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I 



itizecDyGoO^ e 



,1,1.0, Google 



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ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 



NUOVA SERIE 



TOMO SETTIMO 
Parte 1.' 



"'FIRENZE 

PRESILO G. P. V1EU5SBUX EDITUnE 



1858 



,1,1.0, Google 



Xta.il. t 






^ .'' 1. 



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ISTRUZIONE 

VESCOVO DI MONTEFIASCONE 



PAROLE PRELOflNARI. 

V interdetto umiliato da Paolo T godUv Venezia saaci.lA fra quel 
poDteflce e la regina dello lagune una invincibile Ira, la quale, tem- 
perata appena dal tempo, degenerò in freddezza, cJie gif anni furono 
impotenti a raddolcire. Cosicché, quando le Cmsure cessarono di 
pesare su quella illuatre citti, t due governi si guardarono sempre 
con diffidenza scambievole; perchè se ì Veneti dubitavano costante- 

(*J 11 Nunzio cbe sodava a soslilalre a Venezia SiglBinoDdo Donati Vescovo 
di Ascoli , Dominato Nunzio nel A&tS da Paolo V, era Laodiski Zacchla del 
nobili di Vezzano , genovese , Vescovo di llonlaflascone. D(»no versatissimo 
in aCTari di ogni maniera , nella Corte di Roma aveva esercitato gli nfflcll di Av^ 
vooato Conolatortale , di Commissario della Camera, di Pro-Tesoriere j e Bntl- 
mente era eletto Vescovo di UonleDsscone nel 4S0B. Nominato rappresentante 
dalla Santa Sede a Venezia , riuscì gradito al Senato per la aua probiti , secondo 
cbe asserisoooo l'Ughelli , 11 Cardella , ed altri storici ecclaBiasUcI ; e fece prova 
di tanta destrezza nella trattazione del \Ah ardal negozi! , che non solo ne ri- 
portò anpliMime lodi da Gregorio XV , ma il Cardinal Lodovial ebbe a dire che 
la Corte di Roma non ebbe a quei tempi un Legato all'eslera cbe lo pareggiasse 
in valore. Quindi , essendo In qnet momento la Legazione Veneta per la Sede 
Apostolica la plb importante, non poteva essere aOdata a mini piti sperimentate. 



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4 ISTRUZIONE PER LA NUNZIATURA 

Dienle d^li astuti consiglieri di Paolo T, i curìalistj di Roma erano 
di continuo soll'avviso inoanzi ad una politica che la storia s'accorda 
a riguardare come maestra nella diplomazia d'Europa. In fatti, dal 1607 
al 16ì< i Nanzii della corte di Roma soggiornarono a Venezia, e gli 
ambasciatori veneti tennero stanza in Roma; si conclusero trattali 
ed alleanze : ma tutto era consigliato da tornaconto e da necessità politica , 
anziché da fiducia. Non era che la morte di Paolo T, che poteva mutar 
Taccia alle cose; e di ciò entrarono io qualche speranza le due parti, 
quando al cristianesimo fu annunziata la morte di papa Borghese : 
speranza che solo io parie si converti in bllo. 

Assunto al pontificato Gregorio XT, gli furono subilo intorno gli am- 
basciatori di tutte le nazioni d'Europa, cosi quelli che lo avrebbero 
voluto seguilatora del precedente sistema , come quelli che miravano 
a farlo entrare in una via nuova. Il pontefice però, poco abile nel con- 
durre le cose temporali , e per soprappiù carico d'anni , delegò in qual- 
che modo il governo civile non meno che l'ecclesiastico a Lodovico 
Ludovìsi suo nipote, giovane di veniisei anni. Le condizioni nelle quali 
versava in quel momento l'Italia erano difficilissime ; e la corte di Roma 
soprattutto s'avvolgeva nelle piò spinose. Quando, dunque, fu veduto 
che Gregorio XV dopo tre giorni di regno promosse alla dignità car- 
dinalizia il nipote, e che gli delegò la somma delle cose del pontifi-^ 
cato, il primo sentimento della pubblica opinione fu quello di una 
dolorosa sorpresa (t). Ha io breve questo concetto mutò; e la corte , 
la diplomazia, e tulli' coloro che trattano i grandi affari degli slati, 
doverono persuadersi che il cardinal Padrone [come cbìamavasi in corte 

(1) ■ Ludovlcus Ludovisii» , die a palrui inouptioDe lo Pontificem terUo, 
Cardlulis atiumliur non itn* mumiitre,- quod Papa priui de famllla cogltaret 
qoam de Eceleiia. ExcuMt laiaen Moectui, qua urgeola caram omnem imperii 
oepotlbus permiEit, uade Ludovica!, Intcio Pontillca, cnncia pengeret, IniU- 
tntls adbuc lo Vaticano virorum Academitt , qnlbui oIìomii Pontlhi occupare- 
tur. Brani Academlci ( ut noiavimui In Vita Gregorii XV) loco Oratorum et Piio- 
cipum , quoi integri quandoqne ebdomada , Papa non aìloquabatur neqae vide- 
bat ». FmU CardinaHam omitiitm SaneUu Homana» Eeekiiae eie. , amiUr^ 
Jo. Palatio etc , Dol. IV, pag. 9ft, 



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DI VENEZIA O 

ài Boina il ministro cbe governava , e ette per io più era un nipote 
del papa) aveva senno da bastare all'altezza delle difflctdti. Fra le quali 
era principale quella che riguardava Venezia ; dove viveva Paolo Sarpi, 
frale dottissimo, di grande autorilk, conaultore della repubUiCB , non apo- 
stata della relfgìone cattolica, di severissimi costumi , difendilore fortis- 
simo dell'autonomia dello stalo contro le pretensioni della corte di Roma, 
e contro i diritti da essa accampati ; e che, per soprappiù, 8CritU>re clan- 
destino della Storia del Concilio di Trento, non aveva contradetto alle seiH 
teme di essa opera, quando nel 16S0, per abuso di fiducia del De Dominis, 
vide la luce all'insaputa delPautore, sebbene senza il ano nome. Arduo ne- 
gozio per la corte di Roma era qoesto: dovere riconquistare it terreno per- 
duto per la incanta condotta dì Paolo T, ed avere incontro a sé l'astuzia 
veneziana e la mente del Sarpi. 11 cardinal Ludovisi non dispera per que- 
sto. Nel prendere egli in mano il timone dello stalo, rivolse [H'ealo il suo 
pensiero a Tenezìa ; e partiti appena da Roma i legati , venuti a ren- 
dere ubbidienza al nuovo papa , egli dett6 te istruzioni sulle quali il 
nunzio che andrebbe a Venezia doveva modellare la sua condotta, lo 
mi trovo poeseseore di un esemplare di queste istruzioni stesse, le quali, 
unitamente ad altre cinque (consegnate ad altri legali pontificii), sono 
in un codice che formava parte di una grande raccolta di manoscritti, 
pergamene e storie municipali , che da Venezia sono ultimamente ve- 
nuti a far parte ddla mia privata biblioteca. Esse contengono come 
il programma-dì quel pontificalo, e, prezioso documento di politica, 
mostrano che l'arbitrio supremo dei pubblici afTiri era stato affidato 
ad un uomo il eui senoo era infinitamente superiore all'eli. 

In fatti, il cardinal Ludovisi nel delegare al vescovo di Hontefiascone la 
nunziatura di Venezia, volendo mettere sotto gli occhi del nunzio lo stato 
del governo e del paese nel quale andava a trattare gli inlereesi delle corle 
romana , fa una rivista retrospettiva , fa una rassegna del presente, ik 
le norme della condotta da tenere , con tale profonda cognizione degli 
uomini e delle cose , da olTrire una prova di piiì, e splendidissima, del 
valore della diplomazia pontificia. Io ho aggiunto a questo monumento 
di storia romana e veneta alcune osservazioni che mi dispensano da 
una troppo Innga prefazione. Contuttocià , non bisogna dimenticare che 
quando il regno di Gregorio XV incominciò, sarebbe assai problematico 



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6 ISTRUZIONE PKH LA «UNZIATURA 

delermiDare ae fossero più temìbili le difiBcolU politiche o le religioee che 
clrooodavano 11 irono dei pai». La Spagoa aveva in Italia uoa prepWHle- 
raoza che faceva stara in pensiero tutti i principi italiani, non tanto 
per l'ampieiza de'snoi dominii in questa penisola , quanto per quella del 
suo impero nei due mondi. La ropnbblioa di Venezia tuieva più che 
mai il fermo alla sua politica tradizionale, di impedire che i priooipi 
regiunti In Italia , indigeni o stranieri , si ioBrandissero in modo da pe- 
sare sogli altri di pondo insostenibile; ad era questo il caso della Spagna. 
Contro e«aa stava specialmente in guardia Venezia, sforzandosi o«)tt- 
noamente a contrapporle formidate alleanze che ne bilaooiassero la 
fona prepotente. Quindi da una parte mirava del continuo ad essere 
d'accordo con Francis ; ad appoggiare il coraggioso ed ardito Duca di 
Sav<ya,che, impavido, prendeva a ogni poco le armi per allargare i suoi 
domioii , per Saccare l'ontoglio epagnuolo , per coprirsi di gloria, pronto 
sempre come i suoi illustri antenati a ripresentarsi, vincitore o scon- 
fitto, rinvigorita e più forte a lotte novelle; a mettere in vista al pon- 
tefice come la sua indipendenza di principe diventerebbe una deri- 
sione quando la polìtica assorbente di Spagna potesse incarnare i suoi 
disegni. Per altra parte, aggiungendo all'avvedulezia la forza di tutti 
i suoi mezzi , tenevasi continuamente armata , e profondeva i suoi le- 
sori , perahi, anche fuorid' Italia, l'erede di Cario V trovasse brighe die 
lo facessero pensar meno ad essa. Rema, politicamente, irovavasi nella 
slessa condizione, e non poteva avere ohe gli stessi desiderii di Vene- 
zìa; ma doveva, per gli interessi religiosi, e per ì lucri smisurati ohe la 
Santa Sede cavava dai regni di Spagna , comportarsi più rimessamente 
verso l'autocrate di tante regioni , cui era dato giovare o nuocere immen- 
samente alla religione. Oltre che, dunque, non poteva pronunciarsi troppo 
soopertlimente,s'aggiungeva che Venezia, portante in quel momento il vas- 
sillo d' Italia contro gli atranieri , non faceva un sol passo indietro sulle 
preteee della corta romana intorno a malarie di disci[dina e di gìuriBdi- 
zione. Il Sarpl era veneralo e potente ;i0eeuiti non trovavano via da rien- 
trare nelle lagune ; l'InquÌBÌzione aveva, dopo l'inlerdetto, perduto presso- 
chi ogni fona; gli ordini religioei ed il clero seocriaro, intolleranti di freno 
e forse sotto il protesto di appoggiare lo stato nelle sue lotte , erano di- 
venuti ostili al curialismo romano , anziché suo braccio. 



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DI TENKillA 7 

Gli afbri della Valtdltna s'aggiungevano ad aggravare gli BiveDimeoti. 
1 cattolici di essa, levatiai io armi , avendo ofaloslo ajuto contro i Grigioni 
eretici, dipinti come oppressori al Duca di Feria , goveroatora di Milano 
per il Re dì Spagna , egli sì porla snt loro territorio 3on un eaer^to. La 
lega dunque di quei popoli , confederali con Venezia , non sc4o fa rotta 
dalla guerra civile per la insorrezione della Valtellina , ma i Veoeziani ai 
troTavano bene allrimeati minacciati dalle fané del Duca di Feria. Divi- 
dendo la Valt^ina lo stato di Milano dal contado del Tirofai, si sarebbe 
aperta agli Spagnnoli , che vi avessero preso stanca , una corouoioazione 
con gli Stati gennanioi di casa d'Austria , dai quali traendo schiere 
influite , avrebbero meno in farse la durata di tutti ì governi indipen- 
denti italiani, cbiudendo anche la porta ai Bocconi ohe potessero ve- 
nire di Pruida O di Sviissera. Il Duca di Feria, che comprendeva tutta 
r importanza slralegioa di qndla poeicfone^ di quella chiave d" ItaUa, (h 
però bt)ppo sollecito a scoprirsi , Inoominciando ad innalzar forteaze ai 
confini cesi dei Gridoni oone dei Venezieni. Quindi qnesti ultimi non 
dabitarOQO tm aol momento del partilo da seguire nel supremo pe- 
ricolo. Presero a difendere la oama del Origionl contro gli Insorti 
VaKeliJDeBi , e l'sIftirzaroBo di diecimila fiorini in ogni mese ; ceroaro- 
no l'appoggio della Franeia , e ne ottennero promessa ; spinsero il Duca 
di Sawja alla guerra; favorirono l'accessione delle citt&di Berna e di 
Zurìgo alla lega ooi loro correi Igionari i ; ottennero da Giacomo He 
d'Inghilterra dì far leva nei suoi stati di 10,0041 nomini; fecero lega 
con FCHanda , e oon 1 loro leaorì la sostenawo ctmtro l'armata dello 
SpioolB ; «d esposero al principe di Roma come tutti gli Stati Ita- 
liani , perdurando ({nella occupazione , ItMsero a discrezione didla mo- 
narchia castigUana. Questa imminente lotta ere per ta corte di Roma 
fatale: la doppia qualità di principe e di pontefice era nel caso nn 
terribile antagonismo. II ponte6oe non poteva abbandonare i catto- 
lict dalla ValtelUna) Il prineipe italiano doveva oombaltere gli Spagnoli 
andati a propugnare la causa dei Valtellineei, oaooiarli dalle loro con- 
trade, e reprimere l'Insurrezione. Lo aoe^iere, in simile bivio, 
era rovina. Come il papato si eomportó in questa dura aUemativaf 
Quando gli ambascialori si recarono da Veaena all'alto die chiamavano 
•^1 ubbidiataa, in qndìtà di cattiriieì, presso Gregorio XV, it primo 



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8 ISTRUZIONE PER LA NUNZIATURA 

ragioaamanto che mosBero al ponleBce fu intorno alla necessiti <H re- 
Btitaire e libertà e indipendenza ai Grigiuii, e di ridurre la ValteUiaa 
alla sua forma antica. Il pontefice dectinò la conversazione, e v(^e 
persuadere agli ambasciadori essere utilissimo il reetituire la Compagnia 
di Gesù negli Stati Veneti. B i Legati Veneti , tra sorpresi e irritati , 
vollero che il pontefice intendesse bene esaere ciò impossibile; e come 
sarebbe stato decoroso il non insister troppo in una domanda , alla quale 
si negherebbero sempre coloro che stavano al timone della repubblica. 

Ha se il papa ricusò di spiegarsi innanzi agli ambasciatori sulle gravi - 
complicazioni della ValtciUna, qual era poi il partilo cbe egli veramente 
aveva preso? Dalla nostra Istruzione impariamo che egli voleva qa^o 
che i Veneti , cioè che l'armata spagnuola sgombrasse dalla Valtellina ; 
ohe i forti da essa eretti fossero adeguati al suolo. Ha Gregorio XV, ai 
rappresentanti della italiana repubblica cbe dicevano ValUlUna, rispon- 
dendo Gentili, voUe mettere a prezzo, dirò cosi, il suo concorso nel 
riordinamento degli aAri vallellineei? Vorremmo non crederlo, Comun- 
que, gli ambasciatori rispondendo alteramente e ricisamenle no, mo- 
strarono che i perìooli delle più grandi sciagure, non li farebbero mot 
far mercato della propria dignità. Ha forse è vero altresì che i Veneti, 
conservando totta la loro alterezza , e non piegando la fronte io alcuna 
delle questioni pendenti , erano convinti che la corte di Roma, per 
inesorabile necessità delle cose, non |Mtesse s^uire allora, per ^i abri 
della Valtellina , che la stessa politica. N^ s'apposero al blso. Che oltre 
il farne cenno ia nostra Istruzione , più espressamente spiega quali Ìob- 
sero le determinazioni della Corte Bomsna sull'argomento l'altra istru- 
zione del 5 Aprile t6St a Honsignor di Sangro, Patriarca d'Alessandria, 
che andava a rappresentare la Santa Sede a Hadrid. Eccone le parole, 
tolte dal medesimo nostro codice. 

« Al presente si vive in giusto timore in Italia , che le cose della 
Valtellina non la perturbino , percbò i Spagnoli hanno occupato quel 
passo, e fabbricatovi fortezze; ed hanno af^recchiato un poderoso 
esercito. Per difendere dall'altro canto, i Veneziani e per sé medesimi 
e col muovere i loro amici, specialmente i Francesi, si mettono in 
arme, ni pare siano per comportarlo. Il Papa ha già operato gagliardis- 
simi uffici! con Sna Maestà e col Duca di Feria Governatore di Milano , 



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DI VENEZIA 9 

e con altri; e goantuoque il Daca, come impresa Ja lui fatta , si fatichi 
per sostenerla, ed abbia ultimamente tentato di accomodare le cose 
con i Grìgioni per mezzo della CapìtolazioDe formata con la lega Grisa, 
con lBttoci6 Don potendo finora tirare le altre due leghe ad accettarla, 
perchè fra' patti si legge quello dì ritenervi le fortezze per tanti anni 
( la qnal cosa continua a mantenere né più né meno gli altri Principi in 
gelosia ] , si crede cbe non conseguire l'effetto che si è promesso : ed 
oltre a ciò , per quanto finora s'intende , non pare che presso al re si 
sostengano le cose da luì fotte , come si vorrebbe; anzi para che il Con- 
siglio inclini piuttosto alla restitazione che no : ed é però da credere 
che , congiunti gli officii dì Sua Santità con quelli del He cristianissimo , 
che Ti ha mandato a posta Monsignore Borsompìere, e de'Veneziani, e 
di altri Princìpi sia per ottenersi ciò che comunemente si brama; tanto 
più che la guen^ di Fiandra é facilmente per divertire il pensiero dalle 
cose d' Italia. Per la qual cagione se V. S. al suo arrivo alla Corte non 
Iroverl che Sua Maestà abbia &tta deliberazione di lasciare quella valle 
in libertà , o vero dai suoi ministri non si saranno mandati ad effetto 
^ ordini die per avventura ne avesse dati , insisterà gagliardamente 
perule si feccia , e parlerà cAtaro a ruoluto , perché Nostro Signore , a 
qtuiunque prtxM di spese e di disagi , vuole sforzarsi di mantenere la 
pace in Italia , anco per servizio di Sua Maestà ; e si confida in Dio 
benedetto ohe glie ne fera le grazia. B perciò V. S. non può lare mag- 
gior servizio a Sua Santità di procurare con tutte le forze sue cbe si 
adempia cosi santo proponimento. £ perché sì attaccano questi Ministri 
del Be ad assicarare quei cattolici e la religione cattolica , negozio che 
ha da premere più a Nostro Signore che a niuno si sia , bene si ha da 
presupporre cbe Sua Santità voglia l'islesso; ma si vuole ancora tenere 
per fermo che si sia per trovarvi alcun ragionevole temperamento in 
modo che i cattolici Valtellini, eziandio senza i forti, siano per vivere 
sicari dalle oppressioni delli eretici Grigioni u. 

In quanto dunque a^i affari della Valtellina, i due Governi di Roma 
e di Venezia potevano vivere a confidenza in questo , che si trovereb- 
bero d'accordo per proprio interesse. Ma la diplomazia romana aveva 
per sé altri affen bene altrimenti intralciati ed urgenti a Venezia. In 
quindiei anni essa aveva perduto colà troppo terreno, e conveniva fare 

AkiI.St.It., [tuM/a Serie, T. VII, P.l. , i 



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IO ISTHt'Zl' NE PEB U KUNZIIICB* 

Ogni prova per riconquista rio. Quindi il Cardinal Ladovisi sojir* due 
cose insiste principalmente. In qnesto concetto, nei suoi aTTerlinmUi 
al diplomatico romano : rialzare l'in^uutuone ornai interamente caduta : 
riportare la bandita Compagnia di Gesù nei veneti dcHninìi: difficile, per 
non dire impossibile opera, nella quale, innanzi alla perseveranza e 
all'avvedutezza veneta , gli sforzi romani fallirono pressoché compiu- 
tamente. 

lo ratti, da che l'Inquisizione aveva preso stanza a Venezia, era stata 
amministrata cosi incantamento, con tanto poco senno [Mitieo, che aveva 
costretto il governo a tarparle di tempo in tempo le ali , fino a ridarla 
ad un stmolacro di quel che era in origine , ed afTatto dissimile da aè 
stessa, dalle sue norme fondamentali. E chi ne brebbe le meravìglie sa- 
pendo , per esempio , che un fra Alberto da Lugo , Inquisitore di Verona . 
spinse lant'oltre il suo ardimento da aprire un processo contro la stessa 
serenissima Repubblica , quasi fautrice di eresia , quando alcuni sadditi 
veneti andarono nel 1590 in Francia a combattere contro la lega? A 
br simili cose era d'uopo ignorare affatto che cosa fosse il Governo Te- 
nelo, era un cospirare contro l'esistenza dell' Inquisizione. Una condotta 
dunque costantemente più slapida che perfida produsse quella serie di 
decreti, per i quali l'Inquisizione veneta dipendeva interamente dal go- 
verno, ed era sempre e sorvegliata ed inquisita dai reggitori e ministri 
della RepabUica.i quali dovevano assistere a tutti i processi , in modo che 
il governo non solo non dovesse ignorarne nulla , ma vi dovesse indurre 
la sua azione immediata. Nel 1610 fu fatto un tentativo per sottrarsi a 
questa soggezione , eludendo le legge. Un cappuccino di Brescia fti de- 
nunciato a Roma , dove si fece il processo ; qnesto processo, mandalo 
poi a Brescia , t' inquisitore pensò far sema gli aisistanti del governo. 
Accasato di violazione della logge , rispose che i rettori dovevano inter- 
venire ai processi incominciati nello stato, non a quelli aperti in Ro- 
ma. Ma la sottigliezza non valse , e i ^nreconsulti e i ieoiagi Veneti la 
rosplnsero. Finalmente l'Inquisizione, comportatasi pure con poco av- 
vndimento cosi in occasione dell' interdetto , come sotto il ponli&calo dì 
Paolo V, il consiglio della Repubblica commise a Paolo Sarpi di ridurre 
ad articoli legislativi i decreti lutti gii pubblicati intorno all' Inquisizione, 
e Sili itggiungervi il suo voto suHh giustizia e sulla opportunità del raan- 



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SI VENEZIA 11 

lanimento di esse leggi. Il obe egli fece col Dùcono itìForigiM, leggi ed 
IMO delVuffima dell' Ai^uùinone nella ctttd e dontthio di Fómsìo. In esso 
il Sarpi discorre ampiamoDledei diritti della Chiesa e dello Stato, e con 
ragioni storiche , di dritto pubblico ed ecclesiastico , politiche , e con 
tutti gli argomenti che F Ingegno suo smisurato , e U dottrina stragrande 
gli seppero suggerire , mise al nulla tutti gli sforzi dei miDÌstri di Roma 
per ridonare a questa indebolita e annientata istituzione un poco di 
vigore. Siccome l'edizione del 1639, che io posseggo, dice di esser prima , 
e prega da manoscritti copiati sull'originale, co^ chiunque Interroghi 
questo trattato , si accorge presto che i reggitori di Venezia potevano 
bene eoo apparato irresistibile di dottrina e di dritto sostenere una di- 
scussione col miDìstri di Berna, ignari del lavoro del Sarpi, e delle ra- 
gioni politiche che avevano persuaso i precedenti decreti , ed apparire 
teologi e pubblicisti pia valenti dei vescovi e dei diplomatici romani. 
Non per questo però si dovevano questi ultimi arrestare; non per que- 
sto k meno importante la storia dei tentativi da essi fatti per arrivare 
alla mela; non per questo è meno sorprendente il quadro che il gabi- 
netto romano fa dello stato deUa religione, e*di tutte le qualità dei 
suoi ministri nella capitate e nelle provincie venete; non per questo 
riesce meno vivo il ritratto che fa del Sarpi, e del modo di condursi 
con esso ; non per questo si troveranno meno meravigliose le proposte 
del Cardinal Ludovlsi intorno al valersi di una porzione del clero per 
averlo valido cooperatore nella sperata riuscite. 

Ha la fomiglia Ludovlsi, provandosi a riporre al suo luogo un'altra 
base soUa quale poggiava la pol«iza romana a Venezia , voglio dire 
l'esiliata Compagnia di Gesù, soddisfaceva anche ad una inclinazione del 
suo cuore; perciocché è certo che Gregorio XV, il Cardinal Lndovìsl, Nic- 
colò suo fratello , e l'erede nepote sono da noverare fra i piJi splendidi 
protettori dell'ordine Ignaziano, a favore del quale profusero anche gran 
parte dei loro tesori. La chiesa del Gesù in Roma Inalzata a sue spese 
dal Cardinal Lodovico Ludovlsi è tale magniBco edificio che oggi baste- 
rebbero ai^na per esso le ricchezze di un monarca. Ed il Collegio Iber- 
nese non solo fu da lui edificato, ma ebbe perfino la corrispondente 
dotazione perpetua. Non sarà dunque sorprendente di trovare nella nostra 
Istruzione le più calde raccomandazioni al Vescovo di Nontefiascone, per- 



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12 1STRI7.I0NE PER LA NUNZIATURA 

cbè i Agli di SaDt'IgDsiio potessero rientrare nelle venete prò viticie. Ma 
il male Tu cbe uè il Cardinale primo miniatro ni il suo delegalo a Vene- 
zia riuscirono ad ispirare le stesse simpatie agli astati repubblicani obe 
li avevano banditi. 11 nostro documento rappresenta di quanto preoo 
stimasse la Corte di Roma l'avere a Venezia quella valorosa miliaia ec- 
clesiastica ; espone ed accampa lutti i mezzi diretti ed indfretli cbe po- 
trebbero condurre alla sospirata meta ; e lascia intendere quanto sarebbe 
preziosa la vittoria, anche per contrapporre questa potentissima parte 
di clero a quella cbe aveva francamente appoggiato il governo nelle sue 
controversie col papato, ed a quella cbe , volendo vivere sbrigliata, odiava 
ogni possibile dipendenza, ancbe indiretta, dalla poteste pontificia. 

Senza bisogno dì trattenersi in altre parole , i lettori vedranno dalla 
presente Istruzione che in monumenti di questa specie non è la storia 
artificiale cbe parla ; ma il pensiero , la vita , la passione si manifestano 
nel proprio linguaggio, e non potrebbero mai essere più efficacemente 
rappresentati. C(^ queste istruzioni sono per loro parte l' immagine de- 
gli uomini e dei tempi, e dimostrazione novella che la diplomazia ita- 
liana (specialmente la romana n la veneta) teneva il primo lut^ in 
Europa. 



ACfflLLB GlNNItHII.LI. 



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Istrusione al Vetcovo di Mont^aacone per la Nunzia- 
tura di Veneaa, data a ìR 1 Giugno 1621. 



Quell'anni sirirìlualì àie in dìtèsa della lìbM-tà eodeaiastica , 
per ediflcare e dod per détniggere, furono eoa gran xelo adoperate 
da papa Paolo V di santa memoria ood la BepaU)lioa Veneta i si 
credevano ì buoni che doTessoro alla fine c8gì<Hiare ottimi e^ti; 
ma trovaU ^i animi dei più mal disposti, e |»«T8lare il consiglio di 
coloro che pw etli e per j^ndenia dovevano apparire di minor au- 
torità, e guidati poi da un capo di mal takuto pieno, die aveva 
mag^r fwxa nella lingua e negli amici, che nella sua poteste or- 
dinaria (4), ne SODO seguiti cori rei avvenimenti, oouie se in pessimi 
tempi fossero state mosse. Imp«wschè gU affari [i) della giurisdicione 
e disoipliaB, ed il riatto verso il pontefice e la Sedia Aposlolioa (ocm 
seua perìcolo della rdigione cattolica], hanno ricevute tante grao- 
disnme ofiese, ebe invece d'acquisto e di ristoro, ai b fatto, con 
dcdore immenso de'pib scianti , non lucocte perdita. 

