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AKCHIVIO 



STORICO ITALIANO 



FONDATO DA G. P. VIEUSSEUX 



• continuato a cura della 



R. DEPUTAZIONE TOSCANA DI STORIA PATRIA 



«o* 



QUINTA SERIE 



Tomo XX — Anno 1897 



IN FIRENZE 

PIIESSO G. P. VIEUSSEUX 

l^pogm/la di 31. CtUini e C. 

1897 



, STANFOUD UMApv 



'-? V5^ r '.: S 



• • ì 



( ::. 



PUltUUZlOi 

VENUTE IN DONO :^LLa R i^-^.- , /^^. 



Libri ed oauscot' 
Dalla BiblioUca Unìvei'sUaria ti hii 



B£iiA(inELC)TTO, Schrìflssprach<i \tui .rnnrii.* 

— Giessen, 180G. 4.<> 
Codex diplomaticus Lusatìae 8up«ir.orÌ4 1; . . ^ 

— Gòrlitz, 18f)6. S.'^ 
EcKEKT Christian, Der Fronbote :iii jn. 

spiegel und der verwandter ft«»h**...., ^ 

la laurea dottorale). — Leipzig. ^♦•* 
Keufzel Adam, Friedriclis des (/t'-.iìut. 

ini Jahre 1755 und die Sendi^a^^ ^. 

nach Berlin. (Dissertazione e ^ . 
Hbyer GiTSTAV, Die .Standslierrn d^^n :*r^ ^ 

ihrc KecbtsverliUltnisso in Ge<</;r»-.i'..:., 

tazione e. s.). — Darmstadt, \Hf. ' 
Kalbfleisch Wilhelm, Die RoAli^p*.», ^, 

« Eaoul de Cambrai » (BìsàUc/jaT T^/ 
KoEHN Joseph i:8, Quaestines ){^&aij|^^ '^^ 

zione e. s.). — Giessen, 1897, 8.' 
IÌEi:$s Wilhelm, Die dichteriscb4M^m:^^^ 

tzlar. (Diss. e. s.). — Wertbeim, :^' . 
Stade Bernhard, Die Entstebung d^ 'u^t^ 

cadomico). — Giessen, 1HJ)7. 4." 
Waas C11RI8TIAN, Die Quellen der l&Hài^ymm 

per la laurea dottorale). — Dortr&ioit ^ 



Ui 



'é*- .. 



(Indichiamo in parentesi il nome di chi dona, 

Annuario dell' Istituto pareggiato < CarHiiMs< 

gio ia97. — Bitonto, Garofalo, \Wi ^ 
Battaglia Giorgio, Studi sulle origini 

Vena, 1897. 8." 
Cappelletti Licurgo, Storia della citli.^^ 

orìgini fino all'anno 1814. — Lìvob ^.^^_ 
Carabelle8B F., Brevi ed elementari 1NIÌ|||.^ ' "^ 

pilate ad uso delle scuole sccondariit«*«jìZ?**' * 




IV PUBBUOAZIONI VENUTE IN DONO ALLA R. DEPUTAZIONE 

Cababbllbsb Francesco, La peste del 1348 e le condizioni della Sa- 
nità pubblica in Toscana. — Bocca S. Casciano, Cappelli, 1897. 10.° 

Coli Edoardo, Il paradiso terrestre dantesco (Pubblicazioni del 
r. Istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento in Fi- 
renze - Sezione di filosofìa e lettere). — Firenze, Carnesecchi, 
1897. 4.<* [Dal r. Istìhito predetto]. 

Ferrari Carlotta, Di alcuni pareri di critici esimi intomo a Dante, 
Beatrice, Gemma Donati e la Donna gentile ; ed esame delP opi- 
nione manifestata da uno di essi circa le cagioni determinatrici dei 
maritaggi di quel tempo. — Firenze, Rassegna Naziotiale, 1897. 8.** 

Jeanroy a.. La lirica francese in Italia nel periodo delle origini, 
trad. ital. di Giorgio Bossi. (Bibl. crit. della Letteratura ital., 
num. 18). — Firenze, Sansoni, 1897. 16.° 

Laroaiolli Filippo, Bibliografìa del Trentino. — Trento, Zippel, 
1897. 8.<» 

Lazzarini Vittorio, Marino Faliero. La congiura. — Vcneziii, Fra- 
telli Visentini, 1897. 8.° 

Mand ALARI Mario, Eicordi di Sicilia. II. Randazzo. — Catania, Gi an- 
notta, 1897. 16.<> 

Mini Giovanni, Serie cronologica dei capitani e commissari della 
Romagna toscana del 1500 al 1695 con residenza a Castrocaro 
e a terra del Sole, illustrata e blasonata. — Rocca S. Casciano, 
Cappelli, 1897. 

MoLBCENTi Pompeo, Venezia. Nuovi studi di storia e d'arte. — 
Firenze, Barbèra, 1897. 16.o 

MoRici M, Trattato sconosciuto di un agostiniano arceviese del se- 
colo XVI. — Castelplanio, Romagnoli, 1896. 8.<> [Dal prof. C. Paoli]. 

Nomi Pesciolini Ugo, Il saluto dei Sangimignanesi al Preside, ai 
Professori, agli Istitutori ed agli Alunni del r. convitto Nazio- 
nale Tolomei di Siena espresso dal Prop. Dr. TI. N. P. — Siena, 
tip. ed. S. Bernardino, 1897. 8.° 

— Una lettera inedita di Gaetano Savi ecc. — Siena, tip. ed. S. 
Bernardino, 1897. 8.° 

Pico della Mirandola Gio. Tommaso, Elegia ed. da F. Ceretti e 
L. Zani per le nozze Rosselli-Ren ti voglio. — Mirandola, Grilli, 
1897. 4.<» [Dal prof. C. Paoli\, 

Podestà F., La pesca del corallo in Africa nel Medio Evo e i Ge- 
novesi a Marsacares - Luoghi d'armamento in Liguria. (Nozze 
Costa-Costa). — Genova, Sordomuti, 1897, S,^ 

Rambaldi Pier Liberale, Una macchinazione di Cansignorio della 
Scala a danno dei Gonzaga (1367). — Milano, Bernardoni, 1897. 8.*^ 



DESIDERATUM 



La Direzione à&W Archityio utorìco italiano possiede la copia 

di un Diario di Sek Giusto di Giovassi Giusti d'Anohiari, 

che va dal 25 marzo 1437 al 6 gennaio H82. L'ebbe dal 

p. Theiner, circa una trentina d'anni fe, Cesare Guasti; 

ma né egli sep[)e dove si conservasse il codice originale; 

né a noi, per quante ricerche abbiamo fatte, è riuscito di 

Bcoprirlo. Parendoci non disutile la pubblicazione dì questo 

L Diario, e d' altra parta reputando necessario collazionare 

I prima la copia coli* originale, ci rivolgiamo alla buona vo- 

' lootà cortesia degli studiosi, perchè, se ne avranno qualche 

sentore, vogliano comunicarci l'indicazione del desiderato ms. 

Noi non possiamo darne più precise informazioni, salvo il 

trascriverne Ìl principio : 



% col nome del Signore Iddio il quader 
a scrìvere tutte le cose che sodo occorse negli anni che in detto 
libro si contengono, della Repubblica. Fiorentina 



Al I 



ì di Dio, I 



In questo quaderno «ppariranno scritte le cose che io Ser Giusto 
dì Giovanni (ìiosti d'Aoghiarì mi ricorderò che siano atate a mio 
tempo della Repubblica Fiorentino, degne veramente di ricordo, in- 
eotuinciando questo (li 25 marzo 1487 secondo il corso e costume 
della cittii dì Firenze, essendo Oregorio Mazzoni et Agnolo Taglie- 
scUi Capitani della Repubblica Fiorentina. 

Qui si nareranno tutto le cose occorse in questo anno liSÌ della 
Bapuhblicft Fiorentina di per di. 



NOTIZIE NECROLOGICHE 



— n 6 luglio mori a Parigi Edmondo Le Blant, nato ivi 
nel 1818. Si occupò particolarmente di archeologia cristiana, e dal 
1883 all' 89 diresse la Scuola francese di Eoma. Una copiosa biblio- 
grafia dei suoi scritti è in Pótyhiblion, agosto 1897, pp. 172-176. 

— Il giorno 28 luglio a S. Giovanni di Bellagio, sul lago di Como, 
mori lo storico Giovanni De Castro, nato a Padova nel 1854. 
Numerosissime sono le sue pubblicazioni; e im elenco bibliografico 
delle principali, compilato dal Dr. Antonio Vismaka, si legge nel- 
V Archivio Storico lombardo, 30 settembre 1897. 

— Alla fine dello stesso mese mori in Vienna l' illustre storico 
e archivista Alfredo von Arneth, in età di anni ottantadue. Delle 
sue numerose e importanti pubblicazioni dobbiamo ricordare le 
Corrispondenze di principi del secolo passato (Maria Teresa, Maria 
Antonietta, Caterina di Russia, Giuseppe II, Leopoldo II ec.) ; tra le 
quali è particolarmente interessante per la storia nostra il carteg- 
gio tra l'imperatore Giuseppe II e il fratello suo Pietro Leopoldo 
di Toscana. 

— All'età di sessantacinque anni mori in Parigi il 25 agosto 
Leon Ganti e r, che dal 1871, era professore di paleografia alla 
Scuola della Carte, e del quale sono noti i pregevoli studi sull' epopee 
medioevali francesi. 

— Una perdita dolorosissima ha fatto la scienza paleografica e 
storica colla morte di Guglielmo Wattenbach, avvenuta in Fran- 
coforte, il 20 settembre, all'età di 78 anni. Con l'animo afilìtto 
mandiamo un saluto alla sua tomba ; e nel prossimo fascicolo ne fa- 
remo più ampia commemorazione. 

— Anche dell'illustre storico ab. Luigi Tosti, mancato ai vivi 
in Montecassino il 24 settembre, sarà fatto doveroso ricordo in uno 
dei vegnenti fascicoli. 

^ 



DELU R. DEPUTAZIONE TQSCAHA DI STOBIA PATBIA 



Documenti di storia Italiana. 

Voi. I-IU. Commissioni di Rinaldo degli Albizzi 
per 11 Comune di Firenze dal 1399 al 
1433, pubblicate e illustrate da Cbsark OvA»n 
[an. 1399-143i5], Firenze, Galileiana, lH07-7«. . L. 45. 

» IV. Cronache della città di Fermo, pubblicaU^ 
e illustrate da Gaktano Db Minicis; con la giun- 
ta di un Sommario cronologico di carte feriuunt.' 
anteriori al secolo XIV, con molti documenti in- 
tercalati, a cura di AfARCO Tabaurini, 1870 . > )C 

» V. Cronache e Statuti della città di VI 
terbo, pubblicati e illustrati da Ignazio Ciam- 
pi, 1872 /. ìt 

> VI. Cronache dei secoli Xlll e XIV. - Anna 
leu Ptokinaci Lucewris (a cura di ('aklo Mini;- 
TOLi). - Samanome mdids Gesta Fiorenti noraw 
(a cura di Gaetano Mii^nesi). - Diarh di stt 
Giovanni di I^innio da Comvgnori (a cura d- 
Luigi Passerini). - Diario di Anonimo Fiomn 
tino, 1358-1388 (a cura di Alessanj>uo <.'Jiì> 
RARDi). - Chronicon Tolosani canonici fat:tnUn' 
(a cura di Marco Tabarrini), 1H7<». ... f 

» VII. Statuti della Università e Studio l-é(^ 
rentino dell'anno 1387, seguiti du uf.^,. 
pendice di Documenti dal 1320 al 147'^, pur^u.. 
cati da Alessandro Gherardi. Con un 1Jì»u^^ 
del pro£ Carlo Morelli, 1881 ... ^ 

» Vili. Codice diplomatico della citta e t/r 
vieto, documenti e regesti dal HWiohj Xi a x 
e la Carta del popolo, codice statutarie m. ^^ 
mune d'Orvieto, con illustrazioni e nou. a. ^,^ 
Fumi, 1884 

» IX. Il Libro di Montaperti [an. rjfJO,. inm..^ 
per cura di Cesare Paoli, 188li . . 

» X. Documenti dell'antica costituSiMM^ 



vili PUBBLICAZIONI DELLA R. DEPUTAZIONE EC. 

comune di FirenzOi pubblicati per cura di Pie- 
tro Santini, 1895 L. 15. 



Archivio storlcMi Italiano 

(fondato nel 18^12 da G. F. Vieuiìsbux, e continuato dalla 
B. Deputazione di storia patria). 



Nuova Serie. - Anni 1855-1863, tomi 18 (inclusivi 7 
tomi del Giornale storico degli Arcliivi To- 
scani) L. 180. 

Terza Serie. - Anni 1865-1877, tomi 26 > 260. 

Quarta Serie. - Anni 1878-1887, tomi 20 » 200. 

Quinta Serie (in corso). - Anni 1888-1896, tomi 18 . > 180. 

^- SI fanno faoilitaxioni por accialsti di Sorlo completo '<^ 



Indici cIcIi^ApcIiIvIo storico Italiano* 

Indice generale della Nuova e della Terza 

Serie, col Supplemento L. 8. 

Indice tripartito della Quarta Serie .... » 5. 



Atti del Quarto Congi^resso storico ita- 
liano (Firenze, 1889) L. 4. 



In corso di sUimpa : 

Codice Diplomatico Aretino, a cura di Ujjaldo PAsc^ri. - 
Tomo I. — Formoni V umhrhno volume della Oolleziono dei 
Documenti di storia italiana, e verrà pubblicato nei primi 
del 18.08. 



AONIO PALEARIO 

E LA SUA FAMIGLIA IN COLLE VAL D*ET>5A 



^-ci?- 



Le notizie che pubblico intorno ad Aonio Paleario e 
alia famiglia di lui (1) son ben lontane dall' esser tutte o 
la maggior parte di quante potrebber raccogliersi fmgaudo 
con diligenza nei vari Archivi, nei quali si trovano ]j«ì- 
avventura disseminate e ad un t^empo sei)olte. Ristrettomi 
a (|uelle che si riferiscono alla dimora, da lui e riai huuì 
fatta in Colle di Val d' Elsa, paese eh' ei tenne in luogo 
di patria, e tal fii ai figli e nipoti suoi, mi è sembrato, cin- 
anco queste poche non tornerebbero inutili, ne senza ouritr 
sita; specie a chi prendesse a scrivere di quell'uomo illu- 
stre ed infelice, o volesse mettersi nella via di miglior » 
più estese ricerche. 

Del Paleario veramente fu scritto poco ; e quanto aJ>t 
sua vita domestica, alla famiglia che si formò, e alh* ^; 
manenza di esso e di questa in Colle pressoché uienu «^^ 
perocché fin ad oggi due qualità di appassionati m;ì-ì1a^ 
eh' io sappia, parlarono di lui e unicamente ]j«r ìbiuUi : 
parte ; più intesi per conseguenza a far valere i nw^ 



(1) Avverto per brevità, che quante volte si citano JfiMwtfu. ,. ^ 
rìli anteriori al 1570 si deve intender citato altresì il i. kstju^'.^^: «., 
in Firenze, nel quale si custodiscono. I posteriori aJ MH * . -r-^^- 
nell^Archivio Notarile, e vuoisi tener per citato fiWfjWìH/n^i^.. r^^ ~ 

poi della Gabella de' Contratti, che avrò più octimnìou e - 'ft , 

troyano nell'Archivio Municipale di Colle Val d'ISiaa 
meri che indico. 

Abch. Stor. It., 5.« Serie. — XX. 



sereni propositi di questa, che ad occuparsi del personaggio 
che avevan preso per subietto. I così detti scrittori cattolici, 
anco con postume calunnie e con strapazzo di teologia cri- 
stiana, si proposero esclusivamente di giustificare l' iniqua 
condanna decretata dal Tribunale della Riomana Inquisi- 
zione; i riformati di qualunque setta o dissidenza intesero 
soltanto ad esaltare, in odio alla Curia Romana, nn loro 
martire di più, e le dotti-ine da esso professate e suggel- 
lato col sangue. E chiaro che per aodis&re a questi due, 
sebbene oitpostissimi intenti, era sufficiente conoscere le dot- 
trine e lo scrittore non 1' uomo nel suo privato ; cosicché 
dì questo non si curarono. Se ne parlarono, ciò fa per 
incidente ; non di rado a caso, e spesso intieramente a 
sproposito. 

Luigi Des Marais, ossia il marchese Bisleti di VeroU, 
pubblicò nel 1885 una biografia del Paleario, con tutto l'af- 
fetto che si poteva ; ma scarso a notizie originali, e troppo 
fidente in quelle pubblicate, specie nelle Lettere, non riuso! 
più in là che a mostrare quanta e come amorevole rive- 
renza ei professi alla memoria dell'illustre suo concittadino. 

In qual anno, per quali cagioui e in quale età Aonio ca- 
pitasse primamente a Colle, e poi vi si fissasse, si può meglio 
o peggio congetturare; non però determinare con precisione. 

In Etruria, lo asserisce egli stesso (1), venne nel terzo 
anno dalla presa di Roma; vale a dire nel 1629, e dopo 
brevi soste qua e là, ed una più lunga in Perugia, si fermò 
in Siena ; o vi fosse stato invitato par insegnare, o più pro- 
babilmente perchè persuaso vi troverebbe modo dì campar 



(1) Nella Onutìone recitata in difesa propria iniiaDEi al Senato dì 
Siena contro le accuse di irreli^one, cosi d esprime: ■ Ego PP. CC. anno 

■ tertio nb urbe Roma ab Rispanis capta, cum omne Latiiim arsisset 
* bello tetro et calamitoso, et pestilentia inopiaqim frugum Hi^rtiici mei 

■ laborarent, et trìbns ingentibus mnlis, vostati agri, villoe auccensae 

■ nrbes aatiduis funeribus liaust&e essent, in Hetruriam veni • {Epùlot. 
ti Orai, el de Anivìorum immorlalìlale libri; Lugduni, li>ó2, p. !il&). 



a LA SDA FAIilOUA JS OOLLB VAI, D'BUA 3 

la vita, insegnando in privato, siccome aveva adoperato in 
Botua, e di attendere ai suoi studi (1). 

In Colle di Valdelsa proprio dovè giungere qualche 
poco avanti al 1637; e pur innanzi a quest' anno aver for- 
mato e manifestato chiaramente la risoluzione di domiciliar- 
visi, Neil' anno 1637 difatti cliiese ed ottenne la qualifica- 
zione e i diritti di terrigena e castellano (2) ; che secondo 
ogni ragionevole induzione non avrebbe potuto chiedere, né 
qualora ottenere, senza aver dato precedenti segni, più che 
indizi, di voler prendere in quel luogo stabile dimora. 

La cagione, che ve lo condusse, non è nota. Forse vi 
capitò occasionalmente per visitare qualche amico, poni 
Marco Casali, grammatico di nome a que' giorni, ed inse- 
gnante in Colle; o Girolamo Bellanti e Bernardino Fran- 
ceeconi senesi, ma per ufficio o interessi colà residenti, o il 
"Vescovo d'Anagni, che essendo commendatario della prossima 
Abbazia dì Conoo abitava scioperato più qui, che nella sua 
Diocesi (3), 



(1) Dal Sommario del Proccaso aubilo in Koma (ved. Arditi: della 
r. Società Ramaiia di iloria patria, VoL XIX, Fofic. I ^ li, Art, di B. 
Postasi, p. I'i9), e precisamente dal CoBlitato de' 20 dicembre 1509iilri> 
irvi, Fhe in quella città abit^ in ca.'ia di Antonìn Bellanti in qunlìtA dj 
moGs^ dei fijfli Pandolfo, Fansto, Fietrino e Acrìsìo con lo stipendio di 
se. VSJ, dando poi lezioni anco ad altri l'2 giovani. Pare che in qnoU 
^miglia, sìa in Siena, aia nei suoi possessi all'Agiok e a Henuiui tmUumm 
parecchi anni ; ma q^uanti non è detto. 

(2) Archiv, Municipi di Colle, Provvisioni, Cod. 522, Prorvk. 4M V 
■ettembre 1587. 

{3) Dell' intimità del Paleorio con Marco Casali ri hanno f«v** mU» 

Lettere (Op. cit.; e nel suo Testamento (ved. Docam. li. ÌLtrtmtéilw 

de' Froncesconi dì Filippo era medico, forse condotto, in Culla, ■ tI rtrfwr 

deva. Che almeno vi capitasse talora e vi avesse jifitrtjnniili « iMavrf, 

^^ ti rileva da vari atti notaiili di quel tempo fv«d. Protoe. di ljiAiM»»4é 

^L Ketro Tancredi, l5B4-'85 e, 113, 161, S09). Era poi in molU&mitiwIM* 

^^V Btima di Antonio Bellanti, che lo nominA tutiTre dei propri fl^ u^tam 

^^K «on la madre loro Madonna Cassandra degli Spannocchi e OiuUv "tb^ 

^^^Uai (vad. Sommario del Processo cit,, p. 169). Girolamo di L«wmw4v l^i, 

^^Kluiti, parimente seneee, abitava occasionalmentA a Colle pw A^W:'^. 9 



-ì 



4 AONIO PALEARIO 

Circa r età che Aonio ebbe allorché si risolvè a domi- 
ciliarsi in Colle questo posso dire. Nella lettera dei 3 luglio 
1670, inviata dal carcere, alla moglie, poche ore innanzi di 
morire, si attribuisce 70 anni (1). In altra lettera di parec- 
chio tempo anteriore, ma senza data (2), scritta al Filonardo 
vescovo di Veroli, parlando della compera già fatta di Cer- 
cignano, e dell' essersi lasciato indurre a tór moglie, se ne 
attribuisce 34. Risultando da documenti, che la compera 
accennata e gli sponsali ebber luogo nel 1537, si pare evi- 
dente, che o in quest' anno non aveva 34 anni, o quando 
fu giustiziato non eran 70. In un libro « dell' Età dei Cit- 
tadini » conservato nell'Archivio Municipale di Colle (3) 
si legge, che Aonio Paleario fu battezzato nel 1607. Ma 
oltreché questa annotazione dovette esser fatta, probabil- 
mente, su denunzia casuale e a memoria, il Registro non é, 
considerato in genere, tale da garantire della sua esattezza, 
n Des Marais asserisce, che nacque nel 1603, sebbene non 
accenni onde trae la sua asserzione. E difficile in tanta di- 
screpanza di dati concludere con precisione : nondimeno io 
credo attendibile la asserzione del Des Marais, come quella 



affari, e fors'anco per diletto (ved. Protoc. di Lodovico di P. T. cit., 
1.584-'86, e. 248). Apparteneva alla famiglia stessa di Antonio, e corno 
questi era attaccatissimo ad Aonio. Il quale alla sua volta professò tale 
amicizia ad Antonio e ai figli di lui, (ai quali, lui morto, fu più che 
padre) che ha fatto credere ad alcuni, tutte le persecuzioni, che ebbe a 
patire, gli provenissero da siffatta amicizia, mentre è chiaro ormai essero 
state in gran parte cagionate da altri e tutti indegni motivi, comecché 
sempre nascosti sotto la facile ed efficacissima maschera della eterodossia, 
(ved. Sommario del Processo cit., p. 170, Costituto de' 29 dicembre 1568). 
Luca Giovannini di Sanastagio presso Volterra e Vescovo d'Anagni, era 
letterato e stimato molto dal Paleario (ved. Docum. I). La famiglia di lui 
ed egli stesso possedevano anco nel territorio di Orcignauo (ved. Protoi*. 
di Simone di Gregorio di Bramo Fulvi del 1537, e. 52 e quello dal 1502) 
al 1565 di Lodovico di Pietro Tancredi, e. 18). 

(1) Ved. Aonio Paleario, Del Benefizio della morte di Cristo; Pisa, 
1849, p. 10. 

(2) Epielol, et Orai, ec., lib. cit., p. 60. 
(8) Cod. 608, Lett. A. 



£ LA SUA FAMIGLIA IN COLLE VAL D'ELSA 5 

che risulterebbe dall' interpretare le due date poste da Aonio 
stesso, non come tassative ma come approssimative (1). 
E accettando questa spiegazione si verrebbe a stabilire che 
a Colle, si recasse per fermavisi, in età di 33 anni, e cioè 
nel 1536. 

Perchè scegliesse la Terra di Colle per sua stanza fissa 
si chiarisce alquanto da una sua lettera. Scrivendo al Fi- 
lonardo per dargli notizia di aver comperato la Villa di 
Cercignano coli' intento di ritirarvisi talvolta a studiare, 
siccome luogo appartato, non lontano da Siena, e presso 
Colle, aggiunge e « collini municipes me summis honori- 
« bus affecerint, collinum oppidum placeat, cum loci salu- 
« britate tum aedificiorum descriptione, tum hominum com- 
« mercio non inurbano » (2). Non è improbabile per altro, 
che il matrimonio, che vi contrasse, preordinato, almeno al- 
cuni mesi innanzi, non fosse estraneo al proposito di prender 
dimora in Colle, e fervi acquisti. 

Il Biadi nella sua Storia asserisce che fii « di nobile 
« femiglia salernitana e ricco di fortune patrimoniaU » (3). 
Anco Cosimo della Bena, parlando dell'avola sua Aspasia, 
che fu figlia di Aonio, accenna alle origini salemitebne della 
casata di lei (4) ; ma da quanto si può ricavare su tal pro- 



(1) Aonio Paleario; Koiua, 18S5, p. 15. - Sebbene nel Sommario del 
Pi*oces8o cit. si incontri varietà intorno agli anni di lui, vuoi che li de- 
nunzi egli stesso, vuoi li a»(sorìscan altrì, puro mi sembra si possa ri- 
cavare dall' insieme delle asserzioni e da certi confronti, che era nato 
nel 1508. Quel che però è notevole si <> questo, cioè, che neppur egli sa- 
peva con precisione Tanno della sua nascita. Nel Costituto infatti de' 10 
aprile 1567 (ivi, p. 166) risponde in questi termini : « puto me agere 
« annum sexagesimiim quartum ». 

(2) Epitl» et Orat, ec., lib. cit., p. 60. 

(8) Storia della CiUà di Colle di ValdeUa; Firenze, 1859, p. 260. 

(4) Della Serie degli Antichi Duchi e Marchesi di Toscana; Firenze, 1690, 
P. I, pp. 173 e segg. - E notevole il modo spiccio e pauroso col quale il 
Capitano Cosimo evita di ricordare il cognome dell'ava e quello illustre 
del i)adre di lei: di che poteva molto più gloriarsi, che di altri favolwi 
ascendenti, che si attribuisce. 



posìto dal libro del sig. Des Maraìs, panni restino assai 
dubbie (1). Vero e che Aonio stesso dovette ritenere di pro- 
venire da antenati salernitani, seppure non fii semplice 
boria clie glie lo fece credere. Imperocché nel secondo suo 
testamento de' 29 agosto 1560 esclude dalla tutela e eara- 
tela dei suoi figli qualsiasi agnato o cognato di Ver<di o di 
Sdlerm (2). 

Senza ascender tanto in alto, è certo eh' ei nacque in 
Veroli, nel Lazio, di Matteo di Francesco della Pagliara, 
della Paglia come vogliono, e reputo non senza ragione, 
alcuni, e di Chiara JanariUa, nobili o no i>oco importa ; 
e meno im^rorta se da lungo tempo domiciliati in quel paese, 
o da poco (3). 

Quanto alle ricchezze, non volendo dar peso ad una 
lettera riferita dal sig. Des Marais (4), che pure non si può 
ragionevolmente sfittare, sembrerebbe tutto detto allegando 
la lettera, da Aonio, giunto dì poco a Siena, diretta al già 
suo discepolo Cincio Frigepane (Frangipani) a Roma. Nella 
quale si leggono le parole che appresso : « liberalitate tua 

« nobis opus est cum in Hetruriam venimus tan- 

« tum pecuniae nobiseum attulimua quantum tu liberalitate 
« tua concessisti » (6). Ma siffatte espressioni non si lianno 



(1) Ved. Aonio Paltario cit-, p. 123, - È inesatlo [)oi chp il della lUma 
nomini Aonio dì Matteo di Francesco delln Pagliara, siccome il aig. Dks 
Mahajh riferisce. 

(2) « relitjuit ordinavìt ot asse volnit tatorea et prò tempore cn- 

• ratorea praedictonim siiortim fiUorum no filiaruni propinciniores agnatos 

■ vel cognatoe dictorum suorum filiomm et filiarum de ti^rra Collis ton- 

■ tum et non de civìtate vemlana vel saleruitana, modo ulìquo i^uos 

• omnea et aitiguloa de Givitat« vemlana et ualeniitanorum pcnitus a 

■ dictA tutela et prò tempore cura dictorum suorum Gliorum ac filia- 

• rum exclusit ac privavit, quibuscumque in uontrarium facientibua non 

• obatantibus • (Proteo, di Lodovico dì Pietro Taucredi, 1549- '50, e. 800). 

{a> Ved- De» Mab&is, lib. cit., pp. 121 e segg. - Epitt. ri Orai, ec., 
lib, cit., p. 4a. 

(i) AoHìo Poi™™ cit., p. laa. 

(5) Epùl. 'A Orai, eo,, lib. cit., p. 30. 




i 



K LA 6UA 7AJHI01.U IK COLLE VAL D'bUSA 

a prendere in senso stretto, ovverosia qnal una confessione 
di miserabilità, nulla concedendo allo studio di riuscir ele- 
gante, che nel Paleario, come negli Umanisti in genere 
era uu partito preso Ìu tutto o per tutto. Scrivendo egli 
infatti, poco di poi al medesimo Cincio, così si esprime : 
« mandavi ìnterea Pterigo familiari meo ut domum et prae- 
« dia, quae sunt in Hernicis vendat ; si emptorem non in- 
« veuerit auctionem faciat : omnia milii abiicienda sunt 
« potinsqiiam deserenda philosopliia. Venibunt servi, sup- 
« pellex, feudi, aedes, omnia » (1). 

A Pteiigo (xii aveva scritto : « cupio alienare bona 
patema : domns honestata est snceessore uovo (2) ; dan- 
« dnm est aliquid Alexandre et Basilio ; id nunc fiat : 
suppellex nobis erat lauta ; bibliotbeca non vulgaris, con- 
« cedatar iis » (_3). E perchè tali frasi latine, in lettere con- 
segnate alla stampa, e con tal intendimento, se non scritte, 
certamente corrette, potrebber aver 1' aria di contenere più 
'ele^nza che verità, rimando i lettori al Testamento di lui 
^tto nel 1539, che fornisce modo di apprezzarle per quanto 
valgono (4). Tenendosi nondimeno alle parole soprariferite, 
mi pare, che Ìl raccomandarsi che fa alla liberalità del Fri- 
gepaue potesse muovere da altre cause, che non da miseria 
assoluta, ed essere una specie di maniera di domandare un 
imprestito. Può ben essere, che avendo il Paleario il patri- 
lOnio costituito in immobili, si trovasse a eorto di contanti. 
Allorché parti da Roma, e mentre era in Siena ; tanto ciò 
fosse effetto dì poca misura nello spendere, o di rapacità 



(i) Ibid., p. 23. 

(2) Fu vcniluta a. Giovanni Martullo (ved. Epùt. et OnU. ec-, lib. cit., 
p. 29. - Des MiBiis, lib. eie, p. IG). 

(S) QuaulunqDf! le lotterò di Aonio non portili dota, pure é evidente 
\ ch« II! doe accennate son anteriurt al 1537, anno nel quale contrasse {.-li 
I 0fOB9iii\ colla Guidetti. Sembra peraltro matasse divisamento per allora 
% alla vendita de' beni di Veroli ; slanlwJi^ noi 1589 li possedeva tut- 
tora, qualtnentu consta dal Testamento di quell'anni- ivcd. Docum. II. 
(il Ved. DocQm. I. 



8 AONIO PALBAIUO 

de' parenti vemlani (1), o più probabilmente delle devasta- 
zioni, ruberie ed altre enormezze, che ebbe a sofiHre il Lazio 
intiero dalla guerra e djtl mal governo pontificio ripristinato. 

Presa dimora in Colle, ed in procinto di ammogliarsi, 
comperò con tre separati contratti in data de' 7, 12 e Vò 
ottobre 1537 (2) case e terreni nel non distante Cercignano, 
pagando poca somma in conto di prezzo, e gravemente in- 
debitandosi pel resto (3). 

Se 1' amor di appartaci ogni tanto per dedicarsi intie- 
ramente agli studi gli SUggeri 1' acquisto mal cauto di quei 
beni, non fa certamente estranea a ciò la tradizione, appe- 
titosa per un umanista, e quasi romano, che essi avesser 
appartenuto un tempo ad Aulo Cecina, e da questo appunto 
quel territorio traesse il nome alla romana di caednnianum, 
volgarizzato poi in Cercignano. La qual tradizione non ì- 
screditata neppur oggi ; comecché nessun documento o ai- 



(1) Ved. Epiit» et OrcU, ec., lib. cit., p. 90. - Sebbene lo lagnanze ge- 
neriche contro i parenti, che si leggono nella lettera a Francesco Cam- 
pana (ibid.) possan investire i consanguinei di Veroii, pure, perchè non 
nomina nessuno, non è temerario ritenere che alludano agli affini di Colle, 
tanto più perchè, lodandosi dell'aifetto e delle premure dei fratelli di Fran- 
cesco, che erano in Colle, sembra voglia significare che in questi aveva un 
compenso all'abbandono degli altri. £ verisimile ]X)i che i congiunti col- 
ligiani non approvassero le brighe che Aonio accattava gratuitamente e 
per imprudenza colle sue dispute scolastiche; brighe che mentre partori- 
vano effetti sinistri sui suoi, potevano stendersi, e fors' anco si stendevano 
sul parentado, timido per giunta e cattolico ad oltranza. Ammessa questa, 
ragionevole ipotesi l'abbandono lamentato non si potrebbe riferire a fac- 
cende pecuniarie ed economiche. 

(2) Ved. Docum. II. 

(8) Scrivendo a Pier Vettori così si esprime: « Emi superiore anno A. 
« Caecinae villam quae fuit in agro volaterrano, ut libris com|)aratis in 
« bibliothecam me abdercm : sed hoc ipsum aliter evenit. Nam cum mu- 
« nicipes collini angustos fines habeant, emi Caecinnianum multo carius 
« quam aestimaveram ; quare tametsi oa emptiune bene emisse dicar, op- 
« pressus tamen ita sum aere alieno, ut (luam ad studia literarum enie- 
« ram, ea villa maxime ab iis ipsis me avocot atque abducat » (Kjnst, ci 
Orai, ec., lib. cit., p. 70). 



£ LA SUA FAMIGUA IX COLLE VAL d' KLSA 9 

gomento di &tto la suffiraghi (1). Nel di 11 ottobre 1537 
fii rogato r atto di sponsali fra Aonio e Manetta di Ago- 
stino di Piero Guidotti, e di Francesca di Alberto Ger- 
boni (2), ambedue di Colle, in casa Guidetti (3), presenti e 
testimoni Giuliano di Giov. Batista della Bena colligiano, 
e il nobile senese Bernardino Filippo de' Francesconi « exi- 
« mio artium et medicinae doctore » (4), con rassegno do- 
tale di ff. 600 da L. 4 e s. 2 (5). Qiial che ne fosse la ca- 
gione però, questa dote si trova chiarita all' Ufficio della 



(1) Ibid. 

(2) Francesca de' Gerboni era vedova di Bartolo di Giovanni Billi di 
S. Gimignano (ved. Protoc. di Lodovico di Piero T., 1524, e. 14) e sposò, 
indi a poco dalla morte del marito, Agostino di Piero Guidotti, a cui par- 
torì Manetta e Pierfrancesco lasciati dal padre in età minore. Sembra che 
Agostino ancora fosse vedovo quando sposò la Gerboni, ed avesse una figlia 
tornata in casa perchè rimasta vedova essa pure (ved. Testam. di Ago- 
stino e Onofrio di Piero Guidotti de' 90 ottobre 1527, Hog. Lodov. di Piero. 
Protoc., 1527, e. 908>. 

(3) Per la situaadone di questa casa, o meglio case in Golle ved. Archiv. 
di Stato in Firenze, Catasto del 1427 « Golle », f. 211, e. 49. 

(4) Ved. Protoc. di Lodovico di Piero T., 1537, e. «>5. 

(5) Agostino con suo testamento. £eitto insieme col fratello Onofrio 
rog. Lodovico di Piero Tancredi ai 9) ottobre 15*27 (Prot. del 1527, 
e. 906} dotò la figlia Manetta in ff. 450. Venuta la madre e tutrice in 
trattative del matrimonio di essa figlia col Paleario, sembra che questi 
non si contentasse dell' assegno dotale lasciato dal padre. Il perchi> due 
stretti parenti, cioè Giovanni di ser Antonio e Bartolommeo di ser Gi- 
rolamo, ambedue de' Guidotti, si intromisero per aggiustare il negozio o 
promisero che la dote, dai ff. 450, sarebbe elevata a ff. Gif): su di che Aonio 
si qnetò. La madre e tutrice con atto de' 16 ottobre 1537 ai rogiti di Lo- 
dovico di Piero Tancredi (Protoo. del 1537, e. 73) ratificò la promessa dei 
parenti e si obbligò di pagar la somma convenuta di ff. 600, riconoscendo 
e confessando che la legittima patema non era conveniente, attesa la con- 
dizione dei tempi, e queUa della casa Guidotti « et maxime attenta qua- 
« lìtate, virtutibus et mentis ipsius Aonii ejus viri » (ved. Docum. I). - 
In virtù dell'atto de' 7 ottobre, anno stesso, rog. Simone di Gregorio di 
Bramo Fulvii (Protoc. del 1537, e. 52) Aonio aveva dichiarato di ricono- 
scere come pagati a lui e da lui ricevuti ff. 4(X) per la cessione fatta dalla 
suocera ai frtitelli Albertani di una Golonibaiia e terre a S. Biagio valu- 
tati tal prezzo, in correspettivo di alcuni beni da quelli venduti ad Aonio 
ateneo iu Gerciguauo (veil. I>ocum. II). 



10 AONIO PALEÀRIO 

maggior Gabella, ossia de' Contratti, soltanto nel 30 ago- 
sto 1638 (1). Ove prendesse casa appena celebrato il matri- 
monio non si sa. E verisimile conducesse la moglie a Siena, 
se vi fece ritorno (2) ; più verisimile si ritirassero a Cerci- 
gnano. Casa propria in Colle non V ebbe fino al 7 ottobre 
1538 nel qual giorno si procacciò in compera dalla Suocera 
una camera nella casa stessa di lei pel prezzo di ff. 10 ; 
essendo la Manetta più o meno prossima al parto, che fti 
di Aspasia primogenita (3). 

La volontà più volte espressa dal Paleario di disfarsi 
dei beni di Veroli fix sicuramente tradotta in atto, incalzato 
dai debiti come era, desideroso di restaurare ed abbellire 
la villa, e costretto a spose, che gli procurava inevitabil- 
mente la &miglia. Quando però questo avvenisse non son 
riuscito a trovarlo nell'Archivio Colligiano. Le condizioni 
poi di quello notarile di Veroli son tali, che il tentativo ne 
sarebbe stato troppo lungo, e per la non molta importanza 
della cosa, ingiustificato (4). Dal vedere per altro, che dal 
1544 al 1547 fece più compere (5), e che nel 1546 revocò 



(1) Ved. Gabella de' Contratti, Eegistro F, n.» 803, e. 110. 

(2) Nel Costituto de' 20 dicembre 1568 (ved. Sommario del Processo 
cit., p. 171) Aonio dico essere SO anni dacché era stato a Siena. Se, come 
pare, si deve intendere questa dizione nel senso che da 80 anni avesse 
lasciato definitivamente quella città, avremmo la data precisa del 1588, 
anno in cui contrasse il matrimonio. 

(8) Con istrumento de' 7 ottobre 1538, rog. Niccolò di Bernardo da 
Picchena (Protoo. del 1583), Francesca vedova di Agostino Guidetti vende 
ad Aonio Paleario « unum talamum sive cameram in domo dictonim 
« herediim dicti Augustini ; qui talamus est illc qui est in saletta diete 
« domus, cujus hostium respicit versus meridiem ; cui talamo ad 1.^ dieta 
« saletta, ad 2.^ alius talamus versus occideutcm 8.® ortus diete domus 
« 4.^ Johannis Marie ser Antonii de Guidottis, et subtus et supra dictorum 
« heredum .... cum egressu et ingressu per hostium diete domus et per 
« dictam salettam ». 

(4) Ved. Deb Makais cit., p. 124. 

(5) Con atto de' 14 aprile 1544, rog. Lodovico di Piero T., Aonio comprò 
da Sandro di Silvestro Cif^a alcuni terreni nelle pertinenze di Cercignano 
per ff . 30 (ved. Gabella de' Contratti, Be<?. F, n." 801, e. 198. Con altro 



con un codicillo i lasciti a favore del nipote Alessandro, di 
cui Y aveva onorato col testamento dei ÌS maggio 1639 (1), 
8on indotto a ritenere, che le vendite, vogliamo pure ese- 
guite a riprese, ebber luogo fra l'anno 1544 e i susseguenti. 
Il fatto è che prima dell' agosto 1547 il possesso di Cerci- 
gnano era una estesa tenuta, e di proporzionato valore, se- 
condochè risulta dalla denunzia, che ei ne presento al Ca- 
tasto colligiano innanzi quel mese (2). 

Contuttociò la violenta persecuzione scatenatasi già 
prima in Siena contro di lui fino a prender forma di popo- 
lar sedizione (3} ; la conseguente sua fuga da quella città ; 
e i danni inevitabili, che le tenner dietro, lo costrinsero a 
cercar guadagno dalle aiie fatiche ; ed accettò in Lucca un 
ingratissimo ufficio di pubblico insegnamento (4). Nel quale, 
accettato i>er necessità insuperabile, prosegui a male in cuore 
afflitto da ogni sorta di cure, da incomodi di salute, e dal 
desiderio vivissimo di tornarsene in famiglia e vivere tran- 
quillamente a Cercignano (Ci). 



Q in' 12 novembre anno stesso, pei rogiti del medeaiino tioturo, acquistò 

ft UonaMo di Iacopo da Picchena per S. 40 altre terre situate nelle per- 

Inenu di Ceroignano (ibid., Beg. G, n.° 005, e. 9. - Con due aeparati 

jnenti de' 18 settembre e 12 uttobre 154G, rag. Lodovico di P. Taucredi 

er ff. 40 da Bartolommeo Barzi alcuni beni situati nella villa di 

, e per ff. 90 altri da Aguatiuo di Menico in Guardavalle nelle 

e dì Cercignano (ibid., co. SS e 40). 

(1) Ved. Codicillo degli 8 giugno 1546 di Aonio di Matteo Paleari 
1. di Lodovico di Piero Tancredi 15à8, e. 876). 

(2) Ved. Dùcum. lU. 

(S) Ted. De* M*riik cit., p. 55 in nota. 

(i) In una. lettera a Bartolommeo Bicci insegnante a Ferrara (Epùt. 
t Orai, eo., lib. cit., p. 153) scrive: •- scd cum mihi rea domi esset an- 

■ gaatA, uxor laata, lilii splendidi, et propt«rea magnos sumptua incerem, 
I mKOCnpavi prope me iis studila a quibns semper abhorrui. Nam cum 
I Lucenses, Ijominee honeatissimi, propositis proemiis invitarent me sin- 

■ gulonun diernm unius horae usura ad iuterprelandum, aocepi condi- 
L tionem dnram mihi et nsperara, et vere etiam odiosam •. 

{5} Ved. Kpàl. fi Orai, ec., lib. cit., p. 208. - Del desiderio di rìtor- 
e fermarsi in Collo abbandonando Lucca e l'insegnamento, oltre la 



12 AONIO l'ALEAKln 

A Lucca si recò nel 1546 con stipendio di ff. 200 « et 
« cum pensione domus :^. Ciò apparisce dai documenti pub- 
blicati dal sig. Fontana, fin qui ignoti ; e ne parti sul finire 
dell'anno 1564 (1), e nel susseguente ottenne a Milano l'uffi- 
cio, che vi tenne per 13 anni continui (2). 

Ove dimorasse nel tempo non breve fra l'abbandono 
di Siena e l'andata a Lucca, come nel corto intervallo fra 
la rinunzia all' impiego in quest' ultima città, e 1' assun- 
zione dell' insegnamento in Milano, lo ignoro ; ne per ricer- 
che fatte mi avvenne di istruirmene. E supponibile però, 
che dopo la fìiga da Siena restasse nascosto qua e là 
qualche tempo ; e quetata la tempesta, alternasse la sua di- 
mora fitt Colle e Cercignano. Quando accettò 1' incarico a 
Lucca doveva sicuramente essere a Colle da un anno almeno. 
Vi abitavano da un anno appunto i suoi discepoli Bollanti, 
ospiti della suocera di lui Francesca Guidetti, e dovevan 
essersi ritirati colà, Aiorusciti di Siena e dallo Stato senese, 
per aver da Aonio assistenza negli studi e cure paterne. 
Egli difatti li lasciò in Colle partendone per Luc<ja ; ma 
provvedendo alla loro educazione col mandare in suo luogo 
Mons. Francesco di Ferrara ; perchè insegnasse loro e ne 
avesse cura (3). 

Negli anni nei quali restò in Lucca, altri beni comperò 
entro la Terra di Colle e nel suo distretto, crescendo i de- 
biti, e aumentando il dissesto patrimoniale ; stantechè, come 



lettera a Pterigo sopra citata, fa testimonianza la domanda avanzata alla 
Signoria di Collo (ved. Arch. Municip. di Colle, Provvisioni, Cod. n.<^525, 
e. 185, Provvis. del 22 gennaio 1549) per essere {immp&<o ai pubblici ofizi 
della Terra. 

(1) Ved. Archiv. della r. SocieUì Ronuina di storia patria cit., 'p. ì&). 
Ivi sou riportate dal Libro manuali decrelorum ducatus Iticensis la nomina 
del Paleario a Rettore di umane lettere i)er 2 anni dal 1.** novembre 1546 
al 1548, la conferma da quest' anno al 1551 e da questo al 1554, che fu 
quello nel quale egli chiese di essere esonerato dall'incarico d'insegnante. 

(2) Ved. Sommario del Processo cit., Costitut<j de' 1^> si»ttemhre 1568, 
p. If». 

(3) Ibid., Costituto «lei 2») dicembre 15<i8, p. M). 



E LA SUA FAMIGLIA IN COLLE VAL D' ELSA 13 

resulta dai relativi contratti, le compere erano &tte senza 
pagamento del prezzo, o al più con disborso di mal pro- 
porzionati acconti. Nel 1547 acquistò pel prezzo di S. 400 
la casa di abitazione in Colle da Girolamo di ser Giovanni 
Paperini (1) ; e se tal compera non fu veramente provvida, 
vuoi pel prezzo, vuoi pel debito che contrasse, non pagan- 
dola, può essere scusabile, ripensando che, e V educazione 
dei figli, e la solitudine di Cercignano gli &cevano quasi 
una necessita di collocare in Colle la famiglia, nel tempo 
almeno nel quale egli ne stava lontano. Da questa compra 
al luglio 1552 non desistè da acquisti di terreno più o 
meno spendiosi, e da inconsulte spese di abbellimenti alla 
villa, senza denari, perchè, come confessa egli stesso, esausto 
datile spese del siio mantenimento in città (2). 

E fuor di dubbio che dimorò contento in Milano, e 
anco sufficientemente retribuito, e, secondo il merito e la 



(1) Ved. Protoc. di Lodovico di Piero Tancredi, 1547, e. 24(J. 

(2) Con atto deU5 agosto 1547 comprò da Bernardino di Silvestro 
Cigna di Campiglia un terreno situato in quella villa per ff. 10 (Gabella 
dei Contr., Beg. G, n. 806, e. 46). Con altro atto degli 11 settembre 1548 
acquistò da Leonardo di Bernardo da Picchena per ff. 130 un appezza- 
mento di terreno a Guardavalle (ibid., e. 64). Parimente sotto di 28 
aprile 1547 comprò per ff. 187 altro terreno in Guardavalle da Monna 
Giulia vedova di Ser Antonio Guidotti e di Ser Niccolò di Leonardo Pic- 
chinesi tutrìce de' figli di quest'ultimo (ibid., e. 78). Con atto de' 6 no- 
vembre 1551 (ibid., e. 121) da Francesco Cigna di Campiglia acquistò per 
ff. d5 alcune terre in Buliciano luogo detto il Mezato ; e con istromento 
de' 81 luglio 1552 da Bartolommeo di Giovanni di Bartolommeo Cerboni 
un terreno nella villa di Buliciano per ff. 120 (ibid., e. 187). 1 lavori della 
villa, lV(a6titocii/Kf»i/ formante parte de' beni comperati dagli Albertani 
(ved. Docum. II) e che Aonio per avventura immaginava essere stata la 
casa di campagna di Aulo Cecina, erano di restauro ed abbellimento, sic- 
come si ricava da una lettera a Pteri^o Gallo faccendiere (-K/jm^ et Ora*, ec., 
lib. cit., p. 164). Pterigo vi spendeva più che Aonio non gradisse ; e non 
doveva esser poca spesa per meritare gli ammonimenti che gli fa (ibid., 
p. 166). Che spendesse poi senza aver denari disponibili, è chiaro dalla 
lettera accennata, nella quale rispondendo a Pterigo stesso, che gle li ri- 
chiedeva per pagare gli accollatari (redemptoreà)^ scrive curabo pecuniavi 
(ibid., p. 166). 



14 AOKtO PALBASIO 

fama acquistatasi, onorato. Vi rimase infatti, fìnchè non 
parti jier Roma eoli' intento di giustificarsi e difendersi di- 
nanzi al tribunale della Inquisizione, con proposito e con 
piena fiducia insieme di ritornare ; tal che lasciò in quella 
città un sostituto nel suo ufficio (1). Vi fu un momento 
nel quale avresti detto volesse fermavisi per la vita, sia 
perchè con grande spesa sul finir del 1558, o sul principiar 
del 1669 vi trasportò la famiglia intiera, ciò che non aveva 
fatto in Siena o in Lucca {2), sia perchè si era impegnato 
in acconciare una casa a sue spese per crescerne i comodi, 
toltala in affitto per nove anni (3). Ma o spendesse così per 
la solita sconsideratezza e mania di grandeggiare, o altre 
cause Io spingessero, indi a poco rinviò la famigUa a Colle (4), 
fece altri acquisti in Buliciano attigui ai terreni di Cerci- 
gnano (6) e prese a murare di nuovo nella \'illa, e questa 



(1) Dks Marais cit.p Docum. V, p. l'28. 

(2) Ibid-, Docum. VI, p. 130. Che cosi fosse si può arguir con certeeBa 
itili dall' ultiiuBi pnrte dell'Orazione in difesa propria dinanKi al Senato se- 
nese {Epùt. et Orai, ce., lib. cit., p, DIG), sia dalla lettera del Casali ai 
Quidotti (ibid., p. 202). 

(3j Db» Uahais cit., p. 114. 

(4) Questo rinvio dovette avvenir© entro l'anno 15(51 non più tordi. 
Intimatogli sotto di 5 maggio 1666 dì recarsi a Roma, dopo aver rispoeto 
uhe anderà, ospi'ime il desiderio di passar per Toscana, essendo da sette 
anni lontano dalla moglie e dai figli. Nel Costituto poi de' 16 si^ttembre, 
anno stesso, a<l analoga domanda risponde clie abita in Colle, ma che da 
otto anni non è stato a uosa (ved. Sommario del Processo cit., )>p. 16T e 168). 

(5) Per pagare acquisti fatti e non pagati, o comprare di nuovo, e 
sopperire ai lavori che intendeva di eseguire, e poi esegui nella villa, spedi 
denari da Uilono alla moglie. Essa invero con atto de' 13 maggio 196S 
(Piotoc. di Lodovico di Piero Tancredi, 1Ì568, e. 156} istituì suoi procu- 
ratori speciali Francesco Grazxini e Cesare di Bastiano Silvestrini di Colle 
a riscuotere da Marabotto e Giovanni de' Buttici di Firenze ff. 54 d'oro 
in oro, che essi dovevan pagare ad istanza di Aonìo Paleario suo marito 
presentemente dimorante in Milano, Ai rogiti del notaro medesimo (ivi, 
e. 159) la stessa Uarietta in data 21 maggio 1568 nomina suo figlia Lam- 
prìdio mandatario ad esigere dal magnìf. Alessandro de'Bonvisi lucchese 
B. cento d'oro in oro che questi deve pagare a Lei ad istanza di Aonio 
Paleario suo marito presentemente dimorante in Milano. E in data de' 8 
agosto, anno medesimo, la Marietta costituisce suo procuratore speciale 




E LA SUA FAMIGLIA IN COLLE VAL D'ELSA 15 

volta non per restauri, ma per ingrandirla e renderla più 
comoda (1). Dei quali acquisti e di quest' ultime spese, o 
non godè al tutto, o per tempo breve ; perocché nel 1567 
accusato, siccome ho detto sopra, dalF Inquisitore e poi ci- 
tato a Boma, domandato a titolo di sussidio al Senato il 
denaro pel viaggio e pel suo mantenimento in questa città 
per la difesa (2), sulla metà del 1568 parti di Sfilano, ne 
più vi fece ritorno. Chiuso infatti, nel carcere di Tordinona, 
non ne uscì, che per andare al supplizio! 

n 3 di luglio 1570, come è noto, fti giustiziato ; e morì 
sereno; parrebbe anzi dalle lettere che scrisse qualche ora in- 
nanzi, festante. Se peraltro dalle lettere alla moglie e ai figli 
tutto ciò è manifesto, non è oscura neppure l' agitazione, che 
lo angustiava per le infeUci condizioni economiche, in che la- 
sciava la fiuniglia. Delle quali condizioni per avventura non 
si rese conto mai durante la vita ; o fosse impotente a domi- 
narle e metterle in regola; o fosse trascuratissimo della eco- 
nomia, e inchinevole allo spendere e alla comparsa, d' ac- 
cordo con tutti i suoi ; o perchè assorbito dagli studi, e dalle 
dispute e meditazioni teologiche al governo domestico non 
sapesse por mente, o non volesse porvela. 



Cesare di Bastiano Silvestrini per riscuotere dal magnific. Alessandro 
de' Bonvisi mercante lucchese ff. cento d' oro in oro, che a lei deve pagare 
aUe richieste di Aonio Paleario abitante in Milano (rog. Lodovico di 
Pietro Tancredi, Protoc. cit., e. 176). Con atto poi de' 10 agosto 1568, 
rog. Lodo\'ico di Pietro Tancredi (Protoc. cit., e. 178) Cesare di Bastiano 
SUvestrini Procuratore di Aonio Paleario in nome e vece di questo paga 
ff. 210 a Paolo e Agostino di Francesco Cigna prezzo di beni comperati 
in di 1.^ agostOf anno stesso ai rogiti del notaro medesimo (ibid.), e in 
data de' 8 settembre 1564 sempre per conto del mandante Paleario com- 
pra altri terreni a Buliciano da Lorenzo di Michele del Fabbro per ff. 90 
(Gabella dei Contratti, Reg. H, n.*» 306, e. 169). 

(1) La Signoria di Colle con deliberazione degli 11 agosto 1504 ( Archi v. 
Hnnic. di Colle Valdelsa, Provvisioni, Cod. 581, e. QSf)) concede ad Aonio 
Paleario « ob eius virtutes et singularem excf Uentiam » il taglio di quattro 
travi nei boschi del Comune in conformità della domanda presentata da 
lui a tal oggetto « volendo fare un poco di stanza comoda a Cercignano ». 

(2) Dbs Mabais cit., Docum. Y, p. 128. 



aotìopìuSak 

.Sarebbe ingiusto però il concludere, che non fosse amo- 
revole per la moglie e pei figli, non avendo prove ba- 
stanti ; ma sarebbe leggera asserzione la contraria, che si 
fondasse sulle lettere latine a stampa, specialment* su quelle 
che furon pubblicate nel 155'2 (1). Qualche argomento, e 
converso, avvalorerebbe il dubbio, che moglie, figli e con- 
giunti non gli corrispondessero col debito affetto, e che per 
conseguenza nella famiglia mancasse concordia e Gongiun- 
zione di animi, E inverisimile non è, ripensandovi un poco (3). 
Marietta Guidetti invero, allie\'a dello zio Onofrio prete, 
educate le figlie in maniera, che una ai 15 o 11! anni prese 
il velo (3), e 1' altra, maritatasi, fu delle amiche più care 
di B. Caterina de' Ricci (4), non si giudicherebbe [Kitesse 
andar di pieno accordo col marito, pubblico e costante vitu- 



(1) È iiot« che le dette lettori;, se. non furono originalmente scritta 
per la stampa, furon raccolte poi a tal effetto, f , ìnminxi di esser pnbbli- 
i»te, corrette ; e chi può dire « non aiicbe rifatte ciuasi per intiero? 
(ved. EpiU. ri Orat. ec., lìb. cit., p. 202 e Deb Mahaib cit., p. 85). Cert«^ 
ment« il Falearìu iease e indicò ove voleva fosse corretta la lettera di 
Uarco Casali ai Ouìdotti (ibid.}> la quale potrebbe servir di testimoniui^ 
splendida dell'affetto di esso per la ruoglic, se l'arte non vi fosse troppo 
manifesta. Si capisce da lontano che 1' intento ^irecipnu di cbi la dettò u 
la corresse e la pubblicò fu quello di porgere un modello di forme eli»- 
gautl, non di verità di espressioni. Basterebbe a ciò il notare, cbe mentre 
vi è descritto il disidrato dolore di Aonio, persuaso che sua moglie tóme 
morta, ed è dipinto come una vera frenesia, vi si riportano i versi latini 
obe dettava in mesto a cosiffatte emanie! ! 

(2) Ved. nou 1. p. 8. 

(S) Nel libro di Deliberazioni e Amministrazione del Mouaat^ro di 
a. Caterina di Colle dal 16 marzo 15K) al 18 dicembre IG19(Arch. Munìc. 
di Colle, Cod. 257) si legge in data 17 settembre lG5ù: . Li spettabili Ope- 

• rai del Monastero cio^ Zacliaria Bertini, Francesco Bnuicri, Ser Fran- 

• Cesco TTsimbardi, Mariotto Tornasi, Allaxandi'O Vivini, ossejite Piw 

• Tancredi, per loro partito segreto di cinque fave negre accettamo in 
. monache del Monastero di S. Caterina dì Colle secondo li ordini et in 

• virtù'di qualunque loro autorità le infrascritte, cioè', Tita di Ser An- 

■ tonìo Pichonì, Bartolomme» d'Alberto Macdali, Cassandra di Ser Lodo- 

■ vico Tancredi; Bysabetta di Bortoloromeo da Pìeehena et Suffoniaba 

■ di Ueei. Aonio Paleario >. 

(4) Ved. Codrao dkll.i Bena, Op, uit., p. 17u. 



A 



rperatore degli ordini monastici, dei Papi e del Clero, e ri- 
^ ìielle in molti punti alle dottrine della Cliiesa cattolica. E 
I iàò tanto pili, perchè la ostinazione di Àonio in certe con- 
r TOmoni, e la imprudenza di manifestarle senza riserbo, 
lattavano a. Ini, comecché ingiustamente, amarezze, perse- 
cuzioni e pericoli gravissimi ; alla famiglia danni economici 
e conseguenti strettezze domestiche, e molestie, dolori e per- 
turbazioni ad essa e al parentado. 

Ragioni di economia sarebber sufficienti a spiegare il 
Sitto del non aver condotto seco la feraigìia a Lucca (al 
che r educazione dei figli, se non altro, parrebbe avesse do- 
vuto consigliarlo), e condottala a Milano con molto dispen- 
dio, a brevissimo andare l'avesse rinviata a Colle. Ma non 
sarebbe arrischiar troppo il dire che in questo potè non es- 
aere estranea la poca cordialità esistente in famiglia, e il 
gradimento sia d'Aonio che della moglie e dei figli di star- 
sene amici, ma lontani e ognun da sé. 

Se e quanta paite avesse Aonio nell'educazione ed istru- 
zione dei suoi figli non è noto, almeno con qualche sicu- 
Eza (1). A parlar per congettura, non si potrebbe dire ne 



(l) Il aig. Deb Mabais (lib. cit., p. Wi} [lubblicando una leUem, non 
e d' onde tolta, di Aonio ni figlio Laiiipridio nella quale egli sì rallegra 
agli studi di questo e del fratello, aggiunge ohe esso Aonio * nulla ri- 
sparmiò onde provvederli di libri. Formò una copiosa biblioteca greca, 
e wHiBe al ^ureoDnsnlto Vincenzo Portico, che lo aiutasse nella rac- 
« K^tft dei legisti, facendogli trascrivere alcuni antichi interpreti di Di- 
B.« ritto civile da luì solo posseduti e postillati >. Non ho che i»servare 
HlptorDO a queste aBaerxioni, siouramente fondate hu documenti, che ebbe • 
k mano il aig. Dbb Mabais, ed a me «twnoaciali. Noterò aolamente, 
e gli studi dei due figli dovettero eascre assai elementari ; e che la for- 
unone di una biblioteca professionale a que' giorni apparisce un po'af- 
Pfrsttata, essendo Lampridio poco più che fanciullo e Fedro fanciullo ad- 
i-dirittura. La lettera sopraccentiata è de! 1656; e ritenendo pure erronea 
Il ,Ia nolitia che Lampridio fosse nato nel 1544 e Fedro nel 1648 (Ved. Libro 
i Adi' EU de' Cittadini cit., lettere L e F) e conseguentemente retrotraendo 
L-dì qualche anno le date, si resta sempre nei limiti della fanciullezza pel 
6 pel primo sul confine fra quella e l'adoiescenEa. Non si deve 
tiUmentìcare poi, che Aspasia nacque nel 1599 e Sofoniaba veniva dopo, e 
I {«ce monaca nel 1566. 
Ance. Stob. It:, 



avesse, né molta, né continuata. Quando andò a Lucca eran 
fanciulli, e seco non li condusse : a Milano li tenne forse 
due anni, e già in età che 1' educazione loro era fatta, e 
r istruzione profittevole appena cominciava. Se 1Ì educò la 
madre in Colle, è agevole a figurarsi quanto strettamente e 
artificiosamente. Alla istruzione a\'Tà per avventura prov- 
veduto il grammatico Marco Casali tutto di casa Giiidotti, 
e pedante secondo la stagione, sì che non resta difficile mi- 
surarne 1' estensione. Non si sbaglia però nell' asserire, che 
i figli non agguagliarono il padre nella cultura ; anzi non 
gli furono nemmen proporzionati. 

È poi sicuro che Aonio non si giovò dei figli nell'azienda 
domestica, vuoi non ne avesse stima, vuoi mancasse fra loro, 
come ho supposto, intimità, e reciprocità di sentimenti e di 
voleri. Senza trattenermi sulla emancipazione, alla quale ac- 
cenna nell'ultima lettera ai figli, che in ogni ipotesi implica 
il concetto di separazione d' interessi, e di parziale renunzia 
alla patria potestà, citerò un fatto per me significantissimo 
su tal proposito; ed è questo. Allorché Pterigo Gallo, l'uomo 
di fiducia e il maestro di casa del Paleario, sparisce uelle me- 
morie che sono ari-ivato a raccogliere, compariscono via vìa 
dei particolari mandatari ad negotìa di Aonio lontano, che 
non son mai i figli di lui, neppur quando uno almeno era 
in età più che conveniente, come nel 15(55. In data infatti 
del 6 dicembre dì quest' anno Cesare di Bastiano de' Silver 
strini procnrator generale di Aonio, tale da esso nominato 
da Milano con atto de' 16 agosto 1566 rog. Omaccini notare 
in quella città, non volendo, o non potendo più a lungo 
sostenere tale incarico, se ne sgravò, sostituendo a se nel 
mandato ad omnia et singvla GÌov. Maria di Mariotto Fran- 
calaucia. Non è supponibile, che sifiatta sostituzione avve- 
nisse senza il beneplacito di Aonio 8t«sso (1). 

Non ebbi modo di raccoglier notizie di sorta, circa alle 
premure della moglie e de' figli per alleviare la durezza della 



(1) Protof.. .li Lciovico di PJel.n. TancrwJi, lórfi, p, il. 



E LA SUA FAMIGLIA IN COLLE VAL d'ELSA 19 

prigionia di quell'infelice, e per aiutarne le difese e la libera- 
zione. Nulla neppure ho potuto trovare, che mi permettesse 
di congetturare quanto dolore arrecasse loro la iniqua con- 
danna e con quali onori riverissero, o subito o dipoi, la me- 
moria del marito e del padre. Mi giova credere, che moglie, 
figli e congiunti non mancassero a cosi sacri doveri ; e che 
il non averne incontrato documenti o accenni sia effetto imi- 
camente di avvenuta perdita di questi o di insufficienti ri- 
cerche da parte mia. 

Aonio ebbe più figli, dei quali cinque certamente so- 
pravvissero a lui ; due maschi e tre femmine. Li ricorda 
egli stesso nell' ultima lettera ai figli più volte rammen- 
tata: Lampridio cioè che morì due anni dopo (1) e Fedro 
che continuò la famiglia, e visse più anni ancora. Delle 
femmine una fu Aspasia sposata fin dal 1657 a Fulvio 
della Rena figlio di quel Giuliano, che era stato testi- 
mone degli sponsali del padre (2). U altra ebbe nome So- 
fonisba, e si rese monaca nel 1565 nel monastero di S. Ca- 
terina in Colle col nome monastico di suor Aonilla (3); 
la piccola, da Aonio nella lettera sopraindicata raccoman- 
data ai figli, che nata assai tempo dipoi alla monacazione 
di Sofonisba, ebbe lo stesso nome, si maritò con Claudio 
Forzi colligiano (4), della famiglia che si estinse più tardi 
in' quella dei Dini. Costoro tutti, sopravvivendo al padre, po- 
teron misurare intieramente la sciagura, che era piombata 
su loro per la persecuzione e morte di lui e provarne, qual 



(1) Nel libro de' Morti (Archiv. Munioip. di Colle, filza 25, n.° 11) pei 
mesi di settembre e ottobre 1572, ai legge senza precisa designazione del 
giorno ohe il Camarlingo dell'Opera del s. Chiodo diede « lib. 8 di cera a 
« Fedro di M. Aonio Paleari per occasione della morte di Lampridio suo 
« fratello ». 

(2) Db8 Marais cit., p. 116 (Ved. p. 9). 

(8) Yed. nota 8, p. 16, e Lettera d 'Aon io ai figli, ap. Deb Mabais 
cit., p. 184. 

(4) Proteo, di Ser Giovanni Bardi, Istrum. de' 22 settembre 1594; 
Protoc. di Leonardo di Piero Tommasi, Istrum. de' 19 febbraio 1579, o. 98. 



AONIO PALEARIO 

più qual meno, le conseguenze tristissime. Lampridio stesso 
che poco durò in vita, pur tanto visse da sostenere la sita 
Ignota di guai, e da preveder quasi sicura la rovina totale 
verso cui precipitava la sfortunata sua casa. La qual ro- 
vina non trattenne la madre, ancorché cireondata da paren- 
tela doviziosa e potente ; non Fedro, sebbene sposando 
nel 1574 la Lucrezia di ser Achille Faleoncini di Volterra 
non scarsamente dotata per que' tempi in ff, 1100 e di ca- 
sata nobilissima e autorevole, giudicherebbesi avesse potuto 
opporle un argine, o procurarle almeno una sosta (1). Fu 
rovina incontrastabile ; anzi un precipizio violento. 

Già nell'anno stesso 1570 i fratelli Lampridio e Fedro 
alienarono alcuni terreni pertinenti alla patema eredità, e 
non ^ malagevole il rendersi conto dei motivi che li co- 
strinsero a farlo (2). Sollecito il Fisco inventariò il patri- 
monio del givgihiato ; e raddoppiatisi i danni, Fedro e la 
madre ebbero a disfersi di altre porzioni di beni (3), Avendo 



(1) Mariettn Ouidotti vedova di Aonio mori sai finire del 1585. Si 
legge infatti nel Libro de' morti cit., p*i mi^ di marzo e aprile lòSS-W 
per prima partita del Oamarlingi) Giov. Batta. Albertani, ma senza giorno, 
• Fedro Poleori per la sepiUtura di bua madre per Bcemodilib. una di oera», 
- La dote dì Lueresia Falcuncìnì fu chiai-iU in data 29 gitigno 16T4 come 
reralU dal Beg. I della Gabella de' Contratti, a." 037, d. 1!)5. 

<2) Con atto de' 15 febbraio 1570, rog. Lodovico di Piero {Protoc. del 
15TO, e. 79) venderono un» casa in Bnlieiono per ff, 80 a Crialofano di 
Oìrolomo e Sandro di Fiera di ìMontegabbro. Sebbene non abbia incon- 
orte del padre e dorante in specie la prigionia 
iforrei dir son sicuro che altre ne avvennero, 
ie ricerche le date e i notori. 
(8) Con due separati contratti de' 7 febbraio 1575, rog. Giov. Bordi 
(Gabella de' Contratti, Beg. I, n." a07, p. laj) Fedro vend^ per ff. it90 a 
Francesco dì Eiocio, e pur ff, 110 a Bartolommeo dì Ser Francesco Porri " 
beni immobili nel distretto di Colle (ibid.). Nel 1Ì376 con atto cIp'6 luglio, 
rog. Giov. Bordi vendè a Girolamo di Cristofano Bimbi di Montegabbro 
un pezEo di terra in Canovina per ff- SB (ibid., e. ItìS). Nell'anno mede- 
simo in data 8 e 15 settf^mbre, ai rog. di Ser Lodovico di Piero Tancredi, 
vendè beni immobili nel distretto di Colle per IT. 404 (ibid., e. 160}. Con 
atto de' 29 aprile 1678, rog. Lodovico di Piero Tancredi vend* beni im- 
mubilì a Cerci^ano con patto risolutivo t:cr ff. VSlfì al Capitano Lui|(l 



traUi vendite innonai la m 
di lui, pure a conti fatti, ' 
sfuggiti alle n 



però esso Fisco inventariato, da quello apparisce, più assai 
di quanto le leggi gli consentissero, riiisci a Fedro, dopo 
lungo e penoso agitarsi, e sopjiortando apese e danni ri- 
levantissimi, ili rivendicare a favore ilplia madre e della 
pìccola Sofoniaba le fioti loro e poca porzione di terreni 
per conto proprio , ricomjtrauilone una parte dal Fisco 
stesso, e un altra da privati foi-se cogli assegnamenti dotali 
della Falooncìni, Ma non pagando o pagando acconti sol- 
tanto o l' intero con denaro tolto a prestito (1), nel 1688 
mori (2) lasciando ai figli una eredità sottilissima e debiti 



Tolosaui (ìbid-, e. 185). Aì 19 febbraio i&7ìi con ittti-unicuto rog. dal not. 
sti!B90 vendè un altra porzione dì beni in CeTcìgnano allo ^ttcEso Tolaaaini 
pel valiw« di 8527 ff. (ibid., o. a»). Nel 1 ottobre 15H6 pei rogiU di Giulio 
Ferrosi vendè a Q■io^'. Batta, di Pietro P<'llÌccio»i per ff. 200 un appezBa- 
mento di terreno a Kabbiicciano (Ìbid., Beg. K, n." SXi, o. 8B). Con iatru- 
mento de'27 luglio 1588, rog. Ferrosi (ibid., e. llOj vendi alcuni terreni 
K Iacopo di Giorgio Martìnucci aitoati in Casilina pel preszo di ff, 180. 
In questo modo Fedro dal 15 febbraio 1570 al 27 luglio 1588, ossia pochi 
aieai innanid alla sua morte vendè pei valsente di ff. G19S, che seiiisa con- 
tare le pertlitf' fatte ool Fisco, e i depreziamentì prodotti dalla oecassità 
■via via urgente del vendere, rappresentavano l' intiero patrimonio pa- 
terno e materno, e il valore dei bonificamenti operativi. 

(1) In qual anno e in quali termini pi'ocedesse il Fisco all' inventario 
dei b«ni del oiutfixiato non mi è nots. È oerto ohe l' inventario fu ese- 
guito, che i Capìtaui dì Parte a cui Fedro ricorse sent«nEÌarono per uoa 
Berta pondone di beni contro il Fisco, e che i malefici effetti di qneet' in- 
vontarìo duravan tuttavia nel 1579 (veil. Protix^. dì Leonardo Tommasi, 
1570, e. 91-»1-, Gabella de'Contratti, Reg- 1, e. 21»). In data de'6 dicem- 
bre 15W con atte rog, Giov. Bardi, Fedro comperò una bottega in Colle 8." 
del Piano per ff. 151) con patto risolutivo da Lodovico di Andrea Alber- 
tani; e oon atto del Buccessivo 21 dicembi'e, rog. Qiov. Bardi stesso, com- 
perai per ff. 7<f cou palio risolutivo parimente un terreno a S. Biagio (Ga- 
bella de' Contratti, Beg. I, p. 222). Da lineato 8Ì potrebbe arguire che gli 
orruffntti nfgozt col Fisco erano distrigati, od aveva assestati in qualche 
modo i auoi ìnteresxi patrimoniali. Aggiungo perù che, o il patto rÌHolu- 
o apposto u due contratti ricordati, o altra cagione lo foi'asosse lui 

l'.Klìenarlii due lurcostanEe che non ho saputo appurare, è indubitato che 

BtaK beni non arrivarono ngli eredi. 

(S) Archi V, Municip. di Colle, Libro de' morti, filia 25, n." 11, in 

Cdattt SS marxo I58S si legge: • Bedc di Fedro Parearì ebbero i Ceri pei 
lorte del loi'o Padru -, 



22 AONIO PALEARIO 

in quantità, che questa assorbirono pressoché per intiero (1) 
e posero a cimento quella eziandio della madre loro, che 
non ebbero ad aspettar lungo tempo. 

La vita di quest' uomo sventurato troppo lauta, per 
avventura, e improvvida vivente il padre, fu, questo morto, 
una lotta disperata ma tenace vorrei dir contro il destino 
che pesava sul nome dei Paleari ; ma è meglio detto con- 
tro una di quelle inesplicabili concatenazioni di cause e di 
effetti, di contrattempi e casualità, che una volta forma- 
tasi, né forza né consiglio umano valgono a rompere, e 
neppure ad allentare. 

Lucrezia Falconcini partorì a Fedro tre figli ed una 
figlia, cioè : Lampridio, Costanza, Lodovico e Alessio, alla 
morte di lui tutti in età minore ; anzi Y ultimo infente (2). 
La madre, da quel poco che ho potuto conoscerne, mamtennc 
pressoché integre le sue doti ; accrescendole o reintegran- 
dole, mercé un legato di Alesso Baldovinetti fiorentino suo 
congiunto. Comperò infatti con quello nel 1692 un campo 
a Fabbricciano, contiguo ad un altro posseduto già dal ma- 
rito ed ora dai figli, e acquistato forse coi denari dotali 



(1) Con domanda de' 6 febbraio 1589 gli Eredi di Fedro invocarono 
dal Comune una composizione pei debiti lasciati verso questo dal Padre 
(Archiv. Municip. di Colle, Provvisioni, Cod. 541) ; e con istrumento de' 22 
settembre 159J, rog. Giov. Bardi (Protoc. del 1594, e. 144) venderono la 
casa avita e di loro abitazione per fif. 800 a Banieri di Francesco Benieri 
per persona da nominare, che fu nominata con atto de' 29 ottobre, suc- 
cessivo ai rogati del Notaro stesso (ibid., e. 166) in Pompeo di Francesco 
Sabolini. In data poi de' 14 settembre 160S Lodovico e Aleéso di Fedro 
Paleari vendono beni nel Distretto di Colle, luogo detto i Castellini a Co- 
stanza Tolosani loro sorella per ff. 660 (rog. Giov. Bardi, Protoc. 16..f2-lfiOB, 
e. 2ò) per pagar debiti. 

(2) Nel Contratto di vendita della casa sopra citato (Protoc. di ser 
Giov. Bardi, 1594, e. 144 e 226) i figli di Fedro son ricordati in questi 
termini precisi quanto all'età; cioè: Lampridio di anni diciotto compiti, 
ma non di venti: Lodovico di anni dieci compiti, ma non di quattordici ; 
Alesso infante ; Costanza di anni quattordici. La vendita fu fatta per co- 
stituire (cosi è scrìtto nel ccmtratto) la dote a detta Costanza, d'ammon- 
tare fu vei'sato nella cassa del Monte di pietà di Firenze. 



£ LA SUA FAMIGLIA IN CULLE VAL D' ELSA 23 

di lei (1). Fra il 1692 e il 1594 Lucrezia mori (2), e innanzi 
il 1603 Lamprìdio ancora ; seppure non spatriò, supposi- 
zione che in mancanza di ogni notizia mi par poco accetta- 
bile (3). Costanza lodata ai suoi giorni come un sole di bel- 
lezza che 

€ con raggio adorno 

a quel ch'era nel ciel faceva scorno » (4) 

nel 1602 era sposata già a Giovanni del Capitano Luigi 
Tolosani ; il qual ultimo aveva comprato gran parte dei 
beni di Aonio e di Fedro, compresa la villa di Cercignano, 
l)resto alienati, se non in totalità, poco meno di certo (6). 



(1) Gabella de' Contratti, Keg. K, n. 808, e. 102, Protoc. di Giov. 
Bardi, 1592, e. 160. 

(2) Nel 8 aprile 1592 essa era vivente, stante che in detto giorno com- 
lierò il terreno accennato in Fabbricciano ; ma perchè nel 22 settembre 1594, 
{giorno in cui fu venduta la casa dai iìgli di lei, pupilli tutti, essa non in- 
terviene al contratto, è segno certo che era morta, tranne fosse passata a 
nuove nozsse, ciò che non par possibile, avendo i figli poi a non molto 
venduto il campo di Fabbricciano, proprietà, almeno in parte, di lei. 

(8) Con istrumento de' 8 febbraio 1594, rog. Giov. Bardi (Prot. 1694-1596, 
e. 80) Lamprìdio di Fedro comprò da Giov. M. di Marco dì Crìstofano di 
Calcinaja per ff. 110 « unam domum cum omnibus suis resediis, rìducto 
« affila, camera, lodia et omnibus sui:s Iiabìturis positam in civitate Collis 
« in 8.^ Burgi prope S. Catharinam, cui ad 1 Via, 2 Francisci de Usim- 
« bardis, 8 alia via prope moenia, 4 heredes Johannis M.*^ Puccinelli ». Questa 
stessa casa con atto de^ 28 aprìle 1608, rog, Giov. Bardi (Protoc. 1602-1608, 
e. 78) nella descrizione della quale è più chiaramente specificato il 3.^ con- 
fine colle parole « via dieta di dietro iuxta moenia » si incontra riven- 
duta per ff. 100 a Francesco Usimbardi confinante, da Lodovico e Alesso 
di Fedro. Tal documento e la total mancanza di notizie intorno a Lam- 
prìdio dal 1594 in poi, sembrano sufficienti a far concludere, che in 
questo mezzo fosse morto e la casa di lui fosse i^ervenuta per eredità nei 
fratelli. 

(4) Dbs Marais cit., p. 117. 

(5) Con istrumento de' 7 luglio 1582 (Gabella de' Contratti, Eeg. I, 
n.® 307) il Capitano Tolosani permutò i beni di Cercignano, comperati da 
Fedro e redenti dal Fisco con altrettanti dello Spedale degli Innocenti di 
Firenze. Sembra da questo passassero senza intermezzo alla illustre fami- 
glia Luci, che nel 1636 si incontra possedere in Cercignano (Lib. de'morti 



24 ÀONIO PALEARIU 

Rimasero Lodovico ed Alesso, ma uniti fra loro du- 
rante r età minore, raggiunta la maggiore, si divisero, « 
ciascuno per conto proprio, qual che ne fosse la causa, o vuoi 
necessità economica, o vuoi risoluzione spontanea con spe- 
ranza di averne vantaggio, venderono il pochissimo che 
restava loro, fino alP ultimo e minimo residuo (1). 

C!on la vendita che Alesso eseguì in data 4 ottobre 1604, 



cit., settembre 1686, p. 188) mentre non apparisce vi possedesse innanzi. 
Se cosi fu, è certo, che restarono in questa casata fino alla sua estinzione, 
cioè fin ai primi del secolo presente, passando da questa nei sigg. Gem- 
pini e finalmente nel sig. Arnolfo Facini, che possiede altresì un busto 
del Faleario, che si conservava nella villa. Nel 1842 i fratelli Piero e Luigi 
Conti Guicciardini, trovata presso V antica fonte dcU^ orto della villa una 
pietra colla leggenda: 

AONIA AGANIPPE 

che fu già il cartello impostole dal Paleario (Ved. EpùL et Orai, ec., lib. 
cit., p. 164 e segg.) la fecero trasportare e collocare nel loro giardino in 
Firenze con la seguente memoria, che vi è tuttora : 

QUESTA ISCRIZIONE 

DATO NOME AL FONTE DI AONIO PaLEAKIO 

DIMENTICATA E SEPOLTA PER TRE SECOLI 

NELLA COLLINA DI CeKCIQNANO PRESSO GOLLE DI VaL D^ ElSA 

RITROVATA DAI FRATELLI P. E L. DE' GUICCIARDINI NEL 1842 

AD ONORE DI QUESTE ACQUE 

FU POSTA MONUMENTO ALl' ILLUSTRE ED INFELICE 

POETA FILOSOFO LETTERATO E MARTIRE DELLA FEDE. 

(1) Con istrumento de' 28 aprile 1603, rog. Giov. Bardi (Protoc. del 
1602-1606, e. 74) da Iacopo, detto Bocco, di Leonardo Dini comperò Alesso 
di Fedro Paleari una mezza casa nel 8.*^ del Piano i>opolo di 8. Agostino, 
luogo detto nelP Aringo, confinanti a 1.^ Alessandro e Bartolommeo di Ia- 
copo Dini, a 2.^ Francesco di Piero Tommasi, a 8.*> Eredi di Agostino Dini, 
a 4.^ Giovanni di Alessandro Dini con Tuso della scala ed altri suoi re- 
sedii ed abituri per ff. 50 con patto risolutivo. Parimente con atto de' 29 
novembre 1608 vendè la sua parte di beni a Fabbricciano a Fulvio Usim- 
bordi per fF. 770 (Gabella de' Contratti, Beg. L, n.<> 809, e. 98). Allo stesso 
Usimbardi vendè la parte sua di quei medesimi beni di Fabbricciano Lo- 
dovico fratello per ff. 775 con atto de' 16 agosto 1603 (Gabella dc'Contratti, 
Reg. L, n.<> 809, e. 89). 



egli sparisce; non saprei risolvere, se per morte emigra- 
zione, mancandomi ogni dato (1). 

Ignoro se Lodovico avesse moglie: nessnn indizio no 
ho raccolto frugando nell'Archivio di Colle; posto l'avesse, 
della sua discendenza non rimangon memorie. Di lui che 
visse ili Colle, questo si sa, che cioè si dedicò alle imprese 
di conduttor di gabelle, traendo dai non grassi guadagni e 
non nobili delle sue esazioni modo di campar la vita fin 
al 1636 (2), anno col quale, o per morte a per partenza da 
quella Terra, ogni notizia intomo a lui vien a cessare. 

Così si spense o precipitò nella più cupa oscurità, e 
si può congetturare nella miseria assoluta, una famiglia 
illustre pel suo capo e per le jiarentele contratte in Colle 
e fuori ; e se non ricca né agiata, perchè in continuo dis- 
sesto economico, apparsa gran tempo tale, e sempre stn- 
diosissima di parerlo. 

Il cloro ignorante o maligno chiamò questa laL^imevole 
sorte, che le toccò, vendetta Divina. Io mi convinco volentieri, 
che i oberici dotti e pìi tacessero allora su tal proposito fin 



(1) Con ÌHlrumento d«' 4 ottobre ItHW, rtjg. Gìor. Bardi (Protou. tlel 
leOt-llKM, e. 1611) AlesBO Paleajì pel prezzo di S. 5'0 vrde la mezea cD«a, 
gìfc comprRta il 28 aprile ilell'amio 1608 (ved. Dota 1, pag. precedente) coi 
tliritti a lai spettanti, a Giovanni di Alessandro ds'Galaìneà oste (cok- 
ponario) in Colle. 

(3) Sembra cbe a siffatte iitjpreiìe si dedicasse nel 1B29, apparendo in 
i|Uest'anDo per la priraa volta in data 25 aprile inscritto c«mo condut- 
tore della gabella del [lasso delle bestie (Gabella de' Contr : Keg. U, 
tk.* 810, e. 79j. Delle anteriori sue condizioni economiche, dopo la vendita 
lidi' ultimo possesso, nulla si s^. Àbitnva nel 3.° del Piano fin dal 1G21, 
eome si rileva da alcuni Indici di Registri delle Gabelle superstiti ai Bo- 
. gistri at^si distrutti (ved. Indice del iteg. L, comune, e, 10; e del Beg. M, 
», e. 277, 267). Nel liiUl (Gabella de'Conti, Eeg. St, n." 810, e. LUI 
L O UO) si legge inscritto come conduttore di gabella del posso delle bestìi'. 
1 TStA e febbraio 1(<82 6 parimente inscritto (ibid., e. 121 e 132) conduttore 
wA\ gmbetld del [lasso della Selva e Boschetti; nel 20 ottobre 1G32 anco dì 
1 qualla ilei vino t? vinello (ibid., e. I2G), e analmente in data 25 aprile 16M1 
pai vede registrato per quell'anno e pel susseguente come di nuovo ooii- 
I dottore della gabella del passo dello bestie (ibid., e. IKI). 



2G AONIO PALKARIO 

anco col pensiero ; e che oggi, aborrenti dall' insultare Y Es- 
sere Sapremo attribuendogli una qualità, che equivale a 
una bestemmia, imputino tanta sventura alla mano degli 
uomini unicamente ; inetti forse ad impedirla, quali appa- 
riscono i Paleari, scellerati tutti gli altri, che in qualsivo- 
glia modo ne furon cagione. 

Firenze. Francesco Dna. 



Documenti. 



I. 



Testamento di Aonio PaleaHo fatto in Cdle di Valdelsa ai 18 maggio 
1539 j Rog, Lodovico di Piero Tancredi {Protoc, 1537-1539, e. 390. 



Item iure legati reliquit et legavit ejus dilectis loco filioruni 
Fausto ac Acrisio fratribus carnalibus et filiis magn. viri domini 
Antonii de Bellantibus civibus senensibus omnes suas observationes, 
compositiones et scripturas spectantes ad linguam latinam graecaui 
sive tuscam cum conditione quod casu quo ipse testator habuerit 
filios masculos legitimos ac naturales tam ex domina Manetta de 
Guidottis de Colle ejus legitima uxore quam ex alia quacumque 
postèrius futura legitima uxore, ipsi Faustus et Acrisius teneantar 
ipsis eius fìliis masculis et cuilibet eorum postquam pervenerint ad 
aetatem annorum vìginti, si studiis litterarum vacaverìnt, et non 
aliter tradere copiam praefatarum observationum expositionum et 
scripturarura, memores quod ab ipso testatore eas acceperint, one- 
rando in hoc eorum conscientiani, ac etiam velint ipsis ejus fìliis in 
quantum poterunt favere, et illos diligere quemadmodum ipse testa- 
tor praefatos Faustum et Acrisium filiali amore dilexit. 

Item iure legati reliquit et legavit ut supra praefatis Fausto 
et Acrisio de Bellantibus omnes ejus libros et scripturas tam in 
stampa quam calamo scriptos cum conditione quod casu quo ipse 
testator habuerit et reliquerit filios masculos legitimos et naturales 
e quocumque legitimo matrimonio natos teneantur ipsos libros et 
scripturas cunctas dictis eius fìliis restituere cum et quando erunt 
aetatis annorum viginti et illi aut illis qui crunt dictae aetatis an- 
norum viginti si studiis literarum iucubucrint et non aliter; salvis 



et exceptis voluminibus ne tomis S. Angustiai libro epistolar 
orationuin ipsioe testatoris et commentìg supra epiatolia 
et actibus Apostolorum in heroico [sic) quae dare teneantur reverendo 
Episcopo Anagnino domino Lucae de lohsnnìnis de Viilterria perpetuo 
commenda (ario abbatiae Conei Vulterranae Dioeceseoa, qui reveren- 
dus Epìacopus faciat ea correpte stampare et illia dum vixerit utatur 
et post ejus mortem praefatis Fausto et Aorisio relinquat, restituenda 
per ipsos eius tìijis ut supra nascituris et modia ac formia praedìctis. 
Item iure legnti re!i<iuit ac legavtt Fausto pr&enoininato eìuN 
medaglias statuas ac horolo^^imn. 

Item iure legati reliquit et legavit Alexandro tilio Gyraldì de 
Palearììs de comitatu Verulana omnia ejus bona immobjlia existentia 
in civitiite et jurisdictione verulana et medietatem oinnium ejus lì- 
bronim ibidem existentium, nec possit ipse Alexander nec Giraldus 
«jus pater nec etinm Franciscus de Paleariis aut aliquis alius ejus 
consanguineus aut atfinis de civitate Terulana aliquid petere habere 
vel eonsequi de bonis ipsiua teatatoria exintentibus in terra Collis 
Vollis Elsae et ejus jurisdictione aut alibi ubicumque in Tuscia. 

Item iure legati reliquit et legavìt ut supra Basilio filio Oliver! 
de Veralis et dominae Mariae sorori consobrinae dicti testatoris 
alìara medietatem omnium ejus lìbroruin ut supra existentium in 
Civita to verulana. 

ttem jare legati reliquit ac legavit ut supra dominae Mariae 
ejus sorori consobrinae praefatae omnia ejus bona mobilia et maa- 
serìtias quaecumque sint existentin in dieta civitate et iurisdictione 
verulana. 

Item reliquit ao legavit dominae Mariettae filine olim Augustini 
, de Gnidoctis de Colle et prnedilectae uxori ipaius testatoris dotea 
s videlicet florenoa quadringentos ad rationem L. 4. solidos 2 prò 
II, quolibet floreno per ipsum bucusque habltos et receptos, et florenos 
4ucentoB Édmìles oidem testatori adluic solvpndos per dominam Fran- 
L -tdscani matrein et Petruin Franciscum fratrem carnalem ipsius do- 
I rninae Mariettae, prò quibus florenis ducentis eidem solvendia etiam 
F- aunt obligati Johannes Maria ser Antonii et Bartholomeus aer lero- 
l mmì de Guidottis de Colle prout in scrìpturis inde confectis contine- 
I tur; quos florenos ducentos eidem dominae Mariettae reliquit ai et 
> postquMn eos ipse testator vel alius prò eo exegerit et non aliter. 
( Et ultra dictos florenos sesnentos, volens recognosrere bonam fidem 
m AC dilectionem erga sa praefatae dominae Mariettae eiu« 
[ nxoris et de ipsa esse benemeritum, et ut semper memoria ipsius 
Ltestatorìs apnd illani vìgeat, praedi(?t&e domìnae Mariettae eius uxori 
s legati reli<)uit ac legavit do bonis naia florcuoii ducentos similea 



1 



AONIO PALEARla 

prò augunieiiU) eius dotìs, qui tlorsni octingenti in tolmii ut supra 
relieti extrahi voluit dictus testator de ejus bonis Cercignaiti. 

Itom in bonìs et de boDìs suis dotnvit Aspasiam ejus car&m 
filiam ex se et dieta Manetta ejns uxore Datam in fioreutB ootin- 
gentìs simìlibus, et in casu quo ipae testator non hnbuerit ex dieta 
domina Marietta ejus uxore aut alia eius futura legittma axore iilìos 
masculos vel alias foeminas; nani in tali casu quod ipse testator re- 
liquerit post se in ejus morto filios masculoa aut alias foominati, tunc 
voluit quod dos ipsius Aspaaiae sit florenorum sexcentoruia similium. 
Et item dotavit Otiam omnes alias ejus fìlias tbeminaa legìptimns et 
naturales ex se ut supra nascituras videlicet florenoa sexoentos prò 
quolibet, et non ultra petere babere vel consequi possint dictae ejus 
filiae in bonis suis qualibuecumque, cum conditione quod, deficien- 
tibuH ipais filiabus sine filiis masciilis aut foeminìs, ttmc ratae dotiutu 
quae restituendae essent de jure et ex forraa statutonim voluit illas 
ratas roverti et jwrtinere ad infraacriptos ejus fìlioB aut baeredes, 
ot deficieatibus filiis masculis, ad alios infraaorìptoa heredes ut infra 
tam institutos quam substitutos. 

In omnibus autem suis bonis mobilibus et ìmmobilibus iarìbns 
Doiuinibus et actionibus exìstentibus in terra Collis aut ejus iu- 
risdictione aut alibi ubicunique in Tuscia, et non in eivitate et ju- 
risdictjone verulana modo aliquo, suos berodes universales instituit 
ordinavit et voluit quoscumque eiua filios masculos legitimos et na- 
tnrales nascituros ex ine et dieta domina Marietta ejus legitinia uxore 
vel alia quaouinque eius legìtìma uxore futura et quemlibet eorum 
prò acquali portione, substitiiens eoa cuiciinique vuigariter ac pupìl- 
lariter et jwr Hdeicommissum, cum oonditione quod nihil possint 
ullo umquam tempore dicti sui filli et baeredes petere babere vel 
coDsequi modo aliquo de bonis qualibusoumque ipsius testatoris 
esistenti bus 
ditìone quod 
et naturales 

rentur, tune i 
dinavit et es 



t iurisdictione verulana, cum lege et con- 
itor non rejiquerìt ftlios maaculo» legitimos 
:t supra, vel sì dicti eius Hlii mascuLi nasin- 
masculis vel foemiois legitimls et naturalibus more- 
taiibus cnsibus solos baeredes univcrsales instituit or- 
volait, ae dtctis suis fili! maaculia ut supra sino filiis 
decedentibus subatitui baeredes universalcs pracfatos Faustum et 
Acriaium et Petrinom eorum fratrem carunlem de Rellantibus et 
quemlibet eorum prò aequali [xirtione, cum onere et oliligatioue 
quod aint et esse debeant obedientes et obsequiosi eorum venerao- 
dae matri dominao Cassandrae de Bellantìbus; aliter, si essent discoli 
et inobedientcs praefatae eorum venernmtac mtitri et er||;a eam, tnnc 
ipaa domina Cassandra eorum mater possii qunmlocrtiuque t-idem 



E LA SUA FAMIGLIA IN COLLE VAL d'ELSA 29 

libuerit dictos ejiis fìlios inobedientes et quemlibet eorum inobe- 
dìentem et discolam ut supra libere privare de haereditate et bonis 
cuDctis ìpsìus testatoris, et talem haereditatem et bona sibi domina 
Cassandra applicare et appropriare et penes se habere et velie suum 
libere £Eu^ere quibuscumque facientibus in contrarium non obstan- 
tibas, com conditione et obligatione etiam apposita quod casu quod 
dicti Faostos Acrisius et Petrinus de Bellantibus sint sui haeredes 
ut supra et dictam suam baereditatem habeant, teneantur de bonis 
dictae haereditatis solvere domino Pandulfo eorum fratri carnali 
scudos centum auri, quos scudos centum auri ipse testator in tali 
casu eidem domino Pandulpbo jure legati reliquit et legavit propter 
benevolentiam et amorem erga ipsum. 

Tutores autem ac prò tempore curatores ejus filiorum et filia- 
rum praedictorum reliquit ordinavit et esse voluit Laurentium do- 
mini Bernardi de Pelliccionibus de Colle cum auctoritate ordinaria 
extendenda cum clausulis opportunis et consuetis. Fideicommissarios 
autem et executores eius praesentis testamenti et ultimae voluntatis 
et omnium singidorum suprascriptorum reliquit fecit ordinavit et 
esse voluit magnificum et nobilem virum D. Ambrosium de Span- 
noccbis civem et patritium senensem, egregium virum Marcum Petrì 
de Casalis de S. Geminiano terrigenam collensem grammaticae docto- 
rem, et Petrum Franciscum Phìlippi de Cerbonibus de Colle, et quosli- 
bet duos ex eis et quemlibet eorum super viventem, uno vel pluribus 
mortuis, constituens eos et quemlibet eorum ut supra procurato- 
res generales post mortem cum autboritate et mandato pienissimo 
extendendo cum clausulis opportunis et consuetis. 

Et hoc dixit etc. 

Ai 29 agosto 1550 pei rogiti del notaro stesso (Protoc. 1549-1550, e. UDO) 
Aonio già padre di 4 figli rinnovò il testamento, che non si riporta, per- 
chè non presenta V importanza di questo sopra trascritto. Può dopo quel 
che accennammo alla nota 2 p. 6, vedersi in sunto fra i Documenti riferiti 
dal sig. Dbs Marais cit., p. 127. 



n. 

Compra della VUla di Cercignano, 

Con btrumento de^ 7 ottobre 1587, rog. Simone Gregorii Brami Fulvii 
(Protoc. del 1537, e. 52) stipulato in casa degli Albertani in Colle nel B.*» 
del Castel vecchio popolo della Canonica, Bernardo e Venanzio di Alberto 
di Mariotto degli Albertani vendono: 



30 AONIO PALEARIO 

. . . egregio viro Aonio quondam Mathaei Francisci de Paleariis 
terrazano Communis et Terrae Collis unum praedium situm in ter- 
ritorio Collis loco dicto Cercignano cum infrascriptis bonis. 

In primis cum una domo prò laboratore cum suis habitoris et 
pertinentiis sita in dicto loco sive villa Cercignani cum claustru ac 
stabulis applicatis diete claustre cum uno petio terre or ti ve appli- 
cato diete claustre murato ad siccum circum ea prò quanta est : cui 
a primo die ti contrabentes dixerunt esse confìnantes ad 1"* platea 
comunis infra dictos venditores et beredes quondam ser Aloysii de 
Albertanis ad 2°^ dìcti beredes ser Aloysii ad 3™ via ad 4>° beredes 
ser Aloysii in predictos confines vel alios siqui forent plures aut 
veriores. 

Item cum una alia domo seu babitaculo cum suis babituris com- 
prebensis in dicto loco cui ad 1™ dieta platea ad 2"» et 3"» dicti 
beredes ser Aloysii ad 4°* dieta claustra. 

Segue poi V enumerazione coi relativi nomi e confini di otto appez- 
zamenti di terreno formanti corpo del predio comprato. L'ottavo appezza- 
mento denominato alla Piazza cosi è descritto : 

. . . cum capanna murata cum paleis ad praesens in ea existen- 
tibus et coboperta et stabulo, et cum uno petiolo terrae ortivae 
applicato diete capanne unius quartinate in circa et prò quali€ate 
ut est et muratum ad siccum circum ea, quibus omnibus ad 1 et 2 
via ad 3 et 4 dictorum beredum ser Aloysii infra predictos confines 
aut alios veriores. 

Il prezzo di questa compera fu di ff. 1200 da L. 4 e S. 2, e mediante 
permuta di beni facienti parte di dote della Guidotti situati a 8. Biagio 
stipulata coli' atto stesso ne fu pagata in conto la somma di ff. 400, tanto 
furon valutati d'accordo i beni di S. Biagio. 

Con istrumento de' 12 ottobre 1537, rog. Lodovico di Piero Tancredi 
(Protoc. 1587-89, e. 66) Bonaccorso del fu ser Niccolò Bonaccorsi assistito 
dal curatore Lorenzo di ser Bernardo Pelliccioni vendè in unione allo zio 
Leonardo d'Antonio Bonaccorsi ad Aonio di Matteo Paleari : 

. . . medietatem prò indiviso cum beredibus ser Aloysii de Alber- 
tanis de Colle domus praedii de Cercignano comitatus Collis cum suis 
babituris juribus ac pertinentiis cum cbiostra orticello cum quodam 
iicu sampiero, cum altero orto cum certis amygdalis. 

E più otto appezzamenti di terreno ivi descritti pel prezzo di ff. 480 
di cui pagò soli 250. In data poi del giorno appresso ossia del 18 ottobre 



E LA SUA FAMIGLIA IN COLLE VAL D*ELSA 31 

1537 con atto rog. dal notar© medesimo (Protoc. cit., e. 69) monna Brigida 
figlia di Bernardino di Alberto Benìeri e vedova di Giovanni di Luigi 
Albertani coi figli Mariotto e Antonio venderono al PalearioTaltra metà 
della casa e degli otto appezzamenti per ff. 600 dei quali questi pagò sol- 
tanto 290. 



in. 

[B. Archivio di Stato in Siena; Estimi antichi, Estimo di Colle, 1547, 

e. 258» e segg.]. 

Denunzia dir Estimo dd 1547 dei Beni di Cerdgnano, 

Aoniò Paleario ha gli infrascripti beni, videlicet: 

Uno podere innella villa di Cercignano con chase, chiostra et 
forno per uso dei lavoratori e con li infrascripti beni di terre: 

Uno pezo di terra di stala dieci in circa posto alla Pieve, 
cui a primo via che va alla Pieve a ij^ e Frullani a iij^ el 
fiume de Fosci, stimato lire cinquanta lire 50. 

Uno pezo di terra posto a Bipi di staia trenta in circa 
boschata et soda da biada et da grano, cui a primo il tra- 
getto che va a Buliciano a ij^ la Capella de la Nuntiata di 
Pieve a iij^ la Chiesa di Buliciano, a iiij° Giovanni di Paulo 
Gratini a v® e Fosci a vj^ la Badia di Coneo, stimato lire quar 
ranta. lire 40. 

Uno pezo di terra posta a solatio di staia trentasei, cui 
a primo via, a y® Pasquino Cegna, a ìì'f Francesco di Goro 
di Giovannino, a iiij<^ la via, a v° la Badia di Coneo, infra 
le quali v' è staia sei di vigna, stimato lire trecento octan- 
tacinque lire 385. 

Uno pezo di terra di staia quattro loco decto il Campo 
Bianchini, cui a primo via a ij^ Francesco di ser Baccio 
Squarcialupi a iij** Francesco di Goro, a iiij° Pasquino Cegna, 
stimato lire trentocto lire 38. 

Item uno pezo di terra di staia dieci posto in Petro- 
gnano che se ne lavora quatro staia et il resto pastura, 
cui a primo via, a ij^ decti Beni, a iij^ Pasquino Cegna, 
a iiij® Pino del Cegna, stimato lire quarantadue .... lire 42. 

Uno pezo di staia diciotto in circa loco decto al Colto 
di Casa, cui a primo via, a ij®, a iij<* et iiij^ via, a v<> la 
Badìa, a vj® Pasquino Cegna, a vij^ decti beni, stimato lire du- 
gento ventitré lire 223. 



32 AONIO PALEARIO EC. 

Uno pezzo di terra di staia quatro loco decto al campo 
Manghettii cui a primo via, a ij° la Pieve di Sancto Ypo- 
litOy a iij^ Giovanni di Paulo Gratini, a iiij® Kede di Sil- 
vestro del Cegna a v^ Giovanni di Paulo Gratini, stimato 
lire quindici lire 15. 

Uno pezo di terra posta a bacio in verso Guardavalle 
di staia quaranta in circa fra soda e lavorativa, cui a primo 
via, a ij** la pieve di Sancto Ypolito a iij** il fossato, a iiij° 
Eede di Salvestro del Cegna, a v^ Pino del Cegna, stimato 
lire dugentocinque lire 205. 

Item uno pezo di Terra posta al Campo a' fichi di staia 
cinque in circa a solatio, cui a primo et ij^ la via che va 
a casa, a iij° Monaldo di Jaoomo da Pichena, a iiij^ decti 
beni, stimato lire cinquantocto lire 58. 

Uno pezo di terra posta al Campo a l' aia con la valina 
loco decto di staia undici in circa parte soda parte a grano 
e parte a biada, cui a primo et ij^ la via, a iij^ decti beni 
a iiij*^ Monaldo di Jacomo da Picchena a v^ la chiesa di 
sancto Ypolito, stimato lire cinquantocto lire 58. 

Uno pezo di terra di staia tre loco decto il Bacio, 
comprò da Dino da Pichena, è uno Vs staio di terra, cui a 
primo la chiesa di sancto Ypolito a ij" il fossato, a ìi^ beni 
di messer Aonio stimato Uro diciassette lire 17. 

Uno pezo di terra posto loco al campo a' Bianchini di 
staia dodici a grano, cui a primo via, a ij° et iij^' messer 
Aonio, a iiij^' Pasquino Cegna, a v^ la Badia di Coneo sti- 
mato lire novanta tre, comprò da Francesco di Goro . . lire 93. 

Uno pezo di terra comprò da Santi di Salvestro del 
Cegna, come apparisce a libro del contado e. 92 et e. 65 di 
staia . . . loco decto . . . confini . . . stimato lire trentotto . lire 88. 



LETTERE 



Facendo alcune ricerche nel nostro archivio di casa Nic- 

'. mi sono vennttì fra mano parecchie lettere dirette a 
■ Otto Niccolini e ad Agnolo suo figlio, la cui piib- 
snone credo possa essere non disutile alla storia. Pubblico 
[Bttanto (profittando dell'ospitalità concessami dall' j4i'cA/rM) 
wico) una serie di lettere di Piero di Ck}simo dei Medici, 
orbandomi di fere la pubblicazione delle altre più tardi. 
Otto Niccolini nacque iiell' anno 1410 ; scelse la pro- 
fessione giuridica nella quale si procacciò bella fama; ma 
ciò che lo rese più illustre furono le ambascerie a lui adi- 
date dalla Repubblica Fiorentina. Andò più volte a Koma 
e le lettere qui pubblicate furono indirizzate a luì da Piero 
ile' Meilici mentre si trovava alla corte del Papa Paolo II 
negli anni 1467, 14G8, 1469. Ebbe vari uffici nel governo 
dfiUa Repubblica e fìi Gonfaloniere di giustizia nell'anno 1458. 

I 

^^B Neil' anno 1466, fallita la congiura di Lnca Pitti, Bie- 
^^ubItì Neronj, Kiccoló Soilerini e Agnolo Acciainoli contro 
^^H>FQ de' Medici, i congiurati esiliati da Firenze indussero 
^^Brtolommeo Colleoni da Bergamo a prendere le armi in 
t!*i/go tavore. Avevano 1' appoggio segreto di Venezia, e con 
Abcii. Stob. It., 5." Serie. — SS. a 



essi stavano Alesaandro Sforza di Pesaro, Ercole d' Este e 
alcuni altri signori italiani. La Repubblica Fiorentina si enra 
alleata per combatterli con Galeazzo Sforza Duca di Milano 
e con Ferdinando Re di Napoli, prendendo come capitano 
generale il celebre condottiere Federigo di Montefeltro, conte 
d'Urbino. I due eserciti s'incontrarono alla Molinella in Ro- 
magna presso Budrio il 26 luglio 1467, ma l'esito del com- 
battimento rimase incerto. Dopo questa battaglia Borso 
d' Este Duca di Modena imprese a trattare la jiace, facen- 
dosi mediatore fra le potenze d' Italia, come già più volte 
avevano fatto i suoi antenati. E prima di tutto ottenne 
che si facesic una tregua di venti giorni affine di guada- 
gnar tempo per le pratiche. I Fiorentini al pari dei loro 
alleati erano stanchi di una guerra dispendiosa e senza frutto 
e desideravano la pace; ciò nonostante, non fu facile a Borso 
di riuscire a concluderla. Le difficoltà dell'accordo consiste- 
vano principabuente nel rimborso a Bartolommeo Colleoni 
delle spese fatte durante la guerra e da lui richieste, e nella 
restituzione dei fuorusciti a Firenze. Tutti gh Stati si op- 
posero a pagare un'indennità a Bartolommeo, e Piero de'M©- 
dici ai mostrò risoluto a escludere dal trattato qualunque 
condizione favorevole ai fuorusciti. 

Ma durante le trattative la quiete non regnava affatto 
in Italia. Per le fatiche durate nella battaglia della Moli- 
nella, Bartolommeo CoUeoni, essendo già vecchio di 76 anni, 
si ammalò gravemente di febbre, tanto che si temeva per 
la sua vita. Cominciando i soldati del campo a tumultuare, 
fu mandato dalla Signoria di Venezia Geronimo Barbarigo 
come Provveditore per ristabilire 1' ordine. Infatti egli oon 
buone promesse riusci a quietare i soldati, e Bartolommeo 
si riconfortò tanto che guari in pochi giorni ; mentre il Bar- 
barigo per lo strapazzo del viaggio moriva a Ravenna, nel 
mese di settembre. Marco Corner fa mandato da Venezia 
a sostituirlo. Al suo arrivo cominciarono veramente i pro- 
parativi di guerra, sospesi fìno allora per la malattia dì 
Bartolommeo, e perchè pareva imprudente di muoversi es- 



A OTTO NICCOLINI 35 

sendo la gente della Lega ingrossata assai. Le forze di Bar- 
tolommeo erano ridotte a 3000 cavalli scelti e 3600 &nti, 
ma la presenza del provveditore Corner aggiunse tale pre- 
stigio al Capitano, che, col pretesto di andare ai quartieri 
d'inverno, fatte provvisioni sufficienti per quattro giorni, 
si mosse una mattina prima del far del giorno, con la sua 
gente per andare nella valle di Castrocaro ; giunto a Mo- 
digliana, se ne impadroni al primo assalto, e continuando 
la sua via, a due ore di giorno piantò le artiglierie contro 
la Bròcca. Abbattuta una gran parte del muro, gli assediati 
verso sera furono costretti ad arrendersi. Ma vi fti prima 
una lunga contesa : perchè Bartolommeo voleva che si ar- 
rendessero ai ftiorusciti fiorentini, i quali erano al campo ; 
mentre essi volevano darsi in mano al Provveditore ed es- 
sere accettati a nome della Signoria di Venezia. Il Corner 
si ricusò di ferlo, ed essi furono costretti ad arrendersi al 
Capitano, il quale prese anche i castelli di Dovadola, Bu- 
bano, Bagnara e Mordano (1). 

Ai 10 di novembre venne la notizia a Firenze che Bar- 
tolommeo Colleoni aveva occupata Dovadola (2); e i Fioren- 
tini, temendo che il Capitano e il Provveditore di Venezia 
si avanzassero di più ed entrassero nel piano di Firenze, man- 
darono dei fanti ad incontrarli per le Alpi di Mediano (3), 
e scrìssero al Duca di Milano, cercando di indurlo con grandi 
promesse a muoversi contro Venezia per la via di Ghiara- 
dadda nel territorio di Brescia. Dopo essere rimasto incerto 
sol da farsi per qualche giorno, il Duca si ristrinse a do- 
lersi della condotta della Repubblica Veneta con Giovanni 
G-onnella, inviato della medesima, che s' era fermato a un 
castello del Novarese per visitarlo, ritornando da Genova. 
Ghaleazzo disse che la Lega aveva 40.000 uomini a sua di- 



ci) MALiPiEao, Annali Veneti nell'Archivio Storico Italiano ^ Voi. VII, p. 220. 
(2) Ricordi fiorici di Filippo di Cino Rinuccmi dal 1282 al 1460 colla con- 
UrtMOzione di Alamano e Neri suoi figli fino al 1506 (Firenze, 1840), p. cviii. 
(8) Coel sta scritto negli Annali succitati del Malipiebo. 



3G LETTERE DI PIERO DI COSIMO DE' MEDICI 

sposizione condotti dai più famosi capitani e denaro in ab- 
bondanza, e che egli dal canto suo, se i Veneziani lo spin- 
gevano alla guerra, era pronto a passare l'Adige, entrare nel 
Bresciano colla sua gente, ed attaccarli &a nel cuore del loro 
paese. La Signoria di Venezia, per mezzo dell'Ambasciatore 
Milanese, rispose alle rimostranze del Duca, che desiderava 
fermamente di stare in pace con tutti, protestando di aver 
agito sempre con moderazione (1). 

Intanto giunsero lettere del Duca G-aleazzo e del Be 
Ferdinando che chiedevano alla Signoria di fare restituii-e 
le robe dei Fiorentini prese al principio dell'anno dal ca- 
pitano veneziano Lorenzo Loredan su quattro navi anco- 
nitane provenienti da Costantinopoli. I Fiorentini avevano 
chiesto parecchie volte invano la restituzione di queste loro 
mercanzie, e i Veneziani che fin allora avevano temporeg- 
giato, spinti dalle lettere ricevute e dall' insistenza dei Fio- 
rentini, si risolvettero finalmente a fare il processo, il re- 
sultato del quale condusse alla deliberazione che le navi e 
le robe fossero lasciate libere : di che i Fiorentini rimasero 
grandemente soddisfatti, vedendo in ciò manifesta la buona 
volontà dei Veneziani, e quindi resa più facile la conclu- 
sione della pace. 

Ciò nonostante il tempo passava in trattative e in mar- 
cie e contromarcie senza risultato definitivo, e Borso d' Este 
si occupava della mediazione con poco profitto. 

Papa Paolo II, che non vedeva di buon occhio l' in- 
tromissione di Borso, volendo sempre condurre da sé le pra- 
tiche di pace, aveva chiamato a Boma Otto Niccolini. La 
Signoria lo mandò dunque nel luglio del 1467 per trattare 
liberamente della pace e deUa lega, facendo quello che gli 
paresse giovevole alla quiete e alla pace d' Italia (2). Le pro- 



(1) Malipiero, op. cit., p. 224. 

(2) Ved. Lettere dei Dieci di libertà e pace del 9 ottobre 1467 e del 9 
gennaio 1497 (stile fior.) indirizzate a measer Otto Niccolini, nell'Archivio 
Niccolini. 



^H A UTTO NICCDUHI 37 

Rpoete del Papa peni Don furono tutte di carattere pacifico : 

rdi&tti, quando Bartolonuneo era malato, voleva unire Ìl 

Isno esercito con qiitllo della Lega e miirciare contro Forlì e 

K-Faeuza (1), suggerimento che non incontrò il favore del 

■'Goute d'Urbino e del Duca di Calabria, capitani della Lega (2), 

fri Fiorentini dal canto loro, ansiosi di concludere la pace, 

' non avevano riguardo ai mezzi e ai modi che usavano per 

ottenerla ; nello stesso tempo che conducevano le pratiche col 

Papa, trattavano con Borso d' Este, e non riusf'endo con lui 

si servivano di Tonunaso Sederini a Venezia. 

Al Papa dispiaaiue che la tregua fosse conclusa da 
iJorso, e inoltre non ei-a contento che questi fosse cosi d'ao- 
fetoordo coi Fiorentini. In un colloquio che ebbe con Otto 
vlfficcolini (3) espose le ragioni che aveva di dubitare della 
ft iniona fede e della capacità di Boifio, aggiungendogli di 
avvertire i Fiorentini che se il Duca di Modena e i Vene- 
i trovassero uniti potrebbero un giorno dividersi fra 
rllDro l'Italia, e che Borso in realtà operava molto jiiù che non 
tv divedei-p. Il malcontento del Papa si accrebbe quando 
Laeppe che Tommaso l^derini si occupava dei negoziati presso 
ViSa Bepubblica di Venezia, e non mEincò di esprimerlo ai Fio- 
ntini per mezzo del loro oratore. I Dieci rifiutarono ogni 
rieeponsabilità sul procedere del Sederini, rispondendo che 
E*],nesti Bvev.i solamente l' incarico di chiedere la restituzione 
P delle robe appartenenti ai mercanti Fiorentini con expvesxa 
\tommiitintme di non parlare di alcuna altra com. Inoltre ri- 
I poterono ohe sempre itvevan voluto la pace e che non uve- 
lavati avuto speranza o desiderio in altro maggiore che in 
a Santità (■}). U autunno passò in trattative inconcludenti: 
1 governo di Firenze si lamentava che Otto perdesse ina- 



{1) Xiettero dei Dìm'Ì, 2fì ugoatn llilT. 
(2) Lettene dei Dieci, seiteuibre 1467. 
(S) Umloria dt Prineipì di Fata di Gio. 

Q otuvo, pp. 5ee. sari). 

HI l^Ucrii liei Dieci dui 21 iwvenibn;. 



tilmente il tempo a Roma e lo richiamò più volte a Fi- 
renze, ma il Papa non volle mai lasciarlo partire (1). Final- 
mente non solo i Fiorentini, ma il Duca di Milano e ì! 
Ee di Napoli, loro collegati, si stancarono di tante vane 
pratiche, e vi posero termine fissando come limite la fine 
di febbraio (2). La risposta del Papa non si fece molto at- 
tendere ; il 2 di febbraio, giorno della Candelaia (1467 stile 
fiorentino) egli impose la pace mediante la acomiinica. La 
bolla fa pubblicata a Boma nella chiesa di Ara Coeli dopo 
la messa : in quella il Papa ordinava che la pace dovesse 
essere accettata nel termine di 30 giorni; che l'antica Liega 
fosse rinnovata includendovi anche ^'enezia; che ognuno 
riprendesse quello che aveva prima della guerra ; e che a 
Bartolommeo Colleoni fossero pagati 100.000 fiorini d'oro 
per la impresa in Albania contro i Turchi, contribuendo 
alla spesa tutti gli Stati d'Italia e offerendosi il Papa stesso 
di darne la parte sua (3). La bolla fu accolta dai potentati 
con generale malcont€aito ; e solo Venezia, sebbene non si 
curasse di entrare nella lega, per deferenza al Papa accettò 
le condizioni imposte. Tutti gli altri Stati protestarono, ar- 
mandosi e preparandosi sempre più alla guerra, mentre il 
Papa sdegnato minacciava tutte le censure ecclesiastiche 
contro i disubbidienti. Alla fine dopo lunghi contrasti le 
condizioni vennero in parte mutate, in modo che i Colle- 
gati non fossero obbligati a pagare danari a Bartolommeo 
Colleoni; e, annidlata la bolla antecedente, la pac« fa no- 
vamente pubblicata a Roma nell'aprile del 1468 con grande 
gioia dei Fiorentini (4). 

Bla non per questo ebbe termine la missicjne del Nicco- 
lini presso il Papa. Sebbene tutti gli Stati avessero consentito 



(1) Lettera dai Dieci, 9 gennaio 1467 (stile fioreatino). 

(2) Ldtteru dei Dieci, 27 gennaio 11<!7 (stile fiurentino). 

(S) U^tiPiBito, Annali Vimttì nell' Arthìno Storico llaliaiio, Voi. 
). 231, 282, 233. 

(4j ElKUCClBJ, 0|>. cit,, \: CXI. 



A OTTO NICCOUNI 39 

alle condizioni imposte, i castelli non fìirono restituiti a 
quelli a cui appartenevano prima ; e poiché i Fiorentini 
volevano riavere Dovadola, Otto rimase a Boma per insistere 
presso il Papa acciocché facesse rispettare tutti i capitoli 
della pace (1). In fine nel luglio, con buone speranze di un 
sollecito accomodamento, egli ritornò in patria dopo aver 
passato un anno a Boma. 

Nel luglio del 1469 era di nuovo in Boma, incari- 
cato di dissuadere il Papa dal muover guerra a Roberto 
Malatesta (2), il quale come figlio naturale di Gismondo 
Signore di Rimini aveva preso possesso dello stato paterno. H 
Papa invece pretendeva che per mancanza di prole legittima 
quello Stato ricadesse in potere deUa Santa Sede (3). L'ultima 
lettera di Piero scritta nel 1469 si riferisce a questa missione. 

Li interesse principale delle lettere di Piero sta nella 
luce che gettano sul modo col quale già effettivamente i 
Medici governavano Firenze. Queste, che fanno parte della 
grande corrispondenza tenuta da Piero cogli ambasciatori 
dei diversi stati, senza perdere il carattere di lettere scritte 
da un semplice cittadino ad un altro, sono di &tto vere 
istruzioni da Principe. Ciò che l'Ammirato dice di Cosimo, 
cioè che « facendo con l' opere e con gli effetti cose da prin- 
<3c cipi non trapassò mai il grado di privato cittadino », 
si potrebbe ben ripatere di Piero suo figliuolo. La lettera 
del 7 aprile 1468 specialmente determina la sua attitudine. 
Mostrandosi maravigliato che gli ambasciatori gli chiedes- 
sero consigli, protesta che non potrebbe né vorrebbe fer 
nulla senza V ufficio dei Dieci : pure per contentarli scrive 
una delle sue solite lettere di suggerimenti e d'istruzioni. 
Questi documenti ci porgono altresì l'occasione di studiare 
il carattere di Piero, di quel Piero offuscato nella storia 



(1) Lettere dei Dieci del 5 e del 7 luglio 1468, nelPArchivio di Stato, 
Signori, Legazioni e commissarie, Begistro 16. 

(2) Istruzione agli Ambasciatori del 7 luglio 1469, nell'Archivio di 
Stato, Signori, Legazioni ec., Registro citato. 

(3) Scipione Ammibato, Istorie Fiorentine, Parte seconda, libro 28, p. l^*5t 



40 LETTERE DI PIERO DI COSIMO DE' MEDICI 

daUa gloria del padre e dallo splendore del figlio, e poco 
conosciuto anche dai suoi contemporanei che non ebbero 
tempo di giudicarlo (1), essendo il suo potere durato solo 
per quel breve tempo che sopravvisse al padre. Campeggia 
in essi la figura di un uomo accorto e di sano giudizio, 
con una buona dose di quell' astuzia tanto caratteristica 
degli uomini eminenti del Quattrocento in Italia, che è, 
secondo il Machiavelli (2), una qualità soprattutto necessaria 
per chi vuol governare (3). 

Firenze. Ginevra Niccouni. 



I. 



1467, dicembre 21. 



Magnifica eques tanquam pater honorande. Questa mactina, a 
hore 18, ho la vostra de' 16 a bore 22: a duo parti substantiali 
farò risposta. La prima, della buona volontà del Papa, et quanto Sua 
Sanctità ve* baveva decto circa la pace; et pare molto ragionevole et 
conveniente che la Sua Beat.'^^ sia bene disposta alla pace, et si per 
Phonor di Dio et si per Phonore et utile del mondo: aspecteremo 
gli efiPecti, né dalla Lega resterà venire a pace bonesta et sicura. 
La seconda parte è più brieve né richiede risposta, perchè solo dite 
essere chiamati dal Papa et che aviserete della cagione ; et questo 
aviso, per mezzo del protonotario Eoccha, questa mactina habbiamo 
havuto da Filippo Strozzi; et per esso intendiamo il Papa bavere 
risposta da Vinegia di quanto cernisse a Giovanni Sovranzo (4), et 



(1) Opere di Niccolò Machiavelli (Filadelfia, 1796), to. primo, pp. 443 
e 444. 

(2) Machiavelli, Op. cit. Il Principef p. 40. 

(8) Alcuni brani di queste lettere riferisconsi ad afiari di benefìzt ec- 
clesiastici: sebbene non abbiano che fare con T argomento principale del 
corteggio, sono anche esse interessanti come saggio dei costumi del tempo. 

(4) Il Papa aveva incaricato Giovanni Soranzo d'informare la Signo- 
ria di Venezia e PAmbasciatore fiorentino che là si trovava che le trat- 
tative di pace erano già avviate in Boma, e che egli stesso era pronto a 
comporre tutte le differenze ; e voleva sapere se erano contenti di questo. 
- I Dieci di Balla avevano scritto il 2G di dicembre 1467 a Otto Niccolini : 
« Intendiamo le domande di Bartolomnieo essere tanto fuora di dovere 
.« che non si couveughono essere riferite uè scripte al Papa ». 



A OTTO NICCOLIXI 41 

infine come e'Vinitiani sono contenti f&re pace et in essa interve- 
nire come principali, et la richiesta di Bartolommeo essere alquanto 
modificata. Et benché io sappia che per vostra prndentia voi siate 
a casa et a bottega, et de'facti dello stato havete l'occhio al pen- 
nello, come quello che vi toccha, pure per mio scariche et che mai 
si possa dire non habbiate preso e' passi a buon' ora, vi certifico che 
de'facti d'usciti né di dare danari a Bartholomeo per nulla si rar 
gioni, né a tractato o pratica di pace si verrà sanza excettuare 
queste duo cose; perchè né l'uno né l'altro merita se ne tenga ra- 
gionamento, né de'facti nostri della città non sia alcuno che ne 
voglia più che noi medesimL Tenete bene alle mani, et delle duo so- 
pradette cose taglate ogni ragionamento: facendovi chiaro che la 
Maestà del Be et la Excellentia del Duca di Milano ne l' una cosa e 
ne l' altra non hanno manco interesso di noi, et vedrasse per effecto. 
Lavorate et adoprate e' ferri vostri, come, quando, et con chi, bisogna, 
acciò che in sul £Etcto questa difiicultà sia tolta via né se n'abbia 
a ragionare. Dell'altre cose saremo d'accordo, né per noi né per 
tucta la liCga mancherà che a pace si venga; et voi, bench'io creda 
di tucto harete avisato, conforto a non rispiarmare le spese d'uno 
fante ne le cose che importano, come tucto di può scadere. £t sopra 
tucto vi ricordo non vi lasciate torre tempo né empiere di vane spe- 
ranze, perché siamo in su'provedimenti; et a Milano, come harete 
sentito, si debbo pigiare determinatone della guerra, della quale 
costi si tiene non habbia a essere in Lombardia : et tal credentia fa 
molto per noi, perché volendo fare buona botta vuol giugnere a uno 
tracto el tuono et il baleno. Noi siamo in conclusione ben disposti 
alla pace ma non manco alla guerra, sperando che Dio aiuti chi ha 
ragione. Né altro. Racomandomi a voi. Florentie, die xxj decem- 
bris lièi, bora xx. 

Petrus de ) ^ 

f COSME FILIU8. 

Medigis ) 

{Fuori): Magnifico equiti tanquam patri honorando domino Octoni 
de Niccolinis oratori [fiorentino] apud Summum Pontiiìcem. 



n. 

1467, goimaio 2. 

[Magn]ifice eques tanquam pater honorande. Io ho avute più vo- 
stre lectere, et l'ultima de'28 la quale è arrivata in questo punto; et 
facendo risposta a quella si risponde a tucte l'altre. Et lodo et com- 
mendo quanto con somma prudentia havete adoperato circa le cose 



42 LETTERE DI PIERO DI COSIMO DE* MEDICI 

publiche et le private; né, al giudicio mio, meglio si porria £Eire o 
dire. Et benché si potesse entrare in lunghe cetere, come dà simile 
materia, io mi risolvo a questa conclusione: che, dovendosi tractare 
de pace, né di usciti né di Bartholommeo per nulla si ragioni; né 
pare giusta cosa né loro lo meritano. Dell'altre cose saremo d' acordo. 
Ben vi riduco a memoria con fede che come cosa nociva fuggiate 
ogni lunghezza. Circa le private, benché manco importino, mi pare 
che le intendiate si bene et date si buon principio che, per una via 
o per un'altra, vi prego se ne cavi le mani con mancho vergogna 
che si può. £t la beneditione del Sancto Padre gratiosamente ho ri- 
cevuta, et con essa seguirò nelle mie consuete divotionL 

Io m'accordo con voi che da ogni parte le pratiche di pace 
raffredderanno et andranno in lunga, aspecta[ndo] quello debbe par- 
torire la dieta da Milano ; non potendo perciò credere che non facci 
se non gran fructo .... (1) giudico se non utile che non si creda eh' el 
Duca rompa in Lombardia, perché faccendolo prder oppinionem 
omnium sarebbe più bel traete, né vorria andare altrimente. Farmi 
pure intendere la dispositione del Duca essere buona, quella del fie 

optima; noi ancora faremo nostro debito: et cosi essendo Po- 

tentie della Lega unite, si farà una potente guerra, la quale potrebbe 
essere cagione [di hon]esta et sicura pace, che per amore non s'è 
potuta bavere. Dio lassi seguire il meglio. 

Ci fu qui nuove el Sig.<^ di Furi! essere in conditione di morte, 

et per quanto si dica di veleno par pari (2) erto Bartolommeo 

da Bergamo era venuto a Furli con cavagli et fancti. Questo è quanto 
s'intende. Per la prima nuova, attendesi più innanzi; et essendo vera, 
sarebbe cagione fare in Romagna nuovi pensieri. Credo che alla ven- 
tura costi n'harete aviso; che seguirà, ne sarete avisato. Né altro 
al presente. Bacomandomi a voi. 

Florentie, die u Januarii 1467. 

Petrus de Medicis Cosme filius. 

{Fnon): Magnifico equi ti tanquam patri honorando domino Ottoni 
de Niccolinis oratori [fiorentino] apud Summum Pontificem. 



(1) S'indicano, qui e appresso, con questi punti le lacune dell'origi- 
nale per rottura della carta ; come tra parentesi quadre s' indica quello 
che, per il contesto, si è potuto supplire. 

(2) Qui deve trattarsi di una voce falsa, giacché Pino Ordelaffi signore 
di Forlì mori parecchi anni dopo cioè nel febbraio del 1480 (Marchesi, 
Supptemenlo (storico ddV antica ciUà di Forlì; Forlì, 1678). Questa voce 
non può riferirsi neppure a Cecco suo fratello, che mori nell'anno 1466 
(BoMOLi, Storia di Forlì, libro ottavo, p. 509). 



A OTTO NICCOLINI 43 



m. 

1467, gennaio 28. 

Magnifice eqaes tanquam pater honorande. Da poi ch'io vi scrìssi 
ho le vostre de'xv et xvi, et questo di una de'xvmi. Et raccolto 
l'effecto del vostro scrìvere, io non posso havere grande speranza 
in cotesta pratica nella quale io intendo essere non meno né mi- 
norì difficultà nel Papa che ne' Vinitiani, se giÀ e' termini non si 
mutano come spesso fanno. Il parlare vostro fu necessarìo, et merì- 
tamente qua come costà n'havete havuto commendatione; et secondo 
me è il modo come si vorrebbe procedere in questa materìa, viva- 
mente, con buono animo et andare in sul vero; et credo ci gitterà 
miglior conto. Et vedete che l'amico (1), che gli pareva havere la Lega 
in pugno, cioè il Ee per vassallo il Duca per obligo et noi pe' mer- 
catanti, non gli rìesce il pensiero et dimostra el vassallo .... giuste 
et honeste, et del contrarìo non vuole fare nulla; né altrimente gli 
rìusciranno gl'altri, di che già può essere presso che chiaro. Et l'as- 
segnare termine a questa pratica non so se fusse contrarìo al bi- 
sogno, et farli più caldi al provedere, che alla ventura: colla pratica 
della pace sarebbono meglio giunti al sonno. Presupponendo che 
la Lega faccia le debite prò visioni etc., ricordate saviamente che 
gioveranno et alla pace et alla guerra. Noi habbiamo buone lettere 
da Milano, et delle cose che si possono dire et ancora di quelle che 
è bene a tacere; ma dativi di buona vogla che le cose non potrieno 
passare meglio. Et voi, come ho decto, fate vivamente et con buono 
animo, et non ve ne lassate menare sanza spesa ; et ingegnativi sopra 
tucto taglare ogni lunghezza. 

Al facto del Prìore io ho inteso quanto havete seguito, et cosi 
dettovi mio parere. Se noi potessimo condurre questa cosa al desi- 
derìo nostro sarebbe buon facto, perchè questa è buona Badia et 
el Prìore ve ne £ma bene. L' amico andò : in questo mezzo io aprìrei 
la materia al protonotaro et a mess. Angustino per l'aiuto che s'ha 
avere da' maestrì loro, acciò che alla tornata dell' amico costi fusse 
il bisogno sanza intramectervi più tempo, et faciendo a buonora 
tucto potrà essere a tempo. Et se '1 Prìore ottiene questo benefìcio, 



(1) Probabilmente il Papa. 



44 LKTTEKE DI PIERO DI COSIMO DK' MEDICI 

mi pare che la sarà una buon^ opera per tucto bordine. Secreto sopra 
tucto, et sopra ciò non scrivete sanza bisogno. 

Io ho inteso per l'ultima vostra quanto dite della Pieve di 
Figline della quale io sono si stracco et ristucco che [io non ne] 
posso più« Lassisi andare et faccisi come si può : ma la restitutione 
di quelli due, taglatele come la eh ... . di Bartolommeo Colioni, che 
cosi si farebbe Puna come l'altra, et è Ser Domenico poco savio et 
non .... lui che si facesse et forse che non lo crede : e' segnati 
s' hanno a stare ne' termini che si truovono per bora, et cosi ri- 
chiede l'honore della città, et del reggimento della Pieve. Fate 
come vi pare purché se ne esca. 

Né altro al presente. Eacomandomi a voL Florentie, die xxuj 
januarìj 14G7. 

Petrus 
DE Medicis 



I Ck)SME FILIUS. 



IV. 

1467, gennaio 90. 

Magnifice eques tanquam pater honorande. Scrissivi a' 28 et ho 
la vostra de' 22, la quale obmetterò et verrò a dirvi mio parere 
circa a quanto voi scrivete all'Ufficio nostro per una vostra de'xxv, 
dubitando che infine coteste vostre pratiche non partorischino scan- 
dalo et confusione, per l' essere traete de' termini giusti equi et ra- 
gionevoli, et se a'ii di, come accennate, gl'avisi non sono attempo: 
ma sono certo harete usato la vostra solita prudentia in seguire 
l'oratore reale et ducale, et non si può errare. Io sono avisato di 
questa materia per uno certo spiraculo che mi fa dubitare che in- 
conveniente non segua; ma, sia come si vuole, el consentimento della 
Lega ci bisogna. Attendiamo quello sarà seguito, et ricordovi a non 
risparmiare la spesa d'uno fante, che alle volte fanno cosi buono 
servigio come e' cavallari. Dio di buono mandi. 

Tre di sono che arrivò qui Priore : questa mattina l'ho riman- 
dato in costà, perchè, bisognando non manchi del suo favore nella 
faccenda nostra. Vorrei riussire di questa briga di Fighine per ogni 
modo; della restitutione di quelli 2 non parlate, che sarebbe un 
perder tempo. 

Harete inteso del Consiglio generale si fece, dove si trovò circa 700 
cittadini; et unitamente et con grande animo fu consultato, havendo 
tentato la pace, si faccia pruova della guerra et vengasi a' provedi- 



A OTTO XICCOLIXI 45 

menti d'essa; et cosi di già s'è dato principio. Et faccendosi le provi- 
sioni necessarie et sborsato el danaio, sarà dipoi più difficile el 
tractare di pace. Messer Domenedio n'aparechi quello che debba 
essere il meglio. 

Né altro al presente. Eacomandomi a voi. Florentie, xxx janua- 
rij 1467. 

Petrus db ) ^ 

5 cosmb fiuus. 
Mediois ) 

{Fuori): Magnifico equiti tanquam patri honorando domino Octoni 
de Niccolinis oratori [floren]tino apud Summum Pontificem. 



V. 

1467, febbraio 6. 

Magnifìce eques tanquam pater honorande. Tutt^ vostre lettere 
bo bene intese et esaminate, cosi quelle directe all'Ufficio come a 
me. E rapportandomi all' ultima de' 3 del presente, ricevuta in questo 
puncto, mi pare che ciascuno dovrebbe essere chiaro di quello che 
tanto s' è dubitato. La pace si debbe commendare, et biasimare al- 
cune conditioni d' essa lasciamo stare il premiare d'utile et 

honore chi (1) ha perturbato la pace et quiete d'Italia, con tanta 
nostra in [iurìa] et vilipendio; ma come si può con ragione assentire 

a quello che ci areca più spesa et sospecto et forse che la 

guerra manifesta? di che ciascuno è restato maravigliato. Et parriavi 
cosa incredibile quanto universalemente tucto el popolo n'è inde- 
gnato; et sarebbe difficile et quasi impossibile, come cosa inusitata 
a questa città, a consentirla; e quanto aspecti a noi, come la minore 
Potentia della Lega, attenderemo il parere et volontà della Maestà 
del Ee e dello Illustrissimo Duca, et con essi ci confermeremo. Et 
di queUo che è facto, se saremo uniti come si richiede, si trarrà 
fructo; perchè s'intende che i Vinitiani, di consenso de' quali è se- 
guito tale efiPecto, et per le robe restituite (2), voglono la pace; et 
etiamdio è tolto via de' dubbi che pel passato habbiamo avuto, 
de' quali, chi non s'inganna, può essere chiaro che a voi et a delli 
altri che siate in sul facto possono dare manifesto documento di 



V 



(1) Bartolommeo Golleoni. 

(2) Allude alle robe che furono prese sulle navi anconitane. 



46 LETTERE DI PIEUO DI COSIMO DB' MEDICI 

quello che in futuro s^havesse a tractare. Io vi dirò mio parere 
perchè cosi mi richiedete. Et parmi d' aspectare il parere delli altri 
collegati et con quello unitamente andare, né di nessuno dolerci 
persuadendoci che ciascuno hahbi facto a buon fine, né col dolerci 
o caricare altri non ci torre le ragioni nostre, che sono (e so che 
qualunche sanza paxione le intenderà e le farà) buone. Et voi col- 
r usata prudentia procedete come pel paxato havete facto, et sopra 
tucto tenete TOffitio bene avisato et spesso, et non guardate alla 
spesa d'uno fante; et multiplicandovi faccenda, non vi curate scrì- 
vere a me in particulare se non giudicate essere di bisogno. 

El Priore sarà tornato, et alla ventura presto harete la risposta 
dal generale. Io credo che obtenendo questa Badia, faccia grande- 
mente pel convento. Aiutate la materia. 

Io non voglio per nulla questa pieve di Feghine et s'io l'avessi 
la renuntierei, et cosi renuntio a ogni ragione che l'amicho mio 
v' babbi su aquistato, né ne voglio obligo alcuno; et cosi scrivo a 
Giovanni Tornabuoni. Et pregovi che per Dio ci si ponga su piede, 
né in futuro più se ne ragioni et altrettanto o più l'arò caro che 
a questa materia si ponga fine, che s'io l'havessi obtenuta per 
l'amico mio fatimi questa grazia, et operate a questo effecto come 
sapete et potete. 

Né altro al presente. Racomandomi a voi. Florentie, die Vi fe- 
bruarìj 1467. 

Petrus db ) ^ 

i COSMB PILIUS. 

Medicis ) 

{Fuori): Magnifico equiti tanquam patri honorando domino Octoni 
de Niccolinis oratori [fiorentino] apud Summum Pontificem. 



VI. 

1467, febbraio 18. 

Magnifice eques tanquam pater honorande. Di poi ch'io vi 
scrissi, che fu a' di vi, ho la vostra de' 3, et questo di una de'x; et 
simile ho visto quanto all' UfiGicio havete scripto, et inteso la 'nter- 
petratione vostra sopra la bolla della pace, et accordomi al parere 
vostro. Et sono queste cose, al parere mio, di grandissima impor- 

tantia et che voglono examina et matura consultatione, et in 

qualunche partito s' ha a prendere farlo con sale et sopra [tutto] uni- 
tamente. Noi, benché extraneo c'è paruto il seguito insino a qui, 
attenderemo il parere et volontà della Maestà del He et del Duca 



A OTTO NICCOLINI 47 

di Milano, e' quali io giudico sapientissimi et che haranno riguardo 
all' onore et utile della Lega et al bisogpio di quella. 

£1 Priore sarà arrivato costi: resta hora se lo spaccio della 
Badia harà efiPecto, et se l'Abate vi vorrà attendere. Questo dico 
X)ercli' io credo, per l' essere il Papa occupato in queste cose grandi 
et di questa publicatione della pace, che forse V amico harà mutato 
pensiero: et se fusse savio persevererebbe nel primo proposito, che 
va per lui più che per altri Ma tucto si vuole reputare per lo meglio. 

Io attendo che Giovanni Tomabuoni babbi taglato ogni pratica 
et ragionamento di questo benefìcio di Fighine, el quale, potendolo 
bavere, per niente lo voglio et ho determinato lasciarlo andare; 
et deUa restitutione di quelli due non è da parlare, come sapete 
meglio di me, che non se ne faria nulla, maxime di presente per le 
cose che vanno a tomo. Per le quali invero la brigata c'è aiwai 
alterata et più eh' io non vorrei : anzi crederei che fusne utile par- 
lame temperatamente, et con pmdentia andare col tempo. Kt di voi 
non ho sentito parlare se non bene, né fa mestiere »casa o difi^na 
per voi, che si sare' facta. Et benché la brigata sì drA^ non d^Ila 
pace ma universalmente di tucte le condì tioni cbe *ioao in e^^sa. 
pure al giudicio mio, potendo correggere U dare danari a H^riho- 
lommeo et che non gli havesse se non fusn^ in Xlh^ziA, *:\ fjA'. ru^ 
Bologna, Ymola et altre terre et Vxcarìj di CLì»ìsa eh*; ìifjuo ^^:U 
Lega non rimanessono A'T^^ln^y, et che Bag&ara r;jHe TH'^\\v^,*jk a; 
Signore d'Imola, a tucte T altre cose. mceorcLé è->i» ^jt <Jì\ ver- 
mine et de honestà et di giustitia, forse si §oi,y/r'jf£zi^it/j. ì>it» v/ r^r.^t 
delle 3 sopra dette cose è più difficoltà ne V^za the &ell'al*.r%' rr.a 
circa questo sare'bene speso ogni tempo et izA'^xrrjL, et ^<w^.'.i>; 
ragionevole non si vuole diffidare poterle tìdxiTT^ a ir,r^T*. ìj: z^yzi 
si riducendo, dubito di maggiore scandalo et ^jtdzxirjz,^ : •:*, ^a z,»i 
potete intendere buona parte per lo Inngo «o&x.Tfr^ -.ji^ a7^-. v..- 
l' amico, il quale consigliasti bene^ et é fl profrr>> h-xz^j-,..-^ \^^.y, 
gli dicesti, et cosi bisognando do verrà lìiHi'ìiii vm, «Sirv,. -fe -^.ijpLfcv. 
attendere il parere de' Collegati et, easoB Im 4f«e, v.n ,^,r-, .-..Ur 
mente procedere. 

Né altro al presente. Racomandomi • ▼<>•- Henar^* i.* ; - 

febmarij 1467. 

Essi prolungato el tempo vostro unoinao^*i*"*aWBe** v*-, r"r-iy 



Petrus »■ 
Mbdicsb 



} 



r .:. 



\ • 



{JFu€fri)\ Magnifico equiti tanquam patri 






de Niccolinis dignissimo FlorentinomiB \ *•' 



48 LETTERE DI PIERO DI CaSIMO DE* MEDICI 



vn. 

1467, febbraio 20. 

Magnìfice domine miles tanquam pater honorande etc. Farò 
risposta alla vostra de'xiii, et benché dall' UiHcio voi siate stato 
pienamente avìsato dovere procedere unitamente et d'aoordo con 
li oratori della M> del Re et dello illmo Duca di Milano, e' quali 
non mi paiono disposti ratifichare la pace nella propria forma che 
fu dichiarata, per le ragioni che per altra mia v'ò detto et che 
voi medesimo per vostra prudentia potete intendere. Resta bora 
che dalla SanctitÀ del Papa si porga con dolcezza et mostrisi le ra- 
gioni della Legha: che non posso credere Sua Beatitudine non [si] ri- 
mova d'alcune condì tioni, che, invero, et per utile et honore non sono 
comportabili, perchè ci mederebbe in più spesa et pericolo che la 
guerra; et parmi essere certo che la Sua Sanctità, visto l'unione 
della Lega et la pari volontà de'Potentati d'essa, non vorrà per pic- 
cole cose che la pace resti, atteso maxime eh' e Vinitiani sappiamo 
che la voglano et non solum n'hanno bisogno ma necessità. Il 
perchè, il carico di questa materia in gran parte si riduce in sul 
governo di voi oratori; et potrà essere che di nuovo vi s'agiugnerà 
compagnia [per] dimostrare la importantia della cosa, della quale 
noi ci siamo rimessi al parere del Re et del Duca, [e] d'una mede- 
sima volontà andare insieme con loro, come richiede il debito della 
nostra Lega. 

Dei casi occorsi io non ho fede che noi possiamo obtenere 
quella badia, ancor che ch'el Priore sia in buona dispositione. Io 
stimo che l'Abate harà mutato proposito et tucto riputeremo per 
meglio. 

Della pieve di Figline non dico più nulla, havendovi io posto 
silentio, et per niente ne voglio più intendere cosa alcuna. 

Non so se costi, secondo usanza, si farà nuove favole per uno 
caso occorso qui in questi di, d' uno che portava lettere delli usciti 
a Lorenzo di messer Tommaso Sederini, di che si hebbe notitia. Eb- 
bonsi decte lettere, et Lorenzo se n' andò a Siena, et nello scrìvere 
nominava uno Ciantella delli Strozzi, giovane sviato et tristo, il 
quale fu preso, et è ancora, et ha abominato Cappone di Bartho- 
lommeo Capponi; et infine è uno farnetico sanza alcun fondamento, 
et cosa da giovani et poco da stimare. Èssi posata In cosa, et farà 



A OTTO NICCOLINI 49 

* 

questo caso più savia la brigata. Questa è la verità; quando fusse 

altro, ne saresti con prestezza stato avisato (1). 

Né altro al presente. Xpto vi guardi Florentie, die xx februa- 

rii 1467. 

Petrus db ) ^ 

[ cosmb piliu8. 
Mbdicis ) 

(FiiOì'i): Magnifico equi ti tanquam patri lionorando domino Octoni 
de Niccolinis, dignissimo oratori fiorentino apud Summum Pon- 
tificem. Rome. 



vni. 

1467, marzo 18. 

