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nell'intero testo di questo libro da lhttp : //books . qooqle . com 



0^5-^^/, 5- 



SEP 5 1907 



1 




5?ar&nrt CoUrgc ILtftrarg 

I^KUM THE BliqyEST OP 

JOHN AMORY LOWELL, 

(CiM« of iai5). 

This fund is $2a,aao, And of its Incciinc three quarters 

Ei]iall be &pcdt for books and ohc qiutrter 

be added tu ttie jirmcip^^L 



I 



ARCHIVIO 



PER LO STUDIO 



DELLE 



TRADIZIONI POPOLARl 



RIVISTA TRIMESTRALE 



DIRETTA DA 



6. PITR£ e 5. 5ALOMONE-MAF5INO 



VOLUME XXIII. 



TORINO 
CARLO CLAUSEN (HANS RINCK Succ.) 

Libraio delle LL. MM. il Re e la Regina 

1907. 



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/ *n f fir r fid letter a r ia 



Cirle ' StabUifnenhi Tip^grafico G. Capella - Cirie 



Vol. XNIII. 



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ARCHIVIO 



PiSIl LO 9TU0IO 



OilLtE 



TRADIZIONI POPOLAR 



RIVJSTA IKiMESTRALE 

r>IHflTTA J* A 

-e. PfTRe e 5. 5flL0M0NE-MARIN0 



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'«T|. j! I 



V^ 



PabbUoiio li 31 Harm 1906 



SOMMARIO DEL PRESENTE FASCICOiO 

M.i^ir I, I in P. Vergllio Marone (M. Bislui . - ^ 
Aicune leggende popofartili Pavia e da-suoi tjintomi {E. Filippini) 

Vn libro df esorcismi del i6i6 (O, FnaftARO) . » 40 

Leggerrde, Novelle e Fiabe p— ^-si (!>• CAliHABOiij . » 64 

Un m;izzetto di slorndli C ., (L. Bokfioli) . . ^ 84 
Ciinti Popolari Sicilian t i Fan tina edit S. Basilio, fra- 

Proverbi b; , .. _ 11 - LuUicuicB) 114 

L3 fiej3 di Grottaferrata (R. PakattovVi) i j6 

It r, fe3ta popolare Venczkna (M, P,) . . i 



A^i'llEl .Ir 



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- Sili^uitz, , 


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» 139 

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Soinmario dei gicyjialj (Q. Pitiu: 









LARCHIVIO 

PER LO STUDIO DELLE 

TRADI2IONI POPOLARI 

^^ ^''' '^^^ 50 pa^ire. dhisl In quartio fasdrAii. 

IB e perTUn: r 



\ 



ARCHIVIO 
per lo Studio delle Tradizioni Popolari 



^7^'f^^^T^r^ ^ - 



Al LET TORI 



L'Archivio per io Studio delle Tradiziooi Popolari, dopo 
un involontario ritardo al compimento del suo XXII vo- 
lume, entra nel ventesimo terzo, anno di vita; e vi 
entra lieto del suo passato, fiducioso nel suo avvenire. 
Dal 1882 ad oggi, con tenacia di propositi^ con la plena 
coscienza della sua missione e con la cooperazione dei 
piu insigni cultori delle tradizioni volgari, ha preso parte 
al movimento attivo, vigoroso, della nuova disciplina 
che i Tedeschi chiamano « Volkskunde », che noi Ita- 
lian! potremmo chiamare « Demopsicologia » , e che 
tutti, piu omeno, designiamo col nome di « Folklore ». 

Le piu gravi question! di letteratura popolare, gli 
argomenti piu important! di mitologia comparata, le in- 
chieste piu curiose di etnologia tradizionale sono state 
in esso trattate quando con istudi profondi, quando con 
raccolte genial! e non ma! prima tentate. 

Noi possiamo volgerci a guardare serenamente il 
passato del nostro periodico, e rallegrarci della materia 



4 ARCHIVIO PER LE TRADIZIOM POPOLARI 

immensa, multiforme ed insieme omogenea che esso 
ha potuto raunare a documento irrefutabile di tempi e 
di popoli che non ebbero storia. La quale affermazione 
non e vanto ozioso, ma utile rilievo conforme a veritd 
in quanto le stone ci parlano dei grandi av^-enimenti 
politici, civili, religiosi, ma non ci dicono delle genti 
in mezzo alle quali essi si svolsero come se quelle 
non avessero avuto vita propria in loru e per loro. 

Le tradizioni popolari sono, chi vi sappia ben leggere, 
reliquie del passato psichico, sociale, religioso dei po- 
poli che le conservano. Con uno studio paziente pu6 
in esse scoprirsi dove ricordi, dove avanzi e dove tracce 
di avvenimenti, di costumi, di credenze. Troppo fin qui 
furono dimenticati i vantaggi che possono venire alia 
filosofia sociale, alia letteratura, airarte, alia scienza in 
generale da questi element! rivelatori delle varie civiltsi, 
dei vari popoli e dei vari tempi. 

Con questi intendimenli TArchivio riprende Topera 
sua. 

Palermo, 1 Gennaio 1906. 

G. PITRfe. 



^6a^c^ ^^ 



MAGIA E PREGIUDIZII 

IN P. VERGIL lO MA RONE i). 



lotroduzione. 

Delia vita di Vergilio, de' suoi poemi e di queirarte divina, 
che lo rese degno di culto immortale in ogni eta, da Silio Italico, 
solito a celebrarne il d^ natalizio e a visitarne la tomba, a Dante che 
ne fece il suo « maestro e il suo autore » e via via, per il Rina- 
scimento, fino ai piu illustri moderni rappresentanti del classicismo, 
tornerebbe — diremo questa volta — non solo inutile, ma forse 
dannoso aggiungere parola. E perch^? Perch^ Vergilio e tale artista, 
che Tuomo dotto non deve studiare nei lavori critici, cio^ seguendo 
le vestigia o impressioni d'altri : come un prisma riflette colori sempre 
nuovi, secondo i diversi punti di vista sui quali ciascuno ferma lo 
sguardo, cosl il Nostro presenta a colui ch'^ veramente cosciente 
dell'arte bellezze del tutto particolari, secondo che diversi sono i 
rispetti onde si fa a studiarlo e meditarlo. Ma a questa desiderata 
meta certamente non si perviene se non con « lungo studio e lungo 



i) 11 presente studio di Mons. prof. dott. Marco Belli di Portogruaro (Prov. di 
Venezia) fa parte di altri studi, g\k da esso pubblicati, a cominciare dell'anno 1894, 
intomo airarte magica e ai pregiudizi volgari nei poeti latini dal 70 av. Cr. al 
117 d. Cr. Sono usciti finora: Afagia e pregiudizi in Tibullo, Catullo, Properzio, 
Ovidio, Orazio, Fedro, Silio Italico, P. Stazio, Lucano, V. Flacco ecc, e I'opera, 
che li raccoglier^ tutti in uno pivi volumi, tra non molto vedra la luce. 

(LA DIREZIONE). 



6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

amore >> ; e per ci5 non mostrano di ben valutare il merito deH'opera 
ver^iliana, quei critici — e non sono pochi — i quali, content! di 
di celt'brarne cumulativamente i pregi, si limitano a ravvisare nelle 
Georgiche un modello di forma piu perfetto che neWEneide, e, 
nelle Egloghe, un esercizio dMmitazione del greco, per il quale si 
riconosce al poeta il vanto di avere, per il primo, introdotto in Roma 
un genere di poesia, il bucolico o pastorale, sconosciuto ai Latini. 
Nol noi non siamo davvero di questo avviso: Vergilio e sempre 
Vergiiio, cio^ un modello di perfezione sia nel descrivere le mera- 
viglie della natura, come nelle Georgiche; sia nell'epopea del ciclo 
troiano, come neW Eneide ; s\2i neirimitazione, come avviene in molti 
luoglii delle Egloghe, dove Toriginale greco h vinto dalla musa la- 
tina. Cosi Raffaello k sempre divino, benche non sempre il mede- 
simo, sia chelosi consideri nella Trasfigtirasione, sia come continua- 
tore del Perugino, sia come il Raffaello della Scuola d'Aiene. fe 
questo un dolce e delicato secreto dell'arte, che solo si rivela a 
pochi nobilissimi « spirit! magni » destinati dalla Provvidenza a 
dividere tratto tratto, durante il lungo cammino dei secoli, le fitte 
tencbre che ci circondano. 

H adesso ci convien dire di un'altra cosa, la quale — almeno 
cos) a noi pare — non ^ del tutto estranea al nostro studio. Chi ^ 
mai che non conosca quella leggenda medievale, che fece di Vergilio 
un mago strapotente? Anche qui non occorre spendere troppe parole, 
poich^ questo argomento fu a pieno trattato dal Comparetti e suc- 
cessivamente dal Graf: per6 che cosa diremo deH'opinione di coloro, 
i L^uali pensano esistere una certa attinenza fra la leggenda e il disegno' 
di Dante, nelle scegliere cioe Vergilio come guida attraverso le bolgie 
infeinuli e i gironi del Purgatorio? Sentiamo in prima il Comparetti i) : 
«E Al If mpo di Dante, oltre a quanto gia abbiamo riferito della tra- 
dizione letteraria su Virgilio, erasi gia anche diffusa le leggenda 
popolare relativa a questo nome, ed erasi gia anche introdotta nella 
letteratura, si nella romanzesca che nella dotta. Dante che non era 
estraneo n^ alFuna, ne alTaltra, di certo ne aveva contezza, come 



1) I'itgirio ncl medio-evo, torn. I, c. XV, pagg. 286 e segg., Livorno 1872. 



MAGIA E PREGIUDIZI 7 

mostra di conoscere il suo dolcissimo Cino, che Taveva appresa 
dal popolo a Napoli. fe un errore ben grande per5 il pensare, come 
ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a 
quella leggenda al proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha 
tenuto il menomo conto, e non c*& luogo nel suo poema, in cui pur 
da lontano Virgilio apparisca come mago e taumaturgo, o si accenni 
in qualche maniera a quanto si pens6 su di lui in tal qualita... 
Dante non ha cercato pel suo Virgilio alcuna idea che fosse estranea 
agli ideali suoi, coi quali egli congiungeva il nome del poeta, e la 
magk in questi casi non c'era davvero ». Cosl il Comparetti ; ma 
quanto a noi — disposti, sia pure, ad affrontare un subisso di recri- 
minazioni — la pensiamo diversamente. Per la qual cosa, bench^ 
negli angusti limiti di quest'introduzione, non possiamo fare a meno 
di dar luogo ad alcune semplicissime, ma non ispregevoli osser- 
vazioni : 

i) attesa la masslma popolarit^ della leggenda, era t)en 
difficile, p)er non dire impossibile, che Dante non ne subisse IMn- 
fluenza ; 

2) dato pure, come nessuno ne dubita, che Dante abbia in 
Vergilio personificata la ragione umana, sarebbe proprio un contro- 
senso Tammettere, che anche profittando della fama di mago e di 
taumaturgo, di cui egli godeva, se Tabbia scelto, in via a cos) dire 
secondaria, come duce e compagno nella sua misteriosa peregri- 
nazione ? 

3) ammesso ancora che nessun luogo del divino poema ci 
rappresenti piu o meno chiaramente Vergilio in qualita di mago 
taumaturgo, non per questo Targomento ex ailentio basterebbe a 
rigettare il supposto? 

Ma v'ha di piu: noi crediamo che nella Divina Commedia ci 
sia un luogo, su questo proposito, per lo meno molto discutibile e 
piu decisivo di quello deirinf. IX, 22, riportato dal Comparetti in 
notaal luogo da noi citato. E questo luogo ^ il v. 88 esegg. dellMnf. VIII, 
nel colloquio avuto da Vergilio coi demoni, che gli contrastano 
Tentrata nella citta di Dite. ' Perch^ Vergilio e chiamato, solo, a 
conferire coi demoni? 



8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Allor chiusero un poco il gran disdegno 
E disser: « Vien » tu solo, e quei sen vada 
Che si ardito entr6 per questo regno. 

E che cosa sono quelle parole secrete che non poterono essere 
intese da Dante? 

Udir non pote' quel che a lor si porse; 
Ma ei non stette \k con essi guari, 
Ch6 ciascun dentro a prova si ricorse... 

Lo Scartazzini domanda : « Non pot^ egli udire a motivo della 
lontananza? O perch^ parl6 con voce sommessa? Naturalmente disse 
su per gill quanto avea detto a Caronte (III, 94), a Minosse (V. 22), 
a Pluto (8 e segg.). » Conclusione, quae nimia probati Noi ci 
vediamo un incanto non riuscito. E basti! 

Ora entriamo neirargomento non senza per6 chiedere scusa al 
benigno lettore, se, in causa della molteplice varieta delle cose di 
cui dovremo discorrere, la classificazione delle medesime non sara 
sempre, come dovrebbe essere, rigorosa e perfetta 1). 



I. - Dei. 

I. Gli dei, in sul meriggio, visitano spesso la terra. — 2. Priapo. — 3. Giove 
Ammone. 

Prima di ogn'altra cosa, ricorderemo un'altra volta il noto pre- 
giudizio del meriggio, cioe di quell'ora, che, per gli antichi, era « tempo 
di terrore » in quanto che da essi si credeva, che gli dei, gli spiriti 
piu meno benigni, scendessero frequenti volte a visitare la terra. 
Abbiamo detto « un*altra volta » poich^ la ^ cosa gia da noi lunga- 
mente discussa in Lucano, pagg. 66 e segg. E anche Vergilio ce ne 
offre evidentemente espressa memoria in due luoghi : primieramente 
nelle Bucoliche (Egl. II , v. 6 e segg.), dove il pregiudizio, a vero 



1) L'edizione da noi seguita nelle citazioni del testo vergiliano 6 per VEneide 
quella del Sabbadini ; per le Georgiche e per le BucoHche quella dello Stampini e 
anche quella del Bettoni (1819). 



MAGIA E PREGIUDIZI ^ 

dire, appena si ravvisa, perch^ il poeta, di preferenza, accenna ii\h\ 
quiete del meriggio; ma vsempre tuttavia in ordine a quella creden^a 
superstiziosa, che da tutti era ritenuta una verita di fatto ! Ecco come 
Coridone esordisce il suo lamento verso Alessi : 

O crudelis Alexi, nihil mea carmina curas? 
nil nostri miserere? mori me denique coges. 
Nunc etiam pecudes un.Irr.3 et frigora captant, 
nunc virides etiam occultant spineta lacertos, 
Thestv'iis et rapido fessis messoribus aestu 
alia serpyllumque herbas contundit olentis. 
at mecum raucis, tua dum vestigia lustro, 
sole sub ardenti resonant arbusta cicadis (vv. 6-13). 

In mezzo a tanta pace, durante il.pieno e dolce riposo ddki 
natura e dei mortali, qual tempo piu opportuno per la discesa degli dt^i ? 
Piu chiaramente il pregiudizio e indicato nel IV delle Georgiche: 
Cirene, madre di Aristeo, promette al figliuolo di condurlo, appunto 
neirora del meriggio, all'antro di Proteo, che suole in tale ora darsi 
al riposo: 

Ipsa ego te, medios quum sol adcenderit aestus, 
quum sitiunt herbae, et pecori iam gratior umbra est, 
in secreta senis ducam, quo fessus ab undis 
se recipit; facile ut somno adgrediare iacentem (vv. 401-404). 

II luogo non ha bisogno di commenti, perch^, come nota Servio, 
il « medios cum sol adcenderit aestus » indica da se Tora in cui so 
gliono i Numi comparire suUa terra i). 

Al pregiudizio del meriggio facciamo seguire il dio Priapo, il 
comico guardiano degli orti 2). Nel IV delle Georgiche si esprim-i^ il 
voto « che gli orti, spiranti crocei odori , allettino le api, e che la 
tutela di Priapo di Lampsaco, discacciatrice dei ladri e degli ucctlli 
con la sua falce saligna le conservi » : 

hivitent croceis halantes floribus horti, 
et custos furum atque avium cum falce saligna 
Hellespontiaci servet tutela Priapi (vv. 109-111). 



(i) LEOP. op. c, pag. 96. 

(2) V. il nostro studio J/aiT'^ c preg, in Orazio ecc. Venezia 1895, p. 33 e seag* 

Archivw per le tradisioni popolari. — Vol. XX III. 1 



10 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E neirEgl. VII, dove si parla dei sacrifici in onore del dio: 

Sinum lactis, et haec te liba, Priape, quotannis 
expectare sat est: custos es pauperis horti. 
Nunc te marmoreum pro tempore fecimus, at tu, 
si fetura gregem suppleverit, aureus esto (vv. 33-36'. 

« A te, Priapo, k abbastanza Tattendere ogn'anno da me un 
secchio di latte e queste focacce : tu sei di povero orto custode. Ora 
io ti ho scolpito in marmo secondo Tannuale; ma se la figliatura 
delle pecore sara buona, sarai d'oro ». Come h chiaro, la fiducia di 
Tirsi non mette dubbio nella potenza del dio. Qui si tratta di un 
voto: « Etiam hoc — cos\ leggiamo nelle note delPediz. Bettoni — 
est epigramma Priapi signo afifixum, idque votum ei factum. Signum 
eius est ex marmore, ad quod sacra quotannis fiunt pastoritia ; ponet 
ex voto auream statuam, si Deus propitius fuerit ». Del dio Priapo 
resta anche oggi una memoria in quei fantocci o pagliacci, che si 
sogliono collocare dai nostri villici negli orti di fresco lavorati, a guardia 
dei passerotti, affmch^ non rechino nocumento alia seminagione. 

II tempio di Giove Ammone, sul quale da ultimo dobbiamo 
spendere una paro!a, h dal f>oeta nel IV dtWEneide descritto: 

Hie Hammon satus rapte Garamantide nympha 
templa Jovi centum latis immania regnis, 
centum aras posuit vigilemque sacraverat ignem, 
excubias divom aetemas; pecudumque cruore 
pingue solum et variis florentia limina sertis, 
isque amens animi et rumore accensus amaro 
dicitur ante aras media inter numina divom 
multa Jovem mantbus supplex orasse supinis: 
« Juppiter omnipotens, cui nunc Maurusia pictis 
gens epulata toris Lenaeum libat honorem, 
aspicis haec? an te, genitor, cum fulmina torques, 
nequiquam horremus, caecique in nubibus ignes 
terrificant animos et inania murmura miscent? 
femina, quae nostris errans in finibus urbem 
exiguam pretio potuit, cui litus arandum 
cuique loci leges dedimus, conubia nostra 



MAGIA E PREGIUDIZI II 

reppulit ac dominum Aenean in regna recepit, 
et nunc ille Paris cum semivivo comitatu, 
Maeonia mentum mitra crinemque madentem 
subnixus, rapto potitur; nos munera templis . 
quippe tuis ferimus famamque fovemus inanem » 

(vv. 198-218). 

Non t questo il celebre oracolo mondiale di Libia, da noi illu- 
strate in Lucano (pagg. 141 e segg.), bensl un secondo tempio, 
eretto da Jarba sulle spiagge della Numidia, in onore dello stesso 
dio. Jarbas (ed. Bettoni in not.) ex Lybia, ubi Juppiter Hammon 
celebre oraculum ac templum habuit, in Numidicas supra Carthaginem 
oras Jovi Hammoni patri putandus est nova sacra invexisse ». I due 
templi non sembrano differire gran fatto tra loro : manca nel secondo 
la fonte misteriosa, ch6, con le sue acque, feconda I'aride glebe del 
circostante terreno, ma a ci6 supplisce il sangue delle vittime scan- 
nate nei molteplici sacrifizi; il primo tempio » non ha ornament! 
di sorta, mentre, nel secondo, i « limina » sono « florentia variis 
sertis ». 

N^ qui ^ un fuor d'opera notare alcune particolarita ritualistiche, 
lievi in sb, ma che in ordine ai nostri studi, pur significano qualche 
cosa. Nota adunque il centum, numero rotondo, che accenna a 
virtu cabalistica; il vigilem ignem, simbolo della perpetuita dello 
Stato secondo il costume romano; il supinus, che indica Puso di 
pregare con le palme rivolte airin su ; il Ubat konorem Lenaeum, 
che consisteva nello spargere per terra alcune gocce di vino, e, infine, 
i murmuraf preghiere a voce bassa. 

Catone, come abbiamo veduto in Lucano, davanti al tempio 
di Giove Ammone, inveisce fieramente contro la superstizione degli 
oracoli, facendo grazia di consultarli soltanto a quegli spiriti deboli, 
che si sentono crucciati dal pensiero dei futuri destini ; e anche 
larba, fino ad un certo punto, mostra di non essere uomo di cieca 
fede. Cosi egli prega: « Giove onnipotente, vedi tu? e vano ^ il 
nostro terrore, quando tu scagli il fulmine? La donna che si compr6 
nel mio regno un poco di spiaggia da arare, sprezz6 gia la mia mano, 
e ora accetta quella di Enea; un Paride effeminato, che porta ai 



12 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POROLARI 

capelli profumati la mitra orientale. Oh ! proprio i sacrifici i) che ti 
facciamo, o Giove, sono superflui : tu non sei nulla ». 

Tuttavia la fede prende in larba la rivincita, come appare da 
quel tenentem aras, a cui segue Tesaudimento da parte di Giove. 



II. — Astrologia. 

*i. Sole ed astri. — 2. Sirio, Comete. — 3. Terra. 

4^ Macrobio {Saturn, ^ lib. I, c. 17 segg.) — cos) il Leopardi 
(op* c\ p. 119 e segg.) — h stato di opinione che tutti gli dei nella 
loro online altro non fossero che il sole, e ha cercato con molte 
provt, in verita molto solide, di mostrare che questo suo parere era 
da valutarsi. Esso ^ stato interamente, in parte, seguitodal Braun, 
dal Vossio, dal Cuper, dal Bona, dal Grandis, dall'Aleandro, dal- 
I'Ursino, dallo Spon, dal Thomassin, dal Dempster. U sole era lo 
stesso che Bacco, come mostrano, per tralasciare altre mille prove, 
si quel verso riferito da Macrobio sotto il nome di Orfeo {Saturn, I, 18) : 

il vago Sol cui dan di Bacco il nome ; 

s\ quel luogo di Virgilio: 

vos, clarissima mundi 

lumina, labentem caelo quae ducitis annum, 
Liber et alma Ceres; vestro si munere tellus 
Chaoniam pingui glandem mutavit arista, 
poculaque inventis Acheloia miscuit uvis; 
et vos, agrestum praesentia numina, Fauni, 
, ferte simul Faunique pedem Dr>'adesque puellae; 
munera vestra cano ». (Georg. I, vv. 5-12) 

Ma quest'opinione del Leopardi oggi non pub facilmente essere 
acccUata. O meglio : senza discutere Topinione di Macrobio, che 
tutti gli dei in origine non fossero altro che il sole — ci5 che po- 
trebbe anche esser vero, ma che non b del momento decidere — 



i> G. PASCOLl, Epos, Livorno 1897, I. c. 



MAGIA E PREGIUDIZI 1 3 

osserviamo che il luogo riferito di Vergilio non pu6 eSvSere interpre- 
tato in questo senso: infatti, il sole e la luna non possono qui 
essere identificati con Liber e Ceres, perch^ presso le antiche po- 
polazioni italiche questi culti si riscontrano distinti gli uni dagli altri. 
« LMdentificazione, come nota il Benoist seguendo il Woss, awenne 
molto tardi, neU'eta imperiale, e solo in certi misteri, per effetto 
d'un sincretismo religioso dovuto alia politica e alia filosofia di quel 
tempi. D'altra parte Virgilio dovette certo aver sott'occhi un passo 
di Varrone (R. R. I, 1,5) in cui invocando gli Dei deH'agricoltura 
chiaramente distingue le quattro divinita suddette (E. Stampini, 
Comm. alle Georg. 1. c). » 

Del noto fenomeno delle stelle filanti o cadenti i) Vergilio vuol 
darci la causa asserendo ch'esse dal cielo precipitano al so/fiare 
del vento: 

Saepe etiam Stellas vento inpendente videbis 
praecipites caelo labi, noctisque per umbram 
flammarum longos a tergo albescere tractus 

(Georg. I, vv. 365-367). 

Era sentenza comune nelFantichit^ che i corpi celesti si cibas- 
sero e si dissetassero. Ora chi somministrera loro da mangiare e da 
here? La terra fara le spese a tutti. Perci5, nel primo libro del- 
VEneide, il Nostro fa che Enea dica a Didone : 

polus dum sidera pascet, 

semper honos nomen tuum laudesque manebunt, 
quae me cumque vocant terrae... (vv. 608-610). 

Cosl il Leopardi, il quale per6 legge palus in luogo di polus, 
e, fondato sul commento di Servio, vede qui espressa la dottrina 
degli antichi fisici, che « le stelle, cio^ i fuochi celesti, fossero ali- 
mentate dalle acque marine ». Senonch^ lo scambio della lezione 
non quadra ai critici di maggiore autorita ; e per ci6, lasciando a suo 
posto il polus, tornera meglio rilevare la bella immagine, in s^ sem- 
plicissima, delle stelle paragonate ad un gregge. L*opinione di Servio 



i) PUN., Hist. II, 8. 



14 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

^ invece pm chiaramente confermata da Lucano (B. C. I, 415 e 
se^g. ; IX, 31T e ^gg.; X, 255 e segg.)- 

O^i iJ nostro popolino identifica le stelle cadenti con le anime 
dei trapassati, ed ^ regola di far silenzio quando si vede filare una 
Stella; dok che deriva da! notissimd canone magico, di non turbare 
col minimo rumore, n^ sacrifizi, n^ incanti, n^ preci, n^ riti sacri 
di qualsiasi specie. 

Appena Enea co* suoi ha messo piede nell'isola di Creta, ecco 
che Sirio, ossia ta costellazione della Canicola, fa subito sentire la 
sua malefica influenza: » 

subito cum tabida membris 

corrupto caeli tractu miserandaque venit 

arboribusque satisque lues et letifer annus, 

linquebant dulces animas aut aegra trahebant 

corpora* turn steriles exurere agros, 

arebant herbae et victum seges aegra negabat. (En., III.vv. 137-142). 

II luogo citato ^ un'imitazione deiriliade, A, 50; ma il pregiu- 
dizio ^ megJio dichiarato nel libro X deW Eneide, dove Sirio e tutt'uno 
con con 11' Co mete : 

non sec us ac liquida si quando nocte cometae 
sanguinei lugubre rubent, aut Sinus ardor: 
ille sitim morbosque ferens mortalibus aegris 
nascrtur; et laevo contristat lumine caelum (vv. 272-275). 

Relativamente alia Terra, il Nostro, come Tibullo, Ovidio e 
Lucrezio, la divide in cinque zone, delle quali suppone inabitabili la 
torrida ti le due frigide : 

guinque tenent caelum zonae, quarum una corusco 
semper sole rubens et torrida semper ab igni ; 
quam drcum extremae dextra laevaque trahuntur 
* caenileae^ glacie concretae atque imbribus atris ; 

has inter mediamque duae mortalibus aegris 
munere concessae divum, et via secta per ambas, 
obliquus qua se signorum verteret ordo. (Georir. 1. vv. 233-239). 

Fa meravi^fjia per5 un'interpretazione che si voile dare da alcuni 
commentitori ai vv. 795 e segg. del VI deWEneide: 



MAGIA E PREGIUDIZI ic 

iacet extra sidera tellus, 

extra anni solisque vias, ubi caelifer Atlans 

axem humero torquet stellis ardentibus aptum (v. 795-797). 

Secondo la comune interpretazione, la telltis, qui menzinnata, 
t quella che Augusto conqiiistera al di la dei Garamanti t- depli 
Indi ; telhis situata extra sidera, cioe oltre la linea dello ZiKlinco, 
« che si perde in una lontananza misteriosa (Sabbadini I.e.) ». Ma 
nessuno s'immacrjnerebbe mai ci6 che di questi paesi lontani, lonlani 
ne pens6 lo Schmid i). 

Lo Schmid vede di botto una divinazione deirAmerica! E :inche 
questa, tra le tante, potrebbe passare, se, come nota il Leopard! , 
« un altro luogo dello stesso poeta non mostrasse ad evidenza ciie 
in quello gia riferito, esso intese parlare deU'Etiopia, tanto piu che 
in questo luogo si legge ripetuto Tultimo verso del primo»: 

Oceani finem iuxta solemque cadentem 

uitimus Aethiopum locus est, ubi maximus Atlans 

axem humero torquet stellis ardentibus aptum (Aen. iV, v. 480-4S3), 

Ma chi ci assicura che il secondo emistichio del penultimo in 
una con Tultimo verso non siano effetto di una qualsiasi interpula- 
zione inserzione arbitraria? 

« Con eguale acutezza — continua il Leopardi — lo' Schmid 
trova r America nell'isola deserta situata nel mare Atlantico, e sco- 
perta dai Cartaginesi, di cui parla Aristotele; ed avrebbe potuti.i tro- 
varla similmente nella grande isola fortunata di Diodoro, puich^ 
ravvisa il Peru neirOfir della Scrittura, e non dubita che la paroia 
Farvajim o Parvajim dei Paralipomeni* (II, 3, 6), o, -come egli 
vuole, Paritaim, non valga a significare quel regno ». 

II Leopardi chiama tutte queste « favole e congetture mal fon- 
date », ma possiamo noi negare Tesistenza di un'antica tradiziune, a 
tale riguardo, presso gli antichi? O non present6 il Nuovo Continente 
alio scopritore traccie evidentissime di costumanze istituzioni turopee 
sia pagane che cristiane, sia religiose che civili.? Non potevanu torse 
gli Europe! penetrare neir America per lo stretto di Behring, o per 



i) Oral, de Amerka, in LEOPARDI, pag. 192 e segg. 



l6 ARCHIVIO PER LE TRADlZIONI POPOLARI 

le isole ~ che si constatarono sommerse dalle acque — intermedie 
fra il Capo di Buona Speranza e lo stretto iMagellanico? Noi sappiamo 
che fuTono o^^etto d'intensa discussione due testi scritturali : quello 
d'Isaia (VI, 12) e piu ancora quello del libro IV c. XIII, 4;, apocrifo, 
di Esdra, nei quali si voile intravedere un'allusione all'esistenza del 
nuovo Mondo, ilprimo: « et multiplicabitur, quae derelicta fuerat in 
medio terrae *> s'interpreta, da alcuni com menta tori, delPEvangelo 
predicate ne! Nuovo Continente; il secondo e un po' piu esplicito: 
<t Decern trlbus captivae factae sunt de terra sua in diebus Oseae 
re^is, quern aiptivum duxit Salmanasar sex Assyriorum : et trans- 
tuiit eos trans tlumen, et translati sunt in terram aliam. Ipsi autem 
sibi dedemnt consilium hoc, ut derelinquerent multitudinem gentium, 
et proficiscerentur in ulteriorem. regionem ubi nunquam inhabitavit 
genus humanum ; et ibi observare legitima sua, quae non fuerant 
servantes in regione sua. Per introitus autem angustos fluminis Eu- 
phratem introierunt ». Pensi e giudichi ciascuno come crede, ma non 
si neghi a priori come fa vole o leggende ci6 che potrebtxi essere 
verita di fatto! O. 



III. - I venti. 

Poche cos€ della vtrtu dei venti. — Questi sono creduti messaggeri degli dei: 
portana le preghiere dei mortali agli orecchi dei Numi, ovvero le disperdono 
neiraria. 

Dameta, Ui^WEijl, III, v. 73, esclama: 

pattem aiiquam venti divom referatis ad auris. 

E neir^tt. IX: 

nee non et pulcher Juius, 

ante annos animumque gerens curamque virilem, 
multa patri mandata dabat portanda: sed aurae 
omnia discerpunt et nubibus inrita donant. (v. 310-313). 



1^ Varamente dobbiamo confessare che il teste d*Isaia non si presta molto airin- 
tfirpretazione J^ita Ja quegli interpreti che seguono letteralmente la Volgata. 11 testo, 
tradotti) dairorigJTiale ebraico, suona cosi: < Si, il Signore ridurra le persone Tuna 
(lairaltra lonUne» c molti saranno nel paese i luoghi abbandonati >. 



MAGIA E PREGIUDIZI ff 

Vaghissima h la leggenda del vento, che feconda le cavalle di 
Lusitania e di Cappadocia {Georg. Ill, v. 273 e segg.). 11 fatto 
(Leop. op. c. pag. 235) k dato come inconstrastabtle da Varrone, 
Columella, Plinio, e reca meravlglia che anche il Nostro abbia cre- 
simato uno sproposito cosl madornale; se pure, come a nui parepiu 
probabile, non abbia voluto adornare la scena col ricliiamo di una 
poetica finzione, che diede materia anche all'epica mode ma. 

Anima h in Vergilio sinonimo di vento: 

quidquid in arte mea possum promittere cur^e, 
quod fieri ferro liquidove potest electro, 
quantum ignes animaeque valent; absiste precindo 
viribus indubitare tuis. [Aen. VIII, v. 401-404), 

Cosl Vulcano e Venere. Servio interpreta: « Spirit us quo fabnies 
inflari folles solent » ; quindi, per analogia col greco avejiog, miima 
equivale semplicemente a vento; quindi a noi non pare fondata la 
ragione, per la quale il Leopardi (pag. 231) da quest'etimnlrtgia vuol 
derivare Torigine delPerrore popolare che attribuiva Tanima ai venti. 

N& esatto apparisce lo stesso Leopardi, quando, a pag. 233, 
afferma che delPerrore popolare, che faceva i venti messaggeri della 
divinita, si hanno vestigia nella S. Scrittura. Al qual riguardo egli 
cita due luoghi biblici: il v. 11 del salmo XVIII e rapparlzione di 
Dio ad Elia narrata nel III dei Re, cap. 19, v. 11 e segg. 

II primo testo, riportato dal Leopardi secondo !a Voigataj e: 
« ascendit super cherubim, et volavit; volavit super pennas ven- 
torum ». Ma che hanno a fare con questo luogo i venti messuggeri 
della divinita.? Secondo Toriginale ebraico, il testo va tradotto cosi : 
« Cavalc6 sul Cherub e vol6, strisci6 via sulle all del vento », 11 
Kerub, di origine babilonese, ^ un leone toro abtt^ esso rappre- 
senta una ]X)tenza celeste, che trasporta il cocchio di Dio negli spaz! 
aerei sulle nubi di un temporale i). 

Che cosa poi leggiamo nel III dei Re? « Et ecce Doniinus 
transit, et spiritus grandis et fortis subvertens monies, et conterens 



I) S. MINOCCHI, / Salmi etc. Roma 1905, pag. 49; vedi M. BELLI, // Safmo 
cm, lezione csegetka ecc, Livomo 1904. 

Arthifiio per le tradigioni popolari. — Vol. XX II I. i|. 



l8 AF^CHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

p<jtn!s ante Dominum : non in spiritu Dominus. Et post spiritum 
cammotio: non in commotione Dominus. Et post commotionem 
ignis: non in igne Dominus. Et post ignem sibilus aurae tenuis. 
Quod cum audii:>SLt Eiias, operuit vultum suum pallio, et stetit in 
ostio spxHunaic, ct ecce vox ad eum ». Dove mai si scorge traccia 
dc^l pregiudi?Jo? Ad Elia, a pie delPHoreb in una grotta, Iddio pro- 
mette una tcufania affine di confortarlo: « Sorgi, gli dice, e rimani 
sulla montagna, ed ecco che lahve passa ». II vento forte e violento 
che spacca la muntagna e stritola le roccie davanti alia faccia di 
Iahv&, la scossa, 11 fuoco, e infme il sibilo del placido venticello 
altro non sono che i segni precursor! o preparatori della teofania. 

IV. — Animali. 

I, Comacchia. — a, H malocchio negli agnelli. — 3. Cicala. — 4. Api. — 5. Baco 
Ja 5et:iH — 6. Un^e. — 7. Cigni. — 8. Colombe. — 9. Noctua et bubo. 

Cominciamo dalla cornacchia, ossia dairuccello delte male nuove 
(nel dialetto veneziano: croato de le male nove), Di questa nel- 
TEgloga 1 b detto da Melibeo, che ricorda con dolore Tesilio e la 
fuga dalla patria : 

saepe malum hoc nobis, si mens non laeva fuisset 
Je caelo tactas memini praedicere quercus. 
Saepe sinistra cava praedixit ab ilice comix, (v. 16-18). 

Avvertiamo che il v. 18 e ritenuto interpolato, per opera di 
qualche copista, che qui lo inserl riportandolo dalTEgl. IX, v. 15. 
Sta it fatto del resto che nei versi citati si allude a due importan- 
tissimi pregiudizi volgari : al fulmine, che, se colpiva un afbero frut- 
tifero, annunziava sventura — cio^ se un ulivo, sterilita; se una 
querela, Tesilio - e alia comix sempre tenuta in conto di uccello 
di malaugurio (sittistra). 

Accennando, in secondo luogo, agli agnelli, nell'Egl. Ill, il poeta 
ci forni.sce nnti'^ie di un altro pregiudizio non meno importante, cio^ 
del malocchio. Egli fa dire a Menalca: 

His ct^rte neque amor causa est; vix ossibus haerent. 
nescio quis teneros oculus mihi fascinat agnos. (v. 102-103). 



MAGIA E PREGIUDIZI Iq 

II malocchio e una pretesa influenza magica, funesta, esercitata 
sovra le persone e le cose con sguardi maligni : donde il detto fa- 
moso: Fuori malocchio, per respingere il fascino. E quale la sua 
genesi? Sulla scorta di Plutarco (X, Quaest, conviv,, axp, VW), il 
commentatore delPediz. Bettoni scrive: « duplex genus fascinationis : 
ex amore alterum, cum is qui amat, eliquat perditque amatum in- 
tuitu, modo lumen tluor sit, quod ex oculo emanat: alterum ex 
invidia etodio. Utrumque ad mentem Maronis ; quasi dicat Menalcas: 
tu amator fascinas et perdis pecus tuum : mei agni alterius invidia 
fascinantur ». E, per non moltiplicare le citazioni, rimandiamo, con 
lo Stampini, il lettore al lavoro del Jahn : « Ueber den Aher- 
glauben des boson Blicks bei den Alien », e alio studio dello 
stesso Stampini in Riv, di filol. class. ^ vol. XXVI, pp. 256 e segg. 

La cicala e ricordata nell'Egl. V. 77, come insetto che si pasce 
di sola rugiada i). Ma Plinio non limita alle sole cicale tanto privi- 
legio: « Chamaeleonum stelliones quoddamodo naturam habent, rore 
tantum viventes, praeterquam araneis. Similis cicadis vita » 2). 

Seguono alia cicala le api. 

Vergilio si mostra talmente ammirato dell 'operosita e delle giu- 
diziose consuetudini di questi utilissimi animalucci, che li crede quasi 
dotati d'intelletto. 

His quidem signis, atque haec exempia secuti, 
esse apibus partem divinae mentis et haustus 
aetherios-dixere; deum namque ire per omnis 
terrasque, tractusque maris, caeluraque profundum. 
hinc pecudes, armenta, vivos, genus omne ferarum, 
quemque sibi tenuis nascentem arcessere vitas: 
scilicet hue reddi deinde ac resoluta referri 
omnia; nee morti esse locum; viva volare 
sideris in numerum, atque alto succedere caeio 

{(7rort^\ IV, v. 219-227). 

In questi versi e brevemente esposta la dottrina pitagorica — 
abbracciata dai Platonici e dagli Stoici — delTanima del mondo, cioe 



1) Cfr. ESIODO, "KqtI^ 'HpaxX, 345: TEOCRITO, Iiiyil. IV, 16. 

2) Hist., XI, 26. 



20 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

di un principio agente, sparso per tutta la natura, che da vita a tutti 
gli esseri animati, e questi poi, sciolto il corpo, di nuovo viene nel 
suo seno. E siccome questo principio, che tutto muove e vivifica, ^ 
detto avere la natura dell'etere sottilissimo e purissimo, per ci5 gli 
spiriti che da esso emanano sono detti da! poeta aetherei hausttis, 
E fin qui nulla di nuovo. Ma che cosa diremo del modo di ricuperare 
le api, quale ci h dato nella pietosa leggenda di Aristeo? 

Sed, si quem proles subito defecerit omnis, 
nee genus unde novae stirpis revocetur, habebit ; 
tempus et Arcadii memoranda inventa magistri 
pandere, quoque modo caesis iam saepe iuvencis 
insincerusapestuleritcruor.... {Geor^. IV, vv. 281-285). 

E verso la fine del libro, dopoch^ Aristeo ha compiuto i rituali 
sacrifici espiatori, tal meraviglia cosl felicemente si compie : 

liquefacta boum per viscera toto 

stridere apes utero, et ruptis effen'ere costis; 
inmensasque trahi nubes; iamque arbore summa 
confluere, et lentis uvam demittere ramis (vv. 555-558). 

Davvero qui bisogna sbarrare gli occhi e spalancare la bocca ! 

Pare proprio che il poeta abbia voluto preludere alle fole della gene- 
razione spontanea, la quale — diciamolo beninteso soltanto per la 
storia — in questi ultimissimi tempi si vanta di aver trovato un altro 
patrocinatore nel Burke! 

Quale spiegazione potremo noi dare di cosl strano fenomeno.? 

II dirlo una fiaba qualunque ^ cosa agevolissima, ma ci6 non basta. 
La superstizione cela sempre nella sua origine qualche elemento di 
verita, e se noi non siamo capaci talora di scoprirlo, vuol dire che 
questo dipende, per lo piu, da mancanza di fonti storiche, le quali 
potrebbero efficacemente aiutare le nostre ricerche; e questo ^ pre- 
cisamente il caso. Lo stesso Plinio, che nell'opera sua ha raccolto 
quanto di vero e di falso si penso dagli antichi, si contenta di riferire 
il fatto come credenza generale, e nulla piu i). E a noi non resta a 
dire se non che, per analogia, si attribuiva alle api la stessa origine 



I) PLIN., //isL XI, 20. 



MAGIA E PREGIUDIZI 21 

che ai piu schifosi insetti, i quali emanano dai corpi in istato di putre- 
fazione. Secondo alcuni 11 pregiudizio deriva da fonte egiziana. 

II baco da seta, o filugello, pare adombrato nel II delle Georg., 
V. 121 : 

Velleraque ut foliis depectant tenuia Seres. 

of^p e, infatti, il filugello, che si credeva tessesse i suoi fill sulle 
foglie di certi alberi, dai quali poi i Seres li distaccavano i). Ognuno 
sa come il seme del prezioso insetto sia stato introdotto in Europa, 
da due monaci, al tempo deirimperatore Giustiniano. 

Delia lince tratta a lungo il Leopardi 2) in un intero capitolo, 
e per ci6 illustreremo quel tanto solo che ne dice il poeta: 

Quid lynces Bacchi variae, et genus acre luporum 
atque canum? quid, quae imbelles dant proelia cervi? 
scilicet ante oranis furor est insignis equarum 

{Gcorg. Ill, vv. 264-266). 

II fx^TOT equartim, di cui ha antecedentemente parlato, ^ insignis, 
cioh va al di sopra di quello delle linci, dei lupi, ecc. 

La lince non b dotata di memoria, e, in conseguenza, non ritorna 
la seconda volta ad una preda, come attesta S. Girolamo riferendo 
il pregiudizio comune neirEpist. XLIV. Che poi Vergilio i^vesse cono- 
scenza della lince e delPuso delle sue pellicce consta dalPEn. I, 
V. 325 e segg. 

Interessantisono particolarmente due luoghi dtWEneide (I, v. 393 
e segg., e VII, v. 6996 segg.), in cui vengono ricordati i cigni, ani- 
mali da non trascurarsi in materia d'arte augurale. 

Nel secondo di questi luoghi ^ descritta la marcia dei cigni nel- 
Taria, a cui Vergilio paragona i popoli da Messapo chiamati all'armi: 

Ibant aequati numero regemque canebant 
ceu quondam nivei liquida inter nubila cycni, 
cum sese e pastu referunt et longa canoros 
dant per coUa modos, sonat amnis et Asia longe 
pulsa palus (vv. 699-703). 

II primo invece si collega con un omen, onde Venere conforta 



1) HisL, VI, 17. 

2) Op. c. c. XVIII. 



22 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLAR! 

il figlio Enea, il quale con sette navi, sole superstiti alle venti, si 
aggira incerto e desolato lungo le squallide region! della Libia: 

Aspice bis senos laetantis agminecycnos, 
aetheria quos lapsa plaga lovis ales aperto 
turbabat caelo; num terras ordine longo 
aut capere aut captas iam despectare videntur: 
ut reduces illi ludunt stridentibus alis 
et coetu cinxere polum cantusque dedere 
haut aliter puppesque tuae pubesque tuorum 
aut portum tenet aut pleno subit ostia velo. 
Perge modo et, qua te ducit via, dirige gressum (Aen. I, v. 393-401). 

Ma come mai a! cigno si attribuisce una voce soave e armoniosa? 
Ci5 dipende unicamente da quella leggenda — accolta anche da 
Plutarco — la quale fa Orfeo trasformato in cigno, in virtu della 
metempsicosi ; per ci5 quest'uccello diventa il favorito di Apollo, dio 
della musica, e, presso gli Egiziani, il geroglifico della musica stessa. 
Questo ^ quel tanto che se ne pu6 sapere, n^ giova curarsi di piu. 
Le colombe in Vergilio non hanno alcuna attinenza coi pregiu- 
dizi volgari; per6 sono uccelli di felice augurio, e, siccome sono 
sacre a Venere, di esse si serve la dea per guidare a fortunata meta 
Terrante figliuolo. Veggasi, ad esempio, come, nella discesa di Enea 
airinferno, esse compiano il delicatissimo ufficio, d'indicargli Talbero 
che nasconde il ramoscello d'oro destinato a Proserpina: 
Vix ea fatus erat, geminae cum forte columbae 

ipsa sub ora vivi caelo venere volantes 

et viridi sedere solo, turn maximus heros 

matemas adgnoscit aves laetusque precatur: 

« este duces 0, si qua via est, cursumque per auras 

dirigite in lucos. ubi pinguem dives opacat 

ramus humum. tuque dubiis ne defice rebus, * 

diva parens. » sic effatus vestigia pressit 

observans, quae signa ferant, quo tendere pergant. 

pascentes illae tantum prodire volando, 

quantum acie possent oculi servare sequentum, 

inde ubi venere ad fauces grave olentis Averni, 

tollunt se celeres liquidumque per aera lapsae 

sedibus optatis gemina super arbore sidunt, 

discolor unde auri per ramos aura refulsit (A^'n., VI, vv. 190-204). 



MAGIA E PREGIUDIZI 2} 

Restano la nodiia e il bnbo. La prima e piu interessante del 
secondo, perche nel I Georg., v. 402-403 ci e pfesentata come nunzia 
della tempesta e del sereno, secondo che nota Plinio i) : « sic noctua 
in imbre garrula praesagit serenitatem, at vSereno tempc^st;item », 
col che si accorda ci6 che il poeta poco dopo soggiunge Jt-iruso 
degli uccelli marini di perseguitarsi nell'aria al riapparire del sereno. 
11 bubo, menzionato nell'En. IV, v. 462, e Xll, v. 860 e se<zg. t suffi* 
cientemente illustrato dallo stesso Plinio 2) ; « Bubo tLinebris, et 
maxime abominatus, publicis praecipue auspiciis, deserta incolit; 
nee tantum desolata, sed dira etiam et inaccessa; noctis monstrum; 
nee cantu aliquo vocalis, sed gemitu ». 

{Contimia) Marco Belli, 



1) HisL, XVIII, 87 

2) X, 12, 16. 



Pf^ 



ALCUNE LEGGENDE POPOLAHI Dl PAVIA 
E DEI SUOl DIN TORNl 



Faccio seguito am questa raccolta di le^gende ad altri piccoii 
cantributi di demopsicoloj:ria pavese, che son venuto pubblicando dal 
1899 in piii '), E come ho ^ia avvt^rtito altre volte, anch'essa e in 
grnn parte frutto delle ricerclie di studenti Uceali, che 10 ritenj^o, 
quando Mancj bene ini^iati a questo ^^enere di studi dalKinse^nante 
di Itfttere italiane, element! ottimi per race ogli ere il nostro abbondant*^ 
materia le foiklorico ancora inedito *), 

Sono leggende c61te sopratutto sulla bocca del popolo di citt^: 
solo poclie riguardano altre local ita della provincia di Pa via, N^ sono 
qiieste le sole che pub fomire ancora, dopo tante perdite, una pro- 
vincia cost vasta e cosl ricca di tradizioni romane e mt?dioevali. Ma 
chi pubblica questo piccolo sa^io non si proptme altro che di in- 
vo^Iiarc i Pavesi premurusi del loro Folklore a scavar meglio il 
terreno e a completart? la raccolta* 



1) Veds Lt' tampant' thl tomutit di Pupm t OtstHmaaz^e pai'fxi {in m. Archfvio 
per le trad, pop* ItaL » VoL XVIII e X1X)» e Cftthnzt; c ^hprt^lizionit raccnlU 
fwl ifrritofif} fiazYSt (in < Niccolo Tommaseu » del moKgio 190s) 

2) Sono -lieto di trovarmi* in questo pjenamente d'accordo col prof. Giro Tra- 
balza. che due anni fa detta%'a alcujie sensatissinie pagine suirutilita di guesto 
esercizio scolastico, per cm < W/olkiare avr^ trovato i suoi ved cultoii,,. e avra 
un aumento sjcuro e considerevole, piii di quel clia non possan dare i djlettanti 
delle cittd, die Ja un'escursl^Jne fugace in tin castello hanno subito da schicclie- 
rare un artkoletto per il giurnale, Diu sa zoix quanta esatteija e con Quali ilia- 



ALCUNE LEGGENDE POPOLARI Dl PAVIA E DEI SUOl DINTORNI 25 



I. S. Siro. 

Molti furono i prodigi attribuiti a S. Siro, che fu il primo ve- 
scovo di Pavia ed b stato sempre considerate come grande protettore 
della citta. Ma quelli tuttora vivl nella mente del popolo pavese si 
riducono a ben pochi : eccone alcuni, colti recentemente ^lla sua 
bocca. 

Si dice che il santo fosse nativo del Veneto e di la venisse con 
S. Invenzio a Pavia per convertire i cittadini dal paganesimo alia 
religione di Cristo. In quel viaggio, mentre passava per Verona vide 
venirgli incontro una donna pagana tutta addolorata e inginocchiar- 
glisi davanti promettendo che sarebbe divenuta cristiana se le avesse 
ridonato il figlio che aveva allora allora pc?rduto. S. Siro si rec6 subito 
con lei al letto dove giaceva ancora cadavere il giovane e lo fece 
rivivere con grande gioia della madre che abbandon6 tosto il paga- 
nesimo per passare al cristianesimo. 

Arrivato a Pavia, il santo, con una sola predica convertl tutto 
il popolo alia nuova religione : tanta era la forza della sua parola e la 
suggestione che esercitava sulla moltitudine un uomo che si credeva 
(e si crede ancora) fosse quel Galileo che, secondo la Sacra Scrittura, 
present6 a Gesu Cristo i cinque pani e i due pesci p>er la molti- 
plicazione di essi. 

S. Siro era molto povero e, morendo, non Iasci6 in eredita al 
popolo pavese altro che sciagure, e predisse che i Pavesi non avreb- 
bero mai fatto nulla di bello. In relazione a queste due leggende, a 
Pavia, quando la citta e colpita da una disgrazia pubblica, si suole 
esclamare: ij il testamento di S, Siro: e quando Tesito d'un'im- 
presa non risponde air aspettazione generate, si dice in dialetto: A 



strazioni » (cfr. C. T., L' insfj^namen/o dcirHaiiano nelle scuole secondarie. 
Milano, U. Hoepli, 1903; cap. IX, par. 11). E del resto e noto che anche il Car- 
ducci consigliava ed esortava i giovani studenti a darsi alia ricerca delle nostre 
tradizioni popolari, e se ne riprometteva la ricomposizione della demopsicologia 
deiritalia. (Cfr. Confcssioni e Battaglie. Bologna, Zanichelli, 1890, pag. 196). 

Arahifno per le trcKiizioni popolari. — Vol. XXUl. 4 



26 ARCHIVIO PER LE TRADIZIOM POPOLARI 

Pavia de rob hei, a« na fara mat mici, che sarebbe I'antica frase 
del santo. 

Cosl in S. Siro pessimismo e scetticismo si danno volentieri la 
mano. Ma h un fatto non comune il voler attribuire le disgrazie e 
gl'insuccessi pubblici a colui che si crede eserciti una grande prote- 
zione sulla citta i>. 



2. Severiao Boezio. 

fe nota la sorte toccata al famoso filosofo e st^natore romano negli 
ultimi anni del regno di Teodorico a Pavia. Di quella immeritata 
sventura che fece di Boezio un santo 2», non h del tutto scomparso il 
ricordo nelle tradizioni del popolo pavese. 

C'& chi crede e dice che egli fosse imprigionato a Pavia e dope 
una cruda prigionia fosse ucciso con la tlagellazione : altri sostiene 
invece che gli fu tagliata la testa. 

E riguardo al luogo, una leggenda lo fa morire presso la chiesa 
dei SS. Gervasio e Protasio 3) ; un'altra in una torre che sorgeva 
presso Tantica chiesa di S. Annunciata 4) e che rovin5 piu tardi; una 
terza poi nella torre che esiste ancora al n. 17 del Corso Cavour 5>. 



1) Poco diversamente opera il popolino di Napoli quando attribuisce al protet- 
tore S. Gennaro i mali che eventualmente affliggono quella citt^ ; ma in questo e 
in altri casi consirnili i mali sono conseguenza dello sdegno del santo per onori 
non ricevuti dai fedeli. 

2) Neirantica basilica di 5. Pietro in del d'oro, da pochi anni riaperta al 
culto, si conserva una elegantissima cripta a cinque navi dedicata a S. Severino 
Boezio 

3) Questa chiesa esiste ancora e si trova appunto in una via che prende nome 
da Severino Boezio 

4) E un'altra antica chiesa posta nelle \icinanze della Piazza Petrarca. 

5) Questa h. una delle poche torri superstiti di Pavia, che un tempo, dices!, 
ne contava cento. 



ALCUNE LEGGENDE POPOLARI Dl PAVIA E DEI SUOl DINTORNI 27 

3. II muto dall'accia al collo. 

Neirangolo rientrante formato da due case lungo il lato destro 
del Corso Cavour ferma Tattenzione del visitatore una statua yo- 
mana di marmo molto corrosa dal tempo. Quella figura d'uomo ha 
un lembo della toga ripiegato suJ petto e awolto intorno al hraccio 
destro, e quindi si k trattl a ravvisarvi un qualche illustre perso- 
naggio di Roma antica. Ma il volgo pavese ha sempre ritenutu die 
quel lembo, per le sue molte ripiegature, sia un'accia matassa di fdo 
scendente dal collo e che la statua rappresenti nient'altro che una 
spia nemica arrestata e condannata per non aver voluto traJire il 
suo popolo. Ecco quanto si racconta in proposito. 

Pavia era un tempo assediata da un poderoso esercito. Ad onta 
che il nemico avesse impedito ai cittadini di ricevere provvigi«mi dal 
di fuori, e tentato piu volte' di scalare le mura della citta, i Pavesi 
resistettero coraggiosamente compiendo anche notevoli atti di valare. 
Allora gli assedianti ricorsero al tradimento e inviarono nella citta un 
finto accattone lacero nel vestito e con un braccio al collo, il quale, 
mentre chiedeva Telemosina, doveva spiare le intenzioni dei Pavesi 
per poi riferirle ai suoi supiriori. Costui riuscl non senza j^rande 
fatica a penetrare entro le mura, e gia aveva cominciato la sua opera 
disonorevole quando venne sospettato per quella spia nemica che 
era, e arrestato. Si cerc5 quindi in tutti i modi di farlo parlare e di 
sapere chi fosse, ma n^ promesse, n^ tormenti valsero a trarre da I la 
sua bocca una sola parola: egli tutto soffri stoicamente, anche la 
morte, pur di non dire una verita che avrebbe tradito la sua mis- 
sione e compromesso gravemente le sorti di chi T aveva mandato, 
II generoso silenzio gli valse Tammirazione degli stessi Pavesi, che 
gli dedicarono il noto monumento. 

Questa leggend.i resiste ancora a tutte le congetture piu t^ruJite 
che si sono fatte sul significato del simulacro e secondo le quali ts^> 
rappresenterebbe o Tito Didio Prisco o Anicio Severino Boezio D. 



i) Cfr. in proposito la Guida Illusirala di Pavia, ecc, del Dott. CARLO DEL- 
L'ACQUA (Pavia, Marelli, 1900), pagg. 32-34. 



28 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POROLARI 

4. II ponte coperto sul Ticino. 

Tutti colore che sono stati a Pavia, conoscono questo ponte che 
si trov^a nella parte bassa della citt^ e che congiunge ad essa il cosi- 
detta Borgo-Ticino. Formato da sei piloni e sette arcate disuguali, 
lungo 216 metri e fiincheggiato da piu di 100 pilastri di granitd che 
ne sostengono il tetto, sorse secondo gli storici fra il 1351 e il 1354 
sulle rovintf d'un altro ponte piu antico. 

Come aw^enisse questa distruzione deH'opera originaria non si sa, 
ma la leggenda narra che il prima ponte fu costrutto dai Pavesi nel 
breve spazio d'una notte con Taiuto del diavolo, il quale, natural- 
men te, si era fatto promettere come ricompensa che I'anima di chi 
prime passusse sul ponte fosse sua. 

Ma ad opera compiuta, nessuno voleva esporsi a diventar preda 
del diavolo, ed un cittadino vedendo cio e non volendo che si ve- 
nisse muao :^1 patto stabilito, lanci6 sul ponte un pezzo di pane e 
dietro vi spinse a corsa un cane: cos) il diavolo poteva essere ugual- 
mente saddisfatto. 

II cant-v mjntre correva, sprofond5 attraverso il ponte nelle acque 
del fiume, db che sarebbe ricordato da una chiesuola eretta di poi 
sul Juogo, e il diavolo per lo scorno ricevuto giur6 di distruggere il 
ponte nello stesso spazio di tempo che era bastato per eostruirlo. 



5. La fantesca del cav. Bottigella. 

fe famosa a Pavia il palazzo Bottigella gia Carminali per le sue 
decora^i'ini in terr.icotta, p^r rarm;)nia del disegno e la semplicita 
delle linee» che ne fanno una delle piu splendide costruzioni del 
secolo XV. Una curiosa leggenda esiste intorno ad un cavalier Bot- 
tigelln, gia proprietiirio di questo palazzo. Egli era noto a tutti per la sua 
sordida avarj^ia, sicche sempre si bisticciava con la sua domestica, 
una certa Isabella, che al contrario era molto generosa coi poveri.. 

Un giorno, rincasando, il cavaliere trpv6 sulle scale Isabella col 



ALCUNE LEGGENDE POPOURl Dl PAVIA E DEI SUOl DINTORNI 20 

grembiuk' piern) e voUe sapere che cosa vi portas^^ dt-ntro, Htiin 
tozzi di pane, ma clh Kbhe a nspniidere che p^rtavii njst*. [| p;idrunc 
non si accontent^ e la cost rinse ad abbassare i lemhi dt"l ^^rembiule; 
allora con grande sorpresa di entrambi si prL'sentar«mo ai lun* *kc]\i 
delle rose autentiche. Isabt^lla .ne prest* una e la piistf sill crippt*lk> 
del cavaliere; ma essendo questi tntruto pocti dopfi in tin c:\ffi\ 
susdiii le risa de^^li amici che vedevann sul suo cuppt^lJo nit-nt'altro 
che un louo di pane. Per questo miracolu il populo dis.se che Lsalvlla 
divenne una Santa ^K 



6. La casa di Fasoljn. 

Quando si vuole spaventare e render docile qualche bam- 
bino di sobbed iente, an che o^i i popolani pavesi so^^liono ri|x.'tere 
una frase che significa: Bada che ti condiico da Fasf)linf>. 

Chi era cestui? La le^genda dice che in un temp<j molto lun- 
tano viveva a Pa via un uomo dalle ahitudini strane : t-^li di ^iorno 
non si vedeva maij e durante la notte usciva, girava dappertiitta 
fino a tarda ora, parlava da solo a voce alta e gestic*4ava misU'iio- 
samente. II Padre Giiardiano del Convvnlt^ del Cappuccini c il 
Vescovo tentarono piu volte di avvicinarlu e, sct^pertuche era un ateo, 
Cercarono con belle maniere dl convert! rto, ma inutilmt-nte. Venuto 
a morte, non ebbe ne Tonore d'una cissa ne quellu d'un sc^polcro di- 
stinto: il suo cadavere tu preso e gittato ncH'antro dt.*l terzo voltune 
della Darsena sul Ticino, Ma la sua anima divenne un<f spettroche 
tutte le nottl sorj^t^va da qufl Kuj^o e si a^^j^irjva paiir(»samente nei 
dintorni: altissimo c proteiforme, chi lo vedt^va appressarsi alle case 
vicine e molestarne git abitanti dalle fmestre, chi accostarsi a I cnn* 
vento dei Cappuccini e mettersi a suonarc la campana, e chi iinal- 
mente distendersi sul Ticino in aria minacciusa* Ci stino pot ancora 
del vecchi che affermano d'aver Lidito di notte presso la Darsena 



rJ L^ s(;ena sj trova rappresentata in un ^uadro Jel jelehre pitture Borf^ognone 
Che SI conserve nella scuola di pittura presso il Collegio Ghislieri, 



30 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

uno strider di catene e un gemere di persona che soffra grandi tor- 
menti : secondo essi 6 ancora Tanima del leggendario Fasolin gra- 
vemente tormentato pel suo ostinato ateismo. 

7. L'angelo del Corso. 

Sulla facciata d'una casa posta airincontro di via Bernardino 
Gatti col corso Vittorio Emanuele, si vede ancora una statuetta rap- 
presentante un angelo. Ad essa fe legata la seguente leggenda. 

Durante una fierissima pestilenza, si erano ordinate in citta al- 
cune processioni. Ad una di queste partecip6 anche il vescovo del 
tempo, il quale giunto precisamente in quel luogo, si ferm5 a bene- 
dire il popolo pavese e a pregare in ginocchio con grande fervore 
Iddio affinch^ liberasse la citta dal terribile morbo. In quel mentre 
scese dal cielo un angelo (secondo altri una colomba) i) e gir6 tre 
volte intorno al capo del vescovo. II popolo si mise subito a gridare : 
miracolo, miracolo!! e l'angelo se ne vol6 via; ma da quel momento 
la peste non fece altre vittime e non tocc5 neanche i quartieri pres5K> 
il Ticino. Contemporaneamente, essendo la citta assediata, mort 
improwisamente il re nemico e Tassedio fu tolto. 



8. La palla miracolosa. 

Essendo stata presa Pavia dopo un lungo assedio, i principali 
difensori furono fatti prigionieri, e condannati ad essere fucilati da- 
vanti alia chiesa di S. Gervaso. Ma dato il loro grande numero, si 
pens5 di sterminarli con una cinnonata. Ora avvenne che una palla 
del cannone for5 la pv)rta di quella chiesa e and5 a incastrarsi nel 



i) Ma forse questa variante b conseguenza d'una confusione avvenuta nella 
mente del popolo tra questa leggenda e un'altra, ora tramontata, secondo la quale 
una colomba apparsa dove s )rse la chiesa di S. Tommaso avrebbe indicato I'oppor- 
tunita di quel luogo per la costruzione della citta. (Cfr. Ar.'ONlMO TICINESE, />r- 
laudibus Papiae commentarius, gia pubbl. dal Muratori in < Rerum italicarum 
Scriptores », cap. XX). 



ALCUNE LEGGENDE POPOLARl Dl PAVIA E DEI SUOI DlNTORNI 31 

petto d*una statua della Madonna in modo che non si pot^ piu 
estrarnela. Per qualche anno i fedeli cristiani, toccando tre volte quella 
palla e recitando alcune preghiere, ricevettero dalla Madonna grazie 
e miracolu 



9. Le dita del papa. 

Nella piazza del Collegio-Ghislieri, davanti al grandioso edificio 
destinato da Pio V a beneficio dei giovani lombardi che non potes- 
sero per mancanza di mezzi frequentare TUniversita, si osserva una 
statua in bronzo rappresentante ii munifico fondatore in atto di bene- 
dire con la destra la citta di Pavia. Ora a quelle tre dita spiegate 
airaria ^ legata una umoristica leggenda, creazione dell'allegra fantasia 
degli studenti : esse stanno ad indicare che i piatti da dare in ciascun 
pasto ai giovani convittori non devono essere meno di tre. E quando 
il vitto del Collegio lasciava alquanto a desiderare per una arbitraria 
riduzione di piatti, essi solevano ricordare ai superiori le tre dita di Pio V. 

10. II guadagno dl Poudd. 

Poudd era un vecchio zoppo, guercio e gobbo che vendeva fet- 
tuccie, cdtone, carta da lettere ed altre cianfrusaglie. Egli stava sempre 
sulla porta della chiesa di S. Tommaso e alPoccorrenza faceva anche 
da guida ai forestieri che andavano a visitarne le antichita ') : si dice 
che questo gli fruttasse un fiorino d'oro per volta, secondo una ta- 
riffa da lui stesso stabilita. Ma un giorno, dopo avere accompagnato 
alcuni Inglesi nella visita della chiesa, sul punto di ricevere da essi 
il solito compenso, fu urtato ad arte da un giovane che passava in 
fretta per la porta e lasci6 cadere il fiorino in terra. Era gia quasi 
notte, ed egli che non ci vedeva troppo bene, lo cerc6 invano sulla 
soglia e pens6 d'andare a provvedersi di una candela di sego da un 



I) Quest'antichissima chiesa, la cui erezione si coUega aH'origine della citta e 
che ha dato 11 suo norae ad una via secondaria, 6 ora profanata. 



^1 J 11 .JVP 



32 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

soldo per farsi luma intorno e per trovar la moneta a cui non voleva 
e non poteva rinunziare. Ma cerca cerca, il fiorino non si vedeva : la 
candela si era gia consumata tutta, quando Poudd ebbe Tingrata 
sorpresa di trovare una moneta moito lucente del valore di mezzo 
soldo. 

Da allora nacque a Pavia la frase: L'd fat ael guadagn aed 
Poudby che si ripete a tutti coloro che fanno delle spese superior! 
al profitto. 

11. II posto di Ugo Foscolo. 

La storia dice die il Foscolo insegn5 per breve tempo neirUni- 
versita di Pavia, ma non dice come vivesse in questa citta. Solo 
fino a pochi anni fa viveva ancora un vecchio che ricordava d'averlo 
visto piu volte mangiare nelPantica trattoria dei Tre Re. Ed a chiunque 
si reca ora a ristorarsi in quella trattoria, padroni e camerieri sogliono 
indicare per tradizione un angolo d'una sala interna a pianterreno 
come il posto che abitualmente occupava il grande poeta. 

12. La Madonna di Loreto. 

Nei recenti restauri fatti al duomo di Pavia, si dovette togliere 
una statuetta della Madonna di Loreto dalla sua nicchia e porla 
provvisoriamente in un oscuro angolo della chiesa. Ma durante la 
notte, cosl dice il popolc, la statua di colei, che, secondo la tradi- 
zione sacra, aveva varcato il mare, ritorn5 al suo posto, dove la 
mattina dopo fu di nuovo trovata. 

13. Idrofobia procurata. 

Una di quelle macabre leggende che riposano su vecchie stre- 
gonerie, h la seguente, che ho sentita narrare da un popolano pavese/ 

Una donna che voleva vendicarsi di un giovane reo di non so 
quale colpa, prese tre gattini appena nati, li ridusse in cenere, e di 
questa pose un pizzico nella minestra che poi diede al giovane ren- 
dendolo idrofobo allMstante. 



ALCUNE LEGGENDE POPOLARI DI PAVIA E DEI SUOI DlNTORNl 55 

14. II pastore dl Qravelloae. 

Un pastore proveniente dal Tirolo s'era fermato col suo gre^ge 
a Gravellone i). Durante la notte egli voile andare a rivedere, noii sti 
per quale motivo, la famiglia nel suo paese e lasci6 sul posto, come 
si dice, arml e bagagli. La mattina dopo, con meravigliosa svelteisza, 
egli era gik per tempo ritornato alle sue pecore. 

i^. Le campaae di S. Laafranco. 

La chlesa del borgo di S. Lanfranco fuori porta Cavour ^ una 
costruzione che risale a poco dopo il mille. Orbene le sue campane, 
una volta, dovevano essere tutte rotte e quando venivano suonate 
davano un concerto cosl stridente, che non si potevano sentire. Per 
questo quando oggi due o piu Pavesi dopo un lungo discorsu non 
riescono ad intendersi, si suol dire: Vanno d'accordo come le cam- 
pane di S. Lanfranco. 

16. Villa Eleonora. 

Questa villa si trova a poca distanza da Pavia. Su di essa circoh 
una triste leggenda d'amore. 

Un tempx) Tabitava una signora vedova con una figliuola da 
marito. Questa, innamoratasi d'un suo servitore, fuggi con lui dalia 
villa; ma la signora li fece inseguire, e riavutili in sue mani, li fece 
chiudere in un sotterraneo, dove i due infelici morirono di fame di 
n a poco. 

Ora quel sotterraneo serve da cantina e non vi si pu6 scendere 
con nessuna specie di candele accese, perchfe la temperatura di la^giu 



1) Non bisogna confondere il Gravellone di cui parla questa leggenda col Gra- 
vellona vicino a Mortara. Questo e un borgo di Pavia e precisamente la contiijua- 
zione del borgo Ticino, che prende nome da un canale omonimo. 

Archivio per U tradiaioni popolari. — Vol. XXIU. 4 • 



r/;n frjir.'.cr.e la rijn:.T.j. I cir.uzr.: i.j r... crc > r.«. '*: ar.ime dei 

v-:^.* **> ar.c-:a ruis:- r.icr>; 3^/. 5-z-3'i- un--ir-:. 

E 4 ,ir.J. !rr : -^'..c ^i ij^ alrcrl cr.r r r.trc^ j" La \^i.a, sci^sse 
■ii»*ar^ r.' tt^T.a, "^t rn:'s:' r. ■, >; Jiccr chc s ^. 5<rmrrc M.u^ile Jue 
ar*;:r^ sr^^.T.- rate cr.tr >i a^^^aJ^::>:•n^► icr.rrarr.rr.tc c >; sussurrariM 

17. Rqieotita. 

fe a/-«rsto :I n'»me d'un cascinalc a r.o:J-ovc5t Ji Pa\ia presso 
it Sav'j/.^. ScC'»r.do una Itr^zcnda, tu qui chc s no un selso Fran- 
Cr^f> I s: dichiaro \into J-pD la tamosa batu^!:a del 1525 e pro- 
r,unz;*V Sa st^^rica tra-se: < Tutto e fvdut'^ toTche i'onure » «•. Anzi 
b Icj^gtrn ia aggiup.^e che il ir-me Bepeutita <JiaI. Jer/Mi^tilta) ^ 
jrnitkhi * Pcntita Jcl re » e che stia appunto a ricordare il penti- 
menUi Ji Franccrsc'j I per a\trr accettai*^ il combattimento in quella 
peric '1^*50 p^^iziop.e. 

18. Travacd Siccomario. 

Ecoi un nome molto strano, almeno nella prima parte, che ha 
un panrv^ lo a sud di Pavia e che fa nascere in tutti quelli che lo 
M*(Ahr:** " lo vcdono la prima volta, il dcsideriodi sapeme I'origine. 
Intantf^ Z^'jva ricordare che nei dialetti Inmbardi c'e il vertx) stravaccd' 
ftcl ?^ny/ di <^ rovesciarsi >► « cader ri\erso » e che da stravaccd 



tf Ld storia invece narra che il re Ji Francia scrivesse in francese questa frase 
In UTU letura alia maJre Luigia di Savoia dalla fortezza di Pizzighettone, dove fu 
rinchiuv* d-i Carlo V. La lettera scritta da Francesco I a sua madre suona cosi: 
• Madame 1 Pour vous advertir comment se porte le ressort de mon infortune de 
ti#ttt«V chOsiJS nr m'est dcnutiirt que Vhonncur et la vU qui est sauh'e* (CHAM- 
KjLUONh ('aptivite de Franrois I, documents pp. 129-301. Da queste parole tut- 
t*aitr*i ihc oscure e nato Terrore letterario de^li storici. 

(LA DIREZIONE). 



ALCUNE LEGGENDE POPOLARl Dl PA VIA E DEI SUOl DlNTORNl 35 

per aferesi consonantica pu6 esser derivato prima travaccd e'poi 
travacd, Ora appunto una memorabile caduta pare abbia fatto cam- 
biare il nome a quel paesello, che prima.si chiamava S. Maria delta 
Strada^ ed ecco come gli abitanti del luogo coloriscono con la loro 
fantasia codesta spiegazione. 

Parecchi secoli addietro and6 ad abitare in quel paese un si- 
gnore molto ricco ed amantissimo della solitudine, il quale stabill di 
restarvi fino alPultimo giorno di sua vita. E gia vi si trovava da 
qualche tempo quando un giorno cavalcando un superbo cavallo 
lungo la strada principale, si lasci6 prender la mano dalla bestia 
adombrata che si diede a una corsa precipitosa. Egli fece il possi- 
bile per frenare il cavallo, ma fu tutto inutile e finalmente caddero 
a terra Tun sopra Taltro stremati di forza. Accorse naturalmente 
tutta la gente del luogo, e mentre credeva di trovar morto il signore 
vide con grande meraviglia che questi fu sollevato per aria da una 
forza misteriosa e poi deposto a terra sano e salvo. Si grid6 subito 
al miracolo ed il ricco signore ringrazi5 piu volte Iddio dello scam- 
pato pericolo. Piu tardi egli voile che in quel luogo sorgesse a sue 
spese un tempio votivo e benefic6 largamente i paesani piu ix)veri; 
ma afifinch^ i poster! ricordassero il prodigioso avvenimento, voile 
altresl che al nome locale di S. Maria alia Strada fosse sosti- 
tuito quello di Stravaccd, 

19. II contadino di Travacd. 

Nello stesso comunello si narra che in un giorno di festa, mentre 
un tale assisteva alio svolgersi d'una lunga processione, gli si pre- 
S:?nt5 un vecchio molto barbuto e gli domand6 cosa facesse. Avendo 
quegli risposto: Guardo la processione, il vecchio replic6: Se mi dai 
una pinta di vin bianco, ti prometto di farti veder nudi tutti questi 
devoti. 

11 Travachese aderl e andato con lui dietro la chiesa pot^ ve- 
dere, non so in qual modo, lo strano spettacolo promessogli. Ma 
dopo, il povero contadino fu preso da grand! scrupoli; voile con- 



36 Ar^CHlVIO PER Le TRADIZIONI K)f>OLARI 

fessarsi, e dovette accettare la dura penitenza di recarsi a dormire 
per tre mesi consecutivi in un trivio uscendo di casa ogni sera alio 
scoccar dell'ilre Maria senza parlar con anima viva e tracciandosi 
intorno sul posto un circolo con acqua santa. La prima sera ddla 
penitenza, mentre egli si metteva in cammino, incontr5 un caprone 
che a tutti i costi se lo prese a cavallo e lo port6 al luogo stabi- 
lito; ma giuntovi, trov6 molte streghe e diavoli che cominciarono 
a fargli intorno ogni sorta di ridde infernali e un terribile schiamazzo, 
finch^ minacciandolo e tormentandolo in van modi lo obbligarono a 
parlare. II poveretto dopo poche ore di quell'orrendo supplizio, tronc5 
la penitenza con la morte. 

20. II portento di Cava Manara. 

Viveva un tempo nei dintorni di questo pslesello un uomo che 
custodiva gelosamente un libro magico e con Taiuto di esso compiva 
i piu strani prodigi. 

Fra le altre cose si narra che egli per mezzo di quel libro poteva 
mandare ogni sorta di malatfie a qualunque persona odiata, e nello 
tempo guarire ogni malato che fosse caro a lui o ai suoi fedeli clienti. 
Si racconta ancora che una volta il mago, incamminatosi sulla via di 
Piacenza, si mise il j>ortentoso libro sotto un piede e con la punta 
deiraltro riuscl a toccare il campanile di Stradella. 

21. Mirabello. 

Si trova nel vecchio Parco a nord di Pavia e, secondo gli abi- 
tanti, deve il suo nome al fatto seguente. Prima che sorgesse il paese, 
giunsero in quel luogo due guerrieri e contemplando il paesaggio 
circostante uno disse all'altro: « mira bello », espressione equivalente 
a « guarda che bellezza ». Trasportati dal loro entusiasmo costrui- 
rono le prime case, intorno alle quali sorsero poi le altre. 



ALCUNE LEGGENDE POPOLARl Dl PAVIA E DEI SUOl DlNTORNl 57 

22. S. Bernardo e if demotiio. 

A Mirabello si venera un simulacro di S. Bernardo che tiene 
incatenato accanto a s& il demonio e che nel giorno della festa vien 
portato in processione per le vie del paese. A questo proposito i con- 
tadini del luogo raccontano una curiosa leggenda. 

Un giovane abatino, S. Bernardo, deciso di prender presto lo 
stato ecclesiastico, si recava ogni giorno da Chiaravalle a Mirabello 
per ascoltare un suo maestro. Una volta ad uno svolto della via che 
egli soleva percorrere, gli apparve Satana sotto le apparenze di un 
vecchietto e gli chiese relemosina. Bernardo diede quanto aveva in 
tasca e ne fu ringraziato. Ma il vecchio non si content6 e si fece 
trovare anche nei giorni seguenti nello stesso posto a fare Taccattone, 
senonch^ ringraziando si permise di dare al giovane dei cattivi con- 
sign ed a tentarlo al male. Bernardo resistette e consult6 il maestro 
sul da fare. Questo lo lasci6 alcuni giorni senza risposta, finch^ gli 
consegn6 una catena con cui legare il vecchio se fosse tomato a 
tentarlo. Bernardo, trovato che Tebbe e sentendosi esposto alle stesse 
maligne tentazioni, gli gett6 la catena al collo. Allora il vecchietto 
perdette in un attimo il suo aspetto senile, gli spuntarono in testa 
le coma e apparve in lui quel diavolo che era. II giovane abate lo 
trasse cos\ incatenato fino al paese e da quel giorno fu cominciato a 
^venerare come un santo che vince e tiene soggetto il demonio. 

23. Miradolo. 

Questo nome che accenna ad una formazione uguale a Mirabello, 
kW nome di un altro paese, posto a nord-est di Pavia sulla roggia 
Nerone-Gariga. A sentire i vecchi del luogo, esso avrebbe una tra- 
gica spiegazione. Una regina del buon tempo antico passeggiava tran- 
quillamente con un suo figlioletto lungo una sponda di quella roggia. 
Ad un certo punto il fanciuUo si scost6 dalle vesti della madre, si 
accost6 troppo all'acqua senza che ella se ne accorgesse, e messo un 
piede in fallo vi cadde dentro. La poveretta sentl il tonfo, vide il 
figlio dibattersi nella corrente e disperata si mise a gridare aiuto. 



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38 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Accorse molta gente dai campi vicini, ma non pot^ far altro che estrarre 
il fanciullo cadavere. AUora la misera regina disse esterrefatta e pian* 
gente: Mira in qual duolo, o figlio mio, tu mi lasci. 

24. Campo Rinaldo. 

Questa denominazione che ha un piccolo territorio vicino a Mi- 
radolo, fa subito pensare al Rinaldo della leggenda cavalleresca i). 
11 popolo della campagna conferma la derivazione etimologica, dicendo 
che il grande paladino sarebbe venuto in questa pianura alle mani 
cogli Spagnuoli, a cui avrebbe dato una terribile sconfitta. Tanto ^ 
vero che nellMnverno 1898-99 un contadino scavahdo la terra nel 
suo campicello, alia profondita di quasi due metri trov6 un sepolcreto 
contenente ossa umane e resti di armature, che del resto vengono 
spesso alia luce qua e la anche in altri terreni. 

2$. La Chiesa di Montu Beccaria. 

In questa borgata deir01trep6 pavese la chiesa si trova quasi 
in un burrone, quindici sedici metri st)tto la strada principale. Si 
dice che sia stata costruita W da un membro della famiglia BeCcaria 
(forse S. Aureliano) 2) in seguito alPadempimento di un voto che egli 
aveva fatto. InseguUo un giorno dai Francesi, ^ fama che si nascon- 
desse in una oscura caverna di quel burrone promettendo alia Vergine 
di dedicarle un tempio se fosse potuto sfuggire alle ricerche dei suoi 
nemici. La sua preghiera fu esaudita ed egli mantenne la promessa. 

26. La fortuna d'un fiore. 

A Mortara si racconta ciie un giorno un contadinello, trovandosi 
in un campo di frumento e vedendolo anciie sparso di molti fiordalisi, 
ne colse un bel mazzetto. In quel mentre passava sullo stradone a 



i) Anche in Piemonte, provincia di Cuneo, c'e un paese CastelHnaldo, 
2) Questa era una antica famiglia di Pavia. 



ALCUNE LEGGENDE POPOLARI DI PAVIA E DEI SUOl DINTORNI 39 

cavallo il figHo d'un re, ed il contadinello gli corse subito incontro 
e offrendogli il mazzo disse: Tieni, mio signore, quest! fiori per la 
tua mamma che e felice e dammi un soldo per la mia che h malata. 
11 principe diede al fanciullo un marengo e prese i fiori. Giunto a 
corte, li consegn6 alia regina informandola della loro provenienza. 
Ella sorrise e piu tardi si presento al ricevimento reale, col capo 
adorno di quel modesti fiori azzurri. In quella sera nessun fiore di 
giardino fu piu ammirato delKumile fiordaliso, che divenne poi anche 
oggetto di moda. 



Enrico Filipptnt. 



UN LIBRO Dl ESORCISMI DEL 1616 



3. Gli spirit! domiaatori dei corpi. 

Per [I BeirHaver sono piu importanti i aecreti trovati col di- 
mno ainto, relativi al possesso che i demoni mostrano di avere sulla 
came battezzata e cresimata. Egli raccoglie le sue e le altrui credenze 
sopra i movimenti involontarii quali sono; lo starnuto, lo sbadiglio, 
il siinghiozzo, scongiurati come occasione di entrata del demonio; passa 
quindi ai vtri indemoniati. 

In Munferrato: lo starnuto (uatraniv), lo sbadiglio (tr 6a;4«<r), 
il Singh inzzo {u aangiuH) come in Sardegna: 8u isturrtdu^ su ccts- 
chldu, 3u tacculUtu, nei bambini, sono scongiurati: i due primi con 
iin segno sulla bocca del bambino; il terzo con rimproveri, rumori 
inattesi, mossi da oggetti fatti cascare in terra, quasi a scacciare il 
il N\aIigno che sta per impossessarsi del bambino. Un proverbio sardo 
dice che t^uundo due aduiti uomo e donna, sbadigliano nello stesso 
tempo, pensano alia medesima cosa : amboa pdris caacamua^ ambos 
a sH mat^ssipenaaniua, ambedue sbadigliamo nello stesso tempo, am- 
bedue pensiamo alia stessa cosa. E fra amanti pu6 essere. 

Scrive la maestraContini ed io traduco: 

I letterati possono ridere di queste cose, ma persone che credano 
agli indemoniati, a carte scritte, ai brevi fatti dai preti ce ne sono 
molte da w*]. Si chiamano, li dicono, aoa fortlles (difese, armi) e li 
credono buoni per gli indemoniati, per quelli che portano addosso 
ginchene lat, ducunt spiriti, ombre legati, uniti al corpo, fuori, cio^ 



I 






UN LIBRO DI ESORCISMI DEL 1616 4I 

hanno maledizioni extra corporee. Col^ dove uccidono gente, ivi ci sono 
le cattive ombre spiriti, che gli indemoniati ricevono (ossessione) 
e per questo motivo quando queste persone vedono la croce bestem- 
miano i preti, favellano in diverse lingue, cio^ dicono parole incom- 
poste, strane, di gergo misto di parole arahe maurelle (i mauri od 
arabi fermatisi in Sardegna), non vogliono sentire cose di Dio. Fuwi 
un marito che andava a letto col fucile e quando i demoni salivano 
addosso alia moglie, scaricava il fucile contro di loro dentro la casa, 
in camera, ed essa si calmava {dmmalacaida, da malacare divenir 
molle, quieto) un poco, I preti fanno sopra la testa degli ammalati 
il segno della croce, e dicono: Zitto maledetto puzzolente, in nome 
di Gesu Cristo ! poi dicono requie per Tammalato. Se ci sono spiriti 
cattivi, o diavoli, i preti li legano con orazioni e benedizioni, e ve 
n'ha alcuni che guariscono per il momento e poscia tornano indiemo- 
niati pei peccatl loro, perch^ cos\ vuole Dio che tutto sa. 

BeirHaver scrive che i demoni possono abitare « nel sangue, urina, 
colera, flemma, feccia delle viscere, occupando il corpo umano e facen- 
dovi ingresso per la bocca, narici, occhi, orecchie et alia a guisa di 
vento (la atavistica credenza) bench^ non sia manifesto al nostro 
intendimento quale strada particolarmente osservino*. 

II primo frutto che si mangia nell'anno pu6 essere indemoniato 
ed ecco i Sardi che dicono: 

G^sus occannu. Non mi fettat dannu 

N6n dannu, n^n profettu 

Chie non mi nd'hAt dadu. Si nde mat' dde su lettu. 

Cio^: Gesu! per quest'anno. (II frutto) non mi faccia danno. N^ 
danno n^ profitto. Chi non me n'ha dato. Se ne cada dal letto. 
II bambino starnuta e i Sardi dicono: 

Acchent'annos 

Po Deus e Santu Giuanne 

Che tu possa vivere cent'anni — Invochiamo Dio e S. Giovanni. 
Ed i Catalani d'Alghero ripetono 

Sant Joan - que t' fassa bo' y gran 

Sant Joan Battista 

Que t'tinga sA y ab bonavista! 

Arehivio per le tradieioni popolari, — Vol. XXIU. 6 



42 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Sail Giovanni ti faccia buono e grande - San Qiovanni Battista - 
Ti ten^a sano e con buona vista. 

Mettendo a letto il bambino, le mamme sarde dicono: 

Anghelu 'e Deu - Custodiu meu 

Custanotte illumina mie - Guarda ed defende a mie 

Chi mi incumandu a tie 

npetenJo il latino: Angele Dei - qui ctistos es mei - Me tibi com- 
nHsstim - Pietate auperna - Illumina me - Rege et giiberna, 

A Reggio Emilia le mamme fanno recitare a! bambino: 

Sgnor e vag a lett - Con I'anzel parfett 

Con I'anzel bianch - con al spirett Sant 

Signor, se me m'n'andass - La me'anma ev la las 

Anzel bel, anzel car - Chen sson m' vina a tintarm 

Nfe de-d-de, ne de-d-nott - N6 al pont ed la mh mort. 

Traduzione: Signore io vado a letto - Coll'angelo perfetto - 
ColTangelo bianco - Collo spirito Santo - Signore se io me n'andassi - 
La mi:i dnima ve la lascio - Angelo bello, angelo caro - Che nessuno 
veng4 a tentarmi - N^ di dl, n^ di notte - N^ al punto della mia morte. 

II Boccaccio che nella Novella della Belcolore ricorda: 

Fantasima, fantasima che di notte vai 

A coda ritta ten venisti - A coda ritta te n'andrai 

alludeva certamente ad un carmen toscano. Ma le madri sarde hanno 
un CMine incantatorio piu potente contro Tincubo 8u aurvile dei 
bambini, la Vecchia Strega. 

Selv^na selvana - Origi-cana 

Origi-canina - Limba repentina 

Limba e serpente - Ocros-lughente 

Ocros-lughentada - Ferri-atteniada 

Firmada a ferru - Manu 'e guemi 

Manu'e guasile - Po non timire 

Sa panzarigota - A fizu meu mai non mi 6ccas. 

Tmdmione: Ombra selvatica (Deus silvanus dei Romani) dagli 
orecchi bianchi - orecchie di cane - lingua erpetica {rettilesca) - lingua 
di serpente - occhi-lucente - occhi lucentata - di ferro bendata - fer- 



UN LIBRO Dl ESORCISMI DEL 1616 43 

mata col ferro - colla mano di cuoio (cu^rru - cueru - cuojo) - con mano 
di alguazil (di birro) ti tengo. - Per non aver damo, timore. - Dalla 
pesantezza sulla pancia, sul petto. - 11 figlio mio mai non mi uccida tu. 

Dicono pure che quando alia notte piangono i bambini e non 
vogliono tacere le mamme dicono : Vieni domani che ti dar6 un po- 
chino di sale, oppure un pezzetto di lardo, o altra cosa. 

La Chiesa ab antico aveva cantato neirinno della sera: 

Procul recedant somnia — Et noctium phantasmata 
Hostemque notum comprime — Ne polluantur corpora. 

« Perch^, dice Bell' Haver, i demoni illudono i sensl, allordano 
gli affetti, turbano i vigilanti, atterriscono colli sogni coloro che dor- 
mono, si fanno incubi e sUccubi, tralasciando molti altri esempi, 
per non offendere le caste orecchie dei iettori ». L'incubo chiamato 
in dialetto sardo-logudorese ammuntadore (e in dialetto sardo-gallurese 
puntcuxhiu, e a Reggio-Emilia rkpeg (metatesi di erpeg - erpeticua 
serpentifius 8piritu8, il serpe maligno che tent6 e tenta le Eve, e 
gli Adami in gioventu) b creduto anche apportatore di fortuna. 

Dicono a Siniscola che quando Tincubo viene, basta che Tad- 
dormentato abbia la forza di rubargli la prima delle 7 berrette e di 
porla sotto la pentola, chfe gli da un tesoro. 

La scienza medica, specialmente nel secolo in cui scriveva Tau- 
tore del libro commentato, fece grandi progressi, non senza dare un 
tuffo nelle superstizioni delle quali veniva combattuta. E il sacerdozio 
pur seguitando a credere volgarmente, ed a ritenere che i preti sol- 
tanto fossero piu abili dei medici nel combattere gli spiriti cattivi 
delle malattie nervose permetteva « che si potessero anco benedire le 
ontioni et vivande ordinate dai Fisici », ma ad uso esteriore, che del- 
rinterior^ credevano e volevano essere creduti essere veramente essi 
preti soli medici. A Ghilarza in Provincia di Cagliari il giorno di 
S. Sebastiano — 20 gennaio — si benedicono tuttora nella processione 
del Santo rami, d'alloro (I'albero di Apollo padre di Esculapio; Apollo 
che nel primo libro dellMliade ^ il lungi saettante dardi pestiferi) che 
vengono distribuiti ai fedeli, e si ripongono nelle case per tener lontana 
la peste. S. Sebastiano fu condannato a morire saettato. 



1 

i 



44 ARCHIVIO ^ER LE tRADlZlONI f>Of>OLARI 

II Comparetti nota che in fxirecchi gealdor anglo-sassoni, anteriori 
ai secolo X ed in parecchi libri della Finlandia modema, il male h 
attribuito a dardi nuolet, dalle pninte invisibili : pikkii. 

Oggidi la scienza d awerte di guardarci dai raicrobi, e nelle 
disinfezioni, nei lavacri, nella bollitura dei cibi da il mezzo di combattere 
un potere quasi invisibile ma noto. 

Invece « il rimedio da applicarsi agli infermi di p)este, spiritati, 
e per tener lontano il male, sara, scrive Bell'Maver, oro, incenso, 
mirra, sale esorcizzato, olio, cera benedetta et di quelle si faccino 
brevi, ponendosi nei 4 cantoni del letto, prima mondato et repurgato 
da ogni canto con la croce 3 volte (una volta non sarebbe folklorico) 
ad honore della Santissima Trinita perche li demoni che talora si 
nascondono ne' panni ed altre cose della persona vessata, pare che 
non ardiscano piu di tornare ». 

II Comparetti (Kalevala , pag. 22) scrive : « il mago h medico : 
a lui si ricorre per ogni malattia, ne il farmaco pare possa essere 
efficace se egli non Tabbia guardato — katsotut, incantato luketut, 
colle parole pxxierose: aanat ». Nelle parole poderose c'e sempre una 
relazione col nemico speciale da combattere. 

In Sardegna, quando il bambino si lagna di un bruscolo entratogli 
nell'occhio, si ricorre a S. Antioco (contrario): 

Sant'Antiogu - Sant'Antidgu - Un abbiinzu jutto in s'ocru - s'este mannu 
bogamind^lu - s*este minore ingullidebocch^lu. 

Traduzione: Sant'Antioco - S. Antioco - un bruscolo, porto, ho 
neH'occhio - s'^ grande cavatemelo - se ^ piccolo inghiottUelo. — Poi 
si fa chiudere Tocchio, mentre con una mano il paziente si da o si 
fa dare piccoli colpi sul capx). 

Questo carme incantatorio ^ pure in Monferrato quando una 
resta di grano entra nella carne. 

L'aratro fa il solco - il solco fa la porca - la porca fa la spica - 
la spica fa la resta del grano (dicono) per la virtu di S. Donato - 
Torna ad uscire per dove sei entrato. 

A S. Andrea (valente forte) in Sardegna ricorrono anche pel male 
pi pancia degll uomini e degli animali. 



UN LIBRO Dl ESORCISMI DEL 1616 45 

Sant*Andria - Sant*Afldria {onirciu dei Russi) - s*ebba mia mi moriat - de sa 
ddlima 'e sa matta - de sa d6Iima 'e sa bentre - GiumpMebi prontamente. 

TraduBtone: S. Andrea - S. Andrea - la mia cavalla moriva - del 
dolor di panda - del dolore di ventre - aiutate prontamente, ecc. 

Quando i bambini si scottano si ricorre alia saliva, e si nomina 
jl car bone (spento). 

Santu Petru, Sant'Andria, San Simione 
Tres prades si fatt^sini a carvone 
Daghi a'ssu mare anddsini 
Abba non b*acciapp^sini, 
Salia, pari-paii bi bettdsini. 

Traduzione: San Pietro, Sant'Andrea, San Simone - tre fratelli 
diventarono carbone - poichfe andarono al mare - e acquft non tro- 
varono - saliva, a gara sopra vi misero - e colla saliva materna, curano 
il dolore. 

Quando hanno il male dell'ugola, de au rtapiu e non pddene 
auere a su latte - e non possono succhiare il latte dicono (a Torralba) : 

Santu Franziscu a' piantadu un'^rvure 
O 6 fozida, 6 naschida, o distnitta, 
Custu ti pAsset su male 'e sa' ucca. 

(cio^: S. Francesco piant5 un albero: ^ nato, piantato, distrutto - 
questo ti pass! male della bocca). 

Anche in questi carmi incantatorii vediamo che Tidea pre- 
cristiana, anzi generale ed umana, di uno spirito che si deve cacciare, 
si b fatta cristiana, come in tutti i carmi pagani co^servatisi pressQ 
i popoli dopo la introduzione del Gristianesimo. 

Se i bambini hanno la dissenteria, le mamme incantano il male. 

In Idm^ne de Santa Trinitade - a custa criadura lu potta passare - custu gi^gu 
e custu andare male. 

Nel nome della S. Trinita. A questo bambino possa passare 
questa dissenteria (jaculum) e questo andare male di corpo. 

AUe volte il male, passa coll'acqua benedetta, scritta dagli angeli, 
ciofe con for mole di benedizione. 

Cosl dicono le madri Sarde a Nule: 



V 



46 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Abbasanta beneitta - Sos anghelos ran'^scritta 
SOS ddigM iipostolos - L*ana composta, 
Deu DOS perd&net - Sos peccados nostros. 

Qimndo viene il sangue dal naso dei bambini e degli adulti a 
Siniscola dicono che ci6 avviene per opera della Madonna che riparera 
al male. ^ Sulla tavola della Vergine eranvi tre coltellini d'argento ; 
uno Incarnava, uno intaccava, Taltro il sangue fermava; o come dicono 
a NuorOj uno fe di taglio, uno ^ di staglio, uno di stoppa, di modo 
ciie di questo sangue non ne cada gocciola ». 

Ism Oiesa 'e ssa Virgine Maria - Tres lepuzzos d'arghentu bi aiada 
Una inoim^idi - Una intazz^idi - Unu su sambene parrUdi. 

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Uim de tagliu, unu de istagliu - Unu de stuppa 
De custu sdmbene - Non nde iMieV gutta. 

Se da ferita, larga o stretta cola sangue, lo scongiuro b piu forte, 
e dicono : in nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo il sangue 
si congiunga alia came, come Cristo s'& congiunto alia croce. Nostra 
Signoraha due (due soli) coltelli d'oro, uno taglia, Taltro cura (la lancia 
d'Achillt feriva e curava), di modo che asciutto il sangue non ne 
coli piij nulla e la ferita si saldi. 

In lumene 'e su Babbu, 'e su Fizzu 'e Ispiritu 
Sdmbene coniunghet a carre Santa 
Comente Cristhu est conjuntu assa Rughe 
Nostra Segnora in banca giiighede, 
Duos bulteddos de oro, 
Una s6cat, s'ateru cura, 
Asciuttu sia su silmbene, 
Chi non bi cdlet' nudda. 

(Vedasi 11 Ointo della ferita di Vainamoinen — Kalei^ala, VIIWX). 

Come nota il Comparetti ne! libro citato a proposito dei carmi 
incantatori finnici, (pagina 2rf) la rima h frequentissima, non solo 
tra versu e verso, ma anche nel verso stesso, ma non sempfe. Talora, 
come nel presente carme sardo v' h alliterazione, Talora il male non ^ 
ha una causa cosl chiara e visibile, e benche non lo dicano aperta- 
mente, le donniciuole, ed anche gli uomini che sanno leggere, con- 
sentono colle idee gia manifestate' dal BelFHaver fino dal i6i6. « I 






UN LIBRO DI ESORCISMI DEL 1616 47 

demonii si ini]:>adroniscono dei corpi per ispavento [po su aaactuo 
conu dicono i Sardi] li occupano nel cibo, nel sonno, in cibo, in 
bevanda, entrando colla cosa che si mangia, e si beve inducenJo 
negli infermi malefici segni, e figure, e illusioni, fantasmi e terrori 
ne' sogni, travagli, turbazioni di mente, coliere acute, capricci e oin- 
cupiscenze, alterando i sensi, fomentando cattivi humori, et tutto cib 
secondo la divina permissione et la disposizione mentale etcorpor;ile 
delle creature. Induce Satanasso nuovi fantasmi e illusioni negli occhj 
e negli orecchi, toglie il gusto, rende muto e cieco, attratta i nervi; 
hora avidamente si mangia, hora si vigila, e si digiuna, hora si dorme 
alia lunga [forma di epilessia] hora si sta insonne)>. 

II Lombroso nella classica sua opera : « La tnedieina legale, 
fondata sopra lunghe esi:)erienze e profondi studi con numerosi esempi 
di alienati, di delinquenti nati, di uomini grandi [che sono separati 
dai pazzi da una piccola linea di separazione] potrebbe commenture 
degnamente le parole del suo collega Bell' Haver sugli spiritati e 
indemoniati e maleficiati, dimostrando la ridicolaggine della teoria e 
delta praHca degli esorcismi ». Si deprava la fantasia con varie et 
nojose rappresentationi (d'essere Re, Papa, Imperatore, Dio). Talom 
alii spiritati escono desideri di abitare in luoghi solitari, immondi et 
oscuri: talora ridono con gusto inestimabile, talora piangono senza 
fine, o danno risposte iraconde, dispettose, chiudono i denti, percuo- 
tono te ed altri [matti furiosi ai quali oggidl si mette la camicia di 
forza e allora si curavano con digiuni, esorcismi, e col castigamatti, 
col bastone], Alcuni sogliono avere lingua spessa e nera (oggi ^li 
ammalati per tifo patito) imitare la voce degli animali (lupi mannnri, 
Hroldlia), rendere spume dalla bocca (oggi epilessia, mal caduco, di 
S. Giovanni) sentire formiche per la schiena (oggidl spinite, ona- 
nismo incorregibile, tabe dorsale, error! digioventu). Alcuni dicono cose 
dalle quali non si pu6 conoscere ci5 che vogliono inferire {logorreu) 
usano linguaggi occuiti e mai imparati dalla creatura (oggidi ^ provato 
che durante le meningiti gli infermi parlano nel dialetto e nella lingua 
. che impararono bambini e dimenticarono fanciulli, come avvenne di 
una signora del paese di Galles, che nei suoi deliri di vecchia, par- 
lava nel dialetto gaelico, imparato a 4 anni, e poscia mai piu parlato). 



48 .ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Indovinano cose incognite, e vedono colla mente ci6 che awiene 
lontano {telepatia, teleatia dei giorni nostri) rafifigurano persone morte 
(potenza della fantasia nei colpiti dai colpi di sole, o da percosse sulla 
testa, come avvenne a Bruto apostrofato dal fantasma che lo asp^et- 
tava a Filippi). 

L'uomo sente nella propria coscienza, e prova nelle proprie crea- 
zioni che egli ^ parte della causa causarum, sommamente buona, che 
domina su tutto il creato. Ma Tuomo sa pure che nel proprio essere 
^ mantenuta Teredita animale e mentale delle generazioni passate, 
modificata dalla individuale azione sua. Tale eredita ^ il vero ostacolo 
alia parfezione sempre maggiore delle razze e degli individui, ^, nella 
frase del volgo, lo spirito maligno, dominatore, sotto diversi nomi, 
dei deboli e degli infelici, dei trascurati, di coloro che non ossefvano 
e non studiano n^ le cause, n^ le conseguenze dei fatti, sia che si 
chiamino volgo, sia che si ammantino di falsa dottrina, come i pretesi 
esorcisti. 

Dal 1616 ai nostri giorni, dopo Lutero che fu il Galileo della 
fede, e dopo il cieco d*Arcetri che fu il Lutero della scienza, Tuma- 
nita ha fatto di molto cammino. Oggidl il Bell' Haver non direbbe 
piu: « La scientia dell'esorcismo ^ difficile, bisogna agitare il corpo 
et la voce, non lasciarsi cogliere n^ sopraffare dallo spirito maligno, 
devesi sopportare urli et gridi insopportabili, tollerare donne super- 
stiziose, combattere il demonio nel sacro tempio ed anche in privato ». 
La Chiesa oggidl, non lo combatte n^ in pubblico nh in privato perch^ 
farebbe ridere, come fanno ridere gli stregoni delle Pelli-Rosse, o dei 
Negri, degli Australiani, popoli destinati a scomparire davanti alia 
civilta. Questa colPaiuto della pratica medicina distrugge gradata- 
mente gli errori dovunque siano, e li studia, quale documento umano, 
appunto per tale scopo. 

Le meningiti, per esempio, che in s^ e per le conseguenze loro 
hanno molto del demoniaco cio^ dell' incognito, non ^ da meravi- 
gliarsi che nel 1616 fossero esorcizzate dalla Chiesa, come ancora le 
esorcizza in Sardegna il volgo. A Siniscola, per il male di testa — po 
su dolore 'e sa conca, dicono : 



UN LIBRO Dl ESORCISMI DEL 1616 ^ 

1. Santu Pretu sezziata - In petra 'e gloria. 
A inie andat Deu : E ite h^s, Petru meu ? 

— Sa conca si mi inzumbat - Che anima ch'fe tucca 
Sa conca este inzurabida - Che anima tuc^cda 
A inie ^nda Sant'Anna - Susanna e Margarita 
Cuddas chi sdnana - Praes e feritas. 

2. Bola, bola culumba - A su chi gidghes, pungas 
Deo porto corallu - Po non ti fdgher dannu 

Cum tres pedras ^ sale - Po non ti fagher male 
Cum tres pedras h moli - Po non ti nogher ora. 
S'este ocru 'e litteradu - A domo t6rret Sanu. 
S'este ocru 'e mortu - Deus li diat accunortu. 
Po sa Virgine Maria - Mezus *e sa manu mia. 
Santu Gosamu e Damianu - Mezus de sa mia manu 
Po Santa Restitutta - Passet dulore 'e conca. 

Traduzione: San Pietro sedeva - sulla pietra di gloria - Hd \v] 
va Dio « E che hai, gli dice, Pietro mio » - (Ho) che la testa mi si 
confonde come ad anima pazza - La mia testa h confusa - Comr jd 
anima impazzita. - Ivi vanno Sant'Anna, Susanna e Margherita-qut.lk' 
che sanano - Piaghe e ferite. 

Vola vola colomba - Con ci6 che porti, incanta, ammalin. - In 
porto corallo, male, per non farti danno. - Vengo (a propiziartij c<mi 
tre grumoli di sale - Per non farti male - Con tre pezzi di miuintj 
da miilino - Per non ti nuocere ora - S'^ occhio di letterato {l\{\v\ 
che ti produsse male) - Torni indietro a casa sua - Se ^ anim:i dl 
morto Dio le dia pace e conforto. - Vattene (0 male) in nomi- di 
Maria. - Con mano migliore, piu abile della mia. - Di S. Cosh] in e 
S. Damiano - (Essi han) mano piu abile meglio della mia mtiinj * 
Di S. Restituta (nomina numina) - Passi il dolore della testa* 

In questa invocazione abbiamo come nelle rune finniche il Tftiltt 
segno pronostico, ostento, il lukii la parola magica, il Katsoa fas%cinH, 
malocchio. 

11 male di punti della pleura {mda d'costd) in Monferr:iiM ,\ 
Carp)eneto d*Acqui pisioksen synUf dei Finni (vedi Comparrtti, 
opera citata, pag. 181) ricordato dal Lonnrdt il compilatoredel KaUuil;i 
in 7 lezioni diverse, e scongiurato da molti carmi popolari sardi, 

Archifrio per le trctdieioni popolari. — Vol. XXIU. J 



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50 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

A Torralba dicono: 

Nolthra Segnora e s'Assunta, 

De su latte de Maria sias unta, 

Sias unta de su latte de Maria, 

Pon^debi sa manu olthra prima de sa mia. 

Santu Gosamu e Santu Damianu, 

Chi bi p6nzana sa manu. 

Santu Lucca duttore, 

Let ogni punta, frattu, o dulore. 

A Tiesi dicono, presso a poco come Torralba: 

Ses punta e non ses punta 

De su latte de Maria sias unta. 

Santu Aulthinu autore, 

Posset punta e dulore. 

De su latte e Maria, 

Punta e dulore assuntos siana, 

A Nuoro il canto ^ piu svolto. 

Punta ti nana - Per6 non ses punta 

De su latte de Maria sias unta 

De su latte de Maria - unta siisa 

Santu Cosome Santu Damianu, 

Di la giCichene in mesu sa manu. 

Santa Lucca Duttore - Sanet punta e dulore 

Nostra Signora 6 s'assunta 

Di Sanet dulore 6 punta. 

Nostra Segnora 6 Nadale 

Custa punta ti sanet. 

Nostra Segnora 6 su Naschimentu, 

Sanet dulore e turmentu. 

Nostra Segnora e su latte 

Casta punta ti passet. 

Po nostra segnora Annunziada 

Sa punta siat leada. 

Tradtizione: Per la Madonna deirAssunzlone - Tu malattia (tu 
dolore) sia unta del latte di Maria - Voi, (Madonna) pon^teci, appll- 
cateci la mano vostra prima della mia - San Cosimo e San Damiano 
(protettori della medicina) vi mettano la loro mano - Per S. Luca Dot- 



UN LIBRO DI ESORCISMI DEL 1616 5 1 

tore - Prenda, asporti seco ogni dolore - fe da osservare che nel canto 
Pinnico sono ricordate (pag. 180) le punte, le freccie, alle quali rime- 
diasi col latte calmante miracoloso della Madonna nel canto Sardo. 

A Torralba si beffeggia il male, come per disprezzarlo. Sei punta 
e non sei punta. (Ma ad ogni modo) dal latte di Maria sia tu unta 
e domata Per Sant'Agostino autore - Passi punta e dolore - (Se spiriti 
ci sono) Dal latte di Maria punta, punta e dolore attratti, asportati, 
siano - In una runa finnica il mago dice: la tua punta k di legno, 
ma la mia b di ferro. 

A Nuoro il male h anche maggiormente personificato. Ti chiamano 
punta - Ma non sei vera punta - Del latte di Maria sii tu unta. 
San Cosimo San Damiano, te la portino via (0 infermo) nel mezzo 
della mano, come un gingillo - San Luca Dottore - Sani punta e 
dolore - Nostra Signora Assunta, dell'Assunzione, Ti (DXT) sani del 
dolore di punta. Nostra Signora di Dicembre (la Concezione), questa 
punta ti sani - Nostra Signora del nascimento (8 sett.) - Ti sani 
ogni dolore e tormento - Per nostra Signora (del latte dolce, de sti 
laite dulche presso Sassari, protettrice delle lattanti), questa punta 
ti passi. Per nostra Signora dell'Annunziata questa punta ti sia via 
portata. 

Talora non si invocano direttamente i santi ma si fanno segni 
sul male di non grave dolore come sono le enfiagioni, e le eruzioni 
cutanee : 

M^di spunzola - medi umfiadura, 
Peri su sole - p^ri sa luna 
Mentras si cantat - sa missa mazore 
Mentras si cantat - sa missa d Nedale, 
Non si nd'agiitat - nen mezus n6n tale. 
Ilde, ilde n^schidi - Ziccu, ziccu p^^chidi. 

Traduzione: Misura (circoscrivi) spugnetta, gonfia quale spugna - 
Misura enfiagione - Per (virtu delli) luna, per (virtu del) il sole - 
Mentre (per quanto) si canta, si dice nella messa grande, nella messa 
di Natale - Delia quale non si trova n^ maggiore, ne tale (uguale). 
Verde, verdognola nasce (renfiagione) - E un pochettino pasce, poi 
se ne va. 



s^ 



APCHr.:0 PEP L£ TK\r>l2)OM POfOLARI 



Sanrj Nrr. t :r. Lur.:s - SiT-tu Nr'-t m ajirts - Santu Sanado Tazis - Sontu Sa- 

:Ci -c, Santo che '.icr.e :n Lur.rJ: - Santo che \iene in Martedi 
- Santo sar.ato ravcttr Sar.to sznatc!* v »i, qucsto vento cenino, 
^jiicsta crLizionc cjtar.eai. 

Nd 1616 la Chicrsa crtr Jc dc'.itr ar.rijhec Jclic nuove superstizioni, 
ci'mpiaorr.tc e passi*. a mantcnitr.Ccr d: trsse pvr i^noranza e per lucro, 
5* mostrava craJcie oc'i crctici inJem»niati vo!'»ntarii a suo parere, 
It t'>rmcntava e li abbruciava distruj^cnJo ncKu spiritato lo spirito 
ma:igno. Pertinu il pjterc* ^iuiiziari", c«»me si sc^r^e nei processi delle 
strt^'he e dcj:'.i unturi usjva la t«»riura, W cavalletto, tormentava i 
dt^tt-nuli cui!e b U'ie dt-Iia lnquisizi«jne, li mandava a morte purgati 
con tfncrr;:ichtr pur;^he. sbarbati, tosati e se d«-»nne cnl e treccie tagliate. 

* Gli Eccltrsiastici, dice 11 BcrlKHaver hanno facolta (e qui si torna 
aH'antico conccrtto del ma^j.,: del medico e del sacerdote uniti folklo 
ricamente in una s -la p-rsi»na. di s:a::iare ^li spiriti ed i malefici 
con acqua santa, o»n a^nus-dci, con reliquie sante et altre giovevoli 
Oise costumate da Santa Madre Chicsa, cun di>:iuni, astinenze, con- 
ftssione, comuninne *. 

La dieta e certaraente granJe ri medio per i mali ner\'osi, par- 
Irndo dal concetto prcistoricu, che Tuomo non ha neH'anima una 
c*^i?»tcnza separata dal c<»rp<3. 

LVsorcismo di S. Marti no, e p<»rtat') da^li antichi messali per 
W malattie nervose o spiriti jhe piu ^iravi. Bisognava digiunare 40 
;:;■ rni, 5 dci quali a s<>Io pane ed acqua gli altri 35 a pane, lardo, e 
vino: non ubbriacarsi, non man;ziare tinja ne anguilla ne vederla 
ii:ciJere, non guardare morti ; la\ar>i st^mpre in acqua santa, bere 
ansenzio specialmente il 40*' giorno, fmo a vomitare. 

Per le malattie meno gravi lo zolfo che cogli occhi e col naso 
tf uol respirare fa zuffa, il grave«jlente odore della ruta, lo.spirituale 
odore deirincenso e della mirra, sono rimedi piu convenienti. 

VenenJo poi al concetto meno preistorico della separazione del- 
Timima dal corpo, nato dall'idea dello sdoppiamento della persona 
Oallo spirito durante i sogni, le epilessie, I'estasi, la pazzia, fenomeni 



I 



i"v usstyzi E>:»?>zs*. ne^ -r* 






54 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Passabilu in custa ferta 
Passabilu in cussa carre aberta 
Passabilu pianu pianu 
Passabilu chi torret sanu. 

Traduzione: i. Corda (nervo) cavalcata, attorta, cavalcata corda - 
Senza pelo filata (si fabbricano in Sardegna corde di lana, fortissime) 
filata senza pelo - Da pelo in pelo (da nervetto in nervetto) da vena 
in vena - Papi e Cardinali ritornino vene, nervi, all'antico loro posto - 
Coi nervi ritorni tutto come prima - Rimettano a iX)sto queste corde, 
papi e cardinali. 

2. San Martino and6 a caccia - Tre pani, tre cani si pigli6 seco - 
Mentre era per saltare un fosso - Inciampo, si scontr6 in Dio : Martino, 
Martino mio - Pigliati Tolio sevo (ozu irmanu-oglio di legno, cio^ di 
olivo: ozu 'e hacca olio di vacca-burro) passalo sopra questa ferita, 
distorsione - Passalo in questa carne aperta - Passalo pianino piano - 
Passalo in modo che il male torni sano. 

Un canto finnico, ripetuto in altro estone, ricordato da un terzo 
germanico dice, che G. Cristo ad un cavallo che si era lussato una 
gamba diede ordine di guarire, unendosi la carne alia carne, il nervo 
al nervo, la vena alia vena, I'osso aH'osso. 

k di uso ricorrente anche neirindia, citato nell'Atharvaveda 
(vedi Compareti, op. citata, pag. 169). Egli nota che il tieidjd, il 
mago, il medico, il sapiente dei Finni si volge alia cosa, al male a 
cui rincantesimo b diretto, prega, comanda, spaventa, minaccia, 
scaccia, bandis:e (pag. 23). Nh diversamente secondo il BelPHaver 
fa il sapiente esorcizzatore cnstiano : « Getta ingiurie al demonio, le 
quali esso dimonio con animo iniquo sopporta, come fatto in suo 
dispregio e vergogna, costringendolo, adiurandolo, anatemizzandolo. 
L'esorcista spiegara il vessillo del Crocifisso, far^ aspersione di 
acqua santa, percotera lo indemoniato colla stola, gli imporra la mano 
sul capo, gli mettera le dita sacre sotto le narici ». 

Cando pdnene oju quando gettano addosso, pongono addosso 
il malocchio, dice il maliardo di Siligo in Sardegna: 

A iniie nch'andas mandrdnia e imbidia 
A inguJlire sos ojos de criaduras ? 



UN LiBRO Dl ESORCISMI DEL 1616 



'^r^^"^^^^^*V"T' 



55 



Sos ojos de sas criaduras nonlismalthrattes 

Chi 'u babbu ei sa mama 

Meda si nde acc6rana. 

Bae letthra bAe - Bettadiche in mare 

E consiimadi che pedra 'e sale 

Inliimene'esu Babbu, Fizu, e Ipiritu santu 

Bettadiche in mare - Ca ti lu curoandu. 

Tradiieione: E dove vai poltroneria, vigliaccheria e invidia - 
A inghiottire, assorbire gli occhi delle creature crbtiane? GU <Kchi 
dei cristiani non li devi maltrattare - Perche il babbo ^ la madre 
loro molto se ne accorano - Vattene, lesta, va - e pt^ttati in mare 
(gli spirit! immondi da G. Cristo furono mandati iidJosso :id un 
branco di majali che si buttarono in mare) - E consumati, sciogliti, 
come awiene di un grumolo di sale neH'acqua - In nome del Padre, 
del Figlio, dello Spirito Santo - Gettati in mare che te lo comaiido. 

11 Beir Haver non da tregua al povero spirito cattivo ^ mette le 
dita sacre sotto le narici deirindemoniato efficaci dita ; p^rch^ i diavoli 
non possono sopportare il tremendo odore dell'Eucarestia celebrata 
sull'altare ». 

Poi comanda al demonio di partirsi « dal corpo, dal Cfr\*elIo, 
dal polmone, dalla milza, dal fegato, dal cuore, dal ventncolo, dallo 
stomaco, dalle gambe, dalle ginocchia, dai piedi. dai capelli, daj^li 
occhi, dagli orecchi, dalle narici, dalla bocca, dal callo, dafle uni^hie^ 
dalle vene, dai nervi, dai muscoli, dalle ossa, dalle arterie, dai quattro 
umori, cio& sangue, colera, flemma, melanconia <^ secondo it ritunle 
di Santa Madre Chiesa, cio^ secondo Tesorcismo formaie ^ ultima 
ratio regum (e non secondo la semplice forma dello scongiuro). 

E gli spiriti che occupano « tutte queste parti » escono partendosi 
etiandio per I'alveo posteriore! » 

Tuttavia awiene che lo spiritato non guarisca, u perche, cume 
osservano San Tomaso e San Bonaventura, il male e Incurabile 
« perchfe cos\ k la volonta di Dio, perch^ i parenti privi d'intelletto 
ricorrono spesso a sortilegi et rimedi vani mescolando in essi il nome 
di Gesu Cristo con quelli del Demonio ». 

Vi credevano per disperazione, perch^ nessun rimedio si ritlene 
atto a guarire un solo male, ma altri ne sono su^geriti dalla spe- 



56 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ranza che non abbandona i parent! e lo stesso ammalato finch^ non 
sia morto. 

In Sardegna questi mail incurabili sono detti males de sti ocru 
fasUzuede a'aera mala; mail dell'occhio molestatore, del malocchio, 
del fascino, e deiraria o dello spirito cattivo. 

Lo incantano in prosa ed in poesia. 

In prosa a Nuoro dicono: 

Santu Bantine (o Gantine), Re Imperadore ispargat custu ocru fastizu ei s'dera 
mala in custa came battizzada e cresimada in ICimene de Santu lubanne Battista. 

Deu meu, comente dst beru et beritade chi a su Fizu bostru ^zis d^u sa cadira 
de oro pro benfeighere su mare, chin sos d6ichi apostolos gai siat beru et beritate 
de isparghere custu ocru fastizu ei s'aera mala, in custa carre baltezzada e 
cresimada in lumene e Santu Giubanne Battista. 

Traduzione: San Costantino, Re Imperatore, distrugga questo 
malocchio e questo spirito cattivo in questa came battezzata e cre- 
simata in nortie di S. Giovanni Battista - Dio mio come k vero e 
verit^ che al figlio vostro avete dato il trono d'oro per benedire il 
mare coi dodici apostoli, cos^ sia vero e verity che egli distrugga 
questo malocchio e questo spirito maligno in carne battezzata e cre- 
simata in nome di S. Giovanni Battista. 

Questi scongiuri in prosa ricordano quelli dei Russi citati dal 
Comparetti nel classico suo lavoro intorno al Kalevala « Pristani 
Gospodi dobrumu sdtnu dielu Sviaty Petr i Pavel » (assisti o Signore 
a questa opera buona, San Pietro e Paolo, ejc). 

Quelli in verso, nelle tre variant!, ripetono presso a poco le stesse 
ide6 e superstizioni. 
A Siniscola: 

Prima po Deu e po nostra Segnora, 
Su Babbu Eternu ei sos santos*e chelu. 
Santu G6same Santu Damianu, 
Issos bi p6nzana sa manu. 
Santu Brotu, Gavinu, Zoniare, 
Issos curene donzi male. 
Santu Austinu autore 
Let s'ocru, sa Aera mala, calesisia dolore 
Santu Austinu un-det leare 
S'dera mala, donzi dulore e male. 






UN LIBRO DI ESORCISMI DEL 1616 57 



A Nuoro : 



Bacca mea, bacca bona. P6ite miiilas sola? 

Mdilas e ad itdu? Ti bdina s'dmine reu 

E ti nche leada 

S^mbene 'e coro - Silmbene 'e mente. 

Ndula h Deu - chi isparghet sas venas 

Sas venas ei sas funtanas 

Ispilrgat cust'ocru fastizu - ei s'iera mala. 

In custa carre battizzada - e carre cresimada. 

In fumene Santu lubanne - sa ndula siat leadu. 

A Nuoro, Orune, Bitti, ecc. 

D^us ei sas oras bonas - Ei su sole voras 
Bos Maria giamada - Po fizu bostru cara 
Cara po fizu bostra - E po sos santos tottu 
Santos prtchene sa ruche - A dare su mundu luche 
De SOS chi suntinproffundu- Dare luche a su mundu 
Ei tottu sol colondros - Sol colondros 'e su chelu 
Maria ei s'angh^lu - Su fizu ei su D^us 
Su D6u padre - Comente est beru beritade 
Sa die Pasca Minore - E de su Santu Ist^vene 
G^i siat beru e beridade - De isparghere 
Custu ocru fastizu - Custa aera mala, 
In custa carre - Battizzada e cresimada. 
In lumene de - Santu lubanne Battista 
Tdrrachelu, torra - Su simbene a petorra 
Tdrranchelu vile - Su s^mbene a gatile 
Torra, torranchdddu - Su s^mbene a cherbeddu 
Torranchelu maccu - Su s^mbene a su brazzu 
T6rranchelu moro - Su sAmbene a su coro. 

Tradwsione: (Ti scongiuro o male) prima per Dio e per Nostra 
Signora - Poi pel Padre Eterno e per tutti i Santi del Cielo - San 
Cosimo e San Damiano - Essi c\ p6ngano la mano - San Proto - San 
Gabino Gavino, San lanuario (I Santi patroni della Provincia di 
Sassari, venerati a Porto Torres) Essi curino qualunque male, spirito 
chetu sia - Sant'Agostino autore - Tolga il fascino, lo spirito cattivo, 
qualunque dolore - Sant'Agostino deve portar via - Lo spirito cattivo 
ogni dolore e male. 

Arekiffio per U tradiMioni popolari. — Vol. XXIU. 8 



58 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Vacca mia (anima cristiana) vacca buona - Perch^ mugghi sola, 
senza aiuto? - E mugghi perch^? - Ti rapisce, ti domina ruomo reo - 
E tt porta via - Sangue dal cuore, sangue dalla mente ti tormenta 
neiranima e nel corpo - O nebbia, o spirito, o vento sei dipendente 
da Dio - E^'li che distrugge le vene d'acqua, le fontane - Distrugga 
questo maledetto fascino, questo spirito, questo vento od aria cattiva - 
In questa came battezzata che ha rinunziato a! diavolo, cresimata, 
che & stata confermata nelia rinunzia a lui - In nome di S. Giovanni - 
La nebbia, lo spirito siano portati via. 

Viva Dio e le ore buone - E il sole venga fuori - [Exsurgat Deus 
fugite partes adversae]. 

Per voi Maria, chiamata cara - Cara pel figlio vostro - Per 
i Santi tutti insieme invocati - Pei Santi che preghino la croce - 
Per dare al mondo luce - luce che domina su quelli che sono diavoli 
nel profondo - E da luce e forza al mondo - Per tutte le colonne 
sulie quail poggia il mondo. Per tutte le colonne sulle quali 
poggia il cielo - Per Maria e per Tangelo che le annunzi5 - Per 
il figlio di Dio - per Dio padre - Come h vero e verita - Che egli 
^ nato nella Pasqua piccola di Natale - E di Santo Stefano - Cosl 
sia vero e verita - Che egli distrugga, questo malocchio, questo malo 
spirits - In questa carne battezzata e cresimata - In nome di S. Gio- 
vanni Battista. Rit6rnaglielo, ritorna - II sangue la forza al petto, ai 
polmoni - Rit6rnaglielo vile il sangue al collo, alia coI15tola al capo - 
Ritirnaglieio, ritornaglielo il sangue al cervello - Tornaglielo, o 
stupido, il sangue al braccio - Rit6rnaglielo, o moro, o crudele, il 
sangue al cuore. 

Come ha notato il Comparetti {Kalevala ecc. pag. 138) molte 
forniule magiche dei Finni sono apostrofi. « Di dove malanno sei 
qui giunto, ti sei intruso, o morbo f>ervcrso.^ Ti sei appiccato alia 
pelle del miserello, del figlio di mamma? ». 

E qui nel belvu verba sardo b detto: ti comando, restituisci 
la salute al miserello; come in altro carme sardo citato ^ detto : B^t- 
tadiche in mare chi ti lu cumandu - gettati in mare che te lo impongo, 
come dice il tietaja finno: mene-tuonne-Kunne Kasken - vai cola 
dove ti mando. 



I 



mnn^^^^^mg^^m 



UN UBR0 Dl ESORCISMI DEL l^^^ 5c) 

II Bell 'aver accenna alPipnotisino che esorcizz:mte ed esi>rcizzau^, 
suggestionandosi a \icenda veni\"ano a patire dalhi nioltipIiciiA Jet 
dolori e delle diverse parti del corpx) addolorato, ed alia consej^iK^nte 
credenza che lo spirito cattivo, o gli spiriti tossero in di\*ersi ed in 
diverse parti del corpo. «Si dee ricercare, et domandare se st no in 
molti, o se ^ uno, interrogando per quale causa et \ia et qiunJi* 
siano entrati et quando et per cui debbano essere discacciati eiquali 
parole piii loro crucino et cose simili et permette quando \iene asta^lto 
cogli essorcismi di dovere uscire, il giomo et data per fare ciie si 
finisca Tofficio ». II che oggi giorno si direbbe av-xenire px?r ipnotismo 
e per suggestione, mentre allora, e nel volgo, anche o^iiidl eni artri* 
buito al demonio. « Le donne, osservav-a TAutore, sono tropjx) j\ide 
et ansiose et facili a prestar fede ad ogni cosa e appena sc(*rgoni> 
storcimento di membri o segni d'umore matricali e melanconici subito 
pensano che siano spiriti, imprimendo cid nella fantasia ana* thgii 
aUri di casa^. 

Oggidl nei manicomi comuni, musica e canto, e lavori di giur- 
dinaggio, e passeggiate all'aperto, e la idroterapia e consigli di medici 
gravi ed autorevoli riescono a curare efficacemente, se non a guar) re 
per intero i nevrotici^ e gli squilibrati. 

Nei manicomi criminali, se i pazienti sono guardati con m inure 
affetto, sono certamente curati con eguale cura. II diavolo non # piii 
cercato dentro il loro corpx), ma nelle tradizioni della loro fanii^lia, 
nelle patite malattie di tifo, nelle percosse ricevute nel capo, no^ll 
spaventi patiti, nelle cause molteplici che deturpano la psicho, v rmi- 
dono minore la responsabflita degli atti. 

La separazione della medicina dal sacerdozio ^ ammessa dalla 
stessa Chiesa: gli esorcismi consacrati nei messali rimangono quale 
documento storico di un tempo ormai passato. 

La diagnosi delle malattie nervose nonpotrebbe essere mcj^Iio 
descritta di quello che il BeirHaver fa nel suo libro. « Gli indcmo- 
niati egli scrive, portati innanzi agli essorcisti ricevono noja dalle 
parole sacre » come del resto i matti la ricevono anche dalle pnrnlL* 
non sacre, e da tutti i rumori che arrecano dolore agli amniMlnii; 
senza aggiungere col BeirHaver «che gli spiriti hanno in tanto odiu 



6o ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPoLARI 

le parole sacre che fuggono innanzi Tessorcista, o fingonsi pazzi, e 
ricusano di parlare )►. k strano poi che il Bell'Haver si da I'aria di 
uomo pratico, e nemico delle superstizioni dando sulla voce a coloro 
che asserivano essere latino, o greco il linguaggio parlato dal demonio. 

« lo non so d'haver mai sentito il demonio parlare latino, nh 
meno usare aitri linguaggi (i sardi dicono : fa^ddana in limha miacia 
muredda parlano in lingua di gergo con parole miste di arabo o moro) 
se forse alcune volte con qualche malo fine non havessono formate 
parole mozze et senza senso o scurrili per far perdere la divozione. 
Allora il piu sicuro remedio h di imporgli silenzio {caglia maleittu, 
taci maledetto - dicono in Sardegna) ». Povero buon senso, faceva ca- 
ceva capolino anche allora! 

LMdea di un essere incorporeo di natura demonica che accompagna 
in ogni cosa e vi presiede, e vi domina, genius loci, genius fluminis, 
aut montis, si applica pure all'uomo. I Finni lo chiamano, come dice 
il Comparetti (pag. 114) haltiay e ogni popolo gli da un nome speciale. 
II povero Tasso era talmente persuaso di avere il suo haltia che 
pregava il grande inquisitore di levarglielo di torno. BeirHaver lo 
constata: « Alcuni sono soliti avere talmente la impressione fissadi 
essere ispiritati, nata per avventura da travagli, humori malinconici 
che con gran difficolta si pu6 levare dalla mente loro ». 

Chiunque ha visitato i pietosi ricoveri dei pazzi, ha potuto essere 
informato da quanti e quanti esseri demonici si credano posseduti 
gli infelici abitatori di quel luoghi. 

II pio esorcizzatore avvertiva per6 i suoi colleghi di stare in guardia 
dalle indemoniate giovani et belle, « Mostrasi bene sf)esso trovandosi 
nel corpo di qualche giovane che il Sacerdote la tocchi acci6 ne 
segua delettazione et pensieri carnali, epper6 bisogna che il Sacerdote 
sia cogli occhi e col gesto casto e pudico ». Adelante Pedro cun 
juicio, et cuidado con las muheres! 



UN LIBRO Dl ESORCISMI DEL 1616 61 



4. Malefid, malefidati, magia. 

L'indemoniato era, per i tempi del BeirHaver, ruomo tormentato 
a uno o piu spirit! per volonta di Dio ; al maleficiato invece recavan 
danno gli uomini per mezzo del demonio per opere diaboliche, 
credute tali, doppia suggestione perch^ Tagente ed il paziente crede- 
vano nel medesimo errore. 

La chiesa, erede delle credenze antiche combatteva il maleficio 
quale arrogazione di potere divino. II BeirHaver si faceva forte delle 
parole del Levitico: interficiam animam quo declinaverit ad magos 
et fomicata cum eis fuerit, e sentenziava colle parole delPEsodo: 
malefico non patieris vivere. E cita il fatto di una donna (ventriloqua) 
sanese la quale faceva parlare un cane nero (suggestione del colore) 
con voci quasi umane, quindi il Governatore di Roma et il papa la 
fecero abbruggiare col cane. « Non hanno i demon! polmone, n^ 
lingua, n^ denti, egl! osservava, ma per essere eglino di molta intel- 
ligentia, et il concetto della mente ispiegare volendo non lo esprimono 
colle voci, ma con alcuni suoni che le rassembrano. Et anco-si ser- 
vono deiraria non gia respirata et attratta come negli huomini ma 
rinchiusa et serrata nell'assunto corpo, quale percuoteno et artico- 
latamente poi sino alle orecchie dell'uditore mandano suoni ». 
Dante avrebbe potuto dire: 

Che dove I'argomento della mente 
S'aggiunge al mal volere ed alia possa 
Nessun riparo vi pu6 far la gente. 

Lo stesso potere giudiziario credeva ne! malefic!, e quindi i 
presunti re! prima d'essere sottoposti alia tortura, od alle interrogazioni 
erano purgati, rasati nella barba, nei capelli, spogliati degl! abitini, 
delle medaglie che tenevano al collo, benedetti e ribenedetti da! sa- 
cerdoti. « La beneditione della Chiesa, con modi efficaci scritti nei 
libri approvati sopra I'oglio benedetto, col mezzo delle untioni mani- 
festa il maleficio giovando Poglio al vomito et alia evacuatione di fat- 
ture occulte e ad altri mal! incogniti, poich^ il modo per fatture et 



62 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

malle si rende piu difficile, anzi talhora quasi incurabile. Fatture 
che accendono alle libidini con cibi et beveraggi et erbe, et nodi et 
parole magiche ». 

Nel canto XX deir Inferno, Dante ricorda 

le triste che lasciaron Tago 

La spola e il fuso e fecersi indovine 
Fecer malie con erbe e con imago. 

E Tanonimo commentatore fiorentino spiega « Puossi fare malte 
p)er virtu di certe erbe e mediante alcune parole, o per immagine di 
cera od altro, fatte in certi punti e per certo modo che, tenendo 
queste immagini al fuoco, o ficcando loro spilletti nel capo, cosl pare 
che senta colui a cui immagine elle son fatte, come la immagine 
che si strugga al fuoco. 

La scrittura, questo accordo di segni convenzionali rappresen- 
tanti visibilmente il vocabolo, domina Tocchio e Torecchio, dai piil 
remoti secoli. Nel Ramajana Indragit incanta con iscrizioni, i dardi, 
Tarco la spada di Rama: neir^dda, Brunilde scolpisce sulla spada 
dell'eroe Sigurdi misteriosi caratteri portanti sempre vittoria : parlare 
(in ebraico), vale scrivere e governare. Perch^ come osserva S. Ago- 
stino, la parola sussiste ancora dentro Tuomo medesimo, dopx) che 
egli rhaletta, od k passato il suono esterisre uscito dalla sua bocca. 
Ed ^ vero. Invano Cicerone soggiunge: e che? sei tu costretto a 
credere ai suoni? Comunque essi si giovino, di sentenze, di ritmi^ 
di canti tu non devi riconoscere in essi alcun potere {De divinatione). 
L'uomo questo potere piu lo sente, quanto meno pensa : maledizioni 
e benedizioni sono di parole eppure grandissima azione esercitano 
presso qualunque popolo. 

Una dente morale 

Boco a perilulas iscrittas. 

(Un dente molare. Estraggo con parole scritte, con breve scritto, 
dicono in Sardegna). 

In Sardegna dicono ed io traduco: 

A Siligo quando le donne si fanno le treccie, i capelli che restano 
nel pettine li ripongono e conservano in un luogo (ad esse noto) 
perch^ non li veda, (per non lasciarli vedere) nessuno. Imperocchfe 



UN UBRO DI ESORCISMI DEL 1616 63 

credono che coi capelli la gente magiaria fattucchiera faccia qualche 
magia in danno di esse donne, bench^ le padrone (nel riporre i capelli) 
dei capelli ci facciano sopra il segno della croce. Dope che sono 
morte va a quel luogo dove hanno nascosto e custodito i capelli 
qualche persona da esse morte inviata e li ritira, e in questo mode 
credono che sono salve (d'essere salve) da ogni diabolica magk. Se 
le morte avevano figlie o altre persone fidate, lor fanno sapere, 
prima di morire dove hanno nascosto i capelli proprii e lor danno la 
raccomandazione che dopo che muoiono (quando saranno morte) 
prendano tutti quel capelli e li pongano nella loro cassa mortuaria. 
A Siniscola se uno non pu6 (stenta a) morire, si fan chiamare 
coloro che egli aveva in odio per perdonare ad essi, oppure gli pon- 
gono un giogo di buoi sotto la nuca, o chiamano i preti che ven- 
gano a levar loro lo scapolare, se lo porta, oppure i brevi, le carte 
scritte che {X)rti il malato sopra la persona. 

Ripetendo ci6 che diceva jxkto addietro il commentatore di 
Dante: « Maleficio, scrive BelPHaver, k quando si da a mangiare 
bere alcuna cosa ordinata a male, si unge con qualche oglio li- 
quore composto per opera diabolica, od istrumento maleficiante fabbri- 
cando figure ove un tale ficcher^ un ago od altra cosa in quella parte 
dove desidera alcun suo inimico e con la invocatione del dimonio fa 
fare un segno che corrisponda a quel membro del corjx) quale intende 
danneggiare nella figura ascosa. Et s'^ osservato che non cessa il 
dolore fino a che non si leva il segno neirimmagine ». 

« E uno ispiritato narr6 che un uomo era stato stregato con una 
torta legata con filo in tre groppi e altrettante pille di piombo et una 
carta che conteneva la natura di una signora con le lettere del nome 
di lui et di lei insieme, et che doveva stare tre giorni a sclogliersi ». 

La magk dei vultus in Francia nel secolo XVII (i tempi di 
Luigi XIV delle dragonnadesy delle stragi dei Protestant! delle Ce- 
venne « che non credean nel suo confessor » dice Carducci) era co- 
munissima. Clero e nobilta prepotenti, quindi Tera delle superstizioni 
e delle streghe, Tera del rogo di Giordano Bruno! 

1 selvaggi del Gran chaco non volevano dal Mantegazza essere 
fotografati perch^ tenevano magk nella fotografia, n^ voile mai essere 



6^ ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

fotografato Ras Alula, nh cedere ciocche de' suoi capelli f)erch^ te- 
meva di ricever danno invisibile nella persona. A Carpeneto d'Acqui 
una mgazza che sapeva il suo fidanzato soldato, sposo ad una ra- 
ga2za siciliana, tent6 di distaccarlo dalla rivale col forare con uno spillo 
che aveva toccato un morto, gli occhi, e la bocca del ritratto che 
aveva del suo promesso, affinch^ lo sleale tornasse all'antico amore. 

« Accendono alle libidini (i demonii) e tirano alle voglie proprie 
con certe misure et com position! fatte di foglie, herbe, et radici et 
metal li, pietre, membri di uccelli pesci o serpenti, Li maleficiati so- 
gliono talora vomitare chiodi, capelli, pietre et altre somiglianti che 
vengono dal Demonio realmente et con maniera invisibile fabbricate». 
I Sardi combattono queste fattucchierie con sas rezettas. 

Le TBs^ettas sono pezzettini di nastro nero, larghi come un lo 
centesimi, cucitl alKingiro, e vi mettono (dentro) le erbe segnate, 
verbasco, la Valeriana (erba dei gatti perch^ li ubbriaca) tre pietrine, 
grumoli di sale, e le legano al collo colla cordonera, oppure le cuciono 
sulle spalle, e ai bambini le appiccano-attaccano al corpetto, al farsetto 
sulle spalle. Si dice che nell'ultima notte dell'anno, la Morte esce in 
giro per col pi re carfare (F X P) tutta la gente che deve morire entro 
I'anno. Affinch^ la Morte non entri in casa, usano di porre sopra la 
soglia rezzettas od una paletta di cenere. La morte si ferma a contare 
le rezzettas od i grani di cenere, e non entra in casa. All'ora delje 
galline (puddas) bisogna ritirarsi, perch^ se no non ^ piu ora, si fa 
tardi. Camminano allora per la terra i morti, si fanno vedere in corpo 
di serpi colftras (coluber), parlano, e comunicano la gente, e chi si 
lascia comunicare^ muore nell'anno. 

W cuito dei morti, degli antenati, che ^ diffusissimo nella Cina, 
nella Sardegna ha lasciato molte traccie. Molti del popolo usano ta- 
tuaggi {gia vietati agli Ebrei) di famiglia, chiamati sas pungas, da 
piiughere, pungere incidere. Fdgher pungas, significa per5 fare malie 
in |2:enerej per ottenere guarigioni, per avere fortuna, trovare tesori, 
com porre amuleti, flltri, atti a guarire tutte le malattie delle quarte 
pagine dei giornali, per far comparire gli spiriti dei morti. Lepungas 
mostrano perb che dal culto delle forze naturali i popoli passarono al 
monoteismo, perch^ tutte sono in relazione col credenze cristiane. 



UN LIBRO DI ESORCISMI DEL 1616 65 

Per avere fortuna per ritrovare tesorl in Sardegna invocano San 
Silvestro e S. Basilio, il Silvanus Deus preromano, il Re dei Tesori 
precristiano, perchi i metalli, I tesori sono soltanto dentro il suolo. 

Santu Silvestru donnu - Ml benzat i-ssu sonnu 
Mi n^lzet cosas de piaghere - E cosas de alligria 
De cantu appo a passare - Issa vida mia 
Santu Basile donnu - Benldemi 1-ssu sonnu. 
Issu sonnu mi bennides - E diitemi a ischire 
Su ch'appo de patire - Su ch'appo de passare. 
Si mi cojuo in cust'annu - S'ido s'amoradu, 
E tottu canto custu - Issonnu mi narr&des. 
Fogu ardente - Banca apparizzada, 
Sa fortuna mia - Siat dicliiarada. 

Tradusione : San Silvestro Signore, padrone {domnul dei Rumeni) 
Mi venga nel sonno - Mi dica cose di piacere - E cose di allegria - 
Mi informi di quanto ho da passare - Nella vita mia. Santo Basilio 
(dicono anche Santu 'Asile) Signore Venitemi nel sonno - In sonno 
mi venite - E datemi fatemi sapere - Ci6 che soffrir6 - Ci5 che pas- 
ser6 - Se mi coniugo in quest'anno - Se vedo Tamante - E tutto 
quanto questo - Nel sonno ditemi - Fuoco ardente - Tavola appa- 
recchiata - La fortuna mia sia dichiarata. 

San Silvestro h uno dei Santi ricordati nei carmi incantatorii dei 
Calabresi e degli Abbruzzesi. 

11 BeirHaver asseriva che Tanima di qualche maleficiato pu6 
uscire dal corpo, andare allMnferno od al purgatorio, mentre un de- 
mone od un angelo invocati, animavano il vedovo corpo ed agivano 
come da padroni veri, e non da inquilini. Questa superstizione che 
si riferisce anche all'aitra della trasmigrazione di uno spirito [che ha 
gia vissuto in un corpo] ad altro corpo, h comunissima. 

Dice Virgilio nel IX dell'Inferno : 

Ver ^ clie altra fiaba quaggiCi fui, 

Congiurato da quella Eritton cruda 

Clie ricliiamava I'ombre ai corpi sui 

Di poco era di me la came nuda 

Che ella mi fece entrare dentro a quel muro 

Per trame uno spirito del cerchio di Giuda. 

Arehivio per le trcuiiBioni popolari. — Vol. XXUI. 9 



66 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Virgilio era stato insomma un anima ostaggio, che era tornata 
nel mondo perch^ costretta lasciando altri in sua vece nel Limbo. 
Frate Alberigo nel XXXIII dell'lnferno dice a Dante: 

Come il mio cDrpo stea 
Nel monJo su nulla scienza porto. 
Cotal vantaggio ha questa Toloraea, 
Che spesse volte Tanima ci cade, 
Innanzi che Atrop6s mossa le dea. 

il corpo suo r^ tolto 

Da un dimonb che poscia il govema 
Mentre che i\ tempo suo tutto sia volto. 

E qui si ricorda Branca Doria che b gia allMnferno, prima 
della morte, e ancora man^ia e beve e veste panni. 

La epilepsia, le convulsioni, il delirio spiegano, Topinione comune 
ricordata dal BelKHaver. In Sardegna usanoquesto scongiuro da J^rtfon 
cruffa cristianizzata, Vanno in chiesa invocano il morto, gli ordi- 
nano di mettere il suo piede sinistro sopra il destro del vivo. 
\\ morto compare, ed ecco il dialogo col vivo; 

M-ite bies (die cof^a vedi) - V. Nudda (nulla) - M. Mirabene (guarda bene) 
V. M'& passadu una cosa fritta a subra su pe (m*6 passato una cosa fredda sopra 
11 piesie) - M. Cussii so eo [ttuesta son io) - B^ni megus (vieni meco). E poscia 
vanno dove vogliono. 

La stessa Divina Commedia non e che. una visione. II buon 
popolo di Verona (che vedeva Dante nella Corte di Can grande) 
nel coiorito fosco, e nel vi.so delPAlighieri che pareva essere stato 
troppo accarez^^ato dal sole, aveva la certezza che il poeta andasse 
all'inferno e tornasse a sua posta. 

Sono stato all 'inferno e son tomato, 
Misericordial la gente che c'era. 

dice un canto popolare toscano della Raccolta del Tigri. 

Cili amuleti, i brevi (chiamati in Sardegna: le carte scritte: sos 
pabilos wcritios, oppuresas peraulas iscriiias) mes^i in ridicolo da 
Franco Sacchetti, fan parte di quelParmamentario minore col quale 
venivano aiutati gli scongiuri e gli esorcismi. 

Gli amuleti sono senza iscrizione. 



'^mm 



UN LIBRO DI ESORCISMI DEL 1616 67 

In alcuni paesi della Provincia di Parma i contadini mettono al 
collo dei loro bambini un pezzetto di giada nefritica — attaccata ad 
un cordoncino bianco ed azzurro — e chiamata la preda dla paura, 
la pietra contro la paura. 

In Sardegna, alio stesso scopo mettono una conchiglia univalva, 
detta ivi sdrigM, la quale si trova, e raramente, nei vecchi Nuraghi : 
mettono pure un ciuffo di peli di volpe, una zanna di cinghiale (su 
sirbone, su porcabru) un fiocco di lana rossa (iresione dei Greci) 
uno scarabeo in bronzo, proveniente forse dalla necropoli della egi- 
ziana Tharros. 

Oltre la croce, in metallo, in corallo, in osso, al collo di un 
vecchio della Provincia di Sassari (non mi ha voluto dire di qual 
p)aese) ho vista un disco d'argento che inchiudeva due triangoli, i 
quali portavano iscritto Tuno il numero 8 e Taltro il numero 9. 
II vecchio chiamava quel disco: sa contramazinay la contro- 
malia. 

Nel Monferrato non usano porre amuleti al collo dei fanciulli, 
ma agnus-dei, e scapulari, e brevi. Generalmente ^ il breve di San 
Francesco che si porta dai fanciulli (notissimo e diffusissimo per 
tutta Italia) chiuso in uno scapolare del medesimo santo. 

Riassumendo le osservazioni fatte ed occasionate dalla lettura 
del libro del BelPHaver, si conclude che la medicina ed il sacerdozio, 
originati ambedue da una sola credenza, quella dei morti, sono oramai 
separati e distinti. 

La vita, come osserva Herbert Spencer, ^ un adattamento ma- 
teriale e spirituale aH'ambiente per le nazioni e per gli individui. La 
Chiesa si ^ arresa molto piu lentamente della medicina alia vittoria 
della osservazione, perch^ il Sacerdozio latino — in generale — fino 
ai giorni nostri — non ha studiato. — Ora perduto irremissibilmente 
il Potere Temporale, il Clero si trova in condizione di sentire le pa- 
role di Gesu Cristo rammentate dal Capo VIl del Vangelo di San 
Marco. La vita, come osserva lo Spencer, b un adattamento materiale 
e spirituale aH'ambiente, nelle nazioni e negli individui, e la Chiesa 
s'^ dovuta acconciare a tale adattamento. Una gran prova ce ne da 
nella rinnegazione, o almeno nella ufficiale dimenticanza degli scon- 



68 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

giuri e degli esorcismi, lasciati da parte anche quando la ignoranza 
li richiederebbe. 

L'errore delia cacciata del male con mezzi soldateschi, preisto- 
rici, dal corpo umanOj si ^ trasformato, ma non fe' morto. C'^ ancora 
la credent nei medium, nelle tavole parlanti, nei rimedi ciarlata- 
nescameiite piibhiicati sulta quarta pagina del giornali. L'uomo ha 
bisagno di jlkidersi, e quindi ben diceva Lopez De Vega: 

lo mas bien es pequeno, 

Y toda la vita es saeflo, 

Y las su&ms, suenas son. 