E lasciamo stare ohe , p» antica ofanioofO portata da' Venexiani 
di nm aver ricevuto da niuna parte ma^M- ostacolo e percosse 
alla lor grandezza , ohe dai romani pontefici , si fossero come dis- 
posti cU levare alla Chiesa tntta l'autoritli che in casa loro m go- 
deva, certo che lo sd^no gravissimo oootro la persona di Paolo per 
la flresca ofiésa concepnto, e la lunghezsa del suo pontificato , non 
hanno fin ora permesso che si siano giammai potati o placare gli 
animi adirati , o rivolgere in miglior consiglio le appassionate volontii 
Itnv; e tanto pib avendo vednto che quel pontefice, vcdto alla 



(<) Fm Paolo Sir^ , Il qwM nen MqaUtato nD'aalorlU monle snpreii» , 
che git proenrava pvadMa» MgnHo neirarisloortsta veneU. 

0Q n codice lu : ■ I mperoceU qutUi iMto giwadMmt •. Essendo evidente 
errore dell'uniDoeue , ho «ertilo gli affini : che certo ne n'originale ara acritto 
gU ordinamMli. U form», gli affari, o cose simili. 



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U ISTRUZIONE PER LA NUNZATURA 

quiete e lontanissimo dal pensiero delle novità, fuggiva tutte le 
opporlunìlb che la ventura li metteva in mano, di vendicare la pab- 
blica ingiurìa : onde sì sodo come assicurati, di tentare ogni dì cose 
nuove in pregiudizio della giurisdizione ed autorità pontificia, senza 
temerne altro rìsentimeato che di moderate parole. Ha dall'altro 
lato, non ha la Repubblica da quei tempi in qua fatto acquisto nis- 
snno, ami ha ricevuti de'gran colpi e fatte di molte p^ite, pa- 
rendo, che meutre sono andati quei ignori nutrendo pensieri dif- 
formi (8) alla pietà loro antica, e dai pili savi consigli dilungan- 
dosi , non abbia Dio prosperate le cose loro; (mde hanno chiaramente 
potuto conoscere di quanta ioiportania sarebbe stato in prò o con- 
tro di loro avere un pontefice confidente ed amorevole, o il provarne 
ano risduto ed inclinato all'armi, alla vendetta ed alla mutazione 
delle cose; perchè l'unione e la buona intelligenza con la Sede Apo- 
stolica li avrebbe hcilroente liberati dalle guerre del Piemonte e 
del Friuli, e dall'armata napolitana; e di contro il giosto sdegno 
d'animo forte ^ì avrebbe riversati sottosopra, se nel tempo di quei 
travagli si fosse il papa unito col re Cattolico e con gli Austrìaci 
per rivoltare l'armi spagnoole contro di bro, ed analirli ancor 
esso da un altro lato, seguendo l'esempio di Giulio secondo e gli 
avvenimenti della lega di Cambrai (4). Ha oltre ciò, è assai mani- 
festo [solamente per cagione del commercio e de'trafBchi loro) 
quanto la città di Venezia sia venuta meno dal tempo dell'inter- 
detto in qua, eqnanto le loro navigazioni siano mancate o riuscite 
infelici: laonde è ancora apparito manifestamente l'eEfetto spaven- 
tevole delle Gensmre ecclesiastiche , e la maledizione che apportano; 
non focile a levarsi con altre tante benedizioai, mentre gli animi, 
mal pentiti del passato , a riceverla non si dispongono : per la qual 
ragione è da vedere ohe per divina misericorcUa sia giunto il tempo 

(31 i evldenteineDie errore dell'amali aeas e la parola amform-i del codloe. 

(i) La politica della corte di Koma ( la ciò d'accordo dod la Veneta ) ru 
coBtantameate aTTersa al lovercUo iograndimenU) in Italia di patentati Hra- 
aierl : quindi dod poteva mai entrare Del suoi concetti la dlstruziODe delia 
repobbUca di Venezia a tteneflclo degli Spagnoli , i quali per questo fatto STreb- 
bero aTDto tale preponderante doDiloìo, da levare ogni peso nella bilancia alle 
corta ileasa di Roina. li cardioal Ludovisi dunque adopera ottimamente , met- 
tendo la eridenza il tlttu della neutralltì pontiOcia , e diuimulando le ragioal 
di Stalo che la coDalgliavaDO. Ed accortamente, rimaltetida innaiul Giulio 11 e la 
lega di Cambrai, mostra uod ricordarsi che quel bmoBO poateflce rìpetaTa ipei- 
m : faorl i barbari .' 



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DI VENEZIA 19 

da sperare a quelle cose la vera salute. Imperocché , morto il pon- 
tefice Paolo, e levala la pwsoaa con la qaale maateoevano i rao- 
0(wi e gli sd^iiii invecchiati, e succedutane un'altra di cui desi- 
derare DOD potevano la migliore e la pib opportuna alla puUiKca 
quiete ed alla pace d'Italia, si vuol pensare che, ponderando gli 
avvenimenti passati , siano per procurare d'accomodarsi con la Se- 
dia Apostolica, ed unirsi del tutto con essa lei ', massimamente 
essendo ormai spenta la fazione del principe Donati, che aiui 
avversa che inclinata si dimostrava alla Chiesa. Egli è ben vero 
che non è da promettersi da qual senato una subita mulasione di 
consìgli o di fatti , che la ragione richiederebbe ; perchè, attentissimi 
essendo que'signori a conservare la riputazione e l'opinione di sa- 
viezza nella quale vt^liono esser tenuti, si lasceranno anzi, per 
tana di lunghe esortazioni e pr^iere , a poco a poco guadagnare , 
e non è da q>erare che siano per dar segno di cambiarsi in un 
momento; ma alla fine, mediante la divina mercè, se ne trarre 
quel beue che tanto si desidera da Nostro Signore. Perciò la San- 
tità Sua è slata veramente da Dio ispirata nell'eleggcre la persona 
di V. S. per suo nuncio ordinario a quella repubblica , perchè ve- 
nendo ella conosciuta come piena di santo zelo e di vera {«età e 
|»ìidenca cristiana, la sola sua reputazione muoverà non legger- 
mente qaei signori-, essendosi veduto che l'opinione pwtata da loro 
degli altrui costumi e disinteressato studio di religione, gli ha pur 
commossi e persuasi. Alla fine aggiungasi a ciò che la lunga espe- 
rienza di V. S. nei maneggi grandi della Sedia Apostolica, l'uso 
non fresco dell'offiiio pastorale e delle cose ecclesiastiche , congiunte 
con la dottrina e destra maniera sua, le faranno sostenere quel 
carico più felicemente , e cavarne maggior frutto per la gloria di Dio 
e servizio di Nostro Signore e della santa Sedia, che sia stato fatto 
da gran tempo fa; poiché tntti gli acquisti, per piccioli che siano, si 
doveranno e conoscere in questo tempo e stimare di sollevamento 
in fra le rovine. Ci ha né più né meno dato molta speranza la di- 
ligenza usata da V. S. prima di partirsi dalla corte, nell' informare 
a pieno di quelli affari e di penetrarli al fondo con la cognizione dei 
mali ed insieme de'rimedii che applicar si potrebbouo; poiché, oltre 
all'affetto da lei posto a quel servìzio, le cose che si amano si pro- 
curano diligentemente. 

V. S. avrà conosciuto che per la moltitudine de' particolari e per 
la difUcollfa degli eventi, non si possono di leggieri uè racchiudere 



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16 ISTRUZIONE PEB LA NUNZIATURA 

io capi né racoofulien in tveve tanti individui; ma ne deve da 
ncH aspettare solamente ortUni generaU : ma questi aaoora sì ooo- 
tengono nelle passate instrozioni date alli vescovi di Himini (5) e 
d'Ascoli , stati oAò nonsii dopo l'interdetto ; e piti partioolarmente 
pare ohe si veda ogni cosa espressa neU'informasioae di monsignor 
di Bimini, che ne lasciò copia al suo successore; le quali tutte ap- 



io) > Venetlas vero Berlingheriiu Gessius, BoDOnlensìs , Arlninensis Epì- 
EcopuB , lolernundus mlssus est i. Degli Utoriei Mie con VentiUott elte lunno 
serjlto pA- pubblico d«orelo, Tom. vn , pag. 391. MicMcni, BM. Fml. , ni* 
mm, 46(n. BerliDgero Getti Bolofnece fu dooiìmIo TescoTo dì RìmiiM II dt 40 dd- 
Tombre 4606. Prese possesso della sua sede il 16 giugno 1607, ucondo il Cle- 
mentinl , sebbeoe rDgbellt asserisci cbeciù avvenne nel 16 geoDaio. Forse però 
è vero cbe 11 16 gennàio prese potsess» per procura, e il 16 giugno tece ia 
Bimioi il suo Ingrasso solenne ; eebbeno in uni scheda della Gambalunga si 
dloa che dà aTvsDDe il 4.* di Giugno ( H*aM , VtKOol M Rìihìm. p. IN ]. Nel 
quarto giorno del ano Ingresso a Rlmioo parti per VeiHila , dove andava ad 
esercitare la nunziatura romana , nuovo ministro della santa Sede dopo l'inler- 
delto ; e vi rimase lino al 1618 ( Clenkhtihi , Faceotlo Ulorico della fùniaiioae 
di filmino , e dairurifrine e vite ie'Matalsill eie. Par. II, pag. 7U. — AoiMiai , 
Silo Almineie, Par.I, pag.U. ~ ^rehin. Falic. , al 1607, 4S, Tom. la, pag. 1B. 
Vi si conservano anche le lettere della sua Nunxlatura, NAaui , FeMooi A St- 
màw, loo. cit.). Della sua Nunziatura , oltre gli storici Biminesi, dica poobe 
cose il Cornei (EceL Vmel. , Tom. IV , pag. 37], ne discorre rUghalli aell'/latfa 
Sacra, e pib il Cardella nelle Vite dei Cardinali. Nel 164S, gli fu conterlla la 
Preposllura dells Cbiess di Brescia. Bitornato nel 1648 a Roma, tu nomiaalo go- 
vernatore di quella Capitale. Nel 1619 rinunziò al vescovato. Fu quindi mag- 
giordomo,. governatore del Ducalo d'Urbino , e cardinale sotto Urbano VUl. Il 
Nardi Dei suoi Vescovi di Rimino con le moltiplicl cilazioDi delle lettere della 
sua Nunziatura eslsleoli negli Archivi Vaticani, mostra di averne avuto notizia 
dalle schede del cardinal Garampi. Fu questo sperimentato Nunzio che ebtie l'in- 
carico dal cardinal Ludovisi di informare minutamenle 11 vescovo di Hontefla- 
scone , di tulto quello che poteva giovargli nelt'eaerciiio della Nunziatura ; e 
le istruzioni gii ricevute dal vescovo di EtimiDo dovevano anch' esse eaaer nor- 
me fbodamsntata al nuovo rappresentante del sommo ponlafioe a Venezia. Non 
sari dunque inutile aver btto di esso questi pochi cenni. 

Al Gessi successe in Venezia Sigismondo Donati di Correggio , vescovo di 
Ascoli , Il quale vi rimase dal 1619 ni 16t1 , quando vi fu surrogato dal vescovo 
di HonieOascone. L'ADdreantonellI e gli altri storiti Ascolani parlano con lode 
di questo vescovo, che pare si ritirasse, dopo la nunziatura di Venesta, dei pub- 
blici affari, per attendere interamente a quelli dell'episcopato ( Akdsbakto- 
HiLLi . Bitloriae Àseulanae libri gtMluor. Accestii hiiloriae sacrae liber lingularit 
— Palaoii , 1673 , pag. 3S0-3SI. — S-iggin dell» cose Àseoiane , e devetcooi di 
Aiivli nel ficaio te. pubblicalo da un Abate Attiólam. — Teramo 1766, pa- 
gine CCCCXIV ). 



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DI VBNEZIA 17 

presso di lei si trovano : . laonde il tornare a discorrere su quelle 
materie, il proporre a V. S. ^'ìslessi rimedii, o il datali quelli av- 
vertimenti cbe nelle nominale sorìtlure sono spiegati , e molt'allre 
particolarità di piii, che da monsignor Gessi ella ha udito; non sa 
rebbe per avventura se non un ammaestrare chi sa , ed un repli- 
care quello che è di soverchio. 

Sua Sautith ha però giudicato a sufficienza oh' io (6) mi rap- 
porti alle gib dette istruzioni ed informazioni ,- soggiungendole cbe 
ÌD tutto quello che lo stato delle cose presenti comporterà che 
si feccia da y. S. , vada però seguendo le medesime vie ; ma si 
rimette nondimeDo al suo prudente giudizio ed avvedimento il 
mutare secondo il bisogno , ed il rinvenirne altre migliori : e sola- 
mente ha voluto ch'io le tocchi alcune cose, come qui appresso 
intendere ; non perchè a lei siano di mestieri che si dicano , e tanto 
[Hb cbe là devono piti tosto annoverare fra gli antidoli generali , 
cbe fra i rimedii (proprìi di ciascun male ; perchè sarebbe ancora 
di sfFvercbio il divisare qual sia il migliore di molti medicamenti , 
menta^ il malato per tale non si conosce e non vuole esser tenuto , 
né db però a ninna cura luogo , anzi a quelle si oppone e tanto 
pib repugna (7). 

E primieramente , quanto al modo di provvedere, va giudicando 
Nostro Signore, cbe V. S. al suo arrivo colb potrebbe mostrare di 
portarvi concetti buoni anzi cbe rei della Repubblica , e pensieri 
pib tosto piacevtJì che rigorosi , e lungi dallo spirito di riforma , 
e quasi come ella si credesse non trovarsi disordini notabili in 
qndla citlh e dominio , che siano contrarii alla cristiana pietà ed 
alla giurisdizione ecclesiastica , o ignorasse i mali pur troppo gravi 
che la molestano (8} : laonde vuole che V. S. aspetti i tempi , i 
luoghi e l'occasioni migliori de'bisogni per muoversi a parlare come 



16) ■ Gregorio XV, (Tela quasi settoagenario , applicalo alla quiete più che 
al nego^, iasc» ben pregio la direzione degli aBbri al nipote, assuDlo alla 
porpora, cbe ti guidò |nel corso intero del iponliflcato con grande capacilì e 
con erbllrlo sapremo >. DtgU inorici dell* cose Venaiane che Aannn scriUo per 
pwUUra dfctvlo. Tono Vili, pag. SS6. Istorie del Nani, all'anno 1621. 

(7) Da questa Istruzione si vede cbe 11 frasario diplomatico del malato , ap- 
plleaia alle naiioul , non è tanto recente quanlo ultimamente credovasi, 

(è) n primo precetto diplomatico, dato dal card. Ludovisi al suo ambascia- 
tore , ò la dlttteMriasioiM , per non mettere sull'avviso < Veneziani e per non farli 
slar troppo guardinghi. 

Arch.St.It. . Kuoea Serie, T.TIl , P.l 5 



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18 iSTRl'ZIONR PER LA NllNZIATl'RA 

conviene, senza mai lasciar passare accidente alcuno di momeolo 
intorno al quale ella non ponga l'opra e gli offici suoi , sfuggendo 
sempre la simulazione troppo manifesta e l'ombra della coDn^ 
venza , perniciosissimi modi nelle pubbliche e private cure (9] ; 
perchè col favellare del continuo o risentirsi opportunamente e col 
prendere da cose speciali le occasioni d'esagerare e detestare alcun 
male , se ne raccorrai assai maggior frutto , che se fuori del biso- 
gno particolare l'uomo generalmente intraprendesse ad assalire 
prima un difetto e poi l'altro. 

E desidera ancora Sua Santità, che da poi che V.S. si sarà posta 
ad impugnare alcun'opera ed a procurarne rimedio , non abban- 
doni per le prime repulse o risposte contrarie il negozio (10); poi- 
ché meglio è il non tentare , che il non proseguire si fatte imprese: 
ma con maniera conveniente perseveri nell'istanza, dove l' autori- 
tà e la forza non possono; che si conseguisce alla fine suo giusto 
proponimento. 

Per cominciar poi a disporre gli animi, ed andarli tuttavia più 
reducendo alla vera osservanza od obbedienza che come cattolici 
devono a questa Santa Sede; in tutte l'opportunità, o in ooU^ìo, 
o privatamente se le verr^ fatto, o con meizi piii acconci troverà 
di persuaderli, si studierà di dar loro a divedere quanto ad essi 
appartenga lo star bene eoa la Sedia Apostolica ; né solo per ragione 
di vera pietii, ma d'umana prudenza e d'utilità politica [U]: uè col 
cercare di sfar bene voglio dire solamente gli atti apparenti e le di- 
mostrazioni d'onore e riverenza, ma il darle sedisfaiioue nella som- 
ma delle cose , delle quali a lei , e non ad altri , appartiene a giudica- 
re (12). Né gib intende il papa dì cominciare ab ovo, e di ridarli a'teropi 
dell'antica lor ptetb , come pure si converrebbe; ma sì contenta per 
ora d'inalzarli almeno a segni , a'quali niun di loro è die non li aUtia 
veduti : e se gli è trasceso alcun malo esempio in un tempo, per li 



(9) Il secondo precetto del diplomatico Roiubdo prende di mira l'apiwrtwiiU, 
ds cogliere nel piii iilite naomeoto. 

140} Il terzo anunaestrameoto col quale doveva governarsi il miDietro romUK) , 
su Della ptrtwnvnia, accompagoaLa dalla impassibiliti innsnii alla prime 
ripulse. 

(11) Il guarlo insegnamento è la logica del (ornooMio, da portarsi come arma 
insuperabile nel csmpo nemico. 

(1!] Il quinio euggerimeoto tocca il diruto, Tacendo ragione ai tempi per le 
tume p ppr le modi Acazi onÌ. 



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M VENEZIA 19 

disgusti e passioni scambievoli, quasi turbolento, come è slato quel- 
lo del pontificato di papa Paolo V , o ìn alcun altro tale, ciò non 
ha da far caso, seguito, né consuetudine, né legge, ma come abuso, 
più all'eOétto che alla ragione permesso, si vuol levare e del tutto 
cancellarne la memoria. E nel vero, dovrebbe quel senato cos) savio 
ponderare se in alcuna parte si scemi la grandezza e la maestà 
della Repubblica , mentre la giurisdizione ecclesiastica sì eserciti 
secondo che i sacri canoni ed il concilio di Trento e le costituzioni 
aposbdìche n' hanno disposto; o se oggi , che in tutti i modi la vainio 
violando , siano assai più potenti e più reputati di quello che avanti 
fossero, o pib tosto, quanto all'Italia ove lor fortuna risiede, vadano 
perdendo di credito e di reputazione (13); poiché la svanita opi- 
nione di pietà e di religioso rispetto verso laOhìesa, anzi la mala 
fama del poco conto che ae tengono, e del volerla a forza sot- 
topoire {come l'altre cose temporali] alle loro leggi, eccita contro 
il nome veneto l'odio de'popoli, e scema ne'Grandi la portnta cre- 
denza della lor fede e bontà ; e con essa la confidenza e la stima 
e la sicurezza di quel che promettono. Senza che , non avrebbono 
già da ignorare quanto alla Repubblica pregiudichi la troppa licenza 
di coloro che l'autorità della Chiesa non slimano, e la malvagia 
vita degli ecclesiastici, a'capi loro non obbedienti. Ha riguardando 
noi al presente il solo interesse di slato (li) , come non vedono 
quei savi e prodi uomini, che menire si manterranno i ponteGci 
amorevoli, non avranno da temere di niuR0,nèda pensare come 
Tarsi aprire i passi dell'Alpi , né da demolire i forti della Valtellina , 
o da dipendere dalle fortune dell'oceano, per condurre, quasi da 
un altro orbe, le genti e le vettovaglio in loro prò ; sapendo qual 
beneficio abtnano'in altri tempi ricevuto , e potrebbero tuttavia 
cavare, dalle Stato ecclesiastico, più che da nìun altro o vicino 
o lontano , senza che niun prìncipe il possa vietare , o che ab- 
itano a gettare i loro tesori a i barbari, insaziabili e perfidi ere- 
lid, con tanta gravezza de'propri popoli? Lascio stare ciò che possa 
raat<HÌtà del pontefice appresso i maggiori re dell' Europa , anche 
io questi tempi , ne'quali l'eresia ed il maomettismo hanno sepa- 
rati tanti popoli dalla sua obbedienza, poiché del continuo ne fanno 

(43) [| sesto avvertimento ala* nella prospetliva del perieob) cbe la seguila 
polilica e !■ lua contionaiione pud produrre. 

(Il) PiiulDwalccomepibpreponderuile, ai mtìte'tDMtaìì'Intentte di Slato, 



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=U ISTRUZIONE PEB LA NIINZIATUnA 

prova. Disponendosi in lai maniera gli animi, massimamente quelli 
dei [Mii pii e piti vecchi e prudenli, si potrebbe col mezzo di 
- quelli andar guadagnando gli altri : ma perciò che a V. S. è negato 
il tratiare privatamente con nobili (45), sarb ottimamente posta gran 
parte dell'industria sua , se a tal fine si anderà ella con diligenza 
facendosi amorevoli e confidenti molti buoni religiosi, de'quali essi 
si valgono per padri spirituali, e similmente alcuni prelati ed 
altre persone ecclesiastiche , da'qualì i parenti ed amici possono 
esser persuasi -, perchè l'andare con l'opera di questi , e seminando 
nella repubblica s) fatti discorsi ed esortazioni e consìgli, si spera 
che a poco a poco produrrebbono non piccol fruito. 

Ma discendendo oggimai ad alcuni capi principaU , a Nostro Si- 
gnore preme sommamenie la cura della santa Inquisizione, perchè si 
avvide che il maggior pericolo che sovrasta a quella Repubblica, gli 
può venire dal commercio degli eretici e scismatici , che troppo libe- 
ramente ammettono nella citte ; e forse è ancor peggio, che andando 
gli ambasciatori loro con gran compagnia , ovvero i segretari , e 
dimorando lungamente in Inghilterra e fra gli Olandesi e nei Can- 
toni degli Svizzeri eretici , e fra li protestanti in Germania , là 
dove son costretti di trattare liberamente con essi loro, e li ser- 
vitori, gente licenziosa, e di piti alcuni nobili giovani, tutti, a go- 
dere quella licenza di vivere, s'infettano insensibilmente, e poi 
a poco a poco ammorbano gli altri ; Nostro Signore ne ha grave- 
mente ammonito lì signori ambasciatori stati a rendere obbedienza 
a Sua Santiià (16), e mostrato loro la ^andezia del perìcolo e la 
vicinanza del male, che trarrà con sé la rovina della RepubMica; 
poiché, entrata quella peste nella città, e specialmente fra i nobili, 
si divideranno gli animi, sorgeranno le fazioni, le- leggi non s'osser- 
veranno , ed Offa cosa sottosopra si volgerà. Per la qual ragione Sua 
Santità vuole che V. S. attenda con ogni studio al tribunale d^I 
Sant'Officio, non intermetta le congregazioni solite da farsi davanti 

((5) ■ L'ultima coDgiura contro la Repubblica avendo eccitato la dimdeoia 
del governo , e rinnovale con maegiore aeverltì di prima le leggi cbe proibi- 
vano alle persone putibliche di trattener relaiionl con imliasciadorì e loro ade- 
renti , ec. .. ( BiAHCHi-Giovini , Vita dt /Va Poeto Sarpi, sotto l'anno )6t9|. 

(16} ■ Sub haec Bomam se contulernnt legali Veneti qualuor ei senatorio 
ordine, HieronlmuslUEiinlanus, nuncius procurator , AntoDiuaGrimaiius, Fran- 
c.ìtctis Contarenus tKiues et procurator , et Hieronjinus Superantlus [Soranio) 
eques >. GKkTUXi, Blttwìar. Vtnetar., Lib. Ili, tub amo 163t. 



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a lai , mnOTR destramonte dei ragioaammti , che ascoltati dai tre 
nobili iM«3eDti(17], possano povare anco agli altri; e quanto alle dif- 
6coUk che s'incoatraoo nelle coogregazioai sopra alouni capi notati 
nelle nominate istruzioni , Sua Saolità desidera che V. S. non si 
rimetta punto, ma con buona maniera cendii di superarle, mo- 
strando che niuna cura deve piacere maggiormente a quei signori 
di quella àie da'mioistri della Sede Apostolica intomo a ciò si 
pone (18). 

Sotto U capo della santa Inquisizione pare bbe si possa ridurre 
la persona di fra Paolo Servita, della quale V. S. ha piena cogni- 
sioae. Io non le fevellerò dei mali die faccia , uè delle pessime 
dottrine ed opinioni che sparge, e dei perniciosissimi consigli che 
apporta , tanto piti rei e malvagi , quanto più sono coperti dal 
manto della sua ipocrisia , e dalla falsa apparenza della mal ore- 
duta sua bcntè , perchè il tutto è a lei manifesto ; ma le dirb bre- 
vemente , che Nostro Signore non ha lasciato di parlarne come si 
conviene a'signon ambasciatori , li quali , cosi in questo come nella 
materia del Sant'Officio, hanno sfuggito gl'incontri ddle paterne esor- 
tasiom di Sua Santith , non coll'opporsi , ma col negare il male ', 
e però, quanto a fra Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro 
uè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene 
colà ritirato , uè doversene però avere ombra o gelosia veruna , 
benché si sappia pubblicamente il contrario (19). V. S. potrfa nondi- 
meno osservare di fresco i suoi andamenti , e ce ne fni^ la più 
vera relazione die potrà averne, perchè Sua Santit!) penserà a 
continuare gli uffici ed altro opportuno rimedio ; e V. S. succes- 



si) Gli ouittMli del Governo. 

MS) L'inquirizione rellgiow nop ebbe mat grande forza di esercliio a Vene- 
lia , coDtrappoDecttovlaì U aisleDia loqulaltorlo del governo , e la gelosa cura del 
goTsmo Heaeo di cooMrvare tatera la sua aulorlU su luLll i citladlol. ifbbe 
fiero una g;ravis8lma «eoasa, anche nella sua normale giurìadliiou, dall'ìnlerdetlo 
a dalla potente azione di Paolo Sarpl, coaaultora teologo della Bflpubblica, il 
quale la tarpa ancora le ali con la conaultazlODa teologica e politica da me ci- 
tala nelle parole preliminari. 

(49j Si sa cbe nell'anno 1680, cioè in qaello che precede questa ÌEtruzlOQe , per 
iDdiacnteiSB ed abnao di flducia del De Dominis , era «tata pubblicala la Storia 
M CmicWo di Trmuf, che, sebbene portai» in fronte un nome immaginario , la 
corta di Boma «apeva benissimo euere opera del Enrpi. Di quale stupore foise 
al miHtdo cagione ■ e come Tosse fulminala da Roma , è cosa troppo nota. 



