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AECHIVIO 



STORICO ITALIANO 



FONDATO DA G. P. VIEUSSEUX 



• oontinuato m cura d«lla 



R. DEPUTAZIONE TOSCANA DI 8T0KIA PATRIA 



QUINTA SERIE 



Tomo XXXVIII — Anno 190() 



IN FIRENZE 

PRESSO G. P. VIEUSSEUX 

Tipografia Oaiileiana 

19(X> 







/' •■ ■ . 



;• ■ 1 •- 



ESTRADIZIONE E POLITICA GOHHERGIALE 

Note di storia veneziana 



M)MMARI<). — I. Opinioni imll'oriKinc dell *<*st rad i% ione <• riccrt-lio nel caniiK» di'lU 
Htf>rÌM incdiovalo. — II. !>• ti><>rio dei f?iuristi nitnlirvali contrario ai principi 
di>llVf*t rad iz ione. — III. I primi trattati di ontradixiimc del iM^rimlo lonfr^bardo 
•il i /Hiriii Tfntt». — IV. La ]>OjiÌ7.Ìonc iNilitica <li Vono/ia ri»*iM'tto ai Co- 
iMuni e i trattati conim«>n>Ìali. — V. ìa" cons^KiuMixi* della Ic^ luniliarda 
ni'i rapiK>rti Kinrldioo-coininon'iali di Veni*zia con le città di terraferma. — 
VI. I trattati di e.<4tradÌ/.itHie dei .H(>e(di XII e XIII. <'oncln<«ionc. 



I. 



Por quanto assiii modesto nei risulUili, (? non poco 
faticoso nelle ricerche, questo studio sulF estradizione nei 
suoi rapporti con la politica commerciale di Venezia nel 
Medio Evo offre un certo iijàitresse, non solo per Fillu- 
strazione di uno speciale istituto j^iuridico, ma anche» 
indi rettilmente per la storia di Venezia nelle sik? rela- 
zioni c(m le città della terraferma. Gli scrittori, anch(» 
più recenti, di storia veneziana, ritengono che la Repub- 
blica fino al termine del XIV secolo, * troppo occupata 

< nella sua politica di espansione commerciale in Oriente, 

< trascurasse in generale gli avvenimenti italici >(1). Cer- 
tamente se i rapporti di un popolo con un altro risultas- 



(1) Lr parole Miiddctte sono del Segbe In un dotto articolo reoi^ntcìiicnto 
iniliblicito nel Nuoro Archivio Veneto, anno 1906. to. 58, p. 20<). intitolato: 
lU nIcuMe relazioni fra la repubblica di Venejfia e laS, Sede ai tnnpi 
i Urbano V e di Gregano XI (1B67-137B). 



4 NICCOLO RODOLICO 

sero soltanto da comuni imprese militari e politiche, Ve- 
nezia fino a tutto il secolo XIV', tranne in alcuni momenti 
di pericolo comune, ci appare vemmente isolata ed ap- 
partatii dalla vita itiiliana; ma se la vita di una nazione 
risulta dal concoi*so di tutte le forze delle varie parti del 
paese, atte ad accrescere la ricchezza e la civiltà, lo studio 
delle relazioni commerciali e degli istituti giuridici, che 
a queste si colleghino, ci mostm come nella vita della 
nazione del Medio HIvo Venezia battesse delle pulsazioni 
medesime delle altre città italiane. Come su quelle la- 
gune il Po, l'Adige e il Brenta portano con le loro acque 
detriti e sabbie, raccolte in lungo cammino su terre 
italiche, così la virtù operosa del popolo veneziano traeva 
da terre italiane, nonché l'origine, molta parte della sua 
ricchezza e della sua civiltà. 

Nell'opera comune, pertanto, che Venezia esplica con 
altre (?ittà itiiliane nel crampo (economico, che tu fecondo 
non di sola ricchezza materiale, ma di sapienza i)()litica e 
giuridica e di manifestazioni artistiche, è gmn parte d'ita- 
lianità, spiegatasi ancor prima dell'espansione del dominio 
vcMieto sulla terraferma. (5he se a noi fossero più noti i 
trattixti di commercio con le città italiane, e la rete» di 
vie fluviali e terrestri, che congiungevano Venezia ai 
centri di maggiore produzione d' Italia, chiaro appari- 
rebbe (M)me alla medesima politica italiana s'informasse 
la Repubblica, sia quando prima del '3(X) string(»va trat- 
tati commerciali con le città italiane, sia (juando a metà 
di quel s(»col() costituiva il suo dominio sulla terraferma. 
Kssa allora fu spintii, non tiinto, io credo, da ambizione 
di estesi domini su cui signoreggiare, quanto dal bisogno 
di avere quelle port(N direi, d' ingresso alle gnmdi vie 
fluviali, che prima aveva saputo schiudersi mercè uiiabile 
condotta politica con vicini non molto potenti, ma che 
dopo, con Taffermai'si delle signorie regionali, essa non 
avrebbe ottenuto se» non con un vasto dominio propi 
(» con un proprio esercito. 



ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE O 

Le poche osservazioni premesse valgono, credi», a 
dimostmre come ogni istituto giuridico, che si colleghi 
ai mpporti commerciali della Repubblica, assuma una 
«•erta importiinza per h) studio generale della vita del 
nostn) paese nel Medio Evo. E (jucsto appunto il caso 
della estradizione, di cui possiamo seguire uno svolgi- 
mento di norme procedurali nei trattati di commercio 
della Repubblica, pirticolarmente con le (rittA delle valli 
del Po, deir Adige e del Brenta. 

(}li scrittori di diritto intemazionale, ricercando le 
origini dell' estmdizi(me, tniscurarono le ricerche nella 
storia medievale. H]ssi, o s'indugiarono su alcuni esempi 
ed istituti deir antichità gr(;co-romana, o, abbandonando 
ogni ricerca sulle origini, conclusero che l'istituto è af- 
fatto moderno (1). C-ert^imente il concetto che gli antichi 
avevano dello Stnt(», o il caratten» delle loro relazioni 
internazionali, non ix»ndevano possibile» lo svolgersi del- 
l' istituto dell'estradizione. La stessa jìrocedura romana, 
iwrmettendo prima della sent(»nza il volontario esilio 
dell'ìM-cusato, implicitamente ammetteva un principio op- 
posto a (piello dell'estradizione. Per la qual cosa inc(»rte 
o in(»satte sono le relazioni fra particr)lari istituti romani 
e quello odierno; ne credo che sieno citati a proposito 
antichi (»sempi di domande, per la consegna di ini reo, 
fatte ad uno Stiito da un vicino potente, che in caso di 
rifiuto adoperi la forza (2). Questo carattere coercitivo 
mancìi all'istituto odierno, che si poggia su una conv(»n- 



{\) E(ì(;rr. FAudes Itiston'iiufx sur ìes traitvs pithìtcs vhcz les frirrs 
et /♦« UomahìH, Pari», IH7s. — Fatstis IIklik, l^ait*' (Viiìi^truction rrt- 
minrììe, Lil». II. e. V. - (i. Fvsinato. Tj! droit inirrìiatinnat de la Hrpii- 
hliqur romahìf, in Berne de droit hifernntiannl et de ìégisìation campa- 
ree, anno ÌHH^k Contrario aU*opinion<' dei Kuddetti 8crittori è il MosfATn.i.i, 
rhf nrl Digesto italiano, voi. X, pp. 11. 'M e so^g.. rijisnuiìu' lo id«'f di 
qnnnti vt'irgono nella cstradizion<' un istituto affatto odierno. 

<2) Alludo all'opinione del Fusinato huU' istituto dei Recuperatorfs o 
■I iuM fetiale, nonehè a^li enenipt eitati dall' K^jrer o dall' Helie nelle 

"^ rieordate. 



6 NICCOLÒ RODOLICO 

zione libemmeiite stipulata tra due paesi. Orbene, questo 
stesso carattere si riscontm nei trattati delle nostre re- 
pubbliche commerciali e particolarmente in quelli di Ve- 
nezia. Il Fertile credo fosse tra i primi ad indicare ([ueste 
norme di estradizione in alcuni dei trattati di Venezia 
nel Medio Evo, sui quali però egli non credette opi)or- 
tuno di fermarsi (1). Non altri, che io mi sappia, dopo 
il Fertile, tmttò delFargomento (2). 

IJ. 

Frima di dire dei trattati che contengono norme di 
estradizione e lecito chiederci, se un'elaborazione scien- 
tifica preceda il sorgere deir istituto, o se esso, sorto da 
necessità pratiche, sia stato regolato nel suo svolgimento 
dall'opera di giuristi. 



(!) A. Perule, Storia del diritto italiano, voi. V. pp. 127 r »«^}fjr.. 
Torino, 1H92 (2' «hI.). Non è fnor di luo^o ricordare, comi* il Mancini avesse 
accennato in una circolare del 1?S81 del Ministero degli Aftari Esteri come 
rcstradizione fosse f^lorìa dei nostri Comuni medievali. 

(2) Delle monografie sulla «estradizione abbastanza recenti, quella di 
Costantino Casti fRi (Il diritto di estradizione, in Atti della R. Accademia 
di Science Lettere ed Arti di Modena, anno ls8(>. voi. IV) nulla o quasi 
dice del perioilo medievale. Qualche buona osservazioni^ sui mercanti die 
si sottraevano con la fuga ai loro creditori e sulla necessità tlì norme in- 
ternazituiali per i»orvi rimedio è n«'l noto libro del Lattks, // diritfn mm- 
merriale netjli Statuti delle città italiane, Milano. Hoepli. Ikss. p. :{-js. 
De / trattati di commercio di Firenze nel Re<vlo XI 1 1 scrisse (1. Akias 
(Firenze. Succ. Le .Mounier. lUOI). che ebln» occasione di far parohi del- 
l'estradizione per ciò che riguarda Firenze nel XIII secolo. Anche Vittmkio 
A. Mari.'Hesini ne fa cenno in qualche paragrafo del suo opuscolo: Commercio 
dei Veneziani nel territorio di Verona ai primi tempi della domina:iont 
scal tiferà, J'JfUt-l.'t'Jit jViTona. issi), l'n trattato di estradizione tra Ve- 
nezia e Padova del l.ll't fu pubblicato eil illustrato da (ì. Heda nel volume 
In memoria di Oddone Ittirenna, Pailova. <talliua. nMi4. Vn nitro tmttato 
di estradizione fra .\ucona e Venezia del l:Uo fu publilicAto reeciitemeDl8ÌH 
da (ì. Lux/atto in appendice di un ottimo articolo su I piti aHtiehi ir ' ' 
ta t i t ra l 'en ez in e le ri t fa marchili ione, in \noro A rch irw F*^*''* K»< 
Serie, to. XI. parte 1. p. hiì. Cenul nparni nuI l'argomento fio 
del commercio di Veuexia. 




ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 7 

In quanto alla prima parte del quesito è facile rispon- 
dere negativamente, osservando che mentre le prime 
norme suir estradizione si possono indicare in trattati 
deirVIII secolo, non abbiamo per quel tempo t^ile sa- 
pienza giuridica e filosofica, che, movendo dal principio 
di un'elevata funzione della giustizia a vantiiggio di tutti 
^rli SUiti, consigli Pestmdizione. 

In quanto alla seconda parte del quesito giova una 
breve mssegna delle opinioni dei principali giuristi me- 
dievali. 

I glossatori, seguendo rigidamente il testo romano, uè 
trovando in esso che massime indirettamente contmrie 
all'estradizione, enino naturalmente avverei iJlMstituto, 
anche se questo apparisse in certo modo legittimato 
dalla pmtica. Ed è così che ad Accursio (» ad Odofredo 
ricorrono i giuristi posteriori della fine del XIII secolo, 
che, come Alberto da Oandino, sostengono illegale Tar- 
rf»sto del reo nel paese dove egli si è riparato (1). Il 
magistrato di ([uel luogo non è stato, s(»c()ndo tali giuristi, 
offeso dal delitto compiuto fuori della sua giurisdizione, 
e perciò egli deve disinteressarsene: < iniuria facta alteri 
n(»mo vindicare potest >, conclude Alberto da (iandiii(»("2). 

Né Bartolo ne Baldo intaccano il principio della 
territorialità del diritto di punire (3). Bartolo fa una 
e(5C(?zione, ammessa poi anche da Baldo, per il ladro fug- 
gitivo, che sia arrestato con la refurtiva : di questa egli 
consiglia il sequestro e la consegna allo Stiito in cui 
avvenne il furto, non però Testradizione del reo. Ma se 




(1) Albebti de Oìnhinu, TractatiéS de malefici ix, Venetiì». H. Liliiis. 
MDLX. p. 281, p. 289. L'opera è attribnìta da alcuni al suo maestro Cruidn 
ék Snssara (f 1299). 
(Q Id., p. 291». 

9) Baitoli a Sassoferrato. Commentar ia in secumlam Digesti non 
Wk Venetiis, apnd Jnntas, 1690. to. VI, p. 116. Baldi pebusini. De 
in Traetatu» illuètrimm in utroque tum j)ontificii tum me- 
TemltiB, 1684» < 



8 NICCOLÒ RODOLICO 

il ladro, aggiunge Bartolo, ha convertito Soggetto rubato 
iu denaro, (juesto non gli può essere sequestratoli). 

Questa eccezione per il ladro fuggitivo è notevole, 
poiché sarà ricordata da qualche giuristi, come Martino 
dei Garati (circa il 1428), che, pur essendo seguace di Bar- 
tolo, volle sostenere P ingiustizia dell'impunità accordata 
al reo fuggitivo. Egli, con gli argomenti di Bartolo sul 
sequestro della refurtiva, legittimava l'arresto (» la con- 
secutiva estradizione di alcuni contadini di V^ercelli, che, 
commesso un omicidio, si emno ripamti a Novara (2). 
jy estradizione em staUi richiesta dal Duca di Milano, né 
a quanto pare era fatta in virtù di precedenti trattati di 
(»stradizione. 

Chi però prima di Martino dei Gamti merita di 
essere ric(n*dato per avere impugnato il principio della 
territorialità del diritto di punire ò Iacopo da Belvisio 
(1270-1335). Egli cita un caso analogo a (piello ricordato 
da Alberto da Gandino, e conclude in modo affatto con- 
tmrio (3). Tja sua teorica però non è seguita dai giuristi 
c(mtemporanei : di essi ricordo Nello da S. Geminiano: il 
quale sembra dapprima che riconosca la necessità di am- 
mettere l'(>stradizione, osservando: < satis aequitati (^oii- 

< sonum (|Uod fur i)uniatur ubi deprehenditur cum furto 

< vel ad principalem locum delieti rcmictJitur, maxime 
* quia sic discurrens videtur vagabundus, ut Codex ubi 

< de criminibus agi oportet >. Nello però, dopo di avere 
svolto le ragioni suddette, incespica in altri argomenti 
(contrari e conclude non ammettendo l'estradizione (4). 



»1) Haktoi.u. op. l'it.. p. 116'. Botto il titolo yurtutn f'nctCits Flort-ntìe 
si repen'tur hic Mediolaut cum furto jìctent lue puniri. 

(2) In ZiLKTTi. (^rhninaìium consti iorum seu responaoruiif re, V«»- 
nrtiis, MDIiX. voi. I, p. US. 

(:i) In Zii.KTTi. (Wiminalinm ec. cit.. voi. I. p. 7. 

i4) In Zii.KTTi, Voluìnen praeclarisHhnum ne hi pnniin nmthhuH iU' 
rìAperitìH penieceamrhiì» ne ntiliitsimum omnium tractntum criminal 
linw «'te Vcn«»tiÌB. Uortano. Ififtì». p. 180 (nna wcon<la «mIìz. r il<»l 1580). 






ESTKADIZION'E E POUTICA COMMERCIALE 9 

Degli stniniori il Covarmvio, il Bartolo spaglinolo, 
come fu chiamato (1512-1577), pur essondo in massima 
contrario iJFestmdizione, tuttavia fa eccezione peri più 
gmvi reati che, impuniti, sarebbero di grave scandalo e 
di stimolo ad altri delinquenti, e recherebbero così danno 
non solo al paese in cui sono stati commessi, ma < cui- 
« libet reipublicae et denique totius orbis detrimentum 
« allatum ^(ì). Notevole (|uesta concezione del delitto e 
della giustizia al di sopm dei confini dei singoli Stati ; 
ma 4|uanto tardi ! Nella pratica questi principi già da 
un pezzo emno osservati, pur non essendo derivati da 
astrazioni filosofiche. 

Prima di lasciare (juesto argomento è bene riassu- 
mere brevemente le mgioni deiravversione dei giuristi 
al nostro istituto. Esse possono ricercai^si : 1" nella ft)rza 
della tradizione romana; 2" nella ccmcezione del delitto 
come offesa fatta al magistrato del luogo e non all'uma- 
nità ; 8" nel pregiudizio che la sovranità di uno Stato 
fosse diminuita dalla conscvgna di un reo fuggitivo; 4" nel 
sistema della confisca dei beni esteso alla maggior part(» 
dei reati ; la (|ual cosa faceva sì che uno SUito, eseguito 
il se((u(»stro dei beni, poco si cumsse dell'impunità dei 
ìvtK (Quest'ultima ragione, forse per l'indole sua pratica, 
era statu la più efficace. Sennonché (juando in una socrietà 
predomina l'element(» commerciale, e la ricchezza quindi 
è sopmttutto mc»l)iliare (» perciò facile a nascondersi, al- 
lom la confisca non è sempre possibile, o per lo meno 
non è più il mezzo di pena più si(*uro per il risarci- 
mento di danni. 

Pertanto chiaro si vede, come in città commerciali, 
quali i nostri Comuni del Medio Evo, più per ragioni 
pratiche che per considerazioni filosofiche, sorgesse» l'estra- 
dizi«)ne per i reati di furto, quasi prima o contempora- 



(0 n pasHo t* citato, senza poro indicazione prerina. dal Gastoii in op. 
ci!., p. 2*)S. Dei giuristi egli cita hoIo il (Jotofrcdo e il Covarrnvio. 



10 NICCOLÒ RODOLICO 

neamente all' estradizione del F omicida. Proprio il coii- 
tmrio di quel che avvenne nel campo scientifico, dove 
ragioni d'indole filosofica indussero i giuristi ad ammet- 
tere prima Festmdizione dell'omicida e molto più tardi 
quella del ladro. 



III. 



È stato molto bene osservato a proposito della raj)- 
presaglia che « i primi indizi della legislazione su cjuesto 
< istituto non si trovano in mezzo alle popolazioni più 
€ barbare, né più lontane da ogni centro di cultura, ma 
^ in Italia, ove più intenso era stato V incivilimento, e 
€ particolarmente in quelle provincie, in cui la vicinanza 
^ dei Greci aveva impedito che si spegnesse ogni bar- 
* lume di civiltà > (1). Lo stesso può dirsi per i primi 
indizi deir estmdizione ; non che essa derivi dal diritto 
romano-bizantino, ma da quello stato di civiltà in cui 
le relazioni con i Bizantini avevano posto particolarnKMite 
alcune città del Tirreno e dell'Adriatico. Più che le me- 
morie del passato sono i commerci impresi con i paesi 
bizantini, che svilupparono, con la ricchezza, (luella ci- 
viltà regolatrice dei iniovi mpporti tni popolo e popolo. 
I quali, mercè il commercio, apparirono sotto forma nuova: 
lo Stiito vicino non fu più considerato come noi tempi 
antichi un nemico che accoglie i nemici dell'altro, o di 
cui molesta i cittadini, ma come un campo di attività, in 
cui possono coesistere interessi comuni da tut(?lar(» con 
reciproche concessioni e garanzie. 

Questo condizioni appunto di vita economica «» po- 
litica delle città marittime del Tirreno ci illustrano in 
parte le cause per cui nell'H30 Amalfi, Sorrento e Na- 



0) A. Dr.L VErcHio ed £. Casanova. Le rappresaglie nei Comuni medie 
vali e specialmente in Firenze, Bologna. Zanichelli, 18!M, p. 61. 



ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 11 

poli strinsero un tmttato con il Duca di Benevento, e 
regolarono l'istituto della estmdizione (1). 

Non è il caso, dopo gli studi iniziati dal Fanta, di 
trattare delle fonti, delle analogie e delle dipendenze 
del pactutìi Sicarrli (2) : noteremo soltiinto i due arti- 
eoli 6** e ir, che concernono T estmdizione. Oltreché ai 
servi fuggitivi, cosa stiibilitii del resto nelF editto di Ro- 
tari, Testradizione è concessa pei rei di furto e di omi- 
cidio. Notevole è una distinzione, che più tardi si ripeterà 
in qualche trattato del XIII secolo. L'Amalfitano, ad 
esempio, che, commesso un furto ad Amalfi, si ripara nel 
territorio beneventano, deve, secondo il patto, essere estra- 
dato : ma se invece di un Amalfitiino egli sia forestiere, 
alloni il duca di Benevento non è tenuto ad estradare il 
reo, ma a sequestrare la refurtiva, e a consegnarla ai rap- 
presentanti del governo amalfitano. Il patto di Sicardo si 
ritiene ripetizione di quello del suo predecessore Sico (3). 

In condizioni analoghe alle città del Tirreno, Ve- 
nezia stipulava ac(!()rdi commerciali con Liutpmndo tm 
il 714 e il 717(4). A noi però quel tmttato non resta; 
ò possibile che esso abbia servito di esemplare, se pure 
non sia stato trascritto in più parti letteralmente, nei 
trattati successivi stipulati da Venezia con i sovmni 
d'Italia. 8e così è, dovremmo riferire fino al tempo di 
Ijiutpmndo le norme di estmdizione, che si ripetono nei 
partff rrneiff dal IX al XII secolo. 

Prima di far cenno di (juesta serie di pfirtft, giova 
ricordare un capitolare di Carlo Magno del 797, che re- 

(J) In MM. G. lì., Leges, to. IV. pp. 216-221: o in Padeli.ktti, Fontef< 
iitris ifaL medii neri, Torino. ljo<'s<'h<»r. pp. 81k e sojrjr. 

(2) Adolf Fanta. Die Vertn'ige der Kaiser mit Venedig bis zum OfiS, 
in Mittheihingen deslnst. fiir oest. Geschichteforschung, ErgilnziingBband. 
Heft I, 1883. p. 90 e prtsifim. 

(.S) Qfr. Chronicon saleruitanutn, cap. 57, in MM. G. H., Seriptores^ 
111. p. 497. 

(4) Fanta, op. cit.. p. 89. Ne è Ditto rieordo nel FaeHm LaUiarii 
édìVf<^K in MM. G. H., Utiei' "^t e. M. 



12 NICCOLÒ RODOLICO 

gola i rapporti con i Sassoni. È stabilito, che qualom 
uno di ossi, già colpito da condanna di morte per delitto 
compiuto in patria, si fosse riparato nel regno dei Fran- 
chi, dovesse, o essere estradato, oppure, con il consenso 
dei Sassoni, essere relegato in qualche paese del regno, 
così lontano, che i Sassoni < habeant ipsum (juasi mor- 
tuum > (1). 

E questa la norma, credo, più antica di quelle che 
ci rimangono intorno alP estradizione, dovuta alle rela- 
zioni politiche tra Franchi e Sassoni, alla posizione spe- 
ciale di (juesti ultimi, e al desiderio di Carlo di stiibilire 
rapporti amichevoli tra i due popoli, dopo le lunghe 
guerre sostenute con i Sassoni, vinti, ma 'non domati. 

Di natum ben diversa, e cioè tuttii commerciale, do- 
veva essere il trattato che lo stesso Carlo Magno verso 
P812 stipulava con Venezia. A noi non resta, ma il Fanta 
a mgione opina che copia di esso sia il pnchna Lntnrii I 
deir839 (2). Sulle analogie esistenti tm (juesto trattato 
e quello di Sicardo, rimando il lettore ai ctmfronti fatti 
dal F'anta ; osserverò soltanto che esse derivano soprat- 
tutto dalle analoghe condizioni politiche e commerciali, 
iu cui si trovarono le repubbliche marittime dell'Adria- 
tico e del Tirreno. 

Secondo il tmttiito di Lotiirio I, i Veneziani si 
obbligano di estradare chiun(jue dal regno abbia cer- 
cato rifugio nel territorio della Repubblica (3). Non si 



1 1) In MM. (i. H.. Leijes, Capitnlarin iTjyuiii inmcoruin. voi. l,n" 27. j). 7J. 

(2) MM. (t. H., Lffjes, Capituhirin n*guiii franronim. voi. II. p. i:^«'; 
V Fanti, op. e loo. oit. 

(.'{) « Et voliuniiH nt oiiiik^h Iioiuìiioh vrstros post((iiaiii iiactuni antcriiiH 
« factum Ravenne, qui ad nos eonfugiuni fectTunt kì cor iuvcnin' |»otu«»- 
« riuiu» ad partcni vostram roRtituamuH ». Clio iiuostc parole sirno detto 
dai Veneziani hì eomprende anche dal paragrafo s4'^uonte etie comincia 
cosi : « .Similiter repromittimu» vobis ut hominef< cliri»tianos de potestnte 
vel regno dominationi» ventre etc. ». Il trattato di Ottone 1, cli<' riproduco 
quasi lo HtcHSo articolo, coufenna quanto abbiamo detto. Vi si le^rgo : < 81 



ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 13 

tmtta di una convenzione bilaterale per la consegna re- 
ciproca di rei fuggitivi, ma di un obbligo che soltanto 
Venezia si assume. La qual cosa si può forse spiegare 
con il bisogno da parte delle autorità del Regno di ar- 
restare quella corrente d'immigrazione verso il territorio 
della liepubblica, che fin dai tempi dei Longobardi si era 
manifesUtii, sia per le difficili condizioni di vita nel 
regno, sia per il migliore trattamento nella città nascente, 
bisognosji di nuove braccia da lavoro. Della consegna dei 
servi fuggitivi, dell'arresto e dell' estmdizioue di chiunque 
conducesse dal regno cristiani per venderli come schiavi 
tmttiino altri articoli del patto (1). Il 20"* considem l'omi- 
cida fuggitivo, che le due parti contraenti si obbligano 
HH-iprocamente di estradare. 

È possibile seguire, dai tempi di Lotario in poi, la 
s(}rie di pactrt alternati con i pvecvpta, che spesso soli 
ci rimangono, ma che probabilmente attestiino un pre- 
cedente patto (2). Gli uni sono copia degli altri, quasi 
sempre, e però noi ci fermeremo brevemente soltanto su 
quelli che offrono notevoli modificazioni o aggiunte. C'osi 
appunto è del patto di Ottone II del JK-J, che nell'articolo 
riguardante l'estmdizione degli omicidi aggiunge: ^ |Si- 
« mi li pe|na (cioè la consegna del reo o la composizione 
« di 300 soldi) decernimus dampnandum eum ([ui in co- 
< munibus mercatibus tumultum populi excitans homi- 
€ cidium perpetraverit » (3). Questo articolo chiarisce sem- 
pn» più il camttere commerciale del patto e il desiderio 
di tutelare l'ordine nelle fioro. Nel patto di Ottone II 



HUti'tn lioiiiìnoH vostri in «liicatibus nostris ce. ». \\ paragrafo •'>" completa 
il ^r Aiirriferito: « Et hoc Hponriiimis nt qtiicuniquc post ronovationein hnius 
parti ad DOS confii)?iuui f<'ct>rint cuni rcbuB eornm parti voHtre reddantnr ». 

(1) IxH'. cit.. cap..:)' e 10». 

<*J) Un'opinione diversa manifesta il Kretschjiaykr nella sua recente 
OeiichrrUt*' roìi Vcnedig, (iotlia, Perthes. 1905, p. 171. Utile è l'appendice 
bildio^raHca :ig};iuuta dall'Anton^ snU 'argomento suddetto. 

(Hi MM. G. H., Le(i€ft, Diplomata, to. II. n** 8<mì in data 7 giugno 988. 



14 NIO-mLi' ROImiLICm 

è altresì detrua di nota la mancanza dello disp<isiziuni 
sili mercanti di sehia\i cristiani e sugli abitanti del K»»- 
gno. che, senza lo scopo di sfuggire condanne, si fossen» 
riparati nel territorio della Repubblica. La mancanza di 
queste norme, che dall' 840 al 967 vediamo invece sempre 
ripetute, si deve forse al fatto che le cose da esse rego- 
late orano cadute in disuso. Le condizioni di vita del 
Regno, econ«)micamente migliorate, non rendevano così 
frequente e dannoso, come prima, l'esodo degli abitanti, 
ne facile e conveniente il traffico degli schiavi. 

Con il patto di Ottone III del 992 imn è regolata 
si»ltantn l'estradizione per omicidi e per furti, ma ancht» 
l'espulsione dal regno dei ribelli al doge(l). È un'e<-n 
dell'agitata vita [>olitica della Repubblica nel X secolo: 
ma si noti che il desiderio di punire il reo politico ni»n 
riesc-e a stabilire per esso l'estradizione, ma semplicfr*- 
mente l'espulsione dallo Stato amico. Questo articolo non 
si ripete nei trattati successivi : il governo della Repub- 
blica, che si era fi»rtemente consolidalo, non si preoccu- 
pava più della vicinanza di ribelli polìtici, sromati di 
fi)rza e di numero, se puiv non interamente scomparsi. 

Nel patto di Enrico IV, vantaggiosissimo ai Vene- 
ziani, ai i[uali era riconosciuto il privilegio ili pi»tere essi 
Sfili i>«^r ragione di commeivio naviiraiv sull'Adriatico, è 
aumentata da 3(X> a UXH^ soldi d'i»n> la comp<»sizione nel 
caso nt)n si vosriia couseirnan» Tomirida fusriritivo al ìT'»- 
verno veneziano!:}), lir impenitori Lotario 111 nel ìlìMS 
e Federico 1 nel 11">4, nei patti stipulati ron Venezia, 
simili al pnM-edentt\ restitnisrouo a .*XX» s.^ldi la summa 
della composizit^u* p«»r oniiridio ì;*ì. 



(\\ MM. i\. H.. Itiifs, Piplomata lo Un' :• j» .":•. 

(*J> 11 /Miiftoii V ilol li»*»4 o l»»".»"» MM it U /.•»'*. («MiMiiutionos, 
lo. 1, n^ T-\ ari. H». 

{^) Il jHutunt \\'\ ÌA^Uxru^ 111 r lUI i oiToMv ll'i^. MM. li. II. Leges, 
Con*tìtutionos. lo. I. n' U;» i^MioIIimU hViIrrìoo 1 r ilr) :^ dicembre llf* 
MM. ti. H. /.rr/fs. (VnHtìt«tionvH io 1 n ì.-* 



ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 15 



IV. 



Gli ultimi patti ricordati sono già del XII secolo, 
Il^ essi ommai sono i soli documenti che illustrino i 
rapporti tm Venezia e le città italiane. 1/ imperatore, 
sovrano d' Italia, aveva fin qui rappresentato le città del 
Regno nelle loro relazioni con Venezia; senonchè quando 
queste città ebbero un governo comunale provvidero da 
sé stesse, indipendentemente dall'impero, alla loro poli- 
tica esteriore. Questo fatto determinò un nuovo indirizzo 
politico per Venezia; poichò se prima basttiva una buona 
somma per strappare da avidi feudatari, o da bisognoso 
imperatore», privilegi commerciali nel Regno, om invece 
Venezia aveva da fare i conti con i Comuni, gelosi dei 
propri interessi commerciali. Essi, prima di segnare in un 
trattato una tiiriffa doganale favorevole airaltra parte 
contraente, reclamano per se libertà di traffico, agevolezze 
commerciali, parità insomma di trattiimentcx 

K questo uno dei momenti più difficili della vita 
politica ed economica di Venezia. Mentre gli altri (co- 
muni (combattono ed atterrano le ròcche feudali, che in- 
castellano le libere città, e ne chiudono gli sbocchi, e 
mentre i Comuni più grossi si preparano nella loro espan- 
sione a sottomettere il contado e i vicini più deboli : 
Venezia non ha milizie, non estende il suo territorio sul 
continente, e tuttavia mggiunge quegli stessi fini econo- 
mici, che i grossi Comuni si proponevano nelle loro lotte» 
di espansione. La siipienza politica del governo, la po- 
sizione geografica della Repubblica, gli speciali prodotti 
della sua industria, lo sviluppo del suo commercio, nonché 
infine un grande avvenimento politico, la legji lombarda, 
assicurarono a Venezia, mercè trattati commerciali, il 
predominio nei mercati deir Italia settentrionale. 

I Comuni della valle dell'Adige e del Po (?rano 
tà di transito per il commercio transalpino, potevano 



10 NICCOLÒ KODOLICO 

quindi imporre alJe merci veneziane gravi dazi; ma quelle 
(ritta erano altresì centri industriali, che avevano in \'«»- 
nezia lo scaio unico, o migliore, per T esportazione dei 
loro prodotti in Oriente. Venezia, come abbiamo visU) a 
proposito del patto di Enrico IV, aveva reso TAdriatico 
un mare chiuso per le navi che non fossero vcMieziame. 
Ciò che il Salimbene scriveva per il secolo XIII si 
può senza fallo riferire al secolo precedente: < X'eneti 
« claudunt navigli viam Lombardis quod nec a Marchia 

< anccmitana aliquid possunt habere, a quibus hal}erent 
« frumentum, vinum et oleum, pisces et carnes et salem et 

< ficus et ova et caseum et fructus et omnia bona ([uac» ad 

< vitam spectant humanam, nisi Veneti impedirent » (1). 

Lo speciale pn)dotto industriale, a cui accennavo euu- 
uKuiindo i mezzi che i Veneziani adopemronoa proprio van- 
taggio nella loro politica commerciale, fu il sale marino. Le 
aspinizioni di Ezzelino da Komano, degli Scaligeri e dei 
Carraresi nel hi loro maggiore potenza furono dirette alla 
conquista della foce del Brentji per le saline di C'hioggia. 
Molte delle lotte tm Venezia e Padova derivano da (juesti 
spcjciali interessi economici. Venezia riuscì in ([ueste lotte 
vittoriosa, esercitò una rigorosa vigilanza nell'Adriatico, «» 
monopolizzò in tal modo tutta P industria ed il commercio 
del sale nel Veneto, nella Lombardia e in molti |>a(»si 
transalpini. Di quale interesse foss(» la (juestionc» del 
sale, si vede ricordando fatti molto recenti, nonostante i 
più facili miìzzi di comunicazione. I^Austria, che prima 
del '4H aveva avuto il monoi)olio d(»l sale vc^neto non 
solo in Lombardia, ma anche nella Svizzera, considerò 
come rns/fs hrlli nel 1S47 il trattato, concluso tra il re 
di Sardegna c! la Svizzera per la fornitura del sale, prii- 
viMiiente da (lenova ed importato attravei'so il Piemonte. 

Ma tutto ciò non basta a spiegarci le mgioni del 



111 In Monumenta hixtoricn ad prorincin» jHtrmenHfm et plaeent 
pcrtìneitiiti, to. Ili, p. '2'»:J. 



ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 17 

predominio della Repubblica sui mercati italiani, se non 
si pensa ai vantaggi che le città della terraferma ritrae- 
vano da quel porto. Si tmtta di una (rorrispondenza dMn- 
teressi, che dà ragione di quel tacito riconoscimento della 
egemonia che la Repubblica aveva conquistato. 

Ne solo coefficienti economici sono da esaminare, ma 
altri politici, che a questi si connettono. Alludo alla lega 
lombarda, che valse a stringeI^» sempre più i rapporti 
tm Venezia e le città dell'Adige e del Po. Alla lega in- 
fatti, sorta con carattere politico-militiire, segue di li a 
pochi anni una serie di trattati commerciali, che rego- 
lano mpporti giuridici tra città e città. 

La politica commerciale di Venezia nel periodo della 
h;ga fu preparazione alla sua (egemonia e a' suoi trat- 
tati di commercio e di estradizione. Per la (jual cosa non 
credo inopportuno soffermarmi su (|uest() argomento, <"on- 
siderando soltiinto quella piccola parte» che riguarda la 
politica commerciale veneziana. 

V. 

Venezia, come notjunino, stipulò con Federico liar- 
barossa, nel 22 dicembre 1154, un trattato che 6 una ri- 
petizione dei patti precedenti. Perchè la Repubblica venne 
in lotta con Pimpemtore? Lasciando di ricordare colon» 
che nel sentimento patriottico indicarono la prima (rausa 
(leir inimicizia della Repubblica, preferisco di riferire» 
r opinione di uno dei più dotti scrittori di storia ve- 
neta. È questi il Cipolla, che in un suo lavoro su IV- 
rntta e la lega lombarda, così scrive: < Tra Venezia e 
« V imperatore non correva da qualche^ tempo buona ar- 
« monia, e Federico nella convenzione stretta con Genova 
« Tanno 1162 lasciò che Venezia fosse dichiaratii città 
< H lui nemica. Che legame di amicizia sincem poteva es- 
\ aerei mai tra il Barbarossa e la città che si vantava di 
Aot essere soggetta che a Dio? F'orse i tentativi mal 



18 NICCOLÒ RODOLICO 

* riusciti a dire il vero clie Federico aveva fatto per in 

< ijraziarsi Manuele, imperatore di Costantinopoli, contri 

* buirono perchè la Repubblica coinvoljyfesse in un medf^ 
« Simo odio ambedue ^V imperatori. Porse la politica d 
<( Venezia s' incontrò inimichevolmente con quella d 
« Ulderico patrianui di Acpiileia, che per amore o pe 

< forza seguiva il partito del Barbarossa >(1). 

La lotta tra Venezia ed Acpiileia e la sconfitta d 
(irado hanno certamente un valore, ma non bastano ! 
spiegarci T ostilità di Venezia con T imperatore. Essa ri 
montu per lo meno al 1 162, mentre la sconfitta di Grad< 
è del 1164(2). Del rest^ sia pure T inimicizia con Aqui 
leia di molto anteriore; si può peraltro notare, che n(»i 
l)oche città della Marca si erano incontrate inimiche 
volmente con Venezia in principio della venuta dellMm 
peratore, eppure non avevano tardato a pacificarsi (» a( 
unirsi con ViMiezia. 

Ne tanto meno sono sufficienti mgioni i tentai iv 
mal riusciti, che Federico aveva fatto per ingraziarsi Ma 
miele, imi)eratore di Costantinojxìli, ammenoché essi noi 
si ni(»ttano in relazione con altri fatti della politica gè 
novese, che il Cipolla di sfuggita ricorda. In (^uel torni 
di tempo, e precisamente? nel 1162, era scopjùata in Co 
stani inopoli una terribile» zuffa tra Pisani e Genovesi 
Cn migliaio di Pisani, scrive il Caffaro, ^ collecta ma 
*< xima inultitudinc» virorum VcMieticorum Constnntino- 

< poli connnorantium >, assalì i Genovesi nel loro fon- 
daco, da (love li scacciò, facendo man bassa di ogn 
merce (8). La jìartecipazione dei Vimeziani si spiega, pen- 
sando come» costoro, ch(» av(?vano per un certo tempc 



111 In Xunm Archino Veneto, to. X. pp. 416-417. 

(*J) (tikskhkki'ht. (reseli it'htt' der deuiHeheìi Kaiaerteii, HraiiuBchwelf- 
Scliwi'tschk»'. ISSO. to. V. pp. 4^1 v 4n.V4<»«. 

{'\) C*FKiKn. Anìtali fffnoresi (ediz. Helfrraiioi. Piibhl. dell*? 
Stor. it.. Koiiia. \s\HK p. fi>^. 



ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 19 

visto nei Pisani, rivali da combattere, ben presto trova- 
rono in essi compagni contro i Genovesi, nemici comuni 
e pili potenti. Ed è cosi, che sotto il dogato di Vidal 
Michiel fu stipulata un^ alleanza tra Veneziani e Pisani 
(1U)2)([); laddove i Genovesi, (juasi di rimbalzo, nello 
st**sso anno stipulavano un trattato con Timperatore ; il 
quale vietava ai Veneziani, come ribelli, il traffico nelle 
terrt» dell' impero (2). Questi fatti peraltro, se ci spiegano 
lo rjigioni, per cui i Genovesi avevano cercato di coin- 
volgere P^'ederico nel loro odio contro la Repubblica di 
Venezia, non ci spiegano come mai T imperatore sMn- 
cronti*asse con i Genovesi nella lotta contro Venezia. 

Bisogna, mi sembni, tener molto (H)nt() della seguente» 
notizia datii dìxlV Ilisfot'ia Dncinn intorno al 1161. LMm- 
pi»ratore, scrive il cronisti!, < cepit autem tempore ilio et 
« Veneciam vexare et cinuimpositas Venecie civitatos 
« graviter expugnare: volens eam suo subiugare imperio. 
^ Non enim preterquam in mare in aliquam partem Vo- 
« n(»ti exire audebant > (3). Per una città, che fonda 
tutti» le sue risorse sul commercio, un ristagno negli af- 
fari, come questo del 1161, rappresentii una vera crisi 
<M?onomica. Quahtosa di simile avvenne durante Ja gucu-ra 
(li (*hioggia, quando anche allora Venezia ebbe chiuse 
le» vie sulla termferma (4). Le terre vicine, che Fi^de- 
rico rcjv/haf, erano situate in punti importanti strategi- 
camente e commerciai mente. Attorno al 1161 era con- 



ti) II 8anii(lo, dopo di avor fatto il nome di Vidal Michiel, sog^iiniKt* : 
« dox«' fu idecto, il qual nel principio del sno ducato li Pisani stati lon- 
« (Miniente inimici fece nostri amici ». Marin Sakudo, Le vite dei Dogi 
(ediz. MosTicoLo. in Ristampa dei RK. II. iSS.. to. XXII. fase. :r. I^pi, 
Città di Castello, 1900). Il Monticolo nelle <lottissiuie note avverte che la 
notizia deriva dalla Cronaca maggiore d(d Dandolo e da quella di Pietro 
Dolfiii. 

(2) In MM. (f. II. Constitutioncs, to. I. p. 29:{ (9 gingno 1162). 

t:i) MM. «. H.. Scriptores, XIV. p. 77. 

<4) Di ciò ho Catto particolare cenno nel mio volume su La democrazia 

nUna nel tmo IroMimio, Bologna. Zanichelli, loo."). ]). H2o. \ 



'% 



20 NICCOLÒ RODOUCn 

fisf-aUi al voseovu di Padova la Contea di Sacco, ed emno 
occupati il castello del Pendice, il monastero d' Ispida, 
di cui i frati ripararono a Venezia, il monastero di 8. Zac- 
caria di Venezia, sito in Monselice, e molte possessioni di 
altri monasteri veneziani, come quelli di S. Nicolò, di 
S. Cipriano, di S. Maria della Carità, di S. Giorgio mag- 
giore e di S. Ilario (1). Questi conventi sotto la prote- 
zione della Repubblica emno posti o presso confluenze 
di fiumi o suirincn)cio di vie. Che se nel Padovano, e 
fin dirimpetto a Chioggia, un ìiìinisfcrinlc dell' Impei-o, 
il conte Pagano, spadroneggiava; nel veronese Otione di 
Wiitelsbach aveva nel 11 01 occupato la rocca di (iarda 
e qualche anno dopo anche quella di Rivole (2). Dal ca- 
sl(»llo di Garda non solo le terre vicine erano runrmlh'r 
oppresse, ma anche tutti coh)n) che per ragione di com- 
nuM'cio erano costretti a passai'e sulla via, c-he, domi- 
nata da quel <*astello, conduceva ai paesi transalpini. 
Si rinnovavano così <iuegli ostacoli allo "sviluppo (-(un- 
mt»n-ial(\ contrt> <-ui i Comuni al loro snrirere avevano 
lottato. 

ConcludiMido, il riordinamiMìto feudale che Federigo 
vairlieggiava in Italia eni per Venezia una minaccia al 
suo avveniiv <*onun(»rc-iah\ I ivggitori della Repubblica 
<Muni)n»sero tutta la gravità del momento, reso anciir più 
diflirile dall'aiuto impiM'iale offerto a (ieiiova a dauno 
deirli intiM-essi \iMU»ziani in Italia t» lu^lTOriente. 

V\\ altro fatto forse» è da ricordan» a spiegazione del- 
rantagonisuiu tra VtMuv.ia e T inipi»ratore. I/autore della 
llishtrio ihtrintt dà notizia di una guerni mossa da città 
italiane (ci\ita1es ltaliat»)a Vemv.ia poco prima del 1162 



IIM*f'r. A.\<iiiiNu Sfuntnrll^t r /n i'r<( it^Mi c/f i i*tnhtrtnn cot9tro ii jl 
//firAfiro.N.sff, |i|i, Iti !• Hi'KU . •' il<*no Hto»t4o A., l'^uìnr ilipìnmatin» pmé^^f^ 
ifiint, II. 'J, Tifi. I». lil 

l'Jl AirHHo M.MiiM. MM. a. n.. .sVff/iffifrs, XVIII, 64i, efr. f 
op. cit.. |i. 4 l'i r Ir riirrl!«|ioilil4*ntt liotr al suo ilotlo diMOfM. 



ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 21 

« (le imindato eiusdem imperatoris > (1). Quali furono 
queste città? Secondo i cronisti posteriori derivati dal- 
Vllistnrid ducu/Hy esse sono Ferrara, Padova e Verona (2). 
Nulla di più verosimile; durante la guerra i nemici di 
Venezia conquistarono Capodargine. Resta a spiegare 
come mai (luesti nemici, tra i quali sarebbero i Pado- 
vani e i Veronesi, si fossero di lì a poco uniti a Venezia 
nel (Combattere T imperatore. I cronisti spiegano il fatto 
con l'oro adoperato dalla Repubblica per staccare le città 
dalla devozione deir Impero; noi osserveremo piuttosto 
che Verona, Padova e Ferrara, prima del 1162, gelose 
del predominio commerciale di Venezia, avevano visto 
in Federico un alleato per combattere la rivale; (piando 
13<»rò, dopo il 1162, furono molestate dalla prepotenza 
dei vicari imperiali e minacciate nella loro autonomia, 
si unirono a Venezia nella prima e gloriosa lega della 
Manta. 

K (lui ci fermiamo nella digressione fatta con il ri- 
cordo del giudizio autorevole del Carle e del Cipolla sul 
valore di queste leghe. Esse, per i suddetti scrittori sono 
da considerarsi come gli « embrioni dello Stiito secondo 
* il concetto poi prevalente nel Rinascimento e nelFEtà 
^ moderna > (3). 

Orbene, pur non consentendo interamente in qu(»sla 
opinione, non si può non disconoscere che la lega lom- 
barda aprisse gli animi ad un orizzonte molto più vasto, 
poiché i rapporti cresciuti tra città e città, T interesse 
politico che le aveva congiunte, il nuovo sentimento di 



Ih HiMoria Ducum^ ed. cit., to. XIV, 77. 

i2i Cfr. Li nota appoBta dal Monticolo alla notizia suddetta di Makix 
Sanudo in (Mi. cit.. ]). 26t\ 

VM G. Càri.k, T>€Ì procesm formativo dello Stato Moderno, in Atti 

delVAectulemia di Torino^ XXVI, 818 e C. Cipolla, op. cit., p. 417. N<*1- 

'Itfimo fascicolo del Nuovo Archileo Veneto, Nuova Serie, to. XI. parte I, 

*9-I65, il Cipolla riiKuliscc questa sna opinione, pubblicando <iue do- 

riferentisi alle mansioni dei Rettori della Lega. 



22 \icc«:»i." Ror-juc" 

ii:tzì'iiali:à. i-he le aveva elevate, t/rano tutte cniidizionì 
'•jT»-r:u:iissimr\ affinoliè, ces^^uo il perir'»!»» e ripre??a l'at- 
!iv::à •••>miiien-iale. fosse possibile risolver»' rTintrov«*rsifi 
!i :: ••"31 le armi ma con il diritti». 

VA è C"sì. a mio i>«in*re, che l»» sviluppo preso <l(»pij 
:: >-i-'.I'. XII dall'estradizione «^ dairarhitniggiu si riaii- 
!:• -ìa in rert*» modo a quest*» tW-und'» periud»» della ì^ixa 
]' :::i«arda. La posizione acquistata ali- ni da Venezia di 
!r"!ìV* all»^ altr»' città e i sut»i partirttlari interessi cnm- 
^..♦•r'-iali r\ spiesani^ rome la Iv^puhldica ron«-»irressM più 
d-il»' altn^ all«i sviluppa di iiu»''sti istituti di dirittn in- 
teriìazionah» e-]! trattati di i-'-mnivr-i-». 



VI, 



1 »tM trattati di commercin anteri'n al XIV >i*L-nln im 
Vi-nt-xia e le ritta it;Uiane manca :ina ra-r.iha diplo- 
matii-a, la quale, i-t^mpiviuli"» Ivne, -i 'V!*v1»b»* iir»M-oden' 
i-i:mì studio rlie pivuda ariromen:-.- da \\-\ ira:tati. Tua 
•••i:zi'>ne critica di un irruppi^ d: es>i si 'W\*' all' inl'ati- 
••ahil'' »«iM»n»sità ilei Tipolla (M: dei:i: ai::-- t.-atTaii alrinn 
sn!ì.» in apjMMiilire ad optMv si.-riflv- l'-ìì:'. :• s:i'»n»\ alcuni 
s-'h" luUoì-:» niellili i->, 

Henrhè i i>nnn traiian di \'rMi'\ la •• •:: '•\:::\ ilaliane 
rì>aliraui» a tenii^ aiìleritM-i alla l'-^r.ì ì :v/!'a!Ìa \'A), «••^si 
tunavia non ronìeuiron*» anii-«Oi <\\Vr<:ii\\/:.^Vi^\ fors»* 
prrrhè allora baMaxaiiM le n^rmo >'al\..:" ::•■: ]':\:*\ inipi*- 
riali. 11 più aniiri» liaiiai»» il: «^sir.ui.. ; :.•• ; :• l'jiVilnifMitc' 



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ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 23 

è quello ti-a Venezia e Ferrara del 26 ottobre 1191 (1), al 
quale si collegano altri, seguiti di lì a pochi anni tra 
Venezia e i Comuni di Verona, Treviso, Padova, Bo- 
logna e forse qualche altra città (Telia regione lombardo- 
veneta. 

Il testo del tmttato ferrarese nella parte che ci ri- 
guarda così suona: < Si Veneticus habitando Venetiis 
€ fecerit aliquid debitum vel malificium, et fuerit inveu- 
<c tus Ferrarie, petente domino Duce, remittetur ad eum, 
* Inibita sufficienti securitate. Item fiat de servo fugi- 
« tivo et anelila inventis Ferrarle.... Et idem per omnia 
< ut continetur superius de Veneticis debet Ferrarien- 
« sibus a Veneticis observari >. 

Il testo del trattato veronese del 4 ottobre 1198 è 
uguale al precedente nella sostiinza; le differenze sono 
soltanto di forma (2). Identici poi al veronese sono il 
trattato con Treviso deir 11 agosto 1198(3), e (luello con 
Padova del 18 marzo 1209(4). 

Come già ho accennato, non è impossibile che ri- 
cerche più fortunate ci dieno T indicazione di altri trat- 
tati, con Mantova, ad esempio, con Cremona e con Vi- 
cenza, dati i rapporti commerciali di Venezia con (|uei 
Comuni. E vero peraltro che il reo fuggitivo da Venezia, 
non potendosi recai'e impunemente lungo la costii, sia 



(1) Il primo a pubblicarne il testo fu il Muratori in Antiquitntes Metìii 
Eri, DìAsertatio quadragesima nona, pp. rì-^s^eo. 

(2) Eccone il testo secondo l'edizione Cipolla (N. Arch. cit., XV. 'Ms): 
« Si Vem»ticuH h<ibitando Venecias fecerit debitum aliquod vel maleficiuui. 
« «'t fuerit inventus Verone si super hoc (lominus dux Venecie nobis suan 
« litterasdestinaverit, remittemus eum ad presenciam domini duci» Venecie, 
« sufficienti securitate recepta, quod ad eiu» presenciam erit secure de- 
« ductns : simili modo de servo fugitivo et anelila fiat, si fuerint inventi 
• Verone ».... 

« Et idem per omnia ut continetur sup<»rins de Veneticis debet Vero 
■envibus a Veneticis observari ». 

""i Archivio ni Stato di Venezia, Pavia, I, e. ìiH. 
\bchivio cit., Facta, II, e. 159. 



-73 



24 NICCOLÒ RODOLICO 



v(»rso Ravenna sia verso Aquileia, nelle quali città grande 
em r autorità della Repubblica, era costretto nella fuga 
ad imbattersi nel territorio di uno di quei Comuni, Tre- 
viso, Padova, Ferrara, che avevano trattati di estradi- 
zione con la Repubblica. 

Il trattato di estradizione bolognese, che ho ricor- 
dato, è del 27 luglio 1227(1), dopo del quale non altri 
trattati si trovano per più di mezzo secolo. E che questa 
lacuna non sia dovuta a incomplete ricerche, o a smar- 
rimento di documenti, si può credere, considerando quali 
fossero le condizioni politiche del tempo. I Salinguerra, 
forti deir aiuto imperiale, stracciavano allora gli an- 
tichi patti con Venezia ; Ezzelino da Romano domi- 
nava la valle deir Adige da Verona ad Ostiglia, signo- 
reggiava su (luella del Brenta da Bassano fin quasi a 
('hioggia, e per la via di Treviso minacciava Mestre. 
L" imperatore» aiutjiva i nemici di Venezia; e la Repub- 
blica in tali condizioni partecipò alla seconda lega lom- 
barda, alleandosi con il papa nel settembre del 1239. 

All'azione dispiegata allom dalla Repubblica si deve 
la caduta dei Salinguerra e il ritorno degli Estensi in 
F(»rrani (1240). La ((ual cosa restituiva a Venezia quei 
privil(»gi commerciali, che essa aveva avuto in Ferrara 
con (rli Est(Misi. 

La (caduta però d(M Salinguerm di poco turbava la 
Torte posizione politica di Ezzelino, che con Ostiglia con- 
ti nuavai a chiuden» i passi del Po. Questo stato di cose 
durò tino alla battaglia di Cassano e alla morte di Ezzc?- 
lino indi K(»guita (1209). Venezia raccolse allora i mi- 
gliori frutti (UAhi sua politica, giacche, come dopo la ' 
|)riuia lega lombarda, così om, Ferrara, Padova, Tre- : 
viso, V(»rona e molt(» cittadella Ijombardia, già unite a -f; 



:J 



(I) Aimimi. rit.. l'urta. I. lMis r /»nr/«. li, VJ. 



ESTRADIZIONE E POJ.ITICA COMMERCIALE 25 

Venezia nel pericolo comune, furono ad essa favorevoli 
nello stipulare accordi commerciali, nei quali si compre- 
sero norme procedurali, sempre più particolari, sulla 
estmdizione. 

Nel tmttato con Padova del 12 giugno 1275 le due 
Itepubbliche reciprocamente si obbligano di estradare 
« homicidiarii, latrones, furones, mubatores, incendiarli, 
« servi et ancille et servitores fugitivi et illi (jui fuge- 
€ rint et poiliiverint pecuniam alienam >(1). Il comune 
di Padova si obbliga a sue spese e a suo rischio di tm- 
sportare i rei < usque ad aquas salsas > e ([uivi conse- 
gnarli agli ufficiali del Doge. Questi dal suo canto si 
obbliga di consegnare anch' egli ai confini del comune 
padovano i rei di là fuggiti. Le norme stabilite in questo 
tmttiito sono molto più precise di (luelle degli altri trat- 
tiiti precedenti. 

Simile a questo di Padova è il tmttiito di Treviso 
del IB dicembre 1376 per ciò che riguarda i delitti po- 
litici, per i quali non P estradizione, ma solo P espulsione 
è stabilito. Per i ladri e per i debitori fuggitivi non vi 
è alcuna indulgenza; che anzi una clausola del tmttato 
dà in (lualche modo forza retroattiva alle norme di estra- 
dizione, poiché colpisce anche quelli che si fossero ripa- 
mti nel territorio di uno dei due contraenti prima della 
stipulazione del trattato. Ognuno dei due governi si ob- 
bliga di sequestrare la refurtiva ed ogni sostanza che 
fosse in potere del fuggitivo, e si obbliga di consegnare 
agli ufficiali deir altro governo o gli oggetti sequestrati, 
(» in mancanza di essi, lo stesso reo. 



0) Archivio cit., Pnctum Ferrarle, S7'. (Questo trattato, per ciò che 
riguarda rcstradìzionc, servi (ii mmiello a quello del 21 (fiuffiio HHH: il- 
lustrato da G. Beda nell'opuscolo citato. LA. perù non fa cenno dì questo 
preciNlente trattato. 

(S) Abchivio cit., Factum Ferrane, e. 6^. 



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• 1 



26 NICCOLÒ RODOLICO 

Non meno importante è il trattato del 27 aprile 1279 
stipulato con Firenze, che attesta il crescere delle rela- 
zioni commerciali tra le due repubbliche e lo sviluppo 
preso dal nostro istituto in favore del commercio (1). Se- 
condo i trattati precedenti, tanto per i reati di persona, 
(luanto per quelli di cosa, la richiesta è fatta dal Doge 
al podestà del Comune, o viceversa; nel trattato con 
Firenze è fatta una distinzione tra le due specie di ideati, 
per ognuno dei quali è una diversa procedura. Un de- 
bitore, che da Venezia si ripari in Firenze, può (juivi es- 
sere arrestato non solo a richiestii del Doge, ma della 
persona danneggiata, che abbia una sentenza contro il 
suo debitore riparatosi in Firenze. Arrestato il reo, il 
Comune deve sequestrare gli oggetti di cui lo troverà in 
possesso, restituirà alla persona lesa, che ha promosso 
l'azione, ciò che le appartiene, e custodirà il resto a di- 
sposizione di altri creditori. Che se dopo tutto ciò sarà 
(•hiesta T estradizione, questa sarà concessa, previo con- 
senso però da parte del Doge. Per analogia con ciò che 
abbiamo notato nel trattato trivigiano possiamo credere, 
che nei caso suddetto Testradizione fosse concessa, allor- 
([uando gli oggetti seciuestrati al debitore non avessero 
indennizzato tutti i creditori. Le norme procedurali per 
r estradizione delF omicida sono diverse: la richiesta deve 
esser fatta dal magistrato supremo della Repubblica (» la 
consegna deve esser fatta agli ufficiali delP altra Repub- 
blica ai confini del suo territorio. 



(I) Ar<hivio oit., Pfictum Ferrarle, e. 77. Questo trattato si trova anche 
fìvW'A raccolta dei Capitai i dell'Archivio di Stato di Firenze, to. XLIV, \ 
e. 2); rsso fu stipulato non solo tra Venezia e Firenze, ma tra Fin»nie « '") 
(ienova il 9 aprile 1279 e tra Firenze e le città di Toscana, di Loniliardia 
«• della Marca trivi^iana nello stesso tomo di tempo. L'Arias lo pulililioO ; 
in app<'ndice alla prejrevole sua opera sui TmiUtti commerciali délìffk^^^ 
Hepuhltìicn fiorentina, p. 40(>. Erra bensì l'Arias affermando che qi """ 
«ò l'unico esempio per questi tempi di una lega commerciale f 
città ». 1». 1<H>. Venezia offre esempi analoghi e ben più antichi. 



ESTKADJZIONE E POLITICA COMMERCIALE 27 

Si noti quanta parte delle norme procedurali si ri- 
ferisce ai debitori fuggitivi; il che è prova della cura 
postii dalle due Repubbliche commerciali ad evitare i 
danni dei fallimenti fraudolenti. I trattati di estmdizione 
apparivano sempre più mezzi efficaci per evitare parte 
di ({uei danni. E che così realmente fosse, dimostra la 
seguente deliberazione del maggior Consiglio in data 
del 14 gennaio 1290: * Tractetur et ordinetur per iio- 

< strum Comune cum Comune Padue, Vincentie, Fer- 
« rarie, Mantue, Verone, Tarvisii et Cremone, quod si 
« (luis de cetero fugerit prò debiti s de Veneciis vel de 
* iiliqua istarum civitatum ; que terra ad quam fugerit 
« t(»neatur dare ipsum illi Comuni unde fugerit, postquam 

< inde fuerit requisitum » (1). 

Se si guarda la zona di territorio che occupano le 
città suddette, chiaro si vede, come tutte le vie di term- 
ferma fossero chiuse al colpevole fuggito da Venezia. Ed 
anche notevole che nellu deliberazione del Consiglio 
maggiore, per quanto tramandataci in un breve appunto 
del cancelliere, i reati per cui si chiede F estradizione 
sono quelli < prò debitis >. Non che con questo, credo, 
fossero esclusi gli altri delitti, ma questi reati alle so- 
stanze dovettero più che altri fermare l'attenzione dei 
consiglieri e del cancelliere, quelli nel proporre, e (luesto 
nel riassumere la deliberazione suddetta. 

Un trattato con Verona del 1306 sempre più chia- 
ramente dimostm il carattere commerciale dell' istituto (2). 
L'estradizione non è soltanto concessa per il suddito del 
Doge, ma per chiunque < sive habitator Venexie, sive 
« mercator undecumque sit (qui) fecerit aliquod debitum 
<c et de Venetiis aufugerit, et fuerit inventus in Verona 



(1) Archivio di Stato di Venkzu, Atti del Maffgior Consiglio^ serie II, 
ZanetU, e. 69. 

(2) Abc'hivio cit, Faekt, 111, lo. 



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28 NICCOLÒ RODOLICO 



< vel in districtu >. Questo stesso vediamo riconfermato 
qualche anno più tardi in un trattato con Milano, nel 
quale anzi è stabilito, che se un ladro o un debitore 
fuggito da una delle due città contraenti, ripamtosi nel- 
r altra, avesse quivi ottenuto la cittadinanza, avrebbe do- 
vuto, ciò nonostiinte, essere estradato ( 1 ). 

In quanto al termine di tempo in cui T estradizione 
doveva essere eseguita, non vi sono sempre norme pre- 
cise; nel trattato con Treviso del 1314 il termine è di 
tre giorni (2). Il t€mpo, del resto, dipendeva in gran parte 
dalla maggiore o minore difficoltà deir annesto del fug- 
gitivo e dalla lontananza tni le due città. 

Non sarà infine inopportuno riportare in notii una 
delle lettere dogali, con cui si richiedeva Testi-adizione 
di un reo (3). 

Con i primi anni del '300 arresto le mie ricenrhe: 
da (juesto temjK) in poi ricca sarebbe la mèsse da racco- 
gliere, ma non così originale: era infatti allora cessato 
(luel contrasto tra giuristi, a\^'ersarì aircstradizione jìcr 
gelosa osservanza della tradizione romana, e governanti 
di repubbliche commerciali, che nel nuovo istituto tro- 
vavano un mezzo efficace contro il principio medievale, 
divenuto oramai dannoso, delle immunità. Cessato <iuol 
contrasto tra la teoria e la pratica, un altro fatti) poli- 



(1) AttrHivio cit.. Liber hlaììcus, e. 164 (:io aj^osto i:W2). 

(2) Archivio cit.. Pacta, III, e. 91 (25 marzo I:n4). 

(:j) * Poteatati Tarvisii. Cuin Bernard in uh, nepoH (lastaldionis nostri. 

* malo Hi»iritu inHpìratus. anfugerit cnni non modica pecunia (iastaldionÌH 
« nostri pnMiicti. et dicatur esse in terra vestra de Mi^stre. amicitiaro ve- 

* strani rotramus attencione quii possumus ampliore. quatenus ipsnni Ber- 
« nardinum velitis tacere personaliter detineri. et bona quo apnd euni BUiit 
e tacer»* se<iuestrari , et ipsum et ea ilestinari nol»ÌH secure per vestnm 
« districtnm n8<|ue in aquas salsas ete. ». Aurmvu» eit., Lrtfrre dì Collegio^ 
e. s5 (2<) ma^rfrio i:n»9). 



ESTRADIZIONE E POLITICA COMMERCIALE 29 

tieo rende più agevole lo sviluppo delP istituto : la for- 
mazione delle grandi signorie regionali dal XIV al XV 
secolo. Come questo fenomeno ebbe la sua influenza sul 
decadimento di alcuni istituti medievali che avevano 
attinenza con il commercio (1); così esso rese più efficace 
r estradizione, giacché il campo si era allargato, molte 
barriere tra Comune e Comune erano cadute, la guerra 
che piccola e frequente aveva turbato P andamento dei 
traffici si era fatta bensì più sanguinosa, ma più rara; 
i l'apporti tm Stato e Stato avevano assunto importanza 
maggioi*e. Non è del nostro argomento spingerci su que- 
sto campo, che oltrepasserebbe i limiti cronologici e i 
modesti termini che ci siamo imposti; qui giova riepi- 
logare ciò che abbiamo notato per il periodo delle ori- 
gini delPestradizione. 

LMstituto non deve, come si è creduto, la sua ori- 
gine (^ i suoi primi passi al desiderio di perseguitare rei 
politici, o alla concezione filosofica del delitto come of- 
fesa air umanità, ma deriva soprattutto dal desiderio di 
sicurezza di traffici e dal bisogno di sopprimere quelle 
immunità del diritto medievale che emno dannose al 
commercio. Ferrano perciò, a mio parere, i moderni scrit- 
tori che, come il Castori, osservano: < che le prime estra- 
* dizioni furono ispirate più da ragioni politiche che da 

< un sentimento di giustizia, e che riguardo ai malfattori 
« comuni, gli Stafi cominciarono dapprima a pattuire, che 
« non avrebbero offerto rifugio, più tardi li consegna- 

< rono > (1). La rassegna già fattoi ci mostm perfettamente 
il contrario: di rei politici non si fa cenno, che in po- 
chissimi trattati, i quali non sono poi dei più antichi; 
che anzi, tiinto nel patto di Ottone III del 992, quanto 



1 1) Sii ({iirsto ar^oinonto scrisHO poclu' m«i splendido pagine G. Romano, 
La (fuma tra Visconti e In Cinema ( 1360-137 fi). Pavia, 19<)8, pp. 18 e segg. 
(2) Op. cit.. p. 256. 




30 NICCOLÒ RODOUCO, EC. 

nel trattato con Treviso del 1276 per i rei politici non 
è concessa l'estradizione, ma l'espulsione. 

Un'ultima domanda sarebbe lecite: Sieno pure le 
speciali condizioni politiche ed economiche del Medio 
Evo italiano quelle che determinarono il sorgere di que- 
sto istituto, si può attribuirne il merito a Venezia? Il 
periodo delle origini è sempre incerto, onde solo come 
ipotesi probabile può essere accolte quella che ne assegni 
le origini al trattato tra Venezia e il re Liutprando. 
È certo però che a Venezia spette il merito di aver dato 
sviluppo a questo istituto, unendosi per esso con sorel- 
levolo vincolo nel campo giuridico-commerciale alle altre 
città d'Itelia. 

Fit-ruze. NICCOLÒ RODOLICO. 



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Soli' origine della fiera di Senigallia 



1^1 tradizione, accolta unanimemente da quanti, o j)er 
incarico o per libera elezione, ebbero a occuparsi della fiera 
di SeniKallia, fa risalire l'origine di questa importantissima 
istituzione air ultimo anno del secolo XII. Nell'anno l!20(), 
si novella, il conte della città, Sei*gio, trasse in isposa la 
tij^lia del principe di Marsiglia. Tra i doni nuziali presen- 
tati dal padre alla sposa, ci fu, preziosissimo fra i preziosi, 
« una coscia e un braccio » di S. Maria Maddalena, « in- 
sieme c(m le reliquie di S. Lazzaro suo fratello ». Perchè 
siffatte reliquie avessero degno ricetto e non fossero sot- 
tratte alla pubblica venerazione, la novella s|)osa, quanto 
<levota altrettanto liberale, fece erigere, appena giunta nella 
sua nuova dimora, una chiesa intitolata alla Maddalena. E 
per la consacrazione della chiesa fece bandire « anco in 
luoghi lontani » una gran festa. Alla festa accorsero d'ogni 
parte in folla devoti, curiosi, trafficanti, gaudenti: tanto che 
(la leggenda non dice se la principessa-(*ontessa o la città) 
fu in(*oraggiata e indotta a voler la replica della festa e 
Tanno successivo e i seguenti: donde, nei volger di breve 
tempo, r istituzione spontanea e permanente della famosis- 
sima fiera. 

Non rafforziamo le lenti della non difficile critica, né 
sottoponiamo al cimento della prova gli elementi della tradi- 
zione. Trascuriamo pure di rilevare, sia la stranezza del caso 
che proprio in un anno secolare cada il fatto e che il conte 
Sargio da Senigallia sia andato a |)escai*e la moglie proprio a 
mii^ia, sia la grave difficoltà che nel breve giro di sei 



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SULl/ ORIGINE DELl.A FIERA DI SENIGALLIA 83 

vrap|K)nendosele in modo da lasciarla conipletiimente nel- 
r ombra (1). 

Una dat^i, rhe per la storia della fiera parve confoilata 
da serie garanzie e fu sinora acretUitii senza discussione, è 
(fuella del 1454. In quest'anno Senigallia, che nel jirece- 
dente 1453 era slata dalle milizie ecclesiastiche sottratta a 
Sivrismondo Malatesta (2) e concessa in signoria al nii)ote 
di l*io n. Antonio Piccolomini duca d'Amalfi, si disfece 



(1) Noto, quale curiosità erudita, che la le)<|rpn(la. la quale natural- 
mente s'è dovuta formare jwr processo s|>ontaneo popolare, allorché la 
fieni era salita ad importanza vitale |)er la città, è d'origine tutt* altre» 
che antica. N<m ne ho trovato traccia sino al sec. XVIll. 1/anonimo scrit- 
tore della ('rollava di Seitigallia trovata in casa Pa.sseri e trascritta nel 
\TM dal not. (liov. Kranc. Andreani (sotto il titolo Moinnriv rai-h» esiste, 
e dev'essere la copia delTAndreani. nella Vaticana, fonilo rrhin, n. ilW: 
altra c(»pia di mano del sec. XVUI. infedele nella trascrizione e limitata 
al |>eri(Mlo dal HTiO al IW<i. col titolo Meiiioi'h* il. rittt) tli Sfiiiuaylìa. è 
neirAn'h. coni, di Senior.. Memorie diverse. S. Il, voi. VI, n. 'M^), il quale 
dovè scriverti tra il dec»linare del W e il sorjfer del XVI. non ne fa men- 
zione di sorta. Vn secondo cronista cittadino, (iiov. Frane. Alliertini 
(estratti dalla sua Istoria nel cit. voi. VI, Memorie diverse, n. il, del- 
l' A rch. coni, di SenÌK-)« ^'^^ scrive verso il 1581, enumerando le chiese 
della città, a prop(»sito dì quella della Maddalena, dà solo la notizia che 
nel (giorno deilic^ito alla santa si celebra la fiera |nm- •» otto giorni di esen- 
zione ». Il Hidolfl (llintorianmi libri (Ino, volgarmente: ('rouarho di 
Monti, liidoìfì. mss. nell'Arch. e nella Hil». coni, di Senig.). ch»^ fu vt»- 
scov(» di Senigallia dal 1591 e il cui lavoro porta la data del 1.5ÌNÌ. ac- 
cenna sedo al fatto (C4ip. 8<() che la figlia del princi|M' <li Mai-siglia. moglie 
flel conte di Senigallia, nelTeeiicola di S. (ìiorgio esistente nella chiesa 
della Maddalena presso l'aitar maggiore « venerandas H. Marie Magdalene 
« reliquias et lazzari eius fratri.s, quas a |>atre siimmis pi-ecihus ohti- 
« nuerat decenter et honorifice co1I<M*4ivit in capsula cum scriptiira de 
« reliquii» fìdem faciente >. Mane fa il nome del conte, né, quel che più 
monta, accenna menomamente che dal fatto trae.'^se orìgine la fiera. II 
primo, nel quale troviamo formata la leggenda, è l'avvocato (ìiov. Paolo 
Monti, che nella sua diligenti.s8ima e documentata Memoria defensionale 
sulla fiera, presentata alla Consulta il 17.%, e molto migliore di quante 
altre io conoiA;a(m8. nell'Arch. com. di Senig., Libri di Hera, voi. VII) la 
riferÌ2)ce però con circospezione, né fa nemmen lui il nome del conte e 
infine colloca 11 fatto in un periplo l>en Iato di tempo, nel sec. XIV. Da 
Htl ban preeo Taire gli altri posteriori e l'hanno confezionata con tutti 

urUeolAri riferUi di sopra. 

^«itte^iliill., n. 002; Siena, op. cit., p. 147. 

^* Serie. — ZXXVIII. » 



r?UVV 



^ 



84 ROBERTO MARCUCCI 



con una insurrezione del nuovo signoi*e e chiese di toniare 
sotto il reggimento ecclesiastico (1). Da Paolo II pare fosse 
incaricato di trattar l'annessione Giacomo Vannuwi, vescovo 
di Perugia e governatore della Romagna e di Fano. Tra lui 
e i cittadini fu stipulata una convenzione. Tale convenzione 
si troverebbe nei capitoli, che si contengono a carte 1 e segg. 
del volume « Privilegi e Chirografi diversi » delI'Ai-chivio 
comunale di Senigallia, e che furono pubblicati i)er intero 
dal Siena neirApi)endice n. VI della sua storia (p. 344). 

In questi capitoli, 14 di numero, la città chiede e il 
rappresentante i)ontificio conceile: (I) soggezione immediata 
della città al governo della santa sede; (Il e HI) piena au- 
tonomia amministrativa: (IV) tribunale di prima e di se- 
conda istanza pei* le cause civili e i)enali « ac etiam spiri- 
tuale » ; (V) conferma degli Statuti; (VI) reintegrazione degli 
antichi confini; (VII) revoca degli atti di vendita o dona- 
zione compiuti a favore di forastieri (!2); (Vili e IX) assegna- 
zione alla Comunità dei pi-oventi da dazi, gabelle e multe; 
(X) lil)ertà di esiK)rtazione pei pnxiotti della terra; (XI) esen- 
zione dal salario jìel castellano; (XII) ccmcessione esclusiva 
della rivendita del sale; (XII 1) soggezione amministrativa 
delle terre e castelli del territorio. Infine T ultimo capitolo 
(XIV) in tutte le numerose trascrizioni t» in tutte le stanì|)e 
suona così : 

^< Iteni se adinianda secondo le nostre consuetudine in 
<* questa nostra Cita octo dì nanfe et octo dì de poi la festa 
« de sancta Maria Magdalena solemo fare la fiera siilva et 
« sigura in dieta Cita et jiossa venire de omne rasone de 
« iiKMcantia senza pagamento alchuno datio et gal>ella et 
« omne Inmio j^ossa star salvo et siguro per debito et |>er 
« ornuv malefitio excepto non f'usse ri]>ello de la S. R. ec- 
« desia «»l de nostra Comunità. — Placet excepta vel ril)el- 
« lìonem vel liomicidium. .la(col)us) episcopus perusinus gu- 
« bernalor ». 



J 



(I) Vatic.-l'ihin.. i\. lHh2: Sikna. o|>. cit.. p. I.'M). 
(:2) (ìrcdo di doxtMf interpretar cosi «jiiestt» capitolo, chff 
t'orma sintattica è privo di stMiso. 



sull'origine delia fiera di SENIGALLIA 35 

(chiunque conosca appena appena qualche cowi delle con- 
dizioni di Senigallia in quel XV e nel precedente XIV secolo, 
anche soltanto sulla scorta dello scarnito Siena, non può 
noli i-estare meravigliato al miracolo nuovo. Nel 144>4 già en- 
trata nelle consuetudini della cittìi la fiera franca, di ben 
diciassette giorni di durata, quale non ebl)e se non nel |)e- 
ri(Klo del massimo suo fiore! È mai possibile";? E idlora la 
nota desolazione di Senigallia nei detti secoli, attestataci 
come indirettamente da Dante (1) e dal Boccaccio (^) e dai 
loH) commentatori (3), c^osì direttamente dai pochi scrittori 
di cose cittadine (4), e confermataci infine da documenti di 
cui non si può dubitare? (5). Giacche, se una cosa è ceda 
in questo periodo oscuro della vita di Senigallia, è che 
essii — sia stata comunque e quando che sia rovinata — 
inizia una nuova vita alla metà del XV. Sguarnita di mura, 
ridotta a iH)che case raggruppate intorno al vescovato, de- 
solata dal flagello della malaria,* se non anche da quello 
i\v\ briganti annidati, c(mìe ci dicono con tono paun>so i 
cnmisti, negli interminabili boschi air intorno, priva del 
|K>r1o, Senigallia poteva al più vantare innanzi a quel temjN) 
le dimensioni d'un modesto villaggio. Il giorno della Pen- 
tecoste del 145(), secondo la (ilronaca senigalliese, che |)er 
bn»vità, in vista della sua jirovenienza, chiameremo (Cro- 
naca Passeri; il 4 maggio o il «3 giugno del 1448, ris|H't- 
tivamente secondo il Ridolfi e rAUieilini, Sigismondo Ma- 
latestfi, considerata rop|K)rtunità del luogo, che i)oss<»deva 
come vicario della santa sede, al confine del suo Stato, avrebln» 
ofleilo con pubblico bando, nuovo Romolo fondatore di Roma, 
terre e lilK'ilà a chiunque vi fosse andato ad abitare, e vi 
iniziò (e questo è certo) nuove fortificazioni e costruzi<mi. 



(t) Parati.. XVI, 73. 

ci) lh*vnìn.. gioin. Vili, nov. IV. 

{'.\) f'oHif*tlia.... con la fiotta v lof/fjìadra spositioiu' ili (]. Landino. 
in Vim»gia, 1536; comm. al luogo cit.: Hkxvknito Kamhaldi.... toin- 
tHf*nto,... volt, in ital. da G. Tamburini, Imola. 18r><>, voL HI. p. :ì(KL 

<i) Vtttic.-Urbin., 092, fol. 19; Tondini. Mrm. d. rita di Frattrf- 
%chhù Marchetti 9cc,<t Faensa. 1796, pp. 14 t» ngg.; Sikna, op. cit., p. \:^\. 

(5) A. ZoNUHiy f^ "*- eow. di Fano, Fano, IHHS, 



•«^ 



30 ROBERTO MARCUCCI 



che durarono sino almeno a tutto il 1458 (1). Nei iioohì anni, 
che cx)rrono, mettiamo pure dal 1448 (prima di questo tempo 
non (Tedo sia il caso di [)arlare di fiera), al 1464, può un* isti- 
tuzione economico-commerciale salire ^Ur importanza, che 
Tultimp capitolo della convenzione vannuc<-iana vorrebln» at- 
tribuita alla fiera V 

Ne solo questo è il punto debole di tale convenzione. 
Per essii dunque la fiera è già nel 1464 entrata nelle con- 
suetudini della citta, ed è per essa di interesse così vitale, 
da formare l'oggetto d'una richiesta e d'una sanzione, la 
cui importanza non sfugge a nessuno. Ognuno penserebbe 
che dopo ciò la fiera, entrata tra le istituzioni della città ri- 
conosciute e sanzionate dalla superiore autorità, dovesse con- 
tinuare a celebrarsi regolarmente, a essere rispettata <lalle 
nuove signorie per cui Senigallia passò, a formare la cura 
e il iH^nsiero costante dei cittadini, come avveniva in Re- 
canati, come sarà di fatto anche qui dalla seconda metà del 
secolo XVI. Nulla di tutto ciò. Dopo questo cogi solenne ri- 
conoscimento, la fiera la iieitliamo quasi completamente di 
vista: dobbiamo ricercare col lumicino [)er ritrovarne qua 
e là indizi di molto, ma molto grama vitii. Ne si ci*eda do- 
vuta la cosa a mancanza di documenti. Do|)o questa prima 
convenzione, ne abbiamo, tra Senigallia e i successivi suoi 
nuovi signori, altn» tre di poco {K)steriori: col Valentino, 
IO giugno 1503: con Leone X, 6 novembre 1519; con Giovan 
Maria Varano, ^10 febbiaio 15i2l, la ([luile ultima peiò non 
è che una pura e sem|>lice conferma della precedente con 
U»one X. Orbene, nessuna di queste ha, non che una men- 
zione, neanche un accenno alla fiera della Maddalena. In- ■ 
vec(» la «-onvenzione con Leone X, al cap. XXI, che vedremo 
in s(»guito, paria di una fiera, ma della fiera di S. Francie- - 
SCO, che ca<leva in ottobre. II silenzio di questi atti iKiste- ■> 
non «'» sijrnificante. *^ 

Che se |)(>i si desideri un rincalzo agli argomenti che j 
|>rec(Hlon<), eccone altri. L^monimo scrittore della CronaM.J 



sull'origine della fiera di SENIGALLIA 37 

Passeri, il quale si ferma a lungo sugli avvenimenti del 1404, 
n(m solo non fa parola di questa concessione importantis- 
sima, ma ci dà anche, e vedremo questo pure, un cenno 
della convenzione' vannucciana, dal quale non risulta affatto 
privilegio simile. Fra Grazia di Francia (1), il biografo di Gio- 
vanni della Rovere, che scrive nel suo convento <lelle Grazie 
neiranno 152^, ci dà una notizia, e vedremo anche questa, 
die ripugna al tenore del vannucciano capitolo XIV, non 
meno che il silenzio degli atti ufticiali citati innanzi. Final- 
mente un economista e finanziere marchigiano, fiorito a 
mezzo il secolo XVI, Silvestro Gozzolini da Osimo (2), uno 
quindi la cui fede, oltre che per l'indole de' suoi studi, an- 
che per diretta conoscenzii di luoghi e condizicmi economi- 
che, ha nel caso nostro particolare importanza, là dove nel 
« Discorso sopra la città di Pesaro» |>arla dei cespiti d' en- 
trata degli stati e delle città, tra quelle della Marca, che 
lianno un proprio cespite di ric<'hezza (« nervo » egli dice), 
nomina Ancona, che « ha per suo nervo il porto. Macerata 
la (lorte. Recanati la fiera » (3). Anche la fiera è dunque 
|)er lui \ina fonte economica da non trascurarsi: ma nel- 
r esemplificazione ricorda quella di Recanati, non quella di 
Senigallia. E di Senigallia, il Gozzolini fa cenno, e abba- 
stanza! lungo; ma per dire che essii è in c<mtinuo « augu- 
mento » di po|>oIazi(me, per cui si renderà necessaria, dofio 
quella di Guidubiildo del 1544), una nuova ampliazione (4), 
come nel fatto fu veramente alla distanza di due secoli. 
Da quanto precede si è certo avvertito oimai a che si 
tende colla presente argomentazione. Ma prima <li tirar la 
conseguenza ultima, son necessarie alcune altre considera- 
zioni. Della convenzicme vannucciana possediamo ben cinque 
copie contenute nel solo volume « Privilegi e Chirografi 
diversi»: ma non possediamo, si noti, ne Toriginale, ne 



(1) Vatic.-Urbin., n. 1023, e. 'MTì e sf?>r. 

(2) L. Celli, J)i Silresfro (Utzzoììni ffa (fsntto. Torino-Horna. ISltì. 

(3) Ivi, p. 181. 

(4) Ivi, p. 18». 



lr'/»1J 



88 ROBERTO MARCUCCI 



una copia iittìcialnìente autenticata. Sem cinque copie in 
carta straccia, non si sa da chi ne con precisione quando 
t l'ascritte. Di esse, tre pei caratteri grafici appartengono 
indubbiamente ai primi del XVIII e di esse non è qui que- 
stione; le altre <iue al XVI, ma, di mani diverse, l'una è 
tacile ricondurla alla prima metà, non molto in giù |)en); 
l'altra alla seconda. Naturalmente, anche pel più profano, 
st» valoi'e |X)sseggono queste copie, la più autorevole è la 
più vicina alla tonte. Esaminiamo dunque l'ultimo capi- 
tolo in questa più antica copia. Chi bene osservi, la scrit- 
tura di esso presenta cassature e correzioni con certa abi- 
lità interposte e sovrapposte da mano posteriore, <^Iie io 
crtMlo la stessa che stesi» la seconda copia, perfettamente 
visibili, come alla forma delle lettere, così al coloi^ più 
sbiadito <leir inchiostro. Lil)erando il testo da queste inter- 
polazioni, abbiamoli famoso capitolo ridotto a ben più mo- 
lìvsW e accettabili pro|>orzioni : « Item se adimanda seccmdo 

* le nostre consuetudine in questa nostra Cita octo dì nante 

* oclobn» e poi la lesta ile scinta Maria Magdalena solemo 
« l'are la (iera (Mh*. t»cc. *. 

N(»n si traila più duni|ue ilella tiera franca della Mad- 
dalena, di ben diciassette giorni di durata, ma di due fiere 
distìnte: Tuna cIk» cadeva gli ultimi otto giorni di settem- 
bre, Tallra, la nt>slra, T indomani liella festa della Madda- 
lena. \o\\ è chi \um vt»gga la dìtTeiiMiZii enorme del testo 
da quandi) si Icg^a cosi sipientemeiìte t'alsiito, come lo lian 
letto (|nanti nì mmio occupati della tiera, a quando si legga 
ridotto jilla sua prima vera hvione. K così ridotto, ognun 
eapi'M*e. il su«) eontenulo si può iHMnssimo accettare: delle 
due Ilei e del le^to. non pn»piìo eomt» già esistenti nel I44>4, 
\\u\ ni tempo non molto posterioie. sippiamo anche da ai- 
tici lontt* 

l'ppiiie ido\e mai ^aiie^ta la manìa struggitrice^K 
«iiielte Itbei.itii d.ille sapienti interpt»la/ioni, questo capi-^ 
loto \l\ non i |Mio .luunetteie \on è vero che, anche fj^ 
dotto ,ille ne pi niutixe piopoi .ioni, sìa stato pi'esenl 
XaniniMi e il Naninnei laithia appiovato. Ksso è il 
dotto ili nn.i lai ilii .1 ione V non Uista : T intera O 



sull'origine della fiera di SENIGALLIA 39 

zione è un falso audace, la cui fortuna è stata davvero me- 
ravigliosa. Lrfi convenzione vannucciana, quale ci è data 
dalle copie del volume « Privilejjì e Ghiroprrafi diversi », è 
stata messa insieme all'unico scopo di fabbricare una i>ìì- 
tente di relativa antichità alla fiera, è stata confezionata 
|>er formar cornice air ultimo capitolo, il più importante di 
tutti, quello cui si volle affidare la fortuna della città. 

Abbiamo già premesso che nel volume, che contiene i 
cimeli deir Archivio senigalliese, invano si ricercherebbe 
l'originale o una copia munita dei segni ufiiciali dell* au- 
tenticità. È mai |K>ssibile ora che la città, la qujde con cura 
gelosii ha custcxlito altri atti pubblici di non maggioi'e im- 
|N>rtanza jier essii e queste copie semplici, non dovesse ccm- 
servaiv con cura anche più gelosa l'originale? Ora |>oi os- 
serviamo che il testo di questa convenzione è scritto in un 
italiano così barbaro, così goffo, così scorn^tto, che rivela 
lontano un miglio la sua derivazione da un testo latino non 
eccessivamente familiare al traduttore. Lo |N)ssiamo cono- 
scere questo testo latino, fonte della falsa convenzicme van- 
nucciana f Sì e c(m fatica i)ochissima, iìer(*hè il primo fal- 
siirio (il secondo è quello dalle interiK)lazioni sapienti) non 
si spinse molto fuori dei ternn'ni del suo coltivato, anzi non 
li varcò nemmeno. Si fermo ai ca|)itoli, che nel 1519 concesse 
a Si»nigallia Leone X, allorché la città, passata tre anni in- 
nanzi, in forza del ladnmeggio ingiustificato e ingiustifica- 
lule, che fu la conquista del ducato ifUrblno, sotto il go- 
vern(» di l^orenzo de' Medici, tornava \yev la moHedi costui 
alla (ihiesa, rinnovando l'alterna vicenda del 144kM>4'. 

Dei quattortiici capitoli di cui consta la falsa convenzione 
vannucciana, ben dieci sono stati tolti di jieso alla conven- 
zi<me stipulata con Leone X. Naturalmente si è avuto cura 
di intro(hnTe qualche variante, ma leggera, essendosi (|ua 
hisciato, là aggiunto un inciso, una semplice pai'ola: in g(»- 
nerdle poi si è ricopiata solo la prima parie di ogni capitolo. 
Non costerebbe poi gran che di fatica ricondurre i rimancMiti 
quattro ad altri della stessa (*(mvenzione, della quale, sia 
per r ignoranza della lingua, sia per deliberato pn)[K>sito. sìa 
per l'uno e l'altra rispetto insieme, il falsario non ha inteso 




4() 



ROBERTO MARCUCCI 



Hrinpre il senso. I dieci che concordano, non solo nel con- 
tenuto, ma nella stessa dizione, sono: 



Coin'fHz. 1464. 

1 

li 

III 

IV 

V 

Vili 

IX 

X 

Xll 

XIV 



Convem. 1519. 

I 

II 
III 
IV 
V 
VI 
VII 
L\ 

XXI 



K val^ra il vein>: 

VofvthJT. I4fi4. 

r^ip. MI, IUmu cho la divta 
iVmiiiutà ol ruivorsìtàCominu' 
<'l |»or loi'onsi^li«MÌo ops;k (H^ss<i 
ot \ viglia olo^viv jHHlostà dt» la- 
ti u la \'Uà ol alili ortilialì o|H»r- 
X\u\\ al »:\*\onu» vlv vps,»» d»' lo 
•ruf \lo 'iatìla l\\>mana bVv li^sia 

\l«* NOM\«*xt»\* IM MMno^ti>' \ ■„"' 
'*';:: via M*ìa:'t\^» di'V--''*^'' \"V.'** 
i*,iv\t h,*t»'?.i *\V'.!»' !^^^ •.'.*»• ^ x. 






V.>fcl 






CoHve$tz. 1019. 

Gap. III. Iteni quod (Comu- 
n itasi posjsìl et valeat Ubere eli- 
jrere Potestà lem et alios OIKi-ia- 
les ad ^u beni! uni diete Cìvitalis 
aei'essiirii>> de semestri in st»mn- 
str\* iiiir. salari ìs per «*andeni Co- 
pi'.ii'itat^^ru deputandìs. qui Of- 
pAÌalts sì. elei.-tì non tent^antur 
<o:\t*> taxan: r^verendìs d«v 
••^••vs S^■^tar:s a ut altquam 



a a*" s." 

'■■.■*• Il ^» 



.'..'Vr!!: ralionr dicto- 

-.u - Plac^S.D.N. 

'* .1 ":*= a 7 : t- on timi a t uv 

■•^'^^^ . - Li ■• -^mlr-n**!!*, 

•- * '"^ -i -i •i*irT«rii>ruBi 



ì 




sull'origine della fiera di SENIGALLIA 



41 



ram quam per mare ex dieta 
Civitate Coniitatu Fortia et dis- 
trictu omnia genera tritici et 
biadorum qui in propriis pos- 
sessionibus vel condurtis coi- 
ligerent sine aiiqua soiutione 
datiì gabelle passus aut traete. 
- Placet S. D. N. qiiod obser- 
vetur illud quod fuit haetenus 
servatum. 



a loro parrà et piacerà cavare 
et fare cavare de dieta Città et 
suo conta forza et destrecto 
grano et omne altra generatione 
de biada che recoglieranno et 
fosseno recolti in le loro pro- 
prie possessione overo che fos- 
sero eonducte a lavoritione ove- 
ro a t-optimo sì per mare commo 
per terra ^enza alchuno paga- 
mento et datio et gabella passo 
o v<»ro tracia. - Placet de li- 
cent ia superiorìs quod cives et 
Comitatus solvant quinque bo- 
nonenos prò sarma et de aliis 
bladis duos bononenos eum di- 
midio prò salma. Ja. ep. per. 
giil). 



\a) stesso capitolo sulla fiera è un phigio. 



(lap. XIV. Item se adimanda 
secondo le nostre consuetudine 
in questa nostra Cita octo dì 
nante octobre e poi la festa de 
santa maria magdalena solemo 
fare la fiera, possiamo fare dieta 
fera salva et sigura in dieta Cita 
et possjt venire de omne rasone 
de mercantia senza pagamento 
alchuno datio et gabella et omne 
homo possa stare salvo et si- 
guro per debito et per omne 
maleticio excepto non fusse ri- 
bello de la Santa Romana Ec- 
clesia et de nostra Comunità. - 
Placet excepta rebellionem vel 
homicidium. Ja. epise. per. gub. 



Cap. XXI. Item quod se- 
cundum consuetudinem diete Ci- 
vitatis a die sancti Franeisci per 
totum mensem Octobrem quo- 
tannis in Civitate Senogalliensi 
possint celebrar! Nundine salve 
et secure ad quas omne genus 
mercium portari et exinde ex- 
trahì possit sine aiiqua soiu- 
tione alieuius gabelle et quilibet 
homo venire et stare libere et 
secure a debito et quocumque 
maleficio possit exeeptìs homi- 
cidis et S. D. N. et sancte Ro- 
mane ecclesie aut ipsius Comu- 
nitatis rebellibus. - Placet S. 
D. N. ut servetur quod haete- 
nus fuit servatum. 



Si flirebbe un torto inescusabile airintelligenza di chi 

L.tkQler insistere sulla afTìnità e, diciamo pure, iden- 

nia dipendenza di questi due capitoli, che, ove 



■ -S. .•■*,** 1*^ 



42 ROBERTO MARCUOCl 

si tol^a la (livei-sa determinazione del tempo della fiera di 
S. Francesco e Tagf^iunta nel primo della fiera della Mad- 
daJena, si corrispondono parola per parola. 

Un ultimo seni polo tuttavia, dopo tutta l'esposizione che 
precede, i)<>tì'ebbe sorjjei'e ancora: che i capitoli della con- 
venzione con Lecmé X derivino essi dai capitoli della c<m- 
vt»nzi()ne vannucciana. Due brevi ultime osservazioni valgano 
a dissipiirlo. In questo caso la logica ci suggerisce, e il fatto 
ci dimostra, che invece d'una convenzione, la quale nei jiar- 
tlcolari ripeta interamente la vecchia, si sarebbe ricoi'so a 
una conferma pura e semplice della precedente. Infine il ci- 
tato anonimo della Cronaca Passeri, come s'è già accennato, 
ci dà un'idea del contenuto della convenzione vera (che noi 
non possHlìamo, ma die foi-se è |K)ssibile rintracciaiv nel- 
Tarchivlo vaticano), là dove dice che pai>a Paolo II, solo do|)o 
non poche riluttanze vinte dal cardinal di Teano, assentì a 
ricevei^» gli ambiisciatori di Senigallia e a prometter loix): 
« ch«» tuttt» W libertà, est»nti(mi, che 1oì*o avevano dal sig. Si- 
* gismondo li lossero rifermate, e più di tutte le gabelle e 
« «lai il <h»lla terra t'ossen) lon), e che loro havessen> a pa- 
« j^are al papa TìO ducati d'oix) di Cnimmera et che li pascoli. 
« o\ sah». W tratte delli grani fosseit) della Cammera ». 
Airinluoi'i di (|ueir unico punto di contatto a pi-oposito delle 
gabelle, è possi l»il«» ravvis;n*e ijui la convenzi<me vannucciana, 
(|ualr ce la danno lo eopìe iM volume « Privilegi e Chiro- 
^M'ati dìvri'si 









\h»sst' da parie ctisi e la tradizione leggendaria e il t*a- 
inoMi rapitolo \l\ del lUVl. quando e |>er (]ual meni o ebbe 
tMÌ>:inc la lina di StMii>j:allia\' Non r'ò torse bisogno di pi-e- 
iiH'tttMr l'he. dall'axiM' dimostrato lalso il detto capitolo col- 
l'intiMa con\en/ionr. ronst»gua necessii ria mente che intomo 
a ipiciranno \\\\\, anni prima, anni dopo, ncm si av< 
m SiMii^allia trarci.i di litMa. K preeisiimente. prescindi 
dalla attr^la/iont^ \aga th^gli Statuti alltMubr. ^U) del lU"^ 
e X\ dol libio \ . delle quali si può dir solo, quanto al 
di tonna/.iont\ rhe Mino anteriori al l U^K la prima ti 




sull'origine della fiera di SENIGALLIA 43 

nianza, cui sino a prova contraria non possiamo negar fede, 
si riferisce all'anno 1472. L'anonimo della Cronaca Passeri, 
sotto questo anno, miniando di certi fuorusciti, che s'erano ac- 
conlati con Giacomo Piccolomini signore di Montemarciano 
f)er tentare c(m un colpo di mano un nuitamento del governo 
niunici|)ale, nomina esplicitamente la tìera della Maddalena 
in questo periodetto: « Dubitorno (gli Anziani) della fiera, 
« che è al dì 22 di luglio, il dì di S. Maria Maddalena, et 
« fecero buone guardie ». 

Di c.imtro a questa precisa e recisa affermazione, sta una 
notizia altrettanto precisa, ben più particolai-eggiata e so- 
f>mtutto confortata dai po<*hi documenti, che sugli inizi della 
fiera c'è stato dato di raccogliere. 11 già citato biografo di 
Giovanni della Rovere, fra Grazia <li Francia, che, come 
già dicemmo, scrive nel 1522, dopo aver magnifi(*ata l'opera 
dello stesso Giovanni quale seccmdo restauratore della città, 
attribuendogli in ciò anche meriti che vanno a Sigismondo 
Mcilatesta, aggiunge: « Questo preclarissimo principe con li- 
« cenzii della sede apostolica haveva cominciato una bellis- 
« sima fiera, la quale si faceva del mese d'ottobre, quando li 
« meivatanti tornavano da Re<*anate et a quella era dato 
« buono principio et durò parecchi anni ; ma per la variation 
« <le' tempi et per la mutatìon dello stato, al presente è la- 
« sciata. Un'altra fiera ordinò che si fa il dì di S. Maria Ma- 
« dalena, questa ancora si mantiene, ma non già così am[)la 
« come si soleva fare ». 

Per tra Grazia dunque Giovanni della Roveiv prinm ha 
istituito (« cominciato ») la fiera di S. Francesco d'ottolire, 
che, dopo essere stata in flore « parecchi anni », era andata 
scadendo, tinche nel 1522 non si celebrava neiinche più: |)oi 
ha « onlinato » quella « che si fa il di di S. Maria Ma<la- 
lena », che nel 1522 era ancora in vita, ma già scaduta, non 
più «cosi ampia come si soleva fare». 

Lii sua testimonianza, abbiamo detto, è confortata da 
doi'umentì: sono questi i Libri delle s[)ese della Comunità. 
i Bollettari, oggi tutti, meno che uno, andati penluti, ma dei 
quali per mano di un benemerito oìxlinatoi*e dell'Archivio 
nel XVIII secoln- Francesco Pesaresi, abbiamo in forma di 
fierlorio coed-^ e particolareggiati spogli, che il danno 



ry 



^ 



44 ROBERTO MARCUCCI 



della perdita è quasi insensibile. E questi Bollettari ci mo- 
strano infatti come la fiera di S. Francesco si celebrasse 
dal 1493, al più tardi, sino al 1508 e forse al 1513: nel qual 
pericKlo d'anni essa obbligò la comunità a fare spese per la co- 
struzione di baracche da affittare e pel mantenimento d'una 
guardia armata (1). Dopo il 1513 di essa non troviamo più 
traccia, salvo che nel trascritto capit. XXI della convenzione 
con l^one X. Il contenuto di detto dapitolo, anzi, potrebbe 
a tutta prima far sospettare della veridicità di fra Grazia, 
secondo il quale nel ìb^ la fiera di S. Francesco era ab- 
bandonata, mentre nel 1519, tre soli anni innanzi, essa era 
stata riconosciuta e confermata. Ma, non si dimentichi che, di 
solito, proprio per le istituzioni deboli e cadenti si sollecitano 
e si accattano aiuti e riconoscimenti dall'alto. D'altra parte 
è un fatto che dopo il 1519 noi la perdiamo completamente 
di vista, e per sempre. La fiera della Maddalena, al contrario, 
— lo ri(*aviamo da questo libro di spese — fu celebrata 
nel 15()6 e torse nel 1513 e, seccmdo la testimonianza dei 
Consigli, anche nel 1515. O diciamo meglio: mentre sino 
al 1506 dai Bollettari non apprendiamo nulla al riguardo di 
essii, il che ncm esclude che fosse celebrata anche prima, 
scippiamo soltanto che in questi anni essa diede luogo a pre- 
parativi speciali. Dopo il 1515 j)erdiamo di vista anche la 
fiera della Maddalena, ma momentaneamente: la ritroviamo 
viva e vitale al 151^5 (!2) per non smarrirne la traccia più mai, 
sino alla sua fatale decadenza e all'agonia, che si trascina 
tuttora, ai nostri giorni. Il che mostra che dopo il 1515 e.»<s«i 
non era morta : si « manteneva » ; solo « ncm già così ampia * 
come gli anni innanzi. 

La testimonianza di fra Grazia va pertanto accolta e ri- 
t(»nuta come attendibilissima. Ma allora come accoixlare questa 
di fra Grfizia con quella deiranonimo della Cronaca Passeri, 
che paiono contraddirsi? In una maniera semplicissima. 
I/« ordinare » che Giovanni fece, secondo tra (rrazia, la fiera 
della Maddalena, va inteso non nel s(»nso che primo si pre* 



(1) He|M»it. <I(M linlìi'ttarì. voce F'umji S. Kianr. 

{t) Lettere \\. Seieniss. Duchi, voi. IV. i*. l(ì (Airh. fonu rf* 



pta, ili roniniirlari>, indire e quindi !slituin>, iiiii in quello 
i reitolarp von spceiuli unlJiianw le norme della lU'ra, ro- 
nuame inHomnin gli usi ({ià in viijorv. E Vatigettìvn « ampia ■ 
swomli» noi, rifonnettersì a quentn (-odiflcuzione. In 
i teriuini la tiera doveva lìih esisten- dì tallo; Uiovatini 
Jdovè limitare a riconoscerla e tisssarla «tabìlnienle |ier 
Jrirlo, e insieme assicunirle hirKlit^ rrani'liijrie. 

i'iie Mi delilm Inlerpretare in questo senso la nolizin di 
I tìrazia vf In wniffreriKce, non solo la nolizia della esi- 
Btizu di ralto delta lìcra sin ilul H7'ì, ina uiiclie una breve 
«rvazione e due coustalazionl <11 fatto. Iftìtuzionì del ge- 
flera, [ht iH(»desla ehe questa wia. non si ereano 
f tanto meno s'iinpon^nno |ht dt'ereti ed onlinarize. Esse 
(M-utio e vivono in qnanto rispondono a determinale ron- 
kioni; l'opera d'un priricij>e non può elie favorirne il «or- 
• e prutet^eniti i-on ueeorle dÌK|K)si»oni lo sviInp(Mi. I^ 
EK^Jlda di Serpio poi. se anche mancassero le testJmonianze 
iuranonlmo della Crf>niK-a Passeri e di fra Grazia. <-Ì ha 
I ìiiforoiulo the la lieru di Senidallia ^ sorta dalla fenta 
i^la Maddalena. Ora tale festa lieve risalir Ih'Ii liinlano nelle 
Muniaiize ciltiuline. se jflì Slaluti. etie nel loro coniple^-«o 
I iodubbianiente anlenun alla sinnoria di (iiovanni. tas- 
plivaniente disponKotid ilie sia celebrala con unasolennilii. 
Kilu riseonlro in quella del (Jorpus Uomini. 
È fltalo Kiu'^tanienle ossenat^i du tulli kIì scrillori della 
I (:(»me rafllinre della folla per la festa ìnducetwe mer- 
ino e venditori ad accorrervi aneh'esui colle loro merci. 
; non bastjtswe l'induzione astraila, abbiamo anche una 
■ a diretta e chiarii dei fallo. La prima altest.uione che 
Itila tiera ci |K>rtion>> ì diKumenll senii^ulliesi. udneide per 
■ppunto. e non certo {ler caso, cidla più solenne e (tom- 
festa della Mmln. di cui a quei tempi s' abbia ine- 
per Seuinallia: quella del 150(1. Nel quaJ anno, ci 
1 itli spogli dei flolU-llar!, • a^l onorar la festa ■ l'unni 
^Ia Cnninnìtà chiamati nientemeno che • Iti Trunibeti • |)er 
florino l'uno. • e più... 3 Tamburi e 2 Hihachinì ve- 
^|Ì da Jesi •, ì quali si ebbero fiorini 18, ■ è Tamburi 
r l'iimiota venuti dalla Serra de'Conti ». che furon |iagali 
\ llurìni. e finalmente anche un arpista. • BaHoltiaieo dello 



'V 



ss 



46 ROBERTO MARCUCCI 

Stafifolo », che fu ricompensato, lui solo, (*on 1*2 fiorini (1). 
Il che, se dimostra la grande venerazione della Comunità 
per la santa protettrice, rivela anche nella Cc^munità slessa 
un certo spirito d' iniziativa a favor della fiera già abbastcìnza 
sviluppato, giacche non è dubbio che tali festeggiamenti siano 
stati deliberati con l'intento di ottenere maggior at!1uenz<i 
cosi di devoti come di ven<litori e di compratori. 

Finalmente, a ritener l'opera di Giovanni a favor della 
fiera limitata a un puro e semplice riconoscimento di ess«i 
e ad una codificazione di norme già esistenti, ci induce una 
notizia, della cui esattezza a tutt'oggi non ci è possibile ren- 
derci conto, ma che ha pel nostro argomento un'importanz^i 
capitale: ce la presenta Tanonimo della Cronaca Passeri. 

Dopo aver brevemente errato qua e là jwl mare magnum 
delhi storia generale del medio evo, raccolte le vele per accin- 
gei-si a filare lungo la direttiva pro|)ostasi, T anonimo scrit- 
tore, detto della desolazione e miseria della città ridotta a 
.% case e circondata per quattro miglia all'intorno da lK)schi, 
covo di ladroni e assassini, narra come Sigismondo Mala- 
testa deliberasse, e |>er Topfìortunità del luogo a mezza strada 
tra Fano e Ancona, e per la fama sua, di ricostruirla (fu 
una semplict» restaurazione però la sua). Fece iwrtanto Ikui- 
dirc [H»r tutta Italia, continua il cronista, che a chiunque 
vi an<lasse ad ahitare «larehbe terreno quanto ne volesse e 
un jiaio di huoi per famiglia, che permetterebbe ai venuti 
di radunarsi a consiglio col Podestà e di far donazioni a 
so[)ravveiij<'nli di (pianto terreno fosse richiesto. «Ancora 
" deltc lilM»rlà a (piclla (ìittà, che li debiti, che havessem 
« quelli che v«Miivano... non potessero essere astretti, ne con- 

* venuti pei- niun tempo mai... F] tutte le robl)e che se i)or- 

* lassino in l;i ««iltà mai per nissun tempo se gli dovesse 
« domandar daceio o gal)ella ah'una » (^). 

Chi non ravvisa in (jueste due ultime concessioni Tim- 
nninità personale e re.'ije del eapih)lo XIV della falsa conven- 



(t) \ii'\H'l\ *\t'ì lìnlh'thni. r. (i?». 

(.») V.ilir I limi . \f.v. r I!» r ^iiu.: An'li. com. di Senior.. Mein. DÌT. 

S. II. \ol \ I n .W 



SUU/ORKilNE DELLA FIERA DI SENIGALLIA 47 

zione vannucciuna e del capitolo XXI della convenzione con 
Leone Xi In questi è la comunità che chiede \yeì pericwlo della 
fiera, nel passo riferito è Sigismondo che a' nuovi abitatori 
offre, |)er un tempo indeterminato, protezione contro |H)ssibili 
molestie o pene per debiti ed esenzione totale da dazi d'entrata. 
E che cosa dobbiamo pensiire di questa così intima rispon- 
denzii tra la notizia sì ben pailicolareggiata deiranonimo e 
l'essenzii della franchigia della tieraf Si è già detto e non 
siirà superfluo ripeterlo: Tanonimo della Cronaca Passeri 
narra con tale abbondanza di pailicolari e di date, che tutto 
fa credere riferisca cose per diretta cognizione. Egli inoltre 
in tutto il corso della narrazione non mostra al riguardo 
della fiera, che nomina Tunica volta che si è visto, preoc- 
cupazioni di sorla. Infine della convenzione ccm I^one X, 
nelhi quale per la prima volta, se(*x)ndo quanto abbiam visto, 
ètestimcmianzii della franchigia, egli non ha, e con tutta pro- 
babilità n<m potè avere, conoscenza. Anche dunque di questa 
notizia che registra egli deve aver avuto da qualche paiie 
contezzii : da quale, il buio presso che completo, che avvolge 
la vita di Senigallia in questo come nei secoli precedenti, 
non ci permette di dire. Ma ciò non osUinte, data la esat- 
tezzii e la veridicità dello scrittore in lutto il resto, noi siamo 
come moralmente tenuti a credergli. VI scora, insieme colla 
paiiicolareggiatcì relazicme delle concessioni di Sigismondo 
fattaci dallo scrittore, vogliamo considerare il carattere di 
consuetudinarietà «issunlo già nel 1519 dalla fiera in un 
colle sue franchigie, noi avremo tanto da |>oler senzfi gravi 
difficoltà ritenere che l'origine della fi-anchigia della fiera si 
debbii realmente a un atto di Sigismondo. 

E d'altra parte poi questo atteggiarsi a novello fonda- 
toi-e di Senigallia (come ci fa sapere lo scrittore senegal- 
lit»se) chi potrebbe negare non si addica, come a tutti i 
principi e tiranni di quel mirabile Quattrocento, all' irre- 
quieto, raffniato, sitilxmdo di gloria e di piaceri, che fu 
ramante di Isotta'? Che Senegallia sino alla metà del sec. XV 
fosse desolata e spopolata, è un fatto; che Sigismondo la 
restaurasse e fortificasse, è pure certo; che infine la uìaggior 
irte della popolazione tra il Cinque e Seicento fosse foie- 



48 ROBERTO MARCUCCI 

stiera, ce lo attesta uno scrittore regionale del tempo (1). 
F^erchè quindi tanti forestieri vi accoi-sero, è certo che dove- 
rono esservi attratti da speciali vantaggi. Tra i quali non 
solo nulla ci vieta, ma la buona feile dell'anonimo, ripe- 
tiamo, ci obbliga a credere fossero quelli da lui registrati, 
come pnmiessi per i)ubblici bandi dal municitico Sigismondo. 
Ammesso ciò, è facile cosa spiegare la trasfommzione 
<li quei privilegi, che dovevano aver vita temporanea, in 
franchigia di tiera duratura. Riempitasi dei nuovi abitanti 
la città, venne naturalmente a cadei'e di per sé Tuso delle 
donazioni di terre. E siccome poi T immunità per debiti 
e forse anche, come dal cap. XXI della convenzione con 
li<H)ne X, per maletìct, e soprattutto la libera entrata \ìev ogni 
sorta di pnniotti potevano compromettere la vita della risor- 
gente città, minaiTiandone quella la sicurezza pubblica, 
questa le non tloride finanze, anche questi privilegi, che 
presto si siirebluM-o evidentemente risolti in danno, a |xk*o 
a poco doverono esstMV prudentemente limitati e risti'etti, 
se non addirittura minacciati di soppressione. Venutasi isti- 
tueiìdo intanto pel concoi'so alia festa della Maddalena la 
fiera onnuiima, (» iniziatasi inoltre da Giovanni della Rovere 
la ìWviì di S. Francesco. luiUa dì più proluibile che. e a 
conc(»d(M'e nna soddisfazione all' inevitabile malcontento |)er 
la minacciata soppressì^uit». e ad attiraiv maggior numero 
di mercanti, fossi» dallo stesso (Jiovanni trasferita ad esst» 
\W\'i' si rt»st»n/ione da dazi ptT le merci ap|H»rtate, si Timmu- 
nità \H*\ dt»bit<)ri i» \m^v i rei di mm gravi <lelitti. La tiera 
di S. Francesco pt^rò dop<» la mortt* di (ìiovanni venne ra- 
pidamente a cadert*. tinche nel ir>^:!. tre anni appena do|M» 
essen* stala s«)h'iìnenìi»nte ri<*onosciuta co* snoi privilegi ormai 
consuetudinari, non si ct^lebrava neancln» più. Al contrario 
(|uclla della Maddaleiìa. più umile dt^lTaltra. si mantenne. 



(h • IH Soiii^iiMiii Mtii islì .il>it;itoii ili loi |HM lo più t'oivstìeri. pei^ 

• filò ni'i MMM»h pn^-'jili In d'aiiii in>alulu-<' ». K. .Mimìicm, {K^sarerie, fltt. 
in ili III. /" >. fin^^nlmt p. hvr». K lo >tt*s?M) <ìo//oIìni: «Al 

• (|iirllji t-ilt.i (S(Mii»<.) e t.into pion.i flio non tU*n più luogt» a edlff 
« (li nntivo; o roncoiiiMidoN i o^nt «li nnovt iUiUatorì err. », Cblix 
p. IHS». 



sull'origine della fiera di SENIGALLIA 49 

andò prendendo sempre più piede, vigoreggiò, riuvscendo sin 
dalla metà di quel XVI secolo a divenir l'emporio della 
regione : accumulò su di sé le immunità della rivale scaduta 
e con esse e per esse diede nei successivi XVll, XVlll e 
in parte del XIX il benessere, la ricchezza, lo splendore 
all'umile città delle sponde del Misa, cui Sigismondo, per 
vera necessità politica e militare, aveva richiamato in vita. 
Riassumendo e concludendo: la fiera della Maddalena 
non trae affatto le sue origini, come vuole la leggenda, 
dall'anno l!ÌOO: la storia del conte Sergio e della sposa mar- 
sigliese e del tempio costruito a raccoglier il « braccio >► e 
la « coscia » di santa Maria Maddalena, non è che leg- 
genda : la convenzione del 1464, ritenuta da tutti gli scrit- 
tori della fiera come il primo documento irrefutabile e mo- 
stranteci la fiera nella durata di diciassette giorni, quale fu 
solo nel suo periodo culminante, . n<m è che una foilunala 
falsificazione. La fiera si è formata, sorgendo accanto alla 
festa della Maddalena, dopo la restaurazione della città, 
a mezzo il secolo XV, per opera del Malatesta; a un atto 
del Malatesta deve certo Pampia franchigia, che fu la for- 
tuna sua e della città, ed a Giovanni della Rovere il primo 
riconoscimento e la prima sua legale costituzione. 

Roncitelli di Senigallia. 

Roberto Maucucci. 



-~*o-^^ms*o^ 



hmm. It.» 5.* Serie. — XXXVIII. 



■5-^ 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 



Le lettere di G. Mazzini che qui pubblichiamo, per la 
maggior parte inedite, fanno parte dei documenti di Celestino 
Bianchi, che si conservano nel R. Archivio di Stato di Firenze. 

Tali lettere vanno dalla metà di agosto alla metàdi di- 
cembre deiranno 1859. e sono quiisi tutte dirette ad amici 
toscani, animandoli ad estendere il moto deiritalia centrale 
oltre i confini della Cattolica. 

Non v' è dubbio che do|K) Villafranca le questioni ri- 
guardanti il centro della Penisola acquistano una speciale 
impoilanza, ricongiungendosi anche più strettamente con la 
questione italiana nazionale*. Mcnlena, Parma, e segnatamente 
la Toscana, accettando la restaurazione o volendo conser- 
vata r autonomia, potevano essere di n<m lieve ostacolo a 
conseguire l'unità della Patria, laddove Tavrebliero eftìca- 
cemente promossa, e la pnmiossero infatti, resistendo ad 
ogni tentativo di restaurazione, ed incoraggiando il Piemonte 
nella sua politica unitaria. 

L'importanza del momento non sfuggì al Mazzini: egli 
alTermò insistentemente la upcessità di cangiare la questione 
flcl Ccììfro hi ([tipstioìir Haìiava nazlounìe : ma, impaziente 
d'azione», osteggiò sempre, e (piindi in palle ostacolò. ro|)eni 
dei governi delle quattro Provincie, i quali con |>nidente 
riserbo, giustificato dalle circostanze s|)ecialissime in cui si 
trovavano di fronte» al l'Kuropa, operavano verso lo stesso fine. 

Il Mazzini av(»va scarsa fiducia nei governi di Toscana * 
e di Modena, nessuna in (piello di Bologna, che acciiHaTft 
di favorire» gì' inte»re»ssi nape)lee)nici : era elubitose) deirenei^ ^ 
giee) vole»re» eli Vitte)rie) Rmaiuiele. e termamente codvìaU 



CATERINA CECCHINI, LETl'ERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 51 

della inala fede di Luigi Napoleone. Ci^edeva quindi inevi- 
tabile la ristorazione, e non vedeva per T Italia che una via 
di sedute: lavorare sul popolo, con ogni mezzo di propaganda 
verbale e .scritta; eiiiicarlo ad avere coscienza di sé; po|K)lariz- 
zare. s|)ecialmente nel Centro, l'idea dell' invasione al di là: 
«^stendere il moto, liberando Perugia, agitando l'Umbria, le 
Marche, gli Abruzzi, la Sicilia, conquistando alla rivoluzione 
il Hegno di Na|M)]i ; in una parola, emanci)>arsi dalla Francia, 
e insorgere tutti, forti del proprio diritto, contro le armi stra- 
niere e i segreti maneggi della diplomazia. Per quanto ri- 
guai-dava la questione interna, riunire la Toscana e le provincie 
di Mcxlena, Parma, Bologna in un unico Slato, per aver 
subito, dubbio, riluttante, o impedito il Piemonte, un altro 
centro di fìisione italiana (1). I governi trascinarli all'azione, 
costringerli, o rovesciarli ; quindi dirigere» un lavoro di af- 
frafellamento nelVesercito, (» pre[)arare un pronunciamento 
militare, se i governi non ordinano di passiire oltre il con- 
fine della (kttolica. Giovarsi a tal fine anche <li Garibaldi, 
ifi/rn/or/Wo, trarlo al partito, jKirlo nell'obbligo di andar oltre: 
se i Governi tradiscono, gridarlo Dittatore, nonostante la di- 
vergt»nza d'indirizzo e gli antichi dissensi, (lostringeiv ad 
un'azione risoluta anche il Re, e se mai è jKjssibile che la 
monarchia conduca all'unità, far sacrifizio dell'ideale |K)1ì- 
tico a quello della patria, e accettala la monarchia, pure ri- 
sjH»ttando la rolontà sovrana della Nazione. 

Tale, nelle linee generali, il programma di (HusepiM» Maz- 
zini: ma all'atto pratico esso <loveva necessariamente adat- 
tarsi agli avvenimenti che via via si compivano: quindi, anche 
nel bi*eve |hmÌ(mIo al quale appartengono le lettere, dall'agosto 
al dicembiv, [K)ssiamo distinguere varj momenti. 

Subito dopo Villafranca. il Mazzini, impaziente e fidu- 
cioso in un'azione immediata, lascia l'Inghilterra e viene a 



II) li Ma/xinì. e ron ini motti altri, aiiclu» ntm inax/iniani. «Ma |mm- 
siiaso litoti' opportunità di fondere insieme le quattro Provincie, ostejj- 
^iando il concetto «lei Hicasoli. che con meravijflioso intuito politico 
vwieva ìuAUì torma/ione dell'Italia Centrale in un unico Stato un osta- 
ndo al con-Jcjriij mento deirTnità. 



52 CATERINA CECCHINI 

Firenze (1), da dove pr()iK)ne risolutamente una spedizione 
nell' Umbria, come risulta dalle lettere ai generali Roseli] e 
Ribotti, al Papi, al Caldesi, a Nicola Pabrizi. Queste lettere 
neppure giunsero a destinazione, e il disegno non ebbe ef- 
fetto (i2). Nonostante, il Mazzini non si stancò d'insistere 
nella sua idea, che verso la fine di ottobre sembrò avere 
probabilità di attuazione. Infatti, trascinato all'impresa ge- 
nei-osa lo stesso Dittatore Farini, questi i>ermise un accoitlo 
tra Fanti e Garibaldi |>er un'improvvisa invasione dell'eser- 
cito della Lega al di là della Cattolica. Ma l'opposizione del 
governo toscano, cui era noto il divieto imperiale, i-ese im- 
possibile l'impresa (3), e Garibaldi, che era stato costretto 



(1) II M. giunHe a Firenze i primi di agosto e fu ospitato dai fratelli 
Luigi e Gregorio Fah!)rini, in Via del Ramerino, ora Via Borgallegri. 
n. 31. Vi rimase, consapevole il Riciisoli, nascosto a tutti, tranne che a 
jMK'hissimi amici. Di particolare intei-esse sono i rappoiii che ehlw allora 
col Hicasoli : la lettera che gli scrisse in data ±S agosto tST^ e le 
Mansi we (ieiwndi. che quasi come risposta a lui mandò il Rie. ili*' set- 
temhi-e e che il Maz. restituì postillate al Barone, manifestando afierta- 
niente la necessità di estendere il moto del Centro, senza tinioit* d'in- 
tervento straniero, e la propria amarezza per esseit» esule in |mtria e 
per la persecuzione ad altri esuli innocenti. Non sarebbe fuori di Iiiojni 
riportare qui questi importanti documenti ; me ne a.stengo, perchè. pul>- 
hlicati dal Saffi, negli Scritti ed iff cti inediti (ìi (!. Mazzini, Roma I8HII. 
voi. X, pp. xeni, xcvi : da M. Tabakhixi ed A. (ìotti, nelle Lettere e />>- 
ni menti del Ha rane liettino ìfirasoii. Firenze, Succ. Le Mounier. J88S, 
voi. Ili, pp. ±25, Ì57 : e ultimamente dal giornale fja Sazione. in wca- 
sione del centenario della nascita di (ì. Mazzini, ]K)ssono essere facilmente 
accessibili a tutti. 

{t) 1-e cinque lettere, consegnate dal Mazzini a Rosolino Pilo, furono 
.Ke(|uestrate a Bologna, ove il Pilo fu tratto in arresto dal Cipriani. Tale 
notizia ho potuto ricavare dalla lettera del Cipriani al Rica.Holi che si 
legge qui appre.*4so a p. 91, e che ho tratto dai citati documenti Bianchì, ove 
pure si trovano le copie di dette lettere. Alti-e copie, o foi*se gli originali, 
ritenne i)resso dì sé il Rica.soli a cui furono ti'asmes.*<e dal Cipriani. e 
furono pubblicate da .M. Tabarrixi ed A. Cotti nelle Intere e fkictH 
nienti del Ita rane liivanoli, voi. 111. p. 225, in nota. Il Mazzini .^tMao, 
nel P.S. alla lettera XVII, diretta al Cironi. allude alle lettere cona^ 
gnate a R. Pilo. 

(3) Ve<l. a (juesto proposito Jjettere e Dnrninenti dei liarone Itiech' 
Hitti. voi. III. pp. 44)5, i7(), 472, 484. Altri telegrammi, che ni conservano 
nel R. Arch. dì Stato (carte Bianchi), servono a meglio precisare ìldi aegim . 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 53 

nel novembre a lasciare il comando deiresercito della Lega, 
si ritirò sdegnoso a Caprera (1). 

Questo fatto dà un crollo alle speranze del Mazzini, ma 
non alla sua fede, e contro l'opposizione dei governi va- 
gheggia allora, come già abbiamo accennato, una cospira- 
zione militare, che conduca allo stesso scopo. 

Tutte le presenti lettere non sono che un'affermazione 
insistente, energica, appassionata, dei concetti che siamo ve- 
nuti es|)onendo. Così grande, salda, e quasi cieca è la fede 
deJ Mazzini nel proprio ideale, che talvolta gì' impedisca di 
i-encle!*si esatto conto della situazione politica, delle diffi- 
<-oltà e delle necessità del momento. Quindi, mentre da un 
lato è ingiustamente diffidente verso il Ricasoli, e più ancora 
verso il Cipriani, il cui governo vorrebbe rovesciare ad ogni 
patto, s'illude dall'altro soverchiamente, credendo il popolo 
pi-eparato e disposto a secondare i suoi disegni di rivoluzione. 
Egli vorrebbe in tutti trasfondere la sua fede, e se è pieno 
d'ira e di sospetto verso gli avversari, è anche talvolta in- 
giusto verso gli amici, quando gli sembrano fiacchi ed in- 
certi, o ligi all'autorità governativa; e dolorosamente sde- 
gno."^) contro gl'Italiani tutti, se in essi gli sembra moria 
ogni scintilla di vita. Talvolta al fervore dell'apostolo suc- 
cile lo scoramento, durante il quale sente tutta l'amarezza 
dell'essere esule in patria, e la stanchezza di un lavoro, che 
foi-se sarà vano. 

Nessun fatto nuovo emerge dalle seguenti lettere, ma 
|K)ichè servono a gettare qualche luce su avvenimenti no- 
tevoli e sull'animo di Giuseppe Mazzini, non mi sembrano 
prive d'importanza come contributo alla storia di quel |>e- 
riodo, così interessante per gli studiosi del nostro Kisoi- 
gimento. 

Firenze. Caterina Cecchini. 



(1) Ved. le lettere indirizzate dal Ricasoli a G. (ìarilialdi. Lfffpre e 
iMM'HNteiifi ec, voi. IV. p. 52. 



IJ^ 




64 CATERINA CECCHINI 



l. 



Al Generale Roselll. 

15 agosto it^ 
Fratello. 

Affido — (fualunque sia la risposta che mi darete — al vostro 
onore il segreto della proposta e dei mio soggiorno già troppo 
pericolante. Mi dirigo a voi, perchè vi so italiano anzi tutto: 
perché fummo insieme e ci amiamo, e perchè siam certi, per prova, 
Tuno dell'altro. 

I fati delle provincie del Centro sono segnati. Reiset ha già 
dichiarato ai diversi governi che bisogna cedere, e con promesse 
di non so quali riforme, riaccettare i padroni. Le condizioni della 
pace di Villafranca devono essere mantenute. 

Nutriti dMllusionì rinascenti, i rappresentanti di divei'se Pro- 
vincie stanno per votare una fusione col Piemonte, che avm ri- 
fiuto. Gli agenti Piemontesi vi spingono, come spingevano nel '48 
Venezia, mentre la capitolazione era segnata, per avere un prece- 
(lente in tasca, per dir dopo dieci anni all'Europa in subbuglio: 
(juelle popolazioni nel 1859 si diedero a noi. 

Le popolazioni delle città non vogliono sentir parlare di ri- 
storazione, e resisteranno. Ma i governi, moderati in |wirte, in 
parte, come a Bologna, bonapartisti, abbandoneranno al momento 
supremo le popolazioni, stenderanno una protesta, e del resto di- 
ranno che bisogna salvare da una lotta inutile le città. La difesa 
sciìza capi, senza disegno, senza insieme, sarà una protesta santa, 
ma senza scopo e senza possibilità di successo. 

La difesa, localizzandosi, si perde. Non vi è che un mezzo 
possibile di difesa: roffendere, l'allargare il terreno d'azione; 
cercare di coiKiuistare una base di operazione al moto. 

Hisogiui passare, appena presentiremo l'offesa, i limiti rispet- 
tati finora: piombar su Perugia, riconquistarla: poi di terra in 
terra, a marce rapide, lasciando Roma da banda per ora, fun- 
gere all'Abruzzo e cacciarsi dentro. 

La Sicilia è pronta : insorgerà — ne ho tutti i dati più positivi — 
se non prima, all'annunzio della nostra mossa. Il regno safà fra 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 55 

due aHsalti. L'opinione vi è buona universalmente, ma sfiduciata 
ed incapace d* iniziativa. L'ardita mossa la rinfrancherà. 

Noi saremo accompagnati da Abruzzesi influenti che fanno 
parte dei 66 esuli che escirono con Poerio. 

10 ed altri accompagneremo la colonna, senza apparire con 
atti pubblici fino alla frontiera degli Abruzzi. Là il mio nome è 
influente, e firmerei io pure, entrando, il proclama. 

I paesi del Centro, il Lombardo, Genova siono preparati 
tutti ali'ideii: seconderanno i nostri, da tutti i punti si mobilizze- 
ranno rapidamente sul Centro. Sarà una seconda iniziativa ita- 
liana. Se riusciamo a far che la insurrezione trionfi nel regno, 
possiamo parlare da potenza a potenza. 

11 concetto é ardito, ma i tempi sono supremi. 11 cittadino 
non ha oggi che un dovere supremo: (]uello di tentare la salute 
della patria, e dove si debba soccombere, di salvarne almeno 
l'onore. 

Associamo in quest'opera i nostri nomi, e riabbracciamoci, 
tentando sciogliere il legato di Roma. 

Se rifiutate, mi dorrà nell'anima che non uno <legli antichi 
compagni serbi energia per vivere o morire romanamente. Se ac- 
cettate, fate che io lo sappia. (Jli elementi che sono in Forlì, in 
Rimini, sono in parte membri Marchigiani vogliosi: i Ronìagnoli 
non possono ritirarsi. 

Io verrei al momento della mossa, o subito, purché presso a 
voi vi fosse modo di vivere chiuso, travestito, come converrà, du- 
rante i giorni che possono essere necessari. 

(Jenerale, siamo vecchi : coroniamo degnamente una vita che 
fu sacra a un'Idea. Fummo, per ciò che chiamavano il "bene di 
tutti, rassegnati abbastanza. 

Vostro 
Giuseppe Mazzini. 

Io agosto 

II latore, uomo di fiducia, può darvi conto del desiderio che 
domina in Genova e in Lombardia. Qui è universale. K compito 
un fatto, quello di Perugia, avremo dietro un esercito di uomini. 
Fiducia, amico: con un momento di energia possiamo salvare 
ritalia. Qui é giunto ieri Garibaldi, al quale danno il comando 
dell'esercito toscano. Ha, esprime idea consimile. Per (|U(\sto 
appunto vorrei che T iniziativa fosse vostra. Forse verrà fra voi 
fra due o tre giorni Montecchi che approva. Ma se accettiite, 
rimandate Tamico con due linee, e le vostre istruzioni per me. 




56 CATERINA CECCHINI 

II. 

Al Signor R. Papi, Comandante la II Colonna de'ToIontari Mobili. 

Caro Papi. 

Da Genova in poi non si ebbe più contatto fra noi. Vi feci 
colpa allora, noi nego, dell'aver rinunziato alla fazione appunta- 
tavi, senza venire a comunicare cofv me. Ma vi so patriota e ani- 
moso; e però vi scrivo. 

La ristorazione é decisa : le finzioni sono impossibili. La di- 
fesa localizzata è un assurdo. 

Non v'è che una cosa dalla quale possa escire la salute ai paese: 
allargare il terreno, conquistare una base d'operazione ai moto. 

Bisogna rompere i confini : riconquistar Perugia : marciare 
innanzi a rapide marce: penetrar negli Abruzzi con otto o dieci 
mila uomini. Sono in costante comunicazione colla Sicilia : è 
pronta ad insorgere simultaneamente. 

L'operazione è nell'istinto di tutti: compito il fatto di Pe- 
rugia tutti si rovesceranno dietro a noi. 

Ma questa operazione non verrà mai ordinata dai Governi 
d'oggi : non potete sperarlo da un Cipriani, da un Pepoli. Non 
può farsi che per pronuiìciamento militare. Bisogna osare. Perdio ! 
che il nostro partito non sappia trovare un momento di energia*? 

11 grido dovrebbe essere: Unità e Libertà Nazionale. 

lo verrei con chi movesse, ma non mi mostrerei che sulla 
froFìtiera degli Abruzzi, dove il mio nome può essere utile. 

Papi mio, voi siete figlio della Rivoluzione: non tradite la 
madre, perdio! Siate animoso, osate! Siete repubblicano: non vi 
rassegnate a subire la morte lenta dei moderati. Vogliatemi bene. 

Vostro 
Giuseppe Mazzini. 

[[l. 

Al Signor V. Caidesi, ra)»o di Stato Maggiore. 

l.") a>r<»sto 18.19 
Viucpnzo iti io. 

La ristorazione è decisa. Non vi lasciate, perdio, illuden 
dai governucci che avete. Sarete vittime, e sarà vittima 11 pacti 
con VOI. 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 57 

Non vi è che una via di salute. 

Dar la mossa alle forze che avete ; riconquistar Perugia ; mar- 
ciare innanzi rapidamente, e penetrar negli Abruzzi a suscitare 
rinsurrezione. La Sicilia è pronta ed insorgerà simultaneamente. 
Se risuscitiamo il regno, salviamo Tltalia; se è morto davvero, 
salviamo l'onore. 

L'operazione è nell'istinto di tutti; da Garibaldi e dai suoi 
tino al Governo toscano. Ma da nessun governo verrà mai il 
cenno. Ci vuole un colpo ardito militare. Osate, avrete tutti con voi. 

Se lasciate che la restaurazione s'imponga sarà tardi. Quando 

francesi saranno in Parma cesserà la metà dell'entusiasmo. Quel 

che oggi sarebbe offesa, allora sarebbe fuga. E un avversario in 

mossa continuerebbe ad operarci più facilmente alle spalle. Poi 

bisogna che l'impresa sia improvvisa. 

Tocca agli uomini del 49, a Roseli!, a te, a Papi, agli altri 
compirla. 

Qui Mont., Mazzoni sono tutti d'accordo. Se accettate, Mont. 
verrà subito da voi. 

Il grido dovrebbe essere: Libertà, Unità nazionale, non altro, 
lo preparo la moltitudine degli elementi a seguire. 

Addio, Vincenzo; Dio faccia che ci troviamo almeno uniti in 
(|ue8t(> pensiero. 

Tuo sempre 
Giuseppe Mazzini. 

IV. 
Al Signor Nlccola Fabrlzl. 

\iccola mio. 

Ti scrissi a Genova, mentre t' inducevano a partire. Non so 
se t' abbiano mandata la lettera. Ti scrivo ora due linee. Questa 
continua dissenzione in momenti supremi è una rovina. In nome 
di Dio, stiamo uniti e intendiamoci. Sia giovandoci delle occupa- 
zioni che oggi abbondano, sia raccogliendo in ogni punto una 
piccola somma per messi di luogo in luogo, è necessario comu- 
nicare. L'amico ti darà gl'indirizzi opportuni. 

Senti, Niccola, non vi è che un'operazione militare rivoluzio- 
naria, ardita, che possa oggi salvare il paese. 

Bisogna allargare le basi. Bisogna non aspettare di essere 
assaliti, ma prorompere oltre gli attuali confini, riconquistare su- 



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LE'ITERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 59 



V. 



Al Siguor (ilenerale Igrnaxio RIbottl. 

Caro Hi botti. 

In voi fido: fido nel vostro onorr, nella vostra illimitata de- 
vozione al paese, nel vostro passato, nel vostro avvenire. Gli 
altri hanno una o due di queste qualità* non tutte. Perciò parlo 
a voi ; anche non «iccettandola so che mi terrete il sejn*eto della 
proposta. 

Suppongo che sappiate a quest'ora che i fati del Centro sono 
scarnati. La pace di Villafranca deve essere esejjruìta. Se il >fo- 
verno piemontese lo dissimula tuttavia — se incoraggia i decreti 
<li fusione e le votazioni -è unicamente perchè da uìì lato non 
sa come ritirarsi dalle date promesse, dalTaltro gli giova avere 
un precedente di dedizione per metterlo fuori, come fece di (]uello 
di Lombardia, dieci anni dopo occorrendo, quando vi sarà uiì 
altro ri volgi nu»nto europeo. 

La <|uestione sta ora per noi in questo: vogliamo cederei? vo- 
gliamo far la parte di fanciulli che pendono dal cenno del despota 
francese? o vogliamo resistere e salvare Tltalia possibihnente, 
certo l'onore*? 

Se vogliamo cedere non ho nulla da dire, se non gemere su 
noi e sul mutamento d'animo dei migliori. 

Se vogliamo resistere, avanzo il come. 

Non lo possiamo ìocaìizsantìo la difesa; si può fare una ge- 
nerosa protesta, non altro. 

Bisogna allargare il moto e cercargli una base. Questa base 
non può essere che il regno di Napoli. Bisogna con un prounu- 
vinmetitn generoso portar le forze rapidamente al di là della fron- 
tiera delle Legazioni, invadere l'Umbria, dare il segnale di una 
nuova iniziativa, ricon(|uistare Perugia, e di là portarsi a marce 
forz:ite in Abruzzo. 

Ho detto proììHìiciameuto, perchè se aspettiamo che i (ìoverni 
wwlri'nti diano il segnale d'operazione siffatta, è meglio deporre 
il p«*nsiero. 

(ili uomiiìi sono nei corpi delle Romagne predisposti alla 
mossa: seguiranno con entusiasmo qualunque li chiami all'azione. 
Ben inteso, non vi è da far menzione del vero punto obbiettivo: 



i"l .1 






60 CATERINA CECCHINI 



ii grido dovrebbe essere Perugia. Il resto, iniziata la mossa, 
viene da sé. 

I nostri hanno l'intesa; Thanno in Genova, in Lombardia, per 
tutto: e poi tutti anelano. Una massa di elementi si precipita 
sulle nostre orme. Avremo un esercito. Se con otto o nove o dieci 
mila uomini entriamo negli Abruzzi avremo simultaneamente l'in- 
surrezione della Sicilia; è preparata, pronta. L'insurrezione del 
regno avrà allora tutta la probabilità. E se riesce, allora potremo 
parlare da potenza a potenza. 

Parola d'ordine al moto sarebbe: Italia, Unità Nazionale; non 
altro. 

II mio nome per riguardi politici non apparirebbe se non 
sulla frontiera degli Abruzzi, dove può riescire utile, misto con 
altri. E neppur là, se non gioverà, lo seguirei la marcia ignoto. 

Vi propongo un partito ardito, degno di voi. Se vi colpisce 
come dovere, fate che il portatore, intimo mio, lo sappia, tanto 
che io possa porre in armonia voi (jon altri che guiderebbero altre 
forze. Dio v'inspiri. Vogliate bene al vostro invariabile 



Giuseppe Mazzini. 



H) agosto ia'>9 



So che il generale Garibaldi e (fuei che lo circondano hanno la 
stessa idea, che infatti colpisce tutti; ma ciò che io temo è che egli 
s'illuda di aspettare che i Governi attuali prendano l'iniziativa 
(leiroperazione. Ora chi li conosce sa che questo non avverrà mai. 
Trasciniamoli, seguiranno: dove no, bisognerà rovesciarli. 



VI. 



C. A. (1). 

Khbi i vostri biglietti. V^oi siete impaziente dell'impossibile. 
K la prima virtù nostra oggi é pazienza. La posizione diventa 
gradatamente migliore: la crisi verrà, nella quale o il centro dovrà 
cadere, o dovrà farsi l'Italia. Ma non possiamo precipitarla. L'eie- 



(l) Nel timbro postale è: Lugano. Si sept. IHÒtf. Neil* indirizzo è : 
Tip. Affiinn. I*ratn, Forse è diretta a Piero Cironi. Altre lettere, con 
tpiesto indirizzo, furono inviate da (i. Mazzini al (lironi. 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 61 

mento popolare, salvo pochi buoni davvero, è nella sua maggio- 
ranza ancora incapace d' iniziativa : bisogna convertirli oggi uno, 
un altro domani e prepararli ad agire in senso nostro quando 
uno dei due casi venga, mossa offensiva da parte del nemico, o 
moto al sud. 

A quest'ultimo lavoro quanto posso. Profittate di quante oc- 
casioni vi si parano innanzi per le Legaz. (1) e sopratutto Boi. (2) 
p<T cacciar buone idee nei popolani, necessità di rovesciare Cipr. (3) 
e andar oltre. Voi non potete : sareste scoperto; reso inutile quindi : 
ma se vi fosse un tose. (4) intelligente che potesse recarvisi sa- 
rebbe bene assai. 

Non ho creduto un solo momento possibile la presentazione 
della Lettera al re nel modo che volevate : non siamo a quel punto, 
propongo a Fir. (5) un modo di sottoscrizione alla proposta di 
Garib. (6) che farebbe bene a noi. Sarà proposto a Liv. (7) gener. 
Aiutate a promuoverlo, non pensate al Giorn. (8) Luigi é utile 
dov*è. V'edete invece di accertare se potesse trovarsi un buon nu- 
mero di compratori Pens. ed az. (9) <*he probabilmente ricomin- 
cerò tra poco qui. Vivete certo che appena sarà possibile qualche 
cosa sarò dove importa. 

V'è un altro affare del (juale spesso parlammo e che potrebbe 
diventare urgente: non dovreste perderlo di vista; e se v'incon- 
trerete in individuo capace davvero di unirsi ad altri, tenetene 
nota. Ogni città dovrebbe poterne dar uno. Una collisione coi 
Francesi dell'Impero diventerà presto o tardi inevitabile: bisogna 
lentamente familiarizzare gli spiriti coll'idea. Vedete personalmente 
di trovare se possibile un po' di lavoro e di non attirar l'atten- 
zione. Avrò presto o tardi bisogno di voi, per missione assai seria, 
non dubitate. E per questo dovete esser prudente ora. Siatelo so- 
(>ratutto nelle lettere. Non vi è bisogno di dire anche a chi amate 
che forse partirete internandovi. Ricordatevi che le lettere furono 
sempre la nostra rovina. Lavorate intanto per Torganizz. Spro- 



(1) I..egazì(mi. 
(i) Kologna. 
(:^) Cipriani. 
(4) Ta**cano. 
(.5) Firenze. 
(H) Garibaldi. 

(7) Livorno. 

(8) (Giornale. 

(9) FVnsiero e Azione. 




62 CATERINA CECCHINI 

nate a spingerla fuori città. Non aspreggiate di troppo D. {{) 

in Fir. a suo tempo ci gioverà. Spronate anche Gen. (5) quando 

ne avete occasione: fanno, ma non tutto quello che dovreblH»ro. 

Addio: vogliatemi bene. 

Vostro sempre 

Giuseppe. 

Salutatemi l'amico 15, a cui scriverò dopo dimani. Sto scri- 
vendo un opuscolo che vi piacerà! 

VII. 

Ad Andrea (r^iannelli. 

i24 settembre ISr>9 
Fratello. 

Da Fir. (3) come vi dissi, vi manderanno ricopiate alcune note 
mie sulla linea di condotta da tenersi, e, spero tra poco, copie 
della mia lettera a Vitt. Emm. (i). Ditemi in un bigliettino, che 
manderete alle solite direzioni in Fir. da dove mi verranno, come 
procedon le cose, e se C. (5) sia tuttora tra voi. Saiutatelo per me 
con affetto se v'è. 

Cercate di estendere il lavoro in Maremma e dovunque potete, 

comunicando i nomi degli ordinatori che potete scegliere a Fir. Fate 

di lutto per popolarizzare l'idea dell'invasione al di là. E l'ancora 

di salute. ¥1 se accadessero, come non è diftìcile, moti in qualche 

parte del sud, il rafforzarli diventerebbe un dovere assoluto. Colle 

risorse mililari del sud, potremmo pnriare alto con lutti. 

Addio per ora : vostro sempre 

Giusep})e. 

Vili. 

Specie di iiiaiiifest<», o pro^rainuiu. 

2.') setteinbic 

La stampa governativa del Centro, e soprattutto la Toscana, 
per non so (piale «alcolo o errore, ingann.i il popolo, illudendolo 



(!) (iiliscppr Dnlti. 

(:!) (lenova. 

(!)) Il (ìiannelli tiovavasi allora in Lixorito. 

(i) Vitlorii» Kinariiiele. 

(.'») Arrostino (fastelli. 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI iìH 

intorno alla condizione delle cose. Spetta ai buoni ordinati di 
strapparlo alle illusioni addormentatrici e prepararlo alla lotta. 

La contraddizione nella quale cade la stampa è evidente. 
Stampa e (Joverno dichiarano che tutto va bene, che L. N: (1) è con 
noi. che V. E. {è) è con noi, e conchiude con appelli continui ad 
armarsi. Perchè"? Contro quali pericoli"? 

Liì Stampa non è sincera, i (ioverni non sono sinceri. Lo 
siano i Capi-Illa del Partito e dicano al popolo illuso: che il re 
1WII ha accettato la fusione: che egli non osa emanciparsi dallo 
straniero, di cui si è fatto pur troppo dipendente: che egli non 
ha dichiarato se non che tratterà la causa della fusione davanti 
a un Congresso del quale è più che incerto se mai si raccoglierà. 
Che Luigi Napoleone ha stipulato in Villafranca il ritorno degli 
antichi padroni : ch'egli lo aiuterà in un modo o nell'altro, a meno 
che la Toscana e le Legazioni non accettino a re il principe Na- 
poleone Buona parte. Che questo disegno, proposto e accettato a 
Plomhières (3), si rivela più che mai. Che centro delTintrigo bona- 
partista è il governo di Bologna, tre membri del quale sono agenti 
di L. N. Che i vecchi padroni si preparano a tentare restaurazioni 
coll'armi, aiutate dalla cospirazione interna: che in mezzo al tu- 
multo suscitato da quei tentativi è disegno di L. N. d'introdurre 
tnipp<> nei paesi con apparenze amichevoli, poi di proporre: o R(*- 
staurazione. o il nuovo padrone. Che quest'ultimo partito san^bbe 
rovina v vergogna suprema alTItalia : che vorrebbe dire rinun- 
ziare airUnità, alTIndipendcnza, alla Libertà, alla Dignità Na- 
zionale. 

Che il popolo, se ha senso di dovere e di onore, deve repri- 
mere col biasimo minaccioso questo partito, tin d'ora : fargli paura: 
poi prepararsi a resistergli coll'armi, occorrendo. Che lo può, se 
lo vuole: che da un lato i popoli d'Kuropa non permetterebbero 
a Ij. N. di far da tiranno in Italia o altrove fuori di Francia: ihe 
dalTaitro l'Italia è forte abbastanza per lottar contro tutti. 

(^he supremo rimedio al pericolo è italianizzare il moto, (Muan- 
cipar Perugia, insorgere l'Umbria v le Marche, conquistare alla 



0) Luigi Napoleone. 

(£) Vittoii<» Kinaniiele. 

{'\) \aì iriesiitte/z/a di questa affennazione può essei-e messa in evi- 
denza dalla lettera che il. Cavour diresse <ia Haden a Vittorio Knianuele 
il a lujrlio \X^. riferen<lo sul colloquio di Ploinbières. (!fr. Chiala. Lt't- 
fvi'r rttitf e iuvfìito fli (\nninilln ('(intttr. Ttwino, Houx e Fa vale, ISSI-. 

voi. ni. p. I. 



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LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI G5 

la stampa e ad affratellare per mezzo di viaggiatori il partito Na- 
zionale da un capo all'altro d'Italia. 

11 moto fu italiano nei suoi prineipii; i Governi lo hanno ar- 
restato nel suo progresso; è necessario che il popolo lo rimetta 
sul diritto sentiero, spingendolo innanzi. 

Render, come dissi, popolare, fremente, imponente questo pen- 
siero — far segno di predicazione in questo senso i volontarii, la 
milizia, capi e minori — far sentire ai Governi che il popolo vuole 
non la libertà d*una o d'altra provincia, ma d'Italia — far tacere 
con riprovazione minacciosa ogni velleità di bonapartismo, di 
principato straniero o diviso — infondere colfunione compatta co- 
scienza di forza e prepararsi a resistere a qualunque minacci l'esi- 
stenza e lo sviluppo del moto — è questo lo scopo del lavoro 
impreso. 

Formazione di Comitati in Pistoia, Pisa, Siena, e possibil- 
mente in Arezzo. Ordinatevi in Cortona, Chiusi, Modigliana, Lucca, 
Sorana, Orbetello, Pietrasanta etc. per la Toscana. 

Estensione d'Organiz. popolare a Bologna per la Romagna, 
tino a S. Arcangelo: intelligenze, valendosi per questo anche degli 
esuli, coll'Umbrìa e le Marche, istigando quelle provincie a levarsi. 

Contatto di dieci in dieci giorni almeno fra i diversi Coni, 
ed Ord. (i). 

Guardarsi attorno per aver pronto, occorrendo, qualche viag- 
giatore intelligente e non sospetto per Roma o altrove. 



IX (^i). 



C. .4. 



Ti scrivo, supponendo di potere raggiungerti. 

Ebbi la tua i25 scritta da Liv. 

L'indugio è fatale: sarà fatale ad essi perchè non si giunge 
cosi presto al moto, senza in parte tradirsi e si faranno arrestare; 
ed è fatale, perchè s'essi lasciano che si consumino i fati del Centro, 
perderanno ogni opportunità. Bisogna insistere, insistere con rim- 



(1) Comitati od Ordinatori. 

{ì) Ha busta e indirizzo a Oabriete (^ostoli, negosiante di capiìcUi, 
Fireuze. Nel timbro postale è: Lugano. H oct, 1809. Fuori, sulla lettera, 
è Hcritto : Sic. 

Abcm. Stob. It., 5." Serie. — XXXVIII. r> 



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-i-"!. "r"!.-.'""^- -:ir."~i.""- ' jC^m ; i.n I ■ !»■■ ììi»*-^; ••?t- .it: . ti".: •■ 
■—:•;..-■ i. ;»it:/*.iv. -. ■IH- I 1! • . '\ . •'•sai';;»-"' - Ar ! -^ 
1 -— ■ « ;■; ìli! li .»- ''.r> '1- r -< •»• )r m'- l'cirv». a :-stj 
■*•■-:'■•■ 1 — -r^r i.*'*-\ r*" r" :• !.• ■ i ■^••ij^i- « 'ii»"!ii i:>u""^^:' f -. 

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LErrERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 67 



X (1). 

:i «ttobi-e ia')l) 



C. .4. 



Potrebbe venirmene uoa questa sera; ma il fatto è che non 
ho più da un secolo lettere da Piero (2) e da altri di Tose. E 
Piero ne deve non a me soltanto ma ad altri, come gli scrissi. 
Spronatelo e dategli comunicazione di queste linee. Io scrissi a lui 
intendendo naturalmente scrivere a voi pure, siccome collaboratori. 
Sono condannato alla parte di Cassandra; ma vi dico che la crisi 
s'accosta pel Centro e che i suoi fati sono segnati. Più che mai 
il rimnlio sta nel disegno da me più volte indicato: allargare la 
base, cangiare la questione del Centro in questione italiana na- 
zionale. Là bisogna far convergere tutti gli sforzi. Come a que- 
st'ora saprete il moto Sic. (3) che mi è stato annunziato pel 4 è 
differito per cenno di Torino: funestissimo indugio; ma qualunque 
operazione rumoreggiasse verso il sud deciderebbe. Rie. e Far. (4) 
sono di questo avviso, ma se il Governo di Cipr. (5) non è mu- 
tato non faranno nulla. Guerra a Cipr. e popolarizzare il bisogno 
di continuare il moto al di là dei confini attuali, son dunque pur 
sempre le due somme necessità del momento. Organ. quindi e un 
po' di denaro. 

Con Parma potete avere contatto regolare : mandai indir, a P. (6) 
Con Reggio ei l'ha già. La linea dunque da Fir. (7) a Boi. (8) è facile. 
App<»na avrò cenno da P. manderò per Boi. appunto a Liv. (9) 

Non v'addormentate, per amor d'Italia ! 

Ditemi lo stato dell'opinione: ditemi se avete comunicazione 
<-ol Gov. e che cosa vi dicono. Ricordatemi agli amici, Leon, e gli 
altri. Credetemi amico e fratello 

Giuseppe. 



(l) Sulla lettera è scritto: />. Certamente Dolti. 

(i) Piero Cironi. 

{'.\) Siciliano. 

<4) Rica.soli e Fari ni. 

(.'») Cipriani. 

(li) Forse Piero Cironi. 

il) Firenze. 

(8) Bolofrna. 

<9) Livorno. 



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LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 69 



XII. 



A Piero Gironi. 

U\ ottobre 1809. 
C. A. 

Eccovi lettera pei nostri. Occorre, al solito, che ne facciale 
estratti almeno per Liv. etc. Quanto alla sottoscrizione (1), fate 
quello che Dio v* ispira, ma in ogni modo, o in quel modo o in 
altro, aiutatela. Se le liste colla doppia intestazione pot^sero rac- 
coffliere buon numero di 50 cent, de' popolani e se non sapeste 
come dar pubblicità, il Progresso in Milano, che è nostro, le pub- 
blicherà. Nel Progresso apparvero quattro articoli intitolati Italia 
e Francia tutti nell'ottobre, di A. Mario, che meriterebbero essere 
ristampati in opuscolo: riuscirebbero utilissimi. Il Com. dovrebbe 
abbonarsi al Progresso dal 1" ottobre in giù. Vi darebbe norma, 
anche occasione d'inserzione di cose che vorreste far note. 

Aspetto impaziente lettere vostre e più con esse segni di vita 
vostra: ve n' é bisogno. Urge che il popolo si emancìpi dalla 
Francia Imp. La tutela, oltre di essere una vera vergogna per un 
popolo di ^ milioni, ci conduce in rovina. 

Curate il contatto con Boi. Fissatevi bene in capo, che se 
non si rovescia un giorno il governo — se non s'improvvisa un 
Gov. nostro — se da questo mutamento non esce l'ordine di passar 
oltre a Garib. — le rivoluzioni del Centro periranno inevitabil- 
mente. E inoltre, siete italiani e dovete ripetervi sera e mattina 
che, o il moto diventa italiano, o tradisce. 