Magnifice eques tanquam pater honorande. Questo di, a bore 20, 
liebbi la vostra de' x, e per essa inteso quanto era seguito, et prima 
con li Cardinali diputati et dipoi colla Santità del Papa, il quale 
pure dimostra stare fermo in su'facti di Bartbolommeo ; circa la 
qual cosa non bavete commessione alcuna da' Potentati della Lega: e 
per questo non so come passerà la conclusione della pace, che es- 
sendo si sotto el termine, mi pare difficile i^d penitus impossibile 
mecterla integramente ad effecto: et credo che sia necessario si 
faccia delle 2 cose V una, o prolunga[re] el termine o ratificare una 
parte et del resto pigiare tempo. Noi, a dirvi quello che so, che 
meglio di me lo intendete, vorremmo la pacéj et non guarderemmo in 



(1) Anche PAmmibato fa menzione di questa piccola congiura (libro 28, 
p. 101 e.) : « Scopersesi un trattato che tenevano i fuorusciti nella città, 
« per lo quale molti cittadini fur presi e confinati : Cappone Capponi, Giu- 
< liano Strozzi; Pierantonio Pitti, Ugo degli Alessandri, Lorenzo Sederini 
« figliuolo di Tommaso e altri ». £ trovasi anche la seguente allusione 
a questo fatto in una lettera dei Dieci di Balia diretta a Otto Niccolini 
il 23 febbraio 1467 : « Bestaci darvi notitia, perchè crediamo se ne parlerà 
« variamente, acciò sappiate el vero, che a questi dì si sono scoperti certi 
« cicalamenti e sogni fatti per Lorenzo Soderini, ad petitione, secondo che 
« inaino a qui si può intendere, di Nicolò ; e lui se n^ è ito colla sua brigata 
« a Siena. Egli Otto anno presi alcuni famigli e huomini di vii conditione; 
« due solamente, insino a qui, citadini, Giuliano degli Strozzi detto Cian- 
« tella e Cappone di Bartolomeo Capponi, perchè sono stati abominati es- 
« sere in quelle medesime cicalerie, perchè in nessuno loro disegno si truova 
« fondamento alcuno per insino a qui. Vassi dietro per Puficio degli Otto 
« diligentemente et intenderete quello seguirà ». 

4rcii. Stob. It., 5.* Serie. — XX. 4 



I.ETTKlt. 



l'iKiio 1)1 cosiMu ot: .Mei>it.'i 



picDole coso di fummo quando le altre di iiuportansa tussono ac- 
conce. Et quando il facto di Bartholommeo si potessi ridarre «lU 
intentione della Maestà del Re, giusta la Hniitutìone incta altra volt» 
per Sua Maestà, saremo contenti collo assenso del Duca ; il quale 
non si potendo bavere al termine, aaltem gli fusse concesso tempo 
a ratificare. Hora voi vedrete quanto 1' "Uficio vi scrive, che solo 
procede che non vorremmo la pace vi uscisae di mano. Voi siate in 
sul facto, et come prudente intendete meglio eh' io non ao dire. Sii- 
pienti pnuchn. Questa non comunicate se non con Macteo Palmieri 
et col protonotario Roccha alla S. del quale mi racomandate. Simile 
} a Macteo et a voi. Florentie, die \iiJ M&rtii 14(>7. 



PbtRWS db 1 
Mbdicis \ 



(Fuori): Magnifico equiti tanquatn patri bonorando domino Ottoni 
de Niocolinis, dignissimo oratori Horentino, Rome. Home. 



1«7, 1 



[Magnitici tenquam patjres honorandi etc Non ho facto prtmn 
risposta, alle vostre de'xii, xiii et xiiu, aspectaado c)je fusse seguito 
el di seguente, e per inaino a questo di non habliiamo altro: di che 
ciascheduno sta maravigUto et sospeso, interpetrando variamente la 
cagione della tardanza. Io la ripiglio in buona parte, non potendo 
credere che le coso leggieri guastino le grandi et importanti, et che 
la Santitfi del Papa non riduca tucto a dovere perché la pace habbia 
effecto. Et perchè co.'ti segua Larete inteso quanto per t'Uificio v'è 
stato scrìpto in .seguitare la volontà della Mae^tA del signor Re, £l 
cosi siamo certissimi harà facto lo Illustrissimo Duca ; et ciisl pro- 
cedendo unitamente tucto passerà bene colla grazia dello Altissimo 
Dio, il quale lasci seguire il meglio. Et voi aviaate upesso del se- 
guito, benché ogni hora da voi attendiamo la conclusione che bareto 
presa. Né altro al presente. R&comandomi a voi, Florentie, die XTnn 
Martii 1467. 

potbcs db 
Medici» 



< COSME FILIUS. 



(Fuori) : Magnificis tanquam patribus honorandis domino Octoni de 
Niocolinis et Matbeo Falmerio oratoribus. Rome, 



I 



A OTTO NICCOLINI 51 



X. 

1468, aprile 2. 

Magnìfici tanquam patres honorandi. La medesima cagione ohe 
a voi ha ritardato lo scrivere À ritenuto me a £Eurlo, per non havere 
alle mani cosa alcuna degna di notitia. Secondo e processi vostri, 
al giudicio mio, non s*ò errato in cosa alcuna et al continuo salvato 
l' unione della Legha, che è assai da stimare. Secondo el vostro scri- 
vere poca speranza si può havere nella pace, et io simile ve n'ho 
pochissima. Harete di poi havuto risposta dal Be et dal Duca, et 
secondo quelle venuto alla conclusione del si o del non; al quale 
eflecto mi pare da venire più presto che si può, perché in cotesta 
pratica ci s*è perduto tempo assai et ancora qualche cosa di ripu- 
tatione. So io che la Lega et li Vinitiani volevano la pace, et i pec- 
cati loro et nostri non voglano. Saremo alla guerra et, permecten- 
dolo Dio, ho huona speranza nella Victoria perchè habbiamo ragione. 
Et per questo fare vi conforto a intendere presto el bisogno nostro, 
et avisate spesso. Eacomandomi a voi. Florentie, die 2 Aprilis 1468. 

Pbtrus db ì ^ 

{ COSICB FILIUS. 

Mbdicis ) 

{Fuori) : Magnifìcis tanquam patribus honorandis domino Octoni de 
Niccolinis et Macteo Palmerio oratoribus [florentinis]. Bome. 



XI. 

1468, aprile 7. 

Magnifici tanquam patres honorandi In questo ptmcto ho due 
vostre de' di quattro, d'tmo medesimo effecto, et con esse la copia 
del Duca; et sono stato maraviglato dello scrìvere a me in proprietà, 
sappiendo che sanza l' ufBcio de' Dieci non si può fare, et sanza quello 
per me alcuna cosa non moverei Pure, per satisfare a quanto mi 
richiedete, giusta il debito mio, vi dico che io ho desiderato et desidero 
la pace come voi et gli altri nostri cittadini, ma con conditioni sop- 
portabili, riservato sempre el consenso del Be et del Duca. Et pò- 



52 LETTERE DI PIERO DI COSIMO DE* MEDICI 

tendosi obtenere con le partì che per la nota mandasti, parendo 
agli altri collegati, mi parrebbe da concbiuderla. Aconsentire abso- 
lutamente et simpUciter la bolla non si può et non si debbe perchè 
non fa per la Lega, per le ragioni che meglio di me potete intendere. 
Et circa questo effecto sempre y' ò scripto et precipite dello andare 
uniti: questo medesimo v'affermo, aggiungendovi che non dovendo 
fare alcuna conclusione vi conforto al taglare et secondo el coman- 
damento de' vostri Signori venirvene. Io credo che le Potentie della 
Lega circa alla guerra faranno loro debito ; di noi so di certo che lo 
faremo, et già s'è dato principio; et vogla Dio che gl'altri fìbcino 
come faremo noi. Et se il Duca romperà in Lombardia et il !Ee di- 
mostri non temere il Papa ma mostrarli el viso, non dubito che 
tucto passerà bene, et che per altra via sarà pace honorevole et si- 
cura. Perchè di cotesta vostra vana pratica horamai ne sono in tucto 
disperato; et da poi che si tagliò la pratica da Vinegìa non ho havuto 
troppa speranza di pace, maxime per cotesto mezzo, per le ragioni 
che meglio di me potete intendere. Ohe, come sapete voi messer Octo, 
io fui molto tardo acconsentire V andata vostra di corte, la quale io 
non giudico essere stata disutile, avengadio che per lo mezzo di 
coteste pratiche si sia perduto tempo et quanto che sia di riputa- 
tione, pur siamo chiari di quello si dubitava. Tucte queste cose ci 
amaestrano a essere savj et dovere assummere la guerra animosa- 
mente per bavere buona pace. Et per questo effecto, el si e 'l non 
sia unitamente; et pregheremo Dio che aiuti chi ha ragione. 

Kacomandomi a voi. Florentie, die viJ Aprii is 1468, bora xvj. 

Petrus de ) ^ 

5 cosmb fiuus. 
Mbdicis \ 

(Fuori) : Magnifìcis tanquam patribus honorandis domino Octoni de 
Niccolinis et Macteo Palmerio oratoribus. Home. 



XII. 

1468, aprile 28. 

Magnifice eques tanquam pater honorande. Questo di ho la vostra 
de' XXI ; et visto quella dell'Ufficio, eie bisognava el puncto della ra- 
gione in vostra excusatione, sappiendo che nell'Ufficio sunt arma 
offèndibilia et defendibUia, et voi havete previlegio per l' uno et per 
l' altro. E' più lodano, et io con loro commendo, quanto havete seguito 



A OTTO MCCOUNI Òì\ 

inaino a qui, et più lo faremo se la conclusione sarà quale noi 
r aspectiamo et come sarebbe el bisogno nostro : la quale è in ef- 
fecto (parlando con voi solo com'io debbo et posso) ohe non si di- 
cendo la guerra come noi potremmo, che si tolga la pace quale noi 
la troviamo. De Oriolo, vi s' è scripto fate il possibile che si resti di 
chi egli è; non potendo, rimettetelo al Papa che lo conceda a chi gli 
pare, facto prima ogni experientia d' agiudicarlo al signor d'Ymola, 
che cosi si richiede per honore et utile della Legha. L' altre cose sono 
ridotte in buono termine, non sMnnovando altro. Per noi fa la pace 
come intendete : le conditioni d' essa, miglor che si possono bavere : 
tucte saranno buone et approvate se la unione si conserva, come 
insino qui s'è facto. Questa vi troverrà vicino o alla conclusione o 
alla exclusione; et forse, terminato o V una o l'altra, pregheremo Dio 
lassi seguire il meglio. Et voi conforto a taglare, cessando e pericoli 
della pestilentia, et ripatriare. Bacomaudomi a voi. Florentie, die 
xxnj Aprilis 1468. 

Petrus db ) ^ 
Medigis 

{Fuori): Magnifico equiti tanquam patri honorando domino Oc toni 
de Nicoolinis dignissimo [oratori] fiorentino. Rome. 



xni. 

1468, aprile 80. 

Benedictus dommus Deus Ysdrad, La pace abbiamo havuta, per 
g^atia di Dio et opera vostra; la nuova della quale io m'ho goduta 
et godo con gli altri cittadini et con tucto il popolo, la festa et l'al- 
legrezza del quale non ])otrebbe essere maggiore. Di me voglio piut- 
tosto tacere che dime poco, ma tantum est ch'io ho ritardato al 
farvi risposta; et non me ne curo, perchè etiandio voi sono certo 
non stimate questi piccoli errori, et bare temi per scuso. Havete 
conclusa la pace et in buona forma, et essendo facto el più et il 
meglio dobbiamo sperare che delle pratiche che restano non possa 
succedere che bene. Siamo al presente con processioni et elimosine 
per dimostrarci in parte grati verso messer Domenedio, dal quale 
questo et ogni altro bene procede, et lui sia pregato conservarci in 
pace per lunghi tempi. Siate aspectato da ciascuno con disiderio, 
io in spetialità disidero sommamente vedervi; che a Dio piaccia di 



-^» -i.n 1»« 



LETTEHK Ul PlKiW VI COalMU DE' MKDICI 

condnrvi & buon salvaiuento. A Monsignore lo prothonotario Rocclia 
priegho mi raconiaudiate et simile h mesaer Lorenzo. H. Colantonio 
. partito. ■SimUiicr mi racoinando a voi. Ex Floreutia, 
die xxi Aprilia 14'j8. 

Pbtros dk 
MBDicia 



COKMK FILIUS. 



(j-^ioriì: [Magniiico e^juiti tanquam patri houoraudo ['loiiiiiio Ocl]ol 
rie Niccolinis fiorentino [oratori]. Itome. 



n 



U&i, maggio 21. 

Magnìfice oques tanquam pater honorande (1). Dopo la conclti- 
B della pace facta et la stipalatione de' capitoli d' essa ci restii 
A a lare contento lo illustrissimo Duca di Milano pel &cto iti 
Savoya. Lodo et commendo del seguito, et credo, anzi sono certo, clic 
■> havete liavuto buona advertentia, né altro mancha che pia- 
3 quel Signore; et per tale effeoto vi fu veri srripto per l'Uflicio 
nostro tanto caldamente quanto intendete. Confortovi, per ben della 
LegH, per la conservatione della pace et pel debito nostro verso del 



(1) Questa lettera del 21 maggio 1468 e l'altra del 10 giugno ai ri- 
fbriBOorio al fatto seguente. II Buea di Milano aveva pregata il Papa 
di non includere i Savoitii hrIIb imce, sapendo che ciispìniviuiu contro il 
Be di arancia, e ]>erchè voleva esser lìbero di mover luru guein-a, quando 
a Maestà (AtraEijo Keuhont, Della diplomazia italiana «tal 
•ecolo XIII al SVI. p. 868; Firenae, 1867). Il Ke di Najxili invece tìiceva 
m brava miglior partito non suscitarla questione: ì Bb- 
a fiicendo porto della Lega poteva il Duca volgersi contro di loro, 
wnsa derogare alle condizioni della Lega stessa (TrìiKhcra, Codiet Aroffomate, 
p. 477, lettera CCCLX). Uà il Papa e ì Veneziani insisterono, e il Duca di 
Milano, sebbene molto a malincuore, dovetta cedere. Piire volle mandare 
una proteeta a tutti gli Stati della Lega ; e nou contento di ciò, stipulò 
anche un atto col Be di Napoli e la Signoria di Hrenze (29 giugno I486} 
[•er assicurare U loro aiuto nel caso che il Papa, ì Veneziani o altri gli 
dichiarassero guerra, se egli prendesse le porti della Fronoia contro la 
Savina (Bbouost, op. •:it., pp. D68, tJfJO. - Ved. anche FtiRuiirAnDo Oadotto, 
£o Siate Sa/-aaih, voi. II, p. 7). 



A orro NICCOLINI OO 

Duca, che colla vostra usata pmdentia «t sollecitadine procuriate, 
insieme con gli altri magnifici oratori della Legha, che per uno modo 
o altro lo illustrìssimo Duca di Milano resti satisfiBicto et contento, 
a ciò che parimente et di buono animo e' collegati possine godere 
el beneficio della pace: parendomi esser certo che dalla Santità del 
Papa ne sarà prestato aiuto et £Bkvore perchè, per cosa leggieri, non 
resti tanto bene indrìeto. Et l'oratore della illustrìssima Signorìa 
di Vinegia debbe dal canto suo aiutare tal materia, se con e£fecto 
come colle parole et dimostmtioni ci rìduciamo ad amidtia et fra- 
tellanza. Ben conosco questo caso bavere in sé diffieultà grandissima: 
pur volendo stabilire la pace facta et che ciascuno dorma a chiusi 
occhi è di bisogno, anzi necessità, eh 'e' Potentati contratti alla pace 
restino satisfeusti et contentL Et perchè io so voi pretendete a questa 
medesima volontà, non entrerò in lungo scrìvere. Solo vi prego et 
conforto al fine sopradecto ci si pigli qualche buona determinatione. 
Io vi mando con questa una lectera la quale scrivo al Papa: avengha 
che siate gran messo, vi prìego la diate in sua mano, che so lo fa- 
rete volentieri. Racomandomi a voi. Florentie, die xxj Maij 1468. 



Petrus de ) ^ 

; cosme kilius. 

Medicis ; 



( Fuori) : [Magnifico ejquiti tanquam patrì honorando [domino Oct]oni 
de Niccolinis [ora]tori fiorentino. Bome. 



XV, 

1468, giugno 10. 

Magnifice eques tanquam pater honorande. E pure il vero che, 
per nigligentia et per non avere di nuovo che scrìvere, ch'io vi 
resto debitore a rispondere a quatro vostre lectere, di che vi rin- 
^raldo et vi pregho [mi] perdoniate : che lo dovete fare perchè voi 
siate in parte cagicme di questa mia desidia et pigrìtia .... che sono 
state tante le trìbolationi passate che volentierì mi rìposerei et ùl- 
rèlo meglio .... interamente satisfìitto allo illustrissimo Ducha .... 
saio .... ogni cosa. E'si mandò il parere [de] la Maestà del Be circha 
a tale materia a Milano, et ... . che se v'avesse tro[vato] gli oratorì 
non gli are' mandati che alla avuta di questa saranno arrìvati costì 
et da loro intenderete il bisongno. Non lascerò dirvi che da loro ò 



LEl'1-KKE IH fliCKu Ili CUiJlMU Dt: MEDICI 

ritratto ohe la atipulatione fatta della pace noo derogbu a. quuilo 
ohe il Duulia dì Uilano richiede ; siche, per questo et essendotti sa* 

tiafatto per altra via, la legntioDe è stata superflua. Serve solamente 
a dimostrare iil Re di Francia la extimatione grande che il Duchu 
ne fa, e per l'obligho che s'è terminato tare et per la M.'-' del Be 
et per noi si dimostra la LuoDa intentiona coatro, et eosl ai vient 
a satisfare allo illustrissimo Uucha et u cattare gratta et benìvo- 
lentia dal He di Francia, Atendesi bora che determlnatione tarate 
por venire alla conclusioni et cavaroe d'impaccio: pur, benché anchora 
) a questo di della restitutione delle terre /line inde non ci 
sìa altro che buone parole, tamen io credo clie tutto sortirà, giusta 
l'ordine dato per lo Papa, buono effecto. Avesti i mandati e'qu[ali 
ri] richiesto : e ^e altro bisongna adomandate, et date modo a 
ripatrtare che .... Altro per questa. Racomandomi a voi. Floreutìe, 
dia X Junii 1468. 

Vester PErritus db ) 
Ubdicis 



CoSMK FI Liuti. 



c generoso equiti domino Otto de Nicholì 
) tanquam patri bonorando. Rome, 



14(J», giugno 18. 



i 



Magnifice eques tanquam pater Lonorande. Poi eh' io vi scrissi 
ho le vostre de' vini et de' -Xii ; et, per quanto scrivete all'Ufficio, 
gì' imbasciatori ducali orano arrivati; presto dovrete bavere au- 
dìentia et dare expeditione a quello che resta ti lìire: circa le quali 
i dirò altro, liaveudovene più volte scripto allungo. Questo 
non voglio tacere, die inaino a questo di non habbiamo la restitu- 
tione di Dovadola, et per quella resta di restituire l'altre; et intao- 
desi Bartholomeo ne Ak parole assai domestiche, n^ passa sanza in- 
carico della Signoria di Vinegia che ne fé la promessa come sapete; 
et ancora quello che v' avisa quello amico di quelli fanti si sono 
condotti a Siena col Sederino t et questo, et non vedere restituire. 
pare cattiva segno in medicina. A me pare che l' onore del Sancto 
Padre richiede che ta sententia di Sua Santità sia messa ad eSecto ; 
et ac«tò che la pace facta non si sturbi sì provegga alla restitu- 
tione delle terre per la Sua Santità, la qnale ancora sare' bene acri- 
k Siena non de.s.sono spalle o l'avori' a usciti o a rbi volesse 



A OTTO XICCOLINI Oi 

perturbare la pace. Questo dico perchè Niccolò fa gran taglata, nò 
pare ragionevole sanaa rioepto o spalle de'SanesL Sono certo che 
voi non credete ch'io lo dica per paura che ci £ftocia Niccolò, ma 
non mi piace che la pace sia prima intorbidata che facta; e questo 
ch'io vi dico non lo fo sanza cagione. Io vi conforto a spacoiar>'i 
presto di costà et venirvene, ohe comprendo in cotesta stanza non 
sia grascia. Né altro al presente. Bacomandomi a voi. Florentie, 
die xviij Junìj 14G8. 

Petrus db ) ^ 

{ Ck>SME FILIUS. 

Medicis ) 

•' Fuori) : [Magnifico] eqniti tanquam patri honorando [domino Otto]ni 
de Niccolinìs dignissimo [oratori fjlorentino. Rome. 



xvn. 

1468, luglio 2. 

Magnifico eques tanquam pater honorande. Io ero restato di 
scrivervi per non bavere cosa che importi, et appresso stimavo 
voi dovere partire più presto che non havete facto. Ho dipoi le vostre 
de' XXVI et xxvu con la copia etc. Et prima, alla parte del Sederino 
che se n' è venuto in costà, è stato questo insulto da usciti più di 
parole et obstentationi che facti; et se havessono a fare con chi vo- 
lesse loro &re el dovere si farebbe loro et presto, perchè ne por- 
gono ^Bkcultà grandixima. Sono cose da stimarle poco, et io le stimo 
meno (1). Ben vi dico che l' aviso che havete avuto di costà non era 
a tempo, perchè dii Perugia et per le terre della Chiesa passorono 
insino a'xu del passato, et a Voi è notificato costi a'xxvi. Seppesi 
di loro partita, et cosi siamo stati informati al continuo d'ogni loro 
processo et èssi provisto a tutto in buona forma. £t li Sanesi si sono 
portati in modo che meritano commendatione et restianne loro obli- 
gati. £t benché sieno cose di qualità da tenerne poco conto, s' è pure 
inteso la buona volontà dello Arcivescovo nostro et delli altri, che 



(1) Oredo che Piero alluda aUa stesisa congiura dei fuorusciti neUa 
quale ebbe parte Lorenzo Sederini, e di cui i'iero parla presso a poco 
nei medesimi termini nella sua lettera del 20 febbraio 14(>7 (stile fioren- 
tino). Infatti dice in quella : « et cosa da giovani et ])oco da stimare ». 
«' in qu*>sta: « sono cose da stimarlo jnxo et io le stimo meno i». 



giuocano del disperato. Et credo che al fecto dell'Arcivescovo ai pi- 
glerà forma cbe coli' entrate della Chiesa non faccia peccato et si- 
mili errori; et il Papa doverrebbe provedervi per lev-are via scandalo. 
Io intendo quanto havete seguito circa alla intimationa et il nomi- 
nare, che mi paiono cose ridicule; et secondo me la Santità del Papa 
ha ragione: et benché sieno cose leggieri, quanto per me volentieri 
ne compiacerei a Sua Beatitudine! Et è il vero che il nominare de'Vi- 
nitiani per risalvare etc. è più giustificato. Ben può easere certa 
la Sua Beatitudine che noi non ci siamo mossi altro che a buon 
fine ; et solo b' è nominato quelli della pace da Lodi, parendoci che 
questa in gran parte pigli forma da quella. La quale voglia Dio che 
sia meglio observata! avengadio che in su questi principi! non se 
ne vegga quelli buoni segni che io vorrei ; perché inaino a questo 
di la roBtitutione delle terre non è seguita, non obatante che, a ri- 
chiesta di messer Niccolò da Canale oratore vinitiaoo, si mandò 
messer Bernardo Buon girol ami, et èssene tornato re àifecta. Et Bar- 
tolomeo Colioni s' è partito di ttomagna insino a' di 27 de! passato, 
et li Vinitiant hanno fornito in nome loro e di loro gente Dovadolu 
et gì' altri luoghi, et restano le cose cosi sospese che a ine non piace 
nò e' è r onore di Nostro Signore. Il perchè lodo et commendo el 
mandare messer Domenico da Lucchn; et quanto pit'i presto, meglio. 
La lettera di vostra mano de'2T non m'è parso mostrarla nò mecterla 
in pratica, che per le ragioni che voi medesimo schiudete sari» 
sauna fructo alcuno, maTÙme essendo spirato l'ulfi.cio do' Dieci. Ben 
potete certificare la Santità del Papa che non solamente delle cose 
sue ma delle nostre staremo patienti et contenti ad ogni determi* 
natione di Sua Sanctìtà, stimando die ogni processo di quella bìu 
fondato in gìustitìa et ragione. 

All'avuta di questa vi sarete aboccato colli ìmbasoiadori ducali, 
et circa la promessa dello 111.'"° Duca di Milano exeguito quanto 
havete in commissione: et tornato, vi contorto ad expedirvi di quello 
ohe resta costi et ritornarvene. Et potete liberamente venire per 
quel cammino che più vi piace, che perobt 1' asino ragghi forte et 
habbìa grandi orecchi non ò da temerne. Biasimerei la troppa sicurtà 
ina per la gratia dì Dìo né l'uno rispeci» 
mpedimento. Racomandomi a voi. Floreii- 



et aiuiile troppa paura : 
uè r altro vi può dare ì 
tie, 2 Juli) 1468. 



p. cosjie dk 
Mbdicis. 



lori); [Magnìfico] equiti tanquam patri honorundo |doi. 
de .Vicr.olinis dii;iils':inio [orntori f)lori-ntino. Home. 



oOetolni 



A OTTO NICCOUNI 5U 



xvm. 

1469, luglio 28. 

Magnifice eqnes tanquam pater honorande eie. Ho havnto la 
lettera di V." Magnificentia, et inteso quello havete facto circa le 
cose publiche. Commendo et laudo tucto, et m' accordo con voi, che 
faccendosi strepito pure d* altro che di parole Nostro Signore non 
sarà tanto duro, et certo credo sia cosi. Tamen lauderei sempre 
V andare lento gradu, perchè potrebbono pure nascere cose che sono 
gìk concepite et sono fra via, che per aventura Sua Santità mute- 
rebbe sententia. Sicché ve ne so confortare. Intendo ancora quello 
dite di mesa. Dietisalvi: parmi gli rispondessi saviamente. Non mi 
extenderò circa questo perchè sono cose da non si ottenere, et però 
da non ne parlare. Racomandomi ad voi. 

Ex Caregio, die 28 Julii 146D. 

Petrus db Medici» 
cosme fili us. 

{Fuori) : Magnifico equiti et egregio legum doctori domino Othonì de 
Nicolinis oratori fiorentino apud Summum Pontificem, tanquam 
patri honorando. Rome. 



.♦-^ 



U SOCIETÀ COLOMBARIA DI FIRENZE 

NELL'ANNO ACX^ADEMICO 1896-97 



Bappobto letto dal Seoretàbio Cav. Prof. AUGUSTO ALFANI 

NELL^ADUNANZA SOLENNE DEL 80 MAGGIO 1897. 



Inaugurava la serie delle nostre letture in quest'anno il 
Socio Urbano Q, B. Ristori con Alcune notizie sul Palazzo 
del Vescovo Fiorentino le quali dovetter destare anche maggiore 
curiosità oggi, che, nel riordinamento del centro della città no- 
stra e nell'ampliamento della Piazza del Duomo, abbiamo assi- 
stito alla parziale demolizione della vecchia sede arcivescovile, e 
poi alla sua bella ricostruzione su nuova linea e su disegno presso 
che identico. Il Canonico Ristori giustamente giudicò di utilità 
non me<ìiocre l' ordinare in acconcia monografia quanto gli era 
venuto fatto di spigolare in più luoghi e in più tempi intomo a 
questo palazzo ; e leggeva ai Colleghi il suo studio, premettendo 
come una storia compiuta di quelF edifìcio potrà aversi soltanto 
dopo una indagine lunga e diligente negli archivi, segnatamente 
in quello arcivescovile e capitolare. 

Quanto, poi, egli ci disse del Vescotxido Fiorentino e delle varie 
residenze del Vescovo, male si potrebbe comprendere in un breve 
Rapporto; se non che il nostro collega vi ha provveduto opportuna- 
mente, pubblicando il suo scritto néìV Archivio Stmnco Italiano (1) ; 
a quel modo che per la sua propria lettura vi ha provveduto il 
MiNUCCi Del Rosso, il quale con la consueta accuratezza e con 
la solita forma spigliata e' intratteneva intomo ad Alcune colonie 
greche nello stalo di Siena sotto il governo Mediceo (2). Di guisa 
che, mentre può apparire superfluo di rammentare come V una e 
Y altra di queste letture non riuscisse punto inferiore alla valen- 
tia de' due operosi Colleghi ; non è inutile aflatto che io qui li 



(1) Anno 1896, to. XVIII della serie V, p]i. 58 e so^g. 
02) Mi9cen. «tor. •SVm'w, 1896, fase. U-IJ. 



I 

I 



LA SOCIKVX COLUUBARLA DI FIRENZE liC. uT 

ringrazi per over essi coti queste pulitili cagioni oppoiluin' rJBpur- 
ui&to a me il pericolo di f;uaatai-e con un monco riassunto le loro 
fldittiiTe, a voi, Signori, la molestia di assistervi. 

N'oli altrettanto mi è consentito pienamente di fare per le let- 
tore clie a queste seguirono; ma in part« si anclie per esse, poiché 
indubbiamente verranno pur queste pubblicate fra breve; quella, 
vo'dire, dell'avv. G. 0. Cohazzini, e l'altra di G. C. Carrarcsi, 
molto diverse tra loro per 1' argomento, non punto djasìmiii por 
importanza e attrattiva. Che il primo, cioè il Corazzini, nel rì- 
oomporre la storia privata e la pubblica dell' antica Famiglia Qìie- 
rardini, e nel maestrevolmente connetterla cm quella tumultuosa 
a spesso ci^dele delle fazioni e del tempo, lino alla distruzioni^ 
del Castello di Monlagliari che ad essa famiglia appartenne, an- 
cora una volta ai affermava il brioso scrittore, nel quale (come 
già ebbi a dire di luij il culto degli studi eruditi e lo scrnpolri 
nelle ricerche, sembra si vadano affinando cogli anni, come sem- 
bm altresì che in hii si acuisca quell' arguzia nativa, e, se vo- 
gliamo, talora mordace, che aggiungo pregio a' suoi scritti, e li 
sottrae al rischio di quella monotona musonerta che non di rado 
< é U peccato originale di questo genere di scritture. 

Il secondo, cioè il Carharesi, parlando del Peigamo scolpito, 
marmo, di San Piero Scha-nggio, e che ora si trova nella chie- 
Mtta suburbana di San Leonardo in Àrcetri, prese in esame le 
tradizioni die a questo pulpito si riferiscono ; e con quella sere- 
niti, che è e<:jmpagna costante de! vero, le riprodusse, le analiza'i, 
e, in quel che dovevasi, le confuto, scendendo alla conclusione 
, che questo pulpito non poteva appartenere alle prede che si ve' 
gliono effettuate sui primi del mille dai Fiorentini nella città di 
Fiesole, dalla quale città si afferma provenisse quel pulpito : 
è provata la insussistenza della presa dì Fiesole da parte 
Odi roilledieci. Esposte quindi la vicende di quella antica 
i danni ai quali aiid<') incontro quel pulpito, dimostrava 
modo per cui finalmente pervenne in Arcetri. Lo descriveva 
lucidamente, ponendo in eyidenz^i il disordine col quale sono oggi 
disposti i bassorilievi che lo compongono, ed affacciando il so- 
spetto che questi siano stati mal riconnessi fra loro, e scemi 
fora' anche di ano. E pur fissare, almeno approssimativamente, 
l'età a cui appartiene la esecuzione di questo pergamo, il Car- 
raresi lo poneva a confronto con altri due di tempo accertato; 



LA eOClGTA OOLOHUARIA DI FIRKK2E 

quello di Gròppoli, dell'ultimo decennio del XII secolo, e quello 
di San Bartolommeo in Piatoia, scolpito da Guido da Como nel 
1250 ; presentandoci (a i-ender più cliiaro ìt conironto) le foto^a- 
lie dell' iiìsieine, e di un particolare ingrandito, di ciascuno di 
questi tre pergami. E dal confronto risultava evidente U pergamo 
di Arcetri esaere intermedio, per tempo, fra 1' uno e 1' altro dei 
due chiamati a. riscontro, e appartenere perciò ni periodo interce- 
ilente fra il 1193 e il 125(>. E se al Carraresi non fu dato di 
significarci il nome dell'Autore, riusciva però a stabilire ctie que- 
sto pulpito fu probabilmente opera di qualche straniero tra quei 
maestri che lavorarono appunto in Italia nei tempi immediata- 
mente anteriori a quelli di Niccola Pisano, e che esso, nella serie 
dei pergami scolpiti, é in Toscana il secondo, e perciò di capi- 
rale importanza per la storia dell' arte. Onde ai voti, coi quali 
egli terminava la sua lettura per un razionale riordinamento di 
questo pergamo, partecipò l' intera adunanza, la quale ammirò 
nella scrittura dell'erudito collega quella sobrietà di analisi, quella 
sicurezza d' induzione, e quella singolare modestia, che egli uaa 
recare pur nel familiare discorso, e che alla saldezza degli argo- 
menti e alla giustezza delle conclusioni accresce per fermo tanto 
più di efficacia, quant' essa è più aperta e spontanea. 

E con la monografia del Carraresi chiudevasi la non copiosa, 
ma eletta serie dei nostri lavori, a così dire ufficiali, in qne- 
st' anno accademico. E ho detto ufficiali, perchè, propriamente, 
diede termine ad essa Lodovico Biagi, quando in una speciale 
amichevole conversazione leggeva ai colleghi buona parte di uno 
sna bella versione dell' Eliade, dello Shelley, ad averne da essi 
onesto e franco giudizio. Questa tragedia alla greca fu scritta 
dall'Autore nel 1822, quand' era appunto scoppiata la insurrezione 
dei Greci, aspiranti a libertà, contro i Turchi ; è composta ae- 
gnendo le notizie che di giorno in giorno venivano sui giornali, 
e dentro ad essa spira grande e puro entusiasmo per la causa 
ellenica, tanto che lo Shelley termina il dramma vaticinando il 
tramonto della mezzaluna; mentre un coni stupendo levasi a can- 
tare con elegantissimi versi il trionfo della civiltà cristiana, e Ìl 
risorgimento pohtico della Grecia ; di quella terra (come testé disse 
alla Camera ìl suo Presidente) cui appartengono i progenitori del- 
l'amano pensiero ; di quella terra, il cui nome è una specie di reli- 
gione per tutti gli spiriti innamorati d'ogni cosa bella e magnanima. 



AQa SUB versione premetteva il Biagi un' awMHifiu avvpr- 

tcazn Bill carattere e sul valore letterario dell' opera ; e le vario 

parti che di qnesto ilramiiw ci lesse ebbe cura di oillegare fni 

loro via via con parole sue [iroprie. La bellezza poi singolare di 

queste parti, e il modo veramente forbito onde il Biagi seppe 

renderle nel nostro idioma, non ìsfuggirono all' osservazione de- 

gì' intervenuti ad uiìirlo, e che gli diedero lode sincera. Né solo 

), ma eziandio per la speciale opportunità del soggetto ebbe 

plauso; e al vaticiaio con cui 9i cliiudeva quel poema mirabile 

I TiBpoaer gli auguri d'ogni anima gentile, e cm essi la comune 

1 speranza; poiché il sole del diritto e la luce della libertà, chi 

I «hbia cuore temprato a sensi generosi e a rettitudine di aspira- 

xioni, male si rassegna a temere, nonché a vedere, offuscati dalli- 

I nubi dell' egoismo, e intorbidati dalle caligini del tornaconto. 

E qnando ciò avvenga, la fede nelle umane giustizie si am- 
nta a l'animo sfiduciato si abbatte, quasi vela al calare del 
Evento; come più che. mai ne^li ultimi anni della sua vita lamen- 
Itavail collegi! nostro Senatore Narciso Feliciano Pelosiui, pur 
moso, pur al euergico sempre nell' operare per la ginstizia 
B per gli alti ideali, o nel combattere ogni ragione di ostacoli che 
opponessero ai fini della sua volontà, la qnaìe parve sempre 
ili ferro. Che ìl Felosini fu veramente fattura dì sé medesimo. Suo 
era un maestro elementare, e, dimque, un povero uomo, che 
t tempo avanzato rivendeva terraglie e cuciva da sarto, per tirar 
sa meno peggio la famiglia sua numerosa. E ìl Peloaini, al con- 
trario di molti che ingenerosamente s' industriano di celare la 
f>ri^ne loro modesta, se ne gloriava, onorando cosi maggiormente 
^L il san buon padre e ac stesso. Dal Seminario di Montepulciano, 
^B^ dove in principio studi<\ e dove subito manifestava ingi^gno vi- 
^^Lvace e versatile, e quella singolarità, se addirittura non dicasi 
^^Hatravaganza, di modi, che mai non perde finché ei visse, recavasi 
^^Kk Pisa per compiervi ìl corso di ginrisprudenitn, aiutato dalle 
^^^ amorose economie della madre solerte, rimasta gii vedova. Lau- 
reatosi, esercita V avvocatura, o lavorò con indefessa costanza. 
Di Francesco Carrara luminare del diritto penale, come a Fisa 
frequentato avea le lezioni, cosi frequentò in Lucca lo studio, 
traendone il maggiore profitto, allorché du sé solo ebbe ad affion- 
i tare le difficoltà della vita, ed a vincerle. Sorti da natura elet- 
^tissime doti, e, fra le altre, una rara eloquenza, che in luì risai- 



tftva unclie più per U sapiflote n purissimo eloquio toscauo, •- per 
gli sprazzi frequenti del suo spirito geniale ed acuto, e pel suo 
gesto sempre elegante, composto, quasi direi aristocratico. Non & a 
dire, pertanto, se egli in breve si acquistasse nome illustre nel foro, 
dove anche per la svRriatissiina erudizione e la cultura tinissimn 
ravvivò le splendide tradizioni della curia ti^scana, segnatamente 
nella trattazione delle cause penali, ove ebbe senz'altro celebrità. 

Toscanaujente fiero e geloso del nome suo, dinanzi a nessano 
si piegò mai ; poclii de' suoi avversari furono risparmiati dalle 
frecce della ana ironia, classicamente temprata. Che anzi, per 
quella fierezza sua ingenita non sempre n\m:x a contenere in li- 
mite discreto gli sdegni; non fu però vendicativo giammai, e dò, 
per il carattere suo supremamente irritabile, non è merito lieve. 

Fu Deputato al Parlamento, poi Senatore del Regno ; oon- 
nervatore in politica, onesto fino allo scrupolo in ogni officio; biE- 
zarro, come ho detto, nelle abitudini, popolarissimo, e perciò da 
alcnni molto stimato ed amato, focosamente combattuto da altri. 
Credè anzi (fu scritto) di avere sempre accanto a sé un qualche 
persecutore; ma questo qualche persecutore non fu in sostanza altri 
mai che l' ombra sua propria. Anche pili che di dotto, ebbe amina 
di letterato e genio di artista; padrone, ripeto, d'ogni bellezza 
di nostra lingua, riproduttore originale delle sue piii fine eleganze: 
onde la r. Accademia della Crusca Io volle tra i suoi Corrispon- 
denti, ed egli di ciò si compiacque altamente. Credente, senza né 
intemperanze né umani rispetti, fu assiduo e dotto cultore della 
Bibbia, nella cui lettura fu salutato maestro per retto criterio e 
dottrina, attinti entrambi dallo studio dei Padri, e in ispecie di 
Anselmo e Agostino. 

Dei vecchi profeti (ricordava un suo amico e biografo) piaoe- 
vagli riportare sovente le espressioni e le formule; ed essi pure 
imitava, ritirandosi di tanto in tanto nella quiete dei cari sunt 
colli pisani, dove davasi tutto agli studi prediletti e geniali. K 
in quelle solitudini trovavaei bene; e l'artista attingeva lassù 
ispirazione, arricchendo l'arte di gioielli, per altezza di concetti e 
venusti di forma preziosi. 

Con gli anni però, ma più pe' dolori suoi gravi, l'energia 
dello scrìvere sembra si aflìevolìsca : il Peloeini riacende dalle sue 
cime tranquille ed ispiratrici al piano faccendiero e tumultuoso, 
e, prima dell' uomo, sembra in lui si spenga l'artista. 



le sue I 
taoso, I 



^^ ricordi 
^^Megno i: 
^H^e prò 



n Pelosini moriva infatti pochi mesi dopo, il 9 luglio del 1896; 
a distauza di pochi mesi lo seguiva nel sepolcro un altro no- 
stro collega, il prof. Cosimo Conti, anima appaasionata dell'arte, 
(xitìco di essa pregiato, fiore di galantuomo, e ohe io vorrei po- 
tere commemorare non al tutto incompiutamente, se la modestìn 
in cui, più che racchiudersi, parve sempre volesse vivere, direi, 
rannicchiato, non accrescesse la difficoltà di parlarne a dovere. 
Destinato dal padre al commercio, riuscì il Conti a vincere la 
opposizione paterna, e a darai al disegno ed alla pittura, L'scito dal- 
l'Accademia, eepose con trepidazione vari dipinti, e nel 1859 vin- 
ceva il concorso bandito dal Governo Toscano pel quadro L'ecà- 
t àio della famiglia Cignoli distinto con una medaglia alla prima 
esposizione italiana del ISUl, e che oggi ai trova nella nostra 
Galleria dei quadri moderni. Vinse il Conti questo concorso senza 
Hollecitazione di favori, senza elemosine di protezioni ; e fra' suoi 
ricordi minati, che ho potuto vedere per gentile corteeia del suo 
nipote o nostro collega Giuseppe Conti, fra le altre cose 
I provano 1' ornile s:-ntimento e la diffidenza che egli aveva di 
*Bè medesimo, leggesi scritto da lui questo voto: « Dio voglia che 
« anch' io possa mostrarmi non indegno della speranza di chi mi 
« ha giudicato, e del mio diletto Paese! ». 

Più tardi, però, Cosimo Conti, anziché alla pittura originale o di 
invenzione, sì dedicava quatti inbiramente al restauro degli antichi 
dipinti j art« di suprema difficolti, e che richiede non solo un finis- 
simo gusto, m-A una tecnica notevolissima; e ciò non pertanto, i 
reetanri dii lui condotti (basti per tutti Ìl restauro degli at&eschi 
dì Santa Trinità) gli hanno meritato plauso ed ammirazione. 

Pubblicò importanti monografie, una delle quali sul Palazzo 
Pitti qui letta, e amorosamente illustrò gì' inventari dell' antico 
Guardaroba Granducale e le collezioni degli Arazzi, E questa pa- 
rola ci riconduce col pensiero alla parte cospicua da lui avuta 
nel daoorare di arazzi la sala dei Dugento, quando il Comune di 
Firenze, venuto in possesso del Palazzo Vecchio nel 187*2, poneva 
mano ad adattarlo per In sua residenza, e destinava quella sala 
Btopeoda per le adunante del Consiglio con savissima scelta, poi- 
ché «asa cosi nei tempi repubblicani come sotto il Principato ebbe 
ngoale destino. 

Si pensò allora a rivestirla con arazzi, e già a caso questi 

tuo, quando a Cosimo Conti sovvenne l'idea che do- 
. Sroa. It., 



m 



LA SOOIBTA roU)HB ARIA DI riRBKZB 



vevano esaervi sempre le Tappezzerie, fatte tessere e-spressamenl* 
da Cosirao Primo ; e dopo esser venuto nella rartezza che, infatti, 
trovavansi nella Guardaroba della Reale Galleria, Io significa a 
Ubaldiao Perozzi, sindaco allora della città, e questi, ringrazian- 
dolo, lo invitava a compiere le ricerche, e poi gli affidava l'inca- 
rico della direzione ed esecuzione del delicato lavoro. Or qui dav- 
vero si parve la nobiltà dell' ingegno del nostro Collega. Poiché. 
messosi all'opera, e trovati dieci grandiosi arazzi della storia dj 
Giuseppe, unitamente ad altre parti decorative che completavano 
1' aBsieme, ebbe non poca pena a disporli a misura ed in ordiu<" 
cronologico, e pia ancora per adattarvi quei due che stanno iv 
contorno delle porte architettate da Baccio d'Agnolo, in quantj> 
che non tornavano più con la presenta disposizione della sala. 
Pose rimedio a ciò con grandi aggiunte, dipinte a imitazione ma- 
gistralmente ; e poiché altre parti decorative eran perdute, foce 
lo stesso [)er alquanti pilastri e sopra llines tre che or si confon- 
dono coi veri arazzi. Giunto (inaijnente dopo quasi an anno dì pa- 
ziente lavoro presso che al tannine, cousiglió al Comune la deco- 
razione a postergali di noce sotto gli arazzi, e persuase a Emilio 
De Fabris, assessore in quel tempo dei pubblici levori, come le 
imbotti delle finestre appena imbiancate non potessero rimanere 
cosi, facendo stridente contrasto con la ricchezza delle pareti. E 
non potendo egli, per la part*' di lavoro che gli restava a finire, 
prender l'incarico di decorare anche le imbotti, propose di rhia- 
mare a cif> il professore Gaetano Bianchi, il quale, infatti, egre- 
giamente li decorò in poco più di nn mese, e con due soli lavo- 
ranti ad aiutarlo. 

In questo lavoro, pertanto, il nome di Cosimo Conti è con- 
giunto con alto onore al nome di Gaetano Bianchì e di Emilio 
De Fabris, essi pure già nostri Colleghi, e tanto più universal- 
mente compianti, quanto più il loro nome suona oggi perdita irre- 
parabile per l'arte bella italiana; in quella guisa che per l'arte 
della educazione intellettuale e civile suona oggi non men grave 
perdita il nome di Giovanni Aimo, il quale ci lasciava quasi 
improvvisamente il 23 gennaio di quest' anno. Nato a Mondovl 
net 1830, trovavasi da ben cinque lustri in Firenze, amato da 
tutti, altamente pregiato per l' ingegno, per la virtù e per la di- 
ligenza paterna onde costantemente esercita l'ufficio d'insegnante 
e di direttore della nostra Scuola Normale femminile. Si vera- 



I 



incute: Iti siiii vita è statii un modello ili virtù come tiorao, ctime 
IiisegnaDte, come sacerdote, cbe mai non separò il più alto senti- 
uento del criatìano dal più vivi e retto amore di patria. Grande 
fu sempre la efficacia morale del suo insegnamento, perchè, o Si- 
gnori, iiuesta forte e simpatica fibra di Piemontese volle sempre 
al precatto congiunger l'esempio: e poreccLi dei gloriosi caduti 
di Adua, il Qalliano fra gli altri, furono discepoli prediletti di 
lui quand'era insegnante nella scuola militare di Asti. Senza lu- 
Btre, adunque, né vanità, bene meritò della educazione nazionale, 
della scuola, e in particolare del nostro Municipio, che gli affidò 
spesso uffici gelosi e importanti, ai quali sempre rispose con zelo 
sapiente, con rettitudine antica. E se il nome di lui non è di 
quelli che abbiano levato molto rumore diutoruo a. sé, è però uno 
di quei nomi che ricordano una vita feconda, e tutta svolta nella 
scuola, clie a lui fu tempio, famiglia, felicità, come poi gli fu pur 
troppo sepolcro. 

Quella armonia (dissi già parlando del professore Lodonco 
Fiaschi, e oggi ripoto non men giustamente per l'Aimo) quell'ar- 
monia che va serbata fì^ il cuore e la scuola, perchè l'opera della 
educazione si compia in beneficio dell' uomo e in perfezionamento 
sociale, intuì, rispettò, mantenne sempre inalterabilmente nel suo 
apostolato costante, glorioso, benefico. Numerose famiglie, e una 
folta schiera di alunni e di alunne rammentano con mesta e grata 
memoria l' insegnamento di lui, che sempre e dovunque irradiò 
Ince di virtù e calore di bene ; virtù e bene, da cui rampolla 
l' afietto e a cui corre ; onde spiegasi quella corrispondenza di 
affetto che si stabili e si serbò fin all' ultimo tra lui e quanti 
gli furon, per avventura, discepoli, Giovanni Aimo fu uno di que- 
gli nomini, i quali riceverono la loro patente di nobiltà direUa- 
■uietUe da Dio ; per valermi di una frase del Burus, felicemente 
ripetuta, toccando appunto di Lodovico Fiaschi, dal nostro Enrico 
Nencioni, mancato anch' egli or son pochi mesi, e oell'etÀ di soli 
56 anni, alle lettere, all' arte, all' amicizia, all' ammirazione di 
quanti lo conobbero, o ne lessero almeno gli scritti. Intelletto 
aperto a qualunque maniièstazione della bellezza, profondamente 
bnono, d' una gentilezza che parve muliebre, sgombro sempre da 
qualsivoglia preoccupazione, schivo di ogni arte dissimulatrice, 
aborrente da ogni senso d'invidia; le prospettive del mondo sen- 
ìMle fecero il Xencioni poeta, le osservazioni del mondo morale 



LA SOCIETÀ COtX>UBAaiA DI PIREKZE 

lo reaero pensatore. Chi non è vero Etrtieta, sfoggia (fu scritto) 

erudizione, e bÌ agita in dispate, dinanzi ad an' opera d'arte. 
Enrico Nencìoni dinanzi ad un' opera d' arte, perché artiata vero, 
sentiva, e per gli occhi, pure tacendo, rivelava tutta 1' 
mit£, poetica, sq^uisitamente soave ; qitell' anima che provò gran- 
disBimi affetti, e che grandissimi affetti ispirò. In lui l'ingegni 
la sincerità, il sentimento, la bontà, la dottrina, la compassione, 
parvero una virtù unica e sola, tanto ammirabilmente erano in 
quel onore contemperate ! In tutte le cose anco più umili, perchè 
animo delicato, ei seppe coglier bellezze gentili e la nota poetica, 
efifondendo fra le pareti domestiche e nell' aula scolastica la dol- 
cezza dei suoi mitissitni affetti. 

E queste finalità del suo spirito si rivelano tutttì nei versi 
bellissimi ed in ogni suo scritt') ; nelle sue Conferenze, il cui an- 
nunzio (nota Francesco Pei'a nella schietta affottuosissima biografia 
che ne ha scritto) fu sempre una festa per la eletta sodet& fio- 
rentina, perchè all' intrinseca virtù letteraria univa in esso il Nen- 
cìoni la estrinseca, ma pure non facile, e por tnnti'i desiderata 
virtù del saper legger cott grazia, e del colorire con l'affetto della 
viva espressione i suoi scritti ; nelle sue critiche di letterature 
straniere, segnatamente di quella inglese, dove fu insuperato : 
nelle sue lezioni di letteratura italiana &\V Intitnto femmintU di 
Magistero e del Poggio ImpeiiaU, dov' ebbe sempre parola piena 
di dottrina e di sentimento, e perciò calda, [wtente. Ma la critica 
delle letterature straniere soprattutto fu la sua predilezione co- 
stante, e, diremo anche, la sua suprema Wuemerenzn. R di qoAsta 
sua critica ha ben giudicato chi ha detto non essere Enrico Nen- 
cìoni un semplice espositore e commentatore di poeti stranieri, 
beasi un poeta, il quale interpreta quanto di più ìntimo è nel 
pensiero e nel sentimento di alti-i poeti, tutti anzi riconducendo, 
e quasi sottoponendo, a un sentimentn suo proprio. Egli aveva la 
rara dote di scorgere di primo intuito i difetti degli altrui lavori 
e le loro più riposte bellezze. Liberissimo in arte, a certe ten- 
denze dell» letteratura moderna fu perù severissimo, e l' indirizzo 
materialista dell' arte e della politica lo indignava, in quella me- 
desima guisa che ogni violenza contro il diritto ed il giusto lo 
inaspriva; se poi esercitata contro i deboli, contro i fanciulli 
ed i poveri animali, pei quali ebbe sempre un fortissimo debole, 
lo metteva quasi fuori di sé, Enrico Neucionì ai mantenne sino 



XKLL'aNXU ACCADSUICU 1896-i 



GO 



li 



all' ultimo ugnale aeinpre a sé ateaso ; fedele alle sue uredenze. 
■ Aereiio, benevolo a tutti, indulgente, pietoso; e se egli conobbe, 
Bvoiae Ilo detto, i più rari segreti dell'arte, non però li conobbe 
fd' osili ai'te, perchè, ad esempio, ijnella di saper oggi vivere, non 
natantn sì viva genialità d'ingegno, ni rara larghezza di cultura, 
i peregrina bontà di cuore, anzi perchè si buono (lo dirò con 
Kmesto Masi aiaìoissinio ano), dovè quell' arte mancargli, se in 
t«ntì anni di oneste fatiche e di lavoro continuo non s' imbattè 
I i& un quarto d'ora di buona fortuna, né usci mai da quella ras- 
segnata mediocrità di condizione in cui era nato ; sebbene al Nen- 
ojoni nella storia letteraria di questi trenta ultimi anni spetti, 
senza dubbio, un luogo notevole. Quelli die hanno conosciuto £n- 

Irìco ffencioni (prosegue il Masi) dicono che era bello, di aspetto 
g;éutile, aitante della persona, con una folta capigliatura, bionda 
|p ricciuta, un tipo, insomma, più rispondente anche nell'esterno 
Bile qualità dell' animo e dell' ingegno, di quello che fosse ora. 
Quando lo abbiamo conosciuto noi, era ^ià precocemente invec- 
efaiato ; aveva un alcunché dì gracile e di malaticcio, che, ama- 
lùle com'era, faceva da prima penosa impressione. Ma l'occhio 
et'B giovane, limpido, profondo come il suo pensiero, la fìsonomia 
mnbilissuna come la sua fantasia ; il gesto fSpreBsivo e nervoso, 
il riso schietto, sonoro, rame la sua voce ; e m parlando aniuia- 
vasi, quella prima impi'essione subito scompariva, e non e' era 
cbe ila lasciarsi andare alla letizia di un colloquio con lui conver- 

ÉHatore impareggiabite, e cosi gaio, vario, senz'ombra di vanità o 
dì pedauteria, e con tal copia di aneddoti e di reminiscenze, e 
eoo tali scatti di umorismo generalo e bonario, che di rado o mai 
abbiamo conosciuto 1' uguale. 

Il Nencioni (dirò conchiudendo di lui), fu egli pure conferma 

che 1' aH'ftto vero e sentito è, o Signori, il più alto e fecondo isjri- 

ratore ; e come ispira le ^andì manifestazioni dell' arte, cosi ispiru 

e governa le azioni più generoso e più degne. 

^M La quale sentenza, cosi semplice e pur tanto vera, •' pur 

^^f-tasto sapiente, io rileggevo testé con rammnrico fra molte altre 

^^Ejnir sapienti e pur belle sentenze, negli scritti di Pietro Dazzi, 

^^ftial quale veramente 1' affetto magnanimo ispirò la mirabile Istitu- 

^^^■knw, a cui audrà i nd iaaol ubi 1 mente legato il suo nome. Dire di 

^^■hhrì come insegnante, come is[}ettore delle scuole, come scrittore. 

^^Lteme educatore e filantr"po, mal si ]>otrebbe in cofii brevi confini 



Archivi, Biblioteche, Musei 



•Ht- 



Notizie storiche intorno ai documenti 
ed agli archivi più antichi della Repubblica Fiorentina 

(Sec. XII-XIV). 

SoMMABio. — I. Cenno intomo alle vicende delle istituzioni archivistiche 
durante i primi secoli del medioevo. - II. Varie specie di documenti 
della Bepubblica; i Capitoli. - III. Registri giudiziari. Registri per 
le entrate e per le uscite. - IV. Registri in materia legislativa e po- 
litica. - V. Registri della Cancelleria. - VI. Registri militari; do- 
cumenti diversi. - VII. Ordinamento delle amministrazioni pubbli- 
che nel secolo XIII. Necessità d'un regolare servizio archivistico. - 
Vni. L'archivio della Camera. - IX. L'archivio del Palazzo della Si- 
gnoria. - X. Conclusione. 



I. 



Le poche notizie, che ne rimangono intorno ai primi docu- 
menti ed archivi del Comune Fiorentino, non ci permettono di 
fame risalire V origine » quegli antichi archivi municipali, dei 
quali i Homani aveano saggiamente incoraggiata e promossa V isti- 
tuzione nelle loro province (1). Pure, se i Goti ebbero veri e propri 
archivi, e i Longobardi stessi sempre non ne furono privi, e, tanto 
meno, i Carolingi (2) ; se iu alcune regioni si ebbero fino al sec. IX 



(1) Dai tempi romani fino al sec. IX si ebbero nelle città francesi i 
Gesta municipalia ; ciò fa supporre ch'essi fossero pure in altre città del- 
l' Impero, e specialmente in Italia, almeno avanti le ultime invasioni 
barbariche. Ved. Bbesslau H., Handlmch der Urìcundenlchre, voi. I, p. 149 
(Lipsia, 1889). Cfr. Chiappelli L., Hecherches sur VétcU des études de droit 
romain en Tosoan au XI siede in Nouvelle Revue de droit franqais et étranger 
(Parigi, marzo-aprile 1896). 

(2) I Carolingi aveano archivi viatori, e depositavano nei diversi loro 
palazzi i più importanti documenti. Più trascurati furono ì loro succes- 
sori, giacché appena verso la metà del sec. XII si trovano tracce dell' ar- 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE lo 

ì Gesta municipalta, Firenze che fu, dai tempi imperiali, la prin- 
cipale, o fra le principali città deUa Toscana, dovette certo avere 
un archivio, che, verìsimilmente, fu distrutto durante le peggiori 
devastazioni barbariche, ma poi risorse per i bisogni dei privati o 
del pubblico. Costituito il Comune a libertà, sempre più vivo dovè 
sentirsi il bisogno d' avere un' amministrazione ordinata, e perciò 
di conservare documenti e memorie ; ma non è facile determinare 
con precisione quando e come a ciò si provvedesse. 

E noto come buona parte degli ordinamenti amministrativi 
di Roma fosse accolta dalla Chiesa, la quale pose anche somma 
cura nella conservazione dei documenti, promovendo l' istituzione 
di archivi, anche pubblici, presso gli innumerevoli vescovati, chiese 
e conventi di tutto il mondo (1) ; e si sa pure quale importanza 
da noi andasse acquistando l'istituzione del notariato. Ciò posto, 
non sembra fuor di luogo il supporre che a Firenze pure, come 
in tante altre parti d' Italia, il Comune primitivo, od anche il 
popolo, prima del suo libero ordinamento, conservasse i privilegi 
ed altri simili documenti negli archivi e ripostigli più sicuri delle 
chiese e dei chiostri (2). Rispetto, poi, agli altri documenti di 



chivio imperiale, che, però, solo nel sec. XIV ebbe un certo ordinamento. 
Anche i minori principi secolari trascurarono, in generale, la conservazione 
dei documenti. Cfr. le Leggi di Pipino, p. 123 (Rerum Ilalicarum, to. II, 
parte II); la Prefazione di P. Berti in Ada ffenrici VII (pubblicaz. 
postuma di F. Bomaini, Firenze, Cellini, 1877) ; Bresslau, pp. 131 e segg. 

(1) Sembra che due archivi ecclesiastici ben ordinati fossero a Lucca 
fino dai tempi longobardi, giacché in un documento del 763 si hanno le 
frasi : « ...in arcio ecclesie sancti Martini, ubi est domo episcoporum... », 
« in arcio... sancte Marie... ». Eispetto a Firenze, v' è memoria d' un 
convento esistito, verso la fine del sec. VII e il principio dell' VIII, nel 
pian di fiipoli, presso la città, ma nulla si sa circa il suo archivio : solo 
nel X, è ricordato quello capitolare. Ved. Labbaeus, Cona'liorum coUeclio, 
to. XI, 1874 D, 1881 B; XIII, 971 E, 1106 C, 1192 E, 1197 E, 1199 C, 1221 A, 
1299 E, 1246 B, 1268 A, 1287 A, e altrove (Venezia, 1730); Memorie e docu- 
menti per servire alla storia di Lucca, to. IV, pp. 271, 272, e 101 (Lucca 1811) : 
Davidsohn B., Geschichte von Florenz, to. I, pp. 70, 108 (Berlino, 1896). 

(2) E verisimile che, durante parecchi secoli, si facesse a meno di 
molte testimonianze scritte ; infatti in un documento fiorentino compilato 
fra il lini e il '103 si ha: « ...Domine, non est nostra consuetudo, nt de 
« decima vel feudo habeamus scriptum, unde habemus testimonia... ». 
Se delle scritture, però, ve ne furono sempre fra privati, tanto più do- 



76 ARCHIVI, DIBUOTECHE, MUSEI 

natura amministrativa, il Comune, dapprima vacillante, dovè va- 
lersi dei notari, i quali erano, per la compilazione degli atti, legit- 
timi rappresentanti dei supremi signori feudali ; e potevano, in certo 
modo, accrescere la sua stabilità, col mettere le deliberazioni sue 
sotto la protezione del diritto pubblico allora vigente. In tal modo, 
quand' anche V Imperatore non avesse voluto riconoscere ad esso 
l' indipendenza, i suoi atti avrebbero, pur nonostante, avuto va- 
lore, non foss' altro come quelli d' una società privata fatti in 
forma legale. E per ciò appunto, furono forse lasciati nei proto- 
colli notarili (1), che avrebbero, quindi, costituito i registri del 
Comune più antico. 



n. 



A mano a mano che la vita del Comune cominciò ad essere più 
rigogliosa e sicura, V amministrazione divenne sempre più ordinata 
e regolare. I notar i, che forse, da principio, uscendo dall' ufficio, por- 
tavano seco i loro protocolli, doverono cominciare a lasciarveli (2), 



verone esservene per gli afifari pubblici. Nel 1148, inoltre, si afferma che, 
mancando la fede, ci vogliono i documenti. Le leggi giustinianee alludono 
chiaramente agli archivi delle città, né li escludono quelle pubblicate 
dopo dai Longobardi e dai Carolingi. Gfr. Corpus luris Cwtìd», Cod., I, 56 ; 
X, 19, 71 ; XII, 49(4) ; Nov. 73, 2, 9 ; Davidsohn, 819, 663. 

(1) Durante i secoli XIV e XV, spesso atti di particolari associazioni, 
di uffict della Repubblica, e fìno deliberazioni della Signoria, furono inse- 
riti nei protocolli, od anche riuniti in volumetti, che i notarì portarono 
seco come loro protocolli. Lo stesso avvenne talvolta per gli statuti e per 
gli atti tutti dei comuni minori. Infatti, nel 1376, troviamo quelli di 
8. Donato in Poggio fra i protocolli di ser Bartolo di Nuto da Firenze, in 
un volumetto o protocollo ad essi esclusivamente destinato (Archivio Nota- 
rile AtUecosimiano del r. Architno di Stato, B, 688). 

(2) Se il nome di protocollo dei documenti può risalire alla nota disposi- 
zione giustinianea circa la carta da adoprarsi per gli atti pubblici, cosa di- 
versa sono i registri, di cui qui si tratta, ed è assai difficile scoprire quando 
ne cominciasse Puso, durato, poi, fino a noi. Nel 1186 un not€u:o fiorentino 
promise all'Imperatore di non scrivere (nel protocollo, secondo il Davidsohn, 
ma non sembra provato) false notizie ; 13 anni prima son ricordate le im- 
breviatore d'un altro notaro già morto, che pare corrispondano ai proto- 
colli, e fossero destinate alla conservazione. Non ne siamo, però, certi, e 
potrebbe darsi eh' esse fossero solamente schede ed appunti lasciati da 
quel notaro fra gli altri suoi logli. Ad ogni modo, stniibi'a che imbre- 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 77 

poi rinunziare ad ogni diritto su di essi (1), finalmente farne spe- 
ciali registri (2), che, presto accumulatisi, costituirono veri ar- 
cliivi amministrativi e politici (3). 

Del resto, 1' uso di questi registri, come si sa, era comunis- 
simo nel medioevo, e tutto fa supporre che il Comune Fiorentino 
quasi fin dalle origini ne fosse fornito (4). Infatti, il volume 2(> 
dei Capitoli fii fatto copiare da lacobus felicis memorie domini 
Henrici imperatoris tabellio negli anni 1216-16 (6), ma, per di- 



viature e pix>tx>colli più o meno regolari debbano risalire a tempi molto 
anteriori. Infatti, già nella prima metà del sec. XIII, i notar! a Firenze 
si consideravano quasi ufficiali pubblici, dipendenti, per certi rispetti, 
dal Comune, che regolava il loro servizio, s^ impossessava, dopo la loro 
morte, delle imbreviature, affidandole ad altri notari di sua fiducia, ec. 
Gfr. Corpus /. C, Nov, 44, 2 ; Cosentino G., / notari in Sicilia, p. 822, 
in Archivio storico siciliano, nuova serie, an. XU (Palermo, 1887); Paoli 
C, Programma di paleografia IcUina e di diplomatica, p. 54 (Firenze, 1888)*, 
Santini P., Documenti dell* antica costituzione del Comune di Firenze, pp. 7 e 
^gg- (Firenze, 1895) ; Davidsohn, 662, 668. 

(1) Nelle Provisiones canonizzate, del 1289, delle quali più oltre vedremo, 
determinato il salario per il notaro dei Priori, si stabilisce eh' ei, finito 
]^ ufficio, debba permettere ai successori, rinunziando ai diritti notarili, 
d'estrar copie dai suoi protocolli senza spesa alcuna. 

(2) I volumi e le serie, infatti, che ne rimangono, possono conside- 
rarsi come tanti protocolli notarili, scritti, per il comodo delle consulta- 
zioni, in forma migliore, e compilati con metodo uniforme; alcuni, anzi, 
presentano anche V aspetto materiale di veri protocolli. 

(8) Cktm'è noto, anche i Bomani conservavano i documenti, secondo 
la loro natura, in diversi luoghi e negli uffici rispettivi : e, per tacere 
d'altri, i Be Normanni ebbero a Palermo un' amministrazione ben ordi- 
nata, nei cui diversi uffici si formarono, a poco a poco, tanti naturalis- 
Himi archivi. Gfr. Bbesslau, 185, 186. 

(4) L'uso di registri pubblici fu, senza dubbio, a Firenze, antichis- 
simo. Secondo il Davidsohk (p. 755), già nei seco. XI e XII vi si sarebbero 
<x)mpilati quei registri di battezzati, che solo per le prescrizioni del Con- 
cilio di Trento divennero poi d'uso comune. A dir vero, però, non sem- 
bra che tanto possano dimostrare i passi citati dall'illustre Aut. Si 
scrivevano i nomi dei catecumeni ; ma chi dice che si scrivessero in 
registri destinati alla conservazione ? potrà darsi, ma non è certo. A Siena 
si ordina espressamente, dal Podestà, un registro d'istrumenti nel 1208. 
Cfr. G. ToMMASi, Dell' Historie di Siena, p. 185 (Venezia, 1625). 

(5) Yed. Santini, pp. ix e segg. Gli atti trascritti da lacobus giungono 
fino al 30 di maggio 1214; ne seguono, poi, molti copiati dai notari Formo' 



versi iiidizì, ni |ni6 supporre che molti suoi fogli e qmuler 
Bero già fatto papte d' un volume verisi mi 1 mente più antico. In 
seguito, il Comune fa uso wntinuo di queati registri, e presto <U 
fino incarico a certi uiBcialì eletti all' uopo di ricercare i docu- 
menti e farli in essi copiare. I più andchi registri, poi, delle Prov- 
visionì e delle Conaulte forniscono numerose notizie intorno a do- 
cumenti circa un dato nffure, una cittù od un Comune soggetto, a 
diritti del Comune, a trattati di pace o d' alleanza, a carta di 
Hottomissione, che debbono esser trascritte in quaderoi o volumi. 
Da tutte queste copie, per lo più autentiche, si formarono, a poco 
a poco, quei volumi, che, indicati nel linguaggio ufficiale pii^ an- 
tico della Repubblica col nome di registri, libri instruvìcntoninn, 
iitentoì-iali (1), furono nel sec. XV detti Capitoli, e costituirono 
la serie più importante dei documenti a noi pervenuti. 

I veri e più antichi libri d'istrumenti sono in piccol natnero, 
ina importantissimi ; poi la collezione a' accrebbe con documenti 
d'ogni specie, appartenenti alla HepubbHca od a città e comuni 
venuti sotto di essa, privati e pubblici, in materia giuriddiziunule 
politica, legislativa, giudiziaria, amministrativa, dal 1024 fi 



liaUlBIUUttlB u 

I 

riii]iiiiuil«WB 
t Comuiu dt ' 



gin», Liliia, Seleana, Trufectu», Btrlingeriu», Btniaeam, lóhamtu e 
CCr., per quel ohe A riferiace ai Capitoli, ed anuhe per ti 
OuisTi 0., Prefaaone ali' Jinvutai-io e regeito de / Capiloli del Comune Al 
Fùrmxe, to. I (Firenze, ÌS^)\ Giiebahdi A., Lt CoiuaUs della Bgpubbliea 
Firnvntùia, PrefiaionB (Firenze, 18d^9l!>-, Daviusorn, Fortchungm, 144. 

(1) Nel reg. 13 dei Capitoli (Protocolli) a e. 9S, nel 1279 ser Bonaignore 
di GuBMO, ohe poi fu tanta pari* dell'ammiiiistraKione fiorentina, scrive 
di un atto privato da lui rogato a Modena, che fu tmscrìtlo ih laemo- 
rialilita Coniiinu (di MudetiaJ; dalle Prvvàionei amcnixiats (e. 2) si vede 
uhe i aindaci della Camera doveano esarninare Ubeltum jiumoriaiiuin Co- 
vitrt; ed è noto <kiuig a Bologna esisteva l'archivio dei Memoriali o 
Coinmemoriali, clie fu ordinato da tre frati Godenti nel 12^. Anche 
negli statuti pisani del ISSti, si ha la rubrica ; • De actis, privilegiìs, 
• niemorialibwi, registris et iuribus pisani Cotnmunis.,. >- cosi in quelli 
di Piatola del 1296: ■ Quod re^istreutur in pteptoriali... Poteatas et Ca- 
■ pitanei... Statuimus quod regi streu tur... in libro aeu memoriali... r. Cfr, 
Boamti F.| SlaluH ùadiii dtUa cìUà di Pàa..., voi. I, p. 8T (Firun». 1861); 
FedbbiciF. D. H., Storia iWCamlicnGaud^li(Vencxia, 17S7), to. 1, p. 290; 
ZniaADUi L., SlaUlum Palalatii Comunu Pùlorii, anni MCCLXXXXVI, 
p. S23 (Uilano, Hoeplì, 1888>; e molti altri. 



AirTlORI LUCRIVI DI rtRBHZG 

il sec, XVI (I). La parte, però, pili notevole è cwstituifa disili istri]- 
menti giurisdizionali o politici, cioè dai privilogi, dai trattati di 
pace o d' alleanza, dalle sottomissioni e simili; e, per questi atti 
principalmente, la collezione pm'i paragonarsi a quelle d'altre re- 
pubbliche italiane, come i Libri pactoriim di Venezia, 1 Liìn-i 
iurium di Genova (2), E che in tali volumi volesse fa Repub- 
tilica rQnservare le prove de* suoi diritti e datila sua giurisdizione, 
si dasuiue anche dalla cura, con cui si registrano i nomi di tutti 
gli adulti, in specie capì di famiglia, negli atti di pace o d' al- 
leanza, di dedizione o sottomissione. Ma vediamo in che modo si 
(arfn&aaòTo i singoli volumi e l' intera collezione, 

I rettori della Repubblica ogDÌ tanto ordinavano registri spe- 
ciali degli iatrumenti più importanti, che si erano ac-cumulatl in 
archivio, o che erano stati qua e Ifi ritrovati. Per lo più, vi si 
copiavano, poi, di seguito, via via che si trovavano o si facevano, 
&Itri iatrumenti della stessa od anche di diversa natara. Questi 
volumi, almeno in parte, son rimasti, tali e quali, tino a noi, salvo 
alcune trasposizioni di carte avvenute nella legatura. Gli idtrì nu- 
merosi quaderni e fogli sciolti, che i Signori destinavano a questa 
serie di atti per la conservazione, venivano collocati in archivio, 
rìaniti a fìisci, alcuni fora' anche a volumi; e, numerati, distinti 
con segni speciali o con lettere dell' alfabeto (3), solo piii tardi 
foron ridotti, come ora sono, a volumi e legati, senz'aver molto 
riguardo, nell'ordinamento, alla cronologia, ed ottenendo solo, quasi 
cASualmente, nna certa distinzione per materie. Sembra, però, che 
dapprima non vi fosse l' intenzione d'unire tutte le copie in questi 



(1) Di tutti eùate un ìnTentario mt. ; dei primi IG V InsealaHo t 
HttUo nell'op. cit. / Capiloli..., to. I e II (Firenze, 1S66 e '9S), La coUe- 
iiuue («nata, comprese le Aggiunte e i ProfocDUi, d'oltre Vtì volumi, per 
lo più «saai grossi e membranacei. I registri compilati sotto il Principato, 
(Dclii !• poco ìmixircaati, uontengono documenti lino al sec. XVQI. 

(2) GtiisTi, Prefatione cit., xxj. Questa colleiioni. assai meno copioae 
ilella fiaraitina, risalgono rispettivamente all' 888 ed al 958. 

(S) Lo stesso accade anche in att:r' città; Ìd Siena, pei'ea., i oni oinqiH 
(rumcnComm, che contengono atti dal 935, Lanno, rispettivamente 
: Califfo dell'Assunta, Civleffo veccliio, Calefib nero, Cnleffo n 
ble0ètto. Per li formazione di questi ed anolie degli altri registri d 
lepubblìca in generale, cfr. Piou C., / fingue Califfi del r. Ardiivta t 

> in Sima, in JrckÌi!Ìo itor. Hai., aerie IH. to. IV, pp. i^\ e .^e-g. ai 
k ^f^fatànna cit. del Guasti, e Ghebardi, voi. cit., pp, ix e -^zii- 



UOTBCHB, MLSEI 

grossi volumi, giacché anche parecchi quaderni furono iudicati 
segni e nomi apdciali ; e questo fa supporre che allora s' avi 
intenzione di lasciarli per sempre a sé (1). 

Il più antico dei volumi rimastici, che fossero cominciati I 
veri registri, è quello già ricordato, di n. 26, Ne seguono, fra^^ 
più importanti, altri due di u. '29 e 30. Il priuio di questi, detto 
anche registro maggiore del Comune e segnato di lettera T, fii 
oorainciato a copiare nel 1253, per ordine di Lanibertino Lambertjni 
allora capitano del trionfante e potentissimo Popolo £orentÌDo, da 
un altro registro più antico, la maggior parte dei cui fogli si trova 
in quello di n. 26, « ... ut possint Comnnis inatriunenta in Igcis 
< plurìbus conservari, nec iura et rationea Comunia exiatentee in 
■ eisdem . . . pogsint de facili deperire » (2). Rispetto al ae<?ondo 



'ù; cosi molti altri con simili 



(1) Vi'', nii PS., il /ìuatemwi n 
nomi. Cfr. Kamtiki, 591; 

(2) Eccotifi il titolo prpp.iso, che piiù farci compienrlere come i- eoo qtiali 
ìntendimeuti si ordimissero, presso a poou, anche gli altri re^stri (Sahtimi, 
l>p. XI e segg.) : • In nomine domini nostri Icsu Christi, amen, et glorioae 
' Marie virginis sue matris, et beatìsalmi loliannis Baptiste e 

• sanctoruni et sanctnrum eiusdem. Incipit liber contmctum et ' 
■1 torum Comuni^ Florentia, sxeuiplatorum de vsterì libro i 

■ rum, tempore nobilissimi viri, domìni Lambertìax domini Ouidonia Lam- 

■ bertini, capitane! triumphantis et potentissimi Populi Florentie, et viro- 
•I rum prudentium Antianorum eiusdem Populi, nomiuu quorum nuot hec; 

• Doininus Albizus Trio ci avelli a, dominiis Fortebraccius de Kighìno, tU' 

■ dex, Guido Bicciì, Donus Finiguerra, Aimerius Cosa, Oualterone I^ia 

■ lordani, Bainerius Boccia, Giunta Belliacìonis, Canbius Bugerotti, Capi- 
< taueue Folchetti, Oiuota Villanuzzi et Dietisalvi Abbatenemioi •. 

■ Qui dominus Lambertinus, capitaneus, et Antiani superioa nomi- 
« nati, fecerunt ad utilitatem Comuni» Florentie scribi et exemplai'l hunc 

■ librum instrumentoruin i>t contractuuui Comunis Floreutie, ut possint 
« Comnnis Instrnmenta in locis plurìbus conservali, neo iara et rationes 
» Comunis existentee in eisdem poasiut, vel valeant, de fiicili deperire •, 
In prinoipio del volarne, è l' indice dei documeuli, che incomincia cosi 
(ved. 1. oit.) : • In nomine domini... Hoc est repertorum totiua registri 

• Comunis et Populi florentiai et instxumeutorum et aliarum rerum exi- 

■ stentìum in ipso registro, tani antiquis temporibus quam moderno tem- 

• pare oontractorum , conipositura et ^icriptum jier me Locterium Salvi de 

■ Oerrelo, floreulinorum civem notaritim, eiusdem registri scribam pm 

■ dicto Comuni et Populo deputatum t. 

■ In primis •{uidein rugìstrum maitis dicti Comunis signatum per T., 
« habet in se instrumenlorum et rerum oontin''ntiam et tenoreui, et beo 
(snnt... *. 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 81 

fu pure copiato in gran parte al tempo di Guglielmo Rangoni, 
nel 1253-54 ; gli atti dei due registri cominciano, rispettivamente, 
dal 1138 e dal 1156. 

Degli altri volumi, parecchi hanno in principio un'intitola- 
zione, dalla quale si vede com' essi nacquero, per cosi dire, al- 
meno in parte, veri registri. Quello segnato di n. 1 comincia 
dal 1329 ; il 3.», dal 1202, e fu ordinato nel 1253 da Lambertino 
Lambertini capitano del Popolo, poi fatto continuare, come il 30.^ 
surricordato, nel '54 da Guido Rangoni, pure capitano; il 24.<), che 
fu copiato da due altri antichi registri del Comune d'Arezzo, co- 
mincia dal 1024 ; il 25.^, è un « . . . exemplum quorumdam instru- 
« mentorum et scripturarum repertarum in archivo Comunis Flo- 
« rentie ... » : il 27.^ è un «... novum registrum et liber Comu- 
« nis et Populi fiorentini . . . inceptum feliciter et victoriose, sub 
< annis . . . millesimo trecentesimo trigesimo ... ». L'undecimo, poi, 
contiene parecchie costituzioni sinodali promulgate nel 1327 dal Ve- 
scovo fiorentino (1), molte provvisioni della Balia creata per rifor- 
mare la città dopo la cacciata del Duca d'Atene, ec. Nel reg. Id,^ 
sono molti slmndimenti e condanne pronunziate, comprese quelle 
del 26 gennaio e 10 marzo contro Dante Alighieri, 1' anno 1302, 
dal famoso podestà Gante do' Gabbrielli da Gubbio (2) ; nel 22.® 
atti concementi il Duca d'Atene e molte lettere della Signoria ; 
nel 37.® vane condanne per trasgressioni alle leggi dell'Annona, 
del 1340 e '41 ; nel 39.® il processo fatto, per ordine pontificio, 
l'anno 1346, contro l' inquisitore Pietro dell'Aquila; nel 42.® una 
copia degli Ordinamenti di Giustizia, ec. 

m. 

Oltre i Capitoli, diversi altri antichi registri, in cui si scrive- 
vano le cose più notevoli dell' amministrazione, pervennero fino ai 
nostri giorni. Di natura svari atissima, ci forniscono notizie pre- 
ziose intomo alla vita dei cittadini ed all'amministrazione dello 
Stato, il quale, anche allora, come ben si comprende, avea non 
pochi uffici. 



(1) Pubblicate nel cit. Inventario dei Capilolif pp. 4-49, to. II. 

(2) Id. da P. Fraticelli, nella Vita di Dante, pp. 147-152 (Firenze, 
Barbèra 1857). 

▲bcb. Stob. It., 5.* Serie. — XX. 6 



82 ARCHIVI, BIBUOTECHE, MUSEI 

Gli atti giudiziari costituiscono una fra le serie più importanti 
di questi registri (1). 

E probabile, come abbiamo notato, che ve ne fossero di re- 
golari assai prima, e subito dopo l' origine del Comune, e che poi 
venissero, per varie ragioni, distrutti o dispersi. Notizie precise 
intomo ad essi non* troviamo prima del sec. XIII ; ma è certo, 
per una frase di quel registro del vescovato fiorentino, che è co- 
nosciuto sotto il nome di Bullettone, che gli atti si 'scrivevano 
già nel 1130 (2). Nel 1172, poi, troviamo tribunali regolarmente 
costituiti in Orsanmichele, con propri giudici e notari (3) ; e nel 
1180, un notare scrivano delF Ufficio delle inquisizioni (4). Nel 1182 
son ricordate le lettere giudiziarie o precetti del Podestà; esse 
pure doverono essere regolarmente registrate (5) ; è certo almeno 
che ciò si faceva nel 1245 (G). Nel 1204 il Comune si obbliga di ren- 



(1) Gli atti giudiziari, o quasi, dei tempi repubblicani risalgono al 12r»() 
(dei Capitani di parte Guelfa), al 1343 (del Podestà), ec. 

(2) « Quali ter Episcopus florentiniis habiiit sententiaiu (dal Comune) 
« de castro Montis Buiani, coutra fìlios Guinoldi... Carta, manu Bonian- 
« nini, et Roggerii, not., cuius originale exemplum, publicatum per plu- 
« res notarios, est cum ipso originali ligatum » (Santini, 501). Non è 
detto espressamente che della sentenza fosse stata conservata memoria in 
un regolare registro, ma sembra che si debba 8U])porre ; non fosse altro 
dovea rimanerne notizia nelle imbreviature notarili. Lo stesso è da dirsi 
per tutti gli altri atti più antichi, e specialmente per le molte conces- 
sioni simili, che furono fatte al Vescovato dopo quest' anno. Qualche docu- 
mento, ad ogni modo, dovea esser conservato, giacché si sa che ogni curia 
avea uno statuto per la procedura. Cfr. Santini, Studi auWantica costituzione 
del Comune di Firenze, in Archivio stor. Hai., serie V, to. XVI, p. 84. 

(8) Santini, Documenti delV antica costituzione del Comune di Firenze, xxvij. 

(4) « Ego Opizzo..., uotarius et scriba [Officii] inquisitionis existens... » 
(op. cit., 526; sembra notaro dell'Ufficio delle inquisizioni giudiziarie). 

(5) Si ha una promissione, in data del 8 feb., degli uomini di Empoli 
al Comune di Firenze in cui è detto: « ...quotienscumque consul, vel 
« rector... inquiret nos, vel faciet inquirere, seu per nuntium, vel quod 
« mittat nobis litteras, ut faciamus eis ostem vel cavalcatam... » (oj). 
cit., 17); anche negli statuti pisani del 1164 si trova una simile espressione : 
« Et hoc... per loca Tusciae et alia, de quibus mihi congruum videbitur, 
« notum per nuntios vel litteras fieri faciam... » (Bonaini, to. cit., p. 29). 

(6) Santini, Documenti ec., 486: « Ego Guidaloctus... predicta precepta 
« et alia suprascripta, sicut in actis et quaternis Comunis Florentie soripta 
« per Nascium, notarium diete Potestatis, in veni... ». 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 83 

der ragione ai Faentini, che deponessero nella Curia querimonie 
scritte (1). Finalmente, il 16 di settembre 1213, nella curia per 
i foresi, posta in Orsanmichele, dalla parte di settentrione, il giu- 
dice Lotteringo pronunzia una sentenza in favore di Gisla, mo- 
glie di Pace d' Ubaldino, che Guascone scrisse, in buona forma, 
sicìd in libro de Comuni reperi esse dcUam (2). E chiaro, dunque, 
che quell'anno già esistevano i registri degli atti civili; e s' hanno 
buone ragioni per credere che vi fossero piu-e quelli dei criminali ; 
in seguito, si trova spesso menzione degli uni e degli altri (3). 

I volumi degli atti giudiziari non constavano di due sole se- 
rie di registri uniformi, civili e criminali, ma di parecchie. Vi 
erano, infatti, le inquisizioni, i bandi, le testimonianze, le sen- 
tenze, le assoluzioni; inoltre, le curie per i cittadini e per i foresi; 
dei giudici dei sesti e del Podestà, del Giudice degli appelli, e 
d' altri ufficiali. Si aggiunga che il Podestà, ed altri ufficiali giu- 
diziari, tenevano diversi registri, non tutti esclusivamente in ma- 
teria giudiziaria. Cosi il 10 d'aprile 1225, nella curia vecchia di 
s. Martino col segno del cavallo ])er i foresi, il notare Mainetto 
mise in pubblica forma, per una delle parti, una querimonia 
estratta dal qaateimo diete curie ; v' era, dunque, per le queri- 
monie, un registro particolare (4). 

Una simile querimonia, non dampnatam nec canceUataìn, 
estrae ser Corbizzo V undici di gennaio 1228 dal quaierno Comu- 



(1) Santini, 144. 

(2) Op. cit., 287. 

(fi) Dal trattato De regimine civitcUia scritto a Firenze verso il 1250 (se ne 
conserva un esemplai*e nel cod. Laui'enziaiio-Strozziano, 63) si vede il modo 
che tenevano da molto tempo, i notari nello scrivere gli atti giudiziari. 
Il podestà o il giudice detta nelle adunanze le assoluzioni e le condanne, 
poi le fa leggere a voce alta, quindi le approva e conferma ; il no- 
tare le riduce in pubblica forma per le j^arti. Egli scrive pure fedel- 
mente tutte le dimande e risposte, delle parti come dei testimoni, le con- 
fessioni, ec. Sembra che rimanessero nella Curia tutte queste carte ; e 
solo fossero consegnate alle parti le sentenze scritte a parte in pubblica 
forma (ce. 26S 84). 

(4) Op. cit., 252. E verisimile che si registrassero, integralmente o in 
sunto, le querimonie dirette alla Curia, si mettessero, poi, negli atti sciolti ; 
per ciò furon presto disperse. Verso il 18fX) si teneva questo sistema per 
le petiàoni ai Consigli ed alla Signoria, che dal notare erano conservate 
nei registri delle Provvisioni e delle Consulte. Cfr. Gueraboi, p. xxn. 



84 ARCHIVI, BIBLIOTECHE, MUSEI 

ni8 nella cuna di s. Michele col segno dell'Aquila (1); un bando 
non canceUatum neque abrasum, pronunziato dal Podestà contro 
gli uomini ed il Comune di Settimo, per 20 lire, che doveano pa- 
gare a certo Maczo di Bodolfino, estrae Spedaliero, il 23 di feb- 
braio, dal registro degli sbanditi, fatto durante il marzo del 1227, 
nella curia delle cause sospette e straordinarie (2). 

Notizie di registri consimili ne rimangono, del resto, moltis- 
sime. Cosi Iacopo, nella curia di s. Michele col segno della rosa, 
il 30 dicembre 1233, estrae una sentenza dal libro de Comuni (3) ; 
Ricordante, nelF agosto 1237, scrive negli atti della curia di Por- 
sanpiero, la notizia del possesso dato di due castelli alla Badia 
fiorentina (4); Giunta, il 19 di novembre, nella medesima curia, 
copia un bando dal libro exbannitorum Comunis Florence (5) ; ed 
una copia simile si fa il 26 d' aprile 1240, nella curia del sesto di 
Porta del Duomo (6). Inoltre, Iacopo, il 13 di giugno 1242, nella 
curia degli appelli, copia un appello e denunzia, prout in cUtis et 
qtiatemis denuntiationum (7); il 21 d'agosto '43, ser Orixopolus 
nella stessa curia, scrive una protesta del procuratore della Badia 
fiorentina, in Iiactis Comunis . . . , et specialiter in libro libeUorum 
et confessionum (8) ; il 18 di febbraio '44, entro la curia del Po- 
destà, si trascrive una sentenza dagli atti del giudice ed assessore, 
Ugo de Coscio (9). Si sa, inoltre, che nel 1254 v' era il libro delle 
assoluzioni del Capitano (10), e sembra quasi certo che nel '63 
esistessero i registri dei mundualdi dati alle donne dai giudici 
dei sesti (11). Finalmente e' è pervenuto uno fra i più importanti 



(1) Santini, 254. 

(2) Op. e 1. cit. Cancellando sui registri le sentenze si soleva indicare 
eh' erano state annullate. 

(8) Op. cit., 257. 

(4) Op. cit., 267. 

(5) Op. cit., 269. 

(6) Op. cit., 275. 

(7) Op. cit., 294. 

(8) Op. cit., 800. 

(9) Op. cit., 802. 

(10) Op. cit., 499. 

(11) Cantini L., Legislazione Toscana, to. I, p. 46. Parrebbe, anzi, per 
un documento pubblicato dal Santini (p. 260), che vi fossero fin dal 21 di 
marzo 1285, giacché diversi notari, sottoscrivendosi in esso, dicono d'aver 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 85 

registri politico-giudiziari, il noto Libro del Chiodo, nel quale fu- 
rono registrate le condanne, che il citato Gante de'Gabbrìellì avea 
pronunziate, sui primi del 1302, contro i Guelfi Bianchi, compreso 
rAlighieri (1). 

I registri giudiziali erano, dunque, assai numerosi, e prende- 
vano diversi titoli secondo le materie, le magistrature, le curie, 
in cui erano compilati (2) ; se ne tenevano, a quanto pare, negli 
uffici dei notari de' sesti e del Podestà. Presentemente non ne 
rimangono che pochi frammenti anteriori alla seconda metà del 
sec. XIV, quando, al posto degli antichi giudici, erano le nuove 
magistrature del Podestà, del Capitano, dell' Esecutore. Modificati, 
però, gli ordinamenti giudiziari, rimangono sostanzialmente gli 
stessi metodi per la procedura, per la copia degli atti, per la for- 
mazione dei registri , che conservano sempre l'antica disposizione 
materiale, il medesimo aspetto esterno. 

Hanno qualche analogia con gli atti giudiziari i molti e sva- 
riati registri per le imposizioni, per le gabelle, per le entrate e 
per le uscite del Comune; alla conservazione dei quali serviva, 
com' è noto, per i comuni e per i principi, per i papi e per gli impe- 
ratori, fin dai secoli più lontani del medioevo, la Camera, che 
continuamente troviamo ricordata: Tal nome, anzi, divenne, du- 
rante il medioevo, d' uso comunissimo, e soleva indicare qualunque 
luogo, in cui si depositassero cose preziose, denaro, documenti. 
E nota, infatti, quell'affermazione del Villani, che Firenze, fin 
da' tempi più antichi, era Camera dell' Impero e di Roma (3). Dovè 



veduto ed udito leggere l' autentico, che dovè essere, naturalmente, negli 
atti della Curia. Gfr. Villa ri P., I primi due secoli della storia di Firenze, 
voi. II, p. 44 (Firenze, Sansoni, 1893-9^1). 

(1) Ved. Del Lungo I., Dino Compaffni e la sua Cronica, I, pp. 102, 284, 
297, a06 e segg., 1052 ; II, 220 e altrove. Vesilio di Dante, pp. 78 e segg., 
97-107 (Firenze, Successori Le Mounier, 1879- *87 ; e 1881). Gueraboi, I, 
p. xxviii. Sembra che, appunto perchè in parte politici, in parte giudi- 
ziari, si conservassero diversi esemplari anche dei libri di bandi ; uno 
almeno dal Podestà e un altro dalla Signoria. Cfr. Delizie degli eruditi, del 
p. Ildefonso, to. IX, pp. 256 e segg. ; X, pp. 93 e segg. ; Capponi G., 
Storia della Repubblica Fiorentina, to. I, pp. 551 e segg. (Firenze, Barbera, 
1875) ; Perrbns F. T., Hisloire de Florence, to. III, p. 61 (Parigi, 1877). 

(2) G£r. il cit. trattato De regimine civiiatis, e. 84. 

(8) Cronica, lib. I, rubr. 41 (ed. Magheri, Firenze, 1823). 



86 ARCHIVI, BIBUOTECHE, MUSEI 

esservi, dunque, coi registri supposti per le tasse, per l'entrata, 
per V uscita, e simili, un pubblico deposito di denari e d' altre 
cose per i bisogni intemi della città, come per quelli de' suoi si- 
gnori, la Camera. Se, costituito il Comune, potè essere messa sos- 
sopra dai torbidi che ne furon conseguenza, in breve dovè tor- 
nare allo stato consueto ; ricostituirsi l' amministrazione, compi- 
larsi le note delle entrate e delle uscite, delle tasse, delle gabelle, 
scriversi gli statuti, le provvisioni ; ciò assai presto, poiché giÀ 
nel 1125 la troviamo ricordata, e non come istituzione nuova, 
ma quasi notissima e fiorente anche in tutti gli Stati vicini. 
Infatti, con la fiorentina si ricorda pure la Camera pontificia, 
l'imperiale, la bolognese (1). Continuamente, inoltre, i camarlin- 
ghi del Comune son ricordati, dopo i primi del sec. XIII; cosi 
nel 1201, '2, '3 . . . (2). Del 18 agosto '220, è una carta, sumpta 
ex actis Camere Comunis Florentie, dalla quale si vede come il 
Vescovo ed il suo procuratore s'erano lamentati col Comune, contro 
i rettori del castello di Lomena, i quali non voleano pagare al Ve- 
scovado i soliti e dovuti servizi ; e ne avevano ottenuta una sen- 
tenza favorevole (3). Nella Camera si trovavano, dunque, allora, 
questi registri, e, quantunque sembrino, più che altro, giudiziari, 
neppur quelli che attengono alla gestione economica doveron man- 
carvi del tutto. 

Ma che vi fossero, dai primi del secolo, regolari registri d' en- 
trata e d'uscita, si rileva molto bene da un atto del 20 marzo 1224, 
col quale il Consiglio del Comune elegge 12 buoni uomini, che ab- 
biano arbitrio e balia sui consoli e camarlinghi stati in ufficio fin da 



(1) Si promette di pagare, in alcuni casi determinati, certe pene 
Camerae Sedi» apostoliccte.,., vel Camerae Communi» Floremie, vel Commum» 
Bononùie (Delizie, X, 186). 

(2) Santini, 66, 88, 181, 133. Nel 1203 ò pure ricordato il camarlingo 
del Comune di Poggibonsi, circa il 1222 quello delle società delle torri, ec. 
Nell'OciiZu» peutorali», che, come è noto, fu compilato nel 1222, e si occupa 
del reggimento dei popoli, si ha circa il camarlingo: « ... camerari um 
« praeoipue, qui est quaestor et custos reddituum et sumtuum, quos per- 
« cipit et facit Gommunitas, quae super iis confidit in eum... » (Muratori, 
AnUquUale», IV, 102). Cfr. pure il cit. trattato De regimine civitati», o. 84». 

(8) Op. cit., 507. Cfr. pure, por simili frasi, a pp. 510, 512, gli atti 
del 15 dio. 1280 e dell' 11 die. 1238. 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 87 

quando avvenne la distruzione di Semifonte (1). Si tratta, dunque, 
d'una severa investigazione sull'amministrazione del Comune, per 
gli ultimi 22 anni : la quale non avrebbe potuto farsi, ci sembra, 
senza precisi registri d'entrata e d'uscita, di deliberazioni, di prov- 
visioni, ec. Dopo poco, il 13 di marzo 1236, troviamo l' ufficio, per 
cosi dire, della Camera regolarmente costituito, giacché si ha una 
ricevuta &tta in essa dal camarlingo, e scritta, per ordine suo, dal 
notaro, al procuratore della Badia di Passignano (2). Finalmente, 
il 30 d'aprile 1240, fu eletta una Commissione di 12 cittadini, i 
quali, insieme col notaro, doveano preparare, come fecero, per quel 
mese, il bilancio del Comune, che fu poi letto e approvato nel 
Consiglio ; ed il 31 di marzo '42, si ha una Commissione simile, 
che riceve le denunzie dai nobili del contado, i quali non pagano 
in città libbra né dazio, o accatto coi foresi, nò sono scritti nel 
libro dei focolari (3). Di qui si vede come numerosi registri d' im- 
poste e gabelle dovessero, circa questo tempo, conservarsi nella 
Camera. 

Non riporteremo le numerose notizie di documenti e registri, 
che si trovano dopo questi anni. Noteremo solo che nel marzo 
del '46 v' è una nuova Commissione di 12 buoni uomini, con ca- 
marlingo e notaio, per fare imposte sulle chiese fiorentine ; ed 
un' altra nel giugno del '47 a raccoglier denaro per il Comune (4) ; 
che nel '67 si compila il noto Libro dell'estimo dei danni dati ai 
Guelfi (5) ; che più tardi si parla di denari deposti nella Camera, 



(1) Santini, 886. 

(2) Op. cit., 268. 

^3) Op. cit., 471, 475. E curiosa una provvisione del primo apr. 12nf> 
(Prowinoni, reg. 7, e. 97) contro coloro, che, per non pagare le tasse in 
città né in contado, si erano fatti allibrare qua e là ; sembra che simile 
uso dei Fiorentini durasse molto a lungo e che, inuUUia mutandis, ve ne 
nmangano le tracce anche ai giorni nostri. 

(4) Op. cit., 496, 496. 

(5) « Liber extimationum dapnorum datorum Guelfis de Florentia, olim 
« rebellibus et exititiis, et illorum, qui steterunt Luce et eius districtu, 
< vel in aliquibus locis oomitatus Florentie ad faciendam gaerram cum 
« ipsis Guelfis ab anno dominice Incamationis... » (5 di sett. 1260-11 di 
Qov. ^66) ; fu compilato i)er opera d'un giudice e vari ufficiali del Comune 
a ciò deputati. Or, Ddizie, VII, 208 e segg. ; Febbens, II, 96. 



88 ARCHIVI, BIBUOTBCHE, MUSEI 

di estimi, di nuovi estimi, ec. (1). Non mancano, poi, volami, che, 
pnre appartenendo ad altre serie, possono anche considerarsi, sotto 
qualche aspetto, come registri di tasse, d'entrata, d'uscita (2). 



IV. 

Veniamo ai registri di natura legislativa e politica. Inten- 
diamo per essi, oltre gli statuti, tutti quei volumi, nei quali si fa 
memoria degli atti eseguiti o delle deliberazioni prese dalle per- 
sone, che aveano il Governo della Repubblica, o dai Consigli, che, 
in certo modo, ad esso partecipavano. E nota la collezione delle 
Consulte, che cominciano dal 1280, delle Provvisioni, dall' 85 (3). 
Nessuno suppone che i più antichi volumi di queste serie a noi 
pervenuti siano anche i primi che furono scritti negli uffici del 
Comune ; vediamo, dunque, se si può scoprire in qual tempo essi, 
presso a poco, si cominciarono a compilare. 

Tutti sanno come i più antichi degli statuti che ne riman- 
gono, gli Ordinamenti di Giustizia del 1293, lo Statuto del Ca- 
pitano del 1322, quello del Potestà del '25 (4) non sono i primi 
della Repubblica (5). E verisimile, anzi, che, secondo gli usi di 
quei tempi, ne possedessero le associazioni fiorentine avanti la oo- 



(1) C!osi una provvisione circa una libbra o prestanza fu fatta il 4 di 
gen. 1285, e il 19 di lugl. '96 si stanziano 1. 50 per i compilatori del nuovo 
estimo. Si sa, poi, che, verso il 1289, erano mirabilmente ordinati, in città 
e nel contado, V estimo e le entrate del Comune. Ved. Prowinoni, reg. 1, 
o. 10; 6, e. 77»; Villani, VII, 182; Villari, I, 259. 

(2) I registri della Camera fiorentina, che ne rimangono, cominciano 
dai primi del sec. XIV. 

(8) Nella cit. op. di A. Guerabdi, son pubblicate fino a tutto il 1296 : 
dopo si trasformano, a poco a poco, nei Libri fabarum ; col 1858 comin- 
ciano le Consulte e Pratiche. 

(4) Cfr. Statuta Populiei Communi» Fhrentiae... coUecta,,, anno MCOCXV 
(tre voli, in 4.®, Friburgo, 1781-87) ; Ordinamenta iustiliae Communia et Po- 
puli Florentiae,,, a Francisco Bonainio edita..., in Arch. »tor, ital., N. S., 
to. I; Salvemini, Gli Statuti del Capitano e del Potestà, ivi, Serie Quinta, 

to. xvin. 

(5) Cfr. BoNDONi G., I più antichi frammenti del Costituto Fiorentino nelle 
Pubblicazioni del r. Istituto superiore di Firenze (Firenze, 1882) ; Papaleoni 
G., Nuovi frammenti deWantico Costituto Fiorentino in Miscellanea Fiorentina di 
erudizione e storia, pp. 70-78 (1886). I più antichi frammenti sono del gen- 
naio 1246. 



ANTICHI AUCHIVI DI FIRENZE 89 

stitazioiie del Comune, e che questo li avesse fin dalle orìgini o 
quasi. C induce, del resto, a supporlo anche il linguaggio dei più 
antichi cronisti. Cosi Giovanni Villani, il quale, quando gli era 
possibile, consultava pure i documenti, afferma che, distrutta 
Fiesole, i Fiorentini fecero leggi e statuti coi Fiesolani (1). Se 
ciò è vero, ci sembra di poterne ragionevolmente dedurre che i 
due Comuni non si dovessero trovare a fare statuti allora per la 
prima volta. Ad ogni modo, è certo che gli statuti esistevano non 
molto dopo, nel 1159 (2), che nel 1182 li avea il comunelle di 
Fogna, e che v' erano già in Firenze gli arbitri o statutari, i quali 
solevano periodicamente rivederli e correggerli. I Fiorentini, in- 
fetti, promettono ai Pognesi d' obbligar gU arbitri ad inserire ogni 
anno nello Statuto, certi patti ira loro stipulati (3) ; una simile 
promessa è poi fatta negli anni 1197-98, da tutte le parti, nella 
pace fra le città e i signori della Toscana (4). 

Non sappiamo se dalla citata frase del Villani possa dedursi 
che i Fiorentini, già nel 1125; avessero cominciato a scriver ogni 
specie d'ordini e leggi e a formar, quindi, alcune delle collezioni 
sopra ricordate. Molto, però, non doverono starne senza, giacché 
nella seconda metà del secolo aveano il magistrato dei Consoli con 
particolare notare, gli statuti e gli Statutari, i Consigli e il Parla- 
mento ; quindi deliberazioni e documenti, che ne facevano fede. La 
più antica deliberazione di un Consiglio a noi pervenuta è del 1216 ; 
ne segue un'altra del 15 aprile '17, che dovè esser registrata; e 
lo stesso verisimilmente accadde per una terza del '27 (5). Fi- 
nalmente, il 12 di settembre '36, esistevano veri registri delle 
Provvisioni, giacché, in quel giorno il notare Grixopolus copiò 
una deliberazione del Consiglio Generale intorno alle controversie 
fra il Comune di Volterra e quello di s. Gemignano, de libro Co- 
mania, secu/ndum inveni et in eo continebatur (6). 



(1) Cronica, IV, 7. 

(2) SAirriHi, xxvij, 501. 
(8) Saxtimi, 19. 

(4) Il Costituto è inoltre ricordato espressamente negli anni 1200, 
'15, '16, «29, '87, '41, '50, ec. Cfr. Santini, 52, 183, 216, 267, 28i, 880; Vil- 
umi, VI, 89. 

(5) Santini, 179, 505, 510. 

(6) Op. cit., 481. Circa i notari che scrivevano i Consigli del Comune, 
c&. il trattato De regimine cintatia, e. 84. 



90 ARCHIVI, BIBLIOTECHE, MUSEI 

Non siamo certi se vi fossero, dai primi tempi del Comune, 
i registri delle Consulte o i Libri fàbarum; ma tutto fa sup- 
porre che non mancassero le deliberazioni dei cittadini più diret- 
tamente incaricati del Governo, fossero Consoli, Anziani, Buoni 
Uomini Priori ; le quali, però, non aveano importanza cosi grande 
come le riformagioni del Comune ; che abbiano insomma, un* ori- 
gine più remota, di quel che sembri, i registri delle Deliberazioni 
dei Signori e Collegi. Senza dubbio, i governatori del Comune 
ebbero sempre un notaro, che dovè lasciare memorie scritte dei 
loro atti più importanti. Però, solo negli anni 1172, '73, '74, '76. . . , 
troviamo ricordato il notaro dei Consoli ; e nel 1251) quello degli 
Anziani, Diotifeci, il quale copiò una loro deliberazione, protU in 
actis et quatcniis Anzianorum (1). Era, dunque, già cominciata 
la serie delle Deliberazioni degli Anziani, e si capisce che non 
fosse più interrotta, cho ad essa succedessero quelle dei Buoni 
Uomini e dei Signori e Collegi (2). 

Diverse altre più piccole serie di documenti consimili pote- 
rono esservi prima del sec. XIV ; ma non ne troviamo tali e tanti 
ricordi, che ci permettano di farne un cenno particolare. 

I notari tenevano molti quaderni, in ciascuno dei quali regi- 
stravano solo una determinata serie di atti. Avrebbero dovuto, poi, 
formarne altrettante serie di registri ; invece spesso li confusero. 
Per questo è che son riunite le provvisioni dei Consigli del Popolo, 
de'Cento, del Comune ; e coi quaderni delle commissioni di imbre- 
viature notarili, troviamo quelli per la concessione di rappresaglie, 
per le procure o sindacati (3). 

V. 

Se il popolo fiorentino, anche prima della sua libertà avea 
certi diritti, e, quasi costituendo un vero ente giuridico, trattava 
con le magistrature feudali, col clero e col Papa, scrivendo lettere 



ri) Op. cit., xxvij, 870, 371. 

(2) Le deliberazioni che ne rimangono, cominciano dal 1331. 

(3) Secondo il Villani (V, 7), nel 1171 contro Poggibonsi si fonda 
Colle; e la « ...calcina (la prima) fu intrisa dol sangue, che si segnaro 
« delle braccia i sindachi a ci»"» mandati per lo Comune di Firenze... ». 
Dunque vi erano già le procure. 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE DI 

e ricevendone (1), tanto più dovè possedere un carteggio, e sempre 
più importante, appena che, avvenuta la rivoluzione politica, su- 
perate le prime difficoltà dell' esistenza, si costituì in Comune. 
Jje notizie, che ne restano intomo ai fsitti fiorentini di questo 
periodo, le guerre, che il Comune ebbe coi popoli vicini, le sot- 
tomissioni di questi, le paci o le alleanze, 1' analogia di quel che 
allora accadeva in Italia, ci fanno supporre che si mandassero e si 
ricevessero lettere, procure, istruzioni ed ambasciate. Non troviamo, 
però, notizie sicure intomo a lettere, per non parlare di quelle giu- 
diziarie o precetti del Podestà, prima del 21 luglio 1184, quando i 
Consoli lucchesi promettono di aiutare i Fiorentini, entro 15 giorni, 
«... postquam fiorentini Consules vel florentina Potestas, sive 
« rector, vel dominator, per se, vel pei* suas litteras, sigillo Comunis 
« Florentie sigillatas, lucenses Consules . . . , inquisierint ...» (2). 
Si ha una notizia simile del 28 ottobre, quando gli uomini di 
Mangona promettono di fare guerra e pace «... ubicumque et 
« quandocumque Consulibus Florentie, vel rectoribus, qui, prò tem- 
« pere, fuerint, placuerit, et preceperiut nobis, per se vel suos nun- 
« tios, vel suis litteris ...» (3). Si rammentano qui due specie di 
lettere ; le prime ad uno Stato vicino ma non dipendente da Firenze, 
quelle che nel linguaggio archivistico moderno furon dette missive 
esteme ; le seconde ad un popolo sottoposto le missive interne. 

In seguito si trovano continue memorie di lettere che i Fio- 
rentini riceveano e spedivano; si vede, anzi, come sui primi del 
sec. XIII, dovessero mantenere continua corrispondenza diploma- 
tica coi vicini comuni, piccoli e grossi, e con la Curia romana (4). 
Infatti, del 12 febbraio 121G è una procura jjer la pace fra Fi- 
renze e Bologna, fatta dalla prima città ai suoi ambasciatori, la 
quale somiglia molto a quelle istruzioni per gli ambasciatori {forma 
ambaxiate), che tanto a Firenze vennero in uso nei secoli poste- 



(1) Cfr., a questo proposito, Davidsoiin, 771. 

(2) Saivtiiii, 20, 21. 

(8) Op. cit., 24; cfr. pure p. 26. 

(4) Agli incaricati di trattare gli interessi del Comune, di stipulai^, 
per esso', trattati o di fare altri pubblici atti, si dàuno già regolari man- 
dati e vere lettere credenziali, da presentarsi alla part« contraente ed ai 
notari. Ved. Saktiki, pp. 36 e segg., 63, 77, 83, 146; cfr. Perrens, 1, 150; 

VlLLJlRI, I, 149. 



92 ARCHIVI, BIBLIOTECHE, MUSEI 

rieri (1). Inoltre, esistevano già veri registri di lettere missive 
esterne il 9 d' aprile 1237, giacché ce ne rimane una di quel 
giorno, che il notare Ugo Eomanelli, trascrisse in pubblica forma, 
dal registro Comunis Florentie (2) ; e in una concessione di rappre- 
saglia fatta dai Fiorentini contro i Pisani, nel 1238, si ha la frase: 
«... visis litteris diete Potestatis et Comunis Florentie transmissis 
4c diete Comuni et Kegimini Pisanorum super predictis, ut in re- 
4c gistro Comunis Florentie continetur ...» (3). Sembra che dopo 
alcune decine d'anni si fossero cominciati anche i registri delle 
responsive. Infatti, nel 1270 si ordinò che fossero copiate nel re- 
gistro certe lettere di Borgo s. Sopolcro (4). Si vede, pei, dalle 
Consulte che il 9 di marzo 1281 v' erano lettere degli ambascia- 
tori, giacché « Consilium factum fuit, coram Potestate et Capi- 
« taneo super facto litterarum missarum ab ambaxatoribus, Co- 
« munis Florentie exis tenti bus in Curia » (6). Da ciò si rileva 
come queir anno già nella Cancelleria fiorentina si trovavano let- 
tere missive e responsive, interne ed esteme, lettere ed istruzioni 
agli ambasciatori e risposte ; e tutto fa supporre che delle diverse 
serie vi fossero pure particolari registri (6). 

Ma con quale cura si conservassero dalla Repubblica i docu- 
menti, quale importanza si desse all'ordine rigoroso mantenuto 
nelle pratiche diplomatiche, si vede bene dal noto trattato fioren- 
tino De regimine civitiUis. Apparisce da esso come si soleva, in 
alcuni luoghi, conservar copia delle lettere inviate ad altri Stati ; 
e tale uso esisteva appunto a Firenze «... sicut fit Florentie ; 



(1) Santini, 180. 

(2) Op. cit., Ja'), ìm. 
(8) Op. cit., 4fìO, 

(4) Archivio cit., CapiloU, reg. 24, e. 180. 

(5) GuERAKDi, voi. cit., p. 75. 8' intcudc, manifestamente, degli amba- 
sciatori, che erano presso il Papa. 

(6) Ne rimangono 92 refi^istri di lettere della prima Cancelleria dal 1808. 
divise in missive e responsive: seguono più tardi le Legazioni e Commis- 
sario, le lettere degli Otto di Balìa, dei Dieci di Balia e Otto di Pratica, ec. 
Il nomo di missive e responsive dato alle lett<?re, che oggi si direbbero di 
proposta e di risposta, dovA essere assai comune nel linguaggio cancelle- 
resco fiorentino; infatti, son ricordate sj^esso nella cit. op. De regimòm ci- 
vUatÌ8. In archivio, però, si dicono presentemente missive tutte le lettele 
spedite dalla Bepubblica, responsivo quelle ricevuto. 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 93 

« quod multotiens profuit sic observare pluribus de causis acci- 
« dentibas, vel que possunt accidere » (1). Se questo nella Cancel- 
leria era già un uso verso il 1250, si comprende facilmente come 
molto prima le lettere vi si cominciassero a conservare. 

VI. 

In tutti gli istrumenti di dedizione o sottomissione alla Re- 
pubblica, i comuni si obbligano ad aiutare, se richiestine, i Fio- 
rentini. S' aggiunga che nel 1219 fu obbligato il contado a giu- 
rare fedeltà al Comune ; che nel '33 se ne volle il censimento (2) ; 
ci sembra, quindi, che tutto ciò avesse non solo uno scopo fiscale, 
ma pur anche politico e militare ; che, insomma, si tenessero pure 
dei registri, nei quali i cittadini, i comiiatini e i distrettuali fos- 
sero descritti, secondo le loro qualità, attitudini ed obblighi, ri- 
spetto alla milizia. Ciò, del resto, appare sempre più verisimile, 
se riflettiamo che già nel sec. XII i cittadini pisani, appunto a 
«copo militare, erano disposti per bandiere, secondo le cappelle 
dei quartieri (3). Sappiamo, poi, che nel 1250 i Fiorentini s' or- 
dinarono militarmente, che nel '289 aveano, oltre i notari dei Ca- 
pitani dell'esercito (4), i notari soprastanti al vettovagliamento, 
che dai secoli posteriori ci pervennero, in specie con l'Archivio 
della Condotta, molti registri di cose militari (5). 

Però, ciò che ha, per ir caso nostro, una straordinaria impor- 
tanza, è il noto Libro di Montaperti cosi opportunamente pub- 
blicato dal prof. Paoli (6). In esso possediamo quei frammenti su- 



(1) A e. 86. 

(2) É noto come a Siena, nel Cale£fo delP Assunta si trovino dichia- 
razioni di cittadinanza senese fin dal 1197 (Muratori, IV, 583 D). 

(3) Ved. in Arck. ttor, iUU.f G. Canestrini, Documenti per servire alla 
storia della milizia italiana, p. xv (serie 1, to. XV, 1851). 

(4) PsBKKirs, 827 ; Provisiones canonizzate, di cui vedremo, o. 7». 

(5) Sono oltre 90 fra voli., filze e registri, e cominciano dalla prima 
metà del sec. XIV. 

(6) Ved. il JjUfTo ài Monlaperti pubblicalo per cura di C. Paoli (to. IX dei 
Documenti di ttoria italiana pubblicati a cura della r. Deputazione Toscana di 
storia patria, Firenze, 1889), e specialmente la Prefazione, nella quale si 
spiega con la massima precisione quanto attiene alla natura dei cingoli 
quaderni ed alla formazione delP intero volume. 



94 ARCHIVI, BIBUOTEGHE, MUSEI 

perstiti dell' archivio militare viatorio della Repubblica, che, rac^ 
colti, nel 1260, dopo 

... il grande scempio, 
Che fece PArbia colorata in rosso, 

quasi per caso, perchè rappresentavano un trofeo di guerra, ci 
furono conservati negli archivi senesi ; caso, questa volta, fortu- 
natissimo, giacché dimostra come Firenze avesse già ottimamente 
ordinati i servizi pubblici ; il che non è piccol segno di società 
molto avanti nella via del progresso civile. 

Il Libro è costituito, secondo il costume del tempo, da molti 
quaderni diversi, che furono scritti dai notarì dei vari uffici. Essi al 
tempo della battaglia erano, senza dubbio, separati, né l'uno avea 
che fare con l' altro ; solo più tardi furono riuniti in un volume. Si 
può dire che siano tanti di numero quante le serie dei documenti 
contenutivi ; vi sono, quindi, statuti, deliberazioni, elezioni di uffi- 
ciai, atti dei comandanti supremi, libri di vettovaglie, di materiale 
da guerra, di bestie da soma, registri, rassegne di milizie, e simili. 

V'era, fra gli ufficiali, una specie di archivista, ser lacoòus 
Buere, il quale, appunto per questo, « eo quod erat . . . super custo- 
« diendis libris Stantiamentorum », eletto all' ufficio di notare 
per le fortificazioni del contado, ne fu poi dispensato. Con quel- 
l' ufficio, dunque, n' andò al campo, ove fu anche uno dei notarì 
€ ad scribendum representationes militum et peditum civitatis Flo- 
« rentie in exercitu », in sostituzione di Ghisello, < qui reman- 
« serat Florentie ». Sembra, poi, dal contesto, che, anche in tempo 
di pace, dovesse esservi qualche ufficio militare permanente, sia 
pure semplicissimo e rudimentale ; che questi notarì non fossero 
pagati dal Comune, ma lo servissero gratuitamente, prestando, col 
far quelle scritturo, di cui pur v' era bisogno, il servizio militare. 
Infatti, Uberto e Baldese sono capitani, < ut electus et scrìptus 
« reperìtur in actis Communis, in actis, et quaterne Communis » ; 
pare vi fossero note di quelli, cittadini o distrettuali, che do- 
veano esser ascrìtti efifettivamente fra le milizie combattenti, 
giacché tutti gli uomini, dai 15 ai 70 anni, dovevano scriversi 
« in actis et scripturìs relatis per rectores et cappellanos » (1). 



(1) Prefazione cit., pp. xvij e segg. Forse a questo scopo si erano, 
nel 12SS, ordinati i noti registri ; fatto è che più tardi la Bepubbiica chie- 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE J>5 

Al campo erano pure due camarlinghi con due notarì, i quali 
tenevano il libro delle spese, che non pervenne fino a noi. Vi si tro- 
vano i registri dei precetti del Podestà, quelli suU' approvvigio- 
namento di Montalcino, i libri del mercato; inoltre gli uffici sta- 
bili per il vettovagliamento, coi rispettivi registri ; quelli per il 
servizio del materiale e delle bestie da soma, con numerosi no- 
tarì, i registri delle milizie della città, del contado, delle stipen- 
diane, ec. 

Queste le principali collezioni di documenti, dei quali ci ri- 
mane qualche vestigio ; ma ve ne furono, senza dubbio, molti altri, 
che non sapremmo dire a quale di esse veramente appartengano, 
gi possono pure considerare, ad es., come documenti o serie di do- 
cumenti speciali, che potevano servire a varie delle amministra- 
zioni fiorentine, anche i registri del 1233. Si aggiunga che nel '49 
fg-oxiamo un notare deputato ai maestri del Comune; dal che si 
vede come v' erano, anche per i lavori pubblici, speciali scrit- 
tore* ^ finalmente degno di nota, che qualche volta la Signoria 
pj-^ndeva in consegna documenti di privati (1) ; il che dimostra 
oozii^ ^ cittadini confidassero molto nel pubblico archivio ; infatti 
^j-oa^vano di depositarvi quei documenti che loro maggiormente 
gl^va^o A cuore (2). 

{Continua) D. Marzi. 



deva molto spesso ai rettori dei comuni sottoposti statistiche dei camita- 
tini e distrettuali} specialmente di quelli atti alle armi. Cfr. il mio lavoro: 
S'€>tùs9e Storiche di Montummano e Montevettolini, pp. 18, 22. 23, 54 (Firenze, 
Cellini, 1894). 

CI) Il 25 di gennaio 1297 i Priori e Gonfaloniere chiedono e otten- 
gono dal Consiglio del Popolo di poter conservare, per i proprietari, due 
bolle d'Onorio IV e due istrumenti della Società de' Peruzzi (Prowisùmif 
reg. 7, e. 158). 

(2) Nelle altre parti d'Europa, invece, vigeva sempre, a quanto seni- 
"bra, 1' uso di depositare, per maggior sicurezza, i documenti, non aó^ 
privati ma anche pubblici e principeschi, negli archivi ecclesiastici, e 
chif^erne i' inserùone nelle memorie delle chiese, nei registri pontifiot, 
Ctr. il Nouveau tratte de diphnuUique..,^ dei pp. Maurini Tassir e ToutTj 
to. I, pp. 99 e segg. 



96 ARCHIVI, BIBLIOTBOHE, MUSEI 



La classificazione bibliografica « decimale ». 



Un metodo ingegnoso per registrare a catalogo libri ed opu- 
scoli e per disporli sugli scaffali di una biblioteca, fu immagi- 
nato, sono ora più di vent' anni, dal sig. Melvil Dewey presidènte 
dell'Associazione fra i bibliotecari americani, e direttore della New 
York State Library, È il cosi detto metodo deciviale che diede 
luogo a dispute vivissime e che noi tenteremo di esporre impar- 
zialmente (1). Decimale fu detto dall' autore per rispetto alle 
cifre arabiche, le quali, con un meccanismo speciale di combina- 
zione, rappresentano Ideologicamente le partizioni dello scibile ; 
con più semplicità avrebbe potuto chiamarsi numerico o ' ideolo- 
gico, perchè, come or ora vedremo, V ufficio delle cifre decimali 
rispetto agli interi in aritmetica è un poco diverso da quello delle 
cifre che simboleggiano le divisioni bibliografiche nel quadro del 
Dewey. In questo tutto il materiale dei libri da classificare è 
ripartito dapprima in dieci classi nel modo seguente : 0. Opere 
generali, 1. Filosofia, 2. Religione e Teologia, 3. Scienze sociaU e 
Diritto, 4. Filologia e Linguistica, 5. Scienze inatemaiiche e wa- 
turali, 6. Scienze applicate e Tecnologia, 7. Belle arti, 8. Lettera- 
tura, 9. Storia e Geografia, Ciascuna di queste classi si divide 
alla sua volta in dieci parti, che vengono graficamente rappresen- 
tate da altrettante cifre alla destra delle cifre fondamentali, onde 
la terza classe comprenderà 30 (Scienze sociali e diritto in ge- 
nere), 31 (Statistica), 32 (Scienza politica) e via discorrendo, l'ot- 
tava 80, 81, 82 e cosi di seguito. Si procede in guisa analoga per 
le partizioni ultoriori fino alle più minute, tantoché 823 (Romanzi 
inglesi) varrà classe 8, divisione 2, sezione 3 ; 7256 (Prigioni, 
asili) classe 7, di visiono 2, sezione 5, sottosezione 6. Pertanto l' in- 
tero sistema viene ad annoverare cento parti segnate da due 
cifre, mille segnate da tre, diecimila da quattro ; si è giunti fino 



(1) Cfr. la notizia del prof. C[e8ARe] P[aoli] in Arch, star, tUd., 1896, 
voi. II, pp. 195-197. 



I 



LA CLASSIFICAZIONE BIBLIOGRAFICA « DKCIUALR » 

a formare serie esagerate di sedici e diciassette cifire, che alcuni 
respingono perchè incomode praticamente, mu che dimostrano, in 
ogni modo, 11 frazionamento indefinito dei got/gelli bibliografici pos- 
aibile col metodo deHmale. Ogni soggetto, per es. l'astronomia, la 
chimica, rappresenta evidentemente una parte del ^ande totale 
che è la scienza insegnata dalle scritture umane ; quindi le cifre 
del Dewey sono propriamente indicatrici di frazione, e l' intero, 
lo scibile, dovrebbe esser simboleggiato dall' uno. Indi le parti di 
qaest'uno si dovrebbero, sotto forma dì frazione decimale, scri- 
vere ; ma lo zero, per convenzione, si tralascia, e, ad 

esempio, 39 vale 0,39; 42ó vale 0,425 ec. Una tavola alfabetica 
rimanda dagli argomenti ai numeri a loro relativi (per es. ; 
Igiene 613 ; Ospedali 3(j2) e, mediante questa perfetta rispon- 
denza di materie e di cifre, l'uso del sistema diviene facile e ra- 
pido (1). Avverta intanto il lettore che i singoli gruppi 01, 02, 
03 10, 11, 12, ec. non son numeri, ma ne hanno sol- 
tanto l'apparenza; lo cifre posseggono un valore assoluto senza 
rapporto col posto da esse occupato, onde 45 dovrebbe a rigore 
enunciarsi « quattro cinque ». Sono insomma klee Mbliograflche 
dalle più allo meno generali o comprensive quelle che offrono 
a noi codesti faUi numeri ; a decompoi-ne ano nei suoi elementi, 
ad es. il 7266 già citato, ne risultano tanti argomenti completi 
per sé stessi, affini tra loro e più o meno vasti a misura che 
dalla cifra dì classe [7] procediamo verso destra : 7. Belle arti, 
72, Architeaura, 725, Pubblica architettant, 7256, Asiiì, pri- 
gioni. Il giuoco delle cifre cosi riesce già chiaro abbastanza, ma, 
dove occorra, ne facilita anche la [)ercezione il punto [■] adope- 
rato negli aggruppamenti più complessi a separare vere e pro- 
prie idee bibliografiche : G14882, per citare un sol caso, vale < am- 
bularne per le mainile contagiose » ; ora, adottando la scrittura 
C14. 88. 2, l' attenzione cade più particolarmente sopra 88 che, in 
mezzo allo altre cifre vuol dire « aivii ai malati ». Inoltre il let- 
tore é goidato a orientarsi rapidamente dalla simmetrìa del si- 



ti) L' iuveiizione del sig. Den-EV k eapoata minutamente nel volume 
ohe lia ]ier tìtolo: Deciinnl cUunficalion ami re/aliv Index (or libraria, 
etippioo; notet etc. by Mei.vu. Dbwei, M. A. (Amherst), fifth ed., Bostou, 
Librwy Bnreau, 1894, in 8." 

AacH. SioB. II., E.i Sarie. - XX. 7 



stema e dai determinanti. Che cosa ictendiamo per sìnnnetrtaf 
Si confrontino nella classe di Filologia e lingue [4] e in qnella 
di Letteratura [B] ì luoghi assegnati da un lato alla Germania e 
dall'altro alla Danimarca e Norvegia : con 43 ò registrata « Filo- 
logia e Ungila tedesca » con 83 < Letteratura tedesca > ; 439. 8 
vale < Filologia e lingua danese e norvegiana », 839. 8 * Lette- 
ratura danese e norvegiana » ; indi apparisce cbe in classi diverte 
ona data regione occupa costantemente, quando può ^rsì, lo stesso 
gradino nella scala. Paragonando altresì !□ Filologia e linguistica 
la serie delle « Generalità » [40] con quella delle « Generalità » 
in Filologia e linguistica inglese [420] troveremo in ambedue i 
casi gli stessi titoli suddividenti, ripetuti nella stessa sucoesaona 
(401. Filosofia, origine dei linguaggi, 402. Compendi, 403. Didiy 
nari e Cielopedie, ec, ; 420. 1. Filosofia, origine della Ungua 
inglese, 420. 2, Compendi di liiig, ìngl., 420. 3. Dizionari e Ciclo- 
pedie ingl.) con esa'tto parallelismo. I numeri determinanti, intro- 
dotti dal Dewey nel suo sistema come aiuto mnemonico, si dÌBtin^ 
gaono principalmente io geografici e formali. Si dicono geograflei 
certi gruppi tolti alla classe 9 (Storia e Geografia) della Tavola. 
Simboli dei vari paesi, scritti che siano in parentesi accanto H 
un dato numero classificante, gli forniscono una detenDÌnazioDS 
locale : per es., poiché 45 indica < Italia » e 328 < Parlamento », 
la serie 328 [45] si leggeri : < Parlamento Saliano ». Sono invece 
formali i determinanti quando accennano alle qualità esteriori 
della compilazione di un'opera, come trattato che è indicato con 08, 
dizionario ^ 03, rivista ^ 06, e sì uniscono ai gruppi decimali 
nel modo che la serie seguente basta a spiegare: 58 ■ Botanica », 
58. 03 (qui 03 è il determinante fonnale) « Rivista di botanica ». 



Mentre tutta le bibliografie scierUifiche, e quindi anche la 
decimale, nascono con vizi di organismo difficili a curare, presen- 
tano peri') accanto ai cataloghi reali alcuni vantaggi noti agli uo- 
mini dell'arte. Non giova, ripetendo hi teorica generale dei Cata- 
loghi, discutere il metodo del Dewey nei pregi e nei difetti che 
esso ha comuni cogli altri metodi. Un vero suo pregio sta nel 
linguaggio bibliografico universale, osala nei numeri che rappre- 
sentano classi e sotto classi dalle complicate nomenclature, e si 
sostituiscono alle grafie solite di caratteri maiuscoli, minunadi, 
corsivi e rotondi greci e latini ec. d'ogni genere. Ammettiamo 



U CLAaSIFICAZIONS 6IBU06RAFI0A « DKCIUALB » 90 

taitavia che la chiarezza nulla guadagni coli' uso delle cifre e col- 
l'abolizione degli altri segui universali, lettere, espoueoti, ec.; per- 
chè, dice taluno, i gruppi Ul, 02,.,.. 20, 21, 22,.,.. ec. equivalgono 
ai simboli dì tutti i sistemi, cominciando da ijuello asisai semplice 
del Bmnet, per t-erminare con quello assai complesso applicato dal- 
l' Hartwig al Catalogo dell'Università di Halle (1). A noi sembra 
peraltro che la classazione americana meriti il titolo di geniale che 
le iti dato pel fatto che sempre si piega colle sue cifre a ricevere in 
sé nuovi soggetti senza l'aiuto di segni convenzionali : infatti il « + > 
per indicare yluralUà di argomento (per es. 520, 3 -ì- 630. 3 < Di- 
zionario di astronomia e fisica ») e il < ; » per indicare un rapporto, 
(per 68. 170 ; 330 « la Morale in relazione coli' KconQmia ») non 
potrebbero chiamarsi esattamente segni classificatori. Per spingere 
il qnadro bibliografico sino agli ultimi gradi di espansione bastano 
le dieci ci&e arabiche; né è necessario, si badi bene, di compleiare 
un grado qualunque della partizione per procedere nel lavoro : le 
occasioni non mancano talvolta per tornare sulle lacune e riempirle. 
Indichiamo con xyz una sezione che, in cambio di dieci, domanda 
tre sole sottosezioni : e tant« noi ne registriamo con xìjz xi/z 1, 
xyz 2, lasciando un largo spazio aperto alle necessità dell' avvenire 
e passando sabito a xì/z 00, xyz 01, xyz 02 oc. A suo tempo, ma- 
nifèatandofli negli argomenti paralleli della serie xi/z qualche la- 
cona, offriranno modo di ripararvi ì gruppi dapprima trascurati che 
partono da xyz 3: ìu fai guisa narra il Richet di aver potuto collo- 
care felicemente la « psiologia dfl cuore > sotto il gruppo 617. 12 
non usato in principio dal Dewey. Ma oppongono gli avveraorì che 

■P (1) Si obuuoB genei-almente timbalo il complesso di sigiti con coi in 
^^^liut olosaifi catione di libri vìen designata una categoria di questi ; per 
«s. SB4d « Storia di Firaue ». Segnatura sono le letWre, cifre, eco. asae- 
f;llitt« a un volume per trovarlo augii soaflali di biblioteca: p. es. U. 4. 
Go =. Btanxa 3, scaSale 4, volume ó(i.° 11 Di-. O. Hartwig recentemente ha 
confuso il timholo colla ugnatura, e db è aorta una puleiuica tra lui e il 
«ìg. D. Cliilovi, bibliotecario della Nazionale di Firenze, Ved. Habtwio 
in t'ealralUaU fiir Bibliollieknceten, Agosto, 1897, pp. 8T4-5 ; D. Chilovi, 
Simbolo Segnatura f FirenM, 1897, Btab. tip. fiorentino, p. 4. Del resto 
la [larolu timiolo, oggi per lo più accettata per indicare le cifre o sigle 
rlamifieaiUi dì qualunque sistema bibliografico, non sembra a noi troppo 
precisa, né qui occorre spiegare quello che iUlianamente valga imbolo. 
La dMiomintuìone di ideogramma t«rebbe assai più esatta e cbiara. 



lOU 



ARCHIVI, BIBLRJTECHB, HDSGI 



il caso occorso all' illoatre fisiologo francese raramente s 
che la partizione di dieci io dieci delle materie dello aciblle 
artificiosa e arbitraria, e che tante e sì variate file dì cifre nes- 
suno riuscirà mai a ricordare. Biasimo che, se mai, colpirebbe 
tutti i segni classificanti di qualunque sistema e non i numeri 
in particolare, perchè evidentemente ricordare ad es. 46 come 
ideogramma della regione « Italia » o due o tre sigle convenzio- 
nali qctali bgk, czb costeranno uguale sforzo, né d'altra parte ]e 
classazioni metodiche dei libri furono immaginata per affidarle del 
tutto alla memoria. La sola accusa dì arbitrw e di artificio, più 
seria certo in apparenza, scuoterebbe l' edificio del sistema deci- 
male dai fondamenti, se troppo spesso gli accusatori non dimen- 
ticassero che per primo il Dewey riconosce il conveazionalisrao, 
l'assurdità teorica della sua classazione, e la oÉfi-e come utile e 
pratica, niente altro, Da lungo tempo gli studiosi domandavano 
un metodo empirico che, senza riguardo a principi filosofici, senza 
pretesa dì infallibilità, desse ordine alla immensa produzione let- 
teraria dell' età nostra : il bibliografo americano pensò di averlo 
scoperto colla partizione decimale, non rigorosa, non agguerrita 
totalmeutfi contro le possibili sorpreso che le riserbano i progressi 
scientifici, ma pieghevole e suscettibile di perfezione. Se non è n 
priori vietato né contrario al buon senso dividere una scienza in 
dieci parti, come ha notato giustamente un apologista dell' ordi- 
namento decimale, il Dr. Luigi Do Marchi (1) ; se in questo 
1' autore stesso confessa che ì soggetti sono disposti secondo il 
criterio dell' affinità {sequence of allied subjects) e non del loro 
esatto coordinamento, cosa del resto che si riscontra in tutti gli 
schemi (2), l' ostilità costante di certa critica dalle tendenze an- 
tiamericane donde viene e come si spiegai' 



I critici in sostanza hanno combattuto e combattono nel 
lUcimalismo, più del principio fondamentale che In gov«niA, la 



vem *, 1* 3 



(1) Ved. in Rivida tUUe SSJiotteheedtigti Arehia,\o]. VII,n.> 
La elatnfieathnt coH detta deàmaU del tig. Dea«i/, pp. 99-106, speoiol- 
mente p. lUl. 

(2} Qnest' ultimft afffmn azione del sig. Mri.vii. Dewrv parrà eccessiva 
a chi conosc la sfeiria dei sislenii bibliografici per mitteria. 



LA CLASSIFIOAZIOKB BtBUOQBi 



e DECIMALE » 



fella degli argomenti e la loro successione stabilita dall'autore 
ilio sciientB. Nel quale, a dir vero, domina tale disordine che, 
1 volere, ei dimentica I' autodifesa, anticipata de! sig, Dewey. 
[ Richet medesimo, uno dei più ardenti decimalisti ha constatato 
L lieta argomenti ripetuti (la Fisiologia per es., una volta sotto 
viicina, un' altra sotto Zoologia) a lacune portentose. Poi ac- 
a ordinamenti buoni, a serie regolarissime (qualunque filologo 
fcproverebbe la serie : 883 « Poesia epiat dei Greci », 883, 1 
I Ometv », 883. 2 < Esiodo ») e ad altre uè buone né cattive (come 
nS. 1 < sangue, circolcmione », G12. 2 « respirazione », serie che, 
I Richet, si invertirebbe senza danno e senza utilità), stanno 
B irrazionali, sproporzioni e capricciosi paralleliami. E anche noi 
^o delle stranezze e irregolarità del sistema sottopor- 
rlo al giudizio dei lettori poche osservazioni. Premettere le opere 
llla drammatica greca [882] a quelle sull'epico [883] è una scor- 
t novità dovuta forse all'amore eccessivo della «miifietrta (1): 
ideata precedenza infatti scopre nell'autore il desiderio di com- 
1 rapporto di numero fra l'epica greca [883], la latina 
] ed altre epopee. Suddividere la sezione 935 < Medo Persia » 
85. 1 « Chaidaea », 935. 2 a Assyria, mneveh ., 935. b t Me- 
>, 935. 4 « Babylonia » vai quanto sconvolgere uno dei più 
importanti periodi di storia antica. Già si domanda che cosa si- 
gnilìchi l' infelice titolo di Medo Persia e qual distinzione faccia 
l' Autore tra 935, 1 e 935. i. Probabilmente 935. 1 * Chaidaea » 
6 l'antica monarchia Eufiratenso £no alla caduta di Ninive, e 935. 4 
* BabyUmia » il nuovo impero da Nabopolasaar fino a Ciro ; ma 
occorreva limitare esattamente questi confini ed evitare la sino- 
nimia imbarazzante di Cfialdaea e Babylonia. Egli è ohe l'A., 
ignaro degli studi sulla storia dell'Asia anteriore, non ha pen- 
8?fo (cosa assai semplice) a chiamare 935. 1, ■ Storia babilonese 
fino alla conquista dì Ninive », 935. 4. a Storia babilonese da 
Nabopolassar sino all' invasione Persiana <■. Neppure si è avve- 
duto ohe è appunto il nuovo impero di Babilonia quello ohe più 
eiostamente dovrebbe dirsi « caldeo » ; ha considerato la storia 
della Mesopotamia come snbordinata a quella della cosi detta Medo 
ì ha assegnato finalmente al paese di Siisa un decimo 



102 ARCHIVI, BIBLIOTBOHB, UDSBI 

di sezione (93&. 9) quanto all'Assiria ! Sproporzioni anche mag- 
giori, ambiguità, falsi coordinamenti ha rimproverato al Dewey 
la critica magistrale del sig. Delisle (1). La sezione 271 « Ordini 
religiosi » è arruffata e incompleta ; il Diritto romano confinato 
nel gruppo 349 insieme con altre celebri giurisprudenze, mentre 
l'americana e l' inglese occupano ciascuna una sezione da so ; il 
sanscrito e diversi idiomi d' importanza son riuniti in 490 sotto 
il titolo di minor languagea, e si cliiamano miìion (perchè non 
dire altri linguaggi '^) rispetto a! tedesco [430], al francese [440], 
all' italiano [450], allo spagnuolo [400], al latino [470], al greco [480] ; 
la storia politica di paesi che furono, come l' Italia [945], alla 
testa della civiltà par tenuta, di fronte a quella dell'America, ili 
scarsa considerazione. Di tale preferenza accordata più volte nel 
corso della € Decimai Classiflcation » agli anglo-sassoni si mera- 
viglia forte il Delisle, custode della più insigne biblioteca della 
vecchia Europa, la Nazionale di Parigi. Egli rifiuta come irraaio- 
nale e a noi inservibile la classazione del Dewey, e la restitui- 
sce volentieri al suo inventore, incompetente nella bibliografia 
delle età antiche. E col Delisle concordano in Francia tra i primi 
il Funck-Brentano, il Langlois, il Polaìn, in Germania l'Hartwig 
e molti altri, in Italia la maggioranza dei bibliotecari. 

Le proposte americane si rìdaeono in sostanza a dne: appli- 
care il metodo decimate al Catalogo scientifico delle biblioteche, 
delle varie collezioni, dei repertori bibliografici ec., e disporre le 
opere sugli scaffali per ordine di cifra in armonia col Catalogo. 
Il partito degli avversari oppone : noi non vogliamo per una clas- 
sificazione assurda mettere Io scompiglio nelle antiche librerie che 
son tutte ordinate da secoli con criteri da rispettare. Una dispo- 
sizione dei libri secondo le cifre (01, 02, 03..., 10, 11, 12....) 
porterebbe i grandi in folio accanto ad opere di formato minimo, 
spezzerebbe collezioni di rarità, curiosità, miscellanee, editiones 
principes ; né giova addurre l' esempio di mille biblioteche le quali 
nell' altro emisfero hanno adottato la Decimai Clmaificatitm (2) 



(1) Vsd. Jmimal dei Savantt, febbraio, 18%. 

(2) Ve<l. G. FuKAoiLi-i in Alti ,UUa Ca«fere«a, 
(Milano, AssjfiftB. lipogr. librerii» it-, mW), p. la. 



LA CLASSIFICAZIONE BIBLIOGRAFICA « DECIMALE » 103 

perchè o esse non si trovano nelle condizioni delle librerie euro- 
pee, o troppo spesso anche là dovrà esser rotto l'ordine scientifico 
rigoroso. Inoltre dove lo studioso non si ammetta (e questo è il 
caso quasi dappertutto nel vecchio mondo) a far ricerche diretta- 
mente su gli scaffali è inutile qualsiasi collocazione sistematica. 
Poco sappiamo pel momento intomo alle mille esperienze spesso 
citate dei bibliotecari americani, e si può ragionevolmente pensare 
che essi, escludendo il collocamento, abbiano applicato il più delle 
volte il solo Catalogo. Perchè questo solo in Europa e dappertutto 
potrebbe meritare considerazione, non per il valore scientifico che 
gli manca, ma perchè serve di &tto utilmente nelle ricerche. 
Trattasi ora di vedere se meglio convenga accogliere gli errori e 
le inesattezze dell' inventore americano, o domandare ai dotti uno 
schema modificato e corretto fino al punto che la partizione de- 
cimale può consentirlo : e qui la convenienza sola detterà la 
risposta nei vari casi. In America, nella patria del Dewey e per 
consiglio di lui, certi istituti hanno da un pezzo introdotto miglio- 
ramenti nella sua classificazione : invece nel Belgio, in Francia 
si levano ora voci autorevoli che raccomandano un « Dewey inal- 
terato » (1). E per quanto incredibile possa apparire a primo 
aspetto tale domanda, ha in mira un caso speciale e nasconde seri 
motivi che ora vedremo. 

Innanzi al carattere di specialità che ogni giorno assumono 
certe scienze, all' incremento della produzione letteraria, all' atti- 
vità della stampa, le ricerche bibliografiche son divenute assai 
malagevoli. Eruditi, dilettanti e compilatori pervengono a stento 
a conoscere i materiali che già esistono per lo studio di molti 



(1) Votando per il sistema inaUeralnle il Bichrt (Revue SciefUifique, 1896, 
n, p. 50) narra le difficoltà da lui incontrate nel costruire uno schema 
decimale di Fisiologia, e sembra dedurne che i bibliografi dalla cultura 
estesa e non profonda posseggono almeno tanta attitudine quanta gli eru- 
diti alla compilazione degli schemi pratici. Ci sia lecito qui dissentire 
dall' illustre professore ed osservare : perchè allora gli ampliamenti della 
Tavola del Dewey non si affidarono ai bibliotecari, ai bibliografi ? A nostro 
ayyigo, perchè solo V erudito, lo »pecialUta possiede tutta la scienza, e gli 
uomini a cui a11u(l(.' il Bichet ne conoscono apx)ena le partizioni generali. 
Soltanto per riguardo a queste l' afiìermazione del fisiologo francese è so- 
stenibile. 



104 



ARCHIVI, BIBUOTKOBB, HOSBI 



soggetti : eppure le iatituzioiii pubbliche e private, le sodetA fiume 
già molto per la 'bibliografia in ogni campo dello scibile. Si pub- 
blicano fouti e documenti; le biblioteche correggono vecchi cata- 
loghi e provvedono ai nuovi ; Riviste, Atti accademici con annunzi 
e rendiconti informano gli studiosi intorno ai progressi d'ogni que- 
stione. Che manca dunque alla bibliografia in mezzo a tanti utili 
lavori ? la completezza, it metodo uniforme, la rapidità dell' infor- 
mazione. Oltre a ciò, osserva giustamente taluno : i sapienti fu- 
rouo divisi fino ad oggi in tante piccole associazioni e occapati 
tutti a promuovere, a favorire i loro studi speciali senza riguardo 
ai rami affini dello scibile: e qui è un altro danno che domanda 
riparo. Tuttavia come verrebbero i bibliografi a una specie di 
federazione universale, a una maniera unica di lavoro, a ana clas- 
sificazione completa e perenne delle pubblicazioni uscite e da uscire 
alla luce ? Esaminando tali questioni, il Congresso internaKÌonale 
bibliografico raccolto a Bruxelles nel ltì96 concluse con voce una- 
nime non doversi un metodo uniforme di catalogare, e un Reper- 
torio universale delle pubblicazioni passate e presenti ritenere 
per utopie, purché si adotti nell' uso internazionale quel sistema 
di classificazione che era iu origine destinato alle biblioteche ame- 
ricane. Il Congresso belga giudicò tal sistema il più semplice fra 
tutti gli sperimentati, il più chiaro, il più diffuso, il solo servi- 
bile: indi l'Office intei-nalional de Bibliographie, fondato già a 
Bruxelles nel 1891 dai sigg. H. Lafontaine e P. Otlet e ufficial- 
mente poi riconosciuto dal governo belga nel ISOó, iniziò, insieme 
CxAVInalitut inlemational de Bibliographie, pure in Bruxelles, la 
propaganda a favore della classazicme decimale, elevando quasi a 
dogma il principio che questa è innllerabile. Chi aderisca alle 
idee dell' /sf Auto, dichiarano i bibliografi belgi, deve accettare la 
Tavola del Dewey come essa è, in primo luogo per amore di 
oonowdia coi bibliotecari americani, che già classificarono sa quella 
Tavola milioni dì schede, in secondo luogo perchè la preparazione 
dì nn nuovo schema domanderebbe assai lungo tempo, dìspute 
infinite, uè menerebbe a resultati più pratici di queUi sperati 
dall' Istituto : e intanto urge metter un termine ai disagi dì chi 
studia. Accettiamo, anche sacrificando tendenze e simpatie perso- 
nali, il metodo americano e allora la cooperazione dei governi, 
privati, delle società, renderà possibile altresì un Repertorio, 
bliografico universale. 



LA CLA83IFI0AZIOHB BIBLIOOSAFICA « DEOIltiUC > 



H» 



La promessa, non si può negarlo è aeducente. Il lettore, per 
(Btenderla meglio, ai compiaccia di entrare pochi momenti in un 
londo finora fantastica. 