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22 ISTRUZIONI!: PER LA NUNZIATLIU 

sivamente ci aoderà propoaeado quello che pib rìuscibìle si potes- 
se adopnre, almeno per lerarìo di colà , e farlo ritirare altrove a 
vivera quietameote, reconciliandosi ad un'ora con la Chiesa : ma 
flaalmeale non è da sperarne molto , e coaverrb aspettarne il ri- 
medio da Dio, essendo taalo innaotì n^i anni , che non pai 
esser grandemente lontano dalle sue pene ; e solamente ^ devo 
temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scrìtti , e che , 
ancora morto , non continui ad essere alla Repubblica pernicioso. 
Ha coatro fra Paolo e contro il perìcolo del commercio delli 
««liei, non si potrebbe veramente opporre più salutifero rime- 
dio, che quello dell'opera de' Padri della Compagnia di Gesù, quan- 
do pure si trovasse via di ridurli in quella cittb. Questi signori 
ambasciatori, a'quali Nostro Signore ne ha parlato, ci hanno la- 
sciato cosi pìccola speranza , che più tosto ninna si può dire, 
avendo mal volentieri sopportato che Sua Beatitudine ne abbia 
loro foTelIato (20); anzi avendola con graodisEìma istanea supplicata 

(SO) ■ Giunse lo qaeslo tempo la Bomt l'ambasceria de'VeDezianl , che , se- 
condo l'oso pio de^principl ciltolici , chiamino d'ubbidlsou , e oomiBieva di quat- 
tro seoBlori prlmaril , cioè Girolamo Giustiniani procnrstore , Antonio GrinaDl , 
Fraocesco Cooiatiol cavaliere procuntore, e Girolamo Soramo cavaliere, i 
quali, oltre r soliti offlzii, mollo doveaco premere eopra l'a&re della Valtellina. 
lU Gregorio , divertendo dal principale , con grand'eScaeia li ricerca che nello 
alalo suo la Repubblica reiUluisse i religiosi della Compagnia di Gesb, per 
gravi cause nel tempo del suo predecessore esilisli ; il che repugnando a molte 
leg(^ e rormalltà, flncoU Indissolubili del governo, non polè conseguire. Ad 
ogni modo, con plb forte concetto , passando da Roma a Venezia il marchese dì 
Coure io qoalitA di ambasciatore straordinario , premè vivamente per nome del 
ra Lodovico, e nel tempo medSBimo il vhbcovo di llontefliscone , nunzio apo- 
Btolko , con brevi del poateBce e lettere del cardinal Lodovisìo , rinforzò Gsrvi- 
dameate l'istanu. 11 asaalo perù non si dipartì dal prinw concetto , rimostrando 
■ ministri i suoi initituli , e i gravi riapettì per I quali non dovevano principi 
amici pressarlo a ciò che aè gli era permesso eoocedare , né poteva negar loro 
senza suo molto disgusto. Formarono alcuni giudizio che questa domanda Insur- 
geaaa da pie alto registro , e plb recondili Uni i per avventura da aicnni miran- 
dosi a rendere i Veneziani , che si supponeva non T'avrebbero prestato II con- 
senao, o ai nuovo ponteDca diffidenti , o poco accetti alla Franda, In tempo cfaa 
premevano per guadagnare la buona disposizione dell'uno a correnti Degoaii , 
nunegglaodo con l'alito cooalderailoni e concetti ec. ». Cosi il NsnJ ( loc. cit. 
p. St8 ]. e presso a poco concorda con esso il Grazlani , il quale laaclè nelle 
sue Storie la seguenti parole : e Hi ( legsti ) ab senatu gratulati prime dignita- 
lam pontiflci. Hoc, utjusai fuerant, Vallis Tellinae mentionem tntuleruot. Sed 
ibi pauca perpleze cum raspondisset pontifci , orsus sermonem alium , postu- 



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a contentarsi di non pregar sopra ciò la HepubMica , d6 di astringer 
loro a muovenie parola in senato. Ha Sua Beatitudine è stata ferma 
atringendoli a passar rof6cio gagliardamente, e si è indotta nel 
fine a fare istanza che li vogliano almeno nello stato, se nella ciltÀ 
non gli vogliono ; ed ha considerato tulle le ragioni e di giustisia 
e di pietà e di beneficio pubblico ; e col rimuovere le contrarie op- 
posixieni è andato proponendo se alcuna forma si potesse trovare , 
onde sì liberassero da falsi sospetti e gelosie che ne tengono : ma 
in somma, poca luce di speransa è panito a Nostro Signore che gli sìa 
apparita ; non dì meno, se questa prima mossa di Sua Beatitudine 
aprisse la via almeno non tanto a noi quanto a loro di poter trattare, 
nonsarebbe poco, perchè V. S. oontinoerebbe a fare offici gagliardi. 
e ad un'ora il re cristianissimo dicono chVsarebbe per aiutare 
grandemente la pratica, dovendo tutti procurare dì trovar modo di 
moderar quella loro rigorosa Parte [2l),acciò che, come ho detto, trat- 



ian inslitail ut clerlcos e McieUte Jeau , qnoa biba<nlM port intsnltotnin Ptali 
qaiDtl «eutu* problbnent redlta , rasiHaeral in graliam et terrai mai. Dlebas 
post pands Venetlu renlt ad htem Couraaui. regU Gallile extra ontliwin le- 
gatile; niwque tempore episcopna Hon-FlascoDenils , iegatOB pooHOcli literw 
taaios et cardinalis Ludovidi tradldil palritms , quibas id IpsuiD enfse cmtan- 
debaot. 9ed caosaa ili! greviter eiecuti quare a coaetlio eoa diGcederenl , ^imul 
rogaotea ne ratigarenl polendo quod smatua negarel invitaa, tenoere ut aiten- 
tlum rei imponeretiir. Faciu quidam credideniDt eata minlitroram Pfalllppl : prae ' 
Tidentas namqae aenatam negatiinim , impulitse leaailai ut coonigeranl ad 
pontiOcem et regem Oalliae ; quo ulrumqua , ob rem non impelralam , aballe- 
nareot * Venetis >. Ga«TitMi , toc. eit, 

(84) La cauaa della rlpnguanu de) governo venato ad accogliere onovameale 
I* Compamia di Gerii , dlcbiiralaij apertamente ribelle allo alalo , e che cercò 
tolti I mezil per ttr proseliti al ano parlilo , sta nel decreto di espulsione , 
cori concepito. 

■ 4606, H giugno. In Pregadl. Quando la compagnia de'GesuHi ruiotrodolU 
in queaU cilU , fu ella ammeasa e ricercala , conronne ai particolare della pietà 
4 religione della repubblica nostra , con molta pronleiia e fsTorl la cobI atra-' 
ordinaria maniera , che ben predo si andò dilatando per tutte le altre diU del 
dominio noalro ; aveodo In brevissimo tempo tanti comodi e cosi rilevanti be- 
neBzU, quanti ne ricereaM giammai alcun'alira delle pib Tecobio e plb anliebe 
religioni , come 4 txa nolo a cadauno. Ha essa all'incontro rispondendo con 
altrettanta ingratitudine , al è dlmottrata sempre maliuimo dispoati , e mollo 
inclinata a br in ogni occasione diversi mail uffiell pregludtilali alla quiete e 
bene della repubblica; avendo, In luogo d'apportare quel servìzio che ti dovea 
ra^onevolmente aipeltare da buoni religiosi, partoriti ami mlllR scandali ed 
effetti di main conseguensa , che piti volle hanno dalo ragionevole causa a 



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ISTRUZIONE CER LA NUNZIATCRA 



tare ne poasaDo, perchè eglino ancora per meizo dei parenti s'^te- 
ranno, e qaello che oggi non coosegniscono, sperano d'ottenerio di- 



qneslo coiulglio di peoure a hrvi coaTsalenti proTÌsiont; e Doodimeac ella è 
stata eoa grandiBstma pazlenia fln qai sempre tollerata: Il cbe perù non l'hs 
potata rlmorere dalla precedente sua nula disposlifone ; polcbè da diversa espo- 
sliiODi , scritture , lettere eo. a questo consiglio, resta ottimamente Informalo e«- 
daiiDO di quaDla scandalo sleno state le male operaiioni fatte nei preseoti moli 
della predetta compagnia , la quale è stata Is prima a mostrarsi dlsobbedlente 
agli ordini di questo consiglio , avendo eoa insidiose rnsolere sedotto cosi in 
questa città come nelle altre dello Stato nostro altri religiosi a seguir II loro 
cattivo esemplo; e boeado effetti mollo perversi, haiino seminalo ed impreaio 
in diverse oceasloai fastldiosUslml concetti in molte persone d'ogni sesw> , eoa 
pericolo di disunione e scandalo nella religione ; ed inoltre essendosi con arti- 
fizlosa maniera servita essa compagnia sino del meizo de'suol conBdentl per con- 
seguire I SDOl mail Ani in preglndiiio del buon governo e della quiete di questa 
repubblica: al che s'aggiunge l'aver essa occnltato ed asportato con vie e modi 
tlravigantl, contro l'iDtimazione fattale per ordine pubblico, la maggior parte 
dalle robe appartenenti al culto divino , le quali in grandissima copia e di mollo 
prexio e valore sono state In diversi tempi offerte aUa sua chiesa da molti divoti in 
MIO servi ilo ed a gloria di S. D. Il,, cavata dalle viseere della propria soilanza del 
nobili cittadini e sudditi notlri. Operaxioni tolte che la questa congiuntura di tem- 
pi sono riuscite latta di grandissimo pregladislo alle cose pubbliche e di altrel- 
taolo mal esempla agli altri religiosi , ed airnnlvertale di questa e di tutte le altre 
città dello Stato nostro. Al cbe s'aggiugne l'essersi Inoltre per cosa certa inteso, 
cbe In diverae eliti d'aliena giurlsdlilone , alcuni di detta compagnia abbiano nel 
palpiti Uberamente e liceniloiameate sparlato con molto disonore e vilipendio 
della oustra repubblica. Però non essendo piti da dlfltirfrsl questa risoluzioae , 
mediante la quale al reanlibsta al mondo il giuiUi risentimento che dal canto 
nostra si deve hre coptro la delta compagnia, dichìaraiasi nei passati tempi a nel 
presenti, per tante via ed in tante manlerie, con esemplo d'inaudita Ingrati ladine, 
inlmielsitma della qnleie e liberti stessa di questo dominio , dal quale In pub- 
blico ed In privalo ha ricevuto notabilissimi beneflili, come si ideilo- L'anderi 
Parie , che la predetta comp^nia de'Gesulti , o alcuno sia chi si voglia di detU 
oompagnla , non poasa in alcun tempo ritornare ad aNlare In questa città , terre 
e luoghi del dominio nostro, sema espressa lloenxa di questo oonsiglio ; e se la 
Parte che si dovri proponer non sari presa con tutte le balle del collegio , e 
dell'Intiero nomerò di tutti gli ordini di detto collegio , proposta a qaesto cod- 
■Igllo , e presa con li cinque sesti di esso , eoogregalo al numero di DB in sn ; 
devradosl prima ài metter la Parie leggere nel suddetto collegio ed fn questo 
coujglio , oltre le presente dellberaiione , anche tulle le scritture cbe psrlano 
in materia delle molle operaiionl Atte de essi gessiti. E aie dato carico a due 
savil dal collegio nostro , di hr mettere insieme tulle le predette scrlttnre , iccld 
in ogni tempo si abbiano unite a pronte per ogni caso che potesse avvenire. 
E la presente Parte non si possa aiterare , sospendere , rivocare , dispensare , 
dichiarare , ovvero interpretar per alcuna via che dire o immaginar si possa , 



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DI VENEZIA 25 

mani ; ed in somma , perchè se D'è favellato, Saa SaDtiUi non vor- 
rebbe si tralasciasse di battere , perchè l'abbarfdooare prestamente 
il peofflero sarebbe di peggior conseguenza che se tentato giam- 
mai non si fosse. Insomma, vuole Sua Beatitudine che V. S. faccia 
per quanto lei potrk, e se le manderanno facihnente Brevi e let- 
tor per Talersene a questo 6ne. Saiqnamo quanto sia per essa 
fiero avversario fra Paolo , e come a ciò poco favorevoli si mo- 
streranno gli altri regolari , e die piccolo intoppo non recheranno 
quei poveri nobili , a'quali le rendite de' Padri Gesuiti si sono co- 
minciate a diì^>eDsare; ma non si deve per oii> metterne la soUeci* 
tudine dall'un de'Iati , ami conviene maggiormente augumentarla. 
E poidiè tira i regolari io mi trovo, non lascerò di toccare 
a V. S. quel punto che tanto importerebbe al benefìcio della Repub- 
blioa. lo dico la vera riforma e buona disciplina loro; imperocché 
non ignora punto qnal si sia la licenza e scandalosa vita di quelli, 
e conosce che anche ì migliori, arveizi a non obbedire, odiano 
l'impraio de'fluperìori , e seoo tutti i capi, che di modoratioue 
avreUjero mestiere; e credo ancora che dia si ponga a conside- 
rare , reggendo eglino le coscìeEize e l'anime della ndiilUi , quanto 
sareUie necessario ed importante alla pubblica salute, che tdi re- 
li^esi di nome, fossero neUa santitfa ddla vita e nello zelo della sa- 



nìuna ecceltuaU , ae non con le medesime condizioni , lellurs dì scritture e strel- 
teua di ballotte sopra dicbiaralo ■ ( VanHinnili Veneli Inlorno i padri GesuiK 
■pitti-, piE- 160 e aeg.). 

Se dobbiacao praitar fède a Galileo Galilei , la cacciata dei Gesuiti dagli clali 
Veoett non fu a quel popoli cagione di troppo dolore. Ecco ie sue parala. 
« 11 MofgUt 1606. Ieri sera a due ore di nolte riirooo mandati via li padri Ge- 
suiti con due barche, le quali dovevano condurli quella notte fuori dello stalo. 
Sono partili tutti eoo un crocifisso attaccato al colto , e con una candeletta ac- 
cesa in UNUM ; e ieri dopo desinare furono serrati in casa , e messori due bar^ 
g(4tl alla guardia delia porla , acciò nesenno entresae o uscisse dal convento. 
Credo che si saranno partiti ancbe da Padova e da lutto il resto delio stalo 
con gran pianto e dolore di molte donne loro devote a. Lati«ra a Ukhelangtlo 
Jtoo (faUUo , da V»»eiia a Padova , tomo VI delle Opere , edizione dell'Alberi. 

L'edito della Compagnia di Gesb da Venezia durò per lo spazio di cin- 
quant'anol , sd)l)ene tnettesse In opera latti I metzi per rientrarvi. L» Repub- 
blica perù, Bno che durò la generazione che l'aveva espulsa , fu inesorabile ; ed 
In un momento di suprema sciagura e di tesoro esausto , rlcnsd sdegoosamente 
centocinqiunlamila ducati d'oro oOerti da quel Padri , e che essi dicevano di 
locare dalia propria povertà. 

AacH.tiT.lT,, HitofaSerie, T.VH, PI K 



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S6 ISTRUZIONE PER U NUNZUTtlRA 

late dell'aoiaifl veri religiosi, perc^ opererebbero in breve gran- 
dissimo frutto, se uaìtamente e con diserela maaiera si meltessero 
a levare i vizi dagK animi, e le sinistre opinioni dalla mente dei 
nobili : ma pare che troppo siamo lonlaai da questa speransa, men- 
tre ristessi nobili conservanon'&rfluiffntrw...., né vo^ono però cbe 
si rimuovano da questi conventi, né si nuitioo da luogo a luogo, 
né meno fra li termini del doroìaio; anzi act^-ssoono loro l'audacia, 
proteggendoli contro 11 superiori, le cui visite, quanto pib zelanti, 
tanto più appaiono inutili; né il nuncio, se pure vuole estendervi 
la mano, ha il braccio assai luogo da correggerli : per la qua! ca- 
gione, crescendo di maniera il male che alla fine riuacirh ìnac^^r- 
labile alla Repubblica, pare a Noatro Signore che alle {Mime occa- 
sioni di scandali e dì disordini ( die pur troppo ne sogliono avvenire 
spesse volle] V. S. rappresonti la grandezza del male a quei si^aorì, 
o li pr^jhi a considerare insieme con lei a qualche rimedia E 
se V. S. proporrà alcuna vi^ta generale , ed il bisogno del braccio 
per eseguirla, egli è da vedere ohe, posto ch'^i tn inoUnino, siano 
per vdersi soddisfare nell'elezioni de' visitatori j e benché si debba 
aver riguardo pili ad essi ohe ad altri ( poiciié il prìnoipal frutto si 
vuole aspettare da buoni visitattni), nondimeno per Urare quei ai- 
^^ri a mettervi una volta la mano, o a comportare che vi. sia 
messa , si potrà dar loro intorno a ciò la maf^ior soddisfazione che 
sia possibile. E bisot^erebbe in particolare attendere alla visita dei 
regolari di Venezia; perché coU'esempio de'monasteri della città sì 
esorterebbero poi gli altri del dominio pili di leggieri, benché per la 
dipendenza che tengono i frati abitatori vecchi di quei monarteri 
delie case nobili, riusdii sempre opera malagevole il tentare di 
levarli {«8). 

Quanto poi al clero secolare, ancor esso nelle licenze de'tempi che 
SODO corsi ha raccolta la sua parte de'vizi; ma perché la cura di 
essi tocca principalmente agli Ordinari, V. S. gli soderà confortando 
de) contìnuo ad esercitare l'officio loro pastorale, e specialmente a 
starsene alla residenza , ed attendere alle vìsite ed alla buooa dìsci- 
pliua ecclesiastica, adempiendo diligentemente i decreti de] conralio 
di Trento e delle bolle apostoliche. 



(22) Qui non bìsogoR dimeolicam che io occagioH dell'interdetto , il olerò 
secolare e rRgolare aveva nsUa gran miggloraiiu parteggiato pel gorerao , loUo 
la direiione del Sarpr. 



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DI VENEZIA S7 

E nel vero, se levati dì Ib i malvagi coDsultorì (S3) e ripostivi gK 
utili (^>enrì , la discipiina ecclesiastica si ritoraasae ancora nel clero , 
dii non si prometterebbe grandisniDD frutto in tutta la oittìT Per- 
chè DOD ha dnlibio ohe se la Nobittk in mat^or rignardo avesse li 
preti ed i cleri , ed a' detti e fatti loro prestasse fede, le cose della 
giarisdiiioae ecclesiastica si solleverebbero. Intorno alla quale, per- 
chè numerosi sono i capì notati nelf istruzioni sopraddette e rac- 
colti da V. S. aocurotamente , non ha giudicato Nostro Signore ohe si 
posM eo^ da lungi venire a'rìmedi particolari, e ed uno applicarsi 
senza che i soggetti sieno apparecchiati a riceverli; perchè, non es- 
sendo in potesti nostra l'eseguire ciò che sì ]»opone9se , il conside- 
rare la bolla m Coena Domini e l'altre costitnzioni apostoliche, i sa- 
cri canoni e oonciKi, e quello di Trento sopra tutti, e '1 mostrare 
che , oltre la graveiia del peccato , nelle censure ecclesisstiohe s'in- 
corra dd continuo da coloro che la libertà, immunità, e gìurìsditione 
della Chiesa vanno violando, non ci giova punto, mentre tali fonda- 
menti non si stnnioo, ed imbevute^ dottrine non buone, si seguiti 
in o^i caso la ragion politica e la suprema autorità, che anco sopra 
la CMesa si vanno arrogando. 

Ma non perciò se ne deve mettere in abbandono il pensiero ; 
ansi, qnanto più le cose per la rea conditione del tempo son mal 
disposte , desidera Nostro Signore che siano a V. S. maggiormente 
a euwe , e glie le raccomanda strettissimamenle , e si promette 
molto dal suo gran zelo, dottrina e pnidensa (S4). Si persuade in 
tanto Sua Santità , che sia per esser miglior consiglio , come da 
principio si toccè , di attendere l'occasioni particolari per muover 
parola in collegio , senta cessar niente di momento (25) , che V. S. 
nm ne fovelli &A detrito modo , acciò che la dissimulazione non 
s'interpreti per connivenza, ed il sileueìo per consenso, poiché pur 

ilU} È quwta nns eipllcilt alluBlone st Str^ri, coNMtlantMlogo del Kovenio; 
ed ti teologi del clero «ecoltre e regolare, che, coneullaU dalU Hepubbllce, 
avevano dichiarate onlle le Censure e l' Interdetto di Paolo V. 

(U) È principio fon da tue □ tale della diplomazia romsDa, quello di eoa spavea- 
tarai innanzi alla oppoalzione , fiochà eaaa creda possibile 11 vinceria. La corte di 
Soma Doa ba cedalo mal se non dopo d< avere acqoitlato la certeua , ci» ogni 
iaalalesiB sarebbe Uialile , e che prodorrabbe mali inagglori ; ma anobfr v'ò 
raggio di speranza , Onchè no disastro non si preaenti come coDseeueua Im- 
nuDchevole di quel siElema , qaeslO tton subisce mal modidcazione. 

(SS) Sebbene , evldenteniente , qui slavi errore di copisti , pure è chbrli- 
(imo II concetto aMNKi far pattar cota di monumto. 



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2ft ISTtll^lONe PER LA MUNZUTUIIA 

iroppo va^ionsi dei casi seguili contro di noL E percioodiè il favel- 
larne , e il quialarri da poi di leggieri alle lor' risposte soikb frutto, 
sarebbe un confermare pib tosto le loro ofriaioni , che appwtw 
f^ovamento al negozio , desidera però Sua Beatitudioe , che V. 8. 
ai muova a ragionarae semina con sicuri fondameoti di ragio- 
ni , per aver tanto piti campo di c<Hitiouare ed insistere a fore i 
suoi ofBci , mescolaodo ancora tal volta le ragioni di stato , dove 
polranno aver luogo, ed esagerando grandemente le cose; perchè 
eglino sono lauto avvezzi alle amplìficatiooi ed al partar libero e con 
forza di Pregadi e nelle Quaranlie , ohe se non odono ben lameo- 
larsi ed ingraudire li richiami e le querele delle parti , gran fette 
non si muovono. Certo è dunque, àie, non rade volte, solamente 
col gridare si persuade e si ottiene; e certo è ancora, che ogni 
poco che si guadagni nelle correnti difficoltà , si dovrà stimare 
assai, acciò che le cose co) tacere non ruioioo in paggio t ed 
oltre a ciò ne seguirà per avventura , che almeno nell'ayv«iire 
si guarderanno maggiormente del violare la giurisdixione eoole- 
siaslìca. Benché io abbia per fermo che monsignor vescovo di Ascoli 
lascerà a V. &. ìnforcnazione dei principali affari di ginrisdiEione ec- 
clesiastica che nella nunciatura pendevano , ho nondimeno vtduto 
darle negli a^iuali togli gli avvertimenti dì quelli ohe alla morte 
di papa Paolo si sono trovati pendenti , intorno a'quali o poco o 
nulla ò decaduto poi di fare sotto il pontificato dì Nostro Signore. 
Mn V. S. dal vedere quello si è operato , alimenterà meglio ciò 
oho tentare si potrà per ridurre le cose a miglior segno. E nel vero, 
mentre non si abbia sperauta di metterle del tutto in sicuro , 
si doverebbe almeno sperare che quei signori si contentassero di ri- 
porlo nello stato nel quale al tempo di Clemente Vili si trovava- 
no; poichà come diansi si accennò, lo stalo p«^urbato, del poati- 
lìcalo di Paolo V, non dee indurre possesso né consuetudine, e 
massimamente contro li canoni e le l^^i della Chiesa; le quali , 
<wme le contenute nella Bolla in Coena Domita , che ogni anno si 
rinnova e si pubblica , non ammettono prescrizione in contrario. 
E fra ì capi delle controversie di gìurisdiiione , due ne sono 
ohe riguardano il temporale l'uno della chiesa d'Aquileja, e l'iJlro 
di quello dì Ceneda. E quanto ad Aqaiicja, pareva cbe le cose 
fossero a sufficienza composte per opera dell'eletto Grimani; onde 
so altro non avviene, non se ne avere da contendere. Ha la gin- 
risdiiione temiwnilo di Ceneda è un popetuo fonte di 



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DI VENEZIA 29 

afptatd piti partìoolsnneate dal tempo dì Clemente in qua. E nei 
vero , 4^, 86 odia guisa che si tentò allora ed al tempo dì Paolo V 
di aeoordarìe , si potesse ora trovar via di ponerie in assetto 
senza danno della Chiesa, si farebbe una santa opws. S'in- 
tende però, ohe ultimamente oiuna delle parti volle proporre , aqftet- 
1 ehe l'altra chiedaaae , ma solamente ÌDgraodivano 
i le pretensioni loro ; ma se avverrk che ae ne entri iu 
pratica , oltre a qutdlo che V. S. troverà coli delle ragioni delta 
Ghie» , si oerofawb di mandarle di qua ab che trovar si poesa ; 
iLa intanto Nostro Signore intende che s'abbiano da sostenere 
quanto m potrà il più ; e desidera che V. S. séguiti di far opera 
che quei preti prw^amati (26] al tempo di papa Paolo vengano una 
Tolta liberati. 

Himangono due altre diflerenze , che alla Sede Aposttdica pro- 
ponioDalmeote afqiartengODo , e sono quelle della navigaiione del 
mare Adriatico , e de'cootrovera con0Di del Ferrarese. Ed iatorao 
aQa i»ima , non ostante il capitolo ohìarissìmo oon papa Ginlio II , 
e non ostante qualunque antica e nuova convenzione o ragioue 
della Sede Apostolica, hanno quei signori quasi in tutti li tempi 
ritenute le navi de'sudditi ed anche degli appaltatori , ed altre 
volte ddla Sede Apostolica stessa, e costrettele a pagare il dazio-, 
e quantunque per l'inslania-de'poDtefici le abbiano poi rilasciale, 
hanno dò fatto quasi per graiìa , e procurato dì stabilire eziandìo 
contro il papa , dal qusJe oon vogliono in niuna guisa riconoscere 
il pretAso dominio della navigazione: ma nel modo che sotto ì pas- 
sati pontefici or piti or meno si è posto in studio per difendere 
le ragioni antichissime della Chiesa, gos\ vuole Nostro Signore, che 
V. S. non manchi di fare al suo tempo. Ha se seguiranno il primo 
esempio ddle tre navi de'granì di Bologna trasportate ultimamente 
a Chiosza dal temporale , le quali fecero liberare subito , se ne 
dovrà vivere con buona speranza. 

Quanto poi alla dìOerenza de' confini di Ferrara, essendo pic- 
CH^ vmo di sé e di poca importanza a quei sudditi , Nostro Si- 
^wire iodioa assai ohe si accomodi; e se ne lasci però intendere 
col mgnor cardinal Serra suo legato, il quale lo consigliava ancor 
esso. Ben pare a Sua Santità, che non se ne abbia a disputare 
con disconi e scritture, perchè giammai se ne verrebbe a capo; 

iM) DeT« l^gersl infiritrHmali. 



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30 ISTRUZIONE PER LK NDNZrATUBA 

ma loda Ae aDdandosi sul fatto con uomini pratici, quirì eà pìgK 
la resolusione, e tagKno quelle oontrOTOrne che sciogliere nm n 
possono, mettendovi tali tennini , che nell'avvenire non se ne abbia 
più oltre da disputare-, perciocché Sua Santità vuole dieV. S. ae 
n'intenda col signor cardinal Serra, per trattarne poi di oancerto 
con quei signori , e convenire intomo alte persMte eke dovranno 
con la debita fecoUb intervenirvi , ed a tempo opportuno da easer sul 
fatto, avviseDdo qua intanto ab che ne seguire. 