Accennatemi sempre ricevuta delle mie. Scrivete un poco più 
di frequente. Mandate una copia della lettera. Fate giungere l'unita 
a Liv. Non dimenticate Cortona e Parma. — Il T nov. probabil- 
mente ricomparirà settimanale Pens. ed Az. Il prezzo per l'interno 



(1) Intende qui di una sottoHcrizione per aiutai'e il lavom di re<len- 
zione nelle provincie ancora soggette, la quale, come osserva A. Gian- 
nelli. aveva « un doppio scopo: poUtico in quanto concerneva il da farsi 
«ancora per ['Unità della Patria; economico, pel denaro da raccogliersi 
« e render possibile il lavoro ad hoc di Giuseppe Mazzini ». Lefferc di 
il. Masziììi ad A. Giannelli, fase. L Prato, tip. di A. Liei, 1888, p. 133. 



svr'.'AÌtr.k à.s *.' A •-.' .-:*:. Mi ?.. :>:vrr:- c^ ììuTv». [>itrnii quanta 
•.A'V'-/ liLi/».!:*? >;.^"krj TAr C':^':^\z^ \*:T .a T:i>. . Vt^rò di farlf jfiini- 
ai^rv IV r ^ i.i .:" v^ì-:-. '. . r.'.«. 5c . >! i*A.-.:ir..- àllri modi, jx-r 
:-..;:r '.?» :o::t. / irr .•.1:-..:t. "i.:.M:rz.-:,-. 1. ìt^lat*? dovrà fsst* mi i 
<y<: Vu : ^» >•>?.» . A.-:". - • ". t . '.^.r:?-: . . .■ . _* . ': -?«.'*■ .x s : f->>ten t i rupi i 
o. : i:\' ' • A : ■ - W . i^* *• ^ .*. ••. i a : t :_■: '■ : •. rr-. >c :;•><.•!- i . Pen sa t r- . fare ii- 
•\.«, ;?^ .ì-ii T>vrr tI'.j. ' 7. ss. '.■_>. - I >•:•:-• !lr r utilr vi 
^ s^iviA. :•■. L..""r. i . r :•:.":.'•... >;. * : ; ■■.>.::■.' -.^l-* - «••rapaio 
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L.i ''.>i-j''j • ■>'-:i> ■•.^..'. - : . ■- ; i r-r ' .": rrr • .i il «.ìr'iova. 

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LETTERE INEDITE DI mUSEPPE MAZZINI 



XIII (1). 



Fratelli, 



La situazione è la stessa di quando io vi scriveva l'ultima 
volta. Le necessità sono le stesse: solamente più urgenti. 

Noi vogliamo Unità Nazionale e Libertà. L'elemento straniero 
non vuole né Tuna né Taltra. L'elemento governativo é fiacco e 
inferiore allo scopo dappertutto; in Bologna peggiore e alleato 
segretamente al Bonapartismo. La Monarchia Piem. vorrebbe, ma 
non si attenta e piega sommessa davanti alFarbitrio delTalleato- 
imdrone. Il Memorandum Sardo ultimo lo dimostra abbastanza 
col linguaggio diverso di che fa uso nella questione della Tose. 

V Ducati, e in quello delle Legazioni. Fra le mene straniere e le 
esitazioni governative i preparativi nemici si afforzano. I vecchi 
padroni, il Papa, il Re di Napoli e l'Austria, cospirano, lavorano, 
reclutano. La frontiera napoletana, che un mese addietro si sa- 
rebbe oltrepassata con duemila uomini, oggi si guarnisce di truppe 

V di artiglieria. I migliori in Napoli e in Sicilia si vanno impri- 
gionando. La politica incerta de' Governi Sardo e del Centro tiene 
incerte le popolazioni del Mezzogiorno e delle Marche che insor- 
gerebbero se fossero certe di aiuto. Il tempo è tutto in rivolu- 
zione: e il tempo ch'oggi si perde, corre a favore del nemico. 
Matura la crisi ; il nemico intende assalir da due lati, appoggiandosi 
sul contado. Pericolante il paese, e calcolando nella fiacchezza dei 
(Joverni e la disorganizzazione del popolo, il Bonapartismo proporrà 
allora come unica via di salute l'impianto nel centro della dinastia 
napoleonica. Quanto alle Legazioni sono abbandonate a patto so- 
lamente d'ottenere riforme. — L'Unità Nazionale sarebbe perduta. 

Davanti a condizione siffatta di cose è necessario che i Oipi- 
fila del Partito rivelino insistenti al popolo disegni e fatti taciuti 
da una stampa ingannata o ingannatrice. È necessario che il po- 
polo italiano si prepari a ripigliare una iniziativa che nessuno ha 
oggi fuorché lo straniero. 

Al Partito straniero Bonapartista é necessario mostrare di- 
gnità e determinazione: astenersi da ogni linguaggio servile e 



(1) Con busta e indirizzo al Sigs'- Xnfale VaUletttucchi, Via /Unyo 
la ("rwo, sotto l'arco del G<i8})erini, ii. 7110, Firenze. Nel timbro po- 
!*tale : Lugoìto, 16 oct. I8Ó0. 



7'J CATERINA CECCHINI 

«raihilazìoric: chieden* che lasci l'Italia libera di provvedere ai 
proprj dostini; biasimare altamente servilità di Giornali, indirizzi: 
provviKlere a che hi parli di);nitosamente e alla sola Nazione Fran- 
cese nell'indirizzo pel monumento da erigersi: insinuare dovunque 
si può che le Truppe Francesi abbandonino Roma. 

Al Partilo Bonapartista interno far paura: dar nota di tra- 
ditori d'Italia a (]uei che se ne mostrassero fautori; togliere ad 
fssi, se taluni T hanno, ogni favore di popolo, e preparare il po- 
polo a dichiararsi contro ogni proposta di secondo suffragio, o 
altra che venisse imposta dallo straniero; insegnarli che in casa 
nostra siamo padroni noi e fuor di tutela. 

Al re Sardo bisogna che tutti gli atti, tutte le manifestazioni 
possibili accennino, se no, no: mostrargli l'Italia disposta ad ac- 
<-ellarlo s'ei si emancipa dalla tutela dello straniero, s'egli .ic- 
«•elta senza condizioni l'unità italiana, s'ei si mostra insomma 
degno che la Nazione si dia. Mostrargli da un lato T Italia forte 
di volontà, dall'altro l'Italia capace di far da sé: è l'unico mezzo 
se mezzo v*è per averlo quale ei deve essere. 

Al Ciovernc» Holognese guerra: guerra di stampa e di propa- 
ganda verbale: alTerrare ogni occasione di contatto con Bologna 
e colle Homagne p<T (lifTondt>rvi l'idea della necessità d'un mu- 
famento governativo. Agli altri due (ìoverni del centro infondere 
anima, si» si può; fare (h'essi sentano ciò che il popolo vuole. 
IfbtTtù e unità; r che devono andare innanzi o cadere. 

11 popolo s'ethirlii ad aver coscienza di sé. Deputazioni di 
<.ittadini «lovrehhero di tempo in tempo chiedere schiarimenti sulle 
«■i»ridìzÌ4>ni iiilrrm* rtl i»strrne; sulh' Interi/ioui. E far note le pro- 
fMistt' e le risposte per via di Rollettini al popolo. Alla mancanza 
di pubblicità soKtituirc la pubblicità dei mezzi. Rsprimj^rvi con 
iscrizioni l'nMpirnli raninio dei ptipuli : L'nità: Libertà: Italia: 
F'i-ru^ia: Uoina : trantpiiliità interna a patto di energia italiana 
al di fuori: l'Italia tutu* tii tutela: via gli Stranieri: Venezia: 
rispetti» .«vrti esuli: «litìitlare disila Diploina/ia : dovrebbero tessere 
!*• leggende tlci muri tanto che i (ìo\tM*ni intendessero egli stra- 
nieri \edi-ssrro. Kd è ct»s.i tacile a orfani //arsi. 

l'nunuoxcr calortisaincntc r.irruolaiuento vtiUuitario. Sia che 
<'aldM.i a fare coi (ìommmì attuali, sia chi» s'abbia a fare senz'essi, 
è chiaro clic l)iso;;ii;i essere in .irnu «ptaiiti più sì può. L'esereilO 
de! l.eiitro do\ rebbc rapid. (incute r.i^;: iu lìbere i UMNHKuuu ini : poÌ 
Sì \i»lrà M.t nxoL'cr»' ot'iu cuu •»» \»»liMitarj. perchè siano al- 
trettanti apostoli da ione per l.i libc'l.i e l'unità, i- nun dinienti- 
'" '»elU ÙW di es*.rie crtl.idim 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 73 

Promuovere calorosamente la sottoscrizione Garibaldi. Poco 
importa discutere sul milione; molto importa provare all'Europa 
che ritalia trova i *25 milioni di franchi. E aiutare la sottoscri- 
zione è un atterrire il nemico, confortare i nostri e porre Gari- 
baldi neirobbligo di andar oltre. 

Queste sono le cose da inculcarsi a tutti i nostri. 

E quanto alla sottoscrizione, vi mando a modello copia d*una 
carta che va circolando e raccogliendo firme in Milano (1). Lo 
scopo è questo : mostrare che il Partito d'azione, comunque con- 
corde in oggi con quanti vogliono unità e libertà, si mantiene 
compatto, e presto saprebbe fare da sé, se delusioni sottentrassero 
alle speranze. Il Comitato di Fir. dovrebbe tirare un numero di 
copie simili e diramarle ai nostri nelle varie località, perchè dessero 
opera a raccogliere firme fra il popolo. Se. il numero riescisse 



(1) Questo modello non lrova.si unito alle lettere. Vi si conserva in- 
vere uno stampato, nel v\i\ «esterno è scritto di mano del Mazzini : .sV^. 
AhU, fM'r ì*ìero: con busta e indirizzo al ('front, e nel timbro postale: 
Ln(jfuin. 'Jt oc/. tHòO. Mi piace qui di trascriverlo : 

Sott4Mntdoiir ad un mUione di ntrlH. 

Al Sig.'*- Marchese Pietro Araldo Krizzo 

P(HleHf() (li Cretnomi. 

Forte <lel riconosciuto suo amore per la c-ausa nazionale, io ardisco 
predarla a volersi compiacere di far inserire nelle colonne dei giornali 
di (Cremona una sottoscrizione da me iniziata con ciììqiie mila franchi 
l>er un milione di fucili. 

(riuseppe («arihaldi. 

.Mand<» Mi franclii. contribuzione mia alla sottoscrizione pro})osta 
dal (ìenerale Garìbahli. Son certo che quanti uomini hanno c^>mune con 
me la religione politica, s'affretteranno a concorrere. 

Il nome di Garibaldi ci è pegno che quei fucili non sdiranno raccolti 
unicamente a tlifemlerv la Cattolica ed il Mincio. Iia sacra Unità della 
Patria violata da ogni concetto che non abbracci tutto quanto il pae.se 
fra i jrio^fhi del Tindo e il mar Siciliano è fede di lui come nostra. 

E Ianni son tutte per noi. È necessario che affratellandosi rapida- 
mente in questa sottoscrizione, gì* Italiani rivelino virili pro|X)siti e si 
.^epiirino finalmente da queir indecoroso cinguettio di ottimisti codardi 
che as^>ettano Liberti) e Patria da una menzogna profferita in Biarritz, 
e da una decisione di confeivnze ipotetiche fra regnanti stranieri. 

Giuseppe Mazzini. 




74 CATERINA CECCHINI 

sufficente, le liste si pubblicherebbero poi colle intestazioni; « 
dove no si pubblicherebbero senza, come sottoscrizioni pure e 
semplici al Garibaldi. 

È tempo che gl'Italiani non lascino esclusivamente la cura 
del problema vitale a pochi individui, ma provvedano tutti all'av- 
viamento delle cose loro. La libertà del Centro non può reggersi 
sola. Bisogna avere il Sud ; bisogna avere l'Italia, o perire. Pen- 
sateci tutti. 

Vostro 

Gius. 
XIV. 

Ad Emilia Asharst (1) 

16 ottobre tHTid 



Quanto airitalia non ho nulla da dire. A poco alla volta vado 
riguadagnando terreno; e mi adopero a tutto potere verso un c^rto 
indirizzo che estenderà il movimento e gli darà una fisononiia ve- 
ramente nazionale. La questione è di sapere se arriverò, o no, a 
tempo. Aiuto pure Garibaldi! nell'affare della sottoscrizione e in 
altri modi. Ho in idea che, in mancanza d'altro, egli ci sarà de- 
cisamente utile. V^i è in lui una grande ambizione e non è amico 
della Francia. Se in Italia rimane una sola scintilla di vera vita, 
con lui o senza di lui veggo chiaro che finiremo con una seconda 
Romii, in qualche parte con una lotta contro Tarmata di Luigi 
Napoleone ed è questo il pensiero principale che mi ritiene qui. 

Perchè non nego, cara Emilia, che ho spesso dei momenti di 
prostrazione assoluta, durante i quali sogno di andarmene ancora 
in Inghilterra, di dire addio ad ogni agitazione attiva e, prima di 
disparire, di scrivere due o tre cose serie. Qui, o in altra jiarte 
d'Italia, col sentimento d'essere esule nel mio proprio paese e con 
tante cose che m'irritano, mi tormentano o mi attristano, non m'é 
possibile di pensare a scrivere se non cose brevi, pel momento 
attuale 

Amate il vostro 
Giuseppe. 



(1) Kmilia Ashui-Ht, inglese, amica di G. Mazzini, maritata al 
^ore Carlo Venturi. Il testo della lettera è in inglese. 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 75 



XV (1). 

A.Piero Cironi. 

C. P. 

Prima di tutto cominciate a mandarmi la corrispondenza : cer- 
cate farla completa: pecche dei governi, buoni istinti del popolo, 
mene bonapartiste, probabilità dell'avvenire; nomi e cose. Se ri- 
sapete anche qualche cosa di Bologna, Cipriani et(\ includete 
pure. Fatti quanti più potete: org. militare: stampa etc. Se v' è 
ragione di nominare uomini che un dì o l'altro possono venire 
al governo afferrate l'opportunità; è bene diventino noti anzi 
tratto. Mandate all'indirizzo Sig. Contessa Mangelli, dove sono: 
poi vi darò altro indirizzo: non affrancate. 

Mando alcune note che bisognerebbe ricopiare e mandare a 
Liv. e a Boi., se, come spero, avete trovato modo. 

Non ho da un secolo nuove di Londra. 

Cassa: e modo pratico; cominciate a segnarvi con una quota 
(jualunque sopra un pezzo di carta, nomi di guerra, s'intende. Poi 
presentatela a Beppe che firmerà; poi al mio protettore, a Leon, 
all'altro Beppe, ai miei alloggiatori per 50 cent, al mese: son po- 
veri; ma il dar essi quel nulla farà si che cerchino da altri. E 
via così. Ma non ho ancora lettere vostre e probabilmente ve ne 
(KM'upate come del resto. Leggete quanti più giornali potete; vi 
troverete gl'indizi del disegno bonapartista. Vi troverete pure in 
quanto l'idea mia e vostra della necessità d'italianizzare il moto. 
Da qui un dovere e un incoraggiamento: dovere di educare il po- 
polo a combattere, occorrendo, i francesi, e incoraggiamento a la- 
vorare più ardentemente alla realizzazione del concetto. Tutta la 
stampa lombarda, assai più libera della vostra, su ({uesto punto va 
bene: Non restate indietro, perdio! Avete bisogno di scritti: ve ne 
manderemo; ma alcuni bollettini popolari tocca a voialtri di farli. 

I^eggeste l'art, mio sugli esuli nel supplem, del Pens. ed Az.t 
Non vi è sillaba che vorrei cancellare e alla quale, se i Gov. tose. (!2) 
avessero ombra di buona fede, potessero obbiettare. Non bisogna 



(1) Non ha data, ma è con ogni verisimiglianza dell' ottol)r-e 1859, e 
anteriore a ({nella che segue. 

(2) CJovernanti toHcani. 



76 CATERINA CECCHINI 

che Beppe (1) si tenga più sulla difensiva, bisogna che cominci 
a dire a Delegati o altri; chi scrive ha perfettamente ragione. Mi 
duole soltanto che Rie. (2) possa credere ch'io scrìveva durante 
quella breve ombra di contatto. L'art, era mandato prima. Poi 
venne la sospensione operata da Comp. quindi, quando Beppe 
me ne parlò, negai. Se mi avesse detto che il mio nome era in 
calce avrei indovinato quel che i tipografi compositori italiani fe- 
cero, vedendo giungere quegli articoli. Scrivetemi : cauto, ma non 
troppo laconico. Curate il Cortonese e tutta quella parte impor- 
tante per la posizione; il Pistoiese e il Sienese. 

Vostro aff."*** 
Giuseppe. 

Ricordatemi ai due Beppe. Al secondo dite che non si arrabbi 
per la lettera al Re. 

Se fossimo uomini di puro pensiero, unica cosa da farsi sarebbe 
di tener su la bandiera pura, anche soli e per l'avvenire. Volendo 
agire e fare agire il caso è diverso. La lettera del resto sarà atto 
di accusa a benefizio dei repubblicani più tardi. Noi lavoriamo 
oggi a provare la necessità della repubblica colla dimostrazione 
* per absurdum » di Legendre. Qui non vogliono: di là non si va: 
quest'altra via è chiusa: dunque etc. 

Ho un raffreddore tremendo, conseguenza dell' umido raccolto 
in viaggio. 

Badate a spargere la lettera in Livorno; se no s'irritano. Greg. 
ha, credo, conoscenza d'un fuochista sulla via ferrata. Chiede- 
tegliene. 



Giuseppe. 



XVI CJ). 
A Piero Cironi. 



(\ P. 



^S ottobre ISTii) 



Com'è che non mandate la corrispondenza t In due lette e al- 
meno ve la chiesi. Eravamo rimasti d'accordo, che, appena l'avessi 
chiesta, l'avrei. Era vostro desiderio pure farlo. Ve la torno a chie- 



(1) (ìiiiscpiH* Dolti. 

{i) Rinisoli. 

(3) Sulla lettera è scritto: /Vero, ed ha un t'oblio di eojierta con Tin- 
diri///.o: Si^f.'^ Intero ('intuì, non di mano del .Ma//.ini. Sulla biinta è 
l'indiri/./o: Tip. AUÌ'nia, l'rafn. y'oxram/. e nel timbro postale: ffeMoro, 

'»//. IKlff. laddove nel testo della lettera la «lata è iV; ottobre. 



LErrERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI n 

dere dunque: deve servire come materiale per l'America, e si vor- 
rebbe re(?olare possibilmente due volte la settimana, quando almeno 
v*è da dire qualche cosa prima che la dicano ^li altri. Poi potrai 
giovare ad un tempo a me pure. Mandate, come vi diceva, la prima 
a me, poi vi darò indirizzo per chi deve farne uso, quando, com'è 
possibile, io mutassi soggiorno. Quanto all'altre cose v'ho scritto 
e mi preme sapere se riceveste — se dopo gli articoli di Zurigo, 
v'è sìntomo di risveglio — se avete potuto fare ciò che io vi 
chiedeva. I patti firmati sono, come vi dissi — Piacenza e parte 
del Parmigiano al re: la Duch. di Parma in Modena: il resto ai 
vecchi padroni con concessioni. E si discute se i francesi del)- 
bano invadere il Centro. Onde — se si decidesse — o adesso o 
più mai. D. (1) e gli altri in verità tradiscono, senza saperlo, 
il paese. Ma badate : se osate, potrete finire per dominarli e 
trascinarli. Soltanto vi bisogna cercare punto di appoggio diretto 
in un elemento che esiste negletto: il popolo. Dite ad Aug. e Gug. 
di formarsi due squadre : Scrivete caldo a Livorno e li avrete 
con voi: chiedete loro indirizzi di popolani altrove. Son certo 
«•he al disotto della sfera Massei e C. v'è gente da trovar fuori. 
Lo tocco con mano nell'altre parti d'Italia. 

Addio. Fate avere l'acclusa a Emilia. 

Vostro aff.»"" 

Giuseppe. 

Ditemi delle copie dello scritto che ho detto volervi mandare. 
Sarà pronto la settimana ventura. Degli Ungh. dei ({uali parlavo, 
un 1^) si sono ridotti a stento nel Modanese ed ivi ordinati sotto 
un Ungh. amicissimo mio. 

È un vero peccato contro l'Italia che il Rie. e Far. {£) abbiano 
lasciato che gli altri siano costretti dalla fame a tornarsene sotto 
l'Austria. Invece di monumenti non era meglio fare sottoscri- 
zioni per questo? 

Chiesi a D. di abbuonarmi per un mese dal 16 di questo al 
Risorgimento; e non Tha fatto: ora non m'importa gran che. 

La lettera, come sapete, fu tradotta in ingl. da Carolina Stansf. (3) 
e inserita nel Times.... Morn. St. ed altri: tutti contro, meno il 
M. St. — tradotta in francese dalla moglie di Charras, inserita nel 
Confederé: ristampata in parte per la Francia, tradotta in te- 
desco da L. Bucher etc. 



(1) Giuseppe Dolti. 
(i) Ricasoli e Fari ni. 
(3) Stanstìeid. 



7K CATERINA CECCHINI 



XVII. 



A Piero Cironi. 



4 novembn* IKW 



i\ r. 



KUhi la vostra doi ^. 

Non ìiìteiuio oomo tutto le lettere debbano andare in mano 
alla ^enta>;lia ohe vi jroverna. Mutai sempre indirizzi. Serissì ad 
uno datomi da An>;. e a un altro pure suo in posta e a un aitm 
datomi da 0. e alla Tip. Mandai, a seeonda degli accordi, due volte 
s|Hvìe di Hollettino per Liv. etc. Mandai bigliettino e indirizzo |»er 
Parma, Parìen.M. Non ho mai veduto cosa più schifosa del vostn» 
iioxerno. 

l.a iorris|H>ì\den.-a ohe dovevate scrìvere e subito è per TAnie- 
r;x-a : duo xoìto la settimana (H^tendosi: una volta sola quando 
•;*ov. \*ò i^r\n*r\o \os;ì da diro. NomL tendenze, partiti, arresti. 
.«-■' sv.i cv^^o'r.;ì?'.t:» st.r'iVjvì r ih' "..• •i:r'*:v. rie. Fatrla dunqut* 
>..i ^^ « >iyv ti .i, s li r'.o'.»::: : ;v^i:ra:> !" Llic^ì-o. prr ia Mari*». 

l ,\ \. 8 ».,1 .,,?>,%* .'. i- -, . \ .'. •.. :.,.'.. %\.k».* . 

v,"^. ,»• :o ,, 'i^ , >; '. •<*." *• — :.: ^ •• s. >*«e;:::ciTìt' doj.N» 1.1 

:: .^ \,-»' , ■v^:x\ V ^-. -- ■*..-..■-•'.■. N :•':". >•: .^rjv>»ni «os'ah- 

."^ .<■ . .-.'. V. ; ,, .V-, • .. -v ::•..■: ;->•<> Firin: d:i lìiirih. 

• v .•,,^;v- •-. - V. <- ■- ' T.j]>s^r:-» i. Ru- 

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1 . ' 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 79 

Per Dio vìvo e vero, non sa egli, non sanno gli amici ehe qui si 
tratta della morte o della vita d*un popolo? non sanno che il 
non tentare quanto si può, gli è tradire'^ e che il levarsi e vin- 
cere per poi abbandonare il paese ciecamente alfarbitrio di un 
Ricasoli, duchista nel 48, erra fra il tragico e il ridicolo"? (1). Oggi 
ancora, possibile che non si trovino dieci cittadini i quali vadano 
alFAssemblea e dicano: « Signori abbiamo dato tutte prove pos- 
« sibili di pazienza e bonarietà, ma siamo stanchi e vogliamo sa- 
« pere: Siamo noi del Piemonte? Accetti il Re subito e sia finita; 
« se no vogliamo essere deli' Italia futura e contribuire a farla. 
« Vogliamo che Tose. Due. e Legaz. si fondano in uno e non 
« abbian che un'assemblea nella quale sVleggano Italiani d*ogni 
« provincia. V^ogliamo che da questa assemblea si scelga un Dit- 
« tatore militare — (jaribaldi. Vogliamo si marci su Perugia e 
* Napoli ». E se questo non può farsi quetiimente si diffonda nel 
popolo, si gridi che i Governi tradiscono, si gridi Dittatore Ga- 
ribaldi. E se questo non può farsi si lavori segretamente a pre- 
parare il popolo a resistere ad ogni straniero: si manufatturi quel- 
l'arme che susciti; e intanto si mandi, come suggerii, chi lavori 
nei volontari toscani ed altri, perchè gridino « V^iva Garibaldi ! » 
in Bologna, mandino al diavolo Cipr. e consortì e passino: se 
pas.sano, per Dio, Garib. ed altri lì seguiranno. Il non far nulla 
non è più prudenza ; è paura. Mi sento venire il rossore alle 
guance nel pensare che se domani alcuni reggimenti francesi se 
ne vengono a stanziare in Tose, per prepararvi il ritorno del 
Duca, voi gli accogliete colla solita ipocrisia, a festa e suon di 
campane, non come quelle di Nicolò Capponi (4). 

Lo scopo insomma è uno: andar oltre — il modo é rovesciare 
quanti s'oppongono a gridare Garibaldi, stipulando con lui che 
passi — i mezzi di accostarsi allo scopo devono maturarsi e sce- 
gliersi tra voi. £ quanto alla questione interna, una sola Assem- 
blea, nucleo deli' Italiana, e fusione. Perdio ! non potendo esser 
del Re, se lo credete, purché uniti! 

Ma il non far nulla per voi, nulla pei vostri fratelli, nulla 
per dichiarare che sul terreno delle quattro Provincie emancipate 



(l) Per farsi un giusto concetto del come fosse duchista il Ricasoli, 

si veggano le osser\'azioni messe di proprio pugno dal Barone, nella Vita 

firn di lai acrisHe il Dall'Onoaho, e che conserva.si presso la R. Bihlio- 

urfonale Centrale di Fii-enze, pp.. 26. :^l, e nelle Lettere e LhH'ìt- 

voL li, pp. 4o, 59, (v2. 

^poiki. É un lapsus calami sfuggito al Mazzini. 




80 CATERINA CECCHINI 

non volete stranieri d'alcuna sorte, nulla per dichiarare le vostre 
intenzioni air Assemblea, al Governo, al Re, a chi volete, pel 
solo piacere di aver di tempo in tempo una nota di buona con- 
dotta dalla Patria — in verità dovrebbe farvi vergo^^a. 

So che voi individualmente fate quanto potete, fuorché Tesser 
due volte la settimana a Fir. come avevate promesso. 

Ma fatemi il piacere di leggere questa a D., e alPamico di 
Livorno oggi tra voi. E intendetevi con lui che è caldo e sente la 
necessità di agire. 

Se credete che io possa nuovamente giovare colla presenzii, 
non dovete che parlare una parola. 

Che cosa sapete dell'abboccamento che ebbero segretamente 
pochi di sono Cipr. e Ricasoli alla frontiera to8canat(l). 

Ho scritto ab irato or ora, e mi vengono innanzi i calmanti 
delle gazzette che cantano miracoli imminenti. Non muto però. 
Se proponessero la reggenza sarebbe male: altro passo provvisorio; 
altro riconoscimento della dipendenza dall'estero. Congresso o 
altro. Se vogliono il Re per forza unico passo è il chiedere aceet- 
iasione immediata: e se ricusata, ciò che ho detto. E primo atto 
dell'Assemblea dovrebbe essere votare un ringraziamento a L. N. 
per quel tanto, accoppiato con una dichiarazione che le Pro- 
vincie emancipale non ammettono soggiorno di truppe straniere 
sul loro territorio. 

Ciò che mi dite di Hix. è vero; è vecchia abitudine in lui: se 
muoveranno, andrà lutto bene; se staranno a quartiere finiranno 
per ammazzarlo, e sarà gran perdita. 

Vi diedi tre indirizzi nuovi, i quali saranno andati in mano 
alla nostra |)()Iizia. Giovatevi di (ìril., della sig.'' Laura, di tutti, 
purché le vostre mi giungano. 

Buono il Programma dell'Assoc. Troppo poetica forse la linea 
• sotto (|ualun(|ue forma di reggimento » e potreste aggiungere 
« voluta dalla manifestazione legale della Nazione ». 

l/adunanza .'M) ottobre partorì cosa alcuna*? Badate se D. ri- 
ceve lettere da Boi. per me, fate non indugi a inoltrarle. 

.Addio: vogliatemi bcnr. 

Vostro Aff.»"*' 
Gius. 



(1) i/alihoccaiiiiMito di IMatoliiK» riu' ehlM* luogo il ÌB OttO^ 
piiaiìi o l<i«aMoli. V«mI. i,i'fforr r Ihwiniivuti (ìoì Jiarone BÌC9f^ 
pp. WT), Vii), Vrl, \HK. 




L-^ 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 81 



Indiriezi, se non li aveste. 

II. 1. 16. 3. 2. 21. 15. 27. 
I. 22. 16. 4. 8. 1. 16. 

V. 9. 2. 19. 18. 5. 

I. 6. 13. VI. 7. 22. 19. 

I. 12. 13. 23. 2. 24. 16. 17. 25. 

Vili. 16. 5. 26 - V. 17. 18. 19. 

VII. 8. 9. 10. 21. 2. V. 28. 30. 6. 7. 

III. 1. 2. 7. I. 1. 13 -XIII. 26. 29. 17. 
Vili. 5. 7. 21 - tutti V. 9. 2. 17. 6. etc. 

P. S. per voi. Strano ma vero; non posso liberarmi da un'idea 
che vi farà trasalire; ed è che Leon, abbia cagionato l'arresto di 
Ros. (1) con rivelazione al Gov. Tose. Fu arrestato a Boi. per 
disp. lelegr. di Fir. che lo diceva positivamente portatore di let- 
tere e stampati miei, tanto che dopo due perquisizioni inutili gli 
fu fatta la terza fruttifera. Ros. non aveva fiatato né col Marang. (2) 
ne con anima viva. Le lettere, tre gli erano state date da me in 
casa di Leon, la notte; ed ei parti alTalba. Quei che lo interro- 
garono, udendo da lui che le lettere gli erano state mandate da 
Londra, sorrisero, e si lasciarono andare a dire a mezza voce che 
era un punto più vicino e sapevano dove. E mi giran per la testa 
insistenti altre piccole circostanze che agli ultimi tempi mi ren- 
devano involontariamente freddo con Leon. Quanto a me non si- 
gnificherebbe: il mio arresto avrebbe imbrogliato il Gov. e il 
mio partire era tutto ciò che volevano. Ora la mia partenza de- 
rivò in gran parte da insistenze di Leon. Poi, venne V impiego. 
È possibile? E secondo voi impossibile? Capite che uno può far 
velo alla coscienza col dirsi che la politica di Rie. era più savia 
della mia. Ho creduto bene a ogni modo di esprimervi il mio 
dubbio. 

Non mi sorprende di Dall'Ong. (3). Dei cavalieri della morte 
che avvenne? 



ì BbnUìio Pilo. 




82 CATERINA CECCHINI 



XVin (1). 

:24 novemlii-e ISaO 

Ricevo oggi "ÌA la vostra dei 15 iiov. Non credo pur troppo 
avrò bisogno di ciò che mi offrite. Nel modo in cui vanno le cose 
a che cosa può giovare la presenza dell'amico? Non v*è scintilla 
di vita nelKanimo degli Italiani. Mi duole assai di ciò che ha patito 
la compagna, e mi duole della posizione. Dite alla compagna che 
si ricordi di ciò che le ho detto. Fatemi il piacere di dare Tai*- 
chiusa a D. Sono scontento di tutti e di t\itto. Veder gr Italiani 
darsi alla rovina e al disonore cogli occhi bendati, è dolore. Sa- 
lutate con affetto G. e credetemi sempre vostro amico 

Gius. 



XIX (!2). 



il novembri* ISTiM 
(.'aro amico. 

Ho la vostra del 19. Vi scrissi ])()chi dì sono, lagnandomi 
petr^io di prima. Non so se io trascendo e vi accusi di non fare 
^impossibil(^ Ma è troppo triste cosa il vedere un movimento che 
era nazionale, morire di lenta morte, e nel disonore, senza una 
sola nobile protesta. Non ho mai sentito dolore uguale in mia vita. 
dopo il \H\H in Milano. Pcxo importa sapere le intenzioni di 
(ìaribaldi. Quel nome dover servire a quei che amano Tltalia 
rome (li bandiera per agitare. Garib. ha dato la sua dimissione, 
perche doi)o avere ottenuto consenso formale dal re di andar 
oltre, ebbe «ontr'ordini. Non so se sappiate tutta la vergognosa 
storia. — Fin dalla fine di ottobre, Garib. aveva avuto consenso 



(I) Sulhi lettiM.i «• scritt*»: Sif/.' Aiiifrfa. eii ha un foglio dì r(»perU 
rnìì rindiii/./o : Siy.' Xaftih' \'ahfcsfitrf'hì. Via lìnt'Cfo la f'nn't', Hoitù 
l'unn tffì fi a spi' l'ini, n. 7 / ffl. h'in*n.Zi'. 'riiiibro postale: IjttgfimK 9È j 
inn\ Is.Vj. 

{±) Kra incili lisa con la |ne<'e<lente al sip. .Vnuelo. Fuori è 
(Doltl). 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 83 

dal ro perchè si rovesciasse, anche con moto popolare, Cipriani, 
«• s'andasse su Perugia e su Napoli. Poi, mentre noi prepara- 
vamo il moto popolare in Bologna, Garib. sentì dirsi che era 
meglio andare per le vie legali e ottenere lo stesso intento <*oIIe 
Assemblee. Fu allora che ebbe luogo ciò che vedeste. Imme- 
diatamente dopo la caduta dì Cipr. vi fu nuovamente consenso 
per andcir oltre: consenso tanto formale che fu diramato l'avviso 
non solamente ai corpi, ma agli Umbri e Marchigiani. Furono 
determinati segnali dì fuochi sui monti, nella direzione degli 
Abruzzi. Fu data la marcia alla Brigata Medici e si stava per 
muovere, quando a un tratto andò a Torino la lettera di dissenso 
di Nap. per la Reggenza, e tutto fu cangiato. Fanti ebbe ordine 
d'impedire. Fu dato da luì ordine di retrocedere alla Brig. Me- 
dici: e siccome egli obbediva lentamente, gli fu mandata minaccia 
rhn la Brig. sarebbe messa sotto gli ordini di Stefanini. Furono 
ricusate a Garibaldi armi, cappotti e compagnie di bersaglieri 
promesse. Fu diramato per circolare ordine agli ufHcìali di non 
oblwdire a Garib. se dasse ordini d'inoltrare, e via così. (Jarih. 
mandò allora messaggio ai He chiedendogli un si o un no, e ri- 
servando libertà di determinazioni proprie. 11 Re lo chiamò a To- 
rino. Garib. prima di partire fece accordo coi nostri che o torne- 
rebbe Generalissimo per movere, o se avesse ritìnto, darebl)e in 
Boi. la dimissione motivata, da noi si som moverebbero popolo e 
volontari ed egli, chiamato da essi, accetterebbe comando e im- 
pressi. Ebbe rifiuto, ma sedotto dal Re, diede dimissione da lon- 
tano e non motivata: lasciò correre due giorni o tre prima dì 
scrivere quella lettera nella (juale egli fa un immenso elogio del 
re, lasciò gli animi incerti e tempo a Fanti e gli altri di pren- 
dere le loro misure. È <|uesta la storia genuina. 

(ìarib. è debole oltre ogni dire. Ma se il popolo si fosse (:on 
dimostrazioni imponenti pronunziato ovunque, invitato, come lo sa- 
n»bbe dai Volontari che vorrebbero movere, Garib. avrebbe ceduto. 

Ora sono convinto che se alcuni patriotti, cogliendo il momento 
della notìzia, avessero ardito gridare, « in piazza, in piazza per 
(Garibaldi 1 » avrebbero avuto il popolo con se. Ma nessuno ha tra 
noi l'ardire e il colpo d'occhio dell'iniziativa. 

dosi Garib. debolmente dimenticandosi invece di agire, Bixio, 
Cosenz, Medici, etc. facendo lo stesso invece di agire, la vittoria 
è completa per L. N. e pei moderati! L'unico elemento che poteva 
decìdere le cose al bene eliminato. 

Ora Fanti pensa di licenziare quei che egli chiama ragazzi e 
Biiminare negli esami — buonissima cosa per Tavvenire. non per 



S4 caterixa cecchini 

qu»^: l'ht- <i SODO «ria battuti — ì due terzi degli ufficiali di Garib. 
LVÌ<rin<rnto volontario sarà rovinato. E questo mentre in Tose, sì 
cospira or dì nuovo, complice Ricasoli. pel Bonaparte <!)• L'ob- 
biezìonr chr le dimostrazioni dì piazza trascinerebbero intervento 
frinrfSf. non re^^^e. EVima di tutto. *i>te rancali imi fi a peritt: si 
tratta ài morire con disonort* da codardi, o tentare dì ridestare 
i* Italia. In stnrondo luo^o avrete l'intervento, anche rimaneiidiAi 
pacitii-i. pt-rchè ìa restaurazione o il bonapartismo son cose de^ 
ris»-, e né runa né Taìtro possono aver luogo senza intervento. — 
Pi»i Ir dimostrazioni fiOss<ino farsi imponenti, ma ordinate: f se 
rontro manifestazioni si fattf L. N. intervenisse, provocherebbe 
quasi dìcorto la ^suerra routro di luì dall'lngh. v dalla Germania. 
E ti nal mente un po(K«lo non deve, ridotto a^ li ultimi, guardar più 
in là del dovere. 

Oggi ^r italiani, n- f pojX'io. danno lo spettacolo di esser 
st-rvi ubbidienti f liXiardì dì L. N. rd o#mi cosa é preferibile a 

tJUfStO. 

Anrhr oc^i non v'é rhr un^i vìa dì salute: Assalirti Deboli. 
mieri'te .1 lutto. Non v"é ihe Ti ntTrandirr il moto che possa farvi 
forti. L*;ijj:ita/ionr dovrvMn- dir.>:ersì tutta a quello scopo : Gari- 
baldi iio\ roblv fssert* ia Itìndìt-ra: dovt- no. il Partilo dovrebbe 

rd< liarsi .1 lospiran- rt';ro:arnienlr :ii-i Volontarj e nelle truppe, 
i«rtht' u!ì j'rf»HM/lr*^llllr**^• r.ìiii'.art- ;il'l'i:i luo»ro in quel senso. 

1 iruHii >o:ì.« lià »tMrr>. ii:i. Parti:-.» sivsso: ma T incrociare 
.f It.ium r .'assistrTr \\\vr\ .li.ii rtV::ni Orila Causa Nazionale, é 
tr.tiiirr' lti>Our,a ^. ..i!?,.ì:> .• vsr *.oi voro nomr. 

L;i ',»;:!i»ììf òr...i tiiiìf >:,* r.Si'.;..''.i.nr \\\ Pirro non può esser 
(;:.! il.ì lir! I ;a»rj:!t« rii;4>.i:i». \ i.iJsTìo xtìt- s:irt-M»r stato inutile. 

Pi-T .itU>ir,-/.t .^ \\\:\. av.imo. jvo» :p.Uior:a. il re non può dare 
.ircfiiìr!".;!' -1. s}u':-.i!ì. .1 A. Parìi'.'V K .;i cieca liducia posta in luì 
f"' >\:\\.\ :a ;"Vìiìa «ir..,i miì:*rs.i. iii^y.»- .a lii-t-a liducìa ri]K>sta in 
i . .\. i*J' .!• \u Ur.t' ir.i{-rr>a :ifi i>4>. 

Mai Mi- ■ .. \\\\^ .l'T'fttv- \T,i \i\.*- jiorri;. 

F.«tt :,«>t.i a >t.^ì;a Sommar. a k\\x- \\ ciò drll* accaduto fra 
ti.ii l'. « ■. •'«■ .1 f^ a lì. I ajTl: ami» i. 

O.i'.t. \. ;':■'•;:.•. ^i:l«::.' .^.n::.- I;;; .tf.i- .:.;.» Si>:. Emilia. Vo- 
;:;.a:fr; i*» "• 

Vostri» 
Giusepi^e, 



\'ly t ..IT li- MluMt" 



LEITERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 85 



XVXV. 



A Piero Cironi. 



14- dicembre 1859. 
C. P. 

Vi mando lettera ostensibile, come vedete. Non m' incresce 
r acerbità usata con D. se lo ha un pò* svegliato. Voi seguite a 
fare e Dio vi benedica. Ignoro se sia giunta oggi la vostra cor- 
risp. indirìzz. al Ubr. Ieri non Tera e mi dorrebbe fosse anch'ella 
smarrita. Mutate indirizzi: dateli in cifra: non è che il mutare 
continuo che possa salvarci. 

Manderò a Fiorini la seconda som metta, o per altra via, se 
la trovo, fra due o tre giorni: contateci. Ma poi bisognerà trovar 
modo perchè la corrisp. venga davvero. Garib. di cui non ho 
tempo or di parlarvi è debole come un fanciullo, e ci ha fatto per 
fiacchezza y^rso il re un male immenso. Ma bisogna nondimeno 
cercare d*incalorirlo e di trarlo a noi. Cosa ottima la sottoscriz. ma 
bisogna, come accennate, servirsene d'arme per fargli sentire i 
suoi doveri. — Mi duole assai non sia giunta copia del mìo li- 
bretto. Mi direte l'avviso vostro. — Per l'amor del Cielo non ne- 
gligete L. e Cast, che ha la febbre, ma che è buonissimo e ca- 
pace quando occorrerà di fare. Il nome dello Sp. sta bene, ma 
cosa diavolo dirgli? Due linee di scritto hanno del ridicolo. 

Vorrei dirgli qualche cosa di più, e questo fa che io differisca 
ancora sino alla prima mìa, che sarà tra poco. Ho qualche spe- 
ranza ancora sulla Sic. per azione non lontana. Scrivete sempre e 
non badate al dove io mi sia, perchè dicerto, quando occorrerà, 
sarò dove importa. 

Date, vi prego, l'unita a G. e mandate il biglietto a Cast. Date 
l'altra ad L. Fate paura ai Bonap. Tutto fuorché un principe stra- 
niero, ultima delle vergogne. Bisognerà riattaccare con Boi. Parm. 
etc. perchè l'uno conforti l'altro; ma di questo vi scriverò quando 
sarete un po' più forti. 

Vostro sempre 
Giuseppe. 




■'."■ » 



80 CATERINA CECCHINI 



XXI (1). 



I i dicenil>re ÌK^ 
Fratelli. 

Ebbi le vostre 28 Nov.-3 Die. -16 Die. e le aechiuse. Per non 
eonsumare in' diseussioni quasi individuali il tempo che vuole 
esser dato al paese, mi limiterò a rispondere a quella di D. che 
ritratto quanto d'aspro poteva contenere la mia. Voglia egli con- 
donarlo al dolore col quale io la scriveva, col paese afflitto di 
vergogna e minacciato di rovina sugli occhi. Non sia più gara tra 
noi se non di lavoro. La V. 9. 3. 17-i2 etc. si dilTonda rapidamente 
in III 4 Vili ^>. l. 16. in 16. !36. 15 e tra i ±3. 4. 18. Se occor- 
resse mai contatto di viaggi e per non dar carte ricordatevi che 
par. d*ord. trini, dal Die. in giù è: VII 15. 16, !Ì0. 18. 1. 3. 8. 
II 3. 7. 1. 9. 

Non so se a quest'ora possiate avere copie del mio libric(*ino, 
che parmi dovrebbe essere utile. Gli indugi dipendono da diffi- 
coltà di contrabbando attraverso la frontiera. Se mai ne aveste 
copia, lo credeste utile e aveste modo di farlo ristampare per 
resterò e sopratulto per l'esercito, dove bisognerebbe diffonderlo, 
fate pure. Se invece riceveste delle mie copie, fate di ven«ierle e 
darnìcne conto. 

Il primo numero del Giorn. verrà fuori il 21 di questo mese: 
poi regolarmente di settimana in settimana V anno venturo. Hi- 
soy:na aiutarlo: manderemo copie. F^icevendo il primo numem 
Tabbonamento [mt un trimestre dovrebbe pagarsi subito. Ogni 
denaro devt» spedirsi direttamente a V. 9. 2. 17 all'ordine della 
Sig. Maria Fra schina Guerri, siìio a nuove istruz. che vi verranno, 
per rio rlie riguarda il (ìiorn., da Alberto Mario: o, non potendosi 
aver tratta, alTamico V. 18. 25 etc. nostro, a Piero. Dall'esattezza 
di*gli aiuti dipendono le sorti del Giorn. 

Il (ìiorn. è l'organo dt»l Partito. È dunque necessario lo ra|>- 
pn's<Mitì davv<'ro. Oltre la corrisp. regolare già assunta da uno 



(I) (jììì \t\i'<\.ì r iinliri/.zo al Shj. ' Sntnlo f'tisoiii, ilroffhieiT, F%^ 
rt'ii::i'. Nri limino |M».^talf> Ijinjnmt. 14 doc. IH.VJ e in un altro tiab 
Milmin, io ti ir. /s.'fff. Con questa «'rano inchiuse anche le letti 
truffili al f'tiHtfìli r al flhnnn'lìi. 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 87 

dei vostri, se possono spedirsi buoni articoli sulla Tose, o su 
questioni d'ordine generale italiano, si faccia. Quanto può servire 
alla storia dei moderati sarà prezioso. Le corrisp. dovranno pen- 
sjire airavvenire, mettere in luce gli uomini che potrebbero un 
giorno essere chiamati a giovare al paese etc. Fate insomma del 
(liornale cosa vostra davvero. 

Prima cura della V 9. 3. 17. dev'essere formarsi una cassa. 
Nelle regole fondamentali, il terzo di questa cassa dovrebbe ve- 
nire al Centro supremo. Bensì, non importa mandarlo: e basterà 
serbarlo intangibile a disposizione del Centro, facendomi nota 
mensilmente la cifra. Nel caso poi d'un viaggiatore destinato a 
missione d'utile generale, il Centro o richiamerebbe la somma, o 
passando il viagg. per V 28. 19. ^■>. lo autorizzerebbe a ritirarla. 

Non sia un solo membro che non versi una (juota mensile: 
e contribuisca l'operaio non fosse che per pochi centesimi men- 
sili. Ogni donna affratellata s'assuma, oltre la ({uota, una lotte- 
riuccia di qualche oggetto, un dono di superfluo ornamento; una 
sottoscrizione d'un soldo da doversi ritirare dai conoscenti all'in- 
fuori dell'associaz. Una fanciulla lomb. ha or ora realizzato in sei 
settimane una somma di 45 franchi a un soldo per volta. Kssa 
proc(Hlette instancabile a chiedere un soldo a (piante persone le 
si affacciavano nelle sei settimane; e stabilì altri otto o dieci cerchi 
di riscossioni siffatte tra le sue amiche, talune allieve in pensione 
di fanciulle. Cito questi fatti unicamente ad esempio, e a mostrare 
come potrebbe, con pertinacia di volontà, generalizzare una con- 
tribuzione del popolo su larga base. Or questa è cosa vitale; senza 
<*assa il partito rimarrà sempre sterilmente nel vero ideale; con 
una cassa e avendo programma fondato sul vero è certo di vin- 
cere. Seconda cura dev'essere la provincia. Bisogna di località in 
l(»calità stendere la catena, non fosse inanellata che da un solo 
individuo. E distendersi segnatamente nelle parti che stanno 
finitime alle prov. rom. Curate V. 9. 19. 9 sommamente. Il popoh) 
v'è disposto visibilmente al bene; manca di dati per giudicare ret- 
tamente le cose. Ogni settimana dovrebbe recare ai nostri un bol- 
lettinuccio ms. che avviasse il loro giudizio. K cosa essenziale. 
Un uomo solo non può far tutto; dividetevi il lavoro. 1. 4. 13. <>. 7 
potrebbe far questo benissimo: dovrebbe quindi. 

Le decisioni del Congr. ci saranno avverse. La sommessione 
sistematica dei governanti e l'inerzia finora assoluta del Partito 
hanno avvaloralo il partito avverso a noi, cioè TAust. e il Bonap. 

È questo il segreto del raffreddamento delflngh. Cominciano 
JMMI credere nella nostra energia e nella nostra volontà. Ora è 



7»^ 



88 CATERINA CECCHINI 

questione di salvezza ed è questione d'onore il prepararsi a re- 
sistere eoll'armi e coir insurrezione, se i governanti si mostre- 
ranno codardi a quelle decisioni. Bisogna prepararvi il popolo, 
crear l'opinione della resistenza, perchè l'opinione agevoli il fatto 
del (]uale la minorità organizzata dovrà dare il segnale. Le Ro> 
magne sono già condannate alla restaurazione pontif.'^La Tose. 
al dilemma : restaurazione o un Bonaparte. Se cedesse merite- 
rebbe di esser cancellata dal novero dei popoli. Or la resistenza 
dovrà consistere nella resistenza locale e nell'italianizzamento del 
moto. L'invasione e quindi l'insurrezione delle prov. rom. lino 
all'Abruzzo per collocare il regno tra l'insurrezione delle provincie 
e ({uella della Sic. che è certa, rimane pur sempre l'unica via di 
salute. Un lavoro attivo d'affratellamento, dovrebbe dunque diri- 
gersi sull'esercito e generalmente sul Centro. Bisogna trovar modo 
di lavorare sul basso delle truppe tose, perchè a quell'epoca siano 
pronte anch'esse a un pronunciamento nel senso dell' ofiTensiva. 
Cercate tra i bassi uff. chi inizi il lavoro, o introducete nuovi 
arruolati nelle file. Là sta la salute. 

L'unico atto veramente italiano che dovrebbe farsi durante 
il Cong. è questo: Un indirizzo al Cong. stesso nel quale si chie- 
desse V Italia- per \iV Italiani: nel quale invece di mendicare aiuto 
o protezioni, si dicesse: L'Italia chiede di esser lasciata sola alle 
proprie t'accende; nei (|uale parlando in termini convenevoli del- 
l 'esercito franco e dei servigi resi, s'insistesse citando le antiche 
e le recenti promesse sull'abbandono di Roma e la partenza delle 
divisioni francesi. Pur troppo temo la proposta inverificabile tut- 
tora: nondimeno sarebbe atto talmente degno, che giova pensarvi. 
K se mai non credeste impossibile di fare circolare un giorno fra 
i popolani e la gioventù un indirizzo a quel modo e raccogliere 
lirnie, scriv«»temel() subito, perch'io sottoponendolo, s'intende, a 
nìodificazioni da voi, ve lo manderei. L'esempio dato da una città, 
non v'ha dubbio, sarebbe seguito. 

per ciò che riguarda la questione interna, è chiaro che la 
rofinazione compatta del Centro d'Italia è l'unica impresa nazio- 
nale davvero. IJisogna agitare continuamente in quel senso. Cia- 
Hi'una provincia voleva annettersi al Piemonte per confondersi in 
uno: dubbio, riluttante, o impedito il Piemonte, è chiaro che bi- 
sogna t'orniare un altro centro di fusione italiana. 11 giorno ÌA 
cui il Pieriiorile mutasse politica, un'unica annessione sciogliereW» 
il prohleina. Intanto ogni provincia che insorgesse troverebbe U 
centro di fusione già presto. K il Centro unito sarebbe più fortP 
a resistere ;i(| o);ni pressione straniera. Ricasoli ha doppiai" 



LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 89 

torto, perch'ei dimentica il principio e praticamente sa che nelle 
intenzioni attuali di L. N. le Roraagne devono tornare al Papa e 
la Tose, cadere nelle mani di un Bonaparte. Egli dunque agevola 
il disegno straniero. La Tose, dovrebbe seriamente pensare ad 
emanciparsi da lui rapidamente. 

Due frazioni dell'It. Cent, sono il precedente più funesto che 
dar si possa airitalia e al Congresso. 

Son queste le somme linee che la condotta dell' Associ az. 
dovrebbe eseguire. E osare. V*è una disposizione latente a mutar 
via nelle moltitudini che si tratta di indovinare. L'abitudine del- 
l'inerzia, del serbarsi devota ai cenni dall'alto è ancora potente; 
ma non si è più soddisfatti. E quei che apriranno risolutamente 
una via migliore, saranno dicerto seguiti. 

L'assemblea quaVè, riconvocata, non darebbe seduta ; o è dun- 
que necessaria una rielezione, che or forse darebbe resultati di- 
versi, o bisogna che l'iniziativa trapassata nel popolo eserciti pres- 
sione potente sulla vecchia Assemblea e manifesti la volontà dei 
Tose, ch'essa non dovrebbe se non registrare. 

Addio, fratelli, riscriverò fra non molto. Amate il vostro 

Giuseppe. 

Lii mia ventura sarà, s'altro indirizzo non mi viene da voi nel- 
rintervallo, al VIL 16. 17. 5. tt. Ditelo a D. La vostra a me sia alla 
Vili. 15. 21. 16. 7. 4. 12. 23. 2. Ili 19. 1. 2. 5. Vili 16. 17. 15. 21. 
H. I. 6. I 7. II 14. 3. 2. Ili 1. 2. Sottocoperta D. B. per l'amico. 



XXIl (1). 

14 dicembre 1859 



C. A, 



Una linea appena. Ho la vostra. Come dovreste a quest'ora 
sapere, si sono rìdesti in Fir. E quindi spero che non mancherà 
l'eccitamento che chiedete. E del resto il Giorn. che comincia il 
21 di questo mese soddisfarà in parte al bisogno. 

Difficoltà di contrabbando hanno impedito l'invio di molte 
copie, ma vi dovrebbero essere giunte o giungere a momenti. No, 
non andremo più indietro, e anche l'ultimo scritto è un piisso 
innanzi. Ma siam pochi ed il popolo italiano è ancora più indietro 
che non credete. La dimissione di Gar. doveva produrre più assai. 



'^\ Fhotì è Hcritto Cast. Forse Castelli o Castellazzo. 




4 

90 CATERINA CECCHINI 

L'obbiettare del Ricasoii alla riunione delle quattro proviucie 
in una, dovrebbe avere aperto gli occhi a molti pure. Perchè 
malgrado ciò ch'ei ne dice, siccome nella mente di L. N. è che 
Bologna torni al Papa e la Toscana vada al Cugino, il tenerla 
separata è appunto agevolarne il disegno. Comunque, dacché non 
s'è potuto italianizzare il movimento pritna, non vi è che prepa- 
rare gli animi a farlo, e resistere e insorgere, quando le decisioui 
del Congresso saranno note^ 

Allora bisognerà fare a ogni patto. Perch'io vedo rinijiossi- 
bilità di far prima, vi scrissi se non era bene di pensare, per 
questo intervallo, al problema dell'esistenza. Ma voi non avevate 
ricevuto ancora la mia. 

Or che sapete a ogni modo il quando^ che sarà probabilmente 

in marzo, giacché meno di due mesi il Cong. non può durare, 

deciderete per voi stesso. A (jueU'epoca sarò in It. anch'io e avrò 

bisogno di voi. 

Addio in fretta : ma 

Vostro 

Giuseppe. 

14 Die. Lib. (l) Saf. {^) sono in Ingh. (3) Ros. (4) é altnne 
per noi. Mar. (5) dirigerà materialmente il Gior. (tt). 



XXIIl. 

Ad Andrea (ìiaiiiielli. 

1+ iliccmhiv isr>!> 
.1. <\ 

.Non \\iì adesso ItMupo, ma la lettera che io scrivo a Piem è 
per voi tutti: la vedrete «jiiiiidi : essa contiene tutto quello che n 
direi. Vedrete che raddolcisco, come posso, e dietro ciò che mi 
dite, !«• rose scritte a I). Non credo però aver fatto troppo effetto. 
Lavorate in*! senso puro, lo noi) son vincolato ad anima viva. Se 
gritaliani fossen» ('a|»ari di passare al di là dell'assurda frontiera 

( I ) IjIm'iIiim 

(J) *^nlli. 

(:ì) lli^liijli-i i;i 

(f) llfi'Ollllfl 

(Ti) MniiM 
((») (ilmiiiili' 



LEITERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 91 

attuale, senza Garib. — se io, come un tempo, potessi unirmi tra i 
nostri armati di Rim. e S. Arcang., dir loro: « Andiamo, fratelli » 
ed esser seguito, non m'occuperei di Garib. ; ma finora Garib. è 
potenza: è debole? Bisogna cercare di trarne quel tanto di bene, 
che, insistendo, potrebbe trarsene. Fate che gritaliani migliorino, 
non avranno bisogno di lui. 

Non s'è potuto prima: bisogna pensare a tare quando il con- 
gresso ci detterà leggi. Ma Iridate: localmente non riesciremo a 
resistere. Il segreto della vittoria sia non far pompa nell'andare 
al di là, nel marciare attraverso gli Stati Romani, sul Regno. Il 
lavoro urgente è dunque sulle truppe : bisogna pensarvi. È indi- 
s|)ensabile o una cospirazione militare o un Governo Unico delle 
quattro Provincie che ordini. 

Del resto a quel tempo sarò tra voi. Preparate intanto il 
terreno. 

Addio in fretta, per oggi. Vogliate bene al vostro 

Giuseppe. 



Leonetto Oiprianl a Bettino Rlcasoli. 

liolnyna, li< arrosto IK"il> 

Ricevuto dal Prefetto di Firenze l'avviso della partenza di 
Marangone e Rosolino come agenti di Mazzini, appena arrivati 
sono stati arrestati e peniuisiti. Avevano stampati diversi e let- 
tere autografe di Mazzini al (ìenerale Ribotti e Nicola F'abrizì a 
MfMlena, al Generale Rosellì, al Colonnello Papi, al maggiore Cai- 
desi a Forlì e a Rimini. 

Le lettere sono datate dal lt> agosto. Mazzini scrive positiva- 
mente da Firenze. Dice a Caldesi: Qui Moni, (deve voler dire 
Montecchi perchè non posso per ora ammettere che sia Monta- 
nelli) dice adunque: « Qu» Mont. Mazzoni, lutti sono d'accordo: 
« se accettale Mont. verrà subito da voi ». Scrive a Rosei li : « Forse 
« verrà da voi in due o tre giorni Montecchi <'he approva : voi, se 
« accettate, rimandate l'amico con due linee e le vostre istruzioni 
« per me ». 

In tutte le lettere propone la insurrezione in nome della li- 
bertà e dell'unità nazionale entrando colle truppe che comandano 
nelle Marche, di là negli Abruzzi, Regno di Napoli, Sicilia, ec. ec. 

Ora mi pare evidente che se noi non si arresta Mazzini, in 
•*Ochl giorni tenterà una insurrezione militare, la quale è possi- 



T^s 



^^W^ 



92 CATERINA CECCHINI, LETTERE INEDITE DI GIUSEPPE MAZZINI 



bile che non siamo assai forti da poterla reprimere, ed in conse- 
guenza pretesto alle grandi potenze per intervenire. 

Non ti dico altro. 

Ho preso qui tutte le disposizioni per arrestarlo se compa- 
risce ; ma siccome è più probabile che rimanga a Firenze, aspet- 
tando le risposte alle lettere sequestrate, cosi ti mando il nostro 
Direttore della Pubblica Sicurezza, il signor Carletti piemontese, 
uomo intelligentissimo, esperto, attivo ed energico, il quale farà 
l'arresto nel caso seguente, che ho voluto prevedere. 

Principio dal dirti che se Mazzini è arrestato o nelle Romagne, 
o da agenti miei in Toscana, lo faccio giudicare da un Consiglio 
di Guerra, e non se ne parla più. Se siei disposto a fafne altret- 
tanto senza esitare, puoi fare eseguire tu Tarresto dalla Polizìa 
Toscana ; ma se temi che un atto simile possa spaventare i tuoi 
amici, ti propongo il modo di evitare a voi altri questa esecu- 
zione; ed ecco come. 

Il Carletti è portatore di una lettera al Governo Toscano (1) nella 
(|uale gli domando Tarresto e Testradizione di un individuo chia- 
mato Giuseppe Bruno, il quale ha commesso un furto di arredi 
sacri di grandissimo valore nella Chiesa dì S. Michele, la notte 
dai 1(S al 17 agosto. 11 Carletti solo saprà che il supposto ladro 
è Mazzini ed il soccorso che gli presterà la tua Polizia sarà per 
l'arresto di un colpevole di furto sacrilego. Gli sarà consegnato, 
mv lo condurrà (|ui, tu sarai vìttima del mio inganno, al resto 
ci penso io. 

Adesso scegli: ma in un modo o nelT altro credi a quello 
che ti dice il tuo vecchio amico, se quest'uomo fatale non sparisce, 
non passa un mese che Tltalia Centrale è nelle sue mani. Un 
uomo come Bettino deve capire che la sorte del nostro paese di- 
pende (la noi in questo momento. 

Il Carletti ti dirà le precauzioni che ho prese qui: in ogni 
modo servili di lui in quanto ti occorre. Se ha bisogno di denaro 
{:\ì darai tino a ventimila franchi. 
Ti stringe la mano 

L'afF."»'» amico tuo 
Leonello Cipriani. 

(I) Tale lelteia iillieiale al (ìovenio 'rnsrann si conserva fra i ilocu- 
tnenti citati. 

o :^iéi^: e 



PIETRO GIANNONE 

E L' AHTICLERICALISMO NAPOLETANO SUI PRUD DEL SEnECENTO 



■ — '^.- 



E possibile giudicare con serenità i fatti e gli uomini 
dell'età nostra? 

Solo il tempo riduce gli avvenimenti alle loro giuste pro- 
porzioni, riabilita ed abbatte le rinomanze più diverse, perchè 
spazza via le passioni di parte ottenebratrici dell'opinione, 
anche se ci toglie la comprensione esatta de'particolari, degli 
accessori. 

E vero che noi siamo tratti a proiettare nel passato le 
nostre aspirazioni e i nostri rancori, a foggiarci gli uomini d'altri 
tempi a somiglianza nostra; ma è anche vero che ora, sempre 
più indifferenti a' principi di carattere generale — coi quali e 
più facile intrecciare un nesso di passioni tra il presente e il 
passato, — siamo tratti a valutare gli uomini a noi lontani nel 
tempo, e fino a un certo segno anche quelli contemporanei, 
per sé medesimi e per l'opera loro, non per la causa che essi 
ser\irono; noi ammiriamo il tipo estetico dell'individuo a se- 
conda delle forze che seppe spiegare e dell'abilità con cui 
le coordinò a un determinato fine, qualunque questo sia. 

In tal modo si vien formando la storia obbiettiva, del- 
l'unico obbiettivismo possibile, la storia non più strumento di 
lotta, ma tutt'al più ricerca d'un' esperienza politica; e sva- 
nisce tra le vecchie illusioni qualunque tentativo di ricostru- 
zione partigiana del passato, svanisce la storiografia a tesi 
clericale conservatrice o democratica, borghese o socialista. 

Si spiega cosi il desiderio incessante di ritornare su le 
N5chie glorie e su le opinioni ricevute, e la grande facilità 

'ni si abbattono idoli secolari, malgrado lo scandalo di 



:^ 



94 G. A. AXDRIULLI 



qualche solitario aggrappato tenacciuciite airaiitico. A (|uaiite 
demolizioni di grandi nomini non ha assistito la nostra ge- 
nerazione ? 

Non sono aneora tre anni che usci un libriccino dall'ap- 
parenza modesta (l), il (juale era un audace tentativo di re- 
visione della fama di Pietro Giannone, lo scrittore che da 
circa due secoli e simbolo di rivendicazione del pensiero laico 
e dello stato laico contro le inframmettenze della Chiesa (2i. 

Il giovane autore di esso, Giovanni Bonacci, volle esami- 
nare le basi della fama del Giannone, e fu tratto natural- 
mente a studiare Topera di lui che sollevò msiggior rumore 
e che quasi sola i posteri conobbero per oltre un secolo e 
mezzo VIsforia Civtir drl lirgno di Napoli. 

E notissimo un giudizio del Manzoni intorno air/.s^or/Vr: 
egli esaminò e confrontò vari i)as8i, che il Giannone aveva 
copiati dal Nani dal Parrino dal Sarpi senza mai citarli, e 
concluse: « E chi sa (piali altri furti non osservati di costui 
« potrebÌH* scoprire chi ne facesse ricerca: ma quel tanto che 
« al)biamo veduto d'un tal prendere da altri scrittori, mm dico 
« la scelta e l'ordine de'fatti, non dico i giudizi, le osservazioni. 
« lo spirito, ma le ])agine, i capitoli, i libri, e sicuramente, in 
« un autor famoso e lodato, (jnel che si dice un fenomeno. Sia 
« stata, o sterilità, o pigrizia di mente, fu certamente rara, 
oc come fu raro il coraggio: ma unica la felicità di restare, 
«anche ct>n tutto ciò isin che restai un grand'uomo * (3ì. 

A parte la forma vivace che altri Ui ha già rilevato, il 
giudizio del Manzoni era così nuovo e grave, che per ciò stess4i 
da molti gli venne negato ogni valore. Il Honacci si proposi» 
(luindi, nella i>rima parte del suo lavoro, di verificarne IVsat- 
te/za mediante un'analisi ampia ed a(*cnrata delle fcniti e della 



11) !)«•(!. (ini\ \>M Hi.>\.<i. Stuiiiin Sitila Istoriti (^irilr (Ic! (it'tni tenne, 
Fìrnizr. Hcinpor.-i»!. lUnjJ. 

(*J) Vr«|. lu'I Safftfifi «lei Hhnx. m il rapitolo II drll' introduzione. Ofl 
quali' r i"^posla In Vnrin fitrtinm iltUn ** Istoria virile " (pp. s so^fT.). 

i:{) Sttnia drilli roloiiint inf'uinr, Napoli, |S4H. pp. lf>9-7(>. 

(I) Vrdi V, l'uN. I.'mionni il' un if riunir ititi inno srpoitit r/»»0, nellft 
yutìrii Afitoioiitti iW\ ir; irhhraio i;)i»:] (vol. in:r, p. 6118). II placrio. dd 
rrsto. «ra noto fin ilal s«'«'. XVIll; ct'r. Iìoxaoi. Sattpio, p. 24. 



PIETRO GIANNONE E l/ ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 95 

(*ompo8izioiìe àélV Istoria Civile: e il plagio fu provato, con 
op|)i)rtune citazioni e confronti. 

Senonchè il Bonacci previde l'obbiezione: «Ma valeva 
« proprio la pena di far tante chiacchiere se fn plagiario per- 
« tino il Machiavelli? ». E osservò: « Nel 0. la cosa muta aspetto. 
€ Egli non riassume con parole i)roprie pagine altrui, ma se le 
« appropria addirittura e in tal maniera, che ne risulta un'opera 
« più di amanuense che di storico: Fautore ha copiato non sol- 
« tanto gli avvenimenti delle epoche remote ma anche (juelli 
« dei tempi nei quali egli viveva; e ha fatto un mosaico con 
« pezzi di autori disparatissimi, accozzando nelle sue piigine 
« ])eriodi sdilinquiti del Parrino, frasi cortigianesche del Co- 
« stanzo o del Castaldo, note di cronaca del Rosso accanto a 

* periodi solenni del Guicciardini, brani del gesuita Buffier 

* r di Paolo Sarpi * (1). 

Di questo copiare senza discrezione e senza abilità risente 
naturalmente lo spirito generale dell'opera, che il Bonaeci 
analizzò nella seconda parte del Saf/r/io, ])er conchiudere che 
« mentre il problenm fondamentale dell'epoca era quello di 
^ liquidare il passato, risollevare moralmente e intellcttual- 
« mente il popolo ])cr instaurare nuove istituzioni, essa [la Ififo- 
« rifi (yiriff] invece elogia e difende i vecchi uomini e le antiche 
«( istituzioni, e biasima chi mostrava il più |)iccolo risentimento 
« <Mmtro gli uni e contro le altre; a gente oppressa e affamata 
« non sa che additare la forca, e mentre le menti elette eleva- 
« vano la loro voce contro le diseguaglianze tra ecclesiastici 
« e laici, il G. riconosce quelle opere e quegli istituti che 
« consacravano Tambiziime della Chiewi, e predicava delle 
« massime ispirate, più che dalla scienza, dairoscurantismo 
« medioevale > (2V 

Le conclusioni, che ho voluto riportare per intero, non 
j)otevano non suscitare aspre polemiche, perche venivano a 
cozzare contro Topinione universale e tradizionale. Il Bonacci 
previde gli attacchi e il suo libro assunse perciò queir intona- 
zione polemica che da alcuni gli è stata rimproverata. 



Il) Saggio, pp. 118-0. 
(2) Saggio, p. 201. 




•*/ 



96 a. A. ANDRIULLI 

E poiché il Giannone era stato cousiderato sempre come 
ima gloria di partito, come una gloria locale, il tentativo di 
demolizione interessò subito innanzi tutto la stampa politica, 
che lo giudicò variamente a seconda de'pregindizi politici o 
regionalistici de'varì scrittori (1). Più tardi se ne occuparono 
critici autorevoli, primo fra tutti Alessandro D'Ancona che, pur 
tacendo delle riserve, scrisse : « Realmente le accuse mosse al 
< Ct. dal dr. Bonacci sono assai gravi e contro parecchie sarà 
€ difficile appellarsi tentando distruggerle o attenuarle )► (2): e 
poi molti altri, quasi tutti, più o meno, in senso favorevole alle 
conclusioni del Bonacci (3). Risolutamente avversi furono in- 
vece Giovanni Gentile (ne La Critica, a. II, pp. 21G ngg.) 
e Gaetano Cogo (nel Nuovo Archivio Veneto, N. S., n. 10, 
pp. 347 sgg.). Il Gentile, aggressivo col Bonacci per lo meno 
quanto questi era stato col Giannone, impostò male il pni- 
blema : egli si ostinò a difendere una causa disperata, quella 
de' plagi, per concludere che « il (iiannone trasse nella sua 



(1) Sono :i in«^ noti: P. (r. e la critica moderna di M. Taddei. n«' £« 
Nazione del 8 ottobre 1903; nota bibliografica di E. Michkl, nel Teteffrafn 
del 29 ottobre 19<i8: Un'altra fama ttsurpata di Giuseppk Andriui.i.i. ne Ln 
Giornata del 2ó nov«'ml>re 19njJ: Una fjlorta che tramonta di Gin»» IUndixi. 
nel (riornalc (V Italia del 7 dicembre 19(»:j. ri:ussnnto wAV Ossvrratnre cat- 
tolico del :n dicembre 190:J; Una (floria che non tramonta di Fr. (TrAKDioxE. 
ne La Sicilia del 21-22 dicembre 1ÌM»8 (polemizza con La Giornata e col 
(riornale d' Italia)', risposta del Bonacci al (inardione, ne La Siciìta 
del :j()-:n dicembre 19(»:3, e replica del (1. in qnellji del 2-:J gennaio 19'4: 
P. (r. e la critica moderna di Mauk» Minkkvim. ììvW Acre» ire d'Italia 
del 17 marzo ìdiM; nota bibliogr. di CJiovì.nm rmui.r.BK, nel Giornaft di 
liidfKjna df'iril Inglio 19<»4; 1 presunti ftlagi d'ano arrittore, di F. Ni- 
coli m, nel ^/'/V>yy/«/^ </' //n/m del 18 luglio 1«m4; e risposta del Itonacci 
nel (Giornale d'Italia del :\\ agosto I904. 

(2) Hassetjna hihliografica di letterata rrt italiana, a. XII, p. r.»-2«N>. 
i:J) V. CiAN, nel Giorn. star, della letter. ital.: P. Giannone ein 

Pldijiator, di W. Ohr, nella Beilaijr znr Alhjemeinen Zeituntj, del 1* wt- 
tembre VM^A (Qn. Ili, S. 420-1). Pietro Giannonra Plaffiate, di M. Ijakdau, 
nella stt'ssa rivista (2*< setteml»re 19i»4, (^n. III. S. r,95-6ì: il Landan coa- 
l'essn di « non ccMioscere il signor Itonacci uè l'opera sua » (Ich ketmt 
irvdtr fferrn Jionacci nodi sein W'erkh Heplicò TOhr nel fase, del 19 ot- 
tobre ((^n. IV. S. 12/i-G). Ultimanienti' è comparso un articolo del »ig. Ci»- 
MiNK Di I'ikkr*»: La fine d'una le<j<jenda, nella liasscffva Nazionale M 
r agosto UH)(i (riassunto largamente nella M inerra del 9 settembre 190Q, 
ehi' accetta inc<mdizionatamente le conclusioni del l^nacci. 



PIETRO OIANNONE E i/AXTICLEHICALISMO NAPOLETANO 97 

« costruzione molti materiali grezzi dalle opere altrui, e li 
« fece servire al suo intento senza curarsi, quanto può parer 
€ necessario, di rielaborarli minutamente. Non se ne curò 
« principalmente per questo : che egli non intendeva tare 
« un'opera letteraria, ma scrivere una colossale memoria di- 
« tensionale sulla questione de' rapporti tra Chiesa e Stato. 

< Per dimostrare clic non vi sia riescito, il critico doveva met- 
« terci innanzi una pagina, o mezza, o solo un periodo in cui 
* il Giannone contraddica al fine dell'opera sua: ciò che non 

< ha fatto e non poteva fare >► (1). 

Il Bonacci invece proprio questo aveva fatto, ed ehbe torto 
il (mentile a sbrigarsene in una nota. Più logico il Cogo esaminò, 
oltre alla questione del plagio, il contenuto politico della storia 
giannoniana e concluse difendendo Topinione tradizionale (2j. 

È accettabile la conclusione del (^)go o quella del Ho- 
nacci, accolta da Wilhelm OhrV 

Per dare una risposta occorrerà esporre il i)ensiero ])oli- 
tico del Giannone, quale risulta ihiìVIsforfa Cirilr — non 
dalle opere posteriori più o meno ignorate e che furono uno 
sviluppo ulteriore del pensiero di lui (3) — e vedere se e in 
ciuanto egli si sia reso interprete del movimento anticlericale 
del regno di Napoli ne' primi decenni nel secolo XVIII. 

1. 

• 

Lo stato na])oletano dalla metà <lel secolo XVII a tutto 
il XVIII dà un'immagine in miniatura di quel chVra la 
Francia avanti la Rivoluzi<me. 



in L. Cit.. p. 246. 

(2) II CojfO oonfcHsò di e^^wrsi oc('ii|>:ito solo «li almni arjjonu'nti dt'I 
W. floc. cit., p. H7Ó). 

(S) Per ew»nipio il Hiamonte nel suo opusoolotto ( Ksposiz. critùtt dtlln 
Storia Girile e del Triretjno^ Napoli. Morano, 1878), al quale non so comi* 
il <ientil<* possa attrilmirc tant:i importanza, fa tutta una confusione tra 
la Istoria Civile e il Triregno. Cosi non credo neppure che si possa tener 
conto, come fa lo Scaduto (Stato e Chiesa nelle Due Sicilie, Palermo. 
|S87. pp. 99 «gg.), di'WApoloffia, scritta a Vienna sotto limpressione della 
eeiwani e della persecuzione. Il Giannone fuori del regno di Napoli è un 
Ojannone nuovo e diverso, che molte idee attenuò per difendersi, molte 
»— 9 esagerò per reazione (cfr. lo stesso Scaduto, op. cit., p. 95). 

axoB. It., r,.* 8eri».. — xxxvni. 7 



T- -■.* 



■ r 



98 a. A. ANDRIULLI 

La popolazione napoletana traeva la sua vita quasi esclu- 
sivamente dalla produzione agricola. Ma < la divisione delle 
€ terre... era tale, che, divise tutte le famiglie del Regno in 
€ sessanta parti, una di queste era posseditrice di stabili; e 
€ cinquantanovc non avevano pur tanto di terra da seppellirsi! 
< E la ragion principale di questa inegualissiiua divisione era 
« Tavcre le manimorte occupato la metà delle terre, e iua- 
« licnabilmente » (1). Eppure su quel sessantesimo di tutta 
la terra gravavano tutti i tributi che dovevano sopperire 
a' bisogni dello Stato e della regalità; e la proprietà fondiaria 
era « franca di tributi in mano al proprietario nobile o chic- 
« rico; ma in mano al colono gravata di livelli, di decime, di 
« (luinte, di censi, di gabelle > (2). 

La legislazione non era fatta per favorire una proprietà 
liberamente produttiva; «se un po' di terra avanzava ad un 
« privato, assalitagli, asservitagli, insidiatagli da ogni Iato, non 
« poteva esser riguardata che come un possesso precario » ^3»: 
mentre veniva « negata la libertà di lavoro, di coniniereio. di 
€ consumazione, di proprietà: e favorito invece dairedueazione 
« e dalla legge, complici del clima, Tozio pitocco di centomila 
« cliierici, e l'ozio ladro di un decimo del popolo, cui la Ik- 
<x neficicnza stessa uffiziale favorendo accresceva » (4ì. 

Eppure il popolo meridionale, al quale oggi si rimprovcn» 
l'assenza d'ogni spirito d'iniziativa, trovava la forza di resi- 
stere a tanta opiiressione, tentava liberarsi dalle spire elio 
l'andavano sempre più avvolgendo. 

Quel popolo, che rappresentava T immensa nuiggiorauza 
di tutta la nazione (5) e sopportava infero il peso tributa- 
rio, voleva produrre, voleva sfruttare le terre, stra])pandone 
la gran massa alht manomorta e distribuendo più equamente 
le gravezze, sì che non ne rimanesse sottbeata la produzione. 



Il) Così scriveva sul chTlinart* del secolo Antonio Crenovesi. Cfr. R»- 
• iiipi'i G., A. (wCììnreRì. Napoli, ls71. p. 17. 

vi) KArioi'iM. oj). cit., |). 40. 

Ci) .SrHii'A M.. // li e fj ito (ti Xdpoli (il tempo di ('urto di littrhoni^ 
Napt)li, li»oj. |). «JOT. (Questo dello Seliipa. nonostante qualche flifetto 4Ì 
euniposizione. v. uno de' pochi ottimi studi di storia socinle napolotaiui eie 
si ahliiano, e per l'epoca di cui ci occupiamo è veramente pn'zioM. ] 

^4) Kaciopi'i. op. cit. p. 47. 

(5) ScHiPA. op. cit.. pp. 626 e 64.V6. 






PIETRO GIANNONE E l' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 99 

Così questa borghesia informe che contiene nel suo seno 
i germi di future forze eterogenee e magari antagonistiche, 
(juesto terzo stato nascente che da secoli si vien foggiando un 
suo organo di difesa e di conquista, Ynniversità, è costretto 
a lottare — proprio come in Francia — con le due classi die 
sono, per la loro stessa esistenza, d'ostacolo al suo libero svi- 
luppo: la feudale e Tecclesiastica. 

Quanto alla prima, Tuniversità con pazienza e tenacia ma- 
ravigliosa va strappando a brani a brani al signore, a vantaggio 
de'singoli individui o della collettività, le varie attribuzioni 
feudali. Tutti i mezzi son buoni — concessioni, capitoli e 
grazie, liti interminabili ed ostinate (1), e perfino insurrezioni 
violente e jacqueries — per stabilire le condizioni i)oliticlie ed 
economiche necessarie alla nuova classe (2). 

Ma la lotta fu lunga, la conquista molto lenta, e il governo 
de' Francesi che spezzò i vincoli feudali compi un'opera pre- 
matura: il comune meridionale non era ancora dappertutto 
in grado di sostituirsi al feudatario, come la proprietà fon- 
<liaria era ancor lungi dall'assumere un aspetto borghese. 

Più fortunata e meno lenta fu la lotta contro il clero. 
Davanti alle menti del popolo la posizione di quello doveva 
apparire ancor più ingiusta del feudatario, il quale conservava 
l>ur sempre un'ombra di funzione giurisdizionale; mentre la 
(liiosa col sorgere del comune aveva perso la sua funzione 
sociale di difesa apparente del popolo contro il signore. 
E la lotta si presentava più facile, perchè le università trova- 
vano il loro appoggio negli stessi feudatari spesso in anta- 
gonismo col clero per contestazioni di possessi locali (3), 



(1) Una ne illustreremo noi in uno studio su d'un comune rurale del 
Mezzogiorno. 

(2) Cfr. Fabaulia F. N., Il comune tieìV Italia meridionale, Napoli, 
iss^l, r. IV: Rinaldi A,, Il comune e la provincia nella storia del diritto 
ital., Potenza, issi, capp. XII-XIV: Winspkark A.. Storia dtgli abusi 
feudali, Napoli, 188.S, cap. XVI; Racioppi fJ., A. Genoreai già cit., e 
Storta dei popoli di Lucania e di Basilicata, voi. II, e. VII e IX, Konia. 
INS9: 8<HirA M.. Il regno di Napoli; ea]>. XVIII e XIX; F. Cictaolionk. 
La legislaz. econ.y flnanz. e di polizia nei municipi deli- Italia merid., 
nel Filangieri, a. XI (1886), parte I, n.' 7 e 8. 

<H) Cosi avvenne in una lotta contro i Bene<lettini di Montesca^lioso 
In Hanilicata, di cui ci occuperemo nello studio già citato. 



■.-43 

r 



100 G. A. ANDRIULLI 

trovavano l'appoggio delle città demaniali e persino, come 
vedremo, del sovrano. Pertanto le università diedero Tsi^salto 
a quelli tra' privilegi del clero che avevano indole più «jiie- 
cata niente economica e de' quali perciò più evidenti ed im- 
mediate erano le conseguenze disastrose. 

I deputati delle piazze di Napoli scrivevano fin dal lt)44 
e ripetevano nel 1(>()6 : « Teccessivo numero degli ecclesiastici 
« ha distrutto le università del Regno, essendosi gli ecclesìa- 
« stici appropriati tutti i beni stabili e mobili, sicchò V imposta 
« che andava rii)artita tra molti s'è accumulata su pochissimi e 

< SU' più poveri, qur cs dr notahle daìlo al Patrimonio lieal ». 
Inoltre si lamentava della « precisa obbligazione di aver da tra- 
« sportare ogni anno in Roma somme esorbitanti di danari |K*r 
k trasmettere ivi il frutto delle rendite ecclesiastiche che qui 

< lK)ssiedono i Prelati totalmente estranei > fi). Ogni anno 
infatti emigrava verso Roma più di un milicme e uiezzt» di 
ducati, proprio ({uando Antonio Serra scriveva sulle (\nisr rhv 
possoHft far abbondare i rèf/ni d'oro e d'argento.,., con ap- 
pi inizi une al Jìeffno di Napoli (2). 

Sicché l'eredità bisciata dal seicento al secolo successivo 
era di « combattere o alleviare la i)ul)blica miseria con un freut» 
« ajili acijuisti del clero e coll'osservanza dell'antica legge sulla 
« collazione dei benefici ecclesiastici a.i::rindigeni » (*V\, 

E la soluzione tardava, sì che ancora nel 1712 i delegati 
scrivevano a Ciarlo VI che le università non potevano stnldi- 
sfarc a' pesi che su di esse gravavano. « Di sì grave male la 
« priiicij)al radice è la strabocchevole licenza degli Ecdesia- 
* stici di accrescere continuamente il loro Patrimonio con 
« compra di beni stabili. Perocché, godendo gli F>clesiastiei 
« l'immunità dal pagamento de' tributi, clic i beni (b»* vassidh 
« devono al Principe per mantener lo Stato, il peso stabilito 
« per ciascuna ccniiunità per quanto si ritrae da' beni, clic 
^ passano agli Ecclesiastici, tanto s'accumula su' rimanenti. Per 
« rimediare a sì grave disordine, fu stabilito che per tutti i beni 



(1) Si HiiK M., l*rnhfnin inijiolrtnni ni finn('ijti(t (ìt'l svro/o XV III 
(«'^tr. dajrli Atti (O'HWrrfKh'niifi l*nntaii., voi. XXVIIT). Napoli. 1S9S, |i.8. 
(•J) Napoli. S(M)rij:j,nn. li;i:5. 
(:{) .Scimn. op. cit.. p. 4. 



PIETRO OIANNOXE E l/ ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 101 

* de' laici, passanti in mano de' chierici, i possessori nuovi do- 
« vesserò, al pari degli antichi, contribuire al pagamento de'pesi 
« universali di ciascuna Università o terra, come si fa in 
« tutti i reami e Stati d'Europa e in quello di Milano >. 

< Ma nel Regno di Napoli, fatalmente sottoposto a tutti 
« i travagli che possa cagionare la licenza degli Ecclesiastici, 
« (piesta giustissima legge è stata da' medesimi contrastata 
« sotto colore che offendesse la lil)ertji Ecclesiastica », 

»SV' tentato di far contribuire almeno a «l'annualità dc'de- 
« hiti contratti dall'Università per publico servigio prima che 

* venissero in mano de' medesimi Ecclesiastici », ma invano. 
« Nondimeno, quando pure gli Ecclesiastici del Regno di 
« Napoli, riducendosi fra'limiti della Ragione, si contentassero 
^ di soggiacere alle suddette leggi, non perciò si eviterebbe 
« la rovina del Regno, che nasce dalla licenza ecclesiastica 
« di ac(|UÌstaiT a piacere beni stabili. Imperciocché, fatta 
« la ragione dagli sperti, delle tre parti delle rendite presso 
« che due si ritrovino nelle mani loro dalle (juali non possono 
« mai ritornare in potere dei laici per le leggi strettissime 
« fatte a beneficio degli Ecclesiastici; e fra qualche tempo 
« faranno ac(|UÌsto del rimanente, abbondando di danari ». 
K del re^to a qualunque piccola contribuzione si opponevano 
i prelati «sotto vari pretesti.... pretendendo d'esser loro i 
(Tiudiei della somma delle collette » (1). 

K allora gli uomini politici e gli studiosi risalirono agli 
ostacoli d'indole generale: nulla si poteva fare contro gli eccle- 
siai^tici, finche questi continuavano a formare uno Stato dentro 
lo Stato, finche rimanevano fuori del diritto comune, finche 
il regnt) di Napoli era considerato un'appendice feudale del 
I^itrimonio di San Pietro. Cosi la lotta anticlericale, che 
aveva le sue nuliei ne' bisogni reali del paese, assumeva 
aspetto e veste teorica, diventava una lotta di princij)!, at- 
tingeva la sua forza, affilava le sue armi agli argomenti del- 
Teciuità e del diritto di natura e delle genti — basi della 
futura sovranità popolare, — e incontrava il massimo favore 



<1) Op. cit. p. 24-2.5. Il passo è «tato copiato qua»! intero dal Giannone, 
come vedremo. 



.' ki 



102 G. A. ANDRIULLI 

I 

in una città che da qualclie tempo assisteva ad una grande 
fioritura di studi giuridici. 

Come fare una legislazione contro le eccessive immunità 
del clero, contro Taccentramento a Roma de' benefici eccle- 
siastici napoletani, se i sovrani avevano bisogno, 8i>ecial- 
mente in quegli anni, di cattivarsi il favore del papa, se essi 
cran costretti a considerare le investiture come una sanzi<me 
necessaria della conquista o deirnsurpazione ? Ecco Tostacolo 
principale, ecco la radice della mala pianta contro cui bisi»- 
gnava rivolgere subito tutti i colpi; e cosi le aspirazioni del 
popolo trovarono naturalmente nn appoggio ne' sovrani, gelosi 
delle proprie " regalie " e risoluti ad eliminare quella dimi- 
nuzione di potere che era costituita dalle pretese pontificie. 

II. 

La lotta aperta cominciò a tempo delle contese i>er la 
successione di Spagna e per opera di pubblici funzionari. 

Serafino Biscardi, nel suo opuscolo polemico in favore di 
Filippo V, considerava ancora le investiture come lec/es fìnuln- 
mcììtalcH (1); ma lo stesso anno il consigliere Amato Danio, 
in un ragionamento inforno alV investitura del Itcf/no di 
Xapoìi (2), « sebbene tacesse.... più la causa del Re, che del 
« Regno, e più pensasse a sostenere il Sovrano, che la So- 
« vranità, ed assai tinìidamente e sempre con religioso rispetto 
« ardisse parlare delle ])retensi()ni Pontificie..., conchiuse eh'es- 
« scudo (|uesti Regni ereditari. Inastasse al legittimo sucees- 
« sore (li averne chiesta l'Investitura, poeo montando, .sv (flì 
« renisse no conceduta » (3j. Il principio era già scosso. 

Ma il ])rimo che ebbe il coraggio di affrontare il pro- 
blema e sviscerarlo in tutti i suoi lati con ardore polemico 

(1) Kpistola prò AiKjusto Ifispaììinrum Monarca Phìììppo f^niutOr 
Xrapoli, Roselli, 1708, p. 41. 

CJ) Pubblicato in appendice all' edizione italiana di un suo libro in 
favore di Filippo V, Napoli, 1708. (Cfr. Giustiniani L.. Meni, istor. lUgli 
scrittori lefjaìi del li. di Napoli, Napoli, 1787. to. I, p. 284). 

(8) Così Eleonora FoNSEfA Pimkntel nella prefazione al Niun diriti» 
compete al Sommo Pontefice sui Regno di yajMìli dì N. Cìbayita (tni. 
ital.j, Alethopoli (Napoli), 1790. p. ix. 



PIETRO GIANNONE E l' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 103 

e con grande sfoggio di erudizione fu Niccolò Caravita, con- 
sigliere del tribunale di Santa Chiara, il quale si propose di 
dimostrare con un opuscolo latino Xi(lliim hts Ponfipcia 
Maxhni in regno Neapolìtnno (Ij. Esaminiamo brevemente 
ed obbiettivamente le teorie del Caravita, che risentono di 
tutta quella soverchia astrazione eh' e propria de' giureconsulti 
ilellepoca, e anche d'un certo abuso di sofismi e cavilli che ci 
rammentano che siamo nella patria e nell'epoca Ao^^pa (fi ietti. 



II J. 



Il governo monarchico, secondo il Caravita, e € il più 
« perfetto e più consentaneo ai dettami della natura e di 
< Dio » ; e poiché e inconcepibile un potere che non sia « uno » 
si « che non possa giammai ne venir diviso ne comunicato » 
f p. 8 ), la monarchia dev'essere « assoluta » (p. 7; e non deve 
riconoscere altro giudice che Dio fp. 37). Ma la radice della 
monarchia è nel popolo. Il diritto della sovranità si acquista 
per la volontà dei popoli costretta (diritto di conquistai, o 
lihertà tacita (diritto di successione; o libertà esjtressa «di- 
ritto d'elezione) (p. 14). Il diritto di conquista deriva da una 
guerra (jinsta^ cioè fatta «da colui ch'esercita la suprema 
« potestà in una nazione, o da quello, cui egli ne conferisce 

* il potere, si fa per la Religione, i)er la salvezza de' Sudditi, 
« o per rispingere T ingiusta offesa ». In tal caso « le cose al 

* nemico tolte passano e per dritto divino, e per quello delle 
« genti, nel dominio di chi le toglie » (p. 16). 

Per venire al caso che preme al Caravita, il Romano 
Pontefice, nelle numerose spedizioni contro il reame — dalla 
prima di Giovanni X all'ultima di Innocenzo IV — ha mai 
acquistato nulla? No certo, a meno che non si voglia annnet- 
tere che < il travagliare colle armi gl'innocenti vicini... vaglia 
« ad acquistar su di essi dritto alcuno al dominio; molto più 



(1) Pubblicato con la data KÌiii)K)lica di Al ethopoli nel 1707. (Cfr. »*n< a- 
DiTo F., .Stato e Chiesa cit., p. Ò9, cit. anche dal HoifArn, Saggio, p. 152). 
Noi ci serviremo della traduzione di E. Fonseca Pimentel, già citata. 



U)\ K\, A. AXPRULU 

« st« ciò sin tatto (In olii nppona avendo la soniuiu autorità fra 
« siitM ly v\w in (juosto raso fossr il Pontefice Romano, r 
« t'nriir il (iin)osirarl(»\ non ha noppur titolo ad usar legìttima 
<^ j;nrrra * -p. M . K nep|nire sì {xtssono riferire al papa ;rli 
altri tino * modi doirari|UÌstaro * rioè * quelli della sucers- 

* Nitiuo. r dolla eie/ioni'. d»*riv;ìnti ontrauìhi dalla volontn 
<^ di 'Sudditi, ijuando nollo Slato tirila naturale lihert:i atl una 

* |vrM»na. o atl una Kaniìirlia, >i vttoponirtun» * ip. 53'. 

Kiniani;.oni^ diu* nltin\r l'-'rnu- tlaniuistiK la flomizinnt 

'.^ >'» . \\\\i\ ^\\ ro^iauiiu»'. id ahn- di Pipiin», Carli» Ma;rnn 

. '. si.x;,,' -.1 Pi»'. x\w ù rara>::a «iin^'^tra tutte prive di 

^ :. -ii-.a-.v.. '.^t.-. la ^^ «la ;^arie drprineipi nnr- 



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1^ ' a.firT- 



PIETRO GIANNON'E E l/ ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 105 

alto (loluinio sol Regno di Napoli » ne pel diritto delle genti 
ne i>el diritto eivile, e conchiude che egli « dunque non ha 
nessun diritto sul regno di Napoli » (p. 239;. 



IV. 



In quel tempo Carlo III (poi Carlo VI imperatore.) oc- 
cupava Napoli e il Regno per mezzo del conte Daun ed ini- 
ziava una politica di rappresaglie contro il papa Clemente XI 
jmrtigiano della Francia. 

Infatti egli con prammatiche del 2 marzo e 8 giugno 1708 
vietò <*he i benefici e le rendite ecclesiastiche fossero dati 
lì stranieri e che si esportassero monete dal Reame allo Stato 
Pontificio (1). Vari dotti (2) furono incaricati di assumere la 
<lifesa di (juei coraggiosi provvedimenti, e sopratutti il con- 
sigliere Argento e gli avvocati Riccardi e Grimaldi. 

(raetano Argento, nel suo trattato De re beufficiaria, badò 
più ehe altro a dimostrare Tutilità delle due prammatiche per 
la <liseiplina ecclesiastica (3); invece Alessandro Riccardi, 
noto nemico de' preti (4), fu addirittura aggressivo verso la 
potestà ecclesiast/ea, specialmente nella ])olemica col Majello; 
e Costantino (rrimaldi affermò che i Principi potevano costrin- 
gere gli ecclesia^stici all'osservanza de'eanoni (5) e che se la 
Santa Sede non può essere giudicata « con giudizio autore- 
vole, e che abbia forza di costringere » (G), quando però « si 
« abusa della sua autorità, facendo determinazioni, che espres- 
♦ samente ripugnano alla legge naturale, o divina, o cano- 



(h Vedih' noi Gbimaldi E., ('onsideraz. teologico-poltt. fatte n prò 
(lenii t'clitti re, 17os (s. L), to. I. pp. l.'> o 17. 

{'2ì Ne Rcrissc anche Fr. Anionta. Cfr. (ìiustisiam. op. eit.. II, ]:W. 

(-i) Cfr. De re heneficiaria diasert. tres^ 17(iS (s. 1.). qnail. LCC (non 
c'ò la numerazione «Ielle pagine). 

(4) Cfr. OirsTi.NiASi, op. cit., II, 19-lnn. Il primo opuscolo, pnbhiicato 
col nome di Rinaldo Serra d^Isca, era intitolato Ragione del R. di Na- 
poli nella causa de-suoi bene/', eccles. (17o8). Cfr. Givstisuxi, op. cit.. I. UN». 

(ò) Consid. teol.polit. ^Ml cit., to. I, p. 6n. 

(6) Op. cit., to. II, p. 218. 



•TI 



l<>ì *i. A. ANIJRIULU 

* uic-a >► l'è lecito — e uou k»Io aTrincijii, ma HjMrfìrotari 
e<l al CitutHHf — resistere 2 . 

Il i>a]>a iiroserisse tntti questi scritti il 17 febbraio 17lM. 
ma ii re creò oonsijrliere il Orinialdi, e reagente nel snpremo 
ron>i;:lio ili Si»apia il Riccardi 3'. 

V. 

^jualche auin» dojMi un acuto iiulapittire delle condizioni 
s«.»ciali del re^ii di NajKdi, Paolo Mattia Doria. affemiava la 
necessità di assi»^«:ettarc irli ecclesiastici al diritto comune, 
anzi di c<crcit;ìrc su di essi una speciale vi«rilanza. 

I triimnali ecclesiastici ♦ nel loro ordinamento e nell'auto- 

* rità che pretendono, sembrano tatti i>er interrom|H?re runiana 

* iTÌuMìzia, per iruastaro i buoni ordini. iH?r violare le leprjri » '4'. 
Xon bastcrel»be limitare le loro attribuzioni alle sole j^ersone 
ecclcsiiisticbe. perdiè «jucste ♦ sciruitano ad esercitare procure, 

* a mercantejririare in oìtuì maniera, a coprire del proprio nome 
« irli etfettì di laici talliti, ad impacciarsi in ogni sorta di aftari 

* momlani ♦ 5 .Tosi • il privilegio d* immunità si è via via 

* Tanto am]»liah'. da legare in tutto le mani alla magistratura 

* :riudiziaria. II Tribunale eeele>ia*-tiei», per evitare il |K*rici)lo 
■ di difensore de'rei, dieiii;»ra di rimettere alla corte secolare 
^ grimputati di delino proditori", ma a eoudiziimi insostenibili. 
« Vuol prima ]»ro\ are il ileliiTo. e poi lar la eonscgna. Ma. per la 

* pro\a «lei delitto. :^-li inauiano i mezzi; ]»erehè non può ear- 

* eerare lestiin«»iìi laiei. \w eN;uiiinare lo stesso reo rituiriato. 
«V l>iee: • t'an-rraie \«»i i ieMiiii«'in e mandateli a me. percbè 
« i«' po»a proiedere e nineiUTxi il n-o ei»uvintt» *. Ma con ciò 

* i:li eeeloia^tiei rimarreì»bii'« **i:riiori a<^«»luti del paesr, ri- 

* dneemlo i Tribunali laiei a l«»ro r^eeutori » »>. Queste sono 
le due maggiori ian**e di mali rhe <i ril'eriseonn iigli cecie- 



il) \ ' ^' ■■ i"' '■ /"•■■ . .,• '.. ■.. WIV V. :V|2. Cfr, 



PIETRO GIANNONE E l/ ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 107 

siastici ; bisogna aggiungere «T illimitata facoltà d'ordinare, 
data a' vescovi », per cui « un gran numero di cittadini viene... 
ad esimersi dal pagamento delle gabelle e de' fiscali » TI), e 
l'abuso dell' « autorità assoluta del papa sui vescovi, e dei 
vescovi su' subalterni » (2) per attirare a Roma « quasi tutte 
le ricchezze ecclesiastiche del regno » (3). A tutto ciò è urgente 
provvedere, e non certo coli' introdurre in Napoli... il Sant'Uf- 
fizio. Ma i provvedimenti per (questi ultimi abusi il Doria non 
suggerisce, perchè il suo scritto rimase incompiuto ed inedito. 

Non così fu d'uno scritto di Gio. Carlo Chino, anagramma 
del sacerdote Angelo Rocchi (4), premesso ad un libro desti- 
nato a grande diffusione. E il Chino non era meno ostile del 
Doria alla giurisdizione speciale del clero, nonostante la forma 
osse<iuente: « mi figuro — scriveva egli — tutta la Gerarchia 
« Ecclesiastica d'oggidì, bene addottrinata dall'esempio di 
« Cristo Signor nostro, che in causa stimata di Religione, non 
« volle sottoponersi alla giudicatura della Sinagoga, ma del- 
< V Impero.... Dall'esempio di Papa Lione IV che accusato appo 
« 1* Imper. Ludovico, si rimette alla sua Giurisdizione.... Dal- 
^ lesempio di Papa Pelagio, che accusato si commette anco 
« in materia di fede al Re Gildeberto, di chi si confessa, e 
« prova Suddito.... » (5). 

Lo stesso Papa doveva duncpie, secondo l'opinione d'un 
prete, sottomettersi all'autorità civile o laica: altro che sem- 
plice abolizi(me del foro ecclesiastico! 

VL 

Cosi la questione clericale napoletana era stata già o dal 
popolo e dagli intellettuali sviscerata ne'suoi molteplici aspetti, 
quando venne fuori V Istoria Civile del rer/no di Napoli a 



(1) Schifa M., // regno di Napoli descritto nel 1713 da P. M. Doria, 
in Arch. star, per le prov. napoh, a. XXIV, p. 843. Cfr. BoNàcci, Sag- 
gio, p. 165. 

CO IM., p. 344. 
M.. p. 845. 

finiiAJii, op. eit., to. I, pp. 248 e 249. 

'* riasfunto deW Archivio della Reggia Giurisdiz. del 
— -w..»,u^^ pabblicato in Venezia nel 1721. 



'^ 



p^ 



108 G. A. ANDRIULLI 

portare un forte coiitrihuto alla lotta, non per se stessa, eonie 
vedremo, uia per ragioni estrinseche. 

Cerchiamo di trarre AblVIsforia, di mezzo alla grande 
farragine, alle continue ripetizioni, ed alle numerose contrad- 
dizioni (1), quel tanto che ci serva a mostrare compiutamente 
quel che pensasse allora il Gian none de' rapporti tra Chiesa e 
Stato. * La nuova Religione Cristiana.... ci fece conoscere due 
« potenze in questo Mondo, per le quali e' bisognava, che si 
€ governasse, la spirituale, e la temporale, riconoscenti un me- 
« desimo principio, eh' e Iddio solo. La Spirituale nel 8accr- 
« dozio, o Stato Ecclesiastico, che amministra le cose divine 
«e sacrate: la temporale nelF Imperio o Mcmarchia, o vero 
<f Stato politico, che governa le cose umane, e profane: cia- 
« scuna di loro avente il suo oggetto separato: i Principi 
« perche sopraintendano alle cause del Secolo: i Sacerdoti alle 

* cause di Dio. Ciascuna ancora ha suo potere diverso e di- 

* stinto; de*Principi il punire, o premiare con corporal pena, 
«o premio: de' Sacerdoti con spirituale». I pagani invece, 
soj)rattutto i Romani, « della Religione si servivano per la sola 
ccmservazione dello Stato x> e quindi di necessit-ì il principe 
aveva anche autorità spirituale (2). « Ma i)ress() a' Cristiani 
« la religione non e indirizzata alla c<>nservazione dello Stato, 

* ed al riposo di (jucsto Mondo, ma ad un più alto fine, 

* che riguarda la vita eterna, e che ha il suo rispetto a Dio. 

* non a gli ncmiini: <• quindi presse» di Noi il Sacerdozio «• 
«riputato tanto più alto, e nobile dell'Imperio, (luanto lo 
«e cose divine sono superiori alTumane, e (pianto l'anima è più 
^nobile del corpo, e de' beni temporali. Ma dall'altra parte. 
« essendo stata data da Dio la spada all'Imperio per governar 
<i le cose mondane, vien ad essere (inesta potenza i)iù forte 

* in sr medesima, cioè a dire in (juesto Mondo, che non è 
« la potenza Spirituale data da Dio al Sacerdozio, al quale 



11) \a' ripetizioni sono noiosissima «• oontinm*. né solo <i<'ll«' Uìv\\ ma 
iWUr frasi r (l«''|)erio<li stereotipati: tolte <|uelle, l'opera si riilurreUlK' certo 
d'un l»uon terzo, (guanto alle contraddizioni, vedi i raffronti del Hunaìxì, 
Snfffiiuj pp. \i\'t s^ii. 

(2i I)*'ir littoria ('ir tir drl Rriìno tli Xnimìi ìiìn'i XL^ NafiolK 
Naso. 172:1. L. I. e. ult.. to. I, p. 47. 



PIETRO CilAXXONE E L' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 109 

€ \mnh\ Turo della spada materiale ; poscia che ha sohuuente 
« per Oggetto le cose spirituali, che non sono sensibili; ed il 

< principale effetto della sua forza è riserhato al (Melo; come 
« ce ne fece testimonianza V istesso nostro buon Redentore, 
« dicendo, il suo Reame non essere di questo Mondo, e che 
« se ciò fosse, le sue genti combatterebbono per lui. 

€ Riconosciute fra noi queste due potenze procedenti da 
€ un medesimo principio, ch'c Iddio, da cui deriva ogni po- 
« testa, e terminanti ad un medesimo fine, ch'è la i)eatitudine, 
« vert) fine deiruomo: è stato necessario, si proccurasse, che 

* queste due potenze avessero una corrispondenza insieme, ed 
^ una sinfonia, cioi* a dire un'armonia, ed un accordo com- 
« posto di cose difterenti, per comunicarsi vicendevolmente 
« la loro virtù, ed energia; dimanierachc se V Imperio soccorre 

< colle sue forze al Sacerdozio, per mantenere Timor di Dio; 

< ed il Sacerdozio scambievolmente stringe, ed unisce l'affezion 

* de' Popoli alTubbidienza del Principe, tutto lo Stato sarà 
« felice, e Horido: per contrario, se queste due potenze sono 

* discordanti fra loro, come se il Sacerdozio abusandosi «Iella 

* divozion <le* Popoli intraprendesse sopra Tlmperio, o gover- 

< namento politico, e temporale: ovvero se Tlmperio voltando 
« coutra Dio quella forza, che gli ha posta fra le mani, at- 
« tentasse sopra il Sacerdozio, tutto va in disordine, in con- 
« fusione, ed in ruina » (1). Insomma i due poteri bis<»gna che 
siano distinti, secondo la massima di Oisto: € Rrdditft qitav 

* sfud Cacsaris (kiesari, rf quc sunt Dei Dea. Regolamento 
*t assai breve, ma per certo assai netto, e chiaro, perchè quando 
« la cura deiranime e delle cose sacrate appartiene al Sacer- 
« dozio, egli bisogna, che il Monarca stesso se gli sottometta 
« in ciò, che concerne direttamente la religione, ed il culto di 
<r Dio, se sente d'avere un'anima, e se vuol essere nel numero 
« de' figliuoli di Dio, e della Chiesa.... 

« Reciprocamente ancora, poiché la dimiinazion delle cose 

< temporali api)artiene a' Principi, e la Chiesa e nella Repub- 
« bliea, come dice Ottato Milevitano, e non già la Repubblica 

* nella Chiesa, bisogna che tutti gli Ecclesiastici, ed anche i 



11) I)pI1' Istoria Cicile, L. I, <*. nlt.. to. I, p. 48. 




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*;, 



110 G. A. ANDRIULLI 

« Prelati della Chiesa ubbidiscano al Magistrato Secolare in 
«ciò eh' è della politia civile» (1). 

Ne deriva « che Tuna [potestà] non include, e non i)ro- 
« duce Taltra, medesimamente non è superiore airaltra, ma 
« amendue sono o sovrane, o subalterne in diritto loro, e iu 
« loro spezie» (2;. Però «noi abbiam' appreso di preferire 
«la religione, ch'ha il suo rispetto a Dio, e riguarda 
«la vita eterna, allo Stato, che non riflette, se non 
«agli uomini, ed al riposo di questo Mondo » (3); e 
crediamo che «la potenza ecclesiastica.... riferendosi 
«direttamente a Dio, dee essere stimata ben più de- 
« gna di quella dc'principi della terra» (4), anche se 
in realtà, come e stato detto avanti, il potere monarchico « vien 
ad essere più forte in se medesimo». 

I principi devono considerare « quanto possa nell'animo 
« de' Popoli la forza della Religione, e da ciò appreude- 
« ranno non potersi quella alterare, senza pericolo di vio- 



(1) DcìV Istoria Civile, L. I, e. ult., to. 1, p. 49. 

(2) Ibidem, p. FA. L'arcivescovo G. A. Tria nelle sue Osservcu. critiche 
intorno alla Polizia della Chiesa.... delia Storia Civile del Giannont 
(Roma. Zempel, 17.VJ) dice: « Giannone con industria ìntroducendosi n 

< proporre rnj^uafflianza tra le due Potestà, cioè, che si Tuna, che raltn 

• non riconosca altro principio, che Iddio solo; potrebbe sofferirsi: ma.... 
« dopo averle fatte in ciò ngrnali. appresso tratto tratto va debilitandt» 

• qucdla del Sacerdozio da forma tale, che viene a soggettarla a queU» 

• dell' Impero» (p. 2). Vedremo quanto ciò sia vero. 

(:i) Ibidem, p. 52. 11 Tria, che, quando non fraintende volontariainent*- 
il Giannouf'. pare si assuma il compito di spiegarlo e integrarlo, moMra 
le conscgut^nzi* di questa massima : « di maniera che, siccome le cose 
« inferiori dipendono dalla din'zitme, e regolamento delle cose superiori, 
« le umane dalle divine, le temporali dalle spirituali, il corpo dal Panima. 

• così debba dirsi, che sia subordinato Tlmperio al .Sacerdozio, non solo 

• rispetto alle (Mise dell'Anima, ed alle cose sacrate, ma anche quanto alle 

• trm])orali per quel clu» possono c(mferire alla conservazione dell'ultimo 

< fin«'. chi* la vita rterna ». Op. cit.. p. 12. Ilo detto che il Tria frain* 
tt'ude. Si osservi, ])er esempio, (juel che il <J. scrive contro chi ha ne- 
gato la tradizi<»ne romana di san Pietro (I. C, 1. I. e. 11, voi. 1, p. hX), 
Kbbeuu'. il Tria <1ÌC4> su per giù che. se si bada che è il Giannone cte 
scrive, si ilovrà crcdiTc che egli in fonde» accetti le opinioni che COBlbl^ 
si aspramente. (Op. cit., p. 45»). 

(4) Ibidem, p. '^K 



PIETRO 01 ANNONE E l/ ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 111 

^ lentemcnte scuotere fino da' primi cardini ^ìi Stati da loro 
« jfovernati » (1). 

Anzi essi devono « col terrore, e colla forza > sostenere la 
vera religione «dove i Sacerdoti non potessero arrivare co' loro 
sermoni, ed esortazioni » (2); ed è « perversa dottrina », mas- 
sima di € empj Politici » quella « che il Principe non dovesse 
€ molto impacciarsi della Religione de' sudditi, ne sforzargli 
« a dover credere, e professare quella, ch'egli reputasse la 

* più vera » (3j, ne combattere le « perniciose », « pestifere 
eresie ». Ma non devcmo intromettersi nelle cose ecclesia- 
stiche in modo da « interamente sottoporre il Sacerdozio 
air Imperio collo spezioso pretesto di riparare alla difformità 
del (Mero,, ed alla perduta disciplina » (4). La loro opera 
devi» essere di esecutori delle sentenze ecclesiastiche, di mo- 
deratori degli abusi, ma nulla più. Per quel che riguarda 
^ la conoscenza dei sacramenti fra tutte le persone » e le 
« eause personali tra gli ecclesiastici » il potere laico non ha 
autorità, per effetto dell* « antica distinzione delle due po- 
< tenze, hisciando le persone e le cose spirituali alla giu- 
« stizia ecclesiastica e le temporali alla temporale » (5). Però 
gli ecclesiiistici alla lor volta non devono invadere il campo 
del potere laico: padroni essi di attribuirsi « il conoscimento 
« delle differenze della Religione, ed il far regolamenti ap- 
« partenenti alla lor disciplina » f6), ma non già che « la 
« ragion Canonica..., emula della ragion Civile, maneggiata 
« da'Romani Pontefici, ardisca non pur pareggiare, ma intera- 
« mente sottomettersi le leggi Civili, tanto, che dentro un Im- 
« peri(» medesimo, contra tutte le leggi del Governo, due corpi 

* di leggi si vedano, intraprendendo l'una sopra l'altra » (7). 



ilj L. V, par. :3. to. I, p. 31S. 

r-) h. II. e. nlt., par. 3. to. I, p. 18JS. 

«.'0 L. iV, e. 8. to. I, p. 276. 

(4) L. V, e. ult., to. I, p. 868. 

<ò) L. XIX, e. iilt., par. 3, to. II, p. 560. 

(6) L. I. 0. nlt., par. 5, to. I, p. 64. 

(7) Ibidem, p. 6/>. Il Tru dice che « mai la Chiesa pretese ROttometter 
« le lojrgì civili, ma solo correj^gere, ed abolire le legjji inique, contrarie 
«alla ragione naturale, ed alla Religione, al buon costume, o alla polizia 

•'H Chiesa »; op. cit., p. ir^ 



•>v« . 



\V2 



•;. A. AxnKiiLLi 



«ini ò ìKvoss;irio intoiulersi: le due potestà iiuu ilevDin» 
eoutVMulersi, ilevono eonsorvare o^riiuna le proprie attrihiizioiii 
Ik'ìi ilistinte e le prv*prie responsi hi lit:i heu deliinte: niii esse 
M* sono ^//.^^i.^. non sono iì\inwi»itihi1i : • questa <listinzif»ne 

* non inipeilì^ee. elie Tuna e Taltra n«»n jiossam» resertere in 

* una ste>Na perdona, e talora, rh'r più. a eairion d'nna nie- 

* lie^ima diirnit , Tuttavulta '»i>«»i:na preuiler eura- ehe i|uand«» 
A vNxo ri**ied«»ni» nella uiede^ìnia di-:nità, la niesiiere, ehe ei«» 

* >ìa una dignità fA-elesiastira. e n^n :ri:! una sijrnoria, •► 
^ urVir'.i» u mp*Tali. p^'idu- ia potenza spirituale, es^euili» pin 
A t'."^ile \w\\:\ temi>"raU, un mi* •iii'or.'iefe né i^<err aet-es- 
A >or:.i a -i'.u ila. siv'v'.>!iu U'**.: pii* appart».uvre airli ut*niiui 

* !,r.v-.. :t ».;;a*.i .;in»arriu^-'i: ■ Td:!".;ir:aLiLv::>.' Ir i^aenze reni- 

* V'-.il:: . ^ pr;i :::::• \.\ :*':c:::a ^:«:r::::aU : -ii i»a»» tmersi 

^: : r r ^r. ■ -f*<'*:««ne. Ut* iNK- 

'*'-;■; z\r '••iiii^'raii • 1 , 
V. ... A. /.-■ -. • * ■ : : :- . i;- r-; U-n:an/;t. «-h»? 

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line EcclfMÌaittiru sia iiffutto lìbero, ed immune da ogni po- 

giuristlizionc di l*rinei]ii oet^olarì, aiicliL- nelle i-uee cì- 

■ vili, (.' tcmyioniii, e vii> per diritto iimi uiuanu. ma divino > (1). 

Allora « una t'uii/.ii:>nc », * unii )iiira, e semplice cerimonia » 

— HUale fu l'iiicDronaKionc di Carlu Magno — «i cercò « in- 

« terpretarlu per iiiiii delle i)in potenti rnginni deJ dominio 

... « tempnralc, cli'essi \Tintan teucro «opra tutto il Mondo Oat- 

■■MbUco, e che gli adnlntori di qnella Corte seppero tanto ben 

^^Holorìre, ed inurpelluri', vbe lo pei-suasero per più secoli a 

^^Bnasi tutta l'Italia, i>d a molte parti ancora dell'Occideute» TU). 

^^E« siirse la nuova dottrina prot'owata da'dottori guelfi e eano- 

« ninli. cbe il papa fosse tti^nore di tutto il mondo » e ((uìndi 

HVeiwte « la faeoltJi di poter deporre i l'rincipi da' loro Stati, e 

« Sigtiorìe: chiamargli in Roma a purgarsi de' delitti, <le'']iiali, 

«erano ntalì uceiisati: usseguar loro certo termine a eompa- 

« rin>. Hcutenziargli, u nel eaao non ulihidtxiiksro, di dichianirglì 

« decaduti da' loro Reami: assolvere i loro vassalli da' t^iura- 

* menti dati, ed ìuvitur altri alla conquista delle .Signorie, 

l^^und' erano stati deponti. Riputandosi Signori del Mondo, 

^^hun «veano difficoltà d'investire i loro devoti di Provincie, 

^Hb di Re^ni in tutta Ih Terra, ed iu tutto il Mare d'Isole, e 

^^TOfllfi, e d'altre Provincie sconospinte, e lontane » (-ì). E 

« non potendo ttomminislrargli i loro 8)utt forze, e denaro 

« Hiiflìcicnte iHtr mantenere cHcreiti numerosi • e <lifentlcrc 

le loro rivendicazioni, « univano sovente alle armi temporali 

€ U- (spiritual], per le ijuali si rendevano a'IMncipi sutH-rion, 

f «ed a' Popoli tremendi » (4) ; e < la coga hì ridusse negli 

ittinii secoli a tale estremità, che non vi ffi Principe d'Eu- 

lopa, che come ligio non prestasse omaggio alla Sede Appi>- 

lolica. In fine per (|UPNti mezzi pervennero a far credere, 






114 0. A. ANDRIULLI 



« elle (luesto Regno fosse Feudo della lor Chiesa, ed a trattare 
^ i possessori come loro sudditi, e vassalli » (1;. 

Non è a dire quanti incentivi a guerre e a lotte intestine 
«lerivino da codesta pretesa di disporre di un regno ad ar- 
bitrio e lanciare un nuovo contro il vecchio sovrano. < Quindi 
« nac(|uero le tante rivoluzioni e i tanti inviti di stranieri 
<^ Principi fatti da' Pontefici al possesso di questo Reame, onde 
« germogliarono tante guerre, e disordini », e i re di Napoli 
furon tratti a considerare « la potenza de' Pontefici essere 
« istronìcntc» uìolto opportuno a turbargli il Regno, il quale {h.t 
« lunghissimo spazio confina col dominio Ecclesiastico » (2i. e 
cercare di difendersi contro di essa, frenando 1* invadenza 
della (^hiesa; tanto più che tutto quel che essa aveva, in Xa- 
]ioli come altrove, di potestii temporale, derivava da conces- 
sione o da tolleranza de' principi. 

E ]>rima di tutto la iiuestione <lelle investiture (.S). 

VII. 

Fino al secolo XI, lUiMitre le province meridionali erano 
disputate fra rimpcratoro d'i^ricnte e quello d'Occidente, *i 
tv PiMitctii'i Kouiani non si erano sognati d'entrar per terzi, e 
<v protender anch'essi so]>ra le medesime iiualche ragione di s«>- 
A Nranità > < P: « ne ]u»tevano in questi tempi tali pretenzioni 
* naseere ilalla tinta donazione di Costantino, o da (luella 
««li Carlo M. o di Lodovieo il Hnono.... supposte ne'tenipi 
A d'Ildebrando * T» . 

A Non è ilnnque da dubbitare che i Pontefici Romani sopra 
« queste nostre Provincie non v'aveano alcuna superiorità, ne 



vP \. W «• " i«». il. \* i^ 

t ì^ U ll.'Nv..' ihiMo>l)>< \\u Ulti.) \:\ >!orì:i *U\\f orijriiii <l«*ll«* iiivifiti- 
\\\n il («i.niMoiu' \ì.\ l'om.Hx» Aa »iì» «m». r.» u< I ì:« vr»iT:i innu'OM» riandio Kuffiff. 

(l\ tlMil<in I» S't 

^.^ llnilrm |> !•' \Sull.» t.lN-.! \ .;, \\; .■.y^r..t7\^^\\v *\\ C'ost.'lUtillO ofr. SBCte 
I M . I |».n ! Il» I. I» " . ti . n:: par. :l. to. I, p. 142: «» I. Vf 
»• ' |»n ' If l I» Ji; 



PIETRO GIANNONE E L'aNTICLERICALISMO NAPOLETANO 115 

« ragione alcuna, onde mai potessero indursi a prenderla; ma 
« per le occasioni che loro si manifestarono a questi tempi, e 

* delle quali, ricevute da essi avidamente, con molta accor- 
< tozza seppero valersi, finalmente se l'acquistarono » (1). 

Infatti Leone IX in compenso de' buoni trattamenti 
ricevuti da' Normanni concesse loro hi feudo tutte le terre 
(M»nquistate e da ccmquistare verso la Calabria e la Sicilia. 
€ Ma «(uesto non fu che un assicurare maggiormente i Xor- 
« manni della sua amicizia, perchè senza suo ostacolo prose- 
« guissero le loro conquiste, benedicendo le loro arme, e dichia- 
€ rando |)erciò le loro future intraprese giuste ; ciò che i 
« Normanni come religiosi desideravano.... Questi furono i prin- 
« cipj delle nostre Papali investiture » (2), ch.e « nel Pontetìcato 
« di Nicolò II si stabilirono.... c(m maggior fermezza » (3). 
Niccolò venuto in urto col Guiscardo lo seemunicò € re- 
« putando in questa maniera, ciò che Leone non avea potuto 
« con eserciti armati, di"poter ottenere egli colle censure» (i), 
ììMì poi, visto che non la spuntava così, venne ad accordi nel 
cnncili<» di Melfi (5). ^Si pensò pertanto un modo nel quale 
« cias<*heduno trovava il suo vantaggio. Era già, come s'c detto, 
« introdotto costume che ciascuno, per conservar meglio i suoi 
« beni gli sottoponeva alla Chiesa Romana, alla quale, obbli- 
« gandosi i possessori con una leggiera ricognizione, si dichia- 
« ravano ligi, giurandole fedeltà. I Pontefici K(miani in questi 

* riscontri sempre v'avevano i loro vantaggi, perche essi niente 
« davano del loro, ed all' incontro, oltre della fedeltà giurata 
« ed il censo, nel caso di mancanza di prole legìttima e ma- 

* sellile, gli Stati si devolvevano alla Chiesa, ed era in loro 
« arbitrio d'investirne da poi altri. I popoli ed i principi poco 

* curavano d'esaminare se potessero farlo o no, e donde 

* venisse questo lor diritto d'investire, farsi giurare fedeltà, 

* e di ccmceder anche titoli di conti e di duchi: bastava ad 



0» Sai f (fio. \i. 40. 

(2) Ibidem, p. 47. 

(3) Ibidem, p. 57. 

(4) Iliidem, p. 60. 
ih) Ibidem, p. 62. 



116 0. A. ANDRIULLI 

< es8Ì che fossero difesi colle scomuniche, delle quali si avera 
€ tanto spavento, osservando che i loro nemici sovente s'aste- 
€ ne vano di mover guerra per non esporsi a' fulmini della 
« Chiesa » (1). 

E Roberto ricevette Y investitura, prestò il giuramento di 
fedeltà. « Ecco il fondamento del diritto che pretendono i 
« Pontefici Romani sopra i reami di Napoli e di Sicilia : fonda- 
« mento il quale, ancorché a questi tempi debole e vacillante. 

< nulladimanco, in progresso di tempo, renduto più fermo e 
€ stabile, potè, per Taccortezza de' successori di Nicolò II, so- 
€ stenere fabbriche si grandi ed eccelse, che arrivarono a di- 
€ sporre di questi regni a lor piacere ed arbitrio, ed a trasfe- 
€ rirgli di gente in gente » (2). Alcuni credettero poi che ciò 
dipendesse dalla donazione di Costantino, Pipino o Carlo Ma- 
gno; ma il Freccia dimostrò che « queste investiture non pqj*- 
€ sono fondarsi in altro che nella consuetudine, in vigor 
« della (luale la Chiesa Romana è stata solita investire » i'ò). 
« I pontefici romani in questi principi si contentavano <lel 
« solo censo per render soave il giogo, ma tanto bastò perchè 
« in decorso di tempo potessero per la loro accortezza aprirsi 
« il campo a pretenzioni maggiori » (4). Pertanto rinvestitura 
fu confermata da Gregorio VII a Roberto, da Urbano II al 
duca Ruggero, da Calisto a Guglielmo. E Ruggero I re di 
Sicilia « reputò non bene, nò stabilmente, o legittimamente 
« poter assumere quel titolo, uè ergere i suoi Stati in Reame, 
« se non vi fosse stato il permesso o conferma di Anacleto, 
« eh' egli reputava vero Pontefice, al quale avea renduto i 
« suoi Stati tributar*), e de' quali i suoi maggiori ne aveano 
« ricevute rinvestiture >► (5). Quindi, terminato lo scisma, papa 
Innocenzo, preso prigioniero e venuto ad accordi col re, «tolse 
« tutte le scomuniche fulminate contro Ruggero e contro i suoi 
«( aderenti; onde il re col suo figliuolo Ruggero andarono a 



(1) Su fi fi io^ p. «:{. 

{•2) Ibidem, pp. 64-5. 

(:{) Ihidt.Mii, p. Gó. 

(4) Ibidriii, p. GG. 

(ò) L. XI. to. II. pp. 144-5. 



PIETRO GIANNONE E L' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 117 

* mettersi a' suoi piedi, e a riconoscerlo per vero Pontefice.... 
« e gli si resero ligj, con promettergli il solito censo... » (1). 
E quando a Ruggero successe il figlio Guglielmo e si fece 
incoronare senza il permesso del papa, ch'era Adriano IV, 
questi non volle riceverne l'ambasciatore che veniva a con- 
fermare la pace (2), tanto era ormai radicato il concetto del 
diritto pontificio sul reame. Poi Adriano finì col concedere 
a Guglielmo V investitura che « fu la più ampia e di gran 
€ lunga vantaggiosa di quante mai fossero dagli altri pon- 

< tefici concedute a' Principi Normanni » (3). 

Alla morte di Guglielmo II € vi è ancora chi scrive che 
« il Pontefice Clemente III, vedendo mancata la stirpe legit- 
« tima de' Normanni, avesse preteso che il Reame, come suo 
« feudo, fosse devoluto alla Chiesa romana, e che a questo 
« fine avesse unite sue truppe per ridurvelo. Ma questo è una 
« favola molto mal tessuta: non erano a questi tempi i Pon- 
« tefici Romani entrati ancora in simili pretenzioni : essi a 
« ])assi corti, e lenti s'inoltravano, e per allora eran contenti 
« dell' investiture, le quali in progresso di tempo, secondo 
€ le eongionture propizie che si sarebbono offerte, ben cono- 
« scevano, che potevan loro recare maggior vantaggi » (4). 
Clemente si affaretto invece a mandar l'investitura a Tancredi 
conte di Lecce, designato da tutti (5). 

Ma Innocenzo III con molta difficoltà e molte restrizioni 
die l'investitura a Costanza ed al figlio Federico II ed alla 
morte di quella ottenne addirittura il ballato del sovrano 
minorenne (6) ; e « governò i reami di Sicilia con assoluto 
impero e dominio » (7). 

Alla morte di Federico II, Innocenzo IV, € persuaso, 

< che per la sentenza della deposizione interposta nel Con- 
« cilio di Lione, fosse Federico con tutta la sua posterità. 



(1) L. XI. e. 8, to. II, p. 166. 

(2) L. XII, to. II, p. 280. 

(:j) L. XII, par. 2, to. II, p. 287. 
(4) L. XIV, to. II. pp. 808-9. 
(6) Ibidem, p. 809. 

<6) L. XrV, e. 2, to. II, pp. 826 e 827. 
T^ L. XV, e. nlt., to. II, p. 867. 



• . • -^ 



»'.■■■ 




118 «. A. ANDRIULLI 

« decaduto da' Reami di Sicilia, e di Puglia, pretese che 
« come Feudi della Chiesa Romana fossero a quella rica- 
duti » 1^1). 

Jlanfredi volle resistere, ma e noto con quanta fortuna: 
fin da principio i Napoletani « apertamente gli fecero intcn- 
« dere, che amavano meglio di sottoporsi al dominio della 
« Chiesa, che star interdetti, e scomunicati, aderendo al par- 
4^ tito di Corrado, cui senza l'investitura del Papa, non p<v 
« tevan riconoscere per loro legittimo Re » (2). 

La lotta fu lunga ed accanita, ed il papa ne ricavò il mag- 
gior frutto che potesse desiderare, perchè a Carlo d'Angiò, che 
gli doveva Y investitura, anzi addirittura il trono, potè imporre 
numerosi patti (3). E durante tutto il periodo angioino « non 
«solo i Pimtefici Romani non ebbero alcuno ostacolo a' loro 
« disegni di stabilire la Monarchia ; ma trattando questo 
« Reame come lor Feudo, ed i Principi come veri Feudatari, 
« e loro ligi, vi fecero progressi meravigliosi » (4). 

Ma anche dopo quel periodo fortunato per la euria n»- 
mana che fu la dominazione angioina, i sovrani di Na[K>li, 
anche se <|ualclio volta mostrarono un po'di spirito frondista, 
drsidcrannu) sempre di ottenere l'investitura io), fino alla lotta 
per la successione di Spagna ed al riconoscimento di Carlo VI 
(la parte di Innocenzo XI 11 nel 1722, che fu uno strap|x> 



in !.. XVIII. to. II. pp. 47^. 

rJ) lltidriii. p. 47'.i. 

C'.ì !.. XIX, e. J. lo. II. pp. ;M;» JM. 

IO !.. XIX. <•. uh., par. 1. to. II. p. MT. 

l'i) A Carlo III ili Diirazzo il papa l'ari-va iliro * v\w il R<'}nii> era 
* «Itila Chiosa, ilalo a lui in tViul»».... o vhv perciò crii in t'iezioii sua, e 
. ilrl Collr;;in do'Canliuali. di ripi^rliarsi il Ko<;no » (1. XXIV. e. 2. to. Ili, 
p. -Jii(i). Diiraiitc la contesa tra Kcnato ed Altouso. alla morte lii Oìo- 
\M\u:\ 11. Ku;;rina pretrsr « aiìiininixtrar » il n't*iio e « dostinar il Balio 
p«'r ro;;y:rrlo » (I. XXV. r. 7. tt». 111. p. .•^:{7Ì. Alla morto «li Alfonso il paps 
Calisto ilrri-^o (li - (licliiararo il Kt'jriio ossrr devoluto alla sua St'df » 
(1 \ Wll. lo. 111. p. ioni. Tatdo IV minacciava a Filippo II «ohi* Ta^Tebbe 
prn;iln ilrl Urlilo, romr ileraduto alla S. St»dc » (I. XXXIII. C. 1, tO. IV, 
p Jl.ii. .Vncora nel K^I il virerò d'Arapma si recò a Roma a preitaiV 
oMiau'uio al nnoNo papa Clemente X a nome della Ke^K<^nte madre di Carlo II 
(1. WXIX. e. "J. par. I. to. IV, p. 44i«). 



PIETRO GIANNONE E L' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 119 

< alla Icg^e deirantìche investiture, le quali proibivano a' Re 
« di Napoli d'essere Iinperadori, o Re de'Romani » (1). 

Quanto al rimedio, il Giannone pare (2) che voglia addi- 
tarlo nell'esempio della Sicilia, ove « siccome per lo bisogno, e 
« circostanze di que'antichi tempi fu introdotto allora costume 
* di prender rinvestitura di queir Isola da'Romani Pontefici: 
« cosi ora per desuetudine, e per contrario uso si è quella 
« affatto tolta, ed abolita; tal che oggi quel Regno rimane to- 
« talmente libero, ed indei>endente » (8). 



Vili. 



Uopo la questione dell' investitura, quella che più inte- 
ressa il Giannone, come contraria airautorità del sovrano, è 
la giurisdizione speciale del clero. 

In origine « gli Ecclesiastici non avevan quella cogni- 

* zione perfetta, che nel diritto chiamasi giurisdizione: ma 
« la loro giustizia era chiamata notiOj jndicinm, audientia, 

* non giammai jurimìirtio ^ (A:)\ insomma la chiesa faceva 
« da arbitra sopra queste tre sole occorrenze.... ciò sono, sopra 
« gli affari della Fede, e della Religione, di cui ella giudicava 

* per forma di politia: sopra gli scan<lali, e minori delitti, 

* di cui ella conosceva per via di censura, e di correzione: e 

* soi)ra le differenze fra* Cristiani, che a lei riportavansi > (5). 

< Ma i regolamenti della Chiesa e tutte le decisioni sue 

* obliligavano per la forza della Religione, non per temporale 

* costringimento, ne gli trasgressori eran puniti con pene 

* temporali, ma con censure, ed altri spirituali gastighi, che 



(1) L. XL. e. 4. 

(2) È anchi^ ropinionc della Fonaeca. op. cit., pp. xiii-xiv. 

(8) L. XXIII, e. 2, to. Ili, 1». 238. Più esplicito è nel 1. XL, r. 4, 
to. IV, p. 487-8, in cui dà anche l'esempio di Sardegna. Aragona, Inghil- 
terra, Scozia ec. « Cosi secondo le opportunità, che le si presentarono, 
« tolsero i savj Principi da' loro Reami queste soggezioni, le quali intro- 
« dotte ne'tempi dell'ignoranza, siccome per abuso s'erano in quelli sta- 
« biute : cosi per contrario uso furono abolite ». 

(4) L. I, e. ult., par. 6, to. I, p. 66. Il Tru invece fa notio e jurisdìctio 
•iBonìmi; op. cit., p. 88. 

[Si Ibidem. 



12<ì «. A. AXDRIULLI 

* IHìteva ìuipi^rro la Chiesa *<1^ a meno che gì' iniperaturi 
non avessero « per mezzo delle loro Costituzioni coMandofo, 
« elle fossero osservati, e lor dtffo forzti ili legge con inse- 
« ririrli nelle loro Ci>stituzioni » 2 . E < non essendo stata 
« lon^ eoneeduta. ne per diritto divino, ne fino allora [età di 
^ Tostantino^ per legge ti' alcun Principe, immunità, o esen- 

* zione alcuna, dovevan in conseguenza da* Magistrati secolari 

* nelle eause del seeob» esser &:iudieati » .S . 

* lTÌustìniano... tu il primi», che c«»mineii'» ad accrescere 

* la conosf^^enza de* Vescovi, nelle cau<c degli Ecclesiastici, e 

* diede a quelli privilegio di n^n piatire avanti Giudici 

* laici >• 4 , ma non di potere <» di l'^r autorità imprigionare 

* le ]vrsonc ecclesiastiche, ne aver carceri : né />*»(€»• imporre 

* ivne afflittive di corpo, d'esilio, e molto meno di mntilazinii 

* di menihn». •» di munc, anche ne' più gravi delitti: ne con- 

* r»ouuaro all'ammende iHvuniaric w ò . 

\^i\rìx* M.V"'* tu iiuell» ohe dv'i>"<TÌu<riniano più < aecreWie... 
' ia i.'i^'>cou:a do'Vescv: ». : liuali e'»'^»erò < T' rrft'trir,^ e<l il 

* .7 N : . ■ . X » ■; . « Ordiu' ''arU' d: vautairgio ne 'suoi C*ijt*t*f 

. . hi' :r.d;s::r.;ai>-.vy.:t :::::: : «"'r.er:::. v M-naci, •» Monache 

* " •: : tvvnr^ v<^ro .- . ;:vr: .= va:;:: :1 ML^jì^rato >ecMlari*, 

* ■■::■. ^ \:\\:\\\:c .\^ :\\\: • V ^ \ : ^ :: ! /ivìl»-. che i>«'te>>tT'i 

* ■ : . ■ \;;* !.\ r. " ;^": V; V jv: ..^7<^• :n::.ìi;z! al Ves«*«»vi». 
' 'jj:;^* :- ^\iji •.; v : Ji•^•^/. "V :r \r:.: causa civili, 
» . .-": , "\'\. :.: \sV. l' v:»--^..' r F--:rr:?" L e la '^ua 

* -■ . :. :: ■■ - ~.\, v: '" \ .; V < T:u>::i:ìano. tanti» 

. ": . -A, .7. > : «.cella distin- 

. « :.• \ ' '.:.'".:, Oie-i^i. e Laici: 

.'.'. :...:: j " ~'.'*' V. r"- U: -*v-/ "»iare. cu i 

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PIETRO GIANNONE E L' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 121 

guito vennero gli abusi e le esagerazioni, particolarmente nel 
X secolo, quando i papi obbligarono i vescovi a recarsi a Roma 
€ a ricevere il pallio, e pretesero che le cause delle loro 
€ diocesi per appellazione, o per negligenza in trattarle, do- 
< vesserò portarsi a Roma p (1). 

Le Provincie napoletane finora hanno subite le con- 
dizioni generali dell'impero; da' Normanni in poi avviene 
della giurisdizione ecclesiastica quel che delle investiture. 
Anche qui la dominazione angioina segna un gran progresso 
per gli ecclesiastici: ne' capitoli tra Clemente e Carlo I fu con- 
venuto € che le cause Ecclesiastiche dovessero trattarsi innanzi 
€ agli Ordinar], e per appellazione dalla Sede Appostolica; ed 

* essendosi proccurato in questi tempi... stendere la conoscenza, 
« ed il Foro Episcopale in immenso, tanto che non vi era litigio 
« dov essi non pretendessero metter mano, furono tirate tutte 
« le cause in Roma » (2). 

Ed ecco in che cosa consistette questa estensione di giu- 
risdizione (3). 

1" Intanto tra' chierici si mettevano € tutti quelli, che 

* avevano avuto tonsura, ancorché fossero casati, ed atten- 

* (lessero ad altre occupazioni, che Ecclesiastiche » (i) ; poi 



II) L. Vili, e. iilt.. to. I, p. .518. 

(2) L. XIX, 0. nlt., par. 2. to. II, p. 549. 

(3) L. XIX, e. ult., par. 8, to. II. pp. 558-9. A' tempi del G. però la 
(giurisdizione era ridotta A meno forse di quel che a lui pareva il giusto 
punto. Noi faremo nelle note de'raffronti servendoci specialmente di tre 
opere: Gekvehsis M. A., Praxis archiep. Cun'ae Neapoì., Venetiis, 1667; 
Chiavetta Ben., Instit, juris canon., Panormi, 1711-18, to. 4; Aulisii Dom.. 
In IV institutionum canon, libros comment., Neapoli, 1721. Il Geno- 
vese fu vescovo di Montcmarano, poi d'Isemia, e il suo libro fu per tutto 
il secolo XVII come il codice ufficiale della curia più intransigente del 
regno ed eltbe molta diffusione (noi, oltre alla presente, ne abbiamo ve- 
duta un'edizione del 1616 od una del 1647) ; il Chiavetta era' un gesuita ; 
l'Anlisio era un anticuriali sta, però il suo libro, in cui non espose idee 
proprie ma il diritto canonico allora vigente, usci con Tapprovazione della 
curia tMl era certo ben noto al Giannone, che ne fu Teditore (cfr. Pasziki L., 
Vita di P. G., premessa alle Opere del G., Milano, 1828, v. I, p. 11). 

(4) Per^> a parecchie condizioni, per es., che portassero sempre la ton- 
«m e l'abito talare (Gknuensis, p. 115, Chiavetta, I, 248, Aulisio, p. 188), 
ifea non commettessero delitto (Chiavetta, I, 265, Aulisio, p. 194), che non 




122 (i. A. ANDRIULLI 

i terziari di san Francesco (1), le concubine de'ehieriei (2), i 
tanìiliari de' vescovi (3)! 

2*^ « Sostennero, che ogni causa dove occorresse mala 
« f'f'fl(\ e ])er conseguenza peccato, fosse della loro giurisdi- 
« zione, come quella nella quale occorre di doversi trattare 
« del st>ggetto deiranima, di cui essi sono i Moderatori ». 

:\^ « Sostenevano, che la conoscenza de' testamenti loro 
« ai»i)artenesse, come materia di coscienza ». Quindi « nel 
«^ nostri» regno la pretenzione di alcuni Vescovi, d'arrogarsi la 
«e t'aeoltà di far essi i testamenti ad jìias causas per li I-aici, 
« che muoiono ah intestato » (4). 

4^ « Se tra più compratori, coeredi, o condebitori, uno ne 
« fosse Cherico, essi dicevano, che il i)rivilegiato, come più 
<< degno, deve tir. re avanti il suo Giudice tutte le altre 
« parti » [ì>K 

r>" * Sostenevam», che tutte le cause difficili, s|>ezial- 
A mente in punto di ragione, loro appartenessero, e princi|)id- 

* mente quando vi era diversità d'opinioni tra'Oiureconsulti, 

* o (ìiudiei *. 

iV" ♦ Dicevano, che apparteneva ad essi il supplire al 
<^ diletto, negligenza, o suspizitme del Giudice laico ». 

7' * Si)tto colore, clie negli antichi canoni trinavano, 

* l'he il Vcsci^vo era pn»tett(»re delle persone miserabili, come 



r^t'niln»oro il ((Miuut'nio «ul arii nìIì «Aii:<:o. |i. Ii«3^ vhr non hì tr.it- 
t;»»r «li raus,' iVmlali i(ì»M!n««>. p. :i'.^ 1'm:vmt:a. I. 2S"; Rovit*» S< ip.. 
ìni.iìtrilfi ('»'»/; ;/if ;/f. h >. i/i/;i/.in I*r,i,t,n. S'iti* tifììe>. N«*apoIÌ. 171**. 
I» 1T«". Ut' il «liii'rit'o t«WM« pr»M»'-.sato rouif oiiraton* o tnton* dì l.iici 

(('IMWMIV. ì. 'J^i». Al'. > '. l>. li*.'i'. 

ili ruvt'hr muti u\ \o\\uì\\\\i\ li'-i; n'Tii. I. -■''»>>. 

y") \\\ «.oio ilf»liii,» ili »'on» u^iiìacci"^ ^-'i «'hi«TÌo«> iChiaxktta. 1. *_'♦>«»). 

t r i;» M ! \x.^ P ;'>.>. 

p-M'n ('n.Mii.^. ì 'J*»r. Ki;!i >Ti'vvo pelò «lire :• riorìoiis A*'t«»r «It'liel 

• >r.pn l\Minu \\v\ K'i hi» n't om i \ì:t ('!rrì4'inu r.»rain ro«!oni «Itulicr in 
. t niv.v ,ì\»li . ,1 *.'Nii M,^ .jiì* hi- ]M T '.r I .i!>i- rriuiinali r Al" Lisiu scrive: 
. >i « hìuiis K'\ l.aiMis snì»\jl iìoìnì»i;;aìJt. l>.-j'-i". «Im-vni. Ain)H>s a JndlM 

• Kt I hsiavM. I» , SH,« ,'0)in,»N, in,i,%>. .,r,:a r.i.;i:S ill::ìu:in trahit ad se miaM 
■ iiuttuin In i«M->« i.nurn oì«M<v\an;r v,: .[;:ìm(11«- a suo Jiidice piiBiftCar» 
,p T»'t 



PIETRO OIANXONE E U ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 123 

« «Ielle vedove, pupilli, stranieri, e poveri, volevano conoscere 
€ (li tutte le loro cause » (1). 

8** € Inventarono un altro genere di giudicio, chiamato 
€ di foro misto, volendo, che contro il secolare possa* procedere 
€ cosi il Vescovo, come il Magistrato, dando luogo alla pre- 
« venzione, come sono i delitti di bigamia, d'usura, .di siigri- 
« legio, d'adulterio, d'incesto, di concubinato, di bestemmia, 
« di sortilegio e spergiuro, siccome ancora le cause di decime, 
« e di legati pii » (2). E i vescovi ])rcvenivano sempre. 

9^ 4t Si appropriarono tutte le cause matripioniali, di- 
« cendo, che essendo stato il contratto di matrimonio da 
< Cristo »S. N. elevato a Sacramento, la cognizione di tutte 
« le cause a quello appartenenti deve essere de/ Giudici Ec- 
« clesiastici » (3). 

Ed < altri innumerabili casi, ne'quali eran costretti i Laici 
« piatire avanti Giudici Ecclesiastici » (4). 

I Francesi si trovaron nelle stesse condizioni che i Na- 
p<»Ietani, ma poi rimisero < la lor giustizia al giusto punto 
« della ragione, lasciando solamente alla Chiesa la conoscenza 
« de' Sagramenti tra tutte le persone, e delle sole cause i)er- 
« sonali degli Ecclesiastici; che fu in effetto ritornare allan- 
« tica distinzione delle due potenze, lasciandosi le persone e 
«le cose spirituali alla Giustizia Ecclesiastica, e le 
« temporali alla Temporale (5). Nel nostro reame gli S^a- 



(1) Una timida conftTiiia ablùaiuo in Chiavetta, IV. 8. 

(2) Cfr. Chiavetta. IV^ 3. Aulisio. p. 181. 

(8) Cod«'Hta cognizione 'era però di carattere spirituale. Lo stesso Tria 
Rcrinse : « Noi giammai netrassimo, che fnsse lecito a" Prencipi far leggi 
« sopra i matrimoni in quanto il matrimonio si considera come puro con- 
• tratto » (op. cit., p. 536). 

(4) A' tempi del Giannone la Chiesa aveva rinunziato alla maggior 
parte delle sue rivendicazioni. S' f visto come molti de' capi esposti non 
si trovino in tutti e tre gli autori, o addirittura in nessuno (quando non 
li abbiamo eitati) : segno che nessuno più ci pensava. Del resto quel 
po' d* autorità che il giudice ecclesiastico aveva su' laici era piuttosto 
d* indole penitenziale che giudiziario vero e proprio. 

(5) Il BoNArii aveva detto che « questa è schietta dottrina papale » 
(Saggio, p. 154). Il Couo invece dice che la distinzione che il G. fa era 
'i tutti gli anticurialisti (1. e. p. 384). V^eramente degli anticnrialisti io 

Bon riuscito a trovare l'opinione circa il foro ecclesiastico, ad eccezione 



^TW 



12i a. A. AXDBirLLl 

« ffìikioli cominciarono a rìsecar gli aba$i, ma non ridiissero la 
« lor Oinfftizia al gin<ito punto, come si fece in Francia, perchè 

* jrli SjffignuoìL.., vollero medicar la ferita giurisdizione Regia 

* con impiastri* ed unguenti, non già col fuoco, e col ferro, 
4r come si era fatto in Francia » (1». 

Il concilio di Trento accrebbe enormemente le attribu- 
zioni degli ecclesiastici. Cosi « agi' Impressori della Scrittura. 
*o d'altri sì fatti sagri libri, che senza licenza dell' Ordi- 
« nario, o senza nome degli Autori gì* imprimono, oltre la 
«scomunica, s'impone i>ena pecuniaria ». A'vescovi si con- 
cede « di valersi della medesima pena, e di mnlte i>eca- 
« niarie, col costringimento ancora delle persone de' rei, in- 
« differentemente a' Cherici, ed a' Laici, o per proprj o per 
«alieni esecutori»; si concede di poter sfrattare «la con- 
« cn1)ina, che passato l'anno, durando nella scomunica, non 
« lascia il concubinato » *2;; di poter « costringere il Popolo 
« con imposizioni di decime, di collette, o in altra guisa, 
« che stimerà, a somministrare ciò che bisogna, per sostenta- 
« mento de' Sacerdoti, e Cherici, che stimerà »; di poter visi- 
tare € tutti gli Ospedali, e Confraterie de' Laici; tutti i Monti, 
« e luoghi da' secolari eretti, per essere di pietà, e da ossi 
« amministrati, eccettuandcme solamente quelli, che sono sotto 



del Kocclii e dol Doria, il (pialo ultimo, contrariameiito a qiiol che .*i(feriua 
il (ìkntilb (1. e. p. 2.'»1 n.). l'avt'va proprio opposta a quella dol Gmnnonr. 
olio ora la stossa dol diritto canonico d* allora. < Rerum et personaruiu 

• Eoolosiao ost Ecclosiasticas Judox, Civiliuni vtTO Soeularis ». (Avmmv. 
p. lft<») € Dividitur primo Jurisdictio in Eoclosiasticam. et Politicam. wu 
« oìvilrm. Prima ost in ordinos ad salutoni aninianim. et cultuni domini. 
« Socunda in ordino ad tomporalom frubornationom, ot pacom » (Chiavetta. 
Ili, H). I/Aulisio spioK^\ anche cosa voglia diro quella giurindìziono stnlla 
Urs KvchaiiU' : « quandoquo tit. ut Rous sit laicus, et nihilominus Jndi- 

• dicium dohfat osso Ecclosiasticum. oo (piod do re Ecclesiastica. 8eu «pi- 
< rituali ajratur • (op. cit.. p. isi). Ignorava tutta la portata delle Rue 
artVnnazioni tooricho il (ìiannono. discepolo dell'Aulisio ed editore del 
tr:itt:ito oho oitiamo ? 

(Il L. XIX. o. ult., par. M. to. II, p. r.6n. (^fr. 1. XXXIII. e. :), par. 1, 
to. IV, p VIU. A proposito della politica ecclesiastica degli Spagnoli. U 
<i. dior oho Kerdinaudo il (Cattolico ♦usava piacevolezza, e lentenft» 
(I. XXX. o. nll.. lo. Ili, p. .^(;n. 

CJ) h. XXXIII. o. :i. par. I. to. IV, p. 176. 



flUntO (JUHNDHB E L'ANTICLEBICIUBHO IfjU>OI,BTANO 

Finiiucdiatu prottiKionc Re^^ia ». * Sì tJà il privilegio (lol t'orc 
■^Cberini <1Ì prima tonaura, ed a' l'onitigati a Inr talento, 
I MNìOiido \{i (.-ircostunze n lor arbitrio prescritte, come se 
tìentu a'i'riuripi appartenesse il vedere, tgnando postianu 
Nimire dalla loro giarisdizione i loro sudditi, e fjiiali re- 
IjOtitilì debbano avere » (Ij. * Si proìbìace a qnaluiiiino Magi- 
trato Seciilarc dì poter impedire, o (ar ritrattare al Giudice 
Wlesiftstico le scomuniche che avease fulminate, o fosse per 
liminare; contro l'inveterato coHtnnie, non men del noHtro 
Befano, che dojjli altri Reami ». 

ai d^ facoltà a'vescovidi < eoiiiniiitur la voluiità degl'in- 
hilutori |di ospedali), le loro eutrute applicarle ad altri nsi, 
nnire i (ìovernadori con privargli dell'amministrazione, e 
lei governo, V sostituirne altri », « m dispone eou libertà 
^padronati de'Laiei», «si Hlalnliitcono le pene pe' duelli, 
fcsurpazjoni tntte dell'autorità temporale, non estendendoci, 
some s'iN detto, l'autoritó data da Cristo alla CUies» a eose 
■i iiuenta natura » {2). 

« I P"ranee>ii alla «coverta rifiuturono que' canoni, non vol- 
* lero accettarli »; invece FÌIÌpi)o II cercò di non « prcgiii- 
< dirare le HUf regalie », pitr volendo « in apparenza tener 
« («nddlatatto il ]x>ntctìce » e dopo die il reggente Villano in 
una memoria gli ebbe rlaiutunto tutti ì capi (tubiti, »crÌ!^se 

Kicerè « che non faeeiwe far novità alcuna in pregiudizio 
lila 8ua autorìtji Regale, in ijue'eapi aeeennatigli » (3;. 
Questo nel 1566. L'anno dopo usci la famosa holla in 
Ita Domini di Fio V che tante lotte doveva suscitare. 
vviiCsta bolla • butta interamente a terra la potcslii de'Priu- 
« cìpi, toglie loro la sovranità de'Ioro Stali, e sottopone il lor 
l^tiveruo alla censura, e correggimcnto di Roma • d). Basti 
, Ira l'altro, che < si sconinuicano tutti i l'rincipi, i quali 
tetli loro Stati, o impongono nuovi pedaggi, gabelle, da^. o 
lecreaeauo gli antichi > senza permesso del papa 15); si 



\ 11) L. XXXIIl. >'. i. iiur. 1. lo. 

[. (1) llita«m. t>. 17». 

[ (9) llitilmi. 

I II) L. XXXIIl, <■. 1. i.i. IV. |i. 




< 



120 (f. A. AXDRIULU 

«stabilisce T immunità degli Ecclesiastici assolutameute, ed 
« imlependente da qualunque privilegio di Principe » il.»: si 
scomunicano tutti coloro che impediscono resportazione per 
Roma, e « tutti coloro, che proibiranno Teisiecuzione delle let- 
« tere Appostoliche col pretesto, che vi si abbia prima a ri- 
« chiedere il loro assenso, beneplacito, consenso, o esame »; 
quindi rimane annullato il regio cxequatur (2). 

Il viceré si oppose all' esecuzione della bolla € solo at- 
€ correndo a' casi particolari, impedendo a' Vescovi, quando 
« volevan con effetto eseguirla, e metterla in uso >►, ma non 
pensò sempre a < punire la pubblicazione, che si faceva da'\V 
« scovi, e da' Parrochi : ciò che ha permesso ad alcuno di 
€ scrivere che questa Bolla fosse stata nel regno pubblicata, 
« e ricevuta » (8Ì. 

Allora però cominciò da parte de' viceré una certa re- 
sistenza che condusse alla quasi abolizione del foro misto '4) 
e dell abuso su' testamenti (5). 



IX. 



Rimangono diverse attril)uzioni particolari che, conu* le 
investiture e la giustizia, sono oggetto di discordia tra le 
«lue potestà nel regno di Napoli : il rrgio r,reqnafin\ la cen- 
sura de'libri, rinimunità delle Chioso, l'Inquisizione (6> 

ljr.rr(it(((tnr « si riooroa noi Regno alle Bolle, e rescritti 
« del Papa, e ad ogni altra provvisione ohe viene da Roma. 
« son/a il <|ualo non si pormotto, elio si mandino in esecu- 



(II !.. XXXIIl. V. :!. par. I. to. IV. p. ls4. 

IJ) ll»i<lrm. p. l*^.^. 

(M) lliidriii, p. I'>7. 

m !-. XXXIII. r. 7. ti.. IV. p. L'J(>. 

i:.ì L. XXXIII. e. \K to. IV. p. J:;:;. 

M'i) Nrlla vicina Sirilia <•' rra ima (iiH'stiimr molto iiiiportnnt<* hqIU 
«pialr il <Jiaimoiir «loM'va scrivon' un liliro apposta, la Irgazia ajtftstoìiea. 
KblMMir. (li qìuwta qiM'stiom'. clic aveva avum y:ià la sua soluzione giuri' 
dica per opera <l«'l i'aniso ict'r. St un to. Sttittt e (lnv$a oit.. p. 2011, • 
Hii.NiMi. Sdfifini, p. ii.M. il <;. s'è limitato a narran' l'origine 1101111 
attiii^cmlo al ««olito «rrsiiita UiifìiiM* (ct'r. Honacti, p. 141 ilgg.)> 



PIETRO OIANXONE E L' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 127 

« zione » (1). € Nacque per la conservazione dello Stato, e 
« |>crchè in quello non siano introdotti da straniere parti oc- 
« easioni di tumulti, e disordini » (2) e può essere concesso solo 
dal consiglio Collaterale. Con esso « non si pretende di volere 
« a\'valorare, o disfare ciò, che il Papa ha fatto, quasi ch'ejrli 

* nelle cause Ecclesiastiche, e spirituali abbia bisogno della 
« potestà del Principe Secolare; ma unicamente vien richiesto, 
« perche il Principe, che deve vigilare, e star attento accioc- 
« chò il governo de' suoi Regni non sia perturbato, sappia, 
« che cosa contiene ciò, che da fuori viene » (3). 

I papi, specialmente Pio V, cercarono ottenerne Taboli- 
zicme, ma fu inutile: Fuso fu confermato solennemente < a'dì 
« nostri.... dal nostro Augustissimo Principe.... negli anni 1708 

* V 1709 » (4). 

Quanto alla censura, « a' Principi appartiene, che lo Stato 
« non solamente da' libri satirici, sediziosi, e scostumati, o pieni 

* di falsa dottrina non venga i)erturlmto, ma anche da per- 
« niziose eresie » (5), non già come da molti si pretese, a' ve- 
scovi ed alla curia romana. « E ormai a tutti per lunga 

* esiHTienza noto, che la Corte di Roma a niente altro bada 

* più sollecitamente, che di proscrivere tutti i libri, che so- 
« stenendo le ragioni de' Principi, i loro privilegi, gli Statuti, 
« le Consuetudini de' luoghi, e le ragioni de' loro sudditi, con- 
« trastano queste nuove loro massime, e perniziose dottrine» (6): 
mentre mm sono proibiti i libri contrari all'autorità regia. 
« Sono parole si, ma come altri disse, parole che tirarono 
« alle volte eserciti armati : parole che istillate continuamente 
« agli orecchi de' Popoli, gli rendono persuasi di ciò che 

* scrivono... : condannano perciò nelle occasioni la parte del 
« IVincipe, stimano noi miscredenti, e che si voglia colla 



(1) L. XXXlll, e. 5, to. IV, p. 199. 
<2) Ibidem, p. 2<il. 
(:j) Ibì(l«'iii, p. 202. 
(4) Ibidem, p. 219. 

(6) L. XXVII. e. 4, par. 1. to. HI. p. 4:{n. 

(6) L. XXVII, e. 4, par. 2. to. III. p. 4:14. Neppure Mons. Tria sa no- 
a* Principi il diritto dì « invigilare, ohe ne' di loro stati non H'intro- 
M?U »orta di libri ». Op. cit.. p. 555. 



128 G. A. ANDRIULLI 

« forza solo sopraffargli.... Ma.... prendane chi può e deve, di 

* ciò cura e pensiero > (1). 

Quanto alle immunità delle Chiese, il Giaimone rammenta 
che prima « il dichiarar le Chiese per Asili^ e dichiarar i de- 
« litti, s' apparteneva agF Imperadori >. Ma Gregorio XIV, 
nel 1591 « ristrinse il numero de' delitti incapaci d'immunità; 
« e quel che più era insopportabile, volle, che i Giudici Ee- 
« clesiastici avessero a giudicare della qualità de' delitti, e 
« quali fossero gli eccettuati, affin di poter estrarre i delin- 
^ qucnti dalle Chiese » (2). Ma i viceré seppero resistere. 

Di fronte all'Inquisizione il punto di vista del G. è il 
medesimo che di fronte alla censura ed all'asilo. Lo scopo 
di essa non è illecito; solo che essa ò compito del sovrano (3ì. 
Cosi gl'imperatori cristiani «stabilirono diverse leggi contro 

* gli Eretici, e con nniggior severità contro i loro Dottori ». 
^ Anzi essendo quelli, che peccano contro la prima tavola [del 
« decalogo], che riguarda l'onor Divino, assai peggiori di quelli, 
^ che peccano contro la seconda, la ([uale ha rispetto alla 
«Giustizia tra gli uomini: perciò erano più obbligati i 

* Principi a punir le Bestemmie, l'Eresie egli Sper- 
^ ^iuri, che gli OuiieidJ e i Furti » (4). 

L'in(|UÌsizione invece voleva usurpare questa funzione 
del potere regio, e siccome poi in Italia e nel reame per lo 
più * non v'era sospetto alcuno di nuova dottrina contraria 
«a quelle della Chiesa Romana *, il Sant'Uffizio cominciò 
ad attirare « alcuni delitti, che non meritavano un Tribunale 



(1) L. XXVII, e. 4. \nu. 2. to. Ili, pp. 44^-4. 

i'2) L. XXXV, {'. 2, to. IV. p. :{1M. In questa immunità o'tTau stMupre 
«Irjrrandi abusi «mI ♦•sajxcnizìoni. ma c'era audio un certo pro^rrosso (cfr. 
AiLisii», p. 162. C'hi.vvetta. II, VM). II BoNAm aveva ^iu»taiuontc notato 
che il (i. non propone l'abolizione «lelTasilo. e che quindi non lo cIoveT» 
errden* un'istituzione dannosa {Sttgfjio, p. ì^>o)\ il Cogo, senza dimostrarlo, 
die»' che * tutto induce a credere il contrario di ciò che jK^sa il B. » 
(1. eit., p. :i>s6). 

{'A) Pare appunto che al G. non dispiacesse 1* inquisizione quaFen a 
t<'mp<) di Ferdinando il Cattolico, quando « // tutto si faceva coi Jterme9$0 
(hi Re, r vitìl'afisisteHza, ronfiùjlio, e faro re de -Magistrate Secoìarip « 
senza molto strepiti), e rumore •. L. XXXII. e. .^, to. IV, p, 75. 

(4) L. XV. e. ult., to. II. p. :{62. 



PIETRO GIANNONE E l/ ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 129 

« estraordinario^ e che potevau ben, come prima, esser corretti 
< da' Tribunali ordinari » (1). 

Napoli pertanto non volle mai accogliere quel tribunale, 
anche per le notizie che s'avevano del « terribile, e spaven- 
« toso modo di procedere delF Inquisizione di Spagna contro 
« i Mori, e gli Ebrei » (2). 



X. 



Finora però s'c parlato delle condizioni politiche del 
clero, rdiminazione delle quali abbiamo visto che era soltanto 
un mezzo per eliminare le disuguaglianze economiche. Quanto 
a c|ueste che cosa dice il Giannone? 

Nel I. XXXII (e. Vj, prima di parlare della ripugnanza 
de'Nai)oletani pel S. Uffizio, si parla di tutti gli altri « grava- 
« menti, ed abusi introdotti nel Regno dalla Corte di Roma > 
e tollerati. 

« Vedevano imposte spesse, e gravose decime a* Cleri, 
« a'M(masteri, ed a tutti gli Ecclesiastici del Regno per tirar 
« denaro in Roma, e si soflFerivano. Le elezioni de' Prelati, la 
« collazione della maggior parte delle dignità, e benefici tanto 
« maggiori, <|uanto minori, insino all' infime Arcipreture, e (-a- 
« nonicati, s'erano involate al Clero ed al Popolo, ed alli proi)rj 
« Ordinar), ed erano tutte passate in Roma. Ciò che pure sa- 
« rebbe stato comportabile, se in quelle si fosse avuta cura 
« maggiore della salute dell' anime, e le cose Ecclesiastiche 
« fossero governate rettamente.... I bcneficj del Regno, che se- 
« condo le disposizioni de' Canoni, non potevano conferirsi se 
« non a'Nazionalì, erano a costoro tolti, e conferiti a'pere- 
« griui, e forastieri.... Si tolleravano gli acquisti immensi 
« de' stabili delle Chiese, e Monasteri, ancorché vedessero, 
« che il tutto dovea ridondare in loro povertà, e miseria.... 
€ Xon dava loro su gli occhi, che immuni, ed esenti gli Eccle- 



(1) L. XXXII, e. 5, to. IV, p. 75. 
^) Ibidem., p. 76. 

«. arau ib, ft.* «erie. - XXXVIII. 




130 G. A. ANDRIULU 

« siastiei da qualunque peso, rimanessero essi soli a 8up|>or- 
« tare i pesi pubblici, e del Re » (1). 

In tutta l'opera il G. insiste nel concetto che i principi 
debimno in qualche modo porre de' freni all'acquisto smisurato 
di beni da parte specialmente de' monasteri (2), ch'è < un'evi- 
« dente cagione della nostra miseria. I pubblici pesi si soffrono 
« da'sccolari solamente, e si rendono ora assai più in8op])or- 
« tabili, perchè passando continuamente i beni, che prima 
« erano in poter de' laici, in mano degli Ecclesiastici, viene a 
< cadere tutto il peso, che prima era ripartito, sopra il rima- 
le nente, che resta sotto al dominio de' laici. Si fa conto dai 
« più esperti, e da coloro, che sanno lo stato del Regno, clie 
<<c delle tre parti delle rendite, presso che due si trovano nelle 
« mani degli Ecclesiastici, dalle quali non possono mai ritor- 

* nare in potere de' laici, per le leggi strettissime fatte a lor 
« beneficio, che T impediscono.... Oltre a ciò, fra qualche tem|)o 

* faranno pure acquisto di tutto il rimanente, perchè ab- 
^ ))ondando di denari raccolti da' legati, e dagli avanzi delle 
<r loro amplissime rendite, fanno del continuo compre di sta* 

* bili » (3). 

XI. 

Dopo avere analizzato — forse troppo minutamente, certo 
molto scrui)olosauiente — il pensiero jmlitico del Giannone '4u 
mi pare che la conclusione venga siumtanea alla mente deflet- 
tori: (juesto scrittore non p<»rta alcun nuovo contribut<» ne 



(1) 11 Tri A sostiene invece «che la Potestà del Secolo non possa «^lim 
* ì'dutorità dilla Chiesti porre mano in questi afTari. che direttamentf 
« o in<lin'ttaniente possono esser lesivi della sua libertà >. Op. cìt. p. 223. 
Lo «itcsso arcivescovo di Tiro non è incondizionatamtrnte ostih* a simili 
pr(»vv«'dinie]iti. IJisogrna riconosc«*rc. e vero, che v^U s<'riveva quasi tn*n- 
t* anni dopo il (ì. Il Chiamata c. ult.. to. Ili, p. 'S2. 

i-Jl <'fr. alla tinc di «piasi o^ni libro il capitolo speciale hdì beni 
trmjfoi'dlt. 

(:{) L. XL. r. ult.. par. I, to. IV. pp. .^(HMtl. 8i vede come 41 
passo sia copiato quasi alla lettera dalla petizione de* Napoletaai 
abbiamo riferita avanti. « E chi sa quali altri furti non ossemti 
possiamo dire col Manzoni. 

(4) Il p. KiMKKi ne ha dato un breve riassunto piuttosto M 
Della roriìia di una monarchia, Torino 19(H. pp. 111 sgg. 



È 



PIETRO GIANXONE E l/ ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 131 

teorico ne pratico alla questione. Il suo anticlericalismo e 
iV occasione, non radicato ncir anima sua : quel che a lui 
importa non e l'autonomia dello Stato, ma quella del so- 
vrano; egli non vuole che la curia si sovrapponga o si so- 
stituisca al potere regio esautorandolo, ma salva lo scopo vero 
dei clericalismo, cioè la subordinazione degl'interessi laici 
agii ecclesiastici, perchè lascia sempre la religione come base 
e fine a un tempo dello Stato, lascia la Chiesa come organo 
a Kc e privilegiato. Cosi, mentre altri della stessa società in 
cui egli viveva predicavano la tolleranza religiosa (1) e la 
libertà accademica (2), egli consiglia, non una sol volta, ma 
Rempre in tutta l'opera, la persecuzione degli eretici ; mentre 
altri condannava la sottrazione degli ecclesiastici al diritto 
ccmiune, egli vuol conservato il foro speciale in una forma 
che non differisce molto da quella della curia napoletana. Il 
suo anticlericalismo si riduce a volere che la persecuzione 
degli eretici sia fatta dal sovrano piuttosto che dal vescovo, 
che la censura de' libri eretici sia fatta dal sovrano, che 
r immunità delle chiese sia regolata dal sovrano. Insomma la 
società, come il Giannone la concepisce, rimane schiettamente 
clericale, e non da un punto di vista moderno (3), né in con- 
fronto agli antivaticanisti stranieri (4), ma relativamente alla 
Napoli del suo tempo. 



(1) « Nel purgare dì pecore infette l'ovile cristiano bit«o^a ben jfiiur- 
« danii di non dar sembianza di umano, e di temporale a cosa tanto spi- 
« rituale, e divina, quanto è la religione.... 1 Romani vi ebben) nella lor 
« falf»a religione tanto riguardo, che, per ìwn macchiarla con pena tem- 
« poraUj e corporea, non punivano gli «pergiuri ; intendendo con questo 
« dan^ a' popoli maggior orrore d'un tal misfatto. lasciandone a\soìi 

* Dii la vendetta: Perjuria Deos habent ultores ». Doru P. M., Latita 
civile^ Venezia 1710. p. 161. Il Doria non era napoletano ma visse lunga- 
mente a Napoli. 

(2) Gaetano Argento « badò non poco per la cattedni della tìlosotia. v 

* più non volle, che a' concorrenti di questa, lor si presentasse l'opera di 
« Aristotile, e a chi poi la meritasse dar se gli dovesse tutta la libertà 
« di pensare co' più recenti filosofi ». (Giustiniani, op. cit.. I. 8:}). Si sa 
che tra questi « piiì recenti fllosoti » c'era Cartesio. 

(8) Il torto del BoHica è forse di pensare talvolta alb^ soluzioni nio- 
dMBD di alcnni problemi. Cfr., p. es., p. 158, e Cooo, p. 887. 

(4) Per esemplo il Va> Emoi, che egli cita cosi spesso e che saccheggia. 
4H «M«to il / Agrip., Mettemich, 1726, 



l:^ (4. A. ANDRIULLI 

Cosi, senza che neppure il suo compito glien'im[)one98e 
una trattazione, ha voluto fare una ^giustificazione teorica del 
potere temporale (le'i)ai)i proprio in Italia ove da secoli la 
lotta anticlericale trovava il suo maggior esponente nella lotta 
contro la teocrazia (1). 

Invertendo una frase del Gentile, noi diremo che il Gian- 
none combatte la teocrazia solo quel tanto ch'essa è ineoui- 
imtihile con la monarchia assoluta. Perciò la questione delle 
investiture, che abbiamo visto studiata dallo stesso Caravita dal 
punto di vista dell' interesse del popolo, nel Giannonc si riduce 
sotto l'angolo visuale dell' interesse gretto del principe (2r; 
e in tutte le altre questioni che erano i)arte integrante del 
vasto i)roblcma anticlericale del regno di Napoli egli rimane 
un i)igmeo di fronte a ()uegli eterni provocatori del clero e 
e del Vaticano che erano, pur con tutti i loro difetti, Ale?*- 
sandro Riccardi, Costantino Grimaldi, Niccolò Capasso — jHjr 
tacere dei meno fervorosi come TAulisio e l'Argento — - o si dà 
a combattere privilegi ecclesiastici già estinti — come chi oggi 
volesse far l'anticlericale combattendo appena il potere tem- 
porale — senza vedere o voler vedere che il punto debole della 
sua ricostruzione — dato che realmente fosse tale, — chr i 
pi(Mli di creta di ciò che al Gentile i)arve un colosso erano quel 
foro ecclesiastico, fonte ])crennc, come aveva visto il Doria, 
(li disuguaglianza economica, e che c^gli invece vuol ccmscr- 
varc nella sua interezza. 

Nella lotta anticlericale di Napoli YIMoria ciriìr \\i\\\ è 



ott. <)). e sul iiiovimento jriansciiistji. Hvrnrsm, Trattato iston'co.... snpia 
X. li. ì'fUf Kxpetì. trad. ital. <li Fr. A. Zaccaria, seconda cdizioiir. As- 
sisi \vx\. 

(Il li ('«H.o scrivi* che «con quc' |)<TÌo(li fdcl 1. 1, e. ult., da noi ri- 
tati] lo storico uapojrtano sperava forse, sia piin' tenuamentc. di ^ah'arf 
V Istoria dalla condanna <W\\' ludirr * (1. e, p. :i7;}. n. *2). l'osto clic «inesto 
tosse Io «<c(»po del (J.. e;:lì avrcblM" piuttosto attenuata la forma, spa\ alila- 
mente inabile, >e il libro avesse voluto ottenere un risultato pratico. 

rji lia Fi>N»Ki A I*iMKM\i. scrisse del (J. clie « lasciando le traccio luni- 
« nosamente impn'sse dal Caravita. </ rulac ad altro^ convien confofifiartot 
« ;///;/'/ frìice svittimt * (1. «•.. p. xii; cit. anche dal Di Pierru. Uì fiM 
'li una Ictfijnnìa, p. .">o]) : e pare che v(»j,'lia applicare al G. medonimo Ìl 
giudizio espresso intorno al Danio e da noi jfiA riferito. 



PIETRO GIANNONE E L' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 133 

nna pietra miliare, ma un muro di cinta che delimita le con- 
quiste passate e pone un termine per quelle future. II Gian- 
none infatti nella triplice adulazione finale del suo libro al- 
l'imperatore, al viceré d'Althan ed al papa dichiara che 
ueiranno in cui usciva V Istoria le «due potenze» erano 
« ridotte in una perfetta armonia e corrispondenza ». 
Ed aggiunge: Innocenzo XIII «ha esposti i suoi pacifici e 
« moderati sensi che, siccome e' brama che i laici non usurpino 
« le ragioni de' Chierici, cosi questi siano contenti di ciò che 
« i canoni, le Costituzioni Appostoliche, e le consuetudini lor 
« concedono; e sotto pretesto della libertà Ecclesiastica non 
€ invadano le ragioni de' Laici, né stendano la lor giurisdi- 
« zione con pregiudizio della Regale » (1). 

Salva dunque rautoritii reale, i chierici, secondo il Gian- 
none, possono godere i privilegi loro concessi da' canoni ( noi 
ne ab))iamo visto qualcosa!). Pertanto se un significato po- 
litico la Istoria civile ha, è quello di apologia del potere 
regio assoluto; non è l'opera d'un precursore, ma d'un corti- 
giano. 

Del resto ciò si spiega solo che si osservi come nacque 
il libro. Il Giannone apparteneva a quella numerosa classe di 
spostati intellettuali che son sempre stati neiritalia meridionale 
e che allora si davano alle occupazioni forensi, i paglietti (2); 
ma, povero di quattrini (3) e delle doti esterne necessarie i)er 
diventare un grande avvocato (4), cercò di far fortuna in 
<|uella burocrazia pesante ed opprimente che gli Angioini 



(1) L. XL, e. ult. 

(2) Cfr. ScHiPA, lì regno di Napoli cit., pp. 672-3: e Kimkri, op. cit.. 
p. 429. 

(8) Il GiusTiJJiANi dic<» parlando del Danio che per la professione d'av- 
vocato era allora n(»ce8»ario fin gran capitale (op. cit., 1. p. 282). 

(4) « Di moto tardo, e lento neiroperare » lo dice il Kckìadeo: Saggio 
4l'uh'oj>era iniitoìaia il dir. puhhl. e polii, del Ji. di Napoli, Co.«*nio- 
poli (Lucca). H. a. (1767). p. 74. 11 Panzim dice: il G. non aveva avuto il 
il dono « dell'arte oratoria e della maniera di ben aringare » : e poi: « né 
« per la Mia infrlice maniera di dire ebbe nel foro per parecchi anni, 
« iuilvo che picc(»lo noni*' e troppo mezzana fortuna » (op. cit.. p. 4). Certo 
il O. «'ra giunto oltre i i^} anni senza acquistare una vera notorietà fo- 
renHe, e se qualche causa aveva, era per via de' suoi protettori. 






184 (I. A. ANDRIULLI 

avevano introdotta in Napoli e gli Spagnuoli avevano peg- 
giorata (1). 

E allora, con nn sistema che segui anche quando tìi a 
Vienna (2), volle mostrare la sua preparazione giuridica in 
un'opera che fosse come una storia della legislazione napo- 
letana. Sul i)rincipio egli certo non aveva alcuno scopo anti- 
clericale, tant'c vero che si spaventò alla notizia che il ge- 
suita (riannettasio lavorasse anche lui attorno ad una storia 
di Napoli (3); ma in quegli anni api)unto Carlo VI aveva 
inaugurato la sua politica di rai)i)resaglie contro la Santa 
Sede, ed il (liaimone aveva presente la fortuna del Grimaldi, 
del Riccardi e del Caravita e i consigli dell' Aulisio, del- 
TArgenti, del Cai)asso. Un funzionario d'allora doveva cono- 
scere sopratutto la storia de'rapi)orti tra i re di Napoli e i 
Papi ; e (jucsti, non quelli tra Chiesa e Stato, furono la base 
de*cai)itoli di politia ecrlpsi astica. 

(\>si venne fuori un'opera che era certo nuova nella let- 
teratura napoletana, ma della quale a torto si è attribnito un 
gran merito a lui, perchè, oltre ad avere de'precedenti nella 
stessa Napoli i4), i)are che fosse un'idea e un desiderio cih 
mnne fra' dotti in mezzo a'(|uali egli viveva (oì. 



Il) l/Autnlmu/rafia, vìw tiiiahiicntr ahhiaino nella sua integrità, «rrazi»* 
alh' i'un* dilitri'uti «li Fausto Nicoliui ( Arrh. stnr. per le prov, HdjfOÌ., 
a. XXIX.. ù\^i'. II e III. «' iu una si«rnoriK' «Mlizione a parto. oornMlata 
il'uu ottiuio indie»*), si |»otn'bl»e intitolare « Le memorie <runi> sfortunat«> 
eaeeiatore d' iui|>i(>;rhi ». 

t.'ii l*iT «'s. eoi priueipe Kujrenio. 

i»;i (Tr. lloNui I. p. 4»J. 

(li H"Nviii. p. 47. Cir. il D'AITI. Dtìl'Ksn eij autorità delia JiatfìoN 
i'iiiìt ee.. Napoli 17J"Jl*: il primo \olume tu « rivisto > «lai Io stesso 
(iiann«»ne elie lo «lis».,» « dì non voljrare erudizit>ne ». 

(Ji Kiteriseo. ^vxuax attribuirvi una ledi' assoluta, quel che scrissi* Mon^. 
I)..MiM'.» Au'iu-'ii della riunione o « aeeatlemia > di casa Argento.- € In 

- i-«»«»a fu allora ideata l:i e^mipilazione «Iella Shtna cìrile fìrl rrtfnn, la 
« la «inali' nianeava. ^riusta 1«' massini»» eli»' si i'rau«ì allora cominciate ad 

- iiitnulnrn' ». iì\i<trtttn th Ila nta tli V. (riaunnht', puldd. dal rARiBEL- 
M^f. ì/ultiiiin tlt'hiiiratnrf ili 1\ <i. \\\ /wKsf////*! J*ualies*\ «lei mano 
l'H'.'i. voi. XXI. p. .*>4*J) I/Arearoli a>:iriunj:e elie 'JÌ i>flfrì di coiii|>ilarla 
rAuli>ii«», ma «'In* «in«*sti morì si'uza avi-r potut«» «lar«* l'ultima uiano^ r 
ehe il manoM-ritto m* rappr«>priò il (iiann«>ne (ibidem., p. 2431. É c«*ito 



PIETRO GIANNONE E L' ANTICLERICALISMO NAPOLETANO 135 

Ma Topera letterariamente aveva un valore solo di com- 
pilazione e divulgazione, non molto abile né felice, di libri 
|M)co accessibili al grosso pubblico (1), e potò passare per una 
grande storia solo perchè nessuno la lesse; politicamente — 
IK>ichò il Giannone concepiva la società da clericale ed era 
diventato un \)o' per moda un po' per opportunismo anticleri- 
cale alla superficie — essa assunse quell'aspetto curioso che ha, 
cioè d'un tentativo inconsapevole di conciliare le nuove im- 
{)erio8e aspirazioni del paese, già in gran parte sulla via del- 
l'attuazione, con gli scrupoli de' credenti. 

Se mi si vuol permettere il paragone, dirò ch'egli rap- 
presenta per quell'epoca ciò che oggi i democristiani, i quali 
pur di salvare l'idea fondamentale, fan sacrifizio e getto delle 
accessorie. E come la Chiesa oggi condanna i democristiani, 
COSI allora condannò il Giannone e Io i)erseguitò, mentre 
aveva tollerato scritti molto più audaci. 

La causa della ])ersecuzione fu duplice. Prima di tutto il 
(riannone, con l'ardore spavaldo del neofita poco convinto ma 
desideroso di mostrarsi convinto, aveva inserito «acri e inde- 
centi tratti verso le persone di Chiesa» (2), specialmente 
contro i frati, i quali non gliela perdonarono mai. Ma a ciò la 
curia napoletana non avrebbe molto badato perchè in quel- 
TeiKìca i regolari erano combattuti aspramente dallo stesso 
clero. La vera causa della condanna fu il non aver chiesto 
l'autorizzazione ecclesiastica per la pubblicazione, si che il 
libro divenne un pretesto di lotta tra le due potestà (8). 

\J Istoria civile fu come il ('arroccio attorno al quale le 
<lue forze si misurarono: che importa se ne dall'una parte né 
dall'altra si conosceva il vero contenuto di essa, come l'autore 



ch«* rAulisio una storia, secondo le nuove ìnaf^sime^ Liacift inedita e ehe 
i »noi manoscritti diA-ennero proprietà del Giannone. Cfr. Giustiniani. I, 
76. t' Fanzini, p. 12. 

(1) Cfr. Scaduto, op. cit., p. 96, e Ohe, nel cit. suo artìcolo del primo 
settembre 1904 (Beilnge, 1904, Qu. 8, S. 421). 

(2) SoRiA Fr. A., Memorie stor. critiche degli storici napoletani, 
Napoli. 1781-2, to. I, p. 282. È lunico rimprovero che gli muove Mona. 
Ayatut Fabkoni nel suo Elogio, ripnbbl. davanti air ediz. deWIstoria 
(Urile di Capolago, 1840, v. I, p. xii. 

;;J) BoNAfci, pp. 189 sgjf. 




iui»ftt>?Hmfk -rnn*t i iiunitncir^? F'»r^e •!Ìiif cacd ^«dlì che hanno 
'^Dmnannr^f ma mzskdia ^ràtiie p«!r «^ibiscp» fce^ nel nome 
di ^'^nf'tfìik^^ì'ìA ^. p*sr in. tii^^onì*» in. «^«uil» £ ^fcdalierì >ì svn 
luii prf^)!»!»!!-:)»^ «ti <!i»r»!af»^ -h» lL >av*HKiP>b e !•> Sfwdalieri 

fi * r!;ian»in»* »*fti>^ tm WF Aifannaro p«r ritmir ad on ae- 
".i>mf»«Ì:iiUttntii «:«ia ia •Mino. *^i[tti fiiim«>osirù de' quali e^li s^ 
74nra'A anii«*i>. *i iiran '«•erriti ili Im e ifeIF»>pefa *na c«>nie 
«il a*» «tmiueaCi* ^ a*ia ^ •<i:Eipav;in«> tlì liifesder lai ma tli 
'•«iQihttrtrrr»* Li •.*hi»tr*a : il p«>vtfn» GLannvMie fi?ce e»»i la parte 
AA ixxsi^m) T;am/ ili trreta »li itni AW»ntIio, e dovette andar 
raoiimr'^. ia (^en.*a •![ alni 44/fTaai «Li adulare, di altre ei>rti 
•la *»HaIrArf^ l . 



I ^.fr. ta rifinii!*. :il '**i//f//«; «iel B«iiLitf«.'ì. tiuMfrini n^lla Hf^^* J't 






Aneddoti e Varietà 



►♦«^ 



Suli' Interpretazione d' un luogo 
della " Historia Langobardorum " di Paolo Diacono. 

Tra i luoghi della Historia Langobardorum più tormentati da- 
p^l'intcrpreti e dagli storici è indubbiamente il capitolo 32 del li- 
bro III, perchè la notizia, che Paolo Diacono in esso ci offre, involge 
r intricatissima questione dell'origine del ducato beneventano. Paolo 
Diacono infatti scrive: Circa haec tempora putatnr esse factum, (juod 
de Authari rege re/ertur. Fama est enim^ tunc enndem regetn per Spo^ 
letium Bene7>entum pervenisse eandemquc regionem cepisse et usque ctiam 
Regiam, extremani Italiae civitatem, vicinam Siciliae, perambulasse, e 
nel tapitolo seguente (33) aggiunge: Fuit autem primus Lango- 
bardorum dux in Ben€7)ento nomine Zotto, qui in ea principatus est 
per curricula inginti annorum. Ma, se dal capitolo 32 del libro III 
si vuole ricavare la data del 589 come quella dell'anno, in cui 
sarebbe stato fondato il ducato beneventano, si va incontro a una 
contraddizione tutt' altro che leggera. Sappiamo invero da una 
lettera di Gregorio Magno (Ep. II, 32) che nel 592 Zotone era già 
morti» e gli era successo Arechi. Quindi, interpretando il primo 
passo di Paolo Diacono come s'interpreta dai più, esiste un'evi- 
dente contraddizione fra il capitolo 32 e il capitolo 33. La con- 
traddi zioiìe sparirebbe, quando intendessimo che Autari conquistò 
la regione beneventana, comprendendo con questa denominazione molta 
parte del mezzogiorno longobardico, ma non la città di Benevento. 
Due osservazioni sul passo stesso portano ad ammettere una si- 
mile interpretazione. Invero, Paolo Diacono dice in primo luogo 
fama est enim tunc eundem regem per Spoletium Bene7>€ntum perve- 
nisse eandemqiu regionem cepisse, e non già Beneventum et postea be- 
nettentanam regionem cepisse, come fa osservare il Caracciolo. In 



l;38 AGOSTINO SAVELLI 

secniìdo luogo credo di dovere * rilevare per conto mio «inchc la 
locuzic^ne Beneveritutn per-oenhse, la quale, massime se raffrontata 
al rc^nionem ccpissc e al fuit autem pritmis Jjangobardorum du i- in 
lìetin'cnto, parmi voler significare che fino alla città di Benevento 
Autari viaggiò senza bis(.)gno di conquistare; bisogno che cominciò 
solo nella resone ììcncvmtana, Eppoi Paolo Diacono medesim«i. che 
riferisce senz' alcun dubbio un racconto iK)polare (cfr. Pakst, 
Forse Intngcv , II, p. 453, n. i ; e Hirsch, Herzo0hum Benevento p. 5. 
in nota), non parla punto doW istituzione d'uti ducato, quand<.» narra 
r andata di Autari nel 589 nel mezzogiorno d'Italia, mentre seml)ra 
difficile ammettere eh* egli non accennasse a un fatto cosi imp«.>r- 
tante, pur avendo occasione di farlo con la menzione di Benevento 
e solo, quasi tra parentesi, annunziasse nel capitolo successivo {}i^ 
che primo duca di Benevento fu Zenone, il quale governò j>er 
2<ì anni. 

Infine la frase vt usque eiiam Reliant, extremam Italiae ci'i' 
tatcut 7ncimim Siciliae, peramhu lasse, mi conferma sempre più nella 
mia idea, giacche il cepisse sta in mezzo a un pcn*cnisse e a un 
pmtffihuiasse, quasi a meglio distinguere l'azione guerresca, che Au- 
tari avrebbe compiuto nella regione hene^^entana, A che cosa si 
ridurrebbe la coiK^uista di Autari, secondo questa interpr«5tazi'»ne'' 
A un senijìlice atto di riconoscimento e di allargamento del dueato 
di Benevento. K I*aul. > Diacono in sostanza direbl)e che il ducalo 
di Benevento fu fondai»» 10 anni j)rima della morte di Zr^tone, a 
cui !^li storici s'accordano nel dare 20 anni di regno. Si» come 
Zotone mori circa il 5()i o 592, avremmo come data della fonda- 
zione del ducato beneventano il 571 o 572: data la quale è ci.n- 
ferinata da Leone (_>stiense (Chronica, I, 48). Kgli infatti >crive 
esser trascorsi .320 anni ilalla (reazione di Zotone a dma di Be- 
TK-vento all'anno Hw^ nel quale la città fu presa da Simbaticio, 
patrizio i^reco. 

Le altre opinioni ci riportano tutte più indietro. \Z\\ Cata- 
lina. • antico diri (kiclii e dei princijìi beneventani, compilai»» da 
un iu:nt»to in(»na(<.) del monastero di S. Sotiii tli Benevento, ilice: 
Aimo iih incarnatioih domini t/nini^t'ntt\simo st.va^csinio ottfiTv, prin^ 
(fpr^ roiprrnnt primi pari in pr incipit tu /iinrryntano, 'juorum primta 
roi'idmtiir '/otto i Muratori, A'. //. Script., II). A (Quest'opinione che 
il ducato sia stato f«)ndato nel 5()8 tutto s'(ìpj)onc. Infatti Alb«»ino 
s(.ese in Italia nella primavera del 56S, ed è molto arduo arri\'are 



UN LUOGO DELLA « HIST. LANG. > DI PAOLO DIACONO 139 

ad ammettere che in quel medesimo anno il dominio longobardico 
fosse cosi esteso in Italia, mentre sappiamo che non furono lievi 
le difficoltà incontrate da' Longobardi nelT Italia settentrionale. 
Costantino Porfirogenita, autore non troppo esatto, racconta (De 
adminàtratione imperiali, e. 27) che molti dei Longobardi, venuti 
in Italia con Narsete, terminata la guerra, vi restarono e si stabi- 
lirono in Benevento. E il Pellegrino, scrittore di cose beneventane, 
si fonda appunto su questo passo per riportare la fondazione deli 
ducato l)eneventano al 552. Ma, prescindendo dal fatto della con- 
fusione che fa il Porfirogenita, nel narrare questo avvenimento, con 
quello della costruzione della xjtxi vó^ia, fondata da Arichi, per timore 
dei Franchi 200 anni dopo (Giannone, libro IV, capo 2°), è da 
notare che questa notizia contraddice a Procopio e a Paolo Dia- 
< ono. Procopio (libro IV, e. 26) scrive che Narsete, dopo la bat- 
taglia di Tagina, per il contegno licenzioso e oltracotante dei Lon- 
gobardi, condotti in Italia da lui, niagthi pecunia lionatos remisit in 
patriam Valeriana ac Damiano nepoti suo eorumquc copiis demandata 
cura eos ad Romani imperii limiiem deducendi, ut in 7fia ab iniuria et 
nude fido temperarent, e Paolo Diacono (II, i) dice dei Longobardi 
venuti con Narsete: Qui per tnaris Adriatici sinum in Italiani tran' 
S7tecti, sodati Romanis pugnam inierunt cum GotJiis; fjuibus usque ad 
internitionem pariter cum Totila suo regc delctis, HONORATI MULTIS 

MUNERIBUS VICTORES AD PROPRIA REMEARUNT. 

Il fatto Stesso che la più parte delle indicazioni (•'indurrebl)ero a 
portare la data della fondazione del ducato l)eneventano molto più 
indietro del 589 mi sembra suffragare l'interpretazione, ch'io re- 
puto giusta, del luogo di Paolo Diacono, il quale inoltre, in questo 
nnKlo, si concilicrebbe con Leone Ostiense. 

Rispetto alla possibilità che nel 571 o 572 i Longobardi arri- 
vassero nell'Italia meridionale, non credo che quanto sappiamo 
intomo alle condizioni dell'Italia meridionale, non certo in grado 
di j»tersi difendere energicamente, e al modo, onde si svolse la 
conquista longobardica, costituisca un ostacolo serio contro questa 
interpretazione del capitolo 32, libro III, di Paolo Diacono. Del 
resto riguardo alle condizioni del mezzogiorno italiano e all'anda- 
mento della conquista longobardica si veda lo scritto già citato 
del Hirsch. 

Arez'^o, Agostino Savelli. 



U»» K. ?a:ja><?.s:n; e •;. i-e^u azzi 

Consiglio medico d; maestr' Ugolino da Montecatini 

ad Averardo de' Medici. 

- : : .-. .: ;■ ". ,\. :v. ;v/ ; : v. .-. rx 1 . ; : . i n: i\zr ■ . d x bi :sxii ri e» •!! t isccrf 
y^ ".' >■. >' -.::•. ..VT/. ■ ■■ . r-inr" :-. : -j^àta una sinir-»Iare 
. -„.. . _ ..^.. - -^--. -^ A \,r ? r- :; stìIìO tìal Ba lui ini 

*,• " -: . >«:• ; Wlll — a*. :.r..^ <jl: \-ita e l;i sua 

. ■■ ■■ -. r""^.. V ..*" .■:-^" ..--zrLz'z.f. -'7 z. n s-^n* ■ ni Ili 
:r-. -r .- v-; r;. v.. : s. ir. r. . :: Fr.i.:e5-. :• Novali- 2 •. 

V :: . >:^'- : .■; ."! >.■:: . -. .. cr. r.-ed:: • dovA Jci- 

■.-, /--.- «■ .-;:■. ..'V. ■-.■•;.: ^7 .."T". • - LzZ'h '.:■ s\es>'* t'u- 

: . : \: /. . i : V- -- . s > e-irf "d =i:ir.ien:n;eTit • 



' »-■ -• •- - *''r-f«-«'*. ■-- 



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K..»l_.^ 



CONSIGLIO MEDICO DI MAESTR* UGOLINO 141 

Quando però siffatta « passione catarrale » affliggesse Averardo e 
ijuando il nostro Ugolino scrivesse per lui il lungo consiglio, noi 
non sappiamo; e dobbiamo appagarci di assegnare al documento 
limiti cronologici assai larghi ed incerti. 

Sappiamo pertanto che il consiglio fu scritto in Firenze (i) 
e ci consta che Ugolino ebbe per la prima volta stabile dimora 
in questa città tra il 1393 e il 1395, quando fu chiamato a leg- 
gere medicina nel celebre Studio (2). Ma Averardo era allora poco 
più che ventenne (3) e non appar molto verisimile che avesse già 
bisogno di cure cosi rigorose e complesse, quali son quelle che 
r amico gli suggerisce. Certo è però che in quello spazio di tempo, 
in cui Ugolino tenne la cattedra fiorentina, dovette stringersi tra 
lui ed Averardo una famigliare dimestichezza, tanto più che la 
madre del Medici aveva avuto anch essa i natali in Montecatini (4). 

Tra il 1401 e il 140Ò Maestr' Ugolino fece in Firenze ripe- 
tuti e lunghi soggiorni: ma dal 1407 al 14 17, anno in cui lo ritro- 
viamo a Città di Castello, i casi della sua vita ci sono ignoti (5). 
Se poi, come appar verisimile, e giusta la correzione che il Cocchi e 
il Bandini proposero alla data attribuita dai Sepultuari di S. Maria 
Novella alla morte di lui, egli mancò ai vivi nel 1425. 

11 consiglio potè quindi essere scritto in questo non breve 
corso di anni, ma con probabilità maggiore in quel periodo in 
cui il celebre medico comparve più sj^esso a Firenze (1401-1406). 

Del resto è questo uno dei rari casi in cui la ignoranza della 
precisa data di un documento non porta gran danno alla compren- 
sione dei fatti : basta che ne sia nota la data approssimativa, perchè 
lo storico della medicina possa, al caso, valersene con profìttto. 

Il documento è autografo, come dimostra il confronto che 
ne abbiam fatto con una lettera già edita dal Novati e tutta di 
mano del celebre medico (6). 

Firenze, F. Baldasseroni e G. degli Azzi. 



(i) In fino del doc. si Ic^gc: < Kxplicit conjtiliuni.... Floientie datum.... ». 
(2) F. Novati, «p. cit., p. 150. 

(ji) Vedi Akch. di Stato di Fihkx/k, Cam/^ione Vaio del 1427, donde risulta che 
in quell'anno Averardo dei Me<lici aveva 54 anni. 

(4) Francesca di I^mmo di Balduccio da Muntccatini fu prima moglie di Francesco, 
padri' di Averardo. 

(5) F. Novati, op. cit.. pp. 152-153 e i55-i57« 

<o) La lettera scritta il 5 giuf^io i^^i si conserva nel R. Archivio di Stato di 
FiRRN/K, Varie 1)^1 /iene. Cfr. Novati, op. cit., pp. I48-I4q. 



142 F. BALDASSERONl E ■;. PEtlLl AZZI 

<'hrìsti;> mev:un"i. 

V'^l-ii.. Avr:rj.riJ" mi'j. i>rima che w Ji-sc-.nd.i al consillio della tua di- 
•::'i^::i'.r.e 'iv-.-r-i ad e iti-.- r. te. «lut-sia in«>'*:rarti ; ma aulici ntaxnen te et in pi-oht 
Ziirv.t, p'^r-ichè è Ki prir.cij'jilissima parte dobonii i medici nc'loro consiljili 
pr-p-p.'-T': '.-t eh lari ri.-. oi«>è Pt-sscr.tia dtrlla 'n fermi là, dalla quale dipt-iidr 
]■ .r*... cur.iCiv.i. El: s-.nza qucl!:i non ^i puote can4>nicamente pnx:edcre. 

'j-jviM *: p.'LSsione catarrale et catarn.» chiamati.» da' nostri autori : il 
noni-: *: i^Trr.f) f.t largamentr: pilliandolo è ad dire fluxxo overo discendi- 
r.-.'.T.t'i di C'isa mat^rialL-. Ki ad *^uest«.i intt-ndimcntu nngni fluxo o disctn- 
fi:r:.:ril') -i rlirvbbt: «;ar.irri>. ma più prt'priamentc è discesa di materia di'* 
vinr..- dal cap*^i o ad U nari «» ad lo fauci i» al petto: et le prime due si 
chiam*-T'-hf.no branca, i.t coriza. Ma quando viene al petto, come propri* • e 
ir. t-; '.'t è quello lii che t'ò tniraii» paura jìer mi»lte ragioni ci ài assen^natr. 
f:]'>ò. al ma».*str'» h^rm/.i* ».-: ad me. questo si de* nominare catarro: questa è 
pr'j;>r'>sament'-- passitmc catara le. Alcune ve ti tv j)illia questn discendi nienti» 
ilrrv vi*:, fi'' tè la via de' nervi, et allora si catle nella };occiolla o mollihc.t- 
:»'/r.- o p^rdimenl»» o flebilitamrnto d'alcun*.» «• d'alcuni membri: et quest«o 
;>' licoloso. Ma questo nun è pr«>priamcnle catarn», né à ad fare al fatto lu". 
.\J«: "ina volta pillia la via «lai lo st<»maco et fa altre ^.ussioni. Nel caxi» nijsin* 
♦■ • h-: qiivstji scrsii è all'- ])arti del pi.tt*»: vi nrlla cura di questo si vuniv 
.1%-r': bii'i'ia advirtentia eli-- non coniuniiMS'^e al p>lni(»ne et p«>tessi jws-iar'.* 
'.'; .Jr.i infirniità, 'li che N-jliann» ài ]ir-n^ieri: ma renditi certissimi» eh»-. <■ 
-.ir-ii ti\)':(\i*:u:'.'. ,ii tr.'»i iiii-diri. e];».- '! eret.lt». non »"• mestieri di (jue-ilo -i-.n.'^i 
i.i.l'f «Iiihii.ir».". Kt |i«-r •jiu-j;.j ra^JMnr ti '«i dà quvst*» consillio ct»l quaì- 
ri :;•.•. rii'rrai : n'>:i dic" jx.-n*» <-]ie oiij^ni co^a jìossi fare, ma farai quanl<.< .i«l r* 
- tr r pO'i^ibi!'- : •-•: ji'T l.i ^ratia d' [tldio «tnj^ni eiìSa pri.>codrà bene. 

< '<rivi'ii-ii N'-dert- i-vi.- quota ni;i;ena ch< cade al pett(» si gener.i. Kl!» 
I Iji.ii \'ri. rlii- aJcinia volt<i si in.»van<» eri" -bri o ca]M si debili, che pr«»pn.i- 
tn ."11"- Mt-H.i 1' nI.i »jMr>.ta materia eatarale si jirotluce : dir «|uelli» si de' C'^n- 
v-rtir- Mi iiiilrnii'Mito >i ir, tu'» forma in iiuniidilà caiarale: ma tpiesln v rad*- 
\i.Il' ■ t non è in t*.- (rlie .li adsai l)U«>na c«'nìp<JSÌtioiu' et complessione «li cajn' 
'■• ';i ;j'tt«'. M.i r«iiiniruMiient< «jui.sto «• per .ulscendimento di va]H>ri. o i!al 
ti-\\>', l'Ml" o da nifiibri jiaitichulari. ad la tr^Ja. perchè il cap<» nel cor|*' 
i.ij-ii-i •• i.ittn l'Hill'- il «'animino nella ca^a a«l ricevere il fum<» ei vapn'i : vX 
• pi' -ili \.i;i«jr! 'i.iiiTido >;iino n»*! r-raliio. di»- i- nu.-mbro di sua natura frnld*!. 
i\i -I I «•ndfii'.;;i;<i -l p<;i iiuii ca^^^ion" cjuand(» a<l un«.i luoj^o quando ad un 
.i'!7'>. «Olii- 'A' iiiplariii'.nt»- \<-di ridia stufa div i va]H)ii et fiimnd «^alli- 
-« «M n al ( !■ |m il.i la '^tula vt p«)i f.i}^ioiii« eomi." fa la piova. <..-omunr-nii.-nte 
ijr:' -•! \ap')ri jjroe. d'.no jiiù dall<» sloinact) prr indi«>eNtii»ne. che d'altronde: 
■ t i"-i <i aceouliaiiM» j)«'i II »«<n;ini in {'.-. NiMi r p- !«*> elir li altri menhri n«»n 
n' maiidirn. <: anco eli'- il r<raiir'» non n«.' uriM-i i c|ualehf ]>aiticella, penichè. 



> T-. 



COXSIOLIO MEDICO DI MAESTK UG01JN(> 



14,* 



J'iir^- ptT c(iiitiniu> ricevere che fa de' soprascripti vapori, conviene debiiitars 
et rictjvcrv dispositione per la quale per sé medesmo ne |»ènera. 

Il'>ra veduto che aviamo che questo procede per materia vajjorosa. eh 

pui t' hoinorale, che salisce al capo et anco in parte ivi s'inj^enera, vuols 

mv.vstij^are di che natura questa materia si sia; cioè se è materia calda < 

ireflcUi. o perni ista. Pare per ongni sengno che questa sia materia fredd; 

neiiìiiiit JQ.j^ et si per li sputi et sì per l'altre cose, bene aviamo notato clv 

«n pft;r, , tiene del salso questo fleumatico homore per la tua relatione; e 

questo o per alcuna mistione di còlerà o forsi per putrefattione di materia 

Et 

<lua.ntunche il tenere di questa salcidine sia pegji;io che se non ne tenesse 

ad 

<»iaj»ni cosa s*à buona provvidentia. Volendo mostrare ongni cosa sopni 

''*l'>t;i della 'n fermi t:i o passione che M, deMuoj^hi onde viene, della cagioni 

** *^^'^le et di molte altre cose con eftìcaci raj»ioni, ncm basterebbe une 

^«itriìo di carte, ma pur questo vollio avere detto perchè in parte abb 

*^iii. (li questa tua passione. Sej^ita venire ad la cura della tua passione 

'^^"""^^hè i consilli si danno per li medici s* anno ad vedere alcuna volt; 

•*1 t,ri valenti huomini, mi conviene ])ur procedere secondo volliouo 

*"■ autori et essere prolisso. Et quello ò più faticoso è consilliare pe: 

*^^^*"^, che tucto ò facto perchè meljilio possi et sappi ongni cosa intendere 

' ^ngni infirmiti o passione o adcidente, che de* vocaboli non ci doviauìt 

-^ si cura j>er tre strumenti di medicina, cioè; per dieta, et questa st; 

''^i^jgimento della vita; o per potionc, et questo sta nelle cose medici 

<D per cyrugia, et questo consiste ne Toperatione manuale, quandi 



nel 



di 



**^>^b>i 



chic 



1 chiede la cura, 
cemento di vita, che è il modo della dieta, sta nel conveniente us< 
* cose che i medici chiamano non naturali: et è la prima l'aere, ciot 
che ^icre per tua habitatione et uso ti sia conforme et da (juale t 
guardare, et, come quella non ti fosse utile, dei correggiere; — la se- 
•- nel modo del vivere quanto a cibi et vini et simili cose, et sapi ir 
«:> le cose giovative et nocitive; — la terza è nel modo del dormire ci 
Xi^reg^hiare et ad che tempo et quanto et quando et in che sito: — h 
ri. è nell'ordine del soperchio mangiare et bere, o del poco, che s 
ìnnanitione o repletione; — la quinta nel mo<lo «lei tuo exercitio ( 
^ ^•'*» quando si de' fare, (guanto et come: — la scxta et l'ultima è ([ual: 
nti d'anima, che sono sollicitudini, melanconie, ])ensieri, ire. piaceri 
-c^tamenti, allegrezze, ti siano utili, et come et quali ti siano dannosi el 
v^si in tucto posponere. 

ricominciando dalla prima t'avisso che l'aere freddo ti nuoce, però cht 

^ ^**<Ìc tucto il corpo, della quale oflcsa seguita che i membri non possont 

^ ** loro operatione, multiplicano indigeste materie, le quali efTummim» al 

C^«*^ et crescono nel c«itarro: dico di luogo o acre che troi)i)o freddo sia; 

^'^^^W aere humìdo ti nuoce, fumoso, ventoso, ])luvioso o nebuloso. Kt pei 



Gor& 



CONSIGLIO MEDICO DI MAESTR' UGOLINO liS 

pure por continuo ricevere che fa de* soprascripti vapori, conviene debiliUirsi 
et ricevere dispositione per la quale per sé medesmo ne (genera. 

Hora veduto che aviamo che questo procede per materia vaporosa, che 
poi V homorale, che salisce al capo et anco in parte ivi s'ingenera, vuoisi 
investigare di che natura questa materia si sia; cioè se è materia calda o 
fre<Ida o permista* Pare per ongni sengno che questa sia materia fredda 
fleumatica, et si per li sputi et si per l'altre cose, bene aviamo notato che 
un pogo tiene del salso questo fleumatico homore per la tua relatione; et 
questo o per alcuna mistione di cfSlera o farsi |>er putrefattione di materia. 
Et quantunche il tenere di questa salcidine sia peggio che se non ne tenesse, 
ad ongni cosa s'à buona provvidentia. Volendo mostrare ongni cosa sopra- 
scripta deUa 'nfermitÀ o passione che hi, de' luoghi onde viene, della cagione 
materiale et di molte altre cose con efficaci ragioni, non basterebbe uno 
quatlcrno di carte, ma pur questo vollio avere detto perchè in parte abbi 
notitia <li questa tua passione. Seguita venire ad la cura della tua passione: 
et perchè i consiili si danno per li medici s'ànno ad vedere alcuna volta 
per altri valenti huomini, mi conviene pur procedere secondo voUiono i 
nostri autori et essere prolisso. Et quello è più faticoso è consilliarc ytCT 
volgare, che tucto ò facto perchè melglio possi et sappi ongni cosa intendere. 

Ongni infirmit;\ o passione o adcidente, che de' vocaboli n(m ci doviamo 
curare, si cura per tre strumenti di medicina, cioè: per dieta, et questa sta 
nel reggimento della vita; o per potione, et (jueslo sti nelle cose medici- 
nali; o per cyrugia, et questo consiste ne l'operatione manuale, ciuantlo 
cosi richiede la cura. 

Reggimento di vita, che è il modo della dieta, sta nel conveniente uso 
di sei cose che i medici chiamano non naturali: et è la prima Paere, cioì' 
sapere che aere per tua habitatione et uso ti sia conforme et da quale ti 
<lebbi guardare, et, come quella non ti fosse utile, dei correggiere; — la se- 
conda nel modo del vivere quanto a cibi et vini et simili cose, et sapi in 
questo le cose giovative et nocitive; — la terza è nel modo del dormire et 
del veregghiare et ad che tempo et quanto et quando et in che sito ; — la 
<]uarta è nell'ordine del soperchio mangiare et bere, o del poco, che si 
chiama innanitione o repietione; — la quinta nel modo del tuo exercitio »> 
ri|>os<), quando si de' fare, quanto et come: — la scxta et l'ultima è (piali 
accidenti d'anima, che sono soUicitudinì. melanconie, pensieri, ire, piaceri, 
contentamenti, allegrezze, ti siano utili, et come et quali ti siano dannosi et 
delK>nsi in tucto posponere. 

(^)minciando dìiUa prima t'avisso che l'acre freddo ti nuoce, però che 
offende tucto il corpo, della quale offesa seguita che i membri non poss<mo 
nella loro operatione, multiplicano indigeste materie, le quali eff"ummino al 
capo et crescono nel catarro : dico di luogo o aere che troppo freddo sia ; 
simile aere humido ti nuoce, fumoso, ventoso, pluvioso o nebuloso. Et per 



144 F. BALDASSERONI E G. DEGLI AZZI 

questi c«igione non habitare luogo humido in nullo modo, né moltcì frt.*ddo. 
La mattina a* tempi freddi et humidi, maximamente più dico che de* freddi. 
(> quando Tossono nebbie, non uscire fuori che non si' scoperto il itole •• 
])res.so ad mezza terza. Et ad questi tempi ò buono vedere un pogo il furxx> 
et averlo nella tua camera prima d'una ora adceso, si che Taere sia un 
)X4;() riscaldato et disiccato; et faciendo per alterare il dccto aere fiKico di 
lengnì coli' altre miscolate o non miscolate adpropriate al tuo catarro sani 
buono, come sono sermenti, che sono optimi, o ceppi di viti, ginipero et 
iuUoro nvero orbaco; mettendo nel fuoco erbi secchi nel tìne. come tin^na- 
mila, maiorana, regamo, folglie d'allòro, nel tìne dico; un p(^o, ma )>og*3 
dico, d'uncenso perchè non offendesse il petto, ò buono nel fuocho. La fìni-stra 
della tua camera, che fosse al mezzogiorno, il verno o ad simili tempi iieni 
serrata perchè quello aere non t'ò buono. Sarebe milliore acre che venisse 
dall'oriente, cioè onde si leva il sole, et quello dalla tramontana, non es- 
sendo grandi freddi, anco ò buono, che è pure exicativo. Pur. parlando 
della aere, sommamente ti guarda non ricevere freddo ad la testa, maxima- 
mente freddi sottili settentrionali, però che i>ltra il nocumento detto del freddo, 
questi tali freddi s<mo cagione di fare una grande expressione d*hiimidit't c.i- 
tarrali al petto; et è simile questa expressione come chi stringesse forte colLi 
mano una spungia ])iena d'aqqua. Tu vedi quanta espressione fano lare si- 
nìili ventosi, maximamente freddi, (juando vengono da tale luogo: vetli puit.- 
a' freddi fiesolani. Se il tuo naso d per quello si j)urgasseno di quelle hnmi- 
«lità, non «lin'i così eli*.- si derivass^MH» ijuelle niaicrie che seeudeno ;ul altre 
vie. Suniniaiiiinte dv' ti guardare dal fn.-dtlo et hunii<lo de' pic«li, che "i\il>il(i 
eoiiiiinica ad lo stnmaco, et onnsoquenteniente al cerabro. <'os\ ancora ti di.i 
•^iiardan- da' venti marini: qm-sti s'»nn jKssitni: questi subito riemj)ieni» U 
lesta i.t ad^^ravanla et adgraviano l'udire. Trop]H) nu«>cen<» questi venti al 
caxM tuo. Ancora t'aviso che l'aeio excessi vanien te caldo o itrnere il cqHi 
di s<»])i"chi(j caldo, come sarebe andari: ad la fer/a del sole quando andrai 
atl ned lare !<■ i inali ie. t'è nu)lto cojitrario, ]>erchè ò ciigitme ili ci.>lliquare 
li onioii dell.i ti-sta et farli dist'cndore al jietto. (Conviene adunque et habi- 
tar« <l ii'^are lu-n- n«»n lTop])o tVeddo, nepurc che sia freddo, né iropjK) 
raldo. ni' aer«- che sia ealilo et ^^ecco : e (juello t'è conforme: et. c^»me 

• iii:o. -• n/.a trojino exeessn. Ki questo basti quanto ad l'aere, il quale. ci»me 
tli-ilo I-. (• (h-Ile sei c<;se la prima. l!^t ancora adgiungo che dal lume della 
luna Niininiani'-nti- ti guariii, *-[ cimile dai mz/À del side, maximamente 
quand" • iilia^.'-^ent) per finestra ove habitassi. che molto olìendeno. 

\'i-nendo ad la seconda part«; del nioilo del legginientc» della vita, cioè, 
«It' eil»i -t vini sai)er'.* c|u«llo ad te è utile t-t (juello t'è dannoso, che è 
que-ta lii.mdi- parte della cura tua. si è che ad te conviene lass:ire ongni 
eibo il <jual<- sia ^^eneiativo di nociinento overo d'oinore tlantico. vidCCMO 

• t erudo. i-t NÌinile cibi salsi o inoltf) fumniosi et vajx^rosi o che siano di 



CONSIGLIO MEDICO DI M A ESTR' UGOLINO 145 

dura digestione; et quelli usare che siano dì contraria natura. Cominciamo 
col })ane: sia di puro grano et bene fermentato et non caldo quando esce 
dal forno, che tiene vapori et fumi et dell' aqqua ancora; vuole essere d*uno 
giorno infine in tre giorni, bene mondo dalla corteccia, disotto almeno. Et 
sarebbe melglio che non fosse bene mondo dalla crusca; o veramente, se 
questo ti dispiacesse, almanco, ad l'entrare della mensa, prima mangiare 
uno o due bocconi di })ane inferingno, nel quale siano un pogo di finocchio 
et alcuno granello d' uve passule dolci. Et pane di spelda sarebbe cosi buono 
come di grano in simile modo. 

Ongni vino è contrario al catarro perchè molto offende il capo, et perchè 
è fummoso \kt sé; et fa molti fummi sallire, ma maximamente vini molti pos- 
senti, i quali ti conviene lassare al tucto. Et singularmente vini bianchi ti 
!M>no contrarli. Convienti bere vini vermilgli piccoli, non i)erò che siano agri 
(>vt?ro troppo bruschi ; et in poga quantità. Nella cura del catarro, si per la na- 
tura della *nfcrmitA, sì per le cose conscquenti, overo infermitadi o adcidenti i 
quali }H>ssono fare i catarri anco come vedi spesse volte fanno, si vorrebeno i 
vini al tucto lassare — il catarro si chiama madre di molte infermitadi — ora 
qut'sto non è ad l*etÀ nostra possibile per la mirabile consuetudine aviamo 
a' vini. Et converrebesi bere aqqua melata: non ti dico in che modo la sopra- 
scripta aqqua si de* fare, j^erchè non dei usarla, né il vino abandonare et non 
w ne cosillierci: bastiti pure saliere quanto il vino è inimico di questa infer- 
mità. Vorrebbe, per mellio ridurre il cataro che scende al j>etto, il vino 
sentire un pogo di morbido. Et, perchè il vino bianco ad te sia più con- 
trario, non è però che ad l'entrare della taula non ne {Xìssi bere uno mezzo 
bicchieri. Convengono essere tribiani non molto grandi; berai al p;Lsto tem- 
l>eratamente, et in aqqua sempre i vini per metà, o meno, o più, secondo 
la ))Otcntia de'vini, secondo la natura del tem}x>, et seguitando o adcostandosi 
ad la tua consuetudine. Et inaquali un pogo innanzi che venghi ad bere, 
si che si faccia una buona mistione dell' aqqua et vino insieme. Il verno, 
se bevessi caldi un pogo, sarebbe mellio: et in questo tempo inaqquarli o 
con aqqua in che fosse cotta un pogo di salvia et di sajw, o di capelvenero, 
o veramente, se questo ti dispiace, non manchi tenere uno |X)go di salvia 
un tx>go di tempo nell' aqqua con che lo inaqquerrai, o di maiorana, che 
pillierà subito di quella virtù. Et non bere trangugiando, ma pianamente. 
Et. se puoti, adstienti dal bere fuori di pasto o almanco fa che dopo cena 
mai non bei; che sarebbe molto nocitivo. Carni utili d'animali dimestichi 
di quattro piedi, e singularissimamente castroni d'uno anno pasciuti in buono 
luogo, come sarebeno quelli di Monte Morello. Similemente carni di cavretto 
di lacte, et alcuna volta, ma non usarlo molto, vitelle di lacte: carne dì 
porco non usare perchè sono humide; si pure n'usassi a' tempi siano 
insalate; di queste carni, né cose dentro, come sono ventri, fegati, o simili, 
non usare: et similmente estremità, come capi o piedi, che sono viscosi, 

Abch. Ktob. It., .•>.• Korlf. — XXXVIII. 10 



■ -^i-r 



146 F. BALDASSERONI E G. DEGLI AZZI 

lassali stare. Carni pure di quattro piedi salvatice buone sono, sin^larmente 
caprioli, lepori o porcellini giovani, et cosi alcuna volta carni di spinoci. 
Carni grosse, come (i) bue, bufale, o simili, lascia stare. Delle cose che nasceno 
commestibili di questi animali è lacte, il quale t'è in tucto contrario, et for- 
maggio, pessimo, et maximamentc formaggi viscosi che fondeno, come lom- 
bardi, bufalini, o simili. Puoti bene dopo '1 cibo mangiare un pogo di buono 
marzulini. Carni d'animali volatili, come sono ucelli, buone delle domestiche 
sono polli, cioè capponi, pollastri, pollastre, galline giovane et pippioni; et 
delle salvatiche, stame, fagiani, ucellini che non siano aquatlchi, 'quallie. 
tordi, tortore, alcuna volte adlodole et simili ucelli d'aqqua contrarli tucti 
m.iximamente d'aqque di paduli. Quello di questi animali nasce sono huova. 
le quali ti sono buone, maximamente di gallina. La mattina mangia le diete 
carni lesse, et mangia poga scodella et non grassa: et la sera arrosto: e: 
pogo cena la sera. Cibi di pasta ti sono contrarli, come maccaroni, lasangne 
grosse di grostate et simili cose: se usassi alcuna volta la sera per tua cena 
una scodella di sembolcllo et di farinata d*orzo col zucaro o coi pomenti 
sarebbe buono. Ongni erba cruda come sono nostre ìnsalatuze abandc»n.i: 
salvo puoti la state usare un pogo di lattuca et in quella o con quella 
a' tcm])i miscolare un pogo di menta o di pretisemolo con aceto non trop)f > 
forte. Legumi tutti ti sono contrarii: bene puoti usare il brodo dei ceci. 
ma non la substantia. Agrumi pessimi tucti et ma3Ùmamente molto fummosi 
come cijx)llc () algli stalengni et tali; forsi alcuna volta mangiando un pi «co 
di porro con mele è buono. Simile un pogo di radice, o anzi cibo o pi>i. 
un pogo (' buona. Scodella d'erbi in che sia pretisemolo, maiorana, menta, 
di queste puoti usare. Salviati, ellati o huova con la maiorana, quando 
non si mangia carne et mettendovi un pogo di scabiosa, è buona. Ongni 
cosa acetosa lascia et troppo salata. Cose fatte in padella con olio lasciale, 
salva le cose dette di sopra. Boragine anco è buona ad usare. L*aqqua fredda 
è molto contraria ad questii tua passione, siche se* ne avvisatto, et la calda 
è buona: (juesto ti dico perchè, così come esce dal pozzo fredda, Taqqiia 
non l'usi. Pesci di qualunche ragione si siano ti sono contrarii, et maxi- 
niamente j)csci grossi che sono viscosi: et fra Hi altri quelli che sono peg- 
giori sono anguilhr o tinche, pesciolini d'Arno o di qualunche fiume che 
tiene rena, ghiaia o ])ietre: puoti alcuna volta usare |X?sci marini. o»mc 
muggini, orate et simili, puoti usare alcuna volta. Et quando mangi pescie 
grosso (li questa ragione, non sia fricto nell'olio, ma il millore modo è che 
sia cott«i in sulla catiic<»la. unto con aceto et sjTCtie dolce che più ne cava 
ongni viscosità. Ongni tu<» cibo fa che mastichi bene, et che mangi più 
adagio che puoti. si ehe niellio si smaltisca. 



l'I // Wi. /itt I <il)r 



CONSIGLIO MEDICO DI MAESTR' UGOLINO 147 

Puoti usare colli tuoi cibi savore di mandorle et zenzavo o vuoli pure 
de* vostri savori bianchi che usate, con esservi entro un pogo di zucaro. 
Savore al tempo di vino di melingrani dolci con un pogo d*aqqua rosa et 
spezie di solo cenamo et zucaro, è buon savore. Savore giallo di fegatti di 
pollo con spezie bene dolce et assai zucaro puoti usare. Savore di mostarda 
perchè è molto fumoso non usare. È vero che perchè pure il mele è buono 
per usarne il verno, che sia con poga senape, puosi alle volte usare. 

Vengnendo a' fructi, puoti usare pere cotte al tempo suo colla trigea ; 
de' crudi : pera moscatella o di qualunche ragione buone usa temperata- 
mente; cosi mele dolci; non è però che ti siano buone; ma di quello non 
mi saprei io astenere non so consilliare ; fichi freschi et uvie anzi cibo puoti 
temperatamente usare : quelli che suo' buoni sono uve passule, pinocchi et 
mandorle. Curiandoli sono buoni dirietro al cibo ; et cosi la mela contongna. 
Ancora nespole non sono cattivo fructo. Sarà buono che quando entri ad 
la mensa et ancora dopo '1 cibo, ma e più et veramente innanzi, o se dopo '1 
cibo V userai sia meno, et questo è uno o due casi licci (?) di questa triggea, et 
ò: Rt'i-ipr: menta seccha oncie mezza; garofani dramme due; noce moscata z. i ; 
cenamo fino drame due et mezzo; passule oncie tre; anaci confetti oncic due; 
mandorle monde talliate oncie due; pinocchi oncic tre; zucaro ad peso da 
tanto che le' nsoprascipte cose. — La terza cosa che è sapere sopra l'ordine del 
troppo o pogo mangiare si è che stare famelico è contrario, ma molto ò 
più c<ìntrario il mangiare di soperchio. Fa che sempre dalla tavola ti levi 
piuttosto con alcuno adpetito che sazio: sta contento ad una vivanda, et 
quando ne mangiassi più che una, sempre quella che è più leggieri a smal- 
tire preponi ad l'altre. — Il soperchio usare colla donna è pessimo, il tem- 
peratissimo si puote fare; ma sii certo che due cose sono che maximamente 
ofendeno i catarrosi : la donna dalla quale ti guarda, et il soperchio bere. 

Io inchiudcrò quest'altre tre cose insieme, le quali si dirizzano al primo 
strumento, cioè al modo del reggimento della vita, le quali sono sapere il 
modo s' à da tenere nel dormire et nel veghiare, il tempo et quando : l'altra 
nel modo del tuo exercitio, et poi nelli accidenti dell'anima. Et, quanto al 
primo, il soperchio dormire è pessimo, et è quello che più ingrossa et riempie 
il capo di cattarro. Per nullo modo, se puoti altro fare, si vorrebbe dormire 
il giorno : et se pure per la consuetudine che avessi non te ne potessi astenere, 
fa che non vadi ad dormire che non siano presso che due ore poi che ài 
mangiato. Et dormi poco tempo ; et colla testa bene sublevata ; cosi fa la 
sera singularmente ; il verno dormi pogo, cioè che prima vegghia tanto che 
quasi il sonno t* agravi: et per simile modo co' la testa alta, si che sii avi- 
sato prima assai veghiare. Non dico per ciò che le vigilie siano excessive: 
ongni volta che un corpo sano delle ventiquattro ore del di naturale, dorme 
bore sei, è bastevole. Nelle passioni catarrali si vuuole meno che questo tempo 



148 F. BALDASSERONI E G. DEOU ÀZZI 

dormire. Et perchè il sonno della mattina sia molto commendato, in questo 
caxo è pure mellio levarsi per tempo. L'exerdtio temperato è buono; ma 
non l*excessivo. Anco la quiete et riposo matura i catarri, non però rozio. 
La mattina, i)erchc questo si inchiude ne lo exercìtìo, prima che eschi del 
letto fatti stroppiccbre le coscio, le gambe, et, se cominciassi ad le spailIe, 
et cosi descendendo, sarebbe mellio, colle mani adsciutte, et fosseno le fre- 
gagioni un pogo aspcre o con panni aspri maximamente ad le coscie, ad le 
natiche et ad le gambe, et tirare ad Tangiù quanto puoti. Et questo exer- 
citio ti farà gran bene. Et quando se' levato, prima avuto il bcnetìtio del 
ventre, se avere si puote, et spurgatoti bene il petto 'et il no^o ci fatti» 
alcuna cosa si dirà di sotto, exercitati un pogo per la camera et per la sala. 
P^t poi ti fa, se ài capelli, prima con uno pettinetto pettinare i capelli molto 
bene, non troppo forte, né molto leggieri. Et })OÌ ti fa stropicciare il cap<> 
con uno panno aspro. Et se quello prima si scaldasse ad un pogo di fummo 
(li incenso o di nigella, è buono. Et poi masticare un pogo di spigo t- 
commendato, o un pogo di noce moscata. P2t poi puoti al tempo uscire fuori 
et assai sarà l'exercitio che farai innanzi al cibo, l'andare al banco et tor- 
nare, et poi, (juando è il tempo, desinare. Et le mani lavare il \emo or>a 
a(|qua in che sia bollita salvia o adiòro o ramerino o maiorana, et, !« «i 
fosse- un pogo di vino, sarcbc buono. La state pure coU'aqua in che qiuil che 
sia de' soprascripti erbi sia stato un poco. Et quando arai desinato, sederi- 
ot stare un pezzo riposatamente, o vuoii fare un pogo di temjx:ratt> trxerciinì. 
ricordati che cxerciiare troppo la testa come nello leggere o ne in >criv'^Te 
è nidlto dannoso: et maximami'ntc sopra il cibo. Et quando simile e\crc::io 
si fa. sia cnn piacere ; et fare qualche giuoco ad taule o ad sebacei sen-'-i 
rinciesciniento, è exercitio Imono. Ouando ti volessi exercitare et cavalcarr 
tenii)eraiamente, (|uosio se alcuna volta facessi la mattina innanzi al desinare. 
è buono. Seguita ultimamente parlare delli accidenti dell'anima: malinconii, 
paura, iristiiia. lr«>p]K) soUicitudine sono coutrarii, et pilliare piacere et ile- 
;^re7./.a è buono. Kt questo ba'»ti (juanto si apartiene al primo strumento- 
Resta parlare del secondo suuniento il (juale cosiste solo nell'actJ 
iiMtlicin.ile, ciot' si^ropj)i, ni -dicine et molte altre cose che ra^uardono l'acto 
cin.aiv» della tua disj)osition<-. Kt questo inchiude in sé tre intcntione: U 
jirinia »• r(»niore et cagione materiale della tua passitmc con atiiuto di s>"" 
roj)pi adequare overo (lisj)onert'. maturare, si che la materia per so niedesma 
trovandola cosi tlispo'^ta, pei tlJNerse vie ijualche particella ne iK>s<a vourft 
rist»lvere o consumar-'. Ki «ju- Ila eh».- cosi dis]ìosta non fosse si possa rotare 
con adiu'.o di meilicin«' soliiiive che raj^uardano ad la evacuationc dell'omort 
ei <li (juelli luo}^hi ond<- bisniigni votarlo, si da mcnbri o luoghi che qiwit* 
m.ili'iia mandano al capo, >i dal «Mp») ch«' l.v riceve, ct che in parte. 



J 



CONSIGLIO MEDICO DI MAESTR' UGOLINO 149 

disopra è detto, ne genera, si ancora dal petto ove questa materia discende : 
la quale infine ad qui non è nel profondo del petto, né al polmone, ma piu- 
tosto, per li sengni veduti, nella via, cioè nella canna, et simili luoghi. Et 
questo si conviene fare con syroppi che siano adpropiati, de* quali i nostri 
savi pongono non piccolo numero. Ma pure quello che mi pare adsai con- 
veniente è il 8}Toppo dello streados et quello della requilizia. Et di questo 
syroppo si conviene prendere due volte l'anno, cioè nell'autunno et nella 
primavera: la prima volta del mese di maggio, et la seconda del mese di 
settembre. Et convienene pilliare almeno vi mattine o più, secondi) che 
il tuo medico vedrà che la materia si vuole votare sia col decto syropjx) 
di^esta et adparechiata ad votarsi. Et vuoisi ongni presa pilliare due o 
almeno una ora anzi giorno caldo, et sopra questo, se si può, una ora 
dormire si che faccia milliore operatione. Et in questo che si pillia non 
fare onere et pogo cenare et regolatamente vivere. Il peso del syroppo sia : 
del s)'ropp<) dello streados oncie una ; di quello della requilizia oncie mezza. 
Et perchè è adsai viscosa et tenace la materia di questo catarro, dramnìe 
due d'iMRamelle squillitico. Et se questo ti dispiacesse, lascialo stare; ma 
lìuono è che tolglia questa viscosa materia. Vuuolsi questo syroppo inaqquare 
ogni presa con aqqua di maiorana et aqqua di capelvenero et di scabiosa, 
cioè (]uella della maiorana per ongni volta oncie una et mezza, et l'altre 
altrettanto ciascuna per metà. Et se vuoli lassare l'aqque puoti il syroppo 
inadquare con questa dicozione : cioè, fare bollire in aqqua anaci, finocchi, 
passule, giugiule, capelvenero, orzo mondo, fiori di streados, syroppo magistrale: 
et di questo prendere nel soprascripto modo, vi mattine o più, secondo che 
parrà a' tuoi medici. Et questo si vuole fare in questo modo : Recipe : ra- 
diai di finocchio, radici d'appio et d'endivia salvaticha, di ciaschuna oncie li : 
y&ipo, streados, capelvenero, di ciaschuno uno manibolo; passule, orzo mondo 
di ciascuno oncie il ; giugiule, sebesteni, di ciascuno oncie mezza ; fichi secchi 
<»tt<> ad nomerò; requiliza drame ili; semi di finocchio, semi d'anaci, 
semi di mele cotongne per buo^ rispetto di ciaschuno drame li. Queste 
cose stiano infuse in aqqua per spatio d'uno di et una nocte. Et poi ad 
perfectione si chuocano : et della decta dicozione si prenda libre i et mezza 
et facciasi syroppo con mele et zucaro parti equalL Et se fosse il mele da 
tanto che '1 zucaro sarebbe milliore : et prenderne al modo soprascripto due 
(»ncie per mattina con du' tanto di dicozione di passule orzo mondo radici 
d' ungula cavallina che è il farfarello et di scabiosa. Et questo basti ad la 
prima intentione. 

L;i seconda intentione ad questo acto curativo è la materia coli' aiuto 
de' syroppi adequata et digesta votare: et questa evacuatione è di due ma- 
niere: la prima è universale, et la seconda è partichulare. Il modo della 



^HV 



loO F. BALDASSERONI E G. DEOU AZZI 

c'vacuationc universale è prendere, quando ara' preso il syroppo, una presa di 
pillole, la quale sia questa: Recipe: pillole cozie d' Almacsore et pillole 
d'agarico, di ciascuna dramma mez/^ ; overo delle cozie scropuli due et di 
<|ucllc (Icirai^arico scropulo uno. Et se più tosto volessi medicina stempe- 
rata, sia );era oncie me/.za, cassia z. n, agarico in substantia drama i, sai- 
^iMiio scropulo uno. YX questa si stemperi con dicozione di passule, capel- 
venere >, fiori di streados, ungula cavallina. £t quando la medicina avesse 
mosso dua o tre volte sempre tenendo alcuno panno caldo al corpii, prendi 
una tazza o uno buon bicchieri d'aqqua d'orzo con oncie una et mezza di 
/.ucaio rosso: et quello di stia in riposo, et stia, tanto che la medicina abbi 
«»|HTato, nella camera con le finestre serrate. Et l'altra mattina sì faccia 
uno cristero lavatore d'aqqua d'onw), sale et olio et oncie n di zucan» nvsso 
et uno torlo d'uovo. Questa sarA l'ordinaria purgagione due volte Tanno. 
Conviene ancora che jx-r continuo uso prenda de* quindici di una volta 
alcune pillole che sono senza guardia, le quali netteranno il ca]x» et il 
l>ctto, lasciando il capo confortato : et di queste pillier:\ ini o v per volta 
soci>ndo v^.Hlr^ che faccino o])eratione et siano a rate: prendale quando è 
U!4citi) del letto, et mangi al tem(>o usato, perochè stano spesse volte uno 
giitrno ad o)H'rare o più tosto, secondo o trovano la materia disposta, o 
secondo che '1 cor}H) è di su;i natura lubrico. Le pillole siano quelle della 
gera et l'alcfanginc ciascuna ]'>er met^ et quelle della gera siano quelle f\ 
fallo detto ctwe. et adgiungavisi un }M»go d'infusione d*agaric<ì et di sal- 
j:rninu> in sirop]Hì di streados et di requiliza. culla quale infusione -ii facci.i 
la i^a'it.i o nuulaloiMie delle diete pillole. I-a evacuaticme partichulare iV ;ii- 
ohuiia volta farsi alcuno aijjomonit» ci>mune, cioè dict>zione d'anaci et Ji 
finocchi, ili malva et hielora. s;ile et olio, et in ongni argomento mettere 
i>ju'ie I di gora pij;i;i. Kt abbi ad mente che le pillole che dei usare. ]x>>ti.» 
ohe d' ongni teiiijH» usare si {Hwsano. pur a' forti freddi et caldi n<in l'u-^re. 
Alna evacualiono p.iriichulare è alchuna volta la mactina per le nari ilei 
n.i'io liraie un p^go li'aqqua ili mai.^rana tiepita. perchè dal na-**! venjra 
qualche Ciwa. el luelteiulovi il verr.t» ii:i jx^go d'aqquavite. è buona. 

l,a lei.'i.i iuten:u»ne oi ultima nt'll'acto curativo, che s'apariiene A 
«iei>*!'.do stiuiuentv». è i m/r.bri che au'Iiip'. icario dì que-^ta, che la niand.ino 
al ca^x>. el q\ielli die ^i ;icevcr.\\ vvnl*»^rtare. tor:ircare. et della materia 
tij'ulMe. ilisiV'iu'Tc e: v\^!ì>*.*ma:e. K: vj;:os:-^ è o^r. cx-^se che si metteno 
vienilo et iv:i CjUoilc 'i'avTov.iv.a:: ^ o.i f:: ri. ijiivil-; v:e:'i:ro sono de* lattovari 
et v\»<c simili, roir.c»:*! » cho :;>•. :'. vcr::-^ *.:•,;•:- v...;:..* :! mese un j-ogo di 
•^*cTfecta tcTiacì'.a l;•.ia:'.^■ •.-.va c.v.<;.Lr^v..'.. ?•: .:vi<. :i ch^ quando la {«rendi, la 
vvr'.a Jc'.!a "ifa -iia i^'ji;;^*::. ■: e":-. . v-: eh.' ''a: a: vre-^ aln'.aro sui vi ore 
Vf'iM che vlciiv.i. Ks v;ii.ir.s:. •'./"• :; '.'lac. v'ie !a :\-:.icha. in Iul^o A\ qudli 



CONSIGLIO MEDICO DI MAESTRA UGOLINO 151 

prendi altrettanto mitridato. Usa alcuna volta una radice di genzavo verde, 
la mattina due ore prima che mangi, et vuoisi darli col dente una stretta 
senza masticarlo. Per continuo uso la mactina ad digiuno, o delle due 
mattine l'una, prendi dello *nfrascripto lattovare quanto una castangna, almetio 
una ora prima che desini, o due; et sia: Recipe: priso moscatato z. iiil'^^ 
di amusco oncie i et mezza, di ambra oncie i, loccho sano et diapeta- 
(iion di ciascuno oncie i, et siano bene insieme miscolati : uno lattovaro 
magistrale il quale, io scrivo, lodo più che altro; ma quando sono i 
caldi grandi, non usare i decti lattovari. Et se pur è mestieri usarli, ad- 
giungi sopra essi il terzo di zucaro rosato con diapapavero, che siano tra 
adminduri il terzo. Et quella mattina che prendessi altro, o pillole o teriaca 
o zenzavo, non prendere del decto lattovaro. 

Il magistrale elatuario è questo: Recipe: radici d'ungula cavallina che 
è il farfarello cotte et bene talliate; requiliza subtile et monda sotilissi- 
mamente polverizata ; ysopi secco, calamento seccho, di ciascuno z. ili ; 
yreos z. li; passule senza noccioli oncie ii ; pinochi et mandorle dolci, di 
ciascuno oncie i ; seme di banbace mondo, seme di papaveri, di ciascuno 
oncie mezza; seme di fien greco, seme di mele cotongne mondi, semi di cocomeri 
mondi, di ciascuno z. m, giugiule in novero xx; noce moscata, garofani et 
cenamo di ciaschuno z. n; uncenso sottilissimamente ix>Iverizato oncie mezza; 
di tucte queste cose quelle che si denno pestare si pestino bene; et quelle 
che si denno polverizare, si polverizino: fa lattovaro con zucaro et ponnici 
di ciascuno lib. i et con syroppo d' isapo et di streados fa il decto lat- 
tovaro. Ancora et di questo prenda la mattina et al vespro alcuna volta 
quanto una castangna, et tengalo in boccha et lassilo })er sé medesmo 
consumare. Ancora alcune sere quando ne vai ad lecto è buono trangugiare 
un {X)go d' uncenso mastio, che è quello che è tondo, chiaro et giallo, due 
o tre granella. Et è buono alcuna volta ad digiuno gargarizare con vini) 
in n«l quale sia cotto uncenso, mirra et un pogo di vernice. Sofomicare 
con uncenso, storace et vernice è optimo rimedio. Odorare Panicella in 
uno panno sottile ben torta ; simile odorare il cosco, spiga et nigella et il 
fummo ricevere, et cosi noce moscata masticare è buono ; ma la spiga tenuta 
tra* denti è optima. Et è buon fare uno pomo da tenere in mano et odorare 
in questo modo: Recipe: storace e alcomita parti v; uncenso, mastice, di 
ciascuno parti m; vernice parti n; cosco, spigo, di ciaschuno parte i et 
mezzo ; et adgiungasi moscato o più tosto ambra dramma i ; et questo è 
buono odore ad questo caso. 

Ancora il verno è buono sotto al cappuccio secondo che vedrai l'offesa 
tenere uno sacchetto, -almeno la notte, sotto ad la cap|>ellina facto tondo 
in panno lino sottile vecchio o zendado di grana, colle porche larghe, facto 
in questo modo: Recipe: fiori di camomilla oncie i et s. ; rose vermillie 




*i 



152 F. BALDASSERONI E 6. DEGLI ÀZZI, CONSIGUO MEDICO EC. 

oncie i; scorze di cedro z. li: garofani z. i et s.; fiore di streados oncie «., 
con un pogo di sale ; et non lodo sacchetti che siano di ma^or caldez/a. 
Similmente quando si lava il capo fa fare uno ranno in questo modo: avere 
follie d*ella che va sopra le mura, fiori di camomilla, cosco, ramerìnn. 
ysa|X), maiorana et fiori di streados: queste cose bollire nell'aqqaa et cvtlarr 
sopra la cenere, et sarebbe buona di sermenti. Et qnaxkdo sarà il tem]!". 
usuare il borage ad Petriuolo o quello di San Philippo che è oggi milliortr. 
per lo modo che sarai al tempo informato. 

Del terzo strumento non mi pare sia necessità parlare, che '1 caxd tuo 
ni>n richiede cauterio nò cose simili. 

Explicit consilium cum labore in sermone vulgarì scriptum contra c&- 
tarrum de flantica materia cum i>ar\*a salsedine ad pettus et in parteni do 
scendentem, mei Ugolini de Montecatino ad Averardum de Medicis ci^em 
florentinum Florentie datum, michi amichum. 

Sm/ recto della e. /*».* Consilium mei Ugolini de Montecatino ad Ave- 
rardum de Medicis civem fiorenti num amichum meum. , 



> .•♦i».-K <- 



CORRISPONDENZA 

C0D 



GERMANIA. 

Pnbblicazioni degli anni 1903 e 1904 ralla storia medioevale italiana. 

Il signor professore Emilio von Ottenthal, che fino dall'anno 
1889 die notizia in questo {periodico di tutte le opere tedesche 
riguardanti la storia medioevale italiana, in seguito alle molte occu- 
pazioni venutegli dalla sua nomina a direttore àtW Istituto Austriaco 
per le ricerche storiche in Vienna, dovette rinunziare alla prosecu- 
zione regolare de'suoi rapporti annuali. Pertanto, la Direzione del- 
\ Archivio Storico Italiatio, d'accordo con lui, ha. affidato a me 
l'onorifico incarico di continuare questa corrispondenza. Nel com- 
pilarla mi sono tenuto alla forma da lui osservata (i). 

I. 

Bdizionl di fonti e relative ricerche. 

Cominciamo col render conto delle edizioni àé^ Alonumeftta 
Germaniàe, uscite in luce in questi due anni. Tanta è stata Topc- 
rosità instancabile con cui lo Holder-Egger ha lavorato al 31** 
volume degli Scriptores, che la seconda parte del volume potè 
venir pubblicata un anno appena dopo la prima (2). Contiene le 
opere storiche di Alberto Milioli, il Uher de temporibus et aeta- 
tibus e la Cronica imperatorum, \J identità del loro autore col notaro 
Alberto Milioli, che ci è noto per i due volumi di Statuti e |)er 
il Uber grossus di Reggio, apparisce chiaramente nelle ben riescite 
tavole fototipiche, che stanno in appendice al volume. Al capitolo 



(i) Faccio qui i miei più sentiti ringraziamenti al sig. prof, von Ot- 
tenthal per i preziosi consigli di cui mi è stato cortese. 
(2) MGH. Scriptorum to. XXXI, Hannover, 1903. 



•1 



154 HANS HIRSCH 

CCXX del IJber de icmporihus (gesta obsidtonà Damiate) è aggiunta 
Tedizione del racconto omonimo di Giovanni Codagnello. Nello 
slesso modo è pubblicato il LÀher duelli christiant in obsidione Dti' 
mìatae exacti e i Gesta obsidionis Damiatae di Giovanni de Tulbia. 
Tutti ([uesti quattro racconti, come già da qualche tempo ha pr'>- 
vato lo Holder-Egger (i), si fondano sopra una fonte c<»mune ura 
perduta. La pubblicazione, condotta in modo da servire di modello 
s<ìtt«) ogni ra[)p<>rto, si chiude con un indice e un glossanti. — E 
stato compito pur anche il 3** volume dei Diplomata (Ilenn'ci II 
et Ardninìl (2). L' ultimo fascicolo (pubblicato da H. Bresslau, 
R. Holtzmann e H. Wibel) contiene la prefazione, V introduzione. 
lo aggiunte e correzioni, T elenco delle fonti e dei libri, l'indice, il 
glossario, ed una tavola delle concordanze dei numeri de' diplomi 
coi Regesti dello Stumpf. Neir indice, i^er la prima volta, si iden- 
tifitano i nomi dei luoghi. Tale faticoso lavoro è stato c»»ndi.»ttu 
<la R. Holtzmaxn i*on grandissima accuratezza. Come viene ?»pie- 
gatn nella prefazione ([Jag. xiv), 1' inteq^retazione de' nomi di 
lu»\u:o fu molto difficile, specialmente jìcr l' Italia ; ed io, che per 
csjK'rienzii ben conosco simili difficoltà, vorrei pregare gii italiani 
(iìc pubblicano cmlici diplomatici di identificare, nell'indice, almeno 
i n"iiìi di'i hi»'.i::hi più impi»rtanti o più facili a determinarsi d:i;:li 
indagatori della storia regÌL'uale. 

K venuta in luce la prima metà elei secondo volume dfi 
Conctlìa, a cui ha lav. -rato A. Werminghofk \3). Contiene gli atti 
e lo dohl^eraziv»ni dei Concilii dal 74 j al Si 6. Fra questi ce ne 
s»»no alcuni che ebbon» hi.'g'»su terra italiana. — La. stanìi»;i ilelle 
Cx'/ts^.'/.'ur/oftts ti iii'i\i puòJ.\\ì /m^rtìiontm tt /rx/im, di cui ò us<iia 
la prima metà del vnlunu- terz»- \pcr .»pora di J. Schwalm). ar- 
riva ««ra dalla tino dell* Intorroguo \ 1^731 alla m««rte di Rod->lfo di 
Habsbiirg UJOl'^ «4», Per gli <tiuli.wi ^ii >.toria italiana sarann- im- 



I :i ' M l ì H . .'^;*' .". • '' ■ : .' ■■• • '•• ■ . s,- .-. ": r : ; • V / ■ • : .'. • -. . ".• (ri- '/: .:n: ?t II III. 
//, : 't » ;.•: r.' . f » J :* : •: : ." \'> .■.•••■:;•. H .i" • ^ < v v . K) - "- 1 Q .^3 . \' ed . A'\''\. Star. 

5' MiiH. ;' <;.■•: s-.v.i ■» IH. tV'.v:;.;. ' .\ II. lars y:\oz. Hannover, 1904* 
4 • M l » U . /. .,.'.■< •'.' H^v: i .• IV. V ' ' ■; . .•: : :. .".■ •:.•■ . ■ f: r . : ; / :t '•:'/.■/ fmprr.ìtùrum 
t: '..;•••*. :»'. III. p.ir< p:io:. H.ivrn.:. io-;.:. 



CORRISPONDENZA 155 

portanti specialmente gli atti che si riferiscono alle relazioni di 
Rodolfo colla Curia e con Carlo d'Angiò. — Lo Schwalm pubblica 
in un suo speciale rapporto i molti diplomi che ha novamente 
trovati, durante il suo viaggio in Francia e in Italia nell* estate del 
1903, per preparare dedizione delle Constitutiones imperti dal 1291 
al 1347 (l). Lo stesso autore poi, rendendo conto del suo viag- 
gio in Borgogna e nell'Italia superiore (2), registra molti pre- 
gevoli diplomi, tolti dall'Archivio di Torino. — A 'questo punto 
vogliamo pure indicare una pubblicazione dello Schwalm conte- 
nente Nuovi documenti per la storia dei rapporti di Clemente V con 
Enrico VII (3). Si tratta di documenti che* solo da poco furono 
incorporati agli Instrumenta miscellanea dell'Archivio vaticano. 

Dando conto de' progressi della nuova edizione dei Regesta 
imperii del Bòhmer, sento l'obbligo di ricordare uno degli ultimi 
grandi lavori del mio indimenticabile maestro E. Muhlbacher. 
Egli ebbe già la sorte di p)oter finire il manoscritto per la ri- 
stampa de' suoi Regesti Carolingi (4) ; e sei mesi dopo la sua 
morte venne fuori la seconda parte del primo volume. Il la- 
voro è stato rifatto in base agli studi preparatori per l'edizione 
de' Diplomi Carolingi nei Monumenta Germaniae e naturalmente vi 
sono state coscenziosamente riportate tutte le nuove scoperte fatte 
in Italia dalla prima stampa in poi. L'ultimo fascicolo di questo 
I® volume dovrà contenere un indice dei destinatari de' diplomi, 
un registro dei libri ed un elenco de' diplomi Carolingi ora per- 
duti. Tutto questo lavoro è stato affidato al prof. Lechner, che 
da molti anni collaborò col Muhlbacher. 



(1) J. Schwalm, Reise nack Frankreich und Itaiten im Sommer igo3. 
Mii Beilagtn, nel Netus Archiv» 29, 569-640. 

(2) J. Schwalm, Reise nach Oberitalkn und fìurgund im Herbst 1901^ 
Mit Beiiagen, II, nel Neties Arcftiv, 28, 485-501. Cfr. Arch. Star. Ital., 
33, 420, not. I. 

(3) J. Schwalm, Nette Actenstiicke zur Geschichte der Beziektingen Cle- 
mens V zu Heinrich VII (mit Facsimile)^ nelle Quellen und Forschungtn 
tuis italienischen Archrven und Bibliotheken herausg, vom kgl, preuss, his- 
torischen Institut in Rom, 7 (1904), 220-250. 

(4) J. F. BoHMER, Regesta imperii I neu bearbeitet von E. MUHLBA- 
CHER, seconda edizione, to. I, parte II, Innsbnick, 1904. 



■^^^ 



lofi HAXS UIRSCH 



Il Direttore dell'Istituto storico Prussiano in Rom^, P. Kehr. 
nei suoi rapporti pubblicati in questi due ultimi anni, dimostra 
che la sua grandiosa impresa, cioè l'edizione delle antiche BiMe 
pontificie, fino ad Innocenzo III, progredisce alacremente (i). Le ri- 
cerche negli Archivi italiani sono ora preliminarmente terminate. 
L'ultimo e lungo lavoro fu consacrato alle biblioteche di Roma, 
intonili alle quali abbiamo uno speciale rapporto. Dopo questo 
vrngono delle Appendici ai rapporti di Roma. A tale proposito 
s«»uo specialmente interessanti le osser\'azioni del Kehr suir Archivi» 
di Castel S. Angelo e su quello Barberini, che fu poi incorporata 
alla Biblioteca vaticana. In altre comunicazioni lo stesso autore 
ci ragguaglia sulle bolle pontificie della Toscana orientale e occi- 
dentale. — In questi anni si è pur cominciato a lavorare sul materiale 
tedesco. Il prof. A. Brackmanx, collalK)ratore del Kehr, ha registralo 
i documenti papali de' paesi nordici, della Germania settentrionale, 
di quella centrale e della Svizzera; ed ha aggiunto a questo rap- 
porto osservazioni critiche proprie e del Kehr. Le ampie ricerche 
eseguite negli Archivi italiani hanno portato alla luce anche qualche 
nuovo diploma imperiale, che il Kehr ha in parte pubblicato nei 
suoi Otia diplomatica (2). Sono 13 diplomi dei principi Svevi da 
Federigo I fino a Manfredi: di più vi ha un mandato di Ottone IV. 

Su parecchie edizi«)ni minori di fonti per servire alla storia 
(le'secoli XII e XIII crediamo bone riferire in complesso. R. RoH- 
RiCHT, che si rese ben noto per le sue ricerche sulle Crociate, 
e che ora purtro[)po è morto, ci die un Additamnitiun ai ^U(.»j 
Rc^esta re^ni Ilicrosoiyniitimi {iOi.)'j'l2qo) (3). Fra quei documenti ve 
ne son molti che provengono dall'Italia. — Non m'è riescii" lii 
avere una" dissertazione di K. IIkixzklmakx di Straslnirgo v^pr.i 
gli Scritti polemici Farfcnsi (j^). Secondo una notizia datane d:il 



(1) ^vachrìctitt'n 7on dt'r konigt/c/u'fi (ìcst'llschn/t der ll'is^ensch.intn 
:.u (itìtttngtn, pfiìtoloiriscìi-hìstoìischt' Klns<ic, I<K»3: I-162. 505-O41: 1904: 
<)4-203, 417-5*7. t-fr. Arctt. Stor, Itni,, 32. 514: l}^^ 277. 502. 

(2) Nachrictitm von drr kijl. (rt srt/sr/nr/y drr ì\'zsscnsch<ifu'n zu (/•'> 
tiPti^en, ptulot.'hist. k't., i<»<.>3. 255-291). (Tr. Arc/i. Stor. Ihil,. 33. 273. 

(3) Rcgt:st<j regni Ifìerosolyutitiìnì (MXCVri-MC(rXCl). nJditamtnìHm 
cdidit R. RoHRiCHT, < )oniponti. 1904. 

<4) K. IIein/F.LMANN, Die Fnr/mscr Strtìf^cliriftcu, Ein Beitrng zur 
GeschìcìUc dt'^ JnifStiturstn:itvs. Strassi) ur^'. I9«»4. 



CORRISPONDENZA 157 

Neiies Archw {i\ in questa dissertazione si pubblica il Lther fra- 
tris Bernardi monachi et ahbatis tnoruisterii^ contenuto in un mano- 
scritto di Monaco. Questa scrittura, a detta dello Heinzelmann, fu 
composta da Gregorio di Catino nel 1105-06. All'opposto, non 
dovrebbe essere di quest' autore, come finora si riteneva, Tal tra 
operetta polemica che pur ripete la sua origine in Farfa, e si inti- 
tola Orthodoxa defensio imperiali:, — J. Kohler ha fatto una nuova 
edizione de' Trattati di commercio fra Genova e Narbona nei sec, XI J 
e XIII, aggiungendovi delle note esplicative (2). 

Questa volta non sono molto copiose T edizioni di fonti per la 
storia del tempo Svevo. Da quel medesimo codice di Parigi, da cui 
K. Hampe cavò molti documenti pregevoli, lo stesso autore ha 
tratto ora alcune lettere che ci danno minuti ragguagli sugli At- 
tacchi de* tedeschi contro il reame di Sicilia nei primi anni del secolo 
XIII (3). Di più ha pubblicato dalla stessa fonte molti documenti 
e ironcessioni pontificie contenute in un Registro di lettere ora perduto 
di Papa Innocenzo IV dal giugno 1249 al giugno 1250 (4). Parecchi 
di questi atti sono di molto interesse per la lotta sostenuta dalla 
Curia contro Federigo II. — E. Caspar ha dato in luce alcuni 
Diplomi Svevi dell* Archivio del Duomo di Patti, rinvenuti tra le carte 
lasciate da K. A. Kehr(5). 

In questi ultimi tempi si ò grandemente accresciuta la lette- 
ratura, già abbondante, intomo a S. Francesco d'Assisi. H. Bohmkr 
i:i ha procurato nei suoi Analecta per la storia di S. Francesco una 
edizione di tutti gli scritti genuini di questo Santo e di quelli ancora 



(i) Vcd. Neues Arck,, 31, 250. 

(2) JOSRK Kohler, Handelsvertràge mvischen Gentui und Narbonne 
im 12 tmd ij Jahrhtmdert (Berliner iuristische Beitrogc heraiisg. i^n J. 
Kohler, fase. 3, BerliD, 1903). 

(3) K. Hampe, Deutsche Angriffe aitf das Konigreich Sizilien im An- 



fang des dteizehnien Jahrhunderts, nella Ilistorische Vierteijahrsschrifi, Neue 
Folge, 7 (1904), 473-4^7. 

(4) K. Hampe, Aus lerlorenen Registerbanden der Pàpsie Innocenz III 
und Infwcenz IV, nelle Mittheilungen dcs Instttuts fur osierreichzsche Gè» 
schichtsforschung, 24, 198-257. 

(3) K. A. Kehr, Staiijìsche Diplome im Domarchiv zu Patti, nelle 
Qwftten tmd Forschungen atis italienischen Archiven und Bibliotheken, " 
(1904), 171-181. 




158 HAK8 HIBSCH 

che gli vengono attribuiti, corredandoli con im*ain[Ma introda* 
zione (i). Ha recato poi in Appendice d^;U estn^ dalle fimti 
che servono per la sua vita ed infine de' Regesti per la sua storia 
e per quella dell'Ordine Francescano (1182-1340). 

Le fonti concementi la storia dell' ultimo Medioevo sono quasi 
esclusivamente di natura storico-ecclesiastica. H Direttole deflo 
Istituto Austriaco di studi storici hi Roma, L. Pastok, hlà gii dato 
alla luce il primo volume (1376-1464) de' Doctmemii mtdHi a ivr- 
redo della Storia dd Papi specialmente nei sec. XV, XVI e XVII {2). 
Questi pr^^voli documenti, che il dotto autore raccolse ne' suol 
viaggi per la sua Storia de' Papi dalla fine del Medioevo» soo 
quasi tutti tolti dagli Archivi italiani. — Varazàme per P AmmnH, 
tenuta nel 1385 da Matthaeus de Cracovia alla preeenia di 
Papa Urbano VI in Genova, è stata riprodotta da G. SomiEa* 
FELDT (3). — É venuto fuori il voi. 7^ del Bullarium Frattciuamm 
(edito dall' Eubel) (4); cosi la pubblicazione giunge fino alla 
morte di Martino V. I rapidi progressi di quest'opera si devono 
allo zelo infaticabile del suo autore. — Altri dne volumi sono stati 
pur pubblicati degli Studi e Fonti per la storia del ConeUm di Bh 
silca (5). n quarto (edito dallo Hallbr) contiene i Protùcolli del 
Concilio dal 1436 ; il quinto le Notizie prese giamo per giorno dal 1431 
al '35 e nel 1438, gli Atti della Ambasceria mandata ad Axngmmt 
ed a Costantinopoli n^X 1437-38 (per cura di G. Bbckmann), di più 
una descrizione di Basilea (pubblicata da R. Wacksrnagel) col 
titolo Eneae Si hit de Basilea epistola, ed un Diario del Concilio di 
B, di Andrea Qatar i di Padova 1433^1 435 (pubblicato da G. CoG- 



I 

\ 



(i) H. BOHMER, Analekten zur Geschichte des Franciscus mm Assiti, 
Tubingeo, 1904. 

(2) Acta inedita, historicnn ponti ficum Romanorutn praeserHm sate, JTF, j 
XVI, XVII illustrantia edidit L. Pastor, Friburgi Brisgovime, MCMIV. \ 

(3) G. SoMMRRFELDT, Die AdvetUsrede des Matthaeus de Cracovia ter \ 
Papst Urban VI, im Jahre 13S5» nelle Mitthtiìungen des Instìtuts f&r 
ostcrreickische Geschichisforsckung^ 24, 369-388. 



\ 



(4) BuUaritim Franciscanum sire Rom. Póni, Constitutiones,,,, trihn «^ 
ordinibus concessae,.., a CoNRADO EUBEL, to. VII, Romae, MDCCCCIV. \ 

(5) Concilium Basilieftse, Studien itnd Quellen zur Geschichte dee 
ciis l'on Basti, to IV, Protokoììe des Concils l'on 1436, Basel, I903; tB» *" 
Tagròiicher und Aden, Basel, 1904. 



CORRISPONDENZA 159 

GiOL-v). Fra tutte queste fonti sono particolarmente interessanti 
quelle contenute nella 2* parte del 5** volume: vi sono atti tro- 
vati tra le carte diplomatiche dei quattro vescovi di Lubecca, 
Viseu, Parma e Losanna, che furono incaricati nel 1437 di trat- 
tare in Avignone la celebrazione di un concilio d* unione e dove- 
vano andare a prendere i Greci in Costantinopoli. Nell'Archivio 
comunale di Avignone si ritrovano altri documenti su questi affari ; 
ma non poterono venire usati in questa pubblicazione (i). 

Da ultimo faremo menzione di due pubblicazioni di fonti per 
la storia della Cancelleria papale. — A. Lang ci offre de' saggi 
per servire alla storia della Penitenzieria apostolica nei secoli XIII 
e XIV (2). — L. Schmitz-Kallenberg ha dato in luce una Pra- 
etica Cancellariae apostolicae saeculi XV exeuntis, tolta da un ms. 
deir Archivio di Stato a Mtinster, e che non è un manuale fatto per 
uso della medesima Cancelleria, ma per coloro che dovevano trat- 
tare con quella (3). Alcune note di questo genere erano già state 
fatte conoscere da J. Haller, che le tolse da vari mss. di 
Roma (4). I facsimili, che l'autore riproduce, hanno un' imi^or- 
tanza tutta speciale, dimostrandoci chiaramente in qual modo nel 
XV secolo si facevano e si sfogavano le suppliche. 

Ci rivolgeremo ora ai lavori di critica sulle fonti. Il discorso 
imjxDrtante, tenuto dal Bresslau per il suo Rettorato, sui vari 
Compiti che devono a7}ere le ricercìie delle fonti medioevali è stato 
già apprezzato in questo periodico (5). — Accenneremo qui breve- 
mente che il primo volume dell'opera consultatissima di W. Wat- 
tenbach Fonti per la storia di Germania nel Medioevo ha già avuto 
la 7* edizione, che fu curata da E. Dummler e L. Traube (6). 



(1) Vedi Neties Archiv, 30, 741. 

(2) A. LanCi, Beiiràge zur Geschi'c/ite der apostoìtschtn Pònitentiart'c 
ìm ij nnd 14 Jahrhtmdert, nel Supplemento VII delle Mittheilìuigen des 
Instituts fiir òsterreicht'sche Cìcschichtsforschunf;, 20-43. 

<3) L. SCHMrrz-KALLENBERG, /Vrt<://Vfl cattccìlariac apostolicac scLCCìdi XV 
exeuntis, Miinster (Westf.), 1904. 

(4) Ved. Queliefi imd Forschtingen aus ital. Archiven n. Biblìothekcn, 
2, 1-40. 

(5) Ve<l. Arca. Star, //al,, 34, 512. 

(6) W. Wattenbach, Detitsch/ands (ìeschichlsquellen im Mitieìalter, to. I. 
Sicbcnte von Ernst Dxjmmler umgearbeitete Auflage, Stuttgart e Ber- 
lin, 1904. 



l^K) HANS HIRSCH 

O. Holder-Egger ha pubblicato due studi critici assai im- 
portanti che si riconnettono coir edizione da lui fatta delle cronache 
italiane nel sec. XIII. In uno discute con grande acutezza di una 
Cronaca Roìfiana di Papi e di Imperatori, ora andata perduta (i). 
Fu certo compilata in S. Lorenzo fuori le mura; ed in molte pani 
servi per la Cronaca di Tivoli, del pari ora perduta, e per quella 
di S. Bartolomeo in insula Romana. Pel tramite di queste due 
ultime fonti le notizie date dalla prima furono accolte anche in altre 
«;pere storiche, come chiaramente fa vedere lo Holder-Egger trat- 
tando delle relazioni reciproche che mostrano fra loro queste scrit- 
ture (a pag. 219). In un secondo studio egli tratta della Cronaca 
di Sicardo da Cremona (2). L'autore prova incontestabilmente che 
Alberto Milioli si giovò per compilare la sua cronaca, oltre al 
Salimbenc, anche del ms. di Sicardo; ma che il testo di quest'ul- 
timo era più difluso di quanto ci apparisca oggi nell' Miteni di 
Sicardo. Da quest'autore soltanto possono essere tratte tutte le 
notizie che si ritrovano nel Salimbene e nel Milioli e si riferiscono 
s])ecialmente alla Terra Santa. Secondo le conclusioni dello Hi>lder- 
Eicger, Sicardo, dojx) il suo ritorno dalla quarta Crociata, cui prese 
parte insieme col Cardinal Legato Pietro da Capua, risolvè <li fare 
una nuova redazione della sua cronaca e vi lavorò fino alb 
morte. Da quest'opera, cosi ampliata e rimasta impcrfettii, qual- 
( uno de' suoi conlìdenti dopo la sua morte avrà tratto una copia. 
Con una tale spiegazione ò riprovata ri[X)tesi del Dove che il 
Salimbene abbia fatto uso di una storia della Crociata scritta «la 
persona che stava in intimità coi conti di Monferrato. 

W. GoEiz ha riunito in un libro le sue dissertazioni sojrni le 
Fon// per In storia di S. P^raucesco d'Assisi (.^), aggiungendovi an- 
che altre ricerche critiche sulle fonti stesse. Egli esf:ludc che U 
h'i^vìida trium sociorum aj)partcnga alle f«mti di i^rim' ordine, e 
mette in rilicv. ► T importanza dello Specultim per fect ioti i<, tpivato 



(Il O. HoLl>KR-E(;OER, 6^//r/- tìm Ronusche Papst-und Ko:.<cf-Chntnik, 
n<l Xcncs Archìv, 28, 193-226. 

(2) ( >. HoLDKk-RooKR, Uthcr itie vevìonnc i:;-nissrrr C'/imn/t S:cnrds 
.•■iti CrifUflfitì, /, nt-l Xt:iics Arch/:-, 2<>. 177-245. 

(3) \V. JioKiV. l) r QncH-n zur (ic^chichic des til. Fnìnz j». Asti\Ù 
«iutlia, lf)04. ('fr. /.tit<i'lirift fiir Kirchtfìiri'schicltie, 24, ih^-iq*. 475-5I9; 
2v 3.^47- 



CORRISPONDENZA 161 

dal Sabatier, della Vita secunda ed anche della Vita prima di Tom- 
maso da Celane, mentre attribuisce poco valore alla Leggenda di 
Ihmiveniura, 



II. 



Storia politica. 

In questo paragrafo dobbiamo render conto di molte nuove pub- 
blicazioni, riguardo alla storia universale o a quella di Germania, 
e he però in certi punti trattano anche questioni di storia italiana. 
Ne ixx'he sono poi le opere o le dissertazioni dedicate esclusiva- 
mente ad argomenti di storia italiana. 

E già comparsa la parte 2* (2** voi.) della Storia d' Italia nd 
MidioeiH) dì L. M. Hartmann, che fa parte della collezione intito- 
lata « Storia generale degli Stati », pubblicata da K. Lamprecht (i). 
(Questo libro ha per titolo sjìeciale « La separazione dell* Italia dal- 
r Oriente» e tratta degH avvenimenti dell'Italia dalla fondazione 
<lel regno longobardo fino alla incoronazione di Carlo Magno. 
L' Hartmann con forma attraente discute sui problemi della storia 
j)olitica di quei tem])i» sui rapporti del Papato colla potcnzit che 
allor sorgeva de' Franchi, sull'origine dello Stato p(ìntificio, sulla 
caduta! del regno longobardo e sulla fondazione dell'impero. C)ltrc 
a ciò dà anche larga parte nel suo racconto allo stato in cui si 
trovava la cultura in quei tempi. Il capitolo primo è dedicato 
esclusivamente all'esposizione della storia interna dello Stato lon- 
g< )bardo. 

Poco dopo la pubblicazione di questo libro dello Hartmann 
vennero fuori de' saggi per servire a due delle più importanti que- 
.stioni di questo tem{X). E. Mayer die in luce un'ampia disserta- 
zione intomo alle Donazioni di Costantino e Pipino (2). Dimostra i)rima 
(li tutto come nella professione di fede di Costantino ci si manifestino 
delle relazioni colla iconoclastia e come perciò il Sinodo degl'Ico- 
noclasti a Costantinopoli (754) debba considerarsi quale terminus a 



\\) L. M. Hartmann, GeschìchU Jtaliens im Mittelalier^ to. II, parte li, 
GotliA. 1903. 

(2) E. Mayer, Die Schenkttngen Constantins und Pipitis, nella DetUsche 
Zéitschrìft /l'ir KìrchenrechU 3* Folge, 14, I-69. 

Abcb. Sto». It,, 5.' S«»rie. — XXXVIII. 11 




162 HANS HIR8CH 

^110 per l'orìgine del Qmstitutum. Nella seconda parte dd tao 
lavoro il Mayer discute sulla largheaosa delle promesie di Pipino ed 
anche illustra il passo molto contrastato della Vita Adriani, — 
W. Ohr in una sua memoria sxAVIncoronoMiomi éiCiario Afag^{i), 
opponendosi al concetto del Sickel che all'atto d'incoronaaone 
faceva precedere una elezione formale, stima invece che si tmtta 
di una effusione di gratitudine personale di Lecme III, di una 
dimostrazione onorìfica, di cui rimase meravigliato lo steaso Carla 
Queste sue conclusioni però sono state contraddette (2). — Bfèii- 
zioneremo poi, soltanto per il titolo, le brevi osservasiom crìtiche 
dello stesso autore intomo a Dtu questioni riguardamH la shria éeijH 
antichi pontefici, cioè : // preteso debito di Leme III e II nlaiggif 
di Gregorio IV in Francia (3). 

Per l'epoca degli ultimi Carolingi e degli Ottoni regìatiiamo 
due lavorì. A proposito della questione molto discoasa sui rapporti 
tra Papa Niccolò I e le Decretali del pseudo Isidoro, IL Schkòis 
cerca di dimostrare che quel Papa non conobbe assolatamente b 
raccolta del pseudo Isidoro, ma solo alcuni frammenti delle De* 
cretali (4). — B. Schheidlbr prova che Venezia dopo T attacco di 
Ottone II (983) era stata costretta a riconoscere la supremasia 
deir impero tedesco e che questo stato di dipendenza continuò a 
durare anche sotto Enrico II (5). 

Ma i libri e gli articoli più importanti, che qui dobbiamo passare 
in rassegna, concernono l'epoca degl'imperatori Salici e Sve\T. — 
In questo biennio son venuti alla luce due volumi degli Anaati , 
dei/' impero tedesco sotto Enrico IV ed Enrico F (l 085- 11 06), per j 
opera di G. Me^'ER von Knonau (6). Con questi volumi resta 



(i) W. L. Ohr, Die Kaiserkrdmmg Karls des Grossen, Tflbingeii, I90i|. 

(2) Ved. Htstorische Vìerteljahrsschrift, 8 (1905), p. 64, nota 3. 

(3) ^' L. Ohr, Zwei Fragen 'ztir alter en Papstgeschichte, neUa 
sch rift fur Kirchengcschichte, 24, 327-352. 

(4) SchrOrs, Papst Ntcoiaus I und Psettào-Isìdor, nel 
Jahrbiich, 25, 1-33. Cfr. E. Perei^S nel Naies Archiv, 30, 473-76. 

(5) B. Schmeidler, Venedig und das deuische Rack i^n gS^^nait 
nelle Afittheilungen des histituts fiir óstcrreichtsche Gcschichts/òrsckmngp S|» 

545-575- 

(6) G. Meyer von Knonau, Jahrbùchfr des deutschen i 

Heinrich IV und Heinrich V, to. IV, 1085-1096, to. V, 1097*1 to6u ^JÌ% 
1903 e 1904. 



CORRISPONDENZA 163 

completata la storia di Enrico IV. Vi si trovano esposti gli avve- 
nimenti ulteriori di quella lotta tra i Papi e l'Imperatore, che 
commossero tutto il mondo e che non poterono aver esito decisivo 
finché Wsse Enrico IV. Appunto questi anni sono interessanti per 
la storia d'itajia. La morte di Gregorio VII, il pontificato di 
Urbano lì, i casi dell* antipapa Clemente III e la politica della 
Marchesa Matilde di Toscana appartengono si alla storia italiana, 
come a quella universale. Inoltre, appunto verso questo tempo 
(i 090-1097), Enrico IV si trattenne più a lungo in Italia. Con 
molto piacere salutiamo il rapido progredire di quest'opera. — 

E. ScHAUS ed F. Guetkrbock, scolari del prof. Scheffer-Boichorst, 
inalzando con filiale devozione un monumento alla sua memoria, 
hanno riunito in un solo volume tutti i suoi scritti di storia 
ecclesiastica (1). La maggior parte delle memorie quivi raccolte 
erano comparse man mano nelle « Mittheilungen des Instituts 
fttr <^sterr. Geschichtsforschung ». Ricorderemo i suoi lavori sem- 
pre consultati sulle recenti ricerche in tomo alla donazione di 
Costantino e sulle promesse fatte da Pipino e Carlo Magno, ed 
inoltre i suoi studi critici sulle donazioni della Contessa Matilde 
di territori ecclesiastici sotto Enrico IV. Il volume accennato si 
apre con un' ampia biografia del dotto maestro, composta da 

F. Gueterbock, che si è valso del ricchissimo materiale episto- 
lare. In questa biografia si fa un quadro molto attraente del 
modo con cui venne sviluppandosi la sua gioventù e la sua ope- 
rosità come ricercatore e come insegnante. In specie poi si ac- 
cenna la preferenza che egli ebbe per l'Italia; preferenza che non 
si spiega soltanto con i suoi studi, ma che derivava da uno sp)e- 
ciale affetto per quella terra prediletta dal sole e pel suo popolo 
ardente. 

La storia dell' Italia meridionale fu l' ultimo campo su cui lo 
Scheffer aveva rivolto con frutto lo studio de'suoi scolari. Cosi dob- 
biamo a K. A. Kehr, ora purtroppo scomparso, l'importante libro 
sui Diplomi dei Re Normanni di Sicilia. E si deve in parte agl'incita- 
menti dello Scheffer- Boichorst l'altro libro di E. Caspar su Ruggero II 



(I) P. SCHEFFER-BoiCHORST, Gesanntteltc Schrìftm, to. I. Kìrcìienge- 
Mchichih'chc Forsckungen (to. XLII degli Historische Stiidten %erOffentlicht 
Ton E, Ebering). Berlin, 1903. 




164 HANS HIBSCH 

e la fcndaxkme della momtrMa sùmUhnanmmtta (i). In modo eridttM; 
8i fa vedere in quest'opera come Roggero, dopo di aver liunilo b 
Sicilia colla Puglia, fondasse la sua monarcliìa In meno a lotts 
che durarono molti anni con nemici intemi ed esterni; gobm^ 
traendo astutamente partito dallo scisma del 1130, d acquistasse 
la corona reale; e come, in6ne, consolidasse il sno legoo eoa ri- 
forme costituzionali e amministrative e con una legislasioiie adat- 
tata. Seguono da ultimo Regesti de' Diplomi di Roggero; pei quali 
si trasse pure tutto il frutto possibile dal materiale offibrtoci dalle 
cronache. Vogliamo sperare che in breve si avrà anche per i Re 
che verniero dopo Ruggero n una nuova compilaiinne de' 
del Behring. — In un altro articolo sulla /Vifitm» d/Lt^aif 
d^ principi normanni di Sicilia nel tee. XII (2) io stesM ^— _ , 
dimostra chiaramente come il Diploma ottenuto in propoeito di \ 
Urbano II, e da cui i Re di Sicilia fino dal XVI sea feoesD \ 
derivare una quantità di diritti ecclesiastici spedali» aia genniiio; 
e come fosse fatto coli' intenzione soltanto di concedere ai Se di 
Sicilia le funzioni proprie dei Legati apostolici. L'autore tenaìDi 
rilevando l'efficacia di questo diritto durante tutto il aec. XII. fao 
al punto in cui Innocenzo III cancellò le ultime tracce di questo 
privilegio. 

E venuta in luce la seconda metà del volume 4® delle SiM 
ecclesiastica di Germania, lavoro eccellente dello Hauck (3). i^ 
gli studiosi italiani sono specialmente degni di considerazioiie i 
capitoli 869. Trattano delle lotte sostenute da Papa Celestino Ili 
e da Papa Innocenzo III per avere la supremazia nella Chiesa e ne^ 
r Impero ; e delle relazioni di Federigo II coi Papi. — K. Haiifi . 
nelle sue Osservazioni critiche sulla politica ecclesiastica del tempo 
ha confortato i propri giudizi, che si discostano da quelli deDa 
Hauck, specie sui personaggi che presero parte principale nella 
grande contesa della Chiesa ; come ad es. sopra Lotario III» 



(1) E. Caspar, Roger li (1101-1154) wtd die Griindung der 
HI schisici li schef i Monarchie, Innsbruck, 1904. 

(2) E. Caspar, Z?/V Legatengewalt der Normamiisck'Siciliscken 
im 12 Jahrhtindert, nelle Qtiellen unti Forschtmgen etus H 
ch/Tvn imd Biblioiheken, 7, 189-2 19. 

^3) A. Hauck, Kirchengeschichte DetUschlands, to. IV» Lilpiri 



CORRISPONDENZA 165 

Adriano IV, e Rinaldo di Dassel (i). — Questo mi pare anche il 
luogo di accennare allo scritto accademico del medesimo Hauck, 
che minutamente tien dietro allo Sinluppo del concetto della Supre- 
mazia universale dei Papi da Stefano II a Bonifazio Vili (2). 

Abbiamo anche speciali ricerche intomo a singole questi«jni 
di storia Sveva. F. Lucas cerca di far passare il Convegno di 
Partenkirchen nel il 76 quasi come una leggenda nata più Uirdi 
e che manca di ogni verisimìglianza storica, atteso il contegno 
pacifico tenuto da Federigo verso Enrico, dal patto di Anagni fino 
alla dieta di Gelnhausen. In questo convegno, che secondo altre 
notizie ebbe luogo a Chiavenna o sul lago di Como, si vuole 
che Federigo I richiedesse, ma invano, Taiuto di Enrico il Leone 
contro i Lombardi (3). — Le notìzie contradittorie che ci vengono 
date dalle fonti sulla Scomunica di Filippo di Sverna si spiegano 
dallo Hauck supponendo che quel Princij^e fosse (*ert<imente inter- 
detto, in quanto che la Curia adoperò contro di lui la scomunica lan- 
ciatii in Toscana contro i suoi avversari, ma tuttavia egli non fosse 
mai particolarmente scomunicato (4). — G. Roloff ci porge una 
descrizione della battaglia di Tagliacozzo, diversa da quella conosciuta 
finora (5). 

Il libro di Frantz sulla grande lotta fra impero e papato al 
tempo di Federigo li (6), oltre all'argomento enunciato nel titolo, 
tratta anche dello svolgimento delle teorie relative alla i^reminenza 
dello Stato e della Chiesa, dall' epoca della lotta i^er l' investiture 
fin»» a Ix)dovico il Bavaro. 



(1) K. HaMFE, Kn'tisctu Bemtrkwt^en znr KirchenpoItUk dcr Stnn- 
ferzett, nella Historische Zeitschrift» 92, 385-426. 

(2) A. HaUc:k, Der Gedanke àrr pnpst lìchen Weltìwrrschaft bta anf 
Bonifaz Vili, Leipzig, 1904. 

(3) F. Lucas, Zwei kritiscfu UnUrsìtchungen ztir Geschìchie Friedricfis J, 
Berliner Dissertation, 1904. 

(4) A. Hauck, Uòer die Exkommum'kati'on Philippe iton Scfru'aòt*n 
(Herichtc der phiL-hisi, Klasse der kgU sdchsiscìun Geseìlschaft der W'ia- 
iefiscÌMften tu Leipzig, 1904). 

(5 ) G. Roloff, Die Sctilacht dei TagUacozzo (Xrtie Jahrbiicht r fiir das 
klassische Aìtertum, il, 31-54). 

(6) Th. Frantz, Der grosse Kampf zivischen Kaisertitm und Papsttum 
Zeit des Hohenstaufen Friedrich II, Berlin, 1903. 



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CORRISPONDENZA 167 

ronsacrato una vera e propria biografìa al Papa Niccolò III (i), 
dissertando minutamente sulle relazioni di questo Pontefice con 
Ridolfo di Habsburgo e con Carlo d'Angiò, suir operosità che 
egli spiegò nel pacificare T Italia superiore e centrale (special- 
mente Bologna e Firenze), e infine sul suo disegno de* quattro Stati, 
di cui ci dà conto Tolomeo da Lucca. Ci mostra esagerate le 
gravi accuse (di nepotismo e d'avarizia) scagliate, specialmente 
da Dante, contro questo Papa. Quel suo disegno poi, che abbiam 
sopra ricordato, di far della Germania un regno ereditario e d'inal- 
zare a regni indipendenti la provincia d'Arles, la Lombardia e la 
Toscana, secondo il Dcmski, non è mai esistito; ma dopo di lui 
F. J. VÒLLER si è mostrato novamente favorevole al racconto di 
Tolomeo (2). — F. Wilhelm in un suo lavoro sopra V Orìgine del' 
Videa di un regno tedesco ereditario (3) combatte con accurati argo- 
menti le conclusioni di R. Rodenberg che sotto Urbano IV per la 
prima volta si ventilasse il j^nsiero di dividere il regno germanico 
dall'impero romano; e che da ciò si sviluppasse l'idea di costituire 
una monarchia ereditaria tedesca. Così sarebbe stato Umberto 
De Romanis il primo che in una memoria per iscritto elaborò un 
simile progetto. 

Il Vespro Siciliano ha fornito argomento ad un libro di O. Car- 
TKLLiERi (4). Come l'Amari aveva già ben descritto quest' avveni- 
mento nella sua sostanza, facendo un retto uso delle fonti, cosi il 
Cartellieri cerca ora di mettere in chiara luce la persona del for- 
tunato conquistatore, Pietro d'Aragona. Egli mostra come l'Arago- 
nese, nella sua qualità di consorte della figliuola di Manfredi, avesse 
fatto larghi preparativi per conquistarsi quell'isola; e come il Vespro 



(i) A. Demski, Papst Nicolaus Jlly Mtinster in Westf., 1903 {Kirchai- 
^schichtliche Siudien, herausg. von Knópfler, SchrOrs, Sdralek, to. VI, 

fa.HC. 16 2). 

(2) F. J. VóLLER, Teilungsplan des Papstes Nikolaus III, nel HiSto- 
rtschts Jahrbuck, 25, 62-81. 

(3) F. Wilhelm, Das Au/kommen der Jdee eines deutschtn Eròreichs, 
nel Supplemento VII delle Mittheìlt^ngen des JmU'Uds fur dsterrfichische 
(jeschichisforschung, l - 1 9 . 

(4) O. Cartellieri, Peter von Aragon und die sizilianische Vesper, 
Heidelberg, 1904, Heidelberger Aòhandìungen, herausg. von Hampe, Marks, 
SCHAEFER. 



■ ^ ...r- 



168 HAUS HIBSCH 

Stesso dapprima ostacolasse la sua impresa e come fmihnmtegB 
riescisse di prender possesso deUa Sicilia quando ebbe vinte «knne 
difficoltà. E racconto delle condizioni inteme deH* isola, avvili e 
dopo la rivolta, sarà letto con mólto interesse. H CastèUierì d fa 
vedere assai bene che le colpe dell' amministrasioiie di Cario 
d'Àngiò in Sicilia stavano negli stessi suoi impiegati e che Carlo 
medesimo, specialmente distratto dai suoi disegni su Ksansìo, non 

• 

considerò con l'attenzione dovuta le condizioni della sua IsoIb* — 
Intorno poi alle aspirazioni di Carlo, che qui in ultimo abbiamo 
accennate, ci ragguaglia minutamente un libro di W. NoiEDEir, die 
ha preso a descrivere le Relazùmi del Papato can A'umttp , dal mo» 
mento che i due poteri si separarono, fino alla caduta di Costanti- 
nopoli nel 1453; e non già dal punto di vista teologico, ma da 
quello puramente storico (i). La parte prindpale di quest'opera i 
consacrata all'esposizione de' rapporti fra Roma e Bisanzio nd 
sec. XIII. I tentativi che si fecero per l'unione ebbero diqilioe 
successo, cioè nella fondazione dell' impero latino e nelle decisioni 
del Condlio di Lion!e (1274). Con minore ampiezza si tratta dd 
ravvicinamento che si procurò di fare tra Roma e Bisanzio nd 
Concilio di Firenze del 1439, per contrapporsi al perìcolo di una 
invasi()ne de' Turchi. Molti episodi di questa parte di storia uni- 
versale toccano la storia dell' Italia. Citiamo per es. le relazioni 
che corsero incessanti fra Bisanzio e Sicilia e V interessamento che 
per ragioni politico-commerciali prese sempre Venezia nelle cose 
che succedevano nell' impero d'Oriente. — Anche F. X. Seppelt 
discorre a lungo sullo stesso argomento (1/ Papaia t Bisanzio) (2) 
in relazione al libro suddetto del Norden. 

Malauguratamente non abbiamo potuto avere la dissertazìcHie 
ili \< , Israel sulle Rei azioni fra il Re Roberto di Napoli ed Bh 
vico VII (3) né la memoria del Bertola sull'opera di Dante 
« De Monarchia » (4). 



(1) W. Norden, Das Papsttum und Byzanz, Berlin, 1903. 

(2) F. H. Seppelt, Das Papsttum umi fìytanz, nelle Kirckengeschichiliàm 
Aòhiimilungen hcraus^. vun M. Sdralek, 2, I'I05> Breslau, 1904. 

(3) W. JvSRAEi., KonifT Robert von Neapfl und Kaiser Heinridk fZft ^■ 
Hersfeld, 1903. 

(4) A. Bertola, ÌJber Dantes ÌVerk e De Monarchia *, HeiddbetigerT 
sertation, 1903. 



CORRISPONDENZA 169 

Cosi siamo giunti ai lavori che riguardano i secoli XIV e XV. 
In questi, come già dicemmo circa le pubblicazioni di fonti per 
la stessa epoca, predominano gli argomenti di storia ecclesia- 
stica. — Il libro di R. Scholz intorno agli Scrìtti politico-religiosi 
al tempo di Filippo il Bello e di Bonifazio Vili (i) offre una carat- 
teristica ampia e preziosissima di quelle polemiche politici)-reli- 
p:iose, che furoncj originate dalla lotta fra il Papa e il Re di Francia. 
Dalla parte di Bonifazio VIII stavano parecchi personaggi di ori- 
gine italiana; fra questi ricordiamo Egidio Romano, lacojx) da 
Viterbo, Enrico di Cremona ed Agostino Trionfo. Delle loro scrit- 
turi* si giovarono spesse volte anche i rappresentanti del partito 
del Re (per cs. Giovanni di Parigi). — Sopra Ultertino da Gisale si 
sono avuti de' saggi ispirati a due diversi concetti. E. Knoth tratta 
in quattro capitoli (2) della dottrina e delle peregrinazioni di Uber- 
tino e dell'origine della sua opera principale, cioè Ae\V Arbor rntae 
cruci fixac, de' suoi scritti di devozione, delle sue immagini apoca- 
littiche e finalmente della parte che egli prese nella lotta jìer la 
povertà dei Francescani. Sono anche specialmente interessanti le 
pagine in cui cerca di dimostrare che Ul)ertino fu l'autore della 
l'Osi detta nota spiritualistica dell'appello di Sachsenhausen di Lo- 
dovico il Bavaro. — Un secondo scritto di J. C. Huck (3) tratta 
parimente di Ubertino da Casale e delle sue idee, volendo anche 
essere un contributo allo studio dell'epoca di Dante. Meritano sjkì- 
ciale attenzione gli accenni dell'autore intorno alla grande influenza 
che gli scritti di Joachim de Floris esercitarono non solo sopra Umber- 
tino ma anche sopra Dante. 

Il movimento Conciliare del sec. XV ha attirato, come jx*r 
r innanzi, lo speciale interesse degli storici tedeschi. — Qui ricor- 
deremo pure, atteso il generale interesse (*he risveglia l'argomento, 
Teccel lente libro dello Haller sul Papato e sulla riforma della 
Chiesa (4). Il primo volume di (juest' ojìera ci dà compiti due 



n ) R. SCHOLZ, Die PuòUztsttk znr /.eit Philipps t/rs Schonen iind 
Bonifaz Vllly Stuttgart, 1903 (fase. 6-8 delle KirctiettrcchtUche Aòhondlttn- 
i(en herausj;. von U. Stutz). 

(2) E. Knoth, Ubertino von Casale, Murburj;, 1903. 

(3) F. Chr. Huck, Uòertin von Casale und dessen Ideenkreis, Freiburg 
im Breisgau, 1903. 

(4) J. Hali.kr, Papsttum und /Circhen re forni, to. I, Berlin, I903. 



170 HANS HlfiSCH 

de' quattro capitoli che devono contenere contributi alla storia del^ 
l'ultimo Medioevo. Nel primo capitolo si descrive il governo eccle- 
siastico de' Papi, durante il periodo Avignonese; nel secondo si 
tratta dell'origine delle libertà gallicane. Giusta l'opinione dello 
Haller queste nacquero dal tentativo di trapiantare in Francia la 
Chiesa di Stato propria dell'Inghilterra. L'autore stesso aveva già 
reso conto, nella settima adunanza storica di Heidelbeig» de* ri* 
sultati più importanti con una sua bella lettura (i). — Il libro del 
Thudichum sul Papato e xuila Riforma della Ckùsa nel Medioem 
(1143-1517) ha l'intento di servire di preparazione alla storia ddla 
Riforma (2). Ma bisognerà consentire in tutto alla critica che ne 
ha fatto lo Haller (3). — D libro del Bliembtzriedkr sul ComcSm 
generale nel grande Scisma occideniale (4) tratta del come sorgesse 
il pensiero del Concilio, suscitato dal dubbio dell'illegittimità del* 
l'elezione di Urbano VI, come dapprima quel dis^pio naufragasse, 
come risorgesse e venisse in atto nel Concilio di Pisa. 

Il RocHOLL ha con^>ilato una biografia speciale dell'ultimo 
grande rappresentante dell'Unione fra Bisanzio e Roma, cioè del 
i:ardinale ed umanista Bessariane (5). — Spero poi di non oltrepas* 
sare i confini assegnati al mio Rapporto, dando conto di un la- 
vori dello ScHNiTZER sul Smwiarola e sulla pratxi del fuoco (6). Lo 
Schnitzer fa una critica profonda di tutte le fonti che ci sono state 
conservate su questo momento decisivo della vita del Savi»narola. 
Egli si dichiara apertamente contrario ai Francescani e favorevole 
ai Domenicani, e pone in chiaro come la Signorìa, gli Arrabbiati 
e i Francescani avessero tutto l'interesse di mandare a xiioto la 
prova del fuoco, e rovinare cosi il Savonarola. Del medesimo autore 



(i) J. Haller, Der Urspmng der gallikamschtfi Freikeit^n, nella 
/{iston'sche Zeitschrìft, 91, 1 93-2 14. 

(2) F. Thudichum, Papsttum und Rcformaiìon l'm MìtteìaUer» 1 143-15171 
Leipzig, 1903. 

(3) Cfr. Deutsche Utteraturzeitung, 26, 1058-1066. 

(4) F. Bliemet/.rieder, Das General-Konzil im grossen aòendìàtuh'sekm 
Sckìsma, Paderborn, 1904. 

(5) R. Rocholl, Bessarion, Leipzig, 1904. 

(6) J. Schnitzer, Sai^onarola ttnd die Feturpróbe, Mùncliefi« 1904 
{ VeroffentUchungeit aiis dem kirchenhistorischen Seminar, henuig. T. A» 
KnOpfler, II Reihe, n." 3). 



.! 



CORRISPONDENZA 171 

abbiamo pure una memoria intomo alle Scritture isolanti prò e contro 
il Savonarola (i). 

Da ultimo accenneremo ad un lavoro di natura storico-topo- 
grafica. J. Jung ha continuato i suoi studi pregevoli indirizzati a 
Tonnare dei contributi alla topografia storica dell'Italia ne'tempi di 
mezzo. Questa volta i suoi studi son dedicati 2Ì[V Itinerario dell'Arci' 
ifMovo Sigeric di Canterbury nell'anno ggo (2), per la parte che ri- 
guarda le stazioni da Roma fino a Lucca (passando per Siena). Ad 
ogni singolo luogo si trovano accuratamente raccolte le notizie 
storiche, che ci vennero tramandate; e si vedranno con piacere 
accanto alle testimonianze originali de' tempi antichi anche quelle 
de' tempi di mezzo. L'autore dedica poi uno speciale capitolo alla 
posizione che ebbe Lucca come capitale della Toscana. 



IIL 



Scienze ausiliarie. Miscellanee. 

E uscita una seconda edizione della Filosofia della storia di th. 
LiNDNER (3). Avanti ai singoli capitoli, di cui l'opera si compone, si 
trova un'introduzione che serve ad orientare il lettore sui problemi 
più interessanti della filosofia della storia. Il capitolo 9^ è stato cam- 
biato e rifatto da cima a fondo, trovandovisi ora nuove considerazioni 
sui rapporti fra l'epoca dell'Umanesimo e della Rinascenza e i 
tempi anteriori. — I volumi 24 e 25 dei Rapporti anntiali delle 
Scienze storiche (4) contengono la bibliografia per le annate 1901 
e 1902. I paragrafi che si riferiscono all'Italia sono fatti, come al 



(1) J. SCHNITZER, Die Flugschriftenliteratnr fùr und im'der Girolamo 
Snri'onarola, nella Festgabe Karl Theodor von Heigel zur Vollendung scine s 
aeihztgstett Lebensjahres geividmet, 196-235, Miinchen, 1903. 

(2) J. Jung, Dos liinerar der Erzòfscho/s Sigeric l'on Canterbury 
und die Strasse von Rom iiòer Siena nach Lucca, nelle MitthciUmgen des 
Instituts fùr Sslerreichische Geschichtsforschting^ 25, 1-9O. 

(3) Th. LlNDNER, Geschichisphilosophie, Zweite enveiterte und umgear- 
beitele Aufiage, Stuttgart e Berlin, 1904. 

(4) Jahrcsherichte dcr Geschichisivissenschaft, 1901-1902. Due volumi, 
Berlin, 1903, 1904. è 






(1) F. KoGLER, Die Ugitimatio per rescriptum sv>« Jtatinìan bis 
Tode Karls 11'^ Weimar, 1904. 

(2) F. Kor.LER, lìeitroiTt' zur Geschichte drr Rezeption und der Sj 
bolik der le ^riti mot/o per S7tbseqiicns matrimomum. Weimar, I904« (Ztih 
sckrift d^r Sarri^ny-Stiftung fiir Rechi sgesc/uchte, 25. GrrmaHÌstiscke Aè'. 
ieilung), 

(3) A. Gottlob. Die Seri'itimtaxe im 13 Jahrhundcrt, Stuttgutt I9C 
(fase. U delle Kirchenrechth'che Abhandlungen hcniusg. von U. SlUfl)L 



172 HANS HIRSCH 

aolito, dal Caixbgari, dal Cifoixa, dal Sbrsgni, dal MAsntQiAinn» 
t, dal Brandilbone. 

Fra i lavori di storia del diritto ricorderemo la memoria di 
F. KoGLBR (i) sulta Legitimaiw per resmphm da GìMUi m i a m firn 
alla morte di Carlo IV. Questa memoria ha uno qxsdale intereHe 
per l'Italia, perchè siffatta istituzione si propagò dal sud veno 3 
nord. Fin dal principio del sec. XIII questa fomia di Icgittimarioiift 
ritornò di nuovo in uso. Fu Innocenzo UE il primo che nel 1202 sta* 
bili che i papi avessero il diritto di legittimare, accogUendo nella 
raccolta officiale delle Decretali quella che incomincia >fr nm^ ] 
raòtlem. A lui tenne dietro l'Arcivescovo di Ravenna (12 14) e poi j 
Federigo II (1238). Le prime decisioni di quest'imperatore riguar- J 
dano casi in cui egli disponeva come Re di Sicilia. Anche non j 
tenuto conto delle famose falsificazioni del notaro parmigiano Egidio 
Rossi, le concessioni della facoltà di legittimare furono date dap* 
prima ad italiani. — Lo stesso Kogler in un altro lavoro ha re- 
cato dei Omlributt alla storia della Recezione e ai SàmMistm àdlm 
legittimassione per subsequens matrimonium (2). ^ 

A. Gottlob, che è ben noto per il suo libro sulle imposte i 
papali per le crociate, ha preso a tema di un suo studio la Tana \ 
ilei sennzi nel sec, XIII (3). Questa tassa, secondo le sue conclu- 
sioni, rappresenta il secondo grande passo fatto per l'organamento 
delle finanze della chiesa universale e pK>ntifìcia. Come mostra il 
(jottlob ne' due primi capitoli, prestazioni di simil natura erano 
pria in uso anteriormente al senntium commune. H primo ad imporre 

■ 

questa tassa de' servizi si stima che fosse Papa Alessandro IV. 
Negli ultimi due )>aragrafì il Gottlob si occupa dei senntia minuta, \ 
ossia de' cinque piccoli servizi detti familiari, dando anche un \ 
quadro del modo con cui queste tasse si esigevano ed un apprez- -^ 
zamento generale sulle medesime. — A questo punto vegliamo pure 



Ti 






CORRISPONDENZA 173 

accennare uno schizzo storico di F. Schneider sulla praibiziotic dei 
censì della Chiesa e sulla pratica curiale nel sec, XIII (l). 

K confortante la quantità di lavori d' indole storico-economica 
<x>mparsi in questi ultimi anni. L. M. Hartmann ha dato in luce una 
serie di Miscellanee, intitolandole Analecta di storia economica ita-- 
liana (2). I due primi saggi, cioè « Osservazioni intomo al Codice 
Bavaro )> e « Contributi alla storia delle Corporazioni nell'alto Me- 
dioevo », erano già stati publ)licati in alcuni periodici in forma di me- 
morie. Segue poi uno studio sopra l'andaménto economico del mona- 
stero di Bobbio nel IX secolo. L'autore, fondandosi specialmente sopra 
due inquisitiones, che egli stesso aveva dato in luce, intomo ai diritti e 
allo stato patrimoniale del convento, porge più minuti schiarimenti 
sull'amministrazione e sulle entrate del medesimo. Nella miscellanea 
quarta lo Hartmann tratta del commercio del sale a Comacchio e 
dello svolgimento che prese il commercio sul Po durante il secolo IX. 
Dell'ultima dissertazione sul diritto di tener mercato e sui munera era 
jrià stata pubblicata la parte tinaie, che tratta ai)punto de' Mu- 
fiera. Le discussioni premesse dall'autore trattano della continua- 
zione delle tasse romane di circolazione e dei serxizi, dei privilegi 
de' mercati concessi dai Re franchi e della questione se ai tempi 
longobardi sia esistita una proprietà comune. — Il lavoro fatto da 
A. DoREN sull'industria della lana in Firenze lo spinse a raccogliere 
ulteriori notizie sugli Artefici tedeschi del MedioeiH) in Italia e a tes- 
servi sopra una vera e propria monografìa (3). Le prime immigra- 
zioni in grande di artigiani tedeschi in Italia avvennero nel se- 
colo XIV. Il Doren, usando tutti i materiali offertigli dalle fonti, 
viene a concludere che a stento si ix>trebbe citare qualche ramo 
d'industria medioevale in Italia, a cui non abbiano preso parte 
de' tedeschi. Questi si stringevano in fratemite, tanto nelle grandi 
città quanto nelle piccole, I fomai ed i calzolai erano numerosis- 
simi a Roma e a Venezia ; ma oltremodo interessante è quel che 



(i) F. Schneider, Dos kirchiìchc /Ansverbot ttnd die kuriatf Praxis 
"" ^3 Jnhrhitnderi (Fcstgabe entttattend vonuhmlìch r'orrefornuitorische For- 
stfutngen Heinrich Finkr gnoidmet, Mùnster, 1904, 127-167). 

(2) L. M. HartM/VNX, Zitr Wirtschaftsgeschichte Jtaliens im friihen 
Mittcì alter, Gotha, I9O4. 

(3) A. Doren, Dt^nisctte Handwerker und Hand^verkerbniderschafien im 
mittelnlUr lichen Jtalien, Berlin, 1903. 



ix^ 



174 HAXS HIRSCH 



dice il Doren dei tessitori tedeschi in Firenze. — In un suo libn» 
sulle Idee di economia politica di S, Aìitoniìio di Firenze I'Ilgner \\) 
si propone di raccogliere insieme dalle opere del vescovo fioren- 
tino, e specialmente dalla sua Sutnma thcologiae, tutti quei piissi 
« che riflettono in qualche modo V odierna economia nazionale »» 
ordinandoli secondo speciali vedute, e corredandoli di note illu- 
strative. — A questo pro|xisito ricorderò pure il lavoro di H. Crohns 
sulla Sumtna Thcologica di Antonino da Firenze e Tapprezzamenti» 
della donna nello scritto così detto « malleus maleficarum » com- 
pilato dai frati domenicani Institoris e Sprenger (2). Purtropix* 
non potei procurarmelo; e riferirò, standomi ad una notizia da- 
tane da altri (3), che questo lavoro si occupa della scrittuni del 
frate domenicano Giovanni Dominici, che ci fu conserx'ato da 
S. Antonino sotto il titolo di Lectiones super ecciesiasten, e che ci at- 
testa rodio più profondo per la donna. 

Il lavoro di H. v. Voltelixt sulle più antiche batuhe che pre- 
sta7)dno con pegno e i prh'ilegi de' Lombardi del Tirolo contiene pre- 
ziosissime notizie sul r open )sità de' mercanti italiani, sj^ecie fi«»- 
rentini, che j^restavano denari contro pegno, nel Tirolo (4). Si 
conservano alcuni privilegi concessi a queste banche. Ed è inveri • 
sorprendente la somiglianza che il testo de' medesimi mostra • mii 
quelli per i Lombardi francesi o del Reno, la qual cosa si spieira 
riportandnsi ad un diritto internazionale di questi Lombardi •> Cai-r- 
sini, il qual diritti >, secondo il Voltelini, sarebbe sorto dal diritt" 
cninmerciale italiano. — Una memoria tli P. H. Holzapfel ci rai:- 
<rua,Lrlia su.u:li Iìi/z/ dri Montrs Pieiatis (T462-1515) (5). Questi Istituii 

(\) (\ Tl<;xkk, />//• volks'.cirt'ichiifth'cht'n Auschauutii^eti Anton:n>' :.^n 
/■Innnz (1389-1459). Pjulcrlxjrn i()04 (Supplemento Vili ^<i\ Jfihròiirh fùr 
JViiloMìph/r nuii s/iiL'itlat/vv Tht'ologie). 

(2) H, ("koUN^, Di't' Summn ihcoìoairti ifcs Antonin von Fìorrnz und d*^ 
Schùtzniii^ tii \ \\'i:ht< /ni Ifixenìianìiut r 'Acin Soi'it'tatis st'/cnttartufi /'-•;/- 
n/,trt\ 32. -}. Berlin. 190.^). 

i^) (fr. J i:\tor!. ^ihi /.t'ìt<ichr!/t , ()2, 540. \'ril. anche //i^tnr.Sthr* fìhr^ 
òui h, 2(.. I 1 7-1 24. 

(}) II. V. Vol.riI.INI. Dit iiltfstiH Pf'nni1iv;hhnitktu und Lofuònrdtupri' 
\ il fluirti l'iroh:, Iliiiiìi^i' i!/r Rty/ifSi^iSihù-/itt- TirolSy Fe^tschrij't vow tfrts- 
(//(•:si /f//\'\(: t/>\- 2", diittKchtii /itt.'sfi'ii T<ìi(t!^, Inn«<l)ruck, 1904. 

(5) V. W. HoI./Al'KKl . Die An/nn^c dei Moutcs PicUitis (1462-1515^ 
Miiiicheii. 10".^ i ì'''rortfnfi/rhì(iii^t'n nit^ dcm kirchcnìiistt^rìscfun St'/fun^t 
Miiniìit-n, heraiw^. von A. KNr»i»Kf i:k. ii. 11), 



CORRISPONDENZA 175 

benefici, creati dagli ordini Francescani, sorsero nella lotta contro 
le banche di prestito e usura degli Ebrei, de*Caorsini e de' Lom- 
bardi. Il primo Mans Pietatis fu fondato in Perugia nel 1462 e di 
là, come dimostra il prospetto aggiunto in fondo dallo Holzapfel, 
l'istituzione si trapiantò in molte città d'Italia. L'autore fa poi ri- 
saltare i meriti speciali che ebbe Bernardino da Feltre nella diffu- 
sione di questi monti. Essi furono espressamente approvati dalla 
Chiesii con un Decreto del V Concilio Lateranense del 15 15. 

E venuta in luce la Numismatica e Storia unhìcrsale del denaro 
di A. LuscHiN VON Ebengreuth nella Collezione de' Manuali di 
storia medioevale e moderna (i). Il valore grande di quest'opera 
consiste soprattutto nell'essere stata condotta dal suo autore in 
modo da riescire non solo un manuale per il numismatico, ma di 
aiuto anche per lo storico. Mentre la prima parte, contenente la 
Numismatica, ci familiarizza colle ricerche di questa scienza, nella 
seconda, cioè nella storia delle monete, si discutono ampiamente 
le relazioni in che stanno le monete stesse colla dottrina dei nummi 
e col diritto. 

Cosi siamo giunti ai lavori che si attengono al camjx) delle 
scienze ausiliarie della storia. Questi lavori la più parte riguardano 
problemi di diplomatica papale. Un articolo dello Pft.ugk-Hart- 
IX'XG (2) sulle monete e sui sigilli dei primi pontefici \x2X\Xi del Mono- 
gramma del nome del Papa, della figura simbolica di Roma e della 
reciproca influenza fra monete e sigilli. Lo stesso autore, in un altro 
scritto, indaga tutto quello che si può ritrarre dalle monete e dai 
diplomi, anteriori alla metà del sec. XI, intorno al diritto di pre- 
minenza su Roma (3). — Parleremo complessivamente di tre lavori 
pubblicati quali studi preparatori all'edizione delle carte papali in- 
trapresa dal Kehr. La questione del come ci è i>ervenuta la lettera di 
Pap>a Pasquale II ai Pisani (Jaffé-Lòwenfeld 5857) ha portato il Kehr 
a fare la sorprendente scoperta che questa lettera, e molti altri docu- 
menti papali da Gelasio I in poi, sono falsificazioni del canonico pisano 



(1) A. LuscHiN VON EBEXGREirrH, Aìlgemeine Mwizkunde und Geld- 
gcschichte des Aft'ttelalters und der ìunieren Zeit, Mùnchen e Berlin, 1904. 

(2) J. v. Pfix'GK-Harttung, Uber Muttzefi und Siegel der àlUren 
Pàpsie, nelle QueUen nnd Forschnngcn aits itali eniscìien Archh^en und Bt- 
blioiheken, 5, 1-18. 

(3) J- V. Pflugk-Harttung, Dos Hoheitsrecht uber Rom mif Mnnzen 
Urìnmden, nel Hrstorisches Jahrintch, 25, 34-61, 465-484. 




176 HÀN8 HmSCH 

Giuseppe Martini, il quale nel 1723 ne pubblicò faoona porte (i). — ^ 
Di somma importanisa è il secondo saggio dello stesso autore snille 
Minute di Passigmmo, tratte dall'Archivio DipIcMnatico di Flrenae (a), 
giacché con questo studiò diplomatico del Kebr ri éSàxpaBfì 
moltissimo le nostre cognizioni sulle minute della Cancdlera 
Apostolica. — E. Caspar, collaboratore del Kehr, nelle sue RAurdk 
critiche sui pHi cmticki documenti papali per la Pu^ia, dncòne dai 
primi documenti pontifici per Bari, di Cattaro in Dahmuda, oone j 
sede suffraganea di Bari, e in fine di questa ultima Sede e di Tnmi 
nel tempo del riordinamento ecclesiastico dellltalia mendmiak 
nel sec. XI (3). L'autore nella sua ultima miscèllasiea dinioiftia 
a sufficienza come ne' documenti pontifici de' due ^^r c iv ei oofati 
si rispecchino le reciproche rivalità. 

H. Krabbo, nella sua dissertazione sul Dipiùma di Greigm» IX 
per il vesawato di Naumburg(/^\ riferisce sopra un caso curioso in 
cui la Cancelleria papale fece uso delle litterae tumsae. Sotto questi 
denominazione s'intendeva allora lettere onciali con ricchi finp, 
coi quali caratteri la cancellerìa distingueva le sostituiioni propris 
che si faceva in occasione di confermare il soprascritto g<«plq«» 
danneggiato. — Un altro pregevole lavoro, diviso in due parti, di 
£. GòLLER contiene alcune Comunicasiani e ricerche sul modo con cm 
si tencTHino i Registri Papali e sulla cancelleria pontificia nel sec, XIV, 
specie sotto Giovanni XXII e Benedetto XII (5). I primi due pa- 
ragrafi trattano de' Registri segreti di Giovanni XXII, de* loro 



(1) P. Kehk, Der angebliche Brief Paschals II an die Konsuìm 
IHsa nnd anderc Piscmer Fdlichunf^, nelle Quellen und Forsekmmgem 
ilalicnischvn Archiveft uftd Biòtt'otheken^ 6, 316-342. Cfr. Areh, Stor. ItaL, 

34» 513. 

(2) P. Kehr, Die Minutai von Passipiano, ibidem, 7, 8-41. Cfr. ArtfL 

Star, Hai.. 35. 521. 

(3) £. Caspar, Utiterstichungeti zu dett dlttsten Papsturkunden fur Api^ 
lt>n, ibidem, 6, 235-271. 

(4) IL Kraubo, DU Urkunde Gregors IX fur das Bistum Na$màmf 
vom H Xm'emòer 1228, nelle Mittheilungen des InsUtuts fùr 
Gfschtchts/nrschung, 25, 275-293. 