La Tavola del Dewey col suo indice per soggetti è tradotta 
nei principali linguaggi del mondo civile, la partizione delle scienze 
è stata condotta, per o[»era di specialisti, fino alle più minute ra- 
tnificadoni, onde gli argomenti più reconditi hanno un posto nel 
«nadro bibliografico decimale. Ogni casa editrice manda in luco 
t suoi volumi accompagnati da schede che ne registrano i titoli e 
sificano colle cifre relative del metodo americano : le BJvi- 
, le Associazioni pubblicano nella stessa maniera i loro Atti, 
B danno scJiede in più esemplari per le singole monografie. Nel 
DTpo stesso delle Riviste accanto a ogni titolo sì nota il numero 
i classazione, fornito dall'autore medesimo dell'artìcolo, talché 
■li errori altrimenti possibili sono evitati. Le schede presentano 
dimensioni invarìabUi : i privati non hanno che a disjiorle in cas- 
sette per aecatalogare le loro collezioni, le biblioteche fanno al- 
trettanto e costituiscono, in ordine di «unterò, il loro catalogo 
metodico, poi l'alfabetico per ordine di autori, ed altri ancora con 
altri oriterì, ordinando diversamente le si^hede acquistate già in 
più esemplari. La compilazione della bibliografia vien divisa se- 
ido i soggetti e si pubblica periodicamente, in diversi luoghi, 
1 schede modello, prescritte dall' Ufficio intemazionale belga, o 
I volumi le cui pagine impresse da un solo lato vengon taghat* 
i ridotte a schede modello. Cosi i privati, i piccoli centri di stu- 
t> si procurano questa o quella parte della Bihliographia uni- 
(1) e la mantengono, volendo, sempre in corso; gli isti- 
nti di prim' ordine possono ancora raccoglierla nella sua integrità. 
Il'aitro lato procede la classificazione bibliografica retrospettiva. 
"the deve abbracciare ogni pubblicazione venuta in luce dalle ori- 
gini della stampa fino all' eti presente. SÌ spogliano le antiche 
bibliografie, perchè non sempre accade di aver aott' occhio le opere 
dì questo lungo perìodo, e conviene affidarsi alle altrui indica- 
aoni : con circa quindici milioni dì schede l' ingente Catalogo 
mi terminato ed annesso alla Bibliografia contemporanea. 



il titolo lìato al lìe/ierlorio dall'Ufficio di Bruxelles. 



Aneddoti e Varietà 



-•♦^.♦< 



Note italiane sibila storia di Francia. (•) 

vni. 

Un canto della Tesoreria delle guerre di Milano (1504-1505). 

E nota abbastanza l'estrema povertà degli Archivi di Stato 
di Milano, durante il periodo delP occupazione francese; ed è inu- 
tile di segnalarla novamente qui, e far rilevare F interesse che 
presenta, per il fatto stesso di tale povertà, il documento ch'io 
comunico qui sotto. Conservato nel manoscritto 7882 dal « Fondo 
francese » della Biblioteca Nazionale di Parigi, vi è rimasto ine- 
dito e press' a poco sconosciuto fino a questo giorno ^ sembra sia 
sfuggito anche alle sagaci e pazienti ricerche del sig. De Maulde 
La-Clavière : almeno questi non lo ha inserito fra i documenti 
giustificativi della sua edizione delle « Chroniques de Louis XII 
par Jean d'AiUon ». Sarebbe difficile il poter dire per qual com- 
binazione questa « copie de certain état > sia stata salvata dalla 
distruzione e per qual serie di avvenimenti sia giunta alla Bi- 
blioteca Nazionale. D' altronde sembra che la sua autenticità non 
possa esser messa in dubbio. 

Questo Etai è quello delle truppe mantenute nel Milanese, 
in tempo di pace, da Luigi XII. Gli anni 1504 e 1505 sono 
stati fra i più placidi nella storia delle relazioni di questo so- 
vrano con gli Stati italiani ; la Lombardia finiva di rimettersi 



(*) Note precedenti: I. Una lettera di Luigi Montpensier e altri docu- 
menti che vi si riferiscono [1496-'99] {Arch,, Serie V, to. XIII, an. 1894). 
- II. Proposta e disegno d' un trattato fra Carlo Vili e Ludovico Sforza 
[1497] (ivi). - m. Informatori italiani in Lione nel 1498 (ivi). - IV. Gli 
« Inviciati » agenti milanesi a .Sai uzzo [1499] (XIV, 1894). - V. Lettere 
di Luigi d'Orléans [Luigi XU] (XV, 1896). - VI. Porto Longone durante 
il primo Impero (XVI, 1896). - VII. Lettere inedite dell'intendente Col- 
bert du Terron, durante T assedio di Messina [1675-1676] (XVIII, 1»H>). 



NOTE ITALIANE SULLA STORIA DI FRANCIA 109 

dalla scossa moralmente e materialmente si grave che le avevano 
procurato la guerra e la rivoluzione del 1499-1600; i germi d'op- 
posizione vi erano ancora nascosti ; il governo francese sembrava 
esservici pacificamente e per molto tempo stabilito, come lo prova 
la testimonianza del segno veneziano Leone Bianco (1). E dunque 
il quadro esatto e completo dell'esercito normale d'occupazione che 
ci ha conservato questa copie d* état ; essa ci dà al tempo stesso 
la statistica e il bilancio di questo esercito e ci fornisce dei rag- 
guagli utili per la biografia e il cursus Jionorum di alcuni dei 
più celebri capitani francesi, o franco-milanesi, di quel tempo. 

Mi è sembrato utile di riavvicinare a questo quadro del corpo 
di occupazione della Lombardia, un altro quadro analogo, conser- 
vato anch'esso nella Biblioteca Nazionale di Parigi, nel codice 
2960 del Fondo Francese. Questo è relativo all' anno 1501, nuovo 
stile (gennaio 1500 - dee. 1501 vecch. stile), e dà il catalogo delle 
truppe rimaste in Francia all'indomani della campagna dei Fran- 
cesi in Lombardia. Vi si constata che diverse compagnie di lan- 
cio, che avevano cooperato alla distruzione del potere di Ludo- 
vico Sforza, erano fino d'allora rientrate in Francia, o per lo meno 
impiegate fuori dell'ex-ducato di Milano : per esempio la compa- 
gnia di Cesare Borgia, duca Valentino, e quella del marchese di 
Saluzzo, che troviamo qui ridotta a quaranta lancio. H confironto 
di questi due documenti quasi contemporanei, può dare un' idea 
approssimativa del totale delle forze militari della Francia du- 
rante il periodo più felice del regno di Luigi XII. E se si nota 
che il totale dell' esercito impiegato nel Milanese sorpassa la metà 
di quello rimasto in Francia, si può ben giudicare che non era 
senza sforzò e senza sacrifizi pecuniari che Luigi XII assicurava 
la tranquillità a Milano ed il progresso dell'influenza firancese 
non meno che il progresso materiale in Lombardia. 

Montpellier. L. G. Pélissier. 



(1) Cfr. Documenls pour V hùtoire de la domination franqaise dans le Mi- 
lanaù (1499-1518), p. 100, n.« 2d: J. J. Trivulce et Vétal des parto à Milan 
tn 1504, lettera del segretario veneziano Bianco al consiglio dei Dieci, 
Milano 19 settembre 1504. 



110 ANEDDOTI E VARIETÀ 



1. 

Conto déUa tesoreria delle guerre (1500-1501) 
(Bib. Nat. F. Frane, 2960, fol. 14). 

t RooUe des parties et sommes de deniers que le Roy nostre sire 
a ordonné et commandé estre payées, baìUées et delivrées par Geuttroy 
Delacroix, son conseiller et trésorier de ses guerres, des deniers a 
luy ordonnez pour convertir et emploier au fait de son office durant 
V année commancent le premier jonr de janvier l' an mil cinq cens 
et finissant le derrenier jour de decembre ensuyvent Pan revolu, mil 
cinq cens et ung, aux personnes et pour les canses qui ensuivent 

M premièremeni pour le quartier de janvier, féerier et mare, 

Aux cent lances foumies de l'ordonnance du Itoi nostre sire estans 
soubz la charge et conduicte de Mons.*' le due de Bourbonnoys et d^Au- 
vergne, sa personne en ce comprinse, la somme de neuf mil troys cens 
livres tournoys a eux ordonnée par ledit seigneur pour leurs gaiges et 
souldes dudit quartier de janvier, février et mars au feur de trente une 
livres tournoys pour chascune lance fournie par mois ; en ce comprins 
l'estat de cappi taine qui est de vingt soubz tournois pour chascune lance 
fournie aussy par moys, pour ce, cy ix"» iii^ l.t. 

Aux cent lances fournies de ladite ordonnance 
estans soubz la charge et conduicte de Mons.' 
Mess.r* Pierre de Bohan, chevallier, seigneur de 
Gyé et mareschal de France pour semblable cause 
et au feur que dessus, la somme de ixn> mc l.t. 

Cent lances. . . . sous la charge et conduite de 
M. le due de Yalentinois, et dont le capitaine Au- 
bert du Bousset en a la conduite soubz luy . . ix^ iir l.t. 

Cinquante lances.... d'£ngelbert, monsieur 
de Clèves, comte de Nevers et d'Eu mi™ vi^ l l.t. 

Cinquante lances .... de M. le comte Gaston de 
Foix, fila de feu Mons.^ le comte de Foix, et dont 
Kogier de Béam, seigneur de La Bastide en a la 
conduicte et charge soubz lui, et auquel le Boy, • 

nostredit seigneur, a ordonné Pestat et droit de 
cappitaine iiii"» vi<* l.t. 

Cinquante lances.... de M. d'Albret mi»" vie l.t. 

Trente lances.... de Mons. ' Dor vai, gouver- 
neur de Champagne n«» vii^ iiii«* x J.t. 

Quatre vingt lances.... de Mons.' de la Tré- 
moille vii«» ini<^ xl l.t. 

Cinquante lances..,. de M. de Pyennee . . ini»» vie j, i,t. 



NOTE ITALIANE SULLA STORIA DI FRANCIA 111 

Cinquante lances.... de M. le marquis de 
tothelin, mareschal de Bonrgogne nii™ vi<^ l Lt. 

[fol. 15t^]. Cinquante lanoes de M. le grant baa- 
ard Mathieu de Bombon . ini^^ vi^ l l.t. 

Qoarante lances. ... de M. Philìppes du Molin, 
hevalier iii™ vii^ xx l.t. 

Qnarante lances.... de M. le marquis de Sa- 
aces iiin^ vn<: xx l.t. 

Quarante lances .... de M. de Mauléon et Bo- 
ivvers Ili»» viK xx l.t. 

Cinquante lances.... de M. de S. Prest . . iiii>" vi^ l l.t. 

Trente lances.... de Messire Bobert de la 
Ifarche ii™ vii** iiii»« x l.t. 

Quarante lances.... de Messire Philibert de 
Dhoiseul ni»» vii« xx l.t. 

[fol. 15^]. Vingt cinq lances. . . . de M. le Sene- 
ichal d'Armignat ii"» iir-* xxv l.t. 

Quarante cinq lances.... de Mons. Antoine 
le Baissaji baiUi de Dijon (en ce oomprins vingt 
lances, qu'il a euz de creue, venuz de la compa- 
ignie de feu M. de Beaumont de Pollignac). . . mi'*' ciiii'* v l.t. 

Vingt lances .... de M. Bobert Malherbe, che- 
valier, prévost des mareschaux de France . . . xvin*^ lx l.t. 

Quarante lances. ... de M. Loys de Hédou ville, 
chevalier, seigneur de Sandricourt iii™ vii<^ xx l.t. 

Aux quinze archiers de la dite ordonnance, 
estans soubz la charge et conduicte de Guillaume 
deCorquelierai, prévost des mareschaux, la somme 
de trois cens trente sept livree dix soubz tournoys 
à eulx ordonnés par le dit 8,^ pour leurs gaiges et 
souldes dudit quartier de janvier, fóvrier et mars ; 
laquelle somme le dit S,^ a ordonnée estre baillée 
audit Corquelleray par sa simple quittance pour 
icelle distribuer aux dits quinze archiers, sans 
faire aucune monstre ne reveue, ne que le dit tré- 
sorier des guerres soict tenu [fol. 16»] rapportar 
sur ses comptes autre acquict ne verifficacion, fors 
la quittance dudit Corquelleray, tant seuUement 

pour ce ; cy iii^ xxxvii l.t. 

Audit Genffroy Delacroix, trésorier des guerres 
dessusdit pour ses gaiges ordinairej ilu quartier de 

janvier, février et mars la somme de yc l.t. 

À Jehan du Plessis, dit Torcou (1), secrétaire 
Je la guerre, pour partie de ses gaiges de janvier 
février et mars vip* x l.t. 



(1) Sic, si deve leggere « Tortcol ». 



112 ANEDDOTI E VARIETÀ 

Aux clercs dudit Geuffix>y DelacroiX| trésorier 
des guerres à départir entre eulx par lui, aìnsi 
qu'il advisera, la somme de douze oens dix neuf 
livres quatre soulz quatre deniers obole toumoi 
ponr leurs gaiges, sallaires, yoitnres et vaccacions 
et despens de taire le payement desdites mil quatre 
vings troys lances troia quars foumies cy devant 
déclairées, pour ledit quartier de janvier, février 
et mars xii<^ xix* ini* iiii>i- » 

Auxdits clercs à départir entre eulx, ainsi que 
ledit trésorier advisera, la somme de deux cens cin- 
quante livres toumoys à eulx ordonnée de creue 
par le Boy nostre dit seigneur, oultre leurs gaiges 
ordinaires cy devant déclarez, pour leur ayder à 
supportar les fraiz, mises et despens que faire leur 
conviendra ès pays d'Itallye et Pyemond, pour 
le payement desdits gens de guerre des ordonnan- 
ces du Boy n<^ l 1. t. 

[fol. 16^]. A Bernard de la Bocque, Poncet de 
Lespinasse, Daniel de Herlin et Prégent de Gouc^ 
tivy, commissaires ordonnés par le Boy, nostre 
dit S.'', ò. faire les monstres et reveues de partie des 
dites gens de guerre, la somme de quatre oens livres 
tournoys, pour leurs gaiges et voyaiges du dit 
quartier deganvier, février et mars.... laquelle 
somme se prandra sur les absens, places vuydes et 
deniers revenant bons au Boy ime 1. 1. 

A Maistre Simon Bogier, Nyccollas Berziau, 
Blaise Vigenere et Bertault Lefevre, commis de Je- 
han du Plessis, dit Toi^cou, ... la somme de deux 
cens quarante livres toumoys qui est à chascun 
d'eulx soixantes à eulx ordonnées par le Boy . . . , 
pour leurs gaiges et voyaiges de assister et estre pre- 
senta aux monstres et reveues des dites gens de 
guerre et en passer et reoevoir les quittances pour 
le dit quartier de janvier, février et mars, laquelle 
somme de deux cens quarante livres se prendra sur 
les absensi places vuydes et deniers revenans bons 
au roi notre dit seigneur ès compaignies deasus dites ii^* xl 1. 1. 

Somme ciu™ ve xxxvi' xiiii* iiii<i- ob. tou 

[fol. 24i>] (1) Somme toute des parties contenues en ce présent reo 
quatre cens quatorze mil cent quarente six livres dix sept selz six 
niers tournoys. Ainn signé: Bona. Nyelle. 



(1) Nei fol. 17* a 24* è il prospetto di altri tre trimestri (aprile-giug 
luglio-settembre, ottobre-dicembre) che è afiBatto identico a quello so 
riferito; e perciò m'è parso inutile di riprodurlo qui. 



NOTE ITALIANE SULLA STORIA DI FRANCIA 

Nous, Loys, par la grace de Dieu Roy de France, certiffic 
noz améz et féaulx genz de noz comptes et autres q^ix* il appartiei 
qne nous avons ordonné et commandé à nostre &mé et; feal consc 
et trésorìer de noz gnerres Geuffroy Delacroix payer, baille 
delivrer des deniers qui lui ont esté ordonnez et appoìnctez 
convertir au ùàt de son office durant l'année commaxicant le 
mier jour de janvier V an mil cinq cens et fìj:iissa]:i.t le derrc 
jour de decembre Pan revolu mil cinq cens et lang^ au persoi 
pour les causes et ainsi qu' il est plus à plain contenu. et declai 
chascun article de ce present roole de parcliemin les sommefi 
deniers en icellui contenues [fol. 25*] montant exisemble à la soi 
de quatre cens quatorze mil cent quarente six livres dix sept 
six deniers tournoys; en ce comprins la somme eie d.eux mil li 
toumois que lui ordonnée pour ses gaìges de la dite année. 

En tesmoing de ce, nous avons signé ce present roole de n. 
main. Donne à Bloys le xvii« jour de février 1' an mil cinq < 
et deux. Aitisi signé: Loys et plus bas Robert et. 



2. 
Canto ddla tesoreria delle guerre di Milano (1504-1506). 

(Bib. Nat. P. Frane, 7882). 

[fol. II]. Copie de certain estat faict par le Koy notre Sire à 

oolas de Neufville, par lui commis à la trésorerie ^^^^^^^^ ^' 

finché de Millan, par lequel il appert que le Roy, i^of '® J^^^e^^ 

x. 1 * f^yiiiee entiere d 
^«ult et ordonne paiement estre iait, duranti x «» ^ , . 
r^ ♦ 1 . . A ' '\ /^ina cens et quatre et fi 

^3ciitn9ant le premier jour de janvier mil cinti ^ -i • n co 

^^nt le derrenier jour de decembre ensuivant C] 

xvsirir et raison qvu ^s 
^ux gens de guerre nommés en icelui, au le ^^^ ^^^ ^^^^^ 

I^lain dóclairé audit estat donne au Plessis ^^ P , ^ ^^ 

'^rM si«ne iioys et 6e<1* 
J our de juillet audit an mil cinq cens et cinq.» » e vrea< 

^viqnel la teneur s'ensuit: 

[fol. m*]. Gens d'ordonn^ttoe^ 

"Boy s<>^^* ^ char^ ^ 
Cent lances foumies des ordonnances dn ^ ^^ personne ^ 

<liict de Monseigneur le mareachal de Triv^^^'^^^^^e ^^rti^x^^' 
inae, pour leurs gaiges et souldes de la diete ^ ^^ derrenii^^^*^ ^ 
ier jour de janvier derrenier passe et fini^*^^^ ^ mil ^^ ^^*^*»* 
anlire prodhain venant, la somme de tren^® ^^oys P^'*' tìh«à^*^ 
u est à la raison de trente une livre tom^"*^ ^^■'^Uti^. 

AlOH. Sios. It., 6.« Serie. — XX- ^ 



Prinse 
mier 



114 ANEDDOTI E VARIETÀ 

fournie par moys, en ce comprins Pestai du càppitaine qui est de vingt 
solz tonmoys pour lance fournie, aussi par moys. xxzviii*^ ii^ 1. 1. 

Cent lanoes.... soubz la charge.... de Mon> 
seigneor le marquis de Mantoue, . . . au feur et rai- 
son quo dessos xxxvii°^ iic 1. 1. 

[fol. m"]. Ginquante lances. . . . de M. de Mon- 
thoison xvni™ vii^ 1. 1. 

Ginquante lanoes .... chevaller de Louvain . xviii» vu^ 1. 1. 

Ginquante lanoes .... M. de La Palisse . . . zvni°^ viic 1. 1. 

Ginquante lanoes .... Messire Emard de Prie . . . 
pour leurs gaiges et souldes du quartier de janvier 
derrenier passe un» vi^ 1. 1. 

[fol. r7<^]. Ginquante lanoes.... Marquis de 
Montferrat .... pour leurs gaiges et souldes .... 
pour les troys derreniers quartiers xiii™ ix^ l 1. 1. 

Ginquante lanoes.... Messire Galeas Pallavi- 
cin, pour semblable cause que dessus xviii"^ vi^' 1. 1. 

Ginquante lances. . . . Messire Anthoine Marie 
de Saint Severin xviiin» vi^ 1. 1. 

[fol. iv^]. Ginquante lances.... M. d'Alègre . xvui™ vi^ 1. 1. 

Trento lances.... M. de Fontrailles .... xi™ clx 1. 1. 

Vingt cinq lances nouvelles dont le Roy a 
baillé charge à Messire Théodore de Trivulce pour 
l'entretenement d'aucuns bons personnages nap- 
poUitains. Gy pour les troys derreniers quartiers vi™ ix© lxxv 1. 1. 

[fol. V»]. Gent Albanoys estant soubs la charge 
et conduicte de Messire Mercure Bua, sa personne 
en oe comprinse. . . . pour leurs gaiges et souldes de 
la diete année au feur de sept livres dix sols tour- 
noys pour homme, par moys, comprins huit cens 
livres toumoys pour les gaiges du càppitaine. . ix™ vnic 1. 1. 

[fol. v^]. Mortespayes, 

Pour les gens de guerre ordonnez et establiz 
à la mortepaye pour la garde, seureté et deffense 
du chasteau de Millan et autres chasteaux, places 
et forteresses du dict duché dont il sen payera 
pour les deux premiers quartiers de 1* année pré- 
sente le nombre de seize cens, et pour les deux 
autres quartiers restans de la diete année ]e nom- 
bre de quinze cens quatorze (1) seuUement, au 
feur de cent solz toumois pour homme par moys; 



(1) « Quatorze » è uno sbaglio dello scrittore; quattro è il vero nu- 
mero, come appare dalle cifre qui sotto citate. 



NOTB rTÀUkSn SULLA STORIA 



[ FRAHOIA 



U5 



scUin Kt en essuivunt les ontonnances, 
TOolte et (I^iArtement qni en seront faits par M. de 
ChaaniouL, grand maìstre et tnAreschai de £Vance, 
et lient^-naiit g^aóral ponr le S.ay delA les monts, 
auiliat de Neufrille, commis dessusdiet pour cecy, 

pouT leurs gaiges et souldes de la diete aiiuée . iui<* xiiti» nii° xs 1. 1. 
[fol. VI*], Addici Nicolas de NeufVille . . . iv* 1. 1, 
Somme totnlle dea porties conteuues cu ce piésent estat, troia cens vingt 
sept mil (jUatre cena cinquanta oìnii livrea toiimois. 

A Macé Sabouret et Nicolas Gedoyn, commis da contrerolleur de la 
^■ure. qui ont servy et serviront avec lea commisssires à faire et con- 
l^BKiUer les monstres des gens de guerre..., dn dncW de Millan..,. 
qaatre cens quatre vingts livrea toumoia, qui sera prinse sur les deniers 
revenans dee absens et placea vuydea comma il est accostumé. 

[fol. VI*']. F»it au PleBsis dn Pare le» Tours le vii* jour de joillet niìl 
cinq cens et oinq. Alntii sigué: lioya, et, Gedoyn< 

[fol. ru>']. Au oba.'Ul, place et rociuette do Uillan, le nombre de cent 
hommes harmés et deux cena archiers pour la garde, seoreté et deffense 
de» dieta ubaste! ut roquelte, dix llvres toiimoya pour ehnquo homme 
d'omies, t^ept livrea dix solz pour chaqne aruhier par muys, {fol. vili') fal- 
le nombre de cinq eens mortcs imyes à la raison de cent sol* 
toumois pour ebasqune mortepaye par moia. 

Au palaia de Millan, pour la garde de la .juatice dudit paya et duché, 
te mortespayea. 

prévoat des marescliuuU, pour le renfort de la justicedudict paya 
n XVI tnortes payes. 

iii>']. AucbasteldePavye, dix mort«spayea 

A la tour de Pavye, l 
Allexandrie. ... I 
Torto une 

;%*]. Lodda dix 

VaUence. 



Ih 



tfol- 1 



[fbl. 



. quiDze 



Ti'eaae qnarante 

Breny di;i bnit 

Leoq quaraute deux .... 

Coeme septante 

Charannes .... cent vingt cinq .... 
Tira» et Platemalle cinquante une .... 

. Lugau nonaute aix 

A Marco (»«;)... dix 

Lacame cent septante buit . . . 

Oampdocu . . , . deux cents quaranta deux 

It^terelle .... quarante 

Novarre trente six 



Total: 1»W mortospaye». 



IIG ANEDDOTI E VARIBrÀ 

[fol. X*]. Trósorier des guerres en la duché de Milan, payez les 
cent hommes d'armes et deux cent archers estans ès places, chastel 
et rocquette de Milan, à la raison de dix livrea tournois pour homme 
d*armes et sept livrea dix sola tournoia pour archer par mois, fai- 
aant à la dite raiaon le nombre de cinq centa mortea payes à cent 
aolz tournoia par moia pour chascune mortepaye; auasi lea unze 
cena autrea morteapayea dont cydeaaua eat £edte mention à la raiaon 
de cent aolz tournoia pour chaacune d'icellea morteapayea par moys, 
qui eat enaemble le nombre de aeize cena morteapayea, ordonnées 
et eatablyea par le Boy notre Sire pour aa garde, aeureté et deffense 
dea villea, chaateaua, placea et fortereaaea de aea paya et duchè de 
Milan, de leura gaigea et aouldea dea quartiere de janvier, février et 
mara, et avril, may et juìn de cette présente annóe [foL x^] mil cinq 
cena cinq, et ce après lea monatrea et reveuea qui en aeront par nous 
faictea ou autrea en ayant le povoir en la préaence du aecré taire et 
contreroUeur general de la guerre ou Tun de ses commia, le tout 
ainay et à la raison qu' il est en ces prósentes contenu et déclairé. 
Leaquelles, on tesmoing de ce, nous avona aignóea de noatre nom et 
fait aeller du ael de noz armes. Le xnV jour de juing oudit an 
mil cinq cena et cinq. Ahun signé: D^Amboise (1). 

[fol. xiiu*]. Coppies des Vidimua de deux lettrea patentes du roy 
noatre sire, eacript par ung mesmes vidimus, [fol. xiiii^j les premiéres 
donnéea à Madon le XIP jour d'aouat Tan mil cinq cena et quatre, 
par leaquelles et pour les cauaea et considérationa à plain déclai- 
réea èa ditea lettrea, le Boy noatre aeigneur a créé, constitué et 



(1) I foglietti XI a xiii^ contengono un deuxihné départemeni de 1504 
mortetpayea, che è identico al primo, salvo la diminuzione o Boppreasione 
di alcune guarnigioni, il cui totale produce precisamente la diif«»renza 
di 96 paghe-morte, segnalata tra i due primi trimestri e i due ultimi. 
Noterò qui soltanto i luoghi ai quali si riferisce la diminuzione : 

[fol. xii«]. Au Palais de Millau 40 mortespayes 

[fol. xii^]. Alexandrie .... 8 » 

Tortonne .... 5 » 

Cosmo 46 » 

(,La guarnigione di Valenza è soppressa). 

|f()l. xiii<^|. Tiran et Platcmalle 5(J » 

Candolce 288 » 

Materelle .... 30 » 

Lugan 86 » 

Le quali somme parziali danno appunto il totale sopra indicato delle 
))aghe morte soppresse. 






HOT! ITAUAnC SULLA STORU DI VEtAVOIA 

AU&bly le dict Beigneur de Chaumont, grant maistre de France et 
Bon [ieiiteoant general et gouverneur de la duché do Mìlan, en 
r office de tnaresohal de France estraordinaire, en attendati* que lodit 
seigneur l'ait jiaurveu du premier office de inareschal de France 
ordùt&ire qiii vacquera, et leqnel premier office de mareachal de 
France ordinaire qui vacquera le déseigoe a reservó ledit de Chau- 
mont, et dèa laaintenitnt donne et octroye parea dites lettres, sans 
ce que par la vaccncion du premier office de mareschal de France 
ordinaire qui vacquera, il soit besoing audict de Oianinont en avoir 
ot obtenir dudit seigneur autres lettres de don et proviBion, ne en 
prendre ne apprehender auitre poseession que celle qui prendra par 
\-*rtu dosditos lettreB, [fol xV] pour ledìt office de mareschal de 
Franco ordinaire avoir, tenir et doresenavant exercer par le dìt 
s^gnenr de Cliaiimont; en attendant conune dit est la première 

laire qui vacquera pour en jovr et user j> telz et eemhlahles 
lOnneors, prérogatives, préémynences, libeftez, tranohises, gaiges, 
droitz, ptoniHcte et émolaments -^ue en joyseient les autres mai&- 
scliaulx de France ordinaires ; du'juel office de mareschal de France 
cxtraordinaire ledit seigneur de Chaumont a foit le serment et 
uaurs du Roy nostre dit seigneur pour ce deu et accoustumè ; tou- 
lans et déclairana en oultre lesditem lettres que tona et chaacun» 
lea paiemens que icelluy de Chaumont pourra faire faire par lea 
trésoriers dea guerres aux gens de guerre des ordonnonces dudit 
«oigneur, et desquels ledict de Chaumont pourra at fera faire les 

letres et reveues par son ordonnunce, soient d' un tei efiect et 
l'faleur, comme s'ìlz OBtoient faitz et certiffle;^ par l' ordonnance et 
Idgiuiture desdits |fb]. xvi'j marescbaus ordinaires; et autres causea 
plain déclarèes Ès dictes premières lettres, 

Et par les secondes lettrea du Boy, nostredit aeigneur, données 
Bloys, te premier de jour de juing l' an mìl cinq eens et cinq, 

^rt que ledit seigneur a pourveu ledit aeigneur de Chaumont 

lieutcnant general da conile d'Ast et autres terres et seigaeuries 
lUe ledit seignenr a delA les monts, (réservés-on ea Beigneurie dp 

les dont il a pourveu le sieur de Bavastìn), pour du toni du 

et exercer tant sur le feit et disposition da la jiistice de la dite 

luche el de la police d'icelle comme sur le fiùt des gens de guerre 

«utros povoirs décloiré/ en iaellea lettrea, comme toutes ceB 

lOSes npparent bien au long par les dites dome lettres patentes du 

ly nostredit seigneur. 



Le misure fiamminghe nell'Arazzerla Medicea*! 



Gli arazzieri fiamminghi, chiamati nelle diverse contrade 
dell'Europa a fondare e dirigere le manifatture di urazzi, o a 
lavorare semplicemente come operai, tenevano essenzialmente a 
conservare, anche lontani dalla loro patria, le loro abitudini na- 
zionali tanto nel modo di vivere quanto nell'esercizio del proprio 
mestiere. 

Cosi, per contentarli, hmgi SIV dovette nel 1662 institnìre 
ai Gobelioa un forno ed una birreria all'uso fiammingo. Il suo zelo 
si spinse fino a dare incarico a un religioso di predicare la do- 
menica in lingua fiamminga : ma quest' ufficio fu lien presto sop- 
presso, perchè il buon padre non tardò a predicare nel deserto 
come s. Giovanni Battista. 

Non so se Cosimo I, quando nel 1546 fondò la sua Arai- 
Keria, dovesse prendere simili precauzioni per acclimatare questi 
fiamminghi ; ma quello che è certo, è che fino dal principio della 
Manifattura di Firenze s' introdusse l' uso d' adoperare nella con- 
tabilità le misure fiamminghe, espresse con queste parole: Alla 
qitadìftla, Misura dì Fiandra, Bastone. 

Queste modo di contare divenne costante nell'Arazzeria Me- 
dicea, e prevalse sulle miaure toscane : si trova infatti anche dopo 
la partenza di Rost e di Karcher, che furono i capi fiamminghi 
incaricati da Cosimo I di aprire la Mani&ttura : e continua sotto 
la direzione di Pietro Fevere, arazziere parigino, come sotto i di- 
versi capi italiani, che gli suceedettero. 

Dalle ricerclie da me fatte risulta che Valla quadrata fiam- 
minga era divisa in 16 bastoni quadrati, e il bastone, a sna volto, 
in 16 parti chiamate seize de seize. 

Rispetto al sistema metrico attuale, il bastone quadralo fiam- 
mingo s' esprime così : ""i, 029423, cioè metri quadrati - 2 de- 
cimetri quadrati - 94 centimetri quadrati - 23 millimetri quadrati. 

Si comprende come le misure fiamminghe rimanessero le mi- 
sure normali dell'Arazzerla Medicea, per l'abitudine che ne ave- 
vano i fiamminghi e per la difficoltà di far loro comprendere il 



LE MISURE FIAMMINGHE NBLL'ARAZZERIA MEDICEA 119 

ragguaglio del bastone e delle sue sedici parti colle braccia, i soldi 
e i denari quadrati. Tanto a Firenze, quanto a Bruxelles e a Pa- 
rigi, i lavoranti di arazzi eran pagati non a giornata, ma secondo 
la qualità e la quantità del lavoro eseguito: ora la quantità di 
esso lavoro non può essere calcolata che mediante misure quadrate. 
Gli operai non eran pagati dalla cassa della Corte grandu- 
cale, ma sui fondi particolari dei capi arazzieri; questi, rispetto 
al]a Guardaroba granducale, erano degli imprenditori e trattavano 
a cottimo col rappresentante del Principe a tanti ducati per alla 
quadrata ; e per semplicità di conteggio, anche coi propri operai, 
mantenevano questa unità di misura in tutte le loro operazioni. 
Naturalmente i prezzi variavano, secondo le qualità del lavoro: 
una tappezzeria, che rappresentava delle figure umane, valeva 
molto più d' una verzura o d' un disegno con semplici ornamenti 
e fondi uniti. Cosi il séguito d'arazzi, intitolato la Storia di 
Giuseppe, fatto sopra i modelli del Bronzino (di cui una parte è 
presentemente in Palazzo Vecchio) fu pagato a Rost dodici ducati 
d'oro l'alia quadrata, mentre le portiere e le coperte da muli (que- 
sti Medici non si privavano d' alcun lusso !) furono conteggiate 
con Karcher soltanto a due scudi e mezzo d'oro per la stessa 
misura. 

Indipendentemente dal prezzo, che ricavava dagli arazzi com 
segnati alla Guardaroba, il Rost riceveva ancora secento scudi 
d' oro all' anno per la direzione della Manifattura e per l' istru- 
zione degli apprendisti; e inoltre gli era data facoltà di lavorare 
per i particolari. 

Cosimo I fu dunque veramente generoso. Secento scudi d' oro 

di salario fisso erano nel 1546 una bella somma. Dodici scudi d' oro 

l'alia quadrata per la Storia di Giuseppe erano, per quell'epoca, 

Un prezzo eccessivo, che non ho riscontrato in nessun' altra ma- 

ni^Eittura. Centovent' anni dopo il re Luigi XIV, ai Gobelins, 

<ìon pagava meglio i suoi arazzieri più favoriti per opere assai 

più complicate; nonostante che il valore del danaro fosse dimi- 

^tiito, e la vita allora come oggi fosse molto più cara a Parigi 

<ihe a Firenze. 

Firenze. E. Gerspach. 



120 ANEDDOTI E VARIETÀ 



Sul testamento in lingua volgare 
deila Contessa Beatrice da Capraia (1278-79). 



n testamento della contessa Beatrice, più volte pubblicato (1), 
s'annovera tra i più antichi documenti scritti in volgare, e tale 
possiamo dire che anche oggi rimanga, sebbene il suo grado di 
anzianità sia scemato, dacché nuove scoperte ci permettono di 
rimandare indietro di non poche diecine d'anni, cioè fino agli ai- 
timi del sec. XII, l'uso del volgare, se non nelle carte notarili, 
almeno nelle scritte private (2). 

Ma l' importanza del testamento Beatriciano, rispetto alla 
Diplomatica, non sta nel maggiore o minore suo grado di anzia- 
nità come documento storico della lingua, sibbene nella testimo- 
nianza che dal medesimo può trarsi del maggiore o minor grado 



(1) Jo. Lami, Mon, Ecd, Fior, I, 75-78 (Firenze, 1758); S. Ciahti, 
Volgarizzamento dei Trattati morali di Albertano da Brescia ec., pp. 77-&Ì 
(Firenze, 1888); e, secondo T edizione del Ciampi, E. Mohaci, Creslo- 
ma2ia italiana dei primi secoli, fase. 2.®, pp. 854-856^ num. 118 (Città di 
Castello, 1897). 

Non senza errori diede notizia di questo documento W. Schum in 
Gróber^a Grundrias der roman. Philohgief I, 188: « Spftter als in den ge- 
nannten romanischen Lftndern kommtt die Yolkssprache in Italieu zur 
Geltung. Als alt est e urkundliche Probe sieht man dort, nach O. Hart- 
wigs freundlicher Mittheilung, das Testament einer Orùfin Guidi, aus der 
Zeit von 1250 bis 1260 an ». L'erronea notizia è ora riferita e divul- 
gata nei Manuali di diplomatica del Bresslau e del Gibt, e giova qui 
rettificarla, osservando che non è questo il più antico documento italiano 
in lingua volgare e che la data certa del medesimo è il 1278-79. Notisi 
poi che il Br. Hartwio, da cui sarebbe venuta allo Schum 1* « amiche- 
vole » ma non felice comunicazione, nelle Qitellen u. Forschungen zur alt, 
Gesch. der Stadi Florenz, II, 197, dice con più esattezza : « Von der Tochter 
dieses Grafen [Bodolfo], Beatrix rùhrt das Testament 1278 ber, das eine 
der Altesten, wenn nicht die àlteste gericbtliche Urkunde in italia- 
nischen Sprache ist ». 

(2) Yed. il mio articolo: Di una carta latina^wÀgare del 1193, in questo 
Arch-, 18 0, V, pp. 275-278. 



SUL TESTAMENTO DELLA CONTESSA BEATRICE 121 

dì legittimità che aveva in quel tempo l' uso del volgare nei 
documenti. 

E sotto questo rispetto credo qui opportuno di esaminarlo. 






A questo fine occorrono due indagini : 

1.*: se il testamento della Contessa, nella forma trasmes- 
saci, sia un originale o una copia; 

2.*: se dia testimonianza, o no, che nei documenti nota- 
rili (oltre che nelle scritte private) l'uso della lingua volgare si 
ammettesse di già come cosa legittima. 

E bene anzi tutto dare una notizia descrittiva del documento 
stesso e della pergamena che ce Tha tramandato. 

Questa pergamena, proveniente dall' archivio dei Monaci Ci- 
stercensi di Firenze, si conserva ora nel nostro Archivio di Stato, 
sezione del Diplomatico : misura m. 0, 65 X ^ì ^ì ^^ ^ scritta in 
quattro colonne con caratteri nitidi e minuti. 

Comincia : « In dei nomine amen. M. CC. Ixxviij. Io contessa 
Bietrice f. ke fui del conte Ridolfo da Kapraia e mogie ke fui 
de Conte MarcacaìdOy sana de la mente e inferma (1) del corpo ec. 
dispongo ec. e fonne testamento in inscritti p. Segue la lunga o 
specificata enumerazione dei singoli legati : dopo di che, la testa- 
trice nomina suoi « fldecomisani » « il Priore de frati predicatori 
fii Santa Maria Novella, e 7 Cruardiano de frati minori da Tempio, 
e frate Gherardo Nasi e frate Donato de l'ordine de frati predi- 
f-'^atori, se scranno vivi in quel tempo » ; ed instituisce eredi uni- 
versali « il monesterio e l'abate e 7 convento di San Salvadore 
ria Settimo delVordine di Cestella ». Dà inoltre « piena e libera 
podestà a le sopradette mie herede e fldecommissarii ke possano 
questo testamento fare aconciare a senno de loro savi in qualunque 
tnodo meglo possa e pia valere, tengnendo il coìitratto fermo ». 
In fine si sottoscrive e appone la data al documento come ap- 
presso : 4t Io Contessa Bietrice sopradetta questo mio testaìnento 



a) « inferma » omise il Ciampi, ma non l'aveva omes^jo il Lami. 



LJr.. 



122 ANEDDOTI E VARIETÀ 

inntscritti si apresentai chiuso con otto corde a V infrascritti testi- 
moni: a frate Paolo da Prato, e a frate Leonardo de l'ordine de 
frati minori, e a frate Gratta e a frate Simone de V ordine de 
frati da Settimo, a prete Alberto da Santo Ambruoffio, e a sser 
Binda Montanini, e a sser Filippo Marsoppi de Vordine de frati 
di penitengia di Firenze e pregali (1) k' elli ne fossero testimoni 
e ponesseroci i loro sigilli. E questo feci nel palagio de conti Guidi 
ne la camera dove io stavo nel popolo di Santa Maria in Campo. 
Anno domini M CC. Ixxviij, del mese di fébraio xvitj di intrante, 
ìndictione settima (cioè, allo stile comune, 18 febbraio 1279); e 
però si ci pitosi il mio sigillo ». 

Seguono le sottoscrizioni latine dei sette testimoni, tutti ec- 
clesiastici, che dichiarano di avere apposti i sigilli : ma, perchè 
tutti non avevano sigillo proprio, se lo fanno dare in prestito. Il 
solo Filippo Marsoppi appone il sigillo suo ; altri due si servono 
del sigillo di lui ; e i restanti quattro appongono « sigillum Gra- 
tiani notarti ». Chi fosse questo Graziano notare non è detto 
in altra parte del documento ; ma è certo che dovè essere pre- 
sente alla redazione di esso, se potè prestare ad alcuni dei te- 
stimoni il proprio sigillo ; e non sono alieno dal credere che egli 
stesso ne fosse il dettatore e forse anche lo scrittore. E vero che 
la dicitura del testamento ce lo presenta come un autografo (e 
cosi lo chiamerò, tanto per intendersi) ; ma non è supponibile che 
la vecchia e inferma Contessa lo scrivesse da sé, né fosse in grado 
di dargli cosi conveniente e cosi ordinata forma come apparisce dal 
dettato del medesimo : onde si può ammettere come sicura la pre- 
senza e l'opera di un uomo dell'arte, che ufficialmente non appa- 
risce, perchè ciò sarebbe stato contrario alla natura di un testa- 
mento privato in scriptis. 

Qui termina il contenuto dell'autografo, trascritto in questa 
pergamena il 5 settembre 1279 ; e, a pie di essa, sta la sottoscri- 
zione del notare trascrivente e autenticato, che è bene riferire 



(1) Cosi precisamente il documento, che sarebbe da correggere « pre- 
gali », cioè « prega 'li, pregaili ». Forse si tratta d' un semplice errore di 
trascriadone ; ovvero chi dettò e scrisse V originale, in nome della CJon- 
tessa, in quel momento si dimenticò che rappresentava la persona del- 
l' autore, e designò questo in terza persona (« prego 'li, pregolli »). 



SOL TffiTAHBNTO DELLA COX/TESBA BSATRIOE 

i!le partì principali « (SN) Ego Ileiuildua Jacobi de Signa, ìm- 
eriali atUoritale noUirius, predichim lesUimenfum presenlatitm 
ìauMim et sigillatum sigillis predivtis et sigillo diete domine Co- 
àtissc pendeniibus a domino ** Abbate da Septimo, Priore fra- 
nivi predicatorum, et Guardiano fratrum minorumde Florentia, 
abili viro domino Scorte da la Porla regio vicario in regimine 
ir. et domino Jacabo eius iudici et assessori, presenlibus dictis 
iatibus et regognoscentibue sigilla qiie posuei-ant ec., rf present-i- 
bus textibus ec. (seguono altri nomi], apertum et desigUlatum per 
dominum Jacobum iitdieem predictum, coram ipsis testilnis, do- 
> Scorta vicario et domino Jacobo itidice Jectum, de ipsorum 
minorum vicarii et iudicia mandato, fldeliler per ordinem exem- 
ìando transcripai, quomodo melius et veracius potai, nil addens 
in publiaim foi-mam rcdegi, sub amio domini ec, 
e subscripsi ». 



Da questa notizia descrittiva può subito il lettore ritrarre 
3 non abbiamo dinanzi a noi lo scrìtto originale della Contessa 
ibiamo la ridazione di esso in pubblica forma, fatta a 
ibìesta del destinatario e di due principali fidecommissar!, per 
1 di notaro e coli' autorevole intervento del pubblico magi- 
rato. Ciò posto, non è da considerarsi questa pergamena come una 
fiopia qualsiasi (che ha sempre, anche quando sia autenticata, un 
ulore minore dell'autentico origmale, da cui viene desunta) : ma 
^ una trascriziime fatta in forma pubblica e solenne, che ha per 
1 dì dare a un originale di carattere privato piena validità 
giuridica, ed è destinata a farne, per ogni effetto, le veci ; cor- 
{spoudendo alla volontà della stessa testatrice, che aveva espresso 
ì desiderio e dato pieno mandato a suoi eredi e ai suoi esecn- 
:i testamentari di fare convalidare Ìl suo scritto < acconciandolo » 
1 quel modo che < meglio e più jtossa valere ». E la convalida- 
ine viene fatta, press' a poco, come, più anticamente, accadeva 
eoli' in sin nazione degli atti privati nei gesta inunicipiilia (di che 
d&nno esempi i Pupiri diplomatici del Marini) e come per tutto 
il medio evo continuò a farsi in Francia colla registrazione presso 
S curie ecclesiastiche. 



124 ANEDDOTI B VARIETÀ 

Ha pertanto, a mio avviso, questa pergamena del notaro Bi- 
naldo da Signa, sebbene sia una copia, il valore d'un originale. 
E tale potremmo addirittura chiamarla, se volessimo considerare 
il testamento primitivo della Contessa come una semplice scritta 
di carattere privato; giacché queste, nel diritto medioevale ita- 
liano, non diventano carte autentiche, finché non v'intervenga 
l'autorità del notaro, e fin allora sono semplici documenti di buona 
fede : ma é da tener conto che il testamento della Contessa era 
già sigillato e testimoniato secondo le norme del diritto romano, e, 
rispetto a questo, aveva già conseguito carattere di documento le- 
gale e titolo di eseguibilità. Conseguentemente, la pergamena nella 
quale ci viene trasmesso, io mi limito a designarla come un secondo 
originale: il primo, fatto conforme alle regole del diritto ro- 
mano ; questo secondo, per maggiore sicurtà « acconciato » e com- 
piuto coli' osservanza delle regole del diritto medioevale. 






Veniamo ora all' altra indagine : che testimonianza dà il te- 
stamento Beatriciano rispetto all' uso più o meno legittimo del 
volgare nei documenti medioevali? * 

Dell'uso pratico dà una testimonianza di non piccolo valore. 
Non solamente, difatti, conferma che la lingua volgare, nel secolo 
decimoterzo, adoperavasi senza conti'asto nei documenti non nota- 
rili, ma dimostra inoltre che in meno di un secolo aveva fatto 
negli atti privati grandi progressi. Dalla scritta del 1193, desti- 
nata a rettificare e dichiarar meglio i patti del contratto notarile, 
nel quale fu inserita e quasi intrusa, a questo testamento del 1278, 
che forma un documento da per sé, compilato secondo tutte le 
regole del diritto romano, e la cui validità originaria è in certo 
modo sanzionata dalla carta notarile nella quale viene autentica- 
mente trascritto, il cammino é rapido e, senza dubbio, notevole. 

Ma non dimostra nulla di più; cioè non dimostra che l'uso 
del volgare dei documenti rigorosamente autentici fosse già legit- 
timato ; anzi, considerato tutto, prova precisamente il contrario : 
e basteranno poche parole a dimostrarlo. 

H testamento, è vero, sta in una carta notarile, che (per le 
ragioni sovra esposte) può considerarsi come un secondo originale : 



SUL TESTAMENTO DELLA CONTESSA BEATRICE ~ 125 

ma però, si tenga a mente, non y' è scrìtto originariamente, ma 
y' è trascritto : quindi, a rigore, non è la carta di Rinaldo da 
Signa, che sia scritta in volgare, ma essa dà ospitalità ad un do- 
cumento yolgare privato, col fine di autenticarlo ; e se per que- 
sto fine non è stato voltato in latino (che era allora la lingua 
ufficiale del notariato), è perchè si trattava di una trascrizione e 
di una ricognizione autentica, non già di una rinnovazione. Se la 
Contessa avesse potuto o voluto rinnovarlo essa stessa in forma 
pubblica, e mediante il ministero di un notare, certo è che avrebbe 
dovuto farlo in latino. 

Ma il bisogno di questa trascrizione e ricognizione prova ap- 
punto il difetto di legalità che era o si sospettava che fosse nel- 
Tautografo. Difatti, se sta in fatto che l'autografo era compilato 
secondo le debite forme del testamento privato romano, perchè 
non lo lasciarono stare com' era ? Perchè l'Abate di Settimo corse 
(morta la testatrice), coi due fidecommissari principali - Priore 
di S. Maria Novella e Guardiano dei frati minori -, a presen- 
tarlo all'autorità del Vicario regio di Firenze, chiedendo che fosse 
trascritto in pubblica forma e autenticato da un notare? Perchè 
a lui, erede, premeva che non nascessero in qualsiasi modo dubbi 
sulla validità giuridica di quel testamento privato ; e la testatrice 
stessa (secondo che più sopra ho riferito) gliene aveva dato pru- 
dente avviso. Ora l'essere il testamento scritto in volgare, e pro- 
babilmente in carta, non dava o si temeva che non desse baste- 
vole guarentigia che la validità di esso sarebbe stata riconosciuta 
pienamente e indiscutibilmente, nel mondo legale, per più secoli 
ancora avverso a quelle due novità. Dunque la trascrizione del 
testamento in una carta notarile era in certo modo il rimedio a 
un sospettato difetto di legalità ; ed, essendo un rimedio, era in- 
nanzi tutto un riconoscimento di esso difetto. 

Firenze. Cesare Paoli. 



- I g) I 



RASSEOHA BtBLIoeRA7I0A 

Uè mi Bì opponga che ni&acasse tra noi U modo Ji 
simile impresa. Lasciando da parte l' Istituto utorico ilaliann, che 
sembrerebbe chiamato a prendere la iaiEiativa di simili lavori, pos- 
siamo dire che ormai non mancano tra noi né maestri valenti né 
scolari capaci per aiutare e per eseguire simili lavori. I nomi di Ce- 
sare Paoli,, di Ernesto Monaci, di Carlo Cipolla, del Giorgi, del Bal- 
zani, del MaUgola, del compianto Guido Levi ec, no sono una ri- 
prova; e giovani valentissimi, come Luigi Schiapparellì e Alceste 
Giorgetti ancora negli ultimi tempi hanno dimostrata la loro com- 
petenza speciale in tatto di Diplomatica: mentre un eminente no- 
stro storico del diritto, Carlo Oalisse, ha fatto oggetto dei suoi 
studi particolari le istituzioni giuridiche del Palrimonmm Ptlrì nel 
remoto medio evo. Quindi, se noi salutiamo con lieto animo la pro- 
posta del dotto professore di Gottinga, si è soprattutto percbù con- 
fidiamo die essa servirà di aprone e di incitamento a quel tavon 
nazionale, di cui il Kehr, con molta buona grazia, dissimula b 
mancanza profondamente sentita. Forse dalla sua proposta scabiriri 
un buon impulso per le ricerche storiche riguardo ai destinatari dd 
diplomi papali, anche tra noi : ed il fatto sta, che senza questa ri- 
cerca un simile lavoro in nessun modo potr.\ essere condotto A 



Anteriori di qualche mese al discordo ora annunziato sono i 
due articoli, che abbiamo voluto riunire con quello, perchè realmenti: 
con esso hanno stretta attinenza. Il primo si riferisce al carteggio 
di Papa Paolo I, e abbraccia precisamente i diec4 anni che oorrono 
dall' anno T5T al 7G7. La prima parte di questo lavoro tratta dei 
rapporti della curia con i Bizantini; la seconda di quelli coi Longo- 
bardi. La ricerca rispetto ai rapporti con Kizanzio, serve anzitotlo 
per stabilire in qualche modo la serie cronologica delie lettere ; lua 
in sostanza conduce a. risultati prevalentemente negativi e di me- 
diocre interesse. Non cosi quella relativa ai Longobardi, per quanto 
anche qui, naturalmente, molta parte sia basata su semplici indu- 
zioni e sulla interpretazione di certe formule, in apparenza voghe, 
ma delle quali il K., in base od xm esame acuto e spesso sot- 
tile, crede di potere stabilire il significato tecnico, E questo spe- 
cialmente il caso della iuxtìtia, plenaria iustitia beali Pelri. Dopo 
un riassunto felicissimo degli avvenimenti, che precedono la morte 
di re Astolfo (fine del 75(!) e la salita al trono di Papa Paolo, il 
K. traccia le linee della politica papale, camminando sempre nel 
sentiero tracciatosi col mezzo e coU'ainto del solo carteggio ; e men- 
tre sembra di occuparsi della cronologia delle lettere soltanto, esa- 



OPUSCOLI DI P. KEHR 129 

mina, con mente di storico vero e profondo, tutto l'andamento dei 
rapporti tra la curia e il reame longobardo. Un accenno prezioso 
alle carte Spoletane richiama l'attenzione sopra un punto oscuris- 
Simo della nostra storia, che toccherebbe alla dottrina degli storici 
Umbri di rischiarare. Contrariameote all'opinione comune, egli crede 
che Pipino, rifiutandosi di aderire alle istanze del Papa, abbia rico- 
nosciuto Desiderio come re dei Longobardi, senza contestare il pos- 
sesso dei Ducati meridionali, anzi abbia rinunziato anche alla resa 
delle città di Imola, Bologna, Osimo ed Ancona, conforme l'aveva 
chiesta il Papa. - Non è possibile di entrare, in questo luogo, nei par- 
ticolari dell'intricata ricerca; questo solo dobbiamo rilevare che, 
secondo il K., la politica longobarda della curia romana in ultimo 
avrebbe subito una completa disfatta. - A forma di Appendice è 
aggiunto l'Elenco cronologico delle lettere di Papa Paolo, come ri- 
sulta dalle ricerche precedenti : elenco che differisce in modo consi- 
derevole dall'ordine assegnato finora a queste lettere, soprattutto 
dal Gundlach, che se ne era occupato in particolar modo. 

L'ultimo degli scritti annunziati è la descrizione accuratissima 
dei frammenti di due documenti romani, scritti su papiro, e che oggi 
si conservano nell'Archivio di Stato della città di Marburgo, ove 
pervennero colle carte del monastero di Hersfeld, che realmente pos- 
sedeva nel medio evo a Roma un fundus turanus, di cui appunto 
uno di questi documenti ci ha conservato notizia. Si tratta anzi 
tutto di un documento privato romano, e precisamente di una carta 
d'enfiteusi, rogata da Giovanni, scriniario e tabellione urbis Romae, 
Coli' aiuto delle formole raccolte dal Hartmann nel suo ottimo la- 
voro sul Tabularlo di S. Maria in Via lata, il K. restituisce integral- 
mente il documento, e ne stabilisce la data, con criteri tanto estemi 
(materia scrittoria, forma della scrittura) quanto intrinseci (fundus 
turanus, nomi dei contraenti, persona del notaro). Assegna quindi con 
Certezza la carta, cdla quale appartennero i nostri frammenti, alla 
Seconda metà del decimo secolo, e identifica con molta probabilità il 
xxotaro che la rogò, con un Giovanni, scnniarius et tabeUio urbis 
fiomae, di cui possediamo rogiti degli anni 1)40-988. La discussione 
elei singoli argomenti per provare questo asserto, è basata sopra 
ìina minuta e spesso originale ricerca sulla diplomatica e paleografia 
delle carte romane del X secolo, e sul notariato romano di quell'epoca. 
Il secondo frammento non è scritto, ma si palesa come apparte- 
nente ad un diploma papale, per noi perduto. Ne rimane, attaccata, 
Una bolla, che appartiene di certo al X secolo, e che rende molto 
verosimile la supposizione, trattarsi di un diploma concesso da Papa 

Asce. Stob. It., 5.» Serie. — XX. 9 



EL.:i. 



130 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Giovanni XIII, il 2 gennaio 968, al monastero di Hersfeld, diploma, 
di cui possediamo ancora copie del X secolo. 

Questo scritto, che è un prezioso contributo agli studi della diplo- 
matica romana nel X sec., è accompagnato da bei facsimili, che ripro- 
ducono i tre frammenti della carta d' enfiteusi, e servono allo stesso 
tempo come utili esempì della scrittura notarile romana del tempo. 

Macerata. Lodovico Zdbkauer. 



Antonio Canestrblli, L'Abbazia di S, Galgano. Monografìa storico- 
artistica con documenti inediti e numerose illustrazioni. - Fi- 
renze, fratelli Alinari editori, 1896. - 4.^, pp. ix-166. 

La storia dell'architettura medioevale ha cominciato ad essere 
oggetto di studio ampio, largo e severo da poco più di cinquant' anni : 
e, date le difficoltà di vario genere che si opponevano alla scoperta 
della verità sulle questioni più importanti, non dobbiamo essere 
troppo scontenti dei risultati finora ottenuti. 

Il maggior obbligo, per il progresso di questi studi, dobbiamo 
averlo per coloro, i quali, non risparmiando cure e fatiche, consa- 
crino lunghi anni di assidue ricerche allo studio di un determinato 
campo dell'ampio territorio, perchè soltanto a questo patto si pos- 
sono ottenere risultati pieni ; ma è pure da tenere in gpran conto il 
contributo di chi, preso a studiare un singolo monumento o un 
gruppo, ne indaghi l'origine e le vicende sulla scorta dei documenti 
e di ogni altra fonte di notizie ; ed, oltre alla storia ed alle descri- 
zioni, ofi&a agli studiosi riproduzioni fedeli, e il più che sia possi- 
bile particolareggiate. Il libro del sig. Canestrelli è per tale rispetto 
degno di ogni encomio; ed io credo conveniente segnalarlo in que- 
sta Bivista. 

Il monumento, alla cui illustrazione è dedicata la monografia, è 
fra le più notevoli fabbriche del medio evo; ma, per lo stato rui- 
noso nel quale si trova e per il sito remoto, fu pressoché ignorato 
fino agli ultimi anni : e finalmente fu fatto conoscere ed apprezzare 
degnamente dal sig. Enlart nel volume pubblicato nel 1894 sulle 
fabbriche gotiche d'Italia. 

Verso il 1224 i monaci dell'Ordine Cistercense, che si erano già 
da qualche tempo stabiliti nel piano della Merse nell'antico stato 
di Siena, posero mano alla edificazione dell'Abbazia. Fino allora si 
erano tenuti paghi ad una chiesa modesta sul vicino monte Siepi, 
ma il favore che in questa contrada, come per tutto, si guadagnava 



CANESTRELU, L' ABBAZIA DI S. GALOANO 131 

quest' Ordine presso i privati e presso le città, promosse la necessità 
d'ingrandire il convento e la chiesa. 

Nei primi capitoli (I-IV) l' egregio A, espone il primo introdursi 
dei Cistercensi in questo territorio, dal quale si diffusero poi in 
altre parti di Toscana, secondo l'uso loro; i privilegi con che fu- 
rono favoriti da pontefici ed imperatori (fra i quali privilegi è da 
escludere quello, erroneamente supposto, di battere vera e propria 
moneta) ; l' unione di altri monasteri a questo di S. Galgano ec. Se- 
gue poi a dire (cap. V-YI) delle arti liberali professate da qualcuno 
dei conventuali (notai, giudici, medici e, quel che più importa al caso 
nostro, architetti) e dell'autorità acquistatasi, cosi grande da esser 
scelti come arbitri in aifari contenziosi fra il comune di Siena e i 
vescovi di Volterra. Nel capo VII sono rammentati alcuni dei prin- 
cipali instrumenti, dai quali si hanno notizie dei possedimenti del- 
l' Abbazia. 

Nei primi anni del sec. XVI, fra il 1501 e 1503, l'Abbazia fu 
concessa in commenda, a dispetto del Comune di Siena; e non 
mancano d'interesse le notizie che il diligente scrittore fornisce 
circa i prelati che goderono di quel titolo e di quell'entrata. Co- 
storo, come è ben naturale, avevano a tutt'altro rivolto il pensiero 
che al fiorire di quella istituzione monastica; ma quegli che si se- 
gnalò per la sua avidità fu Giovanni Andrea Vitelli, il quale « tutto 
« il tempo che la tenne in mano attese alla distruttione di essa, 
« lasciando usurpare molti beni, cadere i poderi, alienare, impegnare 
« ciò che v'era di buono, et quel eh' è peggio vendere il piombo 
« che copriva tutta la cupola della chiesa stessa ec. ». Codesto ab- 
bate godeva della commenda verso la metà del sec. XVI; e per la 
Sua natura rapace, per la disordinatezza del suo procedere, rese l' am- 
ministrazione una cosi arruffata matassa, da rendere poco fruttuose 
le cure adoperatevi intorno dal cardinal Commendone. Come gli edi- 
fìzi eretti in 8. Galgano dai fondatori dell'Abbazia andassero incon- 
tro a irreparabile mina si vede dai documenti che il sig. Cane- 
strelli pubblica e dei quali si giova per tracciare un quadro delle 
deplorevoli condizioni in cui si trovarono gli edifizi dell'Abbazia 
dalla seconda metà del sec. XVI in poi. I prelati pensavano alle 
i^endite che procurava loro la commenda, e i pochi monaci, nonché 
mostrarsi gelosi custodi della loro bèlla Abbazia, « levavano ferrate, 
« guastavano cori antichissimi per cavarne chiodi, pestii {chiavistelli) 

< e bandelle di usci, et il tutto vendevano, appropriandosi per loro 

< medesimi il denaro et il costo di detti ferramenti ». 

In questi lamenti uscivano gli abitanti di Chiusdino che vede- 
vano a malincuore il deperire di un'Abbazia che era stata il vanto 



132 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

del loro territorio; e lamenti non meno espressivi partivano un 
cinquantanni dopo nel 1666 da Siena e da Volterra; e coloro che 
sono incaricati dai Commendatari di riferire sul vero stato delle 
cose avvertono che si deve correre colla massima sollecitudine ai 
ripari, « perchè altrimenti la chiesa e convento di S. Galgano diven- 
« teranno in breve una grandissima macia di sassi ». Pure la chiesa, 
che quando pioveva « si allagava tutta », continuò ad essere offi- 
ciata fino al 21 gennaio 1786, quando, durante 1^^ celebrazione della 
messa, precipitò il campanile ; e in quel giorno i fedeli, che avevano 
per essa una devozione grandissima, e gl'intelligenti dell'arte che 
la consideravano « uno dei più belli e magnifici templi, che csi- 
« stono in tutta la Toscana » dovettero rassegnarsi a perdere ogni 
speranza di vederla salvata. 

Fin qui la prima parte della monografìa; nella seconda il mo- 
numento è esaminato sotto il rispetto artistico; e l'A. prende oc- 
casione per fare osservazioni che riferisconsi a tutta una serie di 
edifìzi monastici italiani. Già nella prefazione esso ci aveva annun- 
ziato che avrebbe « dovuto contraddire o temperare certe opinioni 
€ troppo assolute che non gli parvero consentite dal lume di una 
« critica scevra di preconcetti nazionali » ; ed infatti nel capo II 
della parte II è ima critica delle conclusioni del sig. Enlart intomo 
all' architettura gotica in Italia e alla sua derivazione dall' arte 
francese. 

Dirò senz'ambagi che (secondo la mia opinione) il lato debole 
del nuovo libro è appunto questo. Giudichi il lettore. 

Uno dei fatti che il sig. C. crede di molta importanza è che i 
Cistercensi non creassero uno stile particolare di architettura, ma 
si attenessero, per l'ordinamento generale del monastero, ad usanze 
da lunghi secoli stabilite, e per le forme architettoniche allo stile 
de' paesi dove edificavano. E fin qui nulla di nuovo : è un riferimento 
di opinioni già diffusamente svolte da coloro che studiarono le fab- 
briche Cistercensi nelle varie regioni di Europa. Ma se questo è 
vero in generale, si deve però riconoscere che i monaci Cistercensi 
trapiantarono in Italia un determinato stile, e non mi par ragio- 
nevole sostenere che questo sia meno gotico e assai più italiano 
che non voglia il sig. Enlart. 

Il concetto « che l' architettura ogivale abbia avuto principio 
« in Francia e si sia difiìisa in Europa » non è, come crede il 
sig. C, del Viollet-Le-Duc ; ma parve a dotti non francesi piena- 
mente dimostrata quando, fra il 1823 e il 1831, vennero in luce le 
Cathédrales frangaises per opera dello Chapuy e del Joliraont: tanto 
che uno storico tedesco, alle cui ricerche nell'arte medioevale il re 



CANBSTRELLI, L' ABBAZIA DI S. GALGANO 133 

di Prussia accordava il suo patrocinio, esclamava: « Die gothische 
€ Baukunst ist aus Frankreidi hergekomTnen » ; e nello svolgere 
questa tesi, allora novissima, proclamava che il Duomo di Colonia, 
centro della provincia più tedesca di ogni altra, non aveva nessuna 
relazione coU'arte anteriore, ma proveniva interamente dalParte 
francese. C2uesta, che il Mertens chiamava una verità semplice ed 
assiomatica, fu presto accettata dai più autorevoli scrittori tedeschi 
(io non ho bisogno di rammentare i nomi del Kuglet e dello Schnaase); 
e non credo che oggimai sarebbe ascoltato chi sorgesse a vantare i 
diritti di primogenitura del gotico tedesco contro il francese. 

Dalla disquisizione del sig. C, che sta da pag. 85 a pag. 89, si 
rileva che alcuni elementi costruttivi (il pilastro a fascio, la volta 
a crociera) non si trovano per la prima volta nei monumenti fran- 
cesi, ma in Italia. Ora, quando pure ciò fosse (e la cosa è tutt'altro 
che incontestabile, e la questione di precedenza di una regione sul- 
l'altra in alcune forme costruttive e decorative è irta di difficoltà) 
in che verrebbe ad essere infirmata la teoria del sig. Enlart sulPar- 
chitettura dei Cistercensi in Italia? Non aveva pure esso stesso, 
il valente critico straniero, notato come in secoli precedenti alla 
nascita dello stile ogivale, artisti italiani passarono in Francia, e vi 
lasciarono tracce della loro maniera di costruire? 

Quello che determina imo stile non è tanto la particolarità ma- 
teriale quanto l'espressione dei vari elementi e dell'organismo. In 
edifizl assiri si trova usato un capitello che ha volute come l'io- 
nico greco; ma chi vorrebbe considerare lo stile ionico come una 
figliazione dell'assiro ? Allo stesso modo, chi davanti a una fabbrica 
^tica, tutta slancio e giovanile vivacità e vigoria, ripensa alla grave 
basilica ambrosiana? 

Perciò, anche se si conceda che in Lombardia erano già da qual- 
che secolo in uso gli elementi architettonici che furono adoperati 
dagli artisti francesi, non verrebbe ad essere negata la originalità 
dello stile gotico. Insomma mi pare che la questione non sia stata 
pK)sta bene. Quello che si desidera sapere è, non l'orìgine dello stile 
g^otico francese, ma se veramente le costruzioni dei Cistercesi in 
Italia siano conformi, per le disposizioni generali, per lo stato ar- 
cliitettonico, per le particolarità decorative, allo stile borgognone, 
quale fu adoperato dal medesimo Ordine in Francia. E qui io non 
credo che le conclusioni del valente scrittore della monografia siano 
accettabili, e rimango pienamente d'accordo con quelle degli scrit- 
tori che lo procedettero. 

Il sig. Canestrelli, dice : « Lo stile usato dai Cistercensi in Ita- 
« lia nella costruzione della maggior parte dei loro templi è uno 



184 BASBBBHA BIBUOSKABIOA 

( stile di transizione, che ispirato agli elementi fondamentali del- 

* l'architettura lombarda, palesa poi, in certe disposizioni icono- 

* grafiche, in alcune forme statiche ed io qualche detta- 

* glio ornamentale, l'influenza della scuola architettonico della 
« Borgogna. Ma, per ragione di questa secondaria influenza bor- 
ii gognona a cui abbiamo a 



che i Cii 



ntn 



1 Italia l'archit 



« ogivale! ». Lo eteaao penaiero ò espresso poco dopo in termini 
diversi ma non meno chiaramente. Ma quando l'Aut. passa ad 
enumerare gli elementi che gli architetti delle abbazie Cistercensi 
presero in prestito dallo stile francese, vediamo che sono quelli 
stessi scopertivi dall' Eniart, e sono tali e tanti che ci vuole molu 
buona volontà a acoprire che cosa rimanga di non borgognone. Per 
la disposizione planimetrica il sig. Canestrelli accetta che provengano 
dall' arte d' oltr' alpe i valichi rettangolari nella navata principale 
e quadrati nelle minori, le (inppelle nel lato orientale delle braccia, 
e quanto alla pianta dell'abside, ammette che fu usata con pre- 
dilezione dai Cistercensi, sebbene non sia disposto a crederla im- 
portata dai Francesi, perchè si trova in qualche chiesa pia antica 
di Sicilia e di Venezia. Per la disposizione planimetrica, adunque, 
può dirsi, che le chiese Cistercensi italiane derivino dalle francesi 
interamente, e la somiglian>ia ò resa ancora pii'i evidente dal mod» 
tatto proprio degli architetti borgognoni di disporre i contrafforti 
d' angolo bipartiti. Le linee dell' alzato sono ancora piìi, se è pos- 
sibile, nuove in Italia, mentre hanno perfetto riscontro nella regione 
dolla quale proveniva l' Ordine. L' egregio architetto nota soltaut» 
come particolarità italiana I' essere impostati ptCì in alto degli altri 
gli archi diagonali ; ed io mi guarderò dal mettere in dubbio la at- 
tendibilità dell' osservazione ; ma è troppo poco un tratto originale 
dì fronte a tanti altri derivati. Se dalle forme costruttive si passik 
alle decorative, il Canestrelli riconosce coll'Enlart in parecchio mo- 
danature la evidente parentela colle chiese di Borgogna. 

Ma, astraendo dalla parte polemica del libro, il valore dell& 
monografia del Canestrelli rimane pur sempre grandissimo, per- 
chè in essa il lettore trova raccolto con buon metodo e amorosa 
diligenza tutte le informazioni che si riferiscono a quella scnol» 
venerabile. E le notizie che vi troviamo non hanno interesse sol' 
tanto per il monumento di San Galgano, ma per la storia di un 
Ordine cosi benemerito dell' arte e in generale della civiltéL I docu- 
menti pubblicati per intero sono cospicui per il numero e per la oon- 
tenenza. Il primo si riferisce agl'inizi della colonia Cistercense ii 
S. Galgano, ed è del llSiii ; seguono privilegi dei vescovi di Vollerr» 




CANESTRELU, L' ABBAZIA DI S. GALGANO 135 

del 1201 e del 1216, diplomi dell' imperatore Enrico VI, di Filippo 
duca di Toscana, di Ottone IV, di Federico II, bolle di pontefici ec. 

Le riproduzioni grafiche sono cosi abbondanti che non si po- 
trebbe desiderar di più e di meglio, facendoci esse conoscere l'orga- 
nismo architettonico dell'Abbazia, ogni disposizione, ogni particolare 
costruttivo e decorativo; che, oltre alle belle fotoincisioni dell' Ali- 
nari, l'Autore ha arricchito il suo libro dei rilievi da esso £Eitti. 

Se per ogni monumento architettonico importante possedessimo 
una monografia cosi&tta, ne verrebbe notevolmente sollecitato il 
progresso della storia dell'arte; e perciò gli studiosi devono augu- 
rarsi che altri segua l'esempio dato dal sig. CanestrellL 

Roma, Paolo Fontana. 



Le OaUerie ìiasàonaU italiane ; Notizie e Documenti, - Anno I e II. 
Per cura del Ministero della pubblica istruzione. - Roma, tip. 
dell'Unione cooperativa editrice e Stabilimento fotografico Da- 
nesi, 1894 e 1896. - Due volumi in 4.^ grandissimo, di pp. 224 
e 349 con 16 e 32 tavole in fotoincisione. 

Seguendo l' esempio di alcune delle più ricche e rinomate isti- 
tuzioni artistiche, come sarebbero i Musei prussiani, e quello impe- 
riale di Vienna, che da molti anni in apposite magnifiche pubblica- 
zioni rendono conto al mondo dei dilettanti e degli eruditi del loro 
sviluppo, ed in memorie e studi di gran pregio scientifico chiari- 
scono la storia ed i pregi artistici delle opere d'arte in essi custo- 
dite; ora anche il Ministero della pubblica istruzione italiano ha 
incominciato una pubblicazione di simile genere, di cui sono finora 
usciti, i primi due volumi. 

n merito di aver iniziato si fatta pubblicazione spetta all' inde- 
fesso zelo di Adolfo Venturi, direttore in quel Ministero, il cui 
valore di storico e conoscitore è ben noto, e che ha pure il merito 
di avere promosso il riordinamento a base scientifica dei Musei e 
delle Gallerie d'Italia. 

£d è proprio questo l'argomento, che occupa gran parte del con- 
tenuto dei primi due volumi della presente pubblicazione essendovi 
dato im rendiconto molto particolareggiato del rior^amento della 
Galleria di Parma, del Museo del Palazzo ducale di Venezia, della 
Galleria e del Medagliere Estensi in Modena, della Galleria nazio- 
nale di Roma, della raccolta d' incisioni nella Galleria di Bologna e 
dell'istituzione ed ordinamento del Museo civico di Pisa. Un'altra 



136 RASSEGNA BIfìUOGRAFICA 

parte del testo è riserbata a notizie riguardanti l' aumento di alcuni 
dei Musei e delle Gallerie italiane per mezzo d'acquisti nuovi e ri- 
vendicazioni fatte di opere d'arte finora sepolte nei magazzini, ed 
infine la parte residua di ciascun volume viene consacrata alla pub- 
blicazione di documenti d' indole storico-artistica, destinata a recare 
agli studiosi il materiale per nuove investigazioni in siffatto campo 
dell' erudizione. 

Entrando ora, per dare al cortese lettore un' idea bencbè insuffi- 
ciente del ricco contenuto dei volumi in discorso, nell' enumerazione 
dei principali articoli contenuti in essi, diremo che nel primo ven- 
gono fatti conoscere i nuovi acquisti della Galleria di Brera in Mi- 
lano, fra cui spiccano le due figure di S. Pietro e del Precursore, di 
Francesco del Cossa, provenienti dalla collezione Barbi-Cinti di Fer- 
rara, tanto più pregevoli in quanto che con esse si è potuto colmare 
una lacuna esistente nella Braidense, mancando finora fra 1 suoi 
tesori questo caposcuola ferrarese, le cui opere sono cosi rare. È 
aggiunta la riproduzione delle tavole in discorso in due nitidissime 
fotoincisioni della ditta Danesi di Boma, che in generale ha fornito 
tutte le tavole illustrative dei nostri volumi, eseguendole di maniera 
da non lasciar nulla da desiderare dal punto di vista della perfe- 
zione artistica. 

Nel secondo articolo viene riprodotta la relazione di Ck>RRADO 
Bicci, direttore della r. Galleria di Parma, nella quale rende conto al 
Ministero del riordinamento di essa, effettuato da lui negli ultimi 
anni sulla base storico-cronologica. Precede un breve sunto della 
storia di detta raccolta, che per l'abbondanza dei dipinti e per lo 
splendore d'alcuni di essi, occupa in Italia uno dei posti precipui. 
E in conferma di ciò, basti accennare ai tesori ch'essa possiede in 
sei pitture fra le più famose del Correggio, di cui la più eccellente, 
la cosiddetta Madonna della Scodella, per cura del Bicci fa ora ri- 
messa nella cornice che le impose lo stesso maestro, quando l'innalzò 
nella chiesa del Santo Sepolcro. 

Furono pure riordinati nel 1B03 ed esposte nelle sale dell'Al- 
bergo Arti, apprestate dal Municipio, la Galleria e il Medagliere 
Estensi in Modena, ai quali è consacrato l'articolo seguente del 
primo volume àeW Annuario. Vi ebbe la parte principale Adolfo 
Venturi, che già conosceva intimamente i tesori riunitivi, avendo 
anche pubblicato sulla loro storia un ottimo lavoro {La Galleria 
estense, Modena 1880) L' ordine accettato fu anche qui il cronologico 
nelle singole scuole, fra cui emerge - essendovi rappresentata ric- 
camente - la ferrarese, artistica madre della regione emiliana, e le 
scuole derivate da essa, o ad essa afiini, come sarebbero quella di 



LE GALLERIE KAZIOKAU ITAUANE 137 

Modena, di Parma e di Bologna. Ma oggi la Galleria si presenta al 
pubblico anche con nuove opere d'arte, che uno dei più illustri figli 
di Modena, il marchese Giuseppe Campori, lasciò con testamento ad 
uso pubblico. Fra esse vanno specialmente annoverate ima graziosa 
Madonna col bambino del Correggio e il Redentore che porta la 
croce, opera di Andrea Solario (ambedue riprodotte nell'Annuario), 
ima Madonna col bambino del Montagna e un disegno di mano 
di Giulio Romano, oltre a molti altri quadri di maestri secentisti. 
Coli' aggregazione alla Galleria del Museo e del Medagliere estensi, 
conservati finora presso la Biblioteca, quella si è arricchita di una 
notevole collezione di bronzi del Rinascimento, fra i quali primeg- 
gia un magnifico vaso di Andrea Riccio; di una raccolta considere- 
vole di placchette e di medaglie, tra cui parecchie inedite, che ora 
si riproducono per la prima volta ; di alcuni avori, fra cui (oltre pa- 
recchie anconettine gotiche) c'è anche un bel dittico della fine del 
sec. XII, che pure viene riprodotto, e che sin qui era sconosciuto 
agli eruditi. 

Toccandosi poi, in un articolo seguente del riordinamento delle 
collezioni nel Palazzo ducale di Venezia, per ora non si fa cenno 
se non del medagliere contenutovi, dando conto di alcime medaglie 
inedite di Niccolò di Forzore Spinelli e dello Sperandio, e si accenna 
Alla sfuggita alla collezione dei bronzi del Cinquecento, fra cui due 
- il frammento di un bassorilievo di Andrea Riccio, e un busto, 
che ricorda il ritratto di Leonardo Loredano, di autore sconosciuto - 
Arengono pure riprodotti in magnifiche eliotipie per dimostrare la 
importanza della raccolta, quasi sconosciuta al pubblico. 

Dell'aumento che negli ultimi anni ricevettero le rr. Gallerie e 
il Museo nazionale di Firenze scrive il benemerito direttore di quelle, 
cav. Enrico Ridolfi, enumerando per primo vari dipinti donati dal 
sig. dott. Arturo de Noè- Walker di Londra, fra cid la celebre Leda 
del Tintoretto, che già appartenne alla famosa Galleria del duca 
d'Orléans; e descrivendo poi alcune tavole tratte fuori dai magaz- 
zini, tra le quali una figura intiera di una Venere nuda di grandezza 
pressoché naturale, dipinta a tempera su tela, di Lorenzo di Credi, 
l'unica opera di soggetto profano che si conosca di questo maestro, 
e che il Ridolfi crede essere stata eseguita a gara col Botticelli, di 
cui il Museo di Berlino possiede un'analogo studio fatto, come quello 
del Credi, su modello vivente ; un delizioso profilo di giovinetto del 
BoltrafiUo; un ritratto di Sisto IV, attribuito al Tiziano; e parec- 
chie altre pitture di minor conto. 

Delle gallerie fideicommissarie romane si occupa la seguente me- 
moria del 1.® volume dell'Annuario, riproducendo la relaziono riaHSun 



138 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tiva sullo stato di quelle raccolte, premessa ai cataloghi di esse che 
dietro T incarico avuto dal Ministero furono compilati dal cav. Giulio 
Cantala MKSS A. Non è possibile di entrare in particolari sul lavoro 
diiBcilissimo compiuto con zelo e competenza dal testé nominato eru- 
dito; basti dire che, grazie alle sue indefesse cure, d'ora innanzi 
poco resta al buio, quanto all' identificazione delle pitture. 

L'ultimo degli articoli della prima parte del primo volume del- 
l'Annuario reca la relazione sul Museo civico di Pisa novamente 
istituito per voto unanime della rappresentanza cittadina, ed ordi- 
nato per cura del <;av. I. B. Supino, allora r. ispettore dei monu- 
menti pisani, nei locali dell'ex convento dì S. Francesco, opera 
degna di ogni lode e che merita di essere preposta ad esempio. Le 
ampie corsie e camerate al piano superiore del convento furono ri- 
dotte in tante sale, ove l'osservatore vede svolgersi la storia del- 
l'arte pisana in una non interrotta serie di importanti e pregevoli 
opere, degne di conservazione non solo, ma di ammirazione e di 
studio. L'Autore nel suo riassunto ne addita le più cospicue, accen- 
nando alla loro origino, descrivendo il loro soggetto e rilevandone 
i pregi artistici. Alla fine della sua succosa relazione egli fa pure 
cenno del medagliere, raccolto dal suo padre cav. Moisè Supino, 
che la vedova coli' assenso del figlio volle donato alla città di Fisa, 
e che fra breve sarà pure esposto nei locali del Museo. 

La seconda parte, consacrata alla pubblicazione di documenti 
storico-artistici, reca la stampa per esteso, di un Libro dei conti di 
Lorenzo Lotto, scoperto dal compianto dott. Guido Levi nell'archivio 
della basilica di Loreto, dove era pervenuto dopo la morte del pittore, 
il quale in sul cader dell' età si era fatto oblato della Santa Casa. 
Nel suo taccuino, che abbraccia gli anni 1638-1556, l'artista con gran 
precisione notò ogni commissione avuta per 1' esecuzione di pitture, 
i compensi ricevuti, i nomi dei suoi creditori e debitori, l'aumento 
dei crediti e debiti, gli avvenimenti della sua vita, le sue entrate e 
spese; ricorda inoltre parecchi garzoni, ch'egli educò all'arte, special- 
mente nell'ultimo periodo della sua vita, quando nel 1549 era giunto 
in Ancona, per rimanere poi sino alla sua morte (1656) nelle Marche; 
fa menzione di parecchi artisti che con lui ebbero rapporti di ami- 
cizia e di interessi, come furono Jacopo Sansovino, Giovanni dal 
Coro architetto anconitano, Faris Bordone, Girolamo da Santa Croce, 
Andrea Schiavone, il Bissolo e via dicendo. Invece non sono abbon- 
danti le notizie tecniche sui mezzi dell'artista, sui suoi procedi- 
menti, sul corredo del suo studio, dove teneva tra altri gessi un 
puttino di rilievo di Desiderio da Settignano, il bassorilievo della 
Gloria del Cristo del Sansovino, parecchie incisioni, alcuni cammei. 



LE OALLEBIB KAZIONAU ITALIANE 139 

Si ha poi qualche notizia dell'uso di persone a modello, per cavar 
dal vero le forme de' suoi santi : cosi egli per ima delle sue tavole 
ritrasse più volte poveri, e sembra che invece di ricorrere a mo- 
delli del genere femminile, traesse piuttosto prò di un torsetto di 
donna ignuda in gesso. Dei colori e degli olii usati si ha qualche 
scarsa notizia; delle fonti delle invenzioni dell'artista poco si deduce 
dal registro. Fra i suoi libri vi era « Marco Aurelio imperatore de 
e la vita sua ^, un Donato, un salterio, la vita dei Santi Padri, e 
« el Gerson del dispretio del mimdo ». I santi dipinti dall'artista, 
erano spesso 1' effigie dei suoi committenti, o ritratti rimastigli in- 
venduti. Del resto il registro porge amplissime prove dell'attività 
straordinaria del pittore e dell' abbondanza delle sue produzioni con 
cui ornò cinque Provincie d'Italia: Venezia, Treviso, Bergamo, An- 
cona e Macerata. Il numero delle opere sue eseguite nel periodo di 
tempo dal 1538 al 1556 ascende a più di centocinquanta, fra cui una 
quantità grande di pale d' altare di dimensioni eccezionali, quali si 
ammirano ancora nelle chiese e nei musei di Ancona, Loreto e Jesi. 



* 



Il secondo volume dell'Annuario (1896) si apre colla relazione 
della direzione delle rr. Gallerie e del Museo nazionale di Firenze 
sull' andamento di questi istituti negli ultimi due anni, rselazione che 
parla dei lavori di costruzione eseguiti nei loro locali, del riordina- 
mento parziale di alcune delle sculture antiche, reso necessario in 
conseguenza di quei lavori, dell' apertura di una nuova sala dove ven- 
nero riuniti ed esposti i cartoni dei grandi maestri, 250 disegni di 
architettura e d'ornamento, 54 bozzetti a olio in chiaroscuro; del 
trasferimento nella Galleria di parecchi ritratti di celebri maestri, 
e finalmente, dell'incorporazione di tre quadri di scuola fiorentina 
tratti dai magazzini, fra i quali il più singolare è la grande tavola 
dell'Adorazione dei Magi del Botticelli, pur troppo guasta e stonata 
dagli abominevoli colori con che un imbrattatore del Seicento ebbe 
la barbarie di ricoprire una parte di essa. 

In una memoria sulle rr. Gallerie di Venezia il cav. Giulio 
Cantalambssa parla prima degli incrementi di quella raccolta nel- 
l'ultimo anno (un quadro di Marco Basalti proveniente da S. Pietro 
in Castello e rappresentante S. Giorgio, e un' altro di Carlo Crivelli 
coi SS. Girolamo ed Ambrogio, parte di un trittico che il pittore di- 
pinse per la Chiesa dei Domenicani di Camerino e di cui le due altre 
parti si trovano alla Braidenso e nella Galleria di Venezia); ed 



140 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

espone poi in modo sommario quali propositi abbiano guidato coloro 
che ricomposero recentissimamente in ragionevole ordinamento le 
rr. Gallerie di Venezia, reso indispensabile dalla disposizione di prima, 
che era discorde da quei principi, che pur paiono elementari, d'av- 
vicinare sempre le opere che per fraternità di scuola, per ricambio 
d'influenze, per analogia d'ideali, per contemporaneità si chiamano 
amichevolmente tra loro. Ad. Venturi fa alcune osservazioni su pa- 
recchi dei disegni della detta Galleria, rimettendo però 1* esame ana- 
litico della raccolta al tempo quando i disegni che la compongono 
saranno restaurati convenientemente e potranno essere studiati nel 
diritto e nel verso, nella tessitura della lor carta, nella filigrana e 
marca della cartiera. Lo stesso autore ci intrattiene poi delia rac- 
colta modioevale e del rinascimento nel Museo del Palazzo Ducale 
in Venezia, accennando a parecchie medaglie finora inedite, e acquai- 
che placchetta pure sconosciuta, e parlando poi dei bassorilievi in 
bronzo che dall'Accademia passarono nel Museo del Palazzo Ducale 
allo scopo di riunire quivi tutte le opere di simil genere provenienti 
dall' epoca del Rinascimento. Dà pure pochi cenni sulle statuette di 
bronzo, riserbandosi di recarne più particolareggiati ragguagli quando 
saranno raccolte tutte insieme ed ordinate nel gabinetto della scul- 
tura medioevale e del Rinascimento. Luciano Mariani infine tratta 
della raccolta archeologica del Palazzo Ducale, che era già prima cono- 
sciuta, ma che ora fu riordinata in modo più decoroso e coli' intento 
di mettere, più che non fu fatto prima, in evidenza quelle delle sue 
sculture che ne sono più meritevoli sia dal punto di vista del loro 
pregio artistico, sia da quello dell'interesse archeologico che destano. 
La memoria che segue è consacrata alla Galleria nazionale in 
Roma, il cui nucleo, come si sa venne formato dai quadri riuniti dai 
principi Corsini nel suntuoso loro Palazzo alla Lungara, e ceduto con 
quest'ultimo nel 1883 al Governo. Negli ultimi anni poi fu riunito 
alla Galleria il lascito di Don Giovanni Torlonia e i quadri della 
raccolta del Monte di Pietà, entrati nel 1893 in possesso della r. Ac- 
cademia dei Lincei, e per concessione di essa ora esposti nelle sale 
della Galleria nazionale. Dei quadri di primo ordine di queste tre 
parti, che costituiscono la detta Galleria rende conto il Venturi, pro- 
mettendo di estendere le sue comunicazioni, nei seguenti volumi, 
anche alle opere di secondo ordine. Fa un corredo molto pregevole 
all'articolo un catalogo della Galleria Torlonia, composto nei primi 
decenni di questo secolo da G. A. Guattani, e qui dato in stampa 
per la prima volta, il quale bencliè si discosti nelle sue attribuzioni 
sovente dalla verità, può servire alla rivendicazione dei quadri ai 
loro veri autori per le indicazioni che si recano intorno alla loro 



LE GALLERIE NAZIONALI ITALIANE 141 

)royenienza, e perchè le attribuzioni antiche, anche se scorrette, 
lànno una traccia per le ricerche, migliore di quella fornita dalle 
)iù recenti attribuzioni. Nella seconda parte della presente memoria 
1 dott. Paolo Kristeller dà un sunto alquanto rapido del conte- 
luto della collezione di stampe già appartenuta alla biblioteca del 
principe Corsini ed ora, per la maggiore sua parte, data in conse- 
gna alla Galleria Nazionale, sicché il gabinetto delle stampe, formato 
vi, con le sue 70,000 incisioni, può dirsi la più ricca e più preziosa 
ielle simili raccolte esistenti in Italia. Parla poi del sistema che lo 
^idò nella scelta degli esempi esposti in una delle sale del palazzo 
3 del modo materiale in cui furono ordinati, e accenna con pò- 
ziiQ parole alla maniera che si segui nel comporre il catalogo e 
l'inventario di questa straricca raccolta. NelP ultima parte tinal- 
niente Ugo Fleres dà l'elenco spiegativo dei disegni di maestri 
esposti in apposita sala della Galleria, contentandosi di un fuggevole 
cenno per quegli altri non esposti e che tuttora trovausi in via di 
riordinamento. Comunica pure in nota gli appunti tanto autorevoli 
del compianto Giovanni Morelli sui disegni (^GÌÌa, raccolta in que- 
stione, conservati nella biblioteca Corsiniaaa. È accompagnata questa 
memoria da ben riuscite riproduzioni dei più preziosi fra quadri, di- 
segni e stampe della raccolta 

In un seguente articolo il dott. Paolo Kristeller dà un reso- 
conto del riordinamento, da lui eseguito, della collezione di stampe 
della r. Pinacoteca di Bologna. Raccolta in Bologna e donata al papa 
Benedetto XIV, fu da questo alHdata alla Biblioteca universitaria. 
Considerevolissima un tempo, vari avvenimenti concorsero a sce- 
marla. Dopo V ultimo furto del 1881 la collezione venne trasportata 
alla r. Pinacoteca. Il nostro autore accenna alla sfuggita agli esem- 
plari più preziosi della raccolta, fra cui spiccano numerose e rarissime 
incisioni tedesche dei secoli XV e XVI, mentre sono meno ricche lo 
stampe italiane del Quattrocento (pure non mancano anche fra que- 
ste le opere di alto valore). Un'importanza particolare è da attri- 
buirsi alla collezione quasi completa delle opere degli intagliatori 
ed aquafortisti bolognesi della seconda metà del Cinquecento e dei 
seguenti secoli, la quale forma un complemento opportuno alla gal- 
leria dei quadri dei medesimi artisti, posseduti dalla Pinacoteca. - 
A. Venturi pubblica in fotoincisione alcime placchette, finora non 
indicate nei cataloghi che si occuparono di questa sorte d'opere 
d'arte, del medagliere Estense in Modena, discutendone i soggetti 
e la questione dei loro autori presumibili ;. mentre I. Benv. Supino 
da succinte notizie sulla pregevolissima collezione di sigilli, donata 
al Museo civico di Pisa dalla vedova del raccoglitore di essa, cav. 



142 



RiSSSGHA BtBLIOOBlriCA 



Moiró Supino, e che, oltre viaa eerie di Birilli del Comune, delle Arti, 
degli arcivesoori e dei moDaateri dì Pisa, abbraccia un ricco meda- 
gliere della leecca pisana, senese, fiorentina e di altre città toscane, 
quest'ultimo composto dall'arcivescovo Franceschi (di cui serba 
la denominazione), ed ora, dopo esser stato circa trent' anni na- 
scosto agli studiosi, reso di pubblico uso col resto delle opere d'arte 
riunite nel novamente riordinato Museo civico. InKoe il dott Kiii- 
STBLLER ragiona brevemente di una silogruiia italiana del Quattro- 
cento scoperta di recente nel palazzo municipale di Prato, e rap- 
presentante la Crocifissione del Nostro Signore, uno dei più antichi 
esempi di questa sorta d'incisioni, colorite a diverse ttnt«, qui bruna, 
11 rossa, altrove verde. Dimostra essa, quanto sia antica la ricerca 
degli effetti coloristici ottenuti con mezzi meccanici, e trova un'ana- 
logia stilistica in una serie di silografie, illustranti le < Meditazioni 
di San Bonaventura • (Venezia 14y7) le quali non può dubitarsi 
che sìeno della stessa mano. Fer il valore artistico la nostra silo- 
grafia può dirsi una delle più pregevoli e belle che ai conservino 
del Quattrocento, e !a sua importanza cresce, quando si osservn 
(come per primo La tatto A. Venturi) che molti dei tjpi e alcuni mo- 
vimenti caratteristici siano simili a quelli che si vedono nelle pit- 
ture di Filippo Lippi a Prato. Il nostro autore perciò non esita ad 
attribuirle orìgine toscana, e metterla alla metà del sec. XV, al 
qual periodo vogliono tarla assegnare lo stile e il carattere della 
composizione e del disegno. 

La seconda parte del secondo volume dell' Annuario, destinata 
alla pubblicazione di documenti d'indole storico-artistica, recali ca- 
talogo delle opere d'arte nelle Marche e nell'Umbria, che nel 18fil, 
per commissione del Ministro d'istruzione pubblica, fu composto da 
Giov. Morelli e O. B. Cavalcasene. Il compito designato ai due illu- 
stri uomini era di compilare una nota particolareggiata di tutti gli 
oggetti d' arte esistenti nelle chiese e presso gli enti religiosi sop- 
pressi di quelle proviacie, coli' intento d'impedirne lo sperpero o 
l'alien azione. Dopo tanti anni che il catalogo fu composto, molte tra 
le cose descritte subirono vicende, alterazioni, trasponi mentì. Per 
rimediare a queste mancanze ai direttori dell'Annunrio è sembrato 
opportuno di apporre in nota tutte quelle indicazioni, che valgano 
a dare modernità e utilitA pratica alle notizie del catalogo, sicché 
con sitfatti supplementi anche oggi ])otrà servire alle indagini degli 
eruditi; oltre che, come documento, ha un pregio eccezionale, essendo 
il primo catalogo che sia eseguito in Italia con intelletto d'arte. 

Stuttgart. C. db FAUHiczr, _ 



FABHiczr, ^^^J 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 143 



Silvio Lippi, V Archivio Comunale di Cagliari, - Cagliari, tip. Muscas 
di P. Valdès, 1897. 

Il fervido risveglio, ohe in questo secolo s'è manifestato negli 
studi storici, la certezza che, senza documenti autentici, non si rie- 
scirebhe ad altro che a fare una storia tutta fantastica, una storia 
poetica, porta gli studiosi a spiare ogni più segreto ripostiglio, dove 
possa essere stato relegato e nascosto qualche documento, e a met- 
terlo in luco, dopo averne assicurata, con accuratezza, la veridicità. 
Benefico risveglio, che ha mostrato la necessità del metodo posi- 
tivo negli studi storici e confermato la sua efficacia nel progredire 
di essi. 

Da ogni punto d'Italia, è un certo tempo, vengon fatte pro- 
messe di ordinamenti e di pubblicazioni d' archivi, promesse che 
non tardano a divenire una soddisfacente realtà. E venuta la volta 
di una delle città più importanti della Sardegna, Cagliari, ricca di 
un pregevole Archivio Comunale, dove i tentativi di ordinamento 
e di pubblicazioni furono, pel passato, resi frustranei o sopraffatti 
dalla noncuranza e, peggio ancora, dall'ignoranza degli uomini. 
L'Archivio del Comune esiste sin da' tempi Aragonesi (sec. XIV). 
Conservati dapprima sicuramente i volumi e le carte nella chiesa 
di S. Maria e, nel sec. XVI, in quella di S. Cecilia, andaron poscia 
soggette a varie trasmigrazioni ; e, cacciate infine dagli uffici come 
inutile e polveroso ingombro, trovarono asilo in luoghi più umidi e 
privi di aria e di luce, dove restarono sino a qualche anno fa. 

Il Dr. Silvio Lippi, d'incarico del Sindaco di Cagliari, intraprende 
il faticoso lavoro dell'ordinamento de' documenti, ridotti in uno stato 
veramente deplorevole, e riesce, nello spazio di due anni, a pubbli- 
carne la relazione storica e l' inventario della parte antica. Diciamo 
sin d'adesso che l'opera del Lippi ci sembra ben condotta: punto 
scostandosi dalle leggi della paleografia e della scienza archivistica, 
®gli ha riprodotto nel suo bel volume quell'ordine, che dette alle carte 
^^1 suo Archivio : € conservare, ordinare, indicare in modo facile e 
* accessibile a tutti > le autiche memorie, ecco il suo scopo. Né tra- 
scura le carte che, a prima vista, potevan sembrare inutili, perchè 
^^gore dal tempo o perchè di carattere puramente privato ; ma, ri- 
^r^ando che nelle carte di Archivio nulla v' ha di superfluo, e che 
^aaà spesso i fatti piccoli e individuali servono a meglio intendere 
^ più esattamente dichiarare le generalità delle cose, dette opera 
^ Ordinarle e classificarle. 



144 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Nella prima parte del suo lavoro (pp. 9-27) il Lippi dà una suc- 
cinta relazione dell'Archivio Comunale, ed enumerando i tentativi 
di riordinamento e di classificazione, che non furon pochi e di cui 
il primo risale al 1522, tributa il giusto merito a chi si pose a quel- 
r opera in tempi, ne' quali l'indifferenza per questi studi rendeva 
molto complicata e difficile l'impresa. L'ordinamento fatto dal Dr. 
Giuseppe Corte sullo scorcio del secolo passato ci assicura che, in 
quell'epoca, l'Archivio trova vasi in buone condizioni, ma l'aumento 
delle carte e, in generale, il movimento de' volumi e il trasporto 
de' documenti dal posto primitivo, senza alcuna direzione, ingenera- 
rono daccapo il disordine. 

Esposto brevemente il metodo tenuto nell' ordinamento dell'Ai 
ohivio, il Lippi passa alla seconda parte del suo lavoro: U Inventa- 
rio delle pergamene, de* volumi e de* fasci di carte sdoUe, costìttienH 
la sezione antica deW Archivio, con Vindice alfabetico degnami ddU 
persene, de* luoghi e delle cose contenute (pp. 29-272). Degli 829 volumi 
egli indica soltanto il numero del volume, il titolo e la data: delle 
pergamene però, che sono 553, di cui una del 1070 (originale) (1), 
le altre dal XIII in poi (e di queste le più antiche in copia del se- 
colo successivo), ha voluto dare anche cognizione del contenuto, 
dettandone il transunto in modo piuttosto esteso. Chiudono il vo- 
lume 4 tav. di facs. delle sottoscrizioni de' Sovrani, da Pietro IV 
d'Aragona a Vittorio Emanuele II, e 5 tav. di facs. de' suggelli da 
Giacomo II d'Aragona a Carlo Emanuele III di Sardegna. 

L'opera di ordinamento, che fa onore a chi l'ha promossa e a 
chi l' ha condotta a buon termine, si abbia l'approvazione di quanti 
vivono tra le polverose carte degli archivi, che, soli, potranno giu- 
dicare de' sacrifizi cui si va incontro in lavori di tal fatta. Noi, dal 
canto nostro, ci auguriamo che il Lippi, presa nuova lena, si dedi- 
chi all'ordinamento della sezione moderna, e, compiuto il lavoro, 
trovi il giusto compenso nella gratitudine e nella stima de' suoi 
conterranei e di quanti hanno a cuore il progresso degli studi sto- 
rici italiani. 

Bari. Francesco Nitti di Vito. 



(1) Dubito che questa pergamena, in cui l'indiz. Ili non corrisponde 
all'anno 1070, debba essere di un secolo posteriore. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 145 



Il Trattato « De vidgari Eloqventia » per cura di Pio Rajna {So- 
detti Dantesca Italiana - C)j)ere minori di Dante Alighieri. Edi- 
zione critica). - Firenze, Succ. Le Monnier, 1890. 

Fra le varie specie di studi a cui danno luogo le indagini let- 
terarie, quella per la quale occorre maggiore pazienza ed oculatezza, 
maggior forza di volontà e acume d'ingegno, maggior resistenza di 
iibra e attitudine e abitudine al ragionamento, è, senza dubbio, la 
ricostituzione d'un testo antico. Lavoro apparentemente modesto, 
perchè non parla alla fantasia né agita il sentimento, e perchè, in 
cambio di suscitare negli occhi intenti del ricercatore visioni di bel- 
lezza, affatica cotesti poveri occhi col cumulo delle difficoltà paleo- 
grafiche da superare ; è, realmente, fra tutti i lavori, lavoro nobilis- 
simo, come quello che si propone di stabilire qual fosse la vera 
forma nella quale un antico autore gettò l'idea e di rinnovare cosi 
tra forma ed idea quell'intimo e sacro legame che costituisce l'es- 
senza di ogni creazione artistica e che pur si era venuto allen- 
tando e logorando attraverso i secoli. Qualunque sia l'importanza 
dell'opera, sempre noi saremo invasi dal desiderio di conoscerla 
nella sua vera e propria forma, cosi com'ella usci dalla mente del 
suo autore, non come fu trasformata dai posteriori copisti ed edi- 
tori sia per incuria sia per ignoranza sia per un complesso non ben 
definibile di circostanze speciali. Suonarono veramente nel modo che 
le vecchie edizioni ci attestano quei canti religiosi che lacopone da 
Todi traeva dal suo spirito infiammato fra i gemiti e i fremiti e le 
lagrime della sua esaltazione mistica ? Cosi veramente suonarono le 
laudi sacre nei recinti oscuri delle confraternite dei Disciplinati ani- 
mando i fratelli alle sanguinose flagellazioni? Queste sono vera- 
mente le rozze parole con le quali i cantimbanchi fiorentini intrat- 
tenevano il popolo ed i Signori di Artù e di Carlomagno, di favole 
mitologiche e di racconti biblici, di storia e di politica ? Sempre, ri- 
peto, noi saremo invasi dal desiderio di risalire alla forma primitiva. 
Ma quando poi si tratti dell' opera di un genio, quando ci troviamo 
di fronte, non ad un ignoto giullare o ad un verseggiatore oscuro, 
ma ad uno scrittore che fu grande, quando sopra tutto si abbia a 
che fare con una qualunque delle opere che Dante immortale meditò 
e scrisse, il desiderio allora diviene un bisogno tormentoso dell'anima 
e dell'intelletto. Che gioia sarebbe per tutti noi se, un giorno, si 
scoprissero gli autografi del divino Poeta! Quel giorno, senza dubbio, 
segnerebbe una data fausta nella storia dell'umanità; e tutti noi 

ÀacH. Stor. It., 5.« Serie. — XX. 10 



t^.ii 



)a nftetto quasi nuovo e con quoGÌ nuova reverenxs, 
le opere dell' Atighieri, lieti dì posseder la certezza che di quella 
forma, e non d'altra, volle egli rivestire i propri pensieri e che non 
nna parola tu arbitrariamente introdotta da persone estranee. Frat- 
tanto, invece di adagiarsi in una speranza che è destinata forse n 
non divenir mai realtà, devono gli studiosi rivolgere i loro eforzi 
alla probabile ricostituzione critica dello opere dantesche : che se, 
in molte parti, resteranno ancora dei dubbi, se ancora molte que- 
stioni attenderanno la loro risoluzione, se molti luoghi del poema e 
delle rime e delle prose resteranno ancora da sanarsi, non per questo 
avranno fatto opera non degna e non utile, essendosi approssimati 
quanto più è possibile alla forma originale. A questa opera de^n 
si h accinta da vari anni la Società Dmitetica lUiliana ; il primo a 
cui venne, in parte, affidata l' esecuziono dei grande disegno e che 
già compiè mirabilmente l' ufficio suo è Fio Bajna. 

La base del lavoro gli era, naturalmoute, offerta dai tre rnano- 
Bcritti, gli unici che fino ad ora ai conoscano, del trattato De vul- 
gari Eloqiienb'a. Per ciò, in una prima parte dell' Introduzione, egli 
studia con la massima curo, facendone la descrizione e la storìu e 
soffermandosi n risolvere tutte le particolari questioni a cui cia- 
scuno dà luogo, il codice di Grenoble 5B0, quello Trivulziano lOWS 
(Soaff 84, Palch. 5} e quello Vaticano Regina 1370. Il primo di questi 
tre codici dovè essere scritto da un italiano de! Nord alla fine del 
sec. XIV o al principio del XV ; e sopra di esso, che prosenta cor- 
rezioni e supplementi di mano incerta (forse, però, in massima parte, 
dell'amanuense madesirao), Iacopo Corbineili, per cura del quale usci 
olla luce, nel 1577, l' edizione principe del trattato dantesco, venne 
via via segnando di suo pugno numeroso glosse illustrativo o cri' 
tiohe. — n codice Trivulziano, già posseduto, com' 6 probabile, <ln 
qualche monastero del territorio veneto donde lo trasse • il tur- 
bine della rivoluzione francese », acquistato più tardi a Venezia dal 
marchese Gian Giacomo Trivulzio, y d'età forse un poco più antica 
del ms. di Grenoble, essendo per esso assai diftioile scendere tino 
ai primi anni del sec. XV, e, come l'altro, fu sen^a dubbio scritto 
in una dello città della valle padana: da alcune indicazioni si rileva 
essere esso codice, durante il Quattrocento, passato per diverse 
moni; finché, nel secolo successivo, pervenne in quelle di Giovan 
Giorgio Trissino che ne fu possessore e. prima del 1624, notò sui 
margini parecchie correzioni al testo. — Il cod. Vaticano non è che 
una copia fatta da un ignoto amanuense, probabilmente in Koma e 
non prima del 1513, per conto di messer Pietro Bembo il quale vi 
appose talune correzioni interUneari e non [loclie glosse : 



I 



] 

I 



HA'tNA, IL TRATTATO * DK TCLOARI ELOQOBNTIA » 

Ultre a quello offertoci dai manoscritti, glossiamo noi attendere 
aiuti da altre parti? Sembrerebbe che qualcuno dovessero darcene 
lo versioni, le allegazioni e le edizioni del De rulgari Eloquentia 
che il fiHÌna prende ad esaminare nella seconda parte dell' Intro- 
duiione; ma, pur troppo, da easc non viene alcun raggio di luce 
(o, in ogni caso, di una luce ben fioca) a cLi voglia rìco.strutre ii 
lesto dantesco. Tuttavia esigono anch'esse uno studio accurato, non 
foas' altro che per giungere a stabilire quella che, sia pur dolorosa 
quanto si voglia, h indubitabilmente la veritA. K prima d'ogni alt» 
^ ai fu innanzi la versione del Trissiao stampata a Vicenza nel 1G29 
da Tolomeo laniculo: di lui è cerlaniente, quantunque vi eia stato 
chi sollevò dei dubbi a questo riguardo e non sia mancato neppure 
chi ebbe la singolariasima idea di reputarla opera dello stesso Dante. 
Tale singolarissima idea, oltre allo Zeno, al Muratori, al Bottari, al 
Pontacini, che il Ku.)na cita, avrebbe avuto ne! Cinquecento, se- 
condo lo stesso Itajna, anche il Corbinelli, il quale < in data fi feb- 

< braio 1675, in una lettera che oi lermerà maggiormente pifi oltre, 
« diceva del testo latino, " io quanto a me l'ho sempre tenuto di 
« Dante insieme col vulgarc, che i più reputati l'oglion tener per 
• fermo che sia del Triaaino ,, (Ambroa. T. 161. »iip. f. 30"). Che 

< non istesse molto a mutar parere si vedrà poi > (p. li, n. 1). 1! me- 
desimo passo di questa medesima lettera, indirizzata al Pinelli, Ìl 
RiÙ"'^ riporta, più completo, per altro scopo, a pp. lxxiv-lxxv \ 
e a me giova riprodurlo in parte: « ....pregando V. S. a farvi dire 

I da Firenze quelli errori che mi sono trascorsi, che s' hanno a ri- 
1 formare secando il te.^^to; et insieraemente quello che l'accademia 
I stima di quel libro mi mandasti latino della Vulgare eloquentia 
[ di Dante, che io quanto a me l'ho sempre tenuto di Dante in- 
r sieme col vulgato, che i più reputati voglion tener per termo che 
I sia del Trissino ». A questo proposito, mi permetto di avanzare 
con ogni riserbo una mia congettura. Non potrebbe essere, mi 
Tenne fatto di pensare leggendo U brano della ietterà corbinel liana 
riportato qui addietro, che, col semplice spostamento di una vir- 
gola, mettendone cioè una dopo il secondo Dante invece che dopo 
ise un senso tutto diverso da quello che balza fuori 
ione attuale ? In altre parole, dato pure che la vir- 
° e ìl che immediatamente successivo non sia dovuta 
trovi proprio nell'autografo del Corbinelli, di coi 
il riscontro, stani essa a signiticarci la chiusura d'un 
. rifletterà piuttosto semplicemente l' abitudine 



vutgare, si are 
dalla interpun; 
gola &a tiilffai 
al Bajna ma a 
non posso fare 
inciso o 1 
centìata di porre i 
flettendoci sopra, i 



i virgola 
i parve ohi 



i al pronome relativo? E, ri- 
togliendola dal posto ohe ora oc- 



IW ItAflSBOKA lUBUtWBAFKA I 

cupa accodandola a Dante, non uno floltauto, benal due si^ficati 
diversi noi potremmo avere. Il primo rCBultereblie Uall' unire tul- 
t'intera la frase insieme col viUgare alla proposÌKÌonfl quello che 
l'accademia stima: * Fatami sapere quello che l'accademia stima 
« di quel libro..,, di Dante, che io ijuaoto a me l'Iio senipre tenuto 
a di Dante, insieme col vulgarc ecc. (= ed, inoltre, ijuello cJie l'acca- 
< demia stima del vulgare) >. Il secondo, elio mi eoddisfa ilssaì più 
e die, per essere meno sottile e meno strano, ò di gran lunga il 
più probabile, si avrebbe riferendo lo stes.so innienu: ecc. al verbo 
Tnandaati: * Fatemi sapere quello che l'acoudemia stima di quel 
« libro mi mandasti latino.,., iusìeme col volgare ohe ecc. >. Il Pi- 
nelli, insomma, avrebbe mandato all'amico e il codice appartenente 
ora alla Biblioteca di Grenoble e un esouiplarc della versione tris* 
sinìona. Con ciò libereremmo il dotto e dilìgente editore del De vulg. 
etoq. dalla taccia (li essere incorso (sia pure per breve tempo) nel- 
l'orrore di credere che anche essa versione fosse opera deirAlighiori, 
Lo versione del Trissino l'u condotta sul codice Trivulzìaoo cbc, 
come g\h ai è veduto, al TrisHiao appunto appartenne: non ottiimi. ' 
certo, ausi provvista di un buon nuruero di grossolani errori al 
inesttttez/e, non merita tuttavia interamente l' acerbo giudizio dm 
gii ne diede Ugo Foscolo e ohe ripotè, ai nostri giorni, il D'<)vidio. — 
Importanza non piccola avrebbe una allegazione del l)e rulg. £Joc|, 
nel Cesano del Tolomei, la cui composizione ilovrA mallo probabil- 
mente assegnarsi al periodo 1520-1632, di poco, dunque, poateriox>« 
alla versione del Trissino, Avrebbe importanza soprn tutto perc>t6 
dalla lezione delle frasi dantesahe che il Tolomei cita potremmo «,. 
sere indotti ad ammettere l'esiatenKa di un quarto ms, a Ini noto 
ed oggi, disgraziutumente, perduto. Ma n cosiflatts ipotesi il lit^ xm 
riserbo, come dice egli medesimo, niente più cbe ■ un cantuccia • ; 
mentre, con un rogionameato vigoroso e calzante, cerca di diim^c»- 
strare cbe la legione del Cesano proviene por dritta lìnea dal ^c^o 
dice di Grenoble e che, per ciò, < la prerogativa del Tolomei ^ 

< riduce secondo ogni ve resinagli un ^ta ad essere il primo studi^M^-^ 
« a cui apparisca noto il codice del De iiilgari Kloqiirntiii ohe p-^*» 
« verr/i nelle mani del Corbiuelli » (.p. lxvui). — Con Iacopo C ■"'' 
binelli appunto si la un bel passo innanzi nella critica del te tg::^* "' 
dantesco; che egli, giA ebbi occasione di accennarlo, caro la prl^K^"^ 
edizione dell'originale latino, venuto in luca o Parigi nel 137^ 
forse, incominciato a stamparsi fino dall' anno precedente, £ssa ' 

condotta sul ms, che appartiene ora alla Biblioteca Civica di iSt ^ 
noble e che era allora posseduto dal Corbinelli in persona, macvi^V 
togli in dono dall'abate Piero Del Bene per mezzo, come par ^^^^H 



lUJNA, IL THATTATO « DE VUI.GABI ELOQCKNTIA » 



149 



^^P^btle, dell' erudito Piuelli. Le glosse di mano corbiaelliana ohe si 
^*trovaD sul codice ci rappresentano, per cosi dire, il lavoro prepara- 
torio a cui messer Iacopo si sobbarcò prima di dar fuori l'edizione; 
o questa in parte si accorda con esse, in parte se n' allontana, mo- 
^_ strando per tal guisa quali dubbi sì afi'acciassero via via alla mente 
^■Éi lui. Né egli trascurò di tener conto della versione del TrisBino ; 
^Bknzt, molte delle correzioni da lui introdotte nel testo hanno la loro 
^^t»gioii d'essere appunto da cotesta versione; ma ancbe qui mostrò 
giudizio cauto ed indipendente, e, lungi dall' esegui re una traduzione 
della traduzione trissiniana come qualcuno troppo recisamente ebbe 
fc scrivere, se ne valse solo t corno di un sussidio, e per meglio rav- 
ì passi più o meno corrotti, e per sanare le piaghe, vere 
supposte » (p. Lxrxiv). — Un altro volgariz?.atore del De vidf/. 
è il senese Celso Cittadini, l' autografo del quale, scomparso 
i ita come da Siena, venuto nel nostro secolo in possesso del 
. Francesco De Rossi e da lui lasciato in eredità, con l'intiera 
Mia coUe^ione, uUa Biblioteca de! Gesù di Roma, emigrò, dopo il 1870, 
presso i Gesuiti di Vienna che lo conservano tuttora a Lainz vicino 
« SchOnbrunn. La versione, quantunque assai deficiente pur essa, 
. in generale, migliore di quella del Trissino ; ma, quanto 
non dice assolutamente nulla perchè prove non dubbie di< 
Mirano che il Cittadini, non solo non conobbe un ma. diverso dai 
tie sono finora noti a noi (nel qual coso l' opera sua avrebbe 
a grandissimo), ma neppure tenne sott' occhio il codice di Gro- 
hoble da cui emanava l'edizione corbinelliana di Parigi. Invece, 
u questa edizione egli esegui il suo volgarizzamento * te- 
unendo a riscontro la versione del Trissino » e limitandosi per la 
i a proporre ed accogliere qualche correzione congetturale. 
- Vengono dualmente le edizioni posteriori sulle quali non è neces- 
sario per noi fermare la nostra attenzione. 

Questi i materiali che il Rajna si trovava ad avere davanti a 
sé. Dopo averli cosi raccolti, occorreva compiere un altro lavoro 

tUEÌoso e paziente, quello di scegliere, fra tutti, i migliori e i 
atti oJla costruzione dell'edificio. E cosiffatto lavoro il Raina 
pie nella terza parte dell'Introduzione alla quale dà principio 
Colle seguenti parole: i Dalle versioni e dalle edizioni, riflessi più 
■« o meno pallidi di originali a cui ci t dato di ricorrere direttamente, 
« sappiamo ora che potrA cavar partito la critica congetturale, non 
* già la diplomatica. Questa non ha da fare i conti che coi tre ma- 
« noseritti ; e non è detto che all'ultimo li abbia da fare con tutti 
« * tre, cssondoci il caso ancbe per essi che ciò che par voce sia 
I. Studiamone dunque bene i rap(>orti » fp. cix). Seguirlo paano 



150 



RASSEGNA BIBUOGRAEICA 



passo nella sua iadagme non è qui possibile : come, infatti, i 
mere in brevi parole eiò che ha bisogno (li ragionamenti sottili & 
valorati da continue esani pliflc azioni? Basterà dunque accennare 
ai resultati, che sono : 1.", il cod. Vaticano proviene direttamente 
dal Trivulziano «i sicché non è da tenerne conto altro che qnalcho 
( volta in omaggio alla storia e per qod negare anche agli umili 
« quel poco che può loro spettare » (p. cxxui); i", fra il cod. Trì- 
vulziano e quello di Grenoble non c'è rapporto di filiazione dell'uno 
dall'altro, ma sibbene di collaternlitù, avendo entrambi un ascen- 
dente comune; 3.°, a questo comune ascendente, che il Bajna indico 
eoo X, e che, certo, non è una copia diretta dell' antografo ma ci 
rappresenta anzi un testo giti per gran parte deformato, tutt'e due 
i codici suddetti si rinnnodano mediante anelli intermedi che non 
possiamo determinar quali fossero ma cbe r/igionevolmente siamo 
indotti ad ammettere, V, da questi resultati parziali sì giunge alln 
conclnsione che « il confronto di G e T (// fod. di GmuAAv ed il 

• Trivulziano) ci dd modo in generale di ricostruire j' • (p. cxu): 
ina, siccome « arrivati ad a-, non ahbiarno ancora, come e' è detto. 
« che un testo molto viziato », ne viene di conseguenza che < per 
< spingerci più su, salvo qualche caso rarissimo, dobhia 

* alla critica congetturale » (p. cxLii). Intorno alla quale i 
congetturale, il Rajna scrive nobili e sagge parole che dovrebbero- 
aver per effetto di distruggere radicalmont-e certi volgari pregiudizi^ 
se i pregiudizi non avessero, come il più delle volte hanno, sul cuora^ 
dell'uomo maggiore efficacia delle buone ragioni. 

Arrivato a questo punto del suo lavoro (ed io mi lusingo che!^ 
anche il frettoloso riassunto fattone da me basti a dare un' idea.— - 
dell'ordine e, starei per dir, della logica con la quale in concepito e^ 
condotto) il Rajna affronta un'altra grossa questione ; la queationo^ 
ortografica. E l'affronta armato di tutto punto, valendosi cioè, pei — 
stabilire quale fosse l'ortografia latìnu medievale ai tempi di Dante> 
e quindi indurre quale potesse essere quella di Dante medesimo, di 
un numero cosi notevole di testimonianze che il capìtolo ad ess&- 
dedicato assume l'aspetto di un vero e proprio studio ed acquista unik 
eccezionale importanza. Il Doctrinale di Alessandro di Ville-Dieu ; il 
Grecismua di Ebrardo di Béthune ; le opere grammaticali e lessicali 
dei tre italiani Papia, Uguccione e Fra Giovanni da Genova ; una 
grammatica anonima contenuta nel cod. Magliabechiano 1. 2: alcnni 
scritti di maestro Goro d'Arezzo conservatici dal cod. Panciati- 
chiano liS ; un trattato delle costruzioni di un tal maestro Filippo 
i forse Filippo Naddi) del quale si hanno due esemplari alla Lauren- 
ziana e due alla Riccardiana: e le pergamene dull'.ircliivio di Slato di 




RAJNl, IL TBATTATO ■ DB VULOAIU BLOQDEMTIA > 



IBI 



Firenze scritte negli ultimi njini del aec. XIII q nei primi del XIV; e i 
|)rotoeoIli notarili di quella medesima et», sopra tutto quello ricclua- 
Simo di Lapo Gianni ; e il cod. Barberiniano dei Documetiii d'Ajnore 
dì Francesco da Barberino; e ì documenti fiorentini dei CapUóU; 
» gli Kotogrsfì di ser Brunetto del quale < nessun miglior rappre- 
t sdentante si saprebbe trovare di certo per la generazione da cui 
* quella dell'Alighieri fu preceduta ed educata > (p. oli) ; e lo zi- 
baldone boccaccesco delia Laurendana; tutta quelita ìnuneasa con- 
gerie di scritture anticbe È da lui indagata minuziosamente e sa- 
]>ientemBnt6 utilizzata. Nel leggere questo capitolo l' impressione 
generale cbe se ne riceve è che l'ortografìa latina medievale (e non 
In latina soltanto) brancolasse in una continua incertezza, in una 
oecìlluzioue continua. E di questa incertezza ed oscillazione ri- 
tiuingono, com'era ben naturale, le tracco anche nell'edizione del 
Aain» il quale non poteva appigliarsi al partito di assoggettare la 
grafia ad una uniformità tissoluta (che, del resto, il principio del- 
l'uniformità, rettamente inteso, ha pur sempre da essere mesEM) 
■ come norma fondamentale *\ senza correre il rischio di dare per 
danteiico <|uel[o che dantesco non e (1). Il grande merito suo sta 
iinzi appunto in ciò, nell'aver proceduto colla masaìma circospezione, 
uon allontanandosi dalla lezione diplomatica dei mss. quando non 
l'osse autorizzata a modificarla da argomenti sicuri, d {scostandosene 
senza esitare ogniqualvolta essa apparisse manilestamente erronea 
diafonne dall' uso medievale e quindi, con tutta probabilità, dal 
dantesco, sottoponendo insomma ogni singolo caso alla prova di una 

I'tica sagace ed acuta. 
Un'edizione condotta con tanto rigore aeientifioo non poteva 
t riuscire di gran lunga superiore b tntte le altre edizioni an- 



I (Ij Tuttavia confesso che i 
i abbia davvero uni 
1.* L'esperai adottata la forma 
1, \, 8: I, lui, 2; II, ii, 2; U, 
ligetlai'e il nmrnon dell' nr 
nutnteniuienio cui il Bi^ji 
•fpani, i/tpano» (I, vm, 5; II, 
[I, II, S), abbiamo àtrìa (I, x, 
affini laadio, loe»tui, locali, ci i 
tur (I. vn, 6; I, vm, 5; I, ii, 
I. xTiii, 2>, una volta sola loguunlur (I, ii, 
logaunh 
lollcn'ato • (p. ft.xaxiiK. Quali; n 



alcuni luoghi uon ho ben capito ooma 

uniformità aasolnta. Citerò tre esempi: 

Sfpunta ntc non iti diversi luoghi (I, z, 7; 

U, VI, ti) mi sembra ohe avrebbe dovuto far 

1 luogo I, vn, 5, nonostante le ragioni del suo 

brevemente accenna, - 2.* Perchè, accanto a 

ipratutto, accanto a yitrianiu 

(I, X, 7)? - 8." Oltre alle forme 

I buon numero di volte laam- 



i presenta u 



ì I> : 



[, 2; I, : 



'. 2; 



6). E 




questo proposito il 

sospetto, ed è Bempli- 
ragiroii' delln lollorati^a? 



152 RASSEGNA BIBUOGRAFIOA 

tiche e moderne. Può ben dirsi del Eajna eh* egli ha cacciato di nido 
tutti quanti i suoi predecessori e che dìfiScilmente verrà chi, a sua 
volta, lo superi. L' opera dei critici futuri (meritoria pur essa, anzi 
dirò di più, necessaria) potrà bene riuscire a correggere qualche 
parola e ad escogitare qualche migliore lezione, ma non potrà in 
nessun modo introdurre modificazioni cosi sostanziali da far pren- 
dere al De vulg. Eloq, un carattere nuovo ed una nuova fisono- 
mia. L* impronta generale di questo interessantissimo trattato dan- 
tesco rimarrà certamente quale gli è stata data dal Bajna. E ciò, 
mentre è grande onore per lui, è grande vantaggio per gli studiosi 
tutti che debbono essere grati all'illustre maestro di aver voluto 
spendere in loro servigio la sua intelligente operosità e la sua vasta 
dottrina. 

Reggio-Calabria. Irbneo Sanbsi. 



Biblioteca critica della letteratura italiana diretta da Frangksco Tou- 
raca. - Firenze, G. C. Sansoni editore. 

Eaccogliere monografie, intorno a singole questioni di lettera- 
tura italiana, pubblicate in giornali, atti accademici, od anche in 
opuscoli di poche copie, a vantaggio generale degli studiosi : questo 
è lo scopo della Biblioteca critica, onde lode incondizionata meritano 
e il direttore che ha avuto si felice pensiero e l'editore che ha vo- 
luto metterlo in effetto. Tuttavia non nascondiamo che avremmo 
desiderato, per i lavori tradotti, che' sempre e non qualche volta 
soltanto fosse citata Peperà da cui sono stati estratti o il giornale 
in cui primieramente furon publfticati. 

N.<* 1. - Guglielmo GiBSEnuEcnr, U istruzione in Italia nei 
primi secoli del Medio-evo (trad. C. Pascal), 1895, pp. 95. - In questo 
studio, dedicato al padre Luigi Tosti, del quale oggi, 24 settembre, 
mentre correggiamo le bozze, si rimpiange la perdita, l'autore ricerca 
« per quali cagioni, allo scorcio del secolo undecime, in Italia, gli 
« studi letterari, fino a quel tempo caduti in lungo oblio e pressoché 
« spenti, improvvisamente e quasi miracolosamente risorsero, e sali- 
« rono a novella grandezza ». Prima del Giesebrecht studiarono la 
stessa questione il Muratori e il Tiraboschi ; ma il nostro A. si di- 
parte da essi in ciò che quei due si soffermarono a considerare sin- 
goli uomini e singole cose mentre il G. ricercò « quali scienze e quali 
« arti fossero allora coltivate in generale da,i>;li uomini di condizione 



nCBLIOTBCA CEtmOA DELLA LETTERATURA ITALUHA 



1&3 



^^flooiale piuttosto elevata, sia per nobiltà di stirpe, sia per altezza 
a d' animo *. E però, tenendo conto di gran parte degli iadizi e 
delle testini OD ianze a noi pervenute, tratta con precisione e brevità 
il suo tema, soUermandosi in fine un po' pi(i a. lungo sulla condi- 
zione degli studi nel monaataro di Monteoassino nel medioevo e 
principalmente su Alfano, monaco ferventisaimo, acre propugnatore 
della libertà ecclesiastica, studiosissimo deiruntiobità e, per l' età sua, 
grammatico perfetto, del quale riporta alconi carmi o ricorretti o 
inediti dui cod. casBinese N.° 280. (Cfr. Giornale Hot. d. ìett. ital., 
voi. XXVII, p. UtJ). 

N." '2. - A. F. OzANAM, /-e aruole e V Utruàone in Italia nel 
Medio etv [trad. di G. Z.-I.] 18&5, pp. 74. - Questo studio, che 6 
preceduto da una brevissima biogratia dell'autore, uomo per molti 
rispetti insigne, completa il procedente, avendo ancb'esHO per iscopo 
di dimostrare come durante le fitta tenebre del medioevo brillttssero 
ancora le lettere. Perciò l'Ozanam esamina * da prima ciò che so- 
« pravvisse nelle scuole romane; in secondo luogo quali istituzioni 
< vi n vennero aggiungendo per cura della Chiesa ; intìne in qual 

ira ristruzioue sì trovava dìiFusa, non solo nel clero, ma an- 

negli Infimi gradi del popolo, quando il gonio italiano pro- 
■ ruppe nei canti di Dante, e negli afireschì di Giotto >. (Cfr. Giurn. 

. voi. XXVn, p. 146). 

^j." S. - Bartolomhbo Capasso, Sui Dàtmcdi di Matteo da 
Giovetuiao. - Di/fnerlazione critica, lH9ó, pp, 88. 

N." fi. - Bartdlomueio Cap.ai«M)| ancoro i Diurnidi di Matteo 

ÉGiovtnaaù. - Nuove osservasìottì critirtu, 189(i, pp. bd. - Con questi 
I lavori, di ciii il primo apparve la prima volta negli Atti della 
Accad. di Arch. Lettere e Beile Arti di Napoli del 1871, l'altro 
voi XVII degli Aiti della suddetta Accademia, l' illustre storico 
napoletano dimostra vittoriosamente la falsità della Cronaca di Mat- 
teo Spinelli. Questi Diurnali sin da quando apparvero ebbero ero- 
dilo e favore; ma ben presto non mancarono scrittori, come il Ca- 
jiecelatro e il Marchese di Sarno, i quali, notando gli errori moltis- 
simi che erano in essi, dubitarono non solo della loro esattezza, 
^nia anc-ora della loro autenticità. Tuttavia gli errori si addossavano 
^^K copiati tinche il Bernhard! (Mufleo di Giovenaxso, eine FfiUiJiung 
^^■l XVI lahrhunderts. Beri. 1868) non lu proclamò una falsificazione 
^Iw sec XVI. Il Capasse infine ha ripigliato in esame i Notamenti 
dello Spinelli e ha dovuto conchiwdere, contro il Min ieri -Hiccio acre 
lUfenaore dello Spinelli, della non esistenza del cronista pugliese. 
Egli infatti con acuta critica, lasciando da parte la questione filo- 
, che vien trattata nella HccomU memoria (N." 9), iisr.it-ii alla 



^T* che 

■brnp 



laT 



RASSKOVA BlBLIOOBAriOA 



luce quasi vent'anai dopo che fu scritta, esempio gr&nde di mode- 
ra^ioDe lìì orition, esaniiiiA nella prima (N." 3) se g'i errori crono- 
logici dei Notamenti debbano ritenersi opera del supposto autore o 
dei copisti ; se, trascurando gli errori cronolofjicì, vi sieno fatti so- 
stanzialmente noa veri, i quali smentiscano rautenticità della Cro- 
naei; e finalmente se, t ammesso anche che tutti i fatti ivi narrali 

* sittno veri, possano i Diurnali credersi opra di un uomo del se- 
ai colo XUl; e se, quand'anche vogUa accettarsi l'autenticità dù 
« medesimi, la loro autorità storica possa coMcienziosaineale riguar- 
•I darsi attoudibile, posto che gli stessi difensori di Matteo li riten- 
« gono per non genuini ». (Cfr. Oiom. star, ec voi. XXVII, p. 146 
e voi, XXIX, y. 187). 

N." 4. - Albino Zbnatti, Arrigo Tenia e i primoitìi della Urica 
ifoliana, 189P, pp. 811. - Questo scritto comparve nel voi, XXV degli 
Atti tleUa R. Accadenih Lucchese e poi fa ancora ristampato a parli 
nel 1889 ed ora riappare, arricchito di aggiunte e correzioni. Per gli 
studiosi della letteratura essa memoria è intere ssanti ssiiu a come 
i)uella che si occupa e delle origini della lìrica nostro, che si afferma 
essere stata aulica e siciliana, e del rimatore dugentista Arrigo 
Testo, di cui si rifa con nuovi documenti tutta quanta la biograUa 
u si dà in fine una ricostruzione del testo della canzone ■ Voelra'rgo- 
'jliosa cera ■, Allo Z. infine non dispiacerà di sapere che l'anno della 
morte di Arrigo Testa, ci vien dato, oltre che dai cronisti da lui ci- 
tati, anche da una Cronichetta « excerpta ex quodam antiquo codice 
r papiraceo Bibl. Mss. Caenohii S. Mariae Novellae, opere et uani- 
« bus l'ratrum Praedicatorum eiusdem conventus » (MCCXLVU. - 

* Bornardus..,. Rosso cepitParmiim et interf'eeit Henricura TeBtam)>: 
la quale Cronichetta si conserva in copia del sec. XVIII ne! ood, Paa- 
ciat. 116, voi. n, co. IG-IK. iCfr. Giom. sloi: ec, voi. XXIX, p. 187). 

N." 5. - Gastok Pauis, / raccùnti orientali nella Ictteratwa 
francese [trad, di M. Menghini], Ib'Jb, pp. bò. - 11 discorso su ritè- 
rito, pubblicalo nel volume de La l'oésk du Moyen Age, Lenona tt 
Lixtures, IL' Strie, Paris, Uachette, IHSJó, pp. 75-lOH, è come una 
])rolu9Ìone ad un corso nel quale il Paris desiderava seguire € at- 

* traverso qnattro o cinque letterature orientali le novelle buddhi- 
( etiche fino al loro giungere in Francia, studiare ciò che aon dive- 
e nute nelle mani dei poeti francesi, i cambiamenti cui sono athte 
' obbligate, le nuove applicazioni che se ne sono ricavate, ricercar 
" le tracce della loro influenza letteraria e morale nel Medio Evo 
« e anche nei secoli seguenti ». Ne dà un esempio per mezzo d'una 
storiella che il La Fontaine mise in versi e rese celebre sotto il 
nome del Mviiiiier. .imi fìLi ri fniic. Dopo di «■io scgiie nna confi- 



aiBLKyraCA critica della LinrERATCRA ITALIAHA 



155 



renzk illustrante la ben nota Parabola dei tre aneUi. ICtr. Gwm. 
ator. ec. voi. XXVII, pag. 146). 

N.'B. -C. A. Sainte-Beitve, Fauriele Manzoni. - Lt!opnitlÌ[traÀ. 
di G. Z-L] 1895, pp. 80. - Nel primo di questi Ritratti il Sainte- 
Beuve mette in luce le relazioni che passarooo fra il Faoriel e il 
nostro Manzoni; nel eeconilo espone brevemente la vita del Reca- 
natese, in tondo alla quale si presentano tradotti in francese alcuni 
carmi. Tutti e due questi Ritratti sì trovano nel voi. IV dei l'or- 
traits, pubblicati nel IHH, e, com'è naturale, sono un po' inveccMati. 
(Cfr. Giom. «tor. ecc., voi. XXVII, p. 14(5). 

N." 7. - Tommaso Cahlvle, Dante e Sìiak«peart [prima ver- 
Bì^oe italiana del Prof. Gino Chiarini] 18!*6, pp. 54. Bene ha latto il 
proC Chiarini a tradurre questo studio, contenuto nel voi. llerwx, 
Heró-rrorship, anrf the Ueroie in Hintory, che è come un inno di 
ammirazione per i due eroi-poeti che riempiono della loro grandezza 
tutte quante le letterature dei popoli: < Dante, profondo e fiero come 
^ « il fuoco che ferve al centro della terra ed è 1' anima del mondo ; 
f Shakspe))je, grande, tranquillo, lungiveggente come il sole, che illu- 
fcjmaa il mondo da l'alto ». (Gir. tìiom. ntoi: ecc. voi. XXIX, p. 187). 
tì. - Gabton Paris, Ut ttgyenda di Saladino (trad. di M. 
ttmigliini] 18f«i, pp. 76. - Questa monografia, che tale è veramente, 
ibbene l' illustre autore la presenti sotto il modesto titolo di note, 
j origine da un libretto dì A. Fioravanti, Il Haladina ntUe kg- 
e francesi e itaìiane del Medio Evo (di cui cfr. la ree, nel Giorri. 
: d. kit. it., XVII, 459], e venne pubblicata la prima volta nel 
Journal dea xavantu del ISiyH. - In essa il Paris studia il carattere 
del Saladino attraverso a tutte le narrazioni che ne < fanno un ca- 
■• valiere, un mezzo cristiano, un mezzo francai, un viaggiatore, 
« un cortese amante, ossìa tutto ciù che non fu >, ed anche in qual- 
cuna di esse che ce lo mostra quale egli fu approssimativamente, 
il neoiico cioè, spesso generoso, ma costante, del Cristiani. (Gir. Giorii. 
*tor. ecc. XXIX, p. 1H7: ffn*»effna WW. di ktt. itiil.AnaoU, lWì4,p. 51). 

N." 10. - Giuseppe Cajipoui, Notizie jxr la vita di Lodor'ico 
Ariosto, li^'G, pp. 109. - Della vita dell'Ariosto in quel medesimo 
{«colo in cui egli visse acriasero il Fornari, il Garofolo e il Pigna ; 
dopo due secoli, il MazKuchelIi, il Barotti, il Tiraboschi, il Frizzi, 
UBaruflaldi. S'ebbero quindi le pubblicazioni delle lettere dell'Ario- 
sto fette dal Cappelli, e, nel Giornate storico degli Archivi ioacani, di 
alcone altre per opera del Milanesi e del Fondora: altri documenti 
videro la luce, per opera del suddetto Cappelli, negli Alti e Memorie 
di storia ;«i(r!« di Modena. Tenendo conto di tutte le suddette pub- 
blicazioni, di altri documenti rinvenuti e spigolando i 






156 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

spese della Camera Ducale e nei carteggi degli Ambasciatori, il 
Campori compilò questa vita delPAriosto che si raccomanda come 
il miglior lavoro dell'erudito marchese. (Cfr. Giom, star, ecc., vo- 
lume XXIX, p. 187). 

N.** 11. - Giosuè Carducci, Su V Aminta di T, Tasso saggi ire 
di G. C con una pastorale inedita di G, B, Giraldi Cinthio, 1896, 
\)\). 129. - I tre saggi che qui son riuniti a comodo degli studiosi 
furono pubblicati tre anni or sono nella Nuova Antologia (1 luglio, 
15 agosto, 1 settembre 1894, 1 gennaio 1895). Nel primo « L' Aminta 
« e la vecchia poesia pastorale » si contiene una breve istoria della 
poesia pastorale, cominciando dai Greci giù giù fino al Sannazaro; 
nel secondo « Precedenti dell'Aminta » si parla delle ecloghe pastorali 
e rusticali, che poi si allargarono in commedie ; nel terzo della < Sto- 
ria dell'Aminta ». Segue in appendice un frammento di Favola pasto- 
rale di G. B. Giraldi Cinthio. (Cfr. Giorn. stor. ecc, voi. XXIX, p. 187). 

N.^ 12. - Ermanno Ciampolini, La prima tragedia regolare 
della letteratura italiana, 1896, pp. 40. - H Ciampolini in questo stu- 
dio, pubblicato da prima negli Atti deW Accademia Lucchese del 1884 
(cfr. Giom, stor. voi. IV, pag. 437 e seg.) si occupa della Sofonisòn 
di G. G. Trissìno. Dopo d'aver notato che il Trìssino introdusse o 
credette d* introdurre per il primo il verso sciolto per rinnovare la 
poesia, cominciando dalla tragedia, espone la favola della Sofonisòa 
quale ci vien data da Tito Livio e la paragona con quella dataci 
dal Trìssino e conclude « che in questa tragedia di poesia ve n'ha 
<( ben poca: ed invano vi si cerca la forza della passione, l'altezza 
« dei pensieri, lo splendore delle immagini, la verità dei costumi, 
« onde il poeta drammatico rapisce e signoreggia l'animo degli spel- 
ee tatori : essendoché questo è un lavoro d'un umanista, che non 
« vuole, o non sa uscire dalle pastoie, a cui si è condannato da so 
« stesso ». (Cfr. Giorn. stor., voi. XXIX, p. 187). 

N.^ IB. - Tommaso Casini, La gioinnezza e V esilio di Terenzio 
Mamiani, 1896, pp. 96. - Il prof Casini, servendosi delle carte del 
Mamiani conservate nella Oliveriana di Pesaro, descritte ora in 
parte da G. Vanzolini (Le carte . di T. M. neWOliv. di P., Pesaro, 
tip. Federici, 1896), di un libro di ricordanze e di lettere inedite, 
ha composto questi due interessanti studi perchè, come l'egregio 
A. avverte, i biografi del Mamiani sulla sua giovinezza o sorvola- 
rono o dissero cose erronee o inesatte. Seguono tre note; nella 
prima si contiene l'elenco dei profughi compagni del Mamiani, tratto 
da un documento del R. Archivio di Stato di Iloma; nella seconda 
due lettere del Mamiani e due del generale Armaudi; nella terza, 
una lettera di I. C. L. de Sismondi al Mamiani. 



BIBLIOTECA CRITICA DELLA LETTERATURA ITALIANA 157 

N.^ 14. - Bonaventura Zumbini, U ninfale fiesolano di G. Boc- 
caccio, 1896, pp. 28. - Venne pubblicato con altro titolo nella Nuova 
Antologia del 1.® marzo 1884 (Cfr. Giom, star., voi. Ili, 315), e tranne 
poche correzioni vien riprodotto tal quale in questa Biblioteca. Dopo 
aver esposto il contenuto del gentile poemetto boccaccesco, l'A. ricerca 
la fonte dell'episodio principale e la trova in romanzi della bassa gre- 
cità e specialmente in Partenio e Pausania: nell'ultima parte dell'im- 
portante studio vi è la critica estetica del Ninfale. Ci duole (ce lo per- 
metta l'insigne professore napoletano) di non esser d'accordo con lui 
a riguardo di ciò che dice intorno ai doveri della critica letteraria 
nella fine della seconda parte : « Ma le cose dette sin qui crediamo 
€ che bastino per noi che non la pretendiamo né ad eruditi, né a cer- 
€ catori di fonti £ poi ciò che sarebbe insufficiente per una critica 
« essenzialmente storica, può essere più che sufficiente per una critica 

< letteraria. L' una non consegue mai il suo ultimo fine se non dopo 

« aver messo in sodo, o tentato, qual sia il primo e quali i sue- 

« cessivi anelli che, a maggiore o minore distanza di spazio e di 

« tempo, uniscono ai fatti anteriori quello che essa considera come 

« l'argomento immediato del suo studio. Ma l'altra critica non è 

« obbligata a tutto questo, e può adempiere benissimo i suoi uifici, 

« sol che abbia saputo procurarsi tanta notizia dei fatti quanta 

« gliene occorreva a meglio illustrare esteticamente un'opera d'arte, 

« e a determinare quanta sia stata in essa V invenzione e quanta la 

« riproduzione, e quali i modi particolari dell' una e dell' altra ». 

Noi crediamo che ora non si dovrebbe parlar più né di critica sto- 

l'ica, né di critica estetica : pecca ora tanto chi ricerca le minuzie 

'Storiche, quanto chi svaria dietro alle astrattezze metafìsiche. La 

vera critica risulta dalla fusione di questi due processi dell' animo 

yj^nano e credere che questi due processi sieno o possano essere tra 

^oro separati è un volere chiudere gli occhi all' evidenza. Ma a che 

P^ò spendere più parole? il prof Zumbini, crediamo, é convinto quasi 

Quanto noi che senza una accurata disamina storica è vana qualsiasi 

« 

ricerca estetica. 

N.<* 15. - Michele Kbrbakbr, Shakesipeare e Goetlie nei verd 

^* Vincenzo Monti, 1897, pp. 58. - Il prof. Kerbaker, dopo aver fatto 

notare l' importanza che, per la valutazione d'un' opera artistica, 

oggidì acquistato la ricerca dello fonti a cui attinge ogni artista 

S" clementi fantastici nella formazione delle opere d'arte, indaga, 

nel pt^imQ scritto, l' origine del concetto e anche della forma di uno 

dei Componimenti minori del Monti, l'ode cioè intitolata : Invito Wun 

*^**^Hb ad un cittadino, e la ritrova in un episodio lirico del dramma 

< vJonae vi piace » dello Shakespeare. 



Nel aecDudo lavoro mette in rilievo « la moniora particolnro 
« tenuta dal Monti nel magiatero imitativo, togliendone esemiùo 
« dagli Sciolti a D. Sigismondo Chigi e clai Pensieri d'umore * ; con 
U quule maniera, l' imitazioDe eÌ confonde con la traduzione. Per le 
idee tbndamen tali degli iScurff/ e AfA. l'ensteri d'anwre il ICdimoatrAcho 
il Monti s'è servito d'una versione francese del Werther del Cioè tli e. 
N." ltì-17. - Vincenzo db Amkih, L' imilazione Ialina mUii 
commedia Hidiana del XVI secolo. 1897, pp. 17G - A chi osservi la 
storia del nostro teatro si cifre il fatto strano della mancanza nel 
500 d'un teatro nazionale, mentre noa cosi accade a chi osservi il 
teatro npagnuolo o quello inglese, perchè le commedie di questi due 
teatri ritraggono l' indole e il genio dei rispettivi popoli, le nostro 
no e come tali non furono mai popolari. Perchè ciò? Alcuni, come 
Io Schlegel, hanno voluto trovare la ragione nella mancanza d' in' 
gegno drammatico e spìrito comico negli italiani ; ma come sì fa a 
negar questo alla patria del Machiavelli, dell'Ariosto, del Bemi ec. ? 
Altri, come 1' Hillehrand, ritrovano le ragioni della inferiorlti del 
nostro teatro nelle condizioni politiche e civili dell'Italia di quel 
tempo; però l'Hillebrand dovrebbe concederci ohe, ammesso in tesi 
generale corno vero quello eh' ei dice, in Italia avrebbe dovuto sor- 
gere e perfezionarsi almeno la commedia di carattere locale. La ra- 
gione quindi per cui la commedia italiana non raggiunse la perfe* 
zione ai deve ricercare altrove e cioè nell' imitazione latina, divenuta 
canone d' arte fìn dal primo nascere del teatro italiano. In Italia 
v' erano due germi da cui sarebbe potuto sbocciare il teatro nnziO' 
naie, le sacre rappresentazioni e le commedie dell'arte, ma colpite dal 
disprezzo dei dotti queste forme drammatiche rimasero immobili e 
prive di vita, rannicchiandosi per dir cosi nella parte ignorante del 
popolo. 

Questo vien detto dal de Amlcis nella prima parte ; nella se- 
conda indi dimostra come < alla Imitazione latina della commedia 

• italiana, oltre le cagioni generali e comuni a tutta la letteratura, 
« cooperarono anche alciine cagioni speciali : cioè la tradizione della 
« commedia classica non mal interrotta, le dottrine poetiche di 

* Aristotile prevalenti in quel tempo, e la somiglianza delle oondi- 
■ zioni civili e poUticbe dell' Italia con quelle dei tempi ohe la coro- 
« media latina, o meglio greca, ci rappresenta », 

Nella terza ed ultima parte dimostra In che cosa propriamente 
consista l'imitazione latina nella commedia italiana e quali ne fos- 
sero gli effetti. 

N." 18. - Alfredo Jbanboy, La lirica francese in Italia nel 
periodo delle oriifini [trad, ital. riveduta dall'Autore con note e in- 



BIBLIOTECA CRITICA DELLA LETTERATURA ITALIANA 15!) 

trod. del prof. Giorgio Eossi] 1897, pp. 72. - Questo scritto costi- 
tuisce il cap. ni della seconda parte dell'opera cbe ha per titolo: 
Les origmes de la poesie lyrique en Franca au moyen àge ec. (Paris, 
Hachette, 1889) ed è interessante per gli studiosi di letteratura ita- 
liana perchè ci fa vedere quale influenza abbia esercitata la lette- 
ratura francese del periodo delle origini sulla letteratura italiana 
allora nascente. E interessante ancora per la compiuta bibliografia 
dataci dal Bossi sul celebre contrasto di Cielo d'Alcamo dal 1882 
al 1896 e per ciò che il Jeanroy dice del contrasto stesso. Le conclu- 
sioni infatti a cui questi arriva sono : « 1.^ Tutte le poesie dramma- 
« tiche sono imitate molto da vicino da originali francesi. 2.^ H Con- 
€ trasto di Cielo è fondato su un genere popolare che dovette esistere 
« in Sicilia prima che vi entrasse la poesia francese »; tuttavia l'au- 
tore ha dovuto servirsi di poesie ■ francesi senza che si possa sapere 
in quale e quanta proporzione. 

Bitonto (Bari), Clemente Valacca. 



Memorie storiche della Città e dell* antico Ducato della Mirandola, puìi- 
blicate per cura della Commissione Municipale di Stona Patria 
e di Arti BeBe della Mirandola, Volume XI. — Giovanni Pico 
ddla Mirandola detto La Fenice degli Ingegni, Cenni biografici 
di F. Calori Cbsis, con Documenti ed Appendice, Tomo unico. 
- Mirandola, Tip. di Gaetano Cagarelli, 1897. - 8.^, pp. 190. 

Mentre la repubblica letteraria, a dirla col Flamini (1), affretta 
<^1 desiderio la storia di Giovanni Pico della Mirandola, fin qui oscura 
^mssai, cui Leon Dorez intende da ben tre anni, e della quale è splen- 
dido saggio il libro testé uscito in luce Pie de la Mirandole en France 
^1485-1488) da lui messo assieme unitamente a Louis Thuasne (2), 
3a Commissione Mirandolana di storia patria, volendo lasciare un 
durevole monumento alla memoria del grand' uomo, in occasione del 
quarto centenario dalla sua morte, trascorso da ben oltre due anni, 
^a creduto ripubblicare i Cenni sul Pico del marchese Ferdinando 
C)alori Cesis di sopra enunciati. Essi aveano avuto di già due edi- 
zioni, l'ultima delle quali compiuta in Bologna dalla Tipografia di 
A. Mareggiani nel 1872. Nella Prefazione al volume Mirandolano si 



(1) Rauegna bibliografica della letteratura italiana, Anno II, p. Hé6. 

(2) Parìa, Ernest Leroux, 1897, di pp. 218 in 8.° piccolo. 



\ 



legge, che dovea essere scelto allo scopo suindicato, quella Vita, ebe 
sarebbe stata < gìadìcata la più esatta e corretta > (p. vii), e ohe 
trovata tale q^uellu ilei Calori Cesia, le venne datalapre)eren2A(p. x\ 
Occupa appena 17 pagine di larga stampa compresa l'Ititroduaotit. 
Io non seguirò il eh. marchese in ciò che riguarda gli studi del 
Pico, avendone trattato di recente ei vastamente, e da pari loro, 
r Oreglia e mona. Di Gìovoddì, il cui scritto, a detta del Carini, è 

* da considerarsi come il più largo e approfondito studio sul gTHn 
« Mirandolano » (1) ; mi occuperò della parte biografica e della 
bibliografica soltanto, dolente di dovere, per amore di verità, par- 
larne assai severamente. 

Anzitutto l'erudito marchese alla pag. 5 ripete l'errore divul- 
gato dal Tiraboschi, Bib. Mod.. to IV, p. 'Jtì, cioè, che Giulia Boiardo 
fosse sorella al celebre Matteo Maria, mentre invece era sua zia, 
come ha provato Gio. Battista Venturi nella sua Sloria di iSVmm- 
diano, Modena, Vincenzi, 1822, pp. 83, 109. 

Accennando quindi alla nascita del Pico, scrive, che « troppo 
« più scarse che non vorremmo sono le notizie, che ci avanzano 

* della prima età di Giovanni Pico: solo sappiamo, che ebbe a mae- 
a stro Giovanni Tamasia Vicario alla Mirandola del Vescovo di 

* Reggio in onore del quale compose di soli quattordici anni una 
« ben ordinata orazione latina > fp. 6). Ora, io non dirò, che l'aut, 
dovesse ripetere quanto scrisse Luigia Colet sulla fonciullezs» del 
Pico, perchè la di lei narrazione è tutta fantastica, e le sballa assai 
glosse (2); ma dirò bene, che sono ora pubblicati importantissimi 
documenti cui attingere sul proposito le più sicure notizie. Consta 
infatti, che la madre di lui non volle abbandonare ad alcuno la 
cura della prima sua educazione, e se ne incaricò ella stessa nel 
modo più attento. E lo fece tanto più volentieri, in quanto che il 
marito nel suo testamento rogato da ser Bartolomeo da Bergamo 
nel febbraio del 1467 l' avea eletta di lui tutrice ; e nel 2 del suc- 
cessivo aprile ella assumeva un tale incarico, promettendo far tutto 
ciò che avesse potuto tornare di vantaggio a! fìgliuolìno sotto l'ob- 
bligo di tutti i suoi beni ec., e come si ha da atto pubblico del no- 
tare Giovanni Marini (3). Sotto il magistero pertanto di lei coltivò 



(1) SkUia CaUolica di Palermo, n," 70 del 1895. ^^H 

(2) Infaiaia di Uomini celebri; Milano, TreveB, IStit da p. 1! a p. 17. 
(8) C^. F. Cehetti, Giulia Sojardo, Meiouiie e Documenti ; Modena, 

Vincenzi, 1881 rEstratto dogli Atti e Mmtorig della DeputtutOHe M Skim 
Patria dtlle FroviiKie Modeneii, p. 15). 




CALORI CESIS, PICO DELLA MIRANDOLA 161 

con tale ardore gli studi umanistici, da meritarsi, e non a torto, di 
essere in breve annoverato fra i migliori poeti ed oratori di quella 
stagione (1). Bello poi è l' aneddoto, che sul bambinello Giovanni ci 
racconta Pietro Calabrese, che fu alla corte della Boiardo per in- 
segnare, e che ci ha tramandato Giorgio Merula in una lettera al 
Pico, già fatto adulto (2). Preziosi particolari sui viziucci infantili 
di Giovanni porgono i carteggi della madre sua con Barbara di 
Brandeburgo marchesana di Mantova. Interessantissimi poi quelli 
sulla sua creazione a Protonotario Apostolico quando era giunto 
presso a' dieci anni, e sulle cure della genitrice perchè ne avesse 
vestito le divise con tutta la solennità (3). 

La è poi una grossa fiaba il dire, ed il ripeterlo ancora alla 
pag. 77, che il Tamasia fu il primo maestro del Pico, e che questi 
gli ebbe intitolata una Orazione eucaristica; notizia che il Calori 
Cesis ha attinto dal Bartoli, Elogio di Oiovanni Pico, Guastalla, 
1791, alla pag. 67. Anche il Tiraboschi, Biblioteca Modenese, to. IV, 
p. 107, mal informato dall'abate Giuseppe Anselmo Volpi, cadde 
in tale errore (4). Il p. Pompilio Pozzetti pel primo s'accorse 
dello sbaglio; e nella XXI Lettera Mirandolese, 2,^ edizione, p. 155, 
dice ritenere che l' orazione sia del principe Francesco d' Ales- 
sandro II Pico. Giovanni Veronesi invece nel Quadro storico déHa 
Mirandola e déUa Concordia, p. 222, ne fece autore il gesuita Gio- 
vanni Pico fratello deir anzidetto duca Alessandro II. Tutti e due 
però versano in errore. Che V Orazione non appartenga al primo 
Giovanni Pico toma inutile il dimostrarlo, dacché il Tamasia fio- 
riva in un epoca troppo lontana da lui, vale a dire nella seconda 
metà del secolo XVII. Che non sia del Gesuita Giovanni Pico, è 
cMaro da questo, che il Tamasia, siccome risulta dai Libri parroc- 
chiali, mancava alla vita V 11 aprile del 169B in età di circa 48 



(1) Io, Franei$cu» Ficus, In vita. 

(2) Cfr. Leltres inédùea de Jean Pie De la Mirandole (1482-1492), pubbli- 
^te da LiOH Dorez nel Qiomale storico della letteratura italiana, voi. XXV, 
«stratto, p. 6. 

(8) Cfr. F. Ceretti, Il Conte Antomnaria Pico, Memorie e Documenti. 
^Ui € Memorie suddette, 1878, Doc. VIU e IX, pp. 82, 88 deir estratto. 
^fr. pure Giulia Bqjardo, 1. e, Doc. Vili, p. 26, 

(4) La lettera deli* abate Volpi fu scritta dalla Mirandola al Tiraboschi 
^i 20 gennaio del 1782 ed è conservata nell'Estense tra i carteggi del ce- 
^Q^nre storiografo. Esso Volpi gli dice che V Orazione è proprio della Fenice, 
^ che gli fu &vorita dal conte Francesco Greco. 

Aboh. Siob. It., 5.» Serie. — XX. 11 



anni (1), onde, essendo uato intorno cil l(i4u, non potea, essere mae- 
stro dell' anzidetto gesuita nato nel 1B34, ed entrato nella Compagnia 
nel 1665. Nemmeno può dirai del principe Francesco, come suppose 
il Pozzetti, perchè è troppo evidente che VOraàone fii composta d» 
mi prìncipe di nome Giovanni. Ora, di quell' epoca, nesaun' altro es- 
sendovi nella casa Pico dì tal nome se non se OioTanni del doe^t 
Alessandro II (n. 1667 m. 1710), e per giunta cultore delle lettere, 
resta ad evidenza dimostrato, che essa è fattura dì esso Giovanni. 

Toccando degli studi del Diritto Canonico cui (iiovanni Pico 
applicò ne ir Uni versi ti di Bologna ( p. li), era pur bene che il Calori 
Cesis affermasse come gli fosse d' aiuto il celebre pesarese Pandollb 
Collenuccio, che il Pico dice aver avuto a giuri.sperito, e che appella 
• uomo ingeni osissimamente erudito in ogni genere di lettere » (2), 
E buona particolarità era pure il notare, che nel 13 agosto del 147^ 
Giovanni restava orbato della propria genitrice mortagli in Bologn.i. 
e che il cadavere dì lei, nel giorno successivo veniva trasferito alln 
Mirandola, ove avea tomba accanto al marito (3). 

Nel parlare dell'andata di Pico allo studio di Ferrara nel Ui!» 
l'aut, avrebbe potuto far menzione della lettera che Giovunnì scrisse 
al marchese Federico di Mantova nel 14 aprile di detto anno, colla 
quale lo avvisava, che sarebbe stato in quella città, per ragion di 
Studi, quattro o cinque anni (4). 

Intorno alle avventure giovanili di Giovanni ad Arezzo nel \iS^ 
ed al tentato rapimento di Margherita De'Medicì il Calori Ceais non 
ha parola. Eppure sul proposito aveano pubblicati interessanti do- 
cumenti Domenico Berti (5) e Felice Ceretti (0). 

Kiguardo allo femose Conclusioni, di ben poca importanza sono 
le cose narrate dal Colori Cesis (pp. 12, 13), mentre ora il Dorez ne 



(1) Io pnre affermai, snila fede del Veronesi, chi 
sulla ni... Pico, nnlle Mem. Mir., voi. I, p. 152, not 
lora Ih cognizioni acquistate ali cressivam ente. 

(2) fn Aftro/ogiam, !)b. O, eap. IS, TAix. d 
(U) Lettera di Galeotto, Àntonmaria e Git 

Ariusti siniscalco ducale scritta dalla Mirandola 
Utm. Mif., to. I, p. 150. In essa lettera Giovan 
Apotlolko. 

(4) Cfr. F. Cbketti, Oiulia Boiardo, Doo. IX, p. 27 dell'estratto. 

(&) RivìMa centenporanfa, voi. VI, Anno Vili. 

{6j Oiarnatt dorico ddla Utteratura Haliana, voi. XXII e vói. II, 
Mir.. p. 167. 



i«eradd|^H 
ri avendo ti" I 



V Orazione ei 



Basilea del I5&7, p. MT. 
anni Pico a Franresco 
14 agosto 1478 nel voi. t, 
si qualifica Pnmotarii 



k 



CALORI CKSTS, PICO DELLA HIRAHDOLA 

igamente e pubblica l' iatero processo da lui rinvenuto 
nel Seminario A rei vescovile di Malinea (1). 

Accennando alla morte del Pico (p. 15) quanto sarebbe stato 
bene che 1' aut. avesse fatto cenno della bella httera scritta da 9uo 
iratello Galeotto dugll acciim pam enti mititari di S. Pancrazio presso 
Rnssi su quel di Ravenna li 22 novembre del MM al marchese 
Francesco di Mantova, nella imitale ^]i esprime il desiderio che aven 
GiovacDi di spirare tra !e braccia del fratello < per non morire 
'< Tulgarmente tra la famiglia sua sola > (2). 

Alla pag. 21 il Calori Ceais ci dà il testamento del Pico, ohe 
MCa pure il Pozzetti nella VI Lettera Mirandolese, 2,' edizione, 
pp. 51-3. Questi però lo presenta per intero, mentre il Calori om- 
mette talune cose importanti, come i legati a diversi suoi famigliari, 
e l' obbligo all' ospedale di S, Maria Nuova in Firenze di pagare al- 
cuni suoi debiti ai famigliari stessi (p. 22). Cosi pure nel codicillo 
accenna soltanto alla enumerazione ed alla eoufinazione degli stati 
del Pico (p. 27) senza recare le testuali parole, le quali .sarebbero 
state assai importanti per la storia topografica, degli 8tati dei Pico 
nel secolo XV. 

La lettera di Gio. Pico al Duca Ercole di Ferrara recata dal 
Calori Oesis alla pag. W non è del 1483, ma sibbene del 14ÌI3. Cosi 
pure non i precìsa la grafia delle parole del dispaccio del Guidoni 
35 dicembre 1487 (non ló8T) che si leggono alla pag. 58 relative alle 
Conclusioni. Tali parole furono recate da me nella genuina loro lezione 
nel Gionude dtda letteratura italiana, voi. XXI, p. 3 dell' e. 

Il nostro biografo, alla pag. 31, si fa a d 
del Pico, della quale reca poi l'Inventario 
Cpp. 32-76). Biscorrendo della Biblioteca sti 
gendo forse al Bratti ed all'Anonimo, i 
per altro non cita, dice, ohe Giovanni i 

« suoi libri ai Domenicani di S. Marco di ÌHrenze: come avvenne 
■« ohe invece passassero in potere dtsl Conte Aotooio Pico? È questo 
« che per quante ricerche io abbia &tto non son riuscito a chiarire ». 
Eppure, nel testamento del Pico, pur ripubblicato dol Calori Ceais 
consta ad evidenza, che egli dispone de'suoi libri, non a favore dei Do- 
taenicani di S. Marco, ma sibbene del fratello conte Antonio Maria. 



della Biblioteca 
) è assai importante 
il Calori Cesia, attin- 
mìrondolani (3), che 
testamento « legò i 



1 



(Ij Pie de la Mirandola ti 
(2) Mem. Mir., voi. I, p. 



E ciò puro ei rileva (la notiitio dì Oincomo Trotti, orjil«ro di F«rr»k 
utU corte di Sfilano; notizie, che avea avuto dall'ambasciatore ducale 
di Firenze, e che comimioava al Duca Ercole I con diapucoio da Vi- 
gevano delli 26 novembre 14!*4, da me pubblicato (1). Ma se ciò Don 
bafltasse cosi racconta la cosa il nipote dì Giovanni, conto (tÌo, Fran- 
cesco II Pico. Nel Proemio delta sub operetta ; I>t l'rovidtntitt Dri 
cantra l'kUoHophaiitrQii, stumputn nel sobborgo dì Novi, castello di Al- 
berto Pio, nei novembre del 1&08 dal tipografo Benedetto Dnld- 
betlo, egli rivolto al celebre cardinale Domenico Grìntani di Venezia 
patriarca d'Aquilea (2) nella penultima pagina, in eul finire, gli dice: 
< . . .piwa forlanse rejwnerem, ni ef ocium animo et qtàe» daretw cor- 
pori, «t OTnpUimmae quoque tuae b3)lÌoUiecae copia mi/ti jiatuiiuiet Cui 
poitquant àits quat Jo. Pici jHtlrui ma fueraf, ab Anto7tio ibidem 
palruo cui tettamcnto obvencrat tpfi Ubi, me (fateur) non con- 
Multo {gtiù enim sit4 iure non malit) ivrtdUnc, facta est an-Mmo, ri 
numertu in dies aiu-tut ex omiiìs j/etterì» ivtwninibus, qi'ot tibi magna 
ciira gumpttiqve corufuirùi, faenU contÌnj/el ut eam qtuw Gunaaiiii 
aut Ptholomn fMsmt posteri mmiM denidcitnt . . . » tS). 

l'rattaadoBÌ (p. 77} delle Opere inedito di Giovanni Pico, si t4ce 
àa\\'E»poimione ilei Salmi da lui scritta, e contenuta in un Codioc 
della Comunale di Ferrar» (4), Né rì accenna n'suot lavori sul Lf 
vitico e sul Libro I di Mosé, iudicati nell'loveaiario dell' eredili 
del Duca Alessandro I Pico redatto negli anni 161V-U) e da me ri- 
cordati nelle Noie alla Vcrsitme italiana doH'Ortinonf />oinrn>ai&d«I 
Pico, fatta da Ilegìno Eromita, ristampala in Mirandolo, tip. Orlili, 
1805, pp. 39-40, Deve poi togliersi ufiiitto il titolo dell' Qron'nnc Eu- 
caristica al Tomaaia, perchè questa, come fu veduto superiormente, 
è del principe Giovanni del duca Alessandro II Pico. I 

Nel ricordare (p. bO) le traduzioni degli scritti del Pico, ai dtc« 
ohe VOraxione DomeniaUe fa tradotta da Froaino Lopino, taentr« ^^ 
Tiraboachi, Bib. Uir., to. IV, pp. 107, a." VII, lo dice Lapin». ^' 



(1) Giornate tuddelto della letleralura italiana. 

(2) Nella lettera dedicatoria O'iu. llVanuesoo rmirda al Cardini 
Ruo padre Galeotto era amico ad Antonio di Ini jfeniUire, ni 
pei Veneziani. Gli rammenta pure la sua amicizia uullo 
(p. 1 non numerata). 

(ti) Ved. pure Metn. Mir., voi, I, p. IM: 
Aide, TrìeHme editìon, Paris, Benuord, lasi; U^ionm Pmtygirii, 
pp. i 



4 



{A) Meta. Uir., voi. 1, 



16a, 



CALORI CESIS, PICO DELLA MIRANDOLA 165 

ommette poi, un volgarizzamento italiano déWOrazione stessa d'ignoto 
autore, che si trova ms. in un codicetto che appartenne già al march. 
Giuseppe Campori ed indicato dal CcUcUogo a stampa dei Codici del 
marchese suddetto, Parte II, sec. XVI, pag. 125, n.^ 175. 

Alle pagg. 82, 83, il Calori parla degli autori che trattano del 
Pico. Fra essi però si cerca indarno il nome di mons. Domenico 
Cerri da Macello nel suo Alessandro VI Borgia (Torino, Camillo e 
Bertolero, 1872, 2.* edizione, voi. Il, pp. 5 e seg.), il quale cita molti 
scrittori, che parlano di Pico, come Tritemio, Bellarmino, Beroaldo 
ed altri. E dovea pure indicarsi una Vita ms. del Pico scritta 
dall'abate Mirandolano Giuseppe Anselmo Volpi (1732-1796) che egli 
fa conoscere al Tiraboschi in una lettera a lui diretta, e che fu stam- 
pata da me nell'Appendice al Reggianello giornale di Eeggio d'Emi- 
lia, delli 15 settembre del 1893, n.^ 37. Mi conviene avvertire per 
ultimo, che gli annunzi bibliografici dei lavori del Dorez indicati 
dal Calori Cesis (pp. 85, 86) sono mia fattura ed inserti nel Corriere 
Reggiano, n.^ 15 dell'11-12 aprile 1896. In esso giornale furono pure 
inserte altre Riviste di pubblicazioni Mirandolane dell'illustre fran- 
cese, che il Calori Cesis ha mostrato ignorare affatto. 

l^eW Appendice gli Editori (pp. 91, 92) danno la storia del Mo- 
numento eretto dai Mirandolesi a Giovanni Pico nel 1824. Ma quanto 
più circostanziato è il cenno che se ne ha nel voi. Vili, tp. II delle 
Memorie Mirandolesi, pp. 22, 24! Ivi gli Editori impareranno, che, 
oltre la Baccolta del Ciardi, ne fu pubblicata un'altra in Modena 
per i Tipi Vincenzi in 8.^ di pp. xxv, dedicata al p. Francesco Ignazio 
Papotti annalista Mirandolano, e fu anche edito un Sonetto ano- 
nimo in foglio volante senza indicazione del luogo e senza nome 
dello stampatore. 

Di tutte le altre cose che tengon dietro alla biografia ed alla 
l)ibliografia non è mio istituto occuparmi. Sembra però che siasi 
fuorviato, perchè scopo della Commissione, a seconda del proprio 
Statuto, si è quello soltanto di raccogliere e pubblicare notizie, che 
< abbiano un qualche interesse ed importanza storica » (1). 

Mirandola, F. Cbretiti. 



(1) Tit. Vn, Art. 27. 



BASSBGMA BIBLIOOftAFlCA 



Italo Raulh'h, Stona di Carlo linuiiiuele t durit di Sarmi, con 
dociimeati degli nr^hivi italiani e stranieri; Voi. I: U&H'KaBan- 

aiono al trono all'occupazione di SbIuxzo (1680-1688). - Milano, 
Hoepli, 1836, - 10.". pp. ixiii-.ieO. 



Dando nolrzia, nel 1H95, ai lettori deìVArdàcio di un nuovo 
libro su Carlo Emanuele I (1), che confidava di presentarci, Talea- 
dosi degli studi più recenti, un'immagine del grande prìncipe più 
completa e pii'i vera di quella che fino allora ne avevano offerto gli 
storici, come abbiamo fatto plauso all' idea di raccogliere e ordiaare 
in sìntesi sapiente il resultato del fecondo lavorio degli ultimi tempi 
sull'importante argomento, cosi abbiamo dovuto confessare ohe l'A. 
del nuovo libro quest'idea felice non t'aveva saputa tradurre in 
atto : le forze erano deboli, la preparazione insufficiente, diffioilia- 
Simo il compito. 

Oon altre forve, oon altra preparazione ai mise all'opera 11 proC 
Italo Baulieh, Egli vide che per ricostruire Della sua interenEa la 
figura del Duca sabaudo non potevano bastare le tracce, ohe della 
sua operosità febbrile aveva laxciato nella capitale de' suoi aUtl, n 
era necessario seguire lu Monarchia di Savoia nella su» 
traverso l'Europa, a cui l'aveva sciolta Carlo Emanuele, 



4uaat puledra a l'aure nitriente. 



■ Le ricerche fatte i 
bene nella Prefanmif (p. 



1 



■.i\ « non soì 
ad ante quanto 
grande 



fonte sola *, dice : 
sempre sicure, anche m ' 
voglia. L'Archivio di T»- 
di documenti del regno 



« rino è senza d\ibbÌo u 

■ di Carlo Emanuele 1 ; ma il fatto, il particolare storico che ai vuol 

< narrare e mettere nella sua vera luco colla scorta di quelli non 

■ è sempre certo che non poxsa esaere talvolta o emendato o chia- 

■ rito perfino smentito da altre prove desunte da fonte diversa . 

< Di qui adunque il bisogno di prendere in esame, per tutte le TÌ- 
( cende del regno del quale ci occupiauio, oltre a quelli di TorinOy 

< i documenti degli Stati, con cui Carlo Emanuele ebbe a trattare 

< di più », Oltre l'Archii'io di Stato dì Venezia, che ognuno sa quanta 
importanza abbia per la storiografia moderna, gli fornirono gntn- 



(1) QlOVJtNMI CuUTt, Carlo Emaaueie I uvaudo i più rivelili iludt; ìli- 

land, B>arnardoni, 18M. - Cfr, Ai-.-h., 1805, SV, )i].. ««-*». 



RAUUCB, STOBU DI CARLU BUAHUKLE I DI SAVOIA. 



167 



dissima copia dì documenti l'Archìvio Vaticano, quello di Simanoas, 
i! Museo Britannico di Londra, la Biblioteca Nazionale e ia Biblio- 
teca dell'Arsenale di Parigi; non trascurò l'Archivio di Stato di 
.\[aiitova e il carteggio del Cardinal Borromeo conservata nell'Am- 
brosiana di Miiano. che gli permise di chiarir meglio che non si 
era fatto finora il disegno, vagheggiato por qualche tempo da C, E. I, 
del matrimonio con una Gonzaga; mise a profitto te principati col- 
lezioni di documenti riguardanti il suo soggetto, che sì hanno a 
stampa: te lielasioni degli aaibasdaton veneti, le Négoctattoru dir 
plontatiques di Dejakdins e Caksstkini, la Sammlung da- ùUern 
HidgeiUixitigciten Abuchiede, i Documents relatiffi d Chistoire du pays 
de Vaud asciti a Ginevra net 1887, i documenti pubblicati dal Rott 
nel libro La liitle jMur les Àl}>ea, dal CmArusso nello studio su 
C. E. I e la una impresa itel mai-diesato di Salvzeo; interrogò, par 
ultimo, le migliori storie di Francia, di Spagna, del Papato, rica- 
vandone quanto gli parve utile a lumeggiare il suo quadro. 

Questo primo volume, che abbraccia !a storia degli otto primi 

anni del regno, * dall' asHuninone al trono all' occupazione di Sa- 

• luKZO », quantunque non privo di difetti, è senza dubbio lo sttidio 

Il completo che si possieda sull' argomento ; e fa sperar bene della 

dell' opera intera, che ci auguriamo vegga presto ta luce. 

£ diviso in sei capitoli, ciascuno de' quali si suddivìde in più 
I^Mti ; tien dietro alla prefazione un copioso indice analitico, nel 
quale l'A., seguendo l' esempio del Bicotti, accenna tutti i punti no- 
tevoli, in cui si svolge la narrazione: Cap. 1. L' assunsiorie olirono, 
pp. l-i4 (E. Filiberto e la sua opera di politica intema ed estema. - 
I primi anni del regno di C. E. I - Missione del maresciallo di Betz 
a Torino - Solu;^ioDe della questione di Saluazo - Offerta d' un matri- 
monio con Cristina di Lorena - Negoziati per lo nozze con una figlia 
<lsl Cattolico); Cap. 11. Le prime armi ronfro Ginerra, pp. 45-116 
y Precedenti storici e politici di Ginevra - Congiura ordita da 0. E. I 
per sorprenderla - Armamenti, missioni « Parigi in Srizzera, in 
Germania - Difficoltà dell'impresa, necessità del disarmo - Dieta 
di Baden - Il Duca cerca d' ac ostarsi a'Grìgioni e di stringere 
sempre più l'amicìzia colla Spagna); Cap. 111. Man^gi in Fronda 
e negoziati prl matrimonio, pp. 117-184 {Tensione di rapporti eolla 
Francia - Trame per un segreto accordo di Spagna col maresciallo 
di Montmorency - Negoziati col Cattolico circa il matrimonio - Pio- 
getti di nozze con una {iglia del Granduca di Toscana, colla smtcUa 
del re Enrico di Nnvarra, con una figlia del Duca di Mantova - C 
E. I sollecita l'unione colf Infante di Spagna); Cap. IV, Lt wbk 
, pp. 18-5-22!) (Conflitto tra Savoia o Francia per i'ii>cid«nte 



168 



BA98BGHA BIBLIOGRAFICA 



di Uomioegliiuio - Nuove trame contro Ginevra - Filippo n pro- 
mette al Buca la conclusione del matrimonio, e gli concede aiuti 
contro Ib Francia - Incontro di Saragozza - Le noitze}; Gap. V. an- 
cora Oineera, pp. 2SO-313 (Nuovo tentativo contro Ginevra, fallito, 
prima d'esser posto in atto, per il rifiuto da parte del Cattolico 
dell' aiuto promesso - C. E. ripiglia i disegni sul Monferrato - Pensa 
uq' altra volta a Ginevra, ma Filippo II e Sisto V gli segano il 
loro appoggio); Gap. VI. L'occupaziotie dì Struzzo, pp, 31-1-890 (Ma- 
neggi di C. E. per mantenere !a guerra civile ìn Francia - Prati- 
che e armamenti per l'acquisto del marchesato di Baliizzo - Presa 
di Carmagnola - Aasedio e presa di Revello - Occupazione di tutto 
il marchesato), 

Tale il periodo storico, ohe il sig. Ranlich in questa prima parte 
del suo lavoro riusci ad illustrare meglio che non si fosse fatto 
avanti, traendo pro&tto dal nuovo materiala scoperto. 

Ci i4ia lecito peraltro osservare che il libro non è sejiza difatti 
Tacciamo della prolissità del racconto, e dell' esuberanza delle Sta- 
zioni (vedendosi assai spesso riferiti ne! teato, alcune volte nella 
stessa forma o leggermente mutata, documenti riportali in nota). 
Notiamo invece che a questo eccesso corrisponde ìn alcune parti un 
difetto. Cosi, la descrizione, che l'A. fa, delle oondizioni del Piemonte 
e della Monarchia alla morte di E. Filiberto è cornice troppo ri- 
stretta a lavoro cosi vasto : della grande opera dì restaurazione 
compiuta da E. Filiberto non è toccata, fuggevolmente, se non la 
parte che riguarda la milizia e il nuovo indirizzo dato alla politica 
(pp. 1-6). Dopo aver licenziato cosi bruscamente K. F., non compren- 
diamo perchè r A. non sì trattenga pure un istante a parlare della 
fanciullezza del suo successore, della sua educuxione, de'^uoi studi, 
de' suoi maestri co»<ì nell' arte della guerra come nelle scienze e nelle 
lettere. Dette poche parole (pp. 7-9) di alcuni degli uomini politici 
che circondavano i! trono, entra subito in mediiis rea, a ragionare 
de' maneggi >li Francia e di Spagna per trar profitto dall' inespe- 
rienza del novello principe. Quando tratta di negoziati e di maneggi 
diplomatici, lo fa con tale larghezza e abbondanza di particolari, che 
non abbiamo quasi mai a dolerci, eh' egli lasci indietro cosa che de- 
siderassimo sapere: è la parte del lavuro più curata e meglio con- 
dotta, che espone molte cose nuove, ed altre già note meglio dilu- 
cida e dichiara. Ma quando dalle trattative sì passa all'azione, quando 
si viene a parlare di qualche operazione guerresca, notiamo con istu- 
pore e rincrescimento che il Iticottì ci fornisce quasi sempre mag- 
gior numero di dati e ci contenta dì più. Leggansi, a conferma di 
ciò, ne' due autori la deacrizione del progetto della sorpresa di (Ji- 



RAULICH, STORIA DI CARLO EMANUELE I DI SAVOIA 169 

neyra (Bicom, III, pp. 12-13. Eaulich, p. 62), la descrìzione della 
presa di Carmagnola (Ricotti, III, pp. 76-77. Baulich, p. 360) e di 
Eevello (Eicotti, III, p 79. Baulich, pp. 376, 380). Della grave ma- 
lattia che, dopo lo sposalizio, colpi in Barcellona il Duca, e con lui 
Giambattista e Filiberto di Savoia-Bacconigi e il conte di Sanfrè, i 
quali ne morirono, ed egli ^ costretto a fermarsi in quella città 
dall'aprile al giugno del 1585 (Bicom, III, pp. 38-39), non si trova 
cenno nel libro del Baulich; non ima parola della festosa accoglienza 
fatta agli sposi a Nizza, a Savona, a Mondovi, a Cuneo, a Tossano, 
a Bacconigi e a Torino (Bicotti, III, pp. 39-41): e son pure cose, 
che non doveva tacere una storia cosi compiuta, come vuol essere, 
ed è quasi sempre, questa. - £ maggiore sviluppo meritava 1* espo- 
sizione de' diritti di casa Savoia sul marchesato di Saluzzo, diritti 
che l'A. riassume in modo poco chiaro ed imperfetto in un solo pe- 
riodo a p. 330: non sarebbe stato fuori luogo un breve compendio 
delle conclusioni, a cui giunge il Manfroni nel suo studio / diritti 
di Casa Savoia aopra U marchesato di Saluzzo, che l'A. si contenta 
di citare in nota. 

Non è sempre esatto nel valersi de' documenti riferiti in calce. 
A p. 30 chiama incauto il Signor di Leynl, perchè, dice, non s'av- 
vedeva che, accettando il re di Spagna la sua proposta di cedere al 
Duca l'isola di Sardegna in cambio de' domini che questi possedeva 
di là dall'Alpi, e si sarebbe preparato fatalmente ai principi di Sa- 

< voia l'onta del servaggio ». Dal documento riportato a pie di 
pa^na si comprende invece che il Leynl prevedeva benissimo le 
gravi conseguenze di quel cambio; si meravigliava anzi, che Fi- 
lippo n e il suo Consiglio non facessero buon viso a quel partito 
cosi vantaggioso, che dava loro in mano non solo quelle provincie 
di là da' monti, € ma in certo modo.... anco il Piemonte », e ren- 
deva € questo prìncipe come schiavo rinchiuso in mezzo delle loro 

< forze, che non potrebbe passarsi di loro né mancar di correr 

< sempre con loro fortuna ». - A p. Ili si parla del dissidio che 
sorse tra Savoia e Spagna a cagione del feudo di Dezana, occupato 
da Carlo Emanuele « malgrado i diritti del conte Delfino, fino al- 

< lora pretendente del feudo ». Or bene, la cessione fattagli dal conte 
Delfino Tizzone de' suoi diritti su Dezana fa appunto la ragione 
principale che il ]>uca addusse per giustificare quell'occupazione 
(Rioom, ni, p. 22) (1). - A p. 258, detto come il Duca cercasse di 



(1) Notiamo, di passaggio, che il titolo di Granduca fu da Pio Y conferito 
a Cosimo de' Medici nel 1569, non nel '70 come asserisce il Baulich (p. 140). 



170 



SASBEOKA BtBUOOBAFICA 



persuadere Sisto V della necessita di troncare ogni indugio per 
l'impresa di Ginevra, soggiunge; « Giova appena notare quanto 
« cotesto ragioni dovevano essere efficaci buH' animo dì Sisto V, dì 

* ijuell' impresa altrettanto aollecito^ quanto il Duca di Savoi» ». 
Mentre, in uotu, una relazione del cardinal Montalto al nunzio di 
Savoia ci <a sapere clie « di tutte le ragioni che S. Alt. ba addotto 
a per mostrare che non (' hene differirla (l'impresa di Ginevra) 
« nessuna ^ veduta presso S. Santità, se non quella doli' ìnlelligeDìia 
« ohe dice bavere un guardiana d' una Porta ecc. >. 

La conoscenza non perfetta dello sjiagnuolo gli fa sbagliare al- 
cune volte r interpretazione de' documeuti scritti in quella lingua, 
A p. <ì5, nota 1.", si legge fra l'altro: « A este punto per la parte 
« del Ditque se ha respondido que ellos (los Berneses) hagan en su 
« lierra quanto quieren, quo i el no conviene..,, estar desaparocliido 
« totalmente de aoldiidos >. L' A. interpreta : « essi avrebbero ])o- 
« luto fare nel loro territorio ciò che chieda^ano a lui.... » ; dove ^ 
da intendere < che essi tacciano nel paese loro tiiirjlo die ivgliono *, 
ijuerer significando in ispagnuolo eoleit, non vliieiìeiv. - Nel seguente 
passo, cbo si trova a p. 7B, nota 2.* : ■ El Kev,... les he mandado 
« advertir que se guarden de tratos, que es los guardara de la fuer^a 

■ sin mostrarlo >, è evidente la contrapposizione di liiittm = tiri, 
insidie, sorprese, a fticr^a = forza aperta - la voce tmlo, con questo 
medesimo valore di eoi-presa, è usata a pj'. Kl, nota 1.° ; 199, nota 
1,'; 277, nota 2.* -, ed b certo sbagliala l'interpretazione che gli 
dà l'A.: «.... evitasse (Ginevra) di tt-affare romun^Me coi ducaU, 
« ch'egli, a sua volto, senza troppo parere, l'avrebbe guardata dalle 
« armi loro ». - A p. 277, raccontato come Filippo II, ae non fosse 
riuscito il tentativo d' aver Ginevra per sorpresa, consentiva sì 
tentasse la forza, purché la cittA si potesse conquistare in quindici 
giorni d'assedio, soggiunge: < ma anche tentando la forza, conve- 

* niva essere sicuri che durante quel breve assedio non sarebbe 
( venuto al Ginevrini nessun aiuto di fuori ». 11 re di Spitgna, in* 
vece, scrìve allo Sfondruto: quando si possa verisimilinente spenàre 
a a qua aitìandola (Genova) se ha de poder salir dentro de l'2 a Ih 
4 dìaa con tomarla >, in questo caso < me contonto que se tìeale 

■ tambien la fuer^a, jiuits en nqiifUos jiocùs dias no podran los quf 

* les penare de la einpi-ema embiar aocorro de momenlo * ^ poicbè 
nel giro di que' pochi giorni non potranno.... inviar soccorso d'im- 
portanza. Non é dunque questa, del non esser soccorsa Ginevra in 
quel breve tempo, una delle condizioni imposte dal Duca - che sa- 
rebbe stata condizione poco ragionevole - perche Filippo consentisse 
che si usiLsse la forza: ma bensì la ragione, per cui culi B]>er«vtt 



RAUUCH, 6T0BIA DI CARLO EHANCELE I DI SAVOIA 171 

ttel buon eaito deU' impresa, qu&ndo 1' assedio non fosse per durare 
■ fiii di 12 o 15 giorni. 

Questi difetti, pretii nsGieme, ban certo il loro peM>; ma bisogna 

aver riguardo alla mole dell' opera, e considerare cbe i principi 

d' ogni impresa sono ardui ; noi contìdiamo cbe l' A., procedendo 

I nel suo lavoro, lì saprà scbirare, e accrescere sempre più le qualità 

I buone della sua storia. Questo primo volume, con tutte le sue mende, 

l . i ima buona promensa. 

Sciacca {SicSia). Cahlo Bonarui. 



f*2t primo re dì Casa Savoia ; Storia di Vittorio Amedeo li scritta tU 
DoMSNico Cabittti. Terza edizione interamente riveduta ed am- 
pliata. - Torino, Ciftuaen, 1897, - 8.°, pp, 623. 

Credo non di possa tare migliore elogio d'un libro, che coll'an- 

miQEÌarue la tèrza edizione. Il Barone Domenico Carutti, che nel 1856 

K]pubbl)cava la nota e pregiata sua Storta del reffno di Vittorio Amedeo U, 

ist&mpata in Firenze dal Lemonnier nel 1863, l'ha rimessa testé 

1 luce a Torino jjer opera di Carlo Clausen. 

Egli vi ba portato non poche modificazioni ed aggiunte; e prima 
I ^ tutto ha fatto precorrere al titolo le parole ; Il primo re di casa 
Jlavaia, aggiunta, cbe pare gli venisse suggerita dal giudizio, emerso 
«i suoi tempi dall'illustre Mallareds, il quale scrisse che l'acquisto 
della Sicilia, fatto da Vittorio Amaleo II, veniva riguardato come 
principio a rendersi signore della maggior parte d' Italia, chiudendo 
l'adito ai Tedeschi ed ai Francesi. Gli t^ infatti da quel momento, 
che pare incominci l' opera della rivendicazione della Penisola dalla 
«dominazione straniera, rirendicazione quasi condotta a. termine a 
^omì nostri per opera del re Vittorio Emanuele II. 

All' intuori del titolo, l' economia dell' opera non ii stata tur- 
bata; poiché ventotto capitoli annoveravano le prime edizioni ed 
altrettanti ne conta la presente, suddivisi ora però in paragrafi per 
le aggiunte fattevi. E etata leggermente modificata la dicitura dei 
vopitoli I^'', V, VI, XX e XXI ; e 1' appendice è stata «rrìccbita di 
dae curiose lettere riguardanti Madamigella di Susa e Lord Pe- 
terborough. 

Se come era naturale, col continuo contributo che da tanti 
studiosi si porta al materiale storico, doveva riportarne notevoli 
vantaggi il novello volume, ci afirettiamo però a dire, che non ne è 
rimasta pimto alterata la Hsionouiia del -protagonista, gi» torma- 



172 



RASSEOKA BmUOOBAFICA 



mente delineata ctall'egregio Autore. Le rare doti di mente e di 
onore, ohe fanno di Vittorio Amedeo IT, uno dei principi e dni ca- 
pitani pift illustri del XVIII secolo, sono qui esposte con schietta 
veritÀ ; né sono taciuti, con lodevole iiapardalitii, i ben gravi ditetti. 

Dal lfi6fi, anno di sua naticita, sino al 1732, ohe fu tiuello della 
sua finale dipartita, tutto è narrato con brevitA, rbiarezsa ed ele- 
ganza. Gli uomini di stato, dì guerra e di toga, da lui chiamati a 
consiglieri, coadiutori e moderatori nelle cose di governo, vi tro- 
vano tutti il loro posto e sono con serenitA di mente giudicati; a 
sia per V iraportanaa dei fatti, tiia per 1' abile disposizione della ma- 
teria, la lettura del libro è veramente interessante. 

E per vero, se si pone monte alle povere condizioni, ìn cui ver- 
sava il Piemonte, quando il giovane Duca ne prese arditamente la 
redini dalle deboli mani della Madre reggente, e si considera invece 
in quanto credito lo rimettesse volontario, con titolo di re, al figlio 
Carlo Emanuele III nell'atto di abdicare, coli' aggiunta cio<V del 
Monferrato, dell'Alessandrino, della Lomellina, e della Valsesia; se 
si riflotte quanto umiliazioni, soprusi, e vìoIooko fosso costretto 
quest'angolo di terra italiana a soBrire da parte della Francia pa- 
drona di Pinerolo ; e si tien d'occliio per contro alle frequenti mosse 
d'armi ed ai gloriosi combattimenti, specie alla battaglia di Torino, 
dove al valoroso Duca si uniscono i nomi del Principe Eugenio e 
del Pietro Micce nella ardita impresa di umiliare la prepotente av- 
versaria; se finalmente si riguard.i por poco questo Duca, quando 
con rara disinvoltura lasciava i maneggi della politica e i duri tra* 
vagli del campo per discendere alla pratica delle amministrazioni 
pubbliche e iadusiriali, afiine di migliorare le condiKioni dei sudditi, 
ridotti a miserabili condizioni dallo stato quasi permanente di guerra, 
non ai può non provare un ."ienso di calda simpatia per un Principp 
che tutto si consacrò per la tranquillità, pel benessere e pel lustro 
del Paese, che gli era stato commesso a reggere. 

Peccato non jiossa dirai immune la Corte sabauda da quelli 
scandali, onde andavano deturpate a quei giorni molte reggia d'Eu- 
ropa ! Basta leggere il capitolo XI per trovare come Vittorio Ame- 
deo II, marito d'Anna d'Orleans, s'innamorasse fieramente della 
contessa Giovanna Battista di Verrua e come la riducesse, non senza 
fieri ostacoli, alle sue voglie e ne avesse tìgliuolanza. Non pochi 
pure sono gli scatti dell'indole sua violenta; né pure viene taciul» 
la facilità, con cui riusciva non rare volte a confondere l'utilità 
colla moralità politica, 

Ma se vi fiirono colpe in questo re di Sicilia poi di Sardegna, 
si può diro che egli assai a caro prezzo le espiasse negli ultimi 



CARUTTI, IL PRIMO RE DI CASA SAVOIA 173 

anni del suo vivere, quando abdicato il trono, avendo tentato poco 
dopo di risalirlo, spinto forse a questo eccesso dalla marchesa di 
Spigno, che con morganatiche nozze avea a sé legata, trovò nel 
nuovo re di lui figlio, consigliato dal Ministro marchese d'Ormea, 
chi inesorabilmente ne ordinò l'arresto e la prigionia nel castello 
di Bivoli, prigione commutata poi in quella del castello di Monca- 
lieri, dove ebbe fine la travagliata sua vita. 

Ventimiglia. Girolamo Eossl 



Pompeo Molmbkti, Venezia; Nuovi stvdt di storia e diarie, - Fi- 
renze, G. Barbèra, 1897. - 8.^ pp. 407. 

I libri del Molmenti si potranno discutere, certe sue tesi porre 
in dubbio, certe sue conclusioni respingere, certi giudizi negare; 
ma ninno potrà disconoscergli alcuni pregi non comuni, anzitutto 
di possedere una fisonomia, una personalità sua propria e simpatica 
di scrittore, di saper comporre il libro bene, scriverlo meglio e farsi 
leggere ; infine, il merito di aver contribuito più di qualunque altro 
fra i moderni a diffondere nel pubblico la conoscenza storicamente 
esatta di Venezia e delle sue glorie, sovrattutto nel regno dell'arte. 
Questo suo volume viene ad aggiungersi degnamente alla Storia di 
Venezia nella vita privata, alla Dogaressa, alle Vecchie storie, ai Ban- 
dia deUa RepubMica veneta. Consta di sei studt, in gran parte di 
soggetto artistico e già pubblicati, ma in forma alquanto diversa, 
in alcune riviste; ed è un bel volume di geniale divulgazione. Il 
primo e più difiuso di essi, su VArte e V indtistria a Venezia, è una 
piacevole causerie, un po' storica, un po' polemica, sproporzionata e 
non troppo ordinata in alcune parti, ma ricca di notizie, se non 
tutte note, tutte meritevoli d'essere meglio conosciute. Esso con- 
ferma al M. la fama di buongusto e di sicura conoscenza della va- 
ria e non facile materia: giacché egli non vi discorre soltanto a 
larghi tratti le vicende delle principali arti veneziano, ma segue 
anche quelle delle arti minori e delle industrie, e le considera nei 
loro rapporti reciproci e in attinenza alla vita e alla storia di Ve- 
nezia, di cui tutte, ed arti maggiori e minori ed industrie, erano 
come una ftmzione necessaria e insiome un prodotto spontaneo, ge- 
nuino e geniale. Ben a ragione l'A., e qui ed altrove, alza la voce 
contro Todicrna mania di sciupare e deturpare vandalicamente l'an- 
tica Venezia col pretesto di risanarla e rammodernarla, e più ancora 
contro l'ingordigia dei rigattieri e degli speculatori, che depreda- 



rono a depredano tuttora i gloriosi palazzi patrizi d'ogni traccia 
delle pregevoli opere artÌBtiche che racchiudevano nel loro seno. 

Il secondo studio, h'arfM enciclojiedica deWetil di meszo, è un a^ 
ticolo condotto sopra un recente e buon libro di Giulio von Schlos- 
ser consacrato agli aHreschi di Giusto da Padova e ai precursori 
della Stanza della Segnatura. Il M., l'autore della piccola monografia 
sul Carpaccio, vi dimostra ancora una volta la sua passione di preral- 
faelita, la sua predilezione per tutto ciò che b arcaica, primitiva, inge- 
nua manifestazione dell'arte; e anche questa volta esprime certi giu- 
dizi che mi sembrano un po' esagerati. Sulle enciclopedie medioevatl 
egli rimanda (p. 15:0 ^ un capìtolo, sia pure buono, del compianto 
Bartoli, mentre, a dir vero, poteva citare hen altri libri e lavori 
speciali. Poco più oltre (p. 101), a togliere ogni possibilità d' equì- 
voco, andrebbe modificato il passo, nel quale l'A., accennando si 
• grandi poemi didattici • del medio evo italiano, cita l'esempio dei 
Livres dou Tresor di Brunetto Latini. Là dove (p. 169) parla dei 
Tait>cchi attribuiti comuneiaente al Mantegna, il M, doveva ricor- 
dare il bello stadio pubblicato da R. Itenier sui Tarwxhi di M. M. 
Bojardo ; come pure, toccando (p. ITI) della tesi ardita sostenuta 
dal AVickhoff circa la primitiva destinazione della Stanza della Se- 
gnatura, avrebbe potuto tener conto dell'arguta confatazione fattane 
dal Klaczko {Revue de» deiu- nimides, 16 luglio 1894, pp, 241-70) e 
delle forti obbiezioni mosse dal Dorez [La bibliothéque privée de Pape 
Jules II, Paris, Bouillon, 189<i, pp. 13 seg.). Anche ud saggio di cri- 
tica e storia dell'arte, ma contemporanea, è quello con cui si chinde 
il volume, intorno alla vita e alle opere di Giacomo Favretto. In 
questa calda e viva e nello stesso tempo solida e giusta commemo- 
razione del compianto pittore, che il M. dice felicemente * il Gol- 
< doni del pennello >, l'amicizia pel morto e l'aHetto per la sna 
Venezia non fanno velo agli occhi dello scrittore, né gì' impediscono 
di collocare nella sua ver» luce, senza feticismi od esagerazioni 
inopportune, la figura del creatore del Listojt. Un' osservazione pe- 
dantesca per la cronologia e per la storia mi suggerisce il posso 
(p. 369) dove il M. tocca delle nuove condizioni del pensiero e delle 
lettere in Italia alla Une del secolo scorsa : • Fra le languidezze 
« arcadiche (egli scrive) e le vanità accademiche mrgeano le indo- 
■ gini erudite di A. Zeno, del Tiraboschi, dei Muratori, del Filiosi >. 
Meglio sarebbe stato dire erano sorte, dacché proprio in quegli anni 
r indirizzo storico, positivo dei grandi eruditi del secolo passato 
pareva soverchiato e messo in oblio dal nuovo indirizzo filosofico, 
venutoci in parte d'oltr'Alpi a che aveva pure la sua ragion d'essere 
e non fu in tutto dannoso. 



MOLMENTI, NUOVI STUDI SU VENEZIA 179 

presente dibattito ha un peso gravissimo il fatto che il Friuli si 
trovava in condizioni ben più difficili delle altre provinole venete, 
perchè Venezia vi doveva lottare contro le resistenze congiurate del 
feudalismo e dell* Austria. Il Marchesi trova che. negli ultimi tre 
secoli, l'organismo amministrativo e militare dello stato veneto fu 
€ affetto da tabe senile ed incapace di tener dietro con isperanza 
< di buon successo alla corsa affrettata del progresso e di fissare 
€ lo sguardo nei nuovi e vasti orizzonti.... » (1). Mi perdoni l'egregio 
professore, ma questa dell'organismo che corre o non corre dietro 
al progresso e fìssa o non fissa lo sguardo nei nuovi orizzonti, è 
retorica di cattivo gusto e storicamente insostenibile. Ma quale altro 
stato mai in Italia ha fatto di queste corse, ha avuto di quelle vi- 
sioni, se non pochi decenni prima dulia rivoluzione francese? E con 
quale fortuna ? Oggi, è vero, amiamo correre di quella tal corsa af- 
frettata, anche a rischio di romperci il collo; amiamo esercitare 
l'astronomia dei e nuovi e vasti orizzonti », anche a rischio di ve- 
derci meno di prima ; ma non so quale altro Stato, dopo Roma, possa 
vantare una vecchiaia cosi lunga e gloriosa e rispettabile, come la 
Repubblica Veneta. 

Messina, Vittorio Gian. 



Amelia Zamblbr, Contributo aUa storia détta Congiura Spagnxióta 
contro Venezia, - Venezia, Fratelli Visentini, 1896. 

La congiura spagnuola, di cui l'anno 1618 segna la fase culmi- 
n&nte, fu uno dei fatti più misteriosi della storia di Venezia, e perciò 
subito divenne argomento di supposizioni, quindi di studi che inte- 
ressano tuttora gli storici, giacché la questione non è ancora risolta 
interamente. £ a questo fatto importantissimo delia storia d'Italia, 
^^ signorÌDa Amelia Zambler consacrò le sue ricerche di solerte 
8t\2dio8a, delle quali oggi è risultato questa sua pubolicazione. Ma 
P®p rilevare l'importanza di questo lavoro sono oecessarie due parole 
^ fatto e sugli scrittori che se ne sono occupati. 



^^^^esino all'ingiustizia e fa meraviglila in uno studioso come il Mar- 
^^1 al quale ai potrebbe chiedere, fra altro, se quel!' « alito vivificatore », 
"l>ec XV al XVIII, fosse l'alito che veniva giù dall'Alpi e su dal mare 
c^ le soldateaobe di Francia, di Spagna o di Austria. 

9) Cfr. p. 26 del cit. opuscolo Le relazioni dei Provveditori ec. 



180 



lUSSEONA BIBLIOORAriCA 



li trattato (li Madrid (IfllT), che componeva decorosamente gl'in- 
tei'essi dì Carlo Emanuele I colla Spagna, e quelli della SereniBsima 
noli' arciduca Ferdinando d'Austria nella vertenza degli Uscocchi, 
accendeva maggiormente negli Spagnuolì l'odio accanito da essi 
nutrito contro Venezia, che sola ia Italia, col Duca di Savoia, osava 
contrastare ed opporsi alla loro sconfinata prepotenza. Un sonlo 
conflitto fii la necessaria conseguenza di tale odio, dì cui erano in- 
terpreti principali Don Fedro di Toledo, marchese di VìUaftanca e 
governatore dì Milano; il marchese di Bedmar, ambasciatore di S, M. 
Cattolica presso Venezia ; e p ri nei pai issi mo, Don Pietro Gìron duca 
d' Ossuna, viceré dì Napoli. Alle loro instancabili mene rispose la 
Repubblica colla sua scaltra pohtica, che deluse sempre i loro at- 
tacchi senza mai incorrere in qualche inavvertenza, che meritasse 
rimostranza. E ta vigilanza usata su tutto e su lutti dal governo ' 
veneziano, il prudente riserbo che involse, per fini di alta politica, 
gli atti dì giustìzia punitrìce (specialmente quelli del KìlSl, a cui 
dovè ricorrere contro gli agenti dei suoi implacahili nemici, fecero 
subito correre ia voce che il viceré di Napoli, e con esso il Toledo 
ed il Bedmar, avessero tentato per mezzo dì alcuni soldati avven- 
turieri francesi, d' impadronirsi della città per tenerla soggetta come 
Napoli, come Palermo e Milano, dopo averla abbandonata al sac- 
cheggio. 

Di quegli atti, dì quella voce si occuparono gli storici con di- 
versità, di criteri; chÈ il velo misterioso, nel quale Venezia tenne, 
anche dopo, avvolti ì mezzi coi quali aveva scoperto e represso 1» 
congiura, non era atto a limitare le ipotesi. Vero è che il Nani, come 
istoriografo della Bepubblicn, narrò l'accaduto iti tutta la sua ge- 
nuinità; ma né l'avere attinto ai documenti segreti, né l'essere vis- 
suto in tempi in cui tutti i personaggi della congiura erano scom- 
parsi e le cause di essa cessate (quindi calmate le passioni) gli 
guadagnarono fede ; anzi si direbbe che il semplice racconto della 
verità scaldasse viepiCt la fantasìa nelle supposizioni. Il Leti, il 
Saint-lléol, il Darti ne fecero un vero romanzo, in cui la Serenissima 
non figurava per lealtà; nò più conformi alla verità storica fìirono 
le ìpolesi dello Chambrier; soli, il Banke ed il Raulich, prima l'uno 
sussidiato da' documenti tratti dagli Archivi Veoezìani, poi l'altro 
con documenti spognuoli, vennero a lumeggiare e commentare Ift 
storia veridica del Nani, pur confutandone (il Rankeì qualche da- 
duzione, ma ammettendo incontrastabilmente la verità di un odioso 
attentato degli Spagnuoli contro Venezia. 

Ambedue però studiarono quella che ho chiomato, fin da prin- 
cipio, faae culminante della congiura, cioè i fatti del 1G18, aooen- 



ZAMBLER, CONGIURA SPAGNUOLA CONTRO VENEZIA 181 

nando di volo sui precedenti che questi fatti avevano avuto. Ed è 
appunto di questi precedenti che la Zambler si occupa nel suo la- 
voro, mettendo in pieno rilievo il carattere dell' Ossuna e il suo 
operato contro Venezia. 

L'Aut volle risalire ai primi tentativi della congiura, cioè al 1617 
(che senza di ciò non veniva spiegata tutta la parte avuta dall' Os- 
suna nella tenebrosa faccenda) profittando dei documenti che le offri- 
vano l'Archivio degli Inquisitori di Stato di Venezia, e quella mi- 
niera inesauribile che è l'Archivio di Stato di Firenze, da quei due 
storici non consultati. E la fortuna le fu favorevole. Mercè il car- 
teggio dei Besidenti della Serenissima e di quelli della corte di 
Urbino a Napoli, seguendo passo passo l'operato dello Spinosa e 
del Grimani, ambedue complici e strumenti del Duca fin dal 1616, 
ma lasciati in disparte o appena accennati dagli storici, ella ha 
ritessuto la tela ordita dall' Ossuna ai danni della Eepubblica di 
S. Marco, comprovando interamente la veridicità del Nani e l'im- 
portanza della critica e dei documenti portati dal Eanke e dal 
Haulich. Che se quelli pubblicati dall'illustre tedesco mettevano in 
piena luce la trama del 1618, autenticando che non era stata parto 
fantastico dei Veneziani, i documenti della Zambler, rannodandola a 
quella del 1617 e alle macchinazioni che seguono fino al 1630, di- 
mostrano non solo che doveva esistere tra l' Ossuna ed il Pierre 
Isk connivenza di cui ci parla il Ranke medesimo, ma che il cor- 
saro francese più che proporre interpretò gli arditi disegni dello 
2i$pagnuolo. E se il Raulich poi riusciva a provare la reità del Bedmar, 
c^he non parve al Banke sufficientemente dimostrata dal Nani, la 
'^^lambler viene a confermare l'asserto di lui, con prove non meno 
c^onvincentì, restando cosi, per mezzo di essa, autenticato una volta 
<li più che la congiura è realmente esistita e che ne fu istigatore 
xxiassimo l' Ossuna, e con esso il Toledo ed il Bedmar. 

Questo il lavoro della giovane scrittrice. Il suo metodo d'espo- 
ni adone è semplicissimo : seguendo il filo cronologico dei fatti, ella 
Xàon & che commentare e interpretare i documenti che li mettono in 
l>ìena luce, e in cui si trovarono coinvolti i personaggi della congiura, 
xiel 1617; e siccome dei primi due agenti dell' Ossuna, nessuno si 
Ora occupato particolarmente, ella ne segue le azioni, in quanto 
allo Spinosa, finché non è condannato al patibolo, in quanto al Gri- 
XQaniy traditore delia patria sua, finché non le vennero meno i do- 
cumenti, cioè fino al 1630. Certo, come si vede, non si può stabilire 
un confronto fra questo lavoro e gli altri sopra citati, che la Zam- 
bler completava colla sua pubblicazione; che diverso era il lavoro 
che ad essi incombeva, e diversi sono i fatti di cui ciascuno si è 



182 RASSEGNA BIBUOGRAFICA 

occupato, per quanto tutti mirassero allo stesso fine, cioè, a rilevare 
la verità della congiura e la reità dei personaggi accusati dalla pub- 
blica voce e dal Nani ; tuttavia questo non la cede ai precedenti per 
l'importanza dei documenti, la particolarità degli episodi, la pazienza 
deir indagine e la precisione delle ricerche. Anzi, se qualche appunto 
dobbiamo fare ali* autrice, è d' essere stata minuziosa in certi parti- 
colari, sovrabbondando di note anche quando la verità era ormai ri- 
sultata chiara e lampante dalle citazioni del testo. Eppure ad essa, 
a cui facciamo tale addebito, dobbiamo rimproverare una lacuna : 
come mai ella non ha riportato le parti segrete più interessanti (p. 24 ) 
di quella citata dal Romanin, a carico dello Spinosa ? Il suo asserto 
sarebbe rafforzato doppiamente dalla prova e dal confronto. - Qual- 
che digressione, e* è parsa inutile, e abbiamo notato che la forma 
non sempre le corrisponde alla intenzione dell' arte. Forse anche la 
critica storica non si eleva a grandi altezze, ma non lo richiedeva lo 
stesso soggetto, ormai sfruttato in quel campo, maestrevolmente, dal 
Eanke e dal Raulich. Volgari strumenti di un ambizioso potente, lo 
Spinosa e il Grimani, non porgevano agio a nessuna alta considera- 
zione, e soltanto servendo a mettere in rilievo i concetti della mente 
che li aveva guidati e istigati, limitavano P autrice a semplici inda- 
gini, che contribuiscono colla forza dei documenti, e rendere indiscu- 
tibili tutte le ipotesi dei due critici sopra citati. Ma questo largo 
ed importante contributo portato dalla Zambler alla storia della con- 
giura avremmo voluto vedere esposto in sintesi al principio del lavoro, 
acciocché la mente del lettore, vedendo sùbito chiaro lo scopo della 
scrittrice, ne potesse seguire senza sforzo l'analisi minuta, e rile- 
vare tutta l'importanza dell'opera sua, che ci sarebbe piaciuta di 
vedere altresì riassunta alla fine del libro, con delineare nettamente, 
sia pure con brevi parole, le due figure da essa illustrate. 

Avellino, Ida Masetti Bbncini. 



La Vita italiana nel Seicento, Voi. I. Storia; Voi. II. Letteratura; 
Voi. ni. Arte. - Milano, F."* Treves editori, 1896. 

La quinta serie delle letture della Società fiorentina, s'apre con 
la lettura di Guido Falorsi, intitolata: DaUa pace di Castd Cam- 
brese a quella dei Pirenei, 

E nn buon riassunto storico. Dopo un cenno rapido e compiut 
sul « delirio di oltrepotenza » di Filippo II, che « potè vedere cog 



LA VITA ITALIANA NEL SEICENTO 183 

« occhi propri i primi vacillamenti ed i crolli dell* edificio, eh* egli 
« aveva reputato imperituro >, e alla cui morte parve che un in- 
cubo letale si togliesse di sul cuore all' Europa, tocca di Enrico lY 
o di quel suo concetto grande degli Stati Uniti d'Europa e delle 
conseguenze dell'opera politica del Richelieu e del Mazarino. 

Rileva poi, giustamente, come non meno crudele degli « auto 
< da fè » spagnoli fosse la resistenza dei dissidenti maggiori, i Cal- 
vinisti e Cromwell, ad esempio, e quanto la politica mettesse d'or- 
rore in quelle celebri stragi che si compirono in nome della fede : 
viene indi alle congiure. Il Burlamacchi, il Pucci, il duca di Norfolk, 
i Guisa, il Somerville, il Babington, il Biron, i congiurati delle Pol- 
veri, il Gerard, il Eavaillac, gli eccidi perpretati dai privati, (in 
buon punto ricordasi Cristina di Svezia) ci passano innanzi agli 
occhi in ima ridda vertiginosa e terribile. Ma, con tutto questo, 
quel secolo lasciò legati preziosi di pensiero alla posterità. 

L'A. descrive poi lo stato politico e sociale d'Italia dopo la 
pace di Cateau Cambrèsis fermandosi in specie su quello delle Pro- 
vincie soggette a Spagna, sui torti e sui meriti indiscutibili del Pa- 
pato in quei tempi, terminando con concludere anche per l'Italia 
nostra che il pensiero, nel Galilei soprattutto, di fra gli orrori ci- 
vili si levò libero e gagliardo, ponendo i fondamenti del bene per 
il futuro. 

La Reazione cattolica porge materia ad Ernesto Masi per una 
di quelle sue conferenze che si ascoltano e si leggono con diletto 
grandissimo. 

E come un seguito all'altra lettura da lui tenuta l'anno prece- 
dente sulla Riforma in Italia. - In settant' anni, dal convegno di 
Carlo V e di Clemente VII a Bologna fino agli ultimi del sec. XVI 
1^ reazione cattolica contro la Riforma si compie. Le tiene testa il 
^^0 rinascimento pagano che non è ancor finito, e durante il quale 
I' indifferenza ha destato in molti un dubbio, un cruccio doloroso. 
Cyon Adriano VI, non fosse che per poco, il sentimento religioso si 
"-miovò e la Chiesa capi, d'allora in poi, di dovere o riformarsi o 
poxire. Però, all'opera che a tal uopo ella imprese non le diede im- 
P^^so tanto il diffondersi della Riforma in Italia quanto la violenza 
^^ rtbellione ch'essa raggiunse in Germania. E neppure può deter- 
^^^«trsi bene il trapasso dalla lieta fioritura dell'arte alla manie- 
^^^^ ipocrisia spagnolesca. 

Il Masi parla poi del celebre Concilio. Ci piace riportare il suo 

^*^^^^izio sul Sarpi. « Il suo libro somiglia al Principe del Machia- 

^'^^lli. Nel Principe, coi fatti della storia alla mano, si mostra con 



181 



RA9SB0NA BIBLIOGBAHOA 



e elle arlt si tbadi e si miLotosga udo Stato in tempi corrotti. Nel 

< libro del Sarpi si mostra con clie arti si pretenda riformare una 

< religione, quand' essa e il tempo sono corrotti del p:iri ». I Ge- 
suiti e la corte di Boma prev.tlsero in quel Concilio, il quale per- 
ciò non corrispose alle speranze degli spiriti più temperati fra i 
dissidenti e dei più elevati ft-a i cattolici, ed esaminando l'opera 
dei papi ohe durante esso regnarono, prova il Masi il suo asserto. 
Lealmente rileva egli i meriti che, accanto alle colpe, ebbe la com- 
pagnia di Gesù. Uicerk'a poi gli effetti che il rinnovato sentimento 
religioso in parte sincero, ma in massima fondato sul terrore, portù 
nella vita sociale, nella letteratura, nell'arte. 



Roma e i jìapi nel Seicento è l'argomento della tcr/a lettera, di 
Domenico Gsoli. 

Chi oggi esamini Iloma, resta colpito innanzi tutto dalle ric- 
chezze che profuse in essa l'arte del Seicento, caposcuola i! Bernini 
< Il distacco di tanti popoli dal Vaticano per opera della fiiforma 
« aveva risvegliato nella Chiesa una vigoria di cui non la si sarebbe 
« creduta capace ». E cercava di esplicarla nell'arte per nascondere 
le parziali sconfìtte, nonché per contribuire alla grandezza di quelle 
famiglie principesche ohe ogni papa cercava di far qnanto più po- 
tesse nobili e ricche, da che il nepotismo di politico s' era latto 
domestico. Per i pala;t;ii dei cardinali nipoti allora Eoma si allargò 
su tutti i colli e l'amore di tutto quello che b sontuoso e magnifico 
la pervase. Ma quell'aristocrazia non ebbe mai alti lini: fu soltanto 
decorativa; neppure un uomo vi trovava Cristina di Svezia. E men- 
tre costei la incitava ad una turbinosa gara di feste, ecco venir su 
la satire di Pasquino. Descrive qui l'A. alcune di quelle pompe ce- 
lebri, veri circenses del Seicento, che da ogni avvenimento qualunque, 
da quelli di più alta importanza politica a' più comuiii, traevano 
occasiono: banchetti, macchine spettacolose, processioni che finivano 
in orgie volgari ed in risse. Tocca poi dell'etichetta, delle franchì- 
gie degli ambasciatori, del Santo Ulizio : chiude anch' egli nel noma 
saato di Galileo. 



Pompeo Moluehti tratta Iai decadaua di Venezia. 

È, più che una dissertazione storica un quadro tratteggiato da 
un artista. Venezia già cosi potente, splendida e lieta, serba ormai 
queste ultime due qualìtiV solamente. L'alternarsi continuo di gran- 
dezze e di bassezze che dura tutto il secolo, la lotta di Cambra!, 
quella contro il Papa Paolo V per t'interdetto, quella contro l'Au- 
stria e contro la Spagna istigatrìce nella guerra contro gli 



à 



LA VITA ITALIANA SSL SEICENTO 

Aà, nell'occasione della congiura del Bedmar, nella tragedia del Fo- 
I^Boarìni e io infinite altre occasioni 1' hanno gfìbrata. Aggìungant<i la 
leresciuta lascivia del costume, specie nelle donne; la cresciuta vio- 
|t1«nza individuale clie qua e !à, come in Leonardo Pesaro, porta tino 
) alle feste T efferatezza del delitto; le famìglie che tutt«, 
tranne i primogeniti, imputridiscono e si spengon nei chiostri ; que- 
ste ed oltre cause che da queste derivano avviano la gloriosa Re- 
pubblica per quella china fatale che raramente ormai la virtù illu- 
mina dei suoi bagliori, come durante la guerra infelice di Candia, e 
coi soltanto infiora l'arte vivace di Alessandro Vittoria, del Car- 
paccio, di Palma 11 giovane, e E mentre la letteratura, vuota dì 
« concetti e di passioni, 8i rìdueeva a un giuoco di forme, a una 
« pazza ridda di metalbre, nelle limpide notti veneziane Galileo afiis- 
€ sava le stelle, e le stelle mormoravano alle orecchio dell' uomo i 
Lf aegrali del cielo >. 



f 



Segue la conferenza di Guido Mazzoni: La fìatlaglia dì Le- 
panto e la poF.tia poetica dd secolo X VI. 

Tra il grande avvenimento e l'arte di chi volle contarlo la spro- 
porsione fu troppa. 11 Mazzoni, ricordando Baiardo, Barletta, il TO' 
valleresco carattere di Luigi XII e di Enrico II e la breve ma bella 
odissea di Gastone di Foix, dimostra come l'epopea sussistesse an- 
cora nella vita ; se non che l'arte che segui le forme petrarchesche 
« romansesche non seppe renderla mai. Una certa eflicaoia ebbe 
«SSB nelle forme popolari, ma queste son tuttavìa molta paglia e 
poco grano. Accennato all'Olimpo da Sassoferralo, al Bernì e al Gui> 
dìccioni, esamina i numerosi Lamenti delle città corse dagli stra- 
nieri, ridicoli spesso, non mai poetici; quelli, ad esempio sul Sacco 
di Roma e sull'Assedio di Firenze. MiRliore è La guerra di Camol- 
lia. La nostalgìa della patria lontana appare solo in un sonetto dì 
Cral«(LZZ0 di Tarsia e in uno di Luigi Alamanni. Con tatto ciò l' Ita- 
lia, adattatosi ormai ai veltri spagnoli, nel trentennio che segui 
il 1565 non cessò mai, per paura forse più che per fede, d' invocar 
la gnerra contro il Turco. Le fuste barbaresche infestavano i lidi, 
l'eco epica dei paladini e dei crociati confusi con quelli durava; e 
il Tasso si levò, ispirato. Ma quei che vollero, o nell' epica o nella 
lirica consacrar Lepanto fanno pìelL 11 Mazzoni descrìve la gior- 
del 7 ottobre 1571 con vivacità di artista vero, esamina poi i 
rooi poeti, fra i quali i dialettali e burleschi sono i più sopporta- 
'bUi. Lasciando slare i secentismi orrìbili, il fatto si è che non sep- 
pero interpretare e rappresentare la storia nella sua rispondenza 
ool sentimento umano. 



186 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Giovanni Bovio parla dipoi del Pensiero italiano sei sec. XVI L 
Conferenza concettosa e troppo densa, forse, nella redazione scritta. 

Premesse alcune generalità, il Bovio tratteggia la vita dei quat- 
tro sommi pensatori d'allora: il Sarpi, Giordano Bruno, Galileo, il 
Campanella; e finisce con dire che quel secolo proclama già che 
« Evolversi è causarsi » ; e che la matematica applicata già dai 
Galileiani a tutto lo scibile e la proclamata unità individuale umana 
portarono fin d'allora alla moderna libertà! 

Di Galileo, della sua vita e del suo pensiero discorre deliberata- 
mente, e com'egli sa, Isidoro Del Lungo. 

Comincia col far notare come a Pisa, quando Galileo nacque non 
fossevi altra tradizione che artistica, e che la scienza, là come altrove, 
non era che quella filosofìa secolare autoritaria, pei molti assalti 
del risorgimento e de' nuovi mistici negativi (come il Pomponazzi, il 
Bruno e altri) ridottasi a sopravvivere solo in quanto teneva fronte 
al progredire del pensiero. Questo progredire mosse dal dubbio : gli 
die logica e sicurezza di metodi il Galilei. Il Del Lungo ne tratteggia 
con rapidità e colorito vivace la prima vita, di lettor di matema- 
tiche a Pisa, le prime scoperte, i diciotto anni felici a Padova, in 
mezzo a una maggiore larghezza di studi : la costruzione del telesco- 
pio e i primi fatti del cielo per la prima volta rivelatisi a un uomo. 
Poi lo scambio di idee col Keplero e il ritorno a Pisa come lettore 
mediceo e l' ossequenza dei Gesuiti alle sue scoperte e la trionfale 
lettura del Nunzio Sidereo nella primavera del 1611. Aveva cin- 
quant'anni e gli si era svelato l'universo: s'accingeva egli a spiegarlo 
agli uomini : ed ecco i Dialoghi de* massimi sistemi e il martirio. 

Il Del Lungo lo descrive con semplicità dignitosa e commo- 
vente. Le prime intimazioni, le polemiche, le calunnie presso Ur- 
bano Vili, la straziante andata a Eoma del 1632, le prime proteste, 
e poi la violenta menzogna e l'abiura del 22 giugno 1633. Ma, come 
il Del Lungo poeticamente dimostra, l'uomo non mutò né rinnegò 
mai. E immensamente grande appare la vita di lui negli ultimi 
nove anni, colla prigionia e le dure interdizioni e la cecità e la 
morte dell'angelica figlia. Pure furon di quegli anni i Dialoghi di 
scienza nuova, su cui la fisica moderna si fonda, e in quegli anni il 
Milton lo visitò; e l'anno ch'egli mori perdonando, Newton nasceva. 
« Dei grandi sacerdoti dell'umanità l'uno consegna all'altro, di se- 
« colo in secolo, la lampada inestinguibile: lampada tradunt! ». 

Su Giambattista Marini tenne la sua lettura Enrico PANZACCni. 
Prende le mosse dalla fama sperticata di gran poeta che il Ma- 



LA VITA ITALUNA HKL SEIOKSTO 1BÌ 

> godè; piLSsa n mostrare non pochi scambi di elementi artistici 
1 ftiroao tr» lui e In letteratura Irnncese; deBnisce e aiìoliiza, il 
MntÌBino quale desiderio di amplificare in maniera nuova il già 
noseiuto. Bene a. proposito richiama qui i manierismi che eran 
i nei mistici medìoeTalì, in Dante, nel Petrarca, nel Poliziano, 
U'Ariosto, specie in certe descrizioni della natura; e quanto il 
^iddetto < secentismo * tripudiasse in molti scrittori dei quattro- 
Snto. Nel seo. XVII lo assunaoro come forma legittima d'arte per- 
chè la vita 8'era venuta fatturando e artifìciando, mancandole ogni 
alto scopo; e per il bisogno irreirenato di ottenere lo stupore. Il 
Janiaochi disserta qui briosamente sul traaUto, con eleganti raf- 
; parla poi dell'.irfone, Ne scruta ì difetti gravi e notissimi 
i riconosce però anche de'pregì di grande modernità. 




inferenza di Oi:|ni>o Guerkini sopra Alesiiaiidro l'ausoni. 
X)etto fra quale iicadimento d'ogni manifestazione della vita il 
ìsé, De tratteggia la vita di studente e dì cortigiano 
j-ju^cendo a mettere in giusta luce, mediante Io studio delle sue re- 
n-r^iani con Àaoanio Colonna, con Carlo Emanuele e con Maurizio di 
p^H^-oiA, come & poco a poco venisse a formnrsi quel suo carattere 
,|t^^Tito mordace da prima, pieno di fiele dappoi. Piena d'interesse 
^ «juesto punto, la storia dei libelli scagliati contro il poeta dagli 
.-v-^rsarl. Coscienzioso l't'same delle opere, delle quali il Guerrinì 
^e.t«3 in rilievo l'indole paradossale e argutissima; delimitando nella 
'«TCi^ùi rapita i confini entro i quali gli elementi di quella poesia si 
^no, scrutandone il valore etico e facendo un utile raffronto col 
. immortale del Cervantes, 



■OLFO Vbntcri tenne la seguente conferenza: / CantKei età 
f «cuoio. 
Bpftriti i geni del Cinquecento, i loro imitatori impesantisoono, 
Kiaoono tutto nelle formule ; il colore non canta più ; tripu- 
il chiaroscuro e il carminio o il cobalto. La contro- riforma 
BBpixi^e l'arte addietro, a rappresentar la sofferenza, come nelle 
Ul barbariche. In mezzo a tali condizioni sorgono i tre Carracci a 
lol^^zia che nna sola tradizione artistica aveva : il Francia, Lodo- 
fìoo ■fv il più assimilatore ; Annibale ebbe più ardore, .agostino jiiù 
aloolo. Soccorse al primo il chiaroscuro, Agostino cadde vinto dal 
«io eclettismo; Annibale, il meglio dotato da natura fu meglio in- 
Snìto dù Veneti. Comincia, per Agostino, l' analisi accademica delle 
lei corpo umano: piaga dell'arte anc'oggi grave-olente; 
.baie più degli altri due senti Ìl colorito e l'equilibrio 



RASSEOyA BIBUOGBAFICil 

delle sne figuro; ern, anche uella vits, più assorto nell'arte. Volle 
tornare all'antico, ma non raggiuntie Rafiiiello; non lo senti come 
lai. Pure l'arte dei Carracci penotrii nel palazzi principeschi d'Italiii 
6 nelle chiese, par ii suo fatto: passò di li dallo Alpi, dovunque 
tentando di rendere l'antico decoro, E quell'arte educò Guido Beni 
che, se nelle teste de'suoi Cristi coronati di spine seppe rendere il 
dolore dell' anima, nello carni alabastrine però non mise Io spasimo 
chiesto dalla contro-riforma per ridestare la fede. L'Albani, ricer- 
catore d'espedienti gli fu compagno; lezioso non senza geninliln; 
mentre i! Douienichino e un quattrocentista smarsito nel seicento; 
profondo e candido sempre; mentre gli ultimi due della scuota car- 
raccesca, il Cavedooi e ìl Quercino cercano, l'uno la policrouia gaia 
dei veneziani, l' altro il sublime delie tenebre. Tali, nel complesso, 
i giudi/i del Venturi, dei quali, schiettamente parlando, dacché iji 
non possiamo discuterli, lasciamo a lui tutta la reuponsabilità. 



Parlò da! Barocchismo ìl compianto Enrico Nbnciosi. 

ITna causerie com'egli solo sapeva farne, dove i concetti eodo 
eidpoHti senza quell'aria dottrinale che li fa astrusi; ma piuttosto 
significati con una serie di descrizioni suggestivamente armoniose. 

Dimostrato che il barocchismo ò, nel 'tiOO, ì! carattere essenziale 
di tutte le manifestazioni della vita avverte quanto importi not&re 
la diversità di espressioni che esso ebbe nell'arte dei sommi e degli 
infimi. Citato, dalle prediche del padre Orchi, un viluppo di meta- 
fore strampalate, passa a rilevare la grandiosa genialità di alcnni 
artisti: ed abbiamo qui un bel saggio critico sul Bernini. Le COB- 
clnsioni dell' A. sono bellissime per la loro giustBz;{a. Il Beruini fa 
scultore in sommo grado pittorico e Ja sua architettura è sempre 
trionfale. Capi la poesia dell'acqua, e le sua fontane restano tipi 
j>ertetti. Si criticano gli svolazzi delle sue statue: ma quanto bene 
rispondono al largo paesaggio che fa da sfondo ! Egli ebbe vera- 
mente il senso A&ÌV ambiente. Esamina quindi, il Nencionì la Santa 
Teresa del Bernini, ud capolavoro, la biblica solennità della piazza 
di San Pietro, la marmorea selva vìvente delle statue della Basilica. 
La lioma barocca à quella che all'occhio dell'artista si impone di 
più; perchè quell'arte rispose davvero a quella vita tutta sussiego 
tutta decorazione; e quei i)iir(:hi e queUe ville sombrano serbarne 
ancora 1' eco : t sono come il gu^^cìo d' un animale sparito, lo Bche- 
« latro fossile di una vita durat.'t più di due secoli... Che sbisso 
< fra quella gente e noi! La Ilivoluzione francese, come un formi- 
* dabile terremoto, ha spezzato e separato due mondi : dì uiezxo, vi 
« corre oggi un terribile maro, che uon sarà mai superato 



4 



LA VITA ITALIANA NEL SEICENTO 189 

L'arte della fine del '600 e quella del secolo seguente porge 
materia al Nencioni per una serie di quadretti disegnati mirabil- 
mente. La stravaganza e il « virtuosismo » che, morto il Bernini, 
si disfrenano; la meccanica teatrale che allora comincia ad assor- 
gere a scienza ; l' etichetta del punto d* onore con tutte le sue sud- 
distinzioni cavillose; la nota stridente che mette in quella vita il 
viaggio dei rozzi legati moscoviti, la politica feroce e la fredda la- 
scivia larvata; le imagini imparruccate, gli enormi conventi silen- 
ziosi, le zingare ardenti che appariscono a fronte delle giunoniche 
dame francesi, i processi degli unitari, i paesi o tetri o melanconici : 
Poussin, Claudio di Lorena, Salvator Bosa. 

Conchiude l'A. dimostrando che, specie di fronte alla decadenza 
che segui dipoi, questo barocchismo fu, nella sua passionata ricerca 
del nuovo a ogni costo, essenzialmente moderno. 

Segue La commedia deWArtCt conferenza di Michele Scuerillo. 

Dopo € le monotone rifritture dell'augusto repertorio classico » 
(cosi chiama lo Scherìllo le commedie ariostesche) si davano le mo- 
resche, composizioni mimiche, le quali ai pubblici piacevano assai 
più. £ le compagnie d'istrioni vaganti che improvvisano sopra un 
canovaccio comune qualcosa che, più del dialogo plauteggiante, so- 
migliava al linguaggio della vita comune, certo contenevano i germi 
d'un teatro nazionale che avrebbe dovuto un giorno fiorire. Di al- 
cune di quelle compagnie narra l'A. i ricordi che qua e là lascia- 
rono; segnatamente quella celebre degli Andreini. Ci duole che, 
tranne l'utile accenno di alcuni caratteri trasmigrati da essa nel- 
l'immortale opera Shakespeariana, la Commedia dell'Arte non abbia 
ispirato all' A. una lettura meno erudita e letterariamente più im- 
portante. 

La Musica nel secolo X VII fu trattata da G. Alessandro BiagOl 
Dottissima conferenza che si divide in due parti. Nella prima 
s'insegna per quali vie si giungesse dalla teorica astratta, accop- 
piandola colla melodia, a venire a una teorica precisa e razional- 
mente umana del suono ; nella seconda come nacque e si svolse fino 
alla sua perfezione il melodramma. Si parla in essa principalmente 
dello Scarlatti. Ci duole di non poter riassumere più largamente 
perchè incorreremmo, come il Biaggi, nella necessità di usar troppi 
tecnicismi. Questo possiamo aggiungere ; che la tesi, sottintesa co- 
stantemente in tutta la conferenza, è la necessità della melodia. 

Bologna, Edoardo Coll 



GmuLAMO Mancini, Ctsrtona nel medio ei'o. 
secchi, 1897. - IG.', pp. viii-39G. 



AJIk vetusta città situata in modo cosi pittoresco sulla altn 
ricca di olivi cbe guarda a mex/ogìorno il Trusìmeno e domina a. 
ponente la vSiSta e ubertosa pianura della Val di Chiana, maacnvn 
una storia che narrasse le vicende clie uc compaio aro no la sua non 
ingloriosa autonomia e quelle successive al disparire dì i^uesta fìuo 
alla caduta della libertà dì Firenze. A tale mancanza ha supplito 
completamente il cav. Girolamo Mancini col libra da lui rei'ente- 
mente pubblicato in Firenze e che ha per titolo Cortona nel medio 
ei:o. Bello e (pur troptio) raro esempio di patrizio dotto e operoso, 
11 Mancini non ha creduto che la nobiltà del sangue e il largo ceuso 
dispensino chi ne è rivestito dall' acquistarsi meriti propri e non 
ereditari, mettendosi in grado di essere utile al proprio paese nel 
disimpegno di pubblici uffici, che appunto al patrizi sono meglio 
che ad altri affidati, quando però se ne sieno resi meritevoli con lo 
studio e con la operositii. Deputato al Parlamento nazionale dal 1865 
al ItìTO pel collegio dì Cortona, sindaco di quel comune, consigliere 
municipale e provinciale, egli ha sempre lodevolmente corrisposto 
alla fiducia in lui riposta dai suoi concittadini ; ma i suoi meriti 
rilulsero anche maggiormente nel cami>o della storia e della erudi- 
rìone, dove è assai conosciuto per le vite di Leon Battista Alberti 
e di Lorenza Valla, oltre molti altri scrìtti importanti da lui pub- 
blicati in varie epoche. Posto da oltre venti anni al governo della 
Biblioteca comunale di Cortona, il Mancini non ha risparmialo opera 
e denaro proprio per arricchire con nuovi e Importanti acquisti la 
collezione dei manoscritti che ivi si conservano e ne ha compilato 
e pubblicato il catalogo, frutto dì lun^ e paziente lavoro. Era sua 
intenzione, com' egli stesso avverte, di pubblicare le notizie medioe- 
vali rinvenute nello spogliare lo pergamene possedute dalla Acca- 
demia Etruaca dì Cortona, della quale egli è Presidente o, come si 
dice con vocabolo che rammenta gli antichi tempi cortonesi, Lucu- 
mone ; ma cresciutagli in mano a dismisura la materia per le notizie 
da lui rinvenute nei documenti dell'Archivio di Stato dì Fìrense e nei 
codici recentemente acquistati per la patria Biblioteca, allargò il di- 
segno del suo lavoro, che è riuscito 11 volume del quale ci occupiamo. 

Il libro del Mancini è distribuito in quaranta capitoli, distinti 
in tre partì, di cui la prima, più copiosa e più Importante, narra 
in quindici capitoli la sWirla di Cortona retta a comune libci-o fino 
al 1325, inipìegamlone poi oltrl quattro por la descrizione di istitu* 



MANCINI, CORTONA NEL MEDIO EVO 191 

zìoni e costumi, e uno pel largo compendio dello statuto mimici- 
pale. La seconda parte comprende in dieci capitoli l'epoca che si 
riferisce al principato dei Casali fino al 1409 ; e l' ultima, pure di 
dieci capitoli, da quell'anno si estende fino alla caduta della città e 
contado nelle mani degli imperiali nel 1529. 

Le numerosissime citazioni che si trovano in questo libro, di- 
mostrano il lungo studio impiegato dall'Aut. nel raccogliere ampia 
mèsse di notizie da storie e cronisti editi e inediti, ma principal- 
mente dai documenti posseduti dagli archivi di Stato di Firenze, 
Siena e Pisa, da quello comunale di Cortona, dalla locale Biblioteca 
e dall'Accademia Etrusca. Molte di queste citazioni potevano sop- 
primersi e ad altre supplire con note a pie di pagina, riportando 
poi alla fine dei capitoli o di ciascuna parte dell'opera integralmente 
o per estratto qualcuno dei documenti più importanti ; ma se il si- 
stema adottato affatica qualche poco il lettore e riveste quando a 
quando la forma arida delia cronaca, raggiunge però completamente 
l'intento di narrare la storia in base ai documenti e alle memorie 
del tempo. Se l'abbondanza straordinaria del materiale raccolto è 
riuscita talvolta d'imbarazzo all' A. nella compilazione del suo la- 
voro, gli si deve però tener conto della imparzialità della narra- 
zione e della esattezza e serenità dei giudizi. 

La prima parte comincia dallo esporre le condizioni in cui trova- 
vasi il territorio cortonese e la sua popolazione al principio del medio 
evo, ma poco se ne conosce della storia intorno al mille, per la man- 
canza di documenti dell'epoca. Le prime notizie riguardano vertenze 
e guerre coi perugini fra il 1065 e il 1198. L'opinione del Guazzesi che 
Cortona fosse soggetta al dominio temporale del vescovo di Arezzo, 
contrastata già dall'Alticozzi nella sua Risposta a]X)logetica, è riget- 
tata anche dall'autore. Quello che è certo si è che a Cortona, come 
altrove, potenti famiglie di conti dominavano e opprimevano le popo- 
lazioni rurali, mentre la città aveva incominciato a reggersi da se 
stessa, contrastandosi il potere grandi e popolari. Le università ru- 
rali, la cui esistenza è provata nel cortonese da un documento 
del 1219, si collegarono con quelle cittadine e riunite formarono il 
comune, lottando contro la prepotenza dei conti, che finirono per 
sottomettersi al principio del secolo XIII. 

Il comune di Cortona prosperava, quando divampò il conflitto 
fra Gregorio IX e la casa imperiale di S ve via e incominciarono le 
funeste lotte tra i fautori della Chiesa e quelli dell'Impero. Gli are- 
tini, da collegati essendo divenuti nemici di Cortona, convenne a 
questa far lega con Perugia per difendersi ; e vi riusci, perchè gli 
aretini che cavalcarono contro Siena e Cortona nel 1281 rimasero 



Hseidl 

1 



sconQtti, Ivi vertviiza frn Arezxo e Cortona nnc<)ue seRondo l'A. 4ftl 
rifiato di queat'ultiinii n pagare bI vescovo di Areijio i diritti flsctU 
dovuti all' impero, e a luì rilasointi dall' imperatore Arrigc 
diploma del 17 giugno 1052. Ridotti quasi ormai nominali 
ooll' Impero, e gU altri comuni non pagando più quei diritti 
imperatori, riusciva duro a Cortona il corrisponderli al vescovo 
Arezzo; il vescovo Martino, irritato del rifiuto, ottenne dal 
die Cortona fosse scomuniciita. Il di luì successore Marcellino 
degli accordi che fallirono, ed egli stesso fu preso e, come credesi, 
messo a morte dnlle genti imperiali Al passaggio di Federigo II 
dalla Toscana, La lite lu riassunta dal nuovo vescovo Ouglielniino 
Ubertini, che ottenne sentenza a suo lavoru ; mn Cortona contini 
a disobbedire e la scomunica tti rinnovata nel 125.H. 

La prima metà del XIH secolo, non ostante le turboleni 
vraccennate, fu l'epoca della floridewa di Cortona, Depositati 
suprema autorità erano i consoli quando prevalevano i popolnrif. 
potestà quando prevalevano i grandi ; perciò questi apparlei 
sempre a famiglia magnatizia. Dopo il 1230 le università 
non ebbero più rappresentanti nei consigli, e il popolo urbano 
sorbi il potere dividendolo in apparenza col comune, i 
caricando sul contado la parte più gravosa degli oneri pubi 
Continuò a esistere l'universitft dei comune eomjwsla degli abii 
della cittA e del contado che pagavano dazi, ma tutto il pot«rs 
lo arrogò l'università del popolo, ossia gli abitanti dello cìtUL Qui 
alla milizia, tutti i maschi validi delle famiglie ohe pagavano 
erano obbligati al servizio militare ordinario e straordinario, 
occasione di spedizioni militari, i rettori comandavano 
Del contado un determinato numero di fanti o cavaliei 
berata l'oste generale, tutti Ì comunisti prendevano le armi. La 
Talleria era composta degli appartenenti alle famiglie più cospiottì 
che ricevevano dal comune una somma annua pel mantenimento 
del cavallo. Fu durante questa epoca di floridoaza che farono co- 
struiti i palazzi del comune e del jwpolo, la chiesa di S. Frani 
e altri edifizì, apei'ta una nuova strada nella parte elevata 
città e collocata una beila fontana nella piazza del comune. 

La notte del 1-2 febbraio l'ióH Cortona fu presa a tradirne) 
dagli aretini condotti dal vescovo Ouglielniino, ohe per rioora] 
sarli renunziò a loro vantaggio ai diritti temporali che vantava 
Cortona, La città fu in parte guasta ed incendiata e moltissimi ci 
dini andarono a rifugiarsi a Castiglione Chiusino, detto oggi del li 
Uguccio Casali alla testa di 700 profughi cortonesi, andò a rin 
zare l'oste ghibellina e combattè valorosamente a Montaperti (4 



M 



MANCINI, CORTONA NEL MEDIO EVO 193 

tembre 12G0). Ck>^ coli* aureola del valoroso capitano comparisce 
nella storia cittadina la famiglia che divenne poi signora di Cortona. 
Dopo la vittoria di Montaperti, i profìiglii cortonesi si accorda- 
irono col vescovo Guglielmino, e rientrati in città il 25 aprile 1261 
avendo alla testa XJguccio, si dettero a rifabbricare le mura guaste 
e fecero poi pace cogli Aretini. Ma non ostante la pace, Cortona 
xitenne tuttavia fama di ghibellina e fu refugio di fuorusciti fioren- 
'tini e senesi. Mentre il comune si trovava Panno 1274 in difficili 
oondizioni economiche, dovette pagare 500 fiorini d^oro al re Carlo, 
che, rimasto dopo 1' uccisione di Corradino indisputato signore del 
!Kapoletano, spediva in Toscana vicari deputati ad esìgere denaro. 
Le arti già partecipavano al reggimento del comune e si prepa- 
ravano ad esercitar la suprema autorità, come a Firenze e ad Arezzo, 
anche a Cortona. In questa ultima città, che era divisa in terzieri 
(S. Maria, S. Marco, S. Vincenzo), i dodici consoli delle arti, eletti 
ed approvati del Consiglio Generale, erano scelti in nimiero di quat- 
'tro i>er terziere e risedevano tre mesi Nel consiglio poi di cre- 
denza o speciale, entravano i rettori delle undici arti, che erano le 
seguenti: 1. Medici, speziali, barbieri; 2. Cambiatori, mercanti di 
panni, sarti ; 3. Mercanti di bestie ; 4. Macellai ; 5. Scarpollini ; 6. Le- 
gnaioli; 7. Mugnai, fornai; 8. Lanaioli; 9. Fabbri; 10. Calzolai; 
11. Albergatori, tavernierL In diversi contratti del gennaio 1278 
comparisce il priore dei consoli e déUe arti dd popolo del comune di 
CorUmOj che era allora Uguccio Casali. 

La penitente Margherita, che fu poi una delle glorie di Cortona 
sebbene non vi fosse nata, rivolse al vescovo Guglielmino fervorose 
esortazioni, consigliandolo a lasciare le imprese guerresche e i ma- 
neggi secolari, vivendo da sacerdote e padre del popolo e della pace. 
Furono parole gettate al vento : Guglielmino rivolse le armi contro 
i Fiorentini e rimase sconfìtto e ucciso a Campaldino (11 giugno 1289). 
Gli successe nel governo della Chiesa di Arezzo Ildebrandino dei 
conti da Eomena, che trattò con Cortona pel riscatto dei diritti 
dell'episcopio e fu convenuto che il vescovo vi renunziasse, rice- 
vendo annualmente 1000 fiorini. 

Arrigo VII tornando da Eoma incoronato, fu accolto a Cortona 
con grandi onoranze nel settembre 1)U2 ed ebbe dai cortonesi 1000 
fiorini d'oro, ricevendone il giuramento e dichiarandoli sottoposti 
immediatamente alla camera imperiale e in pieno possesso del di- 
ritto di libertà. Morto Arrigo a Buonconvento il 24 agosto 1313, fu 
ordinato novamente il comune, che Tanno precedente era presieduto 
dal Vicario imperiale e ora novamente dal potestà: i popolari poi 
riacquistarono il reggimento del comune nel 1319. 

AacB. Stob. It., 5.t iSerie. — XX. 13 



Cortona non ebbe molostio dnllo turbolente prodotte dalle Im- 
prese guerresche di Guido Tiirlatf vescovo di Arexxo. Perft, btbo- 
tata per opera di Ranieri Cnaiili unn coapirnxìone dei magnati per 
riafferrare il potere nel lH2:i o una seconda l'anno buccbssÌvo per 
rientrare nella uittA, dalla quale erano fuggiti dopo scoperta la con- 
giura, si senti il bisogno di premunirsi oonlro un nuovo colpo c\ìp 
i magnati stossi potevano tentare coli' aiuto dai Tarlati, famiglia 
■utsai potente dì Arezzo, cho faceva oiubra aaolie a Firenze. l'or far 
ciò, si pen!(ò a smembrare il comune di (Cortona dalla diocesi di 
Areszo e costituirlo in diocesi separata, il che facilmente si ottenne 
dal papa Oiovanni XXIT con bolla 19 giugno 1326, easendo il ve- 
scovo Quido Tarlati scomunicato e ribelle olla Chiesa. Al nuovo ve- 
scovado furono assegnati i diritti spirituali e temporali di ogni 
specie appartenenti nel cortoneae al vescovo di Areiso, compresi 
i 1000 fiorini pattuiti nell'accomodamento di che sopra h menziona: 
Guido fu nuovamente scomunicato o deposto dalla seda episGopnle. 

Le ire dei Tarlati avendo fatto divenir più gravi lo gelosìe e 
i pericoli di lotte fra AreitEO e Cortona, fu creduto opportuno per 
tutelarsi di concentrare l'autorità suprema nello mani di un solo. 
Ranieri Casali aveva svelato le trame dei magnati nel 1323, aveva 
lavorito il distacco di Cortona dalla diocesi aretina, discendeva dal 
valoroso Uguccio condottiero dot cortoueai a Montapertì O restau- 
ratore della patria; egli era l'uomo della circostanaa e venne fatto 
.Signoro a vita del comune il '2(< ottobre 1325: questa signorìa di- 
venne poi ereditaria nella sua famiglio. 

Narrate le vicende politioho di Cortona innantl allo stabili- 
mento del principato, viene l'A, a parlare degli islStutl di benefi- 
cenza, delle pie confraternite laicali, dell 'agricoltura, della moneta oc, 
coUogandovi anche notizie relative ai tempi del principato dei Ca- 
sali Ii'AIticozzi afferma che nel lOlG gi& esisteva fuori lu porta 
S. Maria un ospi^^io (honpilale). Un testamento del 124^ ricorda tre 
spedali e l'Ainal/vaa, ossia ricovero pei lebbrosi : un altro spedale, 
quello di S. Giuliano a Bovarco, fu donato dal vescovo UugUelmtno 
libertini alle monacbo di Targia nel 1250, Per iniziativa di s. Mar- 
gherita ebbe principio nel 128(1 la casa di S. Maria della Misericor- 
dia, governata da una fraternità di uomini e di donne, per soccor- 
rere e sostentare gli indigenti, i conventi poveri e i carceratL Altri 
ospizi sorsero in progresso di tempo in città e nel contado, e tutti 
ricevevano offerte e donazioni : vi fiirono pure le oonfrntemìte dei 
Laudesì e dei Disciplinati, con chiesa e cappella propria, arricohitt 
di largizioni e di doni. 

Lo stato permanente di guerra, prima per le prepotenze de^ 



MANCINI, CORTONA NEL MEDIO EVO 195 

conti rurali, poi per le gelosie e rivalità dei popoli, riusci fatale 
alla cultura dei campi e all'allevamento del bestiame. L'A. cita una 
memoria del notaro Luigi Ticciati (pubblicata neìVArchivio storico, 
serie 5.^, voi. X, pp. 252 e segg., sulle condizioni déWagricoltura dd conr 
tado cortonese nd sec. XIII) j desunta dall'esame del protocollo nota- 
rile di Orlando di Griffolo dal 1272 al 1278 esistente nell'Archivio 
comunale di Cortona, dalla quale si vede come fino da quell'epoca 
nel territorio cortonese era g^à incominciata la evoluzione verso il 
sistema agricolo di colonia parziaria che in appresso prevalse. In- 
fatti, nelle tre specie di contratti agricoli che dal Ticciati si ravvi- 
sano nel protocollo di Orlando (il lavoro, il fìtto e la soccida), in 
generale il frutto dei campi e il guadagno delle bestie era diviso 
per metà col proprietario del terreno e col sovventore del denaro. 
Si coltivavano nell'agro cortonese anche la robbia e il guado per 
la tintura dei panni, culture oggi affatto abbandonate. 

In moltissimi documenti cortonesi esaminati dall'A. si trovano 
a diverse epoche dal 1199 al 1304 menzionate per pagamenti le mo- 
nete bolognesi, pisane, senesi e aretine. La moneta cortonese non 
apparisce nelle contrattazioni che dopo il 1260, e correva dopo quel- 
l'epoca in Valdichiana e nei territori vicini. Ne esistono attualmente 
pochi e rarissimi esemplari, mentre sono abbastanza comuni le tes- 
sere o monete convenzionali. 

L'anno nel calendario cortonese si contava a nativitate, cioè 
dal 25 dicembre, fìnchè, passata Cortona sotto il dominio del co- 
mune di Firenze, fu adottato nel 1415 l'uso fiorentino di contare 
l'anno ab incamaiione, dal 25 marzo. 

Numerosi, come altrove, furono nel medio evo a Cortona i no- 
tari, della cui arte si conserva nell'archivio comunale lo Statuto 
del 1321. L'A. trova strano il costume di stipulare i contratti nelle 
piazze, nelle strade, presso le botteghe ed anche nelle chiese. Però 
è da avvertirsi che tale usanza era in quei tempi comunissima ed 
aveva la sua ragione in questo, che i contratti per la massima parte 
si stipulavano nei giorni di fiera e di mercato. 

Il cap. XX, ultimo della prima parte, incomincia con giustis- 
sime considerazioni sulla importanza che hanno gli statuti munici- 
pali per far conoscere l'organismo dei comuni, le leggi civili e pe- 
nali e i costumi delle popolazioni. Non si sa quando Cortona inco- 
minciò a darsi la propria legge municipale. L'atto di pace con Arezzo 
del 1266 ed altri documenti del sec. XIII rammentano lo statuto : 
in alcune pergamene dell'Accademia Etrusca è ricordato lo statuto 
dell' 11 ottobre 1289; ma il più antico conosciuto è quello del 1325 
esistente nel r. Archivio di Stato di Firenze, entrato in vigore nel 



RA3SECHA BIBLIOORAVIOA 

dopo ottenuta àa Ranieri Casali la Signi 

questo capitolo. Gli 

iD permettono di difibn- 

im por tantissima del libro del Manci 



19C 

dicembre di quell'anno 
e del quale l'A. àk un 
guati confini concessi i 
dersi su questa parte 
limiterò solo a dire che questo compendio basta per formarsi un con- 
cetto abbastanza completo dei consigli e nffiei del i 
speciali, sistemi tributari, servizi militari, proventi pubblici, pesi e 
misure, igiene e polizia, istituti di beneficenza, arti e commercio, 
agricoltura, istruzione pubblica e usanze diverse locali. Ci augo- 
riamo cbe il di. A. possa in avvenire pubblicare nella sua integriti 
quel prezioso documento, che tanta luce sparge sulla storia della sua 
città nativo. 

Banieri Casali resse Cortona durante '25 anni, che non passa- 
rono tranquilli, perche nel 1382 vi fu una cospirazione contro ili 
lui, eccitata dei Tarlati di Arez>;o e cbe aveva a capo il suo pro- 
prio fratello Ugiiccio, ma che fu domata e mandata a vuoto dal 
popolo. Le guerre fra 1 vicini, alle quali Cortona non poteva essere 
estranea, e le scorrerie delle compagnie di ventura danneg^arono 
assai il paese ; oltre a eia la peste, quella descritta dal Boccaccio, 
vi fece assai vittime nel 1348. Tuttavia Eanieri fece durante il 
suo regime buone ed utili riforme e mori nel 135-1, succedendogli 
nel principato il figlio Bartolommeo. Questi, dopo di essersi ricon- 
ciliato coi Tarlati, pur vedendo ohe non ostante la pace generale 
di Sarzana [1363) la guerra ricominciava, e considerata la posiziona 
topografica di Cortona cbe si trovava fra tre potenti nemici, Fi- 
renze Siena e Perugia, volle averne uno alleato e scelse Sieua, con- 
cludendo un' accomandigia per 35 anni, e ne ebbe grandi onori re- 
candoviai di persona nel 13'jO. Anche contro di lui cospirò il fra- 
tello Iacopo, ma senza riuscire. Le guerre, le depredazioni militari 
e le compagnie di ventura avevano depauperato il contado; a que- 
sti flagelli si un) la peste, di cui fu preso anche Bartolommeo e ne 
mori U 13 luglio 13fi3. 

La città prosperò sotto il regime di Francesco figlio di Barto- 
lommeo ed a lui succeduto, ma le popolazioui rurali ebbero molto a 
soffrire per le compagnie di ventura allora moltiplicate. Non ostante 
l'umanità di Francesco, vi fu tma congiura contro la sua vita, dalla 
quale scampò rimanendo ferito a una spalla. F^ll si mantenne sem- 
pre fedele a Siena e mori di peste nel 1375. 

Niccolò-Giovanni aveva soltanto 'J anni qnando succedette al 
padre Francesco, sotto la tutela di Giovanni Varano e Ilario Gri- 
foni. Chiodolina sua madre era incinta quando mori il marito, e paiv- 
tori nel marzo 1376 un bambino che fu tenuto a battemmo d» t 



MANCINI, CORTONA NEL MEDIO EVO 197 

oratori del comune di Siena e chiamato Francesco Senese. Dal 1379 
al 1382 continuò e aumentò il flagello delle compagnie di ventura. 
Niccolò-Giovanni giovanissimo sposò Alda figlia di Guido da Po- 
lenta di Eavenna, ne ebbe \m figlio, Aloigi, e mori di pesto il 27 
giugno 1384. 

Successero a Niccolò-Giovanni il fratello Francesco Senese e il 
figlio Aloigi ancora lattante, dei quali assunsero la tutela Azzo 
Ubaldini e Ilario Grifoni. L'autorità che godeva quest'ultimo destò 
la gelosia di Uguccio figlio di Bartolommeo Casali, che eccitato dalla 
madre Beatrice Castracani fece assassinare Ilario (1 settembre 1384) 
e si fece riconoscere per signore col nipote Francesco Senese e il 
bisnipote Aloigi. A Firenze essendosi assoggettata Arezzo, parte 
della Valdichiana e della Valle Tiberina, i confini fiorentini tocca- 
vano il cortonese: coscichè Uguccio nel 1387 chiese ed ottenne Pac- 
comandìgia di Firenze, atto che i Senesi qualificarono per ribellione. 
Scampò al pericolo di essere avvelenato da un medico insieme a 
Carlo Visconti cognato di Giovanni Acuto. Egli ora asceso al po- 
tere per mezzo di un assassinio, fu sfrenato nelle passioni e spesso 
crudele; però mutò vita improvvisamente dopo venuta in Cortona 
la divozione detta dei Bianchi: si recò in Firenze .per assistere gli 
appestati con la figlia Ermellina, e vi mori con lei di contagio il 
di 11 ottobre 1400. 

L'A. ricorda pure Allegrezza figlia di Iacopo Casali, che rima- 
sta vedova di Giovanni Della Bocca di Pisa, si fece religiosa e sotto 
il nome di Suor Marta visse e mori santamente verso il 1413. 

Francesco Senese, che aveva sposato nel 1397 Antonia Salim- 
beni, dopo la morte di Uguccio assunse il potere insieme al nipote 
Aloigi. Ebbe sempre ottime relazioni con Firenze e rinnovò Pacco- 
mandigia per so e per il nipote. Fu buono e savio reggitore del 
comune, che durante la sua dominazione fu poco disturbato dal pas- 
saggio delle compagnie di ventura. Aloigi, che agognava il potere, 
coli 'aiuto di alcuni sicari assassinò lo zio 1*11 ottobre 1407 e fu ri- 
conosciuto per signore. L'A. ci narra che Aloigi era disequilibrato di 
mente ; fìi dunque doppia colpa pei rappresentanti del popolo corto- 
nese accettare il dominio di un uomo riconosciuto per pazzo e as- 
sassino. Un principato incominciato cosi male, non poteva durare 
a lungo né finir bene. Gregorio XTI aveva concesso al re Ladislao 
di Napoli già padrone delle Marche autorità su lloma, Perugia, lo 
Homagne e Bologna. Questo re giovine e intraprendente, lasciata 
Roma nel marzo 1409, mosse con un poderoso esercito verso la To- 
scana. Scoppiata la guerra, i Fiorentini mandarono ad Aloigi il com- 
missario Iacopo Gianfigliazzi con soldati a piedi e a cavallo che 



198 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tennero in rispetto i regi. Pare che Aloigi trattasse nel medesimo 
tempo col re e coi Fiorentini ; è certo però che i cittadini erano as- 
sai malcontenti e tumultuavano pel suo malgoverno. Intanto, non 
si sa bene come accadesse, Aloigi rimase prigioniero, i regi entra- 
rono in città, e il re Ladislao fu riconosciuto signore di Cortona 
nel giugno 1409. 

Cosi fini il governo dei sette principi Casali, dei quali furono 
buoni, qual più qual meno, Banieri, Bartolommeo, Francesco, Fran- 
cesco Senese, Niccolò-Giovanni : cattivi Uguccio ed Aloigi, che acqui- 
starono il potere colPassassinio e lo esercitarono in malo modo. 

Le magistrature stabilite a tempo del comune libero rimasero 
anche durante il principato; ma i Casali, che erano signori a bac- 
chetta, cioè principi assoluti, intralciarono talvolta la regolare azione 
delle leggi statutarie. Poco cambiarono in quel tempo le leggi e punto 
le costumanze, le monete, gli usi agricoli. L'A. ricorda alcuni ospizi 
eretti durante il principato dei Casali e fa per ultimo menzione di 
fra Bicciardo da Cortona agostiniano, autore di un Giardinetto di 
devotione, che visse in quel tempo. 

La terza ed ultima parte del libro del Mancini, che dalla sog- 
gezione di Cortona a Ladislao va fino al 1529, è più breve delle due 
precedenti e in qualche punto anche meno ordinata, sebbene non 
meno completa. 

iPoco tenne Cortona Ladislao, che depauperato da 14 mesi di 
guerra che avevano anche rovinato il paese, venne a patti coi Fio- 
rentini e cedette loro Cortona col contado, Pierle e Mercatale per 
60,000 fiorini il 7 gennaio 1411. Il eh. A. in questo punto e in qual- 
che altro luogo del libro ricorda con rammarico questa compra della 
sua patria fatta da Firenze, che sempre ne aveva agognato il pos- 
sesso. Certamente non è bello, sebbene non raro a quei tempi, il 
modo col quale Cortona venne ad essere soggetta a Firenze, e per 
questo ben può dire l'A. 

.... il modo ancor m' offende, 

ma Firenze aveva a queir ora già assorbito Arezzo e Pisa, la cui im- 
portanza era ben altra che quella di Cortona; poteva questa durare 
ancora ad essere autonoma, mentre a Ladislao sarebbe in ogni modo 
sfuggita di mano ? Se dopo V assassinio di Francesco Senese il po- 
polo di Cortona, invece di riconoscere per signore Aloigi che si 
presentava con le mani lorde ancora del sangue dello zio, si fosse 
dato allora ai Fiorentini, l'unione sarebbe avvenuta con maggior 
decoro di ambedue le parti : in ogni modo rammentiamoci che lo 



MANCINI, CORTONA NEL MEDIO EVO 199 

sparire delle piccole autonomie fu il primo passo verso l' unificazione 
della- patria italiana compiutasi ai nostri giorni 

La Signoria di Firenze si dette a ordinare il nuovo acquisto, 
eleggendo il Capitano di custodia con piena autorità e giurisdizione 
sulla cittÀ: nel contado stabili due potestà indipendenti da lui La 
sottomissione della città e territorio fu fatta il 30 marzo di quel- 
la anno e ratificata il 6 aprile successivo. Primo capitano di custodia 
fu Niccolò Bellacci, che si dette anzitutto a stabilire gli uffici del 
comune, cioè un magistrato di sei priori e xm consiglio di venti- 
quattro cittadini, tutti da nominarsi per estrazione dalle borse, un 
camarlingo generale e un cancelliere del comune. Fu in seguito sua 
cura di fare correggere lo statuto mimicipale da una commissione 
di undici riformatori, fra i quali primeggiava il dotto giureconsulto 
Andrea Alfieri, che può riguardarsi come autore principale del nuovo 
statuto presentato dai riformatori il 26 settembre 1411. Questo, 
meglio ordinato di quello vecchio, è diviso in cinque libri ; e l'A. dà 
un sunto delle disposizioni principali, che ci fa desiderare di cono- 
scerlo per intiero, e nel capitolo seguente (xxxiv) accenna le prin- 
cipali modificazioni introdotte colle successive riforme fino al 1526, 
fra le quali sono notevoli alcune disposizioni suntuarie e quelle per 
la formazione del nuovo catasto. 

Pochi avvenimenti degni di nota ebbero luogo nei 118 anni che 
corsero dalla soggezione di Cortona alla Eepubblica fiorentina fino 
alla gloriosa caduta di questa. Come nelle altre terre soggette ai 
Fiorentini, i soli abitanti della città, e fra questi quelli ligi alla fa- 
zione prevalente a Firenze, furono ammessi alle magistrature, perchè 
i nomi dei cittadini imborsati per l'estrazione dovevano essere ap- 
provati dal capitano. La Signoria di Firenze fece alcune concessioni 
a Cortona: fu rimesso il prezzo del sale stabilito da Francesco Se- 
nese, abolita una prestazione di cera che faceva carico al clero, ri- 
lasciato al comune V introito delle multe, purché pagasse il capitano. 
Le truppe di Filippo Maria Visconti duca di Milano sconfissero nel- 
Talta valle del Tevere quelle di Niccolò Piccinino condottiero dei 
Fiorentini ; e questi vedendosi trascurato dalla Eepubblica, passò agli 
stipendi del Duca. Gli abitanti della montagna cortonese profittando 
di questo stato di cose si sollevarono a favore del Duca (1426); ma 
le truppe duchesche avendo abbandonato la Toscana, i montagnini 
furono riassoggettati e puniti i capi della insurrezione. Altra volta 
(nel 1440) le milizie del Piccinino, d* intelligenza con alcuni cittadini, 
minacciarono Cortona; però la trama fu scoperta e il Piccinino si ritirò. 

I cittadini ammessi a esercitare le magistrature caricavano in- 
giustamente la maggior parte dei pesi pubblici sul contado, per cui 



200 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

erano sorte scissure fra i cittadini e i rurali, con minaccia di guai 
anche peggiori (1461). Per rimediarvi la Signoria di Firenze divise 
amministrativamente la città dal contado, che nel 1463 ricevette il 
suo statuto speciale. Questo dissidio poi fini e il contado fii nova- 
mente riunito alla città nel 1474. 

Le armi posarono in Toscana con gran vantaggio dei popoli 
dal 1463 al 1478. Noi 1479, dopo la congiura dei Pazzi, si mossero 
ai danni di Firenze lo milizie del papa Sisto IV e di Ferdinando di 
Napoli. I Fiorentini si collegarono por difendersi coi Veneziani, nel 
cui esercito aveva elevato comando Mollo da Cortona, morto poi in 
battaglia presso Bagnacavallo nel 1484, Vi fu guerra con varia for- 
tuna, che fini colla paco conclusa a Napoli da Lorenzo dei Medici. 

Il nuovo stato popolare, sorto a Firenze dopo la cacciata dei 
Medici, fece a Cortona alcune concessioni che furono ben gradite ai 
cittadini. I partitanti della famiglia cacciata, che erano riusciti a 
ribellare Arezzo, riuscirono pure a impadronirsi di Cortona nel 1502, 
profittando della circostanza che la città era desolata dalla peste; ma 
le armi francesi di Luigi XII ebbero presto ricuperato ai fiorentini 
Arezzo e Cortona. Si chiude il cap. xxxix con una non breve nar- 
razione sul cortoneso cardinale Silvio Passerini creatura di Leone X 
e di casa Medici e si arriva alla seconda espulsione di questa famiglia. 

Giorni di calamità si avvicinavano per Cortona. Il nuovo reg- 
gimento popolare successo in Firenze ai Medici, Pcbbe in sospetto 
di parteggiare per costoro, e la trattò con durezza. La peste, la 
carestia e le depredazioni militari la desolarono, e intanto si avvi- 
cinava, comandato dal principe di Grange, V esercito che Carlo V e 
Clemente VII mandavano a distruggere la libertà fiorentina. A di- 
fesa di Cortona si trovavano tre sole compagnie, una delle quali 
comandata dal valoroso capitano Goro Stendardi da Montebeniohi, 
700 soldati in tutto, col commissario Kafiaello Bagnesi. Giunto 
r Grange a Camucia il 14 settembre 1529, intimò la resa, che h. ri- 
fiutata. Nei giorni 15 e 16 1* Grange fece battere la città dall'arti- 
glieria, e i difensori, aiutati anche dai cittadini, fecero bravamente il 
loro dovere ; non cosi il commissario Bagnesi, che preso dalla paura 
si chiuse nella rocca. Ma la mancanza assoluta di artiglieria, il pie- 
col numero dei difensori e la persuasione di non ricevere soccorsi, 
decisero la città ad arrendersi, come fece il giorno 17. L' Grange 
promise di non danneggiare i cittadini e di sottrarli al saccheggio, 
ma volle la taglia di 20,000 fiorini, ritenendosi dieci cittadini in 
ostaggio finché non fosse interamente pagata. 

Colla caduta della città nelle mani degli imperiali si chiude la 
storia di Cortona nel medio evo, limite alquanto prolungato come 



MANCINI, CORTONA NEL MEDIO EVO 201 

riconosce anche VA, (pag. 369), che nei precedenti capitoli dà notizie 
relative a usi, istituzioni, costruzioni di edifizi sacri e cortonesi il- 
lustri, che procureremo riassumere in breve. 

Il cap. XXXVI contiene interessanti notizie sul prestito ad usura, 
del quale fu concesso il privilegio agli ebrei nel 1405 durante il 
principato di Francesco Senese, e confermato anche in appresso 
sotto il dominio fiorentino. Per sottrarre in parte i bisognosi alle 
eccessive usure degli ebrei, verso il 1471 venne istituito dal comime 
il Monte dei poveri, che ebbe breve durata, perchè nel 1476 si trova 
novamente appaltata l'usura agli ebrei con successive riconferme. 
Finalmente nel dicembre 1494 i priori di Cortona, considerando 
quante ricchezze e quanti patrimoni erano rimasti assorbiti dalle 
nefandissime usure degli ebrei, proposero la istituzione del Monte di 
Pietà, che fu infatti fondato e che conta adesso più di quattro se- 
coli 4i vita. 

I diversi ospizi dei poveri nella città e territorio di Ck)rtona 
nel secolo XV non davano più alcuna utilità; per cui nel 1440 fu- 
rono riuniti alla Casa maggiore della Misericordia, meglio dotata e 
cara alla cittadinanza perchè istituita da s. Margherita. Con la 
riunione dei patrimoni e col retratto della vendita delle case degli 
antichi ospizi, fu deliberata la edificazione della nuova fabbrica per 
lo spedale della Misericordia, che divenne l'istituto caritatevole più 
cospicuo della città e di cui fu murata la prima pietra il 10 no- 
vembre 1441. 

Si aggiungono qui notizie sulla Unione dei luoghi pii, cioè delle 
compagnie dei Laudesi e dei Disciplinati, e sulla istituzione di posti 
di studio a carico del patrimonio di quella Unione; ma Puna cosa 
e l'altra avvennero in tempi posteriori a quelli che l'A. si è pro- 
posto di descrivere. 

Nella seconda metà del secolo XV venne rinnovata e ingrandita 
la vetusta chiesa della Pieve, che divenne l'attuale Duomo di Cor- 
tona. Sebbene sia rimasto ignoto il nome dell' artista incaricato del 
lavoro, l'A. espone delle considerazioni apprezzabili, in ordine alle 
quali ritiene che ci ebbe parte notevole il celebre architetto Giu- 
liano di Sangallo. Mentre si lavorava alla rinnovazione della Pieve, 
che procedeva lentamente per difficoltà pecuniarie, fu incominciata 
a costruire nel 1485 sul disegno di Cecco di Giorgio senese, la bella 
e grandiosa chiesa del Calcinaio, che vedesi a poca distanza dalla 
città. Di altra chiesa pur essa poco fuori di Cortona, quella cioè di 
S. Maria nuova, sono date copiose notizie storiche. Questa chiesa, 
più piccola di quella del Calcinaio, ma non meno degna di essere 
ricordata, fu costruita col disegno del cortoneso Battista di Cristo- 



202 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

fanello (del quale è pure la facciata del palazzo già Laparelli); fu 
incominciata nel 1550, cioè in tempo posteriore al periodo col quale 
chiudasi la narrazione. 

Marco di Michele, prete cortonese e poi frate minore nel se- 
colo XV, lasciò moltissimi codici nitidamente copiati di sua mano, 
aggiungendovi anche di suo prologhi, glosse e notizie. Scrisse an- 
che due opere di notìzie e biografìe, che hanno però poco valore. 

Oltre di alcuni dipinti di sommi artisti esistenti in Cortona, 
PA. parla del bellissimo reliquiario di metallo dorato che dal 1458 
si conserva nel Duomo, e del suo donatore, il cortonese Iacopo Va- 
gnucci già vescovo di Perugia, che ebbe uffici importanti sotto i 
pontefici Niccolò V, Callisto III, Pio II e Sisto IV. 

Dopo aver ricordato brevemente Luca Signorelli, gloria somma 
artistica di Cortona, VA, dà molte e interessanti notizie sull'archi- 
tetto cortonese Domenico Bernabei, detto Boccadoro, scolare del San- 
gallo, che passò in Francia in giovine età e vi rimase facendo molti 
ed importanti lavori, e vi mori verso il 1550. 

Chiudiamo questa rassegna con una considerazione che sorge 
spontanea dalla lettura del libro del Mancini. Cortona, travagliata 
prima dalla prepotenza dei conti rurali, poi dalle guerre delle città 
vicine e dei nemici lontani, dalle discordie intestine e dalle scor- 
rerie delle compagnie di ventura, non ebbe pace durevole nel tempo 
che si resse a comune libero, né durante il principato dei CasalL E, 
sebbene la prima metà del secolo XIII sia dall' A. riguardata come 
l' epoca della sua maggior floridezza, pure fu soltanto dopo la sog- 
gezione al dominio fiorentino che incominciò per Cortona un periodo 
di quiete, durante il quale si riebbe l' agricoltura, fiorirono artisti e 
letterati e sorsero importanti monumenti religiosi e civili. 

Bucine (Arezzo). Iacopo BiccmBRAL 



Hans Sohulz, Der Sacco di Roma; Karls V Truppen in Rom (1527-28). 
- Halle a. S., Max Niemeyer, 1894. - 8.^ pp. 188. 

In questo studio, frutto di indagini diligenti, l'interesse e l'im- 
portanza di una copiosa mèsse bibliografica superano di molto il 
valore intrinseco della nuova e ritentata ricostituzione storica di 
quel clamoroso avvenimento, che fu il Sacco di Eoma del '27. Certo 
lo S., nella seconda parte della sua operetta, lo narra con esattezza 
scrupolosa, e con vivacità di colore ; e, seguendo le fasi della guerra 
tra i collegati di Cognac e le milizie di Carlo V, predilige dar r»- 



SOHULZ, IL SACCO DI ROMA 203 

gione di quelle varietà di movimenti tattici, che superavano la ra- 
pida marcia del Borbone e dei Lanzi ; ma, nel ritentato esame dei 
viluppi diplomatici, i fini politici e il vero significato di quell* ardue 
imprese non mi pare ohe in questa monografia ricevano maggior 
luce che nelle opere del Eanke, del Gregorovius, del Baumgarten. 
Strano che lo S. ignori l'opera del De Leva su Carlo V; eppure 
in essa non vi è questione spettante all'argomento che non sia 
stata affirontata. Nò mi sembra che i nuovi e preziosi documenti 
vaticani, che lo S. pone in luce alterino per nulla quel criterio 
di giudizio, che è ormai acquisito alla scienza. Con questo non 
vogliamo affermare che la memoria dello S. non abbia il merito 
di aver meglio determinate le linee secondarie del quadro, arric- 
chendo di particolari ignorati il racconto, sopra tutto per l'uso più 
ampio ch'egli ha fatto del ricco e vario materiale su l'argomento. 
La partizione bibliografica è bene intesa, ma con rigore storico forse 
eccessivo. La bibliografia delle fonti è divisa cosi: 1.° Corrispon- 
denze di ufficiali pubblici di parte imperiale ; 2.° Id, di parte papale ; 
3.** Relazioni private ; 4.® Memorie ; 6.° Scritti d* occasione. Sotto que- 
sta rubrica lo S. aggruppa anche gran parte delle stampe popolari 
più o meno rare, tedesche, latine, francesi, spagnuole, che si difiu- 
sero in Europa, dopo il Sacco. Q,^ Opere storiche. 

Un esame attento dei singoli documenti autorizza spesso lo S. 
a congetture e a rettificazioni. Cosi, ad esempio, un dispaccio dell' 8 
giugno 1527, che ci dà preziose notizie su le condizioni di Eoma 
dal giorno dell' entrata degli Imperiali sino alla capitolazione del 5 
giugno 1527, e che fu pubblicato dal GalifiB e dal Fick (1) con l' attri- 
buzione a Mercurino da Gattinara ambasciadore di Carlo V, appar- 
tiene invece (come già aveva felicemente intuito Carlo Milanesi) (2) 
al nipote di lui Giovanni Bartolomeo Arborio da Gattinara, cancel- 
liere del Begno di Aragona, e reggente del Lannoy nel Begno di 
INapolL Cosi pure, accennando alle lettere del F. Guicciardini e alle 
Storie, coglie nel segno afiermando che il racconto del Sacco in esse 
lia scarso valore in confronto d'altre narrazioni particolari; e che 
per di più le lettere di lui, per tutto il periodo che fa luogotenente 
generale al Campo presso l'esercito della Lega, rivelano scarsa 
£ducia nel successo delle armi papali, sia per la poca unità del co- 
mando, sia per la deficienza dei mezzi pecuniari (3). Affatto ignorata 



(1) Cfr. n sacco di Roma nel 1527, Ginevra, 1866. 

(2) Il Sacco di Rima nel MDXXVII, Firenze, Barbèra, 1867. 

(3) Nuove prove delle ansie che agitavano F. Guicciardini luogote- 
nente generale del Pontefice a Parma, quando fallito all'esercito della 



rimase fin qui unn lettera, di uq Arrivnbene Gavardo aii un suo 
zio Girolamo Gavardo bresciiino, di cui lo S. ebbe il testo da un 
tardo apografo, che si trova nel cod. C, 1. 5 della Quirìniana di 
Brescia. La ro^za narrazione del Gavardo lia uno speciale iatereese, 
percbè egli tii ai servigi della marcbesana di Mantova, come stal- 
liere, e rimase a Roma anche dopo il Sacco. Quundo infatti Isabella 
Gonitaga dopo otto giorni dalla sua venuta l'uggì, il povero stal- 
liere rimase febbricitante dì paura nella città eterna, e assistè alle 
soene più tristi di quella orrenda carnelicina. 

La monografia dello ScLuIz consta di più oapitoli : la marcia 
contro Roma; U Sacro e la pi-i{/ioiiia del Poiìlefice; Imperatore e 
Papa ; la ritifata da Roma. Pur non riassumendone il contenuto, 
osserveremo che se il racconto di quei fortunosi avvenimenti, ohe 
sì svolsero dalla CormaKione della Lega di Cognac (22 maggio 1536) 
fino al febbraio 1528, ci iipparisce più chiaro ed ordinato per certa 
integrazione del particolare, a Qui Io S. ha provveduto, anche i do- 
cumenti vaticani eh' egli inette in luce non ne modificano gran fatto 
la interpretazione. Un'tilta idealità polìtica: anaìentare la podestà 
temporale del poutìScato, ridurre l'Italia a discrezione dì Carlo V 
(nel momento in cui il movimento religioso in Germania, fallito ogni 
tentativo di imporre il concilio a papa Clemente, costringe l' Impe- 
ratore ad una tacita alleanza coi Luterani) ispira indubbiamente, 
tra titubanze e sospetti, le audaci risoluzioni e le simulate trame 
del Vice-Be di Napoli, e di Mercurino da Gattinara. Ma che il sa- 
cerdozio sia finalmente prosciolto dai viluppi mondani, che Roma 
non dia più occasione di scandalo, che a Dio si renda quel che è 
di Dio, e a Cesare quel che i dì Cesare, e che la marcia su Homa 
e la prigionia del pontefice abbiano avuto un così fermo e chiaro 
obiettivo è più, secondo noi, affermazione vanitosa e spavalda dei 
suoi ministri, che non viva luce nel pousiero dì Carlo V (I). Anche 



Lega il tentativo d' im|iedire il congiungimento dei Lniist del Frundsberg 
con gli Spaguuoli usciti <li Milano sottfl ti comando del Duca di Burbon», 
rimasero apart« alle loro violeime, Firenze e Bouia, ci ha offerte L. Srjtr- 
FETTi nelle Ltttert ùiedile di F. (! uicctardini inl^smo al patuaggio delle genti 
del FVundsberg e del Borbone p^r l'Emilia e per la Homagna nel ME7 
(Modena, tip. Vincenzi, 189fi). I.e lettere sono otto p vanno dal dic«mbn 
del l»'2tì all'aprile del '27. Questi documenti trasse lo Stafletti dal t. Ar- 
chivio di Massa. 

(1) Bendo vìve grazie al iirof, G. Paoli dì avermi fatto conosoere, 
prima dì licenziare olle stam|« il presente artioolo, il reoent? opuscolo 
ili H. Omo-h'i vouutoin luce doi") In pubWlCTzione ddlo Sohulz: Lti naia 
ila 'tic 'le Itnine /mr tct Imperiaux i-l /a Kniiipnj/ne 'Ir Laulrcc eli Ilnlir, Jimr- 



SCHULZ, IL SACCO DI ROMA 205 

dalle ricerche dello Schalz, ampliate sopra un materiale più vasto, 
appare evidente che, durante quell'alternativa continua di tregue 
e di accordi reciprocamente ingannevoli tra i ministri imperiali e 
papa Clemente, che va dalla prima prigionia di lui fino all'ultimo 
e definitivo e più illusorio tentativo di armistizio tra il Lannoy e 
il papa (28 marzo 1527) - che non impedi a quest'ultimo di conti- 
nuare e nutrire la guerra -, Carlo V non dubitò d'imporre alle più 
gravi condizioni possibili una pace definitiva, e si lusingò di otte- 
nerla, anche quando le truppe si accostavano a Boma. 

Ma i fatti precipitavano in modo da rendere per gran parte 
irresponsabile Carlo V dell'immane disastro. Quando infatti il Lan- 
noy, pregato dal papa di andare incontro al Borbone per indurlo 
al rispetto della convenzione del 18 marzo, mosse da Boma il 13 
aprile, non fece a tempo a incontrarlo a S. Maria in Bagno il 18 
di quel mese, secondo il fissato. Baplda, sotto un impulso di una 
febbre di sangue e di rapina feroce, era stata la marcia dei Te- 
deschi e degli Spagnuoli per la Toscana. Il Lannoy invece si era 
lasciato indurre dai Commissari fiorentini ad accettare un abbocca- 
mento col Guicciardini; ma mal pratichi delle vie montane, con le 
popolazioni rurali ostili, che li minacciavano per vendetta dei danni 
già patiti dalla passata di quelle genti, nò rintracciarono il Guicciar- 
dini, nò poterono saziare i Lanzi degli ottantamila fiorini, che il 
Borbone avea richiesti da Firenze, se voleva esser salva; sicché, 
stanchi di attenderne il pagamento, avevano levato il campo e pro- 
seguito il cammino. Cosi avvenne che non prima del 20 aprile il 
Lannoy raggiungesse il Duca, a Pieve S. Stefano, nò le accoglienze 
festose, nò gli onori che gli furono fatti al campo lo illusero cosi 
da credere che il Borbone si sarebbe persuaso al rispetto della 
convenzione accettata dal Papa. Il fatidico nome di Boma esaltava 
le truppe imperiali, e il duca di Borbone era ormai deciso a seguirne 



mU d*un Scrittore de la Penitencerie Apoatolique (dee. 1527-april 1528, dai Me' 
léngeM d'archeologie et d'hiatoire publiés par V Ecole fran^aise de Home, te. XVI ; 
Bome, 1896). E, a dir vero, questa una fonte assai abbondante di partico- 
lari curiosi, che potrà arricchire lo studio bibliografico dello Schulz, e 
che, se per il carattere suo di Diario non può lumeggiare la questione 
critica pei veri fini dell'impresa di Boma, dà ordine cronologico ai fatti 
susseguenti al Sacco, e per di più ci fa conoscere che il giorno stesso in 
coi (17 febbraio 1527) gli Imperiali, dopo le vittorie del Lautrec a Na- 
poli, abbandonarono Boma, se ne impossessarono, a ore 22, le milizie di 
Franciotto Orsini col grido di « Francia Orso, Ecclesia », e, sotto il pre- 
testo di dar la caccia agli Spagnuoli che non e' erano più, continuarono 
l'opera del sacco per 10 giorni. 



206 BAS9EQKA BIBLI06BAFI0A 

Je Borti. Fallito ogni tentativo di accordo, il Vice-Be presago del 
disastro imminente, sa ne aottraase, ritirandosi a Siena. La ven- 
detta compivasì tra Io spavento e lo stupore di coloro stessi, cbe 
l'avevano preparata, e non ne avevano misurate le conseguenze. 
Carlo V non fece a tempo ad acquistare piena coscienza di ciò cliB 
era fatale avvenisse, non credè mai che Roma fosse esposta al sac- 
cheggio, poiché giunte sotto le mura della citta le truppe avrebbero 
trovato di che soddisfarsi non ostante l' enorme somma che richie- 
devano di ducati 2-10,000, do])o un accordo che ormai al pontefice si 
imponeva. Certo è che la nascita dell'infante Don Filippo, e le feste 
de! solenne battesimo probabilmente distrassero Carlo V da un at- 
tento esame della situazione minacciosa di quel momento; né s'in- 
tenderebbe altrimenti come con sincerità di espressione sì sca- 
gionasse replicatamente di avere egli voluta la rovina di Roma. 
- Del resto è ben noto che fino dal 31 marzo 1627 il dnca di Bor- 
bone, dal campo Cesareo di S. Giovanni (la notìzia ha ora conferma 
sicura in un documento vaticano pubblicato dallo S.) aveva dichia- 
rato al pontefice, ch'egli non avea potuto far tanto cbe le genti 
tornassero indietro, secondo la forma dei capitoli passati tra il 
Lannoy ed il papa, dicendo « che le condizioni offerte non sono 
■ profittevoli loro, che non venivano pili nd essere satisfatti del loro 
« credito, quale b grande per te molte paghe, che devono bavere, 

* per il che totalmente vogliono marchiare avanti ; deolarandomi 

* apertamente che s' io come luogotenente e capitano generale di 

< S. M, in Italia non volessi andare con loro, che audariano soli 

< senza capitano, o vero che ne fariano un nitro a loro arbitrio, 

< per il che io sono sforzato andar con ditto esercito » (1), Ben 
si comprende dunque, anche per la nuova critica dello Schuias, che 
si manifesta più con la eloquenza dei fatti, che non col sussidio dì 
lunghi commenti, che l'avvenimento della presa e del Sacco non 
ebbe preparazione in un fine politico chiaro e bene determinato, 
ma trova le sue cagioni nella sfrenatezza e nella insaziata cupidi- 
gia di truppe mercenarie insofferenti di ogni disciplina, in quel- 
l'amore potente che su le fantasie eccitate dal fanatismo religioso 
esercitava il nome di Koma, il cui miserando eccidio apparve ai coik- 
temporanei strumento tardo dell'ira divina. 

Padova. L. À. FeitRAl. 



(1) Cfr. doc. ni, p. 173 della 3.- Appendice. 




RASSEGNA BI6U0GBAFICA 207 



MiCHELANOBLO ScHiPA, Un ministro napoletano del sec, XVIII {Do- 
menico Caracciolo), Estratto à^WArch, stor, delle Prov, Napole- 
tane, - Napoli, Pierro, 1897, pp. 168-lxix. 

Dell'opera, come ministro, del marchese Domenico Caracciolo, 
che fu inviato di Ferdinando IV a Firenze, a Torino e a Londra, 
ambasciatore a Parigi e poi viceré di Sicilia, assai diversi furono i 
giudizi anche degli storici spassionati. A taluno parve che il bril- 
lante diplomatico e Tardito viceré innovatore, nominato primo mi- 
nistro a settant'anni, non mostrasse in quesV ufficio la solita ener- 
gia ed indipendenza, anzi non fosse che lo strumento delPActon e 
della regina. E persino nel più notevole degli affari ai quali attese 
nei suoi tre anni e mezzo di ministero (gennaio 1786-16 luglio 1789), 
cioè nelle trattative di concordato colla Ck)rte romana, chi lo rim- 
proverò di eccessiva rilassatezza, se non di peggio, di fronte alla 
Curia; chi lo lodò di vivace resistenza. 

Bicercare quale delle disparate opinioni s'accosti più alla verità ; 
mettere, senza preconcetti, in luce l'operato del vecchio ministro; 
investigare quali cause poterono dare origine alle accuse lanciate 
contro di lui, su qual fondamento poggino le lodi, fu lo scopo del- 
l'A. in questo libro, che si legge con interesse anche per la perspi- 
cuità della forma e per la geniale e non di meno minuziosa espo- 
sizione delle ricerche. 

L'A., dopo di avere detto come fosse costituita l'amministra- 
zione centrale napoletana, nota quali fossero le funzioni del primo 
ministro ed osserva che il Caracciolo ebbe attribuzioni assoluta- 
mente distinte da quelle dei suoi colleghi nel ministero, il marchese 
De Marco e il generale Acton. A lui spettava il servizio della Casa 
reale (al quale s'annettevano altre branche di governo), come la di- 
rezione della istruzione pubblica, le poste e gli affari esteri: in 
ognuno di questi capitoli il Caracciolo lasciò, per quello che compor- 
tavano i tempi e le circostanze, un'impronta certamente personale 
^ esercitò un' azione senza dubbio indipendente. Cosi nella istru- 
zione pubblica pensò una riforma della Università, restaurò l'Ac- 
csademia Ercolanese, provvide air apertura di nuove scuole ; nel 
governo delle poste, fece utili riforme, e più alti progetti tentò 
^ condurre a buon fìne; nelle relazioni con gli Stati esteri con- 
^hiuse trattati di commercio colla Bussia, colla Eepubblica di Ge- 
^aova, col Begno di Sardegna, tentò di conchiuderne col Bey di Algeri. 
X)egna di considerazione fu pure l'opera del Caracciolo di fronte 



208 BASSESNA fiIBLI0GIU7I0A ^J 

alla Spagna, 1q relazioni della quale col Regno dì Napoli erano al- 
lora assai tese, per la tutela che Carlo HI pareva volesae eserci- 
tare sullo Slato del figliuolo, per le accuse che ai scagliavano sulla 
regina e suU'Acton, che il re di Spagna non voleva ministro di Fec- 
dinundo IV, per gli intrighi che, per questi fatti, si macchinavano 
a Napoli e a Madrid. E l' impresa del Caracciolo di riannodare i 
primieri rapporti, senza che ne scapitasse l'indipendenza e il decoro 
dello Stato Siciliano, cozzarono negli ostacoli che tanti interessi di 
versi muovevano; cosi ohe non fu lieve vantaggio quello di ottenere 
qualche soddisfazione da Carlo m, di sventare la minaccia, se mai 
vi fii effettivamente, che si modificasse, a danno di Napoli e a fa- 
vore della casa di Bragunza, la legge di successione spagnuola, e 
quello in fine che Carlo IV si inducesse a più miti, se non a fra- 
terne relazioni, con re Ferdinando. 

Né meno che queste intricate trattative con la Spagna serve n 
mostrare la svegliatezza della mente e il tatto del ministro napo- 
letano la condotta che egli tenne uelìa questione d'Oriente, allora 
appunto vivissima per la guerra scoppiata tra la Russia e la Tur- 
chia. Le lettere che il Caracciolo scrisse in questa occasione al 
marchese di Gallo, suo nipote, ministro del re di Napoli a Vienna, 
e al duca di Serracaprioln, ministro a Pietroburgo (che, infatuati 
dagli umori delle corti presso cui vivevano, aveano aperto l'animo 
alle idee più grandiose e già prevedevano il Turco cacciato dal- 
l' Europa e la Turchia divisa fra le potenze cristiane e buona parte 
datane al re di Napoli) mostrano tale esperienza delle cose politiche, 
tale for^a di raziocinio, tale limpidità di giudizio nel vecchio mini- 
stro, che seppe temperare gli ardori dei due diplomatici, da fare 
meraviglia quando si pensi che come questi (e lo nota opportuna- 
mente lo Schipa) la pensavano uomini politici di assai maggior 
grido, come Caterina II, Giuseppe II e 1 ministri d' Inghilterra, di 
Germania, di Russia. 

Ma affare dì maggiore entità, come già si disse, furono le pra- 
tiche con Roma pel concordato, giacche più da vicino si toccavano 
gli interessi dello Stato; e nel cozzo dei vari partiti e nelle opinioni 
del tempo sui rapporti della Chiesa con l'autorità civile, l'attitudine 
del ministro < filosofo ■ poteva essere variamente giudicata, arni 
dare occasione ad apprezzamenti addirittura opposti. Fu dunqna 
necessario che l'A. rifacesse - meglio converrehbe dire facesse - la 
storia di quelle trattative, seguendole passo passo nei documenti 
del tempo. Cosi noi vediamo in azione i personaggi che principal- 
mente attesero a quella cura; dalla parte di Napoli il CaraocKd% 
favorevole all' accordo, ma fermo e risoluto ; il De Marco, mi^^^H 



SCHIFA, DOMENICO CARACCIOLO 209 

degli affari ecclesiastici, contrario a qualunque concordato e pronto 
sempre ad intralciare l'opera del suo collega; l'Acton, maestro di 
intrighi, la figura del quale, qui come altrove, resta tuttavia ancora 
coperta da un velo; il re, che - non si può apprendere senza sor- 
presa - partecipò direttamente alle trattative, talvolta anche oltre, 
se non contro, il consiglio del Caracciolo ; la regina infine, discorde 
spesso dal marito, certo legata alle trame delPActon. E per Boma 
due uomini di fama non pura: il cardinale Ignazio Boncompagni 
Ludovisi, segretario di Stato di Pio VI, e monsignor Lorenzo Ca- 
leppi, inviato dal papa a Napoli, come commissario speciale per 
l'accordo. Non esporremo le lunghe e difiicili pratiche col Caleppi, 
riuscite vane per le eccessive pretese della Curia romana, che ec- 
citarono la ferma resistenza del re e del vecchio marchese. Né a 
miglior risultato si giunse quando comparve a corte, non richiesto 
certo da questi, il Boncompagni in persona. Allora l'Acton e la re- 
gina entrarono più apertamente in campo ; si sviluppò quasi come 
un'azione parallela; da un lato il Caracciolo, dall'altro l'Acton. £ 
questi, non l'altro, fii il difensore degli interessi romani, se pure 
un difensore sincero vi fu; che l'Acton promise forse di fare per» 
Boma assai più di ciò che in realtà non fece. Ma di fuòri apparve 
tutt' altro, e mentre il Caracciolo fu ritenuto, pel sincero desiderio 
che aveva dell'accordo, troppo condiscendente alla Curia; il generale 
s'acquistò la fama d'aver contribuito a rompere ogni pratica col 
cardinale. Per questo si attribuì all'Acton anche il rifiuto della corte 
di Napoli di fare la solita solenne offerta della chinea. Il papa, a 
questa nuova minaccia, mostrò di piegarsi all'accordo, purché si 
continuasse quell'omaggio; ma il Caracciolo, a nome del re, inviò 
una lettera, mite nella forma ma risoluta nella sostanza, cosi che 
Pio VI dovette cinque volte far compilare la risposta, prima di tro- 
vare quella che gli parve degna d'essere spedita. Eppure al De 
Marco pareva troppo moderata e remissiva la lettera del marchese 
e ne scriveva una acerba critica alla regina. Ma intanto a Napoli 
alle parole seguivano i fatti, e fu forse intemperanza della segreteria 
dell'ecclesiastico retta dal De Marco. A nuove proposte, a ogni modo, 
il papa accondiscese; ma, perché, nel sostenere la pretesa della chinea, 
volle accennare a minacele, provocò dal Caracciolo nuove e più ener- 
giche dichiarazioni. « Giova prevenirla » scriveva il ministro al 
pontefice « che i passi minacciaii saranno nulli ed inefficaci, poiché 
< saranno insignificanti e non produrranno effetto alcuno, fuori di 
4 maggior amarezza e disturbo ; onde delle conseguenze che ne pos- 
4 sono risultare V. S. ne renderà conto a Dio ed al Mondo ... >. E 
persino questa lettera fa acerbamente censurata dal De Marco e 

Abob. Stob. It., 5.* Serie. — XX. Il 



■Mt. 



212 



RASSBQKA BIBLIOGRAFICA 



alla ragioneria, giacché primo di ogni altro egli fece un' esposizione 
compiuta e razionale della partita doppia. 

n nome latino € Lucas Paciolus > fu da alcuni tradotto in vol- 
gare € Luca Faciolo > ; forma accettata dal Vianello, e che appa- 
risce anche nel frontespizio a qualche opera del Frate. Questi, però, 
nei due testamenti, olografo e nuncupativo, del 1506 e deir '11, 
adotta, rispettivamente € de Patiolis », e Paccìuoli >, che ottima- 
mente rispondono, secondo l'uso toscano, alla voce € Pacioli », ac- 
cettata del resto anche da Bernardino Baldi e da altri ottimi cono- 
scitori della nostra lingua. 

Nel breve lavoro del Vianello abbiamo riscontrato alcuni errori 
e inesattezze, che per brevità omettiamo; e anche ci è parso che 
la materia fosse talvolta confusa e mal disposta, e i documenti pub- 
blicati con criteri poco giusti : ma il libro è compilato con diligenza, 
ed essendo una comoda raccolta di materiali, potrà (finché non si 
faccia sul Pacioli una monografia compiuta e definitiva) essere util- 
mente consultato. 



Firenze, 



Dbbcbtrio Mahzl 



^♦^ 



NOTIZIE 



Archivi e Biblioteche. 

FiBENSB. — Biblioteca Ri acar diana. - H fase. T." de! Cata- 
logo de / Mnnoscritti della B. Biblioteca Riecardiajut dì Firenze, 
compilato da S. MoitruRUo (Roma, 1897; nella colleeione degli In- 
dici e Catiiloffhi edita dal Ministero della Pubb!. Istr.) canliene la 
tiescrìtioiie dei codici italiani 1462-1570, Notiamo le cose che più 
importano agli studiosi della storia: 

1478. Leggende di Sante (Maria Maddalena, Agata, Lacia, Caterina). 
•ec. XV. 

use, tJu capitolo della Leggenda di i. Prancesoo. Bea. XIV. 

U9I. Begula minomm fratrum, e altri oposcoli francescani, bpo. XV. 

1498. Diario del Viaggio dì Giulio de'Medici in Inghilterra. 1621. 

1VX>. Giovarsi di Coppo da San Gihiuhano, Leggenda di santa Fina, 
Un» lettera e nna rivelazione di santa Caterina da Siena, sec. XV. 

1466. Tre leggende di s. Dorotea, s. Margherita, s. Leonardo, sec, XV. 

ISW. LtCA DELLA BouDtA, Da<> narrazioni storiche (Becitarione de! 
taM dì Agostino Capponi e dì Pietro Paolo Boscoll. Vita di Bartoloinineu 
Snstichellii. sec. XVn. 

1618. I fatti di Cesare (versione diversa da quella edita da L. Banchi ; 
tir. E. G. Parodi. Studi di filai, romanxa, IV). sec. XIV. - La redazione 
«otnuae à trova in altri codd. 1588, 1^0-52, 1568 (sec. XIV), 1549 (on. l«Sj, 
J568, issa (sec. XV). 

1514. 151K. 1517. 1518, 1554-56. Tito Livio, Storie (prima, ter» e 
qavtaDeca). sec. XJV-XV. 

1515. Giustino, Le Storie (Jiulìno calgarixitUo ùutiniaianieiUe), eec. XVL 
IJffi. Detto, sec, SV. - 1668. Frammento, sec. XV. 

1518. 1520. 1367, 1Ó68. Plctab™. Vile degli uomini Ulustri. sec. XIV-XV. 
ISei. Valerio Massiho, Dei fatti e detti memorabili, sec. XIV, 
l&^i-SS. 15»i. Iac. Nabdi, Istorie della città di Firenze, sec. XVI. 
1529, Mattbo TiLi.ANi, Cronica, sec, XV. 
13»J-8I. Glovasm Vii.i.Ai.1, Cronica, aeo. XJV-XV. 



214 NOTIZIE 

1585. Storia Fiorentina col Priorista. seo. XV. 
1537. Gius. Flavio, Della guerra Giudaica, sec. XV. 

1588. Leggende di s. Silvestro, ss. Piero e Paolo, s. Tommaso. Epi- 
stole politiche, sec. XIV. 

1589. F. Sassetti, Vita di Francesco Ferrucci, sec. XVI. 
1550. Fioretto di Croniche degli Imperatori, sec. XIV. 

1558. Plutarco, Vite di Cicerone e Sertorio, volg. da L. Abetino. 
Gio. Villani, Storia del Duca d'Atene, sec. XV. 

1559. Q. Curzio, Storia d' Alessandro, volg. da P. C. Decembrio. - 
P. C. Decembrio, Comparazione di Giulio Cesare e d'Alessandro Mace- 
done, sec. XV. 

1562. Orosio, Le storie contro i Pagani, volg. da B. Giamboni, sec. XV. 
1564. Sallustio, volgarizzato da Bart. da S. Comcordio. sec. XV. - 
Ved. anche il cod. 1588 (Giugurtino), 1565 (Giugurtino e Catilinario). 
1566. Il Libro Fiesolano. sec. XIV. 

1569. Cesare, 1 Commentari de Bello Gallico, tradotti da P. C. De- 
cembrio. sec. XV. 

1570. SvETONio, Vite di Cesare, Augusto e Tiberio, sec. XTV. 

Milano. — E. Archivio di Stato. - G. L. Pélissier, nella 
sua ultima Corrispondenza di Francia {Arch, XIX, 158) diede un cenno 
brevissimo del suo proprio lavoro : Les Registres Panigarcla et le 
Gridario generale de V Archivio di Stato de MHan pendant la do- 
mination fraìigaise (1499-1513): merita che ne diciamo qualche pa- 
rola di più. I Registri Panigarola (cosi chiamati da un Paganolo 
Panigarola, che li iniziò nel 1351) contengono le trascrizioni uf- 
ficiali e autentiche dei bandi che si gridavano pubblicamente in Mi- 
lano d'ordine del Governo: le cedole originali di questi bandi o 
gride sono in massima parte perdute; quelle che ancora si conser- 
vano, costituiscono il Gridario generale: le due collezioni pertcmto 
s'integrano a vicenda, e formano una delle più notevoli fonti della 
storia municipale di Milano. H P. se n'è occupato solo in quanto 
riguarda l'epoca di Luigi XII e la storia della signoria francese in 
Milano (1499-1513J; ma, pure in questo breve periodo di tempo, 
egli ha fatto opera veramente utile e di cui tutti gli studiosi do- 
vranno essergli grati. L'opera sua consiste in un inventario cro- 
nologico degli atti che si contengono nelle due collezioni rispetto 
all'epoca sopraddetta; con indicazioni sommarie, ma chiare e pre- 
cise, come non si potrebbe desiderare di più, del contenuto dei me- 
desimi. In fìne all'opuscolo il P. ha pubblicato, per saggio, vari 
documenti notevoli per la storia dei costumi. Notiamo due bandi 
del 1501 e del 1510 contro le meretrici che abitavano fuori del 
stribolo comune, assai aspri, ma, a quanto apparisce, pochissim 




HOTCBIB 



215 



la grida de! 1501 risguardante l'esercizio della medicina 
ft chiuQi^ue uoa lancia parte del * collegio de phiaìci di Milano > o 
sìa da questo approvato; un regolamento del 1-^07, che contiene 
varie disposizioni di polizia, conoeraenti in specie la pubblica sicu- 



Storia generale e studi sussidiari. 



— Il p. KiiT. DsLBBAVB pubblica nei Afélam/e» d'Archeologie 
et d- Ilistoìre, to. XVII, pp. 87-74 (Homa, 1897) la Vie d' AUianane 
patrìardie de Contantinojile, conaervata in un codice Barberinìano. 
Il monaco Atanasio, che nel 1389 fu fatto patriarca e ai dimostrò 
nemico accanito della Chiosa latina, v' è considerato come un gran 
santo ; la Vita diventa, quindi, un' apologia noiosissima, e pìccolo 
n' è il valore storico ; tuttavia non mancano utili notizie intorno a 
molti luoghi, che il Monaco, amante de' viaggi, vide e visitò durante 
gli anni della sua giovinezza. D. M. 



— Uno Balkani. Una profezia del dodicesimo secolo (Roma, 
Rendiconti detta r. Accademia de' Lincei, voi. V, fase. 12, die 1896). 
Pubblica e illustra uno scritto, tratto dal codice addisdonale 22!M9 
del Museo Britannico, membran., del sec. XIV, forse di mano ita- 
liana, ohe contiene una specie di profezia polìtica della seconda 
metà del secolo decimosecondo diretta contro il pontefice Alessan- 
dro in da un fautore del partito antipapale. - Un eremita d' Egitto 
secondo la leggenda, domandava a Dio, nelle sue preghiere che gli 
rivelasse il termine dello scisma, che durava da parecchi anni, fu- 
nesto alla Chiesa ; e Dio gli mandò un angelo a recargli dieci versi 
enigmatici : Vemua angelici finern, aàsìiiatis Vffntuniin declarantes, ab- 
bastanza oscuri, ma che, rischiarati in parte da un commentario, 
intitolato : Dvscriplio ordinùs vemutim precedentium et exposiUo de- 
super cuiusdam, (anch'esso pubblicato dal B.), sembrano volere pro- 
fetizzare i seguenti avvenimenti, che erano nei desideri dei fautori 
dell'antipapa Callisto III e dell'imperatore Federico: cioè, « la de- 

< posizione di ilolando (papa Alessandro III), ma con un aocenoo 

< notevole alla possibilità d'una doppia e contemporanea deposizione 
* del papa e dell' antipapa ; la prossima discesa di Federico in Ita- 

Lclia contro i Lombardi e contro i nobili Romani fautori d'Ales- 

W* Baudro; e la probabilità d'una guerra tra Federico e l'imperatore 

Hi di Costantinopoli ». Dall' insieme dei fatti menzionati può dedursi 

%i la pseudoprol'ezia sta scritta circa il 1170. M. 




216 NOTIZIE 

— Nella Rivista delle Bibliotecfie e degli Archivi, voi. VI, fase. 11-12, 
il sig. G. Fumagalli pubblicò una breve e arida 2'abula Abreviatura- 
rum da un cod. Braidense del sec. XV, attribuendole forse soverchia 
importanza paleografica e letteraria. Vi torna sopra ora il Dr. Enrico 
EosTAGNO, conservatore dei mss. nella Bibl. Medicea Laurenziana {Riv, 
cit., VII, n. 9-12 : Di una tavola d* abbreviature tratta da un cod. Brai- 
dense ec), mostrando che quella Tabula non è una novità, ma, desti- 
nata in particolar modo per sussidio agli scolari di legge, era divul- 
gatissima nei codd. giuridici e scolastici dei secoli XIV e XV; 
accolta nello edizioni della Pisanella e nel Supplementum di fra Ni 
colò da Osimo, e compresa e sviluppata nel Modus legendi abreviati^^- ^- 
ras in utroque iure, di cui si hanno una trentina d' edizioni sino r^- ì 
1600, e altre dopo. Di questo Modus legeiìdi il R. dà il testo seconda — e 
un'edizione parigina del 1537, e altre tavole d'abbreviature aggiun^^^^^( 
da quattro codd. Laur. dei sec. XJV-XV : da uno dei quali (pi. XI 
cod. 7) ricava pure un' interessante relazione sul sistema delle cif: 
arabiche, che stentavano ancora, nel sec. XIV, a entrare nell'u 
comune. 

— Il prof. Guglielmo Meybr di Gottinga ha pubblicato di 
cente uno studio sui legamenti o congiungimenti di lettere ne 
cosiddetta scrittura gotica del medio evo {Die Buchstaben^Ver 
dungen der sogenannten gothischen Schrift, Berlin, Weidmann, 1 
dalle Abhandlungen della r. Società delle Scienze di Gottinga, CI 
filologico-storica ; N. S., to. I., num. G). Con molta diligenza ed acu 
di osservazioni l'autore ricerca le regole e la storia di questo 
tevole fatto grafico; e le regole stabilite illustra con gran num 
di esemplificazioni. Ci riserbiamo di par.are più largamente di q 
sto libro in un prossimo fascicolo. 

— Fed. Patetta. Il ms, 1311 della Biblioteca di Troyes (Tori 
Clausen, 1897. 8.^). In questa Nota presentata alla r. Accademia d 
Scienze di Torino, il prof. P. esamina minutamente, in specie 
punto di vista paleografico, il ms. predetto che « interessa vi 
€ mente i cultori della storia letteraria del diritto, perchè, esser::^ 
« stato giudicato nella sua prima parte del principio del secolo 
« fornisce un argomento di qualche valore per l'attribuzione 
€ Irne rio di tre opere che vi sono contenute, cioè della Summa 
€ dicis, delle Questiones de iuris subtilitatibus, e della Summa l 
€ langóbardorum ». Poiché il P. aveva altrove combattutOi per 
gioni intrinseche, quest' attribuzione, sostenuta dal Fittingi vao^ 
ora dimostrare che in favore di essa non sta più né anche la 009 






NOTIZIE 217 

getturata età del codice che deve ritenersi non già dei primi anni, 
ma degli ultimi del secolo XII. A tal fine l'Aut. fa un'accurata 
analisi degli elementi grafici delle scrittiire adoperato nel cod., e ne 
esibisce quattro facsimili raccolti in una tavola fototipografica. 

Non entrerò qui nel merito della questione storico-giuridica: 
ma quanto alla paleografica non dubito d' affermare che il P. ha pie- 
namente ragione. Nel cod. 1317 non ci sono ancora, né per la forma 
delle lettere né per le legature né per le abbreviazioni, tutti gli 
elementi della cosiddetta scrittura gotica, ma siamo proprio alla 
porta. Non direi, quindi, quel cod. del secolo decimoterzo (come qual- 
cuno ha supposto) ; ma é certo della seconda metà inoltrata del do- 
dicesimo. Il ravvicinamento che il compianto prof. W. Schum fece 
della scrittura di questo cod. a un'altra di un cod. di Monaco, raf- 
figurata nella tavola 19.<^ dell' Amdt, e che si dice italiana del se- 
colo XI, è semplicemente un' allucinazione fantastica. Basta confron- 
tare, anche superficialmente, le due scritture per dedurne che quella 
del cod. Monacese é una minuscola neocarolina, che sente ancora 
qualche influenza di vecchia corsiva; mentre questa del Trecense 
segna il tramonto della minuscola perfezionata e la preparazione 
della gotica; c'è in mezzo tutto un periodo d'arte, e tra l'una e 
l'altra corre la distanza di più d'un secolo. G. P. 



Storia regionale e locale. 

Toscana. — Demmo notizia, nella precedente annata (to. XVII, 
p. 453) di una bella conferenza di L. Zdbkauer sulla vita privata 
dei Senesi nel Dugento: ora abbiamo ricevuto un'altra conferenza 
di lui, letta nella r. Accademia dei Rozzi il 10 aprile 1897 (Siena, 
Lazzeri, 1897, 16.®) su La vita pvbtUca dei Senesi nel Dugento, che 
fa buon riscontro alla prima. Anche la nuova conferenza si fonda 
sullo Statuto del 1262 e sui documenti contemporanei. Non é, s'in- 
tenda bene, una storia delle istituzioni pubbliche di Siena, che sono 
molto fugacemente e non compiutamente delineate; ma discorre 
delle manifestazioni di queste nella vita cittadina; e sotto questo 
rispetto dà ragguagli interessanti e nuovi. 

— Nel fase. 16 giugno 1897 della Rassegna Nazionale ha termine 
una lunga memoria storica di L. Grottanelli, cominciata nel fase. 
17 febbraio, su GU ultimi principi della Casa de' Medici e la fine del 
Granducato di Toscana (da Cosimo III dei Medici a Leopoldo II di 
Lorena). 



218 NOTIZIE 

Piemonte. — Don Giuseppe Boffito, barnabita, continuando i 
suoi studi sulla storia dell'eresia in Piemonte, comunica al Giom, 
stor, della letter. itaL (voi. XXIX, an. 1897, pp. 204 e segg.) V estratto 
di una testimonianza di Bernardo di Eaimondo di Tolosa, fatta di- 
nanzi al tribunale delP Inquisizione di quella città, dove si parla di 
un libro del Nuovo Testamento « in romano et in latino mixtìm ». 
E un documento di più per la storia della Bibbia Valdese, avverten- 
dosi dall' Aut. che < la Bibbia di cui si fa menzione nel passo rife- 
« rito non ci è rappresentata da alcuno dei mss. conosciuti ». - Il 
medesimo, nel BuUettino stoiico-bibliografico subalpino, an. I, num. 6 
(1896), dà notizie degli Eretici in Cuneo nel secolo XIII. - I docu- 
menti di cui il B. si è valso per queste sue memorie sono ricavati 
dal cod. XXV della Collezione Doat della Biblioteca Nazionale di 
Parigi. 

— Nel Neues Archiv, XXII, fase. 1.** (1896), Hermann Bloch, in 
una lunga memoria che intitola: Contributi aUa storia del vescovo 
Leone da Vercelli e dei suoi tempi, dà conto degli studi da lui fatti 
su tale argomento nella Biblioteca capitolare di Vercelli, pubblica 
documenti, lettere e poesie di quel fiero oppositore di re Arduino 
d^ Ivrea, e discorre della operosità di lui nelle corti di Ottone III e 
di Enrico II. 

Lombardia. — Il prof. Federigo Patetta pubblica nel to. XXXII 
degli Atti della R, Accademia delle Scienze di Torino una nota su 
VaceUa giureconsulto mantovano del secolo XII, nella quale intende 
di dimostrare colP aiuto d*un documento del 1189 da lui scoperto, 
che questi non debba confondersi (come asseriscono il Merkel e il 
Pitting) coir altro giureconsulto Vacarlo della stessa età, ma un 
po' più anziano ; e che a Vacella mantovano, e non a Vacano, debba 
attribuirsi V operetta sul diritto longobardo intitolata Contraria, che 
si conserva nel ms. Chigiano E. VII, 218. Il documento del 1189 
(che è una sentenza arbitrale, alla quale assistono fra gli altri Vor 
cella et Bartholom^eus iudices Mantuani) è tratto da un Cartulario del 
Monastero di S. Benedetto di Polirone, trascritto nel secolo XV, ora 
posseduto dal prof. Patetta medesimo, e che questi accuratamente 
descrive. 

— Nei Neue Heidelberger JahrhUcher, to. VI (1896), fase. 2, è .un 
articolo di Henry Thode, col titolo : Eine italienische FilrsUn aus 
der Zeit der Renaissance, che tratta della marchesa Isabella Gonzaga 
di Mantova. 



NOTIZIE 219 

— Eiceyiamo da G. L. Pblissieb V Index analUique della sua 
ragguardevole opera Louis XII et Lvdovic Sforza (cfr. Arch., 1897, 
XIX, 195 e segg.) : è un opuscolo di circa cento pagine (Paris, Tho- 
rin), compilato con molta diligenza. - Frattanto ci piace di annim- 
ziare che l'egregio amico nostro ci ha trasmesso una non piccola 
serie di note critiche e di documenti, che formano un' appendice no- 
tevole alla precitata sua opera. Le pubblicheremo appena lo spazio 
ce lo consentirà. 

Veneto. — In una delle sue dotte Note all'Accademia reale 
delle Scienze di Torino {Atti, 1896-97, voi. XXXII) il prof. Carlo 
Cipolla tratta Di un falso diploma di Berengario I (Torino, Clau- 
sen, 1897, in 8.^, di pp. 20) vale a dire il diploma con cui nell'895 
quel re ordinò o permise che fosse distsutto il teatro antico di Ve- 
rona. L' erudito Autore sottopone il testo di tal diploma alla più 
rigida critica diplomatica, lo decompone parte per parte e ne di- 
mostra con abbondanza di prove tutta l'assurdità; per concludere 
ch'esso è opera di un falsario dell'età umanistica, il quale trasse 
alcune formule e frasi da diplomi autentici, ma non seppe unire le 
dette formule e si servi di frasi, parole e sintassi non mai usate 
dalla cancelleria di Berengario. Dopo aver colla controprova storica 
dimostrato la verità delle sue conclusioni, chiude la sua Nota col 
supporre che un amico di Torello Saraina, dotto antiquario veronese, 
si sia in tal modo preso il gusto di spiegargli la ragione per cui il 
detto teatro, per quanto addossato ad una collina, fosse rovinato 
mentre sussiste sempre l' anfiteatro. E. C. 

— Giorgio Bolognini. L'Università di Verona e gli Statuti del 
secolo XIII (Verona, Franchini, 1896, 8.®, pp. 11). La breve memo- 
ria comincia colla citazione d'un passo di Scipione Maffei il quale 
nella sua Verona illustrata si adoperava a dimostrare come l'Uni- 
versità della sua città natale fosse tra le più rinomate in Italia : 
Benedetto XII chiamava infatti la città di Verona apta non modico 
generali studio. Il Denifle invece pone l'università Veronese tra 
quelle, « die nicht ins Leben traten ». D' accordo col Denifle, crede il 
B. che veramente la bolla pontificia del 1889 non riuscisse a iniziare 
un vero e proprio studio generale di tutte le arti e scienze, né che 
desse incremento alle antiche scuole Veronesi, le quali anzi, durante 
la breve dominazione Viscontea, perdettero alquanto della loro flori- 
dezza, por avere il conte di Virtù rivolto tutte le sue cure all' Uni- 
versità di Pavia. Ma in quelle scuole fiorirono illustri maestri, e si 
può dire che « l' insegnamento delle discipline più comuni e impor- 



220 NOTIZIE 

« tanti non venne mai meno, e che non esiste quella soluzione di con- 
« tinuità, che al Denifle parve di ravvisare ». 

Alla memoria segue la pubblicazione di alcune disposizioni sta- 
tutarie del sec. XIII, risguardanti la vita universitaria, la scelta di 
professori, i salari ec. M. 

— In un opuscolo per nozze Pitotti-Pretto (Firenze, Bicci, 1897) 
il prof. G. Marinelli torna a illustrare più largamente la notizia 
di un incendio avvenuto a Udine nel 1560, comunicataci, secondo un 
documento dei Registri Camerali di Vienna, dalla cortesia del Dr. 
Schalk (Ved. Arch., 1896, XVH, pp. 235-36). Le nuove indagini 
del M. confermano il fatto dell'incendio, limitandone bensì T im- 
portanza ; recano un contributo alla storia del Palazzo del Monte di 
Pietà in Udine, che appunto fu costruito nel luogo incendiato ; e spie- 
gano come le caritatevoli elargizioni viennesi furono forse pro- 
mosse da una confraternita tedesca di pellicciai, che allora lavo- 
rava in Udine. 

Puglie. — Sotto il titolo Un diploma di Goffredo I conte di 
Lecce (Lecce, 1896, pp. 18 in 8.**), il prof. Gio. Guerkibri pubblica, con 
opportune illustrazioni, tre documenti inediti degli anni 1082, 1120, 
1152, dai quali apparisce come Goffredo, da altri creduto figlio di 
Tancredi d'Altavilla, o confuso con un conte di Brindisi, era figlio 
di certo Accardo o Acciardo ; e come un po' prima che fin qui 
non si fosse supposto, verso il 1082, Lecce fu eretta a contea. 

D. M. 

— Il prof. F. F. Guerrieri, in un opuscolo intitolato: Per la 
storia di Terra d'Otranto: notizia di documenti conservati negli ar- 
chivi della Badia di Cava de* Tirreni (Lecce, 1896), dà lo spoglio di 
30 documenti dal 1068 al 1347, conservati nella Badia di Cava. Lo 
spoglio è in lingua latina, e sembra copia di qualche antico inven- 
tario archivistico: l'ed. vi ha aggiunte tra parentesi note dichia- 
rative in italiano : tanto lo spoglio quanto le note lasciano assai da 
desiderare in quanto a precisione. D. M. 

— Dalle Carte medicee av. il Princ. dell'Archivio di Stato di Fi- 
renze F. Carabellbsb ha ricavato e pubblicato noìVArch, di studi 
storici Pugliesi (1897, fase. 1-2) il Bilancio d* un* accomandita di Casa 
Medici in Puglia del 1477, premettendovi una breve nota storica 
sulle relazioni commerciali fra la Puglia e Firenze, tanto a tempo 
della Bepubblica, quanto sotto il Principato Mediceo. L'opuscolo, 



NOTIZIE 221 

assai interessante, è corredato di altri documenti illustrativi, tra i 
quali notiamo una relazione che la città di Cosenza in Calabria - i cui 
redditi fiscali erano stati assegnati al Granduca di Toscana in sod- 
disfazione del credito che questi aveva verso la Begia Camera di 
Napoli - spedi nel 1631 al Granduca per dimostrargli il suo mi- 
sero stato economico, e tentare cosi di liberarsi da tale aggravio. 



Storia letteraria e artistica. 

— Felice Tocco. Quistìoni Dantesche (Napoli, tip. R. Univer- 
sità, in 8.^, pp. 16). In questa Memoria, letta alla r. Accademia di 
scienze morali e politiche di Napoli, il T. si propone due questioni : 
la prima delle quali riguarda « colui, che fece per viltade il gran 
« rifiuto ». Ammettendo che questo personaggio sia Celestino V, 
come mai Dante, che era ortodosso, avrebbe potuto mettere all'In- 
ferno un uomo che la Chiesa aveva santificato? Il Todeschini, fidan- 
dosi sulla Cronaca del Villani e sul commento del Boccaccio, tentò 
di spiegare la cosa, asserendo che Celestino fu canonizzato da Gio- 
vanni XXII nel 1328, cioè sette anni dopo la morte di Dante ; « nò 
€ questi aveva l'obbligo di prevedere la tarda glorificazione »: ma 
una testimonianza ben più autorevole, quello cioè del card. Iacopo 
Stefaneschi, afferma essere stato Celestino santificato da Clemente V. 
Dante, dunque, era vivo a tempo di tale consacrazione ; ma, dice il 
Tocco, agli occhi di lui non poteva essa avere alcun valore, essendo 
pronunziata da un papa simoniaco ed imposta da Filippo il Bello, 
per far onta alla memoria di Bonifacio Vili. Ed a questo propo- 
sito osserva giustamente l'A., Dante, benché nemico di Bonifacio Vili, 
ne rispetta, dopo la morte l'alto ufficio, di cui era investito, ed ha 
parole di tremenda invettiva contro l'oltraggio d'Anagni e contro 
la violenza di Filippo il Bello. - Quindi, pur salvando le appa- 
renze, e senza pronunziare il nome di Celestino (per non mo- 
strarsi irriverente a un decreto della Chiesa), il poeta « conferma 
€ il SUO giudizio sull'abdicazione di Celestino, che gli pare un atto 
€ codardo, rispetto ai pericoli, che correva e corse la Chiesa, ca- 
< dando nelle mani d'un prepotente e d'un fastoso ». 

L' altra questione, che il T. dice sottilissima, è questa : Come 
mai Dante ha potuto porre nella nona bolgia fra Dolcino, accanto a 
Maometto, mentre l'eresia di Dolcino non ha prodotto nessuna con- 
seguenza e quella di Maometto invece ha potuto strappare alla 
Chiesa una buona parte dell'Asia Minore e dell' Afi&ica settentrio- 




nule? Certo {«Irebbe sembrare a primii vista che 11 posto destìnftto 
& Dolcino fosse stato tra gli oresìarchi comaBt nelle &rche Infuo- I 
r«to : ma il nostro À. osserva che Maometto e DoIcìdo < non sono J 

< puniti rome eretici, bensì come scismatici, vale a dire, nel senso 1 

< cbe iatead» DaDte, gente che non è contenta di avere questa ~ 

< o quell'idea sulla lède, ma dell'opinione se ne fa un'arma per 
• pittare la discordia tra gli uomini. > Che di questa specie fosse 
fra Doloino, il T. 1' ba dimostrato anche nell'articolo pubblicato ne! 
fase, preced. del nostro Archìvio. M. 

— Il prof. AjrroKiO Mbuin, libero docente di letteratura ì 
Usua nella r. TJoirersitJi di Padova, nella prolusione accademica al , 
suo corso del lM)6-97, tratta dei Caralteri e forine delitt Po. 
rico-potitìca italiana sino a tnUo i! »troln AT/ (Padova, Gallina, lfl97, 
1G,° pp, 11), esponendone ordinatamente la storia dal pii'i antico medio 
evo sin ai tempi di Carlo Kmanuele I di Savoia, e mettendola in 
relaziono colle condizioni e le aspirniioni politiche dei vari tempL 
È un breve lavoro elegante, pensata e scritto con chiarezza t 



~ Raccolte in un opupicolo per nozze Tontmasìni-Ouarini (Pistoia, 
Fiori, 1697, 8." pp. 21) pubblica il prof. M. Morici tre lettera latine 
di umanisti : Sasmto da J'ratn, Leonardo Oiiufinian, Ciriaco d'Ancona. 
L'ocoasioDe ha suggerito al M. di dare all'opuscolo un titolo, per dir 
cosi, nnitario : « Per gli epvitolarl di due discrpiAi r di un 
Guarino Guarini »; raa te tre lettere non hanno alcuna relazione tr»^ 
loro : per la storia ba una certa importanza la terza, di Ciriaco, ohe 
riferiscesi alla guerra di Lombardia nel 1138. Nell'introd 
JI. si distende a discorrere, con molta diligenza e con sana crìtlcA 
di un'altra lettera di Ciriaco Anconitano, del 1423, • tutta intesa a 
• confutare le teorie di coloro i quali sostenevano che disdice ad 
■ cristiano lo studio e le lettere di autori pagani * ; nella quale è 
anche un accenno laudativo a Dante, 

— Per nozze Camici-Tesi il Dv. Ad-iibdo Ciim ha pubblicato.! 
(Pistoia, Niocolai, 1S!)7, Iti.") una breve Notizia biograRca, fatta assai I 
garbatamente, DÌ Qiroiavio BaMtnoUi autore della * Damigtila £%>• J 
miea ». L' opuscolo b compilato sopra un Libro dì ricordi di < 
Baldinotti (gi& della Collezione Cnssigolì, ora nella Nazionale di Fi- | 
renze). che contiene ricordi autobiografici di Girolamo ir 
Nacque costui in Pistoia nel 155ìl, e vi mori nel 1629 per pestilenza. J 
81 rioonlano dì luì alcune poesie e questa commedia della ^)am^<to] 



i 

I 



NOTIZIE 223 

Comica, che, come si ricava da un ricordo dello stesso autore, fìi rap- 
presentata due volte nel 1608 nel Palagio degli Anziani, e benché 
( quasi durasse lo spatio di otto hore » fii molto gradita < al pie- 
c nissimo e nobilissimo uditorio » : il che (anche senza conoscere la 
commedia, oggi perduta) dà prova di una meravigliosa forza di re- 
sistenza nel colto pubblico pistoiese d'allora! Vi fece gP intermezzi 
un altro pistoiese, Giovanni di Pino, « giovane virtuosissimo e pe- 
€ rìtissimo deiristrumento di tasti ». 

— Clemente Valacca. Una « Corona di Enigmi » di Antonio 
AfalatesH (Trani, Vecchi, 1897, 8.^ pp. 21 : dalla Rassegna Pugliese). È 
un primo saggio degli studi, a cui il V. attende, sul Malatesti, bizzarro 
poeta fiorentino morto nel 1672, e sulla poesia enigmatica italiana. 
Compose il Malatesti varie opere in versi di cui egli stesso dà raggua- 
glio, se non completo abbastanza diligente, in un sonetto caudato che 
il V. in parte riferisce. Poeta giocoso e allegro compagno, scrisse 
per le veglie invernali gran numero di enimmi (che gli diedero 
gran nome), in parte pubblicati, e in molta parte rimasti ine- 
diti negli zibaldoni della Magliabechiana, che il Fanfani dice er- 
roneamente essere stati tutti bruciati alla morte del Poeta « per 
« le troppe composizioni o grasse od empie, che v'erano dentro ». 
In questa raccolta il V. ha trovata una corona di dodici indovinelli, 
che pubblica in fine alla sua memoria, dei quali quattro sono, a 
sua notìzia, inediti e gli altri otto si leggono stampati nella sezione 
seconda della « Sfinge » (già edita dal Fanfani). Certo, il senso 
letterale di qualcuno di questi indovinelli è assai lascivo, ma, giusta- 
mente conclude il V.: « l'artifizio comune agl'indovinelli è di dare 
€ ad intendere cosa del tutto diversa, né facilmente ridicibile in 
€ una conversazione di persone per bene, affinchè, scopertosi poi 
€ il vero significato, dal contrasto tra questo, innocente, e quello 
« prima supposto ne nasca diletto e riso non poco ». 

M. 

— Nel bel volume di Lettere inedite di L. A. Muratori scrìtte 
a Toscani, che fu edito nel 1851 (Le Mounier) da F. Bonaini, F. L. 
Polidori, C. Guasti e C. Milanesi, non v' è alcuna lettera che sia di- 
retta all' erudito fiorentino D. M. Manni ; né alcuna n' è menzionata 
nei due Lidici di lettere edite e inedite compilati da A. Spinelli 
{BuU. deWIst stor.y 1888 e 1896). Ora il Dr. Enrico Rostagno in una 
miscellanea Laurenziana, già appartenuta al Manni medesimo, ha 
scoperte cinque Lettere inedite di L. A. Muratori a D, M. Manni, 
e le pubblica nel nura. 1-5 della Rivista delle Biblioteche e degli Ar* 



224 NOTIZIE 

diict. La breve pubblicazione è fatta colla solita amorosa diligenza 
che mette nei suoi lavori l' egregio conservatore dei mss. della Lau- 
renziana. Un breve proemio discorre opportunamente (prendendo 
occasione anche da una precedente pubblicazione di 16 bellissime 
Lettere del M. ad Apostolo Zeno, fatta da Guido Biagi) del nobile 
e fermo carattere del Proposto Modenese, che (come bene osserva 
il H.) da ogni nuovo documento che di lui si pubblichi riceve con- 
ferma: a ogni lettera poi è aggiunta una notizia storica e letteraria. 

— Emanuele Loewv. Aneddoti giudiziari, dipinti in un fregio 
antico (Roma, E. Accademia dei Lìncei, 1897, in 8.^ pp. 21). - In 
questa interessante Nota, comunicata alla r. Accademia dei Lincei 
nella seduta del 20 dicembre 18i)6, il prof. Loewy tratta di un ci- 
ciò di dipinti murali, i quali tornati alla luce in Roma circa diciotto 
anni fa, « per il soggetto aifatto singolare delle rappresentazioni, 
« in essi figurate, hanno eccitato la curiosità di molti senza mai 
« soddisfarla interamente ». Le dette rappresentazioni « fanno parte 

< della decorazione della casa antica dell'epoca Augustea, scoperta 
€ nel 1879 nei lavori del Tevere, presso la Farnesina, e precisa- 
€ mente in quella stanza, le cui pareti, dipinte tutte di color nero, 

< sono ora esposte nella sala VI e nel gabinetto B del piano su- 
€ periore del Museo Nazionale delle Terme Diocleziane ». 

L'A. prende in esame i vari dipinti di questo fregio, i quali 
rappresentano vari aneddoti giudiziari, varie questioni cioè che ven- 
gono deferite al giudice. Il più delle volte oltre la scena principale 
è figurato P antefatto, e questa rappresentazione preliminare è sepa- 
rata mediante un muro od una porta. Il L. si studia d* interpretare 
il significato dei vari quadretti con molto acume, se non sempre 
con sicurezza. Le figure illustrate dal L. vengono riprodotte alla 
fine dell'opuscolo in due tavole. M. 

— Archivio stonco déW Arte, 1897. Nei tre fascicoli del primo 
semestre di quest'unno notiamo : un articolo di E. Muntz, nel qoale 
continuando i suoi Studi Leonardeschi, già impresi nel 1892 nell'^r- 
chivio medesimo, discorre dell' Influenza di Leonardo da Vinci sulla 
scuòla fiorentina e suUa tedesco-fiamminga ; uno di G. Frizzoni su 
Giovanni Morelli e la critica nwdema deW arte; una notizia di £. 
Lusini sul Monumento a DotiateUo in S. Loretizo di FHrenwe, inan- 
guratosi nell'aprile di quest'anno. 



M OMZII DI liPfl DA miCLl» 

AMBASCOATORE FIORENTINO 

A PAPA URBANO V E ALLA CURIA IN AVIGNONE 



■r"-t5» — T" 



A Villeneuve-lès-Avignon, sulla destra del Biodano si 
vede tuttavia nella chiesa dello spedale il ricco sarcofago (1), 
che conserva le ceneri di papa Innocenzio VI. Con questo pon- 
tefice mori il 12 settembre 1362 il quinto dei papi avigno- 
nesi, e 53 anni di loro dimora nella scura ròcca della città 
Provenzale erano bastati per provare, che, se la Curia pa- 
pale a Roma era stata circondata di pericoli, nella « Arsenio 
ventosa » era minacciata da quello supremo di perdere la 
sua supremazia universale, che dipendeva e dipende tuttora 
dall' essere il papato, il sepolcro del principe degli apostoli 
e il nome glorioso di Roma fra loro misticamente connessi. 
Questo sentimento era tanto forte in alcuni membri della 
Curia stessa, che Guglielmo Grimoaldo, di nobile famiglia 
francese, abate di S. Vittorio di Marsiglia, mandato da In- 
nocenzio con danari al legato di Napoli e tornando per 
Firenze, dove fu ospite molto onorato, sentita la notizia 
della morte del pontefice, ebbe a dire, che, se per la gra- 
zia di Dio diventasse papa, avrebbe cura di venire in Italia 
e aUa vera sedia papale, e abbatterebbe i tiranni. Cosi racconta 
Matteo Villani (XI, 26) ; e l'abate si vide ben presto nel caso 
di dover mantenere la sua parola, perchè i cardinali, non 
potendo concordarsi sopra uno di loro, eleggevano appunto 
Guglielmo Grimoaldo, che prese U nome di Urbano V. Ma 



(1) Prima si trovava nella Chartreuse di Yilleneuve. 

Abch. Stor. It., 5.* Serie. — XX. 15 



22G TRE ORAZIONI 

bencliè le sue parole dimostrassero chiaramente le sue idee 
ed intenzioni, pure le difficoltà a metterle in atto parevano 
quasi insuperabili. I cardinali, meno qualche eccezione, erano 
Francesi, ai quali una vita fuori del paese natio pareva 
come un esilio. Avignone col tempo si era fittta città di 
quasi 80.000 abitanti, alla quale confluivano le ricchezze e 
dove si viveva comodamente, e con molto lusso secondo i 
tempi; mentre Boma, sparite col trasferimento della Curia 
le sole risorse d' una città senza commercio nò industrie, 
era caduta in miserrimo stato. Le guerre baronali 1' ave- 
vano devastata, la popolazione era scemata talmente, che 
non si contava forse più d' un quarto di quella della ri- 
vale sul Rodano. Tutta la penisola poi pareva essere alla 
mercè delle compagnie di ventura. In Bernabò Visconti la 
Chiesa aveva un nemico implacabile. Il papa regnante era 
stato uno de' legati d' Innocenzio, oltraggiati dal potente 
signore di Milano. È vero che questo mandò ambasciatori 
al nuovo eletto, ma non voleva piegarsi alla prima condi- 
zione della Curia di restituire cioè le terre della Chiesa, 
che teneva occupate; onde il pontefice rotte le trattative, 
e dopo qualche citazione inutile di Bernabò, fulminò contro 
di lui r interdetto sciogliendo tutti i sudditi dal giuramento 
di fedeltà e annullando perfino il suo matrimonio. 

Dall' altro lato neppure ad Avignone la condizione 
della Curia era invidiabile. La guerra franco-inglese aveva 
ridotto all' impotenza il protettorato della corona di Fran- 
cia, la peste aveva fatto strage tremenda ; le compagnie di 
ventura avevano esteso le loro scorrerie anche alla Pro- 
venza, e né 1' autorità pontefice, né le mura merlate d'Avi- 
gnone, fatte fabbricare dai papi, bastarono ad evitare il 
saccheggio. Ci volle il pagamento d' una somma assai forte, 
per raccoglier la qusde Urbano dovette imporre la decima in 
tutta la Francia (1). Al contrario, in Italia Bernabò Visconti 



(1) Vita Urbani F'* auctore canonico Bunnemi (Muratori, B. I. S. Ili, 2» 
col. 632). 



DI LAPO DA CASTIGUONCHIO EC. 227 

pareva col tempo meno pericoloso. Dopo la sua disfatta nel 
Modenese si vide costretto a far la pace colla Chiesa. 

Urbano sollecitava coi suoi brevi i Fiorentini a colle- 
garsi coi Pisani, coi quali, dopo una guerra, dannosissima 
per ambedue le parti, si erano pacificati, e cogli altri co- 
muni e stati d' Italia per distruggere con le forze unite le 
compagnie (1). I Fiorentini intanto avevano mandato ad 
Avignone un ambasciatore, la cui fama non fu dovuta 
a' suoi meriti in diplomazia; e questi fu Giovanni Boccaccio, 
incaricato di difendere i concittadini, o i Priori dal rimpro- 
vero di aver impedito gli Aretini di mandar truppe a 
richiesta del « cardinale di Spagna », Gii d'Albomoz, che 
con tanto ingegno e tanta energia teneva alta in Italia la 
bandiera della Chiesa, e che allora combatteva contro Hans 
di Bongard. Questo capobanda tedesco, famigerato in Italia 
sotto il nomignolo di Annichino, aveva pochi mesi innanzi 
travagliato Firenze fin alle sue porte insieme con lohn 
Hawkwood, inglese. Ora però le autorità non volevano far 
nulla, né direttamente, ne indirettamente contro un nemico, 
probabilmente placato in segreto a forza di danari. Aveva 
il Boccaccio ricevuto V istruzione (2) di rammentare al pon- 
tefice tutti i buoni servizi, resi da Firenze alla Chiesa e 
magari, si tempus patitur, di provare sulla testimonianza delle 
cronache, come i Fiorentini fossero sempre stati figliuoli fe- 
deli di essa. Anzitutto per provare lo zelo, dal quale erano 
animati, doveva offrire in loro nome cinque galere, nel caso, 
che Urbano volesse tornare in Italia per mare, o una guar- 
dia di 500 cavalieri colla bandiera del Comune, se preferisse 
venire per terra. Ma per allora quest' invito non fii che una 
dimostrazione, giacché ben si sapeva, che le condizioni del- 
ritalia non erano ancora tali da permettere al pontefice di re- 
dimere Boma dalla sua lunghissima <^ vedovanza ^, Un' altra 



(1) Brevi del 15 settembre e del 6 ottobre 1864 {Arch. ator., serie I, 
io. 15, pp. 81 e seg.)* 

(2) É pubblicata neWArch. slor., Append. VII, 418. 



228 TRE ORAZIONI 

ambasciata, spedita sei mesi dopo (1) non ebbe effetto mi- 
gliore. Il papa non voleva delle belle parole, più o meno 
sincere; voleva fatti e desiderava anzitutto che Firenze si 
facesse banditrice e capo d' una lega contro le compagnie, 
lega, che per la stessa sua natura poteva servire di salva- 
guardia al papa, dopo V ideato ritomo, e che doveva to- 
gliere r ostacolo principale che a questo si opponeva. Non 
trovando i Fiorentini sulle prime molto disposti, ebbe a dire, 
che non avrebbe più promosso alcun cittadino a un bene- 
ficio ecclesiastico, perchè il Comune, invece di servire alla 
Chiesa, ne impediva anche gli altri (2). Pare però, che Fran- 
cesco Bruni, fiorentino, segretario del papa, colla scorta di 
lettere giustificatone, indirizzategli dai Priori, dopo molto 
tempo riusci a quetare i malumori d' Urbano (3), perchè 
vedendo che i Fiorentini ora si occupavano sul serio della 
lega, gli pareva di aver conseguito lo scopo di tante am- 
monizioni. Infatti un trattato fira Firenze, la Chiesa, Bo- 
logna, la regina di Napoli, le città toscane, la Romagna, la 
Marca d'Ancona ed altri, veniva stipulato il 19 settembre 
nella città dell'Arno (4), benché fuori dell' intenzione del 
pontefice, diretto soltanto contro le fiiture compagnie. Pare 
però, che il papa non fosse del tutto malcontento dell' an- 
damento delle cose, perchè un giorno prima della conclu- 
sione della lega aveva promosso a cardinale insieme col 
vescovo di Marsiglia e col proprio fratello, vescovo d'Avi- 
gnone, frate Marco da Viterbo, generale de' Minoriti (6), 
che appunto allora dimorava a Firenze per trattare 1' al- 
leanza. Ora un nuovo invito al papa per il ritomo in 
Italia pareva fosse più promettente ; onde si decise di in- 



(1) L'istruzione del 23 febbraio 1865, Ibid., 412. 

(2) Lettera della repubblica a Francesco Bruni, 9 agosto, 1865, 1. e, 418. 
(8) Breve deirS settembre 1866, 1. e, 425. 

(4) L'Atto della lega fu pubblicato da Canestrihi nellMrdk. dar,, 
serie I, to. 15, p. 89. 

(5) Vita anon. Urb. V" (Muratori, E. I. S. HI, 2, col. 616). 



DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO EC. 229 

viare una nuova ambasciata ad Avignone. Di certo, i Fio- 
rentini, devoti alla Chiesa, bramavano la fine d' una ano- 
malia, per la quale il papato romano da più di mezzo se- 
colo stava fuori della città dell'Apostolo, ma il loro zelo 
aveva anche un altro motivo, molto estraneo alla fede ed 
alla devozione. Ormai pareva certo, che Urbano fosse riso- 
luto di fare quello, che prima della sua elezione con parole 
tanto energiche aveva significato come dover suo nel caso 
che fosse stato eletto. Nella Pentecoste, dell' anno avanti 
aveva veduto suo ospite Carlo IV ; a Notre-Dame-des-Doms 
alla festa della discesa dello Spirito Santo, il papa aveva 
celebrato la messa, mentre V imperatore assisteva alla sacra 
funzione con la corona in testa, con lo scettro in mano (1) 
e si sapeva benissimo a Firenze, che egli aveva V inten- 
zione di condurre Urbano a Tloma. Non si vedeva più colla 
paura de' tempi passati scendere un imperatore dalle Alpi ; 
pure si temeva, come i Priori si esprimano nella parte se- 
greta dell' istruzione data a' loro ambasciatori, che talis prin- 
cipis descensus poteva novitates noocias et scandala susci- 
tare (2). I Fiorentini erano buoni calcolatori e non potevano 
aver dimenticato quanto denaro fosse loro costata la prima 
venuta « talis principe » in Italia. Era dunque loro scopo, 
o di persuEidere Urbano a venire senza l'imperatore, o, se 
fra i due capi del mondo cristiano la cosa già era stabilita, 
di guadagnarsi almeno il favore del pontefice, affinchè egli 
si intromettesse, che Carlo IV osservasse al comune gratias 
et promissiones factas per suum Majestatem; e avrebbero po- 
tuto aggiungere: senza nuova paga. 

Gli ambasciatori eletti furono il cavaliere Nicólaus de 
Albertis, Lapus de Castiglionchio, juris canonici professor e 



(1) Ibid., col. 614. 

(2) Ved. Pìstmz., di quale subito verrà parlato. - Nell'ottobre 1866 
8Ì imponeva la decima per tutta Germania « in subsidium domini impe- 
« ratoris, itnri cum domino pai)a in Italiam » (Vita Urb, V^^ auctore cano- 
nico Bunnenri, 1. e, 688). 



230 TRE ORAZIONI 

Charólus Strozze de Strozzis (1). I Priori ed il Gonfaloniere < 
giustizia davano loro, come al solito, le più particola 
giate istruzioni, che ci sono conservate dal rispettivo voli 
delle « Missive ». Cominciarono coli* incarico, di pramma 
per le missioni dirette al papa, di baciare la terra dina 
ai piedi di Sua Santità, e poi insegnavano punto per pni 
come si doveva arringare il pontefice. Essendo V ìstrozi 
pubblicata fin dal secolo scorso (2), sarebbe inutile ripete 
qui il contenuto. Basti V accenno, che dopo avere am 
mente trattato di ciò, che si doveva dire al papa, e d 
r incarico di congratularsi con lui in nome della Bepnbl 
per la promozione dei nuovi cardinali, essa contenevi 
prescrizione agli ambasciatori di salutare i cardinali < 
ossequiare il pontefice in nome di parte Guelfa. Tcmto 
fectuose quanto magis potenti^, narrato, tinde emanaverit 
Guelforum, recommendabitis apostoìice sanctitati ipsam a 
tolicam partem Guelfam velut membrum notabile Rai 
ecclesie, et quod nunquam defuit, quin prò exaltatìone et Ju 
Romane ecclesie exposiierat usque ad mortis perictdum 
sua et quod ipsius partis et Guelforum spes firma resid 
ipsa Romana ecclesia spetialissima maire et domina sua. 
Il testo delle tre orazioni V abbiamo potuto rintrac 
in un codice della Biblioteca Amploniana di Erfurt. 3 
dice Qu. 126 è miscellaneo ; contiene 32 scritture in 
parte molto disparate ; il N.'* 16 è la « Coìlacio, faet 
ram papa, Anselmi Sockardi » e il N."* 16 (f. 166- 
comprende le tre orazioni dell' ambasciata fiorentina j 
bano V. Il codice, compilato fra il 1391 e il 1396, è 8 
per conto (o in parte anche da) Paul von Geldan, che 
era in Vienna « in collegio domini ducis » (3). Non 



(1) Archivio di Stato, Missive, XIV, f. 122. 

(2) Dal Mehus nell'Appendice dell' « Epistola osia ragionam.* 
« Messer Lapo di Castiglionchio » (Boi., 1753, pp. 185 e seg.)* 

(8) ScnuM, CtUeUogo deW Amploniana pnbbl. a Berlino, 1887. -r^ 
tura del testo, che segue, V ha gentilmente esoj^^uito per l'autore A.~ 
memoria il Sig. Dott. Beyer, archivista della città di Erfurt. 



, sia per VO- 



CI LAPO DA OAsriauoKOmo eo. 

me il volume, probabilmente scritto a Vieii 
nto alla, Biblioteca della città Turingese. 

Se generalmente, ritrovando tali orazioni aconosciute, 
ì un po' diffidenti e facilmente propensi a aospettame 
I autenticità, ed a domandarsi se non forse si tratti d' un 
lero esercizio di stile nel nostro caso tale possibilità ri- 
Jie affatto eselusa. Per poterle concepire ci voleva una 
conoscenza esattissima delle istruzioni date agli ambascia^ 
tori, perché punto per pnnto a quelle corrispondono. Vi 
sono soltanto due divergenze, una delle quali lievissima; 
difatti mentre nell' istruzione vien detto, che Firenze vo- 
^^^va spendere 25 mila fiorini d' oro ]3er la dissoluzione delle 
^^pimpaguie ti aperabatur quod concordia haberet loctim, vel 
^Hro modico inajori gitanlitate, V oratore parla di 27 mila 
^Hwi'ini : ma sarà questa probabilmente quella somma un 
^Hk>' maggiore, e fino alla quale si voleva spendere. Poi iiel- 
^V istruzione si dice di aver voluto prendere a soldo 1600 
barbute per 20 giorni, mentre che 1' ambasciatore parla in- 
vece di 1000. 

Che fosse Lapo da Castiglionchio quello de' tre, che pe- 
rorava dinanzi al pontefice e dinanzi ai cardinoli, pare pro- 
babile per se stesso, perchè d' una ambasciata composta d'un 
cavaliere, d' un nobile e d' nn professore di diritto (era an- 
ch' egli d' antica nobiltà) è naturale che la parte d' oratore 
ì a qnest' ultimo. Ma e' è anche una prova assai con- 
in^Dte; in quella delle tre orazioni, tenuta in nome di 
ì Onelfa, chi parlava feceva una spiegazione assai biz- 
k dell' origine dei nomi Guelfi e Ghibellini, per quale si 
) come di questa origine nella seconda metà del Tre- 
mto ogni genuina tradizione era del tutto sparita e come 
ai supplisse con giochetti d' etimologia assai arrischiati. Se- 
condo lui la parola Guelfi era composta da gerere e fides. 
•ntes fidenif mentre i Ghibellini così furono chiamati da 
Brere e bellum, gerente» bellam. Ebbene, pare che questa 
I molto piaciuta al jirofessore di gius canonico, 
Xihè si ritrova tale e quale nella sua lettera, diretta al 



232 TRE ORAZIONI 

figlio, messer Bernardo, canonico fiorentino (1), dove dice, 
che secondo V opinione più vera « questo nome Guelfo è 
« nome composto da uno verbo grammaticale, eh' è gero 
« geris, che vuol dire portare, è da uno nome, cioè fides 
« fidei che vuol dire fede e risulta Guelfa, cioè portatore 
« di fede. E questo nome Ghibellino è ancora nome com- 
« posto dal detto verbo grammaticale gero, e questo nome 
« hellum belli che vuol dire battaglia, perciocché portarono 
« e fecero battaglia centra la santa Chiesa di Dio ». L' iden- 
ticità delle parole latine del discorso e di quelle italiane 
deir epistola al figliuolo di certo non può essere casuale. 
Oltre a ciò si vede dalla stessa istruzione, che Lapo era il 
capo intellettuale delF ambasciata, dicendo i priori che so- 
pra i fatti della lega « vos oratores, et maxime vos domine 
Lupe, 8iti8 plenarie informati et prò tanto non expedit speda- 
liter de singulis mentionem fieri ». 

Il papa accettò le cinque galere offerte da Firenze (2). 
Poi s' imbarcò il 20 maggio dell' anno seguente (3) a Mar- 
siglia, accompagnato da una flotta di 60 bastimenti (4), 
cosicché quelli di Firenze non ne formavano, che la dodi- 
cesima parte, essendo gli altri mandati da Napoli, Venezia, 
Genova e Pisa (5). Quattro giorni dopo a Genova, la prima 
volta dopo 68 anni, un papa metteva il piede su terra ita- 
liana. Ma lo zelo, tanto dei Fiorentini, quanto degli altri, 
in seguito si mostrò molto minore, di quello, che pareva 
prima del ritomo del pontefice. Non è qui il luogo di par- 
lare, neppure con brevi parole, né della seconda venuta di 
Carlo IV in Italia e dell' indegno spettacolo, che al mondo 
ofiFriva, tornando colla borsa piena, ma con obbrobrio del- 
l' imperio, ne di tutte le ragioni, che persuasero o costrin- 



(1) Mehi'8, 78 seg. 

(2) Breve del 22 novembre 1366, Archivio di Stato, Capii., XVI, 57 «. 

(3) Vita anon, (Muratoki, Ss. Ili, 2, col. 617). 

(4) Vita aucl. canonico Bunnenn, Ibid., 637. 

(5) Vita anon.f 1. e, 617. 



DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO EC. 233 

sero Urbano a tornare dopo tre anni ad Avignone. Per noi 
si tratta soltanto dei discorsi, che nel 13G6 contribuirono 
a deciderlo al tentativo di riprendere la sua sede a Boma. 
Pur troppo il testo di questi, il solo fin ora conosciuto, e 
che deve S3rvire per la nostra pubblicazione, è molto cor- 
rotto. Pare che, chi li copiò sui fogli del Codice ora Am- 
ploniano, non sapesse leggere molte parole del suo testo, e 
spesso cercasse d* imitare la sola forma di parole che non 
intendeva. Cosi siamo costretti di interrompere qualche frase, 
interponendo dei punti, e di renderne altre con errori ma- 
nifesti, da mettersi a debito del copiatore trecentista. Dove 
abbiamo fatto qualche correzione, è stato notato appiè di 
pagina ; ma questo si poteva fare soltanto in quei pochi casi, 
nei quali sulla natura degli sbagli di scrittura non poteva 
cader dubbio. 

Ci sia permesso di rilevare, prima di chiudere, una par- 
ticolarità deir ultima delle tre orazioni. In questa arringa 
ai cardinali gli ambasciatori parlano delle meraviglie di 
BiOma cristiana e pagcina, e vi si fia,, brevemente, una con- 
ferenza sulle « Mirabilia urbis Ratnae », quali apparivano 
agli uomini del Trecento. E non si omettono neppure le 
catacombe. Queste si credeva che quasi fossero dimenti- 
cate e soltanto scoperte di nuovo in certo modo da' Frati 
minori e dagli Accademici Romani nel Quattrocento. Il 
modo però, col quale Lapo da Castiglionchio parla, tanto 
tempo prima, dinanzi al Concistoro, come degli altri avanzi 
dell' antichità, cosi dello « specus Calisti beatis ossibus in- 
gtructum », pare rivelare una conoscenza personale di esse, 
come in genere una ammirazione profonda di quello che 
gli evi tramontati avevano lasciato alla Roma rimpicciolita 
de' tempi Avignonesi. 

Firenze. Robert Davidsohn. 



234 TRE OBAZIOKI 



Documenti. 

CoUado facta per oratores civitatis Fiorentine coram domino 

papa Urbano P^ 

Sanctissime pater ! Quoniam iam scitum est, sanctitatem vestram 
maturo suo iudicìo rerum veritatei que se ipsam croati pòcius quam 
verborum lenociniis de1ectari| ne vestra sanctitas ipsa a suis ^a- 
vissimis curis aliis loquaci sermone plus debito distrahatur aut 
forsan sacre aures magestatis vestre longi sermonis tedio offendan- 
tur, decisis et obmissis quibuscunque prefacionibuSi invocata divi- 
nitate et venia impetrata a sanctìtate vestra, et imponentibus hiis 
maioribus sociis meis et in hoc oratorio officio collegis et sub 
eorum correctìone, nostre succincte et compendiose orationis seriem 
aggrediar. 

Quis siquidem oratorius effectus, beate pater, quadruplex est. 
Primo siquidem premisso, ut debiti moris est, terre ante sacros pedes 
sanctitatis vestre osculo devocionis, commune et populum civitatis 
Fiorentine, ut ipsam civitatem et singulares cives illius vestros 
deuotissimos et ab olim sancte sedis apostolice creaturas et qui, ut 
bactenus, sub umbra alarum diete sedis vivere cupiunt, prò ipsoruni 
parte cum magna fiducia commendamuS, deprecantes ut eosdem sem- 
per et ubique dignaremini, sub clipeo vestre protectionis suscipere. 

Secundo prò parte ipsius communitatis devotissime (1) letamur 
et exultamus gaudio magno cum sanctitate vestra, meditantes sanotum 
ac preclarum ipsius sanctitatis propositum de felici ad ventu vostro ad 
partes Ytalie, prout jam toti orbi insonni t et in fines orbis terre 
sonus eius exivit, sperantes . . hoc cedere ad ezaltacionem sancte 
Romane ecclesie et honorem et famam sanctitatis vestre et ad pa- 
cificum et tranquillum statum tocius Ytalie, et eo iocundius exultat 
et gloriatur communitas ipsa, quo piane invenitur, sanctitatem ve- 
stram, pii more parentis, Ytalicos omnes et nominatim civitatem 
ipsam Florentie intendere non solum preservare a quibuseunque 
noziis, verum eciam prò ejus vigentis status augmento prestare 
favores, neo cum adventu ipso pati, aliquid concurrere, quod populo 



(1) God.: devolinime communiUUia, 



DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO BC. 235 

et Ytalie et presertim ecclesie devotorum pacem et tranquillitatem 
poBsit offendere. Hoc igìtur sanctum et magnifìcum condivinitus 
institatom propositum ipsa communitas magnopere commendat et 
laudibos eztollìt, prò cujus felicissimi adventus favore, et, ut debita 
sue devocionis sìgna deroonstret, ipsa communitas eidem sanctitati 
offert quidquid ubique sue potentie est. Atque ad certam speciem 
nunc descendens: si sanctitas ipsa Ytaliam per iter marinum pe- 
tere disponat, quinque alias oblatas galeas, debitis officinis omatas, 
communitas ipsa ejus propriis sumptibus leto animo offert. Sin autem 
per terram ipsa sanctitas vestra iter arripuerit, quingentorum equi- 
tum armatorum cum nobilium ducatu et cum banderia dicti com- 
munis, ubi, quo et quando volueritis fìdelissimum comitatum ; ^^mmo 
eciam, si per mare veniens ipsa sanctitas vestra, ipsas galeas dignata 
fuerit recipere, quamprimum terre feliciter applicuerit, ipsos quin- 
gentos equites, prout, ubi et quando sanctitas ipsa postulaverit 
exhibere ex deuocionis sue promptuario est parata, dummodo ipsa 
sanctitas vestra eidem communitati tam congruo tempore prius no- 
tificete ut compositis suis sarcinulis possit esse parata, supplicans 
ipsa communitas, ut predicta acceptare dignaremini, notificans sancti- 
tati vestre, quod hoc sibi ad maximum honorem reputabit, ymmo ad 
maximam verecundiam, si contingeret, sanctitatem vestram ipsam (1) 
devotissimam communitatem in hoc felicissimo adventu tamquam 
peculiarem filiam et deuotam in predictis et aliis oportunis non re- 
quirere. Imperate, parebit; profecto sencietis opere antiquum af- 
fectum diete oiuitatis. Amplissime pater sancte, ut letitia letitie 
accumuletur, huic secunde particule congruenter annectitur, quod 
ipsa ciuitas letatur et exultat gaudio magno cum sanctitate vestra 
de nova promocione cardinalium, quam nuper summa vestra proui- 
dencia facere dignata est, sperantes quod per ipsorum circumspectam 
providentiam et maximam virtutem ecclesia sancta dei et sanctitas 
vestra et Christifideles (2) salutaria recipient incrementa ; Deus gres- 
sns illorum dirigat in viam salutis, quam sanctitas vestra desiderat. 
Tertio in seriem nostre oracionis occurrit, quod sanctitatem vestram 
certìssimam reddamus, quod ligam, quam proximis temporibus prò 
pace et statu tocius Ytalie in illis partibus per commissarios sancti- 
tatis vestre centra gentes malignas et detestabiles, que societates 
appellantur, tractari fecistis, communitas ipsa tamquam rem opti- 



(1) Cod. : iptam aanctiUUem ve$tr€tm, 

(2) Cod. : Chriati fidelium. 



23G TRE ORAZIONI 

mam et ipsarum parcium unicum remedium semper acceptam babuit 
semperque oh reuerenciam vestre sancii tatis illam parata fuit fir- 
mare, dummodo renlis fucrit et utilis et non verbalis et dampnosa. 
Hoc certe, pater sancte, luce clarius apparuit ipsis commissariis nu- 
perrime in ciuitate Florencie, ubi communitas ipsa ligam firmare 
parata fuit per scripturas privatas et sigilla autentica, colligam 
eorum conseruandam, per commissarios ipsos, donec, loco et tempore 
assignatis per ipsos commissarios, quilibet colligandorum gentem 
sibi contingentem secundum tuxam ordinatam baberet, quo loco et 
tempore lìga ipsa publicaretur, ut simul cum publicatione parata 
esset defcnsio, si gens forsau illa detestabili s sub pretextu sibi rnpio- 
rum pactorum malignari voluisset. Placuit boc idem commissariis 
et colligandis omnibus, duce Pisarum excepto, prò cujus consensu 
babcndo duo ex commissariis cum pluribus ex colligandis Pisas ad 
ipsum ducom accesserant nec obtinere potucrunt. Denique commu- 
nitas ipsa, ne quid sibi possct impingi, ad buìusmodi discordiam 
sodandam parata fuit se ponere in manibus commissariorum pre- 
dictorum, ut pensatis omnibus statuerent, quod eis uideretur utilius, 
prona exequi, c^uid illi disponcront; boc idem commissariis et colli- 
gandis cetcris placuit, dicto duco excepto, qui eciam ad boc sepe 
rogatus induci renuit, quorum occasione ea vice eodem caruit elfectu. 
quod Deo tosto communitas e;^re tulit, quod advortentes circumscripti 
commissarii, sanctitatom vestram profecto excolentes et omni laude 
dignissimi et qui in ro(}uicto sollicitudinis calcaribus accincii nicbil 
de contingentibus oniiserunt, et presertim dominus episcopus Flo- 
rentinuR, creatura vostra, et opus manuum vestrarum, quem et prò 
suis meritis ot tamquam singulare spcculum illius ciuitatis commu- 
nitas ipsa rocommcndat sanctitati vostro, ne ipsi colligandi sic rupti, 
sic discordcs disc'cdcrent, nove ipsis malignis gentibus major gras- 
sandi (1) et sovìondi audacia tribucrctur et ut aliis iniquitatis filiis 
paratis ad novas societates . . . (i?) liujus lige motu a tali proposito 
resilirent, firmari fucerunt ligam inter colligandos eosdem contra 
futuras societates. Et jam presontibus ipsis commissariis consìgnatc 
sunt gontes communi tatis Florcncie oos tangcntes prò rata imposita 
in liga prcdicta. Consideraverunt eciam utile fore, quando contige- 
ret sanctitatem vestram ad partes uenire Ytalicas, banc gentem 
congregatam esse, ut sanctitas vostra illis in suis serviciis possit 



(1) crcusandi, 

(2) societates censencUu, 



DI LAPO DA OASTIOUONCHIO BC. 

fUtì. Potnit 6ci»m nosae sanctitaa vestra, quod dum... (1) in orn- 
iate Sennram duoeretit et esseat tuDC qui ofTeireat soctetatem dis- 
solvi prò qunutUate florenorum aurì ssvii m., oommunitas ipsa hoc 
■tteudeos, quod melior erftt certa pus quam sperata Victoria, hoc 
kcceptnui habuns, uliis colligaadis perauasit, ut partem suaui socud- 
duTn cousaetnm taxam ponereut prò dissolutioite bujus, cum jpsa 
cotnmuQitafi parata esset suam porcioneiu contribiiere, cciani non 
obstanle, quod alias ipsi soeietati eadem commuoitas prò concordia 
quaiu habuìt, mngniuik pccuuìani eflunderet. Hecitsavemnt illi et 
BoluiQ X inilift tioronoruin solverò voluerunt, prò qua quajititato 
cfiici noa poluit, «x quo pitulo poiit secutuni est, ut socisles i!li Se- 
luis invostirunt et tiim gvauìssimis dìspendiis illos afflixeront, ut 
coacti . . veaati suain ipsi aoU x m, 9orenoruin redimere (2). Àlias 



edam fui 
jirediota 
hoc ipsi I 
Itgam firmare 

libet poi 

r«3 certa 

dictas luille barbutas condì 

elapùs quilibet coligiindoi 



colligandos eosdem prò dissolvenda societate 

mille barbutas de sociolibus ipsis. Plaeuit et 

stìd volebaiit plures ex colìgandìs aute omnia 

promittere volcbnat, quod elapsìs xx diebns, quì- 

uam contraduce rat. Tunc vero ipsa communitos ut 

realis, voluit ante omnia suis propriis stipendiis 

prò tempore xx dierum et illis 

porcionem sunm et ligam 



tìrmare. llecuaaverunt illj hoc ftxcere, propter quod dare apparuit 
realem illas ligam non querere aed verbalem. Sunt ista veatre pa- 
tornitati compendiose retata ex causia predictia. Sed ubi saactìtas 
vestra mandaverìt, ego quamlibet ìmmeritus cum nonnullis atiis 
majorìbua civibas ad ista per communitatem ipsam tunc deputatus 
presens interfiii, et diffuse eorum momenta resorabo ita, quod adver- 
Barios quilibel ad singola quecunque coavictus aperire non poterit. 
Pro modo vero hoc dixisse aulHcìat, communitatem ìpaam voluisse 
et velie ligam predictam cum predictis, dummodo fiat reali», vìde- 
licel cum gente parata, cum effectu optato et no» verbaliter et de- 
lusorie et cum jactura coHgandorum. Quarto loco, patemilaa vestra, 
se ofiert ia ordine dicendorum, ut omnem ex animo vestre sancti- 
Catia rubigìaem abstergamus de eo, quod fertur ad aures sanctitatis 
TBstre prolatum, communitatem ipsam iirmaase ligam cum Sonia, 
nesoio ad quos prophanos efiectus. Pudet noa oratores prò exousa- 
tione tam manifesti mendaaii iMr:nonea eflundere. Veritas eat, quod 



(I) ala hic lige Iraclate. 
C2) Kic 



238 TRE ORAZIONI 

ipsi Senenses suspicantur sui status subversionein ; ad conservacio- 
nem sui status hujus lige favorem postularunt ; communitas vero 
ipsa attendens, quod subversio status ciuitatis illius tam vicine se- 
cum grandia pericula offerret, - nam sua res agi tur, paries dum 
proximus ardet, - ligam ipsam firmavi t, hiis tamen actis et expresse 
appositis in contextu ipsius confederaoionis, ut ipsa liga fieret et 
f.ictam esse intelligeretur (1) ad honorem et exaltacionem sancte 
ecclesie et sanctitatis vestre, nec fieret nec facta esse intelligeretur 
contra aliquem dominum vel communitatem seu gentem cum qui- 
bus facta esse intelligeretur, contra aliquem dominum vel comma- 
nitatem seu gentem, cum quelibet communitas ipsa pactum, con- 
cordiam seu composi tionem haberet; que quidem modificaciones et 
clausule manifeste excludunt (2) omnes iniquos efiectus, de quibus 
sanctitati vestre fuit inveridice subjectum (8). Hec sancte pater no- 
tissima sunt comissa ... (4) nobis uero sufiiciat ipsam veritatem . . . 
ad presenciam vestre sanctitatis detulisse, ut sacrum in postemm 
exemplar, ne malignis sermonibus de facili aures prebeatis, nam ut 
dicit Seneca: Non omne verisimile statim verum est, plerumque 
mendacium veritatis fEUsiem induit. Explicui, pater sancte, ni fallor 
obmissis uerborum ambagibus compendiosam nostre oracionis se- 
riem, deprecans humiliter ipsum verum deum, cuius vices in terra 
geritis, ut sanctitati vestre concedat ea agere, que (5) ad sui laudem, 
et exaltacionem sancte Eom. ecclesie (6), expedire cognoscitur. Amen. 



CoUacio prò parte Guelfa coram papa (7) statim post predktam. 

Porro, sancte pater non gravetur sanctitas vestra, precamur, pau- 
cis aliis fìdelibus verbis, prestare auditum. Prout sanctitas vestra 
nosse potuit, dum quondam multis jam labentibus annis in partibus 
Ytalie nonnulle seditiones et scandala orta essent et presertim diver- 
sis temporibus inter summos pontifices et imperatorias (8) magesta- 



(1) intelligere. 

(2) conchtdunt, 
(8) Sic. 

(4) Segue una frase sconnessa. 

(5) que cedant. 

(6) eccU$ie sue sancte ei devote tQU», 

(7) prò eo secundo, 

(8) imperatoree. 



DI LAPO DA OASTIGLIOKCHIO EC. 239 

tea, tunc illaram parcium gentes se in partes duas contrarìas et 
adversas diviserunt, et faerunt qui summos ponti fices et sanctam 
sedem apostolicam secuti, de ipsorum mandato ipsos imperatores et 
partem suam mirabiliter et laudabiliter expugnarunt, imde ab ipsa 
sede apostolica, exigentibus nuntiis suis, in honorem suum certum 
venerabile nomen adepti sunt, videlicet Guelfi, sic dicti, quod fidem 
geaserant ecclesie, compositum nomen a gero, geris, gerere et fìdes, 
qua fidem gerentes. Alii vero et centra dictam sanctam sedem apo- 
stolicam imperatores secuti sunt et de ipsorum imperatorum man- 
dato ipBOS summos pontifices et partem suam dampnabiliter ezpu- 
gnaverunt ... (1) in confusionem suam Gebelini dici meruerunt, id 
est bellum gerentes adversus ecclesiam, compositum nomen a gero, 
geris et bellum, belli id est bellum gerentes. Inter primos vero 
Guelfos et ipsi ecclesie fidem gerentes, majores nostri (2) ut toti 
orbi notum est, se prò suis viribus exercuerunt et sub hac parte, 
sub hoc nomine, sub hac fide communitas ipsa Florencie regitur et 
gubematur, et in ipsa deputati sunt quidam excellentissimi cives 
capitanei ad regendum et custodiendum ipsam partem Guelfam et 
ab ipso regimine excludendos quoslibet gibelinos, habentes ab hac 
sanctissima apostolica sede signum, archam et sigili um tamquam 
approbatum collegium, fundamentum habens ab apostolica sede. Hii 
capitanei sunt, pater sancte, quorum prefati mei majores sociì lit- 
teras presentarunt, hii sunt, qui se ipsos et suam catholicam partem 
Guelfam, creaturas vestras et apostolice sedis, quodam quasi suo 
iure recommendant, hii sunt, qui felicem vostrum adventum ad 
partes Ytalie flexis genibus adorantes cxpectant ac deprecantes 
humiliter, quatenus preterì torum patrum momores eosdem sub pal- 
lio sanctitatis vestre velitis in voi vere et sub dicto nomine, parte ac 
fide conservare velitis, offerentes se paratos, solita et antiqua fide, 
quam inconcussam ad ipsam sedem perpetuo gesserunt, ad omnia, 
que honorem et statum sancte Eomane ecclesie et sanctitatis vestre 
respiciant et sanctitas vestra mandaverìt, ac deprecantes Deum, qua- 
tìnus vos, vicarium ejus, et summum pontifìcem, caput et funda- 
mentum ipsius catholice partis Guelfe conservare et augmentare 
dignetur per tempora longiora, prout universo orbi et presertim 
ipsis Ghielfis expedire cognoscitur. 



(1) populi quod. 

(2) vethrù 



240 TRE ORAZIONI 



CoUacio facta per eosdem coram papa in consistorio. 

Oblitus videor (1) parvitatis (2) mee sancte pater et non satis 
sanctitatis vestre magnanimitatem recogitasse, dum coram vobis, 
Christi vicario, ego homuncio balbus et elinguis verba facturus as- 
$urgo, et dum cogitare cepi, quantum ab altitudine curarum vestra- 
rum meorum distaret parvitas studiorum, horret atque refug^t ani- 
mus, cor (3) pavor pulsat et vox faucibus heret. Berum quippe 
magnarum gravìtas me locuturum obruit, nam quia stilus materie 
dignus, que parata dicendis eloquentia, cui tanti pectoris facunditas, 
ingenii ubertas, lingue mobilitas, ut tali atque tante materie se fere 
ydoneum arbitretur. Habet suum quisque inicium, miebi vero, si 
lingue centum oraque centum, ferrea vox esset, vix , digne satis 
facturus videor (4) tante rei et laudibus sanctitatis vestre. Ma^a 
profecto et ardua res est ce tu tanto stipatus, tot oculis, tot auribus, 
quorum maturum et clarissimum judicium est, posse satisfacere. 
Sed dum subiit . . . innate nobis humilitatis et benignitatis recor- 
dacio, que pii more parentis juxta Icgum precepta filiis ac deuotis 
sese tractabilem exbibet, jam me ignavi pauoris et diffidencie reum 
cognosco, et video sanctitati vestre congruere verba olim ad Cesa- 
rem dieta : ignorant profecto magni tudinem tuam, imperator, qui 
coram te loqui presumunt, qui non mutuant humanitatem. Nunc 
vero cogor ut dicam . . . (5). Vrget enim me invitum et renitentem 
calcar ingens atque impelli t, jussus videlicet dominorum meorum 
]u-iorum arcium et vexilliferi (6) justicie civitatis Florencie devo- 
tissimorum sanctitatis vestre et ab olim sancte sedis apostolico 
creaturarum, necnon horum majorum sociorum et collegarum meo- 
rum, hic in presentia vestre sanctitatis astantium, de quibus in 
mandatis habeo presertim eorum adventus (7) causas aperire. Vos 
ergo, clementissime pater, prò vostra humilitate benignum mihi 



(1) inindeor, 

(2) pravUcUis. 
(8) corda, 

(4) invideor. 

(5) nec remotam valeot 

(6) veonlliferorum, 

(7) (tdvenluù 



DI LAPO DA CASTIGUONCHIO EC. 241 

prestetis auditum, vos autem sacri atqne reuerendissimi patres et 
domìni, domini mei, domini cardinal es, qui latera sua custoditis et 
a quomm cardine mundus pendet, vestrumque divinum collegium, 
defeotas meos supportate pacienter; vos insuper majores socii mei 
et in hoc oratorio officio college, qui mentem vestram me enunciare 
jubetis, diligentes verborum meorum custodes sitis et observato- 
res, ut per vestram sapientiam, quantum opus fuerit, corrigar. Ego 
autem invocata in auxilium divinitate, postquam parere necesse 
est^ justa ipsam rei veritatem, que satis se ipsam ornat, obmissis 

verborum lenociniis iuxta consilium (1) venio breuiter et bu- 

militer ad materiam. Presentis nostri adventus causa sancte pater 
quadruplex est. Prima quidem ut debiti moris est, premisso ... (2) 
terre ante sacros pedes majestatis vestre osculo reverencie et devo- 
cionis, commune et populum civitatis Florentie et ipsam civitatem 
et singulares cives ejusdem sanctitati vestre devotissimos et ab olim 
sancte sedis apostolice creaturas totis cordis affectibus et cum magna 

fiducia commendare liceat (B) (4). Ad hoc patemi tas 

vestra in serie nostre (5) orationis occurrit, ut vice communitatis 
prefieite totis precordiis nostris letemur et exultemus gaudio magno 
cum sanctitate vestra et in plausum leticiamque defluamus, medi- 
tantes sanctum et divini tus insti tu tum proposi tum vestrum, de fe- 
lici adventu vestro ad partes Ytalie, prout toti iam orbi intonuit 
et in fines orbis terre sonus illius exivìt. Cui enim devotarum sancte 

Bomane ecclesie aut exultare aut gloriari magis competit (6) 

habundant exempla, piena sunt analia ; sed pertranseo ista, ne vestre 
sanctitati et toti fere orbi notissima replicem, et eo jocundius exul- 
tat et gratulatur communitas ipsa, quo piane invenerit, sanctitatem 
vestram, pii more parentis, Ytalicos omnes et nominatim civitatem 
ipsam Florencie non solum intenderò preservare a quibuscunque 
noxiis, verum eciam prò sui vigentis status augmentacione prestare 
£Bkvores, nec cum adventu ipso pati aliquid concurrere, quod popu- 



(1) glo. or, m. eie aepe de verborum rì et fac L i. ff, de integrù reetitutù. 

Q2) atque defixo. 

(8) licei incremerUum. 

(4) Segue una lunga frase talmente sconnessa, che non ò possibile 
restituirne il senso. 

(5) vetlre. 

(6) Parole sconnesse per errore del copiatore: relegalure hydlorie excu- 
tùUur antiquUaSf proferatur veritas in medium prede votiseimam omnium coni" 
mmnileUum ipaam pregni (preibit?), 

Abou. Stoe. It., 5.> Serie. — XX. l^i 



242 TRE ORAZIONI 

lorum Ytalie, presertim Romane ecclesie devotorum pacem et tran- 
quillitatem posset o£Fendere. Hoc ergo reformande totius orbis rei 
publice sancto proposito concepto, sanctitas vestra et divulgato, 
jam ardore prosequimini ; incipitOi ne differatìs; inimica semper 
magnis mora principiis; properate ergo, quod jam sepe..-. (1) prò- 
tulistis et imitemini primum iUum Bomani imperii opificem, qui 
tante celeritatis fuisse dicitur, ut sepe sui adventus nuncios preve- 
niret. Nolite amplius benemeritam Ytaliam vestri desiderio £Bitigare, 

noli te ardorem suum impiis aut exspectationibus restringere, 

sola enim spe diucius pasci nequit. Multa equidem sunt dementa 
que (2) ad tam altum, tam magnificum tamque gloriosum perficien- 
dum propositum debent impellere : virens etas, corpus validum, altum 
ingenium et ardens orbem Ytalicum reformandi (3) cupiditas. Ouìd 
ergo exspectatur, quid cogitatur ! Sane nunquam, aut Ytalia . . egen- 
cior aut nos ad faciendam opem .... (4) aut favor hominum et Dei 
propensior aut illustrior res agenda fuit. Putatisne, sancte pater, 
Deum ipsum, a quo tocius orbis elementa processerunt, sine causa 
personam vestram benemeritam buie sancte sedi pretulisse, facile 
sequens, boc sine magno Dei misterio [non] contigisse arbitratis. 
Solus enim estis, cui Deus omnipotens interrupti concilii predeces- 
sorum suorum dilatam gloriam reservavit ; yngens nisi respuatis (5) 
vobis glorie opus!... Ingrediamini fortiter inter pedes jiistorum, 
Comes et adiutor principum, Deus aderit ! Spectat nuno ipse vos 
celorum princeps ab alto, considerat gressus vestros, dies computat 
borasque dinumerat. Insuper alioquin vindicator est stii muneris. 
Expectant sanctitatem vestram leti colles et flumina, exspectant 
urbes et opida, exspectant bonorum omnium agmina. Homa spon- 
sum sospitatorem suum vocat, Ytalia (6) vestris pedibus tangi cupit. 
Moneant animum vestrum exempla clarissima eorum, qui nihil in 
senium differentes, oblatam semel ordinem impigerrime rapuerunt. 
Alexander Macedo, oriente peragrato Y^ndorum regna pulsabat aliena 
raptxirus ; vos vestrum repetentes devotam vobis Ytaliam non invia- 
bitis? Scipio Afiricanus in Afirìcam transgressus (7) mutanti 



(1) ore propano, 

(2) per que, 

(8) reformandum, 

(4) actionea aut expecUUione» preHorum major. 

(5) respuatù nonne, 

(6) Ytalia et. 

(7) senium quamquam retrahentem aententiam. 



DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO BC. 243 

jam et raine minanti imperio pias adhibuit manus atque incredibili 
virtnte jugum Cartaginis discussit. Profecto autem ex omnibus opti- 
mis et sanctissimis curis vestris nulla gravior, quam quod Ytalioum 
orbem tranquilla pace componatis. Ea quippe sarcina vestris hume- 
ris par est^ cetera leviora, quam ut tanti pontifici s animum oc- 
cnpare mereantur. Moneat eciam pastoralis officii vestri debitum, 
ut Bomana ecclesia sponsa vestra tot jam elapsa dispendiis, in 
suia spiritualibus et temporalibus, debitos persone vestre £eivores 
senciat Ad quod, quantum jura vestra canonica .... (1) undique 
nichil dignum se offert, quod ab hoc sancto proposito vestro sancti- 
tatem vestram possit retrahere. Nolite, obsecro, laborem fiigere, nam 
qui laborem iiigit, fugit gloriam et virtutem (2), ad quas nunquam 
nisi ardue (8) et laboriose (4) pertingitur. Miles quippe, cui gloria 
cordi est summa, sub extremo non ... (5) arma periculo; nauta ga- 
bemaculum stringit rabiente procella intrepidusque uidet fractu- 
ros sub equore remos, et prius hunc pelagi quam terreat opprimit 
nuda. Vos non tam brevis ac tuti itineris spacium prò tanta gloria 
tremiscetis .... in dubiis ars certa patet. Vos pater sancte, quem 
lionesti laboris et vere laudis appetentissimum scimus, precamur, 
surgite, agite et equus magnorum ponderum distributor, graviora 
quelibet etati pervalide (6) et forcioribus humeris imponatis. Non 
vos asalpinarum (7) rerum sollicitudo, non natalis vicini soli dulcedo 
detineat, sed presenciam summi pontificis viduata Ytalia cogite- 

tis (8) (9). Ingens .... copia, qui vel ut belli vel ingenii gloriam 

cumularunt, vitam in perpetuis peregrinationibus exegerunt, vos 
vero, ad sedes proprias de peregrinatione longevo nimium redituri 
estis, nulla vobis peregrina transeunda sunt maria, nullus Anibal ante 
vincendus est; planum est iter, plana et aperta sunt omnia .... (10). 
Sencio quidem, novitatem rerum omnium esse suspectam, sed ad nova 
non trahimini, sed ad sedes proprias, auctore Deo, regressus est ; de 



(1) Parole sconnesse. 

(2) vertutem, 
(8) ardue, 

(4) laboriore tale, 

(5) d^iieU? 

(6) pretxUde, 

(7) Sic. 

(8) Sic. 

(9) Frase sconnessa. 
(10) Frase sconnessa. 



244 TRB ORAZIONI 

facili quidem res ad naturam revertitur. Properate ergo, clementis- 
sime pater, .... (1). Vos vero viri sacri et totius orbis specula et in 
partem tante molis (2) vocati, nolite deplorare hoc celitus destina- 
tum propositum, sed exatis quibuscunque privatis affectibus, induite 
justicìam, induite voluntatem Dei, induite orbis refbrmacionem et 
Bomane ecclesie, que vos tam altis titulis decoravit, exaltationem 
perpetuam; videbitis hunc summum pontificem augustiorem solito 
et fronte siderea per urbes Ytalicas incedentem. Vide[biti8] popu- 
lorum ac principum concursus, .... (8) audietis plaudencium ac fauen- 
cium voces ad ethera tolli, aurea redibunt secula et felix niminm 
prior etas. Expergiscere ergo sacrum ooUegium et offioii vostri de- 
bitum, excitate viri insignes darissimos animos vestros atque (4) in 
tam sancte opere attolatis (5) et fabricetis vobis monumentum bere 
perhennius, quod nec ymber atrox (6) nec aquilo prepotens (7) nec 

dampnosa minuat dies (8). Ibitis ergo sacri patres per apostc- 

lorum limina et terram calcabitis sacro purpuream cruore, videbi- 
tis muliebri linteo . . . domini vultus (9) effigiem, videbitis ubi pix>- 
fugo Petro Christus occurrit et super preduram silicem etemum 
genuum ejus (10) adoranda vestigia. Ingrediemini Saneta Sanoto- 
rum capellam (11) celestis gratie plenam, Vaticanum lustrabitis et 
beatis ossibus instructum Calisti specus, incunabula, et circumci- 
sionem salvatoris aspicietis et vìrginei lactis vasculum candore mi- 
rabili. Videbitis Agnetis anulum et divinitum extincte libidinis mi- 
raculum recognoscetis ; Gontemplabimini truncum baptiste caput et 
Laurencii craticulam et . . . Stephanum ; videbitis ubi Pauli puro san- 
guine dulcis aque fontes erumpunt. Videbitis ubi nato Domino fbns 
olei descendit in Tyberim, ubi templi pulcherimi fondamenta ex . . . 
nivis indiote jacta sunt, et ubi partu virginis tempia fortissima cor- 



(1) Frase sconnessa. 

(2) mollis. 

(8) Parole sconnesse. 

(4) iruignes atque clarisnmoa animos vettroè in, 

(5) cUolatù, 

(6) Sic. 

(7) Sic. 

(8) Frase incoerente, nella quale si parla di statue di marmo, aepolcri 
marmorei e di picturate ymagine», 

(9) voUus, 

(10) genlilnu. 

(11) ceium eelttm. 



DI LAPO DA C ASTIO LIONCHIO EC. 245 

merunt, cementes lapidem . . . Simonis cerebro maculatum; monstra- 
bitar vobis Silvestri ... (1) et . . . Constantini et dictata celitus in- 
sanabilis morbi cura et innumerabilia, quorum alia, que animos 
yestros trahent ad supera, sed alia quidem plurima, qualia alia se- 
cala non videront (2), oementes Bomanorum prìncipum stupenda 
licei oollapsa palacia, Scipionum, Cesarìs et Fabiorum domos, vide- 
bitis septem colles uno (8) ambitu conclusos ; mirabimini . . . vias 
captìvorom quondam angustas agminibus, et triumphales arcus . * . (4) 
quondam .... (5) populorum spoliis .... (6), Oapitolium ascendetis 
omnium caput arcemque terrarum, ubi olim cella lovìs fuerat, 
none est Araceli . . . TJnde merito de alma civitate ipsa scriptum 
sit : tantum hoc caput in ter alias extulit urbes, quantum levia so- 
lent inter viburna (7) cupressus. Et si extra urbem forsan spaoiari 
placeat : gelidis ac . . . . circumfluum fontibus Viterbium, sedi apo- 
stolice actissimam civitatem, et Urbem veterem prerupti saxì in 
vertice sedentem. Preterea si longius forsan evagari liceat, tacco 
Perusium, taceo Senas, tacco Florenciam, per quas deuotissimas 
sancte sedi apostolice civitates et in qui bus vos fiexis genibus gens 
omnis adorat, legum matrem et tot bonis redimitam, vestram Bo- 
noniam (8) revidebitis; quid loquar de provinciis propriis : Eoman- 
diola, Marchia, patrimonio, ducatu cum locis aliis Eomane ecclesie, 
qae ex absencia summi pontificis tociens vexata fuerint et pene de- 
perdite, nec securitatem perpetuam sine presencia vestra (9) spe- 
rantes. £g^ vero tam gloriosum opus omnibus deliciis omnibusque 
voluntatibus pretulerim, quas sompnus aut venter aut ambicio pre- 
stare posset, omnis enim virtus, omnis gloria, omnis honesta di- 
leotio in arduo sita est. Ouid ergo ocium cum hoc negocio, quas 
delicias cum hiis curis, quas .... cum hiis laboribus comparabitis. 
Videte, reuerendissimi patres et domini, quam fiducialiter agam 
homo pusillus, vos vero, ne libertatis mee succenseatis sermonibus, 
quod in eis gratulemini, qui hanc meam fiduciam subministrant. 



(1) nlvettre latibidum! (SUvedri baptisteriumf), 

(2) Sic. 

(8) tMIUff. 

(4) Sabbeorum, 

(6) rerum et {terrarum etf), 

(6) honeetoe (pnustosf omatoef), 

(7) vSnma, 

(8) Bonam. 

(9) 9ua, 



246 TRE ORAZIONI DI LAPO DA CASTIGLIONOHIO EC. 

Sed redeo ad vos pater sanctissime et cordis et corporis flexis ge- 
nibus et . . . manibus prò parte diete deuotìssime ciultatìs, cujus 
oratores sumus, supplicane ... (1) debita meditacione pensatum hoc 
sacrum propositum ad celerem exitum proferre velitìs. Inter adver- 
sitatum Ytalie nubila speratum nobis, sanctissime pater, vestre fì-on- 
tis lumen (2) accedat. Pro ejus tam sanctissimi operis fauore com- 
munitas ipsa, ut sue antique deuooionis signa demonstret eidem 
sanctati vestre offert quidquid ubique potenoie sue est ac eciam ... (3) 
si sanctitas ipsa Ytaliam petere per iter marinum disponat, quinque 
alias oblatas galeas cum suis officinis propriis ipsius communita- 
tis (4) sumptibus cum leto animo o£fert ; quod si per terram sancti- 
tas ipsa iter arripuerit, quingentorum armatorum equitum cum diete 
civitatis banderìa et nobilium capitaneorum duca tu fidelissimnm co- 
mitatum per vestre voluntatis arbitriam prestare parata est. Ouin 
ymmo per mare iter arripientes (5) dictas galeas oblatas receperitis. 
quam primum terre feliciter applicare continget, prefatum quingen 
torum equitum comitatum prò vestre voluntatis arbitrio et prò . . . 
sue deuotionis paratam insuper o£fert, deprecantes tamen sanctita- 
tem vestram ... (6) in predictis uoluntatem suam tam congruo tem- 
pore aperire dignetur ut communitas ipsa adeo compositis sarcinu- 
lis suis possit etc. (7). - Tercio tamen ut supra in alia oratione; 
quarto tamen ut supra. Explicui etc. ut supra in alia oratione. 



(1) quoècunque predictò et aliù que in 8crinio nostri pectorit vigHant el« 

(2) lumine, 

(8) aennone ad Momanam ecclenam descendent, 

(4) ip8Ì8;comitanlibu8, 

(5) areaerutia, 

(6) quantum» 

(7) a dictia. 



DI UNA NUOVA IPOTESI 

SULLA 

MORTE E ILI MfORi DI CliiilMO yilNII 



I. 



Che la salma di Giangaleazzo Visconti, primo duca di 
Milano, giacesse nella celebre Certosa di Pavia, era opinione 
generalmente ammessa anche prima che il 2 aprile 1889, 
per iniziativa del defunto prof. Carlo Magenta, se ne fa- 
cesse pubblica ricognizione nel bellissimo mausoleo che la 
gratitudine de' Certosini aveva inalzato alla memoria del- 
l' insigne loro bene&ttore. Nessuno immaginò, allora, che 
i due avanzi scheletrici rinvenuti nel sarcofiigo della Cer- 
tosa non appartenessero realmente 1' uno al duca di Milano, 
r altro alla sua prima moglie Isabella di Yalois ; anzi il 
primo fu oggetto di uno studio accurato da parte di un 
illustre professore di Anatomia dell' Università pavese, e le 
conclusioni a cui egli giunse, rese di pubblica ragione in 
una seduta del r. Istituto Lombardo di scienze e lettere (1), 
furono tali da togliere ogni dubbio, se pur dubbio era 
possibile, che le ossa di Giangaleazzo Visconti non fossero 
proprio quelle trovate nella tomba destinata al fondatore 
della Certosa. 



(1) Intorno alU osta di Giovanni Galeazzo Visconti, Nota del doti. Gio- 
YAWn ZojA professore delP Università di Pavia, già pubbl. nel Bollettino 
SdenUfeo, n. 1, marzo 1896, poi letta nelP adunanza del r. Istituto Lom- 
bardo del 2 maggio dello stesso anno. 



lettera) « )■/ è il fideicommisso del Stato di Milano che mo- 
rendo il Duca Io. Maria ed il Duca Filippo e Messer Ga- 
briello senza figlioli matculi dispone che il iStafo di Milano 
provenga ad uno dei figlioli della iUuMrissima Madonna Va- 
lentina ». Orbene, chi lo crederebbe ? l' Oslo non dubita 
d' affermare che la lettera del celebre giurista « prova evi- 
« dentemeute I' esistenza di un primo testamento fatto da 
« Q-io. Galeazzo Visconti anteriormente alla nascita del suo 
« primogenito Gio. Maria » ! Ma il colmo del meraviglioso 
vien dopo. L' Osio deplora che nessuno abbia letto e che gli 
archivi non conservino traccia di testamenti contenenti la 
suddetta clausola fide<:omniissaria. Ebbene {ne anche a ferlo 
apposta !), il testamento che egli pubblica contiene appunto 
quella clausola : Valentina non vi è nominata, ma la suc- 
cessione per linea femminile, in mancanza di discendenti 
maschi legittimi o legittimati, vi è chiarament-e espressa (1). 
Quando una questione di quel genere' è trattata con tanta 
leggerezza da un uomo come 1' Osio, che pur non era un 
erudito volgare, non mi stupisco che il M. spinga tanto 
oltre il suo scetticismo. 

Ora, per non allontanarci dal nostro argomento, ^ 
diamo, colla maggior possibile brevità, che cosa ai può d 
di sicuro intorno ai testamenti di Giangaleazzo. 

Bernardino Corio che, non ostante le inesattezze i 
racconto, è sempre un' autorità di prim' ordine (jer Ìl ] 
riodo de' Visconti e degli Sforza, ci attesta che Griangaleazzo 
fece quattro volte testamento : nel 1388, nel 1397, nel 1401 



(1) Ved. a pag. 321 ilalle parole • ilefioientibus predictis legiUmi 
« legitumuidia » eo. fino olle parole • de filio traHoiitlendo », e si confronti 
qudlU olaaaola con cii> c^he è detta nel contratto di matrimonio di Valeu— - 
lina Visconti del 27 gennaio 1387 pubbl. dal Jakry (Loaù dt Prmtcr itic 
d'OrUaiu, Paris, Picard, 1889, tra' documenti). Giova però avvertire oli^ 
l'obbligo assunto da GiangaleaEBo non era aenia qualche restrÌ(ÌoiieT 
> absque eo ., vi «ft detto, • qaod per viam testamenti, codicìllorum ww 
« alioniu» alterine ultime voluntalis aut donationis iiit«r vivoa, ipsi *1Ì- 
■ quid bciat seu facere posait ili contrarium quovismodo ■». 



E SULLA SEPOLTURA DI 6IAN6ALEAZZ0 VISCONTI 251 

e nel 1402. Queste date, chi ben consideri, non rappresen- 
tano che le fasi per cui passò la potenza del conte di Virtù, 
dal colpo di Stato nel 1386 fino alla sua morte. Non v' è 
nulla di strano nel fatto che, col successivo allargarsi de' suoi 
domini, Giangaleazzo sentisse il bisogno di modificare via 
via le disposizioni già date intorno alla successione. 

Del testamento del 1388 non abbiamo che la sola noti- 
zia lasciata dal Cono. 

Quanto all' altro del 1397 1' Osio credette di ricono- 
scerlo in quello da lui trovato e inserito nella sua raccolta, 
ma un attento esame del documento mostra com' esso ap- 
partenga a un tempo posteriore, per la menzione che vi è 
fiitta della città di Siena, la quale non venne in potere del 
Visconti che TU settembre 1399. E poiché nello stesso 
documento non si dice nulla di Perugia, della quale il Vi- 
sconti ebbe il possesso nel gennaio del 1400, cosi mi pare 
si possa dire con tutta sicurezza che la data del testamento 
pubblicato daia Osio oscilli tra il settembre 1399 e il gen- 
naio dell'anno successivo (1). Adunque il testamento del 1397 
e quello dell' Osio sono due cose distinte, se pure quella 
data del 1397 non sia un errore del Cono, lettore piutto- 
sto frettoloso e interprete non sempre felice di carte antiche. 

Del testamento del 1401 abbiamo un sunto abbastanza 
largo e, credo anche, abbastanza fedele (2) nel Corio stesso. 



(1) L^Osio fa indotto ad attribuire al testamento la data de] 1897 da 
quella clausola in cui è detto che, avendo il testatore goduto per 12 anni 
i frutti de' beni di Bernabò del valore di 6 m. fiorini alPanno, lega a' fra- 
telli Ludovico e Mastino la somma di fiorini 72 m.; sicché, calcolando i 
dodici anni dal 1885, quando avvenne la morte di Bernabò, si arriva ap- 
punto al 1997. Ma che i dodici anni s' abbiano a computare proprio dal 1885 
il documento non lo dice, e non abbiamo alcuna notizia che Giangaleazzo 
entrasse in possesso diretto de' beni patrimoniali dello zio Panno stesso 
della sua prigionia. D' altra parte la menzione che è fatta nel testamento 
della città di Siena costituisce un dato ineccepibile, che rimanda il docu- 
mento almeno fino al 1899. 

(2) Infatti, paragonando questo sunto col testamento dell'Oslo, si vede 
che il testamento del 1401 riproduceva su per giù, salvo le necessarie mo- 
dificazioni ed aggiunte, l' altro del 1899. 



DI C» A KUOVA IP0TK81 SULLA UOBTB 

Al 1402 appartiene, non un testamento, ma un i 
plice codicillo che Gìaugaleazzo dettò a Marignano poeti 
giorni prima di morire. I:i esso il duca disponeva di Bolo- 
gna recentemente acquistata, e, salvo qnalclie leggiera mo- 
dificazione, confermava ìn tutte le sue parti il testamento 
precedente. Il Corio ne lasciò im cattivo eimto, ma il do- 
cumento fu pubblicato nella sua integrità dal Benaglìo (l). 

Questo codicillo, che ha la data del 26 agosto 1402, fu 
rogato dal notaio pavese Giovanni Oleario. Il M, trova poco 
probabile che l'Oleario sia stato chiamato a Marignano a racco- 
gliere 1' ultimo atto della volontà del duca, ma ì suoi dubbi 
non hanno alcun fondamento, anche per la ragione clie l' au- 
tenticità di quel codicillo è superiore a qualunque sospetto (2). 

Come ho già detto, nel codicillo il duca confermava 
quanto aveva stabilito in un testamento anteriore. Quale 
testamento ? certamente l' ultimo, quello dell' anno 1401 ro- 
gato, come tutto e' induce a credere, dallo stesso notaio 
Oleario di Pavia. È questo il testamento, di oni parla Gia- 
sone del Maino nella sua lettera ; che fìi aperto e letto la 
prima volta in Milano l' indomani della morte del duca (3) ; 
che esisteva ancora in originale l' anno 1462, quando Fran- 
cesco Sforza lo richiese insistentemente ad Andrea Oleario, 
figlio di Giovanni, ed avutolo, probabilmente ne ordinò la 
distruzione, per far perdere le tracce della clausola fidecom- 
missaria a favore di Valentina, su cui fondavansi le preten- 
sioni degli Orléans alla successione nel ducato milanese dopo 
la morte di Filippo Maria (4). I tentennamenti dell' Oletirio e 



(1) Belaxìone ittorica del Magitlralo tìraonlinario. p. S; MÌIard, 1711 

C2) Una oopia in pergamena del coJicillo aatenticnta da' Dotai Adi 
Oleario e Giacomo Cani 1' 11 settembre U56 viene citata dui DivBuo, t 
tnorit tutta tloria dell' ei-diKato di M3am>, p. 11; Hilano, Mainordì, 1 

(S) BiLLiA, Hot. Mtiliol. presso Mubatori, l^ript., XIX, col. 9. 

(4) Ctr. Qamtoni, Sul Calamenlo originale dì Oian GaUaao ViKOltti q 
Itnatle S federtanmato a farnrr dei diteetidenli detta Valealina, in ArA. i 
Lomb., 18S2, pp, 8B5 e seg. - Ted, anche T£. FADrox, Le «tariaga éaJ^ 
dfOriéam «l di VattnliM VitwMi: Paris, Impriraerie Natiooale, 18BS| f 



E SULLA SEPOLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 253 

le difficoltà opposte alla domanda del duca non provano, 
come suppone il M., che il notaio pavese conoscesse l'ori- 
gine spuria del documento a lui affidato, ma provano invece 
che r Oleario, il quale non ignorava le segrete mire del 
duca, fece tutto il possibile per impedire la distruzione di 
un documento, della cui conservazione egli, pubblico Ain- 
zionario, era personalmente responsabile. La diligenza con 
cui, dopo r originale, si cercò più tardi, al tempo di Ludo- 
vico il Moro, di far sparire anche le copie, non può che 
confermarci nell' opinione che il testamento del 1401 era di 
un' autenticità insospettabile, e che il suo originale s' era 
conservato almeno fino a 50 anni dopo la morte del primo 
duca (1). 

Ora, lasciando .da parte i codiciUi, che non hanno al- 
cuna importanza nella nostra ricerca, noi non conosciamo, 
in sostanza, che due testamenti : quello del 1399 riprodotto 
integralmente dall' Osio, e quello del 1401 riassunto dal 
Corio. Al primo, nella forma in cui ci è pervenuto, man- 
cano i caratteri estrinseci dell' autenticità, ma non abbiamo 
sufficienti ragioni per credere che non ne sia autentico il 
contenuto. Né 1' Osio ne quanti altri se ne occuparono dopo 
di luì, ebbero a sollevare in proposito alcun dubbio. Quanto 
al secondo, ho già detto quello che penso del Corio come 
lettore di documenti ; ma il Corio non era tanto ignorante 
da non saper distinguere un documento autentico da uno 
suppositizio. I due testamenti sono fra loro in intima cor- 
relazione, e corrispondono perfettamente al momento storico 
in cui fìirono dettati : essi contengono disposizioni che, al- 
meno nella parfce sostanziale, furono anche pienamente ese- 
guite dopo la morte del testatore. Certo ce ne furon di 
quelle che non ebbero esecuzione, e il M. ha ragione di 
constatare che « dei legati &tti a favore delle chiese e cap- 



(1) Circa r esistenza del testamento autentico del 1401 v. anche B. db 
Maui*de-La-Cl AVIÈRE, Hislùire de Louis XII; Paris, Leroux ed., 1889, 1, 146. 



254 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

« pelle di Pavia neppur uno fu rispettato ». Ma la man- 
cata esecuzione di una o più clausole testamentarie non 
vale ad infirmare un testamento come documento storico, 
specie nel caso nostro, se si considera che, in mezzo a' di- 
sordini che seguirono la morte del duca, la duchessa e i 
figliuoli avevano ben altro a &re che dotar chiese ed eri- 
ger cappelle! 

Se dunque, per tornare alla nostra questione, mancano 
ragionevoli motivi per dubitar della piena attendibilità dei 
due soli testamenti di cui si abbia notizia, possiamo ritenere 
come assodato che Giangaleazzo volle realmente essere se- 
polto nella Certosa, trovandosi tale disposizione espressa 
chiaramente tanto nel primo quanto nel secondo documento, 
ed essendo stata implicitamente confermata nell'ultimo co- 
dicillo del 26 agosto 1402. 

Del resto, anche se potesse dubitarsi dell' attendibilità 
de' due testamenti surriferiti, non per questo sarebbe meno 
dimostrabile e dimostrata la tesi che noi sosteniamo. La- 
sciando in disparte le testimonianze degli scrittori contem- 
poranei, basterà addurre due documenti che ci sembrano 
decisivi. 

Il primo è una lettera del 24 gennaio 1404 in cui Fi- 
lippo Maria, nel pregare il duca suo fratello di proteggere 
il monastero della Certosa contro le molestie di un tal Su- 
perleone Pusterla ricordava che « pì'elibatus Genitor naster 
honorandissimtLs tanta ipsi monasterio affldebatur devotìone, 
quod ipsum donacit et dotavi voluit possessionibus suis Uberis 
et ab omni obligatione solutis et tUterius corpus suum ibi or- 
dinavit debere sepeliri » (1). 

n secondo documento, non meno esplicito, è una let- 
tera di Galeazzo Maria Sforza al priore e ai frati del mo- 
nastero di S. Agostino (S. Pietro in Ciel d' Oro) del 16 feb- 



ei) Maoemta, / Visconti e gli Sforza nel caMlo di Pavia; Milano, Hoe* 
pli, 1888, voi. n, p. 100. 



E SULLA SEPOLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 255 

braio 1474, in cui, ordinando che senz' altra dilazione si 
facesse il trasporto della salma di Giangaleazzo alla Certosa, 
ricordava che il detto duca « ad vite extremum perductus 
testamento Jieredibus oc mccessorUms mandamt ut corpus suum 
ilUc deponeretur » e vietava assolutamente 4c ne prenominar 
tus dux extra locum uòi se mortuum deponi constiiuit am- 
pUus conspidatur et maneat :> (1). 
E non occorre altro, mi pare. 



III. 



Ma fu veramente la salma di Giangaleazzo sepolta nella 
Certosa? 

Prima di rispondere a questa domanda, il M. affronta 
un* altra questione, quella relativa al tempo ed alle circo- 
stanze della morte del duca. E inutile dire che per lui come 
sono <ti dubbi gli atti di ultima volontà e falsi nella dizione 
« in cui ci pervennero » cosi « non sono meno sospette le 
« cause della morte e dubbie le circostanze che V accompa- 
« gnarono ». Con tali preconcetti nella testa, non è meravi- 
glia se il M. dubiti d' ogni cosa, e trovi ombre e misteri 
da per tutto: negli ultimi giorni di vita del duca, nella 
natura del male che lo trasse alla tomba, nell' annunzio ri- 
tardato della morte, nelle contradittorie notizie degli scrittori ; 
e su questo fondo di scetticismo e di false prevenzioni sol- 
levi la strana ipotesi che il Visconti morisse non di morte 
naturale, ma di morte violenta, ipotesi che mette conto ri- 
ferire con le sue stesse parole : 

« Questa morte è tenuta celata parecchi giorni dai 
« famigliari e dai cortigiani ; e di tener questo silenzio 
« avranno avuto le loro buone ragioni, ragioni o pretesti, 
4c che ci &nno dubitare fortemente se sia stata morte na- 



(1) Magenta I Op. cit., voi. II, p. 858. - Ved. anche la lettera dì pari 
data al priore e a' padri certosini pubbl. dal Moibaghi nella sua Memoria, 
p. 174, n. 2. 



25G DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

« turale quella del primo duca di Milano, ovvero morte 
« violenta. U veleno ed il tradimento erano tanto fami- 
<r gliaii nella corte e nella stirpe della vipera, che ogni 
« dubbio non è temerario. Nemici n'aveva, e forse i peg- 
<c giori gli stavano ai fianchi: sicché o la diplomazia d'al- 
« lora, che vedeva di mal occhio T ingrandimento del prin- 
« ci|)e lombardo, o la smania del dominio, che nei consiglieri 
oc era sfrenata, potevano aver armato la mano di un si- 
« cario, o preparato un non lento veleno, per togliere dal 
« mondo V uomo astuto e dai grandi disegni. Acconcio era 
« il luogo, dove venne a trovarsi il Visconti, quando, a ca- 
« gione della peste, lasciò Pavia, per un delitto : lontano 
« da città, che gli fossero affezionate ; da medici, che lo 
« potessero curare ; da guardie fide, da amici veri ; da sguardi 
« troppo curiosi, che tentassero smascherare il tradimento. 
« Il Lambro, che lambiva il solitario castello di Melegnano, 
4c poteva celare la vittima e coprire un assassinio od un 
« avvelenamento ». 

Come si vede, siamo in pieno romanzo, un romanzo a 
tinte forti, a base di ombre, di misteri e di tenebrosi as- 
sassini, che ricorda il genere coltivato con tanto successo 
da Anna Badcliffe alla fine del secolo passato. 

La verità è che della malattia e della morte del conte 
di Virtù abbiamo informazioni cosi minute, cosi circostan- 
ziali, che nessun' altra biografia di signori di quel tempo 
può gareggiare con quella del Signore di Milano. 

Quando morì Giangaleazzo ? L' aimuncio ufficiale che 
della morte diedero lo stesso giorno i figli Giovanni IL e 
Filippo M. air imperatore Vinceslao pone fuori dubbio che 
la morte avvenne la sera del 3 settembre verso le ore 24 (1). 

Di che malattia? Certamente di febbre, di febbre per- 



ei) La lettera fu citata dal Giulimi, Memorie di Milano, VI, 66 e VII, 
278 (Milano, Colombo, 1857), e registrata in Deuttche BeichtiaguMkten, ed. 
Weizsackek ; Gotha, Perthes, 1885, to. V, 461 ; ma trovasi anbora inedita 
in Bibl. Ambrosiana, cod. H, 211 p. inf., fol. 5-G. 



E SULLA SEI*OLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 257 

lUdosa o infettiva, come risulta dalla stessa lettera a Vin- 
<*slao (1), dall'altra lettera del 10 settembre con cui fa 
^to r annuncio a' sudditi (2), e dalla concorde affermazione 
de' cronisti contemporanei (3). 

£ non è vero che a Marignano il Visconti si trovasse 

medici, senza guardie, senza amici fidati. 
Di medici ce n'erano almeno due: Marsilio da S. Sofia (4), 
® Onsberto de' Maltraversi, il quale era anche astrologo del 
(5). 



CX) « Et qnomodo admodum potuere febres ille irremediables tanta 

ia custoditimi corpus iuaupere (insuperare post, marg.) membro- 

pnlcritudiiie bene composi tum et viribus validum vix quinqua- 

^^x^arìum intempestiva morte solvere, annos adhuc fortes precipitare .... 

-^ Od potuit tamen irreparabiJis ille febrius furor invictissimam mentem 

^^^'V'olvere quominus susceptis ecclesie sacramentis » ec. 

C3) Chron, Bergom, presso Muratosi, Scrij>t,, XVI, 931. - Magenta, 
^^- oit., n, 97. 

C^ I. Dblaito in Annoi. Est, presso Muratori, XVIII, 972: « decessit in 
^^rignano morte naturali ». - P. Braccioliki, Historia, Ibid., XX, 290: 
febrem incidi t ex qua et defunctus est ». Annoi, ForoUt., Ibid., XXII, 
^ « obiit febre in Castello Marignani ». - G. Stella, Ann. Gen,, Ibid., 

^^^X,1192: « febribus obiit ». - Sozomeho, Spec, hist., Ibid., XVI, 1176: 
^^<ie88it morbo ». - Ann, Mediai,, Ibid., XVI, 838: « lethali morbo de- 
^^^^ctus est ». - Il Marzaoaia {Antiche cronache veronesi, ed. Cipolla, 
'^^^) non sa nulla di una morte violenta. Sole eccezioni : Giovanni Bax- 
^ db' Bartolomei nella sua Senensis hist., presso Muratori. XX, 5, fa 
X- **^^» Giangaleazso a Pavia non senza .sosi)etto di veleno dato da'fioren- 
• - M. Saruto, Vite de* Duchi di Venezia, Ibid., 791, lo dice morto 
jj ^^ suoi Camerieri, udendo messa, per la vita cattiva ch'egli faceva »! 

f^^ ^ ^^on arriva fino a farlo gittare nel Lainbro. E si aggiunga anche l'in- 
^. ^^^flùma Cromica di Milano pubbl. in Miscellanea di storio italiano, 
T^ "" Vili, eh' io dimostrai non esser altro che un centone senza valore. 
(^ ^^otLna che Giangaleaszo morisse di (jestc è tardiva, e credo risalga al 
^^^^ ^^ IO ( Fdoé duodecim VicecomUum in Thesaurus antiq. Ital., to. Ili, |)arte 1.*, 
^ ^%» da cui probabilmente la trasse il Muratori che la registrò in una 
*" 9.^ Ber. Ital., ma non la ripetè negli Annali. 
Ki) Gataro, Istorio padovana presso Muratori, Script., XVII, 867: 
ivi (a Marignanoj cosi infermo visse xnù giorni per gli iolenni li- 
^^ori, e cose medicinali, fatte per lo famosissimo huomo Messer Mar- 

\^'^Iio di Santa Sofia sapientissimo medico padovano, riputato a quel 
* ^mpo il migliore e più sapiente medico del mondo ». 
(5) É fra' testimoni nel codicillo 25 agosto 1402. 
AsCB. Stob. It., 5.* Serie. — XX. 17 



258 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

Anche le guardie non potevano mancare : esse segui- 
vano il principe da per tutto, e non è neppur concepibile 
che il Visconti se ne privasse in quell' unica occasione. Ve- 
dremo infatti che e' erano realmente. 

Né può dirsi che il duca non si trovasse tra persone 
fidate : e' erano certamente la moglie e i figliuoli (1) ; c'erano 
tra' consiglieri, i fidatissimi Antonio conte d' Urbino e Fran- 
cesco Barbavara ; e' erano inoltre Giovannolo da Casate ed 
Antoniolo Crivelli, fiimigliari ; Giovanni da Camago ed 
Antonio da Lucine, cancellieri (2). C era, insomma, a Ma- 
rignano, tutta la corte ducale, col suo seguito abituale di 
camerieri, di guardie, di servitori. Giangaleazzo era tanto 
sicuro colà, quanto poteva esserlo a Milano o nel castello 
di Pavia. Egli vi passò i primi giorni della sua dimora 
tra' passatempi e le cure di stato : riceveva ambasciatori (3), 
firmava decreti (4) e dirigeva la guerra contro Firenze, che 
allora era giunta al suo stadio risolutivo (5). 



(1) La lettera a Yinceslao è datata da Milano, segno che, appena morto 
il duca, o anche prima, si credè prudente affrettare il ritomo della fa- 
miglia alla capitale, per timore di possibili disordini. Anche il giorno 
de' funerali la famiglia ducale si tenne chiusa nel castello di Porta Giovia, 
e il fatto fu notato da quelli che intervennero alla cerimonia. 

(2) I loro nomi si leggono nel citato codicillo 25 agosto. 

(8) Gli ambasciatori bolognesi, di cui è cenno nel poemetto del Ci- 
Nuzzi ricordato appresso. 

(4) Il Campi (Hùtoria di Cremona; Milano, Ghisolfi, 1585, p. 106) ri- 
corda un decreto di Giangaleazzo datato da Marignano, 17 agosto 1402, 
con cui si concede licenza a tutti i sudditi delP oltre Po di potere an- 
dare allo studio generale di Piacenza, dov' era stato trasferito allora, a 
causa della peste, lo studio di Pavia. 

(5) Niccolò da Uzzano, eh' era caduto prigione de' viscontei a Bologna 
nel giugno 1402, nelle confidenze che fece più tardi a Bonaccorso Pitti, 
dichiarò eh' era stato condotto a Marignano, e vi aveva trovato il duca 
e i suoi consiglieri, da cui fu costretto a sottoscrivere una dichiarazione 
circa il noto tentativo di avvelenamento di Buperto. Nel mio lavoro 
GiangcUeazzo ViacoìUi avvelenatore (Arch. ator, Lomb,, 1894, fase. 2.*) posi io 
dubbio quest' andata di Niccolò a Marignano : oggi non insisterei In qne- 
sbo dubbio. L^ Uzzano fece certamente la sua prima dichiarazione scrìtta 



E SULLA SEPOLTimA DI 0IAN6ALEAZZ0 VISCONTI 259 

In quelle condizioni, un assassinio, sia pure per avve- 
lenamento, era un' impresa molto ardua. Il castello era ben 
guardato, e l'avvicinarsi non era facile, perchè decreti seve- 
rissimi proibivano l' accesso alla dimora del principe, quando 
la peste serpeggiava nelle vicinanze (1). 

Ho già detto che il duca morì di febbre. Delle varie 
&si della malattia e' informa un documento che non fu stu- 
diato finora come merita, e da cui si traggono notizie che 
invano cercheremmo ne' cronisti del tempo. E il poemetto 
sulla morte del conte di Virtù scritto da Pietro de' Oinu^zi 
da Siena, che trovasi in due codici, 1' uno della Magliabe- 
chiana, 1' altro della (Comunale di Siena, e fu pubblicato 
recentemente dal Bartoli (2). L' importanza di questo poe- 
metto risiede in ciò che esso non è, in sostanza, che la ri- 
duzione in versi assai rozzi di una relazione sincrona scritta 
probabilmente a Milano sulla morte e sui funerali del duca, 
e per la ricchezza de' particolari e 1' ordine della descrizione 
ha il valore di un documento storico abbastanza notevole (3). 

Ecco come descrive 1' autore la causa dell' andata del 



il 15 settembre a Milano; ma a Marignano potè esservi condotto prima, 
e subirvi degP interrogatori, interrotti probabilmente da] sopraggiungere 
della malattia del duca. 

(1) Ved. il decreto da Cusago 17 settembre 1898 in Antiqua ducum me- 
diolanentùan decreta, p. 228. 

(2) I manoecritti ittUiani della biblioteca nazionale di Firenze, to. Ili, 126; 
Firenze, 1868. 

(8) Il Mbdin (/ Vieconti nella poesia contemporanea in Arch, Stor, Lomb,, 
1891, p. 794) chiama questo poemetto « una magra e assai diffusa para- 
« frasi in ottave delP Ordo funebris Johanni» Galeatii Vicecomitis et oratio lune 
« habita tu eius tandem a fratre Petra de Ccutelletto, la quale manca perciò 
« anche dell'interesse che avrebbe potuto destare la narrazione di un testi- 
« monio di vista ». A questo giudizio deir egregio erudito non posso sot- 
toflcrivermi. La prima parte del poemetto non ha alcun riscontro nel- 
VOrdo FwMrie: nel resto i due documenti presentano discrepanze fre- 
quenti e notevoli. Io sono d'avviso che il poemetto derivi da un' altra 
delle molte descrizioni che corsero per l' Italia sulla morte e su' funerali 
del duca di Milano. 



260 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

duca a Marignano, i primi giorni passati colà, e il soprag- 
giungere della malattia : 



P,5] 



stando in pavia nel yidazio chiostro 
o ver nel bel chastello o tenimento 
senti che 11 aire fette facie mostro 
fa di tal chosa molto mal chontento 
prese partito per vivere pia sano 
lassar pavia e girne a marignano. 
[€] E chosi fé nel vigesimo sexto 

giorno di luglio et fé spieghar sua lista (1) 
e ginne a marignano veloce et presto 
luogho di morte dolorosa et trista 



[7] E dimorando diciessette giorni 

chon gran prosperità di suo persona 
chon giuochi e chon sollazzi ebe sogiomi 
ne d altra chosa mai vi si ragiona 
e bolognesi ambasciadori adorni 
parlar chon llui el che non si sermona 
isposta 1 alta loro inbascieria 
a due di loro dono chavalleria. 

[8] Domenicha a di xiii daghosto 

nel maladetto ponto ali ore venti 
stando 1 signore n un luogho assai riposto 
chiuso e serrato pel ferir de venti 
1 assalse una excession di febre tosto 
che quasi il trasse ^ori de sentimenti 
tornato in se et fé chon buoni setire 
suoi medici e astrolagi venire. 

Vengono i medici, e dichiarano sulle prime che la ma- 
lattia non ha alcuna gravità ; ma, dopo dieci giorni, vedendo 



(1) Questo andare verso Marignano a bandiere spiegate mostra che il 
dnca aveva seco la sua solita scorta armata. 



E SULLA SEPOLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 261 

il male ostinarsi, consigliano di trasportare l'infermo ad 
Abbiategrasso. Se non che 

[10] Mandato i sinischalclii a preparare 

verso biegrasso per questo signore 
la nfermita chomincia a sormontare 
e ogni giorno apariva magiore .... 

I medici ne furono impensieriti : continuarono bensì a 
dar buone parole di speranza, ma credettero meglio lasciar 
r ammalato dove si trovava. 

n duca, fin da principio, non si fece illusione sulla 
gravità del male, e chiese di confessarsi 

[11] dicie lo scritto un frate minore lue 

huomo di santitade e di vertude. 
[12] £ questo fue nel di di nostra donna 

a quindici del mese sopra detto. 

Avendo provveduto alla salute dell' anima, il duca il 
giorno appresso volge il pensiero a' beni temporali : 

[14] E £fe venire a se suo chonfidati 

e llor presenti fé suo testamento. 

n poeta non dice come il duca disponesse de' suoi beni, 
perchè questo non era spiegato nella relazione che aveva 
davanti, ma 

[16] siohondo che Ilo scritto chonta il vero, 

sa che Giangaleazzo aveva disposto del suo cadavere in 
guisa che il cuore fosse deposto in S. l^chele di Pavia, gli 
altri visceri in S. Antonio di Vienna, e il resto del corpo 

fuor di pavia al nuovo monistero 
dell ordine di chartusia over zertosa 
ove 1 suo chorpo senpre facia posa. 

' Cosi, continuamente aggravandosi il male, si giunse al 
settembre. Domenica 3 settembre, alle ore 15, il duca sen- 



262 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

tendo prossima la fine, chiede gli estremi conforti religiosi, 
e manda per 1' abate di S. Pietro. 

Chi è questo abate di S. Pietro ? Il poeta non lo dice ; 
ma io credo che si tratti dell'abbazia degli Umiliati di 
S. Pietro in Viboldone, posta a poca distanza da Marignano, 
e dove, come vedremo, la salma del duca ebbe un primo 
seppellimento. Non escluderei però in modo assoluto che 
j)ossa anche trattarsi dell'abate di S. Pietro in Oiel d'Oro, 
monastero che era allora nelle buone grazie della corte 
viscontea. 

E nota la controversia che da più tempo esisteva tra' due 
monasteri degli Eremitani e de' Canonici Begolariy che si 
contrastavano il possesso della celebre basilica pavese di 
S. Pietro in Ciel d' Oro (1). Mentre prima il favore della 
corte pareva rivolto a preferenza verso gli Eremitani (2), 
vediamo in seguito G-iangaleazzo sposare decisamente la 
causa de' Canonici, minacciando ai loro rivali lo sfratto dalla 
basilica (3). Nel testamento del 1401 aveva dato una nuova 
prova del suo interessamento alla loro chiesa, ordinando un 
cospicuo legato pel compimento dell' arca destinata a racco- 
glier le ceneri di S. Agostino. Ma quello che più. importa 
al caso nostro è un diploma del 10 ottobre 1394, con cui, 
neir ordinare a tutti i giusdicenti del suo dominio di som- 
ministrare giustizia sommaria al monastero di S. Pietro in 
Ciel d' Oro nelle sue controversie co' laici, dichiara di aver 



(1) Vo<l. la mia memoria Eremitani e Canonici Regolari in Pavia nel 
nec. XIV e loro aUinefuse con la storia cittadina, in Arck, Star, lAumb., 1895, 
fase. 8.'> 

(2) Oltre a quello ohe scrissi nella citata memoria, é de^no di nota il 
fatto che Bonifacio Bottigella priore degli Eremitani era confessore di 
Bianca di Savoia e fu da lei nominato esecutore testamentario nel testa- 
mento 12 nov. 18S7, pubbl. dalP Ohio, I, 265. A pag. 263 di quest'atto leg^ 
gesi anclu? un legato dì fiorini 100 a favore del convento degli Eremitani. 

(8) Oli Eremitani evitarono lo sfratto mercA l'intervento di Enrico dì 
Derby, che allora (1892) trovavasì in Pavia. Cfr. Caporavb, Liber de H» 
Ittvtribw Ilenricis, in lier, Brit. Script.; ed. Hingeston, London, 1856, p. 100. 



B SULLA SBPOLTDR* DI OUHOALBAZZO VISOOSTl 

\ìnso tale provvedimento ad istanza dell' abate siw cappel- 
tium (l). Tale qualifica può far sorgere il dubbio che al 
capezzale dell'illustre infermo sia stato cbiamato, per som- 
ministrargli gli estremi conforti religiosi, proprio l' abate 
della basilica ticinese. 

Comunf)ue sia di ciò, il duca si comunicò con molto 
raccoglimento, ebbe l' estrema unzione, e sul declinar del 
piomo, tra le 23 e le 24 ore, spirò. 

Innanzi ad informazioni così precise, così particolareg- 
giate, i dubbi, le incertezze, i misteri ai dileguano comple- 
tameute. 

Ma, ribatte il M., perchè ai aspettò sette giorni a dare 
al pubblico 1' annuncio della morte ? 

La risposta non è diiEcile. La morte immatura e inal> 
tesa del Visconti poneva lo Stato in una situazione irta 
di pericoli, mentre all' esterno ai'deva la guerra, all' interno 
gì' interessi offesi da tanti anm di dispotismo non aspetta 
vano che l' occasione per insorgere e gittare il paese in 
braccio all'anarchia. Di fronte a quelle difficoltà le più ovvie 
ragioni di prudenza obbhgavano il governo a prendere delle 
misure di sicurezza prima di palesare na awenimeuto che 
tntti sentivano avrebbe avuto gravissime conseguenze (2). 



(I> Daveiuo, Op- flit., p. 11. 

(2) Er» Appena morto il duca clie già erano apparsi i primi itegui del 
ilisgregKmento. In iinn lettera dell'8 isettembre del signore dì Padova a 
Vinccslao ai onnunxiavn chi: uno de' nobili da Correggio era t^irnato in 
fiirÌA A impadronirsi de' costelli, che ÌI dnca g!ì aveva tolto per darli 
md Ollobuuno Terzo. E aoggiungevaai : . huiaa rei (della morte dal ducaj 
a nutxiiuam est iudioium quod doniinus Mantue, domìnus Pandulfiis de 
« 3ibilal«jtie, et omnea maiores caporales et oapìta brigatarum diotì co- 
a mitis, qui eract Bouonie, inde cam celeritat« maxima discesserunt et 
« fetini cuiu brigati» eorum in Lombnrdiom profecti sunt > (RTA, V, 
*16>. - H tegreli) in cui fu tenuta la morte del duca spiega perché oecilli 
ne'onminti la dat« dell'avvenimento, che alcuni antioiperono di molti 
giorni. Cost la CroHaea di Saturno (in Mm. Hat. Fair., Script., Ili, IC&l) dice: 

■ ft 28 dy ogorto esso dnoha mory qual tenerono molty giorny nel caatel dy 

■ tnwignanu secreto >. Che il ritardo della pubblìcaeione sia stato volutu 
dmllft corte é detto oaiiressaiuuuU' dal CiK<;e£i n-;ì suo poemetto (I, 41). 



264 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

Fu duaque una misura precauzionale, di cui va data lode 
alle persone che avevano in mano le redini del governo, e 
fìi dovuto ad essa se, almeno per qualche tempo, si evitò 
il pericolo d' una catastrofe. 

Del resto non era cosi facile tener celato un avveni- 
mento di quella importanza ; e noi sappiamo che la malat- 
tia e la morte del duca furono note ai nemici del Visconti 
anche prima che il governo ne desse V annuncio ufficiale. 
A Padova, per es., da più giorni si sapeva che il duca era 
ammalato ; il 6 settembre si seppe eh* era morto, e France- 
sco da Carrara ne dava notizia al re de' Romani Ruperto 
di Baviera, sollecitandolo a calare in Italia per profittare 
del disordine in cui la scomparsa del duca avrebbe gittate 
il ducato milanese (1). 



(1) BTAi Vi 406. - La notìzia fa confermata dallo stesso Carrara con 
altra lettera del 10 settembre, in cui facevasi risalire la morte al 90 agosto 
(BTA, y, 409). Del resto, che anche dopo la notificazione del 10 settembre 
fatta dal governo milanese, corressero delle notizie contraddittorie intomo 
alla morte del duca, contraddizioni diffuse e mantenute ad arte, per scom- 
pigliare i calcoli de' nemici de' Visconti, ritraesi dalle seguenti parole di 
una terza lettera del Carrarese a Ruperto in data 17 settembre: « Super 
« vero lige tractatu (le trattative di pace che si facevano allora a Venezia) 
« respondens significo, quod revera et sic prò constanti potest serenitas 
« vestra tenere, quod Comes Virtutum mortuus est. £t si quid ob hoc 
« suggereretur ed diceretur regie maiestati vestre, esset a veritati semo- 
« tum, hoc enim certitudinaliter ex multis partibus habitum est, sed 
« certius per Archiepiscopum Mediolanensem et dominum Petrum de 
« Curte, qui sui fuerunt super praticis tentis Venetiis oratores, qui de 
« eius obitu literas receperunt et eum defunctum scivisse dixerunt. Con- 
« stat hoc preclare per literas passus patentes scriptas sub nomine domini 
« Johannis Marie eius nati que semper sub patris nomine scrìbebantur, 
« in hac civitate Padue presentatas » ec. (ETÀ, V, 409). Per Firense, è 
importante questo luogo della cronaca di Giovaniti Morelli (Firenze, 1718, 
p. 815) : < Il primo che significò la morte sua in Firenze fu il Signore di 
« Lucca (Paolo Guinigi) e scrisse in due piccoli versi a Messer Rinaldo 
« Gìanfigliazzi, e non si soscrisse, dipoi ci fu da Genova da Ardingo dì 
« Guicciozzo, ed egli V ebbe da Messer Jacopo della Croce ; soprastettesi 
< un mese, che chi M credea e chi noi credea, e missonsene più pegni, e 
« fucci chi sicuro a cinque per cento eh' egli era morto, e come piacque 
« a Dio, e' mori da dovere ». 



K SULLA SEPOLTURA DI GIAXGALBAZZO VLSCONTI 2G5 



IV. 



Dimostrato con argomenti inoppugnabili che Gianga- 
leazzo Visconti morì di morte naturale^ passiamo a trattare 
r altra questione, quella relativa alla sepoltura della salma. 

Bammenti, innanzi tutto, il lettore quello che s' è detto 
in principio : Giangaleazzo aveva disposto che il suo corpo 
venisse inumato nella Certosa di Pavia. Ma la Certosa, 
quando egli mori, era appena nei suoi primordi ; alla salma 
quindi, prima che venisse collocata in luogo definitivo, toccò 
una sepoltura provvisoria Ora, se si pensa che queste se- 
polture provvisorie furon due, e che passarono non meno 
di settantadue anni prima che la volontà dichiarata del 
duca divenisse una realtà, si spiega facilmente come un &tto, 
semplicissimo per sé, potesse dar luogo a qualche incertezza, 
a dicerie ed interpretazioni contradittorie. Il fatto, poi, deUa 
morte avvenuta a Marignano, deUe esequie celebrate a Mi- 
lano (1), del cadavere seppellito altrove, servi, com' era na- 
turale, ad ingarbugliar maggiormente la matassa. Cosi av- 
venne che alcuni diedero il provvisorio per definitivo, altri 
affermarono senz' altro il definitivo, ignorando il provvisorio, 
altri scambiarono il luogo delle esequie per quello della se- 
poltura, né mancò chi per ignoranza cadde in errori più 
grossolani. 

In tanta disparità di opinioni il M. non vede che un 



(1) Se il M. si meraviglia che i fanerali si celebrarono circa cinquanta 
giorni dopo la morte, non ho che a rammentargli la stessa grandiosità 
della pomi», ^^^ richiedeva lunghi preparativi, e il tempo non piccolo 
che dovettero impiegare i deputati delle città più lontane per trovarsi a 
Milano. Sembra che il loro arrivo sia stato fissato al 10 di ottobre (Let- 
tera al podestà di Bergamo in Chron. Berg., col. 982); ma, ci avverte il 
CiRUzzi (I, 42), le grandi pioggie e le cattive strade lo ritardarono di 
molti giorni. 



266 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

nuovo argomento in fiivore della sua ipotesi che Grian- 
galeazzo perisse di morte violenta, e se ne facesse scom- 
parire il cadavere nei sette giorni corsi dalla morte alla 
notificazione ufficiale. <« Se cerco (egli scrive) alle leggende 
« ed ai cronisti la storia della salma del conte di Virtù, è 
« solo per trovarvi una novella prova di una tesi che sarebbe 
« già implicitamente dimostrata :i>. Dimostrata? ma questi 
sono metodi radicali, anzi rivoluzionari, che non hanno 
niente di comune con la storia, che procede per indagini, 
per raffronti, per caute deduzioni. Ad ogni modo, vedremo 
fra poco come il M. cerchi nelle leggende e nei cronisti la 
storia della salma del conte di Virtù. 

Procediamo, dunque con ordine. 

Le esequie del duca si celebrarono a Milano il 20 otto- 
bre 1402. Nel mezzo del Duomo Ai eretto un cata&lco so]> 
montato da una cassa Cineraria : ma in quella cassa il ca- 
davere del duca non e' era (1). 

Dov' era dunque ? L' epitafio attribuito ad Antonio Lo- 
schi, e che si crede composto in quella occasione, comin- 
ciava cosi : 

Cum ducis Anguigeri variis divisa sepulchris 
Membra cubent (sic jussit enim), nam viscera servat 
Antonii tua sancta domus celebrata Vienne, 
Cor ticinensis Michael, Cartusia corpus. 

A questi versi fu data un' esagerata importanza tanto 
da quelli che vi vollero vedere una sicura testimonianza 
della già avvenuta tumulazione della salma alla Certosa, 
quanto dal M. che vi riscontra una nuova prova del men- 



ci) BiLLiA, HàtorÙM, 10: « funus Mediolani quam magnifioentissimuiii 
« atque opulentissimum apparatum est: verum in speciem. - Chrwu Berg,, 
col. 988: « capsa levata fuìt de Castro Magno Portae Noyae, quamvis 
« corpus suum non erat intus ». E il Cimuzzi (III, 21): 

La chassa eh i vi dicho era n fighura 

che n quella fusse 1 chorpo del signore. 



E SULLA SEPOLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 2G7 

dacie con cui si cercò di occultare la tragica fine del duca. 
Vero è che V epitafio, come documento storico, per la que- 
stione che o' interessa, non può avere che un valore molto 
relativo. Scritto da un umanista, il suo stile enfatico risente 
della circostanza, per cui fu composto, e in cui trattavasi 
non tanto di rendere omaggio alla verità quanto di far im- 
pressione sul pubblico e rendere più solenni le onoranze che 
la corte aveva preteso da' sudditi compiacenti (1). Esso di- 
ceva il vero in quanto esprimeva quello che il duca aveva 
realmente ordinato per testamento ; ma, in quanto dava 
per avvenuto quello che non era e non poteva ancora es- 
sere, diceva il fidso : ecco tutto. 

Se dunque il cadavere non era ne a Milano né alla 
Certosa, forza è cercarlo altrove : e dove ? Per fortuna, non 
avremo da andar troppo lontano. 

H M., dopo aver rifiutato la tradizione che vuole se- 
polta nel duomo di Milano la salma del duca (su questo 
punto torneremo fra poco), soggiunge : « Il Cerio, e prima 
« di lui Andrea Biglia ed altri, avevano affermate che il 
« corpo fu ripesto all' Abbadia di Viboldene. Ma se ci man- 
« cane prove e documenti per credere che Giangaleazze sia 
« state sepolto a Milane, difettano eziandio assolutamente 
« prove e documenti, che ci inducano a ritenere probabile 
« la di lui sepoltura in Viboldone. L' autorità del Cerio poi 
« è troppo debole, e dista troppo dall' avvenimento, per 
« darci un serie argomento di credibilità 3^. 

He riportate queste brano, per dare un saggio del me- 
todo con cui il M. precede nelle sue indagini. « Il Cerio, e 
« prima di luì Andrea Biglia ed altri avevano affermato ... ». 
Ma, se il Cerio ha attinte a fonti anteriori, la sana critica 
vuole che prima di tutte si esaminino queste fonti, e poi 
si discenda, ove occorra, fine al Corio. La credibilità di un 



(1) Il GiULnn (VI, GO), che pure sembra colpito dalle paroU» dell' epi- 
taHo, 8Ì affinetta a soggiungere col suo abituale buon senso : « se pure non 
« si volle cosi imporre al pubblico ». 



268 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

autore non può scompagnarsi dalla sua responsabilità in 
quanto narratore di fatti; se egli attinse ad altre fonti, la 
sua responsabilità è minima, e il grado di attendibilità, che 
gli si può concedere, dipende quasi esclusivamente dal va- 
lore degli antecedenti. Non è dunque alla testimonianza del 
Corio che il M. doveva arrestarsi : obbligo suo era di risa- 
lire alle fonti del Corio, e, solo dopo averle ben discusse e 
vagliate, era in diritto di affermare che a ritenere proba- 
bile il seppellimento di Qiangaleazzo a Yiboldone mancano 
assolutamente prove e documenti. 

A me invece pare che le prove ci siano e decisive. 

Q-iovanni Balducchino, autore dell' ultima parte di quella 
compilazione che sono gli Annales Mediolanenses, scrive : 
Corpus dm portatura fuit ex castro Melegnani Viboldanufn 
ordinis humiliatorum (1). Il Balducchino era parmense, ma 
neir anno in cui avvenne la morte del duca, trovavasi a 
Milano, e vi esercitava la carica di giudice de' malefici (2). 
Ecco, dunque, un uomo di cui ci possiamo fidare, che pro- 
babilmente aveva preso parte alle esequie del duca, e che, 
pubblico ufficiale, era in grado di sapere come erano andate 
le cose : la sua testimonianza ha per noi im valore capitale. 

Più giovine del Balducchino, ma contemporaneo an- 
ch' egli e milanese per giunta, ci si presenta Andrea Billia. 
La sua Historia Mediolanensis continua la cronaca del Bal- 
ducchino senza dipenderne. L' autore era un dotto che scri- 
veva con altra arte e con altri intenti, ma un dotto che 
prima di farsi frate aveva preso parte alle vicende del suo 
paese, e le narra con calore, con verità e con coraggio (3). 
Relativamente alla sepoltura del duca, il Billia si esprime 



(1) Muratori, Script., XVI, 840. 

02) L. A. Ferrai, Gli Atmalea Mediolnnenaea e i cromati ìcmbttrdd del «9- 
colo XIV, in Arch. Star, Lomh., 1890, p. 294. Intorno al valore della cro- 
naca del Balducchino ved. la stessa Memoria, p. 296. 

(8) Per la biografìa del Billia ved. Mazzuchblli, Scrittori d^Itaiia, 
voi. II, parte II, p. 1219. - AROBUin, Bibl. acript, mediol,, I, 159. 



E SULLA SEPOLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 269 

cosi : Corpus ex Mdignano, ubi per secessum posUus obierat, 
Viboldanum per mbUatìonem iure maiorum rerum translatum 
eroi (1) {mofuuterium illud humiliatarum est) ibique cum mar 
gnis divitOs candUum oc sepultum (2). 

Più chiaro di cosi non si potrebbe parlare. 

Abbiamo, dunque, due scrittori, entrambi contempora- 
nei| r uno milanese, 1' altro vissuto a Milano e insignito 
di un importante ufficio cittadino, i quali indipendente- 
mente V uno dall' altro, affermano lo stesso fatto, e quasi 
con le stesse parole. Le loro testimonianze devono ritenersi 
decisive, se non vogliamo rinunziare a scrivere storia. La 
notizia del primo seppellimento a Yiboldone fu accolta più 
tardi dal Corio, ma non giurerei che l' attingesse esclusiva- 
mente dal Balducchino o dal Billia. L' accolsero altresì, 
tra'più gravi storici di Milano, il Ripamonti (3) e il Giulini (4). 

Ma Yiboldone non era che la prima tappa dello strano 
pellegrinaggio di quella salma. Qual fu la seconda? 

Giusta un'opinione enunciata la prima volta dal Nava (6) 
44 anni &, e specialmente diffusa e accreditata in questi 



(1) Traduco le parole « Yiboldonum per subitationem iure maiorum 
« rerum translatum erat » codV : - era stato trasportato 11 per li a Yibol- 
done per le maggiori onoranze dovutegli. Ed infatti, nella impossibilità 
di trasportare subito il cadavere a Milano, ciò che avrebbe impedito di 
tenere occulta la notizia della morte, e non essendovi a Marignano un 
luogo acconcio, l'insigne abbazia di Yiboldone era il luogo più vicino e 
più adatto per rendergli le dovute onoranze. L'unico punto in cui discor- 
dano il Balducchino e il Billia è quello che riguarda il cuore e i visceri. 
Il cronista parmense, fondandosi certo sul testamento, dice l'uno, man- 
dato a 8. Michele di Pavia, l'altro a 8. Antonio di Vienna. Ma il Billia, 
che in questo particolare, come meglio vedremo appresso, poteva essere 
più informato, ci assicura che il testamento, in questa parte, non ebbe 
esecuzione « prae rerum difficultate ». £ sogs^iunge subito: « corpus de- 
« latum ubi diximus », cioè a Yiboldone. 

(2) Muratori, Scnpt., XIX, 10-11. 

(8) ITùtoria urbi» Mediolani in Theaaurti» anliquU. lUUiae, to. II, parte 1, 684. 

(4) Op. cit., YI, 156. Gfr. TiBABOScai, Velerà Humiliaiorum monu' 
menta, I, 3ÒÌ. 

(5) Memorie e documenti intorno aW origine f alle vicend» ed ai riti che pot» 
$onoiervire alla storia del duomo di Milano; Milano, 1858, p. Ili, 



270 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

ultimi anni (1), il cadavere di Giangaleazzo, tolto dall' ab- 
badia di Viboldone, sarebbe stato trasportato nel duomo di 
Milano e custodito in una cassa sospesa ai piloni del coro 
e ricoperta da uà panno d' oro. 

Questa opinione si fonda sopra un equivoco, di cui non 
è difficile intendere- la genesi. 

Bisogna premettere che fin dal sec. XV troviamo de' cro- 
nisti che asseriscono tumulata nel duomo milanese la sal- 
ma del duca G-iangaleazzo Visconti ; questo scrissero Sozo- 
meno (2) e V autore della cronaca di Gubbio (3) ; qualche 
altro, come il cronista di Bologna (4), la volle tumulata 
nella basilica di S. Ambrogio fin dal 12 di settembre. Ma 
queste notizie, registrate da scrittori tardivi e non milanesi, 
non trovarono eco. Ci fu più tardi chi volle conciliare ogni 
cosa, dicendo la tumulazione della salma prima avvenuta a 
Milano poi nella Certosa di Pavia (6). 

I lettori rammenteranno che il giorno de' funerali era 
stata portata in duomo una cassa vuota raffigurante la bara 
del defimto. Terminata la fimzione, la cassa fu tolta dal 
cataletto e conservata (6). 



(1) Magenta, Op. cit., I, 205. - Annali della fabbrica del duomo di Mi- 
lano, Appendici, voL II, 2, n. (1). - Il Beltrami dubitò della notizia nella 
sua Certosa di Pavia (Milano, Hoepli, 1895), p. 96; ma l'accolse senz'altro 
nella sua Storia documentata delia Certosa di Pavia, voi. I, p. 117 (Milano, 
Hoepli, 1896). Neil' opera postuma, testé pubblicata, sulla Certosa di Pavia 
(Milano, F.'n Bocca editori, 1897) del compianto prof. C. Magenta, l'A. o 
chi ne ritoccò il lavoro dopo la morte non sa decidersi (p. 183) tra la si- 
mulazione del seppellimento e l' ammettere che per breve tempo la salma 
del duca sia rimasta nel Duomo di Milano. Chi scrive queste pagine ha 
ragione di ritenere che tali dubbi non furono mai nell'animo del Magenta, 
il quale nell'opera sulla Certosa mantenne quanto aveva scritto nell'altra 
sul Castello di Pavia. 

(2) Hist. Pisi., presso Muratori, XVI, 1176. 
(8) Muratori, Script,, XXI, 952. 

(4) Muratori, Script., XVIII, 576. 

(5) Gavitelli, Cremonenses AnnaUs in Thea. Antiq,, III, parte II, p. 1896. 

(6) Poemetto del Cinuzzi (III, 56): 

la chassa eh era in chiesa si ripose. 



E SULLA SEPOLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 271 

Non è dubbio che questa cassa è la medesima che venne 
sospesa ai piloni del coro, e che il drappo d' oro che la ri- 
copriva fosse uno di quelli che avevano servito il giorno 
de' funerali. Leggiamo nel poemetto del Cinuzzi : 

[in, 20] Dietro a lloro segui il grorioso 

feretro over volete chataletto 

sopra del quale un palio prezioso 

fu posto e era tutto d oro perfetto 

di fodera armellioa chopioso 

che £fuor del chaso dava gran diletto 

sopra del quale una chassa posta v era 

ben adornata per ogni maniera. 

Di paramenti, che avevano servito ad addobbare la 
chiesa e il feretro il giorno de' funerali, parlano anche gli 
Annali del Duomo; anzi sappiamo che poco dopo le esequie 
del 20 ottobre sorsero gravi questioni tra il capitolo e i 
deputati della fabbrica circa il possesso degli oggetti im* 
piegati nella cerimonia, tra cui si ricordano baldacchini et 
coperturae capsae (1). Fu deciso che gli oggetti si conver- 
tissero in arredi per la sacrestia ; ma uno dei drappi almeno, 
e forse il più bello, dovett' essere conservato, per servire di 
copertura alla cassa, finché la cassa sarebbe rimasta, prò 
forma, nella chiesa. 

H M. il quale, fedele alla sua tesi, combatte V opinione 
che il cadavere di Giangaleazzo sia stato portato a Milano, 
sospetta giustamente che quella cassa, situata li tra' due 
piloni del coro, possa essere stata la prima origine del- 
l' equivoco. Ma egli ha torto di credere che l'equivoco sia 
nato subito, e che fin dal giugno (2) 1404 « i Milanesi 



(1) Annali, voi. I, pp. 252, 258. - Nava, Op. cit., p. 183. 

(2) Perchè « giugno »? Ma il Nata e gli Annali non registrano nulla 
sotto il mese di giugno 14Q4. Io dubito che il M. non abbia letto diret- 
tamente gli Annali e l' opera del Nata, ma indirettamente nelle citazioni 
f&ttene dal Beltbami {La Certosa di Pavia, p. 96), dove si trova la stessa 
inesattezza, vale a dire giugno invece di luglio. 



272 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

« ritenessero indubbiamente che i resti mortali di Gianga- 
« leazzo fossero nel Duomo ». Gli Annali della Fabbrica 
del Duomo, che noi abbiamo letto attentamente, accennano 
più volte ai funerali del duca, e una sola volta, sotto la 
data di giugno 1421 (1), alla cassa ; ma che in quella cassa 
si trovasse realmente il cadavere non dicono, né lasciano 
sospettarlo menomamente a noi che sappiamo che quella 
cassa era vuota. La leggenda che il M. dice 4; diffiisissima 
« e ripetuta fino ai nostri giorni da autorevoli scrittori » 
è ignota affatto agli scrittori milanesi dal sec. XV al XIX, 
e non conta, come abbiamo detto, più di 44 anni di vita (2). 
Il Nava fu il primo a metterla in giro, dandole forma di 
notizia documentata ; ma chi legge le sue parole s' accorge 
facilmente che egli fu vittima di un equivoco e nuli' altro (3). 

E opportuno riferirle testualmente. 

« Rilevo sotto il giorno 27 luglio [1404] che il cada- 
le vere del defunto Giovanni Galeazzo era stato trasportato 
<c in duomo in una cassa di ferro coperta di legno, ed ap- 
« pesa alla volta del retrocoro dicontro al ficestrone ri- 



(1) « Ambrosio Ck)magiae prò restitutione totidem denoriorum per eum 
« expenditorum in faciendo fieri capcelum et cortinas positas capsae re- 
« coUendae memoriae quondam illustrissimi domini Dom. primi ducis Me- 
« diolani, sitae post altare maius ecclesiae majoris, ad hoc ut drappus 
« aureus situs super dieta capsa, quod melius fieri possit, a pulvere de- 
< fendatur, et etiam prò factura et pictura scudazellorum 12 cum insignis 
« et divìsis ohm prelibati dom. ducis positorum ad dictum capcelum .... » 
(Annali, App. II, 2). Gli editori fanno seguire questa nota: « Come può 
« dirsi allora che Gian Galeazzo sia stato sepolto nella Certosa di Pavia, 
« se fu deposto nel qui descrìtto feretro in Duomo? ». Ecco che significa 
fermarsi alla prima osteria! 

(2) Nel luogo dove scrivo non ho potuto fare un indagine a fondo 
nella letteratura storica milanese ; ma mi conforta V autorevole avviso del 
rev. Dt. Achille Batti, della bibl. Ambrosiana, il quale da me inter- 
pellato, ha risposto confermando la mia opinione. 

(8) n Gregorovius citato dal M., che disse sepolto il primo duca nel 
duomo di Milano, attinse certamente la notizia da Sozombmo o dal cro- 
nista di Gubbio; del resto l'autore della Storia di Roma nel M. E, non 
può avere alcuna autorità in una questione di archeologia milanese. 



B SULLA SEPOLTURA DI GIANOALEAZZO VISCONTI 273 

« sgnardante il mezzogiorno, sopra alla cassa poi eravi un 
« gran strato d' oro ». 

Si badi : 1' autore non dice fu trasportato ma era stato 
trasportato ; il che vuol dire che egli argomenta che la salma 
di Giangaleazzo si trovasse nel duomo dal solo &tto del- 
l' esistenza della cassa appesa alla volta del retrocoro, e dal 
sapere (com' egli stesso dice poco dopo) che era costume in 
quel tempo 4c di appendere alle volte del duomo le casse 
« con entro i cadaveri dei duchi ed altri personaggi :^. Ma 
se è vero che quella cassa era la stessa che aveva figurato 
nel giorno de' funerali (e non abbiamo alcuna ragione per 
dubitarne), noi sappiamo che quella cassa era vuota ; e 
quindi il Nava aggiunse una circostanza affatto arbitraria, 
che la forma del documento da lui letto non giustificava (1). 

Gli sbagli sono come le ciliege : uno tira 1' altro. Quello 
del Nava passò nel Magenta aggravato : T autore della sto- 
ria del castello visconteo in Pavia scrisse addirittura (2) 
che la salma di Giangaleazzo fìi trasportata in duomo il 
27 luglio 1404, dando cosi alla circostanza aggiunta dal 
Nava una precisione cronologica, che questi non ci aveva 
messo. Aggiunse inoltre che s' era pensato anche ad erigergli 
un monumento marmoreo, senza badare che il monumento 
riguardava non il duca, ma il padre di lui Galeazzo n (3). 

Noi dunque possiamo ritenere come un punto acquisito 
che il cadavere di Giangaleazzo non fu mai trasportato nel 
duomo di Milano, e che questa notizia dipende da un equi- 
voco &cile a dissiparsi coli' esame diretto dei documenti. 
D' altra parte noi vedremo fra poco che il cadavere passò 
nella basilica di S. Pietro in Ciel d' Oro di Pavia, e vi ri- 



Ci) Il Nava non ha V abitudine di citare le fonti ; ma ebbe sicura- 
mente sotto gli occhi un documento della fabbrica del duomo. 

(2) I, 205. Yed. anche, dello stesso A., La Certoèa di Pavia, p. 188. 

(8) AnnàU, I, p. 244 (29 gennaio 1402). - Nava, Op. cit., p. 124. Del 
monumento marmoreo a Galeazzo II è fatta menzione nel testamento 
del 1899 pubbl. dall'Oslo e in quello del 14')1 riassunto dal Coi: io. 

Aacn. Stob. It., 5.* Serie. — XX. 18 



274 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

mase a lungo prima di ricevere il suo collocamento defini- 
tivo nella Certosa. Ora, se esso trova vasi già a Milano, in 
attesa dell' ultima sua destinazione, che bisogno e' era di 
farlo passare a Pavia, dandogli, dopo il secondo, un terzo 
collocamento provvisorio ? Tanto valeva lasciarlo dov' era. 
L' obiezione è cosi grave che mentre il M. vi trova un nuovo 
rincalzo alla sua tesi, lascia incerto lo stesso Beltrami, che 
è costretto a confessare « non facilmente spiegabile questo 
<^ trasporto da Milano a Pavia » del cadavere del duca. 
Ma ogni difficoltà vien meno, quando si ammetta che il 
trasporto a S. Pietro in Ciel d' Oro della salma di Gian- 
galeazzo fìi fatto non da Milano, ma direttamente da Yi- 
boldone (1). 

Il M., colla sua abituale sicurezza, afferma : 4: La stessa 
« difficoltà dalla critica e dalla logica incontra l'opinione del 
« Giulini, accolta dal Robolini, che vorrebbe direttamente 
« da Yiboldone trasportato nella chiesa degli Agostiniani di 
« Pavia il corpo di Giangaleazzo - ma quando e perchè fo 
« sepolto a Viboldone (2) ? Le memorie, che mancano a Mi- 
4! lano, mancano a Yibolbone ; né conosciamo il tempo, il 
« modo e le ragioni di questo trasporto dalla celebre abbazia 
« o Casa degli Umiliati alla basilica di Pavia. Tutto dunque 
« ci costringe a ritenere, allo stato attuale delle cognizioni 
€ storiche date dai documenti che sono pubblicati, non essere 
« mai stato sepolto in S. Pietro in del d' Oro Giangaleazzo ; 
« né mai esservi da altro tumulo stato trasferito ». 

Qui abbiamo un nuovo esempio del modo frettoloso di 
sentenziare, che dipende dal guardar solo alla superficie, 
senza mai giungere al fondo delle cose. È un canone ele- 



(1) Ne darò appresso le prove. Intanto è bene constatare che, come 
manca o^i notizia del trasporto da Viboldone a Milano, cosi non è ri- 
masta alcuna memoria dell'altro da Milano a Pavia. Il silenzio che a 
questo proposito serbano gli Annali della fabbrica del duomo è stato posto 
giustamente in rilievo dal M. 

(2) Il quando e il perdio l'abbiamo già detto (ved. innansi, p. 909, nota 1). 



E SULLA SEPOLTURA DI 6IAN0ALBAZZ0 VISCONTI 275 

mentare di critica che quando si tratta di constatare &tti 
e loro circostanze, occorre innanzi tutto interrogare i con- 
t-i^mporanei, come quelli che ci possono fornire infonnsizioni 
più esatte e più sicure. Il M. anche questa volta non si è 
curato di risalire alle fonti originarie: se ciò avesse fatto, 
si sarebbe accorto che lo stato delle nostre cognizioni è assai 
diverso da quello che immaginava, e che il trasporto della 
salma di Giangaleazzo da Yiboldone a Pavia era stato affer- 
mato, quattro secoli prima dal Qiulini, da quegli stessi Bal- 
dacchino e Andrea Billia, che egli ha avuto il torto imper- 
donabile di non consultare. 

Infatti il Balducchino, dopo aver narrato il trasporto 
della salma a Viboldone, soggiunge : Deinde portatum fuit 
Papiam, et in ecclesia sancii Augustini recanditum. 

Informazioni più precise e più importanti ci fornisce 
il Billia là dove, parlando della morte di Facino Cane (1412), 
scrive : Delatus in propinquum arci Ordinis nostri monaste- 
rium ; posteaquam tertium diem insepultus, ac nudus jacuit, 
instantia Fratrum, cura nemo intenderete humi obrutus est: 
quo in loco Vicecomitum reliquie^ sunt, et antiqui Galeaz et 
patiis Philippi, lóhannis itidem Galeaz. Nam ex Vibolduno 
metu Tridentium, qui eam oram procurrébant, Papiam est 
relatus, quamquam divitiis ablatis, quas prius contumulatas 
narravimus (1). 

In questo passo, generalmente trascurato da quanti 
recentemente si occuparono delle vicende della salma di 
Giangaleazzo, troviamo la risposta a quanto il M. dichiara 
di non sapere circa il tempo, il modo e le ragioni del tra- 
sporto avvenuto da Viboldone a Pavia. Ed infatti quello 
che narra il Billia dee riferirsi a quel tristo periodo succe- 
duto alla morte del duca, quando la Lombardia fu teatro 
di una delle più terribili guerre civili che rammenti la 
storia. Rotto ogni freno di governo, e distrutta ogni sicu- 



(1) Muratori, Script,, XIX, 87. 



27G DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

rezza, bande di facinorosi si diedero a correre le campagne, 
producendo danni inauditi, e lasciando da per tutto le tracce 
d' un efferato vandalismo. In quella specie di brigantaggio 
organizzato si segnalarono i castellani di Trezzo, della po- 
tente famiglia guelfa de' Colleoni di Bergamo, che per do- 
dici anni scorrazzarono tra l'Adda e il Lambro, facendo man 
bassa su' Ghibellini, e spogliando senza ritegno chiese e 
monasteri. In una di quelle scorrerie sembra si sieno spinti 
fino a Viboldone, dove giaceva la salma di Giangaleazzo, 
e non abbiano avuto scrupolo di profanarne la tomba, asj)or- 
tandone gli oggetti preziosi che vi erano rincliiiisi (1). 
L' inaudito sacrilegio suggerì l' idea di trasportare la salma 
in luogo più sicuro, in attesa della sua definitiva tumula- 
zione alla Certosa ; e non è meraviglia se si scelse la chiesa 
di S. Pietro in Ciel d' Oro di Pavia, sia per essere a poca 
distanza dalla Certosa, e sia per le particolari intimissime 
relazioni che correvano sempre fra la corte e gli Agosti- 
niani pavesi, alla cui custodia era già affidata la salma di 
Galeazzo II (2). 



(1) Che i Colleoni (Tricienaes) sieno stati gli autori della rapina non 
risulta, a dir vero, molto chiaro dal passo del Billia; ma io sono indotto 
alla mia interpretazione da ra^oni logiche e stilistiche, che i lettori sa- 
ranno in grado di ponderare da so. Ad ogni modo, da chiunque sia stata 
commessa, questa fu la sola rapina, a cui soggiacque la tomba di G-ian- 
galeazzo; e solo un'inesplicabile ignoranza de' nostri più antichi fonti 
storici ha potuto far credere più tardi ad una spogliazione avvenuta per 
opera de' soldati francesi comandati dal Berthier nel 1798, leggenda che 
il M. giustamente combatta, e meglio ancora il Magenta nell'opera sulla 
Certosa, pp. 130-141. I soldati francesi non potevano asportar nulla, per 
la ragione semplicissima che tutto quanto era nella tomba era stato por- 
tato via al principio del sec. XV! 

(2) Non saprei dire se l'abbate di S. Pietro in Ciel d'Oro continuasse 
nella carica di cappellano di corte; ma trovo con la data 29 marco 1414 
un giuramento di fedeltà prestato al duca Filippo M. da Antonio Beccaria 
venerabile abbate di S. Pietro in Ciel d'Oro (ved. i miei ContnbvOi alla 
storia della ricostituzione del ducalo milanese sotto Filippo M, Visconti in Arch. 
Stor, Lorììh,, 189fj, fase. 4.", p. 280). 



E SULLA SEPOLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 277 

n laconico linguaggio del Billia non ci permette di 
determinare con esattezza il tempo in cui avvenne il detto 
trasferimento (1) ; ma, integrando il racconto dello scrittore 
milanese con le notizie assai circostanziate lasciateci dal 
cronista bergamasco, inclinerei a collocare il fatto tra il 1404 
e il 1406, nel qual tempo i C!olleoni di Trezzo uniti ad un 
gran numero di esuli lombardi dominarono incontrastati le 
due rive dell'Adda, estendendo le loro correrie per un raggio 
di molte miglia dal Lambro ai monti della Bergamasca (2). 

Dopo tutto quello che abbiamo detto, dopo le assicu- 
razioni precise, categoriche di due autori contemporanei, 
uno de' quali, il Billia, appartenendo all' Ordine degli ere- 
mitani, doveva essere bene informato de' fatti della basilica 
ticinese (3), il passaggio della salma di Giangaleazzo da 
Viboldone a S. Pietro in Ciel d' Oro deve considerarsi come 
un punto superiore ad ogni controversia. 

Ne giova asserire, come fa il M., che a Viboldone non 
sìa rimasto ricordo del primo deposito e che a Pavia man- 
ciù persino una tradizione costante e vera del temporaneo 
possesso del corpo del primo duca. 



(1) Il ViDARi {Frammenti cronisiortci delVagro ticinese, io. II, 56) crede 
che sia avvenuto nel 1412; ma questa data h affatto arbitraria, e deriva 
dalla circostanza che il Billia, parlando della sepoltura di Facino Cane, 
accenna, per incidenza, anche al trasporto e alla sepoltura della salma di 
Giangaleazzo in S. Pietro in Ciel d'Oro. 

(2) I Colleoni per altro non si sottomisero che nel gennaio 1417 quando 
il forte castello di Trezzo cadde nelle mani del Carmagnola. 

(3) L'osservazione fu già, fatta dal Giulini, VI, 156. Aggiungo che 
non solo il Billia doveva essere informato delle cose di S. Pietro in Ciel 
d'Oro, ma anche in modo particolare della salma di Giangaleazzo, perchè 
abbiamo di lui una Secunda coUmidatw anniversaria Johannis Galeaz vice- 
comitis dttcia mediolancnsis scritta o letta a Milano ne' primi anni del go- 
verno di Filipix) M. 11 mio egregio collega Dr. G. Calligaris, che ha 
avuto la cortesia di trascrivere i brani più salienti da un codice dell'Am- 
brosiana (F. 51 sup. foli. 50-57), mi assicura che nessun accenno v'è fatto 
al luogo dove si trovasse la salma. Ma quello che 1' oratore non disse a 
Milano, perchè tutti lo sapevano, scrisse j»iù tardi lo storico ne' suoi 
commentari. 



278 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

Non di tutti i fatti storici si conserva il ricordo nei 
luoghi dove avvennero : il possesso temporaneo di un ca- 
davere, sia pure di un insigne personaggio, può dare tutt' al 
più origine ad una tradizione letteraria, ma ben difficilmente 
ad una tradizione popolare. Viboldone è un piccolo paese 
della bassa Lombardia ; e i contadini della bassa Lombar- 
dia hanno ben altro a fare che a pensare alle ossa del conte 
di Virtù (1) ! A Viboldone solo i frati della celebre abbazia 
avrebbero potuto ciistodire la memoria del primo possesso 
del cadavere del duca di Milano ; ma chi non sa che gli 
Umiliati abbandonarono il convento fin dal 1571, e che gli 
Olivetani succeduti ad essi sono scomparsi egualmente da 
molto tempo? 

Quanto a Pavia, non credo sia il caso di &re una que- 
stione di parole. Il M. conosce certamente i documenti d' ar- 
chivi, e non ignora quello che hanno scritto il Bigami, il 
Pietragrassa, il C!omi, il Robolini, il Magenta, il Vidcwd. È 
vero : il Gualla e il Breventano non parlano della tumula- 
zione della salma in S. Pietro in Ciel d' Oro ; ma, dato il 
carattere delle loro opere, un accenno di quel genere era 
forse necessario? 



V. 



Ed ora, prendiamo fiato, e riassumiamo in breve le 
nostre conclusioni. 

Il M. dubita che Giangaleazzo Visconti non abbia mai 
espresso la volontà di essere sepolto alla Certosa di Pavia : 
noi quella volontà abbiamo desunto non solo da quanto si 
sa dal contenuto dei suoi testamenti, ma anche da altre 
testimonianze di grandissimo valore. 



(1) Il sindaco di Viboldone, a cui mi rivolsi per informazioni, mi ri- 
spose di non potermene dare alcuna, perchè tutte le persone istruite 
hftnno abbandonato il paese ! 



E SULLA SEPOLTURA DI GIANGALEAZZO VISCONTI 21Ì) 

Il M. suppone che Giangaleazzo sìa finito per morte 
violenta : noi abbiamo dimostrato, co' documenti alla mano, 
che la sua morte fu naturale, e che delle circostanze di 
quella morte abbiamo informazioni esuberanti. 

Il M. nega che il cadavere del duca sia stato deposto a Yi- 
boldone, e inclina a credere più tosto che l' abbiano fatto spa- 
rire o forse gettato nel Lambro : noi abbiamo dimostrato che 
il deposito a Viboldone è attestato da due cronisti contem- 
poranei, sulla cui credibilità non può cadere alcun dubbio. 

[Rispetto al trasporto della salma da Viboldone a Mi- 
lano, abbiamo ammesso col M. ed anche dimostrato che il 
&tto non è vero ; ma contro il M. abbiamo provato che 
quella credenza è di origine recente, e derivò soltanto da 
un equivoco. 

Il M. nega che da Viboldone gli avanzi del duca sieno 
stati portati in S. Pietro in Ciel d' Oro : noi abbiamo fatto 
vedere come quegli stessi che e' informano del primo depo- 
sito a Viboldone e' informano altresì del secondo nella ba- 
silica pavese. 

Insomma, là dove il M. non vede che ombre, misteri 
e contraddizioni inesplicabili, noi abbiamo trovato fatti, fatti 
certi, rischiarati da luce meridiana. 

Ma gli errori hanno la loro logica; ed anche il M. da 
una serie di falsi presupposti è stato condotto ad una con- 
clusione che fila bensì, inappuntabilmente, dalle premesse, 
ma non cessa perciò di essere assurda. E la conclusione, 
che a guisa di razzo finale è destinata a illuminare tutti i 
suoi ragionamenti, è l' ipotesi che la salma trasportata da 
Pavia alla Certosa il 1.** marzo 1474: possa essere stata una 
salma qualunque, forse quella di Galeazzo II padre del duca. 
Quel trasporto, secondo il M., sarebbe stata una semplice 
dimostrazione politica e dinastica, imposta dal duca Galeazzo 
M. Sforza, subita da' Certosini, e presa sul serio dal popolo, 
a cui offerse l'occasione di un buon « desinare » alla Certosa. 

In fede mia, una mistificazione così solenne sarebbe 
stata appena possibile nel sec. VII od VHI, quando per 



280 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

le reliquie di un santo si combattevano battaglie ben più 
cruente di quelle sostenute da' greci e dai troiani sul corpo 
di Patroclo. E un' ermeneutica abbastanza singolare quella 
di cui si serve il M. per torcere i documenti ad un signi- 
ficato che non hanno, e farli servire a sostegno di una tesi, 
di cui sono r assoluta negazione ! 

I Certosini avevano chiesto ripetutamente che il corpo 
del duca, giusta V espressa volontà del defunto, venisse final- 
mente tumulato nel loro monastero. - Non è vero, risponde 
il M. ; chi lo dice è Galeazzo M. nella sua lettera, e basta 
questo perchè V affermazione non meriti fede. 

Galeazzo M. ordina il trasporto, ed invita il popolo 
pavese a concorrervi con la maggior solennità. - E chiaro 
ripiglia il M. : il duca voleva una dimostrazione politico- 
dinastica, e il cosi detto cadavere del duca ne oflBiva un 
buon pretesto. 

II popolo assiste con gran fervore e con divozione alla 
cerimonia. - Ma il popolo, soggiunge l' inesorabile critico, 
fece atto di sottomissione e non altro, lieto che gli si of- 
firisse occasione di fare un po' di baldoria alla Certosa. 

E tutto questo perchè? perchè il M. s'è fitto in cajx) 
che Giangaleazzo fu ucciso e che il suo cadavere fti di- 
sperso ! Qui il procedimento critico non è più né radicale 
né rivoluzionario, è addirittura anarchico. Non è più 1' ipo- 
tesi che scaturisce dal documento ; è l' ipotesi che tortura 
e snatura il documento, per trovare, a qualunque costo, 
una giustificazione. 

Ma il M. ha dimenticato di dirci come mai una misti- 
ficazione così colossale fosse possibile in pieno Rinascimento, 
e mentre vivevano ancora molti che erano nati prima del 1402, 
senza che alcuno fiatasse, senza che una sola voce uscisse 
a protestare contro quella strana forma di tirannide, che 
pretendeva, a dispetto della logica e della storia, imporre 
un' assurda credenza, e da questa prendeva pretesto ad una 
manifestazione politica, che nessuno avvenimento giustifi- 
cava. E pensare che Galeazzo M, Sforza, questo tiranno 



E SULLA SEPOLTURA DI 6IANGALEAZZ0 VISCONTI 281 

dissoluto e crudele, cadde sotto il pugnale dei congiurati 
meno di tre anni dopo, quando, cioè, il fiotto era recentis- 
simo, e chi voleva parlare poteva farlo senza pericolo ! Il 
M., che non si dissimula queste difficoltà, si affretta a dire 
che 4: chi meno ha prestato fede all' equivoco volontario od 
« alla turpe simulazione furono i Certosini » ; ma di que- 
sta affermazione si cercano invano le prove nella sua me- 
moria. E vero : V urna sepolcrale, destinata a raccogliere 
definitivamente la salma, non fu compiuta che dopo il 1662 ; 
ma dove ha letto il M. che la ragione di ciò risiede nel 
malvolere e nella negligenza de' Certosini, e non più tosto 
nelle difficoltà tecniche e nella lentezza con cui procedevano 
generalmente i lavori della Certosa? E la presenza nel- 
r urna di una pagina di carta scritta nel 600 prova proprio 
che le ossa abbiano subito una manomissione, e che questa 
sia imputabile a' Certosini ? 

Il M., che dà rilievo a fatti puerili o insignificanti, 
trascura invece o ignora altri fatti, che provano tutto il 
contrario. 

Filippo di Commines, eh' era già stato a Pavia una 
prima volta nel 1478 (1), e vi ritornò una seconda volta 
nel 1494, ci ha lasciato notizie preziose sulla visita che in 
questo secondo viaggio fece alla Certosa. Le sue parole sono 
cosi calzanti per il nostro argomento, che non posso aste- 
nermi dal riferirle intere. Dopo aver detto che Giangaleazzo 
fu « ung grant et mauvais tyran, mais honnorable » e che 
fa il primo duca di Milano, aggiunge : « Toutefois son corps 
« est aux Chartreux à Pavie, pres du Parque, plus hault 
« que le grant autel : et le m' ont monstre les CliartreUx, 
4c au moins ses os (et y mont 1' on par une eschelle) le- 
« squelz sentoient comme la nature ordonne, et ung, natif 
« di Bourges, le m' appela sainct, et jo lui demanday, en 
« 1' oreille, pourquoy il 1' appelloit sainct, et qu' il povoit 



(1) Kervyn db Lettenhove, LeUres et Négociatioru de Philippe de Coni' 
fuineSf to. I, p. 195; Bruxelles) 1867. 



282 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

« veoir paincts à Y entour de luy les armes des plusieurs 
« citez qu' il avoit usurpees, où il n' avoifc noi droict, et 
« luy et son cheval estoient plus hanitz que 1' autel, et 
« taillez de pierre, et son corps soubz le pied dudiet cheval. 
« n me respondit bas : - Nous appellons, dict il, en ce pays 
« icy, sainctz, tous ceulx qui nous font du bien. - Et il 
« feit ceste belle eglise des Ghartreux, qui à la verité est 
« la plus belle que j' aye jamais vene, et tout du beau 
« marbré » (1). 

Il M., che non conosce di questo passo del Commines 
che la sola parte riferita dal Beltrami (2), e in cui manca 
affatto il colloquio dello stesso Commines col frate di Bour- 
ges, ignora naturalmente la caratteristica risposta di que- 
st' ultimo, da cui traspare non solo la convinzione de' Cer- 
tosini, di possedere le ossa del primo duca, ma anche la 
venerazione in cui tenevano la memoria del duca, venera- 
zione condita di una certa malizia bonaria e quasi ingenua 
che ricorda quella di fiu Q-aldino. Quanto alla parte in cui 
si descrive il monumento, il M. ha un bel dire che il Com- 
mines o narrò il falso o prese un abbaglio. H celebre 
ministro di Luigi XI e di Carlo Vm era uno spirito illu- 
minato ed un osservatore acuto : non è possibile che egli, 
scrivendo a qualche anno di distanza, prendesse abbaglio so- 
pra un particolare ch'egli descrive in modo si circostanziato. 

Del resto non il solo Commines ci dice che la salma 
del Visconti fosse depositata dietro V altare maggiore. An- 
che Paolo Giovio, scrivendo nel 1647 (3), riferisce lo stesso 
particolare: <c In eo tempio human voluit ; spectaturque post 
aram maximam caelati operis admirabUe septUchrum :^. Le due 
testimonianze del Commines e del Giovio proverebbero che la 
salma del duca rimase nel suo collocamento provvisorio die- 



(1) Mémoirea de Philippe de Commymes, to. Il, pp. 852-858; Pari^*, 
Benouard, 1848. 

(2) La Certosa di Pavia, p. 102. 

(8) Vitae Duodecim Vicecomiium in The$. Antìq., to. Ili, parte 1.», ooL 822. 



E SULX.A SEPOLTURA DI 6IANGALEAZZ0 VISCONTI 283 

tro l'altare maggiore finché non fu compita l'urna funeraria 
che venne più tardi situata nel luogo dove ora si vede (1). 
L'esistenza di una tomba provvisoria nella Certosa di 
Pavia è attestata anche da altri documenti. In un Registro 
di spese fatte per la consacrazione della chiesa della Certosa 
nel giorno 3 maggio 1497 è notata la somma di lire 1 e soldi 2 
« prò coDa emenda prò dealbando tombam ». Non può es- 
sere che la tomba di Giangaleazzo (2) : quella stessa, senza 
dubbio, a cui accennava il Bellincioni nel ben noto sonetto : 

Qai dormon le famose e sacre spoglie 
Di Giovan Galeazzo primo duce 

Gli stessi versi con cui si chiude il sonetto : 

Or Lodovico il suo parente onora 
D'un bel sepolcro e storia graziosa 

trovano pieno riscontro nella notizia data testé dal Ma- 
genta di un sepolcro compiuto tra il 1492 e il 1600, e della 
commissione affidata nel 1495 a Giovanni Antonio Decio di 
costruire per lire 700 imp. « una cassa di pietra di rocca, 
<c ingemmata di rubini e di smeraldi i> destinata ad acco- 
gliere gli avanzi del duca : opera che fti compiuta nel 1506, 
e che il Magenta crede distrutta « quando i decreti del 
« Concilio di Trento obbligarono i monaci a toglier le tombe 
« dal loro tempio » (3). 

Troppo scarse e frammentarie notizie sono queste, ne 
convengo, perchè gli storici dell' arte possano ricostruire 
intera la serie de' lavori compiuti intorno a' sepolcri di Gian- 
galeazzo ; ma esse bastano a dileguare ogni dubbio sulla ge- 
nuinità degli avanzi depositati alla Certosa, e a liberare i 



(1) Ad un monumento provvisorio crede anche il Bkltrami (La Cer- 
tosa di Pavia, p. 102). 

(2) La comacrazione della Certosa di Pavia, art. di Pahfilo in Corriere 
della Sera del 8-4 maggio 1487. 

(3) La Certosa di Pavia, pp. 188, 18B. La notizia della commissione 
alHdata al Decio fu tratta da un rogito dell' Aroh. not. di Pavia. 



284 DI UNA NUOVA IPOTESI SULLA MORTE 

Certosini dair accusa di negligenza e di malvore di cui si 
è voluto cosi leggermente gratificarli. 

Nel 1610 a* 7 di marzo fu trasportata alla Certosa an- 
che la salma d* Isabella di Valois, giusta la volontà espressa 
dal defunto duca nei testamenti del 1399 e 1401. Questa 
nuova cerimonia, fatta ad istanza del re di Francia (1), 
non si comprenderebbe, se gli avanzi di Giangaleazzo non 
fossero stati effettivamente alla Certosa. I frati, che avevano 
già subito una prima mistificazione 46 anni innanzi, si sa- 
rebbero rassegnati a subire la seconda? e avrebbero per- 
messo, più tardi, che la salma d' Isabella fosso deposta, 
nella stessa urna, accanto a quella di un ignoto, di un uomo 
che non fosse stato suo marito? 



VI. 



E qui il mio compito sarebbe finito ; ma voglio ag- 
giungere ancora un' osservazione. 

Il M. sul finire della sua memoria, spezza anch' egli 
una lancia contro quel povero cranio di Q-iangaleazzo ve- 
nuto alla luce nella famosa ricognizione del 1889. A questo 
proposito dirò eh' io fui di quelli che, al tempo di quella 
ricognizione, non la trovarono uè necessaria ne opportuna. 
I dubbi del Magenta, elio già sei anni prima aveva espresso 
nella sua opera sul castello di Pavia (2), circa il luogo dove 
potevano trovarsi i resti mortali di Giangaleazzo, non ave- 
vano, secondo me, un fondamento troppo plausibile. Con 
tutto ciò nessuno può negare che quella ricognizione ebbe, 
se non altro, il merito di aver eliminato ogni incertezza su 
quel punto, e di avere rivelato un' altra cosa che nessuno 
sapeva, cioè la coesistenza, nella medesima urna, dello salme 



(1) Luigi XII discendeva, come è noto, da Valentina Visconti figlia 
d' Isabella. 

(2) I, 394. 



E SULLA SEPOLTURA DI GLVNGALEAZZO VISCONTI 285 

di Giangaleazzo e della sua prima moglie Isabella di Va- 
lois. Inoltre V esame minuzioso degli avanzi scheletrici servi 
ad affermarne indubbiamente la genuinità. « Il teschio del 
« duca (scriveva Luigi Bignami qualche giorno dopo) è 
« enorme, nella sua forma rispondente perfettamente ai ri- 
« tratti più caratteristici che si conservano alla Certosa 
« sia in marmo che in pittura » (1). Anche il Magenta, 
nella sua relazione del 17 aprile al ministro dell* istruzione 
a proposito del cranio, riconosceva che « nelle sue linee 
« corrisponde ai ritratti che del duca abbiamo nella Cer- 
« tosa, eseguiti dal Borgognoni, dal Mantegazza e da Al- 
« berto Maffioli » (2). I dati raccolti dal prof. G. Zoia du- 
rante r esame a cui sottopose lo scheletro del duca non fecero 
che confermare in tutti i punti i risultati dell' indagine sto- 
rico-psicologica, dando loro il carattere di critica scientifica. 

« Ingrato compito, scrive il M., è quello di sfrondare 
« veccliie leggende, che siansi intruso nel santuario della 
« storica verità .... ma pure Y abbiamo assunto per finire 
« una vera profanazione della storia ». 

Il M. ha ragione : nella storia s' infiltrano facilmente 
gli errori, ed è opera doverosa e degna ristabilire il vero 
dove fu falsato per calcolo o per ignoranza. Ma per far ciò 
le buone intenzioni non bastano : occorre anche una buona 
dose di cautela e di misura ; occorre altresì il sicuro pos- 
sesso dei metodi di ricerca, la cui mancanza è la piaga 
maggiore del dilettantismo storico. Ma quello che sopra- 
tutto importa è di guardarsi dal falso zelo, che ci spinge 
facilmente a dire il contrario di ciò che hanno detto gli 
altri, solo per la smania di riuscire originali : via lubrica, 
in fondo alla quale, invece del vero di cui si va in cerca, 
s' incontrano, spesso, nuovi e più pericolosi errori. 

Messina. G. Romano. 



(1) Corriere della Sera, giornale di Milano, 5-6 aprile, 1889. 
^ (2) Perseveranza, id., 17 aprile 1889. 



n. CONCIATE DI FIFA GANSAMU 

E LA. SOF>I>I^E©SIO]VE r>E» GESUITI 



[Da iocMeiiti MQ lei R. ArcUTlo di stato il Lncta] 

>4< 



Sono centoventidue anni che papa Gunganelli è sceso 
nel sepolcro, ma la storia non ha anche pronunziato il suo 
giudizio sopra di lui, ed è lontana dal pronunziarlo, tanto 
le passioni sono sempre vive e tenaci, da rendere la me- 
moria di questo pontefice, che soppresse la Compagnia di 
Gesù, segno anche adesso 

d'immensa invidia 
e di pietà profonda, 
d' inestinguibil odio 
e d'indomato amor. 

Lo provano gli ultimi suoi due biografi, il Crétineau- Joly (1) 
e il Theiner (2), sebbene entrambi avessero per guida una 



(1) Crétineau- JoLY| Le pape Clément XIV et les JésuUes, Paris, Denta, 
1847, in S.^ Ne fece un estratto il BruHL, che usci fuori ad Aqoi^grana 
il ^48, col titolo: Die geheime Geachtchte der Wahl Clemena XIV tind dar 
Aufheòung dee JetuiUnordens, - Sul Crétineau- Joly pubblicò uno stupendo 
articolo A. Druffel nella Hùtor, Zeitechr,, an. 1884, fase. 4. N'ò una 
breve recensione di C. Paoli nel nostro Archivio, serie TV', tom. XIY, 
pp. 146-147. 

(2) La biografia del Theiner venne alla luce nel 1853 a Lipsia col 
titolo: G^eichidhe des PontificaU Cletneru XIV; e nello stesso tempo a Pa- 
rigi (Hittoire du pontificai de ClémerU XIV, d'après dei documenti inédiU dea 
Archivee secrètea du VcUican, traduit de V allemand par Paul de Gedin) ; e a 
Milano (Storia del pontificato di Clemente XIV, scruta sopra documenti inediU 
degli Archivi segreti del Vaticano; tradotta, con piena approvazione deWamtore, 
dal prof, Francesco Longhena). Di questo libro discorse nel nostro Areìncio 



IL CONCLAVE DI PAPA GAKQANELU EC. 287 

quantità di documenti, in grandissima parte affatto scono- 
sciuti (1). H primo si valse della corrispondenza che il 
cardinale di Bernis tenne giornalmente durante il Con- 
clave, in cui entrò il 28 marzo 1769, col Marchese d'Au- 
beterre, ambasciatore del Be di Francia alla Corte pa- 
pale; non che de' rapporti che il cav. d'Azara inviava a 
D. Manuele di Roda, ministro del re di Spagna ; e sembra 
che stendesse anche le mani sulle carte che Clemente XTV 
confidò al P. Bontempi, suo confessore ed amico ; le quali, 
dal convento de' SS. Apostoli in Boma, dove le depositò 
appunto il Bontempi, al principio di questo secolo passa- 
rono negli Archivi di Madrid, da cui poi vennero rubate ; 



il prof. Filippo Ugolini (Nuova serie, voL IV, parte I, pp. 149-187); V Hase 
nella OitzzeUa eeclencutica protestante del Krause, n.^ 49 del 1854 (Die Wahl 
GatiganeUi'Bf die Jetuiten und Dr, Theiner); non che l'opuscolo, stampato 
ad Augusta nel 1854, col titolo: Clemens der Vierzehnte und die Aufhelmng 
der ChielUchaft Je9u, Etne ìeritiache Beleuchtung von Dr, Augustin Theiner'a 
Getehichte dea Pontificate Clemente XIV; per dir solo de' principali. 

(1) è da vedersi anche l' Hiatoire de Clémeni XIII et Clément XIV 
(Mona, Julien, 1854) del gesuita Bavaigman. Fin dal 1846 il Saint-Pbiest 
nella sua ffiatoire de la chute dea Jéauitea au XVIII aiècle aveva pubbli- 
cato importantissimi documenti su questo fatto tanto memorabile del 
secolo scorso. 

Intorno poi a papa Ganganelli sono da consultarsi anche le opere che 
seguono; alle quali certo molte ne saranno da aggiungere: Schubabt C. 
F., Leben dea Papatea Clemena XIV, Gtòttingen, 1774, in 8.o - Tableau hiato- 
riqus de Laur. Chtnganelli^ aouverain pontife aoua le nom de Clément XIV, 
Leipzig, 1776, in 8.® - Salvetti P. T., De patria Clementia XIV p, m, ad 
Joannem Baptiatam Bomba epiatola, Bomae, B. Olivieri, 1922, in 4.^ - Bei- 
CHEHBACH I., Wie UbU und atarb Ganganelli f Neust. a. d. Orta, 1881, in 8.^ 

- Bbuxont a., Ganganelli, Papat Clemena XIV, aeine Briefe und aeine Zeit, 
Berlin, 1847, in 8.o - *** Clément XIV and the Jéauitea, in The Quarterly 
Beview, june 1848. - Uschneb C, Clemena XIV. Ein Lebena und KarakteT' 
hild, Berlin, 1866, in 8.o [Seconda edizione]. - Fòbbtbe T., Bine Papatwahl 
vor hundert Jahren. Bine Erinnerung aita dem J,, 1769, Berlin, 1869, in 8,^ 

- GOttiho C. F., Ein verrUckter Papat/ Ganganelli, Berlin, Behr' s Ver- 
lagsbuhhandlung, 1886, in 8.^ - Bebtolini Fbancesco, Clemente XIV e la 
aoppreaaione dei Geauiti, nella Nuova Antologia, fascicolo del 16 novembre 1886. 

- Pac DE Belleoabd G., Coup d*oeil aur V ancienne égliae catholique de Hot- 
lande et récit de ce que Von fait aoua Clément XIV pour concilier eette égliae 
avee la Cour de Pome, La Haye, Nighoff, 1891, in 8.o 



288 IL CONCLAVE DI PAPA GANGÀNELLI 

e forse fu anche in possesso del volume originale delle let- 
tere del 4.° anno del pontificato del Qtinganelli, cioè dal 
19 maggio del 1772 al 19 maggio del 1773, che insieme 
con altri documenti una mano audace osò rapire negli 
Archivi stessi del Vaticano. Il Theiner, oltre quanto si 
conserva in quegli Archivi, ha pur consultato i carteggi 
del cardinale di Bernis e del cav. d'Azara, la corrispon- 
denza che il cardinale Orsini, ambasciatore del He delle 
Due Sicilie, ebbe dal seno stesso del Conclave col d' Aube- 
terre, dal 14 febbraio al 16 maggio 1769; e, se dobbiamo 
credere alle sue parole, « tutte le collezioni, tutti i ripo- 
« stigli più preziosi d'Europa ». Per il Crétineau-Joly, 
papa Ganganelli è addirittura un ribaldo, un mostro tuie 
da essere egli costretto, « per V interesse stesso della Chiesa, 
« a lacerare il velo che celava agli occhi del mondo un si- 
« mile pontificato e a divulgare i misteri dell'iniquità ». 
Il Theiner invece scrive per « vendicare V innocenza la più 
« augusta che v'abbia sulla terra, quella d'un papa e d'un 
« papa cosi grande come fu Clemente XIV » ; e gli pro- 
diga lodi di coraggio, di prudenza, di grandezza, tutte in- 
somma le virtù de' più insigni pontefici. Al Crétineau-Joly 
r odio fa continuamente velo al vero, e i libri come il suo 
non hanno valore di sorta ; molto ne ha invece quello del 
Theiner, ma anche a lui di quando in quando l'amore 
offusca gli occhi e a volte gli fa svisare la verità. 

De'documenti che pubblico, sono di Filippo Maria Buona- 
mici, Agente della Repubblica di Lucca presso la Corte pon- 
tificia, i dispacci che riguardano il Conclave di papa Ghinga- 
nelli; gli altri tutti, dell' ab. Domenico Paoli, suo successore; 
ma, peraltro, ispirati dal Buonamici, che era nelle grazie di 
Clemente XTV e addentro ne' segreti del suo pontificato (1). 



(1) Gir. Sforza Gio., Episodi della storia di Roma nel secolo XVIII; 
brani inediti d^* dispacci degli Agenti lucchesi presso la Corte papale; in que- 
sto nostro Archivio storico italiano; serie IV, toni. XIX, pp. 55-74 e 222-248; 
XX, pp. 1G6-177 e a56-451. 



E LA SOPPRESSIONE DE' GESUITI 289 

Il Breve Dominus ac Redemptor che abolì i Gesuiti, a giudi- 
zio del Theiner fu messo a effetto dal Granganelli « con una 
« fermezza che spingeva quasi fino allo scrupolo, e con modi, 
« tanto più ammirabili, quanto più grave era l'animosità 
« de' suoi avversali ». I dispacci del Paoli stanno là a 
mostrare in che consistessero questi modi, e quanto sia falso 
che « il Santo Padre », (son parole anche queste del Theiner) 
« si comportò come un padre verso i membri sfortunati 
« della soppressa Società :^. Giova pertanto ripetere col 
Balbo: « Tale era l'andsizzo assoluto, tirannico di quel se- 
« colo, di quel &tto, che Clemente XIV, il quale lo compiè 
4c dubitando e invito, lo compiè pure tirannicamente e in- 
« carcerando il Generale e altri de' Padri » (1). 

Anche in altre particolarità, i dispacci lucchesi chia- 
riscono, correggono, apportano luce nuova, recando fetti, 
aneddoti, episodi, che si cercano invano nel Saint-Priest, 
nel Eavaignan, nel Crétineau- Joly, nel Theiner ; in quanti, 
insomma, scrissero di quel pontificato e di quell'abolizione. 

Massa di Lunigiana. Giovanni Sforza. 



I. 



Il Conclave di Papa Ganganelli. 

n fètbraio 1769. - Questo sig. Ambasciatore di Francia (2), il 
quale era sul punto di partire, dice di non volersi mettere in pub- 
blico e fare la solenne visita al S. Collegio, conforme il solito, perchè, 
o non ha istruzioni, o quelle che ha non le crede adattabili alle 
presenti circostanze. Ieri però fece le solite visite a tutti i Cardi- 
nali in particolare, eccetto che a quattro, i quali sono dichiarati 



(1) Balbo, Sommario della Storia d* Italia, Firenze, Le Mounier, 1856, 
p. 882. 

(2) Il Karohese d'Aubeterre ambasciatore del Be ('rìstianisaimo presso 
la Corte Pontificia. 

Abch. Stob. It., 5.« Serie. — XX. 19 



290 IL CONCLAVE DI PAPA 6ANGANELU 

diffidenti della Eeal famiglia Borbone, cioè gli Eminentissdmi Ca- 
stelli (1), Boschi (2), Bonaccorsi (3) e Torrìgiani (4). Al sig. Cardi- 
nale Eezzonico (5), tutto che fosse nel numero dei diffidenti, pure 
ha fatta visita, come a Camarlengo della S. Eomana Chiesa. Peraltro 
gli Ambasciatori di Venezia e di Malta si metteranno in pubblico 
quanto prima, per prestare i soliti ossequi al S. Collegio. Mons. 
Azpuru (6), Ministro di Spagna, non fa alcun passo, perchè dice di 
non avere né credenziali, né istruzioni. 



(1) Giuseppe Maria de' conti Castelli, nato a Milano nel 1705, creato 
cardinale il 1759, e morto nel 1780. 

(2) Gio. Carlo Boschi di Faenza, nato il 1715, fatto cardinale il 1766, e 
morto il 1788. 

(8) Simone Bonaccorsi, nato a Macerata il 17 novembre 1708, fatto 
cardinale il 18 luglio 1768, e morto il 27 aprile 1776. 

(4) Luigi Maria de* marchesi Torrìgiani di Firenze, gi& Segretario di 
Stato di papa Rezzonico, nato il 1697, e morto il 1777. 

(5) Carlo Bezzonico di Venezia, nepote di papa Clemente XIII, nato 
il 1724, e morto il 1799. 

(6) L'ambasciatore D* Aubeterre, in suo dispaccio, ne fa questa pit- 
tura: « Monsig. d' Azpuru, incaricato oggidì degli affari di Spagna dopo 
« la partenza di don Emanuele di Boda, è un uomo onestissimo e deUa 
« probità più scrupolosa. Egli è Uditore di Bota a Boma per la Corona 
« d'Aragona. É eccellente giureconsulto, uno dei migliori giudici che vi 
« abbiano nella Bota, ed il suo parere è il più seguitato ; ma esso ha 
« poca conoscenza degli affari delle Corti, in cui non si è mai immischiato 
« fìno a qui. Questo difetto di esperienza lo rende timido e titubante; 
« del resto le sue intenzioni sono rette e buonissime ». 

Ebbe una tragica morte, che cosi vien descritta dall'Agente della Be- 
pubblica di Lucca: 

16 maggio 1772. - « Con decoroso equipaggio mercordl giunse in Boma, 
« proveniente da Spagna, il canonico Azpuru, fratello di questo Monsig. 
« Azpuru, unitamente ad un medico, da esso a posta condotto, per esa- 
« minare se lo stato di salute in cui trovasi presentemente detto prelato 
« li permetta, com'egli desidera, di trasferirsi in Spagna al suo arci- 
« vescovato ». 

30 maggio 1772. - « Alle preghiere avanzate a N. Signore dal fratello 
« di Monsig. Azpuru, ha il S. Padre conferita una delle dignità riservate 
« a questa S. Sede, vacata in Saragozza, al di lui nepote, con la riserva 
« soltanto di scudi 800 annui di pensione; qual pensione l'ha data a 
« Monsig. De Aguirre, suo Cameriere segreto soprannumerario. 

« Il medico poi che l' accennato fratello di Monsig. Aipuru oonduase 
« seco dalla Spagna, dopo aver fatte le sue mediche osservaùoni sulla ca- 
« gionevole salute di Monsignore suddetto, lia deciso che l'esporre detto 



E LA SOPPRESSIONE DE' GESUITI 291 

Intanto varìi sono i ragionamenti, e forse ancora le brighe, che 
sì £Euino per l'elezione del nuovo Papa; ma fin ora non si può veder 
chiaro, e il Conclave può ben desiderarsi, ma non sperarsi che sia 
breve e tranquillo. Vorrebbesi da alcuni che, senza aspettare i Car- 
dinali forestieri, si sollecitasse V elezione ; ma i più la vedono cosa 
troppo pericolosa. Quei che più temono sono i Gesuiti, 1 quali però 
dicesi che nel S. Collegio abbiano l'esclusione di quei soggetti che 
sospettano potere agevolmente condiscendere all' ultima istanza fatta 
dai Principi Borboni della soppressione totale del loro Istituto. 

Sonosi tenute più Congregazioni Camerali innanzi a questo 
Monsig. Tesoriere, per provvedere alle gravi spese del Conclave ; la 
cui sola struttura, compreso ancora tutto quello che si spende nella 
pompa funebre di questi novendiali, ascende a ben settantamila 
scudi ; ed oltre a ciò, venti e più mila sono necessari per le giorna- 
liere spese del Conclave. 

25 febbraio. - Domenica questo sig. Ambasciatore di Venezia 
portossi in pubblica forma al Conclave; e fermatosi per un'ora nel- 
l'appartamento del sig. Maresciallo del Conclave, Principe Chigi, 
fintantoché terminato fu lo scrutinio, fu ammesso all'udienza de' tre 
Em.*^ Capi d'ordine, cioè Cardinal Gian Francesco Albani vescovo (1), 



« prelato ad un id lungo viaggio sarebbe lo stesso che condurlo più pronta- 
« mente a morire; onde essendosi dimesso un tal pensiero, sentesi che il 
« medesimo seguiterà a soggiornare in questa dominante. 

11 luglio 1772, - « Circa le ore 22 di martedì cessò di vivere Monsig. 
« Azpuru, Arcivescovo di Valenza, con universale dispiacere di questa 
« città, e molto più, perchè acceleratagli la morte dal seguente compas- 
« sionevolissimo accidente. Erano vari giorni che il medico spagnuolo, 
« stando Monsignore involto nelle coperte a sedere, gli faceva arder sotto 
« lo spirito di acquavite. Nella scorsa domenica pertanto, in tempo che 
« si gli stava facendo il surriferito rimedio, cominciò all'improvviso Mon- 
« signore a gridare che si bruciava, come in realtà, alzate le coperte, fu 
« veduto che il medesimo, non si sa se, o per essersi rovesciato il vaso 
« dello spirito, ovvero per aver preso fuoco le coperte, si era tutto scot- 
c tato nelle cosce. Il dolore poi di una tale scottatura, unito all'antico 
« male di Monsignore, gli causarono finalmente le convulsioni, che lo 
« hanno condotto nel sopraddetto giorno di martedì a morire. 

« U di lui cadavere fa nella sera del susseguente giorno trasportato 
« nella regia chiesa della Nazione Aragonese, detta di S. Maria di Mon- 
« serrato, e nella mattina appresso gli furono celebrate le dovute solenni 
e esequie ». 

(1) (Ho. Francesco Albani, nato a Boma il 1720, e morto il 1803. 



2D2 IL CONCLAVE DI PAPA 6AN6ANELLI 

Cardinale Eossi prete (1) e Cardinale Neri Corsini diacono (2); e 
presentò loro, genuflessoi la lettera della sua Eepubblìcai e poi disse 
un breve complimento; cui il sig. Gianfrancesco fece una risposta, 
che qui è stata lodata come molto bella, e, nelle note presenti cir- 
costanze, di dignità insieme e di prudenza ripiena. 

Da Napoli, per ordine regio, è stato spedito un vascello in Si- 
cilia, per trasportare immediatamente il sig. Cardinale Branciforte (3) 
in quella città ; il quale, ricevute che abbia le istruzioni Reali, verrà 
subito al Conclave. Si è qui sparsa voce che S. A. K. il Gran Duca 
di Toscana (4) domani parta da Pisa per Roma, dove in un perfetto 
incognito voglia trattenersi dieci o dodici giorni a godere le ma- 
gnificenze e a conoscere le antichità della dominante, cogliendo il 
tempo opportuno di sfuggire le formalità de' cerimoniali coi Cardi- 
nali, che chiusi sono nel Conclave. 

Nel Conclave poi v'è una grande inazione, e pare che i Cardi- 
nali siano in gran diffidenza tra loro; di tal maniera che può ac- 
certarsi essere stata fissata la prudente massima di aspettare i 
Cardinali forestieri, per fare una savia e applaudita elezione. 

Infinite sono le satire furiosamente sparse contro la santa me- 
moria del defonto Pontefice e contro i nepoti, e ancora contro tutti 
i Cardinali e prelati; ma piene sono di maldicenza e senza sale; 
tali insomma che indegne sono di essere lette da un uomo onesto, 
perchè apparisce chiaramente essere fatte per guadagno de' plebei 
copisti. 

18 febbraio 1769. - Mercoledì processionalmente i Cardinali, dopo 
la messa cantata dello Spirito Santo, entrarono in Conclave in nu- 
mero di 28, essendo rimasti fuori, per motivo di malattia i aigg. 
Cardinali Cavalchini, Conti e Santo Bono (5). Siccome poi v'era il 
costume, che quasi tutti i Cardinali quella mattina medesima si 



(1) Ferdinando Maria De' Rossi, nato a Cortona il 1696 e morto il 1775. 

(2) Neri di Filippo Corsini, nato a Firenze il 19 maggio del 1685, venne 
insignito della porpora cardinalizia dal proprio zio papa Clemente XII, e 
dal 1737 al 1740 fa addirittura il sovrano di Roma. Mori d' 85 anni nel 1770. 

(8) Il cardinale Colonna Branciforte de^ Principi di Scordia, nato a Pa- 
lermo il 1711 e morto nel 1786. 

(4) Pietro Leopoldo, allora Granduca di Toscana, che poi nel 1790 cinse 
la corona imperiale col nome di Leopoldo II. 

(5) Carlo Alberto Guidobono Cavalchini, nato a Tortona nel 1688 e 
morto il 1774. Pier Paolo Conti di Camerino, nato il 1689 e morto il 1770. 
Gio. Costanzo dei duchi di Caracciolo di Santobouo, nato a Napoli nel 1715, 
creato cardinale il 1759, e morto il 1780. 



£ LA SOPPRESSIONE DE* GESUITI 293 

portassero a casa, e ritornassero la sera, per non uscire più, se non 
dopo relezione del Papa; cosi è stato questa volta degno d* osser- 
vazióne e di lode il zelo che ha mostrato la maggior parte di loro 
nella puntuale e scrupolosa osservanza delle Bolle, che prescrivono 
letteralmente la permanenza immediata dopo la processione; e quindi 
apparisce, che nel Conclave vi sarà un forte partito di zelanti per 
l'elezione di un Papa pure zelantissimo, e che non abbia altro ri- 
guardo che la religione. 

Si era qui sparsa voce, ma senza certo autore, e forse maligna- 
mente inventata, che si fosse da molti Cardinali fatta pratica di 
eleggere, per sorpresa e senz' alcuna deferenza alle Corti, il sig. 
Cardinale Chigi (1), soggetto per altro degnissimo del pontificato, ma 
da eleggere con maturità e approvazione di tutti ; onde nelle pre- 
senti circostanze, una elezione in questa maniera fatta, potea temersi 
non proficua al bene universale del Cristianesimo ; con tutto ciò, 
vuoisi da molti sostenere, che se questa pratica non fosse stata a 
tempo scoperta, l'elezione sarebbe seguita; e si accerta che nel 
primo scrutinio di giovedì il sig. Cardinale ebbe dieci voti. Fra i 
soggetti sopra cui dicesi che possa più facilmente cadere l'elezione, 
viene specialmente nominato il sig. Cardinale Stoppani (2). Vero è 
però, che fin tanto che non saranno venute le istruzioni delle Corti, 
ogni discorso è insussistente e superfluo. Si è risaputo, che il sig. 
Cardinale Sersale (3), Arcivescovo di Napoli, che prima aveva avuto 
in animo di non portarsi al Conclave, se non dopo le funzioni della 
settimana santa fatta nella sua Chiesa, ora sollecita la sua venuta, 
e ciò dopo un lungo congresso avuto col Marchese Tanucci. Si crede 
pur anche che sia per sollecitare la sua venuta il sig. Cardinale Mi- 
gazzi (4), il quale avendo il segreto della Corte di Vienna, oggi 
imita quasi indissolubilmente con le Corti Borboniche, avrà forse la 
maggior parte nell' elezione del Papa futuro. Quindi non è mancato 
chi ha detto, e dice pur anco, che la pratica, che si è fatta per sol- 
lecitare in qualunque maniera l' elezione suddetta, senz' aspettare né 



(1) Flavio de' principi Chigi, nato a Eoma nel 1712, creato cardinale 
il 1758, morto il 1771. 

C2) Gio. Francesco Stoppani di Milano, creato cardinale il 26 novem- 
bre 1758, e morto il 18 novembre 1774. 

(3) Antonino Sersale di Sorrento, creato cardinale da papa Lamber- 
tini il 22 aprile 1754, morto di settantatrè anni il 1775. 

(4) Cristoforo Migazzi, nato a Trento il 20 ottobre 1714, creato cardi- 
nale il 28 novembre 1761 e morto il 14 aprile 1808. 



294 IL CONCLAVE DI PAPA GANGANELLI 

gli altri Cardinali, né il congresso delle Corti, sia derivata dai ma- 
neggi dei Gesuiti, che temendo l'estrema rovina, giocano adesso, 
come suol dirsi, l'ultima carta; e si raccomandano, quanto più 
sanno e possono, ai Cardinali (dirò cosi) gesuitofili, che, per verità, 
non sono pochi. Anzi vi è chi, con autorità teologica, va dissemi- 
nando V opinione, che non si possa, in coscienza, senza una manifesta 
violazione delle Bolle giurate, trattenersi 1' elezione di un soggetto, 
che sia degno, per umano rispetto. 

Giovedì sera il sig. Cardinale Orsini (1), dopo lo scrutinio, por- 
tatosi alla rota, che era custodita dagli auditori di Bota, disse ad 
alta voce, che dava loro una nuova importantissima; cioè, che non 
era stato fatto il Papa; e questa, soggiunse, Pahbiamo per nuova 
importante. Dalle cui parole si è voluto dedurre, eh' era stata impe- 
dita la suddetta pratica di fare l'elezione per sorpresa. 

Nello scrutinio di ieri calarono d' assai i suffragi per il sig. Car- 
dinale Fantuzzi (2), ma senza apparenza finora di conclusione alcuna ; 
onde pare che oggimai sia certo, che non si farà l'elezione senza 
la solita deferenza alle Corti, che nelle presenti circostanze è troppo 
necessaria. 

Gli agenti de'sigg. Cardinali oltramontani, specialmente fran- 
cesi, comprano equipaggi e fanno i preparativi per la loro sollecita 
venuta. Questo sig. Ambasciatore di Venezia ebbe l'altro ieri le cre- 
denziali dalla sua Eepubblica, che presenterà domattina al S. Collegio, 
portandosi in pubblica forma all' udienza del medesimo alle ore 17. 

22 febbraio 1169, - Nel principio del Conclave, non essendosi 
dichiarate ancora alcune fazioni de' Cardinali, neppure vi sono no- 
vità singolari e degne di essere recate a notizia. 

lermattina avendo presentata la lettera dell' £E. LL. (gli Anziani 
e Gonfaloniere della Repubblica di Lucca) al Sagro Collegio, in mano 
di Monsig. Gallo, Segretario, potei alla rota far chiamare un con- 
clavista mio amico, e che altre volte è stato in Conclave, il quale 
mi asserì essere là entro finora un'aria d'indifferenza tale che x>a- 
reva non pensassero in alcun modo all' elezione del Papa. Che altre 
volte al principio s' era subito scoperto qualche disegno e qualche 
partito ; ma che ora tutto era silenzio e, come ho detto, indifferenza. 



(1) Domenico Ordini D^ Aragona de' Duchi di Gravina, nato a Napoli 
nel 1719, morto il 1789. Era ambasciatore del Be delle Due Sicilie presso 
la Corte di Koma. 

(2) Gaetano Fantuzzi, nato a Bavenna il l.<^ agosto 1706, creato car- 
dinale il 24 settembre 1759, morto il 1.» ottobre 1778. 



B LA SOPPRESSIONE OE' GESUITI 295 

Mi disse, che in due celle solamente si radunavano in conversazione 
i Cardinali, cioè in quella del Cardinale Andrea Corsini (1). E quanto 
alli scrutini essere sparsi e fluttuanti, senz' alcuna conclusione; e 
questa non potrà aversi, se non dopo la venuta de' Cardinali oltra- 
montani, e dopo che questi ministri esteri averanno ricevuto dai 
loro Sovrani le istruzioni 

Ieri entrò in Conclave il sig. Cardinale Delle Lanze (2), che era 
arrivato il giorno precedente; e fu osservato che, sebbene non ri- 
cevesse altre visite che degli Ambasciatori di Francia, di Venezia 
e di Monsig. Azpuru, esclusi i prelati, ricevè però il Padre Generale 
de'Gresuiti, e con lui si trattenne lungo tempo. In proposito di che 
mi giova riferire una celia detta dal sig. Ambasciatore di Francia 
al Principe Buspoli, dalla quale si può dedurre il moto che si danno 
que' Beverendi Padri perchè V elezione del nuovo Papa non cada in 
persona a loro contraria. Convien dunque sapere, che adesso, dopo 
che i Gesuiti caddero nella disgrazia del Ee di Spagna e di Napoli, 
invece del Principe di Piombino, dà la carrozza continuamente al 
Padre Generale il Principe Buspoli. Questi, essendosi portato nella 
conversazione di casa Falconieri, trovò l'Ambasciatore di Francia 
con una gamba inferma, che appoggiava sopra una sedia, e richiesto 
della cagione del suo incomodo, gli rispose, sorridendo, che era questo 
derivato dal dovere tenere dietro al moto continuo della sua car- 
rozza ne' passati giorni; e infine gli domandò se avrebbe seguitato 
a dare questo comodo della carrozza non più al Padre Generale, ma 
all'abbate Eicci ancora. Certamente, tanto esso sig. Ambasciatore, 
quanto gli altri Ministri della Beai famiglia Borbonica, si gloriano 
d' avere impedita la elezione sollecita del Papa, e per sorpresa, che 
vuoisi maneggiata dalle brighe de' Gesuiti; benché da loro aperta- 
mente si neghi. 

4 marzo fJ69, - Bitomò il corriere spedito da questo sig. Am- 
basciatore di Francia, il quale ha recato la di lui conferma in Am- 
basciatore, tanto al Conclave, quanto al nuovo Sommo Pontefice, ed 
insieme la lettera del Be, responsiva al S. Collegio sull'avviso della 
uìorte del Papa. Dallo stesso corriere e dalle lettere del solito or- 
dinario si è risaputo, che due soli Cardinali francesi, cioè Luynes e 



(1) Andrea, nepote del cardinale Neri Corsini, nacque 1' 11 giugno 
del 1785, fa nominato cardinale da papa Clemente XIII nel 1759, e mori 
il 19 gennaio del 1795. 

(2) Carlo Vittorio Amedeo Dalle Lanze dei conti di Sales, nato a To- 
rino nel 1712, morto il 1783. 



Ly. 



2DG IL CONCLAVE DI PAPA 6AN6ANELLI 

Bemìs, si affrettano per venire al Conclave, e specialmente il Car- 
dinale di Bernis, il quale partiva alli 19 dei caduto mese, serven- 
dosi per il suo viaggio del corriere pontifìcio spedito dal S. Collegio 
al Nunzio. Del Cardinale Choiseul si dubitava che potesse venire, 
attesa la sua pericolosa malattia, dalla quale non sì era per anche 
ristabilito: a questo doveva affidarsi il segreto del Be, riguardo 
all'elezione. 

Il sig. Cardinale Molino (1) aveva scritto al Senato della Bepub- 
blica di Venezia una lettera assai officiosa, con cui lo pregava di 
permettere, che delle sue rendite ecclesiastiche gli fosse rimessa 
qualche somma, onde potesse portarsi al Conclave, e gli fossero nel 
tempo stesso mandati i suoi equipaggi. Non ha il Senato data ri- 
sposta alcuna, e alPincontro s'è saputo che gli equipaggi sono stati 
venduti all'incanto. 

Nel Conclave seguita la stessa oziosa indifferenza, anzi una 
qualche diffidenza tra questi Em.°^^ elettori, la quale non finirà, se 
non all'arrivo dei Cardinali oltramontani; ed è ciò tanto vero, che 
un giorno nello scrutinio avendo avuto molti voti l'Em.^' Cardinale 
Serbelloni a tal segno, che con pochi altri nell'accesso poteva es- 
sere eletto Pontefice, due Cardinali d'autorità pregavano ^li altri 
ad essere più ritenuti nel dare il voto, non per esclusione del sog- 
getto, che credevano degnissimo, ma per non fare una elezione pre- 
cipitata ed imprudente, contro la massima già stabilita di aspettare 
in queste circostanze il consenso delle Corone. 

Martedì sera arrivò il sig. Cardinale Parravicini (2), che ricevè 
le visite di tutta la nobiltà per due giorni, e poi fece il suo ingresso 
in Conclave. 

ler sera giunse il sig. Cardinale Bufalini, Vescovo di Ancona, 
il quale domani entrerà in Conclave. 

Ma ciò che ha sconcertato le misure di molti Cardinali in Con- 
clave, si è, l'aver risaputo per le lettere di Vienna, venute con la 
staffetta di Mantova, che non viene al Conclave il sig. Cardinale 
Migazzi, nò forse altro Cardinale tedesco; e questa non curanza 
della Corte di Vienna d'influire nell'elezione del nuovo Papa, vuoisi 
qui che sia misteriosa, tanto più, che i Cardinali francesi si affret- 
tano per intervenirvi, o a meglio dire per manipolare essi questa 
elezione, e soli averne la gloria. È però assai verisimile che per 



(1) Giovanni Molino di Venezia, nato il 1705, morto il 1778. 

(2) Lazzaro Opizio de' marchesi Pallavicino di Genova, nato il 80 ot- 
tobre 1719, creato cardinale il 26 settembre 1766, morto il 25 febbraio 1785, 



K LA SOPPRESSIONE DE* GESUITI 297 

questa causa si allungherà di molto il Conclave, perchè i Cardinali 
affetti al partito francese, i quali speravano tutto l'appoggio della 
Corte di Vienna, vedendosi abbandonati, si opporranno più che pos- 
sono ai disegni dei Cardinali francesi Questa mattina medesima 
l'agente del sig. Cardinale Migazzi ha reso a Monsig. Segretario 
del S. Collegio la lettera responsiva dell'invito fattoli di portarsi ad 
eleggere il Papa; nella qual lettera si scusa di venire per ora, per 
motivo di sanità. 

8 marzo f769, - Non voglio, né debbo omettere di significare il 
felice arrivo di S. A. K. il Granduca di Toscana, avvenuto lunedi, 
verso le venti ore, essendo partito da Montefìascone alle dodici, vale 
a dire dieci poste distante da Eoma; viaggio la cui sollecitudine ha 
recato a tutti maraviglia. 

Giovedì notte giunse corriere dalla Corte di Madrid a questo 
Monsig. Azpuru, che recò la lettera responsiva di Sua Maestà Cat- 
tolica al Sagro Collegio e insieme la notizia che i due Cardinali De 
Solis (1) e Cordova-Spinola (2) si ponevano in viaggio alla volta 
di Boma per ordine del Re, che aveva loro somministrato danaro e 
un vascello per il trasporto delle famiglie. Questo ordine regio era 
uscito il giorno immediato dopo l'avviso della morte del Papa. 

Le lettere poi di Francia portano la venuta di due soli Cardi- 
nali, Luynes e Bemis, e non già di Choiseul, il quale ha ordinato si 
vendano le sue carrozze ed altro suo già preparato equipaggio. 

Quello che non s'intende, e che riesce d'ammirazione fino a 
S. A. B. 11 Granduca di Toscana, (come s'è chiaramente espressa) 
è il sapersi che nessuno de' Cardinali tedeschi sia spedito dalla Corte 
di Vienna al Conclave. 

Intanto, per ciò che si è penetrato, la calma del Conclave co- 
mincia ad alterarsi dai due partiti che hanno due capi, uno il Car- 
dinale Gio. Francesco Albani, l'altro il Cardinale Neri Corsini, senza 
però quasi sapere di esserlo, ma guidato dal Cardinale Andrea ni- 
pote e da altri zelanti. Quest'ultimo partito vorrebbe Papa il Car- 
dinale Stoppani, e l' altro il Cardinale Fantuzzi. Il Cardinale Bezzo- 
nico non si sa fin ora dove penda con seguito delle sue ben affette 
creature ; ma fin ora si protesta di non aver in mira nell' elezione 
del Papa se non il maggiore servizio di Dio ed il bene della S. Sede, 



(1) Francesco Solis de Folck de Cardona, nato a Madrid nel 1718, creato 
cardinale il 5 aprile 1756, morto il 21 marzo 1775. 

(2) Bonaventura Cordova Spinola de la Cerda, nato a Madrid il 28 
marzo 1724, creato cardinale il 28 novembre 1761, e morto il 6 maggio 1777, 



Dentro oj^^i o domani ai Aspettano i Cardinali Malvezzi (1), S 
noia (2) e Giuli. K quanto al Cardinale Moliuo non si sa se sia in 
grado di venire, mentre finora il Senato Veneto Dulln ha rimesso 
del suo severo contegno verso il medesimo. 

18 Marzo 1769. - Già significai ìb. improvvisa venuta dell'Impe- 
ratore Giuseppe II in questa cittA. Lu medesima sarà un* epoca 
dell' istoria di questo secolo, particolarmente riflettendo alle circo- 
stanze, che l'accompagnarono. Egli per altro vuol serbare un per- 
fetto incognito, e però non ha volato ricevere né la cospicua depu- 
tazione fattali dal Sagro Collegio di Monsig. Maggiordomo e di otto 
Principi Honianì de' più ragguardevoli, cioè Contestabile Colonna, 
I>uca di Bracciano, Principe di Palestrina, Principe Borghese, Prin- 
cipe Aldohrandini, Principe Altieri, Principe Panfili e Duca di Poli, 
e neppure altri Ambasciatori e Ministri esteri, non Guardie nobili, 
non il regaio che chiamano d' onore, dicendo che l' Imperatore sta 
a Vienna. Il giorno dopo la sua venuta, cioè giovedì, in compagnia 
del fratello, pertossi a S. Pietro a venerare i corpi de'SS. Apostoli 
con molta divozione, e ad osaervare le altre santità di quell'ainmi- 
rabile basilica; ascese sopra la cupola, e siccome era assai tardi. 
cosi disse elio sarebbe ritomaio la sera, per vedere i sotterranei, 
come lece. Non può spiegarsi con parole il concorso e )' afioll amento 
di ogni genere di persone per vedere questo augusto personaggio, 
e sono pure indicìbili le acclamazioni e gli evviva, con cui per tutte 
le strade è accompagnato, Ma ciò che sorprese tutti fu, che la stessa 
sera del giovedì, dopo aver visitati i sotterranei, esseudosi portalo 
col Gran Duoa a vedere entrare nel Conclave il sig. Cardinale Spi- 
noia, eil apertasi perciò la porta del Conclave dal Maresciallo, l'Impe- 
ratore dimandò al sig. Cardinale Stoppani, eh' era per avventura 
capo d' ordine, se gli fosse stato permesso di entrare ancor «>sso. 
'Tanto egli, quanto il tìratello solamente, fiirono ammessi; e condotti 
nella Cappella Paolina, dove erano tutti i Cardinali, fu loro mostrata 
la maniera con cui suol farsi lo scrutinio. In seguilo videro qualche 
cella, e quella specialmente del sig. Cardinale Alessandro Albani i^3). 
Dicesi, che avendo Sua Maestà Imperiale fatto mostra di voler anche 



(1) Vincenzo Malvezzi de' conti di Belva, nato a £ 
il 1775. 

(2) Girolamo Spinola di Genova, nato il 1713, i: 
(B) Alessandro Albani, nato a Urbino il lUSfi, ii 



E LA SOPPRESSIONE DE* GESUITI 299 

depositar la spada (di cui era privo il Gran Duca) fugli risposto, 
non dover deporre la spada chi la cingeva in difesa della Chiesa. 
Dicesi inoltre, che parlando della lunghezza del tempo in cui pote- 
vano i sig. Cardinali star colà racchiusi, essendogli detto, che il più 
lungo Conclave, da Martino V in giù, era stato quello in cui fa 
eletto Benedetto XIV, egli rispondesse, che augurava loro un Con- 
clave più lungo del doppio, perchè eleggessero un Papa, come lo 
stesso Benedetto. Peraltro i sigg. Cardinali lodano assai la singolare 
umanità, cortesia e familiarità usata con loro dal medesimo Im- 
peratore. 

La medesima sera del giovedì, tanto Sua Maestà, che Sua Al- 
tezza Beale, si portarono alla conversazione o, a meglio dire, festa, 
data dal sig. Duca Sforza; la quale riusci oltre modo magnifica ó 
numerosa ; ed ogni sera della settimana se ne sono date simili dagli 
altri Principi romani. 

Sono arrivati nella scorsa settimana più Cardinali, che sono en- 
trati in Conclave : cioè Spinola, Pallavicini, Malvezzi e Priuli (1) 
che fu incontrato da Sua Eccellenza il sig. Ambasciatore di Venezia. 
È pure giunto 1' Em.™° Cardinale Luynes (2), che ha il segreto del Ee 
Cristianissimo. Ma i discorsi e tutti i pensieri romani sono ora ri- 
volti al maggior luminare, cioè ad un ospite augusto, cui simile da 
due secoli e mezzo non aveva Eoma mai veduto. Quindi poco o 
nulla si parla dell'elezione del Papa; la quale non si farà, che dopo 
l'arrivo di tutti i Cardinali oltramontani; e che secondo la voce 
adesso più probabile, pare che debba cadere nell'Em.™® Stoppani. 

22 Mano 1169, - Continuando le notizie dei due grandi ospiti 
di questa città, dico, che Sua Maestà Imperiale, assieme col fratello, 
in un landau aperto, e con una sola carrozza di seguito, vanno gi- 
rando e studiosamente osservando le antichità, e insieme le moderne 
e rare fabbriche di Eoma. 

Sabbato sera comparve improvvisamente nella ristretta con- 
versazione della sig. Duchessa di Bracciano, della quale (per quanto 
si è molte volte espresso di poi) fa una stima particolare, e vi si 
trattenne più ore, ragionando con ammirabile familiarità con tutti 
quelli che erano presenti. Non per argomento di vanità, ma per lode 
della somma sua clemenza, non voglio tacere, che per qualche tempo 
discorse meco della diversità delle lingue, dei teatri, e della poesia, 



(1) Antonio Marino Priuli di Venezia, nato il 25 agosto 1707, creato 
ceurdinale Pll settembre 1758, morto il 26 ottobre 1772. 

(2) Il cardinal di Luynes arcivescovo di Beims. 



300 IL CONOLAVK DI PAPA GANGANELU 

mostrandosi specialmente versato nella lettura del Tasso, al quale 
dava il primo vanto della poesia italiana. Ed avendo io soggiunto, 
che questo era V opinione di tutti gli eruditi oltramontani ed ancora 
di alcuni italiani, ma clic tra questi, i più davano i primi onori al- 
r Ariosto; Sua Maestà Imperiale disse, che questo poeta non gli era 
mai stato permesso di leggerlo, e adesso non avea più tempo di 
leggere poeti; dal che se ne deduce la lodevole e casta educazione 
di questo Sovrano; e molto più da ciò che la domenica seguente 
fece con somma esemplarità; poiché, correndo il giorno di S. Giu- 
seppe, di cui porta il nome, si confessò da un religioso tedesco ago- 
stiniano scalzo, persona a lui nota; ed ascoltò una messa nel suo 
palazzo, e poi pertossi nella chiesa di essi Agostiniani Scalzi, e quivi 
sulla nuda terra (non avendo voluto strato, né cuscino) ascoltò un 
altra messa col Passio, con mirahile divozione. 

Lunedi poi si portarono a Tivoli ad osservare i famosi avanzi 
della Villa Adriana ed altre antichità, di cui tanto si è scritto dagli 
eruditi. La sera andò alla ristretta conversazione della Principessa 
Altieri e della Duchessa di Poli. 

ler mattina, dopo aver visitato S. Giovanni Laterano, la bel- 
lissima Cappella Ck>rsìni, e il Conservatorio delle zittelle, dette di 
S. Giovanni, dove si trattenne lungo tempo, ricercando tutte lo 
particolarità é dell* educazione, e del vitto, e delli lavori, andò a 
casa del nostro cav. Batoni, per farsi ritrattare assieme col fratello 
in un quadro; e quivi si trattenne per due ore continue, volendo 
cosi fare per due o tre giorni, fintantoché ne abbia presa Tidea e 
i lineamenti ; siccome non è da dubitar, che gli riuscirà felicemente 
e con lode. Questo quadro, rappresentante i due fratelli, che si pren- 
dono per mano, vuole che sia compito al suo ritomo da Napoli, per 
spedirlo alla augusta sua genitrice. 

Del Conclave non ho che significare altro di certo, se non che, 
tanto il sig. Cardinale Luynes, quanto il Sig. Ambasciatore di Fran- 
cia, hanno istruzioni d'impedire P elezione del Papa, fintantoché non 
siano arrivati i sig. Cardinali spagnoli. lersera arrivò il sig. Cardi- 
nale di Bernis. 

25 marzo 1769. - Giovedì mattina, molto a buon' ora. Sua Mae- 
stà Imperiale, dopo essersi andata a confessare nella chiesa di Gesù 
Maria degli Agostiniani Scalzi dall'assistente tedesco, portossi a 
piedi, con un solo servitore, a prendere la Pasqua nella chiesa di 
S. Lorenzo in Lucina, sua parrocchia, confuso tra il popolo; e sic- 
come pure fu conosciuto, e chi amministrava il sagramento dell'Euca- 
ristia volle incominciare dall'Imperatore, cosi questi ricusò afiatto 
questa distinzione, accennando, che seguitasse l'ordine consueto. 



E LA SOPPRESSIONE DE' GESUITI 301 

Dopo un quarto d'ora che genuflesso sulla nuda terra fu stato in 
quella chiesa, portossi, sempre a piedi, alla chiesa del Collegio Ger- 
manico, detto l'Apollinare, dove in coretto assistè alle funzioni di 
quel giorno. Nel dopo pranzo portossi in Ara Cooli agli uffizi divini, 
stando nel coro Ira gli altri frati; e di li passo a visitare il mo- 
nastero di Tor di Specchi, trattenendosi lungo tempo fra quelle 
dame religiose. È incredibile la diligenza con cui esamina i piani 
di tutte le pie istituzioni di questa città. Fu al maggior segno con- 
tento di visitare il grande Ospedale di S. Spirito, dove non lasciò 
cosa, che non volesse vedere, e giunse fino a toccare il polso ad 
un grave ammalato, e ricercò dal medico Vinciguerra alcune regole 
in scritto per la cura degli infermi, volendone introdurre l'uso negli 
Ospedali di Vienna. Non ha poi cessato di lodare sopra ogni altra 
l'istituzione fatta da Innocenzo della Casa di S. Michele a Eipa 
Grande, e fu cosa curiosa, ch'essendo stata veduta Sua Maestà Im- 
periale dai barcaroli di quei legni che erano approdati in quella 
parte, non poterono contenersi da fare improvvisamente molte sca- 
riche, il che fece spargere la falsa voce per tutta la città dell'ele- 
zione. Di essa poco o nulla si ragiona, e, per quanto si sa, il partito 
migliore in que' comizi si dichiara sempre per l'Em.™^' sig. Cardi- 
nale Stoppani. Qualunque però sia per essere, infinite traversie se 
gli preparano da ogni parte. 

Da Napoli ò uscito un dispaccio, che annulla le regole della 
Cancelleria in Sede vacante, e dopo l'elezione del Papa si ordina 
che le altre regole di Cancelleria che possano farsi, debbono sog- 
gettarsi all'esame del Consiglio di S. Chiara, prima di essere pub- 
blicate. Altro dispaccio è pure uscito da quella Corte, che restringe, 
e quasi riduce a nulla, la giurisdizione ordinaria de' Vescovi. Da 
Venezia si è risaputo qualche discorso, anzi qualche proposizione e 
disputa in quel Senato, che minaccia le suddette regole della Can- 
celleria. 

Molti corrieri sono venuti da Napoli nella scorsa settimana a 
Sua Maestà Imperiale, ed uno si assicura aver portato che il Conte 
di Kaunitz, Ambasciatore di Vienna a quella Corte, abbia accettato 
l'Ambasceria straordinaria di Sua Maestà Imperiale al Conclave. 

Il sig. Cardinale di Bernis oggi o domani entrerà nel Conclave, 
dove si aspetta ancora il sig. Cardinale Molino, già partito da Fer- 
rara, il quale occultamente per Porta Angelica faravvi il suo in- 
gresso. 

Preparandosi magnifiche e bellissime feste di ballo da darsi a 
questi Sovrani, è uscito un ordine del giorno dal Sagro Collegio ai 
prelati tutti, che si astengano da intervenirvi, o siano di maschere. 



302 IL CONCLAVE DI PAPA GANGANELU 

come sarà quella di Venezia, o no. Sua Altezza Beale il Gran Duca, 
dopo il suo ritomo da Tivoli, ha guardato sempre la casa, perchè 
incomodata da un principio di dolor di gola, il quale è poi svanito, 
senza che neppure sia stata di hisogno alcuna emissione di sangue. 
Egli si astiene di girare coli' augusto fratello, perchè di comples- 
sione assai più delicata, là dove Sua Maestà Imperiale è infaticabile 
nel portarsi da per tutto e tutto studiosamente osservare. 

Colle lettere di Milano si è risaputo, che PEm."^^ sig. Cardinale 
Pozzobonelli (1) era partito da Milano il 17 del corrente, e il giorno 
seguente ritornò, sorpreso da qualche incomodo di salute. 

29 marzo 1169. - Molte e magnifiche sono state le dimostrazioni 
e le finezze, che negli scorsi giorni festivi di Pasqua hanno ricevuto 
dalla nobiltà romana i due grandi ospiti di questa città. 

Domenica sera fu illuminata di fiaccole la cupola di S. Pietro, 
osservata con maraviglia dai due Sovrani nella gran piazza di quella 
basilica. 

La stessa sera fu loro data in casa Bracciano una famosa festa 
di ballo, la quale è stata universalmente applaudita e lodata, non 
solo per il finissimo gusto, di cui era vestita la gran sala del festino, 
ma anche per il sontuoso perpetuo rinfresco, e per la copiosa illu- 
minazione di quel non piccolo palazzo. 

Lunedi, dopo pranzo, poi, dopo una bellissima corsa di cavalli, 
che videro sopra una ringhiera a posta fatta, e con treno imperiale 
riccamente adornato, nel palazzo del Principe Buspoli, ebbero simil- 
mente la sera in casa Corsini un solenne festino ed una splendidis- 
sima cena; alla quale cena, sebbene si misero a tavola, contuttociò 
nulla gustarono. La detta festa riuscì oltremodo brillante e piena 
di allegria; la quale allegria molto più si accrebbe, perchè alle ore 
sette in circa, nel tempo opportuno che si banchettava, la sig. Prin- 
cipessa Corsini diede alla luce un secondo principino: il che risa- 
putosi da quella nobile commitiva, proruppe in copiosissimi evviva. 
La girandola poi, ch'era destinata in questo stesso giorno, è stata 
trasportata a questa sera, per le continue piogge, che non permisero 
di accenderla. 

Ieri poi si fece la seconda corsa di cavalli, che videro ad una 
loggia del palazzo Panfìli; e la sera si portarono alla bellissima 
villa Albani, fuori di Porta Salara, per godere similmente un nobi- 
lissimo festino. 



(1) Giuseppe Pozzobonelli di Milano, nato il 1636, morto il 1788. 



E LA SOPPRESSIONE DE* GESUITI 303 

Onesta sera, oltre la suddetta girandola, goderanno altra festa 
di ballo nel magnifico e vasto palazzo del sig. Ambasciatore di Ve- 
nezia; la quale, perchè fatta con le maschere, riuscirà forse nuova 
e gradita. 

Tanto il sig. Ambasciatore di Francia, quanto molti altri Prin- 
cipi e Signori oltramontani, che intervennero alle suddette feste, 
hanno ingenuamente confessato, che altrove non si vedono pari alle 
medesime. Al che contribuisce l'ampiezza de* palazzi, della quale si 
è maravigliato l'istesso Imperatore. 

In questi stessi giorni non ha tralasciato Sua Maestà Imperiale 
alcun atto di pietà, perchè lunedi mattina portossi nella basilica di 
S. Pietro e assistette ai divini uffizi e alla predica, sedendo nell'ul- 
timo stallo dei canonici; e questo istesso atto di religione usò 
ne' giorni antecedenti nelle basiliche tanto di S. Giovanni, che di 
S. Maria Maggiore. 

Nello stesso lunedi fu condotto da Monsig. Marcolini ad una 
finestra, donde si può parlare ni Cardinali chiusi in Conclave, e fece 
chiamare il sig. Cardinale Sersale e i sigg. Cardinali Alessandro 
Albani, Serbelloni, Bernis e Borromei (1), e ragionò molto con loro ; 
e al primo disse : io vado a Napoli, dove porterò la nuova, che vo- 
stra Eminenza non toma più; augurandoli cosi il pontificato. È 
fuor di dubbio, che, tanto Sua Maestà Imperiale, quanto l'Arciduca 
fratello, quando entrarono in Conclave profusero con essi il titolo 
di Eminenza, che ricusano dare nelle lettere; volendo serbare un 
perfetto incognito. Quindi l'Imperatore non ha voluto il reliquiario 
preparatoli, né alcun altro regalo pubblico, o privato, che sia di 
qualche prezzo. 

Dopo la festa del sig. Ambasciatore di Venezia parte per Na- 
poli sollecitamente, e dicesi, che va ad alloggiare in casa del Conte 
Kaunitz, suo Ministro, e vi si tratterrà soli cinque giorni. 

1 aprile 1169, - Dopo il divisato festino che diede il sig. Am- 
basciatore di Venezia, dove si trattenne fino alle oro sei, Sua Mae- 
stà Imperiale, col fratello, giovedì, alle ore 14, parti per Napoli : 
volendo la sera essere in Terracina e il di seguente portarsi a Ca- 
serta. Benché ancora in Napoli voglia essere affatto sconosciuto, 
con tutto ciò di là si scrive, che gli si preparano due gran feste 
nel Teatro ed un foco artificiale. 

Ma qui in Homa il celebre foco artificiale, detto la girandola, 



(1) Vitaliano Borromeo di Milano, nato il 1?20 e morto il 1796. 



304 IL CONOLAVB DI PAPA GANOANELLI 

che doveva incendiarsi mercoledì sera, fu impedito dalla dirotta 
continua pioggia di quel giorno. 

Il sig. Ambasciatore di Francia dette giovedì mattina un gran- 
dioso pranzo a Saa Altezza Beale il Gran Duca, avendo invitato 
tutti i Principi, che avevano date feste ne' passati giorni. 

Fra tutti i Collegi, che ha l'Imperatore visitati, ha approvato 
di molto e lodato il Collegio di Propaganda ; fece venire innanzi a 
se tutti que' giovani, che vi si educano, di diverse nazioni, e volle 
che ciascheduno favellasse ne' differenti linguaggi; e questa disse 
essere un'opera degna della città, che è capo della nostra religione. 

Ieri entrò in Conclave l'Em."^ sig. Cardinale Conti, e presto 
pure dicesi, che voglia entrare l'Em.™° sig. Cavalchini, non ostante 
che ne venga dissuaso dal medico. 

Benché poi incerte siano le notizie del Conclave, contuttociò si 
pretende da alcuni che il partito favorevole all'esaltazione del pon- 
tiiicato del Cardinale Stoppani sia venuto meno per una risposta 
del Cardinale di Luynes, donde si argomentava che il soggetto non 
fosse grato alla Francia, e potesse anche avere l'esclusiva, parendo 
che non si voglia Papa alcuno di que' Cardinali che formano la Con- 
gregazione onde usci il famoso Breve contro l'Infante di Parma; e, 
al contrario, si asserisce che molti suffragi de'sigg. Cardinali sono 
imiti per l'elezione del Cardinale Ganganelli (1). 



(1) Il cav. de la Houze, primo segretario dell'ambasciata di Francia a 
Boma, poco prima che morisse papa Bezzonico fece del Ganganelli il se- 
guente ritratto : « Si direbbe che questo frate francescano, il quale è per- 
« venuto al cardinalato per la sua destrezza, cammini sulle tracce di 
« Sisto V. Non si conosce la sua inclinazione né per la Francia, né per le 
« altre nazioni. Egli si trova sempre dalla parte che crede vantaggiosa 
« alle sue vedute, ben presto zelante e ben presto antizelante, secondo il 
« vento che s])ira: egli non dice mai quello che pensa. Il suo grande stu- 
« dio è di piacere a tutto il mondo, e di far vedere eh' egli é del partito 
« di colui che gli parla. Non osa opporsi ai desiderii de' sovrani : teme 
« le corti e le maneggia. Il Papa ha per lui molta stima, ed ottiene ciò 
« che vuole per mille segrete manovre. Ma siccome esso si è molto im- 
« mischiato negli affari, i suoi intrighi hanno diminuito il suo credito 
« nel S. Collegio, il quale, nel primo Conclave, raffrenerà probabilmente 
« la sua ambizione, per quanto nascosta essa sia sotto la cocolla ». Il Gan- 
ganelli dal 15 febbraio al 20 aprile negli scrutini ebbe costantemente due 
voti e raramente tre; il 27 aprile n'ottenne cinque; poi sempre quattro 
dal 28 del mese stesso all' 8 maggio. Il 9 soltanto tre, quattro il 10, cinque 
l'il, sei il 12, cinque il 13, dieci dal 14 al 17, e diciannove il 18. H giorno 
dopo restò eletto con voti unanimi. 



B LA SOPPRBSSIONE DB' GESUITI 805 

L'abbate Grazioi, che ba £eitto da antiquario a Sua Maestà Im- 
periale e al fratello, ba ricevuto in dono una bellissima scatola 
d'oro, con entro cento ungarl, e l'esibizione di un canonicato di 
S. Lorenzo in Firenze. 

Il sig. Barone di Saint Odili ha mandato ducento zecchini a 
ciascheduna sala di que' Principi che hanno dato feste di ballo; e 
alle sale di que'Signori, che semplicemente feste di conversazione, 
cento zeccbini. 

Molte e altre generose mancie sono state distribuite ai luoghi 
che i due Sovrani hanno visitati; e alli poveri 600 zecchini 

Benché le suddette generosità passino a nome di Sua Altezza 
Beale, con tutto ciò si sa che partono dalla munificenza di Sua 
Maestà l'Imperatore. 

6 Aprile 1769, - Sabato sera finalmente, essendo il tempo favo- 
revole, s'incendiò la girandola in Castel S. Angelo; il qual fuoco 
artificiale riusci bello e copioso oltre l'usato. Sua Altezza Beale lo 
vide dal palazzo Salviati, dove fu invito di tutta la nobiltà. Di là 
passò alla ristretta conversazione di casa Altieri e di casa Bracciano, 
e in questa vi si trattenne per fino alle ore sei e mezzo della notte ; 
e vi si portò ancora la sera antecedente alla sua partenza, dichia- 
randosi che se non fosse stata la necessità di trovarsi al parto della 
Gran Duchessa, sarebbcsi trattenuto ancora un altro mese. 

Domenica sera vi fu festa di ballo in casa del Principe Doria, 
il quale, di un ampio cortile, in pochi giorni, e con infinita spesa, 
formò una sala da ballo, inalzata al pari della galleria, che magni- 
ficamente addobbata e copiosamente illuminata, fu un spettacolo ve- 
ramente maraviglioso. 

Il lunedi seguent.e pertossi Sua Altezza Beale ad un pranzo ri- 
stretto, che gli diede il sig. Ambasciatore di Venezia, e alle sette 
ore della notte parti per Firenze. 

La mattina antecedente mandò il sig. Conte di Eosemberg al 
Sagro Collegio per ringraziarlo delle finezze usate alla sua persona. 

Ha ricevuto i regali del medesimo Sagro Collegio, consistente 
in superbi mosaici, e nel ricchissimo reliquario d' oro, che fu ricu- 
sato dall'Imperatore; ed oltre a ciò, ha ricevuto magnificili regali 
di stampe di libri, e di un famoso quadro del Tiziano, fatti dai sigg. 
Cardinali Corsini. 

Per corriere straordinario Sua Altezza Beale ebbe avviso del 
felice arrivo a Napoli di Sua Maestà Imperiale, che smontò in casa 
del suo Ministro Conte di Kaunitz, ricusando l'alloggio nel Palazzo 
Beale, e protestandosi, che l'Imperatore stava a Vienna, e voleva 
serbare un perfetto incognito. 

Akch. Stor. It., 5.» Serie. — XX. 20 



Non può negarsi che l'arrivo <ii questi reali personaggi e dei 
Bigg- Cardinali forestieri non abbia portato ia Homa molto denaro, 
che si è Bparso utilmente tra gli artefici e manifattori ; e si è osser- 
Yato che nel passato mese si erano dal Monte della Pietà estratti 
piccoli pegni, vale a dire ili gente bassa, 

Dopo la partenza di questi Principi cominciarono di bel nuovo 
i discorsi del Conclave. Si dice esservi state controversie tra diversi 
Cardinali; ma più, (avendo potuto parlare con un coDclavista mio 
amico) lui accertato che finora vi era una grande inazione, volendesi 
aspettare i Cardinali Spagnoli. 

Ieri qua giunse il sig. Cardinale Branciforte; ed oggi è entrato 
il sig. Cardinale Cavalchìnì in Conclave; donde dicesi, che doveva 
sortire il sig. Cardinale Conti, perchè troppo debole di testa, e In- 
capace di dare il suo sufliagio. 

api^e 1760. - Ieri entrò in Conclave l'Em.""' sig. Cardinole 

Branciforte, che tre giorni innanzi era venuto in Roma ed nvern 
ricevuto le visite di tutta la prelatura e nobiltà romana. Ma il sig. 
Cardinale Molino arrivato alle porte di Bomn, fino mercoledì pas- 
sato, pranzò in una villa del Marchese Leva; e per la Porta An- 
gelica, in una carrozza di fiuggia, pertossi a S. Pietro, e quindi 
passò in Conclave, dove, dicesi, che non ubbia ricevuto le aolito vi- 
site nella cella dai sigg. Cardinali veneziani. 

Del viaggio de' Sovrani austriaci, da Napoli s'è saputo che Bus 
Maestà Imperiale pranzò la prima mattina col Re e la Regina, ma 
servito dalle cameriste, non avendo voluto intorno alla mensa alinin 
gentiluomo di Camera, né altro ufficiale; che soggiorna presso il 
suo Ambasciatore Conte di Kaunitz; che dai portici, in una carrozza 
del Ministro d'Inghilterra, solita a servire i milord! inglesi, portossi 
a girare tutta Napoli, passando per signore inglese ; che le feste date 
dalla Corte, nell'invito fatto olla nobiltà, si diceva essere per mero 
divertimento del Re ; e in fine s' e saputo che, con molta diligenta 
e curiosità, aveva vedute le celebri antichità di Pezzuole e Ercolano. 

Quanto poi a Sua Altezza 11. ai è saputo, die a Bolsena si rup- 
pero tutte due le stanghe della sua carrozza, e da una signora di 
quel paese gli tu offerta un' altra carrozza ed un biroccio, che Sua 
Altezza Reale accettò a preferenza del primo legno, non ostante, 
che gli fosse detto, che in questo correva rischio di bagnarsi per 
la pioggia, che si vedeva imminente, come infatti segui. In corri- 
spondenza dì quest' attenzione Sua Altezza Reale mandò in regalo 
alla suddetta signora una bellissima .scatola d' oro, come pure re- 
galò cento zecchini al corriere, che da questo sig. Marchese Massimi, 
Generale delle Posto, li fii dato per iscortarlo nel ?!uo viaggio. 



K lA a uppiiai siQKE nc'astEzn H^T 




la risposta dì Sua Mmessà JaoubsiiDfc X I-* e. JoimaeikliL. su ciL 
fu ooiìS^;iiata dal eanniL A'tinana tàtt bdì^ & •nrrrwnf. La jszaetfc 
del Re è ripàena di espreoBum: c^bbouhi» « 9orss& =l TnM i iw m 
che ha oonsolato lullI cusdc T.tt. ^ Par^. i Luaì: inrK hol 
devano un tale iiftiàc' da cmfil JsanaasnL. Hm & zi: sk irit issian stssl 
i segni non eqizÌTOcL à per It sdìzs- Gzmnairajsazi: Ei jcrse arcmas» 
dal Be in Lisbona yei ja 3nnr» Q£l ss»- àfiulft. 'ITr-KaL : * ti»:css- tci: 
ancora, perchè £1 l£iniB£n> e: PcraaJix- a J'h^ic- a^^'r^ 
Monsig. Nunzio, dal c^ leaK i»c -rr^tnrrr t,s:^sEc:£^ Ajrra 
sima lettera ha pere rioprcic £ S. CdLttCi^ òa Sma ICaesEsk A^afso^ 
lica l' Imperanioe Ecesta. per cnfùif: jir-nit esLiiiEkcd ec eden» 
d'alloggio nel Vaticasa òtt iazit kZT Zzz^ztThsce*, szJitztD c^ zp^ 
pervenne, e dèlie gnarcie. liezi'ixi^ uva. inssmn ac--»inai&. 

Dopo il passaggi:) d4C!'l3LjiEnbSCT> 
questa notte, si aeppra frfc g^^^ru, il 
tore in XapoH di SfOh MA^sih l2Lj«r 
Conte Maresootti di Bcùogua yt: vj^k 
veramente migniftei dell' Att. tjaac 
ratore. Questi j^reparatàri fuxziOK zrfal palazzo z^l'YzzJ^ Bc-rrc^skei. 
che glielo ha ^T%iMbMsit*iZiVt oSeru*. E s^nr^z:^ pr:: h^-xa^àere che sìa 
eletto il Sommo Fonytiii^ i;izLa cà« f=da^ la siessa AictJLseerìa. 
Sua Maestà Imperiale: La oriinaiio ai Baroze ii Saiiii Olili, ole dia 
alloggio a Sua Fmiiìenra cua&do soniri dal Coij clave, nel palazzo, 
o sia villa, Medici alla Trinità de' Monti. 

12 Aprile 1769. - Domenica maTtiiia ritornò il corriere Usleoghi 
da Lisbona, e portò a S. Collegio 2a leiiera del Caniinale Sàldanha. 
con la quale si scasava di n<xì potere venire al Conclave per inco> 
modo di salute. Xarrò essere vero, che egli m trattenuto nel pa> 
lazzo del Ministro, per due giorni, con proibizione di parlare ad 
alcuno, ma con ottimo trattamento : e ci'> perchè si volle, che il Re, 
il quale si trovaTa alla campagna, ritornando pubblicasse il primo 
la nuova della morte del Papa, e ordinasse le solite dimostrazioni 
di lutto, che in quel regno sono maggiori che altrove. 

Lunedi mattina Sua Maestà Imperiale alle 10 ore giunse a Ma- 
rino, dove rìtrovavasi Monsig. Marcolini, il quale l'accompagnò a 
Frascati a vedere la villa Medici, e volendo pure ritornare a vedere 
la basilica di S. Pietro, se ne astenne, annoiato dalla moltitudine 
infinita del popolo, che era concorso, tanto alla villa, quanto a 
S. Pietro, per vederlo. Onde tutto il giorno riposossi, e ierniattina 
alle ore otto parti per Viterbo, per abboccarsi col sìg. Cardinale 
Pozzobonelli, Arcivescovo di Milano, cui è stato dato il segreto delK^ 



n. OONCLATE DI PAPA OANOANBLU 

Corte di Vieona per l' elesione del Papa ; e ìaoltre è certo, che 4 
leva ioformarsi da Ini personalmente di alcune cose appartflDentl fl 
governo di MUano. 

Al cav. Baioni il quale nel dopo pranzo del detto lunedi por- 
tossi ad inchinare Sua Maestà Imperlale nella villa (e che solo 
fu ammesso, ad esclusione di tutti i Prìncipi e aignorij, dava ta- 
miliarmente una scatola d' oro, che aveva su lo scrittoio, ed una 
ricca collana d'oro, con la sua medaglia, dicendo che ciò non era 
che un piccolo contraeegno de] suo gradimento, sen^a pregiudizio 
della ricompensa, che gli aveva destinato, quando fosse ^unto a 
Vienna. 

Questa sera bì aspetta in Roma l' Em.*"" sig. Cardinale Pozzo- 
bonelli. 

15 Api-ite 1769. - Mercoledì aera qua giunse l'Era.'™' sìg. Car- 
dinale Pozzobonelli, it quale si seppe che, avendo aspettato Sua 
Maestà Cesarea nella villa Busci fuori dì Viterbo, la quale appunto 
è sulla strada, si abboccò per quasi un'ora con quella, ritirandosi 
Boli entro una stanza terrena. Dopo l'arrivo di questo Cardinal*, 
che oggi è entrato in Conclave, sono cresciuti i discorsi intorno 
all'elezione del Papa, e non è fuori del probabile, che il detto sig. 
Cardinale Po/xobouellì possa essere egli il prescelto. 

Ma giovedì il giorno si sparse voce che i Cardinali spagnoli, 
non potendo soilrire i disastri del viaggio di mare, erano, dopo 
qualche giorno del detto viaggio, ritornati in Alicante, donde par- 
tirono ai cinque del corrente mese; di modo che non sarebbero qua 
giunti il più tosto che alla metà in circa di maggio. Questa voce 
Sgomentò i sigg. Cardinali in modo, che non sì sa se vorranno più 
differire l' elezione, finché i medesimi qua giungano. S' è però sa- 
puto che Sua Maestà Cattolica sì era molto inquietata per questa 
dilazione, ed aveva ordinato che subito partissero come volevano, 
ma che il vascello col loro equipaggio proseguisse in ogni maniera 
il cammino sino a Civitavecchia, dove infatti ieri portosaì il Teso- 
riere dì Spagna, per riceverli. 

Il sig. Ambasciatore di Venezia ha notìficato a tutti gli Am- 
basciatori e Ministri esteri di aver ricevuto ordine dalla sua II*- 
pubblica dì non trattare, nò far vìsita al sig. Cardinale Molino, ohe 
é caduto in disgrazia della medesima, Per altro il sig. Cardinale 
Molino, giunto in Conclave, i: stato visitato da tutti i sigg. Cardi- 
dinali, anche oltramontani, E inoltre il S. Collegio ha fatto acrivere 
da Monsig. Segretario una lettera assai risentita a Moosìg. Savor- 
gnano, Governatore di Loreto, e patrizio veneto, perchè quando passò 
il suddetto »ig. Cardinale Molino si allontanò apposi tani<!nt« dalla 



£ LA SOPPRESSIONE DE* GESUITI 309 

sua residenza, per non usargli quelle dimostrazioni di ossequio, che 
sogliono farsi ai Cardinali, quando di là passano. Sarebbesi certsr 
mente proceduto alla rimozione del detto prelato, se il menzionato 
sig. Cardinale Molino non avesse interceduto e pregato i sigg. Car- 
dinali capi d' ordine a non rimettere la cosa alla Congregazione Ge- 
nerale dei sigg. Cardinali, che tutti erano fortemente irritati contro 
il suddetto Monsig. Savorgnano. 

Da un Ministro bene informato ho risaputo che alla notizia del 
ritardo dei sigg. Cardinali spagnoli si era formato in Conclave un 
partito assai forte di Cardinali che, senza aspettare più oltre Par- 
rivo dei medesimi, volevano procedere alla elezione del Papa; e che 
si tentava ogni mezzo per ridurre in questo sentimento anche i 
Cardinali francesi, ma che questi sempre più persistevano nella de- 
terminazione di aspettarli, protestando che le istruzioni del Be 
erano di escludere qualunque, fin tanto che giunti fossero i Cardi- 
nali spagnoli. Ciò fa credere che al loro arrivo si vorrà per parte 
delle Corone qualche capitolazione e patto, e specialmente dell'estin- 
zione de' Gesuiti, prima che si elegga il Pontefice; ed ecco formati 
due partiti potenti e contrari, che allungheranno il Conclave più di 
quello che possa immaginarsi. 

19 aprile 1169, - Circa il Conclave non v' è altro da aggiungere, 
se non che il S. Collegio mandò da Mons. Azpuru per sapere pre- 
cisamente, quando potessero giungere i sigg. Cardinali spagnoli; e 
fu risposto che senza disgrazia sarebbono giunti all'uno o due di 
maggio, anzi dicesi che poi potessero già essere in Torino. 

22 aprile J769, - Giovedì sera il sig. Ambasciatore Kaunitz 
ricewe le visite di tutti i Ministri esteri e nobiltà romana, che fu 
graziosamente accolta, e con copiosi ed esquisiti rinfreschi trattata. 
Non si dubita, che magnifica e dispendiosa sarà quest'ambasciata. 

L'Em."^^ Cardinal Laute (1) è stato nel pericolo di uscire dal 
Conclave, soffrendo notturne veglie; ma la notte antecedente al 
giorno in cui dovevano congregarsi i sigg. Cardinali per accordarli 
la licenza, avendo dormito alcime ore, sospese la sua risoluzione. 

Ancora il sig. Cardinale Cavalchini in una delle passate notti 
soffri qualche termine di febbre ; ma ciò non ostante volle, contro 
il consiglio de' medici, portarsi la mattina allo scrutinio; tanto è 
in quel rispettabile vecchio di 86 anni il zelo di provvedere la 



(1) Federico Marcello dei Duchi Lante Della Bovere, nato a Boma 
nel 1096 e morto il 1778. 



310 IL CONOLAVB DI PAPA 6AN6ANELLI 

Chiesa di un ottimo pastore ; né sarebbe lungi dal vero, che in lui 
cader potesse l'elezione, quando di pochi anni minore fosse la sua età ! 
Del Cionclave non yi hanno alcune notizie, che siano vere, e 
quelle che si vendono anche ai Ministri esteri a caro prezzo in alcuni 
fogli, s'è poi rinvenuto che s'inventano e si scrivono da persone, 
che sono ^ori di Conclave, e che vogliono far guadagno dell'altrui 
curiosità. Quello che si è risaputo di certo si è, che sono stati con- 
sultati alcuni teologi, se possono farsi patti e giuramenti dai Car- 
dinali prima di eleggere il Papa, e che il Cardinale eletto Papa sia 
obbligato ad osservarli Dal che si è dedotto, che all'arrivo dei Car- 
dinali spagnuoli vorrannosi esigere alcuni patti, e specialmente la 
soppressione de' Gesuiti. Ma ciò ricusandosi indubitabilmente dalla 
maggior parte dei Cardinali, nascerà una tal divisione, che prolun- 
gherà di molto l'elezione del Pontefice. Non pertanto dall'altra parte 
i Cardinali, dirò cosi, realisti, per ottenere la suddetta convenzione, 
si rivolgeranno al partito di volere un Papa che sia accettissimo 
alle Corone ; questo partito, nelle presenti circostanze ragionevolis- 
simo, non si rigetterà dai Cardinali romani e zelanti, quando quel- 
l'eccezione non si restringa a due, o tre, come pare, che voglia pre- 
tendersi dai realisti, ma più largamente si distenda; ed ecco un 
nuovo contrasto che non potrà non tirare a lungo i comizi, de' quali 
questo è il sistema, che ha maggior fondamento di probabilità. 

Alcune lettere di Firenze, e specialmente una a me diretta, 
portano che i sigg. Cardinali spagnuoli sieno già d'ora giunti in 
Oenova; onde tra giorni dovrebbero essere in Eoma. Ma questo 
sig. Agente della Bepubblica di Genova dice di non averne alcun 
riscontro. 

Eoma è piena più che mai di forestieri inglesi, francesi e italiani, 
talché non si trovano più alloggi, né carrozze. 

Da alcune lettere di Ancona si é saputo che sia colà giunto il 
Principe Saverio di Sassonia e che abbia seco in compagnia una 
signora Spinucci, dama di Fermo, assai valente nel canto, della quale 
ha stima e protezione particolare il detto Principe. Dicesi che tra 
pochi giorni anch'esso verrà in Eoma. 

26 aprile 1769, - Ieri sera giunse in Eoma uno degli Em.°** Car- 
dinali spagnoli, cioè il sig. Cardinal de Cordova Spinola della Cerda, 
Patriarca delle Indie ; il quale andò a smontare nel palazzo di Spa- 
gna, presso Monsig. Azpuru, Ministro di S. M. Cattolica presso la 
S. Sede. Il sollecito arrivo di questo Cardinale e la speranza che tra 
giorni qua pervenga l' altro £m."^^ spagnolo, ha confortato in qualche 
maniera e rallegrato tutti i sigg. Cardinali, che, chiusi nel Conclave, 
sono annoiati oggimai della lunghezza di quel carcere. Ma dopo 



£ LA SOPPRESSIONE DE' GESUITI 311 

r arrivo ancora del corriere di Francia si è sparsa voce, non affatto 
incerta, che la tela sia già ordita per PEm."*^ sig. Cardinale Stop- 
pani, è che a compier l'opera concorrano le Corone, onde agevol- 
mente possa tra pochi giorni, entrati i Cardinali spagnoli, seguire 
l'elezione; non ostante che alcuni sigg. Cardinali, e specialmente i 
concittadini milanesi, (eccetto l' Em."^^ Pozzcbonelli^ che ha istruzione 
di unirsi coi Ministri della famiglia Borbone), si adoperino per rom- 
pere i fili della suddetta ordita elezione. Non si dubita che il Papa 
eletto sopprimerà i Gesuiti, e che a fare questa istanza venga il 
conun. Amada, che dopo l'arrivo d'un corriere di Lisbona parti 
subito per Boma, e si attende questa medesima sera. Che questa 
voce non sia, come ho detto, affatto incerta, me lo fa credere un 
certo timore, e quasi disperazione, che leggesi in volto ai BK. PP. 
della Società, ed anche un moto che si danno, oltre il solito, per 
sostenersi. 

Questo sig. Conte Kaunitz, Ambasciatore della Corte di Vienna 
al Conclave, ricevette ieri da S. M. Imperiale in dono, mandatoli da 
Firenze, col ritratto di quel Sovrano, un diamante, del prezzo (dicono) 
di scudi ventimila; e ciò in ricognizione dell'alloggio dato all'Im- 
peratore a NapolL 

29 aprUe 1769, - Giovedì, nel dopo pranzo, il sig. Cardinale de Cor- 
dova Spinola si chiuse in Conclave, aspettato ed accolto da que'sigg. 
Cardinali, che anelano la libertà ed una sollecita elezione del Pon- 
tefice. E la stessa graziosa accoglienza sarà fatta all' Em."*° sig. Car- 
dinale de Sollis, che giunto giovedì sera, domani ancor esso entrerà 
nel Conclave. 

Adesso si comincerà a parlare davvero di quest'importante af- 
fare; e seguita la costante voce, che il maggior partito de' sigg. 
Cardinali inclini all'Em."^^ Stoppani, contandosi da quei, che si cre- 
dono essere al giorno degli intrighi del Conclave, ben venti voti 
sicuri e fermi per lui; e quando ciò sia, si crede agevole impresa 
il distaccare dal partito contrario alcuni, ed anco il capo di esso, 
cioè il sig. Cardinale Gian Francesco Albani, con la speranza di 
farlo Segretario dei Brevi, alla qual carica aspira, invece del Car- 
dinale Negroni, che dicesi non far assai buona figura nel Conclave. 
Anche la speranza della Dataria solletica l'appetito di alcuni Car- 
dinali, giacché l'Em."^^ Cavalchini continua a stare assai male, e 
quasi senza speranza di risorgere. 

Con tutte queste voci, io non mi diparto punto dal quel sistema 
che ebbi l'onore di significare nelle passate lettere, e che ora non 
accade ripetere. Solamente dirò, che a chiunque sia per essere Papa 
si preparano calici amari e dalla parte di Napoli, e dalla parte di 



312 IL CONCLAVE DI PAPA QANGANELLI 

Parma, che debbono sgomentare qualunque sarà eletto. Giovedì 
mattina questo sig. Conte Kaunitz, Ambasciatore straordinario del- 
l'Imperatore, portossi al Conclave alla prima udienza del S. Collegio^ 
con magnifico treno e seguito. 

6 marzo fI96, - Fino sul principio della cadente settimana giunse 
in Eoma il sig. comm. Almada, Ministro di Portogallo; ma stette 
alcuni giorni incognito e occulto, senza ricever visite alcune; anzi 
facendo rispondere, che non era per anche in Eoma, fin tanto che 
giunse qui martedì il corriere da Lisbona, che gli recò le lettere 
credenziali per il Sagro Collegio, le quali ha fatto presentare per 
mezzo deirEm.'^*^ sig. Cardinale Neri Corsini, protettore di quella 
Corona. Dopo l'arrivo del suddetto corriere, portossi egli, il giorno 
seguente, a far visita al sig. Ambasciatore di Francia, e in segreto 
alla signora Principessa Corsini. S'è qui sparsa voce, che possa anche 
venire in fretta al Conclave l'Em.™^ Saldanha (1), per accrescere il 
numero dei Cardinali addetti alle Corone. 

Ma ciò che martedì sera pose come in moto tutta la città, fu 
la voce disseminata, che la mattina seguente, giorno dell'Ascensione, 
dovesse eleggersi in Papa l' Em."** sig. Cardinale Fantuzzi. Tutte le 
nobili conversazioni furono piene di questa nuova, ed io stesso, ve- 
dendo la credenza che se le prestava da personaggi savi e rag- 
guardevoli, mi portai subito da un Ministro accreditato e ben inteso, 
per assicurarmene. 

Il medesimo però mi accertò della falsità di questa notizia, la 
quale, s' è poi scoperto, essere derivata da un conclavista che si volle 
prender piacere di un abate, che in queste circostanze ha forse la 
vanità d'essere meglio notiziato d'ogni altro. Ma comunque si fosse, 
fu egli creduto dal Conte Marescotti, Conservatore del Popolo Ro- 
mano, che guarda una rota del Conclave, il quale ne avvisò Monsig. 
Maggiordomo ed il Foriere Patrizi, perchè dessero le disposizioni 
necessarie alla solenne pubblicazione dal Papa; e ciò che merita 
maggior compassione si è che i familiari dello stesso Cardinale, gio- 
vedì mattina, videro svanite e deluse le speranze di quella fortuna, 
che la sera antecedente si lusingarono aver sicura nelle manL La 
stessa mattina dell'Ascensione si videro le chiese e la piazza di 
S. Pietro ripiene d' immenso popolo, che aspettava la suddetta pub- 
blicazione. 



(1) Francesco Saldanha da Gama, nato a Madrid il 20 maggio 1713, 
creato cardinale il 5 aprile 1756, morto il 1.° novembre 1776. 



E LA SOPPRESSIONE DE' GESUITI 313 

Ma in verità, per certe notizie da me diligentemente investigate, 
il Conclave non è cominciato che V altro ieri. Fino allora, per una 
Qerta gara di delicatezza tra il Collegio vecchio e nuovo, volevasi 
che il sig. Cardinale Cavalchini, come capo delle creature Benedet- 
tine, proponesse egli il primo alcun soggetto per farne esperimento ; 
ed esso che finora era stato a ciò resistente, per non far torto ad 
alcuno, dicesi che abbia proposto il sig. Cardinale Lante Sotto De- 
cano. Dal che si deduce, che né Stoppani, né Fantuzzi (che forse 
saranno anche essi proposti ; il primo dal sig. Cardinale Cavalchini ; 
ed il secondo dal sig. Cardinale Eezzonico Capo del nuovo Collegio) 
non sono stati finora sul tappeto. Quello però eh' è più da osservarsi 
ò la riserva ed il silenzio de' Cardinali Ministri, ed esteri, che non 
hanno sin <^ui spiegate le loro vere istruzioni. Quindi non saprei 
pronosticare, se non lunghezza e discordie nello stesso Conclave, 
come ho sempre antecedentemente significato. 

Questa mattina è uscito di Conclave l'Em.°^^ Cardinale Lante, 
per incomodo di salute, cagionatoli dalle continue sofferte vigilie; 
altro argomento che l'elezione del Papa non sia cosi vicina, come 
alcuni pur si lusingano. 

IO maggio f769, - Sul fine dell'antecedente settimana giunse 
in Boma il sig. Conte di Choiseul, Ambasciatore di S. M. Cristianis- 
sima al Ee delle Due Sicilie; e dicesi che sia per trattenersi un 
mese. Egli è alloggiato e trattato da S. £. il sig. Ambasciatore di 
Francia. 

Domenica scorsa S. E. il sig. Conte Kaunitz diede un magnifico 
e lauto pranzo di ben 50 coperti a tutti i Ministri esteri e Principi 
e Principesse che hanno qualche relazione e dipendenza dalla Corte 
di Vienna, ed a cui ebbi io pure l'onore di essere invitato. 

S. A. R. il Granduca ha mandato in dono due scatole d'oro e 
due anelli di diamante, la prima a Monsig. Maggiordomo, ed è co- 
perta di diamante, e l'altra al Marchese Massimi, e i diamanti ai 
sigg. Principi Albani e Corsini, che dal S. Collegio furono destinati 
a servire S. A. E. nel soggiorno che fece in Eoma. 

Benché poi la calma del Conclave cominci, dirò cosi, ad incre- 
sparsi e aver qualche moto; con tutto ciò, fin ora, non si fa viag- 
gio, non si fidando i partiti di proporre alcuno ; e tutte le notizie 
che si spargono sono, o incerte, o equivoche, o falsamente inventate. 
13 maggio 1169, - Altro grandioso convito diede il sig. Amba- 
sciatore Kaunitz giovedì alla principale prelatura e nobiltà romana; 
e ogni martedì della settimana vi é in sua casa una conversazione 
di canto e gioco, e sul fine, di ballo, con molto concorso di nobiltà, 
trattata di copiosi e squisiti rinfreschi. 



Circa il Conclave non si lia notizia alcuna che sia certa; se Don 
che fra i aigg. Cardinali si 9ente un maggior moto, e che poco si 
dorme per le brighe e congressi notturni. Si parla molto di due fo< 
gli presentati dai Cardinuli spagnoli e francesi, che contengono patti 
che ai vorrebbero esigere da chiunque sani eletto Pontefice, perche- 
tendenti al maggior bene e tranquillità della Chie^. E questo di- 
cesi essere ì' ostacolo maggiore di qualunque eledone. Intanto quegli 
Eni.™' Padri hanno fatto un triduo nel Conclave medesimo, per im- 
plorare dal S. Spirito lume ed assistenza particolare par un'opera dì 
tanta importanua. 

Mercoldl mattina, essendosi portati i Cardinali nella cella del- 
l' Em.'"" Conti, a prendere ìa achedola per lo scrutinio, trovarono il 
medesimo Cardinale fuori di Sè, né in stato di poter dare ii suo suf- 
fragio ; onde furono obbligati di chiamare monsig. Luna, primo Mae- 
stro delle Cerimonie, perchè si rogasse della legìttima mancanz.a di 
quel BufTragio, quando nel prossimo scrutinio iosse mai seguita l'ele- 
zione. Dopo un opportuno salasso, il detto sig. Cardinale è ritornato 
capace di concorrere col suo voto all' e!e;tione validamente. 

Per altro, se deesi prestar fede ad nna voce che si è sparsa in 
questi giorni da persone autorevoli, dicesi che in breve si farà granile 
sperimento sulla persona dell' Em.""* Caracciolo, il quale, o sia pftr 
timore di ciò che maneggiasi per lui, o per naturale indisposizione, 
da due giorni in qua h caduta ammalato ; e per quanto si è rilevato 
dai suoi familiari, è nella ferma risoluzione di non voler essere, non 
che eletto, neppur proposto. 

Questa mattina S. E. il sig. Ambasciatore Kaunitz ba ricevuto 
da tutti i prelati e Principi sudditi e dipendenti della casa d* Au- 
stria L complimenti di felicitazione per il compleanno di S. M, l'Impe- 
ratrice Regina. 

20 maggio 17li9. - Quando si credeva lontana più che mal l'ele- 
zione del Sommo Pontefice, mercoledì sera si ebbe notìzia che si 
maneggiava strettamente dai Cardinali Ministri, e specialmente dal 
sig. Cardinale Bernis, la promozione del sig. Cardinale fr. Lorenzo 
Gonganellì; e che se fessevi con alcune sue creature acceduto il 
sig. Cardinale Rezzonico, sarebbe stato certamente eletto, Non ostante 
che da alcuni aigg- Cardinali fosse latto ogni sforzo perchè non con- 
senlissevi, con tutto ciò sul timore che fosse fatto un Papa non crea- 
tura del suo zio, e ad onta di lui medesimo, il giovedì sera si di- 
chiarò di accedere all'elezione, e pertossi alla cella del P. Cardinal 
Gangaoelli a hncinrii la mano, e in seguito tutti gli altri Cardinali. 
Ieri dunque fu eletto, a pieni voti nello scrutinio; fu pubblicato col 
nome di Clenionte XIV ; e alle ore '^3 discese nella basilic* i 



E LA SOPPRESSIONE PE' GESUITI 315 

S. Pietro, dove, posto a sedere sali' aitar maggiore, ricevette la so- 
lita adorazione di tutti i Cardinali. 

È fuori di dubbio che questa elezione si è voluta con ogni 
sforzo dai Principi, e specialmente da S. M. Cattolica. Ad istanza 
delle Corone è stato fatto Segretario di Stato l'Em.'^^^ sig. Cardinal 
Pallavicini; Datario è stato confermato l'Em."^ Cavalcbini, con la 
sopravvivenza del sig. Cardinal Fantuzzi; Segretario de' Brevi è 
stato confermato il Cardinal Negroni; e cosi Auditore Monsig. Si- 
moni, e Maestro di Camera Monsig. Borghese. La Segreteria de' Me- 
moriali pende tra Monsig. Conti e Monsig. Macedoni; e tutto si fa 
a seconda delle premure, o di Francia, o di Spagna. 

Tutta Boma è in trionfo, augurando dal gradimento de' Principi 
verso questo degnissimo soggetto, un pontificato felice, e che ritorni 
la tranquillità e la pace tra il Sacerdozio e l'Imperio. Vi è ancora 
chi, dalla somiglianza del paese dove egli è nato, e della Eeligione 
ond'è uscito, crede possa in questo Pontefice risorgere un altro 
Sisto V. 

Non essendo Vescovo, dovrà precedere alla coronazione l'ordi- 
nazione, che dee farsi dal Vescovo d'Ostia, cioè dal sig. Cardinale 
Cavalchinì, ed in suo luogo dal Sotto-Decano, il sig. Cardinal Lante; 
né si sa quando sia per farsi 

(da continuare). 



►B3^ 



Archivi, Biblioteche, Musei 



■H<- 



Notlzle storiche Intorno al documenti 
ed agli archivi più antichi della Repubblica Fiorentina 

(Sec. XII-XIV) (•). 

Sommàrio. — I. Cenno intorno alle vicende delle istituzioni archivìstiche 
durante i primi secoli del medioevo. - II. Varie specie di documenti 
della Bepubblica; i Capitoli. - III. Begistri giudiziari. Registri per 
le entrate e per le uscite. - IV. Begistri in materia legÌBlativa e po- 
litica. - V. Begistri della Cancelleria. - VI. Begistri militari; do- 
cumenti diversi. - VII. Ordinamento delle amministrasioni pubbliche 
nel secolo decimoterzo. NecessitÀ d^un regolare servizio archivistico. - 
VIII. L'archivio della Camera. - IX. L'archivio del Palazzo della Si- 
gnoria. - X. Conclusione. 

VII. 

Secondo Paolino Pieri, Firenze, fino al 1195, si resse a modo 
di villa ; poi cominciò ad avere un' amministrazione più regolare, 
con leggi e statuti, s' intende, uffici e magistrature assai ben 
ordinate (1). La notizia ha tutte le apparenze di verità, giacché, 
intorno ai primi del sec. XIII, si trovano ricordati, come abbiamo 
veduto, per i diversi documenti del Comune, regolari registri, che, 
se anche prima potevano esistere, non erano certo conservati oon la 
stessa cura ; il che ci sembra buon indizio di una cresciuta rego- 
larità nelP amministrazione. 

Del resto, è naturale che a tanto, prima o poi, si dovesse 
venire. Cresciuta la prosperità dei Fiorentini, gli aEfari si compli- 
cano, si allargano, si moltiplicano ; il popolo sente vivo il d^de- 
rio che la cosa pubblica, alla quale si collegano tanti suoi affiu:ì, 



(*) Continuazione e fine: ved. il fase, preced., pp. 74-95. 

(1) Ved. Cronica^ nel to. II (Supplemento) dei Bemm ItaUcarum, p. 9. 



sia bene amministrata, che gli sia resa sapientemente giustizia, 
che dano equamente ripartiti i tributi, che, ad impedire le pre- 
potenze e gli arbitri, di tatto ai tenga memoria in ben ordinati 
volumi. Questi, in breve, divengono, assai numeroai; sì accumu- 
lano negli uffici, li ingombrano; rendono, quindi, molto difficili le ■ 
ricerche in essi, le quali pur divengono sempre più necessarie, 
urgenti (I). Sorge, quindi, il bisogno d'un vero e disciplinato 
servizio archivistico, di ordini intesi a provvedere che i documenti 
non siano, da clii v' abbia interesse, per favore od incuria di troppo 
cotnpiacenti ufficiali, smarriti, falsificati, trafugati, distrutti (2). 
Tale bisogno si manifesta non solo in Firenze, ma in Toscana, 
in Italia, anzi in tutta Europa (3), Nel sec. SII è già stabilita 



(1) Pino nei piccoli comuni queste ricerche doverono e 
Msers incomode. Si ha, infatti, dal Libro degli tlaiaiamatli del Cornane 
di S. Oemignano {r. Archivio di S'alo Fìorenlino cil., Carlt di S. Oemi- 
guMo, e. 2G) ohe il 29 di maggio 1301 furono assegnati due soldi per 
ciaecmio ad Inghirarao dì Corso e Giovanni di Filippo, • ...prò eorum 
« salario j diei, quo steteruut tuì domum sei' Delli, et j diei, quo atete- 

■ runt in Camera dicti Comunis, ad scruptaudum Inter cartas dicti aer 

• Delli et etiam dicti Comunis, prò instrumento, quod dìi^^batur esse 

■ Inter Comune saDoti Geminiani et Comune Senarum de repitsaleia non 

• concedendiB >. 

(2) É noto come più volte, anche nel Palaczo dei Priori, awenissaro 
andoui e trafagamenti di libri e quaderni ; come il 19 d'ottobre 1999 si 
IiroTTpdesse alla punizione d' un' intera Siguoria colpevole d' aver fotto 
sparire i documenti, che provavano le colpe de! podestà Mou&orlto. A 
questo allude l'Alighieri nei suoi vcrai: 



Per le scalèe che si fero ad etade, 
Ch' era sicuro il quaderno e la doga. 

Ved. .IroAipib oit., Provvàioni. reg. 10, co. 113, 208; l'iii-gatorio. XU, IW; 
Dat. LoBoo, Dino Compagni e la tua Cronka cil., 1, 708, 709, 842, HIM-9Ù; 
pEKHBNt, Hittoirt d» Flortnet cit., II, 4S4 e aegg. 

(8) UiBY A-, Hilloire de la Diplo-natiqtit in Seva» Jiitlarique, to. •( 
p. aSD, (Parigi, 18!>2). Cfr, in Bvllettitm tenne di eloria palria. (fase. I, gg, 
p segg-. 1896) intoriia al r, Archivio di Stato seuese, mi articolo di A. Il 
dal quale il vede come a Siena, fin dai primi del secolo XIII, ai custod 
i documenti con la massima cura, in speciali ntoiiEe, che aviranoai 
finestre serrate a chiave. Nel 13it7 ai spesero 5 soldi e 
ff«l/o mi-rio. 



318 ARCHIVI, BIBLIOTECHE, MUSEI 



¥ 



una tarififa per la compilazione e copia degli istrumenti negli uffici 
pubblici (1) ; nel XIII s* allarga sempre più la cultura giuridica, 
che dovrà grandemente favorire lo stabilimento dell'ordine e della 
regolarità nelle amministrazioni ; divengono d' oso comune le sum- 
* mae artis notariae e le summae dictaminis / si compilano speciali 
trattati intorno al modo di governare i popoli (2). Sorge fino 
un'istituzione religiosa, l'Ordine dei Frati Godenti, che, sebbene, 
presto degenerata, cadesse nel ridicolo, ebbe, dapprima, uno scopo 
veramente civile, quello di toglier le liti fra cittadini privati, le 
ire, gli odi fra i diversi partiti politici. E noto, infatti, che, appunto 
come pacificatori, due d'essi furono chiamati nel 1266 a Firenze, 
ove però fecero si mala prova, che, costretti a fuggire, furono 
più tardi segno agli strali del Divino Poeta (3). Animati da tale 
intendimento, si comprende eh' essi fossero diligenti ricercatori di 
documenti, ordinatori e conservatori d' archivi, per mezzo dei quali 
solo sarebbe stato possibile far valere i diritti di tutti, impedirò 
il trionfo delle male arti e della forza brutale. E fecero veramente, 
in principio, qualcosa d' utile per il pubblico ; ordinarono, per es., 
a Bologna, 1' archivio cittadino dei Commemoriali (4). 

Se tutto n'induce a supporre che, fin dal sec. XII, l'ammini- 
strazione fiorentina si venisse sempre più ordinando, ragioni anche 
più fondate abbiamo di credere che nella seconda metà del XIII, 
essa prendesse quasi definitivamente un assetto, che, poi, con leg- 
geri cambiamenti, conservò molto a lungo. 



(1) Ciò avvenne fra gli anni 1166 e '68, per opera di Stefano, cancel- 
liere imperiale : prima il compenso si concordava fra il notaro e le parti. 
Cfr. Bresslau, Handbuch der Urkundenlehre cit., p. 480. 

(2) Del 1222 è il cit. Ocultis Pctstoralii, e, pressappoco dello stesso tempo, 
il poemetto d'Orfìno da Lodi « De regimine et sapientia Potestatis » (pubbl. 
da A. Ceruti in Miscellanea di storia italiana..., Torino, 1869). Durante la 
prima metà del secolo XIII fiori a Firenze il famoso Boncompagno, au- 
tore di molti formulari giuridici; e durante la seconda, ser Brunetto La- 
tini, che nelle sue compilazioni, e in specie nel Tesoro, fece larga parte 
alle istruzioni circa V arte dì govei^nare secondo la politica. In questa 
città, finalmente, fu composto il libro De regimine civiUUis. Cfr. DAYiDsomi, 
Forechungenf pp. 141-148. 

(8) Inferno, canto 28, verso 82 e segg. 

(4) Federici, Storia de*Cavalieri Ckiudenli cit., p. 290 e segg.; Mahki 
D. M., Sigilli, to. 27, sig. 5, ec. 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 319 

Si cominciò a porre cura grandissima nella ricerca e conser- 
vazione dei titoli di diritti del Comune. Nel 1278, infatti, si tro- 
vano alcuni ufficiali deputati € ad registrandum iura et privi- 
« legia Comunis Florentie in Camera ipsius Comunis » (1). Ad 
un giudice del Capitano si dà l'incarico di cercare notizie di questi 
diritti ; e ciò, anzi, avviene tanto frequentemente, che, da ultimo, 
si costituisce, a tale scopo, un ufficio particolare. Si pensa, quando 
vi sono importanti scritture, a farle copiare, con ogni diligenza, 
e mandar alla Camera, ed in quosta si depositano le scritture 
giudiziarie durante le ferie e V assenza dei magistrati. 

E facile desumere da tutto ciò come ormai la Repubblica 
avesse una buona e regolare amministrazione. Non mancava, tut- 
tavia, qualche inconveniente ; infatti, per stabilire definitivamente 
r ufficio della Camera, nel settembre del 1289, si fecero certe 
Provisiones canonizate super reformatione Camere et custodia averis 
Comunis Florentie, che troviamo in un prezioso codicetto del nostro 
Archivio (2). Molto più che semplici provvisioni o statuti, erano 
una serie di disposizioni, che avrebbero dovuto rimanere, quasi a 
somiglianza delle moderne carte statutarie, perpetuamente irre- 
movibili ; perciò appunto, si vollero canonizzai?, e si ordinò che 
nessuno, (sotto pena, fra l'altre, dell'infamia), ardisse modificarle 
proporvi alcun cambiamento (3). 



(l)i?. Archivio cit., Capitoli, reg. XXIX, e. 857. 

(2) Si conserva nelP archivio della Repubblica; di ff. 29 membr., eccetto 
il 27 cartaceo; coperto di grosse assi e pelle in costola; di m. 0, 89 X 0,27. 
Bubriche (e. 1-12».) scrìtte in rosso, non num., quindi altre scritture 
che cominciano dal 1808. Comincia : « In nomine Christi amen. Hec sunt 
« provisiones canonizate super reformatione Camere et custodia averis 
« Comunis Florentie, condite tempore regiminum nobilium virorum domini 
« Ugolini Bubeì, potestatis, et domini Falchi de Bucchacberinis, (de Buz- 
« zacherinis) defensoris et capitanei Civitatis et Comunis Florentie, sub 
« anno Domini millesimo ducentesimo octuagesimo nono..., de mense 
« septembrìs ». 

(8) Cosi nell'ultima rubrica: Concluno generalis ordinametdorum,,. « Do- 
« nique, ut ordinamenta... firma et illibata permaneant,... statutum et 
« firmatum est quod omnia..., tamquam canonizata, plenam et integram, 
« auctorìtate Comunis Florentie, habeant firmitatem ; adeo quod Potestas, 
e Capitanéus, Priores... et omnes... officiales et consiliarii... ad eorum 
« observationem precise et in violabili ter teneantur... ; et quod nullus in 



320 ARCHIVI, BIBLIOTECHE, MUSEI 

Constano di 21 rubriche. Nella prima, detto degli inconve- 
nienti fino allora notati, si stabilisce che una sola sia, per 1' av- 
venire, la Camera del Comune (1), e quattro i camarlinghi ; uno 
religioso, preso dai soliti Ordini, per sei mesi ; gli altri secolari, 
per due (2). Doveano esservi pure due contatori del denaro, quattro 
no tari, due dei quali per la Camera ; due custodi delle masserizie 
della Camera e sindaci del Comune con un notare ; un notaro 
custode degli atti ; due a scrivere i libri dei debitori e dei cre- 
ditori ; tutti per due mesi. 



« Consilio, Parlamento, vel alibi, possit... aliquid proponere, consulere, vel 
« arengare, scribere, reformare, vel aliquid dicere, vel facere..., per quod... 
« ordinamenta, vel aliquod eorum, in aliqua sui parte infringi possiut... 
« Si quis autem centra predicta... facere... presumpserit, ipso facto fiat 
« infamis, et cadat ab omni honore..., et uuUum consequi valeat in fu- 
« turum. Et nibilominus puniatur... in libris quingentis f. p., vel mi- 
« nus, insi)ecta negotii qualitate... Et, ad hoc, ut predicte Provisiones 
« canonizzate veniant in notitiam Consuluin et Artium Civitatis, teneantur 
« omnes dicti Consules et Artes predictas provisiones habere exemplatas 
« per ordinem diligenter ». Cfr., per tutto il resto del presente lavoi*o, 
l'articolo di A. Gherabdi, L* antica Camera del Comune di Firenze e un 
quaderno d* ascila de* suoi camarlinghi dell* anno 1803, in Arch. alar, ital., 
serie IV, to. XVI, pp. «ia-ì361 (1885). 

(1) « De CamerarOs et ofjicialibus Camere et ipsorum numero. Quia iam 
« dudum assidua querela et frequens murmur perstrepuit, tam adversus 
« camerarios et officiales Camere Comunis Florentie quam contra Kegimina 
« Comunis ipsius, tum propter custodiam super pecunia et averi Comunis 
« Florentie... Et ideo provisum... est quod in Camera Comunis Florentie, 
« quam unam esse censemus... ». 

(2) Da una provvisione del 25 sett. 1814 (Codice cit. delle Provvisioni 
canonizzate, e. 16) si rileva cbe i camarlinghi dapprima erano tre secolari 
laici, poi tre secolari laici ed un ecclesiastico (1289) ; finalmente furono ri- 
dotti a due religiosi da prendersi, a vicenda, di sei in sei mesi, nei 
conventi di Settimo e d'Ognissanti, dai cui abati doveano essere scelti. 
Di questi cambiamenti, però, ve ne furono assai spesso, giacché troviamo 
notizia di molti camarlinghi religiosi, parecchio anteriori. Cosi uno d' essi 
è ricordato nel 1254 ; nel '67 si hanno « dodici buoni uomini camarlinghi 
« della pecunia, religiosi di Settimo e d' Ognissanti, di sei in sei mesi » ; 
frate Benvenuto degli Umiliati camarlingo del Comune, ec. Ve n'erano 
pure, qualche volta, dei forestieri, secolari laici, giacché nel '44 si rioorda 
il camarlingo del (Comune, Pagano Baldini da Lucca. Ved. Vilulhi, Cro- 
nica cit., VII, 16; Santini, Documenti dell* antica costituzione del Comume di 
Firenze cit., p. 479. 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 321 

Nelle altre mbrìche si stabìlisoono certe regole per reiezione 
o gli obblighi di detti ufficiali, ec. (1). 

Cobì, adunque, con cura maggiore, con disposizioni più precise, 
si dette all'amministrazione un assetto sempre più regolare, e, per 
quanto era possibile in una città come Firenze, duraturo. 



vm. 



Della Camera fiorentina, in specie da quando cominciano i 
registri delle Provvisioni e delle Consulte conservate fino a noi, 
si parla di continuo, ma astrattamente; nessun antico cronista o 
scrittore moderno ci dice chiaro dove fosse nei diversi tempi, quale 
ampiezza, forma e disposizione avesse. Ci sembra, però, per molte 
testimonianze raccolte, di poter affermare che dopo il 1260, quando 
il Podestà cominciò a risedere nel nuovo Palazzo del Comune, 
detto più tardi del Bargello, 11 fosse costituita e poi rimanesse per 
sempre ; l' Uccelli (2), infatti, la ricorda, in diversi anni, come ivi 
esistente ; e il Gherardi s' avvede, dalle Provvisioni canonizzate, 
che v'era già nel 1289 (3). Ma devesi anche avvertire che, dai 



(1) La seconda tratta De forma electionis camerariorum et aliorum of- 
ficialÒAm Camere^ la terza De aecuriUUe prestando per camerarios, la quarta 
De deveto officialium Camere, tam veterum quam novorum, la quinta dell' ele« 
zione dei sindaci, e del modo, con cui essi debbono esercitare l'ufficio, la 
sesta e settima dell'ufficio dei camarlinghi e del modo di scrivere le en- 
trate e le uscite, l' ottava, la nona e la decima, rispettivamente, del- 
l'ufficio dei notari della Camera, dei contatori, dei custodi delle masserizie 
e sindaci e del loro notare. L' undecima si occupa del notaro degli atti ; 
la duodecima dei libri di creditori e debitori del Comune da compilarsi 
ogni anno; le due seguenti delle spese, che possono fare i camarlinghi, 
e del Consiglio dei Cento sulla deliberazione delle stesse... ; la quindicesima 
del registrare il giorno della partenza e ritorno degli ambasciatori, a causa 
dei salari da pagarsi loro, la diciannovesima, del mod<j di eleggere i notari 
all'ufficio gratuito delle sei curie del Comune, ec. 

(2) A p. 45 e 113 (Il Palazzo del Potestà..,, Firenze, tip. delle Mu- 
rate, 1865). Bispetto al più antico palazzo del Comune, cfr. Dayidsoun, 
Fonehmigen, 148, 144. 

(8) L'Antica Camera.,, cit., p. 817. 

Abch. Stob. It., 5.» Serie. — XX. 21 



primi de! secolo XIV, se n' ebbe al pian terreno del Palazzo dei 
Priori un'ttltra, la Camera annorum, nella quale si conservarono, 
affidate ad alcuni dei soliti frati, armi, munizioni e molte altre 
cose di simil natura (1). 

Premesso ciò, notizie di molta importanza intorno all' argomento 
rileviamo da Giovanni Villani e dalle Provvisioni canonizzate. H 
primo dice (2) che nel 1263, « essendo il conte Guido Novello 

* signore in Firenze, tutta la Camera del Comune votò, e tras- 
« sene, tra piii volte, assai bellissime balestre e altri gueroimentj 
« da oste, e mandonnegli a Poppi, in Casentino, ano castello >. 
In principio delle seconde abbiamo la irase « quam unam esse 

* censemus » ; e più oltre (3) : « Et quod raassaria Camere Pa- 
« latii domini Potestatis et massaria Camere Palati! dominorum 
« Priorum et Vexilliferi, sit deinceps una sola massaria, et dwo 
« solnm massnrii et unus notarius eligantur ad fauins massarie 
« custodiam v. 

Sembra, dunque, che nel 1263 vi fosse una sola Camera, ed 
avesse sede nel Palazzo del Podestà ; che prima del '3S9 si divi- 
desse in due; tornasse, quindi, dopo quell'anno, a riunirai. È 
verisimile che fra il '(J3 e 1' 89 rimanessero nel Palazzo deJ Po- 
destà quelle cose, che poi sempre si custodirono nella Camera 
propriamente detta, e fossero portate nel Palazzo dei Priori qui ri' 
cordato quelle, che, in seguito, furono conservate nella Camer» 
dell' armi (4). È naturale, del resto, che la Signoria volesse nel 
suo stesso palazzo quelle di cai sentiva più urgente bisogno, e 



(1) Infatti, con una provvisione del 20 luglio 1801, 
lire « ...prò bnlìsliB Comunia Florontio, existentibus in Pallatio, in quu 
« domini Priores Artium et Texìllìfor prò Comuni morantiir, reaiitui- 

■ dia et ligandis, et prò quodrollis, sogitumenlo, croccbis, Inmeriis, pmi- 
* nellis, Uimìis et alila fomimenlìs et rebus in dicto Pollatio ae etiam in 

■ Camera Comonis Florentie opportania fieri fociendis... •, che sì pa> 
gkeranno, come piacerà a' massai della Caratira ilell' ormi (Dbi. Lonao, 
Dino Compagni e la laa Cronica dt., II, 450). 

C2) TI, 85. 

(8) A a. 5'. 

(4) Il Palojuo del Podestà fu dapprima residenza del CapitAno de) 
Popolo, quindi forse anclie dei Priori ; ai capisce, perciò, obe vi fbase la 
Camera deli' ormi; i-ui vi venne anche 11 Podostù., e, naturalment«, UG 
mera del Coimuie; citai l'una e l'altra vi furono riunite. 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 323 

che, a poco a poco, vi costituisse un piccolo deposito, che poi formò 
la Camera dell' armi. Finalmente nel 1289, per dare all' ammini- 
strazione un migliore ordinamento, o per altra qualsivoglia ragione, 
si uniscono, di nuovo, in un solo i due depositi. Che più tardi si 
tornasse a stabilire nel nuovo Palazzo dei Priori la Camera del- 
l' armi, non recherà meraviglia a chi rifletta quanto instabili 
fossero i cervelli dei Fiorentini, quanto gelosamente i popolani 
volessero comandare, dal Palazzo, a loro arbitrio, le milizie della 
Bepubblica. 

Senza dubbio, la Camera dovea, da parecchio, accogliere i 
documenti del Comune, che più non si volevano, o potevano, tener 
negli uffici, e, almeno negli ultimi anni, aver per essi, qualche 
armadio che servisse da archivio. Comunque sia, le Provvisioni 
canonizzate hanno, circa l'Archivio, del quale si affiderà la cu- 
stodia ad uno dei notari più fedeli e cauti della città, la seguente 
rubrica (1) : 

De custode actorum Camere et eius officio, 

Custos actorum Camere sit notarius de melioribus, fldelioribus et 
cautioribus civitatis, qui suum officium exerceat in hunc modum, 
yidelicet. Quod ante quam aliquam copiam inde alicui faciat, videat, 
per se ipsum, omnes et singulos libros et quid in quolibet eorum 
contineatur. Et in copertura de foris, de grossìs licteris et apertis, 
scribat brevem titulum de contentis in quolibet, et de tempore do- 
minatus, et sub cuius iudicis examine. £t, si talis liber non habuerit 
sufficientem coperturam, camerarìi iUam faciant renovari, expensis 
Camere. Quibus sic peractis, reponat ipsos libros, quanto potest con- 
venentius et ordinatius, per singulas camerulas armari! diete Ca- 
mere; dehinde faciat et permictat haberi, sine uUo pretio, nisi de 
eo, quod scripserit, sua manu, copiam de ipsis et contentis in eis, 
singulis petentibus ; dum tamen in sui presentia, ita quod, se absente, 
nichil in eis valeat innovari. Et propterea, singulis diebus et horis, 
quibus statur ad Cameram, continue moretur ibidem, nec possit 
claves ali! commendare. De foris quoque super qualibet armarii 
camerulam {sic) infigat cedulam exprimentem quid continetur in illa. 

Molte cose rileviamo da queste disposizioni, sebbene tutto 
non ci lascin comprendere con precisione. Non v'erano, come po- 



(1) A 0. 5«. 



324 ARCHIVI, BIBLIOTECHE, MUSEI 

irebbe sembrar verisimile, solo documenti di materia politica ed 
economica, ma pur anche giudiziaria. Si ordina, infatti, che il notare 
« scribat brevem titulum..., et de tempore dominatus (del Podestà), 
« et sub cuius iudicis examine... » (1). Si parla, inoltre, delle 
chiavi, come delle cameru^e dell'armario; nò rileviamo se quelle 
fossero di più stanze destinate ai documenti di vari armari, o solo 
delle diverse camerule d'uno stesso armario. Sembra, però, che 
l'armario indichi in generale, T Archivio, il quale dovè essere 
molto più grande che per essa non ci apparisca; altrimenti, non 
sarebbero state necessarie più chiavi e un notare esclusivamente 
deputato alla conservazione dei documenti racchiusivi (2). 

n notare dovea non solo pensare alla custodia dei documenti, 
ma, prima di darne copia ad alcuno, anche al loro ordinamento; 
esaminarli, cioè, ad uno ad uno, e vedere quel che contenessero ; 
scrivere, poi, del contenuto stesso, sulla copertina, di fuori, un 
breve titolo; il nome del Giudice e del Podestà, ed il tempo, in 
cui gli atti giudiziari erano stati fatti. Se poi i libri non avessero 
avuto copertina conveniente, i camarlinghi doveano rinnovarla 
a spese della Camera; quindi il notare deperii nel miglior modo 
col massimo ordine, nelle caselline ; ad ognuna d' esse attaccar 
fuori una cedola, che indicasse i documenti racchiusivi. 

Provvisto alla custodia ed all' ordinamento delle carte, si pensa 
pure al servizio archivistico, che, senza dubbio, si rende, per il 
pubblico, oltre ogni dire, comodo e facile. Chiunque, in&tti, poteva, 
senza spesa, copiar da sé i documenti, purché in presenza del 
notare, il quale dovea invigilare che non avvenisse alcun cam- 
biamento. Questi, poi, dovea star sempre all'Ufficio, mentre ri- 
maneva aperta la Camera, né poteva affidar le chiavi ad alcun 
estraneo (3). 



(1) Qui si ricordano solo gli atti giudiziari ; perchè ? Forse di questi, 
quasi unicamente, si chiedevano copie dal pubblico. 

(2) Si aggiunga che alcuni anni dopo, nel 1836, parlandosi di un do- 
cumento, si dice: « originale est in armario, tertio hottio » ; il che pare 
accenni ad una certa complicazione, e quindi considerevole estensione, 
dell'Archivio (r. Archivio di Stalo cit.. Capitoli^ reg. 80, e. 117). 

(8) Ck>nsimili disposizioni vigevano anche per archivi d'altre città 
vicine, come, ad es., quella di Prato (Guasti, Prefcmione dXVInvmiario e 
Regesto cit., p. 10). 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 325 

Esaminando le diverse rubriche, si può intendere quali modi 
doveano tenersi per la compilazione dei registri, e quindi quali 
documenti potessero, dopo quest'anno, esser conservati nell'Ar- 
chivio (1). 

Ha finalmente qualche rapporto coi documenti e con l'Archivio 
la rubrica: De itidice, qui débet reinvenire tura Comunis et cu- 
ram haibere super Cameram, Vi si determina che ogni capitano, 
cominciando dal primo di maggio 1290, conduca seco, oltre la 
solita Famiglia, un giudice e due notari, tutti buoni ed esperti, 
con due berrò vieri, i quali debbano attendere a ritrovare e ricu- 
perare « omnia et rationes ac honores Comunis et ad Comune 
« Florentie pertinentes et pertinentia, tam in viis et plateis, 
« muris, foveis, flaviis, pratis, pascuis et nemoribus, quam aliis 
« quibuscumque lods, et causis et occasionibus in civitate Flo- 
« rentie et extra, tam ea que scrìpta sunt in registris Comunis 
« Florentie, quam illa, que non fuerint registrata (2). E questo 
il ricordato ufficio per la ricerca dei diritti del Comune; intorno 
ad esso, come di qui si rileva, avea già una rubrica lo Statuto del 
Capitano ; era, dunque, e tanto più tale ora divenne, un vero ufficio 
permanente della Eepubblica. Il notare, poi, di questo giudice 
deve aver cura che gli ufficiali della Camera facciano il loro do- 
vere, che i custodi delle masserizie ed i sindaci pensino bene, 
con le debite subastazioni, alle vendite delle cose venali. H giu- 
dice deve, inoltre, procurare che, ogni due mesi, si eleggano gli 
ufficiali della Camera, fra cui il notarius custos adorum ; debba, 
poi, smgulis diebus et horis competenttbus, starsene, coi suoi no- 
tari, ad esercitare 1' ufficio, iuxta portam Camere, in una curia 
expensis Camere facienda ibidem (3). 



(1) Si rioordano : le scritture dei notari custodi e i rotoli dei conta- 
tori del danaro ; inventccrì delle masserizie e copie dei medesimi ; libelli 
dei memoriali della Camera ; libri dei debitori e creditori, apodixe de sih 
luto (ricevute), mandati di pagamento firmati dai Priori e Gonfaloniere, 
i memoriaU, in cui gli ambasciatori doveano scrivere il giorno della par- 
tenza e del ritomo loro, ec. 

(2) A e. 9^ e segg. 

(8) A e. 10*. Basterebbe, però, mi sembra, quest'ultimo partico- 
lare a dimostrarci che l'antico ufficio era un po' diverso da quello ora 
costituito. 



b^^. , 



326 ARCHIVI, BIBUOTECUE, MUSEI 

Queste disposizioni circa l'Archivio, come erano state prece- 
dute, cosi furono seguite da altre. Diverse notizie degli anni se- 
guenti ci fanno supporre che fossero anche osservate. Infatti, 
nelle Provvisioni e nelle Consulte troviamo continui accenni al- 
l'Archivio, ad importanti documenti mandativi (1), a danaro de- 
positato nella Camera, e simili (2). Sembra, inoltre, che si pen- 
sasse ad un assetto definitivo degli atti del Comune, giacché 
il 17 di luglio '92 si stanziano 25 lire per la costruzione di uno 



(1) Durante le ferie, ad es., delle curie, o quando si aspettava la ve- 
nuta di qualche capo di esse, si solevano depositare gli atti sigillati nella 
Camera. Diverse sono le disposizioni a questo proposito ; una delle più 
importanti ci è data dalla seguente provvisione del 3 gennaio ^95 (reg. 4, 
e. 141*): « ...Item super providendo, ordinando et firmando quod acta 
« omnia veteris Potestatis et suorum offitialium, tam civilia quam cri- 
« minalia, et etiam preteriti ludicis appellationum et Sindici Comunis 
« Florentie, sigillata remaneant et sint apud Gameram Ck>munis Floren- 
« tie usque ad vigesimum diem presentis mensis ianuarii, salvo tamen 
« quod ipsa acta, propter aéventum domini Potestatis, vel ludicis ap- 
« pellationum, vel alia de causa, possint disigillari et dari, restitui et 
« assignari domino Potestati, vel eius iudicibus, seu ludici appellationum 
« et Sindico, si videbitur et quando, et, sicut videbitur dominis Frìori- 
« bus et Vexillifero antedictis, etiam ante terminum predictum ; et quod 
« acta predicta et omnia, que in eis continentur et scripta sunt, in eo 

« iure et statu, in quo erant, quando veteri Potestati et sue Familie et 
« etiam ludici appellationum et Sindico accepta et sigillata faeront, re- 
« maneant et sint usque ad diem, quo dissigillata, restituta et reasignft^ 
« fuerunt domino Potestati, vel eius Familie, seu ludici appellationum et 
« Sindico...; et interim in hiis nulli tempus currat. Et quod, postquam 
« dieta acta disigiUata, restituta et reasignata fuerint,... Potestas et eius 
« iudices et officiales, et etiam Index appellationum et Sindicus in omnibos 
« questionibus Comunis et negotiis... pendentibus in actis predictis, iQ 
« quantum ad offitium cuiuslibet eorum spectat, possint procedere... ^on 
« obstantibus aliquo cursn temporis, sicut... facere potuissent, siipsaacU 
« disigillata, restituta et assignata fuissent in kallendis ianuarii proxi^e 
« preteritis... salvo tamen quod processus in ipsis actis pendentes..* ^^' 
« sigillentur et penes Familiam Potestatis sint... ». Cfr. Giasti, Prtfas^ 
cit., p. V ; r. Archivio cit., Provvisionif reg. 6, e. 149. 

(2) Il 5 di luglio 1285, il 28 di febbraio 'SB, e molte altre volte si parla 
di denaro chiuso in cassette e depositato nella Camera od altrove (Gue* 
BARDI, Le ComuUe della RepuMica Fiorentina,,, cit., 259, 968). Nelle Prov- 
visioni canonizzate, si dispone che il denaro sia deposto in una cassa a 
quattro chiavi, in fundo turris diete Camere (e. 2^). 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 327 

dae armari (1), e il 9 dì febbraio '97 ed dà balia ai Priori e 
Oon&loniere di provvedere alla custodia di tutte le scritture (2). 
Curiosa ed importante è una provvisione del 28 settembre 1300, 
con la quale si dispone che siano deposte nella Camera le misure 
del Comune; eccone il tenore (3): 



Item infrascripta provìsio..., cuius... tenor talis est. Pro evi- 
denti Comunis utilitate, per predictos dominos Priores Artium et 
Vexilliferum lustitie, eorum officii auctoritate et vigore, provisum 
et ordìnatum est quod licite et impune potuerint et possint de ce- 
lerò barilos colligì et mensurari ad mensuram, sive mezzinam, hoc 
presenti anno coUectam et inventam, de mandato Priorum et Ve- 
xilliferi lustitie, ante conspectum Consilii sapientium et disoretorum 



(1) Ecco il tenore della provvisione (reg. 8, e. 85t) : « ...Item in opere... 
« unius vel duorum armarìomm prò Comuni fiendorum in ipsius Comu- 
« nis Camera, prò actÌB dicti Comunis in eis reponendis et custodiendisi 
« usque in quantitatem librarum vigintiquinque florenorum parvorum, 
« per ipsos camerarios ipsius Camere exibendarum et solvendarum mas- 
« sariis, Camere presentibus seu futuris, occasione prediota, et per ipsos 
« massarios expendéndarum et convertendarum in ipsis et prò ipsis armario 
« seu armariis, ut dictum est, fieri faciendis et in hiis, et prò bus, que 
« ad ipsorum armariorum opus fuerint opportuna licite et impune, se- 
« oundum quod eisdem massariis videbitur expedire ». 

(2) B, Archivio cit., Prowisùmi, reg. 7, e. 118; ecco la provvisione: 
« ...Item super bailia et auctoritate dominis Prioribus Artium et Yexil- 
« lifero lustitie danda et concedenda providendi super custodia omnium 
« scripturarum et actorum factorum et fiendorum per aliquos offitiales, 
« seu notarios dicti Comunis ad aliqua offitia deputatos, vel deputandos, 
« et super salarìis et circa salaria notariorum et advocatorum et com- 
« missiones et offitia eorum ac etiam de omnibus et super omnibus et 
« singulis, que in hiis et circa ea, et eorum occasione, per iamdicta con- 
« silia, de quibus supra, et, secundum quod supra dicitur, iam provisa, 
« obtenta et reformata sunt, modo et forma ibidem in ipsis Consiliis per 
« ordinem et distintius notatis plenius et expressius ». 

(8) B, ArMvio cit., Prowitioni, reg. 10, e. 277. Cfr. e. 279. Fu approvata 
con voti 48 contro 12. Le presenti disposizioni, intese a mantenere la pre- 
cisione delle misure, fanno degno riscontro all' uso bellissimo, seguito dalle 
Arti fiorentine, di porre ostacoli e cercare ogni mezzo per impedire la 
contraffiskzione dei loro prodotti. Cfr. anche, per le altre misure usate a 
Firenze, Dayid60hn, Oeachichte von Florenz cit., p. 780. 



328 ARCHIVI, BIBLIOTECHE, MUSEI 

virorum, tiinc ad hoc habiti ; et quod ad ipsam mensuram, sive mez- 
zinam, debeant colligi quarti et alle descendentes mensure, ita et 
taliter quod congium sit iuste vigìntiquiDque mezzinarum ad ipsam 
mensuram et mezzinam nuper inventam, et etiam quodlibet congiùm 
sit centum quartorum coUectorum iuste ad ipsam mensuram; ac 
etiam quod due mensure, sive mezzine, fìant ad modum predicte 
mensure, sive mezzine nove, prò cippo, ad memoriam perpetuam 
habendam; una quorum stet et conservetur in Camera Comunis Fio- 
rende, et alia apud officium Sex de biado, ita quod, de cetero, error 
aliquis non commictatur ; et quod per universum comitatum Flo- 
rentie debeant signari et sigillar! bariles, et non alio modo, vel 
forma, ad dictam mensuram, videlicet quinque salmarum prò quoli- 
bet congio. 

Non sembra che le misure fossero depositate proprio nell'Ar- 
chivio, ma nella Camera, che, cioè, in un luogo molto vicino ad 
esso ; si vede, dunque, come, già nel 1300, a Firenze, P Archivio e 
la Camera avessero, in certo modo, 1' ufficio dei moderni archivi 
centrali di Stato. 

Ci dà qualche notizia particolareggiata intorno agli atti, che 
trovavano posto nell'Archivio, una provvisione del 12 ottobre 1303, 
il cui tenore rileviamo dalle Consulte (1) : 



Item quod omnes notarli terreni, qui ellecti sunt per Priores et 
Vexilliferum presentes, vel futures, teneantur et debeant consignare 
omnes {sic) acta per ipsos faeta et scripta Camere Comunis Florentie, 
post depositionem sui officii, infra octo dies, sub pena librarum ce prò 
quolibct notarlo, salvo quod acta et scripture, pertinentes ad stipendia, 
vel castellanos, debent consignari Sex officialibus gabelle, sub dieta 
pena; et salvo quod notarli Priorum debeant consignare sua acta 
in armario existente in Pallatio dominorum Priorum, infra xv dies, 
post depositionem sui officii... 

Quali erano questi no tari terreriiì Forse tutti i notari della 
Repubblica, eccetto il notaro delle Eiformagioni ed il cancelliere, 



(1) R, Archivio cit., Consulte, reg. 6, e. 28. Fu approvata, nel Consiglio 
del Popolo, con 76 palle nere per il si, una bianca per il no; in quello del 
Comune, pUtcuit quasi omnibus. 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 329 

eletti dai Consigli, e i notari giudiziari, condotti seco dai rispettivi 
rettori? forse quelli delle terre soggette? (1). 



IX. 



Sebbene i documenti del Comune Fiorentino, di natura legi- 
slativa e politica, siano, £ra quelli del Comune, i più antichi, dei 
quali troviamo ricordo, di essi mai si dice, come degli altri, 
che fossero conservati nella Camera. Anzi, la deliberazione citata 
del 1259, fu estratta dagli atti e quaderni degli Anziani, esistenti 
penes Bumectum, notarium Anzianorum* Inoltre, per notizie po- 
steriori, e per altri numerosi indizi, pare sia da supporre che 
fossero conservati presso i diversi notari, negli uffici della Signoria, 
dei Consigli del Popolo e del Comune, e, a suo tempo, nel Palazzo 
dei Priori. Si può dire, anzi, che indirettamente ci permettano di 
creder ciò anche le Provvisioni canonizzate, la cui penultima ru- 
brica suona cosi (2): 

De salario eligendo {exigendo ?) per notarium Priorum, 
Ne salarii sublati o alicui officiali facta inmoderantiam exactìonis 
inducat, circa scripturas et acta confìcienda per eum, spetialiter in 
notano dominorum Priorum, qui deinceps fìierit, statutum est et pro- 
yisum quod idem notarius, qui cum officio dominorum Priorum, prò 
tempore, fìierit, de quolibet stantiamento per eum scribendo et com- 
pletum restituendo, quamdiu steterit in officio, moderata salaria 
exigat, inspecta qualitate negotiorum, dummodo ultra decem soldos 
fiorenorum parvorum, prò quocumque stantiamento, exactio salarii 
non ascendat; finito quoque tempore sui officii, unicuique stanzia- 
menta ad se pertinentia volenti et petenti que ipse, existens in of- 



(1) Nel cit. lavoro, L'Antica Camera del Comune di Firenze,,, ^ il Ghe- 
BABDi pubblica l'inventario delle masserizie consc>gnate nel giugno del 1808 
dai camarlinghi della Camera ai successori (p. 8G0); vi sono parecchi vo- 
lumi, registri, documenti; ma certo non tutti quelli, che allora doveano 
trovarsi nell'Archivio. Sembra, quindi, che solo d'alcuni documenti e 
volumi si facesse V inventario ; forse dei più recenti, o più importanti, o 
che maggiormente erano cercati ed esaminati. 

(2) A e. 12. 



880 ABOHIVI, BIBLIOTECHB, MUSEI 

ficìo, non ooinpluverit, sua manu, sine pretio et premio, pemiictat 
exemplari et publicari per queinlibet altum uotarìum ad volimlatem 
petentia. Et, ai dictus notariua coctrafecerit, por dominum Capita- 
neuin Comuni (jt/r) Florentie condepnetur iu libras decem florenorutn 
parvorum. Et de hii5 credatur denuntiatori cum uno teste. 



Si stabilisce, dunque, che il notaro dei Priori non possa j 
tendere, per la copia d' uno stanziamento da lui fatto : 
fonna, più di IO eoidi, e che, se, finito il suo ufficio, non a'^ 
terminat* le copie, a chiunque permetta di farle, da sé, i 
spesa (1) ; ciò sotto pena di 10 lire di fiorini piccoli. 

K questo manifestamente un ordinamento à 
viatico, per i documenti, che stavano sotto il notaro dei Priori,! 
mile a quello già avvenuto per i documenti della Camera. H i 
anzi, che si ha per essi una rubrica a parte, ci sembra ■ 
stri come gli uni non doveano esser confusi con gli altri. Di f 
qui si parla solamente di dooiimenti del notaro dei Priori ; ma ( 
diamo sia, perchè di questi, in maggior numero, ( 
per ii pubblico; si faceva pure qualche copia dello Provvisìm 
ma cosi di rado, che bastavano, a regolar ciò, le ordinarie d 
BÌzjoni degli Statuti. 

Presso i notari, dunque, dei vari ufiicì si conservarono ì {| 
gistri e le filze di materia legislativa e politica ; 
sti, verso la fine del secolo, costruito, almeno in parte, il Palai 
dei Priori, vi stabilirono la residenza, qui, a poco a poco, 
il notaro delle Riformagioni, si formò e vi rimase per sècoli, Pm 
cbivio politico, detto appunto delle Riformagioni (2), Non sapjù 



(1) n notaro, finita l' ufficio, lasciava in Fa.hjita le DtlSit 
luì scritte', dovpa, quindi, come già osaeryammo, permettere, r 
ai diritti notarili, clie altri, forse il auccesaore, occorrendo, 
copie autentiche. Qui stanno verisimil mente le ragioni della d 

Q2) Molto a lungo si trattò della ooatruzìone di questo Falaoo, 
fu effettivamente cominciata solo verso i primi del 1299; si erano, | 
comprate diverse case, che forse iu principio ne fecero parte i 
e che quasi subito accolaeru la Signoria. Infatti, il 17 di mar» 
stipulato un atto ■ ...in domo, aive pallalio, Populi et Comunis F 

* in (jno domìni Priores Artium et Vaxillifer lustitie diete oivìtaMa, ■ 

• eorum esercendo officio mora» trahunt > ; ed ìl 6 aprile 
■ domibns dicti Cumunis et Fopuli fiorentini, aiti» prope eocleùao) a 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 331 

quando veramente avesse principio. Nel 1289, in parte, se ne 
disciplinò il servizio ; col 6 d' aprile 1299, si aggiunsero alle an- 
tiche nuove prescrizioni, come si vede da una provvisione, intomo 
all' elezione ed all' ufficio del notare dei Priori, nella quale si de- 
libera (1): 

...quod omnes scripturas, stantiamenta et provisiones, que et 
quas idem notarius fecerit, prò Comuni Florentie, infra tertium diem, 
teneatur scribere et ponere in actis ; et omnia que fecerit, seu scrip- 
serit, prò singularibus personis, ipsa tradere completa et publicata 
singularibus personis, sine aliquo pretio, infra tertiam diem ; et quod, 
ratione, seu occasione, sui officii, vel ex aliqua scriptura, quam fa- 
ceret, vel rogaret, vel imbreviaret, seu fieri, rogari, vel imbreviari 
faceret, nichil possi t potere, recipere, vel habere, aliquo modo, vel 
ingenio, seu causa ; et quod omnia sua acta, in fine sui offitii, resi- 
gnare teneatur Vexillifero lustitie, qui in ofiitio esse debebit, post 
ipsum notarìum, ante quam ipse notarius exeat de domo, in qua 
morantur ipsi Priores et Vexillifer, die quo dabitur vexillum ipsi 
Vexillifero. Et quod ipsa acta ac etiam omnia alia acta, que non 
essent in Camera Comunis Florentie, facta per preterì tos notarios 
Priorum et Vexilliferi, reponi debeant in quodam armario, quod 
fiat, et fieri debeat in domo, in qua morantur ipsi domini Priores 
et Vexillifer... Et quod ippe notarius... iurare et promittere tenea- 
tur... solvere Camere Comunis Florentie..., prò qualibet vice, qua 
contrafecerit, libras viginti quinque florenorum parvorum, et omnia 
et singula que acceperit, resti tue re in quadruplo illi, a quo acce- 
perit... Et predicta... promictere teneatur prima die sui ofiitii, quando 
datur vexillum... Et insuper armarium... fieri debeat quam citius 
fieri poterit ; et quod claves... debeant... stare penes dominos Priores 
et Vexillifer um .. ; et quod ipsi... copiam fieri faciant de ipsis actis 
cuilibet, cui viderint copiam fere dandam, ac ipsam summi per- 
mictant sine aliquo pretio, vel mercede. Et, ad hoc, ut domini Priores 
et Vexillifer et eorum notarius presentem provisionem... ignorare 
non possi nt.. . ponatur, et scribatur, et colligatur Inter assides, in 



« Patri Scbradii, de Florentia, in quibus ipsi domini Priores et Vexillifer 
« morantur, prò eorum officio exercendo ». Ved. Del Lungo, Dino Com- 
p<tgm e la sua Cronica cit., II, pp. 46-50. 

(1) R. ArcJiivio cit., Provvisioni, reg. 10, e. 6«. Cfir. Guasti, Prefimone cit. ; 
Gherakpi, Le Consulte della Hepubblica Fiorentina.,, cit., I, p. XXYI. 



332 ARCHIVI, BIBLIOTECHE, MUSEI 

quibus... sunt inclusa Ordinamenta lustitie, quo sunt penes domi- 
nos Priores et Vexillifermn... 



H notaro dei Priori dovea, dunque, scrivere, entro tre giomi| 
le deliberazioni della Signoria, e consegnarle, alla fine dei due 
mesi, prima di uscire dell'ufficio, al nuovo gonfaloniere nel giorno, 
in cui questi prendeva il gonfiilone. Dovea, inoltre, farsi, nel- 
V ufficio dei Priori, un armario, per collocarvi tutti gli atti loro, 
che non fossero nella Camera. Essi doveano permettere a chiunque 
sembrasse opportuno di trarne copia senza alcuna spesa. 

Sembra, dunque, che, in parte almeno, gli atti dei notarì dei 
Priori, fino al '289, fossero nella Camera ; la qual cosa si com- 
prende benissimo, riflettendo che, con le Provvisioni canonizzate, 
si era istituito questo unico deposito di documenti e masserizie 
del Comune. Trasportata ora nel nuovo Palazzo dei Priori la sede 
della Signoria, e poi di tutti gli uffici del Popolo, riconosciuto 
forse come troppo scomodo l'uso di mandare continuamente alla 
Camera i registri e le carte, s' inizia una nuova Camera, un nuovo 
Archivio. Questo forse spiega le ragioni, per cui non ci son pev^ 
venuti i documenti più antichi della Bepubblica. Le arsioni e le 
dispersioni avvennero, più che altro, alla Camera, ove forse non 
furono mandate le Consulte e le Provvisioni, che ci rimangono 
dal 1280 e dal '285, i Libri fdbarum e le lettere della Canod» 
leria, che dai primi del sec. XIY (1). Questi, poi, di natura 



(1) Si capisce che la Camera era il deposito generale di tutte le 
del Comune, quindi anche dei documenti ; ma poi si stabili dì tenere lul 
Palazzo dei Priori quelli che più direttamente occorrevano agli uffioiaK 
ivi residenti. Dallo Statuto del Potestà del 1825 (lib. I, rubr. viiij ^ o. US) 
si vede che si mutavano continuamente le disposizioni circa la conaer* 
vazione dei documenti. Cosi dapprìmo si ordina (e. 15 *, marg. sin.) dN 
il notaro delle Biformagioni mandi alla Camera, entro tre mesi, ma ìà 
copia, factoè reformeUionea, exceptii aecretia; poi che vi mandi, sempre io 
copia, tutti gli stanziamenti ; « ...et etiam, in fine sui officii,... libra 
« et quatemos et acta stantiamentorum et reformationum Consili< 
« Comunis et dominorum Capitanei et Prìorum et Yexilliferi..., in 
« mano... reponenda et perpetuo conservanda, ita quod, processu tempii 
« ris, volentes possint habere copiam... ». Alla rubrìca, lunghisàniftì 
furono fatte, in diversi tempi, numerose correzioni ed aggiunte ; si 



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ANTICHI ARCHIVI I»I KIREN/.E 



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KJi icl Priori. ?: oonservasscr«\ «ir.asi •;••>»• s;i<r.-. i «j.^ ini.i.ri •• 
1? cjse ::"i i-rezi-'se del CVmune : anche» priiua. i'»-:--. ««.a i.. ll.i 
Ci! Ièlla iei PrI:TÌ, sia in qu»'ll.i «i»-! p.».l»-^t;i. •.! altr- v.-, t.:ii 
ixùneL:: d>Tér'.nv» essere cousc-rvati n.-li.;i'Saiu.'i.!' . P»r • >'-i | ir» . 
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i:cùt: xii :::ij.-.rraiiti. nei pr»t'..-..lli i,..t,ir!Ii , : '.V. •.' 
isar^-^trrizi'-iie. 

Fi ..■■•iinn'^r, duranto il nK"li<:M?vo, n« llf .iiniui; - *• . . 
^ir, "'as-^ dei registri e pr«»t<'M'«»lli, rhi- r. rt.. t -i^*. imh.. .: Fjri n • 
pr:zj d-'.la .«u.'i c-t'^tituzione a ('«iinnn»-. h"jMi «i ;:;■}. .:ri>«'- ■:. > i. "•■« 
'■■::•: ini:*..rt^Lti'?si mi quei docuiii'-nt:. «In-, j.r.-? ■ >■ ■ .•• !•• ii< i '••' / 
VtKr'ihvihtonim, f*Tii troviaiiiM nt-i ( '.«|i'»'li. j • i-.: t" . ;i-. ••',.■:.••. 'V.- 
^^iitit^.'Ii 'privilei^i, acquisti, capitiil;!/'!'. Ili. . •. . < il»- .• .i.i'rrii •!•..» la 
^^rs2i:ine ed ess**nza stessii 'l**! im -vi. s?:it «. il «-i . «ì-'iniiiin o 
psis-iizione. 



j"!*i:*. "iisJi, che qu»»ste •li'^]«i<:/""iii .i| jar Mni;.. iiu • rti* v ilis.\'»riì;. 
J". -*6vr- "i vole>s«?i«» maiuìnr»'. '»•! :ii.- !.• -i i.i.ui'l.«--t-i«» iii flloit»». a.:.i 
Cc-rs aCuiìì r«?gi.stri lìal l*a!.i/./..' «l'i Ti "ii ; ina ••i»ii«». ad .«^iii in«Hl»». 
'>r-.,vj, i^'m»*no prima «l»*! I^UIJ, vi ^! i iportaroiu». 

M:-?on:-'» a quello th.-Il.- KitMnM:iu'i"iii •"! -«'tri an-lilvì il«»lla Krpub- 
*-"* ;.*yrre a.ssai l)emì, f|nau1ini<i«J.' n-'Si .-vili aNuni ♦•rr.u-i. L. tìAiamm 
> f: ir::.:. L'Arrhirh renimi, ,li >»/'" /"/'« %//*• r» fazioni con tjli sfutii xto- 
^ .1 .Ir./*, «tor. <W., ii'iMva -ri'-, t... II. larl.- II, vy. ♦•l-li:» ^l.S.V»ì. 



ARCHIVI, EIIBLIOTBCHE, UUSEI 

L' ammlniatrazione doUn ^ustizia, il mitneggio del danaro 

era, senza dubbio, uno degli uffici principali della soTranitA. Scrit- 
ture di natura giudiziaria ed economica doverono esservi, dunqne, 
prima della costitueione del Comune, come subito dopo. Ajipa- 
rÌHCono, quindi, quasi le piti antiche, quelle, che, quando sì formò 
il nuovo Stato, veri similmente già ai facevano, e continuarono, con 
qualche modificazione, a farai negli uffici cittadini. 

Divenuto il popolo signore di sé. dovè pensar quasi aiibitoa 
regolare i rapporti dei privati, e dettare, ncU' interesse di tutti, 
leggi precise ai rettori, agli ufficiali, ai semplici cittadini. Quindi 
il bisogno di statuti, i quali nella gerarchia feudale solo potevano 
esser ritenuti come validi, in quanto aveano fondamento in quelle 
esenzioni e privilegi, che presto furono raccolte nei Capitoli, Lo 
stesso dicasi delle Provvisioni e degli altri atti e registri tatti 
dei signori e governatori de] Comune. Ma, via via che questo 
s' accresceva e fortificava, sorgeva la neeessitA di nuovi docnu]ent4 
e nuovi registri ; quindi le lettere della Cancelleria, che assai 
presto troviamo ricordate ; i registri militari ed altri consimili. 

Di tutto queste serie di atti del Comune Fiorentino o di Co- 
muni in seguito ad esso sottoposti, troviamo, come a' è visto, le 
tracce da' tempi più antichi ; degli atti, poi raccolti nei Capitoli, 
dal 1024 ; dei giudiziari, dal 1130; dei legislativi e politici, dal 1159; 
deUe lettere, dal 1184 ; dei militari, dal 1260. Anche rAlighieri 
ammette che i documenti molto prima dei suoi tempi vi fossero, 
dicendo, nei versi sopra citati, che quando si fecero le scalie ddl 
Monte alle Croci erano sicuri il quaderno e la doga; ma non 
erano molti. In breve, pen'), crebbero, si accumularono, per le 
condizioni sempre migliori della civiltà e della cultura, per Io 
B^'iluppo progressivo della Città e dello Stato. Cominciarono ad 
easer maggiormente richiesti, cercati, esaminati, nell' interesse dei 
privati e del pubblico. Quindi il bisogno di conservarli con più 
cura, di depositarli, con ordine, in luoghi sicuri, dì disciplinare 
con BtabUi prescrizioni il servizio archivistico. 

Siamo al secolo XIII. Gli interessi, gli odi, le passioni poli- 
tiche e religiose sono continuamente a contrasto. Ma la coltura 
giuridica s'è dimolto accresciuta; fiorisce mirabilmente l'istitu- 
zione del notariato, che, con la scrupolosa osservanza delle for- 
mule, con gli Bti'tìtti principi del giure, si sforza di mantenere il 
regno dell'ordine e della legalità. Cresce, quindi, l'importanza 



ANTICHI ARCHIVI DI FIRENZE 385 

dei documenti. Qua e là s'ordinano, meglio e più stabilmente, le 
amministrasdoni pubbliche; i Frati Godenti ricercano documenti, 
ordinano archivi, per trovare ed accrescere le garanzie di prospe- 
rità e di pace. La nostra Repubblica non è ad alcuno Stato se- 
conda. Conserva, con diligenza, i registri di lettere, che altrove 
si trascurano; immagina, con le Provvisioni canonizzate, i più 
sottili congegni amministrativi a garantire il buon uso del de- 
naro pubblico ; provvede alla conservazione dei documenti, e di- 
sciplina, con regole giuste, stabili, precise, il servizio larghissimo 
e comodissimo delle ricerche e delle copie. Col nuovo secolo noi 
vediamo che tutti i documenti della Repubblica si conservano in 
due depositi o, archivi principali già ordinati e regolarmente costi- 
tuiti ; quello del Palazzo de' Priori, che diremo piuttosto degli atti 
legislativi e politici ; e l'altro della Camera, per gli amministrativi e 
giudiziari. L' uno e l'altro, logicamente separati e distinti con cri- 
teri, che hanno fondamento nella natura delle cose ed esempio in 
altre grandi amministrazioni, come la pontificia, in sostanza, ri- 
mangono, si può dire, fino ai nostri tempi. Accolgono, col Bor- 
ghini e coi due Ammirato, forse i primi, per non parlare del 
Petrarca e del Valla, ricercatori delle antiche carte, con criteri 
decisamente storici e critici ; vedono sorgere, prossimi a sé, per 
opera di Cosimo I, l'importantissimo Archivio Notarile, di Pietro 
Leopoldo, l'Archivio Diplomatico ormai ricco di quasi 200 000 per- 
gamene risalenti al 726 ; costituiscono finalmente, nel nostro se- 
colo, con questi, col Mediceo, e con qualche altro antico archivio, 
la parte più nobile del presente Archivio Fiorentino, cosi ben 
conosciuto ed ammirato dalle persone colte d' Italia e d' Europa. 

Firenze, Demetrio Marzi. 



Aneddoti e Varietà 



i ^ »« 



La Mensa del Priori di Firenze nel secolo XIV. 

Tre originali codici ashbumhamiani, il 1214 (1141), il 1216 
(1143), ed il 1893 (1796), ci hanno conservate le memorie sulle 
quali è compilata questa notiziola : il primo (1) ha gì' Inventari 
dell' « ariento, stagno, ottone, coltella, tovagle e altri arnesi » con- 
servati nella « camera dell' arme del palagio del popolo di Firenze >, 
scritti nell' anno 1361, e in alcuno dei successivi rinnovati fino al 
1367 ; gli altri due (2) contengono i registri delle spese per la 
Signoria e sua famiglia, particolarmente per la mensa, cominciando 
al primo di maggio 1344 fino al 30 aprile dell' anno snooessivo, 
cominciando, il terzo, al primo di gennaio del 1477 e continuando 
per tutto il febbraio di quell' anno medesimo. 

Delle masserizie registrate nel primo Inventario riceve la con- 
segna, ai 7 di agosto del 1361, firate Tuccino, converso di Val- 
lombrosa, da fi:ate Donato Fancelli converso di Settimo, Camarlingo 
della Camera dell' arme ; ricordandosi altro frate Bernardo, com- 
pagno, nel camarlingato, a Donato, e un frate Giovanni, spendi- 
tore ; il quale alla sua volta (1364, ottobre 17) riceve le consegne: 



(1) Ha ce. 18, delle quali solo alcune prime con numerazione antica; 
bianche del tutto le ce. 1, 10-18; al solo retto, per intero o parsialinente 
bianche, le ce. 6 e 9, e, al solo verso, le altre ce. 4 e 5 : (0,800 X 0,280). 
Legat. moderna. 

(2) Il secondo ha ce. 195 di numerazione moderna. Le registrazioni 
vanno innanzi per ordine di tempo ; salvo che le ce. 9ii-94, chi sa come 
mai inserite nella formazione del volume, contengono le « spese ordinarie 
« per gennaio e febraio 1458 » non per la mensa, ma in gran parte di 
stipendiati, e posteriori di un secolo. È in fog. legato modernamente. 
Conta il terzo ce. 47 di numerazione sincrona! più la prima che fu tra- 
lasciata: ha frequenti vuoti bianchi, più di frequente al tergo delle carte, 
che staccano le spese di un giorno da quelle del successivo: (0,280 X 0,218). 
Legat. moderna. 



■ jKii le prende [l'òiib, marzo 19) frate Lorenzo Benedetti, anch' egli 
I vaUoiubroBflUo, dai frati Donato e Giovanni, questa seconda volta 
detti il primo dei Franceschi 1' altro degli Ainti. Una terza con- 
segna (1364, giugno I), ma seconda in ordine di tempo, è da frate 
C^-mardo Malte! e da frate Lorenzo detto, data a Marsilio, cuoco 
(ie' Signori ; e questa registra le sole cose della cucina. Ultime 
vengono le note delle masserizie nelle camere dei donzelli o &- 
migli ; Giovanni Del Migliore, il Toso, Ventura, Vicchio, Piero, 
Biuaco, Giovanni di mona Àimeliua. 

Per l' uso dei Signori sì ricordano, e in gran parta servivano 
per la mensa, questi argenti : Bacini, grandi, e più piccoli, anche 
smaltati ; Cucchiai ; Porchette ; Taglieri, grandi e piccoli ; Col- 
t«Ui, più bolli e meno; Saliere, anche smaltate; Salaieri; Scodelle; 
Confettiere, ancora smaltate, dorate, e con piedistallo d'argento; 
Candelieri, anche smaltati ; Palett* (ricordate iusieiae con i cuc- 
chiai); Stagnate; ed un unico Nappo. 

Non di argento, ma di ottone, troviamo altri Candelieri, e Ba- 
L cìni grandi : di stagno, Fiaschi di quarto, dì mezzo quarto, di 
1 metodella; Piattelli; altre Stagnate, grandi o piccole: di ferro, 
Piedistalli lavorati, per sorreggere bacini ; Candelieri, anche do- 
rati : certameote di rame, una Secchia : di legno sono due Calamai, 
oltre le Tavole con i Trespoli per sorreggerle. Di ferro o di rama 
gli utensili della cucina. 

Formano la biancheria Tovaglie, Tovagliuole e Guardanappe. 
Alle quali, insieme con gli altri arredi per la mensa, vien dato 
(e non è la nosti'a la sola testimonianza) il nomo di « guardaspensa > 
(nn. 41, 80^, « guardaspesa > (nn. 74, 112) fatta la parola come 
l'altra, più moderna. Guardaroba; nella formazione in luogo di 
rvlta adoperando spesa o gpema, che ci riconducono alla Spesa in 
sigoiticato di Ciò che sì compra giornalmente per fame vivande, 
e lilla Dispensa nell'altro di Stanza dove si tengono in serbo le 
cose da mangiare. 

Poche parole bisognano per dichiarare 1' uao di queste maa- 
serisie. Le Stagnate (prima che d' argento di stagno, onde ebbero 
il nome) servono a dar acqua alle mani (nn. (iSi, W), insieme coi 
Bacini mezzani (u. G2): sul grandi Taglieri (nn. 7, 66, 96) reoa- 
Tasi in tavola ; sui piccoli (nn. 8, 6^, ElO), sui diciotto Piattelli di 
etagno (n. 18), sulle ventiquattro Scodelle d' argento (nn. tì, 103), 
IDBtigiaTasi : e per mangiare eranvi dodici Oultelll, con manichi 
Aacu. Stor, It,, 5.* Surie. — XX. 'H 



d' osso nero (n. 86) per I' uso quotidiano, trentuno con manicfaì 
di avorio e € ghiere » d' argento (nn. 85, 86) per i giorni più ao- 
lenni ; erauvi Cucchiai quaranta e due Palette (nn. G4, 95), con 
questi ricordate, senza che ci aia chiaro come s' adoperassero : 
v'erano quarantatre Forchetto di argento (n. 5), delle quali ìl 
numero, superiore a quello dei coltelli, quasi uguale a quello delle 
scodelle e dei cucchiai, ne fa certi che erano queste le Forcliette 
con le quali ciascuno dei commensali mangiava, non i Forchettoni 
da prendere di su i grandi taglieri, posti in mezKO alla mensa, il 
cibo e recarlo sui piattelli o sui piccoli taglieri, che il commen 
sale aveva innanzi a sé : porta dunque il nostro Inventario una 
notizia nuova nella controversia (cfr. in nota al n. 6) dell'uso 
della forchetta. Non vedesi in che bevessero Ì Priori del se- 
colo XIV ; certo non nell' unico Nappo registrato (n. 11), il quale, 
appunto perchè unico, mal poteva a tutti servire, e dovrà int«n- 
dersi che fosse una specie di bacino : ma forse dei bicchieri non 
a! fa menzione, perchè di cristallo, o non di metallo ; conferman- 
docelo i Fiaschi di stagno, di più misure, registrati (nn. 16-17). 
Delle Confettiere, delle Saliere, dei Salsieri, il nome stesso dice 
ciò che in tavola contenessero; ma l'abbondanza, dodici Saliere 
(n. 2), e ventiquattro Salsieri (n. 10), fa pensare die di quelle e 
certamente di questi ogni commensale avesse il suo. lUamìuavano 
le cene e le camere quelli fra i Candelieri, o di ferro (nn. 104, 106), 
o di argento (nn. 38, 70), o di ottone (n. 19, 20), ricordati olti« 
gli altri, dorati o dì ferro, che servivano per l'altare (nn. lOG-108) 
della cappella. Un Piedistallo di ferro lavorato (n. 57) sosteneva 
im Bacino grande d'argento, quello per lo abluzioni (n. 110), ed 
altri, pur di ferro, aorreggevano Bacini d' ottone, da liioco, io- 
nanzi all'altare (n. 109) e nella sala de' Priori (n. 110). Trespoli 
di legno sorreggevano le Tavole. 

Della cappella, che sappiamo dedicata a S. Bernardo, ricorda 
l' Inventario nostro il Bacino detto, e i Candelieri, di ferro, di 
ferro dorato (nn. 106-8) ; gli altri sacri arredi conosciamo da altro 
Inventario, posteriore d'un secolo, ohe il Gori (1) pubblicò, i 



(l) Antijc FaisrESiro Gori, La ToKana lUuttrala nella tua ttoria eom 
vatj teetli monumaUi e docujaenti per Vavanti o inedili n mo/lo ran. Polumr f 
eOHtoKiile il Prodromo per mfortaatioia itigli UHilion lUUa a\tdetBiia (In Li- 
voriiN, a. MDCCLV. Per Antua Santini p Ctmipagni), pp. 211-22. Iiiren- 



LA MENSA DEI PRIORI OI FIRENZE NEL SECOLO XIV 339 

con altri dello stesso tempo, riferentisi, come il nostro, alla mensa 
dei Priori. Ed anche al nostro fa seguito, mutati omai, in processo 
di tempo, gli abitatori del palazzo dai Priori del Comune in Co- 
simo duca, r Inventario della cucina che a lui preparava le vi- 
vande (1). Nella descrizione che di quella medievale fa il nostro 
documento ci appariscono notevoli il Letto (che si trova costante- 
mente nelle cucine antiche), una Rocca da arrostire caccia (n. 127) ; 
e frammisti agli altri utensili culinari quattro « bolzzonettj di 
« rame » (n. 145), che, appunto perchè di rame, sono anch' essi 
arnesi da cucina, e non Freccio né Strumenti da rompere mura, 
come anche la voce significò. 

Un Paniere « da pane » (n. 201) è in una delle modeste 
camerette dei donzelli, fra loro molto somiglianti nelle povere 
masserizie, colle quali si chiude il nostro Inventario. Il quale 
come antico documento di lingua non letteraria, si pubblica inte- 
gralmente. 

Né meno importante, anche per questo rispetto, è il Registro 
delle spese fatte per la mensa dei Priori nel 1344 ; troppo grande 
volume da essere pubblicato tutto, ma che riassumo come posso. 
Vi si tien conto d' ogni minima spesa ; anche di quelle per com- 
perare, soldo a soldo, giorno per giorno, le frutta, i legumi, gU 
ortaggi : sono mele (« dolci », « rancie », « cotogne », da cuocere) 
uva, uve passe, uve « saracinesche », e « da nami » (passe 
anche queste perchè comperate di maggio), pere (si distinguono le 
•« ghiaccinole », le « bonelle », le « sanicholo », le «. rugine », 
le < sementine », le « pignole », e quelle da cuocere), noci, man- 
dorle fresche e secche (comprate anche a ventine e a « mine »), 
pinottoli, nocciuole, castagne (comprate anche di maggio), marroni, 
castagne secche, « granello di cocomero », aranci, ciliege, susine. 



tario della Sagrestia (1458) ; della mensa dei Pi*iori ; della camera del Gronfa- 
loniere; del « Tabernacolo dell'Udienza » (1458-76): premesse alcune notizie 
della Cappella. Del quadro suir altare di questa cappella dette altre notizie 
Gaetaxo Milanesi a p. 15, in nota, nei Documenti inediti riguardanti Lio- 
nardo da Vinci (Firenze, (bellini, 1872) ; e della cappella Isidoro Del Lumoo 
in più luoghi del suo Dino Compagni; cfr. ivi l'Indice storico. 

(1) La prima Reggia di Cosimo I de* Medici nel Palazzo già della Sp- 
gnaria di Firenze, descritta ed illustrata coW appoggio d'un Inventario inedito 
cUl 1553 e coW aggiunta di molti altri documenti da Cosimo Conti ; Firenze, 
Giuseppe Pellae editore, 1898. Cfr. pp. 59, e 209-218. 



pesche (comprate anche a più centinaia per volta), meloni, zaU«, 
fichi, fichi secchi, fichi « de la maruha *, cedri (< cederni »): sono 
ceci, fagiuoli, fave (grosse, « per cuocere », * per lesare >, ■ lesse >, 
fresche e secche, e « infrante »), baccelli, groviglioli (« robiglie >), 
anche freschi, lupini, < panicale > : sono insalata, erbe, erbett«, 
erbe forti, minuto, cavolo, mescolaaza, cipoDe (dette alcune « ma- 
« ligie »), aglio, agHetti, « petroseiwoli », porri, radici, « vignnolle », 
viticci, scalogne, piselli (anche detti < pesi »), si distìnguono ì 
« prataiuoli » finocchio, zucche, funghi, calcatrepi, ella, salvia, 
capperi, navoni, eommaco (a volte detto netto), cardi, raperonzoli, 
pastinache, menta, spinaci, erba da latte, ruchetta, cedroli. Con 
più di queste erbe e radici a, cam' altri vuole, col sugo loro, com- 
ponevasi 1' « erlwlato », che ora trovasi comperato beli' e fatto, 
ora preparavasi nelle cucine di palazzo, dandocene il nostro Re- 
gistro quali componenti anche le uova e il cacio. Delle uova fa- 
cevasi grande uso, ogni giorno, distinguendosi le < fresche > dallo 
altre che tali non erano, e rivelandoci le registrazioni delle compre 
le pietanze nelle quali erano ingredienti, cioè ì raviuoli, le frit- 
telle, le torte, le < tartare ■. Più rarament« delle uova, adoperato 
in più delicate vivande, il latte; che pur comperavasi a quarti ; vd 
anche nelle « pentole di latte », Non passa invece giorno die non 
troviamo il cacio; il più spesso marzolino, cacio fresco, secco, e passo 
e cacio < di forma > ; poi < chalorese >, pisano, pistoiese, lucardese, 
o « lucardi », cacio « miasinese » parmigiano o « da parma » (detto 
anche insieme « di forma »), pecorino, cacione (« chascione »), 
caci raviggiuoli, cacio da ciiocere, cacio grasso, caci da raviaoli : 
adoperati, chi sa quale di questi, per 1' « erbolato », come si é 
detto ; quel < di forma > per la zuppa (< snpa ») ; i freschi, 
< per la salata >, per le frittellette; altri per le « tartare ». 

Anche ogni di troviamo il pane, registrato, e c«^ dovea ooni- 
prarsi, a serque: più di rado la ferina (dacché compravasi il pane), 
e più raramente ancora, anzi direi una sola volta in un anno, 1« 
cialde : qualche registraKioue ha, con la farina, la pasta ; dette 
comperate per i maccheroni ; troviamo le lasagne, e una volta Ib 
farina di orzo, e 1' orzo stesso, e il farro. Ogni giorno che vigUis 
non fosse comperavasi anche la carne ; raramente U bue, semp» 
la vitella e i capretti : di quella, comprata a < peze », e insieme 
registrata anche a peso, spesso ricordasi il « ventre » solo, o le 
»,am[)<', o gli fl nveri » (poppe) ; dei capretti, a parte, le teste, la 



LA MBNSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 341 

coratelle, i piedi. Grande contribato alla mensa, anche in estate, 
davano le carni suine, fresche, e salate o secche: e di questi ani- 
mali, r « arista », la pancia, i piedi o peducci o gambini (anche 
di « porcha »), la testa, la « schamerita », il fegato, la milza, il 
lombo, la rete, il paracuore, le « busechie », il « dolcie » (sangue 
da migliacci), le salcicde e i salcicciuoli : poi il porco salvatico e 
il cavriolo, e la lepre, con altra selvaggina ; tordi, stame e star- 
noni, allodole, fagiani, pivieri, tortore, qualie, chappi ; e, d' animali 
più domestici, le galline, i capponi, i capponcelli, i pollastri, le 
« polle », i piccioni, i pavoni, le oche, le anetrelle e anitroccoli, 
i paperi. Vediamo comprato il castrone (e anche qui le sole zampe 
o piedi, ancora di becco), più che altro per i famigli. tPer cuocere 
tali carni adoperavasi l'olio, il lardo, (anche per l'arrosto), lo 
strutto, il sugnaccio (di porco) : facevasi fuoco col carbone, con le 
legna (comprate a cataste, comprendendo nella registrazione della 
spesa anche quella della « recatura »), con i « ceppi » (comprati 
a centinaia): oltre il sale adoperavasi la « saletta », che com- 
pra vansi a quarti. Non saprei dichiarare le « lingue rinvestite » : 
ma dal nostro Registro impariamo che fra le carni tritate per 
comporre il « selcio » (qualche volta comprato già fatto) era il 
capo di porco; che nella crostata entrava la carne secca; che per 
fibre la gelatina (anche comprata a catini e a tegami) si dopera- 
rono otto libbre di testa e sei piedi di porco, due zampe e otto 
piedi di becco, e due pollastre grasse; che le frittellette frigge- 
vansi nel sugnaccio. 

Come per le carni, ugual varietà (oltre le uova, i legumi ed 
ortaggi già detti) troviamo per i cibi di magro : pesci di mare o 
« marini » ; pesci e pesciolini d'Amo, o « amigiani », anguille e 
lamprede ; sardelle e serra ; lucci e lasche ; cheppie, carpioni, mug- 
gini di mare, « mulete » (triglie) ; ragno, trote e storione ; tonno, ton- 
nina e tinche ; pesci « di mazza » : e come questa denominazione 
aveva origine dal modo della caccia (1), cosi alcuna altra volta ci 
si dice che le anguille erano del lago di Perugia, e i lucci dell' Om- 
brone, e che il pesce era venuto da Pisa. Registransi anche pesci 
dì mare < cotti », comprati cioè già cucinati. Troviamo « passe » e 



(1) Non è ancora disusata : con una mazza di ferro si percuotono i 
concavi sassi nel letto del fiume; e i pesci II sotto rifugiatisi nel calore 
e nella siccità d' estate, vengono a galla tramortiti. 



342 ANEDDOTI E VARIETÀ 

« insalate » le anguille ; « insalata » anche la tinca ; e « aroetito > 
e « insalato » il muggine. Credo che anche cibi di magro, perchè 
comperati in venerdì e registrati insieme con altro pesce, fesaero 
V € ossa » e le « lattaie », delle quali più non conosco che il nome. 
La cucina medioevale era carica di droghe e di aromi. Ce 
ne fanno fede il Libro della Cucina del secolo XIV (1) e le Ri- 
cette d' altro consimile libro (2) : manuali colunarii del tempo : ai 
quali, contemporaneo commento e illustrazione, ben si accompagna 
il nostro Registro di spese per una cucina del 1344. Dove tro- 
viamo il gengiovo, (a galle o sodo, pesto, bianco, e forse anche 
« cedrinolo »), i garofani ; le noci moscade ; le spezie, specificate 
spesso in àolci, forti, « da lampreda », da salsa, tagliate, « cha- 
« meline » (3) ; lo zafferano, detto alcuna volta « pesto > ; il 
« gruogo » ; gli anaci ; le rose ; 1' acqua rosa ; lo zucchero « ro- 
« sato » : poiché con le rose, le viole, i gigli, profìimavasi il vino 
e r olio, testimoniandocelo Palladio (4). Oltre che « rosato » si 
trova lo zucchero « bianco » e pesto : ed altri dolci sono il « con- 
« fette mandriano » ; o il « gengiovo confeto mandriano », e il 
« confeto di gengiovo » ; la treggea, « trita », e « bianca » ; gli 
anaci, il gengiovo e le noci « confette », cioè confettate ; la cro- 
stata ; le composte ; le torte ; le « tartare » ; la pinocchiata ; la 
« zuchata » ; il cotognate ; la mostarda ; il savore ; il pane « im- 
« pepato » ; i morselletti ; la sapa ; le fanfaluche. E come dal nostro 



(1) Libro della Cucina del secolo XTV. Testo di lingua non mai fin qui 
stampalo; ed. Zambini; Bologna, 1863. Cur. Letterarie, n. 40. 

(2) LVII Ricette d^un Libro di Cucina del buon secolo della lingua; Bo- 
logna, Zanichelli, 1890. Ed. S. Morpurgo, per nozze Franchetti-Enriquez. 
Non perchè dia precetti, ma perchè la descrive, ricordo qui anche l'In- 
ventario dugentistico (1291) di una cucina e di un celliere che il prof. Zdb- 
KAUER pubblicò come Appendice quinta alla Vita privata dei Senesi nel 
Dugento; Siena, Lazzeri, 1896. 

(S) Non le spezie, ma una salsa camellina (« quoddam condimentum ») 
descrive il Da Canoe, Gloss. v, Camelotum, dagli « Stat. ann. 1394 ex Liib. 1. 
ordinat. super artif. Paris. Cam. Comput. fol. 327. r.o », cosi: « Quiconques 
« s'eutremettra de faire sausse appellée cameline, que il la face de bonne 
« cannelle, bon gingembre, de bons cloux de girolfe, de bonne graine de 
« paradis, de bon pain et de bon vinaigre ». 

(4) Cfr. La Cultura e V uno dei fiori in Palladio secondo U volgarizza- 
mento di Andrea Lancia. Saggio pubblicato (Firenze, Carnesecchi, 1807) 
da Michele Barri per 1q nozze d' D'Ancona-Orvieto. 



LA IfBNSA DEa PRIORI DI FIRENZB NEL SECOLO XIV 



343 



I 



. Registro uopariamo che il savore (a volte oompmvasi a mita- 
!•) oomponevad di mandorle macinate, di gengiovo e dj agresto 
I era il savore bianco), che i tortelietti condivansi con le 
[ chameline », cosi sappiamo che nella crostata entravano 
la spezie dolci, nella torta, i fanghi, nel biancomangiare il su- 
gnaccio, nelle tartare, lo zucchero: il qnale dovette essere ingre- 
diente per quasi tutte queste ultime pietanze ricordate, com' era 
per la < cedrata > (apparisce nella spesa d'ogni giorno), non pie- 
tanza, ma bevanda. Del vino queste sono le specie : bianco, ver- 
miglio, greco, tribbiano, vernaccia, la vernacciuola, la verdea, il 



vino cotto, il v 
(se oon è il no 
metadolle ; aìcv 
mente a baril; 
serviva per l' ii 



I di more (se non è medicinale), vino di maggio 
del venditore) ; e comperavasi 11 più tipiesai) a 
volta a terzi eri ; altra, a mezzette; più rara- 
serapre a minuto, giorno per giorno. L'aceto 
ilata ; 1' agresto per il savore, che, fatto in casa, 
trovasi anche c-omprato a mitadelle, e non aveva zucchero; come 
non I' aveva la mostarda, tenuta in alberelli ; né l' aveva la salsa 
(se ne comprano anche cinque mitadelle) che dava 11 nome a una 
qualità di spezie. Troviamo ì < migliacci » ed un « manicaretto », 
Bonza che apparisca come componevansi. 

Altre spese, non di commestibili, ha il nostro Registro. Più 
strettamente legate alla mensa quelle per il carbone, comprato a 
centinaia di libbre ; per le legna, a cataste, registrando tutto in- 
sieme col costo anche la apesa della * recatura » ; per ì « ceppi » 
comprati a centinaia e a ■ cariche > : ed anche quelle spese per 
utensili da cucina (teglie, orciuoli, mezzine, pentole, < bichieraie ») 
o per la tavola (bicchieri, salsiere, taglieri, scodelle, giiastade, bi- 
gouciuole * per la salata », * paneruze » forse per tenere il pane): 
sappiamo che cinquanta scodelle < d' acero > e cinquanta taglieri 
« bianchi di fagio » costarono una volta, dne lire sedici soldi e 
qnattro denari, e, altra volta, due lire e diciotto soldi (ce. SS^ ; e 52'), 
lie quali altime compero farebbero pensare che gli argenti da ta- 
vola registrati nell'Inventario del 13G1 da me più innanzi pub- 
IdÌGSto, non fossero ancora stati fatti nel 1344, anno del nostro 
Sottro, o che si serbassero jier i giorni solenni, e che usual- 
mente ì Priori mangiassero in scodelle e taglieri di legno: certo 
é, s' usassero dì legno o d'argento, ch'alcuna volta non s'avevano 
bastanti al bisogno, onde troviamo la spesa per il < presto » o 
prestatura » di buon nomerò di scodelle e taglieri, col < mendo » 



344 ANEDDOTI E VARIETÀ 

di ciò che s' era guastato o perduto. Anche si prendono in prestito 
tovaglia, tovagliuoli e guardanappe. Né sempre era fornita quanto 
bisognasse la cucina : per la quale si prendono in prestito pentole 
e spedoni, teglie, bigoncie, zane, cuochi e fanti ; spendendosi in 
due cuochi, per otto di, otto lire ; in tre fanti da cucina, anche 
per otto di, quattro lire e dieci soldi ; in tre portatori per un sol 
giorno, quattro lire e dieci soldi. 

Curiose piccole spese sono : due soldi e quattro denari « per 
« conciatura una bigoncia che istà al pozo » ; un soldo e due de- 
nari per accomodare altra bigoncia ; un soldo per un « cholatoio 
« da ranno » ; turaccioli da fiaschi, che diconsi di cuoio, un soldo 
V uno, e anche meno ; altri pochi soldi per comperar fiaschi di 
vetro (si distinguono, secondo la tenuta, di quarto, di mitadella) 
per accomodarne corregge e « case » ; due soldi e quattro de- 
nari per una « chatena da lavare fiaschi » ; due altri soldi per 
una « chorbella da la spazatura » ; tre, per una « zanellina ma- 
« nichuta » : e sempre spese di soldi, per granate, stagnate, pic- 
coli stacci (« staccinoli »), bullette, teglie, tegliuzze, orciuoli da 
acqua, e « istrambe » : ma più d' un fiorino d' oro costarono due 
mescirobe (e. 163^), che dovettero esser belle. Troviamo la spesa 
per la paglia delle lettiere, per acconciare e recar letti e per por- 
tarli « suso » ; per gabelle di vettovaglie, raramente registrate ; 
sette soldi per quattro gatte ; dieci soldi di mancia a chi « rechò 
« le pesche da Pogibonzi » ; altra simile ai trombatori del Capi- 
tano della guardia (1); ed altre, per la festa dell'Annunziata, ad 
alcuni famigli ; e per loro la spesa delle scarpette, delle « fodere » 
e guamelli. Dieci soldi dati al « fanciullo (sic) che fece tarstulo (sic) 
« co'bichieri » (e. 27^^) ci voglion forse indicare qualche giuoco 
per passatempo dei Priori ; come forse ci nascondono elemosine, in 
oscure registrazioni, due lire e quindici soldi « per v brighate di 
« chonpangnie di fanciulle » (e. 192), e dieci soldi « per le fan- 
« ciuUe de la chonpangnia » (e. 195). Ritorniamo più propria- 
mente alla mensa con V arrotatura dei coltelli da tavola, con la 
lavatura, insieme con altri panni, delle tovaglie ; le registrazioni 
delle quali spese, « per arotatura le coltela », « per panni lava- 



ci) Per questo particolare cfr. I Suonatori della Signoria di Firenze, 
Saggio di Giuseppe Zippel*, Trento, Lit. Tip. Giov. Zippel edit., 1892. 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 345 

« tura », rìoordano, nella dizione, consimili registrazioni di spese 
nei conti mercantili del secolo XIII. 

Alla cura della salute dei Priori di quest' anno 1344 spettano 
le < cose d' uno cristeio » e più « cristei » comperati (non infre- 
quentemente troviamo la spesa anche per recipienti che con quelli 
hanno stretta attinenza); il ricordo che fu pagato lo speziale; 
un' ampolla da giulebbe ; un unguento (« unquento ») ; una « me- 
« dicina », senz' altro ; due pippioni « per medicina » ; il « ma- 
« strice » e r « olio di mastrice », che credo adoperato quale 
medicinale, come V « olio di scarpione » : più, la sena, lo sciroppo 
« di bisanti », i « datteri di chassia », 1' « otriaca », i « peniti », 
il « drieghante », il vino di more (se medicinale era), un « croccio » 
(gruccia), comprato otto soldi, per un messer Orlando, le medicine 
per lo 4c scicche », e sovente altre medicine per un ser Michele, 
o per il piede di un tal Oiovannì : ed un « sacucio da stomacho », 
che ci rimane presso che incognito. Alla toelette appartengono il 
sapone ; i catinuzzi da lavare il capo ; due « ispugnie da piedi », 
pagate un soldo solo ; e un soldo e otto denari ci vollero per 
« richonciare » un bacino del barbiere. A questa categoria di 
spese appartiene forse anche 1' amido ; certamente, gli specchi e 
le catinelle. Troviamo queste di prezzi diversi, e sempre di terra 
cotta, mentre sempre di metallo erano i bacini : una di tali ca- 
tinelle fri dunque pagata un soldo e quattro denari ; altra, « inue- 
« triata », sette denari ; due, parimente « inuetriate », un soldo 
e due denari : e cosi meno variamente pagati gli specchi ; due, 
due soldi e sei denari ; altri due, quattro soldi ; due soldi uno 
specchio solo ; e quattro soldi un altro, ma questo era « da mano » : 
non si dice mai se erano specchi di vetro o metallici. 

Quotidiane elemosine di pane, cacio, pesce, uova, ed anche 
dolci, facevano i Priori a qualche monastero; raramente vediamo 
dati ai poveri denari ; spesso il pane (del costo di tre denari Tuno) 
e alcuna volta anche ai prigioni : quattro soldi valsero le candele, 
certamente di cera, date in un' offerta a San Gallo ; ma di sevo 
erano senza dubbio quelle usate in palazzo, ricorrendo spesso com- 
perate ; ed anche, più raramente, l'olio per le lampade della cap- 
pella, e l' incenso : una « lanpana », fornita di catenelle, costò tre 
soldi e sei denari. Alcuna cosa di queste comperate andava fuori, 
oltre le elemosine, e notasi a chi, o era in particolare per alcuno 
dei Priori, del quale dicesi il nome, o dichiarasi che era in oc- 



846 ANEDDOTI B VARIETÀ 

casione degli squittinì o che serviva ad alcuno dei Collegi: si 
prende nota che dettesi mangiare agli ambasciatori lombardi, ai 
rettori e al vescovo di Firenze (e. l^l»^); che il vescovo degli 
Ubertini fu a cena dai Signori, e a desinare ancora, insieme col 
conte Simone (e. 131>') ; che una tinca era stata comprata per la 
&miglia del vescovo di Cesena (e. ITl^^); che s'accattarono ta- 
glieri, scodelle, e altre cose, per il pranzo che si fece ai Dodìd e 
ai Gonfalonieri (e. 191^). Assai sovente si diatiiigae nelle registra- 
zioni, ciò che adoperavasi nel pasto della mattina da ciò che era 
per r altro della sera : e i prezzi e i pesi che sempre accompa- 
gnano le compere, d&nno al nostro Registro importanza non pic- 
cola per gli studi economici, come dai nomi e dai soprannomi, che 
sempre si ricordano, dei venditori (fra i quali frequenti sono le 
donne), altra gliene viene per l'onomastica del secolo XIV. Le 
registrazioni si seguono in ogni pagina, che vuol dire in ogni 
giorno, con una certa uniformità ; cominciano con quelle del pane 
e finiscono col vino ; ultima viene la somma, che, d'ordinario, non 
passa, nel nostro Registro, le venti lire al giorno, e a fin di mese è 
la somma delle somme d' ogni di del mese, con qualche altro con- 
teggio, e col ricordo di dove era venuto il denaro per le spese (1). 
Meno importante del fin qui riassunto, perchè più recente 
documento di lingua ed anche per le più moderne notizie conser- 
vateci, è l'altro Manoscritto ashbumhamiano (1893-1796), l'altro 
Registro delle spese per la mensa dei Priori di Firenze, che fin 
da principio ho raggruppato all' Inventario delle masserizie in 
quella mensa medesima adoperate. In questo secondo Registro 
(genn.-febb. 1477), poco meno che d' un secolo e mezzo poste- 
riore, le registrazioni delle spese si riferiscono quasi sempre alle 
polizze dello Spenditore e del Canovaio, che più appagherebbero 
la nostra curiosità con la descrizione d' ogni e più piccola cosa 
comperata. Da tale innovazione amministrativa viene la minor 
copia di registrazioni in questo secondo documento : pur vi tro- 
viamo il pane, il vino (tribbiano per i Priori, vermiglio per la 
famiglia, e, per questa, una volta anche bianco), comprato a mi- 
nuto, in fiaschi ; la farina, ma non sovente quanto le confezioni. 



(1) Si tien rioordo di quando alcuno cominciava a somministrare vet- 
tovaglie alla mensa; di un tal Mone, fornitore di vino, dioesi « comincia 
« questo dì a dare a taglia » (e. 84*) ; non pagato, cioè, giorno per giorno. 



U MENSA DSI PaiOBI DI FIBEKZB NBL SECOLO XIV 

quanto lo Eucchero, e ìe apezierìe, ossia zafferano e cannella, sa- 
vore e mandorle ; e tanto meno quanto i cialdoni, che ricorroao 
spesso e comperati quasi sempre (né saprei dir la ragione) in nu- 
mero di DovanUtquattro per volta. In due mesi v' è una sola 

< torta mariapane *; più compre di cataste di legna grosse, per 
le qnali registrasi anche la spesa della < tiratura > o per farle 
« tirare su », rivelandoci questo che la cucina fosse nel palazzo 
in sito. Singolare la mancanza, fra queste provviste di mensa, 
della carne, che forse i cuochi comperavano, e registjavano in 
altro libro diverso dal presenta. Invece ai ricordano i bicchieri, 
cioè {>artite di bicchieri pagate a. Bartolomeo di Nìcolaio < bichic- 
« raio »; altra a Francesco di Vincenzio orafo * per fare i col- 

< tallinj >; altre, a lui stesso, tacendosi per quali lavori. Una 
spesa « per sapone » rimborsata a Francesco di Michele, barbiere 
dsUn Signoria (I), segnata ira quest'altre, spetta meno alla meuea 
di quella rifatta al « curandaio > Domenico d'Antonio < per ìm- 
« biancbai'e i panuj upartenentj alla mensa della Signoria », e 
d' altra a Domenico <li Masino < zanaiuolo ». Sappiamo da questo 

^ 3l«^Btru che lo spendìtore Miniato di Piero ebbe, nel bimestre 
I gennaio e febbraio, trentadue lire di suo salario, e dieci Io « za- 
I « nainolo », detto, ed otto Stefano da Roma e Francesco da Poppi 
I « guardie alla porta del palagio » ; ventitre e dieci soldi Angolo 
I « campanaio » ed altri, compresa la tiratura detta, di certe ca- 
Ltaste di legna grosse. 



(1) Qoalclie spesa per la toeletta vedemmo (p. SUI)) ancora nel jiiù antico 
I Se^tro. Alcune notizie, un po' scarse a dir veni, sitila Toilette dei Goeer- 
W-naCun diUa Sepahbliea di Siena net aecoìo XV sono uelU Mìacell. SU»; Se- 
t, IV (1896), IK, 186. Negli Inventori delle sii ppel letti li del palasiTO dfì 
LPrìori di Firenze, ohe or ora prenderemo in esame, Bpparìscono oonar-' 
Iguati al barbiere della tjigiiotia; < duu bacini grandj d'arìento per la- 

■ VBTVJ il capo. Una sechia d' oriento [ler lavare il eapo, col mauioho e 
l.« cliateua d' oriento, con sue aportenenie. Una Miscirobn col boohuccio, 
W* d' arienlo tutta, per dar !' aqua al viso > (II, e. S8*,i. Dicendosi in altre 
Imgistruioni clie la ■ mÌBcìtoia •, o Mesuiroba, era • daronnoi; che era 

■ con boocba •; che il baibìere aveva in consegna ■ ogni altra cosa a 
Wm uao ili àotta boi'ljeria • (IT, e. 73'. 0&}. E non percb^ la Signoria di 

fitVRto o quella di Siena ne facessero uso, ma percliè si riferiscono alln 
tnatvria, richiameremo qui il Rìetltario Galante del principio del secolo XVI 
kUIo (Bologutt, 186S) per cuia di Ousuo Guekrini, nello CuriotiUi 
.. 19C.. 



ANEDDOTI H YARISTÀ 

In questo Regiatro quattrocentistico delle spese, che ho ti 
sunto e non pubblico, le pagine son tatte targate, perchè 
(«ggiate e liquidato. Neil' Inventario, più antico e messo qui in 
luce, le registrazioni dell' < ariento, stagno, ottone ec. » aon pre- 
cedute da punti, crocette, lettere; segni dei riscontri fatti. In 
questo ho sostituita una progressiva numerazione per comodo 
della pubblicazione. 

Dei due argomenti, delle suppellettili e delle spese per la 
mensa della Signoria di Firenze, più altre notizie abbiamo, conio 
Ognuno facilmente s' imagìna, dalle cart* del R. Archivio di Stato 
fiorentino. Dove sono tuttora, comprendenti ciascuno un sol bi- 
mestre, ben trecento quarantuuo volumi, delle spese per la mi^usa. 
da! marno-aprile 1385 (cominciando qnarant' anni dopo al Registro 
ashbumhamiano), proseguendo, con piccole lacune, tino al bimestre 
marzo-aprile 1531-32: onde puù vedersi, chi n'abbia vaghezisa, 
tutto ciò che giorno per giorno, in questo non breve tratto di 
tempo, fu imbandito ai Priori di Firenze, e quanto oostó {!). &fa 
senza fare di tali Registri nn minuto esame, che troppo lungo 
sarebbe, dirò come tutti si aprono coi nomi dei Priori in ufficio, 
con la dichiarazione dei denari ricevuti per le speso d^I bimestre, 
e si chiudono con le somme, con le mancie di buona andata, con 
la vidimazione d'uno dei Priori e del loro Proposto. I quali vi- 
dimano anche, giorno per giorno, la spesa per la mensa, in ogni 
pagina, dove, in ultimo luogo, si fa ricordo del vino dato in dono 
agli ambasciatori presenti in Firenze. 

Uguale continuità [«r anni molti, ma cominciando un po'pìjk 
tardi, troviamo nell'Archivio di Stato, fra le stesse Carte di cor- 
redo della Signoria, negli Inventari degli argenti della mensa dei 
Priori. Furono i Priori del settembre e ottobre 142il che delibe- 
rarono, senza richiamarsi » compilazioni più antiche, che si scH- 
veasG 1' Inventario (e quello che ora pubblico è del I3(j2) degli 
argenti del Comune ; facendo obbligo del riscontro n tutte le Si- 
gnorie successive : onde, fino al 1479, si formarono due volami 
(1429-1457; 1468-1479) tra attestazioni del notare della SignOTia 



(I) Per portare qualcbp numero 
fiorini nel bien. marzo-aprile 139lj-^' 
marKo-sprìk 1899-n'JO, fi<MÌnì 48t. 



a ci&e tonde, 1« i 



. VSM, fiorini 7%|b 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 319 

di risoontri fatti, e tra Inventari scritti di nuovo (1). Quello primo 
della serie, del 1429, comincia dagli arredi della cappella, conse- 
gnati a Salvestro di Salimbene, un de' frati di Palazzo, detti poi 
in questi documenti, frati « del suggello », perchè ¥ avevano in 
guardia ; e prosegue con gli altri della « guardaspensa », data in 
custodia a Corrado di Piero « della magna, campanaio e guarda- 
« spensiere de' signori, excepto detto ariento del Barbiere » ; ri- ' 
correndo sempre in questi Inventari], come in quello che pubblico, 
la voce « guardaspensa » e guardispensa » e le dizioni « guar- 
« diano della guardaspensa », « guardaspensiere », « governatore 
« della guardaspensa » per indicare l'ufficio di Corrado (2). 

Confrontando fra loro tali descrizioni, avremmo come la storia 
dei preziosi utensili della Signoria (3) ; ma questo non farò io, pago 
di pubblicare e d' illustrare la più antica di tutte. In quella vece 
da tutte tirerò fuori quelle poche notizie che non sono d' utensili, 
qui frammiste, e alcuna, forse, sconosciuta. 

Pulita, nel 1432, dal fumo degli incensi la tavola dell' altare 
della cappella di. S. Bernardo, si trovò che era stata dipinta 
« nel 1335 per maestro Bernardo dipintore, il quale fu discepolo 
« di Giotto » : e a questa tavola e fornita e messa di nuovo, 
« prima tutto il suo fogliame d' oro fine, agiunsono, per ghuardia 
« di detta tavola, uno velo sottile di nuovo, con drappo rosso 
« d' atomo. E ancora uno bellissimo tabernacolo a oro fine, di 
« legname, nuovo, fornito con stelle d' oro fine e in campo di fine 
« azurro oltramarino. Con una cortina di bocchaccino azurro, tutta 
« dipinta a stelle gialle, con fregio trafogliato d' atomo alla detta 



(1) Ambedue questi volumi sono membranacei ; il primo di ce. 92, il 
secondo di ce. 95. Nelle guardie anteriori di questo secondo il P. Lorenzo 
Maria Mariani, Custode delP Archivio Segreto di S. A. B. lasciò ricordo 
che fu donato a detto Archivio dall'Abate Pier Andrea Andreini ai 16 di 
maggio del 1729. E- da questo secondo voi. dell'Inventario pubblicò un 
saggio il Gh>Ri nella To$cana lUiuirata : cfr. più innanzi, in nota al n. 111. 

(2) Anche nei Begistri di spese qui sopra ricordati ricorre la voce 
« guardaspensa ». 

(8) Non perchè abbia molta importanza, ma perchè si riferisce alPar- 
gomento, dirò che nel Ms. ashbumhamiano 1220 (1147), e. 104 >, è, senza 
data, ma di mano quattrocentistica, un breve « Inventario dell' ariento di 
« palagio »: e, in fine, seguono alcune spese domandate dagli Ufficiali 
del mare. 



350 ANEDDOTI E VARIETÀ 

« cortina, per conservazione e guardia del detto tabernacolo e 
« tavola dipinta » (I, ce. 6^ e 1^) : soggiungendosi poco appresso 
che allora furono puliti e ristorati « la tavola, predella e capello » 
deir altare (I, e. 1^). Nel 1437 si registra un dono di papa Eu- 
genio IV alla Signoria : « Una spada con guaina d'ariento dorata, 
« con rose smaltate, col pome di cristallo. Uno Chappello di Be- 
€ vero lungo, foderato d' ermellinj con una colomba e due bottoni 
€ di perle » (I, e. 15^): e dell'ingresso di questo pontefice in 
Firenze (1438), del patriarca di Costantinopoli, e dell'imperatore 
Paleologo, si fa ricordo (I, e. 21''). Martino V dona la rosa d'oro 
(I, e. 71^) ed altra lo stesso Eugenio (II, e. 5^). 

Si aggiungono nel 1432 all' Inventario nove « privilegi » 
ossia diplomi : « nove privilegi bollati doro i qualj, la maggior 
€ parte, sono di Carlo quarto, e due di cera, chontinenti più chose, 
« confinj, ricognitionj di censi. I detti privilegi sono appresso a 
« messer lo gonfaloniere della Justitia in una chassetta nella sua 
« Camera » (I, e. 8^). I quali nove diplomi imperiali, dicendoli 
riposti € nel tabernacolo de l' audienza » dentro ad una < chas- 
« setta », meglio si descrivono poco appresso, all' anno 1439, cosi : 
quattro di Federico (1162, 1165, 1220, 1221), due di Carlo IV (1355), 
uno di Arrigo (1121), due di Lodovico IV (1328) : e per tutti 
soggiungesi : « tucti i detti privilegij furono concedutj a' pisani » 
(I, e. 23^). Segue la nota dei « privilegi » concessi alla Signoria 
del Paleologo nell' agosto del 1439, essendo egli in Firenze : e di 
nuovo una più completa nota, che ne ha diciannove, di questi do- 
cumenti, raccolti tutti in « camera di messer lo gon&loniere in 
€ una chassetta, la quale sta in uno chassone grande in detta 
4c camera » (I, e. 25*") (1) ; e crescono ancora, con qualche bolla 
papale, in registrazioni posteriori (I, e. 33^). Qui appariscono per 
la prima volta registrati (I, e. 34^) pennoni, gonfaloni e bandiere ; 



(1) I decreti e documenti del Concilio Fiorentino, e la cassetta di ar- 
gento che li conteneva, sono oggi nella Laurenziaua. Cfr. Lea Souvemrt 
du Concile de Florence par le B.on Cabra De Vaux ; Paris, Firmin Didot, 
et C.'«, 1897. Extrait de la Eevue de VOrient Chrélien, Fra le descrizioni 
della cassetta date nell'Inventario questa (I, e. 26r) riferisco: « Una cas- 
« setta d'ariento di lunghezza braccio uno o circa, d'ariento smaltato, 
« dorata in parte, coli' arme dello cristianissimo in christo padre e del 
« Beverendo padre e signore cardinale, cogli infrascritti decreti santioni 
« et privilegi de' quali appresso si dir& ». 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 351 

alcune dette tolte al Piccinino quando fu tra Anghiarì e Borgo 
S. Sepolcro. Ma già in Inventarii di qualche anno anteriori è una 
cassetta di argento lunga un braccio, o circa, con sopra gli stemmi 
papali e della chiesa, contenente i decreti del Concilio Fiorentino: 
decreti di « unione », come qui son chiamati, dei, « greci ermini 
« e iacopini » (I, e. 26^) : e fin dalla più antica nota dei diplomi 
imperiali, quando erano nove soli, nella cassetta nel € tabernacolo 

< de V audienza », regìstransi, primi fra questi, « due libri di 
« legge antichi, chiamansi le pandette » (I, e. 23^) : più enfati- 
camente chiamate poi « dua librj antichi delle sacratissime leggi 
€ Imperiali, cioè le originali, che si chiamano le pandette » 
(I, e. 4(K). Di questi volumi tenevasi, e tennesi poi nel tempo 
avvenire, cura gelosa, secondo una tradizione che non è qui il 
luogo d' esaminare, per non invadere il campo altrui ; ma debbo 
io riferire come nelV ottobre del 1445, attestando i Priori d'aver 
trovato, nel riscontro delle suppellettili del Comune, ogni cosa 
ben conservata e al luogo suo, soggiungono : « solo queste cose 

< variate ; che dove le pandette erano sciolte e Y assi spezzate e 
€ rotte ; parendo a' detti Magnifici signori essere poche honore di 
« tale magnifica signoria, e pocha stima delle sacratissime leggi ; 
« ad onore de' detti magnifici signori e di tucto il popolo fioren- 
€ tino, et a riverentia delle dette sacratissime leggi ; le dette 
€ Pandette feciono rilegare e fare uno paio di bellissime assi co- 
« vertate di velluto chirmusi (sic) con quadri e affibbiatoi e altri 

< bellissimi smalti d' ariento dorati ; nella quale opera dispese (sic) 
« circha a fiorini ciento venti » pesando V argento dell' ornamento 
« libre sette et oncie due » (I, e. 45^-') : né è senza significato 
che la deliberazione fosse presa e la nuova splendida legatura 
fatta, essendo Gonfaloniere della Giustizia Cosimo di Giovanni di 
Bicci de' Medici. Non richercherò io quando ai due codici furon 
tolti gli argentei ornamenti, e neppure se 1' odierna legatura loro 
sia quella del 1445 ; non volendo sfiorare ricerche e investigazioni 
che, proemiando alla prossima riproduzione in fac^-simUe, un dotto 
e caro amico mio farà (e ninno potrebbe meglio di lui), tessendo 
la storia dei codici delle Pandette: ma condotto dal mio assunto 
di rilevare le più notevoli cose registrate nell' antico Inventario 
delle suppellettili del Comune di Firenze, non posso tacere che 
quindi innanzi, fino al 1479, quando si chiude, le Pandette son 
sempre due volumi « covertati di velluto et fomiti tutti d' ariento » 



352 ANEDDOTI E VARIETÀ 

(II, c. 5^) ; come pur fornito tutto d' argento e di perle, qui re- 
gistrato subito dopo, era un Evangelistario greco. 

Risalendo un po' indietro, fino all'anno 1438, si & nell'In- 
ventario ricordo come ai 6 di febbraio « lo eximio et famoso 
« huomo messer Lionardo Brunj aretino, cittadino fiorentino, Gan- 
« celliere della signoria, donò et presentò a' detti signorj uno vo- 
€ lume di tre librj della storia principiata per luj de'f&ttj della 
€ nostra città: sono consequentj a sei altri librj per luj donati 
« alla signoria già sono più annj, disponentj di simile opera e 
€ materia » (I, e. 21^) : e all' anno 1444, framezzo ad arredi della 
cappella, troviamo « uno libro della storia di messer Lionardo, 
« composto per messer Lionardo, cioè il secondo; e appresso a ser 
« Filippo notare delle riformagioni. Il primo si dice ebbe papa 
« Eugenio » (I, e. 33^). E con più piena registrazione, all' anno 1444 
(settembre) : « Item, si truovano appresso allo egregio dottore mes- 
« ser Filippo Balducci, uficiale delle riformagioni, due volumj, che 
« 1' uno contiene sei librj, 1' altro tre librj, facti per lo eximio e 
« famoso poeta messer Lionardo di Francesco Brunj d'Arezo 
« cictadino fiorentino, istoriografì de' facti della nostra cictà di 
« Firenze » (I, e. 40^): e due volumi, tornato anche quello che 
aveva avuto papa Eugenio, il primo con sei libri, il secondo con 
tre soli, € de' facti della magnifica città fiorentina », composti 
« per lo famoso istoriografo et oratore Messer Lionardo di Fran- 
« ciesco Bruni aretino. Cittadino fiorentino » (I, e. 45^), sono nella 
registrazione seguente e nelle successive, questi due codici delle 
Storie del Bruni, sempre raccomandati in guardia a ser Filippo 
Balducci, notare delle Kiformagioni. Al quale e ad ogni altro, forse 
ammaestrati da qualche pericolo eh' ebbe a correre quello prestato 
al pontefice, erasi fatto divieto di portar fuori di palazzo questi 
manoscritti (1) ; e il divieto era venuto ancora prima che aggiun- 
gendone tre si compisse di sei libri anche la seconda parte della 
Storia del Bruni ; del compimento restando (per l' esemplare con- 



(1) La deliberazione è delP ottobre 1444: « Quod dieta duo volomina 
« librorum composi ter um per eximium et famosam poetam dominum Leo- 
« nardum Francisci Bruni, posita sapra in Inventario existente in archi- 
« vio Beformationum penes officialem Beformationum non possint extrahi 
« de palatìo sìne licentia dominorum. Obtento partito per octo fabas ni> 
« gras. Sub pena contrafacienti indignationis et arbitrij dictorum domi- 
« norum » (I, e. 41'). 



LA MENSA DEI PBIOBI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 853 

servato in palazsso), cosi memoria nell' Inventario che esaminiamo : 

< El volume che conteneva e' tre libri delle storie fiorentine com- 

< pilate per detto messer Lionardo el raccomandate insieme con 

< r altro volume di dette storie al sopradetto messer Filippo, come 
« appare nello inventario soprascritto, a e. 59, fd detto di presen- 
« tato dinanzi a' prefati magnifici signori, con .agiunta in esso di 
« tre altri librj di dette storie compilate per detto messer Lio- 

< nardo, et in detto volume dapoi transcritte e poste di mano di 
€ ser Giovanni di Piero da Stia, notare fiorentino, in fi:a '1 ter- 

< mine (?) allui assegnato nella petitione della sua habilità » 
(I, e. 61^). Quando questo ricordo scrivevasi (luglio 1449), il Bruni 
era già morto da cinque anni : ma com' egli aveva condotta la sua 
Storia fino a dodici libri, cosi ser Giovanni aveva finito di tra- 
scriverla tutta, in due volumi (sei libri per ciascheduno), che ri- 
troviamo nei Codici 3 e 4 del Pluteo LXV nella Laurenziana ; dei 
quali il secondo è quello cui riferiscesi il ricordo del 1449 sopra 
rifdrito, ed ha infine la sottoscrizione « Johannes Petri de Stia, no- 

< tarìus florentinus scripsit anno Domini MCCGCXL Villi » (1) ; 
cioè, possiamo aggiungere noi, dopo del luglio di quest'anno. 

In un posteriore (1449, marzo) riscontro dell'Inventario que- 
ste Storie sono già « due volumi che l'uno contiene sei libri e 
« 1' altro anche sei libri | disponenti diverse materie, per lo esimio 
« e famoso e eloquentissimo poeta Messer Lionardo di Francesco 
« Bruni d'Arezo, cittadino fiorentino, Maximo storiografo de' fatti 
« della nostra città di Firenze » (I, e. 65^); e cosi, ricorrono, 
spesso in altre registrazioni, alle quali poco gioverebbe andar dietro, 
raccogliendole. D' una, anche più tarda, che le ha in una mede- 
sima pagina con le Pandette con la Rosa donata alla Signoria da 
Martino V, con i diplomi imperiali, coi decreti del Concilio, ter- 
remo conto ; non per queste cose già tante altre volte descritte e 
registrate, ma perchè qui (1458), nel margine inferiore della pa- 
gina, una mano diversa da quella del notare della Signoria che 
qui scriveva, aggiunse all'Inventario: « Uno libretto piccolO| in 
« rime, continente le magnificientie di Firenze, el quale donò uno 
« schudiere del duca di Melano a MM S.'^ al tempo di luglo (^e) 



(1) Cfir. Bandini, Coiai, Codd. Lai,, U, 729. Ambedue questi CMd. sono 
membranacei) in fog., un po' più piooolo il secondo del primo; con ÌDixiali a 
oro e oalori, con i titx>li dei libri in rosso: « nitidissimus » l'uno e l'altro. 

Aboh. Stob. It., 6.» Serie. — XX. 28 



« et d'agosto 1464 » (1). Alle quali MagnificienUe, senza volere dar 
nel segno, riavvicineremo di Antonio Pucci il Capitolo in temne 
della Bellezze di Firenze, ultimo del suo Cenliloquto, eie, di qui 
staccato e Bolo ed anche unito a cose d' altri, fu già a stampa 
nel secolo decimoquinto (2) ; o le Bellezze et chasati di Firenze 
celebrati, in ottava rima, da un Bernardino fiorentino (3); o l'ano- 
nima Opera nuova delle Bellezze e Grandezze delta città di Fi- 
renze narrate da un Forestiero a' suoi amici essendo ritornato a 
casa sita, in ventotto strofe di canzone d' otto versi ciascuna, da 
cantarsi < in su l'aria di Gate • (4); oppure il terzo fra i Ca- 
pitoli {« come ]' ambitione narra le laudi della città di Firenze ») 
che ser Bastiano Foresi premette al suo Libro cliìamato ambi- 
tione (5) : non perù a quelle riavvi cinaremo, perchè tarda troppe, 
La Ziode della città di Firenze, poemetto in otbive del cinque- 
centista 3IeDÌcuccio Rossi da Montegranaro (G). 

Ma riaccostiamoci ormai alla mensa dei Priori ; ahii già troppo 
lunga introduzione è questa all' Inventario degli argenti nel 1361 
su quella mensa adoperati : ed È di tali argenti il piA antico In- 
ventario iin qui conosciuto. 

Firenze. Curzio Mazzi. I 



(1) SuowBaive regiatrazioni sono questo : [1458] « Unu libro d 

< fiorentine composto per measer Liocordo d'Areno, coyprtato di v 

■ cogli affibbiato! à' oriento, di leotera oonpoeta. Due volumi d 

■ storie legati e covertati di chuoio, apresso al cancelliere et alluì f 

• racomandati ». [I*j9] ■ j° libro grande con la storia fiorentina, e 

• ranj d'ariento. j' libro picbolo delle belleze di t^renee ■ 
Pare che nel 1453 due fossero gli esemplari delle Storie i 
coperto di velluto, altro in due volumi coperto di cuoio. 

(2) Cfr. MoHEMi, Bibliografia, II, 216. 
(8) (!fr. Bbumet, Manne}, I, 7.J0, die n'ha una stumpa s. I. i 
<4) Una stampa (Firenze, alla Condotta, a. a.) ^ nella Nat 

Firenze, altra (In Lucca, per Filippo Maria Beuedini, a. a.) i 
MonBHt, ed altia (Lucca, Bertiui, 132!l) è presso il Prof. T>'A 
gentilmente m' ha favorite alcane di queste notizie. 

(5) Esiste in Biccardiana, in una stampa senza note tipe 
ha questo titolo: LAro chiamato avJtUioKe camp 
notaio fioreniino al Magniftco Loraaa dt'Mtdià; «ti quote n d 
Bepli deità agriaiUura Éérxndo la georgica di Virgilio. Tutto in te 

(6) Da una vecchia stampa (Fiorenaa, a' 18 di Giugno 15J9) fi 
cata a Femio nel 1S87, per cura del marchese Filippo HalTaelli, dedio) 
Comunp di Montegranaro a Firenae, celebrandosi il ci 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 855 



Doeamenti. 

[e 2^]. In Christi nomine. Amen. Questo è uno quaderno nel 
quale sono scripti ariento, stagno, ottone, coltella, tovagle e altri 
arnesi, j quali frate Tuccino converso di Valembrosa ricevette 
e confessò d^ avere in guardia da frate Donato Fancellj, con- 
verso, di Septimo, camarlingo della camera dell'arme del pa- 
lagio del popolo di Firen9e, dando per lo comune di Firen9e, 
in presenta di me Angnolo di Bandino da Sangoden90, notaro 
della detta camera dell'arme, e di Giovannj Mac^ieri, e di Fran- 
cescho di Domeniche quocho di signori priori, di septe del mese 
d'ogosto (jsic) MGOClxj, xiiij Inditione. Le quali cose infrascritte 
el detto frate Donato ricevette da frate Giovannj spenditore 
della quantità delle cose che alli:g avia assegnate: 

saliere d'ariento, smaltate, dodici xij 

bacino d'ariento, grande, uno j 

bacini d'ariento, minori, tre iij 

5. forchette d'ariento, quarantatre zli^ 

chucchiai d'ariento, quaranta xl 



1. Dando, Frate Donato Fancelli dando, per il Comune di Firemee, la 
consegna a frate Tuccino, in presenza eo. Di ngnori Priori, Dei signori 
Priori. Bicorre il di per dei anche altre volte nel nostro documento: « e di 
« comandamento di sopradetti frati » (n. 88); « in presen9a di testemonj 

« sopradettj » (n. 84); « ricordanza ohe di vij fiaschi di stagno sene 

« disfece uno » (n. 58). 

8. Biiciìio, Per lavare le mani: poi gU si fece (n. 68) un Piedistallo 
di ferro lavorato. 

5. Forchette, In molti Inventari medioevali è incerto se per le For» 
chette debbano intendersi ciò ohe anche oggi cosi chiamiamo o non piut- 
tosto i Forchettoni: e il dubbio, ohe nasce dal loro scarso numero in pro- 
porzione dei Cucchiai e dei Coltelli, è confermato dalle testimonianze degli 
scrittori ohe dicono assai tardi cominciato V uso della Forchetta (cfr. di 
Giacomo Lumbboso, nelle Memorie italiane del buon tempo antico; Torino, 
Loescher, 1889 ; il cap. YÌH della parte prima, Dal mangiar colle dita al 
mangiar colla forchetta; e, negli Atti dei Lincei, ci. di Se. mor. ec., serie 
terza, voi. X, pp. 141-148, La Forchetta da tavola ut Europa, Cfr. anche 
E. Mahciiii, Gaetronomia erudita nel FanfuUa della Domenica, XI, 18; e C. 
Mbkkbl, Tre Corredi mHaneai del secolo XV iUuetrati; Boll, deWIdU, 8tor. 
Ital,, n. 18 ; pp. 88 e 88). Neil' Inventario nostro quella sproporzione non 
esiste ed è chiaro che qui si registrano Forchette, non Forchettoni. 



33G ANEDDOTI E VARIETÀ 

taglieri grandi d' ariento, tre ììj 

taglieri d'ariento, piccbolj, tre iij 

schodelle d'ariento, ventiquatro xxiiij 

10. salsieri d'ariento, ventiquatro zxiiij 

nappo d'ariento, uno j 

confectiere d'ariento, smaltate, due ij 

stagnate d'ariento, due ^ 
confectiera d'ariento orata, col piedistallo d'ariento, 

smaltata, una j 

16. [e. 2^]. fiaschi di stagno di quarto, septe vij 

fiaschi di mec90 quarto, di stagno, cinque v 

fiaschi di stagno, di metadella, tre iij 

piatteglj di stagno, diciotto xviij 

candellierj d'ottone, saldi, tredici xiij 

20. candellierj d'ottone, rotti, due ij 
coltella cum maniche d'avorio e ghiere d'ariento, 

ventinove xxviìij 

maniche d' avorio vecchie, con ghiere d'ariento, tre iij 

coltella cum maniche d'osso nero, tredici xiij 

tovagle da tavola nuove, dieci x 

25. tovagle da tavola vecchie e salde, dicenove xviiij 

tovagle da tavola rotte, quindeci xv 

tovagluole nuove, sei yj 

tovagluole salde, vecchie, sedici zvj 



10. SaUieri, Neil' Inventario (1365) dei beni di Giovanni di Magnavia, 
vescovo di Orvieto, pubblicato (Boma, 1895: estr. dagli Studi e Documenti 
di Storia e Diritto, anno XV) da Luigi Fumi, n. 912: « vij salsecti de 
« stagno »: nel nostro ricorrono di nuovo ai nn. 67 e 97. 

11. Nctppo, Non apparisce più nei successivi Inventari perchè, oramai 
rotto, fu venduto, con altri argenti rotti (c£r. n. 71) ai 22 decembre 1865. 

12. Confectiere, Anche al n. 14, che poi riappariscono ai nn. 68 e 98. 
Frequenti anche negli Argenti degli A cciaiuoU. 

18. SUtgnate, Nel cit. Inventario del vescovo di Orvieto, n. 787 : « due 
« stagnate de stagno ». Ma negli Argenti degli Acciaiuoli « ij Stagniate 
« orate », n. 880, e quindi certamente di argento, come queste. 

21. ColteUa. E cosi ai nn. 28, 85; come Padella, al n. 125, per Padelle. 

21-28. Maniche, Manichi. É sempre dell'uso popolare parlando del 
coltello. Cfr. n. 86. Nell'Inventario (148S) della Gasa di maestro Bartolo 
di Tura, Ms. Ashb. 1768 (1692), che sto pubblicando nel BulL 8mme di 
Si. Patria, sono coltelli « con guiere e maniche di argento ». 

28. In margine, d'altra mano, ma contemporanea: « trovarosi x\j 
« perchè se ne rupe uno ». 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 357 

tovagluole rotte, dicesepte zvij 

30. gnardanappe nuove, septe yij 

guardanappe Tecchie, salde, dicesepte xv^ 

guardanappe rocte, quatordici ziìij 

Alle quali chose io Angnolo notato predecto fuj presente e 
di comandamento di sopradetti frati di mia mano propria le 
scripsi in questo foglo come disopra apare. 

Le predette toTagle, tovagluole, e guardanappe, faro poj, 
del mese di septembre, rassegnate a frate GioTanni spenditore 
da frate Donato e frate Puccino, interamente : salvo che dove 
di sopra dice nuove erano salde e menate peroohe s'erano poi 
adoparate. In presene di testemqnj sopradettj. 
35. [e. 3^]. Al nome di Christo, amen. Adj xxj di gennaio MCXX)lxij. 

Bicordanza che questo dj frate Tuccino rassegnone le infra- 
scripte masserizie e arnesi scritte qui dallato in questo foglio 
salvo che assegnò più iiij choltella con maniche d' avorio e con 
ghiere d'ariento, nuove, delle qualj furono tre maniche scritte 
quj dallato vendute e convertitj i denari e con altij denari 
adgiuntj furono fatte le sopra dette iiij coltella al tempo del- 
PAmanato Teghini (?) e de' Compagni. 

Ancora assegnò il detto frate Tuccino più che non furono 
assegnate a llui: 

sei candellierj d' argento di peso onc fattj al detto tempo 

una stagnata d'argento fatta al detto tempo de' detti signoij 
priorj messo l'ariento inanzi. 
40. ^lOCClxij dj xxij di Gennaio. 

Frate Tuccino di Vannino comverso del monistero di Va- 
lembrosa sopra la guardaspensa de' signorj priorj deputato alla 
guardia doligli arnesi sopradettj confessò avere avuti e ricevutj 



88. Di sopradettù Dei sopradetti. Gfr. n. 1. 

88. Manca il peso in oncia di questi sei nuovi Candelieri. 

41. GuardtMpensa, E cosi anche al n. 80: invece « guardaspesa » ai 
nn. 74 e 112, con forma più volgare (« spesa »), che è latineggiante 
(« spensa ») le altre due volte. Un Begistro di spese (9 gennaio 1869-20 
luglio 1868) del monastero di Santa Trinità in Firenze ha le chiavi « per 
« Tuscia dela guardaspensa », e « 4 casse di guardaspensa », chiuse a 
chiave, e la spesa « in ricoprire il tetto di Guardaspensa e '1 tettuccio 
sopra la Guardaroba de' monaci » (cfr. Carlo Cabnbsecchi, VUa numaHica 
del Trecento; Firenze, 1895; pp. 4, 5, 81). La voce « guardaspensa » ricorre, 
come abbiamo veduto, tanto nei Begistri delle spese per la mensa dei Priori 
quanto nei due volumi d'Inventari delle suppellettili di Palazzo. 



358 



ANEDDOTI E VARIETÀ 



xiij tovale 



xiiìj guardalnape 
xyj tovagaole 



fior, vj d'oro 

yj tovagle 
yij tovagluole 



da frate Donato e frate Bernardo camarlinghi alla camera del- 
l' arme i sopradettj arnesi scritti qui di sopra. H detto dj xxij 
di gennaio MCXX^ij. 

Item de le infrascrite toTagle vechie ne 
la facia da lato vende frate Giovanni auti di 
comandamento de' singnori al tempo de Mi- 
glerò Guadami (sic) e di Simone di P. Giunni 
furono xiij tovagle: venderosi ad Angnolo 
di Monaldo. 

Item vende deto frate Giovanni xiiij 
guardanape e xyj tovagluole vechi anche di 
comandameto de' detti priori e de'conpagni 
al deto Angnolo Monadi {sic) per pre^o di 
fiorini sei d'oro in tuto d'ongni cosse. 

E frate Giovanni predeto chonverti e 
detti sei fiorini de l' oro in sei tovagle usate 
e sette tovagluole nuove, che conperò tre 
di que'sei fiorini; e di denari ohe gli ri- 
masono, al tempo ohe Giovanni di Bartolo 
Bischeri fue de' priori, che furo IL xx che 
s'era errata la ragione de le spese loro; 
chonperole da Cristofano di ser Giani. 
45. [e. 8^]. M. C50C. 1 xiiij giuovodi (sic) di xvij d' ottobre. 

Frate Bernardo che sta alla camara del comune di Fiorenzo 
asegnia a frate Giovannj Arnese del comune di Fiorenze el quale 
Arnese è questo: 

ij tovaglie di braccia xiiij<^ l'una 

ij guardanappe di braccia x l'una 

iiij<^ guardanappe di braccia vj l'una 
50. ij tovaglie di braccia vj l'una 

Anne riaute de queste tovaglie due de vj braccia l'una. 

Memoria fatta per Francesco Falconetti e compagnj priori 
di marzo e d'aprile 1365. 

Eicordanza che di vij fiaschi di stagno iscrittj in aventario 
segnato + se ne disfece uno ch'era rotto. 

E disfeconsi (sic) xviij piattelli di stangno e di tutti e del 
fiasche se fecono (sic) certe stagnate grandj e picele come dirò 
apresso : 



44. Fiorini de V oro» Fiorini d' oro. 
58, Aventario* Inventario. 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 359 

55. vjj stagnate grand] di stagno 
j stagnata picola di stagno 

Anche al detto tenpo e per gli dettj, avanzato di loro spese: 
j piedestallo di ferro lavorato per lo bacino grande d'ariento. 
[e. 4**]. Al nome di dio, amen. MGOClxv adi xxzj di dicembre 
nel tempo di 

Aghostino di Lapo Bruni \ 

Feo Benini i priori d'arti e ghonfaloniere di 

Messer lachopo degli Albertj J giustizia chominciarono adi j di 
Domenicho dì Neri 1 novembre anno detto finendo 

Ser Benozzo Pieri \ il detto di xxxj di dicembre ri- 

Bernardo Bechenugi l vidono Parienti che à poi fra- 

Domenicho di Dante i te Giovannj spenditore de' sin- 

Ser Lippe Doni gnori 

lachopo di Banche / 

6(). dodici saliere grandi smaltate d'ariento xij 

uno bacino grande d'ariento smaltato j 

tre bacinj d'ariento mezanj da dare acqua alle mazg iij 

trentotto forchette d'ariento zzxviij 

quaranta chuchiai d'ariento, e due palette zlìj^42 

65. due taglieri grandi d'ariento da reohare in tavola roba ij 

due taglieri d'ariento picholi ìj 

ventiquatro salsieri d'ariento zxiiij 

tre chonfettiere d'ariento chon piedistallo iij 

tre stangniate d'ariento dare {sic) acqua alle manj iij 

70. otto chandelieri d'ariento smaltati orevolj e bellj viij 



58. Piedestallo, Altri ne ricorrono (nn. 101, 109, 110, 148) per i Bacini 
o da fuoco o da acqua. Nella Reggia cit., p. 99, « uno piò di stallo di ferro ». 
58. Bacino grande d' ariento. Quello che vedemmo al n. 8. 

60. Cfr. n. 2. 

61. Cfr. n. 8; dove non si ricordano gli smalti. 

62. Cfr. n. 4; dove son detti « minori ». 

68. Cfr. n. 5; dove le Forchette son quarantatre. 

64. Cfr. n. 6. 

65. Cfr. n. 7; dove sono tre i Taglieri grandi. 

66. Cfr. n. 8; dove anche son tre i Taglieri piccoli. 

67. Cfr. n. 10, e 97. 

68. Cfr. nn. 12 e 14; dove in due volte si registrano le Confettiere. 

69. Cfr. n. 18; dove due sono le Stagnate. 

70. Cfr. n. 103. Altri, ma di ottone, e senza dirli come qui, belli, ai 
nn. 19 e 84. 



860 ANEDDOTI E VARIETÀ 

Bichordo eh' enfino adi zzij di diciembre anno detto £Euuemo 
vendere, perch'era rotto (sic) ventiqnatro sohodelle d'ariento, 
cinque forchette rotte, due taglieri grandi e uno picholo rotti, 
d'ariento, uno nappo rotto, d'ariento, che pesarono, in tatto, 
libbre trentacinqne, once sei, che uno a uno pesò che ssi vende 
per Charllo degli Strozzi e Benedetto di Nerozzo e Giovanxg di 

Mancino Sostengnj, che se n'ebe fiorini {manca): di che chon- 

perarono detto di da Lucha di ser lachopo Nellj quartiere Santo 
Spirito, di licenza di Simone di Francescho da Chastiglionchio 
suo prochuratore, charta della licenza per ser Giovanni Cham- 
binj £ mille quarantasei s. due auri, de quali de' pigliare il d. 
. per 1. (lira) i regholatori de l' entrata e de l'uscita del Chomune 
di Firenze e chonperarne d. nel monte e dioie chosi eh' ò £ 1046 
s. 2 auri. 

n Chomune di Firenze de avere, adi xxij di diciembre, 
anno MCCClxv fiorini Mxlvj 

[e. 4^]. Ne MOOaxvij d. xij di Mar^o 

Io frate Donato riebi da frate Giovanni de la guarda spesa 
75. yj fiaschi di stagno di quarto yj 

V fiaschi di me^o quarto y 

iij fiaschi di metadela iij 

e uno fiasche di quarto rimase he la chuoina per tenere 
acetto (sic) ebono j chuochi 

[e. 5']. Al nome di dio, amen. MCCClxv di xviiij di marzo 
80. Inventare {sic) delle cose della guardaspensa asegnate detto 
dj disopra a frate Lorenzo Benedettj de l'ordine di Valembrosa 
per frate Donato Fanciellj e frate Giovannj aiutj 

fiaschi di stagnio, di quarto l'uno, sette vij 

fiaschi di stagnio, di mezo quarto l'uno, cinque v 



71. Nappo, Quello che nel primo Inventario vedemmo segnato al n. 11. 

74. Gtmrdaspesa, Cfr. n. 41. 

75. Cfr. n. 15; dove i Fiaschi di stagno di quarto son sette : e il set- 
timo lo vediamo qui rimasto in cucina (n. 78) per tenere l'aceto. 

76. Cfr. n. 16; dove i Fiaschi di mezzo quarto son cinque. 

77. Cfr. n. 17; dove i Fiaschi di metadella sono nello stesso numero 
di tre. Più ricchi Fiaschi, di argento, ricorrono più volte (nn. 84, 182, 
269, 803, 885, 845, 346) negli Argenti degli Acciaiuolù 

78. Cfr. n. 144. 

80. Guardcupetua. Cfr. n. 41. 

81. Cfr. nn. 15 e 75. 

82. Cfr. nn. 16 e 76. 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 361 

fiasobi di stagnio, di metadella, tre iij 

chandelierj d'ottone tredicj xiij 

86. choltella co* maniche d'avorio e con ghiere d'ariento 

trentuno xxzj 

maniche d'avorio doe. Pana colla ghiera d'arìento ij 
choltella co'maniche d'osso nero dodicj, e j se n'era 

rotto xij 

tovaglie grandj e picole quarantotto, de le qualj 

v'avea sei rotte zlviij 

goardanape qnarantuna, de le qualj v' era xv rotte xlj 

90. tovagliuolo sesanta, de le qualj v'avee v nuove e 

venticinque rotte Ix 

saliere d'ariento ismaltate dodicj xij 

bacino uno grande, d'ariento, smaltato j 

bacinj tre mezzanj d'ariento da dare aqua a le manj iij 

forchette d'ariento trentotto xxxviij 

95. chuchiaj d'ariento quaranta, e doe palette xlij 

taglieri quatro d'ariento, doe grandj e doe picolj iiij^ 

salsierj d'ariento ventiquatro xxiiij^ 

chonfettiere d'ariento tre co' piedistallo iij 



88. Cfr. nn. 17 e 77. 

84. G£r. n. 19. Torna il numero dei tredici Candelieri di ottone. 

85. Cfr. n. 21; dove due meno sono questi Coltelli. 

86. C£r. n. 22; ma tre sono ivi questi Manichi. 

87. Cfr. n. 28; dove anche tredici sono questi Coltelli. 

88. Si riuniscono le tre segnature ddle Tovaglie, nn. 24-26, che ne 
danno quarantaquattro. 

89. E cosi le Guardanappe che in tre segnature, nn. 80-82, erano tren- 
totto, con quindici rotte. 

90. E cori ancora le Tovagliuole, che erano, nn. 27-29, trentanove fra 
nuove, salde e rotte. 

91. Dodici Saliere anche al n. 60, e al n. 2. 

92. Cfr. nn. 8, 61. 

93. Cfr. nn. 4, 62. 

94. Cfr. n. 5, dove sono quarantatre ; ma trentotto, come qui, al n. 68. 

95. Sono quaranta al n. 6 ; ed anche al n. 64, dove già sono aggiunte 
le due Palette. 

96. Erano sei i Taglieri, tre grandi e tre piccoli, nn. 7 e 8; poi quattro, 
come i presenti, due grandi e due piccoli, nn. 65 e 66. 

97. Cfr. nn. 10, 67. 

98. Sempre tre le Confettiere, una registrandosene a parte nel primo 
Inventario; nn. 12, 14, 68. 



362 ANEDDOTI S VARIETÀ 

stagniate d'arìento tre da dare aqua a le inanj iìj 

100. chandelierj d'arìento smaltatj otto vìij 

piedistallo di ferro nuovo uno j 

smalti levatj da'bacinj d'arìento, nove viiij 

schodele d'argento xij 

[e. 6^]. ij cbandelierì di fero per l'udie9a grandi da 

torchieti ij 
105. j chandeliere ne le chamere de'prìori, di fero, da 

torchietti j 

ij chandelierì grandi per l'atare (He) inorati ij 

ij chandelierì picholi inorati a Tatare ij 

ij chandelierì di fero a l'atare 

j piedestalo di fero a l'atare per lo fuocho j 

110. j bacino grande d'otone col piedestallo ne la sala 

de'prìorì ove se lavano le mani, j per fuoco j 

ij chalamai de lengno ne l'udienza de'prìori, 2 ij 



99. Bue Stagnate al n. 18, una, fatta di nuovo, al n. 89, e tutt' e tre, 
al n. 69. 

100. Sei fatti di nuovo, al n. 88, e già otto al n. 70. 

101. Altro Piedistallo, forse dismesso, al n. 56. 

102. Questi Smalti saranno stati nei bacini di argento che rìoorrono 
più volte, nn. 8, 4, 61, 62, 92, 98, i medesimi. Bacini sixialtati (« ij Bacinj 
« con ismantj (sic) in meao ») sono anche, n. 805, negli Argenti degli Ae- 
ciaùuU, 

108. In doppio numero vedemmo le Scodelle di argento; n. 9. 
105. Chamere de* priori. Si ricordano questa sola Volta. 

109. Il Piedistallo reggeva un bacino, che sarà stato di ottone, entro 
al quale tenevasi il fuoco. 

110. Prima erano, perchè i Priori si lavassero le mani, uno grande 
ed altri più piccoli Bacini di argento ; nn. 8, 4, 61, 62, 92, 98. Poi fu fatto 
questo insieme con V altro qui ricordato per il fuoco. 

111. Udienza, La sala dell'Udienza presso la sala dell'Orologio e presso 
la Cappella, al secondo piano in Palazso Vecchio. Ofr. Bxl Lukgo, JDimo 
Compagni, II, 458. Ebbe l' Udienza il nome dal ricevere che in essa face- 
vasi delle domande dei cittadini: e posteriormente anche altre Udiense 
vi furono, del duca e della duchessa, nello stesso palazso. Cfr. OovxXi La 
Prima Reggia cit., pp. 58, 62, 68, 94. Il Gobi nella Toscana lUudraia (Li- 
vorno, 1755) pubblicò un Inventario, del 1458, « di tutte le cose che ai 
« truovano nel Tabernacolo della Audienza » dei Priori ; fra le quali cose 
sono i due volumi delle Pandette; un Evangelistario greco; le Bolle di 
unione delle Chiese greca e latina; undici Diplomi imperiali; le Storie 
Fiorentine di Leonardo Bruni; le Magnificientie di Firenze, ms. in rima; 
la Bosa d'oro donata da Eugenio lY alla Signoria (tt^ pp. 219-2aO)« 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 363 

j sechia di ripetto {dirimpetto) a la gnardaspesa 

4 pezi di tavole da asagiare ne la sala de' priori 4 

4 paia di trespoli ne la detta sala 4 

115. iii tavole da magiare {sic) dove mangia la famigla {sic) iii 

ili paia di trespoli ne la deta sala 

[o. 7']. MCCClxiiij dj primo di giugnio 

Qui apresso saranno scritte tutte le maserizie le qualj frate 
Bernardo Matej e frate Lorenzo asegnierano e asegniato anno 
a Marsilio chuocho de segniorj 

X schedonj de ferro 
120. iiij chaldaie di rame 

yiiij teghie di rame 

j teghiuza di rame 

yij padelle de ferro 

iij alari de ferro 
125. ij padella {sic) de ferro 

V trepiedj 

j roocha de ferro da rostire chascia. 

j paiuolo di rame 



112. Chtard4M9pe$a, Cfr. n. 41. 

118. Anigiare, Sulle quali saggiavansi le vivande prima di metterle 
sulla mensa dei Priori. - Sala d^ priori, Bicorre qui subito due altre volte, 
nn. U4, 116. 

114-116. Tretpoli, E cosi altre volte (nn. 176, 188, 212) di legno. Non 
sono i Trepiò; ma i Sostegni per sorreggere i deschi e le tavole, dai 
quali, di solito, erano disgiunti. Nella Reggia oit., pp. 9, 11, 12, « 1 ta- 
« vola d' albero, di braccia 4, con dua trespoli », « 1 tavola d' albero, di 
« braccia 6 incirca, con trespoli, vecchia », « 1 tavola da campagna, 
« di noce, con sua piedi » : diversi dunque i piedi dai trespoli. Nel cit. (cfr. 
n. 129) Inventario dello Spedale di Poggibonsi si registrano, n. 7 e 9, una 
tavola di noce di cinque braccia incirca « cho' trespolj », un vecchio desco 
di tre braccia, da famiglia « co' trespolj chonfitij » ; i quali secondi fanno 
pensare che non fossero sempre cosi, ma anche mobili e non fissi alla ta- 
vola o al desco cui servivano. 

125. Padella. Padelle: cosi Coltella, nn. 21, 28, 85, in luogo di 
GoltelU. 

127. Rocca, Dovette essere formata da più spedoni infitti in una me- 
desima rotella che a tutti simultaneamente dava il moto facendo girare 
su sé stessa la Bocca: un simile spedone, diremo cosi, multiplo, adope- 
rano tuttora i rosticcieri per cuocere contemporaneamente maggior quan- 
tità di arrosto. — Chatcia, Cacciagione. Come Bascio e Camiscia per Bacio 
e Camicia. 



304 ANEDDOTI E VARIETÀ 

J raffio de ferro 
180. J staio de ferro 

V choltella da battere 

j mestola de ferro 

iiij calderotti da fare bramangiare 

j paio di mollj 
185. ij tazzi de ferro stagniatj 

j coltello da tavola 

iij trespoli di ferro picolini 

iiij ramaiuoli picolj cativj 

j doccia di ferro 
140. j forchetta di ferro 

ij gratugie de ferro 

iij bacini d'otone ne le chamere 

j piedestalo di fero 

j fiascho di stagnio di que' d'aceto 



129. Raffio, Nell'Inventario (1488) della casa di maestro Bartolo di Tura 
(cfr. in nota al n. 21), Ms. Ashb., 1768 (1692) : « (Graffio di ferro, con gobbia » : 
e neir altro (1455) dello Spedale di Poggibonsi (in Mifcell, Star, ddla VtU- 
deUa, III, 1895, fase. 1) trovai « uno paio d' oncipj di ferro d' avere le 
« sechie del pozo », n. 151. Anch' oggi chiamansi Graffio o Graffi (Fan- 
FANi, Vocab. Ubo Toscano) gli Oncini per tal uso. 

181. Da battere. Nella Casa cit. : « una battitoia da battere salsiccie » 
(in BuU, Senese di St, Patria, IH; 1896; 174). 

188. Bramangiare, La Crusca (Glossario) registra Bramangiere che 
spiega per « Manicaretto appetitoso più comunemente detto Bianooman- 
« giare. Clorruzione del francese blanc-manger ». La vigesima quarta fra 
le cit. L VII Ricette d* un Libro di cucina, del buon secolo della lingua insegna 
a fare « blasmangiere di pesce ». Nella cucina della Reggia (ivi, p. 212) 
registrasi un Treppiedino « da bianco magnare ». 

185. Tazzi, Tazze. 

187. Trespolj, Questi, framezzo ad altri utensili da cucina, e di ferro, 
sono altra cosa dei Trespoli di legno (nn. 114, 116, 176, 188, 212), cioè dei 
Sostegni per i deschi e le tavole : debbono essere Treppiedi ; sebbene sena' al- 
tro esempio. 

189. Doccia, Forse la Ghiotta. 
144. Cfr. n. 78. 

142. Le parole « ne le chamere » fanno capoverso, in colonna, con le 
altre registrazioni : per ciò potrebbero riferirsi non ai soli tre Bacini, ma 
insieme a tutte le cose registrate successivamente ; se non disccm venis- 
sero a camere da dormire, le Mestole e i Bamaiuoli. 



LA MENSA DEI PRIORI DI FIRENZE NEL SECOLO XIV 305 

145. iiij^ bolzzonettj di rame 

j ramaiuolo da fritelare uova 

j pala de ferro 

vij mestole de ferro 

j paio di lenzuola 
150. ij copertoj 

j ooltricie 

j pimaccio 

j materassa 

j lettiera 
155. j chasetta a due seramj 

j pancha 

[e. 7^]. Queste so' le chose di Giovani de Miglore che gì' à {sic) 
ne la chamera sua, ne l'ano 1867. 

j letiera j 

ij ebase a uno coperrcbio {sic) iJ 

160. j pangba j 

j desebo largbo j 

j materasa di bordo e j 

ij cboltrici vecbe (sic); riebi l'una ij 

ij paia di lenzuola ij 

165. ij cbopetoi (sic) vecbi adogbati ij 

j pimacio j 

Queste so' le chose del Toso 

j lettiera j 

ij chasse a uno serame ij 

170. j materasa di bordo j 

j choltrice j 

j pigmacio (sic) j 



145. BoUtondlQ. Vasi da cuocere vivande. Nel cit. Inventario (cfr. 
n. 10) dei beni di Giovanni di Magnavia, vescovo di Orvieto, n. 91B: 
« unns polaonectus de ramine, magnas, aptus ad coqaendum, et est sta- 
« gnatus ». Nelle cit. L VII Ridette cP un Libro di cucinck, del buon eccolo 
della lingua, a pp. 10 e 11 : « E togli li capponi, e mettili in una pentola 
« o vero in uno pol9onetto », « e quando è cotta a me^o la carne col 
« grano, metti in dietro il pol^onetto in su la brascia ben calda ». 

152. Ptmaedo. Piumaccio. Cosi costantemente, nn. 166, 172, 182, 194, 
200, 221, il nostro documento. 

102. Non manca niente in questa registrazione, che, mediante la con* 
giunnone, d relega alle due Oollrìci seguenti. 



368 



ANEDDOTI B VABIBTÀ 



Gristofano di ser Gianni; 44. 

Cucchiai; 6, 64, 95. 

Deaco; 161, 189, 229. 

Doccia; 189. 

Domenico di Dante; 59. 

Domenico di Neri; 59. 

Donato (frate) Fancelli; 1, 84, 41, 

74, 80. 
Feo Benini; 59. 

Fiaschi; 15, 16, 17, 75-78, 81-88, 144. 
ForcheUe; 5, 68, 94, 140. 
Forziere; 185. 

Francesco di Domenico, cuoco; 1. 
Francesco Falconetti; 52. 
Giovanni (frate) Aiuti, spenditore ; 

1, 84, 42, 48, 44, 46, 59, 74, 80. 
Giovanni di Bartolo Bischeri; 44. 
Giovanni (sor) Cambini; 71. 
Giovanni di Mancino Sostegni; 71. 
Giovanni di Migliore; 157. 
Giovanni di mona Aimelina; 222. 
Giovanni, mazziere; 1. 
Chrattugie; 141. 

Guardanappe; 80-82, 48, 49, 89. 
Guardatpenaa, Quardcupeta ; 41, 74, 

80, 112. 
Iacopo (messer) degli Alberti, 69. 
Iacopo di Banco; 59. 
Lenzuola; 149, 164, 178, 188, 197, 207, 

217, 226. 
LeUiere ; 154, 158, 168, 179, 192, 204, 

214, 228. 
Lippo (ser) Doni; 59. 
Lorenzo (frate) Benedetti; 80. 
Luca di ser Iacopo Nelli; 71. 
Lucerna; 199. 
Manichi; 22, 87. 
Marsilio, cuoco; 118. 
Maleras$e; 158, 162, 170, 180, 196, 

205, 215, 224. 
Menato; agg. ; 84. 
MeetoU ; 182, 148. 
Migliore Guadagni; 42. 
Motti; 184. 
Nappo; 11. 
radette; 128, 125. 



Paiolo; 128. 

Pala; 147. 

Palette; 64, 65. 

Panche; 156, 160, 177, 198, 219, 281. 

Paniere da pane; 201. 

PiaUeUi; 18. 

PiedietaUi; 57, 101, 109, 110, 14S. 

Piero, donzello ; 206. 

Pimacdo; 152, 166, 172, 182, 191, 

209, 221. 
Fuccino o Tucoino (frate) ; 1, 84, 85, 

86, 41. 
Saffio; 129. 
Ramaioli; 188, 146. 
Rocca; 127. 
Saccone; 227» 
Sala ; 118, 114, 116. 
Saliere; 2, 60, 91. 
SaUieri; 10, 67, 97. 
Scodette ; 9, 106. 
Secchia; 112. 
Simone di Francesco da Oastiglion- 

chio; 71. 
Simone di F. Giugni; 42. 
Smotti; 102. 
Spedoni; 119. 

Stagnate; 18, 89, 55, 66, 69, 99. 
Staio; 180. 
Staie; 202. 

Taglieri; 7, 8, 65, 66, 96. 
Tat)oU ; 118, 115, 175, 188. 
Tavola da scrivere; 190. 
Tazze; 185. 
Teglia ; 121. 
Tegliuzxa; 122. 
Tovaglie ; 25-27, 47, 50, 88. 
Toso ; 167. 

Tovagliuole ; 28, 29, 90. 
Trepiedi; 126. 
Trespoli di ferro ; 187. 
Trespoli di legno ; 114, 116, 176, lj88, 

212. 
Tuccino. Cfr. Fuccino. 
Udienza; 104, 112. 
Ventura; 178. 
Vichio ; 187. 



ANEDDOTI E VARIETÀ 369 



Le lettere di Filippo Maria Visconti 
a Giosia di Acquavlva 

é 

{Sommario. — l.« Importanza di queste lettere. - 2.» Opportunità di pub- 
blicarle. - 8.0 Ove esse si trovino. - 4.o Osservazione sulle date. - 
5.0 Chi fosse Giosia. - 6.° Perchè gli scrivesse il Risconti. - 7.o E cbe 
ne derivasse. 

l.<> Le lettere di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, 
a Giosia d'Acqaaviva, duca d'Atri e signore di Teramo, cbe noi 
qui pnbblicbiamo nella loro maggior parte per la prima volta, 
oltrepassano V interesse locale abruzzese, giaccbè esse riguardano 
quello della Lombardia, della Romagna, delle Marcbe e degli 
Abruzzi in quella prima metà del secolo XV, che fu si piena di 
eventi guerreschi e di maneggi politici. 

2.0 Tali lettere sono sette, delle quali però tre (la terza, 
la quarta e la quinta) si trovano già pubblicate due volte, la 
prima dal Cherubini (1) e la seconda volta dal Bindi (2); ma, 
per essere in queste due edizioni occorsi alcuni errori e qualche 
omissione, ed anche per rendere qui compiuta l'importante cor* 
rispondenza politico-militare del Duca di Milano, stimiamo oppor- 
tuno di ripubblicarle insieme con le altre quattro finora inedite. 

3.<> Abbiamo rinvenuto queste sette lettere fi:*a i mano- 
scritti dello storico abruzzese Francesco Brunetti, fiorito in Cam- 
pii nel secolo XVII, dei quali, creduti smarriti e recentemente 
scoverti, ha dato testé un breve ragguaglio il can. prof. Pan- 
nella (3), senza però far cenno di esso carteggio. Del resto, 
tanto TAntinori (4) quanto il Palma (5) avevano già usufruito i 
detti manoscritti e dato un sunto, e l'Antinori assai largo, delle 
lettere viscontee. Noi le diamo qxd nella loro integrità e nell'esatta 



(1) Gfr. PolioramapiUoresco di Napoli; an. XIII, 1 semestre, pp. 288 e seg. 

(2) Bindi, Castel S, Flaviano ; Napoli, 1880, pp. 152-156. 

(8) Rivista abruzzese di Teramo; dicembre 1896, pp. 659-562. 

(4) Aktinobi, Mem. star, abruz. ; Napoli, 1781-88, voi. m, pp. 869-62. 

(5) Palma, St, di Teramo, l.« ediz., voi. II, p. 114. 

Abch. Stor. It., 6.* Serie. — XX. 24 



370 ANEDDOTI E VARIETÀ 

lezione pòrtaci dal Brunetti, storico che sappiamo diligente e co- 
scienzioso nella trascrizione dei documenti. Egli certo le copiò 
(sebbene nel ms. nulla se ne dica) nel prezioso archivio degli 
Acquaviva in Giulianova, miseramente incendiato dai Francesi 
nel 1798, e donde egli trasse molte altre notizie su quella famiglia, 
le quali ora giacciono fra le carte brunettiane. 

Osserveremo anzitutto, che il quinterno, in cui si .trovano 
copiate, tutte di mano del Brunetti, queste lettere, porta ora pa- 
gine numerate 12, le quali però una volta erano 22, giacché la 
numerazione originaria delle carte (secondo V uso d' allora) va da 
6 ad 11 : mancano dunque carte 5, ossieno pagine 10. Ciò non 
ostante, noi crediamo che il quinterno non doveva contenere al- 
cuna altra simile lettera ; perchè solo la prima ha V intestazione 
compita, con l' indicazione della città, ove andava diretta e con 

V integra sottoscrizione del Visconti ne' suoi nomi e titoli ; mentre 
le seguenti hanno tanto V indirizzo, quanto la firma, sempre ab- 
breviati . 

4.0 Noteremo inoltre, per ragione di ordine storico, alcun 
che sulle date apposte a queste lettere ; cosi, la quinta ha la 
stessa data della seguente sesta, sebbene il contenuto di quest' ul- 
tima mostri che nuove informazioni sopravvenute abbiano mosso 
lo scrittore a vergarla. In ogni modo, se non si vuole in ciò am- 
mettere un errore del copista, è d' uopo supporre che le suddette 
informazioni siensi avute appena scritta e spedita la lettera pre- 
cedente e quindi nello stesso giorno. Inoltre 1' ultima lettera, la 
settima cioè, reca, cosa strana, una data (20 giugno 1434) anteriore 
a quelle delle precedenti. E certamente un errore. - Difatti, mentre 
nelle prime il Visconti incita continuamente l' Acquaviva all'azione 
e si lamenta anzi che questa non sia ancora incominciata, nel- 
1' ultima invece egli manifesta il suo « grande contentamento » 
« per la dispositione e voluntate », che scopre in Giosia, di voler 
imprendere alla fine qualche cosa. Sia dunque per ciò, sia per 

V ordine, in cui essa lettera è posta, e sia anche perchè il IV 
del MCCCCXXXIV appare corretto nel manoscritto brunettiano, 
noi dobbiamo da tutto ciò necessariamente dedurre che simile data 
sia uno sbaglio e stimarla nel fatto posteriore a quelle delle sei 
precedenti e, in ogni caso, assegnarla allo stesso anno 1437: cosi 
affermiamo, perchè, come or ora vedremo, Giosia d' Acquaviva 
mosse appunto in questo anno 1437 le sue genti contro Aaooll 



LE LETTERE DI F. M. VISCONTI A G. DI ACQUA VIVA 371 

e, anzi, propriamente ai 80 di settembre di esso, come mostra 
un documento ascolano di quel giorno visto dal Brunetti e citato 
dall' Antinori (1) e dal Palma (2), e in cui si parla dell' assalto 
dato ad Ascoli dall' Acquaviva. 

5.0 Intanto, fermandoci un po' sul riguardo storico del pre- 
sente carteggio, ciò che è necessario per bene intenderne il va- 
lore, ci volgeremo in prima al personaggio a cui esso è diretto, 
e che certo è men noto di quello che scriveva. 

Giosia d' Acquaviva, oltreché barone potentissimo, fu nel Regno 
uno de' più valenti condottieri e dei più astuti politici del se- 
colo XV e la sua amicizia perciò ricercarono anche i prìncipi 
del resto d' Italia. Fra i quali, come provano queste lettere, fu 
altresì il volubile e geloso Duca di Milano, Filippo Maria Visconti, 
il quale ebbe l'agio di ben giudicare l' Acquaviva quando nel 1435 
lo tenne, insieme col re Alfonso d'Aragona, suo prigione in Mi- 
lano, dopo la vittoria navale all' isola di Ponza ottenuta dai Ge- 
novesi, allora soggetti al Visconti, sul naviglio catalano coman- 
dato da quel re. Liberato tosto costui con tutti i suoi baroni dalla 
generosità del Duca di Milano, e conchiusa la pace (3), l' Acqua- 
viva tornò alle sue terre (4). 

6.0 Ma non posava %perciò l'irrequieto Visconti, e ripigliava 
subito la guerra nelle terre della Chiesa. Eugenio IV, già da 
tempo da lui osteggiato con le poderose armi del conte Francesco 
Sforza, pensò di liberarsene una volta per sempre, creando costui 
fin dal 1434 suo vicario nella Marca e gonfaloniere della Chiesa. 
Allora il Visconti, chiamato a' suoi stipendi Francesco figlio di 
Niccolò Piccinino, lo spedi nella Marca ai danni dello Sforza, e 
stabili insieme di giovarsi dell' opera di Giosia di Acquaviva. Ed 
ebbe tanta fede nell' accorgimento e nella potenza di costui, che 
lo nominò suo luogotenente negli Abruzzi e nelle Marche € ge- 
€ neralem locumtenentem in partibus Aprutii ultra et dtra et 
€ Marchiae », come ha il diploma ducale pubblicato dal Bindi (5) 
ed anzi familiarmente lo chiamava suo compare, come mostrano 



(1) Antikori, Op. cit., voi. II| p. 862. 

(2) Palma, Op. eli., voi. U, p. 114. 

(8) GiuLDii, Mem, star, mUan, ; voi. XII, p. 497. 

(4) Antikobi, Op. cit., voi. Ili, p. 860. 

(5) Bindi, CoM San Flaviano ; Napoli, 1880, p. 158. 



372 ANEDDOTI E VARIETÀ 

le nostre lettere. E n' avea ben donde, giacché Giosia poc' anzi 
era riuscito ad impadronirsi di Jesi, scacciandone le genti sfor- 
zesche e avea tentato par' anco d' insignorirsi di Ascoli, di cni fin 
dal 1434 era signore lo Sforza (1). Con queste lettere dunque 
Filippo Maria spronava l'Acquaviva ad assalire lo Sforza nella 
Marca, appoggiando il Piccinino, e le medesime ci mostrano il pro- 
gressivo andamento delle pratiche che menarono Giosia all' azione 
e parlano si chiaramente, che non accade qui espome il conte- 
nuto, standoci paghi solo ad apporre qualche nota dichiarativa al 
testo del carteggio. Ciò però non toglie che noi accenniamo al- 
l' esito di queir impresa. 

7,0 L' Acquaviva, secondando alla fine le mire del Visconti, 
si portò in Ascoli, ponendo nel 1438 insieme col Piccinino l'assedio 
a quella città, al cui dominio ei del resto agognava al par dei 
suoi antenati Antonio ed Andrea Matteo, i quali alla fine del 
secolo XIV erano riusciti a signoreggiarla (2). Se non che lo 
Sforza ; mettendo in rotta que' due capitani, sciolse l' assedio (3) 
e, rendendo all' Acquaviva la pariglia, gli tolse anche Teramo, ove 
questi dominava e risedeva da molti anni (4). Cosi lo Sforza ag- 
giunse Teramo alle sue signorie e la seppe tenere fino al 1443, 
quando le sorti di Alfonso di Aragona* trionfarono su quelle di 
Renato d'Angiò. Giosia non riacquistò questa città se non nel 1458, 
allorquando cioè, dopo aver abbandonato il partito angioino, tornò 
alle bandiere aragonesi dominando il re Ferdinando, figlio di Al- 
fonso. Di nuovo la riperdette nel 1460, per non più riaverla 
nò egli né la sua famiglia (5) ; nò ebbe miglior fortuna negli 
altri suoi possessi, giacché, ribelle un' altra volta all'Aragonese e 
chiuso dall' armi di costui nel castello di Cellino, vi perì di peste 
nel 1462, dopo lunga e gloriosa difesa (6). 

Teramo. Francesco Sa vini. 



(1) Mabcucci, Mem, star, di Ascoli; Teramo, 17G6, p. 824. 

(2) Andbeantonelli, St, ascolana, 
(8) Marcucci, Op. cit.| pp. 825, 827. 

(4) Palma, Op. cit., voi. Il, p. 114. 

(5) Muzii, SL di Teramo; Teramo, 1898, Dial. IV. 

(6) Palma, Op. cit., voi. II, p. 142. 



LE LETTERE DI F. M. VISCONTI A G. DI ACQUA VIVA 373 



I. 



Magnifico amico nostro carissimo losiae de Acquaviva-Terami. 

Magnifica amice noster carissime. Numeravit lohannes de Fa- 
gnano (1), civis ac mercator noster Mediolanensis vigore litteramm 
vestrarum per Pacem familiarem vestrum delatarum illa sex miUia 
libranim imperialium, de quibus debitor eratis certorum mercatorum 
nostrorum Mediolanensium, qui de ipsis de Magnificentiae vestrae 
subvenerunt facta per nos de eorum restitutione expedienti promis- 
sione. Presentibus igitur litteris confìtemur dictam pecuniae summam 
recepisse, et proinde mercatores praedictos, qui erant de eisdem de- 
narijs creditores tacitos fecimus et contentos. Datum Mediolani, 
die xiiii Junii hccccxxxvi. 

Filippus Maria Angius Dux Mediolani etc, Papiae, Angleriaeque 
Comes, ac Januae dominus. 

Urbanus (2). 



IL 



Magnifico etc. Nonnulla commisimus Ser Janucio Cancellano 
vostro, et Luduno de Palmeriis familiari nostro amicitiae vestrae 
per eos nostra parte viva voce dicenda libeat igitur rogamus rela^ 
tibus suis tanquam nostris fidei plenitudinem adhibere. Datum Me- 
diolani, die XVI Aprilis mccccxxxvil 

Filippus etc. 



m. 

Magnifico compater noster carissime. Mandarne a quelle parte 
Lodrisio Crispo nostro £Etmiglio; al quale havemo commesso stia 
appresso la persona vostra per awisarve continuamente delle oc- 



(1) I Fagnani furono poi patrizi milanesi e marchesi e si estinsero in 
questo seoolo. 

(2) Urbano di Iacopo fa uno dei segretari del Duca di Milano. 



374 ANEDDOTI E VARIETÀ 

currentie dele cose in quelle parte, le quale desideramo succedano 
prosperamente et per la vostra magnificentia, e per nuy, et ancora 
gli havemo commesse alcune cose, le quali vi debia referire per 
nostra parte : per tanto piaccia alla vostra magni£centia dargli piena 
fede circa quello ve referirà per nostra parte, come alla persona 
nostra propria. Datum Mediolani, die xziv Junii MCGCCxxxvn. 
Filippus etc. 

lohannes Franciscas. 



IV. 



Magnìfice compater, et amico noster carissime. Quanto più pen- 
siamo sopra li fatti di là, tanto più ne pare che l'impresa della 
Marca sia quella, che debbia conciare ogni cosa nostra, e vòstra, e 
da la quale al presente depende per la malore parte la prosperitate 
nostra. Pertanto vi confortamo, pregamo e caricamo, quanto più sap- 
piamo e possemo, che intendendovi con lo spettabile, e strenuo 
Francesco Piccinino (1), informato appieno dela mente nostra sopra 
ciò, vogliate interprendere insieme con lui la detta impresa, e pro- 
seguirla animosamente, e con diligenza, come abbiamo ferma spe- 
ranza, che fari ti. In el che acquistante grande honore, e £Buna, e 
farete a nuy cosa molto relevata, e utile per lo stato nostro, di che 
non vogliate tardare più perchè quanto più presto meglio. Et av- 
visatene come farete. Datum Mediolani, die xv Julii hccooxxxvu. 

Filippus. 

lohannes Franciscn& 



V. 



Dux Mediolani etc., Papiae Anglerìaeque Comes, ac Januae 
dominus. 

Magnifìce compater noster dilectissime. Nuy per altre nostre 
lettere ve habbiamo scritto, che vogliate sforzarvi di bavere tale intel- 



(1) Figlio di Niccolò Piccinino e anch' egli capitano allora nelle schiere 
del Visconti. 



LE LETTERE DI F. M. VISCONTI A G. DI ACQl 

ligentia cum lo Ee de Aragona (1) com lo Begiment 
cum messer Iacopo Candola (3) et cum lo Patriaì 
terre, che si tengono per la Chiesa, et ogn' altro li {< 
cumstante a chi possiate offendere, e da chi possiate e 
et cum le terre, gente homini, adherenti, et recommem 
detti, che loro sieno certi, e chiari che non siano per r 
vui ne dalle terre et gente vostra, ne da chi fa per vni 
danno veruno, et che cosi similmente siate vui chiaro, e 
vuy le terre gente et homini vostri non siano per haver 
ofiensa da veruno delli predetti. Et questo vi habbiamo ni 
perchè siamo disposti di stare indifferente ; et acciò che poa 
tendere con tutta la possanza vostra a fare contro lo Cont 
Cesco et le terre sue in la Marca. £t pur sino a qui non ha. 
sentito che habbiate fatta cosa veruna contro lui, di che si i 
ravigliamo assay perchè habbiamo sempre creduto che in uno t 
ricevuti che havessivo li nostri danari (6) gli dovessivo subito ^ 
rezare, et offendere cum farli uno grandissimo danno. Attento mi 
mente quello che molte volte ne ha (sic) dire per vostra parte 
Januzo dela Citate Santo Angelo (7) vostro Canzelliero, lo qu 
affirmava, che comò havessivo havuto danari, che incontanente i 
traressevu nella Marca, in la quale havete de molti, e grandi ami« 
e pratiche cosi in terre, et Cittate, comò cum spetiale persone, L 
quali non aspettaveno altro, che da essere richiesti da vui perchè 
fariano quanto da vuy gli saria anteposto (8), e tanto più volontieri 
se questo vuy £Eicessivu con la nostra umbra, e nome. Subiungendo 
che faressivo dalle terre vostre una strata aperta sino a Bologna, e 
pure sono tanti di che havete ricevuti danari, e che ne siti obligato 
come sapiti, et novitate veruna non si è imperò ancora fatta contro 



(1) Alfonso re di Aragona, non ancora ben padrone del regno di Napoli. 

(2) Il governo di Napoli, che allora bisognava consultare a parte. 

(3) Iacopo Caldera, assai potente in Abruzzo e uno de^più fidi capi- 
tani dell' aragonese. 

(4) Il Patriarca Giovanni Vitelleschi cardinale e vescovo di Firenze e 
legato del papa Eugenio IV; era pure uno de' principali condottieri ohe 
combatteva per Alfonso d'Aragona, e che maneggiava quindi più la spada 
che il pastorale. 

(5) In senso di costà, 

(6) Da ciò si scorge che l'Acquavi va, oltreché luogotenente nell'Abruzzo 
e nella Marca del Visconti, era anche a' costui stipendi. 

(7) Città S. Angelo, nella provincia di Teramo. ^^i 

(8) Cioè: proposto^ ^ ^S^ 



\ 

\ 



^ 



^^ 



- • ■ o- 



5>^ 




376 ANEDDOTI E VARIETÀ 

'lo prefato Conte in la Maroka. Per tanto vi confortiamo, oarighiamo, 
e stringiamo quanto più sappiamo, e possiamo, che vi voliate strin- 
gere et intendere con lo speotabile Francesco Piccinino et ogn* altro 
che vi possa dare aiuto et favore, e cusi che voliate dare ogni vostro 
favore et aiuto a lo detto Francesco Piccinino et alle sue cose^ come 
faressivo ole nostre proprie, e senza più indnziare cum ogni vostra 
possanza, e sforzo intrare in la Marca, e fare contro lo prefato Conte 
in ogni modo, e forma, che meglio sapiti e possiti, come è vostro 
debito, e come siamo per ciò certissimi che all'havuta di questa 
fariti, guerrezando, e fazando per modo che sentiamo qualche bona 
novella delle vostre bone opere. Non lassando per cosa veruna che 
vuy non rompiate guerra in la Marcha contro lo detto Conte come 
è ditto, etiandio se la dovessivo come per vuy solo, et non vogliate 
bavere respecto a cosa veruna, ne etiandio dubitare perchè rotto 
che vuy haveriti vederiti che faremo tali e tante cose che ogni 
vostra impresa vi riuscirà secundo il vostro penserò, ultra che bave- 
reti de li altri favori che li nostri, de li quali non vi possite accer- 
tari se non rompiti prima. Siche, concludendo, al rompere alla Marcha 
contro lo prefato Conte non vogliate più tardare perchè quella im- 
presa è quella che ne toccha e dalla quale procederanno molte altre 
grande e bone cose che dependono da essa. Ala quale impresa dela 
Marcha ne pare che possiate al presente senza più induziare libe- 
ramente molto bene attendere per la tregua fatta con messer Ia- 
copo Candela, e quelli altri signori per fine a xviiii di Jugno, se- 
condo che noi habbiamo intenso {sic) posto che fue scritta la pre- 
sente littera, la quale tregua n'è molto piazuta, perchè possiate 
meglio attendere a quanto vi scrivemo, et è detto di supra, e rescrì- 
vetine dela receptione presente, e cusi similmente spesso dell! pro- 
gressi vostri, e dele cose che fariti. Datum Mediolani, die v Au- 
gusti MCCCGXXXVU. 

Symoninus (1). 



VI. 



^iolani e te. 



'^ter noster dilectissime. Nuy habbiamo inteso 

* vostra parte Pace vostro, a la quale cosa 

"sposta, e primieramente ove la S. V. dice 



di una famiglia poi patricia in Ales- 
ducale. 



3 



LE LETTERE DI F. M. VISCONTI A G. DI ACQUAVIVA 377 

che a vai parerìa più honesto che dovessimo havervi mandato in 
scritto che dovessivo rompere in la Marcha contro lo Conte Fran- 
cesco che per lettere di credenza etc., dichiamo che vuy dicite il 
vero, et che nuy per la grandissima voglia che hahhiamo che rom- 
piate in la Marcha vi ne hahhiamo avvisato all'un modo, et l'altro, 
cioè per lettere di credenza in persona di Lodrise nostro fameglio, 
e cosi per nostre lettere specifico, le quali forsi non sono pervenute 
alle vostre mani, dele quali vi ne mandamo ancora una per lo detto 
Pace per la quale vi incarighiamo quanto mai più sappiamo e sap- 
piamo {sic) a dover rompere contro lo prefato Conte in la Marcha 
secondo che in detta littera largamente se contene, e vuy vedenti; 
e quando hene tutte le altre lettere nostre fìissero perdute et non 
pervenute alle vostre mane, ultra quello che hahhiamo ditto a lo 
prefato Pace al vostro dovere rompere in la Marcha contro lo pre- 
fato Conte Francesco, per la presente vi confortiamo, pregamo et 
ingarighiamo quanto più n'è possibile, che al manco all'havuta di 
questa vogliate rompere se non havete forse ancora rotto come cre- 
diamo che habbiate fatto, e fare segondo che il vostro debito re- 
chiede, e nuy habbiamo ferma speranza in la S. V. che la debbia 
fare. Avvisandovi perchè alcuna fiatta (sic) li famigli nostri cusl 
bene come li altri, o per non ben intendere o credendo di fare bene 
o per quale altra cagione si voglia sia, dichono le ambasciate a loro 
imposte altramente che non è la intentione de li loro patroni che 
nuy si delibereremo de scrivervi la intentione nostra distintamente, 
e cosi vogliate fare vuy a nuy perche volemo che sappiate quello 
che volemo che vuy facciate ; e quando bene vi fosse detto per lo 
vostro altramente che non se contene qui in questa nostra lettera 
vi certifichiamo che questa è la nostra mera intentione et voluntate, 
et lassate dire ad altri e sia chi si voglia altramente. A la parte 
ove la S. V. dice che dobiando rompere in la Marcha contro lo pre- 
fato Conte doveti bavere la prestanza e soldo integro etc., diciamo 
che, se la S. V. lo crede, non crede bene, perchè la cosa non sta cosi, 
et li capituli gli sonno (1), et anchora Ser lannuzo, et Luchino de 
Palmeri, perciò, segondo li capituli e conventione, che vuy non do- 
vete bavere la prestanza né soldo integro se non quando nuy vi 
levassimo fuori delle vostre terre e deli confine, come sarla a farvi 
venire in Lombardia, o a farvi venire dal lie di Aragona in Ca- 
labria et altri paysi lontani dalle vostre terre ; ove, facendo guerra 
al detto Conte, non vi bisogna partire da li confine de le vostr^ 



(1) Cioè: ci sono. 



878 ANEDDOTI E VARIETÀ 

terre, e ben sa Ser lanozo se la cosa è cosi ò non. Ala parte ove 
diciti che sete stato troppo tardo al dover rompere in la Marcha etc, 
dichiamo che di questo la S. V. non se ne deve curare perciochè alli 
soldati altrui (1) sta a dover rompere presto o tardo quando per li 
suy a chi sono obligati gli è imposto et non altramente, et ulterius 
per la Dio gratia la provisione che ha fkttsk il Conte non è miga 
tale perchè non possiate bene vuy solo cum le vostre gente d'arme 
fare quello che voriti quando non gli mettessevi ogni vostro sforzo, 
e quando ancora non si ne impacciasse Francesco Piccinino che se 
disponiamo di fare ogni di più forte, lo quale siamo certissimo che, 
con tutto quello chel podrà e saperà, attenderà e vi aiuterà a la 
ditta impresa. E tanto più meglio ancora putriti £Etre ultra lo detto 
Francesco Piccinino retrovandose in quelle parte Mineguzio (2) come è. 
Vuy site suso il fatto e dovite fare corno Panimositate e prudenzia 
vostra rechiede che in tali cose se debia fare. Ala parte ove lo detto 
Pace dice de messer Iacopo non ostante la tregua romperà contro 
la S. V. e te., diciamo che questo non crediamo perchè li homini di 
questo mondo, quando promettono una cosa, la veleno pure observare, 
et hanno pur caro V honor suo. Nientidimeno si Messer Iacopo rom- 
perà, come lo detto Pace dice, allora saprimo meglio che dovere dire, 
e se allora vi parerà che per nuy sia da fare più una cossa che 
un' altra per salvatione delle vostre terre et ne facciate avvisato la 
faremo di buona voglia. Ala parte che fa mentione di Carlo de Cam- 
pobasso, et de Paulo di Sanguina (3) etc. diciamo che li danari sa- 
ranno sempre apparicchiati per li predetti, domente (4) che siamo 
chiari che la cosa promissa per loro debbia bavere effetto. Ala parte 
de Paulo de Monte Beale etc., dichiamo che se la S. V. lo sustinirà 
de danari come ne pare de intendere che la faza, che nuy siamo con- 
tenti in duy termini infra quattro mesi di dargli le quattro meze 
paghe per le tre cento lanze al computo et a rata per rata che hab- 
biamo dato alla S. V. sendo lui nostro soldato et cum quelli me- 
desmi capituli che ha la S. V. ; de lo quale Paulo ancora vi possiate 
aiutare contro lo prefacto {sic) Conte, il perchè la provisione faota 
per lo detto Conte ne pare nulla come è ditto e senza frutto veruno 
per lui volendo fare la S. V. come la può e debe. Avvisandovi che 



(1) Cioè : a quelli che tlanno ai eoidi, agli elipendt altrui. 

(2) Domenico o Menicuccio de Amicis dell'Aquila, uno de' condottieri 
dì Alfonso d^ Aragona in Abruzzo. 

(8)Xioè: Sangro, 
(4) .Cioè: appena. 



LE LETTERE DI F. M. VISCONTI A G. DI ACQUAVIVA 379 

nuy dal canto nostro siamo disposti di non lassarli mancare niente. 
Piazavi di rescriverne de la reception e di tutte le nostre littore e 
di quanto fìiriti. Datum Mediolani, die v Augusti Mccccxxxvii. 

Symoninus. 



vn. 



niustris frater et compater noster carissime. Inteso quanto ne 
ha referto per nostra parte leronimo da Sena (1) nostro famiglio 
novamente retomato da quelle (2) parte, b abbiamo recevuto grande 
contentamento e piaciere dela vostra dispositione affettione e volun- 
tate verso nuy, dela quale siamo stati sempre certissimi. Eingra- 
tiandovene grandissimamente e certificandovi che la dispositione e 
voluntate nostra verso vuy e simile alla vostra e sempre sarà. Ap- 
presso ne piace molto e ne sarà gratissimo che, babiando vuy buona 
licentia dal Serenissimo Be d'Aragona, ve trasferiate in la Marcba 
e facciate quello e quanto per lo detto leronimo ne bave ti mandato 
à dire. £ se 1 bisognarà cbe per fare quello diciti nuy ve dagbiamo 
adiuto e favore alcuno, recbedetene, perchè lo facimo di bonissima 
voglia, apparezìati sempre a tutti li pacieri (sic) vostri. Datum Me- 
diolani die XX Junii mccccxxxiv (3). 

Filippus. 

Aluysius. 



Curiosi ricordi del Contagio di Firenze nel 1630. 

Fra i maggiori mali che possono colpire un popolo sono per 
certo da annoverarsi le epidemie, che oltre alla straordinaria mor- 
talità spargono ovunque lo sgomento ed il terrore. Anche Firenze 
ebbe più volte a provare i funesti eflFetti di questo flagello. 

La prima pestilenza che desolò la nostra città fu (a dire del 
Rondinelli) (4) quella del 1325, mentre i Fiorentini erano alle prese 



(1) Siena. 

(2) Sempre in senso di coleste. 

(8) Per la data, che noi crediamo qui errata, leggasi ciò che abbiamo 
detto di sopra. 

(4) Relazione del Contagio sUUo in Firenze Panno ISSO'SS; Firenze, Qio. 
Batta Landinl, in>cxxxrr. 



380 ANEDDOTI E VARIETÀ 

coi Lncohesi, che vittoriosi peroorrevano il loro territorio. £ neUo 
stesso secolo XIV si fa menzione dagli storici e cronisti delle pe- 
stilenze del 1340 e 47 ; ed è poi famosa quella del 1348 descritta 
dal Boccaccio, e di cui parla Matteo Villani (1), che fa ascendere 
a centomila il numero dei morti. 

Nel secolo successivo son ricordate quelle del 1411 e del 
1437-38, e nel secolo XVI quella che dal 1522 si protrasse per 
lo spazio di sei anni fino al 28, e desolò non solo Firenze, ma 
la maggior parte della Toscana. D'allora in poi, per oltre un 
secolo, parve che Firenze restasse immune dal terribile morbo, che 
solo vi ricomparve fiorissimo nel 1630. 

Di questa pestilenza parlasi nel documento che pubblichiamo 
e che ci parve utile j&r conoscere agli studiosi per i molti e cu- 
riosi particolari che esso contiene. Ed in&tti in questi che chia- 
meremo ricordi della peste del 1630, 1' anonimo autore, certo vis- 
suto a quel tempo, dopo avere accennato come si introducesse il 
male nella nostra città, ed i mezzi usati per circoscriverlo, ci & 
conoscere il modo che allora praticavasi per condurre i malati ai 
lazzeretti, le precauzioni usate onde il morbo non si dilatasse, no- 
tando altresì le paterne cure del Granduca Ferdinando II de' Me- 
dici, che oltre a mettere a disposizione delle Arti della seta e della 
lana una determinata somma perchè si mantenessero le maestranze, 
ordinava che si dasse principio alla facciata di Santa Maria del 
Fiore, e si tirasse a fine la fabbrica del palazzo Pitti (2), per 
dar lavoro al popolo minuto ; e in oltre disponeva che nel con- 
tado si lavorassero i terreni, e si facessero gli altri occorrenti la- 
vori campestri, affinchè al danno gravissimo della peste non si 
aggiungesse anche la carestia e la fSeime. 

E tanta fu la previdenza del Granduca in quella nefasta oc- 
casione che fece acquistare dai Provveditori dell'Abbondanza, dal- 



(1) Cronica, to. I, cap. I e seg. 

(2) Il Galluzzi nella Istoria del Granducato di Toicana 9oUo U governo 
della Casa Medici, to. Ili, pag. 452, nota che questa fabbrica non era altro 
che una chiesa « che restò dopo imperfetta, ed è quella ohe si chiama lo 
« Stanzone dei PUH, II Granduca voleva fame una Collegiata sotto il ti- 
« tolo di San Cosimo, e riunire in questa Chiesa V esecuzione dei molti 
« legati ordinati dai suoi antecessori », 



RICORDI DEL CONTAOIO DI FIRENZE NEL 1G30 381 

l'ufficio della Grascia e dal Sopraintendente delle Possessioni i 
generi necessari per vettovagliare la città, somministrando ai po- 
veri larghi sussidi di pane, carne, vino ed altre cose necessarie 
alla vita ; talché la spesa occorsa fu di oltre 500 mila scudi. 

Non manca l' anonimo autore di ricordare e descrivere anche 
la solenne processione del corpo di S. Antonino arcivescovo, che 
con gran pompa fu fatta dalla chiesa di San Marco alla Metro- 
politana, e alla quale intervenne lo stesso Granduca con tutta la 
Corte ; e di farci conoscere il numero degli abitanti della città in 
quell' anno, e quello dei poveri bisognosi di sussidio, che si dico 
ascendesse a ben 34 mila: notando altresì i medicamenti che si 
somministravano ai malati, i preservativi che si usarono, fra i 
quali assai curioso ci sembra quello praticato dallo stesso autore, 
e tale che parrebbe ora muovere al riso chi osasse suggerirlo. 

Questo documento è tratto da una fìlza miscellanea dell'Ar- 
chivio Mediceo, segnata di n.^' 637, e sta avanti ad alcune lettere, 
ordini e provvisioni del Magistrato della Sanità (1), e ad altri 
negozi a quell'ufficio relativi, o che hanno certa attinenza con 
l'epidemia, onde non è fuor di proposito il pensare che fosse 
scritto da uno degli officiali di quel Magistrato, o che l'anonimo 
scrittore avesse avuto con quelli stretta relazione. 

Firenze. Dante Catellacci. 



Si tiene comunemente da tutti che, verso il fine del mese di 
giugno passato, un certo pollaiolo portasse il mal contagioso da 
Bologna in una casa di Trespiano (2); dove in breve tempo mori 



(1) Il Magistrato od Uffizio della Sanità ebbe origine nel 1527, quando 
cioè la Signoria, con deliberazione del 28 giugno, elesse cinque cittadini 
con incarico di nominare un Provveditore, un Cancelliere e un notaio, e 
di stabilire un sistema col quale potesse reggersi lo stesso uffizio, che 
doveva tutelare la pubblica salute, e sopraintendere ai provvedimenti 
sanitari. -Nel 1549 reiezione di questi ui&ziali passò dai Cittadini ai No- 
bili, e nel 1004 fu decretato che dovessero essere del Consiglio dei 48. Fu 
soppresso da Pietro Leopoldo col motuproprio del 22 febbraio 1778. 

(2) Anche il Settimanni nel suo Diario mss. che conservasi nel r. Ar- 
chivio di Stato di Firenze, nota che il male contagioso fu scoperto per la 
prima volta a Trespìaiio, portatovi da un bolognese venditore di polli. 



382 ANEDDOTI E VARIETÀ 

con sei persone. E Trespiano un piccol borgo in collina, su la strada 
di Bologna, al dirimpetto di Fiesole, abitato da gente povera al 
numero di centocinquanta in circa, lontano da Firenze non più di 
tre miglia. 

L' avviso del male non pervenne alli clarissimì Signori della Sa- 
nità prima che P ultimo di luglio, essendosi di già sparso in altre 
persone. £ questo un Magistrato Supremo di numero dieci Senatori, 
con autorità di governo assoluto, concessoli dal Serenissimo Gran- 
duca ne* casi di contagio, senza altra ricompensa che di bene ope- 
rare. Fu allora preso per espediente, per accertarsi del fatto, la 
mattina seguente, primo d* agosto, due diarissimi del Magistrato an- 
dassero a far la visita tanto de' morti quanto de gli infermi, con 
r assistenza del dottor Niccolò Zerbinelli lor medico ordinario, uomo 
raro, e praticbissimo di questo et altri mali. Ci intervennero di più 
cerusici, e stanti di S. Maria Nuova. Si trovò una donna et vm uomo 
morti con tutti i contrassegni reali di contagio. Della qual visita 
se ne fece breve relazione a S. A. ; e fu per allora resoluto di guar- 
dar Trespiano, et a questo effetto circondato da* soldati delle milizie 
di S. A., furono provvisti tutti de* viveri, e per gli ammalati si fecero 
lazzeretti, e si deputorno confessori, medici, speziali, et altri per lor 
bisogno. 

Il male, che si era di già attaccato per le viUe vicine, si fece sen- 
tire nei borghi della città, e nella città stessa; ma però lentamente, 
che quasi non si conosceva. Parve, per allora, alli Signori della Sa- 
nità deputare per lazzeretto, aperto alli x di agosto, lo Spedale di 
Bonifazio in via S. Gallo, e per casa di quarantena S. Noferi, luogo 
pur drento alla città ma lungo le mura; pensando che bastasse, e 
che il male non dovesse andar più avanti. Segui contrario effetto, 
per 1* apprensione del contagio non solo alle monache di detto Spe- 
dale, dove ne mori buon numero, ma dilatandosi per la città, non è 
restata strada che non 1* abbia sentito, o poco o assai; disordine cau- 
sato in gran parte dall'avarizia di quelli stanti, che spogliando i 
morti di contagio, o mandavano i panni alle loro case o gli vende- 
vano. Si conobbe che tale spedale non era a proposito per lazze- 
retto ; e perciò fu resoluto di eleggere luogo fuori della città, come 
anco confessori, medici, cerusici, speziali et altri ministri, allettati 
da grossi salari, o precettati sotto gravi pene. In simili casi, non 
più praticati, il zelo che altri ha di far bene suol esser causa che 
1* animo che corre prenda la via più corta, e desideroso del fine lasoi 
la via di mezzo: e pure il buon medico nella cura de* membri guasti 
ha sempre l'occhio di non offendere la parte sana. H Serenissimo 
volse sentire, alla presenza de* Signori della Sanità, tutto il Colico 



RICORDI DEL CONTAGIO DI FIRENZE NEL 1630 383 

de' medici, per trovare la vera essenza et qualità di questo male. 
Fermorono : i mali vaganti esser febbri acutissime e putride, dentro 
genere venenoso di pessima condizione con enfiati f\iora delli emun- 
torli, che dicono gavoccioli o buboni, bolle, pustole e carboni, con 
dolore intenso di testa, ardentissima sete, inappetenza, inquietudine 
et afianno, con vomiti amarìssimi e fetentissime uscite, privazion di 
sonno con qualche variazione di mente, orine pessime, ingannevo- 
lissimi polsi, ardor di volto, occhi sfavillanti, lingua aridissima e vera 
fiacchezza et effigie del tutto mutata ; e conclusero esser mal con- 
tagioso pestilenziale, ma non peste, non essendo V aria corrotta, ma 
come tale doversi curare. 

Conosciuto il pericolo nel quale si trovava la città, per comin- 
ciar bene si ricorre a Dio con voti et orazioni ; si fanno confessioni 
e comunioni, si sentono prediche, e si ordinano le Quarantore con- 
tinue per un anno, distribuite nelle chiese della città, si visita la 
Santissima Nunziata, e si publica un giubileo venuto di Boma; li 
curati per debito di loro offizio son pronti a sacramentare gP in- 
fermi delle loro parrocchie, e la maggior parte delle Religioni (1) 
si presentano per assistere alla cura delli infermi della città e de' laz- 
zeretti, e per esser conosciuti portano in mano un baston bianco con 
piccola croce sopra, come i medici, cerusici e speziali un abito di 
tela incerata guarnito di rosso ; qual sorte d' abito è utile e difende 
dal contagio, e però usato ancora da' ministri ecclesiastici nel sacra- 
mentare gli infermi, essendo a tutti vietato il commercio et abita- 
zione con i sani. Molti gentiluomini si sono offerti di ministrare et 
assistere alla cura degli infermi, ma dal Magistrato furono ringra- 
ziati e riservati a maggior bisogno (che Dio noi voglia) e sino una 
meretrice famosa detta la Maria lunga o Cazzettina, dispensato tutto 
il suo avere a' poveri, si presentò al lazzeretto di S. Miniato, e quivi 
ha servito, e serve alle donne con tanta carità e pazienza che ben 
mostra di essere stata tocca da vero nella sua conversione : e ciò 
segui subito aperto detto Lazzeretto. Si benedirono tre luoghi eletti 



(1) Intendi gli Ordini Religiosi. Anche il Bondinelli, nell'opera citata, 
rammenta con quanta annegazione e disprezzo della propria vita i vart 
Religiosi di Firenze e suo territorio si prestassero nel l'assistere i malati 
di contagio. Per quello che vi operarono in Toscana i PP. Cappuccini 
è da vedersi un interessante opuscolo del P. Lodovico Biaobtti da Li- 
vorno, che ha per titolo : A Icune notizie storiche e biografiche aulia Fette degli 
anni 1630-31'33. S. Agnello di Sorrento, tip. all'Insegna di S. Francesco 
d'Assisi, 1884. 



384 ANEDDOTI E VARIETÀ 

per seppellire ì morti fuori delle porte a S. Gallo, S. Miniato e 
S. Friano. Si ferma per principal lazzeretto, aperto li 9 settembre, 
la fortezza di S. Miniato, rilevata e capace, disarmata d'ordine di 
S. A., che sa la sicurezza de' Principi consistere non nelle moraglie 
ma nella benevolenza e salvezza de' sudditi. Per luogo di quarantena 
si deputa il vicino convento di San Francesco del Monte, e per casa 
di convalescenza le ville de' Senatori XJsimbardi e SerristorL Se ne 
fecero poi, col medesimo ordine e provisione, alla badia di Fiesole, 
a' Tre Visi, a Monte Oli veto, et alli Strozzini, et altri al numero di 
dodici; dove si contano più di duemila cinquecento letti; provvisti 
in parte dai gentiluomini della città, ma in tutto dalla liberalità del 
Serenissimo Principe. 

Si portano i malati di contagio in barelle coperte d'incerato, e 
seggette sino alle porte della città; e di 11 in lettighe portate da 
muli e tregge coperte tirate da buoi. Sono condotti a' lazzeretti, 
andando loro avanti uno, che col suono d' un campanello £& che i 
passeggieri si ritirino o si discostino. Il portar questi, e seppellir 
quelli morti fuora de' lazzeretti ò stata cura della Compagnia della 
Misericordia, conforme al suo antico instituto et obligo; esercitato 
da essa con molta diligenza e carità: alla quale è stato assegnato 
numero di porti e becchini necessario per tale effetto, come an- 
cora deputate persone che purghino le case e robe degl'infetti; tutti 
ben provvisionati e conosciuti per una veste nera e segno di croce 
rossa che portano, abitando separati dal commercio in più stanze 
contigue a detta Compagnia. Le case di dove si cava o malato o 
morto, o che vi si scuopre sospetto di male, sono subito serrate, 
con dar sussidio a quelle persone che vi abitano bisognose; e non 
prima passati i venti giorni s'aprano, usando diligenza di pr<^- 
marle e purgarle con zolfo et altre materie appropriate a detto ef- 
fetto; e gli abitatori possono escire fìiora. 

£ perchè pareva che questo male, come aveva cominciato nelle 
persone povere, e come diremo quasi nella plebe, et in esse si an- 
dava mantenendo e del continuo augumentando, forse per il pa- 
timento degli anni passati, e che è di presente, S. A. invita, prega 
et esorta, per publico bando, tutti di qualsivoglia stato, che hanno 
il comodo, a porger sussidio caritativo per i bisognosi, lasciando 
che ciascuno si tassi di sua buona voglia : con tutto che il Principe 
potesse e possa comandarlo, essendo che la necessità giustifica tutte 
le sorti d'imposizioni; che però tutto quello che è necessario allo stato 
è giusto, e tutto quello che è utile è necessario, né si può trovar cosa 
più utile che la salvezza de'sudditL 

Presta ancora gratis per diciotto mesi a botteghe d'Arte di lana 



RICORDI DEL CONTAGIO DI PIRENZB NBL 1630 885 

e seta scudi centocinquantamila, acciò possano, col far lavorare, man- 
tenere le maestranze di dette arti principali in questa città. Et in 
oltre ordina che si dia principio alla fìicciata di S. Maria del Fiore, 
e si tiri a fine la fabbrica del palazzo de' Pitti, per sowenimento di 
più artieri e del popolo minuto. E perchè i lavoratori della terra 
sono le membra dello stato, si provvedde anco a questi, col farli 
cavar fossi e condotti per tirar copia d'acqua per utile et abbelli- 
mento della città. Ma quel che porge meraviglia della prudenza di 
questo gran Principe e suo Consìglio è che, risguardando il futuro, 
e temendo quello quanto il presente, fa elezione di gentiluomini che 
visitino lo stato in contado, et ordinino che li terreni sieno lavorati 
e seminati, et ohe li padroni faccino di più qualche coltivazione per 
loro mantenimento ; et a quelli che non hanno il modo se li som- 
ministrino i semi, per riaverli poi al ricolto futuro, lasciando l'avanzo 
a padroni diretti de' poderi e terreni. 

L' ottobre, il novembre, e nel principio di dicembre, fìi il colmo 
di questo male. Ma il Serenissimo, che conosce quanto sia impor- 
tante per il bene pubblico la sua presenza, et che l'abandonare la 
città capo dello Stato, in questi et in altri bisogni, fu per il più 
cosa dannosa, sprezzando i pericoli con volto allegro et sereno non 
solo si lascia intendere di voler correre il risico comune, ma non 
passa giorno che non si vegga da tutti la sua real presenza. Da 
questo ne segue che le diligenzie di tutti sono tante esatte, e gli 
ordini si bene eseguiti che non si vedono cadaveri per le strade, né 
si intendono altre cose di spavento et orrore solite a provarsi in 
tempi di simili miserie. Ma conoscendosi che la prudenza e cura 
umana senza l'aiuto divino non vai niente, stringendo il bisogno, 
si ricorre di nuovo ai voti et orazioni, e perchè il glorioso S. Anto- 
nino arcivescovo di questa città ha impetrato agli abitatori di essa 
altre volte grazie segnalate, l'invocano e pongono per intercessore 
e mediatore appresso Dio, in questa si grave necessità; e per di- 
sporsi alla grazia, doppo nuova proroga del giubileo, si fanno di- 
giuni, confessioni e comunioni generali, e si ordina una devotissima 
processione (1), esponendo sopra ricco palco questo glorioso corpo 
in San Marco, dove si riposa nella suntuosa cappella fabbricata 
da' signori Averardo et Antonino Salviati, per portarlo nella Metro- 



(1) Questa ebbe luogo il 5 dicembre 1680, come si dice più avanti ; ed 
il Settimanni nel suo Diario citato nota che per cera, adornamenti ed 
altro, si spesero oltre 800 scudi. 

Abcb. Stob. It., 5.» Serie. — X^. 2^ 



38G ANEDDOTI E VARIETÀ 

politana chiesa. S'inviò la nobil processione, francheggiata dalla 
guardia de' Tedeschi armati, la mattina de' 5 di dicembre, su le 
16 ore, per via Larga, tappezzata di drappi e panni d'arazzo, odo- 
rifera per la copia de' profumi, e tutta luminosa per la quantità 
delle torcie che per la strada sopra tutte le porte et alle finestre 
ardevano. 

Precedeva lo stendardo del Duomo, seguito da quattro conta- 
dini de' Frilli, famiglia del Santo, per confondere la nostra superbia, 
da'PP. Domenicani (non si ammettendo altre Religioni), da'cherici, 
cappellani e canonici del Duomo, con torcie accese in mano, can- 
tando le Tanie, e da'Eev.^ vescovi Salviati, Ximenez, Strozzi e 
Venturi, con piviali e mitre, e da Mons/ lUmo. arcivescovo Bardi, 
vestito pontificalmente; e doppo ne veniva la bell'arca dorata, co- 
perta di lucidissimo cristallo e guarnita di broccato di argento con 
passamani d' oro, dove giaceva il corpo del glorioso Santo, circon- 
dato di rose e gigli in atto di dormire, con vesti pontificali, non 
mancandole altro che la parola per stimarlo vivo. Era stata prima 
levata di sopra il palco dai quattro Rev.»"* Vescovi, e sostenuta 
dalle loro spalle, portata da tutta la chiesa sino sulla piazza, su- 
bentrando a si caro peso i PP. Domenicani con abiti sacerdotali, 
sino all'entrar della piazza di S. Maria del Fiore; dove fu presa 
da quattro canonici con abito simile, e portata fino al luogo pre- 
parato del Duomo, ponendola sopra un bellissimo palco adornato di 
ricchi candellieri di argento con gran copia di cera accesa. 

Il baldacchino di drappo bianco fu alzato dal Serenissimo Gran- 
duca e da' suoi Serenissimi fratelli e zio, e doppo presentate alle 
SS. AA. torcie accese da titolati, cavalieri e gentiluomini, essendo 
stato circondato da paggi et altri cortigiani, e da dodici buonuo- 
mini di S. Martino, compagnia eretta dal detto Santo, con torcie di 
cera bianca accese; e seguito dal Senato in abito di scarlatto; chiu- 
dendo per ultimo la processione una compagnia di cavalleggierL Fi- 
nito di cantare le Tanie e le preci, si diede principio alla messa del 
Santo cantata pontificalmente da Mons.'^ Arcivescovo con buon con- 
certo di musica, porgendo affettuose preghiere al glorioso pastore 
e padre d' intercedere appresso S. D. M. la liberazione della città e 
suo stato dal presente male. Assistè sempre S. A. a detta messa, 
inginocchiato in terra sopra un piccolo cuscino, senza sorta alcuna 
d' apparato. Nel dirsi la colletta del Santo suonomo le campane del 
Duomo, e poi tutte l'altre della città con gpran rimbombo si fecero 
lietamente sentire; e le fortezze spararono tutte l'artiglierie. A 
questo segno doveva ciascheduno, dove si trovassi, inginocchiarsi, 
e col quore contrito unirsi con le preghiere che da Mons.' Arci- 



RICORDI DEL CONTAGIO DI FIRENZE NEL 1630 387 

vescovo, dal Serenissimo Granduca e Clarissimo Senato erano allora 
porte al Santo; esortati a far ciò per editto di detto Monsignore. 
E perchè il popolo non concorresse a dette chiese e strade per dove 
passava la processionCi stimata cosa pericolosa in tempo di contagio, 
erano messe guardie di cavalleggieri e tedeschi armati alle piazze 
e cantonate. Finita la messa e fotte le consuete oirimoniei s' intuo- 
nano di nuovo le Tanie, e li detti quattro canonici ripigliano il santo 
corpo, e col medesimo ordine e per ristesse vie vien riportato a 
S. Marco dalli Rev."^ Vescovi, collocato dove prima lo levomo. 
Questa processione fìi una delle più belle feste che io abbia visto 
in tempo di vita mia, e procedo con tanta devozione e sentimento 
che difficilmente si può esprimere. Si vedde taluno piangere dirot- 
tamente, che forse tenne il ciglio asciutto nella perdita dei suoi più 
cari. Nel farsi questa devozione il cielo si rasserenò, fermorno le 
pioggie et il tempo si messe al buono; e da poi in qua il contagio 
è andato sempre diminuendo. S. A., doppo questo notabil migliora- 
mento, ha tenuto per massima cura, fondata nelli esempi passati 
d'altre città, che se si facesse una quarantena generale si estirpe- 
rebbe la radice del male; e viene più volte proposta ma non con- 
clusa, forse per le molte difficultà messe avanti. Eisoluta, manda a 
chiamare il sig. Alfonso Broccardi, e li conferisce il suo pensiero. 
Questo, avvezzo al governo dello Stato in vita del gran Cosimo di 
felicissima memoria, in tempo delle Serenissime Tutrici nella mino- 
rità del serenissimo Granduca oggi regnante, si era fatto conoscere 
per ministro prudente, integpro, libero, disinteressato et abile ad ogni 
impresa, amatore del suo Principe, amico dello Stato e gran pro- 
tettore de' poveri. Da qualche tempo in qua, per sua disposizione, 
con buona gprazia delle Serenissime Altezze era ritirato in villa, 
vivendo a se stesso. Arrivato in corte, e sentita la volontà del 
Granduca, che con larga mano vuol spendere sino allo spogliarsi 
la propria camicia (parole formate di S. A.), purché si liberino i 
sudditi, si riacquisti il commercio tanto utile per la città fondata 
sul negozio; egli assicura S. A. che, stimata per altro buona la 
quarantena, il farla non esser cosa tanto difficile a S. A. che ha 
danari et obedienza, e si esibisce che ciò segua, e ne mostra il modo 
facile e sicuro ; desiderando sopra di sé tutta la cura, perchè sa che 
molte volte si trovano architetti che gettano a terra o impediscono 
i bene intesi edifizii degli altri, per fabbricarne de' nuovi secondo il 
loro capriccio. Il Serenissimo si contenta e rimette e gli dà ogni 
autorità per l'esecuzione del suo volere, facendo publicare detta 
quarantena da cominciarsi il xx gennaio, giorno del glorioso S. Ba- 
stiano, avvocato delli oppressi dal contagio. E perchè prinoipal fon- 



3S8 À^ÈDDOtl È VARIETÀ 

d amento è, per incamminar bene la quarantena, sapere quanti poveri 
si trovino che abbino bisogno d'essere sovvenuti di vitto, per po- 
terne fare le provvisioni aggiustate, si numerano tutte le case della 
città, e si descrive il popolo trovato ascendere a 92 mila incirca, 
tra' quali trentaquattromila che hanno bisogno del sussidio : numero 
di poveri e abitatori trovato maggiore di quello si credeva. Se bene 
non è cosa dove i Principi rimanghino più dolcemente e facilmente 
ingannati che in tali descrizioni, ma questa è stata giusta e reale, 
essendo passata per mano di più gentiluomini disinteressati. Fatto 
questo, dà ordine al S/ Provveditore dell'Abbondanza che proveda 
il grano necessario, a quello della Grascia carne et olio, et al So- 
printendente delle possessioni di S. A. il vino, aceto e riso; restando 
la cura delie legno, carbone et altro al Maestro di casa di S. A. Si 
fa comandamento ai gentiluomini che mandino i fusti delle loro car- 
rozze in un luogo deputato, per accomodarle a uso di carrette ; et 
a suo tempo i cavalli et i cocchieri per portare i viveri alli serrati. 
Et il Granduca stesso, per esempio degli altri, è il primo, seguito 
dalle Serenissime Arciduchessa e Madama e da' suoi Serenissimi 
fratelli e zio ; non si riservando in corte né cocchieri né cavalli, per 
questo uso; et è bisognato alla Serenissima, nella devota visita che 
fa il sabato alla Santissima Nunziata, torli per cosi dire in presto 
dai deputati dei sestieri. 

Per bene intendere l' ordine, la città è stata divisa in sei parti, 
che dicono sestieri; sopra questi sono stati deputati da S. A. ven- 
tiquattro gentiluomini, quattro per sestiere, con autorità di sopra- 
stare e rimediare alli accidenti della loro carica. Questi suddividono 
il sestiere in più parti, in sei, in otto e in dodici, conforme alla 
grandezza di esso, e per ciascuna parte eleggono due gentiluomini, 
cura dei quali sia il distribuire il vitto a' serrati, servendosi delle 
dette carrette, e d'altri ministri minori pagati per questo effetto. 
Si fanno due magazzini principali, dove si ripone il grosso delle 
provvisioni ; di più ogni sestiere ha il suo magazzino particolare di 
pane, vino et altre cose necessarie, robbe tutte squisite e proviste 
con molta liberalità e prestezza in manco di venti giorni. I genti- 
luomini deputati con le carrette assegnateli, levano i viveri da di- 
stribuirsi a quelli che pigliano sussidio, il numero de' qusdi ascende 
come si è detto, a 34 mila ; a ciascheduno si dà due libbre di pane 
ogni mattina, parte fresco e parte biscottato, ima mezzetta di vino, 
mezza libbra di carne, olio, aceto, sale, candele, legne grosse, fascine, 
scope e rami di cipresso, pino o ginepro per profomar le case, car- 
bone e brace, e sino alle granate e zulfanellL II venerdì et il sa- 
bato, cacio, riso per minestra, uova e l'insalata. Questa distribuzione 



RICORDI DEL CONTAGIO DI FIRENZE NEL 1630 889 

è tanto bene ordinata, e puntualmente eseguita, che non si ode mi- 
nima doglianza. Io per me credo che i poveri non abbino mai, dei 
lor giorni, provato miglior tempo. 

Portano questi gentiluomini un foglio in mano, dove sono no- 
tati li numeri delle case che sono sotto la cura di ciascheduno, e la 
quantità e qualità delle bocche che vi abitano, et in certe caselle 
con una certa figura segnano le razioni. L* ordine è veramente 
buono, ma è un gran vantaggio quando il Principe vien servito 
da' gentiluomini. A quanti che pigliano il sussidio è proibito, sotto 
gravi pene, 1* escir di casa, quelli che vivono del loro possono an- 
dar fuora un por volta, sino alle quattro ore di notte, con licenzia 
de' Signori della Sanità. Donne d*ogni età, e ragazzi da 14 anni in 
giù, hanno la medesima proibizione, né è permesso entrare per le 
case 1* uno dell' altro. 

Si sono serrate tutte le botteghe e negozii, eccetto quelli del- 
l'Arte della seta e lana e battelori, restando aperte, per benefizio degli 
artieri, come l'altre che vendono le cose necessarie per i viveri. I 
mercati si fanno fuori delle porte della città, né si permette l'escire 
o entrare ad alcuno. 

Il Granduca e suoi Serenissimi fratelli e zio si lascia vedere 
ogni giorno o a piedi o a cavallo, domandando e lodando le cose 
ben fatte. E veramente che in giovenile età fa mostra di saggio 
Prìncipe, sollecito, giusto e pio ! Di più, per assicurare la città dai 
disordini e per l'osservanza della quarantena, due Senatori della 
Sanità di giorno la scorrano, accompagnati da buona guardia; fa- 
cendo l' istesso la notte due compagnie d' infanteria andando in pat- 
tuglia. Con la medesima liberalità e nel medesimo giorno, ma non 
con tanta strettezza, si cominciò la quarantena nel contado, nutrendo 
i poveri lavoratori et permettendoli che eschino per li poderi a la- 
vorare e coltivare. Si è anche dato questo sussidio a più di un mo- 
nasterio di povere monache, et a più conventi di mendicanti, et a 
tutti quelli si trovano in carcere ; si sono radunati e spesati in luoghi 
separati li poveri e vagabondi della città; sono esciti in più volte 
da' lazzeretti più di 2500 tra uomini e donne, rivestiti di nuovo : et 
ogni cosa si è fatto a spese di S. A. 

Ha Mons. Il Imo. Bardi volsuto concorrere con i soliti aiuti spi- 
rituali in questa quarantena, come ha fatto in tutti gli altri bisogni; 
venutosene da Roma per assistere al suo gregge. Et è stato molto 
a tempo, essendo esciti da S. Signoria Illma. ottimi consigli, et in 
particulare, di bruciare subito le robe teche dagl'infermi o morti 
di contagio, dandogliene in quel cambio altre nuove e migliori, a 
spese di S. A. Ha fatto ereggere per le strade altari in gran nu- 



890 ANEDDOTI E VARIETÀ 

mero, dove con autorità pontificia si celebrano ogni mattina le messe, 
e vi si cantano le Tanie della Madonna; dichiarando che si sodi- 
sfaccia al precetto con la sola presenza, o alle finestre, o agli usci, 
concedendosi indulgenza a quelli che faranno orazione a detti altari; 
ai quali ogni giorno si recita, a cori, dai serrati, il santìssimo Ro- 
sario ; e per le strade sono preti e regolari con stole e cotte, che 
r intuonano e reggono; e tre volte la settimana due canonici del 
Duomo con buona comitiva di preti fanno ristesse. Queste vie paiono 
tanti cori di Eeligiosi. Non voglio tralasciare che la settimana pas- 
sata li curati andarono a confessare per le parrocchie agli usci delle 
case, e la domenica, giorno della Santissima Purificazione, commu- 
nicorno nel medesimo luogo con gran devozione e consolazione 
de' chiusi. Si continuerà di far ristesse gli altri giorni festivi 

Gli effetti della quarantena, oggi che siamo aUa metà, succe- 
dono benissimo, perchè non ne sono morti ragguagliatamente otto 
il giorno, sempre scemando, e deportati ai lazzeretti, intorno a do- 
dici, tra' quali ce ne sono stati di quelli che non hanno male di con- 
tagio. Per la città si sente qualche terzana, segno che il male 
sia per cessare del tutto. 

Il numero de' morti, dal principio del male fino a questo giorno, 
compresoci il contado, ascende a diecimila in circa, tutta gente povera 
e mendica, e per il più donne e ragazzi; non si contano, di gente 
nobile e comoda, venti morti. 

I rimedi! che si sono trovati buoni sono stati l'olio contrave- 
leni del Granduca, l'uso del quale si faceva in più modi, o con l'or- 
zate o in altro, se ne pigliava otto o dieci gocciole per volta, e se 
ne untava la regione del cuore e tutti i polsi; la teriaca (1), to- 
gliendone la mattina mezza dramma avanti il sciroppo; la conti- 
cerva o in polvere o in quintessenza. Questo è stato de'migliorL 
Intendendo però delle polveri, e sudatorii applicati a questi malL 
Ha giovato estremamente l'uso de' vescicatorii sotto a'buboni, o 
enfiati, tanto nelle coscie quanto sotto le braccia; et è stato notato 
che tutti quelli che da principio si sono curati e cavati sangue, su- 
bito scoperto il male, quasi tutti sono guariti ; ma passate 24 ore 
è stato mortale. L'olio di gigli bianchi e l'application e di lana su- 
cida ha fatto molto bene. Nella regola del vitto non è stato male il 
largheggiare. 



(1) Si disse anche Tiriaca, Otriaca e Triaca, che era un altro medicea 
mento coutrp a' veleni. 



RICORDI DEL CONTAGIO DI FIRENZE NEL 1630 391 

Fra i preservativi hanno* dato il primo luogo alle pillore di ruffo, 
dette comuni, fatte di due parti di aloè succutrino, una parte di mirra 
e mezza parte di zafferano, pigliandone due o tre o quattro fino in 
sei al peso di mezzo scropolo (1) Tuna; il prefato olio di S. A.; l'olio 
di coccole di ginepro, presone quattro o cinque gocciole la mattina 
in vino, o vero fattone pasticche con zucchero et altri antidoti d'an- 
gelica imperatoria, carlina zoduaria, resolute con zucchero, e fattone 
morselletti ; e tante altre ricette che sarebbe lungo lo scriverle. 

Io non ho usato altro che le dette pillole di ruffo e l'olio oon- 
troveleni di S. A., untandomene i polsi e la regione del cuore. 

Ho preso a digiuno dua fìchisecchi, dua noci, 12 foglie di ruta 
con sale, e beutoci dietro un poco di vino. Dicono che questo era 
r antìdoto di Mitridate, il quale per essere di vii prezzo fu da Pom- 
peio dispregiato, quando tra le spoglie del vitto Ee trovò in uno stipo 
questa ricetta. Io me lo son trovato molto buono. 

Tutta la spesa fatta dal Serenissimo Granduca, da che si sco- 
perse il male sino ad oggi, che siamo alli otto di ferraio, ne' lazze- 
retti, e per bisogno degl'infermi, ascende a più di 260 mila scudi, 
senza la quarantena, che importerà, finita, 240 mila in circa, et cosi 
in tutto saranno più di 500 mila scudi Da che si può concludere 
che il tesoro de' principi è molto più necessario per mantenimento 
de' sudditi in tempo di pace che in tempo di guerra; essendo che 
quelli, e non l'oro, ampliano e difendono li Stati. 

Tutto questo è il seguito, pervenuto a mia notizia, da che co- 
minciò il male in questa città, sino alli 8 di ferraio ; scrittolo da me 
semplicemente ma col fondamento della verità. 



(1) Lo Scroxx)lo era un peso che valeva la vigesima quarta parte del- 
l' oncia. 



Rassegna Bibliografica 



■*••■ 



A. Crivellucci, Manuale del metodo storico colP indicazione delle rac- 
colte di fonti e dei repertorii bUdiografid più importantL Euristica 
e critica cap, 3,^ e 4.^ del € Lehrbuch der historischen Methode di 
Emesto Bemheim », tradotti e adattati aìTttso degli studiosi ita- 
liani. Con aggiunte e correzioni fatte dall'autore al suo testo per 
la versione italiana, - Pisa, Spoerri, 1897. - 8.<>, pp. vni-208. 

n lavoro, che il prof. Crivellucci ci presenta tradotto dal te- 
desco, augurandosene pronta nell'interesse degli studiosi una se- 
conda edizione, mira a colmare una veramente grave lacuna nelle 
cognizioni dei giovani, che per la prima volta assistono ad un corso 
imiversitario di storia. Salve eccezioni, che temo siano ancora rare 
assai, gli scolari nei corsi del liceo ascoltano narrar la storia solo 
in forma dommatica ; quali siano le fonti, da cui le notizie dei fieitti 
sono attinte, come i fatti siano stati ricostruiti, fino a qual segno 
essi siano credibili, tutto questo generalmente è detto allo scolaro 
in modo troppo sommario. Parlo per esperienza mia propria, perchè 
gli anni, in cui frequentai come scolaro io stesso il liceo, per for- 
tuna, non sono ancora troppo lontani, e perchè ogni anno, al rin- 
novarsi della scolaresca universitaria, ho innanzi nuove prove. 11 
primo giorno, che gli allievi nuovi apprendono, che tutto l'anno 
scolastico sarà impiegato per istudiare solo in parte un periodo 
storico, ch'essi hanno udito svolgere in ima sola lezione di liceo, 
la prima volta, che odono parlar di Monumenta Qermaniae histarìca, 
di opere in lingua tedesca, la quale la massima parte di loro non 
intende affatto, cadono dalle nuvole; e, poiché difficilmente diamo 
torto a noi stessi, fin dalle prime lezioni essi richiamano volentieri 
in mente il monito, eh' è la moda di fare agli studiosi seri, che bi- 
sogna dar bando al feticismo verso l' erudizione tedesca, che bisogna 
badare ai grandi fatti, alle idee, non ismarrirsi in quisquiglie eru- 
dite. Cosi s'insinua fra la scolaresca una reazione contro l'insegna- 
mento universitario, la quale è talvolta ancora più difficile a vincere 
che non l'ignoranza del metodo; e solo col tempo, ma assai tardi, 
gli allievi più intelligenti e più volonterosi si persuadono, che prima 



CRIVELLUCCI, MANUALE DEL METODO STORICO 893 

• 

di salir alle idee bisogna appurare i fatti, epperciò studiarli diligen- 
temente. La cosa è chiara, dirò meglio, è una questione morale sem- 
plicissima; ma avvezzi a leggere gazzette e libri di seconda e di 
terza mano, a udir discorsi reboanti, si dimentica anche il precetto, 
che non bisogna parlare di ciò che non si conosce. 

Ma veniamo ali* argomento. H manuale, ohe il professor Crivel- 
lucci dedicò ai suoi scolari delP università di Pisa, è una traduzione 
libera con aggiunte e correzioni di un'opera assai più voluminosa, 
pubblicata fin dal 1889 da Ernesto Bemheim, professore di storia 
air università di Greifswald; nel 1894 VA. ne fece una seconda 
edizione con profonde mutazioni ed aggiunte; allorché parlerò del 
testo tedesco, mi varrò naturalmente di questa seconda edizione. 
L'opera del Bemheim si svolge in sei capitoli, intitolati: Concetto 
ed essenza della scienza storica. Metodologia, Euristica, Critica, Ri- 
costruzione (€ AufTassung »), Esposizione. Il Crivellucci tradusse 
soltanto i due capitoli dedicati all'euristica ed alla critica delle fonti, 
cioè un po' meno della metà del volume del Bemheim. Il motivo di 
questa pubblicazione parziale evidentemente è economico; tuttavia il 
Crivellucci giudica pure, che i due capitoli tradotti siano quelli 
€ più pratici, più utili e più necessari per noi >. Sulla ragione eco- 
nomica naturalmente non si può discutere; quanto al giudizio del 
Crivellucci, esso ha gran parte di vero, perchè difficilmente un no- 
stro scolaro leggerebbe certi paragrafi del testo tedesco, d'indole 
piuttosto filosofica che storica. Ciò non ostante mi permetto di no- 
tare, che anche le osservazioni esposte nei primi due capitoli del 
testo del Bernheim, opportunamente riassunte, sarebbero state utili ; 
perchè avrebbero spiegato allo scolaro una quantità di questioni 
in tomo ai caratteri, allo svolgimento ed allo scopo della storio- 
grafia, ch'esso è tratto naturalmente a farsi, che anzi talora s'in- 
carnano in quello spirito di reazione contro la ricerca storica, che 
sopra ho lamentato. Le parole del Bernheim potrebbero dimostrar 
allo scolaro, che chiedendo, ch'egli sia paziente nelle ricerche, co- 
scenzioso e riflessivo nella ricostruzione dei fatti, rigoroso nella loro 
esposizione, non gli si toglie di pensare ai più alti fini della storio- 
grafia, ai molteplici rapporti di questa colle altre discipline e colla 
vita pratica, anzi gli si assicura il modo di soddisfare davvero a 
questa naturale aspirazione. Il bisogno di quest'aggiunta del resto 
è stato compreso anche dal Crivellucci, il quale ha già promesso di 
farla ad una seconda edizione. 

Quanto ai criteri, con cui la traduzione fu condotta, chi con- 
fronterà, p. es., il primo paragrafo di questa intorno all'euristica col 
paragrafo corrispondente nel testo tedesco, rileverà subito, ohe il 



394 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

« 

Crivellucci ha veramente levato di mezzo qualche definizione forse 
più rigorosa, ma anche più intricata ed ha reso 1* esposizione più 
disinvolta, più rapida. Questo pensiero è stato felice; anzi mi pare, 
che avrebhe potuto essere seguito anche più profondamente : qua e 
là, specialmente nella parte seconda intorno alla critica delle fonti, 
dove il Crivellucci dichiara di aver tradotto presso che alla lettera, 
sotto 1* italiano si sente il tedesco co^ in alcuni vocaholi poco propri, 
quale il nome criticismo, che ritoma tanto spesso, come nella costru- 
zione del periodo. Certo chi segue un ragionamento in una lingua 
straniera si sente incatenato, oltre che alla successione dei pensieri, 
anche alla forma, con cui questi sono espressi, ma chi legge senz'altro 
la traduzione si avvede fertilmente anche de* nei. S* aggiunga, che il 
Bernheim stesso non è sempre felice nelle sue espressioni Cito un 
esempio : fra gli avanzi storici il Bernheim enumera anche quelli 
materiali dell'uomo, ed a ragione; ma non pago di aver detto più 
chiaramente ancora € die kdrperlichen Ueberreste der Mensohen », 
soggiunge, che in questi bisogna contare anche € die Ueberbleibsel 
« des menschlichen Lebensprozesses » : chi sa che cosa penserebbe 
il lettore innanzi a queste insistenti espressioni, se il buon erudito 
non si affrettasse a spiegare ancora, che tra siffatti resti sono i 
« KUchenabfìillen ». Il Crivellucci sormontò questa difficoltà, sotto 
un certo aspetto ridicola, traducendo, che fra gli avanzi storici sono 
« innanzi tutto i resti corporei degli uomini, tra i quali possiamo 
€ anche annoverare le traccie del vivere umano quali ci sono con- 
€ servate, ad esempio, negli avanzi dei pasti ». Ciò, che in sostanza 
si voleva dire, però è cosi semplice, che forse non richiedeva nep- 
pure tante parole. 

Ora prendiamo a sfogliar il manuale; e se farò appunti, l'egregio 
traduttore voglia attribuir questi non a saccenteria, ma al vivo mio 
desiderio, che il suo libro, utile e bello, diventi anche migliore e 
serva completamente ai bisogni italiani, perchè, questo in somma mi 
pare il suo difetto, esso è ancora troppo tedesco. 

Il manuale si apre con un quadro della € partizione della me- 
« todica ». Il primo capitolo, intitolato € dottrina delle fonti », è 
diviso in parecchi paragrafi, il primo dei quali indica in breve la 
« partizione delle fonti ». Il secondo paragrafo dà notizia delle prin- 
cipali raccolte di fonti, dei repertori e della bibliografia generale; 
esso è per conseguenza una delle parti più utili dell'opera; ma le 
osservazioni generali fatte a mo' d' introduzione avrebbero potuto 
essere più particolareggiate e meno dure. L'A. afferma, che col- 
1' € ultimo medioevo », intendi alla fine di questo, quanto a raccolte 
di fonti, s'incomincia a star male e peggio si sta per l'età moderna; 



CRIVBLLUOOI, MANUALE DEL METODO STORICO 395 

ora è vero, per i tempi a noi più vicini le raccolte di fonti, special- 
mente se s' intende parlare delle fonti narrative (non si potrebbe 
dir altrettanto di quelle diplomaticlie), mancano quasi affatto; ma 
questa mancanza si spiega in parte: le fonti per l'età moderna cre- 
scono di numero vertiginosamente, rendendo assai difficile lo strin- 
gerle in raccolte ; inoltre sono assai più alla mano che non le opere 
dell'età classica e del primo medioevo, serbate in pochi codici ma- 
noscritti Tra le raccolte di fonti poi sono nominate giustamente 
in primo luogo quelle dovute al Muratori; ma mentre l'A. si sof- 
ferma a lungo a far la storia e la rassegna delle varie categorie di 
fonti raccolte nei Monumenta Germaniae historica, per il Muratori 
s'accontenta di ripetere quanto questo stesso scrisse intomo al- 
l'opera propria nella prefazione ai Rerum Italicarum JScriptores. 
Questa concisione può forse ancora scusarsi nel testo originale, 
perchè i Tedeschi meno sovente si occupano dell'ultimo medioevo 
italiano, per il quale la raccolta del Muratori è ancora la fonte prin- 
cipale; per gl'Italiani invece quel cenno non basta, perchè quella 
del Muratori per noi è pur sempre la più ampia raccolta di fonti 
narrative. Doveva esser meglio rilevata la contenenza e l' indole di 
ciascuna delle opere principali del Muratori, di cui i giovani uscenti 
dal liceo spesso (lo vidi alla prova) conoscono appena 1 titoli attra- 
verso la fuggevole notizia data dal Disegno storico della letteratura 
italiana del Fornaciari ; dovevano essere notati gli utili Indici delle 
opere Muratoriane, pubblicati dalla Deputazione di storia patria di 
Torino e dovevano pure essere ricordati, meglio che col semplice 
nome, i continuatori dell' opera del Muratori, a costo di risparmiare 
magari il ricordo del disgusto € d'ogni maniera di preconcetti e 
€ nell'analisi e nella sintesi », che il Bernheim attribuì ai nostri 
tempi. Ai quali venendo, noto pure, che la creazione della Deputa- 
zione di storia patria per opera del Governo Piemontese, e la crea- 
zione àéiVArchitno storico italiano per opera di G. P. Vieusseux (fon- 
datore del Gabinetto omonimo in Firenze) e di altri benemeriti cit- 
tadini, meritavano pure una notizia più ampia e, diciamo francamente, 
più affettuosa : quelle due istituzioni, sorte fra il rombo dei cannoni, 
furono un'opera grandemente benemerita per se stessa ed anche 
perchè diedero impulso alle numerose Deputazioni di storia patria 
odierne, verso le quali il Crivellucci mi pare troppo severo. Che 
queste Deputazioni potrebbero far meglio, credo anch' io ; ma quanti 
documenti storici furono pure fatti conoscere da esse, quanto ma- 
teriale storico apprestano ogni anno persone, che non sono sempre 
pienamente agguerrite nell' arte critica, ma che conoscono addentro 
gli archivi più fuori di mano e, potendo godere in dolce far niente 



896 RASSEGNA BIBLICN^RAFICA 

il loro censo, trascorrono invece le intiere giornate negli arcHivi! 
Or son pòchi anni un dotto tedesco, ben noto per i suoi severi giu- 
dizi, il Kehr, vantava anzi ai Tedeschi l'opera di questi dotti, nu- 
merosi tanto in Italia quanto in Francia, ed io non credo oppo^ 
tuno insegnare ai giovani a trascurarli Tra le grandi raccolte 
straniere di fonti, a causa della sua particolare importanza per noi 
avrebbe meritato una descrizione alquanto particolareggiata il Corpta 
inscriptùmum latinarum. Meritavano pure maggior attenzione le rac- 
colte di fonti storiche francesi, le quali, appunto perchè sono colle- 
gate meno strettamente fra loro, presentano maggiori difficoltà a chi 
la prima volta cerca di orientarvisi. Il medesimo dico delle raccolte 
svizzere, che interessano direttamente parecchie regioni italiane. 

Questi difetti, che non si possono giustificare del tutto neppure 
nel testo tedesco, il quale spesso è piuttosto teorico che pratico, 
saltano ancora più all'occhio nella traduzione italiana, perchè le 
lacune più gravi ricorrono appunto nella nostra bibliografìa e perchè, 
mentre i giovani, che escono dai ginnasi tedeschi, hanno già ima 
qualche conoscenza delle opere storiche capitali, i nostri comune- 
mente non ne intuiscono neppure l'esistenza. Allo scolaro italiano 
occorre non solo enumerare le principali raccolte di fonti storiche, 
ma segnalarne l'importanza, spiegare il modo di adoperarle con 
facilità. Un'altra lacuna sta nell'indicazione dei periodici storici 
italiani II Grivellucci si appagò di indicarne tre : io invece avrei 
voluto, che fossero passate in rassegna le singole regioni italiane e 
per ciascuna fossero indicati i periodici storici esistenti o cessati da 
poco, né solo i periodici storici, ma anche quelli spettanti a disci- 
pline, che hanno tratto colla storia, le pubblicazioni delle accademie 
e società, insomma tutti quei mezzi, a cui è ncessario ricorrere per 
imparar a conoscere la storiografìa delle varie regioni italiane. 
Infine nella bibliografia delle fonti storiche è omessa quella ric- 
chissima degli Stati della monarchia di Savoja compilata dal Manno 
e pubblicata dalla Deputazione di storia patria di Torino (1). 

Passando alle scienze sussidiarie ed alla loro bibliografia, noto, 
che nella filologia fra le grammatiche italiane il Crivellucci dimen* 



(1) Invece il Crivellucci nota, come se ancora si pubblicasse, il Botlet- 
tino delle opere moderne atraniere acquistate dalle Biblioteche pubbliche govema- 
tive, mentre, per i soliti dolorosi motivi di economia, questo cessò fin dal 1891. 
Il Crivellucci dice fallito il tentativo del Bonghi di unire ai programmi 
scolastici dei ginnasi le pubblicazioni scientifiche dei professori : il fatto 
in generale è vero ; ma alcuni dei detti programmi continuano opportuna- 
mente ad arriccliirsi di quelle pubblicazioni, che in Germania sono celebri. 



ÒRIVELLtTCOl, IfAKtJALS DEL METODO STORICO 307 

tìca la migliorei quella del Meyer-Ltlbke, ora arricchita di nume- 
rose aggiunte ed osservazioni dal Salvioni. Nella paleografia ò omesso 
il Sommario di paleografia ad uso déia potUificia Scuola Vaticana 
del compiaoto Carini, alquanto fiurraginoso, se si vuole, ma dotato 
pure di buone osaervaiionL Per la diplomatica non so far osserva- 
sionL Nella sfragistica vedo eon rincrescimento passati sotto silen- 
zio ^ studi del Promls, nell'araldica il recente dizionario del Manno. 
Nulla so osservare per la numismaticai la genealogia e biografia, e 
la cronologia ; la geografia, per la quale il Crivellucci approfittò dei 
preziosi suggerimenti del proL Marinelli, è trattata con cura spe- 
ciale, ottima in sé, ma che mette forse più in mostra la scarsezza 
di notizie intomo alle altre discipline; però accanto al bel Dizionario 
del Bepetti avrei voluto ricordare quello degli Stati sardi del Ca- 
salis. A questi capitoli bibliografici, che riusciranno certo utilissimi, 
non sarebbe forse stato inopportuno aggiungere come appendice una 
breve nota delle opere generali d'indole espositiva particolarmente 
raccomandabili, come storie dei principali Stati d'Europa, della 
Chiesa, dell' Impero» delle crociate, del diritto, delle arti, di singole 
epoche, ecc. e possibilmente indicar opere italiane, francesi, o tradu- 
zioni in queste due lingue, perchè, per il doloroso guaio giù notato, 
sono ancora troppo pochi i nostri scolari, che conoscono la lingua 
inglese e quella tedesca, nella quale sono scritte il massimo numero 
delle opere indicate dal Bemheim e, dietro a lui, dal Crivellucci. 
La seconda parte del manuale, destinata alla critica delle fonti, 
ci dA minor occasione ad osservazioni, tanto più, che ho già no- 
tato, oome la traduzione talora sia forse troppo stretta al testo te- 
desco ed alcuni giudizi assoluti siano . meno opportuni in un ma- 
nuale scolastica L'A. qui tratta in primo luogo della critica estrìnseca 
delle fonti, quindi dell'autenticità di queste, la quale a sua volta 
lo conduce a discorrere delle falsificazioni, delle interpolazinni, del- 
l' errore. Dopo aver parlato dell'autenticità, il manuale passa a 
trattare dei caratteri estrinseci delle fonti, cioè del tempo, del luogo, 
dell'autore^ dell'analisi delle fonti, della recensione ed odizionc, sulla 
quale avrei voluto, che il traduttore si fermasse di più, spiegando 
per disteso ai nostri scolari come vuole essere edito criticamente un 
testo a seconda della sua varia natura, dei secoli a cui a])partiene, ecc. 
Trapassando alla critica intrinseca (1), cioè alla determinazione del 



(1) A pag. IflB, in un punto, ohe può destar dubbi, e stato stampato 
crìtica wrfnwieeWj mentre voleva dirsi eatruMeca. 



398 RASSEGNA BIBLIOORAFIOA 

valore intrinseco delle fonti, si tratta dei caratteri di queste, del 
carattere deir autore, del tempo e del luogo, del giudizio sul valore 
o sull'attendibilità delle fonti, del confronto di queste fra loro, del 
giudizio definitivo sulla verità dei fatti, dell' ordinamento crìtico dei 
materiali ; sotto questo ultimo titolo si parla anche dei registri, ma 
troppo in breve, e con criteri adattabili solo ai documenti della 
storia medievale, mentre le discussioni, che si agitano in Germania 
intorno a questo argomento, avrebbero fornito al Crivellucci occa- 
sione ad aggiungere un capitolo prezioso per gli studiosi tutti. 

Biassumendo, il prof. Crivellucci ba fatto agli scolari un regalo, 
che riuscirà loro assai utile ; mi auguro perciò che venga presto 
una seconda edizione e che in questa il Crivellucci, perfezionando 
la sua buona opera, aggiunga un breve e geniale riassunto dei ca- 
pitoli non tradotti ora, si renda più libero ancora dal testo tedesco 
ed abbondi nella bibliografìa e nelle spiegazioni richieste dalle con- 
dizioni speciali dei nostri scolari. 

Pavia, Carlo Mbrkbl. 



GiOROio Battaglia, Vordinamento della proprietà fondiaria in Si- 
cilia sotto i Normanni e gli SvevL - Palermo, Beber, 1896, - 8.* 

Molto opportunamente le ricerche dei moderni cultori delle di- 
scipline storiche si rivolgono allo studio degli ordinamenti econo- 
mici, politici e sociali, nelle loro vicende successive, nella loro lenta 
e continua evoluzione. 

L'aw. Giorgio Battaglia, che già studiò l'Ordinamento della 
proprietà fondiaria in Sicilia al tempo dei Mussulmani, ha continuato 
i suoi studi sull'argomento con un lavoro sull'ordinamento della 
proprietà fondiaria nell'Italia meridionale al tempo dei Normanni 
e degli Svevi ; ed alla pubblicazione di questo suo nuovo lavoro ha 
fatto precedere un volume di documenti da lui stesso trovati (1), 
che illustrano l' argomento che egli ha trattato e ne corroborano le 
conclusioni. 

Noi non possiamo se non approvare, senza restrizione, la scelta 
di un tale argomento importantissimo, massime perchè il periodo 
che il Battaglia ha studiato coincide col fiorire dell'ordinamento 



(1) / diplomi inediti relativi àlV ordinamento della propridà fkmiimia cu 
Sicilia, 8oUo I Normanni e gli Svevi; Palermo, Beber, 18d5. 8,* 



BATTAOUA; PROPRIETÀ FONDIARIA IN SICILIA 399 

feudale, nel quale la proprietà fondiaria (che è Punica forma, in 
quel tempo, di proprietà) ha un'importanza immensa e costituisce 
il fondamento di tutto l' edifìzio sociale. Ma importa vedere se V ar- 
gomento, come è stato bene scelto, cosi sia stato anche bene trat- 
tato. E, anzi tutto, l'argomento che è indicato nel titolo, è stato 
poi svolto nel libro? 

Veramente noi non abbiamo sino ad ora che im sol volume dei 
due, di cui l'opera dovrà constare; ma dal sommario che l'A. ci dà 
della materia che sarà trattata nel secondo, noi possiamo arguire 
quale ne sarà il contenuto. Sino ad ora, in questo primo volume, 
noi troviamo della proprietà fondiaria detto assai poco. Vi si trova un 
capitolo intero (il volume si compone di sei) sull'origine dei comuni, 
due altri interi capitoli sui privilegi e sulle immunità ecclesiastiche 
e sulla facoltà concessa a vescovi e a monasteri di giudicare in 
materia civile e criminale, una lunghissima divagazione sulle spese 
relative ai servizi pubblici (esercito, giustizia, istruzione pubblica ec.) 
nel medioevo e nei tempi moderni, richiami continui e prolissi ad 
avvenimenti e ad istituzioni del resto d'Italia, di Francia, d'Inghil- 
terra; e cosi via. Ora, lo sappiamo bene, gran parte di questi sog- 
getti hanno un'intima relazione coli' ordinamento della proprietà fon- 
diaria, dal quale in gran parte essi dipendono : ma occorre che questa 
relazione sia dimostrata e messa in luce; altrimenti non si capisce 
cosa ci stia a fare tanta roba, che a prima vista sembra estranea 
all' argomento. In realtà non solo il Battaglia non si cura di mettere 
in luce questa relazione, ma pare che neppur egli l'abbia compresa; 
peggio ancora : egli ci ha parlato di tanti fatti che risultano da quel 
dato ordinamento della proprietà fondiaria, ma di questa non ci ha 
spiegato l'organismo e il funzionamento, e ce ne ha dato appena 
pochi accenni particolari, slegati, da cui è impossibile trarre un 
concetto sintetico generale. Della struttura intima del feudalesimo, 
niente : appena qua e là qualche accenno alle angarie, poche parole 
sulla dipendenza dei villani ; e quasi nient' altro. Vero è che tra gli 
argomenti che dovranno esser trattati nel secondo volume è indicata 
anche La feudalità neW Italia meridionale; ma perchè riservare al 
secondo volume quello che doveva esser l'argomento fondamentale, 
la cui trattazione doveva servir di base e di premessa necessaria 
alla trattazione di tutti gli altri argomenti? 

Anche quanto ai continui richiami a fatti e ad istituzioni di 
altri paesi, noi sappiamo bene quanto sia utile e scientificamente 
rigoroso il metodo comparativo; ma il Battaglia non si cura quasi 
mai di servirsene per dimostrare la relazione genetica o analogica 
tra i vari fatti, o per studiarne le differenze, mettendole in relazione 



400 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

con le differenti cause onde i fatti derivarono o con le differenti 
condizioni in cui si svolsero. 

Anche è da osservarsi come non cerchi mai PA* di distingaere 
nell'esposizione quali siano i fatti da lui per la prima volta dimo- 
strati e quali sian quelli già da lungo tempo studiati e accertati ; e 
come nel riferire questi non usi alcuna misura con g^ave scapito 
dell' economia del libro. E non solo questo ; ma, nell' esporre, 1*A. 
mette insieme, alla rinfusa, fatti che non han nulla a che fare tra 
di loro, specialmente negli ultimi due capitoli di questo primo vo- 
lume. E una tale confusione fa si che si ripetano le medesime cose 
più volte, dello stesso argomento si tratti in quattro o cinque luo- 
ghi diversi, invece di fame una trattazione unica, organica. Cosi, 
ad esempio, delle angario. 

Tutto ciò che è riferito ad illustrazione dell'argomento prin- 
cipale occorreva fosse esposto in modo più succinto; tutto ciò che 
è riferito come conclusione di altri occorreva fosse più chiaro e più 
preciso. £ occorreva anche che del risultato degli studi altrui si 
tenesse conto sempre. L'A. sembra abbia attinto a molte fonti, abbia 
cioè studiato largamente le opere che trattano del suo soggetto o 
di soggetti affini: ma quando vediamo che egli non determina la 
differenza tra schiavi e servi e indica promiscuamente con la stessa 
parola servi l'una e l'altra condizione, anche dove (p. 116) era im- 
portante distinguerle, perchè si descrive la trasformazione dell'una 
nell'altra; noi dobbiam credere che egli non sappia questa verità 
fondamentale, che cioè la schiavitù e la servitù della gleba son due 
cose assai diverse, per quanto la seconda derivi dalla prima e ne sia 
quasi un'attenuazione. 

Quando a pp. 87 e segg. egli rifa, tutta la vecchia e trita questione 
sull'origine dei comuni italiani, se vi prevalga cioè l'influenza ro- 
mana o germanica, e poi, venendo a studiar la Sicilia, non enuncia 
la causa principale per cui fu quivi impedito il sorgere delle isti- 
tuzioni municipali, la mancanza cioè di una vita industriale e com- 
merciale (1) ; egli mostra di non conoscere quello che già da tempo 
lo studio delle istituzioni municipali ha messo in sodo, che cioè la 
loro vita è dovuta appunto a quel fiorire di industrie e di commercio, 
che abbatte la potenza dei baroni e con essa l'ordinamento feudale. 

Nel principio del suo lavoro l' A. parla de La comunione dei beni 



(1) Il curioso è che a questa causa giustamente accenna a p. 96 per 
spiegare come « i prìncipii repubblicani non poterono efficacemente in- 
« fluire negli animi dei Siciliani a quei tempi ». - 



BATTAQLIA, PROPRIETÀ FONDIARIA IN SIOIUA 401 

famigliare in Sicilia. Notiamo anzi tutto che l'argomento, per l'im- 
portanza speciale che esso ha e per le peculiarità che offrono in 
riguardo gli statuti o consuetudini dei comuni siciliani, poteva e 
doveva esser trattato assai più largamente, rilevando anche le dif- 
ferenze che sono nelle varie consuetudini. Ma, quel che più importa, 
si può qui parlare in modo assoluto di comunione di beni? Gli sta- 
tuti dei comuni siciliani stabiliscono, è vero, (eccetto quello di Si- 
racusa che stabilisce anzi espressamente il contrario) che i beni dei 
coniugi natis filiis o elapso anno a tempore consumati mairimomi 
(consuetudini di Palermo) o dopo un anno, un mese, una settimana 
e un giorno dal matrimonio (consuetudini di Caltagirone) confun- 
duntur et unum corpus efflciuntur ; ma la comunione dei beni non 
è qui se non temporanea: tanto è vero che le consuetudini stabili- 
scono quale, nel caso che i genitori vogliano dividere, debba esser 
la parte spettante a ciascuno di essi ed ai figli. E questo è confer- 
mato anche dai documenti stessi che PA. ha pubblicato e dai con- 
fronti che egli fa coli' antico diritto danese e con le Assise di 
Gerusalemme, in cui, poiché si parla di divisioni e di mciUé, non 
si può pretender di vedere una comunione vera e propria. V'ò 
anche di più: nella consuetudine 6.<^ di Messina è stabilito che se 
la madre premuore al padre, il figliò che voglia vivere a sé (ecco 
quindi che la divisione non è più soltanto formale) ha diritto al 
terzo che era della madre; e se invece muore prima il padre ha 
diritto ai due terzi. Nella consuetudine 5.^ pure di Messina e nella 16.* 
di Patti è detto che se la madre premuore al padre, le è data fa- 
coltà di disporre prò velie dei beni mobili che sono nella sua terza 
parte, mentre gli stabili vanno ai figli. Ma, si continua, si non sunt 
ei mobiUa, potest de stabUibus portionis stuie tantum usque ad me- 
dietatem valoris eorundem stabUhim extimatorum prò veUe testari. 
Che se poi dai documenti citati dal Battaglia appare che le vendite 
dei beni fatte dal padre son fatte una cum uxore, filiis et filiabus, 
se ve ne sono, o almeno eis consentientibus, ciò non può distruggere 
le conclusioni cui adducono le consuetudini citate ; tanto più in 
quanto che il consenso del figlio si trova dato anche nel docu- 
mento lU della raccolta del Battaglia, sebbene in quel caso la 
madre (vedova), avendo sposato secondo il costume greco, potesse 
disporre liberamente dei beni che le derivavano da eredità paterna 
e materna; e nel documento II si trova dato il consenso della figlia 
per una donazione che il padre fa della terza parte che a lui era 
toccata nella divisione. Questo potrà far quindi conchiudere di ima 
solidarietà famigliare, come la chiama il Battaglia in fondo a p. 13, 
che esiste non ostante la divisione dei beni già avvenuta; di una 

Abch. Stob. It., 5.* Serie. — XX. 26 



solidarietà olie è alquanto diversa dalla comunioDe, sebbene derivi 
da questa e rappresenti una forma di pasaaggio dalla comanione di 
famiglia alla proprietà individuale, 

Nelle prime pagine del libro l'A. discute brevemente delle in- 
vasioni barbariche e nota la diversità dello spirito di conquista nei 
Bomani e sei barbari. Occorreva, per porre in rilievo e comprender 
meglio le differenze, partire dalla differenza fondamentale che era 
Dolio scopo delle invosioai: perchè i Bomani miravano ad estendere 
il loro dominio, assoggettando sempre ui^ovi territori, fondandovi 
colonie in cui ai trasferiva la parte eccedente della popolazione, 
sopra tutto la classe più povera dei cittadini romanL Ma il centro 
dell' impero restava sempre Roma, in cui andava sviluppandosi e 
cresceva sempre più uno spirito ardente di conquista. I barbari 
iavece non tendevano a conquistare nuovi territori, ma quando le 
terre su cui abitavano, o non bastavano più ai bisogni della cre- 
sciuta popolazione o avrelibero almeno richiesto un lavoro maggiore 
per la coltivazione, i popoli emigravano e si trasferivano su nuove 
terre inabitate e fertili, di cui era grande l' abbondanza, data la 
Boarsità della popolazione (cfr. Tacito, Gei-mania e. 2tì). E cosi ten- 
devano man mano verso il Sud, forse anche perché, come attesta 
la fisiologia, il clima più caldo rende minori di numero e d'inten- 
sità i bisogni della vita materiale. E questo modo di conquista riesce 
a spiegarci anche la ragione per cui prevalse lungo tempo dopo le 
invasioni barbariche il sistema delle leggi personali. Da quelle in- 
vasioni repentine, da quelle occupazioni passeggere per il soprave- 
nire di nuovi occupanti, non poteva sorgere un sistema giuridico 
territoriale. Solo quando i popoli cominciarono a prender sede sta- 
bile su un dato territorio fu possibile il sorgere di un sistema di 
leggi, in cui il principio della territorialità andò sempre più estm- 
dendosi, mentre si restrinse quello della personalità. 

Altre osservazioni speciali ci sarebbero pare da fare; e non 
poche, Ci contenteremo di farne solo alcune. Per esempio, a p. lOG^ 
l'A. dice cbe il diritto negli abitanti di far legna nei boschi sembra 
sia una conseguenza del concetto giuridico della proprietà presso i 
barbari, cioè di un concetto giurìdico che, secondo alcuni, avrebbe 
prodotto presso quei popoli la proprietà collettiva. Ora, anche la- 
sciando di considerare che gli studi moderni attestano cbe la pro- 
prietà collettiva si ritrova presso tutti i popoli nei primi stadi della 
loro evoluzione economica, notiamo ohe l'A. stesso ricorda in quel 
medesimo luogo su indicato che le servitù d'uso, tra cui h appunto il 
diritto di far legna, esistettero in lutti i tempi, ed è noto del resta 
che essi perdurarono e perdurano anzi tuttora, sotto il nome di 



BATTAGLIA, PROPRIETÀ FONDIARIA IN SICILIA 403 

usi civici, in molte regioni anche d'Italia; e sarebbe davvero as- 
surdo supporre che ciò sia sempre effetto del concetto giuridico 
della proprietà presso i barbari. 

A p. 23 r A. scrive : < La proprietà fondiaria era la precipua 
< sorgente dei bilanci dei vari governi di quell'epoca, che non 
« avevano ancora saputo (!) creare tutte le tasse dirette e indirette, 
« escogitate ai giorni nostri dai moderni legislatori e dagli illustri 
« finanzieri > (!!). Eppure VA, stesso a pp. 140 e segg. spiega come 
e perchè minori fossero allora che oggi le esigenze del bilancio; e 
d'altra parte era ovvio osservare che la proprietà fondiaria era 
allora l' unica forma di proprietà e che di terra era assai maggiore 
allora la quantità in confronto della popolazione ; cosi che la proprietà 
fondiaria, anche da sola, era sorgente abbastanza copiosa pei bilancL 

Cosi pure a p. 132 non ci pare che le parole del Falcando siano 
in contrasto, come mostra di credere l'A., col fatto di moltissimi 
Greci e Saraceni che furono proprietari di case, vigne ec. 

Quanto abbiam detto dimostra chiaramente che l'opera del 
Battaglia ha, secondo noi, molti e gravi difetti. Ma è giusto avver- 
tire che qualche pregio pur v'è. Alcune questioni speciali, come 
quella della divisione delle terre successive alla conquista (pp. 23 e 
segg.) e quella delle immunità ecclesiastiche (pp. 66-78) son trattate 
bene, e l'opinione sostenuta dall'A. vi è ampiamente svolta e dimo- 
strata. Anche è da lodare la diligenza dell'A. nella ricerca amplissima 
delle fonti ; per modo che egli ha potuto raccogliere molte notizie 
relative all' argomento. Anche dei documenti raccolti in xm volume 
speciale, se alcuni non dimostrano fatti nuovi né ai vecchi apportano 
nuova luce, altri invece hanno per l' uno o per l' altro rispetto no- 
tevole importanza. In conclusione il materiale non manca, e il Bat- 
taglia ha il merito di aver saputo raccoglierlo; ma un'opera orga- 
nica egli non ne ha saputo trar fuori davvero. 

Siena, Ugo Guido Mondolfo. 



Codice Diplomatico Barese, edito a cura detta Commissione Provinciale 
di archeologia e storia patria. Voi. I. Le pergamene del Dìiomo di 
Bari (962-1264) per G. B. Nnro Db Bossi e Francesco Nitti 
DI Vito. - Bari, 1897, coi tipi dell' editore V. Vecchi di Trani. - 
4.®, pp. LXXviii-240. 

Della pubblicazione di questo Codice diplomatico barese va data 
lode grande non solo ai due egregi professori, che hanno lavorato 
in tomo a questo primo volume, ma anche in modo particolare agli 



lìlbUOGRAFICA 

insigni componenti la Deputazione provinciale dì Btoria patrio, che, 
attraverso difficoltà intinite e dopo parecchi anni di paziente iktìcai 
hanno saputo condurre a. termine l' impresa. Questa lode ìnoondisio- 
nata verrà d& ogni onesto BtudìoEo di storia patria, il quale vtixi 
cosi coronato l' edilìzio storico, cui han preso parte, negli ultimi tilt- 
quant'anni, tutte le provincìe d'Italia, ed al quale maccara finora 
il contributo apportatovi dalla Regione Pugliese. K perciò che la data 
della pubblicazione di questo primo volume, che inizia cosi ben* la 
serie di pubblicazioni diplomatiehe che si seguiranno, sarà una data 
memorabile negli annali degli studi storici, perchè viene ad inao- 
gurare il periodo, in cui, con la scorta di documenti inediti e boo- 
noaoiuti, ai potrà scrivere la storia di una regione d'Italia, che pur 
ha avuto tanta importanza nei secoli del medio evo. 

S' è cominciata pertanto l' opera delle tonti storiche pnglieei dal 
ricco Diplomatico dell'Archivio capitolare della chiesa cattedrale ili 
Bari, che sarà compreso in questo ed in un secondo volume, il quale 
conterrà le pergamene del tempo dei due primi re di casa d'Angiò 
dal 126fi al ISOSf, periodo questo assai importante nella storia dì 
Bari. Il pro£ De Hossì, nella introduzione del volume, dopo «TW 
detto del fortunato ritrovamento delle carte cercate, tesse naa £» 
gace storia dell' archivio barese e delle peripezie cui, per eoits 4^ 
mune, andò soggette. Esisteva fin dal secolo XII, ricco dì docDmiiBti 
e di diplomi riguai-dau ti le prerogative della chiesa di Bari; m& il 
materiale archivistico venne straordinariamente crescendo n«'9acolì 
successivi, e giù nel secolo Xill se n' erano compilati larghi tmi- 
sunti. Il bisogno di avere come un prontuario de' privilegi della 
chiesa sì senti maggiore nel princìpio del secolo XVI, e, qnasi con- 
temporaneamente, quando il Consiglio dell'Università di Bari oidi- 
nava raccogliersi in un libro tutti i privilegi concessi alla dtti, 
(il qual libro fu poi il cosi detto Libro Ucmso), il Consiglio capitolu* 
faceva trascrìvere in un volume le bolle e i diplomi conceduU aUa 
chiesa. Da quel momento perù ì documenti originali veaneio &• 
mentìcati, trascurati, perduti, e si ricorse sempre, fino a' nosln 
giorni, anche dagli storici (a cominciare dal Beatilio e dall' Ugbdii 
fino al benemerito e compianto Petroni) al Libro Homo della dùesa 
dì Bari ; ma ritornati ora a luce gli originali, di essi devesi lo stu- 
dioso occupare (1), Sfortunatamente, anche qui, in mezzo al gntae 



(1) Faccio osservare che, nonostante ì molti errori rìaoontraU nella 
compilatone di detto Libro, esso ha nn valore, che non vedo rileTato. G 
sono pervenuti tutti i documenti originnli transuntati dal notaio. Q. B> 
Bonaxn sui primi del sec. SVI? Bisognava prevenire la dimanda; e, •* 



CODIOB DIFLOMATIOO BARESE 405 

è stato seminato il loglio, e le fonti genuine sono state deturpate 
da documenti falsificati, dovuti ai conflitti di giurisdizione agitatisi 
tra le chiese di Bari e di Canosa. Peraltro, la questione della fal- 
sità, per quanto sembri di facile soluzione in tesi generale, non è 
cosi nel!' applicazione ai casi singoli ; donde può derivare, nei critici, 
opinione diversa sull' autenticità o non autenticità di un dato docu- 
mento. Questo appunto s'è verificato nel caso nostro, in cui lo storico 
De-Bossi ed il paleografo Nitti, se si son trovati d'accordo nel 
riconoscere l'autenticità, p. es., delle tre bolle di Alessandro II 
(maggio 1606), Anacleto antipapa (5 nov. 1181), Eugenio m (18 
marzo 1151), sono stati invece di contrario o dubbio avviso per 
altri documenti. Dei quali non staremo qui a discutere singolar- 
mente: soltanto crediamo di dover notare che la critica del Nitti 
si fonda sulla moderna dottrina diplomatica, che distingue netta- 
mente la falsità delle forme diplomatiche dalla falsità del contenuto 
storico, e stabilisce inoltre che certe forme, apparentemente false, 
possono giustificarsi col riscontro di altri criteri; quindi egli si 
mostra assai prudente e riservato prima di condannare un docu- 
mento. Che a noi paia avere egli sempre ragione, non diremo; ma 
il metodo è lodevole. 

La introduzione del De-Bossi continua a parlare rapidamente 
della nuova luce che i documenti baresi gettano sul diritto con- 
suetudinario e sulle varie manifestazioni storiche del popolo ba- 
rese ne' secoli medioevali, e consacra infine parecchie pagine impor- 
tanti alla storia architettonica del Duomo di Bari e di alcuni mo- 
numenti che l'abbelliscono, riferendo al secolo XV i frammenti 
del cosi detto aUare di Alfano, creduto dagli antichi scrittori del 
secolo XI, e dal prof. P. Fantasia recentemente attribuito al se- 
colo xin. 

n Codice diplomatico è propriamente opera, lodevolissima, del 
Nitti, già alunno della Facoltà di lettere e della Scuola di paleo- 
grafia di Firenze, il quale ha voluto cosi fare onore di sua fatica, 
non tanto a sé stesso, quanto ai suoi insigni maestri Precede un 
ottimo indice di tutte le pergamene pubblicate, con transunti sobri, 
ma esatti II Codice comprende 107 pergamene, delle quali soltanto 
17 erano state già pubblicate dall' TJghelli, dal Carruba, dal Pe- 
troni o da altri, e 97 sono inedite, di cui qualcuna era stata già 



la risposta era affermativa, tagliar corto ad ogni dubbio ; se negativa, 
esaminare il libro, e notare i transunti del Bonazzi, de' quali non s'è ri- 
trovato l'originale. 



406 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

semplicemente citata (1); e questa cifra ragguardevole di perga- 
mene ora per la prima volta pubblicate accresce il valore del co- 
dice. Ventisei pergamene appartengono al periodo del dominio greco 
(952-1067), ma nessuna è in lingua greca, tranne qualche sottoscri- 
zione. Al periodo normanno (1073-1194) ne appartengono 41, tra 
edite ed inedite, ed a quello svevo (1196-1266) 47, Il testo di cia- 
scuna è sempre preceduto da transunto, bibliografia e osservazioni 
speciali, allorché si dà il caso di farne; e la trascrizione del testo 
è fatta con grande esattezza, sebbene ci paia esagerato, e non sap- 
piamo a che cosa sia utile, il sistema di riprodurre tale quale la 
errata punteggiatura. 

Fra i documenti inediti, pubblicati dal N., ce ne sono due che 
non riguardano affatto Bari. In uno, datato 13 giugno 1224, Bologna, 
€ Herasmits scrìptor f, qd, Stephani de Gaieta promisit domino Ma- 
rino FHangerio canonico salernitano, glosulare et codicem suum de 
apparatu seu cemento domini Ugolini presbiteri legum doctoris, prò 
pretio viginti librarum bon(pniensium) ; et hoc promisit ei facere et 
óbservare sine interpositione aUerius operis et de eque bona Uttera, ut 
fecit in carta iUa ubi est iitulus de pactis, Item fuit actum inter 
eos, quod debet detrahi de pretio viginti librarum iUud quod fuU glo- 
sidatum et scriptum in dicto codice de ipso apparatu per alium scripto- 
rem vel scriptores, ». Il transunto delP altro, datato 18 ottobre 1225, 
Trani, è il seguente : < Dominus Eogerius tranensis canonicus dedit 
potestatem Eustasio clerico tranensi petendi libros depositos penes do- 
minum Marinum fratrem Imperialis menescalci. Insuper constituit 
eum procuratorem ad redimendum decreta sua oMigata Ramaldo de 
telo. Roggerius notarius ». Il siniscalco, e non maniscalco, di Fede- 
rico Il era Giordano Filangieri, fratello di Marino. 

Il N. pubblica ancora in Appendice il testo del famoso ExuUet 
della prima metà del secolo XI, che si conserva nel Duomo di Bari, 
illustrandone le belle miniature, di cui si ha tin'idea dall'annesso 
facsimile, e chiude il codice con un'indice dei nomi propri e un 
glossario delle voci basso-latine e basso-greche, ambedue diligen- 
tissimi. Questo primo volume del Codice ci dà buona caparra di 
quelli, che si succederanno, si spera, a breve intervallo di tempo. 

Bari, Francesco Carabbllbsb. 



(1) La piccola differenza nelle cifre proviene dal fatto che alcune poche 
pergamene sono doppie. Una fu citata dal medesimo N. in Di una i$cri- 
zione reltquaria anteriore al 1000 in Arch. stor, ilal., ser. V, to. XII, 1893. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 407 



The Elevatìon and ProcessUm of the Ceri at Gubbio by Herbert M. 
BowBR. M. A. - London, David Bufct et C», 1897. - 8.0 

Questo libro è uno studio molto erudito sulla curiosa processione 
dei Ceri a Gubbio, che si fa il 15 maggio alla vigilia di S. Ubaldo. 

In questo giorno si portano in processione tre alte costruzioni 
di legno dipinto, intagliate quasi a somiglianza di due obelischi 
sovrapposti, e coronate dalle statuette di S. Ubaldo, S. Giorgio e 
S. Antonio. Ciascimo di questi cosi detti Ceri, adattato sopra una 
barella pesante, è portato per la città da dodici uomini, i quali 
vanno di gran carriera anche per le strade più erte, e fino alla 
chiesa di S. Ubaldo, in cima al Monte Ingino. Prima di cominciare la 
corsa unita in processione, i Ceri sono portati attorno separatamente 
e, davanti a certe case indicate, sono fatti girare rapidamente a tre 
riprese e sempre a sinistra. Tre tavole sono imbandite tre volte in 
altrettante case per festeggiare i Geraioli e farli riposare dall'im- 
mane fatica. Il Vescovo, il Sindaco ed altre autorità siedono alla 
tavola di S. Ubaldo, ospiti 'del Primo Capitano. Ma, quantunque 
sanzionata dalla Chiesa, la processione non è una funzione eccle- 
siastica. 

Dicono alcuni che la festa dei Ceri sia una commemorazione 
della vittoria di Gubbio contro la Lega delle undici città, nel 1164, 
durante il regno del buon vescovo Ubaldo ; ma certi particolari della 
cerimonia, come, p. es. il versare dell'acqua sulla figura del Santo 
prima d' elevarla sul Cero, ec., fanno credere a ima derivazione ben 
più antica e anteriore al cristianesimo. 

Dopo una descrizione minutissima delle usanze, che danno un 
carattere tanto fantastico a questa processione, l'A. ci dà il risul- 
tato delle sue ricerche sull'origine di essa, e con molto acume ne 
delinea, secondo il suo modo di credere, la storia attraverso i secoli, 
convalidandola con molte citazioni dal Grimm, dal Bòteler, dal Bréal 
e da altre celebri autorità in materia di « FoUc-'Lore >. L'A. ritiene 
che la processione sìa una reliquia dell'antichissimo culto degli 
alberi che sopravvive in tanti paesi, come, per esempio, in Inghil- 
terra nella festa del Maypole, il 1.^ maggio. Dopo un sommario 
coscienzioso, non solo di fatti osservati, ma pure di varie teorie 
opposte alle isue, egli conchiude coli' asserire esservi « grande prò- 
€ babUità che i tre Ceri roteanti di Gubbio rappresentino un anti- 
< chissimo rito silvano.... e che fossero in origine gli alberi di maggio, 
« ossia emblemi dell'albero sacro presso qualche popolo abitante 



408 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

€ in Gubbio o nelle vicinanze. Inoltre, non essere punto improbabile 
€ che, associati o non associati con qualche culto della natura (Na- 
« ture-worship), come del fuoco, del sole, ec, questi Ceri fossero 

< esposti annualmente a benefizio dei devoti, ed a scongiurare i mali ; 

< e che più tardi, mantenendo il loro carattere protettore, fossero 

< sempre associati con lustrazioni annuali del popolo eugubino ; che 
« queste lustrazioni fossero d' una natura semi-militare ; e che nel 
€ medio evo - forse prima - questi alberi, perdendo il loro carattere 
« antico e pagano, divenissero emblemi di Santi cristiani e costituis- 

< sero anche un tributo annuale di cera. Le nostre investigazioni 
€ tendono a farci credere che, ai tempi di sant'Ubaldo, il pagane- 

< Simo, quantunque riguardato come culto del diavolo, disprezzato 
€ e temuto, non fosse tramontato del tutto; che più tardi, in omaggio 
« alle qualità ed ai miracoli d'Ubaldo, nonché alle sue prodezze 

< militari, come capo degli Eugubini, ed in onore alla Chiesa, uno 
« de' Ceri servisse di piedistallo all' effigie del vescovo. Cosicché nei 
€ Ceri de' tempi moderni abbiamo reliquie semi-religiose e semi- 

< militari (il cui significato, se oggi é oscuro, non ^ mai forse pri- 
€ mamente chiaro) che sono sempre state riguardate dal popolo 
€ come una rappresentazione de' suoi geni tutelari >. 

Il volume del signor Bower fatto con cura, pieno di notizie at- 
tenenti al soggetto ed arricchito d'un Appendice sulle famose Ta- 
vole Eugubine, forma un contributo prezioso alla storia delle usanze 
popolari italiane. Ma se possiamo lodare le ricerche dell'Autore, non 
possiamo del pari lodare la forma in cui il- libro é scritto. Essa la- 
scia spesso desiderare una maggiore precisione, e uno stile più sem- 
plice e conciso. 

Firenze, Linda Villahi. 



Paolo Luotto, Il vero Savonarola e U Savonarola di L, Pastor. - 
Firenze, Successori Le Mounier, 1897. - 8.<* gr., pp. x-620. 

Io piglio la penna non per fare una recensione di questo libro, ma 
solo per invogliare a leggerlo quanti amano la verità e la giustizia, 
quanti sono, e comecchessia, cultori della memoria del Frate, e amici 
o avversari suoi: leggerlo, sia pure interrottamente e in mezzo ad 
altre occupazioni, come ho fatto io, ma non frettolosamente. Vi tro- 
veranno (ne son certo) come io v'ho trovato, tutta la neoeissaria 



LUOTTO, IL VERO SAVONAROLA £C. 409 

preparazione alla piena e coscienziosa trattazione del soggetto, una 
bella e ordinata disposizione e composizione delle parti, lucidità 
nell' esporre, rigore e acume, non sofisticheria, nelP argomentare e 
dedurre; un sincero intento sempre di scoprire e mostrare il vero, 
non di palliarlo o stravolgerlo : tutte le qualità insomma che fanno 
di un libro una vera e propria opera, onesta, d'arte e di scienza. 
Qualche leggiero neo nella purezza e proprietà della lingua niente 
detrae alla efficacia, semplicità ed eleganza dello stile; qualche lar- 
ghezza e abbondanza talvolta (che non è però mai vaniloquio, 
né altera le proporzioni) viene dal possesso pieno e assoluto del- 
l' argomento in chi scrive, dalla copia stragrande di notizie e os- 
servazioni da lui raccolte: è quasi direi il rompere, o qui o là, 
di un fiume tanto ricolmo d'acque che forza umana non basti a 
contenere. 

n fine principale dell'autore fu di ribattere le vecchie accuse 
contro il Savonarola, ultimamente ripetute e aggravate da Lodo- 
vico Pastor, nel volume terzo della sua Storia dei Papi Temeva, e 
a ragione, che la grande e meritata stima che ottiene quell' opera 
presso gli studiosi, perchè scritta da un uomo di molto ingegno e 
dottrina e, per di più, vero cattolico, troppo non nuocesse alla me- 
moria del grande Domenicano, massime ora che, e da un lato la 
Chiesa si mostra verso di lui più benigna, e dall'altro, appressan- 
dosi il quarto centenario dalla sua morte, altri vessilli che non sien 
quelli della religione cattolica e ^ dell' ordine possono alzarsi nel 
nome suo. 

Trattando del Savonarola, niente passò inosservato al Pastor 
di quanto si è finora scritto intomo a lui, ninno forse dei docu- 
menti che a lui in qualche modo si riferiscono : ma tutto, o quasi, 
accolse nella sua Storia, giudizi e informazioni, senza raffrontare e 
discutere, senza badare, dico, alla qualità dei giudici e de' relatori. 
Trascurò poi quasi del tutto ogni studio ed esame di quanto il Frate 
avea pensato e scritto ; e sentenziò, o per meglio dire accettò, sugli 
atti della sua vita, la sentenza altrui, senza tener conto delle dot- 
trine da lui professate, e che avrebber potuto, anche a' suoi occhi, 
giustificarle e spiegarle. Questa critica delle fonti e questo esame 
degli scritti del Savonarola, che mancano nel Pastor, fece il pro- 
fessor Luotto ; e arrivò a mostrarci non solo l' assoluta bontà delle 
sue dottrine ma la più scrupolosa applicazione ch'ei ne fece sem- 
pre nelle occorrenze della vita; la rettitudine, la sincerità soprat- 
tutto, d'ogni sua azione e intenzione. Vedrà pertanto il lettore 
come di tante accuse fattegli, da quelle, gravissime sopr'a tutte, 
di empietà e impostura a quella di pura allucinazione; da quella 



410 



BASSEIGHA BIBUOUBAFICA 



dì eccessivo zelo e Intemperanza nella riibrma dei costumi, tanto 
da voler fare di tutta la città un convento, da minacciare e chie- 
dere pei vizìoai e scandalosi pene straordinarie e sproporzionate alle 
nolpe, e suscitare odi e niraicizie nella città e porre la disoordùi 
nelle famiglie, a quella di essere, volontariamente e per fini mon- 
dani e non retti, entrato nella politica, rinfocolandone le paaaioni, 
e aver tenuto a forza la cittù nella parte francese contro la lega 
italiana ed il Papa ; vedrà, dico, il lettore come di queste e altre 
simiglianti accuso, non rimnnga assolutamente più nulla; tanto è in 
questo libro piena e convincente la difesa di ciascuna di esse, tanto 
vi è perfino prevista e confutata ogni possibile e ]>iù sottile obie- 
zione. Vedrà ancora come la tanto riprovata inobbedienza del Nostro 
ai brevi che lo cltiamavano a Koma, che gli vietavano le prediche, 
che gli ordinavano di riunire la sua con altre congregazioni, cbe 
lo escludevano dalla comunione dei fedeli ; e la incolpazione stessii 
di voler promovere un conciiio senza e contro il Pontefice, non 
sieno più, oramai, che crollanti edifìzi, cui basterà il più lieve urto 
a minare da' fondamenti. L' urto io dico che, insieme con la critica 
spassionata, potrà dare la Chiesa, riconoscendo che U suo capo vi- 
sibile che si trovò a giudicare, in vita e in morte, il Savonarola, fu 
circuito e tratto In inganno dalle perfide arti di chi voleva, con la 
perdita del Frate, spegnere in Firenze la libertà, mortificare i semi 
di quella civile e morale rinnovazione eh' egli, con tonto ardora, ai 
afiaticava a spargere intorno a sk. 

Col fine apologetico, cui principalmente mirava, e per il modo 
atesso che si propose in conseguirlo, un altro 6ne dovea di neces- 
sità raggiungere l' autore. I/O presentiamo dal tìtolo ; ma egli anche 
lo dichiara in principio delta Prefazione: < Questo libro (dice] qtwu- 
< tunque nascesse dal proposito dì ribattere il giudizio dato su 
« fra G. 3. da L. Pastor, è tuttavia una tesi piuttosto che una 01^ 

• tica e una polemica : si propone di mostrare il t>ero Sf'voiumlaf 

* provando insieme che quello del FasEor è un Savonarola in patt» 

• immaginario. Nostro intento perciò non ò solo di dìstmggere ma 

* di edificare >, L'esame e Io studio delle opere di fra Girolamo fu 
fatto anche da altri e insigni storici, ma da tutti, o più o meno, 
in relazione con la sua vita pubblica. Ora in questo libro, oltre 
a tutta !a vita del Savonarola, alle sue azioni e relazioni con gli 
altri, noi abbiamo, e diciam pure per la prima volta interamente, 
l'uomo interiore. Solo da questo libro si comprende tutta la stoce- 
riti dell' animo suo, tutto l' ardore della sua fede, tutto il suo xelo 
per la religione, tutta la sua carità e compassione del prossimo, 
tutto il suo spirito dì sacrifizio, l' entusiasmo, quasi direi, di dare 



LUOTTO, IL VERO SAVONAROLA EC. 411 

anche la vita per la salute dell'anime, per la pace e il benessere 
dell'umanità (1). 

n quarto centenario, che or dicevo appressarsi, è imminente; 
e un Comitato di ecclesiastici degni, cui presiede uno di essi col- 
locato in gran dignità e, se altri mai, illuminato ed equanime, si 
è costituito in Firenze per celebrarlo. Potrebbe far capo (speriamolo) 
a quella completa assoluzione del Frate, che fu l'unica, nobile e 
santa aspirazione del nostro autore, e sarebbe il più gran premio, 
ma condegno, dell' opera sua. Il più gran premio dell' opera, e 
insieme (ahimè!) il più grande ma meritato onore alla sua me- 
moria. Perchè egli (non tutti i lettori lo sapranno), il 19 di di- 
cembre, tre mesi forse dalla pubblicazione del suo libro, e proprio 



(1) Per sempre più invogliare a leggere questo libro (oh' è il mio in- 
tento principale), do le intitolazioni dei capitoli che lo compongono; da cui, 
meglio che dal fin qui detto, può apparire la sua novità e importanza. 

I. Origine e intento del presente scritto. - II. Il Pastor non conosce 
le opere del Savonarola e scrisse impreparato. - III. Insufficiente cono- 
scenza nel Pastor della predicazione Savonaroliana. - IV. La beneficenza 
cristiana e G. S. - V. Q. S. e i sacramenti della confessione e della co- 
munione. - VI. La Vergine Maria e G. S. - VII. L'astrologia e Q. S. - 
Vni-XI. Sul metodo di predicazione del S. (con quattro sottotitoli), - XII. 
Le feste promosse e le feste vietate in Firenze da fra G. S. - XIII. Se lo 
zelo passionato facesse dimenticare al S. ohe la Chiesa di natura sua è in 
questo mondo. - XIV. Nuove accuse contro fra G. e difesa relativa. - 
XV. La famiglia cristiana e G. S. - XVI. Se G. 8. eccedesse nel ripren- 
dere i vi:g del clero. - XVII. Zelo di fra G. per la casa di Dio. - XVIII. 
n Savonarola e lo spirito profetico. - XIX-XXI. La politica del Savonarola 

- 1. Se fra Girolamo, occupandosi di politica, eccedesse i limiti del predi- 
catore religioso - 2. Fra G., la Lega e Carlo Vili - 3. Fra G. e l'unione 
e la giustizia politica in Firenze. - XXII. Necessità di esporre la teorica 
Savonaroliana intorno la gerarchia ecclesiastica, l'obbedienza ai superiori, 
le leggi canoniche e la scomunica. - XXIII. Bella gerarchia ecclesiastica 
secondo G. S. - XXIV. Il Romano Pontefice nella gerarchia ecclesiastica 
secondo G. S. - XXV. Teorica dell'obbedienza. - XXVI. Delle leggi ca- 
noniche e della scomunica. - XXVII. Si dimostra la teorica del S. sopra 
esposta esser cattolica, e si ribatte P accusa ch^ egli ritenga che la vita 
peccaminosa dei prelati ne scuota la giurisdizione. - XX Vili. Se G. S. 
dichiarasse il convincimento soggettivo quale stregua della obbedienza 
ecclesiastica. - XXIX e XXX. I brevi de' 21 luglio, 8 settembre e 16 ot- 
tobre 1495; e relativa condotta del Frate. - XXXI. L'unione dei Conventi. 

- XXXn. La Scomunica. - XXXni. Il Concilio. - XXXIV. La prova del 
fuoco e la morte. 



412 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

per il lungo studio e il grande amore messo nel comporlo, passò da 
questa a miglior vita, nell'età sua di appena quarantadue anni. 
Egli era da un pezzo, invero, cultore e studioso della memoria del 
grande Domenicano ; ma non si arriva a comprendere come in meno 
d'un anno potesse non dico raccorre tutta la materia di questo libro, 
ma solo materialmente scriverne le seicento e più grandi pagine di 
fittissima stampa. Noi sentiamo a volte l' affiftticarsi, quasi direi l'an- 
simare, di chi va frettoloso per una lunga e disagevole via; ma sen- 
tiamo pure che le forze non lo abbandoneranno fin eh' e' non tocchi 
la meta. « Arrivati a questo punto (scrive egli, cominciando il ca- 
« pitelo XXn), il nostro lavoro assume un'importanza capitale. Ci 
€ piacerebbe sostare un poco; ma la via che ci resta da x>eroorrere 
« e il desiderio di giungere alla meta ci attraggono potentemente, 
€ e son pur molti che ci stimolano di andar forte. Senz' altra cura 
« dunque, e non pigliandoci nemmeno il conforto e il vantaggio che 
€ ci verrebbe dal volger lo sguardo al cammino già fatto, spie- 
« ghiamo le vele pel mare più alto e più tempestoso che ci si para 
« innanzi, e in cui molti ricusarono di mettere il loro legno, o navi- 
€ garono pessimamente, non lasciando nemmeno sognato il solco del 
€ loro cammino ». 

Egli era di Villafranca d'Asti, e fu allievo dell'università di 
Torino : ora insegnava la filosofia nel Liceo di Faenza. La sua morte 
destò un generale compianto di maestri, di colleghi e discepoli, di 
quanti ebbero il bene di conoscerlo e amarlo (1). Del suo ingegno 
e della sua cultura, di quanto egli ha fatto e avrebbe potuto fìtre, 
son testimonio e argomento le sue pubblicazioni, questa in special 
modo; ma del candore e della bontà e gentilezza dell'animo suo, 
della sincerità e rettitudine de' suoi principi e intendimenti, della 
sua grande aspirazione al buono ed al bello, del suo gran cuore, 
non posson dire (né mai diranno abbastanza) che la fiimiglia e gli 
amici. Io lo conoscevo da poco, ma quasi mi pareva, e ogg^ mi pare 
più che mai, di averlo visto nascere e crescere e farsi adulto sotto 
i miei occhi ; perchè egli era uno di quei rari uomini che al primo 
tratto si rivelano interi, e sempre poi rimangono nella mente e 
nel cuore. 

Firenze, A. Ghbrahdi. 



(1) Tra le non poche testimonianze di stima e di affetto resegli già 
dalla stampa, notevolissima è quella di E. Magri, nel giornale B èimgeUo 
caUolico, del 25 dicembre. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 413 

Ugo Guido Mondolfo, La genesi ddla Mandragola ed U suo conte- 
nuto estetico e morale, - Teramo, Tip. del Corriere Abrvassseae, 1897. 
- %.\ pp. 62. 

Il sig. M. aveva già in parte studiata la questione della Man- 
dragata in una memoria che venne pubblicata nel Giornale storico 
della letteratura italiana, e che porta il titolo : La data della Man- 
dragola: seguita ora e compie il suo studio con questo nuovo la- 
voro. Nella prima parte si occupa di stabilire in quale anno, circa, 
fu scritta la Mandragola. Essa ha per soggetto un fatto, che si sup- 
pone avvenuto verso il 1504, ma non può essere stata scritta (come 
già notarono il Villari e il Medin) anteriormente al 1513, cioè non 
prima del tempo in cui il Machiavelli, per il ritorno dei Medici a 
Firenze, perde l'impiego e si ritirò nella sua villa di San Casciano 
a vita privata. Il M. è d' accordo col Medin riguardo al terminus a 
quo, e crede egli pure che la commedia debba esser posteriore al 13 
marzo 1513, giacché solo in questi giorni il Machiavelli fu liberato dal 
carcere, dov'era stato rinchiuso per essersi scoperta la congiura 
del Boscoli e del Capponi, di cui si sospettò essere egli complice; 
ma non concorda collo stesso Medin riguardo al termmus ad quem, 
e non crede con lui che questo debba stabilirsi nello stesso anno 1513. 
Considerando che nell'Epistolario del Machiavelli non si trova al- 
cun accenno alla Mandragola, anteriore al 1525, e che non si ha no- 
tizia di rappresentazioni di questa commedia prima del 1519, conclude 
il M. che € la data di composizione della Mandragola, nonostante la 
€ mancanza di prove positive, debba ritenersi posteriore (di quanto 
€ non può facilmente determinarsi) al 1513 ». 

Lo stabilire la data della Mandragola è, a parere del M., d'im- 
portanza grandissima, perchè le vicende della vita del Machiavelli 
furono tante e cosi varie che € quello, che ci appare strano, scritto 
€ in un tempo, ci appare invece naturalissimo in tempo diverso, 
€ quando erano avvenuti cosi profondi mutamenti nella vita di lui ». 
Del resto, osserva l'A., la stessa contradizione profonda, lo stesso vivo 
contrasto, che noi osserviamo tra gli scritti politici del Machiavelli 
e la sua Mandragola, si trova talora anche, a una linea di distanza, 
nelle sue lettere familiari. E qui il M. cita varie lettere del Ma- 
chiavelli, prima fra tutte quella bellissima e a tutti nota, ch'egli 
scrisse all' oratore Vettori dalla sua villa di San Casciano ; dalle 
quali lettere apparisce chiara, secondo l' avviso del M., la fieudlità 
colla quale il grande scrittore passava improvvisamente e brusca- 
mente da un soggetto all' altro, spesso i più disparati Cosi, per 



414 RASSEGNA BIBLIOORAFICA 

esempio, mentre si occupa de' più importanti fatti politici deL suo 
tempo e fa congetture per l'avvenire, lo vediamo ad un tratto cam- 
biar tema od entrare a parlare de' suoi amori e delle sue donne, in 
modo il più delle volte ironico e burlesco : e nelle sue stesse opere, 
accanto ai Capitoli per una compagnia di piacere, che hanno un'in- 
tonazione scherzevole dal principio alla fine, troviamo un Discorso 
morale, nel quale l'Autore s'inspira tutto a principi asceticL 

Del resto, osserva il M., tutto questo insieme di fenomeni non è 
già qualcosa d'isolato in quel secolo XVI, ma sì riconnette ad un 
ordino ben più largo di fatti. E a questo proposito egli ci fa un 
quadro di tutte le vicende di questo secolo e vuol rilevare il con- 
trasto fra tante imprese gloriose e tanti fatti empi od osceni, che 
si succedevano e s'intrecciavano, senz' alcuna nozione precisa di 
moralità. Non già, dice l'A., che il secolo XVI fosse, come sostengono 
molti, immorale: ma è più logico e razionale, a suo avviso, il dire 
che quel secolo ebbe una morale diversa dalla nostra : siamo in un 
periodo d'incoscienza, che ritroviamo uguale in Atene al tempo di 
Demostene, in Boma al tempo di Cesare: è la libertà, è l'indipen- 
denza, che è prossima ad esser seppellita in una tomba, donde non 
uscirà se non dopo lungo volger di tempo. Nel principio del se- 
colo XVI una forma sociale andava rapidamente decadendo, e questa 
sua decadenza dava luogo a quell' incoscienza, a quel contrasto, che 
abbiamo già notatL 

Segue il M. facendo una relazione assai diffusa del contenuto 
della Mandragola e, riguardo al giudizio sintetico della commedia 
crede (contrariamente alle opinioni del Grafj del Medin e del Villarì) 
che il Machiavelli non abbia avuto altro scopo, scrivendo la Man- 
dragola, che quello di ridere e di far ridere. « Non per questo », 
conclude il M., € essa cesserà di essere la più bella commedia che 
€ abbia la letteratura italiana ». 

Fin qui ho esposto, quanto più fedelmente mi è stato possibile, 
il contenuto dell' opuscolo del M., il quale, mi affretto ad aggiungere, 
ha mostrato in questo suo lavoro molta diligenza e molto acume 
critico. Mi si permettano ora alcune considerazioni. 

Quanto all' osservazione che il M. fa riguardo alla morale del se- 
colo XVI, pare a me ch'essa sia alquanto esagerata; poiché, anche 
ammettendo che quello fosse un periodo di decadenza e di evolu- 
zione, e che l'inerzia in cui erano piombati gli animi non permet- 
tesse loro di distinguere nettamente ciò che fosse bene e ciò che 
fosse male, contuttociò bisogna pur convenire che vi sono certi 
supremi principi di morale e di giustizia, che s'impongono e si 
mantengono inalterati in tutti i tempi e in tutte le condizioni; 



MOKDOLFOy LA OENESI DELLA « MANDRAGOLA » 415 

e ne troviamo esempi anche nel secolo XVL Cosi, pur andando 
d'accordo col M. circa alla facilità con cui nel Cinquecento anche 
gli uomini più illustri e i popoli più forti passavano talvolta da 
imprese gloriose a fatti immorali, ci parrehhe ingiusto il non osser- 
vare che vi furono in questo amhiente corrotto uomini ragguarde- 
voli, i quali si mantennero di specchiata moralità per tutta la loro 
vita, quali (per non uscire da Firenze) Niccolò Capponi, il Giannotti, 
il Nardi, Michelangiolo Buonarroti, e lo stesso Pier Sederini, che 
tenne il gonfalonierato della Bepubblica con memorabile integrità, 
e del cui animo onesto e incorruttibile il Machiavelli, che gli fu 
degno compagno, ebbe grande stima (1). 

Anche sulla conclusione del M. rispetto al fine della Mandragola 
dissentiamo in parte dall'egregio autore. Che il Machiavelli, scri- 
vendola, abbia in gran parte avuto lo scopo di ridere e di far 
ridere, non è da dubitarsi ; ma ci sembra non esatto l' asserire in 
modo assoluto che questo fosse l'unico scopo della sua commedia. 
La Mandragola (è stato osservato) fii la commedia di quella società, 
di cui il Principe è la tragedia: il che significa che il grande pensa- 
tore, il quale nel Principe e nei Discorai esaminava, con tanta finezza 
d' argomenti e con si grande potenza di logica, i mali della società 
contemporanea e ne suggeriva i rimedi, nella Mandragola cambia 
in burlesco il tòno serio e mette in scena, tratteggiandoli da maestro, 
personaggi grotteschi e ridicoli : ma la satira delle condizioni poli- 
tiche e morali del tempo rimane ; meno aspra forse, meno sangui- 
nosa, ma conforme sempre ai concetti dell'autore, alle sue aspira- 
zioni, alle sue amarezze. D'altra parte il M. stesso ci dice che il 
Machiavelli non poteva vivere lungi dalle agitazioni politiche dell' età 
sua e che, nel suo ritiro di San Casciano, sentiva dolorosamente la 
propria inazione, il proprio isolamento : ci sembra dunque naturale che 
egli, anche se dapprima non avesse avuto alcuna idea di far servire 
la Mandragola come strumento ad attaccare coli' arme del ridicolo 
la società, in mezzo alla quale aveva vissuto, vi fosse poi trasci- 
nato, quasi inconsapevolmente, per il suo stesso carattelre, per le 
vicende del suo passato, per la disperazione del tempo presente. 
E a farci più convinti di questo, basta, a mio parere, l'immortale 
macchietta di fra Timoteo, che è una delle figure principali se 
non la principale, di tutta la commedia. Quel frate, il quale con si 
fina ipocrisia si presta alla tresca di Ligurie, che adduce a giusti- 



(1) Gfr. ViLLABi, Niccolò Machiavelli e i suoi tempi (2.> ediz.), I, pp. 482| 
U, 188, 189, 206. 



41G RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ficazione del suo operato le disposizioni dei libri della Chiesa, e 
finisce benedicendo V adulterio, è una rappresentazione vivace e ter- 
ribile che il Machiavelli fa, pur ridendo, della corruzione del clero: 
e ci fa ricordare quel fiero discorso (dodicesimo del Libro I dei 
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio), nel quale pure si scaglia 
contro la Chiesa romana e dice che ad essa sola si deve la man- 
canza d^ogni religione che ha rovinato l'Italia. 

Concludendo, noi crediamo che quelli stessi concetti, i quali 
hanno inspirato i Discorsi e il Priticipe balenino, in altra forma, 
cioè come pittura rappresentativa di costumi, anche nella Mandra- 
gola, e che sia soprattutto evidente la satira contro la Chiesa. Ap- 
punto per questo (come già osservò il Villari nella sua opera ma- 
gistrale) (1) la commedia comincia e finisce in chiesa, e un frate vi 
campeggia come personaggio principale. 

Siena. Mario B. Paoli. 



Augusto Vernarecci, Lavinia FeUria della Rovere, marchesa del 
Vasto (da documenti inediti). - Fossombrone, F. Monacelli, 1896. 
- 8.0, pp. 212. 

Urbino e la sua corte possono dirsi davvero fortunate per le 
illustrazioni che hanno avuto in questi ultimi tempi; cito ad es. il 
Campori, il Solerti, lo Scotoni, PHoltzinger, il Luzio, il Henier, lo 
Stornaiolo, il Cavalcasene, il Mtlntz, lo Zannonì, il Celli, il Cozza- 
Luzi, il Calzini, TAnselmi; all'eletta schiera degli studiosi e degli 
eruditi si aggiunge ora anche il Vernarecci. 

Ha preso egli a trattare di Lavinia Feltria, che, nel tramonto 
dei Rovereschi, è forse l'unico personaggio intorno al quale non 
possedevamo ancora notizie storicamente sicure, perchè avvolte nella 
leggenda. Il popolo di Montebello Metaurense, infatti, addita tuttora 
un palaz2o ergentesi su muraglie a scarpa, e narra che fosse stato 
costrutto per rinchiudervi ima principessa; vien mostrata anche 
una camera oscura, posta nel mezzo, in cui essa era prigioniera, ed 
un largo pertugio, per il quale le era pòrto il cibo. Non si sa bene 
per quali colpe ella stesse colà: mentre alcuni dicono per istram 
sospetti di gelosia, altri per vere cólpe d^ amore. Il eh. A. si do- 
manda, adunque, con ragione : e Chi fii veramente, quali meriti o 



(1) Op. cit., m, p. 160. 



VERNARECCI, LAVINIA FELTBIA DELLA ROVERE 417 

€ colpe ebbe Lavinia?... La relegazione di L. è ella un fatto certo, o vi 
€ può cader su qualche dubbio? E se si hanno argomenti che o molto 
€ l'attenuano o l'escludono, come avvenne che passò nella tradizione 
€ del popolo? Fu una delle tante creazioni postume dell'ignoranza?... ». 

Era nata L. il 16 gennaio 1558 da Guidobaldo U e Vittoria Far- 
nese, in Pesaro ; fu posta in educazione nel monastero di S. Caterina 
della stessa città, ma la vita clatistrale non sembra fosse la sua 
aspirazione, come attesta una curiosa lettera latina che ella, ancora 
decenne, diresse al fratello Francesco Maria. 

Tornata poi nella corte paterna, L , dotata di inge^o pronto e 
vivace, ebbe forse a maestri Ludovico Corrado da Mantova e Vin- 
cenzo Bartoli da Urbino ; ivi però il cognato Nicolò Bernardino San- 
severino la sviava un po' dagli studi coi passatempi che si davano in 
suo onore. La corte di Urbino anche allora era quanto mai splen- 
dida ; vi accorrevano cardinali, letterati, scienziati, artisti, cavalieri, 
uomini d'arme; forse L. vi conobbe Bernardo Tasso fra il '58 e 
il '59, anni in cui trovavasi colà anche il figlio Torquato ; quegli anzi 
la ricordò poi neìVAmadigi e ne fece i più lieti vaticini. 

Quando nel '74 si dava in Urbino V Aminta, presente l'infelice 
poeta, L., nel fiore dell'età e della bellezza, era già innamorata di 
Giulio Giordani ; ma il padre, che mori nel 1572, vagheggiava per 
lei un altro partito, al quale rivolse poi la sua attenzione anche il 
fratello Francesco Maria; voleva questi, infatti, rimettere insieme il 
patrimonio dissestato, per sgravare i sudditi; pensava al matrimo- 
nio della sorella, ma più alla dote. 

I progetti con Giacomo Buoncompagni, figlio di Gregorio XIII, 
coli' uxoricida D. Pietro de' Medici e col Duca di Bibona non sor- 
tirono esito felice. 

II 12 maggio 1585 andava sposa ad Alfonso Felice d'Avalos, 
Marchese del Vasto V e di Pescara, che L. sembra non avesse co- 
nosciuto se non da bambino. Le nozze furono celebrate sontuosa- 
mente e vennero cantate coi versi di vari poeti, al coro dei quali 
si univa anche Torquato Tasso, in una raccolta nuziale, che è fra le 
prime che si conoscano. Ma disgraziatamenie i fatti non corrisposero 
punto ai presagi de' vati e ai calcoli del Duca di Urbino. Proprio 
l'anno successivo, lo sposo di L. scriveva a Francesco Maria che egli 
partiva per le Fiandre e lasciava la moglie ai comandi del cognato. 

Ebbe essa tre figli, due femmine e un maschio ; per la prima e 
per l'ultimo compose due sonetti il Tasso, che nel 1588 si recava 
in Napoli a visitarla. Durante questo tempo terribili disgrazie col- 
piscono i D'Avalos e anche la nostra marchesa indirettamente. Il 
Duca Alfonso tornava di Fiandra, ma le fatiche della vita militare 

Abcb. I^ob. It., 5.« Serie. — XX. 27 



418 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

e i vizi avendone logorato la forte fibra, moriva il 2 decembre 1593 
in Eoma, pare di un colpo apopletico, in casa della Contessa di Castro. 
Era costui di carattere geloso, strano, avventato e dilapidatore 
delle proprie sostanze, sicché, dopo la sua morte, L. è tormentata dai 
creditori che non le danno tregua ed è costretta anche a xnarìtare 
una figlia per ragioni politiche ed economiche. H Duca d'Urbino le 
fa intendere che egli non la vede più di buon occhio nella sua corte, 
ed essa, per prevenire il comando e per non esser più favola dd mondo, 
si chiude colle figlie nel monastero di S. Chiara in Urbino, sul cadere 
del 1598 ; ma vi si trova a disagio, non per il contegno delle monache, 
ma per le sue abitudini. Impensierita a causa delle sue figliuole non 
soltanto vende gran parte de' propri beni, ma le tocca persino impe- 
gnare tappezzerie e gioie. Nel 1608 le muore la madre, e il fratello, 
che avrebbe dovuto essere l'unico suo sostegno, è invece cosi in- 
tristito contro tutti i parenti, che la perseguita in tutti i modi 

Troppo lungo sarebbe il tener dietro alle grandi e molteplici 
peripezie domestiche sofferte da questa gentildonna ; finalmente, dopo 
otto anni, esce di monastero e va peregrinando a fine di accomodare 
le partite della sua casa lasciate dal marito in pessime condizioni 

n Duca d'Urbino non la volle più vedere, e quando, il 90 gen- 
naio 1628, fece testamento, non seppe lasciarle altro che la casa e 
il giardino di Montebello, come luoghi di relegazione. € H qual la- 
€ scito (soggiunge con ragione il V.) potrebbe saper d'ironia, e 
« farci pensare ad un ghigno di quello scheletro, che sempre più 
€ appariva sotto le smunte sembianze di Francesco >. 

La Marchesa del Vasto in quella triste dimora esalava final- 
mente lo spirito travagliato da tante amarezze il 17 giugno 1681. 

Questa in succinto è la narrazione del Vernarecci, il quale è 
riuscito a squarciare il velo misterioso della leggenda che avvolgeva 
la vita di una donna sema colpe, la quale dovè piegarsi e rassegnarsi 
a vergogne proprie di una colpevole ; di fronte a questa infelice, che 
desta la compassione di ogni anima bennata, sta l'odiosa figura di 
Francesco Maria, posto ora per la prima volta nella sua vera luce. 

n libro, che è condotto dal principio alla fine su documenti per 
la massima parte inediti, e con severa critica storica, ha pure il 
merito, certo non comune, di farsi leggere tutto di un fiato, come 
un romanzo oltremodo attraente. 

L'unico appunto che si potrebbe muovere all'autore è di averci 
presentata la sua monografia in una edizioncina assai pooo elegante 
e con parecchi errori di stampa. 

Firenze, Mbdardo Morici. 



RASSEGNA BIBUOGRAFICA 419 

Le8 demiers mais de Murat — le guet-apena du Pizzo — , par le M.*" 
DB Sassbnay. - Paris, Calman Levy, 1896. 

I. 

Il nuovo favore di cui godono in Francia i ricordi gloriosi del 
primo Napoleone, si ripercuote anche sui suoi commilitoni ; e lo splen- 
dido corteggio dei re, dei duchi e dei principi creati da lui, lo accom- 
pagna nelle rivendicazioni e nelle gitistizie storiche, come già sui 
campi di battaglia e nelle metropoli europee. Tra questi uno dei 
più simpatici e dei più degni di studio, è Gioacchino Murat, e forse 
non meno pei suoi difetti che per le sue virtù. In fatti gli si per- 
donano facilmente la spensieratezza, la levità d' animo, la vanità e 
persino l'incoerenza, in grazia della intrepidezza eroica accoppiata 
ad una singolare bontà e ad una generosità cavalleresca, che mai 
non si smentirono e che sono attestate da quanti lo avvicinarono. 

A tale impressione generale contribuisce, non solo il bene che 
potò fare a Napoli, durante il breve suo regno, ma ancora la tra- 
gica sua fine, che porta pur essa l'impronta della sua avventurosa 
temerità, e che tuttavia non può dirsi intieramente chiarita, non 
ostante la pubblicazione di molteplici documentL Alle antiche e note 
relazioni fatte dal Franceschetti e dal Galvani, (che accompagnarono 
il Murat nella impresa dal Pizzo), e poi dal Macirone, dal Pepe, dal 
Colletta si sono aggiunti negli ultimi anni, altre testimonianze con- 
temporanee e documenti dati alla luce dai sigg. prof. G. Romano, 
Gasparri e Capialbi, Barone Helfert, Dr. Travali, e Dr. von Zahn. 

Di tutta questa suppellettile si ò valso ora per la sua narra- 
zione storica il Marchese di Sassenay, autore di altri pregevoli la- 
vori, registrati già colla debita lode anche dal nostro periodico. A 
meglio illustrare le ultime vicende del Murat, egli ha pure compul- 
sato gli archivi di Francia, d'Inghilterra e di Napoli, e ne ha 
estratti parecchi dispacci, che ha posti in appendice al suo volume ; 
altri, anche più importanti, ne ha ristampati (con licenza dei primi 
editori) di quelli raccolti dal Dr. Travali e dal Dr. von Zahn, che 
gliene comunicò di più uno inedito; ed infine ha messo sott' occhio 
ai lettori una pianta del Castello del Pizzo. 

Dalle notizie raccolte e vagliate egli ha tratto un libro che si 
legge come un romanzo. Dato conto nella introduzione delle fonti sto- 
riche, narra in sei capitoli la perdita del trono, dopo la guerra del 15 
e la convenzione di Casalanza; le tristezze dell'esilio e le orribili 
persecuzioni sofferte in Provenza dall' infelice re spodestato ; la sua 



420 rasseg^hA oibuoorafica 

fuga in Corsica dove trova asilo presso il Franceschetti e il Colonna 
Ceccaldi; le sue incertezze,' il suo pazzo disegno sull'isola dell'Elba; 
e le estreme risoluzioni, ispirate da informazioni che gli vennero 
dal Eegno e che (secondo le relazioni del barone di Keller, seguite 
dal nostro A.) furono effetto di tina insidia tramata dai ministri di 
Ferdinando IV ; gli scarsi preparativi, l'imbarco da Ajaccio, le mol- 
teplici traversie di terra e di mare che accelerarono la rovina dello 
sciagurato tentativo; infine la cattura, la prigionia e la morte no- 
bilmente affrontate dal Murat, e, come epilogo, le conseguenze po- 
litiche e diplomatiche della catastrofe. 

n. 

Il valente scrittore ha fatto quanto stava in lui per desumere 
un racconto filato e sicuro dalle diverse relazioni, e in molti punti, 
specie della prima parte, vi è riescito felicemente; ma non era 
possibile né a lui né ad altri di accertare in tutto la verità dei 
fatti, concementi l'ultima impresa del Murat, di fronte a testimo- 
nianze contraddittorie o manchevoli. Bisognerebbe vagliarle una ad 
una, nei loro più minuti particolari, e raffrontarle fra loro, tenendo 
conto del maggiore o minor grado di credibilità rispettiva. £d anche 
dopo ciò, rimarrebbero sempre parecchie lacune ed oscurità, che 
soltanto, ove si ritrovino nuovi documenti, potranno essere rimosse. 

Lo stesso concetto fondamentale che informa quest'opera e che 
vi ha dato occasione (come apparisce dall'introduzione), cioè la 
scoperta del tranello teso al Murat dai ministri borbonici, e parti- 
colarmente dal Medici, non ha punto l'evidenza che gli attribuisce 
il nostro autore. Il quale nei suoi rapidi cenni sulle fonti storiche, 
parla invero della quesUon du guet-apens; ma intende con ciò di ri- 
ferirsi soltanto alle voci corse fin dal 1814 e raccolte dal Pepe e da 
altri ; mentre considera la questione stessa come affatto risoluta dalla 
pubblicazione del Dr. v. Zahn ; e sui ragguagli del Barone di Keller 
architetta tutto il suo edifizio. Anch' egli riconosce esservi incer- 
tezza ed usa la forma dubitativa, rispetto a qualche episodio acces- 
sorio, per esempio : in qual tempo E.e Ferdinando abbia avuto no- 
tizia dell'insidia ordita; chi sia stato il primo autore di questa; se 
il Carabelli fosse stipendiato dal Medici o avesse invece sconsigliato 
il Murat dall' imbarcarsi; anzi su questo punto contradice le relazioni 
del KoUer ; e si astiene pure dal riferire le parole che, secondo quelle, 
il Murat avrebbe rivolte alle prime persone incontrate al Pizzo : 
« Où est ma garde ?... ». Nella sostanza peraltro egli le accoglie con 
pienissima fede; e colla loro scorta tien dietro allo svolgersi della 



DE SASSENAY, LE GUET-APENS DU PIZZO 421 

trama, fino alla scena del 9 novembre 1815, nella quale Ferdinando IV, 
un mese e cinque giorni dopo l'ottenuto successo, avrebbe convocati 
a consiglio, in Portici, i suoi ministri ed ingiunto loro, sotto vincolo 
di giuramento, di serbar sempre, anche a prezzo della vita, quel se- 
greto di Stato. 

Giova avvertire innanzi tutto che il Feldmaresciallo barone 
Franz von KoUer, allora intendente generale delP esercito austriaco, 
rimasto di presidio a Napoli, era un uomo retto e personalmente 
degno di stima. Vero è che, traviato da una falsa idea della ragione 
di stato, espone, senza una parola di biasimo, la turpe insidia che 
attribuisce al governo borbonico contro il Murat. Ma toma a molta 
sua lode quest'altro fatto mentovato in un dispaccio del principe 
Jablonowski al Metternicb e riferito dal March, di Sassenay : € pel 
€ mantenimento delle soldatesche imperiali, che stava a carico del 
« Regno, ridusse a trecentoquarantamila ducati un contratto che 
€ era stato stipulato dal Medici per ben seicentomila; e poiché 
« V assuntore, noi! ostante quella tara, volle dargli in regalo il dieci 
« per cento, cioè trentaquattromila ducati, egli, ricevuta la somma, 
« la versò subito nel tesoro napoletano ». 

Ove pertanto un si esemplare amministratore attestasse di cose 
cadute sotto i suoi sensi, non vi sarebbe nulla da opporre. Ma qui 
si tratta invece di ragguagli segreti, che il Keller medesimo dice 
di avere puisés à la source que vous connaissez, e che trasmette al 
Ck>mmissario imperiale da cui dipende, conte Franz de Saurau. E 
lecito chiedere, coli' autore di una breve e assennata recensione del- 
VArchitno storico per le provinole napoletane, se egli veramente € so- 
lesse attingere le notizie a buona fonte e vagliarle con criterio », mentre 
poi sembra che « s'inganni n^Ua parte attribuita al CarabeUi »; in oltre 
l'ignoranza del Ee e il giuramento dei ministri € hanno Varia di una 
storiella » ; ed infine € non era piccola la responsabilità di attirare nel 
Regno Gioacchino Murat » (1). 

m. 

Varie cose si possono aggiungere a queste savie osservazioni 
Le lettere del KoUer al Saurau dimostrano senz' altro come lo scri« 
vente si ristringesse a riferire quanto gli veniva detto, senza por- 



(1) Arch. 8tor. per le prov, rutp., XXI, 1, 189 (gennaio 1896). La bi- 
bliografia è sottoscritta B. C. (Benedetto Croce). - Ved. anche una pre- 
gevole e diligente recensione di opere varie eu Gioacchino Murai, scrìtta da 
Alberto Lumbroso, in Riv, ator, it., XIII, 5-6, 1896. 



422 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tarvi alcun esame crìtico; anzi dichiara lealmente: € ici je n'aifait 
€ à personne, sana exception, aucune comnnication de cette décou- 
« verte afìn qu' un usage precipite ne provoque pas de soup^ons, et 
« que cette précieuse occasion d'ètre tenu au courant de tout ne 
« risque pas d'étre perdue pour moi ». Come appare, egli ha cieca 
fiducia nel suo confidente ; e però si guarda bene dal discuterne le 
informazioni ; ed ancor più rifugge dall' indagarne altrimenti la veri- 
dicità ; e cosi pure quando accade che colui rettifichi le cose narrate, 
il buon Feldmaresciallo si contenta di farsene eco, e nulla più. 

Il Marchese di Sassenay afferma che, pel suo ufficio dMnten- 
dente alle proviande, egli doveva avere una polizia propria ^ spe- 
ciale ; ma non si sa donde tragga questa notizia, che sembra una 
congettura infondata. E piuttosto da credere che il confidente fosse 
qualche impiegato della polizia napoletana. E ad ogni modo qui si 
presentano diverse ipotesi : il confidente stesso poteva ingannarsi, 
e ripetere voci, che (come è noto) erano allora assai diffuse; poteva 
altresì volere ingannare il Keller, sia a vantaggio proprio, col fine 
di spillargli danaro, sia anche per ordine e per conto di qualche 
ministro. E notevole come quasi in ogni lettera s'insista sopra le 
somme parte pagate e parte promesse al barone Petroni, intendente 
di Monteleone, e ai suoi cooperatori Trentacapilli, Carabelli, Barbara, 
somme che vanno sempre crescendo, da dieci e ventimila ducati a 
mezzo milione ; finché il brav' uomo scrive al suo capo, a mo* di 
conclusione : « Il est à supposer que le gouvernement a dépensé dea 
« sommes importantes dans cette entreprise contre Murat, comme 
€ cela est venu à ma connaissance, car Votre Excellence ne peut 
« pas s'imaginer quelle peìne j'ai à faire rentrer à la fin du mois, 
« mème par acomptes de cinq à six mille ducats, la dotation men- 
« snelle de Tarmée.... ». Sebbene non convenga di esagerare il si- 
gnificato di queste parole (che sono le ultime dell'ultima lettera, ora 
comunicata dal Dr. v. Zahn e per la prima volta data in luce dal 
M.^ di Sassenay) esse non meritano peraltro di passare inosservate. 
E un tenue indizio, ma che troverebbe forse altri riscontri (1); e 
non potrebbe darsi che il famoso tranello fosse stato teso, anziché 
a Ee Gioacchino, all' onesto Intendente generale dell' esercito au- 
striaco d'occupazione? 



(1) Vedi un dispaccio del Metternich allo Jablonowki del 4 nov. 1815, 
dove parla del contributo di 25 milioni dovuto da Napoli all'Austria, e 
delle difficoltà che il conte di Saurau incontrava a riscuoterne le prime 
rate, in Helfert, Joakim Murat — Anhang, 47, p. 227. 



DE SA8SENAT, LE 6UET-APBMS DU PIZZO 423 



IV. 



Bimane infine la contraria ipotesi, ohe le confidenze da lui 
ascoltate e scrupolosamente messe in carta rispondano alla verità, 
sia in tutto, sia almeno in parte. E prezzo dell' opera esaminare il 
prò ed il contro, circa la credibilità di quella attestazione. Suo primo 
vizio è di essere anonima, e però fornita del solo valore che viene 
ad essa dall'autorità di chi la riproduce; ma, anche prescindendo 
da ciò, ha l'altro guaio di essere sola, o quasi. Ve una notizia in- 
diretta data dal generale di Vaudoncourt, il quale nelle sue memo- 
rie {Quinze années d^un proscrit) dice di aver veduto una lettera 
del principe Suwaroff all'ammiraglio Tchitchagofi*, in cui sarebbe 
raccontato il tranello del Medici. Ma è una conferma che poco vale ; 
giacché nella stessa lettera si troverebbe riferita la storia di una 
consultazione chiesta dal governo di Napoli ai ministri dei poten- 
tati europei (Spagna, Francia, Austria, Prussia e Bussia); e questo 
racconto è smentito dai dispacci ufficiali dello Jablonowski, il quale 
dichiara che né lui né i colleghi furono consultati. Ciò non é taciuto 
dal M.® di Sassenay, il quale anzi denunzia lealmente la contradi- 
zione esistente tra le due informazioni; se non che egli le mette 
in bilancia, alla pari, e volentieri propende a credere che la con- 
sultazione avvenne, non in pubblico, ma in segreto. Ora delle due 
testimonianze una sola é attendibile, quella dell' ambasciatore : tanto 
più che é diretta, contemporanea, non viziata da alcuna ragione di 
dubbio, ed avvalorata da quella negativa di tutti gli altri rappresen- 
tanti diplomatici ; giacché ninno di essi parla del fantastico ritrovo. 
Ne tace non meno degli altri l'inviato britannico William A' Court: 
il suo dispaccio del 15 ottobre non avvalora menomamente le no- 
velle del Vaudoncourt sulla parte da lui presa nelle risoluzioni vio- 
lente della corte borbonica (1); ma dimostra soltanto che le appro- 
vava tanto da riputarle, in fin de' conti, un atto di umanità, perché 
assicuravano la pace al paese; sicché non c'era bisogno di fame 



(1) « Sa dépéche du 15 octobre tendrait à prouver quo le general de 
« Vaudoncourt a eté ben renseigné sur la part prise par lui dans les ré- 
« Solutions violentes adoptées par Ferdinand et ses ministres ». Cosi il M. 
di Sassenay (p. 206); il quale poi riproduce i passi del documento (pub- 
blicato per disteso neW Appena, C, p. 250) che, a suo avviso, confortereb- 
bero quell' opinione. 



424 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

r apologia. E lo stesso disse pure in private conversazioni, come è 
attestato dal Palmieri di Miccichè. Tal sentenza era poi conforme a 
([uella di quasi tutti gli statisti contemporanei ; e il Metternicli, che 
passava pel maggior protettore del Murat, esprimeva, in forma più 
misurata, proprio le stesse idee delPA'Court, e come lui giudicava 
legittima la condanna del ribelle perturbatore. Dal che non si può 
indurre che né l'uno né l'altro abbiano avuto mano negli ordini 
dati dal governo con tanta segretezza e tanta prontezza, che nulla 
ne trapelò (dice lo Jablonowski) prima della vigilia dell' esecuzione. 
Fra le molte ciarle che allora si sparsero (e forse non senza l'aiuto 
interessato della polizia napoletana) ci fu anche quella dell' inter- 
tervento dell' A' Court nel Consiglio dei Ministri; e la riferi il Pepe, 
al pari del Vaudoncourt. Ma se quell'inviato, chiamato a consulta, 
avesse davvero, secondochè vuole il Vaudoncourt, vinto ogni titu- 
banza, esclamando: « Tuez-le, jje prends tout sur moi! », è probabile 
che simil fatto non sarebbe sfuggito allo Jablonowski, ambasciatore 
austriaco, il quale non avrebbe avuto ritegno d'informarne il suo 
governo, e di farlo rilevare altresì al Conte di Circello, mentre in- 
vece gli manifestava la sua meraviglia che non si fosse chiesto il 
parere dei potentati alleati e dei loro rappresentanti (1). 



V. 



Tutto ciò dimostra qual valore abbiano le memorie del generale 
Vaudoncourt e i ragguagli che egli pretende aver desunti da un 
supposto foglio del SuwarofiT. Una simile argomentazione si applica 
in fatti a quello che è il nodo principale della controversia, cioè al 
guet-apens, svelato dalle lettere del Keller al Saurau, ma ignorato 
affatto dalla diplomazia europea. Il Keller stesso, e dietro a lui il 
nostro storico, cercano di spiegarne il silenzio generale, riportando un 
discorso che il Medici avrebbe fatto al He, per calmarne le inquietu- 
dini, in sul principiare di novembre. Lo avrebbe assicurato che le voci 
corse sul tranello teso al Murat si sarebbero diffuse ugualmente, anche 
se non ci fosse stato nulla di vero ; ma che nessuno poteva averne cer- 
tezza ; e che i ministri degli stati stranieri sarebbero i primi a smen- 
tire simile ciarla, perchè altrimenti, essi che non ne avean mai rag- 



(1) Disp. 12 e 19 ott. 1814, e risp. 4 nov, 1815, in Helfbrt, Op. cit., 
205, 221 e seg. 



DE SASSSKAY, LE GUET-APENS DU PIZZO 425 

guagliato le proprie Corti, si esporrebbero alla taccia d'imprevidenza, 
mostrando che erano sfuggiti alla loro oculatezza i molteplici appa- 
reccbi, senza i quali l'avvenimento non avrebbe potuto compiersi. 
E il M." di Sassenay cosi commenta: € Medici avait vu juste. Aucun 
« rapport officici relatant le guet-apens ne fut envoyé, de Naples, en 
€ Angleterre, ni en France, ni en Autriche, par M. William A' Court, 
€ le comte de Narbonne et le prìnce Jablonowski ». Ma poi non 
sembra persuaso che la retgione addotta fosse la vera; poiché sog- 
giunge : € Il est hors de doute que ces trois ambassadeurs furent 
€ parfaitement renseignés sur ce qui s' était passe. Quiconque a vécu 
€ à Naples..., sait que les espions y foisonnaient, et que rìen n'était 
« plus facile pour un ambassadeur, que d' ètre bien renseigné sur 
« les agissements du gouvernement ». Perchè dunque ne tacquero? 
Secondo il discorso attribuito al Medici dal confidente del Koller, 
fii per non scoprire la loro antecedente ignoranza o negligenza. Se- 
condo il M.^ di Sassenay, il motivo sarebbe stato diverso, giacché non 
può credersi che fossero rimasti al buio della trama : € Au fond, tous 
€ les ministres étrangers étaient favorables à Ferdinand IV et 
€ haissaient très franchement Murat. Il se fit dono autour du guet- 

< apens une conspiration du silence, à laquelle s' associèrent les 
« générauz qui commandaient l'armée d'occupatìon. Pas un d'eux 
€ ne souffia mot, dans ses rapports officiels, de la trame ourdie par 
« Medici. Seul le lieutenant general Nugent dit dans une de ses 

< dépéches: - Tonte cette affaire a été traitée sons le sceau du 
€ plus profond secret et est considérée exclusivement comme une 

< affaire de police. £n conséquence, il n'en a été fait aucune comu- 
ne nication aux commandants militaires autrichiens » (p. 2L5). Evi- 
dentemente tali parole si riferiscono allo sbarco del Murat, aUa 
sua cattura, al giudizio e alla morte, nei quali incidenti non si volle 
ravvisare alcun segno di fazione guerresca, e si considerarono sol- 
tanto come fatti interessanti la polizia intema; ma non si può ri- 
trovare nelle parole stesse la menoma allusione alla supposta trama. 



VI. 



La congiura del silenzio, quando non sia una frase fatta della 
polemica moderna, può presumersi in una combriccola di pubblici- 
sti, mossi da tm comune tornaconto, ma non fra rappresentanti di 
potentati divisi da emulazioni e dissidi palesi ed occulti. Né l'odio 
pel Murat e la simpatia pel governo restaurato sono ragioni ba- 
stanti a spiegare il loro mutismo; quei sentimenti, per quanto forti 



426 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ed efficaci, non li avrebbero mai spinti a mancare al loro dovere 
d'ufficio, e, per giunta, a concertarsi insieme per non informare le 
respetti ve Corti di un fatto venuto a loro cognizione, che dovevano 
stimare importantissimo. 

D'altra parte non avevano quei diplomatici a loro disposizione 
il cifrario? Eppure né il Barone Helfert che ha frugato negli ar- 
chivi di Vienna, né l'istesso M.^ di Sassenay che ha compulsato 
quelli di Parigi e di Londra, hanno trovato ntdla che nemmeno 
lontanamente faccia menzione di una insidia, nella quale sarebbe 
caduto l'infelice Sovrano. 

La scomparsa, dal grande Archivio di Napoli, delle filze tutte 
(fuorché una di poca importanza) concernenti l'impresa del Pizzo 
é invocata altresì come un argomento in favore di quella storia; 
sarebbe quindi una conseguenza del giuramento che si dice richie- 
sto dal Ee ai ministri, per la gelosa custodia del Segreto di stato, 
€ Ce fut sans doute au sortir de la residence royale, (dice il nostro A.), 
« que Medici, d'accord avec ses collégues, fit disparaltre les piéces où 
€ se trouvait la preuve du guet-apens > (p. 218). 

Ma é noto pur troppo che la distruzione di documenti preziosi 
non di rado avviene per più e diverse cause, soprattutto in tempi 
di rivoluzioni e di restaurazionL Cosi, per citare un solo esempio, 
furono bruciate tutte le carte dell'Archivio toscano degli a&ri esteri 
dal 1797 fino all' invasione francese. Né certamente il mite governo 
del granduca Ferdinando ni può essere per ciò sospettato di tene- 
brose macchinazioni. La mancanza dei documenti napoletani non 
prova niente di per sé, mentre quella dei dispacci di tutti gli altri 
archivi d' Europa, nei quali dovrebbe trovarsi un qualche riscontro 
alle notizie rapportate dal Barone von Keller, é un argomento gra- 
vissimo, che, fino a prova contraria, toglie a queste ultime ogni si- 
cura fdde. 

Nuoce ad esse finalmente, anziché renderle più credibili, l'ar- 
monia in cui stanno colle voci largamente diffuse allora tra il popolo 
napoletano, che Re Gioacchino fosse stato tratto in perdizione per 
opera di tradimento. Giacché i riscontri leggendari, non che com- 
pensare il difetto dei riscontri archivistici, accrescono i dubbi sulla 
provenienza di quella novella. La tragica morte del Murat fu fe- 
conda di leggende popolari; ed una di esse, accolta per vera del 
Pepe, é discussa pure in un' appendice del libro qui esaminato, come 
altre ne riferirono il prof. Misasi e il prof Giacinto Bomano (cosi 
benemerito degli studi murattiani, specie per la stampa della rela- 
zione del can. Masdea), il quale avvertiva ultimamente come in que- 
sto campo rimarrebbe ancora da spigolare. Pertanto occorre andare 



DE SASSENAY, LE GUET-APENS DU PIZZO 427 

col pie dì piombo per non confondere inconsapevolmente i parti 
della immaginazione colla realtà dei fatti 

Bisulta dalle cose dette che in questa seconda categoria non è 
possibile, per ora almeno, di accettare i ragguagli contenuti nelle 
lettere del Keller, perchè non ne appare sufficientemente provata 
l'indole autentica e l'origine genuina. Tuttavia conviene di esami- 
nare anche più da presso la loro intrinseca verosimiglianza o in- 
verosimiglianza. Il Marchese di Sassenay è colpito di vederli con- 
fermati per molta parte, dalla relazione del ministro di Polizia (che 
era lo stesso Medici) del 16-17 ottobre 1815 e da quelle del general 
Nunziante del 9 e 10. Se non che la vantata rispondenza tocca sol- 
tanto fatti accessori e divenuti di ragiona pubblica, né involge punto, 
come ben può credersi, il punto che solo preme, cioè il segreto del 
gu^t-apens. Inoltre è da notare che le lettere del Koller sono del 
3 e 29 novembre e del 2 decembre 1815 e del 1.^ gennaio 1816; 
quindi la più antica è posteriore di 13 giorni alla relazione del 
Medici che fu pubblicata nel Giornale delle due Sicilie del 20 ot- 
tobre 1815; e ciò spiega la rispondenza stessa. 



vn. 



e* è ancora un* altra testimonianza, rimasta ignota al nostro au- 
tore e favorevole al suo assunto ; ma si vedrà che non ha maggior 
valore delle altre. Leggesì questa in una delle ultime pagine di 
certe Memorie segrete del gabinetto di Napoli e di Sicilia che il Ba- 
rone di Helfert trasse dall' archivio di Stato di Vienna e pubblicò, nel 
1892, come composte dal Barone Cresceri, largamente illustrandole 
con introduzione e note (1). Sono anonime e si fingono trovate nel 
portafoglio di un viaggiatore americano. Ma certamente sono opera 
di un signorotto, addetto alla Corte napoletana, uomo di scarsa cul- 
tura, poco esperto nell'uso della lingua e della sintassi, ma devoto 
a Mariii Carolina e feroce odiatore del cav. Medici, del duca d'Ascoli, 
del Castrone, del S.^ Clair e di altri che chiama ad ogni tratto rei 
di stato, falsi realisti, ladri e assassini. Le notizie storiche, spesso 
inesatte, sono affogate in un pantano di pettegolezzi e d'improperi, 



(1) Memorie segrete dea Freiherren Giangiacomo von Cre$ceri, enihttllungen 
aher den Hof von Neapel, 1796-1816, mit biogr. notiz., einem krit. commen- 
tar, und einem anhang versehen von Frh. von Hklfert ; Wien, 1892 (Sit- 
zungsberichte d. K. Akad. der Wissenschaften in Wien, CXXVII). 



428 RASSEGNA BIBLIOQBAFICA 

roba poco degna di occupare il tempo e le cure di un diligente ed 
erudito storico quale il Barone di Helfert. Forse egli avrebbe fatto 
meglio di seguire il suo primo proposito di darne soltanto qualche 
estratto; ma gli parve di poterne ricavare un prezioso bottino e 
sopra