Or, considerato speditamente le materie die alla religione, alla 
disciplina e giurìsdizioDe eodesiastìca ed alla Sede Aposbriioa ap- 
partengono , me DO passerò ad altre di Slato. E per metter dinanxi 
a V. S. quegli argomenti intorno a' quali Io aocadei^ per awentnn 
d'impiegare a nome di Nostro Signore li suoi offid per la pobblk» 
quiete e per giovamento della Repubblica istessa , è a cominciare da 
un capo che quasi tutti gli altri sotto di sé eomprende , cioè dal da- 
vere essa procurare di star bene eoi re eatldlico; pendiè avendo 
la Repabblìoa sospetta gran tempo Ci la grandeisa di quella mo- 
narchia, e parendoli cbe li ministri spagnidi non aUnano maggior 
pensiero che di andare a poco a poco opprimendo la libertti d'Italia, 
quasi come coloro che disposti sono d' insignoriraene «fhlto, si 
oppone quanto può ( il [nh qua» per ragion naturale e neoessarìa 
difesa) ai disegni e andamenti loro, e si stadia col negecto, otH da- 
naro o coU'anni di ordire varie confederaiioni per contrappeaare 
' non in ItaHa, ma in ogni parte dei mondo, la potenaa ipegnueta. 
I^ la qual cagione ella mantiene ramioisia o léga esprwsa oob 
tutti gli emoli e nemici aperti del re di Spagna , o Steno cattali^ o 
eretici o turchi o pagani; il che se ne'tem^ pib antichi ^la h an- 
data con tal mezzo di nascosto [scendo , in questi ultimi sema 
verun modo di rispetto ha operato nrile occasioni delle dìsoordie 
de* Grìgioni , delle controversie del Honferralo , e delle guerre del 
Piemonte, del Friuli, di Germania e d'Ungheria (87); «mdesi sono in 
guerra da ogni parla irritati gli animi cos) , che,rìteDuta l'apparenza 
d'amistà, hanno palesemente esercitato gH atti pitt ostili e per mare 
e per terra gli uni oontro gli altri, come se Awamente guerreggias- 
sero; e quando paravano con la pace di Vercelli assai composte ìe 
cose , ne sono nati i nuovi tumulti della VaUellina , per li quali per- 

(STI Alle minacce spigauole eri d'uopo rispondere eoa potenti e eoa pob- 



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SI VENEZU 81 

tortwia grandemaate la RepubUica , si è volta ad appareoclùarai 
all'armi, foceado da (^dì contrada levata di genti. Ma n spera in 
Dio benedetto che anoo quelle dìffireue giano per togUersi di mot- 
zo, e per rìdoTBi in breve, con la demoliiiMie de' forti fabbricativi 
da^ Spagauoli , le cose al primiero stato di sicura paee , aven- 
done dati ordini stretti e precisi il signor duca di Feria, ed esseodo 
Nostro Signore per oontinnare a far ogni opera: A come a tal &De 
non. ba voluto porgere orecchie a aiun partilo che, sotto pretesto 
della dilesa e aicureisa della Fede Catttdica, ma infatti per ingar- 
bogUsre ed impedire l'esecaaione degli ordini regi , gli sia stato pro- 
posto (SS). Laonde premettendosi Sua Santità la quiete in quella par- 
te e la pace d'Italia , e tutta piena di desiderio che la Repubblica si 
studi di manteneria , né pare che possa mai farlo , né liberarci , se 
ikon propone seco stessa d'accomodarsi del tutta col naovo re oa(- 
toKco, canc^aodo la memoria delle passate discordie , e procurando 
di star bene non striamente con Sua liaesLh, ma principalmente ooi 
siKH ministri , le relaiionì e cwisulte de' quali si seguono p«- lo piti 
da' consiglieri di quella oorte e dal re medesimo -, e perciocché , mo- 
alraodofii Sua Haastb, c]uantunqae dì età giovinetta , di natura )hù 

{18} € SludUndo I principi a gara d'Imprtmère 11 pontefice a loro (arore hI 
negozio della Valtellina , jl Feria sollecitò quei popoli ad ioTiare deputali aita 
corie di Roma , acciò rìempiasero tutto dì clamori e di lacrime, eccitando il 
compatimenlo verso cbi mostrava di non respirar altro cbe rtUgione » Hbtrtà: 
dwIItI tanto effleaof , Cbe eoe ragiloas tiene l'uno II priaao ran^ nelle cose 
sacre, l'allro mite oiviii. Vt sf^se ancora OtoTaoDl Tlvei, noto niaialro 
de'vanbggl delia mcnarcbia e delle turboleue d' Italia ^ e gli aggiunga II pra- 
«idenle Acerbi , che In privata fortuna aveva goduto Iimillariti col pooleflce , 
acciocché nelle pubbliche audienie , e ne' discorsi domestici fosse di continuo 
battuto con gli atimoll della pietà e dello ie)o. L'ambasci aio re de' Veceifani 
procunva d'altra parte di raAgartrs di ooatinuo quest'affare dalla religione 
disgiunto, ImperoioGCbè m Im BepubbUc» la «ustaMaa Mafia ooit lamia curanti 
proprio dotainìo , nnn poteva meno palàia eontamiaala tra i vicini. Ma lollerar 
non dotwrji, cht Ktto il manto dtUa pietà l' intaresui'iMinuasieairoccìipasioneà' un 
pa«M , «opra il quale non Unmano gH SpapnoU allTO titoto eht dtl comodo pro- 
prio e Mtaltrvi npprwttow. Grandemente staTa In qnestl prlndpM perplaMO il 
pODtefloe , e decidarava cba il negosio ài compODeiae ; oode di aano propria 
sctìmo in Spagna al re , ed 11 cardinal Ludovico al oooltesora ec Gìanae io 

questo tempo l'ambasceria de'Veneiiani i quali mollo doveano premere 

sall'athre della Valtellina. Ha Gregorio divertendo ec. ■(Naki, hi. Vtneta, 
locclt. , pag. Sii].- Oggi da questa istruzione Tediano che il pootaflcenon era 
cadgto Dell' IngBDbo, e spera*» potersi 11 aegoiio ooiqporre con la dlslruiioiie 
dei [orli eratll dagli Spagnoli nella Valleltlna e cel ritirarti della )or) armata. 



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32 ISTRUZIONE PBB U NUNZIATURA 

risoluta e di sé più padrona, ed iaclloata al negoiìo ed alla guarà , 
che il padre non era, si menerebbe agraa riscbio la Repubblica , ae, 
irritandolo maggiormente, lo costrìngesse finalmente a rirotgere 
tutti i penàeri e le forze sue contro a leL E perchè oè la potemw 
n6 la nazione spagnola pnò starsi io oiio e sema maneggiare armi , 
pare assai meglio che al presente le impi^hi contro gli eretici deUe 
Provincie unite de' Paesi-Bassi , che in altra , perchè la passata espe- 
rienza ba mostrato che sin che son dorale le guerre di Fiandra, 
l'Italia è rima sa in pace; ma in tanto si può avere molta gelosìa, e 
che non sian per ridurre cosi di leggieri quelle provincie Gl'obbe- 
dienza, perchè troppo è nota la gagliardissima difflooHì dcdl'im- 
presa; non ostante che di presente con maggior vantaggio del pas- 
sato , aleno gli Spagnuoli per tentaria. Laonde sapendosi che la 
Repubblica , per la conrederazione stabilita con gli Olandesi di 
fresco, è tenuta a dar loro aiuto di danaro, gli conviene, cosi pw 
levarsi da dispendio tale e ritirarsi dall' immense spese da lei ao- 
atenute, cune per smorzare gli sdegni e spegner- le gelone degli 
Spagnuoli, di ritrovar via dì ritirarsi da quella confederaBìone, e dì 
far ciHioeoere al re , che iit fatti ha ddiberalo di star bene con Sua 
Maestà. 

Ha perciocché la Repubblica non può accomodarsi col re catto- 
lico se ugualmente non cerca di tenere buona amistà con l' impe- 
ratore e con gli Austrìaci , conviene ancora che , deposta la memoria 
delle antiche e nuove contese , attenda a confinar bene con essi loro, 
né per o^i picoria insolenza degli Uscocchi o di altri mali conlì- 
nanti voglia fare gran rumore, e metter mano all'armi; anzi, poiché 
i Boemi ed i popoli dell'Austria sono stati oppressi dall'armi impe- 
riali , e i Moravi e gì' llesi sono tornati al)' obbedienza di Cesare , 
il Palatino fin dal re d' Inghilterra suo suocero viene come aUwn- 
donato, né gli Olandesi si possono o vogliono più intricare , come 
dianzi facevano, e le città franche, ormai stanche, si affrettano di 
accomodarsi coll'imperatore, e Bethlem Habor si è ritirato, tornando 
ìnUnto gU Ungheri a sottomettersi a Sua Maestà; né il palatinato 
é per rimanere in mano degli Spagnuoli , ma si spera che al BavAro 
oalNeuburgh, o ad altri di quella casa sia per rimanere: dovrebbe, 
dico, la Repubblica (poiché ogni cosa cospira e si volge a favore 
dell'imperatore) ritirare la mano del porgere aiuti ai nemici di 
Sua Maestà, ma studiare piuttosto di porsi in stato di buona vici- 
nanza ed amicìzia con esso lei: per la qual cagione, mentre da tali 



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Jònti (io dico delle difQdeoze e dispiaceri, discordie e di^renze 
d' interessi col re cattolico e coli' imperatore e gli Àustrìaci| possono 
sorgere tutti i disturbi jlella pubblica quiete (29). V. S. non preter- 
inetlerà nessuna occasione di momento, nella quale non interponga 
a nune di Nostro Signore i suoi prudenti |ed efficaci offici , ossis 
con la Repubblica, ossia con l'ambasciatore del re cattolico re8i>- 
dente a Venezia, per seminare gli spiriti di pace e di unione; e 
s'intenderà sopra ciò con i nucni di Germania e di Grats , e di 
Napoli, col dare sempre a noi avviso di quello anderb succeden- 
do; e benché a Milano non si tenga nunsio, si vuole nondimeno , 
per alcuni affari della Sede apostolica in quelle parti , avere corri- 
spoodeuza dì lettere col signor Giulio della Torre preposto della 
Scala, al quale in tali bisogne potrebbe V. S. scrìvere; avvertendo 
nondimeno ch'egli dipende de) tutto dai governatori di Milano prò ton- 
pore, e si reputa consultore dell'impresa della Valtellina, sebben egli 
fa dell'ecclesiastico assai. 

Ha oltre i tumulti della Valtellina, che si spera in breve do- 
ver trovare luogo di quiete, e Nostro Siguore non rifinirà di ope- 
rarne i suoi offici tinche saranno composti ; acciò non riman- 
gano in Italia accese le vecchie controversie del Monferrato fra i 
signori duchi di Savoia (30) e di Mantova , per l'assettamento, di 
esse Sua Santità sì è andata interponendo, e ba commesso ai 
suoi nAozi dell'imperatore, di Francia, e di Spagna, che si ade- 
prìno e cospirino tutti con loro uffici al fine della quiete. L'im^ 
peratore si contentò che si rimettessero al re cattolico; ma il re 
cristianissimo non vuole che senza luì si accomodino, e pare che 
ciò sìa stato a grado a Mantova , e forse l'abbia procurato, perchè 
(emendo non per avventura gli Spagnuoli volessero a spese di lui 
acquietarsi Savoia, dicesi avere eccitati i Francesi a farsi avanti; 
ma oltre 3 ciò, è assai chiaro che a lui non piace di vederne il fine, e 
cornea possessore torna in acconcio che i Francesi v'intervenghiiw, 



|S9] t conitgli dati dal cardimi Ludovl^ al governo veneto intorno alla cod- 
dolta da tenere con la Spagna e con l'Austria , mostrano come ia corte di Koma 
steaee in penafero del possibile Ingrandirai degli stranieri In Italia , e come si 
piacesse che a questo pericolo potesse efficacemente Tare argine Venezia, non 
solo eoo le arti della goerra , ina eoo quelle altresì della pece. 

f30) Di questo ai^omenlo discorre lungamente un'altra Istruzione dello stesso 
anno , e delio stesao cardinal Ludovlsl al Nuoiio che andava In Savoja, e perciò 
non ne abbiamo parlato nelle osservazioni preliminari. 

&icB.St,lTU., Nuora Serie, T.TII, P.I. S 



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3Ì ISTRUZIONt VEBi LA NUNZIATURA 

perchè Dio sa quando già mai si ass<;tteraaao le cose. Dunque il 
perìcolo che soprasla è posto ndla volontà ardente tleirAllezsa di 
Savoia, alla quale, Bcorgendo dia la lungfaezxa dei gin, potrebbe 
venir voglia, per fuggire tanti indu^, di tornare coli '^noi in mano a 
forei la giuslizìa da sé. Desidera perciò Nostro Signore cbe in ogni 
evento, per quanto V. S. scoprirei il bisogno, faccia l'officio con quei 
signori, che s' interpooghino ancor eglino per la conservazione della 
pace, e che consiglino quei princìpi ad accomodarsi, ed a sostenere 
ancora di privarsi di alcuna cosa, o di abbandonare qualche preten- 
sione, per liberarsi dai travagli e dalle spese che vi potrebbero patire, 
p^^è sar& per loro nel ritirarsi assai maggiore il giovamento che il 
danne. Ed è vero, che la Repubblica non può senza un gran cobIo e 
disturbo ved«« armi sEodrate in Italia. 

Intorno poi alle cose del Turco (3t), e generalmente di Levante, 
perchè a Venezia sì s<^IÌono avere dì ]ò per via di Bagusi e di altre 
parti gli avvisi treschi e sicuri , Y. S. cercherà dì sapere sempre, per 
ragguagliarmi, quanto si anderb intendendo, e specialmente circa i 
disegni suoi, delle armate che manda fuori, e cbe possino venire nel' 
golfo alle coste del regno di Napoli e dello stato ecclesiastico; e simil- 
mente d' investigare ì suoi pensieri circa l'impresa di Ungheria, di 
Polonia odi altre parli; p«vbè, quantunque s'intenda essere lui già 
uscito per Aodrinopolì, non sì ode però se sia per voltarsi con gli ap- 
parecchi suoi contro l'imperatore o il Polacco, benché comunemente 
si tema, né mancano di coloro che credono, che senza tentare altra, 
per quest'anno se ne tomi indietro, venendo dai suoi richiamato, 
e dai pensieri di quella guerra , la quale stimano per fatale , e ne 
temono infelice ravvenìmeoto. 

Certa cosa è che i Polacchi sì apparecchieranno dì andarli in- 
contro con grande ardìtnento; e se venisse loro (atto d'ottenere 
una vittoria, potrdibero senza niun ritegno andare fin sopra Gostan- 
lÌDOpoli, perché da ninna parte sì può dì leggieri penetrare nelle 
vìscere del suo imperio, che da quella. E se al dicontro la Polonia 



(3<) Le lotle «ecoliri dei Veneti col Turclii, e l'essere oontldenla Venexia 
come J'inieniurale dal CristiBoeiimo conlro questi ulUmi , obMigò la corte di 
Boma a riapettare la liberti veneiiana. Percbi il Capo del Catto) icismo noo 
poteva troppo rrancamente percuotere il brioclo che l'avas (aato gagUardameDle 
difeso contro l'invadente maomeltiamo , specialmente in una età nella qoale erano 
ancor viri i liionratori di Lepanto. Qaindi le ragioni politiche del principe ita- 
liano dovevano qualche volta piegarai Jnnaosi alle neceiaìlà relìglote , dalle 
quali Doa poleva declinare 11 pontefice sema perdere. 



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ricevesse alcuna percossa, essendo sforaila di fortezze e di fante- 
rìa propria, benché le selve e le paludi servano loro per rìparo, si 
metterebbero a gran rìschio le cose della cristianità; e tanto più 
che mostrando questo giovinetto turco gran segno di animo mili- 
tare, e più aU'asprflzza d«Qa vita che alle ddicatexze inclinato, 
menta perciò quel buon re dì Polonia di ricevere aiuto da gran 
parte, e fio dagli Inglesi ed Olandesi; ed anco il re di Danimarca 
ed altri foincipi non glie R sanns negare in qualche parte almeno, 
laonde la repubblica di Venezia, volendo, pub in molti modi sov- 
venirlo, ed in particolare col cercare di divertire il Turco da quel- 
l'impresa, e non deve ritirarsene, ma fare un'opera di sé degna, 
e molto alla cristianità ed a sé medesima favorevole; poiché, alla 
Goe, Kannì vittoriose di Polonia sarebbero ancora a sé di salute ; 
e perciò T. S., come potrà al meglio, impiegherà i suoi uffici in prò 
della causa comune, tutte le volte che l'occasione e il bisogno la 
consiglieranno di farlo. 

Ci resterebbe di favellare della buona intelligenza che V. S. deve 
tenere con gli ambasciatori e residenti de'prìocipi cattolici, della 
diligenza che ha da mettere nell'essere avWsata delle cause dei suo 
tribunale, e degli atti e modi di trattare in collegio, delFinterve- 
nire alle cappelle , della casa, della famiglia e maniera di vivere del 
nunzio . ed altre pib cose che, quando nelle già dette istruzioni non 
si trovassero espresse , o V. S. non ne avesse presa minu ta informaEÌo- 
ne , basterebbe la pmdenza ed esperienza , come pure la destra sua 
maniera , a soddirfare abbondevolmente ad ogni parte del suo carico. 

Intanto, oltre al breve da presentare al Ooge, riceverà V. S. una 
mia lettera per Sua Serenità, ed altre da rendere al patriarca di Ve- 
nexia ed all'eletto di Aqnileta, che dimorano del continno colà, per 
averli in ogni bisogno favorevoli; e se le consegnano ancora due ci- 
fre, l'una comune co'nunzì apostolici, e l'altra propria per sìgnifi- 
card quelle cose che senza riguardo non si devono alla scrittura 
sciolta commettere. Nel rimanente , V. S. se ne va cosi guarnita 
delle sue doti singolari, che dopo la benedizione con la quale No- 
stro Signore l'accompagna, non ha di altra cosa mestieri. Iole ag- 
giungo nondimeno per sofH^bondanza ì miei prieghi a Dio bene- 
detto , e tutto il mio a^tto e il desiderio d'impiegarne del continuo 
l'opera in suo prò, per vederìa non meno andare che ritornare felice. 



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DI CESARE SALUZZO 



1.* Le chevaubh Cesar de Saluces {Necrologie) imerila nella di- 
^ìua dei mese tu' novembre 1853 della Revue de deux Mondes , 
deiiig. I. DI Sion. 

i.* Necrologia del cavaliere Cesare Sallzzo, àuerita W/* Archivio 
Storico ItaliaDo , Appendice T. IX, del tig. cavalier Carlo Phohis. 

3° Cenni biografici di Cesare Saluzzo per G. B. Cilvetti, Gap- 
pellano nel reggviiento cawdleggieri di Aletsaadria. Torino , Tipo- 
grafia degli Artisti; A. Pons e compagni, fB5(, di psg. 86. 

Ì.^De Caesare Sali;tio, Commentat-iusViKCENTiiFERRERiPONZlLlONl, 
Comitìs Burgi Alensit etc. Augtata Tawinorum , ex offiàna Re- 
gia: Aimo HDCccLVi, di pag. 36. 

5.° Vita di Cesare Saluzzo, scritta dal cavaliere P. A. Paravia , pro- 
fessore di eloquenza nel R. Ateneodi Tbn'no, di pag. UO; ptfMIt- 
cala insieme calle poesie scdte del Saluxzo e cor o/ctme Intere <ti 
personaggi illustri ad esso indirUle. Pinerolo , coi tipi di Giuseppe 
Cbiantore, 18S7 (1). 



Quando un nomo egregio per qualità di mente e di cuore, per 
benemerenza verso la patria, per soavità di coasorzio, scende nella 
tomba, sorgono elogi di lui e se ne raccomanda il nome alla rive- 
renza dei posteri. Ma le lodi ad un tempo si svariano secondo la 
diversa qualitii delle persone che le pronunziano , e secondo il di- 

(4} Queslo libro, a cu! rimmatura morte dot cavaliere Paravia toglieva che 
fosse htla l'iillima correzione , ru pubblicato per nurn del signore abate cavalier 
Iacopo Bernardi , e per incarico ed a Bpese del signor conte Carlo Sammartloo 
d'Agite, erede de) cavaliere Salami. Nod é io commercia. • 



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DI CESIRE SALUZZO KC. 37 

verso aspetto sotto cui furono oonsiderati i meriti del trapassato. 
Coet ayrenne del cavaliere Cesare Salnizo, geatìluomo lettwatissinu), 
e particolarmente venerato in Piemonte , dove sostenne rafjguar- 
devoli cariche, e governò l'educazione dei principi figliuoli del re 
Carlo Alberto, Non è meravìglia pertanto se quelli clie di lui scris- 
sero, adempiendo largamente l'officio aasanto , lasciarono pumon> 
dimeno a ehi dcqio si faccia ad esaminare la vita di quell'itlustre , 
qaaldie spazio dove spigolar si potesse ia ooA eletta materia. 

Lo scritto del signore I. di Syon è un tributo diremo quasi 
figliale , che questo gentiluomo (^tramontano , antico alunno del- 
l'Accademia militare di Torino, offre alla menuuia di chi diresse i 
suoi primi passi colle lezioni della scienza e ooU'auloritb deU'eeem- 
pio. Questa necrologia, scrìtu nitidamente , e piena di tratti di no- 
bilissimo sentire, racchiude molte idee che vorremmo far conoscere 
al nostro lettore. Ha se i lìmiti di questo nostro lavoro ci vietano 
di diffonderci in dtazioni , non ci sì torri tuttavia il |»acero di 
riferire due passi molto significativi sul soffilo che ci occupa. 

Parlando del modo con cui Cesare Saliuto attendeva al suo 
officio di comandante generale dell'Accademia milìtaro, il signw 
di Syon dice: «G'est dans cet emploi que, pendant plus de vingt 
< ans, il a avec un zèle infatigable, sana faste et sans bruit, 
« sans reoherdier l'éclat , dèvouè |M«squ6 tous ses instans b la 
« tache importante et ardue de formar les jeuoes générations, qui 
a devaient recruter le corps d'officiers de cotte armÀe Pièmontaise, 
n dont l'excellence a dit assez combien était eelairéo la pensée qui 
« avait prèside ò t'instmction de ses chefs v. 

Poscia il signor di Syon tratteggia non meno acconciamente la 
soavità del carattere morale del Saluzzo. a Je ne pense pas qui une 

■ seule p^^onne ait eu avec luì des rapports suivis , qui ne luì 
« ait gardè un attacbemeot profond et qui n'ait amèrement pleure 

• sa mort. Il était pour les élèves de aon Accadèmie un pére et 
a qnelque obose de plus; on oserait presqne dire qu'il y avait 

• dans sa bonté, dans sa surveillance et sa protection incessante 
« qnelque ohosa de matemel. Plus tard, après leur sortie de l'école, 

■ il continuait ò les suìvro du regard , de ses conseils, et demeu- 

• rait leur garde et leur appui ». 

Non si può avere quadro pih vero e più schietto dì questo ; tutta 
l'anima del Saluzzo si è rivelata in quella pagina del signor di 
Syon. 



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38 Di CESARE 31LDZZ0 

Della necrologia mseritt nel Tomo iX dell'Appendice dl'Ardii- 
vio Storìeo lUdiano , i lettori dì questo periodico oe hanno gih fatto 
giudìiio. È una scrittura del signor cavaliere Cario Promis , stesa 
eoa quel nerira di penEÌeri e di stilo, che dìstingaono i Uvori di 
quel possente ingegno. 

Se non ci par coaveaiente il ripeterne qnalc^e tratto in questo 
giornate, non esitiamo però a raccomandare ai nostri lettori dì tor- 
narvi sopra per pigliarne nuovo diletto. 

Nei cenni biografici del signor G. B. Gslvetti ai contengono pre- 
cise notizie della vita del Saluzio; e l'opera è intesa a traman- 
darne la memoria ai posteri con meritati elogi. Imprese Faotore a 
mostrar Cesare Seluzio qaaie gli parve sìa slato di tpirito , d'onttno, 
e di cuore, e dedicando il suo scritto al compianto duca di Geno- 
va, associò con Mice intenzione il nome dell'illustre maestro con 
quello del degno suo alunno. 

II commentario del conte Tinceaso Ferrerò di Ponzigtione , indi- 
ritte a Diego Vitrìoli, scrìtto io latino con uno squisito sapore di 
classica eloquenza , riferisce coucisameote la vita del Saluzso. Va- 
glia a prova di quanto diciamo questo tratto «si cktieatamenle 
pensato e felicemente esjH^sso. « Jus fasqne antetuUt oamibus, 
« |»«9perilatemqtie eomm quos videret diversae insistere Tìse, 
r commiseratione potius qnam invidia dignam duxit habendam >. 

Finalmente la vita di coi fu autore il professore P. A. Paravia 
è condotta con pib largbeiza, e vestita di quegli splendidi colorì 
di stile ch'egli sapeva spargere sulle opere sne. Il Saluzzo è de- 
scrìtto in essa quale d rappresentò vivente allo scrittore, k un 
ritratto dal vero, studiato con amore, d^ioeato con finitazia, co- 
lorìto eoa magnificenza. 

Il Paravia vide nel Saluzzo , più che altro , il gentiluomo ed 
il letterato, e la narrazione della vita di lui s'allarga nel campo 
della letteratura piemontese a'tempì della gioventù del Saluizo, e 
s^e passo a passo il corso della vita di lui nella giovinezsa. Or 
qui conviene dte si corregga un errore di stampa corso neBa pa- 
gina 354 , dove parlandosi delle prime cariche con8^:aite dal Sa- 
luzso nel pubblico insegnamento, s'indica quale rettore dell'Acca- 
demia , ossia Universitè di Torino Cesare Balbo, mentre dovevasi 
scrivere Prospero Balbo, il padre di Cesare, che aUora appunto 
teneva quest'ufficio. Si diffonde poi il Paravia sul merito dc^li scritti 
del Saluzzo, tra cui voglìonsi particolannenle lodare i versi ch'egei 



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£ DEI SUOI TEMPI 39 

dettava netta prima parte d^a sua vita, oaldi d'aoMr patrio, o 
soavi per un inlimo senacdi doloezia nella oontemplazione dalla 
natura. Febee era pare la penna del SaliUBO osila prosa , sia ch'egli 
si oocopasse di lavori eroditi nell'Accademia delle Sciaiue di To- 
rino fondata dalfiUustre sao padre , o nella .depulaiioDe sovra gli 
stndi di storia patria, della quale fu presidente, aia che ti Tolgesse 
intorno a soggetti di belle arti netl' Accademia pure restaurala in 
Torino dal re Cario Felice, che poscia prese nome di Albertina. 

Opportunamente poi « ferma il Paravia nello esporre le rela- 
lioni di studi e di amicizia che el^ il Saluazo co' principali per- 
sonaggi cbe a'sutH dì fiorirono tra'Piemontesi, e singolarmente con 
Prospero Balbo ohe gli fu promolcre nella via degli onori, e con 
Cesare Ambrogio Sammartino d'Agliè cbe rimase per tutta la vita 
fvÌDcipalisnmo tra gli amici di lui. Chi fosse il Balbo lo sanno tutti 
coloro die studiarono la storia moderna letteraria e politica dal 
Piemonte. Il d'Agliè poi fu uomo sagadssimo, oruato di molte let- 
tere, e valaitisamo ministro del re di Sard^a presso la corte 
BritanniCB. Egli era uno di quei diploBoatici che sarebbwo stali am- 
mirati dal Cheatemfield e dal Montesquieu, i quali così bene ai loro 
tenqH giudicarono la difdomaiia dd re di Sardegna. 

Adomano questa editioDe della vita del Saluizo lasaiatane dal 
Paravia , parecchie lettere d'illustri personaggi e scrittori dirette al 
Baluzo medesiino. Tra esse vogliono primieramente essere notale 
dieci del re Cario Alberto, dalle quali appare quanta fosse la fidu- 
cia dt'egli aveva nel governatore de'suoi figli, e come fra le cure 
del regno quel principe mai non smettesse d'attendere al progresso 
degli studi e delle utili industrie. A indicare il carattere morale di 
Carlo Alberto vale Biliarmente la lettera ohe qui trascriviama 

€ Turio, 06 £3 oolobre 1835. 

u Hon cher cbevalter; c'osi luadi proohaiuj 2$, que je me ren- 
I drai k Supei^ pour faire cilébrer un aervioe pour mon pére et 
e pour les aulres prioces, que j'y ai fait tranq>orter; je partirai 
a d'ici h 7 heures et ( pour ètre rendu dans les Gaveaux a 9 faeu- 
■ rea; mea a&ires ne me permettant pas de m'y rendre plus tard. 
<T Vous me feres beaucoup de plaieir de v«ia trouver k Supwga 
« h 9 beores, lorsque j'y arriverai; je vaia avec les cbevaux de 
« poste, ia route étaat très mauvaise. le me reodrai h Superga avec 



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W DI CESARE SALUZZO 

a tous ies gentilshommes ezisiant, qui oal a^atieaa h notre mai- 

son , et qui ont servi idod pére , mème comme pages. J'y fais 

■ aussi aller tous Ies autres servìteurs encore vivaots: hélas , ils 
« soQt bien peu ! j'éspère que cette fonction fera qoelque impres- 
c sioD sur Ies enfans, surtout sur Victor; il s'y troavera eotre le 
a sépulcre de son grand pére, et oeluì de sa soeur; et la vue de n 
(T petit nombre de peraonaes , qui , après trentecinq aos , sont seules 
a vivantes d'un si ^imd nombre qui elles etaient alors, lui fera 

1 faire, je l'espère, des ^Nrofondes rAflexions, . . . Avant que je parie 

■ pour GènoB vous me ferez un plaisù- de venir me voir >. 

■ Volre Ami ■> 

Quel tributo pagato alla memoria de'suoi congiunti trapassati 
con an riflesso ai presenti, quella fermezza di pensieri accompa- 
gnata da una involontaria mestizia, sono note caratteristiche deUa 
indole morale di Carlo Alberto. Padrone di sé quanto uomo essere 
Io possa, desideroso di gloria , pronto a sa^ficare tutto a ciò che 
egli credeva essere dovere dì principe, con molta tristezza di ri- 
cordi , con poca speranza di avvenire , quel re sì ristorava nella 
contemplazione e nell'adempimento dei doveri della reli^one. 
E quando in tempi non pìb agitati dalla torbida curiositi de'giomi 
presentì, si potrì scrivere la vita di Carlo Alberto con cognizione 
dì {atti e con imparzialità di giudìzi , degne veram«ite della sto- 
ria, si scorgeranno pienamente gli efiétti derivati da cotale dispo- 
sizione d'animo. 

Con quelle dell'augusto suo consorte sono anche in questa rac- 
colta lettere della regina Maria Teresa, e del prode loro figliuolo 
il duca di Genova. Una ve ne ha della regina Maria Adelaide, ed 
in acuito moltissime altre di letterati per la maggior parte italiani 
che tenevano co) Saluzzo accurato carteggio onde ritrame favore 
di corrispondenza. Da questo ^ìstolario si vede quanta fosse la 
sollecitudine del Saluzzo nel promuovere insieme c(d culto delle 
lettere il decoro del re suo signore, e della comune patria. 

Fra queste lettere , tutte più o meno interessanti per gli oggetU 
cui si riferiscono , piacemì di citarne una del cavaliere Saverio 
de Naistre, l'ìng^nosissimo autore del Voyage autour de ma cham- 
bre, del Lépratx de la cìté d Aoste, e di vari altri scritti, che 
hanno un sapore squisitissimo tutto loro proprio. Molti toscani an- 



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E DEI SUOI TEUPI li 

Cora dì certo si ramnacDlaDO di questo vivacissimo scrittore' che 
dopo aver trascorso ]a maggior parie di sua vita nella milizia dap- 
prima in I^emoDte, poscia in Russia, venne a riposarsi negli ultimi 
anni nella loro terra. 

Nella lettera di che parliamo, Saverio de Uaistre si accinge a 
provare che poca influenza debbesi attrìbuii'e alla qualità del clima 
sopra il progresso delle bdle arti. Egli crede invece che ciò dipenda 
dal governo. Lasciamolo parlare egU stesso : 

■ Lwsque j' ai avance que la superìorilé dans les beaux arts 
« dépendait du gouvernement, je n'ai pas voulu indiquer tei ou 
<i tei gouvernement , un royaume, ou une republique, mais seule- 

■ ment celui qui »<xmàe aaz arts plus d'éstime et de protection, 
« celai dans le quel les ìndividusont le plus de lumières, plus de 
1 grandes fortunes indépendanles , et è l'epoque ou les bommes , 
après avoir étó agités longtemps par l'ambition , éprouveot une 
« crìse polilique qui ies force d'employer leur activité à d'autres 
« objets, et de chercherde nouvelles jouìssances. Il aerali difficile 

■ de citer une de ces époques, ou les arts ont fleurì, sana nommer 

■ un grand homme politique qui les a protégés, ò commencer parie 
- siècie de Pericles eto. » 

Non andiamo più oltre nella citazione , perchè non ce lo consen- 
tono i limiti di questo articolo; ma raccomandiamo a quelli che 
s'interessano a simili questioni di ricorrere alla raccolta, e di fer- 
marsi su questa lettera, 'che è assai lunga e piena di curiose 
riflessioni. 

Sebbene noi crediamo che la varietà dei climi influisca possente- 
mente sulla disposizione degli animi, avvalorati in ciò dall'autorità 
dell'esperienza e dall'opinione di sommi ingegni, cominciando da 
Ippocrate per venire sino a Montesquieu, noteremo però che alcuni 
eletti spiriti si scostarono da tale opinione. 

Cosi il celebre Giuseppe de Maistre, fratello primogenito di 
Saverio, a chi gli vantava l'eSetto che il sole produceva sull'ini- 
maginatìva, rispondeva: Dorniex mot un poSle allume et une Itunpe , 
e^e ferai du ioleiì. 

Ma tempo è oramai che, scostandosi da quello che gli altri, e 

singolarmente il Paravia che s'internò piii amicamente nel soggetto, 

hanno scrìtto, cerchiamo invece di aggiungere alle loro uarrazioDi 

alcuni particolari che si riferiscono ad una serie di occupazioni 

Aiini.Si.lT., Nuoi-n Serie, T.VIl, P.l 



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(2 ni CESAHK SALUZZO 

connesse eoa affari di slato, in cui fu impiegato il Salnsu, oche 
ragguardano a qu^i studi nei quali egli si compiaceva, sania per6 
mai decidersi a farne parte al pubblico. 

Il re Vittorio Emanuele I, ne^tì ultimi anni del suo regno, aveva 
crealo un consiglio detto di cvnfererua, in cui iulerveoÌTano i capi 
delle segreterie di Stato , degli Esl«ri e dell' Inlemo, di Fìnanie e 
di Guerra , o, come oggidì chiamansi, i ministri con portafi^o, e 
quegli altri personali che il re stimasse chiamarvi. 

Nella conferetaa si discutevano gli affari i pib importanti , e 
tenevasi rostro af^sito delle delìberaiioni del Consiglio. Questo 
ufficio OTa commesso ad un segretario, che fu Cesare di SaluHO dalla 
creazione della conferenza fino agli avrenimeati del 1881. D(^, 
durante tutto il regno di Carlo Felice, il Consìglio rimase s(q){M'esso, 
sino a che venne ristabilito dal re Cario Alberto , obe preeiedevalo 
e^i stesso. 

Il Saluzzo fu dunque per vari anni depositario delle [mù ìmpoiv 
tanti delibera tionì , di cui teneva ne' verbali esatta, concisa ed ele- 



- Nella qualità aniidelta il Saluiso fu pure estenswe degli atti 
del congresso ministeriale di legislazione, che, sull'istansa del ooole 
Prospero Balbo ministro deH'Intemo, era stalo per ordine del re con- 
vocato, onde esaminare le modificasioni importanti che il BaltM 
intendeva introdurre nc^li ordini gindisiarìi e nella legislaiione. 
Il congresso ministeriale era composto* dei mìnistrì aventi porta- 
fo^io, degl' insigniti del grado di ministri dì stato, e de'memlm 
della giunta di legislazione, che, sotto la direzione del conte Balbo, 
aveva preparato i progetti di legge posti in dìscnssìone. 

Presiedeva al congresso il piti aniìano dei ministri di stato, il 
conte Alessandro di Vallesa, uomo d'alto affare, distinto per qualità 
d'ingegno, e specialmente per fermezza d'animo. Sedevano nel con- 
gresso, tra gli altri: il march. Filippo di San Harzano, abile ministro , 
che era sialo particolarmente a[^>raE£ato da Napoleone I; il conte 
Cernili, principale autore del sistema reazionario accolto in Piemonte 
all'epoca della restaurazione, alle cui funestissime conseguenze cer- 
cava il conte Balbo di portar riparo colle meditale riforme; il conte 
Ciuseppe de Maislre, che levò tanto grido di sé colle sue opere filo- 
sofiche e politiche. Sviscerato apostolo della dottrina dell'autorìUi 
assoluta, il Haistre l'adornava co'vivi lampi dell'ingegno e colla 
squisita clc;;jtnza delta parola. 



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E D8I SUOI TEHPI 43 

Non è a dire come gli oppositori ai dtvisamenti saviament« libe- 
rali del OMtte Balbo facessero prova di resistenza, magnificaDdo il 
passato, e perfidiando coatro le esigenze dello avveaire. Ha non 
mancavano alla lor volta i promotori delle caute riforme nello 
esporre i danni del passato, i perìcoli dell'avvenire, la ragione dei 
tempi, gl'interessi dell'aniversale. 

Prìmo il Balbo in cotesto nobile arringo, poi il San Mariano, e 
talvolta il deHaìstre, e eoo loro i componenti la giunta di legisla- 
lione, fra ì qnaK è debito di giustitìa il rammentare l'avvocato 
fiscale generale Pinoli, che a tutto potere rivendicava i diritti della 
difesa e gli schietti crìterìi delle prove nei procedimenti criminali. 

Le sessioni di questo congresso furono dieci , e di tutte estese 
f^ atti il cavaliere Saluzio. il complesso di que' veriiali forma un 
volume di S58 facciato, che si conserva in Toriuo nella Segreterìa 
di stato per gli affari esteri , dal cui illustre capo ne fu data ogni 
faoHtfe di consultarlo. 

A porgere un'idea del modo cbÌMo, conciso e compiuto con 
che il Salusio riepilogava le varie opinioni maaifestoto dai membri 
del congresso, riferiremo quella esternala dal conto Haistre in ap- 
poggio al principio dell'inamovibilità dei giudici anche soUo la 
moDarohìa assoluta. 

n cMito Balbo che cercava di porre , per quanto i tempi il con- 
sentivano , nel divisato ordinamento della magistratura le guaren- 
tigie pih solide di una retta amministraiione della giustitia. aveva 
introdotto nel suo progetto, sotto il N.* 130, un articolo cosi con- 
cepito: / pntidenti ed i conaigUeri nel coruiglia di givitiaia non 
potranno etiere privati dtlToffieio, fuorché per delitto giudicato. 
Secarne il consiglio di giustizia sarebbe stato la suprema corte, 
ooA la prerogativa d' inamovibilità avrebbe potuto poi , per ragione 
di an»l<^a , applicarsi col tompo a tutti i tribunali. 

L'articolo, com'era da prevedersi , fu ricusato dal congresso mi- 
oialMnale. Ha > il ministro conte Maistre ( riferisco le parole del 
verbale dell'adunanza del 26 ottobre ISSO ) , nel consentire in 
« questo parere comune, crede tuttavia non doversi tacere che 
■ l' iDamoribilità dei giudici, effetto della prudenza dei principi, 
« i quali hanno dismessa la qualità di giudici nelle cause de' pri- 
« vati, è, secondo f^ì è avviso, principio proprio del diritto pub- 
t Uico monardiioo europeo. Né volersi credere per altra parto che 
• rampiexsa illimitota d^'autorità regia si offenda veramento per 



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ii Ul CESARE SALliZZO 

« quel dar leggi che talvolta faDDO i principi alla volontà propria, 
« od agli effetti della sovrana autorità ; quelle essere nonne che i 
« principi prefiggono a sé stessi per loro fjoverno, non diversa- 
• niente che a Dio ancora, onnipotente e assoluto padrone delle 
« cose, sia piaciuto fissar certe leggi nel governo del mondo, che 
e per volontà di Lui solo sono ferme , invariabili e costanti ». 

Questa opinione di Giuseppe de Maistre, esposta nel 1820 in un 
congresso di ministri del re Vittorio Emanuele I, raccolto per una 
riforma di legislazione, menta di non essere dimenticata dagli 
statisti. 

A costo di essere accusati di estenderci in digressioni , non 
vogliamo tralasciare dal far conoscere a' lettori il testo del proonìo 
che il conte Balbo intendeva porre al codice delle riforme legisla- 
tive. Raro è che si parli con tanto senno e con s) splendida forma 
ad un popolo degno di ascoltare così savie parole. 

So le vicende de' tempi e la prudenza degli uomini lo avessero 
consentito, ecco come sarebbesi spiegato re Vittorio Emanuele I. 

La Sf^iensa govematrice nel dar buone leggi non dwnette il pen- 
siero di migliorarle ; e perchè le migliori sono quelle , te quali pia 
sono adatte ai presenti bisogni , contente di variarle a seconda deUe 
umane vicende; ma vi si adopera con drcospeaione di riguardi e 
con maturità di esame , per lasciare inlatte le leggi da non toccarsi, 
per serbare il rispetto sempre dovuto agli ordini antichi , e per etn- 
tare le <dteraxioni di soverchio grandi e repentine. CoA procede un 
gitato monarca dì popolo ottennajo , e cos\ gli antenati nostri e noi 
dalla Divina Provvidenaa chiamati a reggere una gloriosa irrepren- 
sibile nazione; valorosissima m guerra , temperata in pace; nelTuna 
e neWaltra sorte generosa e coiianfe; cut piace ogni bella e onorata 
impresa , non ogni vana novità ; cui niuna lode e niuna fucila non 
sarà mai troppa , ma che in ogni cosa ricerca moderazione e pru- 
denza, e toprattutto giustizia al equità. 

Mossi da queste consideraxioni , abbiamo determinalo di ritmuo- 
vare alcune utilissime leggi ed istituzioni andate in disuso, e d'tittro- 
dume alcune approvate dall'esperienza, e di fare gradiUamente , in 
diverse parti della legislaxione , quei miglioramenti che più ci par- 
ranno appropriati alla cimdizione degli stati nostri di terraferma ec. 

I moti del 1821 ruppero il corso alle promesse riforme. 

Dopo quelle tristissime vicende giunto al trono re Carlo Felice, 
cessò di esìstere, come si è detto , il consiglio di conferenza. Il Sa- 



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E DEI BUOI TEMPI 45 

latto tatto si ristrìnse allora nella direxione della regia Accade- 
mia militare. Del governo di cotesto istituto , e come esso fiorisse 
per cura d' illustri profeasorì , e per sussidio dì buoni librì fatti 
oomporre e^ressamente , per vigilanza quotidiana inoessante del- 
l'ottÌDio comandante generale, si chiarisce distesamente nella vita 
scrìtta dal Paravia. 

In Piemonte si era da assai tempo prima pensato alla impor- 
tanza massima di avere uua buona casa di edncaziooe militare , e 
la fondazione di quella che chiamavasi reale accademia , destinata 
all'istrusione cavalleresca, rìsale al secolo XVII. Gli studi speciali 
della milizia furono poi ordinati nella prima meth del secolo scor- 
so. Re Cario Emanuele III creb nel 1739 trentasei posti, o, come 
osava dire , piaxa» di cadetti , cbe erano oconpati da altrettanti 
giovani aspiranti a divenire uffizialì di artiglieria o del genio. 
SparUvansi in due le scuoio militari, una per la teoria, l'altra per 
la pratica. Quella continuava dalla met^ di novembre sino ali .* di 
settembre deU' anno successivo ; questa teneva» due volte la sel- 
timana, dal 4." di aprile sino al 31 dì agosto.. Ingegneri ed arti- 
glieri valenti istroivano una gioventti docile ed animosa. A metto 
il secolo aeono il generale cavaliere Papacino De Antoni , distin- 
tiasimo ofiiziale di arti^ierìa , pubblicò un corso compiuto di stadi 
ad oso delle scuole militari di Torìno, che fu adottato in Venezia 
pn- le scnole di artiglieria , e consultato nelle scuole militari di 
Berlino-, la Francia e la piagna Io domandarono prima ancora cbe 
fosse stampato; e servì alla istruzione dell'erede della corona di 
P(H*togallo. 

Gli studi non erano al certo trascurati dagli uffizialì dell'eser- 
cito del re di Sardegna , e fra essi avevano levato grido di sé, come 
scrittori di arte militare , il marchese di Silva ed il marchese di 
Brezé. 

Ha cotesti esercizi scientifici, piti che in ogni altra parte della 
miUzia , fiorivano nei due corpi dell'artiglierìa e del genio. 

NeU'arte della guerra come in quella del traffico e del go- 

■ vernoD, scrìveva l'illustre conte Prospero Balbo (1), ■ solevasi 

■ altre volte per ogni dove procedere con certi rispetti di gelosia 
a e di mistero, die per lo progresso delle umano cognizioni hanno 

■ poi cominciato a scemare d'assai •.Quinta meno facile era al 

(1j N«lla Vila del cavalier De Antoni. 



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46 DI CBSASE 8ÌLUZ20 

più de'giovSDÌ noD addetti a quelle armi ipedali il trovare libri 
e maestri. Vasto campo d'ìatruiione e de'mìglìorì a dir vero erano 
le guerre che frequeati avvenaero ai Piemontesi nella prima metk 
dello scono secolo, e delle quali coavenebbe ohe si avesse tra urà 
pib accurato ricordo. 

« Noi Don sappiamo contenwci >,sono anche parole del lodato 
Prospero Balbo, ■ che di queste gloriosissime guerre in cui le ia- 
a s^ne Piemontesi furono vedute sventolare vincitrici sull'Adige e 
• sul Eabicone, e nell'ultima d'esse fu per la prima volte salvata 
n la patria colle sole sue forse; dì queste guerre scemandosi ogni 
a giorno la tradizione vocale , non ci rimanga oramai altra memoria, 
1 che l'infedele narraiione dì autori stranieri ■. Ha questo difetto 
speriamo noi che, d(^ pih di un secolo, verrit emendato da uno 
schietto ed illuminato investigatore di quelle vecchie memorie , da 
gik scrisse la vita di Vittorio Amedeo II, ricevala nel pnbblioo oon 
molta e meritata lode (4 1. 

Tra gli ufflziali d'artiglieria e del genio del secolo passalo conta- 
vansi, come particolarmente distìnti tra'nostri per profonda dottrina, 
chiarita per opere proclare : il conte Bertela, il cavalier Papacioo 
De Antoni , il conte Angelo Saluini padre di Cesare , il cavaliere 
Daviet di Poneenez, il cavalier Ricca di Castelvecohio , il oaviJiere 
De Buttet, il cavaliere Leverà, il cavaliere Napione , il cavaliere di 
Robilanle, ed altri parecchi che vi si potrebbero aggiungere. 

Ora tutta cotesta schiera di uffltiali valorosi e dotti aveva la- 
scialo in Piemonte tradizioni onorevoli , e desiderio di cederle con- 
tinuale. E quando la monarchia fu restaurata e si rìslabiU con 
migliori i^scipline l'Accademia militare , s' int«se dì fome uno sta- 
bilimento eminentemente nazionale. Ecco le parole che si leggono 
nel proemio delle R. Lettere Patenti del 8 novembre ISIft , die 
quella costituirono. 

I Siccome per naturai talento buona parte degli atritanti de^li 
« Slati nostri si dispongono di preferensa agli uffici della milizia, 
così ci piacque di rivolgere in primo Inogo le nostre mire a 
« creare per essi uno stabilimento dì pnbUica educazione, il quale 
« dovendo essere per la presente come per le future generazioDi 
« un perenne monumento delle nostre paterne sollecitudini, e 
a reale munificenza, assourì alla patria e alle famiglie lutti quei 

(<j 11 cavalier DomeaicD CaruUI. 



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« Taataggi che sì hanno ad aspettare dalla coaserra&ioBe della 
a morale reli^osa rìuDÌla all'iafluenza delle sciense e delle ben 
« dirette cognisiooi M^ra ogDì maDÌera dì oneste e lodevoli co* 



Goremata con queste norme l'Acoademìa militare di Torino, sot- 
to la direzione del Saluxio , non tardò a prodorre ottimi risultati, 
aorralta dall'otHaim paU)Uca ed in particolare dalla savia fidu- 
cia de'parenti , imparxlale e sedo sicuro giadiiio di simili istituiioni. 

L'Accademia militare teneva in sé le due parti di collegio per 
le armi comuni, e per le anni speciali j amorevole n'era il reggi- 
mento, esatta la disciplina, Corte 11 sistema degli studi. L'esercito 
Piemontese trasse da quel recinto i suoi ufBtiali , e n'ebbe vanto. 
Per citare alcnni nomi che fnrooo singolarmente illustrati , di ìb 
nsdrooo Aleesaodro ed Alfonso La Marniora, Giovanni Cavalli, 
Camillo Cavour , ed il generale Hontevecchio morto gloriosamente 
in Crimea. 

Un opportunissimo concorso di studi militari volgevasi a pto 
della gioventb Piemontese. Alessandro Saluzzo, fratello primogenito 
di Cesare, pubblicava la riputata sua Storia militare del t^emonte, 
Francesco Omodei scriveva dottamente sull'artiglieria, Giuseppe 
Grassi dettava il suo Diiionarìo militare, lavoro da tenersi in gran 
pregio par l'aggiustateEia delle definizioni e la scelta delle autorità, 
e dichiarava gli Aforismi mililari del Mmtecuccoli; lasciando cosi 
un niMle saggio della potenza del suo ingegno e della vasta sua 
erudizione, da cui sarebbonsì .oLteauti piii copiosi frutti , se più 
loDga, e soprattutto meno travagliata da infermiti gli fosse toccata 
la vita. Cesare Saluzzo fu tra i prescelti dal Grassi per estremo vo- 
lere a curare la seconda edizione del suo Dizionario. 

Gli anni ne'qnali ÌI Saluzzo governò l'Accademia militare furono 
anni di pace quasi continua , non interrotta cioè se non dalla mossa 
d'armi del ISSI, e dal brìllanle combattimento della squadra sarda 
nel porto di Trìpoli, dove in breve ora si gastigò l'avara insolenza 
del Bey di quelle terre (1). Questo fatto merita dì essere ricordato, 
e si amerebbe vederne la rappresentazione tra i <nonumenti del- 
l' arte che ricordano la gloria militare dei Piemontesi in questo 
secolo , ponendoli in giro colla giornata dì Coìto e col combatti- 
mento della Gemaia. 

10 Nel 18S6. - V. Corri , Jimali dllaUa, ad ao. 



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48 DI CESARE SALUZZO 

Vuoisi qui singolannente notare in preferenia , che nell'opiaione 
generale dei giovani si diede , sin dagli esordi dell'Accademia mili- 
tare, alla carriera delle armi speciali o scientifiche ai^omento di 
belle speranze, che si verificarono poi quaodo la guerra sopra^ 
giunse a far cimento di nostra virtù militare. 

La direzione degli studi matematici affidata all'illustre Gio- 
vanni Plana, ì giusti favori d'avanzamenlo dei giovani ch'entravano 
dopo rigorosi esami nelle armi speciali, una (conveniente facilità 
coucedtita a quei che avessero conseguiti i gradi accademici in 
matematica di essere pure ammessi , previo esame , in qudle armi, 
tutto lacevasi che valesse a procurare alla patria ufficiali [Hvdi, 
disciplinati e bene istruiti. 

Il successo corrispose all'opera perseverante ; ed i) Sainzzo, dopo 
avere così bene servito il paese, fu chiamato a presiedere all'edu- 
cazione dei Reali Principi figli di Carlo Alberto, che dovevano un 
giorno sul campo di battaglia essere guida ed esempio alla gio- 
ventb piemontese. 

Tutte te potenze dell'animo di Cesare Saluzio, tutte le ore della 
sua vita si dedicarono quindi a questo gravissimo officio. Nulla 
egli omise di quanto conferir potesse all'educazione ed all'istruzione 
de' giovani principi chiamati a s\ glorioso avvenire. E ne fu rime- 
ritato colla riconoscenza del magnanimo re Carlo Alberto; senti- 
mento che spira dalle lettere testé pubblicale, e dall'aOetto de'reali 
alunni in varie guise dimostrato all'ottimo loro governatore. 

Ben sapeva il Saluzzo che un prìncipe dee istruirsi non per 
semplice amore del sapere, ma per rendersi abile all'operare, e, 
come scrisse Cicerone'^ se a tdentiae delectactione ad effieimidi uti- 
lilatem refert [1) ; e cosi voleva che i suoi alunni si concentrassero 
fortemente nell' idea dei doveri che loro imponeva il grado subli- 
me dov'erano collocati, o spaziassero per varie maniere dì studi, 
onde essere provveduti di una varìetii di ci^aizioui, che all'uopo 
loro fossero per toruare col tempo. 

Accanto all'educazione mirava il Saluzzo a rendere i suoi alunni 
schietti e leali ,• sviluppando accuratamente i germi felici che rac- 
chiudevansi ne' loro animi. Voleva che bene imparassero essi a co- 
noscere l'indole del popolo cui erano chiamati a reggere, e nelle 
frequenti gite nelle campagne e per le regioni delle alpi vedessero 

(1) 0» Htpubika, V. 3. 



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E MI SUOI TEMPI 49 

da presso i costumi e il vivere de'coaladÌDi, e loro si moslrasswo 
con quell'affabile contegno , e quel franco aspetto die rende cara 
al popcdo la maestà de'regnanli e muove il cuore de'regnanti 
airaflblto pel popolo. Egli è con queste abitudini ripetale per molte 
generationi che le dinastìe ai identificano colle naiìoni. 

Cesare Saluiio non ebbe mai occasione di mostrare in puMriico 
le sue Idee politiche , ma eresi tnllavia formato un giudizio su 
qu^lo che sarebbe suto utile al mondo che si fooesse; ma siffatti 
Jieosierì piti che di esporli li ventilava da sé : scriveva Cesare 
Balbo al Saluzzo il I .' settembre 1840, alludendo alla politica: 7^ 
mi dteeftf due mesi fii, che non $ei deWopmiime ài netiuno; certo 
vùktn (Hre, wm della mia. E veramente si può credere dte il 
SalazED, tenutosi lontano dagli aspri contatti degli u<»ninì, e questi 
credendo migliori che realmente non sono, aspirasse a certe serene 
combinazioni, le quali piti facile è ideare che eseguire. Avrebbe 
egli desiderato che la società ei rìsanasse mercè di una rioomposi- 
siooe mcvale ddlo si»rito di famiglia. Eccellente idea , che non do- 
vrebbe mai smettevi dai legislatori; ma che ad attuarsi ricerca 
Inng^za e quiete di tempi. 

Stimava t^ì, oome scrive il Paravia , fiiosfrarsi buùapìenmntete, 
daffmnor M Piemonte pattando a quel deffìtatìa, e Ponor deWwto 
ponendo in cima a quello delPallra; guanto pOt era caidopiemottUte, 
tanto più credea mottrarti buon italiano. 

Se il Salnslo ùon fu mai adoperato in rilevanti negozi di stalo, 
avendo trascorsa la mi^ior parte della sua vita in u6Qzi di eduoa- 
noiie,'od in cariche di corte, non si rimase perciò dall'esercitare 
il suo criterio sovra studi politici. Nella volnmioosa raccolta delle 
sne carte che si conserva dall'erede di lui, il signor conte Carlo 
D*A^iè, ri leggono interessanti considerazioni che, col variare delle 
occupazioni e dei tempi, gli uscivano, per uso suo proprio, dalla 
penna. — In quegli scrini egli si mostra avverso ad ogni maniera 
di dispotismo così degli individui , come delle masse*, ^H aspira alle 
riforme politiche per via della morale. Rispetta gli ordini antìdii , 
ma vorrebbe coDoetterli coi bisogni presentì. Non crede utile cbe 
navi nHle famiglie nobiUb iadefinilivamente progressiva, e propone 
che quella si abbia a p«^ere dopo tre generazioni che non abbiano 
meritab> dallo Stato. 

Erasi il Saluzzo particolarmente occupato negli studi economici, 
ed aveva fatto uno spoglio della voluminosa raccolta degli econo- 
Aich.St.Itiu, Tf nota Strie, T.VIi, P.I- T 



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50 DI CKSARK SALUEZO 

misti iuliani. Quindi ej^i , isiruilo neUe migltorì dotlrioe , le pro- 
fessava con terma persoasioDe. 

Hichiesto una volta dall'egregio ministro Proqwro Balbo (1) di 
dar parere sovra un progetto di legge relaliva all'estruioDe delle 
sete gregge, vi rispondeva con pooderato gindisio, premettoodo 
queste savissime parole : p^ atto del prineipt che rt U r iM gt ìa 
noTuroJe ampie^aa del diritto, che altri ptr legg$ ha di uva» tib»- 
rameaU di caia ma , perchè ha per neoi$$mie tff*^ A' aeemart U 
valor ddla coi a, eoa tenjo io doverti guardare come vera yranemM 
impotta (opra la nota medesima. 

Dedicatosi eBclusivanente alla educaiioae de'priDoipì , il Stlusso 
dovette per questo rispetto occaparsi aaobe speciakneDte di itadi 
politici , oode essere io grado di preparare l'animo di chi doveva 
poi un giorno stare a capo della D^ione. Tra le aue carte rio- 
vengoDsi moltisBÌmi ponsieri m questa maniera dì atodi; Ivi ai 
esamina quale sia l' origine d^La umana aocietk , tà diaonre della 
oosiiiusione sodale , dm priDCipi del governo , del prino^ delle 
asaociaxioai politiche , della indìpeudenia e della liberta , e vìa 
dicendo. E praticamente tocca il Saluxso delle eooe politiobe. La 
politica, Krìve ^li, beachè, per digtalà, «cianso, wolfwneuere 
tra le arti muglio che tra le tdeaae , parlando con proprietà di' uo- 
caboU, annoverato. L'arte tratta teeomlo ragione la materia die no* 
può mutar da quella che è; e dò a dioenità drìla menmi, d^e rac- 
' cogliendo , onUnando , «coprendo le relaBÙmi tra ragione e ragvme, 
ASTKATTi, crea per eoA dire la materia ttetta, o per dir meglio il 
eoggelto tntomo a' quale n aerata. Forse più semplicemeate e ptb 
rigorosamente sarebbed potuto dire ohe la politica è arte, perchè 
sebben governata da princìpi speculativi, ansit^è all'astratta odo- 
siderauoae dei veri, mira alla giusta appUcasione dell'utile. E oool 
appunto vuol essere da' principi coasiderata la pdilioa , arte d'ali- 
ittb informata dalla ^uslisia. 