(5) E. (tOller, Mttteìlungen utid Untersucktingen iiòer das 
Rf:^/ster' remi Kattzleiwesen im 14 Jahrhwidert, nelle QuelUn 
aus iiaìieftischffi Archtvett imd Biòlioikeken, 6, 2 72-3 1 5, 7, 



CORRISPONDENZA 177 

modelli, poi di quelli di Benedetto XII. Nel paragrafo 3° il Gòller 
cerca di provare che la distinzione fin qui fatta fra la Camera se' 
creta e quella apostolica non deve più ammettersi; che ci fu sol- 
tanto una Camera, a caix) della quale stava il Camerarius. Nel 
seguito del suo studio tratta degli inizi del Segretariato, della sua 
competenza, facendo un quadro de' reciproci rapporti fra la Ca- 
mera e la Cancelleria. Infine fa delle osservazioni sui Registri car- 
tacci di Giovanni XXII e di Benedetto XII. — M. Jansen, ba- 
sand«)si sui documenti papali conservati ncll* Archivio reale di 
Monaco, pubblica de' pregevoli Saggi intorno alla diplomatica poni- 
ti fida e alle tassazioni verso la fine del XIV e XV sec. (specialmente 
sotto Bonifazio IX) (i). — N. Hillìng dà in luce una Costituzione 
di Sisto I V suir erezione del collegio de* Notar i della Ruota Romana 
nel t4yy (2), recando un catalogo de'notari di Ruota romana nel 
primo anno del pontificato di questo Papa (147 1). — Faremo poi 
menzione del buon lavoro del Sukflay intomo agli Atti privati 
della Dalmazia (3), attese le relazioni intime che questi documenti 
hanno col notariato italiano. 

Ricordiamo da ultimo due opere concernenti la paleografia 
latina. Il prof. F. Steffens ha preso i)cr tema nella sua Paleo- 
grafia latina lo sviluppo della scrittura dal tempo romano fino al 
sec. XVIII (4). Ad ognuna delle scelte ed istruttive tavole di fac- 
simili sono aggiunte ampie spiegazioni ed una trascrizione del testo. 
Molti facsimili (principalmente pel temix> delFalto Medioevo) sono 
tratti da codici e carte di provenienza italiana. Nella introduzione 
si trova delineata la storia della scrittura. — Le tavole di facsimili per 
studiare la paleografia latina di W. Arndt (le nuove edizioni furono 
curate da M. Tangl) sono state riccamente perfezionate con un 



(1) M. Jansen, Heitrdge zum pàpstlichett Urki0uien taid Taxweseti um 
die Wettde des 14 wid 1$ Jahrhunderts (Festgabe Karl THEODOR VON 
Heigel gewtdmet, Miinchen, 1903, 146-159). 

(2) N. HiLLiNG, Die Errichtung des Notarekollegiums an der romischen 
Rota durch Sixtus IV im Jahre 14'n (Festgabe Heinrich ¥vske. gavidfnet 
vntt setnen Schiilrmj Miinster, 1904, 169- 194). 

(3) M. V. SUFFI.AY, Die dalmaiinische Privaturkundtt nei Sitziings- 
berichte der phil.-hzsi, K lasse der kais, Akademie der Wisseiischafìeft, 147 
(Wicn, 1904). 

(4) F. Steffens, Lateìnische Palaographie. Freiburg (Schweiz), 1903. 

Aboi. »to«. It., 5.' Serie. — XXXVIII. 12 






178 



HANS HIB8GH, C0BBI8P0NDKNZA. 



terzo fascicolo, pabblicato da M. Tangl, meicè il quale il valoie 
di quest'qpera didattica è stato aumentato in modo assai note- 
vole (i). n fascicolo è esclusivamente volto a dimostrare lo svot- 
gimento della scrittura dei documenti nel Mediòeva I desiami 
(pubblicati a facsimile) degli imperatori e re di Germania, le bolle 
dei papi, le carte dei vescovi e principi, come andie le carte pri> 
vate ivi raccolte provengono dagli archivi tedeschi» anstriad e 
svizzeri; ma spesso vi è aggiunto anche materiale italiano (di Soma 
e Siena). 



Vienna 



Haits HmscH. 



1 



(i) SchrifUaftìn tur ErUmung der iateinistkm PàUmùgrapkù ^r^miit 
von W. Arndt, fase. 3, herausg. Ton Michael Taitol, BerUa, 1905. 



i 



Rassegna Bibliografica 



■Mc- 



Ernst Serapuim, Geschichte von Liviana, Erster Band. Das livlan- 
discher Mittelalter und die Zeit der Keformatìon bis 1582. — 
Ootha, Perthes, 1906. 

La pubblicazione, cominciata dalP Heeren e dalF Ukert e pro- 
seguita poi dal Giesebrecht e dal Lamprecht col titolo di Alìge- 
meine Staatev geschichte — Storia generale degli Stati — , già da vari 
anni <> stata divisa in tre serie: I. Storia degli Stati d* Europsi, 
II. Storia degli Stati estra-europei, III. Storia delle Provincie o re- 
gioni tedesche. Alle due prime sopraintende il prof. Lamprecht, al- 
Tultima il prof. Tille. Ora il volume che abbiam sopra accennato 
del prof. Seraphim, che è dedicato alla storia della Livonia, fa parte 
appunto di questa ultima collezione. Sebbene a tutto rigore questa 
regione, che appartiene ora alla Russia, non abbia già formato parto 
della confederazione germanica, e neppure nel medioevo abbia avuto 
strotti rapporti politici colPimpero, pure si deve considerare come 
terra tedesca, non solo per essere stata colonizzata da tedeschi, ma 
anche perchè la loro cultura vi ha predominato per secoli fino ai 
nostri giorni. Perciò questo libro del S., che ha per oggetto princi- 
pale rendere più profondo il sentimento della storia in Livonia, 
nello stesso tempo far meglio conoscere agli studiosi tedeschi 
la storia de* loro confratelli, che fedelmente conservarono per più 
di 700 anni il loro carattere popolare, sarà molto bene accolto in 
Germania. € La storia di ciascun nostro paese » — dice il Tille nella 
breve prefazione che premette come editore — «ci rappresenta solo una 
« determinata variante della natura tedesca, e chi vuol comprendere 
« nel suo insieme lo spirito del nostro popolo ne deve ben conoscerò 
« ogni singola sua parte ». 

Dobbiamo però dire che il sigt S. non ha fatto se non un sem- 
plice lavoro di compilazione, per quanto esatta, sulle opere a stampa 
già edite e senza nuove ricerche di documenti. Egli comincia col 
dare un prospetto delle fonti storiche antiche e moderne per le tre 




180 RASSEGNA BIBUOGRAnCA 

Provincie iTaltiche, cioè Livonia, Estonia e Cnrlandia; e fit certo 
meraviglia il vedere come la relativa bibliografia sia tanto rloea e 
già si bene ordinata in cataloghi sistematici, da destare forte l'invidia 
di qualche altra provìncia, che si trovò in condisioni poiitiebe pIA fa- 
vorevoli. Poi, passando alla parte preistorica, accenna le prime traode 
umane che ci vengono rilevate dagli scavi, la loro otdtnm mdiaei* 
tale, quindi le due razze affatto diverse che presero starna in Livonia, 
cioè i Lettoni, affini coi Lituani e d'origine indogermanica vene 
il sud e neirintemo, e le orde ugro-finniche, cioè gli Estoni e Livi 
e i Curi, verso le coste e al nord. Giungendo cosi alla foadaiioM 
della colonia germanica, ne mostra il consolidamento nelle lotte che 
ebbe a sostenere colle popolazioni indigene, coi Russi e eoi Danesi* 
e finalmente il suo intemo sviluppo durante il secolo decimoteneL 
Qui naturalmente si diffonde sulP Ordine de* Cavalieri Pòrta^Hida 
(Fratres militiae Christi), sulle loro pretensioni di fhmto ai vescovi 
e alla città di Riga e sulla loro riunione con 1* ordine de*tontoniei 
dopo la tremenda battaglia di Saule. Una delle figure principali di 
quei tempi in Livonia fu il famoso vescovo di Kodena €rnglielBe 
(ti Savoia, che Papa Onorio UT aveva appunto mandato colà coae 
suo Legato nel 1225 a richiesta del vescovo Alberto. Il nostro ▼eeeovo, 
con mirabile sagacia e senza perdere di mira gPintoressi del ano aho 
mandatario, riuscì a conciliare quelli pure doUa colonia e della città, 
cui subito si affezionò, aumentando al vescovo Alberto autorità nelle 
cose spirituali e ai cittadini di Riga Pautonomie comunali. Inoltre 
si adoprò anche a comporre ì dissidi fra la medesima città e Ter- 
dine teutonico e fra quest* ultimo e Alberto. 

Nei capitoli che seguono si vede la lotta sostenuta dalPordìM 
per formare uno Stato compatto in Livonia fino alla pace di Daa- 
zica (1397); i conflitti colla Polonia e colla Lituania fino alla psee 
di Brest (1435); e finalmente le interne opposizioni che andarono col 
tempo sempre più accentuandosi, specialmente al tompo della Ri- 
forma. Mostrate le conseguenze che il movimento religioso portò il 
Livonia, il sig. S. dà fine a (|uesta prima parte del suo raccooto 
coiresposizionc delia f^rande guerra russa e col dissolvimento defla 
Confederazione Livoniese nel 1582. Si riserba poi per un seconde 
volume la continuazione di questa storia durante il perìodo delia. 
signoria polacca, svedese ed anche russa. 

Il libro ò provvisto in fine di copiosi indici di persone e tf 
luoghi, che servono per agevolarne la lettura e farvi all*aopO le 41^ 
portune ricerche. 

Firenze. A* Q 



) 



I 



BUOIANI, STORIA DI EZIO 181 

Carlo Buoiani, Storia di Ezio, generale delVImpero Motto Valeììti- 
niano III. — Firenze, Seeber, 1905 ; p. 204. 

Le fonti per lo studio della vita e dell'opera, cosi complessa e 
importante, di Ezio si riducono, in fin <lei conti, a € indicazioni hreri, 
il più delle volte oscure e spesso contraddicentisi ». Difatti non ci 
i^ono scrittori contemporanei, che abbian compilato una storia del- 
Toccidente nella prima metà del secolo V, periodo nel quale vive 
ed agisce il generale di Valentiniano ITI, ma soltanto scarni, smilzi, 
e spesso oscuri, confusi e non troppo diligenti cronisti, a cui ben 
poco aggiungono i poeti e gli storici ecclesiastici di quell'età, mentre 
poi di alcuni non sono giunti fino a noi che frammenti. Tra i con- 
temporanei sono i più notevoli per la vita di Ezio e per il regno 
di Valentiniano ITI Merobaude, Prospero d'Aquitania, Idazio, la Cli To- 
nica Gallica e Prisco. Le notizie ricavate dai sei storici dei secolo VI, 
Marcellino, Cassiodoro, Giordane, Procopio e Gregorio di Tours, pos- 
siedono un valore inferiore a quello delle fonti contemporaneo, e 
uno ancor minore ne hanno quelle dei secoli successivi dell'evo di 
mezzo, come la € Historia Misceììa », forse la più considerevole di 
f|ueste ultime. Varie notizie ci son conservate nel « Codex Theodn- 
sianits », nella n. Notitia dignitatum y^, nei a Fasti liarennati i^ (i 
« Consularia Italica » del Mommsen), nella « Cronaca » di Sigeberto 
Gemhlacense, nella « Cronaca » di Fredegario, nel « De Gìihemn- 
tione Dei » di Salviano, nel « De Ciritate Dei », nella « Collatio rum 
Maxiiuitw AriaìU)rum Episcopo », nelle € Epistolae » di S. Agostino, 
nelle « Epistolae » di S. Leone Magno, e finalmente nella letteratura 
agiografica, fiorita abbondantissima in Francia nel settimo ed ottavo 
necolo. 

Ora il dott. Bugiani ricostruisce la sua « Storia di Ezio » su 
queste fonti e su altre di minor conto e tesoreggia naturalmente, oltre 
tutti gli studi storici e le importanti opere moderne, concernenti il 
secolo V, i lavori speciali sul grande generale romano del Hansen 
(1><40), del Wurm ^1844), del Hassebrauck (1899) e infine del Mommsen: 
« scritti di non molta estensione, ma condotti con accuratezza d'inda- 
gine e di critica storica ». Non ostante queste brevissime monografie, 
l'Autore ha ritenuto « non inopportuno un nuovo studio della vita 
del grande generale, col quale siano sottoposte ad una diligente ed 
accurata disamina tutte le notizie intorno ad essa conservate, e nel 
quale si tenga conto dei risultati dell'odierna critica storica sui do- 
cumenti, fatti e personaggi del secolo V ». Ed a me sembra ch'egli 
abbia conseguito il fine propostosi, perchè ha, con dottrina soda e 



182 RàssMHA mBUoesincÀ 




eonoMensa molto delle fonti e della lettentua iatorm» alTui»» 
Mento^ delineato nn^ianuigine di Elio, aagiatimhuBle collocato oaCio 
all^aiua eoniiee degli eventi, eoe! tngiel e dolorooi, dal piinMieiB- 4 
qnantennio del aeeolo V. In tal nodo, la Tito e Topera dal gniMale 
illnstre ei appaiono nitide, peimettendoei di Morgere qnaie a qnanto 
aia etato reAeaeia« che gli aweaiaenti eeinoitarono aopm la aiioai 
di Ini, qnali forono i peiaonaggi eoa eni o eoatio eni ebbe ad ope- 
rare, e le fone, onde fo eoettetto ineeonbifanento a eairiiaL Ab- 
biamo eoel davanti agli oeobi non eolo le vieende dIBsio, sa di parte 
del regno dXhiorio e di qnasi tatto qnello di Talortiniaao IH, il ehe 
vnol dire dei fotti pia eoneidefevoli deinagonia delTImpeio romane 
dVwcidente. Né alla eompreasione, a cai il libro ci gnida, di qael- 
Petà ùngolaie, fo oetacoio tMmpfo grave Pampieoa, fona talvotta 
eeceesiva^ dato a tatto qnanto rignarda la vito di BkIol ft varo che 
pnò dirai non eaaervi questione ancbe afttto eeeoadarii, relativa 
airaigomeato« ebe non venga eaamiaato e aii a eeirta aos molta enia 
aei partieolari anebe pia mianti« ■« cbi legga eoa attaniiane e aoOa 
dovnto preparaaioae storica qaeato diligente larao^aitìvato In foada 
vede grandeggiare dinanxi a aè la si^eiba ignoi di Baio a ut eem- 
prende e ne sente tntto intero il valore. Allo ateaao modo rnlpiniati, 
salendo nn monte ric<qterto di boaebi e aoiento di pnrfbmdl barrai 
bs la visto impedito e non rìeare a s c o r g e r e die an breve tratto. 
mji pnò 5patìsre Toe^bìo ed abbracciale grande distesa di cielo e 
dì Tcrra« alloirhè è ^nnto in cima dciraidna ascesa. ]>el reato a chi 
Bt^c txmHìs o non pc^ss;! far da sè« attrarerao le analisi aamerose e 
inTricate. U ^ìnit^ì finale, socrone una < Com€ Ì m m km t > ippi 197-^1) 
in fondo al volmn^"* nella quale il ebìarissimo Antore dà ano sgnaido 
jTt ST-rale a iniu la mnltifonne c^^ra d^'Eaio mettendo bene in tace 
q Orilo cbt\ a SQO modo dì vt'dere. fo il serrixio maggiore da lai 
rc*>'> airnmanìtà. fù^'' la 5na lotta conine leti Taai. per messo della 
4i:HJt « ìiD}^ì <-be venisse bm^tcameste ftwpeiK». cbi sa per qaaato 
« :t u.inx >)i)C'l prix^e$$o dì issitene, dì asMmilaiioae. cbe gii da sa 
« }nz; > ' ras: ìriÌ7.iato fra la jHVÌeti 7\>mana tra$foimata dal Crìstìaae- 
< i^luì • *■ 4i}rlla tVr n&jii.icju }>i\x^^$^'« ebf doiYTS pMtai!^ alla fi 
« lioiit òr! ii>':»àf-rLÌ fojK.li eìvilì >, 

• LI.' « .».^ -..//?*.■'/,'*' > pji. iS-i^^k Tìiìì% Qnaie ft:*n 3nmf 4 q na ie le 
>"CU'. i.7.f « ; tif t'I'ìn*. :•: : V ìxcijn-n^* r.MLax»iX la SK^ne di Tm^soìo I 

* ". ]T.iui c-A}»ì:i'ìo y-:c ìJ>-.^4 ». dove *.: parla delle 
r u inr.' ••c-tiiirLTAÌ?* soT'rami*M"' in rskjq*itn-c* si 
Il • -n • d: >T 1 ] } e . .•re, l ì d ->*^ KnjdaT. ì i d^oil : if c ia a «atrarr 
r;ir£r»irof-iiT:. Eri: itfatiì parla nei «'■oTindo rs^tHrOe 



VOLPE, LAMBARDI E ROMÀNI 183 

di Flavio Ezio, nato a Durostorum nella Mesia Inferiore (Silistria, in 
Bulgaria) nel 395 o 396; e nei capitoli successivi, in tutto ammon- 
tanti a tredici, studia ed esamina con un lavorio accurato e pa- 
ziente d^analisi e di confronti, con tentativi di conciliare le discre- 
panze che, ad ogni pie sospinto, sMncontrano fra autore ed autore 
ed assai spesso fra le notizie d^una stessa fonte, e colla critica 
spassionata e serena delle opinioni dei più acuti e seri investiga- 
tori moderni, tutti i particolari della vita di Ezio e dei personaggi 
più notevoli che ebbero a che fare con lui, senza punto trascurare, 
anzi lumeggiando, con larghezza d*idee, i fatti generali e investigando 
le vicende dei popoli in quelTetà. I capitoli più degni di conside- 
razione mi sono apparsi il VI, dove si discute del presunto intrigo, 
ordito da Ezio, contro Bonifazio, e il XII, XIII e XIV, dove si tratta 
degli Unni e della loro lotta colPimpero d*occidente, lotta nella 
quale fu cosi splendida e meritoria Topera delTultinio grande ge- 
nerale romano. In questo lavoro difficile e arduo, di analisi e di 
scelta tra opinioni diverse, il dott. Bugiani non mi par sempre felice ; 
qua e là mostra, a mio avviso, troppa sottigliezza, soprattutto 
quando tenta di conciliare fonti divergenti fra loro. Oltre a ciò, di 
frequente si serve d^una forma sciatta e poco limpida che qualche 
volta ingenera una tal quale confusione e incertezza nel lettore. 
Molti luoghi potrei e dovrei citare per dimostrare la verità di 
(|uanto ho aflfermato; però non solo anderei troppo per le lunghe, 
ma forse farei cosa superflua, perchè si tratta di mende di poco 
conto e le più sfuggito alPAutore nel lavoro della lima. 

In ogni modo, le mende tutte, e quelle di sostanza e quelle di 
forma, non m' impediscono davvero di riconoscere V importanza inne- 
gabile di questo diligente studio^ che dovrà indubbiamente esser 
consultato da chiunque voglia poter dire di conoscere o intenda 
studiare di proposito la storia del secolo V. 

Arezzo. Agostino Savelli. 



G. Volpe, Lamhardi e Romani nelle campagne e nelle città, — Pisa, 
Spoerri, 1904. (Estratto dagli Studi storici, voi. XIII e XIV). 

Rendo conto brevemente di questo nuovo studio del Volpe, che 

è un contributo degno di nota alla storia della formazione delle 

elassi sociali, anteriormente e sincronisticamente al Comune. L^A. 

professa riaolotamente Topinione che il contrasto etnico, a lungo 

^l^resentato d >me irriducibile, fra Longobardi e Latini, 

elemento gì miento romano in Italia, è più imma- 



RiSSBOHiA BIBUOflSAFlOl 

(Tiniirio che reale, è pinttosto aao spedicnU: eiaalici) per sitìciraiv h 
«lUKlchc Diodo i fatti, xiKichè ima seria ^ precisa determlnazioiii' lì 
fattori idducenti nlls rinnaeenza italiana, lo questa upinionp Rfrli ^ 
crwi. (l')u>cnr<I« cou la maKi?'*^'^"''^ defili atudioet iL-Uiani pia romiti 
v prinriiHil mente rol Cipolla, che. nel suo dotto r iiDporUnte uirC'ii 
«ulla fnsionc rtnica dol medio evo italiano, ha raccolto non p»eb» 
roitrlnudul alt«BdIfaili e conrÌBc«ati. 

Ha l'A. va ultrv. e. propunvndosi di «pietre il significato {m^ 
riso drlla voce iMmIrarJi. che co»> frpqnenle s' iacontra ueì diMu- 
■OAnli ioaMuii, dal secolo XI a) XIT, ad indicare voa partioolart ctaHw 
■iella pn)mlasìtiae pri ne ipat mante rarale. attaeea la questinne irta di 
rovi delle professioni di lef!^ in Etalin. N'on i pocsilùle «e^alrlo nella 
Mia Innpì M])osÌKÌoae, tanto più che eslì »i cr«de in dovere di a 
eoai|tt{ni*n- la «uà dimourasion^ non «oliaoto per la via macttra. 
OM anebe nei rari e fmiaenti vindoli elw gli ti abbattoiid cooiro. 
rìe(ill«<|nuido (I ««» arcDBcnto con tutta la ittorta srociale deil'altn 
UMilin Pro, prr n»euo di opportuni raffronti r di molteplirJ riebiani. 
ebe atKaUao le tue tirtn di pn»<{enlf- siudioMi. gìk rivelale ne) awv 
aapto • «olMo safcio «ulle Hiltaiìoai polilicbe pisane, L*A. avverte 
la (Wi|MtHa della tnfioannastie» teainnica akcbe in Italia, aia ^a- 
stsMMrt» BOB cnde ^* il Ba«« dei LxMbanti nppmoati la in» 
iem*ta iraMuissioae di nna rlaa*e etnimBenie unitaria, rhe ripeU 
le aae nrìipn) da un reMObi staBuanralo Ina^bardo. In rraltà l'niii- 
nioite BOI pMieblpc eMUV s»naaH«te MMUsnia, pvtebè intla la storia 
ialUMk aick» neaUevsK dtMMtn eone 11 AffarfuìaMeoto etnlro t 
•velale (M Liias«te>di imtò pam « ti tcteke al «alorv del «ole Ita- 
liieB ma» adBahiata v della «Miti faulBa MW «penta. Nel X serolo. 
Mwrkt a* MM ri pai fariu* é( ni f»i» — » fra Cenaani e Latiti. 
> (vnn t4w le varie ratv MI» fo nhrio n r. le <Uv*rw ralture. Ir 

^ E palcW 
nwiMlatfm * ht («Mfean^MaroririBe dairuiiea 
M«M<k 4ett»«M t» lacpt *ah nriéf-aweBAnniw 
t c)w la »edia e pèec«la claMe fff di lc . a]lar;|»U i»' 
, rkali«S «arlaaM*M| 
• 4(ve(»F daMi < 
cialL «« |«v««lnsa 4eirrlr«eM» mréta li tm nmim U latian. 

ftrqurati le pcoAwieal di Irsxe. e tt j uyhri ^Br Haflaaa y 



«a'^thra. aita ■e•t^ «fvosa. cW m rkbìaKa al diriar 
Wif>Wf ehe k f4V4«<»Ìv«i iti leii:^ russano Tak*«,i 
H>(* MIm». fev aa evi«|tM«> 4 



VOLPE, LAMBARDI E ROMANI 185 

polazione; e cosi pertanto si riattacca ad una opinione, che ha avuto 
in Italia frequenti e dotti sostenitori, e la corrobora con nuove ri- 
sultanze persuasive. Veramente su questo punto, che forma il nocciolo 
della dimostrazione deirA., sarebbe stato desiderabile chVj^li si fosso 
attardato con più larga disamina della letteratura e con più ampia 
e precisa messe di richiami alle testimonianze storiche. Anzitutto 
doveva essere avvertito che il problema delle professioni di legge 
presuppone l'indagine sul valore e sul principio della personalità 
i\v\ diritto. L'A. vi accenna, ma troppo brevemente e non senza ini- 
precinione di linguaggio, non senza manchevolezza di dottrina, non 
senza erronee affermazioni; tanto più che molte altre conclusioni egli 
poteva cavare dal noto libro del Neumeyer. Non è propriamente Tisti- 
tuto delle professioni di legge che adempie alla funzione di assicurare 
pacifica convivenza ed ordinati rapporti a genti diverse mescolate 
(p *J12k perche PA. non poteva dimenticare che tale istituto sorge solo 
tardi (1) e che a dir vero a quella funzione aveva adempiuto quasi 
per int4^ri secoli il sistema della personalità del diritto, anche senza 
il sussidio della vera e propria /)ro/>«s/o ./iim. Ma invece il Volpe ha 
preso nel segno quando avverte e riconosce che Pistituto della pro- 
fessione di legge era (PA. dice era divenuto) non più Pespressione 
giuridica di diiferenze nazionali, affievolite nei lunghi contrasti e 
nei lunghi contatti, ma piuttosto Pespressione giuridica delle varietà 
economiche e sociali. L'A. dimostra il suo assunto sostenendo giu- 
stamente che, nelle professioni di legge, almeno a incominciare dal 
secolo XI, vi fu una relativa libertà di scelta del diritto, special- 
mente presso certe categorie di persone, che fino allora non avevano 
seguito con precisa coscienza uno dei due diritti prevalenti, ma 
avevano quasi inconsciamente adottato quel diritto vario e multi- 
forme, che conviene ormai di denominare volgare. Perciò avviene 
che la media e piccola aristocrazia fondiaria, che vien su rapida- 
mente nelle campagne e nei castelli, profittando della dispersione 
dei patrimont ecclesiastici e delle rapide fortune dei tempi agitati 
e fecondi, allorché ebbe più frequente Poccasione di richiamarsi ad 
una legge nei tribunali o nei contratti, adottò in genere il diritto 
longobardo, sia perchò questo diritto poteva essere quello da tempo 
prevalso presso i lontani o prossimi progenitori, sia perchè meglio 



(1) La prima vera professione di legge a noi nota, con la esatta for- 
mala della professio, non è anteriore all'anno 882. e suona : « Gaidnlfus 
qai professo ram lege vivere langohardomm >. (MHP., XIII, n. HI8). Cfr. 
■inanm« M tl liwii^ Bth&ng d. internationalen Privat- und Strafrechts, 1. 



/ 



'. I 



186 



RiSSEeNA BIBUOGRinCA 




si adattava ai rapporti insieme militari (feudali) ed agrari nei qwaXt 
si muoveva, o meglio serviva agli intenti di dominasiono feudale eui 
essa anelava. 

E allora, almeno in Toscana, e forse anelie nelPUiubria e nelle 
Marche, avvenne che questa classe di Cattaui e di milita rurali aa> 
sunse il titolo di Larnhardi; o meglio avvenne ehe il restante della 
popolatione rurale, già vittoriosamente propenso al diritto ed alle 
idealità romane, assegnò la denominasione di Lambardi a quella 
classe, corrispondente agli arimanni e ai militi deiritalla superioie» 
che in prevalensa professava e seguiva il diritto longobardo. 

Cosi TA. è tratto a studiare, per converso, il rlnaaeere della 
romanità, principalmente eoi Comune, ed il crescere rapido e rigo- 
glioso di un incipiente sentimento naaionale, che dà un certo eolors 
unitario alla patria, per quanto divisa nelle intlnite fome delle sue 
particolari manifestasioni. Qui il proposito di perseguire e di «rrl- 
sare questa corrente, che in realtà fluisce per le membra dUalia. 
specialmente a prender tempo dal secolo XII« trae TÀ. ad esagerale 
molto la sua tesi, ed a saltar sopra alla storica determinasioBe fi 
quel particolarismo, che maturò invero da quel tempo i desliai 
fortunosi d'Italia. Ma egli è cosi autorìsaato a moetimre It leiito spa- 
rire degli ultimi contrasti fra il diritto longobardo e 11 diritto re- 
mano, fra le vecchie classi feudali e la nuova società cittadina, 
e quindi anche lo spe^rnersi della particolare classe dei Lambardi, 
che diede argomento alle sue ricerche. 

A prescindere dalle riserve accennate e da molte altre che pii 
ampiamente si i>otrebl>ero esporre, non è dubbio che la tesi fondamea* 
tale del Volpo conviene generalmente al quadro delle istitnaiou 
luetlievalì italiane, quale risulta dalle ricerche più recenti e quale 
PA. $a largamente tracciare. Non ostante le autorevolissime opi- 
nìoni contrario, non mi par dubbio la giusteiia del principio ehe 
la liberta di scolta del diritto fu in Italia pienamente ammessa, al- 
mono a incominciare dal secolo XI. Molti scrittori lo hanno soste- 
nuto o wolte pixwo lo suffragano: anzi, ripeto, il Volpe avrebbe 
)H^tuto bon più ampiamente o risolutamente dimostrarlo. Io St' 
ho st^stonuto da tempo quel princìpio contro il Xenmeyer C 
oiHr., LXVII |l!V»'J|.pp. òS*2-7u tM ami sono convinto che quella 
1»t'rtà di scolta, in qualche o.nsi\ si.^i stata consentita anche per 
>ìniri>lo contraitiv o almeno iH*r cono c.itogorìo di rapporti gi 
Mn d\ìltra |vino l\ìpinìono cho lo j «n '//«Wi #» f.< 71/ ri> sono, pi4 
>o::no sicuro dì dìstinzìi^no etnica, un ìndico di appartenei 
dot t-rmi nata classo >oc iaU\ non jHMrobbo osst»re sostenni 
fervore manifestato dal VoI|x\ appunto per le 



.i 



■1 

i 



■ 

■•a 
i 



VOLPE, LAMBARDI E ROMANI 187 

principio di libertà, che ne è una delle cause occasionali. Tuttavia 
se si ammette, come par certo, che la classe della media e piccola 
aristocrazia rurale preferi la scelta del diritto longobardo, resta 
anche più che probabile l'ipotesi delPA. che di qui, e per virtù di 
una contrastante classe professante il diritto romano, sia prove- 
nuta la caratteristica denominazione. La scelta della legge avrebbe 
portato una classe sociale verso il diritto longobardo, come più con- 
veniente ai rapporti feudali per essa ])revalenti ; e da ciò questa 
avrebbe tratto, almeno in Toscana, la sua denominazione. Tale è la 
tesi delPA., che giunge a delineare tutta una lotta di classi contrap- 
poste, più che a determinare la ragione di un nome. 

Poche osservazioni, e ho finito. Già altre volte, a proposito del 
libro sulle istituzioni pisane, ho lamentato che TA. abusa di gene- 
ralità non sempre convincenti, di richiami e di spiegazioni non 
sempre risolutive, spinto dal desiderio di abbracciare in un fascio 
Pintìnita varietà delle cause e delle produzioni sociali. Ora ciò non 
giova sempre alla sua dimostrazione, che qualche volta sembra o 
troppo facile o troppo faticosa, qualche volta non chiara. Meglio 
arriverebbe al suo scopo, se, raccolte come in un ampio contorno 
le fila delle sue idee generali, procedesse poi per la via diretta, con 
più ra])ida e serrata dimostrazione dei fatti. Il difetto è anche più 
Heuziibile in questo scritto, perchè PA., essendosi sentito disotto una 
materia difficile e mobile, si è creduto quasi in debito di abbondare 
nelle giustificazioni e nei richiami, e perchè in esso risulta evidente 
la fretta della preparazione e della composizione. Cosi è avvenuto 
che PA. ha sentito il bisogno di consolidare la sua opinione con 
aggiunte sempre nuove e di dichiarare lealmente la sua incertezza 
in molti punti dello svolgimento : ciò dipende non da vera impre- 
parazione, ma piuttosto da una soverchia sovrapposizione di argo- 
UM'nti e di ragionamenti, che gli hanno dettato talvolta qualche 
pagina forse superflua e gli hanno tolto in qualche occasione di 
veder chiaro. Meglio avrebbe giovato al suo scopo esponendo un 
più ampio corredo di prove, in forma più rapida e più esatta. 

Questo in linea generale: in particolare, anche a prescindere dal 
desiderio non sempre soddisfatto di un più frequente ricorso alle fonti, 
sarebbe non poco da osservare. La serie della toponomastica barbarica 
in Italia è incompleta, e non posta al corrente coi resultati, ad es., 
del Tamassia e del Pieri; PA., riportando un passo delle Queationes 
de iuris suhtilitatihusy non ha forse inteso che esso va precisamente 
riferito contro ht parte della popolazione, sempre più esigua, che 
*ive a diritto longobardo; come non ha rilevato (p. 70) il stmso esatto 

I costituir^ ^Tidericiane laddove dichiarano comune il diritto 



T' 



188 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

lougroliardo insieiue eoi romano. Molto sarebbe a dire laddove PA. 
parla della fusione dei diritti nell'età feudale, tanto più che non 
ini sento, in pareeelii punti, d*aeeordo con lui: ma passo oltre. \ìer ri- 
levare piuttosto che e^li tende ad assotti^rliare troppo P importanza 
delTalto elemento feudale (cfr. p. '257 u che, essendo airapice della 
scala sociale, non soltanto si circonda di aderenti, di i»artifriani i> 
di imitatori, ma dà anche il sejrno dei contrasti e vi coglie si>e?».>o 
la vittoria. Ne è sempre esatto quanto FA. dice della recezione di-l 
diritto romano nelTKditto e del diritto feudale nelle istituzioni 
medievali italiane tpp. 20ò-r>»: come non avverti (pp. 170, 2»W, ^^l-Ji 
che le falsificazioni canoniche della Francia appartengrono alla metà 
del secolo IX, non a tempi più tardi, come sembra reputare. 

Ma, come si potrebbe ritrorosaniente notare anche altrove qualclif 
imprecisione di raprionamentu o di lingua^^io e qualche manchevi^ 
lezza dì nozioni giuridiche esatte: d*altra parte, è debito dirlo, di- 
rebbe ben più ampia la messe delle osservazioni acute e nufiv»*, 
che si potrebbe ct>p:liere anche in queste ricerche, per le quali TA. 
lia mostiato di sapere non senza fortuna percorren* il campo oscuni 
♦• diAìcile dell'alto medio evo. 

Si fini. AkRIGo SOLMI. 



« HibliitTt.'ra «b'Ila SiK-irtà siorit'M sulMlpina. XXV. Ciri"*^ fi"'» 
*.ir't,f. Iti?:.i,, XVI . — rìiMTMlo. rhi;uitiir»'-Ma>iarellì. li*«»l. 
In **■ . jìi iip. \vi:i -:*.:. L*. 

rri:I :\.\\I-' <i.M""ir". /.' i"'< urtf'ht t ir** tìt fin Art hi fin rttjuftihnt 
■ ' .\^*' • liililioi.ra f»'. r. >.. XXVIll : (\>rjni^. f, s.. \/Xi. -- 
rint-r-'lo. CliiaiiTnrt-MaM-.inlli. l!'"l. - In "^ ". tli p]». Wlil-r'-'. 

1. <»A1"TI' V \. l.Fi.K, /-' ■■"•■ .?#?■«. A''- hn'in t nj.ifnlnr* fh 7" >■'""" 
. r»iì'l :•«!»■•■;.. .-i". r. >.. XXIX. — '''i-;..*>. #. >., XX'. — rillrn»In. 

«liiaiii'T- -M.iM arrlli. l:'"'». In ** , •!! i»i». \l-:*.Tl. 

I TT'- vi»liMi:i «In- ai.i^ni.iiaiin» ar-jiii^taiìo ?iii:r«'lare iiuport:iiiZ.i 
il.iUf iìii«>'- a rui >i rit'« ri^r.-!>i •• ilalla v.-ni-ià f «lairinii'n^^M' ili>i 
• I.M ijii:»:.!; ri.- r-M.it lUfii»' : l'uii'i'" A>!i • T'-noiìa niroiii' selli ili 
i-':*:.:! \ f^i-,.\ ail- r •aiii;-»!!. !• «■■;! ■■liji;;: ri>al::«"iiii nt'ITalto medio 
l'V... 1..- j.-r" vi», r.iì.- iri.'\,i!..< :\>\ '.]]•'.>* vat' la >t'iria «li larghe pio- 
v; :..■:• >"i!i;t)|'!yt > In- i.o-.-. sa|-MM»i:" i": .\ . vii' Tran' notizie del propria 
i'.i'«>.iV' "«t- .jui->ti- l'M'iì i'.i^mv I. •■:.>• r\ a:» lìrl Cnrpìts^ che OIB II 
it v.i\' '!: |ii;l»1"li»a iai:ii>r.i . 



j 



STUDI DI STORIA SUBALPINA 189 

Con somma accuratezza il cav. Assandria dà alle stampe il primo 
volume del lAbro verde della Chiesa di Asti, importante cartulario 
de^li atti di quella Mensa dair884 al 1379, cominciato a compilare 
nel 1353. Vi sono contenuti 323 documenti, de* quali 187 sono ine- 
diti e pochi ripetuti nel codice Malabayla e nel Liher nostrum e ntorum 
del comune di Mondovl. Già degno di studio pel numero delle carte 
che comprende, il Libro verde vede la sua importanza accresciuta 
4lnl fatto di essere la sola fonte che conservi la storia di molte terre 
del Piemonte, a mezzogiorno del Po, dal secolo X al XIV, dei loro 
feudatari, delle famiglie e delle persone abitantevi, ecc. Chiara vi 
appare la politica dei vescovi di Asti di stabilire il loro dominio 
8U tutta quanta la diocesi e di assicurarvi la loro autorità. Il Libro 
verde stesso è una prova di quella condotta, poiché d'ordine del 
vescovo Baldracco Malabayla venne com])iIato quasi a gareggiare col 
signore temporale di Asti, l'arcivescovo di Milano, (Giovanni Visconti; 
il quale, circa la metà del sec. XIV, faceva raccogliere nel codice 
Malabayla il famoso Codex Astensis, pubblicato dal Sella da una 
trascrizione quattrocentesca, glMstrumenti e i trattati del comune 
di Asti e dei cittadini, ad affermare la legittimità e l'ampiezza dei 
suoi diritti. Distinto in tanti gruppi di documenti, relativi a una 
località e a terre circonvicine, il contenuto del Libro verde si rife- 
risco alle terre di Bene, Mondovl, Vico, Montaldo, Roburent, Carrù, 
Pamparato, Forfice, La Chiusa, Peveragno, Boves Beinette, Cortanze, 
<tovone, Castellinaldo, Cossombrato, Montaldo d'Asti, Alba, Canelli, 
Monticelli, Morozzo, Pica, ecc.; e completa, col volume che ricorde- 
remo or ora, le notizie somministrate dal codice Malabavla. L'edi- 
zione, condotta colla massima scrupolosità, rende il Libro verde no- 
tevolissimo come fonte della storia subalpina, ed assicura al cav. 
Assandria la gratitudine degli studiosi. 

— E gratitudine, davvero, questi debbono al prof. Oabotto per 
aver ripubblicate, o meglio pubblicate nella vera lezione e comple- 
tate, le carte più antiche dell'Archivio capitolare di Asti, che in parte 
erano già comparse alla luce con tali errori da renderle irricono- 
scibili, e in parte erano rimaste inedite. Le date stesse della raccolta 
gabottiana, che vanno dal 755 al 1102, indicano come i 203 istrumenti, 
che vi sono contenuti, costituiscano un corpo di documenti d'una 
importanza eccezionale per la storia civile, ecclesiastica e giuridica, 
per la diplomatica e per la paleografia. Sono gli atti con cui si for- 
mano i possessi del Capitolo astese, con cui ne sono riconosciuti i 
diritti; e che perciò appunto illustrano le condizioni delle terre del- 
rAstigi&na, sopra le quali si estende l'autorità dei canonici, e le re- 
«^«iif di qontt. eoi vescovo e coi magistrati civili. 



• 



Quindi le Tiinggiori notizie d» i-ssi recnti nlU Btnrùi citi presoli 
&ste»i ne accrescono l'interesse; come lì rendono notr-voliasimi sntta 
l'itapctto onerale 1 segni tacliigr&ficl chp sopra taluni di' tasi sroprl 
pel primo il Cipolla e poi studiò l'Haret. Ma il nuinero dei <liw 
menti tachigrafia che il dotto francese oonosccva, ila) MI in poi, r 
veramente esiguo accanto a quello ora trovato dal (ìabotto; il i^nnl* 
adduce l'elenco di hen 48 note e regesti tAchigraficI deU'SStì al l'M». 
che dimostrano la diffusione di quella scrittura in Lombardia e 
l'Astigiana almeno per tre secoli. Le dotte discussioni enlla (-rooo- 
log'ia dei documenti e le altro Illustrazioni accuratissime date <1al- 
l'Editore accrescono i pregi di questa pubblicazione, ohe sarebbe 
desiderabile di vedere continaata. 

— Della etessa natura sono le carte dell'Archivio cnpitolare di 
Tortona, edite nell'ultirao dei volumi citati. Anch'esse contengono i 
titoli dei possessi e dei diritti dei canonici tortonesi, conservati il 
quell'Archivin e nelle carte dell'abbazia di l^. Marziano in 108 atiJ 
dal secolo IX all'anno 1220;attiche recano, infine, un nolerole contri- 
buto alla storia politica e civile di quella città, alla quale ami ta- 
luni esclusivamente si riferiscono. Son degni di ricordo, fra gtl altri. I« 
pace dei Tortonesi coi Pavesi del 11C5, t diplomi d! Federigo L «li 
£nrico VI e dì altri imperatori precedenti, le conferme ridile e 
tuzionì del Capitolo fatte dagli arcivescovi di Milano e dai veffnni 
di Tortona, l'abrogazione della nomina di fanciulli a canonici torto- 
nesi, ecc. La cura, con cui il can. Legé e il prof. Uafaotto no banon 
fatto la pubblicazione, merita di essere lodata: e permette di spa- 
rare che l'interesse, destato dal lavoro, solleciterà la conipana del 
secondo volume colle altre carte tino al 1300. 

Toriii". E, Casanova. 



E, KiBOLDi. Le sentrmt dri connoli di Milano nel 'ecolo XII. -~ 
Milano. Cogliati, 1905. (EHlr.-dall'.i)refti'Wo Storico Lombari», 
voi. XXXII). In 8°, pp. SB. 

L'A. ha studiato sui documenti milanesi l'attività giudjcaid 
dei consoli nei primi secoli della vita comunale, ricercando l'ori 
namento del tribunale consolare, la sua competenza e la stia acion 
fino al 1216, allorché il primo corpo delle consuetudini inilanevid 
venta fonte larga e preziosa di in forma /ioni. Ma. si' non mancMi 
in questo scritto osservazioni dcfiin' il'inli ^■^^l'. aii mi If-iii' — •'' 
grave e ben delimitato, tuttavia bisogna lamentare che 1'^ 
potuto accingersi al ano lavoro con sufScente prepara 



RIBOLDI, LE SENTENZE DEI CONSOLI DI MILANO 191 

rande alcune opere fondamentali sul P argomento ed omettendo i ri- 
chiami con le risultanze delle ricerche più recenti intorno alla storia 
degli altri comuni italiani. Cosi egli può scrivere (p. 6) che nessuno 
abbia pensato a una raccolta diplomatica del materiale giudiziario, 
risultante dalle sentenze, arbitramene^ processi delFetà medievale, 
mentre è noto che P opera fondamentale del Ficker è dedicata a))- 
punto direttamente a questo, e nella ricca raccolta dei documenti 
(t. IV'), e nel largo, profondo, diligente commentario di tutta la vita 
giudiziaria italiana del medio evo. Cosi può ignorare le ricerche 
sulla giurisdizione consolare esposte dal Lastig per il comune di 
Genova, dal Davidsohn e dal Santini per quello di Firenze, dallo 
Zdekauer per quello di Siena, dal Volpe per le istituzioni pisane, 
dal V. Heinemann per T Italia meridionale; e trascurare pertanto i 
problemi sollevati da alcuni di questi dotti anche sulla storia della 
giurisilizione consolare milanese (1). La ricerca, perciò, non poteva 
risultare adeguata alP argomento, per quanto il diligente esame dei 
documenti, la prudenza delle conclusioni e dei giudizt costituiscano 
un pregio pur notevole di questo scritto, che serve a risollevare 
alcune questioni non ancora decise. 

Merita pertanto che si tocchi almeno qualcuna di tali questioni, 
nella speranza altresì che TA., allorché imprenderà la continuazione 
promessa di queste indagini, vorrà dare un quadro più compiuto e più 
in accordo con le risultanze degli studi recenti. Secondo un sistema, 
che sembra proprio di tutta la Lombardia (2), anche a Milano le 
cauHC sono condotte personalmente dai consoli, o almeno da uno di 
essi: tuttavia la deliberazione vien presa regolarmente con la eoo* 
perazione, o almeno con P assistenza, dei colleghi, senza che sia pos- 
sibile di vedere chiaramente attestato quello che PA. vorrebbe (p. K») 
risult.ire dai documenti: la menzione dei col leghi non essere che 
una formalità consuetudinaria, dipendente dal fatto di reputare vir- 
tualmente presenti tutti i consoli ai giudizt. Ora invece è noto che, 
in Toscana specialmente, la giurisdizione ordinaria contenziosa non 
è tenuta in proprio dai consoli, ma è affidata a giudici di profes- 
sione ; ed i consoli presiedono soltanto inattivamente al processo, o 
approvano, con la semplice sottoscrizione, la sentenza; non altri- 
menti di quanto avviene, da parte del marchese o dei suoi rappre- 
sentanti, nel tribunale marchionale della fine del secolo XI. 



il) Cfr. Fir'KER, Forschungen^ § .578. 686; 8aktiki, Studi sulì^antica 
eoBtUuz. del Comune di Fireìise, Firenze, I90I, pp. 80-40 (Estr. da questo 
Archivio, a. 1901). 

(2) Lattes. Il dir, consitei. delle città lomltarde^ Milano. 1899. pp. 84-9. 




192 BASSEQKA BIBLIOGRAnCÀ 

Ma il contrasto, ch^era già stato messo in Ince dal Fieker, e di ni 
il Riboldi non ha potato occnparsi, ricevè ora noterole mitìgasioae 
da una circostansa speciale, che è merito delPA. di aver notala 
(p. lOX sia pur senza averne indicate le consegnenie. Da nn eaaae 
accurato dei documenti, il Riboldi ha potuto detemiiaare che il eon- 
sole, a cui è affidata o concessa la direzione della causa, e per lo 
più anche la redazione della sentenza, è quasi sempre, almeno per 
la prima metà del secolo XII, designato col titolo di regiM wìmim, 
di index o di causidicus. È evidente pertanto che, come in Toaeana, 
anche a Milano e in Lombardia, la giurisdizione ordinaria conten- 
ziosa dei primi tempi consolari continua ad essere tenuta da qnella 
classe di giudici e di messi regi, che per diritto Taveva avuta negli 
ultimi tempi del governo comitale; e soltanto, mentre in Toaeaaa 
l'autorità consolare, sostituita a quella del marchese, si limita, eoa 
la presenza dei consoli e con la approvazione delle sentenae, a dar 
forza esecutiva ai deliberati di questi giudici, quasi in aegno di de- 
legazione sovrana; invece a Milano e in Lombardia il glndiee o 
messo regio riveste per diritto proprio questo carattere aovruKi, 
perchè fa parte del collegio consolare. Ad ogni modo, pam! che si 
possa trovare una corrispondenza molto notevole tra il giudioe-eoB' 
sole milanese e il giudice-assessore toscano, che giudica assistito 
dai consoli; corrispondenza, che può esser riconosciuta anche pia 
evidente per la considerazione del carattere incerto e mobile del 
consolato nei primi tempi, allorché ondeggia ancora tra I* indole dì 
carica politica e di titolo onorifico; sicché la differenza tra il ter- 
ritorio lombardo ed il territorio toscano si riduce al fatto che U 
giudice milanese ha contemporaneamente titolo e onore di console, 
mentre il giudice toscano, che spesso tuttavia è chiamato alla canoa 
consolare, non ha come giudice questo carattere. 

La diretta derivazione del tribunale consolare in Milano dal* ' 
P antico tribunale dei conti o dei messi regi é rivelata anche dal J 
fatto che al dibattito e alla sentenza assistono giudici e causidici, ì 
che non hanno la qualifica di coìisules; ma che sono talora desi- 
gnati come tentes, continuazione degli auditore» e boni Aomiacr del ^ 
periodo feudale. La giustizia veniva amministrata in una iomm ;i 
cowtulatus, posta nel broletto vecchio, che metteva alla via pubblieii 
(li fronte alla porta del palazzo arcivescovile. 

Riguardo alla competenza, si delinea una certa distinzione S 
funzioni tra i consules comunis e i covsules itistitiae, dopo la priM 
metà del secolo XII. Veramente, TA. accentua T indistinzione Olift» 
naria dei poteri nelPautorità collegiale dei consoli; ma 11 nn 
notevole delle persone che costituiscono a Milano il contplgt 



■i 



■ 

1 



GAMBINI, LA GINESTRA ì)l MONTEVARCHI 193 

lina media annuale di 12, indica che fin dai primi tempi doveva es- 
servi una certa separazione pratica di funzioni. A quanto sembra, ai 
consuìes comuni^ spettano gli atti della giustizia criminale, oltreché 
tutti gli affari amministrativi e politici della città; mentre ai consuìes 
iustìticLe viene affidata la definizione delle cause civili, insieme con le 
funzioni della giurisdizione volontaria. Vi è qui, in parte, una cor- 
rispondenza coi consoli del placito di Genova e di Siena, benché 
troppo poco sappiamo di questa istituzione in Genova, e per Siena si 
sappia appena che ebbero competenza ristretta alla parte della giu- 
risdizione volontaria. 

L'À. ha tracciato poi, a forma di regesto, la serie degli atti della 
giustizia consolare, dal 1117 al 1212, in numero di 109, tenendo 
conto dei nomi e della natura delle parti, dell'oggetto della causa, 
deir indole delle prove addotte o ammesse e delP esito finale della 
controversia. Le indicazioni sono soverchiamente esigue, specialmente 
per gli «itti inediti, poiché non risulta evidente, in ogni singolo caso, 
la composizione del tribunale consolare e la natura della controversia. 
Inoltre, per Pammissione della prova, sarebbe stato utile di dichiarare 
a ({ual parte fosse addossata. Infine PA. aggiunge la serie dei con- 
soli milanesi per integrare quella del Giulini, voi. VII, pp. 350 segg. 
e le altre àeW Archivio Stor. lA)mh., XXII (1895), pp. 363 segg. e XXXI 
(1904), p. 222. 

Siena. AkrI(}o Solmi. 



Fkancesco Gambini, La Ginestra di Montevarchi. — Montevarchi, tip. 
Varchi, 1904, in 8*. (Estratto dal voi. I, serie III, delle Memorie 
Valdamesi), 

La serie terza delle Memorie Valdarnesi si é iniziata con questa 
bella monografia del sig. Francesco Gambini intorno a una piccola 
priorìa, posta nelle vicinanze di Montevarchi e chiamata ora S. Croce 
alla Ginestra. Il sig. G. confessa di essere stato spinto ad occuparsi 
di questo argomento dalla scarsità ed incertezza delle notizie date 
già intomo a questa chiesa dal Repetti, e più specialmente poi dalla 
pubblicazione del Codice Diplomatico Aretino di Ubaldo Pasqui. 

Ma ci piace dir subito che è stato suo merito lo scovare con 
felice intuizione gran parte del materiale fin qtii ignorato o mala- 
mente attribuito, edificandovi sopra una pagina di storia affatto 
seonosciuta. Infatti nel Codice succitato egli ha scoperto molti do- 
eamenti che si riferiscono direttamente o indirettamente alla chiesa 
suddetta. E da questi egli ha tratto la conferma della sua tesi, che 

Abci. «tob. It., 5.» «Prie. — XXXVIII. 18 



104 RASSniTA BIBUOGRAFIGA 




J« ddesa della Gincslni sia la stetta che qaella detta, fao da teafi 
antìehteiad, 8. AngeU ma hotpiU$, Inoltre, eoaaideiaado eone li 
loealità della Ginestra sia stata di BoHa importama, per via deUo 
spedale di pellegrini ehe ri esisteva, anelie prima del Mille, ne de- 
duce molto probabilmente che lo stesso € attnal Moatevarehl (pnnts 
€ storico qnesto non tocco da renino scrittore di cose monteTaieUaeK 
€ oltreché dal fermento politico di qnei tempi. In cni gettavaasi i 
€ primi germi delle libertà comunali, tragga ragione della sua ori» 
« gine dal gran movimento che fluiva e rifluiva alla Giaestra ». Psid 
per procedere sicuramente, fin da principio ribatte l'obiesioae che 
potrebbe essergli fatta, cioè che Tantico S. Angelo fosee In luogo 
diverso dalla Ginestra. A questo fine fa una escumofie urtàm h 
giea fra le varie chiese dedicate a S. Angelo, che esistevano Is 
da antico nella diocesi di Aresso. E siccome la sola chiesa detti 
poi della Ginestra riunisce e raccoglie in sé tutte le qualifiche e Is 
indicationi de* documenti surricordati, viene cosi VA, a provare eht 
la ubicazione di 8. Angelo ad hoBpitet è la stessa di quesCultlas 
chiesa, e che ad essa debbono necessariamente riferirsi tutti qnd ,, 
documenti medesimi. 

In un altro capitolo passa a mettere in rilievo Timportsais 
che ebbe in antico lo spedale della Ginestra, facendo un qusdie 
minuto di quel che doveva avvenire in quel luogo nel medioevo* té 
entrando poi a parlare più particolarmente sulPorigiue di Monte- 
varchi. Ma a proposito di questo capitolo ci permetteremo di notan* 
che PA. si è forse soverchiamente diffuso nel narrare particolari 
troppo noti o almeno desunti da fonti troppo comuni. E In consf* 
^uenza di ciò il lavoro, che per sua natura sarebbe stato di crìties 
storica e diplomatica, prende quasi V aria di una compilasione, 
fatta per uso di dilettanti di storia. Se TA. si fosse tenuto piA -^ 
conciso e serrato, avrebbe pure p^uadafpiato in e£Scacia e corrrt- 
tozza nello stile, che non va esente qua e Ih da qualche piccoli 
menda. Ma di fronte a questi difetti, che d'altronde non tolgono il 
merito principale delPA., noteremo invece com'egli dia buona provi 
di'IIe sue (pialitA di storico nel capitolo seguente in cui rìceiei 
()uand(» fosse fondata la chiesa di S. Anp^elo (tra il 614 e il 0& 
s(>('ondi) che v^ìi crede); e come poi divenisse spedale dì pellegrini Es .. 
ccHitcriiia delle sue arjromentazioni cita una Bolla di (Giovanni VHI ^i^ 
{\:\ ajJTosto S77), un Diploma di Carlo il Grosso (15 novembre 879]^ ev] 
specialmente un altro diploma dell' imperatore Carlo il Calvo del fl 
settembre S70, che per la storia di questa chiesa ò di imporCSI 
capitale. E torna a lode dell'Autore aver rivendicato al suo é^è 
^elo quest'ultimo documento, che nel Codice Diplomatico AN 



LUPO GENTILE, STORIOGRAFIA FIORENTINA 195 

succitato era stato invece attribuito a S. Angelo di Arbororo. Tale 
rivendicazione viene fatta con argomenti si evidenti, che Io stesso 
Big. Pasqui^ confessando Terrore in cui era caduto, volle congra- 
tularsi col Gambini per l'acume e la perspicacia che portò in questo 
punto. Dal medesimo diploma di Carlo il Calvo PA. deduce pure 
cho il monastero di S. Angelo non fu una fondazione monastica, 
né dovuta a qualche Re od Imperatore, ma sivvero « ad un fa- 
roltoso potente 1^^ predecessore di quel Berulfo, nominato nel diploma 
carolino, o forse suo antenato, che ritornando da qualche pietoso 
pellegrinaggio nel teni mento che aveva a Colonaria « fondava e de- 
« dicava anche egli a S. Angelo un santuario monastico colà dove 
« non cresceva che il cardo e la ginestra ». Negli ultimi due capitoli 
si tesse la storia di questui chiesa e monastero, la sua sorte disgra- 
ziata a tempo delle invasioni dei Saraceni, la sua rieditìoazione sotto 
Carle» il Calvo, la nuova vita e il suo avanzamento fino alla ana 
trasformazione in ospedale di ])ellegrini, le appropriazioni che ne 
frccn» i conti (luidi, le molestie che ebbe a soffrire dal Comune di 
Montevarchi, la sua nuova trasformazione in monastero di monache 
beni'dettine e ({uindi. a' nostri giorni, in uno stabilimento industriale. 

Fi reme, A. (i. 



MlcHKLE Lri'o (Dentile, Studi sulla storioijrafia fiorentifia alla ("arte 
di (-ostino 1 de' Medici, — Pisa, Nistri, 1905 (Kstratto dagli An- 
nali della ìi. Scuola Normale Suj), di Pisa, Voi. XIX). 

Tra gli storici minori del Cinquecento scrissero sotto l'aita pro- 
tt'ziont' e con l'aiuto del duca Cosimo il Segni, il Varchi e TAdriani, 
Topera dei quali il nostro A. diligentemente analizza. Essi si gio- 
varono a vicenda nella composizione delle loro istorie, lavorarono 
pressoché nell'istesso tempo ed ebbero comuni alcuni? fonti. Il Lupo, 
prima di passare alla ricerca del materiale, che servi a ciascun di 
lon». studia la cronologia degli scritti storici, che compilarono: cosi 
riesci* a lui più facile il ritrovamento delle singole fonti. Nello stesso 
tempo narra della vit;i di <|uesti storici tutto ciò cho può «*ssere 
utile alla piena conoscenza delle loro opere. 



Molto diffuse sono nel libro le notizie liiografìche su Bernardo 
Segni e sulla famiglia di lui. Il Lupo le ricava dalle Memorie, scritte 
nel sec. XVII da Alessandro Segni; dalle Ricordauze e da altri scritti 




196 ' RÀ88E0NA BIBUOGBAnCA. 

dello storico; da alcune notitie, ohe Andrea di Loreaio Caraleulf 
raccolse; da epistolari e docnmenti (In Ispecle earte atfonfane) eri- 
stenti nelPArcli. di Stato fiorentino; dalle opere del GfannotU« del 
Varchi ec. Il Segni non potè incominciare Topera soa prima del IttS: 
è probabile che Inisiasse il lavoro poco Innanii al 1555, nel qnale 
anno avea compiuto il llb. IX. 

I primi tre libri delle Istorie fiorentine ebbero a princIpal fonte 
la Vita di Nieeoìò Capponi, altro libro attribuito al SegnL Oinseppe 
Sanesi, In un minuto esame della Vita, conchinse ehe per ragiom 
Interne ed esteme essa non si poteva attribuire al Segni, e al do- 
veva piuttosto credere opera del Giannottl. Ma 11 Bondoni, in una 
rassegna del lavoro del Sanesit non accettava quella ecmeloaiotte: 
ed ora 11 Lupo, con argomenti validissimi, anehe la conbatte e 
rivendica la paternità della Vita al Segni, che probabilmente la 
scrisse nel 1547. 

Altra fonte, fino al llb. XI, sono le Sistoriae del Giovio, mene 
usufruite nei primi quattro libri e nella storia fiorentina, pi& nella 
storia generale e nel libri dal IV alPXI; tanto che tutto II libro X 
e una parte del seguente sono addirittura un compendio del Giovio. 
Il Segni coordina I fatti assai meglio di lui, ma non riesoe a date 
una impronta propria alla narrazione. 

Deiropera del Giovio il nostro A. studia il valore Intrinseco. 
Per la copia dei fatti, che egli mette insieme chiedendo dirette no- 
tizie a principi e signori italiani e stranieri, il materiale ^ buono: 
ma il Giovio cade spesso in contraddizioni, difetta di conformità di 
giudizi su uomini e cose, specie ove tratta dcirassedio di Firenie, 
della quale città non conosce gli ordinamenti. La sua narraiione 
riesce slegata e noiosa; né discerne sempre le notizie vere dalle false. 

II Segni talvolta fu poco avveduto neirattingere al Giovio, e 
trascurò di vagliarci col riscontro di altre fonti, le notizie non si* 
cure. Invece prudentemente escluse dalla sua narrazione sulla storia 
fiorentina tutti i passi ove il Giovio si contraddiceva o mostrava 
ignoranza delle istituzioni di questa città. 

Quanto alle riformo, agli ordinamenti ed ai partiti in Fireun^ 
il Segni, dal libro I al VII delle Istorie, si valse dei CommenCorf di 
Filippo Nerli, suo personale amico. Tra gli storici minori di questa 
età il Nerli fu sicuramente il più originale, come quegli che aMr < 
lizzò felicemente e con acume le passioni politiche d^allora; penriè' .* 
Topera sua ha un gran valore storico. Nocquero alla sua fama Rn^ 
le^anza della forma : IVssere state le sue giuste osservazioni laif^ 
mente usufruite da storici più forbiti ; e Taver egli adulato 
ehiamente la Casa medicea. Si mise a scrivere i Commeiilarf a 1^ 



LUPO GENTILE, STORIOGRAFIA FIORENTINA 197 

del duca Alessandro; e fu incoraggiato e aiutato da Cosimo per la 
continuazione dell'opera, che fu compiuta in diversi tempi. 

Del Machiavelli il Segni conobbe e usufruì i Discorsi, il Prin- 
cipe e le Istorie fiorentine. Attinse anche alla Vita di Filippo Strozzi, 
raccontata dal fratello di lui, Lorenzo: ne scartò naturalmente la 
parte apologetica, ma giudicò Filippo con imparzialità e serena- 
mente. Infine si valse dell'opera di Girolamo Faleti, intitolata La 
prima parte delle cose di Germania ; e anche di alcune epistole t» 
di narrazioni orali. 

Nel lavoro del Segni la parte originale è scarsa e non priva di 
errori, che il nostro A. diligentemente enumera. Il carattere politico 
dello storico, che ora sembra repubblicano, ora fautore e adulatore 
del principato, è felicemente messo in luce dal Lupo. Il Segni non 
fu ne incoerente, né opportunista, ebbe la nobile aspirazione di ve- 
dere tutta l'Italia retta da un sol principe. Si lamenta nell'opera 
sua la poca connessione dei fatti e l'inadeguata proporzione tra le 
parti del racconto. In complesso il valore storico delle Istorie i" 
scarso. Ove tratta del governo di Niccolò Capponi (lib. I-IV), il 
Segni si mostra più originale che altrove : un certo valore ha anche 
la narrazione della guerra di Siena. 



VvT la vita del Varchi, il Lupo rimanda ai biografi di questo 
btorico, e specialmente al Manacorda. Il Varchi non prese vivo in- 
tfTesse ai rivolgimenti politici del suo tempo; e se professò già sen- 
timenti liberali, fu incapace ad operare a vantaggio della libertà di 
Firenze: e divenne poi cortigiano di Cosimo I, da cui ebbe incarico 
ut!ìciale di compilare la Storia fiorentina. Gli abbozzi e gli spogli 
dell'opera di lui, che anche oggi si conservano, e sono diligentemente 
studiati dal Lupo, agevolano la ricerca delle fonti. Nei libri VII-XII 
lo storico molto attinse ai Commentari del Nerli, dal quale ebbe 
anche notizie orali. Sebbene lo dica appassionato, pure lo segue pe- 
destremente, se si eccettua qualche particolare o giudizio che trae 
da altra fonte, e di preferenza dal Busini. Come il Segni ed il Nerli, 
anch' egli fu più in apparenza che in realtà amico del Giovio, sa- 
I)endolo geloso dell'opera sua. Delle Historiae gioviane ben conobbe 
i difetti : e apertamente li manifestò in un lavoro intitolato Errori, 
scritto dopo la morte dell'emulo, tra il 1552 e il 1565. Natural- 
mente non si servi delle Historiae per quel che concerne Firenze, 
perchè in questa parte il Giovio spesso sproposita; le usufruì invece 
per la storia generale italiana e straniera. Non potè esaminare che 



w, 



RA&SEQKi BIBLIOaiUFICA 

fro[)|j(i Unii, a lavoro già inoltrato, la Storia i^ /(alia del OufcoCu* 
(lini ; iiitrc i^li giovò per ampliari? in qualcliH jiarU* ropi'n 
|irr correggere alcuni fatti. Non riconobbe pur gli avvenimenti li«- 
rentini l'antorità dui grande storico. 

Fonte inìportante del Varchi fu un diario d'anoaimo. inljinlata 
Ragguagli delle eaae di Firtnce àal 15^ al IXÌI). L'anUirr drllo 
scritto, cho fu probabilmente cancelliere o noUiio dell» Si^or 
non manifesta nn carattere politico deciso e ci dà una narratleae 
cruda e imvcrn degli avvenimenti giornalieri; ma liit valoi 
Hv<-r fatto conoscere i sentimenti del popolo fiorentini), a la^nn n 
che si svolgevano i fatti storici. L'anoniiDO si mostra animato da 
fervido spirito religioso, è eontrarissinto ai tuuiulti ed h lient 
l'ormato delle cose della Signorìa. Il Varchi traeso dalla sua njiiUK 
alcuni documenti e molti particolari. Dalla Vita di NieenlÒ Cniipnnt 
poco attìnse. Ebbe a mano e consultò una* Atrliui'one dì Ad^Ia Spe- 
rino, le lettere politiche di Raffaello Gìrolami. di Zanobi BartiiUol. 
di Domenico Canigiani, di Francesco Ferrucci e di don Fit 
(ionzaga. Dal Nardi ebbe copiosi ragguagli; ma non pot* wi 
della Storia di lui, perchè la conobbe troppo tardi. Altri particolari 
gli furono comunicati da Silvestro Aldobrandini e pib anrora il 
0. B. Basini. Però le lettere di questo, che fu repubblicano «saltalo, 
difettano per parzialità. Ciò nondimeno il Varchi lo tenne in ^rd 
conaidcnuionc e ne riprodusse fedelmente molti giudizi sugli 
e sugli avvenimenti. Anche gli giorarono assai numerosi libri [inb- 
biici della Segreteria, dei Dieci, delle Riformagioni ec. La Storia 
d'Italia del Vettori fu spogliata dal Varchi, ma non da lui usufniiia. 
Tuttavia, siccome i primi libri della storia del Varchi non < 
pervenuti nella loro interezza, può darsi ch'egli abbia licoi 
Vettori nelle parti die non sono pervenute lino a noi, 

Delle sue fonti, in generale eccellenti, non sempre questa s' 
usò con savio discernimento; non di rado riportò da esse quafclw 
particolare o gindizio errati. Di propriamente suo ìt Varchi o-Wn 
ben poco: si tratta più che altro di sentenze morali da letli'rnta t 
da lilosofo e non di considerazioni da uomo politico. Nella riewnA 
del materiale ha operosità e scrupolo encomiabili; ma at rxcMratSj 
manca l'impronta individuale, ed all'opera infera l'unità organhix 
Talvolta cade anche in contraddizioni. Insomma il Varchi i 
UNO Storico di %'alorc: le sue fonti invece sono molto irapoi 



A differenza degli storici già ricordati, 0. B. Adrfw 
seguendo in ciò i grandi maestri, che la storia di Fh 



LUPO GENTILE, STORIOGRAFIA FIORENTINA 199 

essere strettamente collegata con quella di tutta Italia. Egli invero 
hcn la coordina con la storia degli altri Stati italiani e con le vi- 
cende delle lotte di preponderanza tra Francia e Spagna^ e per con- 
seguenza estende a più largo campo la ricerca del materiale, valen- 
dosi, oltreché delle fonti locali, anche delle lettere e relazioni degli 
ambasciatori fiorentini presso le corti italiane e straniere. 

11 Lupo dimostra che TAdriani scrisse Viatoria dei suoi tempi 
tra il 1504 e il 1566, periodo nel quale fu nominato storico ufiìciale 
della Corte medicea; e propende per Tanno 1565, subito dopo la 
morte del Varchi, del quale TAdriani si dichiara continuatore. A 
torto fu detto da altri continuatore del Guicciardini. 

L'Adriani aveva combattuto nel 15B0 per la libertà di Firenze ; 
ma poi, seguendo Tesempio del padre suo, si adattò al nuovo stato 
di cose ed entrò nelle grazie di Cosimo. Fu iscritto alPAccademia 
fiorentina nel 1510, e vi collaborò coi più insigni letterati del tempo. 
Nella storia ebbe prima in mente di non oltrepassare il 1560: poi la 
continuò fino alla morte del suo Mecenate. Gli mancò la vita per dare 
Tultima lima al lavoro. 

Cosimo forni alPAdriani le sue memorie segrete: ciò fece dichia- 
rare a priori sospetta la Istoria di lui. Ma prima di azzardare tal 
giudizio, sarebbe stato utile ricorcare di che natura furono dette 
memorie ; e il Lupo lo fa, studiando gli estratti autografi dell'Adriani ; 
e ne deduce che le memorie segrete altro non furono che documenti 
di carattere pubblico e diplomatico, cioè carteggi, n^lazioni, avvisi ec. 
V'ha però nel lavoro di questo storico un difetto notevole. Egli, a 
diflferenza del Guicciardini, non sa dare un colorito personale alla 
narrazione, desunta dalla buona raccolta dei documenti avuti a mano. 
Sono invece originali i giudizi e le osservazioni, che pure abban- 
dono nel suo lavoro. Nei libri V e VI lo storico si servi per la guerra 
di <Termania di un prezioso libretto di Luigi d'Avila, intitolato Com- 
mentario, tradotto dallo spagnolo. Tra le doti dell'Adriani si notano 
il buon senso, la veridicità e la diligenza. Giudicò uomini e cose 
con esattezza e serenità superiore a quella degli altri storici minori. 
Spiegò la necessità, nel tempo suo, del principato assoluto, pur non 
dispregiando gli amatori della libertà. Disse giustamente di Cosimo, 
ohe fu riverente alla Maestà imperiale, ma volle nell'istesso tempo 
governarsi liberamente nei suoi Stati. Per Carlo V l'Adriani mani- 
festa grande venerazione, ma non servilità. Invece traspare nel suo 
scritto una certa avversione verso il re di Francia. A torto fu giu- 
dicato parziale verso Paolo III e la Chiosa: se non risparmiò i 
biasimi, bisogna pur considerare che furono ben meritati; e a tempo 
Opportuno non lesinò le lodi. La connessione dei fatti talvolta è 



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disK atrv«BÌM«fti pit is- 
aodoelemt- 




La storia dei Fancai e del datai» di FteMi e Piaceaia è nota 
MBo all*aBBO 1^1. vale a dire dao alli |jMLia vaan ad Ottavio Fir- 
aeaeda eialio Di e da Carlo V. CaM». depo tasta banaaea, ilDaei 
rìBsclMe a aalrare lo Stato e a li 
di tiaiQcila la storia geaerale, 
|M>itaBti« a* qaali qaeile 
i»iiv«w eke ri coaii 
A questa lacaaa ka ppoTrrdato TA.: il qaale. eoaaidenuido coaie 
lUilL^ ii«ttara M^^Ma d: i^n4^ ^^rele$£asu<o^. riT«stita dallo Stato dei 
F:trutnjii. proveL:«4r- il dntam^iLUv <k^ a^ì rapporti della Caria col 
Ouca verificavxs! a*1 o^i mstaaieato dì papa, e, quindi, cone la 
>t\^ria del dncaiA poó>«a dÌ5T sedersi in taaci perìodi qaanti sodo i 
|KMìt etici, ^Tic<<ediiti5i sulla s^ia dì «an Pietro, ha linitato il prò- 
prìo Lavoro al primo di qne»ti p^rìMì. e. precisaseate. a quello, ia 
oui^ IHT re1ezk»Er di Panlo TV Caraffa. ì Faraeai sobo reinteirrati 
uel (H>sst*sso delio >tato e. quindi, colla loro acc oiteaa a, riottengono 



siuclio Piacenza, che ?r imperiali oceapaTaao sìao dal 1547. 

ljuantuiH|ne la" cnerra di Giallo III e delP Imperatore eontio II 
Fanii'so Terminasse. f*er siaccbezia del priaKk ia aaa tregoa. stipo* 
latri il 2i> aprile 15ò3 e rinnovata il :^ aajci^o Im4. e Taaimo del 
poiitetìce a pi»co a P'jco si rabbonisse fino a coaeedere oa breve ai> 
Molitorio ni dooa <>nAvio. le Cinedi lioni di questo nel proprio Stalo 
riiuaiii'vano. alla m«>rte del papa, sempre precarie, per la nalKlà 
^iuriilioa. della qnale era intaccato il provvedimento preso in aa» 
favore e della quale sapevano ^-alersi i fendatari delio Stato dlPuHi 
per neirar^lì la dovuta ubbidienza. Marcello IL nei pochi gioffaÌ# 
>u>ntiltcato, i^eusò a rimediare a tale difetto: ma me|rilo vi 
«^nlinale Alessandro Farnese nel conclave, che segai la 



COGGIOLA, I FARNESI 201 

del Cervini. Accortamente destreggiandosi insieme col fratello, col 
cardinale di Sant'Angelo, e colla loro fazione, seppe fare eleggere al 
seggio apostolico il cardinale Caraffa, e, pertanto, legarlo a so e ai 
suoi coi vincoli della riconoscenza. Ne ottenne quindi facilmente, 
in favore del fratello, un breve reintegratorio, che poteva conside- 
rarsi come una nuova investitura, ed era ricercato non tanto ])or i 
vantaggi, che immediatamente assicurava, quanto per le conse- 
guenze, che avrebbe recato in futuro. Per accettarlo personalmente 
Ottavio venne a Roma, dove fu da Paolo IV accolto in modo cor- 
dialissimo ; ma non potò ottenere tutte quelle soddisfazioni, elio 
ne aspettava, per riavere la città di Piacenza e le rendite sequ*»- 
strate ai suoi dagli imperiali. Anzi, la promozione di Carlo Caraffa 
al cardinalato, la doppiezza dei ministri francesi, i quali lo contrap- 
posero al cardinale Farnese, finora ascoltatissimo, e lo innalzarono 
a tale potenza da costringere questo a ritirarsi in disparte, indispo- 
sero parecchio il duca di Parma: sicché si oppose alla domanda dei 
capitani francesi di far massa nel suo ducato di Castro per tentare 
di risollevare le sorti delle loro armi in Toscana; e si ridusse in 
queste sue terre del Patrimonio, per poi proseguire per Parma, dove 
il suo luogotenente. Paolo Vitelli, e la moglie. Margherita d'Austria, 
stavano in grande ansietà per le mosse degli eserciti imperiali ai 
confini dello Stato. Mentre s'indugiava a Castro, il Farnese ottenne 
quel che la sua presenza a Roma non gli aveva concesso di conse- 
guire. Tna serie di sfregi commessi da partigiani dell'Impero a Roma 
e nello Stato, e segnatamente da feudatari della S. Sede, fra' <|uali 
])rimeggiavano gli Sforza e i Colonna, spinse il cardinale Caraffa e 
il Papa alla rottura, vivamente desiderata dai Farnesi per conse- 
guire il loro intento. Ottavio fu eletto capitano dell'impresa di To- 
scana <*d ebbe l'incarico di jirocedere contro gli Sforza. Ma non s'era 
ancora mosso, che l'ambasciatore cesareo, il marchese di Sarria, accor- 
gendosi del mal passo nel quale stavan per ritrovarsi all'improvviso 
i domini imperiali in Italia, seppe colle sue protestazioni voltare 
l'animo iroso del Pontefice a più miti consigli. Cominciarono allora 
le tergiversazioni dei Caraffa, le incertezze, gli ordini e i contrordini, 
che stancarono facilmente il Farnese e gli dimostrarono quanto egli 
avesse da perdere nella condizione in cui Paolo IV lo lasciava e 
corno <r1i riuscisse impossibile di valersi del comando affidatogli per 
riottenore le sue terre. Deliberò, pertanto, di deporre la dignità con- 
feritagli; e ne ottenne tanto più facilmente licenza, (|uanto più ave- 
vano scosso l'animo incerto del Papa le rimostranze che i ministri 
imperiali facevano contro il Duca. Scontento del modo con cui era 
stato tratto in campo e poi abbandonato, sfiduciato di mai riavere 



RAS8BQKA BUHUMBATÌCA 




il «M «ol paArooinio del Fònteice • dei 
*tt|W tU di imatnuBa ordita dal Dm» d*Aaft « diffli ùmsmUafm 
ll«li«rU aaohe Ptoaa, egli tonò m1 mo Flwiin pv omoib fiuti 
t imi gli eventi. E, iNHehè iufene eolla i^oa^wa gp agevU ee* 
mnì T*iiiiiiaioiio trattative per addiveaiie ad ■■ 
laeoiaBdoglI inteadere ehe eoa avw bW gi avvio 
a reetitaligU Piaomn e i redditi toltigU, poiché al 
dalla Francia, OtUvio vi dette aeeolto, e» laipanainri. eoi 
del flratello, cardiaale Faràeae, deUe anne ttfripale di fiMla ai 
fnaeeii, canò direttamente in aegiole idaaion eoi DMa d^JOa. 
Con taeale trattative, cte dovevaao» pei, fingB eiae^aiii fla- 
Imto per cai da tanto tcapo egli ed I oaai finÉelB al raofei aae , 
tenaina Q 1* TolaM ddP open del Oiggieia. aetevale per la wvM 
delPaigotaio. la laigfctiiie delle lìeevehe, la ietta e eacaeo iatar- 
f get ari oae dcgU aweaiMati. La i ii ■ ehe TA. te Arile vi- 
di HoegK aaai e dello intì ohe le rieeodiaa» fi 

otoria ed iUaetiaie fitti e 
di pieeamaiti ael 3 
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MORSELLINO, LA RIVOLUZIONE DI SICILIA NEL 1647 203 

Nel secolo XVII risola era ridotta alla condizione di provincia 
spa^nuola, perdio le rappresentanze locali, pur di non essere toccate 
nei loro privilef^i di classe, sacrificavano gP interessi del paese, la- 
sciando che la Spagna smungesse dalla macra Sicilia 440 milioni 
circa di lire in un secolo. 

Nel secondo capitolo è esaminato, alla luce di documenti ine- 
diti, Tordinamento economico. Generalmente negli studi di questo 
genere vediamo Teconomia del paese ridotta al sistema finanziario; 
ma il M. ha evitato questo difetto, mantenendo le tasse in relazione 
costante con le industrie e i beni da cui quelle provenivano. Valen- 
dosi di una statistica ufficiale del 1621 (e Pltalia ha inaugurato il 
secolo XX facendosi mancare quella dei primi tre anni!) egli cor- 
regge un dato del Gregorio, e altri ne rettifica in seguito del Bian- 
chini; Topera del quale, pur restando fondamentale per Napoli (IV, in 
(|uanto riguarda la Sicilia risulta fondata su dati raccolti di seconda 
mano, insufticente e spesso inesatta. Anzi è da augurarsi che il M. 
stosso ne faccia presto un esame sulla scorta dei nuovi documenti, 
|M'r determinare «piali dati siano attendibili. Seguono i resultati di 
un esame minuto sulle ragioni dei donativi, ma sarebbe stato op- 
portuno aggiungere dati analitici, e mettere in relazione i donativi 
con le vicende delle guerre spagnuole. 

Segno lo studio delPordinamento doganale, che rivela nel Mor- 
soli ino uno degli ultimi nemici del liberismo. I criteri dei tempo 
imponevano il più rigido protezionismo, per procurare il buon mer- 
cato nel paese, anche a scapito delP interesse dei produttori. E anche 
qui, chi ricorda Magnati e Popolani del Salvemini (2), desidererebbe 
una trattazione più particolareggiata; mancano specialmente notizie 
specifiche sulle condizioni economiche e sociali che determinavano 
quel sistema fiscale, mentre il M. si limita a stabilire in quale misura 
ognuno degli ordini, non escluso il popolo, concorreva a formare la 
classe dei produttori. 

Tre correnti di interessi vengono a cozzare, dei produttori, dei 
consumatori, e dello Stato, per Tesazione dei dazi : esse erano incon- 
ciliabili fra di loro, senza che qualcuna ne uscisse sacrificata, e 
poiché il potere era nelle mani dei nobili, che erano produttori, e 
lo Stato i>oteva difendersi, era naturale che sacrificata restasse la 
plebe: onde le rivoluzioni di Palermo, di Masaniello, € e, in epoche 



(1) Qualche correzione, non di gran momento, fa lo Sruipi noi cap. Ili 
di'l Reame di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Napoli, Pierro, 1904. 

(2) G. Sai.vemi:ii, Magnati e Popolani in Firenze dal 1280 al ] 295, 
Finanze. Cameseeehi, 1898, pp. 40 w»gg. 



più lontane, ilei Ciompi il Firenze, dei Scnui Brache a Bologni'. 
degli Straccioni a Lucca * (p. IT). Ri.ivvicinamento ìncvaUfi Io jiarlv. 
porche, riandando a (lueli'epooa, si poteva citare In Jaciiucrit- •■ i 
movimenti sociali contemporanei in Inghilterra, piuttosto che il tu- 
multo dei Ciompi, il quale, pur avendo fondamento eBsenxialmentr 
ecoDontioo, rappreeentA l'ascensione al potere della plebe, fatta co- 
Bctentc della sua forza d.'iU'efficacin dell'aiuto sno nflìo lulte fra 
magnati e popolani. 

Il 2° paragrafo del capitolo 111 studia la municipalizzazioac ilft 
piibliliei servizi. La colonna frumentaria. mentre' non riuscirà ad 
crìtare le carestie, costituiva un impaccio per le finanze comunali, 
e una palla al piede pei produttori. E ciò quando altrove provve- 
dimenti meno impacciosi per tutti, assicuravano l'abbontlanEa tn- 
nari» (I|: tanto è vero che non riescono utili se non le Utitutioai 
organizzate secondo le esigenze del paese. Tre piaglie, l'rwieMir» 
InKcrenza governativa, il lìscalìsuo e la cormzione. conoorrovapo a 
pregiudicare anche i provvedimenti savi; percliÈ non useiase dall'lpola 
grano scadente a scapito della reputazione dei prodotti ]iawaal. 
erano stati istituiti dei magazzini di deposito; magli uffici di (|iirtli 
enrficadofi erano messi all'incanto, e natoralmentr quelli eho li 
cnmpravaon, volevano rifarsi in tntti i modi delle s|ieae locontnil*. 
onde non solo lo scopo andava fallite, ma si ora inutilmente cnnt' 
plicatu l'ingranaggio amministrativo e hì era procurati^ un nucw' 
impulso alla corruzione. 

A questi due capitoli, d'un' importanza veramente grande, dk 
segue un altro non meno interessante, julla decadeuea dell' industria 
^ pochissimo conosciuta — della seta, che dava da 7 a 8 miliuul 
l'anno, e degli zuccheri. Per riparare alla decadenza agricol.i, il 
governo escogitò leggi gravose, e inutili. Il provvedimento pift Mnoo 
agli occhi di chi ricordi le misure efficaci usate per lo sterno scoim 
in lyombardia all'epoca di Maria Teresa, rimane il tentativo di un 
maggiore accentramento del latifondo nelle mani dei baroni, mi- 
mira che a me sembra — il Morsellino non se lo domanda - ispirata 
(lai signori, pronti a sacrificare il bene comune alt' interfase della 

Il cap. IV, esamina le leggi sul cambio, detcrminate dalla mIìU. 
politica dissennata, che non sa trovare rimedi efficaci ai mali fiià. 
gravi. Questo capitolo, relativamente agli altri abbastanza li 



(1) Cfr. NicuTia, Lucca ntgli ultimi armi della r«p«ftl 
cratiea, in corso di stampa. In StuiHi Storici di A. Caivauj 



MORSELLIXO, LA RIVOLUZIONE DI SICILIA NEL 1647 205 

è hen lontano per altro da quella ricchezza di particolari con la 
quale il Rodolico ha recentemente esaminate le variazioni del si- 
stema monetario fiorentino fra il 1378 e il 1880, e P influenza che 
su di esse esercitarono le varie classi sociali (1). 

Segue un cenno suirordinamento finanziario di Palermo. La città 
aveva un disavanzo annuo di quasi 200,000 lire, sempre crescente 
per fìonativi e carestie (2). Interessanti sono le notizie sul sistema 
tributario: le tasse gravavano al solito sui poveri: gli ecclesiastici 
non solo vi si sottraevano, ma si prestavano airesenzione abusiva 
di molti beni laici: la gabella della carne rendeva 40,400 scudi, ma, 
tolte le franchigie, al comune non ne rimanevano che 1784! (p. GO). 
Per sopperire a tante miserie, furono stabilite nuove imposte che 
gravavano specialmente sui poveri e sulle industrie: al testatico, 
che ha un* immanente equità, non si pensò neanche. 

Seguono interessantissime notizie sul costo della vita e sulle 
mercedi: troppo brevi però; accanto al prezzo dei generi di con- 
sumo, qui ci aspetteremmo le variazioni da esso subite rispetto ai 
2«ecoli precedenti; e queste, messe in confronto con i cambiamenti 
delle mercedi e del valore del denaro, avrebbero dato insegnamenti 
utilissimi. Qui il M., cui la ricerca di tanti dati deve essere co- 
stata grandi fatiche, avrebbe potuto facilmente, con la cultura 
di scienze economiche che egli lascia intravedere, scrivere delle 
pagine di un interesse veramente eccezionale. Cosi pure avrebbe do- 
vuto estendersi sui sistemi di esazioni dei tributi, e sugli odt sociali 
che essi provocano: lo Schipa, nelPopera citata, scrive in proposito 
delle pagine che restano fra le più interessanti del ponderoso volume. 

11 libro si chiude con un esame dei capitoli del D* Alessi, la cui 
forma^ che al M. sembra troppo varia e confusa, a me pare il segno 
precipuo che essi sono espressione sincera della volontà popolare, 
la quale, nella varietà delle tendenze e dei fini, diffìcilmente può ac- 
quistare la compostezza e Punita delPopera di un uomo di studio. 
Qui appare completo il carattere della rivoluzione, sincera espres- 
sione di malessere economico: il popolo pretende di entrare a parte 
delPamministrazione, per mitigare la mala signoria che sempre ac- 



(1) N. Rodolico, // aintema monetario e le classi sociali nel Medio 
Kvo. (Elstr. dalla Riv. li. di Sociologia^ Roma, anno Vili, fase. IV, 
luglio-agosto, 1904). 

(2) In previsione di una carestia, la città era costretta a comprare una 
enorme quantità di grano, olii e caci ; non av\'enendo poi la carestia, il 
grano avanzava e bisognava venderlo ad ogni costo; e allora, proibita la 
eonoommza privata, la comunità rivendeva a prezzo assai alto. 



RàSSESNÀ BIBUOOUFICA 




eon ■ popoli soggetti, e le nehleste In ordine all'AtcrloolMn 
stnno — il H. non lo noU — la pari« ohe Telenionto cauj 
del prodattorl s'intenda ^— irevft «Tato nel moti. 

Fn gli Bcsrsl doenmentl Kgginntl in iippendiee è rwtntl* ii 
un atto di donasions nutrìmoni&le Ahe li H. riporta per ^sdana 1^ 
preul degli abiti a delle biancheria; ma qnanti di qno^ atti mm 
Tediamo oggi oontpira cba portano tAfn alterata? 

Parrà a qnaleiuio ohe troppo io abbia insistito n qnell* ckt 
non c'è nel libro ; ma ho voluto ohe el eeorgeuie subito qokli drils 
menda siano da addebitare all'antore, qoali all'ambienta nd q«ls 
l'open 6 sbocciata. Altri diri olie II IL, eon Is nna prepuulcmi e 
ool materiale che ha saputo trovare, avrebbe potuto oompom va 
grossa e aampre interessante pnbblioaslone, e invece ci ha date >a 
flwcieolo monco e spesso difettoso. 

XaMtara, S. NivAsno. 



EsmESTO HuiL, < ^eI)'oflo«H(o >. Jdw e fljwre del «eeeb XIX. — ID- 

lano, Treves,,1905. 
— — Saggi di ttoria e di eritiea, — Bologna, Zanichelli, 1906. 

I. Ernest» Ma§i è tropiio conoscioto perebè i buoi scritti abbiano 
bisognndi essere presentati eon multe parole al pubblico colto d'Italia. 
Ix) spirito iir{;uto, l'ucume critico, la coltura vasta, sopratatto il 
liuon senso nei giudizi, nelle osservatìoni, nelle conclnsioni, la forsu, 
spesso elegante, sempre linipidii e precìsa, sono qaalità che totti ri- 
conoscono e apprezzano in Emesto Masi e per le qoali egli ha con- 
seguita una l>en meritata fama tra i mifclfori scrittori italiani. Ami 
si pu6 ilire, clic egli è uno dei pochi che in Italia sappiano eesere 
dotti, senza riuscire pesanti ed oscuri, sappiano riuscire piacevoli j 
alla letlUTA senza divenire superficiali o apparire incolti-, h nnodri \ 
pochÌHsimi, che poxsano competere cogli stranieri, specialmente coi^i 
inglesi !• coi frnnresi, ndlo scrivere articoli per rivist*- e nel teneit '. 

(ili iirticnli fior riviste e per giornali e le eonferenic sono ■bH 
genere letterario interiore, a, per meglio dire, secondar 
non siami uiK>ra d'uno si-rittorc dotato di ijualità non comuni i 
gegno I' di rultiira. come il Masi ; cliè iu iiuestn caso anche 1^ 
di rivista e la conferenza assurgono, liivengonii vpre e proprie R 
letterarie i> storielle ci entrano nel patrimonio dottrinala 4t 



MASI, nell'ottocento 207 

II. La majsrgior parte degli scritti compresi nel primo dei due 
volumi riguardano Tltalia, e, più propriamente, soggetti attinenti 
alla storia* del risorgimento italiano. Movendo dall'Alfieri, il Masi 
determina Timportanza di lui, ne delinea la figura, e con molto garbo, 
ma anche con molta efficacia, fa giustizia della critica demolitrice 
che sulla figura di quel grande si è voluto da qualcuno esercitare. 
Poi, giovandosi delle memorie e dei documenti più importanti, pub- 
blicati in proposito in questi ultimi anni, esamina il Congresso di 
Vienna, i principali personaggi che vi presero parte, il cozzo, o, per 
meglio dire, il contrasto degP interessi che in esso si agitavano, la 
vitA che conducevano quei coronati e quei ministri, gli avvenimenti 
principali che ne determinarono le decisioni, in modo da darne al 
lettore un'idea completa ed esatta. Specialmente in modo vivace e 
perspicuo sono delineate le figure del Metternich e del Talleyrand, 
i duf Statisti, in apparenza concordi, in sostanza discordi, perche 
seguivano vie «liverse, Tuno cercando di stabilire il predominio di 
Casa iPAustria in Europa, e di rendere il più possibile debole la 
Francia, l'altro perseguendo lo mcoi)o op]>osto. Il trattato di Vienna 
fu una transazione tra questi due, transazione a cui non solo si sa- 
crificanmo i principi, ma gl'interessi più sacri, e della quale non 
rimase contento alcuno, nò i princijìi. né i popoli, e che gli stessi 
contraenti si sforzarono di eludere o di parzialmente strappare. 1 
due Statisti erano incontestabilmente abilissimi, ma non erano grandi 
nel senso vero della parola, perche non si è grandi se non si ha 
un grande ideale nella mente e nel cuore, ed essi questo grande 
ideale non avevano, ({uantunque non si possa negare che l'uno e 
l'altro avevano di mira un interesse che era a loro superiore e ri- 
vestiva un'im|>ortanza, non solo materiale, ma anche morale, per 
quanto non rispondente alle nuove tendenze della civiltà o alle 
giuste aspirazioni dei popoli. 

Tornando allo studio del Masi, diremo che da esso si ha chiara 
l'idea di quel Congresso, si vede limpi<lamente (|uali fossero le forze 
che Io animavano, si penetra in «piel ginepraio di ambizioni, di cu- 
pidigie, di rancori, di ]>aure e <Ii dirtidenze, si impara a conoscere 
gli uomini che lo componevano, i ({uali sont» scolpiti in pochi tratti 
ma esattamente, perchè colti, per cosi dire, nei loro aspetti caratte- 
ristici, e iH»r tutto (piesto se ne possono apprezzare le opere e gl'in- 
tendimenti con molta precisione e nettezza. 

III. Tralasciando di occuparci dello studia» sulla rivoluzione 
del 1S:»1 e le società segrete in Komagna. argomento che il Masi 
conosce intimamente e sul quale ha altre volte scritto, diremo 
die due studi meritevoli di molta attenzione sono, nel gru^)po 



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•*i..j/o: irj;« fi'- )*'/.--*:«|»i[o alio scritt^.-r»- illa?tr»r che •"•C'-r*."' Lt j^tha 
..<';i'< .-i/lio. f,»- la <.'orii]ia."ì-iori«: \}^t la -uà uecì?i««i:r:, Er il ri^'iMi- 
j,*i -l'fi ?t--a--if. j ha:«f;if.o. a L'^i.^tr*» avvi-f<i. jit-r farlo rit-.-n-r- " jr'> 

''.; ,i."- 'i., /.''.■■:i'i'ii'iì;.'i 'Il >t,i*i.». ■■"!.:•- ]■• riti»-:.»; li M.i*:. l*r-"' .. . 

.i..ii.«'r ;»ri:.' ."jj;j!!:i»r.*»- la i.«'\i | -r'-'-z:'»!.»- il-Iia r-aìtà ;•■??.'■•!.■: i- 

■ l.« jir;i/,.i ^l'fN- <l»'»'li' >^it:-M. la iiual'- :.«»!i ba>ta a i.'.zV. jr»i'.i. 
...,f -'■n/.i 1,1 «jii.tj" iiiiII:ì .■»! p'i'i o|nTari- 'li :rran«l»' »- «ii «lur.'t-r ■ — 
),',litj^.i. .N'of.'>-.t;iiiti' il Hi-ì.-irii^'j iM-1 :ri mi icari* la tiirura •!»■: II---*. 
ì ì' tiU'^'f ì.iiiit, t\ìi' (jii»::-ta •'• .■«pl»'ii<li(laiiii'[it»f liiuit';;;:iata. «••'i:»- -.■ -^ 
■«»iiiMi;i < vi*l<fi/:i .-Oli'» iilii-trati ;rll avvriiiiijr.'iiti cui i»ro»f' p.tr:-.'' 
p.i ■■/«ini <:-.alt;it«' <• c'iljii'voji <li cui tu vittiuia rillustn.' carrar«-v.' 
/h .1 vviniiiMMiti j-Im- iipcrpitaroim la ratastrotV «lei l'apat»» lfl»-r.»!'. 
Altri r rmli .-M uduiiiii r avvi'iiiuicuti «lei 1^4** sono nel vnlunn' ''ìtr- 
«jiii- ti rjii- ^IjliiauMi iin-iizioiiati i* tutti •■^^ualnu'iiti* UHTÌT»-vitli •!■ :ir- 
• •■ii/.i'»»M- •■ |»i;i<<voli f istruttivi alla lettura. 

I\'. .Molto iiii|»<irt;iiit»' •'• ain'lu' lo studio lì (^untr ili f.'(t't,Mi r 
I iinitn ihiìnimi. \ ,\\ lifTui;! «Irl ;rrainl«' Statista «*• stata più xnllt »• 
..iiMn vali a^<)Mtii .<^tiHliata <IaI Masi: nd volume clit* ipii appresso 
liii MiiM-iitc l'.-^aniiiit-rciiin. i;;li m- ne occupa dilVusauHMitc ooiuc prima 
Ut- a\i-va I'. aniiiiati» Tcpistolario : in <|Ucsto studio si ta giustizia della 
\i-. rliia, I" pi r verità insensata, accusa l'atta da^li avversari al «rrande 
statista, di essere, cioè, diventilo unitario alTuItiuio inoiiicnto* quando 
rmiità. pei ^li etVetti della propa;raud.'i uiaz/.iniana e ^li ardimenti 



MASI, NELl/orrOCENTO 209 

eroici ^ribaldini, stava già per concretarsi nei tatti. Analizzando 
il concetto dell'nnità italiana attraverso la storia, il Masi ne de- 
linca il vero carattere, per dimostrare che dovevano le aspirazioni 
nazionali confluire nel riconoscimento dell'egemonia piemontese, e 
Pavere abilitato questa ad accogliere, esprimere, far prevalere Tidea 
unitaria forma appunto la gloria del grande ministro e ne deter- 
mina r importanza essenziale neir opera del risorgimento italianq. 

Un altro lavoro del Masi che ha un valore eccezionale ò Io 
studio sul Dina e il giornale V ^^ Opinione ^\ Giovandosi dell'opera 
del Chiala sulP illustre pubblicista, il nostro Autore ne delinea la 
figura e ne fa risaltare l'imporUinza, ma va anche oltre: attorno al 
Dina e agli articoli del giornale che dirigeva e aveva saputo por- 
tare all'altezza dei più reputati periodici europei, egli riannoda i 
fatti più salienti della nostra vita politica, li espone nella loro 
vera luce, li giudica, insieme agli uomini che vi parteciparono, con 
quel l'esatto senso critico che è maggiormente rafforzato dal fatto 
che l'Autore conobbe gli uomini e vide coi suoi occhi molti dei fatti 
cui accenna. 

V. Degli studi che non concernono il risorgimento italiano e 
che tutti meritano di essere attentamente letti e considerati, ci paiono 
maggiormente notevoli quello su leeone Tolstoi e l'altro swWAnnée 
terrihle. Il primo contiene una critica severa, ma giusta, delle idee 
p(»litiche e sociali del romanziere russo, il (^uale è certamente un 
grande scrittore, ma è un sociologo e un filosofo molte volte al di- 
sotto del mediocre. In questui specie di crisi morale che attraversiamo, 
il Tolstoi, dagli spiriti malati del mondo latino e germanico può es- 
sere apprezzato anche per le sue idee sociali e filosofiche, ma nessuno 
che abbia sano il cervello e in condizioni normali il sistema nervoso, 
può procIam«'irlo grande pensatore e divulgatore di un nuovo vangelo 
e quasi di una nuova civiltà. « Sopprimiamo pure l'amor di patria, 
« conclude il Masi, ma poiché non si possono egualmente sopprimere 

< ne i deboli, né i violenti, l'ideale della pura e libera umanità sarà 

< il figlio infame e vigliacco che non difende sua madre. Se questa é 
« la terra promessa a cui il nuovo profeta, col suo quietismo cristiano 
« ed anarchico, ci vuole condurre, meglio è per ora lasciarlo andar 
« solo e tornare indietro ». L'altro scritto contiene un esame accurato 
e profondo del romanzo dei fratelli Margueritte sull'awweV ierrihìe, 
e in questo esame il giudizio sull'opera letteraria si integra e si 
completa con molte acute considerazioni di carattere politico, sociale 
e morale, su quegli avvenimenti e più sulle idee che gli autori ma- 
nifestano per mezzo dei personaggi che mettono in scena. 

D'un carattere intimo e commovente, che lo rende diverso da 

Abcb. »«)£. It., 5.' Seri". — XXXVIII. 14 




210 

tutti gli altri itvdt cestenti ari voIuki. è la anittp sa ArfatMf 
GabellL aBicitmao. qaa» fratello ed XaaL Qal mam è aolo lo «^ . 
lieo e il critico che •crìve, «a é raako che paitoailu raaleo é r 
eente ettaeare cobm aaa parte dì aè sianaL U Saal aaaalaa acato- . 
■ente. coaM •enpre, qaella awate pelcaie per la fivaa, a pit per 
reqaiiibrio, di Aristide Gabelli, ae serata le lésa a ìm open^ le già- : 
dica aereaaaieate, sa, sopia tatto, ciò cha rastHaisea 11 Talofe di 
questo scritto è raffetto tìto e siaeeio che tnpala da ogal pagias. * 
si direbbe da ogai parola. Del Gabelli poi H Masi la aa aitio seritts 
nel Tolame cbe ora passiaara a c oasi deiaia. 

VI. II Yolanie intitolato Sm§fi éi sferia e éi tnHem raeeogHe ; 
stadi su argomenti vart, mm solo storici, aa aaahe lattenurf, e dri 
primi alcuni solo sono di storia coatempoiaaea itallaaa. Qaello Is- ; 
titolato qu€9iHme Mconaroltana è la coafeieaia delta dal Kasl s 
Ferrara quando si commemoraTa il eeateaario della sMirta del graadt 
frate. 

La figura del Savonarola è certamente aaa delle piA lateiet- 
santi e complesse della storia italiana ed ha sea|»a esereitato sai 
specie di fascino su gli spiriti pensosi dei proUeai aoialL Varis- 
mente giudicato anche dopo Topera magistrale di Faaqaale Vilhuri, 
egli ha avuto nemici e detrattori tra i cattoKei, aia anche tra I 
cattolici ha avuto e ha sostenitori valenti ed entusiasti: eertamestf 
nt* voi lo essere né fu protestante* pure molti protestanti lo annov^ 
rano tra i precarsori della riforma: dal punto di vista italiano fi 
esaltato e disprezzato: insomma i partiti* gli uomini, i giudiif fu- 
rono, come durante la sua vita, dopo la sua morte e anche onu di- 
vi8i e contrari. Eppure ((uesta finirà di frate ha una grandesza morale 
che nessuno può disconoscere, ne i fanatici del rinascimento paKass» 
né i nemici delPascetismo religioso, nò gli esaltatori del pontificais 
romano; né i difensori postumi di Alessandro VI riescono sempre a 
sottrarni all^attrazione che da lui emana e quasi, malgrado loro, gii 
debbono parzialmente render giustìzia. Il Pastor, lo storico emlneili 
del Pontificato romano, ha voluto colla sua opera difendere il I^ps 
Mimrmiaco e dimostrane giusta la condanna del Savonarola: control 
lui é insorto con vi«?ore un jciovane italiano, il Luotto, che pur troppt. 
é stato violentenieiito rapito afrli studi e alla vita, lua \ due costa» 
denti ultimi <* ^1i altri che ad essi si accompagnano dalle dne pSiA 
non sono chi- i rappresentanti delle molte coscienze che partecipni 
alla <|uestione. Indul)biamente i ))iù propendono poi Savonarolii a ' 
cui tutti, o volontariamente o costretti, rendono omaggio, e 1 1^ 
anche condannano il Papa; ma la ({uestione savonaroliana 
solo carattere relifrioso e morale, essa e un problema storico ' 



MASI, nell'ottocento 211 

[>ortanza capitale, sul quale molta luce hanno portato parecchi, prin- 
cipalmente il Villarì, prima colla sua opera, poi con altre pubblicazioni 
e infine col suo discorso commemorativo, ma sul quale molte altre coso 
si possono scrivere e dire. £ la conferenza del Masi è un buon contributo 
alla soluzione del problema, che egli esamina spassionatamente da tutti 
i lati, con molta dottrina e molto acume critico o soprattutto con quel 
buon senso che è sua caratteristica e che Io tiene lontano da ogni 
esagerazione. La sua sentenza finale è favorevole al Savonarola; egli 
anzi si duole che non abbia osato di più: « forse la coscienza italiana 
« non si sarebbe deturpata in tre secoli di servitù politica e di ge- 
« suitismo sociale e sarebbe anche oggi in arnese migliore di quello 
«che è». E prosegue: « Dogliamoci che il Savonarola non abbia 
< osato abbastanza, ma non si cerchi scusarlo di quello che ha osato 
« e poiché al suo tentativo egli ha eroicamente sacrificato la vita, 
« gloria a lui, infamia eterna ai suoi carnefici, i quali spensero di 
« certo nel Savonarola la più grande coscienza morale del Pota <lel 
« rinascimento italiano ». 

VII. Un altro studio importante del volume in parola ò quello 
KU (.'aterina Sforza, di cui il conte Pier Desiderio Pasolini, con somma 
diligenza di ricerche e zelo di studioso vero, ha narrato in tn> grossi 
volumi la storia. Il Masi dai volumi del Pasolini ostrae, per cosi 
dire, (pianto vi è di più importante per dare un* idea chiara e pre- 
cisa di ((uesto tipo singolare di donna dal coraggio indomito, dal- 
l'ingegno forte e fertile di espedienti e di avvedimenti, che riunisce 
in HÒ le qualità principali del signore italiano del rinascimento e 
nello stesso tempo non è inaccessibile alle debolezze proprie del suo 
sesso. E non solo ci dà un'idea chiara e precisa di Caterina, ma 
dell'ambiente in cui ha trascorsa la sua vita, degli uomini con cui 
ha avuto a che fare, degli avvenimenti cui s'è trovata mescolata; 
insomuia lo stadio del Masi è un quadro completo ed esatta che 
com))rende non solo quanto di essenziale è nei volumi del Pasolini, 
uia anche, in più, osservazioni critiche acute le quali servono a 
mettere nella giusta luce Caterina e i suoi tempi, correggendo «luel 
po' d'esagerato o di men conforme al vero che può aver messo, per 
amore del suo soggetto, nell'opera sua il dotto patrizio ravennate. 
Quel senso storico alieno da ogni esagerazione che è il buon senso 
applicato alla storia, il quale abbiamo detto essere caratteristica 
del Masi, si mostra anche negli altri lavori compresi in questo vo- 
lume, principalmente nei due sul Tasso e (jU Ksietìsi, e sul Tnsmo e 
aìcnni rccetiti tassisti; anche qui, sotto la forma modesta di articoli 
critici su opere da altri pubblicate abbiamo veri e propri saggi, nei 
quali si giudicano le opinioni, si vagliano i documenti, si decide con 



ir.^i. h 



312 RASSBfiXA HBUOeRÀnOà 






anpu e «c«n eoMKcuai 4egli mmtmi, dei fktti e dai 

che qoello cke ìm apfoucu» è «a articolo blbliognfto» 

vero e proprio stadio di cantiere origuale, il quale, 

terpreu e fi«a ropiaioae ■wdia. qpaaaionata, e qoiadi 

antori dei volowL per aaore del soggetto o delia feeai 

tare, noo sono rìoaciti a trovare e a determinare. 

è lo stadio sa Cristimm di Srenm t ìm tmm cortei nel qaala, 

le mowe dal libro del I>e>Bildt, il Maai rìcostmiaee la 

fiirlia di GosUTo Adolfa» eepoae le aae qulitik, I anoi difetti. 

le sue eolpe e. Infine, la colloca nell* ambiente in evi inmt la mm 

vìu a^UU e suaTagante^ e di qneato ambiento & 

vivacissima ed esatta. Il nostro Antere, del resto, è 

delineare con evidena ed esattesaa le figure storiche 

in questo volume ne abbiamo una prova evidente, oltreché n 

studi su Caterina Sfona e «u Cristina di Sveiia, in qndli psk 

ma non meno importanti e ben fatti, su Idobelìa €hmgm§m. s 

mata d'Este e su Maria TertMi di Ssrota, la UM^ie di 

Emanuele I, alla quale molti storici del risorgimento 

Imito colpe che probabilmente non ha mai cornmesse, e che, in 

modo, è molto migliore della fama che le si è volato creare *■ 

tomo. 

Vili. Nella seconda parte del volume, il Masi comincia eoOVM- 
uiinare alcune oi^ore cho sì atton^>no alla storia modernissima, citè 
e» i>osterioro o contomporanea alla rivoluzione francese, quali le Lrt* 
ture fìeì rìsnrtjimt'nto «lì (r. (\ìnhicct\ il Napoléon incotinu di -V< 
e di (r. JìiaiìL la ]>rima parto «Iella storia di Napoleone di C, 
ruijiii, V poi vìeno ad c»:ìminaro alcune pubblicazioni che in 
più dirotto riguardano la storia dol risorsrimento italiano, q 
VAììtoììio Frignani di Imììì* liarn, lo Cospirasioni di Romagmm M 
Federigo Cnmtìndini pubblicato con note ed aggiunte di docamcntf 
inoditi da Alfredo (\tmaiidhn\ lo studio 8U Pellegrino Roweìm^T' 
roìn-ioììf romana di Raffaello (riovagnoli^ i primi volumi dei Jr 
rnrdi e scritti di Aureìin Saffi, Anello «pii nella forma di una rìvillS 
bibliojrratica ahìnauio una sorìo dì osservazioni critiche importsill 
elio illustrano inirabilinonto ^li argomenti dei volumi esaminati 9 
li r()in])lotano spesso con veduto e giudizi orifi^inali. 

IX. Fra j^li studi sejrutMiti ei sembrano importanti, Mivia fi 
altri, «pn'ili su Francesco De Sanctis e su Cesare Correnti^ psnII 
r Autore, che li conobbe od ebbe coi duo illustri uomini dimstS- 
cli('///.a. ne ravviva la iì^ura con «luello impressioni personali eb 
valgono spesso più dei documenti, massime quando partono da 19 
uniun come il Masi, osservatore acuto e finissimo ^itidice dSgR** 



OXILIA, LA CAMPAGNA TOSCANA DEL '48 218 

mini e delle cose. Lo scritto su Silvio Spaventa j l'altro sugli Scritti 
del Conte di Cavour, meritano dVsser Ietti e considerati attentii- 
mente, come quello su Francesco Arese, il gentiluomo italiano amico 
fedele di Napoleone III e che delPamicizia del potente Sovrano si 
servi per giovare, nelle contingenze più fortunose e pericolose, alla 
patria. DMmportanza maggiore pel modo come sono trattati gli ar- 
gomenti e per la finezza delle osservazioni ci sembrano i due sulle 
Lettere intime di Giuseppe Mazzini e sul libro: Un aìino di vita d'un 
diplomatico austriaco (il barone di HUhner), Chiude il volume, come 
abbiamo accennato sopra, uno studio biografico su Aristide Gabelli, 
che completa mirabilmente quello pubblicato nelPaltro volume sul- 
r Ottocento. 

X. Concludendo, i due volumi del Masi, mentre costituiscono 
una lettura dilettevole per ogni persona, anche solo mezzanamente 
colta, riescono utili agli studiosi veri di storia, perchè contengono 
osservazioni, giudizt, dilucidazioni critiche spesso originali, sempre 
acute e sensate, che aiutano a comprendere bene e a ben giudicare 
uomini e avvenimenti. 

Pisa. I). Zanichelli. 



GirsEPrE Ugo Oxilia, La Campagna Toscana del I84H in Lom- 
bardia. — Firenze, Seeber, 1904, in 8.", pp. 4(»4. 

Intorno alla Campagna toscana del 1848 in Lombardia si era 
ormai scritto da molti; ma nessuno n'aveva tentato la storia par- 
ticolareggiata, obiettiva, completa. Diciamo tentato, perchè le dif- 
ficoltà, alle quali va incontro chi s'accinga ad un'impresa sifi'atta, 
non son poche né lievi; certo non minori di quelle che occorrereb- 
bero per argomenti consimili, di tempi anche assai più remoti. Per 
quelli, infatti, le fonti, i canoni da seguire nell'indagine critica son 
generalmente noti agli studiosi; pei nostri l'abbondanza stessa della 
materia, la varietà delle testimonianze, le passioni che dominano 
in molte di esse, a noi troppo vicine, la copia dei ricordi, delle 
lettere, dei documenti, degli opuscoli, disseminati in archivi, biblio- 
teche, magazzini librari numerosissimi, in case di privati, per lo più 
difficilmente accessibili, costituiscono ostacoli cosi gravi, da rendere 
impossibile tutti superarli. Se questo abbia fatto l'O., e se lo scopo 
abbia raggiunto, è ciò che ora cercheremo indagare. 

Il volume comprende, oltre le prime ventisette pagine <V Intro- 
duzione, dieci capitoli di testo e un'Appendice tripartita, contenente 
an importante documento inedito {Ilhistr azioni del generale De Lau- 




214 RASSEGNA BIBU06RAFICA 

gier al rapporto su la battaglia di Curtatone e Mantmnara) e qiafr* '' 
tordioi editi; il Ruolo dello Stato Maggiore toseano a Bicacia • 
una nota dal titolo Bacchette e BaaUmù 

Nelle Introduzioni (pp. 5-Sl) PO. dà uno egnardo agli arreni- 
menti anteriori e ai fatti più notevoli, che immediatamente inece- 
derono, o accompagnarono, quella prima guerra dell' iadipendeaia 
italiana. Vi parla, infatti, di cose notissime, come la solleraiioM 
del Lombardo- Veneto e. le Cinque Giornate; di vari episodi di TÌta 
italiana, di cause ed effètti, della marcia di Vineenio Gioberti a 
della predicazione del padre Gavazzi; di alcuni ponti earatteri- 
stici del teatro di quel tempo in Italia; di Pio IX e la gnena; del 
clero italiano; deirarmata italiana e della colonna toscana. 

Il racconto vero e proprio ha principio col 4 di mano, quando 
il Ministro granducale delPIntemo, Cosimo Ridolfi, dette incarico, per 
la fiducia che in Toscana si aveva nelle armi sarde, all*«lleials 
piemontese, conte Giacinto di Collegno, di formare un corpo di v<k 
lontart toscani. Accettò quegli di buon grado ; ma lo spirito della 
popolazione, aliena, per la quiete fra noi di quasi tre seeolL da ogni 
disciplina militare, gli procurò sgradevoli opposizioni. Rinunziato 
eh* egli ebbe, in bel modo, ali* incarico, ne fu affidata la proseca- 
zione a tre nuovi ufficiali pur piemontesi, Giovanni Campia, Tom- 
maso Berandi, David Caminati, aggregati, fin dal 28 marzo, allo 
Stato Maggiore Generale. Creato a^i 17 marzo il nuovo Ministero 
con Francesco Cempini, presidente, Neri Corsini agli Esteri e Guerra, 
Cosimo Ridolfi «agli Interni, Giovanni Baldasseroni alle Finanze; av- 
venuto il 21 (li marzo, all'annunzio delle cose di Lombardia, in Fi- 
ronze un grave tumulto, si dichiara ufficialmente la guernu e si 
ordina che le truppe regolari si avanzino in due colonne, per Pie- 
tra 8antii e per San Marcello, verso la frontiera ; che in seguito partsso 
anche i volontari. Il 24 di marzo un decreto granducale imponeva 
alla bandiera toscana la sciarpa tricolore, ordinava si sospendeste 
rinvio di nuove forze al confine per provveder nel frattempo a n 
miglioro orj^anamento dei volontari. 

Noi secondo capitolo TO. narra la marcia delle milizie perle 
^^oie delTAppennino e la pianura emiliana fino ai campi lombardi. M 
2*^ marzo è il decreto con cui ufiìcialmente vien bandita la guena 
o dichiarato di partecipare alla Campagna nazionale; del 5 apffl|"^ 
r altro con cui si ordina la leva di 2000 giovani del 1829, e si .4 
fida al conte Ulisse d^Vrco- Ferra ri il comando supremo detti, 
dizione. Cercasse procurarsi i viveri dai luoghi pei quali pM 
tenente colonnello Carlo Corradino Chigi mantenesse il 
il quartiere generale, le autorità locali e Giulio Martini, i 



OXILIA, LA CAMPAGNA TOSCANA DEL '48 215 

Beano presso Carlo Alberto. Il G aprile partono quasi altri 1000 soldati 
col Ferrari stesso; il quale si mette tosto in rapporto con Carlo Al- 
berto da una parte^ col Durando, comandante dei Pontifici, dalTaltra; 
il 12 riceve l'ordine dal Ministro piemontese della Guerra Franzini 
di porsi d'accordo col Bava, da cui poi dovranno dipendere le mi- 
lizie toscane. Da Modena successivamente il quartier generale è 
trasferito a Guastalla, Brescello, Viad;^na (ove dovrà cominciare il 
fornimento dei viveri a carico del Governo lombardo), (fazzuolo. 
Marcarla, e finalmente, il 24 aprile, Curtatone e Montanara, appena 
tre miglia da Mantova, di fronte al nemico. € Cosi i Toscani erauo 
« giunti a destinazione. E prendevano le loro arrischiate posizioni 
«coraggiosamente, serenamente», eli mio battaglione», scrive un 
oscuro gregario ad un suo caro, « forma tutta l'avanguardia; nulla 
« nulla che succeda, il tuo amico sarà uno dei primi a scaricare il 
« fucile contro il barbaro, forse uno dei primi a morire. Viva l'Italia ». 
Seguono un « intermezzo descrittivo » sulla vita del campo e uno 
t^chizzo topografico. Nel capitolo seguente, dal 2S a])rile al 18 maggio, 
si narrano parecchi piccoli fatti, allarmi, incontri, scaramucce; le 
misere condizioni delle milizie, pur troppo indisciplinate, le piccole 
(iuis<iuilie del Ferrari, il quale pretendeva, come tenente generale, 
non dipendere dal Bava, ma solo dal Re, mentre il Governo toscano 
l'ammoniva di far tacere simili risentimenti, essendo tal dipendenza 
necessaria. Si narra pure del malcontento ipiasi generale nel campo 
contro di lui; dell'andata a Curtatone e Montanara del Ministro 
stesso della Guerra Corsini, per tutto accertare coi propri occhi. 
Il seguente dà varie notizie intorno al combattimento del l:^ maggio 
che riuscì si glorioso pel piccolo esercito nostro. Il successivo ne 
conduce, divagando anche intorno ad avvenimenti della Penisola 
durante quei giorni, fino alla giornata fatale del 29. Le cose al 
campo passavano generalmente tranquille, sebbene non mancas- 
sero inconvenienti gravissimi, sia j)er la grettezza del troppo ca- 
salingo Govenio centrale di Firenze, sia per colpa delle milizie, per 
l'inettezza del Comandante supremo, il quale aveva scontentato 
tutti. Il Corsini stesso che, con grande accortezza e prudenza, ogni 
cosa scrutava; che, secondo disse il Chigi, capo dello Stato Mag- 
giore, il giorno 13 era « stato in mezzo al fuoco come un vecchio 
soldato », scriveva al Granduca e al Ministero le sue impressioni, 
faceva le sue proposte : conseguenza delle quali fu la decisione. 
presa a Firenze il 19, di richiamare con una scusa il Ferrari ed 
affidare il comando al colonnello Cesare De Laugier, valoroso sol- 
dato napoleonico gik stato nominato maggior generale onorifico 
«oato ed ammirato di Bel 26 è l'ultima lettera ufficiale che 




216 RASSEONÀ BIBUOGRAFICA 

il Ferrari scrisse dal campo; il giorno stesso parti per Fireate, 
dopo an alterco scandaloso col successore. Questi, aceettato, per 
disciplina, ma solo in via prowisorìa, il comando, e, rivolte al Go- 
verno preghiere di esoneramelo quanto prima, pubblica un proclama 
alle truppe. 

Siamo alla giornata del 29, universalmente già nota; di essa 
tratta TA. nel capitolo sesto. Seguono gli altri, sulla ritirata, dal 
29 maggio al 6 giugno, sugli ozt di Brescia, dal 6 al 29 di quel 
mese, da Sommacampagna a Volta, dal 29 di giugno al 26 di luglio, 
il ritomo, dal 26 di luglio all' 11 di agosto. 

Se ora ci facciamo ad esaminare attentamente il volume, iniieme 
con qualche pagina nella quale si tenta, piA o meno felieemeate, 
la sintesi, vi troviamo non poche né lievi sviste, mende ed eirori, 
di sostanza come di forma. 

Cosi a p. 16, parlando degli entusiasmi popolari nel *4S, egli dice 
che quando il popolo s'adunava ad udire i suoi oratori « la Can- 
€ zone d' uno era quella di tutti : V evviva era concorde quando 
€ echeggiava il Va fiéori stranier ». Vero è che anche nelle Mewtorù 
del Battaglione Universitario Pisano (Pisa, 1898), a pu 21, in una 
lettera scritta nel 1899 da un glorioso avanzo di Cnrtatone e Moa- 
tanara, il prof. Attilio Tassi di Siena, s'aiFenna che tutti allora 
cantavano « Va fuori d'Italia, va fuori stranier ». Ma, siccome b 
cQuii ^ poco nota agli storici, i quali attribuiscono le parole Àti- 
diche air Inno di Garibaldi del '59, qualche spiegazione sarebiM* 
stata o])])ortuna non solo, ma necessaria. L'O. scrive pure che la 
folla applaudiva a Gioberti, monaco ortodosso. Or dove ha efAi 
mai trovato che il Gioberti fosse monaco? Crede, forse, il titolo 
j^enerico di Abate che veniva dato a tutti i preti cosi detti secolari, 
e fino ai semplici cherici, indicasse nel Gioberti un monaco vero e 
proprio, anzi il capo di un monastero? Ed altra frase errata con- 
simile egli usa nella pagina seguente, dicendo « un prete in abito di 
barnabita » il Gavazzi, essendo a tutti ben noto che questi era nn 
sacerdote barnabita, non un prete barnabita ; che la parola prete indi- 
cava generalmente i sacerdoti cosi detti secolari, non quelli monaci, o 
frati. Tralasciamo altre improprietà di linguaggio e fino trascura- 
tozzo di grammatica, per osservare non sembrarci ben concepito il 
j^iudizio ciregli dà del Governo granducale in Toscana fino al 
primi del M«, a p. 14, ove parla delT* eunuco ministero d'un Pri»- 
« cii>e che nella storia vanta non poche benemerenze verso l'Austria s^ 
Può sombrare, infatti, ingenua t^ile affermazione circa un Soviw 
dalPAustria qui posto e da essa pressoché dipendente; né, d 
parte, si può negare eh' egli, legandosi lealmente a Carle 



OXtUA, U CUtPAtiNA TOSCANA DEL '• 

Min ({uerrii nll'Auslrin, corsu periciilo di veiiin- diclitanttit it.iiIì- 
f rì1)0llc; e nopiitiru ci h litcilo ncgnrp, ilnlu la iinturn dei temili, 
' alle benemoronzf vrreo questo pae<(< da lui scolto pd smiiln 
tùB Kr c<i[iipiki!(^r« a* (iroprr padroni (edosuhi) cuiue patria aua. 

DifntU vuimiiuili risiti] ut ri umii nul seguila del volume. A p. 5-1, 
S Mfmpio. l'O. dirn, vHgliaino crpdHre per errore di «tunipn, dir il 
l^ornali! l.a Patria fn fondmo da Mario {»ici Tabarrini; a p. M 
Hpete uu» uotiiia, giX data nella pagitm precedente, circa la leva 
fui giovani dt-l 1829: k )ip. 158 e l'iH pnrlft deirAUnct'n a IV 
hlera del IT maggio o dei tiiniiilti di NapoU, oMervnndo elie si- 
tili fatti non IniercMano t'ar^niento suo; non accorgendosi che 
spontanea la diimitnila, perche dunque, vi si trattioau attorno. 
. aSi^ dicf pieuiont«8e ti. V. Bartnlomniei. notÌRsimii uffioinle In- 
• ila lui come tah altrove ricordato. Dopo la iinttaglin del 
I nuuTK''*- Niceolii Carlo Mariscolti acrisMe un libello contro 11 Ile 
^uirlero SI Oiovaiinelli intitolato: 7J Tenentr Gmernle lontf fJlimr 
J^Artii-ferrari. VO. nt^ parla aenxn averlo letto, g;iacclii> Ta inturnn 
una deplorevole confuaione, mootritndo quasi credere ai tratti 
li In opuscoli diversi. Dice, infatti, a p. 313: < ...ricorderò uu libello 
ì^ infltiDiiturlo coulru il De LauKÌer ed il Oiovaaneiti, die. difTuso iwr 
ti't|iifirtìm. vi fecondtì i germi della ribelliune; mentre in t'irenxe 
ijn|>enivSBÌinilnientc a danno del D'Areo-Ferrari il libello d'un tal 
ÌAn»calthJtTrnnileGmtTaleCutiltlTli>i*ed'Arro-FerTari.ile\i\aiili- 
IkIio natlsÌA dai protocolli del Mininteru granducale che lo iuviava 
imi r. Procuratore Generale. alflneW; lo ioMoponeBBC a se vero esame >: 
PV a ]>. USE: * Il <lugl1ot intanto, la posti... recò al soldati il men- 
« tnvnto libello del Maresc^tti contro il De Langicr ed il fliovannetti. 
« libnllii i:he portA al colmo l'inauliordinAiione ». Finalmente, a 
p. 23T. chiania 11 capitnmi Ferdinando Agostini-Dnlla Seta, già da 
lui riconlaio con tal nome, capitano Agostino Della Seta. Di con- 
tìnuo, ijol, cita e riporta documenti e lettere soma dirne la data, 
e sltagliandola. neuca avvertir di chi siano, onde l'ha tratti, a chi 
r diretti; prefisrtìndo talvolta, acnxa gli opportuni couftonli. ai 
(loenmeuti e alle notizie originali, quelli di seconda mano. 

S« poi Togliamo dare al volume dell'O. uno sguardo in complesso. 

1 costretti a dire ch'esso, pur trtippo, ò lult'altro clie ottlnia- 

[■ idrato e ciiuiposto. 1^ eitaiiuni di fonti stampate sono spesso 

mplete, generalmente scarsissime. Rispetto a quelle archivistiche. 

> che cita un» sola volta, e eomplesfllvamcnle, i protocolli 

) toscano della lìuerra conservali nej nostro Archivio 

1^ e cbe vanno dal u. IT^ al ii. 1T3T. E. siccome i documenti 

iti rnti liti >nln ordine cronologico rifforoso, 




218 RASSEGNA BIBUOGRAHCA 

ognuno comprende quanto arduo sia ritMsontrar quelli eh*ei ne I» 
tratti. 

È facile immaginare a quali inconvenienti vada ineontio eoa 
un tale BiBtema. Cosi a pp. 234 e 285 pubblica il Sapporto impor- 
tantissimo che la sera stessa del 29 maggio il De Laogier, aoCto 1 
ferri chirurgici, dettò in Goito pel Ministro della Guerra; e avverte 
in nota ch^esso € non figura affatto fra i documenti del Ministero 
granducale». Di dove dunque Pha tratto? Pubblica pare nna di- 
chiarazione del De Laugier, e a pp. 368 e 864 le Ilhutraiioni dello 
stesso al Rapporto, e mai cita la fonte. Trattandosi di docaneati 
di capitale import^nsa, non sarà inopportuno avvertire che sono 
in fine al n. 52 del protocollo 1725. Il Rapporto è una copia, naai- 
festamente posteriore, fatta preparare dal De Laugier e da lai 
sottoscritta; e le lìluatrcufioni sono una compilaaione forse con- 
temporanea alla copia con la sottoscrizione medesima. Vi è Insieme 
un rapporto che fece manifestamente compilare il Miniatelo sa 
quello del De Laugier, interamente trasformandolo, e pubblicare eone 
originale nella Chuizetta di Firense del 31 marzo. Può costituire m 
bell'esempio della veridicità di certi pretesi documenti nHlelali 
pubblicati talvolta dai giornali! U racconto non è poi ben ideato 
e simmetrico ; i fatti non si dispongono nel loro posto migliore eoa 
un certo ordine prospettico; documenti insignificanti sono accanto 
ad altri dMmportanza notevole, alcuni brevissimi si confondono con 
ampie lettere e lunghi rapporti ; . insieme con paragrafi di molte 
pagine, uno ne troviamo di sole tre righe. I documenti inseriti 
copiosamente nel testo non sembrano debitamente studiati, ma alla 
buona riuniti e tenuti assieme da debole filo. Il capitolo quinto, 
ad esempio, in cui parla del combattimento del 13 maggio, consta 
di dieci pagine di documenti con sole 26 linee di presentazione. 
Pare, anzi, TO. si faccia un merito di tale sistema, giacché dice: 
« Senza porvi nulla di mio, riferisco... tre rapporti, dei quali il primo 
solo è noto ». Af^giunge, poi, non ignorare che anche il terzo fa 
pubblicato! Or questa manifestamente non può aspirare al vanto 
di storia. Dobbiamo, tuttavia, avvertire che in qualche punto il rac- 
conto ò discreto: ciò avviene particolarmente nel capitolo settimo 
MiìUi giornata famosa del 29. Ma qui d«\ poco di nuovo, compendiando ^ 
(luelio che gi«\ si sapeva. In com])les8o, dunque, il presente volume 
ci appare una raccolta di documenti, per mezzo dei quali si sboisa 
per la prima volta la storia di quella Campagna, prima e dopo la bat- 
taglia del 29, e si dà un racconto storico compendiato della battaglia 
predetta. Né possiam dire, poi, che i documenti siano troppo beat 
dati alla luce. Nel solo rapporto del De Laugier, pur cosi breve • 



OXILIA, LA CAMPAGNA TOSCANA DEL '48 219 

roai importante, troviamo, ad esempio: « La difesa continuò per cinque 
ore », invece che « ...per oltre 5 ore » ; « in modo confacente aìVor- 
dine delle truppe », invece che € ...aìVindole delle truppe »; « For- 
tuna volle che alcuni si mantenessero sul molino », invece che 
€ .,.nel molino »; « sebbene fracassato e indebolito per tutto il corpo », 
invece che a ...indolito», » ; € si distinsero... Campia, Giovannetti, Chigi, 
tutti udiziali di Stato Maggiore », per € Campia, Giovannetti Chigi, 
tutti gli uffiziali dello Stato Maggiore»; errori che, come ognuno 
vede, talvolta cambiano il senso. Più gravi naturalmente ne troviamo 
nelle Illustrazioni e altrove. 

Se, poi, ci facciamo a discutere intorno alla compiutezza e 
precisione delP indagine storica e critica, altre ancora sono le la- 
cune e i difetti che ci è necessario additare. 

L'O. scrive, a p. 31, proporsi « di narrare, passo per passo, in 
« base specialmente ai documenti che trovansi nel r. Archivio di 
« Stato di Firenze, col sussidio di cortesi dilucidazioni ottenute da 
« testimoni oculari, la storia particolare dei casi occorsi alla colonna 
« toscana, raramente e brevemente accennando a quelli del Tarmata 
« piemontese ed italiana in genero, dei quali già possediamo nume- 
« rose ed ampie narrazioni; ma frequentemente evocando, in via 
« sussidiaria e ad illustrazione delTanibiente storico, sulla scorta di 
« diadi, la vita e gli avvenimenti svoltisi nel Granducato toscano 
« od a Firenze in specie, durante la prima metà del glorioso anno 1848». 
Kgli, però, non ha forse pensato all'enorme peso, che imponeva alle 
sue spalle con tali promesse. Non ci sembra, infatti, abbia esa- 
minato e debitamente studiato e chiarito quanto intorno alPargo- 
uiento fu scritto; né, circa le cortesi dilucidazioni che s'è procurato 
da testimoni oculari, sappiamo quali fatti concernano, qual valore 
possiamo ad essi attribuire, dacché ninna ne cita. Rispetto all'Ar- 
chivio fiorentino, meglio certo avrebbe ponderato la sua promessa, 
se avesse riflettuto che cosa osso sia, e quanto e qual materiale 
contenga. Lo stesso general De Laugier, che nel '49 fu appunto 
Ministro della Guerra, dice a p. 422 della sua opera anonima pub- 
blicata a Firenze nel '70, col titolo Concisi Ricordi di un Soldato 
Xapoleonico Italiano, che l'Archivio di quel Ministero era un caos, 
e che ognuno vi si era fatto « padrone dei più importanti docu- 
menti », L'O., dunque, avrebbe dovuto scorrere, per tutto vedere, 
forse qualche migliaio di pesanti e scomodissimo filze, buste, volumi ; 
esaminarne attentamente qualche centinaio. Questo certo egli non 
ha fatto, e neppure ebbe intenzione di fare. Forse credè le carte 
consistessero nei soli diciotto protocolli del Ministero della Guerra 
da lui complessivamente menzionati, e che figurano nel repertorio 



jr 



«^ 



220 RASSEGNA filBUOGRAHCA 

generale deiranno; oppure penj^ che, raccolta in quelle baste VBa 
buona mèsBe di documenti, non meritasse sopportar tante faticbe 
pei rimanenti. Ad ogni modo, niente altro egli cita. Aveva davanti 
a sé un buon esempio, la storia che Gherardo Nemcei nel 1898 
pubblicò, dopo aver ricercato con cure assidue di molti anni tutte 
le memorie, i nomi tutti dei militi generosf del Battaglione Uni- 
versitario, al quale appartenne. L*0. si dimostra contrarlo a simili ne- 
colte, giacché a p. 252 dichiara che non gli é permesso dar le biografie 
di tutti i soldati, € né sarebbe d^alcun interesse un meschino elenco 
di essi ». Or a noi sembra, che si sconfin irebbe in una storia della Cam- 
pagna con le biografie di tutti i soldati, ma non con relenco di essi. 
Crediamo, invece, simile storia possa divenir veramente opera bella 
e completa, quando, fondandosi su tutte le fonti edite ed inedite 
e condotta con metodo rigorosamente scientifico, tenga conte di 
tutti gli elementi possibili, dia il succo e l' indicaxione precisa di 
tutte le testimonianze, assegni ai fatti, secondo IMmportanxa e la 
natura loro, il posto e lo spazio che meritano neiredifiaio, perchè 
questo riesca in ogni sua parte armonicamente disposto. Certe che 
un solo volume non basterebbe a ciò; ma si hanno nella storia av- 
venimenti, pei quali mai si appaga nei popoli il desiderio di cono- 
scere anche i particolari più minuti. Dirà 1*0. che un tale lavoro 
non era nelle sue intenzioni ; ma, in tal caso, potea concepire altri- 
menti Peperà sua, dare, ad esempio, nel testo soltanto la sostanza 
dei documenti sobriamente esaminati e discussi e relegarne, poi. la 
massima parte neirAppendice. 

Detto cosi liberamente il nostro parere circa i difetti deiropenu 
più forato assai ci resta additarne qualche non piccolo pregio. 

VO. ha inteso tener conto di tutti ^li elementi che costituiscono 
la storia, lontano cosi da coloro i quali portano in essa 1 criteri 
e le passioni dei nostri giorni. Nel primo capitolo, infatti, ejrli 
osserva sotto il movimento liberale € un bassofondo di vita econo- 
mica ». Allude, crediamo, air anarchismo che tanto spavento met^ 
leva nei buoni e pacifici cittadini, i quali portati, per naturali di- 
sposizioni ataviche e per secolare consuetudine del nostro paese, 
al desiderio di vivere libero, pacato, civile, esitavano davanti alle ' 
nuove idee, vedendole spesso bandiera alla peggior genia per le 
azioni più nefande. Basti dire che Bettino Ricasoli, Gonfaloniere, 
scriveva il 23 marzo a Leonida Landuoci, Prefetto di Firenze, ere- 
dere « necessaria una vigilanza attivissima dei carabinieri, special- 
« mente diretta a prevenire che foglietti eccitanti lo spirito pub- '3 
« blicO) si affiggano per i muri»; «necessario il fare prontamente Ì 
« murare ogni porta che sia intorno al palazzo del Podestà, salTPt 



OXILIA, LA CAMPAGNA TOSCANA DEL '48 221 

€ quella che serve allMngresBO dell' Uffizio, e l'altra che serve a 
« quello delle carceri ». Avverte pure che alcuni volontari erano 
spinti alle armi dal bisogno d'indulgere ai tempi più che dal corag- 
gio e dall'amor patrio; come altri, prima di aver fatto alcun che di 
utile, volevano gli applausi, e quasi si indignavano, se dai paesi, pei 
(|uali passavano, non erano loro tributati. Non mancano, all'opposto, 
coloro, i quali si sdegnavano di ciò, e protestavano d'esser partiti 
affine di combattere, non di procacciarsi, innanzi tempo, onori. 

Parimente buone, giuste, serene son le conseguenze ch'ei trae 
dalle ricerche che ha fatte dai documenti, che ha pubblicati. Dopo 
r insuccesso, un cumulo di dolori, di lamenti, di disinganni, di ri- 
sentimenti, di odt, si riversarono sui capo del De Laugier, il quale 
fu accusato d'aver condotto i suoi temerariamente al macello, di 
non aver in tempo pensato alla ritirata. Per lunghi anni gli in- 
teressi e le responsabilità personali, le ragioni d'ordine politico e 
patriottico stesero un pietoso velo .su alcuni fatti. In Toscana le 
persone più colte e più accese d' amor patrio, i professori stessi e 
gli studenti, erano sì compresi del bisogno di avere un esercito 
forte, si pieni d' ammirazione, di devota deferenza pel Piemonte e 
per Carlo Alberto, da disprezzare quasi le loro secolari tradizioni, 
«• da creder più utile e meritorio imparare il maneggio delle armi 
che i)rocurarsi una laurea. Il Governo parve quasi si vergognasse per 
la grettezza di alcuni, che vantavano le antiche glorie dei toscani, la 
loro celebrata cultura, gentilezza e prosperità; non voleva neppur 
sorgesse il sospetto, esso potesse mostrarsi propenso al regionalismo; 
!• non volle pubblicare testualmente il veridico rapporto del De 
Laugier, quasi temendo in esso egli esagerasse a vantaggio di s^ e 
dei suoi, e potessero sorgere dissapori col Piemonte. Or che la patria, 
fortemente costituita a nazione, non ha più timori di tal natura, 
non vi è ragione di tòr valore all'eroismo mostrato in quella gior- 
nata <lai Toscani e dal Duce loro; altre e maggiori sono le glorie 
df>iresercito sardo, e ogni più fulgida gemma contribuisce a far 
sempre più bella nei secoli la Corona d'Italia. L'O., però, ha potuto 
raccórre la voce viva dei documenti. L'esercito e il Comando, gli 
uffiziali e i soldati piemontesi, sebbene complessivamente tanto mi- 
gliori e più forti degli altri, avevano pure i loro difetti. Tutti i 
dispacci del Bava, pervenuti al De Laugier la sera del 28, la mat- 
tina e fino la sera del 29 quando tutto era finito, gli promettevano 
pronto soccorso, gli imponevano di combattere, di tener fermo quanto 
gli fosse possibile, di ritirarsi soltanto ove non potesse tener testa 
al nemico. Diflferentemente da quello che fece non poteva fare il 
Duce toscano senza tradire il suo dovere; più non potevano fare 



A'. 




222 RASSEONA BIBUOGBinCA 

i soldAti che combatterono, nuovi Spartani alle TennopilL» 
tamente, con entnsiasmo e con fede^.nno contro dieci. Il aoeeono 
dai Bava promesso non venne, per la sna imprevidensm e per la saa 
debolesaa. Perciò giustamente osserva rO.'(P- ^1) che, se cai tiea 
€ conto della posisione e delle condisioni delParmata toscana da una 
« parte e della condotta del Bava dalP altra, la colonna toscana fa 
€ sacrificata sui campi lombardi ». 

£ tal conclusione sarebbe stata in lui rinforsata, ae avesse ri- 
cordato Paneddoto che il De Laugier stesso riferisce a p. 865 d^^saol 
Conciai Bicordi, Trovatosi egli il 15 giugno '48 a pranao oon molti 
ufficiali superiori al quartier generale di Carlo Alberto, e, narrata 
che egli ebbe, per invito del Re, la battaglia, allontanatosi dal 
crocchio S. M.; il Duca di Savoia, divenuto poi Vittorio Emanuele II, 
€ gli disse : Bravo Laugier L. Sappiate che, mentre voi e i vostri 
€ prodi Toscani facevi maraviglie, questi Signori (accennando gii 
€ astanti) vi guardavano col cannocchiale dalPalto del campanile di 
€ Volta. Avea un bel g^ridare andiamo a soccorrere Laugier! Mi rì- 
€ devano sul naso (sic, accompagnato da analogo gesto) ». 

Dairesame dei documenti risulta pur vero quanto PO. affenna a 
p. 80 della sua IntroduMione : € L'armata toscanai^. era ben piccola 
« parte delP esercito italiano : non è piccola tuttavia P imporlanaa 
€ che essa ci offre come quella che fin dal principio della gnem 
« nazionale, s* associa senza esitanza atP impresa... ; si trova ben 
« presto a faccia col nemico, nella posizione più avanzata, più 
€ arrischiat4i ; anzi, come quella che seconda ognora del suo me^dio 
€ i piani dol Comando piemontese e che un giorno, con un* eroica 
« resistenza, lo salva da una catastrofe ». Dopo il Piemonte, infatti, 
la Toscana fu Punico Stato che prese parte ufiìciale alla guerra d'in- 
dipendenza; e ciò lealmente, fe<lelmente. con tutti i meni di cai 
disponeva. Pur troppo ci voleva assai più che entusiasmo e fede 
d:i op^Hìrre a^li a^irguerriti battaglioni delPAustria. 

I)o|H) Penìica caduta delle repubbliche fiorentina e senese nel 
vec. XVI. por tre secoli, interrotti solo dagli splendidi anni napoleo- 
nici, 8i erano visti i Toscani pie^r rassegnati il ca|»o al giogo 8e^ 
vile e solo distin^rnersi nelle iKUMtiche arti del bello, per P amore 
istintivo al sapere, alla cultura, alla scienza, per un certo fine scet- 
ticismo Oli una pmverhiale ^'ntilezza di modi. Nel maggio del 1848 
di nuovo apparvero manifeste coi pretri e coi difetti le f|oalit& lors^ 
I discondenti di (pioirli artieri o morcanti che. st*hl>ene in eoatinw 
lotJo civili, oran pur dis]Hìsti a dar por la |iatria la vita e 
sfossa. ap|V)iout> noi campi lombardi insofferenti di militava i 
pliiia, ma pn>iìti a combatterò da on>i etX a morire. Ane^ 



ZACCAONINI E lAGOMAGGIORE, F. PUCCINOTTI 228 

la Cumpajirna non fu priva di benefici frutti. Si cessò, infatti, dal 
credere di poter cacciare lo straniero coi rumori di piazza, si smise 
di chiamare barbari coloro, che a noi insegnavano la scienza di or- 
ganar potentemente lo Stato, principio e fondamento ad ogni i)ro- 
grcsso civile, di condurre gli eserciti alla vittoria. Detto della ver- 
gognosa indisciplinatezza dei soldati dopo la giornata del di 20 e 
della fine della Campagna col di 11 agosto, ben conclude PO.: « Ma 
€ io amo meglio determinarne la fine, infausta ma gloriosa, nella pia- 
« nura mantovana. Io amo meglio veder chiusa questa Campagna 
« dalla parola vivida di Giuseppe Montanelli: ...nel mese di maggio 
€ quando fiorisce la rosa, e Tusignolo innamorato della rosa canta 
« Huile rive del Mincio, la madre mantovana sparge di fiori la terra 
« di Curtatone e di Montanara, e dice al figlioletto: Qui i giovani 
«toscani morivano gridando: Viva Tltalia ». 

F'igure pensose di scienziati e di scrittori, bionde teste di gio- 
vani universitari, speranze alte della patria, sospiro e sogno di madri 
e di spose, andavate forse, sereni esultanti, al piombo nemico, nel 
vostro sacrifizio cercando, per dar nigione a qualche non lontano 
seguace del cosi detto materialismo storico, il vostro personale 
tornaconto? 

Firenze. Demetrio Marzi. 



Scrìtti inediti di Vrancesco Pnccinotti coìì notizia biografica e cri- 
tica per cura di Guido ZArcA«Nixi e Carlo Lagomaouiore. -- 
Urbino, Arduini, 1904. 

Di Francesco Puccinotti, princijìe dei modici italiani del tempo 
suo o storico massimo della medicina in Italia, illustrazione delPIsti- 
tuto di Studi superiori di Firenze nei primissimi giorni di sua vita, 
avevano parlato Alessandro Checcucci nella prefazione alle Letterr 
scientifiche e familiari di Francesco Puccinotti (Firenze, Le Mounier, 
1877), Giuseppe Baccini nella Rassegna Nazionale (voi. CXXX-1908\ 
Angelo Celli nella Hiforma Sociale (voi. I, pp. 1010 e sg.). Marco 
Tabarrini e Domenico Gramantieri nelle commemorazioni, tenute la 
prima alla Crusca nel novembre 1878 e riportata rxeWArchirio sto- 
rico italiano (tomo XIX-187Ì), la seconda alPAccademia urbinate nel 
187:^ : ma non era ancora apparso un volume, che ci desse la personalità 
completa del grande urbinate, che non appartiene solo alla storia 
scientifica ma anche a quella civile del nostro paese. La figura in- 
fatti del Puccinotti, sia per la parte avuta nei moti italiani del '31, 
imrte a dire il vero non molto luminosa ma pur tale da farne una 



'■ ■ T-VTi 



"a.^ 



224 RASSEGNA BIBUOGRAnCA 

yittima di essi; sia pei rapporti intimi eoi napoleoaidl, diurno età 
qnali^ Luigi, fn ospite a Firense, nella villa fuori porta San Gallo, 
dopo il bando da Bologna, e da un altro, GerolamOf ebbe 1» nonina i 
non accettata di medico particolare; sia per le ealdiflafme apeiaue 
riposte in Pio IX agli albori del suo pontificato; sia Infine per Toppo- 
sìxione sorda alPandamento del moto Italiano dopo il 1859, è degna 
di studio anche da parte dello storieo eome rappreaentaatoae non 
fosse altro di quella esiguisslma minoransa, disgustata dopo il 180A 
delPItalia ufficiale, unitaria e laica anaichè federale e papalina ^ 

Tale vuoto viene colmato appunto dal volume pubblicato per 
cura dei professori Zaecagnini e Lagomaggiore col t&pi del valente 
editore If. Àrduini di Urbino. 

Consiste esso nella pubblicaxione di quegli scritti inediti di 
Francesco Puccinottl, che meglio si prestano ad int^^imie, dal Iato 
politico in specie, la figura intellettuale e soeiale del grande stoiko 
della medicina, cioè le Lettere guelfe (L*amnistìa, L^aristocrasia, I 
(vesniti, Llstmxione, Il protestantismo, Kaxionalitày, dettale dalfsn- ^ 
tusiasmo per Pio IX agli inixt del suo papato; UltMm e ia Toeemmm 
dopo la guerra del 1859 — Sogno poUtieo^ che PAutore immaginaTa 
sognato la notte del 20 giugno 1859; i Saggi rWaltrf milm $i on m 
della filosofia ttaliana (Introduxione — Filosofia orientale e della 
(Tfccia anteriore alla scuola italica — Primo periodo della fisolois 
italiana: Antica scuola italica; Etruschi i: alcane pa^rine di Petusieri: 
Vii alcune Lettere scritte fra il 1S38 ed il 1?^)9 e dirette tra gli altri 
al Giordani, al Ricasoli, al Lanza, airex-gran<hica di Toscana, fd 
al concittadino suo Pompeo Glieranli. fondatore delPAccademia Raf- 
faello di Urbino. 

(Questi scritti sono preceduti da una biografia critica, la primi 
veraiui-nte tale che abbiamo del Puccinotti. per la quale hanno dato 
il materiale fonti varie, tra cui alcune note autobiografiche tro- 
vatf fra le Carte PHccÌMottian* della Biblioteca Univereitaria di 
Urbino, manoscritti inediti del Puccinotti esistenti nella Biblioteca 
Nazionale di Firenze, lettere a lui dirette da personai^gi illastrì e 
diK'umenti d'altro ;?enerc. ratfronti infine con fatti e«l uomini del- 
lV|K»<*a. Da essa e damili scritti pubblicati chiarissima risulta final- 
iiMiit*- la tiìfura «lei Pucrinotti v sicuro e completo sgorga il gìu- 
«lizio >iipra un uomo tino ail o^ìtì «riudicato quasi esci usi rameate 
dal punto di vi<ta scieiititico. 

<*riundi» pistiticse. ma nato in Urbino da umilissima 
li») 1T:M. il Puccinotti tVt-c in patria i primi suoi studi nel 
<i«L'Ii >colopi dapprima, nel liceo e nella scuola di legge imi 
riv«lando fervido in^ejrno e passione per ?li studi, letteimd 



i 



ZACCAGNINI E LAGOMAGGIORE, F. PUCCINOTTl 225 

fici in ispccie, non meno che insofterenza di scolastici legami: vo- 
lubile, irrequieto^ affannato alla ricerca d^una via che lo conducesse 
alla gloria predestinatiigli, profugo dal patrio seminario dove aveva 
preso gli ordini minori, espulso dalla scuola di Istituzioni civili, 
entrava nel collegio militare di Pavia, ma ne domandava il congedo 
4lopo il ritorno deirAustria, affidando alla sorte la scelta definitiva 
della professione: dei tre biglietti presi a tal uopo quello con la 
scritta € medicina » usciva per tre volte di seguito, ed il Puccinotti 
si dava cosi, in quella Roma dove Tattirava Tantica gloria, agli 
studi che dovevano immortalarlo. laureato nel 1816 a prezzo di 
stenti indescrivibili e medico non molto più agiato dal 1819 al 1822 
nelTospcdalc di San Giovanni Laterano, cominciava a farsi cono- 
Kcore con alcuni lavori sulla malaria, da lui studiata e pur troppo 
anche contratta nelle peregrinazioni scientifiche attraverso alla cam- 
pagna romana, con articoli di letteratura e filosofìa, con memorie 
lette ai Lincei, di cui era fatto socio nel ^21. Perduto il posto a Roma 
in seguito a grave malattia, andava medico a Sant^\rcangelo di Ro- 
magna, dove sposava una donna, che gli dava cinque figli di cui 
ncìSHuno doveva sopravvivergli. Da Sant'Arcangelo ad l'rbino, da 
l'rbino a Recanati, da Recanati a Macerata era una ria crueia di 
sofferenze e di disagi per lo scienziato « diventato per forza, come 
« scriveva allora al fratello, il vero medicaccio di condotta che non 
« fa che trottare, sudare, stancarsi, mangiare e dormine »: compenso 
delle ingrate fatiche gli era in (jnegli anni Tintimità del Leopardi, 
cui additava la religione come balsamo consolatore, ricevendone in 
cambio consigli amorevoli di mmlerazione nella sua « smania di 
salir più alto ». Un'ambizione nobilissima infatti consumava e non 
da allora soltanto Tanimo del Puccinotti, quella di ritornare la me- 
dicina all'indirizzo naturale dell'antica sapienza italica ristabilendo 
il culto d'Ippocrate, «come era stata necessità, scriveva egli in 
quell'epoca, a ristorare la lingua, ristabilire il culto di Dante ». Di 
fronte alle teorie vittoriose del Brown egli veniva bandendo prima 
con gii scritti e poi con ^insegnament(^ il principio della « forza 
niedicatrice della natura », che cloveva diventare il coposaldo della 
scuola degli Etiologisti o latrofilosofi. A Macerata infatti cominciava 
il suo apostolato dalla cattedra nel 1><2»I, i)riuia vittoria più morale 
l>erò che materiale, giacché lo vediamo ancora costretto a correggere 
stampe presso un tipografo per arrotondare il ben magro stipendio 
universitario! I sei anni ad ogni modo di soggiorno macerat<^se ne 
fanno il nome illustre: nel \X2^ pubblica quella Patoìogin indiittìra 
che, nonostante gli attacchi formidabili degli avversari, « fu v(>ssillo 
di ana nuova scuola medica»; Tanno dopo pubblica quelle Lezioni 

Abcr. Hiob. It., 5.* flnlt, -*- ZXXVUI. l'i 




226 RASSEGNA BIBUOGBAnCA 

éi medicina ìtfoìle che aprono la via agli alteiiorì |iragraaai di tale 
diMiplIaa. I moti politici del ^1 lo rìpionbaBo però Beila aiacffia 
e negrli stenti d'ana vita randagia : pia che per impnlio eoaeiente 
deiranimo vi si era lasciato traseiaare dalla coneate, accettando dal 
Comitato prorvisorìo di governo naa missione a Bologna. A Bologna 
non potè nemmeno arrivare, cliè la rivoluione era gli stata dosata; 
ma ciò bastò, e nonostante i rimpianti, le gìastlfcaaiom, e, par- 
troppo, anche i pentimenti, egli veniva destitnito, e tre aaal dopowaaai 
di nuove per^rìnasioni, di persecnsioni, di stenti, di sveatue dome- 
stiche, era espulso anche da Bologna. Si rifugiava allora nella mite 
Toscana, dove la generosità di amici potenti gli dava, ae mom fia- 
dipendenaa economica e tanto meno Tagiatesia, il modo per lo awao 
di vivere e di attendere pia tranquillo ai suoi studi, fineliè nel 18S8 
otteneva da Leopoldo. Il una cattedra nell*univ«rsità di Pba. L*uomo 
forte aveva vinto: e runiversità di Pisa, che egli laselava miAo nel 1860 
per passare al neonato istituto di Studi superiori di Firense, chia- 
fluitovi ad illustrarlo dal RidoUL diventava per merito del Pueciaotti, 
professore da prima di istituaioni medico-civili, poi di clinica ab- 
dica, ed In line della storia della mediciaa, cattedra per lui espres- 
samente dal granduca fondata, un faro luminoso di mediea sapienss. 
Scienaiato e filosofo, egli consacrava la sna gloriosa maturità al 
socnio doiranlente Roventò, a quella restanrazione del sistema ip* 
iHXTatico. in cni s'ilIndevA dover consistere la sua gloria presso i 
|HT»stori. Conceno jK-m tili»sofieo e sociale più che scientifico, giacché 
Ia doli ri na ippocratica pnritìcata dove^*a nella sua mente rientrare in 
ne pin vasto sistema e ho fosse risnrreiìone delPantica filosofia italici, 
da lai pnnìì letta, il s*^eno del Pucoinotti doveva svanire, nonostante la 
f'^Ldaiionr d'una accademia avente snccnrsali da per tatto <la ScmAn 
Iyi',Krì'*c^ì l>4:^-4Tv. nonostante la propaganda scritta ed oraleeper- 
f.r.** la sacziom- d'un Congresso di scieniìati, «|aello tenuto a llilasa 
Er! >44. Bt-K mono va|n"»n>si dovevano essere i titoli di gloria scienti* 
t^i.-i ItI ]>rìuoip«^ doi mttiici italiani. «)uale fo ai suoi tempi proda auto 
ì: r«;ooii:oi:ì: la di t'osa oaloix^sa o la scrupolosa osservanza del metodo 
>r'iTÌmvr.ialr. la ivi^ria d-llr v-auso prtMispt^nenti* T intuizione della 
?• ■ria uiiorobioa, r:\oorrtaia osistonia delle correnti neuroelettrìche 
i. s-iTi'.ito ;«ì:!ì t >ivr:iv.or.ti f.-^::: ci Pacinotti, la scoperta delfelf- 
!..tT.:i' ar.at»«n;!oi^ ot':r.],\rv lìl :.. r.:» :r. luì manca ancora u la coscieass 
I A iòissìraa dillt nì.«::\ i:: ir.:;>>i^':.r«:Iì tra la medicina e la vita tatti 
• ^ •:i.Mììioo-siviaN iriiv, l'i-iv * • o la oonsriniente invocazione d*una 
■ j>;,i::o!ìt >:^v.i:,\ria iv. ;:-.::•. r-. •■ >• virilo ir. ispecie ^pofiJM 
-^•.' ].\ .Vi.uv.Avn ' A \T>'>.x\W %\v\\a \:iA oin-raia nei campii 
:^ V • , ::^\h orti i ì r. . >.^ ;' «^ n: t r i i i i -.". iv. ort a 1 : «iel grande utH 



ZACCAONINI E LAGOMAGGIORE, F. PUCCINOTO 227 

d;i sé stesso si elevava un degno monumento nella famosa Storia 
della medicina. Fu questo l'ultimo lavoro del grande pensatore. 

Rifugiatosi nell'opera sua dopo le nuove delusioni politiche 
del '49, seguite agli entusiasmi neoguelfi, vi spendeva dintorno ven- 
tanni, dal '50 al '69, trovando in essa conforto alle nuove sventure 
domestiche ed a quelle, che per lui erano sventure pubbliche, la 
costituzione cioè dell'Italia su basi diverse da quelle sognate. Per 
un contrasto non nuovo nella storia del pensiero umano il precur- 
sore di nuovi veri od ipotesi scientifiche, colui che nel campo medico 
spianò la via al Virchow, al Pasteur, al Mosso, al Lombroso, al 
Celli ed a tanti altri innovatori, ed in quello sociologico precorse 
lo Schftffle, il Lilienfeld, il Worms nello sbozzare (i compilatori del 
volume non molto padroni del linguaggio sociologico non lo dicono, 
ma le indicazioni da loro fornite lo dicono chiaramente) i primi 
contorni d'una teoria analogico-organica sulla società, non seppe dal 
punto di vista politico nonché precorrere nemmeno seguire i suoi 
tempi, fu socialmente e politicamente (e sia detto per amore di ve- 
rità, fine unico della storia, non per irriverenza al filantropo caldis- 
simo ed al grande scienziato) un reazionario della più bell'acqua. 
Cattolico fervente ed entusiasta, non seppe distinguere, come altri in- 
telletti sovrani non meno di lui religiosi, i confini tra religione e Chiesa 
e dal suo sogno d'una redenzione italica a base dì fede cattolica 
non seppe scindere l'altro d'un predominio politico e sociale della 
Chiesa; nelle Lettere Guelfe, che ce lo rivela il più guelfo dei neo- 
guelfi, trova « il ternario politico, che parte dal Papa e si dirama 
< per tutto il corpo sociale, la più bella e insieme la più filosofica 
€ forma civile che possa darsi a uno Stato »; perora la causa, oltreché 
della teocrazia, dei gesuiti, rimproverando al Gioberti i suoi Prole- 
gomeni^ che chiama una « sfrenata C«itilinaria » ed in cui riconosce 
« un ammasso di esorbitanze, di invettive e di calunnie che anziché 
«nuocere doveva giovare alla Comp«ignia»; maledice e non una 
volta alla Rivoluzione francese ed alla filosofia che la preparò; nega 
alle moltitudini ogni diritto di «proteste legali»; arriva perfino, 
novello Giosuè che crede con la logica della fede di fermare il sole, 
nega addirittura l'idea stessa di progresso civile, giacché per lui 
ogni progresso non è che sviluppo ed amplificazione d'una idea mil- 
lennaria, quella cattolica: quanto è fuori e tanto più contro di ossa 
non è che « fermentazione del letamaio » se trattasi di progresso 
materiale, « progressume che imbratta la purità del principio mede- 
simo che informa la civiltà» se si tratta di progresso delle idee: 
« subordinare, in altre parole, l'idea cattolica alla potenza del secolo 
^ del progresso è paradosso dimostrato »! 



- . «.' 



228 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Né questa esaltazione del Bentimento cattolico, qsesta svboidf* 
nasione ad esso dello Stato! della società, della civiltà stOMa è ftvftl» 
del momento, degli entusiasmi generali per Pio IX: la bancarotta 
politica ^el papato nel 1848-49 non gli aperse gli occhi più cbe le 
persecuzioni d^l goyemo teocratico non gli ayessero impedito (e 
questo fa onore al suo carattere) di fame Tapologia nel 1846L Kd 
Sogno poUHeOf^ scritto nel 1859, in un colPidea della ConfederrnsioM 
italiana è ribadito il concetto d'un Papato politico arbitro e mode- 
ratore della civiltà italica; mentre vengono scagliate le ]rfù fere 
invettive contro quel Piemonte, che alto aveva tenuto neiroltimo 
decennio il principio della laicità dello Stato, « quel Ptenonte bei- 
€ tannico, colle leggi Siccardi, le oppressive riforme eceleaiastichs, 
€ le licenziose libertà, le irreverenze senza nessun limite politico né 
« religioso », il cui re deve € deporre la speranza di essere il Bs 
€ dell'Italia tutta ed intendere ed attendere che per voler tmpf» 
« non perda anche il limitato frutto delle sue conquiste e non noccia 
« al nazionale definitivo riscatto col mantenere una propaganda nella 
« Nazione medesima che oltre all'essere indecorosa per cupidigia sd 
€ oltre a trarre seco il non rispettare la Presidenza del Gerarca 
€ Romano, è poi affatto impolitica ed inconciliabile col preseais 
< comi>onimento nazionale d'Europa ». 

Il sentimento religioso del credente faceva velo cosi agli occhi 
del cittadino, che, mentre s'illudeva di praticare l'unione indissolo- 
bile fra religione e patria, sacrificava questa a quella, augurando*! 
un'Italin in pillole sotto Pegida materiale della Francia ed intellet- 
tuale del Papato. La religione deve essere custodita, mantenuta f 
protetta, — scriveva egli in marjfine alla minuta della lettera, con cui 
mandava, disj^ustato del nuovo assetto politico od intellettuale d'Italia, 
le dimissioni da senatore del nuovo regno al ministro Lanza nel li<«)5 — 
« .... La libertA di coscienza deve essere un concetto politico e non una 
« le^^f^e: come concetto politico non chiuda le porte alle esortazioni 
scontro Terrore e lasci l'individuo solo responsabile delle sue li- 
« bere credenze: come leg^e è ostile e scandalosa minaccia al cullo 
« delio Stato. Ne^li instituti di pubblica istruzione deve essere vie- 
« tato l' insej^namento i)er cui o con dubbt filosofici o con ipotesi « 
« con c|MalMn(|ue altro mezzo resti offesa la santità del culto na- 
« zioiiale ». 

Keco svelati* dalle stesse carte Puccinottiane dell'Universitaria 
di Urbino le rajj:ioni i>rofonde di quel rifiuto, pretestato di motitri 
di i*alnte, di cui prima d'ora ^li illustratori del Puccinotti non 
vano potuto farsi una chiara ragione. Né iiuesti motivi forse 
stati estranei alla riehiest'» di giubilazione ed al ritiro dall'i 



ZACCAOXINE E LAGOMAGGIOKE, K. PUCCINOITI 229 

mento nel 1861, dopo aoppresBa la cattedra di storia «Iella medicina. 
Il PacciDOtti mostrava con dà una nobiltà di carattere, che .nlta- 
mente lo onora. 

Oltre alle raKioni ideali non era estraneo alla sua condotta un 
sentimento di gratitudine non mai smentito verso quella dinastia 
lorenese che aveva riconosciuto e compensato il suo merito. Ancora 
in una lett«ra del 1869. mandando all'en-granduca di Toscana l'ul- 
timo volume della sua Storia, a lui dedicata, protesta contro e tutta 
< la iniqua caterva dei beneficati traditori che le loro armi insidiose 
« preparavano già contro il loro principe », e si professa a lui 
■ devoto e fedele sempre > ripromettendosi collo < incessanti pre- 
c frhiere all'Altissimo di ottenere che infine i nuvoli procollosi siano 
«quanto prima dispersi da questo bel Cielo della Toscana e (orni 
« la pace e l'ordine e il benessere civile >. 

L'uomo soffocava anche in questo l'italiano; e tanto più vene- 
rando appariva il primo quanto meno imitabile il secondo. 

Senonchò l'uomo pure, se non basta l'antico liberalo del ';ìl. era 
^h quasi disfatto: tre anni dopo exiì moriva a Siena ed il tempio 
di Santa Croco In Firenze ne raccoglieva defcnamente le spof^lie. 
Immortale nell'opera scientifica, eftli era sopravvissuto politicamente 
e socialmente ad una generazione ormai tramontata ; quella presente 
non la intenderà più e perciò « non gli piaceva >, come confessava 
egli stesso con quella sinceritA, ch'^ propria degli animi eletti. 

Paria. (ìENNARn .HuXIiAlSl. 




1 * 

a » 



Necrologia 



Era nato a Gubbio, neirUmbria, il 21 settembre 1855. 
Compiuti gli studi seeondari in Perugia, era stato allievo 
della gloriosa Scuola Normale di Pisa, e nell'Ateneo di 
quella città avea conseguita la laurea in lettere. 

Dal patrio ginnasio, dove per alcuni anni insegna, 
passò alla cattedra di storia nei licei di Foggia, di Alba 
e di Forlì: e in quest'ultima città, ohe egli considerava 
come sua seconda patria, è morto il 15 aprile, consunto 
da implacabile morbo e più dal soverchio lavoro che 
ne avea logorata la fibra. 

Alla nostra Deputazione appartenne come socio coi^ 
corrispondente fin dal 1884, quando già da tre anni in 
i[\iG^i' Archi rio avea pubblicato un accurato studio sul Te- 
irtife/of/if) di Ubdldo di Sebastiano da GubbiOj opera ine- 
dita del sec. XIV; ai nostri lettori poi fu data notizia di 
due dc'suoi più importanti lavori: quello sulle Cronache 
/orliresi di Andrea Bernardi detto Noracula (Archino, 
ser. y, to. XVII, 235) e Taltro su La biblioteca dei Re 
dWraf/ona in Napoli (ser. V, to. XIX, 403-408). 

Ma la sua produzione scientifica e letteraria fu im- 
mensa, specialmente in confronto de' brevi anni di sua 
vita, tnivagliata da lunghi e frequenti assalti di quel Si- 
tale» malore che lo condusse si presto al sepolcro. 

Giovanissimo ancora, s'era fatto conoscere con due 
(eccellenti pubblicazioni su Arniannino Giudice e sa te 
li mina di K.srhilo. a cui segui subito Faltra su Bosone dm 
Gffbbitf r Ir stre opere, compilata pel Giornale di fik 



GIUSEPPE MAZZATIXTI 231 

logia romanza del Monaci. Amantissimo della sua re- 
gione, ne raccolse in due volumetti i Canti popcdari e 
le Serenate^ ne illustrò le artistiche bellezze con mol- 
teplici scritti d^arte, tra cui van segnalati quelli su mastro 
Giorgio (in onore del quale ideò e attuò da solo, vincendo 
difficoltà che parevano insormontabili, una riuscitissima 
Esposizione in Gubbio), e con infinito amore ne mccolse 
(» pubblicò gran numero di documenti. A tal uopo 
fondò e diresse, col Faloci-Pulignani di Foligno e col- 
Taltro nostro consocio Milziade Santoni di Camerino, 
VAiThirin Storico per le Marche e r Umbria, che poi — 
costituitasi a parte la Deputazione marchigiana di storia 
patria — cede il luogo al Bollettino della Società, ora 
I)epi(t azione, di Storia Patria per l'Umbria, di cui egli 
ed il collega nostro comm. Luigi Fumi gettaron le basi 
e furon semprc i direttori e i più operosi collaboratori. 
Nel Bollettino il Mazzatinti s'em riserbata la rubrica 
AoìVAnalecta Umbra, nella quale con diligenza lodevo- 
lissima, con rara obbiettività, con critica sana e profonda, 
dava ragguaglio di tutto quanto venivasi pubblicando 
in libri e periodici italiani e stranieri su argomenti di 
storia umbra o che in alcun modo interessassero ({uesta 
regione. 

Per la ristiimpa dei Rerum Italicarnm Scriptores 
del Muratori avea curata Tedizione della Cronaca di srr 
(rt/rrriero da Gubbio e degli Annales Forolirienses 
{Xo. XXI, par, IV, fase. 1-2 e to. XXII, par. II, fase, 1); 
e già prima, per uso scolastico, insieme col triestino 
Padovan, T edizione del Petrarca. 

Una predilezione e una sollecitudine speciale ebbe 
per gli epistolari de' grandi: sin dalPHl, col Ferrini di 
Perugia, pubblicò alcune lettere inedite di L. A. Mu- 
ratori, e con giovanile ardimento vagheggiò e iniziò la 
stampa delFintiero epistolario muratoriano; dal cjuale 
grandioso disegno, ripreso poi da altri ed oggi egregia- 
mente attuato dal Campori, lo distolse rincari co ufficiai- 



232 NECROLOGIA 

mente conferitogli dal R. Governo di fare studi sulla 
raccolta de' manoscritti alfieriani di Montpellier; e del- 
TAlfìeri, del Monti, del Rossini, del Mazzini con Aurelio 
Saffi e colla famiglia Craufurd, pubblicò gli epistolari; 
e a quelli del Verdi e di Giuseppe Garibaldi dedicava 
ora le estreme sue cure, che si compiaceva già di veder 
coronate da prospero successo, quando la morte gli troncò 
a mezzo siffatta impresa, al cui compimento sovra ogni 
altra cosa teneva. Nella edizione de' 14 volumi dei Ricordi 
e Scritti politici d'Aurelio Saffi, promossa dal Municipio 
di Forlì, ebbe parte precipua e fu, in quell'impresa, va- 
lido collaboratore e fido consigliere della vedova di quel- 
l'illustre statista e patriota, la contessa Giorgina Saffi. 

Da più anni membro della Deputazione di storia pa- 
tria per le Romagne, scrisse su molti argomenti relativi 
a (luesta regione, die in luce il Diario del forlivese Gio- 
vita Lazzarini, Ministro della Repubblica Romana, e in- 
sieme col (/alzini compilò un'ottima (hiida di Forlì. 

Per incarico del Ministero della Pubblica Istruzione 
attese dal ISStì all'88 alla compilazione degVInrcnfnri dei 
iìHfiKìscritti italift/ti nelle biblioteche di Francin. che fu- 
rono pubblicati in tre grossi volumi. Ma l'opera per cui 
il suo nome è più noto anche all'estero, e per cui rimarrà 
in onort^ come quello d'uno dei più operosi lavoratori e 
(!(»' più utili ricercatori d'antiche memorie a servigio degli 
studi altrui, si è la duplice serie degli />?rr/?^<Ar/ </^/ >i/^;- 
èhìsr ritti delle hihiioteche d'Un Un e degli Archivi della 
stariti d\ìtnlin : gmndioso concetto di pubblicazione eru- 
dita e di consultazione, che solo in parte riuscì ad attuare, 
ma cli(», già così com'è, basta a rivelarne l'importanza 
(mI arnica agli stuiiì indiscussi vantaggi. Né qualche di- 
letto noi uKModi», o qualche menda di non troppo ri- 
lit^vn nella distribuzione della materia e nel tecnicismo 
di»l liniruairgio, possono diminuire il merito di chi, pur 
attiMuliMido a molti altri svariati lavori e disimpegnando 
«Min /eln inappuntabile i doveri della cattedra e dell'uf- 



GIUSEPPE MAZZATINTI 233 

ficio di bibliotecario della Comunale forlivese, osò e seppe 
— senza aiuti ufficiali, senz'ambizione di gloria, senza 
<*ompen80 di sorta — affrontare difficoltà che avrebbero 
dissuaso da una tale impresa anche i più potenti isti- 
tuti scientifici, sostenuto soltanto dal suo immenso amore 
agli studi e dal desiderio di facilitare e giovare le inda- 
gini altrui. Ed è da far voti che non tanto per doveroso 
riguardo alla memoria del benemerito iniziatore, quanto 
po' vantaggi che offrono, quelle due pubblicazioni siano 
continuate, concorrendo magari per nazionale decoro alla 
nobile impresa con qualche tenue aiuto lo Stato. 

Se a Lui non fosse mancata la vigoria del corpo e 
la bucma volontà d'un editore, egli avrebbe iniziaci e 
condotta innanzi, insieme al sottoscritto e ad altri col- 
laboratori, una terza pubblicazione periodica: quella de- 
gV Inreniaré delle antiche Biblioteche italiane anteriori 
al irìOO, che sarebbe indubbiamente statii d' utilità gran- 
dissima per la storia della cultura del nostro paese, e 
avrebbe servito d'opportuno complemento alle altre due 
serie. In una delle quali — giova qui ricordarlo, poiché 
cade in proposito — vide in parte la luce il catalogo, 
importantissimo, de' preziosi manoscritti della Magliabe- 
chiana e della Nazionale di Firenze, giunto omai al (juarto 
volume. 

Di principi schiettamente democratici e liberali, fu 
appassionato cultore anche della storia del RisorgimcMito 
patrio, e in questi ultimi anni, mentre con dotte confe- 
renze sulla Storia del risorgimento /orlirese (che sono 
state raccolte e pubblicate in un volume) commu()V(»va 
ed entusiasmava l'uditorio, metteva insieme e ordinava 
con intelligente affetto, in una sala della pinacoteca di 
Forlì, un Museo storico del Risorgimento romagnolo, 
eh' è tm i più importanti del genere, e della cui ini- 
ziativa appena pochissimi de' suoi più intimi seppero 
ch'ei si era dato pensiero. La sua competenza, del resto, 
.anche in questo ramo di studi ci è attestata da varie 






mm 



234 NEGROLOGU, GIUSEPPE MAZZATINTI 

pubblicazioni, tra cui van ricordati i brillanti articoli che 
scrisse in difesa del Maroncelli contro le ingiuste deni- 
grazioni mossegli dal Del Cerro, quelli per la Storia 
della Giovine Italia, V Agonia d'un Regno ohe Alberto 
Lumbroso non disdegnò di porre come prefasione al suo 
bel volume su Gioacchino Murat, e tanti altri lavori di 
minor mole sparsi ne' più accreditati nostri periodici^ 
come la Rivista d'Italia, la Reme Napoléonienne^ ec. 

E non sono ancora due anni che con me e col Fani 
iniziava V Archivio storico del Risorgimento Umbro^ al 
,quale rivolse le estreme sue cure, finché non senti man- 
carsi del tutto le forze; né anche allora seppe dimenti- 
care questa sua ultima ed a lungo vagheggiata e medi- 
tata iniziativa, poiché e nell*ultimo colloquio ch'ebbi eon 
lui e nelle lettere che prima di morire mi scrisse; sempre 
con affettuosa sollecitudine s'interessò di questa pubbli- 
cazione. 

A completare la bibliografia di lui ben altri limiti 
di spazio si richiederebbero che non quelli consentiti 
ad un semplice cenno necrologico; ma le sommarie indi- 
cazioni (^he qui ho date son forse sufficenti a dimostrare 
qua! fosse Tattività meravigliosa di lui, la versatilità del 
suo ingegno e (pianto sia grave la perdita che coir im- 
matura morte di lui han fatto gli studi italiani! 

Firritzc. G. DEGLI Azzi. 



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NOTIZIE 



Società e Istituti Scientifici. 

IX i'onijrreNMo Ktoriro milNUpliio. 

In occasione del bicentenario dalP «assedio e dalla liberazione 
di Torino fu tenuto in questa città, e precisamente nella storica 
aula del Parlamento sardo, il IX Congresso della Società storica 
subalpina; al quale si fecero rappresentare parecchie società e ri- 
viste storiche di altre regioni italiane, fra le quali la nostra Depu- 
tazione toscana e il nostro Periodico. Sotto la presidenza eftettiva 
del comm. Usseglio, dei cui lavori V Archivio si occupò parecchi 
anni fa, e sotto la vicepresidenza del marchese Ferrerò di Cam- 
biano, del marchese Guasco di Bisio, del prof. Eusebio delTUniver- 
sità di Genova, del teologo Alessio, del colonnello Poggi, del cav. Ga- 
biani, deir aw. Kondolino e del conte Cavagna Sangiuliani, gli 
studiosi, intervenuti in numero notevole, comunicarono il frutto 
di loro ricerche e parteciparono con alacrità alla discussione degli 
importanti temi, opportunamente preparati dal Comitato permanente 
dei congressi. 

Naturalmente, la circostanza nella quale s\idunava quel dotta 
Consesso influì in parte sulla scelta delle comunicazioni: il prof. De 
Botazzi parlò del generale Virico Daun, a cui, uscendo da Torino, 
Vittorio Amedeo II affidò la difesa della piazza; Tavv. Rondolino 
discusse elegantemente la questione del voto fatto da Vittorio 
Amedeo II sul colle di Superga prima della battaglia del 1706; il 
prof. Toppino discorse di un racconto storico di Luigi Allerino, 
nel quale sono narrate le vicende degli assedi di Verrua (1705) e 
di Torino (1706). 

Fra le altre comiiDicazioni ricorderemo quelle del prof. Dino 
Msratore^ èuW ^«m^ del Collare del P Annunziata; del dott. Do- 



.' .■" s 



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236 NOTUEIB 



n 






nato Levi, sulla storia delle {MMte in Piemonte dal medio evo ai 
giorni nostri ; del prof. Tibaldi, sul soggiorno di CaMno ad Aosta, i 
ch^egH nega, e sulla diffusione del protestantesimo in quella valle; 
del teologo Speirani, sulle eopie di documenti voglieresi dal 1000 al 
1800 offerte dal eonte Cavagna Sangiuliani al Congresso; del prof. Fé- 
trucco, sui Saraceni in Piemonte; del prof. Cogiias80,4nii documenti 1 
di San Solutore. 

I temi proposti dal Comitato permanente, e affidati alla dlli- 
gensa di egregi e dottissimi relatori, dettero luogo a tale diseussione, 
da varcare i limiti della storia regionale per assurgere airimpor- 
tansa di storia generale. 

Questi temi, che ebbero a relatori i proff. Eusebio, Casini, Ga- 
botto, Patmcco, Alessandro Colombo, Casanova, il dott. CaiboneUi, i 
il not. Emesto Bussano, l'aw. Bonsi ec, si possono distinguere la 
due gruppi, secondo che riguardano o la metodologia e le fonti sto* 
riche o gli archivi. 

Nel primo gruppo può collocarsi la discussione elie condusse al 
voto, pel quale, riconoscendo come uno dei primi lavori da fatai 
dalle società storiche sia la carta toponomastica del Piemonte me- 
dievale che tanto aiuto può recare agli studiosi, col relativo glos- 
sario esplicativo in confronto della carta moderna, si invitano So- 
oiotà e studiosi a contribuire alla compilazione della medesima. 

Altro notevole tema fu quello relativo allo stato dei lavori per 
il corpo delle iscrizioni uedievali del Piemonte ; a proposito del 
quale il onerale Caretta insistette perchè delle principali epigrafi 
fosse data anche la versione italiana per togliere lo sconcio di in- 
teri^ popolazioni, le (|uali inorano il contenuto delle lapidi apposte 
ai monumenti che vedono pornalmente. 

Rispetto ai mezzi pratici per T incremento e la diffusione dei 
vari rami de^li studi storici subalpini, il Congresso approvò an 
ordino del giorno inteso ad invitare la Società storica subalpina ad 
assumersi P incarico di pn'parare le single storie locali paesane, e 
i iVuiuni a diffondere nelle scuole e fra il i>opolo le piccole «torìe 
pubblicate col concorso dei Comuni stessi e de^li enti locali. Fu anche 
formulato il voto che il Ministero della P. I.. integrando ed attuando 
1»' visrenti disposizioni, imìpujrni, nelle scuole elementari P insegna* 
nifuti» obbli^torio dei primi rudimenti della storia locale. 

II Congresso ]>Iaudi alla proposta di compilare un < Corpus sta* 
tutorum ^ del Piemoute. approvando la juibblicazione completa degP 
statuti e aitidandola alla Su-it-tà storica suluilpina. 

Accosriieudo jxu la i»n^posta di pubblicare i 
;;l I.Vhi^ al)ìdò alla Società storica sultalpina I^nfl 



NOTIZIE 237 

i mezzi e le nonne <li tale pubblicazione colle Società, coi Governi 
e coi Municipi di entrambe le pendici delle Alpi. 

Fu ammessa la necessità di compilare e pubblicare un {glossario 
su])plemontare del Ducange, in base ai documenti subalpini medie- 
vali. nonch(V Topportunità di compilare un dizionario bio-biblio- 
grafico degli artisti e degli scienziati in Piemonte. 

Nel secondo gruppo dei temi trattati al Congresso rientrano i 
vari voti concernenti la conservazione e la comunicazione dei do- 
cumenti degli archivi. 

Fu, anzi tutto, riconosciuta T opportunità di pubblicare dei re- 
g<'8ti di archivi municipali. 

Con moltissima dottrina, riferendo sopra un tema proposto nel 
Congresso precedente, l'egregio notaro Ernesto Buzzano propose che 
il fX Congresso storico subalpino, considerata la necessità di rior- 
<Unare gli archivi notarili e giudiziari, nonché quelli delle pubbliche 
amministrazioni ; considerata la convenienza di informare i relativi 
provvedimenti al concetto delP unificazione archivistica, come quello 
che meglio risponde alle esigenze della scienza ; considerata infine 
l'opportunità di tradurre in atto tale concetto, avendo riguardo 
agli archivi notarili del Regno, invocasse dal (Toverno la sollecita 
presentazione delle progettate riforme archivistiche, sulla b.ise 
della trasformazione degli archivi notarili in sezioni di archivi 
di Stato. 

Tale proposta sollevò una interminabile discussione, a chiudere 
la quale venne la votazione di un ordine del giorno, che plaudendo 
alla relazione del Buzzano sollecitava la presentazione e rai)pro- 
vazione di una legge di riforme archivìstiche, la (piale, riunendo 
tutti gli archivi sotto una sola autorità, assicuri la conservazione 
(> la facile consultazione dei documenti attualmente affidati agli 
archivi notarili, giudiziari e amministrativi. 

A corollario di tale <liscussione il Casanova fece approvare un 
ordine del giorno, col quale chiedevasi la consegna agli archivi no- 
tarili dei protocolli degli antichi notari, che nelle Provincie già 
componenti il Kegno <li Sardegna sono tuttora abbandonati nei varf 
urtici del registro; e la cessione agli archivi comunali degli atti 
dello stato civile <lal 1837 al 1800, giacenti ancora ignorati nei me- 
desimi utìizi finanziari. 

Con questo ordine del giorno e colle discussioni e comunicazioni 

di studi speciali, ebbe termine il Congresso, che prese atto ancora 

«uà volta della grande attività della Società storica subalpina; 

lincili ultime pubblicazioni V Archino Storico Italiano sì occuperà 

oMimo fascicolo. E. C. 



238 NOTIZIE 




Archivi e Biblioteche. 

Prima che finisca Tanno^ è debito ricordare in questo Periodico» 
sorto in Toscana, nutrito in gran parte di documenti degli ArehÌTl 
Toscani, il nome di Fbancbsco Bokaiki, nato cento anni fa. il 
20 luglio 1806 : ricordarlo non per ritessere la vita delPnomo illustre^ 
e parlar di nuovo delle sue pubblicaiioni (che fu fatto, in questo e 
in altri giornali,. quando egli morì), ma solo per ristltuaione chea 
lui si deve di quegli Archivi, e pel sussidio che a' loro atudt n*eb- 
bero italiani e stranieri. 

Gli ^rcibtrt Toscani, istituiti tra il 1853 e il *6&, cominciaioaD 
tosto, per opera de* loro stessi impiegati, e d* altri valentuomini che il 
Bonaini si associò, a dar saggio dei tesori che possedevano, in do- 
cumenti e memorie stampate nel OiomaU che da essi ebbe nome, 
annesso a questo Periodico, e in pubblicasioni ufficiali, di cui la 
prima e più insigne fa quella de* Diplomi arabi dell* Amari. Suc- 
cessero, tra 1* altre, a vart intervalli, i Documenti delle relasioai 
Toscane con 1* Oriente, in cui la Soprintendensa agli Archivi ebbe 
la cooiKTationo di Giuseppe Mailer. 1* Inventario e Regesto de* Ca- 
pìtoli lìol Colmino di Fironzo, Tlnventarìo delle carte Strouiano «» 
quello dei Manoscritti donati dalla famiglia Torrigiani, quello io 
quattn> volumi del K. Archivio di Lucca, il primo e a tatt*o^p 
runico inventario pMierale d*un Archivio di Stato italiano: il Co- 
stituto volgare più antico del Comune di Siena, i Regesti delle pia 
antiche }>erjramene e del Carteggio degli Anziani delP Archivio 
Lucchese, P Inventario delle pnn-visioni, laboriosamente riordinate. 
ilelPuftìcio degli Anziani di Pisa, oper^ tutte presentate al CongreMO 
Storico internazionale di Roma del li^i3. Di guide, notizie, relazioni f 
a\xt\- oosr a stampa, d' inventari e cataloghi manoscritti, trop|)0 ci 
\orrrl»l»r ;i tllre : solo aggiungt^rtMuo T Inventario Sommario «lel- 
TArx^liixì»» di Siena e ijnello, in cor^o di st,nm|KU dell' Archìvio di 
Kirenie: Timo e TalTn^ pur pubblicati in omaggio al riconiato 
l'iU.jC rosso di Koma. 

M:i alle puM>]iva;ior.i iitììviali ia;tr da gì* impiegati in none 
xìicVì An'lììx i soro li.i ;»cc::ìnctr qut Ut. dì dt>cumenti o con doei- 
i irti *WcU Ari'hlxi stiss:. ut te da i::.^hi di loro privatamente. Otta 
x-V.t vx\ Ir- « >.'' >-, • .- sv. ri v^-^nìa^v tante via via ne 
r t*; .;r;:-iMr.( v!i « o>: >\ar:.^;i. \ì\ x\ìw>\o v in altri periodiei«ÌI 
.■•j"is*"o!i a jvirt*. oh; :n^pjs> Inr.o^ sar\-bb«* ennmefarla * 



NOTIZIE 239 

Toscani si trassero Statuti, Bandi e altre scritture, che si pubbli- 
carono nella Collezione emiliana dei testi di lingua ; copiosamente 
v\ittinsero, tra gli altri ufficiali d'Archivio, gli editori delle Vite del 
Vasari, dei Documenti per la storia delParte Senese, della Scrittura 
d'artisti italiani, delle Lettere e dei ricordi di Michelangiolo; vi s'at- 
tinse per la storia della battaglia di Montaperti e per quella della 
Balia di Siena, per la vita di Niccola Acciaioli e per quella di Lucrezia 
Bonvisi di Lucca; per una bibliografia degli Statuti lunigianesi e 
per le Memorie storiche di Pontremoli. Coi documenti dell'Archivio 
di Firenze fu in massima parte compilata la Storia dei nostri Sta- 
bilimenti di beneficenza, la grande Storia e genealogia degli Alberti, 
e tante altre genealogie e storie di famiglie fiorentine; s'illustrarono 
le Lettere di S. Caterina de' Ricci, i tre grossi volumi delle Com- 
missioni di Rinaldo degli Albizzi, con cui la Deputazione Toscana 
di storia patria iniziò le sue pubblicazioni, il volume sesto di detta 
collezione che contiene le Cronache dei secoli XIII e XIV; e tutto 
dal medesimo Archivio usci il contenuto dei volumi settimo e nono, 
cioè dello Studio fiorentino e del libro di Montaperti. Vi si trovò 
da comporre tutto intero quell'aureo libro delle Lettere dell'Ales- 
sandra Macinghi, e in gran parte quelli sulla Cupola e sull'Opera 
di S. Maria del Fiore; vi si raccolse tutto il materiale per una storia 
della Stamperia orientale medicea, pe' due libri sulla Bianca Cap- 
pello e le Tragedie Medicee, pei Nuovi studi intorno al Savonarola, 
per le Consulte della Repubblica fiorentina. Vi si tenne a riscontro 
passo per passo tutto il Diario di Luca Landucci, se ne trassero gli 
atti più antichi e importanti per un libro sulle Rappres.iglie, una 
buona messe di documenti delle relazioni tra Firenze e Perugia; e 
tutti i documenti e notizie per una completa storia della Cancel- 
leria fiorentina, lavoro reputato degno d'una ricompensa dall'Acca- 
demia della Crusca, e che presto vedrA la luce. Come presto la ve- 
dranno una monografia su Piero di Cosimo de' Medici, personaggio 
non meno importante ma assai meno studiato d'altri di quella fa- 
miglia, e un regesto delle carte della Badia di Coltibuono, tutta 
materia anche questa dell'Archivio di Firenze. 

Con queste e altre molte pubblicazioni de' loro ufficiali, che 
per brevità omettiamo, è certo che gli Archivi Toscani hanno ben 
meritato delle scienze storiche. Ma anche più ne han merit^ito con 
gli studt e le pubblicazioni di quanti, in ogni tempo, dal giorno 
della loro fondazione, e in numero di anno in anno maggiore, ven- 
nero di fuori a consultarli. Di tutti questi studiosi e dei soggetti 
da essi presi a studiare impossibile sarebbe parlar qui; magli uffi- 
aliali ehe tuttavia appartengono o appartennero a questi Archivi, 




240 NonziB 

« 

Bapentiti del tempo in cai gli fondò e resse il BobsIbì, 

a oompilare mi Catalogo, che ayiebber volato, e non fa loro possibile» 

pubblicare in qnest^anno. 

Questo Catalogo sarà on monamento che i discepoli Innalaaao 
alla memoria del maestro; e dalle migliaia di stndiosi che rsgi- 
strerà, dalla immensa mole d* indagini da essi fatte in tatto il eaapo 
della storia civile e politica, letteraria, artistica, sdoitiiea, non por 
di Toscana ma d'Italia e di tatto il mondo civile, e d'ogni tempoi, 
apparirà (ne slam certi) quanto fosse degno e opportoao rieoidai» 
qui^ anche una volta, nel primo centenario della sua nascita, il nome 
di Fkaxcbsco Bonauii. 

Ottobre 1906. 

La DnuBiiOHB. 

Storia generale e studi aus^dlsul. 



i 

I 
I 

I 



— // dHbbio metodico e la Storia Mia fiUmfia è 11 titolo di 
interessante Prolusione pubblicata dal prof. Rodolfo Mospolto (Ye^ 
rona^ Drucker, 1905 V. nella quale con acume e dottrina sono dihs^ 
tute le questioni relative al compito, al metodo e alPimportaass 
sistematica della Storia della filosofia, quando sia studiata nella am 
continuità con spirito obbiettivo ed equanime, e non sia separata 
<lalla Storia >ri^uerale (lolla cultura e della vita sociale. Alla Prolo- ' 
^ion^' so^uo un^appendioe storico-critica, nella quale sono riferite e < 
discusiso lo divors*' opinioni intorno al modo dMntendere e di tnit- ^ 
larv la Storia della tìlosotìa, da llejrel e Cousin lino ai più recenti -^ 
!'tudi(^>i italiani o fnineosi di questa disciplina. 

— «iusErrE KòN'T'mxi. Di.^ojno tìi Stun'a tifi Mediar ra, con pat' 
/iii./ii,-f ntìtninio ttU' Italia. - Fin'Uio, Succ. Le Mounier, 19l»5. — 
Tni i nuìuorosi tosti di Storia nunliovalo per le scuole secondarie 
MipiTÌf^rì. publdioatì no^rlì ultimi anni, va se^nialato questo libro del 
jT.'f, Kondtuiì. dol l.ioio Danto di Firenze, il quale, oltre allo scopo 
diMutìvvt. >ì ò proiH^sto r intonto, folioomento Rispunto, di compi- 
lan- un lavoro oh»' po>s;i m rviro anohr di ^ida alle persone colte, 
• |iian«ì\'sst' vogliano, in molr non <*oooss i va •* senia fastidioso esasis 
'ii 1uiìì:Iu' dÌMMiiisitU'.: orìtìoln'. avir notizia dojrli ultimi risultati 
•ìfjrli >tndì Mori^'i >nl M. K.. o<'1ì }»;utìoi»laro ritardo alTItalia. 

l.'A. onilo irìiiMauuiìto utilo dì stP«ndan^ la t^posizione dalls 
ùir.i:;:no>a ,»oro;;.»i:lia 'iti f.»:TÌ niiiiMv! «ì: ::norn' o mutaiioui dlM^. 
>:iiì;'. ;•.:;» ili Amv i\] r.i'ìiii, lìn" ir:>vir;i r.rllr Rovani menti 
;ihi' j.i. ai»i>tr.a «iiTrati V:ilh mmih]»- nì*dì»' sn|vriorì. anilcli^ 
l'« I li. iViXv i)iiìi,( Ni,»rio!u\ il tfiio «ii mi lavorai 



NOTIZIE 241 

11 valente professore, semplificata in tal modo la materia del- 
r insegnamento, ha dato al racconto vivacità e colorito, rendendone 
piacevole la lettura; e, quel che è meglio, ha avuto agio di intrat- 
tenersi su argomentazioni, che il moderno progredire degli studt 
storici ha mostrato essere hi più proficue per la esatta conoscenza 
d^ogni età: vale a dire T esame delle istituzioni e delle condizioni 
economiche e sociali di ciascuna nazione nelle varie epoche; quello 
dello sviluppo commerciale, delle origini, modificazioni e perfezio- 
namenti della cultura letteraria e artistica. Mi piace, ad es., menzio- 
nare, fra gli argomenti trattati dal Rondoni con larghezza di vedute 
e con esposizione facile e spoglia d'ogni aridità, le istituzioni e i 
costumi delP impero romano decadente, dei popoli barbarici, della 
chiesa cristiana, delT impero orientale al tempo di Giustiniano, del- 
r Italia bizantina, dei Longobardi, dei Franchi e degli Arabi ; lo stato 
e ì progressi della cultura e delle arti nell'epoca carolingia; il ca- 
rattere dell'età dei Berengari e dell'impero restaurato da Ottone I; 
le relazioni politiche tra il popolo e gli Ottoni; l'ordinamento, la 
gerarchia e gli usi feudali e cavallereschi; la lotta delle investi- 
ture; il sorgere dei Comuni e le loro istituzioni; il periodo delle 
Crociate; le relazioni tra l'impero svevo e i Comuni; la costituzione 
fiorentina: i pontificati di Innocenzo III e di Bonifacio Vili; e, in 
fine del libro, il capitolo riassuntivo delle istituzioni, credenze, co- 
stumi, cultura ed arti nel Medioevo. 

Il volume (* arricchito da molte incisioni, che sono di utile 
sussidio alla storia e all'arte. Sono scarse le notizie di (leogratia 
storica: nò 11 nostro A. ha creduto utile di adottare il metodo, se- 
guito oggi dai più, di intercalare nel testo delle cartine storico- 
geografiche, a schiarimento delle muUizioni territoriali, avvenute nei 
vari perioili per emigrazioni di popoli, per vicende politiche, sotto- 
missioni, trattati di pace o di alleanza ec. Forse il Rondoni crede 
più utile per l'insegnamento il separare affatto lo studio della (Jeo- 
grafìa storica dall'esposizione dei fatti e dall'esame delle istituzioni. 

-- Il solerte editore milanese Ulrico lloepli ha messo alle 8tani])e 
la Storia di Cana Savoia in ordine al pensiero nazionale dalle ori- 
finti ai di nostri, scritta dal dott. Felice De-A\iìeli (Milano, Alle- 
gretti, 19(>H: 8", pp. xx-448). — L'opera, adorna di 54 tavole e di 
108 illustrazioni, intercalate nel testo, si spartisce in cin(iue periodi. 
Nel primo l'A. parla dell'origine della dinastia e dei primi accenni 
ai fatnrì destini; nel secondo indaga e spiega come la Casa di Savoia 
entrasse arditamente nella politica italiana; il terzo intitola: e So- 
"*• e regresso »; nel qoarto racconta come Carlo Alberto si met- 

« M. Ifw. S.* Scffie. - XXXVIII. l«t 



^' j. ■ . 



*J4*J NOTIZIE 

to;^so alla tOista tM movinieiito nazionale: noi quinto rifa la Morin 
ìM risorjjinu'nto italiano sotto IVjrida di Vittorio Emanuele II r ili 
ruilKTto I. Due appendici chiudono il liliro: la serie cronolojrica 
dei re,:;nanti di C'asa Savoia e la bildio^ratia storica moderna della 
«linastia liberatrice. G. S. 

Ai.F\AM>Ki: t'AKTEI.l.lEKl. 7>iV Hojf^ttru drr lU'AchòfV run Koh- 
^^l«.• imd ihr Kntik'n\ - Sonder-Alulruck ans < Alomannia ». Nene 
KoUe. Hand ,\ \Mx l-*i. in». lol-14". — Vivace risptìsta alle critiche 
taite «la A. Winkelniann miì criteri usati dal C. e dai suoi collabo- 
ratori nella coni]Mlazione dei W# »/♦</» » j«/*c»f/«"nnii Cohfitaìififnsiiiw. 

G. K 

1V\; 1 Hfj;I:F, Jf"*''»ii«'r/-.?«ff7: im Ui Jahrhundert it-stratt»» 
dalla //'<.'■ •rj<../,<' TiVr-r f '».'».<.7»rr;'*, !•."»•>. :> fase i»p. ;t5T-*;v*L rileva 
riir.ivrtan:a dil mcoIo XVI. i;ella >i«^ria delle lotte per la si$;Dori.i 
«ìol Midi! errar.» o, l'.ovc rappn:>er-:a il j-.-rio^io decisivo, ^iovandn^i 
di v.::a riooa Kiteratara T'xiv.'.r. tan?»^ >ulla storia *renerale detrli 
S:a:: • ii-. ;:'.; av\ « :.ir.> :::i r.>d::'. rnir.v:. «(uartM sulla storia particolare 
«•: ■'.: Ki»".i:::>!r afri;, ir.'. ! . l.'A. ir.iiia il sn*« studio osservando 
1 IV. t , ; r ■ IV. :ì lì • i : •: :: \ : :u •;- -ì • r : . : . : r- ^ra n J i fr- ne jh^ 1 i t i e lif, pi eu a- 
. •. V.: ^ >t ; ò r .% : •. •: : v. .: i v •: rA-. r. : :, :' ss- r-» i :: eam i"> a cont rasta r«i i 1 
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i 



NOTIZIE 243 

trionale. Ma intanto nuovi avvenimenti vengono a trasformare questa 
situazione e a spostare le forze politiche prevalenti. Venezia, dalla 
metà del secolo XIV e per un secolo ancora dominatrice del Medi- 
terraneo, decade rapidamente; Costantinopoli cede ai Turchi: e dalla 
fine del secolo XV, sorp^e la grande antitesi tra Francia e Spagna, 
che occupa tutta la storia dei secoli XVI e XVII. L'A. registra i 
grandi fatti storici del cinquecento, e specialmente le lotte della 
Spagna per la conquista delPAfrica settentrionale e gli avvenimenti 
delTepoca di Carlo V. Ma la minaccia commuove la cristianità, 
trascinata nelle lotte intestine, e sospinge alla concordia, di cui la 
battaglia di Lepanto è il frutto. Da allora Venezia tiene un posto 
di primo ordine; ma TA. lamenta la mancanza di studt particolari 
sulla storia del commercio veneto del secolo XVI. 

— Son noti i profondi studt di Demetrio Marzi sulla questione 
della riforma del Calendario durante il V Concilio lateranense. Nò le 
molte lodi riscosse, né le incompetenti osservazioni critiche, da alcuni 
con soverchia leggerezza mossegli, fermarono Pegr. A. nelle sue dottis- 
sime ricerche: sicché al Congresso internazionale di scienze storiche 
tenuto in Roma nel 1903 egli comunicò Nuovi studii e ricerche intorno 
alia questione del Calendario durante i secoli XV e XVI (Roma, 
Salviucci, 190G; 8", pp. 16). In essi dimostra, coir esame di ma- 
noscritti da lui nuovamente scoperti nelle biblioteche dMtalia, come 
I>er tutto il secolo XV e per tutto il XVI la questione fosse stu- 
diata e dibattuta, come avesse i suoi caldi sostenitori, ma altresì 
dei fieri oppositori, ai quali ultimi può imputarsi in gran parte, 

V insuccesso toccatole sotto il pontificato di Leone X. Cosi di contro 
a Paolo di Middelburg sorgono ToQimaso Basin ed il famoso Doctor 
pnrisiensis (Cyprianus Beneti) che si affannano e riescono a combat- 
terne le conclusioni e ad infirmare anche gli studi minori di Sil- 
vestro de Prierìo, di maestro Didaco da Lisbona, di Martino de 
likusz ec. Il Marzi accuratamente esamina P opera del maggiore 
degli oppositori, il Doctor parisiensis, e dimostra come vi ha per- 
fetta concordanza fra Topera di lui e degli altri ciechi seguaci della 
scolastica intransigente con la politica francese contrarissima al 

V Concilio lateranense e a tutte le tendenze novatrici cosi nel campo 
religioso come in quello civile. Tanta avversione però non riuscì a 
fermar il progresso delle idee e degli sforzi degli eruditi; e lo studio 
continuo della questione condusse, poco più di mezzo secolo do])o, 
alla riforma gregoriana, preparata e patrocinata, si può dire, segna- 
tamente dai fiorentini e toscani. E. C. 

, — Dae lettere inedite, scritte dal celebre riformatore Bernardo 
iei«>l '^' no, nel momento in cui, abbandonato il catto- 



'J44 NOTIZIE 

lirismo V i\»nliiu* dt'i Capinu'cini. era fiijr;rito a GliH'vra, sono »tat«' 
luiliblii-att' iUx V, IMrroLoMixi in*HMr<7i/rio tifila Società liouinun .li 
>tnnit imtini, \\o\. XXVIII. tomo I-lh. .Sono copit* sincroni* •• «li 
|MKo iiostrriori. v*[ osistom» in un end. ileirArehivio Vatirano. pr»-- 
vi'uirnti' ila (astfl :>. Anp*lo. LViUtort* oft'n* buoni argomenti i^r 
litiurari' la notizia, tlata «lai i'o])ì:>ta. chi* i lU^stinatari siano >Taii 
lU'lla prima I«'!ti»ra il canìinalo Alrssamlro Farnesi «? «li-Ila !it*i'on«i:t 
la rri»ulililira ili Vont-zia. CmU' inviar clu* la prima lettera ^ia >\iiti\ 
tlirt'tta al i-anlinah' lki.'irinaIilo Voìv, parti;riano sìncero della rii"orni;i 
tli'Ila l'liìi»sa: f l'altra ail un laico vem-ziauo. «ìi cui •*• «lirtìcilo ì«l'ii- 
Tìticart' la j^^rsona: poti- torst- f^st-n* Luìiri Priuli. che tu in stn-tt.i 
ivla/ìoui- con irli anttsi^rnani «lei i»artiio ritormatorc. l.M^chino riaf- 
l'iTiua in ipu'str iluf rjùstoli- PimIìo pi/r la r'uria romana, la cnnri- 
»lr:i. a in Uisù Cristo, la iVib- r.»l tri«"«nt"«i ililla propa^amla evan;.'»- 
!iia: ^iustitii-a la sua l'udrà: »■ mar.itVsta invano la sua speranza cliz- 
ia >t r« r.ì>sìnia si M-hirri ilalla partt- il»| ritormatori. 

A itiotìo ili ai»p»r.iUi« aiTli >iu«iì tatti «la più eruditi >u::li 

^. »'!.i' !;ar.ra> n.olra rtlazii'!:*- coi niodt-rni biirl ietti da vi>iia, 

.1 .ir. 0'. :•. Ma. . ; l:a pubMiva: • ui:a br»vr ..il intrrrssante tli>s»T- 

:.ì.:. *'.■.• >••. .i-.-.ìici ^i.:l:tT:i .:.ì v:>::;« d< : ?t-c. Wll »• XVIII, i-lif ap- 

•. .iiT. ..Ì.V»-.- ai '::..ì 'il-:"::- vr.vata. K.:!: li divida in tn* m^fì»-: 

:•;■..-•* ::;.:"■.. " :."•«:.' iì i.'»i;..- i- r.i^ri.i.:..- 

.= ^ ■ "" 7. i -. ..• :r* '!:*• _'i:aT.i ii'i,, 

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' "• l;:Mi".tr«*4 

- V - - Cam. IH»- 

•*.i ": i-».-r cono*ft*rf 

t-:a:<« dellA fcuio- 

i:r:hoiA allo lUdii 



NOTIZIE 245 

«lolla stona deirE^tto nel sec. XVII non 8ai)rpbbe indicarsi. Alle 
lettere all' Huet s'a^^ungono quelle al cardinale Enrico Noris, a 
Lodovico Antonio Muratori, a Benedetto Bacchini, ad Antonio Ma- 
gliahechi, ai padri Adeodato Nuzzi e Bonjour, assai interessanti sotto 
il rispetto dell'erudizione. E. C. 

— La più terribile requisitoria pronunziata contro la memoria 
di fra P<iolo Sarpi ò certamente la cosi detta e Storia arcana della 
vita » di lui, che, scritta nel secolo XVIII, non comparve alla luce 
M» non al principio del XIX. Per lungo tempo ne fu creduto autore 
monsignore Giusto Fontanini, arcivescovo titolare di Ancira, il (|uale 
l'avrebbe scritta per ordine e sollecitazione di Clemente XI, ma non 
volle mai pubblicarla per non soggiacere al risentimento della Re- 
pubblica di Venezia. Nel 1892 Federico Stefani, fondandosi su due 
documenti da lui rinvenuti, sostenne ne fosse 'autore fra Barnaba 
Vaerini da Bergamo. Vittorio Lazzakini, invece, in un manoscritto, 
donato nel 1904 alla Biblioteca civica di Padova dal conte O. B. 
Barbaro, avendo scoperto l'autografo dell'* Istoria arcana» la re- 
stituisce al suo vero autore (lì vero autore della « Stona arcana 
delia rita di fra Paolo Sarpi », estr. dagli Atti dal R, Istituto re- 
ìteto di scienze, lettere ed arti, - Venezia, Ferrari, 190t>; >i'\ pp. UK 
con un facsimile^ il quale non ^ l'oscuro frate bergamasco, ma 
r appassionato e intransigente polemista, l'arcivescovo Fontanini, 
die la scrisse a Roma. E. (\ 

— Non tutti sono persuasi dell'importanza che i giornali hanno 
per la storia moderna e contemporanea. La maggior parte si di- 
strugge: sicché sono rare le collezioni complete che siano arrivate 
tino a noi. Il prof. (ìiuseppe Rondoni, dimostrando invece la grande 
utilità che la consultazione di que' fogli stampati avrebbe per ricosti- 
tuire l'ambiente storico del nostro risorgimento, interessò nel 190S 
il Congresso internazionale di scienze storiche a consigliare la con- 
servazione di quei giornali {Per i vecchi tjiornali della patria. - Un 
piccolo ed importante comune medievale toscano: S, Miniato al te- 
desco. - Roma, Salviucci, I90r»; 8", pp. 10). 

In pari tempo il medesimo Autore richiamò l'attenzione degli 
studiosi sul comune di S. Miniato al tedesco, che solo ricorda an- 
cora nel suo nome la residenza che vi facevano i vicari imperiali. 
Da lunghi anni si affatica intorno a (piella rocca nella quale Pier 
delle Vigne s'infranse il capo; e i frutti delle sue fatiche dimo- 
gtrano veramente tutta l'importanza di quel comune. Notevole è 
nella presente comanicazione l'accenno alla S o e i e t à di giustizia, 
tfeUMiino. e primo nucleo del comune stesso organizzato a ino' di 

E. C. 



t . 



246 NonziB 

— Paul Mabmottan, Fòyo^ de Napoìéom ei d^SUm à Fcaór 
(1807V - Paris, Leroy, 1904; 8*, pp. 44, eoa «u Uvola. — Napoleoa» 
nel novembre del 1807 venne in lulia e Tisitò YenesIiL Ite gli mitri 
Paecompngnò la sorella Elisa, Principessa di Lecca e Piombino, ^ 
vi si recava condnceado seco Camilla Mansi, sna dama d*omin^ il 
cav. Barlolommeo Cenami, grande scadieie, ed OUmi^a FaUneUi, 
dama di palano. Il racconto è corredato di dne appesdicL La prima 
Ila per soggetto: LepaìuU rosNiI de Strà (1807-1902)» che Napoieoas 
comprò da Francesco ed Alvise Pisani per 978t000 ftmaeU e ^ 
divenne la villeggiatura estiva del vice-re Engenio di Beanlmmais. 
La Aeeonda s* intitola : Le palme de Xapoìé&m à Vemiee. 6. 8L 

— Col titolo Dopo Lieem il8in Ginno Bieon pubblica (Milano, 
Oogliati, 1906) un'inedita relaiione da Malta di Micold Fsaqualigo co- 
mandante della fregata Coeomei^ insigne per eroicbe prove in qucUs 
fatale plaga adriatica. Intersasanti nella reiasione le nssiiisiiunl 
«airalfabeto telegraico usato dagli Inglesi «esprime an moiytn 
pavillcms »: il nostro codice di segnali marittimi eoa bandic»; e ; 
acuta la frase sui risultati « de leur navigation eoatiauelle ». Ccfls 
la lelasione valeva la pena di coser pubblicata; ma il tìtolo, 
«tante quel parentetico 181L mi paté un po*cquivocQL Pier mai 
utHi è, abìmè« la reiasione di un Xicolò PìsaqualigOL.^ 

.\. A. R 

— Tu |HTtiHÌo ÌDi(H^rtAutt$«ìiiK> ile* Ila Morìa del Dietro rì«or^- 
tiu'uto ò ttui(>ì«tauit^Qfe trattato (lai pix'^f. Michele Ri.tfri ^Amtt^mio 
ìi r-ùnAi t-r*'. % <r*>r',.| i^] «*^.<i:r/t«<rH%'> tM/i'iAfk. — Roma. *~ Rivista 
«rir:*l:A *\ !'>''*: >, pj»^ :C': ri quale, eolla se»>rta di documenti 
^v.>\rA ircsiiiù r'rfs^*" U- vicende \1eIIa iiv>«tn epopea aaiionale dalla 
ciurrA *\A :<"^.» alla pr\HÌ:tta:uri del M^-^nlìat xb Sieilia^ Egli «egue 
{.i \:o:v.' Ar.:o!:ìo Mor\M*j:: si^fl: alzimi aaci «ir! mio decennale esilio 
•V l.'4::r:.*; vt- rì-vvva : <^z.:;=;-»z:ì ali-* SL*oppto delle ostilità e alla 
>*r::^'5.4 'M *ira:Al -..'a -ìa F-rvzje: l> •l:ai*>i«:ra et>iìtrarìo alle le-uieim 

i"- vs" •■■■. \* V ••^••■•.•::\ * :*•:..> che r ***niyv>* ^caro e vuol rìi 

- v • ' " * :^* " .\ "v -^ ^ ' i-.'' ' -■ s>»: :-■ V : vj: A -i" .^x:: : al':» e«>»a italiano » ; 

* ^' t :*■■.•■ t^ -« >--. 'M-i ;. - iM'iir j:-» Sri '.'art e «SÌ Fa 
■il'" '/:t^ ..-■•.:. > . :.^,. \v^ n- spiegate le t 

■ ^' ■ '^ • V* . -• > ♦ •' • :-s-.\'w i^'^ prv^ttoSu 



NOTIZIE 247 

storia Regionale. 

Toscana. — Can. Fkaxcesco Polehe, La rita dt Livorno. - Li- 
vorno, Unione tip. editrice, 1006; 8^ pp. 21. — È un discorso che 
IVgropio Canonico tenne in Duomo la sera del IS marzo decorso, 
in occasione del VI centenario di Livorno città e contiene una sin- 
tesi rapida, veramente felice, di storia locale. Le origini e i ricordi 
e le glorie della sua nativa città, dai primordt del V sec, quando 
ancora Livorno era spiaggia deserta dove forse ancoravano naviganti 
{«ospetti, giù giù lino ai tempi de* Medici e a quelli della Dinastia 
Lorenese, VA. narra con affetto di fìglìo e con parola sempre gar- 
l>ata ed elegante, spesso eloquente. 

E stia pur certo il Polese « di aver compiuta un'azione non 
indegna di esser consegnata alle pagine della storia di questa festi- 
vità centenaria», non bolo per coloro, ne' quali egli ha sperato di 
« riaccendere la fede e la gratitudine dovuta al Dator d'ogni bene », 
ma per tutti quanti pensano che dalla consapevolezza del muo pas- 
sato ogni popolo i>0S8a attingere vitali energie per l'avvenire e al- 
l'avvenire guardare con serena fiducia. F. B. 

- La parrocchia di S. Michele a Konta. nel Mugello, ove ebbero 
i natali (ìian Battista Stefaneschi, pitt(»re e miniatore, e il poeta 
F^ilippo Pananti, è stata oggi descritta da Lvwi Avdkeani in un 
volumetto pubblicato a Borgo S. Lorenzo nel UHM. Il diligente la- 
voro, nel suo insieme, ha maggiore importanza per gli ecclesiastici 
che per gli storici; ma può esser utile agli studiosi della storia 
dell'arte toscana, nella parte ove è descritta la Chiesa. Essi trove- 
ranno nell'opuscolo alcune tavole che riproducono la facciata della 
chiesii vecchia: quella dell'abbazia di Konta nel 1(590; e alcune opere 
artistiche pregevoli, che sono anche oggi gelosamente conservate 
nella chiesa. Il volumetto è corredato da due cartine topografiche: 
nell'una è disegnata la parrocchia coi suoi dintorni, nell'altra il 
villaggio di Konta. P. 8. 

— E noto come questa K. Deputazione di storia ])atria prepari 
l'edizione del Codice diplomatico delle relazioni di Carlo I d'Angiò 
con la Toscana e l'abbia a quest'ora condotta quasi a compimento. 
Il prof. Sergio Terlizzi, a cui fu affidata la cura di tale pubbli- 
cazione, comunicò al Congresso internazionale di scienze storiche di 
Roma lo schema del suo importante lavoro {Le reiasioni di Cario I 
d'Angiò con la Toscana {1266'l;iSó\ - Roma, Salviucci, lOUt»; 8", 
^ 11); e riassunse i principali dati raccoltivi, che dimostrano 
•"•aurato appetito *lel re di Napoli e l'invadenza della sua 



21S 



NOTIZIE 



politii*;). rlu' olisciti'» contro lui non :>olan)('ntt> T insurrezione !>icilini)a. 
ma anoora il M»>]u»tto ili*l papa, «ii Finanzi* stessa e tirile altri* ii-rrt- 
ilolla rosi-ana. i^Mii'sto >ai:;rio inttTPssante di*lla notevoli' puhMio.i- 
y.ìowv lascia sperar uinlto Im'UO «li'^lla «liliirt'nza v della ilottrina ilt-l 
pn»l*. TitIì//.ì. e. r. 

- Noi Voi. Ili «U'irli Alti i\f\ ^.'onl:rl•^^^l internazionah- tli M-iiMs/r- 
>iorii hf «Koma. Sai vi uvei, l'."»!: ^. i»p. •:» il «loit. DemetkI" Maj:/: 
ilrscrivi' il co!iT«!5utM iVi (liicuiiirnii ili alcune illustri tauii;rlie tìiinij 
tiiii . V ì.t >i ror.M'rvaiii» •»ju'i in i'asa Ti^rriiriani. «romli- altri più iuii'i-r- 
!;u:ti ^'.Mcunìrni!. illu>trati «l.i C. ÌTna>ti. i»;i><arnno. jior «lis]Hk>ìzii»ii' 
•i^rar..-:. Tarla. all'Areliivi»- ili Stai" L-- taiuiirli»-. ili cui si tratta. >on«. 
i pi 1 Ni Ti', i iiua'laiTr.i. i M:r.-T*r":t! •- : T<»rri;:iani. 11 Marzi ••saniiii;! •■ 
.r..:r.:;:;i aocura:..ì::» :::■ rAriLìv;... ili o:a>..ULa. e rirhiauia ratt»'nziniit 
■■■-."i >Trii'.;i'>; »^ !!;i >:.«r:a vi.:» i::i-.«r.inva •l'itnlia :»ull»- eartf rlu. 
ì. ".■..• ^'ìt!.;:.. !' '.-r- >;Tà :':;':c;ì • rivii- «i» 1 >•=•!. aT^r»- Tari»! T«irri::i;u!i 

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S;ìv. «'. r V :.'. >. .!• •-* • .V-'-^'»'»'.'. 0««rTi.iin. Atari. 
": *. - . ;. ', . Jt. — Av.'.iriT.^ ■:• ^ t::: :>. tìi ni.;t il»!!- j«iù .iLtiilt» 
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NOTIZIE 249 

ltK)t>, nn. 11-12). - È una lettera scritta al cardinale Giulio Della 
"Rovere in Urbino dall'Agatone, agente ducale in Venezia, il 24 di- 
cembre 1799. Vi si dice che l'elezione di Cosimo a Granduca aveva 
prodotto cattiva impressione a Venezia, dove già egli era mal voluto. 

Veneto. — È uscito il secondo volume della classica opera di Pom- 
peo MoLUENTl, La storia di Venezia nella vita privata dalle origini 
alla caduta della Repubblica. (Bergamo, Istituto d'Arti grafiche, lUOd). 
È noto come questa quarta edizione italiana sia stata dall'A. inte- 
ramente rifatta, e dall'Istituto d'Arti grafiche impressa con straor- 
dinaria magnificenzii. La seconda parte— ancor più voluminosa della 
prima e adorna di ben 77(> illustrazioni, di cui molte inedite e al- 
cune a colori — riguarda il periodo dello splendore della Repubblica 
veneta, che va dalla fine del Quattrocento alla fine del Cinquecento. 

\a^ Archivio Storico Italiano, che, per cortesia dell'illustre Autore, 
ebbe l'onore di pubblicarne alcune pagine, già diede ampia notizia 
del primo volume (to. XXXI, 1903, pp. 2H1 e sgg.), e, in uno dei 
prossimi fascicoli inserirà su questa seconda parte del mirabile 
libro un articolo bibliografico dettato dal chiarissimo collaboratore 
prof. Carlo Cipolla. 

— Dell' antico Castello di Conegliano non rimangono più se 
non una torre e ruderi informi ; i quali però hanno iiermesso al 
dr. Adolfo Vital di farlo rivivere, qual fu nel periodo della suajuag- 
gior fioritura, in pagine piene di erudizione e di amore del patrio 
luogo (Conegliano, stabilimento Arti Grafiche, 1905; 8", pp. 130). Non 
contento di aver ricostruito l'antico baluardo d(;lla potenza veneta, 
egli ritesse la storia del Comune di Conegliano sotto la dominazione 
di Treviso, dell'Impero, degli Scaligeri, del Re d'Ungheria, del Duca 
d'Austria, fino al tempo in cui il c<isteIlo passa definitivamente in 
possesso della Repubblica veneta (1389). Ne ricorda gli ordinamenti 
interni, i magistrati ed ufficiali e la topografia, recando un utile 
contributo alla conoscenza di quella parte della regione veneta. 

- Gino Luzzatto, / più antichi trattati tra Venezia e le città 
marchigiane, - Venezia, Fontana, 190t) (Estratto dal Nuovo Archivio 
Veneto, Nuova serie, voi. XI). — Sono 17 documenti, quasi tutti 
inediti, dì cui il più antico porta la data del 1141 e il più re- 
cente quella del 1435. L'A., dopo aver esposto i fatti che diedero 
occasione ai trattati di cui tali documenti hanno conservato la me- 
moria, esamina sommariamente le condizioni del commercio veneto- 
marchigiano nei secoli XII-XIV, accennando alla qualità e alla 
Milita delle merci esportate ed importate, alle norme giuridiche 
UBA l.tniffici, ai dazi, al movimento dei porti marchi- 



-.-■■-vTf 






250 NOTIZIE 

giani e speeialmente di Ancona. Le Marche erano per V^eneaia «■ 
centro di rifornimento per i suoi bisogni alimentari, aaaai piA ek» 
un mercato per la sua prodniione indoatriale. La politiéa di Ve- 
nezia, dice TA.^ sebbene ispirata air interesse dei raoneato o di 
una determinata classe sociale più che a un eriterio eeoaomieo 
costante, valse mirabilmente a dare per secoli in mano dai Teae^ 
ciani il dominio incontrastato dei commerci fra PEnrop* e il Le- 
vante. F. L. 

— G. B. PicoTTi, I Camine» e la loro. ngnoHa in Trento Arf 
1283 al 131S; appunti $toriei. - Livorno, Giusti, 1905; 8% pp. XIT^SML 
— Le prime due parti di questa monografia, con i doemnenti che la 
corredano^ furono presentate, « come studio di argomento dantesco », 
al concorso per il premio Villarì del 1900, e ottennero fkvorevole» 
e ben lo meritavano, il giudiiio della Commissione. Nel darle alle 
stampe, Ta. rifuse interamente il lavoro e vi agginnae ma tona 
parte, quella che ha per soggetto: « I figK del buon Glierardo e la 
caduta della signoria de'Camineei ». Le altre due trattano de* proge- 
nitori del buon Gherardo e delle loro relaaiont con Treviao, e dai 
buon Gherardo Signore di Treviso. I documenti aseendoso a einqiaa- 
tasette. Nelle appendici si trova Talbero della Dsmii^ia de*Gamiaflsi 
e Telenco deTodestà di Treviso durante la loro domlnaiione. È lavora 
di ]K)lso, frutto di ricerche accurato; e un giovane che incomincis 
cosi le sue prime armi dà molto a sperare di sé. G. S. 

Lombardia. — Gaetano Capasso, L^officio della tianità di Monim 
durante la peste degli anni 1576-1577, - Milano, Cogliati, 190rt. (Estratto 
dìiìV Archivio Storico Lombardo, Anno XXXIII, Fase. X). — L^A., valen- 
dosi di un codice manoscritto contenente tatti o quasi tutti gli atti 
oiììciali del magistrato di Sanità monzese, reca nuove e interessanti 
notizie sullo svolgimento del morbo e sulP azione del magistrato 
spiegati per circoscriverlo e soffocarlo. Segue un^appendice di dieci 
documenti. F, L. 

— Da un uiB. inedito ed anonimo della Queriniana AtìoSTlSO 
Zanelli estrae piacevoli particolari sul ricevimento e sulle feste, 
cbo furono fatte a Brescia nel 1708, in occasione del soggiorno colà 
della jirincipessa Elisabetta Cristina di Wolfenbtlttel, che erasi mossa 
da Vienna per ra^fj^iun^ere a Barcellona Pa re iduca Carlo, fratello di '; 
(viuseppe l imperatore, che fu come pretendente alla corona di Spaigia 
Carlo III, e poscia, come imperatore, Carlo VI (Archivio 
Lomharflo, a. XXXII, fase. <i, VMCì). 

— Nella stessa (Queriniana Agostino Zanelli, ha rinvi 
alcune miscellanee una memoria a stampa, che gli ha offeitr 



i' 



NOTIZIE 251 

nità di raccontare (Brescia, Geroldi, 1905) alcune curiose vicende della 
vita di un avventuriere di Rovato del sec. XVIII, Sebastiano Bona, 
gìh monaco servita, poi omicida e fuggiasco, quindi soldato in Fran- 
cia, in Spagna e in Polonia, falso conte, corruttore di fanciulle, 
cacciatore e sperperatore di cospicue doti, colonnello polacco, ge- 
neral maggiore svedese ; infine arrestato e tradotto nelle carceri di 
Bergamo, d'onde pure riuscì a fuggire in Lorena. 

Emilia. — Aldo Cerlini, Le Carpinete (E&tr. dalla Illustrazione 
Kmilianay an. 1, nn. 1 e 2). Valendosi di una antica carta topo- 
grafica della storica rocca (rinvenuta fra i documenti comunali del 
R. Arch. di Stato in Reggio Emilia), PA. illustra brevemente il ce- 
lebre castello Matildico. 

— M. Roberti, Pomjfom. - Ferrara, Taddei, 19(»0; 8", pp. 44. — 
Sono erudite notizie sulla storia del celebre monastero della Pom- 
posa, presso Ferrara, esposte con dottrina e con eleganza. Sorto forse 
sulla fine del secolo IX, era nel XI famoso, e vi fu abate (luido 
d'Arezzo. Anche Dante deve averlo visitato, nel 1319 e nel 1821. 
L'A. illustra la vita del monastero, la sua biblioteca, le sue ric- 
chezze, sulla scorta di un largo materiale edito e inedito, fc un 
discorso pronunciato per la solenne a|H'rtura dell'Universitii di Fer- 
rara, ma è accompagnato da dotte note, che ne aumentano il pregio. 

— (t. Mk-UELI, Statuti montanari. Borgotnro, Bardi e Compiano, 
Jierceto, Corniglio, Calestano^ Rararano, Ti zzano, Bigoso. - Parma, 
Zerbini, 1905; H", pp. 80. (Per le nozze Panini-Boccbialini). 

Il Micheli fin dal 1897, in occasione delle nozze Boveri-Balestrino, 
pubblicò Gli Statuti di Borgotaro, che si spartiscono in sei libri 
V vennero promulgati prima del 1488. Qui ne fa T illustrazione, 
e parla anche delle aggiunte e delle riforme posteriori. Passa poi 
a trattare degli Statuti i)er Bardi e Compiano, che furono compi- 
lati nel 1599 e Tanno stesso stampati a Milano, co' torchi di Jacopo 
Maria Meda. Era allora Marchese di Bardi e Conte e Barone di 
Compiano Don Federico Laudi, Principe di Valditaro. Anche gli 
Statuti di Berceto, fatti per cura di Troilo II de' Rossi, Conte di 
San Secondo, che n'era Signore, hanno veduto la luce. Furono 
impressi a Parma « apud Seth de Viottis » nel 1558. Inedito invece 
è lo Statuto che dette a Corniglio Ugolino, Vescovo di Parma, 
ohe n'era feudatario, VS novembre del 1358. Calest^ino, feudo dei 
Fieschi, non ebbe uno Statuto vero e i)roprio, ma una raccolta di 
leggi, insieme riunite, che dal 1355 vanno al 1785. Lo Statuto 
di Ravarano in Val di Baganza porta scritto nella prefazione che 
▼Muie formato nel 1444^ dal podestà Guidone Caifasso sopra gii 



-V »" 



252 NOTIZIE 

Statuti di Zibello, Parma e Cremona^ pbr ordine del Marelieae Fé* 
derieo del fa Antonio Pallavicino; affermazione che può dar luogo 
a più di un dubbio. Ha infine due decreti riguardanti la linftrola 
villa di Cassio. Niccolò Terzi non fece che approvare lo Statuto di 
Tizzano, compilato nel 1309 dagli uomini « probi et idonei » di quella 
terra. Le antiche corti di Rigoso ebbero da Ugolinoi, Veieovo di 
Parma, gli Statuti stessi della corte di Comiglio 1*8 novembre 1338^ 
Papa Urbano Vili, il 4 febbraio del 1625, confermava «omnia et 
singula statuta et consuetndines » della terra di Rigoso « ad Eeele- 
siam Parmensem immediate spectantem ». 0. S. 

Napoli. — Don -Fastidio (dr. Fausto Nicolinj), Un boia appie- 
cato, - Trani, Vecchi, 1905 ; 16^, pp. 14, con una tavola. (Eatiatto 
dalla Napoli nobilissima, voi. XIV, fase. 9). — Don Innieo Veles 
de Guevara e Tassis, conte di Ofiatte, che quando tenne il governo 
di Napoli faceva più conto della vita d'una moeca che di qvella 
d*un napoletano, fece appiccare anche il boia; e fu questo u 
atto di vera giustizia. Troppi desideri di crudeltà aveva lasciata 
la rivoluzione del 1647-48; si voleva non solo. che gli implicati 
in quella rivoluzione fossero condannati a morte, ma ehe noria- 
sero in mezzo addolori più crudeli e più atroci. Il boia «Antonio 
Sabatino, per cupidigia di danaro, soddisfece queste voglie sei- 
va^*?!!*. Diceva: « Datemi cento ducati ed io farò soffrire al vo8tn> 
« niMiiico, prima della morte, pene cosi strazianti che, neirecc-esso 
< del dolore, dimenticherà o^ni proposito di rassegnazione, morrà be- 
« »temmiando e si dannerà Tanima giù air inferno ». Il contratto era 
stretto e i ducati calavano nelle saccoccie del boia; che, appesa 
avuto il danaro, andava da* parenti del condannato, mettendo loro 
il dilemma: o cento ducati, o lo farebbe morire in mezzo a^ tormenti 
più terribili. Le famiglie, quando potevano, pagavano; se non po- 
tevano, il disgraziato stava fresco! Se doveva impiccarlo, tanlava 
:i saltargli sulle spalle, per prolungarne quanto era possibile la tor- 
mentosissima agonia; se doveva tagliargli la testa, faceva cader la 
mannaia sopra una spalla, non già sulla nuca, per poterlo sgozzare 
a helPagio con un suo coltellaccio; se doveva arrotarlo e tanagliarlo, 
colpiva sempre le parti meno vitali, per prolungare e accrescere il 
martirio. Usò, tra le altre volte, (pieste raffinatezze di crudeltà giu- 
stiziando Nunzio De Falco e Antonio Tagliatatela. Quest'ultimo era 
un ^^entiluomo. La cosa fece chiasso, la voce si diffuse, e Sabatino 
fu arrostato. Ritenuto reo « <le crudeli morte exequuta in decapi- 
« tando Antoni um Taglialatela et laqueo suspendendo Nuntinm ed 

«Palco ordine alterius pecunia mediante et alila OB».* 

« torsionibus in eodem ministerio commissis », il 23 agosto Itti fr 



NOTIZIE 253 

condannato ad esser torturato « tamquaiu cadaver », e poi sospe^io 
alle forche. L'esecuzione ebbe luo^o tre giorni dopo e la sua testa 
staccata dal busto fu messa dentro una gabbia di ferro nel palazzo 
della ffran Curia della Vicaria. Ci. S. 

Abruzzo. — Nell'Abruzzo citeriore e nel Molise^ tra i fiumi F^oro e 
Fortore, j^iace l'antica rejjione Frentana che dal Frento, come era 
anticamente detto quest'ultimo fiume, prende il suo nome. Abitata 
prima del V sec. av. C. da un popolo probabilmente d'origine illi- 
rica, cioè dai Liburni, soggiacque all'invasione sannitica, passò sotto 
Homa, fu campo di guerra di Annibale, e segui le vicende di tutto 
il versante degli Appennini. Con molta dottrina il dott. IttiMo Rai- 
mondi (I Frentani. Studio storico-topografico. — Camerino, Sa vini, 
11»0*): 8", pp. ¥11-155, con una carta) discute le molte questioni storiche 
ed archeologiche che si riconnettono colla esistenza e collo sviluppo 
di (juel popolo; ne studia il paese e riassume la storia delle |)rin- 
cipali cittA che vi s'innalzavano. E. i\ 

— Francesco Savixi, Scorna dì un iernmano nclV Archivio tìi 
MoììfccnMiino, (Estratto dalla Jiirista Abruzzenc, Anno XXI, fasci- 
colo Vili) Teramo, 1906. — L'A. espone il resultato dei suoi studi 
n«»l l'archivio di Montecassino, riportando ed illustrando le notizie 
utili alla storia teramana sino al 1800, da lui trovate nei regi^sti, 
negli indici e nei cataloghi della celebre abbazia. Y. L. 

Skmlia. — Dai documenti pubblicati dal La<jumina, (^otìice dipìo- 
matico dei Giudei di Siciliay Palermo 1889-95, deriva il sig. Q. Senkja- 
(ii.iA una serie di dotte osservazioni sulla storia degli Flbrei in Sicilia, 
sotto il titolo: La condizione (jiuridicn degli Khrei in Sicilia. - To- 
rino. Bocca, 190<); 8", pp. 40. (Estr. dalla Jiir. itah per ìe scienze 
(jiur., to. XLI). — Dopo alcuni richiami, a dir vero scarsi e incom- 
])leti, al diritto romano, l'A. accenna al periodo saraceno, per venir 
jmi all'epoca del regno normanno e della monarchia aragonese, al- 
lorché ì numerosi documenti sussidiano lo storico e il giurista nello 
studio esatto del problema. Oli Ebrei, considerati come nervi delia 
lieffia (Camera, formavano una specie di regalia, su cui i sovrani 
liberamente disponevano, imponendo tributi o taglie di varia natura 
<che sono qui partitamente studiate), finche alla fine del secolo XV 
non interviene l'editto dei re Cattolici a scacciare gli Ebrei da tutti 
i loro Stati, ed anche dalla Sicilia. 

— .Morto il grande ammiraglio di Sicilia, Giorgio «li Antiochia, 
Ruggero li nominò a succedergli l'eunuco battezzato Filippo di 
^Al Mahdìah, a cui affidò, nel 1158, l'impresa di Bona in Affrica. 
La vittoria sorrise al nuovo ammiraglio: ma (piesti, di ritorno in 



*J.">4 NOTIZIE 

Sirilia. fu MittoiioMo a priuriiso \ìvr ti-pitlezza rrli^riossa. i*. iioiinManr»- 
la priMin'>>a ili rial»l»rai*oiare la itooo. t'ii condannato «' arst» -ni 
rovro. «^»ui'sti porlii dati, accolti f !»pii'jrati iliffcrcntfiijrnt*' dai vari 
aìiiiui, nascondevano troppi* incertezze, troppi misteri. iKTchè ;rli 
^toriri potessero menarli linoni: e il si::. ViXiENZu EpifaM". tacili- 
dosi interprete iW i|ne>tì dnldd, ha Mntopo>to ad accunite indairini 
mIi' leiTiTcnda I l\'iiHn'*' II • Fib}»}»'» *ìi 'Ai Miih*iltth. - I*alernn". 
Tip. Rovcone del povi-ro. 1 •>'.'•: ** . pp. -v^u Dopo avere ospost*» c-«ii 
'.iioha dottrina la iinestitu:»- e le vicemle del Retnio neiriiltinio ami" 
ili KciTi^ ro 11. cìtIì dimostra come i:«in piiì il Ke, ammalato e >taiir". 
» iMiM'.-.dasse. ma la Corte e.'!- due ••pi.««>!'- l'azioni: Puna tutta cou.- 
ji >!.ì lì.» r.ol»:l: ed tcilèsiasticì. li^rì a K-Mua e il» siderosi di schi.ic- 
> :.»:-. !'a::Tiii» eliv.ìer.io u:ll^^.lu:al■.•.•■. ì\ilTra, t-dN-rantr-. lautricè di 
X :. v.-.ev.;.i vt r>o i \\\\\\ <\\\ :is>!^i:ravar.«' la r!i-ch»-zza e il pr«»;:rts><» 
'.'1 'i .1- <• . K'ilirri", !.i\..r::»- ■:•! K- •■ i":-!.TÌ>>imu. i\\ eami'i'iri- 

• • • ■ ■ 

■: ■ ::>"'"!t::v;\ :".»:; v:r : •. : r".i: ••;ì;I' imjT- >;i aifrìcana- ilnrart-- 

1 ;■. .r '. >'.:■ ! .u\-7>\r: .ìv- \-.',r. s;r. •::• prvLdtTe il so]»nìVA-i'iiTo 

.".; i' :;. • •. %.ì*ì'- V :::•...;•,. . :..- : ::; Tar-li -ar-Mn- tadnt*! il 

: •'. ^ V..: •'. 1 -ì '•-:*:■:.:.■»..■:.• v:.:" ~'.>\:ari>- !.i meiii-'ria. sors»- 

: .;. .:>^" ^ì .; ':. ■■:.m\\ • ■ ::: .\: :; -. : • .\'.\\ TÌn-- d^l >»n-. Xll. 

> !:»■<■■■ \i;i E. i . 



■ a<'rnA.t 



NOTIZIE 255 

diritto romano nel Breviario alariciano, e da questo nei diritti visi- 
gotico, bavaro e biirgundico: non forse nel longobardico. Del resto 
la pena del simile fu già sancita nelPantico diritto nordico, ^e non 
aveva dì certo subita T influenza romana. Anche una legge anglo- 
sassone o normann<i, inserita in una collezione del secolo XI, e che 
applica la regola del tallone, ò sicuramente di origine indigena ed 
arcaica, riconnettendosi con una vecchia leggenda indiana. Infine le 
pene che colpiscono il membro del corpo col quale si è peccato, e 
che sono una forma attenuatii del tallone, sono puro di origine 
schiettamente germanica. P. S. 

-- Roberto Cessi, La Statuto della Fraglia di S. Maria di 
Tribano. - Padova, Kandi, 1906. — Ia) Statuto, pubblicato integral- 
mente con opportune considerazioni preliminari, ci fa conoscere la 
costituzione della fraglia tribanese, che del resto non era molto di- 
versa da quella delle altre. £ un tenue ma buon contributo alla 
storia delle antiche corporazioni religiose. 

Knkk^o Besta, Fer la storia della nostra letteratura proves- 
nuaU, Prato, (liachetti, 1004; 8°, pp. 10 (Estr. dagli Studi in onore di 
V. Srialoia). Dimostra come il Lihellus de praeparatoriis litium 
et earum preambulis, edito dal PALMIERI, nella Bibliotheca Jurid. 
meda aevi^ IH, pp. 17-*)8, e falsamente attribuito a Pili io, appar- 
tenga invece a Ouizzardino Arsendi, glossatore della scuola bolo- 
gnese nella prima metà del secolo XIII. Inoltre lo stesso Besta ha 
studiato Un formulario notarile veronese del secolo XIII (in Atti 
del H, Istit, Veneto, t. LXIV, par. Il, pp. ll*)l-78), dovuto a un 
magister Ventura, e molto notevole per la storia del notariato nel 
medio evo. 

Storia artistica e letteraria. 

— Siamo lieti di annunziare ohe il nostro chiaro collaboratore 
Laudedeo Testi ha vinto il concorso indetto dalT Istituto veneto 
di Scienze Lettere ed Arti per il conferimento del premio di fonda- 
zione Querini Stampalia. Il concorso chiedeva che si mostrasse in 
qual modo nacque e si svolse nel Trecento e Quattrocento la pittura 
veneziana; e il Testi «che (sono parole delTon. Molmenti relatore 
della Commissione esaminatrice) si rivela uno studioso maturo, 
esperto, a cui poche cose della storia dell'arte sono ignote », ha 
trattato da par suo, con vastità di ricerche e acutezza di indagini, 
Parduo tema. 

Noi ci compiacciamo vivamente che uomini come il Molmenti 
"'ooiioeeano in lui una « conoscenza specifica e completa della ma- 



^i«r^ 






256 



NOimE 



teria ehe SYolge » e « la visione Ineida ed otgaaieà M patMI 
artistici e del earattere individuale dei varT artiati ». CoaMitam 
altresì ^che le mende ora notate nel lavoro del Testi ■eoaòniùo «eila 
stampa e che queir « amftteiilf storico », Ael quale la^pMmi ve as- 
liana sorse e vigoreggiò, sia nel suo prossimo votame lu m gg giai to 
compiutamente. L* ingegno e la coltura del Testi ei àMdM» ékÉ 
dalla ricerea erudita e dalP analisi sagace' egli sappia aaaigai o alla 
sintesi estetica. 



— L^editore Lumachi di FIrenae continua la coUes|oBe "^^ 
illustrata '* con un secondo volume di 0. EL Giqliolu SmpM A s t i ù H ^ m 
(Firense 1906), ricco anclie questo di illustraaioni nel tasto • tmùd 
testo, di documenti, di Indici e di bibliografe. Paitioppo è vera ehs 
per la maggioransa del pubblico Empoli non è cbe una proapera e 
laboriosa cittadina della pianura toocaaa, insigne di traflei e di mar* 
cati, specialmente agricolL Allo studioso essa vive ael rieoido sde- 
gnoso di Farinata, pel verso di Dante. E pure aneb*essa ha Bowameati 
notevoli, e sorriso di leggiadre madonne. U libro del Glglioli vuais 
appunto illuminare per noi questa parte di Empoli ebe aoaoaeiamo 
cosi imperfettamente, e lo fa con cura ed amore giandOr ete m ei ita a tf 
tutto il nostro consenso e la nostra lode. Ma in fondo, dopo aver 
Ietto e questo e il precedente volumento della coilesioiiOf ei nata 
1111 desiderio. Sono nn ])o* arìdi, un po^ rigidi, un poMncolori. È vero 
die sono princii>Al mente destinati ad essere integrati dalle impres- 
sioni di ohi vi.i^pa le^Tj^endoli. o li legga viaggiando, ma il nostro 
desiderio di lettori immoti resta. Noi sentiamo parlare di tavole e 
di iscrizioni, di pinacoteche e di Kissori lievi, ma Tanima della ritta 
ei senihra chiusa. Perchè? Perchè, io credo, è fatta troppo poca 
parte allo spirito antico delle antiche mura non meno che allo spi- 
rito presente: Tautore sesTiie le vecchie tavole e non si occupa del- 
rarehitetnini, della struttura, deir.ispetto della città ; decifra \o 
eopìa t' non decifra) un*i^crizione e chiude l'orecchio alle voci della 
vita r deiraitìvltà presente. La rnSMiwa iììnstraia dovrebb^essere 
una Toscana viva e verde nella corona delle antiche mura e nel 
diadema de irli olì veti arjrxMiteì non meno che una Toscana di Ma- 
donne i:iotte>che f di pievi romaniche. Non soli i pallidi riflessi 
d'irartf pa>s;ita. ina ♦ i tuoi rosei tramonti, o dolce Toscana.,,.». 

A. A. a 

Alla Spezia tu tenuta iir.V>pv^sizì«MU* retn^spettit-a di pittuim. 
Vi tìtruravar.o più di trecent»^ lavori «Ir' trt pittori si)eziini Agostina 
Fosfati, (ìiaIn^aTti^ta Vallt e iiiu>tppv Pontn^moli: in ui 
a |V!iTte erano raccolti i t(uadr: sui*ersiiti di un altro pitlocr 
Spraia« il i\nr|Hnuuo, % meritevole davven> ebe la sua fir< 



NOTIZIE 257 

« al di là ile}la ristretta cerchia cittadiiiiu, e che il suo nome prenda 
« un posto deg:no nella storia dell'arte in Liguria ». Ignoto al So- 
prani e al Katti^ primo venne fatto conoscere dallo Spotorno «* 
dietro a lui dal Gerini e dalFAlizeri. Ora ne rinverdisce la memoria 
Uralih» Mazzini con la monografìa: Un pittore quasi ignoto de! 
Cinquecento, Antonio Carpe nino (Pistoia, Fiori, 1905 ; 8", pp. 8). 
Quando nascesse non si sa; ma nacque senza dubbio alla Spezia, 
perchè tìrmò sempre i suoi ì\uììì\tì: Antonius Carpeninus Spediensis. 
La prima notizia che di lui ha trovato il Mazzini è del 1530, la 
seconda del '33; si tratta di modesti lavori commessigli dalla Comu- 
nità. Nel Mf> dipinse la grande pala d'altare per la chiesa degli Ago- 
stiniani della Spezia, rappresentante Piipoteosi di S. Niccola da To- 
lentino; nel MI un'ancona per l'altare della cappella de'(ìrii1i nella 
cattedrale di Sarzana*. nel '42 una tavola per l'aitar maggiore della 
chieda de' PP. Riformati di Recco; nel '47 gli apostoli Pietro e Pa(»lo 
con S. Stefano, quadro oggi disperso; nel '40 un'Annunciazione, di 
piccole dimensioni, ma bellissima per la composizione, il disegno e 
la tavolozza. 

Nel '52 viveva ancora; nel '04 già era morto. E un pittore che 
«ad un'impronta originale nella composizione accompagna la cor- 
« rettezza del disegno, e soprattutto una vigoria di colorito, che 
«colpisce: l'anatomia è accuratamente studiata; le fìsonomie hanno 
« i tratti caratteristici della gente del luogo, ciò che mostra che le 
«figure ebbero a modello il vero; il panneggio è sobrio e corretto, 
« come corretta è l'architettura e i)erfetta la prospettiva ». Si tratta 
di un artista del Cinquecento a torto dimenticato e che deve pigliare 
il posto che gli spetta nella storia dell'arte. G, S. 

- Umberto (fiAUPAoLl prende a illustrare f-na .^cultura dimen- 
ticata di felice Palma ((ìenova, tip. della (tioventù, 1005; H'\ 
p]>. 10). Di questo artista, che nacque a Massa il 12 luglio del VìK\, 
tesseron la vita Filippo Baldinucci» e (ìiuseppe Campori, ma l'enu- 
merazione delle sue opere « è tutt'altro che completa »; e molte ne 
restano ancora sconosciute. Il (riampaoli gli rivendica un Cristo, di 
carta pesUi, grande (piasi al naturale, che si trova a Massa nella 
chiesa di S. Rocco, e si credeva perduto; bello a segno che, per te- 
stimonianza del Baldinucci, Pietro Tacca lo voleva a ogni costo e 
olfriva a' fratelli della Compagnia di S. Rocco « più centinaia di 
« scudi, coll'obbligo di farne loro una copia di bronzo, di sua mano ». 

G. S. 

— li Can. Dionisio Brux(»ki dedica alcune pagine (Firenze, Ti- 
po|?rafia Domenicana, MC.MVI) alla memoria di Giovanni Bastianini 
e di Paolo Ricci, scultori fìesolani del secolo XIX: versatile ingegno 




258 NOTIZIE 

il primo, a cai si devono magistnli rìprodaiioni e imItMkmi «Mi 
perfette, che solo la eoeoienBa onesta delPaitista tepedi ftwiera ad- 
dlrittnra falBificaiioni dei mi|^iorì artlatf del KlaMeineato; «ao- 
desto quanto valente cultore delTarte il eeeiMido ». Prodiiwo méU 
della promeua deirA^i di pnbblieare « quando dw ala » le ave ri- 
cerche intomo alle « opere piA singolari di mano e di ingegao di 
coloro che per nascita o per lunga dimora hanno appartenuto al 
Comune di Fiesole » a cominciare dal 1900. 

— SAirrDBBB Dbbbkbdbtti, Xefler» tmeéitm dì» iìlèerlMio MmwIs 
a farart del Jtfoetfro JVafi€Cseo di Ohmia di TiMgmtuL, (KaCr. dal 
BtaU Siar. Pi$ioi€$€, Anno VQ, fosc a. pp. 10). — In quesU brerv 
eomunicasione 11 dr. S. Debraedetti dà un primo ma notevole aaggie 
degli ottimi resultati che si possono trarre dalla Indagine attenti 
delle iml»reviature. Tka i protocolli di Marco da Carmignaao egli 
rinvenne una lettera Inedita di Albertino Mussato; con Pesame di 
questa lettera e con una nuova lnteipretasioned*anatCBtii 
addotta dal Marchesini, giunge alla seguente conclusione! 
nessun argomento per credere illegittimi I natali dell'iaaìgne pa- 
dovano. La lettera del Mussato è pubblicata con una aciupolsss 
fedeltà diplomatica; servono di utile eompIcHMnrto alFopnaeolo 
dite notiiie sopra un oscuro Maestro di Grammatica, Fr an ccseo 
(«ìiintA di Tiiuna. e »ul più noto Passa Passavanti. S* acquista | 
inoltra UQ nuovo (virticolare intorno alla biojrrafia di Guicciardo da 
B(^lo£rn;i. aiitorv dì un antichissimo commento air^cmaiWr <vedi 
A. Zakp*% L'K^rnMh ili Aìhfrtimo ]dms*aio fotta V aspetto itfoneo. in { 
if»r. Sf. Ir., voi. VI, fase. ;^ !<>;• e R O'LFK Di va amtiehimmo ì 
<v>>i».iKf »<f<!> iìfìV Kr/nniiif 'ì* A. Mn^^ito, in Ra**^ Emiìiama, a 11, 

Ir. apivmiìoo PA. dà notìiìa di documenti fiorentini relativi ad 
AIK'rtìr.«^ Mussato, nel i^ rìMo in cui Io scrittore padovano tenne 
:r:* r.o: la carica dì Esocuion- dì Oìusiiiìa. F. B. 

Sulla vita ti: Tomaia m> Fontano che. non ostante il lavoro 
;iN>:%i:: • »i: va!» "Ti s:u*i^"*sL ha ancora molte lacune* Aiif*STlSO Za- 
\f:*. :. -v. s:r.i uì or. oc rati a j^«iM«:ica:a r.rl H-ìUtut^o Mìa Depmtariome 
.A* -; 1% ^' •'. • i ;•'-' ; XI. :--.;vr.r :- lacr nuove circostanze, ri- 
i-^x.^r.ì.'Io àa a\r.": ì.w.y.'.i :.:• •:•. !!'Arvr.•vì.^ Comunale di PcniKÌa« 
^- i". ro::,^:^ :V. v a-.-.c^ '.":• rt ••• I •*■-:..::-•, e da alcune lettere dì M» 
. ■ - r < ■. > v^ V. ^^ .« V. V- . -.-. ■■.-•••::■: r. -: '.',■: \ •:■ : - ^ hr Va t icana e MartiJ 



\.\ : H N r . - . ■., » r- >•:'•-- • ^» ; ; -.•j -fc< ,u /fr>fi«iceDfa» MML 
l.;.a. Ksr;-r.:, \y^- Ks'rat:.^ t'..\!!A Kon^v^»!* LvccAtf^^rk — J^ 
''.?-., "rA::i^ l?.^ì^< HìS^ìrvva ò: i ..v":.v s^t-o scritte a 



NOTIZIE 259 

sijnioro <li Lucca nel 1402, quando il Pitti era capitano di Bargii 
la poesia, di cui qualche stanza era ^ià stata pubblicata dal Lami 
e dal Flamini, si intitola alla Fortuna e fa testimonianza che Dante 
e il Petrarca si studiavano anche fra i non letterati di Firenze sul 
primo quattrocento. F. L. 



— Il di 8 dello scorso settembre Scarperia (Mui^ello) ha degna- 
mente commemorato il sesto centenario della sua fondazione e ha 
reso onore alla memoria del Clasio. 

Tenne il discorso commemorativo il senatore Isidoro Del Lun^^o, 
che nella sala del Palazzo Pretorio evocò con mirabile magistero di 
parola i ricordi del glorioso castello e la popolare fif^ura del favo- 
lista mugellano. 

Volle Scarperia che in tal giorno non solo rivivesse nel bronzo 
la cara imagine del suo Clasio, ma che una lapide recasse incisi i 
nomi degli uomini suoi più famosi (Dino giureconsulto del sec. XIII 
e maestro di Gino da Pistoia., frate Agostino da Scarperia, Tumanista 
Iacopo Augelli, il medico Antonio di Cuccio), e un^altra fosse apposta 
fuori del paese, là dove nell'ottobre del 1351, quando più ferveva la 
guerra tra l'arcivescovo Visconti e Firenze, fu per tre volte, dato Tas- 
«alto al castello e per tre volte respinto, sicch^ l'OIcggio dovè abban- 
donare il pensiero di espugnare la terra, levar l'assedio e prender la 
via di Bologna. 

Alle feste di Scarperia assisteva, quale rappresentante la nostra 
Deputazione di storia patrizi, l'egregio socio ciiv. lodoco Del Badia. 



— In uno dei prossimi fascicoli dell' Archino sarà pubblicata 
una importante Memoria del prof. Italo Raulich, dal titolo: Il car- 
pii fiale Alberoni e la Repubblica di S. Marino^ contributi) di Docu- 
menti Vaticani. 



ConcorsL 

— L'Istituto di Storia del Diritto Romano, presso la R. Uni- 
versità di Catania, bandisce un concorso a premio, al quale potranno 
prender parte i giovani studenti, inscritti nelle Facoltà di Giuris- 
prudenza, di Filosofia e Lettere delle Università del Regno ed i 
laureati da non più di un biennio. 

Il tema posto a concorso è: / rituali feziali di guerra compa- 
.rati con altri antichi rituali bellici, (Il tentativo preliminare di pa- 
ttlieft soddisfazione segnò la prima tendenza a sostituire la forzsi 



*J»5i> 



NoilZIK 



il»I «Urino alla tV»rza ilillr armi? Esprima il i*i«ici»rreiiti' ì rMnxii.- 
l'iitimii >uoi intorno air iiloalt* lU-lT abolizioni* «K'ila ^rut-rra i. 

\.v nu-morii- nnano>rritti* o stampato Mlovrannoos-son* inviai.-. i.'»i- 
Itili tardi \\v\ :>" aprilo ll"»7. alla P^'^i^ll•nza il».'iri>tiinti- prts?«. Jt 
K. rr.ivtrsità dì Catania iTtlii'ii» lU-lla Pn-sidonza. Tiazzi-tia 5^. Mari.i 
.il irAinio. ■»>». AirAutoro <U*lla misrlit^rt- niviiioria sarà c.-nl» ri'a »i:.:i 
:ii((l.\::iia d'oro oon rtlativo «lipli<ma. Altri premi iiotraLii>« ••*?■.'• 
,o:*.!\'.:'i a^li autori dì uiomorir. rli»- alla C«ìmmis>ion»- «•saiii:r.a-r!c- 
>• ::.'i' :ar.:u« dtiTiu- di oor.>idt razì-r.f. I prt-mì sarann*- :»::iriu«l;<- ••! 
•.-.« !:'.ì:-.r.:a::;a >o!i:-.r,i- «irli* Is:itn!". r.vlla jraul»- aula «l»-lla H. l*:-:- 

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UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA 

DEL MARCHESE UGO DI TOSCANA 

■$4« 



Per primo il Davidsohn nelle sue Bwerclie (1), che 
sono un tesoro di utile erudizione, a proposito della 
leggenda del marchese Ugo, parlò della vita di lui scritta 
dal notaio Andrea nell'anno i;U5, contenuta nel ms. 
della Biblioteca Nazionale Conv. 1. 2()41, già posseduto 
dalla Badia Fiorentina. Ed io, avendo avuto occasione di 
esaminarla, trovai ingiusto l'obblìo in cui, e prima e dopo 
il Davidsohn, essa fu lasciata, e mi parve utile di pub- 
blicarla. Già essa contiene notizie, probabilmente vere, 
che non ci pervennero per altra via, e prima di tutte 
quella relativa a Roberto, lìiaestro, e cardinale della 
chiesa di Bavenna: due qualità così poco intese dal- 
l'autore della Vita, che egli nel seguito di essa trasformò 
quel personaggio in un dotto dignitario della Chiesa 
Romana; mentre si sa che in Ravenna, come altrove, 
così appellaronsi già i canonici della cattedrale. Ora è 
forse questo il primo anello di una catena di fatti fin 
(|ui inesplicati, ed assai importanti per la storia del 
diritto (2). Cominciava siffatta catena dai rapporti della 
chiesa di Ravenna col monastero di Marturi, dove migrò 
probabilmente da quella città il famoso manoscritto 
delle Pandette, che poi andò a Pisa e quindi a Fi- 
renze; continuava colla dedica di un ms. delle Ex- 
ceptioìies Petri a Guglielmo conte di Firenze; poi colla 



(1) For9ohungen zur Hlteren Geschichie ton Florenz, Berlino, 1896, p. 31. 

(2) A questi io ho già accennato nel mio scritto sullo StMdio di Bo- 
logna nei primi due eecoli della sua esietenza, Bologna, 19Q2. 

AscM. Stob. It., &* Serie. — XXXVIII. 17 



I 




262 AU&UBTO GÀUDENZI 

richiesta solenne fatta dai Fiorentini ai dottori • 
nati del loro parere sul computo dei gradi di parantiete; 
e quindi colla prima comparsa nella colleBloné di Ab- ^| 
selmo da Lucca dell'Autentico, venuto da Bavenna^ 
senza arrestarsi qui. Il fatto per altro che quel Bobertoi 
il quale verso il 1000 certo insegava nello Studio di 
Bavenna allora risorto per opera degli Ottoni, era pa- 
rente di Ugo, non so se dipenda dall'essere costai di 
origine ravennate, o piuttosto si coUeghi ad altri fttti, 
che accennerebbero ad una ingerenza dello stesso Ugo 
nelle cose di Bomagna, come la concessione da esso fttts 
ad altro suo parente ddP abbazia di Oaleata (IX B ts- 
ramente quando si vede che anche il sucoessove di ìaif 
Bonifacio, andò a Bavenna con un esercito, non già 
come nemico, ma come mezzo padrone (2X siccome pò- 



(1) Debbo oonfeasare ohe questa affemuuloiie io traggo aoltuito dalli 
reminiaoenia di una antica notisia oontennta in un ma. della BlUiolMa 

Nazionale fiorentina, il quale ora non riesco pili a trovare: o che quindi 
la memoria potrebl>e anche ingannarmi. 

(2) In un rifacimento della Vita di S, Severo (cfr. Ann, Boil^ %U 
X). 337) uno scrittore contemporaneo così si esprime : « Heinrici itti 
« sul) imi>erio quidam Tusoorum marchio, nomine Bouifacios. venìcM 
« Ravennani, circa deiccta dirutae classis mocnia cum sua niilitia ocei- 
« i>avit hospitia. Cumquc ecclesia sancti Severi illis proxima haber^ 
« tur, nullam ci reverentiam habuere » (ms. della Bibl. Naz., C. 8. A* 
1, 1213). Ora il l>enemerito editore degli Statuti di Ravenna, aig. 8ILTW 
Bkknicoli, mi avverte che a p. (>3del voi. n. 16 dell' Archivio di ChHK* 
presso TArchivio Comunale di Ravenna, in un documento del 1261, eitali 
anche dal Fantitj^.i, Man, Bar., voi. 11, p. 2^, n. 134, leggeai: < afil j 
« monasterìum Sancii Severi dudum Classis in palacio condam doatal 
« Bonifacii ». La situazione di questo palazzo, che già aveva appartiaat» 
a un signore di nomo Bonifacio, rende verosimile, che esso fosse qaeOi 
stesso occu])ato gi:\ dal marchese di Toscana, così upi>ellato quando a^,.j 
venne il miracolo di S. Severo. E allora da cmlesta ]iroprietA naeiiilltj 
rafforzato il concetto di una legittima intromissione del modeaino li 
cose di Ravenna : tanto ]>iìi se trattasi, come ]>are, non già del 
immediato di Tgo, che avrebl>e potuto essere di famiglia rai 
del ])adre di Matilde. La scelta fra i due diiieude dal ritenan^ 
ratore Knrico qui nominato il secondo o il terzo. Ad ogni m 
considerare, che Firenze, quando aveva chiusa da Siena, da 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 26:{ 

U'Viì fare quasi un secolo dojio il marchese Corrado ( 1 ); 
vieii fatto (li supporre che, per la natura ecclesiastica 
delia signoria arcivescovile dì Ravenna sulla Komagiia, 
il marchese di Toscana fosse il protettore armato di quella 
regione, e di questa protezione si servisse per spadroneg- 
giarvi : e per converso l'arcivescovo di Ravenna eserci- 
tasse sulle chiese di Toscana una ingerenza, di cui gli 
effetti apparvero al tempo della guerra delle investiture^ 
4|uando le città principali, come Lucca e Pisa, seguirono 
l'antipapa Guiberto: e di cui le vite di santi ravennati, 
con tenute nei manoscritti toscani sorti tra il secolo XI 
e XII, sono un indizio (2). La notizia di maestro Roberto 
trovavasi forse in una vita, conservata nella Badia, di 
<iuell'eremita Eugenio, anche lui d'altronde ignoto, e di 
cui il nome potò ispirare la nota falsificazione di un an- 
ti<*o santo fiorentino (3). Ma (piand'anche maestro Ro- 



IMsa, lai via al maro iiicditorraiioo, doveva provvodorsi del uoooHsario 
dal iK»rt<> di Ravenna ; o «ho i veredarii ricordati da K. Pier Damiano 
aocennano a nna 8i>ccifl (U servizio ]>o6tale tra le due città. 

(1) Il Muratori nella dissertazione VI deWAut. it. (v. I, p. 3H>) i»uli- 
blica un documento dell'anno 1129, dove costui compare come Ilarenìia- 
tmm dur et Tuscie prewH oc marchio, 

(2) Alludo, oltreché alla Vita di Severo, a quelle di AiKillinare, Vitale. 
Barliaziano, Ilaro, e a<l altro ancora. Ma ik>ì è anche interessante il 
vedere come, nel secolo XI, un abbate del monastero Chissense si rivolpi 
a un ecclesiastico fiorentino i>er avere da lui la ì'ita di Santa livparata 
(efr. Annali Qain.f II, app. XH*). 

(3) La vita i\ì K. Ku)ceiiio, contenuta nel ccmI. Laur. ]d. XXVII, 1 a 
ce. 141-43, è attribuita dal Davii)W)HN, op. cit., p. 71, coll'altra di S. Zai- 
nobi. che ivi la precede, al soc. XI: mentre il Ristori {Detta tenuta e del 
90fjl(fiorno di S. Ambrogio in Firenze, in Aroh, stor It„ 1905, fase. 4.") le 
erede del principio del XIII. A me, ])er molti indizi, sembra prol>abile 
che le due vite, destinate a riannodare alla ambrosiana le origini della 
chiesa florentina, siano sorto sulla line del secolo XII sotto V intluen/a 
bolognese, e per etietto della lega lombarda: come già la vita di àS. Pe- 
tronio in Bologna. I*^ ik>ì curioso, che corno fratello di Eugenio conii»aia 
ìb esse un i>crsonaggio, ugualmente inunaginario, di nome Crescenzio. 
Secondo me, anche costui deve essere venuto fuori da ({uella vita del- 

^ ^«remit« Eugenioy nella qiuJe era nominato, come nel ca]). 1 della nostra 
^ Ugo, il soeteniton dell'oillpapa Giovanni. 




26^^ AUGUSTO GAUDENZI 

berto non fosse esistito mai, la sua comparsa nella ìogry, 
genda del marchese Ugo fra il secolo XI e il Xn — 
giacché avanti la metà del XTT i rapporti tra Ffaen» 
e Bavenna si spezzarono e quindi cessò ogni ragioM 
d'inventare qnel personaggio — avrebbe sempre m 
certo valore. 

La seconda notizia, fornitaci da Andrea, è che Ugo '^ 
non mori già in Firenze, come dice il VUlanì, ma in \ 
Pistoia, dove era andato a reprimere una 8edizi0De. 
£ssa è certamente vera: ad onta della comparsa di 
qnei dne tedeschi, che potrebbe collegarsi alla pieten 
provenienza d' oltr' alpi del marchese, o che forse dete^ 
minò- essa stessa la credenza alla origine esotica di Uga 
Molto facilmente, secondo Pnso dei monasteri d'allofii 
il fatto trovavasi registrato o in nn necrologio, o in m 
catalogo degli abbati del monastero da Ugo fondato. E m - 
è vero, la sommossa di Pistoia deve essere connesBa si . 
malcontento dei nostri, che scoppiò poi dopo la morts ' 
(li Ottone III, e diede luogo alla elezione di Arduino: ^ 
malcontento, che di qui si vede non avere invado sol- 
tanto l'Italia superiore. 

Ma il maggior pregio della nostra vita nasce dalla 
conconlanza di essa colla Cronaca del Villani; conl•o^ 
danza la quale fa necessariamente? supporre che il no- 
taio Andrea abbia copiato il Villani o gli autori dei qnali 
il Villani si ò servito. Per altro, un accurato paragone 
(Iella Vita e della Cronaca mostra che soltanto la secondi 
ipotesi pu(> essere vera. Ad esempio, se il nostro avesse 
attinto dal Villani (IV, ;^) la notizia dei sette elettri 
dell'impero, dopo averli nominati, si sarebbe* fennslo 
lì, senza andare a cercare cpiei versi, che diflicilmenls': 
egli capiva. Ma poi, tra la sua esposizione e qnelt. 
del Villani ci sono difterenze essenziali, che si 
gano soltanto ammettendo che (piest' ultimo ri aia 
ramente servito di notizie, che il nostro letten 
copiò. E allora la Vita, conservandoci anche 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL iMARCHESE UGO 265 

franimeiiti delle scritture, da cui è attinta la nostra 
maggiore cronaca del Medio Evo, acciuista un grande 
valore letterario, per la ignoranza (juasi completa in 
cui ci troviamo delle fonti fiorentine del Villani (1): e 
ci permette di apprezzare meglio l'opera di lui. A prima 
vista non pare escluso, che in altri luoghi il nostro possa 
avere anche copiato il Villani: ma vi è sempre <iualche 
<lirterenza, che rende questa supposizione inammissibile. 
\i\ esempio, là dove si parla delle famiglie dei cavalieri 
creati dal marchese Ugo, il nostro ha l'espressione più 
arcaica dei figli (Mia Bella, per coloro che il Villani (IV, 2) 
più modernamente chiama quelli della Bella. (Josì anche 
il Villani (IV, ,'iO), a proposito degli incendi del 1 1 15 
e <lel 1117, dice, per incidente, che per detti fuochi 

♦ ai^sono in Firenze molti libri e croniche, che più pie- 
« namente facieno menzione <lelle cose passate della 
« nostra città di Firenze, sicché poche ne rimasono: 
« per la qual cosa a noi è convenuto ritrovare in altre 

♦ croniche auti?ntiche di diverse città e pa^^si ((uelle di 

♦ che in questo trattato è fatto menzione in gi'an parte ». 



(1) IjU sola rieorca snria. Iwnrliè iniiKTretta, sulle stir^ciiti «lei forando 
cr(»iiÌKta e quella dello 8i:iikkfkh Boiciiohst rVlorentiner Studirn, I^ip- 
zig 1^-1« pp. l-21)t il quale trova ohe quello si servì di Martin PoIoihi, 
di Tonnuaso Toseo, della Cronaca di 8. Dionigi, e del ConquMo di (H- 
trrnutrr : le quali, osservo io, ap]>artengoiio a quelle Croniche autentiche 
di altre città e paeiii, rieordate dallo stesso Villani, nel pjLSSo ri])ortato 
nel testo. Di fonti fiorentine lo Sciikffkk Boiciiokst jiotè indiearei 
solo la nta di S, Gioranni Gualberto e le misteriose Ge*tta Florentinoru m , 
le quali si vollero \nìi tardi, con poco successo, detenuinare piìi da vi- 
cino (cfr. ViLLAKi, I primi duf eccoli della storia di Firenze^ 2/ ed., I, 47). 
Orai io credo, che invece di queste, o accanto a queste, si dehlm porre 
una Cronaca fiorentina scritta certo nella seconda metà del secolo XIII. 
quando, per la disputata successione alP impero, le notizie siigli elettori 
del nic<lesìmo cominciarono a destare molto interesse in Italia: e non so 
m^ prima della elezione di Rodolfo d' Ashnrj^o, nella quale il settimo voto, 
allettante alla Boemia, fu attribuito alla Baviera, unita aUora al Palati- 
nato. Certo è interessante il vedere, che codesta unione, cominciata 
nel 12258 e ricordata dal Villani, non doveva essere ancora menzionata 
iBllft nostra Cronaoa, 



■I .' 



266 



, — ^ 



AueusTO aAxniBNzi 



La notizia dello incendio delle • vecchie eronaèhe idh 
Tentine, se ba fondamento di vero» qui è «ertanente 
spoetata : perchè net 1115 siffatte cronache non esiste- 
vano ancora. Invece il nostro, assai più fedehMnte e 
più opportunamente, riproduce Paffennasione di ob 
cronista anteriore, che §U annaU di FiremMe, memnr 
tamente distinti dalle cronache, andarono perduti per 
le gaerre intestine, gl'incendi e le aUuvionL E tìò 
forse getta una luce insperata sulla compilatone, ae* 
minfficiale, dei vecchi annali florentinL 

Anche la disquisizione sulla vecchia Fireii£e, cbs 
il Villani in parte ampliò, perchè riuscisse più esatto 
e perfetto il paragone con Boma, e in parte rammodemò^ 
perchè diventasse più intelligibile ai contemporancd, A 
trova certamente nella nostra vita in una forma pia 
antica. Ed io sospetto che la prima origine di essa sia 
una antichissima descrizione sorta nel secolo XI, e pa- 
rallela a quella di Modena aggiunta alla vita di 8. Ge- 
miniano, ed anche essa forse contenuta neUa vita del* 
l'eremita Eugenio. Ed interessante è sopratutto ciò che 
ivi si dice del Duomo della città (1). 



« 1> Che io s;iiipìa nessuno ha amboni indagato perchè dommt al>bia pivM 
il sì^iitìoato di càie»a ccttfdraU, 1^ ila eseludere senz'altro dal eoiiceUn41 
«[uesta ()uollo di comi di IHo, applicabile ad ogni altra: e si deve pintioils 
)HMtsan^ alla eiMa drì nwvrt» t drt cirro, che deve essersi eonsldenita coni 
pntprietik del $nnTo titolare, e ]iiìi tanti anche del patrono della cliitw 
K ditatti n«'1ta n«>stra Vita si nomina la dommt ep i9 ee p atm9 Jlamitimi, 
iiuolla ohe die«ie il nome alta {Hìrta Ahniia n'ir £jn«co|m. Ma poi la 
mina/ ione dolla tNtNiHikM deve e^<ere ^tassata alla chif«a p«r un rìvtl* 
cimonto oouuess^i alla iH%stitU£Ìone del iHimnne : perchè eioè il saalib 
x»tto rigida dol «{iiule questo <iì «sv^titiii. si c^ìnsiderò come patmiMiM 
«^irr.irio iMtmuno di tutti i cittadini, più ohe deirahitazione del ektsS 
I «li; indi, ad (esempio. dt>wiiii wifii'.'ì Ii}ikammi*, o serapli cernente /Ammm ftf 
tvorìlt'u.'a. parvo dover ossero quel! a. in oui S. Giovanni in Ì8|iiritBlpi* 
N',i«do\.-« la mdunanra dol )Ht|toIo tlonMitino. e non 1* abitasioBfl àA"^ 
X, ,\vo. Ma la «luestioue menta un esame più approfondito. K isil 
v.into è auehe il totìiativo di una spioicariane Alohijnea fatto do^ 
della desuTi/lono ; spit^^^iiono oho si oapisee s*ìlu 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 2tJ7 

CJie in ogni modo la nostra Vita sia tolta <inasi lette- 
ralmente (la ftcrittnre più antiche, ce lo afferma il suo 
autore, quando diee che 11 suo opuscolo fu registrato, cioè 
a dire, secondo lo stile notarile del tempo, copiato, o al 
più compeìidiato, da altre cronache, e da documenti an- 
tentici. E poiché fortunatamente questi <locumenti esi- 
stano ancora o in originale o in copia, così che si può 
accertare la verità di (pianto il notaio Andrea scrisse 
di esHi, è da credere che uguale scrupolo egli abbia 
a<loperato nella raccolta <lelle sue notizie, e che solo 
la parte rettorica della narrazione sia sua; benché anche 
qui, ad esempio, quella descrizione della confessione del 
marchese sembri opera di un frate, più che <li un no- 
taio: e <|uindi sia verisimile, che anche essa sia stata 
scritta da un mona(50 della Badia. K allora potrebbe 
anche l'abbate Niccolò aver voluto pubblicare, sotto 
il nome di uno scrittore riputato, una vita del fon<la- 
tore (Iella Badia stessa, rimpastata entro il convento 
coi materiali che ivi si avevano, e il notaio Andrea 
avervi messo poco o niente <lel suo, fuori della prefa- 
zione. Per altro ogni ipotesi <li (piesto genere sarebbe 
azzardata. Niente poi vieta di credere, che ((uesto An- 
drea sia il celebre Andrea Lancia noto per le sue 
opere volgari ; e che, essendo stato incaricato della ver- 
sione degli statuti ftorentini (1), doveva essere cre<luto 

|iriiiiitìvo tonto avesse: quac dieiiur Domus ex eo quia fuit aedta Maìiin. 
K iM>ic'h^ ad aedr$ devo essere }ììn tardi stata agjxiuntu la iutor|)rota- 
zioiie ca«a nire tìomOf nacque, eoUa coiTezione di (Umio in domuM o la 
omissione deUc parole jireeedenti, la redazione nostra, e con altre e peg- 
jliori stor]>ÌHtiire, successivamente accnmulatesi. quella, assolutamente 
priva di senso, del Villani: «E infra la città, ]>resHo la ])orta, ocma ttire 
« damo, interdire ti amo il duomo di sancto Giovanni, chiamato ]»rima ciisa 
« di Marti », che dovrebbe presso a |m»co suonare così: « E infra la città, 
« presso la ]K>rta. il duomo di santo Giovanni, chiamato ]>rima aedv^, che 
« interpretiamo cana sire dowo, di Marti ». 

(1) Questui notizia, come altre che mi furono assai utili, io debljo 
«Uà gentilezza e alla dottrina del dr. DKMi-rrKio Makzi, che da anni sta 
inwpanmdo Tedizione del Villani ik'Ì HK, II, SS, 



:ì(kS augusto (iaupenzi 

anello pratico della liiif^na latina. Certo è che tra i nn- 
merosi atti notarili ili <iuesti t<Mnpi, rof^ati nella liailia 
fiorentina o per essa, io non ne ho trovato nessuno, elif 
sia opera ili un notaio Andrea. E quindi non mi par verc>- 
siniile, elle eostui per ra*::ione «Iella sua professione fosM» 
in rapporti eolla Hatlia stessa. Corro perciò eoi pen- 
siero ad Andrea Lancia: «:iaeehè dalla mancanza <leì 
protocolli di esso neirarcliivio notarile di Fii*enze «li- 
<luco, che e«»li non esercitasse la professione di steiKlert^ 
atti per privati, ma fosse, come si direbbe ora, impie- 
trato e, a tempo perso, scrittore. Anzi supponjro, chr 
culi non fosse neanche tìorentino di nasi*ita, e che i>cr 
questo si a])pellasse (|ni Amìrva^ notaio leioe Hvgrvtarm 
liorvntino. v non Andna liorrèithio, notaio. 

Nessun indi/io su di lui può fornirci il nostro 
manoscritto, che non e autografo, come provano «rli 
spropositi di cui ribocca, e neanche contemporam**» 
deir opera, bmchè posteriore «li poco alla composizioiu* 
drììa mcdc^ìiiia. V. \rvi\mr\\Xr iwWt xplirif, il Mareln'M- 

Tuo ò drili» dì lh't'n*f' fmrijn, r noli uJà di M a liclrbu !';:<' 

i'omt' Uri tratti, nra il l>aviiKi»lin i 1 » o-^M-rvò i^ià. elit* 1:ì 
toìulu/ ituii drirari'i\ r'^rv»\ adi» tli Maudrliurijo pfr ojifra 
tli':^li Ottoni, dri ipia-.ì r;^o fii iTi-aiura. può av«Ti:li 
tallo ai :ril>ì:ìir inirl niairhr-^aio: ma rln- fu il N'illaiti 
il piinii» a iTt'ario •«'^'.^'^' »'■" l^rnmhìtif rtjn : <■ prroi-riu' 
in A.aniauna . '^r:i\i- i.;;i. « n«'n \i lia altro man-li«*- 
^;iio '. ni;i. . inio il», i:r.an»ii» riijjfra «K-l N'illani -^nlnto 

• S«l>i> ... v.i'-.ir i".: !;:', i.-nii- a- 'ri*!!- ^rinprt'. t'n vi-nnni 
;•■ t.i*'.::i ri": ■.. r.» .. :.». ;: 'ni'iia-»' l'i-'.a liatlia «It-v»' avfn- 
I i»" :«::•• '' ' ..■'.«'. i.:^. •.»".- .•■ A::»irfa: r, «Ihjh» ipn^^ta 

* ' :« ..'.'i . .i*\t » x^, ;, x\;:.. . x»^::::;i ìu i-.ij»ia a noi 

^ • I «•.*' ;•« .. •• . ' 1 »a\ i''S"'.:i, rhe nella 
■r :•« ::.» :.'•..'■ . .•*.• :i '; l';^.» nel 14.S7 sia 



^ UXA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 2G9 

stato incìso Andehirgeìisem, per prendere un mezzo 
termine tra le due forme. Già P intestazione del secondo 
capitolo del nostro manoscritto ha et Andéburgensem : 
e l'originale doveva avere Mandeburgensem, forse alte- 
rato anche in altre copie in Andéburgensem. K quindi 
mi par certo, che solamente per effetto della nostra 
Vita, e fors'anche del nostro manoscritto, sia nato l'er- 
rore dell'iscrizione. In ogni modo è notevole il fatto 
che ({uesta si trovi copiata in caratteri maiuscoli prima 
della Vita : e che quattr'anni dopo la erezione del mo- 
numento, cioè a dire nell'anno 1491, un rifacimento 
umanistico di essa sia stato compiuto da Lorenzo Ciati 
per ordine dell'abate Celso. Questo rifacimento è con- 
tenuto nel ms. della biblioteca naz. C. S. B. 2. 2H8'i, e, 
in copia posteriore, nell'altro segnato D. 7. 392, e sarà 
forse pubblicato da me quandochessia. Il Ciati, secondo 
l'uso dei contemporanei, tratta con molto disprezzo il 
suo antecessore, di cui l'opera, non solo per l'eleganza 
dello stile, ma anche i)er la correzione della lingua, 
e, <liciamolo anche più chiaramente, per l'osservanza 
della grammatica, lascia veramente a desiderare: forse 
perchè Andrea Lancia, se veramente la compose lui, 
era molto più avvezzo a maneggiare il volgare. Per 
altro la sua Vita di Ugo, interessante anche letteraria- 
mente, perchè ci rappresenta il passaggio dalla leggenda 
pia al romanzo cavalleresco (1), doveva per la forma 
tradizionale di quella, e per la sua origine monastica, 
essere scritta naturalmente in latino. 

Bologna. Au(;usto Gaudenzi. 



(1) Il Baccetti (iSeptimiana Hùttoria, i». 8) scrivo che Andrea « iidco 
« iiiinntu quaeque in ca uarnitiono religiose i>erse(iiiitur, ut anilibun fa- 
€ ìmlia haud multuni videatur absiniilis ». Ma ne accetta il contenuto 
oome vero, o a pp. 100 e sc^g.. lo compendia e lo intreccia colla favo- 
storia degli Ubaldini. E rLTciiiKLLi (/f. Sacr,. Ili, 33-^4) riporta la 
*iloiie del Baccetti quando parla del vescovo Sichelnio, dal nostro 
»^ in Eufiolielmo. 






270 AUGUSTO GAUDENU *^ 



1> Viu.AM. 1111. ;V: * Nojrli anni di CYisto MCXV del mese di 

• iiiasi^io s';i]n»rr»s<' il fiuxN» in lH»rjj»» Sauto A]>|»ostolo. i» fu bì (cnindc • 
« :iii]*<^nios4). che Iniona \tiìTio d<^lla oittà arso «-on prande dMnno ile' lf*lo- 
•• n ììiini.... K Tanno a]>iirrss«ì del MCXVU anrhc si prese il fncie» in Pl- 

• n-nzo. e luioìianionto oiò olio non Iìj ars«» al ]»rìnìn fn«>co arac al secondow.M 

• Va \*ot Tarsiono d«''doTn ùuvIìì in Kirvnzo ars<mo molti lil»ri e cmairlwt 

• ■Ih' yìiì pirnanionio f.iriono nit-nioria ih-ìh' in^so ]Kfcssato della 

• «ittà ili Fironzo. >i«vhr ]>iH»ho nr riniasoni». IVr la qua! coai 
' »• ««invrniito rìtn»varlo in altr*^ rn>nì«*lif' antontiche dì dÌTHi 
■ •■ ]ia«--si <)U<11o. (li cbt' in <|ni-sTo trattato ì* latto mraKMBOi, i 



i 



•4 

i 



EpMola Amdr^e iwiarii Jloreniimi damiuù K^eeoUiù «Mail 

mmHe Marie de Flonnfia de hedifieaUome dieii moMuteHf. 



Venerabili in Chriato patri el domino, diMBino Nioolao 
natrterìi sancte Marie de Florentia ordìnia Banetl Benedieti ab- 
bati dignisaimo, Andreas, notarìns Horentiniu, «un leeimimenda- 
tione se ipsmn. Votom yeatnun et monadranaa Dea ameptuai j 
et hominlbns gratom, qiio exigitia de eonalnietioiie et eonditon ^ 
vestrì prefati eenobii aliqnod opnsenhim fieri ad perpetaam ni 
memoriam et insìgnia devotionia eondietoria affeetnn et benefleen- 
tiam adnotandam, adimplere coravL Xee leve ftiit» taoi pnqpter 
bedllitatem et imperitiam meam, qnam p ro pter Inopiaaa 
neeessarìamm ad bninamodi epos fsbrieandnm. Xam qui in fatino j 
(Tonieas oomposoenuit, nnllam in eoram libria de boe mentioaeai 
liabneront, otpote maioribns inandantes: mum^i^ elTÌtatia Flonutie, 
ut plurimnm, snnt eonsnmpta propter intestina beDa, ignea (1) et 
alluviones, et etas bominnm qne ab eonun maluìbiia gesta bniw 
urbis pereepit din extincta est. Eapropter, tà qnid in presenti libello 
exacmm, tamen non solnm ex nnieo libro sed ex plnrilHis, vobìii 
^rniruin in veneri t vestrji luitemìtaR. ex lioc largitori onininn Ikk 
noruiìi 1Hh> et ip8iii9 niatrì gloriole viridni Marie jnratìaA refemt: 
ivprt^lieiìsibìlia et imiH'rfevta <]ue in eo nmU intimiitati me>e depntet. 
Sapieiitìain vestnim oniiìiiHiteii» Deus 8eni|ìer angeat. et monaitte- 
riunì ipsiini ao iiioiiaooi^ et faeiiltates eiusdein in tìnem et temiinniu, 
ad i|uein luMlitieaiiti» iiitentio se din*xit, dirigere dignetur, qnì \irit 
VX re;niat in stM'iila. 




UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 271 

I. — ih creai ione (hioius teriii imperatori ft Romnn4>rum^ ei angue 
eonfirmatione et adventu primo in Vialia atque secundo (1). 

P<»Kt iiiorteiiì tH^cundi Oetoiii» Koinanoniiii imperatorlH Otto ter- 
tiuM eiiis liliiift ereatur imperato!' anno Domini nostri lesu ClirÌ8ti 
non^ent^^ftimo Ac^ptimgeHimo nono, Gregorio quinto apostolico sedi 
presidente. Hic imperator, poHtqnam de manu dicti pontitìei» su- 
Hrei)it dyadema imperii, statini vinitavit limina ecclesie sancti Mi- 
cliaelis Archangeli {a) in monte Garbino {b) in Apnlia ; et confestim, 
H4*datis ytalicis discordiis, per Galiam in Alamaniam reversns est, 
CrescentiiiH Romanornm consnl, considerans absentiam principis et 
de sna potentia contìdens, ob cupidità tem re^^n^indi qnemdam Gre- 
ciim tnnc episcopum Placentinum, cui nomen fuit loliannes sextus 
decimus, ipsi apostolico sodi {e) profecit, oxpulso dicto Gregorio, 
(^uam ob rem i1nperat<n' prefatus, convocatis Ugono affine suo niar- 
chione Mandeburgensi (d) et P>oderico duce Bavarie ac aliis ba- 
ronibus et proceribus nec non proboruni luilitum magna comitiva, 
Vtaliam profectus est; et per civitatem Florentie, (jue tunc tìorebat 
civibus et divitii», iter faciens, ibi onoratus fuit mirifico. Idem 



(1) Villani, Cron,, IIII, 2: « Dopo la morto dol secondo Otto fiio 
« «'lotto iinpcradoro Otto forzo suo figliuolo, e coronato \ìo,t \mim Grogo- 
« rio «plinto nogli anni di CrÌ8t4> DCCCCLXXVIIII, o rongnò questo Otto 
« XXII II anni. Poi olio fiio incorcmato, nndoo iu Puglia in i>ollogrinaggio 
« ili monto Santo Angolo, o poi si tornò ]>or la via di Francia in Ala- 
« uutugna, lasciando Ytalia in buono stato o ]mcifico. Ma lui tornato in 
«« Alaiuangna, Croscionzo, consolo o singnoro <li Roma, cacciò il dotto 
« Gregorio dol ]mpato, o misovi uno greco, ch'ora vescovo di Piagionza, 
« molto savio. Ma sentendo ciò Otto iiii])oradoro, molto crucciato, con sua 
« forza tornò in Ytalia e assediò iu Roma il detto Croscionzo e '1 h\io 
« ]>a]ia in castello Santo Angolo, che là entro s'erano fuggiti. Il «luale 
« i»or asscMlio obho il detto castello, o Croscionzo feci© diooUaro. e a pai»a 
« Giovanni XVI trarre jjli occhi e tagliare le mani; e rimise in sodia il 
« suo ]>apa Gregorio, che di nazione era suo ]>arouto. E lasciando Roma 
« e Ytalia im buono stato, si tornò in suo paese in Alamangna, e di là 
« mori l>en© avonturosamento. Col dotto Otto terzo venne in Ytalia il 
«detto marchese Ugo: credo fosse marchese di Brandi nlK>rgo, ])orò che 
« in Alamagna non ha altro marchoBato ». 

(ai CimI. : angli con Io lettere reha atffrinnt*^ nell' interlineH <1a mano contempo- 
rane*, fone d* neoonda mano. 

(6) Omrgtmo im^nnto neir interlinea ila mano contemporanea. 
<•> Stài aggiimlo nell' interlinea come sopra. 
^ Oimtl» M m ifd wb urgen si, 



. i 



272 AUGUSTO GAUDENZI 

secum duoeiiR £a8ohelmiiin, ipeius oivìtatis epiacopnnif Bmmun 
yenit, ipanmciue oonsulem onm suo pastore in castello «aneti An- 
geli de Urbe obaedit: quos in brevi obtinnit ob penoriam vietnalie: 
Cresoeiitiiini (leoresoi vldelioet deoapitari mandavit, pastorem Ten> 
lohannem oiHoio oonlisque et manibus privavit, et aiftnem nniai 
Oregorium sue restitnit apostolioe dignitati, et enram imperìalem 
nd rexilaiidam Ytaliam, faoinore dioti Creseentii oommotam, tota- 
liter direxit* 

IL — i^wUHer Oeto ITI imperator prefeeii Tm$€ie Uganem »cr* 
ekioi^m Mandeburgemiem (a). 

Erat Otto vir atrenuos, eeolesie devotos, magnanima, dapailis 
et muniflooB, non oapidna pompe, non avidna peennie, non immani 
sangainis prodigus: et qoamvia deleotaret eom eonaedere in Urbe, 
tiimen alTectabat magia et magia in mia patria eonvivere: hee Ta- 
nita» rigebat in eo. Perinde aoblatis odiis ytalioiSi de eoasOio 
dicti epiaoopi Euaohelmi snonunque procemn et ob votnm Boma- 
nomm, per Ytaliam prefectoa ereavit; et provineie Tnaeie, qoam 
ti'nerime diligebat prò eo qnod pre oeteris avo «m> aibiqne ae patri 
M* obaeqiiiosam prebnerat*, prefecit memoratmn Ugonem, TÌrnm ami* 
ox|M'rtiim, venuntam eorporcs iocnndiim faeie, afìibilem ore, gralmi 
hoiiiìnìliiis vt nomini nioU'^tunì. Qui a principio t^iitis modiste n?nn- 
vhiìt «li^uitatcnì pn*fatanì ìhì qiiod divcs onit opibii». iM»t4*U(s ctnl»- 
ilitis, clilortus ab Alaniannis, pulrtTinia i*t nobili^inia iixon* f<*lix: 
ac «Icniiuii proptcr olnnlicntiani vX tidvm ({v niann im|H*nitorÌ8 {•n'- 
feoriiraiii siisorpit, Din'xir Otrt» frlioittT iter ^uuni in Alanianniaui. 
C^rcnivit r>ro, niaroliìo vX pn'f«»otns, Tu^'ìam totjini. ìnqiiirenit dili- 
irt'nti'r <1v fa<'inon»sÌ8 lioniinibns: i*t ipt^is pn>vinc*iam i|»Aam piir- i 
jrans, lt»ois quidcni sin^ulis runvcniontrs |»n*iH>8UÌt j^lH^marorr^ 
vX iiidin s, vt in oiviratr Fbin*ntia, t-an(]nam in ltK*o majò^^ riorìd» 
vi ameno* t^nlcm ^uam oonstiruit (1). oin'umspioiens nirliiloniìnn^ ur 
alì«ina |»ars cor|H»ris pnnincic sibi oommissc Mia provide-nria ni- 
vvifX : nam sr|nns sin^ilas rivitaU's visìtalmt vt oppida mapia. 
iiHjinrt'bat palam vX iKu-nltr, qnalitcr bii «puts pn-fw^rat 8«* j^^retiant. 
ai\ UT ministri iustitic an ut ovium d«']ùlator(*^ si «>dia K*\irbanu 
si alieniti prt'ttT ot»n>titutum rrusum «xtoniut-ÌKint a MilMlirrì<< n 
lKrmiotrì»ant in ItuisMhi sii]»]x»sitis farinonisi>s1iomint'>(niinmcinri. 



»1 \ 11.1 ANI. 1111, J: * A fostui ]»i;ir<j»n- si In siaii7^ «ìi Tt 
«• 7ialiiiriitr «lo ]:\ nostra oitià <ìi Kirrn/c-, rlTi-cli «"i <"<*«*'* vr-niiv la 
^« «• in V'inuyo tt-oir suo «lìninro si «Nunr- vicario «l'otio ini^i^nidcii^ ». 



] 

] 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 278 



III. — QìKiUter Ugo marchio et prefecUM Timcie adexìt tteìmibUibutt 
(leleeiationibiM, 

Ovili doniinico ulicpmmdiu talem se prebuit pastorelli. Set 
posteti eaptuB aiiienitate loci, <iiie ut plurimum iiiateriaiii prebet 
lasci viis et qiiandoque hoiuiiies effeiuinatos reddit, ciiras politi cas 
seposuitet adliesit sensibilibus delectatioiiibus; animum advertitad 
musica instniiiienta, ad voces canoras, ad ystrioiies et iocidares: 
<»niiiis sollicitudo ipsius vertitur ad predicta iiecnon ad veiiatioues, 
ut plurimiiiu. Et adeo ab liiis illecebris occupatur, ut etiam sonipuia 
ipsius iiicliil alìud agebaiit (a): ita (piod sepe im soiiipiiis audiebatur 
vocare caiies, reclamare aves, ac aliquando dicere: « Heu ille cervus 

< evadit, ille austor non redit, vos non bene mori^erastis illum le- 

< vrerium ». I)um sic se totum liiis prebebat, non totaliter omit- 
rebat divinum offìcium, quin diebus solempnibus in mane devote 
tlexis >(eiiibu8 altari astaret^ doiiec sacerdos totani missam cele- 
braret, et precipue missam ad honorem beate vir^nis Marie. Atria 
sua piena erant venatoribus, commessatìonibus, et omni K^nere 
musiconini instnimentorum. Panem suum commedebant canes, non 
pauperes: aulam suam non videbant de cetero pupilli, orpbani nel 
vidue, w^t illi quorum studium circa mundana et caduca versatili*. 

IV. — Qaaliter virgo Maria,, maier Dei, apparuit (lieto mnrchioni in 
partihìM rallift Arni Huperiorin in nilva cwtlri, 

Quadani vero die marchio prefatus cum sua comitiva ivit ve- 
na tuni versus partes et alpes castri vallis Ami siiperioris, et ho- 
s]>itatus est penes qiiosdam nobiles ipsius contrate. Se<]uenti die, 
sumiiio mane surgens, cum ipsis nobilibus et comitiva sua vena- 
tioni operam dedit usqiie ad horani meridiei. Tunc iter suum fe- 
stinum divertit, et relictis omnibus venatoribus tam nobilibus 
qiiam aliis, prosequitur capriolum quemdam, et adeo se in silvani 
castri iiivolutus est>, ut nullo modo exitiis eius pateret(ur) (5). Erant 
eniiii ibi arbores procere ma^piitudinis, et demsitate a<lherebant sibi 
ipsis. Fessus ipse et eqiiiis et animo tiirbatus, valde repente vali- 
dus edeiidi apetitus invasit, ac si per triduum cibi penuriam passus 



•a) Cod. : a^tgebant con la ti etipanta. 

ib) Le parole e lo lettere chinse tra parentesi tonda M>no nel cod., ma per la 
grammatica o per il nenno devono ometterHi ; quelle tra parentesi qnadra mancano 
Inveoe noi co<l., e sono aggiunte a maggior intelligenza del testo. 



i 



274 Aueusto oacdenzi 

faisBet ; et perìnde debilitabatar fortiter. CireurnvolTena Itaqae n 
modo a dextriB modo » BinUitriti quanto pliu proeedélNiI tanto pte 
fatigH[baltur membrìt, et appetita vexabatnr predietow Deniifae de 
preeedeBB [modo] retro modo ante modo a dezteis modo a einìstiiii 
quod BeooB ipsam eilvam peirenit hora yespertina ad qioamdam 
domimoulam, deseendit equo; et oSieasiu debiliteto eorporiiii fiuae 
et mentis pertnrbatione, nil alìod extpeotabàt qnam ut aUqao «Ae 
refooiUaretnr. Et eoee «obito aisistit domina qnedam in ▼eatimeate 
deaorato, mire pulerìtadinis et v^erabiliflaimi aspeotu, ez eaioB 
faoie proeedebat fulgor inenarrabilia et tanto virtntia, nt in 
marohione, qni alias dnm aspioeret mulieres ardebat Inxnria, 
libidinem mortiflcavit. Ferebat ipea domina maniboa cola Taa 
dìdiesimnnì et ineptom^ plenum tamen oibis delieatia et Tennitlii 
et dieebat : « marehio^ pasce famen toam, somme eiboa perojptatoSi 
manduca »• Et dom ille maiestati obediie vellet boioa doodne et 
appetitui satisfacere, qnedam abominatio torpissimi vaaia eon psr- 
cossìt, et sic medios inter dno prelia stopefiMstos pigreaeébafci « Eeet 
qnod optas, o marchio: cor dobitas, cor retudaa sameni qood 
ooncupisoist ») domina illa dieebat. Biarcbio Tero softuns rabon^ ée- 
iectis oeulis, inquit; «o Teneranda, sancta domina, appetltas edeaii 
iam solo aspeeta sordidissimi vasis, quo oibnm attolisti, eztinetas 
est; o domina exoellentissimn, ego non som assnetos sumere cibnm 
ex tali vaisi», m»t ex argentois et aurei» ». Cui illa respondit: « Per- 
cipe, o niareliio, non auribu8 tantuni* set intellectu verbo uiml 
Va» ititiid simile est cor|K>ri tuo, quoti est lasciviìs et illecebrì» 
oorrui>tum et fetidum. Cibus hio anime tue comparatur. que in tuo 
vasi» sordido penna net: sieut os tuum horreseit ex isto vase tur|M 
earpeiv delie-ittuni oibuni, sic ex anima tua opera coinquinata ror- 
I>orÌK afleetionibus divine menti displieentAa1)es i>eccat4>mm sordi- 
dant animam tuam. Creator omnium Deus templuni suom facìt ex 
anima Kua punì, anima virgine, anima pudieitia exoruata : qne ri 
ceno faeinonun sonlidatur. ipst» creator et ego mater pulere di- 
lectionis et sjincte spei ahort^scimus eam. Si te ex vase hoc fastidii 
cibiis ((ui intus est, contemplarti similitudineni propositam« et porgi 
et netitica te ipsum. ut l>eo complaceas. et cibo non defectnro Mt 
eterno post luiius vite ciirsum frui valeas ». Et [t*a] ailhnc loquentVL 
aripuit eum ingcns somnus et tenuìt. donec alitpii ex suis pnrv* 
ncnint ad hunc ItuMim. et eo cx]HTj;efacto nMlienmt atl i|nandsm 
villani sccus tiiimeii Arni, l>ie vero sim^iumuì iter direxemnt 
Flctrcntìani: et (pianivis sujkt tlicta visione t*(dltM|UÌuni et 
liiini lialniisset cimi reli^riosis viris, in melins suam 
mutavit, s<*t magis et magis delectationilms et muntlanis 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 275 

vacarf! cepit, et periiide non multo post teiiiporo quanilaiii sohiii- 
pinx8iiiaiii et celehreiii venatioiiem eoiistituit, in (iiia fere oniiieK 
nobilen civitati» Floreiitìe et loconuii eireuiiiRtantiuiii aft'iieniiit. 

V. — VeiMlio Celebris inarchionin Vfjonia in partibits Bon^olatii, 

Ecce opt4ita dìen, qiiaiii \\^\\ iiiarc1iiouÌ8 cura celebri vonationi 
constituerat: adsunt nobilcB, adRunt ina^ÌHtri (a) et nmtici veiiationì, 
caiies, aveft rapace», retia et plage et oiune iiìRtruiuentuiu qucxl 
queque venatio deHiderat. Marcino cuui liuiuHiuodi comitiva dirigi t 
gresgUR SUOR versuR parteR Mucelli : uam contrate ille et uR<iue fere 
Florentiam ac de inde multum verRUR Romandiolam erant silve et 
nemora, loca Rolitaria et incult^i, non liominum habitationcR Ret Rpe- 
lunce et cubilia ferarum et Rilvestrorum animalium, et alicid>i, set 
perraro, contemplativonmi hominum. Intrant nemora et undique 
RilvaR et anìmalia circiunditnt, capiunt canen, leporeR, oapriol(»H, 
uproR et ursoR, at^iue dilacerant, avcR avcR rapiunt; et preda homineH 
anìmalia lionerant^ lectantur et K*tudent, vocìbuR et clamoribun 
nilvaR implent, et alt^^r alteri quani egregie ruur cani» Ruem vel 
cervum ag^i'CRRUR t-erruit vel iiiRecutUR referre cupit, et optata preda 
Ruperat optatum. 

TI. — Apparino iUmonum cudentium animnH peccaiorum facta mar- 
chiani Ugoni in loco dioio Bon»olaiii (1). 

DieR iam declinabat ; homineR, caneR et rapace» quiet-em pete- 
bant, dum marchio prefugientem cer\aim iuRequitur; et cum per 
dempRÌoi*em Rilvam ingreditur, velociuR ille fujirit, et celum turbatur 
et nimbuR obRcurior noct<^ occupat aerem. Diifugiunt omnen, et 



(1) Villani, IIII, 2: « Advoiuie, conio piucquo a Dio, ch'nndnn<lo 
« Ini H nna caccia nella contrada di Bonsollazzo, per lo bosco si siiiurri 
« da sua gente, e cn]>ìtò, a la sua avisione. n una fabbrica <lovc s^iisa di 
« fare il ferro. Quivi trovando huouiini neri e sformati, che in luogo di 
« ferro parea che tonnentassono c(m fuoco e coni martella huonieni, d(»- 
« mandò che ciò era. l'agli detto ch'erano anime dannate : e che a si- 
« mile i>ena era condannata Panima del marchese Ugo i>cr la sua vita 
« mondana, se non tornasse a i>enitenzia. Il quale C(»n grande paura si 
« raccomandoe alla vergine Maria, e cicssata la visione rimase sì eoui- 
« punto di spirito, che, tornato in Ffrenze. tutto suo ]mtrimonio da la 
« Mangna fecie vendere (cfr. sotto il cap. XVI della Vita di Vgo), e ordinò 
« e fecio fare sett4) badie ». 

in) Il cod. ha inoffri: ma i<i .Hosiietto che rorijrlnalj» av«'.H.H«> mngn., abbreviazione 

di XAflXATES. 




276 AUGUSTO GAUDENZI 

meta tegmìna petunt, ae magnanimiu Ugo soli» ad rinlataui 
tendit: et oom domam aliqnam deeideraret, hoRendam ìnt/anàA 
0X>elimcam. Qnam ut aspexit, vidit eam in modnm tetrìbilSs ùSbnm '1 
constmctam ; vidit in ea fabros (a) mire magnitndinia, Ethiopei ni- 
predine et forma Bea informitate saperantee. Oonli eomiii (f) ignei 
fi[o]intillal>ant: maliei8 nephandi ponderis oodebant hominea^ et in j 
varias daoebant formas: bone im Baem, illom in leonem, alimn in 
draconem vel serpentem, qaemdam in orsamf (0) qnemdam in lìmiaB ì 
vertebant; ibi strìdor, ibi plantoB ineffàbilis andiebatar. Et eeee J 
qaidam Baia hameriboe attoHt hominem onom, et pnoieeit JUnm in 1 
fabricam. Bèliqni fabrì clamaveront: «Veni) veni anima InMiXy 
opera taa secantor te ». Et qai videbator preeBse omniboa illia da^ 
mavit acriter centra illom qai detalerat hominem: «Et qaandoi, 
miser, allatoruB es animam marohionist Nonne ammodo tempoa eit 
qaod ille, qui tot delitiiB vizit, hiis tristitiis Bomergator, eritne iniB 
anquam Baia delectationibuB et oonoapisoentiiBt » Qni respondit: 
« Erit forte, set nondam OBt nostrum hoc poBBe^ qnl potest et im- 
perat nondam valt, qoamvis ipso honc locom iam et iam memerit». 
ObBtapait marchio, et bovob horror oiroomstetit eonu Nam primo 
Bospicabatar illos eB»e latronoB et Bpoliatoree cradelÌB8Ìmoe homi- 
nom, nano vero in ambiguo est an Bint (d) demonee. IiOdu pio- 
hibet illoB esse spiritoa: set forma, ministeriara et loquela facit eoa 
luanifeHtoA minintroB chhc InfemaleK. Magni tndo animi vieit carni» 
fraKilitateni. Claniavit tanien vir illuBtris: « O virgo Maria, sjje** niea 
singiilariH, o refugium peccatorum, o solati uni miserorum succorre, 
l)rot('ge, custodi et defende me faniulum tuum, presta mihi hmlie 
tuuni ]»re8idium ». Et calcaribus, evaginato ense, nrgebat eqanm. nt 
propinquaret illos: eq[u]ufl, x)erterituK, naribus videbatur afliare 
ignem, et magis magisque retroibat. Adniirabatur marchio eq[a]um 
suum tani longe factum esse a sua audacia, et modo timere inemies 
qui .assuefactus erat prosilire in arma et instnmientis bellicis esul- 
tare. Tum vero luius ex illis fabris accessit ad eum, et iuquìrebat 
qui 8 esset, quid peteret et qua re opus fabrorimi sic speculabanny 
[et] loque]>atur ei ac si agnosceret eiun. Vir egregi iis resumptii, 
ex gratia illius ad quam orationem suam direxerat, virìlms erga- 
uicis quas amiserat, inquit: « Ymo vos, o latrones, cur liic lati- 
tatisi novam fu(;iuam construitis, monstruosam fabricam hediiica«ti% 
exercitis teril>ile et ab(miinabile ministerium, liomines quo» da- 



<«> C(>d. : fabrin. 

{h) Xou so so inanchi un sicut. 

{Ci C'od. : nrsnm. 

{fi) C<mI. : ticfit. 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 277 

predati e»tÌ8 occiditiA et more ferri eos cuditiH? laiii iam videbitis 
quin ego 8im, et au teiit-orium intud Kuppositum 8it predonibiiH Tel 
iiiRtitie». £ contra ille reBpondit: « Non latroue», non latroncK Humus 
renim corporali iim, non liomicide eorporum; He<l execiitores iuntitie 
vindictam in Iioh experimur. Non Aunt hii quoA conspici» liomines, 
Met <lampnatorum anime: non est hic ignis extingiiibilig, set eternoB 
<|iiem oemÌR. Non Humna hominem, non actUA humanos gerimuA: 
sumuB HpiritUA, et spiritualia opera peragimiin. Hec anime, qiias ocidi 
tui vident, in eorum corporibuH et cum eis superbe, avare, invide, 
iracnnde, gidose, accidiose et luxuriose vixenint. Sumunt supplicium 
ydolatre, lieretici, scismatici («), sacrilegi, incendiarli, patricide et 
usurarii et ceteri qui iuxta libitum degerunt. Hii spiritus ninKiuam 
lasantur operari, eorum merces est i«l ipsum opus, expect^mt liic 
quendam principem nomine Ugonem, marcliionem May<leburgen- 
wm, qui prefectura sui regiminis seposita, luxui deditus, vacat con- 
cupiscentiis et illecebrìs. Novisti modo nos, novisti ipiid agimus, 
novisti quos cudimus. Te non aiuleo tangere, te non timeo, set 
alieno motus imperio enarravi omnia que auribus [>ercepisti ». 

VII. — (hatio et evaaio marchioniH Ihjonis et qìuiUter apparitio 
(ìemonum evauuit. 

Marcino, ab imo pectore suspiria ducens, stupefactus valde et 
teritus, itenim clamavit ad Dominom in toto corde suo: « Omnipo- 
tens sempiterne Deus, (jui unigenitum iiliiim tuum ex Maria virgine 
cameni sumero voluisti et ipsiun Deum et hominc^m <locere bunui- 
num genus viam salutarem, et per lohannem Haptistam et per 
ipsum filium tuum penitentiam agendam hominibus predicare, presta 
niibi per misterìum passionis ipsius spatium vite agendi penit-en- 
tiam de commissis et obmissis, et gratiam evadendi a morte su- 
bitanea corporali ac etema s]>irituali ». Qua oratione fluitai, <leliexit 
oculos illonim fabrice, et omnia evaiiuerant. 

Vili. — Quaiiter marchio Ugo applicuit ad héremitarium EwjeniL 

Nox erat: tamen lumi suis radiis terras illuminabat. Magna- 
nimus vir tunc direxit iter suum versus orientalem plagam ; et, Deo 
fluce ac beata Virgine, modicum equitavit. Cum pervenit ad do- 
muncidam cuiusdam lieremite nomine Eugenii, deecendit, pulsat 
hostium, elamat forti t^r. Heremita vigilabat et oisbat: oueiiirìt ad 



(a) Cod. : tiumatiei. 

Abch. Stob. It., 5.* Serie. — XIXVilL 



278 AUGUSTO GAUDENZI 

fi^noBtraiu «loiiinncule, et premunitila signaculo crucÌB inquirit, qui»- 
iiaiu eBBet qui tali bora advenerat; niarcliio vero dolci Hemioueet 
8uavi lo<iuela nomen suum patt*fecit. Homo Dei, stuiK'factus tanto 
nomine, et ((uia ftolus videbatur marobio, bostium aperire differebat, 
illu8ÌoneB demonum co^itanR. Demum cum innotait sibi tiuii ex voi*<* 
viri tum ex verbi», quod liomo erat ille non spiritila, boBtioiH 
aperuit, et cum marcliione eq[u]um introduxit gratiaa ageuK. Al 
vir illustrÌ8, multipli citer fe8Rii8, sopore statini occupatus e^t: h 
beremit4i festinant^r revertitur ad orandnm, nec solverat debitiuii 
siium Deo, cum et ipse sompno capitiir, et prostratos ibi ìaeuit. 

IX. — Visio ììiarchionis per septem ecclesiali dueens eum. 

Klapna maxima noctis pars erat>, et ecce dormienti marebioiii 
vìkìo fììvUì est. Videbatur enim sibi nudis pedibus ambnlare, caloan- 
loca piena vepribiis et spinis, montana transcendere ac ardna, jwr- 
tem sui palii maximam laeerandam spinis demit^^re, loca i^rnoU 
et fonuidine piena prosilire, invenire demum bomineni sacerdotali 
babitu et reverendo, nigris vestibus amictum, qiieiu interrofravit 
ubi esset ipse, et per quam viam remearet ad propria. Videbatur 
ijiiod ille diceret : « Seqiiere me ; ego ducam te destrorsum, nam sini- 
strorsus ibas, currebas ad infima, niinquam in patriam reversiim» ». 
Et vi(U'ì»atur ì\\uh\ ille preiret, et du^eret euni ad quandaiii paii- 
porriiiiaiu et hmnileiii ecclesiain : liostiuni aperiìmt «juadaiii splfii- 
dida davi <iuam sub luoiiiali vest«' ferel)at, flet'tebant ^eiiua Ì|»m- 
et marchio. <n*al)aiit. Et (lii-eì»at ille: « Inclina doiniiit* anreiii tnani 
vX respice huniilitateni servi tui, nani cinis suiii et terra et ilv 
stcrcon* erexisti me >. Et cum qiiadam vir^a perciitieÌKit iiuirebioni> 
ca|>n<l. «liccns: *v Die Domine ne in furore tuo argiias me neqm* in 
ira tua corripias me ^. Exind«* pcr^ebat ad aliam ecclesiain splm- 
tlidam et ornatam vable nimis, et eo«lem modo aperuit et introivit. 
et ante aitar»- ditissimum llexerunt ;renua, et oravit ipse seiiex: 
•* !>eus onni|M»tens. sempiterne Deus, ut de prosperis letemur et in 
ail\er»*is compatiamur eis *. Et inquit: <* Die. o marchio: ]>eati <|n<v 
rum tci'ta sunt peccata *. Tertiam sul»se<iuenter «lomuni Dei aiK^rin* 
et introire viilebatur et orare, que |>lena erat psallentibus «pii ditr- 
ÌKint : «V Suri;it«* postquam seileritis qui manducatis panem dolorisi 
et itrrum vigilate quia nesoitis horam. ne intretis in reniptati»* 
luin *. Et s;u»idoN dixit : <<• Amen *. Et con versus ad niarebionriB 
ait: * !>ic: sai;itte tue, Dtimine. inlixe ^iint mihi: contìrma 8U|ieraf 
n\anum tuam ^s Templum <|uartum Itti, stratinn auro et margarita 
inirressi po>tea suiìt, et vidcrunt lUambuIuntes in eo bino« ÌÒM 
vesti1>us calori et t'ri.irtui tantum repii^nantiblis indntOBf <|lli dP 



i 



IWA ROtfAKZIMCA BIOfiBAFIA VKL MABCBBBE OQf) 279 



t « Simuluoru Keiitiuiu iir^eutuii i-t aarniii. 
Et aacitiriIoH uun «im i|>80 nmrttliinnn 
pÌM<n,>r«i iiiPÌ, Diniii, Hwuixlnm innfcnnin inJw 
tDiliun multi Imi tucul nilwiratioiiniii timnuu i 
'fiiue ipiH) MkKiiTilutv, (]iiiiit»iii viM'tHBiHin, in 
lanctndiiiti obscitlabunlnir st* mi invìi 



openi Buimiiiin liv 
iintuTti vitU'bntHr; 

», Ailirt< v-iilelmtiir 
<|iiu friitnt» utirn 
riciisitn «Hudntf^K ; 



I In n-rra homiuibim Iwno ruluntatiH ». Marcliio de mnndato 
l tlneis iltwbHCulatUB oat terraiit. «I cloiuavit: « Dutii ititi cxttuili 
Rionvni meam, et vlumur m«itH ad t)^ vt^iiiut *. Ail iiitArf M-xto 
l^n», <iui (!onu miwillfiiliim fratnim iist^liut,, viicifcriinii: « Domino, 
«a ii|icni-R, OH menni et paliituin inun^uiilAtiim coiiMrva », 
s v!i1cl>antiir «anutiis vir et marchio, et ibi ab iuliiuu 1h<t)- 
I itriuiwpH riiianiU'e, iiui«iie diuere: « Dv iin)fuii<lÌH cbiiniivi lul 
it-, Uoniinc exAUdi urntionoiii mtfaiu ». AticMitlentnt ilttindt' 
'' roll<-iu (]itonidi>iii iininnm rt petrmtim, et vidubuMir iptod cuiUbei 
lajilili ttun^ils maiiann ex pedìbus niarrlitonie, velul eoa^datiiHi ad- 
reret; ili uuìuk niuutis vertice videbantiir nùne uiduHdain eut-leaie. 
I iTiuit ibi fiires rt^e, nuu viuniiano, decertii t<itu iiiij>nii>biit. 
mincN li>a(sn vetniitate coneiimptc, altHm nadttni et «puliatiiiii 
et qnod paTÌmeiitiim dieitiir veetìtiim ernt «piuis naperiinin. 
ÌKfdoa preuiiltebut mnndiiuuem. et in limine evelesic denudabat 
i vcatjbuB, Bt vepribiiH pa^-imenti inmlv^bnt eum. IIIk ouriUT 
ìsgvbnt M Miinre, et iinn ciiin ipso sucerdotv tdninubal : « Aiiribii» 
eip^ Domine, obitcunttionein mvain, in voritnt« tua exandi uie ■. 
Kpit Tir aanotiw ignem ex r[uadam flemifracta (a) lampade, et eiini 
IH et liunboH ipMiis tuunshionÌH: oaiius l'eliomeiiti 
i illuetrìs i(onfru«tiiH ei^t, nt treniur viilìdn» invacit 
. Et RtniHifurtiin, vnvitvit Etigeninni heremitani, ao <;lenirnt«-r 
I ut aseiel«r('t et urarel prò éo, ne eaiiu alìqiie idi'iii 
Klerot, dunec exclareecal dies, Kl titm nuuipuo dett'iiiiii» fiiit, 

K noi NtlUH nulilIK t'IlliBit. 



- (fmtliier marchio rcrertilur ail cifitalrm Florratie ciiihIu 
etts [b) Ktcum Ew^ieitìum herewllam. [et] ibi eoHfoeavH rpigeopam 
[ FloTtutinaiH et maffiilrum Evbfrtam, 

[ Clareacento die, nesunt inilit«a et faDiiliaros mareldoais jH^qui- 
■ euin. Pidsajit bostium et ebiiuaiit. Hereiuita non audebat 
i pKcepl.uiTi prrtvrire: Ìlli iinpTiUu vidiemttnti hostiuiii dei- 
C Ingn-dìtintnr doiTiiinmlnm; invriiiiintdmuinnin Hunmndhne 



•■• ; 



VniUSTO GAUDENZI 



........ -i|Milruni : tiiiu-hant, si vi a Koinpno Kur;;oret, lu* essci xibi 

... -^^aiu. '^iiiiliini niilfs niin<»ri famili]ii'itìit<* sihi viiictiis ri*i»it 
...* {ly^iiis rlfiiit'iiter vt dulcite* pertrartai'o, i*t siilimisi^a vtMt- 
« .i.iiii riini: •< DcmiiiK* mi, domine mi, «lios vM et hora equitamli •. 
..5,1 II 'Il VITI), ut a morte resur^eret, oculos apeniit: et l'irciiin^pi- 
. .•* . mi »»'•*, rttupor*' qmHhim teiiehatiir, modo liiiiie moilo illuni 
»..ini in-i-emitam aspirieÌKit. Surrexìt tandem, et premissis sivni;i- 
• i .'.Mn-is l't Kiiis orationiluis. eq[u]iim alium aseendit, iusMitipn- {n) 
1 if Miir«m serum equitare. Cam ftummo wilentio iter faeiens vcimi* 
ixirarem Florentinam, nee de preda vel soe-iis aiit «pioeurnijiif 
.ini mali] wn ave perqninivit. hit rat eivitatem, )mlatium a?«ren<lÌT. 
MiiK-raiu introivit repilem, manu diieens lieremitam: iii»isit(pie vi»- 
.-jiit episeopum Fiorenti num et quemdam suum eoiiKan>ruin<-niii 
Koliertnm, eardinalem saiirte eeeh'sie Kavenatis. vinim iitiqne pi fi- 
di iiiissimum, ìioneste et approbate vite. 

\1. - Kxpoìiit rt euarrfii inarvhio Vijo apparitioiìew tlemohMin ft 
rinitnté'm miam t'pÌMvopo Fforcntino ri niatfistrn liohrrio et KiifffHìo 
hrrt'iiiH(\ et petit eonstiimn tie atjemtis ; et expositìo poni tur i^rr 
maijintrum ìiobertum^ et ipni tren eonunìkint ei, 

Sili'Htio l'arto, viri> pn^lirti»* inanliio t'narravit per onlimin 
omnia «pM* >\h'\ an iM« rnnt : *iujn r •jiiilnis »li\ir m- (•\p<»sirinn(-ii' •: 
i-onM'liniii ««aliitart- |Mi^tiilair. Ailiiiiraliant iir liii nrr 4|iiiri|na!it lii- 
rrhaiit, ><! alterali altirmn «imulani ^iii|inn- innnl)atnr. MfUniJT.: 
l;irrinialiatiir t'orrifi-r. < |ii^i'o|>ii^ \trn liiN lis Kiritf «-xpiTtaliai ii-.i'i 
prinl«nti>^inni^ ianli!i.ili^ «linirT. IN ;■ ìnniini ^iliimnit himih-^. •- ìmi 
IJolnilU"; ^ir »'\nr^ii^ , «.; : .. n il|::«.ryi^ luarrliin. <rii:«- aninuim. ili 
(irto «'<. Nani iiii«»rvi,in>» ,t iiii«»r:.i'iir I ^ :i«». «jiii % irani pt-rt-jiimau 
«lili.irit «'t non nmrti ni. ii- 1ì!m:-.i\ì: «li i»:»- l»oni^: «iiii nota* T"'<ir 
tihi \'\i\^ tna«» liuti. i«» ;:• i\.iili:i«. .! l.i., :in \ nsatoii^. pnia^ v\ :or- 
iiH-iiia |MT«*.i:«fi iiìii ù\\ .1(1 m ••'•■.'.: :ì';ìÌ ili iimm;^: : m\ ir. N'idi^ti *]»i- 
rim-* inalo- fnnji;, ìi:, >. |i, ,» i-, ■.■'.••:'■. ... \i'i.i. ih ilm-fni» ^ Iin- 
iiiMiia'' tniHia». in II : ■•. .V. I j::.; ■,;, ,,1.»-.,;;, *i...:!Ììnali lii»iiiiii«Ui 
roii\»i-Miii in li ti'.i :■., ' -v' V- •■, '.■ ■ ■. , -, , • -I :!t , •.;iii lat joinli-m 
in .i|Mi irriiij !i I.':-' ■ . ; ■; .' ^ . ■ ,. . ■" \ ' i' tk i,nli *iv ni' 

r.ipìl Imliiini-. -'. ■ ■ .-■- .;. > Ì'ì:j11Ì:;« Iiiluill 

i-i. I*i«-«liri il.!'.: ■ ■ ... • ..• X . . \- . ■ - ■- . -'iri lìii;('nihini 

I -1 iii-i .m1 • «»!■ • ■ ' ^, i . . ■ .» , ^ .*. Nani qui in 



• f . ' 11. I 

I »i . f "«li; 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 281 

cnice prò nobÌ8 braohia apeniit wie mifiericordie Christo» inter 
I»ra4*}iia sue inÌM*ricorclic^ ouineH voleiites recipit aperte, et mira- 
euloAe zelum tuiiiu er^a te 08tendit(a) cum exaudivit orationeiii 
tiiaiiì, cum dixÌ8ti : « Omnipotens, Beuipiterne Deus etc. ». £t 8uo 
beiietìcio te prevenit, cum te duxit ad locuiu ubi tipo carcereiii 
ìiifernalem vidisti, cum more pii patrÌ8 tt^ dociiit ut ab8tinere8 
ab omui malo et facere8 quod bomun estf conservavit te incolu- 
meiu, perdiixit ad locum 8ibi dedleatum ad lieTemitorìum Eu- 
j^enii, ubi te vÌ8Ìone manif€^8ta declaravit te irretitum fore 8eptem 
vitiÌH oapitalibus: 8uperbia per formaiu prime ecclesie contrariaiii 
vanaglorie, invidia per secundam; accidia per tertiam et canentes 
in ea : avaritia per (puirtAm et in ea contimtos ; ira per (piint-am 
et continente8 {b) in ea ; K^ila per sextam; per ultimam 8igniticatur 
ne^ligentia tua ob luxum carnÌ8 orta et aucta : de quibiui ^^llt te 
ap»re penìti^ntiam, quia loca illa penitentiam 8ijcnificant, et [per] 
septem eccle8ia8 <iua8 aperuit vir 8anctU8 misericordia Dei decla- 
ratur, i\\w te in 8inu pietatis recipiet. Credo tamen te prò reniin- 
8Ìone ]>eccatorum tuorum debere hedificare unum cenobium prò 
«piolil^et capitiili peccato. Venimtamen hic est reveren<lu8 donìinus 
episcopus Florentinus, iiuem Deus preposuit buie floride civitaiti, 
sapientia et intelligentia preclarus, liic est Eugenius, qui vitiini 
angelicam ducit, et cui Deus multai revelat: <iui visionis signifìca- 
tiouem et future vitt^ tue regulam et correctionem nielius et sa- 
pientius noverint explanare ac «uadort^ concedente <|ui sua secreta 
pandit hominibus sanctis et perfectis ». Episcopus et lieremita dixe- 
runt « Amen ». 

XII. — Preceptmn et coìiffUium ephcopi Fiorentini marchioui Vtjoni 
factum et erihitum. 

Perinde episcopus Euschelmus, rubore cpiodam suffusus « Sarci- 
nam nostrani », dixit, « magister Robertus, Dei gratia sapientia pre- 
ditus, abstulit a spatulis nostris, et ille qui ora balbucientium facit 
disertai per o8 suuni locutus est. Quapropter in nomine Patris et 
Flii et Spiritus sancti, tibi, o marcbio, fìlio precipio quatenus, morai 
omni sublatA, peccata! tua, si contri tus es corde, ore conlitearis hov 
pacto, ut alacriter imponendanì penitentiam, ultra ea que magister 
KolH^rtus consuluit facere, suscipias et elticias integre. Addat vir 
lM)nu8 Eugenius ea que Deus suscitat in corde suo». Et Eugenius 
dixit « Amen ». 



Ind* : ondidit, eon lu prima ili enpuntti. 
ti «od. per contentai. 



'^i 



AtrousTO saudsmu 



XIIL — Con»ilinm hortmite Kmitnii. 



Tiieiiit lieremitn paiiliiijMir vt post^a aio lociltn» e«t; • Boverrnill 
cHrilinalÌM «t venvnibilia domini epinutipi viuionitni espuKitin, nmi- 
Riliniu i<t ]irupt^ptiiin planeut Di*a. Et Hi <)Ui(l ob olNtilifntiiun ulilo, 
«i bonniii, Dm» i-cfonitiir, sin Alitar simplifiitiui oordls ni^Ì iinpu 
lotiir, ot reniuni posero. Vidt^r mihi, i|itìa loarohio adliuc plnrì- 
ninm ocvupatiu ent eìrca ea que \*iilit, IpB« requitvcat b(t>ltis [vt\ in 
liovCe gofiiicnti liiitia diera, et noa tn-% urntittnibiiM iniiMbtmii». 
MI p pi i Plinto!! (inni] p^irfi^otaiu cordi» HontritiniKtm in oum ii|tim, 
lin^min vius expedìtnm fnciiit, stmiimii L'in» optininm pnwtct. M 
di-Ilctornm ituomm omninin nn^mnriam restiUiat, auimitiu et vulmi- 
tat^m powe jmrAcjendi ea i]u<^ lava penitentìe ìnìungi^nttir t-jdnn; 
l't i'rìt« Mie diepusitua od executioneni precopti duuiinì opinoopi loin 
M>rdi> pFoc^dut >. AsBensenint omnex, et Holns lipremlta cniu w» 
mniiHit <>t Hiinimi.^ vtirnvit tlcxis tenibile, vi orationibn* pt^ruulant. 



r jieeratit pri 



Xllll. — IfiwIUvr niiirchìii V.jo rummeiiihit 
Iterpelriila, 

Modìoo cibo contvnCttB moicliin, noot« fovta, tnlamum intnvit, 
l't iininmdvcrtit i[iie ditta «unt, RccoKitiirc wpit oinnin ix^catn 
Hnii ab ipxa infantin ni«[U(t ad prcHeTim, ipie in bf^llo, ijnci in piin 
coittiuiiKtntt vdl oniiw^ral, (jnid in fB<^to, quid in v<^rbis. (pud in 
affpctn vei e^gitatiou*' per gè vpI aliiuu, quid contra dcM-ni pi»- 
t-epta legìe, quid contra savrutnenta (ecclesie, quid in dptrìintqituBi 
proximì quidve contra Bvanf^iica mandata; qn« bona oiulBfnU 
agi^Tv, unni ea facere pussut, negligenti ani, pigritìaui et Mininulen- 
tiani HUani; «t aio de aingulie vltiìe, dolictie ouuiuiiwi*, «t d» boni* 
oniiRNÌti. Et ccpit amara tluru. Qiiem plorantem aonutna Mtbripoiti J 

XV. — Vonlritio et ctnifewio marehionis Vgouu, tt DorrepHonlt 4 
pti» itentir impoiiitio, 

Festinim, ndvenientt) dì«, Biir|;it marcbiu, intrat «<^cleaìant> W 
MitKNami et ad pedes epÌHcopi lutxedfnii confit«tiiF peocnta » 
III iiiiHtea protiUit ipKB epÌHoopnB, nemìnom nudiverat lanu < 
i-n 111 pila tionf, t-nin libere, tam dare, tnni perfeote «ita i 
coiifiteri et miseri cord inni Dei implontre. Non ctilavit rei p 
i^rìmen, non tauitit uiroimifcrentia§ pi'ccnti, non loca < 
delieti (a), non tempora perpetrati muli, non peraonae viu 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 283 

vel prò quibiia male gesgerat Qui epiBcopus, cou8Ìderata dieta 
contritione et ipsa vera, libera et integra confessione, mandavit 
eidem nt ampliiis non pecca ret qnoad posse suum, et inter cetera 
«pie si))i in loco emendationis iniposiiit fiiit lioo (a), qiiod erogaret 
singiilis diebus elimosinas bine ad annum quinquaginta pauperibiis, 
dotaret insuper deceni virgines pauperes. Et ratifìcavit consiliuin 
inagistri Roberti cardinalis supraseripti, et eum absolvit ab onini 
jK^ccato ex concessa sibi licentia a suprascripto Gregorio suninio 
pontili ce. 

XVI. — Cantinet hoc capitìilum qualiter marchio Ugo vendUIH omnia 
ftua hotM de Alaìnaniaj et ex pretio hedificavit monasterium 
t<ancte Marie de Fìorentia et alia neptem monasteria, et ianyit 
sitam civitatia Florentie. 

PiTegit omnia predicta marcino sublimis, et iiixta consilium ma- 
gistri Roberti predicti, procuratores siios in Alamaniam misit ad ven- 
denduni omnia sua bona, et qui ducerent in Ytaliam uxorem suani. 
(^ui procuratores piene obecliveinint mandatis dominicis. Quibus re- 
deuntibus ipse marcino obviam ivit, et summa alacritate suscepit 
uxorem suam, cum qua caste residuunì etatis sue Florentie duxit 
vitam Kimm. In qua quidem civitate ex septem primum construxit 
monast'erium secus muros civitatis eiusdem; «livitatis dico rehedi- 
rtcate post excidium ipsius factum sub Totila flagello Dei. Erat enini 
ipsa civitas (1) constnicta fere in quadro, luibens iiu*»'" regales portas: 



(1) Villani, III, 2: « La città nuova di Firenze si cominciò ad 
« edificare per gli Romani, come detto è di sopra, di piccolo sito e giro, 
« figurandola al modo di Roma.... E comineiossi dalla parte di levante 
« a la porta di San Piero... ; e dalla detta porta fu uno l)orgo infino 
« a San Piero maji;gioro al modo di Roma. E da quella jiorta seguirono le 
« mura inverso il duomo, come tiene oggi la grande ruga che va a 
« San Giovanni infino al vescovado. E ivi avea un'altra ]M)rta che 8si 
« chiamò i)orta del Duouìo, e chi la chiamò jmrta del vescovo. E di fuori di 
« quella porta fue edificata la chiesa di San Lorenzo al modo eh' è in Roma 
« San Lorenzo fuori le nmra; e dentro a quella i>orta è San Giovanni, sic- 
« conio in Roma San Giovanni Laterano. E ])oi, conseguendo come a 
4< Roma, da quella parte Santa Maria Maggiore: e jtoi da Sa' Michele 
« Berteldi Infino alla terza i)orta di San Brancazio, ove sono oggi le case 
« de'Tomaquinci: e Santo Brancazio era fuori della cittA; e ad i)resso 
« Santo Paolo, a modo di Roma, da V altro lato della città incontro a 
« Santo Piero, come in Roma.... E imi si volgieno lo mura ove sono oggi 

(a) Cod. : hec. 



uij.im xirsu^ ]i1;iì::)ui i»rù-ii7;»lriii «im* dioc'liaiiir Salirti l'ftri iMiria. 
fMi'to (puul ;i iliria ]Mi!-ta usqTir aJ inoiia^tiTiuiii salirti F«'tri pro- 
frnil«'l»atur ijuitlaiii ìtur;:U'« nulla iiicdiaiitc fn-Irsia: «pie iiorta non 
mal (lini di^iaT a loi o iiìii tuiulaiuiii ««st ilictiiiii iìiiiiia>t«TÌiini. Kr 
i,in.i ìiiu- i»rim«i «•hìi^tiuxìt. iiiiitulavit t-niiì ^^ll iiuiuìik ln'aii- Marii- 
\ Mjk'.'ii'^ ri in*i-:'.L:\ i: inonarlins i-ìiiMli'in haliitu vi nnriua Im-utì 
ltinMÌìi-:i. j«ro lO •.:>»»! :al: ì.aliÌTU m.- iiriiiiiiiii >a«*enìf»reni mon- 
«^iiaxìt tiilriii M^Ki !.it»:;: rr«:r.rr!::tiìi ail viaiii vi-riiati-: «t juivilt 
iii.iN'i fili» Ti: ::n«:i.i*:t ::«» t;i-::-.:i;j >i::iu- 1-: huniii IN-rUfiiniiii t-i ali;i.« 
.»Mn»l.ìT- i»*»>M >>io:.» «^: t v.oi.: »'.:«ir;7 aldiaiia Saiiclf Marii- il«- Fli» 
u'.:.M. Al;.»'.:. >«'t:.ì'.i; ì.i''r: .- .•:vi:a«» ]Ht-iaTa v«-r>u«» jilaira ni •»«■«■ i 
»u ■::.ìl« ".11. ^■:: '..ti-.nt:. : ::: ^-r:,» >;r;i':i Paiu-ratii ?»ita m»ii lii!i::t 
.i :::^»:...*:i :;•• **..i :: T.;-.. :.»:::: m* :'.«ì ««r.r.r ìi^Hlif- (liiiiiii<i ilr Tmi 
'..I :•■..•'». y.:.." •*::'.-. >«'V".. "»•>■> .ì:>:r"i:a. imniiiiv iMirtii Sinni» 
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V**- 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 285 

plaU'a capitoli], v.nì hodie dicitur foriuu vetuB: se«l melina dìvv- 
retiir ei forum CiipidiniR. Et erant eideni ci vitati postenile tenu», 
«t in ea tuires, ampli i tea truni iuxta eam, et alia nobilia et iiisi- 
gnia et arcug trìiimplialeB, exemplo sue luatrÌK urbig Romane. 
Hedificavit marchio buìb Bumptibiis et ex ip8Ì8 dotavit ip^am ab- 
batiam Florentinam, et alia sex monasteria in Tuscia (1). Quorum 
unum fuit hedifìeatum eo loco ubi prima apparitio sibi ostenta 
fuit, ubi dicebatiir BonBolatium. Tertium monaBterium, ut fertur, 
cepit hedifìcari facere Antii; quartiim apud Podium Bonic^i a^l 
reverentiam SiinctiH Michaeli» Anofeli: quintum wiper Venica Pi- 
sana: Hi^xtum prope lacum Peru8inum in dioceRi Castellana, cui 
dicitur monaBU^rium sancite Marie de Petrorio, quod annuatim 
cenHuni reddit abbatie Fiorentine : Beptimum lon^e a civitate Flo- 
reiitie per quinque miliaria in honorem nostri Salvatoris, «piod 
appellatur monast'Crium sane ti Salvatoris de Septimo. Et ob insi- 
Knem aifectionem quam K*?rebat er^a civitatem Florentie et dv- 
votionem ad monasterium sancte Marie diete civitatis, ipsum mo- 
nast^'rium dotavit et privileffiavit miritìce, donavit predia, ctistella 
«le Si^na, Greve, Viclo, Syano, Bibiano, Luco, Cedeca, cum omni- 
bus eorum pertinentiis: curtes montis Domini, Radda; et in ccmiitatu 
Vulterano curtes duas cum castellis Casalia et Fusci (a), Bibionem 
Franalionem, Montem mulinarium, Fa^ise; insuper lacum Perusi- 
niim et censuatos castelli de Ilostia. 

XVII. — Qualiter marchio Ugo ilecenali hi ch'Hate PÌMtorU^ ei Flo- 
re[n]tini bono dolo obiini^runt corpus eius ei Fforeuiiaìn de- 
iulermii (2). 

I)um ea aguntur, (piidam nimor et seditio oritur in civitat«^ 
Pistorii: «jua de causa itlem marchio ad civitatem prefatam ac- 
cessit, et composuit inter ipsos cives, sedatis odiis. Quem ibideui 
febris valida corripuit. Adcesserunt ad eum ciuamplures n<»biles 



^1) Villani, UH» 2: « Ordinò e focie faro sotte badie. La ]»rima fu 
«la Badia di Firenze a honorc di santa Maria; la seconda quella di 
« BonsoUazzOf ove vide la visiono; la terza foce faro ad Arozzo; la ciuaria 
« a Poggibonizzi ; la quinta alla Verruca; la sexta a la Città di Castello; 
« Fultiina fu quella di Settimo. E tutte questo badie dotò riecanionto ». 

(2) Villani, IV, 2: « E vi vette poi colla moglie in santa vita, e 
« nona ebbe nullo figliuolo, e mori nella città di Firenze il dì di 8ant4» 
« Tonmìaso gli anni di Christo MVI. e a grande lioiiore fu sopxiellito alla 
« Badia di Firenze ». 

(a) Cod. : Fiuti, 



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UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UOO 287 



XIX. — Qìvalìier IIuilla(&), illu^lrissima nwter dicii marchionh, per- 
fecit inceptn monasteria per etim, et impetravit ab imperatore 
ronfirìnationem largttionum ehiftdem. 

Po8t obitiim prefati luarchionis per ipRum Ottonem iinpera- 
toreiii constitiitus fuit preaes provincie prefate Tuscie Bonifatius 
marirliìo, pater gtreniio coiiiitigae Matelde : qui Bonifatius una cum 
illustriwtima domina Huilla, matre condani dare memorie Ugonis 
iiiarchioniB sepe dieti, supplicarunt ipsi imperatori Ottoni quatenus 
largitiones dudum factaR per dietimi Ugonem de gratia 8i)eciali 
«•ontirmare digiiaretur, ne posterità» revocaret in dubium si eas 
niemoratUA marclìio auctoritate sua vel imperiali facere jjoterat. 
(^ui princeps, ob remedium anime dicti marchionis supplicatio- 
nibuK ]>redictis inclinatus, suo privillegio omnia confinnavit anno 
Domini MXII pridie idus maii (l);quod privillegium ego Andreas 
prefatus apud dietum dominum Nicolaum abbatem una cum aliis 
infrascriptis privilegiis (b) vidi et legi. Huilla vero prefata incepta 
predicta monasteria per condam virum suum comi)leri fecit, et 
Mimiliter cum Bonifatio marcbione ea ami)liavit possessionibus 
et lionore. Et Henrioo regi et imi)eratori Komanorum, qui per ele- 
rtionem eidem Ottoni successiti itenim supplicatum est; et impe- 
tiat^i fuit conflmiatio i>redictorum, ut apparet per ipsius imperatoris 
prìvillegium (2). Decessit enim Otto sine liberis masculis, et tunc 
institutum fuit ut per sex princijjes im^ierator eligatur (3), videlicet 



(1) Vi il diploma altoruto* edito dal Puccinclli nella sua Cronica della 
abhadia fiorenttnaf a ]). 198 sotto il n. XIII. 

(2) Stl'mpf, n. 1556 (Puccinclli u. XLV). 

(3) Villani, IV, 3: « Morto Otto il terzo, per cagione ohe lo 'mperio 
« era andato i)er linguaggio in tre Otti 1' uno figliuolo dell' altro, si 
« parve a Sergio papa quarto e a' cardinali e a'prencipi di Roma, che 
« Io 'ni|>erio fosse alla lezione degli Alemanni, in |>erò eh' erano pos- 
te senti gienti e grande braccio del christianesimo: ma che d'allora in- 
« nnnzi lo 'mperio andasse i>er elezione del più dengno, confermandosi 
¥. |M)i per la Chiesa, essendo adprovato diegno. E furono per dicreto or- 
« dinati sette lettori dello 'mperio in Alamangna, e eh' altri non potesse 
«t degnamente essere eletto imperadore se non \wx gli detti prencipi. Ciò 
« furono rarcivescovo di Magonza cancielliere d'Alamangna, l'arcivescovo 
« di Trievi cancielliere in Galla, l'arcivescovo di Colongna cancielliere in 

(ri» Coftì il c<hI., per Vuilla, 

{b) Cod. ha privillegiia con la prima / espanta. 



288 AUGUSTO GAUDENZI 

p€^r arcliiepieoopuiii Magniti nen Rem canirellarium Ini pera tori» in 
Geriiiaiiia, arcliiepÌ8coi)um Trev[er]e8em cancellarìniii iniperatorìs 
in Gallia, arcliicpiscopnm Coloniensem cancellarhini imperatorii* in 
Ytalia, marci lioneni BrandelnirgenBcnu camerarium inipenitorì», vt*- 
mit<'m Palatinimi et ilucem Saxonìe. Et ni non essent in con- 
cordia, nunc lial>eret vocem in electione rex Boemie^ et niaior jiarn 
obtineret. linde versus de electoribus predictis, et officiis eoniiii 
circa imperinm : 

Majjiintiiionsis, Trovoreusis, Collcmicnsis. qnilibct impf^rii sit 
Canccllarius honiiu, ot Pnlatinus dapifer dux, Portidorensis, 
Marchio prcpositus eamero, pineorna Boomas. 
Hii statuunt dominum cunctis per sociila. Amen. 

XX. — Cnpituhim hi qUrO couiinentur cantella et loca prìrilleffiata 
mona^terio sancte Marie de Fiorenlia, 

Amplificati^ pofisessionibuB dicti monasterii Sancto Marie «le 
Florentia largitionibus pliirimonnu, et conlirmatis donationibiij' 
dictorum marchiomim Ilngonis et Bonifatii, Conidus imperator 
in anno Domini millesimo et trigesimo tertio ea omnia contìr- 
mavit (l). Et Grep:orius papa nonns in millesimo ducentesimo >-i- 
ircsinio Villi indictione secundn. (piarto kal. febr. existcns Pv 
nisii (2), per suiini jnivillc/^iuiu onincs doiiationrs bacteniis l'jirtas 
(lieto ìiioìiMstcrio ratilìcavit et a])pn)bavit. in «pio nominiiiitur Ihm 
b)ca: castrum de Si^iia; tortia pars castri <le (Tnimulo cimi ••rtl«>ii* 
et pcrtiiH'iitiis cormn: curia de Greve ciim eccb*.<ia sancti Martini 
<*ereris(|iie |>ossessi<)iiil)ns snis; ecclesia saìicti Hartb(>l(>ni«'i ciiin 
cinte et terra Heiiozii et Azze iixoris eins «le Radda. insiip«M- et 
terra «'iiisdt'iii de IN'tn)rio s«*n in «|nilnis«Mnihiue locis ciim «»iniiilm> 
p< rtiiieiitiis siiis: «-astrum Uadda ciim carte «'t e«M*l«*siis (tf) vi «»nini- 
Ims atl «'ani pertiii«'ntibiis ; ««astri <1<* Ti^^naiH) tertia ])ars «•imi «•«•- 
«•lesiis «'t |M'rtin«'ntiis sais: «'c«'lesia saiK'ti Nicb«)lai in (*anip4» l'ia- 
niiti Clini «Mirte, |)r<)pri«'tati)ms et a(li[a]c«'iit iis: castr«) «le (.'«>lleiiioiiti 



«< Vtali.i. il nijin-liesf di Hi;iinlinI»niij:o caiiierlinjro. il «luca «li Sa<s*>n::n;i 
<' cUo ijr]ì |M>rta la s]»a<la e '1 roiilc ]»alatiiìn del Reno cli<« oiriri isurci<MÌi- 
« ])or rctaix^io al diK-a di Haviei'a. e sr-rvrln a tav<da del jirinio iii^s^t». 
<i e M re di Hocinme clif '1 srivi- drdla r(»i»]»a : e sanza lui non vai** b 
<■ lr'/i(Hie •». 

(1) Forse Su MIT. n. 2(H)2 : «dio ix-io ha la data d<l lO;^). 

rJ) PonnA-i (Pii«riii(dli, L). 11. s;{L>s flMirciiudli. XLIX). 

HI , ( 'imI, ■ I l'C'l l'Illa . 



UNA ROMANZESCA BIOGRAFIA DEL MARCHESE UGO 289 

«'Hill curtc et ecclesiis et i)ertinentii8 suis; curte Caccerini cuiii 
poMHesMionibuH Biiis; caHtriiiu Bibianuuì cum imrte et eceIeHÌÌR oiiini- 
buK ad eani pertiiieiitibiiH ; ecclesia Aaiicti Martini in loco Conllenti 
<Min» pertinentiifi «uis; ecclesia sancti Martini que est infra civi- 
tateni Florentie iiixta prelibatimi monasteriiun cum casis et terri» 
et omnibus pertinentiis «uis; curte Montis Domini cum omnibus 
ad eam pertinentibus ; curte de Mandria cum pertiuentiis siiis; 
tvvvtì lohannis Tendi cum casis et reliquie possessionibuR, sicut 
Maria et Donatus eius liliiis contulerunt dicto monasterio; case et 
terre lobannis tìlii liose ecclesia sancti Prociili cum terris et do- 
mìbus circa se; castnim Vicini cum curte et ecclesiis et omnibus 
pertiuentiis suis ; bospitale ((uod est iuxta dictum moniisterium 
cum pertiuentiis suis; vince posite prope dictum monasterium ; 
<*cclesia sancti Simonis cum domibus et pertiuentiis suis; curte 
de Montelatico cum pertiuentiis suis; preti^rea quidquid ex do- 
Miatione Bonifatii fratris dompni Benedicti condam abbatiis dicti 
monasterii possidet dictum monasterium; et omnes decime de 
Vido, sicut eidem concessit condam episco]ms Florentinus; et de- 
<*ime de allodio ipsius monast'Cni de curt^^ Casalia de Flisti, [et] 
de Roccheta, prout eidem monasterio concessit dudum ex>iscopus 
Vulteranus. 

XXI. — Capitulnm quoti continet qiMd monasterium sanaste Marie 
(le Petrorio aupponitum ent ttancte Marie de Florentia certo censu, 

Continet insuper privillegium Corradi iniperatoris suprascripti 
confirmationem donationis facte dicto monasterio sancte Marie de 
Florentia de nionast<TÌo sancte Marie de Petrorio sito iuxt^i lacum 
Fenisinum, et (a) de co quod tenet et debet dicto monasterio sancte 
Marie de Florentia prò terris, vineis, silvis, casis, coloni(bu)s et lio- 
minibus, prestationibus, pensionibus, obventionibus, reddictibus, 
censibus, iuribus piscationis, servitiis et rebus omnibus quas et quos 
et <|ue debet et tenet i]>suin monasterium, vel supradictuni mona- 
sterium sjincte Marie de Florentia iuxta lacum Perusinum seu in 
i])so loco seu in toto episcopati! Penisino et a Cortona superius 
us(|ue ad planimi de Carpino et a ilumine Ciani iisque ad Pregii 
ubicimique ; [et] solvere tenetur annuatim dicto monasterio sancte 
Marie de Florentia anniiam pensionem. Constat insuper idem auten- 
tica scriptura confecta in M^CC^XV", indictione HIP, IH" non. febr. 



('I) Cod. : tft. 



Explieit opustiilum ile vita et molte niarcliioiu» Ugonin de 
Bi'HUileburgo, et liedifiviis constiniiitìonibos poMw«»ionibiu> t-t prì- 
villegiìe moiin^terii (a) Biiucle Mario du Klorviitia, re^stratiiiu pw 
Andi«Hiu, notarium Floroiitiuiim, ex quibuntlnm cronicìs ^t uuel«ii' 
tiuis Bcripriirie et privil«gii8 ttoiuptitt, in anno Ootuini MCCCKLV (H 
iiiiliuttuue Xini. 



(1) Il DavidBolin corregge questa data upll'altru del ISlfi, (kcrelit in 
qupst' nnno rurreva la ìndìzioue decinuujuartH. Ma anche aalnwndo 
dalla puBBÌbilttà che lo scrittore, secondo lo stile bìeanllno, aMiia fatiu 
inmaiincìiu' questa il 1° settemlirc del 1345, è piìi fucilo rho e|cli atilibi 

BbiigUiitn l'iiidiEionp. clip l'unng. 

fa) Le lulUtra e le parale, che vetii^nodaiw mmualr-, e chn prolwlillinttitB (nrnH 
trasportaU Iilh larcll In Bnn ilells mrla du allni «ncniiulvii. Miiii ili rwiltiun l>lu 
tuila (>«. XV). 



à 




ALCUNI DOCUMENTI 

^COICERHEHTI L'AUTORE DELLA " HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI " 

AVVERTIMENTO. 

Sii quello utrnuo e mii'abile liliro, cìiv è In Jlt/inn- 
omavhia l'aìipkiìi, fu giàsfritt>u anche rew'iitcmi'iih' 
1011 tKDta nblioixlnnzii di notizie e il'ìmluziooi, da seni- 
pran- «ajK-rtiiio il riiietfrf ai dotti U'ttorì dtàVArchirio 
^ dette e oonoKcÌtit<>. l'iil induzioni fantastiche che 
lOtl/ie alcun? a)>)>ìatno vcrament'i' NulPantorc Aeì libro, 
, patire Francesco (Utlonua, ilei iiiialc ci è ijnaHi sco- 
(ciuta la vita. La storia lett>oraria, serìve lo (inoli, non 
t cnnoKce, non h'ì ha neetsiin altro scrittiO di Ini, nessun 
lOnt^mporaueo ne parla, non sì è trovata ancora una 
WHÌa, nna lettera a lui diretta (1). 

Il Temanza (2) e il Federici (."ì) dicono ch'egli nacque 
"nel U.t'ì a Venezia da nobile faniijilia luceliese, esi- 
liata <la (Jastrtiocio, e agf^^jnnjcouo che nel 1455 fc'ìk 
apparteneva all'istituto dei frati predicatori; che di- 
orò in TrevUo fino ali'anno 1472, insejfnando retorica; 
ko nel 14T3 «tt+'uue il Rrado di Cancelliere nello Studio 
i Padova, ove let«te teologia e fu ium^ito della laurea; 
he nel 1485 fu procuratore in Veuczia delle monache 



(1) flxt't-t. n fogna di l'oliJSlo (ìd flihliofilia. 1 , lìM) n sn^.. nniin K»*ì}. 
(S) TntAKT.A. l'ita lini jiii wl. arvkit. •■ran.. \>]>. 1-51), Venezia, 177M. 
t) FXDKttlCI, Xemorir TTvrtgiaiH; voi. I. ]>|>. »» e «(«,. VouraJH 1M>3. 



>m 



2^)2 POMPEO MOLMENTI 

<li San Paolo in Treviso, e che in V(?nezia, nel convento 
<leì Santi (ìiovanni e Paolo, passò molti anni <lella sua 
lunghissima vita, ('on la guida di alcune notizie attinta 
dal Necrologio e dal Libro dei Coìmgli di questo con- 
vento, il padre Marchese afferma che il Colonna, ricor- 
dato fin dall' n novembre 1471, morì il 2 ottobre 1527 
in Leonessa ed ebl)e l'onore di privato sepolcro e di 
solenne» iscrizione nel chiostro <lel suo convento vene- 
ziano, come si ha dal registro delle iscrizioni sepolcrali 
di San (Ìiovanni e Paolo, compilato dal padre Lu- 
ciani (1). 3ra, come dimostrò il (Mcogna, il trascrittore 
(h4 documenti comunicati al padre ^larchese cadde 
in i)arecchi errori (2). Così egli lesse im*1 Necrologio: 
M. FranciscHs Colmnna V. qui ohiit 1527 in LioiiiMsa, 
scambiando per in Ho la voce ini io e dell' abbreviatura 
iìts. imeusr) facendo nittsa. Si dovea quindi leggeiv: 
qui ohiit 1527 iulio mense. E, a quanto dice il Cicogna, 
neppure il sepolcro ricordato dal Luciani apparteneva 
all'autore defila Ilìnmerotomachia, come crcMlc^ttero ain-li** 
Apostolo Z<Mio (^ il T(Miianza, bensì a un altro Fnm- 
cesro Colonna siH'ohins morto nc^l sc^'olo Xl\' o XV. 
Certo è (*he frate Franci^sco Colonna nacque* nel 14.*».*? 
circa, (* morì, non n(»l luglio, ma il 2 ottobre <lel 1.VJ7. 
A trenta(juattn) anni, nel 14<I7, av(»va finito di seriv«*vc 
il suo libro famoso, pubblicato nc^l 111M) coi tipi di Alil<». 
Poi, \ìvv sessanta anni, non si fa più vivo, e appiiiiTo 
(Hiesto silenzio intorno al frati* misterioso desta in 
alcuni nioltt* maraviglie (* molti <liibbi(.S). 

X'eramente non si può dire ehe manchino notizie 
e do(*unienti, (juantuiniue incerte le ])rinie, scarsi i se- 
condi. Ajxislolo Zeno, dopo aver d(*tto che non si può 

il) MAi:(.ni>r, Mrm. ihi pili iiit^iuìii piti, ^t'iilt. f nrrh. doni* kiva»t, 
\«>1. 1. |). 'XUk KiiT'ii/.c, lx.">l. 

iL':- ('iro(;\A, /"*•/•/:. nn.. \ol. VI, ]». s<17. 

{'Ai liiAi»K»;o, Intorno ni Snt/no /'/ l'uìijiìo (Itti ihl li. l^titvkU* Vm., 
tu. L\, p;irl«' li. a. r.HMM.iult. 



1 



sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 293 

dubitare che il Colonna non fosse frate domenicano e 
nato a Venezia, scrive: « Senza ricorrere alP autorità 
« <legli scrittori, alla testa de' quali sta Leandro Alberti, 
< coetaneo del Colonna, e frate anch'esso Domenicano.... 
« addiirrò una nota originale a mano, che sta in Une 
« al libro I di Polifiìo in un esemplare della prima edi- 
€ zione (della Hijpnerotom'achia)j esistente nella libreria 
« de' Padri Domenicani Osservanti di Venezia, comuni- 

* catomi dal P. M. fra Bernardo Maria de Rubeis » (1). 
Del libro non esiste più traccia; ma la nota fu inte- 
gralmente pubblicata dallo stesso Zeno nel 1723 nel 
Giornale dei letterati d^ Italia, ed è la seguente: 

« MDXII. XX. Junii MDXXI. Nomen venim au- 
« ctoris est Franciscus Columna Venetus, qui fuit or- 

* <linis Praedicatonim, et dum amore ardentissimo cu- 
« iusdam Ippolitae teneretur Tarvisii, mutato nomine 
« Poliam eam autumat, cui opus dedicat, ut patet ; 
« librorum capita hoc ostendunt prò unoquoque libro 
« prima litera : itaque simul iunctae dicunt : Poliam 
^ Franciscus Columna peramavit. Adhuc vivit Venetiis 
« in S. Johanne et Paulo > (2). 

(5hi crede che Polla sia un simbolo, chi, con più 
ragione, una donna reale, e propriamente una Ippolita 
nipote del vescovo Teodoro o IjcIìo di Treviso, nobile ed 
illustre donzella per cui Francesco di focoso amore fu 
preso (l^). ^la lasceremo ad altri il discutere intorno a 
questo amore, tutt'altro che platonico, almeno nella 
forma con cui si manifesta (4), e ritorneremo alle vecchie 



(1) Zkno, Annotaz. al F<)NTanini,vo1. II, p. 170, Vciicziji,MDCCLIII. 

(2) Giamaìe dei ìettfrati d'Italia, to. XXXV, p. 300, a. MDCCXXIII. 
In Venezia, MDCCXXIV, appresso Gabhriello Hertz. 

(3) Temaxza, nta oit. p. 3. 

(4) € Chi vuole sia Pantichità, ehi la scienza d'o^^i cosa, chi una 
« Vergine egre^j^ia Trevigiana di <>asa Fola nobilissima, chi una liglia 
« pulcherrima della famiglia Collalto nobile dama Trevigiana, nominata 
« secondo alcuni Lucrezia, secondo altri Camilla. Polla era un nomo 

Abch. Stoi. It., 5.» 8erl«». — XXXVIII. 19 



POi«I-EI> MOLMESn 




note «Itil Libro dei Ctnmgli del Poiiveuto «lei Hanti 
vanuì e Paolo, oggi cnatotlito nell'Archivio ili StAto 
Veuezia. Ix) Zeno, il Temauza, il Marehese mi iilruni 
(li questi (lociUueDt) aceeunano, ma ne ilimenMcaiitt 
altri. Xoi, uuche i>er consiglio <lì due egregi xtudioMÌ, il 
Bajna e il Renier, crediamo opportuno di puhlilìrarc 
integralmente tutti i passi, ue'ijuali si fa meuziom* ili 
frate Fi-ancesco Colonna. 

'Ma, chi in fatto di documenti vuol proceder k<uu^ 
dingo, potrJl forue t'hiedeue, se qui veramentiC w M>mpK> 
si tratti dell'antoi-e di quel libro, che ebbe cosi gramlti 
efficacia sull'arte del Kinasciniento, o non forse ili 
qualche »uo omouìmo. 

Infatti tre religio<«i dello stesso nome e cognump 
si trovano, dalla seconda metà del iwi-olo XV aì pcimi 
deeenuì del XVI, tra i Domenicani del couvento <lt4 
Hauti Ciiovanui e Paolo (1). 

L'imo è indubbiamente il nostro Polifllo. K a noi , 
«embra che la maggior parte di questi documenti, che 
vanno dal 2 dicembre 1471 al 2JS luglio 15'Jti, parlimi 
proprio di lui, giac^ehè v'è come una certa continuità 
uella tranquilla opera del frate, il quale, mono che nel 
primo documento del 1471, è sempre chiamato mngintrr, 
qualche volta coli' aggiunta di mterabilis, e ap|Hin- 



a iH'i'iirciato lin IppoUta, da oni t'ontii p sogniinilo fatta Pi'li». Ii|:lia ttì 
1 t'ruuerwo Lelio, nutu da giinnne. orlginurio di Toramu npll'Aliltrun*, 
a in Trpvij^ i^ oelpbrp giuriBConsaltu Trpvigiano come il Pad». Gindii* 
< del Colloco di Trovici. Teodoro di lui fratello nato in Trcvip e li* 
■ d' l|i)H>Ut<> imr vescovo illustro, [iriniu di Feltro dipoi di Tivv1^>i 
FKtiKidci, Ma», trm. clt.. voi. l, !>. 99. — Intorno a PoUa, vr4. aiMtoi 
PofKi.iii, Le .Songe de J'oliphile, Paria, 1883. — Ephiii's»!, ^lado' «ar li 
SoHge de Foliphile, Paris. 1)488. — Faubrini, Indagini aal Pnlifilu (ìd GMn. 
.fior. dflUi Ut. II., voi. XXXV, Torino, 1900). 

(1) Clcnr.NA. fnlorno alia rifa r allr oprrr 4% .U. A. MMUfl QtntmU 
drlflirt. r,<H.. voi. IX, pp. -Mi-in, VeucKiii. 18«)). Cfr. unehc 
op, <'jt,. p. -IX. 



'SDU'AfmrRE DELLA • inTREROtOMACUIJi POUPBIU * 

bipr» wgimto in prinin luogo, qiialelni volta sotto la 
nu (Ivi prion;, i-lrcitri(lato coiiit< ila iin'iiiii-it ili rispetto, 
: vssvr t-gli il piti vecchio o per t'tà o per professione 
nifCioBa, Alleile ilovevu essere riputati) por Haggezza 
llh'i' «lottriim: e lo troviamo infatti indicato come 
$iIhco e itrovii rntore thì eoitmiU» e eome sufrnv thfo- 
ì profvjimr. 

Di nn altro frate Fruueoseo Colouuu nel Neern- 
Drlo (lui Snuti (liovanni b Paolo xi legge: 

■ 1520 atiì 17 maggio, il M. lì, P. Maestro Kran- 
wo Coloiiua liglio del eonvento mori in etii d'anni VA 
Idi rìwraldation dì petto ». 

Il Clt'ogiia crude eho a i)iui8to frat^' debita rìferii-sl 
Fwiffnente brano dei IHari (p. 268 f.) di Mareanlonio 
kihiel: 



A V«netia era venuto e) <iener»l delli frati con - 
Utiiali dti S. Domeuien tiiandìilo ii eliiainar over m>\- 
feitato dalli Signori Oapi del Consiglio di X. perciowliè 
li fniti di San Zanepolo orano in gran rissa tra loro, 
et haveano date diverse (piereln un eontra l'altni allì 
Capi, et ritassinie fra Fraiieeseo ("olonna bavea iinei-e- 
l»t4) r-ontra -1 o I) de li primari.), et aeeiiHavali Inter 
cmtteru de ttodouiia, snppi-esso tanien nomine il General 
Onìotano venne et fon)inc.i<> ad inipiirire. Fra FrauceM-o 
L'ulimiia o chel dnbitas»u non t-sMer scopcirto, et die 
fiiNM' eonoM'ìnta la mano stia essendo venuta la f|m-- 
relu in le muii del General, o per eouscientin esseudo 
es(*i !u-etihati innocenti, andò a «'oufessar et scoprir la 
calnmnìa, facendosi reo, et cliieilenilo perdono al (ìe- 
Dcral, il qual volw, elici dimandasse peniono al Capi- 
pln, li frati accusati intendendo l'autore della loro ae- 
latioue fiilniinoroDo divenìc ipu-rele eoutra di Ini, 
i8ime, che FliavetMe sverginata una putta, et provoruo 




r" 



V 



296 POMPEO MOLMENTI 

il tutto, per il che il Generale el bandì (lì Venetla, et 
io contino a Treviso in vita, et eliel non i)otesse più 
<lir messa, né confessar, et bandì molti altri chi pei 
anni 5 chi per X fra li altri fra Zanfior, et fra ^lartiii 
dal Naso ». 

È quindi da credei^si che questo frate Colonna sia 
mento in bando a Treviso, quantunque si trovi il suo 
nome nel Necrologio di Venezia, dove comunemente 
si notavano anche i figli del convento, che mianeavano 
di vita in (jualche altro paese. A questo religioso di cosi 
poco edificanti costumi non devono certo riferirsi i 
nostri documenti, ne' quali, come s'è detto, il nome del 
Colonna api)are sempre circondato da un grande ri- 
spetto. 

Finalmente un terzo frate (iiovanni Francesco Co- 
lonna morì nel convento dei Santi Giovanni e Paolo 
il 4 febbraio 15.S4, in eth di trentanove anni. IMa quei 
clocunii^nti, e scmo In maggior parte, vìw vanno dal 1471 
al 1515 non si riferiscono certamente a lui, che nrl 1515 
avt'va ai)p(Mia venl'anni. Bensì, <inantun(iue, a nostro 
avviso, i (lo(*unienti trattino di una sola persona. \mò 
soi'g(Me il dubbio che alle (h^JibiM'azioni del Ca[)itolo dopo 
il 15'j;] prendesse» parte (pn^sto frate» (Giovanni Franrex-o 
e non il JN)litilo, clic» aveva allora novant'anni e si tro- 
vava in ìuaxhua rgirstatv et smctfitc et (licrepifatr. 

Intorno ad uno <li (ju(»sti tre Colonna domenicani, 
il ( JallieeioUi riporta l'aiuMldoto se<»uente: 

- Avvenne» altresì in (jnesl'anno 1522 e nt»llo stesso 
mese di (Jiu<:.no una cosa la (juale mise in conibusiioiie 
il Clero di San Cassiano. Il P. Fi'ane(»seo Colonna l>o- 
nienieano de' Ss: (iiov. e Paolo, persona ragguardevo- 
lissima i>rrrhr ('(}H(jÌHnf(t iti panìifrla nni pontr^ici^ rar- 
fìinali^ V (fifri mniuìu ìufhilissiììu^ contro gli ordini 



_ - .! 



sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 297 

Apostolici amministrò la ('onfessione, ed Estrema Un- 
zione alla N. D. Zane di San Oassiano. I Presidenti e 
Procuratori <lel Clero se ne querelarono appresso il 
Patriarca Antonio Oontarini, il quale intimò al detto 
Padre un Mandato, in cui diceva, ch'egli era incorso 
nelle censure, e lo citò il di 20 Giugno, perchè com- 
parisse dinanzi il di 23 per dichiararlo incorso nelle 
censure. Il Nunzio della Curia patriarcale riferì d'aver 
presentiito al p. Francesco Colonna il riandato, e che egli 
rispose: eh non credo esser sottoposto a Monsignor » (1). 

Di quale dei tre Colonna parla il (Tallicciolli ? Ve- 
ramente parrebbe del Politilo, il quale apparteneva ad 
una cospicua famiglia che Castruccio avea obbligato 
ad esulare <la Lucca e che, se non con « ponti^ttci > e 
« cardinali », con « uomini nobilissimi » era certo impa- 
rentata. Vi fu persino chi credette, ma senza fonda- 
mento, che Francesco nascesse da un ramo della fami- 
glia Colonna di Roma (2). 

Sarebbe così ovvio e forse anche così Iiello di 
veder rivivere per un istante nello sdegnoso frate, che 
non vuole essere sottoposto neppure al Patriarca, l'antico 
fervido giovane d' illustre casata ! Ma ciò che è bello 
non è sempre vero, e non e possibile che il vecchissimo 
frate infermo, quasi novantenne, si sia recato dai Santi 
Giovanni e Paolo alla lontana contrada di San Cas- 
siano, ed abbia avuto (luello scatto ril>elle, che gli sug- 
gerì la Aera risposta al Nunzio patriarcale. La risposta 
deve quindi essere attribuita a quel Colonna morto 
nel 1534, e che probabilmente apparteneva alla stessa 



(1) Gallicc?iolli, Mem, JVn., L. Ili, ^ fi02, Vouezia. 1795. 

(2) SKLVAi'iro. Sui V architettura e seultura in Venezia, p. 161, Vo- 
neeia. 1847. 



■ f 1*1 



298 POMPEO XOLMEKn 

famiglia del Polifilo (1). Ma notisle emloee intorno al- 
l'antere della Hjfpnerotomaehia noi troviamo nè'.doen* 
menti che qni pnbbUchiamo e che a noi paro ai tifai- 
Hcano per la maggior parte al celebre buie. Dall'onrim 
misteriosa, in cni fn per tanto tempo ravvolta^ ei par 
vedere uscire la fignra del Oolonna, chiamato a quando 
a quando dalla campanella del convento, per - reeani 
a Capitolo (2) ed occuparsi della magnifica ehìeaa an- 
nessa al monastero, dei restauri delle eelle, delle liti 
con la Scuola di San Oiovanni Evangelista e con le 
altre di San Marco e di Sanf Orsola, vicine al eonvmto^ 
delle rendite e dell'amministrazione, deUe etosioni del 
Priore e delle altre cariche monastiche, e di altra delieate 






(1) Fin dogli aitimi del secolo XIV troTiamo nn Antonio CSoIsum 
(forae avo del Poliflloff) ohe al monastoio dei Stati Glofvaiuii o PmU 
lascia alcuni legati : 

lfl09. 21 Zngno. 

« l'unctus tcstaiiientì quondaiii sor Antonìj a Columna olini de 
contiuio Salirti Baxì, BUiiipti« et cxoiuxilati ex auctentico rugato inana 
]»rosl»itrri Basilij Darvatio Voiiotianini Notarij, 1399. Dio 21 JuniJ. 

Itnn (limitto Colinuì uxori nioip suprasoriptw dilecttft lueiini Mannani 

terra' sitimi iu villa de S]ȓneda Mestre districtus de qnihuii volo 

(|uod anuuatini sucressive teneatur dare Monastcrio fratrum pnHiica- 
toruiii saiictoruiii Joanuis et Pauli duoatos deeeiii auri et fratrr* dioti 
Monasterij teiieantiir eeletirare imam niissani oinni die prò anima niea 

iiiiperi»etiiiiiii iMist vero obitiim Bupraseripta Cclinie uxoris inf* 

volt» qiiod Lucia filia luea in vita sua hal>cat rcdditos dicti Mansi dando 

aunuatiiii dieto Moiiasterio dueatos deceni auri defliciontibiis «ni- 

iiihus heredibus volo quod dictuB Mausus terrip dcveniat in scolani 

saiicte Mariae ver]>eratoruiii do. vai verde, dieta eondiciouo vidftlieet quod 
Irai re», seu oifìeialeH dieta» scola» teneaiitiir dare annuatim Mona8t<*rio 

siipraserìpto duoatos deceui auri * (Archivio di ^<tato in 

Venezia, SS. (iiov. e l'aolo, Busta C\ fascicolo XVII). 

Il teHtaiiient*» si trova ]>er intero nel ])rotoco]lo de' tCRlaiuenti dp| 
notaio Basilio Darvasio e. 51. 

(2) Fra i I)onieni<*ani del convento dei Santi Giovanni e Paolo v*i 
a questo teni])o un altro frate illustre. Marco Pen8al>eii, pittore di 
merito (n. e. 14K>; ni. l'ùM)). Troviamo il suo nome in una delibem- 
/.ione del Ca]>itolo del 21 nia^^io 1510 e la sua sottoscrizione in alm 
del ì» Insello 15ir). 



sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 299 

<ine8tioui nelle quali il Colonna (doc. 31 gennaio 1498) 
è chiamato arbitro. 

Importante è il documento del 5 febbraio 149H, 
nel quale il Colonna è eletto omnen concardeff, nemine 
discrepante, uno dei sindaci e procuratori del convento: 
e piena di commovente interesse la deliberazione con 
cui, il 15 ottobre 1523, ì religiosi si mostrano solleciti di 
pro\n'edere alla grave e inferma vecchiezza dell'uomo 
venerando. 

Queste ed altre notizie, anche di poco momento, 
non potranno riuscire sgradite a quanti, e sono molti, 
cercano d'in<lagare la vita del Polifllo, che si è svolta 
nell'ombra del convento veneziano. Certamente l' orni- 
li imia dei tre (5olonna vissuti nello stesso convento dà 
luogo a molti dubbi e a non poche incertezze; ma tutto 
ciò non toglie importanza ai documenti, curiosi anche 
per la storia del costume veneziano. E i)oi, trattandosi 
di uno scrittore che passò alla post^jrità per la descri- 
zione di un sogno, non parrà disdicevole che i critici 
e gli eruditi debbano anch'essi (|ualche volta sognare 
seguendo il pacitìco svolgimento della vita del frate 
famoso. 

Moniga del Garda. 

Pompeo Molmenti. 



Documenti. 

1. 1471, dicpiiihro 2. 

I Archivio <1i Stato di Vent^zm. SS. (iiov. o PhoIo, BuKta M.. fam^ XXVIII. 

Dov. II. 2, per^iiiena|. 

I frati doHa Chiesa dei S8. Giovanni e Paolo concedono e 
danno in perpetno a Domenico Marino Paltare deUa Beata Vergine 
\wMo vicino aUa CappeUa grande «Iella detta Chiesa. Vi è nominato 
frater FranciHcuH CoIona de Venetiis come inteirvennto al 
Capitolo. 






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■. ••■.n- •' |i;i; • - [ii»«li»Ji «■nii\«ii:i!*. «jiii niiir Nocniidi fraiiT ;hI 



sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 301 

condilium super conBensum fienduni de fine et quiete litis qujiiii 
habehat prefatus iioster conventus eum domino guardiano et hocììh 
scolo Sancti loannis EYangelÌ8t.e de Venetiis. 
(Omissis), 

Ego magister Franciscus Columna venetus consentio 
supradicti ut oonstat. {autografo). 
(Omissis). 

Sono sottoscritti {atito(jrafi): m.r Georgius de Stephanis prior, 
m.r Blasius de Venetiis, nij Matlieus Antoni, mJ AIovìbìus Alber- 
tariut», mj Antonius Benediotus, m.*" Pliilippus venetus, m.*" Nicolaus 
Venetui«s m.' Francis e us Columna ven e tus, mj Tìiymotlieus de 
Stephanis, tnj Matlieus Gratianus, frater Toliannes de Ravena, fi*. 
Dominicus de Faventia bachalarius. 

CS. 1496, iiovciiibro 4. 

|lbid., o. 12|. 

Ad instantiam venerabilis fratria Prosperis ordini» niinoruni 
bactenus, nobiscum cobabitatoris et eapelle nostre cantoris, qui 
eum velet a con\'entu diseedere et cameram sibi concessam in qua 
mult>am iH^cuniam exposuit relinquere: Reverendus prior magister 
Antonius Benedietus convoca t-o Consilio dixit eidem fratri (juid 
velet exponere. Tiinc ipse frater Prosper reddidit gratias cunctis 
quod bene in conventi! visus fuerat et nonnulla alia verba . '. . 
(Omissis). 

Et ita primo per Rev.dnm priorem det^rminatum sic fuit, et 
per omnes alios confirmatum, videlicet per . . . (Omissis). 
per magistrum Franciscum Coluninam . . . (Omissis), 

a. 1496, diconil>re 10. 

Ilbld., e. 12 1. 

Ciim venerabilis pater frater Dominicus Testa bacalarius de 
Veneiàis peoiisset a reverendo priori facultatem amplifiicandi rei- 
lam suam, reverendus prior magister Antonius Benedictus vene- 
tus, convocatis magistris et patribus in dormitorio superiori apud 
cellam predicti venerabilis fratris Dominici, proposuit super lioc 
quid patres sentirent. Et cum omnes considerasent situm celle et 
looum quem petebat, asensenint ut in deambulatorio fratnuiu quo^l 
est in extrema part« dormi tori i versus oitum et ex alia partii versus 



302 POMPEO MOLMEXTI 

ca]>ellaiii saiicti Nicolai, possot acciiK'n^ spatinm a pìllastro ad pil- 
hwtniiii super quo edificare posset. Hi autem liuie concilio prc8eiite« 

fiierunt, videlicet 

MaKÌ>*ter Fraiiciscun Col ninna venetus 

7. 1497, luglio 10. 

libili., 0. 15 1.). 

Cnni eftftet dubinni i)ropo8Ìtum in noRtro Consilio utnim fciter 
Io. de Kiichaneto, (pii fuit per niulto8 annoB procurator conventum 
deheret recidere univernalem rationem Rue adminÌ8tnitionif» patribiui 
publicando libroR ratiocinii 8ui et expenRamm factanini prò «^n- 
ventu, et poRt^a conRignaretur RÌbi locus unde poRset redimere pe- 
cuniaR quaR acconiodaverat oonventui; vel prins conRignaretur Iocqr 
unde redinieret et poRt^a examinarentur libri expenRamm . . . 

Et ex alia parte illi qui voluenint ut primo redderet rationem 

univerRalem, deinde aRRÌgnaretur locuR, fuerunt isti 

Magister FranciRcuR Columna 

8. 1498, gonnaio 31. 

jlhld., e. 181. 

(.'oii^re;^ato (';i]»itnlo ad soiniiii r:niipanule. ut nioris e^t. pn» 
(*II<M*t ione prioris tcnenda per virariniu ellectioniK nia^istruiii (Tei»r- 
.uiinii de Stcphaiiis, ('xistenti])as in ronventu revereii<lissiiuu ;:»'ii»*- 
rali nia^istn» loakiuc» Turriano veneto et reverendo patre provin- 
tiali nia;4:istro Petro a Cavalrantibiis de Ttino, in (pio cpiadra^riiiTa 
due voces fuerunt: ex (piibiis deceni nia^istruni Oeor;Ljiuni elf;;<Tunt, 
tii<riiita due reverendissiuH» generali ('(niiisKe fuerunt, et a toro 
raidtido aecejitatis die et eli^en<li via; dirtuni fuit fratreni Viii- 
(l'iitiuin Crusehani venetuni vo<*eni non liabere, eo c|U<»tl **onv(*r>»i!» 
alluis <'sset. Kt fratre Prtro intero;^ato in conseientia qui ti*iii]M»n* 
pndVssioìiis di(!ti fratiis Viiirriitii nia^ister novitioruni erat, ali 
ira cssct. dixit palaiii ipsuin fuisse rereptun» pn» ronvei-sso allM» »T 
de Ikm- iussu ipsius revereiKÌissiiui ;iTneralis antedieti in sfriptis no- 
lani tVi'issc ; (■• iiii.ssis prò clariori noticia ir vei'e u d is nia^'istri* 
!' ra u<- i s<(> Col UHI uà, cuìus sotius eiat t*t Sixt<» venetis a toto 
tajMtulo ut su]KM' lioc revMM'udissiuius ^'eueralis dc'terniinan't an 
lialnTct \(»<('iu \ «*I ne. auditis <|uil»usdanj ab ipso nia«;rÌKtro Fran- 
• i-^ro Coluniiia adductis, dctcnuiiiavit siii+<"ntiavit ae deehiravit 
ip^uiu fratnMu Vinr^Mitiuni Cruscliaiu couversuin album eRRe net 
\o('eiu lialKMc. Kis<leni ('a]»itul() nia<ristris retìerrentibus die et mil- 
IrviiiH) ut suin'a. 



sull'autore della * HYPXEROTOM ACHIA POLIPHILI » 303 

e. 1498, febbrai» 5. 

|Ibid., BumU O, I, prooemo 115 A 7", e. 2«|. 

In Clii'isti uoiiiine lunen. Anno a nativìtate eiusdeni niiilesimo 
<ina<IrinKentoA8Ìmo nonageBBimo octavo. Die (|uinto mensiH februarii, 
indiitiono prima. Convocato et con^egato Capitiilo reverendomm 
patniui inagiHtrorum et fratrum loci nionasterii et conventu» San- 
ctoriini loannis et Pauli ordinÌB predicatoruni de VenetiÌB . . . 

in quo Caipitulo interfnerunt 

doniiuuH uiagÌBter FrancÌBcuB Columna 

ouineB concordeB, nomine discrepante etc. capitulariter congregati 

feeenmt conBtituenint et Bolenipniter 

ordiiiavenint dicti eoriun loci monaBterii capitali et conventnB 

sindicoB et procuratoreB 

dominum magiBtruni FranciBcuni Columna 

omneB Himul et quemlibet eorum in Bolidum, cum libertate et au- 
('toritate cuiuBlibet ipBonim magiBtrorum et patnim, babenti» et 
oHiendentiB pri*Bi>nH nindicatUB instrumentum in fonua publica, pe- 
t«*ndi, recuperandi et exigendi omnem denariorum quantitatem, le- 

;rara, belemosinas contributioues. 

fOìnissÌM), 

Actum Venetiis in dicto monasterio et capitulo, presentibus 

Ego lacobuB CbioduB domini Micbaellis, publicns imperiali 
auctoritate notarius et index ordinarius premissis int-erfui, rogatus 
>«*ri|>HÌ et publica vi signumque meum apposui consuetum. 

10. 1498, febbraio 6. 

Ilbid., BnHt» XI, Kejcistri Capitoli e Consigli U50-1542. Ke^. I, o. 18 1. 

Katiociniis peccunianim fabrice conventuB Sancti loannis et 
Pauli Venetianim diligent^r visis et examinatis per nmgiHtros et 
patres ipsiiui- conventus, quas reverendissimus generalis magÌBt4.T 
IoakinuB Tnrrianus tractaverat et exposuerat, deductis introitibus 
rum expenssia, inventuni est ipsum conventum obligatum e8«e 
eidem ducatos ducentos et septem. Et super bo<'ì congregato con- 
cilio magistronun et patnim in quo fuemnt 

. . . . magistri .... Franciscus Columna 

11. 1498, agosto 19. 

[Ibid.. e. 19 1.]. 

Congregato Consilio, per omnes magistros et patres convontus 
ante reverendissimum magistrum in camera sua, decretum et de- 
terminatuni fuit qualiter magister ^fodestos, qui elleotuB fiiit ma> 



304 POMPEO MOLMENTI 

gÌBter in Uiiiversitate pailunnn, habeat Kernel tautuiii dacatoft vi- 
giliti et Hucesorem decem, liac lege 

Intervennero al Consiglio niagister FranciRons Culnpnu 
e altri. 

18. 14^, agosto 19. 

|Ibid., e. 20]. 

Iteni eadem die decretuni fuit corani reverendissimo magi^m» 
ordini» et per magistros et patres eonventus, consensu et volun- 
tate reverendissimi magistri ordinis luagistri Ioakiniis Turianui* 
venetus habeat ducatos triginta octo qui expoxti fuenint prò ne«*- 
eesitate eonventus; qui exigi habent a scola sancti Marci lifW 
in solutione tempore mensis aprilis proximi futuri: et liniusniodì 
pecunie fuenint consignate eidem reverendissimo generali ywr oni- 

nes magistros et patres 

magister Franciscus Colnmpna 



13. 1498, dicembre .... 

(Ibld., 0. 22J. 

In nomine Domini amen. Cum preterito tempon* negligeiicia 

<Iii;HÌ5mi pnMÌi'ccsonini iiostioruiii iiistniiiieiita et cartr f<»!n*esioiiniii 
«Xratiaiinn, iK)s('si<)imiii, testanicnta et eoniiii ])ini<'ta eeteraqut* .■»!- 
iiiìlia fiieriiit oblivioni tradita, neiiiiiu' ex fiatril)us iiiteli;:<*iiti- 
quid in ipsis scriptiiris contineretiir, precipue ven» «le loro j».tlii- 
stiali in contini*» ciniiterii nostri, <|Uod quideiii ii(»bis ab crrt'Ini- 
tissinio Dominio v<'netoiiini traditnni accepimuw ac per nostro» 
patres antecesores teritìcatnin ; (*t nicliil(»niinus per ìg!H»ranti;nii 
suprailictaruni scripturarum illins sujn'a<licti lori in [Misesorf.- ar- 

Intrarcmur 

K;ì<> nia^Mster Fram-isi'us Col uni n a ven(*tus int«'rfni in siqM'- 
ri()ri Consilio et prout continetur sum cont<*ntns. (nutinjrafo). 

Soìio sotlttscritti (auiiHjrdJì)'. 

Ma.irister Heor^^nns de St<'i>lianis prior, ni.r Matlieus venetnis 
niJ Alovisius Albertarins. ni.' Antonius Henedictus. m.^ Pliilippn* 
venetus. m.' Fraiuisi-us Colunìua venetus, ni.^' Sixtus veneta?» prioT 
]>atavinus. tVater Tliyniotlieus nia;;ister venetus, ni.r Matlieiis Cim- 
tiaiiMs. ni.' Ku.ucnius v<'netus. ni.' Sy^iisnininlus. fr. Petrus BsMh 
«lellu> Miinicn- {xiv) eonventus. tV. Matlieus <le ValentibuH veiMt» 
haclialariiis. tr. I)oniini<iis TcNta i\v ^'ene(•ii^, tV. Iae<»buK, fr. lei* 
ninni'» ^'enetu^. 



sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 305 
14. 1499, aprile 7. 

(Ibid.. e. 23 1.]. 

Captum fuit cousilìuni per revei*enduiu prociiratoreni ordiiiiH 
frutrem Francisciuii de Floreiitia et i>er reverendum patrem pro- 
vintialem magigtruni de Cavai caiitibiis de Utino, et per omnes 
niajycÌ8tro8 et patres conventus, dempto inagiHtro FranoÌBoo Co- 
llimila, qiiod frat«r lohaneH de Reejianeto acoeptaretnr in patrem 
eonventuB Sauctorum loanniH et Pauli. Qui qiiidem frater lohaiieR 
in 8i|;(num gratie donat ducaton quÌTiquaginta tres 

ICS. 1500, agosto 25. 

{Ibid., e. 26t.I. 

Cnm diebiiH proxime preteritis, intelecta reverendÌH«imi gene- 
rali» morte, reverenduft prior maginter Mathens GracianuH, convo- 
(-atÌH magiHtris et patribus conventu8, prop08iiÌ8et (^uid de cella 
reverendi88imi fieri deberet; niagÌ8ter Matheii8 respondit quod di- 
videretur et antc^riorem partem acciperet 

Di eoniraria opiniaìhe fu fra altri Magi8tcr FranoiscuK 
Columna. 

Ego magÌBter Franci8cn8 Columna hi8 omnibu8 interfui et 
eon8en8iim prebui (autografo). 

Sono sottoscritti {autof/rafi) : Mag.r Matheus Gratianus prior, 
ni.r AlovÌ8Ìn8 Baduero (?), mj Antoni U8 Benedictu8, mj Georgiu8 
de 8tephani8, mJ Francisous Columna, mj Sixtus vonetus, 
ìììJ Vincenciu8 Merli un», mJ Eugeni uh venetuH, fr. TliomaH Donato 
venetuH, fr. DominicuK Testa bachalariuM, fr. Iacobu8 pattar con- 
ventU8, fr. Ioanes de Kachaneto prior conventUB, leronimun venetiiH. 

IG. 1500, novembre 8. 

(Ibid.. e. 27 1. 

rtem eodem die: quod Reverendus Magi 8 ter FraneiHcus 
Columna exigeret a conventu pecunia», qua» exposuit prò porta 
Chori, quam fecit dum esset «acrist^i, et hoc facta debita ratione. 

1*7. * 1501, maggio 10. 

(Ibid., Scuole Piooole. — S. Orsola, Bnat« 599 1. 

loannes Fianeiaoiui Propertius Zuchonianu» utriusque iuri8 do- 

«lloir reverencliflfliini itris et d. d. Angeli Leonini Dei et 

oliee Sedis | "rburtini legati apostolici cum pò- 



I 



teHtnU- logiitì CnnlitutlÌK ilo Iatture ]>pr luiìverBimi Dmiiininni AadiloT 
«I Vicarili» )ii<H«<rnlJfi, dilccto nabin in Ctiiisto niaglelro Mnrx?1iiarv 
Varfltario gaAlaUliont scolo uiiiuU' Ursnie Vi>tietiaruiu, Baluteui in 
l>{iniiiio, dt' itiMtriti imiiiMiiinili finuit.tT «Iwiliff uiaiiiIutU. Atl inntau- 
tiiim vcnvrabili» domini mnxistri FrancÌBui Cotnnin«, uti 
ejiiiliot ot procurntoris ut ipH> iiRHerit nioniuturii et mnrciitR* 
Muutoruiu lAaunis et P»uU Venetìamm Onlinis itredicatomiu, !•- 
miri- pn-BMitium iaiin<l»inuB tibi qnatenae ilie cnutiiin ilv munì- 
liora ctiupinmni coram nobis doiuparuna in edibim remiiltintir [ircfaiì 
rcrvri'iidiflBÌnil tl> Legati poaìtiB a[mil S. Samn4<li<iii ih) rvBpoiKltntdinn 
in furo profatti (lomin^ m.f» Fraaciseo (lieto nomine pm itunnulli* 
que a U< iietwre iiitontlnut. Dntuiu Venptii» in prffatin vdibun (nt- 
fati rvv(^rttn<li«tiimi ilo. Lugiitt, (1j« x moneie iuhìì Ml'OC'CC* primo 
[mttoterìtto]: GHliriel dn Timsi* notHriim, miimlat^i mi burri poi. 



18. 



I.VIJ, )liii)ctit 



Corani prefutn rnvurendo dumiuo Anditurc t-t Victtrio miiaii' 
tntns T<merab)lÌB sacro Tb«oloKleMagÌBterFrancÌHCu«Caluiuna 
tam<iuani proi-iirator )ii<iiiai4tt<rii t>anctonini lonnis et Pnnli, pr«pirr 
(tiKiddutii UHM'rfiiiii iiLiniitoriuin mi rt-vfrfiKliiin dotiiiuuin priun-m 
<<l friitn-H dirli i-nii ventila, ad inEliiiitiani dutAini Guanliani t-t In- 
tnini scoto snnut« Ureulti ete. prout in «o, tainqiiani gravntiu m 
tjili protoiiBU monitorio rationibiiR et uaueÌB in voi<o allegatìs, prtiii 
illud rt'voiuri dLiUirt- in vini Kiiupliiis citiirioiiiK. 



f 



le, ir>l)l. IukIìo 12. 

|II<M.. <'. ^t. - Ihid.. Bontà MO). 

Coram )>n>ftit<i Tt-vcretidiseimo domino Anditoro <■! Virane | 
ouiiHtiluu» magister Franoievus Colnmna, Uinquaiu | 
rntiir vX «yiiilìciiB pri^inti venerandi Con^'cntue Niu(Tt< 
t>t Pnnlt, (K-lit [ter Hiinnt dominatioutin prunnntinrì di-briv I 
babcri prò t-oiihtitiitft ^<^|(ative qiiantiini Bpeor^l ad duniinomg 
dioncm H canfr»ln« dicto ocolv «nni-t<- Umilis Quuad nU4aa|d 
Hiiut i>xpMlienda t>t iu qnibim prucetlì debt^t ad i: 
niam potitìunia dinti ClH■^'<■ut(l^ idira i 
CX|K>dÌtIUll 



sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 807 



1501, luglio 17. 
libili., e. 'SI, — Ibid., BnHt» 600|. 

Corani vobi» reverendissimo patre clarissimo iuris dootore do- 
mino Ioanne Francisco Propertio reverendissimi domini Legati etc. 
Auditore et vicario benemerito comparet et se in iure presenta! 

magister Franciscus Columna itideni 

procurator et sindiciis dicti Conventus et prout melius etc. ut 
Sjitisfaciendo termino hodierno sibi ad ìioc assignato, det et pro- 

ducat eapitula infrascnpta in lite et causa quam 

hal>et dictus Conventus cum gastaldione et confratribus Scole 
sancte Ursule facto et culpa dictonim confratnim 

ai. 1501, luglio 17. 

|Ibid., prooeMo 115, A I", carta 6. — Ibid., BiiMta 601 1. 

Corani praefato reverendo domino Auditore et Vicario consti- 
tutus venerabiiis fra ter Domi nus Franciscus Columna Sa e ne 
Theologioe professor tamquam procurator et sindicus 
venerabilium fratrum dominorum prioris et Conventus, et ecclesiie 
sanctorum Ioannis et Pauli Venetianim, produxit petitionem suani 
contra et ad versus gastaldionem confrateniitatis Scola* sanctu' Ur- 
sula», dicens, narrans, ac fieri petens ut in ea 

fOmÌH8Ìs). 

88. 1504, maggio 8. 

Ilbid.. e. 12t.|. 

Istrumento di composizione di lite e di convenzione tra i frati 
del convento dei SS. Giovanni e Pacdo ed il guardiano della Scuola 
di S. Orsola, nel quale si nomina magister Franciscus Col Iona 
intervenuto cogli altri monaci nel capitolo in cui si stipulò la 
detta composizione. 

83. 1504, maggio H. 

{Ibid., Istromenti, Busta XXII |. 

Il Capitolo del convento de' SS. Giov. e Paolo approva Tac- 
tfotdo per le questioni vertenti tra il convento stesso e la Scuola 
^8.QfMla* — Frai presenti è nominato Magister Franciscus 



^■= ^:l 




3<)8 POMPEO MOLMENTI 

84. 1504, (licemhr» 16. 

Ilhhl.. liiista XI. Registri, Capitoli e Consigli, 1450-1542. Kegistro I, e. 40 1|. 

Cstptiiiii fuit ili Consilio magistronim et patruin exi^teiite 
priore revei-enclo iiiagistro MatthiH) veneto ut frat4?r Cleineiii* ve- 
uetu» et frater Martiiiu» organista venetii» essent i)atres nostri 
oonventus euni gratiis et privilegiis consuetis, et omnen seripsemut 

opinioneni suaiu ut patet infni f(hnìssis). 

Ego Magister Franciscus Colunina fui <}ontentUK (/m- 
Uh/rafo), fOminitisJ, 

SS. 1Ò05, maggio 28. 

tlbid.. e. 42 1.). 

Congregato eonsilio i>er reverenduni patreni prioreiii magi- 
strani Antoniuni lk»ne<lituni venetum reverendonun magistromiu 
et patnim conventUH nostri, et proposituni ab eodem de provisione 
siiprioris (ki>) qui esset vir valens ad oorigendum iuvenes discolos, 
attenta neeeessitate huius oonventus, expositus fuit frater Donatus 
venetusqui elleetus fuit in supri<»rem a iiraiori (Mirte consilii: . . . 

Alii auteni noluenint eum eligi*re. scilicet 

niairistev Franeisous Colunina 

Ittiii iniiu'tliatr |K»<t hiH' ali«|ui t-xit-nint rnii<àìliinii. srilii-et. . . 
iiia^risttT Fiaiirivruv it»luiiina 

-.ae. V-n. :::.i^j:i.» il. 

•■..;^i^:'. i*» <: '.«,;: ri ;»•.:<, -.i:..!".:!:.: ii'!>»'.^;. rìtt-Ti tinninr r«vtT«ii<li 
v.i.:^'.>:v' r L .1 '.-.i : M .:•» V. «''.■.::'.. i«:... t* K'.aiitiMU*» a «iiatii* ili 
^^'*".s ::.■'. »-.x V ,\,\ t".., -.« '.r.-.v, rV/'T'.. .-.r: «^^ ■; •■:•» r.iri «nninaiii aru'»-Titfam 
M .;;i \ •.■.^•." ■^. . .:« i V V .:•. : .."*..:> :>r«»:»»- ;tiiLl't»ii»iii «■frli«*i»-; vX 
* ".o."; •.j'V. .. •^..•.- ..•.•.•■.'.:■•' "'.«':••.•";: .ir':T'rt!ii vX pa«i<vt-udi 
^ .• . «•» * -• . \'\-.. * ;:'^. ":.•*. •.> I* .■;*.':::.i*» » mt>ì1ìì 






< untradiceDte 
.r :.i «jue alia» cor- 
• It Castellai qni ai J 



sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 309 

preseiiR extra ordinein moratur, claretur et concecìeretur iiiagistro 
Damiano veneto ab ipso inhabitanda et edificauda prout «ibi 

videretur 

Snprascript^ Consilio hi reverendi patres interfuenint 

Ma^ister Franciscus Columna 

28. 1514, dicomlirc 5. 

|lbid., Basta B, faso. XXX, doo. 12 1. 

In Clìrìsti nomine, amen. 

Anno Nativitatis eiiisdem millesimo quin^ent^simo (juarto- 
deoimo, indictione secunda, die vero quinto mensis decembris, Pon- 
titicatus sanctissimi in Cliristo patris et domini nostri domini 
Leonis divina providentia papa^ X»»»* anno secando. Convocato et 
solemniter congregato ven. Ca])itulo venerabilium religiosorum 
dominorum fratnim monaflterii et conventus s. Ioannis et Pauli 
Venetianim ordinis predicatonim in loco suo solito eapitulari ad 
sonnm campanelle, in quo interfuenint omnes infrascripti [cubito 
dopo il priore], D. Fr. Franciscus Columna magister. , . . 
[i barcaiuoli soliti stare alla riva del campo] asseruenmt quod cum 
dicti barcharoli steterint ad ipsam ripam quo est ipsorum domino- 
rum fratrum naidizaiido prout sunt requisit, et minime ad plenum 
dictis reverendis fratribus et conventui satisfecerint de eo quod 
st,etenmt, ita quod facta inter eos ratione et computis, dicti naute 
remanent prout sunt, et affìrmarunt esse veri debitores monasteri i 
et Conventus predicti in ducatis duodecim prò temporibus re- 
troactis 

89. 1515, marzo 19. 

(Ibid., Bnsta XI, Registri Capitoli e Consigli, U50-1542, Rag. 1, o. 72). 

Convocatum fuit consilium per reverendum patrem provin- 
cialem in quo fuerunt infrascripti Reverendi magistri et patres 

Franciscus Columna. 

in quo deoretum et sancitum fuit per omnes nemine discrepante: 
et i>rinio quod de cetero bona mortuorum fratrum, videlicet lecti- 
stemia, cervicalia, culcitre, laodioes, linteamina et bis similia prò 
bospitibus et infirmis necessaria, non venderentur, sed infirmirario 
prò infirmis et hospitibus consignarentur, et in inventiirio infir- 
marie sorìberentur cum signo conventus, et boo usque quo infir- 
nuuTiA neoeBBarìis muniretur 

.• Serie. — XXXVIII. 30 

9 



m 



POUPEO HOLUeKTI 



SO. 15IS. ik^Biii :i. 

Iihij.. Ì1.1.U1 r, fw«. XV. iiu... i|, 

CcMÌunu (Icllu Uuppelln dollu Miulotinii dvllit Pni.-« nUi Siitnurì il 

Gitbiiuli p^r (luoati 1200 d'oro. — Fra i componoiili il Capìi«lo tM | 

Convento i^ nmiiitintti iiiasÌHtL>r PrftiicisuuB Coliiuiiia. — Il I 

iluciiiiii'nto i'' rollilo ilikl nofiiio AIcNuniiili'o Fnh'iiiL. ' 



31. 







ìaVì. uRoslu 2». 








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Convooatu uoiisUio 


livr n'Vt<ifiiduiii 


priunii» uuQvciKUA. . . 


. . in quo 


liiftaBvripti ì(it«rfacmnT. . 




..BKi-rrr 















I 



Fv 

MiiKiitiiiu et itv<;nitiiiu fiiil; por uiiiiu'H: primo (iiiml l'oiivratUci^I^ 
viiiiftiir binM fnvtram multitniline, et quoU oonsiUcretur iWfnnA» 
pittcr pnivinuialÌM pn> omnibus foreueìTiiie expetlcndiBt tu ifaai 
nniiit-nui Eratruiii 14 vi'l 15 » ttonventu emittaCur; iiuwl ni UAt» 
niiini'niDi foiviiHea uon tittigerint, »d nrbitriuui rvvfivndt puina 
piovi nri Iti in ctiani ex intruueii! iia(iui.> od tnleiu iinmfniui «stnt ami- 
giiciitur qnotignot fiwrit iioeeoHiiriiiiii. ut conventui' Hlleviftin* Hit 

ilunirf |KiMiit l'I iiiiiiiittcìii'i-i 

(IhniHgin). 
[Suhiln dop» if pritrrr]: Ego luiig 
luiiuia Vf'iieliiit iiIeiQ (lìcii (autagrnfo), 

SalUMierÌ!Ì»ni iiutoiimfr: 

KrHtvr Ile ni II ni UH <)« Solilant'riiii d<- TJtinu niiigititvr 
niuft."" Krnufii'f'ni' CnlnmiiH venetnti, fr, XJuolatu 
III,', fr. lilijn-iiliw It'iiPtiiN III.', fr. !4if;iitiiiuii(1tin ni.', tr. 
fr. Lt]ilo\'i«tiH m.'', fr. Mi 

ni.r. fr. ThtNMliirUK «1« l!rl>ino, -fr, Jlittliune du Valcnitil 
It. (cioj-: llnrjiliiriii»), fr. l<t)i. llMpU* Pliimbo b- fr. 
vi-nrtitA, fr. tmtn. AIoIhìii» vini, liiir Ito lari its. 




sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 311 



I 



1518, maggio 27. 
|Ibid.. 0. 84t.|. 

(Omissis). 
£odem Consilio deoretum fiiit (luod reverendiifl iiia^Hter Si^i- 
8munduB linberet omnein iurisdictionem et utilituteni super quad- 
dam lite iam per reverenduni magistriim Franciscum Colloua 
incepta contra Boholani Misericordie; hoc tumeii servato quod priiw 
cnm eodem magistro Francisco coniponat. 

34. 1520, novembre 24. 

libiti,, e. 97 1. 

Convocat>o Consilio niagistroruni et patrum die 24 novelli- 
bris 1520. Isti fuenint electi in oiliciales coiiventus per magiorein 
parteiii consilii. In primis 

In niagistmni gramatices niag.r F ranci se uh Columna (1). 

35. 1520, dicembre 27. 

libici., e. 97t.|. 

(Omissis). 
£tiam eodem sero maior pars conscilii elegit magiKtrum 
Franciscum Col uni nani in custodem Sancti Nicolai 

1521, aprile 16. 
Clhid., e. 06 1.}. 

((hnissis). 
Item, convocato sero niagistrorum et patrum, determìnatum 
fuit quod magister Franciscus Columna haberet ducatos 2 prò 
expeditione cause alias a conventu sibi comisse. 

36. 1523, giugno 15. 

libiti., e. lOftt.j. 

Congregato revenmdorum niagistronmi ac patrum Consilio 
per reverendum patrem priorem videlicet magistrum Thomam Oinni- 
bono venetum, fuit proposituni captimi a malori consilii parte: 

[Fra i convenuti al consiglio]: magister 

Franciscus Columna. . ' 



(1) OìbS» 9"^ *va detto, può sorgere il dubbio ehe sì tratti di 



KUtPBO HOUCBNn 



37. 1533, lugUo 17. 

llhld.. o. 1»7|. 

Elctio fata in penuiiiiis fnitrani Marci Antoni! vt DoiuIniH I 
N'iivelli et fmtrJB Lanreiitii Laiirelanì ìd patrm oonvitituit. ^ 

[Fra i/li intrifruMi]: magi^ter Fran«iecas Culumni 

38. 15% ngoeto 3t. 

llbM.. e. loet.^ 

De tmusilìo revM«ntli patrie vìiutrii cwnrenlne (i»tTÌK Cìe- 
menti et reTvnrnilumm mHgì^rutviii t^t iMtnun. fnit i-ourlttHinii 
■(IUhI non prwtettncn-tnr contro iiliui <ìc tvoìa S»ncti Miuvi. tro qnud 
nourì prorurolniv» rt udror^ti «lixrnmt IH» minim»' nlìotN-iu lulivii-. 
[Fnt i itmarmli]; Miagi«I«vr FriiDOÌHcn« Cotunina. ■ 

39. I33L se««mbre 21. 

[Piid.]. 

ConfTTirxt» r<in»iliit trrMt^dnnnn magìMramm i-t paunn, 
fuii (-wiicluiqttti i]u<mI lo piih-n ronccMij ilij« iti; m-uLi Suii-ti U&nd 
per ihiMiinu* l'iuprii t-l pvr niw laoibri mbi- aliigou ritorniti ti'iDr 

tlnBtai; Ulte. 

[Fr* t jmwmmM]: nn|tì»t»r FraBcisens Calaana. 

-MX LVS. vttxbrp ).^. 

Oon^irgaioronsitìo rEvpmMitinm majdMTDntmvt patron. Mi J 
nmdtiMUH <]aodn'VFiT«il«iB»gi«iri> Francìseo Colam 
pnt mWiBo ac («auMMat) (I) oabÌ «lie ut Ugni* qnot pitrril 1 
puiMtv BmìkÌi taSnuui^ ri « ncrieu 4 talMiw «ani ili« rt p«nb i 




sull'autore della « HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI » 313 

1523, novembre 10. 
[Ibid., e. 109 1.|. 

Congregato Consilio revereudonnn magistronuu et patnim, 
fuit conclusimi quod, loco reverendi magistri loliachini Papienssis 
qui renuit predicare venire, eligieretur reverendus magister Da- 
mianus Lorus v., et sic fuit ab omnibus balotis eletus nullo discre- 
pante In quo Consilio fuerunt 

magister Franciscus Columna 

A3. 1523, dicembro 30. 

[Ibid.]. 

Congregato Consilio reverendorum magistrorum et patrum, 
fuit conclusum quod frater Martinus sindichus conventus provideat 

de pane et vino ut sibi videbitiir 

In quo Consilio fuerunt R.dus magister 

Franciscus Columna * 



1524, settembre 23. 
(Ibid., Regisbx) II, pagina di frontispizio |. 

Consiliorum liber conventus sanctorum Ioanuis et Pauli de 
Veneciis tempore snpprioratus Reverendi patris fratris Dominici 
Novelli M^CCCCC^XXIIII, indictione XII, die xxiii mensis sep- 
tembris. 

Emptus mandato reverendi patris prioris Magistri Damiani 
Loro veneti. 

Isti sunt patres conventi sanctonim Ioannis et Paidi, tempore 
hoc qui adsunt: In primis et ante omnes: 

Reverendus pat«r frater Damianus Lorus venetus, Theologie 
doctor et conventus dignissimus et prò meritis prior *ì» 

Magister Franciscus Columna •«$♦• Da altra inano fu 
poi aggiunto: qui obiit 1527, iulio mensse — sbagliando il mese 
in cui avvenne la marte. 

Seguono: m.r Nicolaus de Ripis, m.r lacobus de Michelibus ven., 

m.r Franciscus a Gratiis, m.*" Ioannes Franciscus ven., m.r Marcus 

Antonius ven., m.' Leonardus ven., m.' Thomas venetus, frater Do- 

mìnious Novellus, fr. Ioannes de Rechaneto, fr. Dominicus Testa 

B^ fr. Clemens B., fr. Joannes de Stephanis dictus Niger, Fr. Be- 

tosa ven,, fr. Donatus ven., fr. Martinus ven., fr. Fran- 

Bhus, fr. Marcus Antonius ven., fr. Aloisius ven., fr. 

•iiusa, £r. Ioannes Floris ven., fr. Laurentius Lau- 

"'«^eraliB, £r. Vinzentiug Frigerios. 



POMPEO MOI-MENTI. EC. 



(»]«»' ittluiiiluB orenpti. . 
MiiiiiKtcr Frniicimrliit! 



iò'S; fitto1>rc 1. 
III., RoKlatra ti. o. H|, 

>w t>t pntribuB ìnfnmohripti fnerant i 

Cohiiiinii 

Vì'X, giapiu IT. 



inud., ■ 



patniiii Consilio in lina 



Haltito revorciuloruni mafcutronii 

lìitrcuit [irabilo liopo il pria 

rulniniiu 

ili 111 fiiìl i-nptmu tiuml mngìMcr FrHnrincnsCnlnmnii po«tt pru 
Hito s'iotu iutiero unum saM'r<tot«iii nd rctobrandoni «4. qnoA pIi-dio- 
KÌuii »«« Kit lini BUo mjbstenifnto {lìr). 



417. 



ìòaa. luiiUo J8. 

|TÌ>[<l.|. 



Uiigistmin ftmtv («(e) Cli«irnti)ninn Florcntiniun ilv uanmiitsl 

Siini-ti Matvl coBvenuniiit per i-ontrnctuB ut in prvilk'aton'tn 
j;ii'rfUir, prò i|Utì fiicriiiit 14 vi 7 mi 



Ilbtd.. r. Mt- 

Ma^intcr doiiiìniiH LtHiTeniiun BroHots pliynciM Hct^ptnMifiii 
(lii'un u n-vt-n'aUo prioro pi niagiistrìa ìnftasorìpti». 

Noi libni dvlln Sncre^ti» il Tcmaum I 
1027 tìir vMMifa oelùltri» f. FTAucisira» Columua obiit é»-4 





l*. 



Il mn M iim DoiJ iiGiiBiM niiKm 

c85 



Lo studio intorno alle antiche fonti della vita di S. Fran- 
cesco va sempre allargandosi, ma col crescere e afi^fi^rovi- 
gliarsi pare che valga piti a creare nuove difficoltà, che a 
risolvere le antiche. Le discussioni intorno allo Speoulum 
perfeotionis seguitano sempre molto vivaci, né per ora si 
trova modo di venirne a capo. Ed anche le leggende più 
salde, come quella dei tre Socii, minacciano di essere ab- 
battute da un vento impetuoso di demolizione, che soffia 
dal campo, onde ce lo saremmo meno aspettato. Recente- 
mente due valorosi critici, il Goetz e il Tamassia, entrarono 
anch'essi in lizza, questo ino. di quello armato di scure 
tagliente per abbattere d'un colpo le querci più annose. Non 
sarà discaro ai lettori delPArchivio sentire queste voci e 
discutere se e sino a qual punto debbano essere acrcolte. 

E cominciando dal Goetz (1), si jmò bene dissentire 
dalle idee direttive del suo lavoro, ma non si può negare 
che è frutto di meditati studi e di ricerche esaurienti. Il 
concetto fondamentale, dal quale muove, è quello da lui 
svolto nel 1903, quando in contraddizione col Miiller, col 
Saìmtier e col Mandonnet sostenne, che sin dal principio 
S. Francesco volesse istituire un ordine religioso, diverso 
dagli altri esistenti, ma non meno di loro legato ad una 
regola, quale fu ajiprovata a viva voce da Innocenzo III. Se 
le cose non andarono in tal modo, ora egli aggiunge, se 
Pwdtali^ originario Francescano non fu ne il primo ne il 




JM0 QiàéUem Mmr Ge9ckiclUe des kL Franz ran .t9«i9i. 

1904. 



ei-foiiflo, si bene il tfi-zo. il Celano i-lic di tutto ciò immi 
Sii inillu, avn-blto a iIÌsì-kuo tat-into la verità: poirbà in Ini 
iioD traepare noanclie ima lieve traccila tlella lotta <>onil>iit' 
tutu tra il Siiuto d'Assisi e la Caria, the ne avrebbe tati» 
lallirtì l'ideitli! (1). Il Celano Ìijvpcb non b «ine! pooo »(tnii>o 
Ioao seguace dell» Curia e della parte rilassata dell'ordinc- 
«onip vorrebbe il Sabatior. Auzi si deve dire, per l'opposlfj. 
elit' egli * ainieo degli spirituali, e se non li nominu pt-r 
risparmiare la loro modestia, ne fa però tale eicgìo, che aa 
roblie nna spudorata iiieuKOgua sulle labbra di un avversario. 
E del resto, il Sabatier stesso deve rieonoseere. ehe eerti 
fatti, a C-ai gli spìritnali piii tendono, furono per priniu 
narrati dal C-elano. Egli è proprio i^olni elie ri dice, eonii- 
il primo luogo dove si rinnirono i compagni del Santo tu 
Bivotorto, aniti in questo [)anto Io Spcculttm dà inform» 
xioni meno esatte dì TouniaMi: ])oietiè a Kivntorto susri- 
tnÌRee la Porxinneola 8ania Maria degli Angeli. 

Certo, seguita il Ouetz, nella seconda vita del CoUbd 
««.-«orrouo inollj fatti lariatt nella prima, e non ai pub ne- 
gare che in alcuni capitoli il colorito spirìtnalistico è pìA 
spiccato t-lie iiclli) prima. Ma i-iò non vnoi dire cbt- lu siu^ 
rico abbia mutata o]i)iiione, nj^ cbe la seconda vitii sia in 
contraddizione con la prima. Le due leggende si cotnplt-^ 
tano a vicenda; s«oEa la prima non porrebbe star« la w- 
vonda. e iguesia uon è se non il compimento o l'integraziotH- 
di (india, dovuta non |wrc alla maggiore eeperìensa che" 
della ^nla Fram-esmna awa farla Io .«lorico nei venti atml 
imscorsì ira le due o|>crc. ma piii ancora alle nuove uottnie 
che gli «-ntllo iierwnute. Xè deve fare meraviglia ebc l> 
maggior p«rtc di questi nnovi fatti ti abbia attinti dai primi 
ci)ui]Migiii di & Francesco, ancora sopravvissuti : iterdii 
dell» loro IcMimonìMUN avea già fano tesoro nella prìlM' 
vita. ni> si scosta dalla sua manivm. s«' ora fa giunte alla dof" 
r.tia. Si può dniii)uc con sìcureiui roncfaiudere: la prÌBÌ|| 
<■ la seconda vila del Cetano, che. S4< ne topli (|ualelM 



» 




(1) • !4pìM« Sahatirr und M^^ 
• «Mm ia«<« Wrirh*r«4* Tìwauv 



U FOSTI Plt AimCBB DBLU LBtKiBRDA ntA.SC8SCÀXA 817 

uiiKii trascnralnlc (e qiiHlo Horittort' o antico o inodci-iin 
KilifvttaT}. furiiiiino iin'o)K-i'ft sola, sono il iJii;;lior «lucii 
pito che fl'abliiil dellii vifii ili S, Francesco. Al C'claiio 
IpoiL l'ftrU' dolicatii lii i>onptrarc ni-ll'iiiliiiin ilclla |ht- 
, di rik'varo r|iu'i tnifti, clic t'iiiiiio di 8. Kruiircstru un 
feto di imo stampo proprio da iioti vontondersi con ^11 altri 
Iti; seaoiicliè (inectn flnczKii d'anitlÌKi p^icolnjrini sfu^ift' 
I solo li lui, nin si \>ai} i\ìiv h tntti ^lì si^rittori di-l 



B fuori di dubbio v.ìw la prima vita del Olano è il do- 
K'iito più aulivo, v dobbiitmo uifKiuJilCi^'rv niictii' piti 
sriiifito, intorno a 8. KmuccsL-o, più schietto iu ((Halrlie 
piLUlo clic la seconda vita. Sulla giovinexxa del Haiito, i;li<- 
DuUa prium vita b dcticrìtUi a rapidi tocohi coinii In pifi 
HpCDsierata e disaìpata, quale si doveva aiupcttart' da nti 
ft^lio di nierrantp, clic eou Io sfofTKìo f '•on 'o spreco 
viioli- metterai alla ]>iiri dei più nobili tra 1 hiioì coiiipuKiii, 
la seconda vita atende un velo discreto, come se avesse 
panni di otfuscare la diciiit>\ del Santo. B la madre ili 
8. Fraiict'seo, eUn nella prima vita pareva sl-usiinmc e l'avo- 
risse le intemperanze ilei tl^'liuolo, nella seconda invece ap- 
pare «onie una iirolctewsii, che sa legK'^nio a eldare not*' I 
futuri destini. A petto della primu vitti, 1» leffiffiida dei 
tre Soeii. die dal Habatier h tenuta per la piii fresca e viva 
*»pre'*!<Ìoue dell'ideale FraiK-eseano, appare invece, eonie 
ba ben ilitnostrato il Vun Ortruy, uialiu-cortii eoiiipila»ione 
Lrempì molto tardivi. (!erto «li Hcrittori della lettera pre- 
Ma ulln k'xtceiida non sono «li autori di qnesta; perchè 
I Ititt'Cra dicliiarano di non voler ilin- se noti ijnello che 
•OVB nelle serittnre piìl antiel»*, e invece nella legyiendji 
1 fanno se non rìj>roilnrre tah-olt4i » parola la prima 
t di'l Cclunese. K mentre nellit lett«>ru esplicilauiente 
Ibiaranu di non volere scrivere a modo dì leggenda, ten- 
tao nell'opera loro ]>er Alo e per sejtno l'ordine erono- 
tìro, o Si; tal volt» funno dei salti, seguono lincile in queiflo 
f^tnic«« del loro prederesHorc 
[ U vero doeiiiiictito dumiiic delhi |iriiiiiliva soeietii Fran- 
I b Ih prima vita del (.'eliino. che si cotiipie ed al- 
blA ocll» «eoontlii. ii;ieiido partito da nuove informiiKioiii. 



i 



Qiijvlì soiiof Qui s'apre lu ditiattatu qaestioue dello ^fjwmJiiiB 
perfcctionù, v il Goetz, d'ucconlo (-«l Miuoiichi e col alrri ri- 
(H>rvntorÌ, pone la data della sua cruniiMiHizioQ<% noti Del l-'Ui, 
(H)ii)v lin lÌI cckIIi'c Miu:»rino, tw^ìtn dal Saltntier, ma Iwti 
pintt4>st« ucl 13114, come ha il «odiw d'OKiiis^tnli. Uà 
qtM^tn iion importa fbe aluiuii capitoli didlo SpteiUiHit Don 
!4Ì»ni> pili antichi, ti che cou iia esume uiìnutn noo Hi |k»s- 
«auo «liswriier* dagli altri pia rereuli. Iiiionio a «(uesta 
riuostroKioD» critica il nostro Autore »i aftatiifa i^od Id 
(iriuuio metodo del Minoccbì per eoneladere elie quelle juini 
d«Ilo iipeciUum nono piil nr«di()ili, I^ (|tuili si nccordniio ron 
la vita «fMiiidti del Oeluiiu. a patto ehe noD ne siaou deri- 
\-ate. E ehv, se pure a sceverare qae«te parti non ai riesca 
i-ou Meiireicza, non iH>reì<>4' »carso il valore di (|nuìito liliro, 
■love r|na e Iti veiilianiu le vive voei ilei eunipu^ni del 
Santo, e del eustui rarattere sono messi in rilievo pareccJii 
tratti floamente osservatL 

Quelita è ìli snveo rarjcouieiitaxioiie d«l Ooetx, ebe kìot» 
ivwminare da cairn a tondo; uiielie seusa entrare nei minati 
imrtU'olari. ónde h intessnta. K Un dalle prime matite doV 
liiuiiio iKiservaii'. rlu' non i*»-ri-hi- il (.'«-liuw non ;« ritt-van- 
il carattere della prima società FniDci-scaDa. non jier questo 
a' ha da dire che nieotìsea o nasconda la verìtÀ. Neaurbe 
hello Spcculum sifl'atto raranere è messo in rilievo; poiché 
l>en presto e i>er necessità di cose quello, die da prima non 
era nn ordine, iu ortiìue ebl>e a ninlare, e il pa^safigio ta 
rosi irraduale d» sfu^^nre |irinripalmente at;li stossi rhe vi 
lirrsero parte. Che del resto il Celano né mentisse iiè ta- 
eesse. Io afferma esptieitameme il Sabatier. e solo |>eriiiio 
M*o|to iHdemiro fili si fa dire il eoutrario. • £erìt. dir^e il Sa- 
li batier della prima vita Celanese, éerìt d^n style uttM-lutM^ 

• fon •ioii%~en( (loétiqae. son livre respire ime admiratiooi 

• emiie iMMir S4»n hcrtus; or ii'inoìjinaffe s'impoise ìmmedta- 

- K'inrnt eomme siiie«-re et \Tai; qnand il esT j>arfial,e*i 

- ssins le voaloir et |X'nt-ètn< mème sans le iiavoir 
|>uelie ri|,:he piit sopra: « Tent|iemuent irénìt 
1 Iriiail li la eaté^orie d«' evs ànies. qui ae 

• faei]ritM*nl que l'obéissuiep est la premlècr 
4 qne toni <ini>^rtear e«ct an Mini et qne. ai 




LE FONTI PIÙ ANTICHE DELLA LEGGENDA FRANCESCANA 319 

« il ne l'est ))a8, oii n'eii doit ])aR inoins a^rir comme 8^11 
« Fétait ». ri solo point faible, elie rileva il tìabatier nella 
prima vita, « e'est le tableau <|u'(]flle nons trace des rapports 
« de trère Elie et dii fondateiir de Pordre ; lorsque on relit 
« le!^ ehai)itres consaeréa aux deniièrea aniiées, il s'en dé- 
« ^^e Pinipression tbrt nette qu'Elie aiirait été desijjfiié 
« par Fran^'ois ponr lui succeder» (p]). Liii-Liv). 

E questo fatto il (ìoetz, benché si sforzi in tutti i modi 
<li attenuarlo, non lo può negare, nò i)uò sconoscere clie 
nella vita prima F intendimento del biografo è di mettere in 
prima linea frate Elia, di additare lui come il vero succes- 
sore di S. Francesco, come quello nel quale l'ordine i)oteva 
riporre la sua piena fiducia, come l'aveva rijwsta lo stesso 
fondatore, clie lo teneva in conto non di ])adre ma di madre 
addirittura, tanto era l'aftetto che a lui lo legava. Senza 
dubbio il Celano non ha nulla in contrario ai fidi comimgni, 
Vii io aggiungo di più, che nel temiH) in che fu scritta la 
vita, anche frate Elia, intento alla costruzione della Ba- 
silica, avrà cercato tutti i modi di evitare gli attriti coi 
frati Zelanti, che quel lusso e quello splendore non sai)e- 
vano approvare. Ma se il biografo, ])iù ancora di frate 
Klia, non solo risparmia, anzi loda addirittura quei frati, 
a cui negli ultimi due anni l'infermo patriarca comminerai 
cnram sui, e che ogni studio aveano i)osto per alleviarne le 
soft'crenze, nulloè declinanies angustius nec uUoh Inboren quin 
toiOH ne aaneti servitio maneiparent (Gel. I, 6); pure non li 
inette in prima linea, e se di uno solo di essi dice il nome, 
gli altri es])ressamente non vuole nominarli, sotto il pre- 
testo di non offendere la loro modestia. 

Al tempo in che il Celano scrisse la ])rima vita, Klia non 
era ])iù se non il direttore della costruzione, che per inca- 
rico del Papa doveva levarsi in onore di S. Francesco; nui 
non vi jmò essere dubbio che sì Gregorio come lo scrittore, 
a cui egli commise la biografia <lel Santo, erano «l'avviso che 
solo Elia potesse esserne il <legno seguace, a quel modo che 
negli ultimi anni della vita ne fu il vicario. In lui s'imper- 
sona la famiglia dei minori, e in lui tutto l'ordine fu itene- 
tetto d# ^ "^francesco, che i)onendogli la destra sul ca])o 

mnilhu et per omnia benedico, et siout in 



I 



.^0 FBUCB TOCCO 

ìiianibm luis fratre» meo» et Jìlion augmenlavU Attiitnmn; (rtt 
el nupvr le et in te omnibus benedico (I Cel. TI, 7). 

Come SOD umtatiC le cose nella sec^iida vita, ove pure 
ai in eeiiiio dell' ìnipusizione della destra, ma sai ca)H> non 
più del t^olo frate Elia, 3l bene di tutti i fVati, <-b<> sln- 
NTHìo iiitoruo al «loreiitfi (KiDaldi-Anioiii II Col, III, IS»: 
II Cel., 91; S iJK* U'Aleii(,ion): eiroìtmmsdcntiini» vero ùmnibm 
fratribm exiendit super eoit dexteram mtam et ineipiens a rimrie 
»K0 eapitibuii ginfiwlorum impontU ben^dixitqw; in itti», 'ini 
erent ibi (uon più m-l solo tViite Klia» etwirn omnibuf fratritm» 
qui ut/ique oottserrabantur in man/ìo, E perchè uon si prenda 
einiivoeo. ui^ hi lioninlizione datii pur primo al vicario urli 
conferisca qualulie dritto speeiale, sono messe in boera al 
Santo qneste parole, che sarebbero RtatO- nna stridente sti>- 
iiatnnv iiellti prima vita: niUtua »ibi haius benedietionem naurptt 
quam prò abacHtibus in praesentibus promalgacit ; ut alibi tieripbi 
e»t, aliqttod itutonuìt speciale, sed poliu* ad offieium detorqiun 
dum. (^Mifutiì ultime parole, che nell'edizione del Hinuldi t 
dell'Anioni non davano senso, ora in quella del D'Aieo^on 
un 8enao lo dtVniio, ed è seura dnbbio In eondanna eHplIc^itn 
drihi prima vitH. iiUii ihiuIl" lieve riferirsi <]neirrt/(A(; (HTi'lir 
ivi In benedizione era narrata in modo da eonclndere che ii 
frate Elia dovesse conferirsi qnell'nflìeio sapremo, che om 
inveee si deplora. Vnole il Ooetz una contraddizione più 
manifesta tra le dne vite, una contraddiitionc che mette in 
piena Ince l'opposto spirito onde sono informate f Poìfh^ 
l'intoaazione delle dne vite è rosi diver»yi, l*eu si comprende 
come nella seconda si aecolRB bnonii parte del capitolo 
dello Speculum (II Gel. Ili, Itì; ^ 184 D' Aleni;on l, dove 
S. Francesco pronnnxia tm sospiri «(nelie fatidiche ]iaroIe: 
tam mtiJtìmodi ercreitus ritf«ffm. lam ampli grcgìs ptuUrtBt 
nntltim nuj^cicHtem imneor. Xon ostaate l'abilità, che di* 
mostra il (iiM'lT. Il trovare sfamntHre. che attenuino il 
Irnsto dei colori, mille riesce a mettere d'accordo 
jmrole con le altre della prim» vita, dove il vero mìnil 
non è da iroviin- ma è ;iii'i trtivato. Frater lielia» 
/(xHi matri» etryerat itiòi et aìiomm fralrnm /rcerat 
.1 Tel. Il, 4: s' !W IVAIea.,t>nL II paraffrafo IH* 
eiHida vita sarelilie mia stridente stonatnr», w 




IK rOSTI PIO ANTICHE DBLU LE6BKN0A rtlASICBSCAKA 

wrivziom- od (.•inundnaioiic, ma solo di (■omi)U'mDiito iiilti 
tao, 

[ E lo stoseu <li>.V(.- «lirsi ili tituli irltri, vìiv ha hi-u rile- 
i il Sabuficr, i (jnali, checché ne dioa il (Jot-tz, non 
nprcbber» poRto nella priinii vitu si-oxa di^foriiiiirta <> 
ncìarla. Lcg^ìiiniu il cupitulo di-Ilo Speculttm pcr/ectioni«, 
8i ra»eoiiti( «he S. Frani-i'Kco nvì piut«ar« pur Uolagmi. 
i ohe i frati dinioraviiiin ìn uiiu stiibile dentro In cittì), 
lino nbet ttseisscru iiniiR-diittumi'iitf, ii^- s'uut^m^tò (iiicliè 
htturo Gregorio TX, che allora era solo vi'srovo osticnKc 
«Kitto jmntifli-io In Lombardia, non ratwicnrò il Sivnto 
) la proprii.-h\ rie! Iiio^o appnrtoiit'va albi Santa Sedt- e 
Blcfi;»to che la rupjircHi'iitavii: talché i frati vi potevano 
tare senza ofFeiider la leggf delia jiovcrti^. Il ('apÌti>lo 
Isee eoli nn'attestaKioiio solvniif, die lo mette Cuori di 
fetiB^ioiiv: Et /raler exuten» infirtnwa, qui de ea domo lune 
t ejeotiu, teiitimonium perhibet de kitit et ncripnU hoc. .Sia 
«t« teatimonc o Ira [A?oiie stesso, l'autore della masgior 
vlfi dello Speculum, o iiu nitro rompaguu iiiml»ia, eerto é 
! il eapitolo si trova anche nella seconda del Celano 
, 4 ; § .'irt lyAleiii^'on, con l'ajct^i'inta al principio De Ve- 
I quodam tempore redùnn). (?oiiie mai un fattv, elic senza 
bbìo avrà levato ipialchc rnmorc nell'ordine, è taciato 

pia priRiii vita e raecontato invece nella seconda! Evi- 

I dell tementi^ qnei capitolo 1^ scritto in lui temilo, nel (guale 
ie eoKtrnxioDi di frat« Klia suscitavano le pifi fiere ram- 
I>Ogne tra gli Zelatori, e pensatamente in esso fi rilevato lo 
sdegno di 8. Francesco, che non jacrdon» neanche ad un 
inrvnno, »tundugli h cuore più 1» rcf^ohi di tutti clic la nulnto 
di nn Bolo. <''è dun<|Ue da conchiudero che, se anche al CV 
Inno fosse noto 11 fatto ni tempo della prima vita, non sa- 
rebbe KtJito sollecito 11 raccoglierlo, 8c ora inveei- nei rifa- 
cimento lo raccoglie, anzi vi aggiunge intorno qualche 
IMirCicolare, n sapnlo d'altronde o congliiettiiruto da luì, vuol 
dire <>he ora le atte risi>rve non i^ono piil «inelle d'iuia volt-a, 
|be ali» rigida intorpretaxioue della regola egli tiene ora 
k di primo. 

L Un MilfO eapitolo dello iipeOHlam racconta elie 8. Fran- 
, u«l tornuro dult' oriente, ad un ministro che teneva 



• 



I 



molto ul possi.'sso dui libri i^aoi. die vak'^iiiio più di cia- 
<tiiHUtìi lilitire, rispose- bruscamente: uon voglio né pomo 
1»' debbo coutradfiire per rifnutnio fao albi min fO(«fenMi 
<! iillii perfesioDC della vit'ii evan^lìca. Qacsto cnpitulo. rbr 
«(■pondo la teatimoiiianxa esplivila di Uberlino e del Cl»- 
n-ìio appartiene a fra Leone, rimoutti seitKu ditbbiu, 
cupitolo seifuentp. al tempo dei fontra»iti ron frale Elij. 
qnaiido, ripreso il governo dell'ordine, volea che i frati non 
tn»8enra««iero il sapere [wr non essere da meno degli alTrl o^ 
dilli religiosi. Elia 8tw»o era un etUtore dell' nlrbtniin, e i. 
Sallnibene ri ha serbalo memoria delle rampogne, ebr i 
Zelatori gli facevano su questo punto, rÌ)>etendo le loroti 
mv«se in boeea a Franeeseo leap. 4i: Tantum kotim ka^ ^ 
aeKfUM quantum opemtur, et laKtiim eM reUgifMiu 6omi 
lor uvantum ip»e op^raUtr; leap. \\*\: Fruire* tufi, ifui mittUét 
tnriwttatf àncuittHr, in dù trìbuiatiomi» imrmicnt unum» mcMW; 
(mp. 70): r«« amlem itié», qui de aola »pecie et appanttm 
nmwrmtionùt relù/iomc *M fla*dt»lr» ii «mi Mapiemtia «I 
tìm «milMmUM imrenti /iteriHt atùm. Tutti quwiti capitaU 
Bono riportati qtialt moncbi. (|nuli interi nella aeeonda d«l 
Celani-sc (ilI.H, 9.Ì. 121: isii <>i'. ir.4. I!t5 IVAlcnroit 
fnor di dnbbìo ehe mal si potrebl>ero iiicastnire nella prìina. 
così devota a frate Elia e agi' intendimenti snoi, 

È tempo ormai di eonehiudere. Xou ostante il loBftD 
etl ueeontto lavoro di demolìsione del Goetz. le idee del 
Sabntier. net loro insieme, restano ben salde. Della buoni 
fede del Celano, e nella prima e nella seconda vita, nond 
pno dubitare; ma ciò non ini|Mirta ebe le sae opinioni sw 
sì siano grandemente modifieate. Sella prima vita fnw 
Elia gli appare come il vero interprete, il vero eontinaaton 
di ^ FraneeM^o, dotato di tale santità, da 
riose rivelazioni annnniianti la prossima fine del patriaiW 
(I Cel. 11. M; ti lUO IVAlenruui. Le fonti adonqne della firiM 
vita non certo nel circolo degli spirituali egli andrA a M^ 
e«rT, ma in quello ilei fantori del vimrio di S. KrMOoeacotftk' 
con indn^n- cnr» ne ]>repanivano il rt:>irt]o alla dlrecloOt 
doll'onlinc. Tntto a)rop{H>«Tu. la ^ccoini.i \it:i «• infamai» 
a ben divemi eouceni: talcbr ^ mih-Ih- :i noi uianoMwJt 
liprrmlmm ](rr/ertmiM. |N>tremmo ricti-tn 




LE FONTI PIÙ ANTICHE DELLA LEGGENDA FRANCESCANA 323 

le iioviti\ tutte le stonature rispetto al primo racconto, 
novità e stonature do\iite senza dubbio alle fonti s])irituali, 
a cui ora si attinf^e a piene mani. 

Ma non posso dipartirmi dal Goetz senza almeno un 
cenno della lun^a discussione intorno alla leKK^^nda dei 
tre Soeii, da lui studiata in rapporto alla seconda del Ce- 
lano e alP anonimo Perugino. La critica s])ietata, che <iel- 
FautenticitA della leggenda fece recentement<3 il Van Ortroy, 
ha suscitato tale eco, che non ostante le forti e a parer mio 
vittoriose difese del Sabatier, una grande autorità negli 
studi francescani, «luale il IVAlen^'on, recentemente ha 
creduto di doverne ribadire la tesi. Se il reverendo pa<lre 
a qualche argomento del Bollandista ha dovuto rinun- 
ziare, i)er esempio all'anacronismo delle Clarisse, la cui 
regola fu dalla fede apostolica confernuita il 1245, come 
esattamente dicono i tre Socii (Cap. VII, Jj 24), a qualclK^ 
altro, anzi a piti dMino, reca nuovi rincalzi. Così rispetto 
all'ordine terziario osserva esser vero che la loro istituzioin* 
fu piti volte approvata dalla Santa Se<le, ma l'autore stesso 
della leggenda sa bene che l'a])p])rovazione non è la stessa 
cosa della confermazione, e scrive», nel cap. XVI: licet do- 
mimM Innoeenihi8 ordinem et regulum approbaaset ipnorum, non 
tamen hoc huìh litteris oonfirmavU, La eonfirmatio solenne della 
regola dei terziari non ebbe luogo se non nel 12S9; ei)])erò 
la Ijegenda trium Sooiorum, che nel capitolo XIV, Jj «0 i)arla 
dei tre ordini, qiioì'um quilibet tempore suo fuit a mimmo Pon- 
tifice confirmaiaH, non può essere stata scritta, come ha la 
lettera dedicatoria, 3 idus Augusti anno Domini MCCXLVI '. 
La leggenda, seguita il D'Alen^*on, non può tenersi se non 
una compilazione, attinta a fonti diverse e non sempre 
concordi fra loro, il che sjjiega le inutili e mal <lissimulate 
ripetizioni, il disordine <lel rac<*onto e la confusione della 
cronologia, che principalmente è notevole nei ca])itoli ir» e 
1(>, i più importanti fra tutti. 

A codeste critiche, che rimontano al Van Ortroy, sot- 
toscrive il Goetz, nuove osservazioni aggiungendo capitolo 
per capitolo, e non ris])armiando cura per ribattere le re- 
pliche del Sabatier. Ma non ostante questa carica a fon<lo, 
il Jléstro non si affida di concludere così risolutamente con- 



Irò Ih IcggendiL, come l'auiio il Minocolii, il Van Ortroy* il 
D' Aleninoli. Egli l'a uu conto esatto delle iiuovt« uotizìp, clie 
ri (là la le^geDda, da nessnii altro all'iufuor! di etua conser- 
vateci. Nessniio ei diuf dell'amore cbe avea un tcm])o S. Fraa- 
ceseo ]>cr le vesti sfarzose,' nessnno che il Santo, l«ucliè 
iidoperassc spesso la liugoa francese, pure in etwa non er» 
perito; ncssaiio delle predilezioni ebe epli nii tempo aveva 
per le Kliiottonerie ; uossano ei parla di uu preciirsorv di 
S. Fraueeseo, che prima di Ini era sorto a gridar pace io As- 
sise: Dessimo fa cenno della cella di fra Bernardo di Quia- 
tavalle assunto a {niida in una delle prime pcreurìnisiioid 
a Itoma; nessnno ci dà notizia non di uno ma di doe pro- 
tettori dell'ordine e delle difficoltà che l'ordine inirontrava 
nelle sue missioni prima del 12iy, 'Fiitte qaeste notizie, cb^ 
kì Trovano anche neiranonimo Perugino, fanno il iìoeti 
molto perplesso sulla valatasioue della leggenda, che po- 
trebbe essere una compilazione tardiva, ma certo uttiufK 
in molti pnntl a fonte o fonti per noi seonosciatc. Siffatta 
cuiiccssiune la dà viubi ni tjabatier. Poiubè qnesti potrebbe 
dire: l' incsattezKa dell'espressione, il disorrliac del r»e- 
l'onto, riucerie/.zii di-lhi iTonolofria non bastano ii far con- 
dannai'C au'o)>era, quando tante e cosi importanti notizie 
troviamo, che da ne^sun'altra i>arte ci sono tramandatfc 



z 



Pia radicale dì quella del Goetz è l'opera del Tamassia. 
il valoroso giurista dell' un ivexsitM patavina, cbe con un 
libro di poche pagine, ma di molta e peTegriita erudizione, 
vMra da eon<(uÌ8tatore nel campo degli stadi francescani i IV 
' Aueh'egli, con larga e vigorosa critica, spazza dal suo e 
mino quello, che con tanta industria area cercato di rie»-' 
stmJn> il Sabatier: lo Spn^tmut per/ettioiù», doAitto ad i 
dei più lidi compagni di 8. Francesco, a quel fra Leone,* 
i-ni ^ indirizzata la lettcni di bi-nedizione df-'t Santo, e 
pii^ dotti ed iin]HiniaIÌ puleograti ritengono aat«iiti<ft|l 



ft 




t<mirkFT, I90a. 

(^ .\JH-lv il TauHUtia U riu tn Ir nU^m clw /mm wJmmM », 
pift tBrfnlnKi il'l Kraus, rbe «lupa 11 jttrpfr •tri 



Utri Sfrittovi prima cU ini sottojtosi'ro a severa, critica 
^Wpottsi ilol Sabntier, nm iieasiiao è cosi reciso rome il Ta- 
mii«HÌa, a euì 11 Go«tz iiiedesiino Ncmbra < molto rimi-SHivo » 
ip. 135 nota 1). Pare talvoltit die l'ira del Faloei-Puli^ruiini 
ribolla in lai, e citato iiii capitolo della seponda vita Ce- 
taiierie (TU, HS), dove ai paragona il frat« ohliedieiitP al ca- 
davere, scrive : « Qnol corjm peiizolunte per la gravezza della 
« materia ìnaiilmatii, giù dalla eatte<lra, xiaibolo dell'amaaa 

• putfiiK», vtrso Iti terrn, eoiiiiine sepolcro do^li alteri « d«- 

■ gli amili; qnel fiero e pur vano riverbero della porpora, 

• clic si spegne, vinto dal cereo pallore della morte, sono 
■» tratti di tfra[|du effetto. K il Celanese li avrebtie nibati a.... 

• frate Pecorella, perchè tatt^a l'orditura poderosa del libro 
« di Tomaso non sarebbe, secondo il Sabatier, che la Legenda 

■ tmUifHÌ«inma di (Vate Leone, riinpaunncciata dal retore. 
« Certe cose la meraviglia die siano state i^o»teriiit<.' sai serio. 

• e iiaiudi discusse con gran voglia di trovarle giuste > 
ipp. 134-1.S5). Confesso che IVa i eolpevoli ci sono anelic io. 
V- lit meraviglia del Taniussia cre^^cent a mille do]ipÌ nel 
sioitire che jiersisto a ritener vero ciò che egli erede una 
gmnde Hlliicfnaieione, 

Il vero Speimlum, segnila il Taniassia, non è ijnesto del 
Balmtler. che secondo l'indicaxioue del codice d'Ognissanti 
non j* più antico dd 1311^, ma hi bene la seconda vita del 
t « In ((aesta, detti e gesta del Santo non si espon- 
I l^no eon le norme tecniche del rai'conto storico; il legame 

■ cronologico, che raggruppa e (lislrihniscc i prìncìpAli av- 

• vouinieuti, è infranto. Lii trattazione deriva l'nnità dal 

• disegno che l'autore ha in mente e che, secondo lui, 
- ri8|»unde agli scopi precisi del lihro » ip. Ili"). E piìl «[>- 
presso; < Noi non i>oi!!sìaino {R-iisar nulla dd Santo, senza lo 
« suggestioni eelaneHj. Il cosiddetto ^pcrulum perfeettonia, 
« che sai-ebbe opera di coloro che erano ooit lui, riok dei 
« Koei di l'ruueeseo, è nn' ctaboraKÌoue evidente- della se- 

• (Minda vita: per noi è quindi i^aie non ci fosse » (p. Vì6) 
ÌJi fraw HO» lini cttm eo fnimtts non eì deve trarre in errore. 
ICmh non è viii-liia. come vuole il Goetz. eh« la erede at- 
tinta nll'evunf.l.i di S. Oiovinini StX. :» e XXI, 24; ina 

I <ì;iJ [H-rio dei compagni 



feUuo 
Konoi 
orono 



I 



dì S. Fraucesoo; perchè ai trova già nell' ifirt. Lav». in Mi- 
ji:nv Ti, 1160, 1165: narraruitt nobi» qui owm ipso eranL^ q»i 
eum eo eonvermbantur (loe. oit., ii. 2). 

Slirigatosì con qnesti rapidi e boD oitsestati ossMlti diiUu 
Speaulum perfeolitmU, non si cani il nostro Àntorv di dare 
iieaQche ano 8|ni»rdo alla Vita trium Hoùiorain. Il Van Or- 
troy, secondo Ini, ha giàdìmostruto con esaberanscu di provt- 
vili' lo scritto, finora t«Dato per una gemma della lette- 
ratura Francescana!, è iuvoeo un pasticcio di tardi tempi, 
inderò che vi si spenda nlteriore fatica. È vero ebe iu 
qualche pont^i il valoroso ginrista scojire quello che ad 
altri è eifnggito, la maggior verità del racconto, dei tre Socii. 
che fanno ricorrere il padre di S, Francesco non al vcs<n>va, 
il qnale in Assisi non aveva la doppia antoritÀ, s\ b4.'nt>, 
ai consoli, ma subito aggiunge: « Poiché noa vi può etwer* 

< dubbio sulla derivazione delia Leggenda da fonti (toAie 

• riorì, anobe a quella dì 8. Bonaventura, nel più difhitw 

< racconto, si jM>trebbe vedere l' intento di spiegare il fatto, 
« gturidicainonte irregolare, della querela rìvoltA al ve- 

< scovo » (p. i7\ Se adunque né lo Speoìilum uè la fiU 
dei Ire Socii valgono gnin che. non restano «e non le du* 
vite del Celanese, come le più antiche e più schiette liiiv 
grafie del Santo d'Assisi. Ma ahimè! la verità auche Ìd 
questa vita è nascosta sotto un velo cosi fitto dMntanit 
tolti ad antiche agiografie, che riesce ben diflìcìle a scoprirlii. 

Ed in ciò sta appunto la novità e l'importanza della 
ricerca del Tamassia, che, in virtù d'una conoscenza larg» 
e profonda del materiale agiografico, ha jMituto dimostram 
come il Celaues«^ riesca a trasformare quel Santo *-o»\ nuot'o, 
così diverso dagli altri, in un frate che lì ricorda tutti. St 
Francetiico « de)H>ne. getta, restituisce gli abiti al padr«s^ 

< vi'Scovo to ricopre <-ol suo munto e rabbract;ia » è per 
formarsi al modello dato nelle istituzioni uiona^ticlie di 
siano. * Un giovane volev» rinunziare al moudo, uta era 

• t'ondalo dai demoni: premio, presto, allora egli si s) 

• e gettate le \"»vsii. corre nudo al monastero. l>io coi 

• all'aitate: Sorgi e ricovi l'atleta mio. che vìeui> a i 

• iMvece dell'aitale, c« it vescovo, il qnale schiudo ifi 

• braccia a Fraiicc«<co ignndo. e lo rieopKCMl 1* 



ut FOim Plb ANTICHE DBLLA LEOSBNDA FKANCKeCAETA 8S7' 

Il 4^49). L-'oDlcio <^hc S. Francesco sì aftrìbniane (li baudi- 
ilel Si)i;iiori', nella risposta che f» ai ladroni, è snjr^erita 
da (ìrcBorio Milano, che a tutti i pastori ilclle anime luinun- 
xiuuti 1» venuta rlel giudice severo attribnìsct' Voffioiam prae- 
coi*Ì» (p. 50). TI fatto gtosso dei ladroni non è nuovo. * Anc)it> 
« S. Martino al ladrone, che lo minaccia con la scnre alzata 
« «ul nipo, resiate impert«rrittì, solo noiunioaso dal pensiero 
« della dannazione del ladro, il qnale è presto eonvc-rtito; cosi 
« nella vita di S. Ilarione. scritta da H. Gerolamo, e in altri 
€ capitoli delle Vite dei i'adri. «i legge io stesso racconto » 
(p. 51). La leggenda del lebbroso, le citi piaghe Francesco 
deterge pietosamente ha i suoi precedenti nelle antiche agio- 
grufle: « S. Martino bacia e benedice un malato tlalla lucciu 
« orrendamente corrosa • (p, 54). Cesario di Ueiàt«rbach rac- 
conta di nn vescovo francese che, arrestato nel huo cammino 
da un lebbroso, non ha il coraggio di negnrgli la sola grazia 
che gli chiedeva, nikil aliud praeUsr linctionem linguai tnae 
Ip. 55*. Per ttno il racconto delle stimmate, come ci è ri- 
ferito da Tommaso nella prima vita, ha mia genesi lett<'- 
rarlii, non patologir-a, eome vogliono alcuni, ti Celanese 
racconta che a Ban Franeesco, iioicliè vide I}ei virum unum 
qiiajtt Seraphim »ex attui kabenUm statUem super ne inaMi&twt 
estenHiH oc peAihuH oamutuiti» eruoi ajgirutn. a|»parvero sulle 
mani e sui jiiedi le stimmate. E a simili visioni accenna 
Gregorio Magno: Et sunt nonnulli qui Hupernae oontrmpla- 
tionit JacibìM accenti, in noli) oondiUtriii sui desiderio anhelant 
amanl et ardcnt, atque in ipso suo ardore requicsonnL « Tomaiio, 
eoucliiude il Tamausia, « che conosceva le opere gregoriane, 
< non le lesse invano, e se ne ricordò, per descrivere la vì- 
« siune, che cerlameuto fe cosa del tutto sua » (i>. 94). 

Tiriamo lo somme. Se all' infnori delle due vite di 
Totnmaito, nostmn altro docnniento ei affida; se le vite 
BteA»e non sono se non lavori d'hit«rsio intese a i)rc8entare 
il Saol^* d'Assisi ncUe forme connuete di tutti gli altri 
fVatl e (tanti, serbateci da Cassìano e da (ìregorio Magno; 
se anebe parecchi tratti, che seml)rercMaTO originali, si 
trovunu già nelle raccolte di Cesario di Ueisterbach o dì 

«omo da Vitry; che cosa resta di -S. Francesco! Non 
» il riscJUu, che miche la sua renlfi'l ci sfugga, iiddi- 



I 



PKUCB TOCCO 

niu»;trini<]ofìi uoii piil cbe pallido riflesso di etÀ e di iienoite 
Ikiti luutujief 11 Taiiiassia non intende per fvriuo di uivnre 
uè questa né ultre delle couseffueozc contenate oelli* siU! 
pruiiiessu. Xou ho una tesi da dimostrare, pttr vIk- ogif rìlea, 
!«1 dei pialli letterali da mettere in rilievo: ma iti verità ucl 
suo pi*^'i>lo libro c'è tatta una rioostruzioiie del moto Frau- 
o««)catio, aiui egli risolutamente si staooa dal OoetK e. d'm^ 
«orde «ol Miiller, eoi Sabatier e eoi Maadounet, wrivr: 
« Come gli alti-i, che l' hauno preceduto nel predicaiv U 
« pace e l'umore» e nei trionfi popolari, Francesco non mìmtib 
« n rinserrare nelle misere strettoie di an ordine, «gnel moto 

< «-he sì doveva estendere a tutto il mondo. ÌM kuu pie» 

• Mtff ere«ev rigogliosa al sole; non è pianta di serra. Ìjf 
« rvgole. ehe di poco prevedono o sono della st«8Ha età delli 
> ^luu., dimostrano la itersistenza delle miserie nioiiaslielib 
« La (iita I invece )fe scritta da Gesti: e Gf«ù rini|N>ne ■ tniie 
« le gejiti. Talora nei raeconti, che sembrano AammeclH'fò 
■ sprigionino da an cornalo di rvnere, il Poverello d'A»Usi 

< appare qaello ebe egli è davvero. Distra^;» la gran eam 
« ervna per ì frati aPc<»Tenti al ca))itolo generale d'Assia 

• »■ non u«j*conde la sna a^Tersioiic [n-r It rfgole pìii la- 

• moi$e • I p|t. .ìiMìOi 1 1 1. 

Ben |>ensato e meglio scritto; il Sabatier tnedesiunu) 
non ]N>treM>e dìrv di pììi e con maggior colore e caloria 
Ma come si arriva a rircstruire in tal gnisa i primordi 
Franccccaui, «e la sola fonte a noi rimasta è il Celano, clic 
ccriaincnle non Ita Tuttìlndine a penetrare nell' intimo dì 
■)W<I moto, rotue lo stesso Ooctz confessa, e se pare qoalrèl 
aspetto coglie dì qaella grande rivoltuione d'anime, Taffoifr 
in tante reniinÌMvRsc agiograficfae da nasconderlo al |rit' 
esperto lettori- f Qaesta grave difficoltà non se la oaseoiu 
il Taatassia. * Ncs^^^ano piit di TomamL e^li scrive, si 

• sfornito di nascondere nelle oseurità clanstrali. la 

• di colai, che .'«iKì cosi gagliardamente la poesìa 



■tmm f^TK t"^!*- «N. <t U Vi» Ut X. < l«r l'»^ 




UMim PE6 AKncnB dblu LEoaimuL niAitcsdciKA 

ivrKi; di (.■olai, cbe (i-H<^'iniiÌo niru negli minali tDonfuttiri ! i 

htm volle vanti per i t'niti-Ui inviliti a riiiuovart- il mondo 

uà la povertà e. l'amore, e non a i-orrompprlo c-on i'ost'iii- 

^ìu ilell'iitTÌdiu i- (l(>i vi/.i » i\). 4:j|. Come <lunt|ne t'iirenio 

■ovarp in mezzo a tanfo nrtiflKio la sdiietta fìgnra elei k'"»" 

|\'rrc>lloT « Qnel santo, (ilio In ftmtaaia <Iet [iO[iolo vi'ilr 

wHa Inrida eoli», iinsorto iiullu itrcifliit^rii vertii^inotuiinientc 

MJdaa, int^rmesua solo per HaRetlare a sangne le poveie 

lurni inaeikMiti e eOperte d'nleeri, non può appiirire, per 

[D»;ri'*tero d'arte, umtiito iti un nomo eonie «li altri, sereno. 

Mooondo, elle non )ia terrori morbosi, <1oti'e coinè una 

hueiuUu, duUu voee i-liiura e squilliintL'. elie coiiquiNlti 

I inebria. Anzi b pateue lo sforzo di Tornano in senso 

lontrario,... Alle vlrt.il singoliirisslme di Frnnwaeo efrii 

i^iiiK^frna di ilari* n)i iMinittvru inoiiastico: e pt^r riiisrirvi 

h-atca e rifniga nei suoi testi ed aecnmnla gli esempi chi- 

d nddicoiiu Hii un santo, comi.' il htio, o anelie ad wn monaeo 

Kr l'etti stìimo » ip. l'òtì). Anzi. i>cr certi rìsiietti la eei^onda 

1 è peggiore della prima. KxKa è secondo le intenzioni 

l («pitelo del li;44 «luello i-iitì per 1 Benedettini è la viia 

I foiidaton- BcritUi da Gregorio Magno, un manuale di 

irfexione monantiea secondo le idealità Praueeseane. La 

ionia vita è nn vero Speoutuni pcrfectivui». «8|ieee)iio di 

rfezione dev'essere il monaeo; e la perfezione si rag- 

Eunice, stiidiiiiiilo 1 libri ebe l'insegnano; auebe il Minore 

d*uopo del libro; e TouiaKo gliene [>repiira uno. ebe 

Risponde a tutte le esigenze.,.: lo scrittore.... abilmente so- 

pituiiwe R Fruiteesen nn fantoeeìo venato su dal «olit^i rc- 

rt«rlo orientale.,,, Qaanto ingegno e quanto Mcettiei^mo 

I codesto libro, che è mi enpoluvoro, fors» il capolavoro 

IflI'iiupostQra luonaRtien del secolo deeiinot^rzo, abbarbi- 

e k-naee edera, alla pianticella d'Assidi. Clie eowi 

^no inai le innocenti froili Irttt^rarie del dotto liicmaro, 

IHimgone di i|iiest«* did CelnneJio! Il manuale b!so- 

Ibuva ebi! rìtipoadewie all'altìssimo fine, Dovevano seotn- 

td parire le ìniagìnì sorvissute, nella prima biografìa, alla 

« loro l'aduta: le aieitimie della gaja giovinezza dì Fran- 

^IHeittfO. frali- i'lii>, rMlilIiu fresco «icilii brignt» gtojo»a, re- 

I 11 ili» :i-Tc rh iilf-iine espressioni e 



I 



PEUCB TOCCO 

•> Li tniminilla iudiffereiiza alle lusinghi' dellii vnna ermli- 
■■ 7.ÌOUV » iin>. 107-110). 

Rjpctiitnio danqne la dimanda: se nou abbiamo altra 
font*' *'lie il Celano, se il Celano, e nella prima, e i»er i*rti 
ri.«|it>tti uiufffnormentc; nella set^onda vita, laTorti d'intarsio, 
non riprodneendo In realtÀ qnal'è> anzi talvolta delilt^ra- 
tiiiiiente falsandola, come faremo a ronoseiere il vero S, Frali- 
<f«eo e il carattere proprio del gran moto da lai imprecisa! 
Fin dalle prìmr mosso del sno stadio il nostro Aaton: ha 
sentita questa difficoltà, e candidamente la esprìme in luia 
pninna, piena di sottintesi e di riserve, elie sarà tiene ri- 
portare iK*r intero: • I/aomo di Dio, frrande nella sna ticra- 
« plicitA, era circondato da coloro, che s'ingegnavano di con- 
« formanti! atti e parole, al tipo corretto del santo coniouf. 

• Kgli Ktesso, di giorno in giorno, scriveva In propria tìiil, 
' sr^cudo la via che gli era segnata per giungere apli 
< allarì. nuD lìeusa iin rimpianto per l'idealità sospirata, 

• che si penlevB «elle tMre nebbie monaeticbc (o eho altro 
« aveva itetto il Sabatiertib Ai grappo che gniiUva il Santo 
« sn i>er codesto Calvario, e senza neppore comprenderne 

• Ih graudcJtZ!». i()ijuirtene\^ Tomaso. cuiMicissimo dì drli- 
■ ncarnc l'iuiagìne. come in alto si voleva che fo^t>e. 1 
> t-unipagni di Frani'«-sco, testimoni della verità offesa, 
« anche non acconciandosi alla bit^rufia nflìciale, nere'^:»*- 

- riamente partivano sempre da ijiiesta. Frate Leone, cer 

• tauifnte aatore della vita dì Egidio >che non è esatta- 

• nu'Ute quella giunta a noi» forse fu il cortrnore rrrhalf plfe 
« cfti<Mce della leggenda pontificia : e ciò che i«i raccolse dalla 

• sne i^arolt^ e quello che vi si aggioasr. fa a lui attrilmil%. 

• nm un ixrto uiisicro. che. molto da vicino, ricorda iiot!]!*' 
« delle crietiri falsilic«iit>BÌ ceelesiastirbe del secolo na 

• lo luni i uodù e evidente che il Celanese, per le sa» 

• riiàk r |<er Ir sue tMtgir. u\m pnò essere estraneo al 
« mcutu letterario Fmn^'esranw unii riniiia e lo com] 

- lo domina sican» in \-iiii e in luocTe * >{v 40 

Il TìtmassìA dunqve ammette rbe f<er >ii>- '-.-urrv le 
nta dallf Imgtc. e della prima e della sttoikì- v it.i del CV 
Une«t\ ItisogtM!^ far rap« a fratr Lnutr. Ha j»er Buo rK 
cadete tu (i«im)nM del SaWtier, t^ 




^^M ut roKTi riti AsncaK oietu mcoskkda prjlncbscanx 881 

^^Hvritrt dello SpeeuUm perfectionia, ma ci-lhIu mlilìrittiiru 
H^B? nll'infuori ridia vita di frato Egidio, iiucli'pssa diverga 
ilii igtii^llu i-liv aldjiuiuo uf{>ni Irti Leone non scrisne riìillii, 
bUrlii^ i rosiddetti rottili, cihiti da Ubertino, sono inni ini- 
8({flni?,ione, come wrive il V\f\\& (riovanon, e nhe infine 
W irorrezioni itpportHte hIIu vitu del Celiiui-^o furono ]>ro- 
babilmentt' verbali. A nessnnu di qiicstc wntonito io jwsso 
iu-conrÌAritii. 1 dubbi del prof. Della Giovanna mi pareva 
tlì averli di(ifti|>uti eun' unii pììi giusta ìnti-riirL^tuzione dei 
K^eMi, e ne8snno ftiiora e?k provato a distm^tgere l'urgomeu- 
^^Klone mia. Del rexto, Re le eorrezioni di tra, Leone tolsero 
^^Htv 80ltanl<i verbali, non uvrenimu aleun modo di rieonu- 
H^nrle, se non lavoraudo di eoneettnre eampate in ariiL 
"ynssnno tlnora, neanelie il Sabntier, ha negato elie nello 
Spccutam per/octitmin, eome lo nbbiiimu oggi, oworrono in- 
terpolazioni, (.'be queste interpolazioni, fatte forse nel WIS, 
lilaun stat« di tal natura da nieseolare lo Reritto di fra 
leeone eon altri di nitri eompugnì di H, Franeei^co, iiiielie 
il Sabatier 6 sempre dii^poHto ad ammettere, ed ora più di 
liriuia; poìeli^ albi data <lel 1^-7 t* diR[)asto a rinunziare. 
Mu la maggior parte degli studiosi, unehe quelli elie jiure 
(lai Sabatier dissentono, eome il Minoeehi, il iyAlen(;oii, il 
Itnrbj, il LemiiienR, il (ìoelz, eoiivengoiio nel tenere una 
ImoDU parte dello ìUpcoutum per/ccti»ni» per opera più an- 
tica, e »' iridnatriano in varie ^uìro i>er sceverare (|Uesto 
uneleo primitivo dallo ag^iiunte liost^^riori. Lo seertieismo 
liei TamatMiu, sui quale feeero immeritata ' presa il Della 
(iiovanna e il \'an Ortroy, a me sembra grandemente esu^ 
gerato, Son v'ha ragioTu- di non attribuire a fra Leone 
luugbi, ehe eome di fra leeone sono riitortati non pure da 
Ulivrtìno e dal Clareno, ma ben aiielie talvolta da Alvaro 
i'ae». Se anelie il Olnreno non ee lo dicesse esplicitumente, 
a fra Leone »i deve attribuire, oltre alla vita di S. Kgidio, 
«HO scritto sugli atti e i fatti di S. Frane^-seo. Perehè era 
^^niosta Ih sola riRpoKta elle ì eompugnì del santo potevano 
^HÌAgerf 11 elii impetrava dui Pupa la faeoltà di nsare i i[ie]u:i 
^^^^ rigorosi, per ridurli alla eieea obbedienza: mettere in 
^^^^■HtM^iUBt'giinmctiti del Patriareu eoa le infrazioni 
^^^^^^^H^^KpTerlA e tutto per- 



FELICE TOCCÒ 

petniva l'niti' Eliu; e all'nritore da Ini messo |Wr la dìffn- 
sioiie della cultura profana nel nuovo ordìnii, opporre il 
disprezzo, vlie il Santo professava )>ej' off&i pnroln fin- uod 
fosse dell' e vangelo. Quando questo aiitiiu) SpecHtmti siu 
' «tato scritto, non è facile determinare. Ma certo tltiv'fswn- 
di molto anteriore al 1244; jiereliè le lotte per lu «NMtni 
zioiit) di uu tempio fastoso e di stabili dimore fmtvsclH': 
per le istituzioni nei conventi di scuole e di l»ìbUt>te«■^l-: 
l»cr l'introduzione delie pene più severe, in luogo 'Wl jht 
dono raccomandato da S. Franp«svo, risaljrono multa piò 
avanti a qael tem|>o. Anzi si i>nò dire che nel 1244 il jiar 
tito dei Zelanti eominciava a ripren<lere iena, e fon**- «I «ao 
inUnsao si deve la deliberazione del eapitolo d'iuvitare tatti 
«iuelli, che custodivano nel fondo del loro enore le sacre nu- 
inorio del Patriarca, a metterle per iscritto; pereliè da eiw 
potesse attingersi unii nuova ylla di 8. Francesco, or eh»' l'an- 
tica del Celanese, ispirata alla glorificazione di frate Blin. 
ave» ricevuta così terribili smentite dai fatti iiK^le^ituL 
Ed è fuor di dubbio che uou passerà molto [«miHi, e al 
generale fra Cresceuzio di Jesi, non benevolo a^lj Bpirì- 
tnali, succederà niiil lìiovauni da l'arnui. clic l:t Oouiicii 
delle tribolazioni chiamerà uomo solare, forte presìdio dei 
Zelatori. Il >ios qui cum eo fuimwi. (rhe a torto il Tamassia 
reputa frase freddamente trMScritta da antiche u^o^rafie, 
era tal (irido di guerra, che sarebbe stato un iinacronisiuv 
nel 1244. 

Del resto, il Taniassia stesso con le sue acQte oswrva- 
zioiii, ricavate dal confronto delle due vite, otirv iinova 
mèsse alle antiche dimostrazioni sulla priorità <li una buona 
parte dello Upeoulutii. « Oli amanti della povertà ilan-, serire 
« il nostro, che di monastico in senso vecchio niiIU dtf 
« vrebbero avere, sono rappresentati come altrettanti vn- 
« miti, intenti a martoriare, per amore di Dio, nniuia e 

• corpo li Vita^ I, 40, 41, 42).... Nella seconda vita il CelaiM 
■ stesso narra che Francesco dovette imporre modo alle 
«esagerazioni dei penitenti (Il Vita. I, 1»). Qnii«i quii 

• ci descrive il Sunto come punto favorevole a questo » 
« tismo feroce, che nella itrimit biografia f> esaltato i 

• limiti » i\']ì. 7l'-T.T). Perchè i|ncste discrepanze tra la pilsM i 



ì 



riln 



Ut rOHTI PIÙ ANTICB8 DSLU LESOBNSA FBANCEBC&» 

[Ih A(-<M)nda vìTaI Qnal niolivo lin Indotto il Colano h rcjfi- 
!'Hro(Iei tutti in coiitrustu con le sue iduv suU'idtMilc luiiio- 
Itioo, w il uno racconto non è impOHto dal r.' 27 dwllo 
iM^wnt, mii vÌBOVursa qacsto i-tipitolo è, come dioe il Tw- 
lia, l'aiopliuzìone della ««condii vitu! Coufvoutiiudo lu 
vita 1, 12, li), con la Mccoiida I, 7, il TamaHHÌii nota: 
£• pro))abile die 1 ritorcili al vecchio racconto siuno (Haiti 
mijcgcrìtì II Toinuii^u diilln ncccssìtil o dHll'opiwrninitìl di 
apcoKtarsi mcjtlio iil vero, lipnseaiucntc otl'csu dEiIln scemi 
4 flencrittii, neHa vita prima come nn^abrennnttaiio inonnstica * 
(p. 115 notili. Chi Ila lue^so snll'uvvimo il Celanese di iivere 
Iintscuincnte oITcno il vcrol Ohi rIì ha t'ntt« ncntirc la ne- 
ccssitiV di iMncndare li rho raceoiitol Sopprimete un testi- 
monio Htiteutieo, uno di ((uelli <;he solevuno dire nwi gui 
cum co fttimKs, e i [M-ntimenti e gli «menila menti del Ce- 
ltiiie-«i- vi rintteiriinno Iiiesjdleahili. 

Un nieeonto caratteristico muncitute uollii prium vita 
è (|uellu del fritte, che 8ent«ndoMÌ venir meno dai f(''iu<'> 
diiiiuiii csciaiiia »i notte inoltrata; muoio. S. I-Vaneeseo. che 
dormigli con lui, eli corre in uiuto. e preparatagli una cena 
con carne, perchè ne iimnifiiicKe Henxa ì«erupolo. mi metti- ti 
miui^ciarc con lui. Non c'ò un rae(;onto, dove spìcchi meglio 
il ciinittcn.' del nuovo ajioHtolo, ebc all'esascrato aacetisnio 
non attribaiace quel valore, che colevano rieonoKcerji;]! gli 
Rniiclii anacoreti. Ut' Tomniiiso di «iiieslo tutto cosi ciirut 
lerlMieo fa menzione non nella {irima ma nella Hccouda 
vita, ^•nol dire che riualcuno gli hu raccontato (|uel ehi' 
irlma ijcnoravn. Kd II Goet* sfeswo riconowc. prinei|)ulmcnte 
il 'ricordo che vi si fa di Uivotorto, la priorità dello 
^IjMiw/um. 11 TamaHHia invece erede che lo Spccalum nttin^ra 
alla seconda vita, ed il fatto stesso non kIì {«ri^^ autentico, 
tua foKpiato »u tradizioni piil antiche e che prima de! Ce- 
lano furono raeiwlte da fìiaconio da VitTy rp. ÌXi)l 

Un capitolo dello Speculum notevole jier (ii sna sempli- 
cità e lineilo, in cui si descrive il Patriarca morente, che per 
dar tregua iille terriliili Bofi'erenze intona il cantico delle 
rrealnre, e non avendo neltu eellu iiim cetra, con due pez- 
zetti di legno improvvisa un iHtmniento mimicale. Chi nic- 
'Contava la scena j^ iiti testimone oeiihire. ut oc<tli» ridimitn. 



334 reuCK TòOCO 

ben sRppinmo, e il TmiiasRÌa lo ammette, ohe comtMiKoi * 
confortatori Ufil'nltinia iiialuttia di S. Francesco furono 
liegli epiritnali, coiiif Leone e Ruttino. Se del cantir-u di-lle 
i-reatme non fa alcun cenno fra Tommiuio nella priitin vita, 
nh del conforto obe nella musica trovava ai suoi muli ; Mi 
invece all'una cosa e all'altra aeeenna esplicitamente iielU 
Kccontbi. si deve ammettere (^be da qualche nuova font* 
abbia attinto le informazioni, che prima gii erano mancate. 
K la priorità dello SpeeiUum anche in questo particolare 
dovrebbe essere attaicnrata. Ma pi-r il Taifiassiu la ist^ 
])rocedc altrimenti. Il Celano è la fonte a cui attìnfi;*- to 
Spcoiilum, e il racconto da lui fatto, come se fosse stalo 
testimonio oculare, è un plajfio di scritture piii antiehe. 
« Oculin vidimiuit 81 indubbiamente; ma eli oechl df To- 
A m:iso nou lessero che una bella pagina di Cesivrio, il qnals 
« parla anche di un chierico archipoctn, che fa il i>ajo 
« frate Pacifico, già re dei versi, convertito, come tanr« alti» 
■ anime gioconde, da B. Frauc^eseo » (p. 168). Con questo 
ragionamento si potrebbe negare che S. Franoeseo sì di- 
lettasse df poesia, e che tft4volta cantasse anche in fhincew, 
ionie dice il Cullino e il Tmriassia stesso non dissente, qaaiidu 
non l'assalgono dubbi e scrupoli infondati, eonie uelhi di- 
scussione del cap. della 2" vita, UT, IJW. in confronto dello 
SpeetUtim 122, 123. Che cosa v'ha di più naturale di quieto: 
elle un infermo, in qualche momento d'intervallo alle sue 
sofferenze intoni quel canto, clie fu come la sua nota predi- 
letta I Ciò raccontano concordemente la seconda vita e 1» 
Specnlam; ma il nostro Autore, in luogo di riconoscere neltft 
Spcciilum la fonte delle nuove informazioni della 
l'ita, ben diverse anzi opimste all'antica leggenda nelauea^ 
inire voglia negare l'autenticità di tutto il racconto, 
un'osservazione, che Iten pochi gli manderanno buona: < 
' si ^ pensato alle coudizioni di cstrenm debolesxa 
- .Santo » ip. ISli, not^ .■*), (rome se anche negli stati di 
l'ondo abbattimento, mio scatto improv\iso di forza n«i 
Mim (jossii intervenire. 

Talvolta la critica del Taniassìa non riguarda il 
conto, ma la frase che vi si a<loi>era, tolta da fonti piA 



I 



ì 



^ 



U rMH Flt) JkNTICBB DBLLA LBOOEIfDÀ PSANCmClNÀ 

iche. Oos) nel ilÌHCiit4>ro il Piip. 149 rlella SpeotUitm il iioatro 

Ìtc: « Lo Npeculum. «lei SKlmtior 8i ttiustra pìi'i HtiinializKÌto 

« liei solito in nm'Jito punto. La imr» k-gfi^ndu, clic t-ni 

« tiHHcoHtia iiclle !iiÌRt(irio8e cedole «li ft-ate Leone, coiiosre, 

iiiejrlio «lei iTÌtici moderni, ìv s<'Orrerie di fratt- Toriiitso. 

« Seeoiido lo eipeoiilum del 1318, Fnmoeseo uvovji pensato 

m ili mertere Pacifico a eajio d'un» brigata di frati-gin Ilari. 

pHCiflco avrebtie [irtma iiredfento al popolo, g\\ altri uoiii- 

i« jiagni, in eoro, Hvrehl)ero c-antate lo lodi del Si(criore, 

« tamtjutìm ioculaUtren l>owÌm. Finito il i^anto. al predieatore 

Barelihc tocfato di dar femiin*: alla roiiuionia, eon la 

eolita raeeomandaKiune [finlliireKeil: No& fumu» ioculatore» 

'■• /tornirli, et prò ki« volumiut remuverari a vobù, tiideticet ut 

'<* ttett«, in vera peniUftUiiu... Cosi i compilatori dello Spoitulam, 

'^ ritx^tendu In Ix'Ua t'ruse di CVsario. ri produce vituo eon 

molta PHattezza la vera forma della primitiva predieaziouu 

Franeeaoana » (pp. 171-172). A propositi dell» (pml IVaac in 

itro lno;;o 11 nostro Anton? avfl« notat-o:« molti Ano ad 

otrgi liaano <Tediito elie dalle labbra del Hanto iit«(d»Hero le 

parotu: no« «nmuii iootdatoreH I>omÌni. L'uapre8»ìone inveeu 

è di nn frate tedeseo, raeeolta a inventata da (Vwirìo di 

HeÌBt«rt»ieli, Vì,n » (p. l). Non è probabile die la frase sia 

roventata da Cei<arÌo. poii-liè eorrevn per le boeelie di tutti, 

tome ipiella di jongleum de mtre }>amc. E non v'La aleuuu 

ragione di negare elie S. Franeeneo e ì primi suoi eompa(;nt 

non rnwirimssero per st. Quello elie importa è; elie seeondo 

il TamasNis stesso Io Speeutum riproduee con molta enattezza 

fa vera fonila della primitira prodieasiami. Come (lotremo 

scoprire questa esattezza e (juesta verìtil, He non ammet* 

tlamo che buona parte dello Specnlum sin opera seliietta 

fra lifone! 

In un altro Ino;;o il TamassiH stesso si mostra iiìii lie- 

tieroln verso Io Specnlum, e giova riferirlo per intero: • An- 

* e«ra nello Specnlum ai rifletta- viva«e l'antieo spirito 
« Fninee^e^iuo, ebo resista alle eonvenìenze e ai ri)!uat-di mo- 

• nastiei. Franeeseo, prima di morire, vuol rivedere madonna 
« Jai-opa dei SettesoKli. e leserive. f->ituuo ì frati a rieevore 
« UDII donna, ma il Hanto tronea tutti i dubbi eon le parole 



sse FELioi tocco 

« Im & n i u fa, «iftf matimde te damm, ao» ti otme r r i per eoiet, 
* tmmUt ftdt t itnt zi oM ftee remén ti me da tuoffki omì 
« UuU. Satana bob c pHi tvntbìl? nellu pietJk Rialn>t>rc Come 
« In larv àtiì sale e la bellezza dei fiorì, ÌI sorriso twiimla- 
« (ore delta donna non « bandito ilttlla n.-lit;>onc di Pnia- 
« i<efleo*<p.lOOt. A igiM^^e belle [(arult'e piàuiioora alleaente 
ofleerrazioni del Tamai^sia i^ìenameote tiortosorivo, nasi » 
coofemuirìe mapfrìorutenie mi permetto nna opportuna <li- 
gnMiotte, 11 rirordo della rì»i(a di Fri>n> Jaoqnelinc. romi^ 
la ehiaiBa scvondo il lingnagfn'o del Tempo ÌI P. T>'Alea^ii 
(Frtre JaeqiieliMe. Paris li^99ii. non si trov'a tir iiclln prima 
De nella Re4-ouda nla del C^laiieKe. ma nel Trattato dei nì- 
raeoli. reren temente itcuperto e pabblieato dal Van Orltv.r. 
Il heneroenio editore, ehe in omagfrìo de) CelaiieM* mette In 
Talee nella ste^m £<yjreiM<a dei tre Hoeti. rara nn tempo ni 
BollandiBti. non solo rin-ndiea la priorità del raeeonio rclt 
ulano, ma trova in ee»o In prova più enixaiite della tardiva 
eompo«)xione dello WjNWu/MWjMr/retMMM. IlTiimaaftia ha fatto 
bme a non laMiar«i «deneare anebe in qnesto pnnlo dalla 
lopiea demolitriee del Van Ortrov, ehe li 8»h»tier t F*e Prr» 
lalinn tir» Léyende», iu Hittletlino critìfii di eow /i-an^i^tttitt. 
U. I, fase, t, [rennu io- marzo 190ói ha ben dÌRiOMlntto romr 
pe<-ehi nella base, esibendo Vargnmentmit ex inlemtio U pik 
fragile di tutti. Dall'avere lo ■SjtecM/um taeitito delPabbne^ 
damento che per invito del Vicario la SetteRogli avrebl» 
filtro del eadiivere del Stinto, sooprendone le miraeohwr 
stimmate, non si pnò de<lurre nulla. La to^ne prèa da mAirrr 
non è ponto de celie» que l'on isrente oh qu^ l'a» jmterfMt 
aprfji mup, dice il Van Ortroy. Potrebbe beni»simo esMTi' 
inventata o ìuterpolatii, iiiiaiido uditeci» 1 mente mi iolereiw 
eosl potente eome la eonstatazione delle stimmate entrao» . 
in frioeo, avremmo il dritto di rispondere noi. Ma d^ il 9a- 
biificr r-oiichide jier l'interjKiluzione. nt vi cotieluderì» ifc 
Il fallo che riieconta lo SpecHliim ni pilerisee alla 
(li (iiiii'iiiiiinii, anzi piiUtoRto al desiderio del iuorejit« A 
rivederla per TnltiiiiH volti), e che alla sna vetmta gli pdCti 
dei panno cenerino iH*r 1» funebre tnniea e di ciaeì mortaraU, 
ehe Koleva preitarurffli (jnxiidD giaceva infermo io 




('Tutto il rt-«to in quel capitolo sHrelttm stato fiior ili laoRo. 

■ IjO cbajiitrv ilu Upeatlum l'vrj'ootioni», liii'C il Siibaficr, est 
• oommu le tragitiiiiit d'un juurntbl iFim ){aril<<-tualaile. he» 

W* fnitB aont enoore tout récentn; oli lea Toit ilt trop pr^s l't 

■ MI18 peraiwutivo. Ce qui y (luniiii«, c'est W iV-sir do Saint. 
«Francois, l'envie ilii pftiivre maliule soiihaitaiil ih^ matiiier 
ri4R mortRiroI et préocciipé de l'efoffe doat «n enveloppera 

Btla dépouillc uiorrvUe >. Il l'atto, (di« morto S. Fi-aiieeaco, 
k dama ramaiiu abbia potuta abltrai^ciame il catluvuri' non 
Mtcvs entrare in qnel qiuidro e l'autore dello Speoulum tiou 
ve lo mise, M« non b detto die in altro luogo, a uoi non 
pervenuto, nuu l'abbia aiielie tiieii/ionato, sv puro il tatto 
aroadde davvero, od ebbe !' impor1«n7.a che il Celano fri' 
attribuisee, 

Kell'uppuiidi(;e dui huo ui-nto liivoru il TaaiuKHiu ripro- 

dnee i testi dello tipecnlnm, dcfrli Aetim e di Giaromo da 

KVÌtr>' intorno alla letcct^nda del lailroni, jier dimostrare eonie 

r« il raooonto olio. »i trova nullo SpWKlttm perfezioni» o no;;li 

' * Aetwi.... quella bolla put;iaa, ohe il Sabatier disse un eom- 

« ment.0 del oapitnlo settimo della vecoliia re}!olu..„ non l'iia 

« Horitta fra IìOolo ma t.ìiuromo ila Vltry » ipi». 5J-5.'fi. Io 

non «aprei accettjire qtiesm dimostrazione. >'on peroliè ò 

aotii'o il tipo del monaco, die faccia della i)over1i^ un culto, 

s'hft da diro elio S. Fmneoaeo, e prima di lui Pietro Valdo. 

non metta nella [averta la radiet» di una rinnovazioue rtlì- 

Elftofia. QnaD<lo S. Francesoo in tutti i suoi scrìtti autentici 

P'Wieeomanda <Ii non tenere por suo, non dico la casa, dove 

allHTKa, il lotto dove rìpoHa, ma perfino il mantello o la tu- 

aioa ohe jtorta indosso, non pot«va né doveva sentire quella 

ripngnauxa per i ladri e }c" assid^sìiii, ebe puro è eosi iiatu- 

nilo, Non il raooonto della mensa, <dio ooniiindii s'appresti ai 

ladroni, è la cosa più importante nel raoeonto dello Spcculum, 

ma il eont.raHto tra i frati, clie oredovatio non )fin»to l'ar la 

litiiotdua a ohi nou la caritìl ma la violenza ha per sua legge* 

e il {wtTiarea, che le rostrizioni dei frati alla legge d'amore 

p nou vuol riconoscere, ed è nieuro ohe con la dolcezza e col 

nlonn andio i piìl tleri euorì si |iossnn giiadagnaro. Como 

.pparo diverso qui il miti* Hantu da frate liliu ohe, per vin- 



FELICE TOCCO, LE FONT! Plt il 

l'Oere la resistenza dei compagni di S. Frani^esco, invoi-ii dal 

I pKpn (ina parola che rafforzi l'aatoritA del MinÌJitro Oe- 

^ aentle, rinioveado ogni ost3i.^olo alle minare più se^t'rr. Il 

■ricordare Ih pictiV di 9. Franeesco e l'insistere l'hc t'>;li tt^ 

\ oeva »ul divieto dì ogni puaizionc; il rirordare l'amore. 

I ehe egli mostrava anche ai ladroni e agli omicidi t-ni b 

' defila risposta, ehe ì eolpitì dalle severità di frnte l^lìa pt»- 

I levano dare. N'essano meglio dei Tamas&ia a^Tehlie iwtato 

Hlevare ia verità di questi tratti, se sotto il puiiguln dell» 

oritica demolitrice non avesse scordate le belle juiirinr dn 

Ini stesso scritte sulla prima societik Francescana. 



Ftr, 



Fklu'e TiKxxfc 



■ 




SUltItA " GOHVEHZIOHE FAENTINA " BEIi 1598 



-V 



NqovI doeomeQtl Inediti faentini 



È cosa nota che il 12 gennaio 1598 — morto neir ottobre 
del '97 Alfonso II d' Este — il ducato di Ferrara fu riacqui- 
stato sine dalle alla Santa Sede, non ostante le pretese di 
Don Cesare Estense (cugino ed erede del morto Duca, che se 
n'era già dichiarato ed immesso in possesso), mediante la tran- 
sazione stipulata in Faenza fra il cardinal Pietro Aldobrandino, 
nipote del papa, per la S. Sede, e la duchessa d'Urbino, Lu- 
crezia d'Este, a nome di Don Cesare. 

Parlare quindi della « Convenzione faentina » e special- 
mente dopo quanto n'hanno scritto il Balduzzi (1) e il Cal- 
legari (2), potrebbe parere e sarebbe forse inutile, dato che 
si volesse esaminare il fatto in se, considerando la copia e la 
importanza reale dei documenti, che quegli scrittori, e l'ultimo 
in ispecial modo, hanno dato fuori. 

Però i due A.A. guardano la questione sotto due punti 
di vista diversi : il Balduzzi, cioè, dal lato diplomatico, il Cal- 
legari dal lato storico e politico. 

Il Balduzzi, infatti, dà V Istrumento finale della transa- 
eiane di Faenza per esteso, secondo una copia autentica, già 



(1) Cfr. E. Balduzzi, L* Istrumento finale della transazione di Faenza 
pel passaggio di Ferrara dagli Estensi alla S. Sede (13 gennaio 1598). 
Atti e Memorie della R. Deputazione di St. Patria per le provincie di 
Romagna, Ser. Ili, voi. IX, fase. I-III, 1891, pp. 80 e segg. 

(2) Cfr. E. Calleoabi, La devoluzione di Ferrara alla S. Sede (1596). 
Rivista Storica Italiana, anno XII, fase. I, 1891, pp. 1 e segg. Cfr. pure 
lo splendido commento storico-estetico di G. Agnelli, Ode Carducciana 
alla Città di Ferrara, Bologna, Zanichelli, 1899, pp. 29 segg., che con- 
tiene notevolissimi particolari sulla cessione del Dncato. 



esUlentc ucII'Arehmo di Cotignola (1), e parla dell' iniprewi 
dì Ferrarli i^kt quel tanto rhe rapata secessarì» ad intcìidfre 
l'ttttu < che dette efficacia giurìdica -al passalo di Ferrara 
• dal [firt^ern»' degli E^ien^i al Dominio pontifeio, che è wiizft 
« dubbio a reputarsi ano dei fatti più aolevoli della Storia 

< di Romagna non solo, ma uiebe della Storia generale 

< d'Italia ». 

Accenna perciò sommariamente alle condizioni e circo 
«iMuxe determiuaDti il fatto, ed anche al susseguente Tiagpo 
ili Clemente \1II per preoder possesso dello Stato ttnora- 
mente oceapato. e traserìre il testo della Convenzione Por 
redaudolo della copia, uou sempre fedele, di dne iscrizioDÌ 
itinerone faentine, desnnte non dal luogo, ma forw da db 
aniore; ponendone erroneamente una, quella del Palazzo del 
Coniane, nella sala in cui < la paco fa solennemente lìrmata > <2| 
o tralasciando infine dì riportare quell'agi^tnota all' iscrizione 
elesaa, che il ìlagistratn cirico, ottant'anoi pia tardi, ri ap- 
pone, quasi a riaffermare come Faenza $i lenesae onorata di 
aver dato il sao nome a DCgoxio dì co«ì alto momento, qoao- 
tnnqie oelb soa storia il fttto non sì rìAeita cb« per am- 
plici' iocideiiza. Questa è pen'' menda di ben poci» valore, 
qaalura si consideri il merito che l'A. ha di a%'er di«~al]^to ti 
testo della Convenzione, secondo una T««oiie qoasi sempre 
esatta. 

Il Calle^rì. invece, scrìve dall'argomento nna vera e 
propria monografia, basandola sa documenti inediti, special- 
mente d^i Archivi di Stato di Venezia e dì Modena. L'im- 
pronta del suo lavoro è quindi assai diversa da qnella del 
Baldozzi e ne dissente anche nelle conclusioni, ma è 8uAa- 
^ta da numerosi documenti e so^tenata da evidente e saggio 
londamento dì critica. 

E^li traila dapprima la parte giBrìdiea della qnesHoM 
ed awtrte come nella (?orle di Roma, dopo i vari ed infhfr 
tuo^i tentativi fatti per riavere la ci>nlrastata città, si U 
acuito il desiderio di possederla. 




<!) Cfr. Buarm. ujl rit.. f. Ilu m 

Cfr. B«i-*TOi. a^ ni., Il lÈt. 



à 



Alfonso II non aveva figli, uutiontutitc i tre niatriiuonì 
fratti e le proiDesse dell'astrologo iVance«c Kostradanius 
, inabile, pare, alla generazione) il); e alla Nuccetutioue 
'. Ducato in linea non legittima (com'era ijuella di Don 
tare, nato da Alfonso marcheNe di Monteochl», generato 
t Alfonso I, terzo dat-a di Ferrara e dalla bcllimuia Laura 
icei Oìanti o Katttaechi in istato libero) 8Ì opponeva 
Bolla di l'io V dr non alìeiuimlis, ehe eseludeva ap- 
punto da ogni diritto suecenBorio nei domini della Cliiesa i 
dÌM-endcntÌ non legittimi, e il Capitolo Vili della Conven- 
rne Htatiitita fra Faulo III ed Ercole II per usMÌeurare 
Iramo legittimo di (.'axa d'Kste la sueecasionc di Ferrara. 
La morte del [)uca era (luindi attesa con una certa an- 
: Clemente Vili aveva gii\ apertamente dichiarato che 
neva il ricupero di Ferrara (-'otiic una (gloria ed un do- 
t del xuo Poutifieutu e non sì era piegato alle insistenze di 
Uon»» — ^ih fallite con altri l'ontefici — per far eoncedcre 
jinnorazione dell'investitura del Ducato in favore di Ce- 
, suo cugino. Spirato Alfonso li (^7 ottobre 1597), egli 
[«va fatto dicliiarare a Cesare CH»ere sua ferma intenzione, 
t feidentitn utìlitalem fccleùap. di riacquistare quello Stato 
fnttl i costì e con tutte le armi, mentre però avrebbe offerto, 
fUora i' Estendo s'aeconciottHe ad an' amichevole cessione, 
tauDBrì, favori, honori e particolarmente cardinalati per la sua 
, Ma narra l'A. cbe C-cttarc si era subito fatto proclamar 
Ferrara ed aveva resistito all'intimazione del iiioni- 
jrio papale, domandando tuttavia che le sue ragioni fossero 
(ti)po»te ad un principe confidente, da nominarsi anche dallo 
Pontelìce. La risposta fu negativa e poicht- egli era 
^itato a resistere, la breve lotta incominciò. 

Tre coefficienti pasi^ivi, dimostra il Callcgari (2), grava- 

tno la parte del Duca al suo succedere nei domìni dì Casa 

BEate; esaurimento dd tesoro ducale, deplorevoli condizioni 

I paese per cause dipendenti dal Principato, inesperienza 

I Cesare negli affari di Stato, e ciò per causa del defunto 



I (1) Oh. Fturro Koui. .I<» 

1 fdt. dall'A. 

I [U) Cfr. Ciuxuu, (ij>. ctt., 



.(, ,U l-r 



;U2 



GAETANO BALLA RMM 



Duca, ohe ne aveva quasi jivuto timore e l'aveva tenuto il 
più possilnle lontano dal maneggio del iroverni». 

Si aggiunga altresì a suo danno l'ertettu dissistrosi» pn»- 
dotto nel popolo dalla puliblieaziiuie della Bulla Pi»ntitìf'iii. 
fatta eludendo la viplanza della Corte, eon la ijnale oh Htnltn* 
et fHas qKidoìi (frari}i>ifmn<t raf(sa.< a** /vsf/.%\</»Ki.s la simi- 
muniea niajrjrit>re veniva lanciata contro Tesare e i jjuoì a(U- 
renti e il Ducati» di Ferrara sottoposto ad interdetto. Si ri- 
fletta intìne alla mancanza di consiglieri tìdati 1 e più che 
tutto all'irresolutezza del Duca. Anziehc scendere tosto a fatti 
e rincuorare i ]K>poli cini l' azione, prima che il malcontenta 
cairionato per le pene spirituali inflitte dalla Curia allo Stafn 
e lonuMìtato dairli emissari romani prendesse piede, anzirhr* 
indurre ad aintarlo «juei principi che. congiunti o intere>sati. 
ne attendevano Tocca^^iiine e la spinta, non sepiH- deeider-JÌ a 
temici» opportuno ira la Toscana e Wnezia ne tra la Fram-ia 
e la Sp;ii:iia *J . astri mai:j:i"ri alla cui politica ninii Stai" 
italiaiio uisii'orniava la pr.'j'ria: mentre si ersi la-^ciata sfu::- 
ciré Tainiei.-ia della C.-rie di Mar.r-va e ualla poteva ^iovardi 






■ . . : ■ I H- I I- , 1 



_:.. .-..A. 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 343 

la Curia stessa difettava di danaro, corrompibili ne erano 
forse i ministri, e il suo esercito, dopo la scesa in campo, non 
valeva gran fatto per coesione e per disciplina. 

Ma egli non seppe agire (1): le virtù dell'uomo privato 
e del credente furono di difetto al principe: colto air improv- 
viso dal nemico, privo d'iniziativa personale, inetto al go- 
verno, mancante di consiglio fedele e disinteressato, trovando 
il popolo per le sofferte angherie desideroso di novità, non 
tentò neppure la gloria della resistenza armata, quantunque 
apparisse ansioso di battaglia: l'aquila d'Este cedo alla Lupa 
romana senza aver fatto saggio di quanta forza fossero ca- 
paci i suoi artigli! 

Deciso alla cessione, per ultima sventura scelse a sua 
mandataria — o il Laderchi, dice l'A., gliela propose — la 
sorella del Duca defunto, Lucrezia d'Este, moglie disgiunta 
del Duca d'Urbino, che antiche ragioni di rancore aveva 
contro il Mandante, vecchia, dissoluta forse, che assecondò, 
anziché respingere, le arti cortigiane del cardinale Pietro e 
firmò la diminutio capitis della sua Casa, concedendo quello 
che la Curia stessa forse non sperava. 

Cosi Cesare ha perduto: liccnzieni soldati e guastatori; 
manderà Alfonso seenne, ])rimogenito suo, in ostaggio a Faenza 
e il Grillenzoni e il Rondoni, suoi fidi, a raggiungervi il La- 
derchi e la Duchessa, cui il dì 9 gennaio (2) ha conferito 
ampio mandato per la conclusione e la firma dell'accordo 
(12 gennaio 1598) il 26 gennaio ratificherà la convenzione, 
poi rinunzierà nelle mani del Giudice dei Sapienti la signoria 
del Ducato e il 28 a sera, alla scadenza del termine fissato 
nel decimoterzo capitolo con la Chiesa, abbandonerà piangendo 
Ferrara, per sempre perduta al dominio dei d' Este (3). 



<1) Egli stosso lo confessa! Vedi il discorso tennto dal Mela, fidato del 
Doca, al Contarini ambasciatore veneto in Modena, riportato dal Ckhhztìk^i 
op. cit.f p. 66. nota 2, e tratto dsAVArch. Ven. 

(2) Il mandato, a ro^nto Rondoni, è actum in castro ducali in Ca- 
merino solite residentie D. Caesaris ed (^ inserito nel testo della Con- 
venzione. 

(8) Cfr. ms. Successi occorsi in Ferrara nel 1597, della Bibl. del- 
TArfh. di Stato di Modena, cit. dal Balduzzi snddetto a p. 89. « Passò 
« poM*ia (Cesare) nel Castello e di là, preceduto dalla moglie e dai figlinoli 



.1. ' 



.1*1 



(.-(.-urrofio 
) "mi.* 

111- 



* «k * ■ 



SDLU « fìtmVRNZIOKS »RKTn)A » DEt 1598 845 

i|lilÌbrìo {HilitJco italiano dopo l'avvenuto ricupero. Non (• 
com|iÌtu, ai mio inteiuli mento, il fiir iini la recensione dell» 
igevole monografìa, cui ho accennato per ragioni d'ohblii^o. 
ma di trattare, eotto altro ri^iiardo, della Conrrnzione Fai'u- 
: 6 verrei al mio tema ne (jni non calzasse il ricordare 
Kivameute il Laderohi, set^retitrlo ducale, pel quale ho In- 
1 comprendere che an dnlibìo m'era sorto snlla taccia 
t traditore che l'A. vnol dimostrare fondata. 

t'crtaincnte la copia dì documenti che egli produce a 

rrohorare l'a^ìserto ó notevole: ma eonv«rrà almeno ani- 

l«re che, data In mala fede nel I^adcrchi, il Dnca e lu 

non ne abbiano avuto sospetto, se, non piti tardi di 

mesi dalla devoluzione di Ferrara alla 8. -Sede, Ro- 

|fo II imperatore con speciale chiro){rufo, datato da Fraina 

(di 11 settembre Ii>f)H, confermava al Segretario ducale la 

t ainuiiraiiione, e. concedendogli di iuquartare nello stemma 

t^tìlizio della famìfflia due aquile coronate, ne riconipen- 

fedeli itcrvizi ad Alfonso ed a Celare d'Este, suoi 

speeialniunte poi per l'ardua e grave opera prestata 

: |>r!ucipio del retano di queét'ultiiuo e (ler l'impresa dì 

tra. ove la di lui fede si ino^ttrn costante (1). 

La benevolenza dì Casa d' Esle e poi rima-sta tradÌKÌouale 

> la Oa»a Laderchi. Oontare «tesso concedeva il titolo di 



(ole, ti Salarij de' Oiudici, ffolari. et altri Offiliali di Giunhtin 

■fa città, tlato, r. ttgatìoni di Ferrara * eoa p.nt tdoIc • chr qutiiti 

llfift toiintehitui tt giuliim quanlv prima dtlla Hìuirilà del goverHO 

ffuÙMh'coi Arrh. Ht. Ibidem, e. 138; e il 15 aprile succ.: • Bnndi 

roli dell' llluil."'' et iter^reiMiws."" Signor Cardinale Althliran- 

, da o»»errar»i nella città, tfnlo et leijotione di ferrara • chei 

Uo rei ili lesa niiteiiU (cip. Hi) ((ik^III ehe renUunro niutnr rnrma 

remo o clw • ardi»tero di concitare tuniulta..., tnroeando altrn 

t cfce quello delia Sanlilè di N. S. o di Santa Chitta * Arcli. rlr. 

. liti. 

i<l) Vedi, kt Aypendtet ai n. VII, l.i irancriiionn Av\ Chlrofcniro lin 

e maggiori nniiiio hlogriflrbe eullo *ti-«iu) Laderchl, iloHuntt- 

B ciMliM>tti] ms. (li p. Sf< d<>t tee- XTIII (preMO l'A.) rimiuiluiile alrnni 

1 di c«M t^aderclu. Ptmwi SI poiiipianiu Co. Comm. Achille Im 

i dt Paonia eaUtera il ritratta nd olio di O. Diilt. V Imola r mi 

■ nncÙR qnullii ili Dun Cf«irp, prrmnntl nmlWnc n ijncl ycntiluoiiio 

Iidcmmìti^ crL-ditfl di ramigli». 



346 OAETANO BALLARWNI 

Conte d'Albinea, già portato dall' Imola, al ramo di Fm 
e nii Oiova'n Battista di Canimillu Laderehi era tenntn •^ 
tesimo dal Sereniasiino Alfonso, Duca di Modena (.2). 

Comunque, il Laderehi ba imito il suo nome, come a 
migliere del Principe e come firmatario, alla Cunifn:iti 
Fiirntinn. 



E poiché mi pare utile che bì conosca che rArcbirio i 
Comune di Faenza possiede una copia di tale istrnniento, j 
versa in parte da quella copia cotigDolese che il Baldnt 
pubblicò, vengo allo scopo diretto della presente meniorift 
ne do senz'altro la descrizione (3). 

È un codice eart&ceo del sec, XVIII : 29 '/* X 20 cni. ra 
itoscritlo di carattere corrente, scorretto, di pp. W, nomerai 
di cui le pp. 2, 42, 43, 44, vuote. La prima pagina «ervc i 
copertina e porta la scritta: 1598, Convenzione Faenfim 

Incomincia (p. 3) : 

In Dei Namiite, Amen. UniverHis et singolie hoc praesena (IM 
tiuliipti Inatmineiitum vìsurrs. Icctiiris pHritcr ot aiiditiirià nolw 
facimus et attcBtamur, quod Nos Petrus Miseratione Divìsa S, X 
polai in Carcere Diaconna S, R. E. Cariìinali Aldobrandinua co 

E termina (p. 41) : 

Datum Rouiae, .ipud S. Potruni sub Anulo Piscatoria ilie t 
J.iniiurii 1598. Pontificatua nostri anno bckIo. 

Marcellua VeetriuB Bartiianne. 

Loco iì> Anuli PiBCatoris. 

Ego Albertus a Honetis, Not.' XII Sapientum registravi alfl 
lira rie Maml.xto. 

È in Inventario generale 1901 al n. 138 e al n. 8 M 
seconda Busta L. v. 

Di tale docnmento, a qnauto mi consta, non si la fìl 
l'originale. 

Nell'Archivio di Stato di Modena se ne coiiservanu nn 
copie semplici e autentiche (di cui una del tempo 'i; t'Arch. i 

Ul Cfr. Appendici, n. VII, 1. 
(E) Cfr, Ajipetìiiii^, n. VII, h. 
(3) Arch. Coni. Pacn., Inv.. n. las. L. v. Busta B, 




(WU.A « COSVBKZIOSK r*IEMTt»A » DEI, 1598 



347 



iSUirti ili Bidcigua ne lift soltanto mi estratto: iitia copia auten- 
tica, pure ilol set-,. XVIII, che era posseduta dall'Arcliiviu del 
t'Aumiie di Otignola, nou Minte piò (1). 

La eupia eiie puHMiede il Couiunc dì Facnia fu, riteti^o. 
da un Scc-rètario della Cumuiiitù tratta essa pure, come la 
ColijinolcBe. da (juella contenuta nel voinine dei Mandati ilei 
XII Sap. Ferr, « da altra identica. 

l'ero non ha autentica alcuna, ha molte lacune nella uerie 
(Ivlle firme dei Cardinali che approvano la ratifica della ('on- 
vciizione (lacune corrispondenti però a ([uolle eoutcnutc nella 
copia riprodotta dal Balduz/i) ed j.> niiaai Hcorretta. Molte va- 
rianti, dovute piii che tutto a diversità dì trascrizione, si ri- 
levano dal eunfrouto dei due tenti. Outi^ioleBe e Faentino; ìo 
ne porto qui in Apjiendice una Tabella ('3); e a meglio dìuio- 
Mrare le varianti «tewie, puhidico anehe una tahella di raffronto 
tra lo differenti lezioni del llalduzzi e della copia autentica 
niodenc8e. 

L'atto in st steaso, currtspuudeiido per forma e eonpegno 
cancelleresco allo xpirito dell'epoca in cai Tu redatto, ■> aHxai 
ingefiioHO ed involuto, e ritengo pertanto prezzo dell'opera 
dame uu regesto (;j). avvertendo che il richiamo delle pagine 
e delle linee hì ril^erisce al texto Fnenlino. 

Come e perdio sia a Faenza tale cupia del' 700, e nun 
piultodto un'autentica del tempo, non Raprei, nt^ h» potuto 
indagare. 

Purtroppo le dilapidazioni cui fu sottoposto l'Arch. Faen- 
tino l'anno anche «apporre che vi esintesse effettivamente una 
copia autentica (forse del tempo e contenuta forse nel liliro 
che Ih Cancelleria della Comunità fece appositamente, come 



ID Cfr. HiLDt-ni. op. ni. il II. J1II. [ti nnu. ErIÌ ncrlvv : • Il itoru. 
irnlo|dalul ripurtat» | «olo qiuiiito nlln Bnlln ripratlnttn nnl Bullarium 
toMdwitiii è (ratio ila nnn f-apia untcnMm rsistpntu giA nrll' Archivio 
B di Ootignoln. tatto itn altrn miHtnDlc drI vnlnme ilri Mandatt 
1 Xn Sapiimtf III PrrrnruM-iiiii^llDfuratUil H Miiggiu ITB3 In aiit«n- 
I forra» ilnt nntaio potignoloiw Tcrcnilo Zorxbbinl. NHl'Aroh. del 
n. di CnligniiU non «ì trova pifl l'aeceniiaia docum«nlo >. — (1,'A. uc 

D GonferinH ftnrlie In questi giorni). 
m Cfr. AppeniUcf, n. II. Taltullii delle vurÌMitf. 
(m Cfr. Appfndirr. n. 1. KckpiIh dell' ulto. 



diri, per rìrapreea dì Ferrara), la qoale veoiBse poi aspor- 
tJilA per emere sostituita dall'attuale noli antentìoata « scor- 
retta, che pare rì:*eiita della fretta onde renne trascrìtta. 

Disgraziatamente l'Archivio noetru coofierra scarse mt- 
morìe del fatto di che ^ tratta: <]na8Ì tntte le serie, anzi. 
dei docanienti cbe vi si cnstodiseono, portano diu specie di 
lacQDB corrìspoadente appnoto a] perìodo di tempo del « lu-- 
golio di Ferrara '; né di tale «trana mancanza io so dare «lln 
gpie^zione idonea, se non riportando la nota apposta dal Can- 
celliere delia Ma^i&^ CoDinnità a nn Lihro dei Partiti del 
Consiglio Generale, con cai sì mole avvertire cbe gli atti 
rìferratìsi appunto a qnella impresa wno stati raccolti in un 
libro solo (1). E (|aesto libro, che garelil>e, couie ben s'intende, 
interessante, mfloca; né, cbe io i^appia, se ne ha traccia aldina. 

Comnn<tDe, la copia della Convenzione epifite e trova qDt 
in Faenza altre safFragazìoni sincrone ed in otnninm nmsprrtm 
apposte (2), le qnali danno maggior solennità alla memoria del 
fatto e dimotiirano come aucbe i contemporanei ne avenci» 
compresa l'importanza, così nei riguardi della politica eonc' 
in qnclH della storia. 

Certamente Faenza, non j>er soliì caso, fn scelta conir 
punto di convegno e come sede dì quella transazione. 

Fremeva troppo alla Chiesa ed all'Aldobrandino l'impre«a 
di Ferrara, perchè anche questo -importantissimo punto nua 
fosse basato sul calcolo e snll 'interesse, dato che egli, agente 
contro Cesare irresolnto e passivo, aveva ogni libertà di scelta 
del luogo, sia per riguardi logistici, come capo dell'esercito, 
sia |icr quelli della convenienza, come politico. 

In primo luogo, la Casa Aldobrandina aveva, per sé. mo- 
tivi personali (ed effettivi forse) per fermarsi, nella scelta, rt 
Faenza. 

Sino dal 1412 on Giovanni Aldobrandino, fiorentino, avew 
retto la Città quale Vicario dei Manfredi (3). Nei primi anU 
del terzo decennio del 1500 o poco prima Silvestro Aldobna- 



D) Cfr. Ada Co 


Kilii Fareul. Vnl. 19, ^. 197 liuv 


Krapiirc liolU in ìihr 


o txfieditionis Ftrrariae .. 


(2) Cfr. Appendi 


ce. n. V. Iscriiinni 1. 2. 3. 4. 


(3) Cfr. Tom-oiii 


HhloTie di Faenza. MDCLXXV 






Sailk € COKTEKZIONS FABimKA • DBL 159S 349 

- padre di Ippolito, dio divenne poi Clmnoute Vili — 

hrecouetilto fiorentino, per motivi di parte osiliato da Fi- 

felze, aveva, qui trovato larga e cortCHe ottiiilalitiV: le Moe doti 

I giuHperito erano state tosto riconosciulc, si che noi tro- 

kRio, fra nitro, un laudo (1) clic egli fu eliianiato tt dare in 

i t.-unte)Mi fra ì Ladcrehi e un'ultra Tamiglia ))atrizÌB faen- 

: abitava allora in domo in rapelta S. Mìcknelis, iurta 

I a duobus. illos de RHijtìoUs. H alia Intera ec.: egli 

} currìtipoiidcva alla stima, ond'era stato ricevuto dai 

■ntini, con riconoscente alTetto, ni che poteva nei iinoi atti 

[amani civis et advoeatus favittinns (2), per la eiltadi- 

pza che gli era «tata conferita. Ippolito, giovinetto qui col 

iAre aveva vissuto, sino a che questi da Clemente VII non 

e chiamato ad altri uffici, indi a Roma, ed egli stesso in- 

mininato per 1» via del trono {\i). 

Ironia di eoac! Il tìglio dì colai, che aveva reso servigio 

I, Laderchi, doveva poi trovare nn Ladcrchi ad agevolargli, 

) diciamo qui come, il possemi^o d'uno kStuto! 

IMncÌl)c della Chiewi, conservù memoria di affetto i- di 

tetitDdine pel paese che cosi lienevolniente aveva accolta Ih 

M) Otr. Apptndtee. n. III. 1. Iitrunieut» SO ago«lo 1533; Landn di 8ÌI- 
1 Alilotrruiiliiiu. Vt-<t. ul ii cuine i>RlÌ ni mostri der«ireiiii> verso ia Cn- 
taiU- 

[ (à( Cfr. ToxnDJir. op. cit.. p. 7(«. 

[ (8j Uba dpllp ìKritciAiii tippORtc augii htcUì trlonrnll pri-tti In nriiuiioiir 
glo da FannM. il t(iie«iii. aiipunto, nrrrnnn: 

Hae (ilurì)»»" HOiili 

Crtm Hiu" mtillo vUlt ■muro PiH..r. 
w KTimil unti», hiw «u iliim imrviilm niiH», 

'. ToRDinti o^. ril., p. 721 e Zuccau. Croniche di Faetua, cap. CLXI 

.. >|UÌ a p. MI}. Lo Zvi-cuLo vuole cho IppolJtA Aldolinuidinn «ia unto » 

in Ived. qat a p. 8se). cfr. Intuirla A. Zonani, Rtprrlorio drtVanlico 

lino Comunalf di Fano, F&no. Soaciaiaaa. IKB'<, p. Safl : • Alitotiran 

i Iiipalito. nulo a Fuo. quando 11 padre di lui ne era (toTemston- 

, pur due li-ttvre d'Ipiiolilu (lt>Id.| in cui rteorda c»n piac'-n- 

WtmfT nato n Fano. OHMTva però che Sitvi'Mro Aldobrandini (149»-I7.'V<I 

l InogiiIenentP in Fann ppr lìenedeltu \ei-olti, Cardinale di Kaveniu. 

1» ifovemaloriT pirpciiio p vifario prò S. Sedi! Ap. in KpiTilualilrus f( 

htporalibnii. titn Krcve di Papa Clrmmti- VII SG ninreo IbXi e rimasi- 

ttalv nfficlo Odu ai 1636, Cfr. Zukuhi. op- rìl., pp. SiJ4 e wg- 



«uu famiglia: nel maggio 1589, passando di qui «on l'Uditore iii 
Rota Monsig. Bianchetti, fu invitato ed ospitato onorevolmentir, 
come 8i addiceva a un cittadino di bì alto grado (I). Avees'egli, 
papa, egualmente rispettata la gratitudine elie doveva legarlo 
a Catta il'Este! (2). Ma certamente il peso della tiara valse più 
che non la voce del cuore. 

Cardinale, em aitato dal Consiglio Generale di Fifaza 
t per vive voci » (3) eletto Protettore della Città, dove In w 
moria ileìV honorato Stto padre e sua famiglia era sempre 
stata e rimaneva viva tuttora, e dove le sue affettuose offerte 
dì amicizia e di difesa (4), in quei tempi, in cai la ginatizia 
era un mito e la prepotenza nn diritto, aveva suscitato eoo 
subita e riconoscente. La Comnnità gli aveva allora fatto dono 
di uu ricco bacile e di una brocca d'argento, acqaistata appo- 
sitamente per Ini a Bologna (5), 

Pontefice, aveva trovato in Faenza amorevole e pronta 
dimostrazione di devoto ossequio in ogni circostanza, e offcru 
di aiuto materiale (6), sino dall'inizio della messa in campo 
per la tanto giusta impresa lìi Ferrara, offerta tanto più 
premurosamente accettata, in quanto non piccolo em il M- 
sDpiu di danaro in cui versava la S, Sede (7), E8cm|)io questi), 
dato alle altre città della provincia, che, avendo conoseiuta la 
prontezza con cui Faenza aveva offerto aiuto al Papa, ne ri- 
chiedevano informazione al Magistrato, per meglio regolare i 
propri atti (8). 

Lo stesso nipote, il cardinale Pietro, da Ini cliismalo 
— per quanto a malincuore (91 — alla direzione dell' im- 



(1) Cfr. JiwrHihce. n. 111. 2. 3. Onserva 


n«hf ohe Ippol 


liiivomatom ili Imola nel 1570. e Giovanni biio 


fratello maggi 


il*li<io1a pare net 1A70. Cfr. Ferbi, Indice 


ommario. Atti 


jmin II, p. HTl-75, in BiW. Con.. Imola. 




(Sì Cfr. ClLT-tOiBI, cit., p. 6. 




m Cfr. Appendice, n. 111. 5, 6. 7, s. 




(4( Cfr. Appendice, n. Ili, 8. 




(,i) Cfr. Appendice, ii. HI. 9. 




tm Cfr. Appendice, a. IV, tì. 




(7) Cfr. CiLLEcnw. cit.. p. 15. 




(K) Cfr, Appendice, n. IV. 18. 




(3) Cfr. C.1.UQ1BI. cil., p. 39. 





k « ocmvBjtsnWE FAiimnji > del i 

, si prufewjuvii /p'T inclinili ione hvredilnria i: di propria 

WelMione amuroBn dolla città (1): riceveva con oiiure i genti- 

jlnomini die il Magistrato nel iliucnibre del '(17 gli spediva 

Kìncontro a Riiiiini e, ceHHata l' UHto. aceondtsccndfva al dcNì- 

Bderio della f^oinniiìti^, annuendo a quanto gli veniva doman- 

Of circa l'slluggiu dell' cscrL-ito (2). 

Ma alle ragioni di l'ainiglia, Ijcn altre e più influenti forse 

I aggiungevano: l'essere Faenza allora la piò importante 

Beittù della Romagna, ui che i]uc»ta veniva gpewu.- volte cliia- 

pniAtH Prorinnn ^{leniinn {S)\ la meglio fornita di ricchezze 

laturali; quella da prefcrirni «rrategieanieiitc, porcile eon- 

Ifinaute direttamente con gli ultimi lembi del Ducato di Fer- 

•ara in Romagna, e quasi egualmente distante dal ('ai>oluogo 

Ideila Legazione e dit itologna : l'aver c^h modo e capacità di 

iccoglìere facilmente ed nnoratanicntc o»ipÌti prineipeseliì ed 

^ate nnmeroeia, come ne aveva, (Kichi anni prima, dato eccel- 

Klente prova, alloggiando Gio. Francesco Aldobrandino, clic 

moveva eon gli eserciti pontifici contro il Tnrco, alla volta 

Ed' Ungheria! 4): il poter mettere in campo genti d'arnie e cedere 

nBrtìglicric (6) (il cardinale Aldobrandino ne era assai sprov- 

risto e w ne disperava, mostrando di non avere Hcrupolo di 

Kir fondere a tale uopo le campane di S. Pietroi (tì); l'ap- 

urtcnerc all'esercito dapitani Faentini (7), fra cui (tio. Batti- 



(It Cff. Appendice, n. IV, IK. 
(8) C(t. Appendice, n. IV. 17. 

(81 Cfr. Tosooni. ùp.cìt., p. iixi'"': I^ Bomagna ri*-nr homi- 

lala l'rovincia Faentina. 

(Il Cfr. Arcli. Uom. fwn,. Rfltorx della Prorineta. ISSA. v.il. XVI. 
U pa»». PC. 

(6) Qfr. Appendice, n. IV. 7. i. 
(B) Cfir. Cti.i.iai.111, op. «*(., p. ih. 

(71 I) >lon. Ananio Huiui del R. l.Wn Turrifdlli di Faunxn pnUblI 
torà. Dolla HUft rlt^ntruziovir per mrchIii iìdII' Archi vi <i Aexurrini di Fm-nx-i, 
Irlta iinair <'■ iiwll" Il prhiin doppio fAiirit^nlo prcredato iln ima nnldvo- 
. Inlrodiizìinti fvddi Fam. »4-!U ilrlli risinnipN dni R, l, S. Af\ 
ilvkitotti) il Oliirnin^nto di feliciti) prratJilo dai capitani e. nlHcìali )lci* 
['(•errilo L-ccltMiiiuiUco della Unrrm di Pertani. o la nota di «m\ captUmi 
I «flicf Ali, rbe HHKue n tjil gliirutnvoio ; il lullu Mtralto d» yuei centune dì 
pilzlc e iloenniimti cUc. boIIo nomi- di Liher Hubeua ài Ser Bernardino 
RoMcrvMi m'Il'Arrh. Cii|iit. ili Fiwnza. — Tra i d'atti rnpltani 



sta ScTeroli quale Tenente generale della Cavalleria; faruno 
considerazioni che dovettero certamente aver peso grave sulla 
determinazione del luogo, ove stabilire il campo geuerale 
portato prima da Rimini, su su fino a Solarolo. concretare 
gli accordi preliraimiri e firmare la Convenzione. 

E le previsioni Ijen furono realizzate. 

Qui i Cento Pacifici, in precedenza adunati dal conte Ga- 
brielli governatore, avevano decretato (l) (28 nov. 15971 che il 
popolo faentino dovesse, nella contesa di Ferrara, riiiiauiTc 
fedele a Santa Madre Chiesa, e cnstodirc con ogni iDdiutria 
e sollecitudine le porte, il palazzo e tutta la Cittii e niostrariti 
pronto in servizio ad onore di N. S. ; avevano eletto otti- 
Uomini del Numero (dne per quartiere) a provvedere qnanto 
fosse necessario (per Porta Ponte furono il Magnifico Alfouw 
Pasi od Eugenio Pritelli, — per Porta Ravegnana il Magni- 
fico cavalier Gabriele Calderoni e Pellegrino Zoletta, — per 
Porta Imolese il Magnifico cavalier Silvestro Rondatiini e 
Virgilio Panzavotta, — per Porta Montanara 11 Magnifico Co- 
lonnello Vincenzo Naldi e Camillo Anuenini); avevano luIìik' 
stabilito ben dodici capitoli, per regolare la vigilanza. II ohe non 
essendo semliralo sufficiente agli Otto eletti, in una successiva 
adunanza (11 die. 1597) decretarono altri due capitoli, confer- 
mando la necessità di seguitare nella custodia senzfi jìrrhT- 
meftere diligfinlia nlaina necessaria. 

Disposizioni speciali vennero impartite, particolarmenlo 
))er l'acquartieramento dei soldati in cotti rigida stagione, e. ben- 
ché la mancanza, cui accennammo, degli atti di qnesto period» 
di tempo ci vieti di dare minuti particolari, pure troviamo 
che i Conventi stessi non furono rispettati, per dar posto alla 
sopravveniente soldatesca, sì che possiam dare una lettera 
con cui le monache della Trinità del Borgo piatiscono intorno 
allo sgombero del convento e al loro rifugio in quello dì 
San Maglorio (21. 



non trovuxi qiipnio Q. R, Hevi-mìi, forsf |>i'ri'h^, ossi^diIo uno dei unenti fa 
capo, gli era ik-ferilo l'obbligo del gjunitnunto in itlln- mani o rum pavtt 
en venuto più L'ini! a prender parte all'impreM. 
I) Cfr. Apptniiier. o. IV, io, il. 
Cfr. Appeiìilice, n. IV. 14. 





StJLU « CONTEMZIOMB FIBNTINA > DEL J 

Il canliualc Itandinu jioi, Ic^atu della Proviucia di Ro- 
BiimruH e dell' Esercito ili Ravenna, portò la utta residenza 
, Faenza (1), dove, il 7 ottobre 1597. «ra stato, con solenne 
roto del Honsiglio denerale, elcttu net numero dei Consi- 
ktierì in luo^o del delfinio dott. Ginlio Laderchi (2). E mentre 
pveva r^ccomanduto, se ve ne fosse stato bisogno (3j, di pre- 
r con amore servizio alla $. >Sede, dava poi ordini impeciali 
Kr rarrnolamento di guastatori faentini (4) da spedirsi al 
mp» di Cesena al loro culonnello Fontana, e dettava infine 
luinnte e precise disposizioni per i servizi di trasporto e di 
tjiprovvigionamento dell' eseruito (5). Ad esse, come accen- 
tano le due iscrizioni maggiori (6), fu soddisfatto in modo 
mpio e senza pregindizio d'alcnno: cosa che parve mirabile. 
I appare anche oggi de^a di nota a citi consideri cbe nel 
nior dell' inverno e tanto sollecitamente sì dovt a si tnnsì- 
bta copia di ospiti provvedere. 

Mi duole che la mancanza d' atti speciali e scgiiatauienle 
Bel IJbcr fxpaììr.fioniit Ferrariac già menzionato, mi impe- 
disca di darò particolari più minuti di tinelli olTerlicì dal 
Tonduzzi i7): mi piace però di riportar qui un lirano di questo 
autore, che, di mezzo secolo posteriore airimpresa, cosi parla 

^ della permanenza dell'esercito in Faenza (8): 
M& gloria e Undt? non ordinari» rìiiortA i|uea[a l'atriii ilfll» 
commodit», et alloggio, che diedi' k nn titntA l'ssiTcito con lantì 
Pruneipi, « Capitnni; liavpn il Consiglio Generalo rìisiicnsato tt'varii 
cittadini rnrii o diversi ofllcii di sopra intenderò, chi alla Bpdsn drl 
|;PBDP. chi del vino, et altri ali» ditktrittutioni del quartieri, altri 
Mpra te biailt-, |iHgti», fieno, e legna, n tìne tiiv. ugni cosa iiashrsni' 
online, ■> niuno restasse in tanta moltitudine derrauilato del suo 
jovutOi et in fatti riuscì tale Tapiiarecchio, e con tanta copia, che 



(11 Cfr. Apptndkf;. n. IV. I. 
«) Crr. Appendice, n. IV. 8. 8. : 
(8) Cft. Apftndia. n. IV. 6. 7. ) 
t«| Cfr. ApptndKt, n. IV, 15. 
(5) (Wr. Appendice, a. IV. I«. 
(B| Cfr. Appendief, n, V, I. 2. 
(T) Cfr. Crùniehf ae\]t, Zuirni.o. i 
Il Cfr. Tdiiddiii, np. rìt.. p. T16, 



Une alla pre^enti^ ineinorìn. 



quantunque il numero fnes? mag^oro di quello si ent piiblinttu. 
et il ligoTit delU stagione non ordinario apportasse magtnoiv la- 
commodo. 1^ bri^ nel far condurre tanta qnanlitk di le^a, pafrlta, 
e fieno quanta bisognava, di otodo che si fere conto psacni eon«a' 
mai«) un ^orno ytt l'altro 40 «airi iti lef^a grossa, olire la mi- 
unta, f 5l) i- piA di paglia, e fieno, non mancò perù mai cosa alcuna. 
prr la ililigrnta dai provcdttqTÌ nsaiA. Le robbe poi con»ne»til>ilÌ 
non M>)o a Decessile, ma a delltia sovra bondarono. in modo clip i 
cit)»poni non valsero tual plit ohe 3 puU al paro, o ì ^ralli d'India T. 
SUvano ancora eontiniiameutiT dentro la città 40 carri con dur-i 
pani di buoi prr eiascano. accìA in ogni uccnrrenca non fnstrni 
ritardati i c^riagci. Ha mirabil co» Ira l'altra fu stimata, clic la 
laoia naolUtadlne. e divertila di petsune e natlonì, ■•in ai wBttaM no 
■intiiM dUpiaec^rc, cunicse. e dogliaua non uiln lìtì «oldati lia 
lonv ma «e Beno ver*o ■ cittadini, e il popolo, tanta era l'obr- 
dimaa cfce i (oldali, » gl'ordini rìgoroei dei capitani. * la todl- 
afaii«n«, «be kebbeio qvcgll de la città, e questa di senrire ìa 
quest'oocasioM coB ogni «Miao d'hllarilà \*iei e pranb^ia al mi» 
Prenrfpe: in lumnu fn da tntli utiversalmeate stintalo, cbe ne pia 
copioMk w pjà ordisata proTiaioM* poteraaì far». 

Vero è die pri (Mementi le irtnoàtmi Aate boa faivno 

lMH|.xi lar^bo ^l'. *.i che la C'unnnità, i-lie aveva dfn-nlo 
melKT 99 hoil«^)i. ebbe non p»ck« noie i>er la liqaìdnzitmc 
dei cttBipcnsi. Ma U hm^yoM volontà ilei cittsdini ottenne aocbe 
i}oi rRtnltAti ìMwldisfatvuti : tlepstaiìou speriali fnniDo fatte 
per rìvtHlcre Iv mite d«:ti osti e per «»initurt: le prete# 
dì ri«arriiu«&t4> delle ckìv di privati, in eati» delle milizie 
mémrri»s frrrmriam, t]aa]itUM)«e a tale rùurimeuto o^tasM 
r«rdiae del C«rdinale le£:s(o, U qiafe neoontUHÌjira la ina«- 
lÓM patr$tR>onia e riehiedera di TVfifiean ì eouì : ed Eaeenio 
Fritelli e Giallo CV«aiv Fmai tVhrro ia eompenso sei |n*- 
9trma Settw/tiai per l' opera ■ tsl B<^t pt««tBU ',i). 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 :355 

Forse la Comunità non riebbe integralmente le armi (1) 
e gli utensili militari ; ma esultò ed ebbe lode per V « apparec- 
chio » fatto, e acquistò nuovo titolo di benemerenza presso gli 
Aldobrandini. 

In hoc stellato thalamo, come dice T iscrizione della Sala 
delle Stelle del Palazzo del Comune di Faenza, fu dunque 
firmata la pace e la devoluzione di Ferrara a Roma; qui il 
Grillenzoni e il Laderchi, essendo il Rondoni rogante, assi- 
stettero come testimoni a ciò che Lucrezia prometteva e fir- 
mava per don Cesare ; qui pure il Matteucci e il Valenti 
intervennero testi per l'Aldobrandino, essendo arcivescovo di 
Ragusa il primo, suo secretario il secondo, e poi cardinale e 
vescovo di Faenza (2), ambedue suoi fidatissimi fautori. 

Firmata la Convenzione, il Vescovo del tempo, Giov. An- 
tonio Grassi, nipote e successore del Vesc. Annibale Grassi 
bolognese, che nel 1581 aveva consacrata la Cattedrale, e il 
Governatore, conte Gabriele Gabrielli eugubino (3), Tuno sulla 
facciata del Duomo, l'altro .nella maggior sala del Palazzo 
del Comune, apposero due iscrizioni (4), incise nel marmo, 
per tramandare il ricordo del fatto. 



il 80 giugno (e. 244*>) d€ bonis faciendis damnis per J). Hier. Marchi- 
num occasione militiae Ferrariae. Una lite pure fu mossa da G. Cesare 
del Pane contro il Comune per rifacimento di fieno consumato dai cavalli 
dell'esercito (gennaio ir>99). Volendo poi il Papa conoscere la spesa che si 
è fatta per causa della soldatesca della guerra di Ferrara per poter 
poi fare la distributione giusta di quello che toccarà a ciascuna Co- 
munità il Card, legato nominò Francesco Rondinelli, persona intelligente^ 
a Deputato, Commissario e Computista in tutta la Legazione di Ravenna. 
Cfr. Libro Rosso, in Bibl. Com. Faenza, voi. II, e. 15, lettera del Legato 
Bandini 21 agosto 159S. 

(1) Il Legato comandò al Governatore di F.ienza, con lettera 29 ago- 
sto 1598, di consegnare alla Comunità di Rimini li cinque pezzi di arti- 
gliaria, sedici palle di ferro, dua di marmo che in occasione della 
guerra di Ferrara furono condotte in Faenza il 23 novembre 1597. 
Cf^. Libro Sosso, cit., voi. II, e. 13; il 14 gennaio 1599 altre armi furono 
eondotle a Baveuia ed a Bologna. Cfr. ibidem, voi. II, e. 16. 

(B) n '^^/ftftftSàlÈh ^^'f "^^ mette nel 15:)8 un Battista Valenti da 
fA .9)nvÌ, flB>VWIilH^|M!taBBa. Cfr. TAzzursini in Messeri cit., p. 17. 

** AI "-^ — ^ 1600 concessa la cittadinanza faentina pt»r 



GAETANO BALURDINI 

Il Gabrielli volle acolpita l'epigrafe arf aeternam 
clari facti wemoriam, alque ad perenne Farmtinomm fidei 
ac lìevotionis testimonium in Snmm. Pontificem et S. R. E.; 
il Grassi, fece porre, ne tanti facti memoria ulto un^mtm 
tempore (leleretur, la lapide in omnium prospeetu. 

Il Magistrato però (1), tardo, come tntte le ìstituziniu 
cittadine, alla custodia ed alla cura delle memorie storiche 
della Comunità (e gli Archivi offrono purtroppo un eaempia 
di Biffatta negligenza (2) ), indugiò a fermare in pubblica iseri- 
7.ìune il ricordo del fatto. Esso rimase tuttaWa vivo nella 
moria del popolo, si che fu assunto ancUe nei giudizi a Btaliiltre 
termini di confronto nelle controversie, quasi formasse epoct 
nella storia contemporanea (3). 

È ben vero che gli Anziani del bimestre di gennaio e ili 
febbraio 1508 ricordavano ai loro successori l'obbligo in cni 
era il Comune di fronte ai posteri, avvertendo che nim saria 
se non bene che nella Camera del Palazzo, dove si conchìuK 
l'accordo di Ferrara si facesse con pittura a friso o d'altro, 
qualche memoria di quel fatto (4), ma forse ciò fìi anche |Mf 
Ruggerimento del Legato, che in vista del prossimo viaggio' 
(li Clemente Vili a Ferrara, prescriveva che venisse adomalo 
il pubblico Palazzo con le armi dì S. Beatitudine (5), E il Con- 
siglio si occupò della cosa e commise al dotto Gregorio Zne- 
colo e a 6. B. Ramoni di sovrastare alle pitture da farsi ìd 
palazzo, de Historia adeptionis Ducatus Ferrariae (6), pittore 
che vennero eseguite da Antonio Zannonì e da altri. 



(1) Erano allora di;) Mogisirato < Dominus Bartholomen» Nico^rUa 
Art. et Hed. DocL Prior, Doni. Andreas BbUIsìub. Vergilins CaBaliiw. Dm. 
BqaeB StephuDos Pritelliis, Pelnw Mnrìa Zannonns, set Francincne de T»* 
rellis. TiDccntiuB Meugolìnus et Hieronymus Eog«!us> (1" liimestre ISMI. 

(2) Non mancAno notizie Hnllo sperpera delle scritture delU ComnaUki i 
ma di rìù in altro luogo e momento. Cfr. la prefazione cbe il Mmctt dL 
ha apposto a G, Billibdiui, Inventario dei Codici e delle 
deU'Arch. del Comune dì Fatma. Faenza, !90S; e l'opnwoli 
che ne ha tratto. Faenza. Montanari. 1905. 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1508 :357 

Restauri posteriori hanno distrutte tali pitture cominemo- 
rutive, non essendo che puramente allegoriehe quelle attual- 
mente esistenti nella Camera stellarum del Palazzo (1). 

LMscrizione vera e propria, cosi com'è ora, probabilmente 
fu apposta molto più tardi, insieme con Taltra accennante che 
il Pontefice cavalcò per la Città (postrid. Kal. Jan. 159P) di 
ritorno da Ferrara verso Roma : forse nel 1728, (|uando fu 
compiuto l'ultimo grande restauro del palazzo; e mi conferma 
in tale opinione il fatto che ne il Ripa, ne il Tonduzzi danno 
alcun cenno delle iscrizioni stesse. 

L' iscrizione del Salone, però, tempore obli terni am, venne 
ristaurata daj^li Anziani del primo bimestre del 1678 (2), ot- 
tant'anni, cioè, dopo l'avvenuta Convenzione; e fu oi>era 
benemerita, benché forse non vi sia andata disgiunta la vanità 
personale dei maj^istrati, naturalissima del resto in quel secolo, 
di ap:giungere il proprio nome a^li altri ^ià consegnati alla 
storia. 

Ecco dunque la Convenzi<me, — al cui fortunato esito 
tanto contribuì la fibra tenace e il carattere deciso del Legato 
di Romagna, il cardinal Bandino (.3) — accettata da Cesare, 



(1) Lo camere del PaLizzo Comunale ((pielle del rappartiinicnto nol>iI<>) 
pi>rtano tutte un nome : del 6V>7e, delle Stelle, delle Uose, GaUeria (^e. 
[da non eonfondersi qneHt* ultima con l'altra del Harozzi, facente già parte 
dell'appartamento dei Cento Pacifici!, in relazione alle pitture dei sof- 
fitti o delle pareti CHeifuite da « Vittorio !)if;arì Pittor fi(^irÌHta, e Stefano 
Orlandi quadriRta, val(>ntuomini Bolo^neni >. C'fr. la mia memoria. / Va- 
Uizzi pubblici di Faenza di prosHima pubblicazione, da cui hì apprende 
che la camera del Soie fu costruita appunto in questa occasione e dipinta 
per rappresentare « l'istoria dell'andata del card. Aldobrandino in Francia 
« per pacificare insieme il Re di Francia ed il Duca di Savoia »; la camera 
delle Rose fu ornata di un fregio « che conteneva la gu<Tra d'Ungaria ove 
«era boono aiuto di cavalli e pedoni di Papa Clemente ottavo»; intomo 
a quella delle Stelle fu dipinto «tutto l'apparato di Ferrara, dal prin- 
« cipio sin che si andò al possesso di quella cittìi ». 

(2) Cfr. Appendice, n. V, 2 (2* parte). 

(8) Si noti il testo della sua lettera S nov. 1597 agli Anziani di Faenza, 
eoi. dftto im ordino, dichiarava di « non voler sentir altro che T {stessa 
w. OtT* Appendice, n. IV, 7. 

».• Soie. — XXXVIII. 23 




358 (i.VETANO BAI.I.ARB1.M 

omologata e ratificata dal Pontefice iu Coucisturo. con la 
missione delle pene, censure ec. La tratjedia — dice il Mb*' 
ratori — è teniiitiata. 

Avvenuta, senza strage, la devoluzione del Onesto, ri- 
messe le colpe, ae<inietate le coecieiize, mancava il coruoa- 
mento all'opera, che parve, per la sna Hotlccita rìn-icita 
« doversi riconoscere ini mediatamente dalle mani <ii Dio > il); 
tanto più che Cesare tentava forse qualche novità e srrehbo 
potuto trovare in Venezia o in Ispagna ainto efficace (3). 
Fors'ancbe i malumori avrebbero |>otnto turimre la i}niet« 
del posse»'»!, quantunque l'Aldoln'andino avc«»e già. come ni 
accennò, bandito i « Capitoli generali »; occorreva iot^ouinui 
tal atto esteriore che. eoi suo peso universalmente accvtt&tu 
e riconoseiiito, facesse rientrare Ferrara in iuTta potHiionr 
nello Slato ecclesiastico; occorreva il fasto e i' inceiKM) pd 
popolo, la solennità della cosa fatta i>er la politica ; occorre™ 
il trionfo. 

E Cleuieule Vili lo riportò! 

La.'^ciata Roma il 13 d' aprile del '9è, si mosse, con lungo _ 
solito dì Cardinali, di Prelati, di f^nle dì Cnria. alla voto. 
di Ferrar:», gi;i prr.innnnciato alle Comunit;» dì Ronioj^ua <1»1 
Baodino, che rictiiese a tempo ed intimò il rifacimento dellr 
strade, l' abbellimento delle porte della CittA con lo stemma 
papale, la decorazione dei pubblici palazzi (3). « Lo precede»-» 
* d'on giorno il Sacramenti' Eucaristico in un tabemac«I« 
« preziosissimo, portato da una mala bianca, con acciim])»- 
« ^namcnlo di Vescovi e Prelati numerosissimi, e assai con- 
« fratelli deU'Arciconfratcrnita del S,S. Sacramento di R<.)iiia, 
■ tutti con torcia accesa » \i). 

E le cittit di Romagna sperarono nella venuta del Prìi* 
cij»e e si pre|)ararono a riceverlo con onore. 

Già i Consoli di Riminì. ove fa capo la via Emilia, prìtt 
ancora della sna partenza da Roma, avevano invitalo le Co- 



r 



II> Cfr. C>Lii«iu. Mj>. ni., p. Àt tacta SI. Lielter* Aeì Cnrd. IMttÈf.* 
ClrtDTDlf Vili papa, da Femn. IS m»no là9S. An-h. di St. di 
li) CYr. ràtiia^Bi. op. ett.. p. ~S3. 
iSi Cfr. Appendicr. o. VI. 1. 
(41 CTt. Bilbthi. ojt. cit.. p. 91. 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 359 

munita della Legazione a mandare oratori e a formulare un 
memoriale riguardante non tanto i bisogni particolari, quanto 
quelli dell'intera provincia (1). E a Rimini una nuova soddi- 
sfazione attendeva il Pontefice: Cesare stesso veniva a por- 
gergli di persona attestato pubblico della sua devozione! (2j. 
Clemente Vili, ricevuto il saluto di ^Romagna, prosegui per 
Ravenna, passò per Bagnacavallo, per Cotignola, per Lugo, 
ove pernottò in Rocca, V8 maggio giunse di sera a Ferrara, 
e il giorno 9 vi fece solennissimo ingresso (3). 

E Ferrara nulla ebbe ad invidiare in quel momento, alii! 
troppo breve, alla Corte Estense e a nessuna Capitale del 
tempo. Ambascerie d'ogni parte venivano ad ossequiare il 
Pontefice; feste, solennità resero lieta Ferrara e le ridiedero 
un simulacro di vita florida e fastosa, che doveva ben presto 
finire. Dal maggio al novembre il Papa vi risiedè, come se 
queir inusitatamente lungo soggiorno fuori di Curia fosse ne- 
cessario a rintuzzare le scerete armi nemiche e a sconvolgere 
i loro nascosti accordi: vi trovò onori sovrani, accolse gli 
oratori della Provincia e con loro trattò dei bisogni delle sin- 
gole Comunità : a Faenza altresì diede prova di benevolenza, 
disponendo che la lite, quasi secolare, che si protraeva fra la 
Città e i Monaci di Porto di Ravenna circa il possesso di beni 
entìteutici in Madrara dai medesimi pretesi in mancanza della 
linea Manfreda, avesse finalmente termine ; e ciò fu fatto con 
una speciale transazione (4), per gli atti appunto di quel Ser 
Francesco Rondoni che aveva rogato la Convenzione Faentina. 

Intanto si senti prossimo il ritomo del Papa, il quale sa- 
rebbe venuto per Bologna, lungo l'Emilia, a Faenza. 



(1) Cfr. Arch. dol Coni. Faen. Acta Consilii, V, 19, e. 219^ b, e 228» ^, 
furono eletti ad oratori (1** aprile 1598) Gregorio Znccolo, il eav. Giacomo 
Zanelli e Gio. Batta Kanioni, e venne data facoltà agli Anziani ]>ro tem- 
pi tre di preparjire il memoriale. 

(2) Cosi il Balduzzi, op, cii.y p. 91. Non mi è stato concesso trovar 
documenti su questo fatto. 

(8) Il TowDuzzi, op. cit., p. 719, pone nel 7 1* arrivo del papa e nell* 8 
maggio la sua solenne entrata in Ferrara. Seguiamo la versione del Bal- 
mjxu, op. cit, 

<4) Cftr. G. Ballabdihi. Inventario dei Codici e delle Pergamene del- 
PAmiik 4€l Comune di Faenza cit.; n. XIX, p. 5o. 



w 



K incredibile la febbre A» cui fa invam la cìltiidiratlire 
In uiilizia: il Cun^iglio e tutte le Aiitoritìi imniedtalaBieoti? 
l'oiiiim-iarono ad eleverò deitutatì ed omlori e a ir»>vgr 
danaro. Co»! il 18 ottobre {It viene affprniata la npcewàtà 
ili contrarr»; un prestilo di eeiiuila lire per le spese 
sarie ; il 19 venpono eletti igualtru oratori per iiieouti 
il Papa fuori del territorio coinimalc (furono prescelti (HikI 
seppe Pancttitii, il cav. Gabriele C'Hlderoni. Sehtt^tiaiio Fi 
torini e Ilartolomeo Nieolturai ('2] ) e qnattni anibaM-'iAlirTi 
fargli oiiiagpo ai confini del Coiiiniie le f«onn 8i};b<iDonclo Ho-' 
napcomi, Alfonso Paei. Cesare Naldi « Poiupeo dal I^iic ••t< 
quattro eitla'lini vengono inearìcati di trovar fnorani \*eT in- 
l'onlrare il Principe iCap. Tomaia RoadinÌHJ, c»v. Marzio .-^^ 
veroli, Girolamo Marescalchi. Fililierto Naldì(4)); (Jn-pirii» 
Znccolo e lì. H. Baiuoni, già inearicatì ))er le pittore della 
Camera SlrlìaratH, vengono deputati a soiTaiiilenderv alb 
cofitruzione di arrbi trionfali, alla pittura dello porle, a^i 
ornamenti della (.'ittà. 11 2S ottobre Silveìitra Rondinini e Ce- 
sare Nonni (5) vengono specialmente incaricati degli sddohlii; 
Franccseo Marescalchi. Camillo e Tomaso Amientni sono de- 
pilimi iiirallii^^io del I'jip;i, dei Cardiiiali, dei Prelaii, delle 
l!nardic(tì}. e viene ordinaU> il ristauro della Capi^ella tli 
i'alazzo e la tra«fonnaKÌone in sacrestia di qnel Camerino l'i. 
ove tanti alti mtinieipali sono stali eonchinsi e stipalali; il 2t 
sneeessivo il cav. Alessandro Dosi. Pier Maria Laea Zannimi 
e Cesare Viarani sono deputati al Pasto <?i Nostro Si</Horf '^i. 
Il 27 ottobre Andrea Scardavi, f^lon Fre^nia, Andrea Ma- 
naldini, Girolanni .Slanciti ricevono inearìeo di provvedere le 
paglie, strami, biave, eamì. le^a e viiKt(9); il^novenibrei 
Cento Pacilici demandavano ai Dieci la facoltà di oontram 



III Ctr. Arrk. ih-l l'vm. Fara.. Atta Co^ttn, t«l. IV. i 

(i> Ctr. Xrch. rii.. ìIm<(m». c- «1». 

a\ Vir. Arck rlt.. lUJra. <. Ht\ 

it> CiT. Xnk. Mt.. IMdns. <■. Ml<>. 

(SI Vtr. APffc. *ii,. 

I«) Ctr. Arfh. flt.. ihùlriB. ■ 

li» Vtr. Atffc. rti.. 

(M Cfr. Atrfc. wi,. 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA > DEL 1598 361 

mutuo e di spendere « prò honorando Beatitudinem Suani », 
malfari vendendo le fossa della Città (!)(1); il 15, Giuseppe 
Panettini, Gregorio Zuccolo, Tomaso Armenini, Tomaso Pa- 
ganelli furono deputati a formulare il memoriale da darsi al 
Papa (2) e fu decretato che gli Anziani dovessero farsi un 
roblxme di seta nera (non violaceo, come aveva proposto il 
Priore), e da portarsi d'ora innanzi sempre (8j. 

Intanto da Ferrara gli ordini erano dati per predisporre 
il necessario pel viaggio del Pontefice e della Corte: Anselmo 
Dandino, « Comissario et Proveditore Generale per il ritorno 
di N. S. a Roma », aveva già emanato (9 noveml)re 1598) 
YEditto sopra il riaf/(/io di N. S, da Ferrara a lioma, rt 

tassa fff prezzi delle rohhe (4), col quale per « rimediar 

€ air ingordigie delli liosti, albergatori, fornai, pizzicaruoli, 
« macellari, pesciuendoli et altre persone simili » delibe- 
rava « di tassare con Tinteruento delli Goucrnatori, o Podestà. 
€ Mjigistrato, et diputati in ciascun luogo, et dichiarare li 
« prezzi di tutte le robbe, che sono necessarie per il uiuere 
«tanto delli huomini, come delle bestie; et perciò comanda 
« che le tasse infrascritte siano da tutti osseruate inuiolabil- 

< mente, senza alterarle ne anche in minima parte sotto pena 
€ a clii contraverà di tre tratti di corda da darsigli in pu- 
« blico irremisibilmente, et di tre scudi per volta da appli- 

< carsi a luoghi pii, et altre minori et maggiori, ad arbitrio 
« di 8. S. Reuerendissima, dichiarando che il detto delFac- 
« cusatore con un testimonio degno di fede s' havrà i)er jìiena 
€ prova » (5). 



(]) Cfr. Appendìcf, n. VI, 2. 

{2) Cfr. Ardi, del Coni. Faen., Ada Coìiailiì, V. 19. e. 'J69». 

(.*J) Vedi la delilMTazione cousipliare portante il visto di approvazione 
del eard. Mandino, datata da Ferrara il 22 nov. l/iOS, in Areb. Coni. Faent., 
Kfttori della Provincia, I, ec. 184 e segg. 

(4) Cfr. Ardi. cit.. Bandi e Scritture Stamp., II. e. IG-J»' e 164«. 

(.'*) A dare idea dello spirito publdieo di*l tenijio. valjra qnesto estratto 
dai Partiti degli Anziani di Faenza: 

Die 25 fehh. 159S. — ///.'*'* D. D. Antìani legtptime congregati in 
lodia superiori palati] populi ahs, ex eoriim num.* D. Tlier,"" liossio, 
per partitum inter eoa posituw et per omnes fabas obtentum, commise- 
fmU mandaium prò Carnifice paulorum 90 prò execuiione lustitiae in 



Tale editto giunse, natnralniente, anche a Fiieuza ove fa 
• comandato che li busti al pasta doveseero dare la mattina 
< et la sera alesso arosto ili vitello o di cafltralw o peUti 
« antipasto fonnaggìo e frntti ». 

Ma onnai ruii hora.' Il 'iì novembre ì Pacifici impejnuno 
il Mulino della Ganga a favore del Monte di Pi«in per aver 
danaro da qnel pio luogu (1); gli ambasciatori cbr dditHiao 
incontrare il Papa al di là del territorio comunale Rono<)pc~ 
diti a Bologna, jier Invitare 8. S. a soffemiarsì a Ftu-ttia: <■ 
il Pupa, già partito appunto il 23 da Ferrara, s' ìtn^smiiiiDa n 
(]uesta volta con pieno gandìo della popidazione. 

E (]DÌ non posw, per la lamentata mancanza di atti un- 
gìuali Hpeeifici, narrare meglio l'accoglienza latta a) Papa. 
ne non rimandando il lettore alla descrizione che ne fa il Tott- 
dazzi l'I). Avvertirò solo, col cronista FaentÌDO. che ClemmU 
isÌe.vio dopo il suo ritorno a Roma ^hhf n dirf. dir tiur CiHè 
tra Vnìtre «c( suo rìai/ffio hareano fcn-duto in fornii hunnrr. 
r fioè Faenia in tlomagna. r Ancona nella Mnrm 'S). 

E terminerei aenx' altro ta presente luetoaria, ee non w- 
ImbÌ ricordare ebe Ìl Papa conceMe Ì1 CavidiCTato ai pnranl 
itndati^li incontro ; che a far fronte mIIc spese di sjhmIì- 
zione del relativo Breve di creazione essi si servirono ap- 
punto del danaro loro donato da Clemente stesso {\'\; rbe 
i|nesti [H>rmise altresì alla Città di mandare on oratore a 
Roma, per non più dì nn mese, per negoziare le cose conte- 
nute nel Memoriale consegnatogli a Faenza (5); cfao infine, 

iJhuAiu txvhhiM rtlwd-wnmnrfis fxramt^fxatAi* oc rx pu(>.->~ /tonmdia 
fiS 90. (.'hf qnfsti rsati siano faonwritì ffmrrai partigiani <li Pi nw 
>l' BWc Arrb. Coui. Faon. Aria CoHtilii. voi. 19. e. 3M ■■. 

Il) Cfr. Ai'pmdict. o. VI. s. 

lai Ctt. TospcMi, op. nt., p. 331. 

CSI Prr Iv «IH-M- soslrnnlr dalla Cownnita a t.ilr wopo. rfr. Apprmdtm. 
Il VI, !.. rfV. pur» Ms*. ddl H««iiui in Bibl. Coiu. Fafn. voi. I. a \i- • 
Vii.ii»iuu. ihitli'Ui. fu.-*. (». PI». JiM* !■ fxtf. 67, pp. 1--.. 

1*1 Cft. At'pfdttT. u. VI. n. Ai Palsfrrnirri eJ agli Alaunii 41 t^ 
iiii-fH iIpI r»pa vnnr t»tin tot lanlu n-r^lo il.il CniDtiti>- ivntl Aebt ClHt 
iitit. in \trh. l'it . n>l. lU, r. fT>'. i din-tnbn 1595); a mm valla qi^_ 
ni<^|i- Vili (l<Ui>> uiia «Nunu aJ i^ìavbdÌ rW l'ari'raiio inrontnlo 
le mira»- jw! Tl|Hrti> In .\n-li. rli.. tbiiirai. e. j;tJ*l 

(Jl l'tV. .IfiffTHrflcr, n. VI. li, 




SULLA « CONVENZIONE FAENTLVA » DEL 1598 303 

nel maggio del ItiOO, poeo più di un anno dopo il passaggio 
del Pontefice, il Magistrato commise a Giovan Battista Ber- 
tnzzi juniore, pittore faentino (1), di decorare il Palazzo Co- 
munale con le armi del Card, legato di S. Clemente (2), della 
Comunità, del Governatore e di Papa Aldobrandino (3). Ma, 
avendo avuto a mia disposizione il Codice manoscritto con- 
tenente una copia delle Croniche di Faenza di Gregorio 
Zuccolo (4), il quale fu appunto, come vedemmo, j^^^^'^ mar/na 



(1) Questo BiTtiizzi o Bertucci fu valente pittore, ultimo delLi sua fa- 
mit^lia, iniziata firloriosamente dal G. B. Seniore. 

(2) Il Card, di S. Clemente della fanii((Iia Sangiorfiri <• <l*'i Conti di 
Biandrate nel Monferrato, fu Collegato nelle legazioni di Koinagua e Fer- 
rara all'Aldobrandino: alla morte poi dì Mon». G. A. Grassi fu eletto ve- 
scovo di Faenza (1608). In Duomo, all'uscire del Pres!»iterio. leggesi una 
lunga iscrizione laudativa. Mori a Lucca nel 16<)5 e fu sepolto nella (Cat- 
tedrale. Cfr. r Azzurrini in Mksseri, op, ct't.^ p. 4. 

(8) Cfr. Appendice, n. VI, 6. 

(4) Per lo Zuccolo, uno dei più insigni cittadini di Faenza, efr. Tonduzzi. 
op. cit., p. 726, ove il Gavina, prosecutore dell'opera del Tonduzzi stesso, 
dice : « e perchè non cader;^ pili mentione di questo Gregorio Zuccolo. sap- 
« pia.si essere stato quel Dottissimo filosofo, che scrisse molte opere in tal 
« materia, delle quali perO altro ntm si vede alle Stampe, se non un grosso 
« volume sopra la Posteriore d'Aristotile, nella qual* opera veramente egli 
« h:\ dimostrato la finezza del suo ingegno, superamlo «lualsivoglia altro 

• interprete, e dando a' conoscere ((uauto egli fusse versato anco nella 

• lingua Greca; di modo che dal Padre Veglia Franc«'scano professor pu- 

• blico di Teologia e della dottrina di Scoto neirvniversità di !*adoua .... 

• •• stimato doppo Aristotele .... il primo Logico, che habbiauo hauuto 

• le Scuole Peripatetiche ». 1/ A. possie<le dello Z. un volumetto a .stampa 
con 14 1/2 X l<^. intitolato « I discorsi di M. Gregorio | Zufolo Nobii. favknt. 
I Aìl'Ilìustr. et Kccfìl. Signore \ il iS iff, Giacomo Bìioncompaffnn. \ Nei 
quali si tratta della Nobiltà, Honore, \ et Anticaylie \ e con opinioni per 
lo più da tutti gli altri, che n'han | scritto fin qui per auentura divei*sc | 
con privilegio | In Venetia, ajipresso (iio. Bariletto, L'i?.*». Dedica (e. 4 
non uum.J, testo p. 2S6. Errori e correttioni (e. 2 non num.). Tav(»la delle 
cose etc. (e. 11 non num.). Registro. — Si chiude con In Venf.tu | appresso 
Giovanne Bariletto. | m. d. lxxv ». Altre opere sono citate dalla Colonia 
Enperide Faentina, di cui sotto. 

Sullo stesso Zuccolo cfr. pure (J. Ballardini. La Colonia JCsprriile 
Faentina delT Insigne Istituto Alhriziano di Lettere ed Arti lihernli, 
in Bomagna, Jesi. lOOii, fase. IV a VII. Tav. Ili, n. XVIIV « Ludo- 
«rtcìM Zuccoli — hum. litt. professor — a Frane. M. II. Duce Ur- 



. L 



.'i64 GAETANO BALLARDINI 

nelle deputazioni nominate per tramandare la memoria del 
fatt(», mi pare utile di ri|)ortarne qui i due ultimi capitoli che 
trattano dell' argomento, e che dissentono in alcune parti dalla 
narrazione del Touduzzi (1). 

FacììZii, Gaetano Ballardixi. 



CRONACA DI GREGORIO ZUCCOLO. 

Del preparamento fatto in Faenza da Clemente Vili, 
per la recuperazione di Ferrara, 

Cap. CLX. 

Nel 1598, nel line d'Ottobre, mori Alfonso duca secondo «^^ 
Ferrara, e Papa Clemente, che pretendeva ragioni in quel Stato p^^ ' 
linea finita, avendo D. Cesare d'Este cugino del Duca morto, 
8U0 erede, sebbene di linea naturale, ed incapace della successioc^^^ . 
in quel dominio in danno delle ragioni della Chiesa, ricevuto d^^^ . 
l)opolo il titolo di (piel Ducato, fece subito spedire otto colonnel ^^ 
con carrico a ciascuno di tre mila fanti, e dugento cavalli archibi -^ 
gieri, e cento lancie, i quali furono il signore Mario Colonna, ^ 
signor Mario Francese (2), il Duca Gaetano, il Marchese Malvezzi, S^ 
Marchese da Hagno, ed altri sino a otto, e fatta questa spedizione ^ 
fece citare D. Cesare a Roma, il quale, essendo comparso per mezze *^ 
dell- agente suo, domandava che le sue ragioni fossero vedute d; -^ 



« hi tu — fila Mdffisier electus — Orkuorio Zuccoli — Post Ari^totiìtìi 
< — ((pud peripateticus — logicorum principi — ut sanguine — r 
« d^tctrinn pariter — eoniuncins — virehat A. 1617*. 

(1) Cfr. in Bibliot. Liceale di Faenza, il cod. cart. s'ec. XVlll. 
28 X -'» CUI. di p. 1586 numerate, clic contiene la copia delle Croniche dello 
ZurcoLo siublctto. legato, in buono stato : scrittura corrente, intelligibilis- 
sima. Assai importante, quantunque spesso inesatto e scorretto: cfr. cap. CLX 
V CLXI pp. :J76 e se^rg., cfr. pure in Bibliot. Com. di Fetenza, il ms. del 
BoKsiEHi, dove è riportato largo brano della Cronaca dello Zuccolo, con 
alcune varianti dalla lezione della copia della Liceale. Esso è seguito da 
tre capitoli, CLX II, CLXIII, CLXIV. d'altra mano, che nella mente del 
trascrittore saranno stati forse la prosecuzione dei capitoli CLX e CLXI 
citJiti mentre ne sono un diverso rifacimento, con aggiunte e interpolazioni 
assai particolaregìriate. 

(2) siCf per Farnese, 



SULLA 4C CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 8<35 

giudice non sospetto; ma il Papa, al quale pareva giusto ed onesto 
di conservare sé stesso padrone e giudice del suo feudo, volle esso 
essere quello, che vedesse queste ragioni, oltreché le diede anche 
a studiare agli Auditori della Ruota, e finalmente le pronunziò in- 
vallide, e dichiarò D. Cesare scomunicato di scomunica maggiore, 
se ad un certo tempo non restituiva Ferrara alla Chiesa ; la quale 
fu interdetta. In questo mezzo si erano fatti i cavalli, ed i pedoni; 
ed il Cardinale Aldrovandino (1), nipote del Papa, eletto Legato del 
campo e di tutta l'impresa, dove aveva seco il Cardinale Bandino 
Legato di Romagna. Gli uomini di Faenza, desiderosi di servire in 
tanto suo bisogno al Papa ed al Cardinale, accettarono cinque com- 
pagnie, una di cento cfivalli archibugieri e quattro di fanteria, tutta 
buona gente in ordine di panni, d'armi, e di cavalli. I Capitani fu- 
rono il cavaliere Pompeo dal Pane, che aveva la compagnia dei 
cavalli, il capitino Orazio Uondanino, il capitano Valerio Maradi. 
il capitano Carlo Naldi, ed il capitano Malatesta Cavimi, i quali 
erani> i capi della fanteria. Il cami)0 si ragunava in Faenza, ch'era 
il luogo dfllii; massa; quivi si con<lucevano armi, artiglierie, pol- 
v«*re, e palle: (juivi si rasegnavano i soldati e si alloggiavano: 
r ultimo ofììziale che si rasegnasse, o publicasse fu il Luogotenente 
<Jenerale di tutta la cavaleria ; la causa del indugio fu, perchè 
avendo il Cardinale destinato il luogo al capitan (riovan Battista 
Scveroli, il quale era a Milano alla servitù del Re di Spagna con 
provisioni di settanta scudi il mese, fu necessario procurarli dal 
Vice-Duca la Licenza, e mandare uomini a condurlo, e perchè ora 
bandito dalla Provincia di Romagna, fu liberato da tutti li bandì 
favoritissimamente e rimesso, e fatto Luogotenente della cavalleria. 
Nella città fu alloggiata tutta la massa dell' esercito commodamente, 
che passava alla volta dodici mila persone, dove furono abbondan- 
tissimamente sovenuti da tutti li bisogni e vitovaglie, ed ogni cosa 
passò con ordine, e senza alcun rumore de' soldati. Venne in Faenza 
in quel tempo Madama Lucrezia dn Este, sorella del Duca Alfonso 
morto, e Duchessa d'Urbino, incontrata dalli due Cardinali fino :i 
Solarolo, e fuori di Faenza da tutti li cavalli e da un grosissimo 
squadrone di fanteria: alloggiò in Palazzo nella Camera delle Stelle, 
e quivi fu trattato e concluso l'accordo fra la Chiesa e D. Cesare, 
il quale fu: che D. Cesare restituisse alla Chiesa Ferrara, con patto 
però che avesse un certo termine da sgombrare le sue robbe, e per 
sicurezza ed osservanza Madama Lucrezia diede al Cardinale per 
ostaggi il primogenito di D. Cesare, ch'era un putto d'otto o nove 

(1) sic, per Aldobrandino. 



noni in circa, # glie lo laaeiù nelle inani, finche avegs(> cgtM ynu 
il poweBBo di Ferrara. Parti (loi il Cardinale Aldrobnndino «I il Cm- 
diiDilii Baiidino. e con cbbì il rrinoipino uon 1» compari» dc'Ba- 
roni, i' di tutta ia cavalleria, e fnnttirin, ed amift al i>os»eMo di 
Ferrara; il qualo preso die fu li ventotto febraÌo(J>. il Prtncipina 
fu reorltiiito al pudrr, e In butirra e tanto travaglio cblte fin». 

l}tUa venuta di P»pn Vlemenlr Vili in Faenza. 
Capitolo CLXI. 
l'oicliì' Pap;i Oliriiicnte ebbu racqutatain Ferrara l'anno ntpdp- 
HJitin dL>l mese di maggio (fi), parti da Itumu accompagnato da oot 
80 quanti Cardinali, e per la via ili Riinini, per i porti f per tiarlla 
di Bavunnii, di Bagnauavallo. e di Cottigiiola, e di Lugn, ■■ truftri 
a Ferrara, dovr stette da sei meni. La città gli mandA tre amba- 
dciadori nell'arrivo Him a Riitiini a rnlegrarsi dell'arrivo ano a «al' 
vaiui-nto in Romagna (II), e a<I ofTerirli, t^omu n hiio suprctoo Rifntir 
Piulrone nato ed allevalo in Faenia, tutte le e.omodltA. rh'naa li 
|)Oteva dare per qnnl viaggio. Ce ne manda poi nn'altra a Pernia 
domaudata d'ordino suo per accordare la lite di lungo tempo eh'avera 
In itittfc co' frati di Porto lop» i torroni già po«>rdtiti da Va»*! 
fredi. dati dopo lord alla ComnnltJt da Papa (ìlntio aeeondo, di ra- ' 
Ime di più di quaglila niilu scadi; iJLdI;i qiial i-iiiina il P.ip: 
ien£i<'i, (file li beni si restii ni Mero alli Padri. ai>eolveijdii 111 ciltà ilallf 
BppBe, e friitti clic sino a quel tempo avev.i goduto diìtti hrai («rt 
Stato che fu il Papa da sei mesi in Ferr.ira, pani iwr via di B»- 
logua, ove sì ferinA da sei giorni-, poi venne ad Imola, ove allof^< 
Ih sera, ed il giorno seguente di mattina fu ricevuto nella dtt» Il 
f^acramento, ehe uudAV» nn giorno innanzi al Papa pon tanto numtn«n 
di Fraterie, e Confraternita numerose di uomini. Il giorno 
alli dne di Dicembre entrò in Faensa Papa Clemente il giorno di 
mercoledì au le dieuinovu ore da Porta Imolooe, ed entM a ca 
ehe fu un favore fatto alla cittfi di Faenia, e negalo alla 
di Bologna. Entrato nella CittA, andò al Duomo, ove seavaleék i 
, diede la bencdiiione al 



(Il K evidentemente erraln. Dnn Cernire purtl il 2S gennai« 
braiii da Fernink, e la mattimi del Si > nd ore 17 *. eioÈ alle lii el 
AMebntndinn ne prenileva poise^so. 

iHl E inenaltor li) |iartenz3. come ilicemmo, fu di a|)riri-, 
(111 C Hlntemnlieu tale rallegramento, e ben dà Idea •li-ll(> (4iaditl>ri 
in cui alinm ai eirettnarnno i i-iaggi. Fochi anni prima l.-i Romagaa IMH 
i-ra SI.1M iiil'i'-itat;! da tma linnda di brii;auli. ehe 'ti re»- trÌM.imvnl« GWia. 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 3G7 

e si partì dalla città, e quando fu gionto a S. Lazzaro volle po- 
sarsi in quel prato a man diritta, poi seguitò il camino. La città per 
onorarlo fece tre archi trionfali: il primo fuori di Porta Imolese 
«li buona architotura e molte piture con questi versi: 

sl8 bonus, felixque tuis ; hac pluribus axnis 

Vrbe tuus multo vixit amoke Pater. 
Hac genuit natos: IIac dum TU Parvulus esses, 

NOSTRAE TE TeNERUM SUSTINUERE MANU8(1). 

Quali versi erano posti sopra la porta dclParco con una Faenza 
inginocchiata con le braccia aperte in atto <li ricevere il Pajia, che 
era nato ed allevato in Faenza dal padre, ove abitò molto tempo; 
nel secondo arco, ch'era in capo alP ospitai grande era sopra la Porta 
la Fama con questi versi 

Diu VIVA8 CLF^MENS, et totum fama per orbem 

VlRTUTUM LaUDES. ET TUA FACrFA FERAS (2). 

A destna, ed a sinistra della Fama su alto v'erano due sfere: 
in una solamente era le sei stelle del Papa, che assendevano con 
questo motto: Ortu sui» tuleruxt felicia tempora. Nell'altra erano 
le medesime stelle, ma poste nel mezzo del cielo con quest' altro 
motto : Haec Die noctuque splendent (3). Sotto le due sfere a de- 
stra era la Fortezza in figura grande con ({uesto motto: Fortis in 
recuperando (4). Dall'altra banda a sinistra la Prudenza con queste 
parole: Prudexh super omnes. Sotto queste due virtudi, ve n'erano 
due altre in maggior grandezza con questo detto: Temperatus in 
appetendo (5). E la Giustizia con (luesf altro: lusTUs in «jubernando. 
Sotto poi il volto della porta, era una grandissima stella, arma del 
Papa. Quest'era la fronte dell'arco; ma la spalla era dipinta alla 
rustica a quadroni. Il terzo fu fatto alla piazza da un canto al- 
l'altro di que' due pertichi, che sono a destra ed a sinistra della 



(1) Osserva le varianti tra le iscrizioni riportate dallo Zuirou» e quello 
date dal Tosmrzzi : 



SlB B0JIU8, « FELIX. NoBIS. 



Ha<- tu nuM piRvri.rs lssks 

( TiììHÌ.). 

(2) Die VIVA? 

. . . . ET SUA KArTA KFRAS (l'ond.). 

(S) Dir, socTUQ. LUCENT (Toìid.). 

(4) Fortis in suo sEcuPERAiino {Tond.). 

(5) TeMPERANS 15 APPETENDO {Totìd.). 



I 



r 



etnid» cdu tre purte, una nel mezxo alta e grande, « due da e 
più basai-: in cima doli' arco v'onino tre bellitsiiiie iitramiill coi 
atolle di Icgu&Die jn uima. NhI frontìijtiioin dttllH Portn »o|int V» 
maggiore, v'ora un Papa grandn, che occupava quasi tutto quello I 
H])aiÌo, figurata per Tapa Clerretite, con quoiito k>tt«re, 

CLEMENTI Vili. Pont. Max. Ueip." Chbiwt.»' coktba 

TUHC08 DEFEHSrjKl, OiLLIAE PACIFICAIOBI. BBLIOIOMS 

IN fliLLU RtlTHBRICtlU BT EoVPTO APCTORI A 

PeRRABIAE TrIUMI'IIO KrI'ITNTI (^I. 

UIVI Alll'UNSIIIII ('ti 
S. P. Q. F. P08UIT. 

A destra v'era la Pacei con queste parole: Vknit ad «ima n- 
CUBA guiGs. A aioistra l' AbbondantA con queste altre: Oopia a*nin 
LAETA PAUPEUTAs. Sotto lu Patte vi era il Po fìgurattt ìu c|ueJla fanu. 
che dice Virgilio in quoato verso: « At gemine anratus Taurino (ta>. 
uua vulius Eridanu»»! ed il molto era Septimuh vicit, CtMir- 
oCTAVo. Il Po lìgHrava il Duca di Ferrara, il quale altre volt» tolM 
» Papa Clemente VII Modena e Kcggiu. hora lia ceduto Ferrar* a 
Papa Clemente Vili. All'incontro ri era un bcHuiniP trnf«>, ti» 
rappTeMnUva la vìtti>ris di Ferrara ton questo motto: NiuTrt] 

ALiifl. CLEMENTI nATUM(4t. Alia npnlla in inenio lìell'arc ' 

niudesinianifnte un Papa poslo come l'altro, clic tÌKuniva a 
Papa Clemente con (jueatc p.irole ; 

CLEMENTI Vili. Cheisti Vicakio Vebo Hetki 
ScrccEssoKi. Pastori Piissimo, Santissimo, Vim 

LANTIBSIMO, Db» CaBISBIMO HUJUS ClVlTATIS 
ORNAMENTO CELEBBATIsalKO S. P. Q. 

Favent. Dicavit. 

A destra v' era la Religione con qnesto motto: FluBST t 
A sinistra il Culto di Dio con questa parole : VioBT CirLTTs IICI^ 
Sotto la Religione v'orano le sei stelle del Papa i 
quadro sopra il Paese della Francia, ed il motto era : Cka I 
senEL GAi.Liia DCXERUST AD IKSUM. Sotto il Culto v'era uo ^ 
e sopra li' tesie, per figuj 



(1) RujHONKi {Tonili 
|i| RinBUKTi {Tond.i. 
(S) Civi ma tupi-iss. iToH(t.). 

(il AmIS NEaiTm. ClIBfXTI <-' 

(61 Vio. 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 369 

ed il rincontro un braccio col rastello del Papa in mano in atto di 
menare il colpo alle teste dell'Idra; il motto era: Rastrum sensit 
Clava gravis (1). 

I. 

REGESTO (2) 

(ìelVIstnimento ii3 gennaio 159S riguardante la Com^enzione Faentina, 
e del Breve 19 gennaio 1598, sullo stesso soggetto (3). 

Pietro Card, Aldobrandino cardinale diacono S, Nicolai in Car- Principio 

cere, totiusque Status et Exercitus Ecclesiae Generalis super intendens dell'atto 28 

espone di aver ricevuto, veduto, letto e osservato immuni da ogni ^^^' ^^•8- 
vizio, lettere apostoliche del tenore seguente: 

Clemens Episcopus Servus Servorum Dei, ad perpetuam rei me- Bolla i» 
moriam, — (Qui comincia la Bolla 19 gennaio 1598, con cui il *^""- ^^^• 
Papa espone di aver ricevuto lettere dal Card. Aldobrandino (Cum 
itaque ■** significavit\ che gli notiiicano come, dopo la promul- 
gazione delle censure contro Cesare Estense circa la restituzione 
alla Chiesa, Sede e Camera Ap. della città e Ducato di Ferrara 
e suo comitato e distretto ec. questi sia venuto a più sani consigli 
isanioribus consiliis) ed abbia determinato di restituire la città 
e ducato suddetti, dando mandato a Lucrezia Estense duchessa d' Ur- 
bino di trattare detta risoluzione. Che inoltre detta Lucrezia Du- 
chessa {Cumque dieta Lticretia l)ucissa\ dopo matura deliberazione 
avuta col detto Card. Pietro, concluse alcune convenzioni, patti' e 
capitoli, come segue. {Concluserit). (E qui comincia la convenzione 
vera e propria stipulata in Faenza, come appresso): 

Sia noto che il giorno 12 gennaio 1598 Ind. undecima, anno VI Testo del- 
del Pontificato del S. S. in D. N. D. Clemente VITI, volentes....-^ Card. ^* Conven- 
Aldobrandinus..,.'*' et Serenissima Madama Lucretia Estensis Ducissa 
Urbini....'^ devenire ad compositionem, transactionem et pacta fra di 
loro trattati sulla chiesta restituzione del Ducato di Ferrara ed altri 
luoghi, costituitisi nella presenza di noi notai.... (Id circo) spontanea- 
mente convennero, dichiararono ec. i seguenti Capitoli : 



tlna gennaio 
1596. 



(1) (ìravius (Tond.). 

(2) Sento di dovere assai vivanionte ringraziare il chiarissimo signor 
dott. Antonio Bedeschi del R. Ginnasio Torricelli di Faenza per V ainto 
paziente, cortese, effìcacisMimo prestatomi per la comprensione del testo e per 
la formazione del presenta* regesto. Gliene esprimo qui vera riconoscenza. 

(3) I numeri nel margine sinistro indicano la pagina e la linea del 
testo faentino della Convenzione. 



., 



Ili UH 



(Hill)' 
|lt il«lt 



I 



l'rimn r.hr il Signor t>im Cesure sia nssoliitn ilalia i 
vd .tltrr )K'iK- apiriliinli, rilitsuiiiiult) Il Ducato di Ferra» vna bi |irr- 
tineiixa di Conto o della Pieve i> dd Inoglii ili R'iinapui. 

2. Che »imitmente alano aseolnti I suoi toiniatri, fuuiiglUi 
il Popnin da iliftte pi'Iiu. 

3. Che Sun finnlità ni degni pif^liar sottti la sua |irotnlnnc il 
S[g,' Don Cesare, 

i. Che Kilt permeilo al Siff.'' Ih Cesare di mandare i i 
Dei suol Stati Imperiali e uoaE jmre ai Htioi siypiacf ; compreso TAf- 
chivio con lo scritturo e libri di Camera, da veilerei da un < 
piitatn dell'Aldobrandino, *> la mclA ddir artiglivrip e mtiaiiioni 
f^orra. 

i. Che al Sig, J). Cttitre rìmxRgatiu le terre, prati, valli, pn*- 
■«ssìodì, oane. osterie e U molinelU di I.ug» v. BafnMCxvxllo. «tw- 
gttdeva ìnnauti )a tuorlo del Duo-a Alfonso, nonché i casannitt, 
stallo, cantine, granari, fabhrlolie, icIardJDJ, orti oc., che- anno fonri 
dol Castello t non sniie mnra, unn iibbli^o p«r& di readerll ) 
Cauiera Apostolica, quando quMtta li voglia comprare. 

)>. fft? r>o«ti<i n»cw>lere mvrr Vamerat i crediti «he «*Tà io IW' 
r»ra «no al );i(imo dell' nvcila. 

7. K'mtmgonB ancora a £mì il jin patTOMb) deltB Prepodnnl 
di Pomposa e della Pieve di Rindono e il dirotto domìnio rW li» 
|l^l^1«lt^'llll'nU' sui beni altodiull eht- sii spettaoit comi' crede tei 
Duca Alfonso. 

8. Che nua Santità faccia dare al detto D. Cesare .le poAseuiuat I 
delle Lame, del Oarpigiano, ch'ebbe gii il Vescovo di Bolo,Erna prt . 
la eonventione fatta col Dnca Alfonso primo. 

!>. ('Ar Io Camera Apo»toliea dia o^ii anno al S,' 
auccessori IMKM) sacchi di sali.' miì maptaiini di Cervia pel | 
e misura rhc dava al Duca Alfonso :^'. 

ÌV. Che il Sift ti.Cr*nre rìlenp) i irradi, oc. dcì Principi iI'Eatf^ 1 
mentre |nistieilevaui) Il Ducato di Ferrara. 

H. Che {ter li ttrii prefarittU tirila Badia iJi .Vonanlo/a S. ^ n 
ceda a MoiWa e a ■(ooi di Nnnaniola una Bnlla ronfnmir alla B 
nifaciana. o almeno ronce«1a di poterli apprupriare dalla «letta X 
a rim)iie ' , del valute di «i»»i beni, da Mimar»! da Periti. 

li Che in ymfa •lei Sit/. ti. Cnarr fama Carpi Città. 

1^ Ckt Vni.'^ et K.— ^^.' l'ani. AlJvbrandimu e altri f 
:ii. S. ttuu |H<«Mno eatran- in Ferrara [iriiaa del ^nnio i 
Ifen». l'^>t> nel ijual tewpo tarit |>3niio il <ì.' |ii>a Cei 

11. Ckt la S. Shi. II/.— doiHt il tal lemiM entfi ^ 
«tflcainente r ptiiweffK» cbr alrnno noo r 



SULLA « CONVENZION'E FAENTINA » DEL 1598 871 

n Che a quelli che vorranno andare col Sig. Cesare sia lecito jro- 

dere i loro beni sul Ferrarese e altrove. 

Quae pacta, quae aiììitula,,..'^ partea praefatae,..."^ proìnisenittt 

)] nihi iuricem,...'^ ohserrare,,,.^ et exeqìù..,.^ ogni eccezione rimossa, 
anche in nome delle rispettive parti, dando il Card, parola e fede 
che verrebbero ratificati dal Papa fra dodici giorni ; convenendo 
espressamente che Don Cesare avrebbe dovuto ratificare il tutto et 
hoc quia inter eon actum dictum conclusum fuit. 

li Et nihilominus renuntiaverunt exceptioni non facti.,..'^ praesentis 

intftrumenti rei non sic geatae^ foriqiie privilegio etc,^ promettendo di 
osservare le cose stipulate non ostante qualsiasi eccezione, e se le 
parti non osservassero le cose promesse, la parte osservante potrà 
prender possesso dei beni Mne requisitione alicuiuH. iudicis, e ven- 

I] derli, alienarli ec.^ e ritenerne il prezzo sino a soddidfazione del suo 
avere, danni, interessi e spese, stando T altra parte alla semplice sua 
parola, senza forza di giuramento o altra prova; — sotto pena di 

Il mille scudi d^oro, senza che, pagati o no, possa venire infirmata la 

)] presente convenzione, giurata sui Santi Evangeli in mano dei notai. 

)] Acta et celebrata fuere suprascripta omnia et lingula in Ciri- Fino del 

tatin (sic) Faventiae in Palatio Dominorum Antianomm dictae Ci- <'«»iivt'ii/.ioi 
citatisi presenti i signori Girolamo Matteucci; Arcivescovo Ragusino: 
Erminio Valenti da Trevio ; il Cavalier Camillo Gualeugui nob. ferr. 
e il Signor Leonardo Grillenzoni Collaterale in Città di Ferrara e Allotto 
nob. di Modena. \U11dat5 

(Comincia qui il mandato di procura allegato alla convenzione, 1*»^"™^* 
tuttora compreso quindi nelle Lettere papali). 

CIVAIA i> J^u 

I] Tenor vero suprascripti mandati procurae ec. NelTanno L598, x:,^^ 

Ind. XI, il di 9 gennaio a Ferrara, nel Castello Ducale e nel Camerino 
di solita residenza dell'infrascritto D. D, Cesare, alla presenza dei testi 
Ercole Estense Musto, G. B. Laderchi e Marco Antonio Ricci, il 
Sig ì),^ Cesare q." Alfonso creava (crearit et solemniter ordinavit) 
sua vera e legittima Actionum Actrice la Serenissima Madama Lu- 
crezia Estense Duchessa d' Urbino, assente, a comporre, transigere e 
concordare coi Card. Aldobrandino o altro in nome della S. S. la 
restituzione della città di Ferrara e altri luoghi dipendenti ec, da 

(] nominarsi nei Capitoli della transazione e in quei patti che pia- 
ceranno a sua Celsitudine, dando il Signore costituente pieno libero 
e generale mandato nelle cose suddette e promettendo di aver 
fermo rato e grato in perpetuo quanto da essa sarà atto, detto, 
fatto e procurato, sotto ipoteca e obbligazione di tutti i suoi beni, ec. 

EgoFranciscua g.'« Baptiste Rondoni etc...^ interfui....^ scripsi,.,,'^ Firnut d 
^ fMm feci cum signo et nomine meo aolito. mandato. 



[st(jiil Ego LMiìotintÈ Martim Cam. Ap. Noi. qni lU ntp. Imtlr. < 

]>o»ilianiii fi lran»actioni» i« mlidum una eum I>. Frane,"' w 
fui....'* hiie praruiu puh. Itmlr...,'* puhlìfiavi....' ntfuM^iui. 

(M<Ull fUffo FrnneUeus iiourfonun pub. ApMloUcn tt ImptriaJi ' 

ritatil»'» notan'i's rf emù />rr.. depHlata» ab III.—' et Jl.<** D. Cari, 
Handina in Pn>pinciae Romaadiolae dr lalerr legato ap,. prttmt 4t 
hHÌn*madi dtpuiaiioitt romrfiif in acii$ supraacripH T>. iMdoiritri im- 
Itffuì...^ in profmÌMOrum fìilem hie mr fHl/AKripui ru» niynn tt na- 

\V< |i|i Xot Ortarivii rard. Bandìnu* Proeinrìaf /foNUindwIar rt Kratr*- 

tun Bntennae dt laltrt legatu», attpsliamo che f wpradelU : 
niitMitiut notai ce. 

|l^tl»l| Dalum Faeentiae, dìt dtfimn Irrlia Janaarii, mÌtt»iuM iftiimfrm- 

taimo nonagridma oelarn. 

Kgo Slereuriun StbanliaitiM Secrfinriut >'» (lde»t MfctMVjM. 
(Kiprfode 1» tetWra giapale). 

|V»IITI) it'uHfUOf pTiufatne eonrmUoìieÈ), E poif^hA i|IIMt« «■onrtrRijoniì 

p.illi e L-KiMl»li ci (^(uivongnno. i" ■' «Irtlo Ce^nm »! {■ nna ilefM 
M\a clomrnta noMnt, noi. arata prima coi noslri rt-nerabili frattUi 
coii«nllO e deltb^nuEonc miturs. col lun> Mstnwn li acrpttlnML 
OUoIughiMMt e rMlfiehbuiKN « eonbo i dÌf«tU in (alto, «n1«oatt^ 

li'riiMil fostaii» l'ali fi altri suppliamo Inliofiar drfertHf... .*" nuppten 
ilirliisriniiiti pÌii' ilebkinn avere efficscia, <•<! obMi^hininn [ 
iioatri siirceiMori Rfiniani PontC'fici ^MMxjMf ipgot ne Sneetsaarti nantro* , 

[t: laHt fioMiiwc^ I'onlifire»'ì e ì» Snie e la Cxroera Apostolica alla loro o 

ti»iiu>) vanu: (hI iuoltrtt [et ittlfrim»\ liberiamo tanto Ceìarc <|ii.iiit(i i 

fautori, uiinÌEtri. con»ìjclÌeri, complici, famìltari. -'cn... > <■■■ 1 
iriinllcl. nlticislì r4 altri itnlle BromaDicbe e pt 
«ÌBiroli N«lÌtntamo alla nMaaniuiw doi finleli 
inv|!nlarìl4;i^ luslìauio riut«rd«tto da Ferrara e da ahri' citiò, ifE 
(Il '!«} e latt)Cl>ì arile no»lrr Irllprt- «Aprrj^i \rrmitlim 

t^nieftrlamo tVsan- <■ suoi Kfri>. rratdii. ron»nfiiiiiei, pniMiai.^ 
fini, ronriuati, fantorì. roiunUnri. adcrcnil. crinrt^rMnii. r 

|ititu: M-itnafi ec. noi priitino Maio <•■ ^wi amtt 

rf^Hl *latitm pttiitnm* ■« oakaikaM ri ptr omnia rrtiitmimiM, H 
mtm%* le plrmarìr mBirynastuk Ihidr ontìniaDMi al dello Card. P 

,*l>tNi If*" f»rv«_.,*" /Vi™ t'arJiit^H — ,■" mamd-tmK^t <|i prr-odprr J 
rrale t e\irponiIe ia u-nm- mwtm. della CWiesa. st^t r raa 
iktte della CìltA * Oaeato di Ketrara e dellr U-rrr. ( 
t«i)r, runitijt p Itto^. »Mvitdo i prrdt-tti eapttiili, 4 
l^usMedtii di fed^^Ui dei diiriti fi^ti. OmaDità, D 



w 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 373 

della città di Ferrara ed altri luoghi {fidelttatis inramentum recipiat\ 

e di osservare e fare osservare tutte le convenzioni {ipna» conven- 
|»)1 tìoties in omnibuft et per omnia observet et ohservari curet). 

Vogliamo poi (Voìumus autem) che tanto Cesare quanto gli altri 

facciano la penitenza che verrà loro inflitta dal confessore da loro 

eletto. 
ili Nessuno infranga (3r?iZ/? erffo) questo Decreto ec. pena Tira 

divina. 

Datum Bomae apud S. Petrum anno hicarnationh Jloininicae F^uedc 

niiìleMmo quingeìit esimo nonages^imo septimOf quarto decimo Kaìen, l^^Ha. 

februarii, Ponti ficatus Nostri anno sexto. 



JL 
I 



K(jo Clementt Catholicae Kcclesiae Kpiscopus, 



-j- Protector .noster aspice Deus (nella Ilota), 
Firme di ()3 cardinali. 
.1/. Vestrius Barbianus; A. de Alea'ìis, 

Loro pìumbi appensi cum corda serica rnbei crnceique colore. 
r^)\ Continua quindi ristrumeuto del Card. Pietro Aldobrandino, di contlr 

cui a cart. 20. zloncd 

{Quibus quidem litieris diìigenter iìispectis). Vellute (pieste let- *"*^i'** 
Hti tere, ne ordiniamo la transunzione e la redazione in forma autentica^ 
volendo che abbiano fede quale e quanta si <larebbe alle lettere 
originali. 

Datum Bononiae, in Palatio Comuìùa dictae Ciritatis^ die xxiii 
:«>l ianuarii mdl.T.rx.rriii, P, Card. Aldobraììdivus, 

Lodovicus Martini Camerae Apostolicae et Krercitus Kccìesiac Fin» < 
nofarius in fidem subscripsi, latto. 

Segue quindi il Breve diretto dal papa al nipote?, come corona- 
mento della Convenzione, che, d'altronde, era già perfetta con quanto 
precetle. 

C^ìpia Litterarum apostoìicarum in forma Breris sub Aììuìo Hn-v»- 
11, Piscatons expeditarum et per me [Notar.) Camerae apostolicae colla- »f«""n. i 

tionatarum, tenoris talis videlicet : siicardii 

Pietro. 
(E segue F intestazione al ('arti. Pietro suddetto). {Hodie rum). 

Oggi accettammo ed omologammo in Concistorio le convenzioni, 
patti e capitoli fra te in nome nostro ec. e la duchessa d'Urbino 
in nome di Cesare d'Este, circa la restituzione della città e ducato 
di Ferrara; assolvemmo Cesare dalle censure prima contro lui pro- 
nunziate e fra altro ti ordinammo {ac inter alia tibi dederimus in 
4)] mandatum) di prender possesso della città e ducato predetti, di ri- 
cevere giuramento di fedeltà dalle Comunità, Tniversitii, e uomini 
dell* città di Ferrara ed altri luoghi del Ducato, di ordinare ciò 

II., 6.* «Prie. - XXXVIII. 24 



I 



che si nttione al felice sverno di tuie diicatg; ti rroaminu nottnii 
te^rfito n laicre con quelle fauoltA ohe verraum>fl[diUmt« e «ix^Ii* 
r.tin KÌiiiili ronailii) wi nsaenso dni frittelli. 

I Ti riinnnr> volo (Mine nitiH^rut) che tu ben^dìCA a noint mutm 

i> ili rHo lii città I- lo terre, e le regR* o"" 'oro pane, ordlnaiidH 
(Mitnilanltn pniplerm) ai diletti fieli <Ii il«tt« comunità i>e. etiv ti 
riKiiul.tiiui nome legato nostro o doir»l>osti)lira sp<in * che li olibe- 
ili senno. 

Jintum Itòmae apìtii S. i'etrKta s«6 AiihIo Ptgealori». tlir 19 Jo- 
nwHfi't l.'ilis, Ponlifieahis nastri anuo itr.rl<i, 
Mari^Un» Vr«lriu« Btrhianii» isic). 

) Ktjo AUierUin n .Vonc'M tioltiriua Xìl Sapirnlina rft}i»tfar 

mpvn ih mati'liii", 



Vanir »ì vwk, le lettere pa|>ali sono del 1!> Kpniiain tritiK. « n 
pure <|ii<*sfo BiTvit, uicntri' 1' [atrumt'iito del Cnrd. Pielm <■ «Ini S3 gn 
naia. La eonventlone t del 13 geniuiio e il Mnndnto ili Don Cena 
atU «orbila Lnerecla del 9 funaio stesso. 

VvT meglio fauilitaK ìa miu|>n'iieiOite d«iralt«> t nrntlvrFo I 
ri'ssiliili' 3 eiilpii il'iierhio. ittAinn i(iii'sta disifisiiiiini- s^-hriitniir. 

Noi P- Cimi. Alilnliranilian rr. noliflchisiDo di nvpr 
apoMnllrhp del tmon srgnenie : 
Clt'inenio K. S, S. D: riccTummo lettera del t'.-vr.i 

Irlii' ci arwn) dcirsTvennla conveniitme fra li 
rhnsa d'I'rb 

ÌConvisnioBr la ceniukìo 15*^ ia Faenta. 
) Mattdato a il.' LurmU (9 |[m>. ìm Trmnu. 
A|>)>tntlBnio, aswolrlaiuA. lì ordinÙMo di pirtidiTe p 
rato illclla 19 granaia |.\^. Komal. 
Vnlatr (ali IpII>^\ Ir fMviaia<> irasrrÌTfrv e p«M>ÌÌ<«n' iSi cpanalo. H 

Hrvrf |y cmnaiv l.'oit'i cva r«i il P<ial«4kr tnm kfat» di Frm 
l'alni, fipln'. r icl> i^<aferiBa l'MtliBr di ptvWrr { 
i v gggrr ■ p><r»li. di (vniilirli. iMCiaacrxk* loro dì ri»^tan «4 < 
al (^uxliBale a«>ln'tB>iv 



t 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 



875 



li. 



Tabelle delle varianti fra i Testi della Convenzione. 

A\ — Confronto tea la Stampa del Can/» Balduzzi 

E il Testo Faentino. 



II Can. E. Balduzzi pubblicava nel fase. I-III, voi. IX, terza 
serie degli atti e memorie della E. Deputazione di Storia TntHa 
per ìe Provincie dì Bomagna^X^^X) il testo della Convenzione Faentina, 
Heccmdo lo aveva tratto da una copia autentica esistente ^ih nell'Ar- 
chivio Com. di Cotignola, tolta da altra esistente nel volume dei Mnìi- 
daii dei XII sapienti di Ferrara; e quella fu fatta il 18 magpfio 17P3 
in autentica forma dal notaro Coti^nolese Terenzio Zarabbini. 

Neir Archivio del Com. di Coti^nola non si trova più il detto 
documento. 

Nella seffuonte Tabella sono riportate le varianti più salienti 
fra il testo Faentino, secondo il Cod. ms. d'Archivio, e quello Coti- 
gnolese ; per la massima parte esse sono dovute a errori di trascri- 
zione del Codice faentino. Il numero romano indica la pagina di 
esso Codice, T arabico indica la linea. 

COTIGNOLA. FAENZA. 

Ili 6. litteras, ApostolieJia Lìtteras ApostoUcnn 

9. quae dccuit qua decuìt 

16. sic etiani moercntiuni sit etiam nioerentiuni 

18. vimine ntitur distri- minimo ntitur destnictione ita quod 

ctioni» ita quoque ^ 

IV s. «ed quaccumquc cum sed quac cuui ipnis 

ipsis 

11. communiro commnnicarc 

15. [ gcuorali» I snperin- superintendens 

tcndes 
22. eamdfin Romanam candeni Koiiiaiiaui Ecclc»iam 
Ecclesiam 

VI 13. et ojuHdem ex cjusdeni 

21. Urhini Ducissa Ducissa l'rbini 

VII 18. nomine praedicto prò parte 

16. eorumdem ejusdem 

IX 5. i fautori Ministri i futuri Ministri 

10. acquistati ragioni ad iicquistati ragioni ed altro 

litri 

> pristino stato nel suo priuu) stato 
"^Midente et jure pendente 



^^!ne 


GAETANO SALLAR&IVI ^^^H 


1 


IR. l'im pssii min laMif.rà 


•^ll' Egli non iiwcierft ^^M 


L - 


. F>. HJi-nn III quuliu quA- 
Innquo 


siuno di qnniunqitP qn^ilitft ^^^| 




9. nollj delti 8Uol stati 


detti nioì 8t«ti ^^H 


^r 


IO. del auu archivio 


col auo Archivio ^^^ 




18. jHjmrereiliisiwSiK.* 


por 3vei^ da Sua 8i«. HI. — ' 




111." 




XI 


. M. r Ir luolim- «11, Lu 
ga tv. 


P In molini-llB di Lnp. .■«. j 




0. primit MirirG^li 


^H 




IS. un i iwrm^li <l<-lle 


fii n'-lVrmgtì dplln Ciltl. ^^H 




Ciltt 


^ 


xu.... 








«. dA dtjpnlami 


da 'li«|nitarai 




U. chVilihesìJt il VtwMvo 


cli-obbo gii II ViMCOvn 41 Bolppal 




di Hi)logn)i [e pM- 


■al 






^H 




l'Arci «'«ovo di Bo- 






lolTM). 






lA. Il Ihira Alfonso di 


il Diit:i AiroDMi iiriiim dì fri. uipoi. 




n-I. nipui. 




SIV.... 


. . IS. MNUIoni 


<-■ di«tiuiiam ^^^^^J 






«pmhiMu -^^^^H 




IH. dii- hitqriinnn 


^ 


XVI..., 


, . IT, .■(i.ii.i ìts 
1». rlliiLu taliliiiB 


:::;.._ 1 


XVII.., 


. fi. (irac (diptaclSer.nuw 

U-.lllÌlWr 


ptp scnm dno 




Id. l'I limili iclAn Spr.mnr 


ei iiT<' tltiup D- i 




Dnminmr 


i 




14. qnip snpn 


Tiun »npt» 1 




1». ronvalldailuiH- \vt n- 






liOcttlimc] pntrdi- 


np> a 




«M ■ SS. a S. 


■ 




I>»iw 


■ 


xvm. 


. . :!. ri r«BtTiiniB fuit 


nwlaun Mt ^H 




S. tntrr >>« prarr*4n*t<' 


iutrr MS pMM«4« ^^H 




ri intenTBimtf 


■ 




K. n-t >ir t,<m gr^t»^ 


non »ie «MM ^H 




ì. -in- J«ri» 


^^H 




^ ùM iiMi ani «IIIWI 


.Uhi ì|«l. ri coUJhrt ^^^M 




II. ni uirini, M)irft^ri|>U 


ni •a^wa ^^^^H 






.l.<taM-,- !■ 




is. fMii. ali^KlIa» »ìlrm. 


n»a.<K.T-. : n:-<illi|ullm9>lin)w 


^■^^^ 






P 




^21 



S0LIA « CONVENZIONE FAENTINA * DEL 1598 



377 



AIA. . . 


. 2. exproHBC 


espresHis 




8. et Hinguloruin prae- 


et gingrnlomm parti» 




dicti 






18. et expensaram liti» et 


et expensarnm 




extra 




Jv Jv« • • • 


. 2. abMiue onere 


absque robore 




4. appellationilms 


absolntionibuR 




5. et praemÌ8SÌ8 


et promissis 




7. praemissa 


promissa 




9. vel non Rcripta 


vel non, supradicta 




lo. in manibuH infrascrìp- 


in mani bus nostronim infrascripto- 




tonini nostrum 


rum 




19. in Civitate 


in civitatis 


XXII... 


. 7. ] egri tti inani Actrfcem, 


legittimam actionum Actricem nego- 




Factricem, Procnra- 


tiorumque infrascriptorumsuonim 




triceni negotioruni- 


et quidquid dici melius 




qne infrascriptomm 


• 




Kuoruni Gestricem 






et quid quid nieliuB 






dici 






11. ad nonien ipsins D. 


ad nomen eius Constituentis 




ConRtituentiH 






17. Huper tractatu 


super tractu 




20. dipendentinm et con- 


dipendentinm et onminm et quae ab 




nexonim et qui ab 


ipsis 




ipBiH 




XXIIl. . 


. 4. «luibuK ejuB Celsitu- 
dini 


quilms etiam ejus Celsitudini 




9. etiam 


et 




10. quae 


quod 


XXIV. . 


. 10. litteris legalizatiH 


litteris legalitatis 




18. de ilio notam 


cum ilio notam 


XXV. . . 


. 6. praesentes in»pecturÌR 
et vÌ8urÌH 


praesentes visuris 


XXVI. . 


:j. colloquiis 


collegiis 




1 1 . prò expresso bal)enteH 


prò expresHO habitis 




18. concistorio nostro se- 


concistorio nostro 




cn'to 






14. de eonira Consilio 


cum eornm Consilio 


XXVII. 


4. acceptata 


accepta 




7. etiam 


et 




lu. etiam ob censuras et 


et ab eensurae et poenae praedictae 




poenas predictas in- 


incursu contractarum 




enraas contractarum 






18» foraan obstantes 


forsan obiter 




> eam de simili 


cum simili 




Un a principio 


et a principio 





^^™^ (JAETANO 


^^^^B 


XX vili. 












XXIX. . 


IO. Mi»ni |)m ixiirpuii 


it pn. CJipITBnin 




12. tur aVw 


tu- illin 




15. rtiam ««toh caiioiieK 


l'I Hicru» c.i[ion<«i 




l«. enncilinnim 




XXX. - 


2. dMilrnmi^op 






U. KnttiownlNiolvImnsi-t 


«mrinn ti lilM^nunim 




libeniiuns 




XXXI.. 


a. naprJmikL-vuiiirorintiui 


111 priiiiam funuaiii 








XXXII. 


a. locflinni 

9. «atramcntum 


jiir.iinclitURi 




18, M Kx ftpprol>atÌR 




xxxin. 




ifiimlitr 




a. iiwcpWliiiniit [omoto- 






KRtioni*, rHlificntJO' 






iiis, mihftbftlonisl 






vali<Uitiunìii 






id. .■in» se novorit 


i-iuBqn^ 1. ni. ^l 


XXX VII 


4. cnni coranlB icrica 


futi) cnrdH ucrica 




H. Hegistratu i>|.iid H»r 


D. ainul Jlarrrllum S.-cMlnrioni (1 




irlluilm ^ì'-iT''l:i- 





: hllJU» 



ei per notarili* C.iiue- 



XXXIX. ì. proprio 



xxxx. 


t. in iniiv.r«o 




qmHicnmij 




B. <kcliiiarc 




1". *pf tti'ti 




U. dicm 




1*. Docntn 




18. l'opnì"riim 




■n. .-xnìu-ni .■! 


XXXXI. 


■J. lt.iTl>iunif 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA )► DEL 1598 



379 



B). — Confronto tra la Stampa del Balduzzi e la Copl\ Modenese. 

Nel R. Archivio di Stato di Modena si conserva una copia della 
Convenzione Faentina, col titolo « Convenzione seguita in Faenza 
« li 12 Gennaro 1598 tra N. S. Clemente VITI ed il Duca D' Esto, 
« i^opra la. restituzione della Città e Ducato di Ferrara alla Santa 
« Sede Apostolica ». Essa fu autenticata il 23 Gennaio 1508 dal Car- 
dinale Pietro Aldobrandini : in mancanza delPoriginale, è Tunica, 
forse, che sia autentica e sincrona. Vi manca la copia della lettera 
del Papa al detto Cardinale, in data 19 Gennaio 1598. 

Questa tabella porta le varianti tra la lezione citata del Bal- 
duzzi, pubblicata nel fase. I-III, voi. IX, serie III, anno 1891, Atti 
r Memorie della li. Depuf. di Storia Patria per le provincie di Eo- 
matjna, e il testo originale delTautentica modenese del 1598. Si av- 
verta che non si è tenuto conto delle varianti di semplice forma, 
come ne invece iVei ec. e nella parte volgare et invece dV, dui invece 
di du4)i, Hiii invece di suoi ec. 



STAMPA DEL BALDUZZI 

p. 94, I. 1. Univerais et ningtilia 
hoc praesen» tran- 
snmpti 

• • 4. totiusque Statn» et 

Exercitus Kcclesiae 

• » 7. ut mori» est, expedi - 

ta», rum ea, qitae 
decnit, reverentia 

• » 14. r<»o8 \et] contnmac»'» 

justa animadvcrsio- 
ne coercendo, vim ine 
ntitnr diatrictionis 

• » 21. eosdom cordis dnritic 

composita 

• * 22. ahHolver<% sed quae- 

cumque cum ipsis 
p. 95,1. 6. ExcrcitnsnoBtri eccle- 
siastici [generalis^^ 

• • • 12. Cam. Apostolicam 

• •' » 17. cnpiens sanìoribua 

[que] 
», • 16. Ecclesiae est, J)eoe 
le idem 

lem [mulierem] 



COPIA DI MODENA 

ci, I. 2. rniverais et aingiilia 

hoc preaens puhli- 
CHtn tranaumpti 

* » » 4, 5. totinaque Status et 

Exercitna Kcc/'* 

* * » 6, 7. ut moria eat, debite 

expedi taa, cum (m, 
qua decnit reve- 
rentia, 

* * » 12. l.'L reoae^contuniacea in- 

sta animadveraio- 
ne cohercendo r/e*e 
utitnr districtionis 
» * 18. «•oademcordiaduritia» 
deposi ta, 

» 19. absolvere, aed quae 
cum ipais 

» 24. Exercituanoatrieccle- 
aiaatici generalis 
.1'. 1. I . Cameram prer/f c^am 

» 4.cnpiena8anìorìbna^ue 

5. Eccleaiae eat JJeo^ et 
e idem 

• • 6. nobilem mulierem 

* * 9. stabileret, 



380 



GAETANO BALLARDINI 



p. 


9.5,1. 


25. ab8olatione[m] 


e. 1', 


1. 


10. absolutionei/f 


» 


» > 


37. Reverendissimas [/>.] 




» 


18. Reverendissima» /. 


p. 


96.1. 


1. Divina [Diaconus] 




» 


19. Divina Diaconun 


» 


» » 


3. Sedia et ejusldem] 




» 


21. Sedia et eius 


» 


» » 


» agens et ejusdem 




» 


» agens de ejusdeui 


» 


» » 


7. qiiornm quidem [Bre- 




» 


24. qaornm quidem Brt 


» 


» » 


10. Vrhini Ducissa Procn- 
ratrix dicti Domini 
Coesaris 


» > 


»26 


, 27. Dnci8.sa Urbini Prc 
trix domini I). 
saria. 


» 


» » 


1 1 . transactionem [coììcor- 
diam] 


» » 


» 


80. transactionem. co 
dia IH, 



» » » 19. mentio ; ideirco in No- 
strum Notariornm 

» » » 20. et Teatium [infrascrip- 

iorum^ 

» > » 81.validiori ac efficaeiori 

modo, via, jnre et cau- 
sa et forma 

» » » 84. dimiaerunt, relaxerunt 

» » » 87 , 88. [ prò «e ipsis et s u is suc- 

cessoribus et heredi- 
hu8 respective in^ 

p. 97. 1. 10, 11. Miniatri , Consiglieri . 

[complici] Famiglia- 
ri, segnaci e tutti li 
altri 

» » » 12. anche di quelle 

» » » 16. cose se intendano non 

solo di quelU' 

» » » 18. la tranzazione 

• " » 28. Stati Imperiali 

• » » 24. altre cose preziose 

• • * 27. lo seguissero. j)o? an- 

che che di loro 
» » » 29. et i libri di Camera 
» • » 81. per aversi la sua Sig." 

TU. ma 

• • » 84. delle artigliarle 

• » » 85. che si rilascieranno 

p. 9H, I. 2. terre, [prati] valli e 

possessioni 

» • » 4. r». tutte quelle allodiale, 

che gli sono pervenute 
per lo testamento 

• * • 7. et ha goduto 

» • » 10. che pretendessero in essi; 



e. 2. 1. 4. mentio ; iccirco in 

stromni Notario 

> » » > etTestium infrcutcì 

rum 
» » * 12. validiorì, et effic 

modo, via. jure. 

et forma 
» » » 15. dimixemnt, relaxa 
» » » 17, 18. prò se tpsis, et sui. 

cessoribus, et in 

bus respective # 

> > > 25, 26. Miniatri, et Consi^i 

complici, fami 

et seguaci, con 

gl'altri 
» 26. anche da quelle 
80. cose s'intendono noi 

di quelle 
l. 1. la trattatione 
» 5. stati sui Imperiali 
» 6. altre sue cose prea 

* 9. lo seguissero, p 
anche di loro 

* 11. et libri di Camera 
» 12. per haversi S. S. I 

» 14. 15. dell'artigliariff 
» 16. che ai li rila^^anii 
> 18, 19. terre, prati, valli, 
sessioni 
* * • 20, 21 . tutti quelli allodial 

li sono pervenut 
il testamento 
> » > 28. et ha goduta 
» » » 25. che pretendessero in 



SULLA « COXVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 



:^8i 



p. 98.1. 



V » 



p. 99.1. 



100.1 



11. cantine, granari, et ofnii 

altra 

12. che 8on di fuori 
12, 18. et sii« fosA« 

13, 14. et (li più i gìtardini. et 
orti, che godeva il pre- 
fato Sig. Duca, eccet- 
tuatene però quelle 
parti che flono su i ser- 
ragli 

15. volendo la Camera Apo- 
fltolica comprare \da 
lui] tutti gli edifizii. 

18. nei luoghi che si ri la- 
Hceranno. 

23. Aldobrandino, o da altri 

80. 1.** Rimangano ancora 

81, 82. Jn» patronato della Pre- 
positura di Pomposa. 

84. sopra i lieni allodiali 

85. AlfonHo fel. mem. [e\ 

come 
2. Don Cesare, o a suoi 
£re<li 
4. 5. Bologna (e possedè pre- 
sentemente r Arcive- 
scovo di Bologna) 

6. Duca Alfonso di fel. 

7. ampi issi ma e//ai;i in ogni 

14. si dia di ternaria in 

ter zar ia, 

15. rata, cominciando dal 
n.Che il detto Sig. Don 

Cesare 

20. Che [per] li lieni 

21. sì degni conceden' 
23. lil>erarli d^Ila detta 
27. per la Santa 8ede 

81 . che8» r//flwciarrt wwogen 
te armata 

86. provegga a che alcuno. 
sia di che quali tu 

8, 4. et haveme le loro ren- 
dite 
i.aè jewcwo eaeere 
1! ''0i$ eontinetur. 



» • 



» * 



» • 



e. 8. 1. 



e. 2», 1. 26, 27. cantine, et grantiri. et 

ogn' altra 
» » » 27. che Hono fuori 
» 28. et suoi foss/ 

» Et di più tutti li giar 
diui. et horti, che go- 
deva il S.' Duca, (ec- 
cettuatone però quelle 
partì, che sono su fi" 
serragli 
» 29, 80. volendo la Camera Apo- 
stolica comprare detti 
edificii. 
2. ne i luoghi che gli li si 

relas«irauuo. 
Ci. Aldobrandino, o altri 
ll.VIJ." Kimang/ffuo an- 
cora 
12. Giuspatronato della Pom- 
posi. 
15. sopra beni allodiali 
15, 16. Alf(mso di fel. meni.* 
come 
18. Don Cesare, o suoi eredi 

19, 2<>. Bologna, et poss(»de pre- 
sentemente? r Arcive- 
scovo di Bologrna 

21. Duca Alfonso primo di fel : 
22. amplissima, et in ogn' 

28. si dia di tertiaria in 
tertiaritty 

28, 29. rata, cominciando^/ dal 

29. che 7 S.' Don Cesare 



8 



», 1 



2. Che per li beni 
8. sì degni di concedere 
.5. lilM'rarli dalla detta 
7. per le Sede 
11. che se li Inssarainfo 

gen// arma^f 
18. provegga, che alcuno, sia 
dì qnal qualità. 
16, 17. et liavi»rni' le sue ren- 
ditr 
17. né possono essere 
28. prout in eo eontinetur 



■ 


|i. Ili..,!. 1;;. cessanli-. i-[liaiu] ii* i-. il'. 1 


■5! 




. ■ • H. ■'! Enillvlilns mf^itìo. ■ • 


ii,W.Dt individua Mi 




eittamj lAlitH» 


lino 




• • • 1^,19, tironiMi |iTae[iliclfto] ■ • 






. . .ao.ai.iKitiMlnii. iW [oinnijilio - • 


;Ì9. (intntalE*. >r n 




• • • :!3.p(>rninnuifipfrn>»«iiHa • • 

forma inrr.t 
. • . aa. i4. <Ui jirawliclis rcr/iHiH et r. \. 1 


*'. |nT onutln intfm 




1. -Il- prxrOlrtt*. t 




Hdt'iu itmlìl. Hot 


•ledit. hor 




■ ■ • Ì-S. Iti |iuUl ione itine- iiuif • ■ 


2. i>ilini1aiioiif ìbH 






tp 






t-HinrmlidBtioae. 




Mit«n.-) 


dntiitMti- 




• - -M.»\iDa mpmdirla stiptOa- . ■ 


S.qitt «pn Mipa 




Houv 






. • • 8a.rxc«plintiì. |>ìvr iirT|Ìi>. . . 


KrJli-.T.UfHU MB»; 




... Ii4.tiibl tpM nuf milfVt . . 


. •!» ì|hU. ri n 




. ■ . ». ut snpRi. «uitrwcrijXa . . 


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p. Kil.l. 1. ^triUM |timr>Url)(i|i|iUMi- . . 


I8.rtum i»»4»Ct 










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• • • 1». n IV ^D(M irr»d»t». . . 


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. . . i(i.pt|ir»iianuiHUtw*l «- . . 


34 fiprBKwna Ii1^ 




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. . . i7.MM!ip.i.] . . 


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... IV rt Ile <j* «ttrr-- . . 


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. - t a-^rr X Ti mtiwm «ra . . 


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, . ~ Il «^Mitr. •« '* w»»» • - 


r Tp«ie <c ^M 








1 


ì _ 


1 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 



883 



». ì*Kl. \. 21. 2*2 V 2H. hii'undaiii et flrmnn- 

dalli ciim lil.mo [et 
Rov.mol Cani. Aldo- 
hrandhio et alio quo- 
(Miinqno nomine San- 
• ctac ScdÌH 
» 24. 2ò. llI."»o ot R.»" Domino 
Cardi nab' 
2."). super restitiitioni' [civi- 
tatift] Ferrarla' 
» • 26. <"t connexornin 
2K. forinis eapitiili», 

• :)<i..'M. Minella dieenda, facien- 

da. jferendri, exercen- 
da et proeu randa 
» :W. eRHet, etfiaui] 

» » » :J6. cnm ulena. libera ot spe- 

eìali 

p. luS, I. 1. promittens pradictus 

Dominus ConAtituens 

» • » 4. ant infiiturum interesse 

possct. 
» 12. ì:\. Huliìnde exempiari et in 
liane publietim formam 
redìgere feci, enni si- 
Kno et nomino meis 
Hoiitis 

• * 14. euni litteris legai izatis 

liic insertis 
» • L'i. [Et] vgo Ludovieu» 
» 26. eum ni^o et nomine 
niei^ etc. 

• 28, 29. pracsenteH insjìecturis 

et visuri» attestamur 
snpradictos dominos 
Lndovienm 

• » *1. nostro muniri fecimns 



». H>4. 1. 

» » 
» • 
» » 



» > 
» » 



14. repetitis et singillatim 
17. ex certa [nostra] scientia 
19. accepta^a, omologata. 
21. et|ianì] snbstantialiumet 
quammcum^ue inliabi- 
litatnni adqnovis actus 
28. <ft[iaro] ob censnras 
24. forsan olwtantra. 



e. 4', 1. 22, 28 e 24. inenndum,et firman. 

eum lll.»"> et R.»" D. 
Cardinali Aldobrand." 
et alio qnocnmqueiS.*** 
Sedi?* 



2."». 111."" et K"" Cardinale 

* » super restitutione Ci vi- 
tati» Ferrariie 

» 26. et connexium 

» 27. fonnin, et capitnlis, 

» 28. 29e:)n. singula dicen., fa- 
eien., gerendo ;i), exer- 
cendfim, et procnran. 

» :jo. esset etiam 

1. :J. cnm piena, libera, gene- 
rali, et speciali 

» 4. Promittens d. J). 1), con- 
Htitnens 

» 6. aut interesse posset. 



» 
e. : 



* » 



• » 



* * 



* • 



» 11, 12. Hubinde esemplari^ et in 
hanc publieam formam 
redigi feci, coni signo 
(>t nomine meis solitis 

» 12, 18. eum literis lejalitatin 

hic in se ri 
» 18. Et ego Ludovicus 
* 21 . cuni signo et nomine mei. 



♦ » • 28. praesentes visuris atte- 
stamur snpradictos Lu- 
dovicum 



e. .V, 1. 



♦ • 



• » 



26. nostro eommuniri feci- 

mus 
10. repetitis, et sigillatim 

* 12. ex certa nostra scientia 

* 18. «iccepta, omologata, 

» 15. etiam substantialium, ac 
quarumeum inhabilita- 
tum ad quo^vis actns 
16. etiam ob eensuras, 

* 17, is. forsan obstantis. 



■ 


1>. 11/1. 1. JG. caDi]i.'ni viui <'t i.'m<-n- e 


SI. 1. I9.raiiidein t-im « 




• ■ ■ JW'.fit(inml !i prindpiD <•! 


• ■ Si. etiam a prinfliil^ 




priaaiinaiii dipinti 


lUKinam pmiSi 




... 3(1, in torma golitn, rum 


• . -iO. 21. in ronua »ollu 




claiiBulU 






. • • 87.8Ìmiilvoliiilpracs^n(cMi, 


- • SI. Hliunl vel ad |HI 




p. IC.^ 1- e. li^Ddi [ita] et snlvcndì e 


6. i. I.liuajidì. Ito. el 1 




■ • > in. qnam pjiib Panton.'» . 


. . s.qiwni etiam rja 
7, in randcni in v 




■ . • 13. in (tandem in quani idem 




• . • lfi,17.pra(;s(?nt]bus,i!t[iam]iiro 


. 10. pravciUihoK ctli 




• ■ • IB. per quaiilcuiDli|in- Roma- ■ 






norum 






. . - 21). uw non Mt[iniu] sacroa 


- . 12, 13. u.t Hou ctUm • 




... ae. [ara alloUialimn [fi em- 


■ ■ 1», lan. allodUtinn, 




phyluuticoruin] yuani 






p. U*. f, a. ngprciwi ad priinttcì-tiin i' 

/bnnam, 
• • - Incardinali pi<r apoaloll- 


U>, l. 4.<;xpiirMi aA prti 




• • M. ii.Card(iiali|>»r ^ 




eam «fripturniri 


icript-i 




. . . 3l.flddil«tis Sflcramonnirn 


• • 16. ndi-tilut» ikn 


w 


iwiplat. 


rMlpiM. 


> • • RI, (insili CoDremoT Idonei» 






ìri] en iiiiprobaliB 


l's ilpprulialit 




. . . 3a.nmnim.lem;atur, et uiii- 


■ Si. 3i. ouiuino lt>iiir;inaiU 




lllH't ipnorum leneau- 


lilM-tip.0»«ìl4 




. . .84,95. accciilaiìoni». (omologa- 


3.1. arreptaiioai». g 




tioniB. rariflcBijonis. 


tionia. nltti 




ratihaltitionis,] valida - 




i 


tioniB. 


lioni». 






. .£T,a8.al>anlDtic<DÌs. Ìl 




' tionia].„i. 


niK. renÌMlM 




p. mv, 1. !. sionnin. eondonaiionis. 


<lonat ionia. 




. . - e. Tìmagmmo oclnrii. e 


7, t. K. nnnagcMnio «vt 




'-' ì • 


pus 




■ - . a. ijt Ero Clenien» Ciitho- , 


. -5, H.{ro(« col motM) J 




licaflEoolMiat-lEpi l 






«.-opns. ' 






. . . Ili, -Ih EiwPrrnisEpiaropii» 


■ . la.* Ego Pf W 




Tnscnl.'Card. Compn. 


M 


ft 


fc- . 


.fl 



SULLA * CONVENZIONE FAENTINA > DEL 1598 



:385 



107,1. i^t Iiilin» Ant. EpUH [Card.] 

Praenestimi» 8. Seve- 
rinae. 
12. >^ Ego Hier. Card. Ru- 
sticnccinfl 



» » 



» » 



» » 



» » 



13. j-p P. Card. Deza tit. S. 

Laurcntij 

14. ►!< Ant. M.* Card. Sal- 

viatas tit. 8. Mariae 
de Pace 

lo. ^ Ego Aug. tit. 8. Ma- 
ria^ Card. Veron. 

16. ^ Ego Simeon Tit. San- 
cti Hier."' Yllirieor. 
Card, de Terranova 



-17, IK. iì< Ego Doni."" tit. 8. 
Chr isogoni Card. Pi- 
nelluH, 8. Mariae Maio- 
ria Archipresbiter. 
19. kj* Ego Fr. Hier.» tit. 8. 
M.' Supra Miner\'am 
Card. Aseulamis. 

» 20. iì< Ego Antonina Card. 

8anln» Tit. 8. 8teph. 

in Monte Coelio. 
> 21. )p Ego Marianna tit. 8. 

Marcellini et Petri Pre- 

ab. Card, de Came- 
rino 
» 22. ^ Ego Fr. Gregorina tit. 

8. Augnatini Card, de 

Monte/Vo 
• 23. ii< Ego Benedietua tit. 

8. Caeeilioo Preab. 

Card. Sfondratua 
24. iji Ego Benedietua tit. 

8. Marcelli Preab. 

Card. Inatinianua 
» 25. Kl-t Ego Angustinua tit. 

iS'. lohannia et Panli 

forcai). Card. Cn.Hanua 



e. 7. 1. 



» * 



» ^ 



* * 



» * 



• * 



• * 



»- * 



* • 



* * 



» 



• • • 

» » » 



» » » 



* * * 



» 



18. li* 

14. lì* 

15. ►!« Ini.* Ant.' Epiaeopu» 

Car : Preneatinua 8. 8e- 
verinae 

16. ^ Ego Hier.' Car: Rnat.» 

17. eB 

18. ȓ< 

19. iì< P. Card : Deza tt.» 

8.»" Laurentij 
20.^ Ant.' M.* Car: 8al- 
viatua tt.' 8.t«« Maria» 
de Pace. 

21. ì^ Ego Aug. tt.' 8. Marci 

Car: Veron. 

22. >i< Ego 8. tt. 8." Hier.» 

lliricor. Car: de Ter- 
ra.*-» 
2:3. hp 

24. ►!< Ego Doni.' tt.' 8. 

Chria."i Car.: Pinell.» 
S. M.»' m.'*' Arehipre- 
abittT 

25. ►!< Ego Fr. Hier.» tt.' 8. 

M.a** anpra Minervam 
Car: A acuì." 

26. q< 

27. 13^ Ego An.' Car: 8anl.» 

tt.' 8. 8tephani in 

Monte Coelio 
2«. kI^ Ego Mar.» tt.' 88. 

Marc.»' et Petri Preab. 

Car. de Cani.«»<> 

29. »-l4 Ego Fr. Greg.* tt.' 8." 
Aug."' Cardinal ia de 
Montelp.o 

•VI. >^ Ego P. tt.« 8. Ceciliae 
Preab. Car: 8fond.' 

3I.»i< Ego Bened.» tt.' 8.»' 

Marcelli Preab. Car: 

Inatin." 
32. q< Ego Aug.« tt.' SS. Io : 

et Pan li Preab. Car: 

Cuaanns 



386 QA.ET1.X(I BILUBDIKI 


^ 


I-. HIT. 1, ae.-ì- Egn Friuifiiwiia l[;i- f, 7. 1. 


:«.* Ego Pr.-lS 


riH III. 8. Mjiri» iii 


Muri» tN AfwV 




■ «-■- 


• . . 37. * Ego Oclsriu» til. 8, ... 


84. * Bgfl fili.' tu S." 


Alm(iipTm)>.C»nt. Pa- 


tU iTm.- CaH. 


mvìvinu» 


MT." 


... afi. * A'jn Uipronyiiw» ili. . - . 


«.*»«■. ti- B.» 


S. Poncrntii Pn»ifc 


i-ntilj Hmli. C 


Cani. ]f>lla«r'ii« 


■UMthrti» 


■ - «K^ ^i;» iVMvhi» ^. M. ... 


ltS.*Es.i01l.*t..'-» 


•le lV|>ulo -nrd. •!<■ 


•te I>«i>n><. Car 


.\rn.i«vivn 


Antmr.- 


. . - iM'.i^ Em t'taiiifaliDi tu. H. • ■ • 


97. /{• Eir.> riaiB.' n 


Honn|ihrìiI'w«b.i;art. 


llunnfrìj PmUi. 


VÌMW 


Plallm 


. • . ai.4< EiMtWeiicntti^. M* . . ■ 


98. * Eo» f«I.' 8. ■ 


riai-iìiiritrmirtl'tvt)): 


Tbt^ui^ Pn-fc. 


(lart. HorrowM» 


Itomi w.* 


... .ti,^ E«0 /M/i*! Tìt. .V. . . . 


»9.^ 1^ i.Mt«u n.' 


<^nlrirlrtl«lUt»-Pn- 


VnirlH.rt lallw 


fd^ OM. i^n> 


»h. far. Ham 


■ . . n.^ E>n(l«Mi>Tll. ». IV . .* . 


*».« Er> RnlAi a.' 


tri Ir MoWv I^«iI>. 


fVtriiMwOMail 


Cani tVpolB' 


sji rir. pnu- 


... H -3. Em Kr-nri^n. m ... 


fi--:- E#n« fr.' II. S." 


S, Hirtinl io llNiiit.. 


Hni in M<mi.^f 


frrsNi. Ca»!» i^ww 


Car. Cor».. 


lle« 




. . . S.V^ Kcn CanillK tit. S . . . 


K. ^ Ern CntBlltwtt 


Ek-<-«.ÌÌ l>Tr»t>. Cv>I. 


Eny-Mj PtniLCM 


ItnnAMiu 


Itfc.- 


^l«.l. I.•^ Epi C»mr ril. SS. ... 


«..$■ Ejtf f»M» M> 


MUXrrHrlArhìUrl. 


m. »nrt.«4i 




P™*. CWrtì 


> . • f . X V Cr< LsBIT*tÌB« Ifl. . . 


44.-='Eip>lA«.>tt.£i 


.'' Lun-alii U Pur 


rr^lij drPoK.ri 


rt tVru rn.>>. Cua. 


laFmt. CU.1I 






... - « -> Ect' F»*ri*w. ril. S ... 


v^>^ Eeo fna.* tt.< 


SiltT^ri rtt*K. Cari 


-SiK^ri Pmà ( 


IV A«Ha 


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... :ì. A Ec* f»«Jl»>»*w rit ... 


««.■»B«.faiA^*V 


*. IWaMI l'TrA l-ap*. 


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• - - C ^ ^v t*BMtww. Ut- S. ... 


•■-« i^in^^H 




^Mtfl^^^l 


1^^ rMkrM. HMira 


Cm.I^^H 


f ^^ 





108, I. 



. 108. 1. 



» » 



• • 



* * 



» * 



» * 



» * 



» » 
» » 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 

7. ►!< Ejfo P[oiu|KMn8l tit.S. 
Halliinnc Cani. Arijrc»- 
nins 



mi 



s. >^ Eko Frane Ì8('Us Cani. 
SforciaS.taeMariar in 
via Lata 



y. >Jt Ejro AftcaninH Sanctao 
Mariac in Cosnietlin. 
Diac.» Card. Colnmna 

10. jj^ EfTo Odoardu» Card. 

Farnesins Diac' S.»» 

Eustiicliii 
11.^ Eko Ant.« Fachonot- 

tm. D[iac.l Card. SS. 

Quattor Coronatornni 

12. iJJ Ero Cinfiun Diac' 
Card. 8. G(»orKÌJ 

l:j. iji Ego H|artolouieu8| 
Card. C«i«'8ius (Diaci 
Sanctao Mariae in Pc»r- 
ticn 

14. 5i Ego A[ndroa8l tit. S. 
Maria in Domnica 
[Dmxc.] Card. PerettU8 

IT.croeeique coloris. 
85.fide8 àebeatar et adhi- 
beai*!' 



e. 7, 


J. 


48. ^^ Ego P. tt.« S. Balbi- 
nac Prosi). Cnr: Ari 
gon.* 


> * 




49. ►!« 


* * 




:*o. ►!.< 


* « 




51. ì^ 


e. 7», 


I. 


l.fl- 






2. ►I* 






8. »I^ 






4. ►X^ 






ò. ^x^ 






6. ►p 






7. ►P 






H. »J« 






9. ►!< 






10. ►> 






II. ►I^ F:go F. /;.*Car: Sfor 



* * 
» » 



» * 



» • 



* » 



• 
» 



» » • 



» » » 

» » » 



» * * 



♦ » » 



ria S. M." in via lata 

12. ►!< 
18. .1^ 
14. ►!< Ego A8C." S. M.' in 

CoKniodin D.'Car: Co 

Inin.* 
1.-,. ».p 

16. ^-^ Ego Odoardns Car: 

farn.' Diac' S." En- 
Btacchv 

17. 'l< Ego A. faceh.* Diat*.* 

Car: SS. Quatnor Co- 
ronatornni 

18. i2& 

19. ij» Ego Cinthins Diar." 

Card. S.o Goorgij 

20. ì^ Ego B. Car: Coosius 

Diac.« 8. Mariao in 
Porticn 

21. * Ego A. tt. S. Mariao 

in Doni.^'« Car: Porettns 

22. >h 

26. crooeiqm» coloris >ì« 
80. fide» dotar, ot adhilHvi- 
tnr. 



'■il.Dulaf Bononiae ì: 

hilio CuinutiU 
«S. dii' iiiìj ì-'elir. Kt 



V,. UalHin 

ntuirij min 
KenlMiiou I 



r (J('I« firiat tiri Cardiimli dalla eopta t»lrméte« 
dtin 14 Luglin mmK 



4. Egn Clt-nirn» Catliolice EpcIp Epi- 

■^OllOB {Bota (-0I lUDtlo) 

^' Ego Alph. Biiiwoptift Astien. Card.*'' 

^ £lColnii.E[iiMupiiBl'ort.Can]."'Arag. 
1^ Eco P.' Rpi*>CD|in>> Tnscnl.' CardÌDA- 

lìs Cninnnal» 

* 

^ Ego Lnd.* iB^ttiMput SAbEntrmw Cu- 

(!.■'■ U Miniti ns 

lì. lui. Aiit. Episvppiis Vnii.'^' Pr.-t..'<li- 

« E«A H<<T. CknI. Biiit.- 



<i> Eirii P. Cani."- Ocsn il." Sanati Lao 



* Ego Ahi. Unria Cani."- < 
II,' S. Harii* 4c Varv 

9l Ego S.~ II.' H. Ilienwimì 
rom Car. de Terra," 

>f> E^ HÌft.- Carutntw lt.> S, 
liane S. IL E. Car. Cnb* 

9i Eftn £r. Cui» ib> Joj 



j £«0 Own. 

i Eg.. Ani.- M.- H.ii 
Agone Car. (ialluit 

f Egi> AdiobId* Card. 
Slephani 



l'ani. PfMlli 



SmIwJ 



* Epo F>. (Iivg.* 



8. Ang.-Cjwl.t- 



•U- 



tclp.» 



* Ek« l'anta* II.' SnafieCvrili« Pivsb. 
t^r. I^ruvilniiu» 

* Eir»Ilmnlirin»n.'S." Mandili [•«>- 
UiiiiT Card, loninlaa»! 

* EiK. F*an.' ll.« n.- S. Harir in Ara- 
vTll Vanì. A Mwilr 

* tW>* iiciadi» II.' s. AlfTij t^art.i" 
IHranViniw 

* - 

■> lli<r. II.' S. LaarrntiJ 1*t«-iK C'ara. 

HalIlK-ia* 
•fr Egli Ufi.' S. «. .W H»pM|A 1-^^ 



^ E^ Moniianas 11.' S.S.' 
ei Petri Pr>-sb. rjini.' 

S Ego Fran.'T- tt.' 
rinae Pnsliilpr C.inl. 

* E«<. P. n.' S. Balbino F 
Arignnii» 



r 



l^anl. ih- Anutint 




SULLA * CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 :i89 

»]& Ego Fed." 8. Marie Anjjfel.Pre- )J( E^o A. 8. Lanrontij in Damaso 

sbiter Card. Horromcns diac. CardJ»» Montaltas S. R. E. 

»ì« Ego LiitiuR tt.» SS. Quirici, ot VieecancellarinH 

lulie Presbiter Card. SaxnR * 

* * 

* * EKoOdoar.«S»'En8tacbyD.«Car. 

<ii Ego Camilla» S.>< Eusebij Pro Famesiu» 

ubiter Car.*'» HnrghosiuH ^ Ego Antoniu» Diac Card. SS. 
•il Ego Ces. tt. SS. MM. Nen'i, vi Quattuor Car. 

Achillei PrcBbiter Car. itor.' * Ego Petrus S.«« Nicolai in car- 

»* cere Card. Aldob.» 

•il Ego Lanr.' 8. Laurenty in Per- * Ego CinthiuR Diac.» Card. 8. 

necopona Presbiter Card. Blan- Georg)* 

ehettus i^ Ego li. Card. Cesiu» Diaconus 
•il Ego Fran.^^tt.' 8. Silvestri Pre- 8. Marie in Portico 

sbiter Card. Davila >$( Ego A. Card. Pcretns Diac.» 
* Ego Ferd.» tt.' 8. Blasij Pre- Sante M.»- in Dorainica 

sbiter Card, de Guevara »ii 

>'. B. 11 preiionte mffnmto fu fcentilmnitc (>!«>Kint(> dal sig. ing. AinilcHn* 
RjiinaKzini, Arrhivirttu nel R. An-hivio di Stato di Mixlciia, |M>r corto}«4> tramite 
dcirill.mo ttjgiior dottor cav. (i. O^iiibi'iK', Dln'tturr dell'Archivio stowso. Agli 
f>m*>d HlKiiori va4laiio i mici vivi rinfn'aziamf'iiti. 



III. 



ALDOBKANDINI AVANTI IL P()NTIFI(^\TO. 



1. 



80 Agosto 1532. 



I/itrumeiito chr porta il lodo emanato da SiìvpAlrn Aldobrandhn, 
chiamato arbitro in una lite privata fra Lucrezia de' Macchi 
moglie del fu Pietro (reti file Laderchi e Jacofto del fu Carlo 
Laderchi, per divisione ereditaria. 



|D«i fk}cmnfnfi prr >/H Ahu'iH tì*i l^uhrrhi: ad aniiuin|. 

• 

No8 Silvester Aldobnindinas I. V. D. florentinu» arbiter et ar- 
bitrator et aniicalis compositor, assiimptus electus et deput^itus a 
domino Jo. Baptistae de Macchis, procuratorio nomine domine Ln- 
cretiae cius sororis et uxori» q. domini Petri Gentilis de la Derchia, 
et a dieta D. Lucretia dictum eompromissum ratificante ex parte 
«DA, et a Ber Jacobo q. ser Caroli de la Derchia et a ser Augustino 
' 'mratore dicti ser Jacob i ex parte altera. 

'x., 5.* Serie. — XXXVIII. 25 



LnliiiQ, il.itiiiii et in hi» acripfis pronuntUtuiii fi proinnlnini» 
fui't Hupr.idictutD laudimi per prcfatum d. Silveetriim srbitnin n 
arbitrai ore DI prcdiftuni ut supra prò tribiiDatl et^deiitcm super i|iui' 
dani Lane» lignea in eiue Domini Silvestri doro» )i abitati duo in 
civitate Faventiae io capella SJ Michaclia iaxta vinui n ilnol'ii». 
illos de Ragnolis et alia lat«ni, sermtig omaibne flerr-aDiU» n mi1> 
anno a nativìtAte eiuMleniì D. N. Jean Christi uiìU.i»' ijuin'|.'»" 
trig.™" secuDilo. iod.** quinta, tempore pontifieatns S-'m D. S. U. 
Cleuip.ntis divina providcntia papap 7.', die aniem trif^nta nriirb 
angusti. 



ir<:rHa ài dtUbrrotionr co» evi rirnf data famttà agii An^at" 
di mandar amiuiMaloh a Hohffna ad incitare il Card. IppoMn 
Aldobraudiitò. eoncitto^ino, ad ocrrltai^ Voi^fiitaìilà dtr lr'iu%t« 
intende offrirgli nel me jMMoi^gto c»n Montig. Bianchetti da ' 



i 



Coraiu quibub ut 8upr:i congr^f^tis etc. ad propoBitiooetD |>rt 
ma;niifi>''>ni doniin. Priorem fartaiD de mitt^ndo oratorein ad Ill.>^ 
et Hev.inuin d. Cardinalem Aldobrandinam civen civiiatis mw 
FnvpnC ei Rev.mi™ d. Blanehetlum andilorem Sa«. Rotiti Rnoiat 
iu civitat. Bonouiae ut dìciiur pencmoa prò eìs inriiandis ad t 
spitandniu cnm Mag." rommunìiale nostra in eoram tmnailu i 
vertendo Koiuain: $iiper qua pru))ositioneiu babìlo colloc|UÌ<i «tali 
dev^ntnm fuit ad infraseripluiu partilum : 

tjitibua vidi'tiir «'I [ilaort quod mag.^) doto."' Anii.iui liabvul 
■nrt uri tal e DI i>IÌgrtidi ei psix^ìendì ambasr latore m Bonanian ai 
[■(Tifiani prrdirtiiiu rum Ìn»tractìone rì danda, dent faliani alk 
iiuìlx» aliier niKrau: quiliUf dati» etc reprrtuni fnit iiarijtnm *At(- 
niiJKSi- (H't faluiA alba» trifrinta e-t nigras -I et ita etc. 



ijui magiiitiet dutumi Antiani rigore aneiorii 
datr viiT» rive rli^jccninl it- Ant. Men^tinm ai 
diciuni- 




SULLA * CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 391 



a. 18 MafT^io Uba. 

Silrestro Aldobrandtnt di Faenza raccomanda Ser Andrea Kmììfani 
agli Anziani. 

Ilhideil», ^'Mv/iM/i/i, Principi * mri SnpfrioH. vu\. I, v. 1*841. 

Molto Mag.ei Sig.ri Antiani. 

Le S.S. V.V. sanno quanto io babbi amato sempre Ser Andrea 
Emiliani per la bontà sua et per havermelo trovato sempre amore- 
vole et fedele. Sanno ancora che io come loro cittadino, creato da 
loro per cortesia di quella Corte, mi son sempre promesso ogni ho- 
nesto favore. Onde hauendo Ser Andrea per ordine vostro et del- 
l'Ili."»*» et R.n»« Legato patita estraordinarie spese et fadighe nel 
tempo della guerra della Mirandola et della Sede vacante nella Rocca 
di Russi; mi par con buona faccia poter ricercarle che si degnino 
per amor mio fargli quella ricognitione che conviene et non quella 
de' XX scudi che gì' è stata fatta, et non per ancora pagatali; perchè 
io prometto loro che tutto quello ch'elle faranno per Ser Andrea 
Io riceverò come fatto in persona mia, et Dio gratta, mi retrovo in 
grado nel qual penso di poter render loro buon cambio di quella 
cortesia che useranno verso Ser Andrea per amor mio. Che è quello 
che mi occorre, oltre all'offerirmele pronto ad ogni commodo et honor 
loro. Di Roma, al li xviij di maggio m. d. lvj. 

Di VV. SS. 

S.'>r Affett."!*» 
Silvestro Aldobrandini. 

4. 24 Maggio 1580. 

Mandato di scudi sei a favore del Cav. Antonio Mengacci deimtato 
ambasciatore a Bologna per V effetto di cui sopra. 

Ilbfdmi. e. Wa|. 

Die 24 Mail. 

Mandatum prò domino Equite Antonio Mengatio scutorum sex 
marì in auro prò eius viatico trium dierum. Bononiam occasione con- 
tnaerìpta [Vedi prima, al N. 2] comprehensis expensis . L. 25 - 10 



t iMÌ'atlo con^^ììart co» cui il Cariìinalr IjipoUto .Udo 
nilifi é rlttto a Frotftlore iMìa Città. 



libidini. . 



. 133 "^M 



■I. 



l'ri>;KisÌtutii fiiit per dnminuni inn^riiifit'uiii ti. friur^iu quod d- 
viiBs nostra Karentìa ei morte IH."'! el, Rev."" il. CAnlioal» Far- 
Dcsiu ni absquo prot«ctore, un'ile hortatiis c«t omnc<ii mi diernilain 
eoruui sc'UteDtiaai ad devenieiiduiii sit ad aliain eleetfonem proWntarìa. 
Kt' liabito super inde rolluiiuio, devviitiim full ad partiliun ihtn- 
siriptum. videlieel -. 

Quibos videtur el placel i^uod devenìri d^beat ad rlfcltonpin 
miiiiB lll-n" el B,™' <i. Cardinalìa prò prolectore clvltatie uostrae 
KaTentiao dtiit faliam albani, tiuibas alìter nlgT&ni : qulbut «iatu He. 
repenutD fiiH parlitum obtinutsse per fabaa albas :{T. niimis 1^ H 
iu eie. 

Quo partita abteota et pnblìcato inenDtÌDenli ad namlaailonui 
MDsdsm magnifici dowinis PtintiB, voefi onnìnm fér» cottali Urinnia 
elrrtiiit fuit IH.i""* el Rer.»"^ D, Cnrdinalig AldobraoilìiiUs |.r.i [ir.» 
leclore eiiisdem civllatis nostrae Faventiae et ita etc. 



lettera eoa cui ta Cominilà di Fatma prega il Card, lppcUt« Ai 
dnbrntidini, che fu poi Clemente Vili papa, di acettlamt Ik 



Card.l' 



le coleDdissimo, S." 
Aldobraodino. 






. l)I.ni 



ì: 



TanU ò I» 
l'I K."'» rondata non solo supr^i la memoria dell' booorato 
M. rcc'. 1^ »aa fxHij'irlìa. ma anco sopra l'affetlaosi <iffert« faUad 
tantr vfllte da lei $i anji>r^voFmenle. che hier manina nel 
CoDSP^io grneralf l'oneordemenle, a viva vixw d'itgnuDO. f» 
noaira protirtion-. \a supplirhìamo dnnqne ad acceture vi 
la nfwtra pmiieii 




SULLA <c COXVENZIOXE FAENTINA » DEL 1598 3f^:^ 

servitori come le siamo sempre stati, che cosi saremo sicuri di godere 

contenti sotto la cura di un tanto difensore, al quale humilissima- 

mente et con ogni segno di reverentia baciamo le mani. — Di Faenza 

il di 28 d'Agosto 1589. 

Di V. S Ill.ma e R mn 

Humil.mi servitori 

Gli Antiani di Faenza. 



;• 2 Settembre 1589. 

Ijetttra con cui la Comunità ripete V offerta della protezione sua al 
Card. Ipp. Al dohr andini. 

(Ibidem, e. S b|. 

Airill.mo et R.ino Mons.^t* nostro Signore e padron colendissimo. 

Il S or Card.l*^ Aldobrandino. 

A di 23 delTAgosto andato questa Comunità supplicò per suo 
lettore V. S. Ill.ma e R.">a a compiacersi di accettare la sua prot- 
tettiono ha Vendola chiamata a vive voci per suo difensore. E le 
lettere furon del tenore delT inchiusa, la quale odiamo dal nostro 
agente non esser capitata, se bene noi habbiamo sicurezza che a 
questa posta a cotesta volta fu inviata. Imperò la rimandiamo, re- 
supplicandola humilmcnto «ad accettare questa prottetione et gradir 
la bonissima volontA di questa cittade, che è sempre per far in gratia 
et servitio suo ogni cosa, ot humilissimamente inchinandoci le pre- 
ghiamo da Dio il fine d^ogni suo alto pensiero. 

Di Faenza, il di 2 di Settembre 1589 

Di V. S. Ill.ma e R.m» 

Humil.»nJ Servitori 

Gli Antiani di Faenza. 

K. IS Settembre 1589. 

Rinffrttsiamento del (^ard. Ippolito Aldohrandini per averlo fletto a 
protettore della Città : dichiara di accettare. 

I Ibidem, e. 4|. 

Molto Magnifici Signori. 

Come ho detto a m. Natale Rondanini potevano le SS. V.V. dar 
il titolo di Protettore a un altro; che cosi n'havrebbono havuti 
due; coBciossiachè di me, potessero promettersi tutto quello, chMo 



I 



I 



posse, seaza che mi facessero questa duotr dimosUntionv ilvll'xii»^ 
revolezia loro, et della fede, the mostrano tutta via d'hawre nrlU 
pttrHnna nii.i. ai come tiano fatto cuntirtaament^ ; ma polobè eoa] è 
piacintn alle SS. VV. ne le rin^ratio quanto debbo, eviti fitstoilole 
ohe in tutte le occasioni clic mi si porgerano di imterlo snrriric. m 
in Kenerale, ot in particolare, non rcst.ariuio mai ioganati, iilnipno 
quanto alta volontà ut alla prontexta del mio desiderio, ovp non 
arrivarano le fonc ; che ben mi ricorda oltre ijufllo, che spelta n 
me uedesiuio de i servitiì fatti da cotcstit città a mio padre, che 
sia in gloria, et della memoria che n'Ita tenuto sempre, con cht* |irep> 
alle S.S, V V. dalla Uacstà di Dio Beuedetto ogiil contento che «do 
da loro stessi desiderare, et fo fine. 
Di Roma, li 13 di .Settembre làS9. 

Dello ^S. VV. Come auorosissimn fratello 

Hip. Card. Aldobrandino. 

A Irrgti : Alli mollu ma^niìfici Sifconri come fratelli 
li ì^.r) Antiaui di Fuenu. 



31 Ottobre 1.W9. 



MtiJnlo 'li ttayamml" ftr il J»no fallo al Cardinal PnUllvfr, 
IppotUo AliìahrantliHii, rvnttitrmle tn in baalt r bfveta d'ar^mlo. 



Itrnt mniisetunl mnmlalnili i|uod Banl bone facturi L, a5><l boa. 1 

giro bacilo t^l hrunfcìo arfrentrl lavorali empi, itonooiaiu 1 

lirr d. l'aulniu Tanrelluiu a<l r.iliunem »old. S8 ' , prò | 
<|iiatibrt Itaci». >|UÌ ^U(^rnut pnndcris u. Ì'S' et carato» 

Iivua pru proviatoBc di m. Paolo Sod m«i]ì :t om «■ A 

\tt la s|tesa L. % ■ 

Ili-in al fallore ebr l'andò a piftliare a bukif^ia L* >■-'>■ I 

et |>rr la |inb<-lta ili H<tt<k$i).i e liuola I- i.-ì. ^È 

• hi- fano la «nuta di . . i, S84>1.^^| 

Il igaal Imcile •■ bronicio xi va»l ili^uan- airilt.mo r B«V4Ì'J 
>.•■' Canlioate Hippidilo Aldotiraivilino pmtirllat» ddU M^ftt§imM 
Cuwiiuilj) nuitvani^aK- fall» in >i-ei> delt'IU.'M fiwMM *k9tjH|J|fl 
ptalteiliir^. i^b^^^^^mj^^h 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 395 



IV. 



IMPRESA DI FERRARA. 

I. 26 Luglio 1597. 

Il Card. Bandino^ Legato, avverte di venire a stabilirsi a Faenza, 

I Archivio del Coinuiio di Faenza, Rettori drlìu ProriucUt, voi. X, e. 303|. 

Molto Magnifici come fratelli. Piacendo al Signore Dio, disegno 
«li essere fra pochi giorni in cotesta Città; et perchè ho dato cura 
al Carradori Arciprete di Rossi | Russi], che per la persona mia ac- 
comodi alcune stanze del palazzo ; ho voluto dirvi, che mi sarà ca- 
rissimo che non solo facciate intendere al fattore che gli ne dia la 
chiave, ma dove potrete gli diate anco ogni aiuto e favore neces- 
s*ario. Et mi vi offero. Di Forlì, li 2(> Luglio 1597. 

Come Fratello 
Il Card. Bandino. 
Antiani di Faenza. 



2. 7 Ottobre 1507. 



Parcella di atto consigliare, con cui il Card, Bandino viene eletto 
(Consigliere di Faenza. 

Ilbid., Actit (ousUii, voL 1». e. 120 b|. 

Die 7 octobris 1597. Convocatis etc. (Omissis), 

Ulterius ad propositionem eiusdem magnifici d. Prioris do ha- 
bendo ac eligendo uno consiliario prò quarterio Porte Pontis loco 
magnifici d. Julii Derchi defuncti; III. D. Gubernator nomine 111.™* 
ac R.ini D. Card. Bandini Provinciae legati petiit locum prò III. ma 
l^nminatlone sua; et sic viva voce eius Ill.»"«<' Dominationi donatus 



ÌM^ 



i;( ottobre IS!>7. 



ti fard. Banilitio riH^azin prr la sua rlriione a Vutunglifrr msta- 
$iitU di t'aenea. 

Iti'M-. «•U-ri i,iiit AMf-Ho. nil. X. r. WN 

Mtiltii inagnt6ci come fnitplli. Ho rjccvnto mollo gniln drila n- 

«olutiono iiresa * mia contenipiatioop in role«ta conep*;''** 1**^ etmtu 

del luoco dei |fÌJ> uie«£er Giulio IjidercLia. dt'T quaJi- siccoine nibI 

vaivrù come siMitirela x suo tenipn. co«l uud ho mlnln bweìarr lU 

rìngratiarvnio di baoo more, et dirvi (^lirr di iiiifdta concMr drtt»- 

MnttoiM. I» svrbarA vtno coteaM Coninnità. quella irrsu BPaoria 

«be al d«*v et mi vi offerti di enun-. Di Farli, li IS di Ouotm ISHl 

Cane fVai«lli> 

Antìani di PaeDia. Il Card. Banilltin. 



4. 



10 Mino 1»96. 



Jl r ^rA' M l Aurftao d«att«a iwl laayo al (W. VUrMU, «mm 
parr 4«II« *«f*)(*tc hHcra, n^ortal* i»rfr<*M «i wf pU f » Jit^ 
■*t«n rfrtl' nWrte/h' XraMi. rJ ««Aita dal C«Rn«(»rr af CmuiafM. 



I 




Al l)«vereai(>rr di l'arata. [I lan^hn che da rolcui cnntigtitti j 
ni è stalli ctMiMMn fn et r prr il CaT^iere Ani. Uhertelli air* 
ettn «lur MÌ«- ho berillo a V. <:. : onde potrà lU parte mia fan* b j 
■OMiutkw^, awii Be »ef«a reffetio et rÌB^ratiar ioni d«lled< 
«tntioBÌ (alte wtM di «e et b» li <4r«. Di iUrnika. li 10 A ] 
Mars» 13S»S. {li V. S. ««mt fratHL» 

*. t Apnt« 1»S6- 

It r^nìtmml fUsAM i>»f <* «* alrrw fimi 
Irttrm 1 Jj>nl< ISK, n furiata mtlT^ttm 

!>** ■ r :?■ ■ 

A^i AMiaat di Fmwì 11 l»>^v drlf llirftrilì è fisi 
•«federa il «tit. Il <(m;<v pr« nAfttrmrv per ■« et po-f i| 
««Arra ehe afpsrisr« pia rkÙTSMesi« is p«Mica auiltan. «ta 
nn> «W (w* pAnifwtatT aJrta^ uaitet» k ra 
KtKvMa. it < d- Afe* ti=^. W V_V, -i. ?. 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 3P7 



a. 28 Ottobre (?) 1507. 

Istruzioni del Card. Bnndino circa V impresa. 

Ilbld.. /ifttori Hfìln PrtjrÌHrOt, voi. X, r. 3091. 

Molto Magnifici come fratelli. Dal Governatore di costi et dal.... 
fiscale sentirano quello cliMo desidero per... loro et per servitio di 
N. S...., e perdio io conto di trovar in loro ogni fedeltà verso la Sede 
Apostolica et la Santità di N. S., aspetto di sentir Tessecutione del- 
l'ordine mio con ogni prontezza, et mi offero. Di Forlì, li 28 di 

|Ott. ?| 1597. 

Conio fratello 

Il Card. Bandi no. 
Antiani di Faenza. 

{r tutta autografa). 

7. - 8 Novembre 15!>7. 

i)rdiui dei Card. Bandino, circa la cessione di armati e di artiglieria. 

I Ibidem, e. »10|. 

Molto Magnifici come fratelli. Il Cavaliere Ubertellì reforirà la 
sollecitudine che bisogna usare nel negotio di che ha trattato il 
Capitano Pompeo Mattei per ordine mio, et perchè non bisogna perder 
tempo in cosa alcuna, non voglio sentir altro che l'istessa ossocu- 
tione, et mi offero. Di Forlì, li 8 di Novembre 1597. 

Come fratello 

Il Card. Bau di no. 
(Agli Anziani di Faenza). 

s. 9 Novembre 1597. 

Istruzioni militan date dal Commissario generale Mattei. 

\Comnii$xtiri al Puhhiiro, voL II. dal 1558 al lrt7'.», o. 171 1. 
Molto Ill.ri SS.ri. 

Mi è stato grato P intendere per la cortesissima sua lettera la 
deliberatione, ch^han preso di mandar qua ducenti homini per guardia 
dei lor castelli, et della elletione ch^ han fatto della persona del Ca- 
lettilo Anùmio lUombetta, quale lo espediranno subito a questa 
*te a|f|a.iO darò ordine delli aloggi. Avertirà il Capitano che 



>•- 



:ì98 GAETANO BALLA RDINI 

fa<*ica provedere a soldati di polvere, et palle, ma questo però no' li 
hahia n ritardare; quando sarà finito di risarcire raltegliaria melo 
avisi subito poiché qua ce n^è molto bisogno; non mancaraiuo di 
dare al Castellano di costi cinquanta honiini conforme a l'ordine datoli 
ne occorrendo altro mi (►fferisco, sempre pronto a servire inognilor 
occasione et li basio le mani. Di Russe, il di 9 di Novembre 1597. 

Delle SS. Sig."*' 111."»- 

Aif.»"*» Servitore 

Pompeo Matthei Commissario generale. 

Alli Molti Ill.ri SS ri Anciani Padroni Osservandissimi 

Faenza. 

«. 22 Novembre 1507. 

liiìuiraziamento dei Papa per le offerte di aiuto fattegli dalla ComHnItM 

\ff.infitHili. I*rinripi t tari Snp*riori. voL II, C. 4±I|. 

Molto Magnifici Signori. Sicome la Santità di N. S. ha semp 
sperato dalli suoi fideli et devoti sudditi ogni amorevole et pronte:::^' . 
demostratione nelP occorrenze che concernono Phonoro et utile d. ^^. 
«luesta S. Sede, cosi bora per la confirmatione di questa speranza 1^ ^ 
è stato tomamente grato il buon animo che cosi prontamente ba^^ 
mostrato cotesta sua Città in generale et particolare con offerirle**^ . 

aiuto (1) nel presente bisogno di questa tanto giusta impresa di ^ ^^^ 

Me 
Ferrara, che la Santità sua a mantenimento delle ragioni de la S. Sede '^"^ 



^ -t 



apostolica è forzata di fare : et sicome anco Sua Beatitudine ha ^ *' 
aggradito infinitamente questa loro volontà, cosi mi ha ordinato che 
io assicuri loro, che in ogni tempo ne mostrarà veri et paterni segni 
d'amore et di gratitudine, sicome ha fatto fin bora in sgravare li 
poj)()li in quello che ha potuto. Intanto accetta P offerte fattele et 
l>er bora come in deposito le lascia in mano loro, con animo di va- 
lersene solo in caso di grandissimo bisogno et necessità, che piaccia 
a Sua Divina Maestà cìie non occorra: in qual caso la Santità sua 
Ilaria a caro sapere con che somma de denari possa cotesta Com- 
nnuiità sovvenirli. Che è (juanto ho da dirle, et mele offero pronto 
a<l ogni loro piacere. Di Roma, a' 22 di Novembre 1597. 

Al j)iacer loro 

Cintio Cani. S. Giorgio. 
A' SìiTHori «li Faenza. 



(1) In Archìvio manca la mÌ8HÌva. uè so quindi dar notizia snl rome 
la Coinnnità si fosse offerta. 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 399 



10. 28 Novembre 1597. 

Ordini e Capitoli dei Cento Pacifici per guardar la Città, 

\Arta C. Vironuii racijiroruin. dal 1595 al IttOJ, ce. 80 M'^g. in latino, 

«•ocotto i rapitoìi in italiano|. 

Die 28 Novembri» loOT. 

« Corani IH.»** domino Gubernatore Faventiae » congregati i Si- 
gnori Dieci ed altri del numero dei Cento Pacifici di Faenza, in tutti 
in numero di 65, nella casa di abitazione de! Governatore, — avuto 
lungo colloquio sul modo di custodire la città di giorno e di notte 
in questi tempi di preparazione della guerra contro lo Stato di 
Ferrara, e stabilito che tutti i Cittadini e il Popolo Faentino deb- 
bano, come fedele popolo di S. M. C, custodire con ogni industria 
V s(dlecitudine le porte, il palazzo e tutta la citt/i e mostrarsi pronti 
in servizio e onore di S. M. C. e del S.S. N. Signor Papa, come 
^tempre fecero in simili occasioni oc, — determinarono d'eleggere 
iinanimamente otto Uomini del detto numero dei Cento, due per 
<|uartiere, e cioè : 

per porta ponte il magnifico Alfonso Pasi e Eugenio Prìtelli — 
per porta Ravegnana il magnifico cavaliere Gabriele Calderoni e Pel- 
N»grino Zoletta; per porta Imolese il magnifico cav. Silvestro Ron- 
<lanini e Virgilio Panzavolta; per porta Montanara il magnifico co- 
lonnello Vincenzo Nabli e Camillo Armenini: ai quali eletti fu data 
ogni facoltà di ordinare e disporre per la custodia della Città, ri- 
feren<lone al Card, legato Bandino, residente ora in Faenza. 

Seguono 12 capitoli sul « Modo per guardar la Città », appro- 
vati dal Legato come aegue : 

Octavius Card. Legatus 
loco t sigilli 

Di Faenza, li 3 Decembre 1507. 
Mercurio Sebastiano Sec.ri*». 

11. 11 Dicembre 1597. 

Aggiunta ai Capitoli per guardare la città. 

|Iì>i(l('in, 0. .*tL|. 

Adunatisi gli otto deputati, i dieci del Numero e il Governatore 
stabilirono altri due Capitoli, confermando la necessita di seguitar 
nella custodia « senza pretermettere diligentia alcuna necessaria ». 

Autenticato dal notaio Paolo Castellini. 



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SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 401 

ooruui remotionis e convonlu occasione inoltitudinis militum qui in 
hai' civitate cxpectabantur ac copiae eorum quae iam extabat causa 
t'xpeditionis Ferrariae, quarum tenor est talis, videlicet: 

A tergo : Alli molto Ill.>*i SS.ri li Antiani di Faenza per le 
Madri della Trinit;\ di Faenza. 

Intus vero: Molto Ill.ri SS.H et Fratelli in Cliristo. 

Le poveri madri della Trinità in Bor^o dell'Ordine Camaldolese 
jier ordine de' padroni sono necessitate abandonar la propria casa e 
trasferirsi al monastero di S.<> Maglorio di questa Città, con loro 
l^randissimo svantaggio; e perchè sono per patire in questa occasione 
anco di cose necessarie, supplicano humilmente le SS. VV. molto 
Illustri a fare deputatione di qualche gentilhuomo, che provegga 
air indennità loro, affinchè, in questo suo passaggio e per la nova 
habitatione et per altri accidenti che alla giornata si scopriranno, 
esse habbiano come membri di questa Città a chi far ricorso, che 
del tutto sicome glie ne resteranno in perpetuo obligatissime, cosi 
s'obligano in perpetuo pregar nostro Signore Dio che le prosperi e 
feliciti. 

[Furono eletti Frane. Rondinini, Bartolommeo Nicoluzzi, il cav. 
F'ranc. Barbava ri e Girolamo Rossi]. 



I*i. i) Gennaio 1598. 

Ordini del Cardinal liandino circa V arruolamento di guastatori 
faentini, 

\titttoti tffllit Vrotincin. voi. X, e. .'Jlll. 

Molto Magnifico come fratello. Besogna per Tesercito gagliardo 
numero de' Guastatori, et si è resoluto di volerne dalla vostra (-ittà, 
e suo territorio il numero di cento Guastatori, quali per tutto il 
di X del presente mese si denno trovare in Cesena, e quivi presen- 
tarj*i, e rassegnarsi al Fontana loro collonello. 

I>a loro paga doverà esser di paoli 85 il mese, da cominciarsi il 
mese il giorno suddetto x che se presentarano, e dal S.r Thesauriere 
della Provincia le sarano pagati, prima che vadano, dui scudi per 
ciascuno, se le piacerà pigliarli, et il restante poi sino alli 35 se le 
pagherano dal collonnello al loro arivo: e se dal detto signor The- 
sauriere non haveranno havuto li dui scudi se le darà il suo com- 
plimento dal suddetto collonello. 






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SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 40;] 

di buona stalla per f^V animali e di buona stanza per li biolchi 
et che, 8* è possibile, tutti gF animali stiano in una medesima stalla, 
o almeno in stalle poco lontane una dall'altra, e piii vicine che si 
può al luogo dove si scaricano e recaricano le robbe per T esercito. 

Questi biolchi, buoi, et carra deno essere cavate dal vostro terri- 
torio, et si crede che serra bene metter in una bussola villa per villa 
tutti li contadini, che sono provisti di buoi et carra buone, e da 
quella cavarne uno o dui o tre a proportione, in maniera, che da tutto 
il contado sMiabbia il numero detto di sopra, et questo per una villa 
non restì sfinita, e l'altra resti senza servire. Chi servirà deve esser 
pagato dalla Comunità, e si è pensato che a dui para di buoi vt 
un carro col suo biolco si diano scudi 15 il mese; et se terrà un 
paro di buoi solo con un carro, se gli ne diano x, e doveranno 
esser pagati di dieci in x giorni anticipatamente ; la quale spesa sì 
doveva mettere in comune, o vero, se più parerà conveniente, repar- 
tirla sopra tutti quelli, che hano buoi et vacche atte al carreggio, 
ma frattanto supplisca la Comunità. 

Questi biolchi, buoi, e carra denno trovarsi e rassegnarsi in 
Faenza per tutto il giorno x del presente al Ministro Deputato per 
r esercito ed ad uno da de))utarsi <la voi, et all' bora ricevere il 
pagamento delli x giorni seguenti. 

Il loro servitio serra di portare robba continuamente da Faenza 
a Imola o ad altri luoghi dove parerà al Deputato per l'esercito, 
e da Imola o altri luoghi tornarsene a Faenza senza mai pernot- 
tare o andare altrove, in maniera che sempre, o siano nel viaggio 
del Carreggio, o siano in Faenza alPallogiamento loro presenti, e di- 
sposti al caricare e fare viaggio nel modo e dove dal suddetto De- 
putato li sarà comandato. 

Si desidera che siano xx carra con 40 para dì buoi buoni, ma 
perchè forsi tutti li contadini non hano dui para di bestie da tirare, 
in (piesto caso ci contentiamo che siano 30 carra con 30 para di 
buoi. Il tempo è breve nel quale debbeno essere all'ordine come 
disopra: però no vi si interponga dilatione in modo alcuno, né sì 
vt»nga a dimandare recorso, o a muovere dificultà, ma s'attenda al- 
Tesecutione dal Governatore e Magistrato, perchè s'il servitio non 
serra omninamente complìto nel modo et tempo di sopra prescritto, 
se ne farrà resentimento gagliardo, sendo servitio tanto importante. 

Per adesso si conducano detti biolchi et animali per un mese, 
che poi alla giornata si comanderà se si denno fermare più, o per più 
oltre, se licentìarlì, o se pure licentiare questi, e per il secondo 
mese se pigliare il cambio d'altri; se ben sì spera che in un mese o 
poco più serra spedito il carreggio dì tutte le cose. Gl'animali si 



h»mo a fu fetrur ì» tatti i Modi, perchè ri»p«Uo 11 coatinwi •riiep" 
e SUwit fjUanxu m pMirfcb^^ra irvuUre t (liedt. 

fi pifLfcì rill ■!» «ìsMir C^rd. AI<k>t>ni)iiliDn lu dftlo carnVi- dt 
^■nto «MMin ■! nssM Tbnrtiirit» <i«Il» ProrÌDrìa, ii il««»*a»ii» 
c^ lOi fraattxu « •nDc<it«dt» ««7^!» icritrdini. ch'istunw a 
•M MwiiiiKi lU l«L CW i ^B»!* bì (Mvnm- « uw le ncooMuk 
W FkNKi. il ^' « GvBiimni U«ft 

DI V.V,«%. Molto ■inpitfc*f (^uo*^ rtst^llo 

Il CknL BudlMi. 

AaiJui » Bewmature il Ftana. 



;i FeUnìo l»H. 



1. nL a, r. MI|. 

Mollo MscBifri Stnari. D»! QUMlì inr eitUidìiu) haTrnsvn rifa 
>F«tÌlu U n«ol«iioD» che )« bo djlo nafomc al il««iilfrii< ck> ■» 
^nuMi MNi qMflU Ioni d«lli n del pMMlo intono a^li Glossi 1 
Mlteli : At i qsaatw n'voowm. «t ai i. a Mi f T lwa 

IH Ft-mn. lì 3 di Frtit<nH> 15«*. Al pincfr lom 

Il Card. AMobraadi 
Antiaat di FaratL 



«an n. irMv»M*«M Doarlhw ri ÌL Cntttm»m JfiBOtfiu> « 



I^Mn M»k>i falli ]* dfWti MuiutìaBi aJli d^ltJ r«B av^nirli il« Hi 
f-nruiku ilrl ainnutorato tt eia ^ara il falso prim» ulTtriiilt' Hi 
raninui H ti prn«#ÌBn. rt poi vira rastinto ilalla ^iistitia. 

Iim »ii»n intrrro^ii ohm $A|>ia» eht At r«B«o IS!'3. ìMì, (R. 1^ 
mrttn Frnra rra HKt» il darà Alfitii*o ila Etl« il »c«4«#M/ 
rbr valeva éoMì TS Ìe tVrara t-alr«<r M>l<li -C> rt»(] in Rui^ 

lirm <li qaaaii JrBarì o ■laatrìei. rn«r *i dire t-nl^ariMeate, ili B 
Totitn »B ìi«pUii di Ferrara. 

lira K il tAldo di Ffmtra ^ dr P b4««*io >aMrn> dì daftari. Ìl 
(«rrr («■ti ia Faraa*. 




SULLA € CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 405 

Itcm come soldi 78 in Ferara valutato soldi 85 costi in Faenza. 
Itera cóme siano stati indotti a far detta fede et con che colore et 

da chi. 
Item lino che fosse debitore di scudi 50 d^oro da soldi 78 in Ferrara 

et li pacassi realmente a soldi 78, li dovessero poi essere fatto 

buoni in Romagna a soldi 85. 
Item quanto sia valutato il scudo di Ferrara costi in Romagna et 

particularmente qui in Faenza, doppo che Ferrara è sotto il 

dominio di S. Santità. 
Item in reliquis supleat diligcntia domini Esaminatoris. 



Ift. 1« Febbraio 1598. 

// Card. Bandaio domanda la nota delle spese per la fioldatexca, 

\Htttori dflìn Prorinnn, voL X, e. :n4|. 

Molto Magnifici come fratelli. Adesso che è hormai finita la 
spesa della soldatesca, desidero dMiavere la nota di tutto quello si è 
speso distintamente da cotesta Comunità ; et per stabilire quel.Io, ohe 
si deve osservare per Pavenire, mi mandate la tabella vecchia et 
nova, acciò si possano incontrare insieme. Però non mancate di 
mandar alla più longa per tutto il presente mese, et state sani. 

Di Ravenna, li 18 di Febbraro 1598. 

Come fratello 

Il Cardinal Bandiiio. 
Antiani di Faenza. 

:»}. 2 Aprile 1598. 

// (Uird, Bandino manda le istruzioni sui conti delle spese fatte per 
la soldatesca, 

I Ibidem, C-C. 3l»5-3ìW|. 

Ill.r«* Sig.r^' come fratello. Si manda a V. S. P inclusa instruttione, 
da osservarsi nelli conti della spesa fatta per la soldatesca. Però 
secondo quella si dovrà regolare, et mandar poi qua li conti, che 
bavera saldati secondo la detta instruttione. Et stia sano. Di Ra- 
venna, li 2 Aprile 1598. 

Di V. S. come fratello 

11 Card. Bandino. 
Sig. ftovernatore di Faenza. 

Abch. Stoe. It., 5.» Serie. — XXXVIII. 26 






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SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 407 

22. 26 Gennaio 1598. 

// Duca Cesare d^Este ratifica la Convenzione conclusa in Faenza 
colla Santa Sede, 

[R. Arch. 8t. Modena: CancfUrria Dur.alf. VerUnzi di Stato. 
Caduta di Ferrara sotto il Dominio Poutijicio ntì 1598. Busta '2*\. 

1598, Gennaio 26, Ferrara. 

In Christi nomine, amen....'^ Quod in testium infrascriptorum 
et noBtroruni notariorum pr^sentia personaliter constitutus Ser.'»"** 
D.D. C^sar Estensis habens, ut asseruit, plenam scientiam....'^ 

Acta fuerunt pr^dicta Ferrari^ in Castro in camerino 8olit§ 
residentif^ imfrascripti Ser."»* D.D. C^saris....*** 

[Notai Francesco Rondoni e Lodovico Martini. Copia autenticata 
dal notaio Girolamo dalla Torre modenese il 13 Luglio 1629 1. 

28. 28 Gennaio 1598. 

Lettera di Girolamo Malvezzi al Segretario Imola a Modena, 

I Ibidem, Biuta 4*|. 

1598, Gennaio 28. Da Ferrara sconsolata. 

Ha hoggi circa le xxiu bore fatta la sua entratta Monsig.r Ill.""> 
legato, rinovando al poppolo il duolo della partita del Sig.r Duca 
nostro Scr.mo, senza cbe s^babbia udita pur una voce gridare W. 
Omissis. 

24. Gennaio 1598. 

Racconto dei fatti accaduti in Ferrara negli anni 1597 e 1598, 

llhldem. Busta .r|. 

Il giorno undeciroo di Gennaio |1598] fu dato per ostaggio 

il Prencipe maggiore figliolo del Duca, et il duodecimo si venne a 
descrivere le conditioni deir accordo, le quali furono le seguenti...."'* 
che il Card.e Aldobrandino se non il vigesimo nono del mese po- 
tesse entrare in Ferrara, e doppo partito il Duca ..."^ Il Mazzoni 
inviato dal Card. Aldobrandini alla Repubblica di Venezia favo- 
rito, donato, e contento riportò la risposta ad Aldobrandino, il quale 
(essendo sgombrato il Duca molto sollecitamente; quasi che Ferrara 
li fuBse di soverchio travaglio) hebbe P ingresso accompagnato da 
tutta la militia nella Città....'*' 



OABTAHO BALLABDISI 



2» Gennaio 1598. 



Litlera del l'ani. Ahlolirandini al Canlinali San Hiorfia. (Ojntin 

Aid oli rullili Ili]. ' 



1598, Oennaio 29. Ferrara. 
Spedisco Valerio Corrioro per dar nova del min ingri'asn in y-t- 
rnra, et a questa effetto port» aolo una mia lettera a N. &."■ ci 
i|ii<mta a V. S. TU ma, ta ifitiilo nou h <li mia inntio, polche i'eaatr 
in piedi da nove hore in qua et molto Btr»cco m! fa disprasan*. 
Ilieri parti il Sig."' Duca di Modena di lineata OitlA. nt jo. per noa 
metter tempo in mezzo, sriu stato qui alk' 17 linr« con rinqnrmifat 
fanti et mille cavalli....* 



'iipia ili Irltift drl f'nTiììnal Aldohranditii ai Pnfi, 



* 



Hìeri parti di qua il Sig.oi^ Buca di Hodena, et hoggi bo fatta 
t' entrata in questa Città, et pigliatone il posHessii in nome iltfla 
^»nlil.\ Vostra...."^ 



• Guiiin Cnlcngnini a Cesare tVEtU. 



M If 

naj 



15fl8, Oennaio 3(t, Ferrara. 
l'iT iililiidire a Vostra A,, eitme farò sempre, veoKO a darli» vnMM 
ili quello ciré siieeesso dopn la partita di lei di questit ritliL.'* 
V. andato cu" Conti Luigi Berilitcqua r Seipiime Gìliott ad McM- 
Iriirf il Lf-jfntn chr domandò .1 me se era successo male lleaiiH rt 
!>i le dÌHsi eirin tutto il tempo che V. A. liavca ^veraaiu ihui 

niente!' di male, nemeno dopo la sua {tartita havMli 



I \n> 



• 1.U 



Tilin 



SULLA « COXVENZIOXE FAENTINA » DEL 1598 409 

V. 
ISCRIZIONI. 

1. 1598. 

Lapide nulla facciata della Cattedrale apposta dal Vescovo Giov, 
Ani, Oratisi, 

MOKTVC» ALFONSO II. FEUUAKIAK DVCE, CAESAKK ESTENSI EIVS 
HAEKEDE l'IVITATEM ILLAM IN SEDI» APOS | T01J<?AE DAMNVM OOC^V- 
rANTI':,<'LEMENS VII! PONTIFEX IVS SVVM KE<:VPEKANDI CVPIDVS, EVM 
MOXVIT, SACRIS (^IIUISTIANIS INTEKDIXIT, PEIUTVM QVATVDK MILLI A 
SVPEK VI(;iNTI EQVIjTVM TKIA MILLIA SVB OCTO TIIIBVNIS CONSCUH»SIT, 
VVI OMNES NVLLA VI IIYEMIS UETAKDATT | CONVENEKE EAVENTIAM r*»>;, 
IN «^VA31 dVITATEM VT FEKUAKIENSIVM FINIBVS PUOXIMIOKEM, VENE- 
RAT PETRVS ALDOBKANDINVS PONTIFICIA NEPOS, ET OCTAVIVS BANDINVS 
VTEK<i. ('AUl)INALIS, ILLE | TOTIVS EXEKCITVS, UIC VEKO UOMANDIO- 
LAE LEOATVS VBI MILITES IIOSPITIO COMMODE ET | SINE VLLIVS i^VE- 
KELA ACCEITI SVNT, ET QVOI> MIKVM FVIT (-IBAUIIS AB IPSA SOLA , 
VBEKRIME SVSSTENTATI («ic)^ ET VBI QVAESTOKES LVSTKAUVNT ET jCKMA- 
KVNT EXEUCITV31 | lAMQ. IimVITVUl EUANT IN OPPIDA CISPADANA, 
<'VM per ADVENTVM LVCRETIAE ESTENSIS | VRBINI DVCIS VXORIS, 
FA4TA PACE PRIDIE IDVS JANVARII, PARWLCMi. FILIO PRIMOCIENITO 
CAESARIS OBSIDE <^ONFIRMATA | PONTIFICI FERRARIX RESTITVTA EST 
ET <^VA SVMITA SVNT EADEM CELERITATE DEPOSITA SVNT ARMA, ET 
gVONIAM CIVITAS CARDINALIVM | PRO<!ERVMg. OMNIVM TESTIMONIO 
ECÌKEOIE SE (;ESSIT, IOANNES ANTONIVS <iRASSIVS | BONONIENSIS EP> 
FAVENTINVS NE TANTI FACTI MEMORIA VLLO VNg. TEMPORE DELEARE- 
TVR j UH' LAPIDEM IIVNC IN OMNIVM PROSPECTV PONENDVM CVRAVIT. 

ANNO MDLXXXXVIII. 

2. 1598. 

Lapide nella sala matpjiore del Palazzo Comunale^ apposta dal Ho- 
rern. Conte Gabrielli^ con afjffiunta del i67S (1). 

C-LEMENTi • Vili • Pont • Max • — princ • oit • clementis^ • 

— <»B • FeRRARIENSEM • EXPEDITIONEM • CELERITATE * MIRABILI * 



(1) Quoato iscrizione è conscn'ata anche nel Ripa, Iconologia. Padova 
168<*. parte IH. p. 27. il quale dice che fu composta dal signor Giov. Z.-i- 
ratino Castellini, che ride in Faenza tutto r apparecchio delV esercito 
e delle armi e ridusse in breve compendio tutta V impresa. 




GAETANO BALLARDINI 
1-AltATAM ■ FAVBSTIAM ■ (XtN — VKSIKSTIBVS • PBTRO ' ALDORSAK- 

uTSO ■ Card, Pontifici» ■ fhatbis • filio • ecci.e — sixwnct exkh- 

irrvs ■ SVl'UEMO ■ MODKRATORK OCT. BANDIKO CaKD. FLAMUtt*»: 

— r.KG " (lABTKRISiJ. BBIJ.l ■ l'KISCIPIBVa ■ Alt • LVSTKASDVM ■ E.\EK- 
( ITVM ■ ACIBMq. INSTKVKKUAM ■ MILITIBVS — VSRliJ. MRUIA. UrKMi: 

AI.VNTVK ' FOVKNTVH ' NBC ' VLLVM ' CIVITA» " OB * tHARUATl* 
OFIICIVM ■ CAHITATIS ■ PATITVK ■ ISCOMHODVM ■ IS " TAJSTO ■ UKI 
MIUTARIS ■ APl'ARAXV - LVCRBTIAE ' ESTKXOl» ' VuBlXl • DVClteAS 

— ADVBSTv ■ Cahuaris ■ EsTEXHis ■ «omini: ■ is • hac - tkbk • nf 

t.ATA ' l'ACK ' ET ' AB ■ BOUKSl ■ CONFIRMATA ' OBSIDE ■ VUtHl 

ALI-UONHO - PILIO ■ FEItKAIttA ■ SINK ■ CI.AIIE * ~ 8. R. E. HKWTITTITTK 

ii>, Jas. MDXcviii. Co. Gab, Gabieielivs ■ kvhvb. favestiak • «ra. 
v.ivsg. MiL. viGir- praef. — ai> • aeterkam ■ i-UAEfuiBE • VAtrti • «km. 

ATy. AD ■ PERENNE * FAVESTINOKVM ' FIDEI ' — ^ A(' * UKVOTtOM*. ' 
TBSTIMONIVM ' IN ' SvMM " PONTIF ■ AC ■ S. B. E. HoC ' LAVTHd - — 
MOS. DI). APPROBASTB ' S. P, Q. FaTEN. 

ÌNBIGNEM ■ HANC • BEI ■ GESTAE ■ NARKATIONBU ' UVRIt " I3Ì- 
SCKIITAW ■ BBD ■ TP.MPOBE " OBLITEKATAM ■ RJMT. CVIt. — Kab. BCT- 

TISIT9 I, V, D. Prior ■ ET • eq. Behsardinvs ■ Azvrisv* ■ uk c<>i>rr. ■ 
I. y. D. co. Balivts - Nicola ' — BoKACvmivs ■ TnoM, Cavika ' \ 
Ant. Fenkonivs ■ Jo. Bai-t. Avrificivs • Alexaxdf.ii ■ — llM 
Mvs ■ MiNuoi. ■ MiNticiT.iNVtì ■ Sai.ivs ■ Astiasi ■ primi • rimesti: 



Iwrìiioue commemorativa della Vi 

Palagio Coi». Camera delle Stelle. 

In hoc stellato thalamo — intkr Pontificem — et Cae^ai 
Atbstisvh — DE Ferrariae Dvcatv Oissidentes — dat<.> oB^titi 
i-Kii Lvcretiam uvns Vrbini conivgem — pacis fobdera i«ta >^v 



mm-'w -imi ivi <lel p>i^»,,i,,h ,U CI, 
m. i:imern .teli.: Slell,: 

RIESSI THIVMPIIO — ROMAM DVM 
jVITAT PER HANC VRBEM^QVAM 
■TUE — ADfJLESCBNS INCOLVERAT — 
■opTuid: Kal: Jan: WDxrix. 



«te vin. »/ /v 

HIT L'LRHEN» VHt 

« 8ILVEJITB0 Alm^ 
r civE^ KxciPtr B^ 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 411 



28 Febbraio 1598. 



(rìl anziani ricordano ai loro successori di fare nei palazzo pitture 
commemorative delV accordo di Ferrara, di riattare le strade ed 
altro, 

lAn'hlvlo del Coinuno di Faenza, Ricordi dèi Mttgittmti, voi. I, e. US). 

>f cmoriale a voi signori Antiani dclli duo mesi marzo et aprile 1598. 

Omissis : 

Venendo N. S., come si spera, e ce n'ha anche lettere delTIlLmo 
S.r Cardinale legato, ci è .stato intimato da S. S. 111.»"» di dovere ad- 
dobbare il palazzo, far Tarmi di S. B."e alle porte, et di più messo 
in consideratione al S.i* Spiga nostro Imbasciatore a S. S. Ill.ma, che 
non saria se non bene, che nella camera del palazzo dove si conchiuse 
raccordo di Ferrara si facesse con pittura a friso o d'altro qualche 
memoria di tal fatto: il che le SS.Ho VV. potranno considerare, come 
anche faranno quella prospettiva di loggie, che si vede venendo per 
la strada di porta dal ponte rincontro al Duomo, la quale appare 
bruttissima e parebbe ad alcuni che si dovesse levare; onde, se così 
le parrà, ne potranno far parola con que* particolari che vi, posse- 
dono, essendoci anche alcuni di questi che nMianno dato memoriale 
airill.»n« S.r Car.l<? legato. Et perchè, se ben pare che esso N. S. non 
sia per essere cosi di curto in questa Città, intendendosi che vada 
prima a Ferrara, tuttavia, perchè non sono mai certe le deliberationi 
de'Prencipi, c'è paruto bene di porle in consideratione il comrainciar 
a far deputati, che vogliano servire ; e ciò si devrebbe essequir 
(luanto prima, si per potersi preparare a tempo delle cose per ciò 
necessarie, come perchè molte robe che bora presso il pubblico si 
trovano non vadano a male, nel che è necessario haver gran consi- 
deratione. Intanto le SS. VV. potranno andare ordinando in memo- 
riale quelle cose che a beneficio pubblico si devranno richiedere a 
S. B.n^ con farne poi consapevole il Consiglio, tra le quali li si pone 
a memoria la lite nostra con frati di Porto, per la quale rill.»no 
S.rCar.l*' Sforza haveva promesso, fornito il rumor di Ferrara, d'oprar 
che si potesse mandare colà huomo a posta; potranno dunque le 
SS. VV., quando non sortisca il primo con N. S., attenersi all'altro 
deirill.nio S. Prottettore. 



fVirrviU 4rir atta tomtifliai 



■ nfumrimmli l'thtiomt itlt» i 
nirrt afk pittmrt in Cmm^m SitNm 



$l*tUr«a ihrHìfMris 



dea) sv:aifir' dniBÌBÌ rriori*. rvt» 

iUostrìbu <kMiiÌBÌB AntM«u pn 
pnpinmn Earinute ar nnlÌBciMla in nwvn 



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IcwA JrJ palui» A* l«i tea a xiréìtM» 4rt trcaltv rai fa 



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pittori. «^ 



iiI-r--;-nittw«»t: 3 ^ 






SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 413 



VI. 



PASSAGGIO DI CLEMENTE Vili. 

1. 18 Febbraio Lj98. 

Ti Card. Bandino annunzia il passaggio del Papa diretto a Ferrara 
e invita a risarcire le strade e a decorare il Palazzo Pubblico, 

(Archivio d«'l Comune di Faenza, Rtttori dtlln Prorinna, v«>l. X, e. :J75|. 

Molto Magnifici come fratelli. Nel passagjcio, che dovrà fare por 
questa Provìncia la S.*« di N. S. per la volta di Ferrara, è necessario 
di accomodare tutta la strada flaminia et li ponti dalla Cattholica a 
Castri San Pietro, et da Rimini a Primaro, et anco le porte delle 
Città con adornarle con Tarme di S. B.«»«' et li palazzi publici con 
quel decoro, che si conviene. Però mi ò parso farvi sapere tutto 
questo anticipatamente, affinchè per quello, che spetta a voi pos- 
siate andar pensando a tutti quei buoni ordini, che si possono et 
deveno dare per efTettuatione delle cose sodette ; assicurandovi che 
se in questa occasione mi avisarete il desiderio et il bisogno vostro, 
non mancarò di facilitarvelo in tutto quello che potrò con Tauto- 
rità mia. Et state sani. 

Di Ravenna, li is de Febbraro 1598. 

Come fratello 

Il Card. Bandino. 
Antiani di Faenza. 

2, Novembre 1598. 

Parcella di deliberazione dei Cento Pacifici relativa alle spe.se da 
sostenere in occasione della venuta del Papa. 

\Ar:tii e. Virornm Pacijlcorutu lòfi.} a/f ÌOO?, v. 4J ^\. 

Die 9 Novembris 1598. 
Omissis. 

Deinde discursum fuit quid faciendum sit in adventum S.i"> D. 
N. prò ipso honorando prò parte dicti Numeri (Centum Virorum). 

Et tandem data fuit viva voce facultas dictis DD. Decem fa- 
ciendi omnes ordinationes necessarias prò dieta occasione et exe- 



QACTANO BiLLAROlM 

■IUCmII utniiU et «ininUa. «ine initinliuntar DMMaarU mm it tia 
iwp(irbuiti oeeasiniif. Un djetì Iì.<*i Deridili df' presente q 
rum admiictJ*, «t proni <f| eisdem riilrbitnr fi placrbit- 



fmles poHuerniit partiium: qnibn» vidotnr i^t (ilacrt quwl d^tnr 
facnius dlctl DD. Derpm quod. prò occasìonp ndvmttM D. N^ luw *«- 
lum fuìiant ordinaiionee necesaarìa pru lionorando B4<ai[iiidliiMn tua, 
eeil pUxid lialrrAnt racultatrm expendendi et invetiitwdi ptrctiuluac 
vondrndi fovru prò farJendJa expensis necessariia. ilvnt fìiban atlun^ 
pt qaìbns contrarinu». nigram: et dalia fabi», puniluni olitvntan pn 
iiuines faba» albat. exroplis duabua aiK^i» ci ila pflblicatnm fnii. 
Panlus Castdlinin» D<>t. mc- 



■2S liovtaibn- 1&9S. 

ntntmttttaton cut li agatfta al Montt di Pietà il Molito d^/hi Oinft 
prr Jaitari prestati al Comuue. 

llHttnmrmla. dal I3M ■! IWO. tpI. VI. e l»|. 

I»tranientn del nntaro Oti.tviano Sceltoli Se^n^tarin p Otanl- 
ii-rc «Ii-kIì Anziani, con cui si asseta ai Consprvalori del Wnnlr 
r fiotà il Molino della Ganga del CoiUDne di Faenia. da team 
iiiche il Monte oon sìa godilìsfaitcì della somma pn-stata e *p«i 
s del pasiaKgio di Clemente Vili. 



i 



III.E.1.- 



V..1, VII. ,., 



Utruirieiiio del nniitro tiui1d''tto. eon i>iii «i dA iguiMaBn il 

IV. Oiiavinnn ^iegiiuli, dpputatn (Infili Aiixinnì drl bimntre X«r. r 

ir'. \:iUn aUv BpeiM> necPEtutnV- per il pnsMKj^io di Ctnamlr TD t 
1 Ferrara a Honia )IÌri' ■2nii9^1:!-i!). 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 415 

<;. 19 Maggio 1600. 

Obbligazione del Pittore G. B. Bertucci. 

(Ibidem, e. SU. Vedi anche Ricordi d*i Magittmti, voi. I, e. 60 H, n. iM»].' 

Istrumento 19 Maggio 1600 del notaro suddetto, con cui G. B. 
Bertucci pittore si obbliga a dipinger « in Aula Palatii Publici 
« Civitatis Faventiae sita iuxta scala Majores dicti Palatii, Aulam 
« maiorem, Ecclcsiam dicti Palatii ac alios |confìnes]etc. insignialll.mi 
« R.mi D. Card. S. Clcmentis Provinciae Romandiolae Legati », nonché 
« in alia aula dicti Palatii sita iuxta cameras habitationis et ressi- 
« ilentiae Ill.i'it» et K.mi D. Gubernatoria, lodiam superiorem et ortum 
« dicti Palatii ac alios etc. super camino dictae aule tria insignia. 
« Videlicet S.™* D. N. Papae Clementis Octavi, supradicti III, et R.mi 
« I). Gubernatoris ac Magnificae Communitatis Faventiae » per la 
somma di lire HO, stando a carico del pittore la spesa del mu- 
ratore etc. 

7, S. 30 Agosto 1600 e 14 Marzo 1601. 

Istnimenti di quietanza del pittore Bertucci al Comune pei paga- 
menti ricevuti a salvo delle pitture eseguite, (Vedi N. 6). 

I Ibidem, ce. 49 e I10|. 

»• 28 Febbraio 1599. 

('irca il Cavalierato ai giovani che incontrarono il Papa. 

\Hicordi dfi JUngistrttli, voi. I, e. 40 a). 

Memoriale a Voi SS.«*i Antiani del li duoi mesi Marzo e Aprile lóOO. 
Omissis : 

Il SlgJ Sentarello scrive che per la speditione del Breve del 
Cavalierato di quei giovanetti, che incontrarono il Papa, vi andava 
di spesa cinque scudi per testa, e manco, se potrà tirarla a manco; 
se i detti gioveni vorranno servirsi dei denari, donati da S. Santità 
sappiano che sono depositati sul Monte in mano del Massaro. 

10, 11. 14 Giugno 1599 v 20 Settembre 1600. 

Brevi pontifici di conferimento del titolo di « Conte laterano » e 
« Cavaliere aurato ». 

Nel Cod. Cart xx Inv. Ballardini N. 135 Inv. 1901 |Arch. eit.] a 
e. 117 e a e. 143 si trova copia dei Brevi Dat, Romae ap. S. Petrum 
sub An. Pise, die 14 Junij 1599 e Dat. Romae ap, S. Marcum sub 



SULLA « COXVEXZIONE FAENTINA » DEL 1598 417 

osse maximaiu Divina provideiitia voluit, relique clignitatc atqiie 
honoro prouianant. In quibiis distrihiiendis singulari semper cura 
Divi predecessorcs Nostri Komanorura Imperatorcs ac Reges obser- 
varunt ut, qui virtutibus prao ceteris ac prccLiris in rempublicara, 
et in Principes suos prò mentis exccUerent, eos prae ceteris ornan- 
do» atquo extollendos suseipcrent ; idquo non solum, ut illi ipsi di- 
^rnum se premium adepto» sibi gratular! possent, sed ut alii etiam 
ili primis vero illorum posteri, eiusmodi exemplis accensi et inflam- 
inati, ad pulcbras et praeclaras actiones animum aplicarent. Quam 
(■oi)8uetudinem Liudatissimam et nos, qui Prepotentis Dei munere 
roncessuque ad Imperiale fastigium evecti sumus, diligenter imi- 
tati, ac retinere cupientes, prestantes quoque viros, qui bene de re- 
publica meriti sunt, et mereri deinceps cupiunt omni benignitate 
eoniplecti, proque meritoruni ratione decorare consuevimus. 

pjdocti itaque spectate Mei testimoniis, te iis maioribus ac pa- 
rentibus natum, <|ui Principibus suis singularem fìdem, et Auguste 
Doniui Nostre devotionem observantiamque multis ocasionibus pro- 
barint, seque praeclare gessorint, boc til)i a prima etate propositum 
babui!f«se, ut domesticum decus, non solum retineres, et conservares, 
sed etiam quo ad eius {?) fieri posset augeres, et extendere», idque 
adeo te consecutum esse, ut cum in I iteri», ac disciplinis, te presertim 
vero in utroque iure insigniter exercuisses, lauramque doctoralem 
publico omnium appLausu adeptus esses, niagnam tibi in Universitate 
Ferariense nominiò celebritatem legendo, patrocinando, consulendo, 
eonsiliaveris, dignisque et doctrinae et prudentiae opinione cui priuiae 
C'atbedrae in Scholis concederentur, habitus fueris, ubi adeo insignia 
excellentis ingenii ac iudicii tui specimina edidisti ut IlL"»"** quon- 
dam Alphonsus Ferrariae, Mutinae ac Kegii Dux atlìnis, et Princeps 
noster carissimus, te suum Secretiirium et Consiliarium Status elegerit, 
ouinibusque in rebus (piantumvis gravilms et arduis, tua opera ac fide 
pmdenticaque potissiraus nisus, ditionum suarum regimen feliciter «ac 
prcispere, absque subditorum querela gesserit, teque in meritorum pre- 
mium honorum ac dignitatum incrementis auxerit. lUustrissimus vero 
Cesar Estensis, modernus Mutinae, ac Regii Dux consanguineus* et 
Prin.ceps noster charissimus, laboriosissimis sui regiminis principiis 
eandem opinionem de te habens in functionum loco te habuerit, 
tuumque in omnibus preceteris consilium sequatur, quemadmodum 
tu dil.n^J'*(?) ipsius fortunae etiam in verum Ferariensium conversione 
secutus, fidem tuam ipsi constanter testifìcatus fuisti. Unde beni- 
gnissime tibi cupientes, pretermìttere noluimus quin aliquo te beni- 
gnissime voluntatis. quod non solum tibi, sed et posteri» tuis decori 
8it, monumento ornandum susciperemus. Motu itaque proprio, ex certa 



m 



61STAX0 BALUBIllSl 




MMMliL anianu btn* d«IÌtiemo, eauoqae are^dente coiu>nia. &c ile 0> 
•iT>vr potrsoitù uoetnte plemitndine. libi Biipnullctu Juanoì Bairtut»- 
Ladprrk*» rv>K«pO * Muorìbas rìnmr pcrta liblqnc imt man» tn 
4iu ar«or«a laonta IwinU. Koa »olnn banignp roofinuvinK». 
«mai ptixM ex b|wcUIì in w patU suiimiu, ei ) urti |>leUT (min pnmt 
inArw pramtìvot tt«oiv eoafiraanitt. a«{tifnia* «I locapltrtaaa» in 
taae q>i wqailai laodaa hihfJi ac diifi-rcnda coneediniKt al tlar- 
^wu. ^ntvB ridflìcTi qsadrìpaniiua, in culni superiora puTr 
•Ahims «1 iBfvrìoir ìiBtsln alba. ai)aIU aigra unltu capitU. rorn- 
■WI&. expaasii ali« j>bilaati« ìnstau «tdUu: ìd »a|Mrìorv \-vto I^im. rt 
iafrrÌMT iI«iUn eondva trra <«jlt9. tcvaailnni antiqua i>l fcraljltlb 
MMcaia raa. r qanrvBi ntnlin pnì»mion rirìdir olit-aront arimr ptaT- 
pl. ÌRSta qaaa inaa lawlltla IcbIis Mpra aU|DP infra rubra ilfaUnnA. 
«t iaxta «MiaK parunt >t nitiKH farUt pmuosa iluFatnr. Supn 
nro K«t«B salea argrai^a rtalrsia. innifArìa spellata, ap«na. rficìn 
4tod<«al» aaivo ««peruapiMtn, phalrrùqac *«■ laeiaii* ab niioqM 
lawR, dmn q«id»« euhliili«, •!» arcvawta «t niirrìB, sinìitro rem 
llMe» mÌMìi ara atcvBUix *t rabri», df^wlmdbn*. »t rimsn» 
|{iaaliblM,annta uaée hUaa arsata. i*tua dauen. cltpmm ùoutn 

s taaint aRw air» cuUa j 

'-»■ 

bai«» iKwtrì dìpii>iBatii Inp^rialis (T>l»rìb«« «nìn rpriiaa pfahnrsta. ^ 
ri iviiìi.' pn.i["»^it.i ("•rnaotur. Stain-riite* -i pr»r-i*-iiii lìicin oii«ir>> 
finaìt^r ac i(rk> Jv^i-nrott^ i)at'^ tu fapra>lirt« Joabiips Baptiita La- 
dPTcUif. ana T9m piMcBti et fatan taa prole et poft^ritate nairena 
kiciiÌMO (boro ptMcrpata ac pmctvandjL ia« dMcrìpta aracirva in- 
»Ì£ata H> p?r no» matirvata. aa«ta et loeapl^tata petppiai« d«ÌBMp« 
imporibws ìa oaaibtt* et sìaxvlù bi>»««ti« et ({«rentibaa eveniiir^ 
aclibas. el vxpedictioub^a. laai :!en'<v. qaaM toeo ìb bastlladiis. tn 
kaftatotiK dM>catM«Ìb«$ pnlntiibvs ««I <iq«»trib«i» in brilla 
djarllcs. »nFBLarìb«« («rtasìnlbss e1 gaitawagae pagiau, mìan 
c»«ìa«> ia sratis. tcatorib et arpvlebfìs. MmBMmtìs. aniilia. tA- 
fcitK ««p»)r<1ilil>«s. (» (B rrbcB sptrit«alib«s. qnaa («tnporalilM^ 
^t atiilis, (B loe» UMBibas pni rei n«rir«»it«lr. et vii]niit>tif * 
artitriu libefv kaVn gM tant et deferte pae^itù et ra]«iatu. iapBA> ' 
w>BU) itqar «oaimtietìrtae eaia»ri» *«bUts peaìtcì et rraMita. Sili 
*tT> bnaiaaai «u«s«mnqne «ut«s ffTa*l»^ ordtai^ randittoa 
tat». aat prviB^Btiae eitltetti t, I ireii luar No$tnM eoair 
atuBwalatioaà et torvplrtatioai^ «vlB=t»ti$ rdi«ti rt f^ntia* p» ' 
s^<4a \afria£rt^ mi viuliiv. i^vh^vìì aatPin 
Bbran» fa<vn-. 4t ateatarv ;irv»<i«pt<rhl, N.wtra« ft iMpecQ Saol 
iadìmtiuww 03*utù«Mk M aiBkt4« ifaiBiiMactBta 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA p DEL 1598 410 

auri puri prò dimidia parte Imperiali Fisco, seu erario Nostro, ot 
residuo, iis qui lesi fuerint, applicandam, omni spe veniae sublata, 
86 noverit ipsofacto incursurum. 

Harum testimonio literarum manu nostra propria subscriptarum, 
et sigilli Nostri Caesarei appensione muniatur. Datum in Arce Nostra 
Regia Pragae, die xi mensis Septembris, Anno Domini 1598, Regnorum 
Nostrorum Romani 23, Hungarici 26, et Boemici itidem 23. 

Rodulphus. 
2. Il Settembre 1598. 

Notizie biografiche di Gio. Batta Laderchi. 

|Dal Codlcetto ins. H. XVIII, 17V,X-'JVj, <*<*. l«, 10, II, 
elio contiene le Vite di alcuni Laderchi, in Arch. (/om. Facn.|. 

Gio. Battista II, soprannominato Imola o Imolense nacque li 
4 Febraro del 1531, non si sa da chi, nò tampoco a quale linea 
della famiglia apartenghi ; trovasi coetaneo di Camillo I, di Lodo- 
vico II, di Giulio I, onde conviene credere che nascesse da un coe- 
taneo del padre dei nominati che fu Giacomo IIIÌ. Li coetanei a 
questo furono Carlo I, Pietro Gentile I e Francesco II nelle altre 
linee de* Laderchi. Resta escluso che fosse nato da uno di questi, 
o daMoro antenati, perchè nel suo testamento li avrebbe chiamati 
al tìdecomisso da esso instituito del Feudo di Albinea, o i loro di- 
scendenti come suoi più prossimi parenti, e perchè proveniente dallo 
loro linee. Al contrario ha chiamati li discendenti di Camillo I, 
Lodovico II, Giulio II, fratelli, dunque convien dire fosse nato dalli 
antenati di questo. Se fosse nato da Lodovico I padre di Gia- 
como IIII| pare che in qualche modo se ne dovesse essere fatta 
menzione, giacché di questo Lodovico I viene molto parlato in sua 
vita ; ciò nonostante potrebbe essere suo tiglio e fratello di Gia- 
como IIII, e potrebbe essere suo fratello e nato da Antonio I ; e nel- 
Tuno o altro caso è che essendosi molto applicato alli studi e par- 
ticolarmente a quello delle Leggi, nel quale fu accreditato e si 
distinse avendo stampato, ed in conseguenza avendo douto stare 
lontano da Faenza dove non poteva coltivare tali studi, non fa 
meraviglia se mai non trovasi nominato nelli atti pubblici: ma bensì 
l'aver carteggio con alcuni di Casa Laderchi e segnatamente con 
Marcantonio I, al quale esso Gio. Battista scrivendo intitola per 
parente. Pare ancora che Antonio I sia troppo anteriore, essendo 
stati tutti e tre li figli di Giacomo UH prima che Gio. Battista II 
nascesse, onde nascesse da un suo fratello, il quale non si vede nel- 
Talbero: li 11 Settembre del 1598 ottenne un chirografo dall' Ini- 



^nlow Rodotro II, col qiiale d& molte loti! n Gin : BallìsU T 
iMto ritnolensc, prima «egretxrio et consigliere del ferculi 
Ducva ili Modena e Beg^ìo, Cesare d'Este. le concede dì ioqtiartnt* 
Bi-j suo etemma gentilizaio due aquile con nna sni t^-stii 
Kokìlv Imoleee, dottore di ambe le Leggi ed egregio glurìtcon*i1tfl 
rome lo provano le divi leict opere stampate: fa consigliere tutimo 
di ^taio de) SeTenissimo Alfonso d'E»te Duca di Ferara. t- |iriiDr> 
ulslro del Dncca Cesare d'Este prima Ducea di Ft-rrani. piiMÌa 
Modena e Re^^o. Ebbe per prima moglie la Sig. Ponn.i Luemis 
figlia di PsM>Io BruBantini e della Sig.» nonna Vitorla B<»cubì ferra- 
rese, dell.i quale ebbe tre feminet Vitoria e ViuL-vuli 
$, Eufemis in Modena, e Cecilia Vitoria motiHea in n«I C-orpM D» 
mini di Ferrara. Ebbe per seconda moglie U Sig," Donna l.Mrriia 
Pistoia, dalla qunle ebbe (re (iglic: Laura maritata iu ilaimm* «rf 
Irato), Barbara maritata in Fnschieri. e Sigismooda tnaritAla al CoM* 
Francesco Montroncoli. Del 1818 li 4 di Febraro fere i'nllimn nw 
lestamento (convalidato dal Ihica Cesare) per gli atti ilf fllrolai 
Torri nolAro Hodanese, col qnale lascia credi in ngualì parxieDÌ la 
liglie alla Hudre. Costituisce la dote a .'iigismonda ultima delle i 
liglie, promessa sposa in Moslceucoli, iu quantità dì »e. 1200(1, «4. 
aendo premorta Barbara a) testatore, chiama nella ponioBC 41 Qi 
iTfdc il suo figlio Carlo Fiiftchierì. Tnstìtul an fidelcomlsso 
('l.l]I.'.i di AlbÌLie:i con II suoi ;it)(-ssi ed nimtùili. da godersi dal)" 
nominate Bue tiglie. e disscQdenti, e termin.ito le loro linee chiana ] 
<]iie1le di Marcantonio I. Giulio I, Lodovico II. Visse anni SI. 



delK 









■ di C": 



D. 0. M. 

Stemmata ■ Lìdehchiae ■ (Jestib ■ 

StATTCAT'i ■ OcioACii ■ Manfredi ■ ulim - Favestijic 

PlllNClPl ■ CELEH1 ■ CELEKBiaO ■ ET ■ Ci'PlABtTII ■ PrABT. 

.iBKT-M.CCCCL. 

1». Baptistae Antusi FiL- OoHiTi Alrinac I-V-Cu 
jiHM. EtìTESsita ■ DrciiM ■ Alf. II et Càes. Cossi lub."» • 

BIMABIO ■ A ■ SECHETIH ■ INTIMO ■ gUI ■ SOSTBAE AOBAno* • 

(•ÙSTEHOS • DEFRIESTIB. ' FiLlAS. ■ slfAB. ■ ttARlT. " Ut 
hKI ■ ('ihHITATrs ■ H'BA ■ St'H ' IMPERIALI ■ PEU, - LOSBT.- 

Testam" ■ viiCAviT ■ g. D, a. LATiirti ■ IN ACTis , Hnafi 

yVMl • UE ■ TlRBE ■ NiiTARII ClO.IO.CXVIll. 

l'HiniE • SONAS ■ FEU. ■ <ÌVÀ ■ DIE " SEN'IO ■ CUSFKCTl» 

ML-TÌ\AE • PEKllT ■ An. ■ ìt. ■ SI-AE ■ L.XXXVO.' 



SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 421 

t 

4. ^6 Agosto 1628. 

Investitura della Contea di Albinea fatta da Cesare d^Este iteììa 
linea faentina dei Laderchi, 

In Christi nomine, amen. Anno a nativitate eiusdem millesimo 
sexing.mo vigesimo octavo, ind.»<^ undecima, die vero vigesima sexta 
mcnsis Augusti. 

Cum illustrissimus Dominus Comes Io. Baptista Laderchius in 
suo ultimo testamento rogato per D. Ilieronimum de Turre not. mu- 
tinen. die 4 Febrarii anni 1618 reliquerit feudum et comitatum Al- 
bineae, cum omnibus bonis iuribus et pertinentiis feudalibus ad se 
spectantibus, iiliis masculis legitimis et naturalibus primogenitis 
natis et nascituris ex ULmì» d d, Laura^ Barbara, et Sigismunda 
ipius D. Testatoris iiliabus; et defficiento quandocunque tota de- 
scendentia masculina dictarum filiarum vocaverit ad successionem 
dicti feudi et eomitatus bonorum iurium et pertinentiarum feudalium 
suprascriptarum unum ex primogenitis de domo et familia D.D. 
Marci Antonii voi equitis Camilli aut Io. Baptistae de Laderchiis 
Faventiae degentium, se ipsi vel ipsorum aliqui legitimi et natu- 
rales descendentes existiterint sub eerto modo et ordine in ipso 
testamento lacius explicit, ad quod etc. 

Cumque supplicatum fuerit Sor."» D. Ducem nostrum D.D. Cae- 
tuirem Esten. Dei gratia Mutinae et Regii etc. Ducem etc. ex parto 
dicti domini equitis Camilli de Laderchiis degentis Faventiae unius 
ex vocatis ad feudum et comitatum Albineae prò in deffectu de- 
scendentium masculorum dictarum D.D. filiarum Comitis Io. Bap- 
tistae Laderchii testatoris ut supra, ut ipsi gratiose impartiri velit 
Comitis diete iurisdictionis Albineae titulum quo honorabilius et 
malori cum decoro vitam ducere valeat, faciliorque ei ad maiores 
honores aditus fiat etc, volensque Celsitudo sua precibus suis an- 
nuere, ob familiae supplicantis nobilitatem ac coetera fortunae 
bona, prestantes ipsius animi dotes ac singularia merita propen- 
saque erga Celsitudinem suam et eius Serenissimam Dominationem 
ac Statum Celsitudìnis suae voluntatem, eundem dicto Comitis ti> 
tulo insignire et omnia quae titulum conseiiuuntur ei conferre do- 
creverit, etc. 

Itaque, sponte et ex certa scientia ac animo deliberato, de po- 
testatis ac auctoritatis qua fungitur plenitudine, omnique ab me- 
liorem modum via iure et forma, quibus magis melius et firmius 
potuit, ipsum D. Camillum licet absentem et IlLmum D. Comitem 

Abgb. 9tos. It., 5.' Serie. — XXXVIII. 27 



Maximìlianiim de Montecuceolìs iioh. mutin. tamiiuniu ntRiidatariiLB 
i[MÌiiH D. etiaitÌB Camini ad prefata et ÌrifraBcn))lJt consti tu (uni at 
ile <'iua mantlnto api>aret inatrumentuin rogatom |iHr D. Uartian 
Niiciilam uot. Komae de anno pmeiieDli d!o IO Julii jienea me not. 
exinteiiH, presentcìn tcenuBexnni el liuuiiliter itaccptAnU^in nt •Upii- 
Inntcìi) prò (liirM eius principale feelt ediicit crearft et. con*liiait 
!ic facit. ediit et creat Comitom, ita ut de coetero flit et appellntar 
m: ApìielÌMì detieat Comes, liabeaturqnc tractetnr et bonorHnr. ut 
hiiiietitar. tractantur et honorantur coeturi ver! ft indnhiiali ac 
hnnorabiles ^acri Rom. Imperli Comites; et propterea gandesl rt 
fruatur omnibus et sia)^lìH privilegiis hoiioribae ^ratiiB favorìbiia 
prcliemìoentiiB gradibus preTOfTatiris tibcrtatlbus immuni tatiliun.. «in- 
ntbueqne aliis iuribna et beuefficiia. quibus ali! prunominati Ccimitrs 
gnndent et fruuntur, non obetnntibns legibus statults ordinlbiu d^ 
cretis etc dictis cuiuscnnqQe generis ac aliis quibu«eanc|ue si qnM' 
auiit in contrarìum facientibus, quibus etc. 

Receptoque titillo aupradltfto, ipse 111.™"' D. Comes UaximìlìaDa» 
mnndataring predictu& in animnin dlcti sui prinripalis corporalitM 
tActis scripturis ad S. D. E. in manibus prefati Ser."!! D. t)ari> 
iiiravit, atqite inrando promisBit ipei Ber.""* D. Duci aceepunii 
«luod perpetuo erit fidelis et devotus ac amator ipuns Ser.*' Ek, 
Dtiris et suoriim, et non faciet aliquid dicto facto consenso "1 
i.i|ji.'r;i contra stiitiiiu personain et honorem predieti ser."" D, Dbi-ik 
et stiorum ; imo operam et auxiliuiu dabit bona Pt sincera fide imtJ 
posse suiim ad deffendendum et augiimentanduu et exaltandum sti- 
tuni et honorem ipsius Ser.ml D. Dueis et snoruin, et non facirl 
aliquid dicto facto conseneu vel opera directe vel indirecte tacìt» 
vel expresse per se vel alium, per qnod ipse Ber.""»" D. et eins »Bf- 
reasorRB perdant vitam vel membrum, ant mala captione capiaatttf. 
ant ipsiiis seti ipsorum lionor minnatnr aut laedatur et in a)Ìi|ia 
(|iif>vis modo, etsi sciverit et in eius notitiam per\-cnerit, qaod ali- 
quia predieta vel aliquid predictorum tractaret ordinare! procsniil 
BPii facere et ordinari presumeret vel attentaret, ea et td pro pam 
SUI) distnrbabit et inipediet, ne deauntìaliit ipsi Ser.uio D. Daei, M 
suìb etc; et generaliter idem D. Comes mandatarius predictt» Mk,' 
111 aupra ìnravit, ut prcatitit pcrpctuam obcdientinm et fidelil 
ne fidelitatis iummentam in oninilius et singnlis cspilulis et 
eiilis, qui et quae continentur et eontineri debent ìt 
tidclitatis tani de iure qnam de consuetudine, et t.im consnetndiws 
fidelium vasalonim Srr."""' Doinns Estensis ete. 

Aetum Mutinac in castello ducali pt in eamara solitae >adi*n> 
tino Celsitudinis siiae, presentibna testibus vocAtis et rogattt: 




SULLA « CONVENZIONE FAENTINA » DEL 1598 428 

licet illustrissimo D. Comite Francisco de Molsis a secreto cubiculo 

Celsitudinis suae et periH.ri d. Guidone Molsa filio perii), equitis 

D. Filippi, nobilibus mutinen. 

>i< Ego Paulus Favalottus q. Salvatoris civis publicus app.<*«. 

luip, et Ill.map Coramunitatis Mut.nae auctoritatibus notarius de pre- 

dictis rogatus fui. In quorum iidem Ine me subscripsi et ut solco 

authenticavi. 

L. D. m. et D. I. 

o. 8 Luglio Ì617. 

Fede di nascita di Grio. Battista detto Vlmola juniore. 
I Vacchetta n. 13 della Cattedrali^ di Faenza |. 

A di 8 di Luglio 1617. — Gio : Battista detto Immola figliuolo 
del signore Camillo Ladercliia e della signora Gentile Severoli sua 
consorte della Parocchia di San Biagio fu battezzato da me Don 
Annibal Pompignoli sacrestano; il compare fu il Sereniss.u^o Prencipo 
di Modena, per lui lo tenne il signor cavalier lulio Pasi come per 
lettera a lui diretta, sotto li 5 di Luglio; e la Comare fu rill."»« 
Signora Lucretia Genasi ; et in fede della verità io sudetto ho fatto 
la presento di mia man propria. 

6. 1611, 6 Aprile. 

G. B, Laderchi scrive da Modena al parente Marc^ Antonio Laderchi 
a Faenza. 

(Dalla lett. origin. prcJNso V A.\. 

Molto Illustre Signor mio Osservandissimo. 

Ringratio sommamente V. S. del P augurio, che con la sua dell! 2 
m' ha fatto delle buone feste, et a lei priego anch' io air incontro 
da Dio tutte le prosperità per sempre. Ho scritto a Roma per la 
lettera che V. S. disidera in sua raccomandatione dal S.»* Auditore 
della Camera a cotesto Luogotenente Criminale, la quale tosto che 
arrivi rimetterò in sua mano, che sarà il fine col quale le bacio 
la roano. 

Di Modona, li 6 Aprile 1G11. 

aff.mo parente e servitore 

Gio. Batta Laderchi. 
Sig. Marc*Antonio Laderchi. 



»A£T&Nq BJ11.LARDINI, 8C. 



miti. H Dicembri;. 



G, B. Laderchi ■ 



' ila Modenii ni miiìddlo « Farnsa. 



I Ihiticin 



Molto lUiiatte Signore mio oaBervaintiSBimo. 
lo riconosco r&nDimcio delle buone feste, che è piaciuin a V & 
di diirnil in questa solennità del Santissimo Natale por efTetto d«lh 
sua amorevolezza verso di me: e perù, slcome vivamente \a rio- 
^ratio, cosi l'assicuro ehe viva diaidoroso di mostrarle i^fTctti ilctU 
min ilispoBtiasima volontà verso ili lei in tutte le oceaaioDi. 

Kiaugiiroa V. S. le medesime feste feliciaaime e le bacio la mann. 
Di Modona, li xiiij Decembre 1613. 



aff. 



Servitore Ai T, 3. 
(iio. Bntta Uderclil. 



' Marc' Anionio Ladercla. 



Archivi e Biblioteche 



-tu*- 



Per I nostri Archivi. 

(A PROPOSITO DI UNA RECESTE PUHBLICAZIONE *). 

Il caso è degno di nota e induce a sperar bene: un Capose- 
zione al Ministero dell'Interno, il Dott. Angelo Pesce, si è occu- 
pato di proposito degli Archivi di Stato e ha scritto sopra di essi, 
se non sempre con competenza, certo con cura lodevole. A Palazzo 
Braschi c'è dunque qualcuno che pensa agli Archivi, che conosce, 
almeno in parte, le questioni che intomo ad essi si dibattono tra 
gli studiosi, che sa quali sicno le necessità più urgenti per miglio- 
rare il funzionamento degli importanti Istituti. Al Pesce i^ertanto 
saranno grati, soprattutto yìev le sue buone intenzioni, quanti por- 
tano amore alle indagini storiche; ma non tutti, io penso, potranno 
sempre consentire con lui ed approvarne le idee e le proposte. E 
in queste pagine io ne esporrò altre dalle sue assai diverse e tal- 
volta alle sue affatto contrarie, lieto che mi si offra propizia oc- 
casione di esprimere liberamente il mio pensiero sulla questione 
degli Archivi, ora riaperta anche al pubblico p)er merito dell'ot- 
timo funzionario. 

Crede il Pesce che l' unione degli Archi\T notarili con quelli di 
Stato apporterebbe un l^enc agli uni ed agli altri, e, quantunque rico- 
nosca (he nell'ora presente, e coi mezzi fin qui escogitati, non sia fa- 
cile di ottenerla, pure l'affretta col desiderio. Io non so se il problema 
sia stato sufficientemente studiato da tutti coloro che han tentato 
risolverlo: so peraltro Benissimo che il Bonaini e il Guasti furon 



♦ Angelo Pesce, Notìzie sugli archivi di Stato comunicate alla 
VII Riunione bibliografica italiana tenuta in Milano dal 31 maggio al 
3 gi^P^ /90Ó, .Roma, tip. delle Mantellate, 1906, pp. 158. 



426 



FRUfCSSCO BAUl&SSSROEtl 



sempre contrari a questa unione, e so allreid che gli ìin| 
degli Archivi notarili ne sono invece fautori entusiastici. (. 
disparità dì pareri non è priva dì significato per chi rifletta che e»a 
non può derivare da diversità di criteri scientifici. li Bonainì e 3 
Guasti, infatti, ad avversare la fusione di questi Istituti dovettero 
essere indotti dal solo desiderio di non nuocere a quel mirabile 
ordinamento archivistico, cui avevan dedicato la vita, mentre è 
da credere che gli addetti agli Arcliivi notarili oggi la invochili'/ 
sol per giovare a sé stessi ; che non è far torto a quegli e^R^ 
impiegati negar loro la necessaria competenza in BÌmil gt^icie di 
questioni. Dobbiamo pertanto augurarci che la loro carriera mi- 
gliori al pili presto, ma non possiamo ammettete che siffatto mi- 
glioramento sia annoverato tra le cause, per le quali si invixu 
l'unione degli Archivi notariL con quelli di Stato. 

I quali hanno (o dovrebbero avere) carattere e scopi soprat- 
tutto scientifici, e mal sopporterebbero rimmissione di tanti atu. 
che. almeno ai nostri giorni, sono quasi sempre consultati pei ci* 
cerche amministrative o legali; e l'immigrazione di tanti impiegati 
che hanno coltura storica e archivistica insufficiente: e l'aiiinfaiiiL| 
e la complicazione del cosi detto lavoro burocratico, il peg^vr 
nemico di ogni upera alta e feconda. E ho l'impressone iht- rli 
Archivi di Stato verrebbero come oppressi e come snaturati dilla 
filila dei nuovi atti, dei nuovi impiegati, dei nuovi frequentatori; 
L- nun riesco a capire come ai possa ancora pensare all'unione (U 
due Istituti, che, giova ripeterlo, hanno oggi funzioni e scopi e^ 
senzialmente diversi. 

Potrebbe taluno osservare che degli Archivi di Stalo 
notarili verrebbero a formare una speciale e ben distinta 
iiuale potrebbe utilmente essere affidata a quegli impiegati cbft ; 
erano addetti ai soppressi Istituti : ma, lasciando da parte il 
che una distinzione troppo netta di persone e di uffici sarebbe 
difficile ad ottenersi e ad ogni modo dannosa, tanto allora 
rubbe che Archivi di Stato e Archi\-i notarili continuassero a lì- 
niHner separati: è inutile e vana ogni unione materiale, se altxt 
non ne esista ideale e più intima. Né occorre aggiungere che 11 
dove i nntarili dovrebbero costituire un primo nucleo per gli A^ 
( bivi nazionali, sorgerebbero le stesse difficoltà e gli stessi 
venienti sopra notati, il giorno in cui attorno al nucleo 
cominciassero ad acumularsi serie diverse di documenti. 



PER I NOSTRI ARCHIVI 427 

Una sola cosa potrebbe dunque farsi utilmente: adottare per 
gli Archivi notarili Tubo ora in vigore per quelli delle pubbliche 
anuninistrazioni governative : il versamento cioè dei protocolli, ogni 
dato periodo di anni (che dovrebbe peraltro essere molto lungo), 
negli Archivi di Stato. E allora otterremmo di dare un carattere 
sempre più amministrativo a quelli notarili ; più facile sarebbe reso 
il compito delle persone addette a questi Istituti ; cesserebbe pro- 
babilmente ogni ragione di lamentela intorno ai criteri piutto3to 
antiquati e poco scientifici in essi adottati ; avremmo infine il lento, 
regolato accumularsi delle scritture notarili negli Archivi di Stato, 
senza che a questi ne derivassero confusione e svantaggi. 

Potremmo forse discutere Tunione degli Archivi notarili con 
quelli di Stato e con altri ancora, sol quando si trattasse di fon- 
ilere con mezzi adeguati in un sol robusto organismo tutto quanto 
il servizio archivistico italiano ; ma col jx)co che oggi si è disposti 
a fare, a ben altro devesi provvedere, l>en altri problemi invocano 
s<.)luzione immediata, se non si vuole che una gran parte del nostro 
patrimonio archivistio.) si guasti e si sperda rapidamente. 

Presso molti piccoli Comuni le carte non solo sono mal cu- 
stodite e mancano di un qualsiasi ordinamento, ma sono del tutto 
abbandonate a sé stesse e ai loro nemici più implacabili: la pol- 
vere, i topi, Tumiditii (i). Quando poi, dopo essersi arrotate e la- 
cerate runa contro l'altra o nei mal connessi scaffali o sulla nuda 
terra, sono ormai ridotte in uno stato compassionevole, allora non e 
forse ancor finito lo scempio, e il macero rappresenta si)esso Tultima 
loro condanna. Ed è inutile o quasi inutile che i Direttori degli 
Archivi di Stato, adempiendo gli ordini del Ministero, si affannino 
a scriver circolari, che, nella loro semplicità, sono talvolta veri 
modelli di sapienza archivistica: quelle circolari, nove volte su 
dieci, capiteranno in mano di gente che non ne comprenderà il 
valore, per la semplice ragione che non sa e n<ìn immagina il 
val(.)re della cartaccia ammucchiata in qualche angolo oscuro della 
Casa comunale; di gente quindi che non sarà convinta dell'utilità 

(I) Intorno agli Archivi dei Comuni e di altri enti vedi le Relazioni 
del prof. O. Bacci e del comm. De Paoli, lette al VI Congresso storico 
italiano (^///' <^/ VI Congresso st, it. (Roma, 19-26 settembre 1895), Roma, 
1896, pp. 136-142). 



derivante dall'osservanza delle norme prescritte, e ohe soprattUlu 
min saprà attuarle per deficienza di coltura storica e per asaoliJta 
igiiorunza di dottrina palec^ralica. Occorre — scrìve il Pesce > 
questo proposito — trovare un mezzo spedito e pratico di seru 
e inscrx-azione, setkza troppo ledere l'autonomia comunale. E [•«•- 
|>tìiie r istituto del icmsorzìo, che è previsto anche per gli Arcliiri 
comunali dall'ari. 112 della legge comunale e provinciale- «Tali 
« consorzi — continua il Pesce (p. q) *— dovrebbero ess<a« circoB- 
« darìali o anche mandaroentali. I Comuni copoluoghi oQHreUiefO 
« il locale e manterrebbero l' arri) 1 vista, che potrebbero esser 
« biblioteca ed il bibliotecario, dove esistono ; e s'ì altri Cno 
« contribuirebbero alla non gra^'e spesa, che, ripartita, sarebbe ait- 
« dirittura insignificante ». Appositi ispettori ordinari e fltraonÌÌn.-irt 
curerebbero così per i Comuni come per gli enti miitorl l'usietvaiua 
delie norme dettate dalla pratica e dalla scienia. 

L'idea, in massima, mi par buona: ma l'archivista, die 
scelta si lascerebbe ai Comuni, sarebbe sempre tale da dare Menni 
affidamento di sé e dell'opera sua? o non piuttosto, come actwic 
troppo spesso presso i nostri Munìcqn, l'ufficio sarebbe aasegwUi 
;i qualche preferito dell'amministrazione comunale, sema lentf 
nfjMiii cont.j delle sin.' coiìuizii.ni? e gli isputtori d.:'nde s>ird4«rii 
tratti? Sulla funzione ispettiva in genere tornerò piìi tardi, meglio 
cliiarendii il mio pensiero ; ma qui dirò subito che, secondo 
sarebbe meglio affidare la vigilanza sugli Archìvi comunali a quei 
funEioTi.iri degli ArchiW di Stato, di cui fosse indiscusso il taenU 
e provata l'energica operosità. 

Sugli Archivi ecclesiastici e specialmente capitolari è 
rilevare uno sconcio, che gioverebbe eliminare al più presto 
iili'unì di essi, è ben vero, gli studiosi sono accolti sempre oda 
I oriesia e non ^onu affatto ostacolati neUe loro ricerche, ma prson 
altri. [x>sti talvolta in città che sono veri centri di coltura « "" 
sUiili L- vau famose per tradizionale gentilezza, l'accesso è n 
diffirile. e. quando si è riusciti ad essere ammessi, si è oU>lip0 
;i iiitertorapcre il la\-oro per giorni e giorni di seguito, e 
Liuinli alla porta dell'Archiviu. si è costretti a lurn.ire ìndìetMK: 
che. p. es.. nella lala dì stadio akuni niiniliri del Capitolo 
ndunati a discutere di cose die nulli hanno a ilic fare 
storia e coi dix-umenti. Occorre dunqut provvedere, 1 
stii punto -soltanio: bisoirna superare ogni difficoltà; 




PER I NOSTRI ARCHIVI 429 

vincere la diffìdenza degli enti ecclesiastici, sempre e in qualunque 
modo: è necessario vedere, e veder bene, come è conservato il 
materiale, assicurarlo dagli incendi, dalle dispersioni e dai furti, 
farne compilare inventari esatti e fedeli. Ci vuole soprattutto 
grande energia : altrimenti si otterranno anche in seguito i risultati 
addirittura negativi finora datici dall'ispezione del 1903, la quale fu 
promossa con ottimi intendimenti, ma fini per non concludere nulla. 
E anche agli Archivi privati, in tanta incertezza di concetti 
e di norme giuridiche sui limiti dell* azione di Stato sopra di essi, 
devesi rivolgere r attenzione e tener vigile T occhio; principalmente 
e da augurare che l'inerzia dei pubblici poteri una buona volta 
sia scossa. E intanto, perchè non si è mai applicate^ l'Editto Pacca 
degli 8 marzo 18 19 sopra le scritture e i libri manoscritti, come 
si e fatto per l'altro del 1820, relativo all'esportazione delle opere 
d'arte? Quest'ultimo Editto — osser\'a giustamente l'Alippi (i) — si 
è sempre applicato sano modo, cercando di coordinarlo alle odierne 
disposizioni di diritto penale ; e cosi « si sarebbe dovuto fare jxjr 
« l'Editto sui manoscritti, nelle parti non ripugnanti al nostro di- 
« ritto pubblico intemo, avendo ognor presente l'interesse supremo 
« morale della patria. In ispecial modo poi riteniamo che si sa- 
« rebbe doMito per lo meno sperimentare l'applicazione dell'Editto 
« di cui trattasi per quel che si riferisce agli Archivi delle case via- 
« gnatizie, e ciò anche in omaggio all' articolo 79 dello Sta- 
« tuto, dacché sia evidente che quanto maggiore è il grado a 
« cui tali case sono giunte e tanto maggiori sono gli obblighi che 
« esse hanno verso il paese ». E ad ogni modo necessario che esi- 
stano si:)eciali limitazioni al diritto di proprietà sugli Archivi pri- 
vati : ò necessario ed equo che un tal diritto rimanga condizionato 
all'interesse sociale e che questo prevalga su quello individuale. 
Si prescrivano dunque ispezioni e inventari per gli Archivi dome- 
stici: se ne ordini l'esportazione «quando la custodia dei privati 
«si dimostri svogliata od inetta» (2): se le famiglie si estinguano 



(1) ALIPIO ALIPPI, Gli archivi domestici come oggetto di proprietà e 
come fonti di prava, Recanati, Rinaldo Simboli edit., 1903, pp. 36-37. 

(a) Già aIco: * '^■lo Pasquale Papa, enumerando le varie 

^ffiff**1* die Ip dagini negli Archivi privati, lamentava 

fm Ui una malintesa gelosia, che addita in 



f 



9en2a speciali disposizioni teatamentarìe, la successione deH'Arcbt- 
vio spetti allo Stato : questo chiede in sostanza l'AIippi (l), e queOa , 
devono sinceramente desiderare quanti sanno die talvolta negli 
Archivi domestici «c'è tanto che gli Archivi pubblici mti banno 
« ne possono avere; c'è la vita, non pur letlcrana o scientifica o 
« arlistisca o industriale o commerciale o morale ti" un popolo nello 
■> varie età, ma anche quella politica, più sc^eta e più sincera rfie 
" negli Archivi di Governo.... » (2). 

Ma lo Stato non deve sisltanto attendere alla conservatone, 
di sifl'atto patrimonio archivistico con ogni nieazo ad esso consen- 
tito e con luia rìgida legislazione in proposito ; deve anche, e »o- 
{trattutto, rafforzare la sua autorità morale: deve cioè saper sincere 
quella tiicitii diffidenza che molti privati ~ si creda a chi [»tU 
con qualche cogniiione di causa — prtwano verso di esso. Qaetu 
dittìdeniw jioria a credere che le carte e gli O'^ctti d'arie da inni 
e dappertutto sicno meglin aTiiser\-ali, che non dallo Stato italiano 
e ilagli Lititati che ne dipendono: varrà dunque meglio (tosi à 
r-igiona) tenere in casa propria documenti e ricordi d'età passate, 
che non depositarli ttt^ Istitnti goii-eniativi ; m^Uo, in cat» 18 
uecessilà. venderli all'estero, non solo pel maggior profitto che « 
ne |iu>j trarre, iti.i ;mi he por ii ui:i:,-:,'ii)re affiibraenio. l'Iie ne de- 
iiv.i. di seria e inculata conser^-azione. In siffatti r^onaroenti e è 
wnea dubbio molta esagerazione : ma chi vorrà negare clic luo 
li sia anche qualche cosa di \-ero? E. ad ogni modo, c'è un 
diiio a^ai doloroso, come quello che pcv'va la p-xa fiducia 
cittadini verso lo Stato. 

'l'ornando agli An-luvi dìreiiamente diiìendenti dal Gowno^ 
n< ni>ii mi tennero sutU questione relativa ai limiti di tempo ^ 
a>^^iiirs) .«Ila pul>blicità dei d.x'niaeDtÌ riìruardanti la storia 
«lenui e cvmlem^h'nnca : avc\iinio già mll' argomento La 



iK'ir»K. «SSot iwmti *;li*.»«*. -■«.■- -■-. «ni- V. 1^ VI ( iKifOt. | 
11) tlXMDttt Lrn. A-uaw ^ifÀ 




PER I NOSTRI ARCHIVI 431 

compilata dal Gorrini per il Congresso internazionale di Roma ( i ), e 
ad essa sono ora da aggiungersi le brevi notizie che il Pesce ci 
fornisce al capitolo II della sua pubblicazione (2). 

Sarà invece opportuno fennarci più lungamente sul materiale 
o:)nservato negli Archivi di Stato e sul loro servizio intemo. 

Che secondo le migliori norme archivistiche moderne, le quali 
impongono di non alterare i vari fondi, le pergamene si debbano 
« forse mantenere sempre alla loro congrua sede » (p. 19), io non 
direi. Certo i fondi archivistici, in tesi generale, non devono mai 
essere manomessi, né sarebbe sistema degno di lode creare raccolte 
artificiali a danno di quelle che si sono via via formate natural- 
mente. Ma nel caso speciale degli archivi diplomatici, io non so 
immaginarmi un ordinamento, por il quale le pergamene fossero 
confuse con altre serie di documenti. E prima di tutto ne sarebbe 
difficile anche il collocamento: esse sono in genere arrotolate, e 
questo è il miglior sistema di conservarle, se si faccia eccezione di 



(i) Vedila pubblicata in Atti dei Confpresso tnUrnaz. di Scienze sto- 
riche, 1-9 aprile 1903, voi. Ili, 1906, pp. 23-32. 

(2) Nel qual capitolo rileverò soltanto una inesattezza e un errore. E 
prima di tutto, non mi pare si possa affermare che mentre gli Archivi, prima 
della Rivoluzione francese, e erano stati {)er lo più avvolti nell'ombra del 
mistero » (p. 13), l'articolo 37 della legge del 7 messidoro anno II restò 
un* affermazione del principio, jx^r cui questi Istituti furono a|>erti al pub- 
blico. Ciò avvenne assai prima della Rivoluzione francese, e i nostri Comuni 
ce ne offrono la prova migliore. Cosi a Firenze, presso l'Archivio della Re- 
pubblica, ognuno poteva senza spesa copiar da sé i documenti; esimili dì- 
sposizioni vigevano ]ier gli Archivi di altre città vicine (v. Demetrio Marzi, 
Notizie storiche intorno ai documenti ed agli arcìiivi più antichi della Re~ 
pubblica fioretUifia (Sec. XII-XIV), estr. ^viWArch, St. It., ser. V, to. XX, 
'897, p. 34). L'Archivio notarile Antecosimiano, istituito il 14 dicembre 1569 
da Cosimo I (e passato fin dal 1883 nel R. Archivio di Stato Fiorentino), 
in pratica poteva dirsi accessibile a tutti gli studiosi, come dimostrano i 
molti Zibaldoni di eruditi fiorentini dal secolo XVI in giù, contenenti nu- 
merose citazioni dell'Archivio stesso. E infine il Diplomatico dell'Archivio 
fiorentino fu aperto al pubblico nel 1783 a scopo scientifico. 

Tìf^ì* hmentario sommario dell'Archivio di Firenze siamo poi assai lon- 
tani dalla 5* ristampa! (p. 18). Esso fu edito la prima volta nel 1903; fu 
offerto al Congresso internazionale ancora incompiuto; e incompiuto è ri- 
Speriamo che l'errore in cui il Pesce è caduto sia di buon augurio, 
gi possa veder la fine dell'utilissima pubblicazione. 



(|uclle guaste e corrose da! fuoco o dall'umidità ; e alltira. di 
Ciane [icitremmo sistemarle convenientemente ? 

Eppoi, quelle più antiche in isi^ecial modo, die 
b priiicipal fonte storica alla quale si possa rìcorrure per l'alto 
medioevo, non solo illustrano il monastero, la chiesa, l'ente, cui 
ai^wrtennero, ma formano oggetto di studi slacciali : esse ci chia- 
riscono questioni giuridiche e diplomatiche, ci lumeg^giano la Ut- 
ria della proprietà e del valore temerò, cì danno modo di sta- 
bilire la topografia e la toponomastica dì intere regioni, ainiam 
ugualmente il filologo e il paleogVaio. E dobbiamo tenerle sejNu^te 
anche perchè richiedono in chi ne è custode attiludint e txigm- 
xioni. che non tutti gli archivisti, anche se v-alorosi. posstedoiK>, e 
che non si acquistano se ix^n con lunga esperienza e cnn slu£ 
speciali. Ni^n liasta : una tradiaione an-hit-istica, die risale a tempi 
da noi assai lontani, ci dn consìglio e, a parer mio, saggio con- 
sìglio: le pcigamenc n^i archixi de! Mt^ioew furon sempre W- 
Olite separate dal materiale cartaceo(i), ct>sicchè. se aiM4>e t^ 
fonnano una s|)ccialc racctilta, non può dirsi per questo che gli 
antichi fondi sicno stati alterati. 

Quello che piuttosto è da evrtani i la confaskme 
mene ili iiii>veiiiciiz.i iliversa; in alcuni Arthivi no 
(r>ip)k> — come esiston... in<iuetla fiorentino — gii sfiegit dei l'ari fondi. 
e i documenti membranacei sono tutii confusi tra loro: ora chi ba pi»- 
liia delle carte prii-ate, sa ih« spesso dalla loro lettura rum poò » 
c:tvarsi a quale arvhivìo abbiano in origine appartenuto- Così i>cllc 
ptoveitìcnie m>nia>ticlK; non è rarvi imbatlerst in un contratto tf 
vendita o in una donazione, in •mi è detto s>>lo che Tìzio ha n 
■htt» ■> Ila iVmatii a Caio un pezzo di terra situata nel tale o 
altro hioetv Quel ooniraiti' di vendita o quella donazione 
esser |xls<«tl air^nhi^-f.» Jella chiesi ■■ del m^nastepii per ragiditfr 



III l'itti ira tanti, en ."w^po che aa'srahiifBK mi toma alla Boa 
{■nnu dì «gai a!tn>* tn aa iiii(suni> -qiuitniccotQc^ dflli ilvalìc* Am 

• dlua. aaft «ki** aaa»t> biU; r- |in<ilttu ' U<c- r altre scripmn^ • 

S. L^^-r •« ««s Xfr , 
tamo XVI, *ooc taTTautw ij i 




PER I NOSTRI ARCHIVI 433 

varie, per successivi passaggi di proprietà, per deposito fatto dalle 
l>arti interessate; e di tal passaggio e di tal deposito si perderà 
ogni ricordo, se le carte andranno confuse con altre di provenienza 
diversa. Onde l'assoluta necessità e T obbligo. assoluto per gli ar- 
chivisti di compilare elenchi speciali, e di segnare altresì sul i^erso 
della pergamena il fondo cui essa appartiene, guardando peraltro 
di non coprire con la scrittura gli antichi segni archivistici, i re- 
gesti, le notule, che per avventura jx) tessero esservi. 

Questo lavoro di elenchi e di inventari costituisce non solo per 
le pergamene, ma per tutto Taltro materiale membranaceo e car- 
taceo, il lavoro essenziale e indispensabile per ogni Archivio : nes- 
suno può su questo punto non trovarsi in pieno accordo col Pesce. 
Se non che egli va troppo oltre quando, dopo aver riconosciuto 
che anche « i transunti, altrimenti detti compendi o regesti » sono 
utilissimi, osserva tuttavia che siffatti lavori « si possono talvolta 
« tradurre prosaicamente in tanti anni di stipendio di buoni im- 
« piegati speso a servizio, non della plurahtà dei cittadini, ma di 
« quei pochi che abbiano vaghezza di tale o tale altro studio » 
(p. 22). Per il Pesce dunque l'archivista ideale non dovrebbe com- 
pilare altro che cataloghi, sempre, senza tregua, fino a un completo 
esaurimento di ogni sua energia cerebrale. E nemmeno ai regesti 
potrebbe attendere con coscienza proprio tranquilla, perchè essi non 
servono « alla pluralità dei cittadini » ! Io non so bene che cosa 
significhi questa frase, forse sfuggita inavvertitamente dalla penna 
del Pesce. Perchè alla pluralità dei cittadini — ne stia ben certo 
l'egregio Autore — non portano immediato vantaggio né gli elen- 
chi, né gli inventari, né i regesti, né le monografie storiche o let- 
terarie. Il lavoro di erudizione è inteso da pochi, da pochissimi 
utilizzato, e la gran massa del pubblico non si accorge punto 
de' suoi l^nefici effetti, e non se ne avvantaggia, se non quando 
ben fatte opere sintetiche espongano o riassumano con eleganza di 
parola e con chiarezza di pensiero i risultati cui pervennero l'eru- 
dito ed il critico. Ma se il Pesce con quella sua frase ha voluto 
alludere non alla pluralità dei cittadini, ma a quella degli stu- 
diosi, si convinca che questi la pensano in genere assai diversa- 
mente da lui, e non si dolgono affatto, ma plaudono vivamente, 
quando archi\isti valorosi agevolano, coi regesti, le loro indagini 
* "^two studL E non coi regesti soltanto, ma con la pubblicazione 



integrale dei dticumenli e coi lavori « cosi detti di cjudixionB ».' 
Pur questo non vorrei aver letto nel libro del Pesce che « ciù per 
universale consenso esorbita aflatto dalle loro fuiiKÌOQ) », e die «djj 
« madore ammirasione.... ai fini de'nostrì Islilutì sono inerìten<ll 
« gli ignoti e valorosi archivisti, che, veri benedettini laici, resi- 
« Htcndo ai lenocinì dell'affascinante Clio ed immolando la pm» 

* ]ir.;i |>eTsinalttà. tonsacrano tutta l'opera loro all'ofEcio... » (pL 33)^ 

Purtroppo mi accorerò che nell'archivista dì Staio molti (e la 
(]ucstì è audie il Pcsceì non siedono se non un modesto impiegal#>, 
destinato a stare tranquillamente in ufficio con le sue scliede e ì 
suoi Kariafaccl lo sei o sette we regolamentari: non un nonni 
colto. intcUì^^te, coi it contatti continuo eoo le meitMrie dd- 1 
l'età passate abbia perfezionato la coltura e abbia acuito il liev- 
dcrli^ dctrimlasìne siuitica. im uomo mi 1* intellettuale oommoi^i 
con studiosi uln>Ua insanì venga affinando del continuo r m!elB~ 
gcnsi e tutta la ran-ivì e la scaUÌ, e la inciti a on lavoro foiMMlfi. 
De<ro danqoc rilcwe con dolore che molti considerano gli Airliivi ■■ 
aitne i^uabìasi altra ammfnisttaxkxK dello Stato; dimenticando cfae 
«ssì devono encre prina di tatto veri e propn bbntatorì flCknUbL 
e qua» templi neri alla storia ifi nostra eente. 

¥. •^' ■lv\'..\ ;>ir*.e .uiimini-itmtiva. per necessiti di co^c, deicM | 
pur w: - ■c'Si ii afidi ai modesti e agli ignoti, ma o^ I 

altri :i scarà dt numero — cui anima on deside- j 

riti 11-.'.:' - '.L< bvo(T>. :«( dia modo di essere utili a « ) 

..pi .litri- Xè. ad acciescex «atre alle mìe parole, io Ix 
tKrmi dal lifertnte ahrv «rtlte a questo ptoposìto qnalcbe i 
aihtietro: « pcsft> dire — scriveva il Lnpi nel feUtcaio del 'qq - 

• t-be sii urhiristì pjù laNvi «t. pfù intKQiemti. più i 



1 1 ' IVi rate U-as' ea ^i wkinui pa= vtlisram (vxm rhc « | 
[*■«' r^ il ■« «Vii ÙTt fci'ic 




PER I NOSTRI ARCHIVI 4% 

« quelli che preparavano ai ricercatori un materiale Iwne ordinato, 
« l>cn datato e buoni sunti, erano sempre quelli* che saj>evano fare 
♦ anche utili pubblicazioni storiche. Ne volete degli esempi ? Il 
« Bongi, prima di fare l'inventario, ha studiato nel suo Archivio 
« la storia e ha pubblicato lavori che lo hanno collocato fra i più 
« valenti eruditi.... Il Guasti.... trovò il modo di fare circa 400 pub- 
« blicazioni e di essere sotto ogni rapporto il modello degli archi- 
« \'isti. Trovatemi fra gli archivisti fiuri de'nomi uguali a questi, 
« e poi datemi torto » ^I). 

E insieme con questi due nomi insigni, altri toinano alla me- 
moria: quello del compianto prof. Paoli, e, tra i viventi, quelli 
del Fumi, del Gherardi, dello Sforza, di altri moltissimi. Se la co- 
moda teorica degli archivisti ignoti e pur valorosi, dei veri bene- 
dettini laici, di coloro che immolano la propria personalità, ec. ec 
fosse giusta e destinata a un imminente trionfo, dovremmo logi- 
camente concludere che i valentuomini ricordati più sopra non han 
fatto e non fanno tutto il loro dovere di buoni impiegati, e do- 
vremmo chiedere al Governo di mandarli subito a casa. E allora 
rimarrebbero gli altri, coloro che non avendo mai sentito i bisogni 
della storia, non potranno mai conoscerli appieno. II danno sarebbe 
gravissimo: tramonterebbe forse per sempre la gloriosa tradizione 
degli Archivi nostri e specialmente toscani, i quali sono stati sempre 
veri focolari di coltura storica e han dato alla nazione archiviati, 
diplomatisti, storici di indiscusso valore: gli studiosi non avrebbero 
più chi li aiutcìsse con intelletto d*amore neir intricato lavorio delUr 
loro ricerche ; chi li fornisse di consiglio efficace ; chi, avendo già 
provato le ansie e le fatiche dell'indagine e il tormento del me- 
ditare e le dubbiezze che assalgono nell'affannosa ricerca del 
vero, sapesse intenderli, guidarli, animarli, e fosse in certo modo 
il loro migliore e più fedele collaboratore. Che tale dev'essere ve- 
ramente l'archivista ideale: non solo un abile ordinatore, un con- 
servatore rigido di carte, filze e registri, ma una guida vivente e 
operosa in mezzo ai documenti, un uomo che ne intenda appieno 
il valore e ne j^enetri l'intima essenza. Fate che esso diventi sol- 
tanto un modesto impiegato, accumulante senza tregua l'una sul- 
l'altra le sue piccole schede: e vedrete quali frutti ne derive- 
zanne ! Forse a taluno tornerà allora sul labbro l'eretica frase 



Lupi, ArMvl e archivisti, in Rivista d, BibL e d, Arch., 



comparsa di recente in un giornale politico: « abbandoniamu gfi 
« archivi pieni di cose morte, fredde, polverose », e aggiangeià : 
con le cose, anche coloro che le hanno in custodia! 



Se non si vuole il rapido decadimento degli Archivi italiaw^ 
fa (l'uopo che il Ministero tenga il debito conto dell'attività sden- 
tifica degli impiegati, incoraggi i tcigliori, mostrando di non accorati* 
iiarli nel pudizio a persone di scarsa coltura e di ingegno mtMliocre, e 
;ii migliori soltanto renda facile il salire, rapida la carriera (i). L'in- 
doli.' di questo scritto e quella del periodico nel quale è inserìto mm 
mi consentono di intrattenermi a lungo sull'argomento, né di far U 
critica del nuo^o organico, che il Ministero lia finalmente concesw 
e il Parlamento deve ora approvare. Quest'organico, nonostante i 
suoi gravi difetti e le sue deficienze, rappresenta un piccolo pas» 
avanti ; e dobbiamo quindi rallegrarcene, soprattutto pensando che 
le migliorate condÌKÌoni degli impiegati tornino di qualche rUK 
■aggio agli Istituti cui sono preposti. 

Ma altri desideri e altri voli vorrei appagati: «rrci, cioè, cbe 
nei nostri Archivi penetrasse una ma^^iore unità tll iudinxao e (fi 
intendimenti ; che fosse eliminata la confusione di criteri "ta e«Ì- 
stt-nu\ [XT li quale in un Arihi\-i<.i sui|..i |lt■^me^si e liHiati la^ifi. 
che in altri sono reputali inutili o appena tollerati ; che tutte le 
Direzioni (parlo delle molle che anioia non l'haniio fattoi atten- 
dessero alla compilazione di Indici sommari a stampa: che nel* 
r onlinamenio del materiale si adottasse tm principio generale 
e sì seguissero ridile relati\-aniente uniformi, per quanto, s'intenda 
può concederlo la diversità di storia e di istituzioni dei ^ng(A 
territori (j): die. dato dq pn>blema archivistico, siffatto problen» 
fiisse risolto in •.Igni .\rchivio in identico modo. 



r 



Iti A qu«slQ propouM ncn xajkrei lodur il Pesce, cbe, pur 
in MltSBlt. (Uk ixiiesni U hlMìi<fpjiltt ilrgSi «Titti degli uilicìali i 
tj >|iialr suvt'ta.- ita livsr usai utile ed itiruliivz. Eppim egli ai 
net Va»» im KiiitiMlr rKi&i<9i> > 

It) Viu n^-la i.-ht DOS lorrei amattlrss; 
relMÌit> «l!r t/xn*iui« uchiTi^ùcbe. ebr s.^a J.-itcW^ro .-™ ieri 
lotte^ Eniuir «oche is >lcuiu iti più Isipi'Tianti .V.-c^i 
a^MU Modilicsw » »pf rnsc o (come m p.<to toqIo le pivcedBBd 

deftl Unii r ^lU rìireich^ ^^kki ^ì hM te* di 




PER I NOSTRI ARCHIVI 437 

Per convincersi della diversità dei metodi ora esistente negli 
Archivi italiani basta dare un rapido sguardo al prospetto pul>- 
blicato dal Pesce, relativo al servizio pubblico dal 1883 al 1905 
(^ìllegaio N. i); prospetto il quale dimostra come, anche quando 
si tratta di contare, le Direzioni degli Archivi italiani contino 
tutte secondo un loro particolare sistema ! Secondo quel pro- 
sjMìtto, p. es., a Modena avrebbero frequentato TArchivio 2 191 
studiosi italiani e 313 esteri, e le richieste di documenti per scopo 
scientifico sarebbero salite alla bella cifra di 13889; a Firenze in- 
vece, con 2874 studiosi italiani e con 834 stranieri, le richieste 
dei documenti assommerebbero soltanto a 1085; a Venezia, sem- 
pre per oggetto di studio, sarebbero state fatte 78699 copie di 
documenti, mentre le cifre più alte che si trovino nel prospetto 
dopo di questa sono date da Firenze, che avrebbe fatto soltanto 
1677 copie, e da Torino che ne avrebbe fatte appena 200. Ma 
ancor più inverosimiH sono le cifre seguenti: richieste di docu- 
menti per interesse privato : Torino 324965, Firenze 787 ; - tasse 
riscosse: Torino 32914, Firenze 42553,87!... E ammissibile che si 
debba ancora continuare nell'assurdità di siffatti sistemi? 

Vorrei altresì che, ixìr migliorare i nostri Istituti, metodi nuovi 
si adottassero nei concorsi di ammissione e nelle promozioni di 
chi già è in servizio: avverrebbe allora che giovani valorosi non 
ft^)Ssero alieni, come ora, dallo scegliere la carriera degli Archivi, 
e che, una volta sceltala, non vi si trovassero a disagio, non ca- 
dessero come in un letargo intellettuale, e non affrettassero col 
desiderio l'occasione di prendere vie diverse e migliori. 

I concorsi d'ammissione, a parer mio, dovrebbero essere jxjr 
esami e per titoli: se un giovane ha già dato prova di operosità 
scientifica, perchè volete non tenerne conto e mostrare indifferenza, 
e talvolta diffidenza, verso le sue fatiche ? fin dagli inizi ha dun- 
que da trionfare quella benedetta teorica degli umili e dei mo- 
desti ? Le promozioni dovrebbero ugualmente seguire a speciali 
e seri concorsi per esami e per titoli. 

Alle piccole direzioni, in mancanza di archivisti, sarebl)e forse 
opportuno provvedere con reggenze date ai sotto-archivisti più 
colti: avverrebbe allora che questi funzionari, forse destinati a 
divenir capi di sedi più importanti, acquistassero una non inutile 
ejperienza cosi nel campo scientifico, come in quello amministra- 
u Agli Archivi di media importanza nonché alle singole Se- 

It., 5.* «eri»*. — XXXVIII. 28 



■VANGBSCO BALDiSSEROKI 

xioni (lei graniti Arcliìv!, le quali equivalgono per importanza agli 
Archivi medi e talvolta lì superano, potrebbero esser prepo«tì 
quegli urchivisti, rhe in speciali concorsi dessero indutibia prma 
della loro valentia: ma ad essi liovrebbe essere assegnato un {liù 
etiuo compenso, r tale almeno che il loro stipendio non fosM; 
mai inferiore (come ora può accadere) a quello dei semplici arehi- 
vi:«ti. Le direcioni dei grandi Archivi dovrebbero sempre essere 
affidate a uumioi che in dilEcili conconsi si fossero mostrati de^i 
detrailo ufficio: e quest'ufficio do\Tebbc essere rimunerato in nuxii' 
vIk potesse essere ambito, come in Germania, anche da sdenzìati 
tnslgiu, i quali, già occupando degnamente cattedre univecntarie, 
mostrasKTO allreà stieciale sahMc e >ingolarì attitudini alle rìcercbc 
e agli stttd! archivistici. 

Bisu^nCTCbbe <he un soffiti di «ta nuora pen'adiesse ^ Ar- 
chiW italiani; che. insione con le vecchie carte, non vi si conser- 
vassetx* altresì, con tenacia ribelle a ogni proficua itino^-azioDe, 
sùtemì e idee che gii fecero il loro tempo : che tra i ftinaionari 
cui jcti Atrliìv! 90tM affidati b li u s cfa se a rav\-irare nn atto- 
siasrao oca sopito e pirasodiri' spento propno m vìitù ili qncDe 
id<* e di quei *Ì5t<fflii. e si pcMesse alimeoiare un fcTTore nnoro 
ili riivrche e di siud'\ t^u.inti' sarebber.p benefici a quest'> propi,>- 
sno ì vi.ii^in .vir es!iTv\ cbc il Goierr*:! potrebbe fare intraprendere, 
s>!'ura i:i,ivo sj^s.». ai gìovAn; più '.iromettenti degli Archivi ìia- 
lì.iui! »^'.u->!i' ;>remi,' d,\t. all' alti \-Ita dei pia \"alorosi impiegati ri- 
d.'adcTvbìv .1 tu;;v i-antj^jr^-^ liei n.tfiri I*;iCu".i: che lo studio dei 
>:«t:-.-.i -ni, :ut: :n vJ-^hvIì *:T-in:cri. U ^ ..■>t!i.>-^\-iiì= e>ana del l-.r.. 
:,:;ui,''v.,i:',5C5-,:i- e ci -vn; ;'ù"ìi\ljrt reljtivo alla bu^'Ua viistiidia 
i'.c: J.vur.x'v,;;, i". 'a r'_i;iiSfK-;-À' di cìr fr::n: in.-.:?eraii. E se ai 
r.'.is;»,';; i'.'aar.'. \U11;' .ìxv; >i.',i>I-i :T".ter3e ò.; :>ile- --TTaiij e diplo- 
--.•,i;;,M y.i r<:>Tvv.;: vTvrssi.- ', ^".i— ' ,Vr.-~i'.": ■.:; 5tì: . il temime del 
■-■■,-■■ , ; .Si? ,•■. '.-..-i-v^ .-,>^-s;. u^;-.\ > S.- '.- ?:e>-^ >jrebt>eri> 




TEIt r NOSTRI ARCHIVI 439 

volentieri. In Italia, e precisamente a Firenze, presso l'Istituto di 
Studi superiori, esiste fin dall'anno 1880 una Scuola di paleografia 
e diplomatica, che ha un passato e un presente non inglorioso, e 
che ha dato e dà alle Biblioteche e agli Archivi d'Italia funzio- 
nari non indegni di lode. 

Tra le proposte che il Pesce fa, per migliorare il funziona- 
mento degli Archivi italiani e soprattutto per dare ad essi quella 
unità di indirizzo, che ora difetta, una merita di essere considerata 
con speciale attenzione. 

« Insieme col nuovo progetto d'organico — scrive l'egregio A. — 
« dovrebl)o compiersi anche un voto, che persone com{:)etenti hanno 
« espresso da molto tempo : quello cioè di sottoix)rre tutti gli Ar- 
« chivi alla funzione ispettiva » (pp. 24-25). Ora il progetto del 
nuovo organico . e venuto, ma agli ispettori non si è pensato. 
Nò so dolermene troppo, perchè se, teoricamente parlando, la 
nuova istituzione sarebbe certo una gran bella cosa, io temo che 
in pratica non ne avrebhcr vantaggio.... se non gli ispettori. Il 
Pesce intanto osserva che « il modo più acconcio e più pratico 
« di provvedervi potrebbe essere quello di nominare, insieme con 
« un ristretto numero d' ispettori centrali, alcuni ispettori onorari 
« regionali.... » (p. 25). Se in questo mondo c'è qualche cosa di |x>cb 
pratico, è proprio la distribuzione degli uffici at/ honorem. Passi 
tuttavia per gli ispettori onorari, che, pur essendo ottime |:)ersone 
e magariddio membri di tutte le Deputazioni e le Accademie fio- 
renti nel Regno, farebbero, sì, poco o nulla, ma avrebbero almeno 
il gran merito di non costar niente. Ma per gli ispettori centrali 
la cosa cambia di aspetto, e c'è un pericolo che è bene rilevare 
senza sottintesi. E inutile dire che alle ispezioni dovrebbero esser 
chiamate persone che le sapessero eseguire, che avessero quindi 

# 

profonda coltura storica, vasta dottrina e più vasta esperienza archi- 
vistica. Trovare uomini dotati di tutte queste belle qualità e per di 
più disposti ad accettare il grave compito, non è cosa facile, ma 
pure è possibile. Se non che c'è tutta la probabilità che un bel 
giorno il Governo metta gli occhi su qualche alto impiegato del 
Ministero o su qualche uomo politico ; e lo nomini tutto a un tratto 
ispettore. E questo è il pericolo; f)erchè si può essere uomini 
di grande ingegno e ottimi funzionari, si possono occupare con 
T alte cariche pubbliche, si può esser colti e versatissimi 



^«J ilUSCKCO BiLDiSSSSONi ^ 

ne! diriltw ainministralivri.,., e non intendersi affatto di Arthivi. 
I futuri tspellori dovrebbero quindi essere scelli, magari me- 
diante concorso, o nell'alto personale archivistico o tra persone 
che dessero indubbio affidamento di conoscere alla perfexione 
l'archinstica, la diplomatica, la storia civile e quella giurìdica: 
doe forse basterebbero, e accanto ad essi potrebbe utilmente 
]Mi9enc un tcnu. scelto tra i funzionari del Ministero e destinaln 
«d occu[>arsi ìn isjwcìal modo della parte anuninistrativa. Qoesii 
ispettori, poiché non tutto potrebbero vedere e fare da soli, do- 
vrdibenì a^-ere alle loro dìpcndenie alcuni tra i più v"alenti e più 

, giovani sotto-archivisti o archi^-isti, i quali, t-iaggiando continua- 
mente nelle dì^Ttsc rvgioni d'Italia, \-igilaesen> sogli ArchiW co- 
immalì. ecclesiastid e privati, informando sempre gli iqietti^irì dei 
risultati dell'opera torcv. 

Verreuuna c«sì »d avere nn »«ro ulEiciu ispettìiro, urgankanacnie 
cortituito, e tale dft tornare \-anta^jìcso ai nostri Istìtnti. In caru 
dtv<cr».\ meglio sarà tatuai tutto ojme oira e spender meglio i 
ocstrt desaii E quanti pnw^-eiliracnti sarebbero da adottare'. 
PcKbè non aoio le outc oaa axstodite negli Airrfarn giiveitLativi 
*Jftono del o^otinuo iruas;i e dispersioni, ma anche tma pane 
itel inalcriak" cv>nser\-at.> in questi L'tilutt si deteriora -.^^i sriomo 
di più. Ci Sk^-n^' penramenc, in altri tempi euasle dall'umidità .> 
jvinialmonte bniii.itc d.il tu.icv^, che appena i-'n-.' svolle, perd'jno 
scmprt- «juakSe jhixv'.,! liane dì ^ >:t-sse <? si sCTedìlary* ithoc il 
■iVine; ■."i -onv» nastri cuasti iwlì" intem-.i ']uantij e più delle pcr- 
iljnscne e c-.>n '.-i ìeiwtiara tutt» rovinata: c'è una quantità di 
lìi.iterwte ..inacev\ vh*-. tuli'.» su.vhiato di •^oeOe caiaiteristicfae 
vh:jStt- i-iu'l.n^ee vhe ì'uaùdità re<:aLN ai doouaentL sì satina e 
s; wiLcisr»; iv'. .■«:■.; r;i l»e>e lunta 

v'.',: Ar, h'\*l*:ù '.VT caiatv» beavi e v.icnwiaà, r 
:■,;•,;,» -.v: -.. \atv c-.;c->:,' anateiùle. f>t>cc^ si«o del tono ifoui 
,,^:\.i^.v.- ;:-\T.v-f ;■ cii»».'i>e. e vìeivo: 2ssé<e:e inerti al a» 
,■ ; ,S.À, -.-.-^r:.- r.:;:"i.'. rti rv>«i-e»^ i»ir:w =.* «penale e 

.- V--,: .■:. ^>-^. r-'-;r»t^ e v^xrt ^_3f~- r*frgKagoc non i 

■ ■•,■:,■ ".-■. -;r-^- -• -.i-,-*j-;»; «LTT.- -.pcrre ± ^urtaLpo&iri 

■ ■■■,-."■ -.■.■-^■- -■■ wr «■ •".•»; tnsoe tazir^ 

.■•.":.■ ■ "a, -.-e e Ak • : 




PER I NOSTRI ARCHIVI 441 

Bisognerebbe altresì che valenti restauratori di codici e di carte, 
nutriti di speciali e serie cognizioni scientifiche, come per es. il 
Guareschi (i), il Giacosa e il Mare, fossero dal Governo inviati là 
dove più urge di provvedere. E chi sa che la loro opera non 
fosse più utile della funzione ispettiva! 

Ma purtroppo io so che questi desideri e questi voti non 
avranno, per ora almeno, esaudimento. Come si p)ossono avere 
certe pretese in Italia, dove Archivi di rinomanza europea e di una 
vastità che suscita la meraviglia in ogni visitatore, Archivi con 
venticinque e trenta impiegati, fruiscono di una dotazione annua 
di appena duemila lire, con le quali devono provvedere agli og- 
getti di cancelleria, all'acquisto dei libri per la biblioteca, al riscal- 
damento nell'inverno, e ai continui restauri del materiale? 

Il Governo dovrebbe pensare agli Archivi con maggior serietà, 
e dovrebbe meglio comprendere qual è il suo dovere, non solo di- 
nanzi agli italiani, ma a tutto il mondo civile: e prima di tutto 
dovrebbe destinare agli Archivi una speciale Divisione del Mini- 
stero. Sia questo il primo indizio che il Governo darà del suo 
interessamento verso i gloriosi Istituti. 

Firenze, Francesco Baldasseroni. 



(i) Del prof. I. GuARRSCHl mi piace ricordare, tra gli altri suoi re- 
centi, il lavoro che tratta Della pergamnta, con osservazioni ed esperienze 
sul ricupero e siU restauro de' codici dannegsp'ati negli incendi, Torino, 
Unione tip. edit., 1905. 



Hg S gg^ 3^3S >9 » ' 



Aneddoti e Varietà 



Note berengarì£ 



jìiratffirìo I sorpmc Verona, piobabilmaiU, 
la iiotU itali' I ai i agosto 1105. 

Lodovico, re di Provenza dall'anno 88B. re d'Italia dall' ■ilU- 
bre 900, ed imperatore romano dal felibrain (fai, discese, com'è 
noto, nella nostra peninola per la seconda wlta durante l'anno or>,s 
e s'avanzò fino a Verona, che tolse a Berengario L Questi ^'clsc 
allora come asilo le regioni nordiche dell'Italia, se, cosa tmpn*> 
babile, non ricercò ospitalità nella Baviera meridionale (i). Podii 
giorni trascorsero, forae neppure quindici, ed il re fuggiasco, cul- 
■l'aiuto di vassalli devoti, che in parie lo seguivano nell'esilia, in 
pane vivcvan'.i ancora entro le mura di Verona, ricbl>e ia riilà 
perduta, mentre l'imprudente so\Tano jDrovenzale, reso cieco, face^-a 
misero ritorno nella patria sua (2). Quando ebbero luogo la ripresa 
di Verona e la susseguente tragedia ? Liutprando, il quale nam 
dilFusamente l'accaduto e contro il monarca prigioniero mette 
in liocca a Berengario l'invettiva cii-eroniana della prima calili- ' 
naria (3), non nffre date; ma Reginone, che era cootemp. -raiieo 

{!) Reginone yChnotù-on, in .1/o;i. Gcrm. hislorùa, S.iipiorc. I. ÌUn- 
novcr, i8j&. p. Gio), fa ritirare Bercni;-"io in Bavier.i, GiusL-iinrnlf il 
Kf>F.PKE (Z).- vita el Siriptis Uutprandi ..■Jiiscopi Cremeqensis. ^enmftUatii 
hisi.'tìca, HcTUlini, 1842, \i. S6) respinge la piissìbilttà di un sn^ggiiima 
lifl re iteri; ng.ir io in Baviera, ilalo il hreiY inturvallo ili tcnijvi (Tappo»» 
tra la ucrdilii ed il iicui«.-rij di Verona. 

(zi Rer.LwsE, pp. fuo-ii. — LicTi'RAs-no, Aniap-'dc-uj, libro U. ' 
cap. 39-41 indl'cl. i« K.™« !.-hol.,ru«i. liimnovcr. H.ilm. 1877. pp. J5-41>, 
— G\-sla licrenaarìi imperaloris (ed. v. \\-[NTEKI'Ei.n). in Moh. Gtnm. tùL 
IWlarum latinorum nu-dii ani IV, par. 1" (Boriino, Wi-idltuinD. itfS). 
1>1>- Ìq<^-97, vv. 35-69. 

IJl LTurrHANiio, libru II, c:ip. 41 (ed. cii. ].. 43). 



ARTURO SEQRE) NOTE 6ERENGARIANB 443 

agli aN'venimenti, attribuì il fatto all'agosto 905 (i), e cosi fece l'au- 
tore del catalogo nonantolano dei re longobardi ed italiani, il quale 
affermò essere Lodovico entrato a Verona solo il giorno 21 luglio, 
e considerò la tragedia come avvenuta nel mese di agosto (2). 
All'incontro Galvano Fiamma, cronista d'età molto tarda, attri- 
buì la sorpresa di Verona, coi fatti annessi, al 21 luglio (3). Gli 
studiosi moderni di questo periodo storico, nel dubbio fra le due 
date, prescelsero quella del Fiamma (4), quella cioè dell'autore 
più degli altri lontano dall' av\'enimento, e l'autorità storica del 
quale, anche j)cr tempi a lui vicini, e talora molto discutibile (5). 
Questo anormale procedimento critico trova la sua spiegazione nel 
raffronto tra il contenuto di un diploma del re Berengario da Pe- 
schiera, 2 agosto 905, nel quale viene fatta donazione dei beni di 
un prete Giovanni, detto Braccacurta, ribelle al sovrano italico e 



(i) Reginone, p. 611 : c et in mense Augusto hacc mutatio 

rej^i facta est ». 

(2) Waitz, Scriptores rerum langobardicarum et ttaltcamm, in Afon, 
Germ, hisf, (Hannover, Hahn, 1878), p. 503. 

(3) Galvano Fiamma, Manipoltis flomm, in Muratori, Rerum i ta- 
li carum scriptores f XI, 604. 

(4) Primo il MtJRATORI, Annali d^ Italia dal principio dell' fra iH)lgare 
sino all'anno isoo, tomo V (Milano, 1744), p. 256. — Il DiJMMLER, che 
dapprima {Gesta Bercngarii imperatoris. Halle, Weiscnhaus, 187 1, pp. 37-38) 
aveva approvato la data 21 luglio, con leggiera esitazione, in seguito {Ce- 
schichte des ostfrànkischen Reiches, voi. lU, Lipsia, Duncker und Humblot, 
1888, in Jahrbiicher der deutschen Geschichte, p. 537), attenendosi alla te- 
stimonianza di Reginone, ritenne U sorpresa avvenuta solo nell'agosto. — 
Il PouPARDiN air incontro {Le royaume d^ Prm^ence sotis les Carolingiens, 
Paris, Bouillon^ 1901, pp. 1 86-88, in Biòl, de fecole des hautes études, 
n. 131) preferi la data 21 luglio. 

(5) SulPattendibilità scarsa del Fiamma per i tempi da lui remoti 
V. Lx)RENZ, Deidschlands Geschichtsqiiellen im Mitteialter seit der Mitte des 
dreizehnten Jahrkundcrts, voi. II, Berlin, Hertz, 1877, p. 279, e accenni in 
Ferrai, Le cronache di Galvano Fiamma e le fonti della Galvagnana, in 
Rullettino dell' Istituto storico italiano, n. IO (Roma, 1891), p. 97, e spe- 
cialmente in NoVATl, De magnalibus Urbis Mediolani Bonvicini de Rippa, 
in Bull. cit. n. 20 (Roma, 1898), Introduzione. Vedi anche Savio, La 
Cronaca di Filippo da Castel Seprio e Ancora In cronaca di Filippo da 
Castel Seprio, Torino, Clausen, 1906 (estr, dagli Atti della R. Accademia 
delle Scienze di Torino, XLI). 



444 ARTURO 8E0RS 

perciò giustiziato (i), e la narrazione dei Panegirista di Berengario, 
che informa essere il Braceaeurla stato uccisi subito dopo la sor 
presa di Verona (2), Se il 2 agosto 905 a Peschiera BereDgai» 
faceva dono dei beni dell'ucciso Brarcacnrta, pensarono in i^peoc 
il Muratori ed il Pòupardin (3), ciò wvaX dire che Verona era gii 
presa; e poiché il Fiamma, il quale ebbe talora & mano roaii 
autorevoli, rimaste a noi inaccessibili, assegnò rnvveiiimetilu al 
21 luglio, questa data non solo è verosimile, ma pmbabihncnte ' 
esatta, e si concilia anche con una nuova assenza di Berengario «h < 
Verona nei primi di agosto. 

Ora un esame attento delle fonti e dei diplomi di Bcicb- 
gario nel 905 mi ha convinto che gli argomenti addotti a Tavoie 
della data 2i luglio sono errati e che la ripresa di Verona n 
assegnata senza esitazione al mese di agOKlo, e più probabtlinentc 
alla notte dall' 1 al 2. I critici rivolsero infatti la Iure atteniiiiii 
specialmente al diploma del 2 agosto 905 da Peschiera, pereti^ Ivi 
è parola del Braccacurla, ma non tennero in ilebito fronio ì j*e- 
codentì diplomi del 31 luglio e del primo agosto da Toni dd . 
Benaco, a settentrione e lontano da Peschiera una veattini) di km. 
sulla sponda orientale del lago di Garda. E poicht- il primo ai;o-ii) 
Berengario faceva stendere da Torri lieo rinque dipinmi di dofin- , 
zionc a privati ed a nionaateri, e tutti per beni del comitato »t- J 
ronesc (4), mentre il giorno dopo già si tro\'av3 a Peschiera, dopo 



(1) -SCHIAPABELLI, / diplomi dì BfrttigaTÌo I (in Fonti per la Stlfit 
d'Ilaìia ed, &v.\\' Islitido storico ilaliaia. Diplomi sa. IX-X), Ronu, t^ 
ile] Sennto, 1903. p. 170, n. 6z. — II Muratori, Antiquitaies iialie«tmti 

lun'i. III (Milano. 1740), col. 763, pubblicò il diploma come de-l J apal 
(e III Nonos Augusli >] ed il Poufaruin, op. cil:., pp. 18G-87. come qticli) A 
In piecùdettero, occfltrl tale data/.ionp incMIta. Per essa Bcrfnptrio antUr 
muto dufl giorni di tempo da Toni per giungete n Peschiera 
ti scontrerebbe quinitì lik ftetla, che invile occorte ointncttefe. iiuanitn tf 
iiecelto la ptcHenwi del te italiano in quellii eilli fin dal Kiotnip ». 
(3) Gfita Berengarii Jmprratoris, p, 397. vv. 66-69. 

(3) Opctc cit. !-• loc cit. Si avfetta, come gìd Im delio, che per ì 
delti autori il diploma sul Hraccacuria b del 3 ;^ih(o. 

(4) SCHiAPAKKU.i, pp. i6o-6g, un. 57-61. Dono ad Ando, i 
della chiesa di Veruna, d'una letta con prato in Valpolicella. ■) < 
Giovanni di tte ariali sul liume Adige, al prete Odelbetto d'u 



NOTE BERENGARIANE 445 

viaggio frettoloso, compiuto probabilmente nelle ore notturne, io 
l^enso che al re italiano urgesse accorrere verso la città avita, 
rapitagli qualche temfK) innanzi dal monarca provenzale. La do- 
nazione dei beni del Braccacurta non implica di necessità che la 
sorpresa di Verona sia avvenuta alcuni giorni prima e che alla 
sorpresa siasi trovato presente Berengario I. Anzi! Il Panegirico di 
Berengario, fonte preziosa in tale argomento, lascia pensare che 
Berengario non abbia assistito alla sorpresa e che sia entrato nella 
città solo quando i suoi fedeli ebbero occupato la terra, abbacinato 
Lodovico ed ucciso il Braccacurta. Narra infatti T ignoto poeta che, 
dopo l'ingresso di Lodovico a Verona, i fedeli del re italiano, 
prese le armi, consigliarono Tacciecamento di Lodovico, ma che 
Berengario, rammentando la consanguineità col monarca proven- 
zale, vietò si toccasse la persona di lui. 

I fedeli tuttavia non rispettarono la volontà del sovrano e, 
presa la terra, acciecarono Lodovico, uccisero il Braccacurta. 

Hoc satis. Hi contra celcrcs cum murmurc gressus 
IntcnduDt, rabidas acuentcs pectoris iras, 
Nil moti dictis: potius fera murmura rodunt. 
Non se posse malum posthac dimittcre inultum. 

60 Talibus ad veniunt urbem muroque propinquant. 

Ilicet admissi penctrant miserabile templum, 
Quo Ludovicus erat, subito rapiuntque ligantquc 
Kt pulcros adimunt oculos. Securus in aula 
Forte sedebat cnim; idcirco pia munera lucis 

05 Perdidit, obsessus tencbris quoque solis in ortu. 

Tu ponens etiam curtum femorale, lohannes, 
Alta tenes turris, si forte resumere vitam 
Sit potis; bine traheris tamen ad discrimina morti^ 
Et miscr in patria nudus truncaris barena (i). 

del ripatico e della palafìttura, e ad Otlelberto ancora di alcuni massa- 
rioli nei luoghi di Sortiago, e Vico Mortuorum » ecc. Del diploma riguar- 
dante il chierico Giovanni ha discorso il Cii»olla dando notizia del sigillo 
ora scomparso dall'originale (Cipolla, Per un diploma dì Bereni^ario I, 
Verona, Franchini, 1904. Nozze Sctuaparelti-VitelU). Giovanni divenne poi 
cancelliere di Berengari(» tra il 908 ed il 5 ottobre 922 (ClPOLiJV., Attorno 
a Giovanni cancelliere di Berengario I, in Rendiconti della R. Accademia 
dei Littcei, Classe di scienze morali, storiche e filologiche, serie V, XIV^ (1905), 
pp. 191 segg.). 

■ 

(i) Gesta Berengarii Imp., p. 397. 



446 

D PaMgitìsta oarra dunque gli ; 
VenHia come dorata «oltanto ai fedeli 
cotnpaie in perdona né alla appresa, né all' actriecanufoUi iM 
diYvit», né all'esecuiìoae de) BrarcoimrM. E il E^n^rìsta B 
solo Della sua aSérmanoDe (i). Costantino Forfirogenito aari\ 
esso: * [LodoTÌei>[ in seguito si recò a Verona, città che dot 
« Pavii I20 rai^ilia ; e ccn>e fn pinnto i\i, qaclli della lem | 
« id ^loUevanioij ixratio dì hu e i>res>3k( l' abbacinarono. À 
« r'nmfi^ifvm di/ rrgmù Bert^garm, nonno del Beret^aria M 
m il quale, recatoci a Roma, %~enne colà incurùivali> » (2). La H 
gliuua delle due nairaziODi. quella proveniente dalla curia É 
del re Bereogariu. questa di akxmì anni pistenoie a Bcreog 
na autùmole ed impaniale, entrambe di fede non dabbia, i 
giare certo della nanazione di Lintprando, che non avrvs 
BeragaiM ed i sooì diacendenii molta sunpatia, ci indno«; 
ereden^ dte il re iUlUno nm fosse fxesente alla libcraxkÉ 
Verooa ed asD avrenimenti sncceashrt D'altro canto Itegna 
Lnipraado Meno sooo cincocdì oeir assonare l'accadalo || 
aaUme (3V Rmnì <|inn^ k g iHi m a rilmere che BcrenganiM 
roatii lidia tnima iniessyia .l.ii siiii y^arliiriaiii o di.-! ■n-^roA 
sai.' per l'esecu^i. .iw, >iaji aifrettat.i i.i n. ■tte ik-l inoni. > \-i ag 
da T>jrTÌ a PtSihiiTa. e ci;e airarriv. . in questa ti-rru. uvriido in 
il fclicv l'jit» di'!riini>re*.t. alù'ia t .^to in\i"^tit.. dii U-iii di ( 
vinili B'i -J.-!,r:.i il m- n:i#ttT ■ vii >. /fii ■ in Vemita. -.he |Xi 






\ers-.. la I 



■E-ivirrr.Ti-. 1,? 







NOTE BERENOARIANE 447 

zione di Galvano Fiamma. Se le opere storiche di questo scrittore, 
il Manìpolus florum in ispecie, sono, per le età lontane dal sec. XIV, 
ricche di confusioni e di errori gravi, il passo citato, che interessa 
la questione nostra, è tra i più errati capitoli usciti dalla penna 
del cronista milanese. Lo riproduco per intiero col resto delle vi- 
cende di Berengario. Cosi il lettore potrà vedere, se in mezzo 
alle confusioni e alle date erronee che ivi si incontrano, è lecito 
verso un elemento cronologico, favorevole alla tesi di alcuni cri- 
tici, mostrare tale fiducia da anteporre la testimonianza d' un 
autore tardo e di scarsa autorità a quella di cronisti e poeti con- 
temporanei air avvenimento narrato. 

« .... Ludovicus autcm Imperator suscepto in Roma imperiali 
« diademate Veronam pervenit, ubi nimia securitatc potitus, suum 
« exercitum licentiavit ac deliciis vacare coepit. Quod ut Bcren- 
« garius Dux Aquilegicnsis supradictus audivit, de Bavaria, ubi 
« exul erat, exivit et de nocte per muros urbis Veronae producitur 
«12 Cai. Augusti et Ludovicum praedictum Imperatorem ccpit 
« atque oculis privatum in Provinciam remisit. Sicque Berengarius 
« Dux Aquilegiensis Imperium iam tertia vice multo sparso san- 
« giiine per ipsum impugnatum cum hujusmodi obtinuit triumpho 
« anno domini 900. Isto tempore Guido Dux Spole ti, Lamberti 
« supradicti Impera toris filius, in Tuscia imperium arripuit, qui non 
« immemor, quod pater cius ad procurationem Berengarii Impc- 
« ratoris fuerit per Amulphum Imperatorem vita privatus, in ul- 
« tionem Patris sui venit Veronam versus, ubi cum Berengario 
« Imperatore conflixit, atque eum vita per capitis mutilationem 
« privavit, et sic totum Imperium Italiae pacifice paucis diebus 
« possidens moritur, et imperavit Rodulphus filius eius prò eo annis 
« duobus anno domini 911. Contra istum imperatorem Rodulphum 
« Albericus, nobilis ci vis Romanus, Hungaros advocavit, qui Thu- 
« sciam cum muiieribus et parvulis expoliaverunt ac singulis annis 
« fines Romanorum dcvastaverunt : qua de causa Rodulphus Im- 
« perator per milites suos eum interfici mandavit, redcuntibus autem 
« Hungaris per Italiani in discurrendo rapinas more solito facerc 
« non cessabant.... » (i). 



(i) Muratori, R. /. S., XI, 604. 



E die baMi! La cacutrafe di Lodo * ioo 1 
di DcK a g irio sooo »«wa—i«i^ al ^joo (if 
A Gwdo, Lanboto e RodoUo OifiBaipcm (ocvason» 
—i-'-Eft" di cfiori e <fi ooafniMBi e la fine di Iìiii«t«r1 
I A ASbBOca, naicine dì CauentHv (adre dd |bìì 
■e dei BoBoid oacBBn. «cagmn scorte in bxi« ■ 
mpfaiìte donde o alla fuMaìa dd oomatM o alToK» d | 



' SI Iq^ pa b 9(i^n» A Venaa e frnhiliil— il mi 
fatte axnaBe al catalogo oemMOtiobaio: vuk non è aknd 
^■Oe iiiiiwii <:fae GalTano FiaimM. ìb ncxaa a taaAc ^ 
EhìcoI, abbia nds «mio. atti9neiido nnae dsa delta a 
inprio 3 gianko cfae mmx dal <atakiso oonaBtobm im| 



.*csi^ 



ili dssr^uis dd re Benec-;" 
une 1 di GcRBania 12 1. I' 
m P'it gli «trali sQ'aatiC'} ^ 
e driT'jdk' ine^iiinftiibile ? lì -■ 



■1 rt«pjTmìi> d* 
'^osa <lclla I 



a vero Bkoòij. e irli ìKkiinta >Ìe0'etÀ bermsanana, óù, 
al WatÈEoiaA (j) noa s cimivi»:' tli ncavario (4). 



il 



i 



1 ■&»j-»^<wwT. iB«d_ in. I4A, 
':> Kocrcx. -p. 11. 

rAc^w:..^ I* V-S f :j - 1 > --. n^ I '^«Gtiev: t Bcrìivo. Cena, IfflAf^ 




NOTE BERENOARIANE 449 

mistero non ò impenetrabile ed un paziente esame degli scritti 
di Liutprando e degli altri storici contemporanei può oflfrire argo- 
mento, se non altro, a qualche probabile congettura. 

Cominciamo dM'' AìUapodosù, opera che Liutprando scrisse 
quando la memoria degli affronti ricevuti era ancora viva e pro- 
vocava i suoi maggiori fremiti di sdegno. Nel libro II, discorrendo 
della prima invasione di Lodovico, re di Provenza, in Italia nel 900, 
aggiunge che ad attirare il monarca provenzale nella penisola ebbe 
precipua parte il marchese d'Ivrea, Adalberto, padre di quel Be- 
rengario II « cuius immensitate tyrannidis tota nunc luget Italia, 
« cuiusquc lenocinio a quibuscumque gentibus perhimitur, non 
« iuvatur » (i). Nel libro III Liutprando dedica il capitolo primo 
alla spiegazione del titolo dato all'opera, « E scopo di questa sve- 
« lare, anzi divulgare ad alta voce le opere di questo Berengario, 
« che non regna, ma tiranneggia, e di sua moglie Willa, che per 
« l'eccesso dei suoi soprusi ben merita nome di moderna Gezabele 
« e che per la sete inestinguibile di ruberie dovrebbesi chiamare 
« Lamia. Essi mi hanno, senza motivo alcuno, tacciato falsamente di 
« tante colpe, hanno sfoggiato a mio danno, contro la mia casa, 
« contro i miei parenti, contro la famiglia mia, tanta empietà, che 
« la parola o la ])enna non basterebbero al racconto. Si chiami 
« dunque quest'opera Antapodosis, cioè retribuzione, |x>ichc io sve- 
« lerò ai viventi