Cunefff // Giugno 1^04, 

G. Fbrraro. 



LEGGENDE, NOVELLE E FIABE PIEMONTESI 



I. Bel porno e bella scorza. '^ 

Cera una volta un padre che aveva due figliuole. Dovendo e^^li 
intraprendere un viaggio, disse alle figliuole: Che volete cfie io vi 
porti ? La prima disse : « Io voglio un porno » ; e la secondn disse ; 
« Io non voglio nulla ». II padre parti, e tanto cerc6 flnch^ gli 
venne fatto di trovare quel fX)mo, e Io port5 alia sua fi^liuoki; la 
quale, contenta, alia fine del pranzo Io niangi6 e ne diede la scorza 
alia sorella. 

Dopo molti anni si maritarono tutte e due, ed a tutte e due 
nacque un bel bambino; al quale la prima pose nome Bel porno, 
e la seconda Bella scorza. Quando furono cresciuti Bel porno iana- 
moratosi della figlia del re, andava spesso a vederla. 

Un giorno, guastatasi la linea della ferrovia, non poteva andaria 
a vedere se non percorrendo la strada in vettura. Allora disse a Bella 
scorza d'andarlq ad accompagnare. 

Bella scorza attacc6 il cavallo alia sua vettura e tLitti due si 
incamminarono. Giunti ad un bel luogo ombroso si fermarono, Bel 
pomo s'addorment6 e Bella scorza stette a far la guardia. Di II a 
poco venne un uccellino il quale disse : « Guarda , Bella scorza , la 
strada per la quale dovrai passare ^ piena di millepericoli: prima dovrai 



i) Questa novella e comune ad altri paesi d'ltalia specialmente Superiore; ma la 
fede Che le popolazioni delle Langhe hanno nella virtii delle erbe e nej^ll unguenti 
salutari, d di tuttl i popoli, in modo particolare del latini. 



70 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

passare una pianura che ^ di vetro coperto di sabbia, e se tu non 
prenderai quel vasetto che ^ entro quel muro e non ungerai le ruote 
alia vettura ed 1 piedi del cavallo, sprofonderal sotto terra. Di poi 
giungerete ad un palazzo, ove saranno tante belle giovinette che vi 
inviteranno a manglare ed a here; tu non ci andare se non vuol 
essere awelenato. Poi giungerete alia casa deUa figlia del re. Alia 
sera tutti andranno a dormire e lascieranno te vicino al focolare. In 
sulla mezzanotte verra giu daf fornello un serpente e se tu non gli 
taglierai la testa esso ti mangera ». 

Volato r uccelletto, Bel pomo si svegli5 e tosto sMncamminarono. 
Giunti in quella pianura Bella scorza scese di carozza, unse le ruote 
della vettura, i piedi del cavallo suo e di Bel pomo. Passata la pia- 
nura giunsero al palazzo, e tosto le giovinette si fecero loro attorno, 
invitandoli a scendere. 

Bel pomo si lasciava vincere, ma il furbo cugino gli disse: « Guai 
a te se scendi ». Dopo un'infmita di parole poterono continuare il 
loro cammino. 

Giunsero al palazzo reale, in sul far della notte; entrarono in 
casa e si sedettero a tavola, e dopo cena gli altri andarono a dormire : 
e Bella scorza fu lasciato vicino al fuoco. In sul far della mezzanotte 
venne giu un serpente , ed esso lo uccise. Appena ucciso questo di- 
vent6 un uomo e Bella scorza per nasconderlo, lo gett6 nella cantina 
sotto i fusti di vino. Intanto alia mattina la figlia del re cercava il 
suo domestico e diceva: « Chissi dove saraandato? ». Finch^, di- 
scesa nella cantina, lo trov5 cadavere. « Chissa chi Tavra ucciso! » 
gridava. Bella scorza disse: « Tho ucciso io ». 

Allora la figlia del re disse a Bel pomo : « Se tu non uccidi tuo 
cugino, io non ti sposer5 ». — Bel pomo per paura di non sposare 
ia figlia del re, prese suo cugino e lo condusse lontano dalla citta e 
voleva ucciderlo. Allora Bella scorza disse : « Quante volte io ti ho 
salvato dalla morte?» — e gli raccont5 tutto ci6 che gli aveva detto 
I'uccellino. Ma Bel pomo non voile ascoltare e Tuccise. And6 a casa, 
ma era sempre melanconico e triste, fmch^ una vecchia, un giorno, 
gli disse: 4( Che avete, che siete cosl triste? » ed egli ne raccont5 
la cagione. La vecchia disse : « Andate nel luogo ove avete ucciso 



LEGGENDE, NOVELLE E FIABE PlEMONTESl 71 

vostro cugino e troverete nella muraglia un piccolo vaso ; ungete col- 
Tunguento contenuto nel vasetto il corpx) di vostro cugino, ed esso, 
piu bello di prima, vi ritornera innanzi >►. 

Bel pomo cosl fece, e vide risuscitare il suo amato cugino ed il 
suo salvatore. 



II. Giovanoi il forte. '^ 

Un padre aveva un figlio, il quale un giorno disse: « Padre 
mio, io voglio andare a girare il mondo a farmi una fortuna ». II 
padre gli disse: « Ebbene vattene pure, Iddio ti protegga». Giovanni, 
che era di una forza straordinaria, parti ed and6 da un signore, e 
gli domand5 se aveva bisogno di un servitore. II padrone raccett5, 
ma nel conchiudere pel salario il giovane disse: « Io non voglio altro 
se non che alia fin delPanno mi permettiate di darvi uno schiaffo e 
un calcio >. 11 padrone ridendo della stranezza della domanda, accett6 
i patti proposti dal servo. Una volta Giovanni and6 in campagna a 
caricar legna, ne caric6 un grosso legnaio, sicch^ pel troppo peso i 
buoi non potevano trascinar il carro. Giovanni allora stacc6 i buoi li 
caric5 sul carro e poi attaccatosi al carro egli stesso Io trascin5 a casa. 
11 padrone si spavent6 alia vista di quella forza prodigiosa e disse: 
« Costui nel darmi Io schiaffo e il calcio pattuito come sua mercede, 
mi ammazza per certo e quindi debbo cercare di farlo perire *. Rac- 
cont5 ai servi Taccaduto e loro disse: « Ho da vuotare il pozzo, fa- 
remo scendere lui e poi Io seppelliremo sotto una gran quantita di 
sassi ». Al domani Giovanni cal5 nel pozzo ed appena fu in fondo, 
i servi si posero a gettare sassi. Giovanni allora si pose a gridare: 
« Guardate padrone che le galline fanno venir giu della polvere 
che tutto mi insudicia ». II padrone a queste parole vieppiu stupito 
ordin6 che gli gettasero addosso una macina da molino ; i servi cos! 



1) Le strane avventure deireroe di questa leggenda volgare e comune a molti 
paesi delle Langhe hanno un fondo mistico e ci ricordano le fatiche d'Ercole, mentre 
poi hanno anche relazione colle imprese del famoso barone di Mtinchhausen. II 
motive non h nuovo specialmente nella novellistica colta. 



^ 



72 ARCHIVIO PER LE TRADlZIONI POPOLARI 

fecero, ed allora Giovanni messasela al collo sal^ snello e tranquiilo 
su dal pozzo. II padrone allora yisto che nulla poteva domarlo, risol- 
vette di mandarlo via e datagli una buona somma di denaro e molte 
provviste di viveri, lo fece partire. Giovanni fece molto e molto viaggio 
poi giunse ad uh paese, dove tutti erano in lutto; ne domand6 il 
perch^. Gli fu risposto che il diavolo aveva ogni anno diritto ad 
una ragazza e che quell'anno toccava alia figlia del^Re, e che ap- 
punto per questo tutti erano tristi e melanconici. Giovanni and6 dal 
re e gli disse : « Maesta io salver6 la vostra figlia ». E il re disse : 
« Se ci6 farete io vi dar5 tutto ci6 che mi domanderete ». 

Giovanni entr5 nel castello e a mezzanotte in punto si ud\ un gran 
rumore ed ecco scendere dal fornello, nella camera dove era Giovanni, 
un diavolo, che tent6 di ucciderlo, Giovanni lo leg6 e lo pose in un 
canto della camera. Per altre tre notti vennero altri tre diavoli a 
cercar di liberare i loro compagni, ma Giovanni tutti li vinse, e giunto 
il quarto giorno tutti gli ammazz6. 

11 re visto che sua figlia era libera, colm6 di molti ricchi doni 
Giovanni, cha contento se ne ritom6 a casa sua, a raccontar le sue 
awenture bizzarre. 



in. II diavolo dal oaso d'argeoto. '^ 

C'era una volta una donna che aveva tre figliuole. La prima 
un giorno disse alia madre: « Dovessi pur andar a servire il diavolo, 
voglio andar via di casa ». Non passarono molti giorni che un uomo 
dal naso d'argento si present6 alia madre di questa ragazza e le 



1) Sta fra la fiaba e la leggenda, ed offre motivi conosciuti nella novellistica 
italiana, specialmente di Sicilia. 6 notevole in questa novella la soverchia com- 
pendiosit^ \k dove il diavolo tomato dalla madre, dopo averle portata via la prima 
figliuola, trascura la ragione del ritomo per la seconda. Evidentemente la ragione 
che gli dovrebbe addurre e questa: < Vostra figlia h contenta di stare con me; 
ma non lo h abbastanza perche non ha compagnia. Essa vorrebbe la seconda sua 
sorella ». E cosi per la terza. 



^t^^m 



LEGGENDE, NOVELLE E FIABE PIEMONTESl fm 

disse : « So che avete tre figlie, vorreste lasciarne venir una a\ mio 
servizio? » La madre fece delle scuse per non lasciarla andare, ma la 
figlia tanto fece che la madre dovette lasciarla partire, prima per5 la 
tir5 in disparte e le disse: « Guarda che in questo mondo non vi 
sono uomini col naso d^argento, quindi costui ^ qualche diavolo, e 
quindi bada di non averti a pentire ». La figlia, a malgrado del ma- 
terno consiglio, parti; ma quando si fu akjuanto allontanata, rivoitasi 
a quel signore, gli chiese che cosa fosse un gran chiarore che si 
vedeva giu in lontananza. II diavolo, che altri non era quel signore, 
le disse: « Quello ^ il luogo, dove dovrai andare tu ». La ragazza al- 
lora si mise a tremare e a pentirsi d'aver disobbedito alia mamma. 
Giunsero nel luogo in cui dovevano andare, e trovarono un grande 
palazzo, nel quale entrati, il diavolo le diede tutte le chiavi, fra cui 
una pure con cui le proibl di aprire una camera che si trovava in 
fondo al palazzo. La fanciulla lo promise, ma appena pot& supporre 
di non essere dal diavolo veduta, spinta dalla curiosita apr\ la camera 
ed un triste spettacolo le si presentb agli occhi. Nella camera erano 
molte anime che bruciavano. 

Mentre voleva chiudere giunse il diavolo e le disse: ^ Hai di- 
sobbedito; ebbene va anche tu a bruciare », e la spinse nd mezzo 
della camera. La fanciulla gett5 un grido e scomparve tra le fiamme. 
Dopo un mese il diavolo ritorn6 da quella donna e le disse: Sono 
venuto a prendere le altre ragazze; e con queste and6 nl palazzo. 
Ad esse il diavolo fece lo stesso divieto, ma la seconda appena il 
diavolo se ne and5, punta dalla curiosita, aprl la porta proibita cosl 
che come la sorella, fu gettata anch'essa nel fuoco. La terza, piu 
furba, seppe tenersi, e di R a qualche giorno disse al diavolo: ^ lo 
voglio mandare denari alia mia mamma, e tu vattene a spasso e 
quando io abbia empita questa cassa tu verrai a prenderla, ma bada 
bene a non deporla mai, poich^ io ti vedr6 sempre ». II diavolo usc\ 
e.ritornato poco dopo prese la cassa, in cui Taccorta fanciulla aveva 
messe le sue sorelle, alle quali aveva detto: quando il diavolo vorr& 
deporre la cassa voi direte: « non deporla ch^ io ti vedo *>. 

11 diavolo prese la cassa e si pose in viaggio; dopo molto cam- 
minare, consegn6 la cassa alia madre, che rimase dolente nel veder 

Archivio per le tradisioni popolari. — Vol. XX lU. W 



74 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

le sue figlie in penitenza e al pensare che la terza stava a penare. 
II diavolo riport6 la cassa alia terza ragazza. Passato poco tempo la 
ragazza disse al diavolo: io preparo un'altra cassa che tu dovral 
portare a mia madre, e quando tu verrai a prenderla io non sar6 a 
casa, ma ricordati che non devi deporre la cassa. II diavolo port6 la 
cassa alia donna che fu contenta nel veder salva anche la sua terza 
ragazza; la quale cosl scorn6 il diavolo. 

IV. II Paradiso. '^ 

Cera una volta un padre che aveva tre figli. II primo un giorno 
disse al padre : « Babbo, ora che sono grandicello, mi h venuto voglia 
di andare a girare il mondo per farmi una fortuna ». II padre dap- 
principio si oppose, ma il figlio tanto disse finch^ il padre Io lasci6 
andare. Prima di partire il figlio mise un bicchiere di acqua sul 
fornello e disse al padre: « Quando quest'acqua si scuotera, vorra 
dire che io sar6 in pericolo ». Passarono molti giorni da che questo 
figlio era partito. E dopoch^ egli ebbe molto viaggiato, giunse ad un 
ricco palazzo pieno di marmi e di pitture. Fattosi appresso alia porta, 
buss6; venne ad aprire un signore che gli domand6, che cosa yo- 
lesse, a cui egli rispose : « Sono venuto a vedere se si avesse bisogno 
di un servitore ». II signore disse di si, e Io fece entrare in casa. 
Dopo qualche giorno il signore gli diede una lettera e fattolo salire 
sul suo cavallo piu bello gli disse di portarla alia prima casa che 
incontrasse sulla sua via. II giovane si incammin5, ma giunto quasi 
alia meta del suo viaggio vide un mare tutto rosso, che il cavallo 
spaventato non voile traversare, quindi egli fu costretto a tornare 
indietro. Giunto al palazzo, il signore, visto che non Taveva obbedito, 
Io fece perire. L'acqua che il giovane aveva lasciato a casa si scosse 



I) Questo racconto porta in s6 i caratteri dellasua antichitA. fe forse una delle 
tante version! delle leggenda sacra intorno al sogno di Nabuccodonosor con aggiunte 
ricevute nel suo passaggio attraverso le generazioni. 

Certo i motivi di questa tra leggenda e novella sono conosciuti per le version! 
che del racconto stesso sono gik state pubblicate. 



LEGGENDE, NOVELLE E FIABE PlEMONTESl 75 

ed i suoi genitori piangevano dirottamente per la perdita del figlio 
loro. Allora il secondogenito : « lo andr6 a cercar mio fratello ». 
11 padre in sulle prime non voleva, ma poi lo lasci6 partire. II se- 
condogenito parti ed anche lui and6 da quel signore, il quale lo accett6 
al suo servizio e gli comand5 di portare la lettera alia prima casa che 
avrebbe incontrato nella sua via. Questi partt, ma giunto a quel mare 
rosseggiante il cavallo impauritosi non voleva piu andare avanti ed 
egli come gik suo fratello ritorn6 indietro ed il padrone lo fece perire. 
1 suoi genitori al veder Tacqua a scuotersi piansero pensando che 
non rimaneva loro piu che un figlio. Allora il figlio che ancora avevano 
a casa disse al padre di voler andare lui pure, e tanto fece finch^ il 
padre glielo concesse. 

II giovinetto partt, percorsa la via gi^ battuta dai suoi fratelli e 
and5 da quel signore stesso, a cui gia si erano presentati i suoi fratelli, 
e questi diede pur a1ui la lettera da portare. Questi parti e giunto 
al mare rosseggiante, il cavallo s'impaurl e voleva ritornare indietro, 
ma il giovane disse: « Mi hanno comandato di andare, ed io debbo 
andare », e spronato il cavallo lo fece tirare innanzi. Passato questo, 
trov5 un altro mare tutto nero, spaventevole per le foscHe, nere e f urenti 
onde. II cavallo, impennatosi, non voleva andare avanti, ma il giovane, 
risoluto di obbedire, lo frust6 ben bene tanto che lo fece passare. 
Andando sempre avanti trov5 un albero, sul quale erano due merii 
che si battevano e perdevano il sangue da tutte le parti. Passato 
questo, trov6 un altro mare che era azzurro, e che il cavallo pass5 
volentieri. Dopo questo sMncontr5 in un uomo ed in una donna che 
si battevano e gridavano come pazzi. Piu in la vide una ripa, ove 
in una parte stavano molte bestie grasse e in un'altra molte bestie 
magre. Dopo moita strada giunse alia casa, indicatagli dal signore e 
aH'uomo che venne ad aprire consegn5 la lettera. 

II nostro valoroso giovane ritorn6 indietro e venuto dal signore, 
che Taveva mandate, questi molto lo lod6. II giovane raccont6 poi 
al padrone, quello che egli aveva visto. II padrone, allora disse : 
« II Mare Rosso che tu hai visto h il Purgatorio, il Mare Nero 
rinferno; il Mare Azzurro il Paradiso. I due merii e le due persone 
che tu hai visto a battersi erano i due tuoi fratelli e i tuoi genitori. 



76 ARCHIVIO PER LE TRADl2fONJ POPOLARl 

Le bestie grasse erano i poveri che in questa vita sono mal nutriti 
ma s'acquistano meriti, le bestie magre sono i ricchi che in vita sono 
l>en nutriti ma fanno male. II signore a cui consegnasti la lettera ^ 
San Pietro, ed to sono un angelo che ritorno in Cielo a lodare presso 
il Signore mio la tua obbedienza » ; e ci6 detto disparve. 



V. La ragazza di legno. '^ 

Fuwi una volta un falegname che non aveva figli. Un giorno 
divis6 di farsi una bambina di iegno. Quando Tebbe fatta, la color!, 
le mise tra le mani un pizzo, cosicchfe pareva che essa lavorasse. 
Passato di la un ricco signore a cavallo se ne innamor6 e domandolla 
in isposa. 11 padre e la madre, vergognati, non osarono confessare il 
vero, ed intanto erano dolenti di avere ingannato quel signore. Giunse 
il giorno degli sponsali e la madre, presa la fanciulla di Iegno, la gett6 
nel pozzo vicino a casa. Poi, fingendo lacrime, corse dal signore e gli 
disse che la ragazza era caduta nel pozzo. II signore subito corse sul 
luogo e fece cercar corde per tirarla su. Nel p)ozzo intanto eravi una 
fata la quale, resala vera donna, le disse : « Tu non parlerai a tuo 
marito se non quando egli ti prendera per un braccio e scuotendoti 
ti dira: sei forse muta? ». Estratta la ragazza dal pozzo essa non 
parlava e tutti dicevano che era spaventata per il pericolo corso. 

Si fecero gli sponsali e la ragazza continuava sempre nel suo 
silenzio. Un anno intiero pass6 e la ragazza mai non parlava. II signore 
stizzito la fece chiudere in una torre e ne voleva sposare un' altra. 
Giunto il giorno delle nozze, mancava alia veste da sposa un pizzo 
di seta celeste. Un domestico si ricord6 che la sua antica padrona 



I) Questo silenzio imposto da una fata per un certo tempo ha analogia con 
quanto h narrato nella novella popolare raccolta dai fratelti Grimm e intitolato: 
/ dodki/raicUi. 

Questa novella, che h pur ricordata dal racconto di Pinocchio, e trovasi in rela- 
zione con molte altre novelle edite in Italia perch^ offre lo stesso tipo di quelle, h 
forse incompleta. Certo 6 molto sommaria. 



LEGGENOe, NOVELLE E FlA&£ f>IEMONTESI j^ 

aveva dei pizzi e si rec6 da lei nella torre per averne un pezzo. Essa 
allora fattosi portare un coltello si aperse il seno ed estrasse fuori del 
pizzo di seta celeste. La sposa cosl fece, ma appena trafittosi 11 seao, 
essa mort. II signore allora mand5 a chiamare Tantica sua moj^lie, 
ma questa rimaneva semp>re muta; allora il signore, presala per im 
braccio e scuotendola, le disse: « sei forsemuta? ». Essa allora parl6 
e raccont6 la sua storia. 



VI. Alfofisa rorfaifio. > 

Alfonso era un povero orfano, che viveva andando a domandar 
Telemosina da una jx)rta all'altra. Un giorno, dopo aver camminato 
per una folta ed aspra selva, giunse ad un bel prato verde, in mezzo 
a! quale sorgeva un gran palazzo d'oro. Egli si awicin5 a qu4jsto 
palazzo e con voce lacriinosa chiam6 qualche cosa per sfamarsi. 

Nessuno gli rispose; egli chiam6 di nuovo ma fu inutile: quel 
palazzo pareva disabitato. Allora Alfonso vista la porta aperta entr6j 
ed ecco che si trov6 subito in una bella sala dove sopra una tavola 
stava apparecchiato un buon pranzo; egli in poco tutto sparecchi6 
essendo da molto e molto tempo che non poteva mangiar altro che 
pan duro e bere acqua. Ma intanto era giunta la notte ed Alfons<^), 
non sapendo dove andare, decise di fermarsi in quel palazzo. Si se- 
dette su di una sedia e si addorment6. Verso mezzanotte un grande 
rumore fece tremare tutto il palazzo ed il povero Alfonso, temendo 
che qualcuno gli fosse sopra per ammazzarlo, si rannicchi6 in un ar- 
madio che era in quella sala. Ecco che allMmprovviso la sala si illumina 
come fosse di giorno, e rumorosamente si precipitano in quella stanza 
alcune fate Colla loro regina. 

Si disposero in cerchio. La regina sedette in mezzo a loro e inco- 
minciarono a parlare. Alfonso dal suo nascondiglio, rimessosi alquanto 
dalla paura, si pose ad ascoltare attentamente e sentl che una fata 



X) fe questo un motivo tra la fiaba e la leggenda non nuovo tra le novelllne 
pubblicate, e difetta, per di piu, di circostanze. 



78 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

diceva che il domani verso sera essa sarebbe andata alia casa del re, 
che era vicina; e poich^ non Tavevano invitata alle feste del batte- 
simo, avrebbe uccisa la figlia del re mettendole un ago in un orecchio, 
che se nun venisse sublto tolto sarebbe stata causa di morte. Appena 
iestreghe, facenJo un gran rumore, furono partite, Alfonso si mi$e in 
marcia verso la citt^, deciso di salvar la vita alia figlia del re. Giunse 
appunto nella clttk mentre la figlia del re era in agoniaetutti piange- 
vano ed il re e la regina volevano togliersi la vita se moriva loro quella 
ragazza. Alfonso si fece subito condurre nel palazzo del re, a cui disse 
che era venuto per salvargli la figlia. 

II re fuor di se pel dolore, credendo che Alfonso volesse ancora 
insultarlo, lo minacci6 di farlo ammazzare; ma Alfonso tanto insistette 
ftnch^ fu condotto vicino alia culla. Fatti allontanare tutti, tolse Tago 
dairorecchio ddla ragazza e questa stette subito meglio. Immaginarsi 
la contentezza del re e della regina! Coprirono di ricchezze il povero 
Alfonso che visse contento fino a tarda vecchiaia. 

Vll. II Miracolo di Sao Maurizio. '^ 

Porto Maurizio, che ora 6 una delle belle e ridenti citta della 
riviera ligure, non era nei primi secoli della nuova ^ra che un gruppo 
di case affastellate sulla cima del promontorio, che si protende verso 
ii marei e si chiamava Porto Moro. Cosl narra una leggenda pppo- 
lare, la quale spiega cosl il mutamento del nome antico nelPattuale 
f*oWo Maurizio. 

Allorquando i Saraceni, sbarcando dai leggeri lor legni sulle coste 
llguri, andavano depredando questo o quel paese, s'accostarono anche 
a Porto Moro ; e, per dare la scalata alle'vetuste sue mura, la cinsero 
tutto all'inturno di un altro muro a cosl dire vivente, in quanto che 
non era costrutto di pietre e calcina, ma bensl d'uomini alti e robusti, 
pronti ad ogni cimenti. 



ij Questn leggenda appartiene al ciclo arabo in Italia e richiama alia mente quella 
di SclcM In Sicilla. Veggasi a questo proposito il volume Fesle Patronali di Giu- 
seppe Pitr^t dove^ invece di S. Maurizio, comparisce la Madonna a cavallo e sba- 
ragHa^ coi Nurmaniii, i Saraceni. 



LEGGENDE, NOVELLE E FIABE PlEMONTESl 79 

Costoro, posto regolare assedio, con quell' ardore che solevano 
portare in guerra si diedero a smantellare le mura e a forzare le 
porte, non temendo le pietre, le lancie, i giavellotti, che gli abitanti 
scagliavano in grande quantita dall'alto dei bastioni. 

Gia essi stavano per abbattere la porta orientale e venire ad una 
lotta mortale, a corpo a corpo cogli abitanti, quando dentro a! circuito 
delle mura, misto ad un frastuono d' armature e ad un calpestto di 
cavaili, fu udito un gran rumore, per il quale i Saraceni si arrestarono 
stupiti e intimoriti. 

II cielo intanto, che era nebbioso, si fece d'un tratto sereno e un 
raggio di sole and6 a iiluminare le mura di PortoMoro, sull'alto delle 
quali, come accolto in un'aureola di gloria, apparve un guerriero sopra 
un bel cavallo morello, dalla bardatura risplendente. La spada che 
teneva in pugno era d'argento, I'elmo ondeggiante di-chiome equine, 
la corazza e le gambiere intarsiate d*oro e di gemme; e dietro di lui 
furono visti allinearsi a immense schiere fanti e cavalieri armati. 

Sbigottiti a tal vista, i Saraceni si volsero in fuga, mentre gli 
assediati presero cpraggio, inseguifono quelle schiere gia disordinate 
e ne fecero una vera carneficina. Mentre avveniva la caccia dei fug- 
genti, fu udita una voce tuonare dall'alto : « In nome di S, Maurizio 
siano gli abitanti di Porto Moro liberi dalle barbare mani degli In- 
fedeli ». E subito dopo questa voce, il guerriero fu awolto da una 
densa nube che man mano and6 alzandosi verso la volta celeste e 
con lui scomparvero i soldati armati che lo accompagnavano. 

Fu in quella circostanza che gli abitanti di Porto Moro, com- 
preso il miracolo del Santo guerriero, mutarono il nome di Porto Moro 
in quello di Porto S. Maurizio, e questo Santo sceisero come loro 
patrono e lo fecero emblema deHa loro liberta. 



8o ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

Vlll. Leg^ende relative a Pamparato '^ 

(Circondarlo di Mondovi). 

La prima riguarda I'origine di Pamparato e viene ad accrescere 
il numero di quelle gi^ illustrate dal Pitr^ neiropuscolo che ha per 
titolo: « Stratagemmi leggendari di citta assediate )► e si riconnette 
colle molte altre leggende che corrono in Piemonte sui Saraceni e 
sujle loro scorrerie nella Provincia di Cuneo. 

Sopra una piccola altura trovansi le rovine di una torre, la quale 
si dice sia stata fortezza dei Pamparatesi quando tennero testa ai Sa- 
raceni venuti per espugnare il paese. Trovando essi moita resistenza, 
si accamparono in una piccola pianura sottostante, dettadi Santa Croce, 
e di W cinsero di stretto assedio le mura della citt^. 

In breve tempo i Pamparetesi furono cosl ridotti alio stremo di 
viveri, che non restavano loro se non due pani ed una bottiglia di 
vino. Ora essi per mostrare ai nemici che erano ancora ben prov- 
veduti, bagnarono nel vino uno d^i pani e con una fionda lo sca- 
gliarono nel campo nemico. I Saraceni a tal vista pensarono che gli 
assediati erano tanto ben forniti di viveri che avrebbero ancor resistito 
Dio sa quanto; onde levarono T assedio, dicendo : «Habentpanem 
paratum ». 

Da questo detto ^ tradizione che sia derivato il nome di Pam- 
parato e lo stemma, che k rappresentato da un cane con un pane 
in bocca. 



i) Gli abitanti dei monti di Pamparato hanno, con tutti i volghi, parecchie su- 
perstizioni. Fra le altre questa: 

Quando uno sogna di smarrire qualche parte della biancheria in bucato, ovvero 
sogna che gli cadono i denti, 6 segno certo che qualcuno della famiglia deve morire. 
Quando cade la brina il giomo delPAnnunziata, si dice che essa non dard piu 
danno per tutto il corso deiranno. II forte crepitar del fuoco annunzia Timminente 
arrivo di forestieri ; e lo stamuto al mattino vuol dire che in giomata si avr^ 
qualche dispiacere o un regalo. 



\ 



LEGGENDE, NOVELLE E FIABE PIEMONTESI 8 1 

Nel comune di Pamparato esistono anche alcuni castelli intorno 
ai quali si narrano leggende di spiriti, od altro. Di uno che trovasi 
a Vaicasotto si dice che fosse anticamente appartenuto ai Frati Cer- 
tosini ; ed ^ tradizione che il frate Beato Guglielmo, mentre valicava 
un colle, chiamato dai Pamparatesi Savino, venne assalito da alcuni 
malandrini. 

Non avendo egli armi per difendersi, stacc6 una gamba dal mulo 
che cavalcava, e con questa mise in fuga i ladri. Poscia, senza prestar 
molta attenzione, riatt6 la gamba alFanimale, ma in posizione non 
giusta. Arrivato, nonostante, al Convento, i monaci awertirono subito 
Terrore e il Beato Guglieimo ripet^ il miracolo in presenza di tutti, 
rimettendo la gamba al mulo nella sua posizione naturale. 



IX. II Protetto del Diavolo. 

Tra i mjnti di Frabosjt e Villanova-Mondovl ^ ancora vivo il 
ricordo di un malfattore chiamato Falchetto, il cui nome e le gesta 
son passate nella tradizione popolare circondate dalla leggenda e dalla 
superstizione. lo dir6 qui brevemente il poco che potei raccogliere di 
lui, anche perch^ e questo un piccolo episodio della storia del brigan- 
taggio in Italia. 

Una sera, mentre tornavo da una gita sui monti di Frabosa in 
compagnia di un montanaro, passando accanto ad una gran mole 
presso Villanova, vidi il mio compagno farsi il segno della croce. 

— Perche? chiesi, meravigliato. 

— Oh, rispose, affrettiamo il passo; non ci lasciamo cogliere 
dalla notte in questo iuogo, perche sotto quel macigno, dorme il pro- 
tetto del diavolo. 

— E chi ^ questo protetto del diavolo? 

— E' Michelino Bardelloni; il quale sarebbe stato sempre un 
onesto pastore, se la sete di una giusta vendetta non ne avesse fatto 
un bandito. 

E cominci6 a narrarmi che per futili motivi era stato incarcerato 
il padre di Michelino; il quale, dopo aver pregato invano il maire 

Archioio per le tradizioni popolari. — Vol. XXIU. 11 



82 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

perch^ lo liberasse, ed avendo visto invece che si accrescevano i 
tormenti del povero vecchio, cieco di furore si slanci6 sul maire 
stesso e lo uccise. 

Ricercato dalla giustizia, si rifugi6 nei piu dirupati monti, donde 
non scendeva se non spinto dalla fame, ed allora compariva senza 
paura in paese ed entrava nelle case a domandare una scodella di 
minestra. Se era bene accolto, deponeva lo schioppo in un canto o 
si sedeva a tavola coi contadini dai quali, andandosene, non accettava 
ch^ quakhe piccola elemosina. Se invece non era bene accolto, si 
vendicava appiccando il fuoco alia casa che non gli aveva dato 
ospitalita. 

Allorch^ rinverno faceva sentire i suoi rigori, andava a dormire 
in qualche stalla o su qualche fienile; ma i contadini, che pur non 
osavano negargli un rifugio, lo lasciavano solo perch^ credevano che 
alia notte egli avesse segreti abboccamenti col diavolo, e chi si trovava 
sotto lo stesso tetto correva pericolo di essere fulminato. 

Piij di una volta i gendarmi avevano tentato di arrestarlo, ma 
inutilmente, perch^ Michelino era protetto dal diavolo. E di fatti una 
volta che due gendarmi osarono appiattarsi in un fienile, dove egli 
doveva ricoverarsi, per sorprenderlo, furono essi gli arrestati e ricondotti 
in caserma, non lui. Un'altra volta circondato dalla forza sail sopra 
i] tetto di una casa intorno alia quale fu appiccato il fuoco. Egli non 
si arrese, anzi di la sparava sopra i birri che circondavano la casa; 
e mentre ogni suo colpo era mortale quelli dei suoi assalitori anda- 
V'dnu invano, perch^ le palle erano a bello studio deviate dal dia- 
volo. Alia fine poi quando il fumo e le fiamme non gli permisero 
piu di sostenersi lassu, balz6 a terra, distribul manrovesci a coloro 

che voievano arrestarlo e scomparve tra i boschi. Ma per sua 

mala ventura venne il giorno in cui il diavolo si dimentic6 del suo 
protetto* 

Addormentatosi questi sotto Tombra di una querela, un suo com- 
pagno che si era accomunato con lui, attratto dal premio di mille 
scudi che erano stati promessi a chi avesse consegnato alia giustizia 
Michtlino, vivo o morto, toltagli leggermente la carabina di mano, 
lo uccise. 



LEGGENDE, NOVELLE E FIABE PIEMONTFSI 83 

II Pievano non voile n^ in chiesa n^ nel camposanto il corpo 
di quelle scomunicato e lo fece seppellire presso il colle chiamato 
Rocciafiera, L4 neppure una croce avrebbe ricordato il luogo ove 
giaceva Michelino; senonche venuta la notte il diavolo fece rotolare 
dairalto quella roccia che sara eterno monumento al atw protetto. 



D. Caurarou. 



UN MAZZETTO DI STORNELL.I GENZANESI 



Di centoventi stornelli, circa, raccolti in parte da me, ma i piu 
dal Sig. Guglielmo Ducci di Genzano, alcuni pochi di nessun inte- 
resse rifiutai per ragioni estranee al Folk- Lore. 

Senza infarcire inutilmente la mia raccoltina, pongo qui alcuni 
riferimenti che posson tener luogo di pubblicazione di stornelli gia editi, 
o in forma identica, o con varianti lievissime, in buone raccolte della 
citta della provincia di Roma. Ho udito dunque a Genzano anche 
i seguenti: 
Marsiliani 303 (Canti pop. dei dintorni del lago di Bohena, ecc. 

Orvieto, Marsili 1886;. 
Menghini, 10, 67, 68, 71 (e Sabatini 60), 78 (e Zanazzo, pag. 59), 

92, 94 (e 121), 215, {Canti pop. rom. race, ed ilhistr. da M. M. 

in Archivio p. lo studio d. tradis. pop.,, IX e X). 
Sabatini, 19 (e Zanazzo, pag. 6g) {Saggio di c. pop. race, a Roma, 

tip. Tiberina. Estr. d. Rivista di lett. pop., I). 
Zanazzo, pag. 31: Voi siete quella Stella ecc, e pag. 39: E tte chia- 

mino bbella, ecc. {Aritornelli pop. romaneschi race, da G. Za- 
nazzo. Roma, Cerroni 1888). 

Quattro cinque dei seguenti si leggono anche nello Schulze 
{R6m. Ritornelle, in Zeitschrifl filr roman. Philologie, XIII) e 
un paio nel Blessig (Rom. Ritornelle, Leipzig, Hirzel i860). Avrei 
omesso anche questi, se le due citate raccolte facessero testo dopo 
le osservazioni di Mario Menghini (Prefaz. alia race, citata) e di Fran- 
cesco Sabatini {II Volgo di Roma, II, pag. 96) in proposito. 

Un discreto numero di quelli che io pubblico ha scarsi raffronti 



UN MAZZETTO DI STORNELLI GENZANESI 85 

o non ne ha, affatto: il N. 6 mi sembra interessante per la lezione 
pill vicina alle toscane di ogni altra della provincia romana : nel N. 46 
e piu neirSj (confr. Blessig 286 per Frascati) si coglie IMrraggiamento 
dei canti di Roma nei luoghi circonvicini, che sarebbe bene studiare 
p^rche la questione dello « Storneilo » (Estorn. Ritomello) non 
si risolve-senza aver prima determinate il posto che spetta alia lirica 
popolare romanesca in confronto con quella toscana. Sp^eciali riferi- 
menti ho perci5 fatto al Gianandrea {Canti Marchegiani^ Torino, 
Loescher 1875) il quale mostra frequenti casi (i piu io non li ho 
potuti citare) di un piu lontano cammino di canti di certa origine ro- 
manesca. 

Sono ovvie le ragioni per le quali il mio scarso piazzetto ^ stato 
ordinato in modo sommario sotto un minor numero di Capi di quello 
usato nelle vere e proprie raccolte. 

Nell'apparato critico reco per esteso le varianti piu notevoli, spe- 
cialmente se implicano cambiamento metrico, di immagine e di 
sentimento, per facilitare i raffronti a chi studia la poesia popolare 
con intento filologico o psicologico. D'ogni raccolta d5 con la prima 
citazione una sommaria indicazione bibliografica, e forse ^ superflua 
anche quella pei lettori deWArchivio. 

Riguardo allatrascrizione, h noto comeal toscaneggiamentoerroneo 
del Blessig e dello Schulze, il Menghini e il Sabatini abbiano opposto, 
in sostanza, Tortografia di Gius. Gioachino Belli, sebbene ciascuno 
di questi studiosi abbia trovato qualcosa da ridire sulle trascrizioni 
deiraltro. II -Menghini biasima Tabuso di apostrofi e di accenti e vuol 
sempre indicato il raddoppiamento consonantico. Non mi sembra dif- 
ficile riconoscere i casi in cui Tapostrofo e Taccento son necessari, 
, n^ puo correr dubbio sul raddoppiamento consonantico neirinterno 
della parola. 11 raddoppiamento iniziale, trascrivendo un dialetto appar- 
tenente alia stessa famiglia del toscano, ho creduto di doverlo serbare 
soltan to do i?e ^ caratteristico ; Tho dunque omesso nei casi indicati 
dal D'Ovidio {Di alcune parole che nella pronunzia toscana pro- 
ducono il raddoppiamento ecc. ecc, in Propugnatore, V. 64 e 
vedi anche il Grtmdriss del Grober 496 e la Grammaire des lan- 
gues romanes del Meyer-Liibcke, trad. Rabiet, I, § 618), in cui 



86 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

h di regola, sebbene non scritto, almeno da secoli, anche neirita- 
liano. 

Mi duoJe che difficolta tipografiche abbiano impedito la pub- 
blicazione delle melodie su cui si cantano gli stornelli , da me 
trascritte. 

LUIOI BONI^IOLI. 



Caato. Storaeiii Amorosi. 

1. De' ritornelli ne saccio 'na gregna, * 
Me rha portati mamma da campagna 
Pe' rigalalli a voi, bboccuccia degna. 

Gregna h il covone del grano. Q\x\, per traslato, un mucchio. 

2. E de stornelli ne saccio 'n bigonzo, 
Me rha portati mamma da Porto d'Anzo 
Pe' rigalalli a voi, muccu de bronzo. 

Muccu faccia. fe bucca in significato di labies, 

3. lo canto li stornelli 'n mezzo a la piazza 
E num me importa si ce vie' la forza, 
Basta che me senta la mi' regazza. 

4. A la finestra tua ce so' li vasi, 
Tutti I'amanti ce se so' confusi 

E me ce so' confuso io quasi quasi. 

Giannini (Gz«/. p. d. mont. lucchese, Torino, 1889. 6a; Schulze, 223; Gia- 
nandrea, pag. 96, 250. 

5. Amore mio, 

Nun plate li fiori da nessuno, 
Un ber garofoletto ve lo d6 io. 

Mai trascritto in Schulze, 3. 



UN MAZZETTO DI STORNELLI GENZANESI $gf 

6. Arzanno Pocchi ar celo vidi a voi, 
Subbitamente me ne 'nnamorai, 

Fra mezzo a tante stelle 'r sol vedei. 

La lez. romanesca piii coniune reca: Quanto me piace Tessere de vol (Zanazzot 
pag. 29; Blessigi 19; Schuize, 271) che, del resto, ha raffronti tosciini (Pleri, I- ft 
migliaio di Storn. lose, in Propugnatore^ vol. Xlll, XIV, XV. La mia cifra romana 
indica ciascuna delle sei categorie in cui la raccolta h ordinata, 1. S8K II trovane 
in vicinanza di Roma la lez. uguale a quella piu diffusa in Toscana (Tonimaseo* 
Cant. pop. lose, corsi, ecc, Venezia, 1841, pag. 89, 16; Tigri, Cani. pop. lose, 
Firenze, 1858) conferma la derivaz. toscana gia divinata dal Sabatini {i'olgo di 
Roma^ I, 41). Gianandrea, 100. 

7. Bellina c'abbitate ar primo piano, 
Ve lo godete lo vento marino, 

S^te la piu bellina de Genzano. 

Mazzatinti (C. pop. umbri, Bologna, 1883), 431; Gianandrea, pag- 149. 37* 

8. Ci avesse la virtune de lo sole 
A la cammera fua vorrei entrare 
Pe' riccontatte le male passione. 

9. Ci avete i riccioletti fatti a scale, 
Ogni piccolo vento ve li move 

E speciarmente quello maestrale. 

Zanazzo, pag. 43 : « Bella che siete la fija de Giove - Ci avete If capeili fatti a 
nnave - Ogni piccolo vento ve li move ». 

10. Come te p6zzo ama che ci ho marito.? 
Prennite mi' sorella, me si' cugnato 

Le veci le farai de mi' marito. 

Deiramore tra cognati h un eco in Salomone Marino {Cant. pop. in a^giuuia 
a quelH del Vigo, Palermo, 1867), N. 174. 

11. E dietro de lo mare c'^ la Turchia 
Me I'ho trovata 'na diva che m'ama, 
Sono I'occhiucci de la bbella mia. 

Per diva vedi nota al N. 73. 11 terzo verso puo esser preso da un altro 
stomello. 



88 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

12. E lo mi amore m'ha detto ch'io canta, 
A la maninconia non vo' cW io pensa, 
Che me consola de la lontananza. 

Analogo di sentimento, Tigri, pag. ioi,.364 (Rispetto). 

13. E lo mi' amore m*ha mannato a dire 
Che me provveda che me vo' lassare, 
Questi so' corpi che me fa morire. 

Blessig, pag. 72, « ... Queste so' pene da farmi morire ». Ma Mengh. 151, e iro- 
nico: « De questa pena non ce moro none »; e cosl anche Tigri, 336, e Giannini, 354, 
« Ero malata m 'ha fatta guarire >. 

14. fe partitu lo raio bbello fra soni e canti, 
Dio gii dia 'llegrezza e lo contenti, 

Occhi de perla e bocca de brillanti. 

Meglio Tommaseo, pag. 179, 5: « Bocca di perla e occhi, ecc. ». Tigri, pag. 318. 

15. E si lo vostro nome non me dite 
lo non ve dico 'r mio e voi penate; 

'R mio non ve dico e voi penerete. 

16. E si tradite a mene tradite 'n core, 
Tradite 'na palomma senza Tale, 
Tradite 'n arma che pe' tte se more. 

17. 'Ffaccite a la finestra, angelu d'oro, 
Tu canti le canzone e io Tamparo, 

Tu spasinii pe' mme, io pe' tte mmoro. 

Pel 30 V, Pieri III. 37- Cfr. Menghini, 125; Zanazzo, pag. 22; Mazzatinti. 416; 
« Fiore de pero - Tu canti li stomelli e io I'amparo - Tu stai alegraraente e io m'ac- 
coro >. Tigri. pag. 315; Gianandrea, pag. 111 di derivaz. romanesca. Schuize, 62 

18. Fior de bammace: 

Quanno che canti co' 'ssa bbella voce 
En core me s'accenne a 'na fornace. 

19. Fiore d'erbetta: 
Traditorella, me Tavete fatta, 

Fino ch'io canto vo grida' vendetta. 



UN MAZZETTO DI STORNELLI GENZANESI 89 

20. Fior de fascioli 

Se so' mmischiati li bianchi e li neri, 
Cosl se mischieranno i nostri cori. 

21. Fiore de foglia: 

Me Tha mannata la mia mente in aria, 
Sta sempre a pensa' a voi la mia memoria. 

22. Fiore deirormo; 

Vorrei tene' lu libbro der comanno 
Pe' ddiscorre' co' woi 'n oretta ar giorno. 
Tigri, pag. 349; Gianandrea, pag. 91, 213. 

23. Fior de melella: 

E giu' pe lu strado* stanno a fa' a palla, 
La fija de... & la piu bella. 
La maggior parte dei cognomi si adattano, come trisillabi piani, alio stomello. 

24. J^ior de melella 

M'hai puncicato 'r core co' 'na spilla, 
Me Thai legato co* 'na catenella. 

Zanazzo : « E la mia bella si chiama Camilla - M 'ha stretto 'r core c6 'na ca- 
tenella - E me 1 'ha, ecc. >. 

Menghini, 75; Coscia, 632 (mille de'piii originali canti pop., Roma, 1883) 

Blessig, 211. 

25. Fiore de more: 

E io per vo' me butterebbe a mare 

Ma come ho da fa' io? Mamma non v61e. 

26 

M'encontri pe' la strada e non me parli, 
Solo me guardi co' s' occhiucci bbelli. 

27 

E di bellezze superate *r sole 
E superate Io Stato papale. 

28 

E le manine tue tante ben fatte; 
Beato queH'anello chi te Io mette. 
Giannini, 73 : « Fiore de grano - Chi te Io mettera I'anello d'oro - Chi te la 
tocchera la bianca mano ». Zanazzo, pag. 60. 

Archivio per le tradisioni popolari. — Vol. XXiU. 14 



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E lo tuo male lo vorrei guarire 

Pe' non vedette piu\ bbello, penare. 

U primo verso, che io non ho udito, nel Blessig, 130, 6 < Se medico potessi di- 
ventare ». 

30. Le stelle de lo cilo non so' ttutte, 
Ci amanca quella de la mezzanotte, 

Ci amanca lo mi' amore e po' so' ttutte. 

31. Mela de rosa 

Quanno te vedo a te so' appassionato 
Credi mia bella che nun ci ariposo. 

Variante Genzanese: » Quanno te vedo cosi doloroso - Credimi, bbello, che 
non ci 'ariposo >. 

32. Mele ranette: 

Sopra lo petto tuo so' ttutte fatte; 
Pe' ccojele ce v6nno le scalette. 

33. M'^ stata rigalata 'na bella mela 
E me I'ha rigalata 'na fruttarola, 

'Sta fruttarola 'n petto la teneva. 

Schulze, 197: « 'Na vignarola ». 

34. M'^ stato regalato 'n bell'anello 
Ce' ddu' pietrine e San Giorgio a cavallo, 
E me I'ha regalato lu mio bbello. 

Qualche analogia ha Gianandrea. pag. 39, 145; Marcoaldl 75 (Canl, pop. i/ie- 
dill, umdriy ecc, Genova, 1855). 

35. M'^ stato rigalato 'n ber diamante, 
Lo purto ar dito e mamma nun sa gnente, 
E me I'ha rigalato lo mi' amante. 

NeirUmbria e in Roma alia fanciulla d stato regalato un coltello che essa porta 
< in potto » (Zanazzo, pag. 56; Mazzatinti, 361). Questo di Genzano h piti vicino 
alia lez. toscana (Tigri, pagg. 316, 17; Pieri, I, 191), Bemoni, X, 41 {Can/, pop. 
Veneziatii^ Venezia, 1882). 



UN MAZZETTO Dl STORNELLI GENZANESI 91 

36. Pe' la strada di Romac*^ 'n serpente, 
fe lavorato a punta di diamante: 

Rivojo lo mi' amore e 'n sento gnente. 

U solito processo di coniaminazione qui conduce al non senso. La forma ori- 
ginaria dovrebbe esser Tommaseo, pag. 214, 6; « Dentro del petto mio ci sta un 
serpente - E mi la vera a punta di diamante - Bella per amor voi non sento niente *. 
Tigri, pag. 320 e 373. 

37. Quanno sposamo noi, caruccio mmio 
Famo venl 'r concerto da Milano 

E lo v6nno pe' nnoi fare 'n giardino. 

38. S'avessi la virtu che ci ha 'r 'cellett<j 
Lu nido vorrei fa' 'mmezzo ar tu' petto, 
La vita vorrei fane d'angioletto. 

39. Si lo mi amore venisse a la vigna 
Quanto rilucerebbe la campagna. 

La mejo erba d'amore h la grespigna. 
Blessig, 59: « Fiore de canna - Quanno le tue bellezze vanno a la vigna - 
Cielo! Quanto risplende la campagna >. 

40. Si mmorta tu me v6i prenni 'n cortello, 
Comincia lo mi' core a trucidallo 

De la vituccia mia fanne 'n macello. 

Schulze, 197: « Si morta me voi vede, piglia 'r cortello - Fa', come fece il Re 
di Portogallo - E de la vita mia fanne macella ». Tigri, pag. 329. 

41. Si woi ch'io te dia 'r bono avanto 
Nun parla' co' nessun ch'io son contento. 
Allora me vederai come 'n santo. 

Deve significare: Se vuoi che io ti dia vanto di donna fedele. 

42. Sora IWaria, 

Ricordite de me quanno sta' sola 
Che te se passa la melanconia. 

43. Tutta la notte m'enzogno Maria, 
Vestita me ce vie' da giardiniera. 
Quanto ce vo' gioca' che si' la mia.? 

Sabatini, 36. 



g2 ARCHIVIO PER LE TRADIZIOW POPOLARI 

44. Vojo parti' e non p6zzo partire, 
Da' na catena me sento tirare 

E la caggio' si' tu der mio dolore. 

45. Voi siete quella stella rilucente 
Venite da le barze de levante, 

Di dolore fate mori' la ggente. 
Cfr. il Riapetto, Gianandrea, 7I' 



Pregi e difetti dell'uomo e delta doaaa. 

46. Chi de le morette ne dice male 
Nun date retta, so' tutte buscie: 

Me pare 'e sta' all'arbergu der Quirinale. 

47. E I'acqua de lo mare h turchinella, 
La lengua de le donne cuce e taja, 
Speciarmente quella de tu' sorella. 

Cfr. Menghii^i, 404; Schulze, 338. 

48. E semo genzanese e semo donne 
Annamo in guerra e nun portamo I'arme 
Semo piu forte noi che le colonne. 

Cfr. Zanazzo, pag. 135; Gianandrea, pag. 207-99; Rleri, I, 141. 

49. Fiore de grano : • 
Vedi lo grano quant'^ piccolino, 

fe piccolino e tutti ce campamo. 

Sembra risposta a uno simile a Menghini, 33 (e Zanazzo, pag. 331) « Fiore de 
grano - Sei troppo piccolina per un omo, ecc. ». 

50. Fiore de more: 

Chi de le morette ne dice male 
Pia *n cortello e spaccheje lo core. 

5 1 . Fior de le more : 

E I'occhi de le donne so' ccatene, 
L'uomo h 'ncatenato de pene amare. 



UN MAZZETTO Dl STORNELLI GENZANESI jCjj 

52. 'N te ne fida' deiromo ch*^ birbone, 
Quanno lo vedi che te vie' rreale 

Allora te vie' ffinto e traditore. 
Cfr. Zanazzo, pag. 72. 

53. Quanto so' bbelli I'ommini moretti 
Massimamente quelli un po' ricciotti 
Parono mazzi de garofoletti. 

Schulze, 58; Zanazzo, pag. 94 : « E specialmente quelli ggiuvinotti - Ve faiUM 
'nnaramur^ li soli occhietti ». Coscia, 736, Rondini {Archivio, vol. VII. N^ is^x 
« ... un po' ricciotti - c'han quegli occhietti de garofoletti >. 

54. Timo fiorito: 

Me fidai de le donne e fu 'ngannato, 
Me fidai de I'amici e fui trad! to. 

Tigri, pag. 375 al 2* verso: « Mi fidai degli amici » e al 3»; « Delle donne », 



Gelosia, sdegno e Stornelli iroaici. 

55. A la finestra tua ce so' li vasi 
E CO la scusa d'annacqua' li fiori 

A tutti... tiri li bad. 

Non ho udito bene Tultimo verso. 

56. A la viente, 

E quanno te lo pij 'sso mercante, 
Te fa patrona de I'acqua currente. 

57. Amore mio, nun te pia' pena 
Che de le donne non c' ^ carestia : 
Da Roma n'^ rrivata 'na barca plena. 

Marsilianf, 158 : < O 6mo, 6mo, non aver paura - Che de le donne non c* 6 
carestia - Ad e venuto un bastimento a mare - De le piCi belle donne che ci si^ ». 
Rispettod pure nellMve, pag. 166, 5, e ugualmente (Villotta) nel Bernoni, punt. VlK a. 
Dalmedico, (V, Cant, pop, di Chioggia, 1872); Tigri, pag, 21-69 e pag. 39-129 (Risp.j, 



04 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

58. Chelle de Roma, 

Pure a Genzano ce n'^ quarcheduna, 
Veste de rosso e fa la rosicona. 

59. E lo mi' amore se chiama spaccone, 
Che si pe* ss'orti comincia a spaccane 
Spacca le legna pe' ssette staggione. 

60. E pe* 'stu rione che spesso ce passo 
E non ci passo i:>e' nessu' 'nteressu, 

Co' I'artri fo I'amore, co' tte me spasso. 
De Gubematis, 200 {Tradiz. di Calcinaia, Roma^ 1894), con immagine di versa 
Pel 3® verso Gianandrea, pag. 115-77- 

61. fe questo 'r vicinato de le bbelle, 
Venite giuvinotti a prenne! mmoje' 

Ne do quattro ar quattrin come le spille. 
Tommaseo, pag. 353-3; Tigri, pag. 329-149; De Gubematis, 261. 

62. Fascioli neri: 

E mannamelo a di* quanno te mori, 
Te manner6 a pia' Tangeli neri. 

Giannini, 401, al 3' v. «T'accendo una candela a quattro luml ». E cosi 
De Gubematis, 154, Pieri, III, 69. 

63. Tfaccite a la finestra, pimpa, pompa, 
Nun vedi che lo c^lo tona e lampa, 

Si' tanta bbella e nessun te se crompa. 

Gianandrea, pag. 239 ; < Fiore de lenta - Lo tempo 6 nugolato, trona e lampa - 
Tutti ne vole ma nigiii le compra. 

64. Fior- di cipresso : 

Nun so' patrona manco de fa' 'n passo, 
Tengo 'sti beccalumi sempre appresso. 
Coscia, 279, ha, in un Risp., « leccalumi ». 

65. Fior d'enzalata: 

Quanno che stai co I'artri ridi e burli, 
Quanno che stai co' mme fai I'ammalata. 
Qualche analog, ha Giannini, 250. 



UN MAZZETTO DI STORNELLI GENZANES( gj 

66. Fiore de menta, 

Voio cava' la radice a la pianta, 

Chi scappa dar mio cor piu 'ce rientra, 

Gianandrea, pag. 116-84; Coscia, 476; MarsiliantT 278; Maziatmti, 413; Cu- 
riosa storia ha il 2* verso. Zanazzo, pag. 108 : « La menta, bbello mif>, non s^ 
trapianta >, Giannini, 275 < Menta si chiama percM si trapianta »j Ida Rossi 
{Archivioj vol. XiV) « La menta 6 bella perch6 si trapianta; Tigri, pag. 359: Menta 
si chiama perche non fa pianta ». Ilnostro ha un'iramagine che armonizzn col senso 
generate, ma lo stomello e stato torturato e volto anche a non sens i probabilmente 
perch6 deriva da uno che il popolo non pu6 intendere, sel>bene Lo canti tiittavia. 
ife nello Schulze, 264: « Fiore de menta - Chi dice che la menta non si pianta? - 
lo dico che si pianta e si sementa >. Qui e palese I'origine letteraria per la gros- 
solana arguzia della meniula che pass6 anche nelle famose Stanze della Mante 
aggiunte al Vendemmiatore del Tansillo. 

67. Fiore de persico: 

E nun te si' saputo Pamante capane, 
Te si' capato 'n persico giallone, 

Coscia, 117 ; Rispetto maschile :«,..£ tanto tempo che tu fai airamore - E 'n 
hai saputo I'amante capare >, 

68. Fior de nampazzo: 

E la mia bella tira I'acqua al pozzo 
E s'h strucca la corda e disse: ciisco! 

69 

Con me, bellino, non ce la plane, 
So' la sorella de rimmentatore. 

Immentatore, inventore, il poeta autor di StomeJlip 

70. Fior 

Chi non sa fa' I'amore se Tampara, 

Chi ci ha I'amante vecchio se lo rinnova. 

Gianandrea, 211 ; Bemoni (Villotta) IV, 14; Casetti-lmbrianit U. 73 {CanL mr- 
ridionali, Roma, Loescher, 1871-72); Giannini, loi, 3: Tigri. 399: * AU'acqua, al- 
i'acqua alia fontana nuova - Chi non sa far Tamor La ci s'impara - E chl non cl 
ha Tamante ce lo trova », con grazia toscana. 



g6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

71. lo canto li stornelli pe* ddisf)etto 
Pe* ffattelo vede' ch'io non so* matto, 
E questo core che ci ho qui ner petto. 
Non ^ pe' tte che mamma me Tha fatto. 

72. In mezzo ar mare c'h 'na vita d'ua, 
Li marinari chi zecca e chi cala 

Cosl fanno Tamanti a casa tua. 
Zecca, sale. Ho sentito cantare anche Chi scegne ^ chi cala, errato ma che 
ricorda Marsiliani, 436 p 475: « Li marinarj chi scende e chi piana > (=: al sici- 
liano acchiana). Coscia, 555. 

73. La sera de li lumi, brutto bboja 
Me lu facessi vedere 'n cannela 
Sotto bbraccetto colla 'ddia nuova. 

< Ddia, diva » sostantivato, raro ne' canti nell'It. centr. h piii freq. nel mez- 
zogiomo (Mandalari, Cant, reggini., Napoli, 1881, N. XXX. Pitr6, Cant, Sicil. 15, 
32, 69, ecc. In Marsiliani {Canti dei dintorni del lago di Bolsena. Orvieto, 1886), 
pag. 62, 147. Vedi addietro, N. 11. 

74. Quanno che morir6 lo dico a nonna, 
Sur carro ce li vojo li nastri lilla, 

De dietro lo mi* amore che suona e balla. 

75. Ve do la bona sera e piCi non canto^ 
Bella, 'n ve lo plate per affronto, 

La bona sera a voi e chi ve sta 'ccanto. 



Invettive e vari. 

76. Amore mio, metti, metti legna 
Fino su *n c^lo fa riva* la fiamma 
Ha* voja a mormora*, lenguaccia indegna. 

yy, Che si *mmazzata, sta' sempre a lo specchio, 
Te spuntino le corna come Tabbacchio 
Si* *na r... de Genzano vecchio. 

Schulze, 345 : « Che si ammazzato, sempre stai alio specchio - Te spuntino le 
coma - Come un abbacchlo >. E qui terminal 



UN MAZZETTO Dl STORNELLf GENZANESI 97 

78. E me ne vojo anna* de la dar monno 
A ritrova' le donne che la danno, 

A chi la bona sera, a chi 'r bon giorno. 

Fieri, VI, 5; Schulze, 267, di piii chiara derivaz. toscana: « E me ne voglio 
anda verso Livorno - A ritrova le bimbe, ecc. ». 

79. E me ne vojo anna' de la dar mare, 
Pe' ccompagnia me lo porto 'r sole 

Che me fa luce a lo mio camminare. 

Fieri, III, 94, al y v. « FerchS la gente non pensino a male ». Mazzatinti, 207; 
Tigri, pag. 355; Gianandrea, pag. 206-89. 

80. E va 'mmori' 'mmazzatu mo' te ce manno, 
Come me t'ho comprato te rivenno, 

E senza facce 'n sordo de guadagno. 

Scrivo 'mmori, per indicare la elisione della preposiz. a. Fieri HI, 52 ; Tom- 
maseo, pag. 308-25; De Gubematis, 241; Ive, (Canti istriani, Roma, Loescher, 
pag. 168-9; Nieri, 527 {Alti rf. R. Accad. Lucchese, vol. XXXI). 

81. Fior de fascioli ; 

Nun vedi che Pha persi li colori, 
Chistanno, bbella, nun la spummidori. 

82. Fiore de grano: 

Li Turchi so' 'rrivati a la marina 
Li carrecchieri a le porte de Roma. 

11 2p verso, coraunissimo (Tommaseo, ^84-9; Tigri, p. 319; Gianandrea, 211, 128; 
Casetti-lmbriani, 11, pag. 73' ecc), e quasi sempre fuori di posto negli stomelli. 
sembrebbe d'origine narrativa. 

83. Fiore de pepe, 

E sotto lo zinale la portate 
La peparola pe' pista' lo pepe. 

Mengh. 220, non d^ senso. Schulze, 353; Rondini {Arc/twio, Vll, pag. 174), 
< O donna che I'avete e la portate - Sotto lo zinalino la tenete - Se qualcheduno 
ve la domandasse - Tenete detto che non ce I'avete - La peparola ove si pesta 
il pepe ». 

Archivio per le tradiaioni popolari. — Vol. XXIII. 13 



q8 archivio per le tradizioni popolari 

84. Fiore de ruta: 

Chi c\ ha Tinvidia bisogna che crepa; 
Ha* voja a mormora', lengua pezzuta. 

85. Ho fatto 'n piantinaro d'accidenti 
Che si me venno a luce tutti quanti, 
Uno che te ne pia te sgrigna i denti. 

Zanazzo, pag. 102; Giannini, 404; De Gubematis, 116; Giambaitisia Ba- 
sile, I, 32; Nieri, 148 {Cant, lucchesi, in Atli d. R. Ace. Lucchcsr, vol. XXXI). 

86. Ne vengo da li monti, e. che volete? 
Quattro a baiocco damo le cortellate, 

E de sassate quante ne volete. 

Cfr. Schulze, 324; Blessing, 286; « Noi siamo Frascatani tutto pepe - Sedici 
a baiocco le coltellate - Mazzarellate quante ne volete*. II nostro e un ecofuordi 
posto delle bravate dei Monticiani (abitanti del rione Monti) in lotta coi Popolanti 
(v. Zanazzo, pag. 112 e 135-36). 

87. Siete carina 'n ve se po' negare 
E chi ve vede a voi deve sta' bbene 
Ne date finta a chi ve vo' vedere. 

Sabatini, 19 e il Rispetto del Gianandrea, pag. 49-23; Tigri, pag. 123; Risp. 447. 
« Siete bellina e non si pu6 negare - Quelle che vi mettete vi sta bene - Solo una 
cosa vi ci puo mancare - Che non amate chi vi vuol del bene ». 

88. Te pozzino 'mmazza' quanno t'arizzi, 
La lengua te se faccia a mille pezzi, 

Da di' male de me quanno la spicci? 

89. Te pozzino ammazzatt'a te e tu madre. 
Pe' cquanti giovinotti ha' messo 'n croce, 
De mettimici a me nun si' capace. 

90. Vojo plane 'n sordo d'enzalata 
La vojo sbatte 'n faccia a 'sta gialluta 
Brutta gialluta tisica svenata. 



CANTl POPOLARl SICILIANI 

RACCOLTI A FANTINA ED A S. BASILIO 
FRAZIONE Dl NOVARA SICULA i) 



I. 

Apritimi si i) porti, apriti, apriti, 
Li porti di ramuri su' firmati, 
Nun 2) catinazzu d'oru cci tiniti, . 
Cu 'na chiavi d'argentu li sfirmati. 
Liu chintra 3) vostra figghia la tiniti, 
Chilla 4) cu li labbruzza 'nzuccarati, 
Fagitila 5) facciari 6), si vuliti, 
Nu jornu sara mia, si mi la dati. 

I) .SV per ssi e c/tissl (quelle) gia:che la j5 ordinari a del siciliano 6 spesso de- 
bole, anche in mezzo di parola. — 2) Xun ed anche nu per uu. — 3) L/u chintra 
(l^dentro), che forse si djvrebbe s:rivere Hue k' intra, invece di ddoch* intra. — 
4) Chilla (quella), all'uso calabrese, \itx chidda. — ^) Fagitila (fatela) X)QV facitila 
con Taddolcimento delia c. — 6) Facciari per affacciari, giacche di regola la vo- 
cale iniziale seguita da doppia si elide e questa si attenua. 

II. 

^Ma tu cci pensi quannu ti baciai, i) 
Cu la t6 bucca nigari nun poi, 
Quannu li manu 'mpettu ti 'nficcai 
Tu mi dicisti : « fa cozzu 2) nni v5i » ; 
1) Baciai^ per vasai, non solo conserva la b originaria, secondo Tuso della 
provincia, ma anche la c, il che 6 piu raro. — 2) Cozzu (quel che tu) per zoccu 
con una singolare metatesi. 



i) I primi dieci canti sono di Fantina, gli altri di S. Basilio. Per qualche notiziasu 
questi due villaggetti pu6 vedersi la nostra Storia della cittd diSicilia, w. 2. Novara, 



100 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Tu mi dicisti «cessa», ed iu cissai, 
Ma fermu stigi 3) a Iu cumannu toi, 
Ora cu Iu 4) m^ bullu ti bollai, 
Ti ti mariti e ti pigghi a cu' v6i. 
3) Siigi per steili, e una forma che non ho inteso altrove. — 4) 0?a at In 
(ora che col), h sottinteso il chi tra ora e cu. 

in. 

Facciati a la fincstra amada Dia 
Quantu ti sintu i) 'na vota parrari, 
Lu 5uri 2) eni 3) lagnatu assai cu tia, 
Si tanta bella 4), chi lu fai mucciari 5); 
L'angiri su' calati ca pri tia, 
Chi 'mparnvisu ti vonu 6) purtari; 
E iu bidemma mi ni vignaria 
Ca iu senza tia nun pozzu stari. 

I) Sintu per seutu, ma non sempre la e tonica si stringe in i. — 2) .Sw/Zper 
suli; il passaggio della / in r e quasi costante a Fantina, cosi che nel 5° verso 
si trova ano^iri per auj^i/i, e si sente dire ravarrri, purizia, ecc, per cavalcri 
pulizia^ ecc. — 3) Eni per <?. — 4) La dd cacumale propria del siciliano si sente 
quasi sempre //. — 5) Mucciari ^tx ammucciari, vedi la nota 6 alia I. — 6) I'onii 
per vonnu, per lo indebolimento regolare della doppia. 

IV. 

Sdegnu mi libirai di la t6 ridi i), 
'Ntra la menti me cchiu nun ci stati, 
Ora chi 'ncatinatu nu m'aviti, 
Bela 2), li sensi mei I'haiu quitati; 
Tiniti forti ss'amenti 3) ch'aviti, 
Li piaciri chi voli ci li ha dati; 
Ca diu 4) mi ni 'rassai gia lu sapiti, 
Nun pozzu fari I'amuri a mitati. 

I) Ridi per rili, come doveva avere il canto la dove fu ccmposto. — 2) Rela 
per bella, invece di bedda (vedi nota 4" al 11), per effetto della tendenza ad inde- 
bolire le consonanti doppie. — 3) Amenti per amanii, giacche la a tonica si stringe 
quasi sempre in c — 4) Ca diu (che io) con la d eufonica. 



CANTI POPOLARI SICILIANI lOi 

V. I) 
Nun ti vogliu na, na 2), cercati amenti, 
E ti lu dicu risulutamenti, 
M'hanu pasatu 3) li speci d'aventi, 
Ora nun ci si' ciiiu la me' menti; 
Si ti viru parra' cu nMtr'amenti, 
Calu Tocchi a la terra e su' cuntenti, 
Un giornu prigiiirai comu li senti 4), 
Sdegnu pbi truvari, amuri nenti. 

I) Questo canto che ha tutte le rime in consonanza e un curioso effetto Jel 
fenomeno fonetico locale, che ha trasforraato in e le a toniche delle rime dispari, 
che erano in assonanza con le altre. — 2) Na na per no no e caratteristico. — 
3) yf'hanu pasatu (mi son passate) per I'indebolimento della' n e della s. — 4] Senii 
per santi, come sopra si ha anihnli e aventi. per amanti e avanti. 

VI. 

E 'nta sta strata c'^ 'na nova zitta, i) 

Di bona sira, di bona giurnata 2), 

Pozza fari di frumentu e sita 

Quanta rina c'e a mari munzillata 3), 

Pozza avanzari comu la munita, 

Mi la vidu cuntenti maritata! 

lu mi ni vaiu, vi salutu zitta 

Vi lassu cu li santi cumpagnata 4). 
I) Zitta per zita (fldanzata) e un fenomeno strano giacch^ rinforza la conso- 
nante quando la tendenza abituale e di indebolirle. — 2) La / originaria k Jiven- 
tata sonora, per un fenomeno parallelo a quello che fa usare la h per \ix v del 
comune siciliano. — 3) MnnsUlata per ammuuziddata (raccolta, ammucchiata) per 
I'aferesi e la sostltuzione di // a dd gia notate. — 4) Invece di avcumpa^HiUa. 

VII. 

Ma no i; ti vogghiu cchiu, muta guvernu 2), 
Ti I'hc'l' scurdari tu tunnu di mia, 
Mi passa, mi pasau 3) lu foe' aternu 
E mi pasau la strema gilusia; 

I No per non. — 2) Gambia proposito. — 3) Pasa e pasau ^^x passa e pa^sutK 



102 ARCHIVIO PER LE TRADIZrONI POPOLARI 

Visjti lu t'amuri e lu discernu/ 
L'h^ vistu tutta la t6 furbaria, 
Eu mi cuntentu di iri a lu 'nfernu 
E mi ni vegnu a lu latu di tia 4). 

4) 1 due ultimi versi non mi pare che accordino col senso degli altri ; forse sono 
spostati. 

VIII. 

Partu e nun haiu cori chi ti lasciu r), 
Gran chiantu fazza a la spartenza mia, 
Quantu di stu locu sugnu arrassu 2) 
Tanti funtani fazzu pi la via; 
Ti pregu, anima mia, pigliati 3) spassu, 
Nun ti pigliari di malancunia; 
Si ti veni la nova ch'eu trapassu 
Dimi 4), pi carita, 'n'avimaria 5). 

I) Questo lasciu, per I'originario lassu, mi pare un prodotto della scuola. — 2) La 
doppia ss e in tutte le rime raolto debole, ma chi recitd il canto non ne faceva 
sentire una sola, forse per rendersi piu cliiaro. — 3) 11 j^i invece del s^^h siciliano 
d conforme all'uso calabrese. — 4) Dimi per dimmi. — 5) Ecco Tavemaria, trascritta 
nella chiesa di Fantina durante la messa, che e ascoltata recitando il rosario : * Sarve 
Maria chiena di grazia, lu Signuri eni cu vui, vu' siti biniditta tra tutti li donni, 
binidittu eni lu fruttu lu vostru ventri di Gesu. — Jesus, Santa Maria matri di Diu, 
priati pi niatri piccaturi, oa noscia morti accusisia ». (Le iniziali di cu,vui, Diu, sia 
debolissime; oa era un suono che difficilmente si pu6'rendere con I'alfabeto). 

IX. 

Aviti li capilli biunni e rizzi 
E 'ntesta li tiniti mazzi mazzi, 
Su' comu nu garonfanu di trizzi, 
Comu 'na scocai a forma di tri lazzi, 
E quantu merri cc'^, quantu marvizzi 
Tant'omini pi vui nescinu pazzi, 
E tantu sunnu granni si billizzi 
Chi I'omini li teni senza lazzi. 



CANTI POPOLARI SICILIANI 103 



Facciati a la finestra, scuta, senti, 
Senti li me' suspiri arruburbari; 
Haiu li carni me' 'nt6 6n focu ardenti, 
Un'ura nun mi lascia arripusari. 
Tu chi sciali e ridi e stai cuntenti 
Cunsidira si mi v5i cunsidirari. 

XI 1). 

O strumenti d'amuri non sunadi 
Mentri chi dormi la ma cara Dia, 
Ma si pi suorti vui la druvigliadi 
Cu druviglia lu sonu h tirannia. 
Bienchi linzori chi la cumigliadi 
Cumigliatila buona a la ma Dia, 
Si chiumazzelli ca a ladu purtati, 
Diedici un basciu pi la parti mia. 

I) La parlata di S. Basilio» come quella di Fantina, ha tutte le caratteristiche 
dei dialetti lombardi e di Sicilia; ma si approssima piCi di essa al comune Sici* 
liano specialmente in bocca agli uomini. Nel trascrivere i canti segueuti noi abbiamo 
conservato anche le diiferenze fonetiche individuali, ed e perci6 che alcuni hanno 
piii degli altri del Siciliano comune; ma dopo le note apposte a quell i di Fantina, 
non crediamo di doveme mettere anche a questi, avendo \k accennato ai piu im- 
portant! principi fonetici, che ora su per giii non fanno che riprodursi. 

Xll. 

Facciuzza di 'na chemira gintiri, 
Quentu suspiri m'h^ fettu gittari! 
C'^ 'na picciotta chi mi fa muriri, 
Di nomu non la pozzu muntuvari; 
Vacci suspiru miu, si ci voi iri, 
Va dicci chi la mennu a sarudari, 
Dicci mi non si piglia dispiagiri, 
Si ^ nata pri mia non p6 mancari. 



I04 ARCHfVfO PER LE TRADIZIONI POPOLARf 

XIII. 

Barcuzza di Vinezia sapurita 
O quentu h bellu lu t5 navigari! 
T'aiu purtatu li viri di sita 
Li 'ntinni d'oru pi putirli arzari. 
T6 mamma chi ti figi sapurita 
Megliu di comu si un ti potia fan! 
Bellu ^ lu zitu, chiu bella h la zita, 
Diu mi li lascia a stu munnu campari. 

XIV. 

Sugnu rivatu a stu parazzu d'oru, 
Fermu lu pedi e nun passu piu avanti, 
Li porti e li fmestri sunu d'oru, 
Li ciaramiti di petri diomanti; 
La dintra stadi vui, signlira d'oru, 
Lu paradisu cu tutti li santi, 
Facciti a la finestra, torcia d'oru, 
Quantu mi gaudu si blllizzi santi. 

XV. 

Vaiu di notti comu va lu nigliu, 
Ta li matinadelli mie ricogliu ; 
Stuffatu mi lu fazzu lu cunigliu, 
La 'nzaratella cu Tacitu e Togliu, 
leu di la quaglia lu pettu ci pigliu, 
Di la pirnicia quad punta vogliu, 
Ma lu sapiti di cui sugnu figliu, 
Chi ristadlni d'altru non ni vogliu. 

XVI. 

Vurra sapiri la m) 'menti unn'evi, 
Vurra sapiri chi pensa, chi fa, 
Vurra sapiri s'idda ferma evi, 
Si Tavi chiu cu mia la vurunta; 



pap^^ra—— •T''i^"M»^^p.in-,,.i".^f L_ . I |ij-v',»»^'r;- ' - ' I V BKf I w ■ ^f^ fH.>*TT ^; T'fM^ '^^ ; 



CANT! POPOLARI SICILIANI 

Cu sa a lu latu so, cu sa cu c'evi, 
Li carizzelli soi a cu li fa; 
Parti furtuna mia, va viri unn'evi, 
Va piglimmila e portamila ca. 

XVH, 

lu cianciu a su parrari, mi cunfunnu; 
Li peni mei quantu su gravusi, 
Annunca a mari mi iettu a lu funnu, 
Pri s'occhi quantu sunnu priziusi. 
Tra sa bucuzza pri denti ci sunnu 
Oru brillanti, petri priziusi, 
Sa frunti larga, su nasu afilatu, 
Bucca d'anelu, labru 'nzuccaratu, 

XVIH. 

Un iuornu, beni miu, mentri scriveva 
St'arma da lu me pettu si staccava, 
Dieva una pinnada e poi piangeva, 
La carta sutta Tocchi la bagnava, 
Mentri lu brazzu scriviri vuleva. 
La pinna di li manu mi cascava, 
Ed era tanta la pena chi aveva 
Chiangeva e lagrimannu ti pinsava. 

XIX. 

Lu zitu m'ha mannatu nu prisenti, 
E lu prisenti fu nu muscaloru 
Adornu di du' nocchi differenti: 
Russa 'ncarnata, culuri di Toru. 
Figlitta, si ti spianu li genti: 
E quentu ti custau su muscaloru? 
Dici chi a tia non ti custa nenti, 
Ti lu purtau lu spusu di t6 soru. 

Archivio per le tradiHoni popolari, — Vol. JCXJII. 14 



los 



105 ARCHfVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

XX. 

Si grastuza di fiuri tenta megna, 
Pi scrivi sa bilizza 'on ci po' pinna, 
Quennii ti 'facci lu suri si legna 
Videnu sa bilizza tenta digna; 
Mazzuzu di garofaru di Spegna, 
Ta lu pituzzu hai na rosa digna, 
'Na grazia stu cori ti dumenna 
Si tu m'emi di cori, sii birigna. 

XXI. 

Su' fattu vecchiu a lu tantu spittannu, 
E lu ma cori n'havi gran duluri, 
lu moru sempri a tia disidirannu 
Si spiranza ci duni a lu ma cori. 
N'e deri cuntu tu si iu mi dannu, 
Sorviri non ti po' lu cunfisuri, 
Si t*ama un piciutellu senza 'ngannu 
Non si lascia cussl, poviru amuri! 

XXII. 

Ti maridasti senza diri nenti, 
Senza pigliari licenza a Tamanti, 
Tu mi lasciasti *ta peni e turmenti, 
Li stissi mura si smuveru a chianti! 
Cu ti lu cunsighiai, cori cuntenti, 
Tu mi lassavi lu to primu amanti? 
Tu mennimi un sarudu quennu nenti 
Comu prossimu toi, non comu amanti. 

XXIII. 
Lu caru beni si di st'alma mia, 
Moru gUardennu la tua prisenza, 
La notti dormu e mi sognu cutia, 
Chissu fa fari la binivulenza, 



, (iANTi PdPOLARI SfClLlANi 167 

Carta bascila tu pi parti mia, 
Facci cu vera cori rivirenza, 
Speru la sorti d'essiri la mia, 
Moru guardannu la vostra prisenza. 

XXIV. 

Giuvana bella mi legra lu cori 
Quannu a la porta ti vidu facciari, 
Chi si chiu bella di Tautri figliori, 
La t6 bilizza mi fa paccKari. 
To memma cu t6 soru chi non vori 
Mencu to pedre ti la lascia fari, 
Sai chi ti dicu, si la sorti vori 
E s'^ ditu di Diu non po' mancari. 

XXV. 

Fighiuzza comu Toru stralugiti, 
Comu lu suri tra li vitriati ; 
Vostra mamma vi teni tra li riti, 
No voli pill cu mia mi ci parrati; 
E vui fighiuzza tantu bona siti 
Sintenlumi cantari vi facciati, 
Cridu chi tra lu geniu m'aviti 
Ed iu bindemma tra la vurentati. 

XXVI. 

Fighiuzza pri lu tantu amari a vui 
lu scerra sugnu cu tutti li mei, 
Su scerra cu m^ patri ch'^ lu cchiui 
E cu li me' fratelli tutti sei, 
Me mamma no mi po vediri chiui, 
Su comu Cristu a menzu li judei, 
Ma sempri dicu : amamunni nui dui, 
Cu tia l*aiu a finiri Tanni mei. 



108 ARCHIVIO f>El^ LE TftAblf IONI K)I^0LARI 

XXVll. 

Scura la sira e scura Tarma mia 
Ca veni Tura di lu tantu affannu, 
Chianciu chi m'haiu a spartiri di tia 
E Tarma cu lu cori ristirannu; 
Salutu li finestri porti e via 
E li vicini chi accostu mi stannu, 
Dopu salutu a vui patruna mia, 
Cu sa si st'occhi chio vi vidirannu. 

XXVIIL 

Guardu lu logu e la casa chi stai 
Comu guardassi li billizzi toi, 
Si calamita chi tiratu m'hai, 
Bella mi tiri a lu logu chi v6i; 
Le me firiti tu li sanirai 
E cu lu 'nguento to tuttu tu poi, 
Si nun li sani sentiri dirai: 
Morsi n'amanti a li sirvizi toi. 

XXIX. 

Sempri pinsannu chi si' veru gigghiu 
Gigghiuzzu di stu pettu, anima mia! 
Sai quantu pena e colira mi pigghiu 
Quannu sto arrassu e luntanu di tia; 
Quant'uri c'^ 'ntu jornu mi sutigghiu, 
E bramu di la strema gilusia; 
Si v6' sapiri quannu dormu o vigghiu 
fe quannu sugnu a lu latu cu tia. 

XXX. 

Dulurusa spartenza! ancora tremu 
E quannu pensu a vui suspiru e bramu, 
Non fussi statu mai ddu puntu stremu 
L'ura di quannu fu chi ni parlamu! 



CaNTi f>opoLARl Sicilian! lo^ 

Boni amici ^mu statu e amici semu, 
Ora licenza nui vi dumannamu ; 
Chiangiti occhi, chiangiti, chiangemu, 
Cun gran duluri a lu cori ristamu. 

XXXI. 

In ta sta strata un c*^ cantatu mai, 
Ora ci cantu ca d siti vui, 
'N rosa cu un garonfanu cangiai 
Pi viJi quar^ megliu di li dui, 
fe veru ca la rosa ^ bella assai, 
Ma la garufanellu dura chiui, 
Ora ti lu dich'iu gia tu lu sai 
La bella ch'haiu amatu siti vui. 

XXXH. 

Sugnu cuntenti, ringraziu a Diu, 
Di la prattica tua mi luntanai, 
Deu ti lu giuru, com'^ veru Diu, 
Comu un pisciu tra Tacqua rifriscai. 
Non ti cercu, ti spudu e ti schifiu, 
Maledicu lu iornu chi t*amai, 
E si pi sorti mi veni disiu 
Sputu li manu mei chi ti tuccai. 

XXXHI. 

In chistu scuru boscu arbiri e frunni 
Vaiu circhennu unn'^ Tamuri miu, 
Un'^ Tamenti mia, unni? unni? 
L'avia d'aventi Tocchi e mi spiriu. 
Mi votu cu lu meri e spiu all'unni: 
Forsi pasau di ca lu beni miu? 
Na gugi d'artu meri mi rispunni : 
Na la circari, no, chi si ni jiu. 



tlO ARCH1V16 PER LE TRADI^IONI POf>0LARI 

XXXIV. • 

lo mi ni vaiu e cuverniti, Diu, 
Nun ti scurdari di cui tentu t'ema; 
Scritta ti tieru 'ta lu pettu miu 
Benchi la sorti lunteru mi chiema, 
Si tu sabissi chi mortu su' iu 
O puramenti 

Nun ti scurdari di lu nomu miu, 
Di lu ciniri s6 stu cori t'ema. 

XXXV. 

Gettu un suspiru e lu mennu pi Taria, 
Lu mennu uni chi va la mia memoria, 
Lu mennu a quarchi parti sigritaria, 
Forsi Tamenti mia vinissi 'n gloria ; 
Nun durmu chiu a la notti, staiu 'n^aria, 
Sempri pinzennu a tia cu la mefnoria, 
Ma haiu avutu li venti cuntraria, 
Speru chi Thaiu av^ la vicitoria. 

XXXVL 
Di nivi si' vistuta e auta curma, 
Su biancu visu nu lu perdu mai, 
E comu Taria no perdi la frunna 
Mencu tu perdi si billizzi ch'hai. 
Scrisci comu lu mari ad unna ad unna, 
Chiu vai scriscennu e chiu bella ti fai, 
Figliuzza, si no fai la vacabunna, 
L'omu chi piglia a tia no mori mai. 

XXXVll. 

Figliuzza, *ta sa bucca mai c*h s\, 
Nemmeru ti risorvi a diri no, 
Quentu mi tieri ligatu a cusi, 
La bucca digi si e lu cori no. 



CANTI POPOLARI SICILIANI III 

Ma cu Tamenti no si fa cusi, 
Risorviti, figlilta, o si o no, 
E si tu cerchi di fari a cusl 
Com'e chi mi tacai mi sciugliro. 

XXXVIII. 

Arsu I'occhi a li celi e a li virduri 
Visti dui stilli e mi misi a guardari, 
Una mi parsi 'na raia di suri, 
E i*artra no la potti taliari. 
Curonna di la crezia maggiuri, 
Stanardu di la festa principali, 
E si firriu la luna e lu suri 
Nautra com'e tia no si p6 fari. 

XXXIX. 

Fidi mi desti e la t6 fidi unn'^? 
Uni su' li prumisi chi mi desti? 
Quentu fii fintu lu t5 diri te, 
Co nu farsu giuramentu mi 'ngannesti. 
Un jornu quennu simu di mia e te 
Tennu lu chiangirai quentu manchesti, 
No b mortu lu muni\u, ancora c'&, 
Su' vivu benchi tu mi banuresti. • 

XL. 

lu mi ni vaiu, ti sarudu cara, 
Cussa dumani sira unni mi scura; 
La navi 'ta lu portu si pripara, 
D'amuri e girusia spartenza scura. 
Sugnu ruvatu 6n paisi di Gara, 
Fazzu 'na littra a ti la mannu allura, 
Si la morti pi mia no si pripara 
Un jornu sarai mia, stanni sicura. 



112 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

XLI. 

leu sugnu stancu di lu gran caminu 
Pi veniri a cantari tra su chianu, 
Demmi nu sciuri di lu t6 giardinu, 
Apritimi li porti quantu chianu, 
Fora mi rupu I'ossi a lu sirinu. 
No ti scantari no si sugnu stranu, 
Sar^ I'amuri t6 cu t6 cuginu 
Chiddu chi veni di tantu luntanu, 

XLll. 

Stanotti ci patl mala notata 
Darretu la t6 |X)rta lu m^ cori, 
Ma Tacqua ca cascava e la ilata 
Deu me la sofria pe lu t6 amuri; 
Lu lampu mi paria torcia lumata, 
Lu tronu mi paria signu d'amuri, 
La nivi mi paria 'nacutunata, 
Li petri mi parianu rosi e fiuri. 

XLIll. 

Stanotti un duci sonnu mi 'nsunnai, 
C'avia Tamatu beni a latu miu, 
Na li labbruzzi duci lu baciai, 
Forti lu strinsi 'ta lu pettu miu; 
Ci dissi: Beni miu, tu ti ni vai? 
Cu lu cunfurtira lu chiantu miu? 
*Nta lu megghiu gudiri mi svigghiai, 
Partiu la gioia senza diri addiu. 

XLIV. 
Stanotti un duci sonnu mi 'nsunnai 
E 'ta lu sonnu miu li cuntintizzi, 
lu cuntrastava cu li belli rai 
E vicinu m'avia li t6 billizzi. 



CANTf POPOLARI SICILIANI 

Tra lu sonnu ti strinsi e t'abbracciai, 
Di li t6 labra tirava dulcizzi, 
'Nta lu megghiii gudiri mi svigghiai, 
Finiu lu spassu di li t6 billizzi. 



113 



Prof. Salvatore Raccuglia, 



ArehivU) per le tnuUeioni popolcuri, — VqI. ^lU. 16 



PROVERBI SICILIANI 



1. A li cavaddhi, 5riu e spiruni, 
A li figghioli, manciari e vastuni. 

2. Airomu bonu, \u cori a li mani, 
All'umu tintu, sciacci li cani. 

3. Airomu bunu, 'nzoccu voli dacci, 
Airomu tintu, sputazzati 'nfacci. 

4. A li canzuni non c'^ prigiudiziu: 
L'ha fattu lu pueta pri cantari. 

5. Ama cori gintili e perdicci anni, 
D'amuri di viddhanu scordatinni. 

7. Ammatula chi statu vo' canciari, 
Si non ha' la furtuna a to favuri. 

8. Amuri nicu chi si pigghia a ghiocu 
Di 'na faidda addiventa gran focu. 

9. Casa vacanti ijnchila di spini 
E attornu attornu metticci brignoli. 

10. Cci dissi a lu carusu I'omu 'ranni 
O malu corpu susiti e vattinni. 

11. Cci voli sorti puru a lu cacari, 
Si no ti v5ta lu vudeddhu e mori. 

12. Cci dissi *u bummulaci a la tartuca: 
Varda chi semu beddhi, binidica! 

13. Chiddhu chi haju io vu' non I'aviti, 
lo haju li diavuli acchianati. 

14. Commu non haju a essiri scuntentu, 
Si zappu all'acqua e siminu a lu ventu? 



PI'P.W'.. 



f^ftOV^RBI ^ICILIANi 11^ 

15. Cu havi la facci 'ranni si marita, 
E cu Thavi cchiu granni pigghia dota. 

16. fe veru chi ogni acqua leva siti, 
Ma n6 aricria li cori assitati. 

17. La Scarpa troppu larga prestu cadi 
La Scarpa stritta fa mali a li^ piedi.. 

18. Lu megghiu amicu chi tin^ fidatu 
Si fici boia, lu beccu f.... 

19. Mi pigghiasti pri petra di sfilari, 

'N paci un momentu cchiu non pozzu stari. 

20. 'Na vota chi Tannati eranu 'rassi, 
Mancu a li jatti si diceva chissi, 

E ora chi Tannati sunnu scarsi, 
Mancu si dici : Si vi piacissi. 

21. Puru 'na scagghia di petra minuta 
Giuva pri la murami quarchi vota. 

22. Quanun manca pri mia, quannu pri vui, 
Passa lu tempu e non n' amamu mai. 

23. Si io mi fazzu mastru cantararu, 
L'omini niscirannu senza culu. 

24. Tri cosi non si ponnu saziari 
Li parrini, li fimmini e lu mari. 

25. Tu manciasti radici e io scalora. 
Differenza non c' ^, semu a la para. 

26. Vo' sapiri la luna quanu' e quinta? 
Quannu lu suli coddha e iddha spunta. 

27. Quanun chi vidi quarchi coriu stisu, 
Siddhu ^ di mulu, passacci d'arrasu. 



G. CRIMI - LO GIUDICE 
raccolse. 



LA FIERA DI GKOTTAFERRATA 



Due sono le rinomate e antichissime fiere di Grottaferrata : una 
del 25 marzo e Taltra dell'8 settembre. 

Entrambe richiamano da Roma e daiCastelli una quantity di gente: 
le nostre belle popolane vi accorrono « sgargianti » in comitiva con 
i treni per Frascati, oppure con carrettini, landaux, volantini, omni- 
bus, ecc. 

Giunte a Grottaferrata si adornano le chiome con le tradizionali 
« rose finte », e fanno colazione con la famosa e gustosa « porchetta » 
condita con aromi dall'acuto odore che si spande nei dintorni del 
bellissimo viale alberato di annose quercie, facendo aguzzare Tappetito. 

L'origine delle fiere. 

Qli acqaisti. 

Delle origini di queste due storiche fiere non si hanno precise 
notizie, n^ mi h riuscito di trovarle tra i documenti conservati nel 
ricco archivio della greca Badia di Grottaferrata, nonostante Tassi- 
stenza gentile del venerando archivista. 

L'origine, quindi, delle fiere di Grottaferrata si perde lontana nella 
notte dei tempi. 

Memoria di esse comincia ad aversi soltanto fin dal secolo XV. 

Un editto a stampa che le riguarda ho potuto consultarlo nella 
ricca biblioteca suaccennata. 

Esso porta la firma « C. cardinale Rezzonico » e fu stampata in 
Roma nel 1779 nella Stamperia Salomoni. 

Da questo documento rilevasi che il Papa Clemente XIII concesse 
al cardinale Rezzonico, abate commendatario perpetuo dellMnsigne 



La FIERA DI GROTTAFERRAtA ny 

Badia di Grottaferrata, ed ai suoi successor! « il privilegio della fran- 
chigia nelli tre giorni successivi alle due festivita deirAnnunciazione 
e della Nativita di Nostra Signora Maria sempre Vergine con le stesse 
esenzioni, liberta, privilegi e franchigie anche da ogni gravezza di 
passi e gabelle nella guisa si gode dalle due fiere di Farfa, come appa- 
risce dal chirografo segnato il i6 settembre 1761 ». 

Primo argomento questo della importanza grandissima che in 
quel tempi ebbero le fiere di Grottaferrata. 

Dal « Regestrum nundinarum », dove si trovano diligentemente 
segnate tutte le vendite fatte ogni anno nelle due fiere, tolgo a caso, 
qualcuna che, senz'altro, costituiva un nuovo chiaro, pratico e valido 
argomento deirinteresse singolare che avevano nel Lazio le due celebri 
fiere di Grottaferrata nel principio del passato secolo. 

« Fiera del dl 8 settembre 1800: 16 bovi (venduti) daeredi Franco 
Ingami ad Ant. Paolini. Scudi 640. 

« I cavalla con vannino da Mobilio Valenti al P. D. Carlo Anto- 
nini cellerario del monastero di Grottaferrata. Scudi 27. 

« 133 maiali da Pietro Ciccaglia a Vincenzo Arigoni con n, 127 
porcelli. Scudi 1085, 25 baiocchi. 

« 10 camarri da Giovanni Ciucci ad Isidoro Crispi. Scudi 300. 

« I somaro moro scodato da Benedetto Bretta a Giuseppe Pier- 
vicenti. Scudi 8.50. 

« 35 vacche figliate e tre giovenchi interi del duca di Bracciano 
a Paolo Brigazzi, Gregorio Antonini e fratelli Vitti. Scudi 760 ». 

In seguito compariscono i nomi di vari principi romani tra i ven- 
ditori e compratori. 

La somma totale dei capi di bestiame venduti nella suddetta fiera 
ammonta alia cifra di 1125 ed il totale dei prezzi a scudi trentaseimila 
quattrocentottantanove e 50. 

La nota h firmata dal signor Vannarelli Francesco, cancelliere 
abbaziale. 

Vi furono qualche volta cancellieri piu concisi che, nel segnare il 
numero e Toggetto venduto da chi ed a quale persona, scrisseor p. es.: 

« Fiera del 25 marzo i8o5. 

« Un somaro castrato Luigi Pezzolla a Marco Mercanti. Scudi ii. 



ti8 AkCHlvio Per Le tradizionI t>o^oLAftl 

« Un somaro bigio Gius. Marcarrtonio alias tappo, a Giov. B. 
German! scudi 12 ». 

Ma anche in tempi a noi vicini una guardia del monumento, nel 
segnare i nomi dei venditor!, che si trovavano nel recinto del Castello, 
scrisse 

« Bravetti Marianna porchetta », invece di venditrice di porchetta. 

L'editto Cardinalizio. 

Multe, tratti di corda ai vajj^abondi, ecc. 

Dello sterminato numero di venditori e di compratori, che anche 
da lontane region! affluivano alle fiere di Grottaferrata, potra aversi 
un giusto concetto da alcuni articoli dell'editto che bandiva 11 cardi- 
nale commendatario della badia f>el buon ordine. 

Neireditto del 10 luglio 1779 pubblicato dal cardinale Rezzonico 
spigoliamo, tra gli altri, i seguenti ordini: 

« 3. che niuno possa farsi lecito portare per la fiera alcuna sorte 
d'armi, tanto offensive che difensive, senza nostra special licenza, e 
chi le portera per privilegio, debba subito dame a noi la notizia, ed 
osservare nel resto il contenuto ne' previleggi medesimi sotto pena 
di scudi 25 moneta daapplicarsi come sopra, e della perdita dell'armi 
stesse, avvertendo che sotto nome d'armi intendiamo siano anche 
compresi 1! baston! di qualsivogiia sorte ». 

« 7. che alii zingari, vagabond!, e donne meretrici non sia lecito 
entrare in fiera e molto meno trattenervisi, tanto di giorno che di 
notte, anco per poco tempo, nb ritenere tenda ricettacolo entro il 
distretto di essa fiera, pe' il quale distretto s'intende tutta la strada, 
che principiando dall'osteria detta del Fico, va direttamente a terminare 
inclusivamente nella strada Romana, sotto la pena di scudi diec! da 
applicarsi come sopra, di tre tratti di corda, della frusta respectiva- 
mente, ed altre pene ad arbitrio » (come vedete la polizia di que! tempi 
non scherzava: quattrini e tratti di corda!) 

Per i rivenditori v! era il seguente articolo: 

« 15. e siccome il concorso tanto dell! venditori, che dei com- 
pratori potrebbero in qualche modo col loro affollamento partorire del 



LA FIERA DI GROTTAFERRATA ng 

tumulti, e della confusione, cosl provedendo anche a questo ordi- 
niamo, che non sia lecito ad alcuno eleggersi il sito, ma farselo asse- 
gnare dalli nostri ministri a db deputati, o da quelle senza licenza 
partire, o mutarlo a capriccio, mentre nella deputazlone di detti slti 
si averi sempre riguardo alii primi, che lo richiederanno, n^ a questi 
sia lecito occupare maggior sito di quello che sara a proporzione asse- 
gnato sotto la pena di scudi venticinque da applicarsi come sopra, 
e nella stessa pena incorreranno quelli, che venderanno il vino fuori 
delle bettole, e dalli luoghi loro assegnati ». 

Allora e adesso. 

Dopo tutto ci6 verrebbe spontanea la domanda: 

— Com'^ che quelle fiere un di cosi piene di interesse, Tanda- 
rono poi man mano p)erdendo, altro non rimanendo di esse che la 
rinomanza ? 

fe presto detto. 

Le fiere furono floride quando il commercio non era libero, ciofe 
quando ogni villaggio aveva un principe, ogni castello un barone. La 
maggior parte di tali baroni e di tali principi, chiusi nei loro castelli 
vedevano nel commercio un buon cespite per Taumento delle loro 
entrate, e quindi essi vessavano con « pedaggi » esorbitanti chiunque 
la necessita costringeva a toccare le loro terre. 

Tra questi dominatori non mancarono per6 dei buoni ed aweduti, 
i quali, rallentando nel rigore delle imposte, fecero prosperare i luoghi 
di loro residenza. Anzi dotando essi di franchigia le loro castella, vi 
fecero accorrere a folia mercanti e compratori. 

A queste avvedute disf)osizioni devesi certamente se le fiere di 
Grottaferrata riuscivano cosl ricche. 

E fu senza dubbio saggio consiglio del cardinale Rezzonico di far 
dotare da Clemente XlII di franchigie le due fiere di Grottaferrata, 
oifrendo a tutti liberta di commercio, cosl da far divenire un centro 
di operazioni commerciali quell'antico Castello, ove accorrevano fin 
da lontani paesi e citta, mercanti e compratori di ogni specie di bestiame. 

Quelle fiere per6 non sono piu, oggi, come una volta. Di esse 



120 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

non rimane che la rinomanza grande, cM Tinteresse e ormai limita- 
tissimo. E questo si spiega^molto facilmerfte. 

II progresso della civilt^, Taprirsi di numerose vie di comunica- 
zione, le frequenti esenzioni, privilegi e franchigie accordate spessis- 
simo al commercio, fecero rapidamente diminuire Timportanza delle 
fiere. E nei luoghi dove simili agevolezze hanno ricevuto un incre- 
mento maggiore, sebbene le fiere ancora vi esistano, queste non sono 
piu fiorenti come prima, ed il concorso ad esse ^i attribuisce in gran 
parte alle speciali festivita ricorrenti : in Grottaferrata, alle solennit^ 
dell'Annunciazione e della Nativita della Madonna. 

Che cosa sono ormai le fiere di Grottaferrata? 

Chi vi si reca potra fame facilmente il confronto con quelle di 
prima, di cui si h dato un piccolo cenno. 

Non piu i bestiami di una volta, n^ i mercanti, n^ i compratori 
dalle borse piene ma uno spettacolo variato, gaio, imponente, la mas- 
sima parte formato dei villeggianti che si trovano nei nostri deliziosi 
Castelli nei settembre, e di contadini nei marzo; e poi un'infinita 
di curiosi e di buontemponi che riempiono le vie e le piazze. 

La folia spensierata si agita come una onda, mentre si ode un 
cozzar di bicchieri e si alza un gridb incessante. 

In mezzo a tanta spensieratezza festiva e chiassosa si eleva severa 
la Badia dalle torri merlate e col campanile reggentesi a forza di rappezzi. 

La folia curiosa invade Tantico e magnifico cehobio per visitarvi 
la Biblioteca ricchissima, Tinteressante archivio, le pitture insigni del 
Dominichino e del Caracci, le torri del Castello, la grande sala d'armi, 
dove ammirasi un ben ordinato museo. 

II continuo rinnovarsi della folia enorme e avidamente curiosa 
scaccia la tranquillity del paese ed il monastico silenzio della monu- 
mentale Badia. 

La fiera di oggi avra un'attrattiva maggiore degli anni passati. 

Nello splendido castello roveriano fe aperta la esf)osizione bizantina 
che, per la sua splendida riuscita e per Tinteresse speciale che ha 
destato, ha meritato le visite del re, della regina madre, di cardinali, 
di vescovi, di diplomatici, di ministri, senatori e deputati, generali 
deiresercito, deiraristocrazia romana, del Circolo artistico internazio- 



LA FIERA DI GROTTAFERRATA 121 

nale, di moltissimi istitiiti scientifici artistic! e religiosi e di un gran- 
dissimo numero di visitatori eruditi e profani che continua a visitare 
I'esposizione, la quale restera aperta tutto I'anno. 

Aggiungete che per cura del municipio avranno luogo diverti- 
menti popolari e concert!, e cosl si pub benissimo prevedere che oggi 
alia fiera Taffluenza sara straordinaria. 

Una buona parte della folia si riversa poi nella graziosa Frascati, 
altri gitanti fanno una corsa fino a Marino e Albano — altri simpatici 
nostri Castelli — e questa sera i treni « tropea » ricondurranno a 
Roma i gitanti allegri e chiassosi, lieti per la bella giornata trascorsa 
tra il cozzare dei calici di vino zampillante, generoso O 

R. Panattoxi. 



i) // Messa^frero, a. XXVII, n. 253. Ronaa, 8 Settembre 1905. 



Archivio per le tradigioni popolari. — Vol. XX 1 11. 16 



IL REDENTOR. 

FESTA POPOLARE VENEZIANA 



Malattie ed igiene di altri tempi - La storia di una chiesa - Misticismo e... polli 
arrosto - Notte bianca - Passato e presente. 

Tutti sanno che nell'antichita e nel medio evo uno dei mali piu 
gravi e diffusi era la peste, cosi diffusa come b oggi... la nevrastenia, 
con la differenza in meglio che monna Peste aveva il buon senso di 
apparire piu di rado in questo povero umano consorzio gia tanto pieno 
di grattacapi e di miserie d'ogni gt^nere, ma col danno incomparabil- 
mente maggiore di fare piu vittime e di presentarsi senza nessuno 
di quei sintomi cosl graziosi che hanno reso la nevrastenia tanto di 
moda, cosi di moda che anche chi non I'ha vuol averla, sembrandogli 
quasi mancare un carattere essenziale e indispensabile all'uomo 
moderno. 

La peste, morbo brutto come il suo nome, dilettavasi di razzie 
spaventevoli in tutta Europa: Venezia, citta marittima, quindi non 
troppo pulita, in continui rapporti con quei focolari d'infezione che 
erano e sono TAsia e TAfrica, non poteva andarne immune. E nu- 
merose furono le volte che si vide colpita dal terribile tlagello, ma la 
piu grave delle infezioni fu certamente quella del 1576. 

Risparmio ai lettori, anche per non mancare di rispetto ai sommi 
che descrissero la peste, dailo storico ellenico a ser Boccaccio ed al 
Manzoni, la descrizione che i cronisti fanno di Venezia in quelKanno. 
Diro solamente che in sei mesi la peste fece nella graziosa regina 
dell'Adriatico tante vittime che la popolazione — e uno storico che 
parla — sminul a tal segno che convenne invitare poi dei forestieri 
a ripopolare la citta. 

La serenissima Repubblica, davanti a tale sciagura nazionale, 
non istette colle mani in mano. Ordin6 la chiusura dei malati in due 



IL RHDENTOR I23 

lazzaretti, uno sito nella pittoresca abbazia della Madonna deH'Orto, 
ove ride la gloria del Gian Bellini e del Tintoretto ed uno su un'isola 
della laguna. Non solo — e qui sta la trovata originale dei nobilissimi 
rettori dello Stato — ; fece arrestare tutti i mendicanti sparsi per Ve- 
nezia e colloc6 questa falange numerosa su tremila barche schierate 
ed ancorate nella laguna. Era il modo piu spiccio di isolare una classe 
ove piu facilmente si annidavano i germi del morbo... Sul maggior 
naviglio sventolava lo stendardo di San Marco e accanto ad esso 
stendeva al cielo le-sue braccia poco gentili... la forca, minaccia elo- 
quentissima agli imprudenti che volessero accostarsi od oltrepassare 
la linea di quel nuovo centro galleggiante di osservazione. 

Popolani e nobili di alto lignaggio prestarono la Toro opera in soc- 
corso degli appestati. Ma tutte queste misure dovettero sortire un 
mediocre effetto, se la popolazione fu decimata in quel bel modo 
die vedemmo. 






A questo mondo tutto fmisce : le cose brutte e, purtroppo, anche 
le t>elle. E fini per Venezia anche la peste. llprimo pensiero del po- 
polo fu di rendere grazie alia Divinita, la quale poteva anche mandare 
un male piu grave... per esempio, sterminare fino alFultimo vene- 
ziano. Percio il doge Alvise Mocenigo, considerando che « per niuna 
altra causa la cristianita et specialmente questa citta sostenne questo 
tlagello di mortalita se non per li grand! et enormi peccati nostri » 
in unione col Senato e col patriarca Trevisan decise innalzare una 
chiesa votiva dedicata « al Redentor nostro ». E la chiesa sorse nel- 
risola della Giudecca e fu monumento degno del voto: il Palladio 
ne segn6 le linee maestose ed armoniche, il Veronese, il Bassano, 
il Tintoretto vi profusero i tesori della loro arte divina. E resta an- 
cora a perpetua testimonianza di una fede di cui noi abbiamo perduto 
le traccie. Poiche ci crediamo cosl i:>erfetti e cosl buoni da dar la colpa 
delle nostre malattie non ai peccati nostri, ma... ai microbi e, quando 
siamo guariti, ringraziamo, invece della divinita... gli inventori dei 
sieri antibacillari... 

Ma Tanimo spensierato e gaio dei Veneziani non poteva acque- 
tarsi di un puro e semplice pellegrinaggio annuale, nella terza dome- 



124 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

nica di luglio, al tempio espiatorio. Con * la geniale volubilita sua 
convertl la divozione in una festa e che festa! Fra lepiu rumorose, 
smaglianti e caratteristiche della Repubblica. 

Bisogna leggere i cronisti del tempo per capire che cosa fosse. 

Tutta Venezia aflfluiva alia Giudecca; in citta restavano sola- 
niente — dice un autore — ...i due Mori della torre deirOrologio. 
A facilitare il concorso all'isola venivano costruiti sulla laguna due 
ponti di peate ed ancor oggi un ponte proyvisorio aliaccia la poetica 
riva delle zattere, cosl cara al cuore irrequieto di Byron, con la Giu- 
decca, Tantica sede degli israeliti. 

Nessun luogo pertanto era piu adatto ad una festa notturna 
come la Zuecca. 

Rinomatissimi e romanticissimi i suoi giardini (orti) pieni di ombre 
discrete e di boschetti graditi agli innamorati che vi volessero... fe- 
steggiare la liberazione della peste; numerosi i campi ove le famiglie 
si raccoglievano a cena ; numerosissimi po\ i banchi dei rivenduglioli 
di pesci, di ostriche, di dolci, sparsi sulle fondamenta che guardano 
da lontano la superba citta. E per le calll, sulle rive era tutta una 
illuminazione originale di palloncini, di moccoli, di fiaccole fatte di 
stracci impeciati e che dovevano essere alquanto fumose... Ma chi 
badava a simili inezie? L'illuminazione si ripeteva, si rifletteva nel 
mare dalle imbarcazioni che movevano all'isola, tutte ornate di 1am- 
pioncini e sulle quali le famiglie menu povere cenavano allegramente. 
Altre gondole, altre peate portavano dei suonatori, dei cantanti... 

Quale dovesse essere lo spettacola di quella notte sulla laguna 
tremula di luci sotto un cielo tempestato di stelle, lo pensi il Ij^ttore. 

Verso il tocco si cenava e il piatto tradizionale per la circostanza 
era — non sono riuscito a ticwarne la causa storica — il polio arrosto. 
Appena divorato il quale, preceduto o seguito, si capisce, da altre 
golosita, i buoni veneziani si ricordavano anche delle esigenze del- 
Tanima e si recavano alia messa che v^eniva celebrata nella basilica 
del Redentore. 

Parrebbe, poiche anche il piacere ha un limite, che, santificata 
Tanima, si fmisse anche il tripudi*. 

Invece no. Usciti dalla chiesa, tutti attendevano celiando, man- 



IL REDENTOR 1 25 

giando e bevendo, sopratutto bevendo, il sorgere del sole. Era cosa 
naturale e lo ^ ancora fra 11 popolo oggi. « Chi sarebbe — si chiedt; 
uno storico locale — d'animo cosl poco timorato o di si dormiglinsa 
natura che almeno una volta in sua vita non vedesse sorgere if sob 
dagli orti di quella terra votiva? * L'idea di salutare la comparsi* del 
maggior astro come il simbolo della vita non h punto spregevole : il 
male si fe che nalla saa esplicazione presentava e presenta aacrM'a 
inconvenient! gravi, poich^ nelle ore piccine tutte le feste di ques^tu 
mondo hanno il cattivo vezzo di degenerare in orgie e quella del 
Redentore non vi fece n^ vi fa tutt'ora eccezione. 

Come fossero e siano ridotti ancora i buoni veneziani al mattiiit», 
lo si pu6 immaginare. Quelli che ancora serbano un po* di lucidifa, 
chiedono il ristoro della mente alquanto annebbiata dai vapori nun 
precisamente... della laguna e del corpo stanco alle acque del m,ift\ 

E il mare buorio li rimanda sereni e ringiovaniti alia vita s<>lita 
del lavoro. 

Oggi ancora si celebra questa festa notturna, ancora si perJ<M)n 
sulle onde oscure del bacino di San Marco le armonie dei concert! 
galleggianti ed illuminati e si cena ancora sulle gondole, ma mancn 
qualche cosa. E' I'antico spirito che e morto e — contrasto volgn- 
rissimo che richiama brutalmente alia nostra vita febbrile di Ilivsmu 
— a due passi dalla mole superba del Redentore si disegnano stillo 
sfondo azzurro del cielo i camini di un grande stabilimento. H p^i 
la festa ^ emigrata, si pu5 dire, al Lido. Qui gli ultimi ostinati not- 
tambuli attendono ancora fra canti e suoni il sorgere del sole, mentre 
dalla rotonda dello stabilimento dei bagni una popoiazione esoti^j ed 
elegante li guarda con una curiosa ammirazione... i) 

iW. P. 



I) Corricrc della Sera, a. 50, n. 193. Milano, 10 Luglio 1905. 



I 



MISCELLANEA 



La Strina, ossia festa di recall in Vicari. 

In Vicari, citt^ antica, che esisteva 300 anni a.-C, come rilevasi dalla storia, 
da tempi immemorabili sino ad oggi, nel i« giomo di gennaio di ogni anno si fa 
la festa delia Strenna, come la facevano i Pdgani. 

Le mamme, i babbi e tutte le persone adulte raccontano ai bimbi di una et^, 
e li impressionano, che sul castello, che s'eleva a cavaliere deUa citta, vi siano 
palazzi sotterranei, ove abita una vecchia signora, molto ricca, amica generosa 
dei bimbi, che ha nome Strina, percio intesa I'crchia Strina. 

Questa sin dai primi giorni di Dicembre di ogni anno, ivi si da moto, con i 
suoi figli e le persone di servizio, a manipolare vari dolci squisiti, ed a confezio- 
nare abitini, stivaletti, scarpine, giocattoli, trombette e tambureUi, e questi dolci, 
indumenti ed oggetti di svago, servono per essere regalati ai bimbi d'ambo i sessi. 

La notte del 31 dicembre al r gennaio, la vecchia Strina gira pel paese con 
i suoi figli ed i servi, che cunducono le mule cariche di dolci, ed altri oggetti detti 
di sopra, entra pian pianino ove sono i ragazzi, che in lei credono, e non sonosveglj, 
loro lascia parte di dolci. giocattoli. abiti ed altro. Per6, onde essere fatti segno 
della munificenza della vecchia Strina, oltre a non farsi trovare svegli, occorre 
siano stati assidui alio studio, savii ed obbedienti ai loro genitori. 

Questa festa della Strina e preceduta da certe usanze di rito. 

E a sapersi che. sin dai primi giorni di Dicembre, ogni sera, una ciurma di 
monelli, muniti di quelle campane che soglionsi attaccare alle collo delle vacche. di 
corni e di drotrni, salgono sul Castello, a sonare i loro strumenti, ed a fare stre- 
pito, indi ne scendono, e sonando, e vociando, girano per le vie della citti. Questa 
specie di gazzarra, fatta dai monelli, ha lo scopo di far credere ai bimbi, che queUi 
sono i tigli della vecchia Strina, i quali avendo terminata la loro giornata di lavoro, 
si danno quello svago. 

La sera del 31 dicembre, i bimbi, dopo aver mangiato in tretta e furia, vanno 
a letto, perche la vecchia Strina li trovi addormentati, dappoiche dai genitori sono stati 
avvertiti, che, ai ragazzi che si troveranno svegli neirora che passa la vecchia 
Sirina, guai per loro, perchfe non solo lascerii cosa alcuna, ma grattera loro 
piedj con una piccola grattugia. 



MISCELLANEA 



127 



Alia mattina, appena fatto giorno, sono svegli, e nonvestiti al complete, sal- 
tano dal letto trepidant! e cercano, e frugano tutti i nascondigli della casa finche 
trovano cio che sperano, allora incomincia il chiasso, con voci assordanti. Questa 
scena e quasi in tutte le case della citta. 

La notte del 31 Dicembre, la popolazione del paese, mangia bene e beve meglio, 
giuoca in faniiglia e fuori. fc usanza che alia mattina di quel giorno le mogli fac- 
ciano trovare ai loro mariti un abito che con precedenza ban fatto manifatturare, 
per indossarlo essi in quel giorno, cosi viceversa i mariti regalano alle mogli. La 
mattina del i* gennaio, si scambiano visite ed augurii di un buon capo d'anno, e 
si fanno regali di dolci. BUTERA. 



Filastrocche infantili di Terni. 



I. Angeli santi, 
Venite tutti quanti. 
Venite intomo a me: 
r voglio bene a te, 
A - te - ca - li - santi 
I voglio bene a tutti quanti. 



2. Seta moneta 
Le donne di Gaeta 
Che tilano la seta 
La seta e la bammac; 
Lu fiore mi piace 
Mi piace lu bellu maritu 
Biancu e russu e culuritu. 



Napot^on d^apr^s les idees d*un Musulman de I'Asie-M'neure. 

Maxime Du Camp ecrit dans ses Simvenirs cl Paysag-cs d' Orient ( Paris, 
Bertrand, 1848, p. 61, D'Ephesc a Snirrm): * Vers le soir, j'avisai une maison 
de tres-pauvre apparence noyee dans des flots de verdure, et j'envoyai mon drog- 
man y demander de Thospitalite pour la nuit... Lorsqu' apres mon repas je pris 
le cafe, je fis inviter le maitre a venirle partager avec moi; il accepta. s'accroupit. 
^ mes c6t^s. et, a Taide de mon drogman, nous causames. 

II s'emerveille de ce que le desir de I'inconnu m'ait pousse si loin de mon pays: 
lorsqu 'il sait que je suis Fran^jais, il me demande si j'ai connu Napoleon. 

— Je suis trop jeune, lui dis-je, pour Tavoir connu, mais j'en ai beaucoup 
entendu parler, et je sait son histoire. 

— C'etaft un homme tres-fort, n'est-ce pas? 

— Tres-fort! en effet, repondis-je en me meprenant sur le sens du mot. 

— II eat tu6 un boeuf d'un coup de poing? 

J'avoue que j'eus grand'peine a conserver mon sang-froid; mais apr^s deux 
secondes de reflexion, je compris qu'un homme comme Napoleon devait etre juge 
alnsi par un pauvre musulman de !'Asie-Mineure. DejA ('ans le Caucase ils le con- 



128 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

fondent dans leurs chants avec Alexandre le Grand ; pour les peoples que la civi- 
lisation n'a pas encore atteints, la puissance morale est presque synonyme de la 
force musculaire. Detruisez toutes les images de I'Empereur, ses portraits, ses sta- 
tues, ses bustes ; laissez k Timagination le soin de le repr^senter, et on vous fera 
un Hercule Farnese, un colosse musculeux, avec une massue k la main et une 
peau de lion k T^paule. L'aga le jugeait d'aprds ses idees, et j'etais un sot d'en 
rire» i). 



Una canzone popolare italiana in Planto. 

n sig. T. Bruno nel suo opuscolo Precetti e sentenze di Plauto (Roma, Ci- 
velli. 1888, p. 9) scrive: « Le seguenti parole hanno un curioso riscontro in una 
odiema canzone popolare : 

Qui ex nuce nucleum ess« v&lt, fran^t nucem. 

(Plauto. Oykfculio^ 1., pr.) 
Dev'essere proprio vero die 

L*amore k fatto come la nocciola, 

Se non si rompe non si pu6 mangiare ». 

A. LUMUROSO. 



Le n. 13 ik Saint-Cyr. 

De rinteret qu'un officler peut avoir, au d^but de sa carri^re, k sortir de Saint- 
Cyr avec le numero 13. 

C'est M. Keller qui a eu, cette ann6e, le numero fatidique. M. Keller appar- 
tient k une vieille famille alsacienne ; comme de juste, il a cholsi un corps d'avant- 
garde, le 5" bataillon de chasseurs k pied, k Remiremont. 

Le jeune officier etait entri k I'Ecole avec le numero 170; on le voit, le 13 
a du bon quelquefois. M. Keller n'est pas le premier a en faire I'heureuse expe- 
rience. Avant lui, d'autre officiers sont entres ou sortis de Saint-Cyr avec le nu- 
mero 13, qui n'ont pas moins foumi une tr^s brillante carri^re. 

Tels le marechal de Mac-Mahon et le general Bourbaki, tous deux sortis de 
TEcole dans le meme rang que M. Keller; tel aussi, le general Laveaucoupet, dont 
la conduite k la fois simple et heroique k I'armee deMetz estun des souvenirs les 
plus reconfortants de I'Annee terrible. 



i) Ce passage doit eire place a cot^ de ceux analogues si patiemment recueillis par le tres 
regrette historien de « NapoI4on III intime » M. Fbhnand Giraitdbau. Cfr. A'apoZeone e la tror 
diaione popolare par Alb. Lumbroso dans les diff^rents fascicules de l\4rc;i»f!»o p. lo studio 
deUe tradie. pop. 



MISCELLANEA I2g 

Parmi les vivants, combien de noms ne pourrions-nous citer! N*en prenons 

qu'un seul, celui du general Bailloud, actuellement commandant de la division 

d 'Alger, un des plus vigoureux et des plus brillant officiers g^n^raux de Tarraee 

fran^aise. Le g^n^ral Bailloud est sorti de Saint-Cyr, en i868, le treizieme de sa 

* promotion x). 



La Leggenda di Alfredo Krnpp. 

Se vivesse ancora Alfredo Krupp !... 

Se questa esclamazione venisse profferita innanzi ad un cittadino dl Essen — 
in generale innanzi ad un tedesco, perche la cosa ha assunto aspetto nazionale 
— un sogghigno dMncredulit^ ne sarebbe la risposta. Perchd quello, che or sono 
due anni fu battezzata Krupp-Mdrchen — la fiaba Krupp — va pigliando adesso 
seriamente forma e colore. E chi viene in Essen, dove tutto si concentra nel 
nome di Krupp, chi visita queste fabbriche e queste varie istituzioni, non pu6 
non subire Tinflusso di questa leggenda, specialmente nol italiani, che in 
essa abbiamo una parte non trascurabile. La leggenda infatti, a prescindere 
dalle dicerie sciocche ed ignominiose che si attribuiscono alia persona di Alfredo 
Krupp nei suoi rapporti cogli italiani di Capri (egli viveva molti giomi dell'anno 
in quella pittoresca isola, dove edific6 e prodig6 mille altri benfatti) la leggenda 
dice che egli non sia morto, che vive, non si sa bene dove, in una lontana cam- 
pagna deH'Africa sud orientale tedesca, una vita strettamente ritiratissima di al- 
levatore d'animali, e che delle grosse somme di denaro gli siano spedite tutti gli 
anni. Anzi a questa leggenda si connette pure la morte di suo cognato, che an- 
cora giovane si tolse la vita nella lontana America. ^ 

• Non sembri che io voglia prestare orecchio a delle dicerie da popolino. II 
Krupp-Mdrchen e di una importanza e di una consistenza nazionale. Lanciato la 
prima volta dal Voncdris di Bebel, il capo dei socialisti tedeschi, il quale afferm6 
che la morte di Krupp, ed i tunerali cui assistette I'imperatore, non erano che una 
misteriosa canzonatura; risorge ora a galla nelle colonne della Presse, un altro 
importante giomale di Berlino, e per conseguenza appassiona il pubblico tedesco, 
sMnsinua nelle orecchie del visitatore, che sta davanti al severo monumento fu- 
nebre, e non si scompagna dalle impression! che riceve chi mette per la prima volta 
piede in Essen. 

Non appena arrivato infatti, in linguaggio velato metaforico, mozzicato in 
parte, la prima che mi si apprese fu questa. 



i) L'Eclair, Paris, 4 octobre 1905. 

Archiioio per le tradizioni popolari, — Vol. XXill. 17 



I30 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

Come si vede, a poco a poco noi siamo ritomati alia civilta del terzo secoto. 
Si vede bene come questo giovane secolo ventesimo vuole cos) poco spogliarsi dei 
misteri, vuole cosi poco rinunziare a quella educazione superstiziosa di fiabe e di 
leggende, come appunto i due precedenti : il secolo critico nazionale di Kant, Vol- 
taire e Lessing ed il secolo economico tecnologico di Darwin e Marx, di Helmholz, 
di Stephenson. Ed 6 strano che proprio Essen abbia in questo giovane secolo, do- 
vuto accrescere di un altro grosso numero la ricca collezione delle fiabe storico- 
politiche, proprio Essen, la citta deH'acciaio, la cittk che sta aH'avanguardia dei 
piu brillanti risultati delle scienze esatte. Nessuno penserebbe che qui si possa 
trovare un terreno fertile alia leggenda ed alia superstizione. 

EDGARDO ROSA i) 



Musica popolare fosofrafata. 

Ai giomi nostri, in cui si h finalmente compreso quanto importi la conoscenza 
della musica popolare, sia dal lato della storia della musica, sia dal lato dell'arte, e in 
cui si tent6 di riannodare a quelle tradizioni la produzione artistica per derivare 
da quelle purissime fonti Timpronta e il carattere nazionale, Tuso del fonografo 
gioverebbe mirabilmente alio scopo. Percid tutti coloro che s'interessano degli studi 
musicali dovrebbero dare opera a che potesse compiersi 11 voto emanato dal con- 
gresso di Parigi, voto che suona esattamente cosl: Qu'il se fonde une Soci^t^ in- 
t^mationale pour que les chants populaires soient recueillis phonographiquement et 
centralists de fajon k 6tre Pobjet d'^tudes sirieuses et de recerches comparatives 
de la part des musiciens y 

Da queste Oltime parole ognuno comprenderd come i fonogrammi incisi dovreb- 
bero esser posti a disposizione degli studiosi, ci6 che potrebbe avvenire quando 
si collocassero nelle pubbliche biblioteche. 

Onde 6 lecito sperare che, in un a wen ire piii o meno lontano, le biblioteche mu- 
sicali, accanto ai codicil agli incunabuli, agli autograft e alia musica a stampa, 
abbiano i loro bravi cilindri fonografici, conservatori perpetui dei canti d'ogni etA 
e d'ogni popolo. 



i) Uttera da Essen, nel Qiomale di Siciliay a. XLV, n. 355. Palermo, aa DIcembre 1905. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 



M. MEGALI DEL GIUDICE. Ncl paese de$li Ulivh Reggio di Calabria. Stab. 
Tip. A. D'Angeli e C, 1905. In-8, pp. 135, L. 1.50. 

Paese d'ulivi d la Piana Calabrese cos) come la Sicilia, il Lucchese ed altre 
regioni d'ltalia; ma Tautore intende parlare del territorio e anche della provincia 
di Reggio e forse di attre province della sua nativa, sventurata Calabria. Infatti 
egli con pietoso pensiero ha destinata la pubblicazione a favore dei Calabresi dan- 
neggiati dal terremoto dell's Settembre 1905. 

Questa pu6 dirsi una mescolanza di folklore : parecchi e diversi essendo i ge- 
neri che vi son rappresentati, dalle storie religiose in poesia, ai canti d'amore, 
dalle leggende delle feste sacre alle fiabe. 

11 raccoglitore ha diviso per comuni le tradizioni raccolte; e ci6 senza dubbio 
per fomire saggi dei vari subdialetti ed anche delle modificazioni foniche che il 
dialetto calabrese subisce da comune a comune. 

Un gruppo generale della Piana Calabrese 6 di « Leggende ed odi sacre co- 
muni alia demosofia>: titolo letterario che potretfbe parere pomposo trattandosi 
di umili ed ingenue storielle devote. Strano che la maggior parte di codeste sto- 
rielle corrano incomplete e talune senza battesimo di origine I Non citiamo esempi 
perch6 dovremmo riferire i titoli di questa prima serie. 

La Sanla CaUrina (p. 16), d'altro lato, k un brano della affascinante leggenda 
poetica del medesimo titolo che, trenta e piii anni fa, noi ritenemmo, e riteniamo 
ancora, la piii bella dopo la Principessa al Carini. In Sicilia noi ne raccogliemmo 
due version!, Tuna di 158, Taltra di 134 versi. (Cfr. i nostri Canti popolari Sici- 
lianiy v. 11, nn. 946, 947. Pal. 1871). Questa qui ne ha meno di metii. S.ia Ro- 
salia h frammento d'altra leggenda Palermitana (Cfr. Canti, n. 941). 

La Santa Genoveff'a, composta di 90 versi, h pur essa frammento del popola- 
rissimo poemetto di Antonio Lo Fata catanese, in 912 versi (cfr. Canti, n. 949). 
S. Giuliano h la orazione dei viaggiatori per terra, e forse anche per mare, gii 
stata illustrata nella sua integrity in questo Archivio, v. XXI, p. 6. Jfadonna, 
Madonnifia 6 pur esso frammento di una lunga filatessa infantile. 

I giorni della setlimana sono 26 di 80 versi, che formano la poesia morale 
sopra La Settimana (cfr. Canti, n. 978). 



132 



ARCHIVIO PER LE TRADlZfONI POPOLARI 



Tra i canti d'araore, vecchi e nuovi, chiama I'attenzione quelle del soldato 
(p. 37), la cui madre piange il latte che gli diede. Pare recente, e dev'essere ante- 
riore al Regno d'ftalia. 

Indovinelli sono sparsi qua e 1^ nella raccolta in ragione del van paesi dei 
quali si riportano i saggi orali. 

La prosa 6 rappresentata da qualche leggenda sacra (pp. 43, 82), che accresce 
il numero delle variant! di tipi favoriti del popolo : una statua sbarcata ; una im- 
magine nascosta in mezzo a cespugli e illuminata da candele ; un simulacro rubato 
da un paese ad un altro, e poi per opera soprannaturale tomato al suo posto ecc. 

N. 6 fiabe, tra le migliori pei loro motivi, costituiscono una graziosa attrat- 
tiva del libriccino. Sono dettate con grazia e naturalezza, e crescono le varianti 
invero scarse finora della novellistica calabrese, solo da poco presa a studiare con 
intenti elevati dal Dr. Pasquale Rossi. 

Ma queste fiabe offrono un particolare: un cominciaroento con versi che poi 
ricorrono nel corpo della narrazione. £ un fatto sporadico? t, un artificio delnovel- 
liere della novelliera? E opera d'arte? G. PiTRt. 



Albertina Furno. II seotlrpeoto del rpare oeliai poesiai italiaoai* 

Pubblicato sotto gli auspici della Lega Navale Italiana (sezione di Firenze). 
G. B. Paravia e C. 1905. fn-8, pp. 100, L. 1,50. 

Questo sentimento 6 dall^ signorina Furno ricercato e carezzato nella poesia 
tanto erudita quanto rustlcana. 

La prima parte del libro mette in evidenza con molta cura e finezza i ricordi 
che quest'ultima offre nel genere. 

•La concaTitil della regione padana d'ltalia spiega la mancanza di sentimento 
nelle region! interne, in Piemonte, in Lombardia, nell'Emilia; non ran i canti ma- 
rini in Venezia, ma tutti sospiri malinconici del povero marinaio. Fatti etnici e 
morfologici inducono difetto del medesimo sentimento nel versante adriatico, che e 
invece relativa abbondanza in Sicilia. 

Ora e curioso che una penisola come I'ltalia, ed isole come la Sicilia, la Sar- 
degna, le Eolie, le Egadi non abbiano ricchezza vera di canti esclusivamente ma- 
rini; diremo anche di piii: una vera letteratura tradizionale, popolare, quale si 
trova, p. *es., in Bretagna, e quale I'ha raccolta in molteplici pubblicazioni il signor 
S^billot in Francia. 

Gli b che ci sentiamo, un po* qua, un po' li, ripetere il vecchio proverbio: 
€ Loda il mare e tienti alia terra*. I Sicilian! stessi, che dalla loro terra non pos- 
sono uscire senza imbarcarsi, usano dire:. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 1 33 

Loda lu man 

E afferratl a li giummari ; 

(loda 11 mare, ma attaccati ai cefaglioni). 

L'Autrice del presente lavoro 6 entusiasta deH'argomento e lo lumeggia con 
virtu dMntelletto e di cuore. NeH'entusiasrao essa non ha guardato (p. 14) alia na- 
tura dei canti popolari dei pescalori chioggioiii del grazioso volume di Giando- 
menico Nardo : La pesca del pesce ne' valli delta veneia laguna (Venezia> Visen- 
tini, J871). Essi sono opera originale del corapianto Nardo, la cui bella tradizione 
continua la nostra egregia arnica e collaboratrice si^ora Angela Nardo Cibele, degna 
figliuola di lui. 



L.e Rorpaoccro popuiaire d^ la Praoce: Choix de Chansons popu- 
laires fran^ises. Textes critiques par GEORGES DONCIEUX avec un avant- 
propos et un index musical par JULIEN TIERSOT. Paris, Librairie t. Bouillon, 

. tditeur MDCCCCIV. ln-8, pp. XLlV-542, 15 fr. 

A 46 anni, nella maturity dell'ingegno, nelle forze dello intelletto, G. Doncieux 
cessava di vivere il 21 marzo 1903; ed il suo Romancero diveniva opera postuma, 
Che la pietA sapiente di Julien Tiersot presenta ora al pubblico, ed al quale pre- 
mette poche paginette laudative dell'opera medesima. 

Fu convinzione costante del Doncieux che un canto popolare debba avere una 
data, un autore, una patria. La ricerca di questi tre dati e cosi difficile da sfidu- 
ciare il piCipaziente erudito, il piii severo studioso. Anatole Loquin, appassionato 
per le canzoni tradizionali, sogno possibili future scoverte di antichi testi, auten- 
ticamente stampati, i quali diranno come, quando e dove le singole canzoni siano 
nate; ma Doncieux praticamente si pose a studiare una per una le canzoni, e 
d'un certo numero di esse stabill il probabile testo primitivo. 

La cosa h presto detta, ma in che maniera pu6 il Doncieux esservi giunto? 

Chi conosce le infinite di varianti che un tema ha, non solo in Francia, ma anche 
nell'alta e media Italia, nella Spagna tutta, nel Portogallo, in Inghilterra, in Ger- 
mania, e in paesi di razze e lingue div^erse, pu6 ben presumere quale immane fa- 
tica debba egli aver sostenuta per istabilire e presentare il testo originale, al- 
Toriginale probabilmente vicino. Quando si consideri che di quarantaquattro can- 
zoni studiate, le varieta di ciascuna vanno dalle dieci alle quaranta ed anche alle 
cinquanta, si ha raglone per apprezzare il lavoro immenso e delicato. 

Alia fissazione di siffatti testi il Doncieux 6 giunto seguendo a passo a passo 
le version! edite in tutta Europa ed anche in America, le quali egli ha moltacura 



134 ARCHIVIOPER LE TRADIZIONI POPOLARl 

di notare volta per volta, stabilendo la formola ritmica, liportandone le varianti 
principali, ed i punti piii significant!, ed addentrandosi nella investigazione del 
luogo di nascita, deirargomento che ne fu ragione e quindi della data sia'del fatto, 
sia della prima comparsa o composizione della canzone e, con questo, delle intni- 
sioni di circostanze o modificazioni di forme piCi o meno notevoli operate, dove fe- 
licemente e dove no. Insomma egli ha costruita la storia bibliografica, letteraria. 
folklorica e sovente politica di ciascuna canzone. In altri termini, e con intendi- 
menti simili, ha fatto quello che per le ballate inglesi e scozzesi fece nella sua 
monumentale opera The Englisch a. Scottish Pop, Ballads (Boston, 1882-1897) il 
grande Francis Child. 

Pure un grave dubbio sorge in noi, ed 6: che i testi critici delle 44 canzoni 
presentati del Doncieux non esistano, cosl come sono, in nessun comune della 
Francia e in nessun paese d'Europa. II Doncieux giovandosi delle versioni piu 
razionali, ha preso a quale una parola una frase, a quale un verso una 
strofa. II lavoro improbo (lo affermiamo con piena coscienza) 6 profondo e geniale, 
e recherd un contributo alia storia della poesia erudita e popolare ; ma non potrA 
andare esente da esagerazioni che ne metteranno in luce il lato debole. 

Questo sospettiamo noi, forse sfuggendoci qualche indicazione notizia rela- 
tiva alia ricostruzione del singoli componimenti. Se noi siamo in equivoco, prima 
che ad altri ne chiediamo venia al sig. Tiersot che con fratema premur^ ha cu- 
rato la seconda meta della edizione ed il complemento della raccolta, acconciamente 
finita con una appendice di lui col modesto titolo di « Indice musicale » delle 
canzoni studiate: indice che invece contiene le note musicali ele illustrazioni cri- 
tiche e bibliografiche di esso. G. PlTRt. 



Caotos populaires portu^uezes recolhidos da tradi(;ao oral e coordenados 
por A. THOMAZS PlRES. Volume II. Elvas, Typographia Progresso, 1905. In-i6, 
pp. VI-412, 600 R6is. 

Del I'' volume di questa ricchissima raccolta ci siamo intrattenuti a p. 134 del 
V. XXI d,t\V Archivio. Ora questo secondo conferma in noi la impressione di quello, 
tanto per la copia dei canti quanto per Tordine, forse non insuscettibile di modi- 
ficazioni, che ad essi ha dato il sig. Pires. 

Come i lettori ricorderanno, egli, il raccoglitore, ne fece tre grandi categorie: 
O sobrcnaturaly a natureza e o homem e a sociedad. Alia prima ed alia seconda 
si riferisce la materia precedentemente pubblicata, la quale per6 ha complemento 
nel presente libro sotto i titoli: os vegetacs e os animaes; al Homem , sei titoli, 
tre dei quali formeranno un III" e non ultimo volume. 

Per piii di meta il libro h composto di canti sui vegetal! e sugli animali : 1460 



RI VISTA BIBLIOGRAFICA 1 35 

strofette d'un medesimo genere e, come tutti gll altri precedent!, d'un quasi me- 
desimo metro. 

Diciamo quasi, perchfe a quando a quando, ma spectalmente verso la fine del 
volume, nel g di anhelos, requcbros e lisonjas, \\ soHto settenario e la solita stro- 
fetta di quattro versi ineguali si modifica in un senario, ed k preceduto dalla pa- 
rola aili, specie d'invocazione di fiore che arieggia con lo stomello italiano : 

Ail^, 
Maria, Maria, 
Essa tua cara 
E' a luz do da (4978). 

Albert, erbe, piante, fiori, frutta e poi quadrupedi, volatill, servono di base 
alia classificazione. Certo sarebbe un fatto nuovo ed anche unico se questi canti 
avessero per tema esdusivo un vegetale un animale ; ma nella raccolta del Pircs 
non d questo non k sempre questo. Per ragioni di analogia, di somiglianza, 
di simitrtudine, di richiamo, il canto ricorda una pianta, un fiore, un uccelloecc., 
e per via di cosiffatto ricordo il canto riceve il suo posto. Per esempio, \k dove 
rinnamorato elvense canta: 

lA ndo ha pipel em Elvas, 
Nem tinta pelos convento& 
Nem aves que criim pennas. 
Para escrever aentlmentos (n. 375$)* 

Gli uccelli iaves) c'entrano quanto la carta da scrivere che Tinnamorato non 
trova in quella citt^, quanto I'inchiostro che non k nei conventi. E dove la ra- 
gazza, disingannata dalla fedelti del suo amato, awerte: 

M'nina nAo se fie nos homens. 
Nem nas suas palavrinhas. 
Pois que os homens sAo mats falsos 
Do que el das andorinhas (3761), 

la rondinella (andorinha) h un termine di confronto, e tema del canto d invece: 
che non bisogna prestar fede agli uomini, n6 alle loro dolci parole {palavrinhas)^ 
Entrambi i canti sono d'amore come dozzine di centinaia della raccolta che e- 
scono in categorie diverse da quelle delle cantigas amorosas, che in questo vo- 
lume, e presumiamo anche nel seguente, devono essere straordinariamente numerose. 
E passando alia III categoria, O homem ecc, il cap. a ci allieta dolcemente 
con leggiadre ninne-nanne (<:o«/<75 dos berro)\ il b con le carezze e le penefigliali 
che si aprono con questo profondamente sentito verso la mamma : 
Minhe mde, minha miesinha, 

O' minha mAe, minha amiga, 

Quem perde o amor de m&e 

Perde tudo n'esta« vidal (4043). 



136 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Segues, Tamicizia, e si apre la immensa serierf, dei canti amorosi, chenel vo- 
lume in esame sommano a 872, e formano come il primo stadio, il primo aspetto 
di questo multiforme, svariato, argomento, che h Tamore lieto e triste, bello e 
brutto, in tutte le sue fortunose vicende. 

Abbiamo accennato alia ricchezza della raccolta, e tomiamo a fame cenno, anche 
sottraendo al n. di 5000 una quarta parte di varianti ; e attendiamo gli altri generi 
di poesia popolare, tra i quali i religiosi, gli epici (particolarmente le romanze), gFin- 
fantili ed altri ed altri. G. P1Tr£. 



The A\asai, tb^ir Uaio^uai^^ aiod FolKiore by A* C. Haliis. With 
Introduction by Sir CHARLES ELIOT. Oxford, at the Clarendon Press 1905. 
ln-8, pp. XXVIll-359, Sh. 14. 

11 Masai parte considerevole dei larghi piani estendentisi da un grado, circa, 
del nord dell'equatore a sei gradi del sud di esso, tra il territorio inglese ed il 
tedesco dell'est deH'Africa, rappresenta un misto del negro Nilotico e dell'Hamite 
(Galla-Somali ). Dal 1854 al 1902 una dozzina di Javori si sono pubblicati su di 
esso, a capo dei quali per lo elemento folklorico viene ora a mettersi questo, che 
dobbiamo ritenere esauriente, del sig. Hallis 

Lasciamo ai linguisti la grammatica Masai (pp. 1-103); veniamo a ci6 che ci 
riguarda direttamente : la tradizione orale ed il costume. 

Un primo gruppo e di storia. Son favole, apologhi, racconti, leggende. Embrio- 
nale e come di straforo vi entra anche la fiaba. Argomenti: la lepre e gli elefanti, 
i guerrieri ed il diavolo, la lepre, la iena e la cava della lionessa, il Dorebo e la 
giraffa. Tre* volte in venti narrazioni comparisce il demonio, lo spirito del male; 
quattro il guerriero, personaggio comune nella vita Masai. 

Un secondo ed un terzo gruppo si compongono di proverbi, e di enimmi, tra 
i quali ne riconosciamo qualcuno comune presso i popoli europei. 

Un quarto gruppo abbraccia miti e tradizioni, leggenduole degli dei, del dia- 
volo, del mondo, della disubbidienza di Le-eyo, della origine di Masai e del po- 
polo Bantu, del sole e della luna, delle ecclissi della luna, delle stelle, delle comete 
e di fenomeni naturali. I brevi cenni di questo gruppo assurgono a documenti nel 
campo cosmogonico non meno che nel mitologico. 

Per la storia della primitiva civiltA e della etnografia 6 da considerare come 
il piu importante Tultimo gruppo (al quale sarebbero da aggregare le pagine 260- 
263 di divisioni del popolo Masai) dei costumi. Lunga e non iscarsa di sorprese 
ne sarebbe la esposizione se lo spazio ce lo consentisse. U sono le forme este- 
riori della vita Masai pubblica e privata, nelle cerimonie e nei riti, nellecose sacre 



f "IW 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 137 

e nelle profane, nella salute, nelle malattie, e nella morte; omamenti, strumenti, 
arnesi doraestici, alimenti, abitazioni, animali selvaggi,medici, guerrieri, ed inoltre 
circoncisione, elezionedicapi, nozze. delitti, seduzioni, adulterio, vi hanno qualche 
pagina; molti i canti. II raccoglitore ha saputodove metter le mani, ed e riuscito a 
farlo con criterio savio degno d/un uomo che dal ministero delle colonic britanniche 
6 designate all'ufficio di Segretario capo deirAmministrazione del protettorato del- 
r Africa orientale. Sir Charles Eliot ha ben ragione di mettere, come si vede dalla 
prefazione, in rilievo I'opera ed il contenuto di essa 

Ventisette tavole in fototipia illustrano tipi di uomini e di donne, di guerrieri e 
di fanciulli; abitazioni, arredi, oggetti, lavori, omamenti, decorazioni ed assai 
cose utili alia rappresentazione grafica delle manifestazioni di quel popolo. 

G. PITRE. 



Archiwo per le tradizioni popolari. — Vol. XX 1 11. 18 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Benedetto Croce. Kr^-j^fnde na- 
Piihituit'. Si: tit* pn'ma. Napoli. Morano, 

GU scntti riuniti in guesto volumetto 
furono %\h pubblicati sparsamente nella 
ri vista Xapoh nohilissinia. Cia:^cuno di 
essi iUustra uno dei seKuenti ar^omenti : 
1. L'afco di S. Elf^io e la kg^e^ida 
dclia jriif^^i ' - '<a esf'mpia / v ; N - / ricord i 
driia Ri'gina Gkn*anHa a Xnpoli; III. 
// pi?z2o di Sania StfJ^ti / IV. // 60/1- 
Si'r^ffiforio dri />aZ'rri di tr. tris/o e la 
If^^tnda df'gli antori dei Pernio lesi. 

Questi argomenti lunno dd comrao- 
vente del maravigUoso, e provengono 
da libn di storia o di erudizione di Na- 
polii Letters ti e novtMlieri vi han rica- 
roato sopra : ed i ra»:ajnti so no pieni di 
particolari non prima sognijri, Siamo 
sempre alia i>ovella, la quale, come dice 
il proverbiOt non ^ bell a se non c'e la 
giunterella, 

]] Croce da quel pro fondoconosci tore che 
h delle cose napoletane. esamina minu- 
taJTiente e spassionatamente le quattro 
leg^ende e k* riduce al nulla ai mi- 
nimi termini, 

l.e narrazioTiT, anche nelle lore cru- 
delta. son belle; ma piu bella & la cri- 
tic a che porta alia verita. 



Prof. BARAGIOLA Dr. ARI<*TIDE. / 
AI6iheni. ossia i Ttdtsthi deila Valle 
del Fe^rsinii nel Treuiiuu. Venezia, tip. 
Emiliana, 1905. ln-16. pp* 83. Cent. 80. 

La valU; del M6cheni, detta anche val 
Fierozza val di Fersina, accoglie una 
popolazione che parla in parte un dia- 
letto simile al cimbro del Sette e Tre- 
dici Comuni : in parte I'italiano. In quella 
valle si rec6 a stadia re da ftlologo e da 
folklorista ilRaragjula nelLuRliskdeligoi. 

Nello studio che di ora fuori, egli fa 
conoscere gli abitanti dev vjtlaggi, la 
loro vita^ le loro tase^ le lorn occupa- 



zioni, usi e costumi, superstizioni, pre- 
giudizi, credenze e lingua: documenti 
della quale cinque testi inediti in m6- 
cheno icon la versione letterale italiana) 
trascritti sulla tradizione orale. 

Questo studip sulle colonie tedesche 
nella regione italiana fa pari:e di altri 
del Baragiola sopra // catUo pop. /<?- 
desco a Bosco o Gurin (Cividale 1901); 
(Ban, 1903) ed il folklore inedito ecc. che 
si viene pubblicando nel Bulleltino difi^ 
lologia moderna ed in questo Archivio. 



MARIO MANDALARI. Lafesta de' dia- 
voli di Aderno. Roma, Centenari. 1905 
In-8, pp. 12. 

Dii notizia di una sacra rappresenta- 
zione parlata che si fa ogni anno, il 
giorno di Pasqua, in Adem6, sulle pen- 
dici dell'Etna. 

Di essa sarebbe autore il sacerdote 
Don Anselmo Laudani {1718-1787), che 
scrisse anche altri drammi sacri; ma 
probabilmente lo spettacolo preesisteva 
a lui in forma meno che scorretta. 

Una fototipia accompagna Popuscolo, 
e ritrae il momento della esecuzione, 
alia quale assistono sempre migliaia 
di persone. 

11 prof. Mandalari avrebbe potuto ve- 
dere per la Sicilia spettacoli simili a 
questo di Adern6 nell'Vlll e nel XXI vo- 
lume della nostra Biblioieca delle ira- 
dizioni popolari sicilianc, e nel II della 
magistrale Storia delle origini delieatro 
in Italia del D'Ancona. 



E. FILIPPINI. Quattro racconti popo^ 
lari di Brizio. Menaggio, 1905. In-8, 
pp. II. 

Sono stati raccolti dalla bocca d'uno 
di Brizio, paesello montano del circon- 
dario di Varese, e vanno accompagnati 



m!h*»H 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



MQ 



da una versione letterale italiana. II !• 
b il motivo di Giovanni senza paura ; il 
II*, quello d'un uomo che riesce per fur- 
beria ad entrare in paradise, non ostante 
il divieto di S. Pietro; il III», la leggenda 
di Polifemo; il jV», la favoletta del lupo 
ingannato dalla volpe: quattro motivi 
ben noti nella letteratura, sia delle fiabe, 
sia delle leggende. 



/« 07iore del prof . Giuseppe Tambu- 
rini. Lecce, Giurdignano, 1905. In-8, 166. 

Quattordici tra discepoli ed amici del 
Tamburini si sono uniti ad onorare Til- 
lustre uomo. Tre di essi I'hanno fatto 
per mezzo di scritti folklorici: il prof. 
Angelo de Fabrizio con la illustrazione 
del motivo del piccolo prevalente a pro- 
posito d'una favola del popolo Salentino ; 
e alcuni curiDsi aneddoii su fra Rch- 
berto de Lucca (1425-95) soprannominato 
novcllo Paolo, il celebre predicatore di 
pace; S. Panareo con Dilej^f^i e schenii 
tra paesi dell'estremo Salento^ prege- 
vole raccoltina di raotteggi e proverbi 
di paesi del Salentino, che accresce util- 
mente il materiale del blasone popolare 
d 'Italia. Queste pagine corrono anche 
in opuscolo a parte. 



CaUndario Artislico Piemonlese igo6 
coidisefTfii di AUGUSTO CARUTTI. Pub- 
blicato a cura di Hans Rinck Libraio- 
Editore, 11, via Po, Torino. In fol. pp. 51. 

Non dXYArchivio, ma alle riviste let- 
terarie ed ai giornali cotidiani spette- 
rebbe lo annunzio di questo tra i piii 
artistici calendari d'ltalia; ma VArchivio 
deve dime una parola per unampio studio 
di A. Massara in esso contenuto e com- 
parso contemporaneamente nella Gaz^ 
zetla di Novara (a. X, nn. 851 e 852). 

Illustra usi infantili del contado no- 
varese: canzonette, formole, scioglilin- 
gua, giuochi, balocchi, che pure hanno 
riscontro specialmente nell'alta Italia. 

A titolo di cronaca aggiungeremo che 
questo Calendario, primo nel genere, h 
venuto f uori per le feste del secondo cen- 
tenario della gloriosa battaglia di To- 
rino, ed ha per iscopo precipuo di far 
conoscere oltre i confini del Piemonte, 
i monument! ed i luoghi piu ameni di 
quella terra, i quali rispecchiano la storia 
dei secoli passati. 

Vi sono articoli di C. Rinaudo, C. 
Boggio, G. Roberti, F. Curio, G. Bobba, 
G. Sacerdote, G. Collino, R. Rusconi, 
E. Barraia, P. Giacosa, e disegni ripro- 
dotti da antiche stampe nuovi del tutto. 



A. D'ANCONA. Sazgi*> di una liiblio' 
sr^tifia ragionata della Ihesia I\)pnlare 
Italiana a stampa del secolo A'iX (in 
Festfi^abe fUr A. Vttfv^^a H.Tlle. Nie- 
mayer, 1905). In-t;, pp. ^o. 

Da molti, ma dj moiti anni il D'An- 
cona viene raccoj;lienJo libretti ^ stampe 
popolari ; e da molts anni vii^ne piKH^ando 
note ed appunti \>eT una bibliuj^rafia 
della poesia popi^lare itihana. La ma- 
teria della quale orm^^i fars<? sitpera 
quella di qUalsivuglia altro cultore di 
studi di erudizioTie e dj tnidizioni po- 
polari, ed anzi ahbhimo r;ij;iont' di cre- 
derla unica nel gi-nofr. Le siampe JelLi 
tipogratia della Cnlnmki di Hah^^Ti^jL. Ji 
Cordelia di Vene/Ki, Ji Bi^rtini e di Ba- 
roni di Lucca, di T.vmburinl di A\ilano. 
di Russo e di Avalhme di Napati e di 
altri moltissimi. j;ljsonofamiliariquanto 
quelle deH'ultimo. del piu r&cente tra gli 
editori, il Salani di Firenze. 

Ora di tutto questo t^r:inde materinje 
bibliografico egli, si D'Ancona. OA fuori 
un saggio, e ci dice senza reticence che 
non si sente forza per condurlo a fine. 
Ci sia permesso <Ji dolercl di quesla af- 
fermazione, e di affermare alia ntistra 
volta, che egli ha angora ener^ia pi£i 
che bastevole a compiere non pur que.sta 
ma anche altre opere di lena. 

Ad multos anntnf 

Questo saggio, venuto in luce per fe- 
steggiare i 1 M ussa ri :i , ^i J i m i t a a 1 le st a m [>e 
del sec. XIX ed .ille lettere A e B. Non 
ordinaria e la eru Ji?Jone che TA. sparge 
sopra alcune di coslffatte stampe. am- 
mirevole la diligenza della deShirimne, 
Di non pochi raccoTiti, leggende, o 
aneddoti, che costimis^rono rargomento 
del libretto, egli appresta un riasstintoi 
e di alcuni come Alemme e Adelasia, 
Alessandro III, Ala/m' d'amore, At- 
tila, Bailardo, l:i storia critica e Nblio- 
grafica. 



PAOLO REVELLL // Comittir di Mff- 
dica. Descrizione fisicc>-an tropica. Pa- 
lermo, Rerao Sandrim 190+. In- 8, pp. XIV- 
33I-XXV1II. 

Se la nostra (o^st una rivista geo- 
grafica storica. tioi vorremmo fermarci 
ad agio sui singoli capitoli di questa 
geniale opera di un uomo che pur^siede 
una non comune cnmpetenza negli -'^tu Ji 
non solo di storia e di gei)Krar;a, ma - 
anche di geologia e di scienze sociali. 

Nello svolgimento dr^lla materia rela- 
tiva a questa e ad aUre discipline, ej^H 
rivela 0, meglio, :onferma grande ma- 
turita d'ingegno e di cultura. 



140 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Non di essa percio dobbiamo noi far 
cenno, ma di due capitoH, il X e I'XI, 
nei quali e illustrata arapiamente per 
una dttk come Modica, Tabitazione, Ti- 
giene, il sentimento religiose, i vincoli 
di famiglia, il vagabondaggio, la delin- 
quenza del contadino ed inoltre, e piu, 
il dialetto parlato nella Contea ed il folk- 
lore nelle sue molteplici forme, meno che 
nella novellistica. 

11 Revelli ha attinto alle piu recenti 
raccolte di etnografia tradizionale e di 
letteratura orale : ed ha saputo fame un 
tutto omogeneo ed organic© con idee af- 
fatto modeme. 



ELLA DE SCHOULTZ. ADAIEWSKI. 
I'olfcsiveisen und Tcxle aufgezeichnet 
bei den Slaven voni Torre, Separat-Ab- 
druck aus 1. Baudoin de Courtenay's 
« Materialien zur sudslavischen Dialek- 
tologie und Etnographie* 11. Bd. 1904. 
ln-8, pp. 16. 

La signorina de Schoultz-AdaYewski 
h una specialista di tecnica musicale 
particolarmente popolare. e delle melo- 
die che prende ad esaminare e discor- 
rere con plena conoscenza. 

Questa pubblicazione ne h una nuova 
prova. Le otto melodie che essa accom- 
pagna ai dieci brevi canti sloveni del 
Friuli slavo da lei raccolti sono illustrate 
dal lato artistico e dal lato folklorico. 
Canto per canto e studiato nella sua to- 
naliti, nelle sue misure iniziali e finali, 
nella sua struttura e nei suoi tratti ca- 
ratteristici. 

I canti sono ninne-nanne, d'amore, re- 
ligiosi e di scherzo. Al testo sloveno 
segue la versione italiana e gli schia- 
rimenti francesi. 11 titolo tedesco del fron- 
tespizio, traduzione dall'originale slavo, 



non ha che vedere con le lingue delle 
quali Tautore si serve nei corpo dell'o- 
puscolo. 



Die Mylhen und I^genden der Siid- 
amerikanischen Urvolker und ihre 
Beziehungen zu denen Nord-Amerikas 
und der alt en Welt. Von Dr. PAUL 
EHREr.'RElCHE. Berlin, Asheru. Co. 1905. 
in-8°gr., pp. VII-I67, M. 3 

£ questo un supplement© alia ben nota 
Zeitschriftjilr Ethnologic, organo della 
Society di Antropologia, Etnologia e 
Storia primitiva; e racchiude una me- 
moria stata letta nei 1904 al XIV Con- 
gress© degli American isti in Stuttgart. 

Con sottile analisi il Dr. Ehrenreiche 
studia la materia che ha potuto avere 
a mano intorno ai miti deirAmerica. Nei 
caratteri generali di essi, guarda in i- 
special modo la prevalenza della natura, 
I'animismo, la personificazione e, pro- 
dotto di essa, il culto degli eroi primi- 
tivi, le divinita, il colorito locale. 

Scendendo ai particolari, egli ricerca 
i miti e le leggende della creazione del 
mondo, dei cataclismi, del cielo e delta 
terra, del sole e della luna, delle stelle, 
dei proavi e degli eroi. 

Una seconda parte della memoria 
segue passo a passo il ciclo delle saghe 
sud-americane e le loro scambievoli vi- 
cende, donde passa al viaggio dei miti 
ed al loro modificarsi e confondersi a 
contatto degli element! settentrionali ed 
asiatici dell'America. 

Queste ultime pagine, come delresto 
tutte le altre dello studio, sono d'una 
grande delicatezza : e danno a divedere 
con quanta circospezione il Dr. Ehren- 
reiche si conduca nello esame difficile e 
pericoloso della origine, diffusione e so- 
pravvivenza degli antichissimi miti. 

P. 



■II' |J,» A-SUP, _' .-'<' 



RECENTI PUBBLICAZIONl 



141 



RECENTI PUBBLICAZIONl. 



Balladoro (A), Canzonette de' co- 
scritti e de' soldati raccolte nel Vero- 
nese. Napoli, Priore 1905. In-8. 

— Tradizionisoprannaturali raccolte in 
Povegliano Veronese. Verona, Franchini 
1905. In-8, pp. 17 

— Alcune novelline del popolo Vero- 
nese. Verona, ivi, 1905. ln-8, pp. 12. 

BIANCHI (Quirino), L'evoluzione del 
diavolo neila delinquenza. Napoli, Lu- 
brano 1905. In-8, pp. 45. L. i. 

CAETANI LOVATELLI (Ersilia), Varia. 
Roma, Loescher 1905, In-i6, pp. 283. 

CHIATTONE (D), Matrimoniana. ba- 
luzzo, 1905. In-i6, pp. 81. 

FAVARA (F. A.). Tu zampilli su del 
popolo dal cuore. Noterelle folk-lbriche. 
Palermo, MCMV. L. 0,50. 

FUMI (L), Superstizioni, pregiudizi. e 
malie in Lucca. Lucca, Giusti 1905. In- 
16, pp. 150. 

MOLMENTI (P.), La Storia di Venezia 
nella vitaprivata. Parte I. Bergamo, 1st. 
Stab, d'arti grafiche 1905. 

Pansa (G . ) , Studi di leggende abruzzesi 
comparate. Teramo, 1905. In-i6, pp. 24. 

STAFFETTI (L.), Contributo alia storia 
del costume nel basso medio-evo. Inven- 
tario dei beni e delle robe dell'opera di 
S. Martino in Pietrasanta. Genova, tip. 
della Gioventii 1905. In-i6, pp. 22. 

TOMMASEO (N.), Canti popolari greci 
tradotti con copiose aggiunte ed una in- 
troduzione per cura di P. E. Pavolini. 
Milano, Sandron 1905. 

VON QUANTEN (Em.) u. RUNEBERG 
(G. L.), Canti originali della Finlandia, 
Traduzione italiana di Diocleziano Man- 
cini. Temi, Alterocca 1905. 

Babudri (F.), Credenze e costumi delle 
citta di Cherso, Capodistria, Cobol e 
Priora, 1905. In-i6, pp. 16. 



BASSET (R.), La Legende de Beut et 
Khass. Alger, Jourdan 1905. ln-8, pp. 34. 



DE CORSON (G.). Vieux usages du 
pays de Chdteaubriant. Nantes. Durance 
1905. ln-8, pp. 49. 

DELEHAYE (H.), Les L^gendes hagio- 
graphiques. Bruxelles, Bureau de la So- 
ciete des Hollandistes, 1905. 

HERVt (No$l). Les Noels fran<;ais. 
Essai historique et litteraire. Niort, Clou- 
zet 1905. ln-8, pp. vill-345, fr. 2,50. 

Macler (Fr.), Contes arm^niens, tra- 
duits de I'Armenien modeme. Paris, Le- 
roux 1905. In-i8, pp. 194, fr. 5. 

MAUSS (M.), L'origine des pouvoirs 
magiques dans les Societ^s Australien- 
nes ecc. Paris, Imprimerie Nationale 
1904. ln-8, pp. 86. 

PI RES (A. Thomaz), Cantos populares 
portuguezes recolhidos da tradi^iio oral. 
Vol. 11. Elvas, Typ. Progresso 1905. In-i6, 
pp. IV-412. 



HAHN (Ed.). Das Alter der Wirthschaft- 
lichen Kultur der Menschheit. Heidelberg 
1905. In-8, pp. XVl-256. 

MASUCCIO VON SALERNO. Novellen, 
zum erstenmal ubertragen von Paul Sa- 
kolowski. 1. Altenburg, Unger 1905. 

MISTELI (Emil.), Celio Malespini und 
seine Novellen. Zweite verm. Auflage. 
Aarau, 1905. 

STUMME (Hans), MaltesischeMarchen, 
Gedichte und Ratsel in deutsche Uber- 
setzung. Leipzig, Hinrichs 1904. ln-8, 
pp. XVl-103. 

YERMOLOFF (Alexis). Die landwirt- 
schaftliche Volksweisheit in Sprichwor- 
tem. Redensarten und Wetterregeln. 1. 
Band. Der landwirtschaftliche Volkska- 
lender. Leipzig. Brockhaus 1905. ln-8, 
pp. lV-567. 



HESSELING (D. C. ), EXXYU'.xai xai 
oXXavSixai Ilaaoi^ai. Ev ABy^ai^ 1903. 
In-8, pp. 20. 



142 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 



ARNDT (Ewald), Milena Preindlsber- 
ger-Mrazovic, Bosnische Volksmarchen. 
Mit Illustrationen. Innsbruck 1905. ln-8, 
pp. xn-132. 



French Idioms and Proverbs. A com- 
panion to Deshumbert's Dictionary of 
Difficulties. Fourth rewised and enlarged 
edition. London, Nutt 1905. In-8. 

HOLLIS (A. C), The Masai, Their Un- 
guage and Folk-Lore. With introduction 
by Sir Charles Eliot. Clarendon Press, 
Oxford 1905. In-8, pp. xxxu-364. 



LEAHY (A. H.), Heroic Romances of Ire- 
land. Translated into English prose and 
verse, with Preface, special Introduction, 
and notes. London, Nutt 1905. voll. 2, in-4. 

MC CRACKEN (Uura), Gubbio. His- 
tory, Legend, and Archaeology. London, 
Nutt 1905. In-8, pp. 350. 

CHILD (Helen), English and Scottish 
popular Ballads. Edited from the collec- 
tion of Fr. T. Child. London, D. Nutt 1905. 



SOMMARIO DEI GIORNALI. 



CORDA FRATRES, a. IV, nuova serie, 
n. 4-5. Palermo, Aprile-Giugno 1905. 
Lina Valenza: « Usi nuziali e natalizi 
degli Ebrei in Tunisi >. Lo scritto fu 
pubblicato neWArchu'io, ed ora viene 
ripublicato senza che I'Autrice si benigni 
di fame sapere niente a nessuno. 

CORRIERE DELLA SERA. a. 30, n. 193. 
Milano, 16 Luglio 1905. M. P. « Feste 
veneziane : II Redentor >. 

n. 201, 24luglio. R. Simoni: « Otelloe 
trovatoV)> notizie dei risultati delle ultime 
ricerche intomo al famoso personaggio 
Shakespeariano. 

FANFULLA DELLA DOMENICA, a. XXVII. 
Roma, 1905, n. ^^. A. Giannini: « Una 
fonte di una novella del Boccaccio ». 

n. 36. A. Casanova: < Letteratura popo- 
lare : 1 rispetti toscani del Briga ». 

n. 44. D. Angeli : « La voce delle strade ». 

n. 53 e a. XXVIII, n. 2. V. Cian: 
< Per la storia del la poesia popolare ita- 
liana >. Larga ed erudita recensione della 
nuova edizione delTopera del D'Ancona: 
« La poesia pop. italiana ». 

IL MESSAGGERO, a. XXVII, n. 250. 
Roma. Ssettembre 1905. R. Panattoni: « La 
fiera di Grottaferrata », quale eraequal'e. 

IL SECOLO XX, ott. 190^. G. Patemo 
Castello: « II carretto siciliano ». 

L'ESPOSIZIONE MARCHIGIANA, n. 9. 
Macerata, 30 marzo 1905. G. L. Andrich : 
Z^ dt'ff^e nelle y far che, uso giuridico 
scientificamente illustrato. 



NICCOL6 TOMMASEO, a. II, 1905, n. 1, 
Gennaio. G. Crimi - Lo Giudice: « Stram- 
botti pop. sic. raccolti a Naso in Sicilia >. 

- C. Arlia : < Circa la 2* edizione de' canti 
pop. ital. editi dal Tommaseo ». - A. Bal- 
ladoro: « Formule di sorteggio al gioco », 
raccolte nel Veronese. - G. Giannini: 
< Tre canzonette fra Trento e Trieste ». 

N. 2. Febbr. Cesare Musatti : < Modi di 
dire veneziani con parole latine >. - A. 
Balladoro: « Filastrocche pop. venete ». 
C. Arlia : « Credenze popolari toscane : 
la messa del centesimo; la malia contro 
il damo ». - G. Amalfi: « Di alcune costu- 
manze pop. della costiera amalfitana >. 

- Maria Carmi : « Folk-lore e Psicologia ». 

N. 3. Marzo. F. A. Balladoro: « Fiabucce 
in dialetto Veronese ». - C. Arlia: « Delle 
rifiorite ritomelli ». - G. Bustico: < II 
matrimonio nel Bellunese >. - G. Gian- 
nini : « La raccolta Cino ». 

N. 4, Aprile. M. Morici: « La leggenda 
di S. Alessio a S. Stefano di Arcevia ». 
G. Amalfi: « Di alcuni usi, costumanze 
e proverbi Sorrentini ». - G. Cnmi - Lo 
Giudice: <Nelmondodeiragazzi», giuochi 
e indovinelli di Naso. 

N. 5. Maggio. G. Giannini: < Proverbi 
lucchesi ». - A. Balladoro: * Novelline di 
Pacengo » sul lago di Garda. 

N. 6. G. Crimi - Lo Giudice: « Una 
variante siciliana della leggenda di Pi- 
petta >, - G. Giannini : -« Zanobio Cam- 
pana di Firenze >, novellina lucchese. 

RIVISTA DI PSICOLOGIA applicata alia 
Pedagogia e alia Psicopatologia, vol. I, 
op. 26-31. Bologna 1905. V. Lamieri: 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



143 



Folk-Lore e pedagogta. I>escrive i risul- 
tati ottenuti in una scuola al giuoco dei 
proverbi. I ragazzi che non ricordano piu 
proverbi, li inventano da loro. 



L'l^CLAlR, i8e annee, n. 6075. Paris, 
16 Luglio 1905. Ed. Fleg: « La fete des 
vignerons > ; i preparativi della festa in 
Vevey ; la origlne e la storia di questa ; 
religione e patriottismo. L'avvenire arti- 
stico della Svizzera romanza. Con due 
disegpi. 

REVUE DE PHILOLOGIE FRANQAISE, 
1905, nn. 2-3. Reinhold: <Remarques sur 
les sources de Floire et Blanceflor>. 

REVUE DES TRADITIONS POPULAI- 
RES: T. XX, 1905, n. i, Gennaio. R. Bas- 
set: < Un recueil des contes de I'Austra- 
lasie, > a proposito del recente libro di 
Bezeraer: « Volksdichtungen aus Indone- 
sien » (La Have 1904). — C. Fraysse: 

< Aupays de Bauge » una novella ed una 
superstizione. — P. Sebillot : < Mythologie 
et folk-lore de I'enfance*. — V. Marie 
Chevallier : « Croyances et coutumes ypor- 
taises ». - Filleul Petigny: < Le cris publics 
a Nogent- le Rotrou. — Petites legendes 
chretiennes » — C. Fraysse : « Petites 
legendes locales* di Baug6. 

n. 2-3, Febbr. - Marzo. R. Basset: 

< Les taches dans la lune ». - Ed. Edmont : 

< Contes du paysde Saint Pol». Continua 
al n. seguente. — P. Sebillot: « Legen- 
des frangaise sur I'origine de rhomme». 

— Marie Edmee Vaugeois : * Chansons de 
ronde du pays Nantais >. Continua nel 
fascicolo seguente. — « Medecine super- 
sticieuse >. 

N. 5. Maggio. L, Sainean : < La raesnie 
Helbequin*. — H. LeCarguet: « Petites 
croyances des Quimperoises>. — L. Pi- 
neau : « Le folk-lore de la Tauraine » : 
proverbi. — < Bibliograhie ».. Vi si parla 
del recente volume di O. Hackman : «Die 
Poliphemsage » ecc. 

N. 6. Giugno. Leo Desaivre : « Les tra- 
ditions pop. Chez les auteurs poitevins. » 

— C. Fraysse et H. de Kerbeuzee: 
P§Ierins et pelerinages ». — R. Bassot: 
« Les villes englouties ». 

N. 9. Sett. 1905. Edw. Latham : « La 
philosophie des proverbes > par I. d'ls- 
raeli. Versione dall'inglese. Continua. — 
C. Fraysse: « Au pays de Bauge >, V. 
Credenze agricole ; VI. Credenze diverse ; 
Vll. Talismani e presagi. Vlll. 1 numeri. 

N. 10. Ott. C. Fraysse : « Contes du 
pays de Baug^ ». — A. Harou : « Les 
traditions pop. et les ^crivains fran(;ais ». 
Spoglio delle « memoires d'Eschevin de 



Tournay» di Ph. de Hurgues, ras. dei 
primi del seicento. 

REVUE MUSICALE, Paris, 1905. P. 
Aubrez : < La chanson populaire dans 
les textes musicaux du moyen Age ». 



REVUE DE L'UNIVERSIT^ DE BRU- 
XELLES, Liege, Febbraio-Marzo 1905. 
Oscar Grojeau: « Note sur quelques ju- 
rons fran(;ais >. 



REVISTALUSITANA, vol. 8%n. 3, 1905. 
M. L. Wagner: « Les elements folklori- 
ques de la Legende de Wamba*. Wamba, 
roi de Visigoths, a trouve sa refonte clas- 
sique dans le drame de Lope de Vega, in- 
titule tantot « Vida y muerte de Bamba », 
tantot simplement « El Rey B. »,ou < Co- 
media de B. » Lope a ingenieusement 
utilise les traits legendaires qu' il pou- 
valt rencontrer dans ses sources pour 
donner plus de relief encore a IMmage 
ideale que I'histoire avait trasmise de 
ce heros . — Th. Pi res : « Tradi(;6es 
poeticas de Entre - Douro - e - Minho: 
romanze ed altri componimenti popolari . 



BERLINER TAGEBLATT, n. 204,XXX1V 
Jahrgang, 20 Aprile 1905. Fr. Verth* « Die 
wasserprozession in Venedig ». 

UNTERHALTUNGS BEILAGE ZUR 
TAEGLICHEN RUNDSCHAU, n. 220. 19 
Sett. 1905. Albert Hellwig: « Aberglaube 
und Strafrecht ». 

WISSENSCHAFTLICHE BEILAGE DER 
LEIPZIGER ZEITUNG. .1905. nn. 43, 44 ; 
II, 13 Aprile. Oskar Dahnhardt: < Die 
Natursage, ihr Wesen, vverden und Wan- 
dem ». 

N. 47. 20. [Dahnhardt] : < Karfreitag- 
slegenden ». 

ZEITSCHRIFT DES VEREINS FUR 
VOLKSKUNDE. 15 Jahrgang. 1905. 1. P. 
Sartori: «Vogelweide ».- F. Bolte: « Neid- 
hart ». — C. Wendeler: < Bildergedichte 
des 17. Jahrhunderts ». Poesie pubblicate 
per cura del Bolte. — Continua al n. 2». 
— Marie Rehsener: « Aus dem Leben des 
Gossensasser » - Pietro Toldo : < Aus 
alten Novellen und Legenden ». Continua 
al fasc. 2". — Th. Zacheriae: « Zurindis- 
chen Witwenverbrennug. ». Continua- 
zione e line. — « KleineMitteilungen. Be- 
richte und Bucheranzeigen ». Notevole 
una rassegna delle pubblicazioni di usi 
e costumi in Germania nel 1903, ras- 



144 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



segna die ha seguito nel fascico.'o N. 2. 
O. Schell: < Das Salz im Volksglau- 
ben ». — R. Cronn : < Grussformeln rus- 
sischer Bauem im Gouvemement Smo- 
lensk. — Kleine Mitteilungen — Neuere 
Arbeiten zur slawischen Volkskunde ». 
recensione di A. Bruckner e di G. Po- 
livka. Segue una rassegna di raccolte e 
studi di novelle di F. Bolte; e vari ar- 
ticoli di lui e di altri sopra recenti pub- 
blicazioni di R. Andree, P. Hildebrandt, 
G. Pitr^, P. Mitzschke, ecc. 

N. 3. R. Petsch : « Das frankische Pup- 
penspiel von Doktor Faust*. — R. fr. 
Kaindl : < Deutsche Lieder aus Rosch 
(Bukowina) ». — C. Miiller : « Parodi- 
stiche Volksreime aus der Oberlausitz. 

— Ed. Hermann : < Der Siebensprung ». 

— Max Hofler : « Lichtmessgebacke ». — 
B. Chalatianz : « Kurdische Sagen ». — 
« Kleine Mitteilungen. — « Berichte v. 
Biicheranzeigen. > — Nuovi studi sul 
canto popolare tedesco, del Bolte. 



FOLK-LORE. Vol. XVI. n. 1. London, 
Marzo 1905. W. H. D. Rouse: « Presi- 
dent's Address », a proposito del rendi- 
conto annuale della « Folk-Lore Society » 
di Londra. — E. Westermarck: « Mids- 
ummer Customs in Morocco ». — M. L. 
Hodgson: <Some notes on the Huculs>, 
con n. VI tavole in fototipia. — « Col- 
lectanea: Folk-Lore of the Negroes of 
Jamaica », VII-IX. — R. C. Maclagan: 
< Additions to the Games of Argyleshire. 
— Correspondance-Review. 



N. 2. Giugno. R. T. Giinther: The 
Cimaruta, its structure and develop- 
ment*, con otto tavole illustrative. — 
Margaret Eyre : < Folklore of the Wye 
Valley*, con una tavola. — « Collecta- 
nea *. Vi si continua Taggiunta alia rac- 
colta di giuochi di Argyleshire. — < Cor- 
respondence. — Reviews di recenti pub- 
blicazioni di von Gennep, Hollis, Child- 
Sargent ecc. 



THE JOURNAL OF AMERICAN FOLK- 
LORE. Vol. XVIII, n. LXViU.Boston.Genn. 
marzo 1905. G. L. Kittredge: «Disen- 
chantement by Decapitation », discorso 
del Presidente dell'* American Folk-Lore 
Society* nella sua seduta annuale te- 
nuta in Filaldelfia il 30 Die. 1904. — H. 
H. S. Aimes: « African Institution in 
America *. ~W. W. Newell : « The Passo- 
ver Song of the Kid a. an Equivalent 
from New England. — Ph. Barry : «Some 
traditional Songs. — Record of Ameri- 
can Folk-Lore. 

N. LXXI. Aprile-Giugno. A. L. Kroe- 
ber: « Wishosk Myths *. — F. R. Swan- 
ton : < Explanation of the Seattle Totem 
Pole*. — A. F. Chamberlain: M>'tho- 
logy of Indian, Stocks North of Mexico *, 
— Ph. Barry: « Traditional Ballads of 
New England*, 1. — Fr. Swindlehurst : 
« Folk-lore of the Cree Uidians. — « Re- 
cord *, ecc. 



/ Direttori: 

GIUSEPPE PiTRfe. 

SALVATORE SALOMONE-MARINO 



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Elenco del vol i^ ml pixbblie^ti. 






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dal Dott. GIUSEPPE PITRE' 



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Vol. XXIfl. 




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Fase. 11. 



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TRADIZIONI POPOLARl 



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TRADIZIONI POPOI.ARI 



MAGIA E PREGIUDIZI 

IN. P. VERGILIO MARONE v 



V. Arte magica. 

I. L'Egloga VIII. - 2. Matrigne. - 3. Spiegazlone di alcuni pregiudizi. - 4. Scene 
magiche del lib. IV delFEneide. - 5. Circe. - 6. Aletto. - 7. Urabrone. - 8. Asila. 
- 9. Japis. - 10. Carm&. 

Veniamo aH'arte magica, della quale 11 poeta ci ha dato un bel 
saggio neU'Egloga VIII e nel IV deWEneidCy e notiamo anzitutto 
che i Juoghi qui citati, oltre al vaticinio deirEgl. IV e alia discesa 
airinferno narrata nel lib. VI deWEneide, furono proprio quelli che, 
nel medio-evo efficacemente contribuirono a procurargli la fama di 
mago. Siccome per6 TEgloga VIII k conosciuta si pu6 dire anche da 
chi non b molto addentro nello studio della letteratura latina, messe 
da parte le cose note, cMntratterremo soltanto su quelle che si col- 
legano strettamente col nostro argomento. 

L'Egloga si 'divide in due parti: nella prima (v. 1-63) Damone 
esprime i lamenti di un pastore, che si querela di Nisa ; nella seconda 
(v. 63 ad fin,) Alfesibeo introduce una maga, la quale, con incan- 
tesimi, vuole ricondurre a s& Dafni, suo amante, che Taveva abban- 
donata. 11 titolo di pharmaceutria, comunemente dato a quest'Egloga, 
dice per s^ abbastanza nei rapporti dell'arte magica. 

Effer aquam, et molli cinge haec altaria vitta ; 
verbenasque adole pinguis et mascula tura 
coniugis ut magicis sanos avertere sacris 
experiar sensus; nihil hie nisi carmina desunt. 
ducite ab urbe donium, mea carmina, ducite Daphnin. 

(V. 64-68) 

(i) Contlnuazione. Vedl fasc. I. 

Archivio per U tradisioni popolaH. — Vol. XXIll. 19 



146 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

L'apparato magico non pu6 essere piu ben disposto: h eretto 
un altare cinto di morbida benda, ossia di lana; e sovra di esso ar- 
dono pingui verbene con incenso maschio, afifine di far ritornare al 
primo amore, per mezzo delle magiche arti, la sana mente dell'a- 
mante, non mancano che i carmi, cio^ la formula magica : « traete, 
traete di citlii in mia casa Dafni, miei carmi ». 

Nota che la verbena, oltre che significare Terba di tal nome, 
pu6 intendersi, secondo Tuso magico, di qualunque altra erba in ge- 
nere presa da un luogo sacro; Tincenso mciachio altro non k che un 
incenso soprafino, che conserva anche oggi — almeno nel Veneto — - 
la stessa appellazione, quando viene adibito dalla medicina volgare 
con aglio e lumache, sotto forma di cataplasma, a sedare i dolori 
di ventre. Ma nota ancora Tefficacia del « sanos avertere... sensus»: 
in magia, cosl Servio, questa locuzione risponde a «in amoris insa- 
niam vertere, insanum amore reddere»; e si pu6 esigere di piu? 

1 carmi sono potentissimi ! E perch^? Perch^ possono trar giu 
dal cielo perfino la luna! 

Carmina vel caelo possunt deducere Lunam; 
carminibus Circe socios mutavit Ulixi 
frigidus in pratis cantando rumpitur anguis. 
ducite ab urbe domum, mea carmina, ducite Daphnin. 

(V. 69-72). 

E, se i carmi possono trar giu dal cielo la luna, k una bazze- 
cola quella di Circe che trasforma in porci i compagni di Ulisse, 
il far crepare nei prati il freddo serpente! 

La maga tiene in mano una piccola figura, simbolo di Dafni, la 
cinge con tre fili di vario colore e la porta tre volte intorno air altare: 

Tema tibi haec primum triplici diversa colore 
licia circumdo, terque haec altaria circum 
effigiem duco ; numero deus inpare gaudet. 
ducite ad urbe domum, mea carmina, ducite Daphnin. 

(V. 73-76). 

Potente ^ in magia il numero tre, perch^ la divinity si compiace 
dei numeri cafifi ! Qui abbiamo una reminiscenza della dottrina Pita- 
gorica (cf. Georg. 1, 345; En. 1, 272; III, 566; VI, 506, ecc). 



MAGIA E PREGIUDIZI ^f 

L'operazione magica precede e si compie per dar luogo ad 
un'altra. 

Necte tribus nodis temos, Amarylli, colores; 
necte, Amarylli, modo ; et, Veneris, die, vincula necto. 
ducite ab urbe domum, mea carmina, ducite Daphnln. 
limus ut hie durescit, et haec ut cera liquescit 
uno eodemque igni: sic nostro Daphnis amore. 

(v. 77-81). 

Si capisce che la saga non b sola, ma che tiene al suo servizio 
un'ancella, Amarilli, e che le immagini simboliche sono due: una di 
argilla e una di cera. Con poche varianti ci troviamo nel caso della 
tregenda oraziana. 

Dalla prima operazione magica si passa alia seconda: 

Sparge molam, et fragilis incende bitumine lauros. 
Daphnis me malus urit: ego banc in Daphnide laurum. 
ducite ab urbe domum, mea carmina, ducite Daphnin. 

(v. 82-94). 

II nuovo genere dMncantesimo sta nel bruciare un lauro, e questo 
fuoco fe simbolo delFamore, che deve accendere Dafni verso Tincan- 
tatrice ; il lauro arde insieme con salso farro e con bitume, e dal suo 
crepitare si traggono augurii. 

La saga accompagna Tincantesimo con questi scongiuri: 

Talis amor Daphnin, qualis, cum fessa invencum 
per nemora atque altos quaerendo bucula iucos 
propter aquae rivum viridi procumbit in ulva, 
perdita, nee serae meminit decedere nocti, 
talis amor teneat, nee sit raihi cura mederi. 
ducite ab urbe domum, mea carmina, ducite Daphnin. 

(v. 85-90). 

Non basta! da alcuni cari i:>egni a lei lasciati da Dafni — che 
la saga consegna alia terra sotto la soglia della stessa sua casa — 
attende che lui le sia restituito: 

Has olim exuvias mihi perfidus ille reliquit, 
pignora cara sui : quae nunc ego limine in ipso, 
terra, tibi mando; debent haec pignora Daphnin. 
ducite ab urbe domum, mea carmina, ducite Daphnin. 

(V. 91-94). 



f 



148 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

« Liminis autem solemnis mentio — nota il comm. ed. Bettoni — 
in poetica oratione, cum admittuntur, aut admitti cupiunt, aut exclu- 
duntur amantes». fe il nostro aprire^ mettere alia porta, 

Succedono i noti miracoli delle erbe velenose raccolte nel Ponto, 
di cui si fa tanto uso in magb: 

Has herbas, atque haec Ponto mihi lecta venena, 
ipse dedit Moeris : nascuntur plurima Ponto : 
his ego saepe lupam fieri, et se condere silvis 
Moerin, saepe animas imis excire sepulcris, 
atque satas alio vidi traducere messis. 
ducite ab urbe domum, mea carmina, ducite Daphnin. 

(v. .95-100). 

Siamo agli sgoccioli! la Strega ^ disf)erata, perch^ Tincanto non 
^ ancora riuscito; bisogna ricorrere a mezzi estremi, perch^ coi soliti 
incantesimi non si fa nulla: 

Per cineres, Araarylli, foras, rivoque fluenti 
transque caput iace ; nee respexeris : his ego Daphnin 
adgrediar; nihil ille deos, nil mea carmina curat, 
ducite ab urbe domum, mea carmina, ducite Daphnin. 

(V. 101-104). 

Amarilli deve raccogliere dall'ara le ceneri, e, col capo allMn- 
dietro, gettarle nel rivo, n^ rivolgersi a guardarle. Chesignificaquesto.? 
II luogo, a dir vero, non k facile ad intendersi : forse ha qualche 
relazione coi riti d'espiazione, con la consuetudine di sacrare qualche 
persona cosa alle deita infernali. 

Mirabile a dirsi! Una tremula fiamma, sprigionatasi dalle ceneri, 
ha appiccato fuoco alFaltare! deh, sia felice questo presagio! E il 
presagio non pu5 non esser tale, perch^ Vomen h sempre fausto, quando 
la fiamma da s^ stessa, senza Topera di alcuno, si leva. Ilace, il cane 
domestico, abbaia sulla soglia.... 

Ecco Dafni che ritorna dalla citta! 

Adspice : conripuit tremulis altaria flammis 
sponte sua, dum ferre moror, cinis ipse. Bonum sit ! 
nescio quid certe est ; et Hylax in limine latrat. 
crediraus? an, qui amant, ipsi sibi somnia fingunt? 
parcite, ab urbe venit, iam parcite, carmina, Daphnis. 

(V. 105-109). 



MAGIA E PREGIUDIZI I49 

Affini alle maliarde sono le matrigne, che propinano ai figliastri 
veleni, e usano carmi magici. Contro i veleni di queste ^ buon an- 
tidote il frutto di cedro: 

Media fert tristis sucos tardiimque saporem 
felicis mail, quo non praesentius ullum, 
pocula si quando saevae infecere novercae, 
(miscueruntque herbas et non innoxia verba) 
auxilium venit ac membris agit atra venena. 

{George, II, V. 126-130). 

E nel IIL Georg. ripete: 

Hippomanes, quod saepe malae legere novercae, 
miscueruntque herbas et non innoxia verba. 

(v. 282-283). 

N^, oggidi, si ha delle matrigne diversa opinione: un proverbio 
veneziano dice che una volta ne fu fatta una di zucchero, e, tut- 
tavia, era amara ancorquella! (Cf. Ov. Met. 1, 147; Tib. Ill, 5-9; 
En. VII, 761 e segg.) 

Finalmente respiriamo! In mezzo a tanta ignoranza e a tante 
tenebre,' il Nostro mostra di veder chiaro. 

Nel 1 delle Georgiche, parlando dei pregiudizi in generale, 
specie riguardo agli animali, Vergilio tenta di darcene una spiega- 
zione abbastanza razionale: 

Haud equidem credo, quia sit divinitus illis 
ingenium aut rerum fato prudentia maior ; 
verum, ubi tempestas et caeli mobilis umor 
mutavere vias et Juppiter uvidus Austris 
denset, erant quae rara modo, et, quae densa, relaxat, 
vertuntur species animorura, et pectora motus 
nunc alios, alios dum nubila ventus agebat, 
concipiunt: hinc ille avium concentus in agris 
et laetae pecudes et ovantes gutture cervi. 

(V. 415-423). 

Vergilio crede che la proprieta che viene attribuita a certi ani- 
mali di presagire il tempo buono cattivo, non dipenda, come 
insegnavano i Pitagorici e gli Stoici, da una dote spirituale {in- 



150 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

geniiim) in loro infusa dalla divinita, o da una maggiore prescienza 
delle cose concessa loro dal fa to « {rerum prtidentia), ma da una 
causa puramente fisica che, mutando la tempera tura, produca anche 

neJle disposizioni dell'anima loro una modificazione, che quelli 

esprimono col canto o rauco o limpido (Stampini)». Meno male! 

Torniamo aH'arte magica e precisamente alia scena che si svolge 
nel lib. IV ddl'Eneide. 

Didone, affannata dai truci destini che la perseguono, invoca la 
morte, e da sh si apparecchia al passo fatale. La spingono soprattutto 
a mandare ad effetto il forsennato proposito alcuni inusitati prodigi: 
suirincensato altare, quando ella pone Tofferta, vede il vino cangiarsi 
in malauguroso {ohscenum) sangue, e — circostanza questa che 
accresce I'orrore del prodigio — non osa confessarlo nemmeno alia 
sorelia ; nel tempio sacro alia memoria del suo primo marito, le pare 
che, nottetempo, il defunto la chiami; un gufo solitario ulula sf)esso 
sul tetto in tuono ferale; si aggiungono i tristi pronostici degli indo- 

vini: Enea stesso la spaventa nel sonno Come Penteo e Oreste, 

ella fe coatinuamente agitata dalle Furie: 

Turn veto infelix fatis exterrita Dido 
mortem oral ; taedet caeli convexa tueri. 
quo magis inceptum peragat lucemque relinquat, 
vJdit turicremis cum dona imponeret aris 
{IrorrenJum dictu), latices nigrescere sacros 
fusaque in obscenum se vertere vina cruorem. 
hoc visum nulH, non ipsi eifata sorori. 
praeterea fuit in tectis de marmore teraplum. 
coniugis antiqui, miro quod honore colebat, 
velleribus niveis et festa fronde revinctum : 
hinc exaudiri voces et verba vocantis 
visa viri, nox cum terrae obscura teneret, 
soLaque culminibus ferali carmine bubo 
Saepe queri et longas in fletum ducere voces ; 
multaqiie praeterea vatum praedicta piorum 
terribili monitu horrificant. agit ipse furentem 
in somnis ferus Aeneas ; seraperque relinqui 
sola sibit semper longam incomitata videtur 
ire viara et Tyrios deserta quaerere terra. 



MAGIA E PREGIUDIZI I5I 

Eumenidum veluti demens videt agmina Penteus 
et solem geminum et duplices se ostendere Thebas, 
aut Agamemnonius scaenis agitatus Orestes 
amiatam facibus mahecu et serpentibus atris 
cum fugit, ultricesque sedent in limine Dirae. 

(V. 450-473) 

Quale rimedio a tanti mali ? Didone vuol tentare un ultimo colpo 
per mezzo delParte magica. Chi sara a lei ministra di pace? Una 
sacerdotessa Massila, venuta di Libia. Cosl narra Didone alia sorella : 

Oceani finem iuxta solemque cadentem 
ultimus Aethiopum locus est, ubi maximus Atians 
axem umero torquet steliis ardentibus aptum: 
hinc mihi Massylae gentis monstrata sacerdos, 
Hesperidum templi custos epulasque draconi 
quae dabat (et sacros servabat in arbore ramos) 
Spargens umida mella soporiferumque papaver. 

(V. 480-486) 

La potenza di questa sacerdotessa o maga h incomparabile: 

haec se carminibus promittit solvere mentes 
quas velit» ast aliis duras inmittere curas, 
sistere aquam fluviis et vertere sidera retro; 
noctumosque movet manis; mugire videbis 
sub pedibus terram et descendere montibus omos. ■ 

(V. 487-491) 

A primo aspetto sembrerebbe che, a malincuore, Didone si accin- 

gesse a dar mano alle arti magiche ; ma cade subito questo supposto, 

qualora si rifletta che ci6 che dice il poeta ^ da prendersi secondo 

il punto di vista romano. Le leggi romane proibivano severamente i 

malefic! : 

testor, cara, deos et te, germana, tuumque 

dulce caput, magicas invitam accingier artis. 

(V. 492-493) 

Si costruisce la pira, coronata di funebri ghirlande, vi si pongono 
sopra il letto, la spada, Taltre spoglie e Timagine cerea di Enea; due 
are stanno airintorno. La maga incomincia: 

crinis effusa sacerdos 

ter centum tonat ore deos, Erebumque Chaosque 
tergeminamque Hecaten, tria virginis ora Dianae. 



152 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

sparserat et latices simulatos fontis Avemi, 
falcibus et messae ad lunam quaeruntur aSnis 
pubentes herbae nigri cum lacte veneni; 
quaeritur et nascentis equi de fronte revolsus 
et matri praereptus amor, 
ipsa molam; manibusque piis altaris iuxta 
unum exuta pedem vinclis, in veste recincta, 
testatur moritura deos et conscia fati 
sidera; turn, si quod non aequo foedere amantis 
curae numen habet iustumque memorque, precatur. 

(v. 509-521) 

A questo punto il magico rito ^ sospeso, per essere poi conti- 
nuato e compiuto neiresecuzione del fatale proposito, che va dal 
V. 630 ad finem di questo medesimo libro. 

Procedendo ora pt^r ordine nell'esame deU'Eneide, c'incontriamo 
successivamente in Circe, in Aletto, in Umbrone, in Asila, in Japis 
medico, e, finaimente, nel Ciria (opera falsamente attribuita a 
Vergilio), in Carme. 

Diciamone quaiche cosa a conciusione di questo capitoio: 

a) Circe, L'abitazione di questa maga ^ eiegantemente descritta 
nel Vll deWEneide: 

Proxima Circaeae raduntur litora terrae, 
dives inaccessos ubi Solis filia lucos 
adsiduo resonat cantu tectisque superbis 
unit odoratam noctuma in lumina cedrum, 
arguto tenuis percurrens pectine telas. 
hinc exaudiri gemitus iraeque leonum 
vincia recusantum et sera sub nocte rudentum, 
saetigerique sues atque in praesepibus ursi 
saevire ac formae magnorum ululare luporum, 
quos hominum ex facie dea saeva potentibus herbis 
induerat Circe in vultus ac terga feraj^um. 

(V. 10-20) 

Per la leggenda di Pico, convertito dalla maga nell'uccello omo- 
nimo, Cf. V. 189 e segg. 

b) Aletto, Evocata da Giunone, si manifesta in tutto il suo 
furore: empie del suo alito Amata, moglie di Latino, e Turno e la 
gioventu troiana, la quale, per aver ucciso durante la caccia il cervo 



"T-sT'r 



MAGIA E PREGIUDIZI 



153 



prediletto dei figli di Tyrro, regio pastore, si trova esposta a duris- 
sima lotta coi pastori (VII, 285-510 e segg.). 

c) Umhrone, sacerdote mago della gente Marruvia, ^ dotato 
di sconfinato potere come incantatore di serpenti: 

Quin et Marruvia venit de gente sacerdos, 
fronde super galeam et felici comptus oliva, 
• Archippi regis missu fortissimus Umbro, 

vipereo generi et graviter spirantibus hydris 
spargere qui somnos cantuque manuque solebat 
mulcebatque iras et morsus arte levabat. 

(vn, V. 750-755) 
Abbiamo detto « come incantatore di serpenti * p^erch^ anche il 
potere di questo mago insigne ha un limite: 

sed non Dardaniae medicari cuspidis ictum 
evaluit, neque eum iuvere in volnere cantus 
somnifer et Martis quaesitae montibus herbae. 

(V. 756-758) 

d) Asilas. Appare nella rassegna deile navi etrusche con gli 
uomini di Pisa, fe ancor questo un ecceliente divinatore, a cui pare 
obbediscano cielo e terra: ' 

Tertius, ille hominum divomque interpres Asylas, 
cui pecudum librae, caeli cui sidera parent, 
et linguae volucrum, et praesagi fulrainis ignes. 

(X, V. 175-177) 

e) Japyx. Di Japis medico giova riferire tutto il lungo tratto 
del Xll deWEneide, sia perch^ contiene parecchie cose che riguar- 
dano Tarte magica, sia f)erch^ — caso rarissimo! — egli dichiara di 
non avere, per propria virtu, guarita la ferita di Enea: 

lamque aderat Phoebo ante alios dilectus lapyx 
lapides, aeri quondam cui captus amore 
ipse suas artes, sua munera, laetus Apollo 
augurium citharamque dabat celerisque sagittas. 
ille ut depositi proferret fata parentis, 
scire potestates herbarum usumque medendi 
maluit et mutas agitare inglorius artes. 
Stabat acerba fremens, ingentem ivixus in hastam 
Aeneas magno invenum et maerentis Juli 
concursu, lacrimis immobilis. ille retorto 

Archivio per U tradiMioni popolari. — Vol. XXIII. 10 



154 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Paeonium in morem senior succinctus amictu 

multa manu medica Phoebique potentibus herbis 

nequiquam trepidat, nequiquam spicula dextra 

sollecitat prensatque tenaci forcipe femim. 

nulla viam Fortuna regit nihil auctor Apollo 

subvenit; et saevus caropis magis ac magis horror 

crebrescit propiusque malum est. iam pulvere caelum 

stare vident : subeunt equites, et spicula castris 

densa cadunt mediis. it tristis ad aethera clamor 

bellantum invenum et duro sub Marte cadentum. 

hie Venus, indigno nati concussa dolore, 

Dictamnum genetrix Cretaea carpit ab Ida, 

puberibus caulem folifs et flore comantem 

purpureo (non ilia feris incognita capris 

gramina, cum tergo volucres haesere sagittae): 

hoc Venus, obscuro faciem circumdata nimbo, 

detulit; hoc fusum labris splendentibus amnem 

inficit occulte medicans spargitque salubris 

ambrosiae sucos et odoriferam panaceam. 

fovit ea vulnus lympha longaevus lapyx 

ignorans, subitoque omnis de corpore fugft 

quippe dolor, omni stetit imo volnere sanguis; 

iamque secuta manum nullo cogente sagitta 

excidit, atque novae rediere in pristina vires. 

« Arma citi properate viro ! quid statis? » lapyx 

conclamat primusque animos accendit in hostem. 

« Non haec humanis opibus, non arte magistra 

proveniunt neque te, Aenea, mea dextera servat : 

maior agit deus atque opera ad maiora remittit. » 

(V. 391-429) 
A commento di ci6 che il poeta dice dell'erba fornita da Venere, 
per medicare la ferita di Enea, e usata da Japis senza conoscerne 
la virtu, riportiamo dal Dupouy i): « Or, le dictame cueilli sur le 
mont Ida par la deesse n*est pas autre chose que le fameux dictame 
de Crete, esp&ce d' Origanum, de la famille des Labiees. II etait 
cel^bre, anciennement, pour la guerison des blessures, et il fait encore 
partie de la therapeutique moderne; il entre dans Telectuaire diascor- 
dium et dans la confection du safran compose. Quant aux sues salu- 



I) Op. c. pag. 132. 



MAGIA E PREGIUDIZI 155 

taires de Tambroisie et de Todorante panacee que Venus fait entrer 
dans son liquide hemostatique, on suppose qu*il s'agit du Cheno- 
podium amhrosioides, dont le mate ou the du Paraguay n'est 
qu'une variete ». 

f) Carme. Carme, nutrice di Scilla figlia di Niso, tenta con 
un incantesimo di secondare I'amore, ond'^ accesa la suaalunnaper 
Minosse, re di Creta, durante Tassedio di Megara: 

At nutrix patula conponens sulfura testa, 
narcissum, casiamque, herbas incendit olentis; 
terque novena ligat triplici diversa colore 
Ala; ter in gremium mecum, inquit, despue virgo, 
despue ter, virgo: numero deus inpare gaudet. 
inde lovis geminat magno Stygialia sacra, 
_ sacra nee Idaeis senibus, nee cognita Graiis ; 
pergit, Amydaeo spargens altaria thallo, 
regis lolciacis animum defigere votis. 
{Ciris, V. 369-377) 

L'incantesimo, come in appresso si narra, non riesce: f)erci6 bi- 
sogna tagliare il crine purpureo, fatale, di Niso, da cui dipende la resa 
della citt^, e, conseguentemente, lo sposalizio di Scilla con Minosse. 

In questo luogo, che come abbiamo g\k awertito appartiene alle 
opere spurie del poeta, abbiamo una delle tante apoteosi della virtu 
dei numeri caflS. 



VI. Riti espiatori e fttnebri. 

I. Abluzioni. - 2. Libazioni sul mare. - 3. Obblighi verso i-Mani. - 4. Polidoro. - 
5. Esequie di Didone. - 6. Culto dei morti e giuochi funebri. - 7. Miseno. - 
8. Palinuro. 

Tutto ci6 che possiamo raccogliere daWEneide di Vergilio intorno 
ai riti espiatorii e funebri ^ espresso, oltre che con fine eleganza di 
forma e rigore liturgico, con tanta pieta, con tanto affetto, da inte- 
nerire fino alle lagrime chiunque attentamente legga e mediti questo 
geniale poeta, che pur gran lasso di tempo separa da noi. Whuma- 
nitas h il carattere precipuo dell'epica vergiliana, e tanto espansivo, 
che non teme le barriere della morte, ma audace le varca e vuole 



156 Af^CHlVlO f>Eft LE TRADITION! POPOLARI 

ininterrotto Tumano commercio con quelli che a noi soprawivono nel 
mondo degli spiriti. Di qui il culto dei morti ») e Tamorosa solle- 
citudine per i riti esequiali, aftine dMmpedire che le ombre si aggi- 
rino incerte e sdegnose nell'Erebo, perch^ private dei dovuti suffragi. 
Sublime idea, sulla quale si fonda uno dei dogmi piu consolanti della 
religione di Cristo, che, per Tefficacia della preghiera, ci fa vivere 
con gli estinti una seconJa vita, della presente di gran lunga migliore! 
Or questo pio sentimento ci si rivela particolarmente nei delicati 
episodi di Polidoro, di Andromaca che liba all'ombra di Ettore, di 
Miseno e di Palinuro, per non dir d'altri ancora; ma, a procedere 
con ordine, diciamo in prima qualche cosa delle abluzioni e delle 
libazioni sul mare. 

L'acqua dei fiumi, e, soprattutto, quella del mare era una ver^ 
panacea per purgiarsi da ogni colpa. 

Enea, poco prima di lasciare le fumanti rovine di Troia, cosl 
parla al vecchio padre Anchise: 

tu, genitor, cape sacra manu patriosque penatis; 
me, bello e tanto digressum at caede ruenti, 
attrectare nefas, donee me flumjne vivo 
abluero. {Aen. II, v. 717-720) 

Adunque non era lecito a chi si fosse contaminato con qualche 
uccisione con altra gran colpa toccare cose sacre partecipare ad 
atti religiosi, se prima con acqua di fonte di fiume, non si fosse 
lavato le mani, il capo, o, a seconda delle prescrizioni, anche tutto 
il corpo. 11 rito non deve per altro sembrare troppo strano, in quanto 
che all'acqua, in agn\ tempo, s'^ sempre attribuito un efificacissimo 
significato simbolico. 

La stessa purificazione usa Enea, prima di entrare nei Campi 
Elisi, come ^ narrato nel lib. VI deWEneide, v. 635-636 (Cf. V, 
En. V. 225 e segg.) e Turno, dopo ricevuto Vomen di Iride (IX, 21-24). 

Un esempio di libazione sul mare lo abbiamo nel lib. V deWEneide, 

Enea, fondata in Sicilia la citta di Acesta, dove Giove, per mezzo 



i) Merita di esser letto ci6 che scrive del Cui/o dei morti il Sabbadini nella 
prefazione al lib. V ^tWEneide. 



LV«fL^ 



MAGIA E PREGlUDrZl 1 57 

di Naute, gli ordina di lasciare le donne e glMnvalidi, ed eretto un 
tempio sul monte Erice in onore di Venere, e consacrato un bosco 
alia tomba di Anchise, di cui aflFida la custodia ad un sacerdote, 
prima di niettersi in mare, offre sacrifizi e fa libazioni per renderselo 
propizio : 

tris Eryci vitulos et tempestatibus agnam 
caedere deinde iubet solvique ex ordine funem. 
ipse caput tonsae foliis evinctus olivae 
stans procul in prora pateram tenet extaque salsos 
porricit in fluctus ac vina liquentia fundit. 

(v. 772-776) 

La libazione consiste nel gettare in mare le viscere delle vittime 
(perch^ erano la parte piii gradita alia divinita) sacrificat^ e vino 
(Cf. En. Ill, 525 e segg.). E, r^ell* inf uriare della procella, non si 
costuma anche oggi, e con piu salutare awiso, versare dai naviganti 
Tacqua santa nel mare? 

Aggiungeremo un'altra parola sul v. 34 del IV deWEneide: 
Anna, volendo persuadere Didone a romper fede alia memoria di 
SiCheo col passare in seconde nozze ad Enea, per togliere qualsiasi 
scrupolo, esce in quest'espressione: * ' • 

id cinerem aut manis credis curare sepultos? 

E questo significa: « tu non sei piii tenuta a Sicheo; ai mani 
di lui tu hai reso i dovuti onori funebri, e tanto basta ». Compiuto 
quest'ufficio pietoso, il sup^rstite non ha piu obblighi di sorta. Cosl, 
secondo il Sabbadini. Ma ci6 non sarebbe contraddetto dalPuso delle 
commemorazioni funebri anniversarie o parentali ? Secondo noi quests 
parole altro non contengono che una fine astuzia di Anna, la quale, 
pur di dare un'ultima spinta a Didone, fa quasi professione di mis- 
credenza, dicendole: « credi tu che i morti sentano? ossia ch'essl si 
occupino di q leste cose, se con la morte tutto finisce ? » 

Passiamo agli episodi di Polidoro, di Didone, dei giuochi funebri 
del lib. V, di Miseno e di Palinuro. 

Approdati i Troiani nella Tracia, che il Pascoli bellamente de- 
signa col nome di « Terra maledetta » Enea si accinge a sacrificare 
un toro, ma nelPatto che sbarba dal suolo le verghe di un cespuglio 



158 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

di mirto, per adornare Tara con verdi ramoscelli, ecco gocciolare da 
esse sangue. Segue indi la nota leggenda di Polidoro, il quale narra 
la dolorosa sua fine, mentre Enea rimane stupito, coi capelli irti e 
con la voce strozzata nelle fauci : 

obstipui steteruntque comae. et vox faucibus haesit. 

(Aen., Ill, V. 48). 

Palinuro ^ uno spirito che ancora non gode parfetta pace, ^d 
ecco perchfe Enea, prima di sciogliere le vele, ha cura di placarlo col 
rendergli i prescritti esequiali onori : 

ergo instauraimis Polydoro funas: et ingens 
aggeritur tumulo tellus; stant Manibus arae 
caeruleis maestae vittis atraque cupresso 
et circum Uiades ciinem de more solutae; 
inferimus tepido spumantia cymbla lacte 
sanguinis et sacri pateras, animamque sepulcro 
condimus et magna supremum voce ciemus. 

(v. 6a-68) 

L'inslauramiis, che vuol dire fcicciamo secondo il rito, fe frase 
rigorosamente iiturgica, perch^, nota il Pascoli, « la sepoltura era 
stata fortuita ». Nota le due are prescritte, il cupressiM sacro ai morti 
forse per Tuso che se ne faceva nei roghi, il condimus = po8iamo 
in pace, le piagnone preficae, le libazioni di sangue e di latte e 
il triplice vale. 

Converrebbe, dopo di Palinuro, accennare ad Andromaca, che 
nel HI de\VEn,f v. 300 e segg., fe trovata da Enea nelPEpiro, mentre 
ella fa libazioni aU'ombra di Ettore; ma, nulla essendovi in quest'epi- 
sodio di particolare interesse per il nostro studio, basteri rilevare la 
pieta di quella povera donna, « ludibrio della vita e del caso ». Ella 
con lagrime interroga Enea di Ettore, e col nome di Ettore con- 
chiude i voti per Ascanio, simili a quelli ch'essa da quel pio e prode 
uomo per Astianatte ascoltava e ripeteva nel cuore i) : 
Verane te facies, verus mihi nuntius adfers, 
nate dea ? vivisne ? aut, si lux alma recessit, 

Hector ubi est? 

(v. 310-312) 



i) G. CANNA, Dtr//a umanitd in Virgilio. Torino 1883. 



f 



MAGIA E PREGIUDIZI 1 59 

quid puer Ascanius ? superatne et vescitur aura ? 

quern tib! iam Troia 

ecqua tamen puerost amissae cura parentis? 
ecquid in antiquam virtutem animosque virilis 
et pater Aeneas et avunculus excitat Hector? 

(V. 339-343) 

Ritorniamo a Didone, di cui s' & gi^ discorso. 

Dopo una notte agitatissima (IV, v. 522-553), ella vede, verso 
Talba, la flotta troiana, che lontano veleggia e il lido vuoto e silen- 
zioso. Ella allora « fa sentiregrida selvaggie d'ira impotente (v. 584-608): 
il sole che si leva, fa levare, si direbbe, gli occhi a lei che torva- 

mente guarda le vele in riga lontane » (Pascoli), e quindi lancia 

imprecazioni, segno delle stragi future. A Barce dk questi ordini: 

« Annam, cara mihi nutnx, hue siste sororem ; 
die corpus properet fluviali spargere lyropha 
et pecudes secum et monstrata piacula ducat, 
sic veniat, tuque ipsa pia tege tempora vitta. 
sacra lovi Styglo, quae rite incepta paravi, 
perficere est animus linemque imponere curis 
Dardaniique rogum capitis permittere flammae. » 
Sic ait. (Aen, IV, v. 634-641) 

Di nuovo qui abbiamo memoria della purificazione abluzione 
che precede il sacrificio. Nei monstrata piacula purgamina — 
come nota il Comm. dell'ed. Bettoni. — « quibus in sacris magicis 
utebatur superstitio » si comprendono tutte quelle azioni espiatorie, 
che, incominciate dalla saga Massila, dovevano essere condotte a ter- 
mine per riuscire nelP intento. 

Preparato a se stessa il rogo, Didone ascende su di quello, sa- 
luta le amorose spoglie, rammenta di non essere vissuta invano per 
le imprese che le daranno gloria presso i posteri; la punizione di 
Pigmalione e la fondazione iniziata di iin' insigne citta : 

Vixi et quem dederat cursum Fortuna-peregi, 
et nunc magna mei sub terras ibit imago, 
urbem praeclaram statui, mea moenia vidi, 

ulta vlrum poenas inimico a fratre recepi 

(V. 653-656) 



l6b ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E quando le ancelle, die non Thanno veduta neli'atto del ferirsi, 
la scorgono caduta, 

. . it clamor ad alta 
atria; concussa bacchatur Fama per urbem. 
lamentis gemituque et femineo ululatu 
tecta fremunt, resonat magnis plangoribus aether, 
non aliter quam si inmissis ruar hostibus omnis 
Kaithago aut antiqua Tyros flammaeque furentes 
culmina perque hominum volvantur perque deorum. 

(v. 665-671) 

Sublime b il prodigio che segue : 

Turn luno omnipotens longum miserata dolorem 
difficilisque obitus Irim demisit Olympo, 
quae luctantem animam nexosque resolveret artus. 
nam quia nee fato merita nee morte peribat, 
sed misera ante diem subitoque accensa furore, 
nondum illi flavum Proserpina vertice crinem 
abstulerat Stygioque caput damnaverat Oreo, 
ergo Iris croeeis per caelum rorida pinnis 
mi lie trahens varios ad verso sole colores 
devolat et supra caput astitit. < hunc ego Diti 
sacrum iussa fero teque isto corpore solvo. > 
Sic ait et dextra crinem secat: omnis et una 
dilapsus calor atque in ventos vita reeessit. 

(V. 693-705) 

« Siccome, scrive il Canna, sul tetro rogo di Didone vola Iride 
a spiegare i suoi vaghi colori, mandata a sciogliere dai nodi della 
vita la lottante ahima che vole;nte e pur gemente Tabbandona; cosl 
sopra i furori e le imprecazioni prevalgono in quella moribonda la for- 
tezza e Tamore, e circondano di pieita sublime quella grande ombra, 
la quale poi raccogliesi, espiata e rifuggente da ogni memoria di Enea, 
col suo fedele Sicheo, nella selva degli amorosi spiriti, la nei campi 
del pianto ». 

Poni mente, nei riguardi del nostro studio, ai w. 698 e 699: 
i morenti erano considerati come vittime delle divinita infernali: 
donde la superstiziosa credenza sia presso i Greci, come presso i 
Romani, che nessuno potesse morire, se prima non si recideva alia 



MAGIA E PREGIUDIZI l6l 

vittima un ciuffo di crini, libazione a Proserpina. Questa era pratica 
d'uso nei sacrifici di animaii: Didbne, come appare dalla di lei agonia, 
descritta nei w. antecedenti, non pu5 morire se prima non le sia 
tagliato il crine. Siccome per6 eila non muore di morte naturale, nh 
per condanna, ma di suicidio, Proserpina tarda a reciderle il crine, 
fmch^ Giunone omnipotens (che qui sembra un'ironia — V. Pascoli), 
longum miser ata dolorem^ toglie ogni ostacolo accorciando Tagonia 
deirinfelice. 

Dal lib. IV ^eWEneide passiamo al V, dove nei sacrificio anni- 
versario offerto da Enea in onore di Anchise suo padre avremo una 
splendida prova della pieti degli antichi nei « Culto dei morti ». 

Gli anniversari dei morti si festeggiavano con banchetti funebri, 
a cui partecipavano gli dei Penati, come facienti parte della famiglia: 
nei nostro caso intervengono i Penati di Troia e quelli Siciliani di 
Aceste, perch^ ambedue questi popoli erano fra loro alleati: 

haud equidem sine mente, reor, sine numine divom 
adsumus et portus delati intramus amicos. 
ergo agite et laetum cuncti celebremus honorem; 
poscamus ventos atque haec me sacra quotannis 
urbe velit posita templis sibi ferre dicatis. 
bina bourn vobis Troia generatus Acestes 
dat numero capita in navis; adhibete penates 
et patrios epulis et quos colit hospes Acestes. 
{Aen, V, V. 56-63) 

11 cadavere, secondo Tuso romano, rimane in casa sette giorni, 
nei nono si seppellisce, e, presso la tomba, ha luogo il banchetto fu- 
nebre (sacrificio novendiale) insieme coi giuochi (ludi novendiales) 
piu meno pomposi. Tutti vi assistono col capo coronato di mirto, 
come si suole in tutte le solennita, ma tutti devono stare in silenzio, 
perchfe una parola di malaugurio (V. anche En. Ill, 405 e segg., 
e WW, 108 e segg.) pu6 turbare la cerimonia: 

Praeterea, si nona diem mortalibus almum 
Aurora extulerit radiisque retexerit orbem, 
prima citae Teucris ponara certamina classis; 

ArcMvio per U tradisioni popolaH. — Vol. XXm. 21 



T 



162 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

quique pedum cursu valet et qui viribus audax 
aut iaculo incedit melior levibusque sagittis, 
seu crudo fidit pugnam committere caestus, 
cuncti adsint roeritaeque expectent praemia palmae. 
ore favete omnes et cingite tempora ramis. 

(v. 64-71) 

Seguito da grande comitiva, Enea fa presso alia tomba le con- 
suete libazioni di due coppe di vino (il numero due era solenne alia 
morte), di latte fresco, del sangue delle vittime e anche di fiori, e' 
saluta Tombra col saluto d'mcow^ro, « salve » opposto a quello di 
commiato « vale » : 

Hie duo rite mero libans carchesia Baccho 
fundit humi, duo lacte novo, duo sanguine sacro, 
purpureosque iacit flores ac talia fatur: 
< salve, sancte parens ; iterum salvete, recepti 
nequiquam cineres aniroaeque umbraeque patemae! 
non licuit finis Italos fataliaque arva 
nee teeum Ausoniuin,quieumque est, quaerereThybrim.» 

(v. 77-83) 

Quand'ecco dalla parte piu interna del tempio {ab imis adytis), 
chfe tale h per Enea il sepolcro del padre, un serf)ente iridato, con 
sette (numero magico) awolgimenti striscia placidamente intomo al 
tumulo, si allunga fra le patere e le coppe, assaggia le offerte e 
scompare Enea e i suoi restano sgomentati: 

Dixerat haec, adytis eum lubrieus anguis ab irois 
septem ingens gyros, septena volumina traxit, 
amplexus piacide tumulum lapsusque per aras, 
caeruleae cui terga notae maculosus et auro 
squamam incendebat fulgor, ceu nubibus arcus 
mille iacit varios adverso sole colores. 
obstipuit visu Aeneas, ille agmine longo 
tandem inter pateras et levia pocula serpens 
libavitque dapes rursusque innoxius imo 
successit tumulo et depasta altaria liquit. 

(v. 84-93) 

II fatto non h nuovo, perchfe un simile prodigio k ricordato da Livio 
(25-16,1) ; ma il sacrificio ^ turbato, e perci6 bisogna daccapo rinnovarlo : 



MAGIA E PREGIUDIZI |^ 

Hoc magis inceptos genitori instaurat honores, 
incertus, geniumne loci famulumne parentis 
esse putet; caedit binas de more bidentis 
totque sues, totidem nigrantis terga iuvencos, 
vinaque fundebat pateris animamque vocabat 
Anchisae magni manisque Acheronte remissos. 
nee non et socii, quae cuique est, copia, laeti 
dona ferunt, onerant aras mactantque iuvencos, 
ordine a6na locant alii fusique per herbam- 
subiciunt veribus prunas et viscera torrent. 

(v. 94-103) 

Chi & il serpente? fe il genio del luogo, ovvero il famiglio del 
padre? Enea ne dubita. Ma qui ^ necessaria un po' di spiegazlone ; 
il Genius loci (da gigno), tutto proprio dei Latini, che rappresen- 
tava Tenergia fecondatrice della famiglia — e che, per questo riguardo, 
veniva venerato sotto forma di serpente — era il protettore dt'lla 
famiglia, di ogni persona, di ogni citta, la quale aveva sempre ii sua 
genio, non altrimenti che oggi TAngelo Custode oil Santo patrono; 
col famultis parentis forse si allude all'apoteosi di Anchise, che, 
come dio, poteva avere un ministro in forma di serpente. « Ma aella 
storia del culto dei morti — nota il Sabbadini — questo famulus ha 
ben altro significato. II primitivo concetto della morte fnceva della 
tomba una seconda dimora dell'estinto, in cui la sua ombra traeva 
la sua seconda vita; questo spiega tutta la cura che si aveva per 
la tomba e le feste che vi si celebravano e le libazipni che vi si fa- 
cevano; Tombra delPestinto gustava, secondo la sua primitiva ere- 
denza, veramente di quel doni ; il serpente qui viene ad assaggiare 
i cibi in nome dell'estinto e nel medesimo tempo a mostrare Ji aver 
gradrto rofferta». 

NeWanimam vocabat Anchisae ravvisa un altro pregiudizio, 
secondo il quale si credeva che Tanima del defunto, chiamandola, 
uscisse dal sepolcro per partecipare del sacrificio; il mafjni indica 
la trasfigurazione delle anime, che, dopo la morte, diventanu Manes^ 
cio^ esseri superiori alia natura umana e partecipi delh divina. Ln 
morte, in una parola, h via alPapoteosi. 

Restano Miseno e Palinuro. 



164 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

Per i funerali del primo si abbatte un'intera selva! 

itur in antiquam silvam* stabula alta ferarum, 
procumbunt piceae, sonat icta securibus ilex 
fraxineaeque trabes cuneis et fissile robur 
scinditur, advolvunt ingentis montibus omos. 
nee non Aeneas opera inter talia primus 
hortatur socios paribusque accingitur armis. 
{A€^, VI, V. 179-184) 

Poi, non senza notare le libazioni di olio, la purificazione e il 
licenziamento solenne dell'assemblea, i funerali si compiono dai 
Troiani, sul lido, in questo modo: 

Nee minus interea Misenum in litore Teucri 
flebant et cineri ingrato suprema ferebant. 
principio pinguem taedis et robore secto 
ingentem struxere pyram, cui frondibus atris 
intexunt latera et feralis ante cupressos 
constituunt decorantque super fulgentibus armis. 
pars calidos latices et a6na undantia flammis 
expediunt corpusque lavant frigentis et ungunt. 
fit gemitus. tum membra toro defleta reponunt 
purpureasque super vestes, veiamina nota, 
coniciunt. pars ingenti subiere feretro 
(triste ministerium) et subiectam more parentum 
aversi tennere facem. congesta cremantur 
turea dona, dapes, fuso crateres oiivo. 
postquam conlapsi cineres et flamma quievit, 
reliquias vino et bibulam lavere faviliam, 
ossaque lecta cado texit Corynaeus aeno. 
idem ter socios pura circumtuiit unda 
spargens rore levi et ramo felicis olivae 
lustravitque viros dixitque novissima verba, 
at pius Aeneas ingenti mole sepulcrum 
imponit suaque arma viro remumque tubamque 
monte sub aSrio, qui nunc Misenus ab illo 
dicitur aeternumque tenet per saecula nomen 

(V. 212-235) 

Palinuro, come Miseno, non ha potuto varcare lo Stige, perch^ 



(1) Per i sacrifici di Enea a Proserpina, prima di scendere all'lnfemo, vedi nello 
stesso lib. VI, i w. 264-294. 



MAGIA E PREGIUDIZI 165 

il suocorpogiaceinsepolto. Egli scongiura Eneaatoglierlodatantapena: 
< Quod te per caeli iucundum lumen et auras, 
per genitorem oro, per spes surgentis Juli, 
eripe me his, invicte, malis: aut tu mihi terram 
inice (namque potes) portusque require Velinos, 
aut tu, si qua via est, si quam tibi diva creatrix 
ostendit (neque enim, credo, sine numine divom 
flumina tanta paras Stygiamque innare paludem), 
da dextram misero et tecum me tolle per undas, 
sedibus ut saltem placidis in morte quiescam. » 

(v. 363-371) 
Due mezzi propone Palinuro ad Enea : terram inice, che getti 
della terra sopra il suo cadavere (Cf. Hor. Od. XXVIll lib. I, v. 35-36), 
che, per. la piu spiccia, S3 lo prenda con s^, come compagno, nel 
passaggio del fiume Stige. Ma cio urta e stride coi capisaldi della 
teologia gentilesca, fe impossibile mutare i voleri degli del: e la 
Sibilla lo rampogna e gli toglie questa dolce illusione, non senza 
confortarlo con la speranzadell'apoteosi, a cuigiungera dopo cento anni : 

Talia fatus erat, coepit cum talia vates: 

< unde haec, Palinure, tibi tarn dira cupido ? 

tu stygias inhumatus aquas amnemque severum 

Eumenidum aspicies ripamve iniussus adibis? 

desine fata deum flecti sperare precando. 

sed cape dicta memor, duri solacia casus. 

nam tua finitimi, ionge lateque per urbes 

prodigiis acti caelestibus, ossa piabunt, 

et statuent tumulum et tumuio sollemnia mittent, 

aetemumque locus Palinuri nomen habebit. > 

his dictis curae emotae pulsusque parumper 

corde dolor tristi: gaudet cognomine terrae. 

(v. 372-383) 
Altri esempi di riti esequiali, propri piuttosto delPevo eroico, 
potra il lettore trovare nel lib. XI deWEneide, v. 185 e segg , e 
anche nel Culex dal v. 833 ad finem; ma deWEneide s'b detto 
abbastanza, e, qiianto al secondo, che figura come il Ciris fra le 
opere spurie del poeta, non vale, come ognun vede, la pena di 
occuparsene. 

{Continua) Mons. Marco Belli. 



USI NUZIALI PIEMONTESI 



IL CONTRATTO Dl MATRIMONIO NELLE LANGHE 



Dairalpestre catena selvosa che si distende lungo la costa ligure 
di ponente si diparte una serle ininterrotta di c'oliine, che, sempre 
piu digradando verso settentrione, vanno a finire sulla destra del 
Tanaro ed oltre a questo continuano fino al corso del Po, separando 
la pianura di Cuneo ad occidente dalla pianura di Marengo ad oriente. 
Quelle che si distendono fra le valli del Tanaro e deirOrba, inter- 
secate da altre valli minori che le tagliano longitudinalmente in al- 
trettante sezioni, sono dette le Langhe, nome d'origine ignota, che 
alcuno voile derivare erroneamente dal francese Imtgtiea riferendosi 
alia loro configurazione, mentre parrebbe piuttosto formato da una 
radice deH'antico linguaggio ligure. Su tali colline, rivestite in parte 
di boschi, ma in parte maggiore coltivate a vite, sorgono molti pic- 
coli villaggi, fieri d'una storia quasi sempre sonante del rumore del- 
Tarmi, i quali infatti mostrano ancora ruderi di costruzioni romane, 
avanzi di torri antiche, o un vecchio castello che torreggia sulle 
misere casupole ; e quivi abita numerosa e vive d'una vita ancora 
patriarcale una popolazione formata quasi esclusivamente di conta- 
dini forti e laboriosi, contenti dei loro pochi poderi che gia ebbero 
avi e proavi, amantissimi del proprio paese, e tramandantisi di padre 
in figlio per ingenito istinto di conservazione costumi e tradizioni 
secolari. Appunto di una fra tali consuetudini vogliamo qui discor- 
rere, cio^ del contratto di matrimonio, quale si suol celebrare se non 
piu in tutti i villaggi delle Langhe ancora in quelli fra i piu piccoli 



USI NUZIALl PIEMONTESl 167 

e meno noti: poveri paeselli solitar! formati da pochi rozzi abituri 
che s'arrampicano su pei declivi, stretti attorno ad una chiesuola e 
dominati spesso da vecchio maniero. 

Delle varie consuetudini vive tuttora presso i popoli in riguardo 
alle nozze han gi^ scritto moltissimi, e particolarmente per I'ltalia 
non sono mancati i benemeriti studiosi deirargomento, cominciando 
dal De Gubernatis con la pregevole Storia eomparata degli usi 
nmiali in Italia epreaao gli altri popoli indo-europei, e venendo 
a molti altri che sarebbe tanto facile quanto inutile Tenumerare. Ma 
dell'usanza che noi intendiamo ora riferire avendone assunte pre- 
cise e complete informazioni, crediamo di essere i primi a dar la no- 
tizia, che veniamo senz'altro ad esporre. 



* 
* * 



In uno dei villaggi or ora indicati vivono fanciulle sane e pro- 
caci, non eleganti n^ raffinate, ma pur seducenti per la loro fiera 
cortesia e per quelle special! attrattive contadinesche che i profani 
non sanno comprendere. Le ragazze da marito sono sempre piu nu- 
merose che i giovani, perch^ di questi molti vanno lontano dal loro 
p>aese, mentre le ragazze rimangono quasi tutte con la famiglia; e 
che si facciano relazioni d'amore e che si filino idilli ^ la cosa piu 
naturale di questo mondo, e la piu comune a tutti i luoghi e a tutti 
i tempi. Ma qui il costume e la tradizione vogliono che a far le cose, 
diremo cosl, ufficiali, intervenga sempre un terzo individuo, indispen- 
sabile a condurre in porto la non facile impresa. fc questi il cosidetto 
baciaU, owero sia il baccelliere: istituzione che si pu6 dire di uso 
universale, perch^ si trova con vari nomi presso tutti i popoli, ma 
che nel caso nostro assurge ad unMmportanza speciale. Questo ge- 
neroso mediatore si assume volonterosamente I'incarico di far da 
guida al giovane, aspirante alia mano della donzella che ama vor- 
rebbe amare, e lo trae seco per una serie di pratiche, le quali — 
siano gia prima in accordo fra loro i due amanti, o sia invece il gio- 
vane che desidera soltanto tentare la prova, o sia anche lo stesso 



l68 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

mediatore che gli faccia la proposta e s'adoperi a trascinarlo nel gran 
numero degli ammogliati — si svolgono sempre nel modo che ora 
diremo. Incominciano il baccelliere ed il giovane aspirante a recarsi 
dal padre dellar fanciulla con un pretesto qualsiasi ; non manifestano 
ancora le loro intenzioni, ma discorrono di tutt'altro argomento, fanno 
lo gnorri meglio che possono, e cercano intanto di formarsi un giusto 
concetto delle condizioni materiali di quella famiglia. Pol se ne vanno; 
e il giovane (diciam sempre giovane per indicare I'innamorato, il 
quale, per rara eccezione, pu6 per6 anche essere gia attempato), 
avendo ora vlsto abbastanza come stanno le cose e fiutato Tambiente, 
deve prendere una decisione: il suo confortatore, se ce n'e bisogno, 
lo anima a non ritrarsi dal fare il bel colpo; ed egli, che nove volte 
su dieci non ha bisogno d'eccitamenti perch^ Vamorosa ^ gia d'ac- 
cordo, afifida ai buon amico I'incarico di far la domanda. L'amico si 
reca dal padre della ragazza, espone con quel grado di eloquenza e 
d'astuzia che Dio gli ha dato le condizioni fisiche, morali ed economiche 
del candidato, ed alia fine richiede per lui la mano della fanciulla. 
Si conclude quasi sempre che per intanto b permesso al candidato 
di recarsi in casa delPamata, nelle sere del piuomeno prossimo in- 
verno, per vegliare con lei.... nellastalla: t in questo ambiente che 
Tamore si svolge, tra un racconto ed una barzelletta, tra giuochi e 
piccole occupazioni casalinghe : in quel tepore la famiglia e tutta rac- 
colta a riparo, contro il gelo che fuori incrudisce; e quivi I'inna- 
morato, che ha sempre ai fianchi Tinseparabile suo custode, ha 
campo a farsi conoscere da quella che ama e da tutti i suoi parenti. 
Se poi il padre, dopo maturo esame e sentito naturalmente il pa- 
rere dei suoi piu intimi, si mostra inchinevole ad una risposta affer- 
mativa, siamo ad un'altra pratica: ^ lui istesso che insieme al so- 
lito baccelliere — il personaggio, come dicemmo subito, sempre indi- 
spensabile — va, secondo I'espressione propria di quei contadini, a 
veder Vesse, cio^ a riconoscere de visu le condizioni materiali del suo 
probabile genero. E se Vesse gli ^ piaciuto la cosa b ormai concretata 
ufficiosamente, la risposta definitiva b ormai quella che il giovane 
attende con ansia e desiderio. Ma tutto non ^ ancor fatto: ci vuole 
un contratto chiaro e preciso, concluso in forma solenne; ci vuole 



USl NUZIALI PIEMONTESI 169 

una vera e propria cerimonia, che costituisce il lato piu caratteristico 
ed interessante di tutta la procedura. 

fe la sera fissata per il convegno: in casa della sposa (chfe ora 
si pu5 gia dir tale), e non piu soltanto nella stalla, ma nella stanza 
migliore, tutto h preparato per un ricevimento piu sontuoso che sia 
possibile. Non v'^ grande finezza, nh molto gusto, ma in compenso 
v'^ abbondanza. E vengono con lo sposo, il quale ha seco il solito 
amico, parenti e conoscenti ; si fa gran chiasso di plausi, saluti e li- 
bazioni, ma poscia si viene al contratto, che h lo scope precipuo 
della riunione. - Dunque, dice allora il buon baccelliere rivolto al pa- 
drone di casa, quant'^ che date a vostra figlia per dote? — Do tanto 
e tanto, risp>onde I'interrogato. E si fa tosto ad esporre quanto for- 
mera la ricchezza della sposa. — Sei tu contento? esclama poscia lo 
stesso baccelliere, volgendosi alio sposo. — Eh! mi parrebbe, dice 
quest'altro, che Tofferta sia un poco meschina: bisogna che vi s'ag- 
giunga qualche altra cosa! — Di piii non posso dare; mi sembra 
che basti quanto ho proposto. — Metteteci ancora almeno la veste 
della sposa! — Ma questa tocca a voi provvederla, replica il suo- 
cero al futuro genero ; e per parte vostra, dite un po', quanto ci met- 
tete? — Tanto e tanto. — Dunque mi pare che io do abbastanza. 

La discussione continua a questo modo, e pu6 durare delle ore. 
II baccelliere b Tarbitro della situazione, un mediatore nel pieno senso 
della parola; egli profX)ne, esorta, conforta, calma se occorre, e gli 
altri lo aiutano ; sicch^ a poco a poco le due parti muovono ad inten- 
dersi, convenendo via via sui singoli articoli del trattato. Ma intanto 
suUa soglia della casa — anche se faccia un freddo cane — sta uno 
degli invitati, che tiene in mano un pistolone carico di polvere. Dopo 
un po' di attesa egli apre I'uscio della stanza dove ferve la discus- 
sione, e domanda: fe fatto? — Non ancora — gli rispondono. II ri- 
chiamo per6 affretta la conclusione; molti punti son gia concordat! 
perfettamente ; Tuna Taltra parte ha ceduto sulla questione della 
veste da sposa, della tela, dei sacchi da grano,. o di un capo 
di bestiame: non c*b piu che qualcosa. 11 moschettiere torna afarsi 
sull'uscio e nuovamente domanda: ti fatto? — Un momento, un 
momento ancora! — E dopo le ultime riluttanze e le ultime insi- 

ArehMo per U tracUwioni popolari, — Vol. XXIII. 22 



I70 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

stenze, su questione magari di cinquanta o venticinque lire od 
anche meno, si giunge finalmente a piena conclusione, ed il con- 
tratto vien ciiiuso. — fe fatto! fe fatto! si grida airaraldo che 
attende. — E questi allora torna sulla porta, e in mezzo ad un im- 
prowiso silenzio di aspettazione, condivisa da altri sulla strada o 
nelle case vicine, spara uno o piu colpi del suo pistolone. Quel colpo 
vuol annunziare a tutto il paese che due anime amanti sono fin 
d'ora congiunte col reciproco consenso delle loro famiglie, che presto 
un nuovo imeneo unira per sempre nel loro dolce nido i due inna- 
morati : e la notizia si divulga di casa in casa, o meglio di stalla in 
stalla, destando il paesello dalla sua placida quiete invernale, e for- 
nendo Targomento a tutti i discorsi di quella sera e dell'altre seguenti. 



* 
* * 



L'interessante usanza che noi abbiamo descritta merita alcune 
considerazioni. 11 contratto di matrimonio ^ per essa ancora mante- 
nuto nella sua forma piu schietta ed originale e quasi ridotto ad un 
contratto di vendita: tanto per tanto. Non si maschera di falsi pu- 
dori, e non h fatto come tra le popolazioni piu civili, specie delle 
classi elevate; dove il sentimento dell'interesse si vorrebbe mostrare 
quasi messo da parte come affatto secondario, mentre alPincontro b 
troppo spesso, in luogo dell 'amor vero, il solo sentimento che muove 
e che fa parlare. Nel caso nostro le due cose procedono del ti'tto 
distinte: i due sentimenti non si confondono. Lo sposo sara inna- 
moratissimo della sposa, e questa di lui : ma cib non mettera in loro 
alcuna soggezione discutendosi le cose materiali. fe una consuetudine 
che parrebbe da un lato volgare e grossclana; ma dalTaltro appa- 
risce un tratto di sincerita rusticana, che merita nota, e che ci di- 
mostra come il popolo delle campagne, nella sua psiche rozza ed in- 



USI NUZIALl PIEMONTESI Ijl 

colta, ha tuttavia dei moti spontanei virtuosi e sani, che invano si 
cercherebbero nella psiche collettiva della societa piu civile : colta e 
raffinata si, ma insieme quasi sempre falsa e corrotta i). 

EUCLIDE MiLANO. 



(i) Aggiungeremo in npta la notizia di un'altra consuetudine che non troviamo 
registrata nel De Gubematis e negli altri scrittori posteriori intomo agli usi nuziali. 
Gia d noto che se lo sposo ha prima avuto relazione d'amore con altre ragazze 
del paese, oppure la sposa ha giA avuto degli altri spasiraanti, c'6 chi s'incarica 
di spargere, nelle notti seguenti al contratto, un lungo strascico di segatura dalla 
casa dello sposo o della sposa a quella delle povere tradite o dei miseri abbando- 
nati : la qual cosa ha un significato molto maligno. Ma neU'uItimo giomo di Car- 
nevale — parlando sempre delle Langhe — si raccolgono sulla piazza maggiore del 
luogo sul punto piCi alto del paese alcuni buontemponi all'uopo mascherati, che 
tengono in mano dei libracci, sui quali han disegnato, Dio sa come, delle figure 
di porci alia rinfusa : tutto il popolo ^ intomo a sentirli, ed essi fingono di leg- 
gere sui loro codici la storia di quelle ragazze tuttora disponibili che hanno gia 
daio il porco a questo o a quel giovane del luogo, e ciod Thanno rifiutato. 



DUE CENTURIE DI PROVERBI VERONESI o 



1. Pan d'un giorno e vin d'un ano. 

2. Ogni lustro — se cambia gusto. 

3. L'b mejo franguel in tasca, 
Che tordo in frasca. (R). 

4. La carita — T^ la prima trova. 

5. Co la nobilta no se magna. (R). 

Oltre al titolo occorrono le rendite. 

6. La Providenza la gh' e par tuti. (R). 

7. Dio vede, 

Dio pro vede. (R). 

8. El mondo Te mezo da vendar e mezo da comprar. 

9. A vardar la luna se va 'n t'el fosso. 

10. Ebrea fata cristiana, 
O porca p (R). 

11. Beco ciama beco. 

Nelle uccellande, per poter prendere uccelli, bisogna aver molti richiami. 

12. Can e gato no i va d'acordo. (R). 

13. L'h mejo consumar le scarpe che i ninzoi. (R). 

Ninzoi, lenzuola. 

14. Se nasse caldi e se more fredi. (R). 

15. San Magno ^ magna san Giusto. (R). 



1) Vedansi in argomento le seguenti altre mie pubblicazioni : Folk-lore Vero- 
nese. Proverbi (Verona, Tip. Franchini, 1896); Proverbi Veronesiinediti. (Per nozze 
Scarazzato - Fratton (Verona, Tip. Franchini, 1904); Alcuni proverbi VeronesiKn 
Niccold Tommaseo, A. I. (1904), p. 70. 

I prov. che do seguiti da una R sono tolti dai mss. di E. S. Righi, che si con- 
servano nella Biblioteca Comunale di Verona. 



DUE CENTURIE Dl PROVERBl VERONESI 173 

i6. La boca magna 'I capital. 

17. Ci ^ mincion so dano. 

18. Viva la Francia, viva la Spagna, 
Gh'6 in c^to tuti basta che magna. 

19. Bisogna stendar le gambe secondo el ninzol. 

20. La fortuna T^ fata a caucio. 

Caucio, cavicchio. 

21. I corni ]h come i denti: i fa mal a spontar, ma quando j ^ 
cressudi i ajuta a magnar. 

22. Ci no sa zugar staga a casa sua. 

Zugar, giuocare. 

23. 1 secamori i vien 'na volta a Tano, e i seca c... i gh* e tuti 
i giorni. 

Secamori, \\\\k (Siringa vulgaris), Le persone noios6 s'incontrano 3d e>gni 
pi6 sospinto. 

24. El so dover no Vh mai massa. (R). 

Mtissa, troppo. 

25. Piu se pianze, manco ghe ne vien in scars^la. (R). 

26. Un mar de lagrime no suga 'na gossa de debito. 

27. Ci se taja el naso, sMnsangiiena la boca. 

28. El piu mincion no T^ ci se crede. 

29. Tute le frUole no riesse co '1 buso. 

Fritole, frittelle. 

30. Ci sa far — sa comandar. 

31. Senza biscoto no se se mete in viajo. (R). 

32. Quando el malan Vh fato, tuti h brai da dar consigli. (R). 

33. Leser e non inteligere, 

L'^ come averghe la pad^la e gnente da frigere. (R). 

User, leggere. 

34. A tola e in leto, 

No ghe vol rispeto. (R). 
Tola, tavola. 

35. Ci no studia da zovene, piante da vecio. 

Zovene, giovane. 



174 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

36. Ci prima no f)ensa, in ultimo sospira. 

37. Quando s'^ contenti se more. 

38. Pon.sa anc^j par doman. 

Ihnstt^ riposa. Ancd, oggi. - ■ 

39. I strapazzi presto tardi se li paga. 

40. I medial j ^ bravl se i Tenduina. (R). 

41. Par marir bisogna essar contenti. (R), 

42. 'N'ociadina no la passise, ma la consola. 

Ociadina^ gcchiatina. No la passise, Non dA nutriraento. 

43. La sega — mantien la botega. 

44* No gh'^ faime che ingrossa d'acqua ciara. 

45. El vizio Vv come la gramegna che le radis(i le resta sempre (R). 

46. Ci se rabja, non se cata piu. 

No str cata. non torn a piu in se. 

47. Tantn va d rato al lardo fin che M ghe lassa la coa. 

Coaj. coda. 

48* Un fior nn fa prima vera. 

49* De le volte 'na verita la fa piu mal de 'na busla. 
Busia, bu^ia. 

50. Par sospetar el mal 
Bisogna saverlo far. 
5i> Pi^ cakli, testa freda e stomego liger. 

Per viver sani. Stomego, stomaco. 

52. Ci paga un debito fa un capital. 

53. Gi vol bu;^Lirar, resta buzaradi. 

Buzarat, frodare. 

54. Se no te po' metarghe acqua, no meteghe fogo. 
55* Le cam pane no le sona, 

Se qualchcdun no le toca. (R). 

56. De bona volonta h sta' pezza IMnferno. 

/V^jd, rappezzato. 

57. Sant*Antunio el s'^ inamora in t'un porco. (R). 

Per dine che ognuno ha i suoi gusti. 

58. A laorar in tanti, e a magnar in pochi. 



^^w* 



DUE CENTURIE DI PROVERBI VERONESl 175 

59. Tuti se lamenta, ma gnissun vol crepar. (R). 

60. Mosconi e secade de mincioni no ghe ne manca mai. 

61. AI mondo se ghe ne vede sempre de nove. (R). 

Noz'e, nuove. 

62. La polenta: taca si, cota no. 

Quando il matterello s*attacca alia polenta, h. segno che questa non 6 
cotta sufficientemente. 

63. I bezzi va da ci no li sa doparar. (R). 

Bezzi, denaii. 

64. Gramegna, gramegna, 

Ci ghe Ta in c... se la tegna. 

JSir la tegna, se la tenga. 

65. Tuti i cesti gh'a el so manego. (R). 

66. I ani che se mostra no j h quei che se gh'a. (R). 

67. Quei che dise sempre de coparse j h quei che no se copa mai. 

68. El pan no M sta miga tuto in t'un gesto. 

69. Dime ci son, e no stame dir ci era. (R). 

70. I sensari mantegn^rli molarli. 

71. Carte che vegna, el zugador se vanta. 

72. Ci no rispeta no vien rispeta. (R). 

73. La fortuna Vh 'na p.... 

Piu se ghe fa el muso duro, manco la ingana. 

74. Tuti i pi^ no i va ben a 'na Scarpa. (R). 

75. Ci fuge Tocasion, fuge el pecato. 

76. Bisogna guardar in fondo a la pignata. (R). 

Cioe al fine delle cose. 
yj, L'acqua ciara (o bona) la core. (R). 

78. Osei in campagna e oroloj in fita, non se sa cosa farde. 

79. Ci gh'a M conto lo porta. 

80. Tri no fa sie. 

81. Le ciacole fa piu mai dei fati. (R). 

Ciacole, chiacchere. 

82. Val piu un fato che mile ciacole. (R). 

83. O dente massela. 



176 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

84. Contento mi, content! tuti. 

85. Miracolo grande, santo picolo. 

86. Ci fabrica la casa no la gode. (R). 

87. Pignata rota, va fora le pape. 

88. Bala che fis<ia no ciapa. (R). 

89. Parch^ M persego sia bon, bisogna ch'el gh' abia la scorza Ion- 
tana da Tosso. 

Cio6 che sia grande. Persego, pesca. Scorza, corteccia. 

90. A santa Catarina (25 nov.), 

Al ricovaro i ghe da la scaldina. 
Perch6 Incomlncia a farfreddo. 

91. El ben struca, 

Fa onor al mal lava. 
Cosi dicono le lavandaje. Struc&y corapresso. 

92. Mezadro — vol dir mezo ladro. 

93. Ci fa 'n bon mese, fa 'n bon ano. 

Detto delle partorienti. 

94. Soldi e |:)ecati 1'^ un triste giudicar. 

95. Da santa Marta (29 luglio) — se taca la luse soto la capa. 
Luse, lucema ad olio che si sospende con un solo lucignolo. 

96. L'apetito non gh'^ bisogno de salsa. (R). 

97. Ci tase, fa. (R). 

98. De putei non gh'^ mai carestia. 

Pulei, ragazzi. 

99. El ladro grosso el scomingia da 'na ponta d'ucia. 

Ucia, ago. 

100. La torbida rossa, 

La ne porta el pesse ne la nigossa. 

Quando le acque dell'Adige sono torbide e rosse, il pesce s'awicina alle 
rive ed e facile il prenderlo. 

loi. Mejo sentadi s'un casson, 
Che inciod^ in t'un casson. 
Sentadi, seduti. Inciodi, inchiodati. 



DUE CENTURIE Dl PROVERBI VERONESI 177 

102. Le disgrazie j'fe come le cirese: 
Drio una se ghe ne taca diese. 

(^irese, ciliege. 

103. Par spazzar la stala, no bisogna sporcar le camare. 

SpazzaVy scopare. 

104. -Aria de fmestra, 
Colpo de balestra, 

105. Le done le gh'a el cervel de pan grata. (R). 

Gratd, grattuggiato. 

106. Par amor, 

No se sente doTor. (R). 

107. Aseno che raja, 
Magna poca paja. 

108. Ci casca in poverta, 

Perde Tamigo e anca el parenta. 

109. Odio de preti, vendeta de frati e rogna de ebrei - miserere met. {R), 
no. A un bon caval non se ghe dise trota. 

111. Le phche de natura, 

Se le porta in sepoltura. (R). 

Piche, vizii. 

112. Roba don^, 

Uh piu che paga. 
Perchd i doni bisogna contraccambiarli. 

113. Ci gh'a paura del diaolo no fa soldi. 

114. Ledonequandolegh'a 'na m.. in boca, bisogna che le la spua.iK^ 

Che le la spua, che la sputino. 

115. Una dona che mai no tasa, 

L'^ proprio un diavolo in casa. (R). 
No tasa^ non taccia. 

116. Le done se le tase le crepa. (R). 

117. I dolori del parto ghe vol ass^ prima che i parta. (R). 

I dolori acquistati dalle donne nelPepoca del puerperio sono di difficile gu.in- 
gione. 

118. El cornal — ch'el rompe i ossi e no M fa mal. 

Scherzo. Cornal ^ comiolo, ed h legno durissimo. 

Archieio per le tradizioni popolari. — Vol. XXIU. M 



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178 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

119. In t'una fameja de campagna ghe vol: un prete, un dotor, e 
un porco. 

120. Ci presto ride, presto pianze. 

121. I giuramenti dei morosi j'^ come quei dei marinari. (R). 

122. Ogni cor gh'a el so secreto. (R). 

123. Tosse, amor e f)anzeta, 

No se la sconde in che sito se la meta. (R). 

124. Amor cresse anwr: 
Disprezzo, copa amor. (R). 

125. El matrimqnio tra du zoveni, Vb $ospiri: tra un zovene e un 
vecio, Vk corni; tra du veci, Vb m.... (R). 

126. Ci se marida zuga un terno al loto. 

127. A un molin e a 'na sposa, manca sempre qualche cosa. (R). 

128. Done e boi, 

Dei paesi toi. (R). 

Boi, buoi. 

129. Ci vol de le strope, vada par le seze; 
Ci vol de le puttie, vada al so paese. 

Slrope, vimini. Seze, siepi. Pidile, ragazze. 

130. Indo' comanda done e pissa vache, no se far^ mai entrada. 

Indo\ dove. 

131. Indo' comanda done e indo' paga preti, non se far^ mai gnente. 

132. L'amor Vh come 'n tabaron ch'el co^rze ogni vizio. (R). 

Co^rze, copre. 

133. Prima de magnar j'^ done lente, 
Dopo magna no j^ bone da gnente. 

134. Se pol dar el diaolo senza anime, ma no put^ senza morose. (R). 

135. Ci ama teme. (R). 

136. La dona quando la sta ben la gh'a el mai de testa. 

137. Le done, i cani, e el bacala, 
I ghe vol ben pest^. 

138. La dona e la vaca, 
Al p^zo la se taca. 

Pezo, peggiore. La donna s'appiglia al peggior partito. 



DUE CENTURIE Dl PROVERBI VERONESI 1.79 

^39. 'Na nosa par saco, e 'na dona par casa. 

Nosa, noce. «► 

140. L'et^ de la dona: 
Da vinti zit^Ia: 

Da trenta dona bela: 
Da quaranta dona fata: 
Da cinquanta vecia mata. 

141. Da amor odio. (R), 

142. Amor vien da amor. 

143. No gh',^ rosa senza spine; 
No gh^ put^la senza amor. 

144. Da la dona se nasse e par la dona se more. 

145. La dona la le fa, e anca la le magna. 

La donna mette al mondo gli uomini, ma spesso k causa della loro morte. 

146. Al son de sta campana, 
Ogni dona da ben se fa p.... 

Al son de sta campana, cio^ del denaro. 

147. Se le done le la vol far, le la fa. 

Alle donne non manca Toccasione di tradire. 

148. Larga de spale, 
Streta de genturela, 
Oh che bela put^Ia! 

149. 'Na putfela CO le gote, 
Se marida senza dote. 

150. S'el capita el pio, 

Se no, servo el me caro Dio. 
El pio, lo prendo, k voce del contado. Cos! dicono le ragazze da maritare. 

i$i. I omeni gode la dona el giorno che i la tol e quel che la crepa. 
Che i la tol, che la prendono. 

152. Pan fresco, vin veclo e marl zovene. 

153. Dove va M mart, va anca la mujer. 

154. Quando se gh'a da torse 'na disgrazia, Vh mejo t5rsela picola. 

Cosl dicono, scherzando, quelli che si scelgono una raoglie piccola. 

155. Quel che nasse ]h tuti bei; quel che se sposa j h tuti siorl; 
quel che more j h tuti santi. 



l8o ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

156. Fumo e dona catb fa scapar Tomo da casa. 

Ca/ia, cattiva. 

157. No se sa gnancora deche mese se castra i cani, (R). 

Per significare che le predizioni nell'avvenire sono incerte. 

158. Una volta Taltra i aseni M. (R). 

Trdy tirano calci. Anche le persone che sembrano le pid domabili, viene 
la volta che si o^tinano e ribellano. 

159. J ^ i sparasi che se liga in mazzo, no i omeni. 

Sparasi, asparagi. Detto quando dalla colpa d'un individuo si trae ragione 
per offendere unMntera casta. 

160. La passion dei usei, 

L'^ da mati o da putei. (R). 

Usei, uccelli. 

161. Vh un afar serio, 
morir de deslderio. 

162. L'^ mejo dir poareto mi, che poareti nualtri. 

PoaretOy povero. 

163. Ci nasse de genar, 
Non fa granar. 

£ antica superstizione che i nati in gennaio non debbano aver vita lunga. 

164. Ci dal zugo spera socorso, 
Perde la verza e anca M torso. 

Torso, torsolo. 

165. Un brao beco no Vk mai grasso. 

166. Mai lamentarse del brodo grasso. 

167. Magnar bonora e morir tardi. 

168. Tre cose sempre frede: man d'i barbieri, c de le done, e 

muso d'i cani. 

169. Gh'e tre sorte de pori: poro mi, poro can, e poro beco. 

Fori, poveri. 

170. El segno de cro^e dei frati 1'^: senza pare, senza mare, senza 
mujer, e pensieri f^ve in la. 

Fez'e, fatevi. 

171. Al cor no se ghe comanda. 

172. EI cor no fala mai. 



DUE CENTURIE DI PROVERBI VERONESI i8l 

173. La donagh'a piu caprici che rig. 

174. Le dona in t'una casa: una, fa tuto; do, le fa poco; tre, le fa 
gnente. 

175. Done e legno, 

No pol star a segno. 

176. Ci k senza lume va in leto a i'orba. (R). 

177. Ci sa far el fogo, 
Sa far anca M cogo, 

178. Co le done no Vk impata gnanca el diavolo. 

Gnanca, neanche. 

179. 'Na dona la gh'^ diese grani de sal de manco d'un oco. 

180. El segno de croce dei mulinari : En nome del robar, e sempre 
seguitar, e mai restituir, a costo de morir. A me. 

Mulinari, mugnai. 

181. Penso e ripenso, e nel me pensar ricavo: 
Che r^ mejo campar cojon, che morir bravo. 

182. Gh'^ s^te sorte de bechi: beco, bechin, becolin, beco che lo 
sa, beco che no lo sa, beco contento, e beco bastona. 

183. La va ben — quando se sta ben, (R). 

184. La salute — no se paga con valute. (R). 

185. Luzzo bel luzzo, 

Val piu la me testa, 

Che tuto el to busto (dise la tenca). 

Luzzo, lucclo. 

186. Tenca p...., 

Ci magna la to testa. 

Sta mal 'na setimana (dise M luzzo). 

187. El venardl santo disuna anca i oseleti senza beco. 

Disuna, digiunano. Oseleti, uccelletti. 

188. Madona che lata, 
Non fu mai pregiata. 

Detto de' dipinti che raffigurano la Madonna in atto d'allattare. 

189. Ci no crede in Dio, no crede gnanca in tM santi. 

190. Ogni spasso curto h belo, 
Continuado no Vh piu quelo. 



l82 ARCHfVTO PER Lfc TRADIZIONI POPOIARI 

191. Ogni scherzu curto e Wu, 

A l<jn;20 anJar — el pvjl stutar. 
Una variantc e nei miei Prtyrerbi. p. 43. 

192. Molinari, cere^rhe de preti, e avocad, ja fato la salesa a rinferno. 

Cerf^iu. chieriche. Sale si, selciato. 

193. I aocati i gh'a la massela de fero, 
Co 'n colpo i scaezza 'n pal de fero. 

/ scaezza, speziano. 

194. I medici je come i orbi che zuga a le bastonade. (R). 

195. Ci studia asse, impara poco; ci studia poco, impora gnente. (R). 

196. L'acqua smarcisse i pali : 

El \in guarisse da tuti i mali. \Rk 

197. EI tN»n vin desmissia anca i morti. <R). 

Desmissia. sveglia. 

198. Omo de confin, 

O contrabandier o assassin. 

199. Le bote de la mama le onze, 
E qucie del papa le ponze. 

Bote^ basse. Le onze, ungono. L^ P*^mze, pungono. 

200. Ci rifuda pan, 

L'e pezo d'un can. 

201. Al primo de Agosto, 

Le anare se mete a rosto. (R). 

Anare, anitre. 

202. Neve inverno, neve ista, 

No lassa mai el tabar a ca*. (R). 

203. Ci camina el mondo tuto vede, 

E ci sta soto la capa no lo crede. (R). 

204. El pianola — el tien fresco d 'inverno e caldo d'ista. 

Pis^nola, pii^nolato, tessuto molto in uso fra i nostri contadini. 

205. Mannar i anei, 
Ma salvar i diei. 

And, anelli. Diei. dita. 

206. L'^ mejo tanti boconi de 'n pesse solo, che tanti pessi e 'n 

txxon solo. 



DUE CENTURIE Dl PROVERBI VERONESI 183 

207. Quando el lago 1'^ alto, el pescador Vh magro. 

Quando la superficie del lago h alta, la pesca si rende difficile. 

208. Gh'fe tre sorte de messe: messa da vivo, messa da morto, e 
messa in I'orto. 

Quest'ultima sarebbe quella del matrimonio. 

209. Oselar a civeta, 
Pescar a bacheta, 
Caminar par el sabion, 

J h tri mestieri da mincion. 
Pescar a bacheta, pescare con la lenza. 

210. Sto mondo 1'^ fato a scale, 
Ci le scende e c\ le sale; 

Sto mondo Vh fato a scarpete, 
Ci se le cava e ci se le mete. 
Solo la seconda parte 6 inedita. 

Arrigo Balladoro. 



LA FESTA DEL NATALE IN CALTANISETTA 



al D.re. G. PITRE'. 

Non SO se, venendole a parlare delle nostre Novene di Natale, 
le dica cosa che 1'^ notissima, e della quale avra avuto occasione 
di scrivere neWArchivio delle tradizioni popolari; certa cosa ^ 
che mai io gliene feci motto. Ad ogni modo non pjosso vincere sta- 
sera la voglia di scrivergliene, sia pure col pericolo di veder cestinata 
la presente. 

II Natale, tra le nostre famiglie, segna il principio delle riunioni 
invernali nelle quali si formano le nuove conoscenze per le future 
unioni (che talvolta svaniscono come fumo), o si rinsaldano le vec- 
chie amicizie, senza escludere, che, anche qui come altrove, & Toc- 
casione piu bella per togliere di mezzo gli odii, ed ottenere il paterno 
perdono. La novena ^ Tinizio di tali affetti. 

Essa suol essere distinta in Nuvena di apparatu e NiM)ena di 
frutti. Quanto alia prima se ne da la commissione a lu paraturaru 
di mestiere che vi adatta i suoi teli adorni di oru beddu o piattina; 
quanto alia seconda vi sono delle commari, piu o meno intendenti, che 
la raffazzonano con rami di alloro e di mirto sovvrapponendovi qua 
e 1^ delle arance, delle mele, e dei fichi d' India. Un bianco lenzuolo 
ne forma lo sfondo e su di esso si attacca un quadro della Vergine 
della Sacra Famiglia. Ma vi sono per6 delle p^ersone di gusto arti- 
stico che la Nuvena di frtdti preparano con tutte le regole, e da 
piu giorni avanti che essa incominci. Vorranno per esempio formare 
la tnachinetta o la prospettiva di un tempietto? Ebbene cureranno 
di formare le linee della cornice del frontone, non che le colonne 
che lo sostengono, con frutta di uguale grandezza, e cosl disposte 



LA FESTA DEL NATALE IN CALTANISETTA 185 

che si abbiano una pregevole euritmia, ond'^ che vedrai una prima 
linea di arance ben collegate, sotto la quale ne seguirsi un'altra di 
mele dalla buccia verdognola, e poi in proporzionata distanza un'altra 
altre di niele rosse piu piccole, e va dicendo. Le colonne si 
avranno nella loro altezza dei ben preparati capitelli, e poicollanedi 
frutta a spirale ; la base di esse sara formata di grossi fichi d'lndia che 
si stagionano per Tinverno. Nh vi mancheranno le foglie del verde 
alloro a mostrare il distacco dei colon tra una fila di frutta e un'altra. 
11 fregio della cornice potra aversi le rosette di pasta e vin cotto, 
{cudduri di caccia) alternate da cavallucci della stessa materia. Dal- 
Tarco maggiore, qualora vi sia, penderanno le nespole infilzate a for- 
mare dei bei ridd. Ne si dira tutto finito il lavoro, se sulla faccia 
di ciascun frutto non si vedan sopraporre dei piccoli quadrati di foglie 
di argento e d'oro, sicch^ risultino 'mpanniddati, Al tutto aggiungi 
dei graziosi festoni con ramoscelli di mirto, i cui bianchi grani paiono 
quasi perline che spiccano dal verde cupo delle foglie, e ti avrai 
cosa piacevole a vedersi. L'altarino splende di bei doppieri ed ^ 
adorno di fiori artificiali molto bene imitati dalle nostre fanciulle e 
disposti ora a palme ed ora a collane. 

Le Novene, durante sere, si solennizzano o coll'accompagnamento 
di orchestra, sieno violini strumenti di ottone, col suono della 
zampogna e del cerchietto. Pel canto s'invitano le fanciulle che spic- 
cano migliori per modulazione di voce, e, giunta Tora convenuta, 
le lAtanie alle quali segue il canto della Salve Regina che tra- 
scrivo: 

Diu vi salvi Rigina, Pirdunu e pTetati, 

Signura 'mmaculata, O Matri santa. 

Vui siti I'awucata Stu con miu si scanta 

Di st'arma mia. Vidennu a Diu sdegnatu, 

lu haiu offisu a Diu. Lu 'nfernu h priparatu 

Ricurru a vui, Maria, Per mia rovina: 

Vui siti la spranza mia, Perci6 Matri divina, 

Di li mii affanni. Sintiti stu me' chiantu, 

lu pensu a li me' danni ^ Sutta lu vostru mantu 

Cu tanti gran piccati, Ca nni difenni. 

Archivio per le tradieioni popolari, — VoL XXIIL U 



i86 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Maria lu bracciu stenni 
C abbrazz3 lu peccaturi, 
Ca chinu t1i duluri 
Cerca perJunu. 

Chist'armii b in abbannunu, 
Lu vostru santu amuri 
Priassi a lu Signuri 
Ca n'aiHSurvissi. 

E nl la cuncidissi 
In terra lu piitiri, 



'N celu iri a godiri 
Lu Paradisu. 

Maria lu bellu visu 
Lu visu h dilicatu, 
Maria senza piccatu 
Originali. 

Quant'^ bella, ch'^ dulci 
Sta Matri, quantu h pia, 
Pi rwi trema lu 'nfernu, 
Viva Maria. 



A questo c:into segue la recita delle preghiere: « Un Credu a 
« Gesu Bamminu, un Patri nostru aH'angilu Gabrieli pi quannu iu 
« ad annuiiziari a Maria pri essiri Matri di Diu e Matri nostra; un 
« Patri no5tru a 5. Giseppi patri di la divina pruvvidenza , na Vi- 
« maria pi tutti nui ca vinemu a visitari Maria S.^^; na Vimaria 

* pi ki patruni di la casa ca fa la santa Nuvena; n'autra Vimaria 

* 'n suffnigiu di TArmi santi di lu Priatoriu; n'autra Vimaria pi lu 
^ ciaramidJaru ^> (qui viene la sequela delle osservazioni piiio meno 
salaci pel povcro messere]; « Tri Gloria Patri in onuri di la S.n>a 
^ Tirnita.-. Salutamu Maria S.™a comu fu salutata di I'angiuli e santi 
<^ di lu Pamdisu ». 

Ricomincia il canto col «Viva Maria, Maria & sempre vivaecc.» 
e seguono le st-guenti canzoncine, create dal popolo, di cui se trovo 
raglone di s:u$are il concetto, il quale, quanto al fondo, & sempre 
religiost> cnmuiique male espresso, non saprei per6 d'onde pigliarvi 
la sintassi logica e grammaticale. Le prime canzoncine riguardano 
Maria e S, Giuseppe, poi G>fsu Bambino e al siciliano s'alterna il 
ritomello italian^j. La primi h sempre universalmente popolare in 
Sicilian 

Viva del mondo 
DairaUo consigho 

La bella regma. 
Quel Dio onnipotenh . , .. . 

La madre divma 
Dal crudo strpenti ^. ^. , 

^ ^ Che Dio la cre6. 

La Vergini sarvd [sic] r- • ^i • 

E viva Maria ect. 



LA FESTA DEL NATALE IN CALTANISETTA 



187 



Li dudici rignanti 
Furmaru na cruna 
Rigina e patruna 
C'& statu e ci sara. 

Viva del mondo ecc. 
E viva Maria ecc. 

Chi k bella ssa gran 'mmagini 
O di ii Capuccini, 
Di grazii divini 
N'ha fattu nquantita. 

Ch'^ bellu su stiliariu 
Ch'6 misu a tornu a tornu, 
Si veni lu so iornu 
Chi festa ci sara. 

Aquattru cantuneri, 
Quattr'angili calaru, 
Maria la 'ncurunaru 
Pir una eternita. 

Ch'^ bella ssa to vesta, 
E' d'oru racamata, 
Maria la 'mmaculata, 
C'fe stata e ci sara. 

Ssi labbra rubini, 
Ssi denti diamanti, 
Di Tangiuli e s^nti 
Chiu bella si tu. 

Marii bianca e fina, 
Giseppi castagninu, 
Chi bellu visu finu 
Chi hannu tutti du. 



Chianci Giseppi 
Chi voli la Spusa, 
La chiu graziusa 
La Matri di Gesu. 

A mezza notti 'npuntu 
Na stidda stralucenti 
Va e chiama li genti 
Chi nasci Gesu. 

Ni ssa gruttidda 
Ci nasci lu jelu 
Lu re di lu celu 
Si chiama Gesu. 

Ch'^ beddu su Bamminu 
Maria chi tenl 'mbrazza, 
Lu stringi e Tabbrazza 
Ch'^ veru figghiu so. 

Gesuzzu n 'in vita 
A tavula a mangiari 
Agnellu Pasquali 
GovernaFu tu (?!) 

'Ncapu s'artaru 
C*^ natu un pumiddu, 
E' pi lu picciriddu, 
Priaii si vo*. 

'Ncapu s'arturu 
C'^ nata na rosa, 
Gesuzzu riposa 

La so virginita (per innocensa?) 
Bimbombi per Varia 

Li pombi (?) pi I'aria 

La bella armunia ecc. 



Terminato il canto e la prece, si spengono le candele, si vela 
il quadro (se si resta daglMnvitati nella stessa sala), e s'inaugura il 
ballo, non sempre ingenuo e da fanciulli, ma preparato con occhia- 
tine e sottintesi, e la divozione .?.... E' stata la fmzione. Altrove at- 



1 88 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

torno a un gran tavolo si fa il giuoco della tombola, del curcii, di 
settee mezzo, di lu mortuvivu e si finisce cu lu iocu di lu bam- 
mineddu ossia del zecchinetto, il qual giuoco in certe famiglie pre- 
para un Natale di disperazione e di pianto. 

La sera del Natale la Novena b adorna colla solita capanna 
di bianco-spino, muschio ed altre erbe. Vi figurano i saputi perso- 
naggi Gesu, Maria, Giuseppe e i pastorelli. N^ tralascer5 di aggiun- 
gere che innanzi alia grotta si suol collocare un'erba mezzo secca, 
da noi detta pliu (puleggio?) e si sta ad attendere la mezzanotte 
per vederne sbocciare i piccoli fiorelli e la Novena si chiude col solito 
firiatu di ceci abbrustoliti, accompagnati alio scaccio di noci e man- 
dorle non che al rituale bicchiere di generoso vino. 

Pel Capodanno o al piu tardi per TEpifariia si sparecchia la 
novena e si mandano al padrone di casa, in piccoli cestini, le frutta 
che Tadornavano, quasi a ringraziamento del concorso avuto nelle 
passate sere di Novena; il che si dice mandare la divuzioni di lu 
Bamminu. 

E cos) che le Novene natalizie delle famiglie riescono un im- 
pasto di sacro e di profano e, per le conseguenze non sempre liete, sono 

Spiacenti a Dio ed ai nemlci sui. 

Caltanisetta, 24 Dicembre 1905. 

Suo dev.wo edaffjmo 

Can. F. PuLCi. 



Fll.ASTROCCHE FANCIULLESCHE Dl ROMA *) 



I. Ggira, ggira tonno, 
cavallo imperatonno; 
cavallo d'argento, 
che ccosta cinquecento; 
cento e ccinquanta, 
la gallina canta; 
lassela cantare: 
la v6jo maritare. 

Je v5jo da ccipolla, 
cipolla ^ ttroppa forte ; 
je v6jo da la morte, 
la morte k ttroppa scura, 
je v6jo d^ la luna; 
la luna ^ ttroppa bbella, 
c'^ ddentro mi sorella, 
li fa li bbiscottini, 
li da a li bbambini; 
li bbambini stanno male: 
ggira, ggira Tospedale; 
Tospedale de Roma, 
che pporta la corona 
la corona d'argento, 
che ccosta ccinquecento 
cento e cinquanta ecc. 

Ricominclando dal v. 6. Quando vogliono terminare, giunti a ^^gira ggira 



*) Raccolte in Roma, nel quartiere di Porta Trionfale, nel Novembre del 1905. 



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190 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Tospedale sta llassu lassu 
daje 'n carcio e bbuttelo ggiu. 
2. San Giuseppe vecchierello, 
mette er foco sur mantello, 
pe scalla nnostro Signore, 
canta canta bbello fiore 
bbello fiore che ccantava, 
Ggisii Cristo predicava 
predicava in santa voce, 
Ggisu Cristo morto in croce; 
morto in croce pe la via, 
dov'annava Ggisu e Mmaria; 
vad'a ccerca er mi fi61o, 
so' ttre giorni che nu lo trovo; 
lo trovai 'n cima ar monte 
CO le mani legate e ggionte; 
cchi je dava na sassata, 
cchi je dava na martellata; 
sangue rosso je bbuttava, 
la Veronica lo sciugava; 
lo sciugava cor velo bbianco, 
tutto pieno de Spirito ssanto. 
Crili^ Ieis6 

la Madonna s'ammant6; 
s'ammant6 ccor bambinello, 
fece un fio tanto bbello bello; 
se chiamava Sarvatore, 
Sarvatore cammina pe ccasa; 
la Madonna lo pia e lo bbacia; 
e je lava li bbei piedini, 
rimirate che bbell* occhini ; 
c'e na piccola capannella 
CO er bue e H'asinella; 
CO Ggiuseppe e ceo Mmaria, 
oh, cche nnobbile compagnia! 



PILASTROCCHE FANCIULLESCHE Dl ROMA 191 

Scuseranno lor signori 

si 6 ddetto quarche erore 

Un poco de robba dorce me contento. 

CosI d questa cantilena, quando i bambini la recitano a Natale; ma quando 
la cantano in coro per istrada, giunti al verso € la Afadonua lo pia e lo bbacia >, 
comiiiciano a ricamarci le pid strane varianti. Per esempio: 

e lo mette ar cunnolino 

fa la ninna bber bambino 
poi lo mette sur comm6 
je fa ddl ssl e nno 
la maestra I'aripone 
• je da ppane a ccolazzione. 

3. Sega sega, mastro Titta, 
na pagnotta e na sarciccia, 
una a mme, una a tte, 

una a mmammeta che ss6 ttre, 

una ar cavaj^re 

che ppiscia 'n der bicchiere; 

una a la cavalla, 

che. ppiscia 'n de la stalla; 

una a la reggina 

che ppiscia 'n de la farina; 

una a' re, 

che ppiscia 'n bocca a tte. 

4. Domani h ddomenica, 
tiramo Torecchie a Memnica, 
Menica va ppiagnenno 

CO il'orecchia spenneghenno. 
Passa 'n sordato 
je di na fica cotta 
povera Menica, s'fe ccotta. 

5. Er sor Santi 

CO li carzoni bbianchi 
CO la pecetta ar culo 
tira carci com' u' mmulo. 



192 ARCHIVIO PER LE TRADJZIONl POPOLARI 

6. Piove pioviccica, 

la donna che ss'appiccica, 
s'appiccica su pp'er muro, 
casca ggiu e sse roppe er culo. • 

7. Ggireme intorno, ggireme intorno, 
intorno ar mio castello. 

Che wai cercanno, che vvai cercanno? 
La matre de Purcinella 

E ttr6vela s^, e ttr6vela si 
cch' ^ mmorta sotto t^ra 
Er mio castello & bbello, 
trailer a ll^ro^ trailer a Kd. 

8. Gobbo rotondo, 

che ffai 'n questo mondo? 

Faccio quer che pposso 

CO la mia gobba addosso ; 

quanno nu ne posso ppiu, 

spiano la gobba e la bbutto ggiu giu. 

9. La sora Laura, 
che sta in cammera, 
scopa la cammera 
der suo patr6. 
Lava li piatti, 
scoccia li piatti, 
prende la bbimba bimba, 
la mette a lletto, 

je da 'n confetto; 

sta zzitta H, sta zzitta \). 

10. Acquerella nun vieni 

san Giuvanni sta a ddormi dormi 
su le piaghe der Signore 
ferma Tacqua, esce er sole. 

11. A ppiazza Montanara 
s'^ ppersa na ciociara 

cor cappelletto rosso 



FILASTROCCHE FANCIULLESCHE Dl ROMA 193 

CO irabbito bbord6 
picchia bbella, picchia bb6. 

12. fe ssonata ravemmaria 
tutti li frati vanno via, 

e sse p6rteno er cataletto 
tutti li frati vannoalletto. 

13. — Rosina, n dove vai? 

— A Roma cor tranvai. 
Annamo, annamo, annamo 
a lo sparo der cann5. 
Ppu mpa: spara cann6! 

14. Sotto ar ponte 
ce sta ttre cconche; 
passa er iiipo 

e nnu le rompe, 
passa er flo de' re 
e le rompe tutt'e ttre. 

15. — Ciacciaccia pesu, 
la gatta se magna lo pesu. 

— Lassala magna! 
che sse possi strafoga! 

16. Domani e ssabbeto 
ph lo str... e ssaggelo 

e mmettelo n cantina 
pe ddomenica mmattina. 

17. Una, ddue, ttre 
la Peppina fa er caffe, 

fa er caffe ceo la cioccolata, 
la Peppina s'e ammalata; 
s*h ammalata co li dolori, 
chiameremo er sor dottore. 
Sor dottore de le ciavatte, 
cqui mmi dole e cqui mmi bbatte, 
cqui mmi sento na gran pena 
sor dottore senza cena. 

Archivio per le tradizioni poj*^lari. — Vol. XX Ul. 25 



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ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



1 8. Maramao, perchfe ssfe morto? 
Pane e vvino n t'amancava, 
Tinsalata drenfaH'orto. 
. Maramao, perch^ ss^ morto? 
19. Uno. La signora si veste di bbruno 
e di bbianco n si v6 vvesti. 
Miralatondondella, miralatondondi 
Questo ritomello si ripete a ogni strofe. 

Dua. La signora magna V ua 

er pizzuteilo nU lo vo mmagna. 
Tre. La signora ^ ppiii bbella di te, 

si n ce credi vair a wede. 
Quattro. La signora ggioca cor gatto, 

cor cagnolo n ce vo ggioca. 
Cinque. La signora va a ddipinge 

va a ddipinge pe ritratta. 
Sei. Ar giardino te porterei, 

ar boschetto a ppasseggia. 
Sette. E le ggiovani co le vecchie, 

nun se ponno paragona. 
Otto. La signora fa er fagotto, 

fa er fagotto |:>e ppartl. 
Nove. La signora fa le prove, 

fa le prove pe sposa. 
Dieci. La signora fa li ceci 

cor merluzzo e r baccal^ 
Undici. Accidenti a ttutti li ggiudici 

che nun sanno ggiu.dica 
Dodici. fe ffinita la canzoncina 

cchi sta n cammera e cchi n cucina. 

cchi sta a lletto a riposa. 
20. Carbonaro tulto tinto, 
s'h mmagnato tutto Tonto', 
la padrona j'a strillato, 
carbonaro sculacciato. 



FILASTROCCHE FANCIULLESCHE Dl ROMA 

21. La ciovetta sur mazzolo 
fa iramore cor pizzicarolo ; 

er pizzicarolo je da n bacio, 
la ciovetta puzza de cacio. 

22. Spia, spione, 
porta er lampione, 
fX)rta la bbandiera; 
cent'anni n galera. 

23. Tartajone de palazzo 
porta er libbro sott'ar braccio 
va ddicenno Torazzione. 
Tartajone, tartajone! 

24. Li sordati che wan' a la gu^ra, 
magneno bbevenoe ddormeno in t&ra 
a lo sparo der cann5 

pappa e cciccia e mmaccar6. 

25. Mi padre fa er carzolaro, 
gni ggiorno ne fa n paro, 

e cquanno b llunedl 

tiret'in 1^, cche Vv6jo cucl (gesto analogo) 

26. Mamma, pioviccica 
m'azzuppo tutta. 

Fia mia bbella 
plete Tombrella. 

27. Sona mezzoggiorno : 
tutte le vecchie vann'ar forno; 
Sona mezzodl : 

tutte le vecchie vann'a ddorml. 

28. Ecco er gioco de I'ajetto 
ecco er gioco de la rosa; 
entra entra sora sposa 

nun se faccia canzona. 
E la faccia la riverenza, 
e la faccia la penitenza; 



195 



ig6 ARCHIVIO PER LH TRADIZIONI POPOLARI 

e lo faccia tutt'er giro, 
e ssi metta ar suo postino. 

29. Esci esci, corna, 
fio de na donna, 

fio de Micchele 

che tte porta pane e mmiele. 

30. — O mmadarra pollarola, 
quanti polli ar miopollaro? 

— quanti n'6, cquanti n'avemo 
me 11 tengo n sin che mmoro. 

— Dammene uno a mmio vantaggio 
quanno passo s6 ssempre sola. 

— Scegli scegli quale ti pare 
er piu bbello lasselo stare. 

— Er piu bbello che cce sia 
me lo v6jo porta wia. 

31. — San Pietro e ssan Paolo 
apritece le porte. 

— Le porte sono aperte 
pe cchi cce v51e entra. 

— C'^ na bbella pecorella che ffa : bbeeee. 

32. L'uccellino in gabbia 
ce vo la canipuccia 

pe ffallo mantene. 
Una due e ttre: 
n te posso ppiii ttene 
tte pb e tte lasso. 

33. fe sparato mezzoggiorno, 
er gobbo nun se vede; 
quanno viera, 

che lo possino sgobba. 

34. Bb^ a bba 

la maestra mi v6 dda, 
mi v5dda ceo la bbacchetta, 
santa croce bbenedetta. 



FILASTROCCHE FANCIULLESCHE Dl ROMA 197 

35. Er paino che wa ppe r corso 
pe la fame se magna un torzo, 

la paina che je va appresso 

je va ddicenno: Dammene n pezzo. 

36. Ssedia papale 

b mmorto er cardinale 

k mmorta la papessa 

n carcio n c... a te e a essa. 

37. Domani e ffesta, 
se magna la minestra; 

la minestra nun ^ ccotta, 
se magna la ricotta; 
la ricotta nun b ssalata, 
se magna Tinsalata; 
rinsalata nun c'b 6jo, 
se va a Ccampidojo; 
se tira la cordicella, 
esce fori Purcinella, 
cor un piatto de maccar6 : 
se li magna tutt'un bocc6. 

38. Ar castello der mio bbello 
6 pperduto Tamica mia 

la ppiu bbella che cce sia 
me la v6jo porta vvia, 
e ttra bballi e mmusica, 
tr dller alter 0, trallerallero 
e ttra bballi e mmusica 
trallerallero, trailer alia, 

39. Piovere e nnon piovere. 
io v6jo andare a mmovere, 

a mmovere er grano 
pe ssanto Ggiuliano ; 
trovai na fontanella, 
piena d'acqua bbella; 
me ce lavai le mani, 



igg ARCHIVIO PER LE TRADfZIONI POPOLARI 

me cadde Tanello 
dar dito mignarello 
pescai pescai 
e nnu lo trovai; 
trovai tre ppesciarelli, 
vestiti da fraticelli ; 
li vestii e li carzai, 
li portai a mmonsignore; 
monsignore nun c'era: 
c'ereno le tre zzitelle, 
che ffaceveno le frittelle; 
me ne dettero una: 
oh cquant'era bbona! 
Me ne dettero n' antra, 
la misi sopra ar banco, 
er banco er cupo 
sotto c'era er lupo, 
er lupo era vecchio 
n sapeva rifasse er letto, 
er letto era rifatto 
Taveva rifatto er gatto; 
er gatto sur letto 
chiamava Tucelletto; 
I'ucelletto pe le scale 
chiamava la commare, 
la commare su la porta 
venneva le peracotte, 
le peracotte calle calle 
bbastonate su le spalle; 
a cchi, a cchi, a cchi? 
a cchi mme sta a sentt. 

40. Zzucca pelata, 
magna la rapa, 
bbt^ve lo vino 
spazzacamino. 



FILASTROCCHE FANCIULLESCHE DI ROMA j^ 

41. Si ttutti li cornuti portasse'r'er lampi6, 
misericordia, che illumminazzio. 

La cantano la sera di San Martino facendo cagnara con delle Jatte da petrollo 

42. Seta, setola, 
X... va a la scola, 

ce va ccor canestrello, 
tutto pieno de pizzutello. 

43. Le donne de Gaeta 
che ffileno la seta 

la seta e la bbambace 
a X... che je piace? 

44. — Trucci, trucci, cavallucci; 

— Chi ^ cche vva a ccavallo? 

— E re de Portogallo, 

— Chi cce lo porta? 

— La ca valla zzoppa. 

— Chi h che I'azzoppata? 

— Er palo de la porta. 

— Dov'^ la porta? 

— L'a bbruciata er foco. 

— Dov'^ r foco? 

— L'^ smorzato I'acqua. 
— . Dov'^ iracqua? 

— L'a bevuia er porco. 

— Dov'^ r porco? 

— J 'anno fatto la pelle, 

ci anno fatto le ciarammelle. 

45. — Sora Maria la pizzicarola, 
quanto le venni a ppaolo Tova? 

— lo le venno ventiquattro : 
Uno, due, tre e cquattro. 

46. A bbi bbo, 
tre ggalline e ttre ccapp5, 
per andare a la cappella, 
c'era na regazza bbella, 



200 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

che ssonava le ventitr^ : 

uno, ddue, ttre 

Arza su na cianca 

che toc-che-reb-be-a-tte. 

47. Pis' e ppisello, 
colore ccos^ bbello, 
colore ccos\ ffino, 
pe ssanto Martino; 
la bbella Pulinara, 
che ssale su la scala; 
la scala der pavone, 
la penna der piccione, 
bbella zzitella, 
che ggi6ca a ppia^trella, 
cor fio de' re, 
tira su sto piede, 
che-toc-che-reb-be-pre-ci-sa-men-te-a-tte 

48. a. Nginocchiete, Santuccia, larioletta e llariola 
b. Mi s6no nginocchiata, » » >> 

a. Riarzete, Santuccia, » » » 

b. Mi sono riarzata, » » » 

a. Te v6jo da mmarito, >► » » 

b. lo marito nu lo v?)jo, tutta la notte me da ccordojo. 

a. Scricchia, scrocchia — capete la ppiu ggrpssa 
scricchia, scricchia — capete la ppiu ppiccola. 

49. a. O mio bber castello — marco ndino ndino nda 
' mio bber castello — marco ndino ndino nd^. 

Cosi si ripete ogni strofe, meno rulUma. 

b. fe ppiu bbell'er nostro. 

a. E nnoi lo guasteremo. 

b. E nnoi lo rifaremo. 

a. E nnoi leveremo la pietra. 

b. Quale pietra leveretc? 

a. La ppiu bbella de la citta 
e X... venqua cqua. 



FILASTROCCHE FANCIULLESCHE DI ROMA 2OI 

50. — V6i vienl ceo mme? # 

— In dove? 

— Su ppe le montagne 
a cc6je le quaje 

tu ceo li denti 
io CO le tenaje. 
Altra risposta: 

— Su ppe r cacatore 
che cc'^ mmonsignore 
la fa la minestra 

che puzza ch'appesta. 

51. — Chi sta a ccapo de la mia pipigna? 

— Io. 

— Pe cchi? 

— Pe na donna. 

— Ch'a ffatto? 

— Fio maschio. 
-— Com'^ llungo? 

— Come na col6nna. 
-r Com'^ stretto? 

— Com'er manico de la paletta. 

— Passate sotto la mia bbarchetta. 
E si prosegue in coro: 

Povera X... ncatenata co cento mila catene 
patisce le pene. 

52. Annm'a magni li gnocchi 
cor sugo de bbagarozzi; 
mamma Ta ncaciati, 

e bbabbo se 1'^ mmagnati. 

53. — Gatta c^ca, n do ne vienghi? 

— Da Milano. 

— Che mme portiP 

— Pan'e ccacio. 

— Me d^i gnente a mme? 

— No. 

Arehiffio per U tradiMioni popolari, - Vol. XXm. i6 



202 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— Bbrutta gattaeecaccia, che tte sepersa? 

— Na spilletta. 

— Ecchete la bbotta e vvattera ccerca. 
(I bambini colpiscono la gatta ceca e fuggono). 

54. a. Ambascia, ambasciatori contrallarillero 
Ambascia, ambasciatori contrallarillalld. 
Cosl si ripete ogni strofa. 

b. Che cosa volete? 

a. Voiemo una regazza. 

b. Come se chiama? 

a. Se chiamera X... 

b. Come la vestirete? 

a. La vestiremo coirabblto de' rospo, 

b. Ve ce vestirete voi. 

a. La vestiremo color de rosa. 

b. Che ccappeilo je facete? 

a. Je lo facemo da stracciarolo. 

b. Mettetevelo voi. 

a. Je lo facemo da reggina 

L'enumerazione pu6 continuare ad libitum sempre su lo stesso tono. Quando 
poi il coro d e soddisfatto, segue: 

b. Venitevela a pprendere. 

a. Ce doleno le gamme. 

b. Prendeteve er legno. 

a. Nun ci avemo ii s6rdi. 

b. Ve daremo noi tre ccent^simi. 

a. Passatece la-bbarchetta. 

b. Ve daremo mezzo milione. 
II coro a soddisfatto va a prendere la regazza. 

55. Un regazzino battendo su la schiena a un altro : 
Chiri chiri bbozza, 
carica bbarozza, 
carica bbarh 
quantecornastannocqui? 



FILASTROCCHE FANCIULLESCHE Dl ROMA 20$ 

e alza, poniamo, quattro dita. Se I'altro non indovina, seguita: 
si ttu ddicevi quattro, • 
nun |:>enavi tanto, 
quanto peni tu. 
Mazza bbu bbu 
quante corna stanno su? 
56. II regazzino che fa da capo: 
Lavorate, lavoratori; 
cheddomani ce s6 li maccaroni. 
Tutti lavorano. Uno da una botta a un'altro e fugge. II battuto; 

— Monsignore m*anno ferito. 

— Chi w'a fferito? 

— La lancia. 

— Annate in Francia. 

— E sse in Francia nun c'^? 

— Vattel'a a ccerc^ n dov'^. 

— E ssi nun ce v6 vven\? 

— Pielo pe Torecchie e ppprteio cqui. 

57. Alia domanda : Cchi vi? un regazzino deve indovinare una carta da gioco 
coperta. Se non indovina il fante, il cavallo e il re gli si batte la carta sul na&tv- 
dicendo : 

Fante. 

La Rosina su r tapf>eto. 
senza c... e ssenza pelo; 
pe la cchiesa se ne va; 
mkela ton don della 
mkela ton don da. 

Cavallo. 
Li drag6, li drag6 
s6 ffuggiti da priggi6, 
CO la spada sfoderata, 
CO la punta inargentata, 
Chirivl liar do, chirivi llardd. 

Re. 
fe re, h re dde Napoli, 
h re dde maccar5; 



204 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

cicorietta bbianca 

e bburo de cacio; 

annamo a la gu^ra, 

senza spara er cann6, 

curete bberzaj^ri 

bberzaj^ri de Francia, 

CO la bbandiera bbianca 

e* re dde Russia, 

CO la bbandiera rossa; 

e' re dde Sardegna, 

va a Nnapoli pe llegna 

arispose er legnarolo: 

nun c'h llegna, n^ llegn61o, 

e re dde Tatazza 

va a Nnapoli pe ttazza 

arispose er tazzarolo: 

nun c'h ttazza, n& ttazz6lo. 

58. lo so la favola 
de la gatta m^vola 
de la circolita: 

volete che we la dica: 

— SI 

— Nun se dice s\, sse dice no 
perch^ cquesta b la favola ecc. 

Se sj risponde « no > : 

— Nun se dice no, sse dice si 
perch^ cquesta h la favola ecc. 

59. Ner giardino der papa 
ce se pianta Tinsalata, 
rinsalata e la lattuga, 

esce fora la ppiu cciuca; 
la ppiii cciuca, la ppiu ggalante. 
esce fora er gallinfante, 
er gallinfante chicchirichl : 



k 



FILASTROCCHE FANCIULLESCHE DI ROMA 205 

bbella zzitella, volete ven\? 
volete venl a cc6je le rose? 
ce ne sono troppe poche, 
c6jene una, c6jene due c6jene tre 
bbella zzitella vienite co mme. 

Amerindo Camilli. 



L'ARRIVO DEL SACERDOTE NOVELLO 

IN CASTELTERMINl (GIRGENTl) i) 



fe uso, ah antiqiiOy in Casteltermini di celebrare una festa so- 
lenne in onore di quel concittadino, che, dopo percorsi in Seminario 
gli studi ecclesiastici, ritorna in paese coi sacri ordini di prete. 

La famiglia, ricevuta la notizia dell'ordinoeioite, si fa un do- 
vere di parteciparia airArciprete. Allora ogni sera, poco dopo Tim- 
brunire, per un mese continuo, si sentono in paese degli squiili di 
tromba: in tal modo i cittadini apprendono ciie Tizio ha preso i sacri 
ordini, e che la tal domenica avverra in paese la cosl detta entrata 
trionfale del neo-prete. Infatti 1^ mattina della domenica stabilita 
costui parte dalla citta, in cui ha studiato, ordinariamente Girgenti, 
e, viaggiando ora in ferrovia, non viene fino alia stazione di Acquaviva 
Platani, che k quella attigua al paese, ma si ferma invece in qualche 
stazione precedente, ove si fa trovare il Comitatq della festa, che 
riceve il neo-sacerdote, col quale si reca in un paese o campagna 
vicina, in cui si sta ad attendere Tarrivo della rappresentanza eccle- 
siastica e municipale di Casteltermini. Quivi intanto comincia un 
grande movimento: verso le ore 3 p. m. coloro che posseggono o 
possono procurarsi un cavallo, un mulo, un asino vengono in piazza 
a cavallo con bardature d'ogni specie e colore, e, dopo di essersi 
fatti ammirare un po' per le strade, si avviano a frotte alia volta 
del luogo ove si trova il nuovo prete. Vi sono alcuni che si recano in 



i) Sopra // novella Sacrrdote in Sicilia, particolarmente per la parte storica, 
vedi PITR6, speiiacoli e fesie, pag. 465-68. Palermo 1881. 



L'ARRIVO DEL SACERDOTE NOVELLO 207 

carretta in carrozza, i piu audaci vanno anche a piedi. A certa ora 
parte airincontro la carrozza che porta I'Arciprete e il Sindaco; la 
banda musicale, fatto un giro per le vie, va a pigliar posto alia porta 
del paese; i balconl del corso si riempiono di spettatori; un popolo di 
gente affluisce verso il luogo della entrata. Grande^ Taspettativa ; 
si comincia a notare un agitarsi di persone; si sente la musica; ecco 
il corteo che si avvicina, arriva, il momento e solenne. Precede la 
cavalcata, una fila interminabile di cavalieri, gran parte di conta- 
dini, massari, borgesi, che, tutti ansanti e asciugantisi il sudore, 
procedono sempre tronfi sui cavalli, muli, asini, al collo dei quali 
non mancano i campanelli di vario suono. Indi segue la carrozza col 
giovine sacerdote, che siede alia sinistra dell'Arciprete e dirimpetto al 
Sindaco. Vengono poscia la musica, le carrozze e i carretti, il popolo. 
La carrozza sacerdotale b circondata da molta gente, che porta fiori 
e ramoscelli, ed acclama di continuo. II festeggiato, entrato in paese, 
estremamente commosso, saluta a destra e a sinistra e verso i bal- 
coni; egli si alza, fa un inchino impacciato, un sorriso studiato, si 
toglie il cappello, e torna a sedere di botto ; dopo breve istante torna 
da capo, mantenendo sempre la stessa mimica e uniforme cadenza; 
e se per caso dimentica una di queste mosse di rito, lascia insa- 
iutato un gruppo di persone qualche balcone, donde si agitano 
cappelli e fazzoletti, subito I'Arciprete ne lo awerte sommessamente, 
e il giovane sacerdote, quasi mortificato, ripara in fretta allMnvolon- 
taria omissione. 

Finalmente egli, cosl trasportato, arriva a casa, ove si trovano 
la famiglia con i parenti e i vicini. Si procede ivi alia distribuzione 
del vino, dei liquori, dei dolci ; i cavalieri ritornano pel corso ; i cu- 
riosi si fermano fmo a tarda ora nei pressi della casa, mentre gli 
amici, i conoscenti, il clero si recano a salutare il neo-prete. 

Aw. Prof. ViNCBNzo Sclafant-Gallo. 



IMPRONTE MERAVIGLIOSE 



CXLIll. La Pedata del Diavolo 

t Ji coatrada di Rocca Spapuita (S. Pietro Clarenza). 



Si cunta cb n'a lu spartistradi di S. Petru, Mustariancu e San 
Giuvanni di 'Alermu 'n jornu passava 'u diavulu cu tutti 'i so' 
CLimpagni, e tanta era 'a furia ca purtava, ca fra di Tautri, pi lu 
spavtfntu, fuivu 'na rocca e si va tinni a menzu migghiu luntanu. 
Di tannu 'n puntu unn'e dda rocca si chiama 'a cuntrata di Bocca 
Spagnata. 

'Ntantu 'u diavulu, passannu, pusau 'n pedi supra 'u massu 
ca § no menzu di ddu spartistradi e c\ fici arristari a' fatta. Pir 
chissu ddu lucali si sapi sentiri ancora 'a pidata d' *u diavulu. 
i 

CXLIV. La Pedata di S. Agata (Mascaii). 

Nel comune di Mascaii, un miglio alio incirca piu in alto della 
fraziont; Nunmta, c'^ una contrada che ^ detta 'a pidata H San- 
VAita. L'Avolio, nel suo Saggio di toponomaatica aiciliana, ha 
creduto di poter fare derivare questo noma pidata o pircUa dal basso 
latino prata: ma l\ popolo spiega la cosa altrimenti, e vorrei dire 
piu verasimilmt^nte, narrando la seguente leggenda. 

Durante la sua vita, Sant* Agata passava un giorno per questa 
contrada, quando, a un certo punto, le si present6 il diavolo per cer- 



z) Continuazlone, vedl Archizno, vol. XXII, pag. 128. 



IMPRONTE MERAVIGLIOSE 209 

care di tentarla. La vergine, al vederlo, si arrest6 di colpo ed invoc6 
il Signore; il diavolo colpito dairAltissimo fu anch'esso obbligato a 
fermarsi a pochi. passf da lei, ed a fuggirsene senza aver potuto rag- 
giungere il suo intento. In quel subito fermarsi per6, tanto della 
santa, quanto del diavolo, i loro piedi si impressero fortemente sulla 
lava, e vi lasciarono due impronte: una simile a quella del piede 
umano, Taltra arrotondata, come quella del piede del cavallo. E di 
esse, la prima fu detta la pedata di S. Agaia e Taltra la pedata 
del diavolo. 

Queste impronte si vedono tutt'ora in un masso che fiancheggia 
una strada sopra Nunziata, presso un'icona della Madonna, ed ^ evi- 
dente che soltanto dalla prima di esse la contrada prese il suo nome. 

CXLV. 11 Bastone di S. Paacrazio (Taormina). 

Lateralmente alia chiesa di S. Pancrazio di Taormiia,, accanto 
alia impronta del piede di S. Pancrazio, da noi altra volta descritta, 
si vedono anche alcune altre fossette arrotondate. 

Per analogia certamente, il popolo ha voluto attribuirle all'opera 
dello stesso santo, e si crede che esso le abbia prodotte battendo il 
bastone mentre predicava. 

CXLVI. Le Pedate dei Buoi d'Ercole (Agira). 

fe singolare ci6 che accadde ad Ercole presso gli Agiresi. An- 
ch'essi lo trattaronaal pari degli Dei celesti con doni magnifici, con 
feste e con sacrifizi, ed egli, quantunque per lo innanzi non avesse 
mai accettato alcun sacrifizio, allora per6 per la prima volta li accett6, 
e li approv6, venendogli gia da! nume presagita la divinita. Laonde, 
come non lungi dalla citta, in una certa strada petrosa, vedevansi le 
orme di buoi impresse al pari che se fossero in cera; la stessa cosa 
accaduta essendo a lui pure dopo la decima prova, stimando che gli 
concedesse gia parte della immortalita, non ricus5 Tannuo onore del 
sacrifizio per esso lui istituito dagli abitanti. Adunque in contraccambio 

Archicio per le trttdistioni popolari. — Vol. XXIll. t7 



210 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

degli onori attribuitigli scav6 dMnnanzi alia citta un lago del circuiio 
di quattro stadi, celebre pel nome suo. Cosl pure diede il suo nome 
alle orme impresse dalle unghie dei buoi, ed un co consacr5 a Ge- 
rione come ad eroe i). 



CXLVII. La Pedata di S. Placido (Adern6). 

Quasi a mezza strada tra Adern6 e Biancavilla, la dove passa 
il confine dei due territori, un pezzo della strada stessa, lastricata con 
pietra lavica, b detta la pidata di S. Pldzidu, Non vi si vede im- 
pronta alcuna, n^ di impronta si ha piu memoria; ma h possibile che 
il nome sia nato senza che un segno qualsiasi della lava lo giusti- 
ficasse ? 

La leggenda racconta che una volta gli Adornesi rapirono la 
statua di S. Placido, patrono di Biancavilla, ma arrivati al confine 
del territorio, nel luogo oggi detto « la pedata », dovettero abbando- 
narla, perch^ diventata cos^ pesante da non potersi piu portare. II 
i:)ezzetto di lastricato ricorda certamente il posto ove la statua fu po- 
sata; ma non ci dovette essere una impronta lasciata da essa,- se il 
luogo si chiama tuttora 'a pidata di S. Prdzitu^ 

Salvatore Raccuglia. 



i) DIODORO SICULO, lib. IV, cap. Xll. (Traduzione del Compagnoni). 



LEGGENDE BIBLICHE E RELIGIOSE Dl SICILIA 



VIII. Lu lagnusu. 

Un jornu G. Cristu S. Petru e TApostuli, caminannu, p:is- 
saii davanti 'na ficara carrica di ficu beddri maturi, e viftiru un 
omu curcatu siitta ddr' arvulu chi dicia: « Oh chi fami chl haju! 
Oh chi fami chi haju!» «£ pirch\, ci dissiru, nun cogghi du* ticu 
e ti li manci ? » — « E po' h^ stenniri la manu ? » ci rispusi d JrVjmu 
lagnusu. 

Caminannu chiu p' a jiri ddra, vittiru 'na bella gtuvinn ch 
lavava. — « Chi bella giuvina!» dissi S. Petru a G. Ciistu* — 
«Sta giuvina, ci rispusi G. Cristu, s'havi a spusari cu ddr'omu lu- 
gnusu, chi si cuntenta di m5riri di fami p' 'un stenniri la miinu e 
cogghiri du' ficu ». — « E chi diciti, Path Maistru? dissi S. Pttru 
Com'^ possibili 'na cosa simili? » — « Jeu ti dicu, ripricau G. Ciistu, 
chi ssa bella giuvina havi a spusari dru lagnusu, e cu lu su, tra- 
vagghiu havi a manteniri a iddra stissa e a chiddru ». 

Questo raccontino ha stretta relazione col modo proverbiale :• I^rf* , titfiiwi 
'n mucca, che si usa per esprimere Tindolenza di colore che sperftno ottensre uim 
cosa senza aJcuna opera propria. 



IX. La gula di S. Petru. 

Un jornu S. Petru, caminannu cu lu Signuri e cu rAptKluli^ 
vitti un gaddru, chi, stannu a laddritta, paria ch'avia un pcJi sliIu : 
— « Maistru, ci dissi a lu Signuri, viditi ddru gaddru, ch'avi tin jvdi 



i) Continuazione, vedi v. XXII, p. ai8. 



212 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

sulu? — « Facci sciu! ci rispusi lu Signuri, e vidi quantu nn'havi » San 
Petru ci fid: 8ciu! e lu gaddru nisciu Tautru pedi. Un jomu doppu 
stu fattu, lu Signuri cu TApostuli cuciu un gaddru, e San Petru, 
ch'era lu chiu gargiutu, si ni manciau una cusciteddra. Quannu lu 
gaddru fu purtatu a tavula, lu Signuri, chi capia tutti cosi, dumannau 
a S. Pctru doppu chi si lu manciaru: — « Petru, lu gaddru avia un 
f)edi sulu: com'e sta cosa? » — < E vui chi ci facistivu: Sciu!?, ci 
rispusi San Petru; si ci avissivu fattu: Sciu! avissi nisciutu Tautru 
pedi ». 

Questo raccontino, come il 5., richiama la Novella 4a Giomata 6* del De- 
camerone. 



X. La Morti. 

Un maritu avia la mugghieri gravita, e tutti vulianu essiri so' 
cumpari — « Nenti, iddru dissi ; jeu vogghiu pi cumpari unu ch'havi 
ad essiri bonu e giustu » Quannu ci vulislpiccach'aviaaparturiri, si 
ni jiu, e cuminciau a caminari pi trovari un cumpari, comu vulia 
iddru. Camina e camina, si 'ncuntrau cu lu Signuri, chi jia cami- 
nannu cu TApostuli. — « Cumpari, chi jiti facennu? » ci dissi lu Si- 
gnuri — «E chi h^ jiri facennu? ci rispusi iddru. M^ mugghieri havi 
a parturiri, e vaju circannu un cumpari bonu e giustu ». — « E cchiu 
giustu di mia, dunni Taviti a truvari?» — « E vui cu' siti? » — 
« Lu Signuri » — « E vui giustu siti? Comu? Ci su' li ricchi e 
li scarsi, li malati e li boni, e siti giustu? Mai; nun vi vogghiu a 
vui », e si ni jiu. Doppu nautru pezzu, lu Signuri ci dissi a 
S. Petru: « Petru, vacci tu; p5 essiri ch'a tia ti voli ». S. Petru 
si ci prisintau e ci dissi: « Cumpari, chi jiti facennu? » — « E ch*h^ 
jiri facennu? » ci rispusi lu viddranu — « M^ mugghieri havi a f>ar- 
turiri, e vaju circannu un cumpari bonu e giustu ». — « E a mia mi 
vuliti, ci dissi S. Petru, ch'aju li chiavi di lu Paraddisu? » — « E vu* 
cu' siti?» — «S. Petri! » — «E vui giustu siti? E comu? Ci su* 
chiddri tignusi chi fannu un fetu di pesta, e nun si ponnu avvici- 
nari a nuddru, e siti giustu? Va, jitivinni, chi nun vi vogghiu a 



LEGGENDE BIBLICHE E RELIGIOSE DI SICILIA 213 

vui pi cumpari » e si ni jiu. Quannu S. Petru turnau, lu Signuri ci 
dumannau: — «Chi ti dissi?» — • « E chi m'avia a din? » ci rispusi 
S. Petru; nun mi vosi, pirch^ d su' li tignusi chi fannu un fetu di 
pesta, e nun si ponnu awicinari a nuddru ». Caminu facennu, si ci 
prisintau finarmenti la Morti. — « Cumpari, chi jiti facennu?* — 
« M^ mugghieri havi a parturiri, e vaju circannu un cumpari bonu 
e giustu ». — «E chiu giustu di mia nun lu putiti truvari, pirchl jeu 
non guardu nb a ricchi, n^ a poviri, n^ a granni n^ a picciriddri 
n^ a boni, n^ a malati» — « E vui cu' siti?» — « La Morti » — 
Iddru, sintennu ch'era la Morti, ci dissi di si. Quannu s6 mugghieri 
partjriu, vinni la Morti, fici lu cumpari, ci fu la calia, li cunfetti, 
tutti cosi beddri puliti. Doppu, la Morti, prima di jirisinni, ci dissi : 
— « Cumpari, vui lo sapiti, chi jeu nun guardu a nuddru: dicitimi 
quantu tempu vuliti?* — « Gnursl, cumpari; datimi nautri deci 
anni di vita ». — Quannu li deci anni si avvicinaru, passau lu Signuri 
cu TApostuli e* S. Petru, e S. Petru ci dissi a lu viddranu: — « Talia ; 
lu Signuri passa: dumanacci lagraziadi l'arma». Lu viddranu si av- 
vicinau a lu Signuri, e ci dissi : — « Signuri, una grazia vurria fatta » — 
«Ti sia cuncessa: chi grazia voi? » ci rispusi lu Signuri — « Vurria, 
chi cu' tocca Taranciu, di st'arancia ristassi 'mpinnutu pi sempri ». Lu 
Signuri ci lu cuncessi. Quannu fmarmenti stavanu pi passari li deci 
anni, si prisintau la Morti, e ci dissi: — « Cumpari, va, jemuninni: 
li deci anni stannu passannu; priparativi » — «Comu, cumpari? macari 
cu mia vi la irati? » — « Nun haju chi vi fari ; vu' lu sapiti » — « Va 
beni dunca: manciamu prima, e poi ni ni jemu ». Mentri chi stavanu 
pi manciari •: — « Cumpari, dissi lu viddranu a la Morti, un aranciteddru 
ci staria: vuliti jiri a cogghilu?» La Morti si susiu, e ci jiu; comu 
tuccau Taranciu, ristau 'mpinnuta. Doppu bastanti tempu, lu Signuri, 
chi jia caminannu cu TApostuli, dissi a S. Petru: — « Sa chi fici chiddru 
chi circava lu cumpari? Fici ristari la Morti 'mpinnuta a Taranciu, 
e ora nun mori chiu nuddru : jemu a farla scinniri » Jeru, e ci dis- 
siru: — « Va, ora h bastanti chi la Morti ^ impinnuta; falla scin- 
niri » — « La fazzu scinniri? Ora avemu a fari patticeddri novi. » — « E 
quantu tempu di vita v6i ancora? » — « Nautri deci anni ». Lu cuntu 
nun havi tempu. Li deci anni stavanu pi passari, e la Morti si pri- 



214 ARCHIVIO PER LH TRADIZIONI POPOLARI 

sintau novamenti, e ci dissi : — « Cumpari, li deci anni stannu pas- 
sannu; jemuninni; ora nun aviti chi fari ». — « Cumpari, gnursl. Ma 
nun avemu a manciari, prima? Manciamu; vivemu, e poi ni ni jemu ». 
Doppu chi manciaru, iddru dissi a la Morti: — « Cumpari, nun m'aviti 
dittu, chi passati cu dui matarazzi *nta un funnu d'augghia? s*k veru, 
tantu chill puliti trasiri 'nta stu ciascu (chi avia lu ciascu 'n manu dunni 
avia vivutu). — « E chissu e nenti >> ci rispusi la Morti e subitu trasiu. 
Iddru ch'avia lu stuppacchiu 'n manu, ci lu misi subitu, chiudiu la 
Morti ddr^ dintra lu ciascu, e lu ciascu si Tattaccau darreri li 
spaddri, e lu purtava sempri d'appressu. Ma vidennu lu Signuri chi 
nun muria chiu nuddru, pircW la Morti era 'nchiusa nta lu ciascu 
ci passau cu S. Petru e cu TApustuli, e ci dissi: — « Va, bastau 
ora; fa nesciri la Morti ». La Morti, quannu 'ntisi la vuci di lu Si- 
gnuri, cumincia a ballari dintra lu ciascu, e lu ciascu ci sbattia a lu 
viddranu 'nta li spaddri. — « La fazzu nesciri? rispusi iddru. Prima 
m'havi a dari nautru poju di tempu di vita» — « E sintemu, ci 
dissi la Morti: quantu anni di vita v6i ancora? » — « Nautri vint'anni». 
La Morti ci lu cuncessi, e nisciu. Ma quannu passaru li vint*anni, 
la Morti si prisintau arreri, si misi supra un muntarozzu e ci dissi : 
— « Cumpari, li vint'anni passaru; ora nun mi cutuliati chiu; pri- 
parativi e jemuninni ». Iddru, vistu chi nun avia chi fari, si fici li 
santi sacramenti, e partiu cu la Morti pi Teternita, e lu Signuri si 
lu purtau 'n Paraddisu. 



XI. Comu 'na picciotta si maociau un cori, e nisciu gravita. 

Quannu lu Signuri caminava cu S. Petru e TApostuli, un 
jornu doppu di aviri fattu un pezzu di via S. Petru ci dissi: — « Patri 
Maistru, fami haju ». — « E sempri tu h^l' essiri lu primu a sentiri 
la fami e la siti » ci rispusi lu Signuri. Doppu d'aviri fattu nautru 
pezzu di via a muntata, S. Petri ripricau : — « Patri Maistru, fami 
haju». — «Ebbeni, ci dissi lu Signuri a I'Apostuli, pigghiativi una 
petra Tunu ». Tutti Pautri si pigghiaru una petra giustera; S. Petru 
si ni pigghiau una nica nica. Doppu chi lu Signuri vitti chi TApo- 



LEGGENDE BIBLICHE E RELIGIOSE Dl SICILIA 21$ 

stuli eranu stanchi pi veru, ci dissi : — « Ripusativi e manciati », e 
la p.^tra ch'avianu 'n minu ci addiviatau a tutti pani, e manciaru. 
Ma S. Petru ristau chiu affamatu di prima, pirchl la s5 petra era 
nica nica, — « E jeu comu fazzu cu stu pizzuddru di pani ? » dissi 
S. Petru — « E tu pirch^ si' fausu, Petru ? » ci rispusi G. Cristu. 
L'ApostuIi, sintennu cumpassioni, ci dissiru a lu Signuri: — « Signuri 
si vuliti, ci ni darau un pizzuddru i'unu. » — « Mai, rispusi lu Si- 
gnuri ; ognunu s'avi a manciari lu s5. Doppu nautru bellu pezzu di via, 
S. Petru. cuminciau da capu: — « Patri Maistru, jeu fami haju. Patri 
Maistru, je fami haju *. — « Ebbeni, ci dissi lu Signuri, pigghiativi una 
f^tra runu». S. Petru scannaliatu, sta vota si ni pgghiau una veru 
grossa, ch'appena la putia purtari. Doppu nautru pezzu di via, chi 
S. Petru nun ni putia chiu, lu Signuri li fici tratteniri pi manciari, 
e li petri addivintaru arrera pani; ma chiddra di San Petru ristau 
p)etra — « Patri Maistru, comu fazzu? la mia ristau petra pi com'era >>, 

— «Ti ci assetti di supra, ci rispusi lu Signuri; tu, Petru, nun ti 
v6i scannaliari. » E S. Petru bisugnau fari lu setti a forza e ristari 
mortu di fami. Si misiru di novu a caminari, e vicinu la via c'era 
unu chi siminava, e tutti chiddri chi passavanu, ci dumannavanu: 

— « Cumpari, chi siminati ? » — « Furmentu », rispunnia iddru — «E 
chi siminati ? » — « Furmentu ». — Quannu passau lu Signuri cu I'A- 
|X)stuli, S. Petru, ch'era curiusu, ci dumannau: — « Chi siminati.*^ » 

— « Patati », ci rispusi iddru — « E patati sianu »; — dissi S. Petru. 
Quannu iddru vitti nasciri una pocu di patati, si maravigghiau. 

— «Com'^? Siminu furmentu e nascinu patati.^ Chissa appi a es- 
siri la m^ fasitudini, pirchi a tutti rispusi chi siminava furmentu, 
e una vota dissi chi siminava patati, e chissu chi mi domannau vacci 
va appi ad essiri S. Petru, cu lu Signuri e rApostuli». A tempu di 
metiri lu Signuri cu I'ApostuIi si truvau a passari arrera di ddra, e 
vittiru a chiddru stissu, chi si mitia lu siminatu di duminica; chi 
tuttu gia non ci addiventau patati. — «Puvireddru! dissi S. Petru. 
Nun havi comu addruari Tomini, e si lu meti iddru a picca a picca. 
Patri Maistru, vuliti chi Tajutamu nuautri?» — « No, ci rispusi lu 
Signuri; va, dicci chi ci duna focu, si voli ». S. Petru ci jiu, e ci 
dissi: — « Bon omu, chi faciti .^^ » — « E ch' h^ fari? Metu'». — «E 



2l6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

macari la duminica! » -— «Nun pozzu addruari Tomini, e mi lu metu 
sulu, a picca a picca». — «Sapiti ch'aviti a fari? Datici iocuy> — 
« Comu ? Focu c*h dari ? Si nun vi ni jiti, a furcunati vi pigghiu. >► 
S. Petru pi tantu ^i cuntanti, senza n^ chitibbi, n^ chitabbi, ci detti 
focu iddru, e lu siminatu fici una vampuliata. S. Petru allura si misi 
a curriri, e si ni jiu unni lu Signuri, pirchl lu viddranu lu vulia met- 
tiri a manu ed era veru 'nfuriatu. Nun c*^ nenti, ci dissi lu Signuri: 
turnativinni e viditi chi lu siminatu nun ^ abbruciatu. » Lu vid- 
dranu turnau, e truvau tuttu lu siminatu a cavaddrugnu, comu si 
'un avissi avutu mai una sbrizza di focu. Quannu lu furmentu fu 
bellu a timogna, successi chi lu Signuri passau arrera di ddra, e San 
Petru ci dissi: — « Patri Maistru, lu viditi a ddru viddranu chi 
mitia di duminica? Ancora cc^ ^y> — « SI, lu viju, ci rispusi lu 
Signuri : chissu havi un piccatu, chi nun si p6 sarvari » — « E 
nuddru rimeddiu c*h?» — « Ci ^ lu rimeddiu : ma iddru lu fa?» — 
« E videmu, si lu fa » — «Dunca va, died chi si mittissi dintra la 
timogna, ci dassi focu, e s*abbruciassi cu tutti li spichi ». S. Petru 
jiu, e : « Bon omu, ci dissi, vui aviti un piccatu, chi nun vi putiti 
sarvari* — «E nuddru rimeddiu c'^?» ci rispusi iddru — «C'^ lu 
rimeddiu, si lu vuliti fari: v*aviti a mettiri dintra la timogna, ci aviti 
a dari focu, e vi aviti a bruciari cu tutta la timogna *. Lu viddranu 
senza perdiri tempu, pi Tamuri di sarvarisi Tarma, allargau la timogna 
si ci jiccau dintra, ci detti focu e si abbruciau cu tutta la timogna. 
Doppu qualchi tempu passaru arrera di .ddra, e S. Petru ci 
dissi a lu Signuri : — « Patri Maistru, fami haju » — « SI, ci ri- 
spusi lu Signuri, va ddr^ unni ^ la timogna abbruciata, e trovi an- 
cora lu cori e lu porti cca». — «E com*^ possibili ch' avissi a ri- 
stari lu cori tra tanti vampi?» — « Va, chilu trovi ». S. Petru jiu 
e lu truvau chi sbattia ancora — « Eccu cck lu cori » — « Ora lu 
facemu cociri, e ni lu manciamu », ci dissi lu Signuri. Ficiru quattru 
passi, e vittiru 'na tratturia — Era sira e ci dumannaru: — «-Faciti 
di manciari?» — « Chissu fe lu nostri misteri », ci rispusi la patruna 
di la tratturia — « Dunca tiniti stu cori, e ni lu cuciti: poi nuautri 
passamu e ni lu manciamu ». Mentri si cucia, facia un oduri gran- 
niusu, tantu chi alia figghia di la patruna di la tratturia ci vinni la 



LEGGENDE BIBLICHE E RELIGIOSE DI SICILIA 217 

gula, e si ni manciau un pizzuddru, e poi naufru pizzuddru,e a picca 
a picca si lu manciau tuttu. — Jemuninni intantu, chi sta picci tta 
doppu chi si manci^ stu cori 'sciu gravita. Ni vulistivu chiu di lu 
patri, comu la vitti prena? Cumincia a sunari vastunati; chiddri 
ch'un v5' ti canciu; pirchl vulia sapiri ca'avia fattu lu dannu — 
«Dimmilu, chi megghiu h pi tia; o mi lu dici, mi lu dlcl^, d 
dicia lu patri, e cafuddrava. Ma chi ci avia a diri ddra povira pic- 
ciota, si nun sapia nenti, ed era virginL comu Maria Santissima? — 
« Patruzzu m^, mi putiti ammazzari ; ma jeu non haju chi vi diri ; sulu 
vi dicu chi sugnu comu mi fici m^matri ». Vinni Tura finarmenti di par- 
turiri e fici un beddru figghiu masculu. Lu nannu, pinsannu chi lu 
picciriddru, si mali c'era, nun ci curpava pi nenti, si lu tinnl, e lu 
vulia beni comu a so' niputi. A quattr'anni stu picciriddru si misi 
a parlari, e ci dissi a s6 nannu : — « Nannu, jeu cca nun ci pozzu 
stari chill, e vui aviti a veniri cu mia. Lu nannu chi vitti chi 
stu picciriddru di quattr'anni dicia sti cosi, « Chissa non h cosa 
giusta » dissi, e si ni jiu cu iddru. Arrivannu a un certu puntu, vit- 
tiru un mortu chi si lu manciavanu li cani. — « Nannu, ci dissi la 
picciriddru, vi disidirassivu comu ssu mortu ?» — «Ah birbanti! ci 
rispusi lu nannu, sempri ha' essiri chiddru chi si'. M'h$ desiderari 
d'essiri manciatu di li cani?» — « Nun aviti bisognu di 'ncuitarivi, 
nh di vulirimi vastuniari; jeu nun vi fici chi una dumannas^. Ca- 
minaru ancora, e vittiru 'na carrozza lussusa cu la banna e cu granni 
accumpagnamentu. Lu picciriddru ci dumanna arrera a- so* nannu: 
— « Nannu, e comu ssu mortu vi ci disidirassivu ? » — « Comu chissu 
si, ci rispusi lu nannu. » — « Mittiti allura lu vostru pedi supra lu meu, 
eguardati». Lu nannu, sebbeni nun sapia pirchl avia a fari sta cosa, 
misi lu s6 pedi supra lu pedi di lu picciriddru, e chi vidi? Vidi una 
gran frotta di diavuli chi si carricavanu Tarma di ddru mortu. Lu 
nannu allura si spavintau, — « Turnamuninni a la casa », d dissi 
lu picciriddru a lu nannu, e pigghiaru la stissa via ch'avianu fattu. 
Quannu arrivaru dunni avianu vistu lu mortu chi si lu manciavanu 
li cani: — « Nannu, ci dissi lu picciriddru, viditi; ancora ci sunnu 
Tussiceddra di lu mortu chi si lu manciavanu li cani ». — « SI, lu viu * 
ci rispusi lu nannu. — « Ebbeni, mittiti lu vostru pedi supra lu meu e 

Arehivio per l« trcKiisiioni popolari. — Vol. XXUi. m 



2i8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

guardati ». Lu nannu misi lu pedi supra chiddru di lu piccirriddru, e 
vitti un gran splennuri e una gran quantita d'anciuli chi si purta- 
vanu I'arma di ddru mortu 'n Paraddisu. Doppu chi ci fici a vidiri 
sta cosa, ci dissi lu picciriddru a lu nannu : — « Nannu, nuautri cca 
n'avemu a spartiri, e ni videmu di novu, quannu lu mortu parla cu 
lu vivu » e squagghiau. Lu nannu, nun avennu chiu chi fari, e 
pirsuasu chi ddru picciriddru era una cosa straordinaria, si ni turnau 
a la casa. Comu tornau a la casa, la matri ci dumannau: — « E 
m^ figghiu?» — « E chi t'h^ diri?» ci rispusi lu patri: t6 figghiu 
scumparu tuttu 'nsemmula » e ci cuntau tuttu chiddru chi ci avia 
successu. Nun passau multu tempu chi stu bon omu fu 'nfutatu 
d*ammazzatina, e fu misu carciaratu, e avia ad essiri cunnannatu. 
Ma lu niputi, ch'era un anciulu, si prisintau 'n sonnu a- un bonu 
awucatu e ci dissi : — « Aviti a difenniri a chissu chi fu 'mputatu 
di 'na ammazzatina, pircW ^ 'nnuccenti: aviti a jiri unni lu Pubbricu 
Ministeriu e ci aviti a diri : — « Tannu ssu 'nfutatu avi a essiri cunnan- 
natu, quannu lu mortu parla cu lu vivu : s'havi a jiri a lu campu- 
santu, e s'havi a jiri a vidiri a chiddru chi fu ammazzatu». L'av- 
vucatu ch'appi stu sonnu, lu 'nnumani autra premura nun appi, chi 
prisintarisi a lu Pubbricu Ministeriu e diricci : — « Ddru puvureddru 
chi mitti stivu carciaratu h 'nnuccenti: s*havi ajiri a lu cimteriu a 
parlari cu chiddru chi fu ammazzatu ». — « E vuliti chi lu mortu 
parlassi? » ci rispusi lu Pubbricu Ministeriu — « SI, lumortuhavia 
parlari ». — « Ebbeni facemu chiddru chi diciti». Lu 'nnumani jeru 
a lu cimiteriu, e truvaru lu mortu a Taddritta. Tutti maravigghiati 
ci dumannaru: — « Cu' fu chi t'ammazzau? » — « A mia, rispusi iddru 
nun m'ammazzau chiddru ch'^ carciaratu, ma nautru. Allura ddru 
puvureddru fu liberatu, e lu niputi si prisintau a lu nannu e ci dissi: 
— « Nannu, chissa ^ Tultima vota chi ni videmu: jeu sugnu un an- 
ciulu di lu Paraddisu, e sugnu chiddru chi vi libirau di lu carciri ». 

La la parte di questo racconto ne forma anche uno separate, che e sta to rac- 
colto dal Dr. Pitrd, nelle sue Fmdej Novellc e Racconti popolari Siciliani, 



f^mm 



LEGGENDE BIBLICHE E RELIGIOSE Dl SICILIA 219 



XII. Lu rumitu. 

. Cera un santu rumitu, chi facia sempri orazioni, e I'anciulu ci 
scinnia ogni jornu. Lu rumitu, vanagluriosu chi Tanciulu ogni jornu 
lu visitava, si vulia sprofunnari 'nta li cosi di Diu, e ora dicia al- 
Tanciulu: — « E chi si dici 'nta ddru munnu? » — « Beni >► rispunnia 
t'anciulu. Ed ora ci dicia : — E « comu si sta 'nta ddru munnu? » — 
« Si sta beni » rispunnia Tanciulu. Ed ora ci dicia: — « E quaii su' Tar- 
cani di Diu? >► — -« E chi ti pozzu did di Tarcani di Diu? » ci rispunnia 
Tanciulu. Quannu Tanciulu riturnava 'n Paraddisu, lu Signuri ci du- 
raannava: — «Chi dici lu rumitu?» — ^cEch'havi adiri? Ora mi 
dumanna: Chi si dici 'nta ddru munnu? Ora: E comu si sta 'nta 
ddru munnu? Ora: E quali su' Parcani di Diu!» — «Senti ch'ha' 
fari, ci dissi lu Signuri: quannu ti dumanna quali sunnu I'arcani di 
Diu, tu ci ha diri : si vo* sapiri Tarcani di Diu, M* veniri cu mia». 
L'anciulu scinnia; e quannu lu romitu ci domannau: quali sunnu 
Tarcani di Diu? Tanciulu ci rispusi: — «Si v6' sapiri i'arcani di Diu, 
h^' veniri cu mia » — « Ci vegnu », rispunniu lu rumitu. Turnau 
Tanciulu 'n paraddisu, e ci dissi a lu Signuri : — « Lu rumitu ci veni cu 
mia a vidiri Tarcani di Diu » — « Va beni, rispusi lu Signuri : dumani 
tu resta cca, e ci scinnu jeu unni lu rumitu. » Lu 'nnumani ci icinniu 
lu Signuri 'n forma d'anciulu. Si nni jeru; si misiru a caminari, e 
arrivaru ad un ciumi chi nun si putia passari. 'Nta mentri arriva 
un bellu giuvini cu 'n armulu puseddru, e Tanciulu ci dissi: — «0 
bellu giuvini, ni vuliti fari lu piaciri di passarinni a ddra banna di 
lu ciumi? Semu a lappedi e nun avemu comu fari » — « Patruni! » 
ci rispusi ddru giuvini — « Va, passa tu prima; ci dissi Tanciulu a 
lu romitu » — «No, passati vui». — « No, tu ha* passari prima; 
jeu h^ ristari » lu romitu nun parlau chiu, e passau. Poi passau 
I'anciulu; ma quannu si truvaru 'n mezzu di lu ciumi, Tanciulu 
tuttu 'nta un bottu pigghiau ddru giuvini, lu jittau 'ntal'acqua, e 
lu fici anniari. Si maravigghiau lu rumitu, quannu passau, e ci dissi: 
— «E chi facistivu, anciulu di Diu? Ammazzastivu ddru giuvini, 



220 ARCHIVIO PER LE TRADI2IONI POPOLARI 

doppu Chi ni fici lu fauri di passarinni? e pirchl? » — « Eh ! rispusi Tan- 
ciulu, si v5' vidiri Tarcani di Diu, ha' veniricumia, ha* vidirienun 
hA* parlari » Si misiru arrera a caminari, e si ni vinni un'acqua stripi- 
tusa, e si vagnaru tutti di la testa sinu a li pedi. Pi fortuna c'era 
una casa vicina, e jeru ddra a dumannari risettu e ad asciucarisi. 'Nta 
ddra casa c'eranu lu patri, la matri e la figghia, ch'era una bella 
giuvina, ci apreru, li ficiru riscardari, ci dettiru robi pi mutarisi, e 
poi ci dettiru la megghiu stanza ch'avianu pi ripusari : 'n summa ci 
ficiru un trattamentu granni. La matina comu si suseru, a dissf 
Tanciulu a lu rumitu: — « La vidisti ddra beddra giuvina? Chissa 
nun passira un'ura chi sara morta ». — « E pircW? )► ci rispusi lu ru- 
mitu. — « Eh ! chissi sunnu Tarcani di Diu», ci dissi Tanciulu. 
Doppu un pizzuddru, ringraziaru a chiddri chi Tavianu risittatu; si li- 
cinziaru e si ni jeru. Nun avianu fattu trenta pass, chi 'ntisiru vuci, 
chiantu, minnitta: — « Figghia! figghia mia! » — « Lu senti, rumitu? 
ci dissi I'anciulu: la picciotta ^ morta >► - « Ma comu? ci rispusi 
lu rumitu; doppu chi ni ficiru tantu beni, la facistivu moriri? » — 
« Si v6' vidiri Tarcani di Diu, veni cu mia senza parlari *. Continuaru 
a caminari, e ci pirnuttau. Eranu vicinu a una casa, ci jeru e ci 
dumannaru alloggiu. — « Pi carita, ni vuliti fari passari sta notti cca 
dintra? Semu poviri viaggiaturi ; ni supravvinni la notti, e avemu a 
dormiri a lu sirenu » — « E dunni v'h^fari dormiri? ci fu rispostu. Lu 
viditi chi ci 3u' li vestii? 'Nta li pedi di li yestii vi putiti jittari ». 

— « Nun ci fa nenti, n* accommodamu, ci rispusi Tanciulu. E ni vuliti 
dari un pezzu di pani, chi semu moni di fami?» — «E chi v'h$. 
dari? Cca nun c'^ nenti: nun lu viditi chi chista ^ massaria?» Cu- 
stritti f5ru ad adattarisi a la megghiu. L'anciulu senza *ncaricarisi di 
nenti, si jiccau 'n mezzu li pedi di li vestii; lu rumitu si misi 'nta 
una gnuniddra e passau la notti. La matina comu si suseru, Tan- 
ciulu pigghiau un sacchiteddru di dinari, e ci dissi a lu rumitu : — 
«Te' cca, mettici sti dinari dunni iddru si curca. » — «Comu: ci 
rispusi lu rumitu : ci dati dinari doppu chi ni fici dormiri 'n mezzu 
li pedi di li vestii, e nun ni vosi dari mancu un pezzu di pani ? » 

— «Anzi sti dinari su' picca, ci rispusi Tanciulu: te' cc^ st' autru 
sacchiteddru, e metticcillu darrera la porta ». Accuss^ ficiru e si in 



LEGGENDF. BIBLICHE E RELIGIOSE Dl SICILIA 221 

jeru. Ma lu rumitu era tuttu sturdutu, e nun si putia pirsuadiri. 
«Comu? jia dicennu alPanciulu: chiddri chi ni ficiru tantu beni, vui 
li facistivu moriri; chistu chi pi miraculu ni fici trasiri, c\ facistivu 
tantu beni ». — « V5' dunca, ci rispusi Tanciulu, sapiri Tarcani di Diu? » 
— « Senti. Ammazzai ddru giuvini chi ni passau di lu ciumi, pircW 
avia a jiri ad ammazzari un patri di setti figghi, e li avia a lassari 
'n mezzu li strati. Fici m6riri ddra bella giuvina, pircW s'avia a ma- 
ritari cu 'n picciottu, chi avia ad ammazzari la soggira e lu soggiru, 
e megghiu moriri iddra, chi suffriri 'ngiustamenti lu patri e la matri. 
Datti denari ed arricchivi a chiddru chi ni fici dormiri *n mezzu li 
pedi di li vestii, ^veru; ma chissu ^ gia cunnannatu a lu 'nfernu)>. 
Comu 'ntisi stu pjrlari, lu rumitu nun vosi chiu conusciri Tarcani 
di Diu, e turnau subitu subitu a lu s6 rumitoriu. 

Questo racconto 6 il poemetto di Pamell del medesirao titolo; ma h pid an- 
tico di Pamell. Vedi Gemme slraniere ccc. traduzione di G. Ghinassi. Firenze, 
Alessandro Volpato editore, pag. 419. 



VIII. Lu Signuri di LAttisi. 

Cera lu Signuri di Luttisi, chi quannu si ci dava un granu, 
dava quattrucentu unzi. Un puvureddru, mischinu! ci detti un granu, 
e un jornu poi ch'avia veru fami cu tutta la famigghia, dissi: « Jeu 
detti un jornu un granu a lu Signuri di Luttisi: vogghiu jiri a fa- 
rimi dari quattrucent' unzi. » Si partiu e si ni jiu. Ci pirnuttau 'nta 
un paisi, e si prisintau a la casa d'un principi, ch'era veru riccuni 
ed avia una figghia ch' un s'avia pututu maritari, pirchl pi partitu 
nun ci mannava nuddru. Lu principi ci dissi : — « E vui chi jiti 
facennu?» — »Jeu detti, rispusi iddru, un granu a lu Signuri di 
Luttisi, ed ora vaju a dumannaricci quattrucent' unzi » — « E tutta 
ssa via aviti a fari ? >► — « L'h^ fari : ddra h$ essiri » — « Mi vuliti fari 
dunca un piaciri ? » — « Patruni. » — « Ci aviti a dumannari, pirchl me' 
figghia cu tutti li so' ricchizzi nun s'ha pututu maritari sin a st'ura, 
e nun ci veni nuddru pi partitu » — «Ci lu dicu». — Si partiu 
lu 'nnumani matina di lu principi; si misi a caminari, e arrivau a 



/^^ 



222 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

un jardinu, e dumannau alloggiu pi ddra notti a lu jardinaru. - 
«E vui chi jiti t:icennu?» d dissi lu jardinaru — «Detti un granu 
a ki Sicjnuri di Luttisi, e vaju pi li quattrucentu unzi chi m'havi a 
dari & — « Vih 1 chi via lunga aviti a fari! » — « Nun haju chi fari: 
ddra h^ essiri * — « E mi. vuliti fari un piaciri ? » — « Macari centu, 
si pozzii if> — «tCi aviti a dumannari a lu Signuri di Luttisi, pirchl 
lu me jarJinu prima carricava, ed ora nun carrica chiu : e nun 
mi resta chiu iienti di guadagnu >► — « Oh! chissu h nenti: nun 
ci pinsati^. Lu 'cmumani mattinu si partiu e cuminciau a caminari, 
e arriviiu a un ortu, e siccomu ci pirnuttau, dumannau pi cariti alloggiu 
a Turtulanu — <* E vui dunni jiti?» ci dissi I'urtulanu — • « Vaju, ci ri- 
spusi^ unni ki Signuri di Luttisi, pircW jeu ci detti un granu, ed 
jddru m/havi a dari li quattrucentu unzi » — «Longa ^ la via; ma 
si vui d jiti venimenti, m' aviti a fari un piaciri, e vi restu obbria- 
tissimui* — *( Diciti; jeu sugnu cca» — «Ci aviti a dummannari a 
lu Signuri di Luttisi, pirchl prima 1 'armali nun mi murianu ». — 
«Gnurs^; nun ci pinsati; ci dumannu;» Lu 'nnumani partiu, e fi- 
narmenti arrivau, e jiu unni lu Signuri di Luttisi, ch'era missu 'n 
crucL Iddru ci dumannau li quattrucent* unzi, e lu Signuri, ch'avia 
una sannula d'uru, aisau lu pedi, comu si ci avissi vulutu dari la 
sannula. * No, ci dissi iddru ; jeu nun vogghiu la sannula, vogghiu 
U quattrucentu unzi, pirchl vi detti lu granu. Lu Signuri allura ci 
detti li quattrucentu unzi. Li monaci (chi ddra c'era un cunventu) 
chi vittiru sti finzioni, ristaru maravigghiati, e dissiru: — «Chistu 
veru santu havi a essiri, chi parla cu lu Signuri ! ». Pigghiaru e ci pur- 
taru un bellu piattu di maccarruni, la cucchiara e la furchetta. — « Una 
cucchiara e una furchetta mi purtati.? ci dissi iddru: dui mi ni aviti 
a purtiri j*. E ci ni purtaru dui. Allura iddru dissi a lu Signuri: 

— ^ Signuri, scJnniti e manciamu ». Lu Signuri scinniu e manciaru. 
Doppu chi manciaru, iddru ci dissi : — Signuri, v'h^ dari una priera». 

— ^ Parla». <^M'aviti a diri pirchl lu principi tali, ch*^ riccuni, nun 
ha putulu maritari a s5 figghia» — «Cuminciassi a fari limosina, 
ci rispusi iu Signuri, e s6 figghia si marita prestu». — « Ed ora 
nautra pnera v' h^ dari. Mi aviti a diri. Pirchl alu jardinaru tali 
lu jardinu prima ci carricava, ed ora nun ci carrica chiu? » — «Pirch\ 



i 



LEGGENDE BIBLICHE E RELIGIOSE Dl SICILIA 223 

prima muru a lu jardinu nun c\ n'era, e ognunu chi passava si ar- 
rifriscava la vucca: c\ livassi dunca lu muru, e lu jardinu ci carrica 
arrera ». — «Signuri, st'autra priera sulu v'h^ dari. PirchlaTurtu- 
lanu tali prima Tarmali nun ci murianu, ed ora ci morinu tutti? j* ^ 
Pirchl prima nun bistimmiava mai, e ora bistemmia comu un Turcu, 
chi fa arrizzari li carni » — Doppu si ni jiu, e prima turna unni 
Turtulanu. — « Oh ! vinistivu? ci dissi Turtulanu — Chi vi diss) iu 
Signuri? >► — «]Vli dissi, chi vui bistimmiati di la matina sinu a la sira^ 
e di la sira sinu a la matina. Nun bistimmiati chiu e Tarmali nun 
vi morinu chiu ». L'urtulanu lu ringraziau, e ci detti un cumprimt^nttu 
jiu poi unnu lu jardinaru. Lu jardinaru, quannu lu vitti, ci dissi: 
— «Ci jistivu unni lu Signuri di Lutlisi?» — « Ci jivi » — «E 
chi vi dissi? » — « Mi dissi chi prima lu vostru jardinu mura nu n' avia 
e ognunu chi passava si putia arrifriscari la vucca. Dirrupati dunca 
li mura, e lu jardinu vi carrica arrera ». Anchi lu jardinaru lu rin- 
graziau e ci detti nautru cumprimentu. Finarmenti jiu unni lu Prin* 
cipi e ci dissi : « Principi, lu Signuri di Luttisi mi dici chi si fa limosina, 
s6 figghia si marita prestu ». Lu Principi lu ringraziau puru ; e ci 
detti un bonissimu cumprimentu ; fici limosina e s5 figghia 'nti 
quattru botti si maritau. 

{Continua), Raffaele Castei-ll 



MODI Dl DIRE DEL VOLGARE Dl CHERSO 



Fortunati.... quibus aether ridet apertusl 

A. M. 

Ai cultori delle lettere non sonera ignoto il nome del mio paese 
natale: Cherso, una cittadetta adagiata in fondo a unMnsenatura del- 
Tantica Assirtide, coronata da chiome verdeggianti di olivi ; ove lenta 
scorre la vita, e apparentemente tranquilla, senza il frastuono assor- 
dante degli opifici n^ Tinsistente romore di carri rotolanti sul selciato. 
Forse inopportuno, ma certo non dalle nostre forze, sarebbe il rian- 
dare la storia di questa terra, che vide le graridezza della' Repub- 
blica gloriosa i), e si sentl sempre romana, e nudrl delle sue zolle 
filosofi 2) e guerrieri, giurisperiti e poeti e grammatici ; vanto d'ltalia 3). 

Ora, mentre stanno per compiersi (il ciel non voglia!) tristi ri- 
vestimenti di politica interna, e gia di barbariche genti una valanga 
dissolvitrice ci incalza alle spalle, Tanimo, che rifugge inorridito dalle 
vilti di chi mercanteggia con la coscienza la patria, trova giovevole 
alleviare Tamaritudine sua con il conforto degli studii. E perch^ an- 
cora una volta chiaramente si comprovi il carattere veneto di questa 
terra, ove il Leone di San Marco — non ostante il martello di nuovi 



i) Chi volesse conoscere da vicino la storia di Cherso, potrebbe consultare con 
profitto i numerosi scritti di due miei valenti concittadini, il prof. Silvio Mitis e 
il prof. Stefano Petris. 

a) Francesco patrizio (1529-1597), contemporaneo del Tasso, fu uno dei piCi 
robusti filosofi d'allora; ne k partato diffusamente oltre il Guerrini anche-il Carducci. 

3) 11 20 novembre del 1867, per i tipi di Giuseppe Grimaldo usciva a Venezia 
la prima Grammatica dell'abate Giovanni Moise, chersino, la quale dai migliori 
filologi e letterati del tempo fu giudicata la piCi completa grammatica d' Italia. 



MODI Dl DIRE DEL VOLGARE Dl CHERSO 225 

dominatori — a lasciato tracce indelebili, dal mio zibaldone vo' spi- 
golando alcune frasi p)er lunga tradizione vive nella bocca del nostro 
popolo. 

Andar a far pipe, espressione metaforica per morire, in tutto 
simile al veneziano: andar a far tera da bucai, I toscani dicono 
invece andar tra i cavoli;e forse un po' piu gentile. Con questo 
significato sono usate da noi anche le frasi diatirar i calcagni op- 
pure iirar el fidy che sarebbe Vanimam redder e dei latini. In TO' 
scana meglio a Firenze, ^ molto popolare un modo consimile : iirar 
Vaiolo ripiegar le coia, 

Andar o eaaer in aridn, a torsio, con le varianti andar a 
torzion^ a abrindolon, andare a bighellonare ; i toscani ^nno : andar 
a' giostroni. 

Andar in sdmolay per diventar sciocco. In questo caso s^mola 
(lat. aimila), che veramente ^ la crusca piu minuta uscita dalla se- 
conda stacciata, potrebbe essere una corruzione, con aggiunta di suf- 
fisso, derivata da «acemo)^ '). Pero non h da escludersi, che possa 
voler indicare un rammolimento del cerebro, per analogia al pro- 
cesso del grano divenuto tritello: tanto piu che andar in abmola 
a un doppio significato, corrispondente all'italiano diventar pappa. 

Per vagellare, divenir scemo, usiamo anche le frasi andar in 
oca e andar in vbraia: vkraia (in cui senza sforzo si ravvisa la 
radice latina veraus), e detto da noi il vin cercone, ossia il vino 
quand'd girato e che a fatto, come volgarmente si dice, il t5mbolo. 

Due frasi plebee, un po* sconce, ma molto espressive, sarebbero: 
gaver aaaai c... per molta fortuna, specialmente algioco: e gaver 
uno in c...., per infischiarsene. 

La camiaa no ghe toca el c vuol dire b fuor di s^ dalla 

gioia, frase che la buon'animj di Terenzio bellamente tradurebbe 
col sue « ob gaudium ludoa praebet *. E poich^ siamo alle ciliege, 



i) In cio s'accorda il distint6 G. Vidossich, nel dare retimologia di < semenza » 
usata dai triestini in una frase analoga (v. Archeoffr. THest., a. 1905, fasc. I, 
pp. 145-146 - Trieste, Stabil. Artist. Tip. G. Caprin). 

Archivio per le tradigioni pojfclari. — Vol. XXlil. i9 



226 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

citeremo anche Vesser c... e camiaa, per denotare due amid intrin- 
seci, che vadano d'accordo « come pan e formaio ». 

Far Vongia, parlando ironicamente di quelle zitelle, che aguc- 
chiando sedute alia calzetta attendono invano «un bocon de mari». 
E una zitellona vien detta anche ongeta piccola unghia. Forse — 
come in una circostanza affine a gia bene osservato il Sabalich i), 
— si vuole alludere qui, per via di similitudine, alia leggenda del 
Priapo ungulate, che i ciceroni di Venezia non omettono d*accen- 
narvi trapassando per ponte Rialto. 

Rovere no ga da mat naranze, ^ una leggiadra perifrasi, rac- 
chiudente un vero grano di sapienza popolare. — Com'^ impossi- 
bile, sentenzia filosoficamente il nostro buon popolano, che una 
quercia produca aranci, cosl lo zotico per quanto invecchi non rag- 
gentilisce mai. — Rustica progenie, sempre villana fu ; e i cala- 
bresi esclamerebbero, poco diversamente : « Ciucchiti vecchiu nun 
parra latinu» — In Toscana, come mi suggerisce cortesemente il 
prof. Giannini di Arezzo, e in uso il bel modo proverbiale, quasi 
simile al nostro: quercia non fa limoni 2), 

Esser in cimberli, usitatissimo da noi b viva voce di Toscana, 
dove talvolta si adopera anche il modo esser in bernocche (dal lat. 
ebrdniciis, ubriaco). II Petrocchi cita la variante esser in cimbali, 
pure in uso da noi. 

El giorno de San Mai oppure ai 39 de maio, usa per indi- 
care una data impossibile: piu frequente ancora il modo el giorno 
de San Bin - che no sard mai fin. lo riterrei che San Bin sia 
una stroppiatura popolare, con sincope ed apocope, di San Bellino, 
adoperata dai fiorentini in una frase dello stesso tenore. 



1) Giuseppe sabalich, Tradizwni popolari Zaraline ; Spalato, 1904 (nel 
volume dedicate dagli studenti dalmati ad Adolfo Mursafia). 

2) E sardonicamente 

Le quercie 

fanno i limoni, 
esclamava quel nobile ingegno, clje fu Severino Ferrari, parlando d*un buacciool 
divenuto titolare di liceo (v. Ode a Giovanni Marradi). 



MODI DI DIRE DEL VOLGARE Dl CHERSO 227 

Pien de ciodi, per carico di debit! , ^ un modo famigliare co- 
mune anche alia buona lingua. 

Bater la gnifa, stare in ozio, vivere da scioperato. 

La parola gnifa e presumibile abbia comune origine con la voce 
toscana niffa^ che significa grugno ed h oramai fuori d'uso. Di questa 
espressione, che fa parte anche del dialetto triestino, a trattato esau- 
rientemente il Vidossich nel lavoro gia citato. 

Che folpo! i)epiteto salace, che si affibbia volgarmente a quelle 
donnine, a cui h rimasta ancora la fr^gola di apparir piacenti, tut- 
tochfe vizze e dalle carni meuce. Una di quelle femmine insomma, 
a cui il b^cero mordace, se punto, lancerebbe senz'altro col suo tono 
canzonatorio il frizzo pepato: la me gentildonna di Troia! come 
lo si pu6 sentire ne' pressi di Borgo la Noce. 

MaUeatOy voce usata molto spesso dalle madri per rampognore 
i bambini, quando fanno dei danni. Anzich^ volerla derivare dal par- 
ticiple latino sexus e dalPavverbio prepositive nwl, io ardirei accc- 
starla alia voce italiana maleatro di identico significato. Ne' suoi 
appunti del vocabolario, il De Amicis sotto « malestro » osserva : « pa- 
rola di cui le madri hanno molto bisogno, alia quale sostiiuiscono 
malamente monelleria, scappatella, ecc. Malestro si dice qualunque 
danno facciano per casa i ragazzi, come romper piatti, bicchieri e 
simili 2)». 

Vederghe el fondo, trattandosi di denari, sperperare sino alPul- 
timo quattrino, scialacquare. El ga le man abuse le acarahle 
tasche aensa fondo, parlando di uno che non conosce moderazione 
e spende quanti piu ne a. Dar fondo a... h pure delFuso toscano; 
i siciliani in questo caso adoperano talvolta la frase cci appizza lu 
lu cottu e crudu, da noi si potrebbe tradurre col verso dantesco : 

Biscazza e fonde la sua facultate (Inf. XI, v. 44). 



i) Folpo, parola veneta equivalente all'ltaliano polipo: qui, per similitudine 
presa dalla natura cartilaginosa del polipo, indica la mollezza nauseante delle 
carni di persona grassoccia. 

a) Vedi Plag^ine Sparse di EDMONDO DE AMICIS. 



228 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Far el reporter, per fare la spia : brutto neologismo infiltratosi 
neil'uso comune, forse per influenza del dominio francese di triste 
memoria, I toscani anno una cosl bella frase, che meriterebbe dav- 
vero un uso piu generate: soffiare nella pappa hollita^ e meglio 
comf dicono i camaldolesi, soffiar nippan hollito o far la marrocca. 

Due frasi di colorito, direm cosl, prettamente locale sarebbero: 

No j^e mi (fa un solo niulo in ponta grasaa! uscita ironica 
qua n do si vuol tagliar corto con uno, che mai la smette di descri- 
vere e magnifrcare un oggetto da lui visto o posseduto, come se piii 
non 5i pfjtessc trovare uno simile al mondo. Punta-grassa, localita 
delki nijstra i:>ola, era ab antiqtw un pascolo rinomato. 

BruUo come i musi dei frati. — Non gi^ che la prerogativa (!) 
d'un brutto ceffo sia esclusivamente per i frati, poverini: Tespres- 
sione per^ trat^ origine da certi orribili visacci di pietra, incastrati a 
scope decora tivo nel sesto degli archi del campanile d*un convento 
francescano, p(3C0 discosto dalla citta. 

Bibiez20, c tutto dire perditempo: questa parola serve per espri- 
mere un lavoro i), se non di difficile fattura, di somma pazienza e 
attcnzione; e poi per traslato anche indugio, ritardo. Piero Conta- 
rini, nel suo vncaboiario del dialetto veneziano, di bibiesso non da 
che Tultimo significato; e piu sopra nota bibia, tentennone, posa- 
piano — e bihiaz, indugiare, andar lento. NellMndagare Torigine eti- 
molo;:^i<:a di hihiezzo qualcuno mi pose innanzi una forma perfet- 
tiva greca con riflcsso al suo significato, che sarebbe di effettuare 
qualche c<>Sci con forza: ma la non mi parve buona, tanto piu che 
qui (pur trascurando le non piccoie difficolta fonetiche) forza sarebbe 
sinonima di vitilenza. 

Dai canto mio, considerando che per designare una cosa lunga 
lunga si adopcra scherzosamente I'espressione longo come la bibia ») 
pensai che il popolo dalla radice bibia abbia potuto foggiarsi la pa- 
rola bibieszo, appunto per indicare un lavoro seccante, che richiede 



I J Per So piu tli lavorini ad ago, ricami, oppure lavori di traforo. 
a) Da Bihbia* Scrittura. 



ffjtl - j P | P !^ ^ 



MODI DI DIRE DELVOLGARE Dl CHERSO 229 

un'infiniti di tempo e una bona dose di pazienza. Non la vi pare 
accettabi le ? Scartiamola ! 

Questo saggio, rabberciato con mano inesj:)erta, se anche non 
apportera gran che di nuovo alia larga messe degli studi folklorici, 
varr^ tuttavia a meglio affermare TitalianilA — pravamente concul- 
cata - dicerte region! di quell'lstria nostra, che gia Cassiodoro disse 
^bella cosl da tornare ad ornamento d'ltalia ». 

Qual si sia, h un tributo d'amore alia mia isola rupestre, cai 
bagnan Tonde azzurrine del Guarnaro, multisonante nelle procelle. 

ChersOy net f^ennaio 1^06. 

Jacopo Cella. 



Privo degli aiuti, che pu6 offrire una grande biblioteca, nel compilare questo 
breve lavoro mi sono accontentato di consultare le seguenti opere: PIETROCON- 
TARINI, VocaboL deldial, venez.^ Venezia 1888 (Tipografia dell'Ancora). - GIO. BAT- 
TISTA ZANNONr, fiorentino, Scherzi comtci, Milano, Silvestri 1850. - P. FANFANI, 
Voci e maniere del parlar fiorentino^ 1870. - MELI, Puisii Siciliani (ed. v.) - 
Canzoniere catabro. - P. PETROCCHI, Novo Diz. scol. Milano, Treves 1904. - 
N. TOMMASEO, Diz. dei sin. - G. GALLINA, Commedie. - Teatro di CARLO 
GOLDONI, Venezia MDCCCXXVII. - G. GIUSTI, Proverbi toscani. Firenze, Felice 
Le Monnier, 1853. - G. RIGUTINI, Neolog, buoni e cattivi, Firenze, G. Barbera, 
Ed. 1902. - SEVERING FERRARI, Versi, Saresino 1906. 



I NEGRI DI AGIAKA NEL DAHOMEY IN AFRICA 



I. Popolazione. 

La popolazione di Agiara ^ di origine dahomeana. La lingua h 
TAgiara-gbe, ossia la lingua di Agiara. II fondo di questo dialetto h 
bene dahomeano, ma se si confronta'col vero dahomeano che si paria 
a Abomey e a Uidah, non h propriamente che un vernacolo. Del 
resto nel dialetto di Agiara vi sono introdotte molte parole naghe, 
essendo gli abitanti di Agiara in continua relazione con Porto-Novo, 
dove il nago h parlato da quasi tutti i Negri, e con Lagos, capitale 
del Benin inglese, dove I'unico idioma k il nago. 

Gli abitanti di Agiara hanno conservato della loro origine daho- 
meana un carattere bellicoso. Tutti portano appeso alia loro cintola 
un pugnale col suo fodero. Non escono mai senza i loro bastoni, fer- 
rati in punta con un solido anello di ferro, fatti apposta per incu- 
tere rispetto. Del resto per un nonnulla si danno fra loro bastonate 
tremende. 

Ma se k giusto il confessare che sono di umore battagliero, bi- 
sogna dir pure che, per essere Negri, lavorano ancora molto. Vi sono 
poche parti del Dahomey che siano cos^ ben coltivate come nel distretto 
di Agiara. Non vi sono quasi terreni incolti. La regione fe ricca di 
palmizi da olio. Le pannocchie sono raccolte con gran cura e la quan- 
tita di olio e di mandorle di palma che h spedita a Porto-Novo nei 
mesi di dicembre, gennaio, febbraio, marzo e aprile prova che lavo- 
rano di polso. 

La cultura della palma da olio frutta del resto molto. Dire ad 
un Negro che ha moiti palmizi e lo stesso che dire che h ricco. Na- 
turalmente il Negro che possiede molti palmizi non lavora; sono gli 
schiavi che fanno tutto. Vi ^ anche un'altra categoria di opera!, i de- 



I NEGRI DI AGIARA NEL DAHOMEY IN AFRICA 23 1 

bitori. Mi spiego. Se un Negro ha bisogno di denaro, va a trovare un 
vicino ricco pregandolo di prestargli la somma che richiede. Se questi 
acconsente, Taltro deve, secondo gli usi del paese, venire a lavorare 
ogni cinque giorni per il suo creditore fino alia completa restituzione 
della somma. 

Parliamo ora della vita di famiglia dei Negri di Agiara, la quale 
differisce pochissimo da quella degli altri Negri d'Africa. Come tutti 
i loro rompatriotti, essi sono poligami. Le fanciulle sono comprate da 
piccine. Si comincia col dare cinquanta o sessanta franchi. Se la fu- 
tura sposa k collocata per un anno o due nella casa del feticcio, b 
il futuro sposo che deve provvedere alle sue spese. Se vi b una festa, 
tocca ancora a lui a comprare i panni e le collane di perle per or- 
nare la sua fidanzata. Insomma bisogna spendere tanto e tanto, finch^ 
la fanciulla non sia giunta alPeta nubile, che non ^ raro che un 
uomo abbia dato al genitori in denaro ai vari membri della fa- 
miglia in regali 500 o 600 franchi. 

Non entro qui a parlare di tutte le complicazioni che produce 
questo mercimonio. Ci sarebbe da scrivere un grosso volume. Ma 
entrata che sia la sposa in casa deh marito, oh! allora se la cavi 
come pu6 per vivere. Sara un gran che se di tempo in tempo, a 
grandi intervalli, le da due tre soldi e solo quando allattera i suoi 
figliuoli. In quanto a questi non se ne da pensierb n^ punto n^ poco. 
Tutto incombe alia madre. II padre mangia solo e quando h sazio 
nessuno in casa deve piu. aver fame. 

Passo sotto silenzio le rivalita, le gelosie che esistono fra le 
mogli di uno stesso uomo e fra i figli delle diverse mogli. 

Fate un confronto fra queste famiglie e quella nel cui seno siete 
stato allevato e ringrazierete Iddio di avervi fatto nascere da geni- 
tori cristiani. 

Due parole sui funerali. I Negri seppelliscono prima di tutto i 
morti nelle loro capanne. 

Un anno dopo la morte si scava nuovamente il luogo dove h 
stato sepolto il defunto, e, cosa che fa orrore, si prende la testa e 
si mette in un vaso che si sotterra ancora nella capanna. Allora sol- 
tanto si dice; il tale ^ mortou Gli amici vengono a presentare con 



232 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

viso compunto le loro condoglianze alia famiglia addolorata. Si van- 
tano le qualita del defunto. Figuratevi! tanto brava persona! Per 
affogare il dolore si fanno passare bottiglie di anisetta e di tafia. Si 
ammazzano une o due maiali e, venuta la sera, d sara banchetto, 
rallegrato da schioppettate in quantita. 

Non crediate per5 che i miei parrocchiani di Agiara credano che 
colla morte tutto sia finito. Vi diranno sul serio che i loro defunti 
sono andati nella casa di Dio. Infatti questa gente ha la nozione del- 
I'esistenza di Dio. II nome di Dio « Gi^-hu^ >► h spesso sulle loro 
labbra, ma, ohim^! finisce 11. 



II. 11 Mercato. 

Chi ha veduto un mercato nel Dahomey li ha veduti tutti. In 
tutti troverete stoffe venute direttamente dalla Germania o dall'ln- 
ghilterra, stoviglie europee, terraglie indigene, granturco, ignami, pa- 
tate dolci, pepe, sale, olio di palma, pollastri, piccioni, galline faraone, 
indaco, profumi, noci di cola e molte altre cose ancora che un buon 
cuoco cercherebbe invano nei mercati dei nostri paesi. Ma quello di 
Agiara ha una piccola particolarita : vi si trovano almeno una doz- 
zina di trattorie. Sicuro, proprio trattorie. 

Non vi sono tovaglie, non forchette fe a che servirebbero le 
cinque dita?) non bicchieri, non bottiglie. II Negro e di parere, e 
giustamente, che non sono tutti quegli oggetti che possono rifocil- 
lare lo stomaco. 

Dunque la mattina dei giorni di mercato ogni trattore uccide 
in due battute un grasso maiale, ne impasta il sangue con farina di 
granturco e pepe in quantita che poi fa cuocere a fuoco lento in 
una gran pentola, facendone un intingolo piu o meno denso. In due 
tre altre pentole fa bollire la carne e avanti gli awentori! 

Col manico del coltello o con un pezzo di legno qualunque il 
trattore taglia in piccoli pezzi la carne sopra una rozza tavola rotonda 
sulla quale la mette in mostra. Infatti gli awentori si affollano. Cia- 
scuno prende un pentolino, lo pulisce col pollice e lo presenta al 



I NEGRI DI AGIARA NEL DAHOMEY IN AFRICA 233 

trattore. « Per quanto? » domanda questi. Chi ne vuole per due cen- 
tesimi, chi per un soldo, ed egli prende qualche pezzetto di carne, 
ci melte sopra quella salsa di sangue e cosparge il tutto di sale e 
di pepe schiacciato. Per cinque centesimi poi uno si pu6 procurare 
il lusso di una piccola schidionata di carne di maiale. La moglie del 
trattore sta in un angolo con una canestra plena di akasse ossia 
palle di farina di granturco. Ciascuno si adagia per terra e si co- 
mincia a mangiare. Alcuni ne riprendono per due centesimi. Se per 
caso si passa f)er di la, tutti vi diranno: « Vieni a mangiare,*. La 
galanteria vuole che si risponda: « Grazie, ho mangiato». 

La trattoria ^ aperta tutta la giornata. Quelli che sono venuti 
da lontano al mercato potranno ristorarsi prima di tornare alle case 
loro. Cucina calda, impepata, a buon mercato, che cosa si vuole di 
piu? Per tutto ci6 che concerne lo stomaco i Negri sono piuttosto 
pratici. 

in. Peticci e stregoni. 

Ho gia detto che i Negri di Agiara credono alia esistenza di 
Dio, ma non gli rendono verun culto, fuorch^ quello di adoperare 
piu che possono il suo santo Nome invano. Se un Negro dice sfae- 
ciatamente la piu grossa bugia, vi dira con tutta serieta: « Iddio 
vede benissimo che dico la verita*. Dopo un certo tempo uno non 
li crede piu e sta in guardia contro qualunque loro affermazione. Ed 
h cosa prudente. 

Dunque il Negro crede che Iddio esiste, ma gli stregoni, i teo- 
logi del paese, hanno trovato che non si dava pensiero delle sue 
creature. Iddio ha creato i feticci per vegliare sugli uomini. Se uno 
^ ammalato, si va subito a trovare lo stregone che consulta il suo 
feticcio, il quale indica il rimedio necessario. 

II demonio h astuto pur lasciando ai Negri una certa cognizione 
di Dio, ha saputo distornarli completamente da lui j:)er accaparrarseli. 

Lunga ^ la lista dei nomi di tutti i feticci. Ve ne sono per ogni 
cosa: per le malattie, pei matrimoni, per le nascite e via dicendo. 
Agli uni si domanda danaro; agli altri si domandano veleni per di- 

Archivio per U tradizioni popolari. — Vol. XXIU. 30 



234 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

sfarsi di un nemico. II tal feticcio ^ piu forte del tal altro e neH'O- 
limpo negro regna spesso la gelosia. Prova ne sia un fatterello che 
vi voglio raccontare e che h accaduto a due minuti dalla missione. 

II piu grande stregone d'Agiara, Zozonon, parola che vuol dire 
stregone di Zoz6, aveva avuto Tidea di coprire di lastre di zinco le 
tre capanne del suo feticcio. Presto aprl una sottoscrizione. Venne 
posta una gran zucca sulla piazza dove erano quelle capanne. Tutti 
i Negri devoti di quel feticcio venivano a deporvi il loro obolo. La 
moneta di rame veniva rifiutata, solo le monete di cinquanta cen- 
tesimi e piu erano accettate dal feticcio. 

Zozonon fece venire dei falegnami dal Porto-Novo e in otto 
giorni il feticcio Zoz6 aveva i suoi tre tempii (!) ricoperti di lastre. 
I muri furono imbiancati di calce e spalmati di coaltar. La dedica 
fu magnifica. Vi furono tam-tam, danze e tafia in quantita. Non 
c'^ festa senza tafia. Tutti i Negri erano contenti, il feticcio si era 
dichiarato soddisfatto del lavoro e aveva promesso molto burro ai 
suoi adoratori. 

Disgraziatamente proprio accanto al posto dove k adorato il fe- 
ticcio Zoz6 v'^ un altro posto dedicato a Donon, che fe, a quanto 
pare, fratello di Zoz5. Donon piu modesto ha un solo tempio, il cui 
tetto k fatto di foglie di palma, mentre Zoz6 ne ha tre imbiancati, 
puliti e coperti di lastre di zinco. Che ingiustizia intollerabile ! 

Povero Donon! Tutte le martellate che i falegnami davano la- 
vorando per suo fratello gli straziavano il cuore. Finalmente gli salt6 
la mosca al naso e dopo aver pazientato per qualche giorno per ve- 
dere se non si sarebbe fatto niente per lui, risolvette di farsi ren- 
dere giustizia. 

Ecco come fece. In una notte molto oscura venne sul luogo dove 
e adorato, gridando, urlando, strepitando. «Come, diceva, si fanno 
tre belle capanne per Zoz5 e questo ^ tutto quello che ho, io, suo 
fratello ?» 

Trasportato dalla collera, svelle i bambCi che sostenevano il letto 
in foglie di palma, li spezza e getta le foglie in qua e in \k. Un po* 
piu avrebbe rovesciato la capanna da cima a fondo. Finalmente dopo 
aver lasciato dappertutto le tracce della sua collera, Donon si ritira. 



I NEGRI Dl AGIARA NEL DAHOMEY IN AFRICA 235 

Tutti gli stregoni s'intendono a maraviglia fra loro per strattare 
la credulity dei Negri. Prendiamone un esempio su mille. Vi sono 
stregoni che pretendono di avere il potere d'impedire la pioggi;i, Que- 
st'anno le pioggie si sono fatte piuttosto aspettare. I Negri dicevano 
rassegnati: «Sono gli stregoni che Timpediscono ». 

Se uno vuol dare una festa che debba durare*piu giorni, per 
non essere contrariatp dal tempo cattivo va a trovare gli stregoni 
che ordineranno alia pioggia di non farsi vedere per tutto il tempo 
che durer^ la festa. E sapete quanto prendono queste brave persone 
per il loro lavoro? La meschina somma di 200 franchi, senza con- 
tare la loro parte del banchetto e del tafia. lo ho stentato molto a 
crederci; ma Tho inteso affermare da tanti Negri che pel momenta 
ci credo. Duecento franchi per impedire che piova quando non n'^ 
pericolo affatto, perch& essi sono furbi, veramente non mette con to 
di privarsene. 

Ci credera chi vorri, ma posso affermare che se vi ^ gente ab- 
bastanza per immaginare questa bricconata, ve n*h altra abbastanza 
sciocca per crederci. 

E se per caso durante la festa viene un poco di pioggia, cre- 
dete voi che questi « onesti » stregoni si smarriranno? Neppur per 
ombra. fe semplicemente che qualcuno ha offeso il feticcio. Allora 
per placarlo si uccide un polio e... e da un momento alFaltro la 
pioggia cesser^. 

P. Adriano Bauzin i)* 



i) Annali delta prapagazione della fede, marzo 1906, n, 465. 



INDOVINELLl SALENTINI 



1. De nna janca mamma 
nnu niuru fiju nasce, 

e partennuse de quidda 

more e nu pasce. (Baco de' legumi), 

2. Do' lucenti, 
do' pungenti, 
quattru mazzoccule 

e nnu scupareddu 2). (Bue), 

3. Sanlu Linardu, jutame 
contru sta vestia cresta: 
porta le corne 'n testa 

e bufalu nun ^; 
argentu vae vinnennu 
e urefice nun k; 



1) La presente raccolta, compilata in Maglie e n3* paesi vicini, per quanto 
so, viene terza tra le salentine, dopo quella del CONGEDO {Giambaliista Basile, 
a. I, pagg. 93-96) e Taltra piu modesta del PELLIZZARI, pubblicata a spizzico nello 
Sludente mag lie se e aggregata alle sue Fiabe po polar i del coniado di Maglie 
(Maglie, Tip. del Collegio Capece, 1884) oggi rarissime e, anche per me del iuogo, 
irreperibili. 

Crindovinelli raccolti confermano nella forma e nella sostanza i caratteri ge- 
nerali della poesia enigmatica, gi^ da altri, massimamente dal Pitre, cosl bene 
rilevati. II contrasto curioso, Tequivoco sbalorditivo, la laidezza apparente, Tingenuit^ 
maliziosa informano i piii degli enigmi della mia come delle altre collezioni : Tanima 
popolare e qui, al tacco, la stessa de' punti piii lontani dello stivale d 'Italia. , 

2) Leggiera variante dellMndov. del CONGEDO, 0. c, pag. 94, e di quello del 
PELLIZZARI, Stud, Magi., a. Ill, num. IX, pag. 28. 



INDOVINELLI SALENTINI 237 

porta la utte 'n coddu 
e mieru nun ci n'^. 
Santu Linardu, jutame, 
'nduviname cce g*h 0. (Chiocciola), 

4. Se lu viti quant'e bruttu, 
se lu ndori quantu fete, 

se lu tanti quant'fe pilusu, 

ma se lu proi sai comu ete?! (Porco). 

5. De carne umana natu, 
de carne umana pascu; 

ma quannu su' cercatu 

zumpu comu fuggiascu. (Pulce). 

6. Tegnu nnu casciteddu 
tuttu chinu de plpiceddu, 
se vene mauma e sirima 

Nu ne dau n'acineddu. {Boccaedenti), 

7. Tegnu nnu cumentu chinu de monlci janchi, a menzu nc'^ la 
badessa. {Bocca, denti e lingua). 

8. Tegnu nna culonna {corpo), su sta culonna nc'^ nn'oscu 
{capelli)f intra st'oscu nci su' le pecuredde (pidocchi), ca ognitantu 
vae lu pecuraru {uomo) e le sparpaja. 

9. Cinque su' li stantuli 

e unu lu pinnente, 

janca h la terra 

e niura lasimente. {Dita.penna^ carta, inchiostro). 

10. Sciamune curcare, donna Cocca, 
facimu quidda cosa ca ne tocca, 
pilusu cu pilusu lu ncucchiamu 
e 'ntra nna cascitedda lu 'nserramu. (Occhi). 



I) fe una notevole variante del leccese pubbl. dal CONGEDO, 0. c, pag. 95, , 
ed h caratteristica comune alia maggior parte degl'indov. sulla chiocciola Tinvo- 
cazione e lo stupore con cui sono enunciati. Cfr. questo Arch. I, 562, VII 539, 
XIII 434, XV 74, CORAZZINl, I compofiimenii minori delta leti. pop, italiana. ecc, 
Benevento, 1877, pag. 312, e PITR£» IndovineUi, dubbi, scioglilingua del pop, sUil., 
Palermo, 1897, pagg. 125 e 126. 



238 ARCHIVIO PER LE TRADIZION! POPOLARI 

II. Battu e ribattu 
e sempre stau cu bui, 
Se me ne vau jeu 
comu restati ui? {Polao), 

\2, Tegnu nna cosa quantu nnu stivale, 
nnu panareddu chinii de pampasciuni; 
cari sigiiuri, nu pinsati a male, 
ca 'nduvineddu h de 'nduvinare. (Aglio). 

13. Unne fa, 
mare nun h\ 
porta situle, 

parcu nun h i). {Gampo di spighe), 

14. Arta su jeu quantu nnu casteddu, 

a patatedda mea quantu nnu 'neddu. {Canna). 

15. A la via de Sternatk 
jeri cchial la bedda mia ; 
nci lu vitti e lu tuccai, 

era pilusu e lu lassai. {Cocomero [pupanedda]). 

16. Oh cce mamma spenturata, 
Tene li fili 'ntra le spine, 

k de spine 'ncurunata, 

oh cce mamma spenturata 2)! {Fico d' India). 

I7» a) Susu nnu munte 
truvai Frangiscu Arbante, 
cu nnu cappieddu 'n frunte 
e nn'anca cotulante. 

6) Pe tutti chiove e nziddica 
e pe fra* 'Ntoni no: 
ca se modda la chirica 
e lu pede de sutta no. (Fungo). 



¥) Ouesto e 11 seguente sono leggiere variant! di quelli del CONGEDO, c, 

2j Questo indov.. come altri analoghi, il sic. p. es. in y4;rA., XV72, fa so- 
sp^ttare una provejiierua letteraria. 



INDOVINELLI SALENTINI 239 

18. Prena suntu e gravida me tegnu, 
fili ne portu mille e ottucentu, 

carottu nu portu cu pozzane 'ssire, 

dimme, giovine miu, com'aggiu fare. {Melagrana). 

19. Mesciu 'Ntoni longu longu, 
la mujere nana nana 

e li fili canini canini; 

macari ca pensi ca nu 'nduvini i). {Plnoepinocchi), 

20. Su' signura de palazzu, 
casern 'n terra e nu me 'mmazzu, 
vau Mia chiesia e luce fazzu. 

su' signura de palazzu. (VUva), 

21. Ci ole azze, ci ole azze 
a tre caddi la liatura; 

de susu le litratte, 

de sutta la signura «). {Uva). 

22. Lu sire h torticeddu, • 
la mamma h strazzatedda, 
la fija k tantu bedda, 

cinca passa se scappedda. (Vite e uva). 

23. Tegnu nna cosa 
bedda a bidire, 
bedda a vardare; 
inchila de carne 

e lassala stare. (Anello). 

24. Rretu nna strittuledda 
'cchiai nna vecchiaredda; 
idda rise e jeu risi, 

'zzai Tanca e li la misi. {Caleetta), 

25. Janca me la mintu 
e russa me la leu; 



i) Leggiera var. di quelle del PELLIZZARI, Sit4d. Magl.^ a. II, num. VIII, pag, 34. 
a) Variante di quelle riportato dal CONGEDO, 0. c, pag. 96, al quale e pre- 
feribile. 



240 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

I 

fazzu W mei duveri 

e poi me la lau. {Gr&mbiale del beccaio), 

36. Tt^^nu nna cosa larga, longa e pilusa, 
intra came basta cu minti; 
Uh! cce custu ca te senti. {Manicotto). 

27, Ahimmena! cce me 'ntisi 
la prima fiata ca me la misi, 

e quannu ne la cacciai 

china de sangu la truvai. (Orecchino), 

28, Tegnu quattro frati, fuscene fuscene, 
e mai se 'rriefie. {Arcolaio). 

2g. Tegnu nna cosa Irscia liscia; 
la piju a manu e piscia. (Boccetta). 

30. Jeri a sira scivi a casa 
e truvai la mia signura 

ca durmk sula sula: 

pijai nna cosa liscia (boccale) 

e ii la misi a ddunca piscia. (Botte), 

31. Mia cara monicedda, 
tu si' 111 niiu cunfortu; 

tu parti la ndonduledda 

e jeu lu carottu. {Bottiglia e imbusto), 

32. Susu nna finescedda 
nc'ete una vecchiaredda, 
ca vave cu nu dente 

e chiama tutta la gente ^). (Campana). 

33. a) Su' vinutu de Napuli mposta, 
la signura la portu tosta, 



I) Altre varianti ne' primi due versi sono: 

Su nna finestrazza 
nc'ete nna vecchiazza.. 

Susu nna spechia 
nc'ete nna vecchia.. 



INDOVINELLI SALENTINI 



241 



si la voi rimuddare 

'mpizzala 'n terra e lassala stare. 

b) Lu Duca de Scurranu 
tutta la notte la tene a manu, 
e la tene tisa tis^i 
cu nu se unga la camisa. {Candela). 

34. Donna longa stae mpisa, 
donna niura a nculu li pisa, 
donna chiara stae de intru, 
donna russa a nculu li va. 

{Catena delta caldaja, caldaja, acqua dd botlire, fuoco). 

35. a) Tegnu nna signura 
ca se mangia le ntrame sula. 

b) Canuscu nna vecchiaredda, 
ca quannu se stuscia lu nasu 
se lu stuscia a la mazzaredda. (Lucerna), 

36. Tegnu nna cosa 
longa nnu parmu, 
curta de schina; 

ddu vide pilu 

vave se 'nfila. {Rasojo), 

37. Santu 'Ntoni meu benedittu, nu me 

curcu mai se nu te la mintu. {Sbarra detta porta), 

38. Cce me vene, cce me vinia 
cu te stennu a menzu la via, 

e cu t'apru lu pertuseddu 

cu te mintu la nina mia. {Scure e legna da apaccare). 

39. Scinne fiscannu 

e sale chiangennu. (Secchia). 

40. Tegnu nna cosa ca penne e luce; 

a fimmane e ommini li cunduce. (Specchio). 

41. A strittula vau e de strittula vegnu, 
lassu le ntrame e me ne vegnu. {Spola). 

42. Tegnu nna cosa ca cu centu culi caca, 
mangia lu re e puru lu papa. (Staccio), 

ArehivU) pw le tradiMUmi popolari. — Vol. XXUI. 31 



242 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

43. Sacciu nna pecura muzza, 
piscia una e pisciane tutte i). (Tegole). 

44. Tegnu tre frati, tutti tre 'ncatinati, 

ca minane una vita de dannati. (Treppiede), 

45. Su' natu a boscu e me ritrovu a casa; 
e lu pisu de casa jeu lu portu; 

lu mesciu ci m'i fatta quista rasa 

m'a cumannatu cu nu vau chiu all'ortu. (Trave del ietto). 

46. a) Sta cosa h de crita, lu celu de came, 
trona, derlampa e chiove 2). 

h) Tegnu nnu fruttu, la muddica se mina 
e la scorza se tene. {Ya80 per le fecce [cantaru]). 

47. — Ola, belle fijole, 

la prima ota perc^ ve dole? — 

Rispuse la 'nzurata: 

me dose tantu a mie la prima fiata 3)! 

(Bucatura delle orecchie per gli orecchini). 

48. A'zzate la camisa, car'amante, 
quantu cu te la mintu nnu quartu d*ura, 
quannu te reculi ca a fattu effettu, 

ne la cacci de fore e faci scula. {Cottura de' maccheroni). 

49. Marituma me ole mutu bene, 
le cose me le face a la curcata, 

me stringe e mbrazza e poi se la cuntene, 

all *urtimu me fa nna cotulata. (Impastamento della farina), 

50. A'zzate la camisa nnu mumentu, 
nu te cridire ca te fazzu nienti. 



I) fe il concetto del vicino romaico di Stematia riportato dal MOROSI, Studt 
sui dd. greci di Terra d'O., Lecce, 1870, pag. 80. 

3) Var. di quello del CONGEDO, 0. c, pag. 96. 

3) fe uno de' pochi tra noi che s'accosta, nella forma, agl'indovineUi-aneddotl 
sicil. pubblicati dal PITRE, o. c, pagg. 289-317 e a quelli veron. pubblicati dal 
BALLADORO in Arch., XVlIi, 366-373, e in A'iV:<:o/d TommaseOy II, 106-108. 



INDOVINELLl SALENTINI 243 

quantu te poggiu I'amurosa a 'nnanti; 
facimu quista cosa nun ^ nienti. (Salasso). 

51. Tegnu nna carafma 
china d'acqua cristallina, 

nun ^ de puzzu, n^ de cisterna, 
n^ de celu, nh de terra. {Stidore). 

52. La fija de Fictimosse 

nu porta n^ came, n^ pelle, n^ osse, 

e la mamma de Fictimosse 

porta carne, pelle e osse. {Eicoita), 

53. Oh cce custu, oh cce custu, 
quannu madama se 'nfila lu bustu, 
quannu 'rriva alia meta 

oh cce custu ca sar^. (Sfogliatella). 

54. Tegnu nna carafma 
de do' culuri china, 
cinca la 'nduvina 

h fiju de ricina i). {Uovo). 

55. Tegnu nna cosa pisticchi pistacchi, 
senzapedicaminalilacchi. (Campanella [bolla d' aequo]). 

56. Tegnu nnu lanzulu 
ca se strazza sulu sulu 

e sulu se ripezza 

senz'acu e senza pezza. (Cielo nuvoloso), 

57. Tegnu nnu tajedduzzu 
fattu a cucurucuzzu, 

lu mesciu ca I'a fattu 

nu se troa a nuddu pattu. (Luna), 

58. Tegnu nna cosa voletta vola, 
nun a pedi e camina, 

nun a culu e se sidia, 

tutta la gente tremare facia. {Neve). 



1) Leggiera var. del lecc. di CONGEDO. 0. c. pag. 95. 



244 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

59. Tegnu nna lenza 
de equal a Fiurenza, 
de equal a Turchia, 

gira tutta la casa mia. (Sole). 

60. Tegnu nna caniscia d'ove, la otu 
e sbotu, e mai cadune. (Stelle). 

Maglie^ Febbraio del 1^06. 

Salvatorb Panareo 



MISCELLANEA 



Le donne net centimoli in Licata oel 1853. 

Un Intendente, che oggi diciamo Prefetto, della provincia di Girgenti, parlando 
al Consiglio di quella provincia, tra ie altre cose, riferiva : Soffrite anche per poco 
che io vi favelli di cosa che pu6 meritare la vostra considerazione. 

Quando trassi a compiere la visita nei Comune di Licata mi vennero osservati 
i recinti della macinatura dei grani. L'animo rifugge di rimembrare la impressione 
che provai di dolore al primo entrarvi. Sono due magazzini suddivisi in piccole 
celle che accolgono da ben circa 130 mulini che appellano centimoli. 11 primo ne 
ha 70, e si chiama del Caricatore; 60 I'altro, che sorge appo la chiesa di S. Angelo. 
II braccio delle donne di vita 6 moto ai centimoli, e rende spettacolo unico in Si- 
cilia, che ricorda qualche usanza inumana delFAfrica vicina. Otto di queste lavo- 
ratrici awicendano I'opera loro presso a ciascuna macchina, affinch^ si muova 
senza interruzione. 

Esse deggiono giacere chiuse alia notte e vivere tutto il giomo in una assai 
male organizzata comunanza. 11 riposo che loro si concede, sempre scarso, e sul 
nudo terreno, lo pas^no al frastuono delle macchine stridenti e ai vagiti dei teneri 
bimbi. Sentina di depravazione e mal costume son questi recinti, ove spesso cor- 
rono fanciulle nubili, meno a trovar di che vivere col lavoro, che per sottrarsi 
(se non vuolsi supporre alcun che di peggio) alia soggezione dei parenti. 

Meditatevi, Signori, per trovar mezzi efficaci a cessar il gran male sosti- 
tuendo la forza motrice del vapore a quella umana, che si fa degradante ogni dl 
piu e sconvenevole ai tempi i). 

Nell'esta del 1847 io dal vicino Cianciana mi recai a Cattolica Eraclea a stu- 
diarvi belle lettere sotto I'abile professore Pistritto di Licata, chiamatovi dai nota- 
bili del paese, e cos\ abitando per parecchi mesi in quel Comune ebbi un giorno 



i) Rapporto suU'andamento delVammini9tr<izione dcUo dcUV Intendente (di Girgenti 
Nicola Mezzasalma) al Comiglio provinciate nella aesnione del 1853. Girgenti. Liponi e Blan- 
daieone, p{>. 8-29. 



3P 



246 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

vaghezza di visitare i centimoli che allora vi erano, ma non vidi la triste e vitu- 

perevole usanza dei centimoli di Licata, dappoiche trovai che i centimoli cattoii- 

chesi erano animati dal tiro dei muli, proprio come usasi fare per trarre Pacqua 

dalle none. 

GAETANO DI GIOVANNI. 



II porco di Saot'Aotonio in Noto. 

Or sono parecchi anni a Noto, il rettore della Confraternita di S. Antonio 

Abate usava, ogni anno, nel giomo della festa del Santo, comprare un porcellino. 

Gli attaccava al collo un campano e lo affidava per allevarlo ad un devoto del 

Santo. 11 porcellino, al mattino, era -lasciato libero per la cittA, e tutti gli davan 

da mangiare, cosicch^ la sera tomava a casa impinzato. Poi all'anno, la vigilia 

della festa di S. Antonio, si ammazzava, e la came veniva regalata ai Confrati, 

aU'avvocato della Confraternita, al cappellano ecc. Un bel giorno, pero, il porco, 

non tom6 alia casa del devoto del Santo. Qualcuno dovette tenerlo in casa e gli 

fece festa. II rettore torn6 a comprame un altro, che fece la stessa fine, e cos! 

fu messa Tusanza. 

M. di MARTINO. 



La torre dei diavoli nel Caseotioo. 

Esistono nel Casentino gli avanzi del palazzo dei Guidi in Poppi. Ora si rac- 
conta che certa Telda, vedova di un conte Guidi, signora un tempo di Poppi, 
donna di straordinaria bellezza e d'altrettanto corrotti costumi, voleva attirare 
entro il proprio palazzo, colla seduzione delle arti sue amorose, quanti piu bei 
giovani le capita vano, i quali dopo che avevano servito a sfogare le sue voglie e 
libidini, faceva cadere per mezzo di un trabocchetto nel sotterraneo annesso alia 
cisterna, ove faceali uccidere. Ma sollevata la gente di Poppi dai parenti di una 
delle vittime, di cui pote scoprirsi la tragica fine, Tassedid nel suo palazzo, la 
vinse, e lei prigioniera fece morire di fame in una stanza della stessa torre dalla 
quale si era difesa. Nei tempi andati nessuno s'accostava senza orrore a quel 
luogo, che la paurosa fantasia del volgo avea popolato di omBre e di spettri a segno 
d'essere quella torre chiamata come si chiama anche oggi: la torre de' diavoli i). 

Siamo di fronte ad una delle tradizioni della Regina Giovanna. 



i) C. Bexi, Ouida Jllustrata del CttseniinOf p. 246. Firenze, Niccolai, 1889. 



MISCELLANEA 247 



La mflc;ifl a Parigi. 

Esiste davvero la magia nella Parigi del secolo XX? 

— Sfido se esiste! E non mica quella magia spicciola, propria al popolina, 
Che consiste nella fabbricazione dei feticci, dei medaglioni incantati, nelU hcerca 
dei tesori, negli scongiuri, e corbellerie simili, diifuse un po'per tutto nel basso 
popolo dell'Europa modema... e nei popoli negri del centro dell'Africa. Oh no! !o 
ti parlo di una stregoneria e di un'arte magica high-life, deU'alta society, queiralta 
societi in cui si contano tante donnine isteriche, tanti biases, tanti degenoratr per 
inerzia cerebrale e non uso degli organi pensanti... L'alta society parigina ha la 
sua magia e la sua stregoneria... 

Eccoci, in una discreta, solitaria e austera strada del quartiere latino. Una 
porta stretta e bassa, a sinistra, nel bel mezzo di una casa vecchia e Jecrepit.i. 
Un corridoio a destra, due capi di scale; una porta s'apre. Siamo in piena botte^^a 
di « magia >, Una confusione, un caos, un disordine di oggetti i piu van, I piil 
dissimili, i piii strani, i piii eterogenei. Ricordate la meravigliosa descrizfone della 
bottega d'antiquario nelle prime pagine di Peau de Chagrin di quell'altro ma^o 
che si chiama Honore de Balzac? Ebbene, figuratevi qualche cosa di simile, ma di 
meno ricco, di meno smagliante, di meno imponente, ma ugualmente suggestiunante 
e disordinato. 

II padrone, un vecchio dai lunghi capelli bianchi, i pantaloni di velluto nero, 
il gilet rosso e una grande cappa di seta e velluto rosso e nero sul dor^, z\ fa 
da guida. E ci conduce attraverso le storte, attraverso i barattoli, accanto a lie 
vetrine piene di serpenti impagliati davanti a degli alti banchi sovraccarichi di og* 
getti i piii strani e i piii eterogenei che mai possano essere immaginati. in un 
angolb, sopra un trepiedi bolle una misteriosa composizione. 

— fe per trasformare la pietra in oro. mi dice gravemente il vecchio dalla 
casacca rossa e nera. 

— lo acconsento con un cenno del capo e rimango muto. E il vecchio coraincia 
le spiegazioni: 

— Ecco della pelle di vitello morto, per gli scongiuri d'odio; otto franchi 11 
centimetro quadrato. 

Un barattolo di verbena del 21 marzo (sic) le cui magiche proprietii vi sono 
ben note. Dieci franchi il mazzetto. Volete una radice di mandragora ? Dieci franchi. 
La bacchetta divinatoria costa assai meno: cinque franchi. La bacchetta maj^fca 
costa assai piii: trenta franchi. 

II vecchio mi trascin6 davanti alle vetrine della sua farmacia. 
— Volete della Farina di Calcutta per ingrassare? Eccovi la ricetta dell'ahate 
Guibourg onde fare un bagno alia Montespan; qui c'e del vino magico di Nicola 



i 



248 ARGHIVIO PER LK TRADIZIONI POPOLARI 

Flamel; se volete dare una strana vivacitA magnetica al vostro sguardo assorbite 
di questo Fluido di .\fesmer. Le signore ne fanno grande uso, come usano anche. 
su larga scala, (\viest'acqua di Raimondo Lullo, che serve a dare al seno la solidita 
e la durezza che per avventura avesse perduto... 

Piu lunge era la biblioteca. Guardai i nomi degli autori: Madame de Thebes, 
Papus, Cagliostro, Alberto il Grande, Alberto il Piccolo... 

E scappai spaventato. 

Non avrei mai creduto che Parigi contasse un s'l gran numero di pazzi. 

Proprio vera quella definizione: i manicomi sono quelle case nelle quali si 
rinchiudono degli uomini, per far credere che quelli che stanno fuori sono sani di 
mente ed hanno la ragione diritta... i). 



i) GiomoZe di Sieilia, a. XLVI, n. 35. Palermo, 4 Febbraio 1906. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 



KMANUELE ciACERi. Ua Pesta ^i 5- AjJita e l'ai>tico culto ^i Isi^e 
il) Catania* Catania, Giannotta 1905. In 8% pp. 34. 

Scrive il Ciaceri : « Chiunque legga la descrizione che nelle sue metamorfosi 
fa Apuleio della festa d' Iside a Corinto, non pu6 non restar colpito della grande 
rassomiglianza con la narrazioneche fa il Carrera {Delle memorie historiche della 
citld, di Catania, 1641, v. I!) nella prima meta del sec. XVIII. La magnifica pompa 
religiosa, il concorso di personaggi travestiti in varia foggia a guisa di masche- 
rati, la partecipazione notevole delle donne ornate di apposita veste, le splendide 
luminarie, son tutte cose che trovano esatto riscontro nelle pagine dei due scrit- 
tori. Apuleio si riferisce a quella parte che i Romani chiamarono Isidis navigium >. 

E domanda a s6 stesso : Esisteva il culto di Iside nell'antica Catania? E 
lecito pensare che anche quivi si celebrasse una festa simile a quella di Corinto? 
E corrispondeva il culto di Iside col vero periodo di transizione fra il morente pa- 
ganesimo greco-romano e il trionfante cristianesimo? A queste domande TA. risponde 
favorevolmente. II culto di Iside era diffuso in Catania piCi che nelle altre cittd 
della Sicilia orientale, benchd se ne ignori la data d'origine. In quella citt^, come, 
in generale, in Sicilia, Iside prendeva il posto di Proserpina; ed i riti sacri appar- 
tenenti a quel culto devono esser passati nelle cerimonie e nelle feste dell'eta 
cristiana; le quali, per altro, si prestarono alio innesto posteriore di solennita in 
onore di S. Agata. 

II prof. Ciaceri segue molto dawicino i principal! caratteri si della festa 
egizio-greco-romana, si della festa catanese. oggi spoglia degli antichi riti e co- 
stumi, e ne cava del buono per la derivazione di questi da quelli per la soprav- 
vivenza pagana nella solenne ricorrenza cristiana. 

Noi non possiamo seguirlo nei particolari, ma in parecchi di essi siamo d'ac- 
cordo con lui, che pure a buon diritto non prende sul serio lo insulso aneddoto 
raccolto da Dumas nelle Impressions de voyage. 

A proposito del fercolo di S. Agata che non e portato a spalla dai devoti ma 
trascinato con una fune per terra, gioverebbe osservare che, se da esso si vuol 
trarre uno degli argomenti per un'analogia tra la bara di S. Agata e V Isidis na- 
vigum, potrebbe cadersi in errore, giacch6 Tuso di trascinare un fercolo invece 

Archimo per le tradiaioni popolari. — Vol. XXIII. 32 



250 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



di soUevarlo da terra e portarlo a spalla 6 molto comune un po' dappertutto par- 

tendo anche da Messina, dove la antonomastica Bara del 15 Agosto h tirata con 

una enorme fune, alia quale sono attaccati centinaia d1 devoti. In certi costumi 

Che sono natural!, saremmo per dire umani. non accade pensare a trasmissione 

tradizionale a quella che Tvlor direbbe survival. 

G. PITRE. 



ALBERTO TRAUzzi. Bolo^pa i)elle op^re ^i G. C. Croce. Bologna. Za- 
nichelli 1905. In-8% pp. IV-133. 

Rare volte ci siamo incontrati in un libro come questo, denso di fatti e di 
notizie : il che tanto piii e degno di ricordo in quanto il titolo si presenta con 
molta modestia anche pei limiti impostisi dall'Autore. 

Nella immensa, svariata e quasi sempre amena produzicne semiletteraria e 
popolareggiante del Croce, I'Autore ha cercato le manifestazioni della vita bolognese 
del popolo, dei civili, dei nobili in sullo scorcio del XVI e nei primordi del XVII 
secolo (1580-1609). Quella produzione 6 una folia innumereVole di canzoni, cicalate, 
capitoli, dialoghi, sonetti, contrast!, lamenti, stanze, commedie, tragedie, scherzi. 
barzellette, componimenti d'ogni genere editi ed inediti, rari, talvolta irreperibili. 
che il facile e faceto scrittore del Bertoldo e del Berloldino gett6 in mezzo a I 
popolo della sua nativa Bologna, e che nella confusione del primo momento della 
pubblicazione stampata, scritta od orale, si vide portata via e dispersa tra coloro 
che ne faranno oggetto di passatempo. 

La ricerca dev'essere stata faticosa, perch^ le singole manifestazioni di quella 
vita sono state cercate e prese a componimenti diversi; di guisa che una notizia 
attinta ad uno e completata da un'altra notizia attinta ad un altro componimento. 

La Bologna del cinquecento per opera del Trauzzi rinasce e rivive quale ndn 
dovette sognarla neanche lo stesso Croce. Vi trovi le fogge del vestire, i gusti del 
mangiare, le sofferenze di chi lavora, i piaceri di chi si diverte, le occupazioni del 
giorno, le veglie della notte. la solenniti delle feste, le ricorrenze civili e le dome- 
stiche deiranno, le maniere di amoreggiare, le usanze per i matrimoni, le pazzie 
del camevale, le stranezze di mezza quaresima, i trastulli dei monelli, i giuochi 
degli adulti, le prediche delle beghine e il clamoroso getto della porchetta, fino 
alia educazione dei fanciulli ed alle scuole di essi. 

II libro e un caleidoscopio, meglio, per servirci di una parola moderna, un 
cinematografo, dove la varieta delle cose contrasta lietamente con la verity della 
esposizione che ne ha fatto il Trauzzi. 

G. PITRE. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 



asi 



L.^ PolK--L.ore ^e Prance par Paul S^BILLOT. Tome deuxieme : La mer Lt 
les eaux douces. Librairie Orientale & Americaine E. Guilmoto, ^jJiK^un 
•Paris 1905. ln-8% pp. 478. Prix: 16 francs. 

Dopo brevi osservazioni sul perch^ la Brettagna sia la piu ricca di leKfit^nnJe in*i~ 
rine in Francia, e sopra una tal quale preponderanza della Sicilia e dei p.(ess ccHi 
deiringhilterra sugli altri nel genere, TAutore entra a parlare del mare, die t 
Targomento del libro U del volume: argomento che, come i lettori sanms f mnlli 
ricorderanno per via deWArchivio, e stato con belle pubblicazioni illustr^ita vhi 
signor S^billot. 

11 solo indice analitico di questo, come del seguente libro che chiude il viilmiitv 
esigerebbe pagine intere del nostro periodico; e forse il riportarlo sarebbe il uiikjlkir 
modo di fame conoscere il contenuto; ma I'angustia' dello spazio ci costrinj;c ;iJ 
una rapida e superficiale numerazione dei capitoli. 

Diremo pertanto che il 1® s'intrattiene della descrizione della superlicie l^ Jtl 
fondo del mare. Notevoli gli esseri soprannaturali che camminano sopra o Jimonino 
in fondo al liquido elemento. II 11" e una J-assegna delle invasioni delmiHL', S\\i\u 
\ ricordi di vaste distese di terre e magari di cittA sommerse; scarsi i ricordr scritt(; 
e non agevolmente dassificabili. La citt^ di Is la Manche ed alcuni grurri Jt'l- 
rOceano e del Mediterraneo hanno racconti di sommersione. II III* accfniia a\k 
origin! ed alia formazione dMsole e di rocce marine, sovente dovute fl tsluI spm- 
fondate ed a scheletri d'annegati. 

Del circuito della riva parla il cap. IV« con particolari sui capi e le altc spiat^Ki?. 
popolate di fate e qua e \k di nani e sinistramente rischiarate da fuoch: \.au\. Le 
pietre delle riviere e le rocce offrono strane figure di uomini trasforraati ifi vK'tre 
ed impronte di esseri soprannaturali. Fatedanzanti e folletti irrequieti, prutessunn 
di morti e lavandaie nottume, popolano sabbie e dune; e nel V« cap., hilt* c? k*l- 
letti isolate in comunione, grotte e caveme marine; e nelle isole nomuMinr, le 
fate attirano a loro donne che prendono cure dei loro bambini, e staiinn in Uursni' 
relazioni con gli uomini. Al bordo dell'acqua pullulano invece streghe e fatt' uui- 
ligne; marinai vengono a sciogliere voti, e morti vanno in processione. td annt^- 
gati mandano grida (cap. VI), mentre lontano lontano nell'alto mare vasc^^Mi f;i|]- 
tasmi, raramente accostantisi alia riva, paurosamente vagano come hUiUlirienU* 
impossibilitati a fermarsi e prendere rotte decisive (VI 1). Pratiche ed os^-irrvnii/c 
quasi sa'cre accennano al culto per I'acqua in lustrazioni, bagni, benedt/i+Mii. pro- 
cessioni, preghiere d'ogni genere a date fisse e per certe occasioni. 

II II* libro e tutto consacrato alle acque dolci; e in sei capitoli svaiK^' l^L n\i\- 
teria delle fontane e della loro potenza, dei pozzi, delle riviere e delle a^iVh' ihM- 
mienti. Le fontane provengono da liquidi segregati da esseri potenti; dal sjinnut^ 
dei martiri, dalle urine delle fate, al tocco d'una bacchetta magica, alki ca;UiU sil 
un oggetto eroico sacro. Le fate vi stanno al di sopra, allMntomo, t0m\' .^tvAi 



252 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

tutelan, noji permettendo mai che altri le inticii le turbi. Questa credenza le 
rese venerate presso i primi cristiani, che si sforzarono di sottrarle al falso culto 
dei pagani, Quante sorgenti infatti, e quante scaturigini non hanno oggi edicole 
e cappelle?! E le acque servono a lavacri devoti di ragazze, di statue di santi, di 
Pellegrini, a lozioni ed a bibite per lo sviluppo delie forze, per le fecondita, per 
Taumento del latte nelle nutrici, come per ottenere la dimenticanza di cose tristi 
o liete* Alls fontane si ricorre per consulti, presagi^ pronostici, epertuttele cure 
necessarie alle infinite malattie che affliggono I'umana natura, con immersioni, iustra- 
ziQTilj lozioni; donde offerte, persistenti da tempi antichissimi, di spilli, monete, 
ed oggetti appesi agli alberi, ed ornamenti alle fontane con fiori e frutta, con 
riunioiii e danze. Scarso il folk-lore dei pozzi di fronte a quello delle fontane ; co- 
pioso, invece, quello delle riviere, che spesso ripetono la loro origine il loro 
aumento la loro scomparsa da awenimenti soprannaturali. Esse sono alia loro 
voita popolate da sirene, da donne-serpenti, (nel medio evo da draghi), da fate, da 
foUetti ; attraversate da persone dotate di facoltA singolari e, anche precariamente, 
percorse da Ucontropi ; e per le loro virtu ineffabili, ragione di culto, di procession! 
e benediiioTii* Ji preghiere e di scongiuri, di consultazioni amorose e di prove 
giuridiche» 

Le ackjue Jormienti, in fine, son da cercare nei laghi, la origine dei quali 
proviene sovente da rifiuto d'ospitalita, da punizioni di empietA, da vomiti di 
senienti, da, diluvi parziali... Sirene fate vi stanno dentro e fuori, bene male 
operando alia medesima guisa che i folletti. Fate e streghe, draghi e dame bianche 
VI compongono lissive maravigliose ; lavandaie nottume vi fanno il bucato, vi can- 
t^no e ijisidumo i viandanti. Anime penanti scorrono sulle acque: ombre di colpe- 
vali e bambini morti senza battesimo. vi hanno stagni di demonic ritrovi di ma- 
liarde e fucine di malefici, cavalli nuotanti, risuscitati in forma di animali, morti 
che uriano; il che non toglie che in alcuni laghi siano campane che suonino e 
teson stati inghiottiti. 

Argoraenti di questa fatta sono trattati sulla scorta e col sussidio delle tra- 
dizioni popolari, scritte ed orali di tutta la Francia, nelle quali il Sebillot non ha 
chi lo superi, e la trattazione e larga nelle sue grandi linee, sintetica nella immen- 
sity deila materia. G. PITRE. 



J. A. DLL^iKE. Des Divipites Generatrices cbez i^s ancteps et 
les fQO^^rpes, avec un chapitre complementaire par A. van Gennep. 
Paris, SycEut^ du mercure de France. MCMV. In-i2«, pp. Vll-338. fr. 3,80. 

Non nuQvo ne recente. questo libro compie gia il suo centesimo anno di vita, 
essendD venuto primamente in luce nel 1805 in Parigi. Eccone il titolo primitivo, 
invero un po' iunghetto: 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 253 

< Des Divinity generatrices , ou du Culte du Phallus chez les anciens et les 
modemes; des cultes du dieu de f^mpsaqur, de Pan, de Venus, etc., origine, 
motifs, conformites, variet^s, progr^s, alterations et abus de ces cultes chez dif- 
f^reots peuples de la terre ; de leur continuation chez les Indiens et les Chretiens 
d'Europe; des moeurs des nations et des terns 0(1 ces cultes ont exists >. 

11 sig. van Gennep, che lo ripubblica tra i volumi della oramai celebre Nou^ 
velle Collection Documentaircy con una certa benevolenza osserva: 

« ficrit au moment oil la religion se retablissait, o<i se r^pandait Tinfluence 
du G^nie du Christianisme, Touvrage de Dulaure sans etre un manlfeste anti- 
Chretien, remettait le christianisme k sa place parmi les diverses religions qui se 
partagent le monde. Cetait une oeuvre de science, fort curieuse aussi, et non 
denouee d'une certaine portee philosophique >. 

E sul principio informatore delFopera, anzi sui principi professati delPautore, 
aggiunge : 

< Fideie au systfeme de Dupuis {Origins de lous les cultes), Dulaure rattache 
les cultes phalliques au pretendu culte primitive du Soleil. C'est la seule erreur 
contre laquelle il soit n^cessaire de prevenir le lecteur. Les hommes n'avaient 
pas besoin d'un si grand effort mythologique pour prendre garde a importance 
de le generation et des organes par quoi elle s'opere >. 

Ma non e questo solo Terrore dal quale il lettore deve guardarsi; v'e anche 
quello di certe affermazioni non suffragate abbastanza dai fatti. Nel principio del 
capitolo XI son date notizie che dovrebbero esser documentate ; e dalla p. 189 si 
vede chiaro che Dulaure non comprese o non voile comprendere che la chiesa 
combatte proprio quello che egli attribuisce alia chiesa. 1 sinodi, testimoni sicuri 
della vita passata, condannavano le malsane pratiche che soprawivevano e so- 
pravvivono al paganesimo. 

Sorpassando a questo e ad altri difetti del libro, esso si presta a studi di 
storia, di etnografia e delle diverse religion!. Dal lato etnografico ha una buona 
appendice delPegregio scrittore che si nasconde sotto il pseudonimo di A. van 
Gennep. G. PlTRt. 



Tabou et Toten7isn7^ k A\a^a^scar. 6tude descriptive et theoretique 
par ARNOLD VAN GENNEP, ei^ve diplome de I'tcole des langues orientales 
vivantes etc. Paris, Ernest Leroux, tditeur, 1905. ln-8 pp. Vl-362 {Biblio- 
thique de I'^ole des Haute s Etudes: Sciences religiejises, XV I h volume), 

Molti hanno scritto, chi espressamente, chi di passaggio, del Tabu; ma nes- 
suno, che noi sappiamo, ne ha fatto argomento di un lavoro speciale. Solo ora il 
sig. A. van Gennep vi consacra tutta un 'opera, informata ai nuovi principi scien- 
tifici. 



254 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Siamo di fronte ad uno studio della society malgascia*, studio che, quale si 
vuole e dovrebbe essere, oggi manca. 

Che cosa 6 il tabu? Lasciamolo dire all'autore: 

« Le tabou est un des ^l^ments fondamentaux de la vie sociale et individuelle 
des habitants de Madagascar: il rdgle I'existence quotidienne du notariat, du 
noble, du chef, de la famille, de la tribu enti^re meme; il decide souvent de la 
parents et du genre de la vie de I'enfant qui vient de naitre; il eleve des bar- 
ridres entre les jeunes gens et limite o necessite Textension territoriale de la fa- 
mille; il r6gle la manifere de travailler et r^partit strictement I'ouvrage, il dicte 
meme le menu; il isole le malade, ecarte les vivant du mort; il conserve au chef 
sa puissance et au propri^taire son bien; il assure le culte des grapds fetiches, 
la perpetuite de forme des actes rituels, refficacit6 du remMe et de I'amulette. 
Ainsi le tabou joue a Madagascar un role important dans ^ la vie religieuse, poli- 
tique, economique ou sexuelle; partout il intervient, en quelque sorte comme un r6- 
gulateur > (p. la). In breve: il tabu 6 una istituzione sociale d'una universality 
abbastanza riconosciuta e trova il suo equivalente nel Fady malgascio, nel kramai 
malese, nel tambu melanese, nel hlonipa zulu, ecc. Una parola italiana che ri- 
sponde al valore di questi nomi k Tadd. sacra, 

Ed ecco, in ragione di questi significati, la trattazione della materia, la quale 
senza avere delle formole ha commenti e descrizioni di un gran numero di 
pratiche e costumanze che compongono quasi un codice, un consuetudinario, 
un galateo basato su vecchie credenze, antichissimi usi, riti consacrati dai 
tempi e da generazioni^ cerimonie solenni e occupazioni domestiche. E per6 si ha 
un tabu delPanormale, del nuovo; un tabii del malato; uno del morto, altro del 
capo-tribu; altro della classe e della casta, e tantitabii quanti sono i sessi, I fan- 
ciulli e la famiglia, la propriety, il luogo, il tempo e Torientazione, gli animali ed 
i vegetali, le piante e via di seguito. 

E del totemismo che cosa dice I'Autore? 

Poco, assai poco, nel cap. XVII, che h I'ultimo, forse perch6 I'argoraento d 
stato trattato largamente 'la altri, come il Frazer, la cui opera egli stesso, van 
Gennep, tradusse dall'inglese (/^ ToUmisme. Paris, 1898). II tabu k I'alleato ani- 
male, vegetale, ecc, d'un gruppo di parenti; e perci6 le spiegazioni che i malgasci 
danno dei loro tabCi animali e vegetali si classificano in tabu totemista, totemista 
razionalizzato, t. reincaronzionista e razionalista. Con questa classificazione il 
sig. van Gennep si getta in mezzo ad una selva di osservazioni, nella quale non 
osiam seguirlo. 

Come che sia, la trattazione del libro procede con molta chiarezza, si che il let- 
tore, che lo segue attento, rivive strettamente legato alia serietA di pensieri, di 
notizie e di fatti rassegnati daH'autore. 

G. PITRfe 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 255 



Reli^ioes ^a Lusi taenia na parte que principalmente se refere a Portugal 
par T. LEITE DE VASCONCELLOS. Vol. II. Lisboa, Imprensa Nacional 1905. 
In-8, pp. XIX-372. 

Questo secondo volume ha principio come uno studio della geografia del po- 
poli protostorici che invasero la Lusitania, e procede innanzi con parecchi capitoli 
suU'ordinamento sociale e sulle istituzioni dei Lusitani, sui siti di loro dimora e 
su tutto ci6 che rimane e si conosce di loro lingua, costumi e caratteri general!. 

Liberato cosi il campo dalle molte difficolta del grave argomento^ TAutore 
passa alia tesi principale delPopera sua: le religion! primitive, storicamente 
accertate. 

Diversity di genti, divise tra loro» viventi a s6 ed in tribii separate in tutta 
la terra lusitana non poteva non portare molteplicit^ di credenze e quindi di- 
versity di dei e differenza di culti. Col sussidio dei testi antichi, della epigrafia, 
dei monumenti archeologici, della toponomastica e quindi della tradizione orale, 
il prof. Leite de Vasconcellos disquisisce delle DivinitA, e si propone di disq uisire 
in un prossimo III" volume degli atti religiosi e delle forme di culto. I fenomeni ce- 
lesti ed atmosferici; la terra (monti, metalli, pietre), i boschi sacri, Endovellico, 
divinitA di origine pre-celtica, salita al massimo splendore all'epoca romana, At6- 
gina, dea venerata soprattutto nella medesima epoca e giunta a noi a traverso di 
monumenti lapidari e di bronzo; le Deae matresy i Lari, le Ninfe, i Numi ed altri 
dei e dee, che si conoscono solo in numero plurale: una folia che TA. passa a 
rassegna in tredici gruppi, compongono il primo e principale nucleo di entita di- 
vine, sacre al culto di quegli antichi popoli. Poi vengono i Genii: nuilus eftim 
locus sine Genio (Servio); e la dea Tutela: quindi i luoghi di Beira-mare delPisola 
di Satumo, i fiumi, distruttori di semi e di case ma fecondatori e fertiiizzatori di 
campi, forze misteriose che conveniva scongiurare adorare; le fonti sacre, ra- 
gioni di ammirazione e di poesia; Navia Nabia, dea aquatica, la cui comparsa 
6 pid comune di Endovellico, in quanto significava « acqua corrente > ed era da 
tutti intesa e da molti venerata. 

In siffatta maniera, e con siffatti esseri compiesi il ciclo della divinita ricono- 
sciute nei tre elementi della natura: aria, terra ed acqua. 

Ma vi era anche dell'altro: il culto degli animali, quello di una dea, probabil- 
mente di provenienza celtica, con funzioni di penate genio domestico, Taltro 
degli dei guerrieri e non poche altre divinita d'incerto genere e facoltA. 

La rassegna k lunga, forse faticosa pel lettore, ma certo deve essere stata 
faticosissima e durissima per I'Autore, che per la prima volta, con istudi pazienti, 
ha adunate le membra sparte di libri, opuscoli, monografie, articoli archeologici e 
e gettate le basi della teogonia lusitana, che h mitologia vera e propria, principio 
e base del folk-lore antico. 



256 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Lontani dal campo, eruditamente battuto dal de Vasconcellos, noi non chiede- 
remo della comunanza deUa parentela, quando evidentissima, quando traspa- 
rente, delle divinitii e dei numi lusitani con divinita e numi di altri popoli. Egli 
stesso, il de Vasconcellos, ne ricerca facilmente un bel numero ; e ci pare ovvio il 
supporre che diverse dovettero essere le genti che andavano a popolare a stabi- 
lirsi in quelle contrade, diversi per terra di origine dovettero essere gli dei, non 
giil componendo un panteon quale era imposto dalle conquiste pel mondo ai Ro- 
man!, ma localizzando, in ragione degU immigranti, ora qua ora \k numi e genii 
tutelari. 

A Chi potrA domani mettere in rilievo dimenticanze di fatti relativi airar- 
gomento il de Vasconcellos fin da ora risponde con un autore provenzale del 
sec. XllI : Assaz cUu haver mayor vergonya aquell qui tio sapy que aquell qui 
demana e vol apendre. 

G. PiTRfe. 



Antropofiteia. - Jahrbucher fur Folkloristische Erhebungen und Forschungen 
zur Entwickelungsgeschichte der geschlechtlichen Moral herausgegeben von 
Dr. FRIEDERICH S. KRAUSS. I. Band. Leipzig, Deutsche Verlag-Aktien-Ge- 
sellschaft 1904. 11. Band, 1905. In-8 gr., pp. XXIl-530, XVI-480. Marchi 30 il vol. 

Dal titolo principale di questa ponderosa pubblicazione parrebbe trattarsi di 
ricerche buone solo a soddisfare la morbosa curiosity di amatori di cose lubriche; 
il secondo per6 chiarisce lo scopo vero della Raccolta, il quale h tutto pel pro- 
gresso degli studi del folklore e per la conoscenza dello sviluppo della morale 
familiare. II Dr. Krauss, che i lettori ^^WArchivio conoscono da un pezzo, h 
uomo di non comune valore negli studi di demopsicologia, ed ha fondato questi 
Annali con intendimenti abbastanza elevati perchfe possa sospettarsi delle sue 
intenzioni 

Nella introduzione del primo volume, infatti, egli comincia trattando della 
importanza del folklore di fronte alia psicologia, alia etiologia, alia giurisprudenza 
ed alia medicina. Un uso, una tradizione qualsiasi potra essere una rivelazione. 
Chi scrive questo cenno bibliografico ricorda d'essersi trovato a dare ragione di 
delitti mostruosi commessi da gente ignorante, per pregiudizi in buona fede cre- 
duti articoli di vangelo. Le forme raeno estetiche, le credenze e le costumanze pid 
nidi e scorrette sono come lo scheletro di tutto Torganismo scientifico del folklore. 
L'antropologia sta alia demopsicologia come I'anatomia alia medicina. 

Se cosi 6, il folklore non dovrebbe essere tollerato come disciplina accessoria. 
Dal 7 di Aprile 1904, in cui le ventiquattro Society tedesche di Volkskunde Volkslebe 
folklore si unirono in un fascio, forte di 6ocx) soci, gli altri istituti di alta cul- 
tura dovrebbero accostarsi a quelle e sedere a dotto convivio. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 257 

Quest* Anfropq/ileia h con altro nome ma con maggiore larghezza la collezione 
Kruptadia degli editor! Henniger di Heilbronn, giunta fino airVIII volume. II ge- 
nere o i generi che la compongono furono giA sfiorati da raccoglitori in periodici 
quasi esclusivamente tedeschi, che i! Dr. Krauss passa minutamente a rassegna. 

11 primo volume tutto, e mett\ del secondo, sono composti di tradizioni popo- 
lari slave meridionali sul contatto sessuale {SUd-slavische Volkslieferungen) rac- 
colte e tradotte in tedesco dal medesimo Dr. Krauss. Se diciamo che nella specie 
questa raccolta h finora unica in Europa non esageriamo, perch6 anche fuori d'Europa 
- non ne conosciamo altra simile. Contiene 466 racconti, aneddoti, novelline, che il 
Krauss aggruppa sotto ventidue titoli, i quali noi dobbiamo saltare a pi6 pari per 
ragioni che i nostri lettori comprenderanno facilmente. Stupefacente la varieta 
della materia nella sua straordinaria abbondanza, stupefacente altresl la licenza 
di essa, che parte dal giuoco di parola e dalla scollacciatura e finisce alle oscenitil 
piix laide, alle forme pid audaci di libidine, alle piii infami aberrazioni di gusto. 

Guardando a questa copia e variety di materia s'affaccia spontanea Tosser- 
vazione: Come mai tanti racconti lascivi possano essersi trovati in un medesimo 
paese e presso un medesimo popolo. E si ha ragione di sospettare che varie cause 
abbiano potuto parteciparvi ; tra le quali principalissima la natura Tindole di quel 
popolo inchinevole a cosiffatte brutture e la facility di esso di accoglierle per via 
di commerci. Giacchfe 6 addirittura inconcepibile come un popolo solo, lasciato a 
s6 stesso, abbia potuto inventar tanti racconti licenziosi ed erotici quanti ne ha 
messi insieme il Krauss: impossibility resa evidente dalla popolarita del maggior 
numero di essi in altri paesi. E allora h da ammettere la grande facility di trasmis- 
sione in quel popolo e certe condi-zioni speciali di spirito e tendenze singolari, le 
quah, dicasi quel che si vuole, non dovrebbero trovarsi cosl sviluppate in altri po- 
poli civili. Data la suscettivita sessuale di altri popoli d'Europa, non h in verun 
modo ammissibile che essi esplichino la loro morale in questa maniera corrottis- 
sima anche scendendo fino alia piii inconfessabile degradazione. 

E percid appunto la importanza sociale, morale ed antropologica di questa 
raccolta, la quale, pur non ammettendosene la pubblicitil, ammettendola limitata- 
mente e sotto certe riserve, h una vera rivelazione scientifica. 

Ma basta di ci6. 

Nel secondo volume la materia dilaga in altre manifestazioni eguahnente oscene. 
La etnografia tradizionale ha largo campo di esplicarsi nelle lingue dei popoli: in 
un glossario erotico di Vianon, in un altro di Tedeschi del nord di Boemia, in altri 
ancora degli Zirigari di Serbia e dei Tedeschi di Berlino. Spirito argutissimo offrono 
380 indovinelli e 92 proverbi ; e i doppi sensi di quelli e le teorie di questi acqui- 
stano procacita esotica in canzoni austriache d'amore accompagnate da melodie 
popolari, in romanze spagnuole, in canti a ballo magiari (non ve ne ha meno di 
107), in racconti zingareschi della Serbia, in facezie tedesche di Steiermark, in novelle 
della Bassa Austria (n. 158), in usi, pratiche, espressioni e motteggi liberi delPAlsazia. 

Archivio per le tradieioni popolari. — Vol. XXIII. 33 



25 S ARCHiVJO PER LE TRADIZIONI POPOLARl 

E non e tutto. 

\n una specie di miscellanea sono esposti van casi gravissimi di anormaliU 
sessuali e an^tornkKe. Notevoli quelli di una giovane con una terza gamba e due 
altre mammeUe oltre te ordinarie. Notevole egualmente altra donna con si consi- 
derevole sviluppo di harba da degradare quella di un guastatore. (Questo teraa 6 
al presente ragfone di curiosi studi nella rivista parigina L*Hypnotisme del 
D.r Behilon}. Parecchie domande sono esposte in brevi articoli, e v'6 una mezza 
doizina di recensioni di libri che rientrano nel campo ^eXVantropofiteia. 

Se ne togli pochi collaboratori, solo il Dr. Krauss ha sostenuto Timmensa fa- 
tica del rai:cojj^iiere, orJinare, tradurre e dare in luce tutto questo. pgli, h I'ar- 
dfto auture del la presente pabblicazione, la quale susciteril pareri diversi secondo 
clw si parta dal principio strettamente scientifico o dal principio puramente ed 
esclusivamente morale. Ai partigiani degli uni ed ai partigiani degli altri si rivolge 
per poco I'Autore nell'flvvertenza al secondo volume, dopo di avere nella prefa- 
zjone al pHmo ptantato come base il proverbio francese: 

C'est en montrant le vice a nu 
Qu^ Ton ramene k la vertu. 

Checche ne ^ia, questo e innegabile : che il corpo delle tradizioni da noi racco- 
glitori presentato fin qu^ manca ancora di qualche cosa per potersi dire completo: 
manca dell'elemento cniptadjco o scatologico, che 6 quanto dire libero. 1 popoli che 
noi abhiamo posti in eviden?;a per le loro costumanze e pratiche, e piu per la loro 
letteratura orale, non hanno solo Taspetto che mostrano, ma ne hanno anche un 
altro ben diverso, in faccia al quale abbiam dovuto per pudore abbassare gli occhi 
e tinj^ere di non accorgercene. 

Non c'illudjamo; il popolo ^ un impasto di buono e di cattivo, di bello e di 

bmttOt di onesto e di disunesto. 

G. PlTRfe. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



ANGELO ZENNARO, Vocaboli e prcwerbi 
Chioggiotliy Venezia, Pellizzati 1905. 
In-8% pp. 56. 

Dei vocaboli alcuni son propri, altri 
storpiati da quelli general! e particolari 
del dialetto veneto. Ouali sono figurati 
e quali della parlata lurbesca e conven- 
zionale. Da ci6 le differenze che saltano 
agli occhi di chi percorre le seicento e 
piu voci schiettamente popolari del glos- 
sario. 

Dei proverb! il Zennaro scrive: < Se 
parecchi se ne troveranno di comuni ai 
proverbi veneziani, salvo le differenze 
del dialetto, i piu perd sono esclusiva- 
mente del popolo chioggiotto, ed in rela- 
tione colle sue abitudini, vitto ed origi- 
nal! costumi ». 

Se non che, scarsa materia paremio- 
grafica italiana deve egli aver avuta 
alle man!, altrimenti avrebbe veduto che 
la raaggior parte dei suol proverbi sono 
comuni non solo ai dialetti di Venezia 
e del Veneto, ma anche a quelli di altre 
region! d'ltalia. Le prove son 11, nelle 
raccolte del Cassani per Trieste, del Sa- 
maraniper la Lombardia, dell'Ostermann 
pel Friuli, del Giusti-Capponi-Gott! per 
la Toscana, del Zanazzo per Roma, del 
Finamore per gli Abnizzi e via dicendo. 

1 proverbi, post! come il Zennaro ebbe 
di quando in quando a sentirli, sono 377. 



ANTONIO PILOT, Un capitolo vcma- 
colo inediio contro il giuoco. Capodi- 
stria,Cobol e Priora 1905. In 8% pp. 11. 

— Contro gli astrologhi ed indovini, 
Ivi, 1905. In-8*, pp. 8. 

11 Lotto publico in Venezia, ereditato 
da! Genovesi e accolto dal Governo della 
Repubblica, aveva avuto nel 1590 come 
precedent! unalotteria con premi nel 1521. 
Era una delle varie forme dei giuochi, 
rovina delle famiglie, causa di delitti. 



Un capitolo inedito d'anonimo cinque- 
centista lo biasimaarditamente: e questo 
capitolo, documento di storia d'una vita 
forse non del tutto finita, mette in luce 
il D.r Pilot. 

Altro documento del tempo 6 un capi- 
tolo Contro gli astrologhi ed indovini 
del medesimo anonimo: dal quale il Pilot 
si propone di trarre profitto per illu- 
strare anche nelle minuzie il sec. XVI 
nella Repubblica veneta e pure offrire 
un contributo alia storia della fortuna 
dell'astrologia in Italia. 

•Entramb! quest! componimenti son pre- 
ceduti da introduzioni, le quali valgono 
piu dei componimenti medesiral. 



HENRY S. WELLCOME. Hen fedve- 
syaeth Kymri^. (Ancient Cymric Me^ 
dicine). Burroughs Wellcome a. Co. 
London 1905. In-i6*, pp. 52. 

Specie di nota prevent! va d'un lungo 
lavoro sugli antichi metodi curativ! in 
uso presso popol! civil! e non civil!, 
queste pagine sono un ricordo storico 
di ci6 che I'Autore comunicd airassem- 
blea della « British Medical Association » 
di Swansea nel 1903. Pagine important! 
per le notizie nuove nuovamente messe 
in luce, che il sig. W. offre, e special- 
mente per i disegn! relativi ai rimedi 
suggestiv! impiegati da! Druid! in rit! 
mistici, in sacrifici di prigionieri di 
guerra, in pietre e sass! prodigiosi, in 
istrument! miracolos! e in molt! altri 
oggett! che hanno rapporti con pratiche 
e credenze dell'antica terapia materiale 
e morale. 

Stando a questo saggio I'opera di 1^ 
da pubblicarsi dovrebbe riuscire cu- 
riosissima per il folk-lore cosi come per 
la storia della medicina e, in generale, 
della vita dei popol! . 



26o 



ARCHIVIOPER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Mumie als HcUmiitcl, von Prof. Dr. 
ALFRED WIEDEMANN, Bonn. Elber- 
feld 1906. ln-8% pp. 38. 

fe un estratto dalla Zeitschrift des 
VercinsfUr Reinische und Weslfdlische 
Volkskunde, ed ha per tema : la mummia 
considerata come mezzo curativo: tema 
in apparenza sterile, con che il prof. 
Wiedemann ha saputo fecondare con 
molti fatti antichi e modemi e con ampia 
conoscenza della letteratura, in vero non 
iscarsa nel genere. Diciamo « lettefa- 
tura », ma la parola non e esatta, perch6 
un vero lavoro nel genere non esiste: 
e rha creato il W. facendo capo a no- 
tizie e ad appunti sparsi in un centinaio 
di libri, memorie, relazioniche nonsempre 
dal titolo son da giudicare buoni all'ar- 
gomento della terapia mummiesca. 

Egli 6 cosl che la medicina popolare 
ha ora una nuova pagina, strana, ma 
istruttiva sulle aberrazioni specialmente 
antiche dello spirito umano. 

P. 



G. MEGALI DEL GIUDICE, AW paese 
della Fata. Reggio di Calabria, D'An- 
gelo 1905. ln-8* pp. 141. 

/ canti della culla, titolo del primo 
dei tredici scritti di questo volumetto, 
sono un saggio di ninne-nanne calabresi 
di Reggio. 

II bambino cresce e comincia a bal- 
bettare le prime parole, argomento di 
un secondo scritto. Vengono i Giuochi 
fanciulleschi, terzo scritto, tra i quali 
prevalgono le formole per far la conta. 
Quarto, TJamore e le sue canzoni, pochi 
canti amorosi in forma di ottave alia 
siciliana a rime alterne, ai quali segue 
un mazzetto di Camoni d'amore e di 
sdegrio. 

Da questo quinto si passa al sesto 
scritto : Sul nionte sacro, descrizione 
della festa settembrina in onore della 
Madonna della Consolazione in Reggio, 
festa preceduta da sette orazioni so- 
lite recitarsi nei sette Sabati che la pre- 
cedono. L'autore chiama IJode dei sette 
Sabati queste orazioni, che rivelanofin 
dai primi versi la loro recente fattura, 
non anteriore al 1837. 

L'ottavo ed il nono scritto parlano del 
Naiale e del Gioi'edl Santo \ il decimo 
delle Feste campestri in primavera^ e 



I'undicesimo di megere, stregonerie, 
diavoli e folleiti. Cinque Fiabe, dei tipi 
piu conosciuti, tutte in dialetto reggino, 
chiudono il libro, il cui contenuto e bel- 
lamente sintetizzato nelle ultime quattro 
pagine Prima dell'indice. 



Almanacco Italiano. Piccola Enciclo- 
pedia popolare della vita pratica ecc. 
Anno X, 1905. Firenze, R. Bemporad 
& figlio, Editori. 

Parecchie dozzine di pagine accoglie 
questo decimo anno deir Almanacco della 
Casa Bemporad. Gli Alba nest d' Italia 
(224-228) di Oreste Dito sono cenni della 
religione, dei canti, degli usi, delle nozze 
delle colonie italo-albanesi in Calabria 
ed in Sicilia illustrati con otto fototipie 
di costumi. - Usanze c costumi tradi- 
zionali del popolo italiano (504-533) k 
un titolo sotto il quale si sarebbe potuto 
includere anche il precedente, perche gli 
Albanesi d'ltalia, quantunque bilingui, 
fan parte pure della popolazione ita- 
liana come lo fanno gli Sloveni del Friuli. 
Sotto quel titolo vanno due regioni : le 
Marche e la Toscana. Nelle Marche, di 
V. Boldrini, si discorre delle maggiolate 
(e se ne riferiscono i canti) e di alcune 
pratiche degli innamorati, di usi nu- 
ziali caratteristici. Come di costumanze 
storiche si parla della giostra del toro 
e del tiro al gallo, abolite dal Govemo 
italiano nel i860. A capo d'anno un can- 
terino con un sonatore di tamburo va 
in giro facendo, a forza di auguri, una 
questua, proprio come nel Veneto si fa 
pel giomo di S. Martino. Pronostici 
traggono le giovani ed i fanciulli il i» ed 
il 6°di dell'anno, quelle pel futuro damo, 
questi per i doni della befana. Proces- 
sioni, mercati, fiere, costumi, tipi, ol- 
trech^ scene, paesaggi ecc. appariscono 
piu evidenti in 32 fototipie. 

Piu caratteristiche sono le usanze to- 
scane descritte da Giuseppe Conti, il 
quale ha saputo scegliere trovame 
delle veramente speciali : in Firenze, le 
fiere di quaresima, la scala di mezza 
quaresima, lo scoppio del carro, la festa 
dell'Ascensione con lo spaccio dei grilll, 
quella di S. Giovanni, Taltra della Ma- 
donna con le reficolone, la fiera degli 
uccelli; neirimpruneta, lafiera; in Siena 
il palio: con 24 disegni in litografia e 
costumi e scene in fototipia. 



RECENTI PUBBLICAZIONI 



261 



RECENTI PUBBLICAZIONI. 



BALLADORO (A.). Leggende popolari 
veronesi. Napoli, Priore 1905. In-4», 
pp. 7. 

BIANCHI (Quirino). L'evoluzione del 
Diavolo nella delinquenza. Napoli, Stdb. 
Tip. F. Lubrano 1905. 

CHIARINI (Gino). Romeo e Giulietta, 
La storia degli amanti veronesi nelle 
novelle italiane e nella tragedia di 
Shakespeare, nuovamente tradotta da 
Gino Chiarini. Firenze C. C. Sansoni. 
ln-16, pp. 293. 

D*ANCONA (A.) La poesia popolare 
italiana. Studj. Seconda edizione accre- 
sciuta. Livomo, Giusti 1906. In-i6«, 
pp. 571. L. 5. 

DE GUBERNATIS (A.). De Sacountala 
a Griselda. Rome, Forzani e C. 1905. 
ln-8. pp. 32. 

Per la Calabria. Numero unico. Sa- 
lerno, Fratelli Jovene 1905. (contiene vari 
scritti di tradizioni popolari). 

PiTRfe (G.). La vita in Palermo cento 
e pid anni fa. Palermo, Alberto Reber 
Editore 1904-5. Vol. I, pp. XV-422; 11, 
474. L. 10. 



Chaminade (Eug.) CASSE (E.). Chan- 
sons patoises de Perigord avec adap- 
tations en vers Macs en rythme mu- 
sical. Paris, Champion ln-8», pp. 68. 
Fr. 2,50. 

REINACH (Sal.). Cultes, Mythes et 
Religions, vol. 1. Paris, E. Leroux,i905. 



DELEHAYE (Hippolyte) Les l^gendes 
hagiographiques. Bruxelles, Society des 
Bollandistes 1905. In-S", pp. Xl-264. 



ANNANDALE (Nelson). The Faroes and 
Iceland: Studies in Island Life. Oxford 
Clarendon Press 1905. 



BIDPAI. Kalila and Dimna, or the 
fables of Bidpai* translated ivum the ara- 
ble by Windham Knatch hulL Roma, 
Stamp. G. Balbi 1905. In 16°, pp. XIJ-55Q. 

Parker (K. Langloh). The Enahlnvl 
Tribe: A study of aboriginal Life in Au- 
stralia. With an introduction by a. Lanj^. 
London, Constable 1905. In-S". 

THOMAS (Northcote W.). Crystal Ga- 
zing, its Histor>' and Practice,' London, 
Moring 1915. In-i6», pp. XLIII-i6jj. 



ANDREE (R.). Votive Weihegahen de.s 
katholischen Volks in Siiddeutschland. 
Ein Beitrag zur VolkskunJe. Braun* 
schweig, Vieweg und Sohn, 1904. 

JOHN (Alois). Sitte, Brauch und Volks* 
glaube im deutschen WestbChinen. Prag, 
J. G. Calve, 1905. In 8", pp. xVll-458, 

JODAN (Leo). Die Sage von den vier 
Hairaonskindern. Erlangen, /uniie,lii-s% 
pp. 198. 

SCHUMANN (Colmar). LUbecker Spiel- 
und Ratselbuch. - Neue Beitrage zur 
Volkskunde. Liibeck, Gebriider Borchers, 
1905. In-8^ pp. XXIl-208. 

SCHWINDT (Th.). Finnische Volks- 
trachten. Helsingfors Yrj6 Wejlin 1905* 
In-8'>, pp. Vl-20. 16 Tav. 



KUNOS (Ignaz). Turkische Volks- 
marchen aus Stambul, gesammeit. Ober- 
setztund eingeleitet. Leiden, Brill, 1905 
ln-80, pp. XXXII-410. 



GHESQUIERE (Remi). 300 Spelen met 
Zang verzameld in Vlaamsch-Belgeriland 
en voornamelijk in West-VLianJeren. 
Gent, A. Siffer 1905. In-8«, pp. xin-a4j. 



262 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



SOMMARIO DEI GIORNALI. 



ALMANACCO DELLEFAMIGLIECRI- 
STIANB per l*a. tQo6., a. XXI, pp. 25-28. 
Nella Delia Pietra; // Palio di Siena, 
de&crizione accompagnata da due illu- 
stration). 

ATTr DEL CONGRESSO INTERNA- 
ZIONALE DI SCIENZE STORICHE. 
V. IX : rp* 195-313; A. Agostini : Le con- 
di:^ioni dti coHtadini salariali in Sar~ 
d£j^iia alia vigUia della Rivoluzione 
frantffstr, 

GIORNALE STORICODELLA LETTE- 
RATURA ITA LIANA. Torino 1905. Vol. 
XLVI, fasc. 1-2. V. C\3.^: SuWuso della 
camicia. 

GIORNALE Dl SICILIA. Anno XLV, 
n, 78. Palermo, 19 Alarzo 1905. sobi (11 
debrando Bendvenni>: E' slatoildiavoio, 

N, tS:, 7 Iu|:liD, P. Bellomia-Lo Re: 
/ canii pop. %i<:tliafii^ a proposito d'una 
tesi di magtstero in Roma. 

LA GAZZETTA DI NOVARA, a. IX, 
nn. 844 e B45. 23-34. 37-28 Die. 1905. 
A. Massara : Tipi t rostumi di cam- 
pagiia. IX. II ^ camltianle >. 

A. X, nn. 8$u ^53, T 7- 1 8, 20-21 Gen- 
ii aio 1906. Lo stesso : X. Germogli di 
campo^ usi e can^onette infantili del 
Novarese. 

LA TRIBUNA SCOLASTICA, a. II, 
n* 8* AMlano, 2. Die, \^^. Usi e coslumi 
di Calabria. - A. Rizzuti : / canti del 
Popolo Calabrese, 

L'ORA, a. VI, 1905. n. 65, 6 Marzo: 
G. Ragllsa*Moleti : 17 Carnevale in Si- 
cilia , 

Nn. ro7 e lai, xi Aprile, i Maggio. 
li pjtri^alorio e le attime sanle nella 
coiict':::itiite pop^ siiiliana. 

N. 141. 27 Ma^K't^* II sentimenlo ma- 
ter'iio ni'i i:aHii pofK sic. 

VORh JLLUSTRATA, a. II, n. 20, 
14 Maggio 1905. /'W/e t t'ligiose popolari: 
M volo degli angeli in Ottaiano per la 
ricorrenza di S. Michele Arcangelo. 

N. 36. aa Giugno Montevergine, porta 
religiosa popolare di Napoli, illustrata 
con tre tavole In fototipia. 

NtCCOLO'TdMMASEO,annon,i9o5. 
N. 7-Si LugliCH-Agosto. C. Musattl: La 



leitera d*una slrega veneziana del cift- 
quecento. - A. Balladoro: Qitela dvla 
paUy novellina Veronese. - G. B. Corsi: 
V'oci di campane senesi. - Un bruscello 
del contado huchese. Continua ai n. 9-12. 
- F. Seves: Leggende alpine, 

N. 9-10, Sett.-Ott. L. Bonngli : Slefano 
Guazzo e la sua raccolia di proverbi. 
Continua ai nn. 11-12. - C. Musatti: 
Modi di dire del pop. veneziano, - A. 
Balladoro : Tre indovinelli aneddoti del 
Contado Veronese. 

Nn. 11-12. A. Balladoro: G. C. e s, 
Pieiroy tre leggende pop. veronesi. - 
G. Giannini : Un bruscello del Contado 
lucchese : continuazione e fine. - Balla- 
doro: St. grullerie degli abilanti di 
Zago. - H. Prato: medic ina pop. livor- 
nese: terapeutica mistica: benedizione 
della risipola. AlPultima pagina di questo 
fascicolo leggiamo non senza vivo rin- 
crescimento: « 11 Niccold Tommaseo non 
avendo trovato nel pubblico italiano quel 
favore che si riprometteva, cessa con 
questo numero le sue pubblicazioni ». 



REVUE DES TRADITIONS POPU- 
LAIRES, T. XX., n. 11. Nov. 1905. L.-G. 
Seurat: Legendes des Paumotou nel- 
rOceano pacifico del Sud. Continua al 
n. 12. - Les taches de la lune. - P. Se- 
billot: Le corps humaine: I denti degli 
adulti. - R. Basset: I^s villes englou- 
ties.-L. Desaivre : Les traditions pop. et 
les ecrivains fran^ais. 

N. 12. Pelerins et p^leHnages, CXLVII 
-CLV. - H. de Kerbenzec: Devinettes 
de I'llle-et-Vilaine, VI., n. 113. 

FOLK-LORE. Vol. XVI, 3 Sett. 1905. 
Albinia Wherry: The Daticing-Tower 
Procession of Italy. lUustra spettacoli 
devoti nei quali si trascina e conduce 
in giro dove un carro trionfale, dove 
giganteschi ceri, dovepiccoli bastiraenti. 
Cosi vengono richiamati la Rua di 
Vicenza, la macchina trionfale ^ ossia il 
Cero di S* Rosa di Viterbo, i Gigli 
di Nola, la Vara di Messina, i Ceri di 
Gubbio. Lo scritto h accompagnato da 
cinque tavole in fototipia. -A. B.Cook: 
The European Sky God, 111 - Cone- 
spondancc. - Reinews. 

N. 4. Die. 1905. R. E. Dennet: Ba- 
vili Notes, con due tavole di costumi. 
- M. Gaster: The Legend of Merlin. 



SOMMARIO DEI GIORNALI 



26^ 



-N. W: Thomas: The Religious ideas 
of the Arunta. - Collectanea: Dennett.* 
Notes from South Nigeria. - R. C. 
Maclagan : Additions to the Games Ar~ 
gyleshine.- Correspandance .- Reviews. 
Vi si parla di recenti pubblicazioni di 
Sal. Reinach, J. A.Dulaure, R. Andree, 
P. Eherenreich, N. Annandale. 

ZEITSCHRIFT DES VEREINS FUR 
VOLKSKUNDE, 15 Jahrgang 1905, n. 4. 
P. Toldo: Alls alien Novellen ecc. 
Continuazione e fine. Illustra due altri 
tipi di novelle. - Th. Zacariae: Zum 
Doktor Allwissettd. - Karl Dieterich: 
A us neugriechischen Sagen. - A. En- 
giert: Die menschlichen Altersstujen 
in tfort und Bild. Per la storia biblio- 
grafica dei Hbri popolari crediamo degno 
di essere rilevate le Italienische Ot- 
taven z^on J. Chr. Artopeus ecc. (pp. 
404-412), le quali figureranno al certo, 
nel! 'opera che viene preparando il D'An- 
cona. - P. Beck: Die Bibliothek eines 
He.renmeisters. Elenco molto ricco e 
molto interessante di libri pubblicati in 
Europa sull'argomento di streghe, ma- 
liarde, negromanti ecc. ecc. Contiene 
123 numeri, con un'aggiunta dell'in- 
esauribile Bolte. - K. Relterer: Beschwo- 
rung der heiligen Corona. - Kleine Mit- 
ieilungen. Egualmente curiosa e una 
raccolta d'iscrizioni murali, specialmente 
nelle case, fatta da Aug. Andrae. Le 
iscrizioni sommano a 38. - Bcrichte und 
Bilcheranzeigen. Rassegna della lette- 
ratura popolare tedesca nel 1904, della 
danese, e di recenti pubblicazioni di Yer- 
moloff, di Hackmann, di Stumme, 
Bacher ecc. 



ANZEIGER DER ETHNOGRAPHl- 
SCHEN ABTEILUNG DES UNGARI- 
SCHEN NATIONAL-MUSEUMS 111. I. 
Budapest 1905. S. Karoly; Das Sz4kler 



Haus des Hdromszeker < S^entfofd w, 
Studia i tipi dei tetti di certe case di 
Ungheria. - Gonczi fewncz: Bntnnen 
und Steige im Gocsej. Fontane e pozzi, - 
Szabo Imre: Weihnachtc-ti der Dez>aer 
Csdngd'Sz^kler: due giuochi della notte 
di Natale, con canti popolari, - D, Se- 
mayer Vilibald: ^oguILuh Osijakische 
ornamentierte Rindenjtit-f'ds&t. - I 'otizf-' 
Gaben aus Trans-Danubiefi , ex-voto 
in terracotta ecc. - Biro Lajos: Daifn 
zu r Schiffa rt u . Fischert i dt • r Bisma 1 ck- 
Insulaner. Forme diverse di liarcbe, at- 
trezzi da pescare, omamenti ecc. dl 
quegli isolani. 

Tutto il fascicolo h illustra to con un 
gran numero di disegni in fototipia* in- 
cisione, ecc. 

THE JOURNALOF AMERICAN FOLK- 
LORE. Vol. XVIII. LugUo^Sett, 190S- 
n. LXX. 

Crawford H. Tay: Aftwiean Human 
Sacrifice. - Jones: The Al^mtkifi Afa* 
nitou. - Ph. Barry: Tf adit ion at Bal- 
lads in New England. II, So no cinque 
ballate con note vol i variant! siia di testo, 
sia di melodia popolare. - F. A. GoUer : 
Aleutian Stories. N.6. Leggende. -T. M. 
Borba: Caingatig Delug*' I^'gend. Tra- 
duzione inglese dairoriKinaleportoKhese. 

- A. F. C. a. 1. C. C. Record of Ame^ 
rican Folk- Lore. 

N. LXXI. Ott. Dicembre 1905, Clark* 
Wissler: Tlie Whirlitvind a, the Ffkin 
the Mythology of the Dakota. - Fr, La 
Flesche: Who was the Mddicine Jftui/ 

- A. F. Herrick: Cupif's Arroii\ - F, 
R. Walker: Siou:f Gaines^-Ph, Barry : 
Traditional Ballads in AWt? fingland, 
111. - Notes a. Queries. - BibHograf^hiciil 
Notes. Recenti pubblica^^toni di K. Mul- 
ler-Fraureuth, Fr. S. Krauss, M, Mauss, 
Eulalie Osgood Grover, Dem. A. Pe- 
truakakos. 

G. P1Tr£. 



NOTIZIE VARIE. 



Una curiosa Esposizione storica d'og- 
getti rari ed interessanti in relazione 
con la medicina, la chimica e la farmacia 
di prossima apertura viene preparando 
Londra il sig. Henry S. Wellcome. Sarii 
in divisa per professioni, ed accoglier^ 
dipinti, disegni, incisioni, stampe, rela- 
tive a medici,.chirurgi, alchiraisti, spe- 
ziali, levatrici; formule di ricette, anti- 
chi ex-voti, amuleti, emblemi, talisman! 



di popoli civili e di popoH selvaggl: in* 
segne di antiche corporazioni . antichi 
diplomi, reliquie di chlrurKhi, dentisti, 
strumenti ecc. ecc. La traJizione vi entra 
per molto, giacchd Targomento rappre- 
senta future pagine del costume. 

— II 7 Aprile 1905 3 1 prof. A, Vecoli 
del R. Liceo di Arezzo tenne all-Univer^ 
sit^ popolare una leziune sulJa * orlgire 
dei cantamaggi toscani *, 



264 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



— II 10 dello stesso mese I'avv. G. 
Amalfi tenne in Salerno una conferenza 
su Masuccio Salemitano ed il suo ^t No- 
vellino ». 

— It cav. Luigi Mannocchi di Petritoli 
ha dato 1 'ultima mano al suo « folk-lore 
della provinda di Ascoli Piceno », il 
quale, benchfe manoscritto, e stato pre- 
miato con una medaglia d'oro nella Espo- 
sizione di Senigallia del 1904 e con una 
altra in quella di Macerata del 1905. 

L'opera e contenuta in 1183 pagine e 
divisa in quattro parti: i» Storia del 
Piceno; 2" Stomelli in fermano e in asco- 
lano, canti narrativi e religiosi, novelle 
e fiabe, pregiudizl e superstizioni , indo- 
vinelli e giuochi, proverbi, calendario 
popolare ; 3° Feste ; 4* Poesie inedite dei 
migliori poeti dialettalidi quelle provincie. 

— II prof. A. Massara, nostro colla- 
boratore, prepara per la stampa un vol. 
di tipi e costumi di campagna. 

— Dal 16 aprile al i« ottobre 1905, si 
venne rapresentando in Nancy la < Pas- 
sione di G. Cristo», in tutto e quasi per 
tutto come il famoso dramma di Oberam- 
mergau. Costumi e scene furono fedel- 
mente ritratte sui luoghi santi e sopra 
quadri ed opere d'arte dei piu grandi 
artisti, Van Dyck, Rubens e Rembrandt. 

La € Revue des voyages > di Parigi 
del mese di maggio di quest'anno d^ in 
proposito particolari curiosi. 

— II 18 agosto del 1905 si fondava in 
California una sezione della fiorente « A- 
merican Folklore Society > che ha la sua 
sede in Boston. Questa sezione si pro- 
pone rincremento dello studio delle tra- 
dizioni popolari; e ne sono presidente 
e segretario i Signori F. VV. Putnam e 
A. L. Kroeber, entrambi professori aH'U- 
niversitd di California. 

Le prime letture tenute nello scorso 
ottobre sono state specialmente rivolte 
al folklore giapponese. 

— £ sorta una Society Portoghese di 
Folk-Lore in Porto, la quale viene rac- 
cogliendo dei libri per una biblioteca folk- 
lorica. Chi voglia mandame si rivolga 
al sig. Alfredo F. de Faria, a Porto, 199, 
rua Formosa. 

— La Casa editrice Fritz Lehmann in 
Stuttgart viene pubblicando la seguente 
opera illustrata con splendide fototipie : 
« Kopf-und Gesichtstypen ostasiatischer 
und melanesischer Volker » del Dr. 
Bernard Hagen. 

— Nata a Varese (Lombardia) nel 1830, 
6 morta a Milano il 12 Gennaio 1906 la 



signora Felicita Morandl, autrice dei 
4(Proverbi della zia Felicita > (Milano, 
1872, 1879, 1885). 

— Corrado Avolio, noto agli studiosi 
per il suo vol. di « Canti pop. di Noto > 
(Noto, 1875) cessava di vivere il i« Set- 
tembre del 1905. 

— w. Matthews, antico Presidente 
della « American Folk-Lore Society * au- 
tore di una raccolta di < Navaho Le- 
gends » (Boston, 1897) e di un bel numero 
di studi tradizionali, e morto in Washing- 
ton, sua patria, all'etA di 62 anni. 

— I giomali d' Italia aegli ultimi di 
dicembre 1905 rimpiangono la morte im- 
matura di Severino Ferrari, avvenuta 
a Colle Gigliato presso Firenze la notte 
di Natale. Egli contava appena 43 anni. 
Collaboro 3i\VArchivw con una raccol- 
tina di canti popolari di Pietro Capo- 
fiume (cfr. vv. VII, VllI, X): e di6 in 
luce quella mirabile < Biblioteca di Let- 
teratura popolare ital. (Firenze, 1882-83) 
che e dei migliori documenti per la storia 
della poesia popolareggiante. 

II nostro compianto accompagna la do- 
lorosa dipartita. 

t entrato nel II anno Puccetiino, gior- 
nale illustrato pei fanciulli, che si pub- 
blica a Milano dalla Societa Editrice 
Lombardi, Muletti e C. Lo ha fondato 
fe dirige il prof. Mario Manfredi, che 
parte dalla sana idea che si debba tor- 
nare ai principi, derivando dalle tradi- 
zioni di tutti i paesi e di tutti i luoghi 
la materia per i piccoli lettori. Puccel- 
tino infatti ritrae dalle tradizioni di 
vari popoli, ma sopratutto da quelli del- 
ritalia; e, senza alterare il fondo, sa bene 
adattarle alle tenere menti. Questi cri- 
teri saranno discutibili agli spiriti forti 
della moderna pedi-spicosofia, i quali 
vagellarono a voler mandare al bando 
novelle e racconti che deliziarono centi- 
naia di generazioni, compresa la loro; 
ma non potranno non trovar seguaci in 
quanti cercano il bene dove lo vedono, 
e se ne servono alia educazione ed al 
diletto delle anime infantili, non ancora 
lo diciamo con una frase di Michele de • 
Montaigne, sofisticata del vero. 

— II Dr. Ricardo Severo ha comin- 
ciato a pubblicare in Porto il 2. vol. del 
suo periodico: PorlugaHa, materia per 
lo studio del popolo portoghese. 

— S'annunzia la prossima pubblica- 
zione d'un vol. di Geroic Romances of 
Ireland, tradotto in prosa e in poesia 
inglese con prefazione, introduzione e 
note di A. H. Leahy. 



NOUZIE VARIB 



265 



N& sarA editflce la casa David Nutt 
in Londra, 

■^- Col titoio d1 AnikropifS veJra fa 
luce in Salisburgo (Austria 1 un perio- 
dico tUustmto intemazionfile Jj Bn<>' 
[ogta e della scienza del lingua^^^io a 
cura del P. W. Schmidt. Vi coUaNjre- 
ninno molti missionari, e v1 sara illu- 
strata la vita in telle ttuale Je' diversi 
popoli. le lOTO sa^he e lejiitenJet i loro 
pmvarM. la i>oesia, la musica, la danza. 
I 'arte pH>p<jIare* i costumL la morale, le 
credenze. 

— Domenka, it marzo rgoG il prof* 
Enrico Filippini del M, Liceo di SonJria 
In Valtellina tenne per la Dante Ali- 
ghieri una conferenza sopra La nostra 



ieii£f-^iura /a^pofar^. Egti con rapida 
sintesf e particolare conoscenza passd 
a rassegna i vari generi di letteratura 
popt>lare, fermandosi speciplmente sui 
canti. Au Vallcllhta del r^ di quel mese 
R'intrattenne a lungo della geniala con- 
ferenza^ 

— Lucien Decomh^j autore d'un lodato 
Hhro di Chan sous pap. trcnriiU^s dans id 
drpattrrftetU d'Iih*'t't- I'Uairie C Rentes 
Tfi84j moriva a 72 ariivi in pairia. che 
era appunto quesi'ullima citta* 

— Lianel Eonnemere di OngerSn mo- 
riva in Pa rig i 11 29 novembre 1905 a 63 
anni. Pu uno dei piii attivi schttori 
delia R^'Mf di^x iraii. papulairi^s. 



I Dirriiort: 
Glt^SEPPE PURE 

Salvatore Salomon e-marino. 



Cfrle — SlabiUtBrtito Tipogmlico CJ. Caieila — One 



^ 



-••a^as? 



P: 



liiiifliiiiii 




II 



OFERE DEL D R 6I USEFPE FITR^ Dt PALERMO 



raccolt-^ 



tlelie iiLiuifjivm i m \jLAni y} 

' illustrate dal DoU. OIUSEPPE PlJIItJa' 



Oanil ticfiolttrl 

tJi ■ ... 10 - 

pat:,. I'Af .*,,.,,.,,,* 4— 



30- 



Qiitoct 



! pcrpoUn ilcUlMie. 






tl ■'/ i ■ ■ ■ . f fMnn- 

McMl^rlTiJt ftOTJoljiTft wt**iliivtl4i, t \\*i 



&- 



Itniftia, del 









CURI05ITA POPOLARI TF?ADIZIONflLI 



raced ta •''■ 



I ' - , . . 



dal Dott. Gll'-ri"" '"^"f 



ito- 



U f prv^z *j I tt Aj, a^ — jrn n t: y 



Ukmb 'ii'"" I'pafeioiii Tiiiiolari iu Iklin 



-T ftiiiccDcii: tn-rai^ 



t.i. 



> CLA11SJ:N . 
TORINO 



Vol XXlll. 



Faae. I. 'I. 



r 



~^ 



ARCHIVIO 



PEH LO 



OEtl^K 



TRADIZIONI POPOLARI 



•RIVISTA TR'M'CiTRALE 



Diarr , 



6. PfTRt E 5. 5ALuj'iuNE-MAFitN0 



V 



TORINO 
TARU) CaJlUSEN (HANS RINCK Sue. ... 

Uteklo dfiU* Vu. UN. tl R« * l« R«jtini 
1906. 



PabliUcato il 30 Novembre 1906 



r 



SOMWAKIO mi PRESENTE I^ASCICOLO 



'[' 



'^■;si,v cis.il. '-I m J . V n 



VIL Arte isutJ^urate 

vm, s 

IX. Vaiu ........ 

I pre-^iudizi votgari combattuti daun v^rs^gH^tnre \vn^>7i:^jiM 

Je! -ri. XVll ^G«8AKB MeSATTfi 

ine del popoliau napoteta«o suiiji rccciite tru- 
^-.M,v a^i Vesav'io (MA0BCIH) 
Leggende po|jol:iri pietnonlesi (Buclidje .Mif.\v 
Quattro canzonl e una mnna-narttia in .m- 

Lo Qkti>icsI , 

CanWene popobri f3tndylle*k:lie usate a Cheiso il. \.C^.\j w 
Iropronte mer^ivigiiose in ttalb - 

CXLVIIL Le ginocchia di S. Valeriano 
CXLIX. Le diUi dri diavcjlo $ulia Rocta di w.iv-.iu 
CL !l piede del dbvofo m Satemo i;G. P.) 
I piedi Ji G,. Cr^ ma (A* (1% villi » 

L>jngif>^_ ';pressione tiJEi:e::.e « Fasmr d iabac** 

(A. I. ^u| 

[Toesie p^jpobte^che del icorJate nell'Ia- 

a del Bi:^ 
' :aa di aiu.^.. 

f ionic he frn S: 



P<ig. 267 






r '-ry.niin s^rdt? itja^^eiTj:: t'OllUauj 



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MAGIA E PREGIUDIZI 
IN P. VERGILIO MARONE i) 



VII. Arte augurale. 

I. L'Egloga IV. - a. Omina precedent! il matrimonio. - 3. Omina dedotti dai ca- 
valli. - 4. Tritonia. - 5. Laocoonte. - 6. Omen di lulo - 7. Aceste. - 8. Prodigi 
presso il re Latino. - 9. Tolumnio. 

Sarebbe troppo lungo, dovendo discorrere deirarte augurale in 
Vergilio, il prendere in esame uno per uno tutti i iuoghi accennanti 
ad omina or tristi, or lieti. Questi omina — fatte poche eccezioni — 
sono sempre, per analogia di caratteri di circostanze, dedotti da 
fenomeni celesti e terrestri, dalle piante dagli animali o da non 
sappiamo quali stravagantissime bizzarrie; e, posta, come base, I'a- 
nalogia, dichiaratone uno, h agevole dichiararne cento, fe vero che 
I'arte augurale si regolava secondo un numero strabocchevole di re- 
gole e di precetti, tutti, in apparenza, suoi propr!; ma se ben si con- 
sidera, il piu delle volte, tirate le somme, per diverse vie si torna 
al medesimo piinto di partenza. Inoltre, questa parte delle scienze 
occulte non trova oggi, gran fatto, frequenti riscontri nelle consue- 
tudini domestiche, come awiene per contrario di altri generi di su- 
perstizione strettamente attinenti aU'arte magica, e gli omina che 
incontriamo nell'epica latina e greca, essendo non di rado parto 
della fantasia del poeta e non avendo perci6 nell'arte augurale che 
un valore molto relativo, f)erdono, in non pochi casi, ogni loro im- 
portanza ed efificacia. Procureremo pertanto di addurne solo qualche 
esempio, tanto afifinch^ il lettore, presa conoscenza di alcuni, possa 
da sfe, qualora ne abbia desiderio, giudicare degli altri. 



i) Continuazione e fine. 
ArehMo per U U-adiaUmi popdari. — Vol. XXUi. 34 



268 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E, in primo luogo, bench^ quasi estraneo al nostro argomento, 
diremo del celebre vaticinio contenuto neli'Egloga IV, considerate 
comunemente da alcuni teologi come una profezia, o almeno come 
affermazione deli'opinione generale intorno alia nascita e venuta del 
Messia rigeneratore del genere umano: 

Sicelides Musae, paulo maiora canamusl 
non omnis arbusta iuvant humilesque myricae; 
si canimus silvas, silvae sint consule dignae. 

Ultima Cumaei venit iam carminis aetas; 
magnus ab integro saeciorum nascitur ordo, 
iam redit et Virgo, redeunt Satumia regna; 
iam nova progenies caelo demittitur alto, 
tu modo nascenti puero, quo ferrea primum 
desinet ac toto surget gens aurea mundo, 
casta fave Lucina, tuus iam regnat Apollo. 

(V. i-io) 

Chi sar^ mai questo fanciullo.? Marcello figlio- di Ottavia, o 
Giulio figlio di Scribonia moglie di Ottaviano? Dopo il IV secolo 
deirSra cristiana si pens5 al Messia. Ma, almeno secondo la tradi- 
zione trasmessaci da Asconio Pediano, pare che il fanciullo sia Asinio 
Gallo, figlio di Pollione, nato in quell'anno stesso a cui TEgloga s\ 
riferisce, ciofe nell'anno della pace di Brindisi, 714 di Roma =40 
•av. Cr. Ci6 h confermato anche da Macrobio {Sat. III). 

D'altronde, come mai, dedicando il carme a Pollione, avrebbe po-. 
tuto il poeta celebrare le lodi del figlio di un altro padre.? Come, nella 
contraria ipotesi, potrebbe spiegarsi il nascenti {chi naace ^ gia nato) 
il modo {or ora) e il demittitur, che dimostra che la nuova gene- 
razione esiste gia di fatto, mentre Vantica {ferrea) cede a poco a 
poco il posto alia nuova, donde i conseguenti futuri desinei e 9urget% 
Tuttavia per non essere facili a condannare Tuso di un testo, che 
ormai, dopo tanto tempo, ha acquistato, come si suol dire, dominio 
nel campo teologico, stara bene awertire con lo Stampini : « Ma con 
ci6 non si vuole punto negare che Virgilio abbia espressamente cer- 
cato di ravvolgere la cosa come in un velo di indeterminate^za e di 
mistero, evitando di nominare in modo esplicito il padre del porten 
toso puer, Cosl si spiegano le controversie che nacquero ben presto 



MAGIA E PREGIUDIZl ^69 

a questo rigUardo, e delle quali sono prova le parole stesse di Asco- 
nio. E cosl si spiega, conseguentemente, come pigliasse consi- 
stenza Topinione che il poeta avesse voluto alludere ad un fanciullo 
della famiglia di Augusto, opinione questa la quale fu rimessa va- 
riamente in onore ne' tempi moderni, ma con argomenti assai poco 
persuasivi. E non h assurdo il pensare, quantunque sia impossibile 
recarne prove sicure, che a dare cotesta forma nebulosa ed incerta 
al vaticinio virgiliano abbia conferito, oltre alia naturale oscurita del- 
Tawenire che la poetica fmzlone rappresentava come realta neirj5- 
gloga, non solo Tintonazione stessa degli oracoli sibillini, ma altresl 
rinfluenza delle profezie messianiche e apocalittiche che con gli Ebr^i 
gia erano a quel tempo penetrate in Roma. Certo gli oracula Si- 
byllina, allora diffusi nelle varie region! dell'impero e conosciutissimi 
dal pubblico di Roma, erano, almeno in parte, opera degli Ebrei di 
Alessandria, come non pare dubbio che vi fosse sviluppato Toracolo 
messianico del cap, XI di Isaia*; 

Prima di compiere qualsiasi atto nella vita, era costume impre- 
teribile di consultare gli auspicii ; e questo aweniva, particolarmente, 
prima della celebrazione del matrimonio. Leggiamo del matrimonio 
di Didone con Sicheo nel I deWEneide: 

cut pater intactam dederat primisque iugarat 

ominibus... 

(V. 345-346) 

Qui per6 Taugure sbagliava, perchfe questo matrimonio fu tut- 
t'altro che felice! 

Piu razionali sono gli omina desunti dai cavalli nel I e nel III 
deWEneide^ p)erch^ il significato simbolico ex-analogia pare almeno 
che piu equamente concordi con Taugurio che se ne trae. 

Nel centro della citta di .Cartagine, fondata da Didone co' suoi 
Fenici, eravi prima un bosco. Ivi, scavando, il terreno, Giunone 
mostra loro una testa di cavallo, simbolo di guerra e di fertility. 
Lucus in urbe fuit media, laetissimus umbrae, 
quo primum iactati undis et turbine Poeni 
effodere loco signum, quod regia luno 
monstrarat, caput acris equi : sic nam fore bello 
egregiam et facilem victu per saecula gentem. 
(Afft. I, V. 441-445) 



270 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E, in memoria del fatto, le monete puniche portavano una testa 
di cavallo. Ma se il cavallo, bellator, ^ giustamente simbolo di guerra, 
come va poi che lo si considera anche simbolo di fertility? RisfX)nde il 
Pascoli: «Nelle Georgiche, I, 12, Vergilio interpretando a modo suo 
il mito, che k marino, pone Nettuno tra gli dei deiragricoltura : iuqt^e 
o, cut prima frementem \ Fttdit equum magno iellus percusaa 
iridenti \ Neptune ». 

E, con la stessa disinvoltura, il cavallo, dapprima simbolo di 
guerra, diventa poi simbolo di concordia e di pace. 

Alia vista dell'Italia, Anchise ^, infatti, tutto attento ad un 
omen, da cui vuol subito trarre indizio del futuro: vede quattro ca- 
valli bianchi che pascolano tra il verde dell'erba, e, atteggiato a pro- 
feta, esclama: « Guerra promette la terra, ch^ per la guerra sono 
i cavalli; ma c'fe anche la speranza di pace, perch^ i cavalli si ag- 
giogano e tirano concordi il cocchio : » 

quattuor hie, primum omen, equos in gramine vidi 
tondentes campum late, candore nivali. 
et pater Anchises < bellum, terra hospita, portas: 
bello armantur equi, bellum haec armenta minantur 
Sed tamen idem olim cumi succedere sueti 
quadrupedes et frena iugo concordia ferre: 
spes et pacis » ait. 

(Aen. Ill, V. 537-543) 

Non si pu6 negare che la spiegazione di questi omina non sia 
abbastanza razionale, ma tuttavia, visto che Vomen h nello stesso 
tempo presagio di guerra, di fertilitii e di pace, cose che fanno ai 
pugni tra loro, bisogna pur conchiudere che, tanto in magla come 
nell'arte augurale, tutto fa buon giuoco, purch^ la saga Taugure 
abbia a qualunque costo ragione! 

Di omina infausti ci offre due notissimi ^sempi il lib. 11, in 
fine del quale troviamo fX)i Vomen fausto di iulo, che determina 
Anchise a seguire Enea nella partenza da Troia. 

Collocato il simulacro di Pallade nell'accampamento greco, non 
tardano, come narra Sinone, a manifestarsi omina di sinistro augurio: 

nee dubiis ea signa dedit Tritonia monstris. 
vix positum castris simulacrum, arsere coruscae 



MAGIA E PREGIUDIZI 



271 



luminibus flammae arrectis, salsusque per artus 
sudor lit, terque ipsa solo (mirabile dictu) 
emicuit parmamque ferens hastamque trementem. 
fAg^n, 11, V. 171-175) 

Calcante k sollecito di dare spiegazione di questi segai tremenda- 
mente fatali — non senza per6 una qualche esitazione, che si desume 
da quel tentanda, come se, dopo il veduto prodigio, diventasse in- 
certo Tesito della navigazione — e si fa maestro di opportuni sug-. 
gerimenti : 

extemplo temptanda fuga canit aequora Calchas. 
nee posse Argolicis exscindi Pergama telis, 
omina ni repetant Argis numenque reducant, 
quod pelago et curvis secum avexere carinis. 
et nunc quod patrias vento petiere Mycenas, 
arma deosque parant comites, pelagoque remenso 
improvisi aderunt: ita digerit omina Calchas. 

(v. 176-182) 

Fra i quali suggerimenti preme assai notare il ni omnia re- 
petant Argis, che allude ad un costume strettamente romano: se 
male riesciva un'impresa, il duce doveva di nuovo tornare a Roma 
a prendere gli auspici; il che naturalmente, si pot^ fare fino a 
tanto che i confmi delFimpero non furono molto estesi. Esteso poi 
rimpero, non era mica la strada delPorto! E allora? Allora Tarte 
augurale non venne meno a' suoi ripieghi: si stabiH che neJIe pro- 
vincie, dove si svolgeva la guerra, si dichiarasse consacrasse come 
romano un luogo, dove potesse il duce facilmente recarsl, qualora 
urgesse il bisogno di nuovi auspicii. 

Eccoci all'episodio di Laocoonte (II, 199-227); ma Intorno a 
questo basteranno poche osservazioni. 

« L'arte di Sinone, scrive il Pascoli, non sarebbe bastata: blsogn6 
che la dea nemica direttamente operasse per togliere ogni conoscenza 
ai Troiani ». E Toccasione si presenta propizia, nel giorno in cui 
questi, per Tottenuta liberazione, preparano un sacrificio di ringra- 
ziamento a Nettuno dio del mare, il quale con le sue onde porta 
via i nemici di Troia. La sorte di offrire il sacrificio tocca a Laocoonte, 
sebbene fosse sacerdote di Apollo, perch^ il sacerdote di Nettuno 



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274 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Dii patrii, servate domum, servate nepotem. 
vestrum hoc augurium, vestroque in numine Troia est. 
cedo equidem nee, nate, tibi comes ire recuso >. 

(V. 692-704) 

E con i fasti di questo glorioso futuro impero si collega pure 
Women, onde Aceste k proclamato vincitore nella gara deirarco 
descritta nel lib. V: 

hie oculis subitum obicitur magnoque futurum 

augurio monstrum: docuit post exitus ingens, 

seraque terrifici cecinerunt omina vates. 

namque volans liquidis in nubibus arsit harundo 

signavitque viam flammis tenuisque recessit 

consumpta in ventos, caelo ceu saepe refixa 

transcurrunt crinemque volantia sidera ducunt. 

attonitis haesere animis supero que precati 

Trinacrii Teucrique viri, nee maximus omen 

abnuit Aeneas, sed laetum amplexus Acesten 

muneribus cumulat magnis 

(v. 522-532) 

In quesVomen Enea ed Aceste ravvisano la benigna protezione 
del cielo, e a manifestare la sua gratitudine p)er tanto dono, Enea 
assegna ad Aceste il primo premio. Non bisogna perb perdere di 
vista ii filo allegorico, ossia lo scopo del poema vergiliano: Taugurio 
si riferisce alia morte e alPapoteosi di Cesare ; e questo dk ragione 
del terrifici, perch^ i vati, nelle loro predizioni, solevano mescolare 
i lieti eventi con qualche cosa di luttuoso. Cesare mori nel modo 
che ognun sa, ma, poco dopo la sua morte, I'anima di lui sara 
divinizzata. Quindi, mentre Augusto celebra i giuochi a Venere, 
appare per sette giorni la cometa, che il pofX)lo crede esser Tanima 
glorificata del grande Dittatore; e, in memoria di quest' augurosa 
apparizione, Augusto fa collocare sul capo della statua di Cesare 
una cometa. E, poich^ in questi omina si procede sempre ex ana- 
logia, a quante belle allusioni non possono essi dar luogo ! Facile 
^ Tanalogia di una cometa con la freccia incendiata di Aceste, come 
in bella relazione col presente vaticinio si potrebbe mettere quelle 
del 11 lib., V. 682 e segg., e questo — nota il Pascoli — con 
alcuni tratti della vita di Augusto, p. es. col sogno del padre suo. 



PPiF 



MAGIA E PREGIUDIZI 275 

che sogn6 da Atia « iubar solis exortum » {gaudebat.... at quis 
aibi acritis conttienti, quasi ad fulgorent solis vultum submitteret. 
Suet. Caes. LXXIX) e con altri che sono in Suet. Aug. a civ. 

Da Gaeta, costegi^iando la terra malaugurata di Circe, Enea 
come si narra nel lib. VII deW Eneide, perviene alia foce del Te- 
vere nel Lazio, dove regna Latino discendente da Saturno, padre di 
un' unica figlia, sposa futura, secondo il desiderio della madre, a 
Turno re dei Rutuli; ma Latino, oltre che dalla voce di Fauno, 
gia sa, per mezzo di due prodigi, che uno straniero sar^ il suo 
genero. Quali sono questi due prodigi? Eccoli: uno viene dal lauro, 
Taltro dal fuoco: 

Laurus erat tecti medio in penetralibus altis, 
sacra comam multosque metu servata per annos. 
quam pater Inventam, prlmas cum conderet arces, 
ipse ferebatur Phoebo sacrasse Latinus 
Laurentisque ab ea nomen posuisse colonis. 
huius apes summum densae (mirabile dictu), 
stridore ingenti liquidum trans aethera vectae, 
obsedere apicem, et pedibus per mutua nexis 
examen subitum ramo frondente pependit. 
continue vates < externum cemimus, inquit, 
adventare virum et partis petere agmen easdem 
partibus ex iisdem et summa dominarier arce ». 
praeterea, castis adolet dum altaria taedis 
et iuxta genitorem adstat Lavinia virgo, 
visa (nefas) longis comprendere crinibus ignem, 
atque omnem omatum flamma crepitante cremari, 
regalisque accensa comas, accensa coronam 
insignem gemmis. turn fumida lumine fulvo 
involvi ac totis Volcanum spargere tectis. 
id vero horrendum ac visu mirabile ferri: 
namque fore inlustrem fama fatisque canebant 
ipsam, sed popuio magnum portendere bellum. 

(V. 59-80) 

II significato presagio funesto del primo omen sta nel pependit 
(a guisa 'di un grappolo) ; del secondo omen, col canebant, si fa 
comprendere la grandezza tutta sua propria, perchfe piu vati erano 
stati chiamati ad interpretarlo. 

Arehivio per le tradiMtoni popolari, — Vol. XXIll. 35 



276 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Ultimo, ma anche questo maiuSy quo non praesjmtius ullwm^ 
.& Vomen dichiarato daH'augure Tolumnio nel XII ^eWB^eide. 

Ai Rutuli pare disuguale il duello di Turno, loro re, con Enea, 
duello dissuaso dal re Latino. Vengono tuttavia al campo i due re 
e giurafio di stare fedeli ai patti, quand'ecco Juturna, sorella di 
Turno, fa apparire nel cielo un prodigio : 

His aliud maius lutuma adiungit et alto 
dat signum caelo, quo non praesentius ullum 
turbavit mentes Italas raonstroque fefellit. 
namque volans rubra fulvus lovis ales in aethra 
litoreas agitabat aves turbamque sonantem 
agminis aligeri, subito cum lapsus ad undas 
cycnum exce|lentem pedibus rapit inprobus uncis. 
arrexere animos Itali, cunctaeque volucres 
convertunt e clamore fugam (mirabile vlsu) 
aetheraque obscurant pinnis hostemque per auras 
facta nube premunt, donee vi victus et ipso 
pondere defecit, praedamque ex unguibus ales 
proiecit fluvio penitusque in nubila fugit. 
turn vero augurium Rutuli clamore salutant 
expediuntque manus; primusque Tolumnlus augur 
« hoc erat, hoc votis, inquit, quod saepe petivi. 
accipio adgnoscoque deos; me, me duce ferrum 
corripite, o miseri, quos inprobus advena bell6 
territat invalidus ut aves et litora vestra 
vi populat: petet ille fugam penitusque profundo 
vela dabit. vos unanimi densete catervas 
et regem vobis pugna defendite raptum. 

(V. 344-265) 

Tolumnio non h esatto nell'interpretazione dell'omen. Questo, 
per s& ambiguo, h dall'augure interpretato nel senso che I'aquila si 
debba riferire ad Enea e il cigno a Turno; ma ci6 che segue non 
giustifica cosifatta interpretazione. 

Daremo termine a questo capitolo, poichfe siamo nel campo dei 
prodigi, con queU'episodio del lib. I delle Georgiche, dove il poeta 
descrive i prodigi che precedettero e seguirono Tuccisione di Cesare; 
prodigi ricordati non solo da Orazio (Od. 1, 2), da Ovidio (Met. 
XV, 782 e segg.), da Tibullo (II, ^, 75 e segg.), e da Lucano 



MAGIA E PREGIUDIZI tfj 

(B. C. I, 522 e segg.), ma anche dagli storici e specialmente da 
Dione Cassio (XLV, 17); e prima d'ogn'altra cosa chiameremo Tat- 
tenzione del lettore sul Sole ritenuto fonte di omina veraci (Solem 
quid dicerefalsum [audeat?]): 

solem quis dicere falsum ^^ 

audeat? ille etiam caecos instare tumultus -i 

saepe monet fraudemque et operta tumescere bella. l 

ille etiam extincto miseratus Caesare Romam, ^ 

cum caput obscura nitidum femigine texit, 

impiaque aetemam timuerunt saecula noctem. 

tempore quamquam illo tellus quoque et aequora ponti ^^ 

obscenaeque canes importunaeque volucres 

signa dabant. quotiens Cyclopum effervere in agros 

vidimus undantem ruptis fomacibus Aetnam, 

flammarumque globos liquefactaque volvere saxal 

armorum sonitum toto German i a caelo 

audiit; insolitis tremuerunt motibus Alpes. 

vox quoque per lucos vulgo exaudita silentes 

ingens, et simulacra modis pallentia miris 

visa sub obscurum noctis, pecudesque locutae, 

infandum! sistunt amnes terraeque dehiscunt, 

et maestum inlacrimat templis ebur aeraque sudant. 

proluit insano contorquens vertice silvas 

fluviorum rex Eridanus, camposque per omnes 

cum stabulis armenta tulit. nee tempore eodem 

tristibus aut extis fibrae apparere minaces 

ant puteis manare cruor cessavit, et altae 

per noctem resonare lupis ululantibus urbes, 

non alias caelo ceciderunt plura sereno 

fulgura, nee diri totiens arsere cometae.. 

ergo inter sese paribus concurrere telis 

Romanas acies iterum videre Philippi etc. 

(v. 463-490) 

I pretesi prodigi non sono che fenomeni natural! qua! piu qual 
meno mistificati dalla fantasia volgare : 

. L'eclissi di sole deli'anno 710 di Roma; la comparsa di animali 
e uccelli di malaugurio ; un* eruzione dell'Etna ; un 'aurora boreale 
che alle legioni romane, stanziate lungo il Reno, fece loro credere 



278 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

di vedere eserciti fra loro combattenti e di udire suoni di trombe; 
i terremoti alpini contro la creJenza che le montagne non fossero 
soggette a tali sconvolgimenti; aggiungi tante stranezze derivate dal- 
I'arte magica o augurale : la voce di Fauno e di Silvano ; le ombre 
del morti; i buoi parianti ; Tarrestarsi dei fiumi; i simulacri degli 
d^i che sLidano ; lo straripamento delPEridano; le fibre minacciose; 
la pioggia di sangue ; i lupi, che, durante la notte, fanno sentire 
presso la citta i loro ululati ; le folgori, le comete, ecc, ecc. Tutte 
fiahCp to ripetiamo, ma che davano da pensare a molti pusilli ! 

Nota. A complemento di questo capitolo gioverA consultare Tarticolo di A. 
AUiria, < De vocibiis simstra^ i^n^a, dexira ad auspicia attinentibus apud 
Vergiliura > In Vox Ihbis, n." XVIII, anni 1902, Romae. Nella sua succosa brevity 
fe un vera trattatello di arte auguraJCj che vale tanti libri, i quali si potrebbero 
consultare in propositi 

Vm. Sogoi. 

I. Sede dei sogni, - a. Sogni falsi. - 3. Le porte del sonno. - 4. Modo di cercare 
t sogni, s, Terrori nottumi. 

Parlando dei sogni Cicerone, citato dal Leopardi, ha scritto nel 
De dimn. lib. II: * lo domando per qual cagione Die, se per un 
tratto della sua provvidenza, vuole avvertirci con queste visioni, non 
lo fa piuttosto mentre vegliamo, che mentre dormiamo. Poich^ qua- 
lunque sia la causa che ci fa credere nel sonno di vedere, di udire, 
di operare, sia essa esterna, sia interna, poteva avere il suo effetto, 
anche nel tempo deila nostra veglia.... E certamente, se la benefi- 
cenza divina volesse darci dei consigli, sarebbe piu degno di essa il 
darceli piu chiari mentre yegliamo, che piu oscuri mentre sogniamo ». 
Ma siccome, awerte il Leopardi (pag. 56) « Iddio si e talvolta compia- 
ciuto di scoprire a taluao Tav^^enire col mezzo dei sogni, si credette 
che egli volesse farlo sempre ». Di qui Torigine della supersti- 
zione volgare, la quale tuttora manifesta su larga scala la sua in- 
fluenza. 



MAGIA E PREGIUDIZI 279 

Dei sogni noi abbiamo avuto occasione di parlare f requenti volte ; 
bastera quindi che raccogliamo quel tanto che d viene esibito dal 
nostro poeta. 

Omettendo il celebre luogo del lib. II deWEneide (v. 268-297), 
della viaione cioh di Ettore ad Enea, poichfe anche la visione, se- 
condo Niceforo Gregora (Leop. p. 57), ^ noverata fra le cinque specie 
di sogni {^ujivtov, fantasma, oracolo/ vmone e sogno), notiamo una 
esseoziale differenza fra Omero e Vergilio quanto all'uflficio del sogno : 
Omero, con gli altri antichi, reputa il sogno messaggero della divi- 
nity, Vergilio fa soltanto i sogni compagni del dio Sonno : 

cum levis aetheriis delapsus Somnus ab astris 
agra dimovit tenebrosum et dispulit umbras; 
te, Palinure, petens, tibi somnia tristia portans 
insonti; puppique deus consedit in alta 
Phorbanti similis funditque has ore oquellas : 
(Aen. V, V. 838-842) 

Dov'fe la sede dei sogni ? 

Nel vestibolo dell'Inferno, con i monstra e con le figure mitiche 
mostruose di origine greca ed etrusca. 

In medio ramos annosaque bracchia pandit 
ulmus opaca ingens, quam sedem Somnia vulgo 
vana tenere ferunt foliisque sub omnibus haerent. 
multaque praeterea variarum monstra ferarum etc. 
(Aen. VI, V. 282-285) 

Come ^ bello queir/^aeren^, che ti affaccia alia mente I'idea dei 
pipistrelli Tun Taltro, in catena, attaccati (Cf. Om. w, 6) ! 

II Leopardi (op. c. pagg. 68, 69), dopo di aver detto dellMmpor- 
tanza dell'arte onirocritica presso gli antichi — i quali, come appare 
da Astrampsico, si studiarono perfino di ordinarla metodicamente in 
non pochi trattati — conchiude che « per6 tra tanti sognanti ci fu 
chi vegli6, e vide assai chiaro per conoscere la follla de' suoi con- 
temporanei ». Ma se a prova di ci6 vale il luogo di Petronio, ivi 
citato, non si pu6 altrettanto affermare del v. 896 del VI deWEneide 
del Nostro, che lo stesso Leopardi vorrebbe mettere fra i veglianti : 

sed falsa ad caelum mittunt insomnia manes. 



28o ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Con mtmes s'indicano le larve delle ombre, non !e ombre. Poi : 
se dalle porte di avorio escono i sogni falsi, come va che da quella 
di corno escono i sogni veri? 

Eccoci alle porte del Sonno : 

sunt geminae Somni portae ; quarum altera fertur 
cornea, qua veris facilis datur exitus umbris, 
altera candenti perfecta nitens elephanto, 
sed falsa ad caelum mittunt insomnia manes. 
(Aen. VI, V. 893-896) 

Confronta Omero !., 562 sgg. e vedi ci6 che dice il Pascoli 
(op. c, pag. 263, in nota) : 

his ibi turn natum Anchises unaque Sybillam 
prosequitar dictis portaque emittit ebuma. 

(V. 897-898) 

« II poeta dicendo usciti daJla porta d'avorio i suoi eroi, ammo- 
nisce che della parola sono creature le mirabili cose che ha narrate 
del mondo inferno (Pascoli) ». 

Se non che tanta fede si aveva nell'arte onirocritica, che non 
bastava aspettare il sogno per congetturare il futuro ; ma bisognava 
talora procurarselo. Ci6 h confermato dal Nostro {Aen. VII), quando 
racconta di Latino che va a consultare Toracolo di Fauno: 

at rex sollicitus monstris oracula Fauni, 
fatidici genitoris, adit lucosque sub alta 
consulit Albunea, nemorum quae maxima sacro 
fonte sonat saevamque exhalat opaca mephitim. 
hinc italae gentes omnisque Oenotria tellus 
in dubiis responsa petunt; hue dona sacerdos 
cum tulit et caesarum ovium sub nocte silenti 
pellibus incubuit stratis somnosque petivit 
multa modis simulacra videt volitantia miris 
et varias audit voces fruiturque deorum 
conloquio atque imis Acheronta adfatur Avemis 

(v. 81-91) 

II commento di questo luogo lo fa Servio (Leop. op. c, pag. 63): 
« incubare propriamente si dice di quelli che dormono f>er ricevere 
risposte divine. Onde ille incubat Jovi significa : quello dorme nel 



MAGIA E PREGIUDIZI 28 1 

Campidoglio afifine di ricevere risposte da Giove ». In generale gli 
antichi, come riferisce Licofrone, per avere dei sogni si mettevano a 
dormire in un tempio o in altro luogo sacro, sopra una pelle distesa 
per terra. Per la qual cosa, bench^ non si possa determinare con 
certezza la ragione per cui i Pitagorici si astenevano dalle fave, Apol- 
lonio Discolo (Leop. p. 64) crede di averla trovata « nelle soverchie 
attivita che hanno le fave a indisporre lo stomaco, e impedire alia 
mente di ricevere sogni veritieri ». 

Dei terrorea nocturni citeremo due luoghi soltanto: 
Nel IV deWEneide il poeta dice di Ecate che di notte metteva 
lungo le strade urla infernali: 

nocturnisque Hecate triviis ululata per urbes. 

(V. 609) 

E perch^ ? Commenta Servio (Leop. p. 107) : « Cerere, cercando 
per tutto il mondo con accese faci Proserpina rapita dal padre Dite, 
la chiamava ad alta voce nei trivii nei quadrivii. Per lo che nelle 
sue feste, in certi giorni determinati, le matrone urlano per i quadrivii, 
come si usa di fare nelle feste d'Iside ». La si ammansava dandole 
per cena cani ancor teneri, cibo molto gradito al suo palato {Schol. 
Theocr., ad Idyll. 2, v. 11). 

I terror es nocturni perdono ogni efficacia all'apparire del giorno: 
cos^ I'ombra di Anchise dice ad Enea ch'ella deve partire, perch^ 
il sole gia spuntato la tormenta : 

iamque vale; torquet medios nox humida cursus, 
et me saevus equis Oriens adflavit anhelis. 

(Aen. V, V. 738-739) 

E non si dice anche adesso che all'alba, gli spiriti maligni va- 
niscono f)er Taria? 



282 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARl 

IX. Varia. 

I. IndovinelH. - 2. Riso sardonico. - 3. Lavori permessi in giomo di festa. - 
4. Pregiudizi sui giomi. - 5. Pfeste. - 6. Arpie. - 7. I trenta porcelli. - 8. Tuono. - 
9. Nomi delle navi. - 10. Sibille. - 11. Dottrina pitagorica. - 12. La valle di 
Ampsancto. - 13. Erilo. - 14. Oleaster, - 15. U loto. 

1. IndovinelH. — Dameta (Egl. Ill), non potendo vincere 
Menalca nel canto, gli propone da sciogliere questo indovinello : 

Die, quibus in terris - et eris mihi magnus Apollo - 
tris pateat Caeli spatium non amplius ulnas. 

(V. 104-105) 

Infinite furono le spiegazioni date a questMndovinello : chi, con 
Filargirio (ed. Hagen, p. 69), pens6 a un Caelius mantovano « qui 
consumptis omnibus facultatibus, nihil sibi reliquit, nisi locum trium 
ulnarum spatium ad sepulturam \; chi alia spelonca dell'Etna, dove 
pass6 Dite nel ratto di Proserpina ; chi alio scudo di Achille « trium 
ulnarum, in quo expressa caeli forma fuerat » secondo Porfirio, e chi, 
con Servio, ad un pozzo. V. Stampini nella nota a questo luogo. 

Menalca allMndovinello di Dameta ne contrap|X)ne subito un altro : 

Die, quibus in terris inscripti nomina regum 

nascantur flores 

(v. 106-107) 

Qui s'indica chiaramente il Giacinto. Gli antichi credevano di 
leggere nelle foglie di questo fiore le lettere AIA o Y : AIA signi- 
ficherebbe i lamenti di Apollo, che, avendo involontariamente ucciso 
il giovinetto Giacinto, da lui teneramente amato, lo convert! ix)i nel 
fiore di questo nome ; ovvero AIA indicherebbe Aiace, il cui sangue 
si dice pur trasformato in questo fiore. Y invece sarebbe Tiniziale 
del nome greco Odxtveo^;. 

2. Biso sardonico : 

Immo ego Sardois videar tibi amarior herbis. 
(E^L VII, V. 41) 

« Per Sardoas herbas, batrachii sive ranunculi genus intellige, 
cujus magnus in Sardinia erat proventus; vis eius caustica, ut si 



MAGIA E PREGIUDIZI 283 

cruda folia cuti imponantur, pustulas, ut ignis, faciat {Plin. XXV, 13) ; 
sucus autem potus insanire facit, et inter alias membrorum con- 
tractiones eos oris spasmos efficit, ut ridere yideantur, Hinc de risu 
Sardonio res notissima (ed. Bettoni) ». 

3. Lavori permeaai in giorno di festa : 

festis quaedam exercere diebus 

fas et iura sinunt: rivos deducere nulla 

relligio vetuit, segeti praetendere saepem, 

insidias avibus molirl, incendere vepres, 

balantumque gregem fluvio mersare salubri. 

saepe oleo tardi costas agitator aselli 

vilibOs aut onerat pomis, lapidemque revertens 

incussum aut atrae massam picis urbe reportat. 
(Georg. I, V. 268-275) 
Quali sono quest'opere non servili, e perci6 non proibite da nes- 
suna legge divina (fas) od umana (iura) ? 

11 deviare Tacqua per Tirrigamento dei prati, come pure I'essi- 
care le fosse ; riparare le vecchie siepi, non il piantarne di nuove ; 
dar la caccia, ma soltanto agli uccelli nocivi alle messi ; arder le 
spine ; guazzare le pecore per la loro salute, cio^ per guardarle dalla 
scabbia : cosl h lecito ad un contadino povero caricare d'olio e di 
frutta la groppa del tardo asinello, e, tornando a casa, riportare dalla 
citta, col prezzo ricavatone, un macinello battuto, una certa quan- 
tita di atra pece, che si ador>erava a spalmare Tinterno dei vasi di 
legno, a condire il mosto o ad altri usi, gia indicati da Columella 
(XII, 22, esegg.). Non c'^ dawero gran contrasto con la morale cri- 
stiana ! E quanto potrebt)ero imparare a tal riguardo i cristiani dai 
Gentili, senza bisogno di tanti sproloqui da parte dei Socialisti ! 

4. Pregiudizt sui giorni, — Infausto h il quinto giorno, cio^ 
il giovedl, perch^ in tal giorno nacquero il pallido Oreo (dio attivo 
del male, rappresentato in varie guise), le Eumenidi, Ceo, Japeto, 
Tifeo e i fratelli Aloidi congiurati a rovinare il cielo; il giorno decimo- 
settimo ^ propizio a plantar viti, a domare i buoi presi per la prima 
volta p)er il giogo, e a ordire le tele ; il nono k fausto per i viaggi e 
contrario ai furti. -« II nono giorno t favorevole agli schiavi fuggitivi, 

Archivio per le tradisnoni popolari. — Vol. XXIII. 36 



284 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

perch^ la luna splende gi^ di chiara luce e illumina loro la via di 
notte, e contrario ai ladri che amano le tenebre. Perci6 il padrone 
deve in tal giorno custodire in modo particolare i suoi schiavi (Stam- 
pini) » : 

Ipsa dies alios alio dedit ordine luna 
felicis operum. quintam fuuge: pallidus Orcus 
Eumenidesque satae; turn partu Terra nefando 
Coeumque lapetumque creat saevumque Typhoea 
et coniuratos caelum rescindere fratres. 
ter sunt conati imponere Pelio Ossam 
scilicet atque Ossae frondosum involvereOlympum; 
ter Pater extructos disiecit fulmine montls. 
septuma post decumam felix et ponere vitem 
et prensos domitare boves et licia telae 
addere; nona fugae melior, contraria furtis. 
(Georg, I, V. 276-286) 

Poco su poco giu corrono anche oggi gli stessi pregiudizi. 

5. Fesie. — Dal v. 474 ad finem del III delle Georgiche il 
lX)eta descrive con vivi colori, e con tale accuratezza da interessare 
assai gli studiosi di zooiatria, la peste che probabilissimamente in- 
vase il bestiame della regione Norica. Merita di essere ricordato ci6 
che egli narra delle vittime tratte per essere scannate davanti agli 

altari. 

saepe in honore deum medio stans hostia ad aram, 
lanea dum nivea circumdatur infula vitta, 
inter cunctantis cecidit moribunda ministros. 
aut si quam ferro mactaverat ante sacerdos, 
inde neque impositis ardent altaria fibris; 
nee responsa potest consultus reddere vates; 
ac vix suppositi tinguntur sanguine cultri, 
summaque ieiuna sanie infuscatur arena. 

fv. 486-493) 

6. Arpie: 

virginei volucrum voltus, foedissima ventris 
proluvies uncaeque man us et pallida semper 

ora fame 

(Aen. Ill, V. 216-218) 



MAGIA E PREGIUDIZI 285 

Le Arpie sono personificazioni dei venti e delle procelle (11. XVI, 
150). La notdpfr^ omerica (pi& veloce) si unisce a 2^phyros e ge- 
nera i cavalli di Achille, veloci come il vento. « La mitologia 
ariana parla molto spesso di donne fatali dal corpo di uccello, dalla 
voce armoniosa, le quali traggono a rovina Teroe solare. II loro corpo 
di uccello, dalla testa di donna, rammenta certamente quello delle 
Harpyiai; d'altra parte i venti, dei quali le Harpyiai sono personi- 
ficazioni, furono concepiti dal genio ariano come musici^ cantoris 
che talvolta spaventano col loro fischio ed urlo, taPaltra seducono 
ed incantano* i)» 

7. I trenta porcelli deWEneide, III, 390 e segg. Simboleg- 
giano i trent' anni, durante i quali, Ascanio regnera in Lavinio. Cf . 
En, VIII, 81 e segg. dove si parla dei prodigi del Tevere. 

8. Tiwno, — Dell'opinione popolare intorno alia folgore e al 
tuono, e delPempieti d'imitarne il fragore ed il getto — ci6 che fu 
fatto da Salmoneo re di Elide — vedi Leop. op. cit. pagg. 213, 214. 

Qui riiX)rtiamo due luoghi vergiliani: 

an te, genitor, cum fulmina torques, 

nequiquam horremus, caecique in nubibus ignes 
terrificant animos et inania murmura miscent? 
(Aen, IV, V. 208-310) 

E nel VI deWEneide: 

vidi et cradelis dantem Salmonea poenas 
dum flammam lovis et sonitus imitatur Olympi. 
quattuor hie invectus equis et lampada quassans 
per Graium populos mediaeque per Elidis urbem 
ibat ovans divomque sibi poscebat honorem, 
demens, qui nimbos et non imitabile fulmen 
aere et comipedum pulsu simularet equorum. 
at pater omnipotens densa inter nubila telum 
contorsit, non ille faces nee fumea taedis 
lumina praecipitemque imraani turbine adegit. 

(V. 585-594) 



1) FORESTI, Mil. gr. I, pag. 235, Milano, 1892. 



286 ARCHIVIO PEl^ LE TRADIZIONI POPOLARI 

9. Nomi delle navi. — Appaiono nei giuochi solenni del lib. V 
deWEneide. 

Prima pares ineunt gravibus certamina remis 
quattuor ex omni delectae classe carinae. 
velocem Mnestheus agit acri remige Pristim, 
(mox Italus Mnestheus^ genus a quo nomine Memmi) 
ingentemque Gyas ingenti mole Cliimaeram, 
urbis opus, triplici pubes quam Dardana versu 
impellunt, temo consurgunt ordine remi; 
Sergestusque, domus tenet a quo Sergia nomen, 
Centauro inveliitur magna, Scyllaque Cloanthus 
caerulea^ genus unde tibi, Romane Cluenti. 

(V. 114-123) 

La prima ha per tutela a poppa un pesce {Priatria Pistrix ; 
una sorta di pesce lungo e stretto, cosl detto da iipCC«iv segare; nome 
che ben si adatta al pesce e alia nave); le altre portano come in- 
eigne un mostro (Chimera, Centauro, Scilla). Ora alle navi nazio- 
nali si d^ il nome di qualche eroe luogo celebre per qualche bat- 
taglia gloriosamente combattuta. 

10. Sibille. — Queste appartengono alia categoria deglMndovini. 
Come sacerdotesse di Apollo predicavano il futuro per mezzo degli 
oracoli. Loro sede fu particolarmente la costa occidentale dell'Asia 
minore: Troia, Cuma, Erltra. La piu riputata delle Sibill^ fu TE- 
ritrea (Erofile) passata a Cuma in Italia, e da essa vennero i libri 
Sibillini. 

Con Enea la Sibilla di Cuma impernia I'azione di tutto il lib. VI 
deWEneide; Vergilio la dice Deifobe, figlia di Glauco. «k famosa la 
raccolta dei libri Sibillini, ch'essa stessa port5 a Roma, secondo la 
tradizione, al tempo dei Tarquini, e che si custodivano nel Campi- 
doglio; bruciati nell'incendio del tempio (83 a/. Cr.) furono poi sup- 
pliti in varie riprese con frammenti raccolti nelle citta delle colonie 
greche. II culto delle Sibille era molto popolare a Roma e Vergilio anche 
per questo lato fece of>era di patriota mettendolo in relazione con Enea, 
Teroe nazionale romano (Sabbadini).» Cf. la descrizione del tempio 
di Apollo (1-41), Tantro fatidico (42-76), la Sibilla sotto Timpressione 
del Nume (77-82), TAorno (236-263). 



MAGIA E PREGIUDIZI 287 

II. Dottrina pitagorica (En, VI). — Secondo la metempsicosi 
pitagorica, ossia trasmigrazione delle anime, queste, dopo la morte, 
passavano da una forma alPaltra fino a ritornare in un corpo umano. 
Or come si spiegava quest'erronea credenza? Vergilio lo fa dire ad 
Anchise, il quale, con la teoria deiranima universale, spiega al figlio 
Enea Tarcano in questo modo: 

Uno spirito, una mente, anima e pervade tutto il mondo, e da 
questo connubio nascono i diversi esseri, cio^ i corpi degli uomini 
e degli animali: 

Principio caelum ac terrain camposque liquentis 
lucentemque globum lunae Titaniaque astra 
spiritus intus alit totamque infusa per artus 
mens agitat molem et magno se corpore miscet. 
inde hominum pecudumque genus vitaeque volantum 
et quae marmoreo fert monstra sub aequore pontus. 

fy. 724-729) 

Ma la gravita del corpo, che nasce dalla terra, arresta Tanima, 
che nasce dal fuoco celeste, e da questo contrasto dell'anima col 
corpo hanno origine le passioni, e Tanima, chiusa nel corpo come in 
un carcere, non pu6 piu vedere la parte piu alta del cielo, Tetere, 
cio^ la sua celeste origine: 

igneus est oUis vigor et caelestis origo 
seminibus, quantum non noxia corpora tardant 
terrenique hebetant artus mofibundaque membra, 
hinc metuunt cupiuntque,doIent gaudentque, neque auras 
dispiciunt clausae tenebris et carcere caeco. 

(v. 730-734) 

Dopo la morte, Tanima dovrebbe tornare completamente li- 
bera; ma, siccome dalPunione col corpo ella ha contratto qualche 
terrena infezione, bisogna se ne purghi: e questa purificazione av- 
viene col sospendere airaria Tanima infetta, con Timmergerla nel- 
Tacqua, col temprarla nel fuoco: 

quin et supremo cum lumine vita reliquit, 
non tamen omne malum miseris nee funditus omnes 
corporeae excedunt pestes, penitusque necesse est 
multa diu concreta modis inolescere miris. 



288 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ergo exercentur poenis vetenimque malonim 
supplicia expendunt. aliae panduntur inanes 
suspensae ad ventos, aliis sub gurgite vasto 
infectum eluitur scelus aut exuritur igni. 

(V. 735-742) 

Pochi vanno esenti da quest'espiazione (di cui il Tartaro h un 
simulacro)p pochi subito dopo morti sono mandati neirEliso (che sim- 
boleggia le anime pure ricongiunte con Tanima universale), e cosl 
dopo molto tempo resta solo puro il fuoco primitivo dell'anima: 

quisque sues patimur manis; exinde per amplum 
mittimur Elystum, et pauci laeta arva tenemus, 
donee longa dies, perfecto temporis orbe, 
concretam exemit labem purumque relinquit 
aetheriuni sensum atque aurai simplicis ignem, 

(v. 743-747) 
Dopo mille anni, un Dio (Mercurio la divinita in genere?) 
chiama queste anime, che hanno compiuto la loro espiazione, al 
fiume Lete, e ivi esse bevono Tobllo della vita passata ed il desi- 
derio di una vita novella : 

has omnis. uhi mille rotam volvere per annos, 
Lethaeum ad fluWum deus evocat agmine magno, 
scilicet In mem ores supera ut convexa revisant 
nirsus et incipiant in corpora velle reverti. 

(V. 748-751) 

« Qui ^ da notare prima la contraddizione tra il concetto filo- 
sofico deirespiazione e il concetto popolare fin qui seguito dal poeta 
nella descrizione deirinferno; la contraddizione in secondo luogo 
tra qtusquB e pauci . Evidentemente Vergilio aveva nell'animo di far 
valere la espiazione per una sola parte delle anime, e questo lo 
obbIig6 a creare uno scompartimento speciale, che la morte per6 gli 
impedl di mettere in armonia col rimanente della rappresentazione 
dell' inferno? (Sabbndini) ». 

Quale t lo scopo di tutto questo luogo? Esso h prettamente 
nazlonale: « Vergilio si serve di queste dottrine f>er uno scopx) alta- 
mente nazionale. Bgli vuole schierare innanzi agli occhi d'Enea tutta 
la lunga serie dei gloriosi discendenti, che costituirono la grandezza 



MAGIA E PREGIUDIZI 289 

di Roma, e a questo intento immagina che le anime di quei grandi 
siano gi^ una volta esistite, e, uscite dai corpi, stiano ora compiendo 
la purificazione, per tornar nuovamente in vita (Sabbadini) ». 

12. La valle di Ampaando, — Alle ingiunzioni di Giu- 
none {Aen. VII) Aletto dispiega le ali fischianti di serpenti e fa 
ritorno alia regione di Cocito, movendo alia valle di Ampsancto, dove 
per un orribile spiraglio si scende allMnferno: 

est locus Italiae medio sub montibus altis 
nobilis, et fama multis memoratus in oris, 
Amsancti valles: densis hunc frondibus atrum 
urguet utrinque latus nemoris, medioque fragosus 
dat sonitum saxis et torto vertice torrens : 
hie specus horrendum. saevi spiracula Ditis, 
monstratur, ruptoque ingens Acheronte vorago 
pestiferas aperit faucis: quis condita Erinnys, 
invisura nunem, terras caelumque levabat 

(Aen. VII, V. 563-571) 

Questa valle giace negli Irpini (Cic. de Div, I e Plin. 11, 93) 
e ora ^ detta Mefiti dal nume ivi onorato che presiedeva all' aria 
corrotta (aria mefitica). 

13. Erilo, — Figlio di Feronia, che Taveva generato — 
horrendun didul — con tre vite. Fu ucciso da Evandro (Aen, VIII, 
560 e segg.). I commentatori dichiarano di non sapere da qual fonte 
Vergilio abbia derivata questa favola. Noi la crediamo una strana 
concezione della dottrina pitagorica. 

14. Oleaster. — Sorgeva, cosl nel lib. XII delP^n., un 
oleastro sacro a Fauno, a cui i marinai solevano appendere i voti ; 
i Troiani Tavevano tagliato. L'asta di Enea resta conficcata nel 
cepjX), e, mentre questi corre a prenderla, Turno prega Fauno e la 
Terra a non favorire i profanatori del loro culto. L'asta h diretta da 
Venere e gli eroi di nuovo si puntano Pun contro I'altro (v. 776-790). 
II prodigio non presenta caratteri notevoli, ma h per6 sempre monito 
ai mortali che non devono nh possono lottare contro i celesti. 

15. Bloto {Zizyphua-giuggiolo; Horn. Od. IX, 92, segg.) 
h ricordato dal poeta in tre luoghi: Qeorg, II, 84; III, 394 e nel 



290 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Culex, dove si accenna alia triste vicenda dei compagni di Ulisse 
caduti nelle insidie di Circe: 

Inter quas impia lotos, 

impia, quae socios Ithaci maerentis abegit, 
bospita dum nimia tenuit dulcedine captos. 

(V. 123-125) 

Chiudiamo col rivolgerci la domanda che ci abbiamo fatto altre 
volte: Vergilio prestava fede alia magia e ai pregiudizi volgari? Se- 
condo il Leopardi parrebbe di no; imperocch^ egli cita in prova 
(op. c. p. 25) il V. 817 del XII deir^.; 

vana superstitio, superis quae reddita divis. 

Ma Targomento casca, quando si pensi che questo verso non 
b riportato nella sua vera lezione; la quale ^ : 

una superstitio, superis quae reddita divis. 
Superstitio poi equivale a relligio e qui non significa altro che 
il giuramento, in nome dello Stige, fatto da Giunone alia presenza 
di Giove. Si oppongono le frequenti locuzioni, fama est^ si credere 
dignum est, ecc. ; ma, se ben si osserva, queste locuzioni riguardano 
semplicemente fatti prodigiosi sentiti a raccontare da altri. Ammesso 
pertanto che certe cose Vergilio abbia riferito o forse anche inventato 
per ornamento retorico a scopo nazionale, questo non basta per 
affermare ch'egli fosse immune da ci6 che voglia o non voglia era 
un male epidemico. 

Portogruaro^ 12 settembre 1906. 

Prof. Marco Belli. 



I PREGIUDIZI VOLGARI 

COMBATTUTI DA UN VERSEGGIATORE VENEZIANO 

DEL SECOLO XVII 



Scrive giustamente il nostro Pitr& nella Prefazione alia sua pre- 
ziosa Bibliografia delle tradizioni popolari d* Italia (Torino-Palermo, 
Clausen, 1894) : « Per recente che sia si voglia lo studio degli 
usi e delle tradizioni popolari, esso ha in Italia, come un po' dapper- 
tutto, una vera storia non mai scritta finora, che trae i suoi docu- 
menti non solo da quest'ultimo mezzo secolo, ma anche dai secoli 
scorsi, in libri curiosissimi, nei quali non si sospetterebbe neppure 
Tesistenza- di materia tradizionale.... ». 

Eccovi, ad esempio, delle satire, in versi veneziani, di Dnio 
Varotari, che portano per titolo: II Vespaio atuzzicato 1); nella 
sesta delle quali vengono esposti e confutati moltissimi pregiudizi del 
volgo, che correvano allora, e se Dio vuole, corrono anche adesso, 
nh presso il volgo soltanto. II buon verseggiatore veneziano (giudica 
il Belloni, e giudica bene) « lungi dall'impancarsi a filosofo e ?olo 
secondo i dettami del buon senso dice cosl alia carlona con certa 
sua ingenua rozzezza cose verissime, bench^ troppo spesso non si 
guardi dallo sdrucciolare nei luoghi comuni » 2). 

Comunque, ne volete un saggio? lo mi ci pongo volontieri ; ch^ 
a combattere una volta di piu siffatti traviamenti della ragione, sia 



1) Venezia, Zamboni 1671. II Gamba {Serie degli scrilti impressi in dial, ve- 
neziano) registra una ristampa di Venezia Lovisa 1699 in 12*. 

2) St. letter, d' Italia. II .Seicenlo. Milano Vallardi c. 213. 

ArchMo per le tradiaioni popolari, — Vol. XXIII. 37 



292 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

pure con la penna altrui, stimo, neHMnteresse cos) demopsicologico 
come educativo, tempo punto sciupato. 

Qiiante persone, per esempio, anche del ceto civile, si riuni- 
scono a mensa con animo lieto, se sono in tredici ? Sentite il Varo- 
tari, che ci da anche la ragione per quanto notissima, di tale pre- 
giudizio: 

Se in quela sacra e venerabil Cena 
Tredese i gera a tola, uno tradi; 
Mo che vMmporta e che m'importa a mi 
Che un Giuda avesse del morir la pena? 

Guardfeve pur da colpe e da pecai 
E ste tredese a tola alegramente. 
No ve smarl, no abie timor de gnente» 
Che M numero morir no puol far mai. 

Qual ^Itro triste presagio pur oggi, per tanti citrulli, rovesciare 
la saliera su la tavola! Triste presagio? Eh via, alto la, m'ha Taria 
di dire a costoro il Varotari : 

Ma fermeve: andd pian. Forsi h la colpa 
De la saliera che sard trop' alta: 
E se I'urta per caso, e la rebaita 
Stramba una man, perch^ mo el sal se incolpa? 

Povero sal! mo che infelice sortel 
E Chi mi g*ha levA tanta vanla {imposlura, menzogna)} 
Sempre ho stima che '1 sal simbolo sia 
De sapienza e de vita, e no de morte. 

Se *\ sal del conservar fu sempre amigo 
No del destruzer mai, come se acorda 
Sti do contrarii? O operazion balorda! 
Chi e sta I'autor de sto si belMntrigo? 

Anche la superstizione del venerd^ riceve le sue batoste : 

Sento un'altro tintin de campanela 
Che no bisogna scomenzar impresa 
O far viazo i), o far solene spese 
Se de Venere e '1 zomo. Ela mo bela? 



i) « De veuare c de viarte no se s/>osa e no se parte » e vecchio proverbio. 



I PREGIUDIZI VOLGARI 293 

Sentite come bravamente se ne burla ; egli nato appunto in 
venerdl : 

Questo xe M fato, ch'ho le stele averse, 
Che son insio {uscilo) de v^nere a sto mondol 
E che pdssio sperar mai de giocondo? 
Sari le cosse mie tute rov6rse. 

Ma dei pregiudizi, piu contate e piii ve ne restano da contare. 
Cosl non deve riescirvi nuovo quelle che 

se fa de mdrcore la luma 

tuto el mese 6 piovoso 

o I'altro: 

Che quando Tano corera bisesto {bisr stile) 
Le grivie h per aver poca fortuna i). 

Eh, che ne dite? Baie, baie. Cos^ pensa anche il nostro Va- 

rotari : 

Che ocor far tante salse? 

Sempre se troverA le cosse false, 
Se '1 contrario rason non persuada. 

E prosegue imperterrito ad atterrare altri pregiudizi ancora : 

L'e un mal segnal, no, quando le zuete {civftte) 
Se fa sentir soto el camin la note 2) 
Ma quando manca el pan, vuode 6 le bote, 
E la borsa ha provae I'ultime strete. 

Suol far mal pr6, no, quando una candela 
Fazza lume a le spale, arda a la testa; 
Ma quando consume camisa v^esta 
PiCi no s'ha da comprar drapo ne tela. 

Fa ralegrar, no quando rebaltae 
Vede tazze de trebio de falemo: 
Ma quando, per rason de bon govemo, 
Moltiplica I'haver, cresce Tintrae. 



1) Anno bisesiiny o che more la mama o 'I fantolin ; e superstizione diffusa 
anche fuori del Veneto. 

2) Ch3 il canto della civetta sia di cattivo augurio, lo crede anche il popolo 
siciliano (come pure i corvi col loro gracchiare il cane quando ulula) (V. PlTRE, 
Usij costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciL ; Vol. Ill, C. 396); e ncn 
meno il toscano (V. TIGRI, Coniro i pregiudizi popolari ecc, Torino, Paravia, 1820), 



294 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONf POPOLARI 

Leggete poi questa, ch'^ buffa, a proposito del ragno : 

Son in leto una volta alquanto in oca {colle painrne) 
E un ragno vien de quei ^al cul pid grosso; 
E in quel che lievo {m'also) per andarghe adosso. 
Son consegii che '1 lassa e che no '\ toca. 

Me lasso infenociar; perchd i diseva 
Che i xe de bon augurio i). E mi balordo 
Son sta ciap^, come a la rede un tordo, 
Quando sul far de! d\ manco el credeva. 

Sento becarme un ocio; e quel bon ragno 
A la pieta quel guiderdon me rese. 
Che bel augurio 1 In esseghe cortese, 
Ho fato veramente un bel guadagno! 

Ande pur 1^ che son pur tropo a segno; 
E con ste rede and^ a piar gazoti, 
And6, v'esorto, a incotegar merloti; 
A ste tr^pole, no, piii no ghe vegno. 

E finisce col dire ai credenzoni quelle che vorremmo rifischias- 
sero per bene ai loro orecchi pur oggi, quanti credono con noi al 
bisogno di educare sul serio le giovani menti, e quelle in particolare 
del popolo minuto : 

Ma chissa mai quanti altri e per quanto altro tempo continue- 
ranno a cascarvi ? 

Venezia, Maggio 1906, 

Dott. Cbsarb Musatti. 



1) Infatti fagno porta guadagno, secondo il proverbio. 



LA SUPERSTIZIONE DEL POPOLINO NAPOLETANO 
NELLA RECENTE ERUZIONE DEL VESUVIO 



Chi non ha visto Napoli in questi giorni non potra farsi un con- 
cetto esatto della psiche di questo popolo. Quello che ^ awenuto 
rivela non gia una inferiorita di razza, come piace a qualcuno di im- 
maginare, ma una inferiorita di educazione. Sembra che qui i'evo- 
luzione della coscienza si sia arrestata ; il popolo — e dicendo popolo 
non intendo soltanto gli strati piu bassi, — h rimasto fanciullo; la 
sua intelligenza ha tutte le vivacita e le impressionabilita del fan- 
ciullo, ma ne ha anche la credulita; credulita nello straordinario, 
nello inverosimile, nel soprannaturale, che, per uno strano contrasto, 
si accoppiano con la ripugnanza a ridurre i fantasmi soprannaturali 
dentro i confini del vero. Del fanciullo ha tutti gli istinti, sincerita 
di impulsi, mutabilita, crudelta, mancanza, o meglio poverta di un 
retto criterio morale, confusione tra i confini del bene e del male, 
una coscienza, per dirla in una parola, non ancora evoluta. fe bastato 
un momento di terrore, perche il fanciullo si rivelasse e nella forma 
pill primitiva: la superstizione. 

Noi siamo ritornati indietro di parecchi secoli, ci siamo trovati 
in mezzo airincredibile, e coloro che avrebbero dovuto, anche pel 
loro ufficio, illuminare e guidare le moltitudini, non hanno dato un 
passo, anzi, e si capisce perch^, hanno favorito e secondato le abej- 
razioni. 

Ho voluto cacciarmi per le vie di Napoli, specialmente per le piu 
popolari. A ogni passo altarini, con immagini di cartapesta o di legno, 
circondati di ceri accesi, e intorno uomini e donne, scalze, coi ca- 
pelli sciolti, piangenti. Botteghe serrate, strade deserte : nei vicoli le 



295 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

donnicciuole, temendo sempre un grande e misterioso pericolo, stanno 
fuori, dinanzi le porte, esterrefatte : e passano la notte fuori, non 
osando chiudere gli occhi al sonno, piangendo. Di che? perch^? Non 
lo sanno. Ad ogni passo procession! improwisate. Si tolgono dalle 
case (ogni casa ha due o tre santi miracolosi) quadri e statue, San 
Gennaro, San Vincenzo altrimenti detto o* monaconey la Madonna 
del* Carmine, S. Anna, un Crocefisso: si tolgono dalle edicole e 
dalle cappelle. Donne e fanciulli, scarmigliati, a due a due, con le can- 
dele accese percorrono le vie recitando preghiere, cantando litanie e 
inni; la croce innanzi, rimmagine dietro, portata da due uomini. Ai 
lati, dietro, cefR di ladruncoli, guagliune 'e mala vita, picciutte 'e 
sgarro. Vi porgono sotto gli occhi un vassoio, un cestino, il cappello 
rovesciato : Signurlf vulite bhene a San Vici^, o a Maronna 'o Car- 
mine, ovvero a Gieau Criste, Guai a non gittare un soldo : vi man- 
dano maledizioni e bestemmie. 

Altre folle, in vase dal terrore, di notte, armate di travi, hanno 
sfondato la porta delle chiese, si sono impadronite di qualche imma- 
gine e Thanno trasportata per le vie, con ululati di spavento, con 
alte preghiere e-invocazioni. 

Sotto Tarco della Porta di S. Gennaro un uomo sorregge un 
busto di S. Gennaro, e lo fa ballare sopra la sua testa, ritmicamente. 
E intorno una folia di donne, levando in alto una torcia, una can- 
dela, grida al Santo: '0 vol che tiengo? Fa 'o miracolo! Fa 'o 
miracolo, Gli promettono il cero se fara il miracolo di fermare Te- 
ruzione. 

Altrove una processione di S. Vincenzo s'incontra con una pro- 
cessione di S. Gennaro. I vincentini mostrano le pugna a S. Gen- 
naro e gridano: 

—- SI, sH credete a San Gennaro! non vedete che non fa 
piu miracoli? Viva S. Vincenzo! S. Vincenzo b il santo nostro. E 
quelli di rimando: E pigliatevelo San Vincenzo! pigliatevi 'o mona- 
cone! Viva San Gennaro nostro!.... — E giu improper!, turpitudini, 
minacce. 

Una folia tuiiultuosa ha costretto il capitolo del duomo a por- 
tare in processione il famoso busto argenteo di San Gennaro, il piu 



LE SUPERSTIZIONI DEL POPOLINO NAPOLETANO 297 

miracoloso, Tautentico. Lo portarono sul ponte della Maddalena, vol- 
gendolo con la faccia al Vesuvio, e \\ tre monsignori, gravemente, 
benedissero il fiero e selvaggio monte, per arrestare Teruzione. 

Molte chiese furono obbligate a restare aperte tutta la notte : e 
dinanzi alle immagini piu famose ^ un rovesciarsi di anelli, calfene, 
orologi, gioielli d'oro e di argento, non gia per venderli e soccorrere 
i bisognosi, ma per appenderli in voto nei quadri e nelle statue. Da 
Pompei si partono altre notizie strabilianti : a mezzanotte un uomo 
picchi6 alia porta della chiesa. II sagrestano si affacci6 a una finestra : 
era un prete. — «Che cosa volete? — gli domand6. — Debbo re- 
citare la messa, — rispose. — A quest'ora non si dicono messe ! — 
Ed io la recito a quest'ora: se non mi aprite, apro da me!» E sic- 
come il sagrestano indugiava, il prete fece un segno e la pK)rta si 
spalanc6: e il prete recit6 messa, nella chiesa silenziosa: ma alia 
consacrazione, spezz6 I'ostia, mezza la mangi6, mezza la diede al sa- 
grestano ordinandogli — con meraviglia di costui — di buttarla fuori. 
II Sagrestano esce, e dinanzi la porta trova una donna : — Che cosa 
fate, sagrestano? — Lo vedete? c'^ di la un sacerdote che dice messa 
a quest'ora, e vuole che io getti quest'ostia fuori! Datela a me, e 
se vi domanda chi ha preso Tostia, ditegli che Tha presae Tha man- 
giata la mamma sua! 

Non c'e bisogno di dire che il prete era Gesu, che la donna era 
la Vergine. Intanto il miracolo va girando per le bocche, e il popo- 
lino se ne commuove, perch^ non mette menomamente in dubbio 
la verita della storiella, e guai a chi osa farla ricredere. E di mira- 
coli come questo ne corrono; gli eroi sono i santi del popolo: San 
Vincenzo e Sant'Anna alia testa. 

N^ soltanto il popolo minuto si lascia sopraffare da questa sto- 
riella, ma anche la borghesia: e le superstizioni, gli atti di fanatismo 
aumentano, fino al punto da produrre delle agitazioni e render ne- 
cessaria Toccupazione militare della citta. • 

Religione.? no. La religione non ci ha che fare: questa ^ ido- 
latria; Domenedio e i santi del paradiso non ci hanno che vedere: 
si tratta di immagini; si tratta di tutto un fondo etico scomparso 
quasi dalla coscienza degli altri popoli, che qui sorvive e costituisce 



298 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

anzi ranima del popolo. fe il vecchio morido pagano camuffato sotto 
nomi e riti diversi, che nessuno ha combattuto, che nessuno ha cer- 
cato di trasformare. Quest© popolo ^ ancora quelloche era moiti secoli 
addietro, non ostante le sue camere di lavoro e le sue scuole. 

Qualcuno crederebbe che Tignoranza debba essere cagion di 
questo; no. La percentuale deiranaifabetismo non h qui cos\ alta da 
giustificare questa immobilita della coscienza, come, per esempio, h 
alta nelle Calabrie. La maggioranza del popolo sa leggere e scrivere, 
ma la scuola non educa, non trasforma, non esercita alcuna influenza 
sugli spirit!. Questa k la verita.I ragazzi delle scuole vi entrano con 
tutte le superstizioni, con tutti i pregiudizi, tutte le attitudini alia 
mala vita, ne escono senza averne una di meno. Potrei qui molti- 
plicare esempi di esperienze da me fatte. E i maestri.? I maestri nella 
maggioranza sono i primi a raccontar miracoli e cose straordinarie ai 
fanciuUi, e perpetuare gli errori; essi non formano pertanto quella 
coscienza scientifica che pu6 solo impedire le scene medioevali di 
cui Napoli ^ stata il teatro. 

Qui c'h tutto a-rifare: c'^ un popolo da trasformare. Napoli 6 
un anacronismo; la verita sembrera crudele, ma bisogna dirlo; e bi- 
sogna anche dire che coloro i quali hanno il dovere di trasformare 
Napoli, non fanno nulla, anzi perpetuano la vitalita di tutto il vec- 
chiume, perch^ nella fanciullaggine superstiziosa e viziosa del popolo 
trovano il mezzo piu idoneo pei loro fmi. 

Maurus. 
Napoli, 13 aprile 1906. 



LEGGENDE POPOLARI PIEMONTESI 



I racconti che Tumile popolo delle campagne va ripetendo di 
generazione in generazione hanno pure la loro importanza, perch^ 
servono ad illustrarne il genio inventivo, il grado d'istruzione, le abi- 
tudini, il carattere intimo : ecco i:>erch^ io penso che meritino d'es- 
sere note le leggende che pubblico qui appresso e che ho raccolte 
in van luoghi della provincia di Cuneo. Sar^ facile scorgere in esse 
Tespressione chiara e palese dei sentimenti che primeggiarono e pri- 
meggiano neiranima del contadino di Piemonte : un grande concetto 
della potenza del demonio considerata con vivo terrore, una profonda 
fede religiosa che ricorda costantemente i tremendi castighi inflitti 
da Dio agli emp!, un alto senso di onesta e di rettitudine, e fmal- 
mente, talvolta, una vena sottile di umorismo bonario. Le leggende 
seguenti sono la riprova di uno o dell'altro di tali affetti, che piu 
risaltano nella psiche del p)0|X)lo subalpino. 

I. La rocca dei sette fratelli. 

S'apre questa grande voragine, dovuta certamente all'erosione 
delle acque come le cosidette rocche di Pocapaglia, di Monta, di 
Diano e di molti altri luoghi del Piemonte, nelle vicinanze del borgo 
di Treiso (regione delle Langhe) ; ed ^ veramente interessante per 
la sua orrida bellezza, che Tha resa fra tutte la piu famosa. In mezzo 
ad un tratto di altipiano coltivato a campi e a prati essa si sprofonda 
come un'enorme buca quasi circolare ; e i suoi fianchi tagliati a picco 
non sono gia-lisci ed eguali ma presentano come sette archi, sette 
nervature, ad una delle quali ^ connesso un piccolo poggio piKimi- 
dale, che si aderge in mezzo al vuoto dell'orrido precipizio quasi a 

ArchMo per le tradisioni popolari, — Vol. XXIII. 38 



300 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARf 

vedetta, e che ricorda le piramidi, gli obelischi ed i monoliti di altre 
rocche consimili. Tanto per6 della voragine quanto delle sue parti- 
colarita che abbiamo accennate ha dato una spiegazione affatto di- 
versa la leggenda : ne riferisco la versione piu semplice e plu comune 
fra le tante che le son date nei cento villaggi in cui essa fiorisce. 

In tempo da noi gia lontano vivevano in Treiso sette fratelli 
Tuno peggiore dell'altro, prepotenti, vendicativi, ma sopratutto spudo- 
rati bestemmiatori : una famiglia di veri birbanti, usi a commettere ogni 
sorta di eccessi ; e poich^ a quel tertipo non c'era modo di metterli 
a freno tutti ne soffrivano terrorizzati. Per6 Dio vegliava e maturava 
la sua grande vendetta. Era la ricorrenza del Corpus Domini^ una 
giornata bellissima plena di sole e di gioia ; ma mentre tutti gli altri 
si disponevano a celebrarla osservando il santo precetto del riposo 
festivo, i sette fratelli, non per altro che per far pompa sfacciata di 
loro incredulita proterva, vollero recarsi tutti insieme a lavorare in 
un vasto campo che possedevano presso il paese. Verso Tora del 
mezzogiorno essi stavano seduti in giro nel mezzo del loro podere 
intorno al pranzo che la serva, accompagnata dal cane, aveva arre- 
cato, quando videro muovere alia loro volta la processione religiosa, 
che, secondo il costume, uscita da Treiso, si recava ad un pilone 
cola vicino per ritornarsene quindi in paese. A quella vista la serva, 
che aveva devozione e timor di Dio, os6 dire ai suoi padroni : 
« Perch^ non v'alzate almeno in piedi, e non fate il segno di croce? » 
Risa di scherno, motti sarcastici e orrende bestemmie furono la ri- 
sposta. Ma ecco d'un tratto, in men che si dica, oscurarsi il cielo e 
scoppiar fulniini e tuoni : la terra si scosse quasi convulsa, un rombo 
terribile parve risuonare nelle sue viscere, ed il campo dov*erano gli 
empi disparve, sprofondando nel vuoto. I setti fratelli furono tutti 
ingoiati dall'abisso, n^ piu rimase di loro alcuna traccia fuorch^ 
quegli archi che si formarono nella parete della voragine durante la 
loro caduta precipitosa.... E su quel poggio che ancora sovrasta stet- 
tero sani e salvi la serva ed il cane, risparmiati per la loro innocenza 
da cosl spaventevole ruina. 

Tale il fatto per il quale si sarebbe formata Tattuale voragine : 
e non si pu5 dire che questa non sia una bella leggenda. 



LEGGENDE POPOLARI PIEMONTESI 30I 

11. II cesto del diavolo. 

Nelle vicinanze della storica citt^ di Cherasco e presso il con- 
fluente del Tanaro con la Stura sorge isolate in mezzo alia pianura 
eguale e livellata un piccolo pogglo di forma tondeggiante, alto un 
venti metri, che h detto dal popolo Muncravieu e dai geografi Monte 
Capriolo *). Come si sia formata quelPaltura cosl strana e bizzarra non 
si pu6 dire : certo non k un masso erratico, e non pot^ formarsi per 
un fenomeno naturale comune quando tutto il piano circostante ^ 
dovuto ai sedimenti che nelFepoca terziaria lasciarono le acque, ri- 
tirandosi da questi luoghi tuttora ricchissimi di fossili. Ma ecco che 
il pK)polo ha voluto senz'altro spiegare I'origine del poggio con una 
leggenda plena di fantasia ed anche di un certo umorismo. 

fe noto che anticamente la vicina citta di Cherasco era una 
piazza fortissima, munita tutt' all' intorno di enormi bastioni che la 
rendevano quasi inespugnabile. Orbene, sapete da chi furono co- 
strutti quel grandi bastioni? Nientemeno che dal diavolo, il quale, 
chiamato in aiuto dai ricchi e potenti signori del luogo (i ricchi se 
la intendono meglio degli altri col diavolo !) si dispose ad aiutarli con 
Topera sua. Quel gigante immane prese seco un cesto proporzionato 
alle sue membra colossali; e dopo averlo riempito di terreno, che 
traeva dalle colline di Pocapaglia limitanti a sinistra la valle del Ta- 
naro, se lo caricava sugli omeri, e traversando a grandi passi il piano 
ed i fiumi che lo percorrono, si recava a vuotarlo sul ciglio del colle 
di Cherasco. Cosl si formarono le profonde voragini rocche di 
Pocapaglia, e cosl ebbe origine la fortezza cheraschese. Ma una volta, 
mentre compieva il solito percorso, il diavolo inciamp6 in un albero 
e fu n per cadere: pot^ ancora tenersi in piedi aiutandosi con le 
braccia a mantenere Tequilibrio, senonch^ il cestone ricolmo caddegli 



i) Lo trovo anche ricordato col nome di Monte Capreolo (abl. di luogo) in una 
carta deirerezione dell'abbazia di S. Pietro in Savigliano del la febbraio 1028, e 
in una carta di donazione della contessa Adelaide ad Alberto di Sarmatorio del 
23 maggio 1078. 



^ 



302 ARCHIVIOPER LE TRADIZIONI POPOLARI 

a terra, e ne and6 rovesciato il terreno che conteneva. Belzebu non 
istette a ricoglierlo, ma torn6 indietro senz'altro a ripetere I'opera sua; 
e quel terreno rimase i:>er sempre nel sito attuale formando Taltura 
piu sopra descritta. Nella quale la potenza delle tenebre rivelasi an- 
cora tutt'oggi in questo modo straordinario : che riesce affatto im- 
possibile erlgervi una qualsiasi costruzione, muro capanna, f)erch^ 
tosto ogni cosa si sfascia e rovina, distrutta da una forza misteriosa 
e terribile. 

HI. La macchia di sangue. 

fe in una cascina prossima ad Alba, chiamata Moncareth, che 
mostrano tuttora nel pavimento di una stanza una gran macchia 
scura, la quale non b mai stato possibile cancellare, ed b di sangue, 
a ricordo del fatto seguente. Fatto che narrasi dai contadini non solo 
del territorio di Alba ma di gran parte delle Langhe e deH'Astigiana. 

Un giorno un povero servitore di quella cascina, posseduta da 
ricchi signori, ebbe la strana ventura di scorgere nel campo in cui 
lavorava coiraratro una gran biscia, che passando davanti ai buoi 
mise in loro un forte terrore, si che non vollero piu proseguire. 
Tornossene alia cascina pieno anche lui di spavento; ed ecco che 
il giorno dopo e tutti i giorni seguenti, alia medesima ora, la biscia 
ricompariva nel solco, e sibilando si dileguava. Non sapendo che 
cosa dovesse fare in quel brutto frangente, il giovane contadino 
pens6 bene di confidarsene con un pio prete : e questi, dopo lunga 
meditazione sui libri sacri, gli diede una corona del rosario, e disse: 
— « Domani mattina, quando andrai al campo, attacca questa corona 
al pungolo, e appena la biscia comparira fa di toccarla: se quella 
biscia k una persona cos) mutata, si trastormera certamente nelle 
sue naturali sembianze ». LMndomani la biscia riapparve; il contadino 
fece tutto quanto il prete avevagli consigliato; ed ecco che subito 
vide cangiarsi il serpente nella sua padrona, la quale era una donna 
di facili costumi, e, chissa per che sorta di malla, aveva preso una 
forma s\ strana. Ma la padrona disse tosto al giovane allibito e tre- 



LEGGENDE POPOLARI PIEMONTESI 303 

mante: — « Non dir nulla a nessuno su ci6 ch'hai veduto, e tutte 
le mattine avrai uno scudo sotto il guanciale; ma ricordati bene di 
non parlarne ad anima viva ». II servitore mantenne la promessa 
per lungo tempo; ed intanto, essendosi arricchito senza piu lavorare, 
fece nascere nelPanimo dei suoi compagni un desiderio vivissimo di 
conoscere il segreto della sua fortuna. Una sera, per giungere al 
loro scopo, Tubbriacarono, ed egli rivel6 ogni cosa; ma apf)ena com- 
preso il gravissimo errore si mise al collo una medaglia benedetta, 
sempre temendo che la padrona non si vendicasse. E un giorno, 
piir troppo, era in quella stanza dove si vede ora la macchia di 
sangue indelebile quando nel lavarsi si tolse la medaglia, dicendo 
fra s& stesso: — « Non verra mica in questo momento!». Ma 
s'ingannava. La padrona, (;he sempre lo teneva d'occhio, gli si 
present6 incontamente in forma d'un mostro gigantesco ed affer- 
ratolo lo stritol6. 

IV. La pietra del diavolo. 

A pochi passi da Sampeyre — grosso villaggio montano in pro- 
vincia di Cuneo — vi ^ un grande macigno, che sorge nel mezzo 
d'un campo e che la leggenda ha chiamato la pietra del diavolo. 
Viveva una volta in quel luogo un uomo di esemplari costumi che 
tutta Topera sua volgeva al bene del popolo, e ne era pertanto be- 
nedetto e venerato. Ma Teterno nemico del bene, cio^ il demonio, 
inspir5 un odio mortale contro quell'uomo in alcuni malvagi, i quali 
tramarono di uccidere si lui che i suoi piu fidi seguaci. L'impresa 
riuscl a mezzo con Tassassinio di quello sventurato; ma quando i 
suoi uccisori, appostatisi nel luogo Jov'^ ora la grossa pietra, ne 
assalirono gli amici superstiti, apparve d'un tratto la sua ombra, 
incutendo in quel tristi un -mortale spavento e mettendoli in fuga. 
Cos! accadde piu volte: alia fine il demonio, esasperato, venne in 
persona ad aiutare i suoi fedeli; ed una notte, in quel medesimo 
punto dove 1 'ombra soleva apparire, cieco di furore le scagli6 contro 
il masso che ora si vede in quel campo. L'ombra, colpita, disparve, 
n^ mai piu si vide. 



304 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

V. II colle del prete. 

Questo nome k dato ad un colle in vaile di Varaita: esso pre- 
senta alia sua cima un vasto piano tutto prato con in mezzo una 
capanna, nella quale si rifugiano i pastori quando il tempo minaccia. 
Si racconta che su quel colle fu trucidato un prete a scopo di furto. 
Dal giorno in cui avvenne il delitto, ogni qual volta passava in quel 
pressi un viandante, una forza misteriosa lo tratteneva, ed una voce 
d'oltretomba chiedevagli nome e cognome: dettolo, veniva lasciato 
passare. Gia da gran tempo si ripeteva lo strano fenomeno, quando 
alfine pass6 in quel luogo un discendente dell'assassino del prete. 
Anch'egli fu trattenuto ed interrogato, ma appena ebbe detto il 
suo nome e cognome cadde fulminato: e dopo d'allora il passo fu 
libero. 

VI. 11 castello della volta. 

fe un castello tutto diroccato ed abbandonato che sorge roman- 
ticamente, cinto da grossi alberi, sul ciglio del colle fra i villaggi di 
La-Morra e Monforte, dominando la splendida regione vitifera che 
da nome al famoso Barolo. V'^ ancora nella sua mole informe il 
ponte levatoio e qualche avanzo di trabocchetti, ma sopratutto in- 
teressa la bella leggenda che su vi fiorisce nel territorio vicino. Da 
tutti i villaggi e casolari circostanti, onde si vede quell'ammasso di 
alberi e di muri come una gran macchia scura ed irregolare ergentesi 
dalla linea verde del colle nello sfondo del cielo, i contadini lo ri- 
guardanocon un senso di meraviglia e d'orrore, e ne raccontano, 
pienamente convinti, la storia paurosa. 

Quando — in tempi gia molto lontani — quel castello era pieno 
di ricchezza e di magnificenza, i signori che vi abitavano diedero 
un giorno una gran festa, invitando a prendervi parte baroni e ca- 
valieri, signore e damigelle in gran numero. Ma costoro, essendo 
persone di costumi depravati e senza il timor di Dio, eccitati dal 



LEGGENDE POPOLARI PIEMONTESI 305 

delirio dei sensi, presero a danzare nella gran sala del castello spo- 
gliandosi completamente dei loro abiti: e cos\ ignudi menavano al 
chiarore di una miriade di fiaccole rorribile tresca impudica. Ed 
ecco d'un tratto mostrarsi contro di loro I'ira tremenda di Dio: 
s'udl un immane fracasso, le faci si spensero, e la volta del castello 
precipit5 nel vuoto sottostante, travolgendo nelle sue macerie quegli 
uomini e quelle donne esecrande. D'allora in poi piu nessuno abit6 
nel castello: ivi pose sua stanza il demonio, che aveva seco tratte 
airinferno le anime dei sciagurati peccatori; n^ mai piu permise che 
alcuno toccasse quei muri per restaurarli o modificarli. Gia molte 
volte si tent5 di aprire un passaggio nella stanza piu interna chiusa 
da ogni lato; ma appena si fosse fatto un breve pertugio bastava 
allontanarsi un momento per vederlo richiuso solidamente, ad 
opera di potenza soprannaturale. Ond'fe che il castello si giace so- 
litario e abbandonato, e col nome delta volta rammenta a tutti la 
sua tragica fine. 

VII. La fontana deirolio. 

Ad oriente della citta di Bra v'fe un poggio su cui sorge un 
umile e cadente chiesuola, che ^ detta di San Giovanni Lontano. 
Nei pressi di questa chiesa raccontasi che anticamente esisteva una 
fontana, dalla quale, invece che acqua, scaturiva limpidissimo olio. 
Tutti se ne servivano con loro grande vantaggio ; ma un giorno una 
vecchia and6 a prendere una certa quantita di queH'olio, e si rec6 
a venderlo in altro paese. Da allora la fontana rimase asciutta, n^ 
mai piu diede una sola goccia del suo prezioso liquore: perch^ Tin- 
gordigia disonesta della vecchia, la quale non s'era contentata, come 
gli altri, di tranne profitto per conto suo, tolse alia fonte la mirabile 
virtu di cui era dotata d). 

EUCLIDE MiLANO. 



i) Una leggenda quasi identica esiste nel luogo di Riolo presso il villaggio 
di Montelupo (Langhe): ivi fanno ancora vedere la pietra miracolosa dalla quale 
spillavasi Tolio. che per6 da gran tempo non b piu comparso. 



QUATTRO CANZONl E UNA NINNA-NANNA 
IN NASO (Provincia di Messina) 



fe nelle nostre tradizloni che, sin dai. tempi di Federico II, 
esistesse in Naso un'Accademia intitolata degii Audaci. Di questa 
Accademia, sorta per augumento della poeaia e delle belle arti ^) 
e ricordata con lode dai Mongitore 2), nessun atto, nessun docu- 
mento & pervenuto a noi, non ostante si sieno fatte accuratissime 
ricerche, e non ostante il nostro valoroso, quanto lacrimato cronista 3) 
affermi che sia durata in fiore fmo al secolo XVII. Solo qualche 
anno fa, andato a visitare un vecchio amico di famiglia, un tal 
Mastro Cono Gugliotta, perito agrimensore, che tutti chiamavano il 
poeta, perch^ a ottant'anni possedeva ancora una memoria sbalor- 
ditoia e non c'era canto popolare ch'ei non sapesse, mi venne fatto 
di cogliere su la sua bocca il seguente strambotto: 

Fici cantata Nasu: ognunu 'n gruppa, 
Pri lu pais! di San Conu 4) scappa: 
Vinniru Trussu, Desti, e vinni Cciuppa, 
Tutti tri 'nsemi cu ddh'aria vappa. 
A cu' ddha prosa, a ?u* stu versu 'ngruppa 
Cu' critica la zeta e cu' la cappa ... 
O ciriveddhi 'nfurrati di stuppa, 
Abbasatinni I'una e I'autra cchiappa. 

lo che da molto tempo andavo cercando qualche notizia intorno 
alia nostra rinomata Accademia, a sentire questo strambotto, cre- 



i) QUADRIO, Sior. e rag. di ogni Poes. Lib. /« Capo 2*. 

2) Sag. sop. le Ace. di Sic. torn. 1. Rim. degli Ereini, 

3) CARLO INCUDINE, Naso illnstrata. 
4) S. CONO h 1 protettore di Naso. 



QUATTRO CANZONI E UNA NINNA NANNA 307 

detti di aver trovata la pietra filosofale, molto piu che in esso si fa 
menzione di tre famiglie conosciutissime (6\ Tortorici le prime due, 
di Sant'Agata Taltra) che contano nei loro antenati parecchi cultori 
di letteratura e di scienza. Mi affrettai perci6 di domandare a! Gu- 
gliotta da chi lo avesse imparato, ed egli, j)ensandoci sopra: Se 
non isbaglio — mi rispose — dalPavv. D. Niccoi6 Trassari (studioso 
anche lui di lettere italiane e latine) il quale lo ripeteva a un uomo 
dotto di Castanea, un giorno che ci trovammo alia Plana per con- 
segnare la foglia de' suoi gelsi ai coltivatori di bachi. Questa risposta, 
se nori dilegu6, diminul di molto la mia prima impressione, im- 
perocch^ I'Accademia degli Audaci, anche dopo la conoscenza di 
questo canto, rimane sempre un punto interrogativo. fe certo per6 
che esso, di origine indubbiamente letteraria, accenna a una tornata 
accademica che si tenne a Naso, e alia quale intervennero letterati 
de' paesi circonvicini. Nessun male dunque ch'io lo renda di ragion 
pubblica, sia perch^, considerate oggettivamente lo merita, sia perch^ 
un giorno o Taltro potra servire di punto di partenza a chi voglia 
razzolare nelle nostre storiche tradizioni. 

Credo parimenti di far cosa grata agli amatori della nostra 
demopsicologia, pubblicando altri tre strambotti che^ in quella con- 
giuntura, appresi dallo stesso Gugliotta, e che incarnano a meraviglia 
il tipo de' nostri campagnuoli del vecchio stampo, quando cio^, con- 
tenti dello scarso tozzo che strappavano sgobbando, non intuivano 
neppure che per loro potessero spuntare giorni meno infelici, ed 
ignoravano perfino che ci fosse un'America. lo, che nei piu begli 
anni de la mia vita vissi in mezzo a loro ed ebbi Tagio di studiarli 
minutamente nelle loro abitudini, ricordo come fosse ora, che quei 
poveri disgraziati, costretti a lavorare dall'alba a la notte, anche i 
giorni di festa, non avendo altro mezzo che quello del canto per 
comunicare agli altri i propri pensieri, trasfondevano in esso ogni 
sentimento, ogni capriccio, ogni scherzo. 

Col primo, che esce un po' dairordinario, essendo quasi tutto 
composto di proverbi e modi di dire popolarissimi, si consiglia un 
giovane a prender moglie e gli si fanno degli avvertimenti sul modo 
di regolarsi quando poi sara marito. 

Archivio per le tradigioni popolari, — Vol. XXUI. 3 



3o8 ARCHIVIO PER LE TRADIZKDNI POPOLARI 

Perdi lu puntu cu* non fa tu 'ruppu, 
E casca 'nterra cu non sedl a ccippu; 
Cu' non senti, 6 'na radica di chiuppu, 
Cu' non s'accasa. 6 petra chi 'un fa lippu i). 
A t6 mugghieti tiracci lu tuppu. 
Si ti nn'adduni ch! cerca lu trippu : 
Ma si havi li *ranfi di la pnippu: 
Pri te, tigghiuzza, la cod ml scippu. 

II secondo h una bizzarca classificazione di colore che, come dice 
il popolino, sono devoti di S. Pasquale: 

Cu' 'un si nn' adduna d'essiri curnuto, 
'N frunti avi un conrn, ma onuratu resta ; 
Cu' si nn'addUM, e find ki sturdutu, 
Fa un fetu di bicctoni chi v'appesta; 
Cu' li vldi, li tocca e si sta mutu, 
Nn' havi du', nn' havi tri, n'havi 'na resta; 
Cu' di li coma siggi lu tributu, 
ComiAu un ghiocu di focu havi la testa. 

II terzo finahnente k una risposta che Gaetano Fazio fece a 
Paolo Lazzaro, due contadini clie io conobbi e che non facevano 
altro che bisticciarsi col canto, specialmente nella stagione dei bachi 
e in quella delle ulive. 

Paulu Lilzzaru ch'6ni un pueta 
E notti e ghiomu stampa 'ssi canzuni, 
Quantu nni vidi, tanti nni 'ncuSta, 
E' vilinusu commu lu scurzuni, 
Megghiu mi la finisci e mi si queta. 
Mi si pigghia c' 'u bonu a lu patruni . . . 
Si parti e si nni vadi a la Sireia, 
Si po' fari un pagghiaru 6 Strauluni. 

Per capire il significato vero di questo strambotto h necessario 
si sappia : che Paolo Lazzaro e Gaetano Fazio erano coloni dello 
stesso padrone: che il primo non possedeva nulla e Taltro aveva 
del proprio una catapecchia: che 'a Sireta e 'u Strauluni sono 
due siti macchiosi e inaccessibili del nostro bosco comunale. 



i) II proverbio dice: Peira chi non fa lippu veni Vacqua e s'a lira. 



OUATTRO CANZONI E UNA NINNA NANNA ^ 

E qui, perch^ il ricordo della mia vlslta riesca completo, tra- 
scriver6 la ninna-nanna con la quale una nuora del Gugliotta, 
mentre noi discorrevamo di canti popolari, nella stznm attigua, nin- 
nava il suo pargoletto: 

Viniti, sonnu, viniti, viniti, 
St'amuri di so' mamma addurniifscitL 
Viniti, sonnu, viniti di susu, 
'Ddurmiscitilu vu' Patri amunisu. 
Viniti, sonnu, viniti, ch'd ura, 
'Ddurmiscitilu vu', Beddha Signura, 
Viniti, sonnu di ddhocu a pinninu. 
'Ddurmiscitilu vu, Sant'Antuninu . . , 
Sant'Antuninu e Santa Margarita, 
Daticci boni joma e longa vita I 

Naso, maggio 1906, 

G. CrIMI - LO GiUDICE. 



CANTILENE POPOLARI E FANCIULLESCHE 
USATE A CHERSO 



Furono raccolte a Cherso, per6 — quantunque non abbia potuto 
consultare le monografie di alcuni miei valenti comprovinciali — tutto 
mi fa credere ^he sieno canti comuni a varie regioni della Venezia 
Giulia, dove, m'imagino, vivranno ancora sulle labbra del popolo con 
lievi mutamenti fonetici, forse, ma non sosfanzialmente diversi. 

fe la poesia rude, se vogliamo, ma spontanea delle nostre madri ; 
delle bambinaie che addormentano i poppanti ; dei nostri fanciulli che 
alternano col canto i loro giochi innocenti. 

Taito il mondo b un paese; e chi, armato di pazienza, volesse 
prendersi la briga di fare uno studio comparativo di queste rustiche 
cantilene, vi riscontrerebbe numerose somiglianze, sp)ecialmente con 
quelle del Veneto e della Toscana. 

A me basti la soddisfazione modesta di aver salvato qualche ta- 
vola da un naufragio imminente, prima che la marea slava, rotti gli 
argini, dilaghi e tutto nella sua corsa fatale travolga. 

Dii latem nobis avertite pestem! 

Din, don, campanon, 
tre sortie suM balcon: 
una fila, una tdia, 
una fa M capel de pdia; 
una (!) prega San Vio 
che '1 ghe porti un bel mario, 
bianco, rosso, colorio 
come un persego fiorio. 

Canta la mamma, ma il pargoletto non dorme, e la guarda, fiso, 
con gli occhi imbamtx)lati e la bocchina aperta ; per assopirlo bisogna 



CANTILENE POPOLARI E FANCIULLESCHE 311 

ricorrere alia ninna-nanna di Maria dl Nazareth. Sicuro, anche il Na- 
zareno fu un bambino irrequieto come tanti altri; vagiva e strillava 
nel suo presepio di paglia secca : e se a riscaldare il suo corpicino 
intirizzito bastava I'alito tepente del bue, ci voleva, per addormen- 
tarlo, la voce argentina della sua vergine Madre. 

Ninna nanna, bel putin, 
fa la nanna fantolin: 
fa la nanna mentre canto, 
dormi tu, bel bambin, 
soto 1 mio manto. 

Chissa quanti si saranno scervellati sulKargomento ! Eccola qu^ 
la cantilena della bionda Maria; e con che tono di convinzione pro- 
fonda la mi riferiva una vecchietta del mio paese ! 

Andate a dirglielo che non sia vero : ma che, la Madonna can- 
tava, proprio cos^, in italiano.... 

Ma, ove questa non basti, la mamma paziente, cambiando 
. « dosa », ossia con diversa intonazione di voce, ne attacca un'altra : 

Feme vu le nanne, - feme un dolce sonno 
fino di sta sera a doman el chiaro glomo : 
feme vu le nanne a poco a poco, 
come le legne verde che stit sopra el foco ; 
le st^ sopra el foco e no le da vampa, 
vu se el mio caro ben, la mia speranza. 

E facciamo conto che il bimbo si sia addormentato. 



* 



Un'altra serie di canti, certo piu numerosa, forma — direm cosl 
— il patrimonio poetico delle nostre bambinaie, che debt)ono inge- 
gnarsi con qualche mezzo a tener boni i fanciulli afifidati alia loro 
custodia. 11 tempo h uggioso, e non si pu6 uscire in giardino : i fan- 
ciulli fanno il diavolo a quattro nella stanza da gioco ; per frenarli 
un pochino, non c'^ che la potenza della poesia. E la bambinaia deve 
metter mano al suo repertorio, e incominciare : 



312 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

1. - Piova, piovesina, 
la mama va in cusina, 
la ci6 '1 cortelo 

la mazza Toselo: 
la ci6 un bocon, 
la dise che bon. 
La va in lantana, i) 
la fila la lana; 
la fila la stopa, 
el gato la copa. 

Quasi sempre, immediatamente dopo rultimo verso della canti- 
lena, biascicata con ritmo monotono, la bambinaia emette un « puff! » 
e a quel segnale i bimbi, che sono in corona ad ascoltaria, si but- 
tano ginocchioni, o s'arrovesciano sguaiatamente ridendo. 

2. - Ogi xe domeniga, 
la festa de la Meniga: 
la va in banco, 

el banco iera roto, 

la va in pozo; 

el pozo iera pien de aqua, 

la va in piaza; 

la piaza iera plena de signori, 

la salta su i fiori; 

i fiori iera sechi, 

la salta su 1 preti; 

i preti la bastonava, 

povera Meniga se rondulava. 

3. - Comare Franzeschina, 
gave visto la mia galina?... 
La go visto su in lantana, 
che la magnava la mazurana ; 
la go visto su '1 balcon 
con quel vecio marangon; 

la go visto su i cop^ti, 
che la magnava i garofoleti: 
e la ga fato co-co-c6... 
e la xe anda'^ami no so... 



i) Corruzione di altana, loggia aperta sopra il tetto delle case. 



CANTILENE POPOLARI E I^ANCIULLESCHE 313 



4. - Santa Ana 
in orto stava, 
tre figlioli 
la cercava. 
Tasi, tasi Ana, 
ti gaverA una fia... 
Come si chiama? 
di nome Maria. 
La panderemo a scola 
CO* la tabeleta nova. 
Guarda in su, 
guarda in giii, 
cercio averto 
de fogo benedeto: 
casca una ioza 
su la pieracota: 
pieracota scotava, 
tuto '1 mondo illuminava. 
Lumina, lumina Santa Ciara, 
impresteme la vostra scala, 
per andare in paradiso 
a vedere quel bel viso : 
quel bel viso iera morto 
e nissun no iera colpo. 
I angeli cantava 
e la messa se alzava; 
oh Che bela orazion, 
tuti quanti in zenocidnl 



* * 



1 canti del gioco : cos), e non altrimenti, ^ da chiamarsi questa 
terza serie, varia, abbondante e anche bizzarra quanto la fantasia ca- 
pricciosetta dei nostri fanciulli. Ogni gioco a il suo accompagnamento 
ritmico. Sentite come cinguettano i nostri ragazzi, durante le ore di 
ricreazione, nei loro giochi all'aperto ! 

Facendo al iocco. 
I. - Trenta quaranta 
la pecora la canta; 



314 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

la canta su *l cop6, (?) 
viva, viva pecore. 
Pecort xe andada a messa, 
viva, viva la contessa. 
La contessa xe andada 
a ciamar da Giovannin; 
Giovannin xe &msAk : 
i lo porta in ospedal, 
i ghe dk la medizina, 
el xe morto stamattina, 
a le ore zinque e meza. 
Chi la dii - fori va. 

2. - Ucelin, che va per mare, 
quante pene v6i portare? 
V6i portare una sola: 

Chi xe drento, chi xe fora, 
chi la dA - fora va. 

3. - San Zorzi cavallon, 
che tigniva la spada in man 
per mazzar quel cococan, 
per mazzar quel serafin; 
oh che bestia birichin 1 

Chi la 

A nwsca cieca. 

4. San Francesco, 
la bela stela in mezo: 
la fa un salto, 

la fa un altro, 

la riverenza, 

la penitenza, 

la sera i oci, 

la basa chi che la vol. 

Le due seguenti cantilene i ragazzi le ripetono tenendosi per 
mano e andando sempre in giro ; all 'ultimo verso, traducendo in atti 
le parole del canto, s'arrestano simultaneamente e si piegano fino a 
baciare con le natiche la terra. 

5. - Bozzolo, bozzolo tondo, 
quanti bezzi xe a 'sto mondo? 



i 



CANTILENE POPOLARI E FANCIULLESCHE 315 

Per5 qualche monello non s'attiene strettamente, o magari si 
oppone agli ordini del piu anziano, maestro dei giochi: e allora fe 
preso dagli altri compagni, deve inginocchiarsi e chiedere scusa con 
la formola.... sacramentale : 

Perdon, - per santo baston : 
perdon, - per santa bacheta, 
cheil maestro nol me le peta i). 

Alle volte i nostri birichini, instancabili nei chiassi, sono colti 
dalla pioggia da un temporale improwiso; giu a rompicollo verso 
casa, e, come il cielo & solcato da una folgore o Taria commossa da 
un tuono, si segnano con la croce e p)ailidi mormorano: 

Santa Barbara San Simon, 
liberene da questo tron! 
Santa Barbara benedeta, 
liberene da 'sta sa^tal 

Anche il terrore k il conforto della poesia ! E dovranno mutar 
nomi, mutar costumi queste nostre piagge, dove ancor oggi sulle 
labbra coralline dei bimbi sboccia la facile rima? 

Main5 ! ove un giorno il Leone risorga, e s'accinga a finire la 
sua gesta incompiuta, verso le marine sorelle, 

anche udrA anche udr^ nel Quamaro 
i canti d 'Italia sul vento 3). 

I. A. Cella. 



1) Petar, dar busse. 

2) G. D'ANNUNZIO, Laudi, libr. 11. (Ode a iV. e P. B.) 



Archimo per le tradigUmi popolari, — Vol. XXO. 40 



IMPRONTE MERAVIGLIOSE IN ITALIA 



(Contimiazione, Vedi p. 208), 



CXLVIII. Le ginoccbia di S. Valeriano 

presso Frossasco salle Alpi. 

La tradizione del miracoloso salto di S. Valeriano h ancora viva 
fra gli abitanti di questo circondario. 

II santo abitava a Frossasco, ma desiderando di vivere in un 
luogo soiitario per dedicarsi tutto alia meJitazione, un giorno saH sul 
picco dei Tre Denti. Mentre pregava, sbucarono alPimprovviso da una 
caverna aicuni cefifi, i quaii, o perch^ volessero derubarlo, o fossero 
avversi al santo e alia sua religione, lo minacciarono di morte. AU 
lora egli fugg^, scivolando e correndo ai paurosi crepacci, strisciando 
sull'orlo dei precipizii, inseguito dai malandrini, che bestemmiavano 
e gli scagliavano dei sassi. Sfinito dalla corsa, si raccomand6 a Dio 
perCh^ lo salvasse dai suoi persecutori, e. dalla sommita di una roccia 
spicc6 un salto di parecchie centinaia di nietri, venendo a cadere 
sopra un masso, dove lasci6 Timpronta delle ginocchia e tracce di 
sangue. 

In memoria del salto miracoloso, su quella altura fu eretto un 
Santuario, che prese il nome di S. Valeriano, dove i fedeli durante 
le domeniche del mese di maggio si recano in pellegrinaggio. II masso 
con I'impronta delle ginocchia e le macchie di sangue h oggi custo- 
dito da una cappella, e sopra una parete S. Valeriano b dipinto con 
un ginocchio genuflesso sulla pietra e lo scudo in mano i). 



i) F. SEVES. Leggende Alpine, n. 4; nel Niccold Tommaseo, a. II, n, 7-8, 
Luglio-Agosto 1905. 



IMPRONTE MERAVIGLIOSE IN ITALIA 317 ' 

CXLIX. Le dita del diavolo sulla Rocca di Cavour. 

Quando il diavolo signoreggiava in Cavour ed aveva la sua di- 
mora sulla sommita della Rocca, gli abitanti risolsero di allontanarlo, 
innalzando una croce dove abitava. 

LMmpresa non fu facile, perch^ egli si adopr6 in tutti i modi 
per impedirlo; ma quando la croce venne eretta, urlando in modo 
spaventevole, si gett6 in un luogo sottostante, e nella caduta lasci6 
sulla pietra Torma indelebile di tre dita. 

II genio del male era stato vinto, e Timpronta scorgesi ancora 
sul macigno a ricordo della sua scomparsa i)- 

i) La croce di pietra fa innalzata in memoria dei Cavorresi morti combat- 
tendo nel 169 1. 

A. F. SEVES, Leggende Alpine, n. 7, loc. cit. 

CL. II piede del diavolo (Salerno). 

Fino a poche decine d'anni fa, fin quando cio^ la chiesa di 
S. Benedetto (in Salerno) fu mutata in teatro, un ghirigoro fatto 
neirimpiantito dei vestibolo della chiesa, dinanzi al Crocefisso, si 
indicava ai fedeii come Timpressione del piede del diavolo. 

Quel ghirigoro sarebbe stato iasciato dal percuoter che fece 
rabbiosamente col suo piede caprino il diavolo, il quale, andato a 
prender Tanima del gran mago Pietro Barliario se la vide sfuggire 
di mano, perch^ il negromante, pentitosi dei suoi peccati, si convert! ; 
e Dio io sottrasse aile pene dell'inferno i). 

I) G. TOTTOLI, La leggenda di P. Barliario in Salerno, in Archivio, v. XXII, 

G. P. 
CLI. I piedi di Q. Cristo (Roma). 

A Roma nella chiesa Domine, quo vadis (fuori p.* San Seba_ 
stiano) esiste una pietra su cui si vede I'impronta dei piedi di G. C, 
quando apparve a San Pietro che fuggiva la persecuzione neroniana. 

A. Camilli. 



L'ORIGINE DELUESPRESSIONE FRANCESE 
« PASSER A TABAC * 



II mio erudito amico Georges Montorgueil pubblica neW&lair 
del 9 di luglio del 1906, in Parigi, un articolo assai notevole sulle 
espressioni popolari francesi « passer k tabac », « passage a tabac ». 
Ecco Tarticolo del notissimo direttore di queW IntermMiatre des 
chercheurs et curieux il quale rende tanti e si inestimabili servigi 
ai folkloristi; Tarticolo fe inspirato da una recente circolare del Mi- 
nistro deirinterno di Francia, Clemenceau: 

« M. Clemenceau vient d'adresser k M. Lepine i) Tinvitation de 
faire afificher dans les postes de police 1' interdiction de passer a 
tabac les citoyens. 

« C'est enfoncer une porte ouverte : M. Clemenceau s'est dit 
que ce sont ceiles-li seulement qu'on enfonce. II aura tout le monde 
avec lui, et sa circulaire a d'avance cause d'autant plus gagnee que 
les abus qu'elle signale sont nies ofificiellement. 

« Le « passage a tabac » est ignore, en apparence, des chefs de 
la prefecfure de police, et s'il s'exerce, c'est, k les entendre, contre 
leur volonte. II est formellement interdit. Ce qui ne suppose pas le 
moins du monde qu'on ne le pratique pas. La circulaire de M. Cle- 
menceau interdisant ce qui n*est pastolere, a grande chance d 'avoir 
tout juste le succ^s des manifestations precedentes contre un procede 
qui n'est pas dans la lettre d'une mstitution, mais dans la brutalite 
naturelie de Thomme. 

« Le * passage k tabac » consiste a f rapper, une fois qu'il n'est 



i) L6pine 6 il Prefetto di Polizia. 



L'ORIGINE DELL'ESPR€SSIONE FRANCESE « PASSER A TABAC » 319 

plus en etat de se defendre, le prisonnier qu'on a capture. C'est une 
lachete. Elle est criante. Les socialistes s'en plaignent k chaque 
echauffouree; les manifestants des inventaires i) ont eprouve la douceur 
de ce syst^me. II estvrai que leurs adversaires, ces jours-la, applau- 
dissaient les agents. 

« D'ou vient Texpression « passage k tabac » ? On ne sait p)as 
tr^s bien. Les explications des erudits sont confuses et contradictoires. 
On raconte qu'autrefois les * casseroles >► a) qui rendaient des services 
recevaient des paquets de tabac, ou si leurs services etaient me- 
diocres, des bourrades. De 1^, Texpression passage k tabac ou passage 
|:)our avoir du tabac. 

« En realite, le mot « tabac », dans Targot, signifie coups et vio- 
lence. Delvau dit: 

* To&ac: ennui, mis^re. fitre dans le tabac: ^tre dans une po- 
€ sition critique. Fiche du tabac a quelqu'un : le battre. 

« Les zouaves chantaient, au debut de la conqu^te de TAlgerie: 

A la chiffa, 

A la chiffa, 

Les r^guliers ont regu du tabac. 

* C'est-^-dire ont regu des coups. Passer a tabac, c'est done re- 
cevoir des coups. 

* Ceux qui ont eu le desagrement d*^tre menes au poste ont 
pu se rendre compte que cette etymologie est d 'accord avec la realite. 

« Dans le proems du Vietix Petit Employ^, il y a vingt-cinq ans, 
on a vu defiler des temoins qui, pour la premiere fois, employaient 
Tespression. M. Cousin, inspecteur de police: 

* Quand je suis arrive au service de la SQrete, j'ai demande aux 
anciens la cause des cris que |:)oussaient des personnes, et ils m'ont 
repondu: « Ce sont des individus qu'on ligote fortement en leur de- 
mandant s'ils veulent casser du sucre; on appelle cela passer au 
tabac ». 



1) Gl'inventari dei beni delle Chiese, in Francia (1906), dopo la legge detta 
< di Separazione >. 

2) Casserole chiamano i parigini una spia. 



320 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

* Un autre temoin dit : 

« Quand la reponse se fait attendre, le chef de Tescouade dit 
brusquement: * Passez-moi cet homme au tabac». Et alors les coups 
de pied, les coups de poing, les coups de talon tombent dru sur le 
patient ». 

« Maintenant, on ne dit plus : « Passez-moi cet homme ctu tcAac ». 
On ne dit rien et on le passe k tabac quand m^me. Et il est a 
craindre qu'apres la circulaire de M. Clemenceau, ce ne soit la m^me 
chose ». 

« 11 y a longtemps qu'on r^ve d'agents resignes et debonnaires. 
Quand Caussidi^re changea le nom des gardiens de la paix — c'est 
toujours par la que les revolutions commencent — on garda la m^me 
police mais on Tappella autrement. Marco Saint-Hilaire i) chanta les 
nouveaux gardiens de la paix : 

Est-on arrets, 

C'est en verity 

Avec s6renite 

Sont-ils ch6ris, sont-ils polis, 

Les gardiens de Paris! 

* Mais qu*on change leurs noms ou qu'on affiche des circulaires 
dans les postes, c'est a peu prfe illusoire. La nature humaine est la. 
On passait deja a tabac sous Tancien regime. Et deja sous Tancien 
regime, quelque deux si^cles avantM. Clemenceau, il y avait des 
gouvernants soucieux d'assurer le respect des prevenus et les droits 
de rhomme ». 

« Comment iis s'y prenaient ? Line note du lieutenant de police 
Rene d'Argenson va nous le dire : 

« 20 octobre 1702. 

« Je ne doute pas que vous ne soyez informe de la sentence 
qui a ete rendue ce matin contre les officiers qui, sous pretexte 
d'emprisonner le sieur Lemire, avoient exerce envers lui des violences 
dont il est mort. Le nomme Legrand, exempt de la Monnoie, a este 



i) Emile Marco < de Saint-Hilaire >, I'autore dei famosi ed apocrifi memoires 
di un paggio di Napoleone I. 



L'ORIGINE DELL'ESPRESSIONE FRANCESE « PASSER A TABAC » 321 

condamne a estre pendu; Thuissier Mezannet a trois annees de ga- 
lores et k assister k la potence; Brion, caissier du sieur Boudron, 
au bannissement, en 15,000 livres de dommages et inter^ts et en 
5,000 livres pour les depens de la contumace. 11 est certain que ce 
jugement etoit necessaire pour corriger la barbarie des archers et 
Ton doit esperer que cet exemple les remettra dans les regies de 
I'humanite qu'ils sembloient avoir oubliees ». 

* On pendait alors qui passait k tabac. Nous avons pris depuis 
ce temps-la la Bastille, et qui passe 2i tabac a recu de Tavancement. 
La circulaire du ministre de Tinterieur fait savoir qu'il n'y a plus 
d'avantages attaches k cette brutalite. D'Argenson, ministre de 
Louis XIV, etait plus raide : il montrait qu'il y avait de fort graves 
inconvenients ». 

Sul medesimo argomento b da vedersi un attraente articolo fir- 
mato Tout-Paris nel Gaulois dei 10 di luglio del 1906, intitolato : 
Bloc-notes Parisien : Le passage a tabac, 

Anche V IntermMiaire ch'io citavo poc'anzi, si h occupato di 
questa locuzione e dalla sua origine. 

Parigi, nel luglio del 1906. 

Alberto Lumbroso. 



DUE POESIE POPOLARESCHE DEL CINQUECENTO 

RICORDATE NELLMNCATENATURA DEL BIANCHINO 



Nella Miscellanea Cerroti della Biblioteca Alessandrina di Roma, 
sebbene v'abbian guardato tanti occhi buoni, specialmente in questi 
ultimi anni, c'h sempre quaiche cosa da spigolare. Non sarebbe forse 
inutile una descrizione a stampa di tutti quel fascicolini, coirindica- 
zione di c\b c\\e b stato riprodotto o in altra maniera utilizzato 
dagli studiosi. 

lo ne tolgo due poesie ricordate dal Bianchino e non identificate 
finora. Ho sott'occhio la ristampa della famosa incatenatura colle 
illustrazioni, dovute specialmente al compianto Severino Ferrari, quale 
k data nella seconda edizione degli Studi di Alessandro D'Ancona 
su « La poesia popolare italiana (Livorno ^ Giusti 1906) ». 
Incatenatura, stanza 7*: 

Or queste pastoral piacciono assai, 
chh sono arie galante : 
dissi la prima parte e poi restai, 
perchd su questo stante 
mi sovvien d'un amante 
che cantd in sulla lira : 
O trecce, che intrecciate a chi vi mira 
Con un le^ame che mat non s* as tog lie, 
S'io v'amo e se v'adoro^ a voi che tog lie f 

Miscell. Cerroti, XllI a. 57, 50 : II trionfo de \ i roUroni \ in 
aria del Vera Amante \ nel qual at deacrive tuHo il dilettoao 
paeae di Cticcagna, \ Et con il apaventoao et compiiaaionevol \ ter- 
remotto venuto nella \ cUtd^ di Ferrara \ con doi villanelle giun- 
tovi di nuovo. 



DUE POtSIE POPOLARESCHE DEL CINQUECENTO 323 

Senza note (sec. XV1°). 'Silografia. Un cantastorie col liuto e 

innanzi a lui una maschera nel costume che fu anche quello di Panta- 

SERPI 
lone. Fra i due personaggi sta la scritta gpo' ^ ^^^ ^^ cantastorie: 

a destra h scritto ELA' ^ ^^^ ^^ Zanni. Ignoro che significhi 

la scritta che h a sinistra: PlZl. 

Del Trionfo si sono occupati lo Zenatti nella Storia di Cam- 
priano contadino (Scelta di Curios, letter. Romagnoli 1884) e il 
Rossi nelle Appendici alle Lettere del Calmo (Loescher 1888). II ter- 
remoto di Ferrara h narrazione assai retorica in terza rima in lingua. 

Villanella. 

O trezze che trezzate chi vi mira 
d'uno legame che mai non se assoglie, 
d'uno legame che mai non se a«soglte, 
s'io v'amo e si v'adoro, s'io v'amo e si v'adoro 
a voi che toglie a voi che toglie. 
S'io v'amo e si v'adoro s'io v'amo e si v'adoro 
a voi che toglie a voi che toglie? 

O fronte che a mirarla ognun sospira, ognun sospira 
e tra mi lie catene ognor mi vogHe 
s'io v'amo e s'io v'adoro a voi che togHe? 

O occhi ch*al Sol poi prender mira, poi prender mira 
e della luce sua sei vera spoglie 
s'io v'amo e s'io v'adoro a voi che toglie 
a voi che toglie ? 

O bocca bella che quando esce il riso 
sera I'infemo et apre il paradiso 
dame la vita ormai che mai ucciso che mai ucciso. 

Al primo verso della 3" strofa sar^ da leggere : « O occhio che al 
Sol puoi prender mira », oppure « D occhio ch'al sol puoi prender la 
mira»; all'ultimo verso, chiaramente: « Damme la vita ormai che 
ra'hai ucciso ». 

Tolte le ripetizioni, poste nella stampa per rammentare al lettore 
la melodia, il componimento si riduce alio schema ABB — ABB — 
ABB — CCC, assai importante parch^ probabilmente antico, come 
io mi propongo di mostrare altra volta in un articolo suUo svolgi- 
mento metrico della Villanella. 

Archivio per le traditfioni popolari, — Vol. XXIII. 41 



324 ARCHIVIOPER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Incatenatura, stanza 14: 

L'altrferi io mi venni a domandare : 
Che volonta 6 la tua ? 
per cortesia state ad ascoltare, 
ch'6 ben cantar la sua. 
Questa va bene in dua, 
ma che sian voci tremole: 
E quando Cabalao vendeva inenole^ 
adesso va gridando: aghi da pomole 
agucchie da Lanzan per le petlegoJe, 

11 D'Ancona riassume rillustrazione data dal Ferrari, con questa 
nota : * La canzone di Cabalao, forse originariamente veneziana, fu 
rifatta dal Croce ». 

Miscellanea Cerroti, XIIl a. 58, 13 : Capitolo \ in adrueolo \ in 
lode del famo \ sissimo Cabalao — Stampato MDLXXXII. 

Senza indicazione di luogo. Silografia: Guerriero, sucavallo im- 
pennato, in atto di ferir di lancia un leone. 

1 capitoli, men che mediocri e talora senza senso, son due ed io 
li riassumo con qualche citazione: 

« Quanti che han scorso il mar Atlantico e veduti lontani paesi, 
non hanno mai sentito la maraviglia che io canter6. 

Canto donca, signori del magnanimo 
illustre Cabalao degno di gloria 
za che in sua laude sempre piCi m'liianimo. 

Questo grand 'huomo se vu av§ memoria 
xe quel che vendeva menole, angusigolle 

ed ha fatto stampar piCi d'un'historia. 

Andava gi^ vendendo aghi a queste pettegole che Io disprezzano 
e gli danno martello; eppure Bireno e Giasone appresso a lui non 
valgono un fico. k piccolino, h vero, ma la Natura non fa mai niente 
in fallo, e sia divorato daH'avoltoio come Tizio chi Io biasima senza 
guardarsi prima nello specchio. Per questo voglio lodare questa per- 
sona accorta e famosa. Del resto in ogni parentato sia di cittadini, 
di poveri, di nobili c'^ qualche piccolo. Canchero dunque a chi 
Io vitupera. 



bUe POE^IE POPOLARESCHE DEL CINQUECENTO 22^ 

Se de persona quasi ogni huomo il supera 
per questo vien strazao le sue glorie, 
con ringegno le quista e le recupera. 

Non son tante le Storie scritte su Ercole e su Carlo Magno quante 
le sue : dunque lodatelo e chl Tincontra gli faccia un beirinchino 

che se ben de longhezza nol xe un cubito 
la causa fu per le cative femene >. 

11 Capltolo secondo fe quello ricordato dal Bianchino: 

< Quando che Cabalao vendeva menole 
adesso el va gridando aghi da pomolo 
e aghi da lanzan i) per ste petegole, 

Corr6, corre che Cabalao s'insunia 
in la contra di San Filippo Giacomo 
che la sua donna sempre mai la dunia. 

Quando che Cabalao vendeva angusigoUe 
con le so gambe storte in tanta furia 
el feva rider fino le formigole. 

Quando che Cabalao vogava in gondola 
in tel metter il remo in su la forcola 
il pover huom in acqua fe' una tombola. 

Et con quella so voce si acutissima 
chiamava per aiuto il gran Lucifero 
perchfe '1 sentiva I'acqua assai freddissima. 

Ed ora, lui che vendeva fritole cinque per una gazzetta, vuol 
mettersi a fare il maestro di scherma ! Tuttavia 
Cari signori no ghe de* fastidio 

e lasciate che in tempo di carne, per buscarsi da campare venda 
passerotti di nido. Perch^ ^ onesto. L'altro giorno tre villani tangari 
lo volevan matter sul male, ma lui seppe rispondere. Rispose anche 
al « pistor de sant'Apostolo » che gli correva dietro con un bastone 
di frassino : 

.... perchfe fastu il pan si piccolo ? 



i) Da scrivere con Lcome fa il D'Ancona. E' certo Lanciano che gii^ nei 
« Proverbi attiladi novi e belli > (Venezia 1586 e ristampa nalla disp. 91 della 
Scelta di curios, letter.) ^ nominata fra altre terre d'Abruzzo per la sua della 
fiera. 



$26 ARCHIVIO per LE TRAbli^IONI Po^olAR! 

Ma vedo che « ai Signori lu xe in gratia 
e vende pesce senza pagar datio, 

Una signora una volta lo chiam6 e gli disse : 
.... semenza di trotoli 
non me vegnir appresso in tanta furia 
e si ghe vuol vegnir, monta sui zoccoli 

ed egli casc6 e « batt^ del mostazo. . . . ». 

Ma ora c'b di bisogno d'una galea perch^ vuol andarsene da Ve- 
nezia, vuol andare a Napoli. 

Ma prima un giomo el vol andar ai consoli 
che quei signori ghe faza rimedio 
Che sti putti no ghe tacca 1 baronzoli. 

Signori per non ve tegnir piii a tedio 
Cabalao vuol andar fuor di Venezia 
se tra voi altrl no ghe fe rimedio 
Perchfe la so virtd piii non se appresia >. 

II povero Cabalao, malizioso come altri infelici « segnati da 
Cristo » (per usar la locuzione popolare), zimbello dei ragazzi di 
strada, delle « cattive femene », e anche un po' dei Signori, i quali 
tuttavia lo lascian campare e chiudono un occhio sul dazio, ci passa 
sott'occhio vivo e vero. fe una figura malinconica piu che non appa- 
risse nella Canzonetta del Croce 

Son quel nobil Cabalao 
De la gente nominao 

riferita da S. Ferrari (nel Giornaledi « Filologia Romanza » tomo III), 
una figura a cui fa sfondo la ferocia popolaresca o signorile, tutta 
eredita del medesimo Adamo. Ha spirito piu pronto e maggior viva- 
dtk di risposta che non i Cabalai d'oggi, perche a questi, purtroppo, 
troppa gente anche vestita di panno, paga da here per godersi poi 
i discorsi scimuniti delFalcoolizzato. Meglio, al paragone, il bastone 
« de fraseno » del « pistor » veneziano del cinquecento ! 

LUIGI BONFIGLI. 



UN' ECO MODEkNA DI ANTICHE LaUDE 



Pochi mesi fa, in un opuscolo nuziale i), dimostravo, per via di 
esempi, la parentela fra certi componimenti orali odierni e le antiche 
laude, che altri credeva gia affatto scomparse ^u rnentre hanrio la- 
sciato, nelle nostre campagne, una copiosa e bizE^rra discendenza di 
poesia popolare ascetica. 

II sospetto di tale parentela, fra le cantilene dt?gU antichi laudesl 
ecertepoesie tuttora recitate dal popolo, fu gia manifestatu da qualche 
studioso 3), ma nessuno, che io sappia, cerc5 di dimostrarla con do 
cumenti. 

Tuttavia, se i riscontri da me recati nel suddetto opuscolo riu- 
scivano a confortare la mia tesi, ci5 aweniva massimamente per rin- 
discutibile affinita fra gli antichi e i modern! componimenti, in quanto 
riguarda lo spirito che li anima e le particolari caratteristiche del 
genere cui appartengono. 

Ora per6, approfondite le mie ricerche, posso presentare qualche 
riscontro, in cui Taffinita si estende anche ai vocaboli e alle frasi, 
cosl da indurci nella persuasione che si tratti di uno stesso compo- 
nimento, arrivato fmo a noi per mezzo dei manoscritti da una parte^ 
per mezzo della tradizione orale dalFaltra. 

Di fatto E. Broil riproduce da un codice trentlno, scritto nel se- 
colo XVI, la seguente lauda : 



i) Laude antiche e laude moderne, Udine, tip. Del Bianco, 1906H per nozze 
Fabris-Savardo. 

a) E. WECHSSLER, Die romanischen Mafienklagen, Halle> 1893^ p. Ga. 

3) Per citare un esempio, la sig.« A. NARDI-CIBELE in Rivtsia delie iradi^ioni 
popolari ilalianey I, 683, Roma 1893, e prima di lei il MAZZATlNTt !n Uiornaiedi 
filologia romanza^ IV ,p. 63. 



528 Ai^CHIVIO PER LE tRADl2lONI POF^OLaI^I 

Madona santa Maria de gran olimento 
Si se partiua dal monumento 
E se ne andava alia santisima Croce 
Humilmente el doraua. 

5. Con grandi pianti che la brazava 
et se diceua Filiolo del corpo mio 
Questa h la croce doue fusti morto 
per saluare li pecatori sufristl gran dolore 
e mi tutta gramosa madre Maria 

10. che al cor mio porto con gran doglia 
Chi qusta oration nela mente sua dirano 
e che nel cor suo lauerano bsn scrita 
Quela gratia che al figlolo mio dimanderano 
Potrano eser sequri et certi chel gela faranno i). 

la quale appartiene alia stessa famiglia donde dlscese un pianto, che 
si recita ancora nell'alto Friuli e neiralto Veneto, dal Tagliamento 
al Brenta, dalla Carnia airaltopiano di Aslago, in un grande numero 
di variant!. Ne do qui due da me raccolte, la prima a Gallic (Asiago), 
Taltra a Crespano (Treviso), lasciando al lettore il compito di fare i 
confronti : 



Ave Maria del gran lemento : 
h partia dal monumento, 
la partia della gran voce 
per adorar el ligno della croce. 
Fortemente la adoresse, 
fortemente la abracesse, 
disse: figliolo mio, fiuolo morto, 
questa xe la crosse che fu morto! 

Disse madre Maria: questo xe il vero e la verity, 
Chi ^nto volte el vendre santo la dird 
le pene de Tinferno mai piCi nontocherd. 

Crisiina Dal Degan, d'anni 70. 



i) Laude e sacre rappresentazioni nel Trentino. Annuario degli studenii 
irentiniy VI, p. 161. I versi 8-14 compariscono anche in coda alia V lauda dei 
battuti di Rendena pubblicata da A. PANIZZA, da un cod. del secoloXIV, in Ar- 
chivio Trentino t II, 97. 



■^yr 



UN'ECO MODERNA Dl ANTICHE LAUDE 329 

II. 

L'orassion del vendre santo: 
La se parte dal molimento 
con gran pianto di alta vosse, 
per adorar il legno de la $antissima crosse. 
Stretamente la lo adorava, 
stretamente la lo ringrassiava. 
la ghe dixe: fiol mio del mio core e del mio corpo, 
questa xe la crosse che v'ho visto morto. 
Dopo che son madre Maria 
n'ho pi bio la tal doHa. 

Chi dirA questa orassion novantanove volte, 
diria faria dire, in cesa consacrada, 
coi denoci nudi e una candela impissata, 
un'anima del purgatorio sar^ deliberada. 

Anionia Favero, d'anni 60. 

Come si vede non solo Tordine dei pensieri, ma anche i voca- 
boli sono quasi sempre gli stessi nella lauda edita dal Broil e nelle 
due qui riprodotte, anzi la frase gran olimento di quella trova in 
una di queste la sua correzione nelle parole gran lemento. Quanto 
poi airindulgenza, bisogna riconoscere che le nostre due laude Thanno 
diversa da quella del Broil. Per6 in un'altra versione, di Valdobbia- 
dene, da me pubblicata nel gia citato opuscolo, abbiamo la seguente 
indulgenza : 

Se fosse qualche anima benedeta 
che dicesse sessantatrd volte questa orazion, 
coi denoci nudi e la candela impizata, 
non c*§ nessun dono, e nessuna grazia 
che il mio caro figlio non ghe la facia. 

e in un'altra variante dello stesso pianto, raccolta dalPing. Luigi 
Gortani a Caneva (Carnia), h detto che, se uno recitera cento volte 
siffatta orazione, 

ce gracie ch'i' domandar^ 
il Signdr je la concedari i). 



i) Tradizioni popolari friulane , Vol. I, P. II, pag. 18, Udine, Del Bianco, 1904. 



330 ARCHIVfO PER LE TRADIZfONf POPOLARI 

Eguale parentela presentano i componimenti ^ e B qui sotto 
riportati, ii primotratto da un ms. del sec. Xlll, per cura di G. Fer- 
raro i), il secondo raccolto dal Gortani a Lenzone, dove si recita 
ancora a). 

A. 
Madona Santa Maria in Biliemme si stava, 
In del so bianco lecto dormiva et pensava: 
Ro so caro sovra ga mirava. 

Elo disse: — Dormive mare, o vegiay? — 
Ela disse: - E' no dormo, fiolo, che vuy m'avi resvegia, 
E>e un si greve insonio che de vu mo insugnal. 
De nemici crudi e' ve vidi prendere e ligare, 
A lo legno de la croxe e' ve vedea menare: 

I vostri bei pe' e le vostre bele mane 

De aghudi e de chioldi e' ve vedea inchioldare, 
Lo vosfro belo costado de una lanza e* ve' impassare, 

Ra vostra bela bocha de felle e d'asedo abeverare, 

Ra vostra bela faza de spudo ispudazare, 

Ra vostra bela testa de spine e de boci incoronare. — 
Elo disse: Mare mia, questo 6 ben vero e verity : 

Mo chi tre volte dir^ questa oratione lo dl, 

Per m6 amor et per vostra carita, 

Zamai de le pene de Tinferno tocari. 
Re porte de Tinfemo ser^ ben serA, 

Quelle del paradiso sari^ adverte e parichia. 

Cristo lo faza, pella sua misericordia e piatA. 

B. 
Santa Maria dal biel imbilidm 

II uestri j^t I'd di sudri e di seda 
Cun trentatrfe dopl^is, 

Dal Qhdv infin a peis, che sc'in ardeva. 



i) Regola dei servi delta Vergine gloriosa ordinaia e fatia in Bologna nel" 
I'anno 12S1, LJvomo, Vigo, 1875, pag. 46. C*e da dubitare che il componimento 
appartenga, come vorrebbe il Ferraro, al sec. XI I!, ma ad ogni. modo dev*essere 
molto antico. 

2) Op. cit., pag. 33-35; lo trascrivo esattamente, modificando solo la divisione 
strofica, sulla base del doppio settenario. II Gortani stesso nota « Quest'orazione 
sembra d'origine molto antica ». 



UN' ECO MODERNA DI ANTICHE LAUDE , 331 

— O mart, man, ^hara la me' mari, 
Durmlso, pur veglaiso? — 

fl, fi, chdr il gno chAr fi, 
Nfe ch'j' duAr, nk ch'j' vegli. 

Hai fat un sum ch'a' no I'fe di difidA: 
Ch'ai vigniva jd i ?hans giudeos. i Chans rinegAz 
Ju pa' montuta Uliva, e ju pa' montuta ad alt; 

Chel uestri sant chaviit 
Cun t'una corona di spinas lu han d'incoronA, 
La uestra santa fazza 

Cun t'una binda nera la vorAn d'imbindA; 
II uestri sant costAd cun t'una lanza I'han di lanzA; 
Las uestras santas manutas las han d'inclaudA; 

1 uestris sanz zenoi Ju vorAn d'inzenoglA; 
I vestris sanz pidiiz 

Cun t'una ^havila di tihr ju vorAn d'in^havilA; 

Con che vorfes una gran sM, 

Cu la f^l e cu I'ased sci vorAn d'imbeverA. 

O fi, fi, chAr il gno chAr i\, 
Par cui voleso tan pati? 

— O mari, mari, chara la me' mari, 

Nfe par me, n^ par v6, ma pa' vera cristianitAd — 

Se a' f6s*una personuta 
Ch'A savfes chesta santa orazionuta, 
Ch'a la dis6s tre voltas in di un an tomAd, 
Les penas de I'infier no vor^s lassAi to^hA, 
11 puint del sant chaveli vorfes judAle a passA, 
E da' me' santa banda vorfes ch'a' vignis a stA. 

Quantunque B abbia ricevuto maggiore svolgimento di 4, tut- 
tavia la parentela fra i due componimenti b strettissima. Certo il 
moderno ci fe pervenuto in forma assai corrotta e ha subUo notevoli 
rimaneggiamenti; ma I'impostatura h sempre quella, n^ si pu6 du- 
bitare che si tratti di un medesimo tipo di pianto. Qui poi h il com- 
ponimento antico che ci off re modo di correggere il moderno; di 
fatto la frase dal hihl imhiliiim, che troviamo nel primo verso di 
B, non da senso, qualora non si consideri come corruzione del Bi- 
liemme (Betlemme), recato da A. 

E cos^ avrei finito, se potessi sottrarmi alia tentazione di far 

Archivio per le tradigioni popolari. Vol. XXIII. « 



332 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

conoscere qualche altro simile componimento orale da me raccoHo; 
giacch^ le antiche laude hanno lasciato un'eco da per tutto fra il 
popolo delle nostre campagne. Non per6 ogni tipo di lauda era do- 
tato di tanta vitality da arrivare fino a noi ; quelli che meglio si con- 
servarono furono i pianti i), le cantilena di Natale e dell'Epifania »), 
le leggende dei santi e le laude mariane. Qui mi basteri riprodurre 
un pianto della Vergine e una leggenda di S. Caterina, entrambi 
inediti, il primo raccolto a Sospirolo (Cadore), dove si recita il ve- 
nerdl santo durante la processione dei .battuti, Taltra gentilmente 
comunicatami dal sig. A. De Senibus di Udine, che la sentt recitare 
da una sua vecchia domestica. 



X) Se ne trovano sparsi in tutte le raccolte di poesie popolari e in tutte le 
riviste di folklore. Per cltame alcuni, vedi per es. L. GORTANI, op. cit.\ C. Nigra, 
Canti pop, del Piemonte^ n. 153, Torino, Loescher, 1888; G. PiTRfe, Canii pop. 
sicil.. Vol. II, pp. H51, 357, 359, 362, Palermo, 1871; G. MAZZATINTI, GiomaU 
di filologia romanza, IV, pp. 63-71; E. BROLL, op. cU., pag. 187; G. FERRARO 
Canti pop. in dialetio logudorese, pag. 283, Torino, Loescher, 1891; F. TORRACA, 
Giorn. di Jilol. rotn. !V, p» 34; Rivisia delU tradiz. pop. ital.y \, pp. 132, 176, 
927, ecc. ecc. Quest'umiie componimento k assurto anche a dignitA letteraria 
per opera W G. D'Annunzio: infatti, nella Figlia dijorio (atto III, scena II), Candia 
recita il seguente pianto: 

II core ho perso d'un dolce figliuolo, Tra la g^ente gpudea non v'i salute, 

or k trentatr^ Riomi, e non lo trovo I — Portaio un braccio t'ho dl pannolino 

L'hal tu veduto, Thai tu riscontralo? per ricuoprlrti il tuo corpo ferlto. 

— lo sul Monte Calvaho I'ho lasciato, ~ Deh portato m'avessi un sorso d'acquat 
i* I'ho lasciato sul Monte distante, — Figlio, non so ni strada n^ fontana ; 
I'ho lasciato con lacrime e con san^e. ma, se la testa un poco pud chinare, 
Ecco e la madre si mette in cammino, una goccia di latte io ti vo' dare : 

viene alia vista del suo dolce figlio. e, se latte non ^^z^^ tanto spremo 

— O madre, madre, perche sei venuta? che luita la raia vita esce dal seno. 

2) Vedi per es. 1 canti dei pastori e dei magi talora lunghissimi in L. GOR- 
TANI, op. cit. ; cfr. G. FERRARO, p. 284; C. NIGRA, p. 548; Pagine friulane , I, i. 
IV, 183, V, 24; Rivista delle trad. pop. ital., II, 140; Sitzung. der. K.Acad, der 
'Vissen. Phil -hist. Classc, Vienna, 1864, Vol. 46, p. 302; ecc. ecc. 



UN' ECO MODERNA DI ANTICHE LAUDE 333 

I. 

11 nostro Signore 6 morto sulla croce 
e la Madona piange ad alta voce. 
San Gioane ghe dnzz6 la scala 
e la Madona su se n'andava. 
su dal suo divin figiiuolo. 

E il suo divin figiiuolo piii che non pOteva, 
i can Giudei da basso i lo bateva; 
e lora la Madona se n'^ cajuta 
ed era strangusciata i) 
piena de lagrime e tutta bagnata. 

Va do le tre Marie, do par la levnre, 
e lora la Madona ga prinzipiii parlare. 
La dimanda: che cambio 1'^ mai questo 
di cior un om de la tera e lasciar Gesii Cristo? 3/ 

O croce santa, o croce, duro legn^, 
questa b la morte del mio fiol benigno, 
il mio fiol benigno mi vorla piegare. 
o vivo, morto, a I'anima mia. 

Risponde Gesii Cristo: per la madre mia, 
chi dir^ questa orazion 
trentatrd matine da digiuno e mai faLllire, 
da mala morte non potr^ mai morire, 
altro che, quando che sar^ I'ora, 
la ghe staril ben dita e ben scrita, 
davanti Gesu Cristo e cosl sia. 

11. 
Un giomo andando per la via 
incontrai una gran cavalleria 

— O Caterina, o Caterina, 

vuoi sposare un regnante imperatore? 

— lo non voglio regnante, nh imp«ratdre» 
io voglio servire il mio Signore. — 



I) Questa parola si trova in moltissimi pianti antichl. 

a) Anche questo § un luogo comune ai pid antichi pianti. Si allude airevan- 
gelico: AfulUr, ecce Jilius iuus, parole con cui Cristo morente lascia, a confarto 
di sua madre, Giovanni, il discepolo prediletto. 



3^4 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— O Caterina, ti metteremo in una gabbia di leoni. — 
E Caterina voile entrare 

ed i leoni starono a guardare. 

- O santa Caterina, ti metteranno in una cella oscura, 
tre giomi senza bere e senza mangiare. — 

Ma gli angioli le portarono da bere e da mangiare. , 
-OS. Caterina ti metteranno sotto le ruote del molino. •— 
Le ruote cominclarono a girare 
e le ossa di S. Caterina a scricchiolare i). 

Condudendo, le laude, che toccarono i^ colmo della loro fiori- 
tura nei sec. XI 11 e XIV, specialmente per xipera delle pie confeft- 
ternite, vissero di vita piu o meno rigogliosa fino ai nosiri ^iorni, 
ed ancora si conservano, perch^ quel rude sentimento religiose, da 
cui trassero origine, non h ancora spento del tutto. Nei paesi discosti 
dai grandi centri esso continua ad accendere i rozzi petti delle sem- 
plici femminette, le quali considerano opera doverosa e meritoria 
trasmettere alia loro discendenza il sacro retaggio degli avi; e guai 
a chi osasse spargere il ridicolo su quelle venerande reliquie! Anch'io 
ebbi a lottare contro la dififidenza e il sospetto di certe vecchierelle, 
tan to che dovetti spesso ricorrere alia mediazione di qualche gentile 
signora, che godeva miglior credito presso di loro. 

Come si pu6 vedere dagli esempi recati, quest! curiosi compo- 
nimenti talora neppur danno un senso ; che se tu domandi la spie- 
gazione di qualche vocabolo corrotto o di qualche parola antiquata, 
ti senti rispondere candidamente : Che ne so io.^ Cosl recitava mia 
nonna. 

Perci6 chi voglia avere di tali componimenti una versione intel- 
ligibile, dovra raccoglierne parecchie varianti e confrontarle insieme ; 
solo in questo modo gli verra fatto di correggere frasi come queste: i 
ire turcangelidei (i can dei giudei), le tre aveniarie(\e tre Marie), tm 
bel lechino (un beH'inchino), sen'anca ajuta (se n'^ caduta) ecc. 



I) Le ruote armate di rasoi, con le quali fu martorlata, secondo la nota leg- 
genda, Caterina, la dotta vergine di Alessandria, diventarono pid tardi ruote di 
molino, e la santa stessa, da protettrice delle scuole, divenne, infelice cambio! 
patrona dei mugnai. 



UN' ECO MODERNA DI ANTICHE LAUDE 335 

Di fronte a tali preghiere, che spesso varcano sommessamente 
la soglia del tempio e si sostituiscono alle preghiere ufficiali, la 
Chiesa, non potendo fare aitro, mantiene un contegno di tolleranza »), 
quantunque la S. Congregazione delle indulgenze non trascuri di ri- 
cordare ai sacerdoti il dovere che hanno di dissuadere i fedeli dal 
recitare e diffondere tali devozioni, quasi sempre accompagnate dalle 
piu bizzarre indulgenze. Tuttavia i preti hanno torto di crederle fat- 
tura di qualche particolare individuo, che si proponga di spargere il 
ridicolo sulle cose della religione, poichi esse furono e sono spon- 
tanea e schietta, per quanto incolta, manifestazione del sentimento 
religioso popolare. 

Prof. Giovanni Fabris. 

Udine, 12 giugno 1906. 



i) Per6, quando vi riesca, procura almeno di sfrondarle. Cosi la vecchla Libera 
Isotton di Mel (Cadore), dopo aver dettata alia sig. A. Nardi-Cibele quella lauda 
che vide la luce nella Rwista delU trad. pop. Ual., I, 683. soggiungeva: « 1 era 
ventiginque camp^t (strofe). ma i altri i li k ritirai, perchfe i ftva tropa paura >. 
Ed infatti in una variante molto corrotta dello stesso comporiimento, a me dettata 
da certa Luigia Zen, novantenne, di Mussolente (Bassano), comparisce una strofa 
che manca sia nella versione della Nardi-Cibele, sia in quella della sig. Francesca 
Renzetti. raccolta in Samano delle Marche e pubblicata nella stessa rivlsta a 
pag. 278. Ecco la strofa, il cui contenuto rende verislmile la testimonlanza della 
vecchia Isotton : 

Tu mangl bevi e dormi 
col demoni Intorao 
che cerca note e ^orno 
di divorarti! 



LEGGENDE PLUTONICHE IN SICIUA 



La trovatura di S. Leonardo. 

A San Lunardu, ca h 'n 'atareddu vecchiu a menzu *i chiusi, a 
tramuntana di S. Petru Clarenza, anticamenti 'u principi Clarenza 
(pri chissii 'u paisi si chiama S. Petru Clarenza) ci fici urricari tanti 
dinari di carrubbi e chiappi di ficu sicchi d'oru, e poi 'i 'mpriccantau. 
Ci ammazzau 'n picciriddu di quattr'anni, ma prima d'ammazzallu ci 
dissi ca pi putiri spignari dda truvatura si cci hanu a 'mmazzari setti 
carusi masculi, tutti figghi di 'n patri, e setti cavaddi virdi di natura. 

'Na vintina d'anni arreri, 'n certu Luciu Campanazza, zappaturi, 
e *n certu Zuddu *u Sciancatu, ripizzaturi, tutti dui santipitrisi, as- 
sicutati di la fami, si dicisiru di pigghiari sa truvatura, e 'na notti 
ci eru cu mazza, palu e pruuli, pri farici 'na pocu di cartocci e fari 
scuppulari 'a 'tareddu 'nda I'aria. Ma comu spararu 'u primu car- 
tocciu, ci cumpariu 'u spiritu d' 'u picciriddu ammazzatu, a forma 
di gKanti, cu 'n pedi di cerza pi bastuni, e ci dissi: — « No sapiti 
ca pi pigghiari sta truvatura ci voiunu ammazzati setti figghi masculi 
tutti di 'n patri e setti cavaddi virdi senza esseri tingiuti? » Chiddi, 
puvureddi, comu visturu ddu gKantazzu, si spavintaru tantu ca si nni 
fueru trimannu. 

Comu finiu? Ca doppu pocu tempu Luciu Campanazza morsi cu 
tr6bbucu, e a Zuzzu 'u Sciancatu ci assartau na speci di vermu 
tagghiarinu tantu rossu ca arristau gi^lunu, siccu e 'mpatiddutu. 

* * 

Cocca tempu arreri, 'n certu Puddu 'u Ciareddu, ca ancora campa, 
s'insunnau 5 spirdu d* 'a 'tareddu caci dissi: — « lu mi chiamu 



'-^« •- 1 h 



LEGGENDE PLUTONICHE IN SICILIA ^57 

Giuseppi Quadaruni. Si vo' pigghiari 'a truvatura di S. Lunardu, 
t' a' susiri d' 'u lettu a menzannotti e ti n' a' veniri suKi 'nda *ta- 
reddu. Ti porti *na corda longa longa e 'nguddurii tuttu *n 'tareddu. 
Poi mi chiami : Giuseppi Quadaruni, dammi M dinari ! E tri boti si 
sbalanca a 'tareddu e a truvatura ^ to ». 

Comu Puddu 'u Ciareddu s'arrusbigghiau, cuntau tutta 'a pas- 
sata a so mugghieri, ca 'n do paisi a sannu sentiri Pudda 'a Batiota, 
iucatura fera di iocu di lottu, e ioda c\ dissi : « Puddu, a sta notti 
stissa ci at' a ghiri; ci at' a ghiri comu c\ at' a ghiri, pirchl bu dicu 
ju ». — « Ma sulu mi scantu ; allura mi portu cu mia a Puddu Mac- 
carruni >► (ca ^ so ennuru). 

Nt' 'a nuttata parteru, soggiuru e jennuru p' 'a 'tareddu, ci 'ngud- 
duriaru 'a corda e lu Puddu 'u Ciareddu chiamau pri tri voti : — 
« Giuseppi Quadaruni ! ». 

Lu spirdu ci arrispusi e ci dissi : 

< Vinisti a lu scuru, 

Ma ci avi a bdniri sulu ; 

Ti lu dissi Quadaruni, 

Ma ristasti di minchiuni ». ^ 

E Puddu 'u Ciareddu si ni turnau a casa dicennu: — ^; A facci 
mia, ca no ci ji sulu ! » (S. Pieiro Clarema). 



La trovatura di S. Margherita. 

S. Margarita e 'na cuntrada a sciroccu di S. Petru. Ora si cunta 
ca 'u baruni Scazzittu, discinnenti d' 'i Calabrii, ci 'urncau *na pocu 
di dinari, e pi putilli spriccantari 'na pirsuna na 'n gnoriui, di suli 
a suli, it fari 'n paru di vertuli filati, tissuti e cusuti. 

A 'n vena a st'ura no ci ha 'bbastatu Tarmu a nuddu, e 'i di- 
nari su sempri dda, pirchl pi putirisilli purtari a casa si 1* han' n 
'mpuniri 'na ddu paru di vertuli ca 'a matina ban' a essiri stuppa 
e 'a sira ban' a essiri pezza (S. Pieiro Clarensa). 



J38 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

I tesori di Saota Maria. 

Sotto la chiesa di Santa Maria sono sette magazzeni pieni di 
tesori mai visti, ove si penetra per sette porte di ferro, la prima delle 
quali fe in fondo al coro. Le porte per6 si aprono soltanto nella notte 
di Natale, durante la consacrazione, e chi volesse entrarvi pu6 so- 
lamente profittare di quei pochi istanti. Ma I'inoltrarvisi fe perico- 
loso, perch^ sul cammino si incontrano numerosi trabocchetti, spade, 
lance, rasoi che possono fare a pezzi il malaccorto. 

Ci fu una volta un tale che voile tentare Timpresa, e la notte 
di Natale nusc\ a penetrare nelle stanze del tesoro ; ma, abbagliato 
dalle immense ricchezze, perdette tempo, cos\ che le porte si chiusero 
e rest6 1^ dentro, chi dice cambiato in statua, chi dice in potere 
del diavolo. 

Un giovanotto una volta fugg^ di casa e pass6 la notte dormendo 
sulla scalinata di Santa Maria. Sul tardi si svegli6, e fu colpito da 
una voce proveniente di sotterra e che diceva : — « Questi denari 
sono tre salme, tre tumoli, due mondelli e tre carozze ». Erano cer- 
tamente gli spiriti che misuravano il tesoro. 

Un altro, passando una sera d 'estate sotto la tribuna della 
chiesa, vide una chioccia con tanti pulcini. Erano certo usciti dal 
sotterraneo e dovevano essere d'oro. Tent6 di prendeme qualcuno, 
ma non vi riuscl e ad un tratto vide ogni cosa sparirgli d'innanzi 
(Bandaszo). 

Palazzazzo. 

II Palazzazzo di S. Pietro Clarenza ^ una vecchia fabbrica, in 
parte diroccata, posta alia estremit^ meridionale del paese, e da piu 
di mezzo secolo disabitata. Fu gi^ un tempo proprieta dei signorotti 
del villaggio, che vi tenevano la loro corte; ma oggi non k piu che 
una casaccia, ove i contadini conservano il fieno e della quale gli 
spiriti si sono resi padroni. 

La dentro si ritiene che fosse incantato un gran tesoro sotto 



LEGGENDE PLUTONICHE IN SICILIA 339 

forma di carrube, di fichi secchj e di altre frutta tutte d'oro. Ed il 
castaldo dovette certo trovarne una parte, in un pentolone rinvenuto 
sotto terra, se h diventato, come pare, piu ricco dei padroni. 

Ma rincantesimo dura ancora, se i fanciulli hanno paura di pas- 
sare da quelle parti sul mezzogiorno. A quell'ora infatti un uomo col 
berretto rosso si vede seduto sulla soglia d'una delle antiche porte, 
e, secondo dicono le mamme, h desso il « Pircanti », colui che ha in 
custodia il tesoro incantato. N^ col « Pircanti » si pu6 scherzare. Esso 
porta un largo saccone, e tutti i fanciulli che riesce ad acciuffare li 
caccia 1^ dentro e se li porta non si sa dove. 

Sulla mezzanotte, anche gli adulti k raro che s'arrischino a pas- 
sare dinanzi al Palazzazzo. Chi vi k stato costretto da un bisogno 
imperioso, ha sempre veduto un cane che si carqbia in caprone, 
o un prete, o una donna vestita di bianco. 

Una donna del paese sogn6 una notte che sotto la soglia del 
primo portone del Palazzazzo, al bivio, avrebbe potuto trovare tan- 
t'oro quanto non ne ha nemmeno il Re, se vi fosse andata a mez- 
zanotte. Svegliatasi ed accortasi che mezzanotte non era ancora so- 
nata, non voile perder tempo, e chiamato un suo cognato si avvi6 
con lui a cercare la trovatura. Ma appena arrivata e mentre con un 
palo di ferro si accingeva a sollevare la soglia, invocando Marzabucco, 
si sent^ stringere alia gola, come da una morsa, che non la lasci6 
se non quando, lasciando a mezzo il lavoro, scapp6 a gambe levate 
verso la propria casa. 

Un'altra donna, passando verso la mezzanotte da quel luogo, 
fu assalita da uno spirito, il quale, perchd tirava vento, le entr6 in 
bocca, e la fece impazzire. I parenti con grandi sforzi la misero su 
un carro e la portarono a Catania, dal Cardinale. Ma tutto fu inu- 
tile. Soltanto, alcun tempo dopo, ripassando davanti il Palazzazzo, 
la donna fu assalita da una nuova folata di vento e sternut6 cos\ 
forte che cacci6 lo spirito dal naso. Per lo sforzo, stette a lungo ma- 
lata; ma quando risan6 era anche rinsavita. 

Dove peraltro awenne il fatto piu notevole fu nel palmento del 
Palazzazzo, che s'apre nella parte posteriore, dinanzi una fitta esten- 
sione di vigne e di oliveti. 

ArekMo per le trtidiaioni popolari. Vol. XXIII. 43 



J40 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

A San Pietro, come in altri paesi, si usa di pigiare I'uva non 
solo il giorno, ma anche la notte. 1 pigiatori si alzano dopo la mez- 
zanotte, infilano un paio di scarponi e partono pel palmento. II ca- 
porale di essi, che b quegli che fa i conti al padrone e distribuisce 
il guadagno, ne tiene le chiavi, ed ha I'obbligo di alzarsi il primo 
per aprire il palmento, e di ritirarsi Tultimo per poterlo chiudere. 

Ora uno di questi caporali di pigiatori and6 una volta, verso 
la mezzanotte, al palmento del Palazzazzo, ne apri il cancello, vi entr6, 
ed accesa la candela si diede a preparare ogni cosa, perch^ appena 
i compagni arrivavano potessero cominciare il lavoro. Quand'ecco un 
prete con la papallna in testa si mostra accanto a lui, si dirige pian 
pianino alia lucerna e con un soflfio la spegne. 

L'uomo cerc6 i fiammiferi e la riaccese, dicendo a quegli che 
credeva un vero prete : — ^ A ora, vosaignuria, mi acherea cu 
nautru e no cu mia>^. Ma il prete torn6 ad avanzarsi, cacci6 un 
altro soffio e si rifece il buio — ^ E torna parrinu e aciuscia ! * 
scatt5 il villano; <^Voaaia a'arricria e ju 'n tuHu ain n*autru po- 
apuru p' addumalla, e Vomini atannu vinennH», E per la terza 
volta accese la lucerna. Per la terza volta il prete per6 vi sofifift sopra 
e per la terza volta la spense. 

Allora il villano comprese: E torna parrinu e aciuacia!» grid6, 
4cChiatu diavulu hf» E s\ fece il segno della croce. Si intese un 
grande rumore, e si vide un cerchio di fuoco: sonava mezzanotte. 

Tremante per la paura, il villano accese I'ultimo fiammifero e 
con esso la lucerna ; ma non c'era piu nessuno, e coi compagni che 
arrivavano poti darsi al lavoro. 

In p>aese per6 il motto « E torna parrinu e aciu8cia!» b ri- 
masto proverbiale e si usa ripetere quando qualcuno importuna in- 
sistendo su uno stesso argomento. {8, Pietro Clarenza). 



II tesoro del S. Calogero. 

Sul monte S. Calogero si indica un masso enorme, che nessuna 
forza umana potrebbe smuovere, e sul quale si pretende che sia una 



LEGGENDE PLUTONICHE IN SICILIA 341 

iscrizione araba. Sotto questo masso b seppellito un tesoro; ma per 
prenderlo occorre uccidervi sopra tre bambini e beverne il sangue. 
Chi fosse tanto scellerata vedrebbe il macigno aprirsi da solo e 
mettere alio scoperto tanto oro ed argento da farlo arricchire; ma 
dopo si tomerebbe a chiudere e nessun altro avrebt)e da sperare 
alcun che. (Termini Imsrese), 



II tesoro dd Torracchio. 

Nella salita del Torracchio, in un luogo solitario, ma non molto 
distante da Termini, gii antichi imeresi seppellirono gran quantity di 
denari e di pietre preziose, per impossessarsi delle quali bisogna pro- 
nunziare certe parole, stando nel punto preciso dov'esse son nascoste, 
ed in un*ora stabitita. 

Alcuni anni addietro certe persone si provarono a prendere questo 
tesoro e vi andarono suila mezzanotte, ma siccome non trovarono 
nh il punto preciso nk il siienzio che occorreva, non riuscirono nel- 
I'intento. (Termini Imerese), 



Lo spirito di mastr'Alfio. 

Cera una volta a Randazzo un pastore chiamato mastr'Alfio, 
che portava tutti i giorni il gregge a pascere nelle propriety altrui. 
I proprietari e i coloni lo avevano piu volte awertito, ma tutto tor- 
nando inutile, uno di essi un bel giorno gli tir6 una fucilata che lo 
stese morto. 

Nel luogo dov'egli cadde, a mezzogiorno ed a mezzanotte, da 
allora comparisce il suo spirito. 

Un pa^storello, che nel mezzogiorno passava di 1^, se lo vide 
sorgere innanzi, come a sbarrargli il passo; ma lo conobbe, si fece 
coraggio e gli disse: « Mastr'Alfio, fatemi passare ». E lo spirito si 
fece da canto e gli diede il passo. (Rand(M0o). 



342 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Lo spirito deH'otre. 

'Na notti 'n middanu s'arricugghieva a pedi d' 'a Chiana. Arri- 
vannu 5 Pisciazzaru anticu, vicinu 'u stazzuni attuali, a punenti 
di S. Petru, 'ndo menzu 'a strada vitti 'n 'utri chinu d'ogghiu. Du 
puvureddu si priavu tuttu, s' 'u misi supra 'i spaddi e sichitau a 
•aminari a 'mmeri 'a casa. Ma chiii stava e chiu Tutri si faceva 
pisanti, tantu ca, arrivannu a 'u certu puntu, 'u viddanu n6 puteva 
chiu e 'u spuniu supra 'n muru. 

'Nto mentri ca si spuneva, quantu 'ntisi 'na vuci r6ssa di 'nta 
I'utri: « Posimi passu passu ca m'ammaccu ». 

Du mischinu, cumu ntisi accusi: « Vih! ca diavuluni era! » 
dissi, e si fici 'a cruci. L'utrt cascau 'n terra, arruzzulau a 'n vena 
n6 menzu 'a strata, ittau 'n circu di focu e spariu. 'Nta stu stanti 
sunava menzanotti. 

Lu viddanu si nni fulu, ma tantu si spagnau ch' e chinnici jorni 
mostri. (S. Pietro Clarensa). 

S. Raccuglia. 



Dl ALCUNI DIMINUTIVI 
NhL DIALETTO SlClLiANO 



Nel Continente italiano si studia la vita ed il carattere dei Si- 
ciliani con interesise, ma non sempre con tutti gli elementi che pos- 
sano giovare all'uopo. 

Si studia la mafia, e non si riesce a formarsene un esatto con- 
cetto; si studia Vomerta e, senza beneficio di prove, si condanna, 
buona o cattiva che sia, ogni persona ; e non si ricerca n^ la natura 
di questa, n^ la ragione di quella: la quale se ^ etnica ritrae pure 
dai governo. 

Ora, vedi stranezza! una delle accuse che si fanno ai Siciliarii 
ha base nei diminutivi che nel dialetto assumono certi nomi, il si- 
gnificato dei quali accenna a delitto ed a sangue. 

«Guardate! — si dice — un omicidio h chiamato ammasza- 
Una, un furto arrubbcUina, quasi che Tuccidere ed il rubare sia 
cosa da poco ! » 

Ma chi regala al popolo siciliano tanto stoicismo di linguaggio 
ha mai pensato alia filosofia del dialetto? 

Nel dialetto dellMsola certi atti e certe opere si esprimono con 
nomi di forma diminutiva per distinguerli dagli effetti degli atti me- 
desimi nelle persone. La voce ammazzatina, omicidio, ^ in appa- 
renza diminutivo di amtnazzata, ma in realta non attenua per nulla 
il valore del crimine; e non potrebbe ridursi al primitivo amtnazzata 
e dirsi, p. e., che cci fu un ammazzaia, per esprimere che vi fu 
un'uccisione, perch^ si andrebbe senz'altro al significato di una donna 



344 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

uccisa; nfe tampoco: che un uomo fici *n* amtnazeata (fece un 
ammazzamento), perchfe cxb farebbe ridere e fraintendere. 

Per la medesima ragione nessuno direbbe che vi fu *na rubata 
*n* arrubbata, invece di 'n' arrubbcUina, perch& VamMxUina ^ 
il furto, e l'arru&&aia, la persona che lo ha patito; come firiiina o 
firiaioni h il ferimento per lo piu in rissa. 

La cosa i tanto chiara che ogni osservazione in proposito riu- 
scirebbe superflua. Vediamo, invece, di rafforzarne la evidenza con altri 
esempi che autorizzino a trarne argonaento d'una teoria all'uopo. 

— Abbanniaiina^ gridata, per lo piu di comestibili da vendere. 
Abbanniata ^ add. di oggetto che si grida; ed un proverbio dice: 
f'Osa abbanniata ^ menza vinnuta. 

— Abbianchiatina, o abbinndtiata, imbiancamento di casa o 
di camera. 

— Ammaccatinay contusione, lividura. AmmactaUi ^ la per- 
S4jna o cosa che abbia avuto I'urto, causa della lividura. 

— Casina^ villa, palazzina di campagna. 

— Fistina, adorno di mattoni dipinti ed invetriati nd pavimenti 
delle stanze nobili. 

— FitiicUina, lo stesso che fUtiata (da fUia, dolore pungente 
e ad intervalli); ma sovente ha significato di dolore continuo come 
martellio sulla carne. 

— Frijtina, da frijtUa, ^ Tatto o I'opera del friggere. Se si di- 
cesse frittura, questa significherebbe la materia fritta o da fri^ere, 
per lo piu di pesciolini. 

— Fuitina, da fujuta^ ^uga, per lo piu di amanti. 

— Crnittatina, awiatura, e si dice delle caize o di lavori simili. 

— Gruastatina (Acireale), rimescolamento. 

— Mmatiiiina^ ostacolo inatteso, nel quale uno s'irabatte e dal 
quale riceve indugio. 

— Muncitina^ spremimento di mammelle, ed ha il tnedesimo 
valore di muncitUa. 

— Paasiatina o pasaicUura, grattamento che alcuni insetti la- 
sciano sulla pelle dove passano; ed anche: il tempo in cui i servi- 
tori rimangono senza padrone. Passiata invece k Tazione del pas- 



Dl ALCUNI DIMINUTIVI NEL DIALETTO SICILIANO 345 

seggiare, od anche il passare e ripassare che fa un giovane innanzi 
la casa d'una giovine, amoreggiando. 

— Purtatina, purtatura, mercede della portatura, 

— Scurciatina, scurciatura, leggiera ferita, che peK> nun 
vuol confondersi con scurciata, da cui deriva. 

— Siriiinay che nasce da airaiaf non significa altro che sera. 

— Vagnatina, I'atto del bagnare o del bagnarsi, e per lo piu 
per effetto di pioggia. Vagnata k add. di persona di cosa, 

— Vattitina, battiti forti, frequenti, anche irregolari e cuntinui 
di cuore per forte emozione, per una corsa ed anche per una stato 
anormale di esso. 

Che poi il diminutivo non sempre impiccolisca od attenui la 
cosa, risulta dalla voce iunnina che k il tonno, da fittiatina gia 
citata e, per tacere del resto, da casina, 

Anzi talvolta la forma diminutiva ingrandisce la cosa, come si 
vede dalla parola cutiddina, che i un'arma piu lunga del cultello 
e del pugnale, qualcosa di simile alia coltella toscana; ed anche dal 
fisHnu^ che non fe una piccola festa, ma la piu grande che abbia 
un comune, quella del santo patrono, che si celebra nella forma piii 
solenne e coi maggiori mezzi possibili, tanto da attirare 0\ abitanti 
di paesi vicini e lontani, come in Palermo S.* Rosalia (il ftatinu per 
eccellenza), in Messina TAssunta, in Catania S. Agata, in Calta- 
nissetta S. Michele Arcangelo, in Siracusa S. Lucia, ecc- ecc. Ft- 
atinu k anche giubilo ed allegrezza non ordinaria; e trattenimento 
notturno con ballo o altro. 

G. PlTRi. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE. 
Pregadorias po sos disimparatos, 

(PREGHIERE PER GLI ILLETTERATl) 



Causa precipua della vitalita del dialetto Sardo-logudorese, k 
Tuso che ne fa la Chiesa nelle preci cotidiane, nelle didascalie se- 
mipopolari, negli inni ai Santi fG6sos). II dotto e pio Vescovo di 
Nuoro e Galtelli- ha pubblicato nel dialetto Sardo-logudorese il Ca- 
techismo della Diocesi, che ^ arrivato alia sua 4* edizione. Della 
Imitazione di Cristo e oramai esaurita una buona traduzione fatta 
nel 1871 dal sig. Juanne Casula in Sassari. 

Credo che sul Continente Tuso del dialetto nelle preghiere e 
nelle prediche abbia durato fino alia fine del 1700. La Chiesa dopo 
il Concilio di Trento, che obbligava i preti a far capire al popolo 11 
Catechismo tridentino, giov6 non poco Silo studio dei dialetti. In 
Reggio Emilia il primo Vocabolario del vernacolo lo dobbiamo al 
Clero, e cos^ deve essere avvenuto anche altrove. 

Nei paesi Monferrini della Valle deirOrba, fiume che segn6 per 
molto tratto il confine del Monferrato colla Repubblica di Genova, 
usano ancora per burla, recitare nel dialetto ligure di Mornese, una 
predica attribuita al parroco di quel Comune. — U vaa ciu u m^ 
predicottu che gentu mease: chi fa ben andrd in aii; chi fa mda 
andrd in bassu. — 'O-tia recordh)e de fe *na limosgina ch'u ghe 
na seggia (che ce ne sia molti dei soldi). 

A proposito di prediche ricordo d'aver udito nel 1893 a Busso- 
lino di Gassino torinese, la predica del Curato. Egli paragon5 la 
confessione al bucato e concluse: Per le vostre camicie che puzzano. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE ^4; 

ce n'ho ben io del buon sapone: par al vost camisi Ma spiisso 
n'hai prou mi d^bon savon. 

In Monferrato I'uso del dialetto nelle preci giornaliere dtve es- 
sere stato smesso da poco tempo, relativamente. A tempo mio si can- 
tava in Chiesa, a Carpeneto, nella notte di Natale la poesia italiaaa 
contenuta a pag. 45 del Dramma sacro piemontese Iniitohito Ge- 
lindo, i) dandole veste dialettale co^\ : 

Drom drom bel bambin, 
Re divin, 

Fa ra nana fanciottin, 
Fa ra nana bun Gesii' 
Dir me cor patrun t'ei t'f. 

E pircha bun signur 
I set nassV 'mmezz ai dulur? 
Sei nassT ant ra cabana, 
Oh ir me ben, oh ir me ben! 
S6i nassT in s*na brancil d'paia. 

Altra poesia sacra dialettale era quella ricordata nel mio GI09- 
sario Monferrino : 

D6e da mang^d ar vost bestie 
Sar6e ra vostra ca; 
Avni ticc ant ra Gesia 
Avni a cantee Din^ (o Nadal). 

Prima del 1831 (awento al trono del Re Carlo Alberto', diceva 
mio padre che usava a Carpeneto recitare in dialetto le preghiere 
cotidiane in Chiesa; cito a memoria quelle che udii piu volte da lui. 

In Sardegna non ^ meraviglia che Tuso del dialetto permaa^a 
tutt'ora. II popolo Sardo, come io vidi, non h bacchettone, ma sin- 
ceramente devoto, pur essendo franco perfmo con Dio. Vedasi, per 
es., il canto per domandare la pioggia: po pedire a' abba. 

Nel partire di casa per andare alia Chiesa le buone ra^azze di 
Nule dicono: Cammina e cammina il pi^' mio, fino alia porti Ji Dio 
e di Gesu Cristo a cui mi rivolgo, cerco, come se egli fosse mio 
padre e mia madre. 



i) Vedi la classica pubblicazione fattane da Rodolfo Renier, Torino, Clausen 18^6. 
ArchivU) per le trcuUgtoni popolari Vol. XX III. 14 



348 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

(T)dmbula (tjAmbula su p^ meu, 
Fina a sa gianna (janua) de-ssu D^, 
Fina a sa gianna 'e Gesu Cristu, 
A chie che mama e babbu chircu. 
Quelle di Siniscola entrando in Chiesa dicono: Entro in casa 
vostra, con timoroso rispetto vostro: 

Deo nchMntro iddomo 'ostra 
Chin timoria *ostra, 

e par loro di sentirsi rispondere: e d^ in coro tuo; ed io nel cuore 
tuo. Quelle di Benetutti, entrando in Chiesa dicono: 
Sas pedras 'e D^u' tocco, 
Sos peccados mios sian-assorto (s), 

le pietre di Dio tocco, i peccati miei siano assolti. E segnandosi: 
Santa rughe — Bera lughe 
Sa potenza — Mi defensat. 

cio^ Santa Croce - vera luce - La potenza tua mi difende. 

Forse son questi versi, ricordati dallo Spano, dovuti alia penna 
del poeta Madiu che aveva scritto: 

Santa rughe — Bera lughe, 
Chie in te p^ndet — De ogni morte 
A mie def^ndet. 



Oppure : 



In lumene i) de-ssu Babbu de-ssu Vizu a) 
I nende custu \>h\ ponzo ancu, 
Babbu-e-Vizu - Ispiritu Ssantu. 



O per dirlo ritualmente secondo il testo del Catechismo Nuovo : 

Deo fatto su signale de-ssa ruche ponzende )) ssa manu dextra a-ssa fronte 

nende 4) : in n6men de-ssu Babbu ; piistis s) ssu pettu nende : de-ssu vizu i a-ssa 

pala 6) manca e dextra nende: i de-ss. Ispiritu Santu-pdstis aggiunto t) sal manos 

i naro: gk\ siat. (Secondo la pronunzia di Siniscoia). 

Una persona molto autorevole che assistette alia famosa pa(:e 



I) Lumene: n6mine lat. (N L). 2) Vizu pron. di Siniscola perjizu figlio; G: z. 
iilium lat: lizu. 3) Ponzende ponendo * pon-jende. 4) Xende e netzende: dicendo 
da ftdrrtr, dire, narrare. 5) (> da O protonico post. 6) Dileguo di S., per6 «/><?/- 
lera de cadreea spalliera di seggiola. 7) Aggiungo. congiungo le mani e dico, usato 
il verbo frequentativo invece del semplice * adjunctare invece di adjungfre 
ztlnze in dial. monf. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE 349 

fatta nel 1888 solennemente fra Bitti e Orune, due Comuni della 
Provincia di Sassari che da piu di quindici anni eran stati in guerra 
di agguati, di fucilate date e ricevute, di arsione di boschi, di ucci- 
sione di vacche e di pecore, con danni grandissimi alle proprieta, 
omicidi e ferimenti senza fine, mi narr6 il seguente fatto: 

Una madre alia quale era stato ucciso il figlio d'una fucilata, 
fattone il solito compianto, e portato via il cadavere "si inginocchi6 
e disse: 

Laudadu siazis 1) Gesu Cristos! Si non abb^stat' a custu dademlnde dtere a), 
pass^nzia 3), a lu suffrire subra sa cdrena 4), mea! 

Poi baci5 il terreno tre volte. Quindi chiuse la porta, dicendo: 

Deo mi tanco sa janna mi a 5), 
Chin sMstancas *e Santa Maria; 
Chin s'istancas 6 Santu Nigola, 
Sa 'ona a intro ei sa mala fora 6). 

Salvo la fine, par di veder Tatto ricordato dall'Alighieri: che fe 
purer il buon Marzucco forte, quando baci6 Tuccisore di suo figlio 
e ringrazi5 Dio del tremendo colpo dato al suo cuore. (Canto VI del 
PurgatorioX. 

In Sardegna, le verita della fede si vedono coesistere colle su- 
perstizioni popolari, colle quali per andare d'accordo, transigono 
anche gli artisti. In un disegno discreto rappresentante la Passione e 
la morte di G. Cristo, figurava anche una rana, sotto la Croce, presso 
Maria Vergine. II proprietario del disegno non seppe dirmi il perch^ 
di quella intrusione. Ho poi saputo che a Siniscola della rana cosi 
dice la tradizione: 

Si ndrat chi cando Missegnora nostra vi fattende su dolu a-ssu Vizu cruzifi- 
catu, sa rana tottu addolorita li narz6sit: Maria tde ses sentimentosa po unu Vizu 
ch'as perdidu, e d6o chi nd'appo perdidu sette a sa colata de una rota? Cussu 
factesit saigare sal laras a Missegnora nostra po rier. 



1) Siate voi. 2) Se non basta questo male datemene altro. 3) Pazlenza, lo 
soffrird. Cdrena came, corpo mio, ^arr^/ quella da mangiare cotta, dicesi petta. 
II nesso r-n k fatto piii facile con un e intermedio, come nel monferrino noster- 
vaster. 5) Chiudo la mia porta colle stanghe. 6) La buona fortuna dentro e 
la cattiva (vada) fuori. 



^50 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Traduzione. Si dice che quando Nostra Signora stava (era [fuit]) facendo i 
compianto al suo figlio crocifisso, la rana tutta addoiorata le disse ; Maria tu sei 
affranta per un solo figlio che hai perduto, ed io che ne ho perduti sette alia 
passata di una ruota? Questo (discorso) fece aprire un pochino le labbra a Nostra 
Signora (quasi) per ridere. 

La fattura o composizione degli inni in dialetto dura tuttavia, 
perch^ ho raccolto un Canto Sacro che celebra la Madonna di 
Lourdes, venuta in fama da una ventina d'anni: la musa popolare 
sta al corrente degli awenimenti che le importano. 

Le preghiere che qui si pubblicano sono (di poco different! da 

quelle del Catechismo di Nuoro) nel dialetto di Siniscola. Le dida- 

scalie non trovansi in libri stampati, ma ripetono la loro origine cer- 

tamente dalla Chiesa nel dogma, mentre del popolo conservano la 

lingua e la pronuncia. 

G. Ferraro. 

IL PATER NOSTER. 

Babbu nostra, ch'ilthas i-ssos chelos, Santificadu siat a-ssu n6- 
mene t5u Benzat i) a n6is ssu regnu t5u - Fatta siat sa boluntate 
tua comente i-ssu chelu g^i i-ssa terra. Su pane nostru de cada die 2) 
d^denol h5e 3) - Peld5nanos sol peccados nostros, comente nois pel- 
donamus a sos inimigos nostros. - I non nol d^ssas 4) ruer 5) i-tten- 
tassione. E libera nol de-ssu male Amen Zesus. 

In dialetto di Carpeneto d*Acqui: 

Amser Pare n5st chM st^i 6) an Q^ - Santificaa u sia ir v6ster nom 
- Ch'u vena ir Voster Stat 7) ch'ra sia faja vostra Santa vulunta 
tant an Qe, erne - n-sra tera - D^ne ») ir pan d' ticc i d^ ancoj 



i) Venlat, j: Z. 2) Di ogni giomo. 3) Date a noi oggi h6(di)e. Le particelle 
ci vi mancano; li al singolare lis al pi. stan per gli, loro. 4) Lessas, dissas L x D. 
soggiuntivo desiderativo per imperativo. Riiere cadere. 5) anche de-ssu malu, dal 
maligno, dal diavolo. 6) II rispetto al padre esige (0 almeno esigeva una volta) 
che gli si dia del voi, titolo di affettuoso rispetto in MonferratO amsir, amse 
messere (meo sere, Monsieur, My sir) titolo che si trova nel Gelindo dato a 
S. Giuseppe. 7) Stat: regno, governo. 8) Date a nol, manca pure in dial. monf. 
la particella ci. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE 35 1 

assl I) - Pardun^ne i nocc 2) pcai, sgund che nui a-j pardunumma ai 
n6stir animiss 3) - 'N lassene caze 4) an tantassiun - Dlibar^ne 5) dar 
md, pare e patrun. 

AVE MARIA. 

Deus ti salvet Maria, prena e' ^rascias, su Segnore elthe 6) chin 
tegus 7). Bene^tta 8) tue inter tottu sal ftminas, i bene^ttu a-ssu 
vruttu 9) 'e sas intragnas 10) tuas Zesus. Santa Maria, Mama 'e Deus 
prega po n6is, peccadores, ai-como ") e i-ss'ora de-ssa morte nostra 
Gai 12) siat. 

AVIR 13) MARIA {Dialetto di Carpeneto), 

Diu-grassia, 14) Tangir d'u Signur, T ha nunzia a Maria, r'ha 
cuncipl d'u Spirtu-Sant Nui v' sallftumma Maria pin* nha d'tltt ir 
grassie, u Signur Te cun VCii, Mare d'dir chiriatur is). Banadetta fra 
tYtt ir done 16), banad^tt 17) Ams^ Gesu, v6stir Fj6. Santa Maria, Mare 
d'Nost Sgnur, pirgh^ pjlr nui piccatur, oura 18) e nt' Tura dra n6ustra 
mort. Cus^ sia. 

SU CREDO. 11 Credo. 

Dfeo crfe 19) ind unu Solu D^us, Babbu totu poderosu^o), chi 
fact^sitai) a su chelu e-i sa terra. E in Gesu Cristos, unicu Vizu, 



i) Oggl altresi, anche, aussiix. 2) Soppressione di una consonante per allegge-r 
rire del nessi complicati (Renier) nocc nostr. 3) Inimici. 4) Cadere *cadjere. 
5) (De)liberateci dal male. 6) EHhe: elte, esU • est lat. 7) Cum tecum. 8) Bene- 
itta: benedetta. Dileguo del d anche neirinfinito benei^hert bene-(d)icere lat. 
9) Fructus VxF. 10) Viscere, intestini, entrailles fr. 11) Como, eai-como oranunc, 
hoc modo, mo lombardo. 12) Ga(s)i: casi e gii. 13) Avirmaria, e*, Virmaria. 
R concresciuta : in italiano avemmaria m concresciuta. 14) Deo gratias. 15) Chi- 
riatdr. Ep^ntesl per toghere I'iato; critur a Reggio. 16) N finale non e mai rad- 
doppiata. 17) A da ^ di prima proton ica A^«<'r/iWa. 18) Nunc. Oura: oxd^^fin-douta- 
poco fa, d-U'r-onra ora ora (minaccia) dura d'ir munifnt, nel momento che parlo. 
19) Eo, deo: io. 20) La traduzione di onni-potente. 21) Deo faito: io faccio, 
/acUsii: fece. 



352 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

segnore nostru. Su cale il t^sit cuzzepldu i) po 5pera de s' llpiritu 
Santu, i, nalch^sit 2) de Maria Virgine. - Patesit 3) bisciu 4) Ponziu 
Pilatu, iltesit cruzificatu i moltu i sepultudu - Fal^sit 5) a-ssu If- 
ferru ei a sa terza die rissuscit^sit Jae-ssa morte - Arz^sit 6) a 
chelu, ink 7) iltat sezzidu 8) ae ssa destra de Deus Babbu totu po- 
derosu — Dae \n)e at' a banner a zudicare sal bios i sol mortos. 
Creo iss-lspiritu Santu-i-ssa Santa Cresla Catolica ; i-ssa Comunione 
'e sol santos-su peldonu 9) 'e sol peccados-Sa resurressione 'e sol 
mortos xo) - Issa vita de-ssu s^culu b^nidore ") Gai siat ".) 

Net Dialetto Monferrino di Carpeneto d'Acqui (prima del 1831), 

Mi a credd an Ams^ 13) Dio Pare Uniputent chiriatur d'u Q^ e 
dra tera. E an Gesu Crist so fj6 sul, Nost-Asgnur. Cuncip! da-u 
Spirtussant, Vb nassi da Madonau) Maria Vergine. L' ha pat! sutt 
Punzio Pilat.rfe stA bita 'n Crus 15) 1'^ mort e suppli. L'^ caia 'nt 
rinfer e-a-u ters dl, 1'^ arsusita da mort. L'^ munta 'n Qb, Vb an- 
sasti 16) a ra driccia d'Ams^ Dio Pare Uniputent. Da \k u dev ben 
avnl a giudich^e i viv e i mort. Credd ant u Spirtussant ant ra 
G^sia Catolica. Ant ra Cuminiun di Sant. Ant ir parduni?) d! pcai. 
Ant ra arsurissiun d!i8) mort. Ant ra vitta eterna. Cusl sia. 



i) Isitrsii cunzepidn. 2) Nacque. 3) Deo pato: io soffro. 4) fe la traduzione 
del sub latino. 5) Falo: scendo, discendo, discese. 6) Sail (alz6 s^ stesso) al cielo. 
Ha eziandio il significato di portare In alto, come il siciliano inchianare che vale 
salire, e far satire portare. 7) Inie, \k, zo\k N x L; come dicono anche a Regglo 
fatt-ind: fatti in 1^. 8) Sta seduto da sizzere: sedere: s6tidu piCi che a sedere 
accenna a riposare : sezziada h la seduta del giudice, del Consigli Confunali ecc. 
9) La remissione. 10) La risurrezione della came, n) La vita eterna, del secolo 
venturo. 12) Cosi {gasi, gdi) sia. 13) Amsi^ usasi ancora per indicare il nonno 
ed il suocero: Messere. 14) Madona per indicare nonna e suocera: Mea domina. 
15) BitA messo da biUe (MxB) mittere. 16) Ansastd seduto, da ansiSse^ ansasiise se- 
dersi. 17) Bardiin per remissione. 18) Rimasta la r per via di sincope, in principlo 
di parola avanti ad altra consonante o gruppo di consonant! si vocalizza (r) onde 
poi ar (Renier, Gelindo, pag. 129). Quindi arsuscitd risuscitato, arsurissiun risur- 
rezione, arsulit risoluto. C16 succede anche per le liquide e le nasali, per v ed ^.• 
ams^ amsir Messere ; altenga uva lugliatica, avni venire, asgnur (antiquato perO) 
Signore. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE 353 

SALVE REGINA. 

Bos Saludamus i) Relna, mama 'e sal miseric6rdias, dulzura de 
custa vida i nostra isperanzia. A Bol si nde avocamus 2) disterrados 3) 
Vizos de Eva, a Bol suspiramus ticchirriende 4) ipranghende i-custa 
badde 'e lacrimas. Aj6 edducas 5) advocata Missegnora 6) nostra, 
cussos 'ostros ocros de piedade a n6is boltade. E Zesus beneittu Vizu 
'e ssa Brente 'ostras ) Sagrada, ammustradenos 9) Missegnora cre- 
mente, piadosa, dulze 10) Virgine Maria. 

In Dialetio di Carpeneto d' Acqui prima del 1831. 

Salv'Argin'nha"), Mare d'misericordia, vitta nostra, nostr'am^ 12), 

nostra Speranza, Madona Mare. A sclamumma 13) a Vui, sban- 

dunai m) fjoi d'Eva, a suspirumma a Vui giaminanda i5)e pianzinda 

ant' ista Vail d'dulur. Andumma 16) dunca, prutitura nostra; cui voce 

oggi7) cumpassiunus vut^jeis) an p6 an-virai9) nui, Madona Mare. E 



i) Bos-saludamus : salve, a) Avocamus. E proprio il ricorrere ad uno gridando 
forte, vocare ad. 3) Disterrados, fuorl della terra natale, esuli. 4) Ticchiriende : 
strillare, chiamare soccorso, ticchirriu, urio, grido, d^ janna cigolio di porta. 5) Aj6, 
orsd eja lat Trattandosi di molti, ajosi. Edducas, ergo lat. adunque, dunque 
dunca in dial, monf.* de hunc, per questo motivo. 6) Missegnora. Mia Signora, 
titolo d'onore, Madame fr., In dial. monf. Madona. 7) Boltade, volgete, voltate. 
8) Brenle 'ostra (fem. in dial. log,) ventre vostro. Abba currente, nan frdzica 
(infracida) brente prov. 9) Ammustriidenos, mustriidenos mostrateci, oslende illos 
Cat. 10) Dulze e dulche. Famoso k presso Sassari la Madonna del latte dolce. 
Missegnora nostra dessu latte dulche. 11) Rimasta ; in principio di parola per via 
di sincope rgin-nha si vocalizza e diventa -^ ar-er-or-ur, argin-nha: regina; drzl 
sollevato ♦ da reze reggere, arsta restato. 12) Nostro miele, mel alia latina, 13) Non 
k I'esclamare ma il ricorrere lamentandosi ad alta voce. 14) Sbandunai; non e 
bandnnai abbandonati, ma gente fuori del proprio paese, esule. 15) (iiaminec 
travagliarsi, laborare lat. Dicesi per proverbio quando s*e finito di penare, viene 
quella col ferro da segare, cio6 la morte; quandi ch'n s'e fin'td' giaminee, ra vcn 
culla da 'r /err da s'jee. 16) Andiarao adunque, ^ya, ergo, ma in significato rispet- 
toso. 17) Cui voce ogK quelli vostri occhi quilli, [ec]cu i]lli. Ogg (il nesso ci^ ocfuli). 
18) Vuteje; voltateli, je, ji(nesso Ij pronom. enclitico. 19) An-vira verso, (in)verso. 



354 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Gesu V6stir fj6 mustr^nle i) ben dopp sta vitta, Vu\ ch'i sji tant 2) 
aiman'ha 3) e diisa Madona Mare Maria. F^ne 4) degn d' lud^v' 
dlung 5) Madona Mare, d^ne forsa ancuntra 6) i voce anemiss 7). 
Cus^ sia. 

SOL DEGHE CUMANDAMENTOS. 

1. Deo so su Segnore Deus t6u, non d*as antebonner 8) atere 
Deus a mie. 

2. Non frastimare 9) e non nominare a-ssu n6men de D^us 
invanu 10). 

3. Amm^ntadi de santificare sal festas, i assun^ssisa") duminiga. 

4. Onora a-ssu babbu ei a-ssa mama, attaleschi") bivas meda 
tempus i-ccustu mundu. 

5. Non bocchire, n^n offendere a su pr6ssimu. 

6. Non luxuriare 13). 

7. Non fagher fura m), n^n s'usura. 

8. Non fagher farza testimonzia 15), nfen narrer faulas 16) 
murmurassiones. 

9. Non disizare s'h6mine 17) o sa ftmina anzena 18). 
10. Non disizare sa robba anzena. 



i) Ostende nobis ilium. 2) Tanto set siete, quanto sji. 3) Aimannha alia 
mano, clemente, ed anche umana. 4) Fate noi degni, 5) Sempre ♦ de longo tem- 
pore. 6) incontro, contro. In t cons.: an. 7) Anemis neraici Hnimici lat. qui si 
6 vocalizzata la n. -j- per la sincope di e od f. 8) Non anteorrabi - p x p. 9) Fra- 
^/iwa/r blasphemare, 6wj/w<!*^ in dial. monf. 10) Dicono anche: inbacu forse, inba- 
cuum. 11) Al-meno. a-ssu -nessi metatesi di sine lat. 12) In modo - dimodo-ch§ - 
ad-tales'Chi. 13) In sardo ft molto piii ben detto che in italiano, non fornicare. 
14^ Fura, viira, furto, rubamento. L'usura h un furto, in Sardegna piii comune 
che il rubare. 15) Nj: nz. testimonianza. 16) Fiula: favola, bugia,/<Jw/ararM.- men- 
titore. 17) Desiderare, desiderio disizu desio. 18) Aliena lat. Ij: nz. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE ^55 

I Desf i) Comandament {Dialetto Monferrino). 

1. Ador^ Tfn sul Dio e 'n av^i atar 2) Dio che chille a). 

2. St^e nent 4) a lumin^e u s6 nom an van, n& sTbit zlfr^ ^) 
par nent. 

3. A n'stte laur^e ant ir faste cmandaje 6) masmanient 7) a ra 
dm^nja. 

4. Unur^e s6 piire e so m^re, par gb 8) che Nost Sgnur n daga 
lunga vitta ant ist mund. 

5. St^ nent a massee, nb avei queja 9) d'fte dir ma a n^iln. 

6. Stee nent a f^e d'ghinade lo-) 

7. St^ nent a purt^e via ne roba n^ unur. 

8. A n' st^e di fausitaa d'ansin nh sparzifree "), ne buzi^e, 

9. A n'stte bram^e om dona d'jatr. 

10. Aurei 12) ben a ttcc cme a s^ m&ism 13) nb bramee ra cii, 
ir tere, ir robe d'jatr. 

COMANDAMENTI DELLA CHIESA. 
Sol chimbe (5) prezettos de-ssa Santa Eccleaia 14), 

Int^ndere 15) a-ssa missa i-ssa duminiga e i-ssas ateras dies ^^) 
de festa - Deunzare i?) i-ssu barantinu 18) ; astenn^resi die mandlgare 



I) Z - C intemo fra vocali de^-em, in sardo d^ghe, deche. 2) Av-^i : hab-ere. 
E tonico, normalmente ii, atar altro: 6 - cons, alt^r lat. 3) Chiel in dial. piem. * 
eccu-ille. 4) Negazione comune, nent e nenta. 5. N§ sCibito giurare per niente^ 
spergiurare u di posizione: i, subitt dicono a Reggio. Zirfee jurare, zirabacu giuro 
pel dio Bacco. 6) F&ste cmandiije-j- per togliere I'iato : cmandiii comandati, cman* 
dd^j-e comandate. 7) Elisione di * di seconda voc. protonica. 8) Qui pernio avrehbe 
il senso di atfinchfe. 9) Non aver desiderio * querja (querere) cherret in dialetto 
Sardo log. 10) Ghinade, da ghin: majale, porcherie. u) * Expejenire, epentesi 
di r * expe rjerare. 12) Volere. 13) Meism medesimo, e masmamenl. 14) Ei^t//sia 
qui 6 il vocabolo d'onore perchd il comune 6 Cresia; da 15 chiese ebbe liome la 
citti di Iglesias, 15) Itiiendere in dial. log. h sempre in significato di nscoltare^ 
udire. 16) Su die e sa die. 17) Deunzare jejunare lat. jejunium ♦ zezunium poscia 
deunzum deunzu. 18) Barantinu 6 voce volgare dai 40 giomi cdresima la ecde* 
siastica. 

ArckMo per U tradiaioni popolaH Vol. XXIII. |ft 



356 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

petta i) in Chenabura 2) e in Sapadu - Cuffess^resi assumancu 3) 
una bolta i-ss'annu, comunigaresi a-ssa Pasca 4) Mazore - Non 
zelebrare sos cojos 5) in tempos preubidos - Fagher a-ssa Cresias 
sas s6Iitas offertas 6). 

In Dialetto di Carpeneto d*Acqui. 

I cumandament dra Gesia sun sinqv: 
Santt 7) ra messa antr^ja 8), titt ir dm^nje 9) e j-atirfastecmandaje. 
Zaztnee 10) raquar^isma, e n' mang^ d'dgrass Vanardlii)e Sa- 

badl. - Cunsese 12) almenu 'na vota Tann, cumunichese a Pasqua - 

A n' st^e fee ir n6usse ant i temp pruiblj - Paghee jr decime sgund 

ch'u s'Ysa. 

LA PREGHIERA ALL'ANGELO CUSTODE. 
Anghelu 'e Deu - Cust6diu 13) meu. A mie dadu Dae Babbu- 

Deu - Custadie (0 notte) illumina mie. Tenta u) e defende -Chi mMn- 

cumandu i5) a tie. 

In Dialetto Carpenetese (prima del 1831). 

Angr* i6)d'u Signur - Chi sii 17; ir me prutitur - D^me ^s) ajitt 19). 
Dapartl't - An paradis 20) - Amnemje dricc. 



i) Pelf a la came da mangiare, la co//a, pcpto io cuocio in gr. sa Carre nel 
significato generale edanche nell'ecclesiastico. 1) Chenabura, chendpura: Venerdi. 
3) Assumancu, a-su-mancu, a-(l)-meno. 4) Le feste principali son ^^\XAPasca\ 
5) Cojos: conjiigia, coju: conjugium. 6) Le decime furono abolite nel 1884. Quindisi 
fanno ora semplici offerte, e non pagansi piii sas degumas, 7) Ascoltare, intendere^ 
sentire, gradazioni diverse, a da ^ protonico; sar^e serrare, chiudere. 8) Antreja 
(intrega in dial, veneto) Integra lat. 9) Dies dominica, d[o)m[e]nj(c)a. 19) Jeju- 
nare * zezuna(r)d, zazYn^. 11) Vanardi da e prot. il sabadi ricorda il fr. Samedi. 
12) Elisione di f * cun(f)sfese, in Sardo ff invece di nf. 13) Custode. i4)Guarda, 
serba ed osserva me. Fagher serva: fare guardia. Ten lado re gMdiX^m posta ad un 
fondo perche non vi rubino. 15) Incumindaresi raccomandarsi a da £' protonico 
commendo. (Risoluzione palatale di C f consonante). 16) Angr, femm. angra. 17) Estis, 
siete. 18) Da(te)mi. 19) Aiuto. 20) Menitemici dritto, senza deviare. feuna para- 
frasi del latino: Angele Dei. Qui custos es mei. Me tibi commissum pietate 
super nay Hodie\ illumina - el guberna. Amen. La rima aiuta la memoria anche 
in latino. 



■ifHimrVi«l|i^!V.|i'"'>>^f«*' - 



PREGHIERE POPOLARI SARDE 



557 



Didascalie. 

Oltre le orazioni giornaliere in chiesa si recitano ad alta voce, e 
con una certa cantilena facile, e monotona, le didascalie della fede^ 
piu o meno lunghe secondo le feste, ed i luoghi. 

A Carpeneto d'Acqui tali didascalie ora sono in itnlinno. La piii 
comune ^ detta Vi-adoro e fra i fanciulli serve di piu-tra di paraj^one 
per indicare le cognizioni acquistate : Ta^ in-V sai manvh it vi-adoro. 
Taci (dicono essi di uno sciatto, ecc.) non sai neppiire il vi-adoro. 

Anche in Sardegna la didascalia che qui si cita per la i", e ri- 
cordata nei discorsi famigliari. Quando un tale lamentandosi esce 
nelF'espressione : O povero mef e dice: tristu 'e me sente subito 
a citare il resto del verso: — peccadore-comente mUq/a aalvare. 
fe una citazione del volgo simile a quelle dei letterati che cominciano 
a citare, fra compagni, un verso di Virgilio, o di Di^nte, e, nella 
Camera dei Comuni in Inghilterra, anche qualche vt^rso d'Omero, 

La memoria di queste preci imparate in comune, ci accompagna 
per tutta la vita, e quando meno lo pensiamo, una sola parola di 
esse, ci richiama in un attimo tutta la nostra fanciullezza I 

SU SINNU DE-SSA SANTA RUCHE. 
II segno delta Santa Croce. 

Tristu 'e me, peccadore - comente m'ap'a salvare? 
Si no i) percuro pessare - Cumb6nne' 2) 'na duttrina? 
Salda sia, ladina 3) - La let' ogni pizzinnu 4) 



i) Anche in dialetti continental! pirchiree, procurare in dial, monferrino - 
osservasi questo mutamento di prefisso. 

2) Pensare; n assimilata dalla s posteriore: cosi pessone persona - Cumbdnnf^r 
componere lat. BxP- - In dial monf. hastnarria : pastinaca. 

3) Latina, facile, scorrevole: I'ha ra 16nua den slaiinaja, egli ha lingua ben 
scorrevole: a noi, il contrario di latino, e /fn/fsc/i, duro. . 

4) Lrarc prenJere, ^ prcJiendcrc lat. cioe comprendere Uct, * /r-rW, contratto, Hi. 



358 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Prinzipio dae su slnnu - Arma de-ssu cristianu 
Cattolicu romanu - Chena custu non b'a' luche i). 
Mi fatto sa santa ruche - Issu battigiadu fronte, 
Pochi 2) armadu m'affronte - Sol malos pessam^ntos, 
Inimigos tott'attentos - Po mi ikche' cundennare. 
Mi cherfa 3) liberare - S'amabile Sennore 
Bera tuntana 'e amore - Mi liberet' dae s'ifferru. 
N6men e Babb-eternu - M'accanse' 4) cussu disku 
N6men e s'unicu Vizu 5) - E de-s' Ispiritu Santu 
Ca mi vura-ssu 6) piantu - Cando a-ssa destra m'&ni' 
Custu Sinnu cont^ni 7) - Tottu-ssa divinitate, 
Unitate, trinitate, - Passione e morte 
De Gesu' cruzificadu - Issa ruche ispiradu 
Po tottu nol salvare - Amm^nne, Ame'. 

TRADUZIONE. 

Tristo a me peccatore - Come mi salver6? (A meno che) non procuri pensare - 
(A) stabllire a comporre una dottrina - Salda sia e latina, (facile) Che la prenda, 
la riceva, ogni fanciuUo - Principio dal segno - Arma d'ogni cristiano - Cattolico 
romano - Senza la quale non v'6 luce - Mi faccio la santa croce - Sul battezzato 
fronte - Perchd d'essa armato io affronti * f cattivi pensieri - Nemici sempre 
pronti - Per farmi condannare - Mi voglia liberare - L'amabile Signore - Vera 
fontana d'amore - Mi liberi daU'infemo - Nel nome del Padre etemo - Possa ot- 



i) Non \*k luce, speranza. 

2) Pochi per prochi perche ; i ridotto da e pro quae, A Carpeneto pirchi, 
pirchdr, pircosa. 

3) Voglia * quei-iial da querere lat. : a Carpeneto d'Acqui queja, voglia, desi- 
derio. Ifferru^ eterru : infemu, etemu, assimilazione di n causata dalPerre an- 
tecedente. 

4) Accd,nse : ottenga, dallo spagnuolo alcanijar, / assimilata. 

5) Vizu filius; VXF, come in dial. monf. Stevo: Stefano, ed anche VXP, 
nvudy nepos lat. 

6) I'ura ruba - 'Enii invece di benit viene. 

7) Contiene, raccoglie tutto ci6 che riguarda Dio ecc. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE 359 

tenere questo desiderio - Nel nome deirunico figlio - E dello Spirito Santo - Mi 
toglie, mi fura al pianto - Quando alia destra mi viene - Questo segno contiene 
- tutta la divinity - UnitA, Trinity - Passione - Morte - Di GesCi crocifisso - Sulla 
croce spirato - per salvarci tutti quanti - Amen, amen. 

SA DUTTRINA PO SOL PIZZINNOS. 

A donzi i) disimparMu - B'4 Dfeu po i'imparare 2) 
Po chie (si) ch^re' salvare - B'ita avvisos, intimas 3) 
Bettor 4) cosa' d'istima - Po s'anima battigiada 
A D&u resinnada - Po f^che' coraggiu forte 5). 
Sa prima este ssa morte - No-no! isthmus drommidos 6) 
Po m5rre' semu' naschidos - A morte depimus b^nne(r) 
Tottu si d&t 7) prevenner - A tempu de-ssi salvare. 
Def>imus-abbandonare - Peccadu-i-malu 8) fisciu. 
Ssa die ^ssu giudisciu - Nol ata dare cumbatta 9) 
In campu 'e G&su', a fatta 10) - Di&mul' esse' mandados, 
Tottu sol males cuidos ") - A campu t^den la) bessire 
Dognunu tando t^t' bider - Peccados fatto' a-cua 
Dognunu sa culpa sua - Giugh^-i-mmanu «3) legginde 
E Deu malelnde - T^t-esse' i-ccussu campu 



i) D serve a togliere IMato; onzi : omnis. 

2) Imparatu k I'uomo che ricevette istruzione, disimparaiu 6 IMndotto. Impa- 
rare vale insegnare: impcirami sa carrela, indicarmi la via, insegnami la strada. 

3) Intlmazioni, avvertimenti dati solennemente. 

4) Battor, quatuor lat. patru in lingua rumena pissares in tessalico, Utiares 
in greco comune, 

5) Per darle, per farle coraggio. 

6) Metatesi per dormidos, illusi addormentati. 

7) D6(ve)t t^ve)t, e quindi d€t e ted, Debimxis, depimus , dobbiamo, 

8) J implicato in cj, Ij a Siniscola si pronuncia sc, giudisciu, visciu, fisciu, 

9) N6(b)is a nois - cumbatta, affanno, travaglio. 

10) a /alt a in seguito, dietro. 

11) Cu^dos: nascosti - a ciia, clam, in occulta, in cUai'm grembo. 

12) In aperto, alia luce meridiana t6den(t) metatesi devent. 

13) Giughet : porta, ducit lat. ♦ djucit, giucit, giughit - riflesso di dj seriore; 
A Reggio Em. jamant diamante,yazW: diavolo. 



■p^ 



S- z^-rjL - e r2r3:">u - B: trie' jr.-iire s... Gijstrs 
A; s. '2 t r^- 3 sa ^rrstrj - Pc ijc'z-' fc>t2 s.! !> n-rs 



parte ie: r^'^re. 

2 ^ ^-:r«r - » 5 '"are ^^*tates:. * c:vjire cavjje, evicuire. 

3 ! sp arp ;r_are : sr r 1 77.1 re. s^ar^ere • tspan^iruarTe, Per^^.'^e rs : ss assiBi- 
Uii'.'-jt pr/?ress:va - Pers.?ne. n. o'iettvo i>;=i:n:, A: ore, faLncruj: ecc 

+; Lr, l-e^u: Jel Z? fra iie v>:al:-Ma:e:rm iBaietiictiis, ■fcj.Vt^%<-r^ BjJedkere - 
Bewfittu ber.«d:ctus. b^m^ri^h^rtr beiiedicere. 

5. ln^t.rrru - In aeternuni - .^-^r-mi infemica R*N : RR. 

6. Gustos : piaceri : o-w/ r*-'-J -ti Spag. : a Me pUce. 

7 /V.V« : pencoio. danno - spagiu 

8 Scrzxd-u guariato. battuto *:iD ad ora fi^hrr s^rvsi^ guanlare, cnstodire, 

9 ASrr:?3?:ia, aa:5g:ia a3:cras - aa:ggere, cosi eU^idn eiectus, /<gTrf« 
lectos da te^^ere. 

10 ^ijr.'M : camera - la ^aarta parte deli? spazio di on antkacasa romana 
qoadrata c:>e una delle 4 camere ^ii^ ne risultano - Qiiartiere, 

i: Ai .'•*r.''7f : benedett: costoro - .-Ir pr*:^r..>me encl:t:co: ilrr-'-tf tmi-, povero 
w^, in d:aL Monf. | 

12 A-. 4cncrju3er.te ^^uani-j s: tratta d: ur.j solo, -iJ.A vjaando si tratta di 1 

BOtti. 

13 .f *' rrtr^, Lat- aperire -^^ '/a. j ^'.V . part, pass. In d:a'. Monfemno drubi » 
aper: :us e iLiert rapercj: alTirnn:::- pre>fn:e. 

i^ A'i:^h^: -:, ^x.. per la nraa e n^rj ar-^hel.s. 
li. L. u.r..^.ij,. '•; a/.j-i ..• vi var.nj. 



PREGHIERE POPOLARl SARDE 361 

Sa Virgine Maria-Chin pandela i) 'e Vittoria, 
Cristo'-in-mesu 'e sa gloria - Su mundu este inserradu 2) 
A donzi disimparatu - B'^ Deu po I'imparare. 



TRADUZIONE. 

La dottrina pel fanciulli. 

Per ogni ignaro - V'ha Dio per insegnargli - Per chi si vuole i) salvare - 
VTia avvisi, e avvertenze - Quattro a) son le cose importanti - Per anima battez- 
zata - In Dio rassegnata - Per farle coraggio forte. La prima 6 la morte - 3) Af- 
finch^ non istiamo incauti, come addormentati - a) Per morire noi siamo nati - 
Alia morte dobbiamo venire. Tutto si deve pre venire - (Per essere) in tempo dl 
salvarsi - Dobbiamo (pertanto ora) abbandonare - II peccato ed ogni malo vizio - 
5) II giomo del giudizio - Ci dara grandi affanni 6). in aperto, di Gesu a richiesta 

- Dovremo essere mandati 7) - Tutti i mali (i peccati segreti) - In aperto 8) deb- 
bono uscire. Allora ognuno deve vedere 9)- I peccati suoi (e degli altri) fatti in 
segreto. Ognuno la colpa sua (i suoi falli) - Porta in mano leggendo 10). e Dio 
maledicendo - Deve presentarsi in quel luogo. Cristo dal costato sinistro ")- II 
sangue si deve cavare "). E lo deve spargere - Sopra qualunque (in vita) fu 
ostinato a non fare ammenda - (E dirA) Maledetto peccatore - Sia tu dal sangue 
mio • Maledetto da Dio - Perchd m'hai disprezzato - (Sia tu da me) maledetto e 
condannato 13). - In etemo - Tristo bruciando starai nellMnfemo 14). In quel 
fuoco profondo - Dai godimenti del mondo - Passi ad eterno travaglio - Esci di 
quA - e fatti a prendere (a seguitare) - II cammino finora seguitato. - Vattene 
solo e afflitto - Senz'ordine e permesso - Nei quartieri, nelle camere del Paradiso 

- Vi devono andare soltanto i giusti - Benedetti questi (ultimi) siano dalla mia 
mano destra - OrsU venite tutti alia lesta - A far festose accoglienze ai buoni - 
Con musica e suoni - Si devono aprire i cieli - Santi, sante e angeli - Vi vanno 
in compagnia - La Vergine Maria - (V^) colla bandiera di vittoria - Cristo (sarA) 
in mezzo alia gloria - il mondo 6 chiuso - A qualunque ignaro - V'e sempre Dio 
per insegnargli la fede. 



1) B P. Pandela, bandela, bandiera; a S. Pietro al Natisone gli slavi-italici, 
<iicono pandero drai farbe lepi, il nostro tricolore. 

2) Inserradu 6 ridotto ad un ritiro, ad una divisione fra buoni e cattivi. 



362 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Gosos, inni sacri. 

Fra tanti, scelgo due soli gosoa, nei quali parmi si manifestino 
le idee del popoio piu che in altri; e vi aggiungo una Canthone 
desBa chida santa = della Settimana Santa, che pur non cantandosi 
in coro, viene soltanto nella settimana di Passione ripetuta, ed ha 
quindi stretta attinenza colla principale delle feste ecclesiastiche. 

GOSU DE-SSA REINA 'E SU ROSARIU. 
IN SINISCOLA. 

(Inno alia Madonna del Boaario). 

'Omines (uomini, confratelli) 
Bonal dies Reina i); 
Mama 'e-ssu Paradisu 2), 
Sol devottos de s'uffisu 3) 
Benin' po Bol visitare 4) ; 
Si pot^mas accansare 5) 
A-ssa morte sa grorta 6) 
Chi-ttottu-ssa cuffraria 7) 
Chena cuddos apponente (s) «) 
Mama 'e s'Onnipotente 9). 



t) Buoni giomi, saluto volgare. 2) Madre del Paradise, cio6 delle 3 persone 
e detia TnnitA, ma specialmente di Gesii Cristo che iassti regna. 3) La rima 
vaole cosi, ma a Siniscola il cj lat. diventa sc - uffisciu officium. - 4) Benin* 
vengono bettini - Si poiemas accansare - Le possiamo ottenere letteralmente, ma 
qui: Dio volesse che ottenessimo. Dalla persona 3* passa alia i»plur. - 6) Groria 
per la rima. - 7) La confratemita, cunfraria, - 8) Gli appmtentes sono per cosi 
dire gH ospiranti, gli aggiunti. - 9) Onnipotente § vocabolo letterario, tottu pode- 
raiu ^ j] volgare. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE 363 

DE SAL GRASCIAL REFINAi) BONAL DIES REINA. 

Sorres (consorelle) 
Ah Missegnora 2) (nostra) Soberana 
De sol peccados Bos peto peldonu 
A-ssu divinu tronu zelestiaFe 
Bol chi dad^' saludu a sol mortaJe (s) 
Azil dadu a-ssu mundu amparu-i-ghia 3) 
Aunitas chin tottu trel Maria (s) 4) 
De-ssa Reina i-ssu divinu Mantu 5) 
Bos ad5rata s' Ispiritu-ssantu 
Chin tottu s'arta Corte Zelestiale 
Reina de-ssu chelu imperiale 6) 
Bos ad6rana ist&llasa ei diana (s) 7) 
Ah Missegnora nostra Soberana. 

PO PEDIRE S'ABBA. 

{Per invocare la pioggia), 

I. O suprema magestate, 

Abbrandate 8)-a-ssu rlgore; 

Dadenosabba 9) Segnore / .^ , 

.^ ^ RitorneUo 

I-accusta nezessitate. \ 



1) Refina de sal grascias. Qui si vede il sardo che adopera spesso lo 
schioppo. Refinu e la polvere pirica piu scelta: la Madonna sarebbe met. la pol- 
vere pid fina che fa colpire, ottenere ie grazie. 2) Missegnora - mia Signora, Ma- 
donna - mea domina. Saludu h il buono stato di salute. - 3) Amparu - difesa e 
schermo - ghia, guida, duce. - 4) Aunita, raccolta, riunita. - 5) Voi date difesa col 
nome, nel nome delle 3 Marie della passione, raccolte sotto il manto di madonna 
del Rosario» - 6) L'alta Corte h celestiale, il cielo k imperiale. - 7) Vi adoravano 
le stelle tutte, e Ie piCi brillanti come stella Diana, cio^ le Diane. 8) Mitigate, dal 
lat. blandior. - 9) Dateci pioggia - Abba h acqua in gen. non k comune il vocabolo 
proja che a Bitti indica la pioggia, I'acqua piovana. Cos! in Monferrato eua vale 
anche pioggia, raramente s'usa il vocabolo piova, che 6 anche in Dante. 

Archivio per le trcuiiMioni popolari Vol. XXIII. 46 



^'wm 



[si- "j- r2 J i ..' . 5 . 

4- Cri" ::rerj:c5 n^r.-s . 

Tenes pjir.c p.- >«:*. rrior: st ==•, 
A vsAs ^. esse' Cr>:i3n: s* i:» 



I Granr.esa. ^ar.iczza 3ss'3i::az::-:ie nJ : n:i. - 2 F^a^usa lebolezza. fragility 
ia fra-r^ere part::^:'^ fractus. - 5 (:'*^i. ed v V Lit. lnd*yz-a a Reg?:o, and'im-ua a 
Ca-T^n^to J'Ac-rJ^ - 4 S. Gio%'ann: e :l sarto piu venerato 'r. Sardegna e sole 
!um:R^/Vi. Iu::lo, I'jstr:>. - 5 Rz'u e fuL-nine c ra^ico. Oiss.'aJ nszss come 
ru:;:':taI:aro mes^ da men sis : fenonier.o che :n Skrt • e deno S^nihi. 6) JfassajN 
:.F*)*aino na:o s-:!a terra JelLi ^5;e^a. detta •/Ji.j.-n Piem-^rite masu^, in Monf. 
ffui^nd f3n::ull; tv}\ Jei^I: agr.cjltvri min^r:. - - Su . j >rrf' e insieme il campi* 
lavorato e la sementr -n e^so depvjsta. A^^a a sos laores! dtcono i contadini 
iarante la sic:ita: Acr^a- F'-'-^^^a ai camri. o Sign ire. - S AV.'/jrf gettare jil mon- 
fiirrino ^r///'^- e '/r.v/'. mitttrre lat. e seininare: /rr^v *c::a: tin ^fartu. Hon lu 
m^i.a- nrtii, grano seni:nat^> in Marz" non lo mietere non potrarmieterlo) alto. 
9 TurC'is son luelli che non cred-jno in Gesii Crista. - ic Moros : gli Algerini. 
in* :h: nemi:i Jei Sari: :he hanno nello stemma le teste dei Mori. - 11 » A noi 
\,"X ^jss'rre :ristiani, appunto perche siamo tali, usi tanta cruJelta? 



PKEGHIERE POPOLARI SARDE 

5. Abba, D^us, dimandamu(s) 
Babbu (nostru) abba ped)mu(s) 
E po s'abba pranghimu(s) i) 
E po s'abba suspiramu(s) ' 
S'abba Santa isettamu(s) 2) 
La, terra a fertilizzare ! 
Reina nostra Segnora, 

6. Mama d'onzi affriggitu 3), 
Nessi favorej pedite 4), 

Siazis 5) como interzessora, 
Inteponite 6) cust'ora 
Sa bostra auctoritate! 

7. Babb'eternu Soberanu, 
Reboccate 7) sa sentenzia, ' 
Dadenol po cremenzia, 
A-ssu pane cotidianu 8) 
A-ssu pobulu cristianu 

Sol f:ivores 'ostro' imbiade. 

CANTHONE DE-SSA CHIDA SANTA. 
(Canto delta aettimana santa). 

I. Discurrite 9) issa morte e 'ssa Pa^sione 
de comente ana fattu assu Messia 
chin cat^nasa musas-i-brillones 10), 



iT Piangiamo, (YxL), invochiamo piangendo- Der6 ^in,., 
. L'acua santa. celeste. ..aco.osa aspe^t.^J ."Ira Li;: r?" ' ' 
sonanti expectare ,s-t) , caduto per alleggerire ii grave nesso '1 , '""" 
rino «,..V. aspettare. - 3, Affnggitu .adflictus, epentTsi T ^cl ^ T"'"" 
nesso ct. - ., ...eno u„ ..ore Cedete. .>„.• alre^'alr :^' .^ 
Spanoscnve che e metatesi di une - 5) Sidzis siat^ o- , . "eLcejsse. lo 

sente; ... . d.a, cag..anta„o, .a^./L gaZrer: 1 e^r fr"'' "^- 
.) in guest'ora, proprio ora. - .) Rivocate ,BxU,. - 8) A-Ju pan! ''"' 

non indica il dativo, ma evita la prx>nuncia dell'esse impura -oJCnnc'-n T' "" " 
detevi in ragionaredella morte e de.lapassione. - ro) .^,uas, mJnen^rl ,' **°"" 
Brillones briglie, legami in generate ""e"e.Ct,eeufeniismo! 



366 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

cando chi sol Zudeos lu giuchiana i), 
isprico 2) e bi lu narro in avrissione, 
incravatu 3) ^ssu Vizu de Maria. 
Cando chi sol zudtos, ecc. 

2. Gesu' su Lazzarenu 4) elte incravatu 
salias, boffeyitas-a a rezzitu 5), 

su Vizu de Maria immacolata 
puru po mie i-ssa ruche a patitu; 
pultis ch'isttei' mortu e sepultatu 6) 
sa terza die triuffande 7) el bessU'u, 
cantende s'alleluja e-i sa groria. 
Cando, ecc. 

3. Chilcande ») vi Reina de-ssu chelu 
infattu 9} 'e sal Cres^as i sal ruche (s) 



i) Juchiana (ducebant) juchere, ducere lat. deo iuto io conduco (ducto) juiesi 
duxi juUre, d\icerem,ju/ende, ducendo - 2) Spiego il inio detto, ixplico, espongo 
i e da protonico - e lo dico in afflizione. - 3) Incravatu, inchiodato, da clavus - 
LxR. - 4) Lazzarenu per Nazzarenu L : N iniziale come awiene ^nche a Reggio. 
Luch^in, tela di Nanchino;/fl/f^/i fandonie. - 5) saFtas sputi, dileguo di v. cosi 
olias olive, bias part. vive. — Boffetadas, schiaffi, dallo spagnuolo abbofetar 
schiaffeggiare — Rezzitu, receptus lat. reci(pe)re - 6) Istesit, stette, fu; sepultadu 
sepolto, dal frequentative lat. sepelitare, - 7) Triuffande nf : ff. cioe n assorbito 
dalla susseguente/. - Bessitu, dal lat. exire. - b eufonico e concresciuto - 8) Cer- 
cando va il figlio (sta cercando il figlio) la Regina del cielo, dietro tutte lechiese 
e tutte le croci ; anacronismo che sigilla ed autentica la popolarit^ del canto. Vi 
chircan<U fu cercando, ma qui h presente storico. Vi : fi : fit : fuit perfetto, per 
rimperfetto. 9) Infattu, dietro, dopo, in segui to, avatu a Cagliari. - La Madonna, 
ossia la statua del la Madonna, dopo la risurrezione viene portata da una chiesa 
airaltra (nelle citta di Sassari, Cagliari, Nuoro, Tempio, Iglesias) come se andasse 
cercando il figlio che non trova piiisullacroce: ora la Rappresentazione sacra e routa, 
ma in antico dovette esservi un dialogo, ad esso accenna il canto sacro della 
Passione di GesCi Cristo nell'alto Monferrato. 

Ra Madona si nan va par s6i cammin 
Ra va ;irch6e u so car fji6 — 
Ant ir primm ca si riscuntra 
Riscuntra san Zuan Batista — 



PREGHIERE POPOLARI SARDE 367 

Zuseppe e Nicol^mu i) po su zelu 
acchiratu 2) nche Tan dae sa ruche 
ei-ssa mama h rejone 3) chi tucch^ 
chilcande a vizu chi perditu aia'. 

Cando, ecc. 

4. Sa mama de chilcare vi resorta 4), 
SI su Vizu potiad* accattare 5). 
Tando su Babbeternu 6) Taccunorta 
< caglia Maria, dassa s'attitare » 
innantis 7) fachen' ssu Tollite portaa, 
pultis si biden sal caras a-ppare, 
ca sa pandela eltr- 'e vittoria. 

Cando, ecc. 



San Zuan Batista, San Zuan Batista 

Av6i avdt if me car fji6? 

— SI, si, ca ITio' vIdT 

An mez7 a dui ladrun tTtt fiagilUa 

Ra testa cun ir spin'ni ancurunila 
A Monteleone dv Calabria i portatori delle due statue della Madonna e di S. Gio- 
vanni, fanno che esse si tocchino co! capo. - i) Nicolerau - D digradato a L come 
nell'italiano cica/a dal lat. cicada. In dial, monferrino Nicodemo diventa Nicuremo 
e cicada lat. ^iara come a Napoli Madonna diviene Maronna - 2) Acchiratu calato, 
fatto venire al ciglio, a terra, vocabolo marinaresco ♦ ad-ciljare. - 3) ^^ rejone, ha 
motivo di correre tuccare in questo caso. In dialetto monf. diciamo tucch^ sulta per 
significare, correre, non perdere un minuto di tempo - 4) Resorta risoluta, da resdt- 
vere e res6rvere. - 5) Se il figlio poteva trovare, rintracciare * ad-captare, agatare, 
acatare, caidr nello stesso signiticato a Reggio Emilia: in Monferrato catiex com- 
prare - 6) Allora il Padre Etemo la conforta; accunortare - da ad-^um-kortor , N eu- 
fonico ad impedire I'jato di h. Anche qui si accenna a rappresentazione sacra. Caglia 
(taci) e cessa di fare il compianto : su-attitare, su attitlu al morto figlio perch^ fra 
poco lo vedrai risorgere. Dassa per lassa DxL. - 7) II poeta popolare qui ^k come il 
riassunto della Rappresentazione. Prima (innantiS) fanno il tollite portas, cioe aprite, 
alzate le porte della cittA - erano alia saracinesca e si alzavano le porte allora - Pultis, 
pusiis^post, dopo, si vedono le due cere, le due faccie. Tuna coll'altra, viso con viso, 
perchd ormai la bandiera di G. Cristo h quella di vittoria. II poeta narra tutte lefasi 
della Rappresentazione (sia che si faccia, sia che no) come la medesima era nella 
mente e nella fantasia di chi I'aveva vista intera. 



368 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

5.Sa Sinagoga lo' a fattu sol oao(s), 
po incravare a Cristos soberanu ; 
si asubra custa faltu lu dassao 
meta tia ease' main cristianu i). 
Como lu tene' a-ssupote?e i-mmanu 
como ressussitadu .^-ssu Messia. 

Cando, ecc. 

6. Cando ressussit^ -id' i-ssu mundu ») 
meta a'ssol chelos los ata tuccatu, 

e-i sol malos los ata i-pprofundu, 
intro 'e s'lfferru los ^ta ausentado-s 3) 
comente s'ainu 4) lu piccaini 1-ttundu 
t como ruint 5) i-tterra dimoniato-s, 

e Gesu cumbertire lis cheria'. 
Cando, ecc. 

7. Isse cherta' a tottu cumbertire, 
e non si nde cheria fache' Re 6). 

A natu 7) Missa antis dispidire 
subra s'astare de Gerusale (m). 



i) La Sinagoga, ciofe gli ebrei hannafatto i chiodi - Se sopra questo fatto lo la- 
sciavo, dimenticavo il racconto, meta (raeda) molto sarei un cattivo cristiano (multum 
deberem essere) Eo deppo essere, eo dia essere, tia per dia (TxD) io sarei. - 
2) Quando egli risuscit6 nel mondo cioe davvero, e non per figura come oggidi. 
molti (meda) al cieio li ha guidati, fatti andare. - 3) Ausentados allontanati, fatti 
assenti, lontani, ausentar spagn. - 4) Ainu asino, dileguo di S. Quasi dappertutto 
per6 I'asino dal far girare la macina del molino, e detto: su molenle. Lo picchiavano 
in tondo, da tutte le parti. - 5) Ora cadono irtiint, rtiinti, niini da ruer cadere) in 
terra indemoniati. - 6) Li voleva tutti convertire, dice il poeta, non gi^ che si vo- 
lesse far Re, come dicevano gli Ebrei. - 71 A'7iah4 ha detto messa, dntis dispidire 
prima di partire, sopra I'altare (della chiesa) di Gerusalemme. dice il poeta, commet- 
tendo altro grosso anacronismo. 5^ dispidida la partenza, expeditia il rauovere 
dei piedi verso un luogo. 



PREGHIERE POPOLARI SARDE » 369 

Tando i) po Tispricare non si ere' 
sol stremos 2) malos i sono-s chi b'a^a' 
Cando, ecc. 

8. T6IIite portas 'e Prinzipe Beste 3), 
non prus terrenas, jannas eternale-s. 
Cando 4) a-ssa janna Tan' abbertu lestru 5) 
b^ssini sol zud^os 6) i-ffernales. 

'Rode, Pilatu, Zuda, milii pesta-s, 
tottu chin cuddas boches 7) 'e animale-s 
tottu che a perru 8) Cristo' riscutia-na. 
Cando, ecc. 

9. Ei sa mama pranghende e affliggita 
chin sospiros a lacrimas terrama' 9) 

1) Allora, non si crede sufficiente a spiegarvi (qualunque cosa io dicessi) le cat- 
tive parolaccie, i rumori, gli urli, che c'erano, che sisentivano. llpoeta non ha ancora 
lasciata la Rappresentazione sacra; egli riporta questi due versi non gia a quando 
GesQ disse messa, cioe a quando use) dalla casa tribunale di Pilato, ma bensi a 
quando vj entrd! 2) Stremos malos, adesso significa gesti sconci, incomposti, ma il 
vocaboio deriva da terminus e valeva motti incomposti - siremniir al vin ins la tdvla 
spargere mettere il vino fuori dei termini. A Reggio Emilia. - 3) Attollite portas 
principis vestri, alzate le porte del vostro principe, apritele, sollevatele: il testo 
latino e recitato secondola pronunzia e la dottrina del cantore - Ora non sono piii 
porte di questo mondo, ma porte del cielo, eterne. - 4) Quando qui ha il significato 
di : non appena. 5) Abbertu apertus lat. da aberrer aperior. - Lestru prestamente. 
alia lesta- epentesi di r. In dialetto monf. dicesi talora in ventrass un ventaccio - 
6) Ad indicare la confusione dei nemici di Gesii egli mette tutti a mazzo, giudei, 
greci, romani, mille pesti, raille canaglie. - Rode - Ve atono e caduta- Ziida era im- 
piccato, ma il poeta Io fa companre lo stesso. - 7I Tutti con quelle voci di animali. I 
personaggi che rappresentavano gli attori del dramma sacro a cui allude il poeta. 
non facevamo ne* piu ne* meno di quel che fanno a Carpeneto d^Acqui i ragazzi 
la sera del Giovedi Santo. Quando la chiesa ricorda la condanna di Gesii e spegne 
i lumi. i ragazzi con raganelle, con pietre che battono sui banchi della chiesa, con 
urli e t'cwrif/'an/wa/i raffigurano la scena della flagellazione. 8) Tutti percotevano 
G. C. come un cane. Isciitere, iscndere bastonare, frustare con srutica sferza di 
cuoio, di corda. - 9) La Madonna, piangente ed afflitta 'ajjligjs^ita, alTrigorUa 
epentesi di g, che sostituisce gl. ed evita la durezza della pronunzia del nesso) - Ter- 



^jO ARCHrVIO PER LE TRADIZIONf POPOLARI 

« trint'annol e bistatu i-ccusta vita 
« obbedinde a-ssu bahbu ei a-ssa mama * 
prima duminiga elte de-ssa pramma x) 
pustis a sa otto pasca de alligria. 
Cando, ecc. 

la Zuda »),a DeuMlngannu bi Ta giutu, 
e po trinta dinaris Ta traitu ; 
lie tres'uttios 'e sambene vi rutu 3) 
a tres funtos de 'ide b'a naschUu 4) ; 
custos sunu vionto' dende frutu 5), 
gai samben' i-ssu vinu cuwertitu, 
su corpu' ostia sacrata Ecarestia. 

Cando, ecc. 



rama da Urra-meare a terra, fino a terra versare (to spagnuolo mcare versare 
nrinai. Mentre la condanna diG.C. k pronunziata, ossia mentre si fanno i rumori in- 
fe^nali accennati, a Carpeneto d'Acqui, si porta in chiesa e si espone ra madonna 
ilir s.ftu cullinda la Madonna delle sette coltellate, la addolorata. In Sardegna 
!>^mbra che la mamma pigliasse le difese del flglio: trent'anni (sono 33) b stato 
»Mstatu) in questa vita - obbedendo al padre ed alia madre. 

t) Metatesi -(palma) che raddoppia Vm finale - La i» domenica della Pasqua 
k qtiella delle Palme - Dopo 8 giorni 6 Pasqua di Risurrezione. - 2) Giuda, 
Tineanno a Dio Tha fatto da^ juchere diicerc e ductiiare lat. e per 30 denari 
I "ha tradito. - 3) IJe, dove, ubi ube - Uttios, bdttios gocciole * gutticulos - Vi rutu 
per fini ruios furono cadute, sing, pel plurale, da ruere - 4) Tre pedali d'alberi ^i 
vite v'e nato, vi sono nati. Fundu k pedale d'albero, albero in gen. putmtfi - 6s 
fondamento in gr. budhna in sanscrito///,^;/;^// in lat. il che ricorda le case delle 
l^titafitte e il fundare lat. LMmmagine del far nascere le piante utili ed aroma- 
liclie e medicinali dove awenne qualche fatto tragico, k di provenienza orientate. 
Dii:tmo gli Arabi che le lagrime di Davide dopo la mor^e del primo figlio avuto da 
lit*rsiibea diventarono piante d'assenzio. NaschUu, germogliato, nascor lat. - 
5) Questi tre pedali di vite son fioriti dando frutto. Cosi il sangue di G. Cristo fu 
conv^rtito in vino - (nv : w per assimilazione progressiva) e il corpo suo. ostia 
consacrata, cioe a Eucarestia. 



PREGHIERE POPOLARl SARDE 371 

II. Finamente i) sal petrasvi'pranghendea) 
chiumares, i marinas, i muntagnas 
cando zudeos Tistain' azzottende 3), 
a nudas palas, brente e sas intragnas. 
Ghettatu Tana in tuju ssa collana 
I 'an tentu 4) i-ss'ortu de Gessemania, 
tando vi sol Zudeos 5) lu giuchiana, 
Como giuch'isse pandela 'e groria! 



i) Qu\ ha il significato di perjino. - a) Stavano (erano) piangendo con mari, 
marine, luoghi adiacenti al mare, cio^ pianure, e montagne - 3) Quando i Giudei lo 
stavano frustando (azoita k il frustino di pelle) sulle spalle nude, sul ventre (roeta- 
tesi brente invece di bentre) e sugli intestini, cio^ sulla parte che li contiene. 
Gettato gli hanno al coUo un collare - Tuju (CxT) ♦ collum. - 4) T6ntu da tanner, 
tenere, avere, fermare. - 5) Allora erano i Giudei che lo conducevano, ora 6 egli 
esso) che ha la bandiera di gloria. 



AnikMo per le tradiwUmi popolaH Vol. XXHI. 4? 



mm^ 



MISCELLANEA 



Roma, 35 Aprile 1906. 

j^reg-io sig^nor profi^ssore G. PiTRfe, 

A proposito deirartioolo su PiJato alle porte dellMnfemo, comparso nel pe- 
nultimo numero ^fHV Archivio, votrej eornunicarle due versioni di quel canto popolare, 
una di Roma e un'altra de) mio paese native. Ne scrissi questo dicembre al Pa- 
scolif ma n^ tip ricevuto rispostaj ne so che egli si sia servito di questi miei 
appunti. 

Rttma. 
Anniedi a rinfemo, perchd cce fui mannato, 
da la gran gente nun ce se capeva, 
dietro la porta ce trovai Pilato, 
me fece entri pperch^ me conosceva. 
Misericord I a la ggente die cc'era! 
e ttutti quanti ffra le fiamme ardeva. 
Me disse lo mi amore a la lontana: 
Puro a rinfemo me vienghi a dda ppena. 

S^rvigNana (Ascoli Piceno). 
Jette a Tinfemo, ma cce f6 mannato, 
da Ea gran gente non ce sse capeva, 
e ssu la porta ce trovat Pilato, 
me fece entri pperchfe mm e* conosceva. 
Vedde I'infemo tutto alluminato, 
la mi a rregazza *n fra le fiamme ardeva. 
Me disse: ■< Dove vai, coraccio ingrato? 
Pure airinfemo me v^ni a ddil ppena >. 

Rtspettosi satuti dal suo 

AMERINDO CAMILLI. 



MISCELLANEA 373 

Usi fnnebri in Rocca Caoteraoo. 

A Rocca Canterano, quando muore un adulto, la famiglia dA ad ogni prete che 
interviene alFaccompagno funebre, tanta stoffa da ricavame un paio di mutande 
e una camicia. La stoffa, durante I'accompagno, fa bella mostra di s6 attaccata 
alia croce che viene portata dal chierico. Se muore un bambino, Toggetto donato 
e attaccato alia croce e un fazzoletto. 

Quando muore un bambino una donna nubile, il morto viene posto su la 
spiafialora (tavola dove si distende la pasta, si fa il pane ecc), poi una donna 
si pone la spianaiora in testa e il morto h portato cosl al cimitero. Naturalmente 
la spianaiora torna poi ai servigi usati. Per6 questa seconda usanza, specialmente 
per opera del maestro locale, il signer Giovanni Picconi, da un anno a questa 
parte pu6 dirsi scomparsa. 



Blasone popolare del dintorni di Cervara. 

Rocca di mezzo: Rocca 'e meso 

Quattro case, *u diauru {il diavolo) 'n m^zzu. 
Siibiaco : Cac' al 1 ' acqua . 
Canterano: Quissi 'e Carlantonio; quissi 'e catte. 

Ckttte escUmasione omteranese = cattera. 
Anlicoli Cor r ado: Frustasantl. 
Cerreto: Farisei. 

Rocca Santo Sle/ano: Coppari, ciacchi. 
Cervara di Roma: Ciucci (cuuhi). 
Marano Equo: Cipollari. 
Agosla: Ranocchiari. 
Roviano • P6i zuzzi (piedi sozzij. 

AMERINDO CAMILLI. 



Legeade gourmande du «colombier». 

Des tenebres du pass6 surgit victorieusement le souvenir, perpdtu6 par la 
reconnaissance populaire, de Thumble bergdre de Nanterre, qu'honore comme pa- 
tronne la capitale du monde civilis^. 

C'etait au v* si^cle de notre 6re. Dans les Gaules envahies par les legions de 
pillards venues du Nord, les ruines s'accumulaient, et Lut^ce, berceau de la cite 
glorieuse, etait devenue I'objectif d'Attila. 

Partout oil se pose le pied du chevalqui porte « le fleau de Dieu > I'herbe ne 
repousse plus, dit-on: et les citadins Luteciens que terrorise Pattente de Pimmi- 
nente catastrophe, se lamentent et songent k deserter leurs foyers. 



374 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Alors, sur I'^chine du mont od, plus tard, la Patrie reconnaisante edifia te 
Temple de rimroortalit^ du souvenir k la m^moire de ceux qui la firent grande et 
glorieuse, voilil qu'une voix inspire s'^ldve, domine les cris de terreur, reveille 
la confiance, ranime les courages, affinne solennellement que les barbares hun- 
niques ne franchiront point les murs de Lut^ce. 

Qui parle ainsi k la foule houleuse? C'est une jeune fille dont la calme s^r^nite 
en impose, une humble berg^re, qui pr^dit la prochiaine d^faite d'Attila aux 
champs Catalauniens. 

Et voici que, symbolique presage, embl^me d*esp6rance, tourbillonne un flocon 
blanc; que, sur I'epaule de Genevieve vient se poser une colom^.... venue d'od ? 
guid^e par qui? 

En sa cr6dulit6 naive, le peuple vit, dans cette venue de Toiseau blanc, la 
certitude des proph6ties de la berg^re et, quelques jours aprds, Tapparition de la 
messag^re de paix etait consacree rudimentairement, par le talent des p&tissiers 
de I'^poque, sous forme d'oublie, figurant une colombe. 

G&teau qui devint de tradition aux fdtes de la Pentecdte. 

Et c'est pour rappeler la l^gende de Toiseau apparu k la foule, quand la 
haranguait la bergdre de Nanterre, que les pAtissiers parisiens ont fait revivre et 
modernist la creation gourmande de leurs ancetres Lut^ciens, qu'ils offrent au- 
ourd'hui, en confiance, k leurs contemporains, Pexquis < gdteau Colombler >, dont 
la devise est: 

Qui la Colombe aura» 
Dans Tann^e se mariera. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 



La Poesia popolare Italiaoa. studi di alessandro d'Ancona. Seconda 
edizione accresciuta. Livomo, Raffaele Giusti, Editore Libraio-tipografo 1906. 
In-i6«, pp. 571. L. 5. 

La prima edizione di quelli che, modestamente, A. D'Ancona chiama studi in- 
tomo alia poesia popolare italiana, apparve nel 1878; da quel tempo a oggi i ma- 
terial!, e i document! storici che riguardano le origini e lo svolgimento della 
poesia del popolo si sono considerevolmente accresciuti; gli studi che parevano 
umili, perditempo di gente oziosa, son venuti in onore per seriet^ di intendi- 
menti e di metodi e si comincia a vedere nella molteplicitA delle raccolte qualcosa 
che interessa, non soltanto la storia della letteratura, ma la psicologia e la socio- 
logia. Bene ha dunque fatto Tillustre critico della nostra letteratura a ristampare 
i suoi studi, mettendo a profitto i nuovi documenti. Forse il titolo non risponde 
precisamente al contenuto ; n6 gi^ perch^, come piacque a qualcuno di far credere, 
questo libro assurga all'importanza di una storia della poesia popolare; ma piut- 
tosto perchfe tratta solo di alcuni problem! relativi a un genere di poesia popo- 
lare: la lirica, e pid propriamente la lirica amorosa. 

Storia non si pu6 dire, e I'autore stesso ne ^k ragione nell'awertenza, perchfe 
oltre a non seguire lo svolgimento della poesia popolare attraverso i tempi, non 
scende alio studio di alcuni problemi important!, come quelli, a mo' d'esempio, 
che si riferiscono alia genesi dei temi poetici del popolo, alle origin! di certe im- 
magin! e forme, divenute colori e atteggiamenti convenzionali, nd di questa 
quella regione poetica, ma di tutta quanta la lirica popolare: n6 altri problem! sono 
ventilati e discuss!. 

II D'Ancona ha voluto soltanto con raflfronti e riscontri determinare il luogo 
di origine di quella lirica che da quattro cinque secoli corre per le bocche dei 
volghi d^ltalia: studiame gli adattamenti e le forme metriche predominant!, le sue 
relazioni con la poesia letteraria. Problemi anche quest! d! grande importanza per 
lo studio della poesia italiana; la cui soluzione costituisce il solido fondamento 
per le altre ricerche e per edificarvi la storia della poesia popolare. Alia quale opera 
nessuno sarebbe piCi atto di Alessandro D'Ancona; ma I'illustre critico sa che an- 
cora non tutto il materiale d raccolto; e sarebbe forse prematuro quel generale 
coordinamento e quella sintesi compiuta che una storia deve avere. 



376 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Dire, con qual vasta profonda eradizione, con qual diligenza, con qual rigore 
critico siano condotti questi studi 6 superfluo, per chi conosce e onora in Ales^ 
sandro D'Ancona il creatore della critica storica in Italia, a! cui sagace impulso si 
deve quel movimento largo e coscienzioso di studi, pei quali i problemi che affa- 
ticavano la storia della nostra letteratura, segnatamente delle origini, sono riso- 
luti. Mi piace per6 notar« che il D'Ancona, rivedendo e ripubblicando i suoi studi, 
abbia voluto piu solennemente riaffermare tutta la importanza di questo ramo della 
letteratura al quale un nostro concittadino, Giuseppe Pitr6, ha pur corsacrato tanta 
parte della sua vita, tra I'indifferenza dei concittadini, ma col plauso degli stranieri. 

La ristampa accresciuta e riveduta degli studi h tanto pid opportuna, in quanto 
le ricerche e le esperienze piii recenti hanno riconfermato quello che fin dal 1862 
il D'Ancona avea acutamente intuito. Allora egli scriveva: 

« II popolo al di d'oggi non canta, ma ripete; non inventa, ma riproduce un te- 
soro di versi a cui per tradizione 6 aflfezionato ; anche credendo d'improwisare, 
riraescola e riunisce immagini versi sparsi in vari componimenti. Questa poesia 
popolare, di cui adesso si fanno raccolte, non 6 altro se non la ultima eco della 
gioventii d'una schiatta; gioventii che si mostra nell'ingenua forza e nella puritil 
primitiva di quei canti, che oggi il popolo non saprebbe pid comporre a quel modo... 
Noi, radunandone i frammenti dalla viva voce delle montanine, andiamo ritrovando 
le membra disperse del passato; porgendo orecchio al canto delPagricoltore, rac- 
cogliamo un suono che, ormai perduto nelle pianure e nelle valli dell'Amo, si va 
prolungando sulle ardue cime dell'Appennino, come in un ultimo riparo contro la 
civiltii incalzante>. 

Non soltanto sull'Appennino, aggiungo io, ma sulle Madonie e per le baize 
deirEtna; lungo I'Anapo e le valli modicane e agrigentine, la ricchezza melodica 
dei canti tradizionali rifiorisce come cento anni addietro sulle labbra dei contadini, 
ai quali la civilt^ non ha insegnato ancora a deturpare Verdi e Bellini. Rifiorisce 
non nella virtu creativa, perch6 la maturity del cervello e il positivismo della vita 
hanno spento quasi la spontaneity fantastica; ma nella ripetizione riproduzione 
del patrimonio lirico tramandato dai padri. Non so se altrove sia come in Sidlia; qui 
da noi per6 la virtCi lirica d quasi spenta, sorvive qua e lA, conservando i carat- 
teri venusti, la virtd narrativa: il popol nostro, meglio i suoi oscuri poeti, estem- 
poranei no, paiono piu atti a comporre una sloria intomo a un awenimento 
che colpisce la fantasia popolare, che ad esprimere con forma nuova Teb- 
brezzza dei sentiment!; e se talvolta pare che qualcuno improvvisi d'amore di 
sdegno, ripete forme tradizionali: rifA, rimpasta; rimaneggia materia gia nota, se 
pur talvolta non accoppia ritmi dei piii antichi improvvisatori, credendoli in buond 
fede invenzione nuova. 

Della esistenza di una poesia popolare anteriore e contemporanea alia lirica 
aulica d'arte, si hanno scarsi document!, ma tali da attestarla. II frammento 
sulla vittoria dei Bellunesi a Casteldardo del 1193, quello in vituperio di un Pier 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA yj'j 

da Medicicea, il ritomello in istrazio di frate Elia, generate dei francescani, par- 
tigiano delFimperatore, la canzone di Lisabetta ricordata in una strofa da! Boc- 
caccio, e poi stampata intera, il frammento sulle donne di Messina nella difesa 
della citt^ del 138a, sono gli avanzi di tutta una produzione anonima schiettamente 
popolare. Accanto alia quale son da porre i componimenti agiografici morali, i 
contrasti, i lamenti, gli alterchi anonimi no, conservati nei codici e dei quali la 
storia della letteratura tien conto. 

Ma sia per quel periodo fortunoso di guerre e di mutamenti dinastici e di 
forma di govemo che agita I'ltalia per tutto il secolo XIV, sia per mancanza di 
documenti, non ancora ritrovati, (0 una eccezione quel poeta semiletterato che fu 
Antonio Pucci) sembra che una grande lacuna divida quello che parrebbe il pe- 
riodo delle origin! , da quello che io direi riapparizione degli spiriti e delle forme 
della poesia popolare nel secolo XV. Che il Giustiniani prima, poi il Magnifico, 
il Poliziano, il Pulci e gli altri poeti della corte Medicea, bevessero largamente al- 
I'onda della poesia popolare, h risaputo.; ed 6 risaputo come altri poeti culti di 
altri paesi, imitandone Tindirizzo, ma spesso falsandone il sentimento, come il Ca- 
riteo e I'Aquilano, componessero strambotti a simiglianza del popolo: ma a quali 
canti popolari attingessero, e, alia loro volta, quali imprestiti essi facessero alia 
poesia popolare, non si conobbe che merc6 la pubblicazione delle modeme raccolte 
e di qualche curioso e importantissimo documento. Fra i quali, important! per lo 
storico son due, la Serenaia (1567) del Bronzino, pittore famoso e poeta, composta 
di terzine, il cui terzo verso (e forse qualche altro del mezzo) h ordinariamente il 
principio di uno strambotto di un rispetto popolare, e il repertorio di un cieco 
cantastorie, detto il Bianchino, di Verona (1629). Da cui e per cui conosciamo la 
ricchezza dei canti popolari che correvano per Tltalia nel secolo XVI e da lungo 
tempo. Ai quali repertori bisogna aggiungere la raccolta dei rispetti del codice pe- 
nigino, che rimonta al secolo XV, e le varie raccolte dei secoli XVII e XVIII. E 
quel canti, quasi nella identica forma, lievemente modificati per la legge di adat- 
tamento, riappariscono nelle raccolte modeme, come coiti sulla bocca del popolo. 

La rassomiglianza, la quasi identity dei canti schiettamente popolari di Si- 
cilia con quelli della terraferma, certe pe:uliaritc\ di forme e di rime, ed altri acuti 
rilievi, non che la maggior ricchezza inducono il D'Ancona ad affermare che patria 
d'origine della lirica popolare italiana e la Sicilia, d'onde si diffusero ed ebbero 
battesimo per ogni dove. 

<La chiara fontana alia quale furono battezzati.... — sono parole dellMllustre 
critico — e queironda sotterranea, sempre fresca e vivace, che scorre da un capo 
alPaltro d'ltalia; 6 quella misteriosa Aretusa, che, sgorga nell'lsola ed attraversa 
lo stretto, e nella quale fa suo lavacro la Musa del popolo; e quando n'esce fuori. 
le stille che le cadono ai piedi, sono come gronda di dolce pioggia di perle e di 
rubini scintillanti ai raggi del nostro sole e, nato con veste di dialetto in Si- 
cilia, in Toscana assunse forma illustre e comune, e con siffatta veste migrd 



■^ 



378 ARCHIVIO PFR LE TRADIZIONI POPOLARI 

nelle altre pro\incie ». NeUa maggior parte del casi, il canto ha per patria di 
origine la Sicilia, per patria d'adozione la Toscana. La Sicilia ebbe vena poetica 
maravigliosamente copiosa e perenne; e ancora vi sono canton illetterati che sempre 
rinnovano, secondo Tagile fantasia, Tantico repertorio comune. Le poesie nate 
nellMsola poterono agevolmente propagarsi oltre il Faro, su su fino alle Alpi e alle 
lagune di Venezia, tra il secolo decimoterzo e il decimosesto ; quando mille vie, 
mi lie modi erano pronti alia loro diffusione. 

I rapporti con la Toscana e con la Liguria erano frequent! e vivi. Nelle mag- 
giori cittit dell'isola Pisani, Fiorentini, Genovesi formavano colonie, o nazioni, che 
si reggevano come patria d'origine: e i siciliani accorrevano a tonne negli studi di 
Pisa e di Bologna. Qualche diarista napoletano nota una grande immigrazione di 
siciliani fuggiti dall'isola nativa al primo istituirsi delPlnquisizione: fanti e cavalli 
siciliani militavano sotto le bandiere di Spagna, nel Napoletano, in Lorabardi&, 
come avevano militato in Toscana e in Lombardia con Federlco II e Manfredi, come 
avevano itfilitato con Giovanni Ventimiglia sotto Alfonso il Magnanimo. E fanti e 
cavalli toscani e d'altre parti d' Italia militavano con I'Angioino, come avevano mi- 
litato con gli Svevi. Queste relazioni e questi scambi d'uomini cessarono con la do- 
minazione spagnuola; ma allora il canto siciliano era g}k fatto cittadino d'ltalia. 

II D'Ancona accennando ad alcuni canti siciliani, nei quali h ricordo di awe- 
nimenti storici, nega, contro I'opinione dei nostri raccoglitori, che essi possono es- 
sere coevi deiravvenimento, ci6 che darebbe ai canti una venerabile vetustil. Egli 
nota con molte accuse che la memoria dei grandi awenimenti rimane fitta nell'a- 
nima popolare, per cui nessuna meraviglia se essi riappariscono in canti poste- 
riori anche di qualche secolo. Questo h vero, in generale; e se accanto alia poesia 
lirica siciliana non fossero canti narrativi della cui etk non d lecito dubitare, I'os- 
servazione deirillustre professore pisano avrebbe valore incontestabile. Ma io non 
so perch^, se k lecito riconoscere che una sloria sia del secolo decimo Xlll dei 
primi anni del secolo successivo, non si possa assegnare al secolo XIV (al pid tardi) 
uno strambotto che ricordi il Vespro come cosa viva airimmaginazione. Ricordo 
qui la storia del Conte di Borgetto, che in nessun modo pu6 essere posteriore al 
1360, anno in cui la contea di Borgetto fu data in feudo con tutti i suoi diritti al 
Monastero di S. Martino, perch^ ivi si parla del dominio tenuto in atto dal conte 
di Borgetto, e vi si ricorda il rito col quale lo scudiero veniva armato cavallere, 
usanza strettamente medioevale. E ricordo anche Taltra storia dei due bandit! del 
bosco del Partinico, i quali sono armati di frecce e balestre, 11 che evidentemente 
riporta il poemetto a prima deiruso delle armi da fuoco; e per citare un canto li- 
rico, rammento vers! (non so se inediti) comunicatimi da un egregio slgnore di 
Ragusa, i quali si riferiscono ai casi di Costanza Chiaramonte, moglie divorziata 
dl Ladislao, 

lu papa Chi la sciosi di riggina 
ccl dissi : Rgghia nia fa la b... 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 379 

il quale canto non trattandosi di un gran fatto, ma dell'eco dei casi della gentile 

e sventurata figlia di Manfredi Chiaramonte, giunto nella contea patema, non pu6 

non essere contemporaneo ali*avvenimento quando, confiscata la contea all'ultima 

Chiaramonte e data al Cabrera, nel 1392, viveva la memoria della Illustre famiglia 

nel culto del vassallo. 

LUIGI NATOLI. 



LuiGi BONFiGLi. St^faoo Guazzo e la sua Raccolta ^1 Froverbl. 

Arezzo, Linatti 1905. In-8, pp. 82. 

La Raccolta per la quale il Guazzo 6 specialmente ricordato 6 « La Civil Con- 
versazione... divisa in quattro libri ne' quali dolcemente si ragiona di tutte le ma- 
niere di conversare (Venezia, Perchacino, 1581) >. 

Quesfopera ebbe la fortuna di venti edizioni, di due versioni francesi, di una 
spagnuola e di una latina : fortuna singolare 0, per lo meno, rarissima per altre 
opere congeneri ed anche infinitamente superiori. 

Da essa trae ragione al presente studio il Bonfigli, e la trae con molta deli- 
catezza ed acume. Infatti egli crea, per cosl dire, la biografia del Guazzo attin- 
gendo alle scarse notizie che ne corrono pei libri, ma soprattutto presentandone il 
ritratto morale. Questo tentativo 6 ben riuscito, perch6 ha per base le varie pub- 
blicazioni di lui e parti colarmente le lettere, che di preferenza rivelano chi le scrisse 
fin nei suoi piu reconditi pensieri e nelPanima sua. 

L'esame della Civil Conversazione k condotto accuratamente : ed il Bonfigli 

10 completa ripubblicandone i Proverbi secondo la tavola della edizione di Venezia 
del 1678. Dopo questi, ripubblica i proverbi dei Dialoghi piacevoli secondo la ta- 
vola della edizione di Venezia del 1610; e finalmente quelli delle /^//^r^ secondo 
uno spoglio da lui fatto sulla edizione di Venezia del 1599; e della Ghirlanda 
della Conlessa Beccaria secondo la edizione genovese del 1595. 

Questi quattro manipoli di Proverbi formanti una bella raccoltina non pid 
messa insieme finora dalle diverse opere del Guazzo, sono accuratamente presentati. 

11 Bonfigli li ha accompagnati coi rlchiami alia raccolta toscana Giusti-Capponi ed 
alia nostra siciliana : richiami parchi, ma acconci a dimostrare come i motti e le 
frasi proverbiali del Guazzo siano ancora, dopo tre secoli, vivi nella tradizione 
popolare. 

< 11 materiale Guazziano non sar^ inutile anche per un venturo libro di pro- 
verbi italiani che abbia a fondamento una raccolta in lingua nella quale sia te- 
nuto conto per quanto si sa e pu6 della ragione cronologica ». 

Quesfuna tra le molte osservazioni del critico baster^ a dare un'idea degli 
intendimenti di lui nello studio e nello spoglio paremigrafico delle opere Guazziane. 

A siffatti intendimenti rende giustizia VArchivio, che nel Bonfigli vede una 
mente ben preparata alle ricerche di paremiologia. 

G. PiTRfe. 

ArchUoio per le tradieioni popolari Vol. XX lU. 48 



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380 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

SEBASTIANO Salomone. Storia dl Augusta. 1905. II Edizione. In-i6» gr.. 
pp. 342. L. 4. 

Sulla prima edizione molto si awantaggia questa seconda tanto per notevoli 
aggiunte al testo quanto per le iliustrazioni, che in quella mancavano del tutto. 

La parte nostra 6 presto trovata in un lungo, particolareggiato capitolo, il 
XIX della Demopsicologia Augustana (pp. 292-323). 

In forma rapida TA. vi dice dello spirito di un certo Tulfe giustiziato, che va- 
gola pel territorio di Augusta, delle donne di fuori, del gobbo raddrizzato, e del 
gobbo maltrattato, e delle malie e maliarde. Questo per le credenze; pei co- 
stumi e le usanze poi ha notizie del caratteristico cappottone delle donne, delle 
uova a mezza quaresima, della rottura della pignatta e della serramonaca della 
medesima ricorrenza, della fusione del piombo pel giorno di S. Giovanni e del 
battesimo del pupo, della festa infantile del giorno dei defunti, del Natale con la 
sua Novena, i suoi presepi, le sue canzonette, e dei pescatori che vanno alia 
pesca delle sarde. Un saggio di canti popolari (316-21) fa compagnia a cosiffatte 
usanze tradizionali, che son seguite da un altro capitolo (XXI, pp. 328-39) sopra 
la festa in onore di S. Domenico nel 1738, patrono della citti. Qua e U, per altro, 
(v. pp. 281-2) sono dei cenni di luoghi tradizionali. 

Pid che tutti i canti qui pubblicati a noi sembra non trascurabile — espressione 
del momento storico e delle abitudini del popolo — il canto che si udiva per le 
vie di Augusta alle prime voci di coscrizione militare: 

Vulemu a Garibaldi, 
Cun pattu: senza leva; 
E s' iddu fa la leva 
Canciamu la bannera. 
Lallararrra, lallarardf (p. 213). 

E piCi che alcune costumanze ed ubbie, comunissime non pure in Sicilia, non 
pure in Italia, ma anche in tutta Europa e magari fuori, come le belle signore 
(deae matres dei Latini), il gobbo raddrizzato (che h il gobbo di Peretola del Redi 
e di tutta la letteratura novellistica dei popoli di razza latina, anglo-sassone ecc), 
e le fatture sulle quali esiste tutta una biblioteca (si confronti per lo meno Die 
Bibliothek eines Hexenmeisters di P. Beck e J. Bolte nella Zeiischrift des 
Vereins fUr Volkskunde, a. 15, fasc. 4, pp. 412-24, 1905), e il S. Giovanni (che 
fu gid tema d'inchiesta in varie annate ^^W Archivio e conta oltre una sessan- 
tina di scritti per Tltalia insulare e continentale ed un lavoro generale dei Baroni 
Reinsberg-Duringsfeld e d'una dozzina di altri autori) e il Natale ed il pesce 
d'Aprile: piCi che queste costumanze, diciamo, sarebbe stata ben adatta ad una 
descrizione la raccolta del sale, che cosl in Angusta come in Trapani attende chi 
la faccia. I canti delle saline sono la vera specialitc\ poetica delle due citt^. Spe^ 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 



381 



cialit^ non unica ma pure artistica e pittoresca 6 il quadretto delle operazioni dei 
sardari (321-22); e di queste pagine, buone al folklore, il prof. Sebastiano Salo- 
mone avrebbe potato dettarne piu d'una. G. PlTRfi. 



£mile BL^MONT. Ue G^oie du Feuple. Paris, Alphonse Lemerre, 6diteur 
MDCCCCV. In-i2», pp. IV - 342, fr. 3,50. 

Poeta elegante e folklorista appassionato, 11 sig. B16mont cerca nella tradi- 
zione popolare il bello ed il buono, e lo addita agli artisti della poesia e della 
letteratura erudita. 

II lavoro principale che forma un saggio originale ed organico del volume, si 
aggira intorno alia estetica della tradizione del popolo. Per TA. 11 bello 6 d'ori- 
gine essenzialmente popolare; e poichd il popolo medesimo ha istinto affettivo 
ed il suo carattere lo porta al disinteresse, possiede nel piCi alto grado la facoltA 
estetica. Proprio per questo, quindi, come per altre ragioni, il B. tiene in onore la 
poesia e la tradizione; ond'egli opina (opinione, del resto, non nuova) che la poesia 
d'arte avrebbe molto da guadagnare se si adoperasse a conoscere la sua sorella 
rustica ed incolta: ed illustra I'estetica della tradizione cercando la storia di 
qualche leggenda popolare nelle sue origini e nel suo sviluppo. 

Una di siffatte leggende costituisce il motivo della Megara addomesticata, 
tema d'una commedia di Shaktspeare, che ha la sua fonte primitiva in una cro- 
naca del sec. XII. 

Una dozzina di altri scritti forma buona parte del volume ; ed eccone la 
numerazione : 

L'EU de la Saint - Martin, leggenda raccolta in Azay-le-Rideau, in omaggio 
alia quale I conciapelle piccardi ogni anno offrono al loro vescovo una pelle di 
agnello da servirsi a chi monteril di guardia nel palazzo vescovile. 

Adam de la Halle, uno dei pld lodati poeti di Arras (Francia), nel sec. XIII, 
morto verso la fine del secolo a Napoli, e ben noto per la sua pastorale scenica: 
Jen de Robin et Marion e per /<? Jeu de la FeuilUe, componimenti che fanno 
pensare a Shakespeare ed a Moli^re, i quali vi attinsero come sanno attingere i 
geni e dove k da notare — rivelazione della critica storica di oggidl — che le parti can- 
tate del>>w de Robin non sono di Mastro Adamo, ma canzoni tradizionali del tempo. 

Aa farce d'un Gentilhomme, esame d'una antica, ma freschissima farsa giA 
stampata a Rouen. 

L'Arioste et la tradition fran^aise, dove per6 si cerca invano il nome di 
Pio Rajna, il pid dotto ricercatore delle /o»// delVAriosto. Le paradoxe de Judas; 
Le Diable sur la seine; Andrew Lang et la Mythologie primitive : Un Congris 
de Folklore a Londres ; Programme pour une Revue tradilionniste ; La chaTtson 
populaire en France, a proposito della Histoire del medesimo argomento di 
J. Thiersot e Aa Tradition podtique chiudono il volume. G. PITRfe. 



}82 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

Faptaisi^s biblico-n7ytl>olosiques d'uo cbef d'^col^s t\. 1^4. 
5tucHeo et le FolH-Lore par Emmanuel cosquin, Correspondant 
de I'Institut. Paris, LecQffre 1905. ln-8«, pp. 36. 

Gli errori degli uomini dMngegno sono possono essere pericolosi per chi si 
abbandoni a seguirii ed a fame base di scienza: ed il Cosquin, in cui il senso 
pratico va di pari passo con la svariata dottrina e coltura, ha fatto bene a met- 
tere in guardia contro le fantasticherie del prof. Edoardo Stucken, test6 procla- 
mato capo scuola dall'assiriologo Winckler. 

Nel campo della novella e della leggenda lo Stucken dava fuori, or non ^ 
molto, un lavoro intitolato : Beitrdge zur orientalise hen Mythologie, dove ap- 
plicava alia interpretazione dei miti un metodo che saril, anzi vogliamo ritenere, 
originale, ma che non pu6 accettarsi senza il beneficio delPinventario. 

Con un bel numero di circostanze spigolate nella Bibbia, egli viene rifrugando 
in tutte le ragioni motivi che ne dimostrino la identity: e riesce a metteme insieme 
tanti da far maravigliare come altri prima di lui non se ne sieno accorti. 

Ora Tesame minutissirao del Cosquin ci fa vedere che il metodo comparative 
di miti creatosi dallo Stucken e radicalmente falso in quanto non mette a raffronto 
rinsieme d'un racconto, d'un tema ad un altro racconto o ad altro tema, ma i par- 
ticolari, e certi detlagli talora insignificant! di esso. Le prove sono lumi nose; ma 
un esempio brevissimo ne d^ un saggio. Trascriviamo un periodo del Cosquin: 

« Le dieu japonais Izanagi se deshabille (naturellementl) avant de prendre 
un bain pour se < nettoyer > des souillures des Enfers; MoYse enl6ve au grand- 
pretre Aaron mourant ses vetements sacerdotaux pour en revetir le nouveau 
grand-pretre ; la deesse babylonienne Ishtar est oblige de d^poser ses vetements 
et ses joyaux avant de penetrer dans le sejour des morts, 011 Ton entre depouill^ 
de tout. Ces trois traits, si compl^tement differents, de recits qui ne different pas 
moins entre eux pour I'ensemble, sont assimiles les uns aux autres par M. Stucken 
et cela, parce que, dans les trois, il y a des vetements enleves, pour une cause 
ou pour une autre ». 

Tutto questo, come si vede, h un sognare ravvicinamenti e paragoni che non 
esistono; 6 un voler dare ad ogni costo documenti di mitologia comparata, un 
voler costruire grandi edifici, non gi^ coi grandi massi che occorrono, ma con pie- 
truzze prive di soliditA, che subiscono un quarto d'ora di coesione dal po' di cfalce 
che le tiene insieme, calce che non resiste al piCi lieve soffiar di vento. 

11 molto ingegno dello Stucken non varr^ a salvare Tedificio dei suoi picco- 

lissimi motivi dall'assurditA e quindi dalla rovina. 

G. PlTRfe, 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



A. DE BLASIO. Pregiudizi sugli eventi 
umani, NapoH, Pierro, 1906. In-i6, 
pp. 75- L. I. 

Con copia di notizie dilip^entemente 
cercate e classificate l*A. si occupa: i<» 
dei giomi fausti ed infausti ; a» dei nu- 
meri; y di altre superstizioni. Non 6 
tutto ; ma per un libricino destinato ad 
un pubblico di leggitori colti 6 bastevole 
a far rilevare le aberrazioni deilo spi- 
rito umano nei tempi antichi, in quelli 
di mezzo e nei modemi. 

II De Blasio ci fa passare rapida- 
mente sott'occhio moltissimi fatti popo- 
lari e storici di gente volgare e di per- 
sonaggi insigni; e noi siarao costretti 
ar.cora questa volta a deplorare che di 
fronte alia paura ed al pregiudizio anche 
gli uomini piCi eminenti son volgo con 
tutte le miserie e le piccinerie della pie- 
becula di Orazio. Gli k che dove vive 
un uomo che teme, che spera, che ama 
h un cuore debole a tutte le ubbie e 
credenze superstiziose. 

Gli spiriti forti sono assai meno nu- 
merosi di quel che si creda: ed essi 
hanno sempre qualche fisima che li fa 
scendere al livello comune. Molte delle 
notizie che ci riferiscono in contrario le 
stone sono pure leggende. 



ALBINO ZENATTI: Un Canto pot>olare 
d' Ampezzo e Giosui Carducci. Trento, 
Zippel 1906. In-8, pp. 22. 

Nei 1892 trovandosi ad Ampezzo nel 
Cadore insieme con Albino Zenatti. 
Giosu^ Carducci udi a cantare da una 
comitiva di giovani una canzonetta, 
che pel poeta fu una dolce rivelazione di 
italianitk in quella regione divisa da se- 
coli dalla madre patria. Su quella can- 
zonetta chiamd Pattenzione del giovane 
amico Zenatti, 11 quale vi chiama ora 
alia sua vx)lta la simpatia degli studiosi 



e ne fa argomento di svariate note com- 
parative. 

E poich^ si tratta d*un tema diffuso 
nella letteratura orale rusticana, quello, 
cio^, dei giomi delta settimana, che 
principia cosi: 

Vegniri po' 'I di de LunI 
Sul marca comprar le funi. 

e che k anche uno dei tipi di crescendo 
con esercizi mnemonici, il Zenatti fa 
una corsa a tra verso il ciclo poetico 
della settimana degli amanti, delle in- 
fingarde, dei fannulloni, dei pigri, degli 
oziosi : aggiungendo alle indicazioni bi- 
bliografiche del Giannini, del D'Ancona 
e d'altri le proprie, che sono nuove. 

L'opuscolo va guardato sotto Taspetto 
folklorico o, meglio etnografico e, sotto 
Taspetto patriottico: e come tale h anche 
una buona azione. 



Faustissimc Nozze Fabris - Savardo. 
Udine, Del Bianco 1906. In-8, pp. 38. 

Con un contributo alia storia della 
poesia ascetica il prof. Giovanni FahrYs 
festeggia le recenti nozze del suo buon 
amico si}-^ Luigi Fabris: ed il contributo 
parte dalle laudi medioevali dei discipli- 
nanti del Veneto e viene alle laudi mo- 
deme: sei canzoni lamenti, mezzo tra il 
genere lirico ed il genere narrative, che 
TEditore parte (nn. i e 5) prese da un 
prezioso ms. udinese rimasto finora sco- 
nosciuto, parte raccolse dalla viva voce 
del popolo (nn. 2, 3, 4» 6). 

L'analogia tra il genere antico ed il 
modemo, tra i componimenti stati tra- 
scritti nei secoli andati e le leggende 
prese dalla bocca dei volghi d'oggi 6 
molto notevole e da raccomandarsi a co- 
lor© che da ora in poi vorranno iniziare 
questa ragione di studi per glMtaliani 
che parlano il dialetto Veneto. 



384 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Dott. Prof. EUCLIDE MILANO. La Leg- 
genda e la Storia del luogo di Au- 
cc^ech, Torino, Paravia 1905. In-4S 
pp.27. 

Tra Bra e Pocapaglia 6 una vallata 
detta di Maria. Da essa si leva un aito 
colle a forma di cono tronco, il quale 
italianamente si chiama Picco Miliocchi 
(Brie Mileui), 

A questo coUesi legano varie leggende, 
Che il Dr. Milano ha accuratamente rac- 
coite e studiate, per servirsene come 
punto di part:enza per una monografia 
storica di Aucabech. 

Non potendo seguirlo in un argomento 
Che muove si dal folklore, ma giunge, fe- 
licemente del resto e col sussidio di do- 
cumenti inediti, a risultati che non en- 
trano nella cerchia delle ricerche demo- 
psichiche, ci fermiamo a questo sem- 
plice annunzio. 



Nozze Rizzica-La Villa. Tre Leggende 
caltanissettesi per G. MULfe BERT6lO. 
Caltanissetta, 1906. In-4% pp. 32. 

A quanti seguono qualsiasi manife- 
stazione della vita del proprio paese 
piaceranno queste tre leggenduole dal 
titolo: I. Pelracucca\ II. I maccheroni 
colsugo; III. Pizzorossello, tutte di ar- 
gomento plutonico, le quali il MuI6 Ber- 
t61o, benemerito della storia della sua 
provincia natale, ha tratte /^a un suo 
volume ms. di prossima pubblicazione. 

La forma di codeste leggende 6 let- 
teraria; la edizione, molto elegante. 



ELVIRA MANCUSO. (Ruggero Torres). 
Risede e Ortiche. Caltanissetta, Ar- 
none, 1906. In-i2«, pp. 87. 

Diamo di questo volumetto notizia bi- 
bliografica per tre leggende in esso ri- 



ferite, e sono, di S. Michele Arcangelo, 
della Madonna nella lava e della Ma- 
donna delle grazie, patroni, il primo di 
Caltanissetta, la seconda di Pietraperzia, 
la terza di S. Caterina Villarmosa. 

Non sono del tutto nuove, perche 
anche sei anni fa noi le demmo nella 
descrizione di quelle feste (cfr. Feste pa- 
ironali siciliane), ma la signora Man- 
cuso le presenta con molta delicatezza: 
il che se non ai folkloristi, — i quail 
non raccolgono se non d'apres nature^ 
— deve ahneno riuscire gradito ai leg- 
gitori di amena letteratura. 



Ensaios etnographicos por J. LEITE DE 
VASCONCELLOS. Vol. 111. Lisboa, Im- 
prensa Lucas 1906. In-i6*, pp. 408. 
700 Reis. 

Volume composto di articoli venuti in 
luce in giomali e riviste e di una ras- 
segna bibliografica inedita di tradizioni 
popolari portoghesi. 

Vi sono descritti tanti libri, messi in 
evidenza tanti fatti, rilevati tanti ri- 
scontri, pubblicate per la prima volta 
tante reliquie di etnografia e di lettera- 
tura tradizionale che una notizia parti- 
colareggiata di esso h malagevole. Ai 
lettori di questo breve cenno dovrA ba- 
stare il nudo annunzio della moltepli- 
citA delle rubriche sotto le quali sono 
classificati ed offerti pregiudizi,credenze, 
costumi, racconti, proverbi, indovinelli 
di popoli di razza latina. 

Sia che si indugi sulle ricerche altrul. 
sia che partecipi ricerche proprie, il de 
Vasconcellos riesce a dare notizie di 
cose di qualche interesse. 



RECENTI PUBBLICAZIONI - SOMMARIO DEI GIORNALI 



385 



RECENTI PUBBLICAZIONI. 



AMALFI (G.). Partenio di Nicea e le 
favole milesie. Parte 1. Napoli, Priore, 
1906. In-i6. gr. 

MAJORCA MORTILLARO(Luigi 
Maria). Lettighe, port^ntine e perso- 
naggi del settecento. Terza edizione. 
Palermo, A. Reber, 1906. In-i6, pp. 312. 

MANASSERO (Aristide). II Libro delle 
Leggende. Roma-Torino, Roux e Via- 
rengo, 1906. In-i6, pp. 96. L. a. 

MORGANA (M.). Canzonette napo- 
letane del cinquecento. Napoli, Priore 
1906. In-i8, pp. 17- 

NIERI (1.). Cento racconti popolari 
lucchesi. Livomo, Giusti 1906. In-i6, 
pp. XX-280. L. 2.50. 

PITRfe (G.). L'esercizio della Chirurgia 
in Sicilia dal XIV al XVIIl secolo. Pa- 
lermo, Tip. del Giorn. di Skilia 1905. 
ln-8, pp. 14. 

PROVENZAL (D.). I nuovi orizzonti 
del Folk-Lore. Bologna, 1906. ln-8. 

PUGLISl (G.). Minicu e Turiddu. Mo- 
nografia popolare. Palermo. 1906. 



TEZA (E.). Di una nuova raccolta di 
canzoni e di arie greche di popolo. Nota 
Padova, G. B. Randi 1906. ln-8, pp. 24. 

NICOLA'iD^S (J.). Contes licencieux 
de Constantinople et de TAsie mineure. 
Kleinbronn, Librairie Gustave Picker 
(1906). In-i6. 

St BILLOT (P.). Le Folk-Lore de 
France. T. 111. La Faune et la Flore. 
Paris, Guilmotte 1906. ln-8. 

SLADEN (Douglas) a. LORIMER 
(Norma). Queer Things about Sicily. 
London, 1905. In-i6, pp. 421. 



k'uCK (Ed.). Das alte Bauemleben 
der Liineburger Heide. Studien zur nie- 
dersachsischen Volkskunde,ecc. Leipzig, 
Thomas 1906. in-8, pp. XVI-279- ^ 

HAUPT (R.). Katalog 10: Volkskunde, 
Kultur-und Sittengeschichte. Halle a. S. 
1906. ln-8, pp. 120. 

ORTIZ (F.). Hampa Afro<ubana. Los 
Negros Brujos. Madrid, Fe. 1906. In-i6. 



SOMMARIO DEI GIORNALI. 



ARCHIVIO STORICO LOMBARDO, 5 S. 
XXXV, I, 1905, F. Savini: Sui Jiagel- 
lantiy e sui Bizocchi nel Teramano 
durante i secoli XUl e XIV e una bolla 
di Bonifacio VIII del 1297 contro i Bi- 
zocchi ivi rifugiati. 

GIORNALE STORICO DELLA LETTE- 
RATURA ITALIANA. Vol, XXIII, fasc. 133. 
Torino, 1905, pag. 156-57. PUri, La vita 
in Palermo^ recensione. 

IL MARZOCCO, XI, 12. G. S. Garg^no: 
Folklore e Poesia italiana. 



IL PROGRESSO DEL CANAVESE E 
DELLE VALLI STURA. Ciri6, 1906, a. VI, 
nn. II, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 23, 
30 marzo; 6, 13, 27 aprile; 4 maggio. 
A. Rambaudi : Storie e leggende Cana- 
vesane, narrate da uno zingaro. I, Le 
Fate; II, Streghe e stregoni; III, II Dia- 
volo. 

IL SECOLO XX. Milano, 1905. IV, 6. 
F. Sabelli : IJorigine della festa del 
Corpus Domini. 

9. L. Pagano: Piedigrotta. 



386 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



LA LETTURA. Milano, 1905, V, 6. P. 
Molmenti: Nozze vcneziane, storia del 
costume. 

7. F. Malaguzzi-Valeri : Unapa^tTtadi 
storia del costume. Da disegni inediti del 
trecento. 

LA RASSEGNA Nazionale. Firenze, 
16' Aprile 1906. G. Lanzalone: Sulla 
Griselda del Boccaccio. 

LA SICILIA UNIVERSITARIA, a. II, fa- 
scicolo 3. Palermo, Marzo 1906. S. Prato: 
Un distico popolare livornese^ illustrato 
da note comparative. II distico h questo: 
< Siete piu bella che non d la luna, - 
Quando che in quintadecima si leva ». 

L'ORA, a. VII, 1906. N. 80, 21 Marzo. 
La festa di S. Giuseppe/ usi e COStu- 
manze in Borgetto. 

N. 82, 23 Marzo. Raffaele Scala-En- 
rico: La festa del Ramadan at Poll- 
teama: origine, usi e costurai. 

L'ORA ILLUSTRATA, a. Ill, n. 25. Pa- 
lermo, 24 giugno 1906. La processione 
dei « Gigli », antichissima e caratteri- 
stica usanza di Nola. - La festa del 
« LHvino A more > a Marino. - G. De- 
Giacomo: II giorno di San Giovanni. 
leggende calabresi. 

NAPOLI NOBILISSIMA, 1905, XIV, n. 9, 
II, 12. B. C[roce]: Varietd inlorno ai 
€ Lazzari ». L'origine del nome dato alia 
plebe napoletana; la leggenda dei Laz- 



XV, 3-4. // giuoco delle canne. o il 
carosello. Ristampa dell'art. gi^ pub- 
blicato in quest Mr<:// /?'/<;, v. XIX, pa- 
gina 417. 

PIEMONTE. Saluzzo, 1905. MI, 17, E. 
Milano: Ultime reliquie del dramma 
sacro in Piemonte. 

PIFF-PAFF, a. XXIX. Dal mese di feb- 
braio ad oggi, nel solito numero setti- 
manale questo giomaletto umoristico 
viene descrivendo La vita in Palermo 
trenta e piu a?tni fa in confrotito a 
quella attuale. Lo studio h vivace e ri- 
trae pratiche e costumanze palermitane 
molto diverse dalle attuali. Ne e autore 
un giovane avvocato, Oreste Lo Valvo, 
che si nasconde sotto lo pseudorcino 
di Oleandro. 

RIVISTA ABRUZZESE. Teramo, 1905. 
XX, 2. L. Di Pretoro: Canzoni popolari 
haruzzesi. 



2, 4, 7. T. Bruni: Credenze ed usi 
abruzzesi. Continuazione. 

RIVISTA STORICO - CRITICA DELLE 
SCIENZE TEOLOGICHE. Roma, 1905, I. 6. 
^^ leggende agiografiche a proposito 
del vol. del P. Delhaye. 

ROMAGNA, Jesi, Nov.-Dic. 1905. II, 
P. Fabbri : Rispetti e stornelli raccolti 
sui monti della Romagna-Toscana. 

THE SICILIAN TIMES, I, 1906. nn. X, 
2, 3, 4. II, 19, 26 Febbraio, 5 Marzo. 
Edw. C. Strutt: Sicilian Folk-Songs, 
studio sulla poesia popolare siciliana 
con saggi tradotti in inglese. - A Fla- 
neur in Sicily^ I. The marionette", ar- 
ticolo sul teatro dei Paladini in Pa- 
lermo. 



REVUE DES TRADITIONS POPULAIRES, 
T. XXI, 1906, n. I, Gennaio. P. Scbillot: 
Legendes et superstitions prehistori- 
ques, CXLVII. - J. Prison: Traditions 
et superstitions de la Basse-Bretagne. 
- P. Sebillot: Chansons de la Haute 
Bretagne, 1, XXVI. - Maria-Edm^e Vau- 
geois : C ontcs et Legendes de la Haute 
Bretagne, LVIII-LXVII. 

N. 2, Febbraio. J. A. Decourdemna- 
Ch6: Sur quelques pratiques de divitia- 
lion Chez les Arabes.- A. Van Gennep: 
A propos de l'origine des runes, se- 
condo un recente lavoro di Wilser Lud- 
wig. - Dupuis-Yacouba : Les Legendes 
de Farang Roi de Gao. - Continua 
al n. 3. - Bibliographic . 11 sig. R. 
Borset s'intrattienedel II vol. del Folk- 
lore de France del S^illot e Van Gennep 
della Sage von den vier Haimonskin- 
dem di L. Jordan. 

N. 3, marzo. A. Van Gennep: I^s 
marques de propriety chez les indigenes 
derAustralie, XXIV. - L. G. Seurat: Ltf- 
gendes des PiiumotoUy IX-Xll. - Ed. 
Vaugeois: Rimes et jeux dti Pays 
Nantais. - L. Desaivre: Les traditions 
pop. chez les auteurs poitevins. -Biblio- 
graphic di recenti pubblicazioni di Ri- 
chard-Andr^e, Thomas, Ledieu, ecc. 



FOLK-LORE. Vol. XVII. n. i, London, 
Marzo 1906. Questo primo fascicolo si 
apre con la relazione dell'adunanza ge- 
nerale del Consiglio della Societit di 
folklore di Londra e col discorso del pre- 
sidents sig. W. H. D. Rouse, lucido 
riassunto dei lavori stati comunicati ad 
ad essa durante I'anno. Segue la conti- 



SOMMARIO DEI GIORNALl 



387 



nuazione dello studio di G. B. Cook 
sopra The European Sky-God, che 6 da 
classiticare tra i piii seri finora usciti 
nel Folk-Lore. Sotto la rubrica Collec- 
tanea e uno scritto illustrativo dei 
giuochi col filo, dovuto a W. Innes 
Pocock. Continuano le aggiunte di B. C. 
Maclagan ai Gornes of Arogvleshire . 



ZEITSCHRIFT DES VEREINS FUR 
VOLKSKUNDE, a. XVI, 1906. i. R. Wos- 
Sidlo : Ueber die Technik des Sammels 
volkstilmlicher Veberlieferungen. - P. 
Toklo: Aus alien Novellen und Le- 
f^enden, nn. 11 e 12. - B. Chalatianz: 
Kurdische Sagen, 6, 10. - Elisabeth 
Lemke: Das Fangsleinchenspiel. Minuta 
illustrazione comparativa del giuoco ai 
sassi: pentalita dei Greci. - R. Mielke: 
AUe BauUberlieferungen: 3-4, con van 
disegni. - Kleine Millellungen: J. Bolte: 
Das Sprichwori < den Hiind vor Lowen 
schlagen », con due disegni. - O. Schutte: 
Die Hornsprache im Volksmunde. - 
J. Bolte: Die Legende Z'on Auguslinus 



und dem Kn'dblein am. Meere, - O. 
Knoop : Sagen aus Kujawien.- Berichte 
und Biicheranzeigen. \\ dott. O. Lauffer 
fa una relazione delle recenti pubblica- 
zioni tedesche di folklore. Continua. 

2. Th. Zachariae: Indische M'drchen 
aus den Lettres edifianles et curieuses. 
- J. Hertel: Eine alte Pahcatanlra - 
Erzdhlung bei Babrius, - R. Leh- 
man n: March en der argentinischen 
Iiidianer. - Max Hofler: Das Haus- 
bauop/er im Jsarwinkel, - C. Dahl: 
Die I'olkstrachl der Insel Rom. - O. 
Schell: Borgische Tauberformeln, nu- 
mero 33. - Emil Schnippel; Eine mo- 
derne Sage von einem Gotlesfrevler. - 
J. Bolte: Zum deutschen lolksliede. - A. 
Bruckner, G. Polivka: Neuere Arbeiten 
zur slawischen I'olkskunde: pubblica- 
zioni della Lituania, della Polonia, della 
Boemia, della Russia. Continua la re- 
censione critica delle pubblicazioni folk- 
loriche, %\k stata annunziata, dal dott. 
Lauffer. 

G. PURE. 



NOTIZIE VARIE, 



Dal di 28 Aprile di quest' anno il 
dott. G. Pitre lavora a mettere in luce 
disegni e grafiti d'un carcere del S. Uf- 
fizio da lui scoperto nell'antico palazzo 
Chiaramonte in Palermo. Notevole 6 il 
gran numero dei palimsesti di quel car- 
cere, dei quali ssivk data notizia in 
(XMQsVArchivio. 

— L'onor. Pietro Lanza di Scalea, ex 
Sotto-segretario di Stato agli Esteri, 
dirA prossimamente una conferenza in 
Milano sopra le Leggende del mare. 

— Un volumetto di Leggende pae- 
sajie e di prossima pubblicazione presso 
N. Giannotta in Catania. 

N'e autore il giovane studioso Ettore 
Capra. 

— Dopo i due grossi volumi del 
Krauss: Anthropophileia, si h incomin- 
ciata in Kleinbronn una serie di Con- 
tributions au Folklore erotique ecc. II 
lo volume coqtiene Conies licentieux de 



Constantinople et de I'Asie uiineure 
raccolti dal compianto Jean NicolaYd^s. 
Ne parleremo. 

— Tesi di laurea sulla university di Ro- 
stock: Der Aberglaube in derfranzo- 
sichen Novelle des XVIJahrhunderts. 

— fe in soscrizione presso I'editore 
Franz Malota in Vienna una raccolta 
di canti popolari erotici dell'Austria fatta 
dal sig. E. K. Bliimml. II prezzo del 
volume sar^ di 10 marchi. 

— Nato nel Settembre del 1855, mo- 
riva in Gubbio sua patria il 15 Aprile 
1906 Giuseppe Mazzatinti.Di lui abbiamo 
nel campo del Folklore un volume di 
Canti pop. umbri raccolti a Gubbio 
(Bologna, 1883). 

— II nostro egregio collaboratore ed 
amico, prof. Carlo Simiani, preside del- 
ristituto tecnico di Girgenti, cessava di 
vivere il 16 Giugno. 

/ Dire t tori: 
GIUSEPPE PlTRE 

SALVATORE salomone-marino. 



Cirie — Stabilimento Tipoifrattco G. Capblla — Cirift 



'if'^mwm 



OPERf= DEL D.R GIUSEPPE PiTRf di PALERMO 

BlBLllJTECAMi/riUDlZlUNIFiJPOmilSltUlANE 

mccolte ed nlustrate d-^ "■ *t. QtUSEPPE PITRE 



ICIenco riei %'oltitni piifirl-itlcot L 



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CURI05ITA POPOLARI TRADIZIONALI 

iccolta diretta dal Dott. GIUSEPPE PITRE' 



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postak m francbi 18, pi * ucipaumenti*. 

Sa«.) In Tiiiw, Via Po n,- e fresso i princip^ii i ^la^ ^J' 

Per quanto concerni; rAmminmtmrione, 
feditore stesso. are iirvece tett^re^ manos 

d6 che riflette \si Redasdt' Qi«»fpne Plirl m Pikr»t 

S* Oliva, 35, 11 quale f;iri pute xeano nejr*^ A/ci 
tr^ifmpm pQpolari c crranno spediti; in doppio jescmpbr* 

Le annate arrffU^ile sonu in vendita a1 pr^z2u di L. 21 >: 
k annate I* t II* •-e^aufite* delle quali IVditore posaiede ijiiai^ri^; eH^jii- 
plare al pt^zm da conv enir^^ 

fianchi iSI. 






ii 



Vol. XXIII. 



Fase. IV. 



ARCHIVIO 



HCR M> STUDIO 



D£Lr^ 



TRADIZIONI POPOLARI 



RIVISTA TRIMESTRALE 

DIRETTA ©A 

e. PfTRE E 5. 5flL0M0NE-MAf^lN0 



CARLO CLAtJ> 



PubbUcato U IS Maggio 1907 



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SOMMAKIO DEL PKESENTE FASCiCOLO 



Saggi di Folklore Salcntina (A, E. FABRiaioi 

Novelle pdpolari toscane (G- Prtnt) 

Leggenda popolari sarde racasUe in uzieri (r\\ALLA 

Invettiva di ue c^ntadino confcro il governo pro\'\isurio 

in Toscana (P. GioKm) .♦'•<* 
Proverbi e sentenze tedesche (A. D« Mahchi) . 
Canti pop&lan raccohi a Prasso Tdesitio (C. Calandu 
Can^ ppqlari laccoltl in Novam Sicula (S* RACGuaUA) . 
Usages et cmyatices ila Kiztba sui la cftte sud-ovie^-t 

be Vlctoria*NUnza 
Canti popolari in Custciu. 



P03 



..Inrw^L 



IHIJi-i \yt ' 



itili-vH! iU P.un^o 



389 

440 
450 

477 
484 



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■■..lit /-*' t/. 



■.- ^O- Pn. 



ReceiTli pubblictt^ioi 



520 
522 



SAGGI Dl FOLKLORE SALENTINO 



L - La graq settimaoa. 

Chi, durante la settimana santa, capita in una borp^ata della 
estrema penisola salentina, crede che I'antico sentimento religioso, 
con la sua semplicit^ e la sua poesia, con le legjrjadre costumanze 
del buon tempo, incalzato dallo scetticismo della vita moderna, si 
sia rifugiato in questo cantuccio di terra: alio stesso modo die qui 
appunto, secondo un' attraente iplbtesi, fu so*^pinto ii primo popob 
che scese nella penisola italica dal soprai^giungere di nuove immt- 
grazioni. Le cerimonie dei giorni aanti hanno eccezionaie importanza 
per questo popolo si ricco di fantasia, il quale con fede sincera assiste, 
spettatore e attore insieme, al dramma, che, iniziato in chiesa, si 
svolge e s'allarga per le vie e per le plazze, 

Siamo a Maglie, ch'^ come la capitaie di quello che suol chia- 
marsi il Capo di Leuca, la domenica Jelle Palme, Una vera selva 
di olivi si assiepa attorno al presbiterio, ri^ur^ita nelle navate e si 
stende fin nella piazzetta della chiesa ; di tanto in tanto, tra Tondeg- 
giare dei pallidi rami, spicca il verde lucente dei palmizi, che produce 
questa ferace contrada. A un tratto cessa il cicaleccio, le chiome 
fronzute si agitano: h la benedizione. Quindi la fitta oliveta si diso;rega, 
ed i rami benedetti corrono di qua e di la per le strade del paese, 
entrano nelle case, piglian la via dei cam pi, e dopo pochi istantip 
eccoli rizzati sulle torri e sui comignoli, nei prati, negli orti, nelle 
vigne; sono messi a ruba e sfrondati, e coi rametti si adornano gli 

Archivio per le tradizioni popolari Vol. XX III. 19 



^gO ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

usci e le testate dei letti. Delle foglie di palma alcuni contadini 
sanno intrecciare graziosi gingilli, a guisa di croci e di panierini, 
talvolta fioriti di confetti colorati, ai quali s'attribuiscono quality di 
amuleti: li sospendono ad un gran ramo d* olivo e ii mettono in 
vendita per la via che mena alia chiesa, richiamando I'attenzione 
dei passanti con parole non dissimili a quelle della contadina toscana: 

Fin dove li ho portati a benedire, 
La gente non ha fatto altro che dire: 
^ S'accosti e guardi pur chi non lo crede. 

Come questi che qui non se ne vede x). 

Quelli che s'avviano alia campagna allungano il passo, p)erch^ 
non li colga il colmo della pioggia, che immancabilmente deve venir 
giu in questo d\, acciocch^ il ramo entri dolce nelia terra moile a). 
I piu lesti s' affrettano di nuovo alia chiesa, per esser presenti alia 
scena deH'aprirsi della gran ix)rta al picchio della croce, e per cantare 
a loro modo V inno deir abate Teodolfo d' Orleans. Si narra infatti 
che quest'abate, mentr'era prigioniero in Angers per aver tenuto di 
mano alia congiura di Ludovico iW Bonario, componesse quest' inno 
e lo cantasse nel momento che la processione delle Palme passava 
davanti al carcere : Timperatore, ch'era nel seguito della processione, 
I'udl e, compiaciutosi, lo rese libero. Ma oramai questa ed altre 
leggende medioevali consimili di poeti prigionieri che compongono 



i) MARIANNA GlARRfe BILLI, La vendiirice di rami d'olivo, 
2) In alcuni luoghi si crede che per la campagna sia di buon augurio la pioggia 
della domenica delle Palme, in altri invece quella di Pasqua, ma tra le due opinioni 
non c'6 contradizione, perchd insomma si vuol dire che in marzo e in aprile, 
in cui cade sempre la settimana santa {Marzu nu po' stare senza Ca- 
remma)y la pioggia 6 benefica ivale cchiui n' acqua de Marzu o de 'brile ca lu 
carru tau cu tuttu V avire — Marzu chioi chioi; *brile chioi e teni ; masciu 
una bona, ogni puddicedda se rinnova). Le due opinioni infatti sono conciliate 
in un adagio tedesco : Se non piove sulle Palme, piove suUe uova. In questo 
senso bisogna intendere un'altra sentenza salentina : 

Q 61 cu veinui na bona 'nnata, 
Natale 'ssuttu e Pasca muddata. 



SAGGI DI FOLKLORE SALENTlNO ^% 

cantici sacri in carcere, sono accolte con diffidenza dagli studios! 
della poesia Hturgica i). 

II lunedl, il martedl e il mercoledl santo si posson chiamare 
giorni di preparazione: s'apparecchia la tavola ddla Cena, si costmisce 
il Sepolcro, si da- Tultima mano al teatro, sesih allestito il dram ma 
della Passione. A Maglie V uso di questa rappresentazione k scom- 
parso, ma molti paesi vi rimangono ancorafedeli. Nel vicino villaggio 
di Muro, negli anni in cui la raccolta delie oliv^e e abbondante, la 
tragedia, come si chiama, non pu6 mancare, fe la solita parafrasi 
dialogizzata dei fatti della passione e terming con la scena del calvario 
che, come nelle Devozioni umbre, si rappresenta muta. La tragedia 
si suole ripetere piu volte, e nella settimana in albis s' aggiunge la 
scena della risurrezione. 

Quando queste sacre rappresentazioni erano piu in voga e in- 
cominciavano fin dal giorno delle Ceneri, gli argomenti desunti dalla 
passione di Cristo s'alternavano, per varieta, con quelli relativi alia 
vita dei Santi, come si fece a Lecce nella quaresima del 1497, in 
occasione del soggiorno d'lsabella del Balzo, maglie di Federico di 
Aragona. Un poeta sincrono nota il fatto : 

Li giorni sancti de la Quarantatia 
Cose de sancti se representava; 
Molti martirii in rima se dispiana, 
In publico per Tordinarii se cantava; 
Rendendo ciaschauna mente hum ana 
Contrita, ad devocione la incitavai 
Ancora de po' Pasqua, alcune teste 
Sen fecero devote, assai honeste a). 



1) Vedi la recente discussione tra F. ERMINI e O. MaRUCCHJ sul GiomaU 
d' Italia del settembre scorso intomo a Jacopone da Todi, che* secondo la tradl- 
dizione, avrebbe composta la sequenza dello Sladal, mentr^era prfgioniero di Bonl- 
fazio VIII. 

2) RUGGIERO DI PAZIENZA da Nardd, Lo Balzino. Di qu&sto curioso poema 
inedito, interessante anchedal punto di vista folklorico, illiastrato gid da B. Croce 
neW Arch, stor, nap. f XXII, pp. 632-701, ora Tamico S. Ponareo pubblica la parte 
che riguarda la Terra Santa d'Otranto: Irani, Vecctii e C,^ 1906. 



• 392 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARf 

Dalla mattina del giovedl le campane non suonano, e tutte le 
funzioni sono annunziate con la b^ttola (trhiula) che, portata in 
giro, fa uno strepito assordante, mentre nelle chiese, quando si 
dovrebbe sonare il campanello, si danno botte da orbo sulle panche 
e sui confessionali, e i fanciulli fanno stridere a centinaia le raganelle 
(trdzeule). Fino i carrettieri toigono i bubboli ai cavalli, i caprai alle 
capre, e mi ricordo che un vecchio portiere del collegio Capece, in 
questi giorni, quando entrava qualcuno, invece di dare il solito segnale 
col campanello, picchiava a buono con un suo martellaccio sul portone. 

Uno dei piu ricchi del paese, come T antico corego in Atene, 
s'addossa la spesa della Cena. Questa si fa nella chiesa principale, 
e vi s' imbandiscono agnelFi di pasta dolce, frutta serbate fresche 
dairestate dell'anno avanti e ciambelle di pane azzimo. Gli apostoli, 
che son dei vecchi poverelli, insaccati in lunghi camici azzurri, fanno 
la la^anda dei piedi e mangiano serviti dal ricco liturgo in persona ; 
il quale dona a ciascuno di loro due carlini, e alia fine dispensa 
al popolo il pane benedetto, che poi si conserva gelosamente, perch&, 
esposto innanzi all'uscio durante il temporale, preservera la casa dai 
fulmini. La sera del giovedl si fa la visita ai sepolcri : va la gente a 
coppie a lunghe file, recitando preghiere, fino a tarda notte, al sereno, 
con la certezza d'essere preservata da ogni malanno. II sepolcro nella 
parte inferiore rappresenta la tomba di Gesii, circondata di fiori e di 
lumi; nella parte sui:>eriore b figurato, di grandezza al naturale, qualche 
episodio della passione. Intorno al sepolcro poi si dispongono dei 
piattelli contenenti dei cespi di frumento in erba, perch^ il Redentore 
lo benedica. S' b fatta V ipotesi che questi non siano altro che gli 
orti di Adone offerti dai Greci dell' Asia minore al giovane Dio, che 
muore per indi rinascere, immagine della vegetazione risorgente a 
nuova vita. Cosl, per un fenomeno comunissimo nella liturgia, una 
festa pagana si sarebbe trasformata in una festa cristiana: la morte 
e la risurrezione di Cristo corrisponderebbero ai casi di Adone, e il 
pianto di Maria avrebbe riscontro nel lamento di Venere {repetita 
mortis imago annua plangoris peraget simulacrum) i). 



i) OVIDIO, Metam, X, 722 e sgg. Nell' isola di Malta pare che S. Giovanni 



SAGGI Dl FOLKLORE SALENTINO jgj 

Intanto nella chiesa principale il predicatore con grand 'enfasi 
vien narrando, tra i pianti dei fedeli, i partkolari del giudizio e della 
morte di Gesu. Un tempo si costruiva presso il pulpito un palco, 
sill quale, quando 11 racconto prendeva mo vi men to drammatico, si 
rappresentava qualche scena isolata, che in certo qual moda serviva 
ad illustrare la parola dell'oratore. Queste scene staccate, dl sempli- 
cissimo svolgimento e forse ridotte talvolta a mute pantomime, eb- 
bero senza dubbio efficacia sulle origini delhi sacra rappresentazinne, 
pur continuando -ad usarsi allorch^ questa, resnsi indipendente, as- 
sunse forma di dramma regolare: ora, a memoria della vecchia 
usanza, si vedono gli accennati gruppi di figure nella parte supe- 
riore del sepolcro. fe notevole per la storia del teatro che spesso tali 
scene riproducevano episodi comici; si rammenta, per esempio, che 
una volta riuscl oltremodo esilarante il battibecco tra Pietro e la fan* 
tesca neiratrio della casa del Gran Sacerdute, dove ii cauto disce- 
polo faceva mostra di stare a scaldarsi a un hraciere insieme con gli 
inservienti. 

La cerimonia piu interessante tra tutte k la processione de! 



prendesse il luogo di Adone: uno storico arabo, AL Hasan AL BURiNI, racconta 
che intomo al 1591 in primavera gli abitanti deH'isoki piange\'^ano per tre giorni 
la scomparsa di una statua di S. Giovanni, che quinJi, rttrovata, era riportata 
con gran festa nella chiesa. Questa cerimonia si sarebbe isostltuita ad un'antica 
festa nata dalla combinazione della festa semitica Ji Adone con le Antesterie 
ioniche. Cfr. WUNSCH, Bas Frilhlingsfest cUr Insc/ Jfalia, Lipsia^ 1903. La qui- 
stione 6 interessante e mi dispiace che i limiti di una nota non mf consentano di 
trattarla a tutt'agio. Secondo me, la cerimonia popolare che* sotto divers* fonne 
si compie dovunque in primavera e simboleggia la palingenesi del la vegetazione 
gii morta nellMnvemo, da una parte si collega, attra verso !l tramite delle Adonie^ 
ad una festa antichisslma della razza indogermanica, dairaJtra ha relazione con 
le Quattro Tempora primaverili. Questa determinazione cristiana delTantica festa 
floreale, avvenuta spontaneamente nella coscienza del popolo, fu in effetto rico- 
nosciuta da Leone L mentre prima le Tempora" erano solo tre: estive, autunnaSi* 
Invemali, corrispondenti alle tre /ertae conceptivae dei Romanl: mtjjiV. vinde^ 
mialesy sementinae^ analoghe alle tre menzionate m an adagio sidlfano: i^mpi 
di lu Signuri (del Corpus Domini), di H vinnigni, di Xa/ait, {Cfr. G, PlTKfi* 
Bidl. delle tradiz, pop. sic, vol. X, pp. 9-10). 



394 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

venerdl santo. Fin dalle prime ore del giorno una turba di ragazzi, 
coronati di spine, percorrono le vie, battendosi le spalle con una fune 
nodosa, gridando a squarciagola <fi Sanda Maria, ora pro nobis ! p 
o tirandosi dietro un carro, su cui h costruito il calvario con le tre 
croci. Seguono lentamente, miaeri ItMsi come i superbi del purga- 
torio dantesco, quelli carichi di grosse pietre e di pesantissime croci, 
muniti di discipline di ferro : son peccatori pentiti, che un tempo, 
nudati fino alia cintola, s' insanguinavano le spalle a furia di batti- 
ture. Piu ordinate ^ il resto della processibne: due lunghe file di 
confratelli con le statue dei Misteri i), indi una schiera di fanciulli 
vestiti d'angeli, recanti gli strumenti della passione, e di fanciulle, 
che cantano, accompagnate dalla musica, un inno d'occasione; in 
fine la bara di Cristo e la statua della Madonna, intorno a cui s'afr 
foila una moltitudine di donne velate di nero. Lungo il percorso della 
processione, i bottegai espongono dei saggi della loro merce, ed anche 
i beccai devono fin da questo giorno aver macellata la came che si 
vendera di Pasqua, e metterne in mostra i tagli fregiati di stellucce 
di carta dorata. 

Molti anni fa la processione si fermava in piazza, e il predica- 
tore della quaresima faceva rappresentare una devozione, che per lo 
piu terminava con una disputa tra Tarcangelo Michele e il demonio. 
Abbiamo modo di sapere come si svolgessero tali rappresentazioni 
all'aperto, perch^ ci resta la descrizione di una, ordinata da un mo- 
naco salentino, fra Roberto Caracciolo, a, Perugia, il venerdl santo 
del 1448. « Frsrte Ruberto predicava in capo della piazza, dove era ordi- 
nato uno terrato, et Fl, quando se dev& mostrare el Crucifisso, uscl 
fuora Eliseo de Cristofano barbiere, a guisa de Cristo nudo, con la 
croce in spalla, con la corona di spine in testa, e le suoi carne 
parevano battute e flagellate come quando Cristo fu battuto. Et W 



I) Si dice che per queste statue solevano servire di modello all'artista i per- 
sonage piCi iliustri del paese. Cos) h tradizione che il Modanino per modellare 
alcune statue del Sepolcro della chiesa degli Olivetani di Napoll, nella prima metk 
del sec. XV, riproducesse la figura di Alfonso 11 (Giovanni), del Sannazzaro (Giu- 
seppe), del Pontano (Nicodemo). 



SAGGl DI FOLKLORB SALENTINO ^g; 

parecchie armate lo menavano a crocifigere^ et intraro nel dicto 
terrato, e l\ a mezo al terra to, glie se fece incontra una> a guisa de 
la Vergine Maria, vestita tutta de negro, pia^i^rendo e parlando cordo- 
gliosamente quillo che accadeva in simile misterio deda passione de 
Jesu Cristo. E glunti che fuf^ro al pergolo de frate Ruberto, h stette 
un pezo con la croce in ispalla, et sempre tutto el pr^polo piangt^va 
e gridando misericordia; e puui poseno giu la dicta croce^ e presone 
uno crucifisso che ce stava prima, e dirizaro su la dicta croce, et 
allora li stridi del populo fuoro assai mag^^iori, e ai piei deila dicta 
croce la Nostra Donna comen^;^ el lamento in^^ieme con S. Giovanni 
et Maria Madalena e Maria So^one, li quali dissero alciine stanzie 
del lamento della passione. B puni venne Nicodema e Joseph ab Ari- 
mathia e scavigliarono el corpo de Jesu Cristo^ quale lo poseno in 
gremio della Nostra Donna e puoi lo misero nel monumentOL et 
sempre tutto el populo piangenJo ad aita voce ^l » Ora una canti- 
lena popolare di Muro rammenta I'antica usanza: 

A raenzu chiazza sa cere A piatate, 

Mancu ia ptir^lssione nci capla. 
Puggidra Ge.sCl Cristo cu soa Mdtre, 

Ogn' angiuLu Ju jersu sou Jkia, 
Sant'Angiulu s'la misu pe *ucatu, 

La parte de lii populu facia: 
«Satana, nu tantare le paTsone, 

Cu nu fac[ difridda la diuzlone a) ». 

Un altr'uso che va scomparendo k quello del cos^ detto trapasso, 
per cui si deve star digiuni da gioved\ a sabato santo, con questo 
patto non molto lusinghiero: chi ci lascla la pelle, si danna Tanima; 
chi la scampa si guadagna non so che indulgenze. 

La mattina del sabato, a I momento della risurrezione, il paese 
diventa un vero campo di battaglia, un pandemonio simile a quello 



1) Cfr. A. D'ANCONA, OHginl del Teatro, vol. I, pag. 348, dov' & la narra- 
zione in esteso. 

2) Con qualche variante fu pubblicata alcuni anni fa da ?, PELLlzZAitJ in 
una sua pregevole raccolta di scritti vari- 



196 ARCHIVIO PER LE TRADiZIONI POPOLARI 

che si fa a Firenze alio acoppio del carro: tutte le campane suo- 
nano; chi ha iin facile, deve spararlo; chi si trova vicino a una porta, 
a una tavola, a deve picchiare su ; e poi bisogna ridurre in cocci 
tutte le stoviglie vecchie di casa. Immaginarsi che fracasso! Coloro 
che non ne fanno altrimenti, si picchiano a vicenda, questa volta 
dawero di sunU^ ra^^ione, perch^ quei coipi tolgono il peccato: si 
batte anche il letto, e fm le pareti, per santificar tutto! 

[ fucili pi^^ian di mira specialmente le Caremme, goffe figure 
femminili di cencio, vestite di nero, in atto di filare, che dal giorno 
delle Cf neri stanno su tutte le terrazze per rappresentare, come dice 
il nome, la Quaresima. A! posto del fusaiolo hanno un'arancia, intorno 
a cui stanno attaccate sette penne, le settimane della quaresima, 
che si tolgono una o^ni domenica, T ultima il sabato santo. Sarebbe 
questa una lontana immagine della Moira, la Parca i), che filava 
il destinu degli uumini e in origine indicava specialmente V ultima 
parte della vita, cio^ Tcsistenza che si spegne? Anche etimologica- 
mente v'^ accurjo tra il nome Moira, che deriva dal verbo jietpcD 
dividoj e il simbolo popolare, che espressamente raffigura la quare- 
sima Jivisa nelle sette settimane. 

Ma intanto, col suono delle campane a gloria, termina il lutto, 
s'inizia il giubilo della festa tantd sospirata e, tra le lacrime per le 
busse,,.^lu^trali» s*addenta la cuddura, la ciambella di rito, che le 
giovanette sagliono dona re ai fidanzati : 

Sabiitu santu, veni currennu, 
Le ^:aruse vannu chiangennu, 
Vannu chiangennu cu tuttu lu core, 
Sabatu santu, cuddure cu Tove. 

La cnddtira^ cWh un altro residuo di cerimonie pagane e .conserva 
il nome ^reco xoU-ip^t, deve avere un numero dispari di uova, perch^ 



i) La poesla omerica fa menzione di una Moira, e solo nella Teogonia 
esiodea questa divmitzi si distingue nelle sue tre funzioni, dando origine a tre 
dee diverse: Cloto teneva la canocchia, Lachesi filava e Atropo tagliava il filo. 
Cosi SilenQ, Tritone, la Gorgone diedero luogo ai Sileni, ai Tritoni, alle Gorgoni. 



SAGGl Dl FOLKLORE SALENTINO 397 

Mumero deo impare gaudei 1). Chi nasce h battezzato di sabato 
saiito si ritiene fortunate, e un tempo, se era un maschio e di gente 
povera, cresciuto, era fatto prete a sf)ese del Capitolo. 

In memoria delie ricerche che fece la Madonna per ritrovare il 
figliuolo, la notte del sabato si va in giro per le chiese, si danno tre 
colpi alia porta, e si passa innanzi. A questo proiX)sito il popolo 
racconta che in quel tempo Maria domandd di Gesu a una donna 
che si stava pettinando, e questa non le diede retta; invece un'ahra, 
che stava impastando il pane, accorse premurosa a darle . qualche 
indizio. Maria benedV la prima e maledisse la seconda : ond'^ vietato 
di pettinarsi di venerdi, mentre h benedetto il pane fatto in tal 
giorno : 

Maliditta quidda fietta, 

Ci de Vennardia s^gnetta. 
Beniditta quidda pasta, 

Ci de Vennardia se 'mpasta 2). 

Per la stessa ragione si crede che le imprecazioni dette di venerdi 
si debbano effettuare. 

II giorno di Pasqua si festeggia intervenendo immancabilmente, 
sotto pena d'un cumulo di sventure, alia benedizione che si da in 
chiesa 3, mettendosi in ghingheri, e facendo rialto a desinare. I 
piu umili devono vestir gli abiti di festa, fm le fornaie, per le quali 
tutti i giorni sono uguali: 

De la strina — se mmuta la ricina 

De la Bifanla — se mmuta la signuria. 

De Pasca e de Natale — se mmutane le fumare 

E a mezzogiorno tutti di famiglia, nessuno escluso, devono essere 



t) VIRGILIO, Egri, vill, 75. Quindi k invalso l*uso che un presente d*uova 
debba essere sempre in caffo. 

2) Vedi una variante di questa novellina in G. PiTRt, Bidl. cit, vol. Xf, 
pag. 366. 

2) Per indicare un fatto straordinario si dice: Pbrci a missa la mane de 
Pascal Come se di Pasqua anche le bestie andassero in chiesa. 

ArekMo pw le tradiMiotU popolari, — Vol. XXIIL 60 



398 ARCHIVIOPER LE TRADIZIONI POPOLARI 

uniti a tavola, per gustare I'agnello pasquale, o almeno \a pace, 
sorta di panone attorto a modo di braccia in croce: 

Pasca e Natale cu li toi, 
Camiale a ddu te troi i). 

Ma nu senipre ^ P(Mca! Con questo monito il popolo salentino, in 
mezzo alia gioia, tristamente si ricorda che i giorni lieti sono fugaci, 
che il piacere 6 eccezione e non regola della vita. 

Ma^lie, 12 ottohre 1906, 
/ 

Angelo Db Fabrtzio. 



i) Secondo un altro detto invece 



Pasca e Natale cu cl di, 
L'urtimi sriumi cu If toi. 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 



I. Ceoerognola. 

Cera una volta un uomo vedovo, che aveva due figliuoli: un 
citto e una citta. Questa citta si chiamava Cenerognola, perch^ 
stava sempre fra la cenere a frugare. 

Disse un giorno quest'uomo a* figliuoli : — «Sapete, figliuoli miei? 
sono costretto a prendere moglie, perch^ voialtri siete piccoli, ed io 
non posso andare piu avanti». 

Risposero tutti e due : — « No, babbo, non prendete moglie, perch^ 
quando ci sar^ la matrigna, la c\ picchiera, la c\ far^ patire fame, 
ce ne fara di tutte». 

— « No, no, bambini miei; voi vedrete: piglio una donna che 
vi vorra bene *. 

Quest'uomo tanto fece, che prese moglie. 

Questa donna quando fu stata quindici giorni, la cominci6 a 
pigliare a noia questi figlioli, a bastonarli, a fargli patire fame. 

Sapete che il tempo delle novelle passa presto ; la fece una citta. 
Questa citta venne grande, ma era brutta, e la Cenerognola era tanto 
bellina. Cera la Citti li vicina che il re dava tre festini di ballo 
tutti gli anni. 

Quest'uomo un giorno disse alia su' donna: « lo vado alia fiera 
a comprarvi i vestimenti ». 

Dopo ad Adolfo (che era suo fratello, della Cenerognola): «Cosa 
tu vuoi? io vado alia fiera ». 

— « Portami un bel vestiraento ». 



^00 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E cosl fece alia figliuola della su' moglie. 

Va dalla Cenerognola, e dice: — « Te cosa tu vuoi, Cenerognola? 
Che io vado alia fiera. C'^ la festa da ballo.... per poterti portare 
qualche cosa». 

— « Sentite, babbo; vu' mi dovete jx)rtare un uccellino di tutti 
i colori ». 

E costl quest'uomo and5 via. 

La matrigna che sentl che aveva chiesto Tuccellino, disse: — 
« Ah Cenerognolacciola ! tu vuoi Tuccellino, ma neppure alia festa 
da ballo tu 'un verrai ». 

— «A me 'un m'importa». 

Torna il babbo della Cenerognola, porta il vestito ad Adolfo, 
porta il vestito alia sua moglie e alia figliuola della sua moglie, e 
alia Cenerognola gli presenta Tuccellino. 

La sera che dovevano andar alia festa da ballo, si vestono tutte 
e quattro, e la Cenerognola resta in casa. La matrigna: — « Vedi, 
Cenerognolaccia : se tu ti facevi portare il vestito, venivi anche te, 
e cosl tu stai fra la cenere». 

Questa: t- « A me 'un m'importa nulla ». 

Al fratello gli dispiaceva lasciar la sorella in casa, bene che ci 
aveva quell'altra. 

Cenerognola appena che furono passate I'uscio, n'esce fra la 
cenere, e va \k dal su' uccellino; la dice: 

< Uccellin verderid, 
Fammi bella piti che 'un so'; 
Fammi bella quanto il sole 
Possa piacere alio mio amore ! » 

L'uccellino gli domanda: — « Di che colore lo vuoi il^vestito?» 

— « Tu me lo devi dare colore d'aria, con tutti bubbolini d'oro, 
che sonino tutti i balli del mondo ». 

Questa si vede apparire tutto questo bel vestito, con due came- 
riere che la vestono; e poi chiede una pariglia con quattro cavalli. 

Questa Cenerognola la monta in carrozza, e la va al festino 
di ballo. 

II re, appena che la vedde, gli va incontro, e costt la invita 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 40I 

a ballare per tutta la sera; e lei gli dice che lei 'un si pole trattenere 
che infino alle undid. 

Quando furono I'undici lei si disimpegna con il re, la dice che 
vole andar via; e costt tanto fece che and6 via. 

II re diede ordine alle guardie che stessero attenti dove entrava 
questa donna. Questi, attenti, via dietro a il legno che correva. 

Questa la batte la su' bacchettina fatata, fa venire una gran nebbia 
che non vedessero piu, dove andava. Le guardie tornarono indietro, 
e andarono da il re e gli dissero che 'un avevano potuto vedere 
dove entrava questa donna, che li aveva fatto venire una gran nebbia; 
'un avevano potuto veder nulla. 

II re gli disse: — « Bene, starete attenti domani sera ». 

Ecco questa qui (tornamo alia Cenerognola), la torna a casa, 
lei lesta la si spoglia, la si riveste come era prima, e la ritorna fra 
la cenere. 

E cosi fenisce la festa da ballo, e torna a casa il babbo, la ma- 
trigna, il fratello e quelPaltra sorella. 

La gli dice la su' matrigna: -— « Se tu avessi veduto la bella 
signora che c'era! Ha ballato tutta la sera con il re». 

Loro 'un I'avevano conosciuto che era la Cenerognola .quella 
signora che ballava. 

Lei dice: — « Cosa m'importa a me? A me non importa nulla ». 

Sapete che il tempo delle novelle passa presto ; e si ritorna alia 
sera seconda. 

Queste di casa sua si vestono per andare alia festa da ballo. 

Gli fa il fratello alia Cenerognola : — « Vedi Cenerognolina : se 
tu t'eri fatto portare il vestito, cosi venivi anche te alia festa di ballo ». 

— « Cosa m'importa a me ? A me 'un m'importa nulla. Andate, 
andate voialtri a divertirvi ». 

Quando furono andati via, la va 1^ da il su' solito uccellino, 
e gli T\fk la solita storia : 

€ Uccellin verderid, 
Farami piCi bella che io 'un so* ; 
Fammi bella quanto il sole 
Possa piacere alio mio amore I » 



402 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

L'ucceNino gli risponde : — « Che veste tu vuoi ? » 

— « Tli me lo devi dare color del sole». 

Questo uccelllno gli fa apparire un vestito color del sole, con 
due donne, e una bella toeletta; la vestirono e la pettinaro 'un po- 
tete treder come. E chiede una pariglia a otto cavalll. 

II re quando vede apparire questa donna rimase stupido. 

Questa la va nella sala da ballo, e s'impegna con il re per bal- 
lare. Lei gli dice che 'un pu5 ballare piu che sino alle undici. Quando 
furono le undici, lei si disimpegna, si impegna per quest'altra sera, 
e va via* 

Le guardie, attente a veder dove entrava questa donna. Quando 
lei fu vicina a casa sua gli butta cos^ uno sbruffodi quattrini. Questi 
\in steJono a vedere dove andava la donna, si messero a raccat- 
tare quattrini. 

Questi quando si furono avvisti che avevano fatto del male: 
— <^ Uh, poerini! come si ha a fare a tornare da il re?» 

Tarnano da 11 re, e gli dicono impauriti, che questa gli ha 
buttato quattrini; si sono messi a raccattarli, che avesse tanto pazienza 
che a loro nvevano fatto gola i quattrini. 

— * Sentite: se voialtri 'un state attenti domani sera, che h Tul- 
tima festa da ballo, io v'ammazzo! » 

LMsciamo il re e torniamo alia Cenerognola, che correva co* ca- 
valli. La tnrna a casa, la si spoglia, si riveste co' suoi cenciarelli, e 
ritorna a buttare all'aria la cenere. 

Torna i su' genitori e gli dicano: — « Tu avessi veduto, Cene- 
rognola, ct>m*era vestita quella signora! * — «« Cosa m'importa? a 
me ^in importa nulla. Io mi diverto fra la mia cenere, 'un mi diverto 
alia festa da ballo ». 

Co?ta 3\ fratello gli dispiaceva (che era fratello vero) 'un potere 
pt>rtare la sorella. 

11 tempo delle novelle passa presto; si ritorna alia terza sera, 
I 'ultima sera delle teste da ballo. 

Quelli di casa si vestono e vanno via, e la Cenerognola rimane 
sola come il solito. Quando furono andati via, la va da il su' uc- 
celimo, e git dice: 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 403 

« Uccellin verderi6, 
Fammi piCi bella ch'io non so*; 
Fammi bella quanto il sole, 
Possa placere alio mio amore ! » 

L'uccellina gli domanda che vestito vuole. 

— «Tu mi devi dare un vestito colore del mare, con una pa- 
rigiia di dodici cavalli ». 

Cost! gli appare questo vestito color del mare, con due donne; 
la vestirono, e monta in legno nella parigiia di dodici cavalli ; e va 
al festino da ballo. 

Quando il re la vedde va a pigliarla per ballare; gli domanda 
di dove era. E lei gli rispose che lei 'un sapeva di dove era." 

Costi, quando fu arrivata la solita ora delle altre sere, la si di- 
simpegna da il re, e va via. 

Le guardie, attente, che era Tuliima sera. 

Lei 'un sapendo come fare per 'un farsi vedere dove entrava, 
gli butta una Scarpa ; e loro lesti, piglia la scarpa, e la portano a il re. 

II re tutto contento: se 'un ho veduto dove 1'^ entrata, ander5 
a misurare la scarpa, e la trover5. 

Si messe in giro con du' servitori a vedere di chi era questa 
Scarpa. Aveva girato tutta la citt^, ma 'un aveva trovata nessuna 
che gli potesse stare questa scarpina. 

Disse il re : — « Ora si 'un so piu dove debbo andare a girare, 
per vedere a chi ^ bono questa scarpa ! » 

I servitori gli dissero: — « Signora Altezza, si ^girato tanto e 'un 
siamo andati in quel castelletto di case (i) che c'^ laggiu ». 

— «Uh! fammi il piacerel... Chi ci deve stare lassu in quelle 
casacce ? » 

— « Ma proviamo, Signora Altezza ; tante volte sa, proviamo ». 

— « Proviamo ». 

Vanno in questo castelletto di case e awiarono a girare, e a 
tutte le citte che erano in questo castelletto, le fecero venire gid 
sulla porta per misurargli questa scarpa. 



x) CasielUito di case, gnippo di case. 



^T' 



404 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

La matrigna della Cenerognola aveva portato la su' figliola vera. 
E disse il re (la misura a questa citta) : -— « Neppure al dito mi- 
gnolo va ». 

El re gU domanda a questa donna se ci aveva piu citte. 

H lei gli risponde: « Che ce ne ho una che sta sempre fra la cenere! * 

II re gli dice: — « Fatemela vedere ». 

— « Ma che, Sor Altezza ! La vedesse, fa infino paura ». 

— « No, io la voglio vedere »* 

Questa matrigna va su dalla Cenerognola : — « Oh Cenerogno- 
laccia, c'^ il re: ti vole misurare la Scarpa. Come tu non hai nep- 
pure vestito, come tu puoi fare a venire giu da 11 re ? » 

— « SI andate a dirgli che ora vengo, 'un ci pensate voi ». 
La Cenerognola la va da il su' uccellino: dice: 

« Uccellin verderid, 
Fammi'bella piii che *un so\ 
Fammi bella quanto il sole, 
Possa piacere alio mio amore ! 

Dammi un vestito da casa ». 

Questa quando la fu vestita la va giu. La matrigna quando la 
Vedde la rimase incantata. Dopo il re: — «Che k questa la citta 
brutta che vu' ci avevi? » 

Questa la scampari con il re. Lui gli misura la Scarpa, la gli 
stava Jipinta. II re disse: — «Oh!... ora io Tho trovata. Sentite : 
domani io vi mander6 a pigliare con una bella carrozza, e venite 
VQlaltri a accompagnarla, venite tutti laggiu ». 

La mattina 11 re gli manda una bella carrozza perch^ ci mon- 
tasse questa Cenerognola. E costi montarono tutti in carrozza : il 
babbo della Cenerognola, la matrigna, il fratello e la sorella. 

Quando furono a il palazzo vicino di il re, la matrigna la gli 
leva la bacchettina fatata che aveva qui a cintola, e la fa 'gnuda, 
e la fa diventare una serpe ; e gli dice a il fratello : — « Lo vedi come 
ho fatto a lei ? se tu parli, faccio cos^ anche a te j>. 

Questo poveto citto, zitto, 'un parlava. 

Vanno da il re e gli riporta la figliola, ma il re 'un gli pareva 
piii la solita di ieri. Costl il re la spos5, gua. Ma queste du' donne 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 405 

birbone, per la paura di questo Adolfo che gli scoprisse, che la so- 
rella era diventata serpe, un giorno a tavola, la disse la matrigna, 
a il re : — « Lo sa, Signora Altezza, che cosa si h vantato Adolfo? (lo 
calunniava, avete inteso?) Si ^ vantato che in un forno brucerebbe 
tutte le serpi che c'^ nel mondo ». 

II re: — « Se si h vantato, lo fara >►. 

Considerate questo figliolo ! Chiede tutte le scuse, che 'un era vero. 

Questo Adolfo per paura della matrigna ebbe a stare zitto, e 
non dir niente. Se ne va fuori a piangere li per il giardino, e si 
sente chiamare: « Adolfo, cosa tu fai qui, povero sciagurato? Lo so, 
lo so, cosa ti hanno calunniato ! » 

Si volta cos) e vede questa serpe, e dice: — « Ah, sorellina mia! » 

— « Senti : 'un ti perdere di coraggio ; dk retta a me, che poi 
ti riescir^ di far bene. Senti: te stanotte devi bruciare tutte le serpi, 
h vero? Da il re fatti dare uno staio di confetti piccini, e te met- 
titili tutti in seno. Senti: tu vedi quando a me la mi gnud6, la mi 
lasci6 questo vezzirfo nero, che ho a il collo. Tu vedrai : passeranno 
tante serpi, passeranno a migliaia; quando fu le vedrai scemare, I'ul- 
tima sar5 io. Sta attento a questo vezzino nero. Tu vedrai: ci sara 
il re W attento. Senti: tu ti accosterai alia bocca d' il forno; quando 
vedrai me, apriti il seno ; fa vista di prendere la pezzola che io ti possa 
entrare in seno; e te sei lesto a portarmi in cantina, perch^ io, quando 
ho finito i confetti che hai in seno, io comincio a mangiare te ». 

Questo torna a casa e va da il re, e dice che tutte le serpi le 
avrebbe bruciate nella nottata, e che preparasse le legna e uno staio 
di confetti. 

11 re gli prepara della legna giu nel forno, e questo staio di con- 
fetti. Questo citto, quando furono le dodici, va a dar fuoco a 11 
forno. Venian serponi, ne venian grossi, ne venian a migliaia. Quando 
ne fu passate tante tante, c'era il re W a vedere; avviarono a 
scemare; ne passava una, due. Quando lui k H, e vede questa 
serpe, lui lesto, e va cos\ attento alia bocca d' il forno. Si leva la 
pezzola, si asciuga il sudore, e gli entra la serpe in seno; e W passa 
un'altra serpe, e chiude il forno e dice a il re: 

— « Ora delle serpi non ce n'fe piu », e lui lesto corre in can- 

Archivio per le trckligioni popolari, — Vol. XXHI. 51 



4d6 archivio per le tradizioni popolari 

tina. Questa serpe gli dice: «Guarda; io I'ho finite tutti i confetti, 
ce n'ho uno; se tu 'un facevi lesto, bisognava che mangiassi te». 
E costl la lascia in cantina, e lui va su da il re. 

La madrigna la gli dice alia sua figliuola, che era diventata la 
sposa d* 11 re: — « Ora ^ morta lei, ma si ha vedere : si fa morire 
anche lui con qualche calunnia». 

Un altro giorno la dice, la matrigna di Adolfo, a it re : — « Lo sa, 
Signora Altezza, che cosa si h vantato Adolfo ?» 

— « Cosa si ^ vantato ? » 

— « Si fe vantato di fare un palazzo di faccia a il suo, ma piu 
btiUo, piu grande, e piii valore d' il suo. E devono essere dugento 
cinquanta stanze. In una nottata lo vol fare». 

Rispose il re : — « Quando si ^ vantato, lui lo fara ». 

Adolfo che sente: « Ma le pare, Signora Altezza, che io possa 
fare questo palazzo in una nottata? » — «S\, una volta che tu I'ha 
detto, tu lo devi fare ». Questo si mise a piangere, e. va giii in 
cantina dove aveva la su' bella serpe. 

Lei dice : — « Cosa tu hai, sciagurato ? » 

Gil fa il racconto cosa aveva calunniato la su' matrigna. 

La gli dice : — « Senti : 'un ti devi spaventare ; quello sar6 io che 
aiuter<j te. Senti: va da il re, tu ti devi far dare tutti gli arnesi che 
pole avere un muratore, calcina, rena, tutto il bisogno per fare un 
palazzo. Tieni questo mazzo di crini: sono dugento cinq uanta; te vai 
a letto stasera. Questi crini mettili sul cassettone; tuvedrai che do- 
mattma il re dalla bramosia di vedere il palazzo, si levera fino piu presto. 
Senti: se verr^ alia tu' camera a chiamarti, te fa' vista di avere un 
gran sonno. Lui ti dira: Adolfo, vieni a farmi vedere il palazzo. — La 
mi lasci stare, Signora Altezza ! sono stanco, ho lavorato tutta la notte. 
Tieni: lo te ne ho dato dugento quarantanove di queste crini, questo 
crine mettilo da s^ solo sul cassettone, che domattina tu troverai 
tutte chiavi. Questa chiave che ti ho dato da sh, sara di una stan- 
Hina che gli farai vedere 1' ultima, ma fatti pregare di molto per far- 
gliela vedere. Tu gli dirai che c'^ la roba che ti ^ avanzato per fare 
il palazzo. In quello stanzino ci sar5 io a sedere. Se lui ti domanda 
chi ^ quella, tu gli devi dire : « 6 mia sorella su' sposa ». 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 407 

Questo giovane tanto fa, e va da il re, e gli dice : 

— « La senta, Signora Altezza : lei mi deve dare tutto il bi- 
sogno che ci vole a un muratore, che a me non mi mette pensiero 
a fare questo palazzo ». 

II re gli d^ tutto che ci voleva. Questo giovane va via, e va 
a letto di nascosto a il re, che 'un lo vedesse nissuno. 

Pensate che il tempo delle novelle passa presto; s'awia a far 
giorno.Il re curioso dalla bramosia, si affaccia alia finestra e vede que- 
sto palazzo accanto a il suo che faccia abbagliare da tanto bello 
che era. 

11 re si leva lesto lesto, e va alia camera di Adolfo. — « Adolfo, 
Adolfo (lo chiama per tre volte), vieni per farmi vedere il palazzo, 
vieni ». 

Questo citto dice : — « Mi liasci stare, Signora Altezza, che io 
ho tanto sonno, io sono stanco ». 

— « No, vieni, Adolfo, fammi il piacere, vieni a farmelo vedere ». 
Questo citto si leva e va con il re nel palazzo. Gira, gira tutte 

le stanze, il re rimaneva rincordonito : era una piu bella deH'altra. 
Fa questo giovane: « Questa ^ Tultima stanza, Signora Altezza; 
dopo questa *un ce n'^ piu». 

Gli fa vedere questa stanza, e poi questo citto se ne andava via. 

— « Adolfo: oh, quella stanzina W piccola, perch^ 'un me lafai 
vedere ? » 

— «« La senta, Signora Altezza, 'un importa che gli faccia vedere 
quella stanzina; c'^ del legname che mi t avanzato, della calcina, 
dell'arena, tutti gli arnesi, 'un vorrei che gli cascasse qualche cosa 
addosso ». 

— « No, Adolfo, fammi vedere anche quella; bene che sia brutta, 
voglio vedere anche quella n». 

Questo giovane, I'aveva pregato tanto il re, e gli apre I'uscio. 
11 re, quando fu aperto quest'uscio, I'abbaglib e perse il lume 
degli occhi dal tanto splendore che mandava quella stanza. 

— <« Dimmi, Adolfo, chi b quella donna? 

— « Mia sorella, sua sposa ». 

— « Mia sposa? » 



408 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— «S\, Quando la mia sorella doveva venire da lei, la mia 
matrigna raffat6 serpe», e gli fece tutto il racconto. 

Va la, abbraccia questa ragazza, e gli dice : — « Dimmi che 
morte si deve dare alia tu' matrigna e alia su* figliuola ? » 

La gli dice lei : — « Debbono essere bruciate nel mezzo di piazza >. 

La matrigna, quando la vede la su' figliastra che prima era Ce- 
nerognola, la rimase morta. 

II re diede ordine che facessero de* vestiti di pece e vestirono 
tutte e due queste donne : la figliola e la matrigna, le portarono in 
mezzo di piazza e gli diedero foco, e il re e la regina stediero a il 
terrazzino a ridere. 

Fecero le nozze e un bel convito : 

Alia Maria gli tocc6 un bel topo arrostito. 

Pratovecchio. i) 

VARIANT! E RISCONTRI 

Questa novella h uno dei piii bei tip! del tema della Cenereniola^ e nella se- 
conda parte contiene quasi un secondo tipo, che h quella della matrigna. 

A risparmio delle moltissime indicazioni di variant! che dovrei fare, rimando 
il lettore alle note della Ciabattina d'Oro di Monte Mignaio n^"^* Archivio delle 
tradizioni popolari, v. I, pp. 190-200, n. VII, ed al prezioso volume della Cox: Cin- 
derella. Three Hundred and forty-Jive variants of Cinderella, Catskin a. Cap. 
o* Rushes, ecc. (London, Nutt 1893), che orraai e capitale per lo studio del fa- 
moso argomento. Del quale volume 6 una larga notizia neXV Archivio raedesimo, 
V. Xlll, pp. 441-448. (Pal. 1894). Le varianti posteriormente pubblicate in Italia e 
fuori non hanno in nulla modificato le conclusion! del libro. 



II. — La Tramoataaa. 

Cera una volta un contadino. Questo contadino aveva tre citti 
piccini. Un giorno gli arriv5 un temporale, e gli sciup6 tutta la roba 
che Taveva nel podere. Questo povero omo, figuratevi, disperato ! 

E' sentt dire che c'era un convento di monache; in questo con- 
vento di monache, c'era la Tramontana, (una monaca si chiamava 



i) Raccontata da Maria Pierazzoli di Pratovecchio nel Casentino. 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 409 

la Tramontana). Quest'omo, va a questo convento, e picchia. Viene 
una monaca, e gli domanda cosa vole. 

— « lo ho b'sogno della loro Tramontana , io ho bisogno di 
vederla *. 

Sta monaca : « SI, subito, aspettate un pochino, vado a chiamarla >►. 
Eccoti questa monaca. La gli fa a quest'omo: « Che volete»? 

— « La sappia che io ho tre figliuoli, e Lei mi ha sciupato 
grano; m*ha sciupato tutto ». 

— « O poerino! aspettate*. 

La va questa monaca, e ritorna con uno scatolino. 

— « Tenete, galantuomo ». 

Quest'omo fa, da s^ da s^: « Eh permio ! i) c'^ da mangiare 
di molto con questa scatola ! » 

Quando quest' omo fu per la strada, gli venne la curiosita d* 
vedere che cosa c' era dentro a questa scatola. Quest' omo apre 
questa scatola, e scappa quattro giovanotti. 

— « Cosa tu comandi ? » 

— «Comando che io voglio da mangiare ». 

— « Cosa voi ? » 

— «Tutte le delizie che c*^ nel mondo». 

Gli apparecchiano una tavola, tutta roba da mangiare. Questo 
omo rimase incantato. Mangi5, e poi richiuse la su' scatola, e via 
a casa. Quando fu a casa, i bambini andavano incontro a il babbo 
per vedere se aveva portato nulla, avevano fame. 

— «S1, venite a casa, bambini miei, ora vu' mangerete». 
Sicch^ lasciamo il contadino; torniamo a il padrone d' il podere. 
Fa questo signore : — « Povero a me ! ^ meglio che io vada a 

vedere il mi' contadino, che sara morto di fame: la grandine ha 
sciupato ogni cosa ; non pu6 fare a meno di- essere morto ». 

Va da questo contadino, Quando fu nel parchetto 2), e vede 
uno di que' figlioli grasso. 



I) Ptfrmio/ iinvece di perdiof) esclaraazione in bocca di persona che non 
voglia nominare il nome di Dio invano. 

*2) Parchetto, piCi correttaraente, balchetto, h quel terrazzino in una delle scale 
esteme delle case di campagna. 



410 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— • « Oh bambino ! » 

— « Oh babbo, c'^ il signer padrone ». 

— « Oh dimmi : come la ti va ? » 

— «Bene, signor padrone*. 

— «Credevo che tu fossi morto*. 

— « S\ ? Si vol rinfrescare, signor padrone ? » 

— «S1». 

Gli apre il su' scatolino, questo contadino, e fa venire un rin* 
fresco magnifico. 

Questo signore rimase rincordonito. 

— «Senti: ci ho un pranzo, tu mi devi dare questo scatolino, 
non ci ho i servitori; tu me lo devi dare per otto giorni ; piuttosto 
ti mando un sacco di grano ». 

Prese la scatola, e l'and6 via. Quando fu a casa, mand6 il grano 
a il su' contadino. 

Pensate che 11 tempo delle novelle passa presto, II contadino 
finl 11 grano, e il caro padrone nun rimandava la scatola. Questo 
contadino disse: — « fe meglio che io torni dalla monaca)>. Va a 
questo convento, questo contadino, e picchia. Viene una monaca e 
gli domanda cosa vole. Lui dice chevuole la Tramontana. Gli dice 
questo contadino : — « Senta, signora, il mi' padrone mi ha portato 
via lo scatolino, se lei me ne rende un altro...». 

Questa signora dice : — « Aspettate », e gli riport6 un altro 
scatolino. 

Quell'omo, quando fu per la strada, Taprl, venne fori quattro 
giovanotti, gli dissero : — « Cosa tu voi ? » 

— <( lo volevo da mangiare». 

— *fAspetta». Avevano un legno per uno : legnate, legnate a 
questo pover'omo, che se non h lesto a chiudere lo scatolino, I'am- 
mazzavano. 

— * Ora gliela voglio far bella; avanti di tornare a casa, glielo 
voglio portare a il mi' padrone; se posso vedere il mio, glielo ab- 
ba rattoj*. 

Va, da il su' padrone, picchia, va su : 

— <( Ah, sor padrone, sono venuto a fare una visita». 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 4II 

— - « Bravo! ». 

Vedde il su' scatolino sopra un caminetto. Va, piglia quelle 
scatolino, ci mette quello che aveva in tasca ; quancjo fu stato un 
po' H: — « Arrivedello, signer padrone ! » 

— « Oh tu vai via ? » 

— « SI ». 

Questo signore, il giorno dopo, aveva invitato tutti signori a 
pranzo. 

. Nissuno vedeva apparecchiato nulla. Tutti dicevano : « Quando 
s'ha a mangiare ? quando ci fanno mangiare ? » Questo signore, venne 
Tora d' il pranzo, -va e piglia lo scatolino. Scappa fuori questi quattro 
giovanotti ; non stettero a dire che c'egli ? botte, botte, botte. Figu- 
ratevi come quel signore rimase male. Chi scapp6 di H, e chi scapp6 
di 1^. 

Questo signore : — « Oh questo h stato il contadino che me 
Tha fatta bella! Ora voglio andare a dargli subito licenza*. 

Va da il contadino: 

— « Ah, brutto birbante, tu me I'hai fatta bella ! » 

Lo mand6 via da il podere. Questo contadino and6 in una 
brava cittk, con la sua moglie e i su' figlioli, e con il su' caro sca- 
tolino. Se ne faceva il signore, se ne stava in santa pace. 

Pratovecchio i). 

VARIANTI E RISCONTRI. 
Si confront! con La Fava, n. XXIX delle mie Novelle popolari ioscancy dove 
son pure notate le variant! del medesimo tipo in Italia. 

III. — I tre cacciatori fidi. 

Tre amici andarono a caccia, T uno si chiamava Cecco, 1' altro 
Federico e quell'altro Antonio. Dissero questi tre amici: ~ « Si ha 
d' andare a caccia per vedere se si trova di molto uccellame, e 
nello stesso tempo guardiamo se si incontra fortuna*. Tutti dissero: 

— <: Andiamo, se si trova un po' di fortuna». 



i) Raccontata da Maria Pierazzoli. 



412 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Furono in un posto molto lontano ; quando furono vicino alia 
sera, trovarono le strade incrociate. Disse Cecco alii altri: — « Voi 
altri prendete una strada per uno, e io prender5 questa, ci ritrove- 
remo insieme qui in capo a ventiquattr' ore ». Si diedero la mano ; 
e ognuno prese la su' strada. 

Federico la sera tardi vide un lumicino lontano lontano, disse: 
— «L^ ci deve essere qualche casa, perche c'^ un lume ». Arriva la 
e picchia. S'affaccia una bella ragazza (questa bella ragazza era una 
maga). Disse: — • «Chi ^? chi picchia alia mia porta?* 

Rispose: — • « Un povero cacciatore, un po' di alloggio per carita ». 

Suona il campanello al servitore che andasse a aprirle. II servi- 
tore va aprirlo, lo fa passare nella stanza di questa bella ragazza. 

Disse la ragazza: — « Come mai vi siete trovato in questa 
boscaglia ? » 

Rispose: — « lo sono molto amante della caccia, e poi sono 
molto sfortunato nello amore ». 

Rispose lei: — * Anch'io sono sfortunata, perch^ sono in questa 
boscaglia, non vedo nessuno». 

— « Vuol dire siamo due sfortunati insieme*. 

— « Basta, lasciamo la sfortuna, parliamo se lei vuol cenare ». 

— «Ceniamo; giusto mi trovo molto appetito>. 

Battendo la bacchetta, comparve una tavola, apparecchiata di 
ogni sorta di quality. Cenarono tranquillamente, dopo cenare disse 
lei: — «Io ho bisogno di andare a riposare*. 

Rispose lui : — « Ancora io, perch^ mi trovo molto stanco >►. 

— -« Ma se volete andare a letto non c' ^ nel mio palazzo che 
un letto solo. Se volete venire con me » ? 

Rispose lui: — <« L'aggradisco volentieri». 

— « Basta che nel far del giorno lei s'alzi e vada via ». 
Lui rispose : — « Mi basta di riposare la notte solamente ». 
Allora s'inviarono, andarono in camera. Lei si spogli6 lesta lesta 

ed entr6 in letto. 

Disse: — « Mi displace d' incomodarlo, ma mi fa il piacere di 
serrare quel licet che k in quello stanzino ? * — E lui era in camicia, 
e la stagione era anche molto fredda. 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 413 

Disse: — <« Volentieri, comandi tutto quello che le bisogna*. 

— « Se mi chiudete quel licet la che rende puzzo, mi farete un 
gran piacere *. 

Disse lui : — « Volentieri », e and6 a chiudere il licet. 

In questo licet c'era anche una finestra aperta molto grande: lui 
chiudere il licet ed il licet aprirsi, fece il giomo grande, e non era 
chiuso il licet, 

Lui disse : — « Questa mi pare una canzonatura di stare tutta 
la notte ignudo a chiudere questo licet, e poi anche al. puzzo ». 

Rispose lei: — « Non siete stato buono a nulla, neppure a 
chiudere un licet >>. 

Disse lui : — -« Ma ora b giorno, io desidero venire a letto un 
poco a riposare*. 

Rispose lei : — -« fe giorno ; il fissato ^ finito, bisogna che lei se 
ne vada». Allora lei si alz6. Lui gli convenne vestirsi e andar via. 

Arriv6 alle strade che aveva combinato con i suoi amici. Gli 
dissero i suoi amici : — « Hai trovato della caccia te ? » 

Lui rispose : — « Io non ho trovato della caccia, ma ho trovato 
una bella ragazza 1^ in quella boscaglia, che c'& una casa ». 

Disse il minore : — « Anch'io voglio andare a divertirmi un poco ». 

And6: la sera si fece notte, vidde il solito lumicino. Picchi6. 
S'affaccia la medesima bella ragazza. 

Disse: — *Chi ^?» 

— • « Un povero cacciatore, se gli d^ un po' di alloggio ». 

Disse al servitore : — • -% Subito fatelo passare quel povero gio- 
vane )►. 

Lo fece passare nella sala dov'era la bella ragazza. 

— « Come mai voi siete qu^ in questa folta boscaglia ? * 

— <f. Perch^ sono un povero cacciatore sfortunato nella caccia e 
nello amore». 

— « Anch'io, disse, sono sfortunata, perchfe qua non vedo 
nessun giovane di poterci parlare*. 

— «Vuol dire ci si pu6 fare felid insieme». 

— «No, non ci si pud fare felici insieme, perchfe sono.sotto i 
pupilli, non posso prender marito. Se vuol venire a cena». 



414 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Rispose lui : — « Volentieri : ancora io mi trovo molto appetito ». 
Lei battiede la sua bacciietta fatata, comparve la tavola apparec- 
chiata, con tutte le sorti di quality di piatti. 

Quando ebbero cenato, disse la ragazza : — « Io bisogna che 
vada a riposare, perch^ mi trovo moltissimo stanca*. 

Rispose lui: — <« Anche io sono stanco; mi farebbe piacere se 
mi lasciasse riposare ancora me ». 

Disse: — « Volentieri: ma non c'h nella mia casa altrocheun 
letto ; se volete venire con me vi ci gradisco volentieri ». 

— « Volentieri: V^ quello che desidero di venire a letto con lei ». 
Disse la ragazza da s^ da sfe: — « Chi sa se a letto con me 

ci verrai !.... ». 

Allora s'incamminarono, andarono in camera. La ragazza subito 
si spogli6, entr6 a letto. 

Disse : « Guardi \k che quella finestra mi fe rimasta spalancata 
che h cosl tanto freddo, mi fa piacere di serraria ». 

Lui and6 subito a chiudere la finestra : lui chiuderla e lei aprirsi, 
combin6 il fissato di quell'altro davanti, che non era andato a letto. 

Lui disse: — «Signorina, mi pare che lei pigli a canzonare le 
persone I » 

Gli rispose la bella ragazza: — «Chi gli ha insegnato a desi- 
derare le donne che non son sue?» 

Allora il giovane dispiacente se ne and6 via; e riprese la con- 
trada per andare da quelli altri due amici. 

Disse Francesco : — « Che ti sei divertito da quella signorina? * 

— « Moltissimo, anche di piu di quello che mi credevo». 

In fra loro duedissero: — Ci siamo rimasti anche noi, anche 
lui ci deve rimanere ». 

Francescas'invi6 per andare in questa folta boscaglia. Facendosi 
notte, vidde il solito lumicino ; arriva la, e picchia alia porta. 

S'affaccia la bella ragazza, e dice: — 4(Chi h che picchia alia 
mia porta ? » 

Rispose Francesco, e disse : — <« Un povero giovane sfortunato, 
che si k inoltrato molto nelle miseries. 

Lei son6 il campanello al servitore, e disse : — « Fate passare 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 415 

subito quel povero giovane. Allora il servitore scese, e lo fece passare 
nella sala di questa bella ragazza. 

La bella ragazza disse: — «E come mai slete vol in questa 
folta boscaglia, che qu^ non c'^ venuto mai nissuno ? » 

Rispose il giovane: — « Per le miserie in cui mi ritrovo, vado 
a cercare se trovo un poco di fortuna ». 

Rispose la ragazza : — « Come mai vi trovate in queste miserie? » 

— « Per le malattie che ho avuto nella mia famiglia, si h finito 
tutto il mio patrimonio». 

— *Che eri molto ricco forse?» 

— « Ricchissimo, perch^ tutto il mio patrimonio passava un 
milione*. 

— « Se vu' siete stato tanto male, ragioniamo di andare a cena, 
che vu' starete stasera un poco bene*. 

— « Mi pare che sia un po' troppo a venire a cena con lei, mi 
contento che mi mandi in cucina con il su' servitore*. 

— -« No, verrete con me, fate con to di essere con il servitore ». 

— « Allora fo come lei desidera, pure che non Tabbia a di- 
sturbarla >►. 

Allora andarono a cena, battiede la bacchetta fatata, e venne 
una tavola apparecchiata di tutte le sorti di qualita di pietanze. Allora 
si messero a cenare ; dopo cenato disse la bella ragazza : — « lo sono 
stanca : bisogna che vada a riposare un poco a letto ». 

Rispose lui : — « Vada pure, non usi riguardi ». 

Allora gli disse lei : — « Bisognera che venga a letto con me, 
perch^ non ho altri letti che uno solo ». 

Gli disse lui : — « Sono venuto qui per venire a alloggio, ma 
non per venire a letto con lei, specialmente con una ragazza. Sappia 
che la vicinanza fa I'uomo ladro, son contento mi faccia dormire in 
questa sieda*. 

Rispose lei : — « Allora riposi in codesta sieda come a lei le fa 
piacere *. 

Dopo la ragazza, da s^ da s^, mentr'era a letto : — « Questo k 
un uomo sincero e onesto, che non k come gli altri che venivano 
per illudermi ». 



4l6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

La mattina appena alzata ancl6 da questo giovane e gli disse: 
— ^ « Ha riposato bene stanotte in codesta sieda ? » 

^ « Benissimo, e se vo, vo via contento, che la lascio onesta 
come I'ho trovata ». 

— « Se lei vuol diventare ricco piu di prima, vuole me per 
isposa ? » 

— « Volentieri, ma mi pare di essere troppo affortunato ». 

^ « Non ^ troppo affortunato, perch^ io lo desidero molto per 
mio consorte ». 

Ailora si sposarono, e lei battiede la sua bacchetta fatata e fece 
comparire una beliissima carrozza con cavalli e servitori in livrea, e 
partirono per la citta dove abitava lui. 

Gli disse la ragazza : — « Ora che io sono tua . sposa ti confide 
tutti i miei segreti: io sono una fata; con la mia bacchetta io ho 
quel che voglio*. Quando furono a quelle contrade, gli altri due 
amici viddero quella carrozza venire appresso di loro, e dissero : 
— « Questo pare che sia Francesco ». 

Lei a quelP ora gli aveva confidato tutto anche degli altri due. 

Gli dissero: — « Francesco, come hai tu fatto a sposare questa 
beila mgazza?» 

Rispose: — «Cari amici, mi displace il diryelo, ma bisogna che 
io ve lo dica: sappiate che nel mondo chi troppo vuole niente ha ». 

Dissero tra loro due : — « Vuol dire che quella bella ragazza noi 
si voleva sedurre, e lui non ha cercato di sedurla ». 

Aliora gli sposi s' inviarono a quella citt^, mandarono T avviso 
avanti di arrivarci. Tutti i parenti aspettarono alia porta Francesco 
con la sua sposa. La presero e la condussero in palazzo, fecero un 
gran pranzo, stiedero tranquillamente, e si goderono tutto il tempo 
del la su vita. 

Terrine i) 



I) Raccontata da una serva, chiamata Teresina di Terrine nel Val d'Amo supe- 
riore* da molti anni a Firenze. 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 417 



IV. La lattaiola. 

Una volta c'era un re e una regina, e non avevano avuto figli. 
Una vecchina disse loro, che dovevano contentarsi di scegliere : tra 
un figliolo, che sarebbe andato via dalla casa paterna, e non Tavreb- 
bero piu veduto ; ed una figliola che se riesciva loro a guardaria, senza 
farle conoscere nulla, slno a* 18, sarebbe rimasta co' genitoh. Si con- 
ten tarono della figliola ; e difatti, poco dopo venne al mondo una 
bambina. II re fece fare un palazzo sotto terra, dove fu educata e 
cresciuta questa bambina, senza sapere nulla di questo monJo, 

Ma, arrivata vicino a' 18 anni, poco per volta persuase la gover- 
nanle che le aprisse una porta che metteva in giardino, e rimase 
incantata vedendo il sole, i colori, i fiori. 

Un giorno che si trovava in giardino, cal6 un grossissimo ttc- 
cello, e la port6 via lasciandola sopra i tetti di una casa di campagna, 

Due contadini vedevano da lontano qualche cosa che luccicava, 
ed era la corona di brillante della figlia del re. Questi contadini, 
erano padre e figliolo ; salirono sui tetti, e la ragazza narrando la sua 
storia, li scongiur6 che la levassero da quel posto. I boni contadini 
non seppero immaginare nulla di meglio che portarla a casa di loro, 
dandola per compagna alle cinque figliole contadine che facevano le 
lattaiole. 

Da principio vissero tutti sui brillanti della corona, ma alia fine 
questi brillanti finirono. 

La figlia del re, non volendo vivere sulle spalle di quella povera 
gente, chiam6 la moglie del contadino, che oramai chiamava mamma, 
e la scongiur6 di andare dalla regina di quel paese, e farsi dare 
qualche cosa per ricamarvi sopra. La regina la prima volta le mand5 
per dispregio un canovaccio, ma ella seppe cavarne un lavoro cosl 
meraviglioso, che quando la contadina glielo riport6, rimase, e le mand6 
due monete d'oro. Le mand6 un altro cencio, e dopo qualche giorno 
la contadina le riport6 un lavoro da sbalordire. Per provare, la regina 
faceva le viste di non essere molto meravigliata, ed assieme con le 



4l8 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

due monete d'oro le mand6 una gonnellaccia sdrucita ; per6 quando 
la contadina gliela riport6 ricamata, quella voleva in tutti i modi 
sapere il modo come le procacciava que' lavori che non potevano 
essere usciti dalle mani di una contadina. 

La povera donna le diceva che la sua figliola era stata educata 
in convento dalle monache, ma la regina ci* credeva poco. Final- 
mente ordin6 tutto il corredo per il matrimonio del figliolo. 

II figliolo del re, sentendo questa storia dalla mamma, voile 
conoscere la lattaiola, e I'andava a trovare mentre lavorava, e siccome 
era un capaccio, le dava anche noia. Un giorno d^i, picchia e mena, 
le di un bacio. Ma la lattaiola pronta con il bucarolo gli strapp5 
il core. 

La cosa non poteva occultarsi, e la povera ragazza fu condotta 
al tribunale. II re aveva quattro figliole ; la maggiore la voleva con- 
dannata a vita, un'altra alia morte, un'altra a 20 anni, e la piccina, 
che era la piu bona, e che dentro di s& la scusava, solamente ad 
otto anni, ma chiusa in una torre assieme con il cadavere del gio- 
vane re, per averlo sempre presente, e sentirne rimorso. Vinse il 
consiglio della piu piccina ; la quale, fattasi all'orecchio della lattaiola, 
le disse che Tavrebbe protetta ed aiutata. Difatti, quando la lattaiola 
fu chiusa nella torre, ogni giorno le mandava i migliori cibi. 

Erano passati tre anni che IMnfelice prigioniera languiva nella 
solitudine, quando rividde neH'aria lo stesso uccello che Taveva 
rapita, il quale scosse le ali, e lasci6 cascare a' suoi piedi dieci uccel- 
lini morti. La povera lattaiola non sapeva darsi pace, come queU'ani- 
male continuasse a perseguitarla e darle noia. L'indomani rividde lo 
stesso uccello, che, calando dove erano gli uccellini, li strusci6 con 
una erba che aveva portato, e tutti e dieci ripresero il volo. La lat- 
taiola capl quello che voleva insegnarle Tuccello ; per6 non pot^ tro- 
vare per terra un solo filo di quell'erba miracolosa. 

L'indomani Tuccello si fece vedere daccapo, e le butt6 un 
mucchio di erba. La lattaiola subito corse al cadavere del re, ed 
a strofinarlo con queU'erba in tutto il corpo, ed il re poco per volta 
resuscit5. 

Contenta, mand6 ad awisare segretamente la figliola del re che 



NOVELLE POPOLARI TOSCANE 4x9 

la proteggeva, e quando venne a trovarla nella torre, la prepar6 a 
quella novita inattesa. 

Fu stabilito di comune accordo che il re sarebbe rimasto chiuso 
nella torre, sino che la lattaiola non avesse scontato la sua condanna. 
Intanto la sorella mandava ogni giorno a loro ogni ben di dio, ed aven- 
dole il re richiesta una chitarra, la sorella mand6 anche la chitarra. 
Questi due amanti, che tali oramai erano diventati, passavano 
la sera a strimpellare sulla chitarra ed a cantare. 

Allato alia torre c'era il palazzo del vicer^, che sentendo quel 
soni e quel canti, mand6 a rammaricarsi dalla prigioniera. La lat- 
taiola neg6 tutto, e facendo stendere il re come morto sul letto, fece 
vedere che era sempre sola. 

Intanto continuavano i soni ed i canti. II vicer^, non potendo tol- 
lerare lo scandalo che una prigionera si divertisse, ordin5 che fosse 
cambiata di prigione. 

La lattaiola si consigli5 colla bona sorella del re, e come fu 
stabilito tra loro, quando vennero a pigliarla, escl dalla torre a brac- 
cetto con il re. 

Tutti rimasero sbalorditi. Allora il re dichiar6 subito che la 
voleva isposare quella lattaiola, e la spos6. 

Le tre sorelle maggiori del re non smettevano intanto di astiare 
e di canzonare la cognata lattaiola. Un giorno lei, p>er confonderle, 
manifest6 che voleva tornare per qualche tempo alia sua casa, e 
domand6 che dicessero cosa volevano portato di regalo. — « Un fiasco 
di latte », disse la maggiore ; la seconda : — « lo voglio una ri- 
cotta»; I'altra: — « lo una cresta di aglio ». 

La lattaiola parti ed and6 abbracciare il re suo padre, che per 
tanto tempo Taveva fatta guardare inutilmente nel palazzo sotterraneo. 
A capo a certo tempo ritorn6 dal marito in una bella pariglia. Le 
cognate non sapevano come spiegarsi che la lattaiola avesse una 
pariglia. Maggiore fu poi la sorpresa quando viddero i regali, perch^ 
il fiasco di latte era d'argento con la veste d'oro; la ricotta, d'argento, 
piena di brillanti e di pietre preziose, ed anche la cresta d 'aglio era 
un superbo lavoro di oreficeria. 

Ma la lattaiola non aveva dimenticato la quarta cognata, la sola 



420 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

che fosse stata dolce e affettuosa con lei. Per lei port6 un suo fra- 
tellino che aveva trovato nato in corte, e glielo destin6 per isposo. 
E cosl furono tutti felici; 

E se ne vissero e se ne godettero, 
E a me nulla mi dettero. 

Livomo. *) 

VARIANTI E RISCONTRI. 
Nel /?tf Avaro della Novellaja fioreniina di V. IMBRIANI k una ragazza tro- 
vata da marinai ed accolta da un di loro, che manda a vendere ricami preziosis- 
simi alia casa del re, il quale se ne innamora e la sposa. 

G. PlTRi. 



i) Questa novella 6 stata in parecchi punti riassunta, non essendosi potuto 
seguire la narratrice. 



LEGGENDE POPOLARl SARDE 

RACCOLTE IN OZIERl i) 



(Versione letterale) 



I. Leggenda di San Cipriano. 

San Cipriano era un fattucchiere dei peggiori che fossero in 
Roma, e vide una giovane bella (affacciata) ad una finestra, ed egli 
se ne innamor5, ma pass6 molto tempo senza che potesse mai par- 
larle. Egli non aveva quiete n& di giomo n^ di notte, e pensava 
sempre al modo di poter aver questa giovane; e cosl trascorsero due 
tre anni senza che le potesse mai parlare; finalmente vedendo che 
non sarebbe riuscito ad averla, pien di stizza e di sconforto, prese ad 
invocare il diavolo, e cosl dopo tante preghiere e scongiuri gli si 
presenta il demonio, e gli dice il demonio: — Eccomi venuto per 
servirti, giacch^ so che tu hai bisogno di me. Cipriano gli dice : — Se 
tu mi fai avere la tale giovine, io ti do Tanima mia. 

— SI, dice il diavolo. 

— Ebbene, — gli dice Cipriano, — - quanto tempo ti riserbi per 
farmela avere? — II demonio risponde: — II tempo di tre mesi. 

Fecero il loro contratto per iscritto usando sangue per inchiostro ; 
il demonio si obbligava a fargli avere quella giovane, e S. Cipriano 
a dargli, a suo tempo, Tanima. 

Cosl si separarono: il demonio ritorn5 dond'era venuto, e Ci- 
priano rimase in Roma. 



I) Raccontate da Antonio Contini di Ozieri. 
ArehMo per le tradieioni papolaH. — Vol. XXIII. 52 



422 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

E cosl aspetta una settimana, quindici giorni, un mese, ed il 
demonio non si faceva vedere, n& la giovine appariva; aspetta un 
mese e mezzo, e nulla di nuovo; aspetta due mesi, niente, ne vide 
il demonio n^ la giovine; aspetta tre mesi, nulla, anzi meno di prima: 
non comparve n^ il demonio, n^ quella giovine. 

AdJolorato e pieno di sconforto, credendo che il demonio Ta- 
vesse ingannato, usd fuori di Roma per invocare il demonio, ed 
ecco che questo gli si presenta, tutto mortificato, perch^ non aveva 
mantenuto la promessa di fargli avere quella giovane. 

Cipriano gli dice: — E dove ^ (come hai adempito alia tua pro- 
messa?) la promessa, ch^ non ti sei piu visto dopo la conclusione 
del patto? 

11 demonio rispose: — Che vuoi? lo mi sono bensl ingegnato 
con tutte le mie massime per avere quella giovine, ma non potei riu- 
scire, perch^ quella giovine porta (con sh) la corona (del rosario), ed 
io non riuscii nel mio intento, perch^ porta la corona anche quando 
va ad urinare, e la persona che porta la corona con tanta fede, e 
inespugnabile, perch^ queste (persone) sono assistite da quella che h 
senza macchie (la Madonna). 

Cipriano dice: — E come? ^ piu potente la corona che i demoni? 

Eh ! — risponde il demonio — pur troppo: non c'^ neppur para- 
gone; contro coloro che usano la corona mai non possiamo far nulla. 

Cipriano, addolorato, gli risponde: — Via, dammi il contratto 
(scritto) — e lo fa in pezzetti ; e cosl fin\ ogni cosa. 

Fu da questo fatto che incominci6 la conversione di San Ci- 
priano, che si fece santo. 

II. La leggenda di Sant' Isidoro. 

Dunque, SantMsidoro era servo (altrui) e prestava servizio nella 
casa di un gran signore : e questo signore lo mandava a fare 11 giogo 
(a coltivare i suoi poderi); e cosl appena venuto il tempo di semi- 
nare il grano, (il padrone) lo mand6 a fare il giogo; ed egli tolse 
seco Taratro ed i bovi, ed and6 alia tanca, dove erano gli altri servi, 



LEGGENDE POPOLARI SARDE 42^ 

perch^ erano magari cinque sei. Cosl incominciarono a lavorare la 
terra, e quegli (Isidore) se la spassava (andando) da un punto alPaltro 
della tanca; e cos\ gli altri lavorarono per tre settimane od un mese, 
e Isidore (stava) sempre ozioso (lett. senza lavorare mai), cos) che 
gli altri una domenica dissero al padrone, che egli non aveva seminato 
affatto. II padrone disse: — E come (va), Isidoro, che gli altri stanno 
perfinire in ques.ta settimana; e tu, mi dicono, che non hai aggiogato 
(i bovi) neppure un giorno? 

Egli risponde al padrone : — Gi^, h vero, che non ho lavorato, 
ma per6 spero, che di questi giorni terminer6, al par di essi. 

-— Ebbfe ! rispose il padrone, pensando tra s^ : gia ci vengo (verr6) 
io giovedl a dare un'occhiata. - Cos) Isidoro si da attorno (si fx)ne 
al punto) che sia pronto il lavoro, e aggioga i bovi e li fa lavo- 
rare soli (senza che egli guidasse I'aratro). Cos! fra il lunedl, il 
martedl ed il mercoledl semin6 tutta la sua porzione di grano, che 
doveva seminare. 

E come i bovi ararono la terra (cosl) il grano nasceva talmente 
bello e piu bello di quello degli altri contadini* 

1 compagni (furono) pieni di alta meraviglia, quando videro che 
Isidoro in tre giorni aveva seminato tutta la sua porzione di grano, 
e (questo) era gi^ nato, bello e alto, migliore di quello che avevano 
seminato loro un mese prima. Viene il padrone e domanda ad Isi- 
dore di chi fosse quella porzione di grano cos) bello. Egli rispose: fe 
di V. Signoria (I'ho seminato io, per conto vostro, — in altri ter- 
mini). Allora il padrone ripens5 a ci6 che gli avean detto gli altri 
contadini, che (cio^) egli non aveva seminato, mentre (in realta) 
aveva miglior grano di tutti gli altri. Diede un'occhiata al (lavoro 
fatto) da tutti gli altri contadini, e se ne ritorn5 in paese. 

Dopo venne il tempo della mietitura, e tutti andarono nella 
ianca a mietere, e Isidoro insieme cogli altri ; gli altri cominciarono 
a mietere, ed egli se ne stava sempre all'ombra. Cos! gli altri in 
breve tempo dopo d'aver mietuto se ne ritornarono in paese per pre- 
sentarsi al padrone ed invitarlo a preparare Toccorrente per le aie 
(per i lavori della trebbiatura) e gli dicono perch^ il servo suo (Isi- 
doro) non miete (ch^) non ha neppure mietuto una manata di grano. 



424 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

II padrone fece le meraviglie: — Ecome? non miete forse in- 
sieme con voi? — Ed ecco la sera Isidoro in casa (del padrone). 11 
padrone, come lo vide, gli disse: 

— E hai ancor molto, dimmi, da mietere, Isidoro? — Risponde 
(Isidoro): — Sto per finire. 

Quegli fa sorpresa; ma Isidoro dice: — Per il ta! giorno, prepara: 
tieni Poccofrente per i lavori della trebbiatura. — Cosl il giorno dtopo 
Isidoro va alia tanca, prepara la carruca, e, aggiogati i bovi, (mentre) 
eglf mieteva, i bovi trasportavano nell'aja la messe. Quegli (altri) che 
erano nella tanca, (furono) tutti meravigliati, perch^ videro che in 
un giorno (Isidoro) aveva mietuto e (trasportato) tutto nelPaja. Cosl 
venne il c(Mone colle cavalle. Steso tutto quanto il frumento nel- 
Taja, s'accostarono alle cavalle, ed il padrone incominci5 a voler 
fermare le cavalle colla aoga. Ma non ne poteva fermare una, n^ 
egli, nfe gli altri (che erano con lui), e perci5 indispettito cominci6 
a lanciar imprecazioni contro Isidoro, che se ne stava seduto. Isidoro 
allora pian piano s'alz6, e si awicinb a loro, e disse : — Fate largo, 
lasciatemi passare. S'accosta egli (alle cavalle, e senza bisogno di 
soga) colla mano fermava le cavalle, e le legava. Tutti i present! 
(furono) meravigliati quando videro Isidoro che fermava le cavalle 
colla (sola) mano. 

Cosl legate tutte le cavalle (alia catena), egli se ne torn6 a se- 
dere. II padrone and6 per incamminare le cavalle e non ne pot6 far 
avviare neppure una, e comincia ad arrabbiarsi nuovamente, e ad 
imprecare. 

Infine s'alz6 di nuovo (da sedere) Isidoro e dice: -• Fatemi largo, 
ritiratevi; e s'accosta alle cavalle e dice: — Andate, su, movetevi, 
ch^ b fatica che tocca a voi. Ed esse si mossero prestamente tutte 
con grande ardore, e dopo tre o quattro giri quelle che erano piu 
in fuori se ne venivano piu verso il centro, e quelle del centro (se 
ne andarono) verso Testerno delPaja, perch^ cosl (le altre) potessero 
riposarsi ; ed in poche ore trebbiarono tutto il grano. GU altri allora 
credettero che Isidoro fosse un santo. 



LEGGENDE POPOLARI SARDE 425 



III. S. Bernardo e saa sorella. 

Cera una volta un re, che era ammogUato da tanti anni, e non 
poteva mai avere figli; poi gli venne dichiarata la guerra. 

II re con tanti pensieri in capo non sapeva come regolarsi. Non 
gli jx)teva uscir di mente, che se (per ceso) fosse stato ucciso in 
guerra non gli sarebbero rimasti figli per il goverrio del regno dopo 
la (sua) morte; e viveva con questi pensieri d) e notte. Ed ecco 
che un giorno usc^ a passeggio, e sMmbatte in un gran signore, che 
lo saluta e gli dice : — Maesta, voi sembrate molto pensieroso. 

— SI, risponde il re, perchfe ho tanti affanni, e debbo par- 
tire per la guerra, e se per caso vi lascio la vita, non ho figli che 
mi governino il regno. 

II signore gli risjx)nde: 

— Se Ella mi dk c\b che porta in corpo sua moglie, io La faccio 
vincere in guerra. - 

II re, sicuro che la moglie sua non era incinta, giacch^ dopo 
tanti anni di matrimonio (non aveva ancora avuto figli), rispose: 

— S^, volentieri ti far6 dono di ci6 che partoriri mia moglie; 
ma tu Chi sei? — disse il re al signore. 

— Io sono il demonio, risponde. 

— Ebbene, dice il re, fammi vincere in guerra, e tu sarai pa- 
drone del figlio, che mia moglie dar^ alia luce. 

II demonio d^ di piglio a carta e penna, e tutti e due fanno 
il contratto, dicendo: « All'eti di quattordici anni, io (il demonio) mi 
terr6 il figlio »; ci6 fatto ciascun va per le sue faccende. 

II re va alia guerra e vince, e quando torn6, trova che la moglie 
si era sgravata di un bel maschietto : e cos\ Tallevarono come si 
conveniva ad un figlio di re, e crescendo arriv6 aWetk di dodici anni. 

II padre incomincia a farsi triste e malinconico come la morte, 
giacch^ pensava che il figlio non doveva rimanere con lui piii di 
altri due -anni. 

II figlio, un giorno fra gli altri, si presenta al babbo e gli dice : 



426 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

— Padre, voglio sapere il motivo di questa sua malinconia ; 
voglio sapere perche non ^ mai allegro. 

II padre gli risponde: — Non ho nulla, figlio mio. 

E intanto il figlio ripiglia: ■— Se non mi svela il secreto che 
Ella ha in cuore, me ne vado a correre per il mondo. 

II padre, avendo udito che il figlio se ne sarebbe andato, non 
sapeva a qual partito appigliarsi, e intanto dice al figlio: 

— Figlio mio, il secreto del mio cuore b questo, che tu sei vo- 
tato al demonio fin dal tempo, in cui ti trovavi neir utero di tua 
madre. 

II figlio risponde pacatamente e dice : 

— Ecch^? per questo occorre abbandonarsi a tanta melanconia? 
Mi dia denaro, che m'incarico io di pensare al contratto. 

Cosl il padre gli diede danari quanti ne voile, ed egli parte 
dalla reggia. 

Camminando giorno e notte senza mai arrestarsi, s*abbatte in 
un famoso bandito. Non appena questo scorse il giovinetto, gli si 
presenta con armi, fucili, pistola, stili e gli dice: 

— Dove vai, o ragazzo? 
Questo risponde: 

— Vado all'inferno. 

— Giacch^ vai alT inferno, io ti lascio la vita, ch^ altrimenti 
t'avrei ucciso; tu per5 m'hai da fare un favore. 

— E quale sarebbe? rispose il ragazzo. 

— Quando sarai arrivato alPinferno, sta ben attento ad udire 
se mi nominano, se pronunziano il nome di Bernardo; nel ritorno 
ripasserai di qui per darmi una risposta. 

S'allontanarono, e il ragazzo va allMnferno, e il bandito rimane 
nella campagna come bandito. II giovanetto arriv6 all'inferno ; entrato, 
viene condotto alia presenza del capo dei demoni. 

— E che desideri? 

— Son venuto per fare un verbale. 

— E di qual verbale parli tu? interrog6 il capo dei demoni. 

— Dica : un padre pu6 disporre della vita di un figlio, se questo 
ancora nel ventre della madre? 



LEGGENDE POPOLARI SARDE 427 

Lucifero risponde: — Non si pu6 affatto, giacchfe il babbo non 
^ padrone deiranima del figlio . 

— Eppure mio padre dispose di me, consegnandomi per con- 
tralto al demonio. Subito Lucifero si arrabbia, e chiama a raccoita 
i demoni. 

— Chi e, disse, di voi che fece questo contratto con tal re? 

— Ehi ! sono io, risponde uno tutto tremante. 

— Presto, afferratelo e fategli sopportare le pene ed i tormenti, 
che erano preparati per Bernardo, e rimandate sano e salvo neiraltro 
mondo questo ragazzo ; e guai a chi gii torce un capello ! 

Afferrano il demonio, e lo riducono in pezzi, in pezzettini, in pil- 
lole, poi lo "ricompongono e lo affondono in recipienti pieni di fuoco 
e pece bollente. 

Quel ragazzo poi fu ricondotto alia porta delFinferno; mentre egli 
esaminava tutte le cose meravigliose deirinferno, ci vide un grande 
palazzo, fabbricato con teste di morti, e il giovinetto dimanda ai de- 
moni : E di chi ^ questo palazzo ? 

Gli risposero che era di Bernardo, e che dopo un 'ultima ucci- 
sione, egli (Bernardo) avrebbe terminato i suoi giorni. 

11 giovinetto esce fuori, e torna sano e salvo nel mondo, ed in- 
contra nuovamente Bernardo. 

Appena lo scorge, Bernardo gli tocca la mano con allegria : — 
E quali notizie mi rechi ? 

Gli risponde : — Cattive, e gli racconta tutto ci5 che aveva 
visto e gli dice che dopo un 'ultimo omicidio egli sarebbe piombato 
airinferno. 

E gli narra : — Se dai retta a me, abbandoni questa cattiva vita, 
e vieni con me e ti condurr6 a casa di mio padre, che ^ re, e la 
io penser6 al bene della tua anima. Io ti far6 chiamare il migliore 
dei confessori, che sono nella citta di mio padre. 

— Eh ! rispose Bernardo, e impossibile che Dio mi usi miseri- 
cordia, perch^ io ho ucciso persone di ogni qualita e condizione. 

— Non importa, gli dice il ragazzo, se ti penti il Signore ti perdona. 
E cosl (il bandito) depone le armi, e s'incammina col ragazzo 

alia volta del palazzo reale. 



428 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Arrivati, il giovinetto non fa altro che cercargli un confessore, 
e cosl (il bandito) confessa tutto il male che aveva fatto, e dopo 
d'aver fatto penitenza, muore e muore santo. 

Egli entr6 in cielo direttamente senza passare per il purgatorio, 
e fanno tre giorni di festa in cielo, perchfe Bernardo s'era salvato; a 
questa festa non manc6 nessuno ; tutti erano presenti, santi, angeli; ecc. 

Viveva in quel tempo una romita, detta Margherita: nel bosco 
ove stava, scendeva un angelo tutti i giorni, ma in causa di detta 
festa per tre d) consecutivi non scese a visitarla, ed essa non sapeva 
che dirsi di questa assenza, e credeva di aver commesso qualche pec- 
cato. Finalmente dopo tre giorni I'angelo le si presenta nuovamente. 

— Eh! angelo mio, era ormai tempo che ti lasciassi vedere; 
forse io avr6 commesso qualche mancanza verso Dio. 

— No, risponde I'angelo, abbiamo fatto in cielo una grande al- 
legria e grandi teste. 

— E perchfe questa allegria e queste teste? 

— Lo vuoi sapere? disse I'angelo. 

— SI, angelo mio. 

— Facemmo festa per tre giorni di seguito, perchfe s'fe fatto 
santo il fratel tuo, Bernardo. 

Essa : — Come ? mio fratello santo ? 

— SI, tuo fratello k santo. 

— Ed io qui da tanti anni faccio penitenza e soffro il caldo, il 
freddo ! 

Disparve I'angelo, perch6 essa s'era insuperbita, ed essa muore 
e va aH'inferno ed occupa il posto che era riservato a Bernardo. 



IV. Gennaio e Febbraio. 

Questo era un pastore di pecore ; quando vide il mese di Gennaio 
fuori (passato il mese di gennajo), si rallegr6, dicendo che il mese 
pill freddo non aveva danneggiato il suo gregge. Gennajo a queste 
parole del pastore, si present5 a Febbrajo dicendogli: 

— Febbrajo, prestami due giorni t- per far acqua e neve, — 



LEGGENDE POPOLARI SARDE 429 

acqua e neve e fiocca, a segno che gli (al pastore) uccide tutto il 
gregge, eccetto il zo^piccone (il becco ^oppo). 

E Gennaio si ebbe i due giorni in imprestito, e cos\ questi due 
giorni li spese a fare acqua e neve, come gli (a Febbrajo) aveva detto, 
(e) cos\ che al pastore morirono tutte le p)ecore, solamente gli (al 
pastore) rest6 il becco zoppo. 11 pastore disperato se ne stava nella 
pinnetta (sorta di capannetta) con quel becco vivo, che gli era restato. 
Ed ecco che vide venire un povero vecchio: (il quale) accostandosi 
al pastore gli domanda la limosina per amor di Dio. II pastore 
risponde: 

— Buon uomo, non ho (cosa) n^ per dame a te e neppure per 
darne a me, chfe il mal tempo degli ultimi giorni mi uccise tutte le 
pecore. Aspettate, dice, che m'fe restato questo solo becco. E cos\ 
uccide il becco, e lo mangiano. E dopo che fu cotto, entrarono (nella 
pinnetta) per mangiarlo. Ma quel vecchio disse: 

— Non buttar via neppure un osso; mettili tutti qui; e intanto 
essi mangiarono. Appena ebbero mangiato, quel vecchio si alz5, emette 
una voce, dicendo: rrr rrr; ed ecco le pecore sane e prospere come 
erano prima. 

II pastore si volta per vedere il vecchio: ma questo, che era 
Dio, era sparito. 

FiLippo Vau.a. 



INVETTIVA D'UN CONTADINO 
CONTRO IL GOVERNO PROVVISORIO IN TOSCANA. 



Questa umile ma notevole invettiva popolare contro il Governo 
prowisorio toscano e la Dittatura del Guerrazzi dopo la fuga di 
Leopoldo II, scritta contemporaneamente ai fatti da un contadino 
Senese che, vegeto a 82 anni,'me la dette nel 1899 con parecchie 
altre sue poesie, h riprova delle tremende difificolta che dovettero 
travolgere quel Governo. 

II mezzadro Toscano non avr^ ottenuto, pel ritorno deWAgnello 
scortato dalle invocate baionette austriache, gli attesi* due terzi 
del frutto, come non ebbe a veder cadere la testa al Serpente, 
quella testa di cui si diceva invece a Livorno: 

Guerrazzi e Montanelli, 
Due teste e tre cervelli. 

Ma il Guerrazzi, insultato dal popolo, tradito anche da ' amici 
(dei quail alcuno piu buono port6 il pentimento sino alia tomba), 
carcerato lunghi anni e poi esule, prov6 amaramente la ingrati- 
tudine umana. Visse per quasi un altro quarto di secolo, scrivendo 
opere di arte un po' torblda ma potente, che vanno dalla B. Cenci^ 
opera in cui confessava aver rovesciato i cavalloni dell' anima sua, 
aWAssedio di Roma, in cui invocava magari il Demonio a ricom- 
porre I'ltalia, al Secolo che muore, che si chiude con un commovente 
inno alljl divina Speranza; sempre fervido apostolo, nella vita politica 
e nella privata, della Liberta e della Democrazia. 



INVETTIVA D*UN CONTADINO 43 1 

Poteva ripetere airultimo quello che gia scriveva nel '47: 
« Nato dalle piti intime viscere del popolo, io non posso adi- 
rarmi con lui. Io gli sar6 amico sempre, non servo, io gli sar6 fra- 
tello, non adulatore, ch^ operando diversamente dovrei rinnegare la 
mia natura, la mia educazione, la memoria degli esempi paterni e 
cancellare tutta una vita ». 

Paolo Giorgi. 

Ai sigaori cittadini toscani 

Avvertimento. 

I. Io vo' cantare li miei sentimenti 
e tutti quelli de' compagni miei; 
e Chi mi ascolterA saran content!, 
se non son pubbricani falsi e rei; 
e voglio darvi degli avvertimenti : 
Chi non li prender^, saran giudei 
per condurre il granduca, a quanto ho visto, 
come gli sgherri condussero Cristo. 

11. Poco giovogli I'essere agnellino, 
conceder quanto ognuno gli chiedeva; 
ora e ridotto assai cosi piccino, 
scappar conviene e questo non credeva; 
abbandona il senese e il fiorentino, 
Livomo e quanto a lui si apparteneva ; 
e gli convien fuggir per disperato, 
come se fosse un cane al mondo stato. 

III. Che serve sghignazzar, ridergli dietro 
se fra non molto voi Io piangerete, 
quando qu^ giungeri nuovo decreto, 
del male fatto allor ve ne avvedrete. 
Umile un uom cosl e mansueto 

di ritrovarlo sperar non dovete : 
finora ha fatto sempre a mo' di voi; 
or salvati, Toscana, se tu poi. 

IV. Lodo la sua bonta, la suaprudenza, 
che da ogni parte sarii decantato; 



4J2 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

lodo per fin di qui la sua |>artenza, 
e lasci in abbandono questo stato; 
Chi sa se il contadino avr^ pazienza 
die il cittadino non resti domato 
e il fiato non g!i resti per parlare* 
cos) insegnarti allora al mondo stare. 

V. lOt contadino, anchMo questa giomata, 
da quanto mi dispiace di tal fatto, 
che la nostra duchessa tanto grata 

in Siena non si volse a nessun patto, 
noi chiameremo TAustria irritata 
da tanti insulti che gli avete fatto; 
questo b il mio pensier, cost la voglio 
abbassar dei signor cotanto orgoglio. 

VI. Cosa vi ha fatto mo' '1 nostro sovrano, 
cosa di pid volete da colui, 

or che volete star da lui lontano 
rispettar non volete i dritti suoi 
or, prendeva la penna in sulla mano, 
vedrk se al mondo c'6 nessun per lui, 
e voi vedrete tanto meglio assai : 
dopo le feste succedono i guai. 

VII. Per mezzo di un corriere certamente 
ci fa sapere il nostro buon sovrano 
che qu^ vuol ritomar con molta gente. 
Noi contadini gli daremo mano, 

ch^ vuol punir la facoltosa gente, 
per essi si b trovato a un caso strano, 
e gli vuol mette un giogo tanto grave, 
p\ix grosso e pid pesante d'una trave. 

VIII. Di quanto si raccoglie nel podere 

e quanto si guadagna nel bestiame, 

di tutto questo fateci godere 

felici allor saran le vostre brame; 

diversamente vi faccio sapere 

che i contadini han fatto delle trame 

e rivoglion per forza il suo grandua 

che gli ha promesso di tre parti dua. 

IX. Trema, Toscana, tremate, o palazzi, 
tremate tutti quanti, o cittadini, 



INVETTIVA D'UN CONTADINO 433 

dope tante allegrie, tanti sollazzi, 

cosa farete, poveri meschini ; 

e te ancora, ladro di Guerrazzi, 

Thai da pagar con tutti i fiorentini ; 

tu fosti la cagion di tanta pesta, 

ma un di' qascar ti vo' veder la testa!... 

X. E dei ribelli abbiamo tante nuove 
come finita sia la lor questione ; 
parlar non voglio g\k di Marie e Giove, 
solo dirowi di Napoleone: 
al mondo fece tante belle prove, 
la sua vita finl nella prigione 
\ voi non farete niente alia rovescia, 
come Assalonne appiccato a una quercia. 

XI. Se pr ima di partir '1 nostro sovrano 

soccorso ci chiedeva, certamente 
tutti si andava, e colla propria mano 
schiacciavamo la testa a quel serpente; 
tutto il contado vicino e lontano 
e tutta quanta la villana gente, 
tutti per lui si vole dar la vita: 
Topera chiudo e la far6 finita. 

XII. Voi sorridete a questi avvertimenti 
che in rozzi versi qui vi ho raccontato; 
credo per6 piii d'uno se ne penti 
d'essersi coi ribelli accompagnato ; 

e tante piCi fatiche, assai piu stenti 
e tanti mali che avete operato, 
ed il peggio delitto certo parmi 
quello di romper e insudiciar I'armi. 

XIII. E se qualcosa sorge alia cittade, 
e se ci risolviamo di partire, 
nulla diremo di queste cenciade, 

le nostre donne ne vanno a morire; 
piuttosto gli darem delle legnate 
se credono di farci scomparire: 
piangan le donne, oppur gridi il curato, 
quello che si vuol far noi si k giurato. 



434 ARCHIVIO PhR LE TRADIZIONI POPOLARI 

XIV. Senza tamburi e senza le bandiere, 
senza nessun segnale di far guerra, 
armi da tagllo sol con gran potere 
le teste si vedran cadere in terra; 
pochi fucili e poche palle avere 
cosi principierA la nostra guerra: 
govemi non vogliamo provvisori : 
uno ne abbiam che val cento tesori. 



\ 



L 



PROVERBl E SENTENZE TEDESCHE 



1. Chi tiene un'anguilla per la coda, non Tha, ne mezza, n^ intiera. 

2. Ci6 che non da il campo, deve dare la schiena. 

3. Aquila non cova mai colomba. 

4. L'aquila non caccia mai mosche. 

5. L'aquila ha grandi ali, ma anche grandi artigli. 

6. II migliore avvocato h il peggior vicino. 

7. Le scimie e i preti non si lasciano mai punire. 

8. Chi troppo vuole, nulla stringe. 

9. Ai vecchi il consiglio, ai giovani Tazione. 

10. I vecchi si onorano, i giovani s'istruiscono, i sapienti s'interro- 
gano e i pazzi si sopportano. 

11. Vecchi amici, vecchio vino e vecchi danari hanno valore dovunque. 

12. Vecchie chiese hanno oscure fmestre. 

13. Impiego senza stipendio fa ladri. 

14. Chi molte cose comincia, non ne compie alcuna. 

15. Come il lavoro, cosl la ricompensa. 

16. II lavoro ha radici amare, ma dolci frutti. 

17. Chi viene al lavoro non chiamato, non ha diritto a ricompensa. 

18. Colui soltanto diventa povero, che non sa conteggiare. 

19. La poverta ^ la mano ed il piede della ricchezza. 

20. La poverta h il sesto senso. 

21. Fra ricchezza e 'f)overta b la vita migliore. 

22. Medico novello, nuovo cimitero. 



i) Sprichwdrler und Spruchreden der Deiitschen, Leipzig, bei Otto Wigand. 



436 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

23. Chi non apre gli occhi, apre la borsa. 

24. Fuori si hanno cent'occhi, a xasa appena uno. 

25. Gli occhi sono piu grandi del ventre. 

26. Quando gli occhi non vogliono vedere, non valgono n^ occhiali, 
n^ luce 

2T. Ci6 che si impresta non si migliora mai. 

28. Chi vuol fabbricare deve calcolare due soldi per uno. 

29. Chi impresta s\ crea impicci ; chi restituisce, rammarico. 

30. Ricompensa anticipata rende pigr » il lavoratore. 

31. Chi fa fuoco con piu fucili, colpisce raramente nel segno. 

32. Ci6 che non prende Cristo, si prende il fisco. 

33. A casa sua un uomo vale f)er due. 

34. Chi d^ mangiare senza bere, non pu6 essere ringraziato. 

35. Troppa umilta k orgoglio. 

36. Non tutti sanno far versi, ma tutti vogliono giudicare. 

37. I piccoli ladri si impiccano, i grandi si onorano. 

38. 1 ladri grandi impiccano i piccoli. 

39. Chi ti minaccia lungamente, non ti uccide. 

40. Stato matrimoniale, stato di dolori. 

41. Non cade la quercia al primo colpo. 

42. Senza gelosia nessun amore. 

43. La lode propria displace, la lode fattadall'amicofe dubbia, quella 
fatta da chi non ti conosce h la migliore. 

44. L'unione fa la forza. 

45. Conviene battere il ferro quando h caldo. 

46. Un uomo di esperienza vale piu di dieci sapienti. 

47. Allorchfe due asini si istruiscono vicendevolmente, nessuno dei 
due diventa dottore. 

48. Lascia partire chi non vuol rimanere. 

49. Un nemico h troppo e cento amici son pochi. 

50. Chi ha tre nemici, deve rappacificarsi con due. 

51. A nemico che fugge, ponte d'oro. 

52. Chi vuole il fuoco deve sopportare il fumo. 

53. Fuoco nel cuore, fumo nella testa. 



PROVERBI E SENTENZE TEDESCHE 437 

54. 11 fuoco e Tacqua sono buoni servi, ma cattivi padroni. 

55. Non spegnere il fuoco che non ti abbrucia. 

56. Un piccolo pesce sulla tavola & migliore di un pesce grande 
nel fiume. 

57. Chi vuol pescare deve prima preparare le reti. 

58. Non volare se prima non ti sono interamente cresciute le ali. 

59. Chi vola tropp'alto, ha la vergogna d'una piu grande caduta. 

60. Tutti i fiumi corrono al mare. 

61 Meglio libero in terra straniera, che schiavo in patria. 

62. Gioia e dolore sono stretti amici. 

63. L'amicizia nata fra il vino, dura come Peffetto di questo : una 
sola notte. 

64 La pace nutre, Tinqyietudine consuma. 

65. Una pace ingiusta ^ migliore di una guerra giusta. 

66. Metti una rana sopra un seggio dorato, essa saltera sempre di 
nuovo nella palude. 

67. II frutto proibito ha miglior sapore. 

68. La vecchia volpe lascia il pelo, ma non il vizio. 

69. La polve deve prendersi con la volpe. 

70. Da una scintilla un grande incendio. 

71. I sudditi ballano la musica dei principi. 

•72. I principi hanno lunghe mani e molti orecchi. 

73. II favore dei principi e il tempo di primavera, I'amore di donna 
e le foglie delle rose, il giuoco dei dadi e quello delle carte va- 
riano ad ogni momento. 

74. Se un'oca beve, bevono tutte Taltre. 

75. Chi va superbo per la via, non ha quattrini in tasca. 

76. Un'ospite non invitato ^ un peso. 

77. II primo giorno I'ospite fe caro, il secondo h pesante, il terzo 
h insopportabile. 

78. Chi da volentieri, non interroga molto. 

79. L'undicesimo comandamento dice: non lasciarti sorprendere. 

80. Quando il pericolo cessa, il santo 6 deriso. 

81. II danaro domina il mondo. 

82. II danaro apre anche Pinferno. 

Archivio per le tradieioni popolari. — Vol. XIXIII. 63 



438 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

83. Molto danaro, molti amici. 

84. Se la sposa h il danaro, il matrimonio h raramente felice. 

85. Chi va piano, va lontano. 

86. Chi vuole il suo comodo rimanga a casa sua. 

B7. La voce pubblica ti fa il lupo piu grande di quello ch'esso ^ 
veramente. 

88. Quante piu leggi, tanti piu delitti. 

89. Nel gran guadagno v'^ grande inganno. 

90. fe meglio una cosa certa che cento incerte. 

91. Ognuno vale quanto ha. 

92. Ognuno ^ fabbro della propria sorte. 

93. La fortuna d'uno h spesso la sventura d'un altro. 

94. L'oro h sepolto nella profondit^ della terra, il fango invece si 
trova sulla via. 

95. Dio guarda attraverso le dita, ma non eternamente. 

96. Prima che tu cerchi Dio, egli ti ha gia trovato. 

97. Dio ti risana e il medico ne riceve la ricompensa. 

98. Colui che scava ad altri la fossa, non la scava talvolta che a 
s^ stesso. 

99. La bont^ fa cattivi servi. 

100. Un buon gatto raramente ingrassa. 
loi. Mani fredde, cuor caldo. 

102. Nel commercio nessuna amicizia. 

103. Chi deve morire appiccato, non pu6 annegare. 

104. Nessuna corazza ti salva dalla morte. 

105. Alcuni pigliano la lepre, altri la mangiano. 

106. Chi d^ la caccia a due lepri, non ne prende nessuna. 

107. L'onore della casa riposa sull'uomo e non sulla donna. 

108. Chi serve a piu santi, ha molti padroni e nessuna ricomf)ensa, 

109. Non v'^ santo, per quanto piccolo, che non voglia la sua candela. 
no. Chi si marita fa bene, chi non si marita meglio. 

111. Meglio morire appesi che annegati. 

112. Ai gran signori e alle belle donne si presti volentieri servigio, 
ma non si ponga in essi grande fiducia. 

113. Meglio piccolo signore che gran servo. 



PROVERBI E SENTENZE TEDESCHE 439 

114. Oggi a me, domani a te. 

115. Come i I pastore, cos^ la greggia. 

116. Chi vive sperando, muore digiuno. 

117* Se lo spaccar legna fosse un ordine, non sarebbero i monaci 

in si gran numero. 
118. Dal legno si fanno santi grandi e piccoli. 

Antonio db Marchi 

tradusse. 



CANTI POPOLARI 
RACCOLTI A FRASSO TELESINO 



I. 

Jietti I) a Tinferno e me diciero: Canta; 
E i' non cantai pe' tenere mente, 
Cera 'na ronna ch'era bella tanto 
Ce commatteva co' lo ffuoco ardente. 
N'addimannai lo ccome e lo quanto: 
« Donna, pecch^ le ppati tanti tormenti? » 
Chella se vota co' 'n 'amaro chianto: 
« Ci aggio fatto Tamore e mo' me pento ». 

2. 

Fiore d'amenta: 
'Sto saluto te manno a Reggimento. 

3. 
Bella! ce voglio i a rA[v]olivella, 
Addo' ce stanno le donne a lavane; 
Lk me la voglio sceglie la cchiu bella, 
Portare me la voglio pe' la mano. 
[O]gnuno che sconto dice « Quant' h bella ^ 

Add6 Ta' fatta 'ssa caccia riale? » 
« Ce I'aggio fatta a lo bosco de Anella, 
Dove lo vicer^ n'a pQto andane 2)». 

ti h'fft ghieiii pass. rem. di i oghiy andare. Confr. venufllidsiveni, tenietti 

51 QJuesto canto risalira dunque al tempo dei vicerfe spagnoli. I luoghi nomi- 
nat( ntin tis1$tono pero nel tenimento del paese; il che mi fa pensare che sia 
iit^itfi jtnpurtato da altre terre del Mezzogiorno. 



CANTI POPOLARI 
4. 

Che ai, amore mio, che tenite, 
Quacc'arma proibita ce porta te? 
M'a' menato a lo pietto e m'a' ferito, 
Le vvene de lo core m'a' ntaccate, 
E tanto de lo sango che c'e 'sciuto 
Che m'6 bastato a ffa 'na sciuriata. 

Dinto a 'sto vico ce se po' cantane, 
Ce sta' nennella mia che me onora, 
Bellizzi ce ne tene 'nquantitane, 
Tene sapienzia cchiii de no dottore. 
Si nenna mia s'avesse a pesane, 
'Na banna metto Toro e 'n'auta voi, 
Si m'attoccasse a me giustizia fane, 
Lassera Toro e me pigliera a voi*. 
6. 

1' sempe 'ntorno a vui' voglio girane, 
Come gira la lapa i) *ntorno a li fiuri. 

7. 

Dicimo tutti che la prima h bella, 
La 'reto 2) me trafigge 'e passione; 
Si Dio da lo cielo Ta destinato, 
Una pe' sposa e n'ata pe' cognata. 
8. 

Manno un saluto a la mia 'nnammorata, 
N'ato a la sua sorella uocchi 'ardito; 
O uocchi 'ardito, uocchi delicato, 
Vui site la cchiu bella de *sto vico. 

9. 

Faccia de 'na nova campanella, 
Sango dale de nennella mia, 



441 



i) La lapa: I'ape. 

2) La 'reto, cio^ quella che vien dietro, la seconda. La messa 'reto dicesi da 
noi Tultima messa dei giorni festivl. 



442 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

'No bacio te darri 'a 'ssa bocca bella, 
Doppo baciato che pena farria? 
Sarria la pena de me te spusane; 
[Emb^] chillo sarria lo genio mio. 

lO. 

Dint'a 'sto vico ce cantan'a dui' 
Pe' una figliolella che ce stane; 
1 La mamma le ccontenta a tutt'e dui', 
La figlia monacella ce fa fane. 
« Mamma, lo manto niro i 'no' lo voglio, 
Pure m'aggi 'a piglia chillo che voglio ». 
II. 

Ce sta 'na figliolella tanto scapace, 
Nisciun 'amante I'a pQta arriduce, i) 
Voglio vedene de la fa capace 
Mo' co' lo mio parlare tanto doce; 
Si pe' 'no caso non se fa capace, 
Abbocc 'a porta ce pianto la croce. 

12. 

Dint' a sto vico ce voglio fa 'n'arco 
De rosmarino e de gigli coverto; 
A' 2) finistrella toa la meglio parte. 
Dove riposa 'sso gentile petto. 

13. 

Fior de cerasa: 
Aggio girato il mondo, tu me piaci. 
14. 

Siti cchiu bella vui ca 'no sole, 
V'anno venuti I'angiol *a trovane; 
Tieni 'na casa tutta 'nnargentata, 
Dinto e da fore ce ietta sbrendore. 
Quanno iate a la tavola a mangiane 



I) Arriduce: ridurre mansueta, ammansire. 
2 Qui ed altrove Va' equivale a/la (a'a). 



CANTI POPOLARI 443 

'Nnante tenite 'no valente fiore; 
Quanno iate a lo lietto a riposane, 
La ce trovate Dio e lo Sarvatore. 

15. 

Mo' se parte lo sole e va' calane 
'Ncopp'a le trecce de nennella mia, 
'Ncopp'a 'sse trecce n'auciello d'oro 
'Ncopp'a 'sse trecce lo farria cantane; 
'Ncoppa a 'sso pietto 'na catena d'oro. 
Trentatr^ once la farria pesane; 

Ce venesse lo masto de Toro, 
Chillo che fece Taquila romana; 
Ce venesse lo rre co* la corona, 
Dice che me volesse 'ncoronare, 
1' pure ne dicera: None^ none, 
Lo prim' amore non se scorda mai. 

16. 
Ci aggio venuto de lontan paese, 
Pe ve veni a trova, gentile rosa, 
Ce tieni 'ssa boccuccia sempe a riso, 
Pare che me vuo' ricere caccosa; 
Tieni 'sso petto, addora 'e paraviso, 
Ce stanno pastenati i) fiuri e rose. 
1' tanno 2) me ne vavo *a 'sto paese 
Quanno si mmorta tu, gentile rosa ; 
Quanno si mmorta, vai 'nserbitura, 3) 
Tu polvere addivienti, i' t'amo pure. 

17. 
Palazzo d'oro e le mmure gentile, 
Quanno te viddi me ne 'nnammorai, 
Quanno te viddi le grade sagline, 



i) Pastenati: piantati. Pastenare d fare un aio di pianticelle da trapiantare. 

2) lanno: allora. 

3) 'nserbitura: \Xi sepoltura. 



444 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

No cusciniello 'nsina i) ricamava; 
Ce ricamava carmosino fino, 
Li punti le mmetteva a la romana. 
i8. 

« Site cchiu bella vui' che la bellezza, 
Ce 'rrasomigli a la neve de Marzo, 
Ce puozz 'av^ 'na grossa contentezza, 
Come Tavio Maria co Giesu 'mbrazzo *. 
« 'Cossi la puozz'ave, ninnillo mio, 
Co' ghi CO' nenna toa a brazzo a brazzo ». 
19. 

Voglio iettane 'no luongo sospiro, 
A Santo Luco 2> o voglio fa' arrivane; 
Ne voglio dice: « Santo Luco mio, 
Le donne belle pecche I'a 'criatej? 
Ce i'a' criate pe' me fa' morine, 
O puramente pe' me fa' dannane? » 
20. 

Faccia rossa mia com' a granato, 
Voglio sape' da me che pretennite. 
Pe vui' 'no figliolillo s'e 'ncrapicciato, 
A' ditto ca ce vo' perdere la vita. 
A' ditto la vostra mamma e lo vostro pate, 
Ca chessa lite vui' no' la vincite. 
De una cosa me ne displace 
Tenite lo iuricio e ve perdite. 
21. 

Sera la viddi la chiantina d'oro, 
Stera a la finistrella che coseva ; 
Ce steva cchiu da dinto che da fore, 
Suio lo bianco petto ce pareva. 
lo ne dissi: Addio, chiantina bella, 

ti 'nsina: in seno. 

2) San Luca Evangelista, il santo pittore della tradizione popolare. Quante 
immagini della Vergine, annerite dal tempo e venerande, sono attribuite a lui! 



CANTI POPOLARI 445 

No giorno c\ ai a essere la mia. 
Chella se vota co' 'na grazia bella: 
« Cchiu de la vosta che de mamma mia *. 
22. 
Sera i) la viddi la callabreseUa, 
Tutta bagnata de acqua de neve. 
lo ne dissi: « Addio, calabresella, 
'Na veppeta 3) de 'ss 'acqua me farria ». 
Chella se vota co' na grazia bella : 
« Non €ulo Tacqua, la persona mia 3) ». 

23- 

Amore mio, no' me ne fa' tante, 
Che non so' d'oro li tuoi pannamenti, 
Che non si figlia de quacche mercante, 
Figlia de zappatore veramente. 
Tu te cridi de veve a lo bicchiere, 
Te cali 'nterra e vivi a lo pantano. 

•24. 

Dint'a sto vico addora de moscato 
Chiu che n 'addora a la speziaria, 
'No pede de cetrangolo c'^ nato. 
Li rami ann'arrivati a' casa mia. 
'Ncapo de I'anno ce vieno tagliati, 
Pe' ffa' lo telariello a nenna mia, 
Chella ce tesse I'oro e lo fifilato, 
E se la spassa la soa fantasia. 
[P5] I'oro e lo fifilato resta a vui', 
La figliolella me la spuso io. 



1) S^rai leri sera. 

2) Veppeta: bevuta, da vei^e, here. 

3) Questo canto, diverse nel concetto, h per6 simile per andamento e forma 
al precedente. Tali simiglianze sono frequentissime nelia poesia popolare, dove 
la forma ky in certo modo, cosa di tutti e di nessuno. 

ArchMo per le iradMoni popolari, — Vol. XXIU. 51 



1 



446 ARCHIVIOPER LE TRADIZIONI POPOLARI 

25. 

Figliola, figliolella, t'aggi 'amata, 
Co' li carizzi t'aggio mantenuta; 
Co le mmie mani non t'aggio toccata, 
Sempe co' Tuochi t'aggio liveruta i); 
Sempe dint'a sto petto t'aggio portata, 
Come int'a 'n'abetiello de velluto. 
26. 

[fe] partuto ninno mio, 6 ghiuto a Foggia, 
C'^ ghiuto a fare la fera de Maggio. 
Vorria sapere a qua' taverna alloggia, 
Ce le vvorria manni quatto messaggi; 
Vorria manni 'na chioppa «) de rosielli : 
« Va pe' la parte mia, salutammillo 3) ». 

27. 

Faccia de 'no carofano verdisco 
Quanno ce vidi a me muti colore; 
lo comm'a 'na fravol 'arrossisco: 
Pe' vui' non ce ne tengo passione. 
28. 

La prima vota che parlai co vui', 
'Sto core m'a ferito e I'anima pure. 
'No ve ci avesse mai canosciuto, 
Sconsolatella no' me trovarria! 
r mo' ce stongo 'mmiez'a tanti guai, 
Consolame pe' piet^, ninnillo mio. 
E si consuolo tu no me ne dai, 
'Ncoppa a 'sse bracce toe st'anima spira. 



i) Liveruta: riverita. 

2) Chioppa: coppia. 

3) Moiti Frassesi erano, anni fa, zatecali, cio6 commercianti che, carichi i loro 
muli (vateche) della merce pid svariata, la portavano a vendere nei paesi del Mo- 
use, dell'Abbnizzo, del Foggiano. E parecchi si sono stabiliti in quei paesi e vi 
han fatto fortuna. 



CANTI POPOLARI 447 

29. 

Sera passai da cc^, carcai li passi, 
Mammeta contr'a me quante ne disse! 
Fassa, ca non ce avesse mai passato, 
Co' st'uocchie non t'avesse mai guardata, 
'Ssa rara 1) no* I 'avesse mai sagliuta, 
'Ssa seggia no' m'avesse mai 'ssettato, 
'Ssa giarla non ce avesse mai bevuto, 
'Sso lietto no' m'avesse mai corcato, 
Figliola, non t'avesse conosciuta! 
30. 

Bella! si me lo di[v]i lo maccaturo, a) 
Me lo portava a lo sciume a lavane; 
Me ce metteva a no canto de fiume, 
Ogni 'ncrespata 'no bacio d'amore. 
Ce lo spanneva a chillo bianco sole, 
Ogni stirata 'no mazzo de fiure. 
Po' te lo deva quanno stivi sulo, 
Pe' te le manii 'sse bianche mane. 

31. 

Me so' sossuta 3) a I'arba stamattina 
Pe' gW a ved^ lo sole add6 riposa; 
Chillo riposa 'nfacci 'a la marina, 
Dint'a 'no giardinello a coglie rose. 
[A]rriva la rosa e me pogne 'no dito: 
Chisto ^ ninnillo mio che vo' caccosa. 
Ninnillo mio, non aggio che te dane,. . 
Te manno 'no carofano ch'addora. 
Te lo mitti a la ta[v]ola quanno mangi : 
Ric5rdate de me tre vote I'ora. 



i) 'Ssa rara: cotesta scala. 'Rara sta per grada. — *Ssa e 'sso nei vers! 
es3nenti valgono: a cotesta, a cotesto. 
a) Maccaiuro: moccichino, fazzoletto. 
3) Sdiserse vale levarsi di letto. 



448 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Tre vote Tora e po' tre vote Tanno : 
Lo Natale, la Pasqua e lo Capx) d'anno. 

32. 
Aota e diritta comm'a na canna, 
Non so addo' i) iate ce mittite tenna ; 
♦ Tieni 'no naso, me pare capanna, 
L'uocchi parino *e porte de Tinferno. 
La faccia carpecata a banna a banna 2) 
Pare lo crivo che lo grano cerne. 
Li 'nnammorati tuoi so' stati tanti, 
Tutti te Tanno data la licenza. 
Si mo' ce aspettarrai le mmie speranze, 
Dannata morarrai, aggi pacienza! 

33. 
lesci 'mmiez'a la chiazza e fai lo guappo: 
Non tieni cinco 'rane dint'a la sacca. 

34. 
r prima te tenea pe' uomo esatto, 
Mo te ce tengo pe' pignato rutto; 
'Ste doe parole te le scrivo 'nfronte: 
Che chi si piglia a te lo ciuccio accatta. 

35. 
« No 'me ne fate tante, pure h peccato ; 
L'acqua stutaa) le llegne e more lo f¥uoco ». 
« Pe' ce stuta lo ffuoco ce vo' l'acqua, 
Pe ce spartere a nui' ce vo la morte ». 
36. 
Chi ce se 'nzora e chi se vo 'nzorane.U) 
Si h pe' mene non conosco amore. 
'Ncapo de I'anno ce vieno li guai, 



r) Non so addd^ cio^ non so dove: dovunque. 

2) Carpecata a banna a banna: butterata da una parte alFaltra. 

3) Siutd: spegnere. 

4) N'zorarse^ ammogliarsi. 



CANTI POPOLARI 449 

Vieno li figli e chilli so' li pei'. 
Qiianno iate a la tavola a mangiane, 
N'accuordi cinco e ne chiagnino sei, 
Quanno iat'a lo lietto a riposane, 
Non ce lo puoi st^nnere 'no pere; i) 
Lo pate le ccomincia a schiaffiane, 
Esce la mamma: So' fatiche mei'. 

37. 

Tutti li miezMuorni anno sonati, 
Sulo lo mio n'a sonato ancora, 
Vacce zi pre[v]ete mio, vacce lo sona, 
Lassa mangi^ chi n'a mangiato ancora. 
38. 

Tutti li prie[v]iti pozzano morine, 
Sulo lo mio ce pozza campane! 
Dice la messa matina matina, 
Po' ce se mette a tavola a mangiane. 

39- 

Com'abballano belle ste figliole! 
Le voglio 'mmariti a Santa Lucia 2). 
Ne voglio dk no ricco pescatore, 
Chillo che pesca la luna e lo sole. 
La luna co' lo sole so' pariente, 
Le stelle de lo cielo tutte quante. 

Carmine Calandra. 



1) 1 figlioletti minori e talvolta, purtroppo, anche i pid grandi, donnono nel letto 
stesso dei genitoii, quando la famiglia h povera. 

2) Santa Lucia 6 il quartiere dei pescatori a Napoli. Di li 6 venuto questo canto, 
insieme con la tarantella, a cui serve d'accompagnamento. 



CANTI POPOLARI KACCOLTI IN NOVARA-SICULA 



Parlata di S. Basilio. 

I. 

Undici regni e li capi maggiuri, 
Dudici donni cu tanti grannizzi, 
Tridici cori e quattordici amuri, 
Chinnici su' li re di ssi billizzi, 
Sidici stilli e dicissetti luni, 
Dicidottu arceri cu tanti grannizzi, 
Vintidu' speri e diciannovi suli 
Tutti stannu suggetti a ssi billizzi. 

2. 

Oh Diu chi un pisci d'oru divintassi 
Quant'a mmenzu a lu mari mi ni jissi, 
Vinissi lu marinaru e mi pigghiassi, 
Mi purtassi a la chiazza e mi vinnissi; 
Vinissi la ma 'manti e mi catassi, 
Nta na padedda d'oru mi friissi; 
lu nun mi spagun s'ella mi mangiassi 
Basta nta li so braccia mi tinissi. 

3. 
Hai Tocchi niri chi mi fai muriri, 
Sempri versu di tia mi fai guardari ; 
Si' carta bianca e si' troppu gintiri, 
Li toi modi mi fannu apaccYari; 



CANTI POPOLARI IN NOVARA-SICULA 

Sugnu d'arrassu e lu cori mi tiri, 
Penza s'iu nun avessi di parlari! 
Mi cuntentu a fari na morti scrudiri 
P'un fari la spartenza di ramuri. 

4. 
Ho firriatu li Spagni e I'lgnisdei, 
L'Africa e la mita di la Turchia, 
Ho vistu 'Ngrisi aiutari ludei, 
Macrezia rumanza a la Bafia, 
Ho vistu ninfi belli fatti onsdei 
Pi pYantari la to signuria, 
Ma quantu n'hannu vistu st'occhi mei 
Tutti su belli e nulla comu a tia. 

5. 
O rindinella chi passi lu mari 
Ferma quantu ti dicu du' palori, 
Dammi na pinna di lu to vulari 
Quantu fazzu na littra a lu miu amuri. 
D'ora cWh fatta lo vogghiu firmari, 
Firmata cu du' centu chiavaturi, 
Pigghiu li chiavi e po' li jettu a mari 
Pi nun finiri chiu lu nostru amuri. 

6. 

Fui Ninuzza ca la morti veni, 
Tutti li beddi si voli pigghiari; 
Tu chi si bedda mettici pinseri, 
Li to billizzi a cu ci Tha' lassari? 
Nun li lassari a quarchi jucaturi 
Chi si li gioca pi roba e dinari, 
Ma lassamili a mia chi su arginteri, 
Nta un 'ngastu d'oru li vogliu 'ngastari. 

7. 

Mi partu e mi ni vaiu a la marina 
E vaiu viru si c*h genti assai, 



451 



452 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

L^ cc'^ na picciuttedda di Missina, 
Di li billizzi soi mi 'nnamunai; 
Avi un jippupi di sita arancina, 
Lu mastru fuggi d'iu chi lu tagliai, 
Di li ritagli nni fici catina, 
Lu ma cori a lu suu lu 'ncatinai. 

8. 
Si donna d'ogni pedi chi cumanni, 
Tu si patruna di li setti munni, 
D'unni camini tu, d'unni chi hanni 
Scarpezi oru finu e petri brunni, 
Si lisciata lu ventu a tutti banni, 
E di lu mari chi ci sunu Tunni, 
E tanti su li grazi chi tu spanni 
Chi chiami a lu to 'manti e ti rispunni. 

9. 

Giuvinu, si fidili e no custanti, 
Cu quali cori bandunasti a mia ! 
Tu m'hai giuratu di suspiri e chianti 
Dicennu chi la morti ni spartia; 
Giru e girir6, nun trovu amanti, 
Comu nun ci appi la sorti cu tia ! 
Tu ti sciardiirai cu la to 'manti, 
Ma iu mi sciarrir6 megliu di tia. 

10. 
Vurria sapiri unni stati e lu 'nvernu 
Chi stavu friscu e beni la stagiuni. 
Staiu ne lu giardinu di Palermu 
Unna c'fe spampanati rosi e fiuri, 
Unna si gira Tom supra un pernu 
Di lu palazzu di su maest^; 
Oh chi t'avissi na notti di invernu 
Granna quantu dui jorna di Test^l 



CANT! POPOLARI Dl NOVARA-SICULA 453 

II. 

Santu Antuninu quann'era malatu 
Fici 111 vutu di annari 'n Turchia, 
Ma po' ristau tuttu sbarrucatu 
Pinsannu ch'avia a fari tanta via, 
Chi avissi un cavaluzzu ben firratu ! 

Lu Santu Sacramentu sa ralatu, 
E viva di lu Carminu Maria ! 
12. 
Simu dui cori fidili 'ntra un pettu, 
Simu dui picciutelli uguali uguali, 
E nui n'amamu e ni vulemu beni 
E tutti cosi n'avemu a fidari ; 
Supra di nui no c'^ nullu oggettu, 
Sunu li genti chi vonnu sparari, 
Nui megliu n'amu a amari a so dispettu, 
La testa pi li mura s'hannu a dari, 

13- 

Arsira di Palermli ci passai 
Cera facciati a na finestra dui, 
E chiu d'un'ura e menzu li guardai. 
« A tia picciottu, pirchi guarni a nui ? » 
« Vi guarnu pirchi siti bella assai 
E vostra soru e chiu bella di vui >►. 
« Chiana, birbanti, discurri cu nui, 
Ma allu matinu a jomu ti ni vai ». 

14. 

No ti vogliu, no, no, iu chiu p'amanti, 
Ti I'haiu ditu risulutamenti, 
M'hannu passatu li speci d'avanti, 
Ora nun ci si chiu nta la me menti ; 
Si ti viiu parra cu n'atra amanti, 
Sbasciu Tocchi a la terra e su cuntenti, 

Archivio per le trcuiizioni popolari. — Vol. XXIU. 55 



'^wv. 



454 ARCHIVIO PfcR LE TRADIZIONI POPOLARI 

Ma si mi prighirai comu li santi, 
Sdegnu nni truvirai, amuri nenti. 

15. 

Signura zita, mi fazzu la scusa, 
Apposta vinni a stu logu a cantari, 
Vui siti na picciotta graziusa, 
Siti allu puntu di vi maritari, 
Vui siti bella assai, siti vizzusa, 
Da I'arcu di Nu^ putiti stari ; 
Biatu Tomu chi v'avi pi spusa, 
Chi notti e iornu si ni po prigari ! 
16. 

No vi salutu pirchi siti tanti, 
Apposta n' parru e no vi dicu nenti 
Pi n' dimustrari chi vi sunu amanti, 
Pi no c\ dari scannalu a la genti; 
Bella quannu pass'iu di ca vanti 
Tutti salutu e tu sula mi senti, 
Chi c'^ li tradituri e li frofanti, 
Iddi di pena hannu a muriri e stenti. 

17. 

Garofanu, di Spagna sivinutu, 
'Di li crastuzzi me fusti chiantatu, 
Ma chi" bella criscenza ch'a'ffaciutu 1 
Sira e matina Taiu biviratu, 
Nuddu vinticeddu ci ha pututu, 
Nemmenu pampanedda t'ha livatu, 
Quannu ti coglir5 sarai compiutu, 
Garofanu d 'amuri spampanatu. 

18. 
Ti vogliu beni, amuri miu prifettu, 
Sempri fermu e fidili senza pattu, 
Pi sigillu ti tegnu 'da lu pettu 
Comu fattu I'avissimu a cuntrattu; 



CANTI POPOLARf Dl NOVARA-SICULA 455 

A mezzu di mia e vui nun c'^ difettu, 
Si ni amamu nui dui nun fu gran fattu, 
Tannu vi Iascir6 di lu me pettu 
Quannu la vita mia ^ misa 'ntrattu. 
19. 

U' iornu da li scusi iu scriviva, 
L'anima da lu pettu mi staccava, 
Pinsava la tardanza e chianciva, 
La carta cu li lagrimi bagnava, 
Quannu lu brazzu miu iu spingiva 
La pinna di li manu mi trimava, 
Bedda pensulu tu chi pena aviva 
Quannu a rasu di tia luntanu stava. 
20. 

No vogliu bedda che ti scozzi nenti 
Nemmenu chi mutassi fantasia, 
Pigliati a cu ti veni da la menti 
Ca nun ^ persu Iu munnu pri mia. 
Ora li sapi li to comprimenti, 
Lu cori epi e ti Iu desi a tia 
E tu mi Thai rinutu a mancamenti, 
Ci curpu iu chi vasi amari a tia. 
21. 

Lasciu na petra virda suttirrata 
D*ora Tamanti mia nu lu sapia, 
Si petra virdi e si petra 'ncastata, 
Petra chi no ci n'& all'argintaria, 
Bucuzza di n'anellu sigillata 
Ognunu chi ti vidi ti vulia, 
D'ora la nostra sorti ^ distinata, 
A Tautri ci ristau la gilusia. 
22. 

Siti vinuta da luntana via, 
Scriviri mi la vogliu sta giurnata, 



456 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

lu sta cosa no mi la cridia 

Di veni 'da sta casa cunsulata; 

Prima salutu la sogira mia> 

Di 'dornu a *domu tutta la casata, 

Dopu salutu a cu vo' t)eni a mia 

Fugliuzza d'una rosa spampanata. 

23. 

Tu sii na ninfa d'oru senza 'gannu, 
StamjMita fusti 'da un libru d'altizza, 
Moriri lu facivi a lu tirannu 
Quanu spicivi chista bruna trizza; 
Cu pratica cu tia non sinti affannu, 
E cu ti guarda mori di ligrizza, 
Chi pozza mi campati centu e un annu 
Pi grazia di Diu, pi cuntidizza. 

24.* 

Giuvanu, di mia chi n'hai saputu 
Chi notti e iornu m' hai murmuriatu? 
Sunu i'oricchi mei ch'anu sintutu 
Ma iu pi mali nu haiu parratu, 
Mi sentu comu un arbiru cadutu 
Di ramu e ramu tuttu caricatu, 
Si la sorti mi duna quarchi aiutu 
Risposta ci dar5 a cu m'ha sparratu. 

25. 
No su scava no no, libira sugnu, 
No patu chiu li peni chi patia, 
Comu judea mi tinivi in pugnu, 
Li passi mi cuntavi un'^ chi ia; 
Mastica feru e 'ghiuti stu cutugnu, 
Muciti quanti voti vi'di a mia, 
A chilo locu ch'era ancora sugnu 
E si ti vogliu amari sta a 'da mia. 



CANTI POPOLARI Dl NOVARA-SICULA 457 

26. 

Amuri, amuri, no mi maltrattari, 
Di mia no po\ pruvari gilusia, 
D'amari a nautru ti lu poi scurdari, 
Un cori api e te lu deti a tia, 
Li sensi mi Tha' fatu straviari 
Cu lu tantu vuliri beni a tia, 
Ninuzzu beddu, ti lu po' vantari: 
Tu si patruni di la vita mia. 

lu mi ni vaiu chi mi n'aiu a iri, 
E ti lu lasciu stu cori custanti, 
Si ti lu lasciu no mi lu tradiri, 
Pusessu no ni dari a autru amanti ; 
lu tra lu sognu ti vegnu a vidiri, 
Comu na umbra ti staiu davanti, 
Mina lu ventu di li mei suspiri, 
L'acqua chi bivi sunu li me chianti. 

28. 
O cugnatuzza china di valuri, 
Chiddu chi vi prumisi v'aiu a dari, 
Vi prumisi un biancu mucaturi 
Cu quattru lazzi di sita pi signari, 
Ci n'era unu di milli culuri, 
Lu giarnirellu mi fa pazziari, 
E tannu si fara lu nostru amuri 
Qua nu veni giunettu 'da natari. 

29. 
Quannu nascisti tu, rosa 'castata, 
To mamma parturl senza duluri, 
Nascisti la notti di la Nunziata 
Chi li campani sunavanu suri, 
A lu fonti di Roma fusti battizzata, 
E lu cumpari fu Timperaturi, 



458 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Di bona genti e di bona casata 
Bella chi no ci n'^ sutta lu suri. 

30. 
Facciazza d'una tonica baggiana 
Metti 'n scumpigliu mezzu Barcillona, 
Genti n'hanu vinutu di la chiana 
Pri vidi sa picciotta s'evi bona, 
E rifunuta comu na campana, 
Unna la tocca tocca idda sona, 
Va pigliti la rgca e fila lana, 
Muciti intra e no nesci chiu fora. 

31- 
Di chista strata no ci haiu passatu, 
A vostra figlia no vi la sapia, 
A lu barcuni la vitti facciata 
1 quattru cantuneri stralucia ; 
Cu so padruzzu iu n'haiu parratu 
Ed ^ so mamma la socira mia, 
La rosa ancora no ha spampanatu, 
Quanu spampanara sara la mia. 
32. 
Sdegnu e risdegnu comu ti sdignai, 
Focu di Tariu si ci pensu chiui, 
Di sta catina mi ni scatinai 
E 'catinari no mi vogliu chiui, 
Ora figliuzza chi mi cunfissai 
A lu to latu no ci vegnu chiui. 

33. 
Su virdi chi significa firmizza, 
Lu cori miu h sempri fermu in vui, 
Su coru si lamica stizza a stizza 
E si lamica chi no vidi a vui, 
Voi chi Taduramu sta bilizza? 
A mia aviti a amari e a nuddu chiui. 



CANTI POPOLARI DI NOVARA-SICULA 

Curnutu, curnutazzu, malantrinu 
No ci passari chiu di la firrera, 
Chi si ti 'ncagliu la barba ti tiru 
E mi la mettu tra lu saccapani, 
E mi ni fazzu cauzetti di piru, 
E mi li vinu a tri carini u paru. 

35. 
A via n'anellu ch'era tantu finu 
Ch'era 'castatu 'da na virga doru, 
Ho persu lu domandi e lu zicchinu 
Unna li scusi mei aicati foru; 
Oh celu e terra, stilla dijnatinu, 
D'ora dunami tu quarchi cunsoru 
O quarchi iornu sintiriti diri 
Sutta la to fmestra vegnu a moru. 

36. 

Gintili donna e gintili signura 
Gintili evi lu lettu uni chi stai, 
'Da lu pituzzo toe teni du puma 
Li teni virdi e nun sicunu mai, 
Ti pregu bedda dunaminni una, 
Si su malatu sanari mi fai. 

37. 
Cera na donna facciata a barcuni 
Chi bivirava lu bascinic6, 
lu ci dissi : damini na rama, 
Idda mi dissi : pi' sta vota no, 
Veni dumani quannu c'^ me mama 
Ca ti lu dugnu cu tutta la grasta. 

38. 
Catarinedda, sciuri di bilizzi, 
No vidi ca ti pendunu li lazzi ! 
O ti li tacchi nunca ti li 'drizzi 
Ca Tomini pir tia nesciun pazzi. 



459 



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460 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOURI 

T'amai, ti disamai; t'api gidenza (?) 
Si t'aiu a amari chiu Diu mi ni scanza, 
Fuggi cuntenta di la to partenza 
E puramente di la to luntananza, 
Sicca lu sciuri e cadi la simenza, 
Giuvinu cu mia no hai spiranza, 
Cantannu ti dumannu la licenza 



40. 
Sciatu di Parma mia quantu hai patutu ! 
Quantu peni a lu cori t'hanu datu ! 
Sunu li genti chi n^hanu tradutu, 
Li parenti chi n'hanu banunatu. 
Facemuni na pocu surdi e mutu 
Sinu chi hanu lu munnu achiustatu, 
E a dispettu di cu n'ha tradutu 
Amamuni comu n'havemu amatu. 

41. 

Comu dui palumelli nui n'amamu, 
L'amuri di luntanu ni facemu, 
Pi fariti carizzi moru'e bramu. 
No ti ni fazzu, pi to mamma tremu. 
Va pigliati sta littra chi ti manu, 
Comu ti rha' passatu amuri estremu, 
lu mi dinocchiu e ti baciu la manu, 
Cu sa si nautru jornu ni videmu. 

42. 
Sugnu a rasu di tia, su fora regnu, 
Mi ardu e brusciu comu un siccu lignu, 
S'avia carta, calamaiu e 'gegnu 
Scriviri mi vulia su nomu dignu, 
Spero ne li tro brazzi mi ci vegnu 
Si la morti no fa quarchi disignu. 



CANTI POPOLARI DI NOVARA-SICULA 461 

43. 

Siccan lu gigliu e la simenza fici 
Cantau Tucceddu e dissi fici fici, 
No chiu scerra no no, facemu paci 
Avanti d'ora eramu nimici 
Ora saremu na casa furaci (?) 
Tu ti scialirai cu li to' amici, 
lu mi divertir6 cu cu mi piaci. 
44. 

Tu mi lasciasti e nu moru pi chissu, 
N'haiu megliu di tia si vogliu spassu, 
L*amuri lu canciasti da tia stissu, 
E nun hai guadagnatu quantu hai persu, 
Dopo chi fici viaggi allu spissu 
No t'haiu datu nesciunu teressu. 

45. 
Si russa e bruna comu la castagna 
E agra e duci comu na lumia, 
Fustivu fatta a lu funti di Spagna 
E la nomina tua passa Turchia, 
Lu pisci fora Tacqua pocu campa 
E ix)cu campu iu pinsannu a tia. 

46. 

No su mortu no no, su vivu ancora, 
L'oliu di la lamba ancora dura. 
No m'ha mancatu lu spiritu ancora 
N^ mancu la me 'manti mi bannuna, 
A chi m'ha ofifisu ci dugnu palora 
Ci ci miscu la testa pi li mura. 

47. 

Li to gigli su rimi n'autu mari, 
Si barca chi navichi senza veri, 
Piu bella di chi si no ti poi fari, 
Si n'angiula calata di li celi. 

Archivio per le treuUaioni popolari. — Vol. XXIII. 56 



462 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Bedda pi tia masticu tossu e feri 
Chi da la genti ti lasciu parari, 
Chi Tapa no si parti da lu meli. 

48. 
Vaiu giranu comu fa lu nigliu 
E 'da li matinati mi ricogliu, 
Rustutu mi lu mangiu lu cunigliu 
Comu nu pisciu banatu 'da I'ogliu, 
Ma d'iu di si pi^^iotti no ni pigliu, 
Cosi 'n cumunitati no ni vogliu. 

49. 

Quannu si arza si lava li mani 
Si sciuga cu nu biancu mucaturi, 
Dopu lu manna a lu sciumi a lavari, 
Acqua d'argentu e sapuni d'amuri. 
E poi lu scendi a na raia di suli 
Supra na rosa pi no tacchiari; 
Quannu chi sciuca lu fagi cugliri 
Adagiu adagiu ci metti I'oduri, 
E po' lu manna a la cascia a sarvari 
E po' lo nesci cu lu primu amuri. 
50. 

La to billizza na chiaga m'ha fattu 
A la parti sinistra 'da stu pettu, 
Si tu pati pri mia no ^ gran fattu 
Chi d'iu p'amari a tia la morti aspettu, 
E si sar6 a la sipultura trattu 
Di li me ossa stissi avrai rispettu, 
Bedda p'amari a tia su com' un mattu, 
Si rosa spampanata di stu pettu. 

51. 

Ngrata spartenza, comu vi lasciai, 
Pensa su cori si n'avi duluri! 
lu pensu li suspiri chi tu fai, 



CANTl POPOLARI DI NOVARA-SICULA 463 

E a stu ucchiuzzu chi chianci pi vui ! 
Comu n'avemu amatu tu lu sai, 
E comu mi appi a spartiri di vui ! 
Siddu malatu cascu, zara mai, 
Lu saciu certu chi moru pri vui, 
52. 
No ti lasciu no no, piu no ti lasciu 
Mentri chi sugnu 'da turmenti e peni, 
Da lu latu to chiu no mi rasu, 
Chi notti e jornu lu me cori gemi, 
Si stavi un'ura e mezzu da tia a rasu; 
Evi Tamuri tovu chi mi tratteni; 
Vi desi la parola chi u' vi lassu 
Sempri avir6 cu vui lu me pinseri. 

53- 
A mezzu di lu mari c'^ un scogliu 
Chi notti e iurnu lu batti lu mari, 
A tia midemma iu battlri vogliu 
Cu li missaggi chi t'haiu a manari, 
Comu ti fici to matri ti vogliu, 
Cu roba senza roba n'amu a amari. 

54. 
No mi sprizzati no, no mi sprizzati 
Pirchi 'bascia furtuna mi viditi, 
Pirchi li robi mei sunnu strazzati ; 
Un iornu un foru comu II viditi. 
Si vi mittiti e mi cunsidirati, 
Com'^ chi di la pena no muriti? 
O pi lu menu quannu ci pinsati 
La testa pi li nura nVi sbattiti? 



464 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Parlata di Fondachelli. 

55. 

Da tantu tempu chi pumpusa vai 
Ti appi a miu vuliri e tantu basta, 
Ti visti, ti tuccai, ti maniggial 
La megghiu cosa chi tinivi 'ngrasta, 
Sacciu lu ben sapuri e tu chi hai, - 
Sacciu s'^ molla o dura la to pasta, 
Non mi nna curu si nun n' appi assai 
Ca a Tomu ci suverchia quantu tasta. 

56. 

Quantu biddizzi c'avi sta signura 
Nun i'avi no Palermu e no Missina, 
Avi li billizzuzzi di la luna 
E di lu suli la cilesti spera, 
L'ancili vennu 'nterra a una a una 
Pir vidiri a vui granni signura, 
Chi pariti la stidda matutina, 
Chidda chi sta a latu di la luna. 

57: 

Ca lu jettu un suspiru e ca lu lassu 
Pir tia figghiuzza ca mi fai muriri, 
Chista ^ la strata di lu curtu passu 
Jeu chiu avanti di ca nun pozzu iri, 
Facciti bedda s'anunca trapassu, 
L'arma mi sentu di stu j)ettu usciri, 
E s' iu moru tistamentu lassu : 
La causa si tu mi fai muriri. 
58. 

Sti occhi cu li toi fanu I'amuri, 
Nun sacciu chi rimediu truvari, 
Ardiri mi dumanna lu ma cori 
Sempri vicinu a tia vurrissi stari; 



CANTI POPOLARI DI NOVARA-SICULA 465 

Mi prumittisti chi nun canci amuri 
E nemmenu cane 'iu, nun dubitari, 
Si li to genti sunu tradituri 
Tu di mia nun ti po' lamintari. 

59. 
E tanta cruda la donna d'amari, 
Crudu e malignu avi lu so cori, 
Cannazza masca e farsa di pinsari 
Cunfunni Tomu cu finti palori, 
Ma Tomu si si sapi addipurtari 
Nun tantu assai ni spinna e ni mori, 
Di lu so amuri ni fa na risata, 
Doppu la donna rimani gabbata. 

60. 
Pri mia lu virdi nun finisci mai 
La me spiranza si fisa cu tia, 
Risorvi anima mia chi cosa fai, 
No mi mizzari chiu sta tirannia, 
Allura chi ti visti suspirai 
Sempri spirannu di godiri a tia, 
L'occhi e li gigli e li to belli rai, 
•Chi sempi t'aiu nta la fantasia. 

61. 

Beddi nun c'^ ni c'e ca t'assumigghia, 
Qualunqui donna a lu to ladu amagghia, 
Mancu si la natura s'assutigghia 
Po fari nautra bedra mi f aguagghia. 
Fu amuri chi ti figi, bedra figghia, 
E ad ogni omu cadiri fai tra la to magghia, 
Bedri su Tocchi, la vucca, li gigghia, 
Bedru lu visu chi la vista abagghia. 

62. 
Bedda li to bidrizzi sunnu cosa 
Sapurita, simpatica e graziusa, 



^66 ARCHtVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

To mamma figi a tia, figi na rosa 

Culurita, gintili ed odurusa. 

Nil la svigghiadi quann' idra riposa, 

Cantatici la ninna ch'^ carusa; 

Lu digu tra sti versi e puru 'mprosa: 

Miiadu Tomu chi Tavi pi spusa. 

63. 
L'amuri mi ligau all'impizzata 
Cu na giuvina tra tutti prifiruta; 
Pirchl di mia la visti namurata, 
L'amai di cori e alPinsaputa. 
Donna perfida iniqua e scillirata 
L'amuri 'n tirannia mi tramuta, 
E nu fu chista na cugghiuniata 
Ch'a mia mi fici sta becca fututa? 

64. 
Sdegnu sdegnila tu, nu n'aiu cori 
lu di sdignari a cui tantu m'amava, 
M'amava cu li fmti so palori, 
Palori finti la bedra parrava, 
Parrava e li disgla di bucca in fori 
Fori di bucca iu fidi ci dava. 
Mi dava fidi, mi disgla chi mori, 
Mori ringrata, ed idra ad autri amava. 

65. 

Cui zappa zappa e cui ci puda puda 
La vigna u n'^ chiu mia, finiu I'annada, 
M'haiu coltu la grossa e la minuda, 
Ci ha ristatu la vigna svinignada, 
Cu voli mustu la tina ^ funnuda, 
Nu ristau autru che la vinazzada, 
E ora ch' ogni spiranza ^ gia pirduda 
Mustu nu ci n'^ chiu, nu vogghio acquada. 



CANTI POPOLARI DI NOVARA-SICULA 467 

66. 

Cara lu nostru amuri fici loi. 
Si mancanza facisti tu lu sai, 
Pigghiti spassu cu ramici toi 
Chi a mia nudru geniu chiu mi fai; 
Ma si carnuzzi dilicati toi 
lu fui lu primu chi li maniai, 
Dici a chiss' atru chi vini di poi 
Mi si rusica Tossu chi lassai. 

67. 
'Ngrata, ti pintirai, ti pintirai 
Tra lu curuzzu t6 sigritamenti, 
La testa pi li mura ti darai. 
La carni ti la strazzi cu li denti ; 
Tu a perdiri a mia pirdisti assai, 
lu a perdiri a tia un persi nenti, 
La curpa nu fu mia chi ti lassai, 
Foru li inganni toi, li tradimenti. 

68. 
Sugnu arrassu di tia, patisciu tantu, 
Ahi quantu ^ feru chistu miu turmentu! 
Si mangiu e bivu, si riposu e cantu, 
Bella, pinsannu a tia, nun haiu abentu. 
Si vaiu a lettu a ripusari un tantu, 
Cu li lagrimi aH'occhi m'addurmentu; 
Si cercu mi mi votu alPautri latu 
Vaiu mi brazzu a tia, brazzu lu ventu. 

69. 

Lu dissi e veru fu, pri quantu fici, 
ChMu fidu e tu spietata a li me chianti, 
Tu crudili, tiranna, ingannatrici, 
lu tuttu amuri ed a li guai custanti. 
Cu sa si la me sorti ha giorni amici! 
Si un tempu vutira la roda erranti, 



468 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Vidremu a tia scuntenti, a mia filici. 
Chi voli diri perdiri n'amanti ! 

70. 
Ti segutu, ti fuiu, amu e disamu, 
Prisumu, timu, m'accostu, m'arrassu, 
Parru, ammutisciu, ti rifiutu e bramu, 
Ti segutu, ti fuiu, pigghiu e lassu, 
E mentri 'ntempu stissu t'odiu ed amu, 
M'ardu, mi gelu, mi riscardu e tassu, 
Macara sin'a quannu ni 'cuntramu 
Ti guardu, caru I'occhi, fermu e passu. 

71. 

Moviti a pTeta d'un cori afflittu, 
Ingrata donna, dimmi ch'aiu fattu, 
Quali fu lu me erruri e lu dilittu? 
Prima m'amasti, mi banduni in attu ! 
Lu iornu chi t'amai sia malidittu, 
E malidittu cui t'avissi fattu ! 
O picciutelii, vi lu lassu scrittu: 
Prima d'amari fagidi cuntrattu? 
72. 

Persi la giuvintu, pigghiavi erruri, 
Megliu di Tautri mi pudia scialari, 
Circai d'amari un cori tradituri, 
Moru di pena, un ci pozzu pinsari, 
Ora mi cangi pri darmi duluri! 
O picciutedri nu v'avid 'a scurdari 
Chi donni buoni e fidili in amuri 
Comu li corvi ianchi sunnu rari. 

73. 
Figghiu nascisti troppu mammaluccu, 
Cu pedi e testa Tiladi tro' saccu ! 
Ti maridasti, e, ch'erivi di stuccu! 
Cu la tabbacchera unpigghiasti tabaccu! 



CANTI POPOLARI Dl NOVARA-SICULA 469 

O ti scantasti forsi di lu trabuccu? 
lu cu la testa na petra la spaccu 
E uni vidu n 'purtusu mi ci buccu, 
E tu si cosa mi t'armi lu chiaccu. 

74. 
M'ami, ti amu, si mi vol, ti vogghiu, 

Lu mari s'arrivadu cu lu scogghiu, 
Tra I'aria ha rivadu u corvu u nigghiu, 
La lampa si stut6, ci manca Togghiu, 
Siccau Terba e sciuriu lu gigghiu, 
Ora figghiuzza chianciri ti vogghiu, 
Ti guardu, ti tariu e nu ti pigghiu. 

75. 
Dimmi bella pirchl nu mi vo' amari 
Chi mi distruggi di tutti maneri, 
Cu Tocchi mi firisti e m'ha sanari 
Prichi da I'occhi I'amuri ni veni. 
Di sonnu e sonnu ti vurria parrari, 
Cuntafi ti vurrisci li ma peni, 
A lu to amanti nu lu bandunari 
Chi ti stima di cori e ti vo' beni. 

76. 
Chi valantia chi figi Badaladu, 
Nu fu minchiuni e vi lu digu iu ; 
'Li dinari nun ^ chi I'a rubadu, 
L'avutu a mani so e si ni sirviu, 
Lu cori nu Tavudu tantu ngratu, 
L'amigi e li parenti li ricchiu, 
Ora avi a stari 'n pocu carciaradu 
E s'illu nesci avi a ludari a Diu. 

Mastr'Addecu mi ficci la canzuna 
Supra di me cucina Mariana. 



470 



ARCHIVIOPER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Un giornu avia sidi.pi sfurtuna 
Andai pi mbiviri a la funtana, 
Stu capu mariolu si nn'adduna, 
Si metti a vinni tupici pi lana. 
Comu la po' nfamari a dda pirsuna 
Cucuzzaru futtutu di la chiana? 

78. 
Cucuzzaru futtutu di la chiana 
A mia mi dici ca su bagasceri? 
*E iddu chi mi teni la buttana 
Ammatula mi avi la mugghieri, 
Quantu scali cc'h tanti ni nchiana 
Po' si la scusa cu mastru Micheri, 
E notti e giornu va nni la buttana 
Chi la teni a lu fegu a lu Figueri. 

79- 
Bella quantu t'amu nun si cridi, 
Mi fai Campari ntra peni e turmenti, 
A lu me cori nun prestu chiu fidi, 
Dumannu quannu passanu Taventi, 
La ma bucuzza nun sempri ti ridi 
Pi nun ci dari scannalu a li genti, 
Teniti forti nta si belli ridi, 
Scurdari nun ti pozzu di la menti. 

Salvatore Raccuglia. 



USAGES ET CROYANCES DU KIZIBA 
SUR LA COTE SUD-OUEST DU LAC VICTORIA-NYANZA 



Les Rots. — Dans le vicariat de Mgr Hirth, il y a bien Line 
soixantaine de rois; toutefois la multitude des roitelets regne an sud 
du lac. Sur la c5te ouest, ils ne sont que huit ou neuf. Le Rwanda, 
rUsui, par exemple, sont de tres grands royaumes, dominant sur 
d'autres rois tributaires. 

Les rois de ce pays sont tous sorciers. lis avaient jadis des droits 
absolus sur tous leurs sujets ; le gouvernement allemand a apporte 
legalement quelques restrictions a cette omnipotence, mais, en fait^ 
ils la conservent presque entierement. Ainsi, on a retire aux rois le 
,droit de vie et de mort, dont ils abusaient terriblement. Un ancien 
usage voulait que, lorsqu'un homme mourait sans heritier m^le, les 
femmes, les filles et tous les biens du defunt revinssent a la cou- 
ronne. En droit, cette pratique est aussi abolie ; mais en fait, lor^que 
I'occasion se presente, les biens continuent a revenir au roi. Quant 
aux femmes et aux filles, elles sont libres de resister k leur sort, et 
si elles sont assez intelligentes et assez osees pour s'en ailer plaider 
au fort allemand, elles sont assurees d'avoir gain de cause; mais si 
elles acceptent en silence la situation, il en va tout com me autrefois. 
Les rois ont ainsi une cour composee de quelques centaines de 
femmes ; ils les donnent en mariage a qui bon leur semble, mais en 
prelevant toujours le tribut d'une fille sur les menages qu'ils eta- 
blissent ainsi. 

Les rois demeurent maitres absolus de toutes les bananeraies de 
leur royaume : ils en confie'nt le soin a qui ils veulent, chassant leurs 



i 



472 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

sujets de chez eux, selon leur bon plaisir. Ici encore, le gouvernement 
reclame certaines formalites : le roi doit fournir un motif plausible de 
sa conduite quand il exproprie son monde, mais on comprend que 
les pretextes ne doivent jamais lui manquer. Le roi a encore droit 
au travail de tous ses gens, il peut prendre dans leurs bananeraies 
tout le mm4r4 qu'il lui plait. Bref, ses sujets sont par lui taillables 
et corveables a merci.... 

Les proems graves reinvent du Fort; celui-ci prel^ve des imf>5ts, 
et fait faire par corvees obligatoires tous les travaux europ)eens : 
routes, constructions, etc. ; en sorte que douanes et imp5ts sont ici 
comme dans le British -East- Africa, les premiers bienfaits de la civi- 
lisation dont les indigenes goOtent les douceurs. 

11 faut dire, i la louange du gouvernement allemand, qu' il 
s'efforce de seconder les Missionnaires, en decretant pour tous la 
liberte de venir a la Mission ; mais ce decret, notifie et rappele assez 
souvent aux rois, reste souvent lettre morte pour ceux<i, de sorte 
que souvent la persecution sevit a la sourdine contre les malheureux 
catechum^nes. Comme au temps des catacombes, ceux-ci ne peuvent 
s'assembler que la nuit chez le catechiste; ils viennent en secret a 
la Mission tremblant d'etre decouverts; car si le roi apprend qu'un 
tel prie, il envoie immediatement piller sa maison, couper ses ba- 
naniers, il lui impose des travaux excessifs et mille autres vexations. 
Remarquez que cela n'emp^che pas le roi du Bugabo de se dire 
le meilleur ami des P^res et des Soeurs, qu*il vient frequemment 
visiter. 

Un de ces derniers dimanches, un pauvre catechum^ne arrivait 
pour le catechisme, tout roue de coups. Qu'avait-il done fait? — 
Le roi, sachant quMl etait alle a la Mission, Tavait fait appeler et 
lui avait demande pourquoi il n'avait pas pris part a la chasse de 
ce jour. « J'etais k Marienberg », repondit notre homme sans detour. 
C'en fut assez pour motiver une volee de coups de baton, et le ca- 
techum&ne comprit fort bien que la cause de ce traitement n'etait 
pas son absence de la chasse, mais le seul fait qu'il priait avec les 
catholiques. 



USAGES ET CROYANCES DU KIZIBA 473 

La chasse royale. — Je viens de parler de la chasse ; cVst 
un episode assez curieux. II y a dans le pays iine esp^ce dt- cerf 
quMl est d'usage de chasser dans les marais, une fuis par an, Appelez 
cela battue ou chasse a courre, comme vous voudrez; toujoucs est-il 
que parfois on prend en une seuie chasse jusqu'a deux cents de 
ces animaux. Le roi assiste du haut d'une colline dominant le ma- 
recage ; tous ses gens doivent s*y trouver avec leurs chiens; les 
cerfs sont poursuivi?, cernes, amenes au point designe, et la, les 
chasseurs les percent de leurs lances. Les chiens sont exited a la 
poursuite au moyen de grelots, qui remplacent le cor de chasse \ le 
jeu du grelot imite tout le mouvement de la chasse; on suit fort 
bien le depart de la meute, sa course entrarnee Irirsqu'elle est sur 
la piste, son ralentissement, la prise de la b^te, le combat et ki mort 
des cerfs. 

Lea sorciers du Kiziba. — J'ai dit que les rois sont comptes 
parmi les principaux sorciers du pays; il y en a pourtant d'autres, 
qui les surpassent en pouvoir comme en mechancete. Les sorciers 
du Kiziba sont renommes entre tous ceux du centre de TAfrique. 
Le sorcier a la toute-puissance sur le pays, parce qu'il est cense 
tenir entre ses mains la pluie et le beau temps, les recoltes, les ma- 
ladies, les guerisons, etc. Nul n'ensemencera son champ sans avoir 
consulte le sorcier; souvent celui-ci interdit telle ou telle culture pour 
cette annee-1^ ; il designe les endroits qui seront fertiles, et le reste* 
Dans beaucoup de champs on rencontre de petites huttes du diable. 
C'est un faisceau de paille dispose en forme de case, et renfermitnt 
pour I'ordinaire des cauris i), une branche du vegetal que Ton de- 
sire voir prosperer, ou un peu de nourriture. Le signe du diable est 
ici la corne du mouton ; les sorciers en suspendent sur eux, au cou, 
aux bras et de tous c5tes ; les dev5ts du demon portent aussi au 
cou des cornes de mouton comme amulettes. Chaque village a ses 
arbres msimv, arbres sacres a I'ombre desquels on fait les sacrifices 
de peu de valeur: quelques cauris, de la nourriture, parfois une 



I) Petit coquillage repr^sentant la valeur de menue roonnale. 



i 



474 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

ch^vre, un boeuf m§me dans les grandes occasions ; de temps en 
temps, on brOle les petites offrandes quotidiennes. Les sorciers du 
Kiziba ont-ils reellement des rapports avec le diable? On n'a pas 
encore pu avoir la-dessus des renseignement precis ; on sait seulement 
qu'a certains moments ils paraissent possedes ; c'est alors qu' ils 
rendent leurs oracles. Or, ils ne sont pas possedes quand ils le 
veulent ; ces scenes sont independantes de leur volonte. La puissance 
infernale des sorciers du Kiziba reside, parait-il, au sommet de leur 
t^te, d'ailleurs couverte d'amulettes et garnie de longs cheveux ; 
aussi ne peuvent-ils supporter qu'on mette la main sur leur t^te, 
cela leur cause souffrance etrange, ou tout au moins une impression 
fort desagreable. 

Un Missionnaire s'en alia un jour a la recherche du plus fameux 
sorcier des environs. Je ne saurais vous dire le nom de ce sorcier, 
mais ce que je sais, c'est que le demon qui le f)ossede se nomme 
Ishawanga, et, ce qui est assez curieux, c'est qu'on attribue a ce 
demon un p^re et une m^re repondant aux noms de Mpabuka et 
de Kiniuli, 

L'homme s'esquiva quand il connut I'approche du Missionnaire, 
mais celui-ci, tenant en main une mysterieuse petite boite, fit plu- 
sieurs fois le tour du mzimu sacre en appelant le diable a grands 
cris ; puis au milieu de la foule reunie, il entr'ouvrit sa boite et 
montra un diablotin sorti de quelque bazar europeen, disant a Tas- 
semblee stupefaite qu'il emportait le diable de Buma. Le tour reussit 
au-dela des esperances du Missionnaire, car, durant deux annees, le 
sorcier de Buma n'eut plus aucune sc^ne de possession, et le demon 
ne rendit plus d'oracles. Les gens du pays disaient : « Le diable de 
Buma est k Marienberg, prisonnier des P^res ». Chose etrange! II 
y a six mois environ, le m^me Missionnaire voulut etablir ijn Chretien 
dans ce village, et il alia lui-m^me Vy installer ; or, le diable revint 
en m^me temps dans son pays ; depuis lors le sorcier a repris toutes 
ses attributions, et les gens disent maintenant : « Le diable a quitte 
Marienberg et il est revenu chez nous ». 

Plusieurs fois encore, ce Missionnaire essaya de surprendre le 
fameux sorcier, mais toujours celui-ci echappa aux recherches. 



USAGES ET CROYANCES DU KIZIBA 475 

« Jamais, jurait-il, il ne verrait face de Blanc ». De fait, la vue 
m^me d'un n^gre Chretien suffit pour le faire fuir. Un officier al- 
lemand, voulut a tout prix voir ce mysterieux personnage ; il se 
rendit k Buma. Comme toujours, le sorcier etait absent. Le lieu- 
tenant fit capturer tous les troupeaux du village, y compris le boeuf 
sacre, objet de veneration universelle, et alia camper a quelque di- 
stance, declarant quMI ferait tuer toutes les b§tes en sa possession 
si le sorcier ne se presentait a lui, Le personnage dut done s'exe- 
cuter: il vint tout tremblant, les yeux baisses pour ne pas voir la 
face du Blanc, et il fut impossible d'en tirer deux mots, Lorsqu'il 
fut hors de la presence de Tofficier, il tomba k terre avec de grands 
vomissements, qui se prolong^rent, dit-on, indefiniment 

II n'est pas etonnant que quelques sorciers du pays aient voue 
une veritable haine au Missionnaire; aussi ont-ils plusieurs fots es- 
saye, par eux-m^mes ou par des intermediaires, de lui jeter des 
sorts. C'est ainsi que le P^re trouva plus d'une fois sur le .seuil de 
sa porte, et jusque sous sa tente, quelques cauris places sur une 
feuille de mulingi; d'apr^s la croyance des indigenes, quiconque 
met le pied sur ce dawa en meurt ; que si, aux cauris on joint la 
queue de certain petit poisson, le sort a une consequence plus fu- 
neste et plus infaillible encore. II n'est pas besoin de dire que le 
Missionnaire n'^a jamais eprouve aucun mal de tous ces precedes, 
aussi superstitieux que mechants. 

Les deux fils d'un autre sorcier, viennent de se faire Chretiens. 
L'aine, ^ge de quinze ans, fut Tobjet d'une rude persecution. Quand 
son p^re s'aperfut quMI priait a la Mission, apr^s quelques observa- 
tions qui rest^rent sans effet, il lia une jambe de I'enfant a une 
poutre, au sommet de sa hutte, et, apr^s Tavoir rudement frappe, 
il le laissa ainsi suspendu dans une position intolerable, Les cris de 
I'enfant attir^rent un voisin qui, le trouvant seul, s'empressa de le 
delier. L'enfant n'en continua pas moins de venir au catechisme ; 
son p^re, voyant qu'il ne pouvait le retenir, le chassa de chez lui. 
II regut alors le bapt^me, que sa genereuse perseverance lui avail 
bien merite. Mais notre jeune confesseur de la foi ne s*en tint pas 
la : il attira a la Mission son frere, moins ^ge que lui d'un an ; c*etait 



476 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

le fils prefere du sorcier, et il doit recevoir le bapt^me a Noel. A 
cette nouvelle, le p^re chassa son second fils comme il avait chasse 
le premier. Cette epreuve est plus penible pour un Muziba que pour 
un habitant de TOuganda, k cause de Tesprit de famille qui r^ne 
au Kiziba i). 



i) Voir: Missions drs Pires Blancs, 15 Oct. 1906. Anvers. 



CANTI POPOLARI IN CASTELDELFINO 



II compianto ed indimenticabile mio amico, Chiattone professore 
Domenico (rapito immaturamente, nel luglio 1906, alia famigiiap agli 
studi, alia Patria, quando, lavorando e scrivendo, aveva dato di s& 
le piu belle speranze) mi mandava nel 1904 da Casteldelfino, un 
canto nuziale in lingua francese, raccolto dalla bocca di una vecchia 
mendicante. Egli aggiungeva che riteneva il canto inedito e popo- 
larCy simile, del resto, a parecchie poesie francesi, raccolte quindici 
anni or sono dalla sig.ra professora Maria Bobba, nativa di Castel- 
delfmo, e pubblicate sulla Gazsetta del popolo della Domemca. 
Mi procurai quelle poesie, esaminai bene il canto invtato dall'amico 
Chiattone, e miaccorsi subito che, al solito, si confondeva Torpello 
coU'oro vero della poesia popolare. Colla speranza di avere ma^rgiori 
informazioni mi volsi al dotto e modesto Segretario Comunate di 
Casteldelfino, il sig. Chiaffredo Bernard, osservando die il canto 
inviatomi era in francese letterario, e che il dialetto di Casteldelfino 
non poteva essere coal infranceaato. 11 16 marzo 1906 e^li rispon- 
deva : « II dialetto di Casteldelfino trovasi ora inf rancesato come era 
un secolo fa i) : o, meglio, direi che tutto quanto nel nostru dialetto 
non e piemontese, ^ straniero, cio^ francese- pro venzale, II canto 
trasmesso a V. S. che comincia colle parole: 
J'avais jur6 dans ma jeunesse 

De jamais plus me marier 

Mais aujourd'hui c'est le contraire 

Tous mes parents je dois quitter, 

^ cantato qui comuriemente nelle feste nuziali, tradizionalmente. 



i) Col trattato di Utrecht (171 3) Casteldelfino, Bellino, Pontechianale venJvano 
ceduti dalla Francia al Regno di Sardegna. 

Arehivio per le tradiaioni popolari. — Vol. XXIII. Bj 



478 ARCHIVK) PbR LE TRADIZIONI POPOLARI 

4 Se si dovesse tradurre in dialetto parlato, suonerebbe cosi: 

Aviu gior^ din ma giunesso, 
De giamai pus me mariii: 
Ma angiiirdati Tes hi cantrari, 
Tucc i mes parent devn chiti. 

« Non i dunque, come crede V. S., o come Lefu scritto, che 
il canto sia popolare nel dialetto del nostro paese, ma perch^ qui 
non v'ha persona che ignori il francese e che non sia piii volte an- 
nualmente emigrata in Francia. Quindi, per abitudine, essendo le 
canzoni cantate per comodiia quasi tutte in pretto francese, epoche 
in piemontese, anche il canto nuziale in questione, non poteva 
essere se non in francese ». 

L'aver potuto riconoscere che il canto p)opolare nuziale, tras- 
messomi dal compianto prof. Chiattone, non era popolare nel vero 
senso della parola, mi port6 ad interrogare il gentile sig. Bernard se 
nel Comune, e nel dialetto di Casteldelfino, il volgo non cantasse 
proprio nulla: « non c*^ popolo senza poesia folklorica, come non 
c'^ selva senza uccelli canori », gli scrissi. 

II signor Segretario capl che io cercavo poesie non di tersit^ 
classica, ma di tersit^ plebea, e mi mand6 queste prove dell'esistenza 
della poesia popolare in Casteldelfino, in Bellino, in Pontechianale, 
i tre Comuni che formano la cos\ detta Castellata, ceduta dalla 
Francia a Casa Savoia nel 171 3. Certamente il saggio ddla poesia 
popolare dei 3 Comuni, non ^ in relazione diretta coH'occasione in 
cui viene pubblicato, ma io ho preferito ad un canto nuziale fran- 
cese, di fattura letteraria, una piccola raccolta di canti popolari, 
genuini, schietti. 

Mi displace che specialissime circostanze individuali mi impedi- 
scano di coltivare la miniera della quale ho scoperto il filone: auguro 
che altri abbia tempo e fortuna piu propizi, e seguiti il lavoro era 
appena incominciato. 

Prof. G. Fbrraro. 



CANTI POPOLARI IN CASTELDELFINO 479 

I. Orazione. 

Piccolo dramma pastorale, chiamato Oraxlooe, Ouresitn, che si 

canta nella parrocchia di Pontechianale per la messa di mezzanotte 
di Natale (secondo pronunzia). 

I. 

Chita, filli^res, vostre fus, 
E me fas^ pa a chel refus, 
De m'escutar e mi entendre a parlar, 
D'uno bono nuvelo, 
D'uno Vi^rgio pius^lo. — 

2. 

Oh Diu! qu'avevu entendu? - . 
— Lu Messio es belo vengu, 
Nus I'attendiu dai sero ai londeman; 
L^ purto ben esser, 
Ay cumenso a sey esser. 

3- 
An^mus-en Bethlem, 
Nus trubar^n certenament, 
Dins un Casal, la Vi^rgio senso mal, 
Nus sai, lu Rei de j'ongel ; 
Lu cas parfeis estrange. 

4. 
Tapa a chello culugno a lai, 
Un' autre sero filar^ mai, 
E an^musen e purten caicar^n, (qualche coaa) 
Ana chelo pauro miire. 
E a chel fils senso p^ire. 

5. 
lu v^u pernor cliche pias^t, (pezeuole) 
Ec bun^t, ti vus purtar^^che 



480 ARCHIVIOPER LE TRADIZIONI POPOLARI 

La cal partir, e lu l^issa pa partir, 

A na chesto circustanso, 

Ai ne purto aver mancanso. — 

6. 

— Cumensa cumaire a parlar, 
Vus che entend^ da chel affar, 
De benestrar (benedire) a vus nen parlen pas, 
E nus estar^n en r^ire, 
Ml che puisson ben v^ire. - 

7. 
Benestra sb la gen nuvel, 
Che nus ha prepara lu ciel; 
Da chel fantet, che n'es tut pulidet, 
La grassio nus en cunto, 
E sa culur remunto. — 

8. 
Nus sen d^abort partt, 
Qu* Tongel uns agu' averti, 

Chel'eronadedins lopanreta; {paretata,ca8ainrovina) 
Nus sa vuli6ns pa cr^ire, 
Sen vurgii venir v^ire, 

9. 

Adiu sia-nus sen an^n, 
£ fas^ che tut ane ben. 
Suven^ vus un autre jur de nus, 
E fas^ nus la grassio, 
De v^ire vostro fassio. 

Questa rozza rappresentazione si recita e canta dopo la messa 
di Natiile. Vengono sempre ripetuti i 3 ultimi versi di ogni strofa, 
dalle fiUiereSf e da un ongel (angelo) senza per6 che (almeno oggidl) 
indossino un vestito speciale. 



k 



CANT! POPOLARI IN CASTELDELFINO 481 

Traduzione. — 1. Fermate, filatrici, il vostro fuso — E non mi fate (quel) 
il rifiuto — D'ascoltarmi, e di sentirmi a parlare — Una buona novella — Di 
una Vergine pulzella. 

a. Oh Dio, che cosa avete voi inteso? — II Messia h oramai venuto. — Noi 
I'attendevamo dalla sera airindomani — \.k potrebbe ben essere — Ci comincio a 
credere, ad essere deiropinione (delPangelo annunziatore). 

3. Andiamocene a Betlemme — Noi troveremo certamente — Dentro una ca- 
panna, la Vergine senza pecca — Noi sappiamo che egli e il Re degli Angeli — 
(Bench6) un caso simile sia strano. 

4. Chiudete quella conocchia {quenouille), fermate quella conocchia a fianco — 
Un'altra sera filerete di piii — Andiamocene e portiamo qualche cosa — A quella 
povera madre — Ed ha quel figlio senza padre. 

5. lo vado a prendere qualche pezzuola — E voi porterete qualche cuflRa.... 
— In questa circostanza — Ne potrebbe aver roancanza. 

6. Cominciate, comare, a parlare — Voi che sapete di quell'affare — Di benedire 
a voi non parliamo neppure — Noi staremo indietra — Ma che possiamo ben vedere. 

7. Benedetta sia la gente novella — Che a noi prepar5 il cielo — Di quel 
fantino che h cosi bellino — La grazia a noi pur conti — E il suo color rifiorisca. 

8. Noi siamo subito partite — Quando TAngelo ci ha avvertite — Che il fan- 
tino era nato dentro la capanna — Noi non volevamo credere — Siamo volute 
venire a vedere. 

9. Addio a voi — Salutati voi siate, noi ce ne andiamo — Fate in modo che 
tutto vada bene. Ricordatevi un altro giorno di noi — E fateci la grazia — Di 
(farci) vedere la vostra faccia. 



II. Esorcismo contro le erpeti. 

Fu^c vinlage envaite ; 
Manges pas la cam dal Crestian isi ; 
Vai mingia la cam, 
Dar^ire lu buc d' rise. 

L'esorcizzatore sputa poscia sulla parte ammalata e fa un segno di 
croce, ad ogni parola che ripronuncia. 

Traduzione. — Fuoco violaceo (vinato), vittene — Non mangiare (corrodere) 
la came del Cristiano qui (dove tocco) — Va a mangiare la came — Di dietro il 
buco deirasino. 



482 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



UK Preghiera delta sera. '> 

Dedin mon liec me cuigiu chlu 
Set ange trabuchlu, 
Tres d'a-mun, tres d'a-val, 
Gesu Crist ent al mezz, 
Sal m'ha di(!(! ca m'en durm^ss, 
E pour a n' aghfess.— 
Moun cor du^rm, 
Moun armo v^jo, 
Sont Esprit mal nu meno, 
Sonto Cms desubre nus, 
Lu bun Diu e la Vi^rgio Mario, 
Desubre nus, desubre nus, v^jo. 

Traduzione. — Dentro il mfo letto mi corico — Sette angeli vi accorrono — 
Tre a monte (dalla testa), tre a valle (dai piedi) — G. Cristo sta nel mezzo. — 
EgU mi ha detto che me ne dormissi — E paura non avessi. — II mio cuore dorme 

— II mio spirito, la mia anima veglia — Lo Spirito Santo male non adduca, meni 

— La Santa Croce sia sopra di noi — II buon Dio e la Vergine Maria — Sopra 
di noi, sopra di noi, vegliano. 

IV. Lu pionc de Mario. *> 

Maire (de) Mario se levo en gran piur, en gran pi6nc 
Tiro vio per sa dreco vio, 
Rescuntro sa Santo Vi^rgio 
Sut la crus de sun cor. — 
« S& isi, ma santo Viergio.? — 
— Sut la crus de ma mort — 
Chi dirfe stu-urasun isl, 
42 viage lu V^nre Sont, 



I) Presso alcune famiglie di Casteldelfino. 
2 Bellino e Casteldelfino. 



CANT! POPOLARI IN CASTELDELFINO 485 

Sarto sutero sacra: 
Sun armo sarto illumina, 
Un dli pene nen trairio 
Sun armo salva sari6. 

Traduzione. — II Pianto di Maria. — La Madre (di) Maria si Jeva In gran 
plorato, in gran pianto — Tira via per la sua dritta via — {Riscojitra) incontra 
la Santa Vergine — Sotto la croce del suo cuore: — Siete qui, mia Santa Vergine? 
— (Son qui) sotto la croce della mia morte. — Chi d\xk quest' orazione qui — 
42 fiate il Venerdi Santo — Sar^ sotto terra sacrata — La sua anima sara tJa 
Dio) illuminata — Uno dalle pene (del purgatorio) trarrA •— La sua anjma sai- 
vata saril. 

V. Lu cucu. 

Se lu cucu conto pas dal mes d'abril^ 
U ca I'es mort, u ca Tes ferl, 
U che rha na ghero a sun pais. 
Cucu dia barbo bi5ncio 
Contu an est^cu enca d'esse en la tampo? 
Cucu dla barbo russo 
Contu an est&cu enca d'esse spuso.? * 

Traduzione. — II cucolo. •— Se il cucolo non canta nel mese df Aprile — O 
che egli 6 morto, che egli 6 ferito — O che ha una guerra al suo paese. — Cucolo 
dalla barba bianca, - Quanti anni sto ancora ad essere nella fossa fsto ancora 
zitella)? — Cucolo dalla barba rossa — Quanti anni sto ancora prima di essere 
sposa? 

VI. Alia Coccinella dei 7 puntini, 

Barbaroto dal Bundlu 
Volo, volo, se nu mi te tuou. 

Traduzione. — Bestiolina del buon Dio — Vola, vola, se no lo ti ucdda< 



PROVERB! GIURIDiCI ITALIAN! 



JNTRODUZIONE. 

SOMMARIO. 

La sopriivvivenza e I'archeologta giuridica, - La imitazione e la tradizione, - M 
veccfito e la us^n^a fiu't^rrhiala. - La coasuetudme {mus comffrobaius) e il 
proverlno fprobatum I'cr^Jtim}^ - I carmina fii'rrssana. - Societa selvagg:^ 
rejjDiate da proverbi giuridici. - Le fonti popolari del diritto e i suggeriraenti 
di nforma* - Diritto ntrale. 

Raiicogliere e illustmre proverb! giuriJici significa cercare neUa 
letteratura orale e tradizionale tsspressioni e motti; significa ricostruire 
formule, e indi risaiendo il cammino dei tempi, accostarle all'epoca 
alia qLiale si liferi^^cono, inte|;rarlt^ negli usi civicl e popolari; vuol 
dire, insomma, fare la storia di frammeati di ctvilta scomparse> 
L'insienne di tiili franriinenti, resti di strati social i, staccati dal tempo 
in ciii nacquero per forza di vicende e per I'attivita collettiva, cost!- 
tuiscono quel la sum ma di cose che il Tylor chiama soprawivenza J). 

Lo studio del simbolu — !a parol a del mistero che, penetrata^ 
pu6 rivelare ii mudellit civile e sociale d^aitre eta — non e recente, 
Per6 nel passato, seguendo i metodi del Vico, dei Grimm, la ricerDi 
era fatta con criteria grammatico e non sociologico, Spetta alia nuova 
scienza, Tetnografia, fornire i Tnateriali, im insieme di segni e di 



1} TYLOR, /m Cii*iiisaiiofi primtlw^, voL L ML pag, to^, 104 » e se^. (187BK 
^ La parola stihersiiziotLr, che etimologicamente vuol dire ci6 che persiste delle 
antictie etA, & propria per esprfmere I'idea di soprawivenza. Ma per la 5i:ieaia 
etnografica e indispensablle introdurre 11 termine solyravvn'tn::a, tale che sia de- 
stJTiato a designate II f\jilo siorico^ che non puO esprimere la parola superstt^ione* 
TYLOR, op. cit., pag. B3, 



PROVERBI GIURIDICI ITALIAN! 485 

enimmi, perch^ si allarghi e si afforzi quella indagine che potrebbe 
portare ii nome di archeologia giuridica, la scienza delle reliquie so- 
ciali e morali, dei simboli frammentari e delle infrante istituzioni, 
per comprendere quanto del passato ^ scomparso, quanto del vecchio 
rivive, quanto sulle antiche tracce si rinnova. 

fe per questo che il metodo deirarcheologia giuridica h distinto, 
e nettamente, da quelle della psicologia sociale, che indaga le leggi, 
psicologiche del simbolismo attraverso il giuoco perpetuo e combinato 
delle tre forme d'imitazione: la moda, il costume, T abitudine i). 
L'archeologia giuridica invece, che esamina il materiale frammentario 
e in forma di ruderi delle istituzioni passate, ha per la storia del 
diritto, la stessa importanza che ha per la storia il materiale archeo- 
logico e paleografico 2). fe Tarcheologia giuridica che studia e investiga 
la eredit^ barbarica del diritto, i resti dei monumenti* giuridici, gli 
avanzi delle legislazioni attraverso le ruine, le trasformazioni, le sosti- 
tuzioni nel tempo e nello spazio. Cosl distinta la nuova scienza, la- 
sciando da parte ogni ricerca deontologica e ogni esegesi psicologica, 
resta nel campo storico-giuridico, attingendo alle fonti popolari del 
diritto, alle fonti etnografiche, e porta il suo contribute alia sociologia. 
Lo studio dei simboli del diritto e delle fonti orali che soprawivono, 
fatto con metodo storico, senza indagine psicologica, h di straordinaria 
importanza; pjerch^ quel che importa conoscere, ^ il vedere quanto 
dell'antico simbolismo resti radicato nei codici moderni. Se questi 



i) TARDE, L^s transformations du droit, ch. VII, \ IV, pag. 199. 

II fondamento psicologico del simbolo h stato studiato da sociologi e psicologi 
illustri, e nel campo normale collettivo e nel campo criminale. Cfr. TARDE, I^s 
lots de I'imitation (1892). Les lots sociales, Les trans/, du droit (1900). FERRERO, 
/ simboli ecc. Bocca 1893, e meglio: Les his psycohgi^ues du symbolisme (1895). 
MICELI, I^ fonti del diritto dal punto di vista psichico-sociale . 

2) « Grace a la semplicit6 de ces survivances, on peut d^couvrir si la civilisa- 
tion du peuple qui les fournit est deriv^e d'un 6tat anterieur, oO ces choses ont 
leur juste place et leur signification propre; on arrive ainsi k colliger tout un 
ensemble de faits, susceptibles d'etre exploit^s pour Thistoire h. la fa?on de v6ri- 
tables mines >. TYLOR, Civilisation primit. chap. Ill, pag. 82. 

Arthivio per le Ueudieioni popolari. — Vol. XXIII. 68 



486 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

appariscono come opera astratta di legislator! — dice lo Chassan — 
pur non di meno sono pallido riflesso del diritto antico i . Perch^ un 
codice pu6 essere considerato come la conclusione, piu o meno ben 
tirata, d'un gigantesco sillogismo pratico, risultante da due forze, la 
maggiore delle quali k fornita dalle aspirazioni, dalle passioni, dai 
sentiment!; e la minore dallo stato delle conoscenze, delle credenze, 
delle idee 2). Non tutto i legislator! han trascurato del materiale 
antico: qualche foglia della genealogia giuridica b rimasta ancora 
nel nuovo formulario che ^ il Codice. Lo Chassan ha fatto tale 
indagine delle font! simboliche, investigando tutti i Codici francesi : 
sarebbe opera di utilitJl di curiosity estenderla a! Codici degli altri 
StaXi civil!? lo credo alPutilit^, ]:>erch& cosl si potrebbero notare le 
influenze alle quali ancora soggiace, guardando gli atti e le solennita 
simboliche, il nostro diritto positivo; le bas! su cui esso poggia, il 
fondamento atavico, sia esso etnogenico d'importazione straniera; 
i mutamenti, le rinnovazioni, le evoluzioni e le rivoluzioni operate 
dal tempo, dalla collettivit^, dal singolo legislatore. 

E sarebbe, per altro, una delle piu important! investigazioni socio- 
logiche, quella sulle font! giuridiche popwlari, cercando gli usi e le 
tradizioni giuridiche, perseguendoli nelle costumanze delle generazioni, 
e mettendoli in rapporto colla storia. Uno sguardo, a mo' d'esempio: 
LMmmagine dell'albero, conservata nella simbolica germanica 3), 
e che vive ancora nella espressione araldica dell'albero genea- 



i) CHASSAN, Essai sur la symbolique du droit. 

2) TARDE, L« transform, du droit, loc. cit., 192. 

3) Per rendere sensibili le relazioni di parentela, mentre i Romani erano ri- 
corsi al confronto di una scala, i Germani usarono del raffronto con un albero o 
colle membra del corpo: non contavano a gradi, ma cominciavano dalla testa, e 
scendevano fino alle unghie della mano e alle ginocchia. SALVIOLI, Sior. Diritto 
Hal., pag. 30. 

II popolo - ironicamente - per indicate i collaterali, stende le braccie, dicendo 
che come le braccia, aprendole, si allontanano, cosi i parenti collaterali stanno 
in antitesi tra loro. II detto e il gesto Pho notato in SanVAgata de* Goti 
Benevento), ma credo sia comune ad altre regioni d'ltalia. 



PROVERBI GIURIDICI ITALIANI 487 

logico, h il concetto reso sensibile mediante il simbolo, cheTjoeredes 
gignuntur come le piante, come i ramoscelli ; e la generation ge- 
nealogia, il genus, germoglia dal tronco del capo stipite (sippe-fara). 
Ma ancora il popolo, con simbolo non meno sensibile, dice: 

N'arburu fu chi si spartiu 'ntanti arr^mi; 

cio^ un albero si ^ diviso e moltiplicato in tanti rami. 
E j>er indicare la responsabilita famigliare : 

L'arburu picca e rarrama ricivi i); 

formula questa che oggi ha significato morale, intendendo : molte fiate 
piangono i figli j:>er colpa dei padri. 

Questa derivazione, questa opera di riscontro, se non attesta 
Torigine, addita i principi comuni di certi criteri morali e giuridici. 
A questo modo il dogmd giuridico — e non altrimenti si pu6 chia- 
mare un concetto consolidato nella vita e nella scienza — che Terede 
h il continuatore della personalita del defunto, e quindi il vendicatore 
dell'onta, non possa succedere senza aver compito la solennit^ vendi- 
cativa; riscontrato tal principio presso i romani, i germani, i popoli 
selvaggi, nella etnografia e nelle sopravvivenze di costumi popolari, 
come dovere morale (Sicilia, Sardegna, Corsica, Calabria 2), e il 
rilevarlo consacrato nel Codice di Napoleone (art. 727), conduce lo 
studioso sulle orme e ai primi principi deiristituto della indegnita! 3 

DalPosservare che il disposto paterna paternis^ materna ma- 
ternis, il principio dei beni propri, . rigettato dai Codici moderni 
perch^ favoriva tendenze aristocratiche, & conservato da un Codice 



i) Formula calabrese. 

2) Le formulette popolari sul diritto di vendetta verranno riferite in seguito. 
Cfr. PlTRfe, Bidl, Irad. pop. sic. 

3) V. KOHLER, Shakspeare vor forum lurisprudenz, p. 157 (1883). - < II 
nostro Cod. Pen. - dice il Sergi - consacra la vendetta, vergognosamente, nel- 
razione detta perironia parte civile contro un querelato un imputato ». SERGI, 
Per la psicoloj^ia del pop. Sardo. (Nuova Antologia, 16 genn. 1907). 



488 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

importante, Taustriaco i); dairosservare — ripeto — questo feno- 
meno di. sopravvivenza, in quanto riproduce oggi, criteri di giustizia 
medievale, rifacciamo il corso del jus recadentiae, espresso in 
un numero grande di massime popolari, e tutte trovano Targo- 
mento favorevole nel pregiudizio delta caduta nel seno. Ed h cosl 
che guardiamo le condizioni e le ragioni per le quali un tal diritto, 
scomparso in Francia, condannato dal legislatore, scomparso in Ger- 
mania, in Italia, resiste ancora in Austria, fe per I'influenza del di- 
ritto romano, il quale non riconosce divisione tra linea paterna e 
materna, o & per condizioni etnologiche che presso alcuni popoli a 
civilta latina h andato in desuetudine, e presso altri invece k in vigore? 
Con que^e indagini si potrebbe tracciare la zona legale d'un Codice, 
la geografia giuridica, come espressione del bisogno d'un popolo che 
abita una determinata regione. Perch^ — noto subito — se soprav- 
vivenze si possono o si devono dire le reliquie di costumanze primitive 
e d'altre eta poco civili rispetto alia nostra, reliquie che informano 
alcuni titoli e articoli dei moderni codici, esse non soprawivono per 
arbitrio di legislatore, ma per necessita sociali. Insomma la soprav- 
vivenza, trovando la ragione nella eredita sociale, non 6 qualche 
cosa di isolato, di inorganico, ma ha una base e una necessita, ha 
una funzione sociale, e nel nostro caso, giuridica. Essa soddisfa o 
corrisponde a un bisogno popwlare; bisogno che b relativo al grado 
di civilta, ed b mutevole da periodo a periodo, da luogo a luogo. 
11 fondamento della ineguaglianza giuridica dei due sessi trovato nella 
ineguaglianza naturale 2), bandito dal diritto nuovo e dalla civilta, 
sopravvive nel concetto pwpolare. In Sicilia si dice: 

Casa senza omu, 
Casa senza nnomu; 



i) LEHR, fiilements de droit civil germ,, no 374. Cff. Le massime germaniche 
che accennano a tal diritto. CHAISEMARTIN, Prov. et max. du droit germ,, 417. 

2) « II exsiste entre les deux s6xes une in6galit6 naturelle, une difference 
d'aptidudes et de forces qu'on ne saurait m^connaitre, et dont plusieurs legislation 
germaniques, mdme fort avancees, n'ont pas cru devoir faire compl^tement ab- 
straction; elles attribuent aux fils, qui, en definitive continuent lafamille etont 



PROVERBI GIURIDICI ITALIAN! 489 

oppure : 

Finisci Tomu, 
E finisci lu nnomu. 
E in Calabria: 

Omu sempi firma; 

e simili espressioni sintetiche, che trovano riscontro nelle formule 
dei contratti matrimoniali in tali regioni. E ci6 ^ manifestazione si- 
cura della costante consuetudine di distribuire, in queste province, 
rintero patrimonio tra i maschi, concedendo alle donne la sola 
porzione legittima, talvolta menomata con frodei). Ora, chiamo 
sopravvivenza la traccia d'un uso barbaro e primitivo che non 
avrebbe ragione di vivere oggi, in quanto non ^ al livello medio 
della morality e della scienza, ma pur resiste spiegando la sua azione 
e la sua funzione. 

Da ci6 si ricava che non tutti gli usi ereditati siano da condan- 
nare, ma soltanto quelli che non corrispondono ad esigenze e realty 
sociali e scientifiche. Tutti i diritti privilegiati, i diritti storici e feu- 
dal!, i diritti angarici non hanno ragione di vita, e mantenuti ancora 
in alcuni luoghi, sopravvivono mal sopportati. Altri usi invece, cor- 
rispondenti a bisogni locali, tradizionali, naturali, specie di diritto 
rurale, anche di fronte e contro il codice, debbono essere protetti e 
accolti dalle leggi. Da qu^ la necessity di accennare alia funzione 
giuridica del proverbio, e ai criteri e suggerimenti di riforma che na- 
scono dalle inchieste sugli usi giuridici popolari. 

* * 

Ma Tarcheologia giuridica, che non investiga il fondamento e la 
ragione della sopravvivenza, sibbene studia questo come frammento 



les plus lourdes charges k supporter, tantdt un droit de pr6f6rence sur les im- 
meubles (Sollur, Zurich, Argovie), tantdt meme une part plus fort>. LEHR, i^//- 
menis (U droit civil germanique, n^ 371. Cfr. art. 1885 e 1902 Cod. di Zurigo e 
I'eloquente commento di M. Buntschli. - V. CHAISEMARTIN, Prov. et maxim, du 
droit germ., 397. 

i) DELAGUE. Antol. Giurid, anno 1, v. I. fasc. VI. 



490 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

storico soltanto, alio scopo di portar contribute alia storia delle isti- 
tuzioni, ricava il materiale dalle ricerche folklorlche, dalla vasta let- 
teratura popolarei); dai miti, dalle leggende, dai simboli. E p)oich^ 
il gran fenomeno delia imitazione, che se non b tutta la realta^), ^ 
certamente Tespressione delia simpatia sociale, svela il mistero delle 
similitudini nella storia, b necessario che si osservi quanto di sim- 
bolico e di tradizionale vi sia negli atti imitativi, per ix)ter penetrare 
il passato. A tale scopx) i sociologi han personificato le tre leggi — 
imitazione, tradizione, specificazione — che regolano il corso delia 
umanita, nel fanciullo, nel vecchio, nella donnas). 11 primo nella 
evoluzione organica,* presenta le fasi estinte delPuomo primitivo; la 
donna k Telemento essenziale delia attivita etnogenica, per le condi- 
zioni sociali, per le sue relazioni e subordinazioni airuomo;) i vecchi 
poi, sono un importante fenomeno psicologico di regresso morale. E 
gia si raccolgono, ordinano i giuochi, e si ^ intraweduta e intra- 
presa una ricerca originale, cio^ il folklore giuridico dei giuochi fan- 
ciulleschi, i quali riproducono gli atti solenni delia vita — dalla na- 
scita, alle nozze, alia morte — e con simbolismo cosl verace, da 
scorgervi la scena reale a notevole trascorso di tempi 4). Nel corso del 
nostro lavoro, verranno riferiti alcuni giuochi, che ricostruiscono il 
simbolismo delia procedura penale e civile di altri tempi. Per esempio, 
il cedo bonis dei falliti, che si cdmpiva dando del ctUo in aul lor 



r) II termine « letteratura » non 6 ristretto al senso etimologico, e non com- 
prende solaraente le composizioi elevate, scritte, d'una civiltA avanzata, ma tutta 
quella produzione spontanea, folklorica, che in tutta la terra ha preceduto la let- 
teratura sapiente, e si riattacca per certi capi, e non poco importanti, alia antro- 
pologia - Cfr. LETOURNEAU, L'ez'olution litteraire, pref. (Paris 1894). 

2) TARDE, Les transform, du droit, pag. 171. 

3) Crf. BRAGA, O povo porluguez nos sens costumes, cre^tfos^ tradifdes^ 
vol. II, c. v., pag. 272, 3. 

4) Gi^ J. Grimm nel libro Dcutsch. Mylhol. aveva indicato come alcuni raccontj 
di fanciulli non erano che il sogno ripetuto nei secoli dei miti oriental!. Sul folk- 
lore giurid. dei giuochi fanciulleschi. Cfr. PITR6, Bibl. trad. pop. sic., Introdu- 
zione ai giuochi: anche il cap. Folk-lore giur. ecc. Vedi Lai MHusine, Tomo III, 
1886, 1887, pag. 156, 157, 158, i59» 160. 



PROVERBI GIURIDICI ITALIANI 49I 

atrone^) — come dicono i Toscani — rivive in un giuoco di fanciuUi 
della Sicilia, con sincerity e solenniti che sono il riflesso del reale. 

Delia donna lo Spencer 2), rilevando nella psicologia comparata 
del due sessi, la subordinazione airuomo; e d'altra parte, Tin- 
fluenza diretta e indiretta sulle passion!, sui sentimenti domestici 
e civili, ha posto e risoluto la questione sociale, se la influenza 
della donna sulPuomo e sulle opinioni della vita, pregiudichi il pro- 
gresso e Tevoluzione della society. Senza rifarci al problema. pretta- 
mente psicologico, notiamo che le funzioni familiari della donna, 
sposa e madre, sono quelle che formano, informano la psiche del fan- 
ciullo, son quelle che generano la f>ersonalita nel bimbo, dandogli 
un'altra vita, la vita dello spirito e delle prime conoscenze materiali 
e morali. La madre ripete i nomi delle cose, rinnova e fa rivivere 
le imagini deirOrco, le Fate, i Cavalieri, i Re e le Regine; tutto il 
mondo dei sogni, insieme coi primi precetti religiosi e morally che 
ha ereditati nella educazione domestica. Del vecchio, il tipo caratte- 
ristico della tradizione, il laudator temporis acH, diremo tra breve. 
Intanto mi place accennare, indicato il gruppo trino del fanciullo, 
della donna e del vecchio, ad una figura collettiva, che offre vergine 
sorgente alle ricerche folkloriche: la tribu agricola e montanara. 

I nuclei della montagna, le collettivita boscaiuole, fuori delForbita 
della agitazione nuovissima, vivono di usi, costumi, consuetudini 
vecchie, stretti neW elite della domestica tradizione. fe questo popolo 
della montagna che conserva la religione del focolare, il culto degli 
avi, la morale dei padri, il diritto rurale e civile degli antenati, e alia 
parola scritta supplisce con la parola tradizionale. fe il popolo con- 
servatore per eccellenza! 

La letteratura orale offre un materiale di simbolica giuridica, 
misto di usi civici e pregiudizi religiosi ; donde la necessita di studiare 



1) Cfr. PITRI^, op. cit. loc. cit. - Cfr. anche FLANDINA, // miserrimo 
rifugio ecc. Archiv. sioric, sicil.^ anno X, pag. 112 a 120. 

2) SPENCER, Introd, a la science sociale^ pag. 405-412. Dall 'influenza della 
donna sui costumi e sulle tendenze ne deriva la responsabilitA famigliare. Vedi 
SPENCER, op. Cit, loc. cit 



492 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

la vita pubblica e privata di quelle pyopolazioni che si pwtrebbero 
chiamare colonic barbare Contemporanee, e che si raccolgono nei 
boschi e sulle montagne fuggentlo lo strepito della modernita che 
rinnova uomini e cose. Le popolazloni della Sardegna, che si sono 
ritirate sui monti, dedite alia industria agricola, invece di cercare 
gli sbocchi del mare, la gran via del commercio, conservano la te- 
nacia delle antiche cose. Immune dalle invasioni germaniche, la Sar- 
degna, con le sue consuetudini e i suoi costumi, potrebbe svelare i 
principi etnici, latini, italic! del diritto antichissimo. LMstituzione dei 
baracellii) fa pensare ad un avanzo di comunismo; la ricostituzione 
del peculio del mandriano, che ha perduto i suoi beni, fatta dai na- 
tural!, ^ un'altra prova di comunismo. 
Nella Calabria il proverbio: 

'U maassani 
E* seggia e notaru ; 

fa ricordare la potesta dell'antico patriarca nella tribua>. — Si 
ricorda nella terra di loppolo (Catanzaro) che i contadini, or non son 
molti anni, radunati sotto il grande olmo della piazza, regolavano i 
loro rapporti giuridici ; e ci6 non so se per comodita o per soprawivenza 
di costume, diffuso nel medio evo, e n'h traccia nella espressione: 

Attendez-moi souz Torme 3). 



1) Sull'istit. dei baracelli, sorti fin dal medio evo, per guardare dagli attentati 
II godimento degll averi, vedi Osserv, e proposle del Comitalo popolare di Ca- 
gliari ecc. 1869 - V. anche C. CORBETTA, Sardegna e Corscia^ pag 109 (1877). 
- MANTEGAZZA, Profili e paesaggi d^lla Sardegna (1870) pag. ai. 

2) « II massaro rientra in paese ogni sera di sabato; la dimane esce in piazza, 
siede nel sacrario della Chiesa, e 1^1 tutti i contadini lo circondano, gli chiedono con- 
siglio, gli domandono soccorso, lo pigliano ad arbitro nelle loro controversie >. 
PADULA, // Bru-Ao (2* ediz.), pag. 270. 

3) « Se dit proverbialement quand on donne un rendez-vous auquel on n'a pas 
desseln de se trouver. L'origine de ce proverbe vient de ce que les justices sei- 
gneuriales, au moyen dge, se tenaient g^neralement aux portes des palais ou des 
hotels du roi ou des seigneurs ayant fief, sous un orme qui y 6talt plants. II ar- 
rivait souvent que les parties assignees manquaient au rendez-vouz et se fai- 
saient attendre vainement ». LEROUX DE L\\^C\, Le livredes Proverbes fran^ais^ 
vol. II. 598. 



PROVERBI GIURIDICI ITALIANI 493 

Dalla quale h derivata la frase comune «lasciarealI'olmo >►, pel 
fatto che awenendo le vendite e i contrattl in genere, neU'eti media, 
nelle piazze ombrate d'ordinario da olmi o altrl alberi giganteschi, e per- 
fezionandosi i contrattl con I'offerta del vino, cosl restava all'olmo 
colui che non compiva la vendita. 

Gli esempi richiederebbero non un solo volume: ma troncando 
questo argomento, osservo che i costumi, le tradizioni — in genere 
— si compjendiano in proverbi; in frasi e in formule originali, sin- 
tetiche e simboliche, le quali formano un brevissimo codice di pra- 
tiche diffuse. Un codice tradizionale, che dal canone morale va fino 
al comma giuridico. famigliare e rurale; un codice di sapienza pro- 
fonda, per quanto semplice, cosl intrinseco alia vita, che invano ti 
offre il modo e Toccasione di cercarlo, ordinarlo per intero. 

* 

Prima di dire della necessita del proverbio, come regola giuridica, 
nello sviluppo del diritto consuetudinario, e prima ancora di dire 
deirutilit^ ai nostri giorni, come supplemento nei casi non previsti 
dal Codice, io credo opportune rilevare la distinzione tra brocardico i) 
e proverbio. II primo b la regola del giurista, la formula che coglie 
in ritmo ed in sintesi la dottrina e la teoria, epper6 al nome bro- 
cardico si aggiunge: de aula et de schola, 

II proverbio, T adagio popolare, di verso dal brocardico, per la 
spontaneita, per la imagine viva e grossolana, ^ lavoro collettivo, h 
\o spirito e la forma del buon senso comune, senza che porti la 
solennita e la gravity dell* aforisma. Per6 se il proverbio indica il 
bisogno vivente del pof)olo, poich^ ^ Tespressione della lingua parlata, 
del verbo morale e del diritto in uso, il brocardico rappresenta Tim- 
mobilita del diritto, rispondendo a speciali condizioni giuridiche de- 



i) SuH'origine della parola brocardico. Cfr. DUPLESSIS, Bid/, panfom. pag. 101. 
- < Brocardica dicuntur enuntiata quae usum habent ancipitera et in utramque 
partem flectuntur ». Dal vescovo Bnrchardus, che formul6 in massima i primi 
precetti giuridici. 

Arehivio per le inMOmioni popolari. — Vol. XXIII. 50 



494 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

rivate di istituti che ormai appartengono.alla storia ^K E il Tibaut 
se ne prometteva la scomparsa non appena si fossero pubblicati i 
Codici, poichfe la regula juris non era che la legge, la disposizione 
formulata, in un'epoca di multiformi consuetudini e diritti. Varie 
raccolte di brocardici restano ad attestare la funzione che essi ebbero 
nella scienza e nella pratica 2). Ma ad attestare la funzione giuridica 
del proverbio, altre raccolte si sono curate in Francia, in Ger- 



i) SALVIOLC, G/i aforismi giuridici (Scuol. PosU. anno I, N. 7). 

2) Le collezioni di Dir. romano ci offrono un gran numero di regole giuridiche, 
rimaste con una autorita quasi universale. Una parte di tali aforismi si trovano 
in un titolo speciale del Digesto iDe diversis reguHs juris antiqui, 50, 17); 
un'altra parte sono sparsi nei testi nelle dissertazioni dei commentatori. Nel 
sec. XIV, MENOCHIO diede alia luce il libro De praesomptionibvs, conjeiiuris 
et signis (Ginevra, 1670, ultim. ediz.); e nella prima met4 del XVII, I. GODEFROY 
pubblic6 il Florilegium sententiarum, che forma la terza parte del Ma- 
nuale Juris (Paris 1806, ultim. ediz.). E fra le vere e gravi raccolte, si notano 
una serie numerosa di dissertazioni, quasi monografie, su singoli brocardici. Per 
curiosity ne citiamo qualcuna, almeno per conoscere di quale importanza e utilitA 
era riconosciuto il brocardico: THOMASII, Dissertaiio in Symbolum: Suum cuiqite... 
(Halae, 1694). THOMASIUS, /> inutilitate Brocardici : Quae sunt turiiorio ttc. 
(Halae 1799). THOMASII, Dissertatio df faiuilate Broc, vulg: Causa faiua ex'^ 
cusai a dolo. GASSER, de beneficio: Non dedticta, deducam etc, (Halae 1724). 
WAGNERI, Traclatio j'urid. Regula: Necessitas non habet legem (Lipsiae, 1725). 
FICHTNER, Dissertatio de trito sermone proverbio: Parvi/ures etc. (Altorfi, 1716). 
SCHMIT, Historischer Tractat iiber das Spriworter: Juris t en gute Cristen (Ro- 
stochii 1730). - CHARRACH, Programma de Broc. < Iltiquidi cum liquido nulla 
est compensation (Halae 1741). - KAESTNER, Problema criticO'juridicum,osten^ 
dens falsitatem broc: < Bonus Institutista, bonus lurista > (lenae, 1744). HAR- 
TUNG: De redentione vexae, vulgo: « Ein magerer I'ergleich ist bessen denn 
^in feist Rndartheil » (lenae, 1751). - KLUVER, De axiomate: Cuilibet in 
suo ad coelum usque aedi/icare licet (\en3ie 17^4), HACK, Exegesis in Proverbium 
juris: Major dividit, Minor eligit » (Bambergae 1761). WERHERI, Epistola 
ad I. G. DietriclaSy de utililate^Regul. rom.: Ubi rem meam iuvenio, ibi eam 
vindico ; et de utititate germdnicae: Man us dans reposcat a manu accipiente 
(Hand muss, Hand wahrenj (Erlengae, 1767). - Ed altre ed altre dissertazioni, 
che fanno capo all 'una airaltra delle diverse teorie dei giuristi e delle varie 
SCUOle. Cfr. DUPLESSIS, Bibl. parim,, 1847. 



PROVERBI GIURIDICl ITALIANl 495 

mania D, insieme alle ricerche di diritto consuetudinario, questo 
gran cendrillon della giurisprudenza, per dirla con un illustre fran- 
cese. Neiritalia nostra tentativi di raccolte mancano, e il bisogno 
di una codificazione di usi giuridici popolari si sente oggi, dopo il 
forte impulse di studi folklorici per opera del Pitrfe, del D'Ancona, 
del Nigra e di altri non meno illustri. 

Una tradizione attribuisce la formazione del proverbio ai vecchi : 
donde il nome di detti dell'antico, perch^ Tesperienza, individuale 
e collettiva, trasmessa alle generazioni per mezzo della parola, rest6 
nella vita come regola, come legge a . E prima che la voce scritta 
sostituisse interamente la orale, era necessity quella che i par'emio- 
grafi indicano col nome di affabulazione 3). E cio^, una favola ab- 



i) A. LOYSEL nel 1607 raccolse Les rigles, seniences tri proverbes du droit 
coutumUr le plus ordinaire de la France. (Ripubblicati con le note del Lauri6re, 
nel 1846, SOttO il titolo: Institution coutumiires etc.). 

CHATERINOT, Les axiomes du droit franr.ois, 1683. 

CRAPELET, Proverbcs ed Dictons populaires, avec les dits de merciers ed 
des marchands etc. auxXIl et XIV*. - BOUTHORS, Proverbes, Dictons et maximes 
du droit rural traditionnel etc. (1858). 

In Xjermania poi nel 1758 I. F. EISENHART, consigliere del duca di Brun- 
swick, pubblicd: Grunds'dlze des deutschen Rechte in SprUchwdrtern durch An- 
merkunoren erlailtert. Wiegand, Leipzig, 1823, ult. ediz.). - Nel 1858, HILLE- 
BRAND, professore deirUniversitd di Zurigo raccolse: Deutsche Rechtssprichwdrter 
(Zurigo, Meyer e Zellen). - Nel 1857 PUniversit^ Luigi Massimiliano di Munich, 
scelse come tesi di concorso: Collezione^ classificazione ed esplicazione sommaria 
dei proverbi di diritto germanico dal sec. XIII ai XIT. Ebbero la vittoria le 
memorie di E. GRAF e M. DIETHERER pubblicate in una: Deutsche Rechtssprich- 
wOrter unler Milwirkung der Prof. I. C. Bluntschli und K. Maurer, gesammeli 
und erkldrt von E. GRAF und M. DIETEURR. (Nordlingen 1869). 

2) < Lu muttu di I'anticu mai mintiu » oppure: < Proverbio no fala > veneto. 
Ma due concetti ferma il detto popolare: < Li proverbi su' iutti pruvati>, op- 
pure con significato alto, sacrosanto, e con immagine tratta dal confronto col- 

TEvangelo: 

L! muttl di Tantichi 
Su vanc^lii nichi ; 
cio6 piccoli evangeli. Cfr. PiTRfe, Bibl. trad. pop. sic. — 'Proverbi I. 11. 

3) Quintiliano nel V libro delle Istit. not6 Tesistenza d'un genere di proverbio, 
che h come una favola abbreviata, e non v'fe paese che non offra dei proverbi 



496 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

breviata di miti, leggende, d» aneddoti, compendiata, riassunta in 
periodi e filastrocche di formule rltmiche. pjerch^ piu facilmente 
s'imprima nella memoria e resista. E come ii proverbio, in genere, 
^ il compendio d'un'idea morale, d'una favola, di un racconto, egual- 
mente il proverbio giuridico {ad agendum aptuni) ^ legato alia 
consuetudine, della quale h come la sintesi formulata. Perch^ la 
consuetudine h definita come un insieme di precedent! consolidatisi 
in una norma i), e ci5 a causa di una serie di ripetizioni e di imita- 
zioni nel dominio delle dee e dei sentimenti, di una serie di impulsi 
che hanno costantemente agito nella volonta sociale, finch^ a poco 
a poco si b determinata la regola del costume. E ci6 perdueforze: 
la prima ^ rappresentata dsiWignoto, il misterioso nel tempo, che si 
cinge deirautorita dell'antico, e si viene formando V imperio del 
8i dice, della voce pubblica, della pubblica fama ; la seconda rappre- 
sentata dal numero delle persone che si sommettono a quell' uso, e ci6 
forma il misterioso nello spazio, perch^ perduta la percezione della 
prima origine, rimane e sempre piu si afferma Tidea che tutti in quei 
dati casi hanno agito sempre a quel modo 2). 

E questo sentimento nelFautorita .'elPantico, nella saviezza del 
vecchio, neWipse dixit ^ se ^ la caratteristica essenziale del proverbio, 
11 quale h attribuito dal popolo alPesperienza dei tempi trascorsi, 
donde il precetto: 

Usanza 'nvicchiata addiventa liggi 3), 
trova riscontro nella storia della consuetudine. 

Uno sguardo al passato. Compiuto il gran fatto storico, da noi 
detto Pinvasione dei barbari, dai germani I'emigrazione delle tribu» 



che sono delle vere affabul^zioni di miti, di leggende, di aneddot^. Cfr. PITRE, 
op. cit., Prov, vol. I. Introd. CXV. 

1) MlCELI, I^ fonli del diritio dal piinio ecc. pag. 41 U905)- 

2) Cfr. MICELI, op. cit., pag. 44, 45. 

3) PiTRfe, op. cit.. Proverbi. Un prov. tedesco con identic© significato dice: 
(CHAISEMARTIN. Prov. et max. du droit germ. 8-1 1). Eine Gewhnheit soU man 
nicht. 

Sull'wjo antico Montaigne scrisse un curioso capitolo intitolato : De la cou- 
stume et de ne changer ayseement une hn recevue (Essais, liv. 1, ch. XXII). 



PROVERBI GIURIDICI ITALIANl 497 

dal conflitto dei vari diritti, nasceva con Tunita nazionale, Tunita 
gmridica : perch^, come per I'unificazione, le stirpi assunsero un solo 
linguaggio, cosi a poco a poco abbracciarono un solo diritto. Dopo 
i contrast! degii element! romano, germanico, canon!co, la fusione 
dei medesimi trova 11 centro di elaborazione nella funzione dello 
scabinato, istituzione la quale se da un lato fa scomparire la diffe- 
renza delle nazionalita riguardo al foro, dall'altro deve condurre alia 
confusione delle varie leggi. Cos^ che il d!ritto nuovo, risultato d! 
divers! element!, costituito a poco a poco, non trova espressione 
adeguata in nessuna delle leggi scritte. Rilevato ancora il fatto della 
estinzione dei govern! che avevano emanato le leggi, lo scomparire 
di molte istituzioni per le quali erano fatte, per cui dair un canto 
perdono d'autorita, e dalPaltro diventano superflue; rilevato il fatto 
della formazione dei modern! volgari, che portano alia rarita dei 
codici, e alia diificolta di decifrarl! per la lingua in cui sono scritti, 
non resta come necessita giuridico-sociale che il diritto consuetudinario, 
e per5 gl! statuti impongono a! giudici di sentenziare secundum leges 
aut jus vel consuetudines i). 

Dovunque Tuso ha la prevalenza, che trova sostegno nel tribu- 
nale popolare; e il detto: 

Juristen sind bose Christen a), 

non ^ che Tespressione ironica del malcontento popolare, che si ri- 
bella a! giudici e ai giuristi, ! quali seguono il diritto pagano 3). 



i) FERTILE, Man. Stor. Diritto Ital., vol. I, \ 4a. Cons. pag. 388. 

2) SIMROK, Die deutschen Sprichvorter (2* ediz. Francfurt) pag. 283. 

3) Tale irritazione non si manifesta solamente colla satira, raa colla critica 
ragionata' e stringente di qualche spirito elevato. V. ZOPFL, Deutsche Recht- 
geschichte, (4«» ediz. Brunwich), 1871, I; ^ 55, I, D. Nel secolo XVI in Germania, 
a Frauenfeld, un dottore di Costanza, per aver citato Bartolo e Baldo davanti il 
tribunale degli Scabini, venne espulso: < Ascoltate, dottore: - dicevano i giudici - 
noi, scabini, non giudichiamo secondo la opinione di Bartolo e di Baldo. Noi ab- 
biamo i nostri usi e il nostro diritto comune. Uscite, dottore, uscitel > ZOPFL, op. 
cit., loc. cit., nota 5. W. GOETHE, nel dramma Goeizde Berlinchingen, ha dipinto 
in maniera originale la supremazia del diritto romano in Germania nel sec. XVI, 
e Tavversione che ispirava alle classi popoiari. - Ecco come Oleario dice aJPAb- 



498 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

Molte per6 sono le difficolta nel verificare e definire la consue- 
tudine, e in fatto, or si usa domandare d'ufficio, sotto religione di 
giuramento i naturali del luogo, preferenda i piu vecchi i), ora si 
precede alle cosl dette inchieste e altri mezzi di accertare il costume ; 
ma in casi eccezionali decide il tribunale popolare degli scabini, o si 
ricorre all'infallibile prova di Dio. E dovunque il vecchio predomina 
per la sua esperienza e per la sua -saggezza : sia che trattisi di rac- 
cogliere le consuetudini nazionali, sia che trattisi di prova nei sin- 
goli giudizi, sempre per il principio della inveterata constietudo, 
in volgare Vusanza 'nvicchiata. E gii lo Scabino che nei primi qua- 
rant'anni del 1200, raccoglie le consuetudini, nei prologo rimato 
dello Speculum Saxotiuniy canta : 

Diz Recht ne han ich selve nicht underdacht, 
Iz haben von aldere an unsich gebracht 

Unse gute vore varen 2). 

Confessa il giudice compilatore e premette: I nostri buoni 
vecchi han conservato questo diritto delle antiche eti. E dovunque, 
guardando le origini e le fonti del diritto, i veteres mores, autoriz- 
zati dalla esperienza del vecchio, e per if potere della affabulazione, 
si assommano in formule ritmiche, figurate, sillabate, tanto da far 



bate: « Le tribunal des ^chevins qui, jusqu'^ ce' moment, jouissait dans le pays 
d'une grand? consideration, est entierement compost d'hommes qui n'ont ancune 
notion du droit romain. On croit qu'il sufftt d'avoir acquis par Vdge et Pexpi- 
rience une parfaite connaissance du regime int^rieur ed ext^rieur de la ville. Et 
ainsi les habitants et ceux du voisinage sont Jug^s d'apr^s Tandenne coutume 
et quelques statuts. - Atto I, scena IV. 

1) Cum D. Episcopus (trident.) vellet jura et rationes S. Virgilii - in casto Pra- 
talie libenter invenire - et in scriptis redigere, BASSUS et ZanELLUS de Pratallia. 
qui de aniiquioribus, hominibus illius loci erant... dixerunt-quod sciuntm z'<fr^ 
iate et visu et audit u aliorum predecessorum suorum, et antiquorum hominum 
illius terre, quod omnes debent ect. Cod. wang. 134. Alia maniera stessa prbce- 
deva PAbbate di Montecassino per accertare i doveri degli uomini di S. Elia. V. 
PERTILE, Star. Dir. Ital., v. I (a^ediz.), pag. 390, nota. 

2) Sono i versi 151-153, riferiti dal BRUNQUELLUS, Hisi. Jur, rom, germ. 
(MDCCXXX). Cfr. anche HOMEYER, Des Sachsenspiegels erster Theil, oder das 
s'ichsisrhe Laudrechi (3* ediz., Berlino, 1861). 



PROVERBI GIURJDICI ITALIANI ^^^ 

pensare a una poesia del dirittoi). E dire financo che qualcuno 
ha creduto che i vefsetti dei Q^nti popolari si chiamino leggi a) sem- 
plicemente per il loro significato originario giuridico ; poich^ si sa 
che la consuetudo, la tradizlone, la catarfeda veniva tramandata 
da una generazione all'altra per verso e per rima 3). A Roma, un 
popolo di fanciulli cantava pubblicanjente la lex orrendl car minis; 
forse per quella tale forza di resistenza imitativa, che vive nel fafi- 
ciuUo, quando gia il costume 6 scomparso. Che il nome carmen non 
sia dato alia legge delle XII Tavole per tropo, per figura, ma sia re- 
miniscenza di un antico ordine di cose, h incontestabile quando si 
guardi alia storia della promulgazione delle leggi, che in origine e 
quasi presso tutti i popoli, era fatta coU'uso del canto 4). Ma se non 



i) Dopo il geniale lavoro del GRIMM, I on der Poesie in Rechl (Zeitschrifl 
fiir geschichiliche Rechtswissenschafl- Berlino i8i6) sono notevoli le pagine dello 
CHASSAN, /cJ^ji^ du droit, (V- Essai sur la aymb. du droit, 1847) e del BRAGA, 
Poesia do direito (Porto 1865). 

2) Dice il Bninquellus: < et hodie nunc singtili versiculi cantionum leges 
(gesetze) vocentur ». Hist. jur. rom. gerni.y L. IV. cap. 2, \ III. 

3) FERTILE, St, Dir. Ital., vol. 1, 124. - La catarfeda si ha ancora nelle consuete 
Baresi di Sparano. FERTILE, op. cit., loc. cit. nota. 

4) La storia delle religioni e quella del diritto si trovano unite, nella origine, 
alia storia deH'arte. La lingua materiale ebbe due strumenti : la parola gestico- 
lala, ovvero simbolica, che si dirige agli occhi; e la parola inarticolata, pariata 
poi, che si dirige all'orecchio. La religione e un canto - scrive Chassan-; il di- 
ritto legato alia religione, non si scrive, ma si canta. Un'antica tradizione mostra 
Apollo come uno dei primi legislatori, il quale ha pubblicato le sue leggi al suono 
della cetra. Orfeo, Lino, Anfione, Museo, fondatori di citt^, civilizzatori di popoli, 
conquistarono col canto. Questo nell'et^ mitologica: ma seguiamo la storia ancora. 
Dracone mise in versi le leggi Ateniesi, come anche Solone; e si dice che Licurgo 
pregasse I'amico Tebete di preparare i suoi compatrioti con la melodia delle sue 
odi, a ricevere le leggi. V. CHASSAN, Podsi^ du droit (Essai sur le symd,, , etc), 
VII-XI. V. DE LA BARRE, £claic. sur rhist. de Lye. - Fer il Vico L^yra vuol dire 
legge. (Fol. degli Eroi) Scienza Nuova. 

La dea Iside dett6 le leggi agli Egiziani in poesia; il codice di Manou k in 
distici di trentadue sillabe; Maometto diede le sue leggi in una forma tra la prosa 
volgare e la composizione poetica. CHASSAN, Poisie du droit, etc V. Note. 
Usage du chant dans le promulgation des lots, dans la prononciation des for- 



500 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

vi ha dubbio che la redazione della legge primitiva abbia avuto 
forma ritmica, figurata, o meglio, forma poetica, quando si consideri 
la necessity di tramandare gll usi alle generazioni posteriori ; io credo 
non vi sia neanco dubbio intravedere nella formula proverbiale, con- 
slderata come regola morale-giuridica, una soprawivenza deH'anti- 
chissimo costume d. Che anche il proverbio, si chiami adagio o si 
chiami respite sia un tarmen necessarium f)er la vita sociale, 
^ attestato dalla forza colla quale sMmf>one tra gli uomini tutti, anche 
tra quelli che piu schivano il pregiudizio misoneista. Ed ^ curioso, 
e notevole come confronto storico, una fonte contemporanea, che 
indica la funzione necessaria del proverbio nella vita sociale primi- 
tiva. Scrive il Post, che fmo a quando un popolo non conosce Tuso 
della scrittura, le norme di diritto consuetudinario, custodite nella 
memoria dai piu vecchi, hanno frequentemente la forma di proverbi 
giuridici 2), dei quali si trovano esempi un po' dappertutto nel mondo. 
Notizie di viaggiatori e di esploratori ci rivelano i nuclei sociali, il 
meccanismo semplice della vita di questi popoli poco civili, i quali 
conservano in formule e massime figurate, allegoriche i primi prin- 
cipi del loro diritto. 

11 Tylor, sulle indagini del capitano Bouthons, dice di un po- 
polo deirAfrica australe, il quale regola la vita degli affarj con 
massime che hanno figura di proverbi. Ecco qualche canone di tale 
giurisprudenza apoftemmatica: Quando qualcuno cerca regolare un 
interesse nella assenza delfaltra parte: - Voi non potete — obbiet- 
tano i negri — tagliare la testa di tm aasente. E per esprimere che 
il padrone non deve essere giudicato dalla villania del suo servo, 
dicono : — II cavalier e non ^ uno sciocco, percM il suo cavallo sia 



mules furidifies el des %enlences, ainsi que dans les proclamations pubiiqu^s^ 
pag. 374. 

1) I poeti comici conservano delle espressioni proverbiali - dice il Ballanche - 
che dovettero essere nella lingua popolare d*un'epoca, e appartennero certamente 
alia lingua eroica precedente, oppure ad una lingua religiosa. BALLANCHE, Palin- 
genesie^ i6o. 

2) POST, Grnndriss der ctnologischen Jurisprudenz. (Erst. Band, ii-54) 



PROVERBl GIURIDICI ITALIANI 50I 

tale, i) Alcuni di tali modi che entrano nella le^e comune, sono 
per noi incomprensibili, perche un simbolismo strano d'lmagini e di 
parole li informa e li veste. Presso i Bogos, Tassoluta incapacity di 
diritto delle donne ^ designata col dire : — La donna ^ una jena, 
Cosl pure presso i Malesi del Menaug-Kabau, |.^r indicare le canse- 
guenze che colgono chi non pu6 pagare la composizione: — Se ai ha 
oro — si dice — si resta vivi, se non si ha oro bisogna morire 2), 
E senza accennar altre di tali norme, che hanno il carattere di una 
vera casuistica, noto che solo considerando la forza e il corso della 
parola tradizionale presso i barbari modcrni, noi possiamo intuire e 
penetrare il mistero delle origini giuridiche presso i barbari antic hi, 
e spiegare il perch^ delle leggi ritmiche, da alcuni paragonate a veri 
poemi giuridici. 

Gli studi sul tamu portano gran luce nella costituzione primitiva 
della societa, rivelandoci i dommi della prima saplenza religiosa e 
civile, e facendoci intendere che se il proverbio presso i selvaggi 
non h che un vero carmen necessarintn ^\ nella sua f undone giu- 
ridico-sociale, presso i civili non b che una lontana forma di soprav- 
vivenza, d'altreeta quando i precetti morali e giuridici si tramandavano 
di memoria in memoria nel sacrario delle generazioni 4 , Co5i forte 
e sacra e stata IMnfluenza della tt^anea intccchiata, della inveterata 
consuetudo, che se le masse sMnchinavano alia voce delTantico, che 
riferiva per bocca dei vecchi, oracoli viventi, altrettanto praticavano 
i re, nell'et^l media. « 



i) TYLOR, Civilisation primitive, vol. I, cap, 11 L 

a) POST, op. cit., loc. cit., nota 2». - V. anche Afrtl^. lurisp., I, f 2Q5. 

3) La parola carmen significa verso, canto, formula, leiJ^ge, patto e sentenza, 
e ci6 prova che originariamente la legge era in furraa ritmica, ChaSSAN, Po^sU 
du droits nota a pag. 373. 

4) Gli antichi scrittori citano esempi di molte nazioni le quati non conoscevano 
alcuna legge fuori degli usi. I popoli della Licia Bon avevano libro akuno nel 
quale fossero trascitte le leggi; essi non si govern a vano che cogli usi, Nelle Indie 
da tempo immemorabile le sentenze sono appoggiate sopra alcuni costumi che \ 
padri tramandavano ai figli. V. GOGUET, DeWorigne delle leggi, etc, (MDCCCll), 
vol. 1, pag. lo-ii. E presso i Germani? Vedi Salveoli, GRIMM, V<^n der pueiu- 
im Recht. § 5. Cfr. anche FERTILE, St. Dir. Ital. ciL 

ArehUfio p«r le tradiMtoni popolari. — Vol. XXYll. tt 



502 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

1 re, quando si intese il bisogno per il moltiplicarsi delle consue- 
tudini, di raccogliere e disciplinare le regole del buon uso, si sono 
avvalsi dei sapientes, della attestazione dei vecchi, e la loro parola 
era consacrata nella legge i). E non solo, quando la legge lasciava 
margine ad interpretazioni dubbie, o non contemplava casi special!, 
il pojx)lo e il re si rimettevano alPautorit^l del proverbio a). E difatti 
se la consuetudine era Vnsna morihus utentium comprobatiMt non 
altrimenti era il proverbio: probatunt verbum. In questo concetto 
del probatum sta la forza del proverbio come della consuetudine, 
e Tadagio popolare detta: 

I proverbi son tutti provati. 

Chi volesse indagare le origini e i principi — religiosi e giu- 
ridici — ai quali mette capo 11 proverbio, che h regola rurale, 
Lu lavore dure quande lu sole, 

dovrebbe collegare la disposizione agli atti simbolici delPantichiti 
classica e della procedura medievale, che proibivano di fare alcuni 
atti prima del sorgere e dopo il tramonto del sole 3). Insomma, 



1) « Come trattavasi di raccogliere le consuetudini nazionali, la corapilazione 
si faceva pei sapientes o vecchi, cio6 per uomini esperti del diritto della propria 
nazione ; e il re, che presiedeva a questa compilazione e promulgava la legge, faceva 
al dettato loro le modificazioni che trovava necessarie, non senza riportame prima 
I'assenza del popolo od almeno dei grand! >. Cosi il PERTILE, Delle leggi dei 
barbaric prima e durante la dominazione in Italia, Slor. Dir, ItaL, vol. I, 125. 
Tali leggi eran chiamate leges populorum populares. yolksrechte,o\>. cit. id. 126. 

2) II grande vicer6 dellMndia, Alfonso di Albuquerque, di risoluta determina- 
zione, dirigeva e sosteneva i suoi giudizi con I'autoritA dei proverbi. - Alfonso III 
di Spagna, volendo decidere della santitA del rito messarabico e del romano, or- 
din6 la prova del fuoco, ed essendo fallita al suo intento, egli si rimise all'au- 
toritil del proverbio: 

Alia van Leyes do quiren Reyes ; 

quasi per legittimare 11 suo assolutisrao con la voce del popolo. Cfr- BRAGA, 
O povo portugueZf ecc. 

3) Soils occusus suprema tempestas ecc, XII Tab. - E come del giudlzio ro- 
mano^ cosi di quello dei barbari: Leg, salicae^ tit. LII; presso i Franchi le for- 
mule dei duelli ammoniscono che ante solis occasum adversarium znncere ne^ 
cesse erat. 



PROVERBI GIURIDICI ITALIAN I 503 

la religione della procedura, la religione del rito religioso e giuridico, 
la religione del lavoro, doveva compiersi col sole, neUa ora del fer- 
vore e della luce. E la formula che le ore di iavoro ruraie vanno 
dal sole al sole, de area ad aream, consacrata in tutti i bandi 
di marzo e di agosto, che venivano aflfissi avanti le chkse; san- 
zionata nel Fuero de Aragon, nel Fuero de Na^arra, persiste 
ancora nel simbolismo popolare n, per db che riguarda il lavoro 
rurale. Corre in Sicilia la segueute formula: 

E lu suli ^ juntu a LI tnura: 

— Lavura, viddanu, ch' ancora 6 daiira. — 
E lu suli 6 juntu a U 'ntinni : 

— Spaia, curatulu, jamuninni. — a). 

E in Calabria: 

A vintin'ura 

A jomata £ sicura : 
oppure, come cantano le racco^litrici d'olive: 

E lu suli e ftubba a U petti 
lamuncindi, tiggtiioli schetti: 3) 

ancora: 

A la galta nd ludnu I'acchi, 
lamuncindi fig^MoH ch*e notti. 

A quesfe disposizioni si riferisce, comunemente in Siciiia, un 
fatto che non pu6 esser leggenda, ^< Al monte^ Pellegrino — scri- 
veva verso il 161 5 V. Di Giovanni — v'^ un sasso che si dice 
la pietra dell' Imperatore. E questo fu die essendovi dissenzione 
tra il padrone ed un villano — ch^ costui domandava la mercede 



I Bandi di marzo e di agosto stabtUvano ; QuMl ne soit nulz qui quarrie de- 
vant soleil escoursant, sur I'amende de X soubz. (Ban d'Onguies. V. BOUTHORS, 
Somce dti droit rural, pag. 495 a 503), 

i) FUERO D'ARAGON, Obsett'aniia ronsuefudinesi^tie^ liber VJI - de pascuis^ 
gregibus et cabaunis. Nel Fuero de Navarra, lib. II], tit, V, cap, 19: Quando los 
villanos van A labrar para les seinoreSj deven Ir de sol a sol. Vedi WOLF, Ein 
Beit rag zur Rechtsymbolick aus a/tspan^ (Sittungshtrichten drr philos* hist. 
Classe der Vi^ner akad. a. 1865). ' 

2) PiTRfe, Bibl. trad' pop, sic.- Ust e costumii v. Ill, pag. ni. 

3) PITRE, Bibl, trad. pop. sicil. - Usi ^ costnmi, volJIJ, tii, * Per la Calabria 
Cfr. PADULA, n Bruzio, a» ediz., voK I, pag. 276, Sg, 97, 309, 335 , 330. 



504 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

della giornata dal padrone, e diceva il padrone che non Taveva 
compita — essendo il tempo delPesta, determin6 IMmperatore (Fe- 
derico II) tal controversia, e fece che il padrone gli pagasse intera 
la giornata, e f^ statuto clie nei tempo dell'esta, toccando I'ombra 
del monte quella pietra, fosse finita la giornata; il che si osserva 
nei trappeti delle cannam^le, che si leva ognuno al travaglio ad 
ore venti, quando h obbligato il padrone pagarlo interamente per 
tutta la giornata » i). 

Effettivamente IMmperatore non faceva che riconoscer come 
legge, una consuetudine antichissima. E qiiesto in tempi in cui la 
consuetudine aveva vigore, o anche prevalenza sulla legge scritta; 
e ci6 per il carattere degli antichi stati, ristretti a piccoli territori, 
a cui era piii facile la formazione di quelle abitudini comuni ad un 
consorzio di uomini, le quali sono il fondamento psicologico della 
consuetudine a . Per questo fatto si crede oggi che la consuetudine 
ha compito il suo cicio storico, ed e perci5 che essa non ha funzione 
generale di fronte alia legge. Pur tuttavia, per V utilita storica, se 
si potessero raccogliere ed ordinare le massime e i proverbi che il 
popolo ancora conserva, quelli relativi al matrimonio, per esempio, 
si avrebbe il modo di ricostruire in compendio la storia di una istitu- 
zione, e nei caso delPesempio, lo sviluppo e il progresso del matri- 
monio nei diritto popolare antico. 

Quattru mura havi *a casa: 
Dui 'u raaritu e dui 'a mugghieri; 

detta ancora il popolo, in Calabria, pur di fronte alle nuove dispo- 
sizioni del Codice 3). Ma il proverbio si riannoda, pel filo tenace 



i) Oppure : 

E lu suU cala e nchiana, ^ 

E 'u patruni scangia e pag^a. 

2) MICELI, La forza obbligat, della consuet, ecc. (Perugia, 1899). 

Introd. 28, 29, 30. La legge era detta sanciio sania^ la consuetudine, sanciio 
sancttor. BRUGI, Istituzioni Dlr. Civil, ItaL 

3) La legge vigente non stabilisce la coraunione di beni tra' coniugi, ma ne 
permette la stipulazione, e non giA per la comunione universale dei beni; invece 
soltanto per quella degli utili- Cfr. la Relazione del Pisanelli, al Senato, 1433-34, 
e 36. LOMONACO, Ist, D. Civ,, vol. IV (1884) pag. 40, 41. 



PROVERBI GlURIDia ITALIANr 505 

della tradizione, alia comunione societi di beni, che pel solo fatto 
del matrimonio, si formava nelle province consuetudinarie. Espressione 
di bisogni viventi. In un' eta nella quale 1q scompaginamento dtilla 
societa rendeva necessario Taggrupparsi, il collegarsi in classi, per 
resistere alia forza scompagnata dal diritto, — il sistema della comu- 
nione dal tugurio pass6 nei palagi dei magna tL In alcuni p^jesi il 
sistema della comunione imper6 a lato del sistema dotale, in altri 
lo escluse del tutto i). Ed era cosl vario il modo di regolare la so- 
ciety coniugale che, ogni citta si pu6 dire, avesse una con suet udine 
propria, e in alcuni luoghi neanco la legge regolava la comunione 
popolare, che rappresentava il diritto nuovo e libero 3). Ebbene, se 
noi oggi potessimo raccogliere le formule matrimoniali, noi, potremmo 
ricostruire la storia e il codice consueUidinario popolare. In lUcuni 
paesi la confusione dei beni aveva luo^o dalla nascita della prole; 
in altri pel solo trascorrimento di un anno dalle nozze> in altri dalla 
benedizione nuziale, in altri dalPentrata nel letto. Onde: 

Tavula e lettu 
Metti affettu; 

Entre dans le lit, 
Le droit est acquis; 3) 



i) LA MANTIA, Sioria della le^isl, sicil.: vol- U pag. 156, 57^ 5^- - Cfr- ClC- 
CAGLIONE, I^ leggi e le piu note consueiudim etc.. iBBr. 

a) < La regola dotale rimaneva vigente in dlfetto di prole, la oi\ nnscita 
soltanto dava origine alia confusione e comunione dei beni- - 11 testo degH sUHtutl 
Italian! prova come fosse ignota alle genti itaiiane la comunione fra coniugir e 
sempre in uso la regola dotale, oalla grichhcha >. V- LAMAKTIA, op- cit-, loc. cit-. 

CICCAGLIONE, Op. cit- 

3) CHAISEMARTIN, Proverbes et maximes du droit germ, 318. Oggi ancora^ 
in certe contrade germaniche, specialmente del Wurtemterg, si usa rlconoscere la 
comunione dei beni dal giomo della entrata fiei letto nuziate iHlLLEBRAND, 
Sprichw., n- 174). Nella Coutume de Chartres, art^ 5a* si nota I 'adagio: < Ftmme 
gagne son douaire d mettre son pied au lit >• \\ letto. *^ul quale I'uoma riposa. 
h simbolo del matrimonio : donde figlio del primo letto, del %ecnndo teito. Neiran- 
tico costume di Bar, lit brisi, significa la separazione del corpa Cfr. CHASSAN, 
Essai sur la sytnbolique, 163. 



506 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

Oppure: 

1st das Bett beschritten, 

ist das Rechte erstritten- x) 

E il diritto consuetudinario disponeva: << On disait jadis: Au 
coucher gagne la femme son douaire; maintenant, des lors de la 
benediction nuptiale » 2). 

Cosi si fa sempre piu chiaro e certo il principio che, prima che 
la legge disciplinasse i rapporti matrimonial! — in Sicilia solo sotto 
Ferdinando d'Aragona 3) — il detto popolare era la veriti sintetica 
dell'uso, e aveva vigore di legge tradizionale. In questo la funzione 
giuridica del proverbio, che si allarga man mano che cerchiamo, 
spinti da curiosity scientifica, quanto di diritto abbia ciascun pro- 
verbio, quanto di storia in s& chiude e conserva, quanto di diritto 
dimenticato, e quanto di bisogno sentito e vivente ancora conservi. 

{Continua). Rappaele Corso. 



1) EISENART, Grundsdtze der Deutschen Rechi in SpH€hwdrter, p. 13a. HlL- 
LEBRAND, DeiUsche Rechkssprichwdrler, n. 174. PiCi simbolica la seguente for- 
mula: < Isi die Decke Uber den Kopf, so sind die Eheleute gleich reich >. El- 
SENHART, 134. HILLEBRAND, 175; inoltre le espressioni: Beschreitung des Ehebettes 
-entrata nel letto nuziale - Beschlagung der Decke - collare della copertura, 
delle COltre. CHAISEMARTIN, Prov, et maximcs du droit germ., 319. 

2) LOYSEL, Institutes Coutumi^res, liv. II, tit. in,r6g. 5 -oppure: €El sont les 
maries communs en tons biens et conquSts immeubles, dujour de leur binidictitm 
nuptiale >. LOYSEL, Op. cit, lib. I. 

3) La sola legge sicula che fa menzione h il cap. 6 di Federic. Aragonese. 
Molti atti e memorie storiche del medio evo offrono argomenti che mostrano la 
tacita comunione fra le genti agricole, per6 il sistema dotale vigeva accanto alfa 
comunione e si disse secundum morem, consuetudinem et ritum Graeorum, ut 
vulgo dicitur, alia greca, grecaria, e nel c- 17 e 28 delle consuet. di Corleone si 
dice alia Grichisca. LA MANTIA, op. cit, loc. dt, note- 



T' 



MISCELLANEA 



Dae aotichissimi proverb!. 

Viareggio, 14 novembre 1906. 
Caro amico Dott. Pitr6, 

Le trascrivo due righe dl Quinto Curzio che mi sembrano meritare un posticino 
neWArchwto, Leggonsi nel resoconto del discorso che tenne il savio Cobares 
(« moderatus et probus ») a quelle smargiasso e millantatore di Besso (« ferox 
verbis >) che pretendeva dl vincere un Alessandro Magno : « ... Aggiunse poi quel 
detto che volgarmente usavasi presso ai Battriani che il cane timido pid forte 
abbaja che non morde, e che i fiumi pid profondi scorrono con minor rumore 
(Adiicit deinde, quod apud Bactrianos vulgo usurpabant, canem timidum vehementius 
latrare, quam mordere, altissima quaeque fluroina minimo sono labi) >. E il buon Quinto 
Curzio soggiunge : « Quae inserui, ut, qualiscunque inter barbaros potuit esse 
prudentia, traderetur > : sicch§ mi sembra quasi di eseguire una di lui volontA co- 
municando questi proverbi Battriani a]VArchivw delle tradizioni popolari, 

Deirabbajar di piccoli cani e rumoreggiar di piccole correnti, h pieno pur troppo 
anche il mondo non barbaro : e forse» mentre Quinto Curzio scriveva in Roma ed 
io trascrivo in Viareggio, a Roma ed a Viareggio erano e sono in uso quegli stessi 
proverbii. Certo h che non siamo nella Battriana, quando Ammiano Marcellino 
(XXII, 16, 16) ci parla di un critico di Cicerone e Io paragona ad un piccolo b6tolo 
che s'aggiri discosto latrando con miserabll vocina intomo a un leone di tremendo 
ruggito (< ut inmania frementem leonem putredulis vocibus canis catulus longius 
clrcumlatrans »). i). 

Aff'ez.mo 
GIACOMO LUMBROSO. 



i) Ntl z* fascicolo del Vol. XXIV dellMrcJMeto sotto la nibrica d^seelUmea sarA una nota 
to questi proverbi (G. Pitri). 



508 ' ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARf 



La commemorazioae del morti sarebbe di ori^ae sidliaoa? 

La storia ha rintracciato nell'antica Gallia le origini della commemorazione 
del defunti 11 2 novembre. I Druidi infatti celebravano con grandi cerimonie tale 
ricoirenza nella notte dal i» al 2 novembre; poi, quando I'invasione romana dap- 
prima* poi auella franca, completate dalFintroduzione del Cristianesimo, cancel- 
larono le usonze celtiche, anche questo costume fu quasi dimenticato, fino a che 
Sant^OJilone, abate di Ciuny, pens6 verso ii 998, ali'approssimarsi del xooo, di 
far risurgere la sua abitudine, dandole carattere e forma cristiana. 

Sant'Odilone prescrisse che in tutti i convent! della sua congregazione si ce- 
lebrassii il 3 novembre la commemorazione di tutti i fedeli defunti. L'istituzione 
fu approvata success! vamente da parecchi papi, e si sparse rapidamente in tutto 
r Occidents. 

Fin qui la storia conosciuta. 

Ma ecco che nella prima metk del 1700 uno storico tedesco introduce un nuovo 
particolare nel racconto, che in qualche modo modificherebbe le origini della gen- 
tile usanza, Gian Lorenzo Mochein, nato a Lubecca nel 1694 e morto a Gottinga 
nel 17-^5, convertito al protestantesimo, fu non soltanto storico ammirato, ma anche 
dotto taalf)go, il quale rest6 alieno dalle iraconde polemiche del suo tempo. Egli 
acrisse ben 160 opere, in gran parte dimenticate, una delle quali ha avuto per6 
parecchie tdizioni, e che non e difficile trovare anche oggi : Instiiutionum Hi- 
ston'ae eccienasticae antiquioris et recentioris libri IV. In quest* opera egli asse- 
risce chfaramente che Sant'Odilone fu consigliato ed incitato alia nuova istituzione 
da un eremiia venuto dalla Sicilia, che pretendeva aver avuto delle rivelazioni, 
secondo le quali le preghiere dei monaci di Cluny avevano una particolare efflcacia 
per libera re le anime del Purgatorio. 

Ora^ h difficile ammettere che Mochein abbia inventato di sana pianta questo 
particoJare. Ove egli lo ha dunque attinto? E chi era questo ignoto eremita venuto 
dalla SicilU? i). 

La festa di Sant'Antonio ia ftalfa. 

Passato Sant* Antonio, si parla di Sant' Antonio e la VUa ricorda ana delle piOi 
caratteristiche cerimonie che accompagnavano un tal giomo nell'antica Roma: la 
bened]2ione dei cavalli fatta con gran pompa, cosicchd cortei di bestie fiorite, im- 
pennacchiate e suntuosamente bardate traversavano la cittA recandosi innanzi alia 



1} IJOra, n. 305, Palermo, 2 nov. 1906. 



MISCELLANEA 



509 



chiesa del Santo, ove un monaco in corta e stola 11 aspargeva d'acqua lustrale. 
Oggi il rito permane nel Lazio e in Campania, ma non permane la pompa. Si por- 
tano ancora a benedire suila soglia delle chiese cavalli, asini e muli, ma senza 
trine e pennacchi, n6 la guida d'eleganti cocchieri. Dippiti, ricordandosi che al Santo 
fu sacro il fuoco e fido compagno un maiale, in alcuni Comuni si lascia libero un 
majaletto d'andar per le case d'onde normalmente verrebbe cacciato ed ovunque 
ha cibo e carezze. L'ultima casa, quella in cui stanco si accoccola, saril da quel 
giomo sua fissa dimora e in essa egli diviene sacro... fino al Sant' Antonio suc- 
cessivo, nel qual giorno vien messo in lotteria. Chi lo vince lo scanna e, in onore 
del Santo, lo mangia. L'omaggio del fuoco 6- fatto con grandl fal6, per cui tutti 
contribuiscono donando legna, mobili vecchi, combustibili. 11 fal6 6 acceso nella 
piazzetta e quand'esso divampa ecco dalle finestre circostanti venir gittati altri 
seggioloni rotti, fascine, tronchi d'albero, pali. — Ed anche le tentazioni vengono 
ricordate del Santo. A Lanciano la sera della vigilia un contadino travestito da ere- 
mita esce con bisacce, bastone forcuto e campanello In mano; e circondato dalla 
musica. A uno svolto ecco balzargli davanti un contadino vestito da diavolo, tutto 
rosso con coma e forcons. Questi lo tormenta con lazzi e con spassi ; ma il Santo 
6 paziente e quando il diavolo si:an:o scorapare, il popolo intona una laude di 
gloria* 



La mattanza del tonni a Pavigoana. 

Eraergono i primi dors! lucenti, enormi, bruni come dorsi di bestie impazzate ; al- 
lora coraincia la mattanza, cio6 I'uccisione dei tonni : i marinai dalle due grandi 
barche si curvano, e tutti, armati di accette, attendono che le vittime siano a tiro 
per agganciarle ; quelle si dibattono e qualche volta portano via I'accetta, ancora in- 
fitta nella ferita, la quale, nella fuga, da fiotti di sangue. 

Quando il tonno non sfu?ge, i marinai con le accette lo traggon su ; il pesce 
enorme d^ tremendi balzi, tre quattro marinai fanno sforzi erculei nel tirarlo, il 
ventre e tutto uno splenJore di iridescenze che si macchia rapidamente di sangue ; 
il tonno vien tirato fin sul bordo, e poi, con un rapidissimo moto, per scansare i 
colpi di coda, dagli stessi marinai che Than preso 6 spinto dentro la barcaccia, 
dove il fiociniere gli dk il colpo mortale e il tonno continua a sbattere furiosaraente 
la coda. 

Nello stesso tempo che ne 6 preso uno, ne son presi cinque, dieci insieme dagli 
altri marinai ; mentre Pacqua, agitata fortemente, 6 tutta coperta di schiuma : da 
ogni tratto i dorsi e i ventri luccicano suUe sponde delle due grandi barche : feriti 
sobbalzanti, trattenuti dagli uncini, certuni si tingono d'un sangue cupo, che par 
quasi nero quando scorre sul bruno dei dorsi ; altri si tingono d'un sangue ver- 
miglio quasi giocondo : certe ferite ddnno un sol fiotto di sangue ; certe altre ne 

ArchUfio per le trciditfioni popolari. — Vol. XXIII. 61 



510 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

versano con gran furia e in gran copia come se fosse cacciato fuori da un intemo 
lavaggio ; e I'uccisione dura spietata per circa un'ora fra quel frastuono di colpi, 
di voci, di spume agitantisi che fan i'acqua in molti punti tutta rossa come se 
sul campo di queiruccisione fosse caduto e vi ondeggiasse lungamente il drappo 
rosso d'un'enorme bandiera sconfitta. 

Ora questo spettacolo pieno di imponenza, non scevro di una beliezza rude e 
solenne, quasi epica, assume aspetto assoiutamente grandioso nelle Tonnare del 
commendatore Florio a Favignana, che, come si sa, oltre ad essere le piO impor- 
tanti del Mediterraneo, d^no, esse sole, la sicurezza di assistere alia meravigliosa 
pesca, per il fatto che quasi ogni giomo si fanno copiose mattanze. 



II tesoro di Porciaao oel Casentioo. 

Si crede in tutto il Casentino che in Porciano sia nascosto un gran tesoro ; e 
la credenza 6 formulata nel seguenti versi popolari : 

A Porciano in Casentino 
Tra una fonte e uno spino 
Si trova una compera d'oro fino 
Che vale quanto tutto il Casentino i). 



x) C. BENI, Guida illustrala del CasenHnOy p. i68. Firenze, Niccolai 1889. 



RIVISTA BIBl.IOGRAFICA 



EMMA PERODI. L.e OOVCll^ dclla t}Ot}t}9k- Fiabe fantastichc. Part^ quattro. 
Firenze, Adriano Salani, editore, 1906. In-i6«, pp. 291, 343, 317, 341. 

Non nuove pei cultori del folklore, queste NovelU vennero tninutaniente de- 
scritte nel n. 5854 del la nostra Bibliografia delle Iradizioni papolari d* Italia 
(Torino-Palermo," Clausen, 1894) poco dopo che Edoardo Perino ne diede fuori La 
prima edizione. Se non che, in quella le novelle erano ventisette e qui son qua- 
rantasei, cio6 piii di died per ogni volume. 

II titolo di novelle sta bene pel gran pubblico pel quale furono esse scritte, ma 
parte di esse sono appunto novelle fiabe che voglia dirsi, parte s*5no leggende; e 
riconoscono origini diverse e provenienza non del tutto popolare. L' arte vi cam- 
psggia, e tutte le investe, le plasma coraponendone tanti racconti ^uanti sono 1 
motivi che I'Autrice pu6 aver trovati in raccolte italiane e tedesche, rilevati ni 
libri toscani uditi dalla viva voce di donne e di uomini dell a sua dolce e bena- 
mata Toscana. A questa specialraente si devono gli element! piii copiosi onde son 
format! codesti racconti; e la Toscana coi suoi Appennini, coi suoi burroni. ^:on ie 
sue baize ridenti paurose, coi suoi castelli, appresta larga materia di ricordi 
storici trasformati perdentisi in leggende, che la Perodi prende e raette a profvtto 
per rendere le sue narrazioni (che a noi si presentano fulgide Ji imm.iginifc, squi- 
site di sentimenti, gaie, affascinanti di stile, morali di scopo. Cosi quando 6 tutto 
un fondo storico e quando storiche e sempre topograficamenle esatte sono soltanto 
le circostanze 0, come oggi si direbbe, I'arabiente. In quella region* d' Italia dove 
la storia h stata scupolosamente conservata, dove tutto parla di avveniroeuti, di 
aneddoti, di persone e di cose dei tempi andati, la maestria d'una donna dj alto 
ingegno e di singolare attitudine a cosiffatte opere non pu6 non rjuscire a com- 
posizioni notevoli per la incipiente fanciullezza. ^ un merito, questo, del quale, 
checch6 se ne possa pensare dagli specialist! — e noi pensiamo con essi — bisogna 
tener conto nella Perodi. II fatto, Paneddoto, il nome 6 il nucleo d' an racconto, 
come un pregiudizio, una credenza, una tradizione toponomastjcat un uso lo & 
di una fiaba. La tradizione ed anche la ubbia sono le basi deiredificio fantastico 
dalla Perodi creato a diletto delle menti tenerelle vaghe di racconti maravigliosi 
e stupefacenti 



512 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



Scrivendo per VArchivio noi non possiamo accettare senza il beneficio deirin- 
ventario, senza distinguere cosa da cosa, tradizione da creazione, la materia 
novellesca di una raccolta. Noi abbiamo il dovere di controllarae la natura e la 
materia, perch6 non si concorra anche dalla parte nostra ad accrescere equivoci 
a creare malintesi intorno all'una e all' altra. Noi cooperiamo alia luce della 
letteratura e della etnografia tradizionale. Ma dobbiamo tener presente che la 
pubblicazione in esarae non fu fatta per noi, non ha nessun accenno alia ordinaria 
indicazione dei nostri studi : Novclle pop. raccolte^ ecc. La Perodi le dk come sue: e 
sue sono, e noi non abbiamo diritto di esigere da lei quello che essa non s! propose di 
fare, essa che parti da punti diversi dai nostri, ed intorno a principi letterari ed 
educativi che non sono deW A rchhf to e che VArchivio non ha diritto di discutere. 

Ecco perch6 ci limitiamo a rilevarne solo I'indole : la quale ha pure un grande 
addentellato nel folklore, anzi dal folklore parte e forse un giomo al folklore dovra 
ritornare. 

La edizione 6 illustrata, e ciascuno dei quattro volumi ha una vignetta a cromo- 

litografia: "quattro squisiti quadretti rappresentanti delle nonne che raccontano a 

bambini ed a fanciulli, quattro simpatiche vecchiette che ci fanno ricordare esseri 

cari che, ahim6! non rivedremo mai piii. 

G. PURE. 



Cootes lic^nti^ux d^ Constantinople et de I'Asi^ f^ineure 

recueillis par JEAN NICOLAID^S, Professeur au Lycee de Chios. Kleinbronn, 
Gustave Picker, Libraire depositaire. Paris, 1906. T. 1. d. « Contributions au 
Folklore (^rotique >. 

In una recente rassegna bibliografica de\V Archivio (p. 256) abbiamo detto, 
e qui stesso, nel seguente articolo, diciamo della grande raccolta di document! della 
vita naturale e morale che il Dr. Krauss viene facendo e che una nota Casa edi- 
trice tedesca viene pubblicando col titolo suggest! vo di Antropofiteia. 

Ecco ora un'altra raccolta congenere di proporzioni piii raodeste, la quale si 
propone di accrescere la materia conosciuta dei racconti, delle canzoni, degli usi 
osceni presi dalla tradizione orale del popolo. 

La parola popolo vuolsi qui prendere in un senso piCi lato che comunemente 
s'intende. Molti racconti grassocci si narrano in mezzo ad allegre brigate per lo 
pill civili e di una mediocre se non elevata cultura; e quelli contenuti nel volume 
del prof. NicolaTdes ne son documento. Intrecci drammaticamente comici, situazioni 
equivoche, soluzioni inaspettatamente lubriche, motti sboccati, audaci, ne compon- 
gono la tela, ne formano il complesso, ragioni sempre aroene di ilaritil malizlosa 
e di scollacciati commenti. 

I sessanta racconti di questo volume offrono i tipi piCj bizzarri della novel- 
listica erotica, Tuno pid vivace delPaltro, e tutti d' una crudezza di frasi e di 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 5 1 3 

espressioni che rispondono pienamente alia crudezza deJla invenzione o, meglio, 
della composizione ; giacchd se moiti del racconti di questo genere possono ritrarre 
fatti realmente accaduti, molti altri possono egualmente avere, come hanno, ori- 
gine erudita d'arte. Bisognerebbe prender le mosse dalla piCi remota antichitii 
letteraria e fermarsi alia medioevale per aveme le prove documentali. 

Tanta crudezza di narrazione, che farebbe arrossire anche i piii adusati a cosif- 
fatte narrazioni, pu6 trovare spiegazione nello scopo eminentemente scientifico dei 
raccoglitori, senza del quale non avrebbe ragione di essere. 11 racconto pel racconto, 
messo in luce per allettamento dei sensi, per soddisfazione di libertinaggio sarebbe 
colpevole. Solo glMntendimenti retti dell'editore lo spiegano e giustificano. 1 cultori 
di novellistica, pei quali la raccolta presente e fatta e con altre raccolte simili 
potr^ formare collezione, vi avranno molto ma molto da studiare: la roedesima 
novella presso van popoli, i fili conduttori verso temi delPeta di mezzo, qualche 
reminiscenza conosciuta nell'antica, e le forme piii o meno nude che essa assume 
in una regione e perchd le assume e come si modifica ed in che maniera si 
localizza, e gli adattamenti ai quali, per farsi strada, passarei vivere, perpetuarsi. 
si sottopone. 

Pagine degne di considerazione sono preposte al volume del Nicolaides, intomo 
ai racconti erotici dell'antica Grecia. Vi si rileva la poca conoscenza nostra della 
letteratura popolare di essa, la fortuna delle fa vole milesie, prima forma dei rac- 
conti erotici della classica antichiti^, la leggerezza e rapidita delle quali viene 
richiamata dai fad/tau.v, dalle novelle boccaccesche sia del Certaldese, sia degli 
Imitatori di lui e da altri scrittori d'ltalia, di Francia e di fuori. Autore di questo 
studietto h G. Froidure d'Aubigne, pseudonimo, che forse e da identificare col 
biografo del povero NicolaYdes, C. de W., altro pseudonimo d'un dotto folklorista 
e pubblicista francese, professore al Liceo Bonaparte a Parigi ; e di lui, uno degli 
editori, dev'essere Tavvertimento proemiale della Raccolta, che si apre con la se- 
guente osservazione : 

< Si Ton considere que la litt^rature erotique populaire ou savante, est une 

des bases de la mythologie, de I'histoire des religions et des philosophies, et du 

folklore, en meme temps qu' une des assises de la litterature de tous les peuples, 

nous pensons qu* il est n^cessaire de completer les colletions existantes et de 

recueillir pendant qu' il en est temps encore, ce qui, demain, sera submerge par 

I'instruction gen^rale (i). 

G. PITRE. 



(i) Mentre correggiamo le stampe di questo annunzio ci giunge il 11 vol. delle 
Contributions: Contes licentieux de I' Alsace. Sarli peril seguente fascicolo. 



514 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONl POPOLARI 

Aotropofiteia. - JahrbUcher fur Folkloristische Erhebungen und Forschungen 
zur EntwicklungsgeschicKte der geschlechtlichen Moral herausgegeben von 
Dr. FR. S. KRAUSS. III. Band. Leip-ig, Deutsche Verlagsactiengesellschaft 1906. 
ln-8 gr., pp. 449. Mark. 30. 

Nella corrente annata deWArchivio ci siamo occupati dei primi due volumi, ed 
abbiamo significato le nostre impressioni su di essi. Eccoci ora al terzo, che cofH 
tinua la materia di quelli, e nuova e diversa ne aggiunge. 

Continuazione di materia g\k incominciata 6 la raccolta di racconti e aned- 
doti slavi meridional], la quale era stata interrotta al n. 466, e qui tocca alia 
cifra tonda di 569 : testo, versione tedesca e note comparative. Avevamo rilevato 
ventidue titoli per la classificazione di siffatti racconti ; ora dobbiamo notare che 
la parte nuova e distribuita in altri quattro titoli, che siamo costretti a riferire nel testo 
tedesco:XXin. I'on sodomiiisc'i^n Verirrungen ; XXW . Von jenen, die zur Aus- 
Ubting des Beischla/es unfdhig geworden, XXV. Von Arsch ; XXVI. Von Farzen. I 
conoscitori della lingua restano intesi di che si tratta, e dei generi di narrazioni 
che vi sono esposti fino aH'orificio della defecazione ed a quello che in latino 
grasso si chiama crepUus veniris. Se hanno vaghezza di conoscere la provenienza 
di queste, sapranno che esse sono di van comuni dell' Ungheria meridionale, 
della Bosnia, della Serbia, della Croazia e di altre contrade: provenienza non 
certamente isolata e originaria. ma sorpresa in quel comuni come purtroppo po- 
trebbe sorprendersi accertarsi in altri. Giacchd il pid volgare buonsenso, se non 
la critica piu eleraentare, richiama ad altri paesi, nei quali molte di quelle narra- 
zioni sono state udite. a libri che le hanno pubblicate. Col Dr. Krauss, che ora le 
mette in luce, si ha argomento di vedere che se esse sono sparse un po' qua, un 
po* 1^, presso popoli di razze diverse, tutte si trovano presso gente d'una me- 
desima lingua; il che significa che quella gente k ben disposta ad accoglierie, ed 
anche k terreno propizio alia loro localizzazione e, ci si lasci dire la parola, 
alia loro irapostatura. Niente, infatti, manca alle circostanze, alle persone ed ai 
luoghi; ed anzi, in un dato numero di novelline h cosi perfetto Pambiente, dain- 
durre ad ammettere una larga produzione slava e slovena; donde la particolare 
importanza della Raccolta. 

Tomando un po'indietro^al principiodel volume, epercorrendolotutto,vitroviamo 
i-Un saggiodi idiotismi erotic! della lingua magiara, messo insieme dal D. Aladar 
R^tfalu. Notevoli i sinonirai dell'amplesso, degli organi sessuali, della donna pubblica. 
2« Commercio del proprio corpo come esercizio di culto nelle donne : notizie spigo- 
late nella storia antica e modema, presso popoli civih e non civili, dal Dr. Krauss. 
3" n parte nelle credenze e negli usi delPAlta Austria e di Salzburg di A. M. Pa- 
chinger. 4" Canzonette della Stiria, trascritte da E. K. Blumml. 50 Rime e canzoni 
magiare di Eisenburg. di Grosswardein e d'altri posti, 6* La prova della ver- 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 515 

giniti del la ragazza, di W. Godeliick. T Racconti magiari dei dintomi di Gross- 
wardein. 8* Racconti dei contadini tedeschi, raccoltf da F. Wernert, che sommano 
al bei numero di centoquattro. 9" Centosettantacinque proverbi e modi proverbiali 
alsaziani. io« Diciotto altri magiari. 11" Dugentrentotto francesi. > 

Nella rubrica degli indovinelli, 120, ve ne ha otto alsaziani ; sei magiari ; otto 
francesi, in forma di domande. Segue: 13" Cento canti erotici austriaci raccoiti ed 
annotati dai citato E. K. Blumml e seguiti da trentatrfe meiodie, dalle quali non 
sari difficile tirare qualche conseguenza suila possibile, anzi probabile e forse na- 
turale armonia tra la malizia e la scollacciatura delle parole e le note musicali. i4<» Can- 
zonette erotiche e scatologiche, fanciullesche e .giovanili. A proposito di queste e 
da avvertire che la qualificazione di scatologkhe non e esclusiva, perch^ si 
estende a tutta la materia del volume, anzi della collezione del Dr. Krauss, senza 
di che non sarebbe essa una speciality, n6 avrebbe ragione di portare il titolo ge- 
' nerale che porta. Sia che sorpassi alia decenza, sia che si allontani dalla morale 
quale comunemente s'intende, sia che scivoli nelle manifestazioni piii audaci di 
lubricitii di oscenita, tutto il contenuto deW Aniropo/ileia 6 addirittura scato- 
logico. E scatologiche, anche nel titolo che portano, sono : 15" Alcune iscrizioni da 
cessi : piccolo, ma efficace contributo alia letteratura murale. i6' Scritto curioso 6 
quello del D. Krauss sopra lo strumento tradizionalmente giunto a noi per assi- 
curare la fedeltd della donna. II Kr. richiama a scritti precedent! e in fine del vo- 
lume riporta un antico disegno, che non dev'essere stato ne il piu comodo, ne il 
pid gradito, com'era certamente il piu demoralizzante per la donna che doveva 
averlo applicato da mariti gelosi fino all'aberrazione. II lettore lo vedra col titolo: 
fCeuschheitsgUter. 17" L'uomo sessuale secondo le fonti scritte dei Greci. i8«» La 
sopra nominata raccolta di racconti slavi del Krauss. 

Articoli nuovi, ma di non minore curiositd chiudono il volume, e fra essi uno 
di amuleti fallici, illustrati con disegni e tavole fototipiche di originali in bronzo 
in terracotta del Museo di Berlino. 

G. PITRE 



L.Ob^cK>scl)^s Spi^l-uo^ RatselbucI) von calmar Schumann. Druck- 
und Verlag von Gebr. Borchers. Lubeck 1906. ln-8, pp. XXII-ao8. 

Giuochi fanciuUeschi, giuochi di giovani, di adulti e di uomini fatti ; indovi- 
nelli : ecco il contenuto di questo libro. I giuochi son preceduti da un centinaio di 
canzonette a ballo e d'altro genere, nelle quali la metrica fa proprio sentire i mo- 
vimenti della danza, e ne ritrae il salterellio cadenzato e monotono. Uno studio 
accurate su di essi ne rileverebbe allusioni, accenni e riminiscenza di persone e 
di luoghi, che a noi, fugacemente scorrendoli, richiamano antiche usanze e vecchie 
istituzioni e fatti ora del tutto scomparsi. CosI h non di rado nella poesia popolare 
nfantile ed anche giovanile, dove sopravvivono, in semplici inintelligibili vocaboli, 



5l6 ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 

parsone e cose sottrattesi alia vigilanza della storia. Riferiamo com'essa viene, 
aprendo il libro, una dl queste canzoa^tte, le quali, come le tradizioni tutte del 
libro, provengono da Lubecca: 

Kling, Klang, Kloria, 
Wer sitzt in der Kantoria? 
Da ist die Konigstochter drin : 
Kann man sie nicht zu sehen Kriegn? 
Nein, Mutter, nein» 
Die Mauern wo! In wir stechen 
Die Steine wolln wIr brechen. 
Koram her und fass an meinen Rock I 

Questa canzonatci ha quattro variant!. 

Tra cant! e giu3:hi i! S\^. Schumann di fuori 346 tradizioni, altre consac rate 
nella forma ri'tsnica, altre de.v:ri:te da lui ed altre miste, quelle cioe nelle quali la de- 
scrizione d'un giuoco b interrotta ed intercalata con versi e formolette poetiche. Di- 
ciamo giuoco, e intendiamo la parola nel si<nifi:atocDmplessivodi passatempo, di- 
vertimento ed anche balocco. La divisione che I'editore ne ha fatto 6 per gruppi in 
ragione del tipo dominante, del gesi:o, delle raosse, della mimica, della destrezza 
del corpo, deiracutezza dello splrito. Perci6 gli esercizi di agiliti si altemano con 
la prova di forza ed i passatempi da slancio e da salto con le sottigliezze dello 
spirito, che pur tanto dominaao nelle society e nelle pvenitenze e nei pegni ad esse 
inerenti e quasi da esse indivisibili. 

Orindovlnelli son i!;o; cominciano in versi e finiscono a domande in prosa, cosi 
semplici, mapurcosi imbarazzanti perchl va cercando con la mente Tarcana risposta 
da dare. Basta aprire una delle principali raccolte di enigmi pertrovarne di simili ed 
anche di eguali. Lo ingegno umano 6 un po' dappertutto lo stesso, e dove non invent! 
accetta le invenzioni altrui, e poi modihca a modo suo 1' invenzione, e ne fa una 
tradizione. 

La copiosa raccolta, oltre che bene ordinata, h annotata con giudiziosa e 
parca erudizione. 

G. PiTRfc. 



BULl.ETTINO BIBLIOGRAFICO 



E. CAPRA CORDOVA. Uggende pae- 
sane. Catania, Giannotta 1906. In-i6*, 
pp. 56. 

Son tre, artisticamente scritte su roo- 
tivi popolari. La prima 6 ia Leggenda del 
Crista di Sant'Anna, fondamento della 
quale h una statua che I'artista ha ia- 
vorato di tutto punto senza per6 sa- 
peme compire la testa, non trovando 
forma plastica che risponda al suo al- 
tissimo ideale ; onde egli, colto dal sonno 
e svegliatosi, la trova fatta, divinamente 
bella. La seconda e // tesoro di San 
Marco, leggenda plutonica sopra un 
tesoro immenso fatato, il disincanto 
del quale e pqssibile durante la fiera 
nottuma che ricorre ogni sette anni, alia 
tale ora e con le tali e tal'altre impre- 
scindibili condizioni, ragione d' impossi- 
bility di riuscita. La terza, Ignis ae- 
j/Ma«5(nome preso da una giovine suora) 
dipinge un mtracolo: un incendio di roba 
portata da Catania, oveinfieriva lapeste, 
da un forestiere. che la previggenza dei 
capi di Aidone avea tenuto fuori dal co- 
mune, in campagna. 11 miracolo sarebbe 
avvenuto nella ricorrenza della duplice 
festa della Madonna delie Grazie e di 
S. Lorenzo nel mese di agosto. 

Questi tre motivi localizzati in Ai- 
done, dove corroho popolari e donde li 
ha tratti I' A. facendone tre racconti let- 
terariamente belli (specialmente il primo) 
son patrimonio di parecchi paesi della 
Sicilia. Noi abbiamo riscontrato il primo 
nelle tradizioni dei Crocifissi di Monte- 
lepre e di S. Margherita del Belice, del 
S. Giovanni di Ragusa, del S. Michele Ar- 
cangelo di Caltanissetta, della Madonna 
della Neve, di S. Lucia del Mela, del 
S. Placido martire di Biancavilla (cfr. 
FesU paironali in Sicilia). Tipo del se- 
condo 6 la fiera nella notte di S. Gio- 
vanni, che si fa specialmente nella grotta 
di Marabedda, a S. Giuseppe Jato, nella 
provincia di Palermo. 

Frammento di variante dei terzo 6 la 



pi a leggenda, sopra citata, di S, Michete 
Arcangelo in Caltanissetta (cfr, Frsu 
paironali^ n. LI 1 1). 



Can. Dott. Prof. MARCO BELLI, ^ftigia 
e Pregindizi in Tito Lucrezio Caro, 
Monza, Tip. Artigianelli 1906, In-flo, 
pp. 26. 

— De quibnsdatn praeiiidicatis vni^a- 
ribus opinionibtts deque artii ttiagiiae 
vesligiis in G. Lucilii saiirarum 
fras^mentis. Romae. Typis Cuggiani 
MDCCCCVI. ln-8», pp. 15. 

Continuando attivamente i suoi stuJi 
sopra il folklore negli scrittori latini, il 
Prof. Belli ci d^ quello sul Dr trrum 
nalura di Lucrezio Caro e suJ fram- 
menti delle satire di G. Lucilio* La ma- 
teria, a paragone dell'altra da IT A. rile- 
vata in altri poeti, non h copiosLi; ma 
k. pur sempre baStevole a confermare 
che anche i piii grandi, anche spiriti i\>rti 
come Lucrezio, non seppero o non po- 
terono serbarsi immuni dalle ubbie Jel 
tempo. Diciamo ubbie, e dobbiamo ag- 
giungere errori, perche la mancanza di 
conoscenze induceva in errore e poeti e 
prosatori e scrittori di ogni grade. CosI 
si spiega la negazione della esistenza 
degli antipodi secondo Lucrezio. nega- 
zione che era dottrina d'allora. Cusi an- 
che si spiegano le teorie intorno alle 
zone, ai venti, alia terra, al sole oriente, 
alle nuove lune, alia fonte d' acqua 
dolce nel mare, ed all'origine dei niorbi: 
argomenti tutti cantati per esteso cen- 
nati appena dal filosofo epicureo btino. 
Comune, del resto egli ha con i suoi 
contemporanei le superstizioni intomo 
alle larve apparizioni dei morti, agli 
scherzi dei Satiri e dei Fauni, alia sa- 
liva umana letale pel serpente, al ijallo 
che uccide il leone, ai centauri. al fiore 
d'Elicona che uccide col suo odore. ecc. 

Lucilio di Sessa Aurunca (n. 574* m. 651 
di Cr.) ha ricordi delle prefiche e delle 



Archimo per le tradisioni popolari. — V'ol. XXIIL 



H 



5i8 



ARCHIVIO PER LE XRADIZIONI POPOLARI 



saghe, dei terrori notturni, che per Lu- 
crezio son pure diumi, e di stregonerie 
e della scirpe palustre e dei vati marsi 
e dell'arco, donde il Belli ne trae la con- 
clusione : « Romanos uti et ceteras gen- 
tes, ab incunabulis, supers titionibus 
imbutos fuisse ; cuius supers :itionis na- 
tura est ea quae in dies proticiat, quo 
magis homo libidinibus indulgens a veri 
Dei cultu deflectat>. 



LUIGI M. MAJORCA MORTILLARO, conte 
di Francavllla. Letlighe, Portantine e 
Personaggi del Seitecento. Ricerche 
sloriche-artistiche . Terza edizione. Pa- 
lermo, Reber 1906. In-I6». 

Lodiamo I'egr. autore del nuovo for- 
mate della presence edizione, che al- 
meno rende maneggevole e leggibile il 
lavoro; mentre le altre due sono im- 
possibili per Vin-folio. 

Su quelle prime questa edizione si av- 
vantaggia per un bel numero di notizie 
nuove od ora messe in evidenza, le 
quali lumeggiano I'argomento special- 
mente della portantina, e rendono at- 
traente e diletftevole la lettura delPopera. 



EUCLIDE MILANO. Folklore Pienioniese: 
La Strega Micilina. Bra 1906. In-8«, 
pp. 24. 

La Strega Micilina fu una sciagurata 
donna, stata bruciata viva per ordine 
delPautoritil del villaggio di Pocapaglia 
del secolo XVII. 

11 processo di lei, visto da molte per- 
sone, non si 6 potuto avere n6 in origi- 
ginale, n6 in copia ; ed altro documento 
in proposito, non ostensibile per malin- 
teso zelo dei custodi, giace nell'archivio 
della parrocchia del luogo. 



Quello che ora ne racconta il diligente 
prof. Milano viene dalla tradizione: e 
questa racconta cose terribili e inaudite, 
componendo una leggenda, anzi piu leg- 
gende, strane e paurose con parti colari 
provenienti da altre leggende del ciclo 
della stregheria e della stregoneria. 

Nella difficoltA di rappresentarle, ri- 
mandiamo alia lettura del presente opu- 
scolo, che- minutamente le raccoglie. 

P. 



Romances Popular es de Castilla, reco- 
gidos por NARCISO ALONSO A. COR- 
TES. Valladolid, Imprenta Sienz. 1906. 

t noto che i romances costituiscono 
tuttora una ricchezza viva nei canti po- 
polari della Spagna ; bench^ di essi sia 
accaduto, come dei nostri, che troppo 
spesso I'opera del poeta d'arte si sia 
scambiata con quella degli indotti,oscuri, 
ignoti cantori di popolo; tuttavia il dif- 
fonaersi e il sopravvivere nel favore e 
nelPuso del popolo stesso, indica che ri- 
spondono ai suoi sentimenti, e al tempo 
stesso si colorano delle schiette e sem- 
plici tinte, care ai gusti semplici. Percid 
interessano ognora il paremiologo : e gli 
studios! non della sola Spagna, saranno 
grati al prof. Alonso Cortes d'aveme 
raccol'.o un buon manipolo, dalla viva 
bocca dei recitanti, che spesso del me- 
desimo romance ddnno* piQ varieta. 
Avrebbe giovato tuttavia porre accanto 
al nome del recitante anzi che TetA, la 
condizione sociale, che non e senza in- 
teresse in quest'ordine di ricerche. L'A. 
premette un'illustrazione critica alia rac- 
colta; e sarA certo utile. Noto intanto 
un romance del ciclo carolingio (vedi 
anche Cancionero general del 1554) e 
uno in cui « Biancaflor » si rattrista sul 
mito classico di Tereo. 

E. C 



RECENTI PUBBLICAZIONI 



SI9 



RECENTI PUBBLICAZIONI, 



DE FRANCISCIS (P.). L'ltaliano nei 
paesi dove si parla I'Inglese : Nuovis- 
sima Guida della conversazione inj^lese, 
con i noti proverbi e idiotismi. Palermo, 
R. Sandron 1906. In-i6o. L. 1,50. 

DIONISI (Livia). Saggio di vemacolo 
onegliese: contributo al folk-lore italiano. 
Roma-Miiano, Societa ed. Dante Aii- 
ghieri di Albrighi, Segati & C. (Oneglia, 
tip. eredi G. Ghilini) i9o6.1n-8o, pp. 137. 

FANFANI (Pietro). Cento proverbi e 
mot i itaiiani d'origine greca e latlna 
dichiarati. Terza edizione. Milano, Tip. 
F. Genolini 1906. In-i6*', pp. 64. 

Gasperoni (G.). Storia e vita romana 
nel sec. XVI (1519-1545). Jesi, Stab. tip. 
cooperativo 1906. In-8«, pp. i8i. L. 4. 

— 11 palio di Siena: notizie storiche 
sull'origine Jelle corse, con aggiunta la 
descrizione del corteo medioevale nel 
nuovo ordinamento e nei nuovi costumi. 
Siena, Tip. Nuova 1906. ln-8, pp. 16. 

MELE (F.). Napoli descritta da Lean- 
dro Fernandez da Moratin. Trani, Vecchi 
1906. In-i6", pp. 54. 

MOLMENTI (P.). La storia di Venezia 
nella vita privata dalle origini alia ca- 
duta della Rerubbli<;a. Ouarta edizione 
interamente rifatta. Parte II (Lo splen- 
dore). Bergamo, 1st. ital. d'arti grafiche 
1906. Iir-80, fig., pp. 656. Con 14 tavole. 

VADALA' CELONA (A.). Le feste so- 
lenni del Corpus Domini nella citta di 
Messina. Messina, 1906. ln-8. 

VALLA (D.). Notizie Storiche sul muttu. 
Cagliari, 1906. In-I6^ pp. 16. 



CABANtS (Dr.). Commentse soignalent 
nos p^res. Rem^des d'autrefois. Paris, 
Maloine 1906. ln-I6^ pp. Xl-486. Fr. 5I 

CABANAS et BARRAUD. Comment se 
soigne aujourd'hui. Remedes de bonne 
femme. Paris, Maloine 1906. In -16", 
pp. 390. Fr. 4. Bibliothdque de curiosiUs 
ei singularil^s medicales), 

Cadic (F.). Contes et L^gendes de 
Bretagne. 3^ s^rie. Paris, 1906. In-8<'. 

DAGUIN (A.) et DUBREUIL (A.). Le ma- 
nage dans les pays musulmans. Paris, 
Dorbou, 1906. ln-8'», pp. 68. 



LEDitiU iAlcius). Contributions au tra- 
di tion n i s nie pic a rJ : Bap temes .Maria ges , 
Enterrements, Cayeux, OlJivier, 1906, 
In-Sn. 

MlLLIKN (Achillea Chants et chansons 
recuefllis e . classes avec les airs notes 
par J. P. Penavaire. T. I. Complaints^ 
chants historiques. Pahs, Leroux, 1906. 
In^e^ pp. XtV^-32S. 

PiNEAU {Lj. Le Rotnancero Scandi- 
nave. Choix de vieux chants pop. du 
Dane marc, de Suede, de la Norv&ge, de 
risbnUe et des iles Feroe. Traduction 
en vers pop. assonants. Paris. E. Le- 
roux, 1906. In-B'J. 



DE COCK (A,) en TlilRLINCK {ISJ. 
Kinderspel en Kindedust in Zuid. Ne- 
deriand, 6 DeeL Gent. A. Siffer, 1906. 
In-e^ pp. 3B1. 



DlirrERiCH (Alb.). Mutter Erde. Ein 
Versuch ijber Voiksreligton. Leipzig, 
Teuliner 1905. ln-S» pp. Vl-123* 

— Somraertag. Leipzig. Teubner 1906. 
In-S"^' pice pp. 38. 

GUEnther IH.). Legenden - Studlen. 
KOln. B.ichem 1906. In-e'\ pp, tga. 

List A Fran eke. Kulturgeschichte. 
Folklore. Auto^raphen. Lager-Verzei- 
chnis nr. 383. Leipzig 1906. 

MOGKfEj.GermanischeMythologle. 
Leip^ii^t G()schen 1906. In-a-', pp. laQ. 

Passarge (LJ. EIti Ostpreussisches 
Ju^endleben Zweite umgearbaitete u. 
ur^Titerte Auflage. Leipzig, Nachf i9o6> 
ln'S'\ pp. 338. 

Rudolf HaupL Katalog 10. Volkskunde 
Kultur-und Sittengeschichte. Halle a. S. 
1906. 

VON LlPPERHEIDE(Fr.Freiherr). Spru- 
chwdrterhuch. Berlin. 1906. 



Library of Harvard Univerelty. Biblio- 
graphical Contributions edited by W. 
Lane. n. 56. Catalogue of English a. 
American Chap' Books a. Broadside 
Ballade in Harravd College Library. Cam- 
bridge , Moss, 



520 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



SOIVIMARIO DEI GIORNALI. 



AUGUSTA PERUSIA. A. I,n. i. Perugia 
1906. U. Frittelli : Stoi-nelli e Rispetti 
castellani, neirUmbria. 

N. 2. Z. Zanetti : Alcune ninne-nanne 
del conlado fra Perugia e Assist. 

N. 7-8. G. Nicasi: Folklore lifemate, 
variantedellacanzoneZ^oz/waAowdarrfa. 

N. 9. U. Frittelli ; / Canta-maggio 
nell'Alta Valle del Tevere. 

BOLLETTINO DI FILOLOGIA MO 
DERNA. A. Vlli, n. 8. Palermo, ottobre 
1906. V. Graziadei : Pasquino. 

CORRIERE DELLA SERA. A. XXXI, 
n. 200. Milano, 24 luglio 1906, L. Bar- 
zini : Dall' interno del Marocco. Vita 
del la citt^ di Fez. 

• CRONACA DI CALABRIA. Suppl. n. 7. 
G. De Giacomo: Canti sacrie una laude, 
raffronti. 

FLORENTIA NOVA. A. IV, n. i. Fi- 
renze, Genova 1907. [P. Giorgi]: Natale 
Calabrese, canto popolare per la festa 
di Natale raccolto a ReRgio Calabria. 
— P. Giorgi : Crista e S. PielrOy tra- 
dizioni siciliane raccolte a Castroreale, 
riassunte e tradotte. 

GAZZETTA DEL POPOLO. A. LIX, 
n. 210. Torino, 31 luglio 1906. E. Mi- 
lano : // coniratto di matrimonio nelle 
Lang he. 

IL NUOVO GIORNALE. A. I, n. 305. 
Firetize, 9 dicembre 1906. Nello Puc- 
cioni: // Museo einografico ilaliano^ 
che si viene istituendo in Firenze per 
opera del Prof. Mochi e del Dr. Lam- 
berto Loria per generose largizioni di 
quest' ultimo e del conte Giovanni An- 
gel Bastogi. 

IL PROGRESSO DEL CANAVESE. 
A. VI, nn. 19, 25, 26. Ciri6, 11 maggio, 
22, 29 giugno 1906. A. Rambaudi: Storie 
e Leggende Canavesane narrate da uno 
zingaro. 

LA SICILIA UNIVERSITARIA. A. II, 
fasc. 4-6. Palermo, aprile-giugno 1906. 



Stan. Prato: Demologia. Un disticopop. 
livornese illustrate da note comparative. 

L'ORA. A. VIII, n. 248. Palermo, 7 set- 
tembre 1906: Le tradizionali fesle del 
sett, sacre (dla Madonna del Consdlo. 

MINERVA. A. XVH, n. 5. Roma, 6gen- 
naio 1907. Vsi natalizi, riassunto di un 
articolo tedesco di R. Hennig pubblicato 
nel n. 22 dicembre 1906 nel giomale te- 
desco Die Nation. Discorre della data 
del Natale, del Weihnachtsmann, delle 
mele, noci e altri doni di quest'essere 
fantastico, deiralbero natalizio e delle 
origin! della sua illuminazione, delta 
probabile sua origine Indiana e della 
sua diffusione. 

PALERMO, Xil MAGGIO MCMVI. 
Pel nuovo Spedale. Ricordo. G. Pitre : 
Gli antichi spedali di Palernw net 
motti popolari. 

RIVISTA MARCHIGIANA ILLUSTRATA. 
A. IV, n. I. Roma, gennaio 1907. Luigi 
Bonflgli: La letleratura popolaresca 
march igiana. Spigolature da vecchie 
stampe del cinquecento, con riprodu- 
zioni fototipiche. — L. Mannocchi : Feste 
e Costumame popolari: la fiera e la festa 
dl S. Antonio a Petri toll. 

> SICANIA. N. 5. Messina, agosto 1906. 
G. Mazzola: Panorama tripolino, VIII. 
Credenze religiose e pregiudizi. 

VOX URBIS. Roma, Ott.-Nov. 1906. 
A. IX, nn. X e XL M. Belli: De qui- 
busdam praeiudicatis vulgaribus opi- 
nionibus ecc. in G. Lucilii satirarum 
fragment is. Vedi BollettinoBibliografico. 
— De arbornm cultu apud antiques. 



REVISTA LUSITANA. Vol. VIII (n. IV). 
Lisboa, 1905. J. J. Nunes; A Visdo 
de Tundalo, antico testo portoghese. — 
A. Th. Pires : Investigacdes ethnogra- 
phicas, n. 22 document! d'archivio in- 
tomo a costumi, usanze e superstizioni 
in Portogallo. - J. Moreira : Factos da 
linguagem popular. - J. L. de V [ascon- 
cellos] : Tradi^Oes pop. poriuguesas. 

Vol. IX, 1906. N. I e a. P. A. de Aze- 
vedo : Duas poesias popular es em pro- 



SOM MARIO DEI GlORNALl 



521 



Cfssos da Inquisicio. - Pf^tias popu- 
lares Portugueses, IV: O }Yfira^^osXQte^ 
poeta campestre di grande e ben meri- 
tata fama. - Miscfilanca : Prfstft/fs 
pelas festas un d[>ciimento |K>n:uKhese 
del 1344, tolto dairArchivio Jella Torre 
do Tombo, che ricofda Tuso dei regali 
che Oggi si dicono Buone fesie. 



LA TRADITION. A. XX. 1906. Genn. 
H. Camoy: Conies ffop. iirabts. Conti- 
nuano nei nn. seguenti - J. NicolaTd^s: 
Chansons pop. de Lonstantinofti's et dr 
I' Arch'ipel, Continuami nei nn. s^guenti. 

- L^onie Harmois-Ran:iud : Le mavia^e 
chez les Arabes. 

Febbr. Eugene Monseur: Formations 
religieiises primitiiei. Si occupa del 
metodo da seguire nelJo studio dl i^ueste 
formazioni. - Henriette Camoy: Chan- 
sons d' Alsace, testo tede^co ti verb;ione 
letterale. Continua ncl fasc, se^uente. 

- Lucien Jeny: Les /r^endt-s de la na^ 
///r<f.-composizioni d'arte. H, Van Hiven; 
Les legendes des /tMii*ns dtiHitti la 
science e I' his tot re. CoiUinua net nn. se- 
guenti. — Alph. Certeux: l^nt: Ute dans 
le Sahara. 

Marzo-Aprile. D. Bourchenin; Les no^ 
ces de campagne en Biat n. Continua 
nei n. di giugno-Iuglio. - A. Ledieu : /lla- 
son pop. de la Picardie. Continua al n. 
seguente. 

Giugno-Luglio. Continuano gU articQli 
dei nn. precedent!. 

Ages to 1906.. A. Gasser: Omtei pop, 
de la Franc he-Co tit pi r^ quattro favole 
del ciclo del lupo. - l- ViJette: (oHit^s 
des Flandres. — H. Camoy : O^nUs pop. 
arabes. — Henriette Camov. Chartxttns 
pop. d' Alsace, VHUjX. ^ Henry V:in 
Elven: La chanson f/i- 1? mtlons dr'i'an/ la 
science et I'histoiri-, — D* Th» Syne- 
phias : Folklore mediiat, 

REVUE DES QUESTIONS HISTORI- 
QUES. N. 159. P. Allard: Les tJgendes 
hagiographiques, a proposito del libro 
di Delehaye. 

REVUE DES TRADITIONS POPU- 
LAIRES. T. XXI. T901. Nn. 4-5* Aprile- 
maggio. P. Sebillot: PeUrins e,' peieri^ 
nages, CLVII-CLX. - /Jgendis ei su- 
perstitions prehislor iqufs. CL-CLVIIL 

- P. S. Qnelques jftrotis dans Ralkeiais. 

- A. Robert: La Zerda da Me to bet Zine. 

- R. Basset: Conte.\ et Legendes arabes^ 
DCCX-DCCXVI. - R. L Lacuve: Con- 
tribution au Folk-lore dtt Potloti. - L. 
Desaivre: Les traditions pop^ chez tes 
auteurs poitevins, V-Vl. 



N. 6, Giugno. R. Basset: Contei 
iegendes de la Grece ancirnne, L-Ll. " 
Diipuis Yacouba : Lege tides de Cao. " 
Marie Ed. Vaugeoif^: Conies ei Le-endes 
de Fougerres. - C, Fraysse: Au Pays 
de Baugi, X. 

N. 8-9. Aj^.-Sett. D 'Israeli: La phitty- 
Sopkie des proverbrs, versione J^l'ori* 
gin ale inglese, Jatta da Ed. Latham. -P, 
S. Gijrgantua dans les trad, pop., XVL 

- Bd. Edmont; La met et les ean.v, 
CCCXVIL - D. Yacouba: Legemies du 
Pays de i^ao, Continua al n. seguente 
ed'al n, n. 

N. TO Dtt. B. Heller: lariantesbon- 
groisea de * L'estttrmi i-. - P. S^billot : 
f/argautna ecc, XVIL - R. Basset: 
Con tes el Lege f ides arabes^ DCCXVIII- 
DCCXV, Continua al n. la. 

N* 11, Nov, Fr, Macler: //fsioire d€ 
Pharmani As man, trad, dairarmeno 
sopra un ms. del la BtbL nazionale dl 
Pariii£i. SI tratta di un romanzo storia, 
JoiTuraento di poesta proJana del meJio- 
evo* traduzione d'un orijcinale persiano 
o pehlevi. Continua e finiSi:e al n* la. 

- Piientts ei p^leHnages, CXLV-CXLIX. 
I. Filippi : Conies de Pile de Corse. 

K, iz. Die, Con tes ti L^^rndes de 
liasse-Brriagne, XLVl-L. - Le petiphe 
ei i'hisioire. 



FOLK-LORE. vol. XVIII, 106. N. 3, 
giugno. A, T.Crawford Cree: Hack-Foo* 
ted JJrifiga., - A. B. Cook : Jlte lutto- 
peati Skv-god. V, ] Celti. Continua a I 
n. 3. - A. W. Ho Witt: The Native Tribes 
of SoHth'East Australia. - Colteclanea.- 
A. H. Sayce: Cairetie Folkb^re. ML * 
J. Meehan: The cure of Fif-sbonting 
in the Xorth'ii'est of Ireland - R. C, 
Ma^ilajian: Additions to « (iawes of Ar- 
gyteshire > - Correspondence - J^ezttves* 
Vi si paria di recenti pubblicazioni di 
A. Lan^, R. Karsten, M. L. HewiU, A. 
Wiinscbe* Ed. Clodd* 

N, ^ Sett. N, W. Thomas: The Snipe* 
tjitat in Ftfropean Folklore. - A. Lang: 
Azotes itt reply to Mr, H**n'ifi a, Mr. 

felons, - N. M, Thomas : IK Ho^t tit's 
Dt fence of Group Martia}fe. - Cuilecta- 
nea * E. Wri^at: A Vork shire. * Was- 
sail Box ^, * W. Inne^s Pock: Some En- 
\jlfsh String Tricks. Sono 27 giuochi Che 
si fan no col filo con lo spago. - Cnr- 
respondence Revieu^s. 

A questo fascicolo va unito una targa 
llibliograptiy of Folklore J f^o^ (London, 
Nutt 1906); nella quale sono indicati gJi 
articoli p\u importanti di giomali, ri- 
viste, period! ci, atti e menjorie di folk- 



522 



ARCHIVIO PER LE TRADIZIONI POPOLARI 



lore in tutta I'lnghilterra e nelle colonic 
inglesi. 

THE ATHENAEUM. N. 4104. Paget 
Toynbee: Cain as a synonim of the 
moon. La sinonimia identificazione di 
Caino con la luna secondo il noto passo 
dantesco, si riscontra in un libro inglese 
del sec. XVII. 



ZEITSCHRIFT DES VEREINS FUR 
VOLKSKUNDE. 16 Jahrg., 1906. 3. J. 
Hertel : Megha njavas Auszug aus dent 
Pancatantra. - Ad. Dorler: Mhrchen 
und Schuanke aus Nordiirol u. I 'orarl- 
berg. -H. Carstens: Topographischer 
Volkshumor aus Schleswig-Holstein. - 
B. Kahle: ^'olkskundliche Nachtrdge. 
Continua nel fascicolo seguente. - E. K. 
Blumml: Notizen zum sieirischen P'olks- 
liede. - Berichte und Bilcheranzeigen. 
Notizie bibliografiche di costumi del po- 
polo tedesco. 



4. O. Dahnhardt": Beitrdge xur ver- 
gleichenden Sage nforsc hung. - H. Car- 
stens: Topographischer Volkshumor aus 
Schleswiz-ffolsiein, - B. Schalatianz: 
Kurdische Sag en. -Kleine Mitleilungen. 
- J. Bolte : Neuere MUrchenliteratur . 

. THE JOURNAL OF AMERICAN FOLK- 
LORE. Vol. XIX, 1906. N. LXXII. Genn.- 
marzo. W. W. Newel : Individual and 



Collective Characteristics in Folk-lore. 

- P. A. Hutchison: Sailors' Chanties. 

- F. R. Walker: Sioux Games. - S. A. 
Barrett : A Composite myth of the Porno 
Indians. - Constance Goddard Du Bois : 
Mythology of the Missions Indians. - 
Record of American Folk-I^re. - Re- 
cord of Philippine Folk-Lore. - Record 
of Negro Folk-lore. 

N. LXXIII. Apr.-giugno. B. L. Maxfield 
a. W. CI. Millington: Visayan Folk- 
Tales. - J. B. StOMdi: Pennsylvania Ger^ 
man Riddles a. Nursery Rhymes. - A. 
Fortier: Four Louisiana Folk-Tales. - 
PI. Earle Goddard: Lasstk Tales. - F. B. 
Washington: Notes on California Folk- 
Lore. - Constance Goddard Du Bois: 
mythology of the mission Indians. 

V. XIX. F. LXXIV. Luglio-Sett. 1906. 
A. F. Chamberlain: Variation in Early 
Culture. - Fletcher Gardner : Philippine 
(Tagalog) Superstitions. - W. H. Mil- 
lington a. Berton L. Maxfield: Philip- 
pine (Visayan) Superstitions. - A. T. 
Sinclair: Notes on the Gypsies. - H. J. 
Smith: Some Objibwa Myths a. Tra- 
ditions. - H. M. Belden: Old-Country 
Ballads in Missouri. - W. F. Wintem- 
berg: German Tables collected in Ca- 
nada. - A. F. C a. J. C. C. Record 
of American Folk-Lore. 

G. PITRE 



NOTIZIE VARIE. 



Nel la recente Esposizione regional e di 
Macerata ebbe una sezione speciale una 
mostra bibliografica del folklore marchi- 
giano. 11 prof. G. Crocioni, che ne dii 
ragguaglio negli Studj romanzi editi a 
cura del Monaci (IV, 303-5) ricorda libri, 
opuscoli e mss. di 22 raccoglitori di canti 
popolari, di 8 di proverbi, di 11 di feste, 
costumanze e superstizioni, di 4 di no- 
velle. 

— Sopra L'Erudito Mons. Pompeo 
Sarnelli, autore della Pasilecheala, un 
volume e stato dato in luce da Nicola 
De Donato (Bitonto, Garofolo, 1906). 

— Un 'opera ricca di interessanti no- 
tizie intomo ai presepi di Parigi, della 
Franca Contea, della Provenza, del 
Belgio, della Baviera, del Tirolo e del- 
ritalia meridionale k quella testft pub- 
blicata da Mons. Chabot col titolo : Les 
criches de Norl dans tons les pays. 



— L'instancabile Dr. Fr. Krauss ha 
impresa una collezione di documenti ine- 
diti rari relativi alia vita delle diverse 
nazioni e dei diversi popoli. Ha per ti- 
tolo : Der P'olksmund, Alte und neue 
Beitr ge sur I'olksforschung. Ne sono 
usciti cinque voluraetti e ne ^ editrice 
la ^Deutsche Verlagsactiengesellschaft>. 
in Lipsia, al prezzo d'un marco ciascuno. 

— Nel XIV congresso degli Orientalist! 
d'Algeri (Apr. 1905) vennero trattati 
vari argomenti di folklore e di mitologia. 
Notevoli le osservazioni di R. Basset 
sulle fonti di Salouat al Anfas ; di A. Bel 
sopra alcuni riti per ottenere la pioggia 
presso i Musulmani Maghribini; di M. 
ben Cheneb sulla trasmissione della rac- 
colta di tradizioni di Bokhary agli abitanti 
di Algeri ; di SaTd Boulifa sul diritto locale 
dei Kabill d'Adni, che 6 I'ideale del go- 
verno libero a buon mercato ; di E. De- 



NOTlZfE VARiE 



521 



staing sul tema della novella deMe so- 
relle gelose; di E. Doutte sulla festa stu- 
dentesca dei Tolba al Marocco, av:in?,o 
di quelle burlesche medioevali; e di nUri 
dotti. 

— II Sig. A T. Sinclair in Alls ion 
(Boston) ha diramato una serie di que- 
siti intomo agli zingari, loro nariJinn- 
litA, residenze, lingue, occupazioni, ap- 
parenze esteriori, carrozzoni, strumeiitl 
musicali, vocaboli relativi ai numeH, ca- 
valli, naso, bocca, mani, madre, padre ecc. 
tradizioni, leggende, canti, supersti- 
zioni, ecc. 

— Dal Journal of A merican Folk- Lare 
del Genn.-Marzo di quest'anno si rileva 
il non comune risveglio deirAmeric;i set- 
tentrionale a favore degli studi di tra- 
dizioni popolari. Molte sono le sucietA» 
diremo filiali, che si son venute isti- 
tuendo in molte cittA degli Stati Uniti, 
primeggiando tra tutte la piii antics, che 
ha sede in Boston e trae vita e forza 
intellettiva da Cambridge Mass. 

— VArchivio ha perduto una hrava 
collaboratriceconlamorte della signorina 
Maria Carmi. Nel volume XII essa avea 
pubblicato XV Canti popolari emUiani^ 
seguito di altri da lei precedentemente 
dati fuori (Firenze, 1891) per nozze della 
sorella Paolina. // Dramma delta pas- 
sione ad Oberammerp^an k un diligente 
e minuto studio che vide la luce net voU. 
XIX e XX. 



— La nntte dal aa a I 33 ottobre 1906 
inoriva in Pietroburgo Alessandro wes- 
selafskVt professore di quel la university. 
Era nato a Mos^a nel 1838. 

Come nel la letttratura d'Huropa e in 
qaella partkolarnitnie d' Italia, cosi nej 
Folklore egM lascia Importante materia 
di studto nel campo della nov^Uislica. 
Non vanno dimenticftte te sue ricerche 
i^ulle Tradi^itmi fujp, nci pot'mi di A, 
Purri, sulla \,Kr//a dellij figlJ<2 del re 
di Duriis {Prsa. NistrJ rKfi6l e soprat* 
tuttfi // Piradisii dr^li A I herd di G* 
Gherardi da Prato (Rtjlogna 1 867-69 j che 
ha una introUuzione dT molto pregio, 
Ultimamente avea pubbUcato un magi- 
stral e lavoro sul Drtitmrroni* del Boc* 
cacdo* 

— Si ^ pubbb1i,-ata In vni- ediziojie 
di?iropera dtl cotnpiiVnto D. H. Ploss: 
Ihi^ ii'Hff tJi df^r Xalffr-uud t/dki'r- 
ktittdi'. E«isa e^ce dalla casa Th. Grie- 
hen di Llpsia, ed e suta curata dal 
D. Max Bartels, Consi^llere Ji sanita 
in Berlinon il quale vi ha fatte moite 
aggiunta anche Ji disegnci a I teste. 

— ftimandiamo a I futuro fascicolo una 
notizia interessante j nostri studi: la 
!Stitu:^ione di un museo di Etnografia 
Italiana in Firenze per opera ^elante, 
attiv]S5rtma del Dn Loria, del Conte EJa- 
stoj^i e coopera/ione intelligente del Dr. 
MochI, 



m^ 



INDICK 



NOVELLE, MITl, LEGGENDE, 



Alcune leggende popolari di Pavia e dei suoi dintomi (Ktitirfi FHippbi 
Leggende, novelle e fiabe piemonte5i (Datio Carranfftj 
Napoleon d'apres les idees d'un rausulman de TAsie mineure 
La leggenda di Alfredo Knipp f/tdj^. Rosa) 
Impronte meravigliose in Italia (Saivatort: Raait^Haj : 

CXLIil. La pedata del diavolo In S. Pietro ClarerJfa 
CXLIV. La pedata di S. Agata in Mascali . 
CXLV. II bastone di S. Pancm^io tn Taonninii . 
CXLVI. Le pedate dei buoi d*Ercole in Agira 
CXLVIl. La pedata di S. Placido in Adernft . 
CXLVIIL Le ginocchia di S. Vaieriano sulle Alpi 
CXLIX. Le dita del diavolo sulla Rocca di Cavour 
CL. II piede del diavolo in Salerno ((7. /*,) . 
CLl. I piedi di G. Cristo in Roma \A. CantiM . 
Leggende bibliche e religiose di Siciha (Rajfaele Cast^lii/ r 

VIII. Lu lagnusu . . s . 

IX. La gula di S. Petru . 

X. La morti 

XL Comu 'na picciotta si majiciau un 

XII. Lu nimitu .... 

XIII. Lu Signuri di Luttisi 
La torre dei diavoli nel Casentino 
Leggende popolari piemontesi (Eudide Mifauoj 

I. La rocca dei sette fratelM . 

II. II cesto del diavolo . 

III. La macchia del sangue 

IV. La pietra del diavolo 

V. 11 colle del prete 

VI. II castello della volta 
VU. La fontana delPoIio 



ori e nisciu gr^vita 



i) Pag. 24 



» 3oa 

* k*i 

* aog 

* ivi 
p a 10 

> 1t6 

> 317 

> nn 

*- 3^7 

* ail 

* h i 

* 214 

> 319 

» 246 

* 304 

* (vi 

* 30s 



1 



526 INDfCE 

Leggende plutonidie in SicilU iS. /^atrcitj^/m}:. 

La trovatura di S. Leonardo ....*,*. Pag. 336 
La trovatura di S, Margherita . ^ ,..,.> 337 

I tesori dl S. Maria , , > 338 

Palazzflzio » tVi 

II tesoro del S, Calogero ,,,.,,..» 340 

|] tesoro tJel Torracchio , . > 341 

Lo spirito di Mastr'Alfio ^ . , . > ivi 

ho spmto deM'otre ...» 342 

Legetide gourmande du * Colombler » ,,,,,..» 373 

Novelle popolari toscane iG. /*f/r^}: 

L Cenerognola » , , . > 399 

IT. La tramontana ...,,,..*.» 408 

lit, I tre cacciatori M\ . , . > 411 

tV, La lattaiola > 417 

Leggende popolari sarde raccolte tn Oz\Qr\ iFiUp/k} VaiiaM 

I. Leggenda di S. Ciphano ......... 421 

IL Leggenda Ji S. Isfdoro .....,..> 422 

IIL S. Bernardo e sua sorella ,.,....> 425 

IV. Gennaio e Febbraio » 428 

II tesoro di Porciano nel Casentino > 510 

CREDENZE, SUPERSTIZIONI, FOKMOLE. 

Magi a c pr^Kiudizi in P. Vergfllo Marone i^fareo J/rf/tl: 

Introdiizmne > 5 

I. Dei , , » 8 

\\. Astrologia . » 12 

Ml. 1 Venti . ...» 16 

IV. AnimaJi > 18 

V, Arte magica ..,.,.*.* ^ . » 145 
VL Riti espiatori e funebd * - - • - - • > i55 

VU. Arte augurale » 267 

VIIL Sogni > 278 

iX. Varia » 282 

r 

Le n. 13 A Saint-Cyr > 128 

La magia a Parigi ,...-..'*»*•» 247 
1 preKiudiiti volgari corabattuti da un verseggiatore veneziano del se- 

colo XVil iCi'^iirt' Mifsiiiti) .*...►.*.» 291 
La superstizione del popolino napoletano nella recente emzione del 

Vesuvlo {Maurnsy . . , * > 295 



IN DICE 527 

USI, COSTUMI, PRATICHE, 

La fiera di Grottaferrata {R. Panationi): 

L'origine delle fiere .Pag. 117 

L'editto cardinalizio . . , . , , . . . , » iiS 

Allora e adesso . , . . . . - . , . * 119 

II Redentore. Festa popolare veneiiana^^/, /*.^ » laa 

La strina, ossia festa di regali in Vicari Wittfra) » ia6 

Usi nuziali piemontesir II contra tto di matrimonio nelle Langhe iE.MI/atw) * 366 

La festa del Natale in Caltanissetta {FranceSi^ Pulei) , * . . » 184 

L'arrivo del sacerdote novello in Caste I termini irincrnz^ Sr/a/ani-Ca/ht) > 207 

I negri di Agiara nel Dahomey in Africa ir. Adriana mu2in\i 

1. Popolazione . . . , , » ajo 

U. li mercato » 333 

111. Feticci e stregoni » ^33 

Le donne nei centimoli in Licata nel iS(^} {Garlantf IH Ginvattfn) . » » 345 

II porco di S. Antonio in Noto {M&itia Di Mariino) . . . * 346 
Usi funebri in Rocca Canterano . . ^ - * . , . •■373 
Saggi di folklore salentino f. N/jf^fM Pe Fabri:^0): 

1. La gran settimana .......-.» 389 

Usages et croyances de Kiziba » * * 471 

La commemorazione dei morti sarebbe di origine siciUana? . . , » 50S 

La festa di S. Antonio in Italia .....*.,. jt iVjf 

La mattanza del tonno in Favignana - » 509 

MOTTl, VOCl, LlNCiUA POPOLARH, 

Di alcuni diminutivi nel dialetto sicillano \G. Pit re) ^ . . » * 343 

PROVERBI. 

Proverbi siciliani {G, Oimi-Lo Gitidutj » 114 

Due centurie di proverbi veronesi {Arn^o liailadoro) * * . . » 173 

Modi di dire del volgare df Cherso {Jncopo Ct^Ha) » 024 

L'origine deU'espressione francese: « Passer a tabao {Afhtrrhf Lumdrosa) * 318 

Blasone popolare dei Jititomi di Cervara {A. CamiUf) , . - . ► 3?5*^37j5 

Proverbi e sentenze tedesche {Anion to De Marchi] * 435 

Proverbi giuridici italiani {/Ca^af/c Corsn): 

Introduzione . . . . . ^ - - ■ ■ ■ * 484 

Due antichissimi proverbi tlettera a G. Pitrfe di Giaa^mo Utmbrttso] , » 507 



i 



528 ' INDICE 

CANTl, POESIE. 

Un mazzetto di stomelli genzanesi Kl.uigi Bonjigli): . . . .Pag. 84 

Canto. Stomelli amorosi . > 86 

Pregi e difetti dell'uomo e della donna ......> 92 

Gelosia, sdegno e stomelli ironici ••.....» 93 

Canti popolari Sicilian! raccolti a Fantina ed a S. Basilio, frazione di No- 

vara Sicula {Salvalore Raccuglia) > 98 

Una canzone popolare italiana in Plauto {A. Lumbroso) . . .\ . > ia8 

Musica popolare fonografata , . . , > 130 

QUattro canzoni e una ninna-nanna in Naso {G. CHmUI^ Giudicr) . > 306 
Due poesie popolaresche del cinquecento ricordate neir incatenatura del 

EmnchmQ {Luig-i Bonjiffli) . . > 322 

Un*eco modema di antiche laude {Giovanni Fabris) "^325 

Preghiere popolari sarde {Giuseppe Ferraro) » 346 

Colui che fece il gran rifiuto (-^. Camilli) > 37a 

Invettiva di un contadino contro il Govemo provvisorio in Toscana 

{Paolo Giorgi) "^ 430 

Canti popolari raccolti a Frasso Telesino {C, Calandra) , . . . > 440 
Canti popolari siciliani di Novara Sicula {Sa/v. RaccugHa) . , . . p 450 
Canti popolari in Casteldelfino {G. Ferraro): » 477 

GIUOCHI, PASSATEMPI, CANTI INFANTILI. 

Filastrocche infantili di Temi .........> 127 

Filastrocche fanciullesche in Roma {A. Camilli) .....*» 189 

Cantilene popolari fanciullesche in Cherso {lacopo Cella) • . . . » 310 

INDOVINELLI. 

IndoVinelli salentini {Salvaiore Panareo) . > 236 

STORIA DEL FOLKLORE. 

Ai Lettori {G. Pitr^) > 3 

Un libro di esorcismi del 1616 {G. Ferraro) : 

3. Gli spiriti dominatori dei corpi > 40 

4, Malefici, maleficiati, magia » 60 



INDICE 



529 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 

BL^MONT, Le genie du peuple {G, Piire) Pa^^. ^8r 

BONFIGLI, Stefano Guazzo e la sua raccolta di proverbi {Id.) . . . *- 379 

CIACERI, La festa di Sant'Agata e Tantico culto d'Iside in Catania {Id.\ p 349 
COSQUIN, Fantaisies biblico-mythologiques (Id.). ....»» 3g2 

D'ANCONA, La poesia popoiare italiana {Luij^i Naioli) . . . . » 37s 

DE VaSCONCELLOS, Religioes da Lusitania (G. Pilre) . . . . » 355 

DONCIEUX, Le Romancero populaire de la France Ud.) . . . . > iB3 

DULAURE. Des Divinites generatrices chez les anciens et les modemes (/f/.l * 25a 

ELIOT, Vedi Haliis . * 136 

FURNO, II sentimento del mare nella poesia italiana (/</.) . . . ■ ► rja 

HALUIS, The Masai, their Language and folklore (Id) » 136 

KRAUSS, Antropofiteia (Id.) » 456, 514 

MEGALI DEL GIUDICE, Nel paese degli ulivi (Id.) . . . . , * i^i 

NICOLAID^S, Contes licencieux de Constantinople ild.) . . . , » 51a 

PERODI, Le novelle della nonna (Id.) . . . . . . . , * 511 

PIRES, Cantos populares portuguezes (Id.) . . . . . . . * i|* 

SALOMONE, Storia di Augusta (Id.) , * 3S0 

SCHUMANN, LObeckisches Spiel- und Ratselbuch (Id.) . . . , » 519 

S^BILLOT, Le Folk-Lore de France (Id.) . . . . . . . » ^51 

TIERSOT, vedi DONCIEUX ........... 135 

TRAUZZI, Bologna nelle opere di G. C. Croce ild.) * ^50 

VAN GENNEP, Tabou et Totemisme a Madagascar (Id.) . . . * 2\\ 

BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 

(Vi si paria di recenti pubbiicazioni del seguertti:) 

Almanacco Bemporad, 260. — Baragiola A.» 138. — Belli M.,5i7, — Capra-Cor- 
dova E., 517. — Carutti A., 139. — Cortes N. A. A., 518. — Croce B., 138. — 
D'Ancona A., 139. — De Blasio A., 383. — De Fabrizio A., 139. — De Schoult?. M,, 
140. — De Vasconcellos J. L., 384. — Ehrenreiche P., 140.— Fabris G., 383. 

— Filippini E., 138. — Majorca Mortillaro L. M., 518. — Mancuso E.. 384. — 
Mandalari M., 138. — Megali Del Giudice G., 260. — Milano E., 384 e 518. 

— Mule Bertolo G., 384. — Panareo S., 139. — Pilot A., 2S9. — Revelli P.. 
139. — Welcome H. S., 259. — Wiedemann A., 260. — Zenatti A., 383. — 
Zennaro A., 259. 



RECENTI PUBBLICAZIONI . 
SOMMARIO DEI GIORNALI [G. JiirS) 
NOTIZIE VARIE ..... 



141, 261, 585. 519 

142, 262, 38^, 53a 
263. 387, 5aa 



I 



COLLABORATOR! DELL' ARCHIVIO 
(Vol. XXIII). 



1 

1 



Balladoro a. 
Bauzin a. 
Belli M. 
bonfiglt l. 

BUTERA 

Calandra C. 
Camilli a.. 
Carraroli D. 
Castelli R. 
Cella J. 

Cr1MI-Lo GiDDlCE G. 

De Fabrizio a. 
De Marchi a. 
Di Giovanni G. 
Di Martino M. 
Fabris G. 
Ferraro G. 



FiLippixr E. 

GlORGI P. 

lumbroso a. 
lumbroso g, 
Mauruk, 

MlL\NO E. 

musattj c. 
Natoli L. 
Panarf.0 S, 
Panattoni R. 
PiTRf: G. 

PULGI F, 
RACCU«LtA S- 

Rosa E. 

SCLAFANl GaLLO V, 

Valla F. 



L'ARCHIVIO 



PER LO STUDIO DELLE 



TRADIZIONI POPOI.ARI 



pubhika a v*t>lumi di cSica 550 po^ 



iri quattru fascicoli* 



ii pi'cxzo 41 ^^ ^.r^ , 

Sttcc,) in Tarliio, Vi;j 

IV; cooceme rAmii. 

rediti^re sicsso, Indi 

che riflette H Rt^daziu. 



ift^ ■-.f'lnri .n 



pfore ^1 prezfo Jfi convr 



't IriiiiTTii 

SO f't^ditore Csrlo ClAnseo (Kaos Rlnck 

\i!i tibmi JMUfia dJeH'esterb, 

r amente al- 

rnalLe tuttO 

Uitifrct)p€ 1*1 trc m PnleriDQ, P};i;xi 

^ delic opere ui 

ppiii nscrnpkrt;. 

-XXII) al pmaoo dt hetti 



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^TlJlllLIOIECAw JRllllzii POPDUKI SlCiLIANE 


^^^K racculte ed illustrate dal Dott. aiUSEFPE PITRE* M 


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^B CUR 05 TA popolari tradizionali 


^^^^ft^ Rirrrnltn rltrerfi dnl Hr^rt fitirSFPPF PfTpp' ^j 






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■^^ Via Po, 11 -^ TOftiaO - ^H 





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