Avversava il Saluiso , ed a ragione , |pi ecwessi : t partiti ettrtmi, 
egli dioeva , semòrono a prima gàmta partiti di uomini risoiuti ad 
awffloti; le ttorie ne dimottrarto U contrario. 

Sei più coti' i partiti ettremi tono part^ di penane datoli e ìH' 
luffidenti a xottenere f urto drìle centrorietà , tra le gutUi vertano 
per lo più le deliberasioni prudenti , misurate e ten^terale. 

,4) CoD dispaccio miaisleriale del 13 mtesio *^' 

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E DEI SUOI TEMPI 51 

GUmiereiiio qoeBla oramai langa serie di citaxiom , riferendo 
alcuni passi di una tstnuione die il Salasso dirigeva al prìncipe , 
ora re , Yitlorìo Eraanodte. 

■ Les bommes è ezpedientB , Monseigaeur , sont bien commo- 
« das poor les prìiloes; mais anasi par cela raèine qu'ils sont si 
* MnsMdes , ils sont bien daagerevz. 

« Crter des expedlenta, c'est fonmìr, ou do moina sigoaler les 
■ eaoyeDt de ae Hrer de quelqae maavais pas od l'on se trouve 



« Or toni bomaw qui se seot oe taleotest oAturdloawDt teolé 
« d'ai rendre ^empiei necessaire anx antres, et utile k lui méme. 
■ Qoe faot il pour oela ? Crter des obstades peur avoir Vw' 
• casìDa de se felre valotr , en moMlraot conment on pent les 
I aaniionter. Or cet état de choses est toujours eo politiqoe un 
■ état bleo dangereuz etc. « E qui il savio maestro viene svdgendo 
i periaoli ài abbandmiarsì a questa facilita pericolosa , e piti viva- 
mente ìDoalia gli ai^omenti che vorremmo tutti riprodurre, se non 
ci paresse , in questo luogo almeno, fuor di proposito il farlo. 

Tanto basta, crediamo noi, per avere un'idea adeguata dell'ai- 
teua e della sinceriti del concetto che il Saluzso erasi fatto della 
edacaskme dei prìncipi , e del modo con cui rìduceva io pratica 
tale Cfmcetto. 

Temperatianmo egli stesso ed arrendevole agli altrui consigli, il 
Salasso aveva forse soverchia fiducia di trovare eguale disposizione 
negli animi altrui, e non mai si rìmaneva dal citar quegli esempi , 
e dall'inculoare quelle dottrine che sperava meglio riuscire a fare 
amare la virtù e la patria. Così quei ricordi militari da lui dettati 
in francese e fatti pubblici colle stampe, che racchiudono tanti tratti 
storici alla maniera di Valerio Massimo , (^mostrano come egli si 
fosse fermato con istudio particolare sovra i singoli pregi che si 
posMMio lodare nel soldato e nel cittadino. 

laief^TTÌiao ed onoratisnmo fu il Saluzzo per lutto il corso della 
sua vita. Direbbeei che egli rivelasse il suo nobile carattere in un 
scHWtto sul quesito: Che eota è Ponore? che si legge a faccie 52 
del libro del Paravia, e di cui citwetno gli ultimi versi: 

Onor si pasce di modeste voglie , 
Onor acquista interminata vita, 
Onw semina il bene , e poi lo coglie. 



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KI DI CESARE SALUZZO E DEI SUOI TEMPI 

Perchè altri non lo euri, onor non Umgue, 
VogUa (fonor wAU periglio invita, 
Sé per la patria nitga onore il sangue. 

Scfaiettamente e costantemeiUe rdUgioBo, araorevolfl e beiuBco sem- 
pre , il Saluzzo seotiva delizia nel poierai re&dere utile alimi; larghi 
i soccorsi che egli eoa dilicato segreto prestava a fami^ie cadute 
in povertà, a gjova&i beneiadiaati, ma scarsi di mezzi, per man- 
teoerli agli studi, ad artisti bisognevoli d' incoraggiamento. 

Nessuno pib del Salaito era saUecito a reearsi presso gli amici 
afflitti , nessuno piti jHvmoroso di alleviarne il dolore , nessano 
più disposto a dimostrarsi a tuUi benevolo. Ingegno nobile e col- 
tissimo, specchio dì gentiluomo, ottimo cittadino: tale fu Cesare 
Saluzzo. 

FBDUI60 SCLOPIS. 



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M ALESSANDRO FRANgOlS 



NELLE REGKWl DELL'ANTICA ETRDMA 



Ci parve bm singolare come la Toscana mostraAse fino ad ora 
di noa aTredern, o alnumo di non oararai, della perdita di un suo 
benemerito oiUadiDo , la cui noniiDaiua pur oca si rimase stretta 
oe* Umiti dalla citUL in che surae alla vita. Goa la quale osserva- 
Siene nei osiamo peraMUeroi d'inisiare queste parole d'elo^ e di 
compianto, dacché per v«o dire io giwnali che quasi, tutti ab- 
bismo Falxttidine di p woorrere, e che so^iooo o debbono fer rac- 
certa di tutte le notìsie interessanti questo bel paese, nulla ci oc- 
ootve Bisi (U leggere io ordine alla recente morte del fiorentino 
Alenandro Francois, ff^ Commissario di guerra, residente in Livor- 
no,- e rimasto p«r il lungo periodo di anni quarantadue con alule 
ed onerata condotta al servisio del Toscano Governo. Eppure si trai- 
tara di djaoorrere dì pwsona meritevole, pili che altre, di un 
ultàoao attestato di stima e di riconosceota in seno all'Etrurìa mo- 
derna, per gli antì obe vennero dalla sua opera ad aumentare e 
dnarire le nostre cognìxioni sull'antica ; Wattavasi di lamentare il 
troncamento di una mortabt carriera, che lascia realmente un 
vuoto, e che ne appare con oouseguenu spiacevoli per un'ampia 
ed intereasantissima parte dd mondo scientiBooi trattavasi infine 
di oaotare la memoria di un caldo amatore delle nostre glorie, 
■gUÌd di poltrire nell'olio, o di condurre innanii materialmente la 
vita ccKi l'oM di que'meisi pecuniari, che possono dirsi bastevoli 
ad una buona e tranquilla sussislenia , e che nella posizione in 
cin era , trovavasi di possedere. 



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54 Vi ALESSANDRO FRANgOlS 

All' inonoreTole silenzio, al debito di favellare di uq estinto, 
che DOD è giusto considerarfl del gran mucchio degli oscuri, ed 
inetti Docivi, viene a sopperire e soddìsTare l'Archivio Storico, 
il cui Direttore sente vivamente nell' animo la Iona di non trasan- 
dare, entro la cerehia prescrittagli dal oaratMre e dallo soopo 
della sua pubblioasione, qualsiasi argomento o notizia , per cui si 
cooperi in alcun modo a manteoer l'Italia nel lustro che la sua 
storia, i suoi monumenti le procacciarono, ed a non mostrarla se- 
conda alle aRr« civili nazioni nell'amore « Bdl'amalirakione di 
que'suoi figli, che stannosi, con nobili pensieri, rivolU ad essa e 
alla sua antica grandesza. 

Lasciando da parte, nccome non importante al nostro scopo, il 
discorso della prima infanzia del nostro Alessandro , de' primi anni 
della sua ednoazione, nonché il seguitare , per l'ordine dei t«npi, 
le varie, e malgrado il lungo ridùederle a me presso die ignote, 
vlfiénde della sua vtt«, dte da Gievantii Fra09oii e da TersM lUssi 
ricerfe il di S di ghigno ddITH, d starano paghi ■ dbe di cab che 
formò la oecnpatiolie predileHa e «osuflte de'hiagki s«di gtani, 
dei meriti cbé seppe aocinltrtarsi rimpetto alla sofansa UrAeAofpc», 
de' bei flentitnenti che itatiiva pel vMtagglo della taaittta», e 
pel decoro della («Ita Tosetina e <f It<1ia. 

Compre^ a»al per tempo da an BAOre «rdentlaMli&o di rilar- 
nare con il pensièro e con le guardo alle etb che fnrooe , aUK vita 
ed alle opere delle «taUche hàzioni, «aldff te itrpMie M dolo di 
giovare |>ér meziv di ntiQuAéntali fadflgiiii aUa storia dv'vvtiisti 
pottoli itilìat^, ei si b'a percorrere rfpettttu volta la naslrfl faà- 
sola , a studiarne i palmo a palmo ditforvatl regfMi , la Magna 
Grecia, là Sicilia, Il Lazio, la Campania, l'Ktnrria nM4ia, op»- 
rando <)ua e Ih, a partire dal 4819, ampie eaeavaslonì, per le qsili 
tomavHnt) in loca a'ranci di ogni genM« ra^ardevolìMimi, se- 
polti o in tutto in parte dA lunghi seoott entro le rlscere drikt 
terra. Nel che fare egli , come è bcHé sd awltanil, neo prao«> 
deva a eaprìtfcio, in via di mero lentaAvo o di anardo, ri bene 
tfraOTeva all'opera dieth) le orme di Htl preeenoelto «Isuna, piano 
- di avvedtitetza, improntato di sairieoHl d' flWMliigMioM, • ri- 
spondente non pura allo scopo di Avviare a' disastri ah» potoaMro 
nelTatto derivare da mal condotti tori o rivolgimenti di terra; ma 
^'idaa, g(h ferma in «uà mente, della eerta ««totenia di antiabe 
monumentali memorie, ascose dal tempo all'umano guardo preoi- 



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I mi SUOI SCIVI 55 

Siwmle io qmsio (al Inogo o io quell'altra, di «ui li awwpaw. 
E ojò STveidB nusaÙDMiwiite in fona di uà* fagace prevcnlìva 
ìipeiioiw 9 rtiwamna delle oampertri n^tmi per le spiali nrigwa 
il pii, deile h>ro amgpori o miDori elerateaie, deUa km condiaÌMu 
fiiico gwtogiche, dtdla fero «topomooa riHpetto all'aalra dai 
giorno, del modo ìnfime onde si oSneno ia evdiiM alle pib prasime 
dui cattala oui poteano rifÌBrirai. Dì cha si par ebiara 1* raf^tue 
de' riaiIUli <tuan «Mtaatemeote felici drila me latiaho poorev*- 
lisainw. 

L' espoBÒMoe, cbe qui lacdamo aeguitare de' falli |iriD«ifiB)i 
retatili rile belle imprese dH Francis , à Iwwrt luokb ed aUxio- 
devoM prove di q«el ebe SBaeriuiiio. 

Native della Tofleana, e io essa avesdo nu staau, era ben 
lUiitfale cbe ia diseorrere eoa la meale e ooa la persona par 
molle antiche r^JBoi «i fisaaase io cima de' aaoi paoweri l'EIrniia 
nedia « l'Etnuce poptdo Del gran csotro del boo donuuio; e ìa dob- 
aegiwBM di qiwslo agerdmeniB ai spiaga e»iu' ei oairaaae ìa pria- 
Opel nodo arile aoe aoUetraDoe iodagiiii ad ire appo «ei ia traa- 
cia dì Deorapoli , di sqioicntli tasuili , di (enri e riposti^ aduaati 
■B ipiegli auticfai ipogai , intaroo a cai vnrameute si rieeoesatranp 
le dovizie a noi perv^aute da' piiscbi abitatori di queste noatn con- 
trade, e per seoeasità fWieogUesi b studio pratioo delle idee loro 
refigioae, de' loro osatomi, deUalwolìiigaa, della loro arte, ogni te»- 
talivD, a flbe s'intende due «per* affla» di DM^rare, rettificare, al- 
iargara per tal via y «arredo dalle nstiiie ia ontiae alla storia, alla 
patsosa, alla vita di <piriii celebrata aasìMie. A lete «btmtto e per 
tale n^isM uh il litnnriaino in durarsi ami, massiae dal 48M ia 
poi, dedita a porne seasopra i dsNsici api , le vetuste oircoferiiioBi 
dai toacbi laogbi,«be SOM Tarquioia, Cessa, Vtrfterra, Fw8(de,VulGÌ, 
Buselle , Telamoae, Vetultmia, Pq>uIoaia, Cortona, Chiusi ed altri; 
il veggiamo comparire trionfante di tutte le sue imprese, avendo, 
a cagioo d'esempio , ottenuto in Tarquinia la scoperta di tombe 
dipinte, nonché dì magnifici vasi italo-greci con figure e isonsio- 
DÌ; in Cossa di bellissimi bronti coosisteiUi io specdù con rap- 
preaentanxe a graffito ed epigrafi, e caodelabri con figure anima- 
lesche ad alto e basso rilievo, di rimarohertdìssimi lavori in oro, 
siccome ctrilane, orecchini, e bulle (4), quindi delle pubMicbe necro- 

ii] Bull. 4tW hatlulo di cùrritpondenza arehmtbigiea di Homa. an. <W , 
pag. 66-^. 



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66 m albssandbo FiUNfOis 

potìspeUaati a quri luogDntedesimotS]; in Volterra urne di n 
di travertÌDo , di alabastro , e anovaniente aurei oggetti sidendidìs- 
wnii del genwe che testé additammo , e speodii graffiti in bronzo di 
prima importanu', in Fiesole e in Populooia la oogniiione e apertura 
di varie tombe (3}; in Vulci ogni specie di anticaglie io terra cotta 
e in metallo; in Huselle il ritrovamento delle varie sue necropoli nei 
aAM e pioni cucostanti (i); nel sito dell' antica Telamone , o, come il 
eh. Dennis pensò, della crebre Vetnloma (5), la acopwta d^a cittk 
medesima Dn dal 1S9i su dì ana collina fra il torrente Osa e il 
fiume AUiegna, e pareodii anni dopo, delie sue tombe [6)i io 
Cortona l'alba dell'ubio8EÌoae qualmente dalle sue necropoli (7), 
ed in ispecie poi nel 31 ottotH^ del 1 8iS qndla del bea noto Ipogeo 
di oostnixioDe cick^iea , presso Camoscia , illustrato da Helcfaiorre 
Hissirìoi di eh. memoria, con entro moltisBimi frammenti di oggetti 
in oro, bronso, terra cotta, ergente, avorio (8); io Chiosi fin^ 
mente tante e s^ belle e si interessanti cose con tale arte e td 
criterio dissottetrate , che ci crediamo in debito teuroe in queste pa- 
gine più speciale raeosioiie , dacdiè si possono coosiderare siccome 
ona delle basi principali a formarsi un giusto concetto àsA talenti 
del Francois , dell' alteua de'risultati da lui conseguiti , dei servìgi 
da esso resi alla scieosa che versa sulle etruwhe aoticfaità. 

Interteaiamoci perciò, innaDEÌ ogni altro, con il nostro disoorw 
sovra il fatto }Hti singolare e piti generalmente noto, che ci abbiano 
offerto nell'oltimo decennio della prima metà del nostro secolo le 
investlgaiioni operate nel territorio della ceMire dttà di Porseooa. - 
Correva il mese di ottcdire del 1844, allorohò ool sussidio di metti 
fomiti dalla agooro baronessa Giolia Spannocchi I^coolominì nei 
Sergardi, nella cui generosità e nel cui amore per gli antichi .mo- 
nnmenti gik sapeva» di dovere ravvisare la prima cagione ddU 

{Il BuU. Imi. Àrdi. , I8M , pag. ». 

(3) Cr. Dkiì:ìii , 7&a CU. and CfnMl, of Elr. , U , pag. 430 e Ut. 

j4l BulL Inst. Areh. , IBM , pag. 3-5, 

l5) FkAsgois in BuU.eit. , pag. 6-7 ; Dihmis , op.eU.. Il, pag.tSS e segg. ; 
AiU. «iC. , «Ut, pss-9<-9!; 4B47, piif!.93. 

m BM.aU., 1SM, pBg.6-7. 

!T) BiÈÌLdl., 48M, pag. 40. 

(8) BulLcit., 1843, psg.aS e se^., pag.M; Hiuiuii , DtUlpogto dt Ca- 
nuscia , DkhiaraEiont, SieoH, <S43 , cod uà atlanle in foglio coateoenle d." vii 
rsTole liU^raflche dimostrative del dello Ipogeo; BuU.cit., IBtt , pagine 36 ; 
liliali , op.eil. , II , pag. 449-Ì58. 



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E DEI SUOI SCAVI 6V 

scoperta dell' Ipogeo Cortooese testé Dominalo (9) , poti dare ese- 
emione il nostro Francois a nuovi soavi nell'agro chiusino, e spe- 
cialmente in un sito denominato Fonie Rokìla, ove esistevano gli 
avanzi di due antichissimi tumuli, le cui sommitb, ormai distrutte 
dalla forza degli anni , non davano quasi più a conoscere la loro 
antica esistenza, t A trasformare l'esteriore aspetto di tali tumuli 
« [avverte il Fran90is} vi contribuirono le ctdlivazioai in varie epo- 
« che fattevi ; dimodoché ascrivo -ad un atto dì particolare fortuna 
a se eìAìì la aorte di accoi^nni degli avautì dei snindicati monu- 



« La couflguraiiooe del tsrreno sopra del quale doveva eseguirsi il 
lavoro (prosegue quindi l'esperto ■rcheofllo) era piana, bislunga, sopra 
di un erto poggia Fatti ì primi saggi di dream vaUaz ione, dalla condi- 
zione geologica della terra mi accorsi che in antico questo piano non 
dovea esistere , ma bea"! oontenere due tumuli iuvece di uno ; ed a 
tale argomentazione lervivami di scorta t'avere osservato nel centro del 
piano suindicato una terra profondiisima , mentre lateralmente non ara 
che superficiale. 

I Circoecritlo quMto piano con due (ossi ovali, invece che con uno, 
dopo poche ore apparve un gran taglio nella pietra tufacea di circa tre 
braccia ; questa straordinaria larghezza lasciava dubbio ai miei lavoranti, 
se fosse una tomba rovinala piullostochi un andito septdcrale; ma da 
me ricoDOBcialo per tale , riunii gli uomiai sparsi su tutta la linea di 
esplonatone , e diedimi a sollecilare lo scavo in questo punto. 

■ L'esperienza snggerivami il timore di trovare il sepolcro espilato 
a tutta sostanza , atteso la di lui nobilti ; e confesso che il mio cuore 
palpitava ad ogni zapponata dei miei laToranti. Già erano traocorsi dieci 
siorci di lavoro , e non eravamo che al principio, tanta era la profbn- 
ditk. Fu d'uopo portare il numero dei lavoranti a venti , invece cbe 
dodici; e saggiala la lunghezza del corridore, subito mi accorsi che per 
(fungere alla porta del sepolcro doveva percorrere una linea di venti- 
quattro braccia di terreno, ed altrettanto di profondila ; essendo un 
follo, otte in altre necropoli pare ogni qualvolta ritrovai tombe nobili e 
ricche, tanta ei-a approssimativamente la profondità quanta la lunghezza 
dei corridori per cui acoedevasi alle medesime. 

■ Dopo molti giorni di lavoro, circa le IO antemeridiane, un urlo 
gettato dal caporale degli scavi -fermi fermi- mi fece accorto del ritro- 
vaoienlo di qualche oggetto. InlhlU rivoltomi al fondo , vedo che egli 
aveva in mano un grosso frammento di un vaso soprafSno con varie 



. N unta Serie . T.VII, P.l. 



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58 DI ALESSANDRO FRANCOIS 

figuce, e molte iscrizioni greche; ne compresi sabito l' importanza , ed 
it mio cuore giubilòl Con precauzione continuai il lavoro, e già scorge- 
vansì gli architravi di cinqae porte , una grande nel fondo , per mezzo 
della quale ascendevasi alla tomba principale, e le altre più basse , che 
lateralmente nel corridore mettevano a quattro stante funeree assai più 
piccole. 

■ Continualo lo scavo verso la porta principale, si continuò del pari 
a ritrovare frammenti del vaso suindicato, ma in seguilo sparirono; per 
cui si opinò che il rimanente sarebbesi ritrovalo nell'interno dello 
ipogeo. 

« Oltrepassato il limitare della porla', si trovò la tomba ripiena di 
terra : fu d'uopo volarla; primo lavoro imponente che avrebbe scorag- 
gilo chiunque, ove non fossero stati trovati i suddetti preziosi fram- 
menti : ma non avevamo tolta neppure la meth di essa, allorché mi 
accorsi che la volta minacciava rovina; ciò mi afflìsse, ma non mi sco- 
raggi; i lavoranti ricusavano di proseguire il travaglio per timore della 
vita ; a me premeva adottare un compenso per continuare ad ogni costo 
l'incominciato lavoro. Laonde progettai sull'istante di fare cadere la 

volta , e giunto al forte della pietra formarne una seconda a furia di 

zappone. La impresa era ardita , ma indispensabile. 1 caporali approva- 
rono il mio progetto, ed io fermo nel mio divisamente diedi principio 
3 tal lavoro. 

<• Colla rapidità del lampo venne e%ttuato ; in seguito si continuò 
io spurgo della tomba, pendente il quale si potè osservare che l'ipt^eo 
era composto di una grande stanza , ma divisa in due mediante un arco 

nel mezzo 

I Giunto quasi al pavimento , con ogni diligenza rioercavama fra la 
terra i frammenti del noto vaso, ma inutilmente. Colmo di scoraggia- 
mento osservai dai banchi laterali, che circuivano la tomba, esser essa 
un ipogeo da urne piuttosto che da cadaveri , e per conseguenza non 
sapeva spiegarmi come in tali tombe si potesse avere un vaso di tanta 
importanza, non essendomi mai dato di rinvenire vasi di figulina di 
pregio ove esistevano urne. 

• Ingombra la mia mente da questo pensiero, sempre più era sco- 
raggiato, non comparendo nello spurgo della terra altro frammeolo; e 
molto più poi rimasi inquieto una volta che definitivamente vidi ulli- 
mnla la escavazione della intera tomba- 
li Rimase il dubbio che si sarebbero trovati nel corridore , e nelle 
quattro stanze , che nelle parli laterali di esso trovavansi ; ma levata a 
tulla sostanza la terra, inutili furono i miei tentativi, di ninna effica- 
cia le mie ricerche 

■ Confesso che rimasi male. Tante spese falle , tanto tempo consu- 
malo inutilmente I Ma quello che non poteva persuadermi , era , che 



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I! DEI SUCH SCIVI 69 

i firamnmotj rilrovali non appartenerano a quel sepi^cro ; ad erami dif* 
Scile, se non imposeibile, l'arguire oome vi erano veaati. Quindi con 
animo risoluto presi un zappone e mi diedi a saggiare tutte le parti 
della gran tomba. Inutili sforzil... accesi dei lumi e con una scala die- 
dimi ad investigare palmo a palmo tutte le stesse pareli al disopra del 
ponto ove era potato arrivare collo zappone ; finalmente in un angolo 
invece di pietra trovai terra ; rinasce la mia speranza , il cuore mi giu- 
bila , e subito mi do ad estrarre la terra , e vedo con mia somma me- 
raviglia essere questa una buca del diametro circa uu braccio e mezEO 
fiorentina Mentre il mio cuore ondeggia fra la speme e il timore, qual 
(a la mia meraviglia , aUorcbè mi si presentano altri frammenti del 
bmoBO vaso? Non tardo a persuadermi che qnelli già rinvenuti erano 
dì questo sepolcreto superiore a quello da me escavalo; non tardo a 
persuadermi cbe gli eepilatori del più prorondo sepolcro a risparmio di 
tempo e di fatica, dopo di avere saccheggiato quello superiore, pene- 
trarono per mezzo di tal buca in quello più basso, e sparsero con mano 
imi»ovTida i suddetti frammenti in entrambi i medesimi ipogei. 

« Spui^ato questo sepplcro, si vide essere formato da corridore ester- 
no, per mezzo del quale ascendevasi al sepolcro, comporlo di un ve- 
stibolo asaai vasto che dava adito a tre tombe , una in fondo , le altre 
laterali. Altre due tombe rimanevano nel suindicato corridore. 

( In tutte qneste celle furono ritrovati frammenti del magnifico vaso 
ed altri di minor pregio , ma tutti sopraffini e ben lavorati. 

■ Ultimato lo scavo di questo secondo sepolcreto , 

datomi con un valente restauratore all'esame e classificazione di tutti i 
frammenti ritrovati, con sommo dispiacere mi accòrsi che mancava 
almeno la terza parte del bmoso vaso ; per cui studiando nella mia te- 
sta la maniera di potere ritrovare 11 rimanente , partii per la capitate , 
richiamato dal dovere, che imponevami il pubblico impiego di cui ero 
incaricato. 

■ Frattanto erano scorsi vari mesi che il restanratore lavorava inde- 
fessamente per ricomporre e riunire tutte le sparse membra di questo 
insigne monumento, mentre e giorno e notte lambiccavamì il cervello 
per ritrovare le altre parti mancanti. 

■ Era ardua impresa, ma io non poteva trascurare cosa tanto inte- 
ressante al mio cuore ; perciò risoluto di uulla omettere per riuscire 
neir intento, ritornai a Chiusi, e considerando che l'avere ritrovati sparsi 
in dodici stanze e nei due corridori tutti i frammenti del gran vaso , 
era una riprova certissima che i barbari espilatori dei due sepolcreli 
non solo si erano contentati di fracassare il detto vaso, ma per sommo 
disprezzo l'aveano anche sparso, pensai che potesseré averne gettalo 
qualche pezzo anche fuori , &ceadolo volare ; e calcolando cbe quando 
ciò fòsse avvenuto, i pezzi lanciati non potevano essere cbe a piccola 
distanza, risolvetti scavare fino al vergine tutti quei terreni contigui a 



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60 DI ALESSANDRO PRANgOIS 

detti (lue sepolcreti. Ha prima di tolto toUI bre di ddwo eBlrarre tatù 
la terra del primo sepolorelo , mi dobbjo satiamente inMimaiomi dai 
chiarissimo mìo amico sig. oanonioo Haiutti, che poteeie eMare nasco- 
sto nella terra qualche piccolo Trammento tanto neeesaario alla ricom- 
posizione del vaeo. 

■ Non solo ap[JaiidJi al oooeiglio, ma *oIli che la terra rosee mìDn- 
la mente scelta quasi a dito, e per vero dire flirono rìtrOTati non podii 
minutissimi (rammenti di somma importanza, porche qnasi tutti mu- 
niti di lettere (I0|. 

■ In seguito intrapresi lo scavo suindicato tango la perìfarìa dei dsUt 
dne septdori , ed ebbi la forluna di rinvenire un solo peno , ma dì un 
interesse sommo , essendo un manico con parte del corpo del vaso non 
indifferente. 

■ Conlento, ma doq pago, dovei per anoo porre fine a tale scavo, dte 
tante pene, spese e sudori mi costò, i quali non borono certamente 
compensati dall' interesse. Se non die il mio cuore (a appagalo aUw- 
stanza, avendo il monumento in cfuistione reso tanto lustro all'arohaoéo- 
gia , e formato subielto di erudite investigationi per parte di vari pm- 
fessori di questa scienza » (II). 

Nelle parole che precedono, Doi Iroviamo l'origiae , la storia e le 
vicende della scoperta di quella msgntflca opera de^i antichi wt- 
lefici Brgotimo e Clizia, che oggi dal nome dello stesso fortunato 
inventore s'appella voto Franfoig , e che desta a ragione le mara- 
viglie di tutti colóro che provano il desio di fermarvi lo sguardo 
nelle sale dell'I, e R. Gallerìa degli Uffizi. Senza trattenermi sulle 
utili conseguenze artistico-scientifìche dd detto ritrovamento ; lo 
che, oltre essere estraneo al mio scopo, addiverrebbe superfluo dopo 
quel che lungameate ne sposero uomini di alta sapieosa in questo 
genere di antichità (12); a me incombe di far rimarcare al lettrav 
t'avvedntena , la pratica, e il talento d'invettigaitone, che à si 

(IO) Crediamo atne a queeto propoalto di ricordare fi iFalema de'MvellI di filo 
di ferro adottato dal Fraogois, sulle orme Torse di quello obe gfà >vea prescritto 
« raecoaandsto )o Jorio (MUodo ptrrinteMm e f^an i Mpderì aiUeU, p. lOD, 
lU, IffiI, 166), per «eparara )• terra dal A-amiaeaK di «atiohl oggttUi cbe potessero 
trovarsi con essa la mesoolaou ; per cui aoclie le plb piccole frasioDl de' me- 
desimi era ben difficile passassero iaósiervala. V. Bull. Intl., ISBT , p. 13. 

(Il) Ami. dtir/Ml. dt eorr. orch. di Roma , 4S48 , pog. 300-30S. 

tlt] T. fra ^1 sllrl , Bsìdf in Am. Aut. àrch. . loc. clt. , pig. 306-388 ; 
BuU. bui. Ardi., 4845; pag.113 e sfig. ; Giih»d ia Bull. Imi. , isa, psg.SIO, 
SU ; Diiiiiis , The eU. and Cernei, of Etr. , Il , p«g. IIIMI1. — Poche e gludi- 
lioM oBservazioDi rurono hlte intorno al detto vaso anche dal eh. HigHariot , 
« le quali, spero, egli un giorno si dadderi di br di pubMIoa ragione ». Hm- 
lea' In hiU. Aut. , ISSO , pag. I6T. 



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E DEI 8IKH SCAVI 61 

dìrrelano ne) oostn Francis per Is pardeiiMdHùM poo'aiui ad- 
dotte , le quali rìcarono una «0181106 e graTissìma oonierma in 
queste altre dj EmOio Braun, uno dei pib dotti e sperimentati ar- 
cheolo^ della nostra età. * L'archeologia ( egli esclama , in porre 

■ Usmìiw alla iUuslrasione di quel vaso } Onora non può vantare 
« nessuna acoperta, la quale da stata tolta alla terra s) fonatamente 
a e al sistematicamente come questo monumento.... Senia gli 
f t^Tzì veramente giganteschi del signor A. Francis sareiibe stato 
« per sempre ignoto alia sciensa il contento di queste ooooie. Go~ 
« tal sno lavoro, coronato di tanto « quasi miraooloBO SHOceaso, ri- 

■ chiede nn trìbato di riooDOBoeiua , qual noi pur troppo siamo 
• incapaoi di rendergli. Dobbiamo perciò inculoare a quM ohe ver- 
« ranno dopo dì noi di ricordarsi mai sempre con gratitudine di 
a quell'aomo ohe ha avuto abbastanza di oorag^o, pmeveraBU 
« ed intelligensa per condurre a temine una soi^wrta tanto panr 
« diesa. Tutto ciò che i dotti potranno Nggiungeca ad illustraiione 
t di questo trovato non può essere che frivola cosa in par«f|OQe 
< agli sforti e sagriOci che ba fatti il non mai bastaotemeirte Io- 
li dato signor Francois. Il rapporto fattone dallo soopritore made- 
« desinw.... non afloensa dm piccolissima parte dei tentativi da 
d Ini ìstiloiti per noeogliare i frammenti amarrili e spani qua e 
n III di cotale artistico tesoro. Testimoni oculari assiovrano, che a 

■ lai uopo ria stato acavato nno spailo di terra grande come il 
a CidosBea > (43). Ha in raoco^re la nostre attenniooe sul (atto 
testé disoorw, le oonaegnenee de) medesimo addiverranno ogoor 
pìh rilevanti al nostro sguardo, e con questo i meriti del dh. fio- 
rentino ascenderanno a grado sempre maggiore nella nostra stima, 
se vorremo, come deesi, rioonnettere la scoperta dì que) gran vaso 
eoa )'idea primitiva, col concetto originario che raosae ì) Itan^ 
alle indagini appwtatrici di tanto risoltamanta L'esame accurato, 
e )e reiterate esperienze da Ini fatte d^'agro chiusino aveangli 
indotto nell'animo la persuasione stessa ohe era ne) Braun; vale 
a dire, clie le tombe ivi scoperte in tempi anteriori fassere (e su- 
perficiali e ]Nb recenti, non quelle in realtà appartenenti all'antica 
Comors (H); si die aj^muto nell'andare io tracoìB dì queste, in 
forza di un nuovo {rfano d'investigazioDe atto a fai^i raggiungere 



f<3) Ann.dL, loc cil., paf. 381-382. 
[Hi BM hU. . 4819 , pBg. 413-1*4. 



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62 DI ALESSANDRO FHANgUIS 

il detto importaDtissìnMMiopo, avvenne <^'^ s'imbattesse o^'open 
insigne di disia ed Ei^tìmo, la quale diciamo pur francamente, 
esser venata a tdrre ogni dubbio ch'ei s'ingannasse suU' ordina- 
mento di quel piano, sul modo onde l'avea concepito, potendosi 
ben dessa riguardare siccome il primo monumento, per cui ci sia 
me^o tornata alla memoria la ca|»tale di Porseana , siccome il 
primo cbe degno ne apparisca della cultura e dello splendore di 
sua cm^ (15). In seguito di che non è nemmeno a meravigliare 
die sempre {mù vivo si facesse nell'uomo, di cui parliamo, il desio 
di nuove imprese nell'agro medesimo, e che in mezzo alle cure del 
pnUdico ufficio, al quale era astretto di attendere, standosi sem~ 
prò fermo nella grata consoetudine di recarsi, d'ordinario al soi^ 
venire di ogni stagione autunnale, per le ehnisc^e contrade, e 
darvi opera ad escavazioni, mostrasse una certa preferenza nel 
mirare, pib sovente che altrove, alla cittì e territorio dì Chiusi, 
la cui antica esistenza dovea, fra le altre memorie , ricondurlo per 
necessita con il pensiero e con il desiderio alla famosa tomba del 
suo gran monarca, snbbietto assai noto di tUsoorsi , di meraviglia, 
di studi appo autidii e moderni scrittori di altissima Dominanza. 
Che se pur troppo le indagini da lui sislematioamente condotto 
sulle orme delle nairaiìoni ddrantìchitii lo portarono in ultimo a 
giudicar queste una favola , un sogno, una creazione , che princi- 
palmente movea da fonte poetica , secondo ohe era gib parso an- 
che al Niebahr (16), ed Jn alcun modo risaltava eziandio dalle os- 
servazioni di Letronne, di Orioli, e di altri, non fu piccola ad onta 
di ciò r atilith che ci sembra essersi derivata dall' idea medesima 
fitta pur sempre ndla mente del Francis, alloraquando messa 
da parte, per quel che concerne il supposto suo poetico ammaoto, 
la descrizione di Varrone (47) , e riprendendo la parola [nti sicura 
degl'iufl^namenti della sua propria esperienza si pose a tutt'uomo 
nella ricerca del sito certo o almeno piti probabile delle tombe d^ 
Re di {^iusi , in mentre intendea farsi sicuro dell' utucazione di 
qudle veramente spettanti all'antica Camarx. Fermavasi a tale 
obbietto col suo sguardo, tratteaevasi con i suoi saggi escavaterì 
sul gran tumulo o colle , alla cui sommità sorgono gli avanzi del- 



flS) Bmok in ^itn. Imi., loc.dl,, pag- 38^ 
|46) Hist. RocD., I, OS» (EilJt. Golb.}. 
((7J In Plin. ». 0., XXXVl, i9. 



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E DEI SUOI SCAVI 6S 

l'aotica forteEu ooslniita su di esso ai teaipi del romano impero. 
Lungi dal crederlo eretto ad imbaaamento della medesitna , ei gì 
diede sicuro all'avviso, che fu eziandio del cb. Deanis (18), e che il 
ooosidera di epoca molto più remota ; discendendo quiodì alla 
congettura validissima , che nelle viscere di qatA tumulo, scavato 
n^la pietra tufacea e munito inoltre di opere murarie cìdoiuclte , 
si ascondano le pubbliche e |»incipali necrt^i da lui ricercale, 
e assai facilmente il magnifico luogo, ove erano in deposito le mor- 
tali spoglie dei suoi Lucumom. Del che sebbene volesse dubitare 
senza buone ragioni il nominato arcfaeolt^ incese (1 9] , è da tenere 
a calcolo nondimeno come il Francis nella sua grande pratica ed 
avveduteisa adducesse in solido appoggio, a nm sembra, gli ampli 
sotterronei , non visitati dal Dennis, che partendo da quel tumulo 
vanno estendendosi sotto tutta la superficie della moderna Chiusi 
e perfino nelle adiacenti campagne, i condotti aerìferi fatti a gaisa 
di possi che davano aria in antico inverso la sommiti della col- 
lina (ove peraò non poleaao esser fabt^be) a que' sotterranei, e 
die trovansi oggi sepolti, nella loro apertura superiore dalle aUta- 
sioni ddla città, la riflessione infine che « gli antichi Etruschi 
« amanti com'eran di scavare (quando potevano) nella pietra viva 

■ le loro tombe , non avrebbero omesso dì trarre tutto il partito 

■ possibile da una località che prestava^ mirabilmeute alla creazione 
« di una paUriioa necropoli , sia per il sito più elevato e salubre 
a di ogni tdtro, sia per essere oenlrale nell'antica Clxuiam, «a in- 

■ fine per la soUditti della pietra tu/aoea ivi giacente e che presta- 
a vasi a qualunque gigantesco lavoro > (SO). Né in dir questo ei patr 
lava a caso o soltanto per congettura , dappoiché, come il lettor* 
avrà bene dì già immaginato, stimò suo debito il nostro archeo- 
logo di dar pieno corso al desio vivissimo di discendere in quei 
sotterranei , ove astretto d* innoltrarsi a carponi , chiaro ci mostra 
il risoluto proposito di vedere su tal ponto statuita la verità nxA 
non curare qualunque si fosse disagio per andar sempre più ad- 
dentro ne' medesimi, non frane e mine dì vtrita cbe gli si presm- 
tavano o il minacciavano. Finché giunto ad un dato punto a l'aria 
* (odiamo da lui stesso) (evenne più pesante, il lumo impallidiva.... 



(18) Op. cit. , li, p. 332. 

|49) Op. cil., t. e. p. 333-33Ì, m 

(M) BhII. /mi., 1849, p. 116. 



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fit ei ALESSANDRO PRANfOIS 

■ « il respiro si reM dìfflcitfl , ed il sodore ìdooidìdcUi a ^rgare soHa 
« fronte. Il mio compagno proruppe nella lagoaDca di §atiinipoeo 
<r bene. Indi a non mollo s' intese lo ivolaziare di an uccdlo dw 
a dalie strìda gettate rìoooobbi essere un bailiagianni, oonTìnceodo- 
« mene poi dalle piume biancastre screiiate di giallognolo, alloroM 
« si rese visibile nel corridore ad una certa distanza. Ha se questa 
a strige restò ìmmtMle , non fu eoe) di taati altrì aoitnroi animali obe 
« alternarono allo svolanare un cupo fragore di svariati t«*sì frani- 
« misti talvolta a sibili aoati ebe spaventarono il mio compagno 
t nella tema di essere in meuo a serpi e altrì rettili tane venettci. 
« Mancava per vero dire a me ancora il respiro , ma la passione 
K per le incominciate ricerche mi rendevano superiore in ooraf^ 
X all' incomodo cbe provavo; se non cbe, mosso daUe oiservaslooi 
« dri compagno conobbi che potevo essere abbastansa appagato dai 
« risultati di quell'ardimentosa perlustrazione, poicbè confermavano 
« la preconcetta mia opinione : quindi dopo quattr'ore di dis^o e 
« di fotica, lasciai quei luo^i divenuti per me venerandi t (SI). — 
Lieto ddla scoperta di dette necropoli, la cui importanza e riochejisa 
furono assai chiaramente pronosticate dal luminoso sncceseo di quel 
primo tentativo, ^i avrebbe voluta pure nna volta soddìshre' 
alla brama ardenta , in che era sempre , di eaegaire una regolare 
oscavazione di qoal vasto ammasso dì terra per entro al quale ei 
sperava con fondamento si sarebbero rinvenuti oggetti artìstici o 
monumentali di alto pregio e di sommo rilievo per la scienza ar- 
(dwologioa. Hanoaad<%lì però i mezzi e ^ siati, videsi il Francois 
messo neUa naoessità di starsi pago su questo ponto alla diobiara- 
«ione ed al sag^o cbe testé riferimmo , stodiandoa di temperare il 
dolore, cbe dò gli cagionava nell'animo, con le ulteriori scoperte 
die veniaf^ sempre fatto di ottenere in altri siti dell'agro della 
stessa Chiosi. E ben potea riguardarle oome motivo di grao con- 
ftvto , dappdcbè non meoo delle preoedenti e di qudle cbe avrebbe 
potuto ottenere dal gran tumulo cbe vagbe^ava, veri ed utilissimi 
tesori erano anche queste a proclamarsi, massime se voglìam parlare 
del sepolcro che rinveane nel 1846 con pittura magnifiche alle parati, 
ritraenti gare circensi , gioodii di lotta, salto , pugilato, altri di non 
ben chiara spiegazione, conferimento di premi ai vincitori ; pittore, i 
coi disegni furono con assai bd pensiero eseguili e depositati per or- 
isi] B'ilt. Iiùl, 1. r... p. U6-U:. 



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E DEI SUOI SCAVI 65 

dioe d«i Governo Toscano nella Galleria degli UfBii , e che a ragione ai ' 
giudicarono da) chiarissimo Braan siccome «unodci piti singolari 
H ed imporianii (monumenti) , che di questo genere siano fino ad ora 
« venuti alla luce , non tanto sotto il rapporto dì bellezza artistica, 
1 quanto per essere originalissimi gli attiibulì dello stile...., (sin- 
« golarmente rìmàrcbavoli) le carstteristi<^ (del medesimo), che 
« mostrano queste pitture di severo sistema architettonico...., di 
1 nuova importanza e chiarezza le norme convenzionali (che vi si 

V rilevano) della monocromia antica...., e degne dì attenzione le 
> particolarìtb che scoi^onsi nei strettì rappresentati.... che ad 

V onta sieno frequeatìssimi.... pure vì « veggono ìptrodotte tante.... 
n circostanze, quante non possono raccogliersi sia dai testi degli 
« antichi autori, sia dai monumenti figurati.... Tntte le figure (av- 
ci vertasi quindi con h stesso archeologo testé nominato) mostrano 
a fisonomie di un carattere tusco talmente pronunciato , che se ne 
n possono desumere i contrassegni della razza , a cui appartiene 
« questa nazione, la quale mentre da un lato s'accosta ai Greci, 
( (|ual(^e volta sembra formarvi il pifa vivo contrasto....; fenomeno 
* etnografico.... quasi unico o almeno assai singolare nella storia del 

' « genere umano.... s. Oltredichè.il nostre guardo si fissa con ìspe- 
dale atteoEÌone su quei difrinti anche a riguardo de'rìlratti fedelis- 
mmi, che in essi < nifi possediamo, non v'è dubbio...., dei campioni 
a atletici, che riportarono alti onori tra ì Chiusini probabilmente 
a in occasione delle solennità sepolcrali istituite in oniH« dei morti 
« primari di questa tomba.... «. La quale per consegn^iza « forma 

■ una delle più belle ed insignì scoperte del signore A. Francois, 
« ai cui vigili ^oardi la scienza archeologica deve gièi tanto, e 

■ dalle cui indefesse premure possono attendersi i jhù belli rlsul- 
<t tati per l'avvenire (88) ■. Nell'anno 1847, nonché in inverno del 
susseguente, estraevaar ^r lui dall'agro medesimo una ctHasidere- 
vele quantità dì oggetti vascularì, neri a b. r., o con pitture graf- 
fite esprimenti fatti mitologici, e di urne cinerarie in pietra, terra 
colta, travertino, alabastro, sculte ed inscrìtte (23). Nel 1850, 
egualmente colà rìvedeano la luce per sua opera nuovi grandiosi 



(d) BsADH to BiULliUt., 1846. pag. S6i 18*7, pog.fììMSO; 1848, pagi- 
na 18^80 ; e meglio negli Arni, dello stesso bui. par l'tDtio <8G0 , pag. t^-SSO 
CV. iri pag. tSS-tSlì, e Monunmit . Voi. V, Tav. m-xvi. ^ 

lS3) 0ull.cil., 1S49, pag. 4 e &eg. Ct. pag. 182-183. 

Arch.St.1i., Nuora Serie , LVII, P.I. g 



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66 DI ILEeSANIWO nilNfOIS 

ipogei nelle oogaite località chiamate CoOb, Mmttbelh, la i^eUi- 
grùia , e massime in Poggio Gaieiia , nome di collina che per l' io- 
Uicala eacavasione , il vario aggruppamento delle sue tombe , la 
tortuosità de'suoi curiosi ctmt'cuù' , ta quella che fece riandare oA 
pensiero il oh. Dennis al laberinto annesso al Nauwdeodi Poreeona, 
dalle oui ceneri , siccome vedemmo , a Ini non parve di dover con- 
getturare il deposito nel gran tumulo centrale di Cbiuà {il]. Da 
queste nuove rtoercbe del Pranfoia s'ebbe una ricoa aerie di bron- 
lì , no grande specchio graffito e scriUo di belUasimo disegno , 
altre cose metalliche , e oo[»ose stoviglie interessanti per l'erudì- 
lione e per le nuove e svariale forme; trovate precisamente in 
messo a molla terra [ non caduta dalla volta , sì be^ posta ivi 
con qualche scopo dalla mano dell'uomo), enfaro una pìccola stanza 
facente parte di un grande ipogeo , ma chiusa da grossa jnetra 
che si era cercato di nascondere all'occhio del riguardante, meno 
eaperto del nostro fiorentino, con un rivestimento artificiale di 
terra tufina ohe uguale ne rendea l'appetto alla parete in cui sì 
era scavato l'ingresao di detta sUom. In ordine alla quale è a 
notare come il Francois, am>ena gli se ne ofiersov le onoa, pro- 
nosticasse ohe d^Keitaodovi rnlUmo oadavere della qwtàU funi- 
glia, doveano avere ivi seiqielliti con esso gli utenùli tatti osati 
per le cena luoeree. — Ed avvenne in qaelli stessi ^orni, dbe 
nd mentre perveniva a scoperte di nuovi ipogei nei territorio di 
Chiandaao, dopo averne oaservato la dissimig^naa dagli altri 
dell'agro chiusino (a cui debbono in ordine alla storia e topof^ 
fia etnisca riferire) per la Iwo varia ooelnuiooe, e per le anti- 
oaglie di nùnor pregio ohe vi si rinvengono, all'ocossìooe di fare 
eaeguìra lo q>uigo di un ipogeo nobile , si aooorgease dì una ape- 
oialìtk de' medesimi [ di cui noi avenuno agio di lisnoatrare esem- 
pio anche nelle «scavaaìoni intorno all'etniaoa Penigia} « che slug- 
• gita pfobabUmente sarebbe aU'ooohio di un vestigalore neo 
■ pratico». 

■ I pochi rrMameoti di vasi neri ritrovativi non ini pcraoaaaro (oosi 
il Fraajois) dte il corredo dj tale sepolerelo circoGériUo bese a si ristretto 
nomerò dì ocelli ; e mi mosse ad osservare il psTÌmento e le pareti 
dì luì, che però non mi offi-irono segnale alcano di ripostiglio. Non coo- 
laUftdicìò. presi un lappone , e eoo eoo svendo saggiato tutte le pereti. 
rilevai in vari pwttì di tese esistere della tare invece che del tato : 

ititi Op. di.. II. I»«- 3M, « ^j:. 



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E DI) SUOI SCAVI fi7 

Mttalt, mi si praMDlò ivi ani specie di nieohla , e a una certt proftta- 
ditft Wia {rietra aerala pwUBl cm arte , eneodo sUta calzata con pic- 
coli pesai di pietra, e tnesea cosi a contrasto con le pareti laterali. Dopo 
di avere di 11 levato colla pietra ogni allro impaccio, trovai un vaso 
beliissimo di siile arcaico, con campo rosso e figure nere ; e continuale 
queste stesse investigazioni bu tutte le pareti, ne trovai altri di eguale 
impwtanca , situati perinnnte in altre nìcchie, fore cbe questa parlico- 
larìti si estenda tn tatti I sepolcreti esistenti nell'agro obianoianese (18) >. 

MI cbe si Tiene oguor più a mettwe in evtdeDza la rettlta- 
dine della opinione dì sopra emessa , che l' ìmmaDcbevole fedicitk 
dei resultati delle esc&vazìoni del nostro benemerilo antiquario, 
dipendeva non tanto da mera fortuna che il Begnitasse nei suoi 
moltiplici tentativi, quanto da cognizioni e studi speciali, di labo- 
rioso accfuisto e di lua^a esperienza , per cu! giustamente dicava 
di lui l'illustre cavaliere Nodi Des Vergers t cbe avea saputo fare 
• dell'arte di scavare la terra una scienia esatta, nella quale l'o»- 
« servasiooe ài segsi iofallibiii veaiva ormai per esao ad entrare 
K in luogo delle combtasuoBi dd caso > (M). 

Bd a me pania ben diffieile che il aottoo lettore non a' inda- 
oeue in qaeMa chiara sentenxa, anche per i soli racconti e dev- 
iagli ohe qid recMaroo, sc^ienddi hi fra i molti che potrìano 
aiMnrsi in prova ddla medesima. Come Infoiti potremmo crederìo 
disposto a pensare altrimenti in ordine ad un nomo , che dopo aver 
percorso, a mo' di esempio , la catena dei monti la quale fronteggia 
l'antica Cossa, oggi distinta col nome di Aiaedotm, nelle Hareoi- 
me toscane , per aggingnere il rìtroTameolo delle sue naon^li , 
mnovendo dalla persuasioDe che le tombe di quel luogo etrusco 
fossero stata costruite io forma variata dalle alb« , giunto a una tal 
salila presso l'altora medesima sa cui sor^ea , fermasi eoo la 
mente , per sola inspiracìoDe dettatagli dalle sue pratiche oontem- 
plsiioni, ae'riQesai che seguono. 

■ SlaQCO , perchè a piedi , mi distesi io terra , contemplando il colle, 
ove esistono tuttavia ritte quasi nella saa totaUtk le mure castellane di 
Cossa ; osservai che questa salila lunga e ripida per molte centiuaia di 
braccia divideva il [nano assai inferiore e piii basso orbetellano da uno 



(SS) BuU.hxa. ireh., 18M , pag. 170. V. ivi pag. 161 « Mg. Cf. SmJI. etl. , 
. 06} BaU.dC, ISSO, pag. H. 



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6S Ul ALESSANDRO FBANgOIS 

assai piìi elevalo, acuì coDduceva la medesima; e questa coosideraàww 
acquistava più forza , riflettendo che 11 detto piano superiore estendevast 
lino al confine romano distante da questo punto circa miglia dodici. Oltre 
a ciò le condizioni della superficie del terreno cambiavano ; imperocché 
giunto alla sommità del plano, al quale accedesi dalla salita slessa, invece 
della terra dì polpa ed umida della iniérìore pianura orbetellana, io ravvi- 
sava una terra derivante da pietra arenaria asciattissima; la qual circo- 
stanza mi somministrò il ragionalo pensiero che gli Etruschi, gelosi , 
com'erano , di riporre i loro cadaveri in luoghi sani, non polevacA) tro- 
vare luogo più adattato per costruire i loro sepolcri di questa località. 

Ritengo che queste digressioni sembreranno a taluni inutili e 
noJDSe , ma io credo per interesse* della scienza non doverle omettere , 
affinché lutti coloro che vogliano indirizzarsi ad eseguire scavi, abbiano 
sempre presente che nessuna circostanza , anche minuziosa , va lasciata 
inosservata , essendo un fatto che talvolta si ricava più utile da un In- 
dizio che somministra la locatiti in cui si eseguisce uno scavo, che dalla 
teoria de'pià valenti scrittori. 

« Patti diversi saggi nelle viscere di questo terreno , mi dovei con- 
vincere che se appariva sanissimo, non era per altro solido abbastanza 
da permettere agli Etruschi di scavare le loro celle sepolcrali nella ma- 
teria che costituiva il nucleo Tondamentale di questa località , la quale 
consisteva in una pietra arenaria oltremodo friabile, composta disunii 
intersecali di arena finissima. Allora mi risowenni delle' tombe da me 
scavale a Cuma , nella Magna Grecia , ed a Roselle, la di cui costruzione 
(a piccole celle, senza cemento , con una graa pietra al culmine della 
volta , e a poca profondità) sembravami essere adattata anche per Cossa; 
e fermo net mio dlvisamento decisi ad ogni costo di voler raggiungere lo 
scopo dì tante etiche , disagi e spese >. 

E vi pervenne in realtà , secondocbè altrove accennammo , di- 
scoprendo poco lungi le dette tombe, indicate da esterni tumuli, 
nella linea della Via Emilia (27), guaste per essere 8tat« messe a 
sacco da quei notissimi esfùlaiori de'tempi barbari, le cui opera- 
zioni e manovre ad obbietto di penetrare ne'sepolcrì costituivano 
uno dei prìacipalì pensieri del Francis nel dirìgere uno scavo , 
dappoiché in mentre con ciò si faceva accorto alle prime mosse 
dell'utìlilb e del prospero successo del medesimo , persuadevasi a 
un tempo dell' opportunità di dover guidare il lavwo in questo o 



(K) Bull. Iiut. ATch. , (88) , pag. 8-9, Cf. Dciiiis , The di. aitd Cemti. of 
Kir. , Il , pag 879. 



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£ DEI SUOI SCAVI 69 

quel punto , ìd una piattosto che in altra maniera , fermo del 
nato generalmente nella sua arie alla massima, già predicata 
dallo Jorio per i septricri greci e romani , di usare tutti i messi 
possibili per riavenìre la porta , ansicliè rompere o un muro o la 
volta affine di penetrare ndle tombe (28)', tranne ì casi, incoi il 
tener dietro a silfalta massima lo avrebbe condotto ad un risul- 
tato o nullo o peniiiuoso (S9). E in porre mente a quella s{«ace- 
vole vicenda ddle antiche espilasioni, egli giustamente osservava 
come gl'ipogei di famiglia sparsi ne'pc^gi dell'agro cossano, non 
le puUilicbe necropoli dì che testé parlammo, essendo scavati in 
fragilissima pietra arenaria ci porgano da loro slessi la ragione, 
non pure della loro ruìua e delle casse morluarie io nenfro, od an- 
cbe in legno conformemente ad una pratica rilevata in tfagna Gre- 
cia , ma della copia esiandio d^i oggetti in oro e bronzo che in essi 
rilrovansi; imperocché • la violazione dd sepdcri non potendo es- 
< sere eseguita che in furia e clandestinamente, ogniqualvolta gli 
€ espilatori trovavano alla tomba la volta rovinata, l'abbandona- 
« vano, non potendo impegnarsi allo sgombro de'raaterìalì franati 
« perchè esigenti tempo, fatica, e dispendio (30) >. Lo che per certo 
avvenir 6on potea ndle tombe sopraindicate lungo l'Emilia, ove 
que' barbari usarono, al loro scopo di devastazione, del metodo a 
preferenza d'ogni altro fattoci in ordine ad essi rilevara dal Fran- 
cis, vale a dire della discesa per fori condotti a posso, che condu- 
ceanli o al culmine delta volta, o in prossimità dell'ingresso mede- 
simo del sepolcro; dalla cui ricchezza dipendeano poi que'rinnova- 
menti di saccbej^ , di che hannosi chiare orme qua e ih in ipogei 
ricchi ancora di rimasugli di oro e di dipinti vascularì finissimi , io 
tombe scavate a straordinaria profondità, la quale appo gli Etru- 
schi, almeno per qntdlo che osservava il nostro ardieologo a Ru- 
ssile, a Chiusi, a Vulci ed altrove, e per quello che noi stessi 



(SS) Mei. per rinv. ■ firug. lup.ant.. pag.SS. 

|U) Cr. Op. ril., p. HC-«3. 

(30) BhU.Ih*!., tSW, p.67.— Secondo un'illra osservazione del FrtDcoi^i 
quella (tesse lem areotrla concorrerebbe alla tutela degli oggeUi di broDxo 
IroTali nelle totnbe couBoe )d ottimo italo , giacché sembra aver dess^ la pre- 
rogatÌTa di tenerli lontani dai guasti dell'ossidazione cbe pur troppo abbiamo 
ne' bronzi di Chimi, di Perugia e dì altri luoghi llbid.). 



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70 DI ALESSANDRO PRANCOIg 

ogservainrao Degli scavi perugini , sembra dorefsi stimare in n- 
giofl diretta della maggior nobiltà del sepolcro e della famiglia otti 
era destinato, fn forza della slessa perspicacia e deirevidenl» ra- 
tionalith d^ sistema , cbe chiaro si svela per le addotte rela- 
zioni , il nostro Francois dopo molti stadi preparatorìì , d(^ 
reiterate disamine ed argomentazioni locali, vaùva nel 48K0 a 
mettersi sul sentiero del ponto [h^so d^e Deoropdì volterra- 
ne (31) ; dopo averci due anni innanzi partecipata Kaiira ed aoclie 
pili importante scoperta del vero sito della necropoli di Pisa ma- 
lica (82). La quale oso cbinman più importante, perchè eaosa forse 
saria di una certa novità ne'rìsultatì, come gtò nuova sembrò an- 
che nella stessa idea di rinvenirla, conoepiia dal nostro Alessandro, 
sendo che è ad osservare come per l'addietro quella insigne citth, 
ifl mezzo all'interesse ohe sempre ne ha destalo la storia , la gran- 
dezza , la vetusta potenza , ad onta delle certe memorie ohe trag- 
gono principalmente da Strabene [33} , e per cui il fiume Maera à 
si addita come il limite dell'Etruria media da quel lato , malgrado 
i dati quasi positivi , ch'ella si debba rqiarre , eoatro l'avviso del 
Gloverio e del Noria , nel novero delle dodici |HÌn(àpali eittb co- 
stituenti la losca federazioae [3i) , non valesse ad animare i dotti 
nell'inda^ne d^e etrusohe memorie che si peteano asoondere en- 
tro l'agro a lei circostante , anzi qnasi direi ne li allsnlanasse e 
vDc4 per geologiche sebbene non rette eonsiderasioni , o vuoi ance 
parchi si stesse fermi all'idea die ivi si dovessero estimare pre- 
valenti la forza e le orme dd Ligure domÌDio, sottentrato, o«ne 
tutti sanno, a quel primo in dipendenza de'progreesi sempre pib 
incalsanti delle celtiche orde verso il mestocU dal terzo al quii^ 
secolo di Roma. Ddle quali nostre riflessioni ci Umiteremo ad ad- 
dnre la etrìara prova , che ci si p«^ nel dotto Hicali , rivolto a 
paralizisre e spegnere su questo puntole speranze del Francois, 
adducendo che non avrebbe trovato le necropoli di si illustre cittì 
a causa delle alluvioni dell'Amo , che a parer suo doveano aver 
fatto sparire con le limacciose terre di questo fiume (^i segno 



(M) 0x11. lait. , 1861 , png. fM. 

(3S] t»tt.eit., 4SM. pig. 40. 

(33) V. pag. 4St (Edlt.CasaDb. ). 

(34} MUllrk, EIr., Lib. Il, e. I , 3 S. Cf. HxitxMT , fiwp'. 



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E DEI BUOI SCAVI 71 

esiflrkire delle antiche laut» (35]. Rilievi , ohe ooa poleau a1 cario 
oAirsi sotto aspetto di gravità alla menle del oostro spertissimo 
investigatore, a cai la B4àeiaa pratica acquisita e ooiwdidata per 
luoghi anni di escavasioni avea mostrato ( e il ootammo anche to- 
ste a proposito delle oecropoli Cossane ) la verità delle parole di 
quelli scrittori dell'antìchitfa , cwiowdi ìq dichiarare che le tombe e 
gl'ipogei delle più illustri famiglie si coHooavaoo ne'poggi (36), o io 
luoghi asautti , e quasi mai nelle piaaure , afiBoe di )»«servarU e 
difenderli , per qoaalo era possibile , da^ effetti dell'umiditlL Onde 
è che molto f»b. giusti ed avveduti erano i coosi^ , e conforti , 
che dal eh. fughirami e dal celebre HilIÌDgeo gli veaiano per man- 
tenerlo confideate nella sua (^inioue , animarlo all'impresa , ed 
assicurarìo nella dolce speme di un resultato felice, che egli av- 
visavasi di ottenere prìncipaimente ne'poggj di S. Giuliano e Yec- 
chiano soprastanti all'antica Pisa , le cui tombe avea fondato mo- 
tivo di supporre ^uali a quelle di Vulci, vale a dire scolpite nel 
tufo; e quindi anche ne'monti di arena che dalla parte marittima 
chiari si oftono allo sguardo da Pisa in continuazione fino alle 
pendici dei monti dì Livorno, ne'quali è nota pure l'esistenta 
di etnischi ipogei. Varie congiunture però si posero in meszo 
sventuratamente a ritardare, se non a contrariare, l'attuazione 
anche di quest'altra parte interessantissima de'molti progetti del 
Francois , ohe inaino agli ultimi anni di sua vita rimaaeodo 
in quei pensiero dolessi moltìsBimo aver difetto dì tempo, di 
aiuti, di opportunità per seguitarne l'impulso. — E qui bene 
ci cade in acconcio di vtdgere il nostro discorso ad addimostrare 
000» questo rammarioo, e co^ i ipolti altri deUo stesso genere 
che per simiglianti raf^oni gli si destavano neH'animo , e veniano 
a quando a quando a paralizzare il godimento de'suoi trionfi , mo- 
vessero da un nobile, patrìotlioo e forte sentimento che eì nadriva 
in suo onore , e ohe rimanendovi stampato con rimarchevole co- 
staosa per tutto il tempo della carriera da lui percorsa , crediamo 
di potere aensa esitanza additarlo siccome il predpuo scopo, il primo 
alimento del fuooo animatore delle sue imprese. Intender vogliamo 



(35) BuU.liut.Arch., i9tì, pag. S3. 

(36j ■ . . . Doo SODO da disprazurai { io varli puotj dell'agro vulceole ], 
quella {tombe) asisteoti nelle colline, aiccome prescelta da nobili famigUe af 
ultimo depoallo delle proprie ceneri. ■ FatNtot* in fiiil'. IksI. , 1857 , p. ti. 



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72 DI ALESSANMO PRAMfOIS 

con qneste parole del grande e completo Museo Etrusco ch'ai bra- 
mava vedere statùlito in Firenze con radunamento di tutti i tesori 
che venivansi per lui estraendo dalle diverse necropoli deirEtrurìa, 
dalle moltiplici escavazioni qua e lo di continuo eseguite e coronate 
del piit lieto successo ; tesori , a cui naturalmeate in locale apporto 
si sariano dovuti associare , a nostro credere , anche quegli etruschi 
monumenti che per coina ed importanza si fanno ammirare nella 
I. e B. Gallerìa degli Uffici iafin da'secoli andati, oppure da tempi 
non molto anterìorì alle scoperte del Pran9oig. E a dir vero non 
poco è a stupire come nel centro dell'Elruria moderna , in cittk che 
su tante altre del sao rango si distingue per cultura , per civiltè , 
per sentimento di onor nasitmale , sotto un regime governativo che 
sempre ebbe , nome di provvido , solerte , progressivo in fatto di 
studi , dì ordinamenti che sien di lustro e vantaggio alla patria, 
e contribuiscano a mantener viva l'idea dell'antioo-italica grandez- 
za , non avvenga d'iscontrarsi in un pubblico stabilimento di quella 
fotta , mentre pur vi sì ammira un interessante Museo di Egitie 
antichitè, estranee alla nostra istoria, e aventi ben pochi o langui- 
dissimi rapporti con le cose italiche ; mentre l' Eterna Gìttk latina 
e pontificia accoglie nelle aule del Vaticano un Museo Etrusco di 
non lieve importansa , e mentre nella stessa Toscana , ad onta di 
quelli che ne andarono pnr troppo dispersi , ad onta dello sperpero 
dei monumenti, che andarono e vanno di contìnuo ad im^ùnguare 
le dovizie o di mercanti, o di siguorì e Musei d'oUremonte, se ne 
possono ancora ammirare uno bello e rimardievolissimo in Vol- 
terra ed altri di molto pregio in Cortona, Arezzo, Chiusi per le 
sole somministrazioni de'respettivì loro agri. Donde 6 facile ei^ 
nientare qual latitudine , e quale svariato interesse potrebbe avere 
una serie di anliolùtb nazionali , per la quale si fesse fatta raccolta 
e si andasse dì anno in anno continuando a trarre ed aifonare 
oggetti da tutti o almeno da'prìncipalì luoghi dell'antica Etrurìa. 
Aveva gi^ avuto ln(^, siccome possiamo conoscrav da questo 
stesso nostro discorso , la più gran parte delle esoavazioni del 
Francis (37), era egli med^rimo possessore di circa quattrocento 



{37) Di esse e delle importanti scoperte che ne deriTarano , lE tenne via 
VÌA proposito , come era naturale , anche io altre pubblicaxiooi perfodicbe , 
scisDliSche di primo rango, fra le quali ricorderA la Rteiie Arehiotegiqut di 
. Parigi , anno VI, pag. 636, 



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E DEI SUOI SCAVI 73 

moDumenti capaci a desiar la curiositò di lutti gli artisti e scienziati 
che correano in frotta a vederli presso di lai In Livorno, e destinali 
ìd sua mente ad esser deposti nel vagheggiato Museo Etrusco di 
Firenze , allorché cosi scrìveva il 7 settembre 1891 ad un egregio 
suo amico, col qnale solea tenere coslantemeolfl proposito de' suoi 
progetti, e che trovavasi a un tempo in grado e in ottime di- 
sposizioni di vantaf^arli. 

> Ha ciò che feci è uo atomo di fronte a ciò che potrebbesi fare oggi 
in grande ; i miei scavi fatti fin qui non sono che saggi preparatori di 
escavazioni in grande gib pronte e delineate nella mia testa , non atten- 
dendo che un momento propizio per mandarle ad effetlo. Le necro[ioli di 
Volterra, di Chiusi, di Telamone, di Cossa , di Roeelie, di Arezzo, di 
Fiesole, di Sovana e di tanti altri luoghi di minore importanza, essendo 
da me profondamente conosciute e già studiate le località in cui tro- 
vansì , non restami che mettere lo zappone in terra per far risorgere 
memorie e monamen ti antichi, da assicurare che in meno di cinque 
anni di lavoro la Toscana avrebbe il piìi ricco e completo Museo Etru- 
sco di tutto il mondo >. 

Le quali parole ci portano a conoscere come il progello di que- 
sto Museo andasse necessariamente collegalo ad un generale, gran- 
dioso ed ordinato piano di escavazioni condotte sotte la sua dire- 
zione; piano, ch'egli£tudiavasi di (are entrare nelle persaasioni del 
suo Governo , sperava sempre di veder favorito ed officìalmenle 
accettato , come lo furono un tempo dallo stesso Governo le scien- 
tifiche proposte d'investigazioni per le terre dell'antico dominio Fa- 
raonico, e procurava io ogni modo e a mezzo di ogni possibile 
dimostrazione di rendere malerìalmenle agevole ad attuare , mo- 
ralmente lusinghiero e doveroso per l'amor proprio e l'onor di co- 
loro che si trovavano alla testa della cosa pubblica. « La spesa dei 
« miei scavi ( cos) egli allo stesso suo amico ) è talmente tenue, che 
« non oltrepassa le 5 a 6mila lire all'anno (38); n Io che perfettamente 
si accorda con le parole di altra lettera , di giorni meno lontani , 
in cui placcasi d'intertener noi de'suoi pn^etti , ed ove giustamente 
avvertivaci, doversi la detta aconomia alle nuove teorìe da lui 
adottale , frutto della sua lunga esperienza; mentre i suoi scavi non 
essendo allrìmenli il risultato del caso, ma di razionali investiga- 
zioni, non aveano d'uopo che di ristretto numero di lavoranti (39). 



AltbS.ST.lTAI.., Nuo, 



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7i DI ALESSANDRO F1UN(0IS 

E quel che ìa privato sponeva a'suoi conoscenti ed amici , doo sì 
ristava dal proclamare per le stampe, dacché è a rammentare, fra le 
altre , come tìu dal 16i8 ei manifestasse pubblicamente la speraosa 
«he « l'attuale ministero ( Si dicembre 1648 ) che regola il Governo 
<t toscano , appresti piit de'saoi antecessori gli studij archeoli^ci : 
n ed in questo caso è cosa certa , che 11 Uuaeo di Firense prìmeg- 
« gerebbe sopra tutti gli altri di Europa in quanto ad oggetti etm- 
v sebi ; tante sono le citth elruBche cbe esistettero siU saxAo toeca- 
■ no , i cui ruderi unitamente alle respettive necropoli sono da me 
« (ei dicea) profondamente conosciuti (40) >. — Intimamente per- 
suaso della rettitudine delle asserzioni del Fren90is , e della pande 
utilità che potea derivarne alla scienza , se lutti i suoi progetti si 
fossero potuti ridurre ad atto compinlo , l'Instituto di Corrispon- 
denza Àreheologica di Roma, al quale era esso aggregato in qualitìi 
dì socio corrispondente, non es^Ut dì spendere ì suoi officii a tale 
olnetto presso lo stesso Governo di Toscana , indirizzandosi per l'or- 
gano dell'illustre suo segretario , il pìta volte nominato dottor Brauo, 
fino dal n dicembre del detto anno 1848 al Presidoite del Ministero, 
ch'era in quell'epoca al potere , con lettera di cui ^ova qui all'uopo 
trascrìvere la miglior parte. 

■ U suolo toscano (cosi ivi si legge), fra gli altri pregi, ridonda 
d'immensa copia di monumenti etruschi ; e onorevole assai sarebbe pel 
reggimento pubblico che governa codesto fortunato paese , cbe si occu- 
passe , e più egli di quello cbe ì privati cittadini , delle ricerche di essi 
tesori ; o almeno non si slesso senza aiutare validamente al proposito 
alcuni pochi benemeriti amministrati. E parrebbe, che il frutto piìi 
squisito delle dette ricerche ed investigazioni avesse ad essere depu- 
tato a formare un cimelio patrio , che per le accennate condizioni delle 
terre toscane non avrebbe nel mondo l'eguale. 

<r Ad avvalorare poi siffatto imprendi mento le Toscana ha una spe- 
ciale ragione sopra gli altri Principati. d'Italia, potendo menar vanto di 
aver nel suo seno persona cui null'altro si pareggia in inleltigenza . 
economia e coraggio per le investigazioni delle cose antiche sotterra. 
S la E. V. ben si avviserà volersi da noi accennare a codesto signor 
A. Francois, il di cui nome soltanto basta per tornare alla mente (ti 
chi ha tenuto di presso alle scoperte antiquarie dell'ultimo decennio 
i monumenti piti importanti e famosi tornati costi in luce ; e per dire 
di un solo, rammenteremo che questo Istituto medesimo col nome di 



[40) Bull. Imi. àrch., IS49 , paE> *0. 



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E DUI SUOI SCAVI 75 

Ini ba ialiMato il gran tuo di Cliiia ed Brgotimo, ch'egli rinvenne 
Don aolamente, ma con immenso coraggio trasse dalle viscere detLa 
terra , che il celavano , a malgrado di precedenti inutili sforzi adoperati 
all'uopo medesimo. 

< Soffra l'È. T. che te si rappresenti come un si distinto nomo po- 
trebbe essere d'immenso vantaggio al proposito : iinperoccbè ha egli 
recato la c<^izione delle necropoli etnische a si perfetto ed infallibile 
sistema, che pochi esperimenti gli sono baslevoli a persuadersi dell'uli- 
lili di una impresa , da cui con (enuissimi mezzi suol cavare risultati 
sorprendenti. 

> Però importerebbe grandemente alle toscane glorie, daT. E. con 
tanto zelo ricercate e curate , la inslilnzione di un museo etrusco , a 
fornire il quale di monumenti fosse dedicato quell'uomo singolare , a 
cui la sorte è Htata larga di lalenU epeciali , e della adequata esperienza , 
pen^è la scienza arche(4ogica ricavasse dalla di lai cooperazione un 
nuovo lustro e maggiori materiali >. 

Né paga di questa calda ed onorevolissima istanza , la Direzione 
dell' [ostituto medesimo cercava poco di poi di avvalorarne l'impres- 
sioue nell'animo di coloro, a cui en diretta , facendo voti pubbli- 
camente ne'suoi volumi : a Che il governo di Toscana sappia trar 
« |ffo6tto da cosi illustre scienziato, il quale dove tocca la terra , 
1 la risorgere memorie aaticbe; e se tornerà ciò [essa prosiegue] 

■ a somma gloria di chi vorrb promuovere simili imprese dedicai*; 
« aU'<HMH<e di una grande nazione, di cui anche i coevi hanno 
u parte, etema dall'altro canto sarà la vergogna di chi non si 
u adopera, perchè cerchisi almeno di salvare l'ultima frazione 
" dei tesori rimasi sotto terra; frazione composta forse pur essa 
>> di cose non meno preziose per la cognizione del passato , che 

■ non è stala quella ponione de'librì sibillini ^ che il fuoco aveva 
.4 risparmiato allo scrutinio dell'avvenire. 

( La sola sct^rta ( concbiude ) della necropoli di Pisa basterebbe 
« a readere gloriosa in ogni tempo simile impresa, di cui ogni p.i- 
X trio governo dovreUie essere non che avido, ma eziandio ge- 
> loso (il) >. 

In questi e simili eccitamenti, che mentre moveauo dasinceni 
stima per le sue speciali prerogative, contavano un grande stimolo 
nella forza e costanza dei desiderii del Francois che per ogni via 
sì faceano innanzi, onde essere una volta appagati, e che anche 



'M) Bulkcit.. 18W, pag. 4. 



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7fi DI ALESSANDRO FHANgOIS 

ìd metzo ai casi gravissimi del 18t9 sembravano in sul punto di 
doTera convertire in cosa certa e compiuta con raggiunta di una 
Seiione (fi Archeologia pratica nell'I, e B. Galleria (*S); in questi ec- 
citamenti, noi diciamo, sebbene ei possa apparire con sembiante 
di volor provvedere anche a sé stesso , ricevendo un qualche lucro 
o profìtto dalla esecuzione e direzione di quel piano, che a lui st- 
riasi affidato, pure non è cosi in fallo; e noi, che avemmo l'agio 
di percorrere una buona parie del suo carteggio su questo argo- 
mento, dovemmo persuaderci, che se non avesse in lui prevaluto 
quel sentimento, di che menava continuo vanto , e pec cui le sue 
idee appariauo innanzi tutto rivolle all' incremeolo degli studi 
sull'elrusca archeologia, e in un al maggior lastre delle Toscane 
glorie; se non avesse nel suo animo predominato quel patriottico 
desio, che pur ripeteva sempre, di formare in patria un Museo di 
toschi avanzi, superiore in importanza a quello di Roma e ad ogni 
altro d'Europa; se ciò non fosse stato , ripetiamo, avrebbe facilmente 
accolte proposizioni vantaggiose e onorevoli che gli vennero da go- 
verni estranei alla Toscana e all'Italia. Sappiamo, fra gli altri, del 
Viceré di Egitto, che bramoso di riunire al Cairo in un sol Museo 
lutti i monumenti sparsi sul suolo Egiiìano , e di estrarre dalle 
tombe dì quella regione gli altri che ancora vi giacciono sepolti, 
inviava a lui persona a bella posta , offrendogli per cinque anni di la- 
voro, oltre il rimborso di tutte le spese vive, un regalo di 42,000 tal- 
leri. Sappiamo della Francia , che gli mosse interpellanza per an- 
dare a Cirene, capo di una spedizione scìeutiiìca. Sappiamo degli 
scavi che alla sua direzione voleansi affidare, per conto della Prus- 
sia, nella Magna Grecia, nella Sicilia , nel Lazio; sappiamo del go- 
verno Pontificio, che offrìagli vantaggiosi patti per l'esecuzione di 
grandiosi lavori nel Lazio e nella Sabina ; sappiamo infine dello 
Instituto Aroheol(^ìco di Roma , che avrebbe voluto impegnarlo a 
dedicare intieramente l'opera sua per conto del munitìcentissimo 
monarca Prussiano ad aumento delle dovizie del Museo di Berlino. 
Per il quale però non è a credere ch'ei si stesse affatto inerte; 
verith vuole che si dica aver desso lavorato talvolta anche a satisfare 
le domande che di colk vernano, e che molte delle bello cose, onde 
quel grande siabilimenlo si fa ammirare, dcbbonsi per certo ai 
discoprimenti del nostro Francois, sollecitalo vivamente a tal uopo 

|(!) Bull. Intl.. iW, p. itS. 



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E DEI SUOI SCAVI 77 

da regali doni, e massime da un'aurea medaglia a lai conferila 
io nome del re e del Museo medesimo (i3). Ma di questo fatto, sic- 
come pure dell'altro delle escavazioui eseguite negli ultimi anni ii 
Canino ed altrove per conto della Francia, nonché delle vendite 
de'sDoi (^getti che di mano in mauo seppersi eSattuatea vantag- 
gio ed abbellimento di vari! Musei di Europa , anziché giovarsi ad 
armenti -pee indebolire la forza di quel nobile e patriottico scopo 
cbe dicemmo star sempre in cimade'suoi pensieri, noi rìleaiamo, 
sulla base di certe notizie e carte a tal fine forniteci , doversi uni- 
camente statuire la causa nella necessitai, in che per un canto egli 
versava , di fornirsi in qualche modo di mezzi onde procedere in- 
nanzi ne'suoi lavori, e per l'altro nell' indecisione di coloro, da 
cui precipuameute desiava di essere animato, patrocinato, soc- 
corso ; nelle contrarietk, che di continuo si frapposero a'suoi pen- 
sieri; nella niuna volontà di secondarlo ne'suoi progetti; nell'indif- 
lerentìsmo infine con che pur troppo , non sapremmo per qual motivo , 
sì rispose sempre alle sue fervide ed incessanti premure da parte 
di chi ^ibe snccessivameate il potere , ed usarne potea senta dub- 
bio a vantalo di si bell'opera, ridondante a gloria e decoro del 
paese cbe governava. E tanto piti ci par vero quell'asserto riguardo 
alle intenzioni del nostro antiquario, in quanto che, accortosi pur 
troppo delle contrarie , o almeno apatiche tendenze del Governo, 



[43] Nell'edizione separati dell'illustrazione del Vaso Frsagols, dettata, comò 
vedeiniDO, dal Brauo (Roma, pei tipi di G.A<BertÌDelli , a spese dell'Instiluto 
Archeologico , 1S49) , si pr«metle al testo dichiarativo l'epigrafe seguente ; 



IK DI FRIIMIk 

k DILLA OB«HAIIU lIDIUtnAIA 
I MAGMA RIMO 
BULLE ARCnlOLOGICaB DiaCIFLIRC 
QDUTI lECIII DI «NTICHIUIMA AITB KALIC* 

B3SÀMDR0 rKAHC')]! 

oMtonzRiG 



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78 DI ALESSANDRO FBANgOlS 

previsto il mal esito dolio ìstanie dirette ad ottoDOTo dal laedoumo 
l'azione unica e primitiva per la mossa e condotta deU'opera, il 
veggiamo non fuorviare dal sentiero a che mirava il nobile scopo 
da noi rimarcato, e starei rivolto fio dal 1851 eoa la stessa vivena 
e premora iaverso Tunica Societè scientifica di Toscana, che potesse 
essere in grado di mettersi a capo de'suoi progetti, siccome quella 
che ha precisamente per istituto il promuovere gli stadi della sto- 
ria e delle anticbitè dì questo paese, vogliamo dire l'illustre Società 
Colombaria FioraUiaa, della qnale era slato poco ìonanzi acclamato 
il Fran9ois sodo corrispondente. A questa adunque indiriztava 
ndl'anno seguente 1185S) una memoria; in cui, prendendo a svol- 
gere ne'principali suoi punti il modo di stabilire e far procedere 
le escavazioDi da lui proposte , sottoponendo alla Società medesima 
tutti i calcoli e tutti i dettagli delle spese occorrenti ed indispen- 
bili all'obietto snindioato, proponendo di destare lo spirito di as- 
sooiasione — t <^ in ogni epoca [^i diceva) produsse senta 
seoooodo individuale gigantesche imprese » , — per avere i pecu- 
niari fondi valevoli a sopperire alle spese medesime, ed acoennaodo 
infine alle basi precìpue, su cui dovreUie esser fondata e regolata 
la parte amministrativa dì detta impresa, ci fa apertamente cono- 
soere in qual gnisa, e sotto quale a^tto ei considerasse la sna 
utilitfc e il BQo interwse, che pur vedea necessario di non porre 
da un canto, massime oggi , che direttamente e prìacipalmente iraU 
tavane con una Società , a cui , nonostante la baona disposizione per 
favorire l'incremento della scienza, potea parere per molti titoli 
troppo grave ed anche forse inaccettabile una proposizione , nella 
quale il carico finanziario non venisse in menomo modo bilancialo 
da qualche vista o dì rimborso o di lucro. 

< Tre sarebbero (cosi continuava il Francois, nella indicata memoria] 
i prodotti che la Società ritrarebbe dall'istitozione di un Museo patrio. — 
1." 1) valore dei monumenti ritrovati, i quali coetituiti a Museo ammon- 
terebbero a somma rilevante. — 3.* Il retratto del prodotto di una bene 
intesa esposizione, a similitudine di quelle che giornalmente hanno luogo 
in Francia e in Inghilterra. — 3.* Nella pubblicazione dei monumenti 
reperiti ed illustrati •. 

Dal che si pare evidente come fosse lungi dalle sue idee, anche 
in discorrerne con altri die non fosse Sovrano o Governo , di spe- 
culare sugli rigetti che sariansi rinvenuti. E con ciò si accordano 
a meraviglia le parole onde veniva alla conclusione della memoria 



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E DKI SUOI SCAVI 79 

medesima , ove altamente ci dichiara , ohe se la ToBcaaa si po- 
nesse 3 s\ Debile impresa senza il concorso di estranei , acoresoe- 
rebbe di una bellissima pagina il racconto delle gloriose sue geste, 
cootrìbuendo in gran parte a cancellare quell'onta da cui va pur 
tnacolaia l' Italia rimpetto alle altre nasioni , te quali hanoo 
pur troppo ragione di credere , die con ìndiSerenea e senza la 
meDoma voce di dolore si sia qui usi a veder partire tanti inagni 
moDumenti destinati a far sempre piii belle le collezioni artìstico- 
scientifiche de' popoli d'oltremare e ollremonte. 

> Tulli quelli che sentono amor di patria [egli esclamava in porre 
termine al suo discorso] , scevri dalla veduta di un vile interesse, por- 
gansi animosi scambievolmente la mano alla edificazione del Museo pa- 
trio toscano , e ben presto saranno cancellati i torti de' nostri avi , e la 
Toscana potrà mostrare ella pure che tutto si può conseguire da una 
decisa volonlìi , in ispecie quando questa è animata dal sacrosanto fuoco 
del patrio amore >. 

Pnr troppo perb la faciliti e la fortuna , con cui il nostro insigne 
investigatore era accollo ed udito nelle antiche regioni della morte, 
pareano doversi fatalmente convertire in altrettanti ostacoli , in 
altrettante contrarietb'nelle moderne regioni della vita; e le favo- 
revoli risposte , che seguitavano alle instanze del suo zappone , 
della sua vanga , della sua marra , il pronto eco che tenea dietro 
alla campestre sua voce imperante sui sotterranei tesori dell'anti- 
chità , sembravano dover per supremo destino mancare affatto elle 
ÌDStanze die muoveano dalla sua penna , al suono della sua citta- 
dina parola, rivolta a mostrar gratitudine a que' tesori medesimi 
cid ridonarli sicuramente e per sempre alla luce del sole naiionale. 
Non tanto, vogliamo dirlo , per colpa della Sodeti medesima, com- 
posta e presieduta da membri che oltre all'essere fiori di dottrina, 
debbonsi ritenere per fercio come caldissimi dell'onore e delle glorie 
nazionali , quanto per la lentezza o ne) cercare o nell'ottenere 
qaelle permissioni , che inducessero un favore , e fosse pure non 
pecuniario , da parte del Governo, anche il sentiero della Colom- 
baria , che sembrava schiuderglisi facile e piano , sì rese a poco a 
poco scabroso o almeno inefficace per giungere alla meta ; sicché 
giustamente parendo al Francois che il suo pn^etto anche per 
questo mezzo stesse in sul punto di addivenire lettera morta , preso 
da una certa ira a causa dell'altrui indifferentismo, sopraffatto 
nell'animo dall'impazienza per la sistematica opposizione, contro 
cui di continuo vcdca di dover lottare , veniva néll' inatteso pro- 



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80 DI ALESSANDRO rBAN^OIS 

pODÌmento che al più volte Dominato suo amico, nel giