tre capelli ». Va di 
notte la moglie, e gli taglia questi tre capelli; e il povero S. casca 
in terra, e non si potette alzare (arejirijà') più.— Rivanno i filistei, 
e glielo disse. Questi gli andettero a cavare tutti e due gli occhi. 

Ma intanto , gli cominciarono a ricrescere i capelli , e gli 
cominciò a ricrescere la forza. Viddero cosi i filistei, Tandettero 
a mettere al trappeto, a macinare la oliva; e lo facevano faticare 
peggio che se fosse stato una vettura. 

Quello slava accecato; ma, la forza l'aveva racquistata come 
di prima. Dice un giorno a un ragazzo: « Poi ti dengo una bella 
cosa ; quando si dice la messa cantata , tu accompagnami alla 
chiesa, e mettimi giusto in mezzo, vicino a la colonna; e tu vat- 
tene ». Quando arrivò che si aveva da alzare la messa, dette di 
mano alla colonna , gli dà una scossata (slri^ecàta) , e disse : 
«Mora S. con tutti li filistei! » e morettero tutti quanti. — (Tata 
[mio padre] diceva che questo è stato successo a Roma). 

(Gessopalcnd). 

III. — La fuga di G. Cristo da Erode {Compendi). 

Quando il re Messia (Mussine) andava scappando, perchè lo 
perseguitava Erode, si nascose in mezzo a un campo di lupini. 



NOVELLE POPOLARI ABRUZZESI 475 

I soldati lo videro; e G. C. maledisse i lupini. Per questo, an- 
che a mangiarne una soma, i lupini non saziano mai. — Scappa dai 
lupini e si nasconde in mezzo a' rami di un olivo. I soldati non 
lo videro. G. C. benedisse l'olivo; e per questo si dice: La 'Uva 
bbenedétte aàrde vérd y e ssicche. 

Poi, si nascose in mezzo a una massa (farina intrisa con 
acqua, da. farne pane, dopo fermentata), ed eradi venerdì. I sol- 
dati non lo trovarono. G. C. benedisse quella massa, e non si 
finiva mai di farne pane, tanto crebbe. Per questo si dice: Bben- 
dètte chelu pane, che lu vennardì se spiane. 

Ricominciò a fuggire. Vede una femmina, che si pettinava, 
ed era di venerdì. Si voleva nascondere in mezzo a' capelli di 
quella femmina, ma questa non volle. Disse G. C. : Mmalditta 
chela trécce, che dde vennardì se strécce. 

Poi volle nascondersi in mezzo a una tela , e la tessitrice 
non volle. Era di venerdì. Disse G. C. : Maldélta chela t&e> che 
dde vennardì se spéle. 

Ma finalmente i soldati di Erode raggiunsero la Madonna. 
Questa, invece del bambino, mostrò che aveva in braccio un fa- 
scetto di erba. (Chieti-Guardiagrele-Gessopalena). 

IV. — Gesù Cristo risuscita un morto (Compend.). 

G. C. passava innanzi a una casa dove si piangeva un morto. 
Pregato di farlo risuscitare, fa accendere il fuoco in un forno. 

Fatta la brada, vi fa mettere sopra il morto. Quando que- 
sto era incenerito , ne fa raccogliere la cenere, e vi alita sopra 
tre volte. Il morto risuscitò più giovane di prima. S. Pietro, vi- 
sto come si faceva a risuscitare i morti, non vedeva l'ora di es- 
sere al fatto. Capitò in una casa dove era morto un vecchio. 
Disse: « Non vi penate, ve lo risuscito io ». Fece mettere il ca- 
davere in un forno ardente. Bruciato, e raccolta la cenere, vi 
alitò sopra tre volte; ma quello non risuscitava. Smaccato, va a 
chiamare il maestro. Questi lo rimproverò, e gli disse che 
non era da lui a risuscitare i morti, e che si fosse guardato di 



47^ ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tentarlo un'altra volta. Intanto alitò lui su quella cenere, chfe si 
era potuta raccapezzare, e ne usci una scimmia. 

(5. Eusanio del Sangro). 

V. — G. Cristo fa morire una povera madre (Compend.). 

G. C. passava per una città. Una madre di famiglia, povera 
e con sette figlioletti, ed una principessa erano in punto di morte. 
G. C. era pregato di ridare la vita alle morenti. I più dicevano: 
« Fate vivere quella povera donna: i figli sono piccini e, cosi po- 
veri e senza madre, resterebbero in mezzo alla strada ». « Eppure 
no », rispose G. C. « Quella deve morire , e la principessa risa- 
nare. Se questa morisse ora, andrebbe all'inferno ; quella invece 
andrà in paradiso «.—Dopo un anno, ripassò G. C. con gli apo- 
stoli per quella città. Gli apostoli domandarono dei figli della 
povera donna. Nessuno era a casa. Chi in un modo e chi in un 
altro , si erano allogati tutti presso buone famiglie , e vivevano 
onoratamente del proprio lavoro. 

(S. Eusanio del Sangro). 

VI. — Come nacque Torso (Compend.). 

Quando G. C. andava camminando (sic), passò un giorno in - 
nanzi alla bottega di un fabbro ferraio. Gli disse: « Addio, mae- 
stro »; ma quello non gli rispose. Il giorno appresso , ripassò. 
« Addio, maestro »; e quello neppure rispose. Domandò G. C. ad 
uno : « Perchè colui non risponde al saluto ? ». « Perchè voi gli 
avete dato del maestro; ma quello si fa chiamare maestro sopra 
tutti i maestri ». a Ah !.. » — Il terzo giorno: « Buon giorno, mae- 
stro sopra tutti i maestri!». «Oh!, buongiorno, buon giorno* 
« Ma, davvero ti credi di essere il maestro dei maestri ? Ebbene, 
vogliamo provare chi di noi fa il miglior lavoro ». G. C. prende, 
un vecchio, che stava lì, lo mette alla fucina , poi sull'incudine; 
gli dà quattro martellate, e ne fa un giovinetto.— Il maestro so- 
pra tutti i maestri prende il padre j lo mette alla fucina e jk>j 



NOVELLE POPOLARI ABRUZZESI 477 

sulla incudine , e poi martellate. Il povero vecchio mori tutto 
bruciato e sfracassato. Il maestro dei maestri restò smaccato. Va 
G. C. e dà una martellata a quel tritume. Ne usci 1' orso. Per 
questo Torso capisce come un cristiano. 

(Gessopaknd). 

VII. — Come nacque il cuculo (Compend.). 

Uno degli apostoli aveva bisogno di prendere un poco di 
latte la mattina. Va da un capraio e gli chiede un bicchiere di 
latte. « Non ne ho ». Va l'altro giorno, e il capraio di nuovo: 
« Non ne ho ». « Come ! Ne mungi tanto ». Il terzo giorno , 
torna l'apostolo insieme con G. C; ma il capraio sempre: « Non 
ne ho ». Per non far vedere che ne aveva, il capraio aveva co- 
perto il caldaio con una tavola, e sopra di questa stava seduto 
lui. « Ma ne hai, ne hai », gli disse G. C. « E dove sta? », ri- 
spose il capraio; a non ce n'è, non ce n'è ». « Non ce n' è? » 
replicò G. C; « ebbene: 

pe* tland',ann' d? da èsse cuculi 

pt cquanda sii^e de latte sta a 'ssu culture ». 

(Gessopalena). 

Vili. — S. Pietro preso all'incantesimo (Trad.). 

Andò (è jjèute) Cristo con tutti gli apostoli in una casa. Gli 
dice Cristo a S. Pietro: « Pietro, non toccare niente, che questa 
è la casa dell'incantesimo (de lu 'ngandèsemt) ». Questa femmina 
cava un grosso pane (postille de pane). S. Pietro, che era un man- 
gione, s'acchiappa questo pane. Povero S. Pietro ! Era rimasto a 
l'incantesimo. Non poteva andare né innanzi né addietro. Gli dice 
G. Cristo: « Pietro, Pietro ! Lascia ciò che hai avuto; se no, non 
potrai riuscire (se nna , nem bu 'scèjjt) ». San Pietro ha lasciato 
ciò che aveva avuto da quella femmina; se no, restava piantato 
a lo incentesimo. 

(Fasto). 



47^ ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

IX. — S. Eligio fabbro ferraio (Trad.). 

Santo Eligio era fabbro ferraio e si faceva chiamare Maestro 
sopra tutti i maestri. Passa G. Cristo con gli apostoli. Dice: « Buon 
giorno! », e colui non rispondeva. Vi era un vecchio 11 vicino. 
Cristo gli domandò perchè quel fabbro non rispondeva al saluto. 
Il vecchio gli disse : « Non ti risponderà mai se non lo chiami 
Maestro sopra tutti i maestri ». Entrò G. Cristo, e gli diede que- 
sto saluto. Il ferraio subito gli rispose: « Oh buon giorno, buon 
giorno!». G. Cristo voleva vedere che cose meravigliose sapeva 
fare quel presuntuoso; ma quello si schermi, dicendo: « Fa prima 
tu qualche cosa ». G. Cristo fece entrare quel vecchio che stava 
seduto vicino la bottega, lo mise nella fucina, e dalla fucina usci 
un bel giovane. Mastro Eligio disse fra sé: « Bah! (bboti). Come? 
Tha fatto lui, non lo posso fare anch'io ? » Prese il padre, e lo 
mette in fucina. Il vecchio divenne subito un carbone.. A questo, 
mastro Eligio, con le lagrime agli occhi , s' inginocchia ai piedi 
di Cristo , e lo prega di risuscitargli il padre. G. Cristo gli ri- 
spose : « Se lo rivolete vivo , sarà una scimia , ma non un cri- 
stiano ». E quel carbone diventò una scimia. [Per questo la sci- 
mia ha le mani , e capisce come uomo]. E cosi , dopo questo , 
S. Eligio lasciò di fare il fabbro ferraio, ed andò anch' egli con 
gli apostoli. — Cfr. la III e la V. {Vasto). 

X. — La pietra di S. Matteo (Trad.). 

San Matteo era ricco: teneva un tesoro. Lascia questo te- 
soro e seguì (s'addette che) C. Cristo. — Un giorno stava afflitto 
afflitto. Disse G. Cristo : « Matteo , e perchè tno' stai cosi ? ». 
«Eh!... ». Ma, G. C. lo sapeva che stava afflitto perchè non te- 
nevano niente che mangiare. Piglia un sassolino (vrecciulélle) , ci 
sputò sopra, e disse a santo M.: « Tè , M., questa è una pietra 
che vale qualche cosa. Vali' a barattare (a cagna'), e riportaci 
qualche poco di pane », Si mette a girare per le botteghe santo 



NOVELLE POPOLACI ABRUZZÉSI 479 

M.; ma, che ci voleva barattare ? Tutti li bottegai, appena vede- 
vano quella pietra , dicevano : « E chi lo possedè tanto quanto 
vale codesta pietra ? » '. (Gessopalena). 

XI. — Gli apostoli mietitori. (Trad.). 

Si mieteva. Una donna teneva il grano fatto , e non teneva 
uomini per mieterlo. Tirava il vento, e questa povera donna si 
andava smagando che non poteva avere mietitori. Usci per an- 
dare a guardare (respira') il grano; e vidde che quel buono grano 
gli si sgranava {sentile). Subito si riparte piangendo , e diceva 
per la via: « Io voglio pagare più di quello che pagano gli al- 
tri, ed ho da far mietere il grano mio l ». Poco aveva fatto, si 
incontrò una quantità di uomini che stavano coricati sotto a un 
fresco. Dicono questi uomini : « Che hai fatto , buona donna , 
che vai piangendo ? » "Quella gli rispose: « Tengo il grano che 
mi si sgrana a questo vento , e non ho potuto trovare i mieti- 
tori per mieterlo ». « fhto lo metiamo noi. Vagli a ritogliere la 
colazione, che il grano lo metiamo noi », dissero questi uomini. 
Corre subito quella femmina, e va a cucinare. Va per portare a 
mangiare ai mietitori , e li ritrova coricati al fresco allo stesso 
posto che l'aveva lassati. Restò! Ma, non gli volse dire niente. 
Li fece mangiare. Dopo che quelli avevano mangiato, timida ti- 
mida gli disse: « %Cbè, mo y aiutatevi a mietere, buon'uomini miei, 
siate benedetti ; che se no , il vento mi si finisce a scuotere il 
grano ». Quelli gli dissero: « Non te ne incaricare, buona donna. 
Tu vagli a ripigliare a mangiare per mezzogiorno, che il grano 
te lo metiamo noi ». Riva quella femmina a portare a mangiare 



1 Di uno che diventa ricco non si sa come, ho inteso dire : 

Ha truuàte la prète de sancir Matte. 

San Matteo fu Galileo della Città di Cana. Era Publicano, Gabelliere et Usuraio... 
Gli Pubblicani riscuotevano i tributi e gabelle, et oltre di ciò prestavano ad 
usura... Del numero di questi tali era M., anzi, per quanto dice Simeone Me- 
tafraste, era il principale, e capo di tutti loro ». — Leggendario dei 5fl«/«,pp.65}-54. 



480 ARCHIVIO PBR LE TRADIZIONI POPOLARI 

per mezzogiorno, e quelli stavano ancora sotto al fresco; e dopo 
mangiato , dissero a quella femmina: ce Tu nuf va a ritogliere la 
merenda ». « Gnorsl », la femmina, « ma, che siate benedetti, 
andatemi a mietere il grano. Al manco, fatemene ricuperare un 
poco ! ». Quelli dissero: « Ma, non te lo abbiamo detto, non ci 
pensare? Tu va a ritogliere la merenda. Quando rivieni qua, ti 
facciamo ritrovare mietuto il grano ». 

La femmina se ne ritornò , e quelli vanno al campo. Uno 
di questi (era G. Gristo), piglia e mette fuoco al grano. Disse 
S. Pietro: « Maestro ! fMbè 9 quella povera donna ci ha portato a 
mangiare tutt'oggi, e mò questo poco di grano che gli ci aveva 
lasciato il vento, glielo pure abbruci?». G. C. fece finta di non 
lo sentire. Quando fini di ardere il campo, la cenere addiventò 
tutto grano spogliato. Disse G. C. agli apostoli: « Mò mettetevi 
a radunare codesto grano, come in mezzo ail'aja ». Quando tornò 
quella femmina , trovò il mucchio del 'grano. Gli fece G. C. : 
« Mò va ripigliare i sacchi, e cominciati a carreggiare il grano ». 
Non finiva mai a riportare grano !— Quella femmina voleva pa- 
gare i mietitori ; ma quelli non vollero essere pagati ; e cosi si 
accorse che aveva fatto le spese a Gesù Cripto e ai santi apostoli. 

(Montenerodomo). 

XII. — Giovanni senza paura (Trad.). 

Giovanni stava per soldato , e ogni notte gli si (je d* bme) 
faceva fare la sentinella , che era uno stupido. In mezzo alla 
piazza dove stava il quartiere, ogni notte ci riusciva uno spirito. 
Gli altri soldati, per paura, ci mandavano sempre G. , che non 
s'impauriva di niente; e lo si contentava con un tozzo di pane, 
con un boccone di minestra, e lo si gabbava pure. Una sera toc- 
cava a un capitano a fare la sentinella. Disse a G. : « Ti do 
(dénghe) cento ducati pure che tu vai fare la guardia per me 
questa notte che viene ». « SI ». rispose G. ; ma poi non gli 
dette niente niente (njiènd' e tnanghesalé). Ecco tno' , si parte il 
denjonio, che ebbe pietà (che jje jètte 'm bite) del povero G., cbè 



VOVELLE POPOLARI à&RUZ«?ESÌ 4$* 

faceva il soldato da ij anni, e non gli si dava mai il congedo. 
Il demonio disse a G. : « G., non ti viene mai in mente di an- 
dare a rivedere quella vecchiarella di màmmeta, che sta solamente 
essa? » G. gli rispose : « E che mi viene in capo di andarla a 
rivedere, chi mi ci fa ire ? ». « Ci vuoi andare a rivedere tua ma- 
dre? Vtfbly mò ti ci faccio tornare ; ma, con un patto: che tu 
oggi all'anno, in questo momento, ti hai da ritrovare qui (èccbe); 
che qui proprio mi ritrovi a me. Bada che non manchi! Non 
deve sfallire manco un minuto ! ». 

Che ti fa il diavolo? Si aveste esso da soldato, e si mette a 
fare la sentinella al posto di G.; e G. lo fa vestire alla paesana. 
G. va a rivedere la mamma, e il diavolo comincia a fere sfera (sic). 
Comincia a dire: « Ho finita l'ora mia; chi ha da montare di fa- 
zione? ». Dicevano i soldati fra di essi: «Senti, senti a GL » E 
ridevano , e dicevano . « Questo G. che volesse divenire svelto ? 
CStu G. vulàss* arreca 9 le ricchieì). Mai se n' è dato per inteso; 
come va questo fatto che si fa sentire giusto questa notte? ». Si 
fa avanti un soldato, e dice: « Chi ha da montare la fazione, eh ?... 
Se ti puoi smuovere da là!... ». E lo minacciava col capo (Ejje 
capu%(ijave). G., viene a dire il diavolo, gli accoppa uno schiaf- 
fone, e te lo fa cascare morto. A questi che casca morto, si riu- 
niscono (s'arestrigne) tutti gli altri soldati, e dicono: « E ched è ? 
Che è stato? ». E quegli gli dice: « Come!, io sono più di 15 
anni che servo, e tocca sempre me di fare la guardia ? ». Gli dà 
una pettata ( J na sparapcttàta), e te ne allunga una diecina. Corre 
il capitano, e dice: « Che sono queste cose? G., riva al buono ». 
« Al buono?... Come!, ho da ubbidire sempre io? Sempre io ho 
torto? ». Mena pure ad esso uno schiaffone, e te lo fa ire a piedi 
per Aria. Corre il sargente, e dice; « G., hai ucciso il capitano ?... 
Afo' ti mando in prigione, assassino ! » Piglia G., gli dà una pet- 
tata (nu speiterijóne) pure a esso, e te l'allunga. Subito i soldati 
vanno a ricorrere al generale. Va il generale. « E. perchè avete 
fatto tanto danno, G.?». «Io, signore, sono 15 anni che sto a 
servire , e sempre a me mi si fa fare la fazione ; ma io non la 
voglio fare più per gli altri; voglio fare solo {misere) quella che 

^Archivio ptr U tradizioni popolari — Voi. IV. pi 






482 ARCHIVIÒ PER LE TRADIZIONI POPOLAtU 

aspetta a me » . Il generale gli dice: « Sempre avete ubbidito; e 
mo* come va? Mo* ti faccio fare una brutta morte!». G. chiava 
uno schiaffone pure a esso, e lo fa cascare morto. A questa ma- 
niera, G. aveva ammazzato tutti i superiori de* soldati. C'era ri- 
masto il re. Ricorrono i soldati al re, e dicono: « Maestà, licenzia 
a questo G. Tanto tempo ha fatto il monaco (sic); mo' ha riz- 
zate le orecchie tutto insieme , ed ha fatto tanti omicidj ». Va il 
re e disse a G.: « G., io ti do mille ducati, basta che te ne*ri- 
vai alla casa tua ». « Non li voglio le mille ducati », glijìsponde 
G. « Quando finisco Tanno, mi hai da dare due mila ducati, se 
me ne ho da ire; e se no vi levo a tutti quanti ». « Ma, G., senti 
a me; mo' te li dengo mo* i due mila ducati, basta che te ne vai 
mo' presente». Gli rifece G. : «Ti ho detto che mo' non me ne 
voglio andane. Ho da finire l'anno ». Vidde il re che non ci po- 
tette vincere, se ne va. 

Mentre che questi finiva Tanno, nessuno lo guardava torto. 
Finisce T anno , e G. si andò a rimettere allo stesso posto. Gli 
dice il diavolo: « Vtfbè , eccoti i panni tuoi ; rimettitili. Quando 
fa giorno, porta questa carta al re, che quegli ti dà due mila du- 
cati; e fatti dare pure una panetta, e poi ri vattene alla casa tua ». 
— Fa giorno. Questo G. se ne va alla casa del re; consegna la 
carta, e gli si dette la moneta. Quegli fece: «Mi avete da dare 
pure un panetto i>. E gli si fu dato. Dopo si mette in cammino 
per tornare alla casa sua. Per la strada, passa a un paese, e va 
alla locanda. Lo si vidde vestito pulito, si credevano che era un 
signore. Vanno i poverelli a cercargli la limosina. Questi scioglie 
la sacchetta dove teneva i quattrini, eli comincia a dare tre quat- 
tro per uno. Dunque, andò la notizia. Dice: « Sta un signore alla 
locanda , che dà le doppie come paglia ». Questi , non socchi ci 
andava , prendeva i quattrini e glieli dava. Quando andò a ve- 
dere , non ci era restato altro che per un mezzo ròtolo di pane 
per esso. Si accatta mezzo rotolo di pane, e se ne va. 

Per la strada incontra gli apostoli. Disse: « Che andate fa- 
cendo tanta gente tutti insieme ? ». Addietro addietro andava san 
Pietro, S'avvicina a G. e gli dice: « Stupido, stupido ! Noi siamo 



NOVELLE POPOLARI ABRUZZESI 483 

gli apostoli, e quegli è Gesù Cristo. Cercagli la salvazione del- 
l'anima ». Fece G.: « SI, gliela voglio cercare una grazia ». Va: 
« Signore, fammi una grazia ! » « Che grazia vuoi ? », gli risponde 
G. G. « Voglio una grazia. Signore, che a chiunque dico: — Possi 
venire dentro a questo sacco a pane, teretùffete, ci ha da venire 
e non ci possa riuscire senza V ordine mio ». G. C. gli disse : 
« Vi sia concessa codesta grazia ». San Pietro gli diceva: « Cer- 
cagli la salvazione dell'anima, pezzo d'asino! »; e quello disse: 
« O Signore, un'altra grazia mi hai da fare. Tengo una chitarra; 
non so chi ci suona non possa lasciare senza ordine mio ». G. C. 
gliel'accordò. 

Questi poi si rimise in cammino, e per la strada gli si fece 
notte in mezzo a un bosco. Non sapeva che si fare. Vidde un 
bel casino; e domanda a certi pastori: « Perchè mo' non ve ne 
entrate a quel casino voi, che ve state fuori a raffreddarvi (^ngne- 
lirvè)} ». Quelli gli dissero: « Mbè y noi non ci possiamo stare. 
Cpdesto è il casino di un principe, che ci riescono gli spiriti. 
Nessuno ci si assicura a starci ». « E perchè mo' ? Che paura 
avete ? Mo' ci sto io questa notte ». Entrò, e si chiude da den- 
tro. Che // fa ? Piglia la chitarra, e si mette a suonare. Non si 
vedeva e non si sentiva nessuno. Quando fu la mezza notte, co- 
mincia a sentire tanto rumore per le lamie. Disse: « Io mo 9 m'ho 
da mettere a cucinare, acciò che questi mangino tutti con me ». 
Si mette a cucinare. G. stava cucinando {leni ccucend 9 ), si affaccia 
un diavolo alla porta. Dice: «Posso entrare? ». « Che, vuoi venire 
a mangiare con me?... E entra! ». Poco dopo, se ne affaccia un 
altro. A uno a uno, ce ne entrarono otto. « Tanti ne siete? », 
fece G. Mbè, io ho cucinato solo per me ?... Avete da mangiare 

poco; che io ho una fame » (eh* a mmi me té' ^na fame.....). 

E quelli quieti. — G. aggiusta a mangiare. Va per mangiare , e 
questi diavoli chi gli si ruba la forcina^ chi gli andava a levare 
il mangiare da in bocca, chi una cosa e chi un'altra; e G. faceva: 
« Non vi volete stare sodi? Mo' lo vedete che vi faccio ». E questi 
ne commettevano che non si sa attorno al povero G. All'ultimo, 
gli scappa la pazienza a G., e gli disse: « Dunque non vi volete 



484 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

star quieti?... Mbi> tutti dentro a questo sacco a pane! ». Vanno 
quelli tutti a testa innanzi, tutti dentro ai sacco a pane. 

La mattina, videro i pastori che G. riusciva dal casino, gli 
dissero; « Lo sai, buon uomo ? Chi dorme una none dentro a co- 
desto casino, lo libera dagli spiriti, e il padrone gli regala mille 
ducati. Tu mo' vall'a trovare'; diglielo che ci hai dormito, e las- 
sati dare i mille ducati». Disse G.: «Ma , chi sa se me li dà? 
Veniteci pure voi ». Andò G. insieme coi pastori innanzi a quel 
principe, e ci ebbe il bravo, e li mille ducati. — G. piglia la via 
e si rimette a camminare verso la casa sua. Arriva a- un paese , 
e passa innanzi a una bottega di ferraio. Ci stavano una diecina 
di lavoranti. Si ferma G., e gli dice: « Quanto vi do che mi me- 
nate due martellate sopra questo sacco ? Me l'avete ad ammaccare 
come una pi%$a ». « Quanto gli vuoi dare? », gli fecero quelli. 
« Io vi do dieci carlini per uno ». Tutti que' lavoranti, per bu- 
scarsi que' dieci carlini, vanno a pigliare i martelli; e se ne ri- 
devano fra di essiy che si credevano di far piano per ammaccarlo 
con quattro botte. Si mettono a battere sopra il sacco, tungV ttun- 
ghe, tungV e tteretunghe y e il sacco non si ammaccava. Era mezza 
giornata che si batteva , con certi martelli ! Gli scappava ogni 
gocciolone (jcha^èlle) di sudore a que' poverelli, e non ci po- 
tevano far niente. All'ultimo dissero : « Che sia...! Noi non gliene 
fidiamo più. Manco se ci stessero i diavoli costà (a èsse) dentro! ». 
E che ci voleva essere? Andavano per menare una botta, e quelle 
bozze si smuovevano; e quello che ci stava dentro se ne scivo- 
lava mo 9 a una banda e mo' a un'altra; ed erano più le botte che 
toccavano all'incudine. Vidde così G., disse : « Via, che tno y ba- 
sta ». Li pagò, si rigetta (/arremméne) il sacco addosso, e se ne 
va. Arriva in cima a una costarella, e trova una grossa ('«a pbge 
de) pietra piana. Ci mette sopra il sacco; piglia un* altra pietra 
grossa, e si mette a battere, per finire di acciaccare quei diavoli. 
Questi facevano: « G., che non gli fidiamo più L Che gli hai uc- 
cisi bene ! Perdonaci; non gli menare più ! ». G. gli faceva: « Ci 
volete tornare più a quel casino , voi? ». « Nòne, G., sii bene- 
detto, che non ci torneremo più ». « Affó, se mi promettete di 



NOVELLE POPOLARI AJRCQESI 5S4 

noe ci tornare più, mo' vi faccio rmsàrt ». Scioglie il sacco e 
riesame quei poveri diavoli, chi con una spalla appesa , chi con 
un piede strasciconi (sfràsamènnc), chi senza coda, chi senza corna, 
e tatti quanti ammaccati bene bene. 

G. si riprese la via ed arrivò alla casa, e riporta ì quattrini 
alla mamma. E così se la passavano benino (sHpjicrchU huuraUy. 
— Un giorno, va la mone a G., e gli dice: « G., hai da morire ». 
« Eh! sai che ti credi?, che mi metto paura di te? Se ma ho da 
morire, mi muoio ». Si muore G., e va in Paradiso. Picchia 
(tò^T) alla porta, e san Pietro domanda da dentro: « E chi sei? », 
« Sono G. senza paura ». « G. senza paura ?.. Àtfv, te lo ricordi, 
galantuomo, quando io ti dissi: — Cercali la salvazione dell'anima — 
e tu ti cercasti la salvazione del sacco e della chitarra? ». « Gli 
rispose G.: « San Pietro, e via, aprimi ». « Vattene , vattene al- 
l' inferno, pezzo d'asino ! », gli rifece San Pietro e non gli volse 
aprire. 

Piglia G., e se ne va all'inferno. Picchia, e fa: « Apri ». • E 
chi sei? ». « Sono G. senza paura ». « G. senza paura? L ». Co- 
minciano i diavoli ad andare scappando chi di li e chi di qua, e 
dicevano: « MtlièU ^éppef e marnine, ca mo' ve' G. sèm^a pabure! ». 
Ancora gli se ne vanno i dolori alle coste, e tu pure qui ci sei ve- 
nuto a ritrovare? Ci vuoi dar l'altro? Vattene, vattene ». E aliar- 
rana bene la porta. 

G., con una santa pazienza , se ne rivi verso il paradiso. 
Giunge alla porta, e comincia a fare: e San Pietro, apri; apri, 
san Pietro » / San Pietro aprì un poco la porta, e gli disse: « U- 
n 'altra volta sei rivenuto qua ?... « Ma, lasciami entrare ! ». « Ma, 
non... ti... posso... far entrare ». « Non mi puoi fare entrare ? 
Mbè y tteretàffete dentro a questo sacco ! » G. piglia il sacco, con 
nino S. Pietro da entro, e lo getta {Fammene) dentro alla porta. Dun- 
que, S. Pietro su va dentro al sacco. G. comincia a fare: « Rèndimi 
il sacco! San P., rendimi il sacco! ». Sente questo rumore Gesù 
Cristo, va alla porta. Dice: « Che è questo chiasso? E Pietro dov'è 
ito? Pietro, dove stai?». S. Pietro non gli poteva rispondere. Di- 
ceva: « Maestro !.. Ecco, Maestro, sto addietro alla porta ». « E 



486 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

questo è un sacco ! » , disse G. Cristo. G. si piglia la chitarra e 
si mette a suonare, e diceva: « Tu che sti' dèndr' a 'ssu sacche — 
che ne dice de 'stufane?— Tu che st( Wrtf a 'ssa porte, — che ne 
dice de "sta sorte?». Va G. C., e fa riuscire som P. dal sacco. G. 
gli dice : « Signore », cosi cosi , « io ho fatto tanti anni il sol- 
dato » , e gli racconta ogni cosa. San P. non mi aveva voluto 
far entrare. Io sono andato all'inferno, e manco mi si ha voluto 
ricevere. Sono tornato al paradiso, e san Pietro non mi voleva 
far entrare, ed io l'ho mess