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Full text of "Archivio per lo studio delle tradizioni popolari;"

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Ifearbarli College Itlirarg 

FROM TUB BEqySST OP 

JOHN AMORY LOWELL, 

(Clau of 1815). 

This fund is $20,000, and of its income three quarters 

shall be spent for books and one quarter 

be added to the principal. 



1 



ARCHIVIO 



PER LO STUDIO 



DELLE 



TRADIZIONI POPOLARI 

RIVISTA TRIMESIRALE 



OIRHVIA bA 



G. PITRfi E S. SALOMONE-MARINO 



Volume Ventiduesimo 



TORINO 
CARLO CLAUSEN 

(HANS RINCK Succ.) 
LiasAio DILLS LL. HH. il Bb ■ la RieiaA 

1903. 






Froprieta UtUraria. 



TtDOBf .na del GlOIINALR Dl SiCILIi 



Ti^T^t. S" 



Vol xxn. 



1 



ARCHIVIO 



Faac I. 
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PER LO STUDIO 



DBLLC 



TRADIZIONI POPOLARI 



RIVISTA TRIMESTRALE 



BtMETTJ HA 



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G. PITKli E S. SALUMOiNE-MARlNO 



K=9<^IN6=H 




TORINO 
CARLO CLAUSEN 

(HANS RINCK Succ.) 
Ijimiuio unLm LL. UM. ii. Rk k M Bc«i>4 

1903. 



/ 



PubbllCAto 11 12 Ottobre 1903. 



y^' 



SUMMAiUU DEL PRESENTE FASCICOLO 



Etteri meravigUosl e fantastici nelle credease sard« , ip^cialmente 
di Logtidoro (C. Calvja) *,....,, Pag, i 

II Carnevale in Tunim e la Ip^nUslft araha (L. Ckibkaro) ^ t^ 

La leggenda del p.i^gio di S/ Eli^abetta (^arlo poR^tcm) . r> 19 

Lcgfende popolari aacre (Antosjio Mas&aha) : 

li (^ritaio di S. Carh Borrmnia , * . * . * P 

// buco dilt0m4ito selviifgio * . . . » ftt 

la ilrtfi/i/ J<t Siir^ceni & dm Rommii . " 52 

In pr>|p*i ii€i S. Sfp0ifr0 ..*.., d li'i 
It poi:^0 dil Bmio . , , , , , . « 54 

Glgnntt € Scrpenti. Continuuiione u ftoc (G* A* BoBaiS£> ; 

^ifenii imirrami, . * ♦ . . , . ■ 5> 

^trptnti Mdrini , ■ 55 

Leggmda £ pnisloria .*..,*.» jS 

Liggtnda dei m&sin tmrini s* |8 

Dili mosira tnarino at gigants . * . , . a 41 

Coticlii stone .,„...*, ^ » 46 

Monte San Gitillauo e ta satira popolare (Valektiko SiMiASSt] s 50 

La leggenda dl Pietra BarliLrio ia Salerao (GuME-tET^o ZoT- 

S. PaoUno III e la aecotare fe»ta del Gigli In Nola (Sac. Alfredo 
DEL Priori) . . , , ^84 

Mlsteriosa apparixlane in FlorJdia (con dmgm) (S, Aiaato) . 1 S7 

Btasone popolare lucchese edito e iiiedito. CoMim^iwrn: V. (Gto 

VANKl GlAKNlNl) ,,*,-♦..,. li 89 

Cant! popolarl d'ltalia su Napoteone I (G. Pitre) . , . » to6 

Indovmelli in Vegtioto odbrno (A:ston:o Ive), . u r l6 

I rr Saramenta * in Chiaramonte (Coreadd Melfi) , i^ 120 

HovaUe popolari romaitesche (Giggi Zh^iato) , . » i 2 3 

topronte meravigliose in Italia: 

CXLl. i Mssi id diavoh (G, Bellugcj) , i> t^S 

(.Kill. / pUdi di S, Pranctscd di Paola. . * . « 13^ 

Per la stor la delta poesla popolare aicUtana (G. PiTfti) u i» 1 |o 

BliseeUanea ' La Jisia dtUa MaJontu dd Batie m Btsacquino , t;;, — iV^itt* 

miSSii * A m,uchio i> fimiua a in Vme{ia^ 1 56. ^ Leg^etda mtn guanghm^ 

delhi rabbta (L, IJo^^NcM^Ht)* m, — H porno d'Adamo in Bntagna^ lyj^^^ 

Prcfiio di Stipi^kom I ai Capo Vtrdt^ uu 

Rtvlita BibltQgrafica ; Missina i BinhL>tni: Ouida n tma dtl Munktpio (G. 
Pitre)» ijS, —LCOH, htofia uaiurala meditak a poporulut rawiln (Lo s£esso>. 
I|9. — KkaisSS, Sir^ifiuge im Rtkbt dtr FrmimKhdf^sdt (Lo ste&so)« 14a, — 

(G. S,), 141. 
Bnllettiiia bibltografico. (¥i si porU di recentl ptibbUcatioai di A. iMitUs, 

G. BoocUii G, Gaftiopjii, E, ;Qn|qum, JL WtsJon) (P.) , . ^14^ 

Recentl pisbbUca:iiaai . . , » 

Sommario dei Giornali (G. PtTKtf) * . , . , p^ 

MoU^le varle ... n ^^^ 




ESSERI MERAVIGLIOSI E FANTAS IICI 
NELLE CREDENZE SARDE 



\ t'./ : 



E SPECIALMENTE DI LOGUDORa. "V^^fi/?. -'^ 




lAvoLi, — U diavolo propriamente detto non esce mai 
dairinferno '. Esso prende in Sardegna parecchi nomi: 
in Logudoro lo si appelLi demoniu^ inimigu (nemico), 
ducngu (spagn. dueno], ptii:(a (puzzolente), in Campidano 5* arrim- 



I La credenza in uno spirito del male ^ forse antica quanto 1* uomo , e 
seoza dubbio estesa in tutti t tempi e in tuttt i luoghi, presso i varj popolt di 
qualunque grado di civilta. Gli Egiziani credeano certo ai demoni e molta fede 
prestavano ad essi anche i Greci (Ulpiano c 1* interprete di Ariscofane parlano 
deirorabra di demonio apparsa di notte a Timoteo Ateniese). Tra i moderni 
popoli selvaggi gU indigent delle isole Gilbert credono ai Kwt^ e simibnente^ 
sotto diverse nomc, quel del Karnatic e i negri delle Antille. Gli Ottentotti 
adorano una divinitii malefica detta Touquda, apportatrice di disgrazie. La ori- 
gioe di tali credenze rimonta alle prime religioni orientali (cfr. Th. Stanley, 
Hisloria pbilosophica orientalis; Hyde, Religio veterum Persarum; Bayle, Diction- 
naire critique — art, Zoroastre), Molti libri si potrebbero consultare al riguardo 
e si vedrebbero passar innanzi le varie metamorfosi dello spirito del male dal 
Ravana indiano al Pluto ellenico e al Satana giudaico e cristiano. Si l^ga tra 
i migliori lo splendido libro sul diavolo del prof. Arturo Graf. lo mi limito ai 
soli raffronti antichi e medioevali o esteri. 



4 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

fnigu\ Lu^iferru etc. ^— Alle porte deirinferoo (e gli ingressi di 
molte grottc sono dal popolo crcdute porte infefoali) sta Lusbe, 
il re dci demon]. Appena un dannato arriva , ei lo vuol vedere, 
ma ha gli occht chiusi, e perci6 dice a un suo aiutaqte: Aberimi 
SOS ojos a isUtnca (aprinii ii occhi colla stanga): L'infernp h pieno 
di vipere e di serpenti, e i daniiati bollono entro grandi caldaie 
di pece. I diavoli attizzano il fuoco c tormentano i peccatori, — 
Quelli che veramente girano per il mondo sono so$ diaulos mec- 
canicos (di^volt meccanici). Questi si presentano agli uomini in 
mille e svariate forme; ma per lo piii son veduti dai ra.il battez- 
zati (manchisonios ds baltiimu). II diai'olo ha ie unghl^ come I'a- 
sinOy e porta due piccoli fumaiuoli alle sp.ille ^ Alle volte prende 
la forma di un cane nero , o di un gatto , o di un gatlo (nella 
rupe di Silvaru presso Mores si odono alia mezzanotte in puiito 
cantare i galli, e son creduti diavoli); altre volte si tramuta in 
donna vestita di bianco, o in un cavallo grigio chc corre alPim- 
pazzata sul luogo. ove fu uccisa qualche persona. Ai viandanti a 
cavallo presentasi in forma di fanciullo piangente, che abbia sraar- 
rita la madre e la via. Guai all'incauto che abbocca airamo, e sc 
lo prende in groppa ! In tal caso il cavallo pel grave peso si tra- 
scina innanzi a stento; il cavaliere si volta indSetro per cercarne 
la causa, c vedc alle sue spalle una mostruosa figura dalle gamb- 

« luliano versiera (lal. adversarius). Vedi Alberti , Focaboiarie , t. VI, p. 
490): «Come il diavol si fugge o la ver«era» ; Berni , Oriaui. , « Mille rai- 
lanni, diavoli, o versierc » (LiPPf, MalmatU.), Presso i Grcd k detto 6 wQvijpo;. 

> A proposito detlo Spacco deJla Regina nel monte Argeataro, Fazio degli 
Uberti nel Dittamondo canta: « Ivi fue dove fu le Sendonia — ivi ^ la casa dove 
andorao a tonne — si crede il tristo o»rvero la demoniaM. V. pure Vallecchi, 
Rimmbran\e —Paesag^i, Reggio Emilia, 1887, p. 5$- P^' ^^ grotta di Verlizza 
c per la grotto di Ragusa vedi E. Reclus, Naova Geofrdfia wtiversile^ vol. I, 
p. 257, edtz. itol. 

) Boevtng udl dagU Ottentotti chc essi videro il diavolo in forma di orrt- 
bile mostro irto di peli colla testa e i piedi come quelli di un cavallo e la pelle 
bianca. Sul modo di rapprescntare il diavolo nel medio evo confirondnsi Ic 
storie deirarte, ove trattano di N\col6 Pisano e delta sua scnola. Vedi Reuue des 
trad, pop., 3 5 3-67 5» a- V). 



fiSSBRI MERAVIGLIOSI E FANTASTTItf 5 

trascinantisi per terra e lunghc parecchie raiglia. Se \l 4i3graziato 
viandantc ha un'arma da fuoco , dovri nllori tri.iciarc con CsSsa 
una croce ai quattro venti e far^ partiro un colpo. II diavolo spa- 
ventato dallo insoUto rumorc dilcguerassi in utu gran fiammata 
(jcaddn de fogtf). — Spcsso il diavolo prende b forma Ji vonici di 
polvere , o assume ki (igura di qualche noto malfuttone dehmto; 
ed in quest' ultimo caso i parent! del dannato fan ceiebrare una 
messa speckle {missa profunda). Questa messa h terribtie, poich^ 
una folia di demon] si aggira insultante attorno al prete; nu, ap« 
pena celebrata, il dannato non uscirii piix dalla sua tomba \ Chi 
assiste a questa messa nera, subir^ nella sua viu terribili consj- 
guenze (disgrazie , pazzia , foUia) , o moriri in breve tempo. II 
diavolo prende pbi un gusto matto a tormentare i poetic e U sfida 
a contrasto. Un giorno si imbatti nel celebrc imprbvvisatorc 
Francesco Alvjru e Tinvito a singolar tenzone po^tica. Le otuvc 
fioccavano improwise, ma il diavolo superava il su j compecttore, 
e minacciava di portarsi via Tanima ed il corpo del disgraziato 
poeta« Fortuna voile che Francesco Alvaru si chinass? ad osser« 
vare i piedi del formidabile avversario, e vid.* che era*i simili a 
quel deir osino. Cominci6 allora con gran fcrvore reiigtoso « 
cantarc : 

Iscumbattare cberzo unu tiumene 

siat in abba russa o in abba suttile; 

in su rellozzu chi no bi hat mtnuttilc 

no marcat s* ora chena b* aer lizu. 

In nomen de su Babbu c de su Fizu 

e de totta sa corte zclestiale 

che a boe ti ponzo su ginale 

e ti battizzo e ti tramudo lutnene. 

(lo voglio scandagliare un fiume, e dove ha poca acqua e lA ove k molto pro • 
fondo; ncirorologio senza rainuti, se non vi ha un giglio, V ora non viea ma i 
segnata. In norae del padru, del Bglio e di tutta la celestial corte, ti sommetto 
al giogo come uq bue, ti battezzo, e ti tramuto il noine). 



> Sui diavoli e k>ro apparizioni v. Bianco, Ltssicomanxia , Siena, f^sa ; 
Padre Le Bkux, Histoire crHiqtu Jes prutiques supenUiUuses, Paris, (ejm de Nully; 
1702; Caroano, De subtilit, , lib. cap. « De Daemonibus » etc.; Collin dc 
Plancy, Dictionnaire Infernal etc., Paris. P. Mongie, 1825-1826. 



6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E dopo ci6 il diavolo disparve, c il pocta continu6 la via. 

I diavoli custodiscono i tesori c guidano i cignali alia pa- 
stura. Ordinariamentc essi compariscono a mezzogiorno precise 
(a S(^ pnntade mcsu die), oppure alia mezzanotte (oraferiada) '. Vi 
SOQO persone che asseriscono di aver di notte udito V urlo del 
diavolo, simile a quello d'un bue socto le tnani del beccajo {bor- 
rigbinu). — Quando uii adulto ha avuto un gran rimore per aver 
visto il diavolo, si reca in chiesa e si fa mettere addosso i para- 
menti sacri (pannos de cheja). Quando un bambino si ammala, e 
se ne ignora la causa , si attribuisce ci6 alle tentazioni del dia- 
volo, il quale generalmcnte si balocca colle creature innocenti. — 
In tal caso si chiama un prete per recitare i quattro evangelj. — 
II diavolo pu6 penetrare nel corpo degli uomini. Gli ossessi sanno 
parlare parecchie lingue. VirtCi di scacciare i demon] hanno i preti. 
Ma BelzeUi prima di andar via dal corpo umano viene a patti 
col sacerdote esorcizzante , e non se ne partiri senza aver fatto 
qualche dispetto , il quale gli si deve concedere e che al solito 
consiste in sradicarc qualche albero colossale dalle vicine foreste, 
o gittar qualche tegola dai tetti. — Per scacciar i demonj si ado- 
pera la ruta * o 5' un^ia de grande beslia (specie di pietra dentel- 
lata a forma di lingua, forse arma o freccia dell'epoca litica) ^ Si 
pronunziano pure le seguenti parole : a^t emit pro nobis. E sic- 
come si crede che il diavolo si aggiri attorno agli specchi , o 
presso le fonti c i recipienti d'acqua, chi va a here a tarda notte 



» « 6 ir ora c* o demmonio va trasenno — dint' e cease d*ageate pe' tenli » 
(Russo Fbrd., SuneUiaU^ NapoU, Pierro, p. 48). 

2 Sulla ruta V. De Guberkatis, MUhologie des Plantes. I, pag. 526 e sgg. 
Voce Rue. 

5 II dcnte di Lamia ( Ardemanio , TraUato delle GioU , Venezia , Giunti , 
1556) t dctto dai latini e greet gJossopetra , dai tedesclit lingua (T anitra , dal 
Cardano gloUide. Ne parlan pure Plinio c Coraelio Gisneto. Dicono alcunt che 
cade dal cielo durante la luna pieoa e i Maghi le attribuiscono gran forza e 
virtCi. Delle pietre contrarie ul diavolo, ossia la malachite, V iaspide e il calce- 
donio Tautore della InUlligen:^a, 2* gemma , canta : « per sua virtude fugge lo 
demon 10 ». 



* feSSEfti MBRAVlduoSl E i^ANTAStrCt 7 

fa una croce suH'acqua e dice: Cristas snbr* ahha. Cristas sun' abba, 
Santti luanne Battista siat in custa abba. Perche il diavolo non pe- 
netri nelle case, si chiudon ie porte e vi si collocan dietro due 
stanghe incrociate (istanca de rughe). 

FoLLETTO. — S* ammattadore o come vien chiamato a Ghi- 
larza sa surtora k un foiletto domestico^ che ha in capo sette 
berretti, od uno solo a sette pieghe, ove conscrva un tesoro '. 

Sas pakas *. — Quando una donna muore durante il parto, 
va soggetta a diventare (>ana o lavandaia notturna, che si reca 
alle vasche di campagna alia mezzanptte con uno stinco di morto 
per battere i panni {sa daedda). 

Vi h in Sardegna qualche donna del popolo, che racconta di 
averle vedute, e aversi tatto da tss^ imprestare sa daedda^ e la pana 
essersene partita senza riprendersela. Solo alia mattina seguente 
queste donne si avvidero d'avere portato seco uno stinco di xnorto, 
ed allora , per consiglio del confessore , lo riportarono un* altra 
notte, alia medesima ora, per restituirlo alia proprietaria , dicendo: 
Ti sa daedda chi no est sa mia. La pana avrebbe risposto : Vius 
has ischidu tue ca no deo. — Affinche dunque una donna morta 
durante il parto non diventi lavandaia notturna , si usa metterle 
nella bara un ago col iilo senza nodo , un pezzo di tela, un par 
di forbici , un pettine ed un ciuflFo di capelli del marito. E ci6 
perchi essa abbia una scusa legittima da rispondere alle altre 
panaSy che la inviteranno a recarsi alia vasca per lavar le fascie 
del lattante. Le panas le diranno : Comi , a benides ? Ed essa ri- 
sponderi: NonOy chi so cosende^ nono chi so ispi:(^(ende (pettinando) 
a tnaridu men. 

SuRviLES (streghe e vampiri) ^ — Le surviles sono uomini o 



I Sono i Lemures dei Latini. Vedi G, B. Basile , I> 4 , pag. 49 : Calahriay 
II, 4; Arch,, IV, 575; Pitr6, Bihl, III, etc. 

' Secondo le Ligendes du Bas* Berry raccolte da Maurice Sand le lavandieres 
o laveuses de nuit sono madri snaturate che uccisero i loro bambini , e sono 
dopo morte condannate a lavarc i cadaveri delle loro vittime fino al giudizio 
universale {Revue d, trad, pop,^ II, 523 e sgg., e V, 353). 

9 La Strega sarda t un che di medio tra le striger, sagae, lamiae dei latini 
e le ^apiiaxtOtpiat dd Greci ed i vampiri delle credenze slave, ed origina 



8 ARatlVlO PER L^ TRADlZIONi fOPOLARI 

doaat, che nascooo coo un pezzo di coda dt acciaio, e succhbno 
ii soQguc ai latuoti e soflbcano i bambioi oella cuUa. Si imgpiio 
coo tm certo olio fatato e proouocian qucsta formula: A pili esse 
a pili in facbe , in domo de comare mi che agatte '. Fatto e detto 
ci6 cambiaoo di forma e penetraoo nelle case, non rispectando 
mppure il sangue proprio. Sono molto temute dalle donne che 
atiactaoo bambini » le quali per scacciarle teogono sotto al guan- 
ciale sa paslagna de sas surviUs. lo vidi uno di questi amuleti 
autenticato dal papa e colla scritu: Ex praecordiis S. PhiVppi Neri '. 
Akro ri medio i quello di porre sulla cenere del focoiare {fogbi- 
laja) un tripode rovcsciato, o coUocare una falce coi dead rivolti 
in alto. Se la Strega penetra allora nella casa, non potri piii par- 
tirseoe, aenza cbe la fake e il tripode sian rimessi a posto. 

Alle voke questi vampiri si tramutaoo in uccelli e si appol- 
iaiano sugli alberi ^ Chi i nato di febbraio ed i primogenito ha 
il potere di farli comparire, infilandosi le brache Qas ragaSy veste 
sarda) alia rovescia, c gridando in lono di venditore arabutante; 



direttamente dalla leggenda di Grce, la quale alia sua volta proviene da qudla 
d^stde degli Egizitni moglie di Osiride. Di esse parlano Tibullo, lib. I, ElegiOy 
VI, V. i6; PeTHONio ael Satir, , cap. 34 e Plauto e Solino e Sereno Sam- 
MOMICQ, cap. 59, V. 1044 ed altri molti. A noi basta ncordare la splcndida e 
suggesdva descrizione di Ovidio nel libro VI dei Fasti: 

Pectoraque exsorbent avidis iafantia Unguis; 
at puer infelix vagit, opemquc petit. 
Territa voce sui nutrix accurrit aluniai, 
et rigido sectas inveait ungue genas. 

Presso i Greci la patria vera delle streghe era la Tessaglia (v. Platonr 
in Gorg. e Tomiiaseo, Canti pop. Greets vol. III). Vedi ancora De Gubernatis, 
Mith. Zooh^ VII, voce itrix ; Bart. Spika , De strigibus ; L. Zanazzo, Streghe, 
stregom e fattucchUre etc. 

I Luciano Samosatense parla di uii ungMCBti. 

* Gli Esquimesi portano addosso degli arouleti per preservarsi dagli anga- 
rok {Milusine^ I, 81), gli indigeni del Mozambico dei gris gris {Revu€, V, 547). 
QjLiinto Sereno raccomanda uno spiccbio d'aglio^ ma ad Ulisse giov6 Tasfodelo 
(Odissea). 

3 V. opuscoio SulU Streghe di anonimo autore. Roma, Salviucci, 1875. 



kssiki meraViguo^i e fantastici 9 

Lea ragas IL A Monteleone Rocca Doria tramutasi in gatto nero ' ; 
a Sassari son chiamati pi:;pni di la strea \ 

Sa GiojANA (donna del Giovedi) ^ — Nel Giovcdi notte le 
buone massaie non devono trattenersi a filare, dah altrimenti si 
presenta loro sa Giojana » die pu6 cagionar disgrazie. Ed ecco a 
questo proposito una graziosa leggenda. Un Giovedi notte una 
vedova si mise a filare, quand'ecco comparirle dinanzi la Giojana^ 
die Ic disse: Coroare filate ? — Si, rispose la povera donna. — Se 
permettete, vi aiuto» fece la Giojana. E cominciarono a filare as- 
sienie, e in men che non si dica il lino fu tutto pronto. Disse la 
Giojana: Via, collocate *la caldaia sal foco per far bollire le ma- 
tasse. Rispose la vedova di non aver caldaia alcuna. Ma dietro 
consiglio della Giojana recossi da una comare sua vicina per 
chiederne una a prestito, e mand6 la Giojana per Tacqua. 

La comare intanto svel6 I'arcano alia disgraziata vedova » la 
quale fe' ritorno a casa, chiuse la porta e colloc6 presso la sogli^ 
alcuni chicchi d'orzo, di frumento e di ceci, i quali risponder do- 
veano alia Giojana. E questa infatti non tardo a venire, cominci6 
a bussare , ma le risposero i chicchi. In quel mentre batti la 
mezzanotte e la Giojana non potendo oltre tal ora rimanere, par- 
tissene dicendo : Pius has ischidu tut ca no deo. — I ceci , il fru- 
mento e Torzo sono adunque ottimo rimed 10 contro queste donne 
del Giovedi. 



* Nolle leggende tedesche i gatti sono stregoni metamorfosati, e se uno di 
essi salta sopra un morto diventa vampiro. 

* Pompeo Festo che abbrevid gli scritti di Vcrrio Flacco scrive: Striges, ut 
ait Verrius, graeci oxptYY^P appellant; e quo maleficis muUeribus nomen in* 
ditum est; quas volaticas etiam vocant Lo stesso Fcsto fa provenire slnx da 
siringendo, Secondo Alfredo Harou le credenze sui vampiri non rimontano ad 
una antica data. Nacquero tra le piii orientali razze slave, passarono poi ma.no. 
mano ai Polacchi, agli Schiavoni, agli Sloveni etc. II varopirismo si estese piii 
tardi anche alia Romenia^ e penctrb pure in Inghilterra (v. Cook, Aftb,, IV, 
85). Confr.: Dtssertation sur Its revenants, sur les apparitions des esprits, sur ies 
x*ampirs etc, d* Onffrie ede Moravie par Augustin Calmet. Paris Debuse 175 1). 
La parola sarda survile contiene bene in et Tidea di suggere, 

3 Nei dintorni di Trento le strcghe sono chiaraate j^obiane da zphia (giovedi). 

Archivio per le tradiiicni popolari. — Vol. XXII. 2 



id kkciiwio t»feR le tRA6ii!i6Mi PoMLAt^i 

Sa prummunida \ — 6 un uomo clic si cangia in asiiio , e 
rnglia di nottc, e corre per il paese, od uccide coloro che incoatra 
per la sua via. Cosi ainieno credcsl a Villanova Moiuelcone. 
Pcrch^ riprcnda fornia umana, blsogna preparargli una vasca piena 
d'acqua e gettarvelo. 

Su LUPU MANARU. — A Perfugas e cosi detto un uomo, che 
si cangia in cane , cd emette urla terribili ncllc notti tempestose 
oppur di gran chiar>>re lunare. Quand' urla su Itipu mavhru o ^ 
gii avvenuta una disgrazia o nc avverri tra breve quilcuna nelle 
vicinanze del pacse. 

L'animi BULATTiGGHi. — A Sassari cosi si appellano li spirid 
dei bambini non battezzati, che si aggirano nelle stanze ovc na- 
cquero, c vi producon rumori. 

Gli spiriti BiANCHj. — A Perfugas si crcdc che qwando in 
una casa dovri morir quaiche persona, ccrti spiriti bianchi passin 
sul tetio fischiando, e dilcguinsi poi per Taria in bianchrc nubi. 

Nanos, — Nclla vallc di Poltu Codlnn , a qualclie miglio di 
di^tanzti da Montcleonc Rocca Doria , si osservano ancora delk 
piccole grottc, ove credesi che abitassero i nani. 

GiANAS *. — Erano donnine belle c piccole , che abitavano 
nelle cosideite domos de lanaSy niinuscole abitnzioni scavate nelle 
roccie. 

Fadas '. — Eran le fate donne bellissiine ed ingenue che a- 
bitavan le piccole caverne montane. Cambiavan spesso il loro 
umano aspetto in quello di graziosi animali , cd avean poterc e 
virtu di fata re Ic personc. Viveano esse negli antichi tempi e spa- 
rirono quando la maiizia penetr6 nel mondo. 



I La Icggcuda dei Jupi m^nnnri k estcsn a turti i popoli. Crcdcano in cssi 
anchc gli antichi Cclti. 

* II Giurncrio {Romauia , a. 189.) fa derivare giana da Diana rapportan- 
dosi al culto di Diana in Sardegna. lo pcnso che derivi da nana, 

Diodoro Siculo al lib. V parla dei sotterranel abituri scavati d.ii fieri lolei 
intoUeranti del giogo di Cartagine. 

3 La vuv^Yj grcca c la faciua latina corrispondono ^W^faia sarda. Per Tin- 
ghiltcrra v. Kook, Arch., II, 410: per i Vosgi, Mt^lusine, I, 41. 



£SSSIll MERAVIGLIOSI £ FANTASTiCI It 

In una piccola grotta presso la citti di Ozicri il popolo «;reJe 
ancora di vcdere il Icito dellc fate. A Sassari nclla rcgione PedJra 
Niedda vi 6 In nidii di li fadJi (piccolc cavcrne)* Bella che una 
fada y dice un provcrbio. t\CaIa fada ! si grida in qualche imprc- 
cazionc. 

Okcu *. — L'orco avea forma umana, ma non era battezzato. 
Era di statura gigantesca , e possedcd grandi riccheinse. Rapia le 
belle fanciuUe e i giovani leggiadri e li ammaliava. Riccu che i 
sorcu (prov.). Fentomadu s'orcu, ennidn (lupus in fabula). 

GiGANTES, — Erano i giganti uomini di statura e forza stra- 
ordinaria e costrussero i Nuraglies. 

Caddos birdes. — I cavalli vcrdi erano niontati dai gigauti; 
la lor razza si spense dopo la distruzione di Bisarcio. Istrttidu chei 
SOS caddos birdes (imprec). I cavalli verdi erano pure a Sivennero 
presso Ploaghe. 

IscuTONE '. — £ un drago dalle sette teste che abita presso 
le fonti e nelle spelonche, e va al pascolo a tarda notte. Si rac- 
conta che un cacciator di Gallura avesse ucciso una volta uno di 
questi draghi, ma egli stesso lasciovvi la vita. Uonio ed animale 
furon poi trasportati a Tempio a pubblico speitacolo. 

A Villanova Montcleone si erode che I'animale in parola sia 
una grao luccrtola. 

Sa cane-nea. — Era un terribile serpente che esisteva ai 
tempi di Cristo. 

Ancu andes chei sa cananea h imprecazione comune in Lo- 
gudoro. 



* L*orco entra nella leggende non solo indo-europee, ma anche arabeedi 
altri popoli. 

* A Trento si crede aAVaspido sordo di rosso colore con una corona d*oro 
in capo {Riv., I). La credenza di serpenti o draghi abitanti le grotte ricollegasi 
aU*antico rito sanguinoso orientalc, che continu6 anche presso la vetusta popo- 
lazione del Lazio col culto di Giunone Lanuvina. Intorno a questo antico rito 
e alia grotta del dragone sita presso it tcnipio della dea , e nitre notizie vedi : 
Eli AND al libro X, part. i6 del litrzi Zcodv e Properzio e San Prospero d* A- 
quitania nel De Prommis, et prov,^ cap. Ill, p. 38. 



12 ARCHIVIO PER LE TRADJZIONl POPOLARt 

Maria lentolu. — Essere immaginario, chc si pronuncia per 

far star cheti i bambini. A tale uopo le madri sarde invocano 

pure Sant' Antonio ». 

Giuseppe Calvia. 



I V. al riguardo Callimaco neirinao a Diana, U ove canta: 

AXX^dxs xoupoUov xi^ dcYctiSIa fiv]xipt 'ct^xoi, 
W^vfip |ilv K6xXo)na^ i^ ini icaidl xocXt^psC, 
'Apyifjv, ij 2ixspd9cv]v 

I Gred per rafTrenare e far chetare i fanciuUi nominavano Arge, Sterope 
e Mercurio, come le madri moderae chiamano il bau e la befana, il che (cito 
il Bandini coramentatore di Callimaco) si nota anche da San Giovanni Criso* 
stomo neirOmelia X sopra San Matteo. 



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IL CARNEVALE IN TUNISI 
E LA FANTASIA ARABA. 




TuNisi, per le feste di carnevale , si ha tutti gli auni 
una riproduzione di una fantasia che costituisce uno 
dei nurmri pii^ interessanti del program ma. 
Una ventina di agili cavalieri musulraani reclutati nei din- 
torhi, a Mateur^a Teburba, si raccoglie nelV Avenue de la Marine^ 
e li, sotto gli sguardi ammirad del niondo ufEciale tunisino e 
della folia chiassosa, i fanadci seguaci iii^Wlslam si dilnno ai fan- 
tastici c pericolosi esercizi^ caracoUando con suprema eleganza, al 
monotono suono dei iarbonka e delle zampogne, lanciando nella 
corsa vertiginosa i focosi destrieri, che mandano fremiti d'impa- 
zienza da le narici dilatate, e scaricando in aria V artistico fucile, 
la cut canna lunghissima, riccamente intarsiata, getta al sole che 
la colpisce^ abbaglianti riflessi, nel rapido movimento di rotazione, 
ddl cavaliere eseguiti con destrezza prodigiosa. 

Ma cosi riprodotto, nella larghissima e polverosa Avenue de 
la Marine^ Tarteria massima della Tunisi europea, tra due ordini 
di paichetti di legno imbandierati come le baracche di una fiera^ 
in cui nereggiano le redingoks eleganti e svolazzano le toilettes 
multi^olori d^l demimonde rumoroso e petulante, in cjueir ampiQ 



t4 ARCHIViO PHU L£ TRADIZIONl POPOLARl 

recinto lascinto libero Julia folia cosniopoliti, a stento trattenuta 
da una legione di pDliziotti genJarmi carsi e di fantaccini, ncl 
mezzo di quci p^santi palazzi a trc piini, dai cui balcoai pensj- 
lano le piume dcgli etiormi cap'pelli feinminili h le conkhc kitffie 
doratc delic isfacKtc in costume, qucllo spcttacolo essenzialmentc 
orientalc, cosi riprodotto, h bello non tanto per se stesso, quanto 
pel contrast© nuovo, stravagante, die forma con la cornice cntro 
cui si svolge: la cornice di un quartiere eminentemente curopeo, 
parigino anzi, c forse piii... marsigliese; un quartiere non peranco 
completo, ma in via di formaxione, nel quale le barocchc e pre- 
suntuose maisons di ricchi commercianti confondonsi a baracconi 
di tutte le grandez^e, iiddossati I'uno airaltro, sucidamente colo- 
rati, veri ricettacoli della miseria internazionale, che diknno, nella 
stagione calda sopratutto cosi gran da fare al minuscolo corpo di 
pompieri ed agli agenti delle societa di assicurazione. 

No, non h cosi che si pu6 vcdere e coraprendere la fantasia, 
Don i tra gli spimoni c lo schiamazzo, deirondeggiamento cotn- 
posto d'una folia cosi varia e cosi gaia, ubbriacaca dalle frequenti 
ed inevitabilt scollacciature di quel transitorio periodo di follia e 
di dimenticanza, che bisogna assisterc agli episodi emozlonanti 
dclla singolare iinzione, ma nella campagna vasta ed imponente, 
ricca di vegetazione, nella libera atmosfera, in cui pare vibrino i 
primi accordi deU'iiicantevole e profunda sinfonia^ che si sprigiona 
dairimmensit& del prossimo deserto. 

La fantasia , sintesi caratteristica e mirabile della fantasia e- 
roica d'un popolo che vive di sogni e di profumi> ha bispgno 
delle condizioni di luogo essenziali della sua natura e della sua 
origine^ di quello scenario suggestivo, infitie, cWh selvaggio neU 
Taria e nella terra, pauroso ed aSascinante ad un tempo, tin nei 
piu lieti dettagli, nei particolari meno apparisceoti, che trascina lo 
spettatore novissimo da una sensnzione all'ahra delle piiji forti c 
gagliarde, dal terrorc inconsapevole airammirazione estatica: cosi 
coine Stetano Ussi> artista e soldato al pari di tutti i mu3ulmani, 
ce la rappresent6 pittorescatnente^ in una tela splendida di movi- 
m«fito e di liice. 



]L dARilBVALfa iM rUNiSi i$ 

Divist in varii partiti, strctti in file serrate su opposte col- 
line col fucile all\iria, il capo iticorniciato da I candoro sfbigorante 
del honwSy le gambe stringent! quali morse il fianco^ dei cavalti, 
i cavalieri di^W islam attendono impazienti un scgnale, che li tra- 
sporterii come il vcnto, giii nella pianura silentc, nel folto d'una 
lotta simbolica, incruenta bensi, ma noa meno impressionaace« non 
meno terribile, per Ic coiiseguenze funcste, che spssso detivano 
da quello slancio fulmcnco nella corsa, dal rapido volteggiare, dal 
montare e sccnderc rapidissimo da sulla groppa del cav.iUo, reso 
pazzo dagli stimoli sanguinosi, assoggettato quasi dagli iscinti della 
sua ribelle natura. 

Su le collinc circostanti a guisa di colossale antiteatro, accoc- 
colati all'ombra segbettata di una palma solitaria, sorgenti di tra 
le foglie ampie, lanceolate degli aloe, come di tra le volute d'una 
fantastica cornice, altri arabi, uomini la piu parte, carichi di sma- 
glianti colori, prendono parte da spettatori alia finta tenzone, esu- 
beranti di gioia, abbandonandosi ai gcsci piili espressivi c piu in- 
fantilis di stupore e d'cntusiasmo; fremendo da tutti i muscoli, e 
nccompagnando la fantasia col suono dei loro scrumenti prefer iti, 
coa la cupa e primitiva melodia dei tarhonka^ o con il loro yon ! 
you! particolare, ch'i grido di gioia, di dolore, di superlativa am- 
mirazione, secondo i casi, un trillo gutturale , acutissimo, che si 
ficca nell'ossa e sconvolge attorno la pcsante atmosfera inondan- 
' dola di aspre e paurose vibrazioni. 

' II segnale i daio. I cavalieri partono uriando selvaggiamente, 
leggieri come piume spinte dal turbine, si lascian dietro il coHe 
c giunti al piano scompariscono in una dcnsa nuvola di polvorc 
rossastr^at 

Ricompariscoiio di li a poco, ma non interamente: i ora una 
canna cesellaca di fucile che si scorge, ora un manto bianco che 
si gonfia al vcnto, con Tondubzione fluttuante d'un cencio, o una 
vera tesLi di cavallo, feroce nella volutti della corsa precipitosa, 
e tra gli strappi di quel vortice di polvere, ch^ si spande nell'aria 
iosieme con Tacre suo odore, sembrano quelle visioni di fantasmi 
infernally resi pazzi dal terrore c dagli spasimi, e fuggenti versp 
un lontano miraggio di salvezza. 



I^ ARCHIVIO • t<£R Lt fHA6lZlOl<^l t-Ol'OLAkl 

II ventre dci cavalli rasenta il suolo ! corrono Tuno accanto 
all'altrO) confoodendosi in una m'assa sola, ma presto, raggiunto 
un ostacolo qualunque, un rialzo del terreno o un gruppo di piante, 
si scompongono, si allargaao, come frecce partenti da uno stessp . 
fascio per diverse direzioni, segucndo alcuni il piano, altri sor- 
passando tcmerari un poggiuolo e ricongiungendoii i;\ dove il 
piano presenta meno «avvaliamenti ed irregolaritii. 

Un secondo drappello sopraggiungc, urlando, incitando mi- 
nacctosamente quelli del prinio, die di un colpo violento al morso 
schiumoso e sanguinante, girano rapidamente.su se stessi, mentre 
il cavallo annaspando con le gambe d'avanti, si sbizzarrisde nei 
salti piCi pericolosi, si che il cavaliere pare sdori ora con il dorso 
ora col viso il tqrreno, e sul punto d'incontrarsi scaricano il loro 
fucile con la sola destra in aria, o intrecciando dietro il colio le 
braccia per colpire il suolo, dal quale si soileva una nuvoletta di 
po!vere, die dileguasi insieme col fumo turdiino dqlla sdiioppet- 
tata. £ questo il saluto delle piccole coorti di fanatici islamiti, a 
cui risponde il clamore dei lontani spettatori ed il suono lamen- 
tevole dellc loro zampogne. Si uniscono cosi gli uni agli altri cor- 
rcndo sempre vorcicosamentc, facendo strane piroette, scaricando 
altre volte il fucile nell' ardore dellu simulata batuglia c si con- 
fondono infinc in una massa informc, die si muove in uno spazio 
ristretto di terreno^ una ruota girante d' uomini c di animali, di 
gambe, di teste, delta quale nulla si distingue chiaramente, se non 
die ai raggi del sole declinante, vittoriosa un momento ncl con- 
trasto meraviglioso , oppone lo sfolgorio dci colori piii vivi e 
brillanti, dai bornus che biandieggiano come nevi alpine allc bar- 
dature ricchissime, nelle quali I'oro e Targcnto si confondono alia 
luce del sole che li bacia in un*orgia di colori diparati. 

A un tratto quella forma non mai vista di lumihoso astro 
roicante si scompone. I cacalicri partono tutti , come vinti da 
un' improvvisa paura fugatrice, precipitosamente, spcrdendosi qua 
e 11 nella campagna. Ritti sui loro animali, reggendosi solamente 
sulle staflfe, imprimono ai fucili , che tengono pel sommo della 
canna, un moio vcrtiginoso e fulmineo, accordando quei muli- 



IL CARMEVALie IM Tl)Nl$I f} 

nelli con gli urli che erompono dalla loro gola come da quella 
famclica d'una mandria di lupi. 

Su la groppa calpesta del destriero furibondo, compiono al- 
lora esercizi prodigiosi, diabolici. 

Si crgono, come soUevati da una molla potentissima, abbran- 
cando Tana con le braccia, convulsamente, a guisa di spettri in- 
colleriti, si curvano avanii e indietro, con la pieghevolezza d* un 
giunco, in procinto di votar la sella, o di fianco, dopo aver sca- 
gliato lungi il fucile , per riprenderlo nella corsa , ricavalcar de- 
stramente e lanciarne il calcio scolpito nello spazio, per una nuova 
serie di mulinclli vorticosi , fan mostra di smontar da cavallo e 
resiano invecc su d'una staffii sola, si scuotono , si agitano , con 
niosse feline, serpeggiand, minacciando con le braccia protese, con 
esclamazioni strambe, bestiali, che rcstan per meti nella gola an- 
sante, un nemico invisibile, che la loro immaginazione delirante 
si rappresenta per6 quasi palpabile, come nc vedesse Todiata tigura 
li suH'orizzonte, il nemico dell* Islam, della loro fede e del loro 
popoloy che guardano con gli occhi alti e rutiland dal nero me- 
cailico del volto. * 

Cosi vanno, come sospinti da un destino inesorabile , verso 
il nulla d'una giostra che vorrebbero non fosse simulata, correndo 
ovunque, senza fine determinato, infilzando Taria con volutti mor- 
bosa, ritornando ora su la strada fatta , per muovere all* assalto 
generate, ancor che sfiniti dalla stanchezza; un torneamento finale 
da pazzi, del quale non si possono afferrare i particolari , perchi 
sfuggono davanti alio spettacolo confuso e sorprendente di quel 
fatto d'armi simbolico, che da tuttc le sensazioni rudi d'una bat- 
taglia combattuta, che presentasi a volte giocondamente comico o 
tragico al sommo grado , secondo i pensieri che attraversano la 
mente dcUo spettatore non volgare; e intanto che i numcrosi suo- 
natori di tarhouka , tenendo lo strumento monocorde all* altezza 
della fronte, emettono le prime note d'una melopea selvaggia, una 
sorta di ruUo monotono e triste, interrotto dal ritmo, cui s'unisce 
un coro altissimo di voci strane , voci che paion gemiti e assu- 
mono talora la stridente rinomanza d'un rantolo lunghissimo; for- 
Archivio per h tradixioni popolaru — Vol. XXII. 3 



8 ARCrilVlb PER LE fRADlZlONl POPOLARI 

mando un insieme lugubre e soienne, che declina di balza in balza^ 
e giunge atP orecchio lontano come T eco spezzata ed osciilaate 
d'un canto funerario. 

Lentamente il sole muove al suo tranionto. Le poche nuvole 
blanche, come attratte daila sua forza gloriosa, lo seguono facen- 
dogli corona. I raggi colpiscono alto la sommiti di esse e piom- 
bano sul suolo, formando un meraviglioso nugolo di luce. 

I cerri numerosi , dovunque sparsi come fiocchi d' un vello 
enormc, rassembrano onde di fuoco, e sulla piu grande massa di 
vapore, cui quelli si congiungono via via, I'astro descrive strane 
ed abbaglianti immagini di cose, torrenti d' oro fulvido^ i quali 
affluiscono tutti ad un gran fiume dai mille colori evanescent!, 
che allarga a poco a poco le sue prode , invadendo tutto quel 
pezzo di cielo. 

Nella vaJlata, un silenzio imponente 4 successo al frastuono, 
ai canti d'un momento prima. Voltandoci, non h piii la vista del 
certame che v'attende. Non piii suoni o gridi furenti. Svaniti i 
bugliori della lotta, i cavalieri han votato la sella e gli spettatori 
hi^ lasciato gli strumenti. Ora li vedete tutti quanti inginocchiati, 
nello stesso atteggiamento mistico e inspirato, rivolti ad Oriente, 
elevare silenziosamente ad Allah la preghiera della sera. 
Tunisiy 26 fehhraro, 

L. Chibbaro. 



LA LEGGENDA DEL PAGGIO DI S. ELISABETXA. 




'iNDAGiNE suUa Icggcnda del paggio di S. Elisabetta h 
condotta dal signor Cosquin * con quella chiarezza, 
quel garbo e quella grazia che rivendicano ai Francesi 
Parte di sapere rendere attractive le questioni piii aride di filoiogia, 
di storia » di ogni altra qualsiasi scienza e che suggerirono al 
Lessing la nota favola della Gallina cieca. 

Famosa h la leggenda del paggio di S. Elisabetta regina di 
Portogallo, il quale da invidioso calunniatore accusato al re di 
araore illegittimo con I'augusta e santa donna, scampo al supplizio 
apprestatogli per I'aiuto miracoloso della Provvidenza che, facen- 
dogli 3eguire il consiglio paterno di assistere Hno air ultimo ad 
ogni niessa che vedessc cominciata, lo trattenne dal portar subito 
il faule messaggio ai carnefici incaricati di gettarlo nella calce 
bollente , e spinse invece il calunniatore lui stesso a restare vit- 
tima deiringanno ordito. 

L'A. si propone di scoprire il paese d'origine di questa leg- 
genda, la quale^ se non identica sempre in tutti i particolari pur 
sempre la stessa nella sostau3?a, ricorapare nel "Trontuarium extm" 



> Cfr. Revue des questions bfstoriques, Janvier 1903: « La Legende du Page 
dc Sainte Elisabeth de Portugal et le conte indien des Bons Qonseils » par 
Emmanvel Cosquin. 



20 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

plorum di Martinus Polonus, nel Liber de Donis del frate dome- 
nicano fitienne de Bourbon, in una Cantiga di Alfonso X re di 
Castiglia , nel Libros de los Exemplos di Cleraente Sanchez c in 
altre raccolte di leggende e racconti popolari del ni. c. 

Nessuno ignora poi che Scliiller si valse di una novella fran - 
cese dv Restif de la Bretonne , calcata suUa leggenda del paggio 
di S. Elisabetta , per comporrc la bellissima ballata che va sotto 
il nome di Gang nach dem Eisenhammer, E a proposito di codesta 
ballata il Meyer ndh Allgemeine Zeitung (^^S^2y n. 272-275) voile 
dimostrare che la leggenda in essa contenuta sia d'origine celtica 
ed escludere ogni verosimiglianza di derivazione dal paese che 
suole essere per eccellenza la fonte viva delle novelle e delle fiabe: 
rindia. 

Senonch^ nella Rivista intitolata Indian Antiquary (vol. XVI, 
1887) fu pubblicata per la prima volta una novella Indiana che 
evidentemente t il prototipo della leggenda del paggio di S. Eli- 
sabetta e di tutte le altre consimili che TA. con grande dottrina 
cita e con niolto buon senso ragguaglia per discuterne le altera- 
zioni, dimostrarne il fondo comune o nucleo originario e questo 
rivcndicare alPIndia. 

Noi consentiamo in tuttc le illazioni del Sig. Cosquin, solo 
non vediamo ancora ben chiaro nella storia della formazione della 
leggenda sul suolo stesso dell'India. Poiche h novella pubblicata 
neWIndian Antiquary h moderna , T A. e costretto a sostenerc la 
tesi che un racconto ancora vivo suUa bocca del popolo e rac- 
colto ai giorni nostri possa conservare e rivelarci i suoi linea- 
nienti originari assai piii fedelmente che non lo stesso racconto 
da secoli rimaneggiato e fissato in forma letteraria da un autore 
qualunque. In altri termini , lo scrittore sia pure antichissimo, c 
moke volte meno fedele della tradizione orale , sia pure recen- 
tissima. 

E questo appunto si sarebbe avverato nel caso nostro. 

La leggenda ddVIndian ^Antiquary non si rinviene, cosi come 
b apparsa recentemente alia luce, in nessuna delle antiche raccolte 
indiane di novelle, e originaria deir India meridionale cd h stata 
pubblicata per la prima volta nel 1887. 



LA LEGGENDA DEL ^AGGIO DI S. ELISABETTA it 

Nc diamo qui un breve sunto : 

Un vecchio brahmano die aveva ricevuto da suo padre 
morentc tre consigli : « Non rifiutare mai, se ti t offerto, il pasto 
del raatdno » ; « Non rivelare mai quelle che i tuoi occhi hanno 
veduto » ; a Servi come meglio puoi il tuo re » , si reca ogni 
mattina presso il proprio re a ripctergli questa sentenza : « Se si 
semina il bene si raccoglie il bene, e se si semina il male si rac- 
coglie il male». II sovrano che ha posto grande fiducia nel vec- 
chio brahmano, gli comanda, in un giorno consacrato al digiuno, 
di recarsi nel gineceo a prendergli una scimitarra che aveva quivi 
dimenticata. Neirattraversaro il giardino del gineceo il brahmano 
sorprende la regina in colloquio amoroso col ministro, ma me- 
more del secondo dei consigli paterni^ nulla dice di quello che i 
suoi occhi hanno veduto. D\iltra parte la regina temendo di averc 
ad essere denunziata dall'lmportuno testi>none della sua colpa, lo 
accusa di aver voluto sedurla , onde il re in un impeto d' ira, 
fatti venire due suoi ministri di pena, ordina loro di recarsi alia 
porta orientale della citti, apprestarvi una gran caldaia d*olio bol- 
lentc c in questa gettare Tuomo che al mattino segucate sarebbe 
venuto a chiedere: « £ stata eseguita ogni cosa ? » Chianiato quindi 
il povero calunniato , il re gli dice : « Va* domattina alia porta 
orientale, quivi vedrai due uomini accanto ad una caldaia e tosto 
domanda loro se i stata eseguita ogni cosa ». 

Di nulla sospettando si avvia il brahmano al sito designate, 
ma per via un amico lo incontra e lo invita a mterrompere il 
digiuno e a dividere con lui il pasto del mattino. Rammentandosi 
del primo dei consigli paterni , il brahmano non osa opporre un 
rifiuio airinvito dell'amico e risolve d'eseguire dopo il pako Tor- 
dine del re. Intanto il ministro colpevole messo a parte dalla re- 
gina della condanna pronunziata contro il meschino e vago di co- 
noscere se era stata eseguita, corrc alia porta orientale; rivolge ai 
due camefici la fatale domanda e viene tosto gettato nella caldaia 
d'olio boUepte. Sopraggiunge il brahmano a far la stessa domanda 
e a lui si risponde che ogni cosa e stata eseguita. Quando il re 
vedc tornare il brahmano, gTimpone, sotto minaccia di morte, di 



11 AkCHIViO PER LE TRADI?IQNI POPOJLAEr 

spiegargli il mistero e confessargli tutta la veritii, talchi il povero 
vecchio raesso alle sirctte svela finalmeiite quelle die i suoi occhi 
avevano veduto. La regina si ha allora la debiia pena e J il brah - 
mano e assimto al grado del ministro inorto. 

Godesto racconto moderno originario dell'lndia delSud, sc- 
condo r A. y ci ha coDScrvato piCi fedelmente il tipo pritnitivo. 
Per6 la novella indubbianicote affine che si trova nel KathdsarU- 
sdgara di Somadtvabhatta e precisamente nel terzo libro intitolato 
Ldvdfiakalambaka (cap. VI), rappresenterebbe, a detta del Cosquin , 
una deviaztone dal tipo piu antico e originario. 

Esaminiamo dunque un po' pii da vicino la novella di So- 
madeva ' ! 

«Viveva anticamente un brahmano che aveva due figliuoli, 
di cui tl primo, detto Somadatta^ era stolco, indisciplinato ma di 
bello aspetto ; nientre il secondo , chiamato Fai^vdnaradalta , era 
intelligente, disciplinato e amante.dello studio. I due fratelli pre- 
sero moglie e, morto il padre, si divisero per raeti 1' asse eredi- 
tario. II secondogenito si cattiv6 la stinia e la benevolenza del re, 
ma il primogenito intollerante degli obblighi imposti alia sua casta 
c per hatura leggiero , segui la carriera militare. Un giorno un 
aniico di suo padre vedendolo bazzicare gente di casta abietta, gli 
rivolse aspre parole di rimprovero, alle quali lo svergognato fece 
segufre una pedata. E 1* altro indegnatissimo , lo denunzi6 al re , 
onde alcuni soldaii vcnnero per arresiarlo, ma furono sopraffatti 
dagli amici di lui accorsi armati in sua difesa. Accecato dall' ira 
il re allora comaad6 che fosse subito impalato, ma.ecco nell'atto 
deU'esecuzione cadere repentinaraente a terra la persona veneranda 
che lo aveva denunziato ed i carnefici diventar ciechi. Per que&to 
miracoloso evento e peramore al fratello rainore , il re gli fece 
grazia; per6 Somadatta, sentendo d cssere in disgrazia del sovr^no, 
voile cambiar paese , ad onta che ci6 gli costasse la perdita dei 



> Ml valgo del tcsto sanscrito edito da Durgfiprasdd e HdfvuUh Pmdurang 
Parab, « Sirnaya Sagara « Press, Bonjbay 1889. 



La LHGGEKDA del PAGGIO 5i S. ELl^BfittA i^ 

suoi beni. Pjlrtl, ed essendo privo di mezzi , si avvi6 in una fo- 
resta per cercarvi un terreno adatto all* agricoltura. Non tard6 a 
trovaflo con in mezzo un maestoso Aguatlha {Ficus Religiosd). 
Coi suoi rami fronzuti quest'albero riparava dai raggi solari cosi 
come Tautunno con le sue nuvole benefiche, e scorgendolo, molto 
si rallegr6 Somadatta. «Io prometto devozionc alio spirico che 
risiede in questa pianta)), esclam6 egli, e girando a destra in segno 
d'onoranza, fece un profondo inchino. Mise niano subito ad arare 
non senza aver fatto prima V offerta all* A^vattha , e sotto i suoi 
rami dimorava giorno e notte v\h di li si spiccava per prender 
cibo, ma questo si faceva portare dalla moglie. Maturate che fu- 
rono le biade, voile la fataliti che i nemici irrompessero in quella 
terra e ogni cosa devastasiero. Non si perse d'animo Somadatta, 
chi, partito il nemico, rifece Tofferta alV Afvattha e ripigli6 stanza 
alle sue radici. Una notte che accorato non gli veniva fatto di 
dormire, senti uscire dairinterno deiralbero una voce che gli dice- 
va : «r Orsfi , Somadatta , io sono soddisfatto della tua devozione, 
per6 vanne nel regno del principe Adilyaprabha dopo che avrai 
apprese da me le preci vespertine e quelle relative al fuoco sacro. 
poniti alia porta della camera reale e quivi ripctutamente recita 
questa sentcnza: « il mio nome h Phalabhuti e son brahmano e vi 
dico che chi hne fa , bene oitiene ; e chi tnale fa , male ottiene ». 
Cosi dicendo tu diventerni sommamente prospero. Impara ora da 
me le preci da recitarsi ai crepuscoli e le altre che si debbono 
mormorare libando nel fuoco, e sappi che io sono un YakshaTu \ 
Lo spirito infatti insegn6 come per incanto le preci a Somadatta 
e finalmente si tacque. II giorno dopo il fortunato brahmano, im- 
postosi il nome di Phalabhuti , cosi come gli aveva ordinaio lo 
Yaksha , si pose la via tra le gambe in compagnia della con- 
sorte , e dopo avere traversato moke aspre foreste che V una al- 
r aitra si succedevano » simili ai guai che si lasciava dietro le 



> Cos! vien chiamata una specie di esseri mitici. semidei al servizio del dio 
della ricchezza Kuhera. 



±4 All(!HtVlO PAR L£ fRADl^Iom t^OPOLARl 

spalle, raggiunse finalmente il regno di Adityaprabha. Corse subito 
ad appostarsi dictro la porta della camera del re c quivi recitate 
le preci insegnategli dallo Ydksha ^ ripetutaraentesi pose a dire: 
Chi bene fa^ bene ottiene; e chi male fa^ male ottiene. E il re mara- 
vigliandosi e vago di saper chi fosse lo strano uonio che non si 
stancava dal ripetere contiiiuainente la stessa sentenza , comand6 
che lo adducessero in sua presenza. Appeiia fu al cospetto reale 
ccco Phalabhuli intonarc la solita litania , talchi il re c tutti i 
presenti diedero in una gran risata c colmarono il nuovo ospite 
di doni d*ognl specie. E cosi Thalabhuti divent6 il favorito del re . 
«Un giorno Adityaprabha tornando dalla caccia entro ina- 
spettato nel gineceo , ed insospettito dull* acteggiamento confuso 
del portiere, s' inoltr6 negli appartamenii interni e con suo mas- 
simo stupore scorse la regina Kuvalaydvali in atto di adorazione, 
nuda, coi capelli irti, gli occhi chiusi , la fronte rigata di minio, 
le labbra treniule, bisbiglianti una preghiera. Stava essi in mezzo 
a grandi cerchi dcscritti sul suolo con vari colori , ed aveva ap- 
prestata un' orribile offerta di sangue , acquavite e carnc umana. 
Sbigottita dalParrivo improvviso del re e tutta confusa ricopren- 
dosi di un manto, al consorte che, promettendole 1' impuniti, le 
ingiungeva di spiegargli quel mistero , raccont6 come da giovi- 
netta, persuasa dalle amiche a pagar tributo di adorazione a Ga- 
nefUy il dio rimoviiore d'ogni ostacolo \ si reco ad onorarne un 
idolo che si trovava in sito rccondito del giardino. «Q.uand*eccoi> 
continu6 la regina, wal termine della mia adorazione vidi le mie 
amiche salire e librarsi in aria per mirabile arte di magia, onde 
io chiamatele volli che mi spiegassero cosi inandita maraviglia. E 
quelle mi affermarono che una siffatta abili^i dipendeva dal ci- 
barsi di came umana, come aveva loro insegnato una ccrta brah- 
manessa di nome Kdlardtri maesira di arti magiche. Desiderai di 



« Ometto tulta la storia di Umd che per non avere adorato Ganefa, non 
ottcnne il figlio desiderate, come quella che b un episodio a s^, privo affatto 
di legamc con la leggenda di 9haJabhdiL 



LA LEGGENDA DEL PAGGIO DI S. ELISABETTA 2$ 

esserc iniziata anche io in quelle arti , per6 le mie aniiche mi 
addussero Kilaratrl perche mi ammaestrasse. Era costei brutta ed 
orrida a segno che scmbrava aver voluto il Creatore mostrare in 
lei tutto il suo magistero nclla creazione della deformiti. Essa mi 
insegn6 alcune formole magiclie , mi diede a mangiare came u- 
mana, e tosto insieme con le mie amiche potei salire e librarmi 
neiraria. Cosi, o Sire^ sin da giovanetta ho frequentata la com- 
pagnia delle Ddkint ^ e gii molti uomini furono divorati da me 
e dalle mie compagne. Ascolta intanto questa novella: 

« Marito di Kdlardtri era un brahmano di nome Vtshnusvimi 
che per la sua dottrioa nei Veda accirava scolari da ogni parte 
del mondo. Tra questi ve n'era uno chiamato Sundaraka in cui 
la venusti della forma era bellamente ornata dal buon costume. 
Di lui s'innamor6 Kdlardtri ed un giorno che il marito era as- 
sente, cerc6 di piegare il giovane alle sue voglie impudiche. Quando 
si vide da Lui ributtata si conficc6 le unghie ueile carni^ si lacer6 
coi denti la persona, e fattasi trovare al marito con le vesti e i 
capelli in disordine accus6 il giovane di averle voluto far vio- 
lenza. Oltremodo adirato il brahmano, con Taiuto degli altri sco- 
lari, scaric6 addosso alio sciagurato Sundaraka tanti pugni, calci, 
e colpi di bastone che presto lo ridusse fuor di sentimento e se- 
mivivo rabbandon6 sulla pubblica via. Ravvivato dall' aria fresca 
della notte Tinfelice iorn6 in sjb e dopo essersi in varia guisa la- 
mentato dell* ingiusto trattamento del maestro , cerco rifugio in 
una stalla di bovi. Meutre si stava quivi rimpiattato, ecco soprag- 
giungere, seguita da una schiera di Ddkiui^ la strega Kdlardtri ton 
in mano un pugnale snudato, orribilmente sibilando e vomitando 
fuoco dagti occhi e dalla bocca. Pieno di sgomento Sundaraka 
recit6 alcuni scongiuri che lo resero invisibile alia strega la quale, 
avendo mormorato una formala magica che Sundaraka tenne a 
meme, fece subito montar in aria quella sulla con tutte le persone 
cbe vi stavano dentro e si diresse alia volta di Ujjayint. Quivi 



' Specie di femniice di Lemuri che si cibano di came umana. 
Archivio per le tradi{ioni popolari, — Vol. XXIL 



26 ARCHIVIO PmL LE tRAblZtONI POPOLAI^I 

giunta Kdlardlri recito la formoia magica della discesa c tosto la 
stalla venne giCi piaii piano per Taria c si ferm6 in un orto. Le 
strcghe si recarono nel cimitero a compicrvi macabri riti e Sun- 
daraka tormentato dalia fame svelse in quell' orto alcune rape di 
cui si nutri. Nel cuor della notte torn6 Kdlardtri nella stalla ed 
in virtu delle stesse formole magiche si compi per aria il viaggio 
di ritorno. Appena le fattucchiere si furono sbandate per tornare 
ciascuna alia propria abitazione , Sundaraka si rec6 presso alcuni 
suoi amici ed ottenne vitto gratuito in un ospizio di carit4. Un 
giorno nel niercato lo scorsc Kdlardtri e avvicinandosigli procur6 
con maggiori insistenze di farlo accondiscendere alle sue domande 
d'amore. Ributtata per la seconda volta, la Strega si lacer6 il man- 
tello e raccont6 al marito die Sundaraka Taveva inseguita, mal- 
menata e ridotta in quello stato. II brahmano piCi sdegnato che 
mai avendo fatto proclamare il giovane degno di morte , f u ca- 
gione che gli venisse tolto il cibo gratuito nell' ospizio : talchi 
I'infelice stanco di tanta persecuzione, risolvette di mutar paese e 
torn6 nella stalla sperando di riudire da Kdlardtri la formoia ma- 
gica della discesa, avendo tenuto a mente soltanto quella della sa- 
liu. Infatti Kdlardtri venne , e come prima si compi il viaggio 
aereo fino ad Ujjayint, ma nemmeno questa volta riusci il giovane 
ad afferrare e a rammentarsi della formala magica della discesa. 
Egli raccolse nell'orto molte rape, di alcune si cib6, le altre tra- 
sport6 nella stalla e con Kdlardtri fece ritorno a Kdnyakubja. 
AlPalba si rec6 al mercato con le sue rape per venderle, ma al- 
cune guardie glie le presero senza pagargliene il prezzo. Ne segui 
una rissa, Sundaraka fu ammanettato, tradotto in presenza del re 
ed accusato di aver percosso con pietre la forza pubblica dopo 
essersi negato a spiegare come mai in quella citt^ di Kdnyakubfa 
egli vendeva rape che crescono soltanto nel paese di ihCdlava. Gli 
amici che avevano seguito il giovane dal re chiesero in grazia di 
poter salire coi ribelle sul terrazzo d'un edificio, promettendo che 
avrebbero quindi spiegato tutto il mistero. II re accondiscese e 
con suo stupore vide salire in aria Tedificio su cui Sundaraka era 
monuto coi suoi amici. Giunto a Praydga (Allahabad), il giovane 



LA LEGGENDA DBL PAGGIO DI S. ELISABETTA 2J 

fece fermare Tedificio in aria, ma ignoramlo la forniola della di- 
scesa fu costretto , per scendere , a precipitarsi dall* alto gii nel 
Gange. Awicinatosi ad un re che faceva il bagno nel fiunne, gli 
disse d' essere un gana o seguace del dio Qiva; onde ne ottenue 
grandi onori ed un palazzo pieno di ricchezza e d' ogni magnifi- 
cenza. Finalnoente Sundaraka contrasse amicizia con un siddha \ il 
quale gl'insegno la formola magica della discesa talchi egli poti 
tornare col suo splendido palazzo a Kdnyakubja viaggiaado per aria 
e scendendo comodamente dair alto. Ed apprendendo il re quel 
miracolo fece chiamare il giovane e gli chiese di narrargli come 
mai ^ii fosse venuto in possesso di simili ani soprannaturali. £ 
Sundaraka allora gli raccont6 tutte le sue avventure e le persecu- 
zioni di Kdlardtri. Fu costei condannata dal re al taglio delle o- 
recchie, ma per opera delle sue magie essa seppe rendersi invi- 
sibile e sottrarsi alia pena meriuta. II re intanto la bandi per sem- 
pre dal regno e colm6 Sundaraka di onori e di dovizie* 

ccCosi avendo narrato al consorte la regina Kuvalaydvali lo 
invito a partecipare ai riti delle Ddkini onde rjuscire a mettersi 
a capo dei monarchi della terra; ma il re respinse sdegnosamente 
la proposta, chk gli metteva ribrezzo il solo pensiero di cibarsi di 
carne umana. La regina allora minacci6 di togliersi la vita ove 
egli avesse voluto persistere nel suo diniego ; e il re finalmente 
cedette e fu da lei situato nel cerchio magico dove essa aveva 
compiuto i suoi sortilegi. Gli disse quindi: a lo qui voglio attirare 
il bramano ThalabhAil per immolarlo, ma duro fatica per riu- 
scirci; pero h meglio che mettiamo a parte del nostro disegno un 
cuoco il quale curer4 di scannarlo e di cuocercelo. Non vuolsi 
aver qui compassione, imperocch^ oHFrendo e mangiaado le carni 
di \\x\y acquisteremo una potenza magica perfetta ». Fu fatto venire 
il cuoco e con blandizie i due coniugi se lo cattivarono e gli 
dissero : « Tu devi ammazzare quegli che a te venendo pronunci 
queste parole : oggi il re tnangerh in compagnia della regina , perd 



Specie di semidio in po5sesso di poteri soprannaturali. 



28 ARCHIVIO PER LE TRADIZlONl POPOLARt 

appronta subito il pran^o; e dopo che I'avrai accoppato, delle carni 
di lui ci farai iin piatto dolce». II cuoco promise che cosi avrebbe 
fatto, e il mattino seguente il re diede ordine a Phalabhiiti di re- 
carsi nella cucina a dire al cuoco quelle tali parole. Se non che 
il brahmano fu fermato per via dal figlio del re, il quale presen- 
tandogli un pezzo d oro greggio, gli co:Tiand6 di fargliene fare due 
orecchini simili a quelli che lui stesso Phalabhutl aveva ordinati 
per il re. VhalabhiUi si avvi6 dall'orefice e il giovane principc, 
inforniato deH'ordine del padre, and6 spontaneamente in cucina a 
portare il messaggio reale. Ebbe appena pronunziate le fatali p.i- 
role che il cuoco, fedele al patto, gli fu sopra con un coltello c 
lo scanno ; talche poco dopo il re e la regina , senza aveme il 
menomo sentore, mangiarono la came del proprio figlio. Quale 
non fu la maraviglia del re quando il giorno dopo vide il brah- 
mano che tornava portando in mano due orecchini ! Gli chiese a 
chi appartenevano, e quando Taltro gli ebbe spiegata la verid, il 
re si gett6 a terra chiamando ad alta voce il figlio, maledicendo 
si stesso e la moglie e ripetendo ai ministri accorsi e desiderosi 
di notizie, il detto di Phalabhiiti: Chi bene fa, bene ottiene; e Chi 
male fa, male ottiene. Quindi affranto dal dolore decise di abdicire 
c dopo avere consacrato re Phalabh&ti, ad espiazione del proprio 
peccato si gett6 con la moglie sul rogo, mentre un altro fuoco 
lo ardeva : il pentimento ! » 

Confrontando la novella indiana moderna con questa di So- 
madeva , non dobbiamo , come fa il Cosquin , ridurre la novella 
antica a quella parte soltanto che si riferisce a Phalabhiiti y che 
scbbene abbiamo dinnanzi vari episodi di natura differente, quest i 
sono tuttavia legati e saldati intimamente insieme. La diSerenza 
capitale che si osserva quindi tra la novella antica e la moderna 
6 che quest'ultima non h intermezzata da episodi; non forma in 
altri termini, un gruppo di varie novelle ncirultima delle quali si 
riprende il filo della prima. II Cosquin riducendo tutto il racconto 
di Somadeva alia prima e all' ultima parte, in questo e nella no- 
vella moderna, non pu6 trovare se non una sola caratteristica co- 
mune: la subslilntion dc personue, com'egli dice, qni sauve la viclime 



LA LEGGfiNOA DEL PAGGIO DI S. ELlSABETf A 2^ 

disignie. In Somadeva il consiglio salutare non k dato dal padrc 
morcnte ma dallo Yakshay la regina non e sarpresa in colloquio 
amoroso e soprattiitto • manca il motivo delta calunnia che nella 
novella indiana moderna c importantissima come quello ch: dk 
liiogo airukima c piii tipica parte del racconto. 

Orbene ragguagliamo la leggenda moderna con totto il gruppo 
di novelle che in Sotnadeva fanno capj alia storia di Fhalabhuti. 

Del padre morente parla pure Somakv.iy del padre che pero 
invecc di consigli lascia ai figliuoli un asse creJiurio. Segue poi 
il racconto delle scapataggini di SomadiUa di cui nji i parola 
nella novella moderna. II brahmano viene quindi in possesso della 
sentenza che 6 la stessa nelle due leggende. Giunti a questo punto 
abbiamo due episodi nuovi nella novella antici : la lunga storia 
della regina che per imparare Parte di volar per aria divonta dl- 
scepola di Kalardtri e le awcnture di questa maestra di magia. 
Le assonanze tra le due leggende tornano in ultimo, quando cioi 
Phalabhuti h condannato ad esserc scannato e resta vittima invece 
sua il figlio del re. 

Due motivi dunquc che si trovano nella novella moderna, 
cioe quello della scoperta dell' adulterio e Y altro della calunnia, 
sembrano raancare nel racconto di Somadeva. So non che k sin- 
golare il fatto che nel primo episodio intercalato da Somadeva^ si 
tratta d'una regina che viene sorpresa se non d.il brahmano e rea 
di adulterio, tuttavia in attiiudine di magia che essa vorrebbe tener 
segreta ; ed appunio con questa scoperta si concatena poi il tra- 
nello che si vuolc apprestare a Phalahhutiy cosi come nella novella 
moderna il sorprendere che fa il bramano la regina in colloquio 
d'amore h cagione dell'inganno che gli si ordisce contro. 

Ed anche piii strano si 6 V incontrare nel secondo episodio 
inserito da Somadeva^ quello cioe di Kdlnrdtriy Taltro motivo im- 
portantissimo della novella moderna : la calunnia che la donna 
colpcvole lancia contro un uomo innocente. 

Ci troviamo di fronte ad un caso o non & forse pi{i ragio 
nevole congetturare che la novella moderna tradisce rispetto alia 
antica una contaminaziune, una fusione di piu leggende in una sola ? 



30 ARCmVIP P£R LE TRADIZIONI POPOLARl 

A dire 9chiellfM|WMifr la sm optnibne, io credo che la novella 
moderna sia uoa fusione di parecchi motivi che originariamente 
costituivano ciascuno una novella a sh. Lo scrittore quindi in tal 
caso ci avrebbe conservato il tipo antico della leggenda assai piu 
fedelmente che non la tradizione orale. Quando h che questa fu* 
sione avvenne h impossibile precisare: cerco assai prima che So- 
madeva coniponesse la sua raccolta; per6 la leggenda ha peregri- 
nate dair India in Occidente nella sua nuova veste, non gid in 
quella sua originaria ed antichissima che ci h rivelata dal Kalhd" 
saritsdgara. 

Carlo Formichi. 



-♦^:^t(^*-''" 



LEGGENDK POPOLXRI S\CRE. 



II paretajo di S. Carlo Borromeo (Lago Maggiore). 




OPRA un poggio del versante che domina il Lago 
Maggiore avanti a Stresa ed alle isole Borromeo si 
indica il luogo ove il buon San Carlo tendeva le reti 
(il rdccold) ai volatili ed il nascondiglio ove era solito aspettare 
la sua preda. Una curiosa leggenda aggiunge che lo stesso santo 
aveva fatto stendere un lungo filo di terro da quel punto elavato 
airisola Bella sul lago, ove era ed h ancora la dimora priucipesca 
di sua gente, e sovr' esso soleva tar discendere la cacciagione che 
egli trovava cosi gii sullo spiedo al suo ritorno. 



n buco deirometto selvaggio (Alagna). 



In Val d'Otro presso Alagna, dove la montagna forma varie 
punte acute, vi h una escavazione. curiosa che rappresenta una 
specie di sedile o cattedra, detta il buco deirometto selvaggio, e se- 
condo il dialetto tedesco del paese, das mite 'Mandiis Looch. Quivi 
era Tabitazione delKuomo selvaggio (das wilte Mandji), intorno al 
quale corre per le Alpi d' Otro una leggenda accolta neir Alma- 
nacco ValsesianOy per la quale Tometto che se ne viveva tutto solo 



32 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLAKI 

in quella regione anche nel cuore deirinverno, un giorno meiitrc 
tornava dall' aver aiiinio la consueta prowigio.ij d* ac^ui al tor- 
rente d' Otto, fu tentato dal diavolo , il quale gli propose di ta- 
gliare un pezzo della montagiia chc ostacolava i raggi del sole, 
aflSne di rendere fecondi qaei luoghi alia cohivazione del frumcnto 
e della vite, a patto ch'egli gli vendesse la sua anima dopo morte. 
Ma il veccliictto si fece il segno della croce ed il denionio spari. 
L'onietto selvatico coniinu6 a dimorare in Val d' Otro die coti- 
tinu6 a produrre segale e patate '. 

La strada dei Saraceni o del Romani (Alagna). 

II monte Tagliaferro presso Alagna e state, a quanto afferma 
un touriste degno di feJe , piili d' ogni altro deir intera Valsesia 
preso di mira per aftibbiargli favole e leggende. Eccone una: 

« Ai due terzi d'altezza, il versante del monte Tagliaferro che 
prende il nome di coma di Moud , ha una specie di strada die 
pare scolpita a luria di picconi o scalpelli neir orrida parete , il 
cbe, secondo taluoi, diede il nome al monte. £ questo uno scherzo 
di natura, perch6 quella strada non presenta scopo di sorta, avendo 
ai due capi orridi precipizi; ma la leggenda si impadroni di essa, 
e la dice costrutta ora dai Saraceni, cd ora dai «Romani » ^ 

La spina del drago {Logo (TOrtd). . 

Nella chiesa deirisola di S. Giulio si trova appesa alia volta 
della sacristia una enorme vertebra di qualche antico rettile della 
eti antidiluviana, che la tradizione locale vuole sia quella di uno 
dei draghi acquatici che vennero cacciati da San Giulio , quando 
egli nella seconda meti del secolo IV vi approdo , attraversando 
il lago sopra il suo mantello ed usando. del bordone a guisa di 
remo. 



« Vcdi C. Gallo, In Valsesia^ NoU di iuccuino, Torino, Casanova 1884, 
fag. 185-1 86« 

» C. Gallq, op. cit., pp. 219-220. 



L£(k;ENDE PO^OLARI ^ACR£ 33 

La strada della Madonna {Varallo). 

Chi va all' ormai celebre Sacro Monte di Varallo vede di- 
partirsi, a destra della vecchia strada del monte, una scorciatoia, 
piili stretta e pifi ripida, che h chiamatu volgarmente la strada della 
Madonna. La popolare credenza vuole che un tempo la Madonna 
sia venuta veramente a vedere il Sacro Monte ed abbia preso 
questa breve strada. A questo riguirdo scrive un doiito visitaiore 
ioglese e critico d*arte test^ rapito agli studi: « Non esiste tuttavia 
alcuna genuina tradizione a questo riguardo e la credenza pu6 
ascriversi ad un passo malinteso del Fassola e del Torrotti, i quali 
dicond che la strada principale rappresenca il sentiero preso da 
GesCi stesso nel suo viaggio al Calvario^ mentre I'altra simboleggia 
la scofciatoia presa dalla Vergine> quand6 and6 a respingerlo dopo 
la sua risurrezione» ^ 

La pietra del Santo Sepolcro {Varallo). 

Sotto un portico del fabbricato del Santo Sepolcro sul Sacro 
Monte, ove si ebbe in animo di fare una fedele riproduzione dei 
luoghi santi dal (ondatore Bernardino Caimi nel i486, si trova 
infisso nel muro un grosso lastrone che si dice fu trovato sul 
luogo quando ricominciarono i primi lavori del Santuario; e ci6 
che parve portentoso si i che quella pietra per qualita e propor- 
zione sarebbe del tutto simile a quella che copre il vero sepolcro 
di Gesi Cristo a Gerusalemme *. 



» Samuel Butler, Ex voto , Studio ariislico sulk opere d'arte del S. Monte 
di Varallo e di Creay edlz. it. tradotta dall'inglese per cura di A. Rizzetti. No- 
vara 1844, pag. 161. 

* S. BuLTER, op. cit., pag. 278. 



Archivio per le tradiiicni popolari. — Vol. XXII. 



J4 AftClllViO MER LE fRAftmdtfl ^dK)LAtt 

n pozzo del Beato (Ceranoy 

Quando il corpo del Beato Pacifico da Gerano, morto il 4 
giugoo 1482 in Sardcgna, ove era andato a benedir la crociata per 
missione del pontefice Sisto IV, venne portato nella patria nativa 
avvolto nelle balle di lana, ove era stato nascosto per sottrarlo 
alia cupidigia dei depredatori di cose sacre, le campanc di Cerano 
improvvisamente suonarono da si stosse a festa. La salma pre- 
ziosa venne la prima volta deposta sopra il pozzo d'una contrada 
che chiamavasi di Castello e da allora il pozzo divent6 miracoloso 
e le sue acquc non cessarono di far grazie agli ammalati d* ogni 
sorta e non si asciugarono niai. Esso vien chiamato volgarniente 
il po:^io del Beato e reca incisa la seguente iscrizione : 

Dal sardo lito le redente spoglie 
Del Beato posdr su queste sponde ; 
Gente venite a ber se mal vi coglie 
Gie d'ogni grazia salutare c I'onda. 

Antonio Massara. 



GIGANTI E SERPENTI '. 



Serpenti sotterranei. 




£ qualche cosa vi e di veramente bestiaie nella ma- 
niera di procedere del drago, questo i il suo sbucare 
da una fenditura della terra; non solo ci6 pu6 essere 
derivato dalla segretezza y con cui il rettile latet in herba » ma k 
nota r esistenza di serpenti scavatori , che passano tutta o meti 
della loro vita sotterra ; e i coccodrilli che subiscono il letargo 
estivo per mancanza d' acqua vengon fuori al ricominciar delle 
piogge, lanciando in alto grosse zoUe di terra, come se avvenisse 
Teruzione di un piccolo vulcano ': e percii s'immaginarono ser- 
penti, che custodiscono Toro nascosto sotto terra, e periino por- 
tano luigi d' oro e quadrupli spagnuoll nello stomaco ^ , come il 
timavo e il carpione , che si nutrono d' oro ^. II mostro uraano 
abita piu generalmente le caverne , e lu scavu dalla novella sici- 



■ Continaazioae e fine. 

Per equivoco questa medesima indicaztone venne notata a p. 449 del vol. 
XXI deWArcbwio, 

* Brehm, III, p. lox e passim. 

3 Uhomme de toutes cotdeurs, Blad6, II, 6. 

4 kin. I, XXV, 6. 



36 ARCHIVIO PER LE TRADI210N1 POPOLARI 

liana, die sguscia fuori dalla terra *, come parccchi (non dico 
molti) altri, possono ricordarci il mostro serpenrino, benche sia 
difficile stabilire quaoto altri coefficienti , principalissimo la posi- 
zione sottcrranea del regno dei morti influiscano caso per caso 
sul mito, 

Serpenti marini. 

Ma, quando sentiamo parlar di mostri marini, non possiamo 
nutrir alcun dubbio sulP origine del mito. Considerare i draghi 
come spiriti aquatici h una enorine esagerazione , alia quale si 
spinse il Simrock * pensando sopratutto alia Jormundgandr; raa 
in realii che nioltissimi draghi siano aquatici e vivano nei laghi, 
nei fiumi, nelle paludi e nel mare, h vero non solo miticamente, 
ma corrisponde a cio die awiene in natura. Per citare i piii ter- 
ribili, vivono appunto nei fiumi i coccodrilli e i caimani, c mol- 
tissimi peropodi vivono nellc foreste ricche di corrcnti, nelle quali 
passano la notte depredando, mentre durante il giorno si godono il 
sole in vigile sonnolenza presso alle sponde del fiumc; i coccodrilli 
anzi tengono quasi sempre la coda all' umido. Del resto tutti i 
serpenti sono abili nuotatori , e nessun rettile, neppur quelli che 
hanno un'invincibile avversione per Telemento liquido, perirebbe 
sott'acqua ^ Completamente marini poi e di tale costituzione che 
non riescono a vivere piCi di tre giorni fuori del loro ambiente 
sono gli Idri, una famiglia abbastanza ricca di serpenti velenosi, 
che abitano I'oceano indiano in vicinanza delle coste. Onde non 
e meraviglia, se il poeta del Ramayana dice cost spesso ^ il mare 
sede di mostri, pieno di serpenti accesi e vaganti fra le linee del- 
I'onde, ricetto di rettili striscianti, asilo di coccodrilli e di mostri 
aquatici. Come ho gi4 accennato, ogni animale vorace c di no- 

I Altre volte invece ^ dato al drago un vero palazzo: uoa torre ha la re- 
gina delle vipere in Pieds d'or (cit.), una torre In mezzo al lago ha il dragone 
dei tre re del Basile (IV- 3). Comunissimi sono poi ( principi serpenti che abi- 
tano grandi palazzi (La bcUa menina, Coelho, 29). 

» Cfr. Wasserriesen, Ap. 258. 

5 Brehm, III, p. 15 e passim, 

A V. p. c. IV, 9, 60; V, I, 5, 7, 9, 15, 74; VI, I, ecc. 



GtGANTl E SERPENti yj 

tevoli dimensioni allungate, se non i fornito di lunghe gambe, h 
assimilato con facilitii al serpente. I pesci, dei quali taluni sono 
cosi somiglianti nella forma del corpo ai rettili che la scienza 
stessa ha dato loro il nome di Oiidiiy ed altri^ come gli Ofiocefalt, 
difficilmente si distinguerebbero , se si guardasse alia loro testa 
soltanto, dovevano con piu frequeoza esser soggetti a questa con- 
fusione* La forma allungata del corpo privo di zampe, la grande 
bocca armata di denti acutissimi, il veleno, di cui taluni come il 
Trachino dragone e il Trachino vipera sono forniti, doveva ne- 
cessariamente richiamar V idea dei rettili terrestri ; tanto piii che 
le pinne estesissime di parecchi pesci, che sc ne servono per spic- 
care dei salti notevoli cd anche per librarsi al di sopra delle on J c 
fine a svolftzzare attorno alle antenne dei bastimenti poteva dare 
occasione alia creazione di mostri alaii (ho sentito io in un croc- 
chio di popolani formarsi le ipotesi piu assurde sulla facolti di 
volare a distesa e di compire trasmigr^zioni di uno squalo enor- 
me dalle pinne sviluppatissime, pescato or non ^ molto nel marc 
di Messina) ';ed anchc la fa^oitilfc, che hanno molti pesci di star 
lungamente fuori dell'acqua (citare esempi sarebbc superfluo) e di 
arrampicarsi con facilitii sugli alberi, come YAnabas scandens che 
ne ha perfino tratco il nome , e meglio ancora il Perioftalmo di 
Schlosser, costituiva un'altra affiniti apparente coi rettili fluviali^ 
che passario una gran parte del giorno all'asciutto. E Taspetto 
quasi completamente serpentino di alcuiii pesci, quali le murene, 
il grongo e soprattutto le anguille cosi meravigliose per la loro 
tenacia vitale, che oltrepassa quella di taluni rettili, i noto lippis 
et tonsorilHts. Ni 11 popolu (c, non intendo parlare degli infimi 
strati solamente) distinguerebbe con facilitii un grosso cet^ceo 
dagli altri grandi animali marini; e appunto per questo sono per 
noi ben poco significanti le dispute, che si son fatte intorno al si- 
gnificato del Leviathan, il quale in Giobbe ' h Timmensa bestia, che 
mostra la potenza del creatore, mentre nel Talmud ^ il cibo dei 
beati^ e che secondo taluni moderni & la balena, secondo altri il 



' Vedi /.'Or/I. Palermo, 13 luglio 1901. 
» XL, 20.28, XLI. 



}8 AHCHIVIO PEH L£ TRADfUONl POPOtAftl 

coccodrillo, bendh^ mi scnhbri pi6 probabile la seconda opinione, 
'giacchi non comprcndo come mai si possa attagliare alia balena 
d6, che il poeta dice ' dellc fittc scaglie e dei terribili denti di 
cui ranimale i aniiato. L'immagine die il poeta aveva presente, 
era qurila di un immenso mostro che fa ribolKr V acqua come 
una pemola , e gli assegna carateeri , che abbiamo visto cosi 
spesso iaittribaiti al drago. StemutaHo eius splendor ignis y ei ocuH 
iittSy ut palpebrae diluculi — de ore eius lampadts procedunt , sicut 
taedae ignis accensae; de nnribus proctdit fumuSy sicut ollae sncansae 
atque ferventis — halitus eius prunas ardere facit, et flam ma de ore 
eius egreditur ': Ma se noa la balena mostro immenso ma terri- 
bile solamente ai piccoli animali oceanici, e della quale del resto 
i difficile che i popoli meridtonali avessero notizia, altri immensi 
e voraci dominatori del mare, pesci o cetacei poco importa, do- 
vevano confluire in quella grande corrente della fantasia popoiare, 
che chiamiamo drago. Abbiamo. perfino visto una mustela, la 
lontra> continuamente confusa o nel nome o neir immagine coq 
la vipera. Corpo di loiitra ha anche il basilisco delta Guascogna ' 
e simile ad una lontra marina h TAtJinkai^ mostro degli indiani 
Katapuy« dell'Oregon; e un carattere diabolico assume questo ani- 
mate neirEdda e in Afanasief ^. 

Leggenda e preistoria* 

Del resto gli immensi mostri marini, identiiicati per to piu al 
serpente^ non solo si spiegano psicologicamente per via di analogie 
e di affiniti^. Che i rettili fossero i veri signori del mondo nell'epoca 
mesozoica, che coccodrilli lunghi fino a sessanta piedi dominassero 
sulla terra, pterodattili e grandi saurii alati infestassero Taria e sui 
mari del Giuras signoreggiassero Plesiosauri ed Ittiosauri dalia 



' Giobhe, XLI. 

• Id., 9-12 (cito secondo Ted. di Mons. Martini). 

3 Le Basilic, Blade, II, 58. A. S. Gatschet, ff^ater monsters of anurican 
Aborigines, in Journal of American Folk- Lore, XII, p. 255. 

4 De Gubbrnatis, Zaoi. Myth,, II, cap. V. 



filGANtl E ifiRPENni^l ^^ 

schieoa di pesce, smtsurnd, nessuoo riterr^ ormai ucut favola. Dt^^ 
scutere V importanza di queste coincidenze , che come V enorme 
maggtoranza di tuttc le coincidenze, non possooo sembrar (rrtuite 
cbe ad un osservatore frettoloso e pregiudicaro, oltrepasser^bbe i 
miei limiti e il mio sapere. A noi bastor4 notare die almeoo i gi- 
ganti pietrificati come li ebbe a chiamare il Lioy S i resci fbssili 
di animali preistorici hanno influito, se non altro, sporadicanaente 
sulle leggende di smisurati raostri divoratori. La rivista parigina, . 
l^s traditions populaires , raccoglic sotto una rubrica dal titolo 
troppo superiore alia trattazione {traditions prlbistoriqucs) le bVevi 
leggende, che si narrano intorno a un tumulo mcgalitico o a un 
fossile vertebrato; e del resto h noto che tuite le famose scoperte 
di giganteschi uomini preistorici (celebri soprattutto i preadamiti 
di Schcuchzer) non erano che scheletri di mammuth o di altre 
bcstie colossali delle epoche anteriori. A questo proposito il Gat- 
schet ' ha un'inter<ssante notizia sulla parola Unktchi o Unktexi^ 
la quale presso i Dakota vale (c il loro Nettuno o divino gover- 
natore delle acque , il cui nome designa anche un mostro favo- 
loso della profonditi e la balena del mare salato. In realt^ link* 
t^hi significa qualunque grande animale, perchi & anche adope- 
rato a nominare qualche bestia colossale estinta, i cui schdecri di 
tanto in tanto sono scoperti dagli Indiani )>. La signiEcazionc di 
queste parole non sfuggirji a nessuoo; noi vediamo all'evidenza 
ci6 che avevamo afFermato ragionando, il passaggio intendo dire, 
dal grande mostro reale non importa se vivo od esciato al co- 
losso della fantasia ed alia divinit^, che per gradi potrii anche di- 
venir favorevole. 

Leggende dei mostri. maiint 

fisamioare le leggende dei mostri marini poa^ compitonalo. 
Ma baster^ aver mostrato come il serpcnte o il mostco o la bestia 
aquatica (abbiamo visto che cooto si possa teaer dei nomi) si 



I GiganH piitriJicaU \x\ Nu&va Antohgia, i^ maggio 1901, p. 11 a. 
» Cit. pag. 258. 



45 AftCHtVlO PER LE fRADlSEl6NI tot»OLARl 

spieghino beaissimo con analogie della natura , senza ricercare 
spcciose inteq)rctazioni. S'intende bene che di uu antiegato si dice 
che r ha inghiotdto ii mostro , e se viene un* ondau violenta si 
supponga causa di essa un drago immense, e cosi via; ma da ci6 
ad identificare ii fenomeno col mostro^ a supporre die questo non 
sia che il noma di quello ci corre. II popolo ha visto che un 
immenso animate marine, pesce cane od orca che ^ia , inghiotte 
un marinaio ; quando un altro aonega , pensa che , se il mostro 
non ^ a fior d'acqua, sar^ cuttavia in fondo, e inghiottiri V infe- 
lice; la sua fantasia, in apparenza cosi sfrenata, segue invece una 
logica rigtdissima, attribuendo tutti gli eflfetti simili ad una stessa 
causa, quelia che a lui ^ piu nota e pi6 facilmente intelligibile; e 
cosi di ogni annegamento si trover^ I'autore in un mostro inarino 
voracissimo , che sarii n)agari adurato e adulato , a cui saranno 
ofFerte vittimc utpane (il tributo al mostro mariuo) e auribuito 
un pocere di dominazione sull'elemento azzurro. Come doratna- 
tore, egli avrik nelie profonditii marine un palazzo sontuoso adorno 
di tutte le meraviglie e le ricchezze che contiene Toceano (ricbe 
comme la mer , si dice in Guascogna) , potra iniine esser pensato 
come parzialmentc o totalmente umano. Ed ecco un*ahra via, per 
la quale il drago, il mostro si confonde col gigante. 11 mostro 
marino , simile in ci6 ai grandi coccodrilli e in generale ^i ser- 
penti fluviali che passano gran parte della loro vica all* asciutto, 
ha frequenti relazioni con la terra, il che davvero non si poirebbe 
spiegare col simbolo. 

Se, per esempio , il Lenasnizha degli Indiani Peorial fosse 
davvero, come il Gatschet pretende, un fantasma rappresentante il 
baleno che colpisce il lago o il fiume e V ebollizione dell* acqua 
conseguente al colpo (? I) io non capisco davvero come mat possa 
anche vivere sulla terra ; e ci vogliono delle stiracchiature per 
spiegare come le Sirene, il mare ridente e fallace, abitino in una 
isola e Scilla^ il gorgo, abiti nelle rocce e i Nixen della leggenda 
nordica stiano anche sulla sponda. Tutto ci6 rimarrebbe senza 
spiegazione; e non so se il Simrok s\ sia mai domandato come 
pu6 esserc che, se i draghi sono Wassergeister , ne alberghino 



pure tanti le montagne e )e rocce , domanda , che non potremo 
farci noi stessi , che sappiamo esservi non solo serpenti e rettiii 
anfibii in natura , ma altri che preferiscono Ic region! rocciose, 
altri le steppe, aUri i deserti. Noi sappiamo che il serpente i al- 
trettanto hmgo e flessuoso in montagna che al mare; ma il Simrok 
che vede in quella forma , un'immagine delle onde , che cosa ne 
avd pensato, quando avrii sentito parlare di draghi di palude o di 
drnghi, che stanno alle porte di Madrid ? noi sappiamo perchi il 
drago h guardiano di tesori , nia i mitologi , che vedono in ci6 
relazioni simboliche con la fertiliti della terra, si dovrebbero tro- 
vare imbarazzati davanti alb sfinge guardiana di tesori dei Pirenei. 
Lo stcsso potrci dire del fuoco e del veleno, che, secondo i mi- 
tologi, rappresentano ad arbitrio le eruzioni vulcaniche o le ese- 
lazioni della palude; ma, quando Omero ci dice che Scilla aveva 
ire ordini di denti velenosi, dovremo fdrse pensare ad esalazioni 
niiasniatiche dell'oceano ? N6 qui mi fermerei ad osservazioni cosi 
succinte se tale fosse il mio scopo. lo so bene che la risposta alle 
mie domande sarebbe anche troppo facile : il mito s' i a poco a 
poco unianizzato , e non conserva piii la sempliciti dei caratteri 
priniitivi. Ma i appunto questo che non possiamo accettare e con- 
siderare come resto^ frantume (dclriio e la parola che sogliono 
usare) di una creazione arbitraria ci6 che corrisponde alia realti 
delle cose , cercar nellc nuvole ci6 che troviamo ai nostri piedi , 
poichi h assurdo , come dice il Lubbock , supporre che il vero 
derivi dal fantastico. 

Dal mostro marine al gigante. 

II mostro marino sale dunque verso il gigante e perfino verso 
il dio in parte per Tattribuzione di qualui superiori, in parte per 
le continue relazioni con la terra. Come gia s*^ visto per le Lamie, 
anche le Sirene e le Wassernien hanno bellezza e soaviti di canto 
per atirarre gli incauti navigatori , ma checchi si debba pensare 
suir etimologia del nome Nien, nixe e affini, i pure significativo 
che gli antichi glassatori V interprctassero come una germanizza- 

Arcbhno per le tradii^ioni popoJari, — Vol. XXII. ^ 



41 AkfcHlvlo PUk li fRAblZIONi POPOLARf 

zione di crocodllus \ E crudelti e sete di sangue sono generalmcnte 
attribuite a quesii mostri , meiitre raramente appariscono presso 
gli aliri — Ellen delle foresee, dei monti e delle case. 

Un raggio di sangue monta dalla profonditi delle onde , al- 
lorche le Amciulle del mare lianno indugiato nella danza, o la cri- 
stiana rapita partorisce al nix un bambino, o il figllo troppo tardi 
risponde alia sua chiamata *. La bellezza, la soavita della voce, la 
dolcczza pcrfino , con cui talora ricevono gli annegati , non sono 
che caraiteri secondarii ; in certe leggende perfino Rdn , la ladra, 
die rapiscc gli uomini con una rete, come gli dci A\ qualche po- 
polo selvaggio, h talvolta rappresentata come mite; la sua casa, e 
in gcncralc quella di tutti gli spiriti marini , k splehdida , c tale 
ricchczza si addice specialmente a lei, moglie del dominaiore Oegir. 
Come il Grimm ha luminosamcntc dimostrato ^, questa diviniti h 
strettamentc affine a Loki, padre della Jormundgandr e a Grendel, 
il crudele mostro, che nella nottc esce dalla sua palude e, giunto 
nella casa ove gli eroi dormono, uno rapisce e all'altro succhia il 
sangue ^, come quel Grimus eogir di una Icggenda nordica ^ che 
csala fuoco e vclcno e succhia il sangue, simile a vampiro, agli 
uomini e alle bestie, abitando senza difEcolta nell'acqua come nella 
term. Cosi anchc il Racsaso del Panciatantra ^ pu6 vivere nello 
stagno, come airasciutto: ma, simile anch'egli al coccodrillo, nel 
lago divora chiunque si provi a discendervi , a cento a mille a 
ccntomila : fuori invece anche uno sciacallo puo recargli danno. 

Noi sappiamo che nel Ramayana il Racsaso h un vero gi- 
gante , i cui caratteri serpentini , la policefalia e la rigeneracione 
delle parti troucate, non si manifestano che dopo un'attenta osser- 
vazione. Qui egli e un mostro aquatico e, come tale, i piu vicino 
al serpente che al gigante. Un carattere, la cui origine bestiale sia 
pill evidente, h diflScile a trovarsi: tutt'al piii potremo ammettere 



I Grimm, 404. 
* Grimm, 409 seg. 

3 Id., 196 seg. 

4 Grimm, 410. 

5 Id., 849. 
^ V, 10. 



GIGANTI E SERPENTI 43 

che in Orione la focoiti di traversare Toceano donato^li da Po- 
sidone non denoti uii passaggio, ma Egeone, die secondo la Tco- 
gonia ', sta nellc profonditi marine, ove fu sommerso, secondo 
Virgilio , da Posidone , Egeone inventore della nave da guerra, 
giudice della contesa fra Elio e Posidone intorno a Corinto i gii 
un mostro niarino, come dicono gli scolii ad Apollonio Rodio * 
e Ovidio che lo rappresento ' balaenornm.,,. prementem,,, suis im- 
mania tcrga lacertis. Cosi ci appariscono piu vicine alia loro ori- 
gine le sue cento braccia, come le otto mani di Starkadr, il gi- 
gante marino della leggenda germanica , rapitore di donne. Che 
Polifemo che va a lavarsi V occhio in mare graditur per aeqnor 
km medium fluctus latera ardua Hnxit ^ i un particolare , di nes- 
suna importanza se non per stabilire T immensa statura , che i 
pocti attribuivano a! mostro ; mu dobbiamo pensare altrimenti, 
quando ci si parla del gigante della sfinge, (he fa la guardia sopra 
uno scoglio ^ o di quel due giganti paurosi, che nella novella si- 
ciliana * scavano oro sopra uno scoglio o di quell* Aridano del 
Bojardo, che trascina seco i malcapitaii in fondo al lago. Vero k 
che qui h un ahro mondo, palazzi, fonti, giardini; ma non bisogna 
dimenticare che un sontuoso palazzo ha Rdn nella profondita, come 
una torre k abitata in mezzo al lago dal dragone del Brasile;eil 
drac della novella guascone 7, che, anch'egli, mostra potere sulla 
terra, sta in un magnifico castello sottjraarino, ove e circondato 
da tanta ricchezza, che la bella Jeanneton, cui egli ha rapita e che 
non vuole sposarlo, perche non h della razza dei cristiani, 6 legata 
ad una catena d'oro. Lo stesso nome e in Guascogna dato a un 
mostro ass;u meno potente , ma anch' esso aquatico , a quel che 
pare dalla sua abitudine dl inzacchcrar la gentc dallo stagno, nel 



« 8x1-819. 

* Cit. in RoscHBR, tAigeion. 

3 II, 9-10. 

4 Aen., Ill, 664666. 
s Innamorato. 

* PiTRi, 89. 

7 Blad^ I, 34. 



44 ARCHIVIO PER LE TkADIZIONI I-OPOLARI 

quale dimora , in questo pii« vicino al folletto *. Ma il mostro 
marine , che incatena , e una iitimagine molto comune , c nella 
bellissima novella siciliana La Sirena dilu mari *, come nelle doit 
pi^ielle ^ del Basile ha il norae di sirena che del resto rion de- 
signa qui un mostro antropofago. Fcroci sono al contrario le si- 
rene nelle tradizioni guasconi *, in cui quando litigano fra di loro 
si succhiano il sangue, come pare avvenga anche per i Wasser- 
nixen ; e, se qualche marinaio allettato del loro canto, si tuffa, 
esse gli succliiaiio il cervello c il sangue e gll mangiano il fegato, 
il cuorc e la trippa. Cosi ritroviamo le Sirene , com'erano nelli 
antichitA, mostri aquatic!, che tratti da feroci istinti attiravano con 
la bellezza e col canto gl* incauti navigator!; e tali son diventate 
anche le Lamie nelle leggende della Grecia moderna. Solo, le Si- 
rene erano unicamente^ncirampio oceano; ora invece per influenza 
della mitologia germanica non solo i fiumi danno loro ricetto ma 
perfino i laghi. Era appunto sulle rive del lago quella Sirena, che 
veniva ad Orlando per donargli morte : egli con un sistema pi6 
poetico ma meno pratico di qucUo dei compagni d'Ulisse si co- 
perse Torecchio di rose per non udirne il canto; poi Tuccise, e si 
cosparse del suo sangue , la quale h cosi attribuita quella facolti 
di rendere invulnerabile, che abbiamo gii trovata per il drago ^. 
Tutti questi divoratori delle acque non stanno scmprc a fluttuar 
fra le onde, ma abitano in case splendide di ogni bellezza, come 
del resto anche i serpenti marini amano di riposare nelle insena- 
ture dcgli scogli. Ed anche, quando di primo acchito non si no- 
niinano n^ sirene ni draglii, possiamo in generalc affermare che 
v'i qualcosa del mostro marino in tutti quel personaggi , che a- 
bitano palazzl e giardini sontuosi in fondo alle acque, come quelle 
donzellc che custodiscono le armi d' Ettore ncll' Innamorato ^ o 

« Le drac, Blad£, II, 43- 
» P1TR6. 

5 IV, 8. 

4 Les Sirines, BtADfe, II, 62. 
s Innamorato, II, III, 36 segg. 

6 Id., II, XXI, 4S sgg. 



GIGANTI E SERPENTi 45 

quel maghi, cost numerosi, che custodiscono principesse in fondo 
ai pozzi '. Ed e un tratto comune nelle novelie , in cui si narra 
cbe ii padre iascia le figliuole nella casa murata, che esse lascian- 
dosi calare neila cisterna , trovino un bei giardino e un mago o 
un principe, che le seduce. 

Questo ho detto, s'intende, per non parlare che di quei per- 
sonaggi, i quali non vivono del tutto nelP elemento liquido , ma 
in palazzi sottomarini o su scogli o alternando fra Tuno e I'altro 
ambicnte, c si capiscc ch: ho evitaco Jiffj;iJ:r:ni su casi, n:i qi.ili 
la vita anfibia i spiegata per inwV.zo JjILi inj:i:norfj»i, conu si- 
rcbbe qiulla del fabbro del Pont da Pile, che la nottc si trasforni i 
in lontra o del nano Andoari, che assunu Taspjcto di luccio, ina 
tuttavia custodisce il tesoro in una roccia. 

Gli escinpii, nei quali il mostro vive senipre ncl fianu o :ij1 
marc son piu rari, ma ancor meno discutibili, benchi non somprc 
si possa stabilire se siano rappresentati come coscantcmente aqiva- 
tici, o se solo in quel momento agiscano in simil moJo. NeltE- 
gitto di Murate * $i narra d' uha donna , che usciva dall' acqua, 
chiedendo una bestia a quelli, che non riuscivano a vincerla nclla 
lotta ; ma in caso contrario prometteva si sxcssa. Invece non si 
ha nessun cenno di vita terresire per la Racsasa Sinhika, che ncl 
Ramayana sorgc dalle onde Jel mare, c afferra Tombra del pas- • 
santi; e questo 6 nel poema Y unico cenno di Racsasi marini, se 
non si vuole tener conto della frase , in cui si dice che Ravano 
aagita con impeto i mria inconquassabili ». 

Tutti gli altri caratteri, nei quali si potrebbe rintracciare 
qualche vestigio del mostro marino , sono naturalmente di poco 
valore rispetto a questo capitalissimo. fi , per esempio , difficile 
stabilire se la rete nella quale imprigiona gl' incduti la iatma del 
Bojardo (viso di dama e petto e braccia avia , ma tutto il re^to 
di una serpc ria), la quale e nei giardini incanuti sotto il lago 5, 



» P. e, la JisUrna^ PitrjI, Sic, 80. 
» Cit. in Maspero> p. 171. 
5 /««., II, IV, 68 scgg. 



4^ ARCHIVIO P£R L£ TRAOIZIONI POPOLARl 

quella di cui si serve Balisardo, che abiu alia foce del fiume ' e 
qi^lla infine di Caligorante % che invecc sta in un deserto, ci ri- 
chiamiuo al mostro marino e a Rdn o non siano die un ricordo 
deliabijiti artistica di Efcsco ed anche di Loki. Ma h piu signifi- 
cative il fatto che a draghi e a mostri della terra sia attribuita la 
facoitik d'inghiottire una corrente e di minactiare una inondazione, 
che fra le esagerazioni fantastiche dellc novelle non h la piu in- 
giustificata, se si pensa che, senza ricorrore a mostri antidiluviani , 
1$ balene a noi concemporanec mandano dai loro sfiatatoi gctti di 
acqua alii doJici meiri. Pcrci6 di Cariddi e detto ^ che tre volte 
al'-giorno inghiotte e rivomita il mare, c qualcos;i di simile i detto 
d^i serpente guascone, che pure abita sullc montagne, quando mal- 
grndo la sua tenacia di vita , dopo sette anni d' ^vere Inghiottice 
sbfirre di ierro infocate (egli mandava giu qualuuque cos:^ capi- 
tasse nel raggio del suo sguardo e del suo respiro) finalmente 
inuore, un lago si forma con Tacqua che esce dal suo corpo. E 
in Afanasief ^ il serpente a nove teste minaccia di inondare ii 
reame; minaccia quesu , che il dragonc deil' Apocaitsse mette in 
esecuzione, lanciando dalla sua bocca un imtnenso fiume, dal qiiak 
sperava venisse travolu la donna. II carattere ^ anche piu esteso; 
lo troviamo in un drago siciliano \ che assorbe tutta una fontana 
.con la speranza d' inghiottire anche V anguilla che vi nuotava e 
che altro non era se non la trasformazione di una fuggitiva ; e 
nella Gigantomachia ^ ci si narra che un gigante bevve tutto un 
fiume, un altro dissecc6 afiatto il mare. 

Condusione. 

Eccoci dunque tornati ai giganti classici , dai quali siamo 
partiti per quesu escursione nel regno fluttuante dei mostri, ove 

« Id, VI, 20. 

* Ariosto, XV, 41 segg. 

3 Od., XII, loi segg. K 

4 II, 21 cit. in De Gubernatis. 

s PiTR^ 5iV., o Donna Gnangula ». 
^25 segg. citato in Roschbr, 



6ldANf I k JERpENfl 47 

abbiamo trovato giganti e draghi (tiel senso che \o attriti'uisco 
alia parola di ^slia immant t voract) misci ed implicatt nella vita 
e nei caratteri suila terra, nel mondo sotterranco, nellc acque. E 
Tacqiia k appunto i! mezzo piu sicuro di riconoscimcnto , il piu 
limpido di quegli spccchi , che possano farci riconosccre come 
almcno per metd scrpenti quelli , che in apparenza sono giganti, 
ottencndo lo stesso eiTeito, che, sccon Jo il Bojardo, si aveva dalle 
scudo^^lucentc, nel qaalc Medusa, la guardiana del tesoro contem- 
plasse la sua bellczza. Allora a la sua faccia Candida c vernngtia , 
parvisv^di serpe terribllc e fiera » '. 

A noi le taccc candide e vermiglie , i caratteri magici attri- 
buiti*ifl mostro mar/ipp presentano un interesse lontano, la via pe r 
cui cssi salgono al mostro umano cssendo pii!i semplice k pi6 facile 
a capirsi. Dopo quello che ho dctto sulla forma fisica del mostro, 
sarcbbc superlluo spiegare come dall'aspetto animalescp^ del drago 
inarinb si passi per gradi ad una sembianza pressoch^ umana; se 
poi si pensa che T enorme maggioranza di quei mostri menano 
una vita anfibia, si capiri che Torigine aquatica potri in moltis- 
simi casi esser posta in oblio. 11 coccodrillo h timida fuori del- 
Tacqua, ma tuttavia pu6 riuscir pericoloso, e ne^suno osa distur- 
barlo, anchc quando sonnecchia; ora, se nella vita airasciutto gli 
viene ascritta quella medesloia attiviti feroce, che ha nelPelemento 
liquido, se in altri termini ibvece del Racsaso del lago o del mo- 
stro americano , che fuori dcH' acqua posson ben poco , avremo 
Grendel, egualmente terribilo fuori a dentro lo st4gno, saremo gii 
ad una buona met4 di strada, 

II nak\i finlandese corrisponde per il nome e per Ic abitudini 
al Wasurnix della Germania. In due delle novelle firiniche , tra- 
dotte da Emmy Schreck ', si parla di questo mostro, c in tutte 
e due si arriva anche al di U ^i mezza strada. Mikko Michelsiinen 
andato a pescar nello stagno, avea pigliato all'amo un Wassernix 
cosi brutto che la gente ha paura al vederlo, dando cosi una sod- 



■ Innamorato, XII, ^9. 

» Mikko Michelainen — Das Dem Wassernix enleprochene Mddcben, 



48 AkdHlvto i»ER Lfe tRAblisiONi POl»0LAkl 

disfacente risposta a Dio , il quale chtedeva a Giobbe sc sapcssc 
pescare il leviatliam con un aiiio '. Nc Mikko ^ il, solo ; anclic 
Thor tir6 six la Jormungandr con un amo enormc a cui attacc6 
per csca il capo di un bue, e Teroe della bclla addormentata pesc6 
con un pezzo della sua coscia il rq dci pesci, il mago die Taveva 
trasformato. Ma questi uccisero i due mostri. Mikko V addome- 
stic6, c nc fccc un cocchiere, 

Altra vplia la tristc prouicssa fatia da un niercantc , la cui 
nave fu spin(a innanzi nella bpnaccia dal Wassernix , mectc in 
potere del niostro gigantesco (tanto che stringe un giovine in un 
pugno) i due figliuoli di lui. La sorella si adatta a divcnir moglie 
di lui, anzi comincia a volergli bene; mi il ianciullo i insoffe- 
rente, e con 1' aiuto di animali benevoli tcnu p^recchie volte la 
fuga, ostpcolato non solo ddla forza e dalla vclociti del niosiro, 
ma anclic dai traJinienti della sorella. Queste avventurc chc fini- 
scono con la morte del nix sono strananicnte complicate; ma quel 
che c'interessa i chc durante tutti grinsoguimenti e le fughe non 
si conserva nessuna iraccia delForiginc aquatica del mostro; egli 
fora le montagne, h velocissimo nella corsa; abita prima nella sua 
casa, che non t mai detta sotto marina, poi s' introduce segreta- 
mente nella dimora, certo terrestre, dei due fuggitivi e dei tre a- 
nimali liberatori. E quale un mostro umano esercita il cannibali- 
smo, giacche prima di divorare il giovinetto , lo fa ranimollire 
nclle esalazioni della camera da bagno. 

Cosi in uua stessa novella il mostro marino sale dalP un 
canto verso il mostro umano , dair altro verso la diviniti per il 
potere che esercita suUe onde; cosi anche il principe delfino del 
Pentamerone * s* accorda per suscitare una tempesta con ciento 
mostre de lo maro. Perci6 il mercante, che Tinvoca, gli promette 
un sacrificio, p<?nsandoIo dunque come un mostro cannibale c vo- 
race, b^nchi la sua potenza possa talora renderlo benefico* 

Questa e la forma semiumana e il corxcetto, chc si ha della 



I GlOBBB, XLI, I. 
» Li Tre Ri, IV, 3. 



- ^ s: v^ 



GIGANTI E SERP£MTI 49 

sua velocity e della sua forza, skch^ noa s' immagina che cessi 
al cominciar della terra ferma, agisce sulla psiche del narratore 
in modo che gr^ a metii del racconta il mostro aquatico s*& tra- 
sformato in un gigante cannibale , completamente umano e ter- 
rcstre '. 

G. A. BORGESE. 



' Tralascio qui perch^ pcnso di occuparmcne prossimamente , le relazioni 
fra Torca, cetaceo immite, c Torco, che sono indubbiamente resempio migliore 
di questi pacsaggi. 



Archivlo ptY h traJiihni poffolari, — Vol. XXII. 



MONTE SAN GIULIANO 
NELLA SATIRA POPOLARE. 




N tutte le rcgioni della nostra pcnisola, si trova quasi 
sempre un comunello, del quale, nelle altre citti, si 
raccontano aReddoti che mirano a metterne in ridicolo 
gli abitqnti, Questi aneddoti , che spesso si somiglimo , vengono 
diffusi e tramandati da una generazione airaltra; e il povero paese, 
fatto bersaglio della satira cittadina, finisce coiracquistare una fama 
poco lusinghevole. 

Chi non conosce i numerosi racconti di scheme e gl' innu- 
merevoli motteggi che hanno reso ormai celebre la citti di Cuneo, 
i coniunelli della Valle d'Aosta, Bergamo, i comuni della Valgrc- 
ghentina , gli Schiavoni , Lugo , Anzi , Monteloveno d' Umbria, 
Lucca, Sorso di Sardegna, ecc. ecc. ?, \ 

Ebbene , se essi si volessero mettere a confronto con quelli 
che si narrano in Sicilia contro nioltissime cittadine dell' isola. 



« Vedi : 71/ ab hie et ah hoc di Amerigo Scarlatti. Roma , Soc. Ed. La- 
zialc. — Jllcune faceiie popolari umhre ntWArchivio delle trad. pop. — Fiabi, no- 
VilUy racconti ecc. di G. PitriS, vol. Ill della Bibl. delJe tradi^, pop.— G. Gian- 
NiNi, Blasone popolare lucchese edito ed inedito in Archivio delle iradixUmi pop., 
vol. XXI, fasc. III. — Calvia , Face^ie sopra gli ahitanti di Sorso in Sardegna, 
neir Archivio delle trad, pop,, vol. XXI, fasc. III. 



MONTE SAN GIULIANO NELLA SATIRA POPOLARE 5 1 

rappreseoterebbero ben poca cosa. Cosi quelli che V illustre pro- 
fessor Pitrfe ci fa conoscere wdV tArchivio e nella Biblioteca delle 
trad, pop.y minicre itiesauribili di fatti e notizie che si riferiscono 
ad ogni genere di folk-lore , non sono che una minima parte di 
queir immeDso cumulo di satire che lo spirito popolare siciliano 
ha creato a d^nno dei propri vicini specialmente della campagna ^ 

La causa di tanta abbondanza deve ricercarsi nell' antico 
antagonisiiio e nelle discordie che tennero in continua lotta un 
paese coU' altro nell' isola^ ed in quel tale orgoglio di campanile, 
per cui gli abitanti della citti intendono aflfernlare la loro supe- 
riority intellettuale sugli abitanti dei piccoli centri, creduti di cer- 
vello grosso, perchi vivono modestamente, e perchi nei loro co- 
stumi r inganno e 1' invidia non hanno ancora si gran difFusione 
come nei capoluoghi. 

A Catania queste satire abbondano per Mascalucia ' ; e gli 
abitanti di Noto ne hanno una infiniti\ riguardanti Avola, piccolo 
ma ridente paese poco distante da quella citt^. Tra queste satire 
h celebre I'aneddoto della ^ita di nAvolax 

a Una ragazza di Avola , dovendo andare sposa , e apparte- 
nendo a famiglia mediocremente agiaca , per recarsi in chiesa fu 
abbigliata come una signora. Ma all'uscire di casa, siccome in quel 
tempo le acconciature si usavano alte, la sposa non pot6 passare 
dalla porta. AUora grande confusione nei parenti e negli invitati. 
Chi consigliava una cosa, chi un'altra, e si era giit stabilito di 
chiamare un muratore perchi buttasse a terra Tarchitrave, e desse 
alia :iita il modo di uscire. 

« Passava di 1^ un notigiano, il quale, saputo di che si trat- 
tava, disse : 



* G. PiTR^, nelle Fidbe, nov, e race., I. cit. c ndVArch. delle trad, pop, ha 
pubblicato: Lu viddanu di Lercara, Lu picciliddn cu li nuciy Lu ^itu e la carni, Lu 
porci{, Lu Lircarisiy Lu Purlannisi, Lu CapaciotUy Lu Calavrisi (preso in giro da 
una di Castellermini), Lu Pitrahsi (preso in giro dal Cefalutano), Lu porcu e lu 
viddanu (quest*ultima nelle favolette pop. sic.) ecc. ecc. 

» PrrRi, Bibl delle trad, pop,, vol. cit. 



52 ARCHIVIO PER L£ TRADlZIONl POPOLARI 

— « Quanto mi offrite perchi io faccia uscire la sposa scnza 
bisogno di ricorrerc al piccone ? 

— « Due onze — rispose il padre della sposa. 

— « Accetto — dissc quelle di Noto. Ed entrato in casa , la 
collocare la sposa dinanzi la porta e le assesta un calcio nel se- 
dere. La sposa istintivaniente si piega e, spinta daU'urto, si ritrova 
in mezzo alia strada. » 

Qualche cosa di simile si racconta nuchc come awenuta a 
Monte S. Giuliano, ma piii comunementc a Polliiia, paeseito della 
provincia di Palermo, per il che c rimasta proverbiale la :(itu di 
Vdddari (Pollina). 

A Salaparuta, in provincia di Trapani, se ne raccontano altre 
contro Partanna * , cd a Trapani contro Xitta , una poverissima 
borgata vicina a quel capoluogo, in un territorio malarico e cou- 
tinuamente danneggiato da alluvioni. Ricordo di aver sentito ri- 
petere tante volte questo curioso racccntino : 

<c Oopo il i860, da per tutto in Sicilia, si istitui la guardia 
nazionale. A borgo Xitta un contadino che aveva combattuto con 
Garibaldi, venne inalzato al grado di capit^no, coll'incombenza di 
formare la guardia nazionale in quella contrada. L' incarico era 
molto lusinghiero, e, come h da immaginarsi, il buon garibaldino 
spieg6 tutto il suo impegno per iarsi onore. Riuni i migliori uo- 
mini del territorio, e cominci6 ad impartir^ loro Tistruzione mi- 
litare. Ma quei poveri borghigiani dalle facce pallidc e distrutte 
dalla malaria , erano cosi inebetiti, che non distinguevano la de- 
stra dalla sinistra, e non capivano nulla. Figurarsi la disperazioue 
del duce ! II quale, a certo punto , volendo abituare i suoi bravi 
soldati a cominciare la marcia col pi^ sinistro , trov6 un cspe- 
diente ingegnoso. Fece a ciascuno di essi fasciare con dell' erba 
quel piede, e per metterli in movimento, ordinava: 

« — Avanzate il piede coU'erba ! 

ec Allorquando pero il povero capitano dovette condurre la 
sua truppa a Trapani per farla passare in rivista dal Generale, non 



» PiTRiS, Bibl Me trad, pop,, vol. cit. 



MONTE SAN GIULIANO KRLLA SAtIRA ^OPDLARB $$ 

potendo piii far uso dei soliti comandi, si confuse, cd i soldati si 
impappinarono tanto die andarono chi per un verso chi per Taltro,*) 

Pero il vero bersaglio ^ specialmente dei trapanesi , i Monte 
San Giuliaqo , cittadina posta a cavaliere del vecchio e famoso 
Monte nrice , stazione cliniatica degna di miglior fortuna , co:ne 
quclla die airincantevole posizione geografica aggiungc la graziosa 
ospiialita degli abitanti , buoni e pacifici agricoltori, Ic cui donae, 
tenute gelosamente nascoste , unto che poclii foresticri potssono 
vantarsi d'avernc vedute, godooo (aina di esserc fra le piii belle 
di Sidlia. 

I Alontesangiulianesi si gloriano , a buon diritto , dell' anti- 
chissima origine della loro citti , e ritengono Trapani, clie'^' si c- 
stende sulle falde dell' Erice, come una tbnunata borgata da essi 
stessi fabbricata sulla spiaggia del loro antico porto. Aggiungono 
inoitre che gli abitanti di essa , come avviene spesso, diedero al- 
fine il calcio dell'asino ai loro benefattori, e seppero sfruttare cosi 
bene a danno di Erice le ricchezze del mare, da ^cquistare presto 
potenza grandissima. 

I Trapanesi, d'altra parte, non sanno nh vogliono acconciarsi 
al giudizio severo dei loro vicini. Essi fanno salire la loro origine 
ai tempi mitologici di Saturno , che avrebbe fondau la cittil du- 
rante le sue peregrinazioni, sulla falce che egli stesso aveva gettato 
in quella spiaggia. Prendooo poi a testimonianza della loro potenza 
le tradizioni virgiliane, esaltano 1' orgoglio e V antica supremazia 
della loro. marina, le eccellenti qualitik commerciali ed industriali 
degli abitanti, la loro civilt4, e sopratutto la loro astuzia. 

— Come mai, — ml diceva una volta, con accento di stizza, 
un ricco commerciante di Trapani , — come mai h possibile che 
noi dobbiamo la nostra origine ai Montesiy se questi sono dei verl 
tondi ? Si figuri che gli Ebrci...., che son gli Ebrei , non hanno 

potuto mai allignare hella nostra citti , perchi perchi hanno 

trovato che noi siamo piii Ebrei di loro. Conosce lei il celebre 
ed antico motto che ci caratterizza ? Senta : 

Trapanisi 
Unu pri paisi. 



54 ARCHIVK) PER LE TRADIZIONI POPOLAKI 

£ si nun ci ai fiissi^ 
Megghiu fussi *. 

Altro dunque che figli di Monte ! 

Per queste ragioni a Trapani professano odio e disprezzo 
grandissimo contro i Montesangiulianesi; ed, airoccasione, lo ma- 
nifestano in tutte le loro relazioni commcfciali e civili, e netle con- 
versazioni, nelle quali introducono quasi senipre qualcuno dei tanti 
aneddoti da essi creati o presi a prestito da ahre proviocie, per 
deridere la dabbenagginc di quei buoni terrazzani, e fwli apparire 
gente, non solo ingenua, ma stupida, balorda cd inccta. 

E se vogliono rimbrottare qualcuno che per un iKMinulla si 
perde d' animo o per paura tralascia un' impresa qualsiasi , son 
soliti esclaniare : 

— fji muntki pri nun aviri cuteddu *un mancian lu pani ! 

Ed ora ecco un saggio degli accennati aneddoti contro i Mon- 
tesi; piccolo saggio invero, giacchi per comprenderli tutti occor- 
rerebbero un grosso volume c una enorme fatica, e bisognercbbe 
chiudere tutti e due gli occhi alia decenza. Sono una ventina tra 
raccontini ed aneddoti, che ho raccolti in Trapani, e che i Trapanesi 
narranb affettando la proiiuncia, gl'intercalari t persino una certa 
cantilena che quelli di Monte danno al loro discorso. 

I. — Lu muntisi e lu gilaku. 

Un muntisi scinniu *na 'ota 'Ntrapani pri certi atfari sol. 
Prima di acchianarisinni a lu paisi , pinsau chi avia prummisu a 
la mugghieri un rialu.— aChi c'accattu e chi nun c'accattu»; gira 
c rigira pri la citi; Hndlmenti dicisi di purtarici 'na cosa chi idda 

I la verit4 il motto non t: lusinghiero ; ma i Trapanesi ne vanno superb i 
lo stesso, perch^ soUetici la loro vanitd di gente scaltra. Altra variante , rac- 
colta dal Pitrt, h quesla : 

Trftp.inisi 
L'uii pri paisi, 
E si bonu uiti, 
I'uilu coraii pe>ti. 



nun avia raanciatu mai..Trasiu ni la cafittarb di donna Vannedda, 
accattau 'nu gilatu, In fici 'ncartari a doviri, e si lu sarvau ni la 
sacchetta di la bunncn. Muntau a cavadJu , c cu lu scmia di lu 
suli, si pigghiau la ^rata di lu Munti. 

Caminannu caminannu, lu gilatu si squagghiau, senza chi lu 
muntisi si n^ addunassi, e quannu arrivau a la casa^ tuttu cuatenti 
roentri scinnia d' accavaddu^ dissi a la mugghieri : 

— a Mugghieri miia, t' haiu purutu 'na cosa veru bella ! » 
E la mugghieri tutta cuntenti : 

— <cVeru, maritu meu ? dicitimi soccu e ». 

Lu muntisi 'nfilau la manu 'nta la sacchetta, e la truvau tutta 
vagnata. Lu sceccu arfistau tuttu turbatu, pirchi nun si sapia dari 
ragiuni di lu misteriu ; ma poi , battennusi la manu ni la frunti, 
dissi : 

— « Ah, li latri, li latri trapanisi! Prima m'arrubbaru lu gilatu, 
e po* mi pisciaru 'nta la sacchetta ». 

IL — Lu muntisi e lu rigatteri. 

Un viddanu muntisi si partiu di la s6 casa cu lu scicca- 
rcddu, pri £ari ligna ni la campagna vicinu a lu stratum. Arrivatu 
a lu postu , acchianau supra un bellu arvulu di castagni, e cu la 
accctta cumtnciau a dari corpa di orvu supra lu truncu di lu ramu 
stissu unni avia pusati li peri. 

Eccu chi 'nu lu frattempu passa di dd^ un rigatteri trapanisi 
chi ghia a vinniri li pisci a lu Munti. Vidennu a ddu fissa vid- 
danu, prima si cripau di lu ridiri, po', tuccatu di la cumpassioni, 
CL dissi : 

— « Cumpari, chi faciti ? viditi chi accussi 'nterra caditi. » 
Lu muntisi si vutau, lu taliau e po' rispusi : 

— « Va itivinni, chi vui 'nfami trapanisi siti L. Mi f ij^hiati 
forsi pri asinu?s> 

E sicutau a dari corpa d*accetta. A certu puntu pir6 lu n^oiu 
si run^piu, e lu viddanu cariu cu lu c... 'nterra. AHuca suspittau 
chi lu rigatteri avia ad essiri maiiru , e ci curriu d' appressu vu* 
ciannuci : 



5^ ARCMIVIO PER LE TRADIZIOW POPOLARI 

— aCumpari, cumpari men, sintitimi ! Vui chi anijuvinastivu 
ca jeu avia a cadiri 'nterra, facitinii la carid, dicitimi quannu jeii 
haiu a muriri.» 

•Lu rigattcri lu taliau. maravigghiatu , po' pinsannu chi avia 
davanti un muntisi, ci dissi : 

— <K Maiy Dun vi lu dicu. » 

— « Facitimi stu piaciri, cumpari. » 

— « Mai, *un po' cssiri, cumpari meu. » 

— « Vi ni preiu comu a V armiceddi di li vostri morti. » 

— « Si lu vuliti sapiri abbiru, nun v* haiu chi vi fari !... Vui 
muriti quannu )u vostru sceccu ha ghittatu tri p » 

— «/Mischina niia ! — dissi lu muntisi — accussi prestu ? » 
£ tuttu murtacinu turnau a tagghiari ligna e a carricarii 

supra lu sceccu, chi nun putennu reggiri a lu pisu, jttau lu primu 

P 

— aMischina mia!... h unu! Cumpari, pri cariti; facitimi la 

grazia junciticcinni *n 'autra pocu !» 

— « Mai cumpari, rispusi lu rigatteri, lu distinu h fattu. » 
*Nta lu mentri lu sceccu jttau 'n'auiru p 

— ct Matri di Custunaci, Tautru jttau ! Pri unu sulu tegnu la 
vita ! Cumpari, pri quantu vuliti beniri a la matruzza vostra, fa- 
citimi la grazia. » 

— « Ammatula priati, cumpari, nun vi pozzu cuntintari. s> 
Ed eccu chi nun avia ancora finutu chisti paroli, chi lu sceccu 

jetta I'autru p Allura lu viddanu divintau giarnu giarnu , e si 

jttau 'nterra comu un mortu: 

— « Cumpari, murivi ! Facitimi almenu lu piaciri di jri 'nta 
la povira mugghieri mia, e dicitici chi mi mannassi lu tabbutu cu 
li bicchini. x> 

— «Gnursi, cumpari, chistu vi lu pozzu tari.» 

E lu rigatteri si partiu nun' avennu chii!i cianchi pri li risa. 
Arrivatu a lu Munti iju ni la mugghieri di lu viddanu, e ci 
dissi : 

— a Vostru maritu mi dissi di avvirtirivi chi morsi 'nta lu 
stratuni, e chi voli mannatu lu tabbutu cu li bcccamorti. 9 



UONtE SAN (JlUUAlJO >JELLA §ATIRA PdPbLAR^ J '7 

Fiurativi li yuci e lu chiantu di dda fimin'ma. Si tirau tutti 
li capiddi, fici arribbillari tutta la strata! Poi iici fari un bellu 
tabbutUy e cu qu^vttru omiai lu mannau a lu postu unni si tru- 
vava lu maritu. 

Li bicchiniy chi eranu, a lu solitu, 'mbriachiy appeoa truvaru 
ddu bonaeotu stinni|;ghiatu 'n terra comu un mortu , lu 'nfilaru 
dintra lu tabbutu, si lu carriaru supra li spaddi, e si 'ncamminaru 
versu lu campusantu. Junti pir6 a un puntu chi la strata facia un 
crucivia, unni sutta c'era un pricipiziu, cuminciaru a custuniarisi 
pri la strata chi avianu a fari. Cu' dicia di pigghiari di 'na banna, 
cu' di Vautra, e stavanu pri viniri a custioni. AUura lu muntisi 
chi di dintra la cascia avia 'ntisu tuttu, si susiu e ci dissi: 

— «Quannu jeu era vivu, li morti di ci li purtavanu. » 

Li bicchina sintennu lu mortu chi parlava, si pigghiaru centu 
diavuli; jttaru la cascia *nta lu pricipiziu, e scapparu a tutta cursa. 

E accussiy lu minchiuni muntisi muriu pri daveru ! 

IIL — Lu pridicaturi e li Trapanisi. 

Pri fari la predica a la Matrici^ pri la festa di la Madonna 
di Custunaci , li Muntisi chiamaru lu parrinu chiili dottu di lu 
poisi. 

Lu parrinu, pri cunvinienza, si fici prima priari; ma poi ac- 
cittau, cu lu pattu pir6 chi, mentri iddu pridicava, ni la chiesa nun 
ci avia ad essiri nuddu trapanisi. 

Eccu chi all'ura chi s'avia a fari la predica, li iMuntisi cchiii 
malantrini, si armanu di marruggia, c si mittunu davanti la porta 
di la chiesa pri 'mpidiri chi trasissi qualchi trapanisi. 

A certu puntu §i prisintaru un ovaru c un mastru vuttaru 
trapanisi. 

— « 'Un si trasl » — ci dissiru i Muntisi. 

— «E pirchi ?» 

— « Pirchi siti trapanisazzi, e lu parrinu nun vi voli. » 

Li dui trapanisi si ni turnaru ; ma caminannu caminannu, 

pinsaru di priparari un tappu a li Muntisi e di trisiri ni la chiesa. 

Archivio per le tradiiioni popolari. — Vol. XXII. g • 



Si \isteru di camperi, turoaru a la chiesa, c fincennasi mimtisi, 
traseru. 

Lu parrinu acchianava allura allura supra lu purpitu, e ucia 
li solid ginuflissioni e li s6liti smorfiL Poi cuminciau a pridicari : 

— « Fidili mei, e picureddi mei ! leu vi parlu oggi di San- 
t'Antoni, lu quali era porcu , e nun era porcu ; avia V oricchi di 
porcu e nun era porcu; avia lu mussu di porcu e nun era porcu-.» 

— « E allura chi cosa era , soccu siti vui ? » — ci scappau 
dittu a unu di li TrapanisL 

Lu parrinu si vutau e addivintau giannu. 

— « Fidili mei ! nun pozzu chiu pridicari, pirchi ni b cresia 
ci su' Trapanisi. » 

n si ni scinniu di lu purpitu. 

IV. — La muntagna di Cofanu e li M untisL 

Dui curdara muntisi , si ni jeru *iia ota a Cofanu , e stabi- 
leru di iibri tanta corda, 'nsinu chi caminannu sempri ^n'arreri 
juncianu a lu Baliu. Travaglia chi ti iravaglia , ci arrivaru. Unu 
d' idJi allura si misi a tirari cu tutta b s6 forza b corda , chi 
naturalmenti arriiinia. Allura chi cridiu lu minchiuni ? chi la mun- 
tagna tirata cu la corda s'avvicinava a lu Munti , e chumau lu 
so cumpagnu, tuttu letu. 

— « Tira cumpagnu, chi Cofanu veni !... » 

Lu cumpagnu chiu minchiuni d'iddu, si misi a tirari cu tutta 
b s6 forza, alluccutu chi la muntagna si niuvia, 'nsinu a quannu 
la corda si rumpiu, e dettiru lu cozzu 'n terra '. 



' In un*altra variante, il Senato di Moote, dopo la prova fattt dai funai, 
decide in seduta plenaria Tawicinamento di roonte Cofano ai Balio, che k un 
bellissiino giardino pubblico di quella cittadina. Perci6 ordiiu Tacquisto di ooa 
quaotita enorme di grosse fuai , e dopo averle fatte iegare attomo al raonte 
Cofano^ obbliga tutti i cittadini amministrati a tirarae i capi. 11 lavoro dur6 
parecchi mesi, fmchc le fiini vennero inutilmente logorate. 



MONTE SAN GIUL'ANO NELLA SATIRA POPOLARE 59 

V. — Lu sinnacu di lu Munti e lu tumminu. 

Lu sinnacu di lu Munti vioni 'Ntrapani pri accattarisi un 
tumminu pri li festi granni. Siccomu nun n*avia purtatu mai, pri- 
gau a lu cappidderi chi ci lu mittissi 'ntesta cu li so* nianu, pir- 
chialu Munti nun s* addunassiru chi nun lu sapia purtari e nun 
lu cutuliassiru. Lu cappidderi accussi Bci, e lu sinnacu si misi 
tisu a cavaddu, e pigghiau lu stratuni di lu Munti. 

Arrivatu all'Argintaria, pri mala vintura lu ventu ci fici tor- 
ciri lu cappeddu, cd allura lu poviru omu, misu 'ncunfusioni, vutau 
k mula, e turnau 'Ntrapani. 

— « Cappidderi meu, mittitimi arri lu cappeddu, chi lu ventu 
mi lu fici torciri. » 

Lu cappidderi ci lu misi giustu, e lu sinnacu parciu. 

luntu chi fu a la Biviratura, eccu chi 'n'autru corpu di ventu 
ci torci arri lu cappeddu. E lu sinnacu torna 'Ntrapani. Abbasta, 
pri accurzari, lu poviru sinnacu appi a turnari deci voti ni lu cap- 
pidderi prima d* arrivari a lu Munti; ma quannu trasiu di porta 
Trapani, tutti li Muntisi chi lu vittiru comu un signuri , ci bat- 
teru li manu, e I'accumpagnaru finu 'n casa vuciannu : 

— a Viva, viva lu nostru beddu sinnacu ! » 

VL — La lavaima. 

'Napoca di Muntisi, appena fineru di travagghiari, si misiru 
a lavarisi 'i peri dintra 'na tina chi era 'nta lu bagghiu. A certu 
puntu ad unu d'iddi ci vinni lu dubbiu chi avia cunfunnutu li so' 
peri cu chiddi di Tautri, e ci lu dissi a li cumpagni, li quali ta- 
liaru dintra Tacqua e vidennu li peri tutti vicinu Tunu cu Tautru, 
si pirsuasiru chi lu suspettu era veru. Stavanu mischini tutti cun- 
fusi, nun sapennu chi fari, quannu eccu chi passa un trapanisi. 

— <c Amici, chi faciti ddocu dintra accussi chianciulini ? » 

— « Cumpari meu, cunsigghiatini vui: si cunfunnemu li peri 
unu cu I'autru, e nun li putemu chiu nesciri di la tina » — dissi 
unu di li Muntisi. 



€b AtCHIVlO PER LE TRADIZIONI POPOLAM 

Lu cumpari capiu cu cui avia a fan, e caliannuU comu tanti 
.minchiuna, si fici dari di la casa vicina una bruccecta, e si misi 
ad appuntari li peri ad unu ad unu. Manu manu ctii ognunu di- 
cia: ahi ! , iddu rispunoia : 

— a Chistu e to : nescilu fora ! » 
Ed accussi li livau di cunfusiooi '. 

VII. — La causa contra lu suli. 

CVra 'na vou un Muiiii^i clii pri cosi di *ntressi sciiinia spissu 
spissu n Trapani, sempri dJoppj menziornu, e si n acchianava la 
matina appressu priaia di menziornu. Ma, mischinu, nun puiia 
sufiriri chi lu suH ci avia a batciri sempri 'nfacci. Nun putennuni 
chill, e scanunnusi di pigghiari qualchi botu di suli, ua jorna si 
nni iju a truvari un awucaru trapanisi pri tari h causa a lu suli. 
L'avvucatu chi lu conuscia riccu e minchiuni, ci rispusi chi la 
causa era facili a vinciri, ina chi pri cuminciari 1' am ci vuUanu 
cent* unzL Lu muntisi pjgau, tuttu cuntend di fari causa contra 
lu suli, sicuru di vinciri. 

La causa piro era punau a largu , e lu muntisi , ogni vota 
chi turnava ni V avvucacu pri sapiri comu jianu li cosi , pagava 
n'autri ceni'unzi. 

Finolmenti I'awucatu, chi nun vuiia ancora abusari di chid- 
d'asinu , ci dissi chi la causa era vinciuu , ma chi piro s* avia a 
suttumetiiri a certi cunJizioni. 

— € Vui, 'nveci di scinniri di lu Munti ddoppu pranzu, aviti 
a scinniri la matina, e vi n'aviti a turnari versu la scurata di lu 
sulL > 

Lu muGUsi, tuttu cuntcuti, fici comu ci dissi Tavvucatu. 



« Kd BcH-aexJ, qxicuio vim^ a Livirsi i p^edi jlI finite, »oo suino pia 
J*s6neT3cre i prorri di qoclU cc^a iltri, c sooo p«srcK> costrecti a nmincre colic 
gambe is hziroa dxwbc coa giuniri il (kcvjuio j%i xsscgaorc a djscuoo k sue. 
Vafi J> a: H j> Av ii ArxKric;) ScirliKu cip «ncnii ii scbemo fra Ic dtti 
itilunr. > 



MONTE SA14 GlOLlANt) KELLA SATIRA POCOfeARfi 6^ 

E quannu scinni^ o ncchiatia^^ a lu Munti; scnza'cki lu suli 
c\ battissi chiu 'nfacci, dicia sempri : 

— «6 veru cW spidnivi assal, ina vincivi ! Cam li> suli men, 
cu li dinari, 'nta- stu rriuniiu, si p6 n)ttu!...» 

VIIL — Lu muntisi e li coppuccinl. 

Un muntisi avia *na jimenta , a cui vulia tantii b^niri ; ma 
siccomu li cosi chi si stimanu chiCi assai, sunau chiddi obi si 
perdinu prima, *na matina la truvau morta 'nti la stadda. Fiura- 
tivi la pena chi pnivau lu poviru muntisi! Cianci e cianci, dtci»i 
di farici li funirali. Scinniu 'Ntrapani , e ghiu a parlari a li mo- 
nad di lu spitali, diccnnu chi ^ra proncu a pagari tutti li spisi. 

— « Bdn' omu , a V animali comu a vui , chi si fannu funi* 
ralt?» — ci dissiru li monaci, e lu mantiaru a fogghiu quintu. 

Lu muhtt^ alluta si ni iju 'nta li monacl C ippuccini, e obtM 
lu riciveru cu granni festa, dicennuci chi pri fan li hiniraii ci vu^ 
lianu quattr' unzi e rrenta- vasteddi' dl patii, pircht trencr tmwx li 
monaci. 

Lu muntisi pagau li quattr' unzi' e purtau li treotar vasteddi; 
ma quannu assistiu a li funirali, simia 11 monaci chi 'nn^ezzu a 
H tanti scangiuri e If tabti lanietiti, cantavanu : 

— «Unzi quattru e cucciddati treota, 
Vanou tutti a Farraa di la t6 jimentaaaaa !... 
£ li monaci di lu s[ntali , 
On DUti sippiru appi^ifittariiiiii !...» 

XI. — La maliitt *iitra la qtiartara. 

'Na muntisa tinia hi saH dititra 'na quartara di crita. Un 
iorou, duvennu pigghiari lu sali pri lar pasta-, 'nfil^m* la manu 'ntra 
(kk quartara, e siccomu lu coddu era strittu c tu pugnp era troppu 
chinu, mm' ni lu potti nesciri chii. Li poviru muntisa allura si 
misf a chianciri, pirchi la pasta si scucia, e s6 marifu avki a tur- 
nari di lu travagghiu. Quannu eccu chi passa un trapanisi. 

— « Chi aviti, cummari, chi chianciti ? » 



62 ARCHiVlO t»feR LE tRADlZIONi POPOLARt 

-*— « 'Un ni lu viditi chi haiu ? nun pozzu cliiii nesciri la tnanu 
di k quartara cu lu sali.» 

*— « Chissa h cosa di nenti ! Chi n)i dati si jcu v'aiutu ? » 
•^ « Tuttu chiddu chi vuliti, cumpari meu ! » 

— V M* aviti a fari manciari cu vui. » 

— Gnursi, cumpari. 

Lu trapanisi allura ajsa lu marruggiu , e niodda 'na gran 
botta supra ia quartara. La quartara si runipiu , e la inuutisa si 
libirau la manu. 

— « Bcni lu trapanisi ! » — dissi la bona muntisa; c ci dctti 
a manciari e a biviri finu a quannu nun ni vosi chiu. 

X. — Lu canciu pri vasuna. 

Un zagariddaru trapanisi chi vinia di Livurnu cu una gran 
quantitik di cusuzzi graziusi, si n' acchianau a lu Munti , pri vin- 
nilli a ddi boni paisani. 

Passannu di 'na strata, lu chiama 'na picciuttedda bedda quantu 
lu suli. 

— <c Cumpari, chi vinniti?» 

— a Taliati, soru mia. » 

La picciuttedda cuminciau a caliari ni ki gistra, e si misi a 
sciegghiri 'napocu di cosi. 

— « E quantu li vinniti sti cosi ? » 

— « Suruzza mia, nun li vinnu. » 

— « GeM ge' ! ge'! comu nun li vinniti? E chi faciti allura ?» 
"— « Li canciu a vasuna. x> 

— « Gc' ! ge* ! ge' ! comu i curiusu stu bonacntu ! » 

La picciuttedda pinsau pinsau, e po' dissi a lu zagariddaru : 

— « E quantu vasuna vuliti pri chisti cosi ? » 

— K Pirchi siti vui, mi dati vinti vasuna. » 

La picciuttedda si fici russa; ma poi pri lu piaciri d'aviri ddi 
cusuzzi, 'mpicchiti c ^mpaccliiti, ci cunsigna li vinti vasuna. 

^Nta lu mentri arriva lu zitu, e comu 'ntisi lu tattu addivintau 
'na bestia. 



MONfE SA)4 GIULIAMO N£LLA ^tlftA POlMLAkE . 6} 

— « Prcstu, prcstu, chiaina a ddu bonacntu, dunaci la robba 
c fattt cunsignari li vasuna. » 

La picciuttedda spavintata chiamau a lu zagariddaru. 

— « Datimi prcstu li vasuna clii vi detti , chi vi tornu la 
robj, pirchi lu mc ^itu nun voli. » 

A lu zagariddaru nun ci parsi veru, c 'mpicchiti c *iupacchici, 
ci scampju 'nta li masciddi li vinti vasuna pri fari cuntenti a lu 
zitu. 

XI. -> La prima sira. 

Un .muntisi si vinni a maritari *Ntrapani cu 'na trapantsa. 
Li parent 'di la zita, pri,. pruvari si lu mumisi era minchiuui comu 
tutti chiddi di lu s6 paisi, livaru di la cammara di lettu tutti li 
posti unni si putia pusari la cannila. 

Appena li ziti traseru ni la cananiara, la spusa si spugghiau, 
sicurcau e si misi a dormiri. Lu zitu inveci ristau tutta la notti 
'nsinu a quannu fici joriHi, firriannu 'ntornu a la cammara , ripi- 
tennu ogni mumentu: 

« Unni 'a mittu .e unni 'a posu 'a prima sira ? » 

XIL — La prima notU di li ziti. 

Dui ziti muntisi, defppu la festa di lu spuosaliziu , si ritiraru 
ni la cammara pri curcarisi. Si spugghiaru bcddi 'n cammisa, ma 
quannu jeru pri mittirisi a lettu » lu rruvaru tantu autu chi nun 
ci pottiru acchianari. 

Allura si misiru 'nfMnnu a la cammira, e pigghiaru h cursa, 
ma nun ci arrinisceru mancu. E passaru tutta la notti, 'nsina a 
quannu li parenti ci ficiru la benlivata, facennu la cursa e satannu, 
senza putiri acchianari supra lu lettu. 

XIIL — La cami cu Tossu. 

Un picciottu trapanisi si avia fattu zitu a lu Munti. Un jorou 
chi era invitatu a pranzu 'n casa di la ziu» ci mannau un bellu 



^4 AfttHlViO ft^EK Ik fRADtiUONi POP6LARt 

"pezzu ill carni cu Tossu. Comu ia soggira la vitti, iici bona ccra, 
c niannau lu garzuni ni lu zitu, pri sapiri comu la vulia cuciuau. 

— « Cou)u voli » — rispusi lu zitu. 

Ma la soggira chi lu vulia Japaii cunientu, ci.maunau arrcri. 

— « Coiuu voli iJda » — arri.spusi n autra vota lu zitu. 

E Li soggira ir^anna arrcri. Ma lu zitu pirdiu la paccnzia e 
ci arrispusi: 

— <c Dicci chi si la ficcanu ni lu c....» 

Quannu la soggira 'niisi s;i bcikla risposta, ristau tutta mur- 
tificata. Ma 'scnnu chi lu zitu vulia accusst, accussi s'avia a fari! 
Cu la santa paccnzia chianiau la figghia , lu (igghiu .c lu maritu, 
e ci cunuu lu fattu, Tutti foru d'accordu chi s'avia a fari soccu 
vuiia lu zitu, e, puvireddi, si pigghiaru ognunu la s6 parti di os^a 
e si misiru a fari la funzioni. 

-Ma iu po\iru n^iritu, clii era un omu gramii, nun potti ri- 
SMtiri aU'os^u cfaifi grossu, c a certu puntu cadiu 'n, terra e uigrsi. 

Fiimitivi li chianti c li vuci di ia Caniigghia. Vistcru a lu 
mortUy lu curcaru supra la tavula, ci addumaru li,caunili> e si n}ir 
siru a bisitu. 

Comu arrivau lu zitu, truvau stu bcddu sirvizzu, ed arristau 
cu tantu di vucca aperta , <)uanuu ci cuntaru lu (attu. Si misi li 
manu a li capiddi e scappau di dda casa, malidicennu V ura e lu 
tnumcncu . chi s' avia fattu zitu cu 'na muntisa. 

XIV. — Li favi a cappottu. 

*Na nMtkw, un muwtisi prima d' iri a travagghiari dissi a la 
iBUgghieri : 

— « Scasif a vogghiu dui favi a cappottu. » 

Doppu un bellu pezzu, la nuiggbieri, pinsannu a ludisideriu 
di lu maritu, pigghiau dui lavi, tagghiau un pezzu di lu s6 cap- 
pottu novu, misi timi cosi diotfala pignata, e li misi a cociri. 

Quannu lu maritu turnau, e s' assittau a tavula , la muntisa 
6ci'.primBMu^.dda bedda pitanza. 

— <»E chi tfiti sta Pobba ?» 



liOHfE SAN (ilULlAllO ht^LLA ^AtlRA POFdLARE ^5 

— « Dui favi a cappottu » — rispunnip 1^ mugghieri. 

— « Agghia !.... » — fici lu maritu , e si misi li raanu a li 

XV. — Li cafcocciulf fritfi. 

l)n disgraziatu trapanisi avia la mugghieri muntisa. Un jornu 
truvannusi a la chiazz^, accattau 'na pocu di carcocciuliy li purtau 
a la casa, e dissi a la mogghi : 

— a Annicchia mia, ti portu cosi novi ! falli fritti *ndurari. » 
La mugghieri chi nun vulia fari vidiri a lu maritu chi nun 

sapia cucinari ; comu iddu nisciu, curriu 'n casa di la mntri, pri 
farisi *nsignari comu si facianu li carcocciuli fritti 'ndurati. Ma la 
matri, comu 'misi lu fattu, si roazzuliap tutta : 

— « Figghia disgraziata ! comu ti tincisti ? Chistu scilliratu 
tuttu I'oru ti voli cunsumari I » 

Ma poi pinsannu chi nun era cosa cunvinienti dispiaciri lu 
maritu na li primi jorna di lu matrimoniu y fici pigghiari tuttu 
Toru di la figghia^ lu misi 'nta lu murtaru, e lu pistau beni beni. 
Po' r ammiscau cu la farina y 'nipastnu li carcoccioli e li misi a 
frijri, e quannu fu ura di manciari^ li prisintau a lu maritu; lu 
quali , puvireddu 'mparpau , e poi vutannusi cu la soggira e la 
mogghiy ci dissi : 

— « Lu sapia chi a lu Munti ci siti tanti minchiuna, ma 'un 
cridia chi giustu jeu ci avia a capitari. » 

XVL — Lu viaggiu di li zitL 

Dui muntisi, maritateddi di friscu, scinneru 'na votaaSantu 
Viiu, pri farisi 'na divirtuta. Vidennu lu mari cuetu e sir^nu , a 
la mugghieri ci vinni lu disideriu di veniri ^Ntrapani. Dittu fattu, 
adduaru 'na varca, e si partem. La mugghieri , scantannusi d*al- 
lurdj^risi la vesta ni lu sidili di la varca, s'aisali la vunnedda finu 
a lu cintu, e s' assittau. Caminannu caminannu, cu lu caluri di li 
n...... , la pici di la varca cuminciau a squagghiari, e quannu la 

Arcbhio per U tradi^icHi popolari. — Vol. XXII. 9 



66 AttCttlViO t>tK Lfe tRADliiCKl ^OPbLAKl 

muntisedda, arrivati 'Ntrapani, iju pri susirisi, si truvau *inpiccicata 
'nta la varca. 

Comu fari e comu nun fari, nun fii possibili nh a lu maritu, 
n^ a lu varcaiolu di darici aiutu. 

— cc Mischinu meu, ca la mugghieruzza mia persi !..., » facia 
lu maritu. 

Ma poi si raccumannau a la Bedda Matri di Custunaci, e ci 
prumisi chi si la sb mugghieri arrivava a susirisi^ ci avirria purtatu 
un bellu c... tuttu d'argentu. 

AUura la pici arrimuddau, la Bedda Matri cunipiu lu miraculu, 
e lu muntisi curriu ni Torifici e mantinni lu vutu '. 

XVII. — Ancunu. 

Un muntisi , duvcnnu partiri pri la campagna pri affari di 
primura, prima di mettisi a cavaddu, dissi a la mugghieri : 

— Mugghieri mia, jeu vaiu 'n campagna; pri nun t' annuiari, 
si passa incunu, chiamalu, c ti fai tiniri cumpagnia, 

Comu lu maritu si partiu, la muntisa si mitti 'nanzi la porta 
di la casa, e a tutti chiddi chi passanu, ci dumanna : 

— « Scusaii, vui siti Ancunu ? » 

— « Mai, curamari, » rispunnianu li genti. 

Ma a ceriu puntu capita a passari un trapanisi. 

— « Scusati, cump.iri, vui vi chiamati Ancunu ? » 

Lu trapanisi chi capiu a volu, si vutau e ci arrispusi : 

— « Si; cummari, vuliti cosa ? » 

— « Finalmenti ! Quantu havi chi v* aspettu ! Trasiii, trasiti, 
mi maritu nun mi raccumannau autru. » 

Lu trapanisi nun si lu fici diri dui voti, e trasiu, Allura la 
muntisa ci nisciu vinu, pani, olivi e tanti autri cosi, e si misiru 
a manciari, a bivjri e a chiacchiariari. 

A certu puntu , a lu trapanisi ci vinni un pocu di sonnu, e 
dissi a la muntisa chi megghiu era curcarisi finu a chi turnava lu 
maritu, e accussi ficiru. 

I Da altri mi h stata riferiu, attribuendo il fatto ad uno sposino di Capaci. 



^^-^^^(^ ^'v-v ■^ 



MONTE SAN GIULIANO NELLA SATIRA POPOLARE 67 

Ma lu maritu nun tardau tantu, e tuppuliau a la porta. 
Lu trapanisi clii si sintia luttu letu di la pxssatera , appena 
ntisi li botti ni la porta^ satau nairaria. 

— « Cu' i ? » 

— « Nenti, nun vi scantati, mi maritu e, chi torna di la cam- 
pagoa.D E scinniu di lu lettu 'n cammisa pri grapiri la porta. 

Quannu lu.marita trasiu, e vitti a lu trapanisi curcatu quocu 
quotu^ e 'ntisi di la mugghieri ca chiddu era Ancunu^ chi ci avia 
raccumannatu di chiamari , s* avvicinau a lu lettu o fici susiri a 
ddu beddu spicchiu. 

— a Vistitivi » — ci dissi, tuttu biliatu. 

Lu trapanisi si vistiu trimannu di lu scantu, pirchi pinsava 
chi lu maritu pri vinnicarisi lu avria tagghiatu a pizzuddi pri 
fari sosizza. Ma quannu finiu di 'nfilarisi li robbi, lu muntisi si 
lu carricau supra li spaddi, e lu purtau fora di la porta, 

« Chi mi voli jttari di lu Baliu ? » — pinsau lu trapanisi. 

E s*affirrau forti a lu coddu di lu maritu pri tirarisillu d'ap- 
pressu a ogni occasion!. Ma quali fu la so maravigghia , quannu 
vitti chi niscianu di porta Trapani e pigghiavanu pri lu stratuni. 

Pri accurzari; junti chi foru a lu Burgu, lu muntisi si iirmau. 
Fici scinniri di li spaddi a lu trapanisi, e ci dissi : 

— a Pri sta vota, vi lassu cci; ma stati attentu, sapiti ! nun 
(aciti chill di chissi azioni , pirchi 'n 'autra vota vi portu *psinu 
'Ntrapani! Va jti ora, misseri e chiaccu di furca!...» 

XVIIL - Lu maritu tradutu. 

Un muntisi, ritirannusi a la casa^ truvau a so mugghieri cur- 
au cu un bonaentu, chi comu lu vitti trasiri , scappau di la fi- 
ncstra. 

Lu maritu allura iju ni la mugghieri e la carricau di paroli 
linti. Poi risulutu a sarvari Tonuri s6, ci dissi : 

— a Tu mi tradisti, e ti tocca la morti. Scegghi; voi muriri 
ammazzata, o voi muriri cu lu scantu ? » 

— « Maritu men, facitimi muriri cu lu scantu ! » — arrispusi 
U muntisa tutta trimanti e lacrimanti. 



6i AMCnrno m le TVAorzxna porauuu 

All-ra !u marha si ci misi darand, $' a cj ^p a u Tocchi c' un 
uzzJxtvsy c cu qcanu forza avia *nu la cantu, d ^oclau : 

— «Scmnii L.» 

La mugghicri nan morsi , c la marim aHura la pirJunau, 
ccnu chi nun c en vuljnta di Diu pri faHa muriri. 

XIX. — La nnmtisa e la ab trpja. 

Una muniisa avU *nj iroja chi vulii bcairi assii assiL La 
(zcu curcari supra un bcllu lettu di Una, la puriziava, la spicciava, 
e Tadurnara tutta di cullaoi c cost d^oru. 

Ud trapantsi chi Tavia ucchtatu, 'na voca rinisciu a ru^aric- 
cilla^ e si misi a curriri cu ddu pisu pri la scinnuu di lu Munti. 
La muntisa chi si nn' avja adduuatu, 1' assicuuv-a vuciannu e bat- 
tennusi la tcsu cu li pugna* Ma lu btru curria sempri senza 
nuiicu vuurisi. 

Fattu stk cht a certu puntu ci vinni di Biri un bisognu , ed 
allura, nun putennuni (m a menu, si calau li causi , dannu li 
spaddi a )a muntisa chi I*assicuuva sempri ifi luntanu, senza avirTu 
pututu vidiri 'n facci. Ma comu vitti culuri di cami, la bona mun- 
tisa 9 cridiu di aviri cunusciutu lu btru , e siccomu era stanca c 
nun ni putia chiu di curriri, si jituu 'n terra vuciannu : 

— « Ti canusciu, latru, ti canusciu ! Hai la facci grossa grossa, 
e lu nasu longu longu. Ora vaiu ni li carrabinerl e ti fazzu ar- 
ristari.ii 

Lu trapanisi ancora si tcni li cianchi di lu ridiri. 

XX. — Lu garzuni scurdusu. 

Un garzuni fu mannatu di la matri ad accattari lasagni. Ca- 
minadnu caminannu, pri nun si lu scurdari, jia facennu : 

— a Lasagni mi dissi m^ matrix lasagni mi dissi mh matri !...» 
juhiu 'n' un puntu unni c* era un fossu d'acqua, si firmau a 

taliari , e quannu ripigghiau la via , nun pinsau chiii chiddu chi 
avii ad accattari. Turnau dnvahti lu fossu d'acqua, e si misi a 
chianciri ; 



MONtfi $KH OlUlikno NELLA SATIRA POt>OLAR£ 69 

— <c Cci I'avia, e cci li petsx !... Cci Tavia, e cci H persi !...» 
Pri cutnminazidhi passaru dui monaci, chi tnossi a cumpas- 

sioni di iu chiantu di lu garzuni, si iJrmnru a dumantiarUt chi 
avia. 

— « Gc4 I'avia, e cci li persi » — rispunniu Iu garzuni. 
AlKira li moiiaci ^ certi chi lu garzuni avia pirdutii qliaichi 

cosa, s' aisaru li matiithi di la tonica^ e si mistru a circari dtittra 
Tacqua. Cerca chi ti cerca, ddoppu tantu tempu, unu d'idJi talian- 
nu5i li tnami rutti arrappati, dissi a lu cumpagnu : 

— « Tafe, tal^ ! haiu li mami addivintati comu li lasagni ! » 

— « Chistiy chisti avk pirdutu ! » nisciu subitu a diri lu gar- 
zuoiy e lassannu li monnci cu un parmu di nasu^ scappau ad ac- 
cattari li lasagni. 

XXI. — Angelus Dei. 

Nna k matrici di lu Munti^ 'na vota ficiru, a forza di limo- 
sim» an Crucifi^u c«mi d'orii, e la situaru supra Tartaru maggturi. 

Un muraturi trapanisi pinsau allura di lari 'na spicdand^i, 
e fattu Uti pirtusu ni Iu tettu supra 4 lii Crucifissu, ogoi hotti si 
calava cu 'na corda, e cu la lima raspava li spaddi di lu Cru- 
cifissu. ' 

Lu cappillanu s'addunava chi lu Signuri di jornu in jorhu, 
'n^iccbia inveci di 'ngrassari, e chiamau Iu safistanu : 

— a S6 Peppi, comu v4 stu fattu ? » 

— (c Patri, nun ni sacciu nehti ! » 

Lu otppillanu allura cun^ignau *iai bella scut)etta a lu aix 
Peppi, lu sitdvau darreri a Tai'tdru, e ci dissi: 

— « Vui stativi cci^ e si veni qualchi latru^ sparatioi. » 

Lu saristanu s' appastiu , ed aspetta aspetta » ficlalmenti una 

notti vitti chi calava un omu di Iu tettu. Alluri nisctu di lu s6 
po8tu e giidau : 

— • Cu' siti Vui ? j> . 

'Lu trapanisi aggragnau di lu scantu, ma poi pinsannu chi 
era a Iu Munti , pigghiau curaggiu , e cu 'na granni facci tosta, 
rispn^u (ad0nriu la vuci di It rtiuntisi ; 
-— « Angilqs Pci ! j» 



70 AllCHlVlO «>tR LE IKADIZlOMt POPOLAkI • 

— « E chi viniti a fari oca ? » * . 

— « Vegnu a rascari li spaddi a lu Signuri. » , 

— « E po' chi faciti ? » 

— « Poi mi ni tornu 'n cielu. » 

4:- a E allura purtatici sta vampata a lu Signuri ! » 
Modda 'na scupittata , e lu trapairisi cariu mortu comu un 
aceddu. E pri sta vota lu muntisi 'un fu minchiuni !.... '. 

* ■ . ,. . • 

Anche a Monte San Giuliano si venJicano contro i loro 
mordaci vicini , ed ancly li, sono numerosissimi . i racconti di 
scheme e le satire contro i Trapanesi. M.i gli abitanti sono molto 
restii nel riferirli ai foresticri che dosiderano conoscorli,ed a n^c. 
non h riuscito d' averne che pochissinii per cortesia di un niio. 
caro amico. 

Del resto , mi e stato assicurato che la maggior parte di 
quelle satire ncn si difFeriscono dalle altre da me raccolte a Tra- 
pani contro i Montesi, sc non in quella parte in cui, naturalmente, 
i Montesi debbono fare miglior iigura. 

Ed ecco , per esompio , come e modificata V avventura di 
MoftU Cofano : 

« Nei tempi antichi, quando piu si acuivano le lotte tra Mon? 
tesi e Trapanesi, e questi ne riporiavano la peggio, a Trapani sta- 
bilirono di mettersi a livello con Monte San Giuliano. Venne 
perci6 deciso di trasportare a Trapani il Monte Cofano^ e su di 
esso fabbricare la nuova citta. Per riuscire in questo grandioso 
progetto , i Trapanesi tagliarono le code a tutti i loro cavalli, e 
col crine raccolto fecero tilare delle funi grossissime. Poscia si 
recarono al Cofano , e , con zappi e picconi , si diedero a sca- 
varne tutto intorno le radici, affinch^ il trasporto riuscisse pi^i fa- 
cile. Quando credettero d* aver terminato quel lavoro , legaron o 
ben bene il monte con Ic corde approntate, e postisi tutti quant i 
sulla spiaggia del mare , ove erano ancorate le loro barche piii 
grosse, destinate al trasposto della montagna, cominciarono a ti- 



* Questo raccontino inoritcrebbc d'esser compreso fra quelli che i Montesi 
raccontano contro i Trapanesi. 



MOJltE i\}i GlULiAMd NELLA SAtlkA POikjLARfe ^t 

rare con tutte Ic loro forzp. E siccom: Ic corJe fatte con crinc 
di cavnilo..hanno la proprieta di allungarsi quando son tirate con 
forza, i Trapanesi crcdettero die il ifionte si sppstasse dalla sua 
base e si avvicinasse a loro, ed incoraggi.indosi ed i>]citanJosi a 
vicenda, ripetcvano, con la cantilena propria dei mirinai al lavoro: 

« - Tira, compagno, chc CoJano viene ! 

« Soprajigiunta la notte, sospcscro il lavoro, c si recarono a 
vederc di qisanto si fosse spostato il montc; iti.i trovato che csso 
era sempre al suo posto, disillusi abbandonarono I'inipresa. » 

Quest 'atti-a sui Fmurali'^ad una giumenLi, die e riferita in altro 
niodo dai Trapanesi, vienc cosi moditicata a Monte San GiuU&no : 

« Ad un panettiere .traf anese, d>e' di sollto si recava a Monte 
pdf vcndcre il suo pane, giunto a meti strada, proprio ionanzi ai 
^Dtuario di S. Anna, cndde estenuata la giumenta, alia quale* egli 
era affezionato per riconoscenza di tanti anni di servizi resigli.-Te- 
inendo die essa niorisse s^nza i conforti religiosi, e volendo'bno- 
rarla di convenient! esequie, entra in cliiesa in cerca del cappel- 
lano. Trova invece il sacrista , faceto montese , il quale si offrc 
per fame le veci, naturalmente previo adeguato compenso. II pa- 
neitiere gli cede il pane di cui era carica la giumenta , ed il sa 
crestano, vestitosi degli abiti ecclesiastici, va presso la morrbbnda 
giumenta, e fingendo di celebrare la messa, borbotta und quantiti 
di parole scodnesse (paroH niuri — come mi riferiva Kamico san- 
giulianese). Poco dopo la giumenta muore ed il tra^anese va via 
addolorato si, ma soddisfatto dell'opera sua. » 

Originaria invece di Monte S. Giuliano mi pare, la segucntc: 

« Un trapanese , una matiina d* ottobre , va a vendere delle 
funi a Monte San Giuliano. Giunto in piazza, vede in una bottega 
delle magnifiche zucche popone (cticuT^:^ baffi) , e non sapendo 
cosa iossero, spinto da curiosity, ne richiede il padrone della bot- 
tega. Questo, da furbo montese, adocchia le belle corde di canapa 
che il trapanese portava sulle spalle, e gli risponde: — Sono giu- 
mente gravidc, di razza tutta particolare, che presto figlieranno 
una quantita di bellissimi cavaddeddi \ * 



» Cavaddeddi chiamano a Monte, per disprezzo, i Trapanesi. 



7i AttCHlViO teR L^ t^AbUUQ^J t'Qi'oUHl 

a II trapanese abbocca all' amo , ^ pensa di gippare, all^ $ua 
voka, uo tiro al moptcse , oflrendogll tuua la sua mercanzia, in 
cambio di una di quelle gmmenk. 

« U bottegaio da prima Bnge di non volere accondiscendere a I 
negozioy ma alfioe cede alle preghiere deli'altro, che tutto contenco 
porta via la zucca , e fabbricando cgstelli in aria sulla sua nuova 
fortuna^ prende !a cosi detta accorciatoia di Sant*Anna per ritor- 
narsene a Trapani. 

« A med strada per6, proprio n^Ua localiti^ chiamata dclle p'utn 
grosse, iaciampa, c perde la zucca, chf comincia a rotolare gifi dalla 
montagna. II trapanese le corre dieiro cercando di raggiungeria, 
ma inutilmente. La zucca, rotolando scnipre, va ad urtare contro 
un cespugliOy sotto il qual^ si nascou4^va un coniglio, che, spa- 
ventato dairurto improwiso, $alta fuori c si d4 alia fuga. II era- 
papese crede allpra che quello sia un cavadikddi^ venuto fuori 
dalla zuc^a, e si d^ a chiamare: — Pirr, pirr, pirr!.., — colla spe- 
raoza chp ^sso torni a lui ; ma il coniglio corre sempre finch^ 
sparispc. Sparis^c in un burrone aiKhe la sua zucca; cd egli, fat- 
tasi qotte, seguiu il cammino e se ne torna a cas;i mogio mogio. 
AJIora racconta ai parenti la sua avventura, e questi, alletuti dalla 
spe^aoza di far fortup^, il giomo dopo si recano ip niassa a Monte 
S^n GiillMlpo y ed acquistano a carissimo prezzo tutte le zucche 
popop0 che il bottegaio montesc aveva gabellato per giuuiente ». 

Tralascio le altre, che, come hp gil dettp, non ofFrono nulla 
di particolare oltre alia sostituzipn^ dclle persone e ad un di- 
' spre^zo trpppo ostentato per tutto ci6 die sa di trapanese. Per- 
tapto a Monte San Giuliano, bisogna pur dirlo, non hanno tutti i 
torti, se rendono pan per (ocaccia ai loro vipnj, neanch^e quando, 
con manitesta soddisiazione , si vant^qo di essere gli autori del 
sapguinoso ritornello, assai noto in Sjcilia : 

Cumpari d' unni siti ? trapanisa ? 
Di dda bedJa citi^ti bttmunziusa, 
Unpl li fimmipi sta^pu *o cariitqisa, 
• Cu li minni di fora, e 'n* autra cqsa ? , 

Valentino Simiani. 



LALliGGENDA DI PIETKO BARLlARIO 
IN SALERNO. 




UL nostro suolo in varie epochc e in varii modi si 
sono venute formando delle leggende , che , se non 
M hanno aviito per tromba un Omero che le abbia divul- 
gate, fermate e nobilizzate , elevando a poesia aulica la povera 
poesia dei volghi, non sono per questo meno belle ed importanti 
nella loro Candida e soave ingenuity. 

Tali leggende nascono , hanno il loro perioJo di inassinio 
fiorire e poi cadono e si disperdono. Esse, germogliate per opera 
di un popolo fantasioso sulle leggende del decaduto paganesimo, 
create per Tambiguiti di un linguaggio picno di metafore e di 
traslaii , vanno man mano perdendosi per la prccisione che ora 
assume detto linguaggio, e per la civilti che per mezzo del pic- 
cone demolitore fa penetrare la luce chiara del sole in certi bu- 
gigattoli ove luce di giorno arrivava a stenco; cosicch^ raentre di 
alcune leggende non rimane che una ricordanza vaga in bocca ai 
vecchi, di altre si h perduta ogni memoria. 

Incomincercmo da quella di Pietro Barliario come da quella 
piu volgarmente conosciuta. 



Archivio per h tradixioni popolari. — Vol. XXII. 



10 



;4 ARfiHtVtO l^ER Lfe fRAl^lZlONt PdPbLAttt 

In una parte di Salerno chiamata la Fiera Veccbia , la cui 
popolazione si mostra restia ad unirsi al resto delta cittadinanza ', 
sono rimaste, almeno fino a qualche anno fa, come fossilizzate. le 
leggende , sia perchi essa rappresenta per gli usi e costumi in- 
fantili quasi un paese di civilt^ piii antica in mezzo ad un altro 
di civile^ piii moderna y sia perch^ h attraversata dalle arcate di 
un antico acquedotto , che col suo colorito grigiastro e coUa sua 
apparente inutilita mantiene sempre viva la meraviglia e la curio- 
sit^ nel popolo, che lo attribuisce a fattura diabolica. 

Ivi si raccontano airoci e pur attraenti leggende , ivi resta 
ancora la tradizione di Pietro Barliario , la cui leggenda 6 quasi 
morta negli altri punti della citt^. 

Nel 1055 nacque in Salerno da fnmiglia patrizia Pietro Bar- 
liario. Fu allevato signorilmente , e con tanto araore compi gli 
studii die lasciava sperare grandi cose di se. Ma, sfortuna, Pietro 
voile darsi alio studio deirarie magica, della ncgromanzia *, onde 
diventar dotto nelle scienze occulte. II gran nimico ieW umana 
g^ntCy Che sol per noslro male I destro ognora fece si che un giorno 
il garzone andasse a spasso la dove di verdi erbelle Eran dipinU 
vaghe colUnette. 

E trov6 quivi a caso una caverna 
Che avea oscuro e sotterraneo ingresso, 
Egli benchi la via qui non discerna, 
Vuol pcnetrar nel rustical recesso. 
Spintovi pur da cupidigia interna 
Pose le piante e non pens6 a sk stesso, 



" La ragione di questo fatto raro deve ricercarsi in ci6 che forsc prima 
questo rione formava una cittA a sk diversa da Salerno. Scavando in questi 
luoghi si sono trovate ossa , oggetti , inonete : nessuna delle quali coUe solite 
iniziali S. e C. (Salernitana Civitas) o con altra scritta ricordante Salerno. 

* Scienza occulta (quae) : « Sciri potest, sed operari sine daemonionmi fa- 
miliaritate nullatenus valet ». Secondo V etimologia varrebbe ni^ra diinnatio, 
giacch6 ((ad atra daemoniorum vincula utentes, se adducit ». Secondo un mss; 
riportato da Comparetti , Virgilio nel medio evo , 2" edizione. Firenze 1896, 
parte 2% pag. 67. 



LA LEGGENDA PI PIETRO BARLIARIO IN SALERNO 75 

G>me il guerrier che tanto si rinoma 
Col suo precipitar liber6 Roma. 

E giunto colaggiii vide una stanza 
G)n due altre da quella separate. 
Un vecchio qui facea sua diraoranza 
Sotto deirempie soglie disperate; 
Qua I subito Taccolse con istanza 
Di ceriinonie e con parole grate, 
Gli domand6 chi in quelle stanze ombrose 
L*avea coodotto ; a cui Pietro rispose : 

La mia curiositii, dicea, m'ba spinto; 
Non cercberd altra cosa in quetto mondo 
Se noQ che il saper vero e distinto, 
II modo di magia sommo e profondo ; 
E percb^ venni in questo laberinto, 
Sperando di trovare in questo fondo... 
Volea pur dir, ma il vecchio tutto umano 
In queiristante il prese per la niano. 

Si volse a tergo e tosto gli ha additato 
Un colosso innalzato in quel soggiorno 
Qual in mano tenea libro serrato, 
D'indegne note e stigi norai adomo. 
Gli disse : il tuo pensier pago t restato 
Di ci6 che mi chiedesti in questo giorno; 
Prendilo, disse : e il prese, e una sol banda 
Da lui fu aperta, e udl tosto; coraanda. 

Ecco come Pietro si trov6 possessore del famoso libra del 
comando^ libro diabolico, a cui bastava ordinarc qualche cosa, sem- 
brasse anche questa impossibile, per ottenerla subito dai diavoli. 
Pietro voile tutti i libri che trattassero di magia: li ebbe alPisiante 
onde subito si sprofond6 nella lettura di tali libri, a lui tanto cari. 
A Salerno viveva nna giovane maga di straordinaria bellezza di 
nome Angelina. Pietro Tamava fortemente, ma questa era innam- 
moraia di un altro giovane. II mago trasforma i due ^iovani in 
varie cose , da cui Angelina coUa sua virtu riesce a svincolarsi ; 
poi non si incarica piu di loro, tanto pii che si era invaghito di 
un*altra nobil daraa, a cui compare innanzi una sera; questa di- 
gnitosamente lo rcspingc, onde Pietro decide vendicarsi. Fa spa- 



76 ARCHIVIO PER LE TKADIZIONl FOPOLARI 

rire tutto il fuoco da Salerno e fa comparire in una piazza I'amata 
ignuda in mezzo a fiamme, onde tutti i cittadini andarono a for- 
nirsi di fuoco dal suo corpo con grande rabbia e vergogna della 
dama. Cio venne aH'orecchio del governatore, chz ordin6 ad un 
bargcllo di arrcstarc Pietro; il bargello, temendo delle ard di Bar- 
liario, decide di fuggire non senza aver prirati awisato il mago. 
Questi dissuade il bargello dalla fuga t si fa trovare un secondo 
dopo nella prigione. II governatore decreta per lui la pena di raortc, 
ma questi fugge dal carcere cogli altri condannati c fa legarc il 
malcapitato governatore su di uno scoglio in mezzo al mare, fra 
le tempeste algenti, Tratto a terra la mattina il governatore muore 
per lo sgomento provato la notte e cosi Pietro e pienamente 
vendicato. 

Pietro va a Palermo a visitare un suo compare fornaciaio , il 
quale si lagna che Tarte 6 in ribasso. 11 mago allora la scendere 
una tale grandinata da far rompere tutti i tegoli sicclie tutti ne 
comperarono dal fornaciaio, onde questi in breve tempo arricchi. Per 
questo delitto Pietro fu condannato a morte : condotto sul palco 
chiede un vaso di acqua. E qui al novello Isacco non si sosti- 
tuisce una cerva ma... un asino, giacch^ Pie^^^ro 

Signori di Palermo, gli ebbe detto. 
lo vi saluto e a NapoU vi aspctto 

e spari lasciando fra le mani del boia un ciuco. Da Napoli poi 
Pietro scrisse al governatore di Palermo deridendolo che nel suo 
paese si giustiziassero gli asini, onde questi ne impazzi. 

Andato Pietro a Lisbona, e venendogli negato un vaso d'a- 
cqua da un uomo, Barliario se ne vendica facendogli impiccare il 
figlio da un diavolo. Come il governatore seppe ci6 fece arrestare 
Pietro e gettare insieme con 6 banditi in un oscuro carcere. II 
mago, dopo avere banchettato coi compagni di sventura, disegno 
sui pavimento una barca con un carbone e preg6 gli altri a voler 
mettervisi sopra insieme con lui : uno solo non ci si voile met- 
tere, ma si ebbe ben presto a pentire, giacchi la barca si so!lev6 
neir aria portando i 6 prigionieri fuori del carcere. Di qui gran 



U LEGGENDA Dl PIETRO BARLURIO IN SALERNO 77 

mennrij^ Ad circcricri e del govcrnatore cbe trova nel carcerc 
la scritta : 

... Pietro Barliario s^ iroprtgiona, 

Ma lui; per isfuggir tal sorte fiera, 

Con Ic porte serrate 056 scappare, 

AnJatc un' altja volta a ben studiarc. 

Tornato a Salerno , Pietro incomincio a pcntirsi dei peccati 
suoi, senza mai lasciare per6 i libri diaboHci. Uii giorno i suoi 
due nipoii Fortunate e Secondino scherzanJo coi suo libri oaori- 
rono aU'dpparire di uno stuolo minaccioso di diavoli. Questo Eatto 
cotnmosse lo sptetato cuore del Bariiario che, dopo aver bruciato 
tutti i libri suoi, per tre giorni preg6 innanzi al Crocilisso della 
Chiesa di S. Benedetto. Al terzo giorno Cristo calava la testa in 
segno di misericordia , e Pietro Bariiario , dopo aver fatto testa- 
mento a favor della chiesa , nioriva da santo in etjt di anni 93 
mesi 6 e alcuni giorni. Mancava allora qualche giorno per Pasqua. 

* 
* « 

Questo h quanto della leggenda ci k rimasto in un poemetto 
intitolato: Fito, conversiont e morte di Pietro Bariiario^ nobile saler- 
nitano e famosissimo mago^ composta da Filippo Cataloni romano \ 
Parecchie edizioni si conoscono di questo poemetto, e quella fatta 
a Napoli nel 1849 aggiunge che Pietro fece sparire dalla mensa 
reale i cibi per papparscli lui in prigione e che voleva fare con 
opera diabolica il porto a Salerno; ma che, non essendo riuscito 
ad uccidere tutti i galli in Salerno, ed avendo uno di questi Can- 
ute, Topera rimase incompleta. 

Come si vede si attribuiscono a Pietro leggende che corrc- 
vano sul conto di Giovanni da Procida. 

Anche un altro poemetto * narra la vita di Pietro Bariiario. 



' Per questo importaote poemetto cfr. ci6 che dice il D'Ancona nel suo 
Studio su Pietro Bariiario (un filosofo e un ma go) in Varieti sioriche e Utter arte, 
Milano, 1883, i* serie, p. 26 e segg. 

* Cfr. D'Ancona, op. cit., p. 5} e sgg. 



78 AkCHiVid Hk L£ f RA5i2ii6Ni POPoLud 

Esso si intitola: Stupendo mracolo del Crocifisso di SakrnOy con, h 
vita e la morte di Pielro Bai[ardo famosissimo mago: opera nuova per 
consolaiione dei p^catori posta in otUva rima^ e data in luce da Lnca 
Pa{ien;^a napoletifio. Lucca 1799. — In questo poemetto la con- 
versione di Pietro si narra in un modo diverso dall' altro del 
poema del Cataloni. Un compare di Pietro avea prestato suUa 
parola del danaro ad un amico. Venuto a morire, T aniico nega 
il debito agli eredi ; allora Pietro fa portare costui nell* inferno, 
donde ritorna appaurito c pronto a pa^are; il diivolo Balcabrino 
gli niostra il paluzzo ove Pietro dovrobbj abitare alllnfcrno dopo 
raorto , ondc il mago si confessa c il confessore non pu6 dargli 
Tassoluzione nemincno sc riuscisse a sentire tre messc consecu- 
tive a S. Jacopo, a Rom.i e a Gerusalemme. Pietro riesce a ci6, 
poi prega ai piedi del Crocifisso e muore da santo. 

II D' Ancona si accorge che questa versione i piu consona 
alia leggenda popolare , ma tale leggenda non viene notata da 
nessuno. Eccola come I'ho sentita raccontare io : 

Pietro fa finta di dorniire e intorno a lui i diavoli, credendolo 
addormentato, dicono che per salvarsi, Barliario dovrebbe sentire 
tre messe consecutive a Parigi, a Roma e a Salerno '. Pietro si 
sveglia e interroga i diavoli per sapere chi di essi sia il piu ve- 
loce: uno corre come V acquj , un altro come il vento , il terzo 
come il pensiero deirxiDmo. Pietro sceglie quest'ultimo e gli ordina 
di portarlo a Parigi. Li sente una messa ; poi ti fa portare a 
Roma, ove sente la messa coiisecutiva , e poi a Salerno , ove si 
inginocchia davanti il crocifisso e muorc* II diavolo allora, visto 
che Pietro si era silvato, percuote per la rabbia il pavimentu col 
piede caprino e spariscc ; c fino a poche decine di anni fa , fin 
quando cioe la chiesa di S. Benedetto non fu mutata in teatro, 
un ghirigoro iatto suir impiantito del vestibolo della chiesa , di- 
nanzi al crocifisso , si indicava ai fedeli come V impressione del 
piede del diavolo. 

I Cosi nelle novelle arabc raccolte dal Lane il mercante corbellato ode, 
non visto, dallo sheicko cioco come potrebbc vendicarsi di coloro che lo baano 
burlato c maadare a raonte il contratto. 



La LfeGCfe!4DA tl t>IEtRO ftARLlAftiO iN §aLE11N6 ^^ 

Talc leggenda, conic c naturale, no:i i sorta tutta intorno a 
Pictro B»'irliario. Raccoiui strani che corrcvaiu sulla bocca del 
popolo si .sono raggruppati intorno al niago formando coii uni 
leggenda tanto sviluppati c inconi»ruentc nelle sue parti. 

AIcuAi di qucsti f^uti li trovianu attribuiti ad Alberto Migno , 
al dott. Faust, ad Eliodoro, a Michele Scoto, a Virgilio '. 

Quando Virgilio fu burlato dall'amantJ, c come Ovidio, pre- 
cursore di Don Chiscio^e, rir^ase appcso sotto il balcone del pa- 
lazzo, fra ciclo e terra in una ccsta, anche egli co.ne Pietro Bar- 
liario si \ cndica togliencio il fuoco dalla citti c taccndo comparire 
lamante, nuda, in pia;cza, fra le fiammc. 

Secikido qualcheduno Virgilio si sarebbe vcndicato delt'amante 
facendole vcdere con arte magica sotto di lei un fiunie che uon 
esisteva, onde essa si alz6 le gonne nudando le cosce suscitaodo 
le grasse risa dei passanti : ed anche Pietro Barliario , secoodo 
quanto si ricava da una preziosa lettera del Mantenga^ per burlarsi 
delle donne » mentre queste stavano in abboodanza in piazza in 
una festa pubblica^ fece scendere tale torrcnte di acqua cli« queste 
furono costrette ad alzarsi troppo in su lo vesti. 

Eliodoro come Virgilio fuggirono dal carcere in una barca 
che aveano disegnata suH'impiantito della prigione , e che, solle- 
vatasi nelParia ii avea portati fuori: lo stesso, come abbiarao visco, 
succede a Pietro Barliario. £ comune nelle leggende la nave vo- 
lame, e proprio cosi si intitola una novella della raccolta dell'A- 
fanasieff: nelle mille e una notte tre fratclli viaggiano in un ba- 
leno il mondo su di un tappeto che vola per 1 'aria. 

Se Pietro Barliario. dice : a Napoli v" aspetto^ questa frase. ha 
riscontro con Taltra di Virgilio : Vado ad Napnlum e con quella 
del mago Eliodoro : Quaere me Catanat ^ Se Pietro ha bisogno 
deir acqua per sparire, anche Virgilio cd Eliodoro ne hanno bi- 
sogno. L*acqua ricorr? spesso nella magia delle fiabe popolari, e 
uiia novella Circe nelle mille e una notte ha bisogno di acqua 
per cangiare uomini in animali. 



' Cfif. CoMPARETTi, op. cit, parte II, p. 124 e sgg. 
* Cfr. CoMPARETTi, op. cit., parte II, p. 145. 



So Akckivto pkk Le TkA&ii^loMf pok>LAft^ 

Quando Virgilio stava in carccre iiModo uiio spirito a prcii' 
dorc i cibi iiblk mctisa di Ottaviano, c \o stcsso nbbiaino notato 
fRJi sbpra di Piciro Barliario. Mj v*^ Ji piu: anchc Virgilio, ncila 
cronaca Aliprandina , ha il suo libro magico , e quando Millino 
(corruzione di Merlino) suo discepolo voile aprirlo, i diavoli gli 
apparvero chiedendogli cosa desiderasse, e Millino , non sapendo 
che chiedere, ordin6 che iosse selciata la 5trada da Napoli a Roma, 
cosa che fu fatta in an b.itter d*occhio. 

Quando il carncrtce stava per vibrarc il colpo mortale a Pietro 
Barliario si accorge di avere un asino fra le niani; anche a Vir- 
gilio succede qualche cosa di simile. La vedova di Cesare colla 
figlia Febilla Credendo di avere ucciso Virgilio ed Ottaviano tro- 
vano che hanno ucciso due mastini. Ed anche qui Virgilio come 
Barliario 9 si vendica costringendo i Romani a prendere il fuoco 
dalia persona di Febilla, che muore di vergogna. 

E il racconto del paiazzo all' inferno trova riscontro con 
quanto narra il Villani intorno al palaz^co che un cappellano, per 
opera di un negromante vede nell' inferno , preparato per Cle- 
mente V. 

Come ben si vede da qucsti raffronti, intorno alia figura del 
mago si sono venule raggruppando man mano leggende non ap- 
partenenti punto a lui. Cantastorie ed acdi medioevali , che non 
attingevano i loro racconti solo dni fatri di Rinnldo^ ma qualche 
volta anche da favole popolari , c intorno ai quali numerose ac- 
correvano le plebi, specie neU'Italia meridionale, andavano diffon- 
dendo moke leggende, leggende che il popolo ignorante poi attri- 
buiva ai loro eroi paesani. Cosi abbiamo che le stessc leggende, 
rifioriture delle stesse favole, vengano aitribuite a Sulniona ad 0« 
vidio, a Napoli a Virgilio, a Salerno a Pietro Barliario. 

Con Virgilio mago Barliario ha principali attinenzc, ma ne h 
sostanzialmente diverso: 1' uno i numc benefico per Napoli e la 
protegge in tutti i modi, sia allofKanandone le zanzare, sia mu- 



La LEC^Ofi^DA bl PIEtRO BARLlAttO itf SALERlid 8 1 

nendola del palladio; 1' ahro, perch^ aiutato dal diavoiOi fUQtVie (a 
di bene a S:rferno, anzi semprc la pcrseguita. 

Qualcheduno erroneameme, sia perchi tratto in iqgannp dalla 
simiglianza del nome, sia percbi tutti e due a vissero da diavoli c 
morirono da sami» % I'ha coofuso con AbeUrdo, e moderna^ien^e 
il Sabbatini, con un'audacia unica, vorrebbe trasportare il Blosofo 
bretone sul suolo salernitano. Qualche altro lo cbiaaia Bali^rdo 
cd anchc Baliabardo, ma Barlwrio dovea esscre di certo il cognpme 
di Pictro , giacchfe con tal cognonie e nominato dal Cataloni , e 
tale cognome era scritto sul suo nionumento funebre, citato d^l 
Mazza *. 

EgH dovea esserc, come bene nota il De Renzi, un maestro 
della scuola salernttana, ciie, per essersi voluto dare all' alchimia 
ed alle scienze occulte, fu dal vulgo tncciato di magia in tempi in 
cui il mago era colui che avea studiato molto, il sapientone. 

I due nipotini, che poi si riducono ad uno, forse morirono 
per r esalazione pestilenziale di alcuni composti chimici. Ma il 
volgo, che di chimica, di storte, di lambicchi, non ne capiva troppo, 
ha dovuto attribuire ad arte niagica il fatto che due ragazzi ma- 
rirono subitaneamente alia presenza di alcuni oggctti che in veritA 
colla loro forma svariata e strana doveanp un po' richiamare alia 
mente il gabinetto di Belzebii. 

Possiamo credere pure che dopo la morte dei due nipotini 
lo zio fosse morto di crepacuore dopo essersi varie volte ingi- 
nocchiato avanti al Crocifisso di S. Benedetto , cosa questa che 
dovette fare irapressione al popolino che lo credeva eretico e socio 
di Satanasso. E sembrando strano che un tale uomo morisse d^ 
santo il popolino lo ha fatto morire vicino Pasqua, forse il giorno 
di Sabato Santo, nel giorno cio& in cui, secondo la novellina po- 
polare, tutti coloro che muoiono, fossero pure i piu etferaii mal-r 
fattori , volano tutti in paradiso. E se poniam mcnte che anche 



' Bernini, Historia di tutte le heresie. Venezia 171 1, vol. 8, p. 187. 
* Antonii Mazza, De rebus salernitanis. Mcapoli, Pad, i68r, p. 65^ 

Archivio per le tradirioni popolari. — Vol. XXII. i j 



^2 AftCHtVIO P^R Le fRADtitdMt t»Ot»OLARt 

nei giorni present! i credenti, spinti da fanatismo religioso, bru- 
ciano i libri come fautori delle eresie, non ci i da meravigliarsi 
se Pietro , al momento della sua conversione , fatto catasta dei 
libri, li bruci6 tutti. Onde falsamente opina Massimo Nugnes nella 
sua storia del regno di Napoli , negando essere Pietro Barliario 
mai esistito a Salerno. 

Nella tradizione popolare non appariscono punto i nomi dei 
due nipoti di Pietro Barliario , mentre quelia ietteraria ii dk e- 
spressamente: Fortunato e Secondino. Questo e un errorc. — Vi- 
cino al sepolcro di Pietro , la cui epigrafe si leggeva ancora ai 
tempi del Mazza (^Hoc est sepulchrum M. Magisiri Petri ^arliarii) 
esistevano due lapidi , secondo ci6 che dice il Sarnelli. Queste 
sono: ^Agrippina in pace — Fortunalus et Secnndinm \ Ora tali 
iscrizioni, quantunque taluni le vogliano far risalire fino al tempo 
dei Romani, appartengono, come si vedc dallo stile, ai primi tempi 
del cristianesinio , e certo anteriori all* altra di Piefro , giacche, 
come dice il Tafuri, questa h in gotico, le altre in carattere ro- 
mano *. Dunque non possono essere quegli i nomi dei nipoti di 
Pietro , che nella piu genuina leggenda si riducono ad uno. Ma 
coloro che hanno scriito di Barliario, tratti in inganno dalla vi- 
cinanza delle epigrafi, e, non badando alia diversity delle iscrizioni, 
hanno tentato di conciliare la tradizione coi monumenti, dando a 
Pietro Barliario per nipoti Fortunato e Secondino , per moglie 
Agrippina. Ma quest'errorc sta solo negli scriiti, giacchi la tradi- 
zione oralc si c sempre mantenuta incorrotta, non pariando mai 
della moglie di Barliario, che dovette vivere celibe, ni dei nomi 
dei due nipoti. 

Questa leggenda fino a qualche secolo fa fe rimasta viva in 
tutta Italia e specialmente a Salerno: oltre ad essere stata soggetto 
di novelle e rapsodic h stata anche soggetto di drammi popolari 



1 Ora, stante le trasformazioDi della chiesa di S. Benedetto prima in teatro 
e dopo in quartiere, queste iscrizioni non si vedono piii. Cfr. D*Akcona, libro 
cit., pag. 22 e segg. 

» D'Ancona, 1. cit., p. 25. 



LA LEGGENDA DI PIETRO BARLIARIO IN SALERNO S3 

e di commcdie \ Per ben sei secoli e corsa sulla bocca del po- 
polo. Oru e dinienticata anche a Salerno. Rimaneva viva per le 
rjgioni sucsposte solo nel rione Fiera Vecchia, ma ralluvione del 
1899 i'ha spazzata anche di Ik lasciandola solo nella memoria di 
qualche vecchio del luogo. 

Salerno, 

GlAMPIETRO ZOTTOLL 

» Nota fra le altre: Vita, penUmento e morU di Pielro Bailardo con Piilci- 
neUa accarei^ato da* diavoJi e spaventato dalT omhra di Merlino , tragicommedia 
magicospettacolosa in quattro atti. Napoli 1841. — Questa commedia deve es- 
sere molto aotictf e la vita e la morte del Barliario vi sono raccoatate in modo 
alquanto diverse dalla leggenda dei poemi succitati. La commedia non mppre- 
senta che un nucleo primitivo, vicino alia verier , intorno al quale poi si sono 
vcnute raggruppando altre leggende. Pietro non k che un saggio, piu sapiente 
del roago Merlino. onde questi, vinto in dottrina, k costretco a cedere a Pietro 
b sua arte niagica e a servire a quei diavoli cui avea comandato. Barliario 
irde di ainore per una maga, Angelina, che ama, riamata , Dario , nipote di 
Retro. Questa tenta con tutte le sue arti di tjglier di mezzo il mago impor- 
tune, ma non potendolo perch^ Pietro era possessore del libro del comando, 
spinge Dario a rubare alio zio detto libro. Dario periscc miseramente nel gabi- 
netto dello zio, e Pietro, commosso, vede Tom bra di Merlino, servo dei diavoli, 
onde con una pietra si. picchia il petto in atto di contrizione. Angelina , com- 
mossa per la fine di Pietro, si pente e stabilis^e di abbandonar V arte magica 
e di darsi a Dio. 

Come si vede nella leggenda primitiva uio era il nipote di Pietro e non 
due: lo sbaglio h dipeso dalla confusione dellc lapidi. Dalla commedia poi si 
scorge anche il passaggio di Pietro da savio a mago nella leggenda popolare. 



M--t- 



SAN PAOLINO 111 
E LA SECOLARE EESTA DEI GIGLI IN NOLA. 




lAMO al sabato: Ic anime di Icgno si vestono e le mille 
banderuole ondcggiano al vento : le luminarie sono 
prontc: ogni casa accoglie un parente o un amico che 
viene per la festa; ogni staiuberga cambia di aspctto , ogni indi- 
viduo pare che non conosca piu dolore o miseria. Lc bettolc si 
adornano con bandiere, e rami di albero, e festoni di verdura,e 
lampadari, e lainpioncini; e apparecchiano tavole c tavolini, vino 
a ufa c apperitose vivande. Girano le bande dei gigli, c i pianini, 
c i sironatori ambulanti, e i cantatori delle geiiiali canzoni popo- 
lari.... la festa h cominciata! 

Passa fra una chiassosa allegria la notte , spunta un nuovo 
giorno, e, col nuovo sole, che viene a baciare le cinie dei gi'^lh 
sorge una nuova gioia che va crescendo con esso finoal meriggio, 
e poi lo lascia... per non declinare assieme al tramonto ! 

L*animazione, la folia, si raddoppia, si triplica... non si puo 
piu calcolare a misura che passano le ore: ed eccoci al raomento 
dei trasporii dei gigli alia Piazza, per essere benedetti. 

Quelle macchine, che da alcuni son calcolate dal peso di 60 
quintali , con i suonatori scduti alia base, tre o quattro uomini 
collocati piu su per dirigere a mezzi di funi le operazioni di equi- 



SA)% PAOLINO m £ LA S£COLARE FESTA DEt GIGLI IN KOLA Sj 

librio, ovc ne fosse il caso, e qiKUtro o cinque monelli> che hanno 
trovato moJo come sfugj[ire alli vi^iLi'Ui c arri:n^.>ic.ir.si njlTin- 
tcrno fin dove loro e piaciuto per t;oJcrsi lo spcttacolo e... esscrc 
irnscinati niiclie cssi , quelle macxihine , .dico , son prese a spalla 
dalle paran;^e di quaranta nerboruti uomini, i cui muscoli si veg- 
gono gonfiare sotto la leggera maglia di cui soiio ricoperti, e, tra 
evviva, battimani, e suon di tromboni e di graii cassa, son por- 
tate tutte alia Piazza. Dico portaU , perchi non trovo altro voci- 
bolo ad esprimere , chi quello non h un semplice trasporto , ma 
UD andar di danza , strana danza ! — Lo spettacolo ha del gran- 
dioso, ma anche del terribile, e, lasciatelo dire, anche del selvaggio; 
Tentusiasmo h divenuto delirio, il che se non fosse, non potrebbe 
spiegarsi come nuove forze sorgano sempre negli uomini delle 
paran^e^ e come essi siano divenuti insensibili socto quelle fatiche 
erculce. 

Nda mb6, nda mb6... 

h il ritornello di uno dei canti popolari; imitazione del suono della 
campana del Duomo , detto con tale un' armonia imitativa , che 
riesce dolce e commovente come il suono stesso di quella cam- 
pana che, per tradizione , produceva V aborto delle pregnanti... E 
nda mbdy nda mbd,... squilla dall' alto della torre il sacro bronzo 
fra le armonie dei minori, mentre la processione, in cui si porta 
il busto argenteo del Santo, si inoltra per le vie della citti, sotto 
una pioggia di fiori e di confetti , per andare in Piazza , ove il 
Vescovo benedice i gigli. 

Allora si fa d' improwiso im gran silenzio, che dura finch^ 
il Vescovo circondato dal capttolo canta Voremus delk benedizione: 
ma^ non appena prende I'aspersorio per fare il giro e aspergere 
dell' acqua benedetta i gigliy scoppia un uragano in cui mancano 
solo i lampi, perchi tuonano le grida , gli applausi , le campane, 
le bande, i mortaretti: piovono fiori e cartellini multicolori, gran- 
dinano, come grandine devastatricc, i confetti ! 

La processione torna in chiesa e comincia la sfilata dei gigli. 
Ho gii detto che 1' entusiasmo non scende col sole al tramonto, 
e lo ricordo , perche chi legge senza aver visto , non possa cre- 
dere, che almeno la spossatezza rende piili calma la sfilata. 



i6 ARCHIVIO t»ER L£ TRAOIZIONI POPOLARI 

Ma che ? forse t questo il punto culminante, questo il mo • 
mento della gara del giglio pjrtato meolio, II giro h lungo,: si vi 
per quasi tutte Ic vie della citti , e non si finisce che alle tre o 
quattro ore dopo il nu'zzjJi. Tratto tratto, per non dire innanzi 
ad ogni bottega, i gigli si fermano, avveogono strane e grotteschc 
scene di contorcimenti, di urii e di saiti; si cantano canzoni, si 
suona, si ge^tano confetti; e poi... solto ! (si coniaada alia paran:^a) 

la macchina si alza , scoppiano gli applausi ; e il gigUo qiunio 

va hello ! . 

A sera si ripetono le lujiiiurij, 1j masichc, gli spjri, i, canti, 
la festa, il tripudio. Le uliime ore della notte si confonJono : dopo 
breve rallentamento , con le prime del mattino, il lunedi, terzo 
giomo della festa. Le m.icchine sono pjrtate novellamentc tutte 
in Piazza e si fa una festa centrak , che h Y ultimo colpo della 
grande esplosione di entusiasmo.... immaginate !... '. 

Sac. Alfredo del Priore, 



* A cotnpimento dello scritto che pubblicammo suirargomcnto nel vol. XII, 
pp. 28082 dtWArchivio, ci piace accoglicre anche il presentc. 



^-»"t^t(&-*-- 







MISTERIQSE APPARIZIONI IN FLORIDIA 

(ftrov. di Siracnsa). 




lORNi addietro, in Floridin, alcuni abitanti dell' ultimo 
tratto di via Archimede (rjWrfcrfJw), stavano,a pren- 
dere 11 fresco^seduti davanti Ic porte. Era notte, c il 
buio era intenso. 

Ad un tratto agli occhi ester- 
refatti del contadini uno^strano spet- 
lacolo si presenta: una misteriosa fi- 
gura, partecipante del lupo e delPuo- 
nio, vaga rasente il muro , ferman- 
dosi sotto le finestre ed emettendo di 
tamo in tanto orribili linghi. 

Le voci degli atterriti popolani si 
levano in coro ad invocare i santi, le 
mani frettolosamente segnano croci, 
e,.. la visionc sparisce. 

Ma da una casa vicina disperate 
grida (U aiuto si sentono partire, 

Tutti corrono verso quella casa. 

Un colossale mastino nero » con 
gli occbi rossi, le zanne sporgenti, sta 
piantato nel mezzo deir unica camera della casa , indifierente al 




ijS arChIviO pfeR LE tkAbiiiloWi poI»oLakI 

griJio c alio vSCalmaiiare Jegli Inquiliui ancor $onnacchiosi ma 
aiterriu. 

AirArrivo degli accarsi pertf, si scuotc; e dopo aver monuo- 
rato ia segno di wajcoiueiuo, p.i[re<;chi: hi ! hi I con gli occhi torvi 
e la testa bassa si allontana Icmme Icmine c sparisce. 

Cc n'Cj di troppo per la fervida flintasia del popolino. 

Saranno stati animc penitciui, spiriti, diavoH ? E, se tali, come 
ivai sono venuii quas^giii ? Perchi fare , per annunziare il lini- 
mondo ? Ma quello ^ iiicarico iitAV AniiciistH cu U cndJureddi cauriy 
(r Anticristo con le ciambelle caldc). Si saranno forse ribellati a 
Lucifero ? 

Ecco tulto Ic donunde chc si sono formulate per i campi, 
fra le comari. 

Alia misteriosa apparizione e stata data questa versionc : 

Durante Tultimo uragano tutti i diavoli furono (natural mente) 
scatenati. Al ritorno, poi, alcuni di cssi avrebbero trovato chiusa 
la porta, per cui si va nella citti dolente: c poveretti ! sarebbero 
stati costretti a vagare per quesii luoghi. 

Che direbbe papa Alighieri se sapesse che la gente orrida k 
vcnuta a ricambiargli la visita ? 

Figuriamoci ora un po' Tagitazione e la paura di questi po- 
polani, per la presenza di tanti ospiti ! 

IntaBto noi dobbiamo credere che queste visioni siano asso- 
luio parto della fantasia del popolino o che qualche burlone di 
catiiva lega nbbia escogitato un iravcstimcnto per attcndere indi- 
sturbato chissi a quali importanii faccende, forse anche deliituose. 

Una spiegazione non potremmo averla da coloro che assi- 
stettero dc visu alia diabolica apparizione; ma essi sono tanto con- 
vinti che si tratti di hrntti hestii, che il solo nostro dubbio ci pro- 
curerebbe chi sa che appellativi di scomunicati e simili ^ 

.20 Agosto jpoj, 

S. Amato. 



» Dal Giornale di Sicilia, a. XLIII, n. 238. 




RLASONE POPOLARE LUCCHESE 
EDITO E INEDITO '. 



\ 




A Pianura abbraccia il « territorio delle sei miglia » , 
coi due Comuni di Lucca c di Capannori , e la Val 
di Nievole , con quelli di Villa basilica , Pescia , Vel- 
lano, Uzzano, Altopascio, Montecarlo, Buggiano, Ponte Buggianese, 
Cozzile, Montecatini e Monsummano. 

II a territorio dellc sei miglia » — cosi cliiamato per la sua 
estensione da settentrione a mczzogiorno, mcntrc da levante a po- 
nenie misura una larghezza maggiore quasi del doppio — 6 costi- 
tuito da un'ubertosa valle, parte piana, parte onduLua e percorsa 
da colline, die b chiusa da greco a tramontana dalla catena delle 
Pizzome e da ostro a scirocco da quella dei Monti Pisani, die si 
elevano al cielo superbc e macstose, raggiungendo la prima i mille 
metri, la seconda quasi i novecento d\iltezza. Le coUine sond tutte 
rivestite di vigne e di oliveti rigogliosi, dai qiiali si ricavano vini 
prelibati c il celebre « olio di Lucca » di fama mondiale, e sono 
tutte adorne di sontuose ville signorili con parchi e giardini amc- 



» Continuazione. V. Archivio, fasc. IV, 1902, p. 433. 
Archivio pn U Iradhioni popolari. — Vol. XXU. 



$6 AkfiMiVia P&k Le fftABiZidMi f6p6LAftl 

nissimi, che per la loro magnificenza tiieritarono di esser cantatc 
nel Setteccnto dal poeta parmigiano Antonio Cerati '. II piano, poi 
— il bel piano di Lucca — pare un immenso tappeto variopinto 
per le estese piantagioni di lino, di canapa, di legumi, di ortaggi 
e massimamente di cereali , ed 6 tutto cosparso di fabbriche , di 
palazzine e di casolari , che nell' autunno — rivcsiiti interaniente, 
com*i costume, di pannocchie di granturco — scintillano al sole, 
come fossero d'oro, attraverso i pioppi ed i gelsi. 

La popolazione del « territorio ddle sei miglia » , e special- 
mente quella della parte piii bassa , i piu laboriosa , ma i anche 
meno civile, e (sebbene si trovi in raigliori condizioni economiche) 
vive piu miseramente di quella della Montagna, dalla quale diffe- 
risce anche per la parlata, che i men pura e piu scorretta: ;Onde 
i montanini spesso deridono i pianigiani , tacendo loro il verso 
con questo discorsetto; MarV Menia^ ce PavesU trava* *n der pan 
che vi prestai gglieri una scarpetta der m'C hhmhoro ? ' oppure con 
la seguente ottava , che contiene 1' ammonimento di una nonna 
alia nipote che vuol marito : 

Abbada a quer che fat, ragassa raia« 
Perchfe I'amore 6glie 'ome una ioccia, 
*He becca da pel tutto, e po' va via. 
Bigna esse 'ffulbi, e tu *un se' fulba goccia. 
A me 'un me ne fac^vino peldia 1 
E 'un faccio pel di di', ma ero belloccia. 
Lurezia mia, se v6i esse 'na donna, 
Penza a quer che t' ha 'itto la tu' nonna 3. 

» Le VilJe Lucchesi di Filandko Cretense. Parma, Stamperia Reale, 178}. 

* Versione letterale : « O Maria Domenica , ce I' avreste trovata net pane 
che vi prestai ieri una scarpetta del mio bambino ? » Nieri , Deifatti transiiori 
ecc, p. II. 

J Versione letterale: 

Abbada a quel che fai, ragazza mia, 
Pcrchi I'amore gli 6 come una chiocs'i.i, 
Che becca da per tutto c poi va via. 
Bisogna essrr fiirbi e tu noa sei furba pnnto. 
A mc no:i me ne facevano per bacco. 
E non faccio per dir. ma ero belloccia. 
Lucrezia mia, se vuoi essere una donna 
Pcnsa A quel che t' ha dctto la tua nonm. 

NiERi, Saggi sceUi del parlar popoJare lucchese. Lucca, Tip. Giusti, 1896, p. 12. 



BLASONE POPOLARE LUCCHESE 9 1 

Ma veniamo ai singoli pacsi ! 

Muovendo dalla Montagna Lucchese lungo il corso del Serchio 
verso il capoluogo della nostra provincia, si lascia il Comune de ^ 
Borgo a Mozzano e si entra in quello di Lucca presso il rio Ri- 
vangaio, che sbocca nel fiume in uno dei punti pid pittoreschi 
della vallata. I tnonti scoscesi, che a destra e a sinistra si levano 
minacciosi sul nostro capo, vanno sempre piii awicinandosi, re- 
stringendo il letto del Serchio, che, sdegnoso di ostacoli, freme e 
spumeggia fra i massi, c la valle sembra chiudersi affacto dinanzi 
a noi, tantocht una volta un povero montagnolo — che non era 
mai uscito dai luogo nativo — partitosi da casa con la ferma in- 
tenzione di trovare ala fin del mondo», quando arriv6 a questo 
punto, si rivolt6 e tornd al suo paese, persuaso di aver percorso 
tutta la terra '• ' 

Ma Tiilusione i di br^ve durnta, perchi, proseguendo il cam- 
mino, I'orizzoiite dopo poco si allnrga; il fiume che prima pareva 
un torrentaccio rovinoso , ora riprende il suo maestoso aspetto, 
distendendosi mollemente per le feraci campagne di Sesto e di 
San Gemignano, e le Pizzorne, che — viste dal fianco occidental 
— ci apparivano nude e disabitate , ora si popolano di graziosi 
villaggi, biancheggianti fra gli olivi e i castagni. 

Tutti questi paesetti una volta formavano una sola parrocchia, 
detta «Brancolii>,e il nome h rimasto per indicare complessiva- 
mente tutto il territorio da essi occupato, come quello di « Bran- 
coliniD per indicare i loro abitanti, sui quali corre questo mot- 
t^gio scoDclusionato, che ^ forse un frammento di un canto pid 
lungo : 

Che ne dite, o Brancolini, 
Marioli e imbrogliarini? 

Le bugie non pagan gabella, 
Mvon sempre a pan di scandella ^ 



' La leggenda mi fu narrata, quand' ero giovinetto , da un vetturino , che 
* mi coodoceva a Lucca. 

* NiSRi, Proverbj iosc, p. 9$. 



$2 ARCHIVK) PER LE TRADIZIONI POPOLARt 

Pero, coil Tandar del tempo, U popobzione si occrebbe tarato, 
chc questa vennc distinta in una diecina di parrocchie, parte dellc 
quali iigurano nella lista seguente, insieme con Sesto : 

Piazza, canaglia; 
Onibrcglio, pcrciiiaglia; 
Sant' Ilari, — pari pari; 
San Giusto — giusto giusto; 
In Viochiana, costoloni; 
Scsto, mal pari, 
Poca gente, spie e ladri «. 

Vinchiana per6 non h veramentc una parrocchia, ma un grup- 
peno di case sulla strada mac5tra che dai Bagni di Lucca conduce 
alia citta, il quale devc il suo nome a un torrente chc gli passa 
dinanzi. A proposito di Vinchiana ricorder6 pure i due provcrbj; 

N6 pclo ne Una, 
Ne donne di Vinchiana *. 

Vinchianini, 
Ladri assassint, 
A lie fan delle canipane: 
Gli uomini b..... e le donne b 3, 

E gi^ che si parla di campane , riportero qui anche qae&ci 
due deui popolari su Sesto e San Gemignauo: 

Quando suona Sesto, 
San Gemignan fa presto 4. 

Quando suona San Gemignano, 
Sesto r ha in mano s. 

(cioc: il battaglio della campana). Questi due paesi — sui cui abi- 
taoti corre anche il seguente proverbio : 

San Gemignano, spianamattoni, 
Sesto, matti buscheroni *. 

« NiERi, Prov. tosc, p. 98. 
2 NiERi, Prov. tosc.y p. 97. 
5 NiERi, Prov. tosc„ p. 99. 
4 NiERi, Prov. tosc. p. q8. 
$ NiERi, Prov. tosc., p. 98. 
^ NiERi, Prov. tosc., p. 98. 



iLASONB POPOLAKE LUCCHBSE 95 

— sono posti di fronte Tuno alPaltro sulle due rive del Serchio, 
le quail, poco dopo Vinchiana, si ricongiungono per mezzo di uo 
inagnifico por^te — il Poate a Moriaoo — cUe ha dato origiae a 
una grossa e rideme borgata, ricca di opilici e di negozi. 

Alia destra di questa , si eleva sopra un colle scosceso , in 
mezzo ai cipressi, rantico c^stetlo di Mpriauo , che , insietite col 
Ponte, con San Gemignano e con altri paesi costituiva un tempo 

— come Brancoli — un'unica parrocchia, detta appunto «\|ori;wa» , 
la cui etimologia mi fu spiegata da un falegname, mio amico ', 
con queste testuali parole : 

Dicea mi' (*a\ buon amma: La Confessa SKatiUe and6 a Roma 
dal papa^ e volea d'l messu E In ni de^ il pirmnso ,//>?, prim't, 
dovea fahhrkh' cenk) chiese. La ConUssa 3\£'Uilie ci mise mano , m t 
po' *im' arrivd; ne fnbbricd tiovantanove^ t ViXtim.x (alHma)/i#^wV» 
di MorianOy che disse: Qm « moriama » e lmor$a nette f E di II ^he 
il nome di vl Mariano n, 

Anche a questo e agli altri viHaggi che prims si trovavano 
uniti con esso in un paese solo, si appHca il motto che abbiamo 
gii trovato riferito ai Barghigiani : 

A Moriano 
Larght di bocca c stretti 4i mano *. 

Sul paese di Castello corre anche questo proverbio : 

Chi va a Castello 
Perde il vitello 3. 

il quale ha una variante assai piu lunga , che comprciide pure 
San Gemignano e i prossimi paesi di Saliocchio c di Aquilea: 

Castello 
Mafigia un vitello (o un budtUo)\ 

Saa Gemigiiaa 
Mangia un pan (o un can)\ 

Saltocchio 
Mangia un pidocciiio (o un f>orco)\ 



» Giovanni Sinaonetti , ora defunto , nativo di Aquilea c domiciliato a 
Tcreglio. 

* NiERi, Prov, iosc, p. 98. 
3 NiBRi, Prov. tosc, p. 95. 



94 ARCHIVIO >£R t£ TRADIZIONl POPQLARl 

Aquiiea 
Mangia il roman della sta^a '. 

Invece di ridiscendere al Ponte a Moriano e proseguire di- 
rettamente verso Lucca lungo il corso del Serchio, giacche siamo 
a Castello , prego il paziente lettore* di fare insieme con me una 
diversione verso la Freddana, passando per San Concordio e per 
Arsina — due paesi famosi per il buon vino, mi ac^rsi di abitanti — 
il primo de'- quali fe deriso col proverbio : 

San Concordio, 
Poca gent^ c mal d*accordio *, 

e I'altro fa da capolista in una lunga serie d' epiteti ingiuciosi 
contro alcuni villaggi della Val di Freddaoa , che s' incontrano 
muovendo a ritroso del torrente y .e contro altri del Comuue del 
Borgo. a Mozzano, che abbiamo gik visto : 

Arsina, strinatella: 
Mon^ecatino, sega-morteUa: 
Bocca-larga, la Cappella: 
Lomhardacci di xMastiano, 
Lccca-piatti di Gugliano; 
Granatari di Doroazzano; 
Sfronda-necci di Tempagnano, 
ii|Mura-fango di Valdottavo; 
Rimbechiti di San Donato; 
ChioccioragU di Castello... 3. 

La lista seguiterebbe ancora, estendendosi pure al Comune 
di Pescaglia : 

Fondagno Foud6 ecc. 

Ma quesia — come gii ebbi a dire — ha tutta V aria di una 
appiccicatura: percid lasciamo «tare, e, invece di tornare indietro 

I Statea = Stadera. 11 Nieri, da cui ho tolto anchc qucsta variante, vera- 
raente, ne fa quattro proverbj distinti. V. Proverhj tosc, pp. 95, 98, 94. 
» NiERi, Prov. losc„ p. 98. Si dice anche : 

Sjn ConcorJio 
Qpattro gJtti| mat dVccordio. 

3 NiBKi, Prw. tosc, p. s. 



verso la Monugaa, procediaaio luiigo il corso d^lla FrcJdaaa, clu* 

— dopo aver toccato il territorio di Arsina — pcpsegue verso 
Vallebuja e si scarica nel Serchio , a circa un chilometro dalla 
citti, presso Monte Sm Quiri»:o (o « Monsanquilici », come voU 
garmcnte si dice), bel paesotto, assai noto per Ic sue moke fornaci 
di mationi, nonchi per il gran numero di asini che vi convengono 
per trasportarc i laterizi o la ghiaia del fiumc ; onde ai bambini, 
che non ban voglia di studiare, i buoni babbi lucchesi rivolgono 
spesso la minaccia di mcttcrli nel collegia di Monsanquilici ^ cioi 
nel ttcollegio dei somari ». I.^uoi industriosi abitanti e quelli di 
Vallebuja sono messi in canzonatura con questo epigramma, che 
coraprende anche il popolo di Sant* Alessio , villaggio limitrofo 
a Monte San Quirico, a pii delle ridenti colline che stanno fra 
la valle della Freddana e quella della Cont^sora : 

Baribuglia {Vallthuja) 
Intruglia, iotruglia; 

Monsanquilici, spianamattoni, 
Sant' AUessio, tutti minchioni >. 

Qui vorrei trattencrmi un poco per enumerare le bellezzedi 
quest^ultimo villaggio, ricco di vilie eleganti, di grandiosi giardini 
e di araeni viali , ombreggiati da lunghe file di pioppi , al quale 
mi ricoUegano tanti doici ricordi della mia infnnzia, e per descri- 
vere la caratteristica baldoria che vi si usa fare ogni anno la vi* 
gilia deU'Ascensionet, sul piazzale della chiesa^ in mezzo a un'im- 
mensa folia di persone e agli spari dei mortaretti : ma. « la via 
lunga ne sospignen; perci6 contentiamoci di salutarlo passando, e 

— riprendendo il corso del Serchio — traversiamo il PonteSan 
Pietro per dare un'occhiata ai villaggi — parte in monte, parte in 
piano — che sono compresi fra la Contfesora, il Rio di Castiglion- 
cello, il monte di Quiesa e quelli di Chiatri, 

Eccettuato Nozzano — di cui si pu6 sempre ammirare il bel 
castello, edificato, credesi, dalla Contessa Matilde — gli altri sono 
oscuri e poveri paesucci, che per la loro posizione infelice o per 



NiBRi, 'Proverhj lucchisi e senesi\ p. ii. 



^ ARfiHtVlO mt L* TRAfttacMft POPULAR! 

le loro tristi condi/ioiYi cconoitiiche , si prcstaho assai bene aHo 
sclierno di quelli che si trovano in migliore stato , co.ne si pu6 
vedcre dagli cpigrainini che seguono : 

Arllimo, non far tnnto fuxo, 
Che tantD fuoco brqcia i tamburlant! 
Arliano, chc allc case hai i tetti bassiv 
Aclian, con la miseria ci contrast! >. 

Chiatri, gran copiositi^ di monti, 
E delle grottc non si vede il fine; 
Non cr regna ni marchesi n^ conti, 
Perchi son posti ripicni di spine ». 

Castiglionc, copiosit;\ di niDnti, 
E con poca pianura, 
£ ci batte il sole addirittura. 
Se non si copron ben di mezzalana, 
Quest* invfcrno sentiran fischiar la tramontana 5. 

Ma a che proseguire ? Come vede il Icttore, i meglio tornare 
iiidietro. Lasciamo dunque Castiglione — o «CastiglionceIlo», come 
lo chiamano ora — e rivoltiamoci verso Lucca, segueiuio T itinc- 
rario indicato nei versi segucnti : 

Castiglione, aHfumicato, Al Pootc 

Balbano, rassetiato; Gli si rompc; 

Noxzan. Nave, 

Treppia-pantan; Pianta-favc; 

GoHe, Sanf Anna cipollina, 

Tira-pistoUe; E Lucca, cittadina 4. 

Molti aliri paesi possiede il Comune di Lucca rte!Li parte 
della pianufa che e rivoUa a libeccio o a mezzogiorno fra il Rio 
di Cerasomma, il Guapparo e TOzzori; ma non mi i? riuscito d* 
rinvenire i motteggi che si scambiano fra di loro, all' infuori di 
questo modo proverbiale contro gli dbiranti di Gattaiola : 

» NitRf. PrtH;. tosc, p. 95. 
* MiERi, Pr^v. tosc, p. 96. 

3 HiEftI, Prov, tosc,^ p. 96. 

4 NifiKi, / rav, lose, p. 96. Treppia-pantan = treppica-puntano, cio6: calpcsta- 
fango. Treppiare t un verbo lucchese che significa «premere, calpestare». Gli si 
rompe intendi: il ponle. 



' bLAi>OMfe t>OPOLAR£ LUccriE^E $^ 

Fare come quelli di Gattniola : in tasca e zitti ! * 

£ un fatto : per quanta diligenza vi si meita , le raccolte di 
questo generc presentano scmpre delle lacune, cd i quasi impos- 
sibile che riescano complete. Pnssiamo dunque oltre , e — ripi- 
i^liando il cammino verso settentrione, per San Vito, la Nunzia- 
tina, San Cassiano, San Piero a Vico, San Pancrazio e Saltocchio 
— torniamo a San Gemignano, di dove ci alloitanamnio per an- 
dare a Gistello di Moriano, e quindi nelle valli delia Freddana e 
della Cont^sora. 

San Vito e la Nunziatina sono due paesi contermini , i cui 
abitaoti si scherniscono a vicenda, i primi chiamando gaiti i se- 
condi, e questi dando ad essi il nomignoio di tol>i, per significarc 
che sono da piii di loro , e , se volessero , potrebbero fame boc- 
coni. Su San Cassiano c San Piero a Vico corrc questo dctto : 

A San Cassiano pecorari; 
A San Piero a Vico tabaccari \ 

e San Pancrazio ricorre insieme con Saltocchio nei seguenti cpi- 
grammi : 

San Pancrazio suona bene, San Gemignano, un c 4. 

Marlia se ne tiene, Matraia 6 un bel porto {sic), 

Lammari fa doo don, Ciciana ^ un beU'orto, 

Saltocchio h un gran minchion 3. Palmata i uno strettoio, 

MarHa suona bene, Saltocchio t un c : 

Saltocchio se ne tiene; San Pancrazio 'un ce lo metto, 

San Pancrazio, uno strettoio; Ch' fe un paese di rispetto 5. 

Qui per6 debbo avvertire che Lanim.iri , Marlia e Matraia 
sono fuori del Comunc di Lucca e fanno parte di quel di Ca- 
pannori , il quale - come abbiamo detto - si divide insieme con 



' NiERi, Saggi scdti del parlar htcchese, p. 59. 

*■ Fu dcttato alia raia dcfunta sorelia Felicina Giannini*Finncci da una con* 
tadina di quel luoghi, la quale asseriva che quei di San Cassiano son detti 
ftcorari , percb^ aramazzaoo le pecorc e quei di San Piero a Vico tabaccari, 
perch^ la maggior parte hanno il vizio di prendere tabacco. 

J NiERi, Prov, losCy p. 99. 

4 NiERi, Prov. tosc, p. 97. 

5 NiERi, Prov, tosCf p. 97. 

Archivio per le tradi\ioni popolari, — Vol. XXII, 1 3 



98 AliCirilVlO P^R Lt fRAblilbMl POPdLAlll 

esso il « territorio delie sei miglia » , occupandone la parte 
orientale. 

II primo di questi paesi ritorna in ballo nel provcrbio — di- 
remo cosi — ecclesiastico : 

Lammari in piano, e Ghivizzano in monte \ 

die sta ad indicare i due villaggi delta Diocesi di Lucca chc daiino 
alia Cbtesa il maggior contingente di preti e di frati; e Marlia-— 
insieme con San Filipo, Antraccoli e Tempagnano di Lunata — i 
pure menzionata nel motto : 

A Marlia^ gallonzorari, 
A San Filippo, cipollari; 

A Antraccoli, gatti; 
A Tcrapagnano, matti '. 

Miracolo ! La maldicenza campanilistica ha risparniiato il ca- 
poluogo del Comune; ma per oltraggiare maggiormente — serven- 
dosi deir antitesi — i tre paesi, prossimi ad esso, di Paganico, di 
Santa Margherita e di Tassignano : 

Capannori t un bel castello, 
Tassignano in un corbello; 

Paganico b uno strettoio 
Santa Margherita un c 9. 

Non meno di questi tre i tartassato Porcari — grosso villaggio 
in coUina presso il padule di Bientina — donde si fanno derivare, 
o dove si mandano — a cagioue del nonie che porta — tutti co- 
loro che con qualche atto o parola ofFendono le regoie dellabuona 
creanza, e ai cui abitanti si suole adattare il motto ingiurioso che 
abbiamo gii trovato rivolto contro i Vinchianini : 

Porcarcsi, 
Lunghi e stesi 

Alle fun delle campane, 
Gl\ uomini b , le donne b..«. 4. 

I Coraunicatomi da Mons. David Carailli di Ghfriziano, era Vescovo di 
Fiesole. 

* Da una contadina della Nunziatina. Gallonxprari viene da gaUoni&ri, voce 
lucchese con cui si chiamano le foglie di rapa quando son cotte e cocioate. 

5 NiERi, Prov, tosCy p. 95. 

4 NiERi, Prov, tosc,, p. 98. 



BLASONE POPOLAIt^ LUCCHESE 99 

Presso Porcari passa il rio Leccio , che nasce nei versante 
mcridionale dellc Pizzorne e, dopo essere disceso al piano attra- 
verso una serie di pampinose colline , si getta nel canaie Rogio, 
che raccoglie una parte delie acque del padule di Biencina. Lassu 
— a mezza cosia, sul dorso delle Pizzorne, presso le sorgentidel 
Leccio — sorgono Sant' Andrea in Caprile, Petrognano c San Gen- 
naro , e piu in basso — nella rcgione dei colli — Tofori e Gra- 
gnano , cari (per parlare classicamente) a Pallade , a Bacco e a 
Pomona. La posizione topografica dei primi quattro paesi ci vien 
descritta dal popolo in questo modo : 

Totori 'n su un colletto, 
Sant* Andrea dirieto a un cesto, 
Petrognan in su *no stecco, 
San Gennaro h un bel castello, 
Ma di micci ce n' ^ un flogelio ^ 

E gli abitanti di tutti e cinque sono designati con metafore 
tratte dalla zoologia nella lista seguente : 

Le lumache di Tofori, 
I topi di Sant' Andrea, 
I gatti di Petrognano, 
I ranocchi di Gragnano, 
I micci di San Gennaro '. 

Fra costoro, quelli che piu s'offendono del loro epiteto sono, 
naturalmente i Sangennaresi. Basra un semplice accenno a quello 
utile e pazienie animale per farli raontare su tutte le furie ; e i 
vicini — che si divertono un mondo a farli andare in bestia — 
sfogano il loro amore fraterno verso di essi , cantando alle loro 
spalle questa storiella napoletanesca : 



' Denatami dal mio caro collega prof. Luigi Bonfigli di Lucca. Micci = 
ciuchi, asini; diriito :-=nlittJco, Nel Nieri, Prov, tosc, p. 99, varia cosi: 

Tofori *n su 'n coUetto, 
S«nt' Andre* silu il cesto; 
San Gennaro i un bcl CAstellu, 
Che di micci ce n*i un fUgello. 

* NiEiu, Prav. tosc, p. 97, %. 



lOO ARCHIVIO PER LE TRADiZIONI POPOLARI 

Mamma niia, oh che disgrazia ! Chi lo prenJe per la coda, 

£ cascato lo micciariclio. £ chi per la cavezza... 

Se mi muore, povcrello. Eh, se aessi la contentezza 

Mamma mia, come farb ? Di vedello earning* !... 

£ quando ragnava^ facea cosi : £ quando ragnava, facea cosi : 

— Ihi.... ihi.... ! - Iha... ihk... ! 

San Gennaro benedetto, San Gcnnaro benedetto, 

Fammi lo ciuco risana' ! Fam.ni lo ciuco risan^* I » 



Ed ora passiamo alia Val di Nievole, 

Pometo e vigna di Toscana 
Sotto la guardia de TAppennino 

— come la chiama Guido Mazzoni ^ — senza curarci dello strano 
proverbio : 

Nclla vallata di quel di Nievole 
Ogni persona riman fievole 3. 

c fermiamoci a Villa basilica, che t stata sempre lucchese, anche 
ai tempi della Repubblica; mentre tutti gli altri dieci Comuni che 
la Val di Nievole comprcnde appartengoao alia nostra provincia 
solo dal 1847 , dair anno cio^ in cui la Lucchesia fu annessa al 
Granducato di Toscana. 

Villa basilica i un grosso paese, posto alia base australe delle 
, Pizzorne presso la riva destra della Pescia di Collodi (detta an- 
•ticamente « Ariana», onde il nome di « Vallc Ariana» o aValle- 
riana » , che si da per appellativo ad alcuni p«jcsi di qucsta parte 
della Provincia per distingucrli da altri omonimi) e fu molto 
celebre nei secoli andati per la fabbricazione delle armi; nella quale 
industria si distinse tanto, che molti Bergamaschi si stabilirono 
nel Lucchese e ivi si misero a fabbricare pistole e spade, che poi 
spacciavano per Htalia, segnandole con la marca delle officine di 
Villa; come fanno ai nostri giorni certi commercianti, che com- 
prano I'olio di qualchc altra parte della Toscana e poi lo spcdi- 
scono fuori d' Italia , facendolo partire dalla nostra citti, perche 



* Da una donna di servizio di Veneri. 
^ Poesie, Bologna, Zanichelli, 1891, p. 183. 
5 NitRi, Prav. lose, p. 158;. 



■^^f^msn^^^^ 



BLASONE POPOLARE LUCCHESE JOt 

quelli chc lo ricevono possano costatare dall' etichetta della sta- 
zione di partenza che i vero « olio di Lucca ! » 

Fino al 1884 iTComunedi Villa basilica comprendeva anche 
le due frazioni di Vcncri e di Collodi/che poi passarono in quelio 
di Peseta. CoUodi — famoso per la grandiosa villa de' Marchesi 
Garzoni e per aver dato il pseudonimo aHHIlustre educatore Carlo 
Lorenzini, che vi pass6 alcuni anni della puerizta — si trova ricordaio 
accanto a Capannori nel proverbio : 

Fra Capannori e G)Uodi 
Non c'^ un che sc la godi > 
c nella semplice frase : 

Fra dpannori e CoUodi, 

che si adopera scherzevolmente in luogo dell* altra « fra capo c 
collos y come quando si dice: «Gli dettero una legnata fra ta- 
pannori e CoUodi »• Inoltre esso si accoppia con Villa basilica in 
questo motto : 

Ragazzc di Villa c cavalli di Collodi 
Non c*6 nessun che sene lodi *. 

e in quest'altro che ce ne tratteggia malignamente gli abitanti : 

Villa, monelli, 
E Collodi, coltelli 3. 

La nomea di accoltcllatori h data invece agli uomini di Pa- 
riana in una lista di nomignoli contro alcuni villaggi iiel Comune 
di Villa basilica , la qual lista comprende anche San Gcnnaro e 
Brandeglio , che abbiamo gia trovato fra i paesi del Comune di 
Capannori e di quelio dei Bagni di Liicca : 

Veneri — puppa-sineri: I^ariana, cortelli; 

Collodi -r- puppa-chiodi; I porci di BovcgUo, 

San Gcnnaro, scarpettari: I gatti di Brandeglio 4. 
Villa, monelli; 

Ma in quest'altra il brutto epiteto sparisce aHTatto, e i Paria- 
nesi invece son tacciati dt pa^</ : 



* NiBRi, Prov, iosc.f p. 96. 

* NiERi, Prov, tosc.f p. 98. 
' NiERi, Prov. lose, p. 99. 

* Da una donna di servizio di Veneri. Uneri = sedani; corUlli = coltelli. 



tOi ARCHIVIO i>feK LB TtAOlZIOlU »OMLARl 

A Piriatta, matii, 
A Colognora gatti, 

A Boveglio, potci, 
A San Gennaro, micci; 

A Medidna birboni: 
A Peseta minchioni *. 

I Pesciatini (che, ad onor del vcro, non si meritano e non si 
sono mai meritati un tal titolo) sono anche detti chioJaioli * , e 
quelli del vicino paese di Montecarlo hanno il sopranoome di 
gatti ^ Ma su Montecarlo vi h pure una graztosa storiella, che 
non indovinereste mai da chi i stata raccoka. Nientemeno che da 
Alessandro Manzoni! «Quante volte, scrivc Ruggero Bonghi, ho 
sentito ripetere da lui una canzoncina lucchese, se non ricordo 
male, o piuttosco un dialogo in versi tra un capitano e i suoi 
soldati : 

— Vedete Montecarlo ? 

— Si, si che lo vediani. 

— Giurate d'espugoarlo ? 

— S), si, che lo ghirUm. 

— Battete a qoattro a quattro ! 

— Siam tre col tamburio 4. 

« Secondo lui , seguita il Bonghi , la canzoncina esprimeva 
bene le condizioni niisere e spregevoli degli staterelli italiani e la 
dissociazione e dilacerazione che la lor misera folia produceva 
nella vita nazionale nostra : suterelli che pure a lui parevano un 
progresso grande suUa maggiore dissociazione e dilacerazione del- 
rSra dei Comuni e delle repubbliche ; come fece sent ire a quelle 
che innanzi a lui rimpiangeva che la piazza dei Cavalieri in Lucca 
non conservasse il suo antico nome di Piazza degli Anziani* ^. 

Qui il Bonghi ha certamente preso un abbaglio, chi a Lucca 

■ Niem, Prov. lose,, p. 94. 

' Gnnunicataini dal sig. Luigi GonBotti della Chiesina Uzxanese. 

3 Dallo stesso. 

4 Bonghi, A, Manioni, la lingua italiana e le scuoU nell'ediizione dei iVo- 
messi Sposi curata dal Folli. Milano, Briola, 1879, p. XIX. 

5 Bonghi, ivi. 



V 



iLAS6)te PdPQLAH^ Li>€CltBS^ tO J 

b piazza del GtvaKeri non estate, e il Paloissa d^i Adziam-'-^caq- 
giunto ora con quello provinciate — prospetta in Piazza I^s^polcone. 
Ma non ci confondiamo rn qaeste mimsBte, e seguidamo la 
nostra rapida corsa per la Val di Nievole« Dopo aver fatto una 
vishina ai briaconi d'AItopascio \ attraN'ersiamo la fertile campagna 
fra il Marginone e la Chiesina Uzzanese, niA andiam^ lesti lesti, 
perche dice il proverbio : 

Al Marginone, 
Un kdro per cancone; 

A4la Chiesina, 
Un ladro per cantina * ; 

c, senza curarci dei tnotosi di .Santa Lucia % fennianioci al Borgo 
a Buggiaoo, « borgo famoso nei fasti della lingua familiarei) non 
tanto per il rnodo di dire : 

Bugiardo come queili del Borgo a Bu^iano 4 
quanto per le frasi anfibologiche a cui ha dato origine quel ^ff i 
radice di un certo verbo che oon sta.beoe suHe labbra delle per- 
sone educate. « Al Borgo a Buggiano , scrive Giuseppe Frizzi , i 
Toscani mandano gV importuni e i seccatori, invece di mandarli 
meno cristianamente aW Inferno; e talora, per una quasi velleiti di 
galateo e di pudicizia filolpgica, li maadatioa/ ^rgq , senza no- 
rainarlo, o anche in Val di Nievole». K E il chiaro filologo ag- 
giunge : « Questo Borgo , ess^ndo in Toscana molto noto per i 
viaggt frcqnenti che vi si fap fare ai seccatori, si dice anche an- 
tonomasticamente quel paese. Perci6 andare^ o mandate a quel paese 
suona quanto andare o mandare a farsi b...enedire » ^. 

Dal Borgo a Buggiano niuovendo verso mezzogiorno, si trova 
il Ponte Buggtanese , i cui abitanti son conosciuti col nome di 
ranoccbiai ^\ procedendo invece verso levante, si arriva dopo breve 



* Comunicazione del sig. Luigi Gonfiotti. 
^ Corounicatomi dal sig. Gonfiotti. 



) Dal suddetto signer Gonfiotti. 

4 Arcbhno, vol. II, p. 445. 

5 Diihnario dei frinetti popol, fiorenttnu CJttA di Castillo, Lapi, 1690, p. 44. 
* Frizzy op. cit., pag. cit. 

7 Conounicazione del sig. Gonfiotti. 



tb4 AftCHtViO P^k lis, TRA5t:eidMt M>toURt 

camtnino alk due stazioiii balnearie di Montecatini e di Mou- 
summano. 

Anche Montecatini — come moiti altri villaggi della nostra 
pfbvincia - ha il va'nto di possedere buone campanc, con i due 
soliti ' irtconvenienti che — in grazia della rima — quel pregio si 
trae sempre dietro : 

Montecatini dalle belle campanc 
Gli uoniini brutti e Ic donne b. .. \ 

Ma — come tutii sanno — la fama di qucsto paese c princi- 
palmente raccomandata non all' armonia dei sacri bronzi della 
chiesa parrocchiale, ma alia virtu purgativa delle sue acque , Ic 
quail attirano coli, nella stagio:ie estiva, un infinito nu:ncro di vi- 
sitatori non solo da ogni parte d'ltalia, ma anche dal resto d'Eu- 
ropa, nonostante il caro prezzo dei viveri- e il fastidio delle zan- 
zare, che non vi lasciano dormire la notte , e quello dei lustra- 
scarpe, che vi perseguitano il gibrno. Le proprieta caratteristiche 
del paese sono rias^unte in questo proverbio : 

Montecatini, 
Zanzare c re e lustrini \ 

c gli eflfetti buoni e cattivi che produce la cura delle sue acquc 
in quest'altro graziosissimo : 

Montecatini 
Ripulisce le tasche e gl'iutestini 3: 

Del paese nativo di Giuseppe Giusti ci aspetteremmo di tro- 
var ricordata la flimosa « ^rotta », che porta appunto il suo nome 
e alia quale accorrono, ogni anno, pieni di speranza, tanti pov-eri 
sofferenti di gotta, di artrite e di dolori reumatici; madi questa 
non vi k alcun accenno — ch' io sappia — nel Blasone popolare, 
dove sono invece ricordate le scarpe die vi si fabbricano, e, na- 
turalmente, per isprcgiarle : 



» NiERl, Prov. tosc., p. 157. 

* Comunicatomi dal Prof. Raffaello Rocchi di Prato. 

I NitRi, Prov. tosc, p. 157. 



llLASONE POPOLAkE LUCCHESE lO^ 

Scarpe di Monsummano, 

Quando piove, pigliale in roano >; 

I suoi abitanti sono conosciuti con il sopraonome ingiurioso di 
maialai ^: e sono famosi per avere « temporihus illis » pelato il 
mantello a non si sa qunl granduca che ebbe a passarc da quel 
paese; onde il motto: 

Monsummano, Monsumraano, 
Tu sei quello del gabbano, 

che sopravvive luttora a testiraonianza del fatto K 

(Continua) Giovanni Giannini. 



» NiERi, Prav, tosc, p. 99, 



> Cotnunicazionc del sig. Gonftotti. 
3 NiERi, Prov, lose, p. 157. 



:.;i<cr:— 



ArchivU f§r h tradiiioni ptpohri. — Vol. XXII. H 



A 



CANTI POPOLARl D' ITALIA 
SU NAPOLEONE I. 




'' CANTI die metto insieme dalle Raccolte italiane finora 
pubblicate si riferiscono ai Frances! del 1799, a Bona- 
parte ed alle sue imprese. 

Essi sarebbero da dividers! in due gruppi: il primo compren- 
dcrebbe quelli di originc lettcraria: frammentari lutti , laudativi 
deirimperatorc; il sccondo, quelli di indole schiettamente popolare. 

Questi presentano sotto fosca luce il grande guerriero. Dalla 
povcra ragazza alia quale parte il fidanzato per la guerra, alia madre 
inconsolabile che si vede rapire e condurre a combattere c forse 
niorire in remote regioni per una causa che non e sua , il fi- 
gliuolo, e un risentiraento unanime, uno scoppio d' indignazione, 
spesso feroce, contro I'uomo fatale, che porta via il fiore della gio- 
ventii d'ltalia. Quando questa figura, dopo la disastrosa campagna 
di Russia si ecclissa, un grido di gioia si solleva dall'alta Italia, un 
urlo di nialedizione dalle nevose montagne del Trentino. 

Le forme dialettali dei vari canti non sempre sono caratteri- 
stiche: una specie di confusione di vernacoli e di lingua nazionale 
le rende ibride. Questa confusione manca per lo piii ai canti pie- 
montesi; i quali, oltre che il pregio del naturale dialetto, hanna 
quello di narrazioni epiche, non comuni ad altre province d'ltalia. 

G. PitrI 



CANTI POPOLARI D ITALIA SU NAPOLEONE I. 10 7 

Stomelli toscanL 

1. Guarda, Napoleon, quello die fai, 
La meglio gioventu tutta la vuoi '; 

E le ragazze te le friggerai. 

2. Napoleone, te ne pentirai ! 
La meglio gioventu tutta la vuoi : 
Delia vecchiaia che te ne farai ? 

3. Napoleone, fa le cose giuste, 
Falla la coscrizion dellc ragazze; 
Piglia le belle, e lascia star le brutte. 

4. Quando Napoleon mosse battaglia, 
Fece tremar d' ogni albero la foglia : 
Cannonate tira\a di niitraglia. 

5. Napoleon, non ti stimar guerriero : 
A Mosca lo trovasti V osso duro ; 
Airisola deU'Elba prigioniero! *. 

Ritomelli romani. 

6. In mezzo ar mare ce so' le telline, 
Qui la polacca non se p6 pportane 
Gh^ li Francesi dicheno: Fii* isirte ^ 

7. Partiro, ppartir6, ppartir bisogna ^ 
Dove commannera '1 nostro sovrano : 

> Aliusione alle coscrizioni fatte in Toscana sotto rimpero napoleonico. 

* G. TiGRi, Canti pop. toscani , seconda ediiione, pp. 387-88, na. 494-498, 
Fircoze, Barbera, Bianchi e C, i860. 

^ yW isiiu , vims ift\ Questo stornello ricorda la prima occupazione fran- 
cese. — G. Zanazzo, Aritornelli romaneschi, p. 145, c. 5. Roma, Cerroni e Sa- 
laro, 1888. 

4 Questo era il canto dei coscritti a' tempi di Napoleone I. Cfr. Tigri, 
Canti pop, tosc, p. XXIX. 



10^ ARCHIVIO PER Le TRADIZIOHi POPOLARl 

Chi ppijeri la strada de Bbologna, 

Chi anncri a Ppariggi e chi a Mmilano. 

Quanno sarcm' in lontani paesi 

La ggcnte ce diraiino: « Ecco i Francesi ! » 

«Nun setno Francesi, ma ssemo Romani, 

Semo coscritti co* Tltajani)). 

Oh cche ppartcnz' amara, 
Nina mia cara, 
Nina mia bbella, 
S6' nnat' a Rront' e wad' a mmori 'n gucrra! *. 

Villotia ed ihno trevisano. 

8. A Tartlli, a I'ai-mi, o giovinoti, 
No xc piu tempo di far Tamor. 

No xe jpiii rempo di far Tamore, 
L'imperatore ne vuol soldi '. 

9. Elgi i V eco de la tera: 
II suo nome rimbomb6. 

Un dl gridossl itl guierrd ; 

Plausi attend! a la sua chioma. 

El dirito de Tinipero 

Grande schiude, 'schibde grandc 

E di Roma. 

Sagio in paccj forte in gucra 

Fra i mortali un dio scmbr6 '. (^Vittorio). 



> F. Sabatini, Saggio di Canti popolari rom'jni, p. 7, n. 5. Roma, Tip. Ti- 
erina, 1878. 

2 Quest*imperatore, come si pu6 comprendere, fe Napoleone I*. 

L. MarsoNj Canti politici papol. raccoUi a Vittorio e neUestu vicinan:^e, p. 1, 
n. I. Vittorio, Zoppelli, 189 1. 

3 « £ un cantico in onore di Napoleone I* ». Marsok, Canti politici popo- 
lari, p. 2. 

fi un disordinato framjnento di fattura letteraria. Percib conserva la forma 
italiana. 



CANTI POPOLARI D ITALIA SU NAPOLEONE f. I09 



Villotte friulane. 



10. No voles che mi disperi, 
E cW o niucri di passion ? 

II mio putm V ha di la vie 
A servi' NapoIe6n. 

11. An^he cheste c p6 voi vie, 
An^he cheste e p6 j6 voi 

Sul confin de V Ongiarie ^ 
A scrvi' Napoleon =*. 

12. Napoleon V i Idt in France 
E anghimo no T e vignut : 

Oh ce dil, viodi a fa uere 
La plui biele zoventuc. 

13. Jesus jo soi disperate 
Ch' a r e muirt il gn6 curon ; 
Maladete sei la uere ! 
Maladit Napoleon ! 5. 

Canzone Trentina. 

14. Serrate ben le portc 
Che no entra pu nessun ; 
Serrate ben le porte 

Che no entra el battaglion. 

El battaglion V e 'n Franza, 
Con tutti i so' soldati ; 



' Una variante : Ja la Turchie. 

^ £ una delle rare villotte nellc quali riniano il primo c il terzo verso 
soltanto. 

$ V. OsTERMANN', VWoHe friiikne , pp. 359 560. Udine , 1892. Tip. Dom. 
del Bianuo. 



110 AtCHlVIO PER LE TRADtZlOMI POTOLARI 

Noi siam deliberad 
Da questa scbiavitii. 

S Miiano k cosi bella, 
E V^DCzia e isobta, 
Tu|ti i va alParmau, 
I f rentio no, e poi no ! '. 

Canzooi piemontesL 

15. CONTtO I FRANCtil NEL 1 799. 

— St^me aiegr, o Pieraunteis, 
Pijumnia a nitta ' custi Franseis : 
Qh ma dij pira custi tusun ' 
Oe la partija ^ che men-nho le gambe ^; 
L,' imperatur u i ha cmandf^ 
Ch' i nieriireivo d' eisc capun. 

A Bunapar ist nuur 
Nun li vurrumma nenc dee. 
I humma custrect a ciamie li butti ^^ 
E Bunapart u i ha ben dico : 
ttAndumma a fea rutta " an sra cera d' Negit». 

Birbant Franseis, jei * mal pensi 
Di piantee V erbu ^ dra liberti : 

Pij^ cull bunett '% c drcnt 

Che ra muneida mi 'n ra sefch nenc : 
Pije cul bunett dra liberti 
L' ^ Turinare dii disbanci ". 



I Reminiscenze dellc guerre napoleoniche. 

N. BoLOGKiN'i, Usi c Coslumt del Trenlhio. LeUere. Lc Leggemde del Treit^ 
itHOt p. 19. Rovercto, Tip. Roveretaqa, 1885. 

' Sconfigg'umo — 3 ditc pure questi tusoai (cosi detti i repubblicani perch6 
uon portavao piii la coda) — 4 partita — ^ che fuggono — ^ schiamar le botti- 
glic, arrendersi — ' canimino {route franc.) — ' avetc — 9 albero — 'o berretto 
— << iaUitL 



CANTI t>OPOLARl D*irALIA SU NAPOLeON£ h \Jt 

Ant la gesia di S. Crus 
Sutvnha in' ngunia: 

— Chi 1' i ch' r i mort ? — In dispcra : 
1/ e r urdinanza dra liberti. — 

i6. L'Addio (i8i2). 

Ant u spuntic all' aurora, 
Ir steire sun lisente, 
Fancer a tutti quanti 
I habo da parti. 

— Fija, ra me fija, 
Nun aba nant paira, 
'U toi aoiant sighira 
Ben prest u turnera. 

— Ausa li occ ar cielo 
Ti vidirai ra lin-nha 

Ista r' i ra fortinnha 
Di povir giuvinin. 

— Quandi a sarumma an F ransa 
A sutta Napuliun 

Anmes ar rigimentu 
Cantrumma dir cansun. 

Quandi tunrumma andrera 
Davanti ar capellano 
As tucchirumma ra mano 
E si n' andrumma a spusi '. 

17. I coscRiTTi DI Bonaparte. 

Bonapart V k mandi a dire 
Ch' in da partire, ch' in da partire. 



« G. Fbrraro , Nuova Racc^lta di Canti pop, monferrini , p, 54, n. XL, 
Fiienze 1875. 



til AktHlVlO PER LE TftAbl^ld^Il l>Ot>OLARl 

— J partirun, j partirun, 
Cul giovinoto na servirun. 

Passand tin a Poirino, 
Che bcl cammino! die bel cammino! 

Sto bel cammin 1' e sempre stil-je. 
Povri coscrit, a 'n tuca andare ! 

Da Poirin a Vilandva 
Che bela piova, che bela piova ! 

DIa bela piova ii' e sempre stije. 
Povri coscrit a 'n tuca andare ! 

Da Vilanova a Vilafranca 
Che bela pianca, che bela pianca ! 

Sta bela pianca V b sempre st;\-je 
Povri coscrit, a 'n tuca andare ! 

Da Villafranca a Soleri 
Che belvederi, che belvederi ! 

Sto belvederi V b sempre stA-je. 
Povri coscrit a 'n tuca andare ! 

A 'n tuca andare cun i gendarmi, 
Cun i gendarmi an piaSvSa d*armi, 

An piassa d'armi cun i gendarmi. 
Povri coscrit a 'n tuca andare ! 

Coz' dira-lo, la mia mama ? 
Povra mama, la mia mama ! 

L' a iin bel piangc e sospirare, 
Povri coscrit, a 'n tuca andare ! 

Coz* dira-lo lo mio pare ? 
Lo mio pare, p6ver pare! 

L' i iin bel piange c sospirare, 
Povri coscrit, a 'n tuca andare ! 

Coza diri-lo la mia sorela ? 
Cara sorela, povra sorela ! 

L' i iin bel piange e suspirare, 
Povri coscrit, a 'n tuca andare ! (Moncalvo. Casale) '. 

» Nigra, Canii pop, del I'iemonte, p. $36, n. 146. Torino, Loescher, 1888. 



CANti POfPOLARr D* ITALT# SU NAt^OfeEdmE t. I t'j 

1 8. La madre del soldato (1812). 

— O povra mi, Amparatur canaja, 

Chi sa quandi ch' al' \ cgga ! Birbant d'i'n Napultun, 

Mai pi, mai pi ! Ti e ra to bataja \ 

Ant cull luntan pais A Musca t'v6i and^e, 

U niuriri mischi, E i nostri fioj 

An mes a cui nimis! T'i fai masie! 

U m'ven in sciass ' ar cor, O povra mi, 

Mi par d'santile a dir : Chi sa quandi ch'al'vegga/ 

— Ajit % ca 'moir!~ Mai pi, mai pi! 

Ticc i passran anan. Oh u sareiva mei ^ 

Canun, omi, cavai, Che m'alveiss d'ant i pei ^: 

I i'pestran ^ cme in can : Pij^me * an p6, Signur ! 

19. Napoleone. 

La caserma degl'Inglesi fabbricata e in mezzo ai' mar. 
Napoliun coi suoi Francesi la vuol faria sprofondar. 
Napoliun 1' ^ andait a Musca, la sua armata a j* i iassii. 
Poi gl* Inglesi a V in pia-lo V in meni-lo an mes al marl 
Napoliun V i mandi a di-ji: — aPorti na piiima e (in caramaf; 
Che v6i scriver la vita mia, la vita mia chc I'ii passi». — 
Ralegri-ve, pare e mare, ralegri-ve dei vostri fi6i, 
Che la guera a 1' & Hnia, i fiizi ij butruma al f5. 
Camperuma i -sac6 an aria; viva, viva la liberti ! 
Che la guera a T i finia, e mai pi s' na parleri '. 



» Stretta — • * aiuto — 3 pesteranno — 4 meglio — s levassr de' picdi — *'pl- 
gliatemi. 

7 Nigra, Canti cit., p. 537, n. 147. Quest' ultimo canto ripercuote T eoo 
delle immense catastrofi napoleonichc. Vedi anche la versione torinese che segue, 
di Alberto Viriguo, Torino e i Torinesi, p. 80. Torino, Lattes 1898. 

4rchivio per le tradixioni popolari, — VoL XXII. 1 5 



ii4 ARCHlViO ?ER Lk TRAbizioNi MtoURl 

20. Napoleone a Mosca. 
Xapolcon 1' e andoit a Mosca 
Piaoiair V erbo dla libcrti, 
Chi sa mai se lo rivedremo, 
E chi sa mai se ritoroeri! 

Napoleooe comincia a dire : 
— « O mi pour om cos' i 1' ai mai ft ! 
Andarc in Russia cootro la Prussia 
A combattere j Allea ! 

« II Re di Napoli il mio cogoato 
Ed io di lui mi son fidato : 
£ suto lui il traditore 
Che ra' ha venduio all' Allea ». 
(RitomeUc) 

E la caserma d^li Inglesi 
L' an butata in mezzo al mar 
Napoleone coi suoi cannoni 
La faremo sprofondar *. 

21. Dope LA GUEtRA DI RuSSIA (1814) '. 

Paninda Napuliuue E poi: — «Oh Dio, chc vedo 

Da Pariggi ra gran sitii, Un grande tradimento; 

Ticc i i han ben dice Non so scoprir il tempo 

Che vincitur sari. Di chi u m* ha tradL 

— « Mi vag al campo « L'i sta in general 

A baitirmi cun gran forsa: Che T ha ft il tradiment; 

Delle mie spade eJ armi Perfido general 

L'inimico irimira ! » L' 4 cull ch* u m' ha tradi. 

Quandi V e sta ar camp « Valurusc truppe, 

L* inimico atucco, Comandanti, ufficiali, 

Tre giomi inter O fidi generali. 

La vinoria purto. Soccorso per pieii! 



■ VnLGLIO, op. ciL, p. 80, 

^ £ jna cjiVLzone italunji coo ibnne picniootesi, rooho irresobri. 



CANT! POPOLARl D ITALIA SU NAPOLEONE I. 



"S 



« O mie care truppe 
Sunima ticc prigiunieri : 
Li canun e le bandiere 
Duvi mai saran ? 

a Mi sun ambarcato 
Simmajna nave inglese; 
Lo gencrale francese 
Mi ha scrubi ! » \ — 

— a Ti cunosco, 
T' ei Napuliune, 
Napuliun d'onure 
Non devi pi6 fuggiD). — 

La corriera degli Inglesi 
Fabbricata in alto mar, 



Li canun di Napuliun 
[ r' ban faja ruvinar. 

Napuliun graii guerric , 
Titt ir mund feiva trimie ^: 
U ha voli 3 andee a Musca, 
Ra truppa u j ha hssL 

Viva ra Russia! Viva ra Prussia! 
Ra Spagna c Ninghilterra ! 
I ban fk titta ina uera 
Pir tradir Napuliun. 

Pare e mare, non piangete 
Ra disgrazia d' nuiatr suldai: 
Summa titti preparai 
A servir lo nostir re ! *. 



Canzonetta napoletana. 

22. Treccalle 5 zurfo e csca ; 
Fuie, Giacchino, v6nen* 'e Tedesche ! 
Treccalle acqua e limone : 
Fuii, Giacchino, vene Napulione! **. 



» Scoperto — * tremare — 3 voluto. 

4 G. Ferrako, Canti pop, monferrini, pp. 134, n. 115. TorinoFircnzc, 
Loeschcr, 1870. 

s TreccalUf trc calli, moaeta napoletana di rame. 

^ « L' Austria fece la guerra a Gioacchino net 181 5; quando egU si mosse 
contro la prima, dopo la fuga di Napolcone dall' Elba , credendo cosl di rien- 
trarc nella sua grazia per la mancanza di fede mostratagli dopo la disastrosa 
ritirata dalla Russia e la rotta di Lipsia, per cui egli, Murat, si colleg6 coirAu- 
stria ed Inghilterra a danno di Napoleone a. — L. Molinaro Del Chiaro, 
Canii del popolo napoletana, p. 109, n. 13. Napoli, Argenio, 1880. 



^?jfezi-H4* 7-'-'% l> 



INDOVINELLl IN VEGLIOTO ODIERNO. 



1. Indovina, indovinaja : 
Chi i fato el vovo sula paja? 
— La galina. 

M.... in boca a chi Tindovina \ (La ^alUna). 

2. Alta dona di palazo, 
Casco in tera e non mi maze; 
Bianca son e negra mi tazo, 

E tuti me ci6 six e se fa spazo *. (La neve). 

3. Son impici par un scabelo, 
Pax mostrar el bruto e '1 belo; 
E par dir la viriti, 

Gramo mi, che son impici. (Lo specchio), 

4. Povera mi, che son di'zerta, 
Go lasa la porta aver ta ; 

La galina %k andc\ 'z6. 
La ga dito: CJ, rJ, cd^ 
E la lo gi buti' 'z6. (Uuovo). 



> Cfr. la nostra Raccolta, p. 295, n. 2, e Giasnini, Canti pop. del/a Mon- 
tagna lucchtse^ p. 322^ n. 10. 

2 Cfr. la nostra Raccolia^ p. 302, n. 19, e questo stcsso Archiuio, vol. XIX, 

p. 37. n- 35. 



JNDOVINELLI IN VEGLIOTO ODlERNO II7 

5. E mi go una cosa, 
Che in cimara repos.i; 
No la iila, no la tese, 

De coramc la se vestc. {I^a sp^ia), 

6. Mi g6 una scatola de rubini, 
I 'zh bei, i 'zi fini; 

I 'zh tuti d' un color, 

Chi la indovina, 'zi un gran dotor '. (// melogtano). 

7. Tondo, tondelo, 
Che non gi osi, n6 pelo; 
La madre, che lo fa, 

Osi e pelo la gi '. (// forniaggio). 

8. Su quel monte 'ze Carleto; 
'Ze vestiq de roseto, 

Co la gamba verdolina; 

Cavalier chi Tindovina '. (// gambero), 

9. Alto altissimo, 
Padre nobilisimo, 
Madre gropolo'za, 

I filgi bianchi, 

Chi rindovina ghe dago un per de guanii ♦. (// pino). 

10. Alto alto el padre, 
Basa basa la madre, 
Neri neri i filgioli, 

Bianchi bianchi i nipoti ^ (// pino). 

11. Mi lo go tu non 1* ai, 
Vicn da mi, che V averai; 



» Cfr. la nostra Raccolta, p. 298, n. 10. c questo stesso Archivio, vol. XIX, 

pp. 35-36, n. 19. 

* Cfr. Fa nostra Raccolta^ p.. 299, n. 11. 

3 Cfr. GiANNiNi, 1. cit., p. 324, n. 14. 

4 Cfr. GiANNiNi, I. cit., p. 320, n. 2. 

$ Cfr. GlANNINI, 1. cit. 



Il8 ARCIIIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARt 

Meti el tuo apreso cl mio, 

L'avcrai tii c Taverd anca'io. {Vacccndersi del In tie). 

12. El 'zc prcte e nol *ze prete, 
El capcl dc' Tarziprete; 

La calota dc don Nadal, 

Pasa avaiiti e no fa mal '. (// fun^o). 

13. Siora comare casca in un foso, 
Sior conppare ghe salca adoso; 

Siora comare ghe mostra un bu'zo, 

Sior compare ghe caza el iu'zo. (La pokntaji. 

14. Burlani, burlanda, 
De berlingot ligada; 

E chi la induvina 

Ghe daremo cl berlingot e la zima* (La grartatd). 

15. lo mc la guardo e me la miro, 

E me la pelo e me la tiro *. (La conocchid). 

16. Peloso de fora, peloso de drcnto, 
Alza la gamba c metelo drento ^ (La cal^a). 

17. B61a ti geri e bela ti son. 
Ma con una zampa de lion: 

E non se sa per che rajon, 

Se ga mui la to stajon ^ (11 guanto). 

18. Non son nata ancora io, 
Ma nemeno el caval mio; 
Porto in puno la mia madre, 

Che c filgia de mia madre. (// guanto). 

19. Son quel monte che gi tre conchc; 
Pasa el re c no la rompe; 



« Cfr. questo stesso Archivio, vol. XVII, p. 188, n. 8. 
> Cfr. questo stesso Archivio^ vol. XVII, p. 189, n. 21. 

3 Ctr. la nostra RaccoUa, p. 298, d. 8, e Giannini, 1. clt., p. 321, n. 6. 

4 Cfr. questo stesso Archivio^ vol. XIX, p. 38, n. 42. 



t^boVli4ELLl IN VEGLlOtO dolERWo il^ 

Pasa la regime 

La rorape la piii peclienina \ (^Im regiiia). 

20. No son ne criator, ni criatura, 
Al mondo son, na prinzipal figura: 

Ni aria, nt aliniento foco. (// ghiaccio). 

21. Tra i biati son e no sono biata, 
E fra i danati son e no sono danata; 

Parlo semprc e '1 parli ^ el mio conforto. {La lingua). 

22. Mi g6 un co'zo lungo un brazo, 
E un balon che pe'za una lira; 

Cosa faria, se no fose quel che tira ? (La stadera). 

Antonio Ive. 

» Cfr. GiANHiNT, 1. ctt., p. 323, n. 11. 



•«-e^i 




I « SARAMENTA .> IN CHIARAMONTE. 




NTico e il costume in Chiaramonte di vegliare la notie 
del Sabato santo per fare i Saramenla^ che il popolino 
crede venirgli cercati nel giorno del giudizio. 
Quindi , prima della mezzanotte , intere famiglie assieme ^ 
quelle dei compari, dei cugini e degli amici che abitano iiella me- 
desima via si riuniscono, portando le donne sotto la mantellina 'a 
staucca (salvietta) c 'w pastieri (pasticcio) e *a cassata r 'a tuma 
(giuncata). 

Stabilite le vie da dover percorrere per la visita da farisi nelle 
chiese sagramentali , si recano prima in quelia chiesa che h piu 
vicina alia loro via c inginocchiandosi dietro la porta cominciano 
a conterellarc a due cori '« Rusariu r' 6 Saramientu , che h il 
seguente : 

Misteru (si canta insieme dai due cori) : 



O santissimu Saramientu 
Spusu miu ri tuttu tiempu, 
lu ti viegnu a visitari^ 
Gesii miu 'un m' abbaonunari. 

Pri chidd* ura ca fu incarnatu 
Gesii Cristu si a lauratu, 
Pri chidd* ura ca nasciu 
Sempri viva la Matri di Diu I 



Siemmu iunti a lu partimientu, 
Pri laudari e ringraziari, 
Lu Santissimu Saramientu 
Lu Divinissimu Saramientu. 

Quannu siti all' autaru niisu 
Mi pariti 'n Pararisu 
E ri r angili aduratu, 
Viva Diu Saramintatu. 



1 «SAtA)tt9rrA» IN CHlAHAMONl fi I^M^ 

Pri ramuri oa mi puftaci, 
Picdunati li ne' piccati. 

Si recita il Gloria ed indi il Pater. 

!• C^o aP Core 

Ora e deci itiiUa voti Ora e sempii sUl la(iratU| 

L loramu e ringraziamu, Nostru Diu Saramintatu, 

Lu Santissimu Saramientu Viva Maria senza piccatu, 

Lu Divinissimu Saramientu. Viva Maria senza piccatuf '. 

Da quella chiesa cantando si pasfa ad un^altra e poi ad una 
altra sino a sette, seinpce inginocchiandosi dietro le porte; e quando 
si i terminato 'u rusariu r' S Saramientu^ s'iocomincia a cantare, 
sempre a due cori, quello di Maria Addolorata^ che ^ il seguente: 

1 due cori insieme prima cantano : 

Misleru, Gloria *u patri e lu Figgiolu 

£ lu Spiritu supernu, 
Comu fu sempri in eternu, 
Cuomu ancora sempri saril. 

l^ Coro 2^ Coro 

Cruci santa e Cruci vera A li pieri ri la Cruci 

Di cui fustivu adurata ? C ^ la Matri Addulurata, 

San Giuvanni e Mantalena Mantalena ca ciancia 

£ la Madri Addulurata. £ di Tangili adurata '. 

Sicchfe in quella notte per le vie del Comune scorre una im- 
mensa iolla di gente canterellando rosari, fornite anco alcune turbe 
di apposi^o strumentale. 

Sul far delPalba si riuniscono tutti nel sestiere della Cuba e 
propriamente nel piano della chiesa di S. Maria di Gtsix , dove 



■ Dietro la replica si recita il Gloria ed il Pater, Poscia il 2^ coro canta: 
E vinti milia voti ed il i"* risponde: Ora e sempri sia Jauraiu etc., e cosl alter- 
nativaroente per ben 5 volte aumentando di 10 in 10 sin quando dietro che il 
X* coro dice E Irenta milia voti etc. ed il 2^ risponde Ora t sempri sia lauratu 
etc. si recita il Credo e la litania lauretana. 

' Le strofette si replicano per 10 volte e indi si canta il Gtoria e si recita 
il Pater^ poscia il i** coro canta la strofetta che ha cantato il 2^, a dopo repli- 
cate per 50 volte, interrotte ogni 10 volte dal Gloria, si recitano le litanie lau- 
retane. 

Archivio per le tradirioni popolari, ~ Vol. XXII, 16 



i22 ARfirilVlO teR Le TRADl^lbNi PO^OLArI 

mangiano il pasticcio e la cassata pri rumpiri 'a diH^ni^ e dopo 
ascoltata la messa r' a risuscitata r' 6 Signurt^ si sciolgono. 

Un tal costume, per quanto ne abbiamo potuto apprendcre, 
pare non si pratichi in nessun paese della Sicilia, ed i una re- 
miniscenza degli antichi tempi, quando la messa cclebravasi verso 
le prime ore del mattino, tempo opportuno in cui si giudica ri- 
sorto il Signore \ 

D*altra parte poi il popolino non trovandosi in paese lungo 
la settimana maggiore , e di conseguenza non potendo il Giovedi 
santo visitare i sepolcri , il Sabato sera, rincasato. per festeggbre 
la Pasqua, non trova comoda quella notte per visitare i taberna- 
coli, compiendo nello stesso tempo quell'atto religioso clie riticne 
venirgli cercato nel giorno del giudizio. 

Baroxe Corrado Melfi. 



> L*uso in parte ^ comune ad altri paesi della Sicilia: c i versi corrono 
anche in Palermo (G. P.). 



NOVELLE POPOLARI ROMANESCHE. 



I. — E' Re G^obbetto. 




' ERA 'na vorta un re die insinenta da regazzino cia- 
veva er vizio, d'annassene tutti li giorni in giro pe' la 
citti. Un giorno che sse n' annava spassiggianno locco 
locco, se trov6 addosso un pidocchio accussi bbello che, invece 
d' ammazzallo , se lo port6 a la reggia y lo costudi' je diede da 
magna e lo fece ingrassi coram' un porco. Ingrassato che fu , e' 
re lo fece ammazzi, je fece levii la pelle e ffece usci' un editto 
pe* la citti cche quer tale ch' avcsse indovinato si a che bbestia 
appjrteneva quela pelle, lui j'averebbe dato su' fija pe' sposa. Ama- 
lappena escito 'st'editto, a la reggia, fu 'na pricissione de ggente ! 
Tutti annaveno pe' spiegi la cosa, ma 'gnisuno ciazzeccava. La 
fija de' le che pper6 f&ceva I'amore, avenno saputo sottocappotto 
che quela pelle era de pidocchio , una sera da la fenestra de la 
cammera sua, disse ar su' regazzo: « Domani vi^ su dda mi' padre 
e ddije che cquela pelle era la pelle d'un pidocchio. » 

Ma cquello nun capi' e je fece, dice: — « Che bbestia hai^ 
detto ? » — « Pidocchio » — j'arispose lei. — <r Va bbene, je fece 
lui, domani se vedemo». Bbisogna de sap^ che sotto a la finestra. 
de'la fijade re cce tieneva er banchetto de ciavattino un gobbettd 
roa accusi bbrutto, accusi brutto, che lleviteve. 'Sto gobbo intese 



124 ARCHrVlO P£ll LE TRADIZIONl POPOLARt 

tutto i)u^lQ che la Gja 4e rre ckliceva ar regazzo. Figur4teve lui! 
Nun vorsc jmro, e ddisse y m6 ttc bbuschero io, dice, c wede- 
remo ^i tte sposa o io , o ajuer bcr gitigi. E i ddecco questo, 
senza p^rdece tempo , va ddifilato da* re e je fa: ddicc : a Sagra 
corona, io sb vvienuto p* indoviha chc ppellc 6 qtieHa die vvoi 
tienete ariposta.D 

E' re j'arispose dice : a Abbada pero d' indovinacce , che 
ssinn6 tte fo (fa la testa. » — E er gobbo: — a Vedtremo sc c'in- 
dovioo ! 9 

AUora ^* re dicde ordine che avcssino portata quela pelle. 
Er gobbo rincominci6 a guardi, e poi fece ar re, dice: aCe vo 
proprio tanto a iodovinailo ? Sta pelle, Sagra Corona , h dde pi- 
doccbio!» E' re arimase de pezza a vvede si con che svertezza 
quello ciaveva c6rto e $$ea^ npmnninco arisponne chiam6 la fija 
e je la diede pe' sp6sa su du' piedi ph mmantien^* la parola. Ini- 
magginateve la dtsperazzionc de quela poveraccia ! Infatti, nun ve 
d«)H>iM^> ^b<9 CCOfue pbbeno sposato, a Uei, je pr^se 'na malin- 
c^ia 'oa jualiocwia tale da niori. Forxuna vorse che Ira tunte 
a^^isaic , dave^se ptw 'na cammeriera che tutt' er giorno non 
fao^va ^^fiMC €h» ride; per<:lie era akigra e buriooa come 'na matta 
daciMna. .Un^ matioa, sinuce che Sk 'su mactacchiona. Se pre- 
s^ta in Cfmoiera de la ciggina e je |ii ddice: cSentite, oiaesti, 
M«MO ijD gkp per pae^e tee ^obbetti che bbaUeao , soneno e 
ccjitcwo in d'vtna magDeratanta bbaffa che ffanno sganassii da 
r-Ue futo li sa^si; vv6 ccbe M^tfaccia vieoi su a la reggia, accusi 
se^jdiv^c uo nuacineilo ? » — « Ma watteoe, scema , je fece la 
riggioa, cbe goenie goenteftu sei acniuattiu? arriva che wit a' 
Q^W^.f' Tc ^obbetto e .sse crede che I'avcmo vorsuto canzon4*, 
e cec tmtmn a fia' e'.rampazzo a ttvRti quanti.» — aNun ve 
fif^ pma .f& qu«$to, je ksce la camo^eriera, dice, si in quer frat- 
tempo venis«ey re gahbettq li faremo aoaisconne e booanotte.D 
I{tbtti ^kifi^WViQ '^i K^ ^bbi che agnedeno su a la reggta e ne 
SsCfpo.q^iMiotdS Cgirlo in Francia; e la riggina daje a sbudellasse 
p'fc gfan (id^. .Ma ip iikr mejo, ecchete che sse sente aciv^* e' re 
^$)^|tp. Come ^ ,bi, ccpmu nun s^ f;^, p'annisconnelli? Doppo 
vm^ jHSwato ^ntg ch^ fl^nao ? Te ftccheqo li tte gofcbi drent*an 



NOVBCXE POPOLARI ROMAIIESCHE 11$ 

credeozone e li chiudono a chiave. E' re gobbetto eQtr6 se messe 
a ppranzo, e ddoppo vorse dxink a spasso co' la nioje. £r giorno 
appresso c'ebbeno ricevimento e oun penzorno piu a li gobbi nh 
riggina, n& cammeriera. Er terzo ggiorao la riggina fece a la 
donna : — « Come agnedeno a ffini queli gobbetti ? » — a Uh ! 
Maesdl mia , stanno iocora arinchiusi dre&to ar credeozone ; chi 
sse n'aricordava ppifi?!» Apreno subbito er credeozone e tte ce 
troveno li tre ggobbetti iogrigoiti, morci de fame. La riggina se 
spaveot6 e ffece, dice: — « E m6 ccome se fii ? » La cammeriera 
che la sapeva looga , je fece , dice : — a Goeote pavura che cce 
penso io. o Infatti pija udo de 'sti gobbi; te lo scbiaffa dreot'a un 
sacco, cbiama uo facchino e je fa ddice: — « Senti, cquii ddreoto 
'sto saccOy c'£ un ladro cb'ho ammazzato intanto ch'arrubbava le 
ggioje de la riggina, te d6 un zecchino si lo butti a ffunne seoza 
fiM(e accorge' da gnbuno. » Er facchino , che noo aveva gua4a - 
gnato mai tanio in vita sua, contento come 'oa pasqua, se caric6 
er sacco e ss'incammio6 verso er iiume. Intanto la cammeriera 
futtuta in saccoccia , schiaffa er siconno gobbetto drento a un 
antro sacco e lo mette accanto a la porta. Doppo poco ariva er 
facchino p'avi* 'r zecchino e la cammeriera je fi, ddice: — «Come 
v6i che tte paghi se er gobbo sta incora cqua ? a — Er facchino 
fece, dice : — a Ma che ddavero davero famo li giochi ? Io ve 
dico che ll'ho bbuttato a ffiume. » — La cammeriera je fece : — 
« £ ssegoo. che nun cce Thai bbuttato bbenne sinn6 nun startbbe 
qui » Er lacchioo bbarbottanno, bbarbottanno s'arincolla qud'antro 
sacco e sse ne va. Quanno aritorna a b reggia te trova accaoto 
a la porta er sacco. La cammeriera aveva fatto un'antra vorta la 
soiita canzona. Se pre5ent6 ar facchino tutt' arabbiata e |e fece 
dice: — a E ppoi non ho raggione da di che nu* lo bbutti a ffiume ! 
Nu' lo vedi che i aritornato un' antra vorta cquii?» Er facchino 
je fece, dice: — « Ma ssi 'sta vorta ciavevo puro legato un sasso 
pe' mannallo bbene a ifonno ! » — « Leghecene dua 'sta vortg, e 
abbada ch'er sacco nun arivienghi ppiii cqu^, sinn6 nun solo nun 
te d6 er zecchino ma tte fo ddk un carico de tortorate. » — Er 
£iccbino s* arricolla er sacco bbiastimanno , agnede a ffiume , ce 
lig6 ddu' sassi sproposic^ti, bbutid er terzo gobbo a fl$ume e ari- 



tli ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

torn6 a la reggia. Intanto die llui saliva Ic scale, e' re gobbetto 
usciva da caso. Quanno er facchino lo vidde se crese che arifusse 
er gobbo che aveva buttato a ffiume e ffigurateve che vvergin'e 
mmarie je preseno ! De bbotto Y agguant6 p'er collo e je fece* 
dice: — « Ah6 bbrutto gobbaccio nialedetto, nun t'abbasta che tt ho 
bbuttato tre vvorte a ffiume ? Te cio bbuttato senza er sasso e 
mme Thai fatta, cor un sasso me Thai rifatta, c6 ddua lo stesso 
e cciai lo stomaco d'aritornacce ? M6 tt'accommido pe' le fcste. » 
E ssenza fa ni antro ni tanto, lo prese pe* la gola, je diede 'na 
stretta che lo fece sbaci senza nemmeno lassaje er tempo de di 
ammenne, e Tagnede a bbutti a ffiume. Dopo de che aritorn6 a 
la reggia e arricconto ttutto quello che j'era successo accaduio a 
la cammeriera. Figurateve le contentezze de la riggina quanno 
seppe che j'aveveno bbuttato a fiume e' re gobbetto. Fece vieni 
er facchino e j'arigalo 'na mucchia de* quadrini, de pietre preziose 
e d* antra bbella robba. E Uei da quer giorno camp6 alegra e 
ccontenta senza vedessc accanto quer grugnaccio bbrutto stonuni- 
coso dc' re gobbetto. 

Lirga ia foja, stretta la via; 

Dite la vostra, ch*ho ddetto la mia. 

II. — Er Gallo e 'r Sorcio. 

Cera *na vorta un gallo che cciaveva pe' ccompare uu sorcio, 
Un giorno se n'agnedeno tutt' e ddua in campagna pe' ppassa 
alegra la ggiornata. Cammina, cammina e tt'aricammina trovomo 
i' mmezzo 3 un prato un bell' arbero de noce. Er sorcio fece ar 
gallo, dice: — a Compare gallo; perche nun t'arampichi su 'st'arbero, 
me bbutti ggiCi un po' de noce, che io sto qui sottoa riccojellepD 
— a Hai fatto proprio una gran bella pensata , compare mio , j' 
arispose er gallo; ^spetta cqui che io mo ssalisco su' IParbero e 
tte le bbutto. o E ddetto fatto , ce mont6. Ma in der mejo che 
stava a bbutti ggi6 le noce, una, ittlnfeUl aguede in testa a cquer 
povero compare sorcio e lo ferl. Er gallo, pfe nun anni in galera, 
quanno vidde er male ch' aveva fatto , messe mano a 11* ale , e 
ttela ! Se squaj6. Quer povero sorcio , allora abbandonato accusi 



MoVelle popdLARr RdMAj^KscrtE 117 

dar Compare' traJitore, se messe tutto sconsblato in caMitnjino pe' 
vvedi un pp dde troyi* ccjUcirche anima pietosaLfhe I'a^esse vor- 
suto: raedica. Mun aveva fatti nemmanco 'na diecina de passi che 
incontr6 /na vecchia e je fece, dice: — «Nonna, damme 'na pezza 
p6 mmedici la testa, cht ccompare gallcrm*Mia"ferit6 in testa. » 
La vecchia j' arispose: — « lo te d6 la pezza, si ttii me trovi un 
po' de pelo de cane. » Er sorcio sgammetta, sgammetta, finattanto 
che trov6 un cane, e je fece, dice: — «Cane, damiriC pelo, pelo 
porto a nnonna , nonna me dA pezza pe mmedici la testa che 
ccompare gallo mm' ha ferito in testa. » Er cane je fece , dice : 
— « Damme un pezzo de pane che tte du er pelo. » Allora er 
sorcio trotta che tt* aritrotta , insincnta che trovo un forno e je 
fece, dice: — « Forno, damme pane, pane porta a cane, cane me 
di ppeloj pelo porto a nnonna, nonna me. djt pezza pe^ mmedici 
la tesu che ccompare gallo m' ha ferito in testa. » Er forno j' 
arispose , dice : — « Si mme dii la legna te d6 er pane , si nno, 
hno. » Alora er sorcio co' cquattro zzompi ariva in d*una macchia 
e je ti, ddice: — « Macchia, damme legna , legna porto a forno , 
forno me da ppane, pane porto a ccane, cane me da ppelo, pelo 
porto a nnonna , nonna me di pezza pi mmedici la testa chi 
ccompare gallo mm' ha ferito in testa. » La macchia j' arispose, 
dice: — « lo nun te posso di la legna si pprima tu nu' mme dii 
un po' dd' acqua. » Er sorcio nun fi antro ni tanto , s' arimette 
in marcia pi ttrovi I'acqua. Cammina che tt' aricammina , finar- 
mante trov6 'nna bbella funtana e je fece, dice: — ccFonte, damme 
acqua , acqua porto a mmacchia , macchia me da llegna , legna 
porto a flForno, forno me di ppane, pane porto a ccane, cane me 
di ppello , • pelo porto a nnonna , nonna me di ppezza pi medici 
la testa che ccompare gallo mm' ha ferito in testa. « La funtana 
j' arispose, dice: — « Pija puro. » Ma ecchete che mentre er po- 
vero compare sorcio se chinava pi piji* ll'acqna je prese un gi- 
ramento de testa tanto forte, cche ccasc6 in de la funtana e bbo- 
nanotte^ ce mori affogato. 

Adesso che we Tho ddetta. bbella fia, 
Ddite la vostra ch* ho ddetto la mia. 

GiGGI Zanazzo. 



IMPRONTE MERAVIGLIOSE IN ITALIA \ 




CXLI. I sassi del dinvolo (Gttii di Castdlo). 



A leggenda dei a sassi del Diavolo » e quesca. In una 
casa^ non lupgi dal luogo ove i sassi si trovano, aveva 
luogo in una notte queirosceno tripudio, designato col 
nome di « ballo angelico a. 

11 Signore, richiamato dall* iosoliu cLimorosa gazzarra , non 
volendo lasciare impunita tanto audace baldanza, prdin6 al diavolo 
di piombare all'improvviso sulb casa, lasciaodovi cadere enormi 
pietre, che, scaricandola, seppellissero seaz*aItro sotto le macerie 
tuni coloro che vi daozavano. II diavolo non se lo fpce dire due 
volte e sia per obbedire all' ordine divino , sia per quello spi]:ito 
malvagio che ne e la caratteristica, rapidameote si mosse in cerca 
di grosse pietre. Dalla cima di un monte tolsc e si caric6 suUa 
testa il sasso di cinque metri cubi, raccatt6 poi con entrapibe le 
mani i due sassi di due metri cubi ciascuno, c con questo carico 
di circa dieci metri cubi di masse pietrose si avvio a grandi passi 
al luogo designato. Ma vuoi che il carico fosse soverchio , vuoi 
che in quella notte il Diavolo non mostrasse tutu Teuergia di cui 
poteva disporre, quando fu a poca distanza dalb casa maledetta, 

I ContimMtiooc. Vedi Archhio, v. XXI, p. 14a. 



iMI>RdNt£ MeraVigliose in itaLia 129 

a circa dueceoto metri da essa , fu sorpreso dal canto mattutino 
del gallo; a questo grido lasci6 iminediataniente cadere i trc pie- 
troni sul colle, che declina al Cavnglione, e si dileguo; V ordine 
rest6 CQsi non eseguito, i peccatori restarono impuniti ed i sassi 
del diavolo presso Belvedere, rappresentarono da allora in poi un 
monumento , che il Diavolo eresse alia sua poca accortezza ed 
alia sua pigrizia. 

« 6 vero, mi diceva la guida, che i sassi erano molto pesanti 
e che il diavolo doveva faticar molto a portarli, come lo dimo- 
strano le impressioni lasceati sui massi dalla testa e dalle dita^ 
ma giacchi li aveva scelti cosi grossi e cosi belli , doveva fare 
qualunque sforzo per riuscire , anche per non mostrarsi disobbe- 
diente al Signore». 

Dorr. Giuseppe Bellucci '. 

CXLII. I piedi di S. Francesco di Paola (Morano). 

Pellegrinando per la Calabria, giunto in un colle al di lu di 

Castrovillari, S. Francesco di Paola 
1 

Pos6 i piedi sovr' enorme 
Duro sasso, e bened\; 
Su quel sasso restar I'orine 
De' suo' pii, Ei le scolpi. 

Le vestigia delle sue piante si vedono ora nclla sagrestia dclla 
chicsa dei Minori Osser\'anti in Morano ^. 



' Leggende Tijemati^ pp. 7-8. Perugia, 1900. 

* G, Ropio , San Francesco di Paola, pp. 14 e 32. Cotrone , 1883. Vedi 
anche Perrimezzi , Vita di S. Francesco di Paola , vol. II, cap. 3 , pp. 18-19. 
Roma, Tip. Tibcrina 185$. 



•^Jn.-r _v«^***i_ 



Archivio per U tradiiioni popolari, — Vol. XXII. 



PER LA STORIA 
DELLA POESIA POPOLARE SICIUANA. 




UANDO io, nel 1870 , venivo raccogliendo canti popo- 
lari siciliani per la Raccolta che poi diedi alia luce, 
^^^r^^_ ero molto preoccupato della scarsezza, anzi della quasi 
assoluta mancaDza di leggende poetiche profane. I risultati dellc 
mie lunghe, insistenti ricerche confermarono quanto io mi appo- 
nessi al vero rilevando che in Sicilia le canzoni narrative non 
sacre ni religiose fossero. come son difatti, scarse e ben diverse 
da quelle dell'alta Italia. 

II prof. Alfonso Accurso di Resutuno, nella prov. di Calu- 
nissetta^ sorpreso della inanit^ dei miei sforzi per iscoprire qualche 
componimento cbe uscisse dai soliti motivi sacri e devoti, si mise 
attivamente a cercare e riusci a mettere insieme alcune stone , le 
quali fu sollecito di mandarmi. • 

Tra queste era una graziosa leggenda, intitolata: // Barone. 

Appena io la ebbi, ne sospettai senz'altro la provenieoza let- 
teraria, e mi afiretui a scriverne alKamico annunziandogli i miei 
scrupoli; ma Tamico fu piii sollecito di me nel confermarmi che 
il componimento era popolare, e cbe i miei scrupoli non aveano 
alcun fondamento. Insistetti chiedendo chiarimenti; ed ^li rispose 



^ *^^^^: 



PER LA STORIA DELLA POESFA POPOLARE SICILIANA I3I 

scmpre in forma categorica: essere il Barone una leggenda, com- 
posta da persona priva di lettere. 

Obiorto collo inserii nel 11° volume dei miei Canii (n. 912) 
// Barone \ ma non volli lasciarlo senza una nota , che dices se il 
mio pensiero su di esso. 

Ecco la nota: 

(c Nel mandarmi questa poesia popolare il prof. Accurso mi 
ha scritto: « Fost tot discrimina rerum , dopo molto cercare e ri- 
cercare senza alcun pro, oggi, (31 maggio 1870) mi capita in 
casa un cotale che mi accenna sapere una certa bella cosa: questa 
tenerissima leggenda. » Studiato il componimento (proseguivo io) 
vi ho scorto una forma se non poco meno che letterata , certo 
Don tutu popolare, massime pel polimetro e per certe espressioni, 
che non son da popolo; ma Tegregio amico mi ha risposto: a II 
canto, senza verun sospetto, fe di origine popolare quantunque po* 
limetro. Io vorrei che in ci6 si faccia un po' da pirronisti , ne- 
gando quel che si sa di pxix certo per meglio conchiudere alia 
fine, dopo ricercheaccuratissime, che il popolo sconosca assoluta- 
mcnte il polimetro. Se il popolo conosce i diversi metri che ado- 
pera in vari componimenti , non potrebbe avvenire che i diversi 
metri unisca in un sol componimento ? » 

Cosi sforzavasi di persuadermi V Accurso , mentre io, pirro- 
nista a modo mio, concludevo: 

a Tuttavia i miei dubbi non si dileguano, ed io sarei molto 
contento se altri provasse il contrario del mio supposto» (p. 119). 

Passati quattro o cinque anni dalla pubblicazione dei miei 
Canii popolarif T Accurso venne a Palermo e, meco conversando 
della poesia del popolo siciliano, mi si svel6 autore del tanto di- 
scuss© Barone, traendone ragione di lode per me, che avevo — di- 
ceva lui — indovinato la fattura artistica di esso. Per6, aggiungeva, 
Qon essere io stato tanto accorto da vedere la medesima mano del 
Barotie in un* altra leggenda da lui trasmessami e da me pubbli- 
cau , La Passione di Gesi Crista, di Resuttano (jCanti pop. sic. , 
V. Do, n. 964). 

Se questa confessione mi facesse piacere e dispetto insieme, 



132 ARCHiVIO PER US. TRADIZIOKI POPOUUU 

non c a dire: piacerc per la esatu diagoosi di quella produzioae 
L-cteraria (mi si lasci usare un lioguaggio che non sari inappun- 
labile ma che e efficacc); dispetto, per la mia imperizia nciravcrc 
accolto^ senza il beneficio dell'inveotario, una I^geoda resutunese 
a fondo biblico creata di sana pianta dalla fantasia del mto colto 
corrispondente. 

Da quel giorno le mie relazioni con quell* uomo che avcva 
tenuto di cogliere la mia buona fcde si rallentarono. 

Ritornando pero ad agio sui due canti ed analizzandoli attcn- 
tamente, io pur ripudiaudo il bastardo ^Baront, non sapevo persua- 
dermi die la lunga leggenda sacra da me data alia luce fosse 
una composizione, anch'essa dovuta all'Accurso. Questa cominciava 
cosi : 

Si studia^ o studienti, studiati, 

'Nsignati quarchi ringu di buzzeu <: 

Unu sedi a la seggia 'n Trinitati, 

Tri pirsuni diTioi e on sulu Deu: 

Tri virgini ima a fan 'mraaculad, 

E pri lu rouQQu *na Virgini cc' iu : 

Dicemu tutti : E 'q aomini Patri, 

E di lu Figghiu e Spirdu Santu. Ammeu ! 

E proseguiva per 44 oitave siciliane con crescente naiueUy per 
la quale non mi pareva possibile b confessata paternitiL Tuttavia 
nclla risumpa dei raiei Canti popolariy raentre da un lato con sod- 
disfazionc mi liberavo dal pertido Barone, mi scaccavo dalla Pas- 
stone di G. C col dolore di chi sappia una persoua ingiustamente 
condannata, ma che aspetti di vederne trionfare la innocenza. 

II lettore potri leggere i due componimenii sono i nnmeri 
912 e 964 dclla prima edizione. 

Non h guari un raggio di luce k apparso ad illuminarc la 
malanJaia causa do! canto sulla Passione di G. C Questo raggio 
e spuntato dalla niedesima provincia nella quale venne preparato 
il doppio scherzo (!o chiamo cosi per non o6Fendere la memoria 
d' un antico amico) dell* Accurso, Oltanissetta. 

' Iinparate quakhc rigo J'abbicci. 



PER LA STQRIA DJBLLA POESIA POPOLARE SiClLlANA 1 53 

II prof. Michele Alesso in un suo grosso ed importante vo- 
lume sopra // Giovedi Santo in Caltanissetta (Tip. Petrantopi, 1903) 
ha or ora messo fuori (pp. 214-233) una ludata lamintan^df chc 
e appunto la lui^a leggenda in poesia siciliana per La passions t 
merti di N. S. Gesu Crista. 

Ed eccone il principio: 

O dotti^ studienti, studiati, 
£ 'Dsignati bonu stgnu d* abecc^, 
Unu s<di a la sedla *n Trioitati 
Ccu lu figghiu di Marl, ca Patri no' t : 
'N celu cc'^ tanti virgini 'raroaculati 
E ppi lu munnu 'na Rigina cc* ^ . 
Tutti dicerou: *N noinini Patri 
E di lu Figghiu e SpirdussaotUy Aouxi^. 

Sianio al canto sacro che TAccurso dapprima dissemi raccolto 
dalla bocca del popolo di Resuttano , poi mi dichiar6 composto 
da lui. 

Lieto della ricomparsa di un nuovo testo della pia leggenda, 
feci nuove indagini sulla popolarjtit di essa nella provincia nissena 
e sulla possibility di date che mi togliessero d' imbarazzo. Se si 
potesse, pensavo, trovare un documeuto scritto della preesistenza 
del canto all'Accurso, la quistione sarebbe bella e risoluta. 

II bravo prof. Alesso, interrogate da me sul proposito , mi 
viene in soccorso con una preziosa notizia: la leggenda sacra, 
che 1' Accurso avea data a me per sua , era stata raccolta e tra- 
scritta quattr'anni prima della nascita di lui. II contadino di Mus- 
someli (Caltanissetta) Pietro Puntrello (1805-1856) V avea tra- 
scritta nel 1833 in un suo zibaldone , ora posseduto dal dotto 
prelato Nicolantonio Diliberto , editore ed illustratore dell' Incre- 
dulo convertitOy poema siciliano religioso del poeta mussomelese 
(Puntrello). 

V Alesso ed il Diliberto son li, in Caltanissetta, a smentire 
la paterniti in principio non sognata, poi, a proposito del BaronCy 
indebitamente vantata dall' Accurso : senza dire che il canto a si 
ripete in moltissime locality dell'Isola », come awcrte T Alesso, il 



134 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

quale alle 48 ottave di tutta la leggenda da lui raccolte ha potuto 
far seguire variant! di altri comuni della sua provincia. 

Resta pcrtanto provato che i miei sospetti sulla natura lette- 
raria della composizione del Varone avessero fondamento , e che 
la mia credenza nella popolariti del canto sulla Passione di G. C 
fosse cosi ferma che nessuna parola venne da me pronunziata 
scritta che la mettesse in dubbio. II che io ridico pra non per 
argomeoto di biasimo al povero Accurso, ucciso, saran gii una 
ventina d'anni, in una maniera crudele, nfe per lode che a me ne 
possa venire, ma perch^ alia ricerca onesta dei fatti tutti dobbiamo 
cooperare, e noi specialmeote che ci affatichiamo neUa ricerca dei 
document! umani. 

La verity nulla menzogna frodi ! 

G. PrrRi. 



MISCELLANEA. 




La Fe«ta della Bfadonna del Balzo in Bisacqaino {Sicilia), 



A festa incomincia alia sera del 14 Agosto col pell^;rinaggio per 
tutta la notte da Bisacquino al Saatuario della Madonna del Balzo 
sul monte Triona alia rispettabile altezza di m. iioo sul livello 
dal mare. 

Per tutta la notte k un andirivieni di gente che affluisce da tutti i paesi 
della provincia di Palermo e Girgenti, intere famiglie a frotte, a piedi scalzi, 
recitando rosarii, cantando delle canzoni religiose portando doni regali a volta 
prtziosi alia Madonna del Balzo (cera , oro , denaro , anche animali) portando 
ricordi di miracoli avuti^ consistenti in gambe, faccie, piedi, mano, mammelle 
di oro e di argento. £ tutti arrivano lassd stanchi, sudati, dopo trenta, qua rant a 
chilometri di strada tal volta fatta a piedi , dopo di aver fatto altro chilometro 
di strada erta, a piedi scalzi pieni di fede, pietosaroente devoti, ansiosi di pro- 
strarsi a Maria^ che (la fatto o deve fare il miracolo richiesto. 

Gli eremiti del Santuario ricevono le visite, i doni, 1' elemosine, ma fanno 
gli onori di casa e danno da mangiare, da riposare a tutti i forestieri: 

E tutto in onore di Maria Santissima del Balzo che verso il 600, si h ap« 
parsa in mezzo ai balzi, ai dirupi, a due contadinotti che andavano a fare erba; 
che ha voluto lassCi nel precipizio un tempio con un Eremo e che i fedeli del 
paese maravigliosamente , anzi miracolosamente , hanno costruito in un punto 
dove le capre forse non avrebbero potuto arrivare ». 



* L'Ora^ a. IV, n. aao, Palermo, 9 Agosto I903. 



13^ ARCHIVIO PER LE TRAOIZIONI POPOLAftl 

Seommetsa « A maschio o femina » in Veoesia. 

Nd sec. XVI in Venezia questo giuoco era comunlssiroo. « Passava una 
donna incinta ? tosto i fannuUoni si arrabbactavaoo tra loro, scorameucndo grosse 
somme, o le vesti che indossavano^ per sapere, a tempo opportuno, a quale sesso 
apparterr^ la creatura che ella aveva in seno ». 

Qpesta notizia dataci era da G. Dolcetti, Le bische e il giuoco (Tanardo a 
Venecia. 1172-1802, p. 12 (Venezia, 1903) ^ da aggiungere a quella da noi 
data ntWArchivio, v. VII, p. 256. 



Leggenda stilla guarigione della rabbia. 

San .Gildas ^ il Santo che guarisce la rabbia, secondo i Breton! delie Coste 
del Nord. Esso h Tautore del celebre De excidio Britanniae, Si dice che egli 
sia vissuto nel cantone di Corlay ; ma non k assolutamente certo. II suo ere- 
mitagf 10 «ra ai piedi della coUina su cui si ergeva un tempo la cittii romana 
di SuliSy non lungi da Pontivy, nelFattuale comune di Saint-Nicolas des-Eaux. 
La sua dimora era in una grotta ancora visibile, come k visibile una pietra 
molto sonora (bisognerebbe verificare se si tratti di amfibolite , come t proba- 
bile) su cui egli picchiava, per chiamare le genti del dintorni all'uffido ed alia 
preghieiu: essa insomma gli serviva da campana! La grotta ^ stata esaminata, 
nia non vi si 6 trovato nulla di interessante. 

Essa t chiusa da un muro che ne costituisce la facciata: il si to ^ miravi- 
glioso ed k questo certamente il pid importante, tanto che esso k stato fatto 
notare alia SocUU proUclrice des Pay sages Franfaises, 

Nel paese Corlay si racconta che Saint Gueltas (o Gildas) aveva per ni- 
pote Trephine : egli la diede in isposa al conte Comorre, che era il tipo della 
crudelti e della barbarie. Saint* Gueltas non conosceva i cattivi btinti di Co- 
morre, ed era felice di non dover pi{i badare alli nipote; cosi aveva pid tempo 
per dedicarsi alio studio ed alia preghiera. 

Comonre fu ben presto padre ; ma ci6 non lo rese migUore : non si sa 
peKb^9 Al preso. da odio feroce contro il proprio figlio^ cosicch6 in jm mo* 
mento di coUera ginnse a recidergli il capo dal busto. 

Spave«Uta, Tr^hine se ne fuggl presso Gildas, che era allora a'Goarec,e 
lo supplied di rendere la vita alio sventurato suo figliuolo , che si chianaava 
Tr^meur. II vecchio vi acconsenti e perseguitb colla propria vendetta l' assas- 
sino. Si racconta che il suo castello , sito su di un monte nella parrocchia di 
Saint-Aignan, scomparve sotto terra con il suo feroce signore. Si vedono ancora 
i resti delle sue mura, e si mormora che alia notte vi si sentano rumori si« 
nistri. 



Miscellanea 137 

Tulto questo aveva causalo molto rumore intorno al santo, eJ anche in.^lta 
noia , pcrche lo turb6 tanto chc ua giorn ) , in ua momcnto di dispcruzionc, 
esclamb chc avrebbu prcferito di vigllare sj caiii ari-abbiati , piuttosto chc su 
una fanciulla ! 

Ecco percb^ 6 divenuto il santo che gaarisce la rabbia. 

Esso ha una cappella nel comuae di Ladiscat, sita su di una emincnza, ai 
piedi dclla quale si trova un bacino, in cui, aU'epoca della festa che si celcbra 
in inverno, si tufFano i cani per preservarli dall'idrofobia. Tr«^meur e sua madre 
sono divenuti santi : quest' ultima ha dato il proprio nome ad un comune in 
cui h stata seppellita insieme a suo %lio, ed 6 il comune di Santa Trephine. 

L'esclamazione di Saiot-Gueltas richiama quella di Saint Tugen, nella leg- 
genda pubblicata dal signor Le Gareuet, e che & piii completa e giu graziosa, 
e fra le piCi curiose che si conoscano. Nei suoi poerai barbari , Lecomte de 
Lisle ha scritta una bella leggenda sul conte Comorre '. 

L. BONNEMERE. 



II pohio d'Adamo in Bretagna. 

In Bretagna, quella protuberanza del laringc che prende il nome di ponio 
d* Adamo , nella supcrstizione popolare 6 prodotta da un pezzo del ponio che 
Adamo ricevette da Eva c chc egli voile mangiare. II porno gli rimasc in gola. 
Tutti gli uoiuini perci6 portano nella gola il marchio della ghiottoneria , delLi 
kggerezza d'Adamo. 

Quando poi, dicono i Brettoni, Adamo ebbe mangiato il poriio, sul punto 
di soffocare, non poteva quasi piii parlare. Fece segno alia compagn.n chc un 
pezzo del porno gli era riraasto in gola, ripetendo a tanty a tarn, un pezzo, un 
pczzol Ella gli rispo-e : Ef! ef! bevi, bevi I Ecco T origine dei nomi : Adamo 
ed Eva L.. \ 

Profilo di Napoleone I al Capo Verde. 

II sig. Gino Zuccala , buon poeta , traduttore in italiano deir Aiglon del 
Rostand^ scrive : 

« Entrando ne la rada di San Vincenzo , (una dc le isole del gruppo del 
Capo Verde) a pena passato lo scoglio con faro chiamato Jsh de los pajarosy 
guardando a destra, su la cresta dei monti brulli e vulcanici che circondano la 
rada stessa, sul fondo del cielo, si delinea benissimo il profilo di Napoleone 1. 
Cr indigeni non mancano mai di farlo rimarvare. » 

Qjaesta nota fe tratta da' ricordi mss. del Viaggio d* America dello stesso 
Zoccala. 



' Dalla Ga^. Mid, de Paris^ ripr^Jotto Ja La MeJhiu.i ludrii iiittnili- H/n-tr. , i. XI , n. 7 , pp, 
i;7-j8. Paris, LugUo-Agosto 190J. 

* Li Med. Intern, illustr,^ n. cit., p. 1)9. 

Archivio per U tradi{ioni popolari, — Vol. XXII. i8 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



Messina e Dintorni. Guida a cura del Muaicipio. Messina, Crupi, 1902. In- 
i6*, pp. 431.XXIII. 




RE capitoli di questa Guida, il IIP il VP il VIl% sono quasi tutti 
occupati dal folklore siciliano di Messina. II IIIo, Demografia, ^ 
una rapida ma esauriente descrizione della vita psichica e fisica 
del popolo di quella citti e del suo territorio: lingua, religione , 
leggende, tipi, scienza volgare, credenze e superstizioni , racconti e fiabe, canti 
e melodie^ proverbi, motti, indovinelli, spettacoli, poeti dialettali, arte rusticana, 
abitazioni, arredi, alimenti, teste, giuochi, usi natalizi, nuziali, funebri: materia 
che occupa le pp. 66-108, e che viene illustrata da graziosi disegni di vendltori 
di strada, e da quelli celcbri della Bara e dei Giganti. Se mal non ci appo- 
niamo, questa bella monografietta anonima dev'essere stata scritta da Tommaso 
Cannizzaro , che solo ora per la prima volta ha voluto uscire dal suo abituale 
riserbo in argomento di studi demopsicologi , ed ha , senza pretesa , mostrato 
quali tesori nel genere conscrvi nella sua mente e nelle sue carte di raccoglitore 
diligcnte e di esperto osservatore. Chi bene percorre questi suoi appunti, vi tro- 
ver^ non poche notizie inedite e qualcuna anche nuova pei raccoglitori siciliani. 
Codesti appunti si completano con altri compresi nei ccnnati capitoli VI® 
e VIR Qui, di fatti , sotto i titoli di Agricoltura e Zootecnia e di Tourismo e 
Sport, si descrive la caccia antica , raedicvale e moderna , il passaggio dellc 
quaglie, la pesca del pescespada, del tonno, del corallo e delle spugne, la pesca 
come esercizio sportive e i giuochi attuali piii in uso. 

Non sappiamo chiudere questo breve annunzio senza rivolgere una parola 
di ringraziamento e di plauso al Municipio di Messina, che questa Guida ha 
sapientemente promossa e iiberalmente pubblicata. II fiore degli ingegni di 



RIVISTA BIBUOGRAFICA 1 39 

qoetia cittii (che^ sia detto anche a loro onore, hati voluto serbare 1* anonimo) 

vi ha con coropetetiza speciale di studi e di ricerche concorso ; ed ^ riuscito a 

compiere la miglior Guida siciliana modema nel genere ed una delle migliori 

che abbia Tltalia: giudizio , il nostro , cbe non parrii esagorato quando si scor- 

nne k cento « piii fototipie di quadri , statue, costumi , scene di questo, vera- 

mentc beila « preziota opera. 

G. P1TR6. 



Ittoria naturala medicala a poporalai rom&n de D.r N. Leon , Pro- 
fessor la Universitatea din lasi. Bucuresd, Inst, de Arte Grafice «Carol Gdbl» 
1903. In-40, pp. 161. 

Insegnante di una disciplina delle scienze mediche nella University di Jassl, 
e cultore delle tradizioni popolari rumene, il prof. Leon 6 nelle condizioni pxii 
fiivorevoli a chi sulla terapia volgare voglia scrivere un libro utile non meno 
alia scienza che alia pratica , o , per m^lio dire , alia medicina del popolo. 
Parliamo di libro, e forse dovremmo invcce parlare di raccolta. 

E questa raccolta egli ce la di minuu , svariata , nella presente Istoria : 
nella quale parecchie centinaia di credenze, pratiche, assiomi, scongiuri, for- 
mole sono classiHcate per capitoli, e nei singoli capitoli ordinate per gruppl nel 
r^o vegetale^ animale, inorganico ecc. Le teorie generali nel genere, secondo 
grintendiroenti del popolino, son contenutc in un bel capitolo di considerazioni 
general!: razionale rassegna di tutto ci6 che in ordine a rimed! si vede e si 
sente tra le persone prive di istruzione, e che ha base in pregiudizi, amuleti, 
taiismani, fascini, incanti, disincanti, usanze religiose. 

I medici, che vanno per la maggiore, hanno comune con « il dotto, il ricco 
id il patrizio vulgo » il torto di disprezzare la medicina delle donnicciuole, del 
contadini e dellHnfima classe della society. Credono essi che tutto errore, tutto 
ubbia sia nella congerie sterminata di medicinali di quella gente; e non ri- 
flettono che in mezzo a rimed! strani , sciocchi , ridicoli quando non crudeli e 
scellerati si riscontrano sovente indicazioni di alta ragione etiologica e terapeutica. 
In un nostro recente volume (Midicina pop. sic.) noi crediamo di aver dimo- 
stratQ che molto di ci6 che oggi 6 pregiudizio fosse una volta scienza, e che 
i sistomi del similia similibus^ contraria contrarus , e le intemperanze delle 
scoolc abbiano la loro radice nel vasto campo della medicina popplare. Lo stesso 
prof. Lton a questo proposito osserva che in mezzo al gran numero di piante 
fantasticamente adoperate ve ne siano di non dubbia virtd terapeutica; e 
cita r asione modificatrice della digitale sul cuore , la diuretica del prezzemolo 
e dell'uva orsina ecc, Tantispasmodica della Valeriana, la purgativa del mercu- 
riale, la emmenagc^a della ruta e del croco, la emolliente del semelino, la 
febbrifiiga della genziana, della piccola centaurea , dell' artemisia , la vermifuga 
ddl'agllo, del tanaceto ecc 



140 AKCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

a II popolo, che conosce il nomc di tante piante medicinali, sa dove tro- 
varle, quando raccoglierle e come usarle. I disincanti che oggi ricompariscono 
in terapeutica sotto forma di suggestioae ipnotica, Tuso det testicoU di gallo in 
forma di opoterapia, (Brown«S6quard) ecc, bastano ad attirare I'attciuionc degli 
sctenztati suUa nostra meJictna popolare e specialmente sullc nostrc piante me- 
dicinali. lo son certo clie vi sono ancora molte aitre piante popoiari, le quali 
sc si mcttcsscro a prova, mcritcrebbcro anchc di occuparc un posto nella tera- 
peutica scicntificu » 

Qucsto osscrvii il prof. Leon (pp. 19-20), cd ha picna ragione ! 

G. PlTRE. 



Streifziige ira Reiche der Fraueasch6nheit von Dr. FrikdiuchS. Krauss. 
Mit gegen dreihundert Abbildungcn nach Originalphotographien. Leipzig, 
A. Schumann's Verlag 1903. In-4% pp. XVII-304. 

Un' opera che con vedute etniche ed estetiche ritragga i caratteri della 
bellezza femminilc presso i principali popoli del mondo non ^ a nostra cono- 
scenza. Quest'opcra ce la dk ora il Dr. F. S. Krauss, forte folklorista Viennese, 
a cui dcve tanto la poesia popolare da gusla. 

Perch^ abbia egli ideato questo lavoro, in che maniera 1' abbia condotto e 
quali materie abbia messe a profitto nel compilarlo rilevasi dalla lunga prefa- 
zionc, sintcsi elevata dcllc riccrchc dell' Autore e dci risultati ai quali egli k 
glunto ncllo esame dei tipi diversi delle donne. 

L' analisi poi, ossia la trattazione^ ^ sostenuta in quattordici capitoli , dci 
quali, ad evitar lungherie, traduciamo i titoli : 

I. Dellc varie bellezze delle donne. — IL Delle piCi belle donne deil* Asia. 
— Delle piu belle donne del popolo greco. — IV. Delle piCi belle donne d'ltalia. 
- V. Della bellezza e dell' amore. — VI. Della bellezza e delle sottili astuzie 
dellc donne. — VII. Come e per qual modo la bellezza muliebre tornasse in 
onore. — VIII. Delle belle donne d'ltalia che conquistarono la Francia. — IX. 
Francesco I, Enrico II e lo squadrone di amazzoni della regina Caterina. — X. 
Delle piu belle donne pel gusto di amare. — XL Della comprensione della 
bellezza e della instability del pensicro in rapporto alia bellezza delle donne 
fino ai tempi moderni. — XII. Come il nostro Goethe guardasse la bellezza 
muliebre e la eternasse. — XIII. Della vita di Frini in Parigi. — XIV. A che 
cosa aspirino le donne. 

Quest' indice ^ arido , ma chi bene vi guardi indoviner^ la varia natura 
degli argomenti svoltivi , e le molte e curiose notizie storiche delle quali I'Au- 
tore dovette servirsi. I costumi muliebri de' differenti popoli concorrono a for- 
marc Tedificio dell'opera, dove alia poesia del soggetto risponde la grazia della 
forma, bcnza che in nulla nc soffra la scrieti scientifica. 



klVlSTA BIBUOGRAFICA I4I 

Le esigenze Jello spazio c\ dispensano dal corroborare con qualche esenipio 
questo giudizio sommarid; ma non ci dispensano dairaccennare alle illustrazioni 
grafiche, le quali sono una beliezza esse stesse. Trecento fototipie intercalate ne 1 
testo rappresentano i tipi piii spiccati e, secondo i diversi gusti dd popoii, pid 
leggiadri, pid attraenti del mondo feraminile. Dalla parigina o dalla Viennese alia 
negra del Cairo ed alia cafra, dalla russa e dalla magiara alia beduina ed alia 
giapponese, tutte le forme pid squisite, pid procaci come in un cinematografo 
ti passano innanzi in atteggiamenti provocanti, vestite » acconciate, maliziosa- 
mente semi-coperte, ignude af&tto , mettendo a dura prova la imperturbatnlit^ 
anacoretica del pid rigido uomo del mondo. 

G. Pmti. 



MtXixat ntpi xo5 xal xijg -(XtbaoYiz xo3 iXXTjvtxoD Xao5 dnb N. T. nOAITOr : 
napotfitoi. Tofioc A. Ev ^Adi^vai^, A. i:axtXXapio& 1902. In-8*, pp. 686. 

Nnova, straordinaria materia appresta alia paremic^rafia greca modern a 
questo quarto volume di proverbi neo-ellenici del prof. Politis. E non pure alia 
greca, ma altresl a quella generale di Europa e del mondo ; giacch6, come ne i 
voluroi che precedono cosi anche n^l presente, Tillustre Professore della Univer- 
dxi di Atene ripubblica , a titolo di raffironti , adagi , sentenze e dettati delle 
altre nazioni. ' 

Chi ha seguito finora i nostri brevi annunzi dei paremii si sarii accorto 
che quasi per ogni lettera deU'alfabeto greco si & avuto un intiero volume della 
CoUezione: esempio luminoso di quel che possa una volont^ pertinace di racco- 
glitore intelligente e sapiente, e conferma indiscutibile di una ricchezza pare- 
miologica che parrebbe incredibile se non fosse vera. 

U grosso volume che ci sta sott*occhio comincia col y, terza lettera del- 
I'alfabeto, e con la parola YX6i>0da, e finisce alia lettera seguente t con la 
parola ^acb. 

Faticoso riesce enumerare i motti e modi proverbiali notati sotto le voci 
comprese tra queste due; ma essi vanno oltre il migliaio: il che ^ sorprendente 
quando si consideri quello che conterrii 1* opera intera quando sarii compiuta. 
Proprio in questo volume ^ un documento della copia di paremii sopra un dato 
oome: ^uvalxa (donna), che occupa le pp. 182-249, ^^" ^^7 proverbi greci, dei 
quali 57 vanno accompagnati dove da uno a due , dove da dieci a quindici 
confironti con proverbi equivalent! in altre lingue. 

Dopo la lettera y viene la 0-: e, per una strana combinazione, dopo la voce 
pvalxoc viene la voce d-idSoXo^, quasi che donna e diavolo abbiano tra loro 
una parentela, o per lo meno delle relazioni di buon vicinato. Ebbene: il dia- 
volo ha i suoi 125 motti corroborati da 21 riscontri, pochissimi, invero, quando 
si voglia guardare alle diavolerie di questo mondo ed alia presenza del genio 



142 AftCHIVIO FW U TiUDIZIOm f OPOLARl 

dd BMk ia totte W cose catiive ed alU coda che , seooadb b tudmoae vol- 
gaic^ U diavolo inette di mezzo alle cose che noa vuole fine aDdaic tnojmzi. 
Uqo studio sut parcmii privi di note parallele potttbbe diid doUe speciafiti 
gische e della amoiiotiiM, d » pecmecu la espresskniey di essa: ae tm*^ cbc m 
dfica tooda a ceolo pcovwfai dcUa Greda modenu maochmo c onif Mi gm oelle 
varic r^giooi d*£u«opa: ed il diavolo abbia eserdtato tanto pafetra adla fimtnia 
di quel popolo da annidarsi in quel oumero (fi motd m (atauL parte di sen- 
teoac, parte di ada^ parte magari di fiioezie. 

lataoto che ia questo caapo, pieoo di soqxese deHa paicniologM compa* 
rata ia critica si prepara a darci il suo verdetto, isUitiiio con sempre cMscente 
soddisiaMoe quest'opera insigne del mitologo ateniese. 

Essa raccoglie tutte le nostre simpatie^ chiama tutta la nostra attenzione 
e d £i andar lieti di vantare nella oramai larga famiglia dei folkloristi il 
prof. Polids. 

G. S. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 



CnvAMTES, La stunxa di Ju 'gnnranti: 
Prwirbf sieQiani, Catania » Perrotu 
1903. In-i6o, pp. 215. L. 2* 

Cervantes fc Taw. Agatino Perrotta 
da Catania: e la sua Scienxa si svolge 
in okre dugento sonetti sadliani con 
ispiccate forme catanesi , in ciascuno 
dei quail & o parafrasato, o spiegato, o 
allogato in fine un adagio, una mas- 
sima, un motto dialettaie dell'isola. In 
altri termini , il libro h un trattato di 
etica popolare basato sopra il prover- 
bio y che nella paremioiogia , special- 
mente italiana, ^ detto « vangelo ». 

II Perrotta , come d' ordinario nei 
suoi versi , ha roolta vena e moita 
vtrvK il suo verso k facile, pronto^ do- 
cile al pendero non mai ricercato. Si 
dtrebbe che ^li scriva come parla, Sotto 
la sua penna le allusioni e le facezie 
vengooo fixori argute , ma castigate 
sempre. 

Se mal non ci apponiamo, questo 
del Perrotta h il primo esempio di pro- 
verbi in sonetti; prima di lui non si 
aveano se non ottave in proverb! o su 
proverbi; e quelle del catanese Santi 
Raptsarda (Catania, 1824-1S42), ne sono 
una ben riuscita prova. Fin dal sccolo 
XVII Paolo Catania ne avea dato dei 
veri modelli nelle sue Canipni moroH 
sopra i motti siciliani (Palermo, 1652- 



1663) , con intendimenti analoghi a 
quelli incaroati da Antonio Veneziano 
nekla sua RaecoUa di proverhf siciHant 
in ottava rima (Palermo^ i628),vennti 
fdori dopo la morte del geniale poeta 
monrealese. 

Carlo Piancastelu. Comnmnto a un 
indovineJlo ramagnoh^ Faenia^MCMIII. 
In-8% pp. 43. 

LMndovinello 6 questo : 

Ter* bitnc, sment negra 
Zenc s' dmiu, dii arbegA, 

e si spiega: Lo scrivnn, 

Su di esso verte il Commenio del 
Piancastelli, e, per analogia, sul gro]^ 
d' indovinelli che riflettono 1* aziooe 
complessa della scvittura. Al Commetno 
parteclpano version! italiane* firanccsi^ 
spagnuole , portoghesi , rumene , alba- 
ncsi, greche, svizzere, alemanne, nor- 
vegiane, ingiesi, slave, le quail depon- 
gono sopra Tunica origine, e suUa idea 
originiaria del confronto tra 1' arare 
e io scrivere, punto di partenza per 
la composizione dell* ing«gnoso tema 
presso on popolo latino ispiranttsi al 
modo di scrivere suila cera. I doctr nei 
loro epigrammi e nei loro enimmi non 
feoero 3e non imitare la cr^aziooe po- 
polare pur non comprendendola abDa- 
stanza. 



Hi 



ARCHlVtO PER LE fRADKlONi POPOLARt 



i^' 



Come primo lavoro di comparazione, 
auesto del giovane romagoolo per cru- 
dizione — sebbenc non tutta di prima 
mano — e per delicatezza dUndagini ci 
pare ben fatto. 

Prof. Giuseppe Bellucci. Tradiiioni 
popoJari itaJiam: La grandine ndla 
Umbria con note esplicative e compa- 
rative e con illustraiione. Peru^a, 
Unione tipogr. cooperativa 1903. In- 
160, pp. 136. L. 2,50. 

Frutto d'una larga e cosceDziosa in- 
chiesta, compiuta nella sua Umbria 
natale dal Bellucci , questo elegante 
volumetto espone, classifica e discute 
ci6 che si crede e si pratica intorno 
alia grandine in quella regione. 

La curiosa e svariata materia ha 
messo a prova la temperanza dell* A., 
il quale con molto accorgimento ha 
in uno spazio relativamente ristretto 
ma ben adatto ad ampio svol^mento 
studiato le molteplici tradizioni sul fe- 
nomeno meteorico, sulla causa e sulla 
formazione di esso, le usanze , parte 
preventive, parte difensive, per iscon- 
giurarlo. Tuna piCi strana dell' altra, e 
tutte formanti un ammasso formidabile 
di ubbie informate a malinteso senti- 
mento religioso. 

Da quello scienziato che ^ il profes- 
sore Bellucci guarda spregiudicatamente 
Targomento, e nei singoli fatti, anche 
pill impercettibili, scopre avanzl di an- 
tiche credenze degne della benevola 
coDsiderazione de* dotti. Bertrand, op- 
portunamente citato dal Bellucci, disse: 
« Rien ne se t)erd en ce monde des 
idto et m^me des folies humaines; 
elles se retrouvent presque toujours 
plus ou moins dissimul<^es dans quel- 
que coin de nos vieilles soci^t^ ; le 
tout est de les y decouvrir ». 

Ed.il Bellucci ha saputo scoprire 
queste idee, e ne ha fatto parte a co- 
loro che non le conoscono, ma che sa- 
pranno trame prezioso partito. 

A. Balladoro, Novdline pop>oUri ve- 
ronesi. Verona, Sub. Franchini 1903. 
In-8% pp. 15. 

Quest* opuscolo t estratto dalla Mi- 



scellanea in NoiX'^ Pellegrini' Bu:^ii: e 
contiene sette aneddoti. II 1° k da 
ravvicinare alia CCXX ddle Nouelk 
del Sacchetti e ad una delle Piacevoli 
et ridicolose facetie di Poncino della 
Torre (cfr. pure Di Francia, Franco 
Sacchetti novelliere, pp. 169-70) ; il II* 
ad una delle Facetie del Domenichi 
(Fano, 1503, p. 24) e ad una spirito- 
sissima ddV Arcadia in Brenta del Sa- 
redo, giorn. I, p. 115 (Venezia 178$); 
il IIIo al n. CLXXXVII dello Specchto 
del Vottiero; il IV* al n. 19 del Cuneo 
e le sue leggende di D. Carnevali; il V** 
alia CLXII delle nostre Fiabe^ Nov. c 
Race. pop. siciliani ed al Basta una 
volta del Quarantasette Race, pop. luc* 
chesi del Nieri; il Vi* ad una piacevo- 
lezza delle RimediP. L. Grossi, p. 55; 
il VIIo finalmente al n. 99 dell* Insa- 
lata di Gabrielli d*0^obbio e ad altre 
versioni quasi identiche esistenti in 
altre raccolte in prosa e in verso. 

Questi riscontri son tutti rilevati dal 
Balladoro , le cui facezie si leggono 
con gusto, anche perchi narrate con 
grazia tutta popolare. 



Die Volkskunde ah ^Vissenscbaft. Von 
E. Hoffmann-Kraybr. A, O. Prot 
an der Universitat Basel. Zurich, 
Fr. Amberger 1902. In-80, pp. 34. 

Grave argomento ha preso a trat- 
tare il prof. Hoffraann-Krayer in quc- 
sta memoria: il folklore come scienza. 

Vari quesiti si pone egli innanzi*..ed 
uno 6 questo : che cosa sia il folklore 
o, come ordinariamente dicesi in Ger- 
mania, la Volkskunde; un altro, il folk- 
lore e le materie ad esso affini; un 
terzo, i generi del folklore; un ultimo, 
i problemi che il folklore oflBre alio 
studioso. 

Non potendo , com* k facile vedoe, 
riassumere le conclusioni dell'A., spc- 
cialmente perchfc esse sono raccolte e 
severamente discusse in poco pid che 
trenu pagine, ci limitiamo a rilevare 
la importanza dello scritto, il quale k 
davvero degno deirindirizzo dai mae- 
stri alio studio delle tradizioni del po- 
polo. 

P. 



RECENTI Pi}BBlVCAtlOm 



145 



RECENTI PUBELlC'AZrONI. 



Arlia (C). NovcUiaa popolarc rao- 
<olta da C. A. Fireiizc 190}. In 16*. 

Balladoro (A^. Tre novdlettc po- 
polari verooesi, Verona , 1905. Stab, 
tipo-lit. G. Franch'mi. In 4^ pp. 10. 

FuESCO (V.). Nota e. appuoti su M. 
BandcUo e le sue noveli^:. Camerino, 
Savini [903. In-i6«. pp. 46. 

Marcucci (Fcrd.), Leggenda nuziale 
marenimano. Pisa, Nistri, 1903. 

Metalli (E.). Usi e Costumi deUa 
Campagna romana Roma , 1903. In* 
i6% pp. VII- 1 70. 

Miscellanea di Studi critici cdita in 
oocrc di Arturo Graf. Bergamo, Isli- 
luto Italian© d*arti grafichc 190^ In-S® 
gr., pp, 860. Con ritratto. 

Raccolta di stomelU e rispetti anio- 
fosi cantati dal popolo italiano. Fi- 
renxe, Salani 190^ 

Ru^ONAPOLi (L. v.). La discesa d^I* 
^ar air inferno : leggenda babiloncse. 
Seconda cdizione completa , seguita da 
una versione letteraie del testo, secondo 
le ricostruzioni di A. H. Saice, A. Jc- 
remias e P. Jensen, Cagliari, tip. lit. 
Commerciale X9a3. In-i6», pp. 54» c6n 
4 uvole. 

Salani (A.)« La Retina delle fate : 
Fiabe dei migliori scnttori italiani e 
stranieri raccolie e ordinate. Firenie. 
Salani 1903. In-i6o, p. 277. 

C0SQ.UIN (Em.). La L^ende du 
page de S.te Elisabetl^ de Portugal et 
les Contcs Orientaux (Post-Scriptum). 
Paris, 1903. In-8«. 

Daux (C). Croyances et traditions 



populairts au .Monealbanats (Lecture 
faite au Congr^s to Soci^tib savantes 
de Bordeaux, Avrll 1903). Paris, A. 
Picard I905. In-8», pip. 16. 

Le Braz (A.). La Lcgende de la 
Mort chwZ les Bretons armoricains. 
Nouvelle Edition arec dcs Notes siir 
les croyances analogues chez les au- 
tres pea pies celtiaues par Georges 
Dottin. Paris, 1902. in-!8», pp. LXXftl- 
347 e 456, Fr. 10. 

Paris (Gaston). Ligendes pi^ascs 
du Moyen Age. Paris, Hachette, 190J. 
In-i6«, pp. IV-295, 

TiERSOT (J.). Chansons populaircs 
recueillies dans les .\lpes tran^aises. 
Grenoble, Falgue et Perrin. fn-8* gr.. 
pp. XXIX.548. Fr. 40. 

Beglby (Walter). BibHa CabaKstiea, 
or the cabalistic bible lowing how 
the various numerical cabalas ' have 
been curiously applied to the holy 
scriptures, with numerous textual ۥ 
xamples rangine from genesis to the 
apocalypse , and collected from books 
of the greatest rarity , for the most 
part not in the British Museam or any 
public library in Great Britain. With 
mtroduction, appendix of curious and 
bibliography. London, nuMiTshed by Da- 
vid Nutt, MDCCCCIII. In-4*, pp. 158. 

Newell (W. XV.). The Legend ol 
the Holy Grail and the Perceval of 
Crestian of Tro3res. Cambridge, Mass. 
Charles W. Sever a. Co. 1902. In-S*, 
pp. Vl-94. 



SOMMARIO Dfil GlORN'ALl. 



Fanfulla della Domenica. Attlt6 
XXV, n. III. Roma, 15 Marzo 1903. 
F. D'Ovidio: Gaston Faris, affettuiWa e 
dotta biografia. — G. Vidossich f Ihia 
noveila del Sacchetti e un Ubro fopolare 
tedesco. La novella^ la ri6; il libro 
tedesco fc gli Schildb&rger d*ignoto au- 
tore, edito ntl 1597 da un anonimo. 



GtoRlfALEv DI SlOLIA. A. XLIII , n. 
58. Palertno, 28 Febbr. 1903. L. Chib- 
baro: // Cttrmv^ a Tumsi. 

N. 103. '2 Afirrle. M^urus: Lo «flm«- 
sclun. Dalponferiggiodel Giovedl«Mito 
a quello del Venerdi, tutta Napoli si-ri- 
versa in- via Toledo per commenKirare 
la f norte di Gesii in una maniera sem- 



Archivio per h tradirioni popolari, — Vol. XXII. 



19 



14^ 



ARCHIVIO PER LE TBADIZIONl POPOLARI 



pUcissima , spazzando cio^ la polvere 
con la coda delle vesti e coDSumando 
le suole delle scarpe strisciando i piedi 
con divozione »• 

La Gazzetta. An. IX , n. 25. Sira- 
cusa , 28 Giugno 190). G. Roroetta- 
Garofalo: // basUico, Notizie folkloriche 
di questa sitnpatica pianticella. 

La Gazzetta di Novara. A. XVII, 
nn. S4I. 5451 S44- 3» Genn., yen 
Febbraio 1903. A. Massara: Come ven» 
gono f Re Magi a Romagnano Sesia: 
descrizione di usi natalizi nella Val- 
sesia. 

N. 5S2, 553. II, 14 Marzo. Lostesso: 
Tipi e Costumi di campagna, VI. Gue- 
rino detto il Meschino , tragedia rap- 
presentata dai contadlnt diSozzago il 
Martedl Grasso di quest'anno (24 Feb* 
braio 1903). 

La Provincia di Brescia, A. XXXIV. 
u. 140. Brescia, 22 Maggio 1903. £. 
Filippini : Venecia giuocatrice, Spoglio 
del recente volume del Dolcetti : Le 
biscbe e il giuoco ^d' ai^ardo a Vivu^ia 
(1903)- 

Lo Statuto, Gazzetta Meridionale. 
Anno III , n. 42. Messinia , 1 5 Marzo 
1903. M. Basile: Di akttni proverbi si- 
ctliani, d*indole agronomica. 

Pro Familia. A. IV, n. 128. Ber- 
gamo, 5 Aprile 1903. La Domenica 
delle palme a Roma, con tre tavole fo- 
totipiche. — // Venerdl Santo a Roma- 
gnano-Sesia, con sette tavoU fototipiche. 
Q.uesto scritto ^ preso in buona parte 
da quello del Massara da noi riportato 
nell ArcbiviOy v. XXI, pp. 78 e segg., 
senza indicazione di sorta. — Angelo 
Pioctti ; Ricordi di Sardegna nella Set- 
timana Santa, con altre quattrp tavole. 

Revue des Traditions populaires, 
t. XVIII, n. 4. Paris, Aprile 1903. H. 
Hermont: Quelques notes sur la morale 
des contes, — ?^ S6billot: La mer et Us 
eaux: CCCLXIV.— R. Basset: Les for- 
mules dans les contes. I. Formule tinali: 
continuazionc. — Lo stesso : Contes et 
Ugendes arabes, DCLXXVII-DCLXXX- 
VIiI. — Lo stesso: Les m/t/ores, LXX- 
LXXV. -^P. S[6bUot]: Nicrologie Ji 



G. Doncieux, A. Vingtrinier, H. Cail- 
\xhtt.—Bibliographie di recent! pubbli- 
cazioni di Ed. Doutt^ , H. Bourgeois, 
H. d*Allemagne ecc. 

N. 5, Maggio 1903. p. S^billot: La 
mer et les eaux, CCCLXXV. Continua 
al n. 6. — L. Desaivre : Coutumes da 
XFJU' sikle.—Petites Ugendes loealu, 
DLIV.DLVIII. Segue al n. 6. — F. 
Duine: Coutumes et Superstitions de la 
Haute- Qretagne, XLIII-XLV. — Rcn^ 
Basset: Li^endes africaines sur Forigitu 
de Pbomme, XIII-XIV.-L. Pineau: Us 
plus jolies chansons des pays scandi naves. 
— Petites Ugendes chrettennes, XL IX -LI. 
Continua al n, 6. — Dr. Pommerol; 
Folklom SAmvtrgne^ \W.^ Bibliogra- 
pbie di rec^Wi pubblicazioni di Tiersoc, 
Maria Phr^, Camille Daux ecc. 

N. 6. Giugno. F. Perot: Prthres, in^ 
vocations ecc. en Bourbonnais.—R, Bas* 
set: Notes sur les MilU et une nuiis, 
X.— M. Rybak: Traditions et coutumts 
cbei les icbico-slaves, — R. Basset : 
Contes et L/gendes arabes, DCLXXX- 
DCXCI. — ¥. P6tigny: Formulettes tie- 
fantines du Perche. — Bibliograpkie di 
recenti pubblicazioni di P. ^billot, G. 
De Wismes ecc. 

Zeitschrift des Verbins fOr Volks- 
KUNDE. I}. 3. 1903. J. von Negeldn: 
Der Tod als Jdger u. sein Hund, — O^- 
Davidsson: Isldndiscbe Zauberieichen u. 
ZauberbOcber, III- VI. — H. Sdkeland: 
Die ff^Hnscbelrute.^A, Bock: Hocbx/eits, 
brducbe in Hessen u, Nassau, — KUine 
Mitteilungen.—R. Andree: Trudensteine, 

— B. Kahle : Zu den niedersdcbsischen 
Zaubergruppen.^W. Wisser: Das Aidr^ 
chen vom Meisterdieb in Ostbolstein. — 
£. K. Blummi u. a. Kleckmayer : Re- 
krutenlieder aus Niederoster retch, ^Mgnic 
Abeking: Symbolische Wurfgeschosse in 
der portugiesischen Folks JicSlung, — R. 
M. Meyer: 'Morit^ Lazarus, necrologio. 

— Adolf Schullerus : Deutsche Folks- 
kunde im Jabre 2^2 : recensione del 
moviraento folklorico in Germania.neU 
I'anno ora scorso. — O. LaufTer: Neue 
Forschungen Aber Fobnbau. Tracht u. 
Bauernkunst in Deulscbland , a propo- 
sito di recenti pubblicazioni tedcsche 
sull*argomento.— Soguono varic rccen- 
sioni di nuovi libri. 

FolkLoke. Vol. XIV. N. 2. London, 



SOMMARIO D£I GIORNALI 



m 



Luglio 190;. Henri A. Junod; Sonu 
Rmarks on the Folklore of th$ Ba- 
Tbonga, — M. Longworth Dames a. H. 
SccmaDn: Folklore of the Azores : leg- 
ficnde e canti popolari. — A. Lang : 
NaUs on Ballad Origins, — In memo- 
Ham: Cb. God. Leland, G. Paris: ne- 
crolc^ di J. Powell e di D. Nutt. — 
Percy Manoing : Stray Notes on Ox- 
fordshire Folklpre^ con due disegni. «— 
Reviews. Alfredo Nutt vi parla a lungo 
di recent! pubblicazioni sulla leggenda 
di S. Grail di Wesselofsky c di Suerk; 
Brabrook dei Traditional Aspects of 
HeUdxMew; S. Hartland , del Ba- 
suiland di Minnie Martin. 

WisLA. T. XVirj. Milcwska : Les 
moyens d* amtuer les enfants dans les 
environs de Ciechanow, — H, W.: Des 
andennes habitudes des /coles ^ con un 
disegno rappresentante uno scolaretto 
sul cui capo i compagni posano una 
mitra d*obbrobrio con orecchie d'asino. 
— E. Majewski ': Uorigii^ du pavot et 
ses noms. — Witowt: Conies des environs 
de Kujawy Barowe, — M. Stecker: Quel- 



ques mots sur les modules de hroderie du 
peuphy con disegno.— Lo stesso: Deux 
chansons. Recherches: I. Medicina popo^ 
lare. — Proverbi.— Usi giudiziari. — Le 
uova dipinte. — La vigilia di S. Gio- 
vanni. — Come si ramgura 11 popolo 
polacco gli esseri soprannaturali. — 
Comptes rendus. Vi si parla di recent! 
pubblicazioni di Swieykowski, Makow* 
ski , Bugiel (La demonologie du peuple 
polonais ecc), Lcger, Vogt. 

Journal of American Folk-Lore. 
Vol. XVI. N. LX. Genn.Marzo 1903. 
H. Pittier de Fabrt^a: Folk-Loreofthe 
Bribri a, Brunke Indians in Costa Risca: 
Alice C. Fletcher: Pawnee Star Lore, 
— F. A. Golder : Tales from Kodiak 
Island, — R. B. Dixon : System a, Se- 

?uence in MaiJa Mythoio^v. — N. R. 
larrington: Schinnecock ;Vo/«.— A. F. 
qharaberlain] a. i. C. C. : Record of 
American Folk- Lore. - Notes a. Queries. 
'-' Bibliographical Notes di recenti pub« 
blicazioni Ji W. Matthews, R. C. Ma- 
clagan, D. Burdick, Kallas ecc. 

G. PiTRE. 



NoTiziE Varie. 



Larga copia di notizie sugli usi delle 
Tonnare in Sicilia ha daco fuori in una 
sua preziosa memoria (Palermo, Gian- 
nitrapani . in-S^, pp. 51), il sapiente 
storico della Legislazione in Sicilia e 
in Italia ed il pi^ profondo critico delle 
Consuetudini dcirisola, Vito La Mautia. 
La erudizione del Kivoro k per Tar- 
^omento esauriente, e potri pm presto * 
unitar^ che vincer^. 

—A difesa e chiarimento delle sue re- 
centi indogini sopra // lamento di Li* 
iobetta da Messina e la leggenMi del 
Vaso di basilico lulla novella V, gior- 
wh IV del Decaraerone (Catania, 
Battiato, 1902) Tommaso Cannizzaro 
ha pubblicato in Messina (Tip. del 
Tribunali 1905) una Letter a al prof 
AUssanJro D*Ancona delFUniversUa di 
Pisa; il qual D'A. nella sua Rassej^na 
biblwfrrajica della Letter alur a ita liana 
(Febbr-Aprile 190}) mosse alcune os- 
^cnnzioni alle indagini medesime. 
, 'Vu.i cntri^io nclla questione — se 



di 



[qa.'SUoiic pub parl.irsi — tra i due 



egregi uommi; roa non possiamo non 
rilevare la cOrtese polemica del Can« 
nizzaro, in tutto e per tutto degna di 
lui e plena di rispetto verso 1* insigne 
Maestro di Pisa , e le ingegnose spie- 
gazioni di vari punti del suo lavoro. 

— II prof. Luigi Anelli ha ilbstrato 
in 40 cartoline postali i costumi e la 
vita di strada del comune di Vasto 
negli Abruzzi, e le ha intitolate: Mac- 
chiette Vastesi, 

Ciascuna cartolina porta disegnata 
una macchietta di A. Anelli , e stam- 
pato un sonetto dialettale di esso pro- 
lessore Luigi Anelli. I qujranta so- 
netti, pieni di brio e di argutezza, cor- 
rono pure col testo a fronte in una 

SubblicazioncelU col titolo: Traduxione 
ialiana delU Macchtette t^astesi del 
prof. Luigi .\nelli (Vasto, 1903). 

^11 dt 8 Aprile nel Circolo di Cul- 
tura di Palermo il deputato Pictro Lanza 
di Scalea tenne una conferenza sopra 
le Leggende storiche skiliane^ 

— II 18 Aprilo 1905, il«Sen. Giorgio 



148 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Arcolep tenne alia Societii di Lettuife 
$cientifK)ie di Geoova una comereDza 
sulU Siciiia illustraadp PIsola oella sua 
storks,, nelle sue leggeade, tradtzioni e 
canzoqi. 

•^ Te^i di laurea tostenuta in Bre^ 
slavia dal sig. K. Klimkie : Das vblhs- 
t&mlichc Paradiisspid mtd seine miM* 
alterlicben Grunilagm, 

— Nclla Gallerla patriottica did gior- 
nale // VeUrano del !<> Genn. 1903, 
si legge una Inografia laudativa di 
Gherardo Nerucci, che, come h nsa- 
puto, prima di consacrarsi agli studi 
di linguistica e di folklore, fu un va* 
loroso ed onesto soldato della indipen- 
denza italiana. 

— Rimpianto da tutto il mondb 
scieotifico e ietterario k mortoa Can- 
nes M. Gaston Paris, nomc insigne di 
uomo per virtd di mente e di cuo're 
eminente. 



Di tui sariSl detto al prossinio fikK 
to\o dtW^irchluh. 

— Nci prirai di Marzo looj motiVk 
in Porto Maurizio, sua patna, Gustavo 
Strafforello , editore deU* opera in the 
gros^i volumi: La Sapien^a del mondo, 
ouvero Di^ionario universale dei pro* 
verhi di tutti i fwpoli. Torino, i88j). 

II libro di lui : La Sapienyi del be 
polo spiegata al popolo (Milano, 1868), 
tece molto parlare pel sue plagio evi^ 
dente. 

Lo Strafibrello era nato il iiLusKo 
1818. 

— Moritz Lazarus, nato in Filehnc 
il 1 5 Setterabre j 854, moriva in Meran 
11 15 Aprlle 1905. Fu col prof. Steinthal 
fondatorc della Zeitscbrijt far Vdlker^ 
psychologic u, Sprachwissenschaft (i860) 
e pubblic6 molti ed interessanti studi 
sutla filosofia della vita dei popoli. 



I Direttori: 

Giuseppe Pmti. 

Salvatore Salomone-Marino. 



'^'Pif^:- 



TOfflKO- CARLO CLAUSEN -TO MHO 

CUNDIZIONI DELL'ASSOCIAZIONE. 

f ARCHIVIO esce a faMicoli Irimeslralt in-8' di pa?ine ICO circs. 
OnaHro raicicoli formano un M rolume di circa 610 P*f.'f • , „„ m-,. 
^ Labb..natnenlo e olWiBalorio per un anno al P'-;^JJ« J' L- y^iPf,^/,^^* 
Italia Franchi iS per rUni-me pastale; paganwnto aaUcipato. FinsU 1 ar 

"'''•pi'^^rcircli'eViXrda l'AmminUlra.ia„e. rivdgersi alia Libreria 

allAtSne r?v«Iee« rf" Dirttlwi in Palermo P.«?za Sh..U Oliva, 
Nun as Icolahoratori p..trann<> scrivuro i loro arUcol. in 'ta »»««'' ." 
!?, franMSc o it i8pag.«,ola, o in porloghese. Sara dalo ragitimglu. doll« 

rt-iionc. ^j jjg^^^ili g o„ g, risUimpano, 

l-|.\ii or?^" . te p.''ss*"d.' uMCor.. p-^d,, copif. die cede solo a prezzo eievato. 

Dm cof»e ror«i.W*.- vol. t a X\i (compre!<i veil. I -III ai ollrono ai 
pm^zo d. Franchi 300 .«Uo. ^^^^ ^^^^^^^ ,..^j.,„,.,, ^^^j^. 



Le poehe eopie complete della 

RlYista delle tradizionl popolari italiane 

DIBeri'TA DA 

ANGELO DE GUBERNATIS 
Che rimangono disponibili. si venUono al prezio rUloHo- 
Aniiati I, 12 fasdcoli Fr. «. - Annata 11, fasacoh br. 3. 

BilDtiiGaiiazioiialeielletraiiizioQi 




Vol. I: 



diretta da Akgelo Di GubernaTJs 
ALBSSANDKO DH GUBERNATIS 



S. STEFANO DI CALCINAIA 

CQVL Ptoeralo di Akgelo De Gvbernatis 
Un volume dl 2D0 paglnc in-8^ con una incisionc, pre^^o; Irr. 4- 



Vol. tl: 



GASPARE UNGARELLt 



LE VECCHIE DANZE POPOLARI ITALIANE 



''ascora in uso nel bolognese 

Un vol 10-8^. con una incis. e duii ^crle di tavolc di musica, ^d. &. 



V«L III: 



GRAEIA DELEDDA 



TEADISlOm POPOLAIU DI NUORO IH SARDEGNA 



Un volunie :ii-S*« Fr* 8* 



TORIMO- CARLO CLAUSEN- TORINO 



FESTE PATRONALI 

IN SICILIA 



DESCRITTE 



DA 



GIUSEPPE PlTRfe 



I Con H Hlustra^ionlh 



Vol, Unico, XXI« delk Biblioteca delle tradizioni popolari 
sicitiane dello stcsso Autore^ di pp, LXVI-jijj L. 8. 



mano a ^55;tfiiii per oovantaduc cmnuni tltftrisok. 

K Quail pisr matto, qua i pur pocOj tuttc Ii^ prciviactf skUianc vi lun luogo^ 
t fc scarsc pAfranna le Si^^ feste MU pmvhicia dl Trapdni di froDte aHe 
undid di qudU di CaUnU, iilk dodjd di C3ltaiiisscTi.T^ allc cr«:dict ai McAsma« 
illc qulndici d! Pdkmiy e alk crenU^uattro, In parti egualiy delle province 41 
Gurgcnti c dl Siricusi, gU t che quelle pocbc sono irn k tlpichc*^ mcrhevofi S 
t$s€f con^KLtitc. 

■I [n gcaerale, ogni descniiotiu st apre con la leggenda cofnync o locaJe del 
p4tronil» c si continua cod U ra^cgna dclk usanze, dellc prAticbc, 4cilc s^pc^ 
stuiOiii pit] note vat i delU f^'^u second a ^u^'l tattto cht: lui fu cotiscniico di sa- 
peme sla tU tnsu, si a per com utucat tone d\ altri. La tungheiza o la bri!vk4 delle 
descrisloai t dovuta, conie t agevole comprcndctt^ ilU quantiti delk notkle.^.,. 

it Due idle , k princSpali , le piii cekbri per h Sidlia , qttdk di Palcnao 
e iM Mcflstoa, vanno n^cmnpagnale da venciqtjiuro disegni di certt boghi ddle 
due c\W^ c degU specucoli famosl di es^. 11 leltore 11 trovctA intcrc;ilatt ncX 
icsio o allogati in cake al libm-« (DaM* Avufrtm^ ^tWAmme), 



Pftler«M»'-TiP* mn. Glomale dl SlcHlii 



Vol. XXIL 



Lasi 



y 



K 



Fasc 



ARCHIVIO 



PER LD STCDIO 



DILLE 



TRADIZIONI POPOLARI 



RIVISTA TRIMESTRALE 



titHHTT.-l IIA 



G. VYYWt E S. SALOMONE-MARINO 



^=30^^C6>^ 



TORINO 
CARLO CLAUSEN 

<HANS niNCK StJCC.) 
l.itauio DKLLc LL(MH, ti. Bx s t^ RiieiitA 

1904. 



^k— 



Pubblicato 11 30 Novembre 1904. 



^ 



SUMMAKIO DEL PRESliNTE FASCICULO 



Biasodc popolare lucchese edlto e iuedito. ConiiHuaitomefitu: VI, (Gio- 
vanni G(ANNiNi). . . * Pag. 149 

lanellQ alia Mo&tra Etaografica slciliana dl Paleroio (CkjstoPouo 

GrisaktO . . , » 167 

Superstmoni dnesl (The Collectoji). . . , ^ ryt 

Canzonette mfantill veroneai (Arrjgo Balladoro)* , . » 17s 
Kovelle popolari sarde. ConUnuaiiom (Giuseppe FutRARo)* , » 179 
Stratagemmi leggendarii di cilt4 aasediate (G. PiTRl) , . * 19I 

Cola Peace ia Grecta {G- Politis) n 212 

Leggeade bibUclie e religiose dl SictUa Contimaikm. (Rafpael^ 

Casthlli) , . . . . - . . • - * » aiS 
Leggeuda plutoniche C^, Calvia, Coruado MmlfO . . * » 22j 
Leggende popolari aciiane. CimHtimxiom (Salvatore Raccugli^) » 227 
Dodici oovelline del CooiadQ Veronese (A. Balladoro). * 345 

Proverbj in Vegiioto odiemo {Aktonio Ive) . . * . » 253 
Alcaai proverbl veneti di maldiQea^a intercoioaaaie (Gesaie MtJ- 

sattO * * *> HS 

Usi nuxiaU deirAgro oovarese d'uoa volta e d'adesso. Cmiinuai. 

(AwTONio Massaka) * * . , » 1S7 

Miscellanea: Marmnac (Albj^o ZekattOi ^75*— htintQ di cemtrvaiimi M 
forme tradiiianah nd popoh iuUmo, 274. — The Coliicihm of f&lh-lore 0/ 
ihi library of UiiTViird Vnivtrsih at Camhridgi ^ MaiS. (A. C. PottEr) ♦ 
tvl 
Ri vista Bibliografica; 1'. MiSAin, Uggtnde popoUn iU, PlTai), 276, — Mi- 
sceUattm di Studi criiici edita in ofmn di AHutq Graf (Lo stcsso), 277. — 
i, m VASCONCILLOS, Ens^ki Eikmgraphicoi (Lo stesso), 378.— B4SSer, Cofdis 
p&pulmres d'Afriqm QkUK^ Bauvii A>3Drpjws), 279.— JtaUJ, DU WUitrU* 
lungsU^er dn Eitnischm VoUapotSH {Q, PlTnej* 380. 
Bollettino bibliografico< (Vi si park di rcccati pubblieaiiooi di Luigi Gor- 
UQi, Gaeiaao Amilti, Silvio Gianaini^ N, Zingarclli# A, Balkdqro, o aSa 

Recent! pubblicazioni « « . » a$| 

Sommario dei Giamali (G. PiTRfi) .,*,.*, tH 
Notijrfe varie * . . ■ aS? 



X 



- » ' • ^^ I w- .>• ^' 




BLASONt POPOLARE LUCCHtSli 
EDITO II INEDITO '. 



VL 




1 resta per ultimo Ja far parola dellc cmk e (ki paesi 
della Marina — o dclla « Versilia » , conic anche si 
chiama — la quale e formata. da una striscia di terra ^ 
lunga una trcntina di chilomctri e larga nelU sua m.iggiore cstcn- 
sione su per giii la meti ; che dalle cime dcUe Alpi. Apuanc — 
ricchc di piombo argentitcro, di niercurio, di I'erro, e sopratiutt(x 
di bellissinii marnii — si procende verso il Tirrcno c il Contado 
Pisano , dcgradando dolcenientc per verdcggianti colline in una 
belki pianura , solcata da torrenti e da canali , abbondante di ce- 
reali, di gelsi, di agrumi, di cocomeri, e rivestita lungo il littorale 
di supcrbe ptnete. Sui poggi e sui colli crescono anche qui in 
gran copia i castagni e gli ulivi, che raggiungono talvolta un^il- 
tczza mcravigliosa , e dalla parte di libeccio si estendono vaste- 
risaie, specialmente intorno al pittoresco lago di Massaciuccoli, 
famoso per la caccia caratteristica che vi si fa delle folaghe e dei 
germani e per i graziosi vilHni che ne adornan le rive; fra i quali 



• G>ntinuaziontf e fiue. Vedi p. 89. 

Archivh per h tradiiioni popolari, — Vol. XXII. 



19* 



150 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ricorder6 quelli del Marchese Ginori e del Maestro Giacomo Pac- 
cini, che dalla contemplazione della bellezza idillica di questo logo 
seppe trarre tante soavi ispirazioni per le sue Operc immortalL 

II piu estcso dei sei Comuni conipresi ne)la Marina i quello 
di Camaiore , che abbraccia una ventina di paesi , posti per la 
maggior parte in colle. II capoluogo — che insieme con le due 
frazioni di Vado c di Montebello conta piu di settenfiila abitanti— - 
i una borgata di forma quadrilunga , con vie diritte e parallele, 
munita di fosso e di mura. Ma che dico « borgata » ? Camaiore 
e (ccitti)), ed ecco in qual modo poii oitenere questo titolo : 

Molte volte t Cimuoresi avevano fatlo istan^a a Carlo Lodovico 
di Borboney duca di Lucca^ percM dic/jkmasse citta la loro terra; ma 
il sovrano avtva fatto sempre orecchi di mercante. Essi finalmente — 
stancbi di far suppliche ed impa^ienti di vedire esaudito una buona 
voUa il loro desiderio—presero htC ultima risolu^ione e si recarono iii 
conimissione dal duca , giungendo per uppunto mentre qnesti era a 
pran^o. I Camaioresi insistettero tanto^che Carlo Lodovico^ twnastante 
Vora poco propi^ia, si persuase di lasciurli passare, e li invitd a dirgli 
U shI tamburo che cosa volevano. Udite le ragioni della loro venuta, 
per levarsi di torno quegl'importuni, chiamd a si un suo cagnolino e 
gli porse un pei:(p di pane^ dicendo a quel bravi uomini che^ se esso 
ravesse tnangiato, li avrebbe contentati. II cane — chey per essere abi-* 
tuato alle ddicatcT^i^e della Corte , non aveva mai assaggiato pane in 
vita sua — lo divord in nn batter d'occhiOy con grande tneraviglia del 
duca, che dcvette mantener la promessa; e cosi Cainaiore divenne citta.., 
«la citta del caney>y come si chiama per autonomasia \ 

Questa leggenda , per6 — che evidentemente deriva da una 
falsa etimologia * — deve avere un'origine assai piCi antica, come 
si pu6 argomentare anche da una variaote, secondo la quale Ca- 
naaiore , tino ai tempi di Carlo Lodovico, era una borgata senza 
nome e quando fu proclamata citti, venne chiamata cosi per ri- 
cordare il fatto del cane 5. Ora di Camaiore si trova nienzione 

* Coniunicazione del prof. Alcibiade Vecoli, camalorese. 

2 Goc da quel Cam, che forma la prima sillaba del nome di Camaiore, 

? Comunicntami anchc questa dal prof. Vecoli. 



BLASONE POPOLARE LUCCHESB 151 

(ino dai tempi dei Langobardi nell'ottavo secolo, quando non era 
chc uD'unione di poche case intorno alPantica badia di San Pietro. 
Poi nel I225> quando i Lucchesi distrussero i sette castelli feudatT 
<;he sorgevano sui colli vicini, cominci6 a prender forma di vil- 
laggio, e d*allora in poi crebbe tanto di popolazione, che nel x 374 
(quattro secdli e mezzo prima che Carlo Lodovico fosse duca) gli 
Anziani di Lucca ordinarono fosse cinta di mura con bastioni, 
con torri e con fossi \ 

DeU'aria di Camaiore si potrebbe dire — tatte Ic debite pro- 
pomoni — come di qucUa di Arezzo: che aguzza gringegni; poichi 
€sso ha dato i natali a moiti valentuomini che si distinsero nellc 
Icttere e iielle scienze *. Ma pare che, oltre Tingegno, essa stimoli 
potentemente anche Tappetito: lo deduco dalla seguente cantilena 
con cui si sogliono comunemente schernire gli abitanii della citti 
canim : 

Catnaioresc, 

II lupo ti prese, 

Ti port6 $ul Carpi nese, 

E ti de' un pagtiol di broda : 

Tu dicesti ch* era poga ; 

£ ti de* un pezzo di pane: 

Lo rodesti'*onie un cane; 

E ti de' un pezzo di ciccia: 

Lo rodesti 'onie 'na miccia 5. 

Camaiore giace a pie' del monte Gabbari in una piccola valle 
di lorma triangolare, contornau da colline e da poggi ben colti- 
vati, di dove lo guardano gli ameni villaggi di Monteggiori , di 
Santa Lucia, di Vado, di Gello, di Pedona e della Pieve. Gli abi- 
tanti di quest'ultimo paese sono conosciuti con Tepiteto di grana- 
fari % come quelli di Domazzano, che abbiam gii veduto e tutti 



» Trenta, Guida del foresUere per la cHta t contado di Lucca, Lucca , Ba. 
ronc^ 1829, PP» 152-53. — Repetti, op. cit. alia voce Camaiore. 

* G. ViLLANi, Cronica, I. I, cap. 47. 

5 G)municatami dal sig. Guseppe Valsuani di Camaiore. Pi£i breve in 
NiBRi, Prov, lose., p, nj. II Carpinese fc un iuogo, piantato a casugni presso 
Camaiore, — pagliol ■•= paiuolo"; poga = poca; 'ome = come; miceia = ciuca. 

* Dal sig. Roberto Cipriani di Farnocchia, Coniune di Stazzema. 



1$Z ARCHIVIO PER LE THADIZIONI POPOLi^fll 

gli altri figurano (o pjuttos^o « sti^urano ») nei inotti se^uenn^ 

I Monteggiorii^i: 
Hano la bor$a senza i quatrini '. 
Santa Lucia e un paese di chiorpi: 
Fano i signori e 6n pieni Ji pidocchi *. 

A Vado 
Chi fa la spia c chi *i ladro; 
E chi pa^sa per quela via, 
O e ladro, o fa la spia ^; ' 

Chi passa da Vado c non inciampa 
Pu6 aiidar sicuro Qno in FrancLa 4, 

Chi v6l mogli<;, vagghi a Gello; 
C* en Ic donnc di bracciata; 
E ni fan la *nfarinata, 
E la bcvino 'ol canncllo 5. 
A quelli di P^dona 
Chi ni dii, ni dona *, 

Fra Pedona c la Pieve passa la strada rotabilc che da Ca- 
niaiore va a Lucca, la quale x:orre quasi plana attraverso T uber- 
tosa campagna fin presso al villaggio di Nocchi , 11 cui nome si 
trova sosticuito a quello di Villa basilica ndla variaiite di un pro- 
▼erbio che gta conosciamo : 

Donne di Nocchi c muli di Collodi 

Non troverai un minchion che te li lf>di '; 

« Dal signor Valsuani. — Hano = hanno; quatrini = quattrin;. Lo stesso su. 
per giCi si dice di quci di Metato : 

I MctJtini 

Fano Ic 'amSij'i 'cambia'l; c 'u» hm quatrini. 

* Dal nicdesimo. — - Chiorpi = rusiici, sclvatici; fano = fanno. 

3 Dal niedcsirao. Identico in Nieri, Prov, tosc, p. 132. jJ/idAi = quclla. 

4 NiERi, Prov, tosc. p. 138. 

5 Dal sig. Valsuani. — Vagghi = vada, hevino = bevono, *<)/ « col. Varlante 
in Nieri, Prov, tosCy p. 95 : 

Ch: vuol nu»g*i.*, vaJa a G«llo; 
C* 6n Ic Jonnc di bracciiti| 
Delia dote u* hmno un piggcUo '. 

* Dal mqdesimo, V. anche Nieri, Prov. tosc., p. 181. 
7 Ni^Ri^ Prov. tosc.y p. 144- 

' Pifgelh c parola luc^h.'ii* chj sigaifici «i gr ipjj di varic cose .iirnnti/.tiatc •. Qui, mcufjrica- 
nicntc, per graiide qti.intitii. 



BLAS0^4E POPOLARt LUCCHESE I5J 

poi sale, attraversando boschi di olivi, di castagui e di pini fino a 
Montemagno, triste paese per chi ha bisoguo di lavorare per vi- 
vere; ptrchi, come dice un adagio popolare : 

A Mi^ntemagno 

Di inolte fatiche c poco guadagno '; 

quindi scende ^lii a Valproniaro — paesuccio di poche anirac, ri- 
niasto celebre per quel suo delegato municipale die 

Aromazz6 *oa vitella per un somaro * 
e da Valpromaro , seguendo sempre il corso della Freddana fino 
alio ftbocco di questa nel Serchio, giiinge al capoluogo della Pro- 
vincU. 

Qui il nostro giro attraverso il Comune di Camaiore sarebbe 
finito, se non avessimo lasciato addietro Gombitelli , povero vil- 
laggio di 460 abitanti, a cui si accede, lasciundo a Valprooiaro la 
strada maestra e salendo sa fino a 503 metri per una tortuosa via 
mulattiera. Cosa curiosa ! Gli abitanti di Gombitelli esercnano tutti 
— Uoniini e donne — Parte del fubbro, e specialmentc Tiudustria 
del chiodi e delle bollette, onde son conosciuti in tucto il terri- 
tofio della nostra Provincia col nonie di bolletlari; e — cosa piii 
sitjgolare ancora! — quantunque si trovino in plena Luccliesia — 
pdrlano un dialetto gallo-romano , attirandosi perci6 le beffe de i 
vlcini, i quali li mettono in ridicolo, narrando che cssi un giorno 
si affacciarono su di un colle prospiciente il limitrofo paese di 
Torcigliano, gridando : 

O de Torcih , dile al vosiro pre ch' a veng a Gombeli , e che 
port la stola e la cott\ che la nostra Vabbiamo in bnchl , ch' a gh' i 
un cadavere moriOy e fors' ancV do* '• 



* NiERi, Prov, tosCf p. 430. 

^ II motto, comunicatomi dal sig. Valsuani, dice precisamente cos) : 

11 presidente di Valpromaro 
Ammaizd *iu vitelU ecc. 

3 Dal sig. R. Cipriani. La frase (che per6 non ^ in ischietto dialettt^ gOtn- 
bitellese, ma in parte toscanizzata) vuol dire; « O [uomini] di Torcigliano, dkc 
al vostro prete che venga a Gombitelli e che porti la stola e la cotta , ch^ la 
nostra I'abbiamo in bucato; poich^ c*^ un cadavere morto (!) e forse anche due 

Arcbivio pfr h tradirioni popolari, — Vol. XXII. 20 



JJ4 AftCHIVfO ^ER LE fRADlilOXi #OPOLARf 

Dei dodici paesi che compongono il prossimo Comunc di 
Massarosa bisogna che mi contenti di citarne tre soli: Corsanico 
e Bargccchia , che sono dei piu grossi, c Compignano , che e il 
piu piccolo di tutti. Qiici di Cors.mico son chiamati ricchipovtri: 
di Barzecchia si dice, come di Lucca : 

Bargccchia, 

Chi 'un ci porta, non ci lecca »; 

c Compignano vien messo in canzonatura per lo scarso numero 
dei suoi abitanti — che sono poco pia di cento — e per la sua 
miscria nei seguenti versi : 

Compignan, Compignaneilo, 
Q>i;ittro case e un forneUo. 

A gir^' tutto Compignan, 
Non si trova una fetta di pan '. 

Questo Comune c di data assai recente, csssndo sorto per lo 
smembramento di quello di Viareggio, a cui furono toltetutie Ic 
frazioni airinfuori di Torre del Lago. 

Viareggio ^ juna simpatjca cittadina di un diecimila abitanti^ 
nota a ognuno come una dclle piu accreditatc stazioni balnearie 
d'ltalia; la cui rinomanza si.deve sopratcutto ali'amenissimi spiaggia 
dove risiede, e la cui ricchczza dcriva quasi interamente dal grande 
concorso di bagnanii che vi aiHuiicono nei mesi estivi. Infatti che 
cos' e d' inverno Viarcggio? Le case, Ic strade, le rive squallide 
e dcserte; qua e hi qualche rcte di pescatore e poche barche an- 

[Ja porUrc al cimitero] ». Qiicsti altri provcrbj riferiti dal Nieui {Prov, Inccb. 
e senesi t pp. lO. }4, jS) riguardano non propriamentc paesi, ma locality del 
Camaiorese : 

A Stoppia — tl diaul (diavoh) ci sotTia; 
In Trifoglij — il diaul ci abboglia; 
A Pctcccbia — il diaul ci trcppica, 

Ncllc roacchit: delle Silite c'6 \\ via grande, 
£ al chieson dell'Acquarclla 
Ci cantano gli olocchi (allo:chs) c ci fan la tarantella, 

-f1f.>; ;. Valpiana 

Chi *uii ci bssa il pclo. ci lissa }j laa.i. 

*,.NiERi, Prov, lose, p. 95. 
. a NiERi, Prov, tosc, p. 96. 



BLASONE POPOLARE LUCCHESE I5> 

corace nel porto : pare un villaggio da pesca. Ma d' estate ,' che 
vita! che movimento! Gli alberghi e le case private rigargitano 
di gente venuta da ogni lato della Penisola; sotto i rossi oleandri 
sBlano superbi equipaggi; la pineta si popola di allegre comitive; 
negli stnbilimenti balnearj e nei pittoreschi capannelli coperti di 
falasco migliaia e migliaia di sigaore eleganti, vestite a vivaci co- 
lon chiacchicratio e lavorano all' uncinetto, c uomini sfaccendati 
fan loro la ronda; mentre sulla rena vispi bambini si rincorrono, 
ballano, giuocano fra loro; e il marc i tuito popolato di teste, di 
gambe, di toraci a fior d'acqua, che si agitano. si soilevano, scom- 
paiono e ricompaion daH'onde. E cento baracche si aprono ^ulla 
spiaggia: teatrini di marionette, caffe siizzcriy negozi di mercerie 
e di oggetti di lusso, serragli di bestic feroci , cincmatografi, fo- 
nografi, tiri a segno , mus^i ambulanii , banchi di ciarlatani c di 
sonnambule : insomma un chiasso , una baraonJa , un frastuono 
come di fiera permanente. 

Un proverbio lucchese ci esprime molto bene i due diversi 
momenti della vita viareggina : 

A Viareggio^ 
Neirinvemo tutto il popolo in un iaveggio; 

NelPestate 
Nod gli basta tutto il marc ^ 

II rapido progresso che ha fatto in breve volgcr di tempo 
questa citti — la quale verso la meti del secolo XVIII contava 
appena trecento abitanti ' — e i lauti guadagni che le apporta 
nella stagione dei bagnf il graude coiicorso dei foresiieri, non po- 
terono fare a meno di destate Tinvidia dei pacsi vicini, che, se- 
condo il solito , si sfogano contro di essa con epigrammi inso- 
lenti. Eccone quattro, tutti ad oltraggio deirinvidiata citta : 

A Viareggio, tre cose ci avanza : 
Acqua» rena ed ignoranza 3; 



* NiEki, Prov. tosc, p. i}2. 

' Trekta, op. cit., p. 1)1. 

5 Comunicatjmi Jal sig. Valsuani. 



t$6 ARCHIVIO PER it TRADIZIONI POPOLAltt 

A Viareggio 

Un giorno male e I'allro peggio '; 

A Viareggio 

Ci puzza d\ rczzo *; 

1 Viarcggini, gcnte di porto, 

Non hanno anima nc corpo 3. 

Prosegacndo lungo il littorale verso settentrione, si trovano 
a non molta distanza da Viareggio le industriose citti di Pie- 
trasanta e di Scravczza ; la prima notevole per gli avanzi delle 
mura castellanc, per la grandiosa piazza, adorna di un monumcnto 
al granduca Lcopoldo II, c per il suo duomo elegante e ricco di 
pregevoli operc d'arte; la seconda per la sua araenissima posizionc 
in una stretta vallnta, formata dai due fiumi Serra e Vezza , che 
le danno il nonic, c per csscre il centro delPindustria del inarnio, 
che si scava nel iianco mcridionalc del Monte Altissimo. Poi, su 
in alto — nella parte piu pittoresca delle Alpi Apuane, airimboc- 
catura della Val d'Arni — Siazzema, contornata di vignc e di ca- 
stagneti vasiissinii , con le case coperte di lavague c la chiesa 
parrocchiale posta sopra una roccia dirupata, da cui si gode una 
veduta beUissima. 

Pietrasanta , in grazia del nome che porta , & scherniu dai 
vicini col niodo di dire : 

Pietra, si; ma santa, un ca...voIo! 4 
e Seravczza vicne oltraggiosamente descritta nel seguentc epi- 
gramma di probabilc origine pietrasantina : 

Fra tre monti c tre canali 'L primo hi un capo-fnintoio, 

C ^ fondaia una cittd. Che si missc a fabbridi' 

Di paesi s\ bestiali Voile fare un ca 

Non n' ho visti in vcriii. E gli vcnnc una cittk s. 



« NiERi, Prov. lucchesi e senesiy p. ii. 

* Per la grandc quantity di pcsce di cui i Viareggini Canno commercio. — 
Comunic^tami dai sig. Valsuani. 

> Comunicazione del si^. Valsuani. 

4 Comunicazione del sig. Valsuani. 

s Comunicatomi dalPamico Prof. Corrado Rossetti di S^r^v^jzxa, — Qina^t 
Xit\h V^rsili.1 e sinonimo dj « torrente », 



bLAS6NE POPOLARE LUCCrfESg t$f 

Gli abitanti delle singolc frazioni de' ire Comuni di Pietra- 
santa, Seravezza e Stazzema, hanno i seguenti soprannomi : 

Ranocchiai di Val di Castello, Costpioni di Terrinca, 

Qrapanai di Pietrasanta, Gatti d\ Rctignano, 

Scccca-botti di Capczzano, Manifregolai del Cardoso, 

Fumatori di Qjcrcela, Patatai di Pruno, 

Lecca lumi di Ccrrcta, Stiappa-Bchi della Culla, 

Limaconi di Basati, Salta-pizzi di S.int*Anna, 

Signorotti di Rosina, Mattarclli (o metatai) di Farnoccliia 

Lava ganibe d>:llc Mulina, Scanna-pcworc di Pomczzana, 

Teste grosse di Levigliani, Gentiluontini di Srazzcma '. 

Gli. abitanti del paese di Val di Castello — ciu ha il vanto 
di aver dato i natali al massiino dei nostri poeti viveiui — oltrc 
il nomignolo di ranocchiaiy hanno qucllo di uiighic-bruciate, perchi 
si dice che essi vanno di no:te tempo a rubare le olive ncgli oli- 
veti vicini e che , per vedcrci , si appiccicano sul pollice del pic 
destro un moccolo, rubato — esso pure! —alia chiesa , il quale, 
consumandosi, spesse voice abbrucia loro le unghic *. 

I Basatini si chiamano— come abbiamo visto— /tt//iai:o/i/, forsc 
perchi (mi scrive il prof. Rossetti) il loro paese ^ esposto al sole, 
quindi vi abbonderanno i lumaconi, oppure son detti cosi in 
grazia di una leggenda, secondo la quale essi un giorno , avendo 
scorto un lumacone che scorreva su di un muro, nel vedere quella 
ba%-a lucente che lasciava dietro di s6, sarebbero rimasti cosi ma- 
ravigliati da prenderlo per un santo che seminasse Targcnio. 

Sugli abitanti di Levigliani corrc anchc questa strofetta : 

Baiattelli di Levigliani, 
Caricati colP oriolo ! 



* Raccolta dal sig. R. Cipriani. — Val di Castello c Capezzano appartcti- 
gone al Comuoe di Pictrasanta, Querceta, Cerreta c Bisati a quel di Seravezza, 
Rdsina parte a Seravezza, parte a Stazzema. — Sceua^boUi^ cioc « vuota botti » 
dal verbo lucchese sceccare, che significa « asciugare »; limaconi, forma vemacola 
per t iunuconi ». L'epiteto di pataiari da alcuni 6 dato invece agli abitanti di 
Tcrrinca, « perch^ nei suoi dintorni si coUivano estcsamente le patate, che sono, 
del tcsto, le migliori della Vcrsilia », come mi scrisse il Prof. Rossetti. 

' Comunicazione de! prof. Rossetti, 



158 AftCHlViO PER LE TRAWZIONI POPOLARl 

Par che picchi in un paiolo: 
Me lo disse anco il Pacchiani '. 

e su queili di Retignano quest'altra, die i un rifacimcnto di una 
nota canzoncina bambinesca , variata a lotalc beneficio di quel 
paese : 

Sotto il melo, sotto il pcro, 
Sotto la coda deirasino nero! 
UasiDO nero c..6 nel Piano, 
Q nascctte Retignaoo, 

Retignan da tre colonne... 
Cavoli cotti e zucche tonde K 

I piix feroci canzonatori di quei di Retignano sono i Rosi- 
nesi , che, xion contenti di beffeggiarli con questa cantilena — li 
scherniscono anclie col nomignolo di galtiy a cui essi rispondono 
chiamandoli fopi^ come fanno gli abicanti della Nunziatina con queili 
di San Vito nel Piano di Lucca 5. 

Noterd infine che il sopiannomc di tmnifregolai, che la genu 
di Pruno rivolge a quella del Cardoso deriva dal nome locale 
mamfregoliy che questi danno a una certa farinata di castagne di 
cul fanno un griind'uso ^. 



> Comimicazione del medcsimo prof. Rossttti, il quale mi fa sapcre che il 
Pacchiani « era il proprietario di un' officina metallurgica presso Seravezza , in 
cui si fabbricaYano anche paiuolin. 

^ Dal prof. Rossetti. — « 11 Piaao^i: una piccola spianata presso il pacse, 
colUvata a campl»: le tre colonne sorniontate da un arco costituiscono lo 
stemma di Pietrasanta. 

5 Dal medesimo. 

4 Dal suddetto sig. Cipriani , il quale mi fa anche sapcre che contro gli 
abitanti di Zani o Azzano (Comune di Seravezza) si suol dire : QtulH dt Zani 
ce ne voglion selte per fare una provt ; che i Faroocchini cantano, a oltraggio 
dei Santannini, i seguenti versi : 

Smtannini ia costt in costa La colostra ti fe* male... 

L* hii mangiata la calostra. Santamuai, came di caoc ! 

e che questi rispondono : 

Famoccbtnt in valle in valie, Tre di fcrro o tre di piorabo, 

Swi coltdli su.'le spallc, Farnocchini dal b... tondo, ecc. . 

(il resto non lo dico). Egli poi mi comunica anche un invito burlesco alia lore 
fcsta principalc che i MoUncsi attribuiscono, per ischerzo, a Farnocchini : 



feUSONE rot>OlARK LUCCIIESE 159 



VII. 



Tutti questi epiteti, soprannomi, motfi c proverb] che siamo 
andati esaminando fin qui si possono distinguere in diversi gritppi. 
I pill pigliano di mira il carattere e i difett4 tnorali e iisici di una 
data popolazione, la sua parlata, la sua prcn^nienza^ il cibo di cu i 
piu comunemente si nutre ^ il mcstiere o V in Justria che eserciia 
di preferenza: altri invece imprendono a descrivere la posizione 
laspetto di quella data citti o di quel dato villaggio, o le con- 
dizioni floride o misere in cui esso si irova , o le sue propriety, 
i siToi prodotti speciali, o quilchc pregio particolare di essa)' conie 
per esempio quello di possedcre le migliori campane di un largo 
tratto del territorio della provincia: altri sono semplici scherzi de- 
rivati dal nome del paese, il quale si presta al giuoco di parole, 
come quelli sul Borgo a Buggiano, su Porcari, su Pietrasanta, su 
Collodi ecc: altri pochissimi infine hunno la loro ragione di es- 
sere in qualche aneddoto coniico , nato chi sa quando c chi sa 
come, e tramandato di bocca in bocca attraverso ai secoli fino a 
noi, come uno dei detti popolari da noi riportati su Monsummano. 

La satira nella maggior parte dei casi t innocente, ma talora 
anche violenta e "sarcastica; a volte urbanamentc arguta, come oel 



Vcnhici, v^nlltci DelU ciccli dt becco, 

Al nostro Sjn Michelc ! *NlUzata *n su *ao stecco; 

F^cdaax) unto bine ! Non ce ne mancberd. 

e qucst*altro che i Farnocchini pongono in bocca ai Molinesi : 

Veniiki, T<mitid DelU ciccia di porco 

Al nostro San Kocco I Non cc nc mauchera. 

Qjdcstuando una volta , prosegue il Cipriani , quei di Pomczzana in Far* 

nocchia per rifare le campane, non trovarono proprio nulla; perci6 fcccro questa 
satira : 

Di noi altri, povirini ! Non sicm norti daUa fame 

Si sem (ci mm) fitti Ic campane Scn^t vuiltri, Farnocchini ! 

e i Famocchiesi risposero : 

E per fV qutsta campana. Dei paiuoli »trutti avete 

(Dico a voi, sc m'intendetc I) Quanti n*«ra in Poraezzana. 



t60 AftClllVlO f*ER Lfe tKAbiiioWi l^ol>oLAfel 

terzo degli epigrammi su Montecatini , piu 5:pcsso invecc grosso- 
lana ed anchc iri%'ialc. 

Quando Tespressione non i in linguaggio proprio , le meta- 
fore per lo pi6 sono tratte dai nonii degli animali piu comuni, 
come per csetnpio il ifoprannomc di gJtti , che si applica scmprc 
agli abicanti di que* villaggi che scarseggiano di popolazione, poi- 
ch& in Toscana di una famiglia, di una societi^, di un paese che 
sieno coniposte di poche persone si suol dire comunemeate: a Sou 
quattro gutti ! »; e cosi dalla frase ^ venuto il nomignolo, il quale, 
alia sua volta, ha dato origine a quelli di topi e di cauiy che, per 
antitesi^ quelli che son chiamati gatti rivolgono ai loro canzonatori. 

Quest' innocente $oprannomc , preso in prestito dal grazioso 
animale domestico che suggeri a Giovanni Rajberti tame curiose 
osservazioni umoristiche, mentre i il piti aborrito di tutti, e nel tempo 
stesso uno dci piu comuni del Lucchese; dove lo abbiamo trovato 
riferito agli abitanti di nove paesi, cio^ di Albiano, di Lucignana, 
di Fondagno, dclla Nunziatina , di Aniraccoli , di Perro^nano, di 
Brandeglio, di Colognora , di Retignano. Anche ahri soprannoiui 
ed epiteti si trovano applicati a piii popolazioiii delta stcssi pro- 
vincia. Cosi quello di hypi , si di agli abitanti di Sam' Andrea in 
Caprile , di San Vito e di Rosina ; quello di jignori ai Lucchesi, 
ai Molognesi, ai Vitianini, ai Piegaicsi, ai Rosiiwsi; quello di matli 
alia gente di Partigliano, di Sesto , di Pariana e di Tempagnano 
di Lunata ; quello di ladri agli uoniini di Vinchiana , del Margi- 
none e della Chiesina Uzzancs^ ; quello di minchiom ai Santalcs- 
siesi, ai Saltocchicsi e ai Pcsciatini; quello di spioni ai Tcreglini 
e ai Doniazzancsi; quello di costohni ngli abitanti di Vinchiana c 
di Terrinca; quello di granatari agli uoniini di Domazzano c dclla 
Pieve di Camaiore ; e finalmentc quello di spianamattonl ai San- 
gcmignanesi c agli abitanti di Monte San Qjirico. 

Alio stesso modo , si trovano ripetuti anche alcuni motti e 
proverbj, conic quesii : 

Barghigiani 
Larghi di bocca e streiti di mani; 
Ragazzc di ViUa e muli di (^llodi 
Non c' k nessun che sc ne lodi ; 



^LASO^^E FOPOLAR^ LUCCHE6E l6l 

A Lucca, a Lucca, 

Chi 'un ci porta, *ua ci pilucca; 

Sonimocolonta dalle belle cam pane, 
Gli uomini brutti e le donne bcfane : 
Sommocoloaia dalle belle mu^, 
Gli uomini brutti e le donne chc fan pauri ; 

Se Firente avesse il pocto, 
Di Livorao forei un orto, 
£ di Pisa uno scrittoio, 
E di Lucca un ca 

11 primo dei quali s'applica anche ngli abicnpnti di -MorifliOQ^, }1 se^ 
coudo alle donne di Nocchi y 11 tcrzo al pacsc -di Barjjecchia , il 
quarto a Ghivizzano, e in parte anchc a Vlncbiana, a Porcari e a 
Montccatini, e Pultimo i quasi in tutto simile al motto : 

Matraia t un bel porto ecc. 
e, nei due versi finali, agli altri due chc cammciano : 

Matraia suona bene 
e 

Marlia suona bene. 

Ci6 basterebbe a dimostrare ancora una voka die b fantasia 
del popolo t assai limitata e che qucsto 11 piii delle volte — an- 
zichfc inventare — ripete. Ma vi ha di piu. Gli epiteti di »w///, di 
signori , di ladri ^ di beccamorti , di scorlica<ani si trovano rivolti 
anche ad altre popolazioni italiane al di 1^ dei conBni della Pro- 
vincia di LucCa. Cosl il surriferito proverbio contro i Barghigiani 
e i Morianesl si adopra anche contro 1 Napolctani, i Roniani, 1 
Lodigiani , 1 Valbembrani, 1 Valscriani e in generate contro tutti 
quelli a cui la rima si adatta ': qucllo su Lucca e Bargecchia cor» 
risponde — notl nel significato, ma nefla forma — al slciliano : 

Ganci, 

S'*Uh porti, 'un manci *; 



» V. Giusn, op. cit., p. 216; Pitrj^, op. cit., vol. HI, p. 156; Pasqualioo, 
op. cit., p. 264; Seves in Archivio, vol. XIII, p. 505; Sc.\rlatti, op. cit., p. 98. 

* PiTRfe, op. cit., vol. in, p. 146. Ganci 6 un paesc della Provincia di Pa- 
lermo. 

Archivio per le tradi\ioni popolari. — Vol, XXII. jl 



1 62 ARCrifVlO PfeR L£ tRADlJJlONl POPOLaRI 

al marchigiano : 

Offagua, 

Clii non ce porta, non ce magna »; 

e al veneziano : 

Citanova, 

Chi no gh' in porta, no ghe ne trova *. 

L'epigramma : 

Se Firenze avcssc il porto 

nelle Marche varia cosi : 

Se lesi avesse il porto 
Ancona sarebbe un orto '; 

nella Liguria : 

Se Ciivai u V avesse porto, 
De Z^na ne faivan un orto 4, 



in Sicilia : 



oppure : 



o : 



Si Palermu avissi portu, 
Missina fora im ortu: 

Si Catania avissi portu, 
Missina saria un ortu; 



Si Catania avissi portu, 
Palermu saria niortu; 

od anchc (come abbiamo gii visto); 

Si Marsala avissi portu, 
Trapani, fora mortu : 
Si Missina avissi jardini, 
Palermu fora casalini s : 

e in Francia (ironicamente, per mettere in canzonatura V albagia 
dei Marsigliesi) si suol dire: 



« Riferito dal Pitre, ivi. Offagna in Provincia di Ancona. 

a PASQ.UALIGO, Op. cit., p. 237; GlUSTC, Op. clt., p. 2 1 7; PlTRt, ivi. — C//^ 

nitovn e ncU'Istria. 

5 Riferito dal PiTRE, op. cit., vol. Ill, p. 167. 

4 PiTRfi, op. cit., vol. III> p. 167. 

5 PiTR^, ivi. 



BLASONE POPOLARE LUCCHCSE 165 

SI Paris avait une Gmcbi^re, 
Paris serait un petit Marseille >. 

U altro su SommocoloDia — die , come abbiamo veduto , si 
adatu anchc a Ghivizzano — corrisponde ai due proverbj toscani: 

San Gemigaano, dalle belle torn c dalle belle canipane, 
Gli uomini brutti e le donne b '; 

e : 

Magliano dalle belle mura 

EH foori bello e dentro fa paura 5; 

e, in parte al siciliano : 

Avttla, bedd* Avula, 
Gun di li casali, 

L* omini su' c 

Li Hminiiii b.^.^ 4 

Quello su Lucchio, Litnano e Vico si dice anche nel Senese 
contro pacsi di Radda, di Gaioli e di Barbischio : 

Radda, Gaioli e Barbischio 

Sou trc posti che non ci abita Cristo s. 

c in Sicilia contro quelle di Chiusa, Giuliana c Bisacquino; ma qui 
il motto k piix lungo, perchi ogni due vcrsi si varia la disposi- 
zione dei nomi: 

Chiusa, Giuliana e Busacchinu 
Su' tri paisi ch' un vannu un carrinu ; 

Chiusa, Busacchinu e Giuliana 
Su' tri paisi ch' 'un vannu du' grana; 

£ Busacchinu^ Giuliana e Chiusa 
Su' tri pabi coniu tri pirtusa ^. 

Anche i tre proverbj: 

Villa, roonelli, 
E Collodi, colteUi ; 

» Scarlatti, op. cit., p. 102. 

* GiosTi, op. cit, p; 221. — San Gemf guano 6 in Provincia di Siena. 

3 CoRAZZiNl, Componim. minori della htttrat. pop. i/<i/., Bcnevcnto, Di Gcn- 
naro, 1887, p. 281. 

4 PiTR^ op. cit„ vol. Ill, p. 135. 

s NiBRi, Prov. lucchesi e senesi, p. 43. 
^ PiTȣ, op. cit., vol. Ill, p. 140. 



I^ ARC(I4V10 PfiR LE TRAOIZIONI K^OLARt 

A Vado 
Chi fa la spia c cW\ c ladro; 
E clii possa per quella via 
6 ladro o fa la spia. 

Chi passa dal Ponte all' Ania e non inciampa, 
Va sicuro fino in Francia 

non sono peculiari del Lucchcsc; giacchi il primo i quasi ugualc 
nella forma (sebbcne abbia diverse significato) a. questo del Mu- 

gcllo : 

A Barbcrino, b-gelli; 
A Scarpcria coltelli « ; 

Taltro ai due senesi: 

Radda ! 
Passa c guarda. 
Non ti fcrmar per via : 
Chi *un (a il ladro, U la spia '. 

A Sovicille 
De* ladri ce n' c millc ; 

A Rosia, 
Chi 'un fa '1 ladro, (a la spia '. 

e il t^rzp al fiorentino : 

Chi va al canto del Giglio e aon inciampa, 
Pu6 ir sicuro in Francia 4; 

chc a Venczia suona cosi : 

Chi passa Slra* e no v' inzampa, 
Va san fin in Franxa S; 

e in Sicilla ci si present.! in queste quattro varianti : 

Cui passa da lu *Ngannu e 'un 6 arrubbatu, 
O Ciccu nun cc' 6' o iddu 6 malalu ^: 



' NiERi, Prov. htcchesi e senesi, p. 7. 

* CoRsi , Blasone popolare deW antico Slilo Senese (Estr. d;il vol. XX dello 
Archivio). Palermo, Clausen, 190:, p. 8. 

3 CoRSi, op. cit., p. 12. 

4 GtusTf, op. cit., p. 220. 

s Pasq.u\ligo, op. cit, p. 238. — Toscanizzato si trova anche nel GiusTi, 
op. cit., p. 215. 

^ PiTRfi, op. cit., V. in, p. 141 — //If flMwo, fiume fra Caronia e SanfratcHo; 
QiccH^ famoso bandito, 



BLASONE POPOLARE LUCCHESB t^^ 

Cu' passa d' AiinEieoa e *u« fe .irrubbato, 
O Giuaneddu 'un cc'e, p iddu 6 mabtu »; 
Cui passa d' 'a porta di Missina e 'un k arrubbatu, 
O Piddizzeri 'un cc* 6, o 6 carciratu *: 
Cui passa di Renna 6 'un 6 arrubbatu, 
Arfivannu nni ^ spugghiatu 5. 

Ma il piu diffuso di tuiti e il proverbio : 

Se vuoi provar Ic pcne dcirinferno, 

A Focchia d'estate e a Pascoso d'inverno, 

il quale si ripete per tutta V Italia dalle cirre delie Alpi a quelia 
dcU'Etna. Infatti nel Veneto si dice: 



Chi vol provar le pene de Tinferno 

Vada a Trento Tisti* e a Feltre Tinverno 4. 



a Conio 



Chi vdr prova pene d'inferno 

Vaga a Varenna d'estA e a Bjllan d'invcriro S; 
nclle Marchc: 

Chi v6 provi' le peoe de rinferno, 

L'estate a lesi, a Cingoli I'inverno ^; 
negli Abruzzi: 

Chi vuol provar le pene deUMnferno, 

La state in Puglia, aH'Aquila d'invemo 7; 
e in Sicilia : 

Si vdi pruvari li peni di lu 'nfernu 

Lu 'nvefnu^a Missina e la stati a Pahsrmu *. 

Ancke V aneddoto che si racconta sui Brandeglini , i qnah 
sarebbero andati a Lucca a coiiiprare ii giudizio e quelio sui Basa- 
lini, che avrebbero scambiato uq lurnacone per uasanto, noB sono 
affimo nuovi, e riencrano nella ca^sforiu delk storiellte che sf so- 



' PiTRt, ivi. La presente variantc 6 del secolo XVHL 

* PiTR*, ivi. 

5 PiTRE, op. cit. vol. HI', p. 142.— II nome del brigtinte o del- lad«> vi si 
mette voha per volta. 
• < PAsauALiGo, op. cit., p. 260. 

5 Riferito dal Pirxt; op. cit, vol. Ill, p. 168. 
^ PiTRfi, op. cit., vol. HI, p. 16B. 
" GiusTi, op. cit., p. 2/4; PtTRfi, ivi. 

* PiTRii, op. cit., v, III, p. 168, 



l6$ AkCHiViO PER L£ TRADIZIONI POPOLARl 

gliono ripetere contro gli abitanti di certe citti o vilLiggi che — 
o per avere un nome la cui radice contiene V idea di duro o di 
scemo, come Cuneo e Matelica, o per essere segregati dai centri 
di civildy o per altra ragione -passanO per semplicioni o stupid i. 
Pero la vera cretinopoli nostra non i ni Brandeglio, ni Ba- 
satiy n& altro paese della Lucchesia. Essa si trova fuori dci confini 
^mministrativi della nostra provincia, nell* aha Garfagnana. luogo 
Ic rive del Serchio, c si chiama Ciciorana — piccolo villaggio in 
montagna — de' cui abitanti si racconta che seminavanb gli aghi, 
credendo nascessero ; che facevano le guardie ai grilli , che cuo- 
cevano i maccheroni nelle cascate dei fiumi , dove V acqua ri- 
bolle '; che a mezzanottc partivano tutti su di un carro per an- 
dare a cercare it giorno e durarono a far cosi finchi un fore- 
stiero vendette loro un gallo , assicurandoli che questo avrebbe 
pensato a far venire il giorno , senza che essi ammattissero ad 
andarlo a cercare; che una volta , ve^endo la luna piena , la pre- 
sero per una focaccia di granturco, c si arrampicarono su di un 
pioppo per andaria a prendcre, ma poi cascarono tutti in un fosso, 
dove rimascro per un bel pezzo immobili , non riuscendo a tro- 
vare le proprie gambe, e ne vennero fuori solunto allorchfe uno 
che passava di h prese una scure e cominci6 a menare colpi da 
orbi a destra e a sinistra, facendoli cosi strigarc da quel viluppo '; 
e raolte altre fanfaluche, comuni anche queste a varie cittJi e vil- 
laggi d'lulia ^ 

Giovanni GiANNmi. 



' NtERr, Vocabolario hicchese, p. 260. 

2 Quest! due ancddoti su Cicioraoa mi furpno narrati, quand* ero bambioo, 
dal compianto Antonio Galgani, parroco di Lucignana, il quale ne sapeva moiti 
altri, di cui ora non ml ricorJo. 

3 Ho citato via via i nomi di quelle gentili persone che mi aiutaroao in 
questo bvoruccio , somministrandomi epiteti , motti , proverbi ed aneddoti sui 
varj paesi della nostra provincia, e qui porgo a tutti i miei piCi vivi ringrazia- 
nienti. Ma particolarmcntc ho il doverc, e il piacere insieroe, di attestare pubbli- 
camente la niia gratitudine al mio caro e valoroso amico prof, Idelfooso Nieri 
per avermi permesso di giovarmi, senza alcuna restrizione, delle sue numerose 
e pr^ate pubblicazioni, in cui & studiato sotto ogni aspetto e con tanta bra* 
vura il parlarc del volgo lucchcsc. 



ISNELLO 
ALLA MOSTRA ETNOGRAFIGA SICILIANA DI PALERMO' 




PAG. 57 del mio Folklore (TlsnellOy in fine del cap. IV: 
« La produzione e le Industrie pastorizie ed agrarie » 
io scrivevo: « Come si vede, ci e molto da lodare quel 
buoni pastori, ed io non esiterei d'invitarii ad una diligente col- 
Iczione, se avvenisse una.pubblica mostra d' industrie pastorali.'» 

Fortunatamente, V occasione h venuta , e poichfe mi esorta a 
prendervi parte anche quesco Comizio agrario circondariale e Io 
invito gentile ed autorcvole del D.r Pitrfe, mi premuro di esporvi, 
come saggio, un numero determinato di oggetti, che, pur di lon- 
tano, son riuscito ad ottcnere, come nel 1890-91 per la Esposi- 
zionc Nazionale di Palermo dalla cortesia de' miei egregi concit- 
tadini. 

Questi oggetti , che io cspongo per la prima volta , varii di 
natura, di forma, di uso, al primo vcderli, ti scmbreranno lavori 
di gente che professi V arte di farli, ma no: son tutti lavori pri- 



' G:in* ^ nolo , questa Mostra fu ordinata dal D.r G. ?\Xtk per b Esposi- 
zione Agricola Siciliana, inauguratasi in Palermo il 27 Maggio 1902 ; ed 6 la 
seconda stata ideata e promossa dal Pitr^ roedesinio, il quale viene da pi{) 
aooi componendb un a Museo etnograBco siciliano », 



1(!^ ARCHIVIO pSr LE TftADlZl6NI VOPOLAkt 

mitiviy spontdnei di semplici mandrinnt , pecorai e contadini, che 
in primavera cd estate , stando a seJcrc sopra un ciglione , uii 
masso, al sole o aH'ombra, pr<jss© un rivo o foiitc, mentre le loro 
mandric o greggi , guardate dm fedeli mastini c diti solerti gar- 
zoni, che gareggiano cogli zufoli, pascono su piani o baize, o me- 
riggiano , si studiano di trarre profitto dai lor ozi Iranquilli. Ne 
credere che ci6 facciano per guadagno , chi niuna volta mai ho 
io veduti di tali oggetti in mostra o vendita a Isnello. Lavoratori 
della piCi parte di tali cose son essi i giovini prossimi ad acca- 
sarsi , e non le fanno che per regalarle alle loro zitelle. LaonJe 
h Qon ci i una di q.uelle donne, cui, dal giorno degli sponsali al 
di delle nozze, non venne regalata, come simbolo di affetto c con 

uno: Scusa ! ti sirviri pri una rocca, una conocchia , una bu- 

gnoletta, uno stampo, un cucchiaio, una scopina, un agoraio, od 
altro il nieglio lavorati. 

Quel doni, crcdi a me , riescoao scmpre cari allc buone fi- 
gliuole; li mosirano il domani con lieto viso e prentiira alle loro 
comari, a] vicjnato; li usano a quando a quando, per piaccre alle 
suocere , agli sposi , e li conservano poi come cari ricordi , e li 
fanno osservare piii tardi con tanto iiueresse ai loro figliuoletti 
da ispirare in essi un non so che di riverenza per tutto cio che 
contribui a legare in santo affetto gli animi dei loro gcoitori a 
tempi che eglino ancora non cran nati. 

Lavorarli per altre, sc ne ecccttui le sorcllo, i caso rarissimo. 
Questi Livorucci, per quanto semplici c rudi , verc priaiizio del- 
Tarte popolare vergine, richiedono lunga e paziente occupazione, 
perchi cseguiti col solo aiuto d'un coltello, d'un puntcruolo, d*una 
forbicetta , d' un ago , che portano semprc nclle loro borsinc di 
cerfuglione: ne gli stcssi giovini vi si applichercbbcro, se non vi 
tbsscro spinti c non si stimassero compcnsati dalP aftctto c dallo 
amore. 

E davvcro , quanta pazier.za a mcttcr su quelle rocche di o- 
Icandro per lana c quelle conocchie di canna |>cr lino o cotonc, 
leggiere, simmetriche, spesso fornitc di sonaglini; a rivestirli con 
lunghi peU di cavallo, neri, bianchi, colorati ; a ornare con deli- 



tSNEL^d aUA MOSTIA T;TN0GRAF1CA SIClLlANA ECC. 1^9 

cati disegni in jjieta e coralli un agoraio; a tessere coo un conge- 
gno, chp non lb telaio, un paio di legacce in filo e cotone, a di- 
segnb, colorate, belline ; nella confezione d' una bugnoletta o pa- 
Dierino, tutti oroati di trine, di lane a colore, di coralli ed altro 
che tanno da s^ o si procurano ; nel lavorio d' un pennello da 
barba e pip di quelle catene di pelo nero per orologi, che ti paion 
tatiure delicate e gentili ! 

In genere d^ncisione e di scultura Parte non h comune come 
per le alcre cose , naa dote e privilegio speciale dei pii!i tra loro 
intelligenti e provetti. 

Osserva quanto studio ed attenzione per ricavare da un pezzo 
di legno un vaso per acqua, latte e mangimi; una stecca da busto 
ricamaca ; una tavoletta da seta , filo o cotone ; un capezzale, un 
cucchiaio, grande o piccolo, semplice o col manico iigurato; uno 
stampo per dolci; un collarc tutto fregi per pecore, capre o vacche, 
UD appendicandela a olio, un posacandeliere, un* acquasantiera, un 
^ruppo statuariOy per ottenere un'elegante borraccia da una zucca; 
un gingtilo da un osso 1 Quanti disegni e figure per lo piCi sacre, 
so quei gotti (dal lat. guUus)^ bicchieri di corno di bue; che sforzi 
ed ardimenti nelFeffigiare su pietra e sempre col coltello un gin- 
gillo, una tavoletta da candela, un gallo^ un cane, una madonnina, 
nelle quali cose tutte Tarte, mentre essa traspare e si mostra rude, 
informe, bambina, ma vogliosa di afFcrmarsi e progredire , ti ri- 
chiama alia mente, quanto a disegno , il suo lento progredire da 
Cimabue a Giotto, dalle sculture pii!i barocche a quelle pii!i gentili 
di Lucca, di Siena e di tutta la Toscanal 

Davvero grande maestra k la natura e pii Tamore! 

Queste naturali disposizioni ed attivitiL dell'anima, oltrechi si 
sviluppano ed avvalorano in essi per 1' istinto d' imitazione col 
lungo ed attcnto osservare, ordinariamente prendono occasione e 
vigore dalla quality dei luoghi ove esercitano il loro umile me- 
stiere. 

In generale , lavorano in legno quelli che abitano in luoghi 
boschivi, come le Madonie, dove abbonda V acero, il pero selva- 
^ico, il faggio; in cerfuglione quelli che soggiornano nelle contrade 

drcbivw per U tradirioni pofolari, — Vol. XXII. 22 



meridionali ed occidcntali della Sicilia; in corno quelli che han 
cura delle vacche; in canna, oleandro , salci, zucche quelli; specie 
i contadini , die trovansi presso a fiumi , a orti o in paese ; ih 
pietra quelli che frequentano terre ricche di lastrucce di gesso, 
alabastrine. 

In presenza di tali e tanti lavori, niuno al certo vorri rega- 
lare a questo ceto onesto sempre e pacifico il titolo di sfaccendati 
od oziosi, nia quello invece di gente buona, intelligente ed ope- 
rosa, la quale, non ostante I'assiduo conversare con utili, ma stu- 
pidi animali, traendo ispirazione dalla libera vita dei campi, dalle 
cose vedute c dall'amore^ riesce ad esprimere, nel miglior niodo 
che pu6 , un pensiero , un' immagine , un aflfetto, a guadagnarsi, 
senza saperlo, Tammirazione e il plauso degli animi culti e gentili. 

Chi sa quanti geni ed artisti sarebber venuti su, se protetti 
e coltivati ? 

Peccato che questo ceto, un di numeroso e fiorentissimo, il 
quale allietava le nostre belle contrade e contmbuiva alia prospei 
rit^ dei nostri paest, per le gravezze ed il trasformarsi incessante 
delle condizioni sociali, va dando un continuo addio alia pastorizia 
e all'agricoltura, per correre in cerca di un pane moito sudato nelle 
lontanc Americhe! 

Che che ne sia, resteri sempre di loro un assai caro ricordo, 
ed io, conie lode, niando a questi miei concittadini un caldo ed 
affettuoso saluto. 

Cefalit, .-iprile Jp02. 

Prof. Sac. Cristoforo Grisanti. 



►5^^^.X^«i- 




SUPERSTIZIONl CINESI. 




A Cina non h soltaoto il paese dell' abitudine , ma h 
anche quello della superstizione. Questo h un potente 
fattore, il quale ha dovuto largameote coatribuire a 
coagulare, per cosi dire, nella sua evoluzione una civild notevole, 
senza dubbio numerosi secoli fa , nia rimasto inerte , immobile, 
nello stato in cui si trovava neirepoca in cui noi, popoli europei, 
eravamo ancora ai primi vagiti d'lina barbarie nascence. 

II cinese & insomma un essere cssenzialmente superficial ed 
anche inconseguente. Sentice ci6 che & la curiosa superstizione 
del Fang'Choui. 

Sotto questo nome, che significa vento ed acquay i celesti de- 
signano lo spirito delle abitazioni, il genio di ciascuna casa. Nulla 
di pi{i tirannico che questo spirito, la cui volonti h conosciuta 
dagli stregoni speciali e diplomati, detci « dottori del Fong-Choui » . 

Un figlio del Cielo vuole fabbricare una casa, aprire una 
bottega, costruire una tettoia: ecco che si sente in dovere di con- 
sultare il suo Fong-Choui, per mezzo dello stregon^, ansioso di 
sapere se lo spirito vedrii di buon occhio il progetto. Bisogna 
pure che s'informi come la pensano i Fong-Choui delle case vi- 
cine. Senza questa precauzione si esporrebbe ai furori e alle ven- 
dette di tali spiriti; sarebbe ben presto rovinato^ malato, ecc. 



172 ARCHIVIO per LE TRADIZIOm POPOLARi 

£ dunque lo stregone colui che in(}ka le cpndizioni nelle quail 
dev'essere fatta la costruzione, come pc (Jevono e$scrc le dimen- 
sioni , la coUocazione ecc. Indica pure i' uso cbe il Fong Choui 
desidera si faccia del nuovo fabbricatp. 3^ il costruttore-proprie- 
tario, per citare un esempio, lo destiaasse al suo commercio delle 
seterie e lo spirito volesse fame un deposito di commestibili, bi- 
sognerebbe affi'ettarsi a cedere la nuova casa ad un negoziance di 
generi alimentari... 

Col genio delle abitaziqni , la pi(i curipsa superstizione dei 
Ciaesi h il drago genio degli element^ Questo mostro, che si 
libra neli'aria, sopra le nuvole , h spesso visto dai celesti , anche 
dai pii!i colti, anche da quelli che hanno fatto i loro studi in Eu- 
ropa. Vi h pure il drago del terremoto che riposa sottcrra e fa 
vibrare tutta la superficie del suolo quando si scuote per .^n^ causa 
qnalunque. 

Vi h ancora il drago delle acque^^che fa straripare i fiunii 
o manda la pioggia, secondo il suo buono o cattivo umore verso 
i' sudditi. 

Lo stesso famoso Li-Hung-Chang , di cui tutte le nazioni 
occidentali hanno recenten^ente conscatato ed ammirato la grande 
intelligenza , si prosterna rispettosamente davanti a una lucertola 
o a un picdolo cane , cui gli stregoni dichiararono essere una 
temporanea metamorfosi del dragone delle acque. L*imperatore si 
h ;nginocchiato piu volte davanti agli animali, o sbltanto davanti 
a certi insetti , per supplicarli di far rientrare un fiiime nel sup 
letto, o di far ce&sare la sicciti. 

II cinese h in preda alle superstizioni dalla culla alia tomba. 
Appena nato, lo si copre d' amuleti, tutti pii strambi Tuno dcl- 
laltrOy per preservarlo dalle cattive influenze. Quando si ammbglia, 
deve lasciare agli stregoni la scelta della sppsa, della data def ma- 
trimonio e dei minimi particolari della cerimonia. Ogni cinese ha 
difatti il suo Pat:^euly specie di targhetu d* identity', la quale si 
compone di caratteri formanti il suo nome, la data di nascita, il 
segno zodiacale, ecc, ed h mestieri che ouesto f^iU^eul vada <Pic- 
cordo con qiiello della fidanzata, Cosi se egli i nat<> sotto fl s^no 



delta scimmia , noo fottk spc^re ohe una dqu^^ ppu ^otto il 
segno ikU'animale corrisponJcDCc > che in q^esto caso sarebbc la 
tigre. E, sotto nessun pretesco, noo si inariteranuo j\iai due gio- 
vani che abbiano s^ni d*aoimali non dichiarati a$ni fra di loro 
dai codioi d'astrolqgia, come non ;sono afGai.il gf^Uo o\\\ ^^erpenu^, 
il hue e il topo, ecc. .. , , 

La sposa deve ancora bad^ire ^ duraate il ,pi:oce4im<^(>tp 4^1 
cortea nuziale le si affacciaoo una pagpda \n roviqa» un bfiiot^ino 
poppamc p una persona in lutto ; t^ui segni infaltihili ,d$|la ,s\}^^ 
futura infelicity. 

II cinese, per morire in buone condizioni, non devt^.spiurc; 
nel suo letto. Quand*^ agonizzante, lo si porta fuori d^Ua Stua ca-, 
mepa, affinch^ la 3ua anima non si altacchi ai niobili ahe j^li fu- 
rooo fanugliari. Se, per un disgra^to accidente, egU mviore x^\l^ 
sua camera » hisogna bruciarne tuui i mobili. Una c^isa prcuid^; 
immancabilmente fuoco nell'auno, se Jbin gallo ha avu^q la catuva 
idea di cantare sul suo.tetto. Uno d^)i ^biunti niiuore neiranpo 
se un cane dalla coda bianqa t omrato in upa stan^. £ fuQCsto 
il soUevare il coperchio di certi .po^zi. Due anni.fa m ino^diQ 
era scoppiato al Ministeco deUe Fin^ze di Pechino; iji^s^u^ 99^7 
pwe os6 aprire un poz^o scre^to e 1' incendip non po(^ ^ssere 
spento che con tnplto ritardo. 

Non 4 conveni^te uscir^ q^dp piove..., jp^rch^ ci6 indict 
che I9 5|iyin^ji sq^A^f^QO ad un loro bisogno... E dire che per- 
sino il cinese pifi notevole non si fa scrupolo di... fare ahrectanto 
in qualunque luogo si trovi ! Le vie di Pechino sono piene di 
prove che gli abitanti non hanno soggezione di nessuno. 

La carta sopra la quale si stampa qualche cosa e sacra » e 
noD bisogna distruggerla cbe nelle pagpde. Cirta stampata h carta 
che pensa — essi dicono — eppercid ha un'anima. 

II color rosso h un buon preservativo contro le disgrazie, e 
si niette un pezzetto di stoffa rossa nelle tasche dei bambini. II 
miglior poru-fortuna h sempre un coltello che abbia servito a 
compiere un assassinio: se lo si sospende sopra la poru, nessun 
demonio osa pid penetrare nella casa. Portando addosso alcuni 



174 AkCHlVIO P£R L£ TRAPIZIOm POPOLARt ; 

chi6di che abbiano servito a chiudere un feretro^^si h sicuH di 
arrivare ad essere padri, di campare^a -lungo e, forse, di diveD- 
tare mandUrini. 

Nella tnedicina^ le superstizioni.sono infinite. Nel celebre ci- 
mitero degli imperacori Ming, vi ^una sorgente ie cui acque 
sono infallibili per guarire le malactie d' occhi. Siccoine cutti si 
servono d'una stessa baccbetu, che bagnano nell'acqua e che poi 
avvicinano agii occhi , ne avviene che cene malattie contagiose, 
come la congiuntivite, si propagano con una rapiditi spavoitosa. 

Durante il colera del 1895, che uccise nella sola.Pechino 50 
mila persone> si spararono una quantid^ incredibile di petardi, per 
intimorire gli spiriti della peste. 

Siccome il cinese ha neir anima I'istinto deir inganno , cosi 
•spesso cerca di gabbare gli dei. Si colloca, per esempio, sotto una 
wtavola, in mezzo aUa quale ha fatto un buco abbastanza largo per 
passarvi la testa; poi' la sua famiglia fa le pr^hiere intomo alia 
tavola , dicendo agli dei che quella h la testa tagliau al padrone 
di casa, ofierta ad essi in olocausto; la deiti concede la grazia, 
poi si allonuna, e allora il cinese si afliretta a lasciare la sua in- 
comoda posizione, tutto lieto di averla fatta alio cspiritos. 
'^ '^ Altre molte superstizioni di questo genere raccolse il dottor 
Matignon, provanti che il popolo cinese h un popoio di rimbam- 
biti, dal quale non possiamo aspeturci che grandi danni. 

The CoLLECrot. 



J9^: 




Ci?.NZONEITe INFANTILI VERONESP. 



1. L'omo Vk duro, 
Magna '1 muro : 

£1 maro Vk fato, 
Magna '1 rato : 
£i rato scapa. 
Magna la caca: 
La caca la spuzza, 
Miignela tuta. 

2. Maria, 

Che sona la pia ', 
Che sona la tromba^ 
Mata colomba. 
La ciama el can, 
La ghe di^ el pan, 
La ghe dk el mol, 
Tireghe el col. 



3. Povarina, 

La gata va in cusina. 
La va soto al leto. 
La cata ' un conf(^to. 
£1 confeto Vb duro, 
La bate el tamburo; 
El tamburo Vh rosso. 
La va soto al pozzo; 
El pozzo I'i pien de jicqua. 
La se nega la culata \ 

4. La siora Catina, 
La va en d*el brol, 
A ca... e no la pol. 

La ghe d^ 'na ponciadina S 
La siora Catina la s'enverina ^. 



' Raccolte a Paceogo sul Lago di Garda. 

* Pf0, piva, coraamusa. ~ 3 La cata^ trova.— 4 Un*altra variante Veronese 
si legge in F. Cokazzint, LUteratura popolare comparata , Napoii , D* Ang^lilli, 
1SS6, p. 122. — $ Ponciadina^ puntatina. —^ La s* enverinay s*arrabbia« 



i^i 



\RCh1v16 PEft LE fRAbdioiil PdtOLARl 



5.PierbBnr&n4*s<iico{M S 
A $ercar i veri- » rbti; 
Veri rotl tf^ ghe n'cta^ 
Pierolm V^ dito * in tera, 
EI s'k rota 'na culata, 
E so mama meza mata 
A giustarghe el tafanario. 

6. Tichetc, tochete, 
N^olinara^ 

R6hipesse i corni, 
Z6 ^ par la scala. 

— Di' vegnareto ? 

— Si, vegDar6, 
Sabo de sera, 
Dominica no. 

7. — Ci i morto ? 

— El vccio storto. 

— Ci gbe sona? 

— La so patrona. 

— Ci le- porta via ? 

— La vecia stria. 

— Ci ghc canta ? 

— La cavala bianca. 
— ' Come fala ? 

— I-o, i-o, i-o. 

8. — Caro compare, 
Mi so sonare. 

— Cossa diavolo 
Savio sonare ? 

— So sonare la chitara. 



AVa ara— lachha^a; 
Eta eta—la tfonfbeta; 
Nelo nel6— *fi ei campatielo; 
Rata{)lin— fa el tantburclo. 

9. — lino, due, tre. 
La Cochtna fa el cafi. 
La le fa co la ciocolata. 

La Cochina la deventa mata. 

10. Patroncini, 
Cobfetirii. 

Erba spagna, 

En boca se magna. 

11. Pelado-rugado, 
Confessa galine, 
Pi-u ^ pipine, 
Confissele ben,- 

Par St' ano che vien. 

12. El gobo Picionej 
Che vende sabionc, 
Tri soldi a la. lira, 

La panza ghe tira, 
No '1 pol piii ca.... 

13. Gero 7 polero, 
La mussa * de Piero, 
Chitara e violin, 
Polenta e cicin ^. 

14. Moro Morca '% 
Set* ani in galea, 

Set' ani in preson. 

Par un gran de formenton. 



« L'i nd, and6. — » Copt\ tegolc. — J T^r/, vetri. — 4 L' ^ date, cadde. — 
$ Zo, gill. — * Pi-tt, voce con la' qtfate si cMamano'ie girtllne.--7 Gero, parola 
serrzk sigt*lficat6. — * Mussa, aslria. — 9 Gein, nella linj^a faddulle^a , caroc. 
— «o n ndstrb popold, per falsa anatojgSa', chlama Mora di Moreii, chi -h d\ co- 
lorito bititibr 



dkr^/yt^trvE wfantiLi veronesi 



i11 



15. Moro Mdtek, 
Fato dc cr^a \ 
Fata 4t itopa, 
EI diaotd te C(>|^a4 

16. M^etkiaf, 
Co 'n saco de toina, 
Co 'n saco de form^titon, 
Va zo de copatoti. 

17. Cdtite, 
Da le braghe onte, 
Dal capel de paja, 
Conte canaja. 

18. Adio, 
Capel descusio *; 
Bareta storta^ 
Poco m' importa 
Dirte di no. 

19. Padre nostro, 
Miningostro ', 
Polenta dura. 
Forma jo de ratara * 
L'^ la capara 
Del moscardin. 

20. Padre nostro, 

26. Pater noster, qui es in cceli, 
Sui morar '* ghe va i uceli, 
I uceli gh*i le ale, 
In secula seculorum ame. 



Miningostro, 
Miningura ^, 
Tri salami e 'na misufa. 

21. Ai-Maria, 
Siltela via, 
Siltela en leto, 
Copa el Bepo. 

22. Carlo-picarlo, 
Tachtlo * a 'n morar, 
Dighene tante, 
F^Io 7 pissar ^ 

23. Giulini 9, 
Magna susini; 
Magna brogne '°, 
Caporal de le carogne. 

24. Maria, 
Ci la toca la cria; 
Ci la toca sul bee. 
La fa crec. 

25. Nane, 
Magna rane. 
Magna stopa. 
El diaolo te copa. 



» Crea , creta. — * Descusio , scucito. — J Parola senza significato. — 4 Ra- 
tarCy trappola per topi. — S Parola senza significato.—^ Tachelo, attaccatelo. — 
7 Filo^ fatelo. — * Questa e le seguenti pocsiuccie sono scherzi che i fanciulli si 
dicono a vicenda per deridere i proprii nomi o cognomi. — 9 Od aitro cognome 
che termini in ini, — '• Brogne, prugne. — ^* Morar, moririy gelsi. 

Archivio per U tradiiioni popolari, — Vol. XXII. 23 



lyS 



ARCMIVIO PER LE TRADI^ONI POMtARt 



27. Teresina, 

Da la panza niolesina^ 
Da le tete de veludo, 
Teresina te saludo. 

28. Checo-beco, 
Pianta i pai ', 
Onzi * la mussa, 
E fa el formal. 

29. Togno bigogno, 
Dal figo mauro, 



Tuta la note 

Ghe tromba el cu... 

30. Bigiy Bigiatola, 
Ca... en la scatola 
Ca... en d' el brento, 
Bigi contento. 

31. Bepo — dal crepo, 
Dal tajo, 

Polenta e formajo. 

Arrigo Balladoro. 



* Pat, pall. —• * Onxiy ungi. 



NOVELLE POPOLARI SARDE. 



L — Maria sa chinisera. 



"^•■ j 




USTA ffiid' una famiglia nobile e tenianta tres vizas. Sas 
duar mannas andinta simpere a divertimentos; sa pitica 
non dda porunta mai a logu, e faia' vita ritirada. Una 

die passad' un 6mine chi portada puzzoner birdes a bindere. 
Sa pitica de custar sorres» sa chi abbarrada simpere retirada, 

dd' a nau a su babbu sou chi dd' hcsset' assu-mancu comporiiu 

unu puzzobe birde, giacchi iitteru divertimentu non teniada. Su 

babbu ass6rar si dd' k compordu. 

Una oru unu vizu de Re 'ia' fattu una vesta 'i ballu e in- 

vitada a casta famiglia. 

I. — MarU* la Cenerentola, 

Qpesta era (c*era) una famiglia nobile cd avevan 3 Bglie. Le due maggiori 
andavano (andaUmta) sempre a divertinienti , la pid piccola non la portavano 
mai in alcun iuogo e faceva vita ritirata. Un giorno passa un uomo che por- 
U?a uccelli verdi a vendere. 

La piii piccola di queite sorelle, quella che rimaneva sempre ritirata , ha 
detto al suo babbo che le avesse almanco comprato un uccello verde, giacchi 
altro divertimento non aveva. II padre allora slie lo ha comprato. 

Una volta un figlio di Re aveva (ala) fatto una festa da ballo e invitava 
quesu Euniglia. 



I80 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

Su babbu ei sa mamma subitu anta avvisau modistas e ca- 
mareras po fier a custar duar bestires' e seda. 

Sa pitica tenia praghere de ddu ondare, ma sar sorres dd inta 
ndu: Tue, Maria clnnisera noii b' is a banner ; abbirra , abbirra 
in domo cun su puzzone birde. 

Cuddar duas sunti andadas cun su babbu ei-ssa mama , sa 
pitica ad' abbarrau sola in domo cun zu puzzone. 

E comente issa tui divertindesi cun su puzzone ddi narida : 
Puzzone mcu btllu 'irde, zdmmi sos pinnor tuo5 e zeo ti zio sor 
meos. Issira si presintada una appusentu mobiliau e unu bestire 
a campaneddas de oro. Si 'estidi issa, cdlad' a bassu e inc6ntrad' 
a-ssa carrozza pronta po andare a su ballu. Cando est* arribada, sor 
camariris anta anniinziau a su vizu de-ssu Re chi fuid' arribada 
una Segnora. Issu lu^go est* andiu po dd* attoppare; dda presintad' 
issa sala dessu ballu e tottus ispantios anta cominzau a nirrer: e 
cliie ad' a esst custa ? 

Su vizu de su Re dda pigada a ballare ; e sempere ballaia 
cun cussa. Sar itteras fuinti tottus zelosas , prinxipalmente sar 
sorres. Su vizu de su Re dd A' domandada de cale logu ftiidi, ed 
issa a' niu: De-ssu logu de-ssu piiKglie. S' est* itisira dispedida e 

\\ padre e la madre, subito haano avvisato (dato ordine) a tnodiste e jui- 
.njeriece per far fare a queste due ragaizie vesti di $eta. 

La piu piccola aveva piacere di andarci alia fe$ta, ma le sorelle haa detto: 
Tu Maria la Cenerentola , non ci verrai , fermati , fermati ia casa coU' uccello 
verde. 

Quelle due sono andate col babbo e la mamma , e la * piccola si ha (i) 
fermata sola in casa coiruccello. 

E come ella era divcrtendosi (si voleva divertirc) coll' uccello dicevagli : 
Uccello mio bel verde dammi i tuoi panni ed io ti do i miei. Allora si prc- 
senta, (apparc) una camera ammobiKata, c tin vestho >a campaneni d'«ro. Si 
ve>te essa, cala a basso e trova la carrozza pronta per addare al ballo. Qain^ 
^ arrivata, i camerieri hanno annunziato at figlio d^ Re Chc era arHvtta ma 
Signora. Egli subito ^ andato per la incontrare e la presenta nella sak da 
ballo, e tutti meravigUati hanno comindato a dire: E chi saHi mai €osl^ ? 

It figlio del Re la piglia a ballare e semprc baHava con eo»ci. Lc tfclpc 
ragazze erano tutto gelosc, principalmente ie sbreHe. H Bgiio 4«l He la dir »a » to 
di quale luogo ella era, cd essa ha detto: Dd paesc della pulce. € adlora^s' t 



^ e' pania. Cando eslis ^tAimAsl a dogM) & O^u A jSU liMIMe ; 

Puzzone meu bellu 'irde, z^mmi sor pan^or meos e zeo ti U§TOi 
SOS toos. £ caodo V <e' icambi^a 6i Dcb' «' .cniici;;^^ Stoint' a 
damo sar sorres ^ ddi lir narada: £U)«ae mdd» '^L«d« die}CfirMa6? 
Usar anm arrcspostu: Bii, f^iadl f^ di:6n»mid^ !»«• iMarM iibrarr 
seca* Wa aas6ra 4d' 10 i dm : Si^clipiMiib m ^o iJivAidtia fr^ 
2e0 cU aon boisbtfras. bsar fiuQti iQcbiet(A« ^ opo .^Mmra Ji^iJiiM 
CUD su vizu 'e su Re. 

Atu/ una nc^te t^frao^i a Sm^ m^ .to^ra vosta '« ittfllu» e 
su vtsu *ie «» Ri: t^rada a cumlndare ^udiU IfHi^lJA. §ar fK¥Wi^ 
4;6rania 4 jCter pr^pacafivps pjD ^ ^s^r^oa n?^^ d^ «* ;^tt(^ 
jMMte* Mada abbarrada in damo ^ t^radt aasu pujswwe ^ 4dii 
«ara: P.u^one meu beUu^ zitmm spr f^nnpr uiQ$ e ;ipo li z^ 
sor xKieos. Si priets^tHad' uiia grands >sala e unu 'estir« cusfiu »afc 
e tottu sor pi$chis. Sterid' io carrozza e pirtidi. Arrib^da a-WJ 
logu de-$su ballu, ei sor canaareris aoajiozianta a-ssu vizu 4e 3M 
Re chi fuidi arribada sa Segnora de s' attera uotte. 1$^ subiup 
esc' andiu a dd* auoppare e dda pres^ncada a^ssa sala .de-^ssu ballu* 
T6uus fui^ti ispantior e sas miizeres zelosar pru$ $ pros, ca fiiidi 
prus bene '^ti^ de s' atcera apcte. Sq vizu id^ ssu Rje dda pig^da 

coogedata e parUta, Quango h giuota a casa ba detto airuc^io: XJo^oUo aup 
kl ¥^4^} 4^uapoii i panoi ;nipi, ed io ti toroo i tuoi. CtpaadQ s*^ (fiu) conibiata 
u I pu^ cpri^u. Veogoao a casa l^ soreU^ ed es^a loro diice: JBbheof inobp 
m (ft«,/Tifpr.; h9S, iogqd.) vi 3iete dlvprtite? £d esfiC ha»np Jl^pOM; Va, Kll^J, 
1 4Qrmi ui; Ma4a la (jleoec^otola* £^ allora Ipco ba deup: l^qr^« (se capijta) 
mi sono divertita pid io che non voialtrc. Esse erano ^z^itp pi^f bfe OQ* a^9- 
K490 l:taJJU<to ^cd 4gUo del jR^ 

^tra 9o;te (119' aUra sfr^ ^naoo a (ive uo' abra {esu da baUg^ ^ il 
|i^9 id^ Re praa ^ in¥it;are i)uella famigUa, Le dMje sorell^ tctrAaao a b^ 
prpp«qitivj aS»cbe e«^ fo^se^ nieglio pbbigUate della seca ^Atoce^eAter Maria 
mm% ia ^a^ e {<k;iu ail*^fclU> a; gli 4i^: UcccUq j«io b^llp, dammi ijnaAQi 
tDoi ad jo ti do i aii]^. $i pr^Sfenpi upa f rande sala e up v;es(ito pel nwie e 
coo tM^ i p^, Si^de in ciarrqzza e parte. Arjriva al lao^o 4i4 baUp. le i <m- 
ffH^ritfl jiji^fiMAziaQp al %)ip 4^1 A^ -cb? qra anrivata la 3%0Pi;a dcU'ataa a^a. 
Egli subito si mosse a4 JWCopfrnrW f ii» prf^iPJa aUa sa^a 4a baUp. Xuttf^jffaao 
9S!mi^ii$6i, ^oqpresi e Ae dpq^ geipse fi^ii ^ pijiu pArch^ dia i»:a mgUo vestita 
<iella sera antecedents II figlio del Re la ftigli?, (si roctte) a baUare ^u s^ e 



tit Akcunrio vek le tradizioni popouri 

a ballare e tottu crepilnta da belosia, e sas sorrer prus de.sar 
iitteras. 

Gmdo sicche cheria d'andare^ su fizu de^ssu Re non-che dda 
cheriada lassar* andare » nand&ddi chi ancora fui' chizzo. E ddi 
t6rrad' a domandare de cale logu {ix\d\ e issa dd' a' nau cbi fui' 
de su logu de sor vrutcos. Si dispMidi e p^rtidi, si ddi t6rrat' a 
nilrrer' a-ssu puzzone : Zammi sor pannor meos ca zeo ti torro 
sor tuos, e sicche cr6ccada. 

'Attera notte t6rranta a faer ui^a vesta 'e ballu. Sar sorres 
t6rranta a far preparativos po chi essiranta mezus de sas atteras. 
Sa piticca narada a-ssu puzzone: Zanimi sor pannor tuos e zeo ti 
zao sor meos. Si presintad' una grande sala. e unu bestire ruju 
cu*ssa luna su sole ei sar istelias. S^zzidi in carrozza e si nd' kn- 
dada. Arribada a su ballu y anndnzianta a su vizu de su Re chi 
fMd' arribada sa segnora de s' iittera notte, Issu iindada subitu a 
dd' attoppare e tottus sunti abbarriLor a bucca aberta, ca ffiidi prus 
bene 'estia de sar itteras nottes. Su vizu de su Re non ballaia' cun 
nemor si no simpere cun issa e tottu arrebentaianta de belosia. 

Cando issa sicche cheria d' andare su vizu de su Re dd a' 
domandau de inue fuidi e issa k nilu: B^e e crlccadu. 

tutte le donne crepavano di gelosia, le sue sorelle piii delle altre. 

Quando se ne voleva andare, il figlio del Re non ve 1 1 voleva lasciar an- 
dare, dicendole che ancora era presto. E le torna a chiedere di quale luogo 
ella era: ed essa gli ba detto che era nativa del luogo del fhitti. Si congeda e 
parte, e se ne torna a dire airuccello: danimi i panni miet, cbe io ti restttuisco 
i tuoi; e se ne va a letto. 

Un*altra sera tornano a fare una festa da ballo, Le sorelle tomano a fare 
preparativi pcrchd fossero (per essere) meglio deUe altre. E la piccola dice al- 
I'uccello: Dammi i panni tuoi cd io ti do i miei. Ed ecco che si presenta una 
grande sala e un vestito rosso, colla luna, ii sole e le stelle. Siede (monta) in 
carrozza e se ne va. Arrivata al ballo annunziano al figlio dd Re, che era 
arrivata la Slgnora dell* altra sera. Egli subito scende di sala ad incootrarla e 
tutti si son fermati a bocca aperta , percli6 era pld ben (megUo) vestita dell a 
sera innanzi. Al solito il figlio del Re non ballava con nessuno (nemos) se ooo 
sempre con lei, e tutti scoppiavano (crebentare) di gelosia. 

Quando essa se ne voleva andare , il figlio del Re le ha cbicsto di che 
paese ^ra ^ ^s^ ha detto; Va ^ <;er<;alQ, 



Assbrar ts$u zad' ordioe a tpttu sor <k sa Cocte, cht po casta 
ooQ che dd' h^sserent lassad' essim a nonmor dc-ssu Palattiu Issa 
s'aia' postu una bussacca de arena. ^ cando si fui' dispedida 
pos&icch' ^odare tottus dda cherian' non lassare essire. Assorar 
issa bittat' a tottu s* arena chi ponilda^ e mentras chi cuddor s' 
illimpiinta sOr ogor, issa s'e' fuia: E k perdiu un iscrappina 
i-ssar iscalas de inie, ei su vizu de-ssu Re dd' dt' agatuda. Tando 
a' bettiu unu bandu chi a chie istaiad a-ssu pe bene cudda iscrap* 
pioa, fessit ricca fessit p6bera, deppiad' essere s* isposa sua. Assorar 
tottu sar mammas prepessiinu de illichidire a sas vizas, e ai cuddar 
duas sa mamma ddis aia* ^scadu su pe po esse* suttile. Cando 
su vizu de su Re fa^nde su ziru arribad' a cudda domo, sa mama 
pres^nta(da) solu cuddar duas^ Ma su vizu 'essu Re narida: Nde 
tened' un' i^ttera una de viza ? fazzedMda ' 'iere. Sa mama 'ad' 
arrespostu chi ^tter^.non dde tenia, e issu sighiad' a niirre' chi si. 
Ass' dnimu sa mamma k nku chi dda teniada ma non importaia' 
de sidda presentare, ca non fui' mai 'essia e in presenzia de i^ttere 
non fui bona a faeddare. 

Issu non cheriad' intendere niente e si ddi 'eniat' a sa iscrap- 

Allora egli di ordine a tutti quelli delta Corte, che per questa non aves- 
sero lasciato usdre nessuno dal Palazzo. Essa si era posta (si era riempita) una 
tasca di arena. E quando si fu congedata per partirscnc, tutti la volevano non 
lasciare uscire. AUora essa gettn a tutti V arena in faccia, e mentre che coloro 
si pultvano gli occhi essa se n't fuggita. Per la strada ha perduto nna scarpetta 
sulk scale di quel palazzo ed il figlio del Re Tha trovata. AUora egli ha man- 
date un bando, che a chi (a qual donna) stava al piede (andava) bene quella 
scarpetta, fosse (fessit, lat. isset) ricca, fosse povera, doveva essere la sposa sua» 
AUora tutte le mamme pensavano (si studiavano) di immagrire (iddilichire) le 
figlie; a quelle due la mamma aveva fasciato il piede (i piedi) perch^ fosse pid 
sottiie. Quando il figlio del Re^ facendo il giro arriva a quella casa» la mamma 
presenta soltanto quelle due. Ma il figlio del Re diceva: Ne avete un' altra di 
figlia ?, fatela dunque vedere. La mamma ha risposto che altra non aveva , ed 
egli seguitava a dire che si. AU'ultimo la madre ha detto che I'aveva ma non 
importava di presentargliela, perchi non era mai usciu di casa, e in presenza 
di altri questa ragazza non era buona a parlare. Egli non voleva intendere ra* 
gione, e (ag^iungeva) se le anJava bene la scarpetta , quella doveva essere la 



Fagbire^ facbefe in pretto logudorese, a Ghilarza fder, hacer^ spago. 



184 ARCHlVld pfeR Lfe •ftlAttlZlokt ydtolARl 

pflW dipptatP t^^fere Sa hpo^a sua. bit cfAtCdXStt c dd*^ agittanu 
'n d'tina safe SWiSia iid d* tmu cadifcWe cati s' firfimti *estire dh' ifcl' 
pOftlcf a*ssa baBt , e etrn d' umi pe car^iu ca-S!$' isdriippinit ei 
s^ Jcftettr cn*SSt itH"» ^Ift, postu ai stiba de titm cabtezafe 'fe^fsfta. 
Mestiraitfa s^Hstr^itta e M sa^stia^ prdpfa. Ssc mamma ei sat 
^d!Tt« mwiama de t»loiAt cW ttnianta, e isstriJ, itteifu die, Jifti 
fiqw^ e a mfe midda itita' :^. 

9p6m' mHi. La cer«aii#^ 6 U tMvand kl imi saU s^duut sopia t^ul pdiitrolia cdD 
r uMmo vestito che tUa aveva portato al ballo , e coq ua piede caleato coIU 
scarpetta, e coir altro colla sola calza, posto sopra un cuscino o guandale di 
raso. Kfatti raisurano la scirpiifa ed era (fu) propria U sua. La mamma e le 
SBfeffe rrtttriVfttto di getesra dl raviaia che avevand, cd esst due, d glorffodoiw, 
KMrtlo ^(Idii^ ed A me Ate^t^ Iia<trk> 4mo. 

XL ^ Sft vbBK 'cHMs' Orctf. 

Cotui«^ fitoKv dmir femmnMs e fiikid prioKis a vans ^ nd 
pappintu kcera cosa, p^zzi che dppiu; e po twle vnrare aadJmof a 
^A0mi] ie s'OrcQ* S' Orcu infadau de castas^ s' e* cui^ i^ortu. 
Aia' fattu una vossa e si fuidi accarrarz^u e nde og^da un'origa 
in voras. tJna Je sar femminas andande i-ss* ortu, a' bistu s*origa 
e nde dda tirada e nd'essi s* Orcu. Appena 'nd' e' bessiu, ni : A 
^icb'ingurt^, a tich* mgurto. Issa assorar nirada. Lass^demi babbu 
oroa men; e issw ddi a n^u: B^e, ca non ti fazzo nudda; tue fa- 
^Mtt tiri fehirhiita , e si pfoniittts sa vizi cli' as a fier , no ti 
faffd iliidda. AssOraf Cafldb s* esce is^irtdigada , e caftdo sa pipia 

11 - ta figlia dell*6rco. 

(Queste) Eranvi due doane ed erano incinte (pregne) di nasco^ e non 
mangtavano altra cosa fuori che sedano e per rubarne, andavano detl*orto del- 
rOfco. L'Orco infastidito di c6storo, s* 4 nascosto neir'ortd. Aveva fatto tma 
Ibssa e si era bene ricopcrto e camuflfato, e mandava fuori dal terren'O un 0- 
reccWo. Una delle donne andando nelPorto ha visto queirorecchio, V ha lirato 
c n*esce fuori l*Orco. Appetia i uscitO dice: Ti inghlotto, ti inghiotio. fissa al- 
lora (See: t)eli TascTatcmf star^, padre ralo Oreo ed esso le Ha d^tfo : Va, che 
non ti faaio niente tu partorirai una femmina, se prometti la figlia che avrai. 



kbVELLH POPOLARI SARDE 1 85 

fui* manna, si nd* e' attoppida e ddi narada: Niraddi a mamma 
tua , chi s* ammtetcde de sa promissa chi m' i fattu. Cando sa 
pipia este andada a domo e dd i niu a sa mamma, custa ad* arre- 
spostu: cando ti t6rrad' a preguntare, naraddi chi non tinde sesse 
ammentada. Cando s*Orcu dda torrad' a biere dda zau un aneddu 
po sind'-ammentare. Ass6ras sa mama it cossiziu a sa viza clii 
dd' hisscre' nau chi dd* aia' perdiu e non si fudi arregordada de 
ddu nirrer a sa mama. Assorar s'orcu po sind' ammentare a' zau 
una bussa de 'inari ; ei sa mamma cand' 4 bistu su 'inari k nau 
a sa viza: nirraddi a s'orcu chi sicche dda l^ede iniie dd'ag^ttada. 
Ei ss'-Orcu cando dd* i bista i niu: Ai6e cum megus-e leida che 
dd' ida in domo. In domo dda teniada posta de mere e dd i^ti- 
mada meda. Issu cando andida a logu , e cando 'eniada dda zir- 
riaada: Mrariedda, 'etta sos pilor tuos de oro e pigamicche. 

S'orcu teniad* un appusentu iniie teniad' a tottu sor mortos. 
Maria una die dd k niu : Babbu Orcu , m' iis ziu a tottu sal 
cries, ei-ssa de custu appusentu non mi d' iis zada. — Custa non 
ti dda zdo ca times: puru bini ca 'ies ita nch' dd* in custu appu- 
sentu. Ddu iiad' un armariu tottu prenu de bottos e dd i' nau: 
Crustru brottu estre a trorrare sor mortos a brios e si true 

AUora quando questa donna si b sgravata, e quando la ragazza«fu fatta grande, 
r Oreo si incontra in cssa , e cosl le dice : Diglido a tua madre che la si ri- 
cordi della promessa che mi ha fatto. Quando la ragazza ^ andata a casa ed 
ha detto a sua madre la cosa, costei ha risposto : Bene quand* ei torn a ad in- 
terrogare (se hai fatta Tambasciata) digli che non te ne sci ricordata. Quando 
rOrco la torna a vedere le ha dato un anello perch^ ella se nc ricordasse (per 
se ne hcordare, sardismo). AUora la madre ha consigliato la figlia che avesse 
detto (che dicesse, sardismo) che lo aveva perduto (I'anello) e non s* era ricor- 
data di dirlo alia madre. AUora V Oreo afHnch^ ella se ne ricordasse (le) ha 
dato una borsa di denari, e la madre quando ha visto il denaro ha detto alia 
figlia: DigU all' Oreo che (la sua preda) se la prenda dove la trova. E I'Orco, 
quando V ha vista ha detto: Orsii (vieni) con me, e presa che se T ha e (con- 
dotta) in casa. In casa egli la teneva posta a padrona (nel grado) e V amava 
molto. Egli quando andava fuori e quando veniva (a casa) gridava questo 
verso: Marietta, sciogU (getla) giii (dalla finestra) i tuoi capclli e tirami sopra 
(c silimi). 

L'Orco aveva una camera dove teneva tutti i morti. E Maria un giorno 
Archivio per le tradixjioni popolari. — Vol. XXII. 24 



tM ARCHlVlO, PEft LE f KAWilOi^l BdPOLARl 

triccbe fuis crustru brottu ettras issu f6rmrada a una montre dre 
isprinasa, innantis non die prozzo prassare e apprustis chre prasso, 
— Candp s' Orcu sicch' e' bessiu , issa est' intrada a cudd appo- 
sentu e inie dd aia' unu vizu de Re mesu mortu. Issa i pigiu 
cuddu, frigau si dd' ida e torriu este a biu. Ass6rar-issa k frigiu 
tottu cuddor mortos e vuios si fiinti. Cando 'enidi s'Orcu e zir- 
riida: Mrariedda ettra sos pilos dre oro e prigamicche. Ma dogai 
'orta chi s' Orcu zirriada , arrespondianu sor trastos : Miriedda 
sicche' vuida cun su vizu de-ssu Re. S'Orcu ass6rar narida: Brae, 
brie in bronora , crullonadu m' ida , e sicch* indada po ddor si- 
ghire. Cando ddor i bistos zirriada: Mrariedda Mrariedda friirriadi 
nessi pro tri drarc sa brenedizione. Assoras Mariedda i bettiu su 
bottu de-ss' ispinas(a) e puru nch' e' passiu. Gasl dd i torriu a 
biere e b^ttada un itteru bottu e frommiu ida un erriu. Isse 
buffiu s* adi a s' abba e passiu sicch' este. E cando fudi accanta 
zirriida : Ah Mrariedda ! Issa bittada un itteru bottu e f6rmada 
unu grande fogu. Issu nde r6mbitada a tottu cudd abba, e mortu 
nd' ida a tottu su fogu e passiu nch' este , e dda torrios a-ssi- 
ghire. Issa b^ttada un itteru bottu e f6nTiada unu nionte de sa- 
bone e non ch' e' pozziu passare. Assoras dda zirriada: Mrariedda^ 

gU ha dctto; Babbo Oreo, m*avete (axis) dato tulte le chiavi, e qu?lla di questa 
camera non me V avete data.— Ah questa non te la do davvero, che hai (avresti) 
paura: pure vieni che vedi (vedrai) che v* ha in questa camera. L4 egli avea 
un arraadio pieno di vasetti ed ha detto: Qruestro brarattolo trornerd i mrorti 
a vrita e se tru tre ne frugg i e qqrucsto braratto lo gettri , esso frorma un 
montre dri sprine, ed io innanzi nun ci prosso prassare e drietro cri prassQ.— 
Non ci voile altro. Quando V Oreo k uscito essa entra in quella camera e ivi 
c*era un figlio di Re mezzomorto , tramortito. Essa piglib quel barattolo , fr«- 
gato, unto lo ha e ritornb vivo. Allora ha unto tutte quelle persooe morte e 
fuggiti se ne sono. Quando viene TOrco e grida: Marietta, sciogli i capelU d'oro 
e faramici salirc. Ma ogni volta che V Oreo gridava, rispondevano i mobili di 
casa: Marietta se n'6 fuggita col figlio del Re. Allora I'Orco diccva: Vrai, vrai 
in bronora mrinchionato ella m' ha e va per seguitarla (inseguirla). E quando 
li ha visti grida : Maria , Marietta , volgiti (Juriadi) fermati, almeno per d^ti 
(perch^ ti possa dare) la bcnedizione. Allora Maria ha gettato il barattplo delle 
spine e nondimeno ei pass6. Cosi la torn6 a vedere e lei getta un aloro ba- 
rattolo e forroato ha un ruscello: tracannato ha tutta quelPacqua, e passjito al 
di U se ne ^. E quando fu vicino grida: Ah Marietta. Essa getta un altrp ba> 



NOVELLE POPOLARI SARDE 1^7 

Mrariedda frurriadri nessi pro tri drare sa brenedizione. A forza 
dc tantas boghcs issa s* e' vurriada e fatta nd' i' cara d^ 'atta. 
Su vizu de su Re fudi dispraghiu e non ischia comentc fier a 
(Ma presentare a so babbu. Assorar issu 'ada afRttiu unii domo 
e posra nd' 'ada inie s' isposa et este andiu solo a iniie su babbu. 
Sa fnamma, sar sorres morianta de conit6scher a s'isposa, e dnta 
penziu dc fiere unu cumbidu e dogiiuna deppiada portare trer 
cosas: unu cazzeddu. unu bestire, e 'iniri meda. Su pobiddu rtd' 
a* niu a Mariedda : Babbu chfere* ch* una die and6mus(u) a pap- 
pare a domo sua. Issa ^da arrespostu : Bd non' est nudda-piga. 
Ass6rar issa fiede unu bigliette a s'Orcu chi dd' hissere' ziu su 
bottu de torrare a cara de cristianu , unu bestire bonu , e 'inari. 
S' Orcu dda zku su bottu , su cazzeddu e una nuge chi dda si- 
ghede a s'ora de pappare. Issa pigada su bottu, s'unghede e bis- 
sidi a sa cara beila comente sole; pustis s^gada a sa nuge e nd' 
agittada unu bellu bestire tottu a campaneddas de oro. Sar con- 
nadas si sunti illichidias bene e sunti andadas a cumbidu cun su 
cazzeddu, unu bellu bestire e 'inari meda. Ma cando itnta bistu a 
Mariedda si sunti tottu ispantad6s. tntranta a sa mesa e cando 
fuinti pappante Mariedda nde f^ghede bessire unu cazzeddu chi 

rattolo e forma un grande fuoco. Egli vomita tutta quell' acqua e smorzato ha 
quel fuoco, e passato k al di U e li ha tornati a seguitare. Essa versa un altro 
barattolo c forraa un monte di sapone^ e all )ra non ha potuto passare. Allora 
Ic grida : Marietta , Marietta, fermati , almeno per darti la mia benedizione. A 
forza di tante voci (preghidre) essa s'fe ferm.ita ed ei Tha fatta (diventire) con 
fiicda di gatto. II figlio del Re fu dispiacente e non sapeva come fare a pre- 
seotarla al suo babbo. Allora egli ha affittato una casa , e messa ha cold la 
sposie se.ne 6 andato solo solo U dove il suo babbo. La sua madre e le sue 
sorelle morivano (dalla viva curiositik) di conoscere la sposa e hanno pensato 
di fare un invito ad un pranzo; ognuna doveva portare tre cose : un cagno- 
lioo , un vestito , e denari molti. II marito ha detto a Marietta : Babbo mio 
vuole chc un giorno andiamo a mangiare a casa sua. Ella ha risposto : Oh 
noQ ^ nulla I piglta. E allora ella fa un bigl etto all'Orco che V avesse dato il 
barattolo per tornare a faccia di cristiano, un buon vestito^ e denari. L'Orco le 
diede il barattolo, il cagnolino e una noce, che la rompa (schiacci) air ora di 
pranzo. Essa piglia il barattolo s'unge ed esce di faccia bella come il sole, poi 
3ci\iadcia la noce e trova Un bel vestito tutto i campanelli d'ort). Le cognate 
di Id « sono ringentilite bene {iddilichire e per metatesi illichfdi^e) e sono 



1 88 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

barugliende divertiada a tottu. Issa faiada unu mossu a bucca e 
unu a coa. Sar conuadas inta nau: noispuru faitnos gasi. Ma cando 
inta accabiu a prindere e sinde sunti pesadas, sor tnossor chi 
Mariedda 'ia' fattu in coa, cando sunti orrdttor in terra si sunti 
cunvertios tottu in oro, sos de sar conoadas si dd* 'anta pappador 
sor canes. Assorar su sorgu ei sa sorga inta abbrazziu a Mariedda, 
ei sar atteras nuras(a) dd' anta cazzadas e non d* inta crefias bie* 
prusu ^ 

and ate a pranzo col catello, un bel vcstito e denari molti. Ma quando haaao 
visto Marietta si sono tutte meravigliate. Entrano neUa salada pranzo c quando 
stavano (erano) mangiando. Marietta fa uscire un catello che buffbneggiando 
divertiva tutti. Ella faceva un boccone in vista di tutti ed uno di nascosto. Le 
cognate hanno detto noi pure facciarao cosi. Ma quando hanno finito di pran- 
zare e si sono alzati, i bocconi che Marietta aveva fatti di nascosto quando 
sono (erano) caduti (orruttos) in terra si sono convertiti tutti in oro e quelli 
delle cognate se li avevano mangiati i cani. Allora lo suocero e la suocera 
hanno abbracciato Marietta , e le altre nuore le hanno cacciate di casa , e non 
le hanno volute (cberfidas) piCi vedere. 

III. — Sa Moro niedda. 

Custu f6idi unn vizu de Re e fuidi ismurzandesi a pane c 
latte e s' aia' segiu su poddighe e orruede unu *utiu de sambeae 
i-ssu latte. Issu ddi niu a sa mamma : PonzidimJ pane ca mi 
nd' dndo a cricare una z6vana riija che sambene, bianca che latte. 
Ass6rar si ponede in camminu e ddi att6ppada innanti-inaantis a 
Santu Perdu. E iniie indas , vizu raeu ? — Ando a cricare una 
zovana gasi e gasi. Bie, b4e, in bonora. Andat' innantis e nd' at- 

III. — La Mora (araba) nera. 

duesto fu (Cera) un figlio di Re e stava facendo colazione a pane e latte, 
e s'era (aveva) tagliato un dito, e cade (cadde) una gocciola di sangue nel latte. 
Egli (le) ha detto a sua madre: mi metta ancora pane che me ne vo a cer- 
care una giovanc, rossa di faccia come il sangue e bianca come il latte. Allora 
si mette in viaggio e trova innanzi innanzi, in 14, San Pietro. £ dove vai figlio 

' Vedi Mango , NoveUine popolari sarde : Is duas gomais, Palermo , Carlo 
Clausen, 1890. 



NOVBLLE POPOLARI SARDE l8j 

t6ppada una feromincdda (chi fuidi Nostra Segoora) *e issa puru 
ddi Hiede cudda domanda: E ainiie iindas, viza meu. E issu arre- 
spdndede sa propria cosa. Bie, bic, inciie t'ida attoppare un 6rainc 
chi t' ada a nirre' comente fier (ei cuddu 6miae fuide Zesu 
Cristu). Issu puru i' niu: e ainiie indas, vizu meu ? E a issu puru 
d' a' niu su contu. Ass6rar issu dda niiu: Bke, a ddu 'ies cuddu 
anncdu ? — Bene, issebirande sa canna prus eretta e prus belia 
chi ddi!ie este, e segand^dda. Andada cuddle nde iss^bera' sa prus 
canna beila, nde dda sigada, e a intru agiitada cudda zovana bianca 
che latte e ruja che simbene. Nche dda liada e dda p6nede in 
pizzu de una inatta e issu esce anddu a 'attire cumpanzia, a ddu 
nirrere a-ssu babbu, po che dda leare. A sutta de cudda matta 
ddue aiada una funtana in6e andiida ogna die una zeraca anzena. 
Cudda die 'idet i-ss' abba sa cara de cudda pizzinna bella, nch^ 
fuidi i-ssa matta. Sa zeraca chi fudi leza comente una moro niedda, 
creia' chi cudda cara chi 'idia i-ss' abba fuidi issa e nar^da: Tanti 
bella e tanti ermosa e sa mere mia mi mdndada a s' abba ; ^^arra^ 
larritay sega sa brocca e brocchita^ e nche azzapputaia' sa brocca ei 
sa brocchita e ogna die faaita custu zogu. 

mio ? — Vado a cercare uaa giovane cosl e cosU — Vai, vai in buonora. Va 
innaozi e ti trova una doanina (che era Nostra Sigaora) ed essa pure come 
gli altri gli fa quclla domanda : £ indove vai, figlio mio ? Ed ^li rispo$e tale 
e quale aveva risposto agli altri. — Vai, vai, costk tl deve incontrare un uomo 
(ci incontrerA) che t*ha da dire (diti) come f^re, e queiruomo fu Gesii Cristo. 
Egli pure ha detto : e indove vai figlio mio ? E a lui pure ha detto lo stesso 
(i\ gli detto). AUora egli ha detto: Vai, lo vedi quel canneto ? Bene , sceglin e 
la canna pi£i dritta e piii bella che ivi (tilde illuc l^.) ^ e tagliala. Va coU e 
ne sceglie come gli era stato detto la piii canna bella (metatesi) la taglia e 
deotro vi trova quella (che cercava) giovane bianca come il lattc, e rossa come 
il sangue. La prende e la pone sopra (dentro) un cespuglio , ed egli k andato 
a cercare compagnia, a dirlo a suo padre per andarla a prendere in pompa. 
Sotto quel cespuglio di cold c* era una fontana , dove andava ogni giomo una 
serva forestiera. In quel giomo vede nelPacqua la faccia della bella giovane 
che era nel cespuglio. La serva che era brutta tal quale un*araba nera, si ere- 
dcva che quella faccia che vedeva nell'acqua fosse lei e diceva: Tanto leggiadra 
c tanto bella die sono, e la mia padrona mi manda a prendere acqua: Ciarla, 
ciarla, ciarletta, rompi la brocca e la brocchetta , e sbatacchiava la brocca c la 
brocchetta, ed ogni giomo ella faceva qnesto giuoco, o scherzo. 



I^ ARCHIVIO PER Lfi TRAMZFOWl Mf^OLARt 

Ufla die ai cudla xhi f&idi i-ssa matta nch*este essiu s'errisu, 
cando sa zeraca ftindi ncnde custas periulas. Cando sa mora 
triedda d' ^a intendiu ada arzi^u s&r ogos in artu t dda niu : 
Inguni fuidi vosiitti. ^Abassesindi ka si mtsuraas in bestiris. Si nd' 
abissada, cudda p6bera nde ddi 'ogat' a su estire e a issa k z4u 
sor snos. Assorar dd' afftrrada e che dda 'ittada a sa fiintana c 
sicch' t»te arziada issa a sa matta. 

'£nidi a* isposu con tottu sa cuiupaiizia e cando i bistu a 
cudda moro niedda este abbarriiu moitificdu. E issa n^rada : Esti 
SH sdlig s* Abba , ei m benin chi m* h fciifu aid , tantu Umpns cbi 
femmu ingAnis. E dda pigada a caddu e tikcada a che dda leare. 
Assoras nd' 'essi' cudda chi fuidi bettada i*ssa funtaoa, fatta a una 
pQzzone e narada: 

Piulu, piulu, piulu 
PasaJdt de costas de maridu miu, 
Ca manda miu ddu 'odlu isposiu 
Sa moro oiedda ml ache dd k pigitu. 

Ei sa moro niedda arrespondida: oi, oi sa conca; bdcciddu cussu 
puzzone. — Lassaddu, assoras arrespondia 'ssu vi«w *c su Re , tiki 
fie' praghere su I'iscuitare. 

Un giorno a colei che era nel cespuglio c'e scappato (usctto) da riderc, 
quando la serva stava dicendo queste pjrole. Quando Taraba nera le ha sentite 
ha alzato gU occhi in alto c le ha dctto : Costl era lei (parole in dial. met. ). 
Se nc scenda che ci misuriamo i vestiti. Qaella scendc, quell i pOvera l« cava 
il vestito e ad essa ha dato i suoi. Allora Tafferra e la getta dentro la imitaita, 
ed ella ^ salita sopra il cespuglio. 

Viene lo sposo con tutta la compagnia e quando ha visto quel grogno ii«ro, 
s'h fermato mortificato. Ed ella gli disse: £ il sole, Tacqua ed il vento che mi 
han ridotto (fatto) cos) , era tanto tempo che era cost). Egli allora la mettt a 
cavallo e sferza per portarla a casa. Allora esce colei che era stata gettata nelli 
fontana, convertita in an uccello (femmina) e diceva : 

Pi^oUo, pigolio. pjtroUo; 
LtvatI 'alzili) d He custoli dv-l miiitJ niio, 
Ch6 il marito raio lo voglio spo&.ito, 
L^d'^ba ncr.i me \u hi pi,,liaio. 

E r araba nera rlspondeva: ohi I oht I la mia testa^ uccidetelo quell* occello. -^ 
Lasciatelo stare, allora ritpondeva il figlk) del Re , mi fa piacere V ascoltare 
quello che dice. 



Tottu su catnminu su puzzone est' and^u nande diasi > ei sa 
moro niedda cheria' sempere a ddu 'occhlre. A ppiistis chi su vizu 
de-ssu Re s' este orroschiu de-ssu chi nardda sa moro niedda 
d' ida ispar4u in praza de cr^sin, ei su puzzone assdrar nde or- 
rdede, fattu a una mela^ e dd' arreg61leJe una femmina devou de 
Santu Antoni, chi fudi 'essinde de crisia. Cando este andada a-ssa 
domo nche dd ^a 'ettkla i-ssa cassia. Ogn.i die custa femmina 
aod^da a Qresia , e cando torraiada » agatada tottu su de 'omo 
fattu. Ispant4da e nardda: Santu Antoni meu^echi 4da issere chi 
Ua abitare a domo mia ? 

Una die s'este cuada po iscobirrere chie ddi faia' tottu. Cando 
fudi cuada a' bistu 'essinde de sa cassia cudda meia, fatta a una 
z6vana bella. Fattu tottu , siccbt; fudi torrande a sa ca&sia > ma 
cudda femmina dd ^da azzappada. Timiada ^ poberita, po no dda 
'occhire^ nia cudda femmina nanca dd ^ n^u : Non timas., viza 
mia, ca non ti fazzo nudda. E dhe ass6ras dd k sighi4 a t&noer' 
paris cun issa. De innoge a pagu tempus iinta ischippiu chi cudda 
moro niedda , sa pobidda de-ssu vizu de-ssu Re , si fudi issindi- 
gada. Atteru die cudda femmina teniada de si f^ere a su pane. 
Dd k niu cudda z6vana: a mi Idssa' fdere duar pipias de pasta ? 

E per tutto il viaggio Tuccello h andato dicendo cos), e V araba nera vo* 
leva seinpre ucciderlo. Ma dopo che il figlio del R-: si ^ infastidito di ci6 che 
diceva V araba nera, ha tirato un colpo mentre erano sulla piazza della chiesa 
a queiruccello; e qucsto cade, non morto ma sotto forma di una mela, ed eccoti 
che la raccoglie una donna di S. Antonio, che allora stava (era) uscendo dalla 
chiesa. E quando questa donna 6 andata a casa, ha messo quella mela, in una 
cassa (di bianchcria). Ogni d) questa femminetta andava alia chiesa, e quando 
tomava a casa, la trovava tutta in assetto. Si meravigliava e diceva : Santa 
Antonio mio, e chi sar^ che abiter^ (senza che io sappia) la casa mia. 

Un giomo s'd nascosta per iscoprire chi le faceva tutto. £ allora che si fu 
n^scosta ha visto uscendo (ad uscire) di quella cassa quella mela trasformata 
in una giovane bella. Fatto tutto , quella se ne era (stava) tornando alia sua 
cassa, ma quella donna Tha acchiappata. Temeva povcrina per non ucctderla 
(che non la uccidesse) ma quella donna dtcono che ha detto : Non temere 
(sogg. nk timeas lat.) figlia mia ch& non ti faccio niente. E da allora (in poi) 
I'ha seguiuta a tenere insieme con se. Di qui (U) a poco tempo; hannosapnto- 
che quella araba nera, la moglie del figlio del Re, si era sgravata. Un giomo 
che quella tal femmina (divota di S. Antonio) doveva fare il pane le ha detto 



f^i AftCHlVtO P£k Le tkADlZldNI l»Ot>OLARt 

Issa dd*ii nku: Beni e faiddas. Appustis chi ddar a* fattas, naac^ 
dd k nk\i a cudda femmina, si and^da cuq issa a fkcre imbisitu 
a sa pobidda de six vizu 'e su Re. 

Cando fuinci andadar nanca ^nta nau si cherianta k nirrer' 
palistoriar a-ssa part^ra e ddis anta arrispostu chi hSssent niu. 
Assorar cudda p6ncde sar duar pipias de pasta iu pizzu de una 
mesa. E cuddar pipias prinzipianta a narrer' su contu de cudda z6- 
vana, de sa canna e de sa funtana. Sa partira ca no ddi andada 
a sitmbene nanca nai iida : Ohi sa conca ! ohi sa conca ! Ma sar 
pippias arrespondianta a-ssu Re, e ai tottu: Si sa parc&ra si chis- 
sada, sa palist6ria si s^rrada , e su vizu 'e su Re k nau chi hhs- 
sent' sighiu. A dogna ora chi sar pipiar sighianta su contu , sa 
partera nar^da: ohi sa conca! ohi sa conca! Ei sar pippias tor- 
ranta. arrespondere. Si sa partera si ch^ssada, sa palistoria si sir- 
sada. Ma simpere su vizu de su Re cheriada ch' hessent' sighiu. 
Cando sa palistoria s' este finia, issu kda ispalientiu cudda raoro 
niedda e 4da isposau cudda zovana chi fudi a latte e sambene, chi 
fudi s' isposa sua de prima. 

quella giovane: Signora, mi lascia fare, per piacere, due banibine (puppattole) di 
pasta? Quella le disse: VienI q\ik e fattele. Dopo che le ha fatte dicono che 
la giovane disse a quella donna , sc andava con lei a far visita alta consorte 
del figlio del Re. 

Quando furono cntrate, dicono che han detto se volevano si raccont;]sse 
novelle alia puerpera e Icr hanno risposto che pur avessero detto. Allora la 
giovane pone le due puppatole di pasta sopra una tavola (mensa). E quelle 
barobole cominciano a d'.ro le avventure di qnella giovane, e doUa cauna e della 
fontana. La puerpera alia quale non andava a sangue dicono che diceva sem- 
pre: ohi la mia testa, olit la niia testa . Ma le bainbole rispondevano al Re ed 
a tutti: Se la puerpera si lagna (si stanca) , la novellina si finisce, ed il figlio 
del Re ha detto che avessero seguitato a raccontare. E ad ogni ora , (tutte le 
volte) che le bambole seguivano la novella, la puerpera diceva* ohi. la mia 
tesu 1 ohi la mia testa I E le pupe tornavano a rispondere : Se la puerpera si 
lagna, la novellina si iinisce. Ma sempre insisteva il figlic del Re perchi aves- 
sero seguitato (seguitassero). Quando la novellina ^ finita, egli ha mandato via 
(sbarattata) queU'araba nera, ed ha sposato quella giovane che era latte e sangue, 
e che era la sua sposa di prima. 

(Continua) G. Ferraro. 



STRATAGEMMI LEGGENDARH 
DI CITTA ASSEDIATE. 



^, RA gh stratagcmmi piu notc.oli e piu ciiriosi Jei quali 
^^1 o sui quali corrono leggenJe popolari, ve n'6 uno chc 
?^^J merita particolar menzione , eJ i quello di certi assc- 
diati chc si liberano gettando siigli assedianii aniniali domjs:ici 
niolto ben nudriti, o piccoli caci for mat i con latte, sia di pecore, si a 
dellc proprie donne, facendo credere esser essi, gli assediati, prjv- 
visii di vettovaglie e di comesribili in tanta abbondanzi da po:er 
ancora lungamente resFsterc airassedio. 

Questo mezzo semplicissimo ed ingegnoso h argomento di 
una Icggenda tradizionale in Sicilia, della quale vjcro qui riferendo 
le varianii medievali cd antiche. 

La leggcnda siciliana corre in Sperlinga (nella provincia di 
Catania), i cui abitanti, sccondo la storia, ricusarono di far causa 
comune coi Siciliani nella celebre sallevazione die si chiani6 poi 
Vespro Siciliano (31 marzo 1282); onde il motto: 
Quod Sicuhs placuHy sola Sperlinga negavit, 

Essd di€e cosi^ in dialetto sperlinghese : 
a A timpi antichi i Francisgi erunu a Spirringa. I Siciliani 
fiiau *u Vespru sicilianu pi tutta *a Sicilia ; ma *i Spirringhisg i 
Archwio per le tradirioni popolari. — Vol. XXII. 2 > 



194 AftCHlVlO PfiR LC tRAblZIOm PC^OLAia 

chi fiinu ? nun vossunu , e si 'uchiuditturu intra : puoi vinittunu 
'i squadri Palermitani e ciurcunJinu 'u paisu. Cbii di intra mun- 
gianu 'i fimini e fasgi&nu tumazzetti e 'i 'viavaou (uora pe' fa' 
candsciu che nun pudianu mu6iru di famu ; e cu i campani su- 
ni^unu pe* fa' vedu che ghiera intra 'a vaccaria y e alP uitiniada 
puoi diinu che trasenunu d' *a Porta feiuza » '. 

La medesima tradizione corre in Vicari (provincia di Pa- 
lermo) per un assedio simile sostenuto poco dopo la sollevazione 
dei Palermitani contro gli Angioini; se non che, qui Tassedio iu 
diretto contro il castello, i cui ruderi sono tuttavia in piedi. 

E non solo in Vicari, ma ben pure in Sciacca ed in Gistro- 
giovanni, k viva la medesima tradizione, con la variante per6 cl>e i 
piccoli caci di latte di donna vennero usati nell' assedio clu- i 
Francesi di Carlo di Angi6 fecero attomo a Sciacca per tCrra e 
per mare durante la suddena guerra del Vespro. cDifend^a la 
citti quel Federico Incisa, che fu Cancelliere del Re Federico, e 
che figur6 anche in Palermo nella fortificazione delle mura e delle 
porte della capiule Jella Sicilia : egli come per ispr^io di quel- 
le assedio , ma in vcritit per indovinato stratagemma , ffc g^ttare 
dalle mura nel sottoposto campo nemico quel tali piccoli caci per 
mostrare le abbondanti provviste di vettovaglie, delle quali in tatto 
la citta paiiva difetto. II risultato per6 si fu che i Francesi , sia 
per la resistenza d^li assediati , sia per qualche sortita di questi 
a danno del nemico, furono costretii a levar Tassedio, e partirono 
scorjiati come su per giii era loro toccato a Termini, a Caccamo 
e p^gio a Corleone. II Farina, biografo dell'Incisa (Biografia degli 
uofnini illustri nati in Sciacca. Sciacca, tipografia Guttemberg, 1867), 
fa intervcnire le donne con caldare , con grosse pentole di olio 
boUente e di pece liquefatta a respingere dalle mura gli odiati 
Angioini, ma non registr6 quesu leggenda; altri per6 la raccolse 
e ne fece parola » *. 



« G. PiTRE, // Vespro SkQiamo ndU tr^i^ioni popoJan ddla Sicilia^ n* XIX. 
Palermo, L. Pcdone Lauriel, MDCCCLXXXIL 

» G. Frosina-Cannella , Cenni Storici riguardanti la guerra del Fespro 
deniro e net pnssi di Sdofica. Roma, Tipogr. delie Scieoze Matematicbe e Pi* 



STRATAGBMMI LEGGCNDARi DI OTTk ASSEDIATE I95 

In Castrogiovanni, Tamica Enna, (provincia di Caltanissetta) 
il &tto muta scena e data. 

II Conte Ruggiero il Normanno era ad oste di quella ioe- 
spugoabiie fortezza. Da molti mesi stava sulia vetta di quel monte, 
quandoy vedendo fallire i suoi disegni, spedi dei tnessi, nunzii di 
pace o di minacce. I CasfiK^iovannesi— dice la leggeoda locale — 
ali accoglievano cod urbaoiti, non davano ^segao di paura, mo- 
stravatK) ^ro grandi masse di frumento, che in reald altro Don 
crano che arcificiosi mond di arena sottilmente rivestiti di quel 
cereale ; e come se fossero sicuri di lor salvezza , rispondevano 
sdegnosamente. Indi raccolto il latte di tutci gli animali, e^ colle 
privazioni dei bimbi, confezionato del cacio, lo getuvano a bran- 
delli ai uemici per indurre il Conte a desistere dai suoi propo- 
siti » '. 

II racconto continua, ma io lo tronco, perche non fa al caso 
nostro. 

La tradizione siciliana & conforme alia tradizione di altri paesi: 
e qui son lieto di ricordame un bel numero. Comincer6 con 
una della vicina Calabria: la leggenda di Gallina. 

ccUna volta una banda di Turchi approd6 sul lido di Rava- 
goese ed ^rdendo e saccheggiando arriv6 fino a Sant'Agau '. Ma 
i cittadini, avvertiti del pericolo, ebbero il tempo di atteggiarsi a 
difesa: ed il governatore fece ricovcrare dentro le mura quante 
greggi td armenti pascolavano per Ic campagne. 

cc I Turchi, non potendo prendere d'assalto la citti, pensarono 
di averia per fame, e P assediarono. E sul rialto della vallc chia- 
mato Sant' Andrea era piantau la tenda del Granturco. 

« Aspettaddo qualche soccorso , gli abiunti resistevano con 
molto coraggio; ma le vettovaglie scemavano di giorno in giorno. 



siche, 1889. Vedi pure la lettera del medesimo a G. Pitri: EH una Uggenda 
siaUaua sopra uno stratagemma di giurra , in Archivio delJs tradixioni popolari^ 
▼. X, pp. 561-62. PaL 1892. 

I P. Vetri » LeggMda sulla origins dilla voce « Caiascibetta » in SiciUa ; 
in Archivio detU tradiiioni popolari, vol. VIH, p. 361. Palermo, 1889. 

> Cittii distrutu dal terremoto del 1783. 



196 ARCHIVIO PkK LE TRADIZIONI fOPC^ARt 

Mangiarono i buoi, le pecore, le c^ipre , mangiarono anchvi i ca- 
valli e i gatd, e i Turclii stavano sempre fermi e minacciosi, e 
nessuno ajuto giungeva agH sventurjtij i qiiali non sapcvaho piii 
a qua! santo votarsi. Finalmente la fame cominci6 ad imperver- 
sare, la gente moriva , ma nessuno parlava di arrendersi ; pcrchc 
la rcsa voleva dire schhvitu, fisoco -e strage* II governatore in 
quel frarigentc ordin6 che tutte le donne, le quali avevano b^uibmi 
aiicora lattanti, si raccogliess^ro in su la ^iizm^ e quando furono 
tutte adunate, parl6 e disse : 

— « Care mie, siamo agli estremi, e bisogna rkorrerc a tutii 
gli espedienti. Per oggi i vostri bambini mangeranno solo un 
tantino di pappa , quanto potete averne : ma il vostro latte mi fe 
necessario». Spieg6 il suo disegno, e tutti lo approvarono. Le donhe 
si munsero le poppc e riempirono una buona scodella ; fu chia- 
oiato un pastore, e questi mise il latte nel pawolo e ne tece una 
bella forma di cacio, che fu lanciato con una macchina ppesso la 
tenda del capitano turco. Egli la prese, -e disse nella sua mente: 

— « Se quei briganti hanno ancora tanta provvigione da gettar 
via del cacio cosi fresco e di ottima quality, mi pare inutile stare 
qui a sciupare il tempo ». Fece sonare le trombe c levare il carapo; 
i Turchi se no tornarono alle navi, e Sani'Agata fu salva '. 

Ecconc una friulana, raccolta dall' Ostermann : 

« Cuind che i ScI4z cirivin di ocupd il FriAl , la regine di 
Cividat si ripard la grdte di San Giovanni d'Antro e i sici solddz 
si acamparin ta ville di Biacis. 

« L'erc da tant timp che jerin assedidz , e oramai la regine 
veve finit duch i vivars , per cui var^s dov-ut rind^si per la fin. 
Ce pensdrie ]h in chfe volte ? 

« Vignude su la puarte da grote cu rulriin sach di formint 
che veve, lu butd j6 ai Scldz che erin s6t, disind:— « Tang son i 
graos di formint che us butim, e tang e son i sichs che n6 vin 
anchim6. Stiit pur a assedianus che nd no si rindarin mai par fdnw. 

» V. VisALLi, Le^raeniie ili SanCA^^ata, nclla Riv. delle trad, pop. ital^ an. \, 
fasc. Vn, pp. 49^-95- Rwiii'i, 1 Ciiugno 1894. 



STRATAGEMWI LBGGfeNDARi Dl CITTA A8SBDIATE 1^7 

« Fc^t consei alore i cdpos, dtjciderin di.bandoni 1* imprese, 
pars^ chc il iur <issidi al saris Idt mossc pes lungisn. - •> 
• 'La kggenda e di S. Giovanni d'Antro nel Friuli c ptoseguj 
raccontando che la rcgina, per ringraziare Dio di averia Itbcrau, 
rcgalo alia chicsa di Pomeano alcunc campagne li.dove erano ac- 
campati gli^Slavi cbh 1' obbligb cbc-^i dovessero distribuire alia 
rigilia deU'Epifania a tutte le famigli^ del pacse due'^pani e d-oc 
boccali di vino, cd ogni giomd di S. Marco, a coloro che por- 
tassero la croce nella processione, un uovo, un pane c una tazza 
di vino, due centcsimi a ognuno- '. 

Dopo tjxiesta narrazionc orale , chc ravvicim ii mezzogiorno 
al settcntrione ditilia, giova ricordare una novelLrdellfjo/^^* voi- 
garizzato dal -napoleiano Francesco Del Tuppo (»4]*s) , la ^ak 
10 riassumo con le parole del dott. G. Rua *: « Un giovanc, contro 
la consuetudine della sua citti , non uccidc il vecchio padre ; ma 
lo mantienc nascosto in casa. Dopo qualche tempo la dtti, asse- 
diata da escrcito 'nemico-, dovrebbe arrcnderei per fame; ma il 
vetchid; interrogato dal figlio, consiglia che si gotti ai ncmici del 
pane e del cacio. II die fatto , pcrsunde quelli che la citti 6 an- 
cora ben prowista di vettovaglie, e perci6 Tass^^dio i levato. Da 
quel tempo venne meno nella citti il bapbaro uso d' uccidere i 
vecchi». 

L'opera del favolista napoleuno porta nientemeno la data del 
1483 ^; ma n6 corrono aUre edizioni posteriori. 

Percorrendo le varie rcgioni dell' Italia nel medio cvo c' in- 
contriamo qualche volta in fatri simili, veri o presunti die siano. 
Verso il 1359, essendosi Marco Tarlati signore di Bibbiena rifiu- 
ittto a soscrivere hi pace stipulata a Sarzana tra Milano e la Re- 

' V. OsTERMANN, nelle Fagvu Friultine, an. Ill, n. 12, p. 108. Udioe, 22 
fcbbr. 1 89 1. 

* G. Rua, Di alcwte noveUe iuserite nelP « Esppo •» di hranasco Del Tuppo , 
p. 12, favola XXXT. Torino, Bona, 1889, 

5 Fr*. 'Topw. Partbenopei. etc, in vitam Esopi fabulatoris laepUissimi philo- 
sophiqtte clariisimi tradtictio mnlerno sermote fidelissima etc. Imprcssae Neapoli 
etc. sub anno Domini M.CCCC.LXXXV. Die XIU, mcnsis Febraarii. 



-198 ARCHlVlO PER L£ TKADlZiOKi tOPOLARl 

pubblica d\ Fircnze, i Fiorcntini assedurono Bibbiena : e Marco 
per dimos.trare ai nemici che nan li tetpeva e che avcva abboo- 
danti prwvigiolii, fece g^ttare dalle mura gran copia di grano c 
un grosso \ itello , ordin6 canci e balli , c che si facessc allegrU 
bfuciando uq^. grosso ginepro '. 

Marc' Antonio Gandino nella sua traduzione italboa d^li 
Stralagemmi miliiari di Frontino , ai qu.ili verr6 ad actingere piii 
innansdy tratva da storici autcriori a lui (sec. XVI) tre alcri e- 
sempi> che glova qui far conoscere. 

Giovanni Zunara^ 3. C 185 : 

a Erotico , capita no di Basil io Imperatore , assediato da Bar- 
. dane Sclero in Nicea di Bithinia, per dare ad intendcre a grini- 
ixnciy che era abbondantissimo il grano , fece portare nei granari 
una gran quantita di sabbia, & copersela con frumento; poi mo- 
strando ai prigioni i granari, liberandogli, impose loro che dices* 
sero a Sclero quanto havevano vedutOD. 

. Marcantonio Sabellico, D. I. L. 2. C. 10: 

« Vinitiani assediati da Pipino per ispaventare gl* inimici della 
lunghezza delPassedio, fecero con alcune machine gettare del pane 
oel campo lorow. 

E lo stesso, D. 3, L. 4. C. 169 : 

((Francesco Barbaro, provvcditore a Brescia per Vinitiani in 
un strettissimo & lunghissimo assedio , per dare ad intendere a' 
cittadinj, che qualche volta in quella gran carestia venissero delle 
vettovaglie nella ciit^, faceva empire a' suoi famigliari i sacchidi 
paglia, et dava loro sembianza di frumento » ^. 

Nell'asscdio di Alessandria di Piemonte per opera di Fede- 
rico I (sec. XII) ricomparisce il vecchio. « Alessandria incomin- 

» G. B. Giuliani, Deli^fe del parlar toscano , v. I , p. 255. Firenze, Le 
Monnier, 1884. — Archivw delh trad, pop*, v. XX, p. 1(14. Palermo, 1901. 

2 Siratagimmi militari Ji Sesto Giulio Frontino , tradoUi m Ungua i/tf* 
liana et novamente mandati in luce da Marc'Antonio Gakdiko: con utCagpunU 
delT Stesso, dope Giulio Froutirto, tratta da moderni Historici^ ecc. , lib. Ill , ag« 
giunu al cap. XV , p. \oi retro. In Venetia , appresso Bolognioo Zaltiero. 
M.D.LXXini. 






^tRATA(SBMMl LBGGENDAKi Dl CITtA ASSBDtAtE * 1^9 

tkva a soflrire per mancanza di vivcri/cd era giunta hel propor; 
sito di cercarc una salvezza unicamente ncl proprio valore, E4 
ccco gli Alessandrini si dispongono a una disperata battaglia; quasi 
per divino cenno porgc loro iinprowiso e inesatto soccorso un 
uomo del popolo, vecchio d'annt e di senno, per nome Gagliaudo, 
chc tutta la vita avea consumata nel custodire greggi e fabbrictre 
cacio. Quest! y beu comprendendo che oramai o si doveva seen- 
dere a patti vergognosi , o sottoporsi air ultima rovina , l^conio 
com'era di espedienti, dopo avere pensato in qual modo del^dere 
il nemico e liberarc la patria, infine prcse questa deliberazione : 

« Una»« niattina penem^po si avvio fuori porta Genova verso il. 
campo nemicOy conducendo come a pascold V unica giovcnca ri- 
mastagli, ben riempiuta ni^i giorni innanzi , con quanto frumento 
avea potuto raccogliere dai pubblici e dai privati granai. Gli asse* 
diatiy avidi di prcda, scortolo appcna, lo fecero prigioniero, e ne 
uccisero la giovenca; ma alia vista delle interiora piene di gr^ao, 
meravigliati riferirono la cosa all' imperatore ; il quale volle> coi . 
suoi proprii occbi assicurarsi della strana notizia , e , osservando 
la bestia, con grande stupore ne trasse la conseguenza, che pa1es6 
fortemente , non essere dunque i nemici ormai esausti di viveri, 
se si permettevano il lus&o di pascerc con frumento una vacca? 
Del che Gagliaudo li presente , licto in cuor suo che lo strata- 
gemma avesse il buon csito pensato da lui , lo assicur6 piena- 
meote narrando che la citta era fornita di tante vettovaglie da 
resistere per molti mesi ancora. Federico allora si ritirii lenta- 
mente, lisciandosi la barba rossa in atto pensieroso.... d \ 

Questa leggenda per alcune circostanze che fanno di Gagliaudo 
un vcro patriotta ha un valore speciale; ccco perchi va teinuto 
coQto di "una variante di essa stata raccolta dalla botca del po- 
polo alessandrini. • 

c Mentre i cittadini suvano per arrendersi , si presento ai ' 
Consoli un vaccaro, mezzo sciocco, come dice il suo nome di 



» G. Jachino , i/ libro dJla Croce,pp, 123-124. Alessandria, Jacquc- 
«w»d, 188S. 



lOlO ArChIVIO frisk LE ffcAblZlOKI POPOlAftl 

Gagtiaudo (Gaidud)^ gagliofTo , tencndo per )a corda una grassa 
vacca.,.— <cIo la ho hutrita' a grano, egli disse; se voi permettete 
la las^ier6 atidnre in mezzo ai PataUucch (Tedesehi); VeJrece chc 
essi crederanno aH'abbondanza dclie noscre vectovaglic , e dispe- 
rando di prendcrci per fame abb.mdoneranno Tass^dio » ; Piacque 
ai Consoli il consiglio c fu mandate ad cfFetto. >G;rgliaudo aveva 
calcolato bene. Infatti la notte di quel di, Federico levo tacita- 
m«nte Tassedio. Gagliaudo, che stava in suirintese, chiam6 airarmi 
i cittadini, li condussc contro i uemici. Mencre la bactaglia pen- 
deva ancora incerta, cpniparve agli Alcssandrinl S. Pietro, il quale 
sfoderando- in qneU'occasione Li spada che aveva tagliato Torcvichio 
a Marco , aiut6 gli Italiani a mettere in piena rotta i Tedeschi. 
Gli Alcssandrini riconoscenti al Santo fccero dipingcrc la sua im- 
magine in ui>o stendardo: Tapostolo vi fe rappresentato nelFatteg- 
giamento manesco che il popolo monferrino gli..attribuiscc ;.io 
lorrtaoanza si veggono i nemici fuggenti '. A Gagliaudo nomiu- 
rono fatti minori onori : egli venne proclaniato il s«ilvatore dclla 
cittii^ € gli Alcssandrini, anche oggidi, ripctendo un verso .di un 
lor po^ta del XVIII secolo , dicono : Che i fidi d' Gajaud i>n 
tgimo fienki , i n' tremo (che i figli di Gagliaudo , non tremano, 
rfbn tremano davvero). Una vecchia Cariatid.e raliigurante uauomo 
seduto che porta sul capo una pietra di forma rotonda, specie di 
forma di cacto, si vuole rappresenti il vaccaro che avrebbe sacri- 
ficato la vacca aH'amore della patria '. ' 

Abbiamo per le mani leggcnde popolari, e sarebbc stoltez/..i 
discuterne la veriti storica , o la verisimiglianza che dia loro i 
carafieri della credibility. 

Quesia qui, per altro, t stata messa al crogiuolo della critica 
da' due bravi piemontesi, G. Ferraro e G. Jachino, il quale ultimo 
ne ha fatto argomento d' un* appcndice al suo Libro della Croce. 
Egli stesso ha opportunamente richiamato altri due esempl della 



I a Lo stenJardo non k piii quello del secolo XII ; fu rinnovato , oon so 

quando, c si espoae ogni 4000 alia vista dt:l popolo, i|el giorQo ^i S. Pictia • 

' (J. Ferraro, // mito solare di Giov$ Pistore a Cauossa, p. 6. Ge«9V4 i^h 



STRATAGBMMI LEGGENDARl DI CITTA ASSBDIATE 20t 

medpsiq^ leggeoda: I'uno dello storico Besse, V altro dell' autore 
dclla celebre Cronaca Novariciense: entrambi del medio evo. 

Guglieln^p Besse park « d' una dama carcasspnese, che, get- 
taodo dalle mi^a dell^ sua patria assediat,a un porco ben satollo 
di grapo, itP^uand Carlo M^goo, che credette fosisero egualmente 
ben pa^imi i cittadipiy i quali invece erano ridptti alle ukime 
estremitiy e lev6 subito il campo. II nome di quesu d^lma i co\k 
(in Carcassona) nelle bocche del volgo» '. 

La Cronaca Novariciense racconta che durante V assedio di 
Canossa per opera del re Berengario e del Marchese di Susa Gi- 
brione Afduino^ la povera regina Adelaide, assediata iosieme col 
conte Attone, a ab Arduioo Gabrione consilium quaerit, quomodo 
evadere posser, deficerat ei iam panena et vinum; sed Deus, auxi- 
liator chis, illji dooat amminicuium: Arduiaus namque loquitur ad 
rcgcra^ ut fari perraitteret eum cum Attone , qui anauit petitioni 
eius, et iubec ut loquatur. Adgreditur Arduinus eum, interrogatque: 
Quot modia sunt vobis tritici ? — Respondit : Non sunt nobis 
amplius prater quinque modia sigalae, et tria sextaria tritici. Ad- 
quie^qe, monet, meis consiliis , et accipe aprum , et vescere cum 
tritico , miuesque eum foribus , et ego ilium requiram regi. Ut 
vcro viderity vehementcr obstupesceret, et sic praevalere ppteris. 
Hoc ideo fe^it Arduinus , od id , quia Atto socer erat filii sui. 
Facto videlicet mane suadela fit Arduini. Exit aper a moenibus 
castri, Arduinus ilium occupat; occiditur, et exenterato eo, plenus 
venter inventur tritico. Exercitus videlicet admirans fatetur frustra 
se laborare. Relinquunt obsidionem, Papiam revertuntur ». 

Nelb Pinacpteca Vannucci di Perugia h un a6fi'esco di Bene- 
detto Bonfigliy della metit circa del quattrocento, rappresentante lo 
assedio di quella citti per opera di Totila. Quivi gli assediati, per 
iogannare i nemici rispetto al vero stato , gettano dalle mura un 
toro che hanno a bella posta satollato di grano '. 

* Lettera diMahuI, ntW/fntoIogia di aprile, maggio, giugno 1824, t. XIV, 
p. 113. Fircozc, Tip. Pczzati, MDCCCXXIV. 

' Indicazione del prot. Rodotfo Renier , il quale mi richiama alF opera di 
Gsell-Fells, Mind^haUen, coll. 787-98. 

Arebhio per U tradi^ioni popolari, — Vol. XXII. 26 



202 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOtAHi 

Ho detto che la leggenda alessandrina ha un valore speciaie: 
e vi insisto per due riscontri che trovo ad essa. 

II primo, popolarissimo ai di nostri, corre presso i Reggiani 
a proposito del medesimo Castello di Canossa, trionfo della po- 
testi pontificia Del medio evo, abiuto dalla Contessa Matilde. 

Ecco in che forma veniva testi narrato ad un diligente rac- 
coglitore : 

« Quando il castello era in piedi — t '/ dev^lssar di mondi — 
(c dev'essere molti anni fa) era venuto qui un come , un duca, 
che so io, un Sovrano, che voleva sposare la Contessa, ma ella 
lo rifiuto. Che fa quel potente ? Pone T assedio al Castello , lo 
circonda da tutte le parti, non lascia entrare dentro ni pane, nfe 
vino, e si incaponisce d' avere per fame , per forza, ci6 che non 
aveva ottenuto per amore. Matilde doveva arrendersi, e gia stava 
per farnc le trattative, quando le si preseDt6 un suo vassallo, un 
vaccaro ' , che le diede un consiglio che la salv6. Propose alia 
Contessa di far raccogliere tutto quel po' di grano che ancora 
rimaneva in Castello, di darlo per cibo ad una vacca che avevano 
dentro le mura, poi di lasciarla andare in mezzo ai- nemici. Ucci- 
deranno la vacca , diceva il pastore * , vedranno che fc nutrita a 
grano , ed argomenlando che per forza non ci possono vincere, 
nfe farci arrendere per fame , leveranno V assedio. La Contessa 
ordino che si effettuasse la proposta del pastore : i nemici cre- 
dettero la Rocca approwigionata e levarono Tassedio. 5* Fi vera^ 
la giunta i h, conta acsi (s'fe vero, la gente la contano cosi) ». 

L'altro riscontro non b italiano, nh europeo, ma africano, e 
da riportarsi al sec. XIII. Ecco come El Hodli Sadok raccoutava 
nel 1859 Tassedio di Tlemcen al luogotenente francese Guiter: 

« La ville ^tait rWuite aux derniires extremit^s : la faim ct 
la maladie allaient divorer ce que le fer de I'ennemi n' avait pu 
atteindre. Les chefs et les notables, riunis pour aviser k ce qo'il 



< II vaccaro era on hagai^ un sempliciotto, uno sciocco. 
2 Una variante della tradizione dice che V animale ingrassato a grano fti 
UD majale od un cavallo. 



STRATAGEMMI LEGGENDARl DI CITTA ASSEDIATE 20} 

coQvenait de fnire, en itaieat veous k agiter la question de rendre 
la place. 

« Une vieille femme nomm^e Aicha, qui sans doute 6coutait 
a la porte, fait alors irruption dans le lieu de V assemble , re- 
proche an>^eiiient leur lichet6 aux membres du conseil, et affirme 

— au nom du Prophite , — que , si on retarde la reddition de 
quelques jours, Tennemi livera le carap et regagnera la profondeur 
du desert, d'oi!i il a plu a Dieu de le susciter. 

a Le ton d'inspir^e avec lequel elle prononga sa harangue fit 
impression sur tous, et on consentit h, ce qu'elle demandait. 

« II lui fallait avant tout un veau, disait-elle. Mais un veau 
n'itait pas fticile b. trouver, dans unc ville oil Ton ne vivait plus 
que d'herbes, de vieux cuir, et peut-^tre memc un peu de chair 
humaine. Le veau enfin se rencontra, chez un vieil avare, qui at- 
tend^it sans doute que la famine atteignit ses derniires limites 
pour s'en difaire avec plus d'avantage. 

« Le veau trouv6 , il fallut se procurer du grain pour 1* en- 
graisser , car son maitre lui avait fait faire maigre chair. On y 
r^ussit en ramassant de ci de 14 les grains de bl6, d'orge, etc., 
oubli^s dans des coins du grenier. On en rassembla la valeur 
d'un demi-boisseau qu'on eut soin de mouiller pour en augmenter 
le volume. On pense bien quel rfegal ce fut pour le pauvre veau. 

« Cela fait, la vieille Aicha s' en alia avec V animal vers une 
des poternes de la ville et lui donna la c\h des champs. Le veau, 
allichi par V herbe qui verdoyait au dehors , ne se fit pas prier 
pour sortir. 

a II y avait par Ik quelques soldats en raaraude, de ces fricoteurs 

— comme disent nos troupiers, — qui sont toujours i I'afflfit des 
moyens d' augmenter ^t d' amtliorer V ordinaire. lis firent main 
basse sur le veau, I'emmenirent triomphaiement i leur tente, oi 
ils Tegorgirent, selon le rite consacri, puis T^ventrirent afin de 
le vider. Qu' on juge de leur surprise quand ils trouvirent dans 
Testomac le demi-boisseau de grain que la pauvre b6te n'avait pas 
eu le temps de digirer. 

« Cette aventure courut bient6t le camp et porta jusqu'i Texa- 



204 AtCHlVlO P£t LE TRADIZIONI FOPOLARi 

sp^ration le mteontentenient des soklats d6j4 fort enouyte d'lm si 
long siige. 

a Prenez done par la faoitne des gaillard qui empiflreiK leurs 
veaux avec des demi-boisseaux de bl6 ! s'^criaient les vteux gro- 
gnard de Tarm^ m^rioide; — avec ce systime-li, nous seroos en- 
core ici le jour du jugeraent dernier ». 

« Le sultan dut c^der i la volont^ gia^rale de son armie. 
Deux jours apres, Tennemi avait disparu de devant Tlerec^^, et 
Aicha, port^ en triomphe, go(iUit toutes les douceurs de la po- 
pularity » *. 

La cita2ione c stata un po' lunghetta; ma non inutile. Anche 
disinteressandoci della seconda di queste tre versioni e delle altre 
di Del Tuppo e della Croaaca Novariciense, abbiamo nella prima 
e nella terza tali punti di somiglianza da £irci pensare ad una 
trasmissione di racconto , se nel tema h da ammettere una tra- 
smissione. L' argomento della versione piemontese di Alessandria 
h proprio quello della versione di Tlemcen. Un pbpolano t nel- 
I'una , una popolana nell' altra e persone di vecchia esperiensa e 41 
senso pratico entrambe, le quali riescono per un arguto espedieote 
a salvare il paese ridotto ad estrema disperaziode. La giovenca 
satura di grano di Gagliaudo ha il suo Compagno nel vitello 
della vecchia Alcha. 

Eppure io son persuaso della uniciti di origine dei due rac- 
conti ! 

Fatti come questi hanno dell' attraente per chi studia le tra- 
dizioni dei popoli; ma Tattrattiva i anche maggiore per ohi volga 
I'attenzione alia storia antica e vi trdvi del riscontri dei mede- 
simi fatti. 

Noi non siamo piii al racconto delle nostra vecchiertflie, oon 
alia buona fede dei cronisti delPeii di me£zo» ma alle noiizie tra- 
mandateci nei primi aoni deir^ra volgare da Sesto Giuliano Fron- 
tinOy che fu console e pretore nella secooda meti del pi*i(»o se- 



« Or. Revtu Africaim, ann^ i860, page 312, c U TradtHon,}^/^ llhlV, 
antt^4 pp. 119-iia. P*ri5, Mar9>Aiivit t893. 



^RATAO£MMt LCOGeMDARt Dl ClTtA AS8Cf>IATE ±0$ 

cote. II quale ragionando del come possa avvenlre che le cose 
ch(B dik^iib figuflno siccome abbondanti, nel suo StrategemaHcon 
reca pareccht esetnpi greci e latini che per me sono del veri tipi 
delta leggehda pid sopra ricordata. La loro Importanza h ule che 
vile la pena mssumerli tutti con le parole testuali dt Ffontino: 

« I. Romaoi, cum a Gallis Capitolium obsideretur, in extrema 
iam fame pnncm in hostem jactaverunt: consecutique, ut abundare 
commemibus videretur , obsidionem , donee Gimillus subvcniret, 
toleraverunt. 

« 11. Athenienses , adversus Lacedemonios idem fecisse di- 
cuntur ^. 

Interrompo la citaaione per ricordare che qucsto esempio fu 
anche rilcvato da Valerio Massutio , T(ertim memor, (VII, 4); c 
proseguo : 

« III. Hi qui ab Hannibale Casilini obsidcbantur ad extremam 
famem pervenisse crediti , cum etiam herbas nlimentis eorum 
Hannibal saepe arato loco qui erat inter castra ipsius et moenia, 
praeriperet, semina in praeparatum locum iecerunt: consecuti^ ut 
habere viderentur, quo victum sustentarent usque ad satorum pro- 
vettiuta. 

« IV. Reliqui ex variana clade, cum obsiderentur quia defici 
frumento videbantUr, horrea tota nocte circumduxerunt captivos, 
deinde praecisis mauibus dimiserunt, hi circumsidentibus suis per- 
suaseruntf ne spem maturae expugnationis reponerent in Fame Ro- 
maoorum, quibus alimentorum ingens copia superessent. 

k V. Thraces in arduo monte obsessi, in quern hostibus ac- 
ccssus hon erat/ctotlato viritim exiguo tritico, aut caseo pav'erunt 
pecora, et in hoscium praesidia dimiserunt: quibus. exceptis occi- 
sisque cum frumenti vestigia in visceribus eorum apparuissent, 
optnaXuB hoatis magnam vim tritici superesse eis, qui inde ettam 
pecora pascerent, recessit ab obsidione. 

« VI. ThraisibuluS dux Milesiorum, cum longa obsidione mi- 
lites sui angerentur ab AHatte , qui sperabat eos aJ deditionem 
{ame posse compelli, sub adventum legatorum Aliattis frumentum 
omne in forum compellere iussit, et conviviis sub id tempus in- 



20^ AtCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLAkl 

structis per totam urbem epulas praestitit , atque ita persuasit 
hosti supcresse ipsis capias , quibus diuturnam sustinerent obsi- 
dionem » \ 

Quest' ultimo raoconto proviene da fonte piu antica dello 
Straiegamaticon. II lettore potrd leggerlo uelle storie di Erodoto, 
e nella nota che segue '. 

Tomiamo alia Sicilia, donde siamo partiti, e basta. 
, Un altro esempio anche pi6 antico di qpesti di FroDtioo, 
quale ci vien raccontato da Tucidide. Esso per6 si alloatana dalle 
varie forme fin qui descritte. 

« Avcndo gli Egestani chiamato gli Ateniesi contro i Seli- 
nuntini coUa promessa di mari e monti , e gli Ateniesi volendo 
chiarirsi, se veramente erano in Segesta quelle ricchezze , di che 
i suoi ambasciatori parlarono in Aicne, gli Egestani, quando anda- 
rono ad essi i primi ambasciatori Ateniesi per osservarne le ric- 
chezze, usarono questo inganno. Li condussero ad Erice nel tempio 
di Venerc, e mostrarono loro i voti, le tazze, i vasi, gli incen- 
sieri e gli altri molti arredi che essehdo di argento facevano di 
si iroppo gran mostra , rispetto al poco valore di essi. E ncgli 
inviti ospitali che facevano i particolari a quei delle triremi Ate- 



« SfcXTi I. Frontini, Viri consuJaris StrategemaHcon, she dc soUrtibus ducum 
factis et dictis libri quatuor , caput XV. Parisiis, Apud Sebastianum Cramoisy 
Regis et Reginae Regeatis Architypographura ccc. M.DC.L. 

* EroJoto nel i .• delle sue Storie, ricorda il seguente fatto : « Aliatte, di- 
scendente da Gige, re delia Lidia, era caduto improvvisatnente iofercno perch^, 
nella guerra coi Greci di Milesio, erasi abbruciato il tempio di Minerva Asse- 
scia, e la Dea s'era vendicata. Aliatte alio scopo di riedificare il tempio ince- 
nerito, come gli aveva comaadato Toracolo di Delfo, voleva far pace col .Mi- 
lesii; ma indugiava credendoli stremati dalla fame. Essi erano verattiente in 
grande penuria di grano, ma conoscendo il responso deiroracolo, indussero a- 
stutamet)te alia pace Aliatte in questo modo: comandarono che tutto il grano 
appartenente al pubblico ed ai privjti fosse ammucchiato nel loro, e che inoltre 
ad un cenno dato, sotto gli occhi dell'ambasciatore del Re, si dessero a here 
cd a banchettare allegramente. Ci6 fu disposto coll' intendimeuto che 1* amba- 
sciatore di Aliatte, vedendo tutto quel cumulo di grano, ed i Milesi in gozzo- 
viglie, cosl a lui rapportasse, come avvenne n^ ad altra causa che at suoi rap- 
porti si pu6 riferire la soUecita conclusione delta pace». 



STRATAGEMMl LEGGENDARi DI Cll tA ASSEDIATE 207 

niesi, riunivano tutti i vasi d'oro e d'argento ch'erano in Egesta, 
ed eziandio quelli chiesti alle citti vicine fenicie c greclie^ e li 
prodacevano nei conviti come se appartenessero a ciascuno in 
privato. Cosicchi , usando tutti ordinariamente dei medesimi ; e 
per6 vedendosene niolti da per tutto , indussero grande stupore 
negli Ateniesi andativi sulle triremi , i quali giunti ad Atene di- 
vulgarono aver viste ricchezze inestimabili. In questo modo in- 
gannati costoro e persuasi gli altri del medesimo inganno, allor- 
chh and6 la voce non esservi denari in Egesta , erano vituperati 
grandemente dai soldati » '. 

Ora, se guardiamo attentamenie tutte queste leggende o queste 
varie forme d'una stessa leggenda, noi vi troveremo un solo mo- 
venic : quello di assediati in pericolo di perdersi per fame o per 
istanchezza. In Sicilia si (a getto di caci freschi come indizio 
di esuberanza di latte e quindi come copia di pecore e di ar- 
menti. Questo indizio dice anche qualche cosa di piii , cio6 che 
si hanno pascoli in grandissima abbondanza. La fama di genus a- 
cutum de' Sicilian!, giunta fino a Cicerone, stavolta ha piena con- 
ferma. Nella leggenda classica tramandata da Frontino, i Roman i 
assediati dai Galli in Campidoglio e gli Ateniesi assediati dagli 
Spartani non gettano caci ma pane: lo stratagem ma ha anch'esso 
la sua efficacia, ma i meno ingegnoso del siciliano. Trasibulo, 
duce dei Milesii, non pensa al getto del pane, ma, per maggior 
vantamento di provvigioni, conduce i legati di Aliatte nel Foro, 
ove ha ammassato il grano che ha potuto mettere insieme: ed i 
Romani avanzati alia strage di Varo menano i prigionieri , che 
poi con le mani mozze rimanJano al nemico , attorno a* loro 
granai. Qui non v* e nulla di straordinario ; v' 6 un fatto vorrei 
dire naturale, spontaneo in chiunque si trovi in situazioni simili, 
c che sia o voglia far credere di essere sicuro del fatto suo. Nel 
racconto dei Romani stretti da Annibale in Casilino il partito 



' TuciDiDE, DelJ^ Guerre del Pehpponneso libri VllI , volgari^T^amento del 
Canonico F. P. BoNi, con note critichc ed illustrative di Francesco Preoari, 
vol. II, I. VI, capp. 44-46, pp. 92-94. Torino 1854. 



2o8 A^CHIVIO PER Le TRADIZIONI POP^LAkl 

presQ di se^iifvir grano nel terreno , tra le mura e gli aUoggia- 
menti^ fat^o arare dal cclebre capitano dei Cartagi^esi » ha dello 
a$tuto« Un ultimo espediente i comune al qijedio evo ed alPaaii- 
chi^ e fprsi? sopravvive nella tradizione orale ^ se questi r^idi 
Cicnni avranno la fortuna d*invpglia,re qualchc studjoso a ricercare 
di proppsito la tradizione. Si tratta di d^r a vedere al neaii(;o che la 
citU psteggiata ha ^ito cere:^le da poter larganieote nutrire^ come 
nMtrisce , anitpali d* ogni genere , animali che , saturi c pieoi , si 
* maudAno io m.ezzo agU accarapamenti neraici o si buttano spie- 
tatameDte e sfarzosamente dalle niura. Gli Alessaadrioi spiogono 
verso il campo di Federico Barbarossa una giovenca; il Conte 
Attone c la Regina Adelaide fanoo condurre in qjello di Berea- 
gario un ^inghiale : una dama di Carcassona fa scjraventare su 
qu^lk) di Carlomagno un porco ; ed i Traci spingono dal lore 
monte inaccessibile dejle pecore. I risulcati rispondono al disegno 
degli autori degli stratagemnii: Tassedio i levato. Notisi Tacuiezza 
di chj, consiglia o propone lo stratagcmma, il quale e un veccbio 
sennato e pieno di esperienza nelle versioni di Del Tqppo (forse, 
di Nappli), di Alessandria e della Cronaca Novariciense : c vera- 
mente non i da tutti un trovato di questo genere. 

Tutto sommato, io non saprei affermare la storiella deiven- 
ticinque racconti fin qui messi insieme; pero penso che il fondo 
di essi non puo non avere base in un fatto , come moltc volte 
I'hanno le Icggende storiche , per quanto alterate e sformate tsse 
siapo. Ncir antichiti , poi , che cosa e la storia se non una leg- 
genda, che un uomo di ingegno cbbc la opportuniti ed il felice 
pensiero di raccogliere e di tramandare , o che la modestia delle 
conoscenze storiche o dello spirito personale gli diedcro a credere ? 

I principali motivi del nostro stratagem ma si possono ridurre 
a qpattro; i*" ai caci; 2° al pane; 3° alia visita dei granai; 4** agli 
animali satolli , fatti giungere agli assedianti. V ha eg)i (iul{4 di 
strano o d'impossibile in tutti essi ? E se non v'ha nulla d'impps- 
sibile, il fatto pu6 essersi ripetuto molte volte c con circostanze 
concomitanti simili. 

L'uomo che si trovi in certe condizioni p^rticolari^ opera io 



STKAiACttMAil if£GG£blDARi Dl CUtA ASS£DIAt£ i6§ 

una data maniera e non diversamente. In un romanzo inglese del 
cido brcitone , les vieux dc ^audonin , Baudouin a.-a^siig^: ^^^^ 
uue chdteaii, et riduit in n'avoir plus qu' un jour de vivres , a 
d^hd^ les ennemis ^ lever le siige en (ay^nt largement banc^ueter 
le messager qui venait le somm^r de rendre la, place , et leur a 
ainsi fait croire qu,' il avait des provisions en abondance o '. 

C'6 dcllo spirit© in qucsto, c't della furberia; ma chi non h 
spiritoso c m^ngari furbo in certi monienti nei quali ,se non si 
gioca di espedienti arditi, bizzarri, astuti si va in malora? 

E che cosa fece in un.caso del tuttp simile un gi^erriero ita- 
liano nella meti del see. XIX? 

Mt\ 1S49 qu^ndo Venezia era cinta d' ^ssedjio , avvenne a 
Malghera chqL.un ufficialc austriaco si presei^tasse , parlamentario 
con Tintiniazionc della Vesa. . Trattenuto nella fortezza finclie il 
sue ipessaggio avesse dal governo una risposta , il Comandante 
generale Ulloa gli imbaudi una colazipne di polli arrosto e cham- 
pagne, — tuCovatl disse il parlamentario, vi.trAttate atKora a poUi 
e champagne ? Fuori di qui , in tutto U Veneto , cocre voce chc 
siete ncUa pifi dura penuria)). — aSjgnor capitano , gli risppse il 
Generale, se vi aggradano due dozz^ne di polli e di bottigUe come 
queste, ve le offro con tutto il cuore». _ <. . 
.. II vero era, che il polio imbanditp al parlamentario riassu- 
meva lussuosamente il pranzo c la ccna 4^1 , Generale. Quan^p^alla 
bottiglia era quello.che si dircbbe un tjipnumento-prek^torico te- 
nuto da conto dal Generale. con amorosa cura per la^4;iare;ai pp- 
steri una memoria effettiva deiresistenza, a Malghpra dello cbam- 
pagne nel 1849; anno di grazia e di bomb^rdamenti,^ v. 

.11 Gj^ei;ale quella sera and6 a letto a stomacp yuoto '. 

La t/ovata, come si direbbe , del Gen^^le Ulloa , non i se 
non la espressione , U manifestazio^ie dello spirito umano ,me$$o 
a dure prove da eventi gravis e difficilissimi. Non i guari,; poco 
prima della infelice resa del presidio italiano del forte MakallO in 



' G. Pari^, Histoire UlUraire de li France, t. XXX, p. 112. 
* Fanfulla, an. XX, n 273. Roma, 5-6 ottobre 1889. 

Arcbivio per le Iradixjoni popolari. — Vol. XXII. 27 



Africa alfe soidritesche di ras Mlrconneri, l^croico coIonneBo fial- 
l\dn6 fA<evfl spargere la voce che col mezzo ili |>oz^ c di pj:npe 
sVra potuto fori^re H deposito , c lasciava veJ^rc -suglt spjlri Ic 
d6rmt fccami otri di peHe, come si venissero dair«tingere ac^ur, 
e la voce 3C^tii6t6 tate credtto he! campo scioano die totti '«* e- 
rano convintS. I nostri inform3(tori la rfee'rinero come vera e piii 
vohe la telegrafarono in ItaHa '. 

Evocando H primo degH stnitageMinri di tronrino sopf a rife- 
riti, e ricWamando le circostanre con le qiuli csso venne ccle- 
brato da Ovidio nei sitofi Fasti , cic>4 che i GaHi , prcsa Ronu, 
assediavano il Canipidoglio e quauJo stavano per pi*endeflo per 
feme, GiOvc awerri gli assediatl di cdn\'ertife in pane tutto il 
grano che loro rimaneva, e di talc^^rrarc quel parte nel campo ne- 
mico, per far cipire ai GalK che I Roirtani non s'arrendevanjper 
fame; di die i ncmicl levaron Tassedio; il prof. Ferraro vuol ve- 
nire a quatdie conckasione per ispicgare it tema del racconto. 

£gK vede in esso non un espediente suggerito dalla CO0- 
dir/ione trisrissinia del momento ^ ma un « mito solare aiHichis- 
simo», H cui aProteo mukiformjw i neH'India, donde partendo 
« si maniieatn sotto diversi aspecfi ne4le cradizioni dei vari popoli, 
le quali tunc si rannoJano al mito vedico del sole 41 (p. j). II 
processo col quale rl Ferraro viene a ravvicinare Ic circostanze 
del racconto atle vicende del glorno e della notte, del sole e dclle 
tencKre, sarebbe Ingegnoso se non ritraesse da teorle un po* fan- 
tastiche , le quali motto debdmeote resistono oramai 0*1 soffio di 
aitre , pi6 pratichc e piii ftlcure. II dotto Ferraro si lascia sog- 
giogare dal miraggio di quella scuola di fenomeni meteofo4ogici» 
che fece troppo gfirare 11 capo ai seguaci del sommo Maestro di 
Oxford; e 4ibn considera che altra scuola possa dargli le ragioni 
miturali e storiche dt*ir aneddoto di Gagliaudo, d'Hla CoflCessa di 
Canossi ecc. , met^ente capo nlV assedio del Canipidoglio : vo' 
dire della scuola antropologica, la quale nel caso in fonte si prc- 
sterebbe alia spicgazionc deiraneddoto mejesimo. II fatto pu6 es- 



« L\^mico del popolo, a. XXX VU, 0. 36. Palermo, 12 F^bbraio 1896, 



STRATAGEMMl L£GGEN0AR1 Dl CITTA ASSED1AT£ 21 1 

sere awcmito kinle volte quan(e U gravtU dfl ntoiMnt^ pu6 a- 
vere acuito Trnge^ino di qualcutto degU assedlati; ma nan i (ftichc 
improbabik che tl (atta Cramandato dal mXihi ferine ficccmto si sia 
riperuto per imhaziQtie e tfamaddalo Iegg€rtdafidmenk\ 

La leggettda $h:ifiana , ad crgni modcr , rcstercbbe come una 
graziosa narrazione> pur non potendo aver diritto al valore di do- 
cumcnto storico. 

G. Pitiii- 



THrV-' 



COLA PESCE IN GRECIA 




A prima forma della favola popolare cbe tanto artisti- 
camente accomod6 lo Schiller nella sua ballata Der 
Taucher si pu6 ritrovare nella mitologia greca. In una 
favola attica, nella quale si tratca di una prova imposta a Teseo 
da Minos, si pu6 incontrare la maggior parte degli elementi di 
cui si compone la tradizione popolare. II re di Creta Minos irri- 
tato contro Teseo perchi qucsti si opponeva al suo amore verso 
Peribea , scaglio contro lui molte ingiurie , e tra le aitre questa: 
che egli non h figlio di Nelluno , poichi non potrebbe riportarc 
dal fondo del mare I'anello che portava; e ci6 detto gett6 ranello 
nell'acqua. Teseo per6 gettandosi egli pure nell'acqua, riporto non 
solo r aneljo , mi anche una corona d' oro , dono d' Anfitrite *. 



> Molti anni fa chiesi all* amicizia sapiente del prof. Politis delta R. Uni- 
versili di Atenc notizic di leggende e canli popolari neo-greci relativi al ciclo 
della leggenda di Cola Pesce. II Prof. Politis mi fii cortese di queste, delle quali, 
per la loro importanza, non voglio privare gli studiosi, mentre ne ringrazio l*e- 
rudito Autorc. (G. Pitrfc). 

* Pausan., I, 17, 3.— Hygin., ^stron.y 5: « itaque cum jam non dc puella 
seJ de generi Thcsei contro versia facta esset utrum is Neptuni Alius esset nccne, 
Minos aureum anulum de digito, sibi detraxisset et in mare projecisse, quera 
rcferfC jubct Theseum, si vellet se credi Neptuoi filium esse,... Theseus sine ulla 



COLA P£SCE IN GRECiA « - "213 

Notasi cho questa corona d oro, che fu, seconJo un'iiltra favola, 
messa da Giove tra le coscellazioni , i il dou nuzi^c dato Mi 
figlia di Minos, Arianna , chc spos6 Teseo contro 1a volon^a-di 
suo padre, e die questa particolariti ci avvicina piu alia favola an* 
tica che alia tradizionc moderna. 

Abbiamo pure un'akra forma della favola , quella delP orm&s 
(=collaDa raonile pur<:herriom)^ di Armenia: vQiiodin fontem 
projectum hodie cerni dicitur. Quod si quis attrectaverit , dicunt, 
solcm offendi et tempestatem oriri » '. Questa forma si trova al- 
quanto nnitata in Partcnio *, il quale riferisoe come sue fonti lo 
Aristotye ^ gli scrittori delle noveiie Milesie e il poera Ales- 
sandro d'^Etolia. Secoiido questa narrazione ,• in Alicarnasso , la 
moglie di> Fbbio, che discendeva dalla stirpe'reale del Neletdi, si 
innaraor6 del giovine Anteo, che era pure di stirpe reale, e sic- 
come questi non voleva corrispondere a) suo amore , finse che 
eras! guarita dalla sua passione, ma per6 meditava di sterminarc 
il giovanetto. Oode dopo alcun tempo, avcndo gettato dentro un 
pozzo profondo una pernice amniaestrata, preg6 Anteo di scendere 
e riportargliela. II giovane ubbiJi sollecito e sccsq , mi questa 
femmina raalvagia gli getto sopra una pietra enorme e lo schiac- 
ci6; ppi si appicc6. Secondo un*altra variante, che i certamente pifi 
antica, quella femmina gett6 nel, pozzo non una pernice, ma benst 
una brocca d'oro. • 

Nessuna tradizione della prima forma , almeno in quanto a 
noi i noto, esiste presso aH'odierno popolo greco. Una sola tradi- 
zione che avvicina piii a quella accomodata da Schiller nel Pa- 
lombarOy si trova in una canzone popolare di Parga. 11 re dichiara 
che dara la sua sorella maggiore, o la minore, o sua figlia a nata 



precatione aut religionc parentis, in marc se projccU: qucm confestim delphinum 
magna muUitudo mari produta Icnissimis fluctibus ad Ncrelda perduxit: a quibus 
anulum Minois et a Tlietide coronam, quam nuptiis a Venerc numeri acceperat 
retullit.... Allti autem a Neptuni uxorc accepisse dicunt. Coronam Arladtiae 
Theseus done dicitur dedisse ». 

» MythogrdphuSy II, apud Westermann 78. 

» Parthun, Narrat. amat., XIV e Westermann, pp. 16668, 



^14 ARCHfViO rBII L£ tKAfiffitOJft POPOLA^ 

nel giorno di Pasqu-i » a chiunquc potesse passire pel marc. SjIo 
un bel giovanc, Armeno, si present^ alia lotta e si gett6 ncl uurc, 
ma non poti arrivare alia fine, pjrcht: quamlo giunse alia 4istanza 
di dodicl migib span '. 

In un*altra tradizione che somiglia a <^^il, il ludgo del dtco 
fti 9ttpp0de neirisoloeto c Afeiiadc prcsso C^rasonta n<l M^f Nera *. 
In es^ putt si fa centio « del figlto dt Armeoo w e delU figlli 
del re» ma per6 cotesca tt'adii&iooc si avvicioa piii 4 qiieUa di Ero 
e Leaodro. 

Al comrario DutuerckMstimi sono i cami pofic^ri cbe si rifv- 
riscoQO alb second;! fdtdiay cto^ alia itioitc dell'erde clie perish 
in fbodo di uo pozzo, ove (^ pregato di sceoikre iU OB^ femmioa 
ingMnairice per ritrovare il suo aoello che diceva di esserle ca- 
duto dentro. 



* Per ordinc del inlperatore, per ordhit: del re, 

•Uni banditore grid6 a totto V uofverso : 

oc — Chi h ouotatore Qos\ bravo da poler passare il marc ? 

Colui cl^e potr^ passare il mare io lo fard mio geaero 

E gli dar6 a volont^ o la mia sorella maggiore o la mia^rctla tninorc 

O la mia tigtia che ^ nata il giorno di Pasqrta 

Che ^ data il giorno di Pasqua c splendette tuifo il mfondo. - 
Ud Bgfio dt Armeno si pfe»ef>t6 bdlo e valoroso: 

a — Io son bravo nuotatore e posso andar lontano 

Per acquistare come mia compagna coiei che 6 nata il gioroo di Pasqua ^. 

II primo giovane si getta nel mare, salta sopra alle onde 

Giunse fino a dodici miglia, ma piii non riapparve. 
(Raccolia di Cand popoJaft di £ph'o di ARAVANf)iN6, Atctoe i88o, i*. 47^, 
pp. zS^*290). 

Ecca iMa variattte ioedka di qaesto canto, provenieme da Agrafa di Tes* 
saglia c comunicatami dal sig. professore N. Vracn6: 

« Ua figlio di Armeno si vant6 innanzi a un gran signorc : 

« — Mio signore, questo marc io lo posso passare a piedi ». 

« — Se tu lo passerai, figlio di Armeno, io ti farb genero con la mia cu- 
gina, genero colla mia sorella, che i: nata il mattino dirimpetto al Sole ». 

Egli fecc il segno della croce, e entra nel mare: 

« Molte volte ti ho passato in piedi e a cavallo, c mare, o mare amaro, 
colic onde amare, tutti li chiamano mare, c io ti chiamo madre »». 

2 Comunicatami dal sig. Valavani da CerasonU. 



In un canto messenio pubblioKo da me nelia mia Miiohgia 
NeoeUiaica (t. I, p. 133) agii!i ai pozzi di vetro una belva si tra- 
sfigur6 in una hella giovanc die stava vicino a un pazzo e pian- 
geva perchi le era caduco dentro Tanello suo nuziale; un figlio di 
vedova , legato con una catena scese deniro al fK>zzo e c.il6 gifi 
imo a 40 miglia; n^ quando giunse alle 44 roiglia ebbe sospecto 
deir inganno e grid6 alia giovane di tirare su la catena y ma ia 
beiva risponde : 

Motel altri ho ingannato e tflgannai aoche te. 
In una variante di Egina si trasiigura in donna: 
Uaa belva da Morea « dalla contrada bntana; 
e inganna il 6glio del Duca. Ak\h fine si scopre cbe ^ la belva, 
cbe vuol m^D^iarlo '. 

In un canto cretese, una belva si trasfigura e ir nel villaggio 
4^1 Praj^o y nel pozzo del Drago » iugaona il Bel Giovanc » cbe 
sceso in foodo a un pozzo trov6 « teste di uomini e trecce di 
capelli di donnei> ^ 

lo UD ahro canto (probabilm;;nte corcirese) si rafligura «la 
Mva del lago d che conduce il figlio della vedova nel sito 
ovc ^bita^ dietro alia montug^a vicino a un bcl prato, ove h un 
lago ; Hi dentro e caJuto V anello di diamante , e prooiette di 
^osare chiunque glielo ^iporteri. 11 gioyane scende la prima 
volia c riporta una mano d' uomo , scende una seconda volt4 e 
ripona una testa d'uomo, ma alia terza voltu non riapparve piu ^ 
II) un altro canto della provincia di Lepaoto il genio del lago 
Oaujo si trasfigura in una bella giovane e disceude per trovare i.i 
suo aaello quziale. cell figlio della vedova, dopo ^he si ciuse di 
una catena che misurava 40 giri di lunghezza si h calato gi^ can- 
tando» ma dopo i 40 giri piangendo. Prega allora la giovane di 
tirare la catena perclii lo mangiano i serpi; essa per6 gli risponde 
che a bella posta per farlo mangiare i serpi lo ha messo laggiCj » ^. 



' Rivista OrienlaU (AnatoKkc EpithoorisI*) d! Scnirae, v. I, p. 406. 
* Jeannaraki, Kreta's Velhslieder^ n. 71, p. 94. 

3 A. Manusso, CatiU miionali, t. H, pp. 114-115. Corfb, 1R50. 

4 A. Jatuides, Raccolta di Canti popoJari, Atene 1859. 



ii6i ARCHIVIO ,l^£R L£ f RADlziONi: t'dPoLARI 

Un' altro genio, ma non per6 in luogo determinato , in una 
canzone epirota , dopo a\er mangiato tutti i valorosi, rtesce ad 
ingannare il pi6 valoroso di tutti, il figlio delia vedova. Gli dice 
che il suo ancilo nuziale e caduto dentro a un pozzo vicino a un 
fico e cite ella sposcri colui die lo avri ritrovato \ 

. In un altro canto <i'ig^^ta provincia groca, il figlio della ve-. 
dova incontra presso alia spiaggia del marc una bionda giovane 
che piange, perchfe ha perduto il suo anello nuziale, che Veh ca-. 
duto nell'acqua di una fontana che scorre dalla radice di un salice 
arsa dalla folgore , di cui V acqua porta' V oblio. L* eroc discendc 
gill e trova serpi incrociati e vipere intrecciate , e nella testa di 
una vipera vede T anello che cerca. Grida allora alia giovanc di 
tirare su la catena; ma il canto nuiraltro aggiunge *. 

Somiglia a questo canto un altro peloponnesiaco, in cui la fon 
tana scorre dalla radice di un altro arboscello. II figlio della vedova 
sccnde giii fino a quaranta braccia' di fondo e sessantadue di largo K 

In un altro canto , pure peloponncsiaco , la rosea o bionda 
giovane i la nera Lamia del mare che mangia i valorosi. L'acqua 
di Lete scorre da un salice arso dalla folgore. II figlio della vedova 
annunzia che ha trovato V anello alia testa di una vipera, ma la 
giovane gli grida che essa 6 la Lamia del mare. Parimenti in un 
altro canto cpirota, il pozzo dentro il quale i caduto I* anello, si 
trova presso a un salice. II giovane trova T anello nella testa di 
una vipera e chianfa la giovane tirarlo su. Essa gli risponde 
che non uscira pii di li, perchi ella i la Lamia del marc che 
maiTgia i valorosi. II giovane per6 le dice che egli i il figlio della 
folgore e che fari lampcggiare c ardcrla. Allora la Lamia impau- 
rita lo tira su ^. 

Questi sono i canti popblari greci noti a noi, che si allonta- 
rtano alquanto dalla tradizione del Tancber dello Schiller, ma per6 



» Aravandin6, op. cit., n. 431, pp. 271-72. 
i • Legrakd, Recueil des chansons gricquts^ p. 316. Paris 1879. 

3 Lellco, Antologia popolare^ pp. 77-78. Atcnc 1868. 

4 Cbassioti, RaccoUa di Canti popolari d^Epiro, pp. i;7-j8. Atene 1866. 



tOLA PESCfe IN GRECIA 2lj 

avvicinai)o alia fonte gfeca. L^ancllo nuziale del genio o (}^I}a Lamia 
sostituisce il monile deirArmonia e il vaso d'oro della moglie di 
Fobio. 

Alle descrizioni dell^ fondamenta di Misssina che troviamo 
nelle tradizioni del Cola Pesce, sono analoghe le favole che narra 
il popolo greco a proposito dei legami del mare. Secondo quesie 
favole, Iddio ha legato il mare con tre tappeti. Sin ora sono lo- 
gorati due dei tre: quando si taglieri anche il terzo, allora la terra 
sari sommersa nelle acque. Simili §ono le favole sugli sostegni 
della Terra: pare che questa sia sostenuta da quattro colonne che 
i Callicanzari cercano di scrpllare Javorando a questo scopo per 
tutio I'anno. Sino alia vigilia del Natale sono gii scrollate le tre 
delie quattro colonne e dalla quarta non rimane che una parte 
sottilissima: allora i Callicanzari gridano : « Fuggiamo , per non 
rimanere schiacciati ! » e salgono sulla Terra per lordare tutte le 
cose, ma non rimangono che sino al giorno di Epifania, quando 
ritornano trovano le colonne ristabilite e i Callicanzari sono ob- 
bligati di cominciare di naovo la loro opera di distruzione. 
Jtene, 189) K 

N. G. POLITIS. 



* Questa data rivela scnz*altro che le notizie favoritemi dalFillustre mito- 
grafo ateniese sono anterion alia scoverta delle Odi di Bacchilide ed alia pub- 
blicazione dell' importante articolo del compianto Gustav Meyer sul grave ar- 
gomento. 

£ a desiderare che dopo quella scoverta il prof. Politis torn! su di esse, 
mcttcado cosl i lettori dell' Archivio a parte delle sue ingegnose ed acute os- 
servazioni. (G. Pitrfe). 



•H» 



Archivio per le tradiiioni popolari, — Vol. XXII. 28 



LEGGENDE BIBLKHE E RELIGIOSE 
Dl SICILIA. 



I. — Lu primu piccatu. 




J u Signuri ci dissi ad Adamu: — « Mancia tutti li frutti 
chi voi di lu Paraddisu; ma chisti nun Tha' tuccari ». 
Lu sirpenti tintau ad nva, e ci dissi : — « Oh chi bellu 
pumul Eva, pirchi nun ti lu manci?» — «No, rispusi Eva;non 
voli lu Padri Maistru ». — a E sj* pirchi nun voli ? » dissi lu 
sirpenti. a Pirchi poi aviii a divintari Diu com' iddru ». Eva ci 
dissi ad Adamu: — « Manciammunni lu pumu ». — «No^ rispusi 
Adamu; non voli lu Patri Maistru ». — « E sa', ci dissi Eva, pirchi 
non voli? Pirchi poi addiviniamu Diu com' iddru ». Cugghieru 
lu pumu e si lu manciaru; ma lu pumu ci ristau 'mpintu *nta lu 
cannarozzu. Adamu fici tanti figghi, e lu Signuri lu chiamau: — 
« Adamu ! Adamu ! » Adamu si vriugnava ch' avia tanti figghi, 
e una pocu Tammucciau. Lu Signuri binidissi chiddri chi vitti, e 
r autri addivintaru serpi , schirpiuna ' , ciiramuci * ed iutri ar- 
malazzi. 



> Scrippinno, tarantole. — • Lucertolc. 



Leggende bibliche e religiose 2C9 

II. — G. Cristu. 

QuanDu la Madonna avia a parturiri, trasiu 'nca un funnacu, 
e ci dissi a la funnacara: — « Pi cariti, datimi un cantuzzu ». — 
« E chi V* h£ dari ? ci dissi la funnacara : nun lu viditi chi lu 
funnacu ^ chinu ! Ddri ci su' jumenti, ddri ci su' muU e cavaddri, 
ddra ci su' omini: dunni v' hfi mettiri?» — «Un cantuzzu sulu », 
ci disii la Madonna. — « Va beni, mittitivi ddrocu)>. Ma vidennu 
poi chi lu funnacu era chinu, la ribnttau e ci dissi: — (tlitivinni, 
'un haju chi vi fari». La Madonna si nni jiu , e circannu cu S. 
Giuseppi , truvau finarraenti la gruita di Betlemmi. S. Giuseppi 
la scupnu beddra pulita; la Madonna parcuriu, e Gesa Cristu na* 
sciu 'nta lu friddu e 'nta la nivi. Quannu nasciu lu Bamminu, 
cumpariu la stiddra ; e li tri Re, chi circavanu a Gcsu Cristu, 
jeru appressu la stiddra, e si finnaru dunni si firmau la stiddra. 
Traseru 'nta la 'rutta, e unu ci purtau 'n cumprimentu 'ncensu, 
nautru 'na picuricchia , e nautru argentu , e lu bamminu ci fici 
lu miraculu / chi ad unu lu (ici addivintari giuvini , a nautru di 
nivuru lu fici addivintari biancu '. Ora Eroi (frodi) sappi ch*era 
natu lu Bamminu, lu Re di lu munnu, e nun sapennu dunn' era, 
urdinau chi fussi tagghiata la testa a tutti li picciriddri. Li pig- 
ghiavanu p' un pedi ^, e ci tagghiavanu la testa. La Madonna si 
pigghiau lu Bamminu e si lu misi 'nta lu falari, e si nni jiu cu 
S. Giuseppi. La scuntraru e ci dumannaru: — a Chi purtati, bona 
donna ? s> — «c Rosi e ciuri » , ci rispusi la Madonna , e ci fici a 
vidiri lu falari, e si nni jiu cu S. Giuseppi 'n Egittu. 

La duminica di li parmi a G. Cristu lu purtaru di cck e di 
ddr^ cu li parmi, e lu 'nnumani: — <x Crucifigiu ! Crucifigiu I » e 
lutti gridavanu: — « A morti lu vulemu, a morti lu vulemu! » — 

I D'JL questo luogo si vede cbe nel popolo i tre Re Magi erano Turchi , e 
perci6 neri di aspetto. 

* La narratrice prese questa circostanza da un quadro che trovasi neila 
chiesa di S. Michele in Masarce, in cui t dipinta la strage de^rinnocenti^ 9 \ 
bnc\u\{\ son presi pei pied I . 



^20 ARCHIVIO PER L£ TRADiZiONI POPOLARt 

« Vuliti chi mori Barabba ? » — « No, Barabba sia sarvu, e Gesii 
Cristu sia ammazzatu ! » 

QuaDou pigghiaru a G. Cristu , S. Petru si nni jiu a scafa- 
risi uDDi Sasanna , e stava cotu cotu, pirchi si scantava chi pig- 
ghiavanu ad iddru puru. Sasanna ci dissi: — ccTu non si' iu sociu 
di lu Patri Maistru ?. »— «No, ci rispusi S. Pctru^ nun lu canu- 
scu». — «Si, tu si' lu sociu di lu Patri Maistru ». — « No, nun 
lu canuscu x> , reprlcau S. Petru. Allura lu gaddu cantau , e S. 
Petru dissi: — « Ah ! chi fici ! » Pigghiau 'na petra, ^ si stunnau 
lu pettu; ma G. Cristu ci dissi : — « Basta, Petru », e lu pirdunau. 

Lu pigghiaru a G. Cristu e I'attaccarti a la culonna; ci rai- 
siru lu mantellu ru^su e la fascia russa. Ci misiru la curuna di 
spini 'n testa , e ci la chiantaru cu li mazzi , e una ci spuntau 
d' un ocChiu , e nautra ci spuntau di 1' atru occbiu ; e naucra 
d' un' oricchia, e nautra di V atra oricchia. La Madonna ci dissi: 
— c( E chi vi fici mi figghiu ? » E pi parlari dra matri mischina 
appi 300 e 1000 mufuluna ^ E G. Cristu muriu, quannu ci dettiru 
a biviri cu la sponsa sali cu Tacitu: tannu abbannunau e muriu. 
La Madonna la purtaru 'n casa di S. Giuvanni, e nun vosi tastari 
nenti; tastau sulu un filii di tiipiteddra, ch'era amarissimu. 

III. — Lu vastuni di S. .GiuseppL 

Un jornu si jittdu un banniu: chiddru a cu' ci ciuria lu va 
stuni, avia ad essiri lu patri di lu Signuri. Allura curreru tutti, 
viddrani e cavaleri, chiddru cu 'n bastuni , e chiddru cu nautru. 
Tra I'autri curriu S. Giuseppi cu un ramu di niennula. Quannu 
vittiru stu vicchiareddru scarsuliddru cu 'n truncuni di mennula, 
si misiru a ridiri. — « Ta ! ta I ch' avi a ciuriri ddru pezzu d'ar- 
vulu ! )> dissiru tutti. Quannu fu ura, aisaru tutti li vastuna^ e S. 
Giuseppi aisau lu s6 , comu 1' autri. Ma lu pezzu d' arvulu di S. 
Giuseppi ciuriu, e chiddru di I'autri no, e S. Giuseppi fu lu patri 
di lu Signuri. 

■ Quest! due versi senza dubbto facevano parte d* una lunf^a poesia della 
passione di G. Cristo, di cui la narratrice ricordava t due soli versi di sopra 
riportati. 



UGGENDfi BIBLICHE B RHLi010S£ 221 

IV. — Lu Bammiiiu. 

La Madonna era scarsuliddra, e filava pi manciari, e S. Gtu* 
seppi facia lu mastru d'ascia. Uq jornu la Madonna mannau lu 
sirvizzu cu lu Bammiou a una furnara, e la furnara ci dissi:-- 
t Turiddril , ti vogghia fari un cucciddrateddru , e ti lu vogghiu 
dari ^. Quabnu lu cucciddrateddru lu misi 'nta lu furnu , addi- 
vintau grossu grossu. Lu Bamminu poi ci jiu e la furnara ci detti 
ddru gran cucciddratu. Quannu lu Bamminu lu purcau a la casa^ 
la Madonna ci dissi: — « Ah ! chi beddru cucciddratu! Turiddru! 
Cu* ti lu detti ?» — «La furnara », ci rispusi lu Bamminu »; — 
« E tu chi cumprimeritu ci fai ? o — a Ci fazzu lu cumprimentu^ 
ch' avi a stari sett' anni 'nta lu lettu sempri supra url latu , cu 
dulura ». — « Stu cumprimentu ci fai? » — « Chistu ci attocca». 
— « E jeu ci dugnu V assistenza » , dissi S. Giuseppi. ^— «E jeu 
c4 dugnu la pacenza, dissi la Madonna, pi jirisinni 'n Paraddisu». 

Nautra vota la Madonna mannau cu lu bamminu lu sir- 
vizzu a nautra, e chista ci dissi : — « Turiddru, nun n' hdju nenti 
chi ti dari; nun aju nenti chi ti daris>. Comu turnau a la casa, 
la Madonna ci dissi: — « Turiddru, nenti ti detti ?» — « Nenti », 
rispusi lu Bamminu, — «E tu chi cumprimentu ci lai?)) — a Ci 
fazzu lu cumprimentu, chi chissa simina furmentu, e n' havi a fari 
tantu, ch' avi a jinchiri li macaseni , e nun avennulu chiii dtinni 
mcttiri, Thavi a mettiri 'nta lu curtigghiu. Poi havi a veniri una 
aquaria veru forti, iddra pi arriparari lu frumentu si ci havi ^ 
jituri di supra, ci havi a scattari lu feli, e si nn' havi a jiri a lu 
'nferna ». 

V. — La Madonila. 

Un jornu di Vinniri la Madonna circ;lva lu Bamminu. Vitti 
UDa fimmina chi si pittinava, c ci dumannau s'aivia vistu pa^sari 
a so figghiu. CHiddra ci rispusi : — « Nun haju vistu passari a 
nuddru ». E la Madonna ci dissi : — aTinta ddra trizza, chi di 
Veuniri si 'ntrizza ». Chiii p' a jiri ddrit vitti natra fimmina chi 
'mpasuva la farina pi fari lu pani^ e hi Madonna ci fici la stissa 



222 ARCHIVIO P£R LH TRADIZIONI K)POLARl 

dumanna. La fimtnina ci rispusi : — « Ora or^ lu vitti passari , e 
piggbiari pi ddra strata)). La Madonna allura c) dissi : — aBini- 
ditta ddra pasta, chi di Venniri si 'mpasta» '. 

VL — La gula di S. Petru. 

Un jornu G. Cristu e V apostuli eranu dijuna , e )^ Signuri 
dissi a S. Petru di acchianari supra una muntagna vicioA, dunni 
c'era un picuraru, e di farisi dari di manciari pi caritiL Si^ Petru 
ci jiu, e quannu lu picuraru 'ntisi chi lu Signuri vulia manciari, 
pigghtau la pecura chii!i grassa e megghiu ch'avia e ci la detti. 
S. Petru chi nun la sapia scurciari, si la fici scurciari di lu stUsu 
picuraru, e quannu vitti lu ficatu, ci vinni la gula, si lu fici arru- 
stiri, e si lu manciau 'nta quattru botti, doppu si misi la picurt 
supra li spaddi , scinniu di la muntagna , e jiu unni G. Cristu e 
Tapostuli Taspittavanu. Ma G. Cristu, quannu vitti la pecura seoza 
ficatu, ci dissi a S. Petru: — a Petru, e lu ficatu?» — « Chi S3C- 
ciu ? » rispusi S. Petru : sta pecura appi a nisciri seoza ficatu ». 
Ma lu Signuri chi sapia tutti cosi, si misi a ridiri. 

VII. — La soru di S. Petru. 

Quannu <j. Cristu e S. Petru viaggiavanu 'nsemmula, la soru 
di S. Petru ci dissi a s6 frati cbi si vulia maritari.— «Si, ci ri- 
spusi S. Petru; quantu ni parlu prima cu lu Maistru »• Lu dissi a 
G. Cristu, e G. Cristu ci rispuisi: — <c Si , Petru , maritamula » . 
Ma lu maritu ci muriu; e la soru di S. Petru, doppu *na pocu di 
tempu ci dissi a s6 frati chi si vuha maritari arreri. S. Petru ni 
parlau cu lu Signuri, e lu Signuri ci dissi: — «c Maritgla». Morsi 
lu secunnu maritu, e la soru di S. Petru si vulia mariuri la terza 
vota. Ma quannu S. Petru ni parlau cu G. Cristu , G. Cristu ci 
dissi: — « Cbi si maritassi» '. 

(Continua) R. Castelli. 

« Cfr. PiTR^ Fiabe e Leggende pop, sic., n. XXXVII. Palermo, 1888.— Lo 
stcsso, Usi e Costumi, v. IV, p. 259. Pal. 1889. 
* Cfr. VwKt,, Fidbp e Leggende, 0. XtVI. 



LEGGENDE PLUTONICHE. 



L La leggenda del tesoro di Monte Oes 

(Torralba-Logudoro in Sardegnd) 




EGLi antichi tempi a un padre di famiglia di Torralba 
coroparve in sogno una donna, la quale; gli disse: Re- 
cati a Monte Oes e da una roccia, chc ivi troverai, leva ' 
quella cassa piena di monete , che i nascosta , ma bada di fame 
parte af tutti quei che ti passeran vicino. La mattina, appena sve- 
gliatosi, il poveromo balz6 dal letto, si rec6 al sito indicatogli e 
C(>minci6 con gran lena a scavare. 

Mentr'egli era intento a picchiar suUa roccia, passaron di lb. 
molte persone, ma non ne invit6 alcuna a fermarsi, e a quei die 
gli chiedean che facesse, rispondea secco secco: Sto a cavar delle 
pietre. Dopo molto lavoro, riusci finalmeiAe ad afferrar la cassa, 
ma mentre credea d'averla gii in suo potere, udi di un tratto un 
gran tonfo. Era la cassa che si era di nuovo sprofondata nella 
roccia e s' era portato appresso un braccio del povero cercatore 
di tesori ! Contemporaneamente una gran voce usci di sotterra e 
dicea: T' ho fatto questo perchi non hai voluto , seco'ndo i miei 
ordini, far parte del tesoro ai passanti, e solo li hai lasciati passare 
diritti per la loro strada. Egli spaventato cadde per terra e fu tra- 



i24 AftCHlVlb PkR Lfe TRAftlZIOMi ^Oi>6LAftl 

spprutQ me;s^ QMIQ 9!!*! $M^ ^^> <r ^^PQ p.ocIn giorni moris- 
sene. II br^c^ip nmqsc aftaccatp alia ca^sa. 

4nc))e ^1 presente si psserya in Monk Qe^ la buca scuvatavi 
dal padrp di famiglia torralbesc. 

II. La leggenda del Tesoro di Bisarcio ' 

(Oiieri Sardegtia). 

Un giorno un pastorello stavasene a guardia del gregge, che 
pascolava nei pressi della chiesa di Sant'Antioco di Bisarcio, quando 
vide comparirsi dinanzi un prete, che gli disse:--« Vieoi dentro e 
mi servjrai la niessa ». — «Non lo posso , rispose il giovinetto, 
e prima di tutto perch^ temo che il gregge si sbandi e poi non 
saprei, ignoFaote come sono, aiuiarvi iq al^uq i^o^o » . — « Non 
importa , fece il prete, vieni e t' insegnero ip il da fare ». Fi- 
nalmente a tanti prieghi il giovine si decise , ed entrarono en- 
trarabi nella chiesa. II prete indoss6 i sacri paramenti e celebr6 
i^ messa e poi, alloncaaaudosi , disi;i al pascorcllo ; -?- « Tienimi. 
dietro ». Il povero giovine non senza timore il segui escesecon 
lui nei sotterranei delta chiesa. Ma qu:il non fu la sua maraviglia 
quando vide in tondo alia grotta una leggiadra donzella , ch' era 
Giorgiana larosa ' seduta in un arcolaio {cbindalu) d' oro a di- 
panar matasse di prezioso filo, e tutto attorno sul pavimento col- 
locati tre enormi mucchi di nionete: uno d'oro, uno d'argento e 
uno di rame ? 11 prete accortosi deirimb.irazzo del giovine pastore, 
gli feed : — aPrendi quel che ti pare , io sono il padrone rk. Ma 
i) giovine non voile prendere alcuna moneta. AUora il pref^, che 
era il guardiano del tesoro , accompagnollo Bn sulta soglia dell^ 



> Gttii medioevale della Sardegna, sede di ua vescovado. -r- Bisarcio fii di- 
suutta dalla iamosa pe^te pb^ in^er) in Sar^^qa dal ^6^2 al 1^56 e cl^e i 
(tcorxi^ta dal Segnerj nella predica XY- Alpune case cop pochi :^bi^nti rin^a- 
sefo flao ^lla niet4 de( secolo scorso, ma la sede del vescovo fu tfs^portata ad 
Ozicri. 

> Di Giorgia larosa discorrono lo Spaao e tl Lamarmora \k dove parlano 
del Nuraghes di Sardegoa. 



LE<SGfiNbfe PLUTOmCHE ii^ 

chiesa e gli grid6 : — a Parti » o sciagurato , e sa'ppi che morrai 
nella miseria c pur miseri vivranno quel della tua stirpe fino alia 
quinta generazione ». E ci6 dctto, il prete spaii. U pastorello mori 
pochi anni dopo, poverissimo, entro uua grotta e i suoi discen- 
denti fino alia quinta generazione vissero d'elemosina. 

Giuseppe Calvia. 

III. La leggenda del tesoro di S. Orsola. 

(Chiaramonie^ Sicilia). 

Una serena notte di autunno trovandosi un vetturale a tran- 
siiare la contrada Paraspola si accorge che un lunie misterioso ri- 
splendeva molto lungi da quella via. Spinto dalla curiosity » vi si 
avvicin6 e rinvenne un mercato, dove erano esposti alio smercio 
ricercati e squisiti frutti. Comprata una bellissima arancia, ch'ebbe 
ceduta per un grano (cent. 2) , chiese al venditore la ragione di 
quel mercato notturno, e si ebbe in risposta che ricorreva la festa 
annuale di S. Orsola e quindi la fiera. 

II vetturale ripreso il cammino per Cal^agirone, raccont6 lo 
accaduto al suo padrone; e nel presentargli il bel frutto compraio, 
si accorge che quelKarancia era d'oro. 

Fu allora che si sparse la voce della esistenza di un tesoro 
nel territorio chiaramontano e propriamente nella chiesa di S. 
Orsola. 

Questa leggcnda proviene dalla seguentc tradizione. 
Nel 1608 la doviziosa famiglia Cannizzo fece scolpire in legno 
la statua di S. Orsola e le dedic6 una cappella di jure patronatu 
nella cappella di S. Filippo d'Argir6, dentro il comune, facendovi 
5olennizzare annual mente a proprie spese la festa ; nelle ore po- 
meridiane la statua veniva portata in processione per le vie del- 
I'abiuto. 

Per6 nel sec. XVIII, demolitasi la chiesetta di S. Filippo per 
ricostruirsi piu ampia, la famiglia Cannizzo, trasport6 la statua di 
S. Orsola nella propria chiesetta campestre , attigua al maestoso 
Archwio per U tradi{ioni popolari. — Vol. XXII. 29 



22^ ARCHIVIO t»ER LE tRAblZtOMl POPOLARI 

fabbricato del Paraspola; allora questa prese il nome di chiesa di 
S. Orsola. 

Rialzatasi la chiesa di S. Filippo^ e non trovandosi piii di- 
scendenti della fatniglia Cannizzo, gi4 estinta, noa fu riedificata U 
cappella a S. Orsola. 

Sicchi il popolino , conservando la tradizione delta solenne 
festa di S. Orsola e dell'opulenza della fatniglia Cannizzo, co- 
minci6 a credere che sifFatta famiglia, accorgendosi die andava :id 
estinguersi per manco di figli raaschi» avesse nascosto nella chiesa 
campestre i suoi tesori » alio scopo che un giorno, trovandosi, 
servissero per la ricostruzione delia cappella e pel ripristinam.'nta 
del culto alia Santa. 

Questo ricco tesoro , intanto , h Santa lo presenta annual- 
mente in quelLi fiera; ma fin oggi non ha destinato chi debba go- 
derselo. 

Baronb Corrado Melfi. 



'^>^S=S^^iJS^^ 



LEGGENDE POPOLARI ACITANE. 



Introduzione. 




CJ i la terra classica della leggenda. 

Posto su la costiera orientale deU'Etna, tra i mi- 

nacciosi cooi del grandiose vulcano e le carezzevoli 
onde del Jonio , ricoperto di una vegetazione splendida , che dai 
pini dclla niontagna va ai vigneti delle colline ed agli aranci delle 
^pi^?ge, il suo territorio, cui la natura prodig6 tuttc le sue ire c 
tutti i suoi sorrisiy servi sin dai tempi piCi antichi di scena a molte 
e molte fa vole, che la fierezza sicula e la fantasia greca creavano, 
riproducevano sui lontani ricordi della lontana patria aria^ e lo- 
calizzavano tra i boschi delle sue alture , tra i ruscelli dei suoi 
piani, tra le rocce e le insenature delle sue coste. Fu qua infatti 
che Euripide ' localizz6 quanto Omero aveva narrato di Ulisse e 
di Polifemo ', e qua Virgilio, scgucndo la stessa tradizione, fece 
sbarcare Enea a salvare il greco Achemenide '. Qua Teocrito ed 
i buccolici posero i campi ove Polifemo pasceva il suo gr^ge e 



^ Euripide, 7/ ciclope. 

* Omoio, Odissea, lib. IX. 

' ViRGiLio, EnwU, lib. III. 



228 ARCHIVIO PER LE TRADiZIONI POPOLARl 

cantava la bianca Galatea * , e qua Ovidio fece sorgere il giovi- 
netto Aci , che 'la crudeiti deiciclope schiacciava sotto un gran 
sasso y e la pieti della nereide mutava in fiuine '. Qua Esiodo 
pose il bp&co ai cui grand'alberi Giove appese le spoglie dei.vinti 
titani ^ , e qua Claudiano cant6 die Cerere era venuta a racco- 
gliere i pini, che, accesi alle lave dell* Etna, dovevano servirle di 
faci per rischiarare la sua notturna ricerca di Proserpina ^. 

Ogni pietra, ogni grotta, ogni albero di questo paese incan- 
tato si puo <dire ficordi M^ia leggen4a jclassica : ^li scp^li dei ci- 
clopi raminentano i massi tirati da Polifemo contro Ulisse e Tin- 
seguimento dello astuto troiano per opera delPaccecato figliolo di 
Nettuno ^: le acque oggi dette della Reitana ricordano I'erboso Aci 
ed il pastorello che per leggiadra metamorfosi Toriginb *: la grotta 
delle colombe, i cui magnifici pilastri di lava basaltica il mare va 
sempre pii distruggendo , ricorda V antro ove Galatea veniva a 
trovare il suo amante 7: gli alti pini della montagna, o gli zappini, 
come il popolo li chlama, ricordano il famoso bosco, e Cerere, e 
Giove, ed i Titani. 

Che se poi, lasciando i tempi classici, e saltando a pie' pari 
parecchi secoli , noi ci trasportiamo al medio evo , quante altre 
leggende nop troveremo ancora localizzate in questo territorio ? 

Una vecchia tradizione , frutto delle vaniti secentiste , fa in- 
fatti sbarcare Cam al capo Mulini , e gli fa fabbricare la prima 
citti di Sicilia, la famosa e sognata Camasena *; una pretesa iscri- 
zione ed un preteso monumento si vogliono far servire a dinio- 
strare Tesistenza del re Aci 9; una lapide conservata nelPairio del 



« Teocrito, Idillio XI; Mosco, Idillio I; Bione', Idiliio VIII e Fram- 
mento IV, 

* Ovidio, Metamorfosi, lib. XIII. 
) EsiODO, Gigantomacbia, 

4 Claudiano, // ratto di Proserpina, III. 

5 Cfr. il nostro Tre^^a, cap. II e III. 

* Cfr. il nostro Akis, cap. I. 

7 Cfr. S. Rossi, La leggenda di Aci e Galatea* 

* Cfr. in proposito il nostro Xiphonia, cap. J. 
9 Cfr. Carrera, Storia di Catania, vol. III. 



LEGGENDE POPOLARI ACITANE 129 

palazzo comuuale vuol ricordare un preteso passaggio di santa 
Tecla per il villaggio oxnonimo '; il pozzo e le rovine delle terme 
romane daano materia a prodigi ed a miracoli da parte di santa 
Venera * ; la cliiesa ed il santuario di Valverde hanno fatto na- 
scere tutta una serie di credenze religiose ^; e incntre una grotticdla 
dcU'isola di Trezza di vita a parecchi roraiti assai ipotetici ^, qual- 
che quadro, qualche bolia della lava, quakhe grotta fanno nascere 
storie, tradizioni, credenze meravigliose ed ingenue ad un tempo, 
come tutte le creazioni popolari. 

Ora si fu riandando tutti questi vaghi e lontani ricordi , si 
fu visitando i luoghi e le cose che col loro linguaggio ci tra- 
sportano tanto indietro nel corso dei secoli , che a noi veune la 
idea di tentare una raccolta delle leggende popolari acitane tuttora 
vivenri, — ed 6 un frutto di tale tentativo quello che oggi presen- 
tiamo agli studiosi del folklore siciliano. Disgraziatamiente per6, 
non c questo quale noi da principio lo sognavamo c quale dalle 
persone colte si avrebbe ragione di aspettarlo : tutte le tradizioni 
classiche e gran parte di quelle medioevali sono scomparse dalla 
mente del popolo ; e se a furia di cercarvi qualcuna se ne vede 
alcune volte spuntare, ^ quasi certo che si tratta di una retroces- 
sione letteraria, di una cognizione cioi che, direttaniente od indi- 
rettamentc, per mezzo dei libri h ritornata nel popolo, e che perci6 
non si puo tenere in conto alcuno in un lavoro che della vita 
intellettuale di questo popolo vuole essere una fedele riproduzione. 

Le leggende quindi che noi presentiamo sono quelle sole che 
a noi son parse create dal popolo e in mezzo ad esso, senza im- 
portazione letteraria , almeno per le loro grandi linee , vissute. E 
sono vere leggende acesi^ perch^, non solamente ci siamo limitgti 
a raccoglierle nei sqli cinque comuni che il norae di Aci cpnser^ 



' Cfr. Paciti, Guufa di JcinaU. 

^ Cfr. Grasso a. , Le ammirande noli:^ie della palria , vita e triQpfi ddla 

Hktriosa S. Venera, 

3 Cfr. Gaetaki, Vitae sanct. sic*, vol. 2^. 

4 Cfr, Raciti, Delle origini di Aci, 



V 



230 ARCHIVIO PER LE TRAOIZIONI POPOLARl 

vaoo, tna si riferiscono a persone, a cose ed a locality che noa 
escono dal territorio di tali comuni. E cosi quali sono , noi le 
presentiamo al pubblico, come un primo tentative, che altri potri 
forse migliorare, ma certamentc accrescere ed arricchire, quando 
I'amore per tali studi si sar4 generalizzato in Sicilia, e quando un 
galantuomo non dovr^ piu vedere delle persone che passano per 
colte> ma che sono soltanto sciocche, ridergli in faccia perchi va 
rintracciando una credenza, un pregiudizio od una tradizione. 

Cominciamo la raccolta con due leggende storiche , le sole 
di questo genere che ci fu dato trovare , e che ricordano V una 
il passaggio da Acireale del re Vittorio Amedeo II ' , T altra un 
preteso assedio del castello d'Aci ^ Li prima t addirittura origi- 
nale e, se non ha un fondo di vero, si pu6 certamente dire ben 
trovata; ma quella leggera punta di finissima satira che vi si sente 
sotto sotto, pu6 far nascere il sospetto che si abbia tra le maoi 
uno dei frutti dell'antica rivalit^ di Acireale con Catania , di cui 
altra volta trattammo ^ La seconda h invece un adattamento di un 
motivo assai comune nelle leggende dell'Isola, e forse di altrove, 
e che forse avrk una base nei lunghi assedi che parecchi nostri 
castelli sostennero durante le guerre del Vespro ; ma certamente 
non ha ombra di fondamento per quanto si pu6 riferire ad Aci 
Castello. 

Seguono tre leggende di carattere sacro, la prima delle quali 
anzi y piu che una leggenda si direbbe un vero ciclo leggendario 
svoltosi attorno e per opera di quel bellissimo quadro di stile bi- 
zantino che rappresenta la Madonna di Valverde, e che h adorato 
nella chiesa di un villaggetto del comune di Aci S. Antonio. Questa 
leggenda era popolare sin dal 500, giacch^ il Gaetani, il Pirro ed 
altri dei nostri scrittori di cose sacre la raccolsero in gran parte 
per dark naturalmeute come storia; ma si mantiene sempre viva> 



> Su questo avvenimento storico, vedasi il nostro AcireaU durante ilugno 
di FiUorio Amedeo, 

> Sulle origini ed i primi secoli del castel d*Aci si pub riscontrare il nostro 
Jacbium, 

} Cfir. il nostro Blasone popolare acitano. 



LfeGfcENbfe t»OPOLAkl AClTA^E i$i 

alroeno nelle sue diverse parti, a causa delta divozione che si ha 
sempre per riminagine sacra. In qualche tratto essa non i certa- 
mente originate perchi in rooltissimi paesi delta Sicilia si narra 
di Madonne che appariscono per chiedere un tempio, che non si 
(anno smuovere coi piA grand! sforzi dal luogo che prediliggono, 
e che fanno nascere detle fontane od altro di simile ' ; ma non 
c'e noto che essa abbia dei riscontri in quel punto che richiama 
la tela di Penelope, con Ic pitture che portate innanzi durante il 
giorno sono roiracolosamente disfatte la notte. — La seconda , 
quella di S. Maria dei Miracoli , h una variante di un motivo 
comunissimo , essendo a tutti noto il gran numero di pozzi, di 
roveti , di macchie e di altri nascondigli che si vuole abbiano 
date immagini ritenute miracolose ^ —Ma la terza, che ricorda 
Santa Tecla, ha una intonazione tutta propria, e dev'essere assai 
antica, giacch^ h proprio a causa delta leggenda che il viltaggetto 
dovette averc it suo battesimo. 

E qui avremmo forse dovuto far seguire alcune credenze che 
ci riusci di raccogliere sul Pozzo di S. Venera , che era la sor- 
gente detle acque termali tutt' oggi esistenti. Ma ci h parso che 
esse fossero una assoluta retrocessione letteraria , per quanto sin 
dal 500 se ne sia parlato, ed abbiamo preferito metterle da parte, 
per dare sei notizie di impronte meravigliose, che hanno ancho 
esst un fondamento nella superstizione religiosa del nostro popolo. 

La credenza , ed anche una certa devozione per tali pretese 
impronte , h antichissima e si pu6 ritrovare sino nei popoli in- 
diani, che hanno a Ceylan, sul famoso picco di Adamo, una im- 
pronta che , secondo la credenza , viene attribuita ad Adamo , a 
Budda od a Maometto; a Girnar , netl' India centrales 1' impronta 
di due piedi che si vuole lasciata da Ramananda; ed altrove altre 
impronte consimili, prodotte dai piedi o dalle mani o dalle ginoc- 
chia di Maometto, di Visn^ e di altre deita locali ^ Ma da noi 



» Cfr. PiTRfi, FesU patronali in Sicilia, pp. 407, 472, 284, 363, 285, 359 ccc. 
* Or. Prrftt, op. cit., pp. 121, 264 ecc, 

3 Cfr. De GuBERNATfS^ Peregrinaiioni indiane^. vol. !<>, p. 267. 2° p. 19$, 
3«, p. 62 c 128. 



I 



iji AkCHIViO PfeR LE fRADfZiOW POPOLARl 

esse haono una estensione che soltanto dopo la raccolta iniziauoe 
dal Pitri si coininci6 a sospettare , e noii mancano improote di 
piedi} di rnani^ di bastoni^ di ginocchia ecc. ' cosi che nel breve 
territorio di Aci ben sei siamo riusciti a trovarne, cd abbiamo 
dubbio che non sieno le sole. Tra esse e speciale quella del ceppo 
di S. Venera, che peraltro non ha ombra di fondamento storico; 
ma sono senza caratteristica le altre^ cui le bolle della lava hanno 
dato origine. 

Seguono a queste una ventina di leggende plutoniche, nelie 
quali i tesori, i banchi , gli incanti del territorio acese sono de- 
scritti coi pii fantastici particolari. Ni sono certamente tutte quelle 
che si potrebbero raccogliere. In fatto di trovcHure la Sicilia e cosi 
ricca, che una descrizione di tutti i suoi tesori incantaii (quando 
sari possibile farla) occuperebbe certo parecchi volumi, per quanto 
certi motivi si ripetano da una parte all* alira con leggerissime 
varianti. 

Nel territorio di Aci non vi sono certamente dei banchi cosi 
rinomati come quelli della Zisa, di 'Ddisisa, di Marabito, di Monte 
Scuderi o di Rocca d'Antedda, dei quali il Gran Turco suol chie- 
dere se sieno o no stati presi, per giudicare se la Sicilia sia ricca 
o povera '; ma, secondo le localiti, hanno importanza le trovature 
del Felicetto, di Volano e della Grazia. Quest'ultima, che si dice 
comunemente la trovatura della sarpa^ mi pare che abbia un mo- 
tivo carattcristico, se non singolare, certamente non comune come 
quello del mangiare il pane senza fare briciole, o del filare, tes- 
sere o imbiancare entro una giornata un salvictto. Come Y iscri- 
zione del ponte di Francavilla determin6 quei popolani illetterari 
a credere che bisogna leggere quella lapide passandovi di corsa, 
cosi I'abbondanza delle sarpe edel vino *di questo territorio fece 
inventare il proc«sso speciale per impadronirsi di questa trovaiwra] 
il che i forse una prova del fatto che V ambiente modifica , non 
produce le credenze popolari. Le altre invece, so se;ne toglie 



> Cfr. PiTRiS, ImpronU maravigliose in Italia, 

* PiTRii, Fiabey noVilU ecc, vol. Ill e Usi e Costumi etc., vol. IV. 



LEGGENDE ^OPOLAKI ACITANE 2}j 

qualchc pnrticolare, sono, nelle grandi linee, ripetizioni di motivi 
comunissimi ncirisola. 

Allc leggende sui tesori abbiauio faito seguire molte notizie 
su git spirit!, i folletti cd altri consiniili csseri soprannaturali, sui 
quali per6 siamo stati limitatissimi. t noto infatti come sia radi- 
cau nel popolo la coovinzionc che spiriti di ogni genere frequen- 
tino ccrte case, certi luoghi abbandonati o poco frequentati, ed a 
volere raccogliere tutto quanto si narra e si assicura per confer- 
mare tale credcnza si andrebbe di fronte ad una infiniti di sto- 
rielle, che peraltro noii avrebbero ch: pocj iuiportanza , ripeten- 
dosi esse quasi con Ic stesse parole per luoghi differentissimi. Noi 
percio non abbiamo trascritto die quelle sole Ic quali, sia pcrchc 
nettainentc delineate, sia perchi comprendono qualche circostanza 
non ccraune, ci parvcro degne di esscre conosciute. 

Finalmente, terminiamo la piccola raccolta con alcuui aned- 
doti riguardanti Vincenzo Geremia, il dotto ingegnere acese vis- 
suto nclla seconda nieti del cinquece uo, che per la sua dottrina 
si acquistd la riputazione di mago ed entr6 nelle leggende popo- 
lari col soprannonie di Purciddana ' , e che quantunque abbiano 
dei punti di contatto con altre leggende niedioevali, ci sono parse 
interessantissime. 

La raccolta in complesso non c copiosa, ma non c nemmeno 
scarsa; altri in seguito potranno accrescerl i e migliorarla, ma dove 
tutto roancava, a noi h parso di non aver tatto inutile lavoro col 
nostro tentativo, ed i perci6 che la presentiamo al pubblico fidu- 
ciosi che ci si vorri essere grati , se non altro , della buona vo- 
lenti con la quale abbiamo studiato Targomento. 
AeireaU^ novembre del i^). 

S. Raccuglia. 



• Su V. Geremia si pu6 riscontrare Raciti, Memoru stor. e letUrarie della 
Accademia dei Zelattti. 



Arcbivio per le tradi:^ioni popolari. — Vol. XXII. 30 



^34 AKCHIVIO PBS L£ fRADialONi FOPoUki 

I. — Filiamo I 

Andando da Catania verso Messina, nello aprile def 17 14, 
Vittorio Amedeo II , allora re di Sicilia , fu costretto a fermarsi 
una notte in Acireak , assieme alia Regina ed a tutto il suo 
seguito, 

Nel paldzzo ove essi furono nlbergati, la sera si tenne circolo; 
ma le signore acesi, che s'eraiio fitto un pregio di andare a tener 
compagnia alia regina Anna d' Orleans, erano cosi poco abicuate 
alle conversazioni, chc la povera regina s'annoiava a non poterae 
piu del loro mutismo e della lore eccessiva timidic^. Cosi chc, x 
un certo punto , non sapendo piii comprendere in che moodo si 
fosse, si volse loro e cbiese: — «Ma signore , corae passate voi 
le serate in questa vostra citti ? » Al che le donne risposero in- 
genuamente : — «MacstA, filando». 

La regina sorrise, guard6 le sue dame di compagnia, quiiidi 
a voce foite dissc: — « Se i cosi, per passare questa serata, non 
c'<i che un rimedio: filiamo, chi vo* filare anch'io ». 

E fatti portare i fusi e le conocchic si diedera a filaFC , sin 
che fu Tora di sciogliere il circojj e di andare a leita 

I'l. — Le palle di Valverde. 

Hegll antichi tempi , avendo una volta i turchl tentato di 
sbarcare sullc coste di Aci per predare qunnto piu potevsioa di 
roba e di persone, i cristiani di tutte qudle cootrade corsero a 
rifugiarsi cntro il ca«tello, e raccoltivi dei viveri vi si teonero al 
sicuro. Se non che , i turchi si lusingarono di poter prendcre 
quella fortezza, Tassediarono per terra e per mare, e con un'osti- 
nazione degna di miglior causa, per sette anni di seguito si xnan- 
tennero fermi, sperando che alia fine la mancanza di viva*i e dr 
munizioni li avrebbe ridotti a doversi arrenderc. 

E difatti arriv6 un, momento in cui, entro il Castello, non si 
ebbero piii che due sole palle incatenate con cui poter rispondcre 



LEG^EMOE POPOLARI AaTANfi t^$ 

ai coQtinui atcacchi^ e h resistcnza si riconobb^ impo^sibile. Ma 
altera Ik dentro si dicdero ad iiivocare ia MAdonti.i di Valv«rde, 
e questa diede loro fispira^one di raccoglierc il latte ddle donoe 
cbe y'erano rinchiuse> fame delta toma e, ridcHta questa in forma 
di palle^ spararia contro 1 turchi. 

Cosi quindi si fece, ed allora i turchi, vedendo che dopo slstte 
anni di assedio i cristiani del castello erano si ben provvisti da 
poter tirare contro di loro persino dei fornuiggi , si persuasero 
delta iautiliti di comiouare Tassedio e se ne andarono. E gli ace$i 
tornarono cosi ad essere liberi, ed andati a ringraziate la Madonna 
di Valverde portarono nel santuario le due palle di ferro che loro 
erano rimaste e che tutt'og^i vi si vedono. 

III. — La Madbriiaa dl Valverde. 

Molti secoli addietro, un certo Dionisio da Genova , venuco 
cdi pritnl tiormanni in Sicilia, s* era ricoverato in una grotta del 
territorio di Aci, e datorf al brigantaggio, era divemato il terrore 
di quanti, per andare da Catania ad Aci, e viceversa , erano co- 
stretti a passare dalla contrada chiamata Valverde. Rubava e sva- 
ligiava senza pieti , e s^esso , dopo averle spogliate , uccideva le 
sue vittime. 

Or, traversando quel luoghi un giorno un cdtanese di nome 
Egidlo, ed incontrato dal brigantc , pens6 di raccoftandarsi alia 
Madonna , della quale era divotissittio , e questa ascoltandone la 
preghiera, fece sentire la sua voce, intimando a Dionisio di lasclar 
libero il suo divoto. II brigante trem6 alia divina ingiunzione, 
lasci6 Egidio sulla strada, e ritiratosi nella grotta^ si diede a far 
penitenza , e con tanto fervore che la Madonna ne ebbe pieti e 
gli comparve per consigliarlo a confessarsi ed a far erigere uha 
cliicsa in un certo luogo dove avrebbe veduto una sdiiera di gru 
volare formando una cdrotia. 

Conosciutosi in Aci Tavvenimento, la gente accorse in folia 
a Valverde , e li dove le gru furono vedute , si inizi6 subito la 
fabbrica della desiderata chiesa. Ma ecco che ad lin tratto vicne 



i^6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARt 

a mancare Tacqua, e non si sa piii come fare. DioDisib, che s' era 
faito eremita, preg6 allora la Vergine: questa torn6 a compariroli 
e gli disse di battere tre volte il suolo della sua grotta, che Ta- 
cqua sarebbe comparsa, — e poiche cio avvenne, la fabbrica pote 
procedere senz'altri intoppi, mentre V acqua miracolosaniente tro- 
vata guariva anche moltissimi ammalati che si recavano a be- 
verla. 

Dionisio intanto si recava spesso di notte entro la chicsa a 
pregare, ed una notte vide venire verso di lui la Madonna circon- 
data dagli angeli, la quale si accost6 ad un pilastro, vi si ferm6 
un momento e spari lasciandolo pieno di stupore. Ma fatto giorno 
e guardato meglio, trov6 che nel pilastro s'era fermata V imma- 
^ gine della Madonna, quale egli Taveva veduto durante la notte; c 
poichi quel giorno era una domenica, si stabili di dedicarlo alia 
sua festa, che tutt' oggi viene celebrata alia stessa epoca , cioi a 
dire I'ultima domenica di agosto. 

La chiesetu per6 era piccolina, e col tempo si penso di am- 
pliarla , spostando anche il pilastro con V immaginc. Temendosi 
per altro che un tale spostamento la potesse danneggiare, si chia- 
marono diversi pittori, ai quali si ordin6 di copiarla. Ma questi 
ebbero un beira65iticarsi: quanto riuscivano a fare di giorno spa- 
riva durante la notte dalle loro tele, e dbpo parecchi tentativi fu- 
rono obbligati a smettcre dallo inutile lavoro. 

Si tento allora di spostare il pilastro. Ma anche in questo, 
per quanti sforzi si facessero, per quanti ordigni si adoperassero, 
non fu possibile ottenere alcun risultato , e si dovette smettere 
ridea e lasciarlo dov'era. 

Pero , non pass6 molto e la Madonna di Valverde apparve 
ad un certo Damiano di Catania, al quale disse che acconscntiva 
al trasferimento del pilastro , purche si facesse alia presenza dei 
fedeli. Costui fu pronto ad awertire la gente, il popolo accorsc 
in gran folia nel giorno fissato , ed allora , mentre i muratori si 
accostavano per eseguire il lavoro, si vide il pilastro muoversi da 
solo ed andare ad occupare un nuovo posto , che e quello dov? 
oggi si trova. 



L£GGEMDE POPOLARl ACITAHE 2$^ 

L'immagine delk Madonna di Valverdc esiste tutt* ora nella 
chiesa del villaggio, che con lo stesso nome le sorse attorno^ ed 
h realmente un prezioso dipinto bizantino, che rappresenta la Ma- 
donna col bambino in braccio. II popolo ritiene £hVssa sia figu- 
rata sulla pietra e che si veda attravcrso a sette vetri , che per6 
Don si possono togliere, perchi ci6 facendo non resterebbe avanci 
agli occhi che la pietra senza altun disegno. E crede ancora che 
le gru, nel passare da quel luogo/si fermino a fore tre giri attorno 
alia chiesa prima di seguire il loro viaggio. 

Quanto alia grotu & a lo minuti a sud del Santuario , nel 
fondo del Can. Salv. Finocchiaro, ed i piccolina, chiusa davanti 
da un muro con una piccola apertura, cosi strecta da permetterne 
a stento Tingresso, ed k formata da massi di lava* dai quali e-' 
scono due fili d' acqua * che si raccolgono in una vasca sul laco 
opposto della strada , ma che si creJe non si debbano usare ad 
altro che a dissetare gli uomini , quantunque nel fatto sian ado- 
perati ad c^ni uso. 

IV. — Santa Maria del lliracoli. 

Presso Acireale, li dove oggi h la chiesa di sanu Maria dei 
Miracoli, era una volu plena campagna , ed i pastori vi si reca- 
vano a pascere i loro animali. 

Una nocte, un giovane custodiva, precisamente in quel luogo* 
il suo gregge, quando vide una stella lucidissima briUare in mezzo 
ad un folto roveto ; tent6 di avvicinarvisi , ma ogni cosa scom- 
parve e nulla ei riusci a comprenderne. Ripetendosi peraltro il 
meraviglioso fenomeno le sere seguenti, il giovane, accompagnato 
da un amico> segn6 il roveto dove avveniva Tapparizione, e Tin- 
doroani, andato con esso a strappare i rovi ed a scavare il terreno, 
trov6 una pietra sulla quale era Timmagine della Madonna. 

Sparsasi la notizia, il popolo accorse in gran folia ad adorare 
Timmagine, c tencndola con^e cosa prodigiosa, le eresse la chiesa, 
fhe \uttorz esiste. 



t^S ARCHIVIO PER LE TRADIZKWI K)>OLARI 

V. — Santa Tecla. 

A p(Hiente del vitlaggctto di -santa Tecla, sotto la cosi delta 
timpa, si veJono tutt' ora i ruderi dt una antica chicsetta della 
santa d^lk quale ii paesetco prese il nome , c in mezzo ad essi 
pafecchi limofli, che\te$suno cokiva e nessuno cocca, pcnchi tion 
i perhiesso entrtre in quel recinto a proianarlo calpett^mdone la 
terra. 

Qihi irtfatti Santa Tecla ricevettc il manirio , e qua fu sc- 
polta, a circa cento metri di profonditi, con la faccia rivolu verso 
levame; cd 4 perci6 che nell' estate , a fnezzogioroo ed a meai- 
notte, si vedono a tramontana detia chiesuola deile nuvolette er- 
rant! per Taria, dalle quali esce un armonioso suono di strumeoci 
a corda. Ma per quanto si abbia desiderio di avere il corpo della 
martire, nessuno si arrischia a dare un colpo di zappa iiel veoe- 
rato recinto, perchi, se i resti di santa Tecla \'enisscro alia luce, 
si dovrebbe restituirle tutto il territorio per quanto la vista si 
stende guardando verso levante, che ad essa apparteneva, e ci6 ai 
buoni fedeli sembra che non convenga affatto. 

VL ~ Impronte meravigUose. 

I . Il ceppo di Santa Venera. 

Sulla spianata ove corrono le acquc della Reitana (1* antico 
Aci) , di fronte alia chiesuola di santa Venera del Pozzo , e. piii 
precisamente tra questa chiesa e le sorgenti dell'acqua terniale, si 
nota uh pilastrino di pietra, che ha nella parte superiore un iucavo 
grossolanamentc arrotondato. 

11 popolo chiama questo pilastrino it ceppo di santa Ven^a 
perchi ritiene che sopra di esso sia stata decapitata la vergine Ve- 
nera , oggi patrona di Acireale , e crede che 1* incavo della sua 
parte superiore sia Timprouta lasciatavi dalla faccik deUa durtire 
quando, nel momento di subire il martirio, sopra di esso si ap- 
poggi6. 



. LlbcENDfi l»OfOLARI ACITAiIb 2)^ 

2. La PEDATA DfiL Sl9NO^E. 

A pochi passi da Aci S. Antooio, su U strada cbe sceode 
verso sanu Lucia , e precisamente appcoa passaio Y arco tki pa- 
lazzo de) Prtoctpe, c'era, sbo a poco tempo addtetro^ un graa sasso 
spor^ente, su on lato del quale si vedeva un incavo che aveva la 
forma e la dimeusione di una impronta bsciata da ua piedie« 

Quesca itnpronu era detta la pedata del Signore^ ed i conta- 
dioi, passando di U, usavano inchinarvisi divotamente , redtando 
anche qualche paternostro; ma oggi, ncl rifacimeiijo della strada, 
il masso rest6 coperto dal cioitobto , e la pedata e scomparsa e 
si va dimenticando. 

3. La pedata del Diavolo. 

Presso Acireale, uscendo dalla parte del Pizzone c pcrcorreodo 
le via Spezie^ cbe porta verso il Salvatore, a pocbi passi del ca- 
sooo daatartOi c'cra iu mezzo alia strada un gran masso di lava, 
cbe tbrmava bteralmentc una grottkella e mcstrava nel cnezzo 
un iucavo che somigliava alia impronta di un piede. 

Si narra cbe quando quelJa lava era ancora fusa il diavolo 
ptssasse di \k e vi lasciasse quella impronta, cbe era perci6 decta 
la pedata del diavolo , onde il popolino passandovi aveva cura di 
non porvi sopra i piedi. 

Oggi si vede aocora il masso, ma non c'i pii!i ni la pedata 
D^ la grotticella , giacch^ , dovcndosi fare nelle vicinanze alcuni 
lavori , t muratori le ^asurono per fame pietre , sperandc^ che 
sotto di e^e si potesse rinvenire qualche tesor a. 

4. Dub PCD ate. 

Sceadendo la strada che traversa Aci Platanl^ in una viuara 
che s'apre suUa destra e mette presso la gora del cosi decto mu^ 
liao vecchiOj h un gran nmsso di lava , sul quale si nocano due 



240 ARCHIVIO I^ER LE TRADiZIONI POPOLARI 

incavature, approssiniativaraente somiglianti alle ortne di un piede. 
Di cssCf la prima t regolare, piccolina^ a coDtorni ben determi- 
nati > ed ^ detta la pedatti del Signore y V altra k piix graade , piii 
grossolana, e con la estremit^^ che raffigura le dtta, assai allargaca, 
ed 6 detta la pednta del diavolo. 

I fanciulli spregiano quest'ultima, mentre puliscono e baciano 
r altra , anzt, come cosa fatta dal demonio , cercano di guastarla 
battendovi su con le pietre ; — ma essi credono che , per quanto 
la distruggano nel giorno, sia impossibile farla sparire, perchi si 
riproduce durante la notte. 

5. Due pedate. 

Sulla via che da Aci S. Antonio va ad Aci Bonaccorsi , in 
contrada Scalazza grande^ si vede, proprio in mezzo alia informe 
scorciatoia, un masso con due incavi che sembrano impronte la- 
sciate da qualche piede. 

II popolo ritiene che quella a dcstra sia stata prodotta dal 
Signore e la chiama perci6 la pedata del Signore y mentre crede 
che quella a sinistra » che t piCi grande , sia opera del diavolo, 
tanto che la dice la pedata del diavolo. 

E tuttora, nella sua ingenua fede, passando da quel luogo, si 
guarda dal calpestare le due impronte, e spesso anzi fa un inchino 
di adorazione a quella di destra. 

6. Un gruppo di impronte. 

In mezzo al torrente Giacona , quasi a niet^ di quel tratto 
che unisce Aci Platani ad Aci Catena e che serve comunemente 
di strada, si nota un gran masso di lava , sul quale sono visibi- 
lissimi parecchi incavi, piCi o meno grandi e piix o meno profondi. 

Uno di questi , che rassomiglia air orma di uq piede , con 
contorni regolari, h detto la pedata del Signore , ed un altro, piii 
rozzo e che i fapciulU sformano di continuo a colpi di pietra, i 
invece ricenuto la pedata del diavolo. Ma la fantasia popolare noa 



LEGGENDE PO!>OLARI ACiTANE 24 1 

:i quest! due soli incavi ha dato dei nomi : anche gli altri che 
stanno attorao ad essiha battezzato, tanto che dice la pedaia del- 
Vasinello (certo quello clie port6 G. C.) una fossetta arrotondata 
sulla stessa pietra, e poi la ptdata del hue, la ptdata dell'agnello e 
to pcdata del cavalh^ altre tre che sono in un masso al primo vi- 
cinissimo. 

VII. — La pietra monaca. 

Scendendo a mezzogiorno di Aci Bonaccorsi, lungo un sen- 
tiero che porta nella contrada Bottazza , i una grossa pietra in- 
castrata sul terreno, nella quale si vuol vedere rimmagine di una 
monaca con a Banco una brocca. £ il popolo racconta che si 
tratta proprio di una monaca, diventata pietra in seguito ad una 
imprecazione. 

A tempi antichi, si crede che il paese fosse proprio da quella 
parte, e dove oggi h la pietra ci era un monastero. Una giova- 
netta fu obbligata dalla madre a farsi monaca , ma non avendo 
alcuoa vocazione, conduceva una vita disperata. La badessa aven- 
dola un giorno mandata a tirar V acqua dalla cisterna, essa prese 
la brocca e scese , ma arrivata a quel punto , non potendo piu 
tollerare quella vita, esclam6: Potessi diventare di pietra ! E la di- 
venne difatti, e questa pietra fu detta pietra monaca. 

VIII. — La pietra monaca (Acireak), 

Lungo la scoscesa stradella che da Acireale scende al mare 
col nome di passu di jusuy si incontra a un certo punto una gran 
pietra, che h chiamata 'a petra nionaca e che pu6 per un momefito 
destare Tattenzione del curioso. 

£ dessa piii lunga che larga , poco elevata sul livello della 
strada, e nataralmente segnata in due parti da due strangolamenti, 
che, cosi all'ingrosso, la fanno rassomigliare ad una persona cori- 
cata, nella quale la fantasia popolare si h compiaciuta di vedere 
una monaca. I giovani ritengono che essa segni il posto di una 
trovatura e che ogni mezzanotte ne esca una chioccia coi pulcini 

Archivio per le tradiiioni popolari. — Vol. XXII. 3 1 



d'oro; ma i vecclii dicoiio inv«ce che sotto la ptetra si nasceode 
una tnonaca, la quale ogni notte viene fuori e le gira attorao,— 
e che chi vi si corica sopra acquista pna irrevcoQabilet^ndeiKuidi 
chiudersi in un chiostro. 

£ probabile peraltro che, I'asp^tto delta pietra r ichiamaiiido k 
forma di una monaca, sia da qucsto derivato il suo nome, eche 
da esso sia derivata la credenza ; tanto piu che, essendd^ quclla 
strada frequentata anticamente da ladri e contrabbandieri, c*era chi 
aveva interesse a tenerne lontana la gente, anche serven<k)Si del- 
Tombra della monaca '. 

IX. — La pietra della sciabola. 

A pochi passi da Aci Trezzn, in mezzo ad un otiv«to s^i- 
nato di grai\di massi , ve ne i uno tra gli al«i cbe i d«tto 'a 
^Ira 'a sciabula , perchi sulla sua parte superioce ha come urn 
grossolana improota, o a meglio dire, un iocavo^ QStenuto a 4iim 
di piccone o d altro consimile strumento, m1 quale ^i pu6 v«d«f« 
una picca, o se si vuole ^H;H:be una sciabok ^. Cbe coj^a Hrico!^ 
quesu gros3olan;i scukura n^ssuno sa pifi, e qukdi -n^ssuoo sa 
dire a che epoca risalga: ma il popolo non i^i potuco crecUce <kt 
il segno sia suto fiatto seqza un fine , e4 assici^ra ^ sei;«e ad 
indicare un tesoro incantato sotto la pietra. 

Narrasi io proposito cbe una voka uo greco venuto a Trczza 
e reclutati una dozzina di giovanotti^ li condusse tutti alia pietra 



> Uii*altra pietra monaca era pce^ Aci Tr^^, po^ jiiji in, ^A^ ^f^ 
ferroviaria, ed ha lasciato il nome alia ]p(;a|i^ benchj^ (ia p9CO I'^l^Unp MS^ 
per qualche costruzione. Mi su di essa nulla si raccopta; o per lo meno nulla 
ci 6 riuscito di rintracciare. 

* L'incavo che si crede rafBguri una sciabola, ma che, come dtciamo nel 
testo, somigUa di piii ad una picca, k certo an^ico, iim ^loa troppo , 4>^Dcfai ia 
spp^riicie di esso qqp si coofoQde con qiie{U dd vo^xp <klli| pi^i;g, jM }m99 
t dai qiuschi ridotta d'un colore sporco ^l^ ^ un po' al vqr^l|^^tro. .(VtOoi^g^ 
die si tratti deU'opcra di un qualche sfaccendatp afipie^ro spag;ppiOr .^he pff 
ui\a ragione qualsiasi era obbligato a stare in quel luoghi , e cbe nop possa 
risalire oltre il secolo decimosettimo. 



LBGGBNBfi- POPOLAM A€lTAI«fi 245 

della sciabola, c li impieg6 a scavare, promcttendo che li avrcbbe 
arncchiti, sc si fidavano compirc il lavoro senza mai invocare Dio 
cJ i s;urti. E si scavd infatti sino alia sera, e si riprcsc poi il do- 
mani , qua^da si cbbero i priini segoali : una gran quaiuiti di 
farfalloiM uscivano dal fondo ckl fossa a molestare i lavoranii. 

Ma ecco ad un tratto si vcde una compagilia a cavallo che 
piano piano circonda la pietra. 1 giovanotti che scavavano, cre- 
dciido che foMCfo sokfam^ continuavaoo ii lavoro, aHorchi come 
una gran retc fischia per Taria c cadendo loro addosso li ciiiude 
e It strings tutti. La paura vinsc allora Tingordigia delP ore, di- 
menticarono le* proriiesbe fatte al greco ed invocarono la^ Madonna. 
E bast6 ci6 perchi il fosso si chiudesse da solo ed essi fossero 
sbalsati, cM^qvl^'e ctii la^-asusai lootano. 

Un' altra voltti, una donna sogn6 che se andava alia pietra 
della- sciikbola avrebbe preso la: trovatura ; ma ebbe jovtva ad an- 
darvi sola e p6ft6 eoi» sfe uii\i vicina, senza peraltro dirle niente 
& fiogeiHlo' di stttd^ coglitndo minestra. Coh tutto ci6^ , arrivata 
stt^ Ivrogov vide itnsacco pieno di daQari> ma questo spari senza 
cbe potesse prenderb, e per pjunlzione di nba essere andata sola 
la notte gU spiriti la bastonarono ben bene. 

X. — LaF t^KyvotuM delia aiu^. 

Presso Acireale, ad una cinquantina di metri della chiesetta 
detk' Gfa2ia> sulla strada che da essa va al sobborgo di Santa Ca- 
terina, si oiostnr ap\:ora il luogo ove sinor a non moki anni ad- 
dietro era una pietra , che scomparve poi col livellamento ed il 
rifacimento della via. E sotto questa pietra il popolo ritiene che 
fosse nascosto uno di quegli immensi tesori incantati di cui k 
ricco il nostro sottosuolo , e per impadronirsi del quale occorre 
mangiare sul luogo una sarpa cruda e here una quartara di vino. 

Si conta cjie un tale abbia una volta tentato V esperienza, e 
che avesse avuto lo stomaco cosi forte da mangiare tutto il corpo 
del pesce; ma quando fu pervenuto alia tesu, uscirono dalla pietra 
tanti omettini, che presero a beffarlo gridandogli: Jhei! jhei! jhei! 



244 ARCHIVIO PER LE TRADIZiONl POPOLARl 

L'uomo non si spauri per6 e continu6 il suo pasto; ma allara, c 
prima che avesse terminato, usci un gran serpcnte chc tciuo Ji 
attorcigliarlo, di modo che atterriio, butto il po' di sarpa c!ij ^li 
restava , gridando : Madonna mia! — II cielo si oscuri , l.mipi c 
saette scoppiarono, e quel pover'uomo si trov6 sbalzatoassai Ion- 
tano dal posto della trovatura. 

XI. — La trovatura di Patr' Angelo. 

Nei pressi di Aci Bonaccorsi, in mezzo alia campagna , una 
easuccia mezzo diroccata h detta la casa di Patrangelo ed i ritc- 
nuta sede di un tesoro. 

Si racconta che un cappuccino di nome Patr'Angelo, sognasse 
una notte che per prendere questa trovatura bisogna mangiarvi 
sopra un piatto di pasta ed un gatto a stufato , e 'quindi , senza 
tanto pensarci , tentasse la non difficile prova. Ma recatosi sul 
luogo e cominciato il piatto di pasta si avvide che piu ne man- 
giava e piu esso cresceva, cosi che a un certo punto, non fidan- 
dosi piu , voile prendere un po' di riposo e si alz6. Non si fu 
peraltro appena allontanato che un gattaccio usci di sotterra , di- 
vor6 in due bocconi ogni cosa e torn6 a sparire, mentre si sen- 
tiva una voce che diceva : Siddu tu voi arricchiri — Sla trnvatura 
f hd' pi^ghiari. — E pp' avilla f hX mangiari — W pialUi 'i pasla 
t du 'atti coUL 

E Patr' Angelo dovette andarsene come era venuto, non riu- 
scendo ad altro che a lasciare il suo nome alia trovatura. 

{Continud) 



DODICI NOVELLINE 
DEL CONTADO VERONESE -. 



I. — El consumo fa el guadagno. 




h' era 'n osto die i so afari i ghe naa ' mal assi. En 
giomo el va a catar ' so compare, ch' el (asea '1 stesso 
mister ^, e el ghe dimanda: 

— Ma come f^-tu ^ ci a guadagnar tanti schei ^ che mi enve^e 
no son bon alcro che da enciodarme ? ^ 

— Vcdito, ghe dise so compare, mi no ghe bade a dar 'ia el 
via piu a bon marcii d' j alcri osti e cussi la me botega I'i sempre 
plena d'aventori. Mi 6 sempre calcoli ch' el consumo fa el gua- 
dagno. 

Li i se saluda , e dopo sto osto el va a casa , e el dise fra 
de lu : 

— 'Orpo, 'oi • far anca mi come me compare, za ' che Ta 
dito ch' el consumo fa el guadagno. 



' Raccolte a Pacengo sul Garda. 

* / ght naa , gU andavano. — 5 Caiar , trovare* — 4 Misier , mestiere. — 
5 Fi-tu, fai tu ? — * Schei, denari, — 7 Enciodarmey Indebitarmi.— * 'Oi, voglio. 
- 9 Za, gia. 



24^ ARCHIVIO PER LB TRADIZIONI POPOLARI 

no In 'oJ«i ttsr ^ (*fi efe la S6- bcffcgd . 

-^ Bm; o\ cikeu lu, »a (?h' ct c<}(ftsQitn) la^ et giiadigM^s6 no 
bee jalifl, tear* mi,.. 

B Ir ct conttmnin tuto ct giorno a cteTTcuf goti sora goti. 

— Basta, el disea, sari vera che en de sea maniera chi * se 
guadagna, ma mi no so capirla... 

E difati el se n' k 'corto a la (in del mese, quan* I'a cat! la 
bote uda ' e no 1' 'ea ^ tira su gnanca ^ 'n <scheo ! 

U.— Tm mate^ 

Gh' era tre sorele che le naa sempre par casa da 'n an^i- 
prete. Sto prete V era 'n omo* alegro , che ghe pi^zea sempre de 
scherzar. 'Na sera , en via de discorso , el ghe dise a ste putele^ 
ch* j k tre mafe. 

— A nualtre mate ? le ghe dise ele ridendo, el proa ^ a dirlo 
'n^ akra 'olta se V h bon ! 

— Si, si, . el ghe dise lu, si' 7 tre mate, e se *oli * ^t lo dif6 
anca diman matina zo ^ dal pulpito, fin che predico. 

— Gnanca bon, le ghe dise ele. 

— Gnanca bon ? el dise lu, se 'oli scometema quel che *oli 
vualtre. 

— Ben, scometemo. 

£^ li i stabiRsse i pati. Quan^ 1^ k la matina dopo, sta pfete, 
el va sul pulpito , e el se taca '° a predicar sora *1 giudizio uni- 
versal. A^ 'n ?erto ponto, el dise : 

— Tremate '', o parochiani, tremate, ve digo, se par quel 
giorno no gh' aari '^ I'anema neta.... 

E* fin ch* el disea tremate , el segnaa col deo '^ ik tre sorele 



^ No la *oUa nar , non voleva andare. — » CUrt , .quk -^ 5 CMb-, vVoiL — 
4 N^tA 'aitp no«*a¥tvi. — 5 Gnmtca,^ n^ikxti^no, — ^ Bi pr9tt^ sr*pr<Mr — i SC, 
ik^^^9rSef*oi^^ se votete.^9 Zpj gift. - »<» \» 5* Wiw? sl«i»etlb— »*^ 6<MW 
il bisticcio. — »* No gh* aari^ non avrctc. —'5 Deo^ dilo. 



db^ j era seiHade ' dreiKe en d'«n baneo. E cussi T a ^^ei^Bo ' la 
scomessa. 

III. — Mi no digo, sark anca vera. 

Gh' era 'n prete chc *1 *olea racomandarghe ai genitori d' 
Wrghe ^^iira d*i $0'6oi, de 'ardar ^ che ao i spu:la€ies9e ^tanto. 
DoBca ^ quan' fi ^ pulpite el scemenzia a dir : 

— 6h* i d* i puteleti * aki eussi (e >eoumto el fesca el-segtie 
60 (a -man dal pMulpito che Tera ako i:k tera tri metfit), i^h' i -se 
sente tuto el santo giorno a dir-su k piazza: « Beco te-pare^ vaea 
to uare »; mi fK> dige, sstrk anca vera^ fl>a p^li bom ? 

IV. -- L' *ea oemodk tttto f 

'Na mama la gh' 'ea en (iol ch'el dosea ? i^^ nelkar. ifila 
Tera desperada parch6 I'era '1 so fiol unko^ T^cg k ^so ^dofazion^ 
e no la podea adatarse ch' el ghe nesse 'ia ^. La continuaa tuto 
el giorno a lamentMse izoo «0 4»^an. Vien el giorno che sto fiol 
el va a cair ' la bala^ e ghe toca proprio nar 'ia soldil. Ela la se 
laoa -apiaRz^ e a desparar^. 

So fio^ri, aloisa^ el gbe dise: 

-— - Va }iky ,va % che gbe pefisa#6 fHi a csHBodar wto. 

Ek k credea ch' el nesse dal sindico, da <)«Mfcbod)»B^ea»MM> 
a recoaaaodaMe pa«chi ao 6q1 el restease a casa ^ na. k, enyege^ 
4I va a|^ k Fia '^ del kgo^ el se taca 'na pie«a d col «4i se bitia 
zo 'n te Tacqua. 

'^ mujar Ig ^^tia diverso t^a^po ^ n^ 'edoadola-pMi -tornar' 
la ghe ne va en ^erca. Dopo tao(o girar la vadHo^k rk del-k^o, 
e la lo cata negii ". Sta pora dona, alora, la se meti a (igar, a 
urkr, desparada. 



giuirdare. — S Donca, dunque. — ^ PuttUii^ ragazzetti. — 7 C^* el 4iHm, <^ 4q- 
■*«va. — • Qiit M ^ russt 'w, che le a.Ki;^ssc via. -^9 A eoAr , acl ctlrarre. -^ 
•<• tii, -ri?a. ^- » N^<i, anncgato. 



^4^ AlicHlVlO P£R L£ TRADliioNI PObOLARI 

Lu, calcolando che a 'n fiol de mare 'odoa ' no ghe toga 
miga nar soldi, 1' 'ea peosA, negandose, de comodar tuto ! 

V. — Alegri pura... 

'Na 'olta gh' era 'na fameja che I'era de cognome Alegri. Vieo 
che 'n de sta fameja se mala el vecio '. Prima ghe vien eu svc- 
nimento » ma dopo el continua a nar sempre pezo ', e alora , le 
done, le ghe dise al fiol de sto 'ecio de nar ea pressia ^ a ciamar 
el dotor. Sto putel *ia ^ de corsa» e el va a casa dal dotor. Ma, 
cispita, I'era note,e el dotor Tera'n leto. Lu el cioca ^ a la poru. 

— Ci gh' h ? ghe dise el dotor dal de drento. 

— Alegri, che more me pare. 

— Eh ! ghe dise el dotor , alegri pura , che a mi no me ne 
rmpprta en corno ! 

E r i 'olti galoq 7. 

VI. — Le trentado rasone. 

'Na 'oka uno el va da *n so amigo a dimandarghe d'i schei, 
parchi '1 ghe n' 'ea proprio de bisogno. El va, e el ghe dise: 

-r Senti, bisogna proprio che te me fassc '1 pia^er de 'mpre- 
surme (ento franchi. 

— 'Orpo, ghe dise sto so amigo, me rencressi unto, ma no 
posso daneli par trentado rasone. La prima 1' ^ che no ghe j 6, 
la seconda 1' ^... 

— Basta^ basta, el ghe dise^ ghe n' 6 '1 bisogno de la prima, 
s' anca no te me conti le altre... 

VIL — Mi son proprio contento. 

Gh' era uno ch' el gh' 'ea 'na bela casa, con denanzi en bel 
giardineto. En giorno el s' ensonia ^ de mitar fora en scarubcl ' 

» ^Edoa, vedova. — ^ El vicio, qui vale il padre. — J P«(o, pegglo. — 4 £« 
pr$ssiay in fretta.— s *ia, via. --^ El cioca, bussa.— 7 E P d 'oUd galon, e volt6 
fiance. — ^ El s* ensonia, si sogna. — 9 En scartabel, un cartello, avviso. 



DODICI NOVKLLIKl- DKL CONTADO VKRONESI- 249 

con sora scrito : « Se regala questn casa a ci dira d'ess.ir proprio 
conteiuoD. 

Passa dc la 'n paesan cW el gh* 'ea 'na nicza bala ' cW el 
cantaa c ch* el sbrajaa ^ , c lu , quan' cl \c/a st j scartabcl , el va 
drento dal patron de sta casa, c el ghe dise : 

— EI me la daga a mi, parche mi son proprio contento. 

— No , ghe dise el patron de sta casa , se vu fussi proprio 
contento , no desideraressi sta casa ; V ^ segno che qualcossa ve 
manca parche sie ^ proprio contento. 

A siu paesan , alora , no gh* h rcsti^ che nar 'ia con tanto 
de naso.... 

VIU. — El gh* 'ea enduink \ 

Gh' h sta' uno che 1* a encontr.^ en so amigo , ch* el gh' a 
dito : 

— Te dei sacr ^ che me mujer la gh' a 'u... 

— En putin ? ^. 

— No. 

— 'Na putina, alora. 

— Brao^ te se' ^ sta proprio brao, te gh' 6 enduina. 

IX. — L* era 'n strolego ! I 

En ' paesan 1' encontra en so amigo ch' el gh' *ea iin v'e^f<^ 
coerto 9, El ghe dimanda : 

— Cossa gh' ^-tu drento en de quel (jesto ? 

— Se te gh' enduini te ne dago 'n arzimo '^ 

— De r ua te gh' 6 drento. 

— Par di' ! Ma se-tu 'n strolego ti ? Te gh' e proprio enduine; 
r h dc r ua che ghe porto al me patron. 



* Mt^a bahy mczza sbornia. — ^ CI/ el sbrajaa, che grid.wa a squarcingola. 
— 3 5i>, siate.— 4 Enduina, indovinato. — 5 Te dei saer, devi saperc. — *> Putin, 
bambino. — l Te se\ sci. — ^ Strolego, indovino. — ^ Coerto^ coperto. — '^ Ar- 
iwa, grappolo. 

Archivio per 1e tradiiioni popolari. Vol. XXII. 32 



2 JO ARCrtrVld PER LE TRADl^iONI POPdLARl 

X. — Aspetar e no vegnir. 

Gh* era 'na put^la che la spetaa el so moroso , ma qucsto 
mai no '1 vegnea. Finalmente, stufa, la va *ia, e la disc: 

Aspetar e no vegnir, 
L' fe 'na cosa da raorir. 

Dopo *n poco ch* ela V h ni 'ia, cipita el so nporoso, ma no 
M le cata miga. Alora lu el dise : 

Vegnar e no trovar, 
L* e 'na cosa da crepar. 

XL — Quela de quela che contaa i pecati de so mari. 

Gh' era 'na dona che V era 'ni a confessarse. 

— Coss* ^-tu fato ? ghe duiianda el prete. 

— Me ninri de le 'olte el me bastona... 

— Ben, e ti ? 

— Parchc, vedelo, el s' cnibriiga ' de spesso..,. 

— Ma no sta a contarme i pecati de to mari, c6nteme i toi^ 
glie dise '1 prete. 

— E vedelo, quan' V h 'mbriago el tira zo 'na mota de bia- 
sEeme t 

— Ma te digo, no sta a contarme i pecati de to mari, c6n- 
teme i toi.... 

Ma za sta dona, no la fea * altro che contarghe quel ch* 'ea 
fato so mari. Alora el prete, stufo, el ghe dise : 

— Ben basta, 6 enteso tuto, adesso te dago la penitenza par 
le bastoni, par le embriaghi, par le biasteme.... 

— Ma no son sta' miga mi, la ghe dise ela, a far quei pe- 
cati li.... 

— E ti za che tc me j i conti, te fari anca la penitenza ! 



I El s' embridga, s' ubbriaca. — * El tira xp ''W mota de biastem$ , tira 
una fil^a di bestemmie. 



\ 



DODICI NOVELLINE DEL CONTADO VERONESE 25 I 

XII. — Vu-to quela... 

En putelato el gh' 'ea du schei, e el va da 'n trutarol * par 
cromparse quarcossa da magnar. Ma, cispita , 1' era tanto picolo, 
che no V era bon da spiegarse. El frutarol ch' el lo vedi con sti 
du schei en man, el ghe dimanda : 

— Vu-to en pometo ? Vu-to en pereto ? Vu-to en grapoleto 
d'ua? 

Ma sto putelcto el tasc semprc. El frutarol el proa a diman- 
darghe da noo * : 

— Vu-to de le castagne ? Vu-to de la zuca ? 
Finalmente, stufo, el perdi la pazienza, e el ghe dise : 

— Vu-to quek porca che t' a messo al mondo ? 

— Si, el dise alora sto putelcto ^ 

A. Balladoro. 



' Frutarol, fruttiveodolo. — ^ Da noo, di nuovo. 

> La fine del racconto Una sbornia a ferma Id dei Quarantasette racconti 
kccbesi d\ Id. Nieki (Lucca, Tip. Baroni , 1894)^ p. 43, b analoga alia nostra 
novella : « Intanto entra nel ca(T^ un su' amico che aveva altro per la testa. 
- « Niccolo, lo vuoi un poncino ?» — «No».— « Vuoi un caflffe ? » — No ». 
— «Allora vuoi un bicchiere di vino?)) — «No». — tcLo vuoi un scrpcntc 
che ti mangi di cima in fondo ? » 



-f}^24*v:H4«^ 



PROVtKBJ IN VEGLIOTO ODIERNO. 



1. Gcnaro, 

Che impenisi la bote e aiica cl tcnaro (tino). 

2. Vento che raja, 
No val una paja. 

5. El zielo 'zuvsL a la tera, 
Clie uiii cosa vien a lu'ztr. 
4. La colera de la sera 
Bi'zona lasarla per la matina. 

). La luna del buban gi fato el tondo; 
La roba del cojon mantien el mondo. 

6. I bezi de 'zogo, 
'Zamai trova logo. 

7. La roba de stola, 
Cantando la vien; 
Cantando la vola. 

8. No buzona dormir coi cani, 
Perchfe se de'zmisiemo coi puli*zi. 

9. No bi'zoiia lasar la strada vecia per la nova; 
Chi lasa la strada vecia per la nova, 

Speso inganato se retrova. 

10. Mai eser curio'zo dei afari dei altri, 
Che i sui va de inal abastanza. 



PROVEKBI IN VEGLIOTO ODIHRNO 2$$ 

11. No 'ze cau'za la gata, 
Se la masera 'ze maia. 

12. Luna crescntc, 
Col cu!o a poncntc; 
Luna calantc 

Col culo a levante. 

13. No val bela cami'za, 
Ma sazia panza. 

14. Quando che Tomo marcia in velada e capelo. 
Mi ghe digo ch' el 'z^ un colonelo. 

15. Fora un putelo, 
Dentro un vcdelo. 

1 6. Quando le serve deventa parone, 
Le 'zi gran mate o bu*zarone. 

17. Sol e piova, 

Azioch^ i strighi se inaniora. 

18. San Martin, 

Che se spina la bote del bon vin. 

19. Martin, come mana, 
Martin co'zi zapa. 

20. Se anca le scarpe 'zi rote, 

Basta la salute, che Taltro no importa nentc. 

21. El compare de Tanelo 

Speso el 'zi padre del primo putelo. 

22. Se Tinvidia fuse frebe, 
Tuto el mondo la varebe. 

23. Chi mana polenta e bevi aqua, 
Alza la gamba, e la polenta scampa. 

24. La polenta 'z& una bona piatanza, 

E pi6 che se mana, se impenisi la panza: 
E la vien 'z6 de la Turchia, 
Adio polenta e panza mia ! 

25. Dove mai 'zelo 
El bel tempo antico: 
Che Berta filava, 

Che sonava le ^vctnzrk con do' colpcti ? 



254 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

26. Quale 'zi Tarte del Micelazo ? 
— Manar e bever e andar a spaso. 

27. Paron, volu carta, 

Che '1 sior Bonolo gi da dar. 

28. Co' se compra qualche cosa e che no se vedi prima, 
Di'zeva i nostri veci, che se Rudmpra la gudta intal sfidrl 

29. Grazie spartise el papa, 

Che zento de quel no val una rapa. 

30. Uniuri dal tcanto sue cura se prenda; 
Chi ga le piatole al culo se le defenda. 

31. L' anima a Dio; 
El corpo a la tera, 

El cul al diavolo per tabachera. 

32. Uta, Muta, Cananea, 
Pan e pese, La'zarea; 
Diminega Oliva, 

E Pasqua infioriva. 

(Frammento) 

33. El primo de decembre San Diodoro de MUano, 
El secondo san Francesco Saveriano; 

Ai quatro la vergine Carbarela? 

Ai sei San Nicolo di 'Zbari; 

Ai oto concezion Santa Maria, 

Ai trede'ze vien Santa Luzia; 

Ai vintinove San Tonii('zo), 

Ai vintiquatro Sant'Antonio che canta, 

Che ai vinticinque forma vita santa! '. 

Antonio Ive. 



I Cfr. rinteressante articolo di L. Biadene intitolato: Carmina de mensibus 
di Bottvesin da la Riva in Sludi di filologia romanxa, pubblicati da E. Monaci e 
C. De Lollis, vol. IX, p. 1-130; specie a pag. 114, dove, a proposito dcUc 
onave rovignesi da noi altrove pubblicate, va ricordato che la prima del testo 
toscano si trova nei nostri Saggi di dialetto rovignese (Trieste, 1888) p. 18. 



ALCUNI PROVERBI VENETI 
DI MALDICENZA IN T E R C OMUN ALE . 



1. Consio — l*uItimo paese die i crei Dio. 

Consio, in prov. di Treviso. 

2. Mosnig, Moriag e Fontig — tre paesi che no val un fig. 

Lo raccolsi a Valdobbiadene, cWb nella prov. di Treviso, al pari 
dci trc Comuni di Mosnigo, Moriago e Fontigo. 

3. Feltre, il paese dei caratteri mobili. 

Mormorano a Belluno ailudendo a Panfilo Castaldi; ma il sen so 
h doppio. 

4. Tai, trist. 

L'ho orecchiato a Taibon, paesello a poca distanza da Agordo . 

5. Qeneda V k tabricada el diavolo , e po T ^ ca.«. un poco 
dapertuto. 

Si brontolava in vecchio a Serravalle, che forma ora con la 
stessa Ceneda il Coraune di Vittorio. 

6. A Conegian^ larghi de boca e streti de man. 

Pensano a Treviso. 

7. In Borgo Angaran, ranaroi e fumegai. 

Cosl a Bassano. Angaran era in altri tempi Comune a si. Fu' 
megai, perchi essendo questa borgata situata a un livello piii basso 
di Bassano , a cui la unisce il ponte sul Brenta , riceve il fumo 
dalle case e fabbriche bassanesi; ranaroi, spcsseggiandovi, appunto 
per la sua bassa postura, le rane. 



256 ARCHIVIO PER IE TRADIZIONI POPOLAI^r 

8. I Maroscegaoi, tuci gaze. 

Cosi a Bassano. Ga^e intendi lignosi, ch: la tigaa v* aUigaiva 
in addiecro parecchio. H gi^ uc\ altro vecchio proverblo, raccoUo 
dal Pasqualigo, v*alludc : « Vicenza pjmposa , Marostegj Ugfiosa^ 
Padoa studiantc, Treviso tripante, Bassan mcrcante, Asolo furfante 
e Feltre polentem. 

9. Bassan castracan, magnagati in Angaran. 

E anche : 

10. Bassan castracan, tuti bechi in Angaran. 

Tale era rinimicizia di Bassano con Angaran, che narrano she 
tutti i cant di Angaran i quali per loro mala sorte capitavano a 
Bassano, venissero quivi castrati. 

11. Bassan pien d'ambizion, brusa pucei e strassa prusstssioa. 

Gil Annali di Bassano, due grossi volumi mss. che stanno nella 
Bibliotcca del civico Museo di Bassano, provcnienti da casa Re- 
raondini, cc ne rendono ragione. Ecco cosa vi leggiamo: 

<c 1705. Giacomo Barozzi Pod. e dp. {Podestd e CapHanio). 

« 1 1 Giugno giorao del Corpus Domini. Segui V incendio del 
Carettone alto piedi $2 che rapprcsentava li 4 Njvissimi con la 
morte ii 1 5 raga^zi, e molti piii assai maltrattati. II su J.^ incendio 
segui nella Contri^ delF Angclo ed il Carrettone sud. era della 
Scuola dello Spirito Santo. 

« Ducale che proibisce li Cirettoni ». 

12. T6mbolo, San Martino e Galliera — tre m^neghi da galera* 

Dicono a Cittadella in prov. di Padova. 

DoTT. Cesare MuSATTr. 



-<^w^ 




USI NUZIALI DELL'AGRO NOVARESE 
D' UNA VOLTA E D' ADESSO '. 



A niia sorell.i Linda. 



Come «si parlano». 

Amor rustico — Cantilcne e fiabe — Strambolti — Prgnostici nuziali — Ragazze 
da marito — La schtrpa — II moroso si presenta — Malussii e camarada — 
I scarbonil di Castellazzo — II giovine 6 accettato — fi rifiutato — La bulaa. 




UANDO due giovani fanno all'amore^ la gente del con- 
tado dice sctDplicemente che si parlano. Una tale espres- 
sione ci rivela tutto TaQimo del popolo: che non con- 
cepisce altro linguaggio tra il giovanotto da mogliera e la ragazza 
da marito che non sia quello tra fiorito e brutale che suggerisce 
Tamore. Solo dei sentiraenti che riesca a stringfere i rapporti tra 



' Le notizie che qui si portaao a contributo della storia degli usi nuziali 
riguardano in modo speciale Tantico contado novarese, tra la Sesia e il Ticino, 
onde vennero in gran parte attinte, roa si estendono per opportuni raffronti alle 
grandi vallate della Sesia e dell' Ossola , dalle quali scende al piano novarese, 
coUe acque dei fiumi che lo fecondano, una gente activa ed industriosa, e con 
essa un'eco dei suoi canti, dei suoi costumi e del suo linguaggio. Avverto qui 

Arcbivio per U tradixioni popolari. — Vol. XXII. 33 



1 



ijS ARCrtiVtO PER LE TRADIZIONI I»OPOLARt 

'lunb i Taltro sisso e che pur dura fatica a renderli meno rdzii 
e grossolani. 

Nei villaggi, ove ancor la tradizione paesana ndn c vinra dalla 
moda cittadina> la galanteria quasi deppur si conosce: par loro una 
supcrfluitil smorfiosa buona per <(i signori»y ai quali non si curan 
punto di assomigliare. 

Nella comunanza continua dei lavori nei campi e dei ripost 
nellc stalle i giovani guardano Ic fanciulle con certo disdegna or- 
goglioso , che vien dalla coscienza della loro superiority^ ; non si 
chineranno niai a raccogliere il fazzoletto od il gomitolo caduto 
ai loro picdi, ne incontrandole per via, si offriranno mai di alleg- 
gerirli del peso del loro fardello. Nelle stalle se nc stanno in di- 
sparte, fumando e chiacchierando fra loro. Pur nella danza , nei 
giorni di festa o di carnevale , nppena la musica si arresta , cssi 
piantano la lor compagna li sui due picdi , senza neppur ringra- 
ziarla. Certe delicatezze abituali tra i Dafni e le Cloc di Arcadia 
sarebbe ingcnuiti il cercarle tra questa plebe rustica. E il senti- 
niento di rispettosa amicizia, di protezione verso il sesso femmi- 
nile 6 qui tanto nicno facile a nascere, quanto meno in quelle si 
possono scorgere i segui di deb.^lezza e di timidezza che sogliono 
distinguerlo nelle classi piu coltc. 

Ma appena il giovane, entrato nella puberti, sente agitarsi in 
foRdo all'anima un moto oscuro che gli stimola il sangue e Tim- 
maginazione , allora egli h tratto inconsciamente a ravvisarc tra 
quelle fanciulle in cui finora non aveva vcduto che dellc cofnpagne 
di fatida, la donna che sari sua. E questo nuovo sentiniento di- 

chc, citandosi paesi poco noli del circondario di Novara, si pone tra parentesi 
il mandamento cui appartengono. Mi son giovato oltre che delle pubblicazioni 
che verranno di volta in volta citate e delle mic osservazioni personalis anche 
deiraiuto pazicnto di mia sorella Linda per gli usl riguardanti la zona risicola 
di Sozzago (Trecalu), ovVlla attende a migliorare la mente ed il cuoredi tantc 
piccole spose future ; dcbbo qui pur ringraziare Ic gentili slgnore Teresa Codo- 
villa, maestra, e Maria Vandoni, levatrice, rcsidenti a Romagnano, per le utili 
informazioni sugli usi nuziali di Castellazzo, Bogogno , Cressa^'Cavaglio e Ro- 
magnano, ch*esse furono in grado di fomirmi per loro esperienza personale. 



USI NUZIALI DELL'aGRO NOVARESE 259 

rozza 1.1 sua nntura, la trasforma, accende una fiainma ideale sul 
fondo basso dei suoi appetiti. 

Vcramente al pensiero delli nozze giovani c donzelle son 
guidaii'sin dalla loro inf^inzia. Mi allor si coUega al pensiero dei 
giochi c delle feste, che sogliono accompagnarli, velandole il mo- 
vente scssuale. I bimbi sogliono rallegrare gli sponsali con buon 
augurio , ed in alcuni luoghi come a Bogogno (BorgoHcino) essi 
sono accolti in gran nuniero al baiichetto nuzialc. Essi sono i primi 
a godcre dell' afFaccendarsi festante che gli sposi poruno in ogni 
casa, c li circondano con grida giulive per averne noci e confetti. 

Onde i lor giochi, come quello classico ddV ambasciatore \ le 
lor cantilene infantili rigurgitano di concetti amorosi e nuziali. E 
anche a lor si racconta le cento volte presso al focolare o nelle 
stalle dalle vecchie filatrici, per farli star queti, come la poven e 
modesta liglia del boscaiolo sia giunta, dopo infinite peripezie, a 



> Sul giuoco dell*ambasciatore vedi: De Gubernatis, Sioria comp, degli us 
nu{iali, Milano, Treves, 1878, pag. 23; Nigra, Canti pop. del PiemontCy Torino, 
Loescher, 1888, n. 189: Giuochi, Esso si ha pure nel Novarese in redazioni 
affini alia piemontesc, ma con qualche variante. 

Eccone una, raccolta a Romagnano : 

(I bimbi in due schiere cantano altcmamente :) 

— hh, I'ambascudur, 
lant tntirolirolena. 
Eh, Pjrobdscijdur, 
laiit ntirolirol.-t. 

— Cusa vuri niai vui ? etc. 

— Nut vurunia 'na (iita, etc. 

— Che fiita vuri tnai vui ? etc. 

— Nui ruruma la Picrina (o altro uorac qualunque), etc, 

— Che Vc4ti fari mai vui ? etc. 

— Un.i vesta di seta rosa (o altro colore c. s.) tic. 

— Che scarpite farete vui ? etc, 

-- Noi fareno Ic scarpete biaochc (o altro colore c. s.), etc. 

— Che pranso fari mai vui ? etc. 

— Faremo rost e cap6n e fidr di b6nbdn, etc, 

(Le schiere si rompono al grido di oh I oh ! oh 1) 

Come poi il pensiero delle nozze entri in altri giuochi dei fanciulli si pu6 
vedere in Pitr^, Giuochi fanciuUeschi, Palermo, 1883 {Bibl delk trad. pop. sie.^ 
vol. XIU), 



26o ARCHmo PER LE TRADIZIONl POPOLaRI 

sposare il figlio del re. Nozze che finirono, come tutti sanno, con 
grandi feste e banchetti, alle quali fu un vero peccato non poier 
assistere ; e la novellina conchiude nella chiusa lombarda : 

£ V haa fat Tinsalata in sul pugid, 
e chi na vd ca na vaga a td, 

o pii amaraniente nella chiusa lomellina: 

£ mi sera dare da V Qs, 

e i* ban fai ud pastis e pastus, 

e m* ban dai *Da casul4 in t' al mus >. 

Ma quando Tamore cessa di esser gioco, allora ben altro oc- 
cupa la mente e fiorisce sulle labbra del giovani e specialmente 
delle ragazze, che nei lavori di mondatura o di mietitura o nelle 
veglie a filare soglion talvolta (e piu un tempo) cantar in forma 
di contrasto alterno strambotti amorosi, come un'altra volta ebbi 
a descrivere *. Tutto il canto della plebe in gener? c lo stram- 
botto in specie svolge in tutte le sue variazioni il tema inesauri- 
bile dell'amore, un amore die per lo pi6 si richiama saviameote 
al settimo sacramento. Dice uno strambotto 5 : 

O cbe pena, o che dolore, 
cbe brutta bestia ca l* d mai 1' amorc ; 
star6 sett*ani senza mangiare, 
ma senza marito non posse stare; 

a cui sembra risponder quest'altro piii indigeno : 

O RuHna dal curin ardi, 
non abi pr6sa da prender mar) ; 
che se in co da Pante gavr6 fortOna^ 
la gugia in man e 'e p6 tac^ la cuna. 



» Cfr. la conclusione della novellina piemontese: « A i'an fait tante nossc 
e tanti spatils; e mi j' era dar6 d* V uss ; a V an gnanca name na f tU d* 
priiss ». De Gubernatis, Op. cit., pag. 199. 

* In Archivio, vol. XXI: Una stornellatriu di Soiiago nel Novarest^ cstratto 
dalla Gail, di Novara, a. VI, n. 506. 

J Cosi gli strambotti che gli altri canti qui riportati furono da me raccolti 
$ulle labbra delle contadine di Sozzago. 



USI NUZIALI DELL'aGRO NOVARESE 26 1 

Ma g\k Timpazienza di maritarsi non d4 tregua alia fanciulla 
chc si raccomanda alia niadre di cercarlc uno sposo nel canto : 

Mama mia marid^m, 
dem UQ bel giuvin da cuntent^ra, 
demal picul, demal grand, 
demal inia cua stort i gamb, 



e via su qucsto tono. 

E se la mamma non Taccontenta essa si strugge sino ad am- 
malarne : 

Tuti i disan che son smortina: 
1* h V amor che mi rovina ; 
quando poi sar6 sposina 
il mio color ritorner^. 

Cosi Tattesa del marito occupa il caore di ogni fanciulla del 
contado , la quale mal si rassegna a dipanar filo , che in gergo 
paesano significa rimaner zitella. Stato incompatibile fra la gente 
dei campi, ove alia donna non son concesse altre soddisfazioni che 
quelle non prive di triboli della famiglia ed ove la feconditi h 
ancor giudicata, secondo il concetto biblico, un dono della prov- 
videnza : onde , salvo che per casi eccezionali o per imperfezioni 
fisiche, la ragazza non pu6 rimaner zitella che per diventar mo- 
naca. E qui come dappertutto le fanciulle fanno sogni e pronostici 
sulle loro future nozze e si raccomandano fervidamente a San- 
fAntoni, per grazia di Dio e volonti delle zitelle, pruUtur di ma- 
irimoni \ £ specialmente la notte dell* Epifania , nella quale i Re 



» S'intende il Sant' Antonio da Padova, che si raffigura giovane, coi gigli, 
ed il bambino sulle braccia^ non il vecchio abate del porco che mal si preste* 
rebbe ad incombenze di tal genere. A spiegar Torigine di questa sua protezione 
si racconta nel Monferrato la novellina della fanciulla che dopo aver invano 
pregato Sant' Antonio di farla maritare, in un memento d'ira gettb la statuetta 
del Santo (ch'era di gesso) dalla fincstra. Ma, vedi prodigio !, la statuetta and6 
a rompersi sulla testa di un giovanotto che di la passava e che alzandu gli 
occhi per veder chi gli avessc fatto Tinatteso regalo, s'incontr6 negli occhi do- 
lenti della fanciulla. II rcsto lo si pub facilmente indovin.ire. Vedi Rivista delle 
trad, pop, it, diretta da A. De Gubernatis, an. I (1894), pag. 296. 



262 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

Magi battono la campagna, quella che porta i pronostici piu giusti, 
i sogni pii veritieri. 

Nel contado (Trecate, Cerano, Sozzago) la ragazza niette in 
quella notte una scodella d'acqua fuori della finestra, ed ii mattino 
seguente corre ansiosa ad osservare le impronte che i Re Magi 
han lasciato nel ghiaccio: e se quegli arabeschi che il gelo vi ha 
disegnati rassomigliano ad una figura umana, allora cssa vede in 
quella il ritratto del suo future sposo; diversamente i segni rap- 
presentano una cassa da morto, ed allora la ragazza morr4 nubile. 

Piix in su , a Romagnano Sesia , si ha cura di metter nella 
scodella dei bigliettini arrotolati col nome di varii mestieri; quel 
biglietto che al mattino si trover^ apcrto dal gelo dira il mestiere 
dello sposo '. 

Piii in su ancora, a Riva Valdobbia, nella stessa notte, se i 
giovani e le donzelle, dopo aver mangiato dei cibi molto salati, 
sognano di andare a here iu qualche casa, h certo che quivi strin- 
geranno il parentado! *. 

Pure nel Novarese come in molti altri luoghi, a Capodanno 
la fanciuUa pu6 conoscere se V anno nuovo le porteri lo sposo, 
gettando lo zoccolo verso la porta di casu : se esso cadri coUa 
punta rivolta alia porta b indizio certo ch'ella ne uscir^ sposa in 
quell'anno; nel caso contrario, essa rimarr4 in casa un altro anno 
ancora. 

E poi ogni cosa, i peiali dei fiori, il sofEar del fuoco, quanto 
s'incontra per via serve ai pronostici d'amore della giovane aru- 
spice. 

Ma se il frutto b maturo bisogna che il compratore lo sappia. 
Onde a Cressa (Momo) ed in qualche paese deH'Ossola quaado 
in una famiglia v*^ una ragazza da marito si suol mettere , noo 



I Nel Canavese sono le impronte lasciate nel ghiaccio che rivelano alia 
fanciulla il mestiere dello sposo. Vedi De Gubernatis, Op, cit„ pag. 35. 

* Per questa c le altre superstizioni nuziaii di Riva Valdobbia cito una 
volta per sempre: Rivista delU trad, pop., an. I, pp. 69, 7}, 134. Credenie po- 
polari della l^alsesia raccolU per la maggior parte in Riva Valdobbia. Comunicate 
da S. £. la Marchesa di Villamarina. 



bst NbziALI DELL*AGRO NOVARfeSfe 26^ 

SO se aocor oggi, un ceppo fuori della porta: segno che v'ha chi 
ne deve uscirc ad accendere un altro focolare. 

Anche nel contado Ic raaritande ponevansi ancor non h molto 
nei capelli un distintivo che poi serbavano per tutta la vita: erano 
cioi gli spilloni d' argento disposti intorno alia nuca a guisU del 
raggi (Tuna aureola^ oppure le cosidette qua:(^{e o spranghette d'ar- 
gcoto^ terminate da due pezzi ovali sporgenti ai lati del capo, come 
usano anche le contadine brianzole '. Un tale ornamento era il 
frutto di faticosi rlsparmi fatti andando a giornata e lesinando sul 
vitto gii scarso, ma se la giovane non aveva Vargento in capo lo 
sposo non si prescntava. Ed a questro proposito osservava una 

geniale scrittricc novarese, la Marchesa Colombi : « quella 

brutta e iredda aureola di metallo , h V armatura di cui si rive- 
stono le fanciulle delle nostre campagne per entrare in lizza amo- 
rosa. Vi sono parecchi uccelli che , all' epoca dei loro amori , si 
ricoprono di penne eccezionalmcnte splendide; le nostre contadine 
mettono gli spilloni nelle trecce; sono le loro penne d'amore » '. 
Ora gli spilloni van perdendo voga e non son piii che le vecchie 
a portarli , ma non cessa pero , come h naturale , la fanciulla di 



» Vent'anni fa erano ancora in uso nel basso Novarese. Vedi Oreste Bor- 
DIGA, L'AgricoUura e gli AgricoUori del Novarese, No vara, 1882, pag. 516. — 
Quaoto alle contadine brianzole, chi non ricorda Tabbigliamento di Lucia Mon - 
della ? (Manzoni, / promessi spcsi, cap. II). 

' La Marchesa Colombi, In risaia^ Racconto di Natale, Milano, Galli, 1890, 
pag. 19. Questo interessante libro della signora Maria Torriani-VioUier, che fu 
tradotto in parecchie lingue, dipinge con vivace realty la vita dei contadini del 
basso Novarese (Trecate , Cerano, Galliate) , ove V autrice pass6 la giovinezza. 
(Vedi nei racconti : 1 ragaxx} d' una volta e i ragax^} d* adesso , alcuni ricordi 
personali delFautrice). Fu sin qui quasi Tunica miniera da cui si estrassero ma- 
terialiper.il folk-lore novarese. (In ^^rchivio y v. V, p. 439-452: Gaetano Di 
GiovAKNr, Vii , costumi , pratiche , credence e pregiudiiji del Novarese , onde fu 
tratto Targomento di due articoli su Le risaie nel Novarese e sulle Usance nu- 
liali nel Novarese , apparsi nella Nuova Gnuetta di Palermo , 24 Marzo e 2 
Aprile 1885. Cfr. PiTKfi, Bibliogr. delle trad, pop,, nn. $017, 5018). Ma come 6 
naturale le notizie attinte ad u:i romanzo non possono cssere n^ complete, n^ 
csaurienti; tutta via qui se ne tiene il debito conto. 



264 AkCHtVIO PEK LE TRADIZIONI POPOLARl 

adornarsi con cura, col desiderio istintivo di parer piacente a chi 
la mira. 

Intanto le si prepara la scherp.i , cio6 il corredo. Anno per 
anno, da quando la fanciulla i nata, le si 6 accumulato dalla prov- 
vida mamma il piumino candido e morbido delle oche (che si 
spennano tre o quattra volte all* anno) per fame il letto nuziale. 
E nelle lunghe notti invernali, le donne si aturdano novellando a 
filare il lino con che si tesseri quella ruvida tela casalinga desti- 
nata alia lenzuola ed alle camicie della futura sposa. Che se in casa 
v*ha un po' di larghezza, anche verran ricamati sulle lenzuola e 
le federe facili motivi allegorici, come colombe che si baciano ed 
angioletti che sorreggono nastri di buon augurio: oggetto di me- 
raviglia e di invidia in tutto il vicinato. 

Cosi la fanciulletta si abitua a poco a poco al pensiero della 
nuova famiglia ch' ella sari destinata a formare. E la convivenza 
cogli animali domestic! di cui non le possono restar nascosti i 
rapporti sessuali , T aperta trivialitd dei discorsi ch' clla ode nelle 
stalle le appannano sin dai teneri anni il candore dell' anima , le 
perraettono la liberta del linguaggio scurrile senza corrompere le 
radici della sua fiera c selvatica onesta. Scema cosi forse la poesia 
del mistero nuziale per lei , ma preparasi la donna con maggior 
senso della realta ai doveri materni. E quando h fanciull.i ^ cre- 
sciuta, ed il letto di piuma i finito, ed il corredo c tutto pronto 
allora o prima o poi il moroso (n/ mnrus) si presenca. EJ al cor- 
redo si aggiungc poi la cassa nuziale (a cui or si va sostituendo 
il moderno cassettone) e Voro, cioe orecchini c monile d'oro, piu 
o meno di buona lega a seconda della fortuna. Ma qualunque essa 
sia, il paesano che vuol prender moglie tien pure assai conto della 
bellezza fisica. 11 calcolo ha nella campagna minor potenza che 
ahrove. II miglior capitale d'altronde della donna campagnola ^ la 
salute ed alia donna vigorosa dai fianchi larghi e dal seno capace 
si appuntano di prcferenza i desiderii del giovanc contadino. 

Tuttavia non si creda che quando questi dopj aver lunga- 
mente ammirato o nella stalla o nei campi o alPuscir dalla cblesa 
la sua donna, si decide alfine a dichiararsi, la cosa si risolva dap- 



USI NUZIALI NELl'aGKO NOVARESE • 265 

pertutto in una semplice dimanda ai parent! di lei. Poichi una 
tradizione inesorabilc permane in alcune nostre plebi ad intralciar 
con minute trattative questo primo passo del giovane , al quale 
vien cosi accresciuto coir apparentc ostacolo il pregio delld con- 
quista. 

II giovanotto che vuol prender moglie deve ricorrere sovente 
airaiuto di un intermediario, che gli divente da quelPistante il suo 
segreto confidente , e che prende il nome di malussu (Sozzago), 
marossi o di camarada , col qual ultimo nome si indica talvolta 
anche solo Tamico pii intimo del fidanzato \ 

II mezzano d'amore, Vambasiadnr deila cantilena popolare, h 
di tutti i luoghi e di tutti i tempi, cntra in tutte le storie antiche 
e modernc , pcrch^ noi abbiamo a meravigliarci di trovarlo qui 
tra questa plebe conservatrice. 

Al malussu vien dunque affidato dall' innamorato il compito 
di stipular le trattative tra le due famiglic. 

In alcuni paesi il mezzano va col pretendentc in casa della 
ragazza, sotto il pretesto di far qualche contratco, di comperar un 
vitello ad esempio, e soltanto dopo aver parlato di atfari che in 
quel raomento non contano, si vienc a dire del vero scopo della 
visita. 

Ma a Castellazzo (Carpignano) questa circospezione era, forse 
h ancora, assai piu esagerata. Per una curiosa c certo antichissima 
consuetudine, la mano della sposa si mandava a chiedere non da 
uno solo ma da due intermediarii, detti scarbonii nel dialetto del 
paese. Questi, poichi i matrimonii si combinano nell'inverno, si 
coprivano di ampii mantcUi con moici baveri , quali usano i pa- 
stori, e si recavano in casa della fanciulla. Quivi discorrevano del 



' Mia sorella mi avverte che nella risaia non tutti i matrimoni sonocom- 
binati dal malussu. lo S3 inveco che a Perniitc (:oaiuno di No vara) si" fa un 
vero conlratto tra il sensale e i parenti della rasazza. Quanto al camarada che 
in alcuni paesi lombardi e un vero e proprio mezzano (vcdi in proposito una 
piaccvole commedia niilanese di Coruado Colombo, /// nun ^^ hosin^ Milano, 
C. Aliprandi ed.), in alcuni luoghi del Novarese, come a Sizzano, si limita ad 
essere Taraico inseparabilc dello sposo, scelto da questi tra i suoi coetanei. 

Archivio per le Iradizioni popolari. — Vol. XXil. 34 



266 ARCHIVIO i}ek LE TRADIZIONi PcJpOlArI 

tempo, del raccolto, di cose inditFerenti, mentrc si orFriva loro d.i 
here; nl momento di partire uno di essi , con un paio di inoHc 
che aveva recato seco sotto il mantello, tracciava due righe sulU 
cenere del focolare (il che si diceva scarhona la scendra) ; quiaJi 
se ne andava col compagno senzi far motto. Cosi la fanciuUaera 
chiesta in sposa ed il padre , V arsgiti della casa , si riservava in 
altro momento di intendersi meglio sulla cosa. Costumi singolari! 

Questo malussn o camarada accompagneri I'innamorato dap- 
pertutto, parteciperi a tutte le feste ed avri poi ad affar concluso 
regali dallo sposo ed anco una camicia dalla sposa, che ricorda il 
dono della camicia che gli sposi dell' eta vedica rilasciavano al 
loro assistente presso il talamo '. Ed anzi in alcuni paesi, come 
a Sizzano (Carpignano) il camarala dormira collo sposo nel letto 
nuziale la notte precedente il matrimonio : quasi a prova della 
illimitata fiducia che I'uno deve avere neU'altro. 

Ma non c neppur raro il caso che per certi piii intimi col- 
loqui il camarada non sia volontieri lasciaio in disparte. Ben lo 
avverte lo strambotto malizioso : 

Al mio araur si m' ha mandate a dire 
se trova 'I camarada vuol venire : 
e mi si g* ho mandate V imbassada 
che *l vero amur non spcta camarada. 

Anzi il camarada alcune volte pu6 insinuare, colle liberti che 
si permette, un' ombra di gelosia nel cuore del giovane , che gli 
rinfaccia i suoi doveri : 

O camarada trata da fratelo, 
la m^ murusa lasamela stare; 
lasamela star perch6 1' k bela, 
o camarada trata da frat61o. 

Al camarada spetta dunque di combinar Tatfare, di metterdi 
accordo i parentis di conchiuder la promessa. Quanto al resto non 
h affar sue: penseranno gli amanti ad intendersi! 

Se il giovane viene accettato, egli i ammesso a frequenwr la 
casa della sua innamorata. E poichi le nozze si celebrano dope le 



> Dfi GUBERNATIS, op, CU., p. 228. 



USI NUZIALI DtLL AGRO NOVARBSB 267 

Icsie di Natale o di Pasqua *, i nellc stallc ovc gli innamorati si 
scaiDbiano a iiiodo loro i primi sospiri d'amore. Vi giungoao i 
piovani iu comitiva a vanno a sedersi sugli scanni ospitali , chc 
uno strambotto consiglia di puntellare per la circostanza , poichi 
Tamor, si sa, non dk posa : 

O fiulioa cuQta quanti suma, 
paregia i scagno che stascra i gnunia; 
paregia i scagno ben impiculato 
che stasera i gnuma inarourato. 

Ma accade talvolta che il pretendeate non viene accettato. 
Ragioni d' antipatia, d' interessi , di vecchi rancori, le ragioni in- 
somnia che governano gli uonuni tutti dai grandi agli umili, 
troncnno d' un colpo i bei sogni deir innamorato con un rifiuto. 
Ed allora si dice nel Novarese che il giovane la pia su 6n cai^u. 

Col nome di ca:(:ftt, avverte il Rusconi ', vengono chiamate 
le castagne vuote che si trovano nel riccio, onde forse per meta- 
fora il motto suddetto come di inganno sofferto. Ma non pare sia 
questa la spiegazione migliore poichi col nome di cai:(u s'intende 
pi£i comunemente il mestolo^ chc in alcuni paesi, come a Roma- 
gnano ad esempio, si suole ^ppendere alia porta del povero rifiu- 
tato. Ed il suo signiiicato ci e pur noto dalla chiusa del novelliere 

* Una volta a Sozzago e nella bassa i matrimoni venivano combinati prima 
di Sant* Ambrogio (7 dicembre) e dopo quest' epoca nessuna ragazza conser- 
vava pid la speranza di sposarsi nell'anno: la promessa (vedi piii avanti a Sizzano) 
si faceva quindi nelle {este di Natale. Ma da qualche tempo i matrimoni si 
combinano ancbe a Carnevalc per celcbrarsi a Pasqua (talvolta col calcolo 
egoistico di non aver a mantener la sposa nei mesi invernali di riposo) e piii 
raramente negli altri giorni deU'anno. 

* / parlari del Novarese e della Lotnellina race, ed oflF. alia Soc. Archeolc^. 
Nov. dairavv. A. Rusconi, Novara, Tip. Rusconi 1878, Introd, , p. XXXVIII. 
In -qucsia come nelle sue altre numerose opere , V aw. Rusconi , per quanto 
dotato di buona volontd neir illustrare la storia e le tradizioni della sua cittii 
oatale, non diode mai prova di troppo discernimento critico. Cost a pag. XL 
della stcssa Introd. a proposito dei confotii (bints) che, come si diri piu avanti, 
si gettano dagli sposi ai fanciulli, scrivc: a Ad esempio bints (confetture) deriva 
dal grido di gioia con cui erano riccvute Boni istiia, Se non t vera ^ ben 
trovata. 



I 



268 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

novcilino die si rammarica d'cssere stato escluso della fesra nuzialc 
dicendo : 

E mi sera dare da V lis, 

e i' han fai un pastis e pastus, 

e m' han dai na casuld in t* al nius. 

Collo stesso significato si dice in altri luoglii del Novarese 
(Trccate, Cerano, Sozzago) die il giovanc Tha pia su 6na padl'aa, 
che cioi fu percosso colla padella in luogo d'esser sjrvito di vi- 
vanda. Sul Lago Maggiore si dice V ha toll sii al drapjn, ossia fu 
messo nel sacco. ( 

Cosi i niatrimoni andati in fumo si prestano ai commenti j 

vivaci ed alle beffe del popolo , il quale per burlarsi del giovane 
amante va a sparger di notte tempo della pula di riso (fr/2/a), 
lungo tutto il pcrcorso dalia casa sua a quella delTamata. E questo 
si chiama far la biiliia, nc paesi di risaia. 

In alcuni paesi niontuosi (Romagnano) la stessa cosa si chiama 
far la brenada o hrenaa da brena die significa crnsca. E se il gio- 
vane non vuol lasciarsi corbellare dai suoi rivali c si apposta di 
notte per sorprenderli allor sow botte die corrono sotto le finestre 
della bella disputata. 

II. 

Si promettono. 

L' anello della promessa — La vera — II dono della mela — A Sizzano : til 
picuntdr — Le noci — La fidanzata a Sizzano. Castellazzo, Ronicntino — il 
pranzo della promessa. 

Accettato il tidanzato, si tratta di andar in casa del parroco 
ad ottenere il consenso ed in niunicipio a ratificar la promessa. In 
tale occasione il fidanzato regala alia fidanzata Tanello. 

Al mio amur si m* ha mandd un garofal : 
lute le foglie gh^va su Tamore; 
e mi si gn* ho mandi n' altar piii bello : 
foglia per foglia gheva su V anello ^ 



> In Archivio, v. XXI, art. cit. 



m 



USI NUZIALl DELL'aGRO NOVARESE 269 

Sinmo al secondo atto di quel dramma nuziale che pur ripe- 
tendosi con desolante uniformita non ha ancora stancato nfe il suo 
pubblico n6 i suoi attori. 

V anulus protiubus ^ Tanello della promessa, di ferro fino ai 
tempi di Plinio e poscia d'oro, non fu ritenuto dal diritto romano 
ancora un vincolo legale, lo fu nel diritto visigotico e longpbardo, 
e come tale si conserv6 in sostanza nella plebe nostra latina, come 
appare ad evidenza dai suoi canti popolari \ Esso h da distin- 
guersi, perch^ pii ricco, dall'anello nuziale che ancor qui si chiama 
vera con voce slava che significa fede, ed e fatto d*una sottil la- 
minetta d'oro liscio senza verun ornamcnto; in alcuni paesi, come 
a Sozzago, si chiama anche cercit. 

La promessa ha , specie nel contado , valore di un vero e 
proprio giuramento reciproco di fede e la soleiiniti con cui si cc- 
lebra nei paesi rurali, a differenza che nella citti , ci e testimone 
deirimportanza che quivi conserva. 

Ma prima di parlarne dobbi'amo osservare come ancor ci ri- 
nianga traccia di altri simboli nuziali che oltre all'anello si scam- 
biano dai piu antichi tempi tra i promessi sposi. 

Dice uno strambotto (qual voce piu genuina del popolo ?) : 

O car amur, o car araur, ti laso : 
andii ti porti i pum porta anca i fraschi, 
andCi ti porti i pum da ft saliva, 
porta anca i fraschi da ftg umbria. 



* De GUBERNATIS, Op. cU., p. 102 e sgg. 

Solo i piu poveri si accontentano del semplice anello nuziale. 
Una canzonetta che udii nei campi cosi enumera i doni alia fidanzata 
(Gail, di Novara, a. VI, n. 445: Vuom della villa) : 

Tiiop c tump pic.i a U pirta : 

— O Pcpina, vcgna a durvj 

— Son in siansi in camiscta 
Jtrmt il tempo da vcsti, 

— Mela sii la sottana biinca, 
I scossi rosso tc la do mi. 
Meta su Ic calsettc ncrc 

Ic s.Mrpcttc ic le do mi, 
Meta in collo i corai d'oro, 
\'an€Uino le la do mi. 



170 ARCHIVIO PER L£ TRADIZIONI POPOLARI 

II ricordo del porno come dono ira i fidanzati , che si con- 
serva pure negli strambotto moiiferrini ', ci riconduce ai tempi di 
Roma antica, quando CatuUo assicurava V amico Ortalo ch' egU 
non si sarebbe lasciato sfuggire dall* animo le sue parole , alio 
stesso inodo della vergine che si lascia cader di grembo la meU, 
furtivo dono delFamante, al sopravveiiire della madre. 6 uri qua- 
dretto pieno di grazia : 

Ut missum sponsi furtivo munere malum 

ProcurrU casto Virginis e gremio^ 
Quod miserac oblitae molli sub vesle locatum, 

Dam adventu matris prostlit, excutitur : 
Atque illud prono praeceps agitur decursuy 

Huic manat tristi conscius ore rubor ^. 

Anche tra i Serbi si offre come pegno da more una mela alia 
iidanzata , che per6 la respinge. N^ h qui necessario , dope taoti 
studi gi^ fatti in proposito , di ricordare gli esempi di Eva , di 
Atalanta ed il giudizio di Paride per avvertire come in tuttc ic 
tradizioni orientali la mela appaia come il simbolo della seduzione >. 

Ma un'usanza ancora ignorata e che si conserv6 fino ai nostri 
giorni ci rivela la resiscenza d' una cosi antica tradizione. A Siz- 
zano (Carpignano) ove Tepoca del fidanzamento h per lo piu du- 
rante le teste natalizie, i promessi sposi sogliono alzarsi prestis- 
simo la mattina di Santo Stefano e recarsi nella stalla a reciure 
trecento paternostri (tale almeno i Tintenzione); dopo di che essi 
s' nghirlandano a vicenda, il fidanzato ponendo al collo deH'aaiata 
iuna corona di mele e questa in ricambio cingendo il promesso di 
una corona di castagne. Questo singolare costume si dice far la 
strenna e in dialetto del paese fa 7 picuntor, 

Doni di frutta adunque , siano mele o castagne , ancor si 
scambiano per tradizione tra i fidanzati. Ni occorre ricordare come 
anche le noci fan la loro comparsa tra questi frutti invernali, de- 



» G. Fbrraro, Canti pop, del Basso MonferratOy Palermo, 1888: SiramboiU, 
n. CLin. 

* L. Valerii Catulli, Carmina, LXV, vv. 19-24. 
3 De Gubernatis, Op. city p. 105. 



USI NbilALI DELL*AGRO NOVARESE ijt 

stinati a rallegrare gli sposi c piu gli alcri ; tla quando il coro 
accompagnava la sposa alia casa di Manlio col fescennino procace: 

Da nuces pueris, iners 
Concubine : satis diu 
Lusisti nucibus... ■, 

e neU'ecloga virgiliana il pastore cantava : 

Sparge, marite, nuces; tibi descrit Hesperus Octam *; 

sino ai giorni nostri, nei quali la stornellatrice ancor ricanta 

sull'aia : 

Al m6 murus a m*ha manda una hAs 

a m* ha mand^ di che lO V t spus ), 

e i bimbi ripetono il noto proverbio : 

Pan e nus 
Mangi^ da spus 4. 

Col gettar delle noci ai fanciuUi si voleva significar dai La- 
tini che lo sposo doveva in quel punto abbandonar i giochi della 
fanciullezza, ma forse tutto ci6 iion era che uuo sviluppo dell'uso 
primordiale di un semplice scambio di frutta tra i fidanzati , nel 
quale i bimbi avevano la loro parte ! 

E basteri ricordare come ancora tra i Lettoni si facciano alle 
(idanzate doni di noci e tra gli Albanesi di nocciuole. 

Altri doni di maggior valore suol ricevere la fanciuUa all'c- 
poca delta promessa, mentr'ella prepara una camicia per il fidan- 
zato. i. uno scialle da appuntarsi in capo cogli spilloni d'argento 
che la futura suocera, nella vigilia di Natale regala alia iidanzata 
(Sizzano), la quale se ne adorna nella stalla e lo porta alia messa 

* L. Valerii Catulli, Carmina, LXI, vv. 127-129 {None di Manlio c 
Vinia). 

* P. Vergili Maronis, Ecloga, VIII, v. 30. 

3 E conclude nella ripresa : 

e ml g* ho nuDdi 'udrora 'nx nisci61ii : 
se la 1* i ^us e mi g* ho 'na nd'.a. 

4 Ricorda Carlo Romussi in una sua preziosa conferenza su Milano che 
^I^ii^ (Mtlano^ Rechiedei, 1889, pp. 80-81) che ai ragazzi vocianti allaminec I 
corruzione della nuziale invocazione latina : Himenee, Himenee ! gli sposi ri- 
spondevano lanciando nianate di confetti e di noci , onde il proverbio : pan $ 
n6s, mangid da spds. 



i'Jl ARCHIVIO I*ER LE TRADiZlONI POPOLARi 

di mezzanotte, per rump al pianet^ cxoh, per renders! propizia la sorce. 

Ed a Castellazzo quaudo la lidanzata si reca colla numerosa 
comitiva ad ottenere il consenso dal parroco, il quale 6 tenutcrad 
offrir a tutti da here, essa pure si mette per la prima volta uno 
scialle di tibet a fiori (al panel di guant) ed un paio di guanti re- 
galatile dal suo promesso sposo. 

In altri paesi, come a Roraentino (Galliate), & d' uso die la 
fidanzata porti un distintivo , il quale consiste in una corona di 
fiori d' argento appuntata alio scialle in corrispondenza del maz- 
zocchio dei cappelli '. 

Ma in tutti i paesi di campagna la promessa e di per si un 
grande avvenimento: si sparano al passaggio del corteo mortarctti 
o si schiacciano con pietre, come a Romagnano, vesciche ripiene 
d'aria che scoppiano con fracasso. 

Ed a meglio solennizzare la festa si usa nel basso Novarese 
fare il pratij^o della promessa in casa dclla fidanzata, a cui si invi- 
tano parenti ed amici in gran numero, ove al tradizionale risotto 
succedono piatti colossali di carne che vcngono accoiti con giubilo 
da quella gente poco abituata all'abbondanza. Alia fine la fidanzata 
fa il giro fra tutti gli invitati, con un vassoio di dolci che offre 
ricevendone in cambio dei danari. E quando tutti son ben pasciuti 
e bevuti , ecco apparire il suonatore di filarmonica che intona la 
monferrina. Ed allora le tavole son levate e si balla, si balla senza 
riposo, anche dalla fidanzata , che riceve fors' anche dal suo pro- 
messo un po* brillo qualche pizzicotto... come prova d'amore *. 

{Continua) Antonio Massara. 



' Mi valgo per Romentino e il mandaioento di Galliate delle icteressanti 
notizie raccolte dal dottor Giuseppe Gnocchi in una sua diligente Topografia 
mtdicO'igienico-statistica del Comune di Romentino (^ovarii ^ 1881), quale sarebbe 
utile di avere per ogni comune d'ltalia. Vcdi p. 59 e segg. 

* Questa asserzione non 6 mia ma del prof. De Gubernatis (Op. cit.y p. 79) 
che aflferma che a Pernate lo sposo per assicunrsi che la spjsa lo a ma, le di 
un pizzicotto; a difFercnza di altri paesi ov'6 lo sposo che si provoca sofferenze 
per dar prova del suo amore. lo pero mi permetto di esprimere airillustre let- 
terato il dubbio che il fidanzato, a Pernate come altrove , dia il pizzicotto per 
assicurarsi... di ben altro. 



MISCELLANEA. 



Maramao. 




COLORO , se ce n' 6 ancora , cui tuttavia sorrida V ipotesi chc la 
popolarissima cantilena di Maramao sia nata al tempo del Ma- 
ramaldo, il condottiero del Cinquecento infamato dalla storia e 
>^ MB^'^^ ^'*^_ ancor piii da* romanzi , mi sia permesso di ricordare un vecchio 
adagio della scuola salernitana , che tutti i discreti vorraono riconoscere avere 
con essa una relazione assai stretta, e che facilmente li indurrei meco a ritenere 
che la cantilena abbia un' origine assai piCi antica dei tempi di Francesco Fer 
nicci e del capitano Fabrizio. 
Dice la cantilena : 

Mnramao, perchc sei mono ? 
P.inc e vino non li mancav.), 
L*insal.ita Tavcvi nc I'orto.... 
Maramao, pcrchi sci roorto ? 

H il vecchio adagio : 

Cur moriatur homo cui salvia crescit in horto ? 

Le virtii meravigUose della salvia, la quale appunto aseritur ia hortis», e 
specialraente della a salvia romana », possono vedersi registrate anche dai Mat- 
tioli e dagli altri vecchi medici e botanici : vera « salvatrix » la salvia guariva 
da molti mall e calmava i dolori anche morali. £ ancora la « salvia ofEcinalis » 
li calma, se serva di condiment© a un piatto di uccelletti con la polenta, man- 
giati in buona ed allegra compagnia. 

Archivio per It Iradixioni popolari. — Vol. XXII. 35 



if4 aSchiVio #er le f radIzIoni popolarI 

Marasup, per«hi sei morto ? 
P*t^ e viiK) non li injnc«.v4 
E U u|y** 1' Atari ne rorto ! 
j^^Tttinao, .pierebi sei morto ? 

Padava, / Novemhre i^). 



Albino Zenatti. 



Istinto di conservazione di forme tradizionali 
nel popolo italiano '• 

Non si pu6 affermare che V uomo che imparl a leggere e scrivere divcoti 
per ci6 solo migUore. Le quality moral!, i sentimenti delPonore e della dignity, 
la coscienza e Tadempimento del dovere, Tesercizio della virtd, non sono con- 
nessi con 11 possesso della tecnica del leggere e dello scrivere. Inoltre pu6 dirsi 
che in alcune regioni d*ltalia, dove Tanalfabetismo k la regola, un tenace istinto 
di conservazione di forme tradizionali di cultura popolare rende il popolano, 11 
contadino diffidente e quasi disdegnoso verso un sistema di cultura a lui fonda- 
q^v^}^tQl^f^ ^el^tx^s^, II coDta^ioo siciliano, ad esempio, ha i suoi metodi di 
l^V0ro, in.cui j-^ppne^f^a ^jeoi fiducia, la sua arte, la sua poesia, i suoi miti, 
i Sjjpi <anti -iperav^liasi e si k fprmato il coavincimento , cui non e estraoea 
^ ^r4^^, cjie %Mnto ^ ha^ta^) per tanti secoli possa ancora bastare. Questa 
cpg^eyayipfie .giova nop solo per una pld completa spiegazione della persi- 
f|;j^;i;a.4^r,af^ffJI;MetiffPP, ma ancbe a renderci piii cauti e piu equanimi nel 
giju^care 4^1 gra4o di cav^tii del nostro popolo , la cui apima , nel sud non 
meno che nel nord , costituisce il fondo vivo , creatore e rigeneratore di tutta 
la cultura nazionale. 



The Collection of folk-lore of the Library of Harvard University 
at Cambridge, Mass. 

The collection of folk-lore and mediaeval romances numbers about 9,000 
volumes , and is supposed to be the largest in existence. In this class are in- 
cluded legends, superstitions, magic, early legendes and tales of popular origin, 
and medieval romances. Mythology proper , being placed elsewhere in the 
scheme of -eiassification, is not included. Much folklore material, illustrative of 
the manaers oad customs , superstitions and beliefs of various nations , is also 



'^»TggMfliao gueua (me oft&Krv«Kione dagU Jiti Varlameniart\ Camera dei Deputaii, Logisl. XX(' 
t* Mss., 1902-1904, sedutA del )0 Genttaio I904. Quivi h il Difegno di Ltggt prcsenuto dal mtoistro 
4eiri. P. Orliiido e contenente i Prowedim nti ptr la Scuola e pe! tnaesiri element ari. 



MISC£LLAN£A 2^$ 

to be found in the numerous books of tr^el and- hf \^orks 6q mttnone^ and 
customs, scattered on the shelves under the countnesf treated of. The collcctioa 
was built up through the unremitting efforts of the late Pr6fesSnt Ctithf , and 
on it he based his monumental work on English and Scottish Pofuldt BULds, . 
In this branch of the subject it is remarkably ficlt , itfcfaditrg^ no^ onl^ hun 
dreds of early broadside ballads and practically all the printed collections, but 
manuscript copies of all the important collections of popular ballads in the 
British Museum that have not been printed , and of several other unpublished 
collections. The ms. material used by Bishop Percy in preparing his Reliques 
of Early English Poetry was acquired by the Library some years ago. There 
is also a copy in manu^ript of the great collection of French po^ar ballads 
(with music) which was made by a commission appointed by Napoleou III. 
The so called Boswell collection of English chap-books, bought in 1878, con- 
sists of 5S volumes (probably over 1,000 titles) and is to be indexed in a Bi- 
blio;rraphical Contribution now in preparation. There are also many other En- 
glish chapbooks purchased from time to time , and a considerable number of 
Swedish chap-books acquired in 1895. In the folfc-Iofe of dlhei' coiitfHes {H6 
collection is also strong, and particular riiention should b6 itHtfe of ttte GeHiian, 
Slavic, and Scandinavian sections. 

The section of mediaeval romances , numbering about 1,650 volomes , b 
strong both in early and critical editions and in commentaries on the romances 
ol the different groups. 

Closely connected with the folk-lore, is a collection on proverbs: emblems, 
and the dance of death , given in 1893 by Mr. John Bartlett. The section on 
proverbs, which has been largely added to by purchases, covers a great number 
of languages >. 

A. C Potter. 



' Dtscriptive a. Historical Notes oh the Library of Harvard Unrversity by Alfrbo Claghorm Pot- 
TKR, pp. la-i). Cambridge, Mass. I903. 



■ i>|!mr 4*t>^^g|i^ 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



Prof. EuGENio MusATTi. Leggende popolari. Seconda Hdizionc corretu cd 
accresciuta. Padova, Tip. Fratelli Gallina 190J. In- 16^, pp. 144. 




' NTORNO ad uomini e cose una lenta elaborazione di gentc dotta 
e di gente ignorante lia formato leggende che passano per fatti 
storici. Una parola dopo secoli dell* avvenimento al quale essa si 

% riferisce, delta o attribuita ad un uomo, una frase pronunziaca da 



uo altro, fraintesa, alterata poi , si son tradotte in un racconto niaravigliosa- 
mente suggest! vo. Di questo genere sono la IcggenJa del millennio, quella di 
Guglielmo Tell, quella delFordine della Giarrettiera, quelle di Gog c Magog» di 
Bcfta, di Aleramo, di Nerone, della papessa Giovanna, e molte e raolte altre 
che tuttodl si ripetono come veritii incontestabili. Chi ha mai discusso il ratto 
delle spose, il Consiglio dei Dieci, il Ponte dei sospiri, il Fornaretto in Vene- 
zia ? Chi non ha trovato bello — ed 6 rettoricamente tale — V Eppur si muove 
di Galileo, il Tout est perdu bors que Y bonneur di Francesco I ? 

c Eppure se si sentono i testimoni, o si mettono bene gli occhi sopra i cro- 
nisti del tempo quali disinganni non ci sorprendono ! » 

Un lavoro di critica sopra un certo numero di coteste I<^ende ha com- 
piuto il prof. Eugenio Musatti col volume sopra notato , e del quale due edi- 
zioni sono state fatte nel corso di un anno; lavoro di vera demolizione, basato 
tutto su date, document!, citazioni accreditate. Diciamo di demolizione , e per 
alcune leggende non siamo esatti , perch^ talvolta V Autore deve limitarsi a 
semplici rettitiche o di date o di nomi: essendo facile e quindi comoJo lo im- 
personare in un uomo un aneddoto ad altro riferibile. 

Noi raccoglitori di tradizioni ci occupiamo di tutto ci6 che proviene dalla 



RIVISTA BIBLlOGRAt^lCA ^77 

bocca del popolo, ma dovrenittio anchc occupnrci di quelle die ci prox^engono dai 
Ictterati, c rallcgrarci sc per via di studio poisiani ) sfjtarne qjiUuii. E s\ che 
ve n'o di cosi dcboli che cudono al piu doco Ij nc d'an do:uiieato, d*u u data. 
Ecco perch^ VArcbivio accoglie di ba on grado il nuovo libro del Musatti , che 
k un'opera spregiudicata c coraggiosa. 

Quello che del libro stesso non riusciamo a comprendere h la iatroduzione , 
la quale non ci sembra iu armonia con ci6 che segue , dove sono pure delle 
assennate osservazionL 

Comunquc sia, non vuolsi prender il M. per un Iconoclasta. Egli comprende 
il valore degli error! tradizionali che conabatte, e riconosce che « anche la parte 
leggeodaria di certe cronache racchiude raolte volte iniportanti verity storiche » ; 
ma conviene altresi che « si devc alia critica veramente metodica se in oggi si 
6 pervenuto spesso a sceverare il vero dal falso, la storia dalla leggendan. E 
« noo bisogna dimenticare che alle leggende dobbiamo in parte la sublime ispt- 
razione d'uno dei piii grandi poeti, che in una sintesi maravigliosa di tutto lo 
scibile medievale s'^ giovato sopratutto di rappresentazioni dei regni della pena 
e del premio, come le piii care alia fantasia delle moltitudini » (p. i }8). 

G. PlTRE. 

Miscellanea di Studi critici edita in onore di Arturo Graf. Bergamo, 
Istituto italiano d'Arti grafiche. :905. In-8o gr., pp. 850. 

Tardi ma cordialmente salutiamo il giubileo universitario di Arturo Graf, 
« luciJo, acute intolletto di critico, — peiisosa anima di pojta,— da piu di cinque 
lustri - neir Ateneo torioese — Maestro — sapiente , geniale ed alto » , a cui 
« questo tribiito — di riconoscenza, d'affetto, d'aramirazione — offrono concordi 
-- discepoli , amici , estiraatori » , come dice la scultoria dcJica del presente 
volume. 

£ lo .^alutianio in nomc nostro ed in nome ^^W x^irchivio, \ cui studi rico- 
Doscono nel Graf uno dei pid forii e poderosi sostenitori. 

Ben quarantatr^ scrittori nazionali ed esteri han cooperato a questa pre- 
ziosa Miscellanea ^ una delle migliori , e delle meglio riuscite nel genere. Sono 
tra cssi il Barbi, il Bertana, il Cesareo, il Cian, il Crocc, il D'Ovidio, il Pari- 
nelli, il Flamini , il Fraccaroli, il Gorra, il Grdber, il Mazzoni , il Novati , il 
Rossi, il Salvioni, il Solerti, il Toynbee, il Varnhagen, il Vossler ed altri ^regi. 

La parte del volume contenente studi di folklore h notevole ; e si pregia 
dei nomi del Boffito, del D*Ancona, del Paris (ahi quanto dolorosamente pcr- 
duto !)^ del Renter (capo principale del Comitate promotore delle onoranze al 
GraO, del Toldo. 

Giuseppe Boffito scrive sopra La leggenda degli antipodi , «svoltasi soprat* 
tutto nel medio evo, non diversamente dalle altre leggende geografiche... sia al 



1J& AftCHlVIO PER L£ TRADIZIONI POPOLAftI 

ricordo di anttche peregrinaziooi , sia al bisogno di raffigurarsi distintannente 
quei paesi e quei popoli di cui vagainente si suppone Tesistenza 0. 

Ne La Leggenda di Leon^io, \\ D*Ancona crede che essa aon abbia origine 
iuliana: le prime forme letterarie sarebbero in Germania e seguono le roanifc* 
staziooi drammatiche nel sec XVII. I Gesuiti fccero di Leoozio uo ateo ed 
epicureo. La leggcnda sarebbe « intermedia Ira quella di D. Giovanni nclte di- 
verse sue forme e I'altra d*un teschio parlantey. Col nome di Lconzio essa a 
preseata in Italia nella tradizione orale, in una rappreseatazione e in un poe- 
metto. 

G. Paris dice del ConU ds la gageure dans Boccace, Nel Decamerone, gior- 
nata II, n. 9, e questo motivo: cUn uomo scommette suUa virtii d'una doona 
con un altro uomo, che si vanta di sedurla; false apparenze (anno credere che 
la donna abb'.a realmente ceduto, ma in fine ^ riconosciuta innocente ». Siflfatto 
motivo ^ anche nel Cymbclitu dello Shakespeare , e ditfiiso in tutte le lettera- 
ture erudite e popolari d*Europa. 

R. Renier, nei suoi Cenni sulFuso dell antico gergo Jurbesco rulla letUratura 
italtana distingue il vero dall'apparente gergo, e ne vedo Tuso nei secoli XV c 
XVI con Luigi Pulci, P. Aretino, Pistola ecc. Rileva i particolari caratten del- 
Fantico gergo ed il vantaggio che per intenderio possono ritrame le parlate 
furbesche modemc. 

Lo scrittore di questa recensione illustra alcuni Cartelli e PasquinaU nello 
scorcio del sec, XV II I in Palermo , parte di altri che egli pubblicheri nel vol. 
XXllI della sua Bibliotua delU tradiiioni pop. siciliane, 

Pietro Toldo, Rileggendo le Mille e una nolle, s'imbatte in una novella che 
fe uno dei piii noti fabliaux, passato nella novellistica scritta e nella orale, raa 
che non 6 documento sicuro per accettare la teoria della monogenesla dei rac- 
conti e della loro venuta dall'Oriente. 

£ tornando al Graf ripetiamo a lui Taugurale : /fd multos annos I 

^ G. PlTRE. 

Easaios Ethaographicos por J. Leite de Vasconcellos. VoL II. Espo- 
sende 1905. In-i6<> pice., pp. VII- 390. 600 reis. 

II I* volume di questi Saggi venne fiiori nel 1896 (cfr. Arcbivto, v. XVI, 
p. 142). Qjaesto II* contiene vari e molteplici scrttti di folklore portoghese, 
parte apparsi in pcriodici nazionali ed esteri, parte inediti. 

£>i6icile riesce descriveme la natura, perch6 un po* di tutto essi raccolgono 
ed illustrano : tradizioni popolari in genere e storia delle tradizioni popolari 
portoghesi ; formole varie , credenze , costumi del Mino , di Serra da £strelU» 
della Beira-Alu e via discorrendo. £ una piccola selva di spogli ed appunti, 
secoodo gl'intendimenti dell'Autore ordinati in guisa da o&ire la materia d*un 
libro se non fatto da £aursL 



tlVlSTA UBLKXatAtl^ t^ 

Colesta materia c coosJerrvolnKnte accresduta e resj utile dalla secooda 

mcii M volume, c ic TA. intiioU : His'oni Jcs es:t^J^ J files metres d^ irAJi- 
(Ofs pcpttJara porUif^ias, chc per via di brcvi, rapiie note KWio^ahche forma 
U continaiziooc ed il sappictncnio J*ima specie di S33)mirio storico dd foik- 
lorc del Portogallo incomiodato ne* Vv-»L preceJcnte di qoesti EmsiOfis. 

Diccodo noU not csprimla tK> tarto il oasD^ peosiero sul ceolinaki di ap- 
puoti, Ulvoka drcostaimad , talvolu aridi , di pubblicazioni root £ kttcratnra 
orak, vuoi £ ctnografia tradiiiooale^ oeile qaaH il de VasoooceUos ha aroto 
occasione dlmbattersL 

Questa parte degli Emszios pocra tar dcsideraie noa diciairk? na ceito srol- 
gimento, cbe noa sarebbe forse possib^ie, ma qualche particoUre cbe tolga alle 
oote medcsime ii caranerc di cauk>ga onde qua e la si appreseota. Ma ancbe 
conic cauk^o noi la prtmdurao per bjDnj ; anzi deplorianiD cbe on vero ca- 
taiogo, c m^Iio, una « B;hao^r^dj dSuc tradizloai popalui iid Por^o^aUj • 
Don d abbia dato oncora il de VasjanccUjs, die ben saprcbbe faiia, e hcca c 
diligcntc, ^li cikc di quesro c mortmenio • (usiamo la parola d aso) sdcntiSco 
ddla demopsicologia dd suo pacse h largo cooosdlore e , col Coasiglieri Pe- 
droso, da un pezzo ecdissato, e col Cocllio, wxiwj pirs, 

G. PrrnE. 



Cootes popolaires d'Afriqae par Rtst Basset. Libraine Orientak et Ame* 
ricaine, E. Gailmoto cditeur, successeur de L Maisooneuve, 6 roe de Me- 
ziircs, Paris. 

Le Ijvre tout nouveau : Contes popuUirts ^Afriqmi du savant 4fistin§:u6 M. 
R^ Basset intressera i un bant dcgre le traditiooniste ct le sodolpgjc. Cette 
anthdogie , la plus comply de son genre, a ^^ puisi dans les meiUears ct 
plus rtonts recoeils, arec V addition des cootes tradoits id pojr la premiere 
fois. Parcoorant toot le vastc continent Tanteur pr^sente des ctats de dviHsatioa 
tellement divers i emp^cber n^cessairement des g^eralisatioiis d* ensemble, oe 
qm da reste n* est gu6re sod but. Des influences toangircs , coaime la Chr^ 
ticnti et r Idamtsmc , oot penetri presque pjrtout depuis loogtcmpss. Dans sa 
preface M. Basset signale des analogies avec des cootes aiUems. Sous avoos 
reconnu enootre Le Pdit Poiua p. 17, Oedipe p. 23, La ^k rmsit p. 1^6, \U- 
huhii p. 316. Comme souvent le plus ]eune enfant est le plus habile, les ani- 
main sont remarqoablement serviables et humains. 

Les peuples primiii& constituent un interet capiiaL Nous troovoos qodques 
aper^us sur leur notions de I'origine des choses , sur leur 6tat sodal , sur leur 
morality , si eloign^ de la n6:n: , et dont leur tbeologie , soit spiritisoK , se 
resseot H n* est pas question m d*un 6tre supreme, ni d* une ime immortelle: 
ao contraire la mort est plut6t sans lendemain, tootcfois que cfaez les primrtifs 



a8<) ARCHIVIO PER Lfe tRAOl^lONl POPOLARl 

la survie de Tdrae nc va pas toujours jusqu* h rimmortalittS. Co.Timv: dans Icur 
vie recllc, les hcros brill^nt par Icur absence , Ics faits et gestcs dcs aninuux 
pr^occupen^ rimagination dcs races arn^r^cs 

M. R^nc Basset nou* am^nc dans un champ oil il rcstc c.icorc bjuoup 
'^ recolter pour scrvir d Thistoire de la pens^e. 

Marseille, i decembre 190). 

James Bruyn Andrews. 



Die Wiederholungalieder der Estnischen Volkspoesie. I. Akademische 
AbbandluDg von Oskar Kallas. Helsingfors 1902. Druckerei der Finni- 
schen Litteraturgesellschaft. In 8*, pp. V-3q8. 

V ha nella poesia del popoU della Estonia una speciale forma di ripcti- 
zione e quasi direnimo di intercalare che merita particolare attenzionc. Un fi- 
gliuolo o una figliuola, che vive nella casa patema, sofTre danni o ingiurie. 
Costui o costei si rivolge al parente, e in una certa qual raaniera ripetitoria 
anounzia Tinterna pena per cos\ fatto trattamento. I parent! promettono di aU 
leggerirla offrendo nuovi o migliori possess! o godimenti ; c cos\ la faccenda 
procede bene. 

Questo motivo ^ costante nci runi cstoni, e piu costantc la forma presso 
altri popoli finnici. Per portare un esempio, ecco i primi versi d* una canzone 
tradotta in tedesco di Paasonen (Proben der Mordvin. Helsingfors, 1891, pag. 25): 

O, der Mukichi; der Mokiichaf d.T jiin.;i: Mokschimann! 
Obglcich d^r cinzigc, w.tr der Mokschmjnn wuhlg^lungen, 
Obgleich alleiu war der Mk>kschm.inn s.hr stAitlich. 
O, der Hof dea Mokschi war ein Stadtbezirk, 
Die Stube des Mokscba war ein Stjdtzimmer, 
Ach. als sie den Mokscha in die V'^olksverntninihingsstude riefcn, 
Warfcn sie fiir den Mokscha das l.o^. 
Losten sie fiir den Mokscha. 

E continua cos\ per una ventina di lamentevoli versi con ahil e percb^, e 
conchiudendo con invocazioni al padre, al dolce padre, pcrch^ avendo gii semi- 
nato a grano sette campi , e tenendo sotto altrettante ncque sette dei > mulini 
voglia vendere prima il loro frumento e poi i mulini : 

O Vater, Vatcr, niein Vater.hen, 
Wir habcn ja sieben Fcldem nu't Korn besl.-t. 
In sicbcn Gewi<i>crn haben wir Wa^sermilhle:!' 
Verkaufen wir luerst unser gesiets Koin. 
Vc-rkjufen wir daim unsere Miihlcn ! 

Impressionato della specialitii di quest! canti il signor Kallas voile consa- 
crarvi le sue cure: e riusc\ a comporvi sopra questa dissertazione accademica, 



klVlSTA BIBLIOGRAFICA 28 1 

che h un trattato in piena rcgola sulla poesia popolare della regione estonica, 
b cui lingua k tanto diversa dalla russa « ed alia quale non toglie il rclativo 
interesse la vicinanza della Livonia e della Finlandia. La bibliografia cronolo- 
gica citata alle pp. 58-65 mostra come V A. si sia preparato a siffatto studio; 
ma lo mostrano ancora meglio le moltissimc (e qui V aggettivo non 6 csagc- 
rato) raccolte mss. da lui messe a profirto (v. pp. 66-75). 

Le osservazioni generali sono svolte nella introduzione^ (pp. 5-57); le par- 
ticolari, di applicazioni nellc parti II* e III' , su ventun canzoni , il testo delle 
quali vicne in tedesco analizzjndo minutamcnte V esscnza , la forma , le ana- 
ogic, la nota dominante: analisi acuta, che fa onorc al giovane critico cd ai 
maestri che lo seppero tanto bene indirizzarc e consigUare. 

G. PlTR^. 



Archivio pet le iradixioni popokri, — Vol. XXII. 36 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 



Tradiijoni popohri Jriulane raccolte dal- 
Tln^. LuiGi GoRTANi, Vol. I. Udi- 
ne, Tip. Dom. Del Bianco 1904. In 
i6«, pp. 111-132 75. 

Questo I« volume e diviso in due 
parti con numerazione doppia. La pri- 
ma k composta di diciotto racconti di 
indole quasi tutta leggendaria ; la se- 
conda di poesie popolari religiose , di 
parodie di canti sacri e di ninne-nanne. 

Dopo il diciottesimo racconto sono 
parecchie pagine di esempi di armonia 
imitativa , nei quali s' interpretano al- 
cuni versi di animali 

Tutte le tradizioni del volume, prosa 
c versi, sono state raccolte nel Friuli, 
e date nelle parlate differenti di quello. 
II Gortani ha spinto la sua scrupolo- 
siti (ino a scrivcre in dialetto le poche 
osservazioni che qua e li gli son ve* 
nute fatte a proposito di fiabe : dia- 
letto non dei piii coraunemente intel- 
ligibili. 

La collezione alia quale prelude il 
presente libro promette di essere impor- 
tante per il folklore in Italia. 

Gaet.ano Amai.fi. Un altro novdliere 
salernitano. (Nicola Salerno). Saler- 
no, Jovane, 1904. In-i6**, pp. 22. 

Questo Nicola Salerno vissc nel se- 
colo XVIII, e superb gli 85 anni. Scrisse 
un volume di novelle , che volevano 
gareggiare con quelle del Decamerone^ 



senz'attingcre alle sorgenti delle tradi- 
zioni popolari, e rilavorando sulla ma- 
teria tornita da altri: autorc mediocre, 
di scarsa inventiva personale e di nes- 
suna geniality. 

Tale il novelliere fattoci conoscerc 
dall'Araalfi. 

Silvio Giannini. Canli dei Campa- 
gnuoli toscani, risUimpali per cura di 
GiovAMNi Giannini. Arezzo, Sinatti 
1904. In- 160 pice, pp. 80. 

La prima raccolta vera e propria di 
canti toscani si deve a Silvio Giannini, 
corso di nascita (181$) , ma livornese 
di elezione. Egli nella Viola del pen- 
sieroy tra p^li anni 1834 e 1842 , pub- 
blic6 in tre serie 132 rispetti, ristam- 
pati poi dal Tommaseo {Canli pop. to- 
scani, corsi, illirici e greet, vol. I*. Ve- 
nezia, 1841). 

Questa prima storica raccoltina di 
. Silvio ripubblica era con perfetta esat 
tezza il valente prof. Giovanni Gian- 
nini, premettcndo alia i' serie la breve 
prefazione del Raccoglitore corso; alia 
seconda la lettera del Thouar con la 
quale esso- Raccoglitore voile accompa- 
gnarli; alia terza , la breve avverteoza 
originale di Silvio stesso. 

La ristampa 6 un documento stori- 
co, rimcsso in luce a beneficio degli 
studiosi dei canti popolari d* Italia. 

A p. I della sua prefazioncina il 
prof. G. Giannini osserva che «qual- 



RECENTI PUBBLICAZIONI 



283 



che saggio di canti popolari raccolti in 
Roma si trova gii negli Italianische 
Reiscn del Goethe , pubblicati negli 
aiini 1788-89. 

Ora so noi non ricordiarao male, la 
Jtahaniscbe (sic) Reise di Goethe non 
vide la luce prima de) 18 16 17. 

N. ZiNGARELLf. Diittte in novella. S, a. 

« Dante nella tradizione » del Pa 
panti mostra con larghezza di materia 
quanta ne abbia raccolta intorno a s^, 
sia letteraria , sia popolare, il somrao 
poeta. II Z. spigola e raggruppa quelle 
iradizioni per dimostrare quanto esse 
giovino a confermare alcuni tratti del 
caratterc di lui, c la fortuna della Di- 
vina Com media. 



A. Balladoro. Tre novelletU del con- 
tado veronese.V QTona, Franchini 1904. 
ln-8*, pp. 14. 

Per le nozze del dott. prof. Perroni- 
Grande e della dottoressa Vannina 
Marcianti queste tre novelle ha dato 
in luce il conte Balladoro, entusiasta 
raccoglitore delle tradizioni del Vero- 
nese. 

La prima i di quel tal mariuolo, 
che and6 a confessarsi di aver rubato 
un paio di scarpe, e confessandosi le ve- 
niva rubando al sacerdote; la seconda 
6 nn equivoco finito a danno di chi si 
lasci6 sfuggire una parola; la terza, una 
miova versione della Novella del conto 
sha^liato da noi ampiamente illustrata 
neir ^rcbiviOy a. XV , in uno studio 
sfuggito al Balladoro. 



ReGBNTI PUBBLlCAZiONI. 



Causa (C.). Stornelli amorosi e ri- 
spetti toscani. Firenze, Salani 1903. 

LovARiNi (E.). Canti popolari cese- 
nati. Padova , fratelli Gallina, 190}. 
(Nozze Marchetti-S^gre. In-8«, pp. 24. 

Pascal (Carlo). D6i e Diavoli. Fi- 
renze, Succcssori Le Monnier 1904.. 

RiNONAPOLi (L. v.). Gli dei babiio- 
nesi e i loro congeneri arii: saggio di 
una storia dei miti presso le genti me- 
diterranee (ario semito-haraitici ed ala- 
rodiani) eurafricani del Sergi. Introdu- 
zione: 11 fantasma ario in mitologia 
comparata. Cagliari, Tip. dell' Unione 
Sarda, 1903. In-8*», pp. 28. 

Rossr (Vittorio). Una novella e una 
(igurina del Sacchetti. Bergamo 1904. 
(Nozze Pcllegrini-Buzzi). 

SpiNETTi (V.)- Le streghe in Valtel- 
lina: studio su varl documenti editi ed 
inediti dei secoli XV , XVI , XVII , 
XVllL Sondrio , tip. Qpadrio , 190}. 
In-i6«, pp. 131. 

ViNDiTTi (Salvatore). La leggenda 
degli albcri nel mito, nel dogma, nella 
storia^ nell'arte e nella scienza: confe- 
rcnza tenuta nel teatro c vico di Ter- 
racina in occasione della festa degli 
alberi il r raaggio 1903. Foligno, 
Campitelli 1903. In-8% pp. 42. 



Cadic (F.). Cdntes et L^gendes de 
Bretagne. Aurillac 1905. In-o", pp. 82. 

Chervin (D.). Traditions pop. re- 
latives k la parole. Paris , Soc. d' ed. 
scient. 1905. In-iS**. pp. 55. 

De Tesson (A.). Le Blason pop. de 
TAvranchin. Avranches, Durand 1903. 
In-8^ pp. 32. 

Paris (G.). L^gendes du moyen dge. 
Paris, Hachette 1903. 

TiERCELiN (L.). La Bretagne oui 
chante. Paris, Lemerre 1903. In-i8°, 
pp. 251. Fr. 3. 

BcZEMER rr. J.). Volksdichtung aus 
Indonesian, oagen, Tierfabeln u. Mar- 
chen ubersetzt. Mit Vorwort von prot. 
D.r H. Kern. Haag NijhofF 1904. In-8«, 
pp. VIII-430. 

Ebermann (Oskar). Blut-und Wund- 
scgen in ihrer Entwickelung. Berlin, 
Mayer u. Muller, 1903. In-8«,pp.XI* 147. 

Radermacher (L.). Das Jenseits im 
Mythos der Hellenen. Untersuchungen 
fiber Antiken Jenseitsglauben. Bonn, 
A. Marcus 1903. 

SroLL (Otto). Sugojestion und Hyp- 
notismus in der Volkerpsychologie. 
Zweite Auflage. Leipzig, Veit u. C. 
1904. In-80, pp. X-738. M. 16. 



ARCHIVIO t>ER LE TRADIZI6nI t>OPOLARl 



Anitchkoff (E. v.). Vescnneyah 
Obreedovayah Paysnyah na Zapaday i 
Slavayn P. I* (Canti cerimoniali di pri- 
mavera degli Slavoni occidcntali). S.t 
Petersbourg , 1903. In-S© , pp. XXIX- 
392. ^ 

Cro>iisf. (Florence iM.) . Ward (H. 
W.). Cunnie Rabit. , M r Spider and 



the Other Beef. West African Folk- 
tales. London, 1903* 

KiDD (Dudley). The Essential Ki^r. 
London, Black' 1904. In-8', pp. KV- 
536. 

Paton (Lucy Allen). Studies in thj 
Fairy Mythology of Arthurian romance. 
Boston, U. S. A , Ginn, 1903. 



So.MMARIO DEI GlORNAL!. 



ArCHIVIO STORICp ITALIANO. Scric 

V , vol. 3 1 , n. 2. p. Molmenti : La 
corruxjone dei coslumi ven^iiani nel Ri- 
uascimento, — G. Sardi : Ln cerimonia 
del decanino a Lucca nel sec. XV L Co- 
stume simile a quello del vescovello q 
piscopello. 

BOLLETTINO DI FlLOLOGIA CLASSIC \, 

a. Vin , n. 9. Torino , 1902. L. Val- 
luaggi: Proverbi lalii%i. Si parla d' uu 
prov. botanico -medico. 

Cosmos Catholicus, IV, 6. Roma, 
1902. P. Spezi : La settimana santa di 
una volta a Roma. Notizie di usanze 
pontificie popolari nel la prima raetd 
dell'ottocento. 

GlORNALE STORICO DELLA LeTTERA- 

TURA iTALiANA. Vol. XLIV, fasc. 1 30- 
31. Torino, 1904 L. Di Francia: Al- 
cune novelle del <c Decameron » illustrate 
nelle fonti. Ricerca per otto novelle 
quale sia la originality del Boccaccio 
« di fronte agli scrittori che gli hanno 
offcrta la materia •«. Cos\ studia le no- 
velle boccacciane, ma non fa la storia 
di ogni motivo novellistico : e mette 
in rilievo tutto quello che possa con- 
tribuire alia illustrazione del suo au- 
tore. —Pp. 117-125. P. Tpldo : Note 
Poggiane. Indicazione di ccversioni cu- 
riose tutte sfuggite allc indagini degli 
studiosi » delle Facezie del Poggio. 

Il Piemonte. I, 19. Saluzzo, 19 Ot* 
tobre 1903. F. Neri: La scena sacra popo- 
lare in Piemonte. Notizie inedite di reli- 
quie di sacre rappresentazioni popolari. 

Il Sbcolo XX. A. II, n. 7. Milano, 



Luglio 1903. C. C E. : / mucberoti. 
Storia e les^genda; c*\\ hi invontato i 
micjhcroni ? Gli antichi pastidri e lo 
interessamento d* un re. Un pastHliio 
moderoo. Con 16 foto:ipie.— Nino Mar- 
toglio: Li fine di un leitro popolare: 
Tipi e costumi sicihani. Cjn scttc di- 
segni di Giov. .Martoglio. 

N. 10: Ottobre. Anna Franchi : Li 
vendemmia in Toscji'i » con 16 foto- 
tipie: La riunkne dclle famigite. — II 
trasporto deir uv.i. — Li meren.h ed 
il pranzo. — - II ballo. — L* arte e Ic 
vendemrhie. — Le vendemmie in anti- 
co. — I cittadini alia vendemmia. — 
Federico Langosco ; La pesca e le vele 
nelV .-idriatico. Con 16 disegni. Le bar- 
che. — Le vele artisticne.— A* sea d'alto 
mare. — Pesca dellc lan:ettc. — Pesca 
col la sciabica. 

La Rvssbgna Nazionxle, a. XXV, 
V. CXXXIV, Firenzo, Dijembre 1933. 
Stefano Fermi: Delle orii^ini e detla for- 
tuna di una novellett.t popolare, Rvcerci 
intorno al tema di colui che doia ua.i 
piccola cosa ad un tale , il quale b 
contraccambia con un regalo cospicuo: 
attrattiva per un' altra persona » c\\i 
contando sopra un contraccambio aa- 
che superiore, oJfre al socondo un og- 
getto migliore di qjello del prima, e 
ne k invece compensato con un og- 
getto pari al primo da esso ricevuto. 

Nuovo Archivio Vemeto . N. S., 
V. I. R. Truffi Appunti per la storia 
della vita privata in Crcma durante il 
dominio veneto, 

Pagine IstRiANE. A. \, H. 2. Capo- 
distria, Aprile 1903. C. Musatti : Pro- 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



a8s 



verbi istriani: spigofjture fatte nelle 
raccolte di Carlo Combi , Tomniaso 
Lucidni c Giovanni Vesnaver. 

M. 4. Giugno. G. V.-a : recensione 
benevoln dci Duecettto prov. vene^iani 
e Dei Proverbi vene^iani editi da C. 
Musatti. 

RivisTA Abruzzhse. XVII , 6, 7, 8. 
Teramo, 1902. G. Pansa: M^eoroiogia 
e super stixione in Abruno. CuriositA 
storiche e tradizionali con una leg' 
genda sca^nese intorno a Cario M igno. 

Revub des Traditions populaires. 
T. XVUI, a. 18, 1903. N. 7.8, Luglio- 
Agosto. Vari: Contes el L/genJes de la 
HauU-Breiagite. LllILV. — C. Heail- 
lard: Les mHious, LXXIXLXXXVIII. 
—A. Harou: Notes sur les Superstitions 
et Coutumes de la province de Liige. — 
Marie-Ed. Vaugeois : Ugendes de la 
Mort au pays Nantais, I-XIFI. 

N. 9-10. Sctt.-Ott. Les MiUores. XC- 
CVI. - Fr. P^dt: Us taches, I-IV. - 
Petifes le^eihies locales , DLXXXI - 
DLXXXlV.- Couhimes et Superstitions 
de la Haute-Bretagne, XLVIIXLIX.- 
J. de la Chesnaye : Coutumes et super- 
stitions pop. du Bocage Vendien, — R. 
Basset: ConUs et Ligendes de VExtrime 
Orient, CLV-CLVllf. 

N. II. Nov. P. S^billot: Mytbologie 
el Folk-Lore de FEnfance,— A, Callet: 
Dernier s vestiges du pagan isme dans 
Mm.— Ars^nc: Contes Armeniens. 

N. 12. Die. P. Sibillot : Le corps 
bumain^—R, Basset: Contes et Ugen tes 
de VExtrime Orient, CLIX-CLXXVII. 
— A. van Gennep : Les marques de 
preprint/, Vlll. 

Romania. N. .128. P. ToUo : Pel 
fableau di Const:tnt du Himel. Origini 
orientali del racconto dei tre libcrtini, 
burlati dalla mo^lie fedele , quale si 
legge in Sercambi. 

Archiv FjR dasStuoium de:{ neue- 

REN SPXACHEN U. LlTERATURHN, CXI, 

i-2.H.Morf: Das franxpsische yolkslied. 
—A. L. Siiefet: Eine fran{dsische No 
vtUe des XV ]ahrhunderts and ein in- 
discbes Marchen. La novella della mo- 
glie che salva s^ e T amante con una 
sostituzione, motivo di una novella di 
Masuccio SalernitaiK) e dl Bandelio. 



NbUE JaHRBOCHER FUR DAS KLASSI • 

SCHE Altertum, XI XII, 9. H. Biam • 
ner: Das Marchen von Amor und Psyche 
in d$r deutschen Dichthunst, 

Zeitschhift des Vereins for Volks- 
KUNDE. Xin, n. 4. Berlin, 190 ). Max 
BarteU: Volks- Anthropometric,'^], von 
Segelein: Der Tod als fdper und sun 
^im^.— Alfred Bock: HodzeasbrduclH 
in Hessen und Nassau.-~R. Reichhardt: 
Volksbrduche aus NorMuringen.^^^\ 
H6fler: Schneckengebicke, Con 25 dise- 
gni. — G. Polivka : Zu der Eridbiung 
von der undenkbasen Gattin.—P, Toldo: 
Aus alten NovelUn und Le^enden. — 
Kleine Mitteilungen. — P. E. Pavolini: 
Zum Arnolds Aufsal^ « Die Natur heim- 
licht Liebe ji.-^K. Adrian: Zwei Frauen- 
lieder aus Riuris.—K. Neubauer: « Fiel 
Geschvei und wenig Wolle ». — Helene 
Raff: Geschicbten aus Franken,—?. von 
Winterfeld u. T. Bolte: Ein lateiniscbes 
Segen mil den Namen Chrisii Nachtrag: 
aber die J 2 Namen Gattes.--Berichte u, 
SOcheranieigen. Ad. Schullerus fa una 
iunga recensione della raitologia ger- 
manica negli anni 190 1-2; J. Bolte, di 
un volume dell* Archiv fUr Religions- 
wissenscbaft di Th. Achelis ; altri , di 
recent! pubblicazioni di K. Reuschel, 
R. Heinzel, Augusto Bender, A. Haas, 
A. Doren, G. Amalfi. 

XIV Jahrgang. N. i. Berlin, 1904. 
E. H. Meyer: Indogermanische PlUge- 
brduche. Continua e (inisce al fasc. 2. 
— J. von Negelein: Macedonischer See 
lenglaube u. Totenkultus, — B. Chala- 
tianz: Die iranische Heldensage bei den 
Armeniern. Continua e tinisce nel 30 e 
40 fascicolo. — P. Toldo : Aus alten 
Novellen uud Legenden, — A. Kopp : 
Das Ftichsrittlied und seine Fer^weinun' 
gen. — E. Berneker: Das russische Folk 
in seinen Sprichworter, Continua e fi- 
nisce nel fasc. 20. — K. Dieterich : 
Neugriechische Rdtseldichtung. — J. R. 
Bunker: Das Si^kler-Haus, Con due 
disegni. — Kleine Mitteilungen: J. Bolte: 
Zur Sage von der freiwilling Kinderlo- 
sen Frau,—Berichte u. BiUheranxeigen. 
Rassegna di recenti iibri di Elie Re- 
clus, J. von Negelein, E. F. W. Meu- 
mann, L. von Arnim e Cl. Brentano, 
K. Storck. 

2. R. Mielke: Alte Baudber liefer ungen. 
Con 27 disegni. Continua e miisce nel 



286 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



fasc. 5. — H. Schaar: Plattdeutsche 
Rdlsel, — Marie Luise Becher : Das 
Kunstffewirhe in Bosnien und der Her* 
Xt^omna, — Th. Zachariae : Zur indi- 
schen Wilwenverhrennung. Continua nel 
fasc. 4,—Kleitte Miiteilun^n.'^ A, Airik: 
Der Sonnenwagen von Trundhohn.— J. 
Bolte: Zum deutschen VolksHede. -- Be- 
richte u. BUcberanieigen. — O. Lauffer: 
Neue Forscbungen uber IVolmhau , 
Tracht tt. Bauernkunst in DeutschJand, 

— J. Bolte : Neuere Mdrchenlileratur. 
Segue la rasse^na di alcune recenti 
pubblicazioni di R. Fr. Kaindl , A. 
Olrik, K. Bader. J.-G. Frazer. 

N. 3. Max Hofler : Die Gebdcke des 
Dreikonigstages, Con 14 disegni. — Ed. 
Hermtnn : Gebrduche bei Verlobung 
u. Hocbieil im Heripgtum Koburg. 
Con due fototipie. Continua. — B. Cha- 
latianz : Die iranische Held4snsage bei 
den Armeniern, II. Continua. — Th. Za* 
chariae: Zur iniischen IVilwenverbran- 
nung.—Kleine Milteilungen.— E. Lem- 
ke: Das Gnocchisfesl in Verona. — A. 
L. Jellinek: Zur Vampyrsage.—Berichte 
u. BUcheranxeigen. A. Bruchner si oc- 
cupa dei nuovi lavori sulle tradizioni 
popolari slave: polacche, piccolo* russe, 
boeme; G. Polivka, degli slavi meri- 
dionali e russi; A. Kopp. dei l^olkslie- 
der di Baden di Elizabeth Marriage : 
K. Reuschel dei Blut-und li^unisegen 
di Oskar Ebermann: J. Bolte del canto 
popolare francese secondo la recente 
pubblicazione: Le romancero pop. Ac la 
France di G. Doncicux, tec. 

4. Hugo von Preen : Drischlegspiele 
ausdent ohertn //iw/cr/^/.— Ed.Herm.inn: 
Gebrdnche bei Verlobung u, Hochieit im 
Her^Ci^tHm Koburg. — Kleine MilUilun' 
gen: 1. Franko : Kirchensiaivische Apo- 
krypha vom den 72 Namen Goiter. — S. 
Singer : Ein franipsiscber « Indicu/us 
superslitionuin » aus der Mitte des ij 
JahrbunJerts.—O. Hcilig: Zur Kenntnis 
des Hexenwesens am Kaiserstuh!. — R. 
Reichhdt : Thuringer PjingstvolksfesU. 

— R. Sieig : yolhsgehrduche im Bar- 
ivalde. — M. Adlcr: Allerlei Branch n. 
Glauben aus den Geiseltal.— D. Schar- 
ringhause : Das erste nieders ichsiscbe 
Volkslrachlenfest. Con quattro tavole 
fototipiche di costumi della Sassonia. — 
Benchle u. BUcheran^^eigen. A J. Schul- 
lerus discorre delle tradizioni popolari 
in Ger mania nel 1903 ; A. E. Schau* 



bach dciropera Das\d€utscbe Volhstum; 
altri di pubblicazioni recenti di 0. 
VVeise, L. GQnther, B. Salin, H. Schurt, 
S. GQnther, C Nyrop. 

FoLK-LoRE. Vol. XIV, n. 3. London, 
29 Sett. 19OJ. P. T. Elworthy: A so 
luiionoi the Gorgon DiCyti),—]. J. Atkin- 
son: The natives of New Caledonia^ con 
note di A. Lang.— A. B. Cook: Greek 
votive offerings. — A. R. Wright : Some 
Chinese Folklore. 

N. 4. 25 Die. Ada Janet Peggs : 
Notes on the aborigenes of Roebuck Bay^ 
Western Australia. Con 6 tavole. — 
Sheila Macdonald: Old^World Survivals 
in Ross-sbtre.^A., S. Chumming: The 
story of Indra Bangsawan, — Reviews. 
Vi si parla di recenti pubblicazioni di 
A. Lang, £. Durkheim , H. Grierson, 
L. A. Paton , Florence Cronise , H. 
Vard, E. V. Anitchkoflf. 

Vol. XV, n. I. Marzo 1904. Eleanor 
Hull: The Story Deirdre^ in its bearing 
on the Social Developpement of the Folk- 
Tale,— .Arthur a, Gorlagon^ versione di 
F. A. Milne con note di Alfr. Nutt.— 
Collectanea. — Correspondence.— Reviews 
di recenti pubblicazioni di F. S. Krauss, 
Ed. Mac Culloch, Ch. Swynnerton, R. 
Basset. 

N. 2. Giugno 1904, R. R. Marett : 
From Spell to Prayer.-^ W. H. R. Ri- 
vers : Toda 'P raver. — Ed. Clodd : In 
memoriam: Fr. York Powel, necrologio. 
— Collectanea. In questa rubrica sono 
notevoli due articoli: I'uno sul folklore 
giudaico di Gerusalerame ; V altro sul 
folklore dei Negri della Giaromaica, 
continuazione di quello incominciato 
nel fasc. precedente , e che alia sua 
volta verrA continuato. — Correspon 
dence. — Keviews. 

Journal of American Folk LojIE. 
Vol. XVI,n.LXL Aprile-Giugno 1003. 
J. M. Bell: The Fireside Stories of the 
Chippwyans.—V, A. Golden Tales from 
KoMa'c' Island.— Fr. G. Speck: A. Pe- 
qiiot Mohegan Tale. — F. D. Prince : 
The name a Chuhnamee^i •». — G. B. 
Grinnell: A Cheyenne Obsticle Myth. — 
A. Fr. Chamberlain: Contributions to- 
ward a Bibliography of Philippine Folk- 
Lore.— A.. F. Chamberlain e J. C. C: 
Record of American Folk-Lore.^ Notes 
a. Queries. — Bibliographical Notes* 



MOTIZIE VARIE 



±ii 



N. LXII. Luglio-Sett. H. B. Wilson: 
Notes of Syr inn Folk- Lore in Boston. — 
Ch. Peadbody: Notes of Negro Music, 

— G. W. James: ne Legend of Ian- 
quitch a. Algoot.-G. A. Dorse v: W^i- 
cbiU Tales.'-' A. F. C: Record 'of Phi- 
liphu Folk' Lore.— Notes a. Queries. — 
Biblio^aphical Notes. 

Modern Philology. I, 4. Kenneth 
Mac Kaozie: An Jtalian Fable, its sour^ 
ces and its history, £ la favola del leone 
e deiruomo, che si trova nel ms. Ma- 
gliabechiano VII, 375, e I'A. ne ricerca 
le origini e te diramazioni. 

WisLA. T. XVII, 3. Warszawa, Mag- 
gioGiugno 1903. W. Szukiewicz: Les 
croyancts et les pratiques populaires dans 
le gouvern. de Vilnc—L. Rutkowski: 
La population presenU du district de 
Plonsket d'environs. - I. Pszczolkowska: 
Le bapie'me, VepousaiUe tt V enter rement 
au village de t^ajkbiv. — E. Majewski 
et W. Jarecki: Le b/tail dans la langue, 
dans les id/es et dans les pratiques du 
peuples polonais, Continuazione e fine. 

— A. Rumel: feu des enfants a Masie. 

— M. Wawrzeniecki : Les fragments 
aes constructions en bois. — I. Sadkow- 
ski: Les habitants des environs de Kowal, 

4. Luglio-Agosto. Feu fean Karlo- 



wic^^ bicgrafia con ritratto.— Pr. Krcek: 
Supplements au Livre des proverhes de 
Sm Adelberg. Continua al n. 6. — W. 
Szukiewi: Les croyances et les coutumes 
de peuple au gouvernement de Vilno,— 
Witowt: Contes de Kujawy Borove. — 
I. Piatkowska: Quatre contes des envi- 
rons de Sierad\. 

5. Sett.-Ott. Witowt : Conies du di- 
strict de Radxyn. — W. Bugiel: Ligendes 
pop. de Poj/iam«.— Regine Dzierzynski: 
Chansons pop. des fuifs. — Recherches. 
La medecine popolare; la chaurniere 
polacca; le idee del popolo sulla natura. 

6. Nov.-Dic. I. Sadkowski: La a pe- 
lite noblesse « das districts de Plonsk et 
de Plock. — Alexandrine Rumnel: No- 
tices ethn. de la paroisse de Tr^^cianne, 
— Marie Wawrzeniecki: U architecture 
et V ornamentation populaire. — W. Szu • 
kiewicz: Les Croix ornamenties au gou* 
vcrnement de IVilno. Con quattro tavole 
di disegni.— Witowt: Fables du district 
de Rad^yn.^ Recherches. Le idee e gli 
usi giuridici del popolo ; la vigilia di 
S. Giovanni ; gli Svedesi, i Turchi ed 
i Tartari nelLi tradizione popolare. 

In tutti e tre i fascicoli sono lunghe 
recension i di periodici etnografici e 
folklorici , e di qualche non recente 
pubblicazione. 

G. PlTRfi. 



NoTiziE Varie. 



La Contessa Ersilia Caetani Lo- 
vatelli ha pubblicato un volume di 
Ricerche archeologiche (Roma, Tipogr. 
Accademia dei Lincei, 1903). Esso si 
compone di tredici scritti, dei quali il 
3* h II giuoco del cottabo; il 5**, Visioni 
e fantasmi; il 6* // giuoco delPaltalena 
presso I Greet ed 1 Romani ; il 7° / 
giardini di Adone; VS" II culto deU'acqua 
t le sue pratiche super sti^iose ; il 90 La 
porta magica del? Esquilino : preziosa 
materia per la storia del folklore latino. 

—Pel costume siciliano nei secoli di 
mezzo e nei moderni ha particolare 
importanza la Storia delta prostitu^ione 
in Sicilia , monografia storico-^iuridica 
di Antonino Cutrera (Palermo , San- 
dron, 1903) : un grosso volume, ricco 
di documenti inediti e di notizie cu- 



riose, che illu^trano e corroborano la 
csposizione del testo. 

— Le Regine di Kungahella di Selma 
Lagerldf sono il titolo di alcune no- 
velle svedesi tradotte dal prof. Anto- 
niio Borzl (Palermo, Biondo, 1903). 
A parte la materia tradizionale, che & 
Targomento di alcune di esse, le note 
appostevi dal traduttore hanno carat- 
tere tradizionale, sia di costumanze e 
di credenze, sia di motivi di leggende. 
La versione 6 condotta con gusto e 
disinvoltura. 

— DalP Italia in Palestina. Memorte 
del primo pellegrinaggio italiano in 
Terra Santa nell'a. 1^02 (Caltanissetta, 
Tip. Omnibus 1905): ^ un libro amo- 
rosamente preparato e scritto dal nostro 
egregio coUaboratore , can. Francesco 



288 



ARCHIVIO PUK Lk tRADIZIONI POPoLarI 



Pulci. Si com pone di 21 lettere ; e la 
IX, iivdirizzata al D.r Pitri , dcscrive 
Ic nozze cristianc in quel di Nazareth. 

— Si ^ pubblicato il XXII volume 
della Biblioteca delh tradiiioni popolari 
siciliane di G. Pitri , del quale ripor- 
teremo Tindice ncl fasc. seguente. Ne 
^ editore il sig. Rink, successore Carlo 
Clausen in Torino, e costa L. 4. 

— II D.r Giovanni Giannini, profes- 
sore di Lettere Italiane nel R. Istituto 
Tecnico di Arezzo , ha cominciato a 
pubblicare una piccola rivista mensile 
di tradizioni ppp. italiane al prezzo 
annuale di L. 4 Ne riferiremo il soni- 
raario nel fasc. III. 

— Si prepara dalla Casa Giusti in 
Livorno una nuova edizione ampliaca 
dell'opera del D* Ancona : La poesia 
popolare italtana, 

— 11 prof. Giuseppe Vatova , Ispet- 
tore scolastico distrettuale a Pola, rac- 



coglie da lunghi anni tradizioni popo- 
lari istriane. 

^11 20 Luglio 190) iiiancavaai vi- 
venti monsignor Vincenzo Di Giovanni/ 
nato in Salaparuta (prov. di Trapani) 
il 18 Ottobre 1832. Di lui come cultore 
delle tradizioni popolari siciliane ricor- 
dianio: Del volgare Ualiano e de' CanH 
pop, t Proverbi in Sicilia e in Toscana 
(Firenze, 1863). 

— Altra grave perdita fe stata la 
morte del D.r Jean Karlowicz, profes- 
sore nella University di Varsavia. De- 
vesi a lui la fonda^ione della grande 
rivista folklorica ed etnografica H^ish, 
la quale nel genere ^ la migliore della 
Polonia ed una delle migliori d' Eu- 
ropa. 

— H. Carrington Bolton, folklorista 
americano, nato il 28 Gennaio del 1843 
in New York, moriva il 20 Novembre 
del 190$. 



/ Direttori : 

Giuseppe PiTRi. 

Salvatore Salomone-Marino. 



TORIHO-OAHLO CLAUSICN- TORINO 



CONDIZIUNI OEUL'ASSUCIAZIUNE. 



L' ARCHIVIO ^i^cv ;i fiisckoli trimcstmli hv*8* ili pa^nie itJOLJica 
4Jriiillro fasciculi formuao un bol vottime dl circa &<0 pacioe. - 

L'.nbbonafTiento *> obbligtitorio ptn uii aiinu at pvoxm dt L. ts por tutta 
f talin, Francbj i8 t»er I'Luiuiw postal^i pagamento anticipato. Hiiita I'ar* 
nala, il volumr cos La L, ao. 

Pf>r tailo VAO c)n? ri^uarda rAmiiiiiiidLratione> rivolgersi ulfa Librerk 
*UA sottoscriUtJ Edilort' in Torino. 

Lettere , manoscrilU * tibri , i^iurnttli. iioUxie ed iillrn che ^i rif'/ 
:ilbt Direitifjne . rivolgprsi a' Direltori in Pi^kTmo , Pi%^xi5a Sc*ni i ^ 
Nu:ri. 35. I collaboratori potranno scnverfi i loro articoli in »' 
m IVaocese, o in ispagounio, o in porlughese. Saiii dat<j raggn j,-. 
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t( Una luQga moiio^ratij st>pf4 U fimosa Icggcni,! di Cola Tcscc netla 
tj-^dixlonc orate r nclU ^nttj ; jikum bre\n studi siopra i racconti dl smta* 
gemmt ji guerra in citt^ asscdui^?, Jel Vcspro sicillnio m tottii T isqU e Q£t 
comimi d\ e^s^, di uaa c^LMiiplare pimiiionc Ji Carlo V"" Jmparalore in PulcrjDO; 
tfpi leggcod;iri cUssid iq Skiliai ; e poi uiia nuav.i RiccoUa dl kgg^itd^ ooa 
inai pubblicaic nella BiblwUQi Mh tradixtofd popokri siciliam : ecco ie poche 
paralc it conlcnuto di qoesio voluint* 

tt La lifigolafc iroportanta 4^1 priitio tipo mi Im daio isgto di un »™in»^ 
e miijtito csame ddli diverse c nmttifofme m^tem ^Titicj c mc)dcm3| oa^ 
c scmtiteri, ititorao sir uonio nisiriao, con §<^pn;ndecite copia di Tiotilic 
nexk di ^Ircostan^e locali^xato ia Sicilb. 

a Pbctie e sol>rSe osserva^ioni lovcce nai sano argomciiuio di fjiff p^t ijl'i 
flttri tipi; ed bo lascbto alb sjgjce ccuJUionc dei leitori 1 nscotim jcllc ccCito 
dSctono Icp^ciide chti cotiiponpono Li 4*;cond»i met^ del volumi*. n 

(Ddir Avvtrtmiei deirAutoit). 



Palermo — Tip. uel GiornBle di SlcUia 



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ARCHIVIO 



Pl K in STUDIO 



DELLE 



TRADIZJONI POPOLARI 



RIVISTA TRJMESTRALE 



JtXtl I.* 1K4 



G. PiTRE E S. S.AI-OMl^NK-MARINli 



J'-rr^^Cl::^ 



TORINO 
CARLO CLAUSEN 

(HANS RISClv Succ.) 

: mtto DCixc LLp> MU. ih El S u BaatM 
(90s. 



Pubblicato il 10 Ma|:gio 1905. 



^7i 



SUMMARIU mi FRESENTE FASCICULO 



a89 
HI 






A. Dt 



mi nn^lali dell Agro ITo^iif e« duoa valta e il'adcw^ Co«iiV«^. 

StmtogCiiiiB! Icggendarii di cittA ataedlalc (N. ^iNGAit£Lu) . 
Lcggeode popolari acitane. CartlfiN*.^^ tfm. (Saiv, Raccucua). • 
n ^Vo^ctazu^^ in Sicilia (<^- XAVASTKRi) . ^ - • ^ 

La Letteratara del popolo itaUaoe Sii./. M h-0ni muUairVHhir^ 
^ild j^typokrf di PadQva (AtBiKO ZllKATTt) t 
L La Lifim* . - 

III. Ifl UtUtatura didas>mlim ^ narrMh^ * b 

Cantl popoUri raccottl «iii «ionti delta RomiME«iA-To*caiiii (P. 

// paese < I* fW costumanxt . . • • ' 
J dteciplinantl to G«ardJa Saofmrnaodl ffl««*.«"; (Den"' 

Blasio)] 

Ow tn«ia1i CofeattI (Cario Rosiem) . 

UovelUne del Contado Veronet* (A. BALWDOii.. 

Canti popolari r.ccotti . ! r.r5^ Tclwioo (CA««n*E Caiax««a) 

U,i di chlrargia nervosa fra popoU wlvagel dellAlgeria 

Wote comparative ad una lettera soi Caotl popolar.: a«/.-««. 

(D.R G. ViDOssiCH) - ■ • ■ - • • ' 
Vod di veaditori ambalanti la Medina (L. PeJIROSi-G^vkde) 
«i«:el.anea: Ga.on Fans ^L. D.»».ovB), "'?■ "^ "";**;;;';'' /J" VT 

cucLiA). 4t9.-5/ni»«««"" Hi*'"^"'' '*' ""^ "^"^^"^ ^°'°''- ^'*»"'™*>- 

Rlvilla Bibliogiafica: L U.KM.FXU. // taUu^siio i« i^idim^Jn^' 
gnana (G. P,tb£>. 4 J'— «- ^'^t'-'. A"?'" ' '"*""''^' '';^'' ' -^'^^ 

Zi«CAR.uO. 4^.-^ srmior, r.* FM-Lou d» P«-«j (G. Pmt), 415.- 

stesso), 416. . ^, ,, - • « r r.4«d 

BullctUno biWiografico. (Vi si i>.rb di rc«ati pubto^om di a Ca«l 

J, L. Wcstou, K, Mckcn-ik). . " ^* 

Reccntl pubblicazlotti - 

Sommario dei Oiomali (C. Fnafl ^ ^ 

Notl^te varie . • • ' 



165 

401 
40a 



1^- 



y^ 




USl NUZIALI DELL'AGRO NOVARESE 
D' UNA VOLTA E D' ADESSO '. 



III. 



Si sposano. 

La camera nuz.ialc — II trasporto del corrcdo — Abiti e ccrimonic curiose : a 
Trecate, Cavaglio, Cressa, Pernatc, Bogogno — OlTerte in dcnaro alia sposa 
— Supcrstizioni ed augari — II gotto dei hinh — La sbarrada - Gli Statutl 
di Novara c di Biandratc — Schcrzi agli sposi — La serenada ai vedovi ed 
alle vedove — Nozze di moda. 




A promessa 6 data; il corredo h pronto; le pubblica- 
zioni sono state fattc cosi in municipio die in chiesa; 
non resta piuclie a fissarc il giorno delle nozze so- 
spirate. E nei giorni die precedono 6 nella casa ddla sposa quel 
brusio animato die fa Tallegria di tutti, grandi c piccini. I fidan- 
zati si sono recati nella citta a comperar le poche m.isserizie ne- 
ces$arie al nuovo nido: la leitiera (quando pur non si fa uso di 
tavole di Icgno sui cavallctti), la coperta di lana, qualche sedia, il 



' Continuaz. e fine. Vedi fasc. II, p. 257. 
Archiuio per le lradi{ioni l>ol>olari. — Vol. XXII. 



37 



290 ARCHmO PER LE TRADlZtONl l»Ot»OLARt 

quadro detU Madoima, tutte cose che spetta aDo sposo di prov- 
vedere, iDSierne coll'abito nuziale della sposa^ di lana e seu can- 
giante. 

Cosi h camera nuziale che la fanciulla del campi vede nei 
sogni verginali h assai semplice : una stanzetta bianca e nuda, 
Tampio letto di piuma (e nei paesi dove non si fa rallevamento 
delle oche un pagliericcio pieno di foglie di gran turco) e la 
cassa, la medioevale caesa nuziale col corredo, ai piedi del letto. 
Sulla parete sopra al capczzale qualchc cero votivo e qualche im- 
magine sacra. 

Fatta la nota del corredo, mentre la fidanzata, come i pre- 
cetto, se ne sta fuori di casa, alcuni giorni prima degli sponsali, 
esso vien condotto sopra un carro tirato d\ buoi inghirlanJati 
alia casa dello sposo. A Romentino viene appeso all' apice del 
timone un fazzoletto che 6 consu^tudine si debba donare al con- 
ducente. 

Questo dimostra che in genere la sposa la non si va a pren- 
dere tanto fuori di casa : per lo piu h dello stesso paese o di 
qualche paese vicino, raramente essa abita lontano. Mogtie e buoi 
dei paesi tuoiy dice anche un proverbio paesano, ed i contadini si 
attengono molto alia sapienza dei loro proverbi. 

Vediamo ora con quali costumi e con quali cerimonie la 
fanciulla oltrepassa la soglia maritale. 

Vero e che anche nelle campagne il soflSo della vita mo- 
derna ed il progresso delle Industrie han modificato di non poco 
le vesti e gli adornamenti delle spose; che portavano (Trecate, 
Cerano etc.) oltre la raggiera di spilloni rotondi oelle treccie, la 
goniglia ed il farsetto di velluto , che poneva in risalto i vczzi 
della persona ^ Usavano pure (Trecate, Bogogna) di portare uno 
spillo d'argento in foggia di fiore con un garabo a spirale (al tre- 
maro), che, appuntato nei vdo, tremava ad ogni mo pimento del 
capo. Tutta roba che co^tava assai e cfae era fruao di iacredibili 



I // Beato Pacifico Ratnati t la sua' Cerano. Noiiiii' sk>rica' Si 9$ htk be del dot- 
tore Cazzola cav. Marcbllino. Novara, 1882^ p. 44. 



USI NUZIALI KELL^iGRO NOVARESE 29 I 

privazioni be(i spesso con danno della salute : ma durava quanto 
la vita della sposa e si lasciava poi in eredita ai figli. Ai nostri 
di le vesti e le gioie di minor prezzo e di minor durata conce- 
dpno alia contadina di seguir piii la moda che la tradizione. £ 
ci6 un bene od un male? A noi basti prenderne nota. 

Anche mohe cerimonie nuziali son cadute in discredito. E 
per sorprenderne ancor qualcuna, almen nel ricordo dei vivi, bi- 
sogna recarsi in quei paesi ove la ferrovia noa ginnge ed anche 
la strada ^ malagevole al cammino della turbolenta civilt^. 

A CavagUo, ad esempio^ oscuro pa^ssello snurrito sulla destra 
d'Agogna, del mandamento di Momo, si b s^rbato sino ai nostri 
di una siqgolar cerimopia che mcrita di aver qui menzione. II 
giorno prefisso delle nozze lo sposo, che al solito avri il cappello 
alloreccliio e qualche &qtc airocchiello, si trova sotto le finestre 
della sua amata , coi suonatori di violino^ ad attenderla: sale il 
marossi a dirle mentr' ella i tuttora trepidante : « oindiamOy cV I 
V<ira di venir a casa tua^. La sposa scende col capo chino ed in 
atto di piangere, si asciuga gli occhi col fazzoletto , a signiHcare 
il dolore vero o finto di lasciar la casa paterna. Poi s'avvia alia 
chicsa tra due donne, mentre lo sposo k avanti coi violinisti che 
suonano sul ritmo anapestico : 

Anduma, anduma, 
La spusa chi gl* nma* 

{Andiamo, andiamo^ la sposa cc rabbiatno) \ 

Compiuto il rito in chiesa ed in municipio, il corteo si avvia 
alia casa dello sposo ove trovasi sulla soglia della porta la suo- 
cera che, prendendo la sposa pel grembiale di seta a varii colori 



' Anche nel Bresciano gli sposi delle campagne, andaado e ritornando 
dalb chicsa, son preceduti da suonatori di violino : ma anche coti V uso anti- 
chissimo va perdendosi. Quivi i musici strimpellano : 

Andom, andum, ^rndum, beU sposina, 
Andum, andum, aiiJum, mcuemuU a cj. 

(Vedi Rh, delle tradiiy pop,, a. I, p. 869). 



292 ARCHlVIO PER LE TRADiZlONl POPOLARI 

che ha inJosso, Li invita ad cntrare ripjtcniole : a Aniiinj^ an- 
diamOy ch't Vora di venire a casa iua » . 

Ed allora soltanto la sposa piio wircarc la soglia. 

A Crcssa, paescllo poco distante dello stesso mandamenco, si 
fa qualchc cosa di simile cd i fanciulli accompagnano i violini, 
canrando alia sposa : 

M^ta in p^ i suclin, 

Anduina alia gi^sa, anduma alia gicsa. 

(Meiti in pa gli loccoUtti^ andiamo alia chiesUy andiamo alia chi^sa). 

In altri pacsi, come a Trecate, PerRate, la suocera per provar 
la virtti della sposa soleva distendere attraverso la soglia una scopa: 
se la sposa era una brava massaia la rialzava e V andava a mec- 
tere a posto, se era una trascurata le passava sopra. S'intenieche 
in quel caso era raro che la sposa non si diinoscrasse brava mas- 
saia, esscndone preavvisata , ma la singolare consuctudine valeva 
come un buon consiglio. E pure, a simboleggiare le virtu dome- 
stichc, a Monte Cretese (Ossola) il corteo della sposa veaiva se- 
guito da una ragazza che portava la conocchia , secondo T anti- 
chissimo uso romano. Un tal uso era pure nel Bicllese \ 

A Bogogno (Borgoticino) vige pure ancora una costumanza 
che forse tra qualche anno non sara piu che un ricordo. Ed 6 
quando le usanze si pcrdono che si sente il bisogno di scriverne. 
L'abbigliamento della spDsa h quivi dei piu curiosi: essa porta un 
bel busto di panno nero o turchino , una gonrtella di frustagno 
nero a pieghe fitte e minute, caize rosse di lana, zoccoli ai piedi. 
Intorno al collo ha sette od otto file di coralli falsi allacciate da 
nastri di vario colore, che le scendono giu per le spalle. In testa 
reca uno scialle di lana a fiori, appuntato ai capelli con grossi 
spilloni di stagno. Le mani tiene ravvoltc in un fazzoletto di lana. 
Air uscita del corteo nuziale dalla chiesa, che vien salutato dallo 
sparo di pistoloni, la sposa ritorna alia sua casa, donde a mezzo- 
giorno all' ora del pranzo essa vien condotta con un fazzoletto 



De Gubernatis, op, cit., pp. 76 c 115. 



USI NUZIAU D£LL*AGKO NOVARESE 293 

calato sugli occhi alia porta della cisa dello sposo. Agli inviti ri- 
pctuti di cntrare, cssa noa risponde per quilche tempo, dncUh la 
nrsginra o padrona di casa no;i le dice: « 5\fa venife dentro dnnqiUy 
che venite in cas.x vostra ». Allora la sposa cntra, va a sedcrsi alia 
tavohi comune, ma non tocca cibo: il quale era per lo pia co;n- 
posto una vplta di castagne bianche, polcntina di fave, merluzz). 
La sposa, nonostante gl' inviti, se ne sta zitta e non mangia, ed 
alia fine quando il pranzo i finito essa va in cucina a far nctte 
le stoviglic. 

Costumanze singolari che tutte sembrano ammj;iir la donna 
die entra nella nuova casa ad essere sottomessa ai vecchi reggi- 
tori, punto loquace, attenta alia cucina cd alio facccnde domesti- 
die. Costumanze che ci richiamano alia vita domestica delle fa- 
miglie patriarcali d'un tempo (di cui ormii s^i rari gU es:mpi) 
in cui due o tre generazioni riunite attendevan") alia coltivazione 
del podcre proprio o d'affitto, rendcndo posiibile quello che sembra 
un paradosso, cioe di star meglio quando si stava peggio. Ma co- 
stumanze tutte che col lor contenuto drammatico e poetico sem- 
brano ricordare antichissime prove che gli amanti dovcvano supe- 
rare prima di esscr congiunti , quasi a render piu prezioso e piu 
degno colla difficolii degli ostacoli il frutto della conquista. 

Anche ne! pifi remoto angolo della Valsesia ai piedi del 
Monie Rosa, ad Alagna, tcrminato il baiich^tto la sposa si chiuJe 
in una camera con due compagne e piii non la riapre alio sposo 
ed ngli amici , se non dopo un lungo contrasto patetico cantato 
dall'una parte e dall'altra, nel quale si fa la storia d'una passionc 
amorosa. Ed allora gli invicati sono ammessi aJ augurare la buona 
notte alia sposa ed a baciar in volto essa c le sue compagne: do 
pochi ognuno regala alia sposa come strenna una moneta *. 

Quest'uso di regalare del danaro alia sposa ha pur voga nel 
basso Novaresc, ove alia fine del banchetto, nel di delle nozze o 
anche (lo si h veduto) della promessa, si raccolgono su una guan- 



' C Gallo, In Valsesia, Note di taccuino. Torino, Casanova^ 1884, p. 200 



294 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARt 

tiera le ofierte del conviuti. Anzi a Cerano ed a Trecate la sposa 
accompagnata dalla mamma alcuni giorni prima delle nozze si 
re<:a in giro con un pi^tto di confetti in un tovagliuolo ad offirire 
r assac di spusai (V assaggio dei coqfetti) ai signori del paese , i 
qualiy com'i d'uso, prendono qu^lche confetto e vi mettono qua!* 
che moneta d'argento, 

Cos) 9 MoQce Crestes^ nell'Ossola mentre dura il finto pia- 
gnistpo in ca^a della sposa per la sua partenza, una vecchiay chia- 
mata lania^ prende il grembiale della sposa dall'un dei capi e h 
con essa che piange o finge di piangere un giro tra i parenti e 
gli ^miciy i quali getuinp i loro doni nel grembiale '. 

Innumerevoli sono le superstiztoni che alle nozze si collegano. 
Non tutti i giorni sono di buon augurio: il Martedi e il Vcncrdi 
sono infausti allc nozze : 

N^ di Venere n^ di Marte 
Non si sposa n^ si parte. 

Per proteggersi da ogni stregono in Valsesia (Riva Valdobbia) 
gli sposi si scambiano tra loro una giarrettiera. 

Quivi pure k indizio di cittiva for tuna se )a sposa per in* 
temperie si bagna la veste nuziale nel di del matrimonio: o se in 
quel giorno muore qualcuno del vicinato. 

E sempre a proteggere la sposa dalle insidie delle maliarde a 
Romentino (Galliate) si suole insinuare nelle sue tasche un po* di 
sale e qualche moneta. 

E \'h pure un uso in Loinellina, che^col basso Novaresc ha 
stretti rapporti , per il quale gli sposi entrano ciascuno con una 
propria candela nella camera nuziale eJ insieme la spengono: te- 
mendosi che quel che primo la spenga abbia a morir prima *. 

Pure un significato di buon augurio deve avere Tuso di spar- 
gere castagne bianche, nocciuole e confetti {spmcu , hinis) ai faa- 
ciulli festanti intorno al carro che conduce a casa gli sposi: forse 
Taugurio di fecondit^ alia sposa e di abbondanza in cas.i. 



« De Gubernatis, op, cit., p. 119. 
* De Gvbernatis, op. cit,, p. 213, 



USI NUZIALI DELL^GRO NOVaRE^^E ±^$ 

Infatti quando gli sposi passaiu) senza esser larghi di confetti 
a Castcllctto Ticino (Borgoticino) i ragazzi sogliono gridarc : 
/alisc^ falisc ! nome che ivi si di alle spighe sterili. E questo grido 
corrisponde a quello di: sOc, sue! che si ode nel Milanese in si- 
mile caso. 

Or qui abbiarao a partare di una usanza antichissima, che 
sembra richiamarci al pensiero Ic lotte ed i tributi con che gR 
uomini priniitiviy come ai nostri di t selvaggi, acquistavano il di- 
ritto della donna. Questa usanza , pcrduta nel basso Novarese e 
che va perdendosi neU'alto (Ossola, Lngo Maggiore), h quella di 
sbarrare la strada alia sposa con un nastro di seta o con drappi 
o con aliro, finchi lo speso no:i V abbii riscattata con doni agli 
amici che glie la contestano. Questo dicesi gcneralmente fare il 
serragVu) e in Piemonte e in Lombardia far la barricata (h sbar- 
rada) '. 

Che questa costumanza, che or tende a scomparire, fosse qui 
assai viva nel medio evo ce lo attestano gli Statuli Novartsiy pro- 
mulgati Tanno 1358, mentre era podesti di Novara Pagano Avo- 
gadro, neirunica disposizione riguardante le spose, la quale venne 
ripetuta nel nuDvo ordinameato statu tario operato da Francesco 
Sforza nel 1450 e nellc edizioni successivamente pubblicate nel 
151 1, 1562, 1584, 1719; quella disposizione proibisce a chiunque, 
sotto pena di multa , di far barricate (^fractae) alle spose in No- 
vara e nella sua giurisdizione, Infatti nel cap. Di frjctis non fa- 
ciendis ad sponsas^ del libro IV^ si legge: « Item statutum esc quoi 
aUqua persona in Novaria , vel burgis cobereatibus civiuti , vel 
episcopatu^ non audeat , vel pfaesumat facere aliquas fraclas , vtl 
fracfam, moJo aliquo, quando sponsae ducentur ad raaritum, nee 
proliiiv: c ip^as sponsas modo aliquo , seu illos qui cssent cuni 
sponsa , ire ct redire , nee eis facere aliquod impedimentum. Et 
qui contrafecerit compooat pro \izmo pro qualibet persona spVdos 



« De GuBERNATis, Of. cH. , p. 1 86. Uq tal uso fu csteso pcf tutta Italia, 
poichi lo si ritrova anche in provincia di Lcccc (Rivisti delU trad, p9p. , a, 1, 
p. 64>). 



29-^ ARCHIVIO PER LE TRaBiZKJNI POPoLXfti 

viginti imperialium, pro vicinantia solJos centum imperialium » \ 

La quale disposizione pcr6 non avcva vigore p:t le sposc 
quae ducerenlur extra iurisdictionem Novariae. 

Quest' uso die la schietta gentilezza t^scan.i avjva spogliato 
della sua nativa rozzezza cosi che ser Filippo di Cino Rinuccini 
parlava del serraglio come di « un rallcgrarsi colla sposa dei suoi 
contenti e mostrare di non volerla lasciarla uscire se non donava 
lor qualche cosa, al che rispondeva la sposa con cortesia e diva 
allora o anello o smmigU o simile co>.i ei allora qujlb che 
aveva parlato ringraziava e pigliava a servire la sposa » * ; aveva 
invece nella pianura del Po, piu al contatto colic genti b.irbiriche, 
conservata Tantica brutaliti: di qui il divieto '. 

E gi«\ prima (secolo VIII) Ic Icggi longobardichc panivano 
colla pcna di 900 soldi di multa coloro che avevano il pcrverso 
costume di gettar acqua sporca ed immondizie sulla sposa e sul 
suo seguito, come appare dalla legge VI di Astolfo : 

« Pervenit ad nos quoJ dum quidam homines ad suspicicn- 
dam sponsam cuiusdam sponsi cum paranimpha et troctingis am- 
bularent perversi honnncs aquam sordidam et stercora super ipsam 
iactassent » ^. 

Ma queste leggi e penc non riuscivano a vinccre la forza 



» Staiula Civitatis Novariae. Novariac. MDCCXIX, Ex Typographia Fran- 
cisci Liborii CabalU, p. 147. 

2 AiAZZi, Ricordi stortci di Filippo di Cino Riniicc:iu\ Fircnze, Piatti, 1840. 

3 DelFc condizioni dcllc donne novarcsi nell* cti coniunalc si occupa con 
dottrina ramico G B. Morandi, in uno studio che auguro di veder presto alle 
starope c di cui ho potuto per cortesia dcll'autore valermi nella copia niano- 
scritta. 

4 MuRATORi : R, 1. 5. , t. I , p.ifs II , pag. 90 , E. — Paranympki era b 
pronuba, troclingt, mcglio che joculatores , s'avrebbero ad intendere , sccondo il 
Muratori, i compagni della sposa o pjrAniinphi, Vedi Ducvnge, Gioss. tiul «* 
!«/. lat, ad voc. Cosi del paraninfo che della pronuba non son riusciio a tro- 
vare sicurc traccie ncl Novarese. II De Gubernatis (pp. cit., p. ii8) confonde la 
pronuba colla guidai^^a del Novarese. Ma la guidana (Sozzago: gu{d)asa) 6 colei 
che tienc a battesimo e che naturalmentc fa qualche rcgalo alia ftglioccia quando 
si marita. 



bsi NU7JALI DELL'aGRO KOVARESfe 2^^ 

della tradizione nfe a cavare un ragno dal buco, come le famose 
grida contro i bravi ai tempi di don Ferrante, Poichi negli Sia- 
tuti deirinsi^ne citth di BiamlratCy la fiera nemica di Novara, stam- 
pati la prima volta nel 1495 coirapprovazione del duca di Milano, 
rimane ancora un intero capitolo che ribadisce il divieto di ri- 
cattare le spose o di farle bersaglio alle rape e... ad altro. 

£ il cap. LXXXXII (De sponsis non rohandis) : a Statutum 
est ed ordinatum quod nullus de Blanderate possit nee debeat 
robare nee pignorare aliquem qui fuerit cum aliqua sponsa du- 
cendo, nee ipsam sponsam, vel ducentes imbregare, nee rapas, nee 
aliquid aliud versus eos projicere et qui contra fecerit componat 
pro banno omni vice soldos quinque imperialium » '• Ed anche 
questa orJinanza non aveva valore che per le spose che andavano 
a raarito entro la giurisdizione del comune. 

Ma ben pii che Tautoriti della legge poti il mutato e rag- 
gentilito costume del popolo a moJcrare la troppo viva crudezza 
di certe sue ceriraonie , serbandone ancor quel tanto compatibile 
coi tempi nuovi. Perdutosi in tale trasformazio.ie il signiticato 
simbolico di moltc usanze, esse si conservarono tra il popolo per 
un' abitudine inconscia e per una natural propensioae al chiasso 
ed aH'allcgria. 

Cost Tantico uso di offrir cordiali alia sposa prima di ascen- 
dere il talamo nuziale si conserv6 in una forma curiosa a Ca- 
vaglio (Momo), gii ricordato per altre singolari cerimonie, Quivi 
i giovani amici dello sposo, ad un*ora di notte, invadono )a ca- 
mera nuziale mentre gli sposi sono a Ictto , dopo aver picchiato 
tre volte alia porta (necessaria prudenza !), e poitano alia sposa il 
vino bianco ch'essa beve a letto. 

E forse piu per gioco che per augurare feconditi alia sposa 
si usa in qualche luogo metter dci chicchi di frumento o dei tu- 
toli di granturco nel talamq nuziale *. 



' Slatuta insignis oppidi Clanderati et tins comitatus etc. Ex aed. palatinis, 
p. 70. 

* A Bosa, nella Sardcgna, si usa pure gettare del grano dalle porte e dalle 

Archivio per le tradiiioni popolari, — Vol. XXII. 38 



finestre sul capo della sposa che passa per la via, e quindi rorapere il pialto 
che lo conteneva. 

« De Gubernatis, op. cit,y pp. 230-1. 

» De Gubernatis, op. cii.y p. 236. 

3 Riv, delle trad, pop,, a. I, p. 317. 

4 Note mss. di Delfino Muletti pubbl. da Domenico Chiattone in un suo 
articolo: Ra^ane da marito nel ^00. 11 Piemonte, a. 1, n. $ (Saluzzo, 1905). 



^98 AkfcHtvtO PER tE TRADIziONl t>OpbLARt 

Mentre altrove come «i Pernate la compagnia prima d' an- 
darsene si prende il gusto di saltar sopra il letto degli sposi e 
guastarlo '. 

A Guarda Bosone (Crevacuore) si fa di peggio, e la perBdia I 
degli amici arriva a cucir le lenzuola agli sposi... impazicnti. j 

Infine sul Lago Maggiore si mettono dei puntelli intorrio alia \ 

casa dello sposo, la prima notte di matrimonio, col maligno pre- 
testo di impedire che il Indus veneris possa farla crollare. E lo 
sposo dev'essere soUecito la rriattina seguente ad andarli a levare 
per non essere corbellato dai suoi vicini *. 

Quando poi i due sposi son vedovi, o di eti avanzata oppur 
molto differente, allora lo scherzo si cangia piuttosto in persecu- 
zione. In alcuni paesi, come a Sozzago , i vedovi devono andare 
a sposarsi di sera, perchfe altrinienti i ragazzi si burlano di loro e 
fanno baccano coi coperchi dellc pentole, ossia, sciapan i piaL In 
altri paesi la prima notte del loro matrimonio amici e compaesani 
si recano sotto le loro finestre, armati di strumenti non dico mu- 
sicali ma certo rumorosi, e accompagnandoli con urla e schiamazzi 
fanno loro la serenada. La stessa cosa chiamasi in val d' Ossola 
(Ornavasso) fare il ten^higlien 5. E qui si puo ricordare che era 
pure diffusa una tumultuaria derinone delle vedove che passavano 
a seconde nozze nel vecchio Piemonte col norae di ciahra , che 
nel volgare piemontese significa capra, « e questa voce gridandosi 
dietro la vedova, che andava a secondo marito, Tingiuria diceva- 
sele di donna, qual capra lussuriosa » ^. 

Con tutto ci6 , nonostante la naturale' avversione del popolo 
alle seconde edizioni di nozze, nel coatado novarese si continu6, 
come si continua , specialmente dai vedovi , a riprender moglie, 



USI NUZIALI DELL'aGRO NOVARESE 2^^ 

tanto piu quando siano lor rimasti dei figli cui convenga dare una 
seconda madre. Ma queste costumanze rimangono ad attestarci di 
qual forza e sacra autoriti si rivestisse il vincolo coniugale nel 
cuore del popolo cosi che neppure la morte sembrava bastaate 
per scioglierlo. 

Cosi si parlano, si promettono e si sposano ael contado no- 
varese e nei suoi dintorni; raa le costumanze si perdono o almeno 
si sfrondano d'ogni verde di poesia. E gii nei paesi piii grossi e 
pid vicini alia citt^ i matrimonii si fanno con meno di cerimonia 
e con pill di leggerezza. 

Si vuole imitare ad ogni costo gli usi della citti, la quale a 
sua volta ha rotto le catene della cradizione per lasciarsi avvincere 
da quelle piu pesanti e piu illogiche della moda. 

Consigliati i giovani a difEdare dei primi palpiti del cuore 
ed ammaestrati in brev'ora al calcolo ed all* ambizione; e quindi 
le fanciulle non piu educate tra le severe pareti della casa alle 
modeste cure famigliari, ma condotte per le vie cittadine in abiti 
eleganti ad apprender Tarte, resa difficile, d'accalappiare i mariti. 

Cosi si preparano molti disinganni alia fanciulla : e quando 
essa acquista un fidanzato, la moda glie ne toglie la miglior parte, 
non permettendo ch'egli le si dimostri innamorato, ma obbligan- 
dolo ad aflfettare il fare cascante di un condannato alia catena. 

Piu radi i sacchetti di confetti che si portavano in dono ai 
parent! ed agli amici ; si odia tutto ci6 che sa di provinciale. In 
compenso un banchetto nuziale breve , ristretto ai parenti pii 
prossimi , quasi vergognoso di dover cedere alia tradizione che 
par volgare , e fatto magari , per non aver noie , in una sala di 
albergo. 

Anche il tradizionale abito bianco di seta e mussole vaporose 
che pareva ai nostri vecchi cosi in accordo col pallor verginale 
delle spose cede innanzi ai pretensiosi e variegati broccati che la 
moda consiglia. 

Che pill ? Ecco la sposa che ridendo e scherzando, come se 
andasse a danza, si reca allc nozze in semplice teletta da viaggio, 



300 ARCHIVIO PER LE TRADI2I014I POPOLARI 

pro,ua a partire col primo treno per qu.ilsiasi paes^ , pjr Ji tra- 
scinare a brandelli d' uno in altro albcrgo , in camere a prezzo 
fisso , tra il sorriso ambiguo dei camcrieri , il segreto dji primi 
baci amorosi. 

O fortunate e benedette quelle antiche famiglie ovc la sposa 
si accosta al pii santo dei riti ancor trepidante, cinta la testa di 
bianchi veli e di roridi fiori d'arancio, e Tossequio alle cerinionie 
consacrace dalPuso dei secoli non pare volgariti ; fortunate e be- 
nedette quelle case ove il capriccio della moda non penetra, ove 
rimane tra i mobili antichi e le soavi ombre famigliari la poesia 
3oleDae della tradizione ! 

Antonio Massara. 



— -t^i^2 — 



NOVELLE POPOLAKI SARDE. 



IV. — Pittirichinu, 




USTU f6idi unu pizzoccu chi andada a-ssa limusina: as- 
sorar , ite i' fattu s' orcu ? sicche dd k' furau e clie 
dd ida iiiserrau in d'unu appusentu. Ogna die andada 
a ddu abbaidare po' ier' si fudi ingrassau c ddi narada : Prittiri- 
chinu 'oga sru proddighittu; a briere sri sress-ingrassau. E Pitti- 
richinu 'ogada una coitta de sorighe chi iiada agatiu. Una die 
chi dd aia perdia , 'ogada su poddighittu , e i bistu s' orcu chi 
fudi ingrassiu. Assorar a nau a sa pobidda : frae sru frorru era 
ddu 'ettamos a Pittirichinu era estre ingrassau. Caado fuidi fattu su 
forra sa pobidda nd* d bogau Pittirichinu de s' appusentu po che 

IV. — Omettino, Piccolettino. 



(Questo) Cera un ragazzo chj andava alia lirhosina ; allora che cosa ha 
fatto I'orco ? se lo ha portato via (furato) e lo ha serrato dentro una camera. 
Ogoi giorno lo andava a guardare per vedere se era ingrassato e gli diceva : 
Omettino, metti fuori (dal buco della chiave) il dito mignolo; vediamo se sei 
ingrassato. Omettino metteva fuori una coda di topo , che aveva trovato. Un 
giomo che I'aveva perduta, mostra il mignolo, e ha visto Torco, che. era grasso. 
Allora dice alia moglie: frai fruoco nel frorno cbre ci mettiamo Omettino chrl e 
ingrassato. La moglie mise su legna e quanJo il forno fu fatto (era caldo) la 
ora cav6 omettino dalla camera per gettarlo nel forno. Dicono che v* era an« 



» Continuazione e line. Vedi fasc. \l, p. 179. 



302 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ddu 'etcare a su forru. Nanca dJu 4iada ancora una brazzada de 
linna de cW 'ettare. Assorar Pittirichinu nanca k nau a s' orca : 
Battcde ca nclie dda *etto zio sa linna a-ssii forru. Lcada sa fro- 
chidda e inveze de nch' 'ettare sa linna nch' 'ettada a s' orca e 
issu-ssi nch' este fuiu. Cando este 'enniu s' orcu, agattada sa po- 
bidda cotta inveze de Pittirichinu. Assoras nanca narada: Brae in 
bronora Pittirichinu, za' m* is croUoniu crusta orta. 

Pittirichinu si nch' este andiu a' omo 'e su Re. Ma sos it- 
teros zcricos fuinti zelosos e anta nau a-ssu Re chi Pittirichinu 
si fuidi avvantiu ca nd' 'attiada a-ssu caddu de-ss' orcu. 

Su Re i niu chi dd h6sseret' 'attiu. Assorar Pittirichinu 
si-cch' est' andau a su Re, pranghe-pranghe a ndrrer chi non po- 
dlada. — Pena de sa vida, id* arrespostu su Re, ude ddu deppese 
'attire. Assorar issu comente iuidi pranghe pranghe dd' att6ppada 
a Nostra Segnora : P6itc prangher , issa , a niu , vizu meu ? — 
Prango ca Maestadc m' i nau de nd' 'attire a-ssu caddu de s'orcu. 
Assorar issa i zau s' orzu e dd i nau: L6a, sona custu, su caddu, 
assorar, annirgada s* orcu sinde p^sada, dd iscud<^de e sicchh tor- 
rada a crocare. Tue cando si nch' e' crociu , intras e nde vuras 
su caddu. 

cora una bracciata di legna da gettare dentro. Allora Omettiao dicono che ha 
detto airorca: Dia a me, che ce la gctto io la legna (ultiiua) nel forno. Prende 
il bidente (la forchetta) e invece di gettar dentro la fascina, vi getta dentro 
Torca, ed egli sc ne 6 fuggito. Quando 6 venuto l* orco , trovava la consorte 
cotta invece di Omettino. Allora diconj dice (Jicessj): Vrii in broiora Otut- 
tino, gid m* at mrinchionato quesra volta, 

Omettino allora se ne andb alia casa del Re. ^a gli altri servi erano ge- 
losi e hanno detto al Re che Omettino s'era vantato che ne portava il cavallo 
deU'orco, figurarsi ! 

II Re ha detto che lo avesse portato. Allora Omettino se n' h andato dal 
Re, coi goccioloni agli occhi, a dire che egli non poteva fare queirimpresa.— 
Pena la tua vita, se non ci vai, rispose il Re, tu quel cavallo lo devi condurrc 
qui. — Allora egli sempre piii piangendo se ne va e trova Nostra Signora : E 
perch6 piangi, ella ha detto, figlio raio? — Piango, rispose O.nettino, che sua 
Maestd m* ha detto (comandato) di condurgli il cavallo deU'orco. Allora lei gli 
ha dato orzo e gli ha detto: Scuoti c fanne sentire il rumore; allora il cavallo 
nitrisce, Torco si leva, lo batte e torna poi a coricarsi. Tu poi, quando egli si 
6 coricato cntri dentro (la stalla) c rubi il cavallo. 



yOVfeLLfi pdPOLARl ^AROfe . ^OJ 

Pittirichinu andada a file' comente dd' a' nau Nostra Segnora, 
nde vurat a su caddu, e sicche ddu liada a 'niie fudi-ssu Re. 

Asscrar sor zericor zelosos ca cherianta isperdere a Pittiri- 
chinu , niranta a-ssu Re , chi si fuidi avvantau ca nd* 'attiada- 
ss' orcu. Su Re ddi zat a su cumandu, e Pittirichinu t6rrada an- 
dare pranghe-pranghe. Assorar ddi t6rrada attoppare Nostra Se- 
gnora, ed issa dd i nau: E poite pranghes vizu meu ? Ca su Re 
m' i ndu ca chirede a nde 'attire s' Orcu a domo. Nostra Se- 
gnora assorar dd a' nau: Bae e intradicche a costa 'omo de tdulas(a) 
chi tine' s' Orcu e inie marzedda. Mira cando issu ida a inten- 
dere sor marzeddos , ada a intrare e t' ada a prcguntiye ite ses 
lainde. Tue arrespundiddi ca ses fainde su baiilu a Pittirichinu. 
Issu ida a nirre' : Sri est pro crussu t' azzruo zreo pruru. E cando 
ida essere fattu, tue ddi niras chi sicch' intrcde a intro abiere si 
piret a cracchi luge. 

Andada Pittirichinu, sicch* intrada ai cuddenis, a sa 'omo de 
taulas; marziddada, e intra s' Orcu a preguntare. Pittirichinu arri- 
spondede comente fuidi istiu cossiziu, e s' Orcu, assorar , s' este 
postu a dd azzuare. Assorar cando su baulu fiidi fattu, Pittirichinu 
i niu a s' Orcu : Intredesicche a biere si ddue id' a luge po dd 

Otnettino va e fa talc egualmente ha detto Nostra Signora: se ne ruba il 
cavallo e se lo conduce (prende) li dove era il Re. 

Allora gli altri coaservi gjl^si, die cercavano di rovinare O.njttino, dicono 
al Re. che egli si era vantato che portava Torco stesso in persjn.i. 11 Re dd il 
comando (di ci6 fare) e Omettiao torna ad andarseae coi lucciconi agU occhi. 
Albra ritorna ad incontrare Nostra Signora ed Ella ha detto: E perch^ pi^ngi, 
figlio mio? — (Piango) perchfe il Re m'ha detto che vuole che gli si poiti I'orco 
in casa. Nostra Signora allora ha detto: Vai penetraci dentro in cotcsta casa di 
legno che ha I'orco, e ivi raartella. Avverti: quando egli sentiri le martellate, 
cntreri e chiederi a te, che cosa sei (stai) facendo di bello. Tu rispondigli, che 
stai facendo la cassa da morto per Oinettino. Egli allora ti dira : Sre i prcr 
questro, /' arhito iro prure, Qiaando sard finita la cassa tu gli dici che si metta 
dentro per vedere se si vede una qualche luce di fessura. 

Va Omettino , entra in quel tale fabbricato , nelU casa di legno , egli la 
martella, e T orco entra a doniandare. II nostro Omettino risponde come era 
state consigliato e Torco allora si k posto a dargli mam (aijtarlo) Allora 
quando la cassa da morto fu finita Omettino ha detto air orco: Entri V. S. a 



^04 ARCHlViO t*ER LE f RAbliJlOkl tOPOLAkl 

assegurare. S' Orcu sicch' este intriu e narida a Pittirichinu : 
^Abhralda ca intra' luge: prone unn cr&it innoge ; e cuddu crivada 
— prone un alteru innoghe ca chrere' brene assigurau. — Gasichi a 
ssu vine issu este abbarriu a intro. Pittirichinu si ddu p6aede a 
coddu e nche ddu l^ada a domo de-ssu Re. 

Assorar su Re ninca iJa niu a sjr acteror zericos: Ba', Pii- 
tirichinu i fattu tottu custu. Como 'oisartos depi^sc saniare unu 
forru de crachina allutta. 

Pittirichinu a sartiau : ma issu chi fudi taldu de Nostra Sc- 
gnora non s' i fattu nudda; inveze sor itteros zeracos chi fuinti 
imbidiosqs, fuinti niortos inie. 

Su Re assorar d' a coiiu Pittirichinu cun sa viz.i sua, e sor 
atteros sunti abbarrios abbruvveddaos , e a mimmi mi anta ziu 
una piriga de iscrappas de paperi, chi ne mi inta arribau a domo. 

V. — Contos. 

Custa fuidi una femmina chi teniada su pobiddu chi s' im- 
briagida. Assorar aiat pensaa de ddu estire a preide e ddu man- 
dare a una 'idda chi non nde tenianta. Cando cust'6mine si fuidi 

vedere se U (illuc) v' ^ (ha) luce , per (toglieria) c chiudere e tappare bene. 
L*orco si pose U entro e diceva ad O.nettino: Brada chi eitra lace, mreiti un 
chiodo qui — e quegli inchioda — mreUi un altro qui, perchi^ drevesi breiu chiu- 
dere. Cosicchfe alia fine egli ^ rimasto chiuso dentro. 0»nettino se lo mettc in 
ispalla, e lo porta alia casa del Re. 

Allora il Re dicono che ha detto agli altri servitori: Va (ecco) Onacttino 
intanto ha fatto tutto ci6. Ora voialtri dovete saltare al disopra di un forao di 
calcina accesa. 

Omcttino I'ba saltato, ma egli era guardato da Nostra Signora e non s* ^ 
fatto nulla, invece gli altri servi che erano invidiosi morirono in quella calce. 

II Re allora ha dato in moglie ad Omettino sua figlia, e gli altri sono 
rimasti (abbarraos) polverosi (aflPamati e graiui) e a me han dato un pajo dj 
scarpe di carta, che non mi durarono fino a casa. 

V. — FavoleUe. 

Questo fu (c* era) una femmina che aveva 11 marito il quale si ubbriacara. 
Allora essa aveva pensato (pens6) di vestirlo da prete e di mandarlo in ao 



J 



)40VELLE POPOLARI SARbE JoJ 

istu 'esiiu a pr^ide, nanca at ndu: suttana, cappeddu, iscroppas 'e 
preide z6o adduncas seo preide. E bandat. 

Cando esce arribiu ania soniu sar campanas de s' allerghia 
chi tenianta, ca poke fuinti de ora scna preide. Este andiu assorar 
a cresia, e nanca a preguntau su scrghestanu a bicre itc funzione 
fiiiuti solitos do fiere in cussa idda. Su serghestanu dd* ida arre- 
spostu: Vesperu e niissa. Assorar su preiJe d' ;\ torriu a nirrer: 
E sa raissa de gliizzo, a it' ora lisanta de dda fiere ? Cuddu d' ida 
arrespostu: a-ssu solitu de sor itteror logos. 

Su preide su manzanu appiistis este andiu a faere sa niissa e 
no narraiada atteru chi : vesperu e missa ; vesperu e missa. Su- 
sserghestanu dda i ndu a-ssu sindigu chi custu preide no naraiada 
itteru chi v6speru e missa , vesperu e missa sena nJe fiere. Su 
sindigu a recurtu a-ssu Munsegnorc ci custu ida arrespostu: Zighi 
'osi fiede vesperu c missa non podiese pretendere de priisu. Su 
sindigu assorar nanchi a niu : Munsegnorc nirada diasi : duncas 
custu prfeide bisonzu de penzare como isperdere. Issu dd i pensiu 
de s' 'ettare mahiidu e s' ida avvisadu po dd' oliare. 'fenidi custu 
e oliandeddu no naraiada itteru chi vesperu e missa , vesperu e 

paesc {'idda , bUda , villaggio) dove non nc avevano. Quando cestui si fu visto 
vesiito da prete, dicono clie ha detto: sottana, cappello, scarpc di prete, io duaqae 
son prete. E se ne va. 

Quando arriv6 a quel paese hanno sonato le canipane per Tallegria che ave- 
vano^ e per questo che da tempo eran scnza prete. £ andato allora alia chiesa, 
e dicono che domand6 il sagrestano per vcdere (sapere) da lui qual funzione 
eran soliti di fare in quel paese. II sagrestano gli ha risposto: vespero e messa. 
Allora il prete gli ha tomato a dire: e la messa per tempo (di presto) a quale 
ora usano di farla (dirla) ? H quegli ha risposto; alia solita ora degli altri paesi. 

11 prete il mattino dopo b andato a celebrare (fare) la messa e non diceva 
altro che due parole: vespro e messa, vespro e raessa. 11 sagrestano lo disse al 
sindaco che questo nuovo prete non sapeva dir aitro che: vespro e messa , ve- 
spro e messa, ma non ne celebrava di vera messa. 11 Sindaco ha ricorso a Mon- 
signore Vescovo e costui ha risposto : Dacchfe a voi (a vois) celebra vespro e 
messa non potete pretendere di piu. 11 sindaco allora dicono (nan(ta)«chi) che 
ha detto: Monsignore dice cosi: bene , dunque c' b bisogno di pensare il come 
di disfarsi di questo prete. Hgli ha pensato di buttarsi inalato , c lo ha fatto 
avvisare (richiedere) perchfe gli desse V olio santo. Viene questo pretoccolo ed 

Arehivio per U tradi^ioni popolari. — Vol. XXII. 39 



306 ARCHIVIO PER LE TRADiziONI POPOLARI 

missa. Appusiis chi su-ssindigu estc istiu oliiu , s' este 'ettau a 
mortu. Si ni^ndada a n^rrer a su preidc chi su maliidu fudi niortu, 
e chi in cussa idda fudi sa moda chi su preide hessec* ammiriu 
su mortu in cr^sia , solu , e faindeddi simpere assolussiones. Su 
priide ida arrespostu: Ah ! ah ! in ciie non faimus nudda. Ma dd 
inta niu : Tottu sor itteros inn fattu diasi e voste' puru ddu 
d^pede fdere. Su priide assorar' idindesi male parau, 'anch' i nau: 
Ebbene, cussu sacrifiziu puru ippo a fiere. 

Nche lianta su mortu a crcsia e six priide alloddu puru. 
Serranta sa cresia. Si pigada su priide su cruzifissu in mana, co- 
mente arnia de siguresa, timinde chi su mortu sind' issere pesiu. 
Sor amigos de su sindigu sunti abbarraos i-ssa jenna de cresia, 
abbiidande i-ss' istampu 'e sa crie, a biere ite tia* fte' su preide, 
su cale no naraiad* itteru chi vcsperu e missa, visperu e missa. 
Su mortu s' este cominziu a movere; ei su preide, cun su cruzi- 
fissu in manos, istaiat' abbaidandMdu a sutt' ogu e prontu a ddu 
iscidere. Su mortu assorar s' este adderezziu po biere si su priide 
fuiada. Ma su preide timinde chi dd* hessere fattu a cracchi cosa 
dd i isciitu a conca cun su cruzifissu de brunzu , finaschi ddi 

oUosantdndelo al solito non diceva altro che vespro e raessa , vespro e mess a. 
Dopo che il sindaco fu unto coll* olio santo, s' fe buttato a fare il niorto. Si 
manda a dire al prete clie il malato era roorto , e che nel villaggio c* era il 
costume (la moda) che il prete-curato avcsse mirato (vegliato) il morto in 
chiesa, da solo, e faccndogli (dandogli) semprc assoluzione (del cadavere). U 
pretc ha risposto: ah ! ah ! qu\ non ne facciamo (faghimus) nulla. Ma gli hanno 
detto: Scusi, tutti gli altri preti hanno fatto cosl c anche Ella deve faro cosi. 
11 prete allora vcdendosi male parato (alia mala parata) dicono (nyan(a)chi) 
che ha detto: Hbbcnc qucsto sacrifizio pure far6. Portano il morto in chiesa e 
il prete eccotelo (eallu, allollu) W pure. Serrano la chiesa. II pretc si pigiia il 
crocifisso in mano, come arma di sicurezza, temendo che il raorto si fosse riz- 
zato (si rizzasse) in piedi. Gli araici del sindaco, per precauzione si sono fermati 
alia porta della chiesa, guardando dal buco della chiave a vedere che cosa fa- 
rcbbe il prete, il quale, al solito non diceva altro che: vespremessa. vespremessa. 
II morto allora s'6 cominciato a muovere, e il prete col crocifisso in mano lo 
stava osservando sottocchio c pronto a colpirlo caso mai si movesse. II morto 
allora s*k rizzato in piedi per vedere se il prete faceva qualche mossa. Ma egli 
temendo che il morto avesse fatto qualche cosa, gli ha dato un raalo colpo 



NOVELLE POPOLARI SARDE 307 

niortu a beru. Sor cumpanzos de-ssu sindigu 'idinde custa cosa, 
aperinti sa jenna de cr^sia po ddu salvare, ma su priide dd iia' 
mortu c ddis i tiau: Ite arrazza '0 moda macca chi ida in custa 
*idda, dc iide ittire a cr^sia sor mortos sena m6rrer bene ! M' e' 
costau su-ssuore de-ssa fronte po dd agabbare. Assorar cuddos po 
no dd' agabb^ret a s* 4tteros chi dd anta dispazziu a bidda sua. Ei 
sa pobidda dd' k niu: Ebbene! comente sese andiu? *Essiu ti ch* 
este como, su macchine dai sa conca ? Su pr6ide appostizu dd ida 
arrespostu : Ah ! bella ses istada ! e ite mi mandaias a m* isper- 
dere e nd' agabbare sor mortos ? E faindesi sa rughe i-ssu fronte, 
a niu : cantu m' e* costau a m' iscampare sa vida dae sor mortos! 
Sa niuzere nanchi i nau : su macchine tou non nde morit mai ! 
Ahideme ! 

VI. — Sa vura. 

Gustos fuinti duor e si fuinti attoppaos a pare e unu a nau 
a s' alter u : Ainue sese andande ? it' e' sa idea chi portar ? — Sa 
idea e\ gosi e gosi. App' idu una matta de m^ndulas carrigada, 
e-ssa idea e' nch' ando a dda ispriiniare. — E zeo puru porto cussa 

suila nuca col crocifisso di bronzo che tone /a in mitio, e glieae d\t tante che 
Tha niorto davvero. I compagni del sindaco vedendo questo , aprono la porta 
delta chicsa per salvarlo, ma non furono a tempo, il prete Taveva ucciso e loro 
disse: Che razza di moda stupida che c*6 in questo paese, di portare in chiesa 
i morti senza che siano morti bene! M*e costato il sudore della fronte per fi- 
nirlo. AUora quelli perch^ egli non ne linisse altri, V hanno rimandato al suo 
paese, per lo migliore. La moglie vedcndolo ha detto: Ebbene come sei andato? 
(Come t*^ andata ?) T'^ uscita la stupidaggine dalla testa ? II prete posticcio le 
ha risposto: Bella moglie sei stata 1 E perch6 mi mandavi a farmi uccidere , e 
a dare V ultimo colpo ai morti 1 £ facendosi il segno della croce ha detto : 
Quanto m*^ costato a salvarmi la pelle dai morti. La moglie dicono che ha 
detto : La pazzia tua non muore mai. Povera me ! 

VL — II rubamento. 

Quest! furono (c'erano) due ladri che s'erano imbattuti Tuno nell* altro : e 
uno dissc airaltro: — Do\^e sei andando (stai per andare) e quale fe il colpo (di 
furto) che porti, che mediti ? — £ un colpetto cosi e cosi. Ho visto un pcdale 



308 ARCHIVIO PER LE THADIZIONI POPOLARl 

idea: app' 'isiu un' aiiia de irbeghese, iu mesu dd ida unu bellu 
mascu e sa idea este ue nde ddu 'attire. — Bene, bene. Si mi p6- 
nese in parte tiie de su tuu , z^o ti ponzo in parte de sa ineu. 
— Sisse; e ainiie nd' att6ppamus ? — A sa jenna decrisia. Si lompes 
tue innantir abbirras tue, e si lompo zeo, abbarro zeo. 

Su prima arribada su 'e sar mendulas, e s* c' postu a dda' 
contare po fie' sa parte a-ssu cumpanzu : Duas a minimi , duis 
a-ssu cumpanzu; duas a mimmi, e duas a su cumpanzu. Ass6rar 
su serghestanu est andau a toccare s' orazione de su manziinu, c 
intfendet* a custu: duas a mimmi e duas a su cumpanzu. — M6mi«i! 
Innoge b' i mortos chi faeddanta, nirat assorar e sicchfe fiiidi co- 
mente ispiridiu. E indada a domo de s* Arrettore e dd i niu: zeo 
non tocco missa ddu i mortos a intro de cr6sia a su chi 'io, er 
beru su chi ninta. — Oh ite e' custu macchine chi ses nande ? 
dd' i niu su Arrettore. — Bae e tocca sa missa e lassa su mac- 
chine. Oh chi timo.... chi zeo non dd ando. — Bie e torradd6e, 
na' s' Arrettore. Assorar e' torriu e t6rrad* a intendere : duas a 
mimmi, e duas a su cumpanzu. E sicche torrada a fuirc comente 
ispiridiu c t6rrad* a 'omo e su Arrettore e dd 4 niu: ddu e' su 

dt mandorle caricato e vado a spogliarlo (levando i pruni posti lungo il tronco). 
Ed io pure porto idea medesiina di furto : ho visto un gregge di pecore ; in 
mezzo v'ha un beirariete (maschio) c la idea niia b di portarmelo via. — Bene, 
bene. Se tu mi fai partecipe del tuo furto, io ti faccio partecipe del niio.— Si, 
si, e dove ci incontriamo ? — Alia porta della chiesa. Se arrivi tu innanzi ti 
fermi tu e se giungo io mi fermo c aspetto io. 

11 primo arriva quegli delle mandorle , e s' 6 posto a contarle per tare la 
parte al compagno: (E dijeva) Duo a me e due al compagno, due a me e due 
al compagno. In quel mentre il sagrcstano ^ andato a suonare (a rintoccare) 
rorazione del matt.no e ode queste voci: due a me e due al compagno. Mamma 
mia I qui ci sono i morti che parlano, ci dice, e se ne fugge come spiritato. EJ 
egli se ne va alia casa del Rettore (Parroco) e gli ha detto : io non suono a 
messa, ci sono jnorti dentro della chiesa a quanto io vedo ed c vero ci6 che 
dicono. — Oh , che cosa k questa sciocchezza che tu mi vai dicendo ? gli ha 
detto il Rettore. Vai, suona la messa e lascia la stupidaggine.— £ perch^ terao 
che io non ci vado. — Va e tornavi , dice il Rettore. Allora il sagrestano ^ 
tomato e toraa ad udire: due a me, e due al compagno. Ed egli torna a fug- 
gire come spiritato indictro alia casa del Rettore e gli ha detto: La cosa 6 pro- 



NOVELLE POPOLARI SARDE 309 

propria , zeo non tocco , ca timo. Aj6ede voste' ca ddu *iede. — 
Non pozzo andare ca sko zoppo. — Si 'inidi, zeo , ache ddu \ho 
a coddu. — Basta chi 'inzada ddu leu puru. E ddu pigada a coddu 
e t6ccada. L6mpent' a praza de cr^sia e su serghestanu ddi nk- 
rada : A dd int6ndede ? — No, non dd' intendo. S*acc6suna pagu 
de prusu. = Ei como a dd' intendede ? — Niinmancu ancora ; 
accosta un itteru paghediddu. — Ei como a dd' intendede ? — Duas 
a mimmi e duas a su cumpanzu. — Ah si, como dd' intendo. E 
ssu dianni! ca este beru! Cussu chi isuiat' a sa jenna contande 
sar mcndulas intende' s' arremore e creinde chi fessit' a su cum- 
panzu cun su mascu dd' a' nau: Rassu este ? — O rassu, o lanzu, 
zeo dd' istrampo a terra, arresponde' su serghesunu. E istrampada 
a terra s* Arrettorc. E sicchi fuidi, issu a innantis ei-ssu Arrettorc 
addaisegus, bellu e zoppu si nd' e* pesau. — Su 'e sar mendulas, 
creinde chi fudi su mascu chi sicch6 fudi tuinde naraiada a su 
cumpanzu: Z^ppadu , zdppadu! E lassat' a sar mendulas e sicche 
fiidi creinde appistis d' essere iscobertu. Su serghestanu a sa fatta 
'e sa die, intrada a cr^sio e sicche leada sar mendulas ei su mascu. 

prio come dissi, io qod suono perch^ temo di male. Orsii, venga anche Lei che 
vede il fatto. — Non posso andare che son zoppo. — Se Ella viene lo porto a 
coUo sulle spnlte. Purch6 venga, io lo porto proprio Bn U. £ lo piglia sulle 
spalle c se ne vanno. Giungono alia piazza della chiesa e il sagrestano gli dice: 
Lo sente? — No, non lo sento. Si accostano un poco di piii. — E ora lo sente? 
— Ncppure ora; avvicinati un altro pochette. — E ora lo sente ? — Due a me, 
due al coropagno, due a me, due al compagno. Ah si ! ora sento. Per diana che 
h verol grid6 il Rettore. 

Quegli che stava presso la porta contando le mandorle, sente il rumore e 
credendo che fosse il compagno coU'ariete gli ha dctto: Grasso 6? — O grasso 
magro io te lo butto per terra , risponde il sagrestano. E butta a terra il 
Rcttorc. E fugge il sagrestano innanzi , ed il Rettore dietrozli zoppo com' era 
s*^ alzato e fuggito. Quegli delle niandorle credendo che il buttato fosse Tariete 
che stesse fuggendo diceva al suo compagno: Acchiappalo, acchiappalo I £ lascia 
le mandorle; e se ne fugge poscia credendo d* essere scoperto. II sagrestano al 
fare del giorno entra nella chiesa e se ne prende il maschio e le mandorle. 

G. Ferraro. 



t^jht' 




STRATAGEMMI LEGGENDARll 
DI CITTA ASSEDIATE. 




I si permetta di porgere il niodesto tribute di un raf- 
fronto al tesoro raccolto dal chiarissimo autore degli 
^ Stratagemmi Uggendarii di citta asstdiate. La vita latina 
dell'epico Girard de Roussillon, Vita nobilissimi comiiis Girardi de 
Rossellon^ scritta alia fine del sec. XI, ci narra che gli abiunti di 
un' antica citti sul monte Ln^ois presso Pothiires assediati per 
sette anni dai Vandali si liberarono , per consiglio di un uomo 
sapiente, gettando dalle mura un torello rimpinzato di frumento, 
tutto il frumento che era rimasto. La FitUy pubblicata di sul ras. 
13090 della Bibl. Nazion. di Parigi da P. Meyer (^Romania, VII, 
161 sgg.), consta veramente di due parti: nella prima si narrano 
due guerre tra Girard e Carlo il Calvo , e la pace conchiusa 
per r intervento di un angelo ; nella seconda le opere di pieti 
compiute da Girard e da Berta sua moglie, tra cui la fondazione 
delle badie di Pothiires (C6te-d' Or, sulla sinistra della Senna, a 
nord-ovest di Chatillon) e di Vizelay (Yonne) , quindi la loro 
morte e ci6 che avvenne pel seppelliniento definitivo dei corpi 
santi ; intrammezzata questa seconda parte dal racconto di uaa 
nuova guerra, inaspettata e in contraddizione con cio che Tagio- 



StRATAGfeMMI LEGGEN6aRII Dl CITtA ASSF.DIATE jit 

grafo avcva detio alia fine della prima parte, ossia che la pace tra 
Girard e il re non fu piu turbata. La leggenda epica che ^ta a 
base della chanson it ^esU di Girard de Roussillon nella Vita h 
innesuta, per dir cosi, con la storia delle abazie; e questa parte se- 
conda (eccezione fatta del racconto dell'ultima guerra con la bat- 
taglia di Valbeton) 4 propria della Vita^ e non si ritrova nella 
chanson: ma Tassedio di La^ois o Lassois e le origini di Rossi- 
glione (Isire, sulla sinistra del Rodano), cui appartiene I'episodio 
del torello satollato di frumento, se non possono vantare la nobilti 
della leggenda epica, difEcilmente sono invenzioni delTautore della 
Vita. Vi sara deirinvenzione sua, ma in massinia egli ripeteva un 
vecchio racconto , formato di elcmenti soliti a comporrc le leg- 
gende locali di cui il Medio Evj era cosi ricco; e avverte infatti 
di narrare sicut seniores nostri uno ore proferunty secondo dicevano 
ad una %'oce i vecchi. II Meyer sospetta per veriti die il racconto 
fosse in qualche altra chanson perduta, e ricorda che della venuta 
dei Vandali si fa cenno al principio del Garin le Lorrain. Ma senza 
insistere oltre su questo, e contentandoci della rispettabile antichiti 
della Vita^ ecco qui il racconto latino secondo Tedizione citata * . 

Camque Latiscenses coatinua septem annorum afHictione a barb iris vallati 
pertiaaciter obsiderentur , iamque tarn diutina inclusione perthesi et iaedie 
necessitate afflicti de deditione tractarent, iamque sua seque barbaris dedere 
cogitarent, unus eoruni sapientissimus tandem tale consilium intulit: « ToUatur » 
mquiens, ataurellus et domi inclusus triduo jejunet: tcrcia vero die tritico ha- 
f bundatius sacietur; denique, adapertis portis, ut ad aquam inferius tendat, ut- 
« pote sitiens emittatur ». Quod ita factum est. Emisso itaque juvenco et a 
barbaris impetuose statim in firust(r)a discisso, reperiunt alvum istius tritico re« 
fertum, admirantesque adinvicem dicunt : ff Frustra se diucius vexari ; opidanos 
t situ loci esse inexpugnabiles ; alimentis sacius liabundantes , quippe cum ani- 
« malia eorum utantur frumenti pabulo ». Collectis itaque papiUonibus sonanti- 



* Esiste anche una traduzione francese del sec. XIII qui pure pubblicata a 
fironte al testo latino , da una raccolta manoscritta di vite di santi (Bibl. Naz. 
dl Pang! 13496 fonds fran^.). Un altro ms. della Vila nella Biblioteca Maza- 
rioo, ma proveniente dalla collcgiale di Korssendock nel Brabante, k stato se* 
goalato anche dal Meyer, Romania^ XVII, 103, e studiato nei rapporti col cod. 
delb Nazionale. 



Jiri ARCHIVIO PER LE TRAOlZlONl POPOLARI 

busque tubis inde recedere festinant. Tunc supradtctus sapiens coacivibus suis 
dixit : (c Si modo eos caute ct prudenter insecuti rueritis\ forsitan superare va- 
« lebitis ». At illi , sumptis arm is , non caute sed precipites irruunt, ac secus 
GemeHos non [longe] ab oppido eos consecuntur , strenuissime aggrcdiuntur, 
bellumque ingens et horribile utrinque committitur. 

Come si vede , esso si rafFronta col racconto di Alessandria 
assediata da Federico Barbarossa , e di Carcassona assediata da 
Carlo Magno (episodio anch'esso di fonte popolare e tradizionale, 
ignoto ai Gesla Caroli V^agni ad Carcassonam), anche con quel di 
Canossa riferito nella cronaca Novaliciense e con la tradizione pe- 
rugina serbata nel quadro del Bonfigli (tralasciando il racconto ara- 
bico); ma piCi strettamente coi due primi, anzi col primo, per il 
fatto deir inseguimenco die gli assediati fanno sui nemici appena 
levano Tassedio; e le due abazie borgognone sono anche le piu vi- 
cine a quel luoghi. La chanson de geste non fa Amedeo di Savoia 
vassallo di Girard de Roussillon e combattente con quei di Torino 
e di Susa e del Cenisio, nella battaglia di Valbeton ? \ 

N. ZiNGARELLI. 

» Vv. 2427-50 del testo di Oxford, pubbl. da W. FOrster, in Ramaniscbe 
Studien del BdHMER, V (1880), p. 47. 



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LEGGENDi: POPOLARI ACITANE \ 



XII. — II tesoro di Porto Salvo. 




Porto Salvo narrasi che fosse una volta un tesoro in- 
cantato, per impadronirsi del quale si doveva pescare, 
cuocere e mangiare in quel punto dei pesci. II tesoro 
per6 fu disincantato, ed in memoria del fatto vi fu cretto un al- 
larino con Timmagine della Madonna della Catena, nel quale un 
circolo dipinio in rosso si vuole che indichi il luogo preciso donde 
fu estratto il denaro. 

XIII. — La trovatura della gna Vincenza. 

Presso Aci S. Antonio , sezionc Fontana , esiste una vecchii 
casa, nella quale si dice che i ladri abbiano incantato un tesoro, 
per prenderc il quale si deve uccidervi sopra un bambino. 

Narrasi che una volta un segretario di Acireale si rec6 con 
una donna in quella casa, e a mezzogiorno in punto, accese quattro 
candele, si diede a leggere un suo libro. Gli si fece sentire allora 
una voce che lo awertiva non potersi prendere la trovatura senza 
uccidervi sopra il bambino, onde egli scoraggiato abbandon6 Tim- 
presa, e la trovatura e scinpre al suo posto. 



* Continuazione e fine. Vedi fasc. II, pag. 227. 
Archivio per le tradi^ioni popolari. — Vol. XXII. 



40 



314 AR^HIVIO I^ER LE tRAt)IZtONl «>Ot>OLAftt 

XIV. — La trovatura di Cosentino. 

Uno speziale di Aci Bonaccorsi, chiamato Cosentina, avendo 
saputo che presso il paese, in una vecchia casupola presso quella 
di Patrangelo, ci deve essere un tesoro , vi si rec6 a raezzanotte 
cd invocato ma:(iabuccu (belzebCi), che gli apparve tutto vestito di 
rosso, seppe che per impadronirsi del tesoro ci voleva il sangue 
d'un fancjullo. , 

Cosentino parl6 della cosa con un medico, ed entrambi, tro- i 

vata una donna che acconsentiva a recarsi con essi assienie ad un ! 

suo figliolo, si portarono di nottc sul luogo ed iniziarono le ope- 
razioiii. Ma quando la madre vide che il medico, aperto il bisturi, \ 

si accingeva a trar sangue dal fanciullo , non riusci a frenarsi e | 

gridi : Maria ! Ed aliora il farmacista fu sbalzato verso ievante, il 
medico verso ponente, e la donna cadde svenuta presso il figliolo 
che strillava. 

I; cosi la trovatura di Cosentino b semprc al suo posto. 

XV. — La trovatura del Felicetto. 

Presso il villaggio di Guardia, in contrada Felicetto, e preci- 
samente nel fondo di un tal Campagna, si crede che sia incantato 
un gran tesoro, per prendere il quale occorre sacrificare due ver- 
gipejle. 

Tale impresa, fu una volta tentata da un tal Cardillo assiemc 
a due cptnpagni , che avevano portato sul luogo la tigtiola del 
CardillO' stesso, e quella di una vicina, una certa Spina. Fortuna- 
tainente p^r6 il padre di quest'ultima ebbe sentore del fatto, corse 
al pp&^o della trovatura e, mettendo in fuga i tre sciagurati, impedi 
c\\^ si cojnpiesse Torrendo misfatto. 

I^a, figlia, di questo tale Cardillo fu svegliata una notte da una 
voce misteriosa che le diceva: Sorgi, e vai sola a prendere la tro- 
vatura; ma ebbe paura, e non si mosse. La visione si ripeti una 
scconda ed una terza notte , anche accompagnata da minacce, ed 



LEGGENDE POPOLARI ACITANE 3I5 

allora la giovane si parti per il Felicetto. Ma non vi ando -sola ; 
condusse con sh il padre, assieme al quale si diede a scavare sia 
che trov6 due cassette di terra cotta. Credette allora di essere 
arricchita, ma s*accorse ben presto che le cassette erano piene di 
ceoerc c non di oro, perche essa non erasi recata sola a scavare. 

Cosi il tesoro h sempre nascosto, e gli spiriti che io hanno 
in custodia pare che non sappiano come fare per Hberarsone^, se 
vanno persino ad ofFrirlo nelle case. 

Un giorno infatti la casulda del fondo del Campagna, una 
certa Sorbello , era sola presso la casa , quando sul mezzogiomo 
vide passare un tale coperto da una lunga e larga giacca, che 6a- 
lutatala , mise le mani in tasca e le offri un pogno d* oro, Essa 
per6 rifiut6 , dicendo che le bastava il guadagno del marito. Ma 
ecco che una seconda persona carica di un sacco viene ad unifsi 
al primo, cd anch' esso s' inchina ed offre deir oro, che trae dal 
sacco. La donna per6 si confonde, torna a riButare, ed aUora una 
terza persona sopraggiunge, la riniprovera del rtfiuto dato e porta 
via i compagni. 

La Sorbello spaventata scappo dentro; e per quanto poi> com- 
prendendo la propria sciocchezza , cercasse di rivedere quei tre> 
non vi poti piii riuscire. 

XVL — II tesoro di Voltoo. 

Andando da Acireale verso il capo Mulini , arrivati in con- 
trada Barracche, s' incontra un piccolo cratere, che il pc^olo chiama 
ia carcara di 'ulhnu e che ritiene la sede di un banco incantato. 
Narrasi infiuti che dentro di esso sieno un gran numero di stanze 
in iila, che vanno sino al mare , e tutte piene di oro e di altre 
cose preziose, che si possono vedere e toccare, ma mai portar via. 

Una volta una certa gna Vincenza unita a parecchi giovani 
sc^st la dentro per tentar di prendere qualche cosa , nu rimase 
cosi spaventata dagli spiriti che Ic si presentarooo che esclam6 : 
Maria Santissima ! E allora tutti quanti furono malamente sbalzati 
a graode distaoea, e la gna Vincenza cadde proprio a mare. 



3l6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARt 

Un' altra volta quattro uomini e due donne si recarono sA 
luogo per prendere il tesoro. Tre di essi scesero nel fosso , ove 
trovarono un gran mucchio di monete d'oro, e sovr'esso un serpe, 
die li accost6 ed attorcigliandosi loro intorno , chiese chc seen- 
dcssero gli altri. E quando questi ebbero ubbidito, disse che po- 
tevano portar fuori il tesoro, mentre lui li carezzava. A u:i tratto 
per6, la piii debole di quelle persone, vedendosi la bestia attorno 
al collo, ebbe paura e cacci6 un grido: Maria Santissima, clic mi 
aflPoga ! — ed allora il denaro che s' era uscito si rovcscio entro 
il cratere e le sei persone, sbalzate in aria, si trovarono chi qua e 
chi li. 

Un' altra volta ancora quattro giovani si recarono a Volano 
verso mezzanotte portando con loro un rotolo di carne battezzata, 
cioi tolta al cadavere di un uomo morto da poco, e sccsi cntro 
il fosso trovarono una stanza sotterranea con gran quantiti di de- 
naro, del quale empirono le loro bisacce. Volendo quindi ascire 
si accoistarono alia scaletta a piuoli che avevano portato; ma appena 
il primo la tocc6 si ruppe il prinio piuolo, poi all' accostarsi del 
secondo se ne ruppe un altro, quindi un terzo , sin che al rom- 
persi del quarto il giovanc che tentava di uscire ebbe paura c 
grid6: Madonna del Carmine ! Ed allora tutti e quattro furono 
sbalzati in aria e si trovarono uno in riva al marc , un altro a 
San Filippo, il terzo ad Aci Trezza ed il quarto ad Aci Castello, 
cosi malconci che per parecchie settimane hirono amaialati. 

Un cacciatore ebbe occasione di scendere con i suoi cani ncl 
fosso di Volano e vi trovo molti tesori, custoditi da un barone 
in redingote. Preso dal desiderio, impasto nel pane alcune monete 
e le fece ingoiare ai cani , ma allora non gli fu pii possibile di 
uscire sin quando gli animali non ebbero evacuate le monete. 

Finalmente, si racconta che un forestiere, avendo proraesso 
ad un certo Berrettazza di fargli trovare un tesoro , lo port6 a 
Volano e qui , accese alcnne candele , si diede a leggere un sv.o 
libro, e mando un po' piu innanzi il compagno. Comparve al- 
lora a costui un gran toro , che gettava fuoco dalle narici e cbe 
teneva un biglietto in bocca, biglietto che il povero diavolo presc 



LEGGENDE POPOLARI ACITANE 3I7 

c port6 al forestiere. Vuolsi che con questo biglietto si trovassero 
alcune pietre d- oro ; ma le operazioni per disincantarc il tesoro, 
che dovevano continuare, furono impedite dai contadini delle vici- 
nanze, che qualcosa ne subodorarono, ed ogni cosa fini h. 

XVII. — La grotta dello scannato. 

La grotta dello scannato si apre nella tirapi di santa Tecia, 
e ricorda certamente col suo nome un qualche pover uoino che 
vi si dovette rinvenire ucciso. Ma questo particolare i scomparso 
dalla memoria del popolo, il quale la ricorJa soltanto come scde 
di uno di quei meravigliosi banchi di cui, secondo esso, fe ricca 
la Sicilia. 

Nella grotta dello scannato infatti si assicura che si trovano, 
conservati in barili, una gran quantiti di tosori, che i cacciatori, 
che vanno da quelle parti , possono vedere e toccare , senza che 
peraltro sia loro possibile di poterne portar via la pii piccola 
parte. Qualcuno ha tentato di appropriarsi di un po' di quell'oro 
dandolo, in mezzo alia pasta , ad un cane che aveva portato con 
si; ma al momento di uscire sh visti di fronte certi personaggi 
contro i quali non ha potuco resistere, e che, a furia di legnate, 
han fatto vomitare al cane le monete ingoiate. 

Narrasi anzi che una volta un certo Carmine Iditeddu, mon- 
cberino di pessima indole, avendo in una zuffa ferito diverse per- 
sone, and6 a nascondersi in questa grotta e , vedendovi i tesori, 
cerco una notte di portarsi a casa un barilotto d'oro; ma andando 
per uscire trov6 la porta murata , e per andarsene dovette la- 
sciare ogni cosa. 

XVIII. — La trovatura di Ficarazzi. 

Or e moltissimo tempo , un forestiere si reco a Ficarazzi, 
villaggetto del comune di Aci Castello , e trovato un ragazzo lo 
porto seco in campagna. Qua scav6 un fosso, vi nascose dei de- 
nari, ed uccisovi sopra il fanciullo, dispose un incanto in modo 



3f8 ARCHiVK) PBR L£ TRADIZIONl POPOLARl 

cbe per potersi prendere quel tesoro si doveva mangiare in quel 
luogo un piatto di pasta ed un rotolo di salsiccia. 

Ma UQ povero diavoio che si trovava in quel punto e s'era 
nascosto al sopravvenire dello scraniero, udi ogai cosa, ed appeoa 
si vide solo, corse al paese, impegad cio che pot^, e comprata la 
pasta e la salsiccia, torn6 sulla trovatura. E qua, eseguito ci6 che 
dairincanto era prescritto, s'impadroni del tesoro, mentre lo spi- 
rito Usciatovi a guardia gli gridava: vidisH ^ o sintistiy troppu 
Cauda 'a facisik 

XIX. ^ La trovatufa delll* Acqua Nuova. 

Una volta un si^nore, aiutato da un garzone, trasporco su di 
un n^ulo ed un cavallo quattro cofani di monete d' oro sioo alia 
contrada Acqua Nuova, e quiudi, scavato un fosso e seppellito il 
tesoro, ordin6 al garzone di non consegnarlo se non a chi fosse 
andato 14 sopra a friggervi con deir erba di mare dei pesci fre- 
scbi^ ed uccisolo con un colpo di pistola^ per formare rincanto, 
se ne and6. 

Una lavandaia che per caso erasi trovata \i vicino e che, 
senza esser veduta , aveva inteso ogni cosa , appena si vide sola 
parti , and6 a cercare il pesce e V erba di naare , esegui ci6 che 
neirincanto era prescritto e si prese il tesoro, mentre lo spirito 
del garzone le diceva : O vidisHy o sintistiy troppu cauda 'a facisti 

In questa contrada peraltro , che i tra Aci Catena e S. Fi- 
lippo , c' i una veccbia quercia ove gli spiriti sono stabiliti , ed 
impediscono di passare. Un tale iufatti che vi capico verso la 
mezzanotte e voile ad ogni costo andare innanzi fu sbattuto cootro 
i muri tanto che ne mori. Un altro che vi arriv6 , ancbe lui a 
mezzanotte, col suo asinello fu costretto a tornare indietro. Ed un 
bifolco arrivatovi con un carro di fieno vide i palaustri di questo 
incurvarsi, i buoi fermarsi pieni di agitazione, e dovette scappar- 
sene lasciando ogni cosa. 



tfeGGBNt>E POl>OLAW AClTAlIB p$ 

XX. — U tesoro del conveato. 

Nel villaggio di Santa Maria degli Ainmalatiy a pochi passi. 
delta chiesa vecchia , tra una viuzza che da questa ha il nome e 
la strada niaestra , si dice che ci fosse una volta ua casamenco 
dove certi frati , non si sa di quale convento, si recavano a vil- 
leggiare. Ma abbandonato poi e rovinato, vuolsi, che diventasse 
un ricettacolo degli spiriti, i quali vi custodivano un tesoro in- 
cantato. 

Si narra infatti che ivi ogni sera, a mezzanotte in punto^gli 
spiriti vestiti di bianco apparivano portando su di un cataletto lo 
scheletro di un frate , il quale , piuttosto che lascuire le sue ric- 
chezze alia corauniti, aveva preferito di sotterrarlc presso il luogo 
ove doveva essere sepolto , onde tenerle in potere anche dopo 
morto e riempirne il proprio scheletro. Ma per quanto della cosa 
si fosse sicuri, nessuno avea potuto inipadronirsi del tesoro,. sco- 
noscendosi il segreto per riuscirvi. 

Una notte per6 un ciabattino sogn6 che per rompere V in- 
canto bisogoava recarsi sul luogo ed all'apparire del funebre corteo 
dire tre volte requie^ indi afferrarsi ai piedi dello scheletro, e non 
lasciarlo piii sin quando gli spiriti non si fossero dileguati. Co- 
raggiosamente egli si rec6 di notte tra le rovine dell'antico con- 
vento, aspett6 col cuore tremante che sonasse la mezzanotte, ed 
appena visti comparire gli spiriti pronuncio tre volte le parole 
stabilite, afFerrd lo scheletro per i piedi e, dopo una lotta titanica 
per non esseroe staccato , si trov6 solo , con lo scheletro tra le 
mani e padrone del tesoro che dentro di esso er<i nascosto* 

XXL — Un tesoro ad Acireale. 

Narrasi che nel vicolo S. Stefano, uno spirito compariva ogni 
notte ad un giovanq che abiuva la casa Fataro , indicandogli di 
scavare sotto un arancio, ove avrebbe trovato una giarra piena di 
monete d'oro. 



320 ARCHiVfO Ptk tB fRAl5lZldN< POP6LAfti 

II giovane , che non aveva troppo coraggio , non ascoluva 
per6 il suggerimcnto dello spirito, c lasciava passarc il tempo,— 
sin che questo una none si secco e minacci6 di indicare il te- 
soro ad un'altra persona se cgli non si affrettava a prenJerlo. EJ 
allora finalmente quegli si alz6 , and6 sotto V arancio, ove c' era 
un' ombra , scav6 e trovo dapprima della carbonella e poi del 
denaro. 

XXII. — Un tesoro ad Aci Trezza. 

Vuolsi che in un fondo tra Aci Trezza ed Aci Castello sia 
seppellito un tesoro. 

Un contadino che zappava in quel luogo , intese un giorno 
una voce che veniva di sottoterra e che gli diceva di unirsi con 
altri sei compagni che sapessero mantcnere il segreto se voleva 
rendersi padrone del tesoro che era li nascosto, Senza perdere 
tempo, parti, reclut6 gli amici c torn6 nel campo , ove la voce 
raccomand6 loro il massinio accordo, e dopo aver ingiunto che 
dovevano dividere ogni cosa in parti cguali, li invit6 a guardare 
in un posto ove si vedevano ricchezze senza fine. 

Non ne poterono peraltro prendere neanco una minima parte 
perchi la voce mise come condizionc che dovevano prima fabbri- 
care coli stesso una casa, anche senza tetto , nia con la porta, 
entro la quale compire Ic ultime opcrazioni ; e dopo che la casa 
sorse, con sacrificio dei sette , chiese che si unisse a loro prima 
un giovanetto e poi un pretc. 

La faccenda and6 cosi alle lunghe, ma intanto qualcbc cosa 
se ne cominciava a risapere , delle discordie sorsero tra i cerca- 
tori del tesoro, e mancato cosi il segreto e I'accordo richiesti, la 
voce un bel giorno li mand6 via senza che a nulla fossero ap- 
prodati. 

XXIII. — La trovatura d* *a Santa. 

Narrasi che nella sezione Morgiani di Aci S. Antonio, e pre- 
cisamente nella contrada la Santa , or h molto tempo , un uomo 
che andava di notte per gli affari propri incontr6 un vecchio , il 



LEGGENDE POPOLARl ACITANE 32 1 

quale fermatolo gli disse : — Viioi tu trovare un tesoro ? Se bai 
cora2*>io e desiderio di arricchire, trovati domani sera in qucsto 

DO 

stesso luogo. 

L'uomo, che era un povero dLivolo, non manc6 airappunta- 
mento, ed il vecchio, tomato a comparirgli, gli present6 un ancUo 
dicendogli : — Prendi questo anello e continua a camminare sine 
a quando non avrai incontrato un montone; poi montagli addosso 
e lasciati portare, ch'egli ti portera nel luogo ov'i il tesoro. Bada 
per6 die il montone cercheri di toglierti T anello e che se tu te 
lo tai strappare sei perduto. 

Sparito il vecchio, Tuomo ando innanzi, incontr6 il montone, 
gli sali sii Ic spalle, ma non seppc tcner bene T anello, se lo fece 
togliere c di lui non si seppe piu novella. 

Da allora, nessuno ha piu volute correre il gran rischio, e la 
trovatura d' 'a Santa h scmpre da prendersi. 

XXIV. — Tesori trovaU. 

U Una persona sogno una volta la sua sorte , la quale gli 
diceva di andare sulla strada che per Tarco del piincipe mettc ad j 

Aci S. Antonio e di rompcrc una corta pictra , sotto la quale a- \ 

vrebbe trovato un tesoro. I 

Questa persona non avendo coraggio di tentare tale opera- 
zione, narro il fatto ai suoi padroni, che crano macellai, e questi | 

recatisi sul luogo designate, di notte tempo , rupporo la pietra e 
trovarono il tesoro. Ma siccome la sorte non era per loro , non 
lo poterono godere. 

2. In Acireale una persona vide una volta un* ombra che le 
disse di scavare sotto il forno della casa, ove avrebbe trovato un 
tesoro. Incerta sul da fare , questa persona con(id6 la cosa alia 
moglie, e poi assieme si dicdero a scavare. E trovarono infatti 
un cesto, ma invecc di denaro contcncva della carbonella, perch^ 
la sorte essendo solo dal marito, non avrebbe dovuto dir nulla ad 
alcuQO. 

3. Un'altra donna sentiva ogni notte del rumorc, come se le 
Archivio per le tradiiioni popolari, — Vol. XXII. 41 



^ii ARCHrVtO PfiR LE tRADtZlO^I POMtARt 

rubassero la biancheria, e trovava la mattina, sotto la sedia, della 
crusca, che si doveva cambiarc in oro. Ma essa racconti ogui 
cosa al marito, e la notte gli spiriti la bastonarono. la tal modo 
essa perdette la sua sorte. 

XXV. — Lo zoppo fortunato. 

Al capo Mulini , tra le rovine di una vecchia torre chc i 
presso lo scalo di levante , dimorava uno storpio , che , sebbene 
miserabile, niangiava e spendeva come un signore. Interrogate una 
volta, narro che ogni notte gli spiriti si recavano a trovarlo e gli 
davano dei denari. 

Ma da allora non ebbe piij nulla, ed anzi si busc6 una fitta 
di legnate, pcrche gli spiriti , per punirlo di aver parlato, credet- 
tero necessario di rompergli le spalle. 

XXVI. — Gli spiriti a S. Tecla. 

A Santa Tecla v'i una faniigliola che su sei figli ne hitre, 
i maggiori, con le gambe paralizzate per colpa delle fate, e se gli 
altri trc son riniasii sani, si 6 perche la mamma non ha piivo- 
luto allattarli essa stessa. Quel bambini infatti nascevano sani c 
ben formati , ma tra i due ed i tre anni avveniva che la madre 
li trovasse ad un tratto malaticci , ni c' era piu verso di farii 
riavere. 

Narrasi che in questa casa , uno dei tre figlioli vedeva ogni 
notte comparire un uomo con un cero acceso , il quale girava 
torno torno alia stanza , poi si avvicinava al suo let to , gli sco- 
priva il viso, lo guardava e spariva. 

Un altro dei fratelli, essendo una notte in una pagliera, vide 
ad un tratto illuminarsi la stanza e comparire quattro individui 
che prima si diedero a ballare e poi, estratti i coltelli, comincia- 
rono una vera tirata , senza curarsi del giovaue, che spaventatis- 
simo stava in mezzo a loro. Verso mezzanottc per6 ogni cosa 
scomparve. 



LEGGENDE POPOLARI ACITANE 323 

XXVII. — GU spirit! dl Cimaloro. 

Tra Santa Tecla e Puzzillo, nella contrada Cimaloro, e no- 
torio che si vedono gli spiriti. 

Sulle sciare, verso mezzanotte e quando c'i la luna, si vedono 
qiialche volta intere niandre di pccore o di buoi; raa il piCi spesso 
le pictre sono coperte da grandi strisce di tela , che raolte don- 
zelle vengono a raccogliere ed a portar via. Ogni cosa peraltro 
sparisce dopo la mezzanotte. 

In un certo crocicchio gli spiriti si manifestano diversamente. 
Cosi un frascaloro passandovi sul mezzogiorno , vi vide su un 
rauretto una vipera; tent6 di ammazzarla con la scure, ma ad ogn 
colpo che le dava essa saltava in aria, sin che al terzo colpo spari. 
Un contadino vi trov6 invece verso mezzanotte una capra che 
tentava di non farlo passare ; ma, siccome egli ebbe V accortezza 
di farsi il segno della croce, quella spari. 

Un carrettiere, un'altra notte, arrivato proprio in quel punto, 
not6 come un grosso fagotto bianco , che si metteva tra i piedi 
del suo mulo e non lo faceva andare innanzi. Non sapendo che 
fosse, scese dal carro per spingere la sua bestia, quand'ecco gli si 
present6 innanzi una bella donzella in abiti contadineschi, che con 
le braccia apertc voleva impedire al mulo di passare ; ed allora, 
spaventato, mise alia corsa Tanimale e non curandosi della don- 
zella, che par'eva restasse schiacciata dalle ruote, scappo via. 

XXVni. — La tana degli spiriti. 

Sessanta o settant' anni addietro , un giovanotto di Valverde 
si recava verso la mezzanotte al Carminello, sezione di Aci San- 
t' Antonio , quando vide che un grosso montone camminava a 
fianco a lui , su di un muro. Spaventato , si diede a correre , e 
poichi ad un tratto il montone spnri egli si convinse che si trat- 
tava di uno spirito. 

L' indomani il giovanotto , unito a molti curiosi cqi aveva 



L 



324 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

narrato il fatto acc.tdutogli , torno sul luogo , c poich^ presso il 
muro sul quale aveva veduto il montone noiarono un graii masso, 
che battuto fa sentire un cupo rumore, si riienne che soito di csso 
vi deve essere un antro che serve di abitazione agli spiriti e che 
li il montone s'era nascosto. 

E da allora quel luogo h detto la tana degli spiriti. 

XXIX. — Gli spiriti del palazzazzo. 

A Maugeri, sczione di Aci S. Antonio, e precisaniente sulla 
strada che porta a Valverde, c'i un vecchio palazzo, che pare ri- 
monti ai primi anni del 700 , e che da un pezzo . ridotto senza 
tetto e senza imposte, si assicura sia in potere degli spiriti. 

Vuoisi che chi passava da quelle parti durante la notte vc- 
deva delle ombre alio finestre del palazzazzo, ombre che spesso sc 
ne stavano a fumare, e sentiva runiori di catene e di spade; ma 
le persone che si mettevano a tal rischio dovevano essere ben 
coraggiose e spinte da grande bisogno , giacche ordinariamente, 
con r avanzare della notte niuno piu percorreva quella strada. 

Ora per6 una parte di quel palazzo k stata ridotta in buono 
stato ed k abitata; ma esso 6 sempre detto il palai^a:(^^o od il pa- 
1a^:(0 degli spiriti, 

XXX. — Gli spiriti di Cenerazzo. 

Accanto a una viottola che dalla piazzetta di Aci Bonaccorsi 
porta al quartiere Paoloti, v*ha un appezzamento di tcrreno detto 
Cinnira{:(ii perchi si crede che un certo tempo vi fosse un pub- 
blico forno , la cui cenerc si nota tuttora in gran quantiti me- 
scolata alia terra, proprio a tianco a certi rottami di tegoli e di 
mattoni. 

Ora i opinionc generale in paese che passando di notte da 
quel luogo vi si veda spesso il forno eretto ed il fornaio neiratto 
di cacciarvi entro la legna per riscaldarlo. 

Un certo Carmine Baiocco assicura di avervi anzi veduto 



LEGGENDE POPOLARI AClTANE % ^2$ 

una capra che irapastava; ma corso a casa ad armarsi e tornato 
sui luogo con un suo fratello non trov6 piii nulla. 

Un tal Cicchitignolo una volta, di notte, scendeva di fretta 
per quella viottola bnde cercare la Icvatrice , quando arrivato a 
Cenerazzo vide lutto illurainato, ed un cane con due lunghe coma 
in testa si affaccio al muro e gli disse: La levatrice non c'^; torna 
a casa e troverai due maschietti. 

II poveruomo trem6 per lo spavento , ma non torn6 , pen- 
sando che la moglie non poteva far a meno della levatrice; per6 
per quanto cercasse non riusci a trovarla , e quando si ridusse 
a casa vide che 11 parto s* era verificato e gli erano nati due 
maschi. 

Tempo addietro poi alcuni giovani, che dovevano il domani 
subire la visita medica della leva , pensarono di passar fuori la 
notte strapazzandosi e si dicdero a percorrere quella viottola con 
le chitarre ed i mandolini. Ma giunti al solito punto videro tutto 
lo spiazzo illuminato ed udirono una detonazione cosi forte che 
la maggior parte di essi caddero a terra tramortiti. Quando rin- 
vennero non c'era piii nulla; ma uno si guadagn6 1' idropisia ed 
un altro la nevralgia, siccht ora, dopo due ore di notte, nessuno 
si arrischia piu a transitare per quella locality. 

XXXI. — Gli spiriti ad Acireale. 

1. A san Giovanni Evangelista, presso Tufficio daziario, vi i 
una vecchia casa che si vuole posseduta dagli spiriti, ma che per6 
continua ad essere abitata perch^ si crede che questi non sieno 
malefici. 

Li dentro apparisce spesso una gatta grigia e scarna e con 
gli occhi spenti, che si ferma a mirar le persone e che scompare 
appena la chiamano. 

Li dentro si sentono rumori, soffi, gemiti , battiti, e spesso 
gli oggetti sono cambiati di posto ed anche strappati di mano 
alle persone. 

2. Presso r Odigitria abitava tempo fa una donna con una 



326 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

giovanetta, nella di cui casa si vedeva ogni notte ballare la tavob 
aggirandosi per tutta la stanza e quindi apparire uo gatto rosso, 
che si accovacciava in un angolo. 

Quando la giovane pass6 a marito la quiete ritorn6 in quella 
casa. Ma essa mort dopo un anno , e si crede perch^ gli spiriti 
non volevano che passasse a matrimonio. 

3. Presso san Francesco, nella casa di una certa Lorenza, gli 
spiriti si divertivano a tirare pietre contro la porta. Nonostante 
che questa fosse ben chiusa, si sentivano i colpi nella sua parte 
interna , si vedevano i segni che restavano sul legno , e si tro- 
vavano le pietre entro la stanza. Ora per6 non vi si sente piu 
nulla. 

4. Nel vico Cozzale si recarono ad abitare due sposi di fresco. 
Alzandosi la mattina bevvero entrambi in un secchio e divenu- 
roDO pazzi. Si dovette portarli a san Filippo, e 14, in seguito agli 
esorcismi, poterono guarire. 

5. Presso rindirizzo, suUa cosidetta timpay si vedeva la notte 
una donzella che passeggiava seguita da un montone con le coroa 
d'oro. 

6. Presso il Crocifisso, e nella contrada detta istirna^^^a da una 
antica e grande cisterna a quattro bocche, c'fe una casa nella quale 
i ladri assassinarono una volta una intera famiglia, formata di tre 
persone, e molto tempo dopo, anche un povero vecchio. 

E lit ogni notte apparisce uno spirito, che nessuno per6 ha 
mai avuto il coraggio di accostare e di interrogare. 

XXXII. — GU spiriti di Aci Platani. 

I. Sulla strada che scende ad Aci Platani, quasi di fronte al 
luogo ove oggi e la scuola , c' h un' antica casa formata di due 
stanze usate come magazzino di limoni, e che nessuno vuole piu 
abitare perchi in possesso degli spiriti. 

Si narra che anticamente abitava col4 una monaca di casa, 
che aveva molta devozione per il prete della borgati , al quale, 
tra Taltro, preparava le ampoUine per la messa. Un suo fratello. 



LE(K;eMDE WpOLARI ACltAlife 32*/ 

sospettando una colpevole relazione ira la sorella ed il prete, pens6 
di avvelenare un giorno il vino preparato nelle ampolline , ma 
quella se ne accorse e rivelando 1* attentato evit6 il delitto. Indi- 
gnato pero il fratello capit6 la sorella mentre faceva il pane, con 
un colpo di scare le spaced la testa e quindi si dilegu6. La mo- 
naca mori ; ma dicesi che prima di spirare battesse piu volte il 
pavimento col calcagno, per indicare che il suo assassino era stato 
il fratello, che aveva nome Calcagno. 

E da allora gli spiriti si sono domiciliati in quella casa e non 
ne sono piix usciti. 

Una donna , detta 'a fiinmimdda , afferm6 di aver veduto 
prcsso di essa un rcontone , che spari prima di averlo potuto 
accostare. 

Un tal masir^ Atinu^ catanese, che pens6 di abitarla, vi perdi 
la moglie, che affermava di sentirvi ogni notte. grandi rumori e 
di vedervi, sin che era al buio, un altare coi ceri accesi. 

Un calzolaio, che Tabitd, diceva di sentirvi gli stessi rumori, 
ed una sera rincasando si vide fuggire tra le gambe un montone 
uscito da sotto il letto; del che ebbe tanta paura che ne mori. 

Una certa gna Vidda 'a faviana afferma di aver visto una 
notte in quella casa un uomo col berretto rosso e la pipa in 
bocca, che spari appena essa chiamo i suoi figli. 

Una certa Maria I'abitd per due mesi e poi se ne and6 per 
non vederne pi6 gli spiriti, ma divenio pazza. 

2. Lungo la stessa strada di Aci Platani fu anni addietro, Tin- 
domani di Pasqua , assassinato da quattro malandrini un povero 
operaio che ritornava assieme alia moglie, da una passeggiata. E 
da quel giorno, ogni mezzanotte , si vedono in quel punto degli 
spiriti, tra i quali alcuni sotto forma di un cane e di un asino. 

3. Presso la piazza di Aci Platani sono due case ove gli spi- 
riti si divertono ad apparire. 

In una abita un certo Gaetano, che suol dormire sulla paglia, 
e quasi ogni notte gli spiriti si recano a prenderlo dal lettuccio 
e lo portano in giro per la casa, cosi che spesso esso si ritrova 
al raattino in un angolo diverso da quello ove si addorment6. 



52^ ARCHIVK) PER LE TRADIZIONt PdPOLARl 

Neir altra abita una certa Sebastiana , e qua suolc mostrarsi 
uno spirito in forma di gatto , che quand* essa arroste la came 
gliela prende dalla graticola, la frega sulla ccnere e se ne va. 

4. Una terza casa vi era dalla quale si dice che uscissero la 
notte molti spiriti in processione, coi ceri accesi, e con una donna 
su una bara. Poi posavano la bara, sollevavano la donna pei a- 
pelli e quindi le regalavano qualche moneta. Si afferma che quando 
la rifabbricarono si rinvenne sul luogo un tesoro. 

XXXIII. — Lo spirito di Carammi. 

Durante il colera del 1866 un forcsticre fu visto aggirarsi di 
notte nelle vicinanze di Valverde, eJ i villani, credendo che get- 
tasse il veleno mandato dal governo, lo ucciscro e lo scppellirono 
in una vigna di Carammi, presso Teremo di Sant'Anna. 

Alcuni anni dopo , un contadino di Valverde , avendo preso 
in a65tto quella vigna, not6 che ogni notte gli rubavano Tuva e, 
per scoprire il ladro, si armo del fucile ed and6 ad appostarsi tra 
le viti. Ed ccco, verso la mezzanotte, un uomo appare nella vigna. 
II contadino , senza pensarci due volte, gli tira una iucilata , ma 
quegli resta fermo; gliene tira una seconda, e T uomo, invece di 
cadere, si avanza verso di lui. 

Impaurito, quel povero diavolo scappo verso la casa, e fu tale 
lo spavento che ne mori dopo alcuni giorni, dopo essersi persuaso 
che r uomo , che gli era apparso e che gli rubava V uva, era lo 
spirito delFucciso al tempo del colera. 

XXXiV. — L'annegata di Santa Tecla. 

Sulla spiaggia di Santa Tecla , presso un antico e dirupato 
casino, parecchi anni addietro, una donna sconosciuta sali su uno 
scoglio, si cuci addosso la veste e gettatasi in maro annegd. Ora 
uno sciancato abita il vecchio casino, ed egli assicura che tutte le 
sere V ombra di questa donna va a posarsi su di lui come per 
ischiacciarlo, e quindi salito lo scoglio si tuffa in mare. 



LEGCJeKDE PdPOLARI ACltANte ^2$. 

Un uomo che una seca aspettava in quel luogo una barca, 
vide uscire dal mare e quindi tuffarsi qualcosa come un pallone. 
Al chiaro della luna che c'era, tento di avvicinarsi per vedere che 
cosa poteva essere , ma come uno specchio magico gli. si par6 
dinanzi, cadde a terra svenuto, e quando rinvenne aon c'^a fiix 
nulla. 

XXXV. — La casa 4egli spiriti. 

Scendeudo da Acireale verso la marina per la cosi detu Scala,, 
un poco prima della fortezza del Tocco, si vede a sinistra un 
antico ed abbandonato palazzo, che i detto *a casa d' 'i spfirdi^ e 
che ispira sempre nel popolo un senso di tcrrore. 

A giustificare peraltro questa credenza, si narra 11 seguente 
fatto : 

Essendovi amicamentc un posto daziario ove h oggi la cap- 
pella del Crocifisso , certe persone che yivevano di contrabando, 
per far paura alia gente ed essere pi6 libera, presero ad allevare 
un grosso maiale che , tenuto chiuso V intero giorno , facevano 
errare durante la notte, spargendo la voce che fosse uno spirito. 
Ed il popolino che praticava quelLi strada, vedendo neir oscuriti 
un coso nero che andava in su ed in gia, se ne impauri talmence, 
che evit6 per quanto gli era possibile di andar di notte da qMtlle 
parti, e fini col lasciare ai contrabandieri la desiderata liberti. 

Da allora, il palazzo del quale parliamo , essendo disabitato^ 
si crcdette il luogo dal quale veniva fuori il temuto fantasma, e 
si cominci6 a chiamare cqI nome, che tuttora conserva , di casa 
degli spirilL 

Avvenne per6 in seguito che due fratelli marinai, che la tra^ 
dizione chiama i Valastri^ dovcndo spesso scendere al mare du- 
rante la notte, decisero di aflfrontare il pericolo, ed incontrato il 
maiale fantasma lo uccisero con le fiscine, rendendo cosi noto il 
raistero. Ma , cio non ostante , la tradizione ne perpetu6 la cre- 
denza e tutt'oggi quella casa ispira un cerco terrore ed h chia- 
raata la casa degli spiriti. 

Archivio per le tradi^ioni popolaru — Vol. XXII. 42 



330 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI fOPOLARI 

XXXVI. - Un falso spirito. 

Ad Aci S. Antonio, in contrada Nociazzi , nella prima meti 
dello scorso secolo , si vedeva la notte passeggiare un fantasma, 
per paura del quale nessuno osava passare da quelle parti. 

Una sera per6 due giovani coraggiosi, decisi di vederci sino 
in fondo, si avviarono verso i Nociazzi ed , appena visto il fan- 
tasma, invece di tornare, lo accostarono e gli tirarono una gran 
legnata. 

II fantasma alia inusitata accoglienza si diede a gridarc cJ a 
fuggire; ma quel due Tinseguiroiio, lo raggiunsero c col massimo 
stupore videro che era un certo Pasquale Bonfiglio , persona per 
bene, che aveva il gusto matto di far paura alia gente. 

E da allora, in quel luogo, non si videro piu fantasmi. 

XXXVi:. — Purciddana. 

Vincenzo Geremia, inteso Purciddana , era cosi sapiente die 
comandava gli spiriti, e poteva f;ire qualunque cosa col loro mezzo. 

1. A lui il popolo attribuisce la costruzionc della torre di 
S. Anna , la quale si ritiene sia stata incantata in modo che, da 
qualunque parte le si sparava contro, le palle non potevano col- 
pirla. Solamente da due o tre punti soffriva un certo pcricolo, e 
qua era protetta da forti scarpate. 

2. Narrasi intanto che egli si vantasse di poter appianare il 
balzo sul quale sorge la citti di Acireale , riducendolo a livello 
del mare, e di costruirc un bel porto a Santa Maria la Scala. 

Per tale lavoro si accontentava di 50 onze , ma voleva che 
si levasse il Sacramento da tutte le chiese e si sopprimessero i 
galli sino ad una distanza designata , e chiedeva si lasciasse pa- 
drone di tutta la pietra che doveva far toglicre dal balzo. 

3. Una volta, trovandosi a Roma, la sua famiglia gli chiese 
del denaro, ed egli le mand6 alcuoe palle , accompagnate da una 
lettera. Perdutasi per6 quest'ultima per la strada , i suoi compre- 



LEGGENDE POPOLARI ACITANE 33 1 

sero che dentro le palle ci doveva essere qualche cosa , e teota- 
rono di aprirle , pestandole persino sopra un* incudine. Ma ogni 
lavoro fu vano; perduta la lettera nella quale si spiegava il segreto, 
a nulla si pote riuscirc, e bisogn6 aspettare che Purciddana ritor- 
nasse da Roma. 

E allora egli mise sul fuoco uu po' d'acqua, vi gett6 dentro 
le palle, e quando quella bolli, butto ogni cosa a terra e si vide 
uscire dal vaso una quantita di ducati d'oro. 

4. Un'altra volta, passando per Messina, e saputo che si cer- 
cava chi volesse fare i giuochi d*artificio per la festa di mezz*A- 
gosto ; si present6 alia Commissione ed assunse lui V incarico. 
Per6 non preparo nulla , e tutti erano meravigliati vedendo che 
sino alia vigilia non aveva piantato neanco una trave. 

La sera stabilita per6 , Purciddana fece piantare alia marina 
un palo sulla cui cima era una specie di teschio , e presentatosi 
alia Commissione chiese che cosa desideravano che rappresentas- 
sero i fuochi che si apparecchiava ad eseguire. Questi si credet- 
tcro burlati, ma vedendolo iotpassibile alle minacce cd ai rimpro- 
veri , gli chiesero una battaglia na\'ale. Ed allora Purciddana si 
accosto alia spiaggia, gctt6 in mare una sbarra di legno, ed avver- 
tcndo che lo spettacolo stava per cominciare e che sarebbe ces- 
sato col solo buttare un po' d'acqua a pie del palo, se ne and6. 

La sbarra infatti si allontan6 dalla spiaggia, si ferm6 ad una 
certa distanza e quivi , mutandosi in due navi di fuoco , ofFri lo 
spettacolo di uno splendido corabattiraento. Non si era mai visto 
nulla di simile, nfe mai fuoco artificiale fu piii splendido di quello; 
ma le bombe che partivano dal palo erano tanto rumorose che 
ruppero i vetri a tutte le finestre e sgomentarono la cittadinanza 
cosi che la Commissione fece gettare Tacqua a pit del palo e lo 
spettacolo cess6. 

5. Purciddana teneva molti dei suoi diavoli nella .tabacchiera, 
per averli sempre sottomano; ma allorch^ questa si apriva quelli 
non vi rientravano pii se non quando si dava loro un comando 
che non potevano eseguire. 

Un nipote di Purciddana, che sapeva qualche cosa dei segreti 



5J2 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

dello zio , capit6 un giorno la tnbacchiera e V apri , ma si trov6 
cosi confuso dalla turba di spiriti che si offrivano di servirlo chc 
per un niomento non seppe come fare per rimetterii a posto. Pol 
per6, per farli rientrare, domand6 chc facessero una corda di rena 
lunga sino al cielo , credendo con ci6 di chiedere Timpossibile; 
ma i diavoli si misero di impegno e in pochi istanti la teccro, 
pur (K restare fuori. E allora il giovane chiese che uno spirito 
raccogliesse quella ccrda tutta attorno al proprio braccio, e siccome 
cl6 non fu possibile, dovettero rientrare nella tabacchiera. 

S. Raccuglia. 



-ffe5i:^-««»»HH^«^- 



IL VOSCCENZA IN SICILiA. 




oscciiNZA ' 6 parola sincopata : vostnx Qccd\en:(a = vo- 

sccin^a. 

Fioo a quest'ora, in Sicilia, ne' paesi dove erano 
case di antica nobild , il volgo d^ sempre e a tutto spiaoo del 
voscUni^a alle persone avute per nobili , ricche e salite in nobiltii 
per compri onoriy o per 

.... le adunate in terra o in mar ricchezze 
Dal genitor frugale in pochi lustri. 

(G. P.^RiNi, // Matiino, vv. 4-6). 

Tutti codesti nobili nuavi ci tengono forte ad avere il vo- 
sccinia: s'adontano assai, quando un contadino, un popolano o un 
artiere qualunque , o per inconsideratezza , o per ignoranza ed 
anche per onta dia ad essi del vossia (vostta ^ignorw : vossia), o 
del kiy che, oramai^ dal i860 in qua> da' continental!, c special- 
mente da quelli dell'Italia settentrionale e centrale ', vien dato a 
tutti: a' coramercianti, a' falegnami, a' sarti, a' barbieri, a' trattori, 
e va dicendo. 

Alcuni di quelli che si appellano o si hanno per nobili «/)or- 
tano il vosccin^a di casa propria » cosi dice il volgo, e vuol signi- 



» Si dice anche: 'osccin\a, vascc^nia^ bosccenia, 'ccilienxa, scilUni^a, *scinxa, 
^ II contadino e il popolano romano, d^ a tutti, romano vero, del tu. 



334 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARl 

ficare che cotesti signori 1' hanno avuto tramandato dagli avi io- 
sieme con tutti gli altri beni e le altre virtu. 

Cosiflfatti nobili, pcrtanto, ricevono il vosccin:(a non solo da 
tutti i loro dipendeuti ; ma ancora da' propri (igli , i quali , pur 
ricevendolo da tutti i servitori e dairumile gente di campagna c 
di citti^y debbono darlo essi pure agli zii. 

Per questa ragione il vosccin:(a , in coteste famiglie , piu o 
meno nobili, h maestro e donno : lo senti dalla bocca del servo e 
da quella del figlio del signore : tra padre e figlio , tra zio e ni- 
pote, u4 leiy nh Ella^ n6 (peggio di peggio) il iu\ sarebbe troppa 
confidenza, una vera insubordinazione : iaonde: vosccin^a senipre, 
voscciriT^a dovunque. 

£ naturale: h desso il segno della nobiltii^ il solo titolo no- 
biliare che non paga all'Erario la tassa per il riconoscimento eil 
irasferimento del detto titolo. 

£ da sapersi pure che la nobilta, in Sicilia, vien significata e 
determinata per il numero di cappelli (cappeddi) che sono stati in 
questa o in quella famiglia , e cio6 , quauti sono stati i metnbri, 
ovvero, gli avi, che di quella famiglia hanno portato il cappello, 
segno proprio del nobile o del signore, in opposizione della bcr- 
retta che poruno senipre i conudini , i massai e gli artieri '; e 
per6 la nobiltii in tali famiglie & maggiore o minore secondo cbe 
il primo a lasciar la berretta risalga a molti o a pochi anni. 

Pertanto uno ^ nobile di tre, di quattro, di cinque, di dieci, 
di venti cappelli!... 

Da' nobili vecchi e da' nobili nuovi il vosccln^a con il tempo 
i disceso a' civiH, 

Civile^ in Sicilia, k colui che ha una proprieti o una profcs- 
sione libera o governativa, e nobile, in vece, h colui che ha fcudi, 
palazzi, carrozze, servitori o una stirpe, che, per piii generazioni, 
ha portato cappeddu (cappello). 

E poichi ognuno vuol sempre parere pii di quel che ^, per 

I £ vano dire che , oggi , il cappello k portato da tutti , salvo sempre da* 
viilani, quindi dairumile operaio al pi6 alto signore. 



J 



tL aVOSCX:£NZA» IN SIOLIA 53) 

Tinnata superbia, che portiam sempre con noi, ora , in Sicilia, il 
cosi detto civile h pretende a nohik ; quello delta borgbesia vuol 
csser avuto per civile , V artiere per borgbese , il conudino per 
massaio , il manovale per miiratore ; brevemente : nessuno t con- 
tento della sua condizione , e tutti vogliono mettersi nella classe 
cbe non i la propria, per quella maledetta sete di pascersi di 
fumo e di vento, anche in questo veniesimo secolo di universale 
decantata democrazia !... 

II bello si e che il voscclni^a , essendo gia il distinrivo delle 
persone nobili, e poscia de' civili, via via con il tempo ha inna- 
morato potentemente di sh molti c moiti altri, che non son punto 
ni nobili ni civili, ma che hanno ricchezze poche e raolto fumo. 
Di essi, alcuni son figli di ricchi massai, altri di negozianti e di 
appaltatori ; costoro esigono da' subalterni il celebrato vosccin^a^ 
anche perchfe vestono signorilraente, usano co' signori ne' circoli, 
e portano — gii si sa — cappello. 

Quelli ancora, i quali hanno qualche ufficio neiramministra- 
zionc comunale, o vivono del proprio, anch'essi fanno all'amore 
con il vosccin^^a^ e tutti si esaltano , quando la povera gente, piii 
per lusinga o per bisogno, da loro del voscc^n^Uy considerandoli o 
facendo le viste di averli per nobili. E tutti costoro si ricevono 
beatamente il vosccin^a; se ne pavoneggiano, ci si affezionano, pi- 
gliano altra aria, e a poco a poco si giunge a tale che il vosccin^a 
vien loro attaccato e inchiodato per sempre: in conclosione, oggi 
siarao a questo: che il voscciniUy da' principi, da' conii, da' mar- 
chesi e da' baroni, fe disceso a' figli di un commerciante e di un 
agricoltore. 

Potenza e fortuna d' una parola ! o magica parola ! — Come 
si pare, & dessa che di lustro, sangue, gentilezza , tutto : t dessa 
che apporta nobilt^: per6 la brama di acquistarla e d' insignorir- 
scne per parte di tutti quelli, i quali, poveri matti, non si cibano 
d'altro che di vento e di vanissima superbia. 

Non posso dimenticare quello che avvenne a me nel paese 
di R* a proposito di cotesto voscclnT^a. 

Ritomavo di fresco nella mia Sicilia, dopo esserne state Ion- 



J 3^ ARCHfViO PER LE tRApIZtONI MPOURI 

tano alquanti anni ; portavo meco nuove idee e un buon corre- 
duccio di studi; ma avevo la testa cinta di sor, di sora^ di signorCy 
di signora, di lei, di ella; e questi titoli davo con tutta indifferenza, 
a coloro coi quali conversavo. 

Uno di quelli che hanno il vosccinia di casa propria vcnne 
un giorno a visitarc alcuni amici miei, in casa de* quali, per sorte, 
mi trovavo. Cotesti amici erano parenti stretti di quel signore; 
di fatto y ogni volta che parlavano con lui o gli rispondevano, 
inncstavano, per cosi dire, in ogni frase, il famoso vosccin^a; quindi: 
vosccin^a si, vosccenT^a no. 

lo, in vece, quando favellavo con lui gli davo del lei e del- 
r ella; e dicevo $1 o nOy con tutta la disinvoltura di questo mondo. 
A un ccrto punto il signore si tacque, dico meglio, non fece pa- 
rola con me; e se, a caso, gli rivolgevo il discorso, e' stava muto, 
o rispondeva per cenni o con frasi asciutte asciutte: sicuru ! — veru ! 
— nenti ajfattu l-^chi sacciu? ! \ 

lo non sapevo affatto afFatto che que' lei , que' no , que' si , 
schietti, tondi, vivissimi, gli facessero stomaco e lo infastidissero 
a ul segno da dirmi con un viso che parea d*esser lieto, ma che, 
in veriti, era un po' fosco : 

— Ma vui cotnu parrati ? I veru ca viniti di Roma, e siti pro- 
f^ssuri; ma, scusati, cussl nun si parra ! *. 

Maraviglio tutto, e guardo sicilianament? gli amici : io non 
credevo per niente che quel signore s' adontasse tanto per que' 
lei e qu/e* «o , e s' affliggesse cosi per un vosccin:^a di piii o di * 
meno. 

Gli amici ridono con gli occhi , e con gli occhi mi dicon o 
di starmene in silenzio. 

Si fannp i convenevoli: la visita finisce. 

Appena appena quel signore va via , dimando agli amici la 
r^gione di quello stile strano e di quel parlare ancor piCi strano: 



> Sicuro 1 vero I niente afFatto I che so io ? ! 

a — Ma voi come parlate ? h veco che venite da Roma , e siete un pro- 
fesspre; ma, scusate, cosi non si park ! 



IL <(VOSCC£nZA» !N SICIUA 337 

rlspondono: che tal parente, come inio de' nobili del paese, e come 
e uso comunc dellc faiiiiglie nobili bicilianc, pretende da' parenti 
vccchi c nuovi che gli si parli sempre con il vosccen;(a. 

Da quel giorno, tutte le volte die lo vidi, solo per prova e 
per mero dilctto, gli diedi a gran dovizia e a destra e a sinistra 
del vosccenia ; cd egli ne fu scmprc licco , lietissimo ; e, da indi 
innanzi, mi accolse in sua casa sempre graziosaraente, e mi tenne, 
e divcnni per lui una persona gentile, coita ed educata; ma quando, 
pcro ? dopo che gli diedi il vosccia^a ! 

O potente, sublime, misteriosa parolal O magica nobilissima 
parola, quanta virtu, quanta eccellenza i in te !... 

Ecco a che si riduce tutta la nostra poca o tnolta nobiUi di 
sanguc !,., a una vanissimu parola , a un vosccin:(a trc e quattro 
volte vile. 

Quindi il volgo profumatamcntc c ben volentieri da del vo- 
sccenia a tutti, o, per vcr dire, a colui dal quaL spera aiuto, coa- 
forto e protezionc, sia co^uii nobilc vcri), nobilc rilatto, o povero 
impiegatuccio, o miscro possidcnrc; c lo da anzi a tutto pasto a 
colui che veramentc non c nc nobile, nc civile, ne punto ricco, 
e cio per vie meglio adescarlo a Ic sue voglie. E quello, intanto, 
il quale vede che tu gli parli con il vosccinii — si sa ch*i il segno 
de' nobili — si leva in supcrbia , prende altra aria, si pavoneggia 
tutto, e si riceve beatamente il voscdn:^a senza rammarico e senza 
indignazione; che dico ? e' crede in cambio che gli appartenga e 
gli si dia per dritto. Allc volte, pero, comprende benissimo che 
quel vosccin^a non gli appartienc , e gli vien detto per canzona- 
lura, ma egli finge di non comprendere la burla, e si gode feli- 
cemente il soavissimo vosccenia. 

Poveri illusi e inlelici davvero ! ancora non sanno , che la 
nolnltit lion si dona ni si toc^lie con il vosccin^a o con altri ti- 
toli: la nobiha si acquista c nc la conferisce la nostra virtii , i 
merit! nostri, il nostro carattere, e ce la toglie sempre la nostra 
condotta morale c civile , quando essa ofFende la coscienza tutta 
d'un popolo veramente civile. 

11 volgo, inoltre, di del vossia a colui al quale crede o sa per 

Archivio per le tradi{ioni popolati. — Vol. XXII. 4» 



33^ ARCH1VI6 PEk LE tRAftl2tONI P0f>OLARf 

tradizione die non appnrtenga il voscdnia^ e pero a tiitti quelli 
de' quali si sconosce la famiglia e la proprieti. 

Un nobile nuovo^ rincivilito di fresco, o per siibite riccliezze 
o per una professione libera ch' esercita , crede d' aver diritto al 
tradizionale vosccin^a, e guai a clu gli parla con il vossla: h segno 
che non si voglia tenerlo per nobile, nfe per signore; e quindi, se 
tu gli dai del vossla^ lo vedi cambiar di colore, e guardar bieco e 
quasi irato, perchi non gli hai affibbiato il caro, il bello, il desi- 
derato, Tambitissimo vosccinxfi, 

Alcuni pppolani, per cio, quando s'avvedono che tutti cotesti 
nobili rifatti e stanipati di fresco si struggono del voscdn:(a, allora 
appunto appunto dinno loro del vossia, e godono force nel rip> 
terglielo, per dispetto, ad ogni fraso. t vano dirti che quelli, in- 
tanto, in sc niedesimi si volgono co' denti e si mutano di colore. 
So perrino di alciine faniiglic le quali impongono a* servi e 
a tutti quelli che sono a^ loro comandi di parlar con essi serapre 
con il vosccin^a. 

lo credo che fra non guari — e dire che siamo nel secolo 
ventesimo ! — cotesto famoso vosccin:(a, segno d'immensa invidia 
e di pieta profonda, entrera in tutte le classi sociali. 

Considerando una classe e 1* altra , vediamo che il borghesc 
p il cittadino, il quale ha il don come titolo (dominus , domnus^ 
domuu, domniy don) e il voiy come segno di distinzionc, ha caro, 
anzi agogna che tu gli parli con il vossii ; ma quello che ha il 
titolo di niastru (maestro) e il vji come nota speciale, sospira al 
doHy pur conservando il voi: per Tuno e per V altro il vossia e il 
don , c come il voscrin:^ii de' cosi detti nobili , civiU e pubblici 
ufliciali. 

Di fatto, ove tu al mastru parli con il don, se bene osservi, 
vedi ch*egli prende un'aria nuova, un nuovo contegno; e se,per 
sorte, costui perviene a conseguire il don, o perchi ha messo da 
parte qualche sommerella, o perchi ha lasciato il raestiere antico 
e ne ha preso un altro migliore di quello ch* esercitava , allora 
appunto , perch^ porta il don, veste pii decente , porta cappello 
duro, cravatta di raso o di stoffa buona, costume ben tagliato, e 
bastone e sigaro anche! 



IL « VOSCCENZA » IN SICILIA 339 

11 massajo , alia sua volta , ha brama accesa di nobilitare se 
non sc ir.edesimo (chfe non tanto facilineiite puo giungere egli per 
si al dorty segno per lui di aha nobilti ') alineno studia di nobi- 
litare i suoi figli: e per conseguire il don direttamente e di subito 
che fa ? avvia il figlio ad una carriera civile o al saccrdozio. Al- 
lora appunto il sospirato don entra defioitivamente nella sua fa- 
miglia; il figlio lo porteri semprj addosso, anche se dismetta IV 
bito talare, e lo tramanderi in perpetuo a' suoi discendenti. 

Oh , quanti dispiaceri , quanti crepacuori per quel wscUn:;a^ 
per quel vossla e per quel don ! Spessc volte se ne fa ragion di 
liiigio e d'inimicizie lunghe: una vera causa belli. 

Tu non sai punto come ci tengano gli uni e gli altri; e pero 
sc dovessi descriverti le diverse scene , i dialoghi vivissimi che 
avvengono, specialmentc,' tra la classe degli artigiani e de' conta- 
dini, non la finirei cosi presto. 

E, poiclii ci sono, seguito in questo studio di titolografia si- 
ciliana; tanto p^r darlo finito. 

Scendiamo nella classe piili umile, c, veramente, tra i conta- 
dini: qui non trovi alcun titolo. Gli uomini e le donne che vi- 
vono del lavoro giornaliero son nominati con il loro nome di 
battesimo fino a che son nubili: quindi: Fanni (Giovanni), Peppi 
(Giuseppe), Ciccu (Francesco), e Vanna (Giovanna), 'Peppa (Giu- 
seppa), Cicca (Francesca). Se poi vanno a nozze o sono innanzi 
negli anni, allora s' innalzano al titolo di ^w' :ji' (sincopato di ^jm 
(zio) per gli uomini; e di 7^a fzia) per le donne : c per ci6: :jm* 
Vanniy ^i* Cicca , ovvero ^i* Ciy ;ji Peppi , o, ;(i Ti, :(a' Vanna , 
la* Cicca \ 

Le donne anche, quando sono attempate , son chiamate con 
il nome vezzeggiativo sincopato e troncato: laonde : Af^r/ti (Ma- 
riuccia), Pippd (Pippuccia), Cuncithl (Concettina). 



I Va-amente cosi ^ in Roma e neiraita Italia: il don h proprio del piincipi 
e dc' veri oobili. 

' S. A. GuASTfiLLA , ne V antico Carnevale nella Contea di Modica. (Ra- 
gusa, Piccitto Antoci, 1887) a pag. 32, nota i, parla brevemente intomo ai 
titoli che spettano a' villani. 



*40 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Quando il contadino non vivo del lavoro della giornatn, ma 
possiede un paio di biioi , o una o due vacche , o un pilniuccio 
di terra, o prende in fitto un piccolissimo terreno, allora non e 
chiamato pifi con il suo semplicissinio nome di battcsinio, ne con 
il ;(«' e il :j/' ma con il gran titolo di niassnrn o di tnassli (abbre- 
viato di massaio), die per lui e an titolo ambicissimo: il vero ti- 
tolo nobiliare. 

Ed fe massaio, in Sicilia, tanto chi ha una vacca e una stri- 
sciolina di terra , quanto chi ha greggi molte c moke canipagnc 
e molte ricchezze: Tuno e V altro e m.issaio, c vero , ma quanci 
differenza ira di loro !.. appunco come colui che ha il vosccin{a, sa 
Die come, ed il principe, il nobile vero, cui compete per diritto 
avito o per reliquia di dominazione e ricordanza spagnuola. 

Le mogli di cotcsti mass iri, grandfepiccoli, portano il titolo 
di gna, o di gniira , il quale non e altro che il nome si si^woni, 
sincopato. 

In citti , troviamo una classe piu elevata ; quella delle mae- 
stranze. 

Chi ha lavoro manualc porta il titolo di tnasirti; chi non h.i 
lavoro, ed h come garzone, c chiamato con il solo, semplicissinio 
nome: chi esercita il piccolo commercio, od apre anchc un salonc 
da toletta, un ncgoziuccio qualunque, prende il titolo di don, 

I fabbriferrai, i calzolai, i falegnami e i muratori non hanno 
il don; ma se, nel loro mestiere, si fanno ricchi. o lavorano bene, 
o prendono grossi appalti , costoro son chiamati da tutci con il 
don: anzi essi vogliono che loro si parii in tal guisa,e guai a chi 
li chiami con il nome di mastrti; sonerebbe per loro disprezzo e 
offesa non lieve. 

Alia moglie del mastrti (operaio) si di del gna' e del gnura\ 
a quella degli altri il titolo di donna (domina^ domna, donna). 

Chi dirige il discorso ad uno di costoro di sempre del voi; 
ma se, in cambio, son essi che parlano fra di loro, allora, a vi- 
cenda, si danno del voi; ma gli altri, e i loro dipendenti e gar- 
zoncelli, danno del voi tanto a colui ch' ^ mastrti quanto a colui 
che ha il don: e danno del vossia a quello che, nel mestiere, ^ piii 



IL (f VOSCCENZA » IN SICILIA 34 1 

cspcrto , pill ricco e la cui famiglia e stata sempre di operai o ' 
di commercianti. 

A quelli delle altre classi , come ho detto , si di il vossia o 
vossignuria , e, da questo , si passa con gran faciliti al voscUn:i^ay 
ch'e rultimo gradino della scala nobiliare siciliana, sogno e meta 
di tante povere menti, misero fregio e ricordo vilissimo di servitu 
straniera e d'abjettezza umana. 

Oggi , dunque, se tu vieni in Sicilia sentirai risonarti alle 
orecchie : voscdn^ay seinpre, sempre voscctnia; ma osserverai che 
te r affibia il servo , il contadino , V umile operaio : brevemente, 
tutta Tumile dasse di quelli che vivono alia giornata, e che hanno 
succhiato con il latte la nota della schiavitu e della soggezione. 

Quelli, per6, che tornano da militare, non dinno piu del vo^ 
scctnia a nessuno tanto focilmente ; ma del lei sempre ; e solo i 
contadini ritornano a parlarc a* signori con il vosccln^a. 

Quelli, dalla vita di soldato , han portato almeno questo di 
nuQ7o; ma i poveri contadini niente di niente, e tornano fra noi, 
come erano andati, e riprcndono la zappa, Taratro, la vanga e il 
voscciniiiy come prima; •eterni idioti, eterni martiri incompresi !... 

In veriti, cotesto vosccen:(^a, dato cosi ad ogni fedel cristiano; 
ad i:no ciie non ha punto niente niente di eccellenza, viene a 
schifo e ristucca a chi sente tutta la digniti e 1' alterezza del ca- 
rattere. . 

Fu per questa ragionc che Giuseppe Garibaldi, essendo ditta- 
lurc in Sicilia , infascidito e nauseato fortemente di cotesto vilis- 
simo , stucchevolissimo voscdn^a, e di un altro segno di servitu 
tutto spagnuolo, quale sarebbe: baciu la mann e baciamn li tnanu 
(bacio la mano, baciamo le mani) promulgo il seguente decreto ': 

.V. j;. Decrelo che aholisce il titolo di Eccellenza e tl haciamano. 

13 Giugno i860. 

ITALIA E VITTORIO EMANUELE. 

Giuseppe Garibaldi, comandante in capo le forze nazionali in SiciUa, 
In virtii dei poteri a lui conferiti, 

' V. Raccolta degli atti del Governo dittatorialt e prodittator tale in Sicilia ^ 

1560. Hdizione pfficiale , Palermo , Stabilimento tipografico Francesco Lao, 

1561, p. 49. 



I 



342 ARCHIVIO PER LE TRADiZiONI POPOLARl 

Considerando che an popolo libero devc distruggere qualunque usanza dc- 
ivantc dal passato servaggto, 
Decreta : 

Art. I. 
£ abolito il titolo di Eccellenza per chicchessia. 

Art. II. 
Not! si amraette il baciamano da uomo ad altro uomo. 

Art. III. 
II Segretario di Stato deirinterno 6 incaricato delP esecuzione del presente 
decreto. 

Palermo, 13 Giugno i860. 

// Segretario di Stato per T Inter no 
F. Crispi. 

// Dittatore 
G. Garhaldi. 

Ebbene, dopo quarantaquattro aiini di tale decreto, il vosccin{ay 
in Sicilia, fe ancor vivo e rigoglioso, come prima; anzi, vigoreggia 
vieppiu, e tutti lusinga e accende, forse per reazione, forse anche, 
e credo meglio e il vero , per ignoranza crassa e per servilisrao 
inveterato; ma, i un fatto, esso non vuole affatto andarsene; an- 
cora non h stato estirpato non ostante che si siano apertc e si 
aprano tante scuole, si predichi tanta luce di progresso, e si faccia 
tanto apostolato socialistico!... 

Deh, si formi prima la coscienza e il carattere, e si parli poi 
al popolo di diritti, di doveri, di giustizia e di morale. 

E si sappia che a togliere un'usanza abjetta e servile, come 

h appunto appunto il vosccini^a , non vale decreto di principe , di 

dittatore e di re, ma cultura vera; e piena coscienza del carattere 

nostro. 

G. Navanterl 



i^£I^' 4» %^=y^ «>. 




LA LETTEKATURA DEL POPOLO ITALL\NU '. 



L — La Lirica. 




OLTi lurono i progressi fatti negli ultimi decenni nello 
studio delta nostra letteratura, onde le storie letterarie 
recenti non si limitano, come le antiche, alle biografie 
degli scrittori sommi e aU'elenco pii o meno ragionato delle loro 
opere. Anche nelle migliori fra esse non e per6 dedicato alcun 
particolare capitolo alia letteratura del popolo, forse perche questa 
non ebbe storia , essendo stata sempre eguale a s6 stessa per il 
contenuto e per la forma. Ma la letteratura popolare ci presenta 
il vero modo di sentire, di pensare e di sognare della nazione, e 
fu ben nota a tutti i nostri scrittori , che consciamente o incon- 
sciamente vi attinsero tutti. Gioveri quindi che nelle future storie 
letterarie se ne parli, se si vuole che esse siano un quadro com- 
pleto della cultura nazionale. E gli storici futuri della letteratura 
faranno anche bene a considerare mcglio questa in relazione alle 
varie classi sociali. Pochi autori seppero intendere Taninio di tutto 
il popolo e comporre qualche opera che a tutto il popolo sia cara 
e che tutti possano comprendere. Questo vanto spetta fra gli an- 



I Sunto di lezioni tenute nW University popolare di Padova. 



344 ARCHIVIO PER LE TRADlZlONI POPOLARI 

tichi al Boiardo, airAriosto, al Tasso; in parte al Petrarca; spetta 
anchc al Metastasio. Fra i moderni spettj al Manzoni. Ed e un 
gran vanto. Gli altri, generalmente, esprimono sentimenti troppo 
soggettivi o si piacquero di cssere aiti , ciofe oscuri. Dante non 
amava quelli che lo seguivano in piccioletta b?rca. 

I piu si rivolgono a un cerchio ristretto o a una sola dassc 
socialc. E letteratura di classe , letteratura aristocratica fu quella 
della scuola siciliana ; letteratura aristocratica nonchi i romanzi 
d*Artii e di Lancilotto, e piu recentemente la lirica dell' Arcadia, 
cara alle dame, ai cavalieri serventi, agli abatini incipriati. 

Ricca e bella la nostra letteratura borglicse , dalle cronache 
dei mercanti fiorentini al Macluavelli, dalle liriche del Sacchetci a 
quelle del Prati, dalle novelle del Boccaccio ai romanzi moderni, 
dalle comedie del cinquecento a quelle del Goldoni. Ma ricca e 
varia anche la letteratura del popolo nostro, dai proverbi alle can- 
tilene, dalle laudi e le rappresentazioni sacre ai canti d'amore, dalle 
fiabe ai poemi cavallereschi. Conosciuta dai nostri scrittori, imitata 
ancora in antico per rngione estetica dai Pulci, dai Poliziano c via 
via sino al Gozzi ed ai romantici, cssa fu oggetto di studio ordi- 
nate solo dai Tommaseo in qua. 

Delia lunga schiera di studiosi che se ne occuparono, va dato 
merito particolare a Costantino Nigra, ad Alessandro d*Ancona,a 
Giuseppe Pitri. 

La lirica profana del nostro popolo i identica sostanzialnicnte» 
malgrado delle differenze dialettali, in tutta la pcnisoln. L'aver ri- 
conosciuti eguali i canti d'amore del Veneto soggetto all' Austria 
e quelli del Piemonte onde si aspettava V indipendenza, di Roma 
papale e della Sicilia borbonica, fu nuova esca agli ardori patrio- 
tici. E anche ora gli stessi canti suonano nel golfo incantato di 
Napoli e sulle aspre baize del Trentino. E sono gli stessi che si 
cantavano in antico. 

II D' Ancona ha dimostrato che gli strambotti e i rispetti, 
canti soggettivi d'amore che mal si attribuirono ad improvvisatori 
o si credettero regional!, hanno origine siciliana come la nostra 
lirica culta ; chi ogni regione d' Italia e non la sola Toscana ha 



La Let+eratura del popolo itALiAijo ^45 

benemerenze nella formazione del patrimonio letterario cd artistico 
della nazione. 

Mentre gli strambotti sono diflfusi in tutta la penisola, le can- 
zoni narrative sono piu popolari nciralta Italia, nia non tutte de- 
rivano dalla Francia ni sono coeve agli avvenimenti come crc- 
dette il Nigra. La famosa canzone della Donna lombarda ^ ad e- 
sempio , non pu6 essere del tempo di Alboino e di Ro$munda. 
Una analoga canzone toscana moderna h nata dalla ballata del 
Prati La cena di Alboino. 

Ora i canti del popolo non si odono piu clie qua e U nelle 
campagne o sui monti. Gli operai della citd non cantano : la 
grande industria h triste. Ma si pu6 augurare con lo Zola , die 
Tenergia elettrica, diffusa, pernietta presto un ritorno alle Industrie 
famigliari , che dando liberti e lietezza all' operaio gli riportino 
suUa bocca i canti tradizionali , o una nuova lirica che meglio 
corrisponda ai sentimenti moderni, ma sia come T antica vera- 
mente bella e veramente italiana. 

II. — La Drammatica. 

Fu detto e ripetuto che T Italia non ha drammatica , che il 
popolo italiano non ha il gusto del teatro. Certo V Italia non ha 
avuto lo Shakespeare; tuttavia queiraffermazione e una grande csa- 
gerazione. II popolo italiano fu tale nella sua giovinezza , quale 
Dante giudicava se stesso : 

Ogni abito dcstro 
fatto averebbe in lui mirabil prova. 

E prove mirabili il nostro popolo fece pure nel teatro, se anche 
gli manc6 il genio che dal dramma popolare cavasse Topera d*artc 
immortale. 

La Chiesa e la barbarie medievale avevano ucciso il teatro 
di Roma, cosi dei piu colti come del popolo ; pure, le maschcre 
della commedia popolarc latina rimasero care ai nostri volghi , e 
ogni tanto riapparivano sui mercati e sulle fiere per risorgere assai 
piu tardi nella Commedia delParte. 

Arcbivio per U tradiiioni popolari, — Vol. XXII. 44 



34^ ARCHIVIO per LE tRAOlZIONI POPOLARt 

Ma intanto la Chiesa malediva gli istrioni c aJJiuva opera 
del diavolo ogni spettacolo profaiio; e poichfe le maledizioni non 
bastavano , piii praticamente essa fece la concorrenza al teatro 
profano, fornendo essa al popolo spettacoli tali da non lasciargli 
il desiderio di altri. 

Vere rappresentazioni sono gii le funzioni liturgiche, e par- 
ticolarmente quelle della settimana santa. Ma dal clero medievale 
furono dati in Chiesa ben altri spettacoli grandiosi, riproduccnti al 
vero i fatti della passioue di Cristo. Ni mancarono in tali spet- 
tacoli drammatici ncanche gli dementi comici, rappresentati sopra 
tutto dalle buffonerie dei diavoli. 

Di tali dramnii liturgici nudievali sono per noi particolar- 
mente notcvoli e curiosi quelli che ci rimangono di Cividale del 
Friuli. 

Dalle Cliiese tali spettacoli uscirono ben presto sulle piazze; 
e la piu antica niemoria, che di tali pubbliche rappresentazioni in 
Italia si conservi , i proprio di Padova , dove nel 1243 > °^"^ 
storico Prato della Valle, solennemente e ordinatamente, esseudo 
podesti niesser Galvano Lancia, fu fatta una grandiosa rappresen- 
tazione della Passione e della Risurrezionc di Cristo. 

Questa per6 ed altre analoghe furono piu che altro panto* 
mime : il vero teatro popolare italiano doveva nascere , piii che 
dalla Chiesa, dal popolo stesso. 

E nacque in fatti dalle latiJi , vivaci ballate in cui il popolo 
del dugento esprcsse i suoi sentimenti religiosi e sociali nella 
nuova lingua d*Italia. 

Le prime laudi s*ebbero in Umbria e si devono a quel mite 
e dolce Francesco d' Assisi, che in un secolo di ferocia e di cu- 
pidigie predic6 Tamore, la pace, Teguaglianza nella poverti. 

La Chiesa non vide di buon occhio il moviraento france- 
scano, ma pronta lo disciplin6 collocando Francesco sugli altari; 
e i francescani nuovi e ordinati furono ben diversi dagU antichi. 
Ma il seme della buona parola era gettato , e frutt6 nel 1260 il 
gran movimento popolare , non meno sociale che rcligioso , dei 
BattutL Ridiamo pure del loro flagellarsi , delle loro pazzie ; ma 



LA LETTERATURA DEL PQPOLO ITALIANO 347 

ricordiamo che solo ad essi si doverono in molte nostre citti i 
primi ospitaii ed altre opere altruistiche e civiii , e che ad essi 
dobbiamo le laudi nel nuovo volgare. 

Nate tra ii popolo c per il popolo , non conosciamo gene- 
ralmentc i nomi degli autori di esse , ina tra i pochi noti piace 
rilevare quello di Garzo dall'Ancisa, il bisnonno del Petrarca, in 
quest' anno in cui si festeggia il centenario della nascita del suo 
gran pronipote. 

Pill note, e piii vivace e abbondante di Garzo, lacopone da 
Todi . pari a Dante , so non come poeta , nell' odio contro papa 
Bonifazio. 

Alcune delle laudi di lacopone sono veramente belle: ed ecco 
che, come V inipeto lirico porta , quella che narra la Passione di 
Cristo i addirittura a dialogo. Cosi nacque fra noi il dramma sacro. 

Ci rimangono le laudi drammaticht dei Flagellanti deirUmbria 
e documenti delle spese fatte per rappresentarle ; e poi, del Tre- 
cento, certe Devoitoni drammatuhty miste di vari dialetti con pre- 
valenza del vcneto, anzi forse, come pareva al loro primo editore, 
del padovano. Da quelle vennero nel Quattrocento le rapprestnta- 
lioni sacre toscane, bei drammi in ottava rima, studiati con tanto 
a more dal maggiore storico del nostro teatro, Alessandro D* An- 
cona. 

In essi h rappresentata anchc la vita rcale : e fiorentini del 
Quattrocento, anzicht ebrei o romani del tempo di Cristo e dei 
martiri, sono i personaggi minori , medici, birri, popolani, come 
nei quadri sacri d'allora veniva dipinto, anzich^ Tebraico o il pa- 
gano, il popolo della Rinasccnza. In tal modo nel dramma sacro 
s'innestava la commedia, abbominata dalla Chiesa, ed essa tornava 
cosi suUa scena c vi rimase. 

L'ltalia erudita, Tltalia degli umanisti, che per la loro intran- 
sigenza e pedanteria furono — e sono — piii dannosi che utili, 
sprezzo le rappresentazioni del popolo , e si fece a imitare pede- 
stramente gli autori latini. E intanto il popolo, perduta Tindipen- 
denza nazionale , nel torpore della serviti lascio morire il suo 
teatro, del quale rimangono vivi solo pochi avanzi nei bruscelli e 



348 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI I»Ot>OLARl 

nei maggi toscani e in alcune rappresentazioni raute di ogni parte 
d'ltalia. 

La stagione 6 rivolta: 

se toraeri non so — ma credo tardi, 

cantava un antico nostro poeta, e i suoi versi paiono d'oggi. Ma 
del mutamento dei costumi e del modo di sentire del nostro po- 
polo noi non ci dorremo, se esso vorri soraigliare aH'antico, al- 
meno in quel vivo desiderio di giustizia , di Concordia e di fra- 
tellanza, che animava i primi laiidesL 

in. — La letteratura didascalica e narrativa. 

Delle cantilene e delle canzoni del popolo nostro gran parte 
ha per iscopo Teducazione delTiufanzia. Si comincia con le ninne- 
nanney al cui canto lento e soave il bimbo s'addormenta sognando 
alberi d'oro e tramonti d' oro , come piace a quel bimbo grande 
ch' 6 Giovanni Pascoli. Ma il fanciuUo cresce ; ed ecco cantilene 
per abituarlo a dire numeri di seguito senza sbagliarsi, o i giorni 
della settimana ; o a chiamare una serie di oggetti col loro vero 
nome , e a distinguerli gli uni dagli altri , e non solo il sangue 
dalPacqua o il pane dalla focaccia, ma anche il papa dal re e il re 
dal papa: esercizi — direbbe un pedante — di nomenclatura e di 
mnemonica; ed ecco scioglilinguay se il ragazzino non sappia pro- 
nunciar bene la :(eta o la erre, o sia lento nel parlare. 

£ tutta una letteratura, che di dei punti, e parecchi, a quella 
cosi pretensiosa e noiosa di certi dotti pedagogisti moderni; tanto 
che molti maestri, oppressi dalla fastidiosa congerie dei libri di 
testo per le nostre scuole elementari, farebbero di certo assai buon 
viso a un modesto libretto da mettere in mano ai bimbi dopo il 
sillahario o come prime letturCy dove Tautore si limitasse a racco- 
gliere e ordinare il meglio di tali scioglilingna e cantilene e delle 
novelle tradizionali dei volghi di Toscana. 

Per i fanciulli e i grandicelli la letteratura del popolo ha poi 
dell'altro ancora: indovinelli, che ne sveltiscano la mente; canzoni 
a ballo o per giuochi da farsi all'aperto, che ne rinforzino il corpo. 



La LEtTERATURA DEL POPOLO itALIANO J40 

Per gli uoniini fatti ecco poi tutto il vero folklore: gli infiniti 
proverbi tramandati daH'un savio all'altro di generazione in gene- 
razione, di medicina, di meteorologia, di economia domestica, di 
agraria, d'ogni materia. In tanta abbondanza ce n'i per ogni gusto, 
e pcrsino di contradittorii ; ma anche le doctrine degli scienziati 
veri e propri sono spesso contradittorie ! Quanto poi a quetli di 
metereologia, se talvolta paiono errati , non erano forse crrati in 
origine, chi , creati da un popolo per le condizioni della sua re- 
gione, si ripetono ora da altri popoli che abitano in comrade di- 
verse: o il popolo stesso li port6 seco mutando di sede; od anche, 
pill semplicemente, sono anteriori alia rifornia gregoriana del cu- 
lendario e per calzar bene devono spostarsi di alcuni giorni. 

Anche piii ricca e piii bella h la letter alur a narrativa del no- 
stro popolo. Ognuno di noi sente ancora neir anima la dolcezza 
delle fiabe udite da fanciullo , che tanto piacevano in quell* eti 
anche al nostro piii grande e fiero poeta nioJerno, a Giosu^ Car* 
ducci : 

Oh nonna, oh nonna. deh com' era bella 

quand' ero bimbo ! Ditcmela ancor, ' 

ditela a quest* uom savio la novella 

di lei che cerca il suo perduto amor!... 

Ma se nella nostra lingua hanno un incinto speciale, esse non 
sono creazioni del popolo nostro; noi le abbiamo comuni coi po- 
poli latini e pi6 largamente con gli indo-germanici, anzi coi po- 
poli un po' civili di tutto il mondo, d'ora e del passato; chi esse 
risalgono con le origini loro sino aU'infanzia dell'umaniti. 

II Perrault, TAndersen, i fratelli Grimm s'acquistarono fema 
di scrittori popolari trascrivcndo semplicemente tali novelle , ma 
fecero ad ogni modo opera buona raccogliendole e conservando- 
cele senza guastarle. Da noi negli ultimi decenni ne furono fatte 
infinite imitazioni , ma con poco garbo , se si Icvino quelle del 
Capuana. Pii recentemcnte si consigli6 di non dare in mano ai 
bimbi tali racconti , perchi eccitano la lantasia a scapito del ra- 
gionamento positivo. La sentenza di condanna h pero eccessiva. 
Gioveri ad ogni modo ricorrere alle fonti , non alle imitazioni e 



I 



350 ARCHmO PER LE TRADIZIONI POFOLARI 

contraffazioni. E vi possono attingcre ancora pure gli scrittori 
d'arte, come gii vi attinserp lo Straparola per le novelle e Carlo 
Gozzi per le fiabe drammatiche , e dietro a qu^sto lo Schiller,. 
Cioaccbino Rossini e tanti altri, pocti, musici^ti, pittori. 

Alle fiabe e alle noveJle tradizionali, il popolo nostro aggiunse 
i racconti cavalleresdri «ri al mondo latino , aggiramisi intorno 
alia gloriosa figure del ristauratore deli' ioipero romapo , Carlo- 
magno; e i Reali di Francia furono per raolte generazioni il libro 
prediletto dei nostri popolani, die vi educarono 1* animo , per lo 
meno, a ideali di iealti, di franchczza, di coraggio. Ora ai volghi 
cittadini quel libro non piace piu , e si potrebbe credere perchi 
vi si parla troppo di re e di guerre; ma non k cosi, chi ©on si 
legge pill neanche quel gran libro repubblicano , anzi anarchico, 
che faceva le delizie dei nostri vecchi , in cui un contadino, cbe 
pare zotico , si chiami Marcolfo o Bertoldo , si ride dell' autoriti 
regia di Salomone o di Alboino, che rimane sempre al disotto. 

Gli h che tutta la letteratura del popolo italiano va dileguandp, 
mentre non si vede ancora la letteratura nuova che dovri pure 
prodursi. Quella vecchia intanto non va sprezzata ; la quale ebbe 
anche il merito d'essere poco municipale o regionale, si piuttosto 
nazionale, o allargantesi a tutta la razza, e in raolta parte ^ addi- 
rittura universale , mostrandoci che 1' animo e la fantasia umaoa 
sono e furono eguali in ogni tempo e in ogni angolo del mondo. 

A, Zenatti. 



*»}^£iT^ 4»i^5:^|^ 



CANTI POPOLARI 
RACCOLTI SUI MONTI DELLA ROMAGNA-TOSCANA. 



II paese e le sue costumanze. 

I. 




L viaggiatore che varca V Appennino presso il fianco 
settentrionale della Falterona, per la strada carrozzabile 
che da Firenze conduce a Forli, appena h passato oltre 
il Muraglione fatto costruire da Leopoldo II nel 1836 , vede a- 
prirsi davanti il versante adriatico colla sua abbondante vegeta- 
zione di faggio : fe questo il centre della Romagna-Toscana. In 
breve si discende quindi sulle rive di un fiumicello che h il Mon- 
tone. Sul pendio destro e sinistro del fiume , dentro le ombrose 
vallette, sulle baize che sovrastano alle brune casipole, circondate 
di pochi campi, pascolano branchi di pecore ed alcune vacche qua 
e li, che servono a dissoJare il terreno. Ed i guardiani e le pa- 
storelle cantano i loro graziosi c tradizionali rispetti , accompa- 
gnandosi airusignuolo che gorgheggia fra i cespugli, ed airallo- 
dola che sale colle ali tesc al cielo. Su qualche cima dei monti 
si scorgono i ruderi di antiche rocche , miseri avanzi della po- 
tenza i'eudaie , i quali freddi ed ostinati senibrano pretendere an- 



j^2 AftcHhrid pfeR Le fkABliioi^l pdpoUkl 

cora il dominio su queire campagne. Pii giix il bacino si allarga; 
e ad ora ad ora compare sulle rive del tiume qualche vUlaggio. 
Intanto ci accorgiamo che la cokivazione 6 assai mutata : scom- 
paiono le selve di faggio che rivestono le alte giogaie deirAp- 
pennino , ^^non toroano q4jei taiitisalberi da frutca , che arric- 
chisconb le campagne 'fiofentine, nan ricqinpare, che scarsameute, 
Tulivo, e la vite non si arrampica pi£i sugli oppi coi lunghi ser- 
menti, ma giace a terra accostata ad un palo: vengono invece a 
lussureggiare i gelsi e le bionde messi e le verdi macchie di 
granturco, che rivestono variamente le campagne dalle sponde del 
fiume alle cimc dci monti. 

Ma piu che dalla nuova posizionc del paese e dal diverso 
modo di coltivarlo , il viaggiatore i colpito dal mutare della fa- 
vella: solo qualche famiglia, specialmente sui monti, parla toscano, 
benchfe questo continui ad essere amato e stimato anche piu giii, 
e sia quasi il linguaggio di lusso per gli abitanti della Romagna- 
Toscana, che, quando devono parlare con persone per bene , ne 
fanno uso con abbastanza agile franchezza. Mi generalmente nel- 
Tuso comune e quotidiano la lingua diventa ben presto un dia- 
letto romagnolo dalle frasi toscane e dall' accento assai mite ; ed 
a mano a mano che si discende alle borgate e verso la pianura 
romagnola, le frasi toscane diminuiscono, e Taccento diventa piu 
aspro. 

Quanto alia lingua usata per la letteratura popolare su questi 
monti di ispirazione, che ci ricordano S. Francesco suUa Verna, 
Dante airAcquacheta, e Franco Sacchetti podesti a Portico, basti 
dire che in generale i racconti si fanno in romagnolo : solo ia 
qualche novella ricorrono frasi toscane fisse, le quali provano che 
il racconto in origine era toscano. I canti popolari per la maggior 
parte sono toscani , perchfe la dolce favella del si vince tutti gli 
altri dialetti dltalia, essendo piii maneggevole ed armoniosa. Scarsi 
piuttosto sono i canti del tutto romagnoli , mentrc abbondauo 
alquanto di piu i canti, la cui lingua i un miscuglio dei due dia- 
letti toscano e romagnolo. 



CANTI POPOLARI DELLA ROMAGNA-TOSCANA 353 



U. 



Insiemc col suono e colla forma dclla lingua nei canti ve- 
diamo scolpirsi V anima dci nostri montanari colle loro costu- 
manze , colla loro fede e coi loro affetti. Abbiamo costunianze, 
intorno alle quali si aggirano brevi ma iiiteri canti: tali sono al- 
cuni rispctti, stornelli ed altrc forme di canti allusivi a faccendc 
Jella campagna, a riti superstiziosi e ad altri momcnti della vita. 
Quando, per esempio, i contadini vogliono sFogliarc il frimientone, 
togliere cio^ le grosse spiclie dai Ijro cartocci, ne colgono molto 
in una sera, e chiamano i vicini a questa asfoglicria)), che si riduce 
ad un ritrovo contadinesco , ad un' allcgra e laboriosa vcglia di 
uomtni e donne : allusivo a questa circostanza hanno il seguente 
rispetto : 

Chi vuol venir con me alia sfoglieria ? 
Chi 'on ha la scranna, gli dar6 la mia; 

lo gli dar6 la mia che V b d'ore : 
Venl alia sfoglieria, allegratore ; 

lo gli darb la mia ch* Te d*arzente : 
Veni alia sfoglieria allegramfente. 

Un'altra cantilena abbiamo per la costumanza del a far lunij 
a Marzo». Chi si trovasse sui nostri nionti rulriina sera di Fob- 
braio, verso Tave-iiiaria, qua e la pel campi veJre'jbe accenJersi 
qualche fuoco, vedrebbe guizzi di (iaiiimc eorrcrj da una sponda 
all'altra dei colli. In questa sera i contadini « tanno lame a Marzo » 
portando con forche e con trideati brancate di pigiia accesa e ri- 
petendo la seguente canzoncina : 

Ldm a Merz, I6m a Merz ! 
Ogne spiga ffezza un quert, 
Un quert e 'na quartar61a 
Da riempi la brolla nova, 
Un quert c un ui;.i ton 
Da riempi e a6st cjsson. 

Ed in questo medesi'^ij uicsj , m cui la natura cominci: a 
fremere , e la terra bruli.; manda fuori Jil >uo seno crbe ed 
Archivio per h tradi{ioni popolari. — Vol. XXII. 45 



-,$4 ARCftlViO ^ER Lfe TRADIZIOMI i>Ot>6LARt 

animali , i contadini dicono che bisogna vestirsi la mattina Jei 
primi giorni lontano dal proprio letto, per t^ner lontano le bisce, 
e dire nel vestirsi : 

Merz crcpa tirra, 
O n* 5sc 'na btissa d' sctta t^rra : 
Sta 'm lunt^n dai mi' pc, 
Qu6nt che m' vstess lunifen dai lett mc. 

II primo giorno di Aprile, sc vogliono far dispetto al vicino, 
gli portano un po* di rusco dictro 1* uscio , con cui crcJono di 
portargli le pulci; quindi scappano gridando : 

leri era Marzo 
Oggi gli 6 Aprile : 
Tulte le pulci 
Nel tuo covile. 

II nostro popolo ha in orrorc tutti i rcttili: non solo Ic bi- 
sce die si possoiio confondere colle vipere , ma anche le sala- 
mandre e le tarantole sono crcdute velenosissime , tanto che si 
suol dire : 

Se ti becca una tarantola, 
Va dal prcte a farti dar Tacqua santa. 

Se ti bccca una salamandra, 
Va dal prete a farti raccomandar Tanima. 

Ed il rospo, che h stato detto il genio tutelare dei campi, 
pcrche cosi brutto , i tenuto in conto di un essere maligno che 
adi il mal d'occhio»; ond;^ tanto i piccoli che i grandi assalgono 
i rospi coi sassi e li iniilano nci pali , ripetendo questa formula 
per non essere stregati. 

Mab d*occhio a te, 
S. Giovanni a me. 

Del resto anche di altri animali si dice che diano il mal 
d' occhio : delle bisce stesse , per esempio , si crede che colic 
sguardo possano incantar le persone. 



CANTl POPOLARl DELLA ROMAGNA-TOSCANA 355 

III. 

Piu che del « mal d' occhio » che possano dare gli animali, 
si ha paura di quello che possono dare gli stregoni. Per Jifen- 
dersi da questi si usa di portare il a filo rosso » , che a tal fine 
si mette anche alle bestie. Si toglie il « mal d* occhio » poi a 
quclli che sono stati stregati, o col getcare in un piatto d' acqua 
delle gocce d' olio , o col far bollire in un pignatto de* carboni 
che sarebbero gli stregoni stessi. 

Un grave mezzo di nuocere alle persone i ancora ritenuto 
fra i nostri montanari quello di far le malie. II modo piCi diffuso 
di a far Ic malie » tra amanti sembra il a piadino del sette mo- 
lini » : prendono la farina di sette molini, e ne fanno una schiac- 
ciata che si di da mangiare a colui che si vuole ammaliare. Chi 
ha mangiato questa schiacciata, no.i pu6 far a meno di star coUe 
persone dalle quali V ha ricevuta. Maggiore ,• anzi rairacolosa po- 
tenza ha il a pignattino delle streghe » : 6 un pentolino pieno di 
unguento, che le streghe tengono sul focolare ; e chi vi tuflFa le 
mani, vola via passando dal camino. 

Atti non meno superstiziosi , ma del tutto innocenti , sono 
alcuni riti che si compiono per indagare I'avvenire. Fra questi 
merita di essere notato il modo in cui si fanno le indagini divi- 
natorie sul prezzo che avranno i cereali: nellc sere di Natale, di 
Cipo d'anno, dell'Epifania e nelle ultime tre di Carncvale, fanno 
un po' di posto nel focolare ancor caldo, levandone e spazzandone 
via la cenere; e vi pongono suecessivamence una granella di fru- 
mento per ogni mese deiranno. Se la granella sta ferma, il prezzo 
del grano non cambia; se si muovc orizzontalmente, muta di poco; 
se la granella va in su , il prezzo cresce ; se viene in giu , di- 
minuisce. 

Un altro fatto curioso osservato per la divinazione h il cosi 
dctto aorologio di S. Pasqualei>. Sul muro di qualche camera si 
ode talvolta battere piano piano una specie di orologio da tasca, 
senza che si veda nulla^ £ questo V aorologio di S. Pasquale », 
per cui vi ha questo proverbio : 



35^ ARCHIVIO PER LE TRADFZIONI POPOLARI 

L*orologio di San Pasqaalc 
O inJovlna bene, o inJ'>vina male. 

Ma qualche cosa di nuovo si crede c'^e iiiJovini seinpre. 

C'c anclie uri' erba, chiamata Y ;->a della MaJouaa » , che 
fa prcsagire deiia vita e d.^lia n^rce di un a:n;nilata. Qaest'crba 
si coi'Iie, e si accomoda sopra un quulro della Vergine vicino al 
lotto: se Terba si sccca, ramiiialato maore: se fiorisce, rammalato 
risana. 

IV. 

Non sempre ridicolo i il misticismo dei campagnuoli , che 
anzi aile volte colpisce qualunque aniina che mediti e senta. Se 
nella gran notte che nasceva Cristo , voi giraste per le iiostre 
carnp.lgne, vcdi'LStc che in quasi tutte le case sparse nell'oscuriti 
silcnziosa hi coii'^crva tino al i»iorno un languido lume : e il 
« ciocco di Xataic », e fa lunie a Gesu bambino che nasce. I con- 
tadini curano di preparare a questo scopo un ciocco molto grande, 
ed il carbonc di esso si conscrva come una miracolosa reliquia. 

Anche alle piu umili cose della natura si attribuiscono sensi 
gentili e soavi verso di cio che si ama , o si venera. Quando 
Marzo rompe le nevi, e scopre i prati, fra le erbette germinanti 
e fra gli arbusti che mettono le gem me , spuntano le viole ritte 
sullo stelo e vividamente profumate. Ma al passare del venticinquc 
di Marzo, (esta della SS. Annunziata, le viole si piegano , e per- 
dono le loro fragranze. Ne domandate il perchi ? Ascoltate quella 
madre che lo spiega ad un suo figUuoletco : « In questa fesca c 
passata la Madonna col suo Bambino; c le viole si sono inginoc- 
chlate, mandando ad Essa tutti i loro odori».- 

Ma non tutte le feste dei campagnuoli sono puramente cri- 
stiane. Cosi alia ricorrenza dell* Epifania hanno accompagnata U 
befFarda figura della Befana : la sera avanti V Epifania, nei nosiri 
villaggi, un branco di ragazzi, facendo un chiasso indiavolato per 
mezzo di campane, coperchi, vasi di stagno e di rame tolti Jalli 
cuciRa, sonando corni e pezzi di canna chiusi da una parte con 
della carta, tirano pei veicoli del villaggio, sopra un carretto, una 



CANTI POPOLARr DELLA ROMAGNA-TOSCANA 357 

vecchia fatta di cenci e di stoppa , die ^ Li Bcfana. Arrivati in 
mezzo alia piazzetta , appiccaiio il fuoco alia vjCwhia cIvj va in 
(iamme, in mezzo alle grida , agli urli ed alle rusticane scampa- 
iiate. Quesia sarebbe una piccola orgia bacc'iica. E talc ^ cerca- 
mente il chiasso die talora i contadini fanno al tcnipj delLi bat- 
titura : quando abbiano bjvutj assai , prendjno il capo dolla fa- 
miglia, c lo portano a cavalcioni delta botte: qucsto i il <c Bacco 
a cavallo dclla botte ». Li si spilla il vino, si. bcve , si salta , si 
canta, si uria. > 

Ed anche il Came vale k una vera festa pei nostri niontanari 
come pei cittadini. E qui ci si prcsenta, come connminza sini^o- 
Lire dcllc nostre campagnc, 1* uso di and ir a ccrcarc T elemosina 
suUa fine di Carnevale quasi schcrzando e celebrando la gioia ge- 
nerate. Due ragazzi, Tuno con una camicia bianci sopra il vestito 
e con un'alta berretta conicj di carta a vari colori , sormontita 
da un mazzo di penne, Taltro vcstito ordinarianiente col paniere* 
sotto il braccio , vanno di casa in casa a c^iiedor « la caritiV del 
Carnevale. AH* awicinarsi salutano la casa ripetcndo la seguence 
cantilena : 

Qacsta, questa k la casina bona 

Pel pover Carncval, 

Che se ne vuol andar : 

lo, io ! 

Alia part^nza, sc hanno ricevuto il toz*zo del pane , dicono : 
Questa, questa k stata la casina bona.... 

Se non hanno ricevuto nulla, dicono invece : 

Questa, questa k stata la casina bruciata..., 
con quel che segue. 



II gaio Carnevale dalle gioic strepitose e anclic il tempo dei 
balli. Oltre ai balli ricordati dal Tigri ntUa prefazione ai Canii 
pofyplari ioscaniy ne abbiamo alcuni altri veramente singolari : tali 
sono il « ballo della lepre », quello « della scranna », il a russiano » 
ed il a ballo del canto ». 



35S ARCHIVIO PER Lt TRADIZIONI POPOLARl 

Nel « ballo della lepre » gli uomini e le donne si mettono 
in due file diverse V una di fronte all' altra : coniinciando da un 
capo, Tuomo prendc la sua donna, e fa con essa un balletto; poi 
la donna gli scappa , e comincia a correrc intorno alk due file, 
giocando di ginnastica per non lasciarsi prendere. Quando V uomo 
la ha potuta afferrare, tornano al loro posto. Cosi fanno le coppie 
successive, linchi non si giungc alPaltra estremiti delle file: quinJi, 
ricomiuciando da quest*ultima parte, si ripetono gli stessi balletti 
di prima; ma invece della donna scappa Tuomo, e quella gli corre 
dietro. 

II a ballo della scranna » ha maggior posatezza: una giovane 
si mette a sedere in una seggioLi nel mezzo della stanza, dopo 
aver faito un balletto con un uomo, il quale le mena poi ad uno 
ad uno i giovani per ballare. Ella guarda il giovane che h stato 
menato, e, se non vuol ballare con lui, gli « volta la scraana», 
cioe si volge coUa seggiola dall'altra parte. Finalmente, quauJo la 
donna accetta di ballare coll' uomo menatole, s' alza, e balLi con 
lui un tresconcino; Tuomo che invitava i ballerini, prende la seg- 
giola, e balla con quella dietro alia coppia danzante. Dopo cio si 
mette a sedere V uomo che ha ballato , e la donna gli mena le 
ballerine. Si continua cosi fin a tanto che non si crede di por 
fine al ballo : allora air unica coppia danzante se ne aggiungoao 
delle altre, e si chiude il ballo con un trescone. 

II a russiano x> viene ballato da due uomini creduti i piu 
bravi del ballo colle due migliori ballerine: le due coppie si vcn- 
gono inccntro danzando, e nello scontro gli uomini si cambiano 
la donna, coUa quale menano svelte carole. 

II a ballo del canto », come si comprende dal nome stesso, ^ 
una danz^i accompagnata da un cantore. Le donne congiunte per 
le mani si dispongono tutte in una fila semicircolare: neU'cstre- 
mitii a sinistra sta il a pueta 0, a destra il <xguidaiolo ». II « poeta » 
alternando una specie di stornelli continuati colle sonatc dell' or- 
ganino, comincia a cantare cosi : 

Cominceremo il ballo del cantare, 
G^minccran gli amanti a spasseggiarc; 



^ T'T??^^??^^*'^ 



CANtl POWLARI bELLA ROMAGiiA-TdsCANA JS§ 

Cotuinccrcmo il ballo delle cante >, 
Corainceri^ il dolor di qualcbe amante. 

Dicon cbe a Roma i stanipan le corone: 
Avanti il guidaiol con le sue d6ne. 

A questo punto il <x guiJaiolo » colic donne va a passare sotco 
il aponte», ossia sotto il braccio alzato del « poeta » e della sua 
donna, movendosi in un graziosissimo giro a cerchio; mentre la 
donna del « poeta*), facendo u\\ muUnello sopra se stessa, rinaane 
coila mano sinistra congiunta al « poeta » e colla destra alU pid 
vicina donna della fila. Quindi il a poeta o conferma al aguidaioloa 
la sua donna, dicendo : 

A vi lo dico a voi, lior di rovete, 
'Nvitatc i vostri amanti, se li avetc. 
Se i vostri amanti son rimasti a cae 
'Nvitate chi vi piace, e chi vi fae. 

A vi lo dico a voi, fior di vi61e^ 
La prima la sari de guidai6le. 

Si torna a passare sof^o il (cponte». Pol il a poeta » chiama 
una donna, perchi gli dica co»i chi vuol ballare : 

Questj lo dico a voi, tiorin di spiga: 
Ad invitar tocca alia Margbcrita. 

Questo lo dico a voi, fior di stecchctto; 
A me me lo direte in un orecchio. 

Questo lo dico a voi, fior di viola; 
Al ballo fu invitato qua Mimola ^. 

£ se Mimola non sard ingrato, 
Entri nel ballo qua, ch*egli b invitato. 

Dopo ci6 1' invitato coinmetterebbe un' indelicatezza se non 
accettasse. Col nuovo ballerino si torna a passare sotto il aponteo ; 
poi si continua a dar il compagno alle altre donne nello stesso 
modo. Se si ha piacere di far presto , V organino , o V orchestra 
comunque formata , non suona dopo ogni distico cantato dal 
« poeta », ma solo quando il coro danzante passa sotto il ponte. 



1 La caniCf femminile di canto, vale canzone o canzonetta. 
* Mimola , 6 soprannomc , dcrivato da mimmo , che si applica ad uomini 
piccoli. 



3^0 AftdHfVid I^ER LE fRAPL^IQNI irO^OLXAi 

Formate le coppie dei balleriai, il poeta coaferma a si la propria 
donna: e poi canta alcuni storoelli di chiu^a: 

Questa, lo dico a voi, fior di lumia; 
Non state a bocca dolce, 1*6 la mia. 

Chi non ce I'ha la daraa in questo loco, 
Gli toccherd da rattizzare il foco. 

Chi non ce Tha la dama da vedere, 
Gli tocchera la scranna da scdere, 

E chi non ha li dama nclla vcgghia, 
Ei p6!e andare a Icccar la sccchia. 

Se qualchedun -non fosse sta' invitato, 
La colpa mia non sarebbc stato. 

La colda U sard di vostrc a nanti, 
Che avranno gli altri invitato avanti '. 

Finito il canto, si termina il ballo con un trescone, 

VI. 

Ormai nell' abitante delle nostre montagne abbiamo dovuto 
scorgere qualche cosa di vieto e, dirci quasi, di archeologico: quei 
balli strani e accompagnati da canti , die ci ricordano i cori di 
Grecia e di Roma, quelle feste chiassose cbe scnibrano iinitare le 
orgie di Bacco descritteci dai poeti , quei riti supersriziosi dellc 
campagne ci fanno vedere I'abitante delle nostre montane regioni 
come in un mondo mezzo pagano. E I'esclamazione — io, io! — onde 
si chiude la cantilena del Carnevale , certamente non pu6 esserc 
che latina , e non puo attestare altro che la sua origine da un 
vecchio canto pagano. 

Ma abbiamo ancora da osservare qualche altro piii manifesto 
avanzo del paganesimo. Uno di questi avanzi e la riverenza die 
i contadini nostri hanno verso i termini die sono quelle pietre 
ritte in mezzo ai campi per indicare i confini del terreno. Questi 
termini sono come cosa sacra: guai a colui che li nuvesse! Di- 
cono che quando uno ha mosso o portato via un « confine », 



Cfr. G. Mengozzi, Tuscae Komandiolae Ceres, n. a p. 98. 



CANTI FOPCLVRl DELLA ROMAGNA-tOSCANA 36 1 

giunto poi al termine deilu viia , non puo morire , e nmane in 
una liinga agonia, fincl\c ncn gli si mctta un sasso sotto la testa. 
Questa supcrstizionc dei ten.iini non puo ricordare altro che la 
riverenza nutrita dai pagani vc-so il dio Termine, protettore dei 
fondi campestri. 

li nella mcmoria del nostro volgo montanino esiste ancora 
un pallido ricordo delle feste Palilie. lo stesso udii jina vecchia 
canipagnuola, la quale insegnava le preghiere a' suoi nipotini, c- 
sortarli a pregarc con qucbto raccoiuo: « Un ragazzo che non sa- 
peva alcuna divoziono, accendeva un piccol foco, c sopra vi faceva 
tre salii ». Qui c descriito it rito dellj feste Palilic, come le de- 
scriye Tibullo nella quinta elcgia del libro II , ove dice del pa- 
store : 

Ille Icvis stipulae solcranes potus acervos 

Accendct, flammas transUietque sacras. 

Dunque V abitantc dellc nosirc montagnc le quali dovettero 
rimanere inviolato asilo attravcrso le grandi invasion! che scon* 
volsero le razzc di qua e di li dall' Appennino , conserva ancora 
qualche traccia della pagana civiiti ; ed egli e pagano non del 
pnganesimo germanico, ma del paganesimo di Roma arnica. 

P. Fabbri. 



Archivio per le traJi'iioni popohri, —- Vol. XXII. ^^^ 



J DISClPLiNANTI 
IN GUARDIA SANFRAMONDI (Benevento). 




J vattenti o vattUnti ^ come localmente si chiamano, ci 
ricordano un avanzo di quella epidemia mentale-reli- 
giosa che domin6 soprattutto nei stc, XllI e XIV, 
dopo la peste nera. In quel tempo procession! infinite di uomini, 
nobili e plebei, di vecchi e giovani e persino di fanciuUi e di 
donne, si vedevano aggirare per la citt4 invasi dal bisogno di di- 
laniarsi le carni e di versare il proprio sangue per una folle idea 
di penitenza. 

Le cronache dell' epoca dicono che la cosa prese tal piega 
che nh i Dottori di S. Chiesa^ fra i quali Gersone, xih le censure 
dei vescovi e ni Tanatema di Clemente IV riuscirono a distrug- 
gere. Nella processione di penitenza deirAssunca, che ebbe luogo 
il 21 agosto, non mancarono i flagellanti ; essi si dividono in 
due categoric: in disciplinanti e in batUnti a sangue. 

Quelli vanno vestiti di camice bianco, portano nella destra 
la disciplina e nella sinistra o un Crocifisso, o un teschio umano, 
sul quale notansi ancora gli avanzi di carnaccia e di pelle mum- 
mificata. 

I disciplinanti costituiscono una nuassa bianca , trisce c con- 
fusa. Procedono a passo lento, cadenzato e rompono col '«rfr«- 
*ndru delle discipline il sepolcrale silenzio della processione. 



I DISCIPLINANTI 363 

Ai disciplinanti seguono i loro colleghi i battenti a sangue. 
Quest! vestono anche di bianco; pero i loro camici sono aperti 
in mode da lasciare scoperto il petto. Aoni or sono veaivano 
preccduti da un rubizzo vecchio , Pasquale d' Oculos , il quale 
col petto insudiciato di sangue (di agnello, si capisce bene) ed 
armato di un grosso ciottolo, dal quale non si faceva sfiorare 
ncanche la pelle, imitava S. Giiolamo. 

I vecchi del paese dicono che, nei tempi andati, i battenti a 
sangtie erano numerosissirai e si trasformavano il petto in grat- 
tuggia per calmare Tira divina. Oggi le cose sono cambiate; poi- 
ch6 i buoni Guardiesi sono convinti che la preghiera'piu accetta 
a Doniineddio h quella che si fa nella solitudine imitando cosi 
Cristo, il quale nell'orto di Geihsenoani, pur trovandosi con Pietro 
c con i due iigliuoli di Zebedeo, obblig6 costoro a restar indietro 
per andar da solo ad adorare il Padre suo. 

I battenti provengono dairinfima classe sociale e perci6 sono 
degli csseri eminentemente suggestionabili; e non si bucherebbero 
la peUe se non ci fossero i facitori di spugne. La spugna consiste 
in un pezzo di sughero sul quale si conficcano 33 spilli. Le punte 
di questi escouo fuori mm. appena. 

Una listerella di cuoio, conformata ad ansa e fissata ai bordi 
di questo piccolo strumento di tortura, serve per introdurvi Tin- 
dice, il medio e I'anulare della destra. 

II 30 7o non resistono a queste auto-punture. I piix forti, ai 
primi colpi che si danno, emettono grida strazianti, alle quali fanno 
eco quelle degli spettatori non avvezzi a prcscnziarc a cosi tristi 
spettacoli. La parte percossa , che h la regione sotto mammaria, 
diviene dapprima rossa; poi incomincia a secernere del sangue, che 
si coagula man mano che si allontana dalla feriu. Quando gV i- 
stigatori dei battenti si avvedono che i loro clienti stanno per 
venir meno, subito si accostano ad essi e principiano ad ubbria- 
carli. L'efFetto dell' alcool non si fa aspettare ; poichfe il battente 
dallo stato depressivo, entra nel periodo della beatitudine dell'cb- 
brezza, in cui Tobnubilamento della coscienza abolisce la perce- 
zione d'ogni impressionc ingrata. La sensibility dolorifica si attu- 
tisce e perci6 i colpi che si amministra non si contano piji. 



3^4 ARCHlVlO PER LE THADlZlONI POPOLARl 

Dopo questo periodo, che dura un' ora circa , euirano in 
iscena i nervi uiotori coirallucinazione delle idee, dclle vertigini. 

Al balbeitamento di parole sconaesse, interroite, scandite, si 
accoppia un andamento, dapprima incerio, die poi, a causa dello 
indebolimento deirimpulso centrifugo della volond^ diventa disor- 
dinato. U povero fakiro non regge piii in piedi c cadrebbe come 
corpo morto , se non venisse preso a braccia e trascinato nella 
propria casa , dove la moglie gli cura la ferita a base di cbiara 
(Tuovo e di stof^f^a e la figliuola gli appresta la conchetta per fnrgli 
voniitarc il vino e il pane di Spagna che, con avidita strenata, ha 
consumato durante Tinumano itinerario. 

Per cio che riguarda V origine di qucsti baltenti a sangtu ri- 
ferisco la seguente leggenda, che son riuscito a raccogliere dalle 
labbra di un vecchio e sapieute contadino : 

Tanti e tanti anni fa in quel di Limata, c non Liniatola, 
mentre un marrano, vulgo makaanguhy guidavn airaratro i bovi, 
quesciy giunti in un luogo, s'inginocchiarono. 

II bifolco, prima colla voce e poi colla sca:(^^drella (pungolo) 
cerc6 fare alzare quelle bestie. Non vi riusci. 

Dal sottosuolo intanto provenivano dei distinti suoui di cam- 
pane, i quali spinsero il contadino a scavare il tcrrcno. Alia pro- 
fonditi di poclii centimetri , fra i ruderi di una cappelletta, fu 
scoperta la Madonna di cui ci occupiamo. 

Del trovamento ne furono informaii i Laurentinij i quali fecero 
del tutto per appropriarsi di quel sacro fardello, senza pero riu- 
scirvi, perche la Vergine s'era resa pesantissima. 

Fra i curiosi v' era un guardiese , uonio pio c dcvotissimo 
delta mamma di Cristo, il quale, quando si avvide che uno degli 
angioletti, che facevano compagnia alia Vergine , era armato Ji 
una sptigna , se V approprio e con essa incomincio a dilaniarsi il 
petto. La Vergine allora si rese leggerissima e voile essere tra- 
sportata a Guardia. 

Alia Vergine delPAssunta ricorrono i Guardiesi solo in case 
di calamit^; vale a dire o in casi di epidemia o quando il Signore 
si dimentica di chiudere o di aprire le cateratie del cielo. 

Dorr, A. De Blasio. 




USI NUZIALl CORHANI. 




ssENDO i quindici anni Teta media degli uomini e i do- 
dici per le donne, i Coreani, in generale, si sposano gio- 
vanissimi. Tuttavia nclle classi inferiori i matrimoni 
hanno luoi;o generalmente ad un' eta piii avanzata, laddove nella 
aristocrazia dcUa penisola non sono rari i casi in cui lo sposo ha 
dodicl anni c la sposa otto. 

Mi aflrcttero a notare che questi matrimoni, diro cosi, infan- 
tili non importano afTatto la coabitazioae dei coniugi, i qiiali non 
diventeranno marito e moglie di fatto che ad un* eta piu ragio- 
nevole, quando cioe il padre e la madrc dello sposo !o crede- 
ranno opportuno. 

Poiche si deve sapcrc che in un matrimonio coreano le per- 
sone che appaiono meno interessate nel (atto, quelle delta cui 
opinione nessuno si preoccupa, sono appunto gli sposi. 

II matrimonio, come qualunque altro contratto, viene sempre 
tatto a mezzo di un intermediario, che si reca dalla famiglia di 
una fanciulla qualsiasi e racconta ai genitori di un i^iovine cosi 
e cosi, che farebbe appunto al caso dell.i loro fb^liuoLi , c poi si 
reca dalla famiglia di un giovinc c rifa lo ^cesso discorso; le con- 
dizioni si dibattono da una parte c dalTahra, non nun pero per- 
sonalmenic ; 1' intermediario ^i da gran da far^?, si scalmana a 



366 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

cantar le doti della parte, per cosi dire, avversa fino a che il ma- 
trimonio i definitivarnente conchiuso. 

Solo allora i genitori annunziano al rispettivo figliuolo che 
il giorno tale dovra s>posare il tal giovine o la tal fanciulla, con 
la medesima sempliciti con cui i nostri babbi ci direbbero: « Sai, 
domani si va a far merenda in campagna ! » 

Giunto il giorno stabilito , lo sposo, in vesti di gala , mou- 
tato su di un cavallo bianco, seguito dagli amici piu intimi e da 
tutto un codazzo di portatori di grandi ombrelloni di carta gialla, 
di servi, di douzelle di ouore ecc. . si reca a casa della sposa 
che, notiamo bene, fino a quel momento egli non ha ancor vista. 

Non h difficile immaginare quali sgradevoli sorprese possono 
attendere entrambi gli sposi al raoraento di quel primo incontro. 

La peggio per6 rimane sempre dalla parte della donna, poi- 
che I'uomo il quale si trovi dinanzi una fanciulla, che per una 
ragione qualsivoglia non risponda al suo ideale , avra serapre la 
risorsa, quando i mezzi glielo consentano, di procacciarsi una se- 
conda moglie e anche una terza, od una quarta, finch^ non abbia 
trovato cio che gli convenga. 

La donna invece, non ha altre risorse... ufficiali, nh a lei 4 
conqesso di riporre le sue ultime speranze in una prematura ve- 
dovanza, poichfe la legge, fino a pochi anni or sono, ed oggi non 
piu la legge, ma I'uso, di quella forse anche piu severo, non am- 
mette che una vedova passi ad altre nozze. 

Nella casa della sposa intanto, la povera (anciulla h stata per 
r occasione infagottata in uno speciale abito di broccato rosso 
tutto ricamato con grandi figure allegoriche : il viso le 6 stato 
dipinto tutto in bianco con due piccole macchie sanguigne sulla 
bocca e sulla fronte, ed essa se ne sta li immobile e timida con 
gli occhi smarriti in attesa del suo futuro signore. 

Al giungere di questo, si getta in terra prosirandosi cinque 
volte col pill rispettoso degP inchini , mentre lo sposo, al tempo 
stesso, in segno della sua superiority, si limita ad inchinarsi due 
sole volte. Con questi sette inchini la cerimonia ha termine, senza 
che una parola sia stata scambiata fra i due infelici. 



USI NUZIALI CORF.ANI 367 

La tanciulla sale quindi in una portantina e viene portata a 
casa dello sposo ove consegnata nelle mani della suoccra e fatta 
attendere in una delle camere posteriori, mentre lo sposo e gli 
amici ruoi rimangono di fuori raccolti in un conyito chc di so- 
lito non termina die a notte avanzata. 

Quando Tora 6 abbastanza tarda, si che lo sposo non abbia 
a temere d*essere fatto segno alle betfe degli amici, sotto Paccusa 
di soverchia sollecitudine, egli si leva, saluta i convenuti, clie gc- 
neralmente indugiano ancora a bere e a cantare, e si riiira presso 
la sposa. 

£ assolutamente di rigore che essa continui a serbare il piu 
religioso silenzio per tutto il rimanentc della notte. 

A questo proposito si narra V aneddoto di un giovane che 
aveva sconimesso con gli amici chc sarebbe riuscito a far parlare 
sua moglie la notte stessa del matrimonio; gli amici, curiosi, si 
erano messi tutti in giro della stanza nuziale. 

r muri coreani sono di carta e quindi si sentiva di fuori 
veramente bene ci6 che si svolgeva neir inierno , e chi sa che 
qualcuno , piix curioso degli altri , non avesse anche ' passato un 
dito attraverso la parete procurandosi in tal modo uno spiraglio 
cui applicare Tocchio indiscreto. 

II nostro giovane fece di tutto, uso tutte le arti, ma la bell a 
noa parlava. Egli stava gia per arrendersi, quando gli venne tatto 
d'esclamare : 

a Ohime ! aveva ben ragione quell' indovino quando vi pre- 
disse che io avrei sposato una sordo-muta ! » 

II marito era raggiante, gli amici pensavano mogi mogi alia 
scommessa perduta, quando la fanciulla si affrett6 ad esclamare: 
«L' indovino al quale io ricorsi fu invece piu veritiero del tuo, 
mi aveva predetto che avrei sposato un idiota, e mi accorgo che 
aveva perfettamente ragione ». 

Fu la volta degli amici di gongolare dalla gioja, essi paga- 
rono la scommessa, ma il soprannome di idiota rimase per tutta 
la vita al malcapitato marito. 

La vita della sposa coreana h certo fra le piCi infelici che si 



j68 ARCHIVIO PER L£ TRADIZlOKl POPOLARl 

possano immaginare. La donna, una volta uscita dalla casa pa- 
terna per recarsi a quella del marito, diventa addirittura una^ 
schiava, e schiava, notiamo, non tanto del marito , quanto Jella 
madre di questo. 

Chi non conosce di che cosa sia capace una suocera coreana, 
non puo dire davvero di conoscere che cosa sieno ic suocere. 
Essa e la vera regina della casa; il folk-lore della penisola , ab- 
bonda in aneddoti che la dipingono sotto i piu foschi colori; 
ogni suo desiderio ^ legge e fino a che essa viva sembra che il 
suo maggior diletto, non solo, ma la sua vera missione^ sia quella 
di rendere la vita amara a quella povera disgraziata di nuora. 

La quale, in generale, sopporta tutto pazientemente , soste- 
nuta solo dalla speranza di poter presto diventare suocera alia 
sua volta e potersi vendicare suUe future mogli dei suoi figli; 
ci6 spiega anche perch^ i matrimoni si facciano in Corea ia eti 
cosi tenera ; sono le mam me che li esigono , per diventar piu 
presto suocere. 

Carlo Rossetti. 



-»^»»=?^~~?^ 4i y: — i ^ n 



XOVELLiNH DHL CONTADO VERONES • 



I. - El credea ch'el la sentesse a usta 




'-V (^.^\ ii' i:rx 'n orbo c un die glie 'edea % die i una ' eii giro 
I par i paesi en i^erca de cariii\. 'Na matina i se senta 
Sj /o ■♦ sii r orlo dc 'n fosso , i 'mpizza 5 el fogo , e i 
se tnca ^ a brustolar ^ de la polenta par far colazion. Li i se taca 
a magnar. Quel die ghe 'edea, el gli* *ca ^ da mngnarghe ensieme 
en toco '^ dc forniajo , ma no '1 ghe nc daa miga al so compa- 
gno. Questo el g!ic disc : 

— Comodo "' die te gh' e '1 formajo, e a mi no te me ne 
dc " miga ? 

— Com' i-to *^ fato a *edar che magno el formajo, ti chc 
te St orbo ? 

— L'6 sentu a usta, ghe dise Torbo. 



♦ Raccoltc .1 Pacengo sul Lago di Garda. 

» A usta, a fiuto. — * Che ghe Udea, che ci vedeva. — 3 / naa^ andavano. — 
^ I se senta \i^, si sicdono. — s / 'ntpiiiOy accendono. — ^ I se taca^ si mettono. 
—7 A brustolar, ad nbbrustoljro. — ^ El ^// \a, aveva.— 9 En toco^un pezzo. — 
"" Conioih , come mai. — '» .Vo te me ne </.' , non me ne dai. — «* Com' c-iOy 
come hai. 

Arehivio per le tradi{ioni popolari. — Vol. XXII. ^y 



370 AkCHiVio teR Le fRADIziONl ^OPOLARi 

Dopo ch' j a fato colazion, quel die glie 'edea, el ghe disc 
a Torbo: 

— Salta 'ia ' sto fosso ciic nemo zo * par i cnmpi , cussi 
femo 5 pi* ♦ presto a nar en de quel paese Ik. 

— Va ben, ghe disc Torbo. 

E el salta *ia el fosso, ma el va a bitar ^ la testa 'dosso a 
•a'albara che gh'era Ji. 

— Par cossa no m' fe-to avisi che gh' era V albara ? Nj te 
si ^ che nr»i no ghe 'edo ? 

— Credea che ce la sentesse a usta come '1 formajo ! 

II. — El manestrador ' d'oro. 

'N aocato el va da 'n orevcse ^, e el vcdi che I'i drio ' a 
laorar drio a 'n manestrador d'oro. 

— Par ci e-lo '°, el ghe dimanda, sto manestrador d*oro ? 

— Questo me Vk ordena en vacar de montngna, che Ti diio 
ch' cl ghe 'ol *' par tor su el late. 

— En manestrador d'oro ghe 'ol a sto vacar par tor su cl 
late ? Anca questa no 1*6 mai sentia. Quan' i-lo dito ch' el ve- 
gnara a tor sto manestrador ? 

— Diman matina a mezogiorno, ghe dise Torevesc. 
Quan' j i le diesc del giorno dopo, sto aocato el torna Ja 

Torevese, e el ghe dise : 

— Mi desideraria de scriar '^ do parole so ra el manestrador 
de quel vacar. 

— Mi, ghe lassaria '* ben volontera de scriar tuto quel ch' el 
vol, ma se dopo el vacar el me lo refuda ? 

— S' el vacar el ve lo refudari , vol dir che lo coraprar6 
mi par el stesso prezzo ch' cl v' aria ^^ dato lu. 



« *Ja, via. — * Che. nemo xo, che andiamo gUi. — 3 Femo, facciamo.— 4 Pi*, 
piu,— 5 BAtatf battere. — ^ Wo te se, non sai. — 7 Manestrador^ niestolo, ramajolo. 
— * OrevesCy orefiwC.— 9 Drio, dietro.— »«» Par ci e-Io? Per chi 6?— *» Cb' el gb$ 
'oly che gli occorrc.— " Scriar^ scriverc.— n Mi ghe lassaria, io Ic b^ercl— 
M Ch' el v" aria, che v' avrebbe. 



NOVEL E DEL CONTADO VF.ROKESE $*}t 

Alora no overese Taconsenti cW el ghe scria su quel ch' el 
vol. Alora sto aocato el scric sul nianestrador: « Ci no la ruisura, 
no la dura. » 

A inezogiorno capita cl vacar par tor el nianestrador. El 
iezi ' 6te parole che gh* 'ea scrito Taocato, e alora el dimanda: 

— Ci i sta* a scriar ste parole ? 

— El ul d' i tali, che V i 'n famoso aocato de la ^iti. 
Alora sto vacar el dise: 

— Ben e mi soto ghe scriaro dc le altre parole, a pato che 
lu el ghe le mostra a Taocato. 

Alora el gh' k scrito soto : 

a Fin che la fortuna me rege, 

Gh' 6 in c... Taocato e anca la so lege. » 

Sto aocato , dopo , quan' Y k visto ste parole , V h resta li 
con tanto de naso.^ El vacar, dopo 'n pochi de giorni, V h lovnk 
a torse tl so manestrador d*oro, c cl se V a porta en niontagna. 

III. — Quela de quel da la polenta conza '. 

En segato 5 Tera ni da 'n castaldo par combinarse che i lo 
tolesse a laoro. Li i stabilissi tanto de giornada e le spese ^. 

— L'averto paraltro, ghe dise sto segato, che mi la polenta 
de la matina la 'oi ^ sempre conza, parche mi son sempre abituil 
a magnarla cussita ^. 

— Va ben, ghe dise sto castaldo, e nualtri ve daremo sem- 
pre polenta conza. 

Li par en quindese giorni sto segato el laoraa en corte, e la 
castalda la ghe portaa sempre la polenta conza come ch' el le 
'olea lu '. Vien el tempo ch' el va a laorar en t' i campi, lonun 
da casa, e el castaldo, en giorno, el ghe dise a so mujer: 

— Ma che nualtri gh' aemo ^ sempre da darghe da magnar 



» El leiif legge. — * Con^a^ condita. — J Segato, segador^ falciatore.— 4 Le 
spese, cio* il vitto.— $ 'Of, voglio.— * Cussita, cosU— 7 Come ch' el h *olea lu^ 
come la voleva jiii. — ^ Gh* aemc, abbiamo, 



372 ARCHIVIO PHR LE TRADIZIONI POPOLARl 

la polenta conza a quel I^ ? No '1 podaria magna rla anca lu come 
tuti j altri ? 

— Te disi ben, ghe disc so mujer. 

— Ben, senti, el ghe disc lu , sta atenta come le gh' c da 
far, e te 'edari che quel' abitudine li ghe la faren^o pcrdar. Diman 
de matina envece de portarghi la coLizion a le oto, porteghelaa 
le diese , e 'arda * che la polenta la sia da conzar. Par el resto 
ghe pensar6 mi. 

La matina dopo sto castaldo el se troia ^ en d' i campi a 
sorvejar i lavori. Bati > le oto, e la dona co la colazion no la se 
'edi miga. 

— L'i in ritardo sta matina, dise el segato. 
LI passa 'na bona ora^ e no se 'edi gnissuna. < 

— 'Orpo, dise '1 castaldo, 1* i curiosa che no se 'edi iniga 
'egnar * me mujer co la vostra polenta conza. 

Li speta che te speta, ma sta dona no la"cgnea mai cnanzi. 
El segato el gh' 'ea 'na fame maledeta che no '1 ghe 'eJea 
gnanca ^ piu. Bati le diese , c sta dona no la vien avanti. Da li 
a 'n quarto d'ora la capita, e so mari el ghe dimanda : 

— Comodo sta matina te se' cussi en ritardo ? 

— Ma... gh' 6 'bu ^ tanto da far... 

Sta dona la tira fora da la (^csta la polenta, c el castaldo el 
vedi che T h da conzar. 

— Comodo, el ghe dise, che no te gh' c miga conza la po- 
lenta ? 

— Cispita, sta matina no gh' 6 miga 'bu tempo da conzar- 
ghela. 

— Torna subito a casa, el ghe dise lu, a conzarghela; no te 
si miga che se no no '1 le magna, parchi no 1' i abitui ? 

El segato, quan' el senti ch' el naa a ris-cio de spctar ancora, 
con quela fame ch^ el gh' 'ea indosso, el ghe dise: 

— No, no, la me le daga chi ', che la magno istesso. 

» ^Arda, guarda.— * El se troda^ si trovava. — 3 Batty battono. — 4 '£^/*ar, 
venire. — 5 Gnanca^ neanche. — * G// b *bu, ho avuto. — 7 C/;/, qui. 



NOVELLINt DEL CONTADO VEKC)NESE 37J 

E el s' a taci a magnarla de gusto. Lori , alora , da quela 
uiatina, no i ghe 1'^ piu conzada, parch^ j i 'isto che T era bon 
da inagnarla anca da conzar. 

IV. — Qua le ghe 'oria **. 

Gh' era 'n putel * ch' el gh' 'ea el vizio de biastemar: el ghe 
ne tirava zo una ogni momento. Vien ch' el \ a al servizio d' un 
preie, e alora questo el ghe dise : 

— 'Arda che adesso che te se* al me servizio, bisogna che te 
perdi quela bruta abitudine de biastemar. 

— Sior si, faro el possibile. 

— No, no, bisogna che no te biastemi altro, parch^ V e *na 
bruta cosa. Par cossa vu-to biastemar ? No T i stesso, par ti, dir: 
aCorpo de 'na 'ecia \ Corpo de Diana, par Dissare ? »< 

— Proar6 a dir cussi, dise sto putel. 

Vien en giorno che sto prete el gh' 'ca en disnar con d' i 
so ami(;i. Quan' V i en hn de tola *, el manda sto putel a tor do 
botiglie de rccioto K Sto putel el va, ma dopo passa 'n bel toco *, 
e el prcic no '1 lo 'eJi pi' tornar. Alora el se de<;ide a nar en 
canea ' a 'edar come che 1' era. El va, e el vedi sto putel, senti 
sui scihni, ch' el magnaa pan e polame, e ch' el beea 'na botiglia 
de recioto. 

El prete el ghe disc : 

— Cossa te sognito de far ? Noaltri li che spctemo, e ti qua 
che te magne e che te bee ? 

— El sa ben , corpo de 'na 'ecia , a 'edar j altri a magnar, 
m' e 'egnii fame anca a mi,- e, corpo de Diana^ 6 pensa de sentarme 
qua, e, par Dissare, dopo m' e 'egnu se' *, e, corpo de 'na teja... ^, 

— VWito, che dise '1 prete rabiado, qua le ghe 'oria quatro 
de quele juste ! ***. 



» Qua U ghe 'oria, qui ci vorrebbcro.— * Pulel, giovaae.— 3 'Ecia, veccbia. 
—4 Tola, tavola. — s Recioto, vino scelto. — * Bel toco, bel pezzo.— 7 Canea, cao- 
lina. — s Se\ setc— 9 Teja, tcgghia.— '^ Qiia le ghe ^oria quatro de quele juste, 
cioc qui sarebbc il caso di bestemmiare. 



374 ARCHIvio PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

V. — El prete e el vetural che biastemaa. 

Ea prete V 'ea tolto 'na carozza par nar en t' un paese. Drio 
strada , sora 'na pontara ', el caal * no \ vol pi' nar enanzi. A- 
iora, el vetural , el se uca a sacramentar a piu no posso. Alora, 
el prete, el ghe dise : 

— Ma che bisogno gh' i de dir tute qucle bestemie ? No te 
po' dir: Corpo d' un can, corpo <ie 'na 'ecia ? No T i istesso ? 

— No, vedelo, quele el me caal no '1 V entende, raa, par con- 
tentarlo, proaro. liiih, liiih, corpo d' un' oca ! liiih , liiih , par la 
Martina ! 

Ma sto caal no '1 se moe ^ no '1 vol nar enanzi. Sto prete 
el porta pasienza par en poco, e dopo el ghe dise al vetural: 

— Fk come te vo', tanto che nemo enanzi. 

Alora quel' altro T i scomenzia a tirar zo la so liunia, e j e 
ne enanzi dal bon ^. 

VI. — Tuta vostra, tuta vostra I 

'Na 'olu gh* era 'n onio ch' el portaa en pital de tera sora 
la testa. Sto pital V era pien de m.... A 'n ^perto ponto, st' omo, 
I'cncontra en frate ch'el ghe dimanda: 

— Ooh, omo, cossa gh' 'io ^ en de quel vaso ? 

— Tiiti soldi j fe, el ghe dise lu. 

— Soldi j i ? E volio tegnerveli tuti par vu ? 

— Sicuro. Par cossa 'ol-lo che ghe ne daga a lu ? 

— Ni li ^, ni h\, dimene 'n pochi anca a mi , za ' ghe n' 
avi tanti vu.... 

— Ben, ghe dise alora sto omo, femo * cussi: vu ve meuri 



» PontarUy salita.— * Caal, cavallo.— 3 No '/ se moe, non si muove. Sioii- 
lissuna i in R. Nerucci, Raccotrti popolari pistojesi, Pistoia, Tip. Niccolai, 1901, 
p. 73, n. XXV: Qui ci voV un « Permio!? «, ed in G. Bacciki, GmU allegro 
Iddio Tajuta, Firenze, Salani, 1887, p. 124. — 4 Bon, buono. — s Cossa gb' *f<»» 
cosa avctc. — ^ -V^ Id, andatc la. — 7 Za, gii. — '^ Fenw, facciamo. 



\0\TI.LI>IE DEI rOVTADO VERfiNF^F ?7^ 

en testa sio pital, c po' mi ghe traro drento en sasso, e lo rom- 
paro ; i soldi che cascari da la vostra parte , i sari vostri ; quci 
che cascara da la mia, i sari mei. 

-» Ben brao, me piase la vostra idea: femo pura cussi. 

Alora sto omo el ciapa ' el pital , e el ghe lo meti sora 
la testa al frate, dopo el fa du tri passi endrio, el tol su en sasso, 
e con tuta la torza el lo tira en mezo al pital. Questo el va en 
migole *, e la m.... la va tuta 'dosso a sto poro can de frate. La 
m....» se trata, la ghe pioea ' zo da tute le parte. 

— Tuta ■ vostra, tuu vostra ! ghe cigaa ^ entanto el paesan. 
E dopo el se V i data a gambe, e 1' i lassi li sto frate tuto 

sporco che no '1 sea gnanca da che parte 'oltarse. 

VII. — El castaldo e V uselanda ^. 

A 'n castaldo ghe comodaa poco ch' el so patron el tt^jnessc 
r uselanda. Lu no '1 fasea che contarghe d' i schei * ch' el ghe 
rimetea, che no gh' era el tornaconto, che con i schei ch* el spen- 
dca el s' aaria crompi " quanti usci el volea. En giomo, el so pa- 
tron, tanto par riirla ', el ghe dise : 

— Ben, fame '1 conto de tute le spese che incontro, e dopo 
vedaro se V i '1 caso de metarla zo. 

— Va ben, dise *1 castaldo. 

E cl ghe prepara la nota de le spese. Tanto de paga a 1' u- 
selador, tanto de rede ', tanto de mantenimento de usci, e el ghe 
fa 'n conto, tuto soma '°, de tresento franchi, e dopo el ghe lo 
presenu al so patron. Questo el lo ciapa 'n man , el lo osserva 
ben, e dopo el ghe dise : 

— E d* i usei che vendemo e che magnemo , quanto ve- 
gnemo a guadagnar? 

— Apena dosento franchi; donca el vien a rimetarghe ^ento 
franchi a V ano. 



' tl ciapa, prendc — * Migole, briciolc— J Pioea, piovcva.— 4 Qigaa, gridava. 
— 5 Uselanda, uccellaoda. — * Schei, denari. — " Crompd, comperato. — • Par 
rihrla, par finirla. — 9 Rede, rcti. — ^ Somi, soinraato. 



J76 ARCIIIVIO PER LE tRAOIzioNl POPOLAkl 

— Plan, ghe disc M patron, parchi soto a six dosento fran* 
chi, besogna die te glie ne meti nnle de divertimento. Alora fe-lo 
piu cl guadagno o le spese ? 

Alora el castaldo 1' h restk confuso, c gh' e toci darghe ra- 
son, parch^, cispitn, no besogna forse pagar anca el devertimenco ? 

VIII. — Parch6 'I laoraa a giomada. 

En polinarol * el gh' *ea tuto V orto pien de tupinare '. En 
giorno passa par de li uno de quei che V j e ciapa. Sto polinarol, 
el ghe dimanda: 

— Quanto 'olio par ogni tupinara che ciaph ? 

— Vinti^inque schei a V una: V e la solita paga. 

— E qiiante ghe ne ciapar^ii en de 'na giornada ? 

— Quindese, vinti, conformc. 

— Ben, gh^ disc sto polinarol, so vu voli vegnar da mi, mi 
ve togo 5 a giornada, c ve d;igo en franco e cinquanta al giorno. 

Li i se couibina, e questo ch' el ciapaa le tupinare , la ma- 
tina dopo, el va en le 1' orto. Li el ghe sta tuta la giornada. El 
polinarol, verso sera, el va en te Torto, e el ghe dimanda : 

— Quante ghe n* *io ciapa ? 

— Zito, zito, ghe disc quel altro, no *I staga miga a parlar ! 
E r era la col bail -♦ vi«;in a 'n huso de tupinara. El patron 

el ghe va vi^in, e el ghe dise: 

— Donca, quante ghe n' i-tu ciapa ? 

— Quan* 6 ciapi questa e po' 'n' altra, j ^ do. 

No '1 ghe n' \'a ciapi gnanca una ! Alora, el polinarol, el tin 
fora da scars^la en franco c ginquania, e el ghe dise : 

— Toll ^ toll, e ne ^ con Dio , che mi con vu no 'oi pi* 
'erghe " afari ^. 



« PoJinaroly poUivendolo.— * Tupinare, talpe. — ^ Ve togo, vi prendo.— < Bail, 
badile. — 5 To/i, prendcte.— ^ .V^, andate. — 7 Wo 'oi pC 'ergbe, non voglio piii 
avere. — ^ Qufesta novella viene citata per dimostrare la diflferenxa di operositi 
che haimo i braccianti secondo lavorano a giornata od a contratto. 



NOVELLINE DEL CONTADO VERONESE 377 

IX. — Prenqipio de paese. 

Gh' era 'n prete chc V era avaro ass6. El gW 'ea da copar * 
du por?ei , ma no ^1 so dcijidca mai a coparli , parcht '1 spetaa 
setnpre de catar ^ 'n omo ch* cl gh' 'esse pressia ', cussi, «1 se 
pcnsaa lu , el me fa el mister ♦ presto , e mi lo paga nwnco K 
En giorno 1*6 a la finestra, e el vedi passar 'n omo. El ghe di- 
manda : 

— Gil* *io ^ pressia vu ? 

— Mi no, che no gli' 6 pressia, disc qucsto, e el tira drito. 
Dopo, fra de lu, cl pensaa parclit el prete el gh* 'esse di- 

mandi s' el gh* *ea pressin, e, curioso, cl sc pensa de tor la 'olta 
del paese , c de passar da noo ' denanzi a la casa del prete. El 
fa cussi, e qucsto V h ancora a la finestra, e el ghe dimanda : 

— Gh' 'io pressia vu ? 

— Mi si che gh' 6 pressia, ghe respondi sto omo. 
Alora el prete el ghe disc : 

— Voressi 'egnar ^ a coparme i porijei, e po' farli su ? 9. 

— Mi si, ghe dise sto omo. 

Alora el va en casa, e li cl copa sti porgei. Dopo el li broa *^ 
el li taja, e cl li mcci su la corda *'. Vien ora de colazion, ma 
li no se parla de magnar ; Alora el scomenzia a ensacar ", e a 
far su sti saladi ^\ Vien ora de disnar, e el prete no '1 parla de 
darghe da magnar, dal tanto che T era avaro. Sto omo, en mo- 
mento che V e resta solo co la serva, el ghe dimanda a ela quar- 
cossa da magnar, se no no '1 podea piii nar *-♦ enanzi. Alora sta 
dona la va en cusina, e la ghe porta quel poco che la gh' 'ea, e 



* El gh^ Vfl da copar, aveva da amtnazzare. - ' Catar ^ trovare.— ^ Cli el 
gh" ^esse pressia, che avesse fretta. — 4 Mister, raestiere. — s Manco, meno. — 
^ G// */o, avcte. — 7 Da noo, di nuovo. - ^ *Egnar, venire. — 9 Farli su, ciot 
fare i salami. - >" El li broa, li scolta.— »' El li meli su la corda, i majali dopo 
esser stati scuofati e sventrati vengono appcsi per alcun tempo alia travatura 
mediante una corda.— " Ensacar, insaccare.- n Saladi, salami. - »* Nar, andare. 

Archivio per le tradixioni popolari. — Vol. XXII. 48 



378 ARCHIVIO PER LE TRADUlONl POPOLARI 

sto omo el se meti a magnar. Apena fini, el torna a ensacar, e a 
far su sti saladi. A la sera V era straco copi *, e el ghe disc a! 
prete ch' el ghe daga da dormar, parchi la Jornada ghe parea d* 
*ersela ' guadagni. El prete, parchi no *1 *olea ^ sporcar d' i nin- 
zoi *, el ghe dise che lii no *1 gh* k leti, ma ch' cl pol portarsc 
en poca de paja en t' el logo 5 'ndoe ^ V k fato su i saladi, c dor- 
mar li. 

Alora sto omo el va a torse en poca de paja , e el s: la 
porta en de sto logo. Dopo 'n poco el se buta zo ' par d6rmar, 
ma 'pena die no V i scntii pi* el prete e la so serva a mo- 
arse *, el s* i lei ^ su, e V k scomenzii^ a tajar 'ia *° col cortel 
'na mezina *' de lardo da uno de. sti por«;ei. Entanto el prete, die 
r era na en do la so camara, el ghe dise a la serva: 

— \^a zo da quel omo , dimandeghe come '1 se ciania, 
parchi besogna che marca el so lome '* sul libro de le giornade. 

Sta serva la va, e sto omo, apena ch'el le semi, el se buta 
su la paja, e el fa fenta '^ de d6rmar. Ela la ghe dise: 

— Sense , ma '1 prete el m' a mandi a *edar '^ che lome 

— Gh* 6 lome, cl ghe dise lu, Trenfipio de paese. 
Ela la va dal prete, e la ghe dise: 

— El m' k dito ch' el gh' k lome Pren^ipio de paese. 

— Pren(ipio de paese^ el gh' k lome ? Che lome curioso ch' 
el gh'i: no ghe n'6 mai sentu de compagni. 

El va a 'edar sul libro 'ndoc gh' k tuti i lomi, ma za no 'I 
lo cata. Alora el ghe dise a la so serva : 

— No 'oria *^ che te t' 'esse '? sbaglii. Va zo, e torna a di- 
mandarghelo. 



> Slraco copu, stance mprto. — 2 £)' 'ersela, d'aversela — J No 7 *oUa, noo 
volcva. — 4 Ninioi^ leozuola.— 5 Logo, qui vale stanza.- * *Ndoe, dove.— 7 El 
se buta xp . si corica. — * Mdarse , muoversi. -- 9 El s' d M, si lev6. - «'» Vtf, 
via. — " Mgi/fta, un intero lardo. — »* Lome, nome. — H El fa fenia, finge. — 
»4 'Edar, vedere. - »> Gh" 'l, avete.— *^ .Vo *oria, non vorrei.— «7 Che le t* *€sse^ 
che ti fossi. 



KOVELLINE DEL CONTADO VERONESE 379 

Sta dona la va zo, e alora sio omo el ghc disc : 

— E! mc lome V i Meiit del paese. 

Alor.i ela la va de sora * dal prete, e la ghe disc : 

— El m' a dito ch' el so lome Y k !\Cela del paese. 

Lu el va a 'edar sul libro, ma za * no V e bon da caiar 
gnanca * sto lome. Alora el ghe dise a la so serva che la torna 
par la terza 'olta a dimandarghelo da noo. Ela la va , e la ghe 
dise : 

— El prete no V a miga enteso ben el vostro lome ; coss' 
c-lo ? 

— U ^ Fin de paese. 

Alora la va dal prete c la ghe dise che sto omo el gh^ a 
Jito ch' el sc ciama Fin de paese. Lu el ^erca, ma za no '1 cata 
gnanca quel lome 1^. Essendo egnii tardi , alora en va en leto. 
Quel altro, apena el senti quieto da noo, el se lea su, e el con* 
tinuaa a tajar 'ia sta mezina de lardo. Verso matina el se le 
carga ^ su le spale, el verzi ^ la porta, e el scapa ^ia senza che lo 
'eda gnissuna. A la matina el prete el va zo en t' el logo d' i 
salad], e el vedi che V omo V ^ scapii 'ia co la mez^na de lardo. 
Alora el ghe lo dise a la so serva, e po' en pressia el scapa fora 
de la porta par 'edar de riar ^ el ladro. El se scontra co 'n omo, 
e el ghe dise : 

— 'Ndoe e-lo el Prepifipio de paese ? 

— Ecolo li, che Vh poco distante. 

Sto prete el va enanzi de corsa , el cata ' n altro , e el ghe 
dimanda: 

— 'Ndoe i-lo i\Ceta del paese ? 

— EI fazza pochi passi, e el la cata. 

El va enanzi sempre de corsa, e el cau 'n altro, e el ghe dise: 

— 'Ndoe i*lo Fine del paese ? 

— El vada enanzi ch' el gh' i subito. 

cintanto el ladro, apena che V 'ea 'isto el prete a 'egnar fora 

» De sora, di sopra.— » Za, gii.— 5 Gnanca, neanche*.— 4 Bl s$ le cqrga^ se 
la caricu. — 5 El ver^j^ aprc. — ^De riar, d'arrivarc. 



jSo ARCHIVIO PER LE TKADIZIONI J-OPOLARl 

de casa, T 'ea sconto ' la raez^tia de lardo drio 'na seza * , po' 
el s' i scambii de fisonomia , e T i ui a sonar a l.i porta del 
prete, Vien la 5erva a 'erzarghe ^ Alora lu el ghc dise: 

— El prete V 4 ciipi ^ el ladro , e el ni' i manda mi a lor 
r alira mezena de lardo , parche la ghe 'ol ^ en pretura , par 
proar ^ che quela che gh' a porti 'ia el ladro V e proprio la sua. 

Alora, ela, la ghe verzi la porta , c lu en prcssia el taja 'ia 
sta mez^na de lardo, e po' el porta 'ia anca quela. Dopo 'n poco 
el prete el va a casa, e la so serva la ghe dise: 

— Donca V ki "' messo en preson ? 

— Ah si ! el ghe dise lu, no son sta' pi* bon da 'edarlo. 

— Ma se gh' i sta' uno chi ^ a tor T altra mezena de iarJo 
par far edar en pretura che quela ch' 'ea porta *ia el ladro T era 
la sua ! 

Alora el prete el s' i 'corto che par nar en ^erca de *na lue- 
z^na de lardo, el ghe n' 'ea rimessa 'n' altra ! 

X. — Gen ^ 

Gh' era 'na 'edoa '° che la gh' 'ea n fiol. Sto fiol el ghe disc 
ch' el vol nar par el mondo. Donca el va , el gira lanto fin ch' 
el se reduse en d' una ^ita. Quan' 1' e qua. el va dal re par 'edar 
s' el vol torlo par servitor. Su la porta del palazzo gh' k la san- 
tin^la che la ghe dise: 

— Fermo Ml ! Qua no passa gnissun se no se sa el lo-ne. 

— Son de lome Geriy cl dise lu , e alora la santincla la lo 
lassa nar enanzi. 

L' entra en d* el palazzo , c el s' encontra con la serva del 
re. Ela la ghe dise : 

- Che lome gh' 'io ? 

— Son de lome Bmo^ el dise. 



» U 'ea sconto, aveva nascosto. — ^ Se:^ay siepe.— J ^4 'ir^argbe, ad aprirgli. 
— 4 L' a ciapi , ha preso. -^ S La ghe *ol , gli occorrc. — ^ Proar , provare — 
7 C aiy V hanno. — ' Chiy qui. — 9 Geri^ ieri. — »«> '£Jofl, vedova. 



NOVtLLlXE DHL COSTAD'J VHRONESt 38 1 

El va enanzi , e el cata en torcoloto * ch' el portaa del vin. 
Qaesto el ghe disc : 

— Cossa sio de lome ? 

— Son de lome Fin bon. 

V ariva a la caniara de la regina. La Retina la ghe dimanda: 

— Cossa volio, bon omo ? 

— Son 'egnii, el dite lu, a 'edar s' el re el me vol tor al so 
servizio. 

— Ben, spete, la glie disc la regina , chc presto el vegnara. 
Entanto che nome gh' 'lo ? 

— Son de lome GnenU, 

Da li a 'n quarto d' ora, capita la hola de la regina. La vedi 
sto omo, e la ghe dimanda: 

— Cosa sio de lome ? 

— Son de lome Salado. 

— Ben senttve ', la dise, ciie presto capitara me papa. 
Capita cl re, e el vedi sto putel senti. 

— Cossa 'uto ti ? 5 el ghe dimanda. 

— Mi 'oria 'egnar al so servizio. Ghe n* alo de bisogno ? 

— Si che ghe n' 6 de bisogno ; mi te togo. Coss' e-lo el 
to lome ? 

— Ah maesti ! Mi gh' 6 la sfortuna d' 'erghe en bruto lome. 
I me ciama Pisso e merda, 

— Par el lome no fa gnente , el ghe dise lu , mi te togo 
istesso , basta che te fasse pulito ^. Adesso va en de quel logo; 
la gh' e 'n fornimcnto da netar, e netelo. 

Fin che V e drio a netar sto fornimcnto , la serva la va al 
seciar ^ e la vedi che no gh' e miga acqua. Alora la ciapa i cal- 
cirei ^, e la var par acqua. La passa enanzi al servitor, e el re el 
gh'i li de drio ch' el ven zo da le scale. A la serva ghe scapa 
'na sc.... El re, inrabii, el dise: 



* TorcolotOy uotno che, per mestierc, fabbrica il vino e lo trasporta a spalle 
in brente.— ^ SenUve, sedetevi.— J Cossa ^uto ti? cosa vuoi tu?— -♦ Cbe te fasse 
pidito, che tu faccia bene. — > Seciar, acqunjo. — ^ Calprei, secohie. 



\ 



382 ARCHIVIO PER Lb TRADIZIONl POPOLARl 

— Come, vilana , enanzi a la me parsona te to permcte Jc 
far de quei mestieri ? 

— Ah Maesti , la ghe dise ela par scusarsc , no son miga 
sta' mi, I'i sta' el Buso. 

— E con cossa vu-to 'verb fata, bruta porcaciona ? 

— Ghe digo che no fon sta' mi, V i sta* el Buso , la torna 
a dir ela. 

— Ma vu-to anca torme en giro ? dise el re. Va 'ia subito: 
no te 'oi pi6 al me servizio ! 

Vien la sera, e la fameja del re T ^ a pranzo. I magna quaO'O 
pietanze. La quinta Vi en salado. La fiola del re la dise: 

— Mama, se me piase sto salado ! 

Sto servitor el ghe di 'n' ociada, e el disc fra de lu : 

— Ghe piaso mi. 

La fiola de la regina la dise : 

— Me diu ' de 1' altro salado ? 

— Solo 'n pochetin, parch^ V t greo S ghe dise la regina. 
Dopo magni i va en leto. Sto servitor el pensaa : 

— L' i dito par tre quatro 'olte che ghe piase el salado. Che 
sia mi o el salado che 1* i magni ? Com' onti ' da far par sa- 
Mo} *, Eco: mi 'ago ^ en de la so camara quan' i'i en leto, c 
ghe dago 'n pissegon ^. Se ela la se taca a os4r ' 1' h segno die 
r era la pietanza che ghe piasea; se enve^e la tasi, V i segno che 
ghe piaso mi, c alora ci sa che no podemo combinarne. 

Quan' el senti che tuti j h en leto, el va en de la camara de 
sta putela *, el se vi^ina al leto, e el ghe dJ 'n pissegon. Ela la 
se taca a os^r : 

— Mama el Salado me pissega ! HI Salado me pissega ! 

— No te L' onti dito che 1' era greo ? dise la regina. Speta 
che 'egno subito. 

Nel vegnar en zo, la s' encontra en de Gnente, Alora la ca- 
pisse tuto, e la «;iga ^ a so niari : 

> Mc dhiy mi date. — * Greo^ greve. — 5 Com' onti^ come ho, — 4 Sairlo, 
saperlo. — S \:/^o, vado. — ^ Pissegon, pizr.icotto. - ^ Osir, gridare. —. * PutM^, 
ragazxa. — 9 i^ga, grid a. 



iioVELLiNE DEL CONfADO VERONESE 38^ 

— Vegni zo che Ti Gnente ! 

— Par cossa vu-to che vegna zo se no gh' 6 gnente? dise '1 re. 

— Vegni zo, vegni zo, che Vh GnentCy la gigaa ela. 

Sto re el vien zo. Entanto, parlando con licenza , a la fiola 
del re, par la paura, che vien el c... e V einpienisse el bocal. El 
re el ciama el servitor, e questo el ghe va. Quan' el vedi el bocal, 
el lo brinca ', e el ghe lo buta en facia al re, e po' el scapa zo 
par le scale. El cata el torcoloto, c li daghe ''n pugno , e butelo 
par tera; passa la santinila, daghe 'n pugno e biJtela en tera anca 
ela, che V c ni a batar el barbusso * sui scnlini. Vien el re, tuto 
smerdi e spissaji ', e el cata el torcoloto en tera. 

— Cossa ft-tu li ? el ghe dimanda, 

— Vh sta' el Fm hon. 

— Ah porco ! Co '1 vin bon te t' embrii\ghe ? *. 
E dopo el ghe dimanda : 

— £-tu visto Pisso e merda ? 

— El vedo si che Ti tuto smerdi e spissaji! 

— Ah ! fiol d' un can ! faremo i conti dopo con ti ! 

El va enanzi, e el vedi la santin^la en tera che la pianzi K 

— Par cossa pianzitu li en tera ? el ghe dimanda : 

— U h sta* Geri cW el ni' i buti en tera. 

— E te pianze anc6 ^ se i t' i buti en tera geri ? £-tu visto 
Pisso e merda ? 

— Lo vedo si che 1' k tuto smerdi e spissaji,... E entanto 
el seguitaa a pianzotar ?. 

— Ma par cossa seguito a pianzar ? ghe dise el re. 

— L' t su' Geri. 

— E te pianze anc6 ? 

— L' i sti', a butarme en tera, el so servitor ch' el m' i 
dito ch' el gh* i lome Geri. 

Alora cl re V i capido come staa la cosa ; quel birbante de 



> B lo brinca, lo afferra.— ^ Barbusso, voce burlesca per barbissoJy mento. 

— J ipissaj&y imbrattato di piscia. — 4 Embriaghe, ubbriachi. — 5 Pianiiy piange. 

— * Ancbf oggi. — 7 Pianxptat, piagDucolare. 



/ 



r 

/ 

^ ^S] ARCmvio PKR LF. TKAlMZloVJI roi'uLARl 

servitor el gh* 'ea dito a tute le parsone en lome difarente, e 
cussi era siicesso che no i se capia piu, Alora el re el gh' i par- 
doni a la serva, al torcoloto, ensoma a tuti quanti '. 

Arrigo Balladoro. 



« Va ricordata ravvcntura di Uliss-j c di Polifcino nel lib. IX dcH'Oi/ww. 

Riscontri popolari italiani si possono trovarc in G. Pitre, Fiaht e Leggtndi, 
Palermo, Pedone Lauriel 1888, pag. 527, num. LXXXVI : Lu cavaleri e H tn 
soru , ed in V. iMBRfAxr , l,n Kovellaja tnilanese , pag. 46: Vovlio-fS^ •Icf"'- 
ffatto e Vincmni' anttdla. 

Per la Francia vedasi F. M. Llzel, Contes populaires de Basse-Breiagni, 
Paris, Maisonneuve, 1887, t. IH, p. ^49, n. VI: Gityon Vavise. 1 varii nomi che 
Guyon prendc , sono : Ma Rear (Man cnJ) y le Chat, le Tapis y Rfluillon-Gras, 
Moi-mCme. 



— *-^.i||Er»-'" 



CANTI rOPOLARl 
RACCOLTI A FRASSO TELESINO ♦ (Prov. di "Benevento). 



r. (cCanta, briinett:!, e dimmc 'nn canzone, 
Si nime la canti, te voglio pavane; 
Ogni canzone te do 'no carrino, 
Ciento canzuni so' dieci ducati. » 
« Si te la canto p' amore, 
N' aggio abbisogno de li tuoi denari. » 

2. « Attuorno attuorno chl te ce fa ghine ? ' 
'Ssa via longa clii te la fa fane ? » 
« Me la fa fa' la peccerella mia, 
Che no' me vo' 'sto core contentane. » 
« Pe contentarte i' te contentarria : 
Ninnillo, addo' ce iamo a confessane ? » 
« Nui' ce ne jamo a Roma a confessane, 
'Nnante a lo Papa santo addenocchiati. » 



* Comune posto alle falde del Monte S. Angelo (coniinuazione del Ta- 
burno), non molto lungi dal confluente del Galore col Volturno. 

* Gbine, andare. — Si noti che , nel veraacolo del luogo, V infinito ha la 
forma in -^rte, sillaba paragogica unita alia vocale tronca di coniugazione --i, 
—4, — ^. Cfr. piCi sii pavane.. 

Arcbivio t>er Je iradixioni popolari. — Vol. XXll. 49 



^^r> ARCHIVIO PER IS. TRADI^frtMl POPOf.ARI 

lo ne tlico: Oi papa saiKw mio, 
Pcrdoname, ca songo 'iiDaiiJorato ! 
Chillo me dice: Te perdoni Dio, 
Che' pe' la parte mia si pcrdooaco; 
Ca si non fosse papa santo io, 
Sarria pe' lo priino 'nnammorato. 
3, Povero giovinetio affatturato, 
Che pe' 'na donna t* ai miso a morine! 
Era la state e cc cascio malato, 
L*inverno steva 'nfine de morine. 
La 'nnamorata lo vvenio sapenno, 
Fece la sposa pe lo i' a trovanc. 
Sieuti che bello frutto ne portavo : 
TMo 'ranatieliO e 'no milo gentile. 
Lo figlio se votavo a la soa mamma: 
« Chi i 'ssa donna che a trovi me vcnc ? » 
« Figlio, chcssa c la toa 'nnammorata, 
Chclla che to volcva lanto bene. » 
« Oi mamma, pavaccelle le ghiornate: 
Faccela stane dui giorni co* mene. » 
«Non vide che lo puzo ' t' i raancato, 
Lo conlessore a fianco lo tcnite ? ! » 
Le sue sorelle tutte scapillate, 
Pe 'ssc cappellc fore facenno vuti; 
La mamma tutta atfritta e sconsolata, 
Dicenno: Figlio mio, t' aggio pcrduto! 
Li chiuovi e lo martiello h apparecchiato, 
Figlio, pe te 'nchiovare lo tavuto ! *. 

4. Aggio fatto tanto tiempo 'o guardian© 
Pc mc la i' guardcnno sta figliola; 
Mo' c' t vcnuto uno tanto lontano, 
Mo' mc la vo' Icvane: uh -che dolore ! 



» Ptf^o, polso. 

»* Tavuto. cassa mortuaria. 



CANTi FOPCIARI RACCOLTl A FRASSO TELESINO 3S7 

Uh chc dolore ch' avictti a lo core 
Quanno ce la sentictti pubblicane ! 
No* me potietii manco addenoccbiane, 
Pigliai lo cappiello c ascietti fore. 
« Quanno iate a la cchiesia a spusane, 
'Ncoppa 1' altarc puozzi addeboline; 
Quanno iate a la tavola a mangianc, 
Puozzi mangiare tuosseco e vclini; 
Quanno iate a lo lietto a riposane, 
Puozzi piglii 'na longa nialatia : 
'Ssi quatto calli che puorti pe' dote 
Te pozzano servir' pe' niedecine ! » 

5. Amore mio, quanto stai lontano ! 
Lontano stai e no' me manni novel 
Non t* aggio pAto 'na -vota vedene, 
Non t' aggio p{ito 'na letcra mannane! 
Ci anno muorti li giudici e i notari, 
Li fonacbieri manco carta tieno ! 

Si sapissino scrive 'ste mie mani, 
Na Icttra facerria: che te ne vieni. 

6. Sera passai, e mammeta te vatteva, 
Non te potietti 'no poco aiutane; 

Si t' aiutava, mammeta che diceva ? 

« Cbesta ra' h figlia, e i' V aggio a 'niparane. » 

7. Oh Dio, oh Dio, lo munno e finito ! 
Le mmonache se vuonno maritane ! 

Ce se vuonno piglii 'no fra[v]ecatore, 
Se vuonno fa' 'na cclla a gusto loro; 
Se vuonno fi 'na cammera e 'na cucina, 
'Na finistrella pe ce fi T amore. 
^ 8. 'No giorno me partietti da la casa, 
letti venncnno spingole francese; 
Me dicette 'na donna: Trasi, trasi ! 
Quante spingole dai pe 'no tornese ? » 
« Donna, si tc fai dare quatto vasi, 



3^8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Te dono la sportella c li turnisi. » 
« Bello figliulo, non parii de vasi; 
d a *sto- paese tu ce muori acciso ! » 
« Zitto, nei>nella mia, aggio pazziato: 
La 'nnammorata mia sta a lo paese n \ 
9. Te manno 'no carofano a cercane: 
Chisso i lo segno si vuo* fa V amorc. 
Me !i)anni a dice ch' erano seccati : 
Signo chc I* a' Macquati co' lo sole! 
A niezanolte cc fuoro scavati, 
Non saccio si a le quatto o a le cine' ore; 
Abbocca a porta ce fuoro menati 
Pc te ce fi mori de passione. 

10. £ (atto notie c luceno le stelle: 
'Ngiolella, add6 me manni 'nciainpecanno ? 
Fammece stare stanotte co' tene, 
Dtmani schiara iuorno e me ne manni. 

11. Non se ce p6 passi tanto ch' addora : 
Chi ce r a posta tanta maiorana ? 

Vorria che s' affacciasse la patrona, 
*Na scandolella * me n' 'orria fa dine; 
Me la mettesse a lo pietto p' addore, 
Pe' gentilezza non seccasse mai. 

12. Fiqre de miglio: 

Tu ce fai Tamore, i' me la piglio. 

13. Vorria addiventi 'ua verde spiaa^ 
'Nmiezo a 'na via me vorria piancane; 
Vorria che passassc nenna mia, 

Pe U capilli la vorria afferranc; 

Chella se vota e dice: Dio mio ! 

Che spina i chesta ? ! e no' me vo lassancj 



« Si confronti con la ca:ii:oac napolctana ben nola , che scmbra duaque 
aver accolto qaesto motivo popolarc; ma non ^ cscluso il c=*so inverse. 

> SrnnrfflJi'Ua, ciocchotti. 



CA>iTl rOPOLAtl lACCOLTl A FftASSO TELESINO 589 

14. Fior <k cerasa: 

E chi t' a cchino 'sso pieno de rose ? 

15. Faccta de la buscia, neca-parola, 
La £acci^ rossa fai quanno roe viri: 
Nod te rkuordi quanno demmo parola, 
Tu a Li finesta e i' 'mmiez' a la via ? 
'No iuorao me ce mtsi a U la spia, 
Me n'addonai de ie malizie toie; 

Ma i* te dico dc cosctenzia mia: 

*No iuorno ro' ai a cbiagnere co' core! 

16. Te creJivi che t'era abbandooato. 
Voglio cchiu bene a vut ch' a Tamma luia! 

17. Bruneoay che te fecero U santi, 
Brunetta, che te lece sulo Dio, 

De cbesso bruno oe voglio 'na statnp» 
Pe' me la mette a la cammera mia. 
Si pe' 'no caso vui Cjignate amante, 
Resu la sumpa toa» brunetu mia. 

i^. Fior de cannella : 
'Sto core m' a' 'nchiovato tu peccerella! 

19. So' stata malatelb pe' moh : 
No* m' a' venuto 'na vota a trovaoe! 
r non voleva ntenti de lo tuoi, 
Dicivi : « Malatella, come sui ? » 

«F mo ce stongo che ne 'ngrazio Dio: 
So' le preghiere toe cb' haono giovato. » 

20. Fiore d' auliva : 

Sto cci, sto lloco, c Taria me ritira. 

21. Quanno ce va a la chiesia ce va pronu, 
Co dot' detelle piglia V acqua santa; 

Po' ce se va a mette -'mponte 'mponte \ 

'N' uocchi' treraende * a Dio, n' ato a 1' amante. 

I 'MpQHU^ m puau, cio^ airestremiU deila folia femmiiule, piii vidno alia 
porta a una delle navate laterali, ove di solito si pongono gli uofnioi. 
* Trcmcttde, guarda: ciue «c tietit iiKOtc^, 



1 



590 A&CHtVIO PBR LE TlUtMZlOMt FCNPOtAtl 

La chiesia non po* sta' senza la foote. 
La donna non po' sta' senza Tatnante. 

22. Fior de papagno : 

La morte po' beni ca non te cagoo. 

23. P' 'a donna non i vizio lo pparlaoe: 
La prima voca dice sempe none; 

Po' se ce mette a k) pizzo a penzaoe : 
« Piango, misera me, aggio fatto errore ! » 
Si pe 'no caso ce torno a mannane, 
Pozza mori' si dice ccbiu ca none! 

24. La prima vota che me coofessai, 
Me confessai a lo predecatore; 

La prima cosa che m' addimannaie, 
M' addimannavo si facea 1' amore. 
tt Padre, si vuo' sap^ la verita. 
No' r aggio vista so' tre quarti d' ora. » 
« Sienti che penitenzia te' [vjoglio dk : 
Che la puozzi vedi tre vote V ova. » 

25. Tu sempre che me duoni, che me duoni : 
Voglio sapere: che donato m' hai ? 

'No moccaturo ' tengo de lo tuoi', 
E ciento v6te notato me 1' hai ! 
lo te lo voglio dare, si lo vuoi, 
Si hai coscienza de te lo pigliare. 

26. Come te voglio amji? non saccio amane; 
Come te ci aggio 'amii 'mparame tune ! 

27. Mo' se parte lo bello fiorentino, 
Co' 'ntenzione de no' cchiu tornare; 
[Arjrivavo 'mmiez' 'o mare e se pentivo : 
« Torna la varca arreto, marinaro. » 

Lo marinaro lo vvenne sapenno: 



> Moccaturo, fazzoletto. — Ne danno di solito le fanciuUe ai loro fidioxati 
in cambio dci doni che ne riccvono, e piglian poi <^ur^ <li hrtrli e 4i ^^"^ 
aiundo sono sudici. 



CANitl POPOLARf RACrX^LTI A FR^RSO TEIJ^^NC^ 39I 

ffQual'^ la causa cbc m* aggi' a tornane ? » 
« Ci a«;gio lasciata nenna mia 'mpotere, 
'Mpunto sc steva dc se mariunc. 
Che pressa ha' 'vuto <le te mariune ? 
Ancora ce steva pe* ce mannii io! 
Non icri grano che te scapizzavi, 
'Nterra cadivi e tutto te perdivi! 
Non icri pigna d' uva ch' aroinollavi, 
Manco musto de vino che sbullivi! 

28. Aimo arrivati. Dio ve dia buon giorno, 
Stella de 1* oriente de sta terra ! 

Dove ce state vui' c' 6 sempe giorno, 
Fiorisce primavera dinto 'nverno. 
Pe' vui' ce fiorisce primavera, 
Pe* me ce secca I'erba de Genoaro; 
Pe' vui' se trova paraviso c cielo, 
Pe* me se fro[v]a 1' inferno naturale! 

29. A h matina lo bejlo cantarc, 
'Nnnante ch' a ghiuorno ce sponta lo sole; 
E ce sponta lo tole, ce sponta vascio \ 
Quanto cchiji aiza cchiili ghietta sbrendore ; 
'Cossi b la figliolella quanno nasce: 
Quanto cchii cresce cchiu pensa a I'amore. 

50. Vacce, sospiro raio, add6 te manno, 
Non te ce arreposare pe' la via; 
Vatte reposa 'ncoppa a chilli panni^ 
Add6 se spoglia e beste nenna mia. 
Ca si la truovi a tavola che magna^ 
Piglia 'no niuorzo pe' V amore mio; 
Ca si la truovi a lo lietto che dorme, 
Danne 'no vaso e lassela dormi. 

314 Quann^ amore co' vui' principiao, 
Lo core cchi£i co' me non pot^ stk; 



Variante: Quanno sponta lo sole sponta vascio. 



)92 ARCHIVIO PfiR LB TRADIZIOnI POPoLaRI 

*0 vuosto da lo petto sc n* ascio^ 
Dint' a lo mio vennc a riposA. 
Tu mo' ce stai co' dui* core 'mpictio, 
E io senza core come aggi' aft? 
r t' aggio ditto: Toriiame lo mio, 
Si no, tornam' ami come m' amavi, 

32. Fiore d' amenta: 

Mi si scaduto d* 'o core e d* *a mentc! 
Mi si scaduto da sto core tanto... 
CheH'ora che t'amai rao me ne pento. 

33. Chiss' uocchi chi ne fai quanno miiori? 
Ca 'mparaviso no' le pu6 portane; 

Ca 'mparaviso non se fa Tamore, 
Te mitti a uno pizzo e te ci ha' stane: 
Te mitti a uno pizzo e non te vedo, 
Ca si te vedo cchiii peria me dai. 

Carmine Calandra. 



-l^l^M- 



USI DI CHIRURGIA NERVOSA 
FRA POPOLI SELVAGGI DELL' ALGERIA. 




r><'>i./Ov 



LLE portc dcir Europn, in plena Algeria francese, ncl- 
I'Aur^s, troviamo un focolaio di costumi afFatto ana- 
loghi a qiielli del Montenegro: si tratta senza dubbio, 
anche qui , di un reliquato di abitudini scientifiche. Ma come ri- 
velano le tradizioni ed il materiale operatorio , la sua origine i 
molto remota, araba o romana. Inoltre, mentre i trapanatori mon- 
lenegrini sono piu clie probabilniente in via di scoinparsj, la tra- 
panazione nell'Aures 6 in pieno vigore, e la fedelca ben nota delle 
popolazioni Kabile ai suoi usi nazionali permette di supporre che 
persisteri ancora a kuigo. 

Non ostante le recenti e numerose pubblicazioni suU' argo- 
mento, noi abbiarao preferito , per motivo del suo interesse , di 
doraandarne un breve studio al D.r Vincent, professore nella Fa- 
colti di Medicina di Algeri, al quale dobbiamo fotografie di thihibs 
trapanatori. Ecco la nota del professore Vincent : 

« Non e possibile scrivere la storia della cliirurgia nervosa 

in Algeria, senza dedicare qualche parola ad un centro di pratica 

e d'insegnamento assai curioso, che persiste da tempo imraemo- 

rabile nelle montagne dell' Aur^s (Costantina). Amedeo Paris, 

Archivio per k tradizioni popolari. — Vol. XXII. 50 



394 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Martin c Vedrtnes se ne sono fatti gli storiografi : secondo il 
primo di questi autori, la storia del paese dice die Rhazis, Avi- 
cenna, Albucasis, arabi di nascita e che restarono in Algeria, tra- 
dussero e commentarono le opere di Ippocrace: essa dice anche, 
ed il monumento stesso ne fa fede , che i Romani elevarono a 
Lambessa, presso Batna, nei pressi deU'Aur&Sy un tempio dedicate 
ad Esculapio. I Romani seguivano la pratica medica del Greci: 
come essi, conoscevano la trapanazione, e deve appunto essere ix 
questa duplice fonte che emanano le nozioni di trapanazione che 
le tribi^ precitate si sono trasaiesse : senza contare che esse si 
sono indubbiamente sovrapposte ad una pratica chiriirgtca piii 
antica ed analoga che i Romani hanno trovata gi4 vigente nel 
paese. 

(c Vedrenes crede che questa operazione abbia il suo centro 
principale nel Djebel-Cherchar, i cui medici , i thihibs hanno acqui- 
stata una vera celebriti : a Tebcrdeja ed a Chebla esistono due 
centri d'istruzione , specie di cliniche chirurgiche , ovc- si recano 
dalle altre regioni i thebibs che desiderano istruirsi nell* arte di 
curare le ferite della testa, e che vogliono il grado che riconosca 
loro Tattitudine ^d esercitare questa specialiti^. Fra i trapaoatori 
di questa regione si distingue la famiglia del tbibibs degli Ouled- 
Milah. 

« II sistema d'insegnamento in quelle scuole b essenzialmente 
pratico: vi si aggiungono sotto forma di aforismi, delle istruzioni 
manoscritte, propriety degli Ouled-Milad., di cui ciascun trapana- 
tore dell'AurCs possiede una copia. 

<c Le indicazioni della trapanazione sono, secondo queste istru- 
zioni, le Iratture semplici del cranio , le fratture con sch^ge od 
avvallamentb, le fratture del tuvolato interno, i casi in cui Vosso 
i cariato o necrosato, i corpi estranei incuneati nclPosso, i grandi 
dolori di testa, come i dolori osteocopi, ecc. 

<( La forma della trapanazione 6 quadrata. 

« Si opera con una serie di strumenti , di cui Vedrines ha 
data la nomenclatura ed i disegni, e che sono 21 : i colcello a 
lama convcssa (Krodmi^ o Boussadi); i spatola ad uncino, fiitta 



USI DI CHIRURGIA NERVOSA 395 

con uu tnanico di cucchiaio ; i pinza ad 8 in cifra , a leve non 
incrociate, per Testrazione dei sequestri; i stiletto ad uncino^ da 
servire anchc come cauterio attuale (Debil) ; i rasoio (Moussa) ; 
I raschietto a gancio (Kretaf); i stiletto a gancio smusso, por- 
tante un batiifFolo di lana per stagnate il sangue o gli umori du- 
rante Toperazionc; i uncino doppio; 3 piccole seghe dritte, a denti 
larghi e spaziati (Meuchar); i seghetta dritta a denti semi fini; 2 
seghette diritte a denti fini : i trivella a due denti laterali e la 
parte ccntrale a rotella; i trivella a forma di tridente (Brima); i 
trivella a rotella; i trivella piu lurga, con due denti laterali e con^ 
la parte centrale pii sporgente e diritta; i raschietto stretto o ele- 
vatore; i raschietto largo. 

<cLa medicatura della ferita cefalica che risulta dalla sezione 
ossea, si fa con una compressa di cotone imbevuta in uno spesso 
strato di catrame » al disopra della quale si mette un pezzo di 
tessuto di lana; il tutto i tenuto in sito da una placca di rame o 
di piombo perforata, fissata da piii cordoni. 

« I fhibibs deH'Auris, che non si dedicano tutti alia trapana- 
ztone, sono per lo pi6, intelligenti , istruiti, suscettibili di perfe- 
ziouamento nella pratica medica; sono medici per tradizione e per 
teniperamento , hanno autoriti sui loro correligionarii , e baste- 
rebbe loro di regolizzare le loro conoscenze con qualche mese di 
insegnamentOy per appropriarii ad una missione piii utile in quella 
regiooe in cui abbondano gli infermi di sifilide, di a6fezioni ocu- 
laris di malaria, di dermatosis di traumatismi, ecc. 

a Durante un viaggio fatto ncl 1893 QcirAur^s, sono stato 
colpito da alcuni particolari che dimostrano la loro attitudine chi- 
rurgica; cosi Tosteoclasia praticata da uno di essi per raddrizzare 
una frattura delle ossa dell' antibraccio consolidata male in un 
Chaouia. Quanto alia trapanazione , essi V usano cosi frequente- 
mente, che in ogni gruppo d'individui riuniti nelle loro montagne, 
si e sicuri di trovarne uno o piu esempi > tanto che , nel tempo 
della mia escursione, mi sembrava che vi fossero pii!i trapanati 
nelPAur&s che neU'Europa intiera». 

A questa interessante dcscrizione aggiungererao alcune notizie 



39^ ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

conipleraentari prese dal notevole studio che il D.r Malbot di 
Costantina ha recentemente pubblicato, sulLi medesima questione. 
L* interesse c tutto nella pubblicazione « di un pezzo anatomico 
forse unico, che serviva assai probabihneiue alio diiiiostraziooi Ji 
medicina operaioria in uno dei principali centri di istruzionc chi- 
rurgica dcll'Auris ». Infatti Li sua descrizione pernictte di colpire 
al vero i diversi metodi oper-aiivi praticati dai thibibs Chaoai'as. 
Si tratta del cranio di un uomo d'una quarantina d'anni, il quale, 
avendo ricevuto in gioventu un violento colpo suUa testa, fu 
preso, dope circa 20 anni, da forti dolori in quel punto e contro 
di essi richiese la trapanazione. L'operazione dur6 una decina di 
sedute : due mcsi piu tardi I* infermo soccombeva per vajuolo, c 
quattro anni piu tardi il Dr. Malbot cbbc la buona fortuna di 
scoprirc il nascondiglio del suo cranio, che gli era stato mostrato 
come tipo di grande trapanazione da un medico Chaoui'a, Hamed 
ben Belkasscm. 

Air esame del cranio, dice il Dr. Malbot, si 6 subito colpiti 
dall'estensione della trapanazione : il parietale destro i intacato 
per tutta la sua altezza, dalle vicinanze della sutura sagittale sioo 
alia sutura parieto-temporale, sulla quale si vede un foro del brimd. 
La linea rolandica afEora la parte antero-superiore della regione 
trapanata e passa alia punta anteriore del solco del intnehar che si 
vede in alto, Tuite le irapanazioni sono dunque iodietro ai grandi 
centri motori della corteccia e sembra rispondano : in alto, alle 
due pliche del lobulo parietale superiore ; nel mezzo , alia plica 
curva ed al lobulo di essa ; in basso, al fondo della scissura di 
Silvio col suo opercolo, ed al piede del lobulo parietale inferiore. 
Sappiamo del resto che i medici Chou'ias ignorano le localizza- 
zioni cerebrali, e che, in assenza di ferita o di frattura, essi ope- 
rano di preferenza sulla bozza parietale nel punto pii sporgentc 
del cranio. £ precisamente ci6 che i^ stato fatto qui , scbbene vi 
fosse un traumatismo anteriore. Tutta la zona trapanata i attor- 
niata da un piccolo solco che si svolge in linee sinuose e che 
segna la delimitazione fra osso vivo e quello che era destioato ad 
eliminarsi^ formando im enorme sequestro. La necrosi i di molto 



USI DI CHIRURGIA NERVOSA 397 

avaiizau sopratucto in alco, ove il tessuto osseo e rarefatto e fria- 
bilissimo. Nel nostro caso , V infermo, lungi dair essere guarito, 
avcva iiinaDzi a s^ ia prospettiva di lunghi giorni di suppurazione 
e, certo, il risultato finale avrebbe superato di n)olto i'idca dcll'ope- 
ratore. La profonditi del solco fra tessuto niorto e vivo, e la necrosi 
ossea sembra indichino chiararaente die rinfenno ha vissuto piu 
settimaue con quelia larga ferita. Le trapanazioni propriameote 
dette, forniano tre gruppi: i° una serie di piccoli fori disseminati 
secondo un certo ordinc su tutta Testensione dclla zona trapanata; 
2'' due solchi isolati, uno a parte superiore, V allro a parte infe- 
riore del parietale; y infine, al centro, una larga breccia limitata 
da orli piu o iiieno regolari. I piccoli fori si somiglianb tutti : 
sono perdite di sostanza a margini assai netti, la cuvitii dei quali 
e a forma di cupola con un margine circolare, concentrico all'orlj 
superficialc: i la trapanazione col brima. Sui dodici fori cost pra- 
ticati, quattro soltanio perforano il parietale in tutto il suo spes- 
sore: queste perforazioni costituiscono trapanazioai col brima com- 
plete; nello altre otto, il trapanatore non lia intaccato il tavolaio 
interno dell'osso e s'^ concentato di perforare la diploe, la « parte 
deir oiso dove si trova del sangue » : sono dunque trapanazioni 
incomplete. II piu basso dei fori fatti col brima^ quello che e suUa 
sutura temporo-parietale^ alPinnesto posteriorc delParcata zigoma- 
tica, merita di fissare pariicolarmente Tattenzione: qui il trapana- 
tore non ha rispettate le regole operatoric , poichi sappiamo che 
non si deve trapanare sulle suture: forse h un errore suo, ovvero 
la graviti del caso richiedeva questa derogazioae dal principio 
stabilito. La situazione eccentrica di questo foro pare giustifichi 
piuttosto la prima ipotesi; Toperaiore, accorgendosi del suo errore- 
si h atfrettato ad abbandonare la regione paricolosa per portare un 
poco piu in alto la sua trivella. Ma non e tutto; h facile vedere 
che gli 8 fori superiori , quelli che inquadrano la grande breccia 
ossea, sono disposti in quadrato; il lato pjsteriore dei quadrato, 
solcato da quattro intacche i molto nctto : cosi T anieriore, ove 
non se ne notano se non tre , poichi la quarta k compresa 
nella larj^a perJita di sostanza: il lato inferiors? del quadrato k pure 



398 ARCHIVIO PER LE TRADlZlONI POPOLARt 

molto visibile, ma non h disegnato che dalle due estremiti, poiche 
la parte intermedia h saltata con it ponte osseo in un altro g^ 
nere d'intervento. II largo quadrilatero circoscritto anteriormente 
da una diecina di fori col brima era destinato ad essere eliminato 
a scopo terapeutico: b h trapanazione quadrata col brimOy trapa- 
nazione secondaria, i vero, ma fatta di partito preso. Ncllo stesso 
modo i quattro fori postero-inferiori , disegnano molto bene ua 
altro quadrato. Probabilmente si tratta di un altro tenuiivo di 
trapanazione quadrata col brima. Quanto al foro isolato pratiato 
innanzi al lungo soico inferiore e certo una trapanazione esplora* 
trice, destinata a riconoscere V estensione del male e lo suto dei 
cervello. Del resto , nelle prime sedute , V operatore si serve del 
brima come strumento d'esplorazione e come mezzo terapeutico, 
e guida in seguito la sua condotta sulle eventuali osservazioui 
fatte. c pcrci6 che egli moltiplica tali fori e li dispone in qua- 
drato, utilizzando quelli che ha fatti per altro scopo, e stabiliscc 
tutto il piano necessario per avere una larga perdita di sosunza, 
sia subito, servendosi della leva , sia j>econdariamente , lusciiudo 
che la parte d' osso cosi delimitata si necrotizzi e formi ua se- 
questro facile ad estrarre piCi tardi coiruncino. II secondo gruppo 
di trapanazione i formato dai 2 solchi che si vedono in alto ed 
in basso della regione operatoria: essi sono stati praticati con la 
sega dritta o menchar, ed interessano , nella loro parte piu pro- 
fonda, tutto lo spessore del parietale ; sono stati tracciati dopo 
fatti i fori col brima , senza dubbio perchi il primo interveato 
non era sufficiente ; la cura e forse contestabile pel solco supe- 
riore, ma t certa per quello inferiore; questo i, infatti, savato 
fra due fori col brima, che ne costituiscono i limiti superiore ed 
inferiore ; Toperatore ha utilizaate qui le sue precedenti trapana- 
zioni per circoscrivere la porzione d'osso che lu voluto loglierc 
pill tardi; questa, evidentemente h la parte compresa fra la grande 
breccia del mezzo ed il solco al menchar. Nello stesso modo , in 
alto, il ponte osseo compreso fra il gran foro ed il piccolo solco 
era destinato a saltare : k questa la trapanazione secondaria al 
mcficbar. La grande breccia del mezzo fe la piu curiosa: <jue$u 



USI DI CHIRURGIA NERVOSA 399 

eoorme perdita di sostanza ossea h limitata da margini anfrattuosi 
irregolari, irti di asperic^ e di schegge, formate sopratutto a spese 
del tavolato interne dell' osso ; e nondimeno facile riconoscervi 
cinque segni di menchar che hanno reciso il tavolato esterno e la 
diploe: questi solchi non intaccano che leggermente il tavolato 
interno; di pifi non raggiungendosi perfettamente lasciano fra essi 
dei ponti ossei. Sono queste tracce del tavolato interno non se- 
gato e di questi ponti ossei che separano i solchi fratturati sotto 
la pressione della leva o dell' uncino che guarniscono di punte i 
margini d^lla grande trapanazione. I cinque colpi di sega del con- 
torno, sono stati evidentemente praticati in due diverse sedute: i 
tre inferiori in una prima volta, i due superiori un poco piu tardi. 

I tre solchi del basso si somigliano per le loro dimensioni, e sono 
i tre lati di un quadrato regolare, di cui il quarto, il supertore^ 
manca attualmente, pur riconoscendosene la parte posteriore sul 
margiue del foro al brima che gli h vicino : h la trapanazione 
quadrau primitiva al menchar. I due solchi superiori sono pii!i 
lunghi degli inferiori , ma sono assolutamente simili fra loro : il 
piCi elevato dei due h delimitate in avanti da un foro di brima. 

II trapanatore, volendo ingrandire la prima trapanazione quadrata 
ba circoscritta una nuova porzione di osso con due nuovi tratti 
di sega ed ha fatto saltare la parte intermedia : ne ^ risultato un 
pentagono irregolare che ha sostituito il quadrato primitive. £ fa- 
cile supporre che la figura sarebbe divenuta sempre piii irregolare 
a misura che la breccia si fosse ingrandiu, ma h ben visibile che 
le diverse trapanazioni al menchar derivano tutte dalla trapana- 
zione quadrata »• 

Queste notevolissime pezzo anatomico, rappresenta insomma 
tutta la gamma delle trapanazioni praticate dai medici deir Auris 
dal semplicissimo foro di brima, sine alle sezioni osstt piih com- 
plicate, praticate solo dai maestri delta chirurgia locale. A fiance 
all'Aur&s, dove la trapanazione h in cosi grande onore, treviamo 
nei Musulmani d'Africa un costume meno chirurgico, ma simile, 
del quale diremo peche parole. 

II D.r Chipault ba esservato ad Ouargla Y use frequente di 



400 ARCHIVIO PER LE tRAbl^IONl POtOlARl 

vcntose craniche nelle coiivnlsionr;, nellc vcrtigini , nelb cculei: 
not! si tratti, in fondo, die di un succedaneo del classico sangui- 
sugio, praticato dietro le orecchie. 

« L' operatore, ben. inteso, non i altri che il barbiere: il 
thoubib^ conte una volia il medico da noi, considerando.al disotto 
del suo carattere sacro la inaggioranza delle operazioni cruente, 
se ne esime. Checchi sia, Toperatore che noi vedemmo, si servi, 
come scarificatore, di un coltello col filo dcrntelLito, e per vcntosa 
di un tnbo di rame aperto da un lato e suU'apcrtura del quale si 
innestava un altro tubo molto piii stretto ed un poco piu lungo. 
Dopo aver insaponaia la regione ed asciugatala, fece rapidamente 
cinque o sei intacche abbastanza profonde col coltello a livello 
della protuberanza occipitale, e, applicando Torifizio del suo stru- 
mento, aspir6 per il tubo stretto: bisogna dire che avesse il petto 
assai potente, poich^ produssc subito un'emorragia abbondantc, ed 
una bolla edematosa di cui sarebbe stato geloso il piu perfeito ed 
impeccabile applicator di ventose ». 

Questa pratica pare limitata solo aU'oasi di Ouargla '. 



« A. Chip\ult, L*Etat actuel de la Chinirgie ncrveuse. Paris, Rueflf 1902-4. 



•4' 



NOTE COMPARATIVE AD UNA LETTERA 
SUI CANTI POPOLARI ^ 



I. C(r. IvEy pag. 283. La seconda parte ^ di tipo convenzio- 
nale e comune. V. anche Boerio, s. v. T^ea, 

II. £ agglomerato di svariati element!, e di dubbia interpre- 
tazione. Ho messo insieme cinque varianti^ tutte deiFAlta Italia, e 
piuttosto divergent!. 

Venezia, Bernoni, pag. 28 : 

Anga bistanga ani drcnto, ani bo. 

la forca te stanga, Un barun barii, 

ica barica sete pute e una fia sola, 

la forca t* inpica, chisto drento e chisto fora. 
spero sper6 

Trentino, Schneller, pag. 252: 



Rinok ranole 
per di canole, 
tonza ponza 
re di Fronza, 
i bi di can 

Verona, Corazzini, pag. 89: 
Ata bcata 
la iica t' h fata, 



la doana del ban, 
ica berlica 
la forca t'inpica, 
speron sperii 
drento fuori e va. 



speron sperd 

drento o fora vien o va. 



' Continuazione. Vedi Archivio, v. XX, p. 31. 
Archivio per U tradiiioni popolari, — Vol. XXII. 



$1 



402 ARCHIVIO PER LE tRADlZlONl POPOLaRI 

Brescia, G. Rosa, pag. 275 : 

La b6ta la gianda dcraiidera dera-idora, 

b lurca ti strangn, pccatora pocatara, 

la nicia bornicia, hma, l6st e fr6st, 

la furca t' itnpica, hnt, dent, f6ra e vada. 
romp romp, 

Pinerolo, Seves, pag. 97 : 

More moro la furca t' in pica, 

pecatoro, lion spron 

stica batica fusil e canon. 

Gabriele Rosa , con nrdito volo di fantasia , vede in quesci 
versi nientemeno che la descrizionc della condanni djU'esecu- 
zione di un maUattore per mano d*un carnetice tedesco, coirac- 
cenno a percosse a ghianda; alia forca che strangola, a! penzolare 
del cadavere, alia richiesta di nuova vittima, alio scioglimeato del 
giudizio. In questo modo sa spiegare ogni cosa: romp romp « ruD- 
dherum » (il penzolare ? ?), derandera = « dcr andera » (l' altro), 
Wi/ = seiogliete. lo riconosco chevisi park d'uo impiccamemo, 
o meglio d'una « forca ciie iinpicca », ma non oserei niuovereHin 
passo di piu su que! lubrico terrcno d'ipotesi, ricordando per6 ia 
minaccia di pena in alcuni giuQchi. Mi par invece di poter ravvi- 
sare in certe voci il giA notato profisso his. Ana batana^ anga W- 
stanga, ala heaU^ ica buica barica berlica^ stica baika^ nicia bornicia 
(se non h addirittura da correggere in nica bornica) sono evidcnti, 
ma si riducono e rivengono con grande probabiliti a un solo lipo 
berb (a bera ecc.) anche pero pero , spero sperby speron spcra , lion 
spron , barun bard , c non i? impossibile che il verso moro moro 
pecatoro , che spesso accompagna la formola sagramcQtale questo 
drenla questo foro (Seves, pag. 96, Nigra, pag. 568), sosiituisca un 
primitivo oro bcoro. 

Notevolc, nella variante veneziana, quel ^Aw/d: per esser quasi 
incomprensibile, la filastrocca appariva straniera (e fors'4), e quc- 
st'apparenza si aumentava a bella posta. 

Per la seconda parte h da ricordare un sorteggio rovigqese, 
Ivc pag. 580 (V. De Nino, II, 97): 



NOTE COMPAUATIVE SUC CANTI POPOLARI 4O3 

Pito pitongno, atta 'na Peia. 

de majo, de zougao. Ana Susana, 

prendi fora s*ciupeteii], 

*na biela putieia, leira fora, cudighein. 
cumanda Peia, 

Per il verso di chiusa si cfr. la iilastrocca semi-slava. 

III. Numerose sono le variauti venete. DalmedicO) pag. 50, 
Beknoni, pag. if, Canti, XII, pag. 11, Corazzini, pag. 72. Una di 
esse s'avviciDa di molto: 

La Pimpineb ~ la Pimpink, 
la vol bezeti — no la ghe n* a, 
un pocbeto de pan — un pocheto de viu 
per sto povero fantoliu. 

Vedi anche it Boerio, s. v. Pimpinela. Notiamo che la nostra 
versione risale olire il 1857, ^^' 4"^'*^ ^""^ ^" soppresso il lio- 
rino di sessanta soldi, a cui si allude nella cantilena. Ma con cio 
noQ si vuol dire che sia piii recente la veneziana, la quale e gia 
nel Boerio del 1856. 

IV. V. Bernoni, Tradiiioni popolari, pag. 151. 

Una caozoncioa senese, del tutto diversa, comincia cosi : 
Cincininella .iveva un gatto 

Corsi, Arch.y X, pag. 251. £ una reminiscenza ? 

V. c VL sono tra i tipi di giuoco piu primitivi, tra quelli cioi 
che si accostano alParchetipo, cio4 al cullare. Si fa sedere il bam- 
bino a cavalcioni suUe ginocchia, e s'imita Tandatura del cavallo, 
come esprime il primo verso, fonicamente e, direi, insieme ideo- 
logicaiuente onomatopeico. £ giuoco diffuso assai, e che per Ta- 
nalogia formale presenca pure dellc rassomiglianze, affitto effimere, 
nella cantilena che Taccompagna. Olcre al primo verso « arri arri 
cavallinow Ferrari-Straccali, n. 5, Casetti-Imbriani, 404, Bacci, 
4}, 47, PiTui, 53, <ccavallino cio cio cio» , Ferrari-Straccali, 
n. 6, Gcanandrea, 144, «i cheval.... », Rollano, 27, i tedeschi 
cihopp hopp Habermann », « reite reite Rdsslein», ho notato qua 
c 14 Tandata al mulino. 

Prmi, II, n. 758 : 



404 ARCHIVIO PE|l LE TRADIZIONI POPOLARl 

Pitti pitt^ e porta 'u saccu ciau, 

la mamma nun cc' k . cinu di manna, cinu di stuppa, 

t ghiuu 6 mulinu veni 'a ciaula e t' ammucca. 

CoRAZziNi, 133, friuiaiia: 

£ri eri a mulin 

cun t' un sac di sarasin. 

Toscana, Bacci 43 (Ferrari-Straccali, n. 5) : 

Arri arri cavallino 
porta Tasino al raulino, 
il mulino t rovinato 

RoLLAND, pag. 8 : 

Papa est parti au bois, 
et maman au moulin. 

II numero VI, invecc, piii particolare, non troveri riscontro 
che per entro la Venezia, Bernoni, 9, Gx////, VIII, n. 3, Dalme- 
Dico, pag. 36, Verona, Corazzini, 60, Chioggia, ibid. 61. La va- 
rknte piii completa i quella del Bernoni: 

Le putine no le vol, i omeni le varda, 

la mama ghe le tol, i ghe da de la mostarda, 

el papd el le sculaxza mostarda mostardio, 

in mezo de la piazza, bilitile zo dal balconzin. 

Questo stesso fatto pu6 determinare una relazione di tome c 
derivato , ma la variante istriana si dilunga ancora ia due punti 
dalla supposta primitiva. L' uqo e putele (Dalmedico , fatttolinij a 
Chioggia puUi) al posto di putine^ che ci permette di ricostruire la 
rima come uella variante Veronese : 

CO* piene le tetioe 
per darle a le putine; 

Taltro e il mutaaiento del verso la mama ghe U tolin el papa ghe 
le fa cior^ pid strettamente collegaco al seguito. Ma che quella sia 
. la lezioQC vera, nessun dubbio; e assicurata dal ricorrerc in luttc 
le varianti venece (medo la cbioggiotca che rpmecce). 

Questo motivo dd ritiutare una cosa offerta^ il quale rientra 
in alcun modo nelPampia categoria della filasKocca a oegazionc 
contrastQ, h abbastanza frequente; 



NOTE COMPARATIVE SUI CANTI FCPOLARI 405 

CoRAZziNi, 137 (Verona): 

tru trusella cavallin a donarli ai putekti ; 

aadarem a Bardolin, puteleti no dc vol... 

a crompare i fighi scchi, 

Toscana (Arch., V, 385; IX, 112): 

St (juX la pappa al gatto, 
il gatto non la vole... 

Trentino (Bolognini, 118, nella diffusa tilastrocca ((Caterina 
dai corai ») : 

to niisaer da portar ale putele, 

che r ha da nar a San Litter, le matele no le vol... 
San Litter dale cordele. 

VII, VIII, IX. Come i giuochi precedenti rampollano auche 
questi dal cullare. Fatto sedere il bimbo suite ginocchia, e tenen- 
dolo per le mani , coo moto alteruo ora si lascia andare verso 
terra, ora si tira a se; se eseguico da due fanciuUi, siedoiio I'uno 
incontro raUro. V. Bobrio, s, v. Zogar a burata. 

Nota il Corazzini che, cosi facendo, ucirAlu e Media Italia si 
tinge imitarc il movimeiito dello stacciare, — quindi il quasi co- 
staote verso iniziale «Staccia buratta », nella Bassa Italia dell'an- 
dare e venire della sega (clr* Casetti-Imbriani, pag. 404). Ricor- 
rono per6 ancora due tipi : quello^ rarissimo , deldondolio della 
barca — « donda bidonduTu — e quello di6Fuso della campana oscil- 
Ittnte « din don » o altro. (V. Bernoni, Qinti, VIII, 7, 9, Bacci, 
54 ss., Straccali, q. ), e le varianti, massime di IX). 

Bisogiu insistere sulMmportanza dclle notate similitudini — e 
Don imitazioni , perche s* imiia propriamenie il cullare — perchi 
son esse a introdurre nella cantilena un ciclo piu o meno anipio 
d'immagini. In VIII p. e. il din don h concepito come il rintocco 
della campana funebre. Cfr. Bacci, 55 : 

Dindirtndino baiocco e morto. 
Dindirindino cht V ha ammazzato ?... 

Rolland, pag. 354: 

Ding, dingue, don I Qui qu* est mort ! 

Ding, dingue, don ! C* est le cur^ de St. Victor. 



406 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLAR! 

Del n. VII riferisce una versionc rovignesc TIve, pag. 293, 
luouca dei due primi versi, ma col piu originale scuran^e (la sat- 
ran^a i un pesciolino) al posco di nardn:(t , coaie , del resto, in 
altre variant! veneto-istriane; delle quali una mi d^ : 

scuranze scuranzon 
but^molo int* un canton. 

Lc formazioni aumentative come scuratv^c scuranzon, c in gc- 
nere le variazioni di un tcma per introdur la rima, sono frequeoti 
nella poesia infantile, e si possono confronure con i composti di 
bisy cci quali si fondono talvolta. Alcune n'abbiamo gik incontrate: 
pero pero , speron sperh , barun barh, derandlra derandhra , pecatora 
pecathray pinpinela pinpinh, pita pitougno , pitti pitU , mostarda mo- 
stardhy Iru trusella: e la messe h cosi ricca da cosi esiguo mate- 
riaie, e da regioni cosi distanti, che non occorrouo altri esempt; 
e mi basti ricordar solunto ancora rinok ranolcy spingati spangwHy 
trii:(i truiT^i. Zia Maria sostituisce la coppia ia baria. 

Di VIII potro trature in altra Lettera* 

X. Come i due susseguenti h giuoco die si puo dire di- 
dattico : la madre insegna con essi al fanciuUo a distinguere le 
dita, o le parti del corpo. Adotterei volentieri la nomendatura del 
RoLLAND, « forrnulette » (des doigts, du visage), se non fosse chc 
egii ne fa uso pi6 largo e abbondante. — La palm i della maoo si 
concepisce naturalmente come una « bella piazza » , o un « cam* 
pielon^ le dita come unti personaggi, tra' quali al mignolo tocca 
la parte del poveretto. L' azione h per lo piii V ammazzamento e 
cottura di una lepre, o i preparativi a un (urto^ e questo ricorda 
molto un noto gesto descritto da par suo dal Pitri (Rivista di 
letUrat. pop. , I, pag. 39 , poi negli Usi e Costumi). Le numerose 
coincidenze delle innumerevoli varianti (Pitr£, 55 ss. nn. 8 e 9, 
Dalmedico, 34, Bernoni, 16, Seves, 17, BoLOGNiNi, 117, DeNino, 
II, 51, Archivio, V 383, Cokazzini, 63 ss,, Rolland, 21 ss.) assi- 
curano a questo giuoco il pregio d'antichisstma tradizione. 

La sbiadita variante istriana deriva senz'altro dalla vcneziana, 
chc appartienc al tipo deUa (cLepre pazza»! 



^OtE COlyiPARAtlVE SUl CANfl pdF»dLARI 467 

Campielo campieleto qucsto Ta coto, 

m' t nato un porzeleto. st'altro Ta majjjii. 

Questo Ta visto, A qiesto p3ven picinin 

si'altro Pa sortegA, no ghe ne tocx gnmra un trcgolin. 

XI. Siora Ipolita i il pollice, Tindice suo niarito, il medico c 
Tanulare sono dote e parenti, e il mignolo k il figliuolo. I morti 
si ripieganOy c i due supcrstiti vengono a formare la corona di 
Aiteone. V^ Bernoni, pag. i6. 

Per questo e per il n. X si potrebbe dubitare che iion si tratti 
Ji vcrsi. Ma , recitaii , hanno pur sempre la propria cadenza , la 
misura varia di poco, e li collega una certa asson.inz.i. Anch: in 
quesia formolctta, inrrodotto il veneziano mario, avrenio la concate- 
nazione con fio. Pure sarebbe arrischiato riienere il solo mutamento 
corruttore spia di venezianiti, ch4 alternano pur neiristria le due 
forme mari e mario, 

(Continua) D.r G. Vidossich. 



— -_j^. 



VOCl DI VENDITORI AMBULANTI 
IN MESSINA. 



I. VeNDITORE DI SlUOJH. 



1 solito ne porta una spiegata intieramente o per meti. 
^1 Le altre le tiene, dietro le spaile, legate con una corda, 
f^^^ ^^j che trova un buon appoggio su le spalle stesse. Gridai 
Cassini /)' */ harcuni ! (stuoje pei balconi !). 

2. Venditore di sedie per ragazzi. 

Per lo piu h anche un ragazzo che le vendc. Le porta, le- 
gate con una corda , parte» suUe spalle , parte nelle mani: Haju 
seggiceddi p' i picciriddi ! (Ho piccole sedie pei ragazzi !). 

3. Venditore di stacci. 

Li porta anch'egli, legati con una corda, parte suUe spalle e 
parte nelle mani: Sitacci p* 'a cunserua ! (Stacci pel pomidoro !). 

4. Venditore di pelli da letto. 
Legate con una corda le porta in modo che dalle spalle gli 
pendono dinanzi e di dietro. Ne porta per6 una nelle mani: Haju 
peddi p" hi lettu ! (Ho pelli pel leito Q. 



voa Di VENDitoki ambUlanti in liESsiNA 409 

5. Merciaio. 
Porta i suoi gcoeri denlro una grande scatola di legao, che 
sostiene coa una specie di tracolla : Lumini />* *a lampa I — Du* 
canni H curdedda un soddu ! — Cincu ma:(^i 'i firrui:(i un soddu I 
(Lumini per la lampa ! — Due canne di cordella un soldo ! — 
Cinque mazzi di forcine un soldo i). 

6. Venditore di tessuti. 

Porta la sua merce o su un carretto che egli stesso tira, o 
su le spalle, o sotto il braccio, o sulla testa. Porta pure la menia 
cantia o il du* palmi per misurare se occorre : Haju '« damamiy 
'a tila I — MusuUna a 'na Hra^ a *na lira I Roba di seta , roba di 
seta ! -Vein magliy flamlli! — Pi omn e pi donna a tnen:(a lira '« 
paru ! (Calze da uomo e da donna, niezza lira il pajo ! 

7. Venditore di oggetti di ferro. 

Li porta, legati con una corda, o sulle spalle o nelle mani: 
Haju Watigghi e 'i cummogghia haju di ferru! — Chi belli fuculara 
*i Jerrn chi haju ! — Haju spiti p' '/ bracioli I (Ho graticole e. co- 
perchi di ferro ! — Che bei focolai ho ! — Ho spiedi per le bra- 
cioiette !). 

8. Vj-NDITORE 01 SCOPE. 

Porta le sue scope legate con una corda e di solito gli pen- 
doQO dalle spalle. Quando son poche le tiene in mano o sotto 
il braccio: Scupi />* 'i cammiri boni I — Scupini^ scupi boni ! — Scu- 
pinif scupi d' U fini! (Scope buone per le stanze !— Piccolo scope, 
scope buone ! — Piccole scope, scope di quelle fini !)• 

9. Venditore di lauro. 

Lo pona o nelle mani o tra li bertnli: A cu' havi a 'ccattari 
*u lauru I (Chi ha da comprare Talloro!). 

10. Venditore di « cacocciuli ». 

Li porta o in grande ceste o in canestri copcrti da una tela 
bianca: Cacdcciuliy cacdccitili pnliti! 

Arcbivio per li tradiiioni popolari, -- Vol. XXll. 52 



4 in AfeCHlViO l^RR It tf(\WA6H\ p6p6t.ARt 

II. VeNDITORE DI (iClAUKRCN.V ». 

Lo si vede nelle piccole feste che si celebrano ne' i)uarticri 
della cittii. Fabbrica la sua ciaurrifMy che consta di oHele boUtto 
con zucchero, in sul luogo stesso ove si fernaa. Di soBto mold 
ragazzi gli stanno attorno e lo guardano con la bocca apem e 
con impaztenza: Varda cV b Mla^ varia cV I htlla; sanari mm^ 
cannal (Guarda quanto h bella, due centesimi mezza canna!). 

12. VfeNDITORK DI SIERO-LATTE. 

Vienc in citii in sul maitino. Porta sulle spalle un Icgno 
resistente, alle cui estrcmitii stanno legati due grandi vasi di latu 
pieni di siero-latte. Ha delle misure, ma piu spcsso adopera una 
specie di bicchiere, pure di latta, die mentre fa da misura serve 
al compratore da vero bicchiere; Sem-Jaiii I — Latti-suru I* 

13. VfNDITORE Df TRUrTA. 

Girano per la citta quasi scnipre senz;i gtacchctu e co* piedi 
scalzi. Alcuni hanno le frutta in larghe ceste di forma rotonda, 
altri in grandi cofinUy e mentre alcuni portano per niano o sullc 
spalle sia le ceste che i cofiua , altri le portano sopra carretti. 
Tutti per6 non tralasciano di portare seco una bilancia se le loro 
son frutta da vendersi a peso, oppure 1 misuh , sc son frutu da 
venders! secondo misura. Quando le ceste o 1 cofina sono tra- 
sportati per mano, ci sono, il pi6 delle volte, due venditori, e al- 
lora uno c '// principally ed i lui che pesa e portA la bilancia , c 
I'altro i *n jar{nnif che con una mano, di solito la destra^ licnc 
la cesta, c con V altra porta 'na seggia , che serve a sostenere la 
cesta stessa quando i due venditori si fermano. 

Le voci dei venditori di (rutta presenuno una graode varied 
ed incostanza: qui ne ricordiamo parecchie : 

Fica^iani belli! (Bci fichi !). — Ficai^^ani bclli^ cbi galantaria! 
Acch C t 'ralluli I Chi /' haju beddi stificu I Comu *i WaUuli iumnul 
(Qui son datteri ! = fichi. Come son belli questi fichi \y. Ficbicedda 
pulifil—A cci c\l i fica puUtil — Sgkiddalori c^ *a pannal--CJn 



VOCI DI VBNDITORI AMBULANTl IN MESSIKA 41! 

manciari bellti chi hannn sli sghiddalori ! — Chi cira chi haju di 
pruna ! — SldUi sordi scalam i franli! — Frau\ chi belli frauH ! — 
— ^Ui ^irasi *i Naptilil — Girasi napulitani! — A $e' 'rana, si fi- 
ciru niri^ niri! Affinni^ '1 girasi!— A ottu *rana, girasi napulitani ! 
Cbiu *rossi di pruna sunnu ^ a ottu ^rana! Sana-malati piral Chi 
su' hellil — Pira sana malatil -^ Pira adamu a quattru soddil — 
f^arda chi gilatu di persichi a ottu *rana ! — Vardati chi belli persi- 
chi ! '^ BMi ciuddi T haju *i castagni ! — Chi belli nespuli duct ! — 
Ch* i hella^ betla chiapputa; bella *a mendula I — A quattru 'rana a 
cu^ *a voU muddisa ! — Favi novi a sanari 'u tersu !— Faui a cafe ! 

— Ciciri e luppina ! 

14. Vl-NDITOKK UI CARNE. 

Di soUto porta per le vie , e d;i per un prezzo niolto di- 
screte, i rhmsugli delle macellerie, mescolati a quella carne, che 
si estrae dalla testa del bue. Vende pure trippa , piedi ed altra 
roba coDsimile, che 'a ghianca non trova facili compratori. Porta 
uno o piu coltelli bene affiiati : Ch' I bella sta carni *i testa ! — 
Carni *i testa bona haju ! — Ch' d bella sta trippa ! — Chi belli pedi 
chi haju I 

15. Venoitore di polli e galline, 

Li porta tra li bertuli^ che gii pendono dalle spaUe: JadduTi^i. 

— Chi belli jaddu:(^il-^A cu' voli ricdari jaddini^ jaddinil 

16. Venoitore di uova. 

Viene da' paesi vicini » specialmeote dal Salice* Porta al 
braccio un paniero piuttosto rotondo e coperto da un panno, che, 
di solitOy h bianco. Dentro vi sono le uova. Piu spesso in vece 
del venditore si lia la venditrice, la quale porta il paniero sulla 
tesu, copena da un tnuccaturi^ piegato a guisa di triangolo, e 
posto in modo che due estretni le scendono fin sotto il collo, 
ove si legano formando un nodo. Per lo pifi va scalza e ha le 
vesci di color chiaro. II grido cc»tante per lei e per il venditore 
i : Frischi ova ! — Frischi V oval 



412 ARCHIVIO PER Lt TRADIZIOKI POPOLAkl 

17. Venditor! di verdura. 

Veogono dalle campagne vicine. Alcuni , soiio i piu. calanu 
con gli asini c' Ui ^immili e dn* cdfina. Dietro vi mettono la ver- 
dura. Altri, invecc , portano un cdfirtu e un largo paniero legati 
Tuno con Taltro per mezzo di una cintura, che si appoggia sulle 
spalle, e sia nel cdfinu che nel paniero lianno la roba da vcnderc. 
Coiue i venditori di frutta , vanno , per lo piu , , scaizi e senza 
giacchecta e anch' essi portano , appoggiata per6 ad un cdfinu^ la 
bilancia per gli oggetti che smerciano a peso, come il pomidoro, 
le cipoUe, le paute, ecc. Richiamano 1' attenzione della gente di- 
cendo ad alta voce: Faciola final Faciulina final Faciola pasta l— 
^A paisanella a ctC *a voli fina ! — Favi dud ! Favi frischi ! Chi 
billi:(^a di favi ! —Milinciani niri e 'rossi ! Quattru un soddu p' 'u 
stiiffatn ^i milinciani\--A trtnta un soddu calaniareddi piti I — Hajn 
pipiy milinciani ! A canarin (?) pipi \—Cucu:^:;yddi\ Cucu:^;;eddi longhi 
ha/ul — 'A cipiiJda *i Trnpia un soddu 6 chilu vali\ Cipuddi Imju 
'i duratal Agghiy cipuddi l—Pumadoru a tri granal Ciaura e poii 
ccatti sti pumadoru ! — Sanari un pullunchtllu ! CA* t Bella 'a puU 
lanca ! — Vardati chi billi:(p^a 'i lattucbi 'rossi ! Lattuchi 'rossi ! Sanari 
6 ma:^ lattuchi ! — Burraina chi tesii haju ! Burraina t putrusinu ! 
Bella burraina chi haju — Cappucci haju, belli cappucci ! — Belli pa- 
tati ! — Chi bella pisella ch' avemu ! 

18. Venditori di pesci. 

Di soltto vanno senza giacchetta e co' piedi scalzt. Per lo 
pill poruno i pesci in grandi e larghe ceste di forma rotonda. 
Ciascuna cesta h tenuta per mano da due persone , dellc quali 
una porta anche la bilancia per pesare, e Taltra un bagghiolucon 
acqua, ove getta il danaro ricavato , volta per volu , dalla ven- 
dita. Spesso piu ceste sono trasportate sopra un carro e allora si 
puo avere un venditore soltanto o anche piili di due , tna questo 
avviene quando si ha una grande abbondanza. 
• Da' piscineri comuni bisogna distinguer ben^ i faroti , cbc 



VOCI m VENDITdR[ AMBULANTI IN MESSINA 4I5 

vtngonu dal capo Fara. Essi noa haofio bikncia e ppruno al 
braccio 4ei paakri di forma bislunga. Dentro vi staoDO i pesci. I 
faroH^ inoltre, vendono i cocciarli. Li porcano tra li beriuU. 

Alcune voci di tutti questi venditori dt pesci sono : Sardi 
belli avemu ! — Virioli haju , belli virioli ! Vaja , chi su" belli i vi* 
rioHl—'A pruppitella haju I Pisci 'i brodu\ — Ostrichij ostrichi belli 
avemu ! — / co:(^ii chini haju ! Cocciuli fimmineddi ! 

19. VeNDITORE di GRANITE. 

Ha dinanzi un largo e lungo grembiale bianco. Porta il pozzo 
con le granite sopra un carretto con una tenda sostenuta da 
quattro legni vertical!. Non dimentica di portar pure con si ac- 
qua, bicchieri e cucchiai. Grida : 

Calau lu viddaneddu un soddiceddu voli 

calau cu la granita, e porta la munita. 

Sciala cV i belky sciala cV I bell a; ti fa^u ristura ! 

L. Perroni-Grandb. 



^^-€^1 



MISCELLANEA. 




GASTON PARIS 

A Cronaca della Romania registra aacora articoli commemorativi 
di Gaston Paris , settipre vivo e caro netla memoria di tutd gU 
studiost, e il nostro Archivio non pu6 tacere il nnipiaoto per an 
tanto uomo. Egli si spcnse, a 64 anni, il 5 marzo 1903 a Can* 
nes, dove erasi recato per le condizioni della sua salute. 

Chi lo vide ia Italia Testate precedents, pieno di vita e di gioia della vita, 
di alacriti^ e di brio, non pens6 neppur un istante ehe queirorganismo sarebbe 
mancato di 11 a poco. Ora la sua voce tace per serapre, dopo aver tanto insc- 
gnato a glottologi e filologi^ a folkloristi e letterati, a storici e lessicografl 

II Paris lascia un* orma incancellabile nella sciensa delle leggeade e dcHe 
tradizioni. Tutta T opera del Medio Evo h leggenda ; U sua immagtnosa senti* 
mentality investe la lirica e Tepopea, si agita operosa attraverso raccooti e fit- 
vole, biografie e trattati ; il mito antico vi si trasforma e araplifica in Quovi 
raiti; una nazione presta all* altra motivi e colori , con la fantasia cospira la 
lingua, che diviene a sua volta fabbricatrice di leggende. Ora nessun uomo riu« 
niva insierae tutte le qualiti per spaziare largamente in questo bizzarro dominto, 
per stringerlo insieme e costringerlo a disci plinarsi e rivelarsi. Carlo Magno e 
Saladino, Tristano e Tannhauser, i romanzi orientali e i Tableaux, lo Chatelaia 
de Coucy c Jaqfre Rudel , e Turpino e Slgieri e i refrains che allietarooo la 
primavera dei popoli modern! , e finalmente i moti arcani dello spiri^ e delio 
intelletto umano che si rivela attraverso la leggenda, e le sue alte tspiraziooi, 
e i suoi eterni palpiti , tutto questo intendeva , interpretava , disvelava Gaston 
Paris. 



MISCELLANEA 4!^ 

La biblioj^fia dei suoi scritti conta un migliaio di numeri, t tioi non fa • 
remo ai nostri lettori il torto di raramentare i principali tra essi. Sohanto ac- 
cenneremo chc egli & pure benemerito della cultura del suo paese non solo per 
Toperft sua di critico e di accademico , ma per aver provveduto le scuole di 
roanuali sapientissimi per lo studio della ietteratura nazionale. In iui la scienza 
era avvivata da un sofHo di alta idealiU morale e patriottica , non era arida 
archeologia: onde il suo esempio dovrebbe esscre meditato da tutti gli studiosi, 
e specialmente dai Maestri. Hoi che !o avemmo amico carissimo ne onoriamo 
la memoria compresi di alta rivcrenza e mesiizia. 

La Direziokf.. 



Colui che fece il gran lifiuto. 

Giovanni Pascoli scrive al Marioccodx Firenze (an. IX, n. t8, 1 maggio 1904: 

« Giro Gaio, Ricordate d' aver pubblicato nel Mar^oeco del 6 luglto 1902 
(Anno VII, N. 27) uno studio intitolato o Colui che fece il gran rifiuto » ? Via I lo 
ricordate, perch^ a un tencro babbo (assai giovane) qual voi siete, non dil^ua 
dalU mente nulla di ci6 che faccia, di buono o di men buono, il suo figliolo. 
A ogni modo, se ve lo foste dimendicato, ve Tavrebbe tomato, di questi giomi, 
alia, memoria Giovanni Rosadi col suo bel libro II processo di Gesii , dove, .a 
P^g- S ^ ^ 9 ^^ queir articolo si fa menzionc. II Rosadi senza esitazione in Colui 
che fece il gran rifiuto riconosce il procuratore della Giudea Ponzio Pilato. E 
tale consentimento non vi so dire quanto mi abbia confermato nella mia sen- 
tenzn, la quale, del resto, ha per sk anche questa considerazione: che Dante, il 
quale punl in bocca a Lucifero^ Giuda, e nella bolgia degli ipocriti, oltre Caifas, 
fV suocero,., e gli altri del concilio (notate che n^ Caifas xah il suocero n^ git 
altri sono nominati), non pu6 aver tralasciato il precipuo autore della crocifis- 
stone. E dove, dunque, deve aver pensato a mettcrlo ? Non c*^, credo, persona 
che non abbia partito preso, la quale a questa domanda non risponda: N6 dentro 
n6 foori I Alle portu \ Si, aile porte 1 Eccovi appimto (vl scrivo per questo) un 
canto popolare umbro (in Canti delle provincie tneridiofuili , 11^ pag. 264 : Loe- 
scher, 1872), che dice : 

Su* stato CO* lo diavolo stAnotte^ 
Che git& I'infdrno nun ci si capev*; 
C CTM ffUto eh$ a* sn U porte^ 
Ml fece loco ebe ml coaoscewi.... 

vSarebbe interessante indagare quanto diffusa e antica sia questlmaginazione, 
iiataraUssima» del popolo che fa di Pilato il San Pietro deirinfemo. 
« Amate il vostro Giovanni Pascou. » 



41^ ARCHtViO PER LB TRADIZIONI POPOlARi 

Invitato dall* ottimo nmico prof. Cian a vedere se altri accenni a Blato 
e^stano in questo senso , io ho trovato solo il seguente , di Marigliano (Tern 
dt Lavoro) , nel quale il Procuratore della Giudea sta noo sulla ma dietro la 
porta: 

jette « lu *nfierno: ne fongo nunnato, 
Tant* era china c« nu' nee capeva; 
*A 'reta 'a porta »ce steva Pilato, 
Mme itct *o lofj^o c.i mme canasceva. 

In altri canti invece Pilato scomparisce per dar posto a Lucibello, a Giuda, 
ad un'anima dannata. 

G. P. 



Una satira contro MaszarrA S« Andrea. 

Nel i860 una squadra di volontari si forn)6 a Mazzarrii per andare ad 
unirsi ai Garibaldini accampati nella pianura di Milazzo, ed i suoi uocnini coo- 
tribuirono anch' essi alia vittoria della grandiosa battaglia. Nel vicino paese di 
Fumari per6, per le solite piccole rivalitii dei comuni llmitrofi, si improvvisb 
e divenne popolare la seguente poesia : 

Mazsarri, llaczarri, corpu di Baccn! 
S' hannn partuta trentisetti a un corpu, 
Ln capitana sumigUava nn saccn, 
Lu porubannera sumigliava an porca. 
Jern a Milasza pi fari 1' attaccn 
E si pururn lu tammuru zoppu; 
ArrivatI a Meri ficira un toccu, 
Mazzarrd, MasearrA, corpu di Baccu ! 

S. Raccuglia. 



Stratagemmi lefgendart di dtUt ataediata '. 

Alle versioni riportate nell* opuscolo del D^ Pitr^: StraUgimmi kggmitart 
di cittd assediaU (Pal. 1904) si riaccosta in parte una curiosa leggenda popolare 
intomo alPassedio posto da Niccol6 Piccinino nel 1457 al castello di Barga per 
ridurlo alia soggezione della Repubblica Lucchese , a cui si era sottratto per 
darsi ai Fioreutini. Eccola con le testuali parole con cui fu narrata a un mio 
amico da una popolana di quella terra: 



*■ NiecolS Tommueo^ a. I, n. f, p. t\, ArctzOf I9O4, 



MISCELLANEA 417 

«^ Al tempo deirassedio Oi Barga U B. Femmina pousbe dl raccaturc tutta 
la poivere di farina che era per le maglie (madie) e ci fece una grossa focac- 
cia: poi congegn6nno (congegoarono) sulle mura San Cristofano (cioi 1* anti- 
chbnma statua del Santo protettore di Barga) cbe affiettava (affettava) questa 
focaccia, hsciandola cascarc alle truppe. Finito V assedio , riport6ano il Santo 
nelia nicchia; ma gU erano cresciute Ic gambe, e non c* entrava piue. Allora 
due delta famiglia degli Arseni e dei Colognori pens6nno di tagliargli le gambe. 
Di qui si dice che quelli che fecero quest'operazione, per sette generazioni, gli 
viene male alle gambe e muotano». 

G. GlANNINL 



^--t^ 



Auhivio per h tradi{ioni popolaru — Vol. XXII. $3 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



li Tatuaggio dei domiciliati coatti in Favign ina pel Dott. Emanuelr 
MiRABELL\, Sanilario della Colonia, con prefazione del Prof. Cesare Lora- 
broso. Con 42 autotipie illustrative. Roma, Tip. Editr. Romana, 1905. la 

80, pp. 10). 




NA scuola criniinale moJcrna considera come caratteristico delb 
dclinqucnza il tatuaggio. Con questo princlpio , il quale appuDto 
perch6 esclusivo si presta a gravi discussion! , il Dott. Mirabella 
ha raccolto nel Penitenz ario di Favignana copiosa materia sul- 
r argomcnto e nc fa ora parte ai criminalisti. 

I tatuati dei quali s'intratiiene son 324: cifra, a dir vero, importantc, se si 
guardi a lavori antcccdenti. Di questi, sessantuno offrono il vero tatuaggio reli- 
gioso (mentre in molti aliri bi riscontrano croci per fregio e non p**r seoti- 
mento religioso) ; vcntisettc di vendetta ; cinquantadue politic! ; quaranta:inque 
artettivi; cinqiantuno contro la jettatura, e come porta fortuna. Vi s.on latuaggi 
d'amore, tatuaggi osceni, che rappresentano il 38 e 1*88 per 100, che supera, in 
proporzione, i 29 per cento misti , i 18 religiosi, i 16 politici , i 13 affettivi c 
via di seguito. 

II D.r Mirabella s* intraitiene minutamente di ciascuno di questi gruppi, 
stjdiandoli nelle region! anatomiche esterne dei tatuati, nelle forme, nei sira* 
boli c nc! significati di essi. Notizie non nuove ma utili a conoscersi di (pp. 
41-43) sulla nianiera di tatuaro: strumenti, sostanze, tecnica, ecc. 

Da otto tavole sinottiche, le quali si estendono per oltre mcti dal volume, 
h agcvole vedere la patria dei tatuati, V et4 ed il luogo del tatuaggio, la data 
del dnmicilio coatto, i delitti di ciascun tatuato. Sotto I* aspetto etnico queste 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 4I9 

tavole sembrano a noi di grande intercsse in quunto ci rivelan^ la proven ienza 
dei tatuali, il luogo dove b\ sottoposcro all' operazionc , la natura dci disep;ni 
cliiesti c ricevuli dagli operator!. Per noi, p. e , sono ragioni storichc e inorali 
gli scarsi tatuati sicitiani: un solo per vendetta, provenientc da Filadelfia; nes- 
suno politico. 

In ventun tavole ibtotipiche si vedono quarantaduc uomini con disparate 
forme di latuaggl: documento grafico che con sicurez/.a, vogliam dire matema- 
tica, conferma la trattazione e la statistica della monogratia, una detle piu pru* 
denti c pratiche nel gencre. 

G. PlTRt. 



D. M. BbLLi. Magia e Pregiudizt negli « Argonauti» di Valerio Fiacco. 
Treviso, Prcm. Stab. 1st. Turazza, 1905. In- 16°, pp. 104. 

Noi che abbiamo atlentamenle seguito uno per uno i vari studi del prof. 
Belli sopra i classid latini, accogliamo con piacere quest' altro sugli Argonauti 
di Valerio Fiacco. 

L' argomento k difficile, la materia spinosa*. II poema non 6 originale n6 
completo. Dietro a Valerio Fiacco k Apollonio Rodio, come dietro ad Apollo- 
nio Rodio 6 Omero. Probabilmente la morte tolse al poeta latino di condurre 
a fine Topcra sua, la quale ai critici parve difettosa d'immaginazione, di gusto, 
di eloquenza, di lingua. 

II Belli ritiene questo giudizio ingi^sto: parenJogU che Fiacco abbia pure 
i suoi tratti original! ed un certo cplore d*immagini e di forma degna di con- 
siderazione. Se cos^ non fosse, il presente studio non avrebbe ragione di essere, 
perchd ci troveremmo di frontc a tradizioni elleniche invece che a tradizioni 
latine. II B. infatti ha la sagac a di venir rintracctando notizie demopsicologiche 
romane, sotto aspetii nuovi e non disprezzabili. 

Del I<> libro" degli Argonauli rilcva i tori con le corna dorate, il lieto au- 
gurio per Giasonc, del quale stentiamo a vedere un episodio nella viva novella 
dclla Cenerentola; e Taugurio della querela dodonca. 

Nel II*' la volgare credenza che il sole scridesse tuffandosi nelP acqua; ed 
il valore del decimo flutto, maggiore degU altri nove, e la purgazione nelle 
acque del mare ed un probabile accenno al tatuaggio moderno. Argomento di 
fausto od infausto presagio i sogni nel HI** libro. II concetto della metempsi- 
cosi vi t evidente , e cosl quello della espiazione. Un lungo tratto , quasi cin- 
quanta versi, occupa il sacrificio espiatorio , compiuto al sorger del sole , in 
grande silenzio, con due armenti, recitandosi preghiere, dopo la rituale purga- 
zione nelle acque marine, passandoci sotto alcune frondi d' alloro, ed eseguen> 
dosi special! atti deprecatori verso il sole che nasce e via discorrendo, coa altre 
pratiche tradizionali. II IV^* libro conta la origine del sonno. Riti fuaebri sono 



420 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARt 

nel V"* a proposito delle esequte d'idmore e di Ti6, il falcone aUto, una cent 
fatidica, il modo di pigliare uccdli nel VI^, die inizia la leggenda di Medea 
cosparsa di arti magiche e di furberia per tutto il libro VII® e l' VIII*, nel 
quale la figlia di Bate riesce ad assopire il dragooe. 

Seguendo questo ampio episodic di Medea si sarebbe teotati a ricoaoscervi 
aombrati miti solari e fenomeni naturali. Nientt di piii Hilso per noi, che rcsi- 
stemmo sempre al miraggio della ingegnosa teoria di Max Muller, ardidaraente se- 
guica da un nostro connaziooalc. Diciamo falso, e dovremnio anche dire pericoloM. 

Gli Argonauii di V. Flacco sono tr^ i tneno ricchi di tradizioni; e per do 
stcsso meoo intei'essanti degli altri pocmi fmora studiati dal Belli. Alcune di 
esse son pochine davvero cd appena riconoscibili ; onde il B. h.) dovuto durar 
fatica a penetrarvi dentro. Quale differenza tra la iramensa copia d» credenu^ 
pratiche ed ubbic conservateci da Ovidio c gli scarsi appunti di Flacco! 

G. PiTRt 



Gaston Paris , L^endes du Moyen Age > 2<' ed. Paris , Hachette et Cie« 
1904. In- 1 6% pp. IV- 29 5. 

£ un* edizione postuma, la quale dimostra che le carte di Gaston Paris sono 
tra raani sapienti. Contiene tre saggi: Roncisvalle^ II Paradiso delta retina Si- 
billa. La Leggenda di Tannhduser^ pubblicati tra il '97 e il*90i nella Revue de 
Paris, e due piCi antichi: VEbreo Erranle e il Lai de VOiseiet, dei quali il primo 
fece parte nel 1880 dtW Encyclop/die des sciences religieuses del Lichtenbergcr, 
il secondo k una rara pubblicazione nuziale deir84. 

Lo studio sulla leggenda dell' Ebreo Errante fu sopraggiunto inunto da 
nuove ricerche, dovutc specialmente al nostro S. Morpurgo, e lo stesso Paris oc 
die' conto da par suo sul Journal des Savants, settembre 1891, ritomando sulU 
sua ricostruzione genetica : anche questo articolo si ristampa aoche in questo 
volume, compensando largamente la contrarietii che si prova a leggerc ipotesi 
manchevoli e invecchiate col piacere che procurano i progress! conseguiti e il 
sereno ricredersi di un dottissimo uomo. 

Roncisvalle nella sua forma graziosa di una descrizione di viaggio k un 
saggio di grande importanza. G>me neU'alta leggenda della sconfitta dei Fran- 
ces) al passo dei Pirenei e della morte di Orlando, sotto Timmane accumularsi 
di episodii ed element! poetici pur rimane la traccia, debole traccia, deiravvc- 
nimento storico, cosl ancora un'immagine verace dei luoghi famosi brilla attra • 
verso la scompigliata geografia dei trouvkres, N6 meno iraportante & la leggenda 
locale, che una volta faceva ai dotti una straordinaria impressione, e che il 
Paris denuda felicemente di tutto il popolare e leggendario, diciamo cosi, per 
dimostrame il sustrato essenzialmente letterario ed erudito. 

11 Taradiso della regina Sibilla, come si sa , i intimamente legato con la 
Leggenda di Tannh^ser : il primo 6 una preparazione al secondo saggio , mo- 



ktVlSTA BIBLIOGHAFICA 42 1 

vendo dal racconto dt Antonio della Sala, le cui opere divengoao sempre piii 
assiduo oggetto di studii , e dalla descrizione di un' escursioae sul Monte della 
Sibilla fatta in compagnia di Pio Rajna: cost il Paris ha libera la via per trat- 
tare delle origini della leggenda di Tannhiuser, e dimostrame Titalianiti contro 
la comuoe opinione che la voleva tedesca. Ma a coronare i due saggi impor- 
tanti il Paris fa delle splendidc considerazioni, come egli sapeva, sul significato 
della leggenda nello spirito e ncUe aspirazioni urn me, e a mali peni si resiste 
alia tentazione di riferirne qui dei passi. 

Per la leggenda dell' ebreo errante il Paris sostenne che le due relazioni 
del sec. Xin, di Matteo Paris e di Filippo Musket, derivate da un'unica t'onte, 
fossero una fandonia costruita su passi degli Evangeli c antiche tradizioni cri • 
$tiane; che la lettera del principio del sec. XVIl, dove si racconta di Ahasvero, 
avesse dato origine vera e propria alia diflusissima leggenda , pur non essendo 
altro se non un rifacimento, con fini protestanti, del racconto di Matteo Paris: 
insomma la leggenda dell* ebreo errante appartiene ai tempi moderni , e sta a 
dimostrare come possa diifondersi e aver vigore un racconto che in realtil 6 
semplice invenzione di un bello spirito. Ma dopo il suo articolo, si aflfollarono 
da ogni parte testimonianze sulFebreo errante in tempi anteriori; c il nome piii 
frequente col quale appariva era quello di Giovanni Buttadeo. L' edificio de! 
Paris rovina da tutte le parti; ma egli accorre ad esaminare la storia di questo 
Qonie per scoprire se Torigine ne sia italiana o letteraria, e finisce con Taccet- 
tore ropinion.: del Wesselofsky clio la leggenda sia di origine Iranco-palestina. 

lo mi permetto di esprimere la mia perfetta increduliti all'originarietA della 
forma Devoto o de Volo a Dio , le quail hanno chiaramente il carattere di pie 
correzioni di chierici: la forma Buttadeo popolare e signiBoativa t indubbiamente 
U genuina, e il Paris pur facendo air altra T onorc di molta disamina , finisce 
col preferirla. La facilita dello scambio 6\ b c v iniziali fu causa della forma 
col V, che finisce col prevalere su suolo iberico. 

Le Lai de T oiselet t un poemetto francese del sec. XIII , che svolge gra- 
ziosameote una favoletta Indiana contenuta originariamente nel romanzo di 
Barlaam e Giosafat, e di qui ditfusa in redazioni innumerevoli. Hsso si coUega 
coo quella redazione che proviene dalla Disciplina Clericalis di Pictro Alfonso, 
noa direttamente, sibbene con una delle traduzioni francesi di essa , e forse il 
suo autore conobbe anche il testo latino. Un uccellino ottiene la libertii da un 
villano promettendogli tre consigli sapienti, e poi schernendolo glicli d4: }^on 
credere airimpossibih; non andar dielro a cii> che non puoi oltenere ; non lasciare 
queUo che possiedu 11 Paris ha esaminato le principali redazioni del racconto, c 
iofine ha ripubblicato criticamente il testo del lai. In questa seconda edizione 
non fe stato tenuto conto di un rafirouto fatto da E. Teza a proposito della 
prima, in Rivista crilica della Lett, Italiana, I, 4, col. 109, con una favola de 1 
nostro Francesco Del Tuppo. 

N. ZiNGARELU. 



422 ARCHIVIO PER LB TRADIZIONI 1>OPOLARl 



Le Folk*Lore de France por Paul S^billot. Tome premier: L* Ciel tt k 
Terre. Paris, Librairie oricntale et americainc E. Guilmoto, ^diteur, 1901. 
In.8°, pp. VI-489. Fr. 16. 

AU'alba del nuovo secolo, dopo piii che venticinque anni di lavorj assiduo, 
ininterrotto nel campo delle tradizioni e degli usi popolari , i| pid attivo e fc- 
condo tra i raccoglitori di Francia, Paolo S^billot, fa rinvcntario del Folklore 
del suo paese e dei paesi di lingua francese. 

Siffatto inventario non fu raai tentato da nessuno ; perche i raccoglitori 
circoscrissero le loro ricerche in una data provincia, e le limitarono entro spe- 
ciali argomenti. Primo ad iniziarlo , e non dubitiarao del risultato finale , i 
quindi il S^billot che tanta messe ha mietuto , tanta materia ha adunata nel 
campo che 6 suo. 

Ed eccolo, il forte, Tentusiasta folklorista, aprir Topera sua con un grosso 
volume (il primo dei quattro che la comporranno) sopra il Cielo e la Terra: 
teraa immenso se si consideri che vanno in essi compresi gli astri e le me- 
teore (libro I), la notte e gli spiriti delVaria, le cacce aeree e i rumori deiraria 
(II), la terra, le montagne, le forestc, le rocche e le pietre, le impronte mara- 
vigliose (III) e il mondo sotterraneo, che h quanto dire le parti inferiori c le 
grotte (IV). Ed egli lo ferma questo tema , anzi questa serie svariata di terai, 
c vi ccstruisce sopra come tante monografie quanti sono gli argomenti da lui 
trattati. Giacchd 6 bene rilevarlo , ciascuno dei quattro libri , sla esso breve di 
due capitoli, sia lungo di cinque, h un*ampia monografia, nella quale non raancj 
nulla alia completa^, esauriente trattazione della materia. Dalla leggenda alia 
superstizione, che h sovente Tultimo irriconoscibile avanzo di quella, datla fiaba 
alia formoletta , dal proverbio alia frase ed al modo di dire, 6 tutto un com* 
posto di elementi tradizionali che TAutore ha saputo trovare, classificare. ordi- 
nare, mettere insieme per la costruzione di tanti piccoli edifici quanti soooap- 
punto gli argomenti tolti ad illustrare dair Autore medesimo. Migliaia sono i 
fatti sparsi qua e la nelPopera , che per6 con abiliti critica egli sintetizza e fa 
servire ad un principio , che potri domani essere una teoria scientifica , ad 
una semplice osservazione, la quale come naturale conseguenza scaturisce datla 
rassegna di un da to numerb sia di creazioni fantastiche , sia di costumanic 
suggellate dai secoli , sia anche di motti racchiudenti verity formulate dalla 
esperienza. 

Tanta copia di fatti ci toglie la facolti di esporre il contenuto del libro: 
il quale, ci fe grato dichiararlo, bellamente compendia quanto di meglio e di piii 
sicuro sia stato fatto in Francia ndlo studio del folklore. 

G. Pitr£. 



RlVlStA bibliograWca 4^5 

Les Fontaines des G^nies (Seba aioun) : Croyances soudanaiscs k Alger 
par J. B. Andrews. Alger, Typographie A. Jourdain 1903. In- 8% pp. 36. 

Le superstizioni dei Negri hanno viaggiato con esst^ osserva acutamente il 
prof. R. Basset; ed una delle crcdenze alle quali V Islam si ^ facilmente acco- 
modato k qucUa pei geni. I Musalmani ne hanno a dismisura; e li considerano 
come esseri intermediari tra Dio e Tuomo. Cos'i i dijnns del Sudan hari preso 
posto tra i molti e diversi demoni che popolano Taria , le acque,, le terrc, le 
rovine, i cimiteri e fin le citti del mondo. E per6 i geni delle acque , adorati 
dai Sudanesi, han seguito le emigrazioni degli schiavi negri neirAlgeria e nelle 
regioni settentriooali deirAfrica e vi si sono definitivameute stabiliti. 

Ed ecco un dotto folklorista, il sig. J. B. Andrews , venirli a cercare , a 
scoprire ed a fissarnc la natura e le facolti. Le ricerche dell' acuto mitologo 
ci rivelano che dove una e dove un' altra delle fontane degli eJifici algerini «i 
abitata da un genio di maravigliose virtu salutari. I nomi di ciascun genio non 
lasciano dubbio sulla provenicnza geogratica. 

Le ricerche del sig. Andrews , se non esaurienti , sono state intense e di 
risultati non dubbi sulla esistenza di quest! geni con nomi propri, virtu diverse, 
esigenze speciali di sacrifici , riti propizi;itori differenti per mezzi , praticbe e 
persone. La folia di codesti esseri vien passata in rjissegna dall* A., che nc ri- 
ferisce le denominazioni, dopo di aver detto delle sette principal! sorgenti e dei 
sette priocipali spirit! o geni. 

DifHcile riesce tener dietro alia rassegna ed alle particolari notizie che TA. 
per mezzo di persone colte, di sacrificatori e di stre^he e maliarde del paese 6 
riuscito a procurarsi. 

Degli atteggiamenti di qucn! egli ci offre le fi.^ure, come della niusica ri- 
tuale degli Haoassas le note musical!. 

A Doi pare esser egli penetrato nel pensiero religioso dei Sudanes! e di 
essersi formato un esatto concetto dei principali punti della bassa teogonia ioro. 
Per dd egli vede uno dei piii rudimental! cult! animisti, la persistenza dei quali 
sarebbc stata favorita dall'isolamento del popolo nelKinterno del continente afri- 
caoo. Sifiatto culto fe indiscutibilmente antroporaorfico. a Les esprits — ag- 
giunge^ sent tallement humains que la difference serait presque iosignificante, 
s* ib n* avaient pas, pour ainsi dire, quatre dimensions au lieu de trois que les 
borames poss^dent en commun avec tout corps materiel. Apris tout, cetle qua - 
tritae demension, qu' on pouvait appeller, faute de mieux , la p^n^tralit^ , d' 
est-elle pas la quality principale , g^n^ralement attribute aux ^tres spirituel ? 
Ellc leur permettrait de traversar ler corps et d' ^tre travers^e par eux; V invi* 
siWliti s'cnsuit, consme il arrive k certains corps devant les rayons X». 

G. PlTRt. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 



G. Crimi Lo GiUDiCE. Magheria, o a- 
more per foryi, bane popoJar't sici- 
liane in 2 atti. Acireale , Tip. Um- 
berto I. 1903. In- 160, pp. 48. 

Lo stesso. Vendetta, racconto campa* 
gnuolo stciltano, W\, 1903, pp. 29. 

Lo stesso. In Campagna. Dal siciliano. 
Canti pop. raccoUi net contado di 
Naso. Ivi. 1905, pp. 43. 

I primi due voluraetti sono , V uno 
in forma drammatica, Taltro in forma 
narrativa^ descrizioni di costumi e di 
credenze del popolo nasitano , e pos- 
siamo dire anclie siciliano. Alia Ma- 
gberia va innanzi una nostra lettera 
del 12 Novembre 1888, anno in cui 
questo componimento venne rappre- 
sentato nel Teatro Garibaldi ; e del 
quale ricordiamo aver detto qualche 
cosa ntW Arcbivio, I costumi sono qui 
r ambiente ed insierae il perno tan to 
della Magherta quanto della Vendttta, 

1 Canti popolari del terzo volumetto 
sono voltati in italiano. L* egregio a- 
mico nostro ha creduto di renderli per 
tal modo intelligibili a tutti: e noi non 
abbiamo nulla da ridire. Noi , se fos- 
simo stati lui, li avremmo lasciati quali 
vennero raccolti, non solo nel dialetto 
comune , ma anche nella parlata di 
Naso, che 6 del gtuppo messincse. Coa 
ci6 non intendiamo detrarre nulla alia 
versione, la quale, a dir la veriti, data 



la ottava dal Crimi preferita , k con- 
dotta con lode vole sempliciti e natu- 
ralezza. 

I canti sono 92, seguUi da otto altri 
canti nuziali dallo sposo alia sposa, e 
viceversa, dalla sposa alia madre e dalla 
madre alia sposa, dalla suocera alia 
nuora e da questa a quelta, dalla sorella 
della sposa ad un amico di casa. Que- 
sto gruppo di canti curiosi, favoritoci 
o\^ dal Crimi , venae da noi prima- 
mente ed originalraentc accolto nel 
vol. II dei nostri Vsi e Costumi (Pa- 
lermo, 1889). 

S\LVATORE Raccuglia. Tiotro Sid' 
liana: Vendemmia. Acireale, Tip. Uoi- 
berto I. 1903, In-i6« pice, pp. 56. 

II nome deU'Autore richiama subito 
a tradizioni popolari ; ed il lavoro ai 
comuni intorno all' Etna, ove egli coa 
fine intelligenza studia e ritrae vita, 
credenze e costumanze vol^ari. Le scene 
della vendemmia nelle vane fasi di essa 
non pur descritte ma vi sono ancbe 
vivamente drammitizzate. Quella vita 
a sprazzi , nelle manifestazioni piii ca- 
ratteristiche vien su evidentc , viva , 
gagliarda da tutte le parti con dolci 
canti d'amore, con dispetti gagliardi di 
gelosia, con mitezza di virtii moJeste. 



BULLETTIJ^O BlBLlOGRAFICO 



425 



G. McGAU DbL QiUDice. CbmchUre 
alia buona, Reggio Calabria, D* An- 
gelo 1903, pp. 124. 

Son quattro conferenze , ddle auali 
la prinu : Diu poet$sse Ualiane del sc' 
colo XIX , e parte della secondt : Un 
po$ia dd mare^ sono estraoee ai nostri 
studi. Diciatno paite, perch^ nel fare 
I'elogio del napoleuno Niccol6 Gian- 
nettasio (164B-1715) pel suo poema 
Halieuiica, PA. si Icrma sulla leg^enda 
di Cola Pesce traduceodo o riassutnendo 
['episodic J^ir fail gi^ immortalato da 
Schiller col suo Tauclter , ma non da 
Mitchell, come per equivoco scrivc il 
Megali (p. 38). 

La terza confcrenza : Sotto gh ttlivi 
richiama pel titolo all' Unter den Olu 
venbdumeii senza averne il plagio. In- 
fiatti questo studio ^ tutto originale sui 
canti popolari della Plana di Calabria, 
dei quali niettc in mostra alcuni bei 
saggi ; mentre il libro tedesco b un 
furto spudorato. L'ultima : Del mare e 
di alcune sue leggetuie , con la poesia 
che nel Megali ha vive iinmagini e 
Oklde parole di ammirazione, raccoata 
Irggende delle regioni calabre , quali 
Dontia Canfora^ che richiama alia Pre^ 
sultana di Cefalu» S. Elia ed altre. 

Il tema di una sacra immagine por* 
tata da un legno e fermatasi in un dato 
posto della spiaggia accresce ie varianti 
infinite di que^ta leggenda^ tanto diffusa 
c tanto cara. 

LuiGi Galante. Giuocbi infantili e 
GwcaltoU t^lVattlicbitd class tea. Con* 
ferenza letta a la Society di coltura 
in Vercclli il 24 Aprile 1904. Fi- 
reiize» Barbara 1904. In-i6% pp. 47. 

« Voci velate da lontananza che sor • 
gpno da secolari torabe scoperchiate ; 
note dbperse qua e U, risonanti in un 
canto magnifico: rottami di vasi attici 
e di sculture romane ; parole faticosa- 
mente raccolte e postillate e illustrate 
da pazienti glossatori e lessicografi : » 
ecco i frammenti con i quali il Galante 
ricostruisce il piccolo niondo dei fan- 
cioUi romani. 

Giocattoli e balocchi molto siraili at 
nostri erano i loro.cotidiani passatempi; 
e non pochi dei giuochi che i nostri 



I'aano , facevano e:»:»i ,.dirfcrcuti , uoit 
diversi, da quest! solo net nomi dei var{ 
divertimenti. Con iudustre acutezza il 
G. riccrca e descrivc Ic raanifestazioni 
tradizionali della vitof infantile latina» 
tanto vicina alia medievale ei alia 
moderna popolare quanto b crcdon-) 
Ion tana coloro che non V hanno mai 
studiata. 

La conferenzi del G. non ^ di qa.*lle 
che si riassuinono; essa va letta , so- 
prattutto dai giovani studios! di case 
classiche. 

[Looovcco Frati]. Li lavola mitoi-CA 
dei gmoahi di Ulusb Aldrovasoi. 
B.^lo^na, Zimorani e Albertozzi 1904. 
In -80, pp. 10. 

Per ie nozze Zanichelli-Mazzoni il 
Frati ha pubblicato alcune paginc sopra 
La tavola metoiici dei gitiocbi dt Uiisse 
^Urovandi , indice di un' opera ms. 
della Universituria di Bologna intitolata: 
De luiis lum publicts, turn privates tne" 
Ibo.lus, 

il Frati tralascia Ie notizie relative 
ai j^iuochi dei Greci e dei Romani c 
traduce dal latino quelle di giuochi 
meno noti che pid interessano per la 
storia dei nostri costumi. 

Accenna alia ptilh , al giuoco della 
datna, alia cicerlanda^ alia semola (cm- 
scberella) , al boscbetta , alia sconderoh, 
al pallomnglio , ecc. Dice quale he co<ia 
dei dadi e dellc carle. 

Finisce con alcuni passatempi car.ic- 
valeschi. 

Dorr. Cesake Musath. Dalle Ninne- 
aanfte agP Indoviuelli, Briccicbe di 
jolklore veneiiuno, [Arezzo 190 1], Im- 
i6«, pp. 13. 

Cinque ninne-nanne, otto canzonette 
infantili , tre fibstrocche , sei indovi- 
nelli , tutti raccolti in Venezia , patria 
al Musatti caramente diletta. Chi cerca 
giuochi di dita ne troveri appunto nelle 
canzonette : e chi , formole finali dt 
fiabe , ne avrd tre a p. 7. Nujva vcr 
stone dtWUno, due, tre, II papa non i 
re b alia medesima pagina. 

Son bricciole, queste, t vero: ma che 
accrtsscono la materia dello studio i1^! 
pppolo. 



Arcbh*io fer Ie tradixioni popolari, ^ Vol. XXII. 



>4 



•^26 



ARCHIVIO f*BR LE TRADIJttOti: l»0{»OLARt 



None Pavanello' ViUorelli. Istituto Ve- 
neziano -d' Arti Graliche A. Nodari 
jun. [1905]. In-8'% pp. 15. 

Autore di quest'opuscolo nuzialc k il 
prof. Arnaldo Segarizzi; e Topuscolo 6 
intitolato \ II vi De Pom pa ducatus Ve* 
netornm di Andrea Mar'ini. Di questo 
scrittore, che fu oratore e poeta lodato 
del sec. XV ^ non si sa nulla , ed il 
presente opuscolo, cho sarebbe un ca* 
pitolo del suo De pompis, * ^ dcdicato 
alio cerimonie ed allc consuete Teste 
per Telczione del doge di Vonezia, ar- 
gomcnto sui quale poco ci dicono le 
cronache e tardi cominciano i docu- 
nienti offidali », 
Notevoli le seguenti parole : 
a Nulla geDs tarn accurate tamque 
pervigil procurat rem suam publicam 
quam venctus populus. Soli nobiles 
regnant, soli nobiles moderantur, ct hi 
vere sunt nobiles qui aut rei publicae 
intendunt aut mercibus et mercationibus 
implicantnr; quippe cum opus ingruerit, 
ipsi etiam cives mercatici rei pjblicae 
consuluat tarn opibus quam consilio n. 

[Emilio LovARrNf]. Cmtti popolari ce- 
senati. Padova, FraitUi Gallina tipo- 
grafi. 1903. In 8°, pp. 2|. (N'ozze 
Marchetti-S^gre). 

5>on p^hi (dodici) questi canti , ma 
baoni , come fu detto dei versi dvil 
Torti. Buoni, perche scelti con gasto, 
e quasi tutti inediti; b'loni per la graU.i 
che ritrae iedclmente la fonica di S. 
Tomiuuso sopra Cesena donde essi pro- 
vengono; tanto buoni che son da met- 
terc tra le niigliori del la Romagna 
pubblicate (inora. 

11 prof. Lovarini li ha uno per uno 
accompagnati con una garbata versione 
italiana; e tutti fatti precedere da una 
entusiastica lode della poesia rusticana, 
e seguire da una diligente Nota biblio» 
grafica dei canti romagnoli; alia quale 
va aggiunta la raccokina di Canti pop. 
tn 5. Pielro Capofiame {Archivio ,- vo- 
lunii VII, VIlI c .K) cd il breve s.'^gio 
di Pasquale Orlandi {La Piwola, v. II, 
p. 344. Bologna, Luglio 1844). 

Volksliciler aus der Toscana. In Dent' 
scber Uebertragung von Edgar Kurz. 
Tubingen, Verlag der Bucbdruckerei 



von H. Laupp Jr. 1904. In-i6», pp. 
Vni'96. 

II volumetto ^ composto con molta 
elcganza e vo^liam dire con una ccita 
civetteria tipografica. L* autore V ha - 
composto traducendo in versi rimati • 
tedeschi 120 stomelli e rispetti toscani 
forse editi, di Firenze e d' altre parti 
della Toscana. Diciamo forse, perche 
nella prefazioncioa al suo libretto non 
ne fa cenno, e ci lascia nel dublno s; 
gii si debba lode di raccoglitore c in 
sieme di traduttore. Non avendo il testo 
sott* occhio , roal possiamo giudicare 
della versione , la quale qua e U c 
molto semplice. 

Schweixer Moi'chen, Anfang eines Kom* 
meniars x,ii der verdffentlicben Stbwei- 
ler Mdrchenliteratur, Von Prof. Dr. 
S. Sing EX. Mft einer Abildung. Bern, 
Verlag von A. Francke 1905. In 8^ 
pp. 7». 

Da poco il prof. O. Fr. Walzcl ha 
preso a pubblicare in Bema una serie 
di Untersuchnngen ^nr nfiieren Spracb* 
und LtUraturdeschichte : e questi Scb 
ivei{er Mdrcben del pn>f. Singer ne 
sono il 3« volumetto. 

Come si rileva dal titok) c dalla 
breve avvertenza , il volumetto 6 il 
principio di un commento alle fiabe 
edite da Otto Sutermeister {Kinder-utU 
HiHsmdrche I aus der Scjivet^). Le fi:\bi 
qui prcse a studiare sc>io otto. Cia- 
scuna di esse t riassunta e studiau nel 
suo tcma e nei s loi motivi ; e si de> 
Tuno e si degli a ltd il Dr. Singer in- 
dica riscontri di varianti c di analogic. 
La prima otTro argomento di un lungo 
e particolareg'^iato >tudio; dove per6, 
come nelle altre sctte » i richiami a 
tradizioni italiane pk conosciute man* 
cano del tutto. 

Die Folks kunde in denjahren 18^*1002. 
Bericbte uber Neuerscbeinuniren. von 
Dx. FkieoricH S. Krauss. Erlangen. 
Verlag von Fr. Junge. 1905. In-8*, 
pp. 180. 

£ una limpida, esauriente esposiziooe 
di c6 che si pubblic6 in tutta Europa 
Q fuorl in ordine alle tradizioni popo- 
lari : e con istretto metodo scientivo 



ftULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



427 



mette k> studio$o in grado di gtudicare 
da si intcmio alia etnografia tradtzio- 
nale ed alia letteratura popolare. A 
rendere agevole agli altri ed a si lo 
studioy TA. ha divisa in prruppi la im- 
meosa materia raessa insieme nei libri 
e ndk rassegne speciali. I gruppi sono 
delU seguente forma: 1. Orizzonte del 
F<riklore; 1 1, II Folklore ed il nome di 
esse; HI. Problemi e scopi- IV. UtilitA; 
V. Metodo in generale ; VI. Folklore 
ed Etnolo^ia; VII. F. e scienza della 
lingua ; VIII. Fratellanza dei popoli ; 
IX. Folklore c popolazione; a. Con- 
getture, osservazioni , esperienze; XI. 
Valore dell' argomento aei musji pel 
folklore; XII. Tradizioni delh fata Mor- 
gana; XIII. Introduziopi al folklore; e 
cos\ per altre ventinove rubriche, tra 
le quali sono quelle della bibliografia, 
dei canti , delle fiabe , dei proverbi^ 
deglt indovinelli ecc. ecc 

Questi tttoli sono impost! dalla ma- 
teria. in ragione degli argomenti trat- 
tati dagli studiosi. II Krauss sviscera le 
pubbllcazioni che ha sottomano, e se 
ne serve, non gi4 per le solite recen- 
sion!, ma per trame teorie, precetti ed 
insegnamenti che giovino a chi ex 
protesso si occupa della materia. Co- 
sicchi r opera sua non h solo un in- 
ventario di quel che si h fatto in questi 
ultirai anni, ma anche un trattato cri- 
tico sugli ult\mi orizzonti aperti alia 
V scienza delle tradizioni »: titolo che a 
buona ragione compete a quello che 
gringlesi chiamano Folklore^ i Tedeschi 
Volkskunde e not Italiani dovremmo 
cbiamare Demopsicohgia, DemosQfia ecc. 



Sir Gawain al the Grail Casile, Tran* 
slated by Jessie L. Westom. IVitb 
designs M^ Caroline Watts. Publi- 
shed by David Nutt at the Sign of 
the Phoenix. 1903. In- 16* pice, pp. 
XVI-84. 

Sesto dei volumetti della simpatica 
collezione Nutt: « Arthurian Romances 
unrapresented in Malory », Sir Garvain 
contiene tre version! della visita di 
questo celebre signore al Castello di 
Grail ,. tutte c tre tradotte in inglesc, 



La I* ^ della continuazione di Gautier 
del « Conte da Grail « di Crestion; la 
2* del tedesco a Diu Crouc » di Heinrich 
von dem Turlin ; la 3' della prosa 
Lancelot. Ciascuna versione, oltre che 
un titolo proprio, ha carattere speciale, 
e tutte e tre> un misto di pagano c di 
cristiano non molto notevole nelle ro- 
manze di Grail. 

Lo sviluppo delle leggende arturiane 
dalle novel le j>opolari tradizionali non 
isfugge a chi ha una certa conoscenza 
del ciclo d'Artii. 

Note final! (pp. 72-84) illustrano 
quando il testo, quando la traduzione, e 
spicgano il movimento e le circostanze 
del racconto. 

An Italian Fable ^ its Sources and its 
History, Kennf.th Mekenzie. Printed 
at the University of Chicago Press. 
1904. In-8", pp. 28. 

A proposito d* un racconto in vers! 
dal sig. Mckenzie trovato nelle Biblio- 
teche di Firenze, questo scritto viene 
ad illustrare largamente e copiosamente 
quella novella nella quale al salvatore 
d'uno in grave pericolo tocca la triste 
sorte d'essere ingratamente trattato. Da 
questo tema, popolarissimo in tutte le 
lettcrature erudite e popolari, son nati 
due gruppi di versioni: Tuno ^ quello 
in cui il salvatore, convinto della sua 
vera ingratitudine, si vendica quasi per 
togliersi dinanz! V oggetto delta sua 
tristezza; Taltro in cui un terzo essere, 
chiamato a giudicare della maPazione, 
i'ji rimettere V ingrato nella posizione 
nella quale trovavasi prima di venire 
liberato e beneficato, punisce lo scelle- 
rato e vendica il benefattore. 

L* A. discute le versioni, le variant! 
c le analogie italiane^ latine, francesi. 
spagnuole , ingles! , tedesche , danesi, 
lituane, finniche, greche, russe, persiane, 
hindu, nubiane, indo-americane, negro, 
ecc. di questo racconto, e giunge alia 
conclusione che Toriginale di tutte le 
versioni fin qui conosciute fu coraposto 
in India in tempi antichissimi. 

Cos! e^li ha dato un erudito saggio 
di novel listica comparata. 

G. P. 



428 



ARCHiVIO P£R LH TRADiZIONl POPOLARl 



Recenti Puublicazioni. 



GuE^RiERi (F. F.). n tarantolismo 
in una farsa del sec. XVIIl. Lccce, 
i ip. Coopcrativa fO(»|. 

Lozzi (Carlo). Cecco d* Ascoli e b 
:imsa popolare. Ascoli Piceno, Cesari, 
1904. ln-8", pp. 223. 

Provaglio(E.). Nuovi racconti dcUe 
Fate. Firenze , SaUni , 1904. In-i6% 
pp. 269. 

Ravbllo (F.). Attra verso il quattro- 
cento: la poesia popoIare<<giante. To- 
rino, Decorsi 1904. 

Baudouin (M.). Le Maraichinage, 
coutume du pays de Mont. Paris, 1 904. 
In- 1 2% pp. 148. 

Frazer (J. G.). Le Rameau d' or. 
Etude sur la magie et la r^li^^ion tn- 
duit de r anglais par R. Sti^bel et J. 
Toutain ; t. I. Magie et religion ; les 
tabous par R. Stiebel. Paris, Schleicher 
fr^res et C.ie 1905. In -8°, pp. V-405. 

Lessevich (Wl.). La Legende de 
J^sus et les traditions populaires, Pa- 
ris, V. Giard et E. Brifere 190J. In -8", 
pp. 20. 

L16GARD (H.). Les Saints guerisseurs 
de la Basse- Bretagne. Paris, Jou ve 1 904. 
In-80, pp. Qi. 

MoRiN (L,). Proverbes et Dictons re- 
cueillis dans le d^partenicnt de TAude. 
Troyes, Arbouin. In-S®, pp. 37. 

Marian (I. F.). Legendele maicii 
Domunlui. Bucuresci, 1904. 

Meumaxn (E. F. W.). Die Sprache 
des Kindes. ZQrich, ZCIrcher u. Furrer, 
1903. In 80, pp. 82. 



D2 Cjck (A.) e Tkirlink (Is.). Kin- 
derspel und Kinderlust in Zuid*Kedcr* 
Imd. , t. IV. Gmd, A. Sitfcrt 1904. 
In 8®, pp. 360. 



Tylo:i (E. B.). Primitive Culture. 
4* Edition. London , J. Murray 1903. 
Voll. 2 in-8». 



ArniM (L. .\. von) U. BtENTAXO 

(Cl.). Des Knaben Wund.»rhom Alte 
deutsche Lieder. Leipzig u; Berlin, 
Meyer, 190;. In-8^ pp. S99- 

Bader (K.). Turm-unJ Glojkenbuch- 
lein. Eine Wandorung, durch deutsche 
Wachter-und Glockenstuben. Giesseo, 
Rickers, 1903. In-80, pp. XIl-222. 

Das deutsche Volkstuni. Zwcitc Au 
flage. Leipzig 1903. Zwci Bande, Vlll- 
402; II-438. 

Sali.n (6.). Die all-gerniauische Tier- 
ornamentik. Typologische Studic uber 
germanische Metallgegenstandeaus dcm 
4-9 Jahrhundert ecc. Stockholm, Bcck« 
man 1904. In-40, pp. 383. 

ScHURTZ (H.). V6lkerkunde. Leipzig- 
Deuticke 1903. In-8o, pp. XIlI-178. 

SroRCK (K.). Der Tanz. BidefeU 
u. Leipzig, Velhagen u. Klusing, 190^ 
In-8s pp r4o. 

WfcisK (0.). Die deutsclien Volb- 
stararae und Landschaften. Zweite ver- 
besserte Auflage. Leipzig , Teubncr, 
1903. In-80, pp. VI-128. 

Wisser (\V.). Wat Grotmoder vcr 
tellt. Ostholsteinische Vdks-aiarchen. 
Leipzig, Diederich 1904. In-89, pp. 96. 



SOMMARIO DEI GlORNALI. 



Archivio di Psichiatria ecc. S. 2. 
XXIV , 3. Torino 1903. Castcllani : 
Sortilegi (Tun tempo e di oggidi. 

Atti della R. Accademia dci Lin 
CEi. RBNDico>n-i. S. 5, XII, 1-2. Ro- 
ma, 1903. Brouwer : La Madonna del 
sorci. 



^ Ferrucc o. a. XX , n- 4. Regeio 
Calabria , 22 Nov. 1904. Lcoae All- 
torre: / cmti pop, della culla di Reggio 
Calabria, 

N. 4 (sic). Lo stesso : Megeri, strt- 
gonerie, spiriti mali nel popolo di Reg- 
gio Calabria. 



SOIOAAiUO DEI GIOftNMJ 



429 



Gazzetta di Messika e delle Ca- 
LAiKiE. A. XLIl, n. 22$. Messina, 13- 
14 Agosto 1904. G. Arenaprtino: // 
Corleo storico Jel Senile it Messina.— 
G. L[a Corte] C[aiUer] : // Gigante $ 
la Gi([anUsss per Ic Teste di Meszago- 
sto in quella cittil. 

Il Piemonte, a. I, n. 19. Salurzo, 
19 Ottobre looj. F. Ncri: La seem 
sacra pop, in Piemonte. 

N. II. 14 Nov. A. Massara : £/'i 
maiio di cognomi curiosi delle aniicbe 
(ami f lie NavaresL Sopranoomi , as^no- 
mi, mgiurie, ecc 

La Gazzetta di Novara, A. VII, 
n. 635. 25-14 Dtcembre 190}. A. Mas* 
sara: Tipi e costmni di campagnn, VIIL 
Chiacchiere e pettcgolezzi nelle sulle. 

A. VIII, on. 648, 649, 6>o. II, 14 
18 Febbraro 1904. A. Massara: Tipi e 
costumi di cimpagna, IX, U avuelena^ 
triu, studio sulla canzone popolare di 
auesto nome secondo i testi pubblicati 
dal Nigra, ie varianti nuove trovate 
dal M. e con osservazioni proprie e 
d'altrui. 

MiscbllancA sroRiCA d:lla Val- 
DELSA, Xn, 2-5. Castclftorentino, 1904. 
A. Bacci : BuHe ed arli ma^icbe di 
Giov, Boccaccio : notizie pre:«e da un 
codice della Nazionale di Firenzc. 

NiccoLd ToMMASEO. A. I, nn. i-io. 
Arezzo, Gennaro-Ottobre 1904. ^l 
iMlore. « U solo Archivio di Palermo 
noD pu6 bastare. Abbiamo percib p^n- 
sato di iniziare la pubblicazioae di un 
giornale demopsicologico, cho col pe- 
riodico di G. Pitrfe cooperi, secondo le 
sue modeste forze, a radunare lo sparso 
materiale delle trad, popolari italiane 
e a diffondere sempre piii — special- 
raente in Toscana — questi studj , i 
quali , oltre la importaoza che hanno 
per se medesimi, costituiscono un pre- 
zioso sussidio per rEtoogratia, I'Antro- 
pologia, la Sociologia, la Glottolo^ia e 
raolte ahre scienze raodeme».— Maria 
Carmi : Affrettiamoci, — A. Billadoro: 
Due novelletU raccolte a Pacen^o sul 
Garda. — G. Volpi : Di un supposlo 
proverbio (Mostrarc li Mandragola). — 
G. G[ianninil: Silvio Giannini e la pri- 
ma foaoUa ii canti pop, toscani, — C. 



Mosatti : Dalle ninne-nanme agV indovi' 
nelli. -^ A. Balladoro: Due riscontri vf • 
ronesi al « Novellino «. — G. B. Girst: 
Oraxioni pop. senesi.-^ Silvio Gtannini: 
Canti dei campagnaoU toscani, rtstampa. 

— A. Medin: Leonardo InsaJaco, poeta 
popolare siciltano, giii solfataro, ed ora 
guardia forestale a cavallo a Serradi- 
falco nella prov. di Caltanissetta: — A. 
Balladoro : Alcuni Indovinelli veronesi. 

— G. Giannini: Canti hacchici raccoHi 
lul Luccbese. — Dite novelliiu pop. ve- 
ronesi, — E. Filipptni : Attraverso il 
Folklore italiatto , conferenza letta nel 
teatro di Menaggio (Como) il 20 Ot* 
tobrc 190}. — A. Balladoro : SoterelU 
di medicina pop. Veronese, raccolte a 
Pacens^o sul Garda — G. Giannini : 
Preghiere pop. raccolte a Voltcrra, — 
Cantt pop. senesi. — G. Brognoligo: Le 
stregbe, superstizioni della campagna 
vicentina. — A. Balladoro: Alcuni prov. 
veronesi. - Maria Carmi : Danie bop. 
emiliane. — C. Musatti: Veubie villoftd 
vene^iarie. — G. Giannini : / viaggi dt 
S. S. (r. Crista, le>;gende pop. toscanc. 

— G. B. Corsi : Soprannomi delle con- 
trade di Siena. — A. Balladoro : Pre- 
^htdre e canti rel infest vtro^usi. — G . 
Giannini: Maggl drammalici dtUa cam- 
pagnt aretina. — G. Crimi Del Giu- 
dice: Cmti pop. di Naso (Messina), te- 
sto e traduzione di n. 12 canzoni. — 
G. Giannini : / giorni della settimana, 
canti popohiri anticlii e mode mi nei 
qaali si enumerano i giorni della set- 
timana. (Cfr. in proposito i larghi ri 
scontri di Vitt. Imbriani nella risumpa 
della Posillecheata. — A. Balladoro: No- 
velline pop, del coitalo Veronese, — G. 
Giannini; Uni nujva ipotesi Siiltorigine 
dello stornello. L. B^nfigli : Ftor di 
ctmpo in mvw genlile.^ A. BdlaJoro: 
CreUnxe e Superstition raccolte nel 
Veronese. — F. Seves : Djfninie facete 
raccolte nel circondario di Pinerolo. 

— A. Balladoro Blasone pjp. Veronese. 
^ C. Arlia: .4 proposito de' rhpetti del 
Bi.riciirdi. N :)i so:io soltanto quelli 
che si sanno i rispetti montamiatesi 
cr^ati da G Bianciardi ; mi ve n' i 
altri, chj ii Tomniseo go 01 billati e 
creJetteadiirittura popilari. G. Gian- 
nini: Un ultra preghiera pop. raccolta a 
VolterrUy che 6 in un ms. voUerrano 
del sec. XIV. ^ 



430 



ARCHIVIO PER L£ TRADIZIOMI POPOLARl 



NuovA Antologia. XXXIX, 785. 
Ronia^ 1904. A. Sassi: Roma' e ii Papa 
net provtrbi t tut modi di dire, A pro- 
posito della nuova edizionc di M. B^sso 
sul medesirao argoaiento. 

RiviSTA Abruzzese, XIX, 4, 5. Te- 
rarao, 1904. T. Bruni: Credence ed usi 
abruixjssi: L'albergo di Viiiatuagna. 

RivisTA d'Italia, VII, 5. 9. Roma, 
1 904. A. Marenduzzo : Giuocbi di so- 
cietd suUo scorcio del cinquecento, L*A. 
rileva che la cultura e la intelligenza 
portafono a giuoclii ed a ricreaziont 
signorili. — Delia toeletla femminile nel 
rinascimento. 

8. G. Leti : MiracoU e super stiiioni, 
nella seconda meU deiio scorso secolo. 

Sardeona FoLKLO.asTiCA. Pregiu- 
dtzii del popolo sardo. I. Longiave: Is 
ma:^ljmis. - Li fattnri. — Lu foggti di 
lu piUgadoriu. — V ossu di lu cori. — 
L'eba miraculosa, — Piglianni lu fogu, 
— Puni occi, — / <» bari a della medi- 
etna in Sardegna, — O a fora Nolsthra- 
siguora a fora lu duttori. — S'anima 
arrutit: favola. 

Questa pubblicazionc di pp. 8 in 49, 
pare un nuniero unico scritto nei dia- 
ietti cagliaritano e sassaresc. 

Bulletin de la Socifeil nat:on ale 
DEs ANTIQ.UAIRES DE France. Paris, 
19O}. P. Pardvizct : Le folk-lore de la 
chouetie dans F anliquiU, A proposito 
d*un mosaico scoperto a Roma. 

R+.VUE ARCH^OLOGiaUE. S. IV , I. 

Paris, Genn.-Febbr. 1903. E. Pettier: 
La danse des morts sur un cantbare 
antique. 

Revue des Traditions populaires. 
T. XIX. N. I. Gennaio 1904. P. S^- 
billot ecc: Le corps humain, IV. Con- 
tinua al n. 3-4, IX. — R. Basset : Les 
villes engloulies. CCCXXXI-CCCLVI. 
Contioua ai n, 5-4. — H. Le Carguet 
e H. Diverr^s : La fnune pop. de It 
Basse-CornoHvalU , II. G)ntimia al n. 
5-6» — R. Basset iLes empreinUs mer* 
veilleuses, CCXXV CX:XXXV. --Les 
M/Uores, — Bibliograpbie di receoti 
Dubblicazioni di V. Chauvin, Ed. Mao 
tulloch. 



N. 2. Febbrauro. R. Basset: U baton 
qui' reverdit, -^ Cli. Sadoul : Conks 4$ 
Lorrainty I.— Gaudefroy^OeroomlyyDes: 
y^otes sur le Falais, --Marques de pro* 
pri/U, IX-Xni. — A. BaUadoro: Les 
m/Uares, CXX. -^ Ed. Edtnont: Contes 
du pays de S.I Pel, IV- VIII. Coaiinua 
al n. y6. -- Bibliograpbie, 

N ;-4. Marzo-Aprile. La mer et les 
eaux, CCCLXXXI-CGCXC - R. Bas- 
set : Les Ordalies, Gontinua al n. sc- 
guente. — P, S^billot: Les personnages 
dans les proverbes, 

N. 56. Maggio-Giugao. Gh. Sadoul: 
Cbansons pop, de la Lorraine MV. — 
A. van Gennep: Notes sur les religions 
gricques primitives,^K. Rasset: Coates 
et Ligsnaes de FExtrinu Orient. Good- 
nua al n. 7. — Yves S^billot: Coutumts 
et Superstitions de la Hattte^Brelagne. 

N. 7. Luglio. E. Auricoste de La- 
zarque: Histoires surnaturelles de Boulajf, 
Gontinuano al fascicoto del naese di 
ottobre , fino al n. XX 11. Queste sto- 
f ielle vennero scritte oel noverabne del 
182 1 dalla signorina Barbarat. — Z.^ 
marques de propri/ti',^R. Basset: Contes 
et L(fgendes de V Extr/me Orient, fino 
al n. CLXXXVI.-U0 Desaive: Les 
traditions pop. et les ecrivains fraafuis. 
XXXVIIllxi. — A. Harou: Notes sur 
les tradit, et Ugendes de la provina de 
Ltige ; flora e fauna. — Les triors ca- 
cbes, XII— R. Basset: Contes A Ugendes 
arabes. DGXGIX DGGVI. 

N. 8-9. Ag.-Sett. A. van Gennep : 
Toliniisme et culte des enseignes k Rome 
a proposito del recente lavoro di Cfa. 
Renel: Cultes militaires de Rome: Les 
Enseignes. — Tiler ins et Pilerinages. — 
F. Macler : Contes armeniens, fV. — 
Ives S^billot: 7 raditions el coutumes de 
Basse-Bretagne, IV. Usi nuziali. — P. 
Rondou: Croyances et superstitions de la 
Vallee de Bariges. — Gh. Sadoul: Contes 
de Lorraine, II. — M.— N. Guyot. Li 
folk-lore de la Cdle^or, IV. 

N. ID. Ottobre. G. Ferrand: Chanson 
wolgiicbe. — Ed. Edmont : Conies i* 
Pays de St Pa/, XI-XII. - B. Frayssc: 
Lit sorcellerie au pays de Bang/. — L. 
Pineau: Le . folk-lore de la fouraittc, 
VII. — Bibliograpbie di reccnti pubbli- 
cazioni di G. Pitr6, H. Lidgard, A, de 
Cock, ccc. 

Revue de l*Universit6 de Bruxel- 



SOMMARIO DEI GIORKALI 



431 



LBS. IX, I. 190$. G. D* AlvieUa : Uiu 
ri^babiJtiaiion scienHfique de la magie. 

Revista LusiTAKA. Vol. 8°, n. i. 
Lisboa 1903- 1904. J. Lcite de Vascon- 
cellos: Poer'a e Etbnographia, — Poetas 
populates Portugueses, 

N. 2. J. A. Tavarcs: Romanceiro tras- 
moniano. Saggio d'una grande raccolta 
di romanze popolari raccolte in Tras- 
os-Montcs nel Portogallo. Le romanze 
qui son 23.— J. Leite de Vasconcellos: 
Adagiario manuscrilo. Questo ms. di 
proverbt portoghesi fe del sec. XVII L 
Venti di essi non esistono in raccolte 
portoghesi edite. — Lo stesso: Fahuhirio 
portuguer. rus. del sec. XV. Le favole 
sooo LXIII. 

Nat:o>jal-Zeitusg. $7 Jahrgan^. 
N. 297. Berlin, 8 Mai 1904. E. Ga- 
gliardi: FrMingsfeUr. 

FoLK-LoKB. Vol. XV, n. 2. Giugno 
1904. R. R. Mareit : From Spell to 
Prayer. -- W. H. R. Rivers : Toda 
Prayer, — Ed. Clodd : /« memoriam, 
biografia di Fr. Y. Powell. — Collector 
nea. — Correspondence. — Reviews, 

N. 3. Settembre. Minnie Cartwright: 
Folk-Lore of the Basuto.-'h, B. Cook: 
The European Sky^God. — Collectanea, 
Saggio di fiabe Somali , n. XI ecc. ^ 
Correspondence. — Reviews di reccnti 
pubblicazioni di T. H. Weir ecc. 

The Edinburgh Review. XX K, 10. 
The history of magic during the chri' 
stian era, " 

Thb Journal of American Folk- 
lore. Vol. XVI , n. LXIII. Boston, 
Ott.-Dic 1903. A. F. Chamberlain: 



Primitive Woman as Poet, — Fr. Rus- 
sell: A Pima Constitution. — ], C. Ha- 
milton : The Algonquin Manaboibo a, 
Hiawatha, — W, W. Mewell : Sources 
of bhakespeaf^i s Tempest, — Phillips 
Barry : 'the Ballad of Lord Randal in 
New England, — A. F. C a. I. C. C, 
Record of American Folk- Lore. — A. . 
F. C: Record of Negro Folk- Lore. — 
In memoriam: Henrv Carrington Bolton. 
VoL XVII , n.' LXIV. Gcnnaro e 
Marzo 1904. Fr. Boas; The Folk Lore 
of the Eskimo^ — L. Farrand: The Signi' 
ficance of Mythology a. Tradition. —R. 
B. Dixon: Some Shamans of California, 

— A. F. Chamberlain : Race-Cbaracier 
a. Local Color in Proverbs. — A. L. 
Kroeber: A Ghost Dance in California, 

— M. Clavel: Items oj Folk'lj}re from 
f)iihama Negroes. — W. W. Newell : 
The Ignis fatuus , its character a. Le* 
gendary Origin.^ A. F. C. a. I. C. C.: 
Record of American Folk Lore.— A. F. 
C: Record of Negro Folk- Lore. 

N. LXV. Aprile-Giugno. J. G. Hoh- 
man: The long Hidden Friend^ con in- 
troduzione c note di C. F. Brown. 

N. LXVI. Luglio-Sett. G. A. Dorsey: 
Wichita Tales, III. - A. F. Chamber- 
lain: Proverbs in the making some scien- 
tific commonplaces. Sono delle opinion i 
e dei giudizi di scrittori specialmente 
moderni (dubitiamo che rie>cano mat 
a passare in probata verba), — W. W. 
Tooker : Algonquian names of some 
mountains a, Hillis.-^C Goddard Du 
Bois: Mythology of the Mission Indians. 

— James Mooney : Eighth Memoir of 
the American Folk* Lore Society, — A. 
F. C. a. J. C C: Record of American 
Folk Lore; of Negro Folk- Lore; of Pln- 
lippine Folk' Lore. 

G, PiTRfi. 



NoTiziE Varie. 



II 9 Aprile 1904 il prof. G. Megali 
Del Giudice tenne all'Associazione fra 
gli Impiegati civili in Reggio di Ca- 
labria una confcrenza sul tema: llpaese 
delta Fata^ intra ttenendosi dei canti 
della culla, dei mottetti d'amore e di 
sdegno, delle feste campestri. 

— 11 20 giugno 1004 Luigi Fumi 
tratt6 nella Accaderou Lucchese delle 



Super stixjoniy pregiudiii e magie in Lucca 
dal medioevo al secolo XIX. 

— La Leggenda popolare siciliana 
sulla Principessa di Carini ha fornito 
argomento d'un opera tcatrale, del va* 
lente maestro Stetano Gentile. Eccone 
il titolo: St. Gentile, La Baronessa di 
Carini, melodramma in 4 atti. Musica 
di Em. P. Morello. Palermo, Vena, 1904. 



4?2 



ARCHIVIO PER LK TRADltK»4r l^OPOLARI 



— Una mcnioria del D.r V. Giufliri- 
da-Ruggeri , Docente di Antropologia 
nclla R. University di Roma, studia 
dal punto di vista etno^rafico la ma- 
teria della Biblioleca dtUe traJi{ioni pop, 
sicilitine di G. Pitrfe. Questa memoria 
ha per titolo : Appunti di Etnogrrafia 
comparata della Sicilh (Roma). 

— Ad Una spiegaiione del ger^o dei 
criminaU al lume delP Elnografia com" 

/?(arr7mTorino , 1903) dcllo stesso 
GiuHTrida-Ruggeri ha date argomento 
la reccnte versione francese di J. G. 
Frazer : Le Rameau d*or, T. I. Magie 
et Religion; les Tabous. Paris, 1903. 

— Nella <:ollezione,molto accreditata, 
de' Manuall Hoepli di Milano^ k stato 
ripubblicato, in tcrza edizione con nuo* 
ve giunte, il volumetto del prof. Eu 
genio Musatti: Leggende popohiri, 

Di questc Leggende abbiarao gid 
scritto nel presente volume, p. 276, ed 
ora non possiamo se non confermare 
il nostro giudizio favorevolc. 

— Negh AIti in via di stampa (Ro- 
ma) del Congresso Intemazionale di 
Scienze storiche, tenuto in Roma dal 1° 
al 9 Aprile 1903, sono varie comuni- 
cazioni attinenti alia mitologta ed al 
folklore. Cosl ncl vol. IV si ha : Ro- 
lando marcbese della Marca Bretlone e 
le origini della leggenda di Aleramo del 
conte Benedetto Baudi di Vesme; nel 
Vf : Sul valore dei lipi ntonelali nei pro- 
hlemi slcrlci ^ Mnografici e religiosi del 
Dr. firheslo Gabrici ; Le studio delle 



mwitte grecbe net ntppjrU con la sipriti* 
con la miioibgia e cyn le stienie delle 
religioni comparate dell' aw, Michele 
Caruso-Lanza; nel v.il. XI Di un m- 
golare nso nuiials nel piUim^nio ma- 
tildico della signora Catcrina Pigorini* 
Bcri. 

— Al materialc gi^ noto sugli nsi 
del lo Mag^io in Europa vanno ag- 
giimti quelh che il Dr. J. Leite de Va • 
sconcellos ha messi insieme nelU se- 
conda edizione d'una sua Uttcra tl si* 
gnor D. F. Rodriguez Mario itidtolata: 
As Maias^ Coslumbres pop, Portugueses. 
Lisboa^ Officina Typographical 1904. 
In-80. 

— II sig. lienry Carooy , prof, al 
Liceo Voltaire in Parigi, ha finito di 
pubblicare il suo Dictionnaire des Folk* 
loristes, che fa parte della coUcziooe 
dei Grands Dictionnaires biographiques 
internationaux illustres, 

— MoUissime indicazioni bibliografi- 
che arabe nel campo demopsicologico 
fomisce periodlcamente la Bitliograpbie 
der vergleicbenden Literal urgescbichte e- 
dita dal Dr. Artur L. Jelioek in Ber- 
liflo, alia tipografia A. Duncker. 

— Un'accurata bibliogratia di Gu* 
stav Meyer , nato in Gross*Strelitz il 
25 novembrc i8$o e mortoa Faldhof 
presso Graz il 29 Agosto 1900, ha 
pubblicjto il Dir. Lndwig Katona nei 
Mitiluilungen der Anthrop. Geselhcbafl, 
Bd. XXX, pp. 219-2^2. 



/ Diretlori: 

Giuseppe Pitr4, 

Salvatore Salomone-Marino. 



TOm-CARLO CLAUSEN - TORiMO 



a)NM)lZlONI DELL'ASSOCIAZIONE. 



L' ARCHIVIO esce a fuscieoli Irimeslrmlt tii-^ dl impne 160 eifca 
IJuattro fecicf^i lurniftno un bd vulutiie di circa 640 pa^me* 



LVdibrrtmnTrttto e obbligatorio iier un nniw al prez£o di L. ij per tulla 
ijal.i, il volume n.jsta L. ao* 



tUliap E'^ruucht tS per rUnioiie posUile: pagamento anticipato. Finita Ym'- 



Per tntto clo die ri^uard«4 rAinmimstra^LCifiei rivDlgersi nWn Libreruj 
4i*I sf»ltt»5tTillo Ed [lore In Tariiio. 

Leltfri% uitiiioscritli » Ubri . giorrmli, tiolifie ed altro cho si rifensoi 
4itb l^ij e/ione . rivulgersi a* DireHuri in Palermo , PbrcaL Hanist Oliva^ 
Nana. 35. I collf4boialori potrwmio scrivere i loro articoU in itoliano , o 
in fraiicft.^1% a In i.^pagnuolQ« o in porlogliese. Satk dato ragts^^^slio deUe 
operc di Irndi^loni popolari cbe giuiigeraima in dopph «sffntfiar§ alia Di- 
iTzioiits 

1 volumi I e U, anni IS82 e IK^il, §oft& esauriti e oon si rislampaoo. 
rKdilore [^er^ i*e possied*; nntora int*h*' copie, cUecede lioioa prez^^oelevalo. 

1 rubnni Ul-XtX sono senip^ r' rn vendita a! prei£ti di L, ao ciascUDti* 

i>t*t come cotHpkte.* vol. [ a X\l (comprejii volL I -11) si otlrouo a) 
pre2£0 di franc lu 300 n^lto. 

CAm.0 Oiijit*isiif. Edih^re, Tonuty 



I.e poehe eopie eomplete delta 



Rivista delle tradizioni popolari italiane 

DniKTTA Da. 

ANGELO D£ GUBERNATIS 
chM rijTiunguiKi dispanibill, m vendono a! preaia rldolte: 
Aaii^ita 1. 12 ftiscicoli Fn <5. — Annata II, G fascicolf Fr, ^- 

Biioteca nazionale delle tradijioDJ popolari italiane 



difCtU da ANGfiLO De GuBERNAns 



V©i. I: 



ALESSANDRO DE GUBERNATIS 



U TRAOtZtONI POPOUMI 

D] 

S. STEFANO DI CALCINAIA 

con Proemio di Ancelo Oe Goberwatis 
Ufi kolufiit* dl 200 pagioe in-S^, con una loctsioiiep pn^szo: Fr. 4, 



Vol. n 



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LE VECCHIE DANZE POPOLARI ITALIANE 

ANCORA IN USG NEL BOLOGNESE 
Vr vrol* iri-8« con una ineis. e due serie di tsivolc di musicsi, J'j. 6, 

•-^ , 

VoJ. m G R A Z { A DE L ED D A 

TEADmONI POPOLARI DI KUORO W SARDEGITA 

Vn volume 'n-8% Fr. 8* 



TORINO -CARLO CLAUSEN- TORINO 



*3? raulhmna puhblwaiiom 



STUDI 



Dl 



LEGGENDE POPOLARl 

IN SICILIA 
INUOVA RACCOLTA Dl LEGGENDE SICILIANE 

GIUSEPPE PITRfc 



VoK Unico, XXII^ Jella Bibiioteca delle tradkioni popolarf 
siciliane Jelio stesso Aiitore , di pp* Xll-|95 , L* 4. 



« Una l*ing.i monogn^l ^pr j Isi f *raasa leggen Jj fK Ccib Pc 
tradiziouir orjly c nelU icritta; dicyfil bri^vi siudl soprA i riccond . 
gcmmj di guefo iii dttj asiediatii, del Vespra sicUbno iji uinj l*'iv^_:. . ..... 

comimj di <j$5i, dl una eseunpbre puaiiione di Qfb V- Jntp<»tore io P;dcrmi 
tipi leggend.iri classici in Sicilia ; i: poi una nuov'a R^c^otti d) 1 -i:^ 

m^i pubbliC4te ndb BiHickc^i 4f!k iraiiiiktii /'if^jLm' A^/;7i.ff/f : :^. 

parole it 4oeilaiiito di queiilo volume. 

« La stn^olarc im porta (ud del primo tipo mi lu dim j^lti Ji i 
c ttimuio esjime deli^ divcrsi e myltifonnc maicrja miKA c mfiJctm, ' 
c siratiicfa, ititQrno sIV uomo merino, con $orpr(;iidi:tlttf copli dt tiocr 
nclA di circosliuze i-XJliztato id Sictlb, 

* FtKhc L sabric ^^sscrvaiiooi ijivccc mi sooo argDmcotllO dl Gitt per ^•'. 
aM ripj; cd lio bsciaio alU sagkice erudijsione dti IcttoH i riK<JOtii dclk ccnM 
dkioito ltJggi;tTde chti campoogono b atccondj mcv. ' 

(Datr I Aotorc), 



Palemio — Tif . i^el Giornale di Sieilta 



Vol. XKII. 



Fasc. n 



ARCHIVIO 



PER LO ajTlTUro 



OELLE 



TRADIZIONI POPOLARl 



RtVISTA TRIMESTRALE 



OIRKTTA DA 



6. PURE E 5. 5flL0M0NE-MflRIN0 



TORINO 
CARLO CLAUSEN (HANS RINCK SUCC.i 

1906. 



Pabblicato il 15 Dict^mbra 1Q06 




SOMMARIO DEL PRESENTE FaSCICOLO 



Vn tibro d) esorclaml del im (G. Pehharo) . 

U Habe ctmbre del vecchid Jeckd (A* BauaoiolA) 

Scmo n tri, par i soldr, l« va ben {Novella popoL rero- 
nese). {A. Ballaoord) 

Aoeddoti popolsd acHaoi (F, fiACCiHrijA) 

Le uHlmt rcHqule del dramini sacro ro Pleiooitte (E. Milaxo) 

La pasgiaoe del N, S. Oesii CriBto ael Novircie (A. Massaha) 

^ BuUrJa in Padoatifl i* Mq<|i> ^fort^o i;eH€2ia»o (D, C. 

MUBATTJ I 

Canti fancittlleschi raccoItJ sut montl d^lla Romasita To^cana 

M\ Fabhhi) ^ . . . . . 

St0rQelH papQiarf rotnaiii \A. Ll mbroso) 
La le^genda viterbese del * cavalto aaimogo * (G. PEBoail 
Caisti popolari t^aJabreii raccoltf In Oerace. {A* Mari) 
II b6c0lo t la festa dl S. Marco a Veaetfa {A. Mahi) 
WiscelUaea: Lb flammate di S. Onofrio in Suiwa 
{Q. Di GiovANM), 54?. ~ Mw^o e alcune h^ 
gende, 546. — La notie di S. Giovanni, 546. — 
Crof^ancm et moeura a Naples ^ 547, 

Rivlsta Bibiro^fifica: M. Alkssio: II giovedi santo in 
CaUanisMa {Q.i*iTnt), 549. ^ E. ScatmE: //•- 
Btoire dii. Lied (Lo stesso), 55a - Tfie Shade of 
the Balkans {la sUissou ^u —0, DAri5HARi>T: Nm- 
inrgmchivMUche Volksmdrchm (Lo Htesso), 552. 

BulkttJBo hmhgnUa^, {Vi si paria di recenti riibblicaxioni 
di G, Nerucci, A. Fiirrio, D. C. Musatti, E. de 
Schoultz-Adaimski, G. Ferraro, A. Mijcd,G. Amalfi, 
M. Di Martino, G. Pftr^ ... 

Recenti pubblicazJont 

Sommario dd |f<iftialj 

NotiiJe ¥arie . 



Pag. 4n 
* 451 

V 491 

* 507 

1* 511 

^^ 514 
^ 527 

537 



554 
555 

>0 



UN LIBRO Dl E50RCI5MI DEL 1616. 




I. Sacerdozio e Medicioa. 



LI uomini riuniti in society alio scojk) di aiutars' scambie- 
volmente, diedero .ojigine alia religione e dalla medicina: 
quella nata dalla utilitii morale, questa dalla utilitii ma- 
teriale, ma ambedue figlie della venerazione e del culto dei morti. 
Fu creduto che essi esistessero sotto forma incorporea (ombre, vento, 
aria, spirito) ma agissero con desiderio e forza mortale a danno od in 
favore dei vivi : quindi Sacerdozio e Medicina si estrinsecarono in 
propiziazioni di carni, abbruciate o cott« in onore dei morti, od in 
combattimenti di parole fortemente pronunciate, in ostentazione 
di bende, di legami, variamente colorati, in suggestivo uso di luce, 
di colon, di suoni, di odori, pro' o contro gli spiriti. 

Tutte le religioni precristiane hanno un Sacerdozio e una Medi- 
cina che sorgono dal culto dei morti. 

La religione cristiana che tende a cancellare gli odi individuali 
e nazionali, a conciliare Tegoismo coll'altruismo, 6 la religione dei 
vivi, deirazione. Sorta nel mondo ultima di tutte, ^ fatta ora la prima 
e p)er I'origine divina, e pel suo ideale, ma esige in chi la segue, 
e sopratutto in chi la insegna, la piu attenta osservazione della 
propria anima e della propria responsabiliti. II Divino Fondatore 

AreMvfQ per U tradUtioni popolari* — Vol. XXU. 00 



434 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

aveva bene raccomandato questo esame nel Capo VII del Vaneelo 
di S. Marco. 

« Ascoltatemi tutti ed intendete. Non v'6 nulla fuori deiruomo 
che entrando in lui possa contaminarlo; ma le cose cheescono dHui, 
son quelle che lo contaminano. Pensieri malvagi, malocchio, omi- 
cidi, furti, malizie, frodi, lascivie, bestemmia, alterezza, stoltezza*. 

Forse, scriveva il Senatore Boccardo, TUmaniti non raggiungeri 
mai IMdeale del Cristianesimo, ma ogni sforzo per raggiungerlo sari 
il termometro del suo progresso. Da Tiberio a Costantino ben si 
pu6 dire che la religione cristiana ricordasse le parole del Fondatore: 
Begnum meum non est de hoc mundo. Ma quando il Sacerdozio [non 
la religione] di democratico divent6 aristocratico e monarchico, alte- 
rando la costituzione sua, colla gerarchia, e quella delle famiglie 
cogli eremi, coi conventi, coi monasteri, col celibato dei pretiedei 
monaci : quanJo la vaniti delle vesti e dell'oro, la sete dei potere, 
consigliarono omicidi, furti, malizie, lascivie, allora lo spirito del Cri- 
stianesimo, allora Taltissimo ideale fu dimenticato. 11 sacerdozia md 
bad6 pill al cielo ma alia terra, vaneggi5 col volgo, fu contaminate 
e contaminatore. 

Sorsero allora, come erbacce non prima awertrte, nel campo 
lasciato incolto, le superstizioni antiche, degli spiriti, dei demoni, si 
diede corpo alle contaminazioni multiformi, e fcde piu alia iettera 
che alio ideale della religione, alia apparenza piix che alia sostanza. 
LMgnoranza madre degli errori cre6 quelli degli esorclsmi e degK 
scongiuri che proclamano la vigliaccheria umana, mentre pretendono 
di difenderla contro un nemico inesistente ed invisibile. 

11 sacerdozio cristiatio potrebbe invocare a sua scusa resempie 
del suo fondatore che scongiurd e cacci6 Demoni, se Dante non 

avesse osservato: 

Co^ parlar conviensi al vostro ingegno, 
Perocchd solo da sensato apprende, 
Ci6 che fa poscia dMntelletto degno. 

Per questo la scrittura condescende 
A vostra facultade e piedi e mano, 
Attribuisce a Dio e ad altro intende. 

E Santa Chiesa con aspetto umano 
Gabriele e Michel vi rapprcsenta ecc. 



UN U8R0 Dt BSORaSMi DEL 1616 43S 

Un mtdko di Nova York rimi^to per 10 arnii (18S4-1894) presso 
una pkxola tribu di Pelli-Rosse dimenticata in un vallone remoto 
frt le Mofitagne Rocciose, guar) col chinino un giovane ridotto in 
fine di vHa dalle febbri malariche. 11 santone medico della tribu nfe 
con soffi (effatal) nfe con scontorcimenti del viso, n^ con amufceti, 
R^ (xm scongiuri al gran Serpente, aveva potuto liberare il giovane, 
a detta sua, ossesso, posscsso, indemoniato, maleficato. 

11 dottwe aoiericano attiibuiva le grottesche movenze, le invo- 
cazioni misteriose del santone, ad antkhe comunicazioni esistite fra 
le Pelli-Rosse ed i Giudei. Nieate affatto! quelle pratiche furono 
deirumaniti infantile e sono delta uroaniti adulta ogni qual volta 
rtnibanibtscey dimentica del suo ideale, sono della falsa niediciaa 
e del falso saceidozio. 

Ma chc ideaie era queUo della Chiesa dal secolo X alia met^ 
del secolo XVI, da Carlo Magno alia pace di Castel Cambresis? 

Nlentre la medicina s^arretta dallo studio, e dalle scoperte dei 
<}red, dcgli Arabi, dalle Universitik di Salerno, di Bologna, di Napoli, 
di MontpelBer sorgeva a nuova vita, il clero pervertito scendeya a 
fegatizzare, a benedke le grossohtne superstizioni del volgo, le quali 
puf troppo, naa sono ancora tutte morte. 

B nbro che ha dato origine al presente lavoro ha un lungp tir 
told: PargoncKnto era anffiMesco e studiato poco, quindi Vhmdore 
non lo sapeva bene definire. 

Th$of9ica «^ pratiaa \ per la vera if^telligenUa \ 0t cognp 
tim^ fuiarmo | aUi apMU maliffni che dimorano neUi corpi 
humani \ et anco intorno alVarte eaorcMica \ per discacdarU 
da em | dove hroHandosi deUa naiura angelica el del peccato \ 
di latoifero brev^mente dimaakr^i quanio pnd eseer \ neees- 
torid di Mpere | per prirnHpale fanda \ menio di questo aQQ- 
geUo I - 

M ^ racoolgmtt^ pare aikmni pik noiabiU caei eeeiti da \ 
graoi ha«tori cem nuovi utM dBCwnenU \ et attre invenHoni 
fMhweis8ime del aignor 6io BMa BeWEaver \ ctm Uceniia 
*' SwpetfioH et pri^oUegi - 

In VmgUa MDCXV1 (S^pkoUe^. 



436 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

La vera intelUgentia (et cognitionej intomo alU spiriU^ non 

ha nulla di scientifico : il libro pu6 servire soltanto da quiBiionario 
per verificare la esistenza di molte superstizioni ancora viventi presso 
I volghi d'ltalia, e da pietra miliare per misurare il cammino fatto 
dalla Medicina. 

Gli errori hanno la f)elle dura, non muoiono mai ; le lingue, gli 
usi, i costumi, li perpetuano. Talora rimangono perchfe la nuovare- 
ligione continua Tantica, o perchfe come awiene in Italia pei due 
solstizi d'inverno e d'estate, sono dalle vicende del tempo e deiranno 
consacrati nelle abitudini delle nazioni. 

Per esempio chiunque siasi occupato di folk-lore, sa che i giomi 
di Natale e di S. Giovanni vengono popolarmente festeggiati con 
usi che rimontano ai secoli piu lontani, in Italia ed aU'estero. 

« Non fia meraviglia, scrive il BeH'Haver, che nella istessa notte 
del glorioso precursore San Giovanni Battista, i^er antico abuso il 
demonio goda di tanti trionfi, sciuocchezze et vanity stimolando le 
donne leggere et superstiziose a prestargli fede in diversi prestigi et 
illecite abbominationi, o per accendere alii amori camali owero f)er 
altri crudeli et iniqui fatti ». La notte di S. Giovanni h tale solen- 
nita folk-lorica che ha fornito abbondantissima materia di studio a 
tutti coloro che si sono occupati di tradizioni popolari. Vedasi in 
proposito la classica raccolta degli usi sul comparatico di S. Giovanni 
in Sicilia, fatta colla nota competenza, dal Pitrfe. 

In Sardegna le donne del volgo credono che se si trangugiano 
tre more di rovo colte prima dell'alba, per tutto Tanno non s'avra 
male di stomaco o di ventre. 

Le ragazze nel mattino di quel giorno interrogano il destino, 
gettando prima dell'alba dalla finestra un garofano. Se lo raccoglie 
un giovanotto sposeranno uno scapolo : se un maritato, lo sposo lore 
sara un vedovo, se una donna, resteranno ragazze. 

I contadini a mezzanotte in punto del giorno 23-24 giugno rac- 
colgono la ballariana erba Valeriana, e la trivodda erba verbasco, 
perch^ il diavolo si trova f ra le sue foglie, e arricchira, entro Tanno 
il raccoglitore. Gli innamorati usano pigliarsi per mano, e saltare 
uniti sul fal6, fuochi di gioia numerosi in quella sera, dopo avere 



UN LIBRO Dl ESORCISMI DEL z6i6 437 

in cospetto del fuoco, consacrato con viacolo indissolubile il loro 
amore con questo canto: 

Frade e cumpare meu - (Po) Santu Giuanne' e Deu 
Subra de indghe giuramus - (Po) Deu' e Santu Giuanne 
Cumpare non mi inganne (s) - N6n in bene nen i-mmale 
In cosas de praghere * In cosas di alligria 
Frade e sorre - semus i-ccumpagnia. 
Finamente a nos mdrre (r) * Semus frade e sorre 
Lu ponziunus in ass^ntu - Frade e sorre in giuramentu. 

TrcHiueione. Fratello e compare mio. Per S. Giovanni di Dio. 
Sopra di questo fuoco (in hoc igne) giuriamo. Per Dio e S. Giovanni. 
Compare non mi ingannare. Nh in bene nh in male. In cose di pia- 
cere, in cose d'allegria. Fratello, sorella siamo in compagnia. Fino a 
noi morire. Siamo fratello e sorella. Lo poniamo in patto stabilito. 
Fratello e sorella di giuramento. 

E sono; il comparatico di S. Giovanni b vincolo piu forte di 
quello del battesimo. 

La Valeriana raccolta nella notte di S. Giovanni unita a tre 
grumoli {pedrighiltcM) di sale, viene cucita fra due fettuccie nere 
e messa al collo dei bambini, per tener lontane le fantasime: 8<m 
pAppicM mctlas. Altra superstizione ^ quella dell'acqua muta, attinta 
a fonti dette di S. Giovanni. 

A sas alas de Ordni sas bachiilnas ilndana a idcher s'abba muda, este a nArrer 
chi indana e tdrrana chena faeddare iuch^nde. Nde sbrtiffana peri tottu sas 
domos, ca custu fiichet fuire tottu sos arriibios ei sas pCipias malas. Si nde sa- 
mdnana a deJmzu a tottu sa pessone ei sa cara, po non leare vrina, po sos porros. 
A sas alas de Finisc61e sos omines a-ssu manziinu b ssa festa, caddighende assa 
nuda, intrana su caddu i-mmare, e l^ana unu banzu po divossione 'e su santu. 
NAna chi i-ssa notte 'e sa fizilia sas ilnimas innozentes bldene a su chelu abertu. 

Tre^duaione. Nelle parti di Orune le zitelle (vcicuae) vanno a 
portare (cMtcere) Tacqua muta, 6 a dire^ vanno e tornano senza fa- 
vellare, portandola. Ne spruzzano tutte le case, perchfe ci6 fa fuggire 
tutti i rettili e le pupattole (fantasmi) cattive. Se ne lavano, di quel- 
I'acqua a digiuno, tutta la persona e la faccia per non essere inde- 
moniati, e contro i porri. Nelle parti di Siniscola gli uomini al mat- 



am Imtiietl^fWr^valcatvdky a ddrs^ nudo ^it cavHUo in flians e tpcen* 
dono un bagno per divozione del Santo. Dicotia che*tieia notte della 
vigilia le animfi irmocenti vedono il cielo aperto. 

Dal i6t6 al nostri giofrif la notle dt S. Gtevanni perdette molte 
delle superstfeioni che la accompagnavano, die cJovevano essere cer- 
tamente molte se Tesorcizzatore credette di fafne un cenno che, bencW 
breve, dice molto. 

2. Spirit! e Spiritati. 

II BellTiaver, come il Don Ferrante del Manzoni era in buona 
fecte. « Mi restringer6, egli scrive, a palesare i secreti di tale materia, 
medlante il Divino aiuto da me trovati, affinchfe gli intelletti curiosi 
si conformino meglio al lume della Fede cattolica ». Ma invece di 
riconoscere che gli scongiuri e gli esorcismi erano rimedi inutili ed 
ineflkaci per i nevrastenid, per i fftentecatti, per tutte le mailattie 
nervose, ne accusa i tempi mutati, la medicina inawhifa. Egli eia 
ga un progres^feta per la stessa CHtesa due in fondo non faceva se 
nen conflacrare coHa sua autorit^ le supersti^ni popolari, irigannatnce 
ed ingantiata ad un tempo. Egli Gonosceva o, meglio> provsva la 
fbnra deBa «uggestione e delPipnoltsmo, potente sempre, ma^pedri- 
mente nelle malattie nervose e osservava : « Sopra egni cosa invew 
:^ di meslieri peFSUodepe Tesordzzando ad .havere ferma fede, t de- 
-pdrfequalSKVogliaomamento, ad humiliarsi coi sacraraentiddlaChtesaif^. 
Ed era gti[ prowtda rrmovazrone, alia quale puriroppx) non ricorre- 
vano in quel secolo e sempns gli [nquisitori. 11 povero Tasso seppe ispi- 
rare all'Inquisitore di Ferrara una pieti pei mali dd poeta, ma quanti 
meno beieiperiti di lui delle Lettere e deiki Fede, non f urono incaf- 
cerati e torturati, per colpe che non avevano commesso! 

« II Demonio, seguita ii BeU'Haver, induce varie \rxfervm\k per 
ingannare i medrci, anzl permette che le creature guaste (f^gi paz2e 
e nevrastemiche) facdno orationi (come faceva il Tasso) et segrri di 
croce et altri atti virtuosi et devoti, onde cos\ coperto di pelfe d'agneWo 
non h scoperto benchfe non possi perseverare ». Beato lui che crdteva 
di sapere chi era iT diavolo ! 



W CARO CM ^etROSMT DEL 1616 4S$ 

Goethe osservava che fl dewnmim m tutle le cose h ci6 che« 
seoMMk) i tempi e gli stodi, rinsane inaoiubUe per la intelligeiiza e 
pser la cagkDae.. 

U concBttD era derivato da Pla^xxie, ii quale chiama apiriticm^ 
appam demoniaco la possa delie coae invbititi che Tingegno itmano 
aon arriva a capire ed a supeuare, mentre la aente e la prova. F^ 
sciiio, magnetisroo, meaiHedsmo, iptiotbiTK), donatismoy suggesticmei 
potenjA dt nuaobi, maiocchio, ecco il deamoiaco seoxido i tcsnpi e 
gltatikh. 

Oggidl te e^edit^ paicfoiccHSomasttche {painm mmiH pt^a^mnrnt 
€t mmi ammt; inm md$mp90maB ($6¥um imkmm^ di ogni roQ; vainte 
iielle mam del poleM^ gtofeiario, sene Mnente -esageiate che per 
pocM> non si nega it ttbevo lartxtrio e quindi la jiespoRsabiitil di ogni 
umtana azione. 

Mel f6c6^ invece <ogni bene era roandato da Dio ; ogni male en. 
ifMriaHo dal diavolD, e doveva: esseie in Aoroe di Dio invitatto ad usdre 
cott acengiuri ed esorcismu Chiufique legga la dassica opera del So 
lertir P^ te qoale acxno posted ndla veca kMro ikace la vita e leacioni 
del Tasso, riconoscer^ che il cantore di Goffnedo •era nesvraoleBico, 
pa2zo, e che e it Ekvca Ji Ferrara^ e gli invidioai dd poeta erano 
men crudeli di qoei' che Airooo giiodicatL 

Verr^ certamente im tempo viel quale ^aak vietato il matrimonio 
a chi non porti «no stemma di akneoo toe quard di jantt^'C u far^ 
«na s«1ezi<me di sposi pel m4glioramento della faoza rndie degK my 
mini, come ora si fa pei cavalli. 

Allora lo State si alleggerir^ della spesa delle prigioni e dei ma- 
nicomi, ma dovri spendere raille volte di piu per Ja pubblica istruzione 
ed educaikme di quanto o^dl nan ispenda^ e stotizzare o muiiici^ 
palizzare molti servizi che ora sono a carico^ dei privatL La pratkca 
e spregiudfcata osscrvazione odiema dei fenomeni psichici distrugge 
ognf fede negti spiriti e nei mtracoli» ma aumenta la crcdenast nei- 
flnfinrto assoluto, carattere della virtu ; nel Vero, nel Bwono^ ne* 
Belle, in Dio. A queste vere forze k assoggdtata la invieibile moila 
delle flootre azioni, Tanima imniovtale. 

Ma net ^96, k\ Halia, dfi avmtobe po^ in dolMQ^cbel'aamiii 



440 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

non fosse soggetta anche al diavolo? Chi poteva allora credere che 
le folgori, nemiche delle chiese e dei caifipanili ptr odio del diavok) 
contro la croce, sarebbero state ammansate dai parafulmini in difesa 
di questi edifizi ? che le tempeste le burrasche sarebbero state indicate 
dai semafori, dal telegrafo con e senza fili; cacciate coi cannoni 
grandinifughi, succeduti al suono delle campane attira-f ulrtini ? La 
piromania di alcune ragazze impuberi, Tatonia mentale dopo il tifo, la 
frenosi puerperale, Tisterismo {ma' dir parim nel dialetto di Off- 
peneto d'Acqui) maschile e femminile, le innumeri psicopatie de^ 
infelici generati durante Tubbriachezza e la sifilide, le varie epilessie 
- malattie oggidl conosciute - allora eran credute opera del diavolo. 

La parola k suggestiva, L'aria (il fiato, lo spirito), si sente e 
non si vede che negli effetti, pu6 quindi dominare il.corpo, perva- 
derlo, possederlo, come lo spavento, la gioia, il dolore, la superbia, 
tutti i vizi. Ed ecco: il peccato originale, il tentatore presente in ogni 
azione dell'uomo, Lucifero, Arimane, Ravano, I'Orco, il gran Vermo, 
il gran Serpe, il Lupo Fenris, e sotto diversi nomi e vesti il nemico, 
il male, il cacod^mon, opposto all'angelo buono, alPagatod^mon, 
colle rispettive gerarchie ed attribuzioni. 

L'uomo secondo il Bell'Haver 6 combattuto dal momento che 
nasce fino alia morte preceduta dall'agonia - battaglia. 

A Siniscola in Sardegna narrano questa storiella. 

Nacchi chi so dimoniu si nde cheria leare a un'anima peccadora, chi i-ssa 
banca de s'Ispiritu Santu nde teniad' ilttere chi unMspiga de trigu. Custu solu este 
bastadu po salvare s'anima mala. Ca Santu Pretu intrat s'abbdnzos de s'ispiga 
i-ssos ocros de su Puzzimene, mentras s'anima istalat morzende, e non fal^it in 
su infemi, ma in purgatoriu. Nilna chi ilttere pastore chi aiat' dadu po elemusina 
una pedde de ^Iveghe furada, fu salvu proite Santu Pretu contra a ssu dimoniu 
chi a)a notadu sa vura, a-ssu puntu 'e-ssa morte cont^it sos pilos e agattteit 
una perra de pilu in pius de-ssu Puzzinosu. 

Trjadueione, Dicono che [n^ana chi] il demonio se ne voleva 
portare una anima peccatrice, che sul libro del dare e dell'avere 
dello Spirito Santo non aveva altro che una spica di grano donata, 
questo solo 6 bastato per salvare queiranima cattiva. Perch^ San 
Pietro fa entrare le reste della spica negli occhi della Puzza dot del 
Demonio, mentre Tanima stava morendo, e non scese airinfemo, 



UN LIBRO Di ESORCISMI DEL 1616 44I 

ma in purgatorio. Dicono pure che un altro pastore, che aveva dato 
in elemosina una pelle di pecora, rubata, fu salvo perch^ San Pietro, 
contro il demonio che aveva notato il furto, al punto delia morte 
cont5 i fill di lana, e ne trov6 un mezzo filo di piu del Puzzolente. 

Guido di Montefeltro a parere di Dante f u condannato i:)er un mezzo 
consiglio cattivo e fu portato via da uno dei neri cheruhini, 

Dall'agonia alia nascita sempre si trovano spiriti. A Tiesi in 
Sardegna la mamma al bambino che le si addormenta in seno, in 

coa^ canta: 

Su lettu meu este a b&ttor cantone (s) 
Battor anghelos si be-i p6ne. 
Duos in pes, duos in cabitta, 
Nostra Segnora a costazu b'istat, 
A mie nara : drommi e reposa, 
Non appas badra de mala cosa ecc. 

Tradmione. II letto mio fe a 4 canti, quattro angeli si vi ci p)on- 
gono. Due dai piedi, due dal capo. Nostra signora al mio costato. 
A me dice dormi e riposa. Non avere paura della mala cosa, cio& del 
diavolo, il cui nome si accenna per perifrasi : il Malodore, il Puzzo- 
lente, la mala cosa, ecc. per timore di stuzzicarlo chiamandolo col 
sue vero nome. 

Nella italo-catalana citti d'Alghero la mamma dice: 

Al Hit me colgul — Set angels trobi, 
Tres al p6us — quatre al cap, 
La Verge Maria — a mon costat, 
Y r Angel Serafin : — bona mort, bona fi, 
Me dlu, — dorm y reposa', 
No tingas por de mala cosa. 

Ttadusione, Nel letto mi coricai. 7 angeli vi trovai. Tre dai 
piedi. Quattro dal capo. La Vergine Maria, al mio fianco (0 costato). 
E TAngelo Serafino. Bnona morte, buona fine. Mi disse : dormi e riposa. 
Non tenere (e^ere) paura di mala cosa. 
Nel celtico dialetto di Reggio Emilia: 

Chi mTia fatt* Iste lett? — 
S'Agustiin em Tha fitt? — 
Con 7 cand^ azztoi, 
ArtlkMo p0r U tradigUmi popokiH, — Vol. XXU. 66 



44^ ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Con 7 anzul di Dio, 

Quatar da cap, tri da pd, 

GesCi Crest al me' Ifee; 

GesCi Crest al m'ha ditt : 

Che n' avg^ss, ma durmiss; 

E pavura e n* gh' aviss, 

N6 d' mort, n6 d' viv, 

Ne* d'spiret cativ, 

Gnan ed cla bnitt ombra, 

Nota e di s^imper s'asconda ecc. 

Tradtizione. Chi m'ha fatto questo letto? S. Agostino me k) 
ha fatto. Con 7 candele accese. 7 angeli di Dio, quattro dal capo, 
tre da piedi. Gesu Cristo al mio lato. Gesu Cristo m'ha detto che 
non vegliassi ma dormissi. E paura non avessi. Nfe di morti, n^ di 
vivi. N^ di spiriti cattivi. Neanche di quella brutt'ombra. {Che di) 
notte e dl sempre si asconde. 

Ho citato queste poche manifestazioni di una credenza popolare 
nota a tutte le mamme, paurose della salute della loro creatura, ma 
gli esempi si potrebbero citare a migliaia. E sono appunto le mamme, 
le donne, che creano nella eccitata fantasia — e lo apirito cotttoo, 
e lo apirito huono od angelo custode, per ogni temuto pericolo dd 
loro bambini: e le benedizioni e le maledizioni, nelle quali laporota, 
domina Videa. 

Le lingue, le Arti Belle hanno innumerevoli accenni a questi 
due combattimenti dell'entrata e della uscita dalla vita, e di tutte le 
altre battaglie che Tuomo sente: la Speranza, la Gloria, la Dispera- 
zione, TUmiliazione, la Suf)erbia ecc, alle quali il Divino nostro poeta 
ha dato anima e azione nella sua cantica immortale. 

Nh altrimenti poteva accennare il BeH'Haver al demonio, cioJ 
al Male in genere, il quale esiste soltanto nella fantasia umana, se non 
citandone i creduti effetti. « II dar notitia, egli^scrive, et informatione 
delle attioni particolari di cose corp)oree et invisibili non ^ concesso 
ad intelletto umano » ma 6 da osservare che bastava ammettere Tesi- 
stenza di questi esseri, per lasciar fare il resto dalla ignoranza umana. 
Perchfe non dire che i mali sono inerenti a chi vive, che il diavolo 
consiste nei mali delle ereditii gentilizie degli uomini e nella ignoranza 



UN LIBRO DI ESORCISMI DEL 1616 44} 

delle leggi della natura che circonda Tuomo Re del creato? Invece 
egli asserisce « che le cause per le quali entrano e si ascondono i 
demonii nei corpi humani sono: la volenti di Dio, la malignity del 
dimonio che esagera nelle persone i loro proprii difetti, gola, libidine, 
ira; il corpo lunare che neiraccrescimento e nella declinatione mo- 
lesta H huomini et specialmente le donne, servendosl delli umori 
natural! per le tentationi interiori et rinnovando ad ogni luna i segni 
et li istromenti del maleficio ». Salva la malignity del demonio e la 
volenti di Dio, il Bell'Haver, aveva fin dal 1616 notato la causa delle 
malattie nervose. 

La scienza medica malgrado la prepotenza ignorante degli esor- 
cisti incominciava anche in Italia (dove, nei secoli XVI e XVII la 
Chiesa non lavorava e non istudiava) la guerra contro Terrore. Ed 
il Bell'Haver se la piglia coi medici, perch^ « nei casi dut>biosi et 
incogniti contendono cogli esorcisti, mostrando piu curiosUA che in- 
creduUtA ». 

Benedetto senso comune! 

All'increduliti bastavano la Inquisizione ed il Sant'Ufficio, quindi 
gli errori continuavano (e durano tuttora) nelle regioni montuose, nelle 
valli appartate, nelle isole. Nelle citti grandi, scrive TAutore « hoggidl 
h tanto declinata la cariti et cresciuta la malitia che i giovani licen- 
tiosi et leggeri, sogliono alii esorcismi mostrarsi per ridersene et per 
vagheggiare donne. Non k meraviglia che il Prencipe delle tenebre 
habbi tanto dominio, standosi occulto nelle persone acci6 non si possa 
ben distinguere la qualiti del male ». Cosl la Chiesa combatteva 
Terrore, accanto all'errore popolare conservava Tufficiale: la RaccoUa 
del Bell'Haver « di alcuni — tra i molti segni posti et osservati per 
discoprire il demonio ». 

Erano molti di certo. La suggestione b sovranamente forte, ag- 
guanta e ddmina nella parola grandi e piccini, dotti ed indotti nelle 
raultiformi apparenze, nei suoni, nei gusto, nei tatto: li ipnotizza 
tutti, benchfe diversamente secondo le persone ed i secoli, qual po- 
tenza non doveva avere nei 1616! 

Oggidl, ritiratisi, quasi, gli esorcisti cattolici, e aperti i mani- 
comi criminali ed i comuni, abbiamo i rimed! delle quarte pagine dei 



444 ARCMIVIO PER LE TRADlZlONI POPOLARI 

giornali, che ridanno la salute, la potenza virile, la freschezza deMe 
guance, i capelli perduti, alle vecchie ed ai vecchi : abbiamo le soiv- 
nambule, gli spiritisti ; i ventriloqui, i trasformisti, i p>re$tigittori, ^i 
imbroglioni. II dia]:>ason deU'errore b in tone piii alto di queflo che 
fosse al tempo del negromanti, dei maghi, delle streghe, dei fStri, 
degli amuleti ; ma ^ sempre errore. L'uomo h un etemo Adamo; vrol 
sapere tutto, godere, essere immortale, si crea le tentazioni e poi se 
ne dice vittima: ma dallo sforzo nasce la dvilti: I'alchimia ha creato 
la chimica : il magnetismo, lo spiritismo crearono la telepatia, 4a te- 
lestia, nelle quali molto & di vero. 

La meteorologia era allora, ed h pel volgo attuale, grande sug- 
gestione alia demonogenesi : il folk-lore mondiale lo attesta. 

Bonconte da Montefeltro nel raccontare Taspro govemo che il 
demonio fece del cadavere di esso Bonconte, dalla g^nerazione della 
pioggia fino alia sabbia dell'Archian rUbeato, mostra quali erano le 
idee dei tempi di Dante a proposito degli spiriti. 

Cando b^nini temporildas tando nilrana chi bHiat k calchi anlma vagamunda o 
calchi cadavere chi este a modde e po su battizu e non bi p6det Istare e po cussa 
pio6d' e fichet malu tempos. Si b'este ventu nirana chi si pesa pMte sos riccooes 
sunt mortos e su ventu non zessat linzas chi non finini de isparttre sos benes ei 
su dinari issoro. 

TrtMluzione, Quando vengono temporali allora dicono (a Sint- 
acola, in Sardegna) che c'^ qualche anima vagabonda o qualche 
fadavere che 6 in acque {fiunU, mari ecc.) e pel batteshno non ci 
pu6 stare, e per questo {tnotivo) piove e fa maltempo. Se c'fe \«ento 
dicono che si alza {lira) perch^ i ricconi son morti e il vento non 
cessa fino a che non terminano di ispartire i beni {poMesai) ed i 
denari loro. 

Fulmini e uragani dai volghi d'ltalia son creduti opera degli 
spiriti cattivi. II chiarissimo-Prof. Domenico Comparetti nel classico 
suo lavoro : H Kalevala o la poesia iradizionale dei Finni, Bki^ 
storico critico sulla origvne delle grandi epopee nasfiondli (Roma, 
Tipografia delPAccademia dei Lincei) ; nota che « nelle rune finniche 
senza definizioni precise si riconosce il concetto che I'aria {Uma) sia 
come lo spirito (henki) del mondo, e in essa risieda la forza prodat- 



UN UBItO Dl £SORaSIU DEL 11616 44$ 

tiva ; (fi qui 1e f imziom die si yeggooQ flttribuite alia Ihnmkar o 
vergine <le)l'aria e ad aHre personificazioni » (pag. 132). 

Altri spirit! cattivi sono locaii {'§enm9 taci^ fm0nnm4opic4m) 4ei 
Jtwii, dei confluenti, detie fosse, dei monti dove plu facihnente i ladri 
e gli assassini rubano ed uccAdono, e per il deMttoawenuto, infeu- 
dano con diritto di tassa, ramma e lo spirito dei raorti, sicch^ ivi 
ci si vede e ci si sente. Dicono a Carpeneto d'Acqtti: 
Santa Barbura e san SmCin — Dlibar^n^ da u lamp e da u tran. 

A Nule in Sardegna ripetono: 

Sant' Arvara isposa — Santa Nicolosa 
Sant Anastasia — In mesu de sa via 
In mesu de sos campos 
Liberildenos de tronos e lampos. 
Santu Crist6fu fstesit solu 
Sola istasit hi bidda e in campiL, 
Liberidenos de tronu e lampu. 
A Chiai^omonti : 

Santa Ristofulu i) alz^di solu 

Santa Ristofulu alzdsidi a campu 

A coddu giughiada s' Ispiritu santu 

Santu An^elorum — D^us nos aldhet de lampu 1 tronu 

Anghekmun Santu — D^us nos aldhet de tronu i lanpo. 

TiraduBione. Santa Barbara Sposa Santa, Nicolosa. Santa Ana- 
stasia {santa risurrezione cio^ santa corabattitrice della mprte) in mezzo 
della via. In mezzo della campagna. Liberateci da tuoni e tempi. 
San Cristoforo stette solo. Solo stette (ripetizione di parole, a scopo 
di suggestione) in paese e fra i campi. Liberateci da tuoni e larapi. 
San Gristoforo saR solo. San Cristoforo uscl in campagna. Sul coUo, 
sulle spalle portava lo spirito santo. Ss^rto angelorum. Dio ci aiuti 
(aditivet, Enos lares juvate) da lampo e tuono. Ai^elorum santo. 
Dio ci aiuti da tuono e lampo. 

Cpntro i fulmini, contro il diavolo che li desta si recitano le 
Dodici parole della veritd. Sew doighi peraulas e beritatey note 
in moltisslme version!, parafrasate nel Sermone 28 di Franco Sac- 



i) Anche net Caad incantatori iniBicj t ioYOcato San Mistoppi, 



446 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

chetti, attribuite in Sardegna a San Martino, che divise colla spada 
il suo mantello col diavolo, e lo combattfe specialmente nella sugge- 
stione del suo nome : nomina numina et omina. 

A Torralba recitano le sette parole di Sant' Andrea (uomo forte): 
Mentre chi elth'unu — Issu foghile meu nudu, 

J\ilentre chi sunt duos — Duos 6j6s in teltha, 

Bene Idghene att^su — Mentre chi sunt tres 

Tres puzz6nes de abe — Bonu fiore b6gana 

Mentre chi sunt biittor — BAttor pes de caddu ferratu 

Bonu ^mbulu imbi^na — Mentr^ chi sunt chimbe 

Chimbe tiros i-ssa manu — Bene tiran pinna 

Mentre chi sunt ses — Ses maniales i-ssa arzola 

Bonu 6Ju Mghene — Mentre chi sunt sette 

De sette polcos mannAles — Non si nd' app^idi a bulthu, e a bulthare 

Fora da in6ghe — Chi pot^das crebare. — 

Tradiufione. Mentre che h uno. Nel focolare mio nudo. E sono 
due. Due occhi in fronte. Bene luccicano da lontano. E son tre. 
Tre volatili di ape. Buon fiore cavano (buon miele suggono). E sono 
quattro. Quattro piedi di cavallo ferrato. Buon ambio cominciano. 
Sono cinque. Cinque dita moventi nella mano. Bene muovono la 
penna. E sono sei. Sei manovali sull'aja. Buon fascino fanno, pro- 
ducono. E son sette. Di sette porci grandi, non se ne ebbe n^ a 
pranzo nh a pranzare. Fuori di qua. Che voi possiate scoppiare. 

Le 12 parole quandosi pronunziano all'indietro addatadj^ ser- 
vono per iscongiurare terremoti. De aas ddighi peraulas nuUemdles 
nd'dppo a ndrrer una^ pius pddet au sole che i aa luna J^sus de 
bdghea mannas nde betteait una^ dicono a Osini. Delle 12 parole 
maternali ne dir6 una sola, piu pu6 il sole che la luna, di voci po- 
tenti Gesu ne gett6 una sola. E dicono che quando morente esclamd : 
Eli, EU lamina Sebaciani^ venne it ierremoto chi MU iacuccurMu 
a toUu aoa nurdchea, che lev6 la cima au ciiccuru a tutti i Nu- 
raghi. 

La notte, Toscuriti paurosa e plena di pericoli, la Ban dei 
Fenici (I'orco, il Babau dei bambini d'ltalia) h la madre naturale 
degli Spiriti locali, dei fuochi fatui, delle anime del Purgatorio : 
< Chledenti la venal prece agli eredi del Santuario >. 



UN LIBRO DI ESORCISMI DEL 1616 447 

4c Quante superstizioni stregarie si commettano la notte lo vede 
e lo conosce I'altissimo Iddio, scrive il Bell'Haver, j)erchfe gli spiriti 
demonii si piglian piacere di fare alcuni strepiti et rumori ndle 
case et fuori, ed alle volte attendono a burle et giuochi. In alcune 
occasioni il demonic forma le voci di animali bruti con tanta imita- 
tione che sentendole in luochi privati mi fecero stupire, mentre nel 
sesso femminile prende vezzi e leggerezze e quanto di imperfetto vi 
si scorge ». 

A Reggie Emilia i vecchi timorati ripetono due carmi benau- 

gurali. 

I. Sgnor m^ em partess de-d-chd, 
Bon ajut vu em dar^; 
Slies da gnir Tanma innanz al corp 
Dio egh diga un b6un arpos 
Crosa Santa, Crosa degna 
Cla me silva, da me segna 
E ch' lam-metta in b6una via, 
Par salv&r Tanima mia. 

a. Pater nost ed San Giulian 
Dio em s&lva in mpnt in pian, 
La Madona e al so bambeTn 
Fen-na al civ d'al m^ cammein. 

Tradtufione. Signore ip mi parto di qua. Buon aiuto mi darete. 
Se avesse da venire Tanima innanzi al corpo (davanti a voi). Dio le 
dia un buon riposo. Croce santa, croce degna. Che essa mi salvi, 
che essa mi segna. E mi metta sulla buona via per salvare I'anima 
mia. Pater nostro di S. Giuliano. Dio mi salvi in monte e in piano. 
La Madonna e il suo bambino {mi salvino) fino al capo, al ter- 
mine del mio cammino. 

II Cellini nel capitolo LXIV della sua autobiografia narra che 
and6 nel Colosseo (il luogo degli spiriti per eccellenza in Roma) a 
incantare e scongiurare i diavoli perch^ gli facessero rivedere la sua 
angelica Siciliana, un'amante che lo aveva lasciato inaaltUato oapite. 
Chi incantava il diavolo era un prete Siciliano, e gli tenevan bor- 
done un pistojese Vincenzo Romoli, amico del Cellini ed un fanciullo 
vergine di anni 12. Comf)arvero, legioni di diavoli, dice il Cellini, ed 
i suoi compagni tremavano ^ buttavano sul fuoco ivi acceso profumi 



44* ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOtARI 

buoni e zaffetica asaafodida. Meotre I'artista bravaccio, ma pauroso 
quanto i sod, buttava zaffetica sul fuoco « il fanciullo ispaventato 
diede in una strombazzata di m.. che pot^ assai piu che la zaffetica >. 

<< Aiiorchfe di notte odonsi voci spaventose dal volgo chiamate 
orchi, si pu6 credere scrive il BeirHaver, quando non siano lUuiati 
di cant o versi di gatti, che gli spiriti terrestri ed immandi^ re^ 
sid^di »ei pubblici recettacoli le formino per atterrire i viandanti, 
per impedire il riposo delle genti. Ai quali tempi qualche putto, donna 
fanciulla, che a caso si imbattino per quelle callicelle o campi so- 
gliono spiritarsi ». Ed ecco la paura suggestiva e creatrice di spiriti 
e di diavoli, e di malattie credute opera di essi, o di effetti disastrosi, 
come awenne al fanciullo ricordato dal Cellini. 

I laccopluU, gli arricchiti dalla fossa, dal tesoro nascosto, secondo 
il volgo hanno fatto un accordo col diavolo; hanno trovato una pi- 
gnatta plena di denari e con formole magiche glie la hanno rubata. 
La superstizione, antica quanto il mondo, nasce dalPinvidia deiraltrui 
merito, e dal desiderio di possederk). 

Ftdnos (maschile in greco) era figlio dell'Erebo e della Notte. 

Del Creso leggendario della Sardegna Don Onofre Fois dicono 
che fosse amico dei nani abitatori dei Nuraghi, de sob ominettes 
desosnurd4Aea, coi quali aveva convegni, non di notte ma a mezzo 
giomo, quando gira il daemon meridiamis, Dicono pure cheabbia 
rubato ad un arrabiu = rettile, serpen te, demonio, aapedra desu 
diamante (che teneva sotto la lingua) in un raomento che la aveva 
deposta presso una fonte lungo il rio del guado pietroso de Gadu 
petrasu, Ecco come viene narrato il fatto. 

Andat su Puzzlmene p6net sa pedra a unu chirm e btet. Nofre cki fiat appon* 
ftende, pigat' a su pedra, s^zzit a caddu d'un ebba mama e iscAppada. Su ma- 
leittu t6rrat' e non Agatat a sa pedra. A-ssu nuscu 'e cristianu lu currizada, brincat 
finza a-ssa groppa. Nofre suorande e rezande sas d6ighi perAulas fuet. Su tlrpiu 
de su 'enenu bettadu crebat, ei s'6mine chin sa pedra, s'^ fattu riccu chei su mare. 

Traduaione. Va il Puzzo, pone, o depone la pietra in un canto 
:e t)eve. Onofrio che stava all'erta,. guardando, piglia la pietra, siede 
(monta) a cavallo di cavalla col polledro e scappa. II maledetto toma 
e non trova la pietra. Al fiuto di Cristiano lo insegue^ salta fino alia 



UN LIBRO Dl ESORCISMI DEL 1616 449 

groppa. Onofrio sudando e recitando le 12 parole fu^^e. La malfP- 
striaciu pel veleno vomitato scoppia, e I'uomo colla pietra dd dia- 
mante s'e fatto ricco quanto il mare. 

Dante chiama il demonio: il mal volei' che pur nud chiedei e 
Ariosto: la fnalignitd, 

I tesori nascosti, custoditi dai diavoli si possono truviut* q p<jrtar 
via, mediante Tinvocazione di S. Elena. A Siligo in Sardegna dicono; 
Sant'Elena mia santa — Prepar^demi sa banca 
Chin d*una tiaza bianca — /res bulteddos a secare 
Tres panes de armonia — Dade' in giaru sa fortuna mia. 

Traduzione, Sant'Elena mia santa. Preparatemi la banca. Cun utia 
tovaglia bianca. Tre pani di armonia. Datemi in chiarp la fortuna mia, 

A Siniscola per trovare qiiei tesori che credono na^scosti in certe 
localita scongiurano lo Spirito che li guarda con quest<> esorcismo: 

Custu puntu de obiata — Beneitta 'e posata, 
Beneitta cunzuntu'-a — Chircami sa fortuna 
Po nos dare sa salude — In custa santa virtude 
Corpus santu am^ (n) — In su chelu sezis Re 
Po nos dare intendimentu — Laudadu siada 
Su santissimu sacramentu. 

Tradtizione. Questo punto di incontro {obviam). Benedetto 
;x?r la fermata. Benedetto per la congiuntura. Tu spirito cercami 
dammi la fortuna. Per dare a noi salute. In questa santa virtu. Corpij 
Santo Amen. Nel cielo siete Re. Per dare a noi rintendimento (rin- 
tento). Lodato sia il Santo Sacramento. 

Cosl trovata la fortuna col libro del comando^ colla formula; 
dpriti aesamOy il tesoro e posto sotto la difesa di Dio e ntm puu 
pill essere ripigliato. 

Le preghiere precristiane latine erano o ternarie [K nos Lares 
iuvate 3 volte) o quinarie o septenarie, cio^ ripetute 3, 5, 7 volte 
(il numero impari porta fortuna) e tali furono pure le cristiunc pur 
andare ai versi dei popoli, che vedono la solennita nelki ripstizione, 
figura che non b soltanto rettorica ma anche folklorica. 

La porta dellMnferno di Dante avverte che si eatra fra la per- 
duta gente ternariamente. Quello si che ^ un puntu de ohiMa! 

Archivio per le tradieioni popolari. — Vol XXII. &T 



450 A ':'::iivio pz? le tradizioni popolari 

Nel libro del BeH'Haver non poteva essere dimenticato lo spirito 
maligno guardiano della porta, il Cerbero invisibile il guet-a-pense 
di ogni locale. « I demoni sogliono alcune volte per la via del piede 
occupare i corpi del credehti nello zappare sopra materie collocate 
sotto la soglia delle porte, sotto cui in varii modi i demoni riman- 
gono fra segni ed instrumenti del maleficio. 

« Contro qiiesto materiale nemico giova la diligentissima inquisi- 
tione del soliare et di tutti i cantoni della casa, crivellare letti, spoglie, 
et altre cose sos|x?tte et col fuoco abbrugiarle ». 

Interrogata una. donna sarda su qiiesta superstizione rispose: 

Malu de su liminarzu cunslstidi in pizzinaddas de istrazzos. chin periulas 
iscrittas a subra leppas e lepp^ddos chi fachene sas maghiarzas, e las pdnini sutta 
a-ssu janile po esser prus fazile a las jumpare a sos-i-sas chi ch^rene male. 

Traduzione, 11 demonio della soglia (daemon limenarium) con- 
siste in pupe di stracci, con parole scritte sopra spadine e coltelli, 
che fanno le maliarde, e le mt^ttono sotto alia soglia ijaffiM) della 
porta per essere (per averle) piu facilmente alia mano per gettarle 
sopra a coloro cui vogliono male. 

Si fa anche una preghiera per non essere morsicati dagli ani- 
mali velenosi di una intera rei^ione-cussorza, cussorgia, quasi essi 
fossero mossi dai diavoli. 

S'arza, sa pinta, sa tarantula, 
S'abi6lu, s'iscopone mai non nde ida, 
Deus H malaigat, 
Chin tottu sas puppias malas. 
Chin tottu sas umbras de sa cussorza. 
Camped chie e puntu. m6rzat chi piinghet 
Et iiighet punghere, 
Su malu m6rzat. 
Chin tottu sal pupias malas 'e sa cunsorza. 

Tradiizione. 1! falangio, o ragno cattivo, il ragno nero screziato in 
rosso, la ta ran tola, il vespone, lo scorpione, io non veda mai. Die li 
maledica, con tutte le fantasime cattive, con tutte le ombre del 
distretto della regione. Viva chi b punto, muoja chi punge. E fa pun- 
gere, muoia il Demonio con tutte le ombre cattive della regione. 
{Contimia) G. Fekr.^RO. 



LE FIABE CIMBRE DEL VECCHIO JECKEL 



Aveva appre.s.j m Asi:i^n {Shge) chc 11 vecchio Giacomo delia 
contmda i\\ Bosco (Kan B(iUe) fosse uii fervente narratore di fiuhe 
cimbre. Biso^nava fare la sua a>aoscenK;K Uaa bellii muttina, j a^usto 
i8gt5, cccumi alia vultu di quel colonHh, come si dice lassu, situatti 
atle (aide del monti InierroUu c Kaiz. Aveva meet) mio figlia 
Oui^lielmo Ualo, il quale partecipava tfuasi sempre :j|le mie espltra* 
zionl, mentre mia figlia Hlsa Nerina s'incaricava di faru compa^nia 
alia mamma. 

Busco h uiui fra^ione di Asia^^u c \vm dista dai capoluoi;o chcuna 
mczz*ora di cammiiiu* Vi m vu pt^r una slrada carrusyfiibilf un po' sfetpeg- 
giant*^ a travcrst) prati, campi di st^^uk* c palate, fe una helli^^ima passe^- 
gtata da evitar^i pern nelle <ire mt'iidiane. Arrivati lassu, demmn dap- 
prima un*occhiata ill luu^u, d<n\dc s\ dumina bjnu Asia^^u t^ yrun parte? 
dt^H'aUipiano. £ una tiia di case, piu n menu rustich^, lungo una 
stradJcciuola, v^lte qu^isi tutte k\ inc7,?,udl Si»nu in muratuni nnn 
sempre bene intonacate, coperte di paglia n di scandole* oppurc di 
qudia e di queste assiemet Suno sp^s^su annerite da I fumu per man- 
canza di camino, I tetti sonu a due pioventi^ talvulta smussati ai 
due anj^oli, 

Le facciate prest-ntana ancht^ del piccoli tetti appiccicati ai murn 
a meglio difendere dallr inttmperie il piijnn tenent* nd um dei piani 



452 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

superiori. Ove non sono case, la stradicciuola e fiancheggiat\ da aiti 
kistroni di pietra (P/aW(?^), caratteristica questa dei Sette Comuni i). 
Pocalungi, in posizione aprica, c'^ Toratorio di S. Domenico, le cui bian- 
che mura spiccano in mezzo al verde. Una gran croce della passione 
ergesi in mezzo al sagrato, parimenti chiuso da lastroni. In altra 
parte vedesi un capitello a rijordare 32 morti di tifo (^1816) e 72 di 
colera (1836). Poco prima, ad un bivio alia Miilcke (forse da Mul 
molino e Ecke poggio), avevamo veduto altro capitello dedicate a 
S, Rocco. Dell'oratorio e dei capitelli potremmo dare anche i disegni 
da noi eseguiti, ma non possiamo pretendere tanto spazio dairArchivio. 
Non bisognava piu indugiare, e ci facemmo condurre alia ca- 
panna del vecchio Jeckel. Introdotti in cucina ( Voar-hau^), si pre- 
sent6 a noi un vegliardo settuagenario, alto, un po' scarno, dai linea- 
menti marcatissimi, abbronzito, scarso di barba, ma irto di peli in 
viso e dove mostrava la pelle. in complesso un tipo caratteristico, da 
tasciare una indelebile impressione. E che fosse tale non lo ignorava anche 
lui, ch^, superata quella naturaleriservatezza, chesuole invadere Tanimo 
di chi trovasi dinanzi a persone affatto sconosciute ed inattese, vanta- 
vasi come gia un pittore lo avesse ritratto per Tesposizione mondiale di 
Parigi. Uditoloscopo della nostra visita, allora si fece vivo e and5a 
poco a poco infervorandosi come ungiovane di 20 anni. Mi accorsi di 
avere dinanzi uno di quegli esseri cosl bene descritti dalla Savi- 
Lopez 2), speciali alle regioni montane, superstiziosi, soliti a medi- 
tare innanzi alia sublime natura alpestre; essi sanno le leggende dei 
loro avi e le ripetono, e narrano con espressione, con occhi scintil- 
lanti, di demoni e di streghe, che sembrano allucinati. Questi esseri 
che nelle lunghe invernate leggono in vecchi libri e in giallicci zibal- 
doni, magari anche latini senza comprenderli, vanno ogni d) piii 
scomparendo e fra breve tempo saranno anch'essi figure leggendarie. 
Tale era presso a poco il nostro Jeckel. 11 pqveretto la sapeva lunga, 
cd era pieno di ricordi : « Torso (Pero) aveva fatto I'ultima sua com- 



i) v. BARAGIOLA, yUlaj^gi e case d. colonic tcdcsche n. zona iialiana, bol- 
hitino di filoL mod., V, 19-20. 

2) I.egfrende dcllr Alpi, Torino, Loescher, 1889, p. 14. 



LE FlABE CIMBRE DEL VECCHIO JECKEL 45^ 

parsa nel 1848 circa, i lupi iBolfe) li aveva visti da ragazzo giron- 
dolare nei dintorni, allora ancora coperti da fitti boschi ; certi am- 
ministratori poco coscienziosi, e ne faceva i nomi, avevano mano- 
messo il lascito Manazzo, alienandone il bosco, il cui usufrutto era 
stato legato ai p>overi da una signora di Vicenza; essi hanno venduto 
la sostanza dei poveri, diceva egli, ma quindici giorni fa un certo 
LtU aveva visto, al di la del Gdrtele, uno di quei disonesti sotto le 
sembianze del diavolo, con una torcia in mano ». Anche nell'^- 
ziloch, Alagna Valsesia, secondo la credenza, sonvi numerosi dan- 
nati, chiamati dagli alpigiani i signori della valle, .poich^ in vita 
sarebbero stati oppressori del la povera gente i). 

Ma non occorre cercare i riscontri fra i nostri Tedeschi al Monte 
Rosa; ne troviamo anche nel vicino Trentino. Un uomo di Pinzolo 
(Val di Genova) narr6 a N. Bolognini, che in quei luoghi, gli stroz- 
zini dei poveri, morti che sieno, si vedono nelle notti fosche a ga- 
loppare pei prati su un bruno cavalio, inseguiti continuamente da 
una fiamma sinistra che li scotta tutti 2). 

Airuomo selvaggio {Wilde Man) il vecchio Jeckel attribuiva 
tante ghermineile piu o meno fortunate. Cosa strana i proverbi, che 
pur abbondano nel pseudocimbro, gli erano usciti di mente ; un 
solo adagio raccolsi da lui : 

Ba da kert *z Vogeli, da ist das Nestii 
Dove riede I'uccelletto, ivi e il picciol nido. 

II suo forte erano proprio le fiabe, ma anche qui la memoria lo 
tradiva spesso, e allora interloquiva una ragazza, di nome Domenica 
Fertile {BMele)^ la quale garbatamente lo rimetteva in carreg- 
giata. II vecchio aveva gia raccontato parecchio, ma aveva ancora 
molto da dire. Non potendo noi rimanere piu a lungo, si convenne che 
la Domenica ci avrebbe portato in Asiago le altre fiabe scritte. In- 
fatti un giorno venne al nostro albergo con un libretto da pizzica- 
gnolo, in cui oltre alle fiabe cimbre, erano copiati o scritti a memoria 
parecchi fatti della storia romana, fra' quali il ratto delle Sabine, e 



1) SAVI-LOPEZ, Lr^gend^ delh' Alpi. p. 201. 

2) Vsi c costumi del Trentino. S<h\ d, Aip. Trid., ann. 1 887-1888, p. 3^- 



454 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

in luovTo a parte anche il ritratto di Lucia del Manzoni. Posseggo 
ancora il curioso quadiino, e guardandolo e riguardandolo ho pensato 
quante volte la Fertile avra con esso intrattenuto la brigata raccolti 
a veglia nella stalla. 

Aggiungiamo subito che le fiabe erano ortograficamente cosl bi- 
strattate, che cost6 un pazientissimo lavorto a decifrarle e trascriverle. 
Esaminiamo da vicino queste fiabe. Numerose nelle Aipi sono le 
leggende in cui entra il diavolo, il quale appare anche in forma di 
cavallo, di drago, ma piii spesso di caprone e di cane con una lingua 
lunga, come nella prima contataci dal vecchio Jeckel, n. i. Curiosae 
la scomparsa della amorosa del garzone al crocicchio, forse perche 
aveva rifiutato il rosario offertole. Sappiamo del resto quanta parte 
abbia il crocicchio nelle credenze popolari, specie quando sono in 
giuoco gli spiriti. 

I tre frati benedicendo vincono la potenza infernale colla forza 
soprannaturale dei santi. II diavolo in forma di caprone Tabbiamo 
anche nella fiaba del n. 4, ma questa volta cavalcato dall'anima di 
un uomo che in terra ha spostato i termini di un campo, con fini 
egoistici. 11 dannato raccomanda a suo figlio di rimettere i termini al 
loro posto, se no subira con lui le pene deH'inferno. Nel vicino Tren- 
tino si crede che I'anima del I'usurpa tore debba errare intorno al 
campo usurpato, e trovi la pace eterna solo quando siano rimessi i 
termini al sito donde furono rimossi. Quell'uomo, che aveva le sem- 
bianze del diavolo, si scioglie in fiamme come awiene talvolta del- 
Torco. Questo assume la forma di fuoco che scende da una croce, e 
poscia quella di capra, con grande spavento di chi si era rifiutato di 
recitare il rosario, n. 10. II diavolo invece, e non Torco, deve essere 
quel cane della fiaba, che esce dalla buca alia vista delle meda- 
gliette colle effigie della Madonna e di Sant'Antonio, quel cane 
dagli occhi spalancati, dalla lingua lunga, che scompare scioglien- 
dosi in fuoco giu per Tantro, dove stanno gli scrivani, i computisti 
delle p>ene eterne. 

Se i dannati conservano spesso Taspetto che avevano, noi li ve- 
diamo per6 anche trasformarsi in animali diversi, come in cani bar- 
boni in lupi. Nella fiaba 5 una bella ragazza, che giuoca in un 



LE FIABE CIMBRE DEL VECCHIO JECKHL 455 

bosco coi birilli e colla palla d*oro i), si trasforma in rospo, poscia 
in serpe o verme, e alia fine in iin orribile tempwrale, db che, se- 
condo la superstizione tedesca, dovremmo piuttosto aspettarci di una 
Strega 2). La voce di uno spirito esce una volta anche da un albero, 
da un pino, n. 9, come se fosse quella di un folletto boschereccio, di 
un silvano. 

Diffuse assai fra gli alpigiani, oltre alle credenze dei dannati, 
sono quelle intorno alle stre^he. Esse merendano con gli stre^oni In 
una fossa del monte ParteU n. 3 ; esse cenano nella pineta della 
Pozzalaita n. 8, e piii suntuosamente nello spazzo della pozza 
Oruhen von Lahen, n. 11. Nella fiaba 7 troviamo une delle strane 
confusioni che la fantasia popolare fece nelle leggende e credenze. In 
essa non k gia Torco che ruba. un bambino, n^ I*uomo selvaggio 
che nella culla sostituisce un suo mostricino ad un altro bimbo, 
m2{ k una beata femminetta {seliges Baihle), una delle fate agli 
uomini benefiche. Essa assume cosl le odiose funzioni delle Fanggen 
del Tirolo, le quali sono accusate di rubnre i bambini. La scomparsa 
del guanto nella fiaba 12 si deve naturalmente ad un malefizio. La 
fiaba 2 si stacca da tutte le altre: essa arieggia un poco la favola 
degli ^n'\im\\ [Tierfabel) di alcune contrade della Germania ; goffo ^ 
quell'orso che, dopo aver divorata una pecora, se ne va con una 
giacca, credendo di avere un corpo umano fra le zanne. 

La rappresentazione in queste tiabe e semplicissima, quasi in- 
fantile. Esse hanno tutte lo stesso titolo: « fcUto di veritd », cui io 
ho sostituito un altro basato sul personaggio sulla cosa che cam- 
peggia nell'azione, oppure basato sul luogo dell'azione stessa. 11 fa- 
voieggiatore comincia sempre colle parole « A Botta » it. una voUa\ 
egli non abbellisce, non aggiunge ne fiocchi n^ frange, non pensa 
che a ridare modestamente il contenuto. Strano si e che all'infuori 



1) Fra i Mdcheni del Trentino si racconta invece che con birilli e boccia d'oro 
giuocassero gli antichi minatori. V. BARAGIOLA, / Mdcheni, o.viia i Tedc^chi d. 
Valie d. Fersina, Venezia. Tip. Emi liana. 

2) Si veda in proposito « Pie He ten * nel bellissimo lavcro di T. MOGK, My- 
thohj^ie, Grundriss dtr j^cnnanisihcn l*hHologie von H. 'PAUL, Strassblirg. 
Triibner. vol. I, p. 982, 



456 *» - < ^\0 PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

di ma^ie, . • streghe, a mala pena vi troviamo alcun che di 
soprannat". L. t- . :neraviglioso ; vi mancano i giganti, i pigmei, i 
coboldi d' ' no. L'elemento cristiano cattolico ha invaso e 

sconvolto . ' . pagano. Quasi in ogni fiaba troviamo una nota 
cattoIican\ , .. - sa: croci, medagliette di madonne e santi, be- 
nedizioni, n.^-- ^ - i sari, preti, frati e vescovi intervengono a mag- 
giore coriN • \ i fedeli. 

11 mito germanico ha subUo una forte scossa e n'esce assai 
scolorito, in decomposizione. Lo stesso awiene del linguaggio in cui 
il nostro Jeckel racconta e detta le fiabe. II cos^ detto cimbro h co- 
sparso di innumerevoli parole e costruzioni italiane. Esse rappresenta 
Tultima fase della sua decadenza. Forse, almeno quello della con- 
trada Bosco {Bait), t sceso nella tomba col povero Jeckel Pure 
quelli di Bosco, alia prima festa di Pasqua, cantano ancora nella 
cattedrale di Asiago, una orazione cimbrica sulla risurrezione di Cristo: 

Bear ist aufgastannet, 

In 'z Martam so zorgannet? i) 

Questo uso antico, che era andato in oblb, venne ripristinato 
da Francesco Lupato di Foza (Vildse), unodei due economi che, in 
mancanza di sacerdoti e rettori, ressero la chiesa succursale di San 
Rocco in Asiago, fra il 1565 e 1590. Dubito per5 assai che i canton 
abbiano plena e chiara conoscenza di ci6 che cantano. 



i) BARAGIOLA, // taiUo popolare tedi'sco (e le sue propaggini n. colonic te- 
desche in Italia). Laterza e figli. Ban, p. 54. 

Abbrcz'iaturf principali nellt' note alle pa^ine sc^twn/i: 
aat. z- antico alto tedesco 
ags. — anglo-sassone 
as. ~ antico sassone 
got. ^ gotico 
mat. — medio alto tedesco 
mt. ~ medio tedesco 
nat. — nuovo alto tedesco 
XIM Com.: rimanda a « Dfi toloni Tedeschi nei XIII Comuni I'eronesi, saggis 

di F. e C. CIPOLLA, Arch, ffloit. dell'Ascoli, VIII, I. 
VII Com. (^ Sette Comuni Vicentini) rimanda a « SCHMELLER'S, Ontbrischeo 

U'orierbtic'li, Wien 1855 *• 



LE FIABE CIMBRE DEL VECCHIO JECKEL 



457 



I. Paulo. 

An Botta ist da gabest an Pube, ba ist gant zo vennen an 
Dima zo pulen in a Fil6, pa dar Nacht auz-me Lante. Un denne 
ume noin Urn er ist partiert zo kemen zo Hause, ist-me kemt nach 
an Dima, de sai Murusa ba ist gabest in Fil6. 

Un ham-mek5tt: Paulo, paita-mar i) anche miar che ich kerne 
anche ik, ambrume de main bii-mi net mer in Hause p^etenander. 
Un allora ham-me k6tt: Paulo, gem-mar an Hant, un er invese 
gebben-er de Hant hat-er gett de Petensnur un hat k6tt: snapp^t 
hia; un si hat net gabelt snapp^en in Rosarien, un saldo is-se gabest 
in fianco ime fanamai aufar ba gabest gakrenzet de Begalen, un doa 
is-se smariert. Un benne ear ist gabest hia in de Contra is*me com- 
pariert an Pock un hat garert 2) me, me. Un benne ist gant in 
bor de sain Haus, hat er gavunt an Hunt, ba hat g'hatt auzer an 
langa Zunga. Un diser Pube ist gant ersing 3) vo Kiuffe 4) ba er 
g'hatt gasnappt, un ist gant in anandar Fil6 baiz so bia an rfensanz 5) 
TQchle. Un da saint da gabest drai viar andare Puben, un habent- 
em gavorst: Bas has-tu, Paulo, che du pist as5 bais. Un er hat 
contart in Fatten. Un dise Puben allora ham-me gett. Coragien. Un 
diser Paulo hat-en .k5tt : ich h6tte Mangel 6) genen or 7) in main 
Haus, che do ich han de main Kua pronte zo kalpern. Ben ha-* 
bent-en compagnart ort 7) hoame alle petenandar, un saint gabest 
da drai viar Orn petenadar. Un denne z andare saint gant zo 



I) PcUta dal verbo pa'Uen^ anche dei Xlll Com., mat. hiten e hiUn, aat. bUan^ pUan, btdaHy 
got. beidan. 

a) Da reren^ ream voc« dell'ant. ted. rfiren, reran^ nat. bl6ken, bruUen, w»in€t^; lat., 
nidere; Xlll Com. rem. 

3) Dal ted. ant. ar§y deretano, nat. Arsoh^ Schmeller erfetiy, earseng, in eraeng, 

4) Dal mat. klupf, spavento, nat. Schreck; Schmeller dorkluffen e dorkiupfenj Svizzera 
derklitpfen; XIII Com. hljumpfy darkljupfan. 

5) Da Rheime, tela fina dl questa cittii. 

6) Significa veramente aver mancanMa. 

7) Questo or tanto pu6 essere abbreviato da oreh it. lH, come da ort it. fino; Schmeller in 
oreh as inlh, Ort e Oarty ma come sostantivo, it. fine^ cantOy angoloy luogo; nat. Emde, Seke; 
jinl. ted. ort. 

Archivio per le tradisioni popolari. — Vol. XXU. 58 



458 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Hause. Un disar Paulo il galengart 8) idar 9) in in Parn 10) von sain 
Kun. Benne er is dorbecket au', hat gasegt alies an Lucinasiun abe 
pe der Ravalsen, un saint kent abar drai Frarn vor de Ravalsa, ba 
habent-me gett in sain Segent. Un as Morgezent is-ar dorbeckt 
au', un hat-er gavunt de sain Kelbalen auz pa Stalle, Un denne zo 
Gadenken ear hat gamacht au* an Immagine, ambrumme is-me ga- 
schegt Nicht "). 

I. Paolo. 

Una volta c'era un giovane, che h andato a trovare una ragazza da amoreg- 
giare ad una veglia, di notte fuori del paese. E quando alle nove e partite per 
venire a casa, gli h venuta dietro una ragazza, la sua amante che era alia veglia. 
E gli ha detto: Paolo, aspettami i)anche me che vengo anch*io, poichfe i miei non 
mi vogliono piCi in casa assieme. E allora gli ha detto: Paolo, dammi una mano, 
ed egli invece di darle la mano, le ha dato il rosario e ha detto: prendete qui; ed 
essa non ha voluto prendere il rosario, e sempre essa h rimasta di fiance a lui 
fino su al crocicchio delle strade. E 1^ essa h scomparsa. E quando egli e stato 
qui nella (SDntrada, gli ^ comparso un caprone ed ha belato a) me, me. E quando 
6 andato davanti alia sua casa, ha trovato un cane, che aveva fuori una lingua 
lunga. E questo giovine h andato indietro 3) dallo spavento 4) che egli ha preso 
ed h andato ad un'altra veglia bianco come un pannolino di rensa 5). E li c'erano 
tre quattro altri giovani, e gli hanno domandato: cosa hai, Paolo, che sei cosi 
bianco. Ed egli ha contato il fatto. E questi giovani allora gli hanno dato coraggio. 
E questo Paolo ha detto loro: io avrei bisogno 6) di andare lA 7). nella mia casa, 
che ivi ho la mia mucca pronta a figliare. Allora lo hanno accompagnato fino f) a 
casa tutti assieme, e sono rimasti \k tre quattro ore assieme. E poscia gli altri 
sono andati a casa. E questo Paolo s'h coricato 8) giu 9; nella greppia 10) delle sue 
mucche. Quando egli s'6 svegliato, ha veduto tutta un'allucinazione gid per la 
ribalta, e sono venuti abbasso tre frati per la ribalta, che gli hanno dato la loro 
benedizione. E alia mattina s'6 svegliato ed ha trovato i suoi vitelli fuori per 
la stalla. E poi per memoria egli ha messo su un'immagine, perchd non gli e acca- 
duto niente. 



8) Dal verbo lengem aich. 

9) Invece di nidar, ant. ted. nidar. 

10) Cfr. mat. barn, aat. parno; nat. Krippe^ mat. krippe, aat. chrippa per ckripj^a^ 
it. greppia; XIII Com', pom. 

11) Come nel mat. e mt. nicht, nat. nichts; XIII Com. nicl^. 



LE F^IABfi CIMBRE D^L VECCHIO JECK^L 4^9 

2. Der Pero. 

An Botta ich un an andar main Compagno sai-bar gant au' in 
Bait petenadar zo huten d'Oeben i). As Morgezen vruje hab-bar 
molart d'Oeben auz-me Stalle, un hab-bar-se gatraibet au' in Bait. 
Un denne ist comparert auz von ama. Taschune 2) an groazar Pero 3) 
un hat gasnapt an Oba i) 'me main Compagnen un ha-se-n-me 
gavuart in Taschune a) un as-se gezzt. Un bar-andere hab-bar saldo 
gasucht, andrume disa Oba i) hat gat ume in Hals an Schellele, 
un bia dar Pero has-se gezzt 'z Schellele hat gagilet 4), un allora 
sai-bar gant un hab-bar gavunt disa Oba i) schir gezzt alia, un 
disar Pero vo' Kluffe ist inkant 5) au' inn-a groaza Stela 6). Un dar 
main Compagno ist inkant af ana Voichta 7), un disar Pero hat 
saldo garert, un dar main Compagno ha-me gajukt ») at)ar de sain 
Giacheta. Un disar Pero hat gamoant haben in Man un ist inkant 
au' vor in Bait un hat gabracht nach de Giacheta. 

2. L'orso. 

Una volta io ed un altro mio compagno siamo andati su nel bosco' insieme a 
custodire le pecore i). Alia mattina presto abbiamo lasciato le pecore fuori della 
stalla, e le abbiamo spinte su ne! bosco. Poscia b comparso fuori da un cespuglio 2) 
un jjrande orso 3) ed ha preso una pecora i) al mio compagno e glierha condotta 
nel cespuglio e Tha mangiata. E noi altri abbiamo sempre cercato, perch6 questa 
pecora i) aveva intomo al coUo un sonaglio, e come (mentre) Torso la mangiava 
11 sonaglio tintinnava 4), e allora siamo andati ed abbiamo trovato questa pecora 
quasi tutta mangiata, e questo orso per spavento 6 fuggito 5) su una gran rupe 6). 
E 11 mio compagno h scappato su un pino 7), e questo orso ha sempre guaito ed 
il mio compagno gli ha gettato 8) giii la sua giacchetta. E questo orso ha creduto 
avere Tuomo ed 6 fuggito su per il bosco ed ha portato dietro la giacchetta. 



i) Oba, invece di Sehaft significa propriamente pecora femmina; otve nel territorio di 
Bregenz pecora tHcUricina ; d voce di piu dialetti germanici antichi e moderni anche nel signifi- 
cato di pecora in genere: aat. awiy etvCy aMaags. eova^ mat. ouwe, dal lat. oom; cfr. got. avistr^ 
set. oci, gr. *ofe. 

2) E' formata questa parola su Teso/ki, rama di pino, di pezzo; oppure su Deaaj pad. bresc. dasa ? 

3) Cfr. aat. hSrOj mat. h€r. 

4) Da gilen o gillenj mat. g^Uen, aat. yellan, nat, getlen, it. rieonare. HtUinnare. 

5) Alterato da intgatUj part, di intgenan, amalgamatosi con kent. participio da Icemen^ f>enire. 

6) Nei Xlll Com. Steil. 

7) Cfr. nat. iFichte, mat. vichte, aat. flohta e fiuhta, 

8) Da Jucken e gmeehen, it. geUare, da non confondersi col nat. e mat. juck^n it. pradere] 
si avvlcinirebbe piuttosto al mat. j6uchent joucheHf it. cacciare, spingere. 



460 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

3. De Strin vo' Portel. 

An Botta in 'fana Perg i) vo' Portel is-da gabest an Kutta 2) 
Strin 3) nidar in a Gruba 4), un habent gamacht an Maize 5). Un 
doa is gant vor da an Kujar von diseme Perge i) zo segen ume de 
sain Sachen 6), un hat gaset da in disa Gruba so vil dar Strin un 
Striune 3), ba saint gabest vor hanten zo machen an Maize. Un diser 
Kujar is galof abar in de Kesarn un hat contart in Contenuten, 
un in quel mentre ist gabest da anche an Faf vo' Rotz. Un dar Faf 
ist gant hin subito un hat-se gapunt da in disa Gruba, 'az se net 
haben zo inkenan von disar Gruben, Un disar Faf scharaibet an 
Litera 'me Vischof, ba ist partirt subito un is gant alia de Nacht. 
Un benne is garivet da in disa Gruba, andere Striune habent 
provedert da zo ezzan Proat, Vloasch, Bain, un alle de Fruten bas 
Maul 7) man 8) koden. Un allora dar Vischof hat garuf da alien de 
sain Man 9) zo ezzen petenandar, un de andere haben net gabelt 
ezzen, un allora er hat gezzt un denne de Man haben gezzt alle 
petenandar. Un dise Striun habent gahalt 'te Minte dise Man un 
sain-se smarirt. 

3. Le streghe di Pdrtele. 

Una volta su nella montagna i) di Portele c'era un gruppo 2) di streghe 3) git 
in una fossa 4), ed hanno fatto merenda. Ed ecco di \k pass6 un vaccaro di quella 
mal/ra i) a vedere delle sue bestie, ed ha veduto in quella fossa tante streghe e 
stregone 3) che stavano a por mano per fare una merenda 5). E questo vaccaro 
fe corso giCi nelle sue casare ed ha raccontato il contenuto, e in quel mentre c'era 



x) Perg^ it. motUctgnat vale anche per pciseolo aXpevtre^ easdna o tncilga. 

a) KuUa, gregge^ si applica anche ad altri esseri che non siano animali, mat. kutU t aau 
chutti dl genera neutro; come ferominile si conserva in paracchi dialetti; XI II Com. ktUUt dai- 
riU. vlg. eotto, come dice Cipolla. 

)) Stria» tlriun pi. atrin, ttriime d'origine it., XIII Com. marcuoha it. ttrega, 

4) Onsbaf nat. grubet mat. gruobe, aat. gruoba e gruba^ got. grdba. 

5) McUge da imdcu*, verbo corrispondente paiaen^ nat. 6eiateM, Imbita; mat. biaen, aat 
biMMan. 

6) PI. di Sacha, it. eoaa, con questa parola il Qmbro espdme U bestiame, nat. Vieh; quests 
voce valeva presso i GermanI quanto paouUo, ao0re« aat. fihUi fehu, cot. faiku; cfr. Scfameller. 

7) Maul sta invece di Mund poco usato. 

8) Man forma parallela a mciC. 

9) Man forma pi. indeclinata, come nel mat. e nell'aat., abbiamo per6 anche tnendmr che i 
pure del mat. 



LE FIA6E CIMBRE DEL VECCHIO JECKEL 461 

oU anche un prete di Rotzo. E il prete vi andd subito e le ha legate \k in quella 
fossa, che non abbiano a fuggire da quella fossa. E questo prete scrive una let- 
tera at vescovo, il quale 6 partito subito e caraminato tutta la notte. E quando b 
anivato \k a quella fossa, altre stregone hanno provvisto da mangiare pane, came 
viTO e tutti i frutti che bo:ca 7) possa 8) dire. E allora il vescovo ha chiamato colA 
tutti i suoi uomini q) a mangiare assiem3, e gli altri non hanno voluto mangiare, e 
allora egli ha mangiato e poscia gli uomini hanno mangiato tutti assieme. E queste 
stregone hanno tenuto a mente questi uomini e sono scomparsi. 

4. De Merchar. 

An Botta in hia in Ghellarraut i) ist pasart an Smit zo tragen 
de Sapouna in Loiten. Un benne er is gakert zo ghenen in hoam, 
in pasar vor da in disar Bait, da in 'z tifal 2) Teieie, hat gasegt an 
Pock zo rackeln. Un ear, disar Man, hebet d'Ogen un seg[et an Man 
gasot 'fan disar Pock, un vo' Vorte is-ar gabest nianche guat zo reden. 
Un allora disar Man, ba ist gabest gasot 'fan disen Pock, hamme 
k6tt: ba has-tu pensart zo kemen in vor hia in main Bait, du Pube. 
Snap hinbek un ker ume, un'az sai d'erste un de leste Botta ba du 
pasarst vor hia. Ma lug 3) pure, halte 'te Minte, di Bort ba ich k6de-der 
kod-se pure in main Sune, 'az er habe zo cambiaren de Merchar, 
sa no ar ist anche condanart hia ba pin ich, un anche alia de sain 
Sune un alia de sain Sendenza. Un alora disar Man, ba ha gamacht 
in Smit, ist pasart von den sain Bait von disame Man, ba ist gavest 
gasot zo Pocke. Disar ist smarirt faifeten an Calinet, un hat-sich 
gamacht alles in a V5ar, ba hat gaprert dar Toivel. Un benne disar 
Man is rivart hoam kan ime, hat-ar gamachet kemen der Sun von 
disame Manne, ba is gavest gasot 'fan Pocke, un hat 'me contart 
bas is-me capitart in den sain Bait. Un hamme k5tt che dar habe 
zo mudaren de Mercher, sa no ghet-er, alle anche de andere, in de 
Hella 4) bit-ime. Un doa disar Man in minschig Zait is gastorbet 5) 
von dar Vorte, ba er hat ganunt 5) au'. 



I) Raut chiamasi un terreno diboscato o dlvelto, ma dices! anche di un bosco privato opposto 
al bosco del comune. Cfr. Schmeller; aat. riuti, mat. ritUe, nat. Hode^ XIII C. raut. 

3) La / di tiftU ^ nata per inOuenza delle due / di TeleU, 

i) Dal verbo lugen, nat. dialettale, mat. luogen, aat. Ittogen, int^l. to look. 

4) Cfr. nau tfoUe, nuu. hetle, aat. heUa, got. hiUjay as. h9lla, ingl. hell. 

5) Due participi pret. che hanno delta coniugazione forte e debole : sterban gastorbet, nemman 
gu\uat. 



462 ARCHIVIO PER LE TRADI2IONI POPOLARI 

4. 1 termini. 

Una volta qua nel bosco di Gallio, h passato un fabbro per portare gli zapponi 
alia gente. E quando ^ tomato per andare a casa, nel passare di \k in quel bosco. 
\k nella profonda a) Valletta, ha veduto un capro che ragghiava. Ed egli, questo 
uomo, aiza gli occhi e vede un uorao seduto su un capro, e di paura non (u 
neanche buono di parlare. E allora quest'uomo, che era seduto su quel caprone f^li 
ha detto: che hai tu pensato di venire in qua nel mio bosco, tu garzone. Togliti 
via e toma indietro, e che sia la prima e I'ultima volta che tu passi di qui. Ma 
guarda 3) bene, tieni a mente, le parole che io ti dico, dille pure a mio figlio, che 
egli abbia a cambiare i termini, se no egli 6 anche condannato qui dove sono io. 
ed anche tutta la sua tigliuolanza e tutta la sua discendenza. E allora quest'uomo, 
che ha fatto il fabbro, 6 passato dal suo bosco di queiruomo, che era seduto sul 
capro. Questo 6 scomparso suonando un clarinetto, e s*d fatto tutto in un fuoco, 
che pareva il diavolo. E quando questo uomo h arrivato a casa sua, ha fatto ve- 
nire il figlio di quell'uomo, che era seduto sul capro. e gli ha contato cid che gli 
h capita to nel suo bosco. E gli ha detto che egli abbia a mutare i termini, se no 
egli va, anche gli altri tutti, aU'infemo 4) con lui. E poscia quest'uomo in poco 
tempo h morto 5) dalla paura che aveva presa 5) (su). 

^. An schona Diraa. 

An Botta au' hia in Bait ist da gabest condanart an schSna 
Dirna i) in a Krota a). [Jn pasarten vor da 'n alter Man hatgasegt 
da in a Baitele is-se gabest vor Hanten 3) spilen in Zun, un de 
Zune saint gabest gullene un anche de Palla 4) ist gabest gullen. 
Un allora disar Man hat gavorst 5) disa Dirna : bas tus-du hia du, 
schona Dirna, in disen ornen 6) Bait? Un disa Dirna rispondert: 
ist so vel langa Zait sait che pin condannart, ma 'az du bil 7) pist 
gut zo liberar-mich. Un disar Man hat-sich stopirt: bia man ich 



i) Dirna non ha mal significato spreglatlvo come talvolta il nat. Dime', mat. dimse dMme, 
aat. dioma. 

2) Krota^ cfr. mat. krote^ krdte, kreU; aat. chrota^ chreia-, nat. KroU. 

3) Vor Hanten ricorda le forme antiquate del nat. abhandenj vorhanden. 

4) In PaUa abbiamo influenza italiana mal^ado le forme aat. baUOj baUa. 

5) Da voraen, ha il significato puro e semplice di chiederCy domandare, non quelle dl in^e- 
sligare^ indctgare. 

6) L'it. orrendo deve aver influlto sulla voce origlnaria urran esprimente selvaggio, onde 
abbiamo I composti Urrenloch^ Urrenbach, Urrenthal nel territorio di Rotzo; ur — serobra 
una voce onomatopeica di quanto e aeivaggio, orrendoy ruvidOt onde probabilmente il nome Vri, 
cantone della Svizzera. 

7) BU da beln risale al mat. tvU in luogo di wilt. 



LE FIABE CIMBRE DEL VECCHIO JECKEL 463 

SO liberar-dich vo' hia 8) ? Hemest 9) ich lir-dich 10). Du nim an 
Stap ") in de Hente, lug bul dran, un halt stark net zo molaren 
odar ich pin 12) condanart vor saldo. Hemest ich kod-dar bia un 
bas: earst ich mache-mich in an orna 13) Krota, denne in a ordar 13) 
Burm un denne in an orranz 13) Better. Allora diser Man leget-sich 
da in mitten di same Baitele un leget au' in Stap *te Vise. Un 
disa Krota ghet au' vor in Stap un gebet-ar an Kuss disar Dim. 
Disa Botta hat-er gatragt u) auz. Un denne ghet au' dar Burm von 
disen Stap; saldo hat gakreckelt 15) fonamai ist gab^st z'5barst un 
hat-er get an Kuss. Anche disa Botta hat-er gavunnet 16). Un denne 
is kent an orranz Bettar : Tondere 17) un Glitze 18) un Schaur hat 
gaprert an Diluvio, ma disa Botta is er net gabest gut halten in 
Stap au' slecht 19). Un allora disa Dirna hat-in maledirt un hamme 
k5tt: lug bol dran, Ghelle, Ghelle, 'az net loitet bia disen Tak, 
Ghelle, Ghelle ghet unter und ubar ; un bia disen Tak Ghelle loitet 
alle Jar de Klocken un in Campanun 20) almanco an Ora, sa no 
Ghelle Ghelle ghet unter und ubar. 

;. Una belU ra^azza. 

Una volta su qui net bosco era condannata una belia ragazza i) in un rospo 2). 
E passando di \h un vecchio vi ha veduto in un vacuo che essa stava giuocando 
ai birilli, ed i birilli erano d'oro ed anche la palla 4) era d'oro. E allora que- 
st'uomo ha chiesto 5) a questa ragazza: che fai tu qui» bella ragazza in questo 



8) Cfr. nat. mat. hicTy hie; aat. hittr. 

9) Hemeat d'origine incerta; Schmeller propone da ebest — ebe'erst^ eben erst, 

10) Lir voce del verbo lereH, la cul coniufirazione s'e confusa con quella del verbo limenf 
Uiwwn, lernenit. imparare; mat. lemen^ aat. Umen^ iernen; XIII Com. limen. 

11) Cfr. nat. mat. aat. Stap. 
13) XIII Com. pi, pist. 

13) V. n. 6. 

14) Gatrc^gt da tragen, part, debole invece di forte, nat. getrc^gen. 

15) Da krekeln propriamente erepitare, cfr. mat. krecken it. scoppiare con rieonanea. 

16) Da yafrtnnan, part, debole e forte in pari tempo, nat. getvonnen. 

n) Pi. dl tondar come nei XIII Com, nat. Donner mat. doners aat. donar. 

18) Glitg, dal si'i^Ificato di aplendore pass6 a quello di lampo, XIII Com. glietZy mat. aat. 
y'«« it. aplendore. 

»9> Slecht nel suo primo e vero sig^iificato del mat. e aat. elehi^ non gia in quello del nat. 
«cWecW it. cattivo. 

20) Si allude alia superstizione che il suono delle campane diradi il temporale. 
Delia campana maggiore di S. Matteo, cattedrale dl Asiago, dices! p. e. : 'o»»e loitent in 
Campanun {Mattiu) dar Sbanz amarirt cioe Qnando auonano H cantpanone {Mattio) lo 
sdone avaniace. 



464 ARCHIVIO PER LE TRADI2IONI POPOLARI 

orrendo 6) bosco? E questa ragazza risponde: h cosi tanto tempo dacchd sono con- 
dannata, ma se tu vuoi 7) tu sei buono a liberanni. E quest'uomo si fe stupito: 
come posso io cosi liberarti da qui 8)? Adesso 9) io t'insegno 10). Tu prendi m 
bastoneii) nelle mani, ^uardavi bene, e tieni forte di non lasciare iosono i2)con- 
dannata per sempre. Ora io ti dico come e cosa: prima io mi faccio in un orrendo 15) 
rospo, poi in una orrenda 13) biscia e poi in un orribile r 3) temporale. Alloraque- 
st'uomo si mette in mezzo a quel vacuo e mette su ritto il bastone al viso. E questo 
rospo va su per il bastone ed egli d^ un bacio a questa ragazza. Questa voltaegli 
I 'ha porta ta 14) fuori. E poi va su la biscia per il bastone; di continuo ha scric- 
chiolato 15) e finchd h stata in cimae le ha dato un bacio. Anche questa volta egli 
ha vinto 16). E poi 6 venuto un orribile temporale : tuoni 17) e lampi 18) e tem- 
pesta Che pareva un diluvio, ma questa volta non 6 stato buono di tenere il bastone 
su ritto 19). E allora quella ragazza Io ha maledetto e gli ha detto: guarda bene. 
Gallio, Gallio, se non suona (come) in questo di, Gallio, Gallio va sottosopra; e 
(come) in questo giomo Gallio suona ogni anno le campane ed il campanone 20) 
almeno un*ora. se no Gallio Gallio va sossopra. 

6. 'Z Loch von Semblem. 

An Botta au' hia in Loch von Semblen, drai viar Scheferlen 
saint do fermart met-ten sain Oeben umenach disame Lochen, so 'az 
de sain Sechlen zo essen auz dez Gras. Un denne dise Dirlen pensar-sich 
alle petenandar: bas tu-ber hemest zo segen ba t!f is ditzan Loch.^ 
Un allora dise Dirlen habent gat nach an Soal vor oaz. Un d'eitaste 
pensart-sich pintan alle de Soaldar petenandar. UrTbintant-sa au'an 
Stoan in mitten disame Soal, un denne juckan-sa Mdar Vor ditzan 
Loch. Un is gant z'lintarst, un denne pensart-sich un juckant 'idar 
auch drai Madegelen, ba hat gat au' de libe Vrau un dar Sant An- 
tonen,. un dise Madegelen saint gabest gaveiget. Un apf>ena haban-se 
gajuckt 'idar is kent auffar an groazen Hunt pet-ten groze Ogen offen 
un a langa Zunga. Un disar groze Hunt hat-en garedet zua ditzen 
Kinder un hat-en k5tt: bas comdart-ar hia dert-andare .? Un dise 
Dirlen saint inkant goilenten alle petenandar. Un minsche bait von 
andar ist gavest an andardar Schaafar, ba has-se gahort goilen, un 
ist kent abar zo geben Coragien. Un denne disar Schaafar hat-an gavorst 
segen bas se habent gaset. Un de andare ham-me contart in Fatten, che 
se habent gaset disen Hunt. In bela Hant doa.? Ma dise Dirlen habent 



LE FIABE CIMBRE DEL VECCHIO JECKEL 465 

kott: bar andere habben nicht mer gaset. Un disar Pube ist galof abar 
zo segen, un hat gaset disen Hunt ba ist inkant 'ider vor 'z Loch 
all aff 'in a V5ar. Un in Tag darnach hat)en-sich unirt dahin in vuf 
Puben zo nemmen-sich au' von disame Sospeten, haben-sich gasot 'idar 
in an Zoana in zben, un de andar drai habent-se gasoalt Mdar. Un 
benne dise pede Puben saint gabest Mdar in z'untarst, haben-sa gas- 
chraiget: palle, ziget au*. Un benne sain gabest z*6barst z'andere, 
sain gabest schiar toat vo' Kluffe, habenten gaset da an Kutta 
Schraibar, un nimmar mear dise Puben habent kott ghe-ber 'ider 
in de Lecher. Un denne darnach saint gant zo paichten-sich, un 
habent contart in Mestiren ba ist-en gaschegt; ma disar Faf hat-se 
gnanche gabilt assolveren. 

6. II buco di Semblen. 

Una volta quassii al buco di Semblen, tre quattro pastorelle si sono I^ fer- 
mate colle loro pecore intomo a questo buco, affinchd le loro bestie pascolassero 
I'erba. E poi queste ragazze si pensano tutte assieme : che facciamo adesso per 
vedere quanto fondo 6 questo buco? E allora quelle ragazze avevano seco loro una 
corda per una. E la piii attempata ha pensato di legare tutte le corde assieme. 
E legano su un sasso in mezzo a quella corda, e poi la gettano giii per quel buco. 
Ed h andato in fondo, e poi pensano e gettano giii anche tre medagliette, dove c'era 
su la Madonna e Sant'Antonio, e queste medagliette erano state benedette. E ap- 
pena le hanno gettate giu 6 venuto su un grosso cane con grandi occhi aperti ed 
una lingua lunga. E quel gran cane ha (loro) parlato a quelle fanciulle ed ha detto 
loro: cosa comandate qui voi altre? E quelle ragazze sono fuggite piangendo tutte 
assieme. E poco lontano da loro c'era un altro pastore che le ha udito piangere, 
ed e venuto giii a dare coraggio. E poi questo pastore ha loro chiesto di vedere 
ci6 che esse hanno visto. E le altre gli hanno contato il fatto che hanno veduto 
quel cane. In quale parte poi? Ma quelle ragazze hanno detto: noi altre non 
I'abbiamo piu visto. E quel garzone 6 corso giu a vedere, ed ha veduto quel cane 
che 6 fuggito giii per il buco tutto in un fuoco. E il giomo dopo si sono uniti co\k 
in cinque garzoni per togliersi da questo sospetto, si sono seduti giii in una cesta 
in due, e gli altri tre li hanno lasciati giii colla corda. E quando questi due giovani 
sono stati giii in fondo, hanno gridato : presto tirate su. E quando sono stati in cima 
dagli altri, erano quasi morti di paura, avendo veduto col^ un gruppo di scrivani ; 
e mai piii, quei giovani hanno detto, andiarao giii nei buchi. E poi dopo sono an- 
dati a confessarsi, ed hanno contato il mistero ch'e loro successo; ma quel prete 
non li ha neanche voluto assolvere. 

Archicio per le tradieioni popoluri. — Vol XXII. 59 



466 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

7. An seiege Baible. 

An Botta is da j^abest an seiege Baible, ba hat ganunt a Kint 
auz anama Haus bon disam Lante, un hat 'z ganunt auz bon dar 
Bigen andarme Baibe, ganunt da' sain un galet i) da an andarpe- 
tame groazan Koff, un hat 'z gatragt au' in da Cabarlaba; un ditzan 
Kint is kent groaz un hat compirt zegen 2) Jar vor hat 'z garedat, 
un koaz is net gabest gut machan 'z lachan un net redan. Un an 
alts Mennas has-si pensart, hat ganunt a hundart Ojar in a Zoana 3) 
un has-se galet af de Kniin bon-diseme Dirlen. Un ditzan Dirle 
allora, zua segan dise Ojar, hat galugat un hat k5t: lug, lug, bibel 
dar Ojar! I gadenk che Cabarlaba siben Verte 4) gavunt un siban 
Verte 4) vorloart. Ecco che 'z Dirle hat garedat. 

7. Una beata femminetta (faterella). 

Una volta fuvvi una faterella che ha preso una bimba fuori da una casa di 
questo paese, e l*ha presa fuori dalla culla ad un'altra donna, preso la sua e la- 
sciato i) 1^ un'altra con una gran testa, e I'ha portata su alia Cabarlaba; e questa 
bimba 6 divenuta grande e ha compiuto dieci 2) anni prima che parlasse. e nessuno 
k stato buono di farla ridere n6 parlare. E una vecchia persona ha pensato, ha 
preso un centinaio di uova in una cesta e le ha lasciate suUe ginocchia di questa 
fanciulla. E questa ragazza allora, a vedere queste uova, ha guardato e ha detto : 
guarda, guarda, quante uova I lo penso che Cabarlaba ha sette volte 4) vinto e 
sette volte 4) perduto. Ecco che la ragazza ha parlato. 

8. De Strin vo' der Pozzalaita^\ 

An Botta is da gabest 6) a Kutta Strin au' hia in de Pozza- 
laita 5), un han-sich gasostzet 7) untar de Voichtan zuo machan 



i) Part, debole del verbo lAn invece di laseHf mocheno gcUott invece del part, forte gelAn; 
XIII Com. gcUeU da Icusean. 

3) Cfr. aat. zehan, mat. zehettt XIII Com. zegen. 

3) XIII Com. tztMH. 

4) Pi. di varl, voce del mat., mocheno fortj Sauris fohrt; conisp<mde etiroolo^camente al 
nat. Fahrt. 

5) Laila i il secondo componente dl parecchi nomi proprll di luojjo e sisn^ifica ooWa, dee/tw, 
Hva; Pozzalaita — costa della pozza. A Recoaro c'e ancora un luos^> detto LaLaUa, presso 
Schio Formalaita, Mamifilaitay cfr. Schmeller. XIII Com. lait, mat. We, aat htA, ags. hitdh. 

6) Part. pret. debole, nat. forte geweseny XIII Com. gabest. 

7) Part. pret. perfettamente debole e gaaitzel, nat. ge8e98en, XIII Com. gaaitzel^ gaseitzai. 



Le pia6e cimbre del vecchio jeckel 467 

Schaine i). An Man, ba has-se gaseta), pensart-sich un nemmatan 
groazaTur, unghetau' a disa Voichta: un benne is gabest z' oberst, 
er juckat abar atte K5ffe von disan Strin; un dise Strin saint 
inkant, un habent k6t fra z'andre che ist de Mana vomme Humele. 

8. Le stre^he della Pozzalaita ^> . 

Una tolta c'era uno stuolo di streghe quassii nella Pozzalaita 5), e si sono 
sedute 7) sotto i pini a fare cena 8). Un uomo, che le ha vedute 9), si pensa di 
prendere una gran porta, e va su quel pino; e quando fu in cima. la getta giii 
sulle teste di quelle streghe; e quelle streghe sono fuggite e hanno detto fra loro 
che e la manna del cielo. 

9. An Use in a Voichta. 

An Botta is* da gabest ondar au' hia in Bait in de Chitlen, un 
da is' passart a Man suo nemman a Carga 3) Holz, un passarten vor 
'ma Loch hat-ar gahort 4) in a Voichta en Use 5) : Compare Jeckale, 
Compare Jeckale, is so vil langa Zait che ich seg-ach passarn au' 
un nidar von disame Bege, un nia han 6) gat -de Bol zo redan-ach 
zua, un hemest ich kod-ach : Compare, luget bol dran zo vorgezzan 
net zo kodar-mar 7) drai Misse, che ich allora ghea al Lugo del 
Salvamento ; un bia dar Compare is gant vur, saldo hat-ar gahort an 
Use: vorgezzan 'z net, Compare. 

9. Una voce in un pino. 

Una volta c'era uno qui su nel bosco ne' Chitlen, e di la 6 passato un uomo 
a prendere un carico i) di legna, e passando davanti ad una buca, ha udito 2) in 
un pino una voce 3) : compare Giacomo, compare Giacomo, 6 cosi tanto tempo che 
vi vedo passare su e giii per questa strada, e mai ho 4) avuto il bene di par- 
larvi, e adesso io vi dico : compare, guardate bene di non dimenticare di dirmi tre 
messe, che io allora vado al luogo di salvamento; e come il compare andava avanti, 
sempre ha udito una voce : non dimenticarlo, compare. 



i) Dall'it. cena. 

a) Invece di gcuegt da segan o aegent XIII Com. gasechat^ gaseeht, gaaest, 

3) Carga del dlaletto veneto. 

4) Gahort da horeny ancora senza UmUnU come nell'aat. hdren; mat. e nat. horen, ma 
mat. part, gehiiret, gehdrt; X\\\ Com. Inf. hoam, hoam. 

5) Cfr. pad. e ven. oae, bresc. ua, m«, Schmeller. 

6) Han k forma del mat. e di moiti dialetti tedeschi, Xlll Com. han. 

7) Invece di kodev^-mar. 



468 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

lo. Er hat gaset 'in Orken. 

An Botta ist gabest an Pube, ba ist saldo inkant 'me Fil6 zua 
net billen koden 'z Terzle. Un a Mai i)» gbenten zu Hause, hat-er 
gaset che ist partiert au' atte 'z unzar Kroitze an Licht, ba hat-sich 
saldo kent in abbar zua ime. Un benne er ist gabest af halben Beg 
zua ghen hoam, ist gasprunget a Goaz au' de Flatten 2), un hat 
garert zben Verte ; un disar Pube von dar Vorte 3) ba er hat ga- 
snapt, alles in an Sprunk ist inkant in hoam kan ime, un ist deventart 
baiz as6 bia an renzans Tiichale; un de sain Gavettere habent-en 
gavorst: bas has-du Sun? bia du bist-mar dorlaicht; un alloraer hat- 
en contart Mn Fatten, bia un bas is-me gaschegt 4). Un des Mai 
darnach er hat gavorst de Loite von deme Fil6 z' seghen 'az andare 
habent k5t 'z Terzle, un z' andare hat>ent kot: nochent 5). Gut, 
hat-er k6tt : hevet an 'z subito che ich nimmar mer inkea benne se 
p^etent. Un allora *z elteste Baip 'me Fil6 has-sich imaginart che 
er hat gaset in Orken all in Vor, un hat contart oaz vor oaz. 

10. Egli ha veduto Torco. 

Una volta c'era un garzone, che ^ sempre fuggito dal Fil6 per non voler dire il 
terzo [del rosario]. E una sera i), andando a casa, ha veduto che e partita dalla 
nostra croce una luce, che sempre e venuta abbasso a lui. E quando egli e stato 
a mezzo cammino per andare a casa, e saltata una capra sulle lastre 3) ed ha belato 
due volte; e questo garzone dalla paura 3) che ha presa, tutto in un salto e fuggito a 
casa sua, ed k divenuto bianco cosi come un fazzoletto di rensa ; e i suoi genitori gli 
hanno chiesto : che hai tu figlio 2), come tu mi sei pallido; e allora egli ha lore rac- 
contato il fatto, come e cosa gli e accaduto 4). E la sera dopo egli ha chiesto alleper- 
sone di quel fil6 per vedere se altri hanno detto il terzo, e gli altri hanno detto : non 
ancora 5). Bene, ha detto : cominciatelo subito, che io mai piii fuggo quando essi pre- 
gano. E allora la piii vecchia donna del filo s'e immaginato che egli ha visto I'orco 
tutto in fuoco, e ha raccontato una per una [per filo e per segno]. 



x) Mai — sera, ossia ora del dopo pranzo, come dice Bonomo nel Voc. d. Schmeller; nel 
dialetti germanici vale non solo pcuiOj ma anche ora di desinare, di pranzo, p. e. mal nell'antico 
nordico. 

a) Le lastre di pietra che limitano i campi, nota caratteristica del paesaggio de' VII Com. 

3) Gfr. mat. vorhUj vorhtj aat. ags. forhtaj forahta. 

4) Part. pret. debole da gMchegen^ nat. geachehen forte. X Ifl Com. gaackechtf gcuchsckat 
da gcMchehan, 

5) Invece di nochnat, nochet. 



LE flABE CIMBRE DEL VECCHIO JECKEL 469 

1 1 . An Mezzar. 

An Botta ist gascheget au' de Gruben von Laben an Kutta 
Strin habent gamacht an groaza Schaine, un denne, benne se habant 
j^aribat zua schainen, saint-sa gant zu Hause; un an groaza Vrau 
vo' Visenz hat vorgezt i) de sain Mezzar au' in a Stela von disar 
Gruban. An Schafar ist passart vor da un hat 'z gavunt. An langa 
Zait darnach disar Pube is-me kent de Combinasiun zo ghenan ka 
Visenz, un ghenten in a te groaza Taverna hat comandart zo tragan 
ezzan un trinkan, un hamme gamangelt 'z Mezzar, un er legat de 
Hant at-te sain Scarseia un nemat auzer de sain Mezzar un nutzet 
dez. Un disa Vrau hat-me kot che dez Mezzar is sain. Un disar Pube 
hat-sich stupirt an Belt un hat k5t: nimmar mer ist sain Mezzar; 
un disa Vrau hat ime k6t ba hat 'z gavunt da unta in de Gruban 
von Laben, un iart gemmar 'z, mache-mar disen Servizien gerne; 
benne ich han net dez Mezzar, man net machen in Mestiren ba han 
zo machen. 

II. Un coltello. 

Una volta e avvenuto alio spazzo della pozza, che un gruppo di streghe hanno 
fatto una gran cena, e poi quando hanno finito di cenare sono andate a casa; e 
una gran dama di Vicenza ha dimenticato i) il suo coltello su una rupe di quello 
spazzo. Un pastore 6 passato di la e lo ha trovato. Lungo tempo dopo questo 
garzone gli venne la combinazione di andare a Vicenza, e andando in una gran 
tavema ha comandato di portare da mangiare e here, e gli mancava il coltello, ed 
egli mette la mano alia sua tasca e prende fuori il suo coltello e lo adopera. E 
questa donna gli ha detto che il coltello e suo. E questo giovane si 6 stupito un 
mondo ed ha detto : mai piii e il suo coltello ; e questa donna gli ha detto come 
Tha trovato laggiii nello spazzo della pozza, e voi datemelo, fatemi questo servigio 
volentieri; se io non ho questo coltello, non posso fare il mestiere che ho da fare. 

12. Der Haatschug. 

An Botta ondar hia von disar Contre un sovel dar andre Puben, 
che istgabest Zait 'me Vaschong, habent-sich galet de Patti zo ghenan 



i) Part. pass, debole del verbo vorgwen, nat. forte fjergessen, Xlll Com. vurgeseet 
ganmrgcMzet. 



470 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

garust Vaschong, un saint gant zuo Camporube in a Fil5 zo machan 
'in sain Discorsen. Un benne se saint gabest hia in Bek, ondar 
is-sich fermart zo machan a Mester. Er hat gahat de Hantschuge 
atte Hente, oner hat-er galegat abe da af 'ma Platta; un gnanca 
siben Trite vudar von ime, hat gahort a Rausch abia a Bodail ba 
nemat au' Giarn i), darnach an Gafaifach ghet ubar 'me sain Koffe, 
un an minsig darnach hort-ar an Scheckar, as6 bia 'az eppada oaz 
juckate abar von aname nagen Pome an Kaip. Un disar Man ist 
halbar vorghent vo' Vorte, ba er hat gasnapt. Er hat sevitart in 
sain Bek un is ghent zo Hause. Un benne er is gabest a halbar 
Bek, hat-er pensart an sain Hantschug vorgest af 'ma Platta, un 
ist gakest ume zo neman 'in sain Hantschug un hat mer gavunt 
nicht. Er ist gabest rasegnart un keret in 'z sain Haus. Benne er 
ist gabest minsig Trite verse 'me Hause, hort-ar an Stroach au' afan 
rechten Vuz, as6 bia von andar Hente. Er luget un seget 'in sain 
Hantschug au' afan Schug. Ich ciobe che ist gabest allez aitel Arbot 
vo' 'me Orken. 

Una volta uno qui di questa contrada e moiti altri giovani, che era il tempo 
di camevale, hanno fatto i patti di andare vestiti da carnevale, e sono andati a 
Camporovere in un fil6 a fare il loro discorso. E quando sono stati qui in istrada, 
uno si 6 fermato a fare un (certo) mestiere. Egli aveva i guanti alle mani, uno 
ha egli posto giii su una lastra; e nemmeno sette passi da lui, ha udito un ru- 
more come un badile che prende su ghiaja i), poi un fischio passa sopra la sua 
testa, e poco dopo ode un tonfo, come se qualcuno gettasse giu da un vicino al- 
biro un vitello. E questo uomo e mezzo svenuto dalla paura, che egli ha pfesa. 
Egli ha seguito il suo cammino ed 6 andato a casa. E quando egli h stato a mezza 
via, egli ha pensato al suo guanto dimenticato sulla lastra, ed ^ tomato indietro 
a prendere il suo guanto e non ha piii trovato niente. Egli era rassegnato e ritoma 
a casa sua. Quando 6 stato pochi passi lontano da casa, sente un colpo sul piede 
destro, come da una mano. Egli guarda e vede il suo guanto sulla Scarpa. lo credo 
che fu tutto mera opera deirOrco. 

D. ARISTIDE BARAGIOLA. 



i) Dicesi anche Jar^ Gler, Kler; cfr. venei. giara, lat. glarea. 



5EM0 'N TRI, PAR I 50LDI, LA \?A BEN. 

NOVELLA POPOLARE VERONESE 



Gh'era *n pare ch'el ^W 'ea i) tri fioi, ma sti fioi no i gh' 'ea 
'oja 2) de laorar ; lori no i fea 3) che vivarghe a le spale, e a ma- 
gnarghe quel quatro schei 4) ch*el s.* 'ea messo da parte. Vien en 
giorno che za 5) i gh'a magna tuto. Par en jx)CO de tempo el bo- 
tegher 6) el gh* 'ea fato conto a sto omo, ma dopo el s'a stuf^, 
vedendo che mai no M podea pagar, e el gh'a dito che lu no '1 ghe 
fa altro credito. Alora sto poro omo, avilido, el ciama i so tri fioi, e 
el ghe conta che se lori no i pensa a catarse 7) patron, lu no'l sa piu 
come tirar enanzi, parch^ '1 botegher no M vol pi' 8) darghe gnente. 
Alora, sti putei 9), i ghe dise : 

— No st^ve 10) passionar, che nualtri adesso naremo") a catarne 
da laorar come famej 12), e i soldi che ciaparemo ve i portaremo a 
vu par pagar el botegher, cussl el continiiara a farve credito. Anzi 
nemo 13) ensieme dal botegher che ghe parlaremo nualtri. 

Sti putei i va con so pare dal botegher, e W i ghe dise: 



i) ChU'l gh' 'ea, che aveva. — 2) 'Oja, voglia. — 3) No ifca, non facevano. 
— 4) Schei, denari. — 5) Za, gia. — 6) Botegher, bottegajo. Nella campagna e il 
pizzicagnolo che vende anche altre cose di uso quotidiano. — -j) A catarse, a 
trovarsi. — 8) Pi\ piu. — 9) I^dei, giovani. — 10) AV> sttH'e, non statevi. — 
II) Naremo,3iT\i\xQmo. — 12) Famej. garzone addetto speciahnente al governo de' 
buoi. — 13) Nemo, andiamo. 



472 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— Nualtri adesso nemo 'ia i) come famej. Tuti i schei checia- 
paremo ve i portaremo a vu en do rate ; una a san Piero e Taltra 
a san Martin, a condizion die vu continu^ghe a farghe credito a 
nostro pare fm che nualtri tornaremo a casa. 

Sto botegher el se fida desti putei, e Tac^ta el pato, disendoghe 
paraltro : — Recordfeve de no mancar a la vostra f>arola, se no ve 
fazzo nar 2) en preson tuti tri. 

Sti putei i torna a casa, W i se fa su en fagotin de le so robe, 
i saluda so pare, e po' i parti 3). 1 va e i va, e i se redusi en d'un 
posto 'ndoe 4) gh*era tre strade. Uno de lori el dise: 

— L'unica 1*6 che adesso nemo ognun par una de ste strade, 
e quan' sara san Piero, retrovemose tuti en de sto stesso posto, par 
nar a pwrtarghe i soldi al botegher. 

— Va t)en, dise j altri du. 

Fin ch*j era drio a saludarse, capita *n sior con tanto de cana 5) 
en testa, ch*el ghe dise: 

— Vualtri nh 6) en cerca de colocarve come famej, par poder 
con quel che daph pagar i debiti che vostro pare Ta fa to dal bo- 
tegher. Volb 'egnar 7) al me servizio? 

— *Orpo, dise fra de lori sti putei, come falo quel W a saer ^) 
che nualtri, ct^rchemo de colocarne come famej? Questa T^curiosa! 

Sto sior el ghe dise: 

— Mi ve togo 9) tuti tri al me servizio, e ve dago vinti ma- 
renghi a Tano paromo 10). Acet^u? 

Sti putei i se descori ") fra de lori, e po' i ghe dise de si. 
Alora lu el ghe dise: 

— Mi s^anca no laore no me fa gnente ; a mi me basta che 
ogni *olta qualunque parsona la ve dimanda quarcossa, vualtri jihe 
resfx)ndl, uno: « Semo 'n tri »; 'n *altro: « Pari soldi »; eelterzo: 
« La va ben ». Dopo fra vualtri descori pura de tuto quel che 'o\\ "). 



i) '/a, via. — 2) JVar, andare. — 3) I parti, partono. — 4) 'Ndoc, dove. — 
5) Cana, tuba. — 6) AV, andate. — 7) ^'o^'^o 'fff^^af^ volele venire. — 8) Saer. 
sapere. — 9) Mi tv to^o, io vi prendo. — 10) Panymn, ciascuno. — 11) I se de- 
scori, si discorrono. — 12) Che 'oD, che volete. 



SEMO 'N TRI. PAR I SOLDI. LA VA BEN 473 

Sti putei i ghe dise che i dira sempre come ch'el.vol lu. 

Alora, sto sior, el ghe dise: — Adesso scriemo M t;l pato sora M 
vostro brazzo, e scrito col vostro proprio sangue. 

EI ghe tira su la camisa, co 'n* ucia 2) el ghe sbusa 3) 'na vena, 
e el ghe scrie a tuti tri el pato sul brazzo. Termina,' el ghe dise : 

— Record^ve de no mancar al pato, se no si' bei che sassine 4) 
parch^ mi son el diaolo. 

Dito questo V^ scomparso. Apena ch' j ^ ste soli, sti fradei, i 
s*a dito fra db lori : 

— Mi no 'orta 5) ch' 'essimo fato 'na cap^la 6) a far sto con- 
trato qua. 

Dopo i va enanzi en toco, e i cata en boar 7) che arava. Questo 
el ghe dise : 

— Mi gh*aaria «) besogno de 'n famej ; uno de vualtri *ol-io 9) 
'egnar al me servizio? 

— Semo 'n tri, dise uno. 

— Lo vedo che si' 'n tri, ma mi me ne basta uno. 
-— Par i soldi. 

— La va ben. 

— Cari vualtri, tir^ drito, che mi no 'oi 10) saerghene con mati. 
I va enanzi 'n altro toco, e i cata uno che ghe dise: 

— Bon giorno. 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

— Gnanca ") quei h no i gh'a la testa a posto, dise sto omo. 
Sti tri fradei i scomenziaa 12) a sentirse fame, e uno el dise : 

— Podaressimo fermame qua a sta ostaria. 

I cioca I3) a la porta, e Tosto el vien a la finestra. 



1) Scriemo, scriviamo. — 2) fhia, ago. — 3) AV £'hef sbusa, fora loro. -- 
4) Si' bei che sassini, siete rovinati, spacciati. — 5) ^fi no 'or)a, io non vorrei. 

— 6) Capila. corbelleria, errore. — 7) Boar, boattiere. — 8) Mi gh'aaria, io 
avrei. — 9) 'Ol-lo, vuole. — 10) Mi no 'oi, iononvoglio. — 11) Gnanca, neanche. 

— 12) / scomenziaa, cominciavano. — 13) / cioca, battono. 

Artihinio per le tradizioni popolari. — Vol. XXIL HO 



474 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— Cossa 'olb i)? el ghe dise. 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

" Ah ! vualtri gh* *\ a) M bon tempo, e mi no gh' 6 ^ja de 
5chem, 

L^^ sera la finestra, e 1'^ na par i so fati. Uno de sti putei, el 
dise; 

— Qua la s'empianta mal, parch^ te 'edarfe 3) che gnissun en 
de sta maniera 'or^ darne da magnar. 

1 va enanzi ancora, e i cata 'n' altra ostaria. L'osto, dal de 
drentu, el dimanda. 
-- Ci gh'^.? 

— Semo *n tri. 
-*- Par i soldi. 

— La va ben. 

— Cari vualtri, tir^ drito, che chi 4) no V^ miga 'I sito da 'egnar 
a scherzar. 

Giianca quel no '1 gh'a 'erto 5). Alora sti putei, co 'na fame 
clie on i podea piu, i s'^ reduto, dopo 'n' orade capinar 6), denanzi 
a 'n ultiergo. 1 cioca a la porta, e Talbergator el ghe dimanda: 

— Ci gW^? 

— Semo 'n tri. 

— Eh ! qua gh'e |X)sto par quanti se 'ol. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

— Quan' gh' '\ dM soldi la va benon. Da magnar e da bear 
qua da mi ghe n' cat^ quanto che 'oH, ghe dise Talbergator. 

Sti tri putei i se senta zo, e Talbergator el ghe dimanda cossa 
ch'i dfsidara da magnar. 

— Semo 'n tri. 

— Va ben, ghe portar6 tre minestre. 



If Lhssa 'oho, cosa volete. — 2) Gh' 'I, avete. — 3) Te 'edari, vedrai. — 
\\ VhL qui. — 5) 'Erto, aperto. — 6) Capinar, camminare. 



SEMO »N TRI, PAR I SOLDI, LA VA BEN 475 

— Par i soldi. 
-— La va ben. 

— SI, si, pagart en fondo. 

Dopo el ghe porta el manzo, dopo 'I rosto, e dojx) botiglie sora 
botiglie. Quan* j k st^ stufi de magnar e de bear, Talbergator el 
ghe presenta el conto. Lori i ghe dise: 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

.— Se la va ben de soldi, tir^li fora, ghe dise Talbergator, che 
mi 'oi essar paga. Mo enteso? 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

Ensoma sto albergator no Vb bon da caarghe fora altre parole. 
Alora el ghe dise: 

— Adesso che l'& tardi ve conduso en de la vostra camara a 
dormar, ma se par diman matina no tir^ fora i soldi che disl d' 'erghe, 
mando a ciamar i giandarmi, e quei i ve li fara tirar fora. 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

E sti putei i va en leto a dormar. Dopo 'n poco che I'alber- 
gator I'era drio a nar en leto anca lu con so mujer, el senti ciocar 
a la porta. El va a 'erzarghe, e Tera 'n sior ch'el dimandaa d*alogio. 

— El resta servido, ghe dise Talbergator. En cosa posso servirlo.? 

— El me porta 'na supa, e el me prepara 'na camara che su- 
bito dopo che 6 magn^, *ago i) en leto, parch^ son molto straco dal 
viagio. 

L'albergator V 'ea 'isto che sto sior el gh' 'ea 'na valisa, e dal 
cioco a) che T 'ea fato quan' el V 'ea messa sora la tola 3), T 'ea 
sentu che gh'era drento d'i soldi. Fin ch*el preparaa la supa, el ghe 
dise a so mujer : 



1) 'A^o, vado. — 2) Cioco, rumore. — To/a, tavola. 



476 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— Senti, sta note doaressimo portarghe Ma a quel sior H, la 
valiseta che me par che la sia plena de soldi. 

— Se' tu 1) mato? la ghe dise ela. E se dopo el se n* acorzi, 
no M ne fa metar tuti du en preson? 

— No, no, el ghe dise lu, nualtri en caso diremo ch' j ^ st& 
quei tri putei che dormi de sora. 

— Mora, ris-ciemola, dise sta dona. 

Sto sior, dopo che Vk magna la supa, el s'a fato condur en de 
la so camara, portandose drio la valiseta, e disendoghe a Talbergator 
che a la matina el vegnesse a desmissiarlo 2) bonora, parch^ M gh' 
'ea pressia 3) de partir. Poco dopo el s'^ endormensa. L'albergator, 
ch'el scoltaa a la porta, a pena che Ta sentu ch'el fonchesaa 4), el 
s'a lea 5) le scarpe, e en ponta de pi^ T^ na a portarghe 'ia la va- 
liseta, e dopo 1'^ 'egnu fora. Sta valiseta Tera tuta piena de ma- 
renghi ; lu el li a tiradi fora tuti, e en cambio el gh'a messo dentro 
d'i sassi, e po' Vb torna en camara de sto sior, a m^targhela en 
d'el posto de prima. A la matina el va a desmissiar sto sior. Questo 
el se vesti en pressia^ el paga el conto, el tol su la valiseta, e el 
va Ma. Dopo 'n poco gh- par che la so valiseta no la gh'esse d 
peso de prima. Mora el la verzi, e el vedi ch'envege de marenghi 
r& piena de sassi. En pressia el cori en pretura k denunziar ch'en 
d'el tal albergo i gh'a porta Ma i soldi. El pretor el ciama i gian- 
Jarmi, e M ghe da Tordene de nar subito a ligar sto afbergator. 1 
giandarmi i va par ligarlo, ma lu el ghe dise: 

— Cossa s'ensonieli 6) mai che mi possa 'er 7) robA i soldi a 
quel sior? Cossa 'oleli mai che mi gh'abia besogno de robar che 
gh'6 campi, che gh'6 case? Pitosto sarA st^ quei tri putei che dormi 
de sora, e che jeri sera j k magna e beu, e po' fasendoghe i mati 
no j a pi' 'olsu 8) pagarme. 

I giandarmi i va a la porta de la camara de sti putei e i cioca. 

— Semo *n tri. 



i) S^' hi, sei tu. — 2) A desmissiarlo, a svegliarlo. — 3) Pressia, fretta. 
— 4) 67/ V/ ronchesaa, che russava. — El s'd led, si lev6. — 6) Cossa s'ensonieii, 
cosa si sognano. — 7) 'Er, aver. — 8) No J a pi' 'olsic, non hanno piu voluto. 






SEMO *N TRI, PAR I SOLDI, LA VA BEN 4:73? 

— Par i ^oldi. 

— La va ben. 

I giandarmi i va drento, e i ghe dise che essendo che en de quela 
note era sta* rob^ en de quel albergo '^na valtea piena d^ soldi, tori 
I gh'ea I'ordene de condurli dal pretor. 

Sti putei i se 'arda i) fra de lori, e i dise : 

— Semo 'n tri. 

— f*ar i soldi. • 

— La va ben. 

— Eh ! cari, con nualtri no la val miga quela de farghe da mati, 
ghe dise i giandarmi. 

L\ i Vk ligadi, e i Vk conduti dal pretor. 
Questo el ghe dimanda: 

— Sb stadi vualtri a robar i soldi de quel sior? 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

— 'Ndoe 'b sconto sti soldi? ghe dimanda el pretor. 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. ^ 

— 'Ard^ che par Tultima 'olta ve dimando se si' sta' vualtri a 
robar i soldi, se no ve fazzo metar en preson, e tempo tri giorni 
sari picadi. 

— Semo *n tri. ^ 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

El pretor, alora, r6rdena che sti tri putei i sia subito conduti en 
preson, e tempo tri giorni i 'egna picadi. Sti pcitei, quan' i s'a tro^ 
en preson, i se disea : 

— 'Orpo, 'en fato molto mal a far quel contrato col diaolo. 
Te 'edar^ che adesso i ne pica. 



1) / se arda, si guardano. — 2) / s'(t troe, si trovarono. 



478 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

El terzo giorno ch'j era en preson, ghe capita el diaolo, e el 
ghe dise: 

— Brai, putei, vualtri avl fato tuto quel che v'6 dito mi. Stt 
tranquili che vualtri no nar^ miga picadi. Adesso el pretor, prima de 
condurve al palco de morte, el vegnara ancora a dimandarve se si* 
stadi vualtri a robar i soldi, ma vualtri respondlghe sempre con le 
parole che v'5 dito mi. Alora Tordenara de farye condur sul palco, 
e 1^ el ve dimanderi da noo i) se si' sta vualtri. Vualtri respond! 
sempre le vostre parole. Alora Tordenara de picarve. Vualtri quan' el 
boja el far^ par m^tarve el lasso al col, dimand^ grazia. El pretor el 
ve *egnara vifin, e alora vualtri dislghe ch'el fazza 'egnar al palco 
quel omo vestl de ros$o che ghe sara en mezo a tuta la jente, che 
quel el saara ci h stsl a robar i soldi. Par el resto ghe pensar6 mi. 

Dito questo el diaolo el va 'ia. Al dopo disnar el pretor el va 
a catar sti putei en preson, e el ghe dimanda ancora se j ^ st^ lori 
a robarghe i schei a quel sior. Lori i respondi : 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

Alora Tordena de condurli al palco de morte. Quan' j ^ sta la el 
ghe dimanda ancora s* j h st^ lori a robar i schei. 

— Semo 'n tri. 

— Par i soldi. 

— La va ben. 

El pretor, alora, el comanda al boja de picarli. Lu el ciapa el 
lasso, e el fa par m^targhelo al col a uno, ma lori i se taca a cigar : 

— Grazia! Grazia! 

El pretor el ghe va vicin, e el ghe dise: 

— Ah! ve deQxd) a parlar, adesso che gW\ el lasso al col! 
Cossa 'olio.^ 

Nualtri 'olemo ch*el fazza 'egnar chi quel omo vesti de rosso 
che gh'^ 'n mezo a tuta sta jente che ne 'arda, che quel sa ci i 
sta' a robar i schei. 



X) Da noo, di nuovo. 



SEMO 'N TRI, PAR I SOLDI, LA VA BEN 479 

El pretor el manda alora i giandarmi en gerca de sto omo vest! 
de rosso, e difati lori i lo cata, e i lo condusi dal pretor. Lu el ghe 
dimanda : 

— fe - i sta* quel tri putei \k 2l robarghe i schei a quel sior? 

— No, el dise lu, 1'^ sti Talbergator del tal albergo. 

Alora, el pretor el manda subito a tor dai giandarmi sto alber- 
gator. Lori i ghe lo condusi. El pretor el ghe dise: 

— Sto sior qua el dise che si' stk vu a portar 'ia i soldi a quel 
sior. 

— No, dise I'albergator, j k stfe quei tri Ik ch'fe sora 'I palco. 
Alora I'omo dal vestito rosso, el ghe dise pian: 

— Disi ch'el diaolo tne porta *ia, e mi te salvo. 

— Ch'el diaolo me porta 'ia, dise sto albergator. 
Alora Tomo dal vestito rosso, el dise: 

— Che vegna conduta qua la mujer de I'albergator, e ci sa che 
quela no la diga la verita. 

I giandarmi i va a tor sta dona, e el pretor el ghe dimanda se 
la sa ci sia stfe a robar i schei. 

— Quei tri \k ch'fe sora '1 palco, la dise ela. 
L'omo dal vestito rosso, el ghe dise: 

— Disi ch'el diaolo me porta *ia, e mi te salvo. 

— Ch'el diaolo me porta 'ia, la dise ela. 
Alora I'omo dai vestito rosso, el dise: 

— Che vegna qua la serva de i'albergator e che 'edemo se 
quela la dira la verita. 

I giandarmi i cori a I'albergo, e i condusi dal pretor sta dona. 

— Ci ^ sta, ghe dise lu, a robar i soldi a quel sior.^ 

— Questo chi e questa chi, la dise ela, segnando I'albergator e 
so mujer. 

— Ma di-to dal bon? ghe dimanda el pretor. 

— Eh! altro che, se lu el manda i giandarmi a 'edar en d'el 
com6 i), i cata tuti i marenghi. 

Alora, I'omo dal vestito rosso, el dise: 



I) Covto. canterano. 



480 ARCHIVIO PER LE TRADjZIONI POPQLARI 

— Za che a sti pori putei gh'a toca nar a ris-cio de narpicadi 
inocenti, mi digo che tuti i soldi, le campagne, le case de sto alber- 
gator le ghe 'aga a lori, cuss\ i podar^ pagar i so debiti e vivar 
tranquili con so pare. 

Anca el pretor Vh sta de Tistessa idea, e alora sti putei j h 
'egnui zo dal palco patroni de tuta la roba de Talbergator. 

Entanto a Tomo vestl de. rosso gh'6 sponta su, poco a la 'olta, 
j, iQorni^ e dandoghe 'na graa buciada i) L'a enfila prima Talbergator 
e p5 so mujer, e el li a portadi a Tenferno. Cussl sti putei j h torne 
a ffs^sa, j a paga tuti i debiti de so pare, e p6 ensieme j ^ torn^ 
en de sta cita a godarse le richezze de Talbergator *). 

ARRIGO BALLADORO. 



I) Buciada, comata. — 2) Raccolta a Pacengo su! Garda dalla bocca di G. B. 
Sembeni. Si cfr. G. PITRE. Novelie popolari toscafw, Firenze, Barbara, 1885, 
p. 305, n. CXXI: Le ire parole. 



ANEDDOTI POPOLARI ACITANI 



Allorch^, percorrendo la costiera orientale deU'Etna, lo studioso 
si prova a chiedere notizie ed informazioni sugli Acesi, tin sorriso 
curioso spunta su le labbra deHMnterrogato, chiunque esso sia, e, 
novanta volte su cento, la prima cosa che si sente rispondere ^ il 
notissimo proverbio 

Jacitani, testi di tninzu, 

al quale si fanno poi seguire tutte le variazioni che noi tentammo 
di raccogliere nel nostro Blasone popolare aciiano^ variazioni che 
si chiariscono in.un ultimo: 

Jacitani, babbi, 

il quale, mettendo da parte ogni metafora, esprime rudemente e 
semplicemente il |:)ensiero popolare. 

Egli h — e tutta la megalomania municipale di certa gente non 
varra a distruggere il fatto — che in questa regione Aci gode di 
una riputazione curiosa, di quella riputazione di cui godono Partanna 



i) Nel linguaggio del popolo, Aci risponde esdusivamente ad Acireale, ed aci- 
tono significa abitante del centro del comune di Acireale. Per il popolo, Aci 
S. Antonio, Aci Catena, Aci Castello, ecc. sono semplicemente S. Antoni, 'a Ca~ 
Una, 'u Casleddu, che danno luogo ai gentilizi santaniunisi, caiinoti, castiddoti. 
11 prefisso Aci, per queste ed altre localitil, non esiste che nelle forme uflRciali scritte. 



Ar^iftio per le tradigioni popolari. — Vol, XX U. 



(>l 



482 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

in provincia di Trapani, Capaci in provincia di Palermo, Avola in 
provincia di Siracusa, e che ne forma qualcosa da potere stare a 
fianco alia Cuneo delle leggende popolari, a quella Cuneo di cui la 
tradizione ha voluto fare la prima delle cretinopoli italiane. Nh questa 
opinione & solamente nel volgo. Rivolgendosi, invece che ad un vil- 
lano, a qualche persona non illetterata, si avra indubbiamente la 
stessa risposta, salvo che essa sar^ forse espressacol nuovo proverbio: 

Jaci, tninzopoli, 
che non si popolarizzera perch^ il popolo non lo capisce, con i 
pretesi versi latini: 

Aci babbana civitas. 

Terra trunzorum, brocculorum 

Et omnia generi ortilitia faecunda, 

che varranno sempre a significare, con la vecchia allusione dei torsoli, 
11 concetto di sciocchi, in cui gli acesi sono dovunque tenuti. 

Non ^ qua per altro il caso di dover discutere se questo giu- 
dizio sia no basato. Un sociologo potrebbe forse notare in proposito 
che in Acireale — citt^ quasi esclusivamente vinifera — si consuma 
troppo alcool e che moltissime concezioni vi awengono alio state di 
ubbriachezza ; ed una brutta strofa dMgnoto poeta, ispirata dalla cupola 
della chiesa di S. Michele — che, per essere senza lucemino, da 
ridea di una mostruosita acefala — - gli darebbe una certa ragione 

quando dice che 

L'emblema ^ questa cupola 

Ghigliottinata e mesta 

Dell 'aci tano popolo 

Che ha pancia e non ha testa i) 

Ma noi, semplici dilettanti di folklore, non possiamo fermarci a 
tali osservazioni, e dovremo accontentarci di dire che, godendo Aci 
gran fama per i suoi torsoli — grossissimi e tenerissimi cosl che 



i) Questo epigramma, che si ripete da alcuni tradotto in dialetto. si vuole at- 
tribuire a Miciu Tempiu. il salace e troppo libero poeta catanese. Non abbiamo 
eiementi n^ per affermarlo ne per negarlo; ma certo i suoi versi, cos\ brutti quanto 
taglienti, nacquero in italiano; — il dialetto siciliano non avrebbe mai date simile 
locuzione. 



ANEDDOTI POPOLARI ACITANI . 483 

nei luoghi lontani la farjno chiamare antonomasticarhente 'n paiai 
d* *f trunsa, — non fe difficile che dai torsoli vegetali si sia passati a 
quelli del genere homo sapiens e che, attribuendo a questi la qualita 
di quelli, si sia venuti alle accennate conclusioni. 

11 popolo del resto a tali ragionamenti, alia sua dottrina supe- 
riori, non bada n^ pu5 badare : esso ha accolto per tradizione i suoi 
giudizi, e con la tradizione lispiega, non altrimenti. Eche cosa infatti 
gli si pu6 rispondere quando vi ripete il famoso bando del sindaco : 

Ordini e contr'ordini 
Di lu sinnacu di Jaci: 

Cu c... e p 

Arreri la porta di la matrici, 
Tri tarl pava e carzaratu va! 
Tiritatabra... bra... bra! 

quello del patrizio : 

Pir ordini di la patrizju, 
S'attaccassini li cani, 
Ca piscinu e ripiscinu 
E li mura 'nfracitiscinu ! 

queiraltro di questo stesso eminente personaggio, che avendo per. 

errore fatto annunziare la Pasqua per la domenica delle palme, ap- 

pena accortosi dello sbaglio, nnand6 fuori uno dei suoi tamburi a 

gridare : 

Scucind, scucin^ 

Ca Pasqua non h\ 

'U jomu d* 'i ramazzi 6 ! 

per awertire i suoi buoni compaesani di togliere dal fuoco ogni ap- 
parecchio culinario? Che si tratta di invenzioni, di prodotti della 
fantasia 0, per lo meno, di abbellimenti ? Ma anzi tutto esso ci ride- 
rebbe in faccia, come riderebbe a chi volesse persuaderlo della fal- 
siti deirevangelo ; e poi, a pensarci un poco, se nihil ex nihilo, 
come ammettere che questa ed altra simile roba sia nata, come i 
funghi, senza un seme che Tabbia generata? 

Una cosa per altro c'^ di indubitatamente vera in tutti questi 
versi ed in tutti questi aneddoti : la mano, diremo meglio, I'ai^guzia 
e ringegno catanese. La rivalita tra Catania ed Acireale h -infatti 



484 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOURI 

veccbJa assai, e risale alia fine del '700* quando le due citt^ presero 
a litigare per certi privilegi sulla seta;e si accrebbe poi a causa del 
pK)rto, che Acireale voleva costruito al Capo Mulini, — dando origine 
a quella satira pungentissima che b il Jaci in pritiaa del Tempio. 
E, chec.chfe se ne voglia dire, dura tutt'ora, per cento ragioni^ tra 
le quali non ultima quelParia di superiority cittadina che i Catanesi 
ostentano, andando ad Acireale cosl come vanno ad Ognina, a Trezza 
od in altro villaggetto. Dello stato di essa anzi pu6 dare un'ideaesatta 
11 seguente aneddoto, del quale garentiamo Tautenticit^: 

« In un negozio di Acireale si parlava un giorno di Aci e di Ca- 
tania, accennando ai pregi ed ai difetti deiruna e delPaltra, ai torti 
ed alle ragioni reciproche, senza peraltro potersi mettere di accordo. 
Erano tutti acesi quelli che parlavano, e si comprende da che parte 
dovevano pendere le simpatie, quando un catanese soprawenne. Al- 
lora gli altri vollero che anch'egli entrasse nella discussione, gli ri- 
peterono i loro ragionamenti e lo invitarono a dire il suo parere. Se 
non che, il catanese li guard6 freddamente e, come se Taffare non 
fosse suo.: — Ma signori, disse; che volete che io ne sappia? A 
Catania non ci occupiamo di queste cose, e se mai qualche volta 
parliamo di Aci, ci6 avviene soltanto quando si vuol fare una risata ». 

Con questo po' di tensione quindi, figurarsi quello che Targuzia 
dei catanesi ha dovuto e potuto fare per ridere alle spalle degli acesi ! 
Inventandole, adattandole, adornandole, le loro storielle si sono mol- 
tiplicate cosl da tornare quasi impossibile il poterle tutte raccogliere! 
Ed un loro paesano, un certo Brasi Spina, b persino diventato una 
specie di personaggio da leggenda, al quale si riferiscono parecchie 
delle baronate ideate ed eseguite contro gli acesi. 

Brasi Spina infatti non voile mai convenire che gli acesi fossero 
uomimi come lui ed i suoi compaesani; li considerava degli esseri 
sui generis y che bisognava far conoscere come gli appestati. E perci5 
un bel giorno se ne and5 ad Ognina, dispose in mezzo alio stradale 
un fornello acceso, e messovi dentro.un marchio aspett6 che si fosse 
arroventato. Poi, ad ognuno che andava verso Catania, era una do- 
manda : — Di dove sei ? E se la rispx)sta indicava il Castello, Trezza 
od altro paese, lo lasciava proseguire; ma se indicava Aci, allora 



ANEDDOTI.POPOLARI ACITANI 485 

afferrava il malcapitato e coj marchio arrossato lo bollava su le parti 
del corpo piu molli e piu carnose. 
Da d6 nacque poi il proverbio 

Jacitani, bullati, 

che tutt'ora si sente ripetere, quasi a significare che gli acesi, ovunque 
vanno, portano Timpronta di quello che sono. Ma non a questo si. 
arrest6 Brasi Spina. 

Un'altra volta pens6 di andare a divertirsi in Aci in occasione 
della festa di S. Venera, e come primo regalo alia cittadinanza, entri^ 
in chiesa e sparse sul pavimento una gran quantity di loglio, cos) 
che la gente non potfe piu muoversi senza scivolare e cadere. Poi 
usd con gli amici a stuzzicare e a pungere i venditori. E vedendo 
una carrozza fermata davanti una baracca di calia, semenza e simile 
roba, Ieg6 con un cordino un piede di questa ad una delle ruote ^. . 
si allontan6. Un momento dopo la carrozza si muoveva, e figurarsi 
lo scompiglio e la disperazione del rivenditore, che yedeva spargere 
per terra tutta la sua roba! 

Intanto usciva la processione e la gente tutta dietro la Santa, 
in tanto numero da lasciar deserte le strade. Brasi Spina si recava 
allora nel quartiere dei Morti (Suffragio) e poich^ non c'era quasi 
anima viva, si dava a riempire di stereo i buchi delle serrature. Cosi, 
allorch^ la gente, tornando a casa a notte fatta, cercava di aprire, non 
potendo far entrare la chiave nella toppa, con moto istintivo I'acco- 
stava alia bocca, vi soffiava e... si profumava. 

Gli acesi tentarono di renderne qualcuna a Catania, e ci fu chi 
fece una volta trovare col manto in testa la McUa Pallara, e col 
basto sulle anche il Diotru, Ma ci5 non pot^ che maggiormente 
aizzare Brasi Spina ed i suoi amici, i quali acuirono Tingegno per' 
combinarne qualcuna nuova. E veramente nuovo fu ci5 che essi 
riuscirono a fare allorch^ Acireale lavorava a tutt'uomo per avere un 
vescovo proprio ed emanciparsi dalla . diocesi di Catania. 

Un viaggiatore arriva in Aci e si reca all'albergo portando con 
s^ un gran baule. Un giorno due esso gira ia cittA, conae per 
sbrigare degli affari, poi sparisce v\h di lui sa alcuno dare notizia. 



486 AftCHlVlp PER LE TRADIZIONI POPOURI 

L'albergatore, che fe. in credito del suo conto, aspetta alcun tempo, 
nella speranza di vederlo tornare a prendere il baule, che k rimasto 
in suo potere ; ma le settimane passano e nessuno si fa vivo. Allora, 
a scarico di responsabilit^ e per cercare di avere il suo, se ne va 
al Municipio, si presenta al sindaco e gli narra ogni cosa, chie- 
dendo che s'ha da fare del baule. II sindaco manda per il dele- 
gato di pubblica sicurezza, si consiglia con lui, e decidono di for- 
zare il baule per vedere ci5 che contiene. Chiamano un magnano, 
vanno all'albergo, un po' di folia accorre dietro a loro, il baule viene 
aperto e... figurarsi come restassero tutti quanti ! Un pupazzo a molla, 
vestito da vescovo, era scattato dal baule, e con la destra ondeggiante 
spiegava un cartello, sul quale era scritto: Eccovi il vescovo! 

Ma a fianco a questi fatti birboni, piu graziose assai sonoje 
arguzie e le trovate che si narrano a comprovare la sciocchezza aci- 
tana. Graziosissimo ^, per esempio, quello del Calvario. 

In Aci (come in tanti altri paesi) si soleva tempo addietro, per 
il venerdl santo, legare un uomo su la croce del Calvario a rappre- 
sentare il Cristo durante certe funzioni, dandogli in ricompensa un 
piatto di minestra e quattro tar\. Un anno tra gli altri, le funzioni 
erano cominciate, quando il poveromo, che s'era adattato a far da 
Cristo, sentl prendersi da un urgente bisogno. Cerc6 di trattenersi; 
ma gli avevano dato a mangiare pasta con le zucche, e comprendendo 
che non poteva riuscirvi, si volse ai maestri della festa, che gli sta- 
vano presso, dicendo: 

O mi scinniti due! duci, 
O vi cacu tutt' 'a cruel. 

Questi per5 non erano acitani per nulla. Lo guardarono mala- 
mente e, senza troppo preoccuparsi, gli risposero: 

I quattru tari t' 'i pigghiasti, 

*A pasta c' 'a cucuzza t' 'a manciasti, 

O ti cachi o ti pisci, 

Fa 'u Cristu Mnsinu ca finisci. 

E il poveraccio dovfe stare in croce sino aH'ultimo, con quale 
risultato non occorre dire. 



ANEDDOTI POPOLARI ACrXANI ^%y 

Ma dove Targuzia catanese diventa inesauribile h allorchfe attacca 
Aci nella sua patrona, S. Venera. Fede, religione, credenza, tutto 11 
popolo dimentica pur di dare sfogo ai suoi picGoH rancori ; e siccome 
i santi di un paese non sono sempre santi.per le genti'^di un attro 
paese ad esso rivale, figurarsi a che si arrival 

Santa Venera cosl, secondo i catanesi, non i che una abberra- 
zione acitana. Gli acitani, invidiosi di. Catania* che ha la sua santa 
Agata, vollero anch'essi una santa paesana e, non sapendo dove 
trovarla) mandarono una commissione- a Roma, -a chiederla al papi. 
Questi, alia strana istanza, fece prendere alcune ossa di martire e, 
dandole agli acesi, disse loro: Eccovi delle ossa venerande; adora- 
tele. E la commissione, scambiando le ossa venerande per le os$a cli 
santa Veneranda, le f)ort6 in Aci, che fece di questa creduta V^ 
neranda la sua paesana e patrona santa Venera. 

Ma come la tratti poi, a causa della sua poca intelligenza, il solo 
catanese sa dire! 

Noi narrammo altra volta i) il fatto di quel tamburino il quale, 
avendo avuto rotto il tamburo da un catanese, gli diceva, per scusare 
la sua indifferenza : Nca habhu^ chi lu scaasaati a mia? a anf^tft 
Vennira 'u acassaaii. Ma quante altre non ce ne sono di queste 
frasi a doppio senso, che si fe trovato modo di incastrare in ungi 
qualsiasi storiella? 

Noi ricordiamo appena la frase: Mariana, teni la tiaa ca ti 
acula, con la quale vuohsi che i sacrestani acesi raccomandino ai 
confrati di portar dritto il cero durante la processione, e ne racco- 
gliamo alcune che direttamente riguardano la santa. 

Un tale vendeva delle statuette di santa Venera ad un ,soIdo 
Tuna. Un catanese pretendeva averne una pagandola solamente due 
grana (cent. 4). Ma Tacitano si arrabbi6 e ricacciando la statuetta 
nel cesto gli disse: 'N aordu a'ha f. e 'n aorda a'a f, 

La processione con la santa era arrivata^^ porta Gusmana, quando 
dai maestri della festa si diede Tordine di tornare indietro. Ma la in 
mezzo c'era un tale che voleva farla proseguire, come gli altri anni. 



J) Conf. il nQ§tro ^li^sone popolare acilano. 









488 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

sino alia vicina chiesa dello Spirito Santo. Airinaspettato ordine 
cestui si avanz6, si diede a gesticolare e con voce forte grid6 : Non 

8i iorna; S. Vennira 8'ha f. ogn*annu 6 Spiritu Saniu^ e 6 

Spiritu Santu a'd f. paru oral 

Stranissimo h poi Taneddoto di un cotaie che, avendo una ma- 
lattia innominabile, chiese la guarigione a santa Venera, facendo 
voto di regalarle un fallo d'argento dieci volte piu grande del vero; 
•e troppo noto h quelle dell'tin granu aanVAita e du' rana sanla 
Vennira che altrove riferimmo. E per quanto sembrano, e saranno, 
amene invenzioni, o come suol dirsi in Aci, roba da stare a fiancoa 

*l favi *i don Lunardu *u pueta» 
si faccontano coi nomi ed i cognomi, e con tale sfoggio di partico- 
lari da farli credere assolutamente veri. 

Si ^ tentato di rendere qualcosa a Catania con qualche inven- 
zione riguardante S. Agata, e si conta tra Taltro la seguente sto 
riella, senza dubbio di origine acese. 

LMntendente del vallo di Catania, essendo ammalato, fecevoto 
di regalare a sant'Agataun ramoscello d'ulivo d*oro; e siccomeguart 
sciolse il suo veto in occasione della festa. II popolo rimase ammi- 
rato del bel dono, ed i cantanti per lasciarne il ricordo compwsero 
i seguenti versi, che intonarono senza posa per tutta la citta: 
Lu 'ntinnenti cci la misi 
Pi la nostra santa fidi ; 

Bella cci sta ! 
Cu la pampina d' 'a *liva 
Si lu consa lu bacc...: 

Bella cci sta ! 

Ma ad una canzone si e opposta una canzone, e [x?r santa Venera 
si sente ripetere quest'altra: 

Ch'e duci, ch'^ tennira 
sta nostra santa Vennira 
Balla cu I'ancili 
E trippa cu Gesu! 

Sapeva leggiri, sapeva sen v in, 
Sapeva musica di casa so! 

la quale tende a mostrare il fanatismo che si ha in Aci per la propria 



I 



ANEDDOTI POPOLARI ACITANI 489 

santa, fanatismo che si traduce in feste e spari di ogni genere e die 
ha dato pure origine al proverbio: 

Jacitanu, spara ca spunta, 

a ricordare i mortaretti e le bombe che si sparavano e si sparano in 
ogni strada al comparire della processione. In queste occasioni infatti, 
presso ogni batteria stanno pronti i fochisti, ed uno di essi, messo 
in vedetta, appena vede comparire la santa, da il segno con le pa- 
role : Spara ca spunta. Ma anche qua qualcosa si aggiunge, sempre 
a far rilevare Tingegno acese, e si narra che, nelPansia dell'aspettare, 
una volta uno dei fochisti credette di vedere il ferculo e diede il 
segnale, e Taltro dovette fermarlo gridando: No, ca carricu 'i pag- 
ghia h! giacchfe il primo aveva scambiato per il carro di santa Ve- 
nera un carretto carico di paglia! 

Un'altra serie di aneddoti si svolgono sul tema del passaggio del 
re da Acireale, riproducendo ed adattando dei motivi comuni in tutta 
risola. 

Uno di essi narra infatti che al re gli acesi diedero a prarizo i 
loro eccellenti torsoli, e per spingerlo a mangiarne gli dissero : MaistAy 
manciati, ca nuatri i porci H damu. 

Un altro riferisce che nel preparare al re la ignobil creta, gli 
acitani pensarono di nnettervi sopra un bel velo, cosl che quegli, 
quando ne ebbe bisogno, f\v\\ con lo sporcarsi la mano. E si pretende 
anzi che allora, cercando il re lo atuiaci, si credette che egli chia- 
masse atu Jaci il paese e se ne adott6 il nome i). 

Ma a quest'aneddoto del velo, comune in tanti altri paesi, si 
^ messa una frangia, che ci pare originale. 

Gli acesi aspettavano ancora una volta 11 re, e per dare una 
risposta ai catanesi, che narravano sempre I'affare del velo, e mostrare 
il loro ingegno, pensarono d'inventarne una nuova. Fecero costruire 
un cesso con uno stanzino sottostante alia lastra forata, vi misero 
una persona di guardia e... quando il re ebbe bisogno di far le oc- 
correnze sue, non fu d'uopo ne di velo n^ di altro; non appena il 



1) Conf. il nostro fi/asonr popolarc acitano. 
Archxxio p€r le trc^disioni popolari. — Vol. XXII. <>i 



r 



490 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

stjvercjiio gli era uscito dal corpo, la persona di guardia lo puliva 
st^n^^a dar^Ii altro incomodo! 

El iacon pezo del huso, direbbero i veneziani. Ma che si pu6 
pretendere da chi, a dritto od a torto, si ^ acquistata la riputazione 
di tesU di trunzu ed ha delle signore che in compagnia della regina 
non ij^miiu fare altro che filare? Jacitano ^ diventato parola di of- 
fesa^ e puJclnella sanguina nel sentirsela dire. 

In provincia di Palermo, noi abbiamo inteso narrare — scher- 
zando, s'intende — che pulcinella allora si offese quando gli dissero: 
Bcarptini, A Catania e dintorni invece, nel casotto dei burattini, 
pulcinella sta innpavido di fronte a tutte le parolacce, di fronte a 
tutte It villanie, anche a quella di scarparu; per offenderlo bisogna 
dirgli iadtanu^ e solo allora se ne va a lannentarsi col padrone, che 
rimuiie sinprfso di vederlo addolorato per una parola cosl ingenua, — 
mcntre 11 |X)polino della piazza ascolta, commenta e ride, ride da 
doversi tenere i fianchi. 

F. RACCUGLIA. 



I ) Conf . le nostre Let^fs^ende popolari acitanc. 



i 



LE ULTIME RELIQUIE DEL DRAMMA 5ACR0 

IN PIEIWONTE 



Mentre che il progresso civile nel suo fatale andare travolge tutte 
quelle antiche istituzioni che ricevevano origine e vita da condizioni 
di ambiente meno elevate, e la luce del vero ognor piu diffusa di- 
rada le tenetve deirignoranza e della superstizione che involgevano 
le menti e le coscienze, b certamente mirabile la tenacia con cui 
resistono, in questa lotta che dura da secoli, le creazioni sgorgate 
dalla fonte viva e perenne del sentimento popolare. L'anima delle 
masse, specie se campagnuole, naturalmente ingenua, semplice e 
conservatrice, mantiene vivace e salda le sue tradizioni ; e come ancor 
^gSi» in piena luce di secolo ventesimo, si leggono ed ascoltano ad 
orecchi intenti le storie meravigliose di Guerin IWeschino, Fioravante 
e Bovo d'Antona, rievocando fra esse la grande figura di Orlando, 
il cui suono del corno ripetesi con tarda eco per monti e per valli, 
cosl ancor oggi non sono svanite del tutto quelle forme di dramma- 
tica sacra che risalgono a tempi tanto lontani. Quasi in ogni regione 
dMtalia e di altri paesi cristiani sopravvivono le ultime reliquie del 
teatro religioso medievale; e poiche e certo che la loro completa 
ruina h prossima ed inevitabile sara bene discorrerne, intanto che 
riesce piu facile raccoglierle e registrarle. 



49^ ARCHIVIO ?Bk LE TRADI2IONI POPOLARI 

Gia il D*Ancona, nella sua magistrale opera sulle origini del 
teatro italiano, raccolse anni sono in uno speciale capitolo « qualche 
notizia di usanze particolari, nelle quali piu o meno soprawivono H 
concetto e le forme della Rappresentazione sacra i) ». Per il Piemonte 
in particolare, non avendo il D'Ancona raccolte che poche informa- 
zioni, scrisse poscia uno studio piu ampio e completo Rodolfo Renier, 
che in appendice alia sua accurata edizione del GelindOy dramma 
sacro piemontese, tratt6 delle ultime reliquie del teatro religiose in 
questa regione ; e ritenendo « indispensabile il non lasciar trascorrere 
Tora presente, nella quale h ancor dato di salvar qualche tavola del 
grande naufragio », fece prima un rapido cennostorico delle rappre- 
sentazioni avvenute in Piemonte dal secolo XV al XIX, e discorse 
in seguito con la sua nota competenza e dottrina delle pochissime 
rappresentazioni sacre tuttora in uso 2). Abbiamo detto pochissime; 
ma si pu6 anche dire che in oggi Tunico luogo nel quale perdura 
la tradizione e il luogo di Sordevolo, in quel di Biella, dove ogni 
cinque anni (ultimamente nel 1901) si suol rappresentare la Pas- 
stone di Cristo, con uno sfarzo ed un concorso di popolo tanto 
grandioso da rendere Sordevolo emula della celebre Oberammergau 
di Baviera. Oltre la Passione di Sordevolo — la cui importanza storica 
h pure discutibile, perch^ mentre TOrsi Taffermava parecchie volte 
secolare 3), altri recentemente lo nega 4) — , del dramma sacro non 
resta quasi piu nulla: si fa ancora qualche volta in altri luoghi del 
Biellese, come a Mongrando, il Giudizio Universale, ma senza 
epoca fissa e continuity sicura. Sono gli ultimi guizzi della tradizione che 
si spegne, sono Tultime fronde ancor vive del grande albero caduto. 
Nove anni or sono, nel suo lavoro citato, il Renier affermava rap- 
presentarsi quasi annualmente la Passione di Cristo a Pontestura, 
nel circondario di Casale, ed ogni due anni lo stesso dramma sacro a 



1) Torino, Loescher, 1891, vol. II, pp. 197 e segg. 
a) Torino, Clausen, 1896, pp. 219 e segg. 

3) La Bass tone di Sordevolo, Milano, Ricordi, 1892, p. 23. 

4) A. MARINI, La Passione di Gesii Crisio in Sordevolo, in Boll. St. bib. sub. 
Torino, 1904. 



LE ULTIME RELIQUIE DEL DRAMMA SACRO IN PIEMONTE ' 4^5 

Frugarolo, presso Alessandria. Orbene, se pur fosse vero che in quel 
tempo durava ancora tale tradizione, oggi si pu6 affermare che essa 
t finita : a Pontestura, come^ci assicurano persone del luogo, le pro- 
duzioni della Passione hanno cessato da molti anni ; ed a Frugarolo, 
dove rappresentavasi - or ^ gran tempo - un dramma grottesco in una 
rozza baracca di legno, col palco scenico mobile su d'una grossa 
ruota e personaggi mascherati alia meglio, la tradizione, come tale, 
piu non esiste, avendo mutato sua forma. Sicch^, per concludere, 
della vera e propria drammatica sacra, in Piemonte, Tunico rifugio 
al tempo nostro ^ nel Biellese : del resto non rimane che la memoria, 
od anche questa si e spenta del tutto. 



* * 



Ma se del teatro religioso strettamente considerato nella sua es- 
senza e nella sua forma la storia, in Piemonte, si pu6 dire finita, ^ 
pure da dirsi che non ne rimanga reliquia sotto altra forma meno 
chiara e palese, meno cospicua, ma non per questo meno conside- 
revole? Non sono forse tali le rappresentazioni mute confuse con 
quelle prettamente liturgiche e le processioni figurative.? Come il 
Pitr^ le ha ricordate per la Sicilia, dando la loro importanza anche 
agli spettacoli muti i), (e cos\ hanno fatto altri per altri luoghi), non 
h bene che si ricprdino anche pel nostro Piemonte? Lo fece in pic- 
cola parte il D'Ancona, registrando lo spettacolo del Mortorio di 
Cristo, che soleva farsi in Alessandria nel secolo XVUI, e la sfar- 
zosa processione del Venerdl Santo che aweniva in Torino in quello 
stesso secolo con Cristo sul cataletto, Maria addolorata, i pifferi delle 
guardie reali, preti, frati, soldati ecc. 2) ; ma il Renier credette bene 
di non tenerne conto, perche queste « non sono vere rappresenta- 



i) Delle Sacre Rapp. pop. in Sicilia, Palermo, 1876; Spettacoli e feste pop. 
siciliane, Palermo, 1881 ; e molte altre opere per le quali cfr. la Bibl. delle trad. pop. 
d' Italia dello stesso autore. 

2) op. (it. p. 226 n. 



494 ' ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

zioni i) ». 11 che e certamente inoppu^nabile ; ^ pero anche inoppu- 
gnabile che gli spettacoli muti, siano le procession! figurative, siano 
tutti quei riti locali che non apparte^gono alia liturgia ed alle ceri- 
monie generali del culto, risalgono in un modo o neiraltro alle sacre 
rappresentazioni, e meritano pertanto di essere pure considerati. La 
tradizione s'h in essi trasformata, confusa, rimpicciolita : e come nella 
liturgia i riti che in origine erano rappresentativi — quale Tuffizio 
della Messa — cedettero via via il luogo a cerinionie dalle quali 
scomparve ogni apparenza di scenica rappresentazione, cos^ i drammi 
sacri del Medioevo, per cause molteplici che e molto difficile andar 
ricercare, per la stessa inevitable legge di evoluzione, talvolta anche 
per improvvise mutazioni prodotte da mutazione d'ambiente, si ri- 
dussero agli attuali spettacoli muti : muti, secondo che dice il D'An- 
cona 2), perch^ in eta piu tarda, forse ai tempi della dominazione 
Spagnuola e deirinquisizione, « parve che niuna parola umana fosse 
degna delPargomento sacro ». Cio viene a provare ancor meglioche 
essi derivarono dal teatro popolare od hanno almeno con esso una 
stretta relazione ; e la loro antichita ^ talvolta assai maggiore di certe 
rappresentazioni sacre vere e proprie che si ricordano avvenute nel 
nostro Piemonte, e che non sono punto dovute ad una tradizione, 
ma vennero innovate d'un tratto, per riflessione, con sentimenti e 
fini d'altro genere. La stessa Pasaione di Sordevolo parrebbe non 
anteriore al 18 16 3) ; la rappresentazione sacra di Frugarolo awenne, 
a quanto ci affermano, ben poche volte nel secolo scorso; e quella 
del Giudizio Universale fattasi a Monta d'Alba nel 1846 per la 
prima e Tultima volta aveva Tunico scopo di raccoglier denari ad 
innalzare una nuova chiesa. Lo stesso si dica di quelle rappresen- 
tazioni che il Renier riferisce awenute alle cascine degli Arduini, 
nel territorio di Sommariva Bosco in quel di Bra, del Figliuol prodigo 
nel 1882, e della Santa Genoveffa nel 1884: meglio informati del nostro 
illustre professore osserveremo che queste rappresentazioni, a cui si pui") 



ij op. cii. p. 223 n. 

2) op. Cit. p. TQ7. 

3) Cfr. MARINI, op. cit. 



LE ULTIME RELIQUIE DEL DRAMMA SACRO IN PIEMONTE 495 

aggiungere la rapp. del S. Giovanni Battisia decollato nel 1895, av- 
vennero i:>er opera speclalmente del contadini abitanti alle cascine degli 
Arduini, ma molto distante da queste, a benefizio di una cappella rurale. 
E non gii per una tradizione per sentimento religiose, ma per 
puro divertimento, tanto che a quelle furono intercalate le rappre- 
sentazioni di drammi come Maino della Spinetta, Menichino il finto 
gobbo, Stenterello, ecc: il testo era per tutte quello dell'edizione 
Salani di Firenze. Ed ora ci si dica se non ^ piu importante di tali 
rappresentazioni, per esempio, la processione figurativa che si suol 
fare oggigiorno a Montechiaro d'Asti e che rimonta sicuramente ad 
una vera azione drammatica a dialogo, come attestava R. Sacchetti, 
in un numero del Pun^olo di Miiano nel 1876 citato dal D'Ancona 
e dal Renier! Non h dunque soltanto nelle forme piu appariscenti 
e grandiose che trovasi sempre la storia di una istituzione, ma anche 
in quelle piu umili e semplici, come sono nel nostro caso i riti dram- 
matici e le processioni figurative ; le quali, se non hanno un interesse 
letterario, hanno di certo un interesse storico. Per il Piemonte, a 
quanto ci consta, se n'^ occupato fmora quasi nessuno. Oltre gli 
spettacoli muti che dicemmo registrati dal D'Ancona, non troviamo 
che qualche descrizione di solennita religiose e di processioni in opere 
gia antiche i), e fra i moderni, per quel che sappiamo, non v'^ che 
il Massara, autore di un articolo sul Venerdl Santo a Romagnano 
Sesia 2). E noi pertanto, avendo raccolto piu ampie informazioni, 
senza tuttavia pretendere di esaurir Targomento, vogliamo ora descri- 
vere alcuni di detti spettacoli, in massima parte completamente muti, 
che s*usano tuttora in Piemonte e che ci fu dato conoscere de visu 
per sicure notizie assunte direttamente. 



i) Cos) il MlLLIN, nel SUO libro Voyage en PUynont, d, Nice el d Genes (Paris, 
Wasserann, 18 16) descrisse la processione della confraternita di S. Maurizio a To*- 
rino nei giorni di Pasqua, e N. BIANCHI, nella Storia drila monarchia piemontise 
dal lyyj al 1S61 (Torino, Bocca 1877) descrisse la processione del Venerdi Santo a To- 
rino e quella delle angiolette a Biella, citate poi in nota dal D'Ancona. Ma queste 
processioni non sono piii in uso. 

2) Arch, per le trad. pop. Vol. XX. Palermo, 1902. 



496 ARCHIVIO PER LE TRADIZION! POPOLARI 



He * 



Come gia tanti hanno osservato, fra tutti i drammi religiosi 
creati nel Medioevo dal sentimento cristiano piu famosa e diffusa 
fu la Passione, « il vero dramma dei drammi pel soggetto, per la ve- 
neranda antichita delle origini artistiche, per la popolarit^ incompa- 
rabile di cui godette presso tutte le gent! cristiane i) ». Gli spettacoli 
religiosi che noi vogliamo qui ricordare si riferiscono appunto a questo 
grande dramma, e percio avvengono tutti nella Settimana Santa od 
in epoca prossima ad essa. Prenderemo inizio da quello che h cer- 
tamente il piu considerevole e forse il meno noto, e che non h proprio 
muto, come gli altri che in seguito osserveremo, ma consiste in una 
serie di parlate o di dialoghi i quali hanno fra loro poca connessione, 
ma tutti insieme,. con Tapparato straordinario fra cui sono esposti, 
costituiscono una rappresentazione affatto nuova nel suo genere. 

fe un Venerdl Santo. In Entraque, grosso villaggio in val di Gesso 
(provincia di Cuneo), si osserva negli abitanti una festivity cosl ru- 
morosa da apparire incompatibile stonatura e stridente contrast© coi 
mesti ricordi della circostanza, e, come si trattasse d'una vera festa 
carnevalesca, giungono numerose comitive dai comuni limitrofi ; causa ■ 
di tanto movimento, tema di tutti i discorsi, la solenne funzione re- 
ligiosa che deve aver luogo in quella sera. Son cinque anni che si 
attende lo spettacolo, tanto pieno di attrattiva per la maggioranza di 
quella gente; il volgo ignorante e il volgo piccino che si affacciaap- 
pena al limitare del discernimento sono i naturali ammiratori entusiasti 
di simile festa, la cui attrattiva ^ accresciuta dalla lunga vivissima 
aspettazione. Due mesi prima il Rettore della Confraternita della Mi- 
sericordia — quella appunto che celebra lo spettacolo — prowide 
alia distribuzione delle parti, assegnando cio^ ai num^rosi richiedenti 
le singole parlate; e fin d*allora ognuno cominci6 a studiare per 
bene il brano di poesia o di prosa a lui toccato, esercitandosi a re- 



i) RENIER, op. r//., p. 235. 



LE ULTIME RELIQUIE DEL DRAMMA SACRO IN PIEMONTE 497 

citarlo con enfasi declamatoria non sempre appropriata. Si fecero in 
gran numero prove parziali, in cui gli anziani, gia provati in anteriori 
spettacoli, ammaestrarono nell'arte gli esordienti; si fece poi la prova 
generale il Mercoledl Santo, alia presenza di tutti i piu vecchi ed esperti 
critici del genere; e finalmente si compie Tatteso spettacolo, che 
comincia alle 4 pomeridiane. La qhiesa, awolta nella penombra, fe 
piena zeppa di popolo stipato nell'arapia navata; addossate alle pareti 
sonvi due logge, e sul coro sorge il palco, alto come I'altare, ove 
pende da una gran croce un Cristo colossale, con a lato appesi a 
croci minori i due ladroni; c'^ perfino, sospesi nell'alto, 11 sole e la 
luna, che rompono con la loro luce la semioscurit^ deirambiente. Sul 
palco prendono posfo le autorita civili e religiose, sulle logge s'assidono 
tredici eavalieriy vestiti inappuntabilmente secondo la moda del se- 
colo XVIII: tutto Tabito in nero, giubba con le code, in testa il 
cappello a due punte, le scarpa basse con fibbia d'argento e le calze 
bianche, alia cintura il fioretto italiano. Inoltre ciascuno dei cavalieri 
regge uno stendardo nero a frange gialle. Cosl tutti ban gi^ preso 
posto; e I'apparato grandioso, i paramenti a lutto che coprono le 
pareti del vasto tempio, Tincerta luce dei ceri e delle lampade pro- 
ducono un'impressione forte e nuova. E tosto ha principio la rappre- 
sentazione, che gi^ dicemmo consistere in altrettanti quadri o scene 
punto connesse fra loro: monologhi e dialoghi si succedono Tuno 
airaltro per ore ed ore, svolgendo cosl la storia della Passione di 
Nostro Signore. 

Si comincia con una parlata dHntroduzione] poi via via com- 
paiono alia ribalta una due o piu persone, tenendo spesso in mano 
uno strumento della Passione che ha attinenza con la loro parte, e 
recitano piu meno bene la loro chiacchierata. Si comincia con 
« GeaU nelVOrto »; poscia compare Pilato, che esce dal pretorio 
assiso sullo scanno e circondato dalle guardie vestite da pretoriani ; 
e poscia « La rinnega&ione di Pietro, L'impiccagione di Criuda, 
La colonna, Le funi^ la Borsa, il Longino», ecc. ecc, fino a 
che si termina con « La depoaisione dalla croce — Giuseppe di 
Arimatea e Nicodemo, I lamenti delle pie donne^ Le guardie 
del aepolcro ». II nostro cenno ristretto e fuggevole basta appena a 

Archivio per h tradisioni popolari. — Vol. XX 11. 63 



498 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

dare un'idea dello svolgimento dello spettacolo, ma troppo lungosa- 
rebbe enumerare tutte le parlate, che sono parecchie decine. II grosso 
Cristo ^ g\k stato deposto dalla croce in un ricchissimo cataletto; il 
dramma, se cosl pu5 chiamarsi, fe finite, ed un ultimo attore recita 
una parlata « La pompa sHncammina,.. », che k la parlata di chiu- 
sura; dopo la quale comincia la processione, anch'essa curiosae in- 
teressante. Lo spettacolo ha durato piu di quattro ore, ormai h gii 
notte; e il lungo corteo s'incammina al chiarore di mille fiaccole accese, 
e di una vera illuminazione a tutte le case tra cui procede. Sono 
migliaia di persone ; eppure v'^ un relativo silenzio, rotto soltanto dal 
lugubre salmodiare dei confratelli e delle consorelle, dagli squilli del 
trombettiere che precede i cavalieri guidati dal capitano, e tratto tratto 
da qualche funebre marcia. Ma Toriginale e strano consiste in questo, 
che fra tutto quel nero di apparato spiccano fogge di vestire affatto 
inusitate: sono drappelli, anzi turbe di giovani, che indossano abiti 
airorientale dai colori vivacissimi e smaglianti, onde nasce un vivo 
contrasto che sminuisce il cupx) dominante nel quadro, mesce il profano 
col sacro e dk molto a pensare. Sara questa una innovazione degli 
ultimi tempi, o appartiene alle epoche piu lontane, a cui certamente 
risale lo spettacolo di Entraque? Certo delle modificazioni sono av- 
venute nel corso dei tempi, ed ancora gli abitanti ricordano che prima 
v'erano in detta processione i Flagellanti, cosl detti precisamente, 
che davano orrido spettacolo trascinando con la catena ai piedi croci 
pesanti, e macerandosi a sangue le spalle nude con gli staffili. La 
tradizione lascia intendere che questa parte fosse riservata ai frati 
conventuali, chh nei secoli addietro fuvvi presso quel luogo un mo- 
nastero di Benedettini e Tabate ne tenne la signoria per molto tempo. 
Lo spettacolo da noi descritto datera da quei secoli, e sari stato 
istituito da quegli stessi monaci? Sono domande a cui non ^ facile 
dare risposta : certo siamo qui innanzi ad un caso ben singolare, nel 
quale il dramma sacro ha assunto un aspetto tutto suo speciale. Non 
e spettacolo muto e non k vera azione scenica: k un impasto del- 
Tuna e delTaltra cosa. Quanto poi al testo delle parlate sara nostra 
cura esaminarle direttamente non appena potremo averne il copione, 
al che non riuscimmo finora; ma gia sappiamo che dette parlate non 



LE ULTIME RELIQUIE DEL DRAMMA SACRO IN PIEMONTE 49^ 

hanno in generale un grande interesse. Pare che le attuali si siano 
sostituite ad altre piu antiche; vi sono componimenti poetici di tempi 
e scrittori diversi, e v'^ per esempio, a proposito della morte di Giuda, 
i celebri sonetti del Monti di cui il primo comincia col verso : « Gitt6 
rinfame prezzo, e disperato... *. 



Per gli spettacoli intieramente muti comincieremo subito col ri- 
cordare Tesempio piu importante: una serie di riti drammatici con- 
fusi con quelli strettamente liturgici ed alternati con processioni 
figurative, i quali fanno assurgere lo spettacolo ad una vera rappre- 
sentazione, a cui non manca che il dialogo. 

II luogo nel quale awengono ^ la cospicua citta di Fossano, ed 
inconninciano il Giovedl Santo, verso le 19, con la funzione che h 
detta della Crocifissione di Cristo, nella chiesa della Confraternita 
della Misericordia. II Tempio ^ tutto parato in nero: di sopra all'altar 
maggiore s'innalza un palco che simboleggia il Calvario, al quale si 
accede per una gradinata posta dinanzi alFaltare. Escono di sagrestia 
1 preti con torce, e vanno in corteo a prendere in una cappella late- 
rale un corpo di Cristo dagli arti snodati ; lo portano quindi sul palco 
e lo inchiodano sulla croce, dove lo lasciano esposto. La sera del 
giorno seguente ewi una funzione ancor piu drammatica. II numero 
dei personaggi k di molto accresciuto: vi sono ragazze del popolo 
vestite in azzurro che rappresentano Maria Vergine, Maria Maddalena, 
la Veronica e le altre pie donne : vi sono inoltre da sei a otto ragazzi 
chiamati trappolistiy elegantemente vestiti in nero, con sciarpa bianca 
ed un cappello adorno di piume. I preti salgono sul palco, depongono 
il Cristo dalla croce, e lo adagiano in una specie di bara scoperta, 
awolto d'un velo.'AUora si svolge la processione. fe giunta la notte: 
le finestre di tutte le case sono illuminate producendo uno spettacolo 
fantastico, e il popolo accorso numerosissimo specialmente dalle cam- 
pagne s'accalca su tutto il percorso; una banda musicale che segue 
il corteo suona di tanto in tanto una funebre marcia, e negli inter- 
valli ruUa da solo il tamburo. Apre la processione una statua di 



5CX3 ARCHIVIO PER LE TRADI2IONI POPOLARI 

Angelo portata a spalle; segue la confraternita, e poi viene la bara 
nella quale sta il corpo del Signore che fe sotto un ricco baldacchino 
sostenuta apparentemente da quattro preti, mentre nel fatto chi 
compie tale fatica sono altrettanti facchini, nascosti ma non invisibili 
sotto i drappeggiamenti. 1 trappolisti sono disseminati lungo il corteo 
presso la bara, e portano ciascuno dietro le spalle una bandiera 
nera awolta e con Tasta a terra; in ultimo le pie donne portano gli 
strumenti della Passione, come la corona di spine, i chiodi, il mar- 
tello, ecc. Ed ecco che dopo un lungo giro la processione ritorna in 
chiesa : qui viene il momento piu tragico. Dopo che i preti e le pie 
donne sono saliti sul palco e i trappolisti si sono disposti lungo la 
gradinata drizzando le loro bandiere ma tenendole sempre raccolte, 
il Cristo vien tolto dalla bara, e poscia, d'un tratto, viene calatogiu 
per una botola aperta nel palco che corrisponde aU'emiciclo del coro 
dietro Taltare: in quell'istante i trappolisti abbassano le loro bandiere 
incrociandole e spiegandole, si ode un crak, come il colpo prodotto 
dal coperchio che chiude il sepolcro, le pie donne s'inginocchiano e 
scoppiano in pianto fra la generale commozione del popok), e di sopra 
I'altare si scopre improwiso un grande ostensorio. fe un vero mo- 
mento scenico, che ha tutto I'assetto e il colorito del dramma. Dopo 
la deposizione avvengono altre cerimonie, ma queste non hanno piu 
nulla di particolare. 

Sempre a Fossano, nel susseguente Sabato Santo, si celebrain 
modo speciale la Risurrezione di Cristo nella chiesa della Confraternita 
del Confalone (Battuti Bianchi). Sono all'incirca le 11,30 ed ivi si 
sta svolgendo, come in tutte le chiese a quell'ora, la messa del 
Gloria. Ma al sommo dell'altar maggiore sta un'uma apparentemente 
di marmo ; e quando b giunto il momento solenne della Risurrezione 
appare accanto a queH'urna — collocatavi, s'intende, da persone 
nascoste dietro Taltare — una bambina vestita da angelo alato, la 
quale solleva il coperchio deH'urna e ne toglie la Sindone che va 
riguardando, mentre con tutta lentezza, fra il suono dell 'orchestra e 
lo squillo delle campane che inneggiano al Risorto, vien fuori per 
forza di argani la statua di Cristo, il quale, pur troppo, b cos\ brutto 
e stecchito da non meritare la prof on da devozione e meraviglia con 



LE ULTIME RELIQUIE ML DRAMMA SACRO IN PIEMONTE 50I 

cui lo contemplano le donne del popolo, facendo persino del pro 
nostici secondo che riesce lo spettacplo. L'indomani, giorno di Pasqua, 
la stessa statua viene portata per la citt^ in una nuova processione, 
la quale per6 non presenta particolarita notevoli in confronto a quelia 
del Venerdl Santo, se ne togli che riveste un carattere piu festoso 
e lieto, e i trappolisti recano bandiere con emblemi di gloria, le pie 
donne la Sindone. 






Veniamo ora a descrivere alcune processioni figurative che non 
sono piu confuse con altri spettacoli come le precedent!, ma formano 
spettacolo da s^ medesime. in quello stesso Biellese che conserva la 
vera e propria rappresentazione sacra esse son molto in uso in piu 
d'un luogo. Citeremo, per esempio, quelia che awiene ogni anno nel 
Venerdl Santo in Andorno, denominata la processione di Gesu nel 
sepolcro. In mezzo ad un lungo corteo di poix)lo e di confraternite 
quindici ragazze vestite in bianco portano i quindici misteri della 
Via Cruets in altrettanti ricchi quadri dipinti: due bambine sorreg- 
gono i cordoni per ciascun quadro. In seguito viene un grosso Cro- 
cifisso, disteso su un cuscino e coperto di tulle nero, che ^ portato 
da quattro giovanetti, ai quali fan scorta in ugual numero le guardie 
del sepolcro in costume giudeo. Una ventina di altre ragazzette 
bianco-vestite recano piccoli strumenti della Passione; quindi h la 
statua della Vergine Maria vestita di nero, seguita da uno stuolo di 
signore e signorine in stretto lutto e per ultimo dalla banda musicale. 

A Crescentino, piccola terra sul Po in provincia di Novara, le 
tre confraternite che vi sono, nella sera del Giovedl Santo, muovono 
dalle loro sedi situate ai tre lati del luogo, e si uniscono in una sola 
grandiosa processione portando tre grosse statue, di Gesu neH'Orto, 
Maria addolorata, e il Cristo morto adagiato in un'urna di vetro. Ad 
ogni confraternita precedono tre fanciulle, raffiguranti le tre Marie, 
vestite di bianco e coperte d'un velo cosl fitto che non vedono dove 
mettono piede: nfe vogliono a nessun costo essere riconosciute, per 



502 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

cui un confratello deve guidarle in tutto il percorso. Una trentina 
di bambine vestite da angioletti portano in seguito i soliti strumenti 
della Passione; poscia vi sono le dame vestite in nero con lunghe 
torcie accese, i confratelli nel loro costume, e per ultimo, vestite 
anch'esse in nero con le chiome sciolte e pioventi sugli omeri, tre 
fanciuUe adulte che recano il Santo Sudario, mentre una quarta vien 
dietro ugualmente vestita e tiene il volto della Veronica. Inoltre la 
confraternita di San Giuseppe ha una doppia fila di giovanetti con 
una pellegrina rossa sulle spalle, che impugnano un lungo bastone, 
alia cui sommita sono attaccati dei nastri di vario colore. E intorno 
alia statua che chiude le singole confraternite stanno quattro fanciulle 
vestite di nero, che tengono continuamente agli occhi un fazzoletto 
nell'atto di piangere, come le prefiche dei funerali romani. 

Quella per5 che senza dubbio ^ superiore a tutte le processioni 
figurative del Piemonte per originalita e sviluppo ^ la processione di 
Frugarolo, grosso villaggio presso Alessandria; essa awiene ogni tre 
anni, ed h veramente straordinario il concorso del popolo da tutta 
la circostante regione a contemplare quel grande spettacolo. Anche 
qui portano singolarmente gli strumenti della Passione bambini ve- 
stiti da angeli alati. mentre le fanciulle bianco-vestite recano invece 
una bandiera; ma v'^ pure una turba numerosa di giovani chd in- 
dossano il costume giudeo con elmo, scudo e corazza, partd a piedi 
e parte a cavallo, sotto il comando di un capitano, e v'& inoltre un 
vero corpo di tamburini che aprono il corteo: il tutto insomma h 
adattato alia grandiosity imponente dello spettacolo ed al numero 
delle persone che vi prendono parte. Basti dire infatti — ed d questo 
il clou della processione — che i quindici misteri della Via Cruets, 
che noi vedemmo rappresentati ad Andorno con quadri dipifiti, qui 
sono invece rappresentati al vivo, con personaggi in costume raccolti 
in gruppi, che si susseguono nel corso lunghissimo del corteo. 
E questa ^ certamente una cosa originate e degna di attenzione, 
che ci ricorda i drammi ciclici antichi, e pu6 benissimo esserfe stata 
suggerita da quelli. Ai quindici gruppi della Via Crucis segue la 
statua di Cristo morto, su un catalelto portato da otto giovani ve- 
stiti in bianco ; per ultimo hawi uno stuolo di donne in stretto lutto, 



LE ULTIME RELIQUIE DEL DRAMMA SACRO IN PIEMONTE 503 

che rappresentano al solito la Madre del Redentore e le altre Vergini. 
Nulla adunque pu5 dirsi che manchi a questo s]:)ettacolo muto, nel 
presentare in tutte le sue parti la storia mirabile e commovente della 
Passione. 

Non ^ ora opportuno che ci ripetiamo descrivendo processioni 
figurative di altri luoghi, nelle quali piu meno si riscontrano 
le stesse cose: diremo solo delle principali caratteristiche che al- 
cuna fra esse presenta. A Bra ^ famosa la processione delPAd- 
dolorata, che si fa nel Venerdl precedente alia Settimana Santa. 
Gli strumenti della Passione disposti in neri canestri sono portati 
dai cosidetti ApoatoU, fanciulli in camice nero con sciarpa bianca; 
e vi sono inoltre le verginelle, bambine vestite da figlie di Maria con 
fiori in testa, e poi angioletti e santini. Le pie donne, a differenza di 
quelle finora osservate, procedono separatamente, ognuna formando 
un gruppo staccato con un seguito di figlie di Maria : la Maddalena 
tiene in mano il vaso dell'unguento. Si noti pur questo: che ai pel- 
legrini, gi^ veduti a Crescentino, si aggiungono - incomprensibili - 
delle bambine vestite da monache, e che dietro la statua dell'Ad- 
dolorata v'era ancora poc'anni sono una rappresentanza del Monte 
di Piet^, come a tutt'oggi seguono, in ricche vesti a lutto, le spose 
.deH'anno. 

Nella processione che si fa a Cherasco ogni triennio chi tiene 
gli oggetti della Passione sono preti e chierici, che procedono in fila 
fra due altre file di Battuti bianchi e neri alternati, producenti una 
strana promiscuitit di colori. I gruppi delle pie donne sono anche piu 
numerosi che a Bra : v'^, fra due angioletti, la Veronica che porta 
il Sudario; poi tre angeli che recano la fascia del Signore; poi tre 
regine che portano la Sindone; poi, dietro la statua del Signore 
collocata in una specie di letto e seguita da un coro che canta in 
musica il Miserere^ la Maddalena, fra i due soliti angioletti, che piange ; 
e f)oi ancora le tre Marie, che piangono anch'esse; e, per ultimo, 
non piu le spose dell'anno, ma le vedove, vestite da figlie di Maria (?!), 
con fiori in testa, le quali, naturalmente... piangono anch'esse. Questa 
processione avviene nella Settimana Santa: quindici giorni dopo la 
Pasqua se ne fa ancora un'altra del Cristo risorto, nella quale, oltre 



504 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

tutti i personaggi precedent!, v'^ pure la statua di Sant'Elena, e, 
come se la statua non bastasse, una fanciulla che rappresenta la 
stessa santa, vestita con manto d'oro, e recante con un braccio teso 
in alto un chiodo ed una chiave. Lo sfarzo delle vesti in questa 
processione h veramente straordinario, e mentre altrove, per es. a 
Bra, esse sono sempre le medesime e pevcib antichissime, a Cherasco 
si rinnovano continuamente. 

Pure notevoli, non piu per la profusione e ricchezza dell'ap- 
parato e per il numero dei personaggi, ma per Tinteresse col quale 
sono seguite e il rozzo carattere che le distingue, sono le gotiche e 
paganesche processioni, — come scriveva il Boccardo i) — , che si 
usano tuttora nelle campagne. In molti villaggi, nel Gioved^ Santo, 
si rappresenta fra i Battuti bianchi o neri la persona di Cristo se- 
gurto dal Cireneo, ed attorniato dai ladroni o da brutti Giudei. A 
Sommariva Bosco, sul far della notte, nella processione che vien detta 
deUe stelUy tutti portano attaccati ad alte f)ertiche deiglobi accesi in 
forma di stelle con sovra disegnate alia lor volta miriadi di stelle, e 
dietro una gran croce, pure tutta illuminata, s'avanzano fra la turba 
Cristo e i due ladroni scalzi e incatenati; quelle catene sono stra- 
scicate lugubremente sul selciato della via, rendendo piu stridente il 
contrasto fra la festosa illuminazione e il quadro che essa illumina. 
A Centallo il Cireneo k vestito da contadino, e porta appesa al fiance 
una bottiglia di zucca .ed un fascio di giunchi ; a Villafalletto — per6 
soltanto ogni sette anni — i Giudei si raccolgono in grande numero 
parte a piedi e parte a cavallo, come a Frugarolo; in Roddi d'Alba 
tutti i Battuti incappucciati e scalzi circondano il Cristo, che si dice 
sia designato segretamente dal parroco nella persona del maggior 
peccatore. Noi abbiamo veduto una simile processione in Pocapaglia, 
un alpestre paesello cinto tutt'intorno da immani rocche di erosione 
e dirupi, che hanno formato come una barriera contro la civiiti 
progredente. Nel Gioved^ Santo chi si trovi in quel luogo pu5 ben 
credere d'essere tomato nel Medioevo con quel castello che torreggia 



I) Di^/i spei/aco/i, giuorhi ed alifi divert hnt'uti pubblici e privoUi. Ml- 
lano, 1856. 



LE ULTIME RELIQUIE DEL DRAMMA SACI^O IN PIE.WONTE 505 

nelPalto, quelle misere case che lo circondano e tutto il popolo in 
siissulto di devo^one. 11 povero Cristo, vestito d'una tunica roisso- 
scura, ha un cappuccio che gli copre tutta la faccia con solo due 
fori per gli occhi, e porta una croce veramente enorme ; ha davanti 
un Giudeo che lo trascina legato per una corda come un malfattore; 
alle calcagna il Cireneo, pure incappucciato, che lo aiuta, finge 
di aiutarlo, a trascinare Timmane peso; e ai quattro lati, vestiti da 
guerrieri, con la sciabola in pugno e Telmo in testa, quattro Giudei 
dalla barba lunga e lo sguardo bieco che li fan simili a tanti anti- 
cristi. I vestiti son laceri e consunti, gli elmi, forse di cartapesta, 
corrosi ed in progredente sfacelo, le sciabole... di legno vecchio e 
tarlato : sicch^ mancando ogni magnificenza ed attrattiva, sembrerebbe 
che quello si:)ettacoIo cosl miserando debba strappare piu ch'altro le 
risa. Ma invece bisogna vedere con quanta compunzione, con quanto 
ascetico terrore quel buoni contadini vedono passare il triste corteo ! 
Sono lagrime di vera e sentita compassione sulle ciglia di tutti: 
quasi quasi, in mezzo al canto roco dei confrjtell e dei preti che 
passino fra due ali di gente genuflessa, c'^ da giurare che stiano 
per risorgere, o siano gia risorti, quel miseri DiscipUnanti di Geau 
Cristo di cui parla la storia medievale; e par di vederli processio- 
nare per quel dirupi vestiti d'un ruvido sacco, laceri e scalzi, lividi 
di cenere e di patimenti, gridando le loro peccata o cantando lugu- 
bremente il Miserere i). 

EUCLIDE MILANO. 



i) A Pocapaglia, dove per il folklore v'6 molta materia ancora inesplorata, esiste 
pure quest'altra graziosissima consuetudine — viva del resto anche a San Lorenzo, 
trazione di Fossano, in valle di Lanzo ed altrove — che si riannoda probabilmente al 
dramma sacro sul leggendario Gelindo. Nella notte di Natale, durante la messa e 
proprio al momento della consacrazione, appare suUa porta maggiore della chie$a un 
pecoraio, con largo cappello e manto bianco, che si apre a stento il passaggio tra 
la folia, e tiene in mano un agnellino che da lui pizzicato emette pietosi belati. 11 pe- 
coraio percorre tutta la chiesa, passa nel coro, e poi recatosi innanzi all'altare offre 
Tagnello a GesCi Bambino, di cui appare in quello stesso istante la statuetta di sopra 
all'altare, essendosi rimossa d'un tratto la tendina che I'occultava. 

ArchiHo per le tradigioni popolari. — Vol. XX H. UV 



LA PA55I0NE DEL N05TR0 5I6N0R 6E5U CRI5T0 



NEL NOVARESE 



Son quasi duemila anni che Cristo b morto e la natura rinno- 
vellandosi di erbe e di fiori sembra indurci col suo sorriso a dimen- 
ticare la tragedia dolorosa. Ma non dimentica la grande anima del po- 
polo, che in sue incomposte e direi quasi inconscie manifestazioni, nei 
suoi canti, nei suoi dram mi, nelle sue feste, rivive nei ricordi deila 
sua meravigliosa epopea religiosa. 

In queste pagine fu gi^ descritta una singolare processione 
drammatica che usa il Venerdl Santo d'ogni anno a Romagnano e 
che vien regolata da apposita congregazione detta con voce spagnuola 
del Santo Entierro (o santo seppellimento che il popolo volgarizza 
in un San Intiero) cosl come si ha pure in qualche paese del lago 
di Como. 

Tali processioni ^i hanno dove con piu, dove con meno apparato 
in altri villaggi del Novarese, dove durante la Settimana Santa si 
rappresenta pure la Passione, per lo piu desunta dal dramma po- 
polare di questo titolo pubblicato coi tipi dei fratelli Miglio. 

Neiia Valsesia di rappresentazioni sacre deila Passione si hanno 
poche tracce airinfuori di quella scena draminatica che avviene in 



LA PASSIONE DEL NOSTRO SlGNOR GESU CRISTO 507 

chiesa nel Venerdl Santo di Romagnaiio Sesia, da me descritta, ove 
si giiK)ca la camicia del Signore. 

Essa pu5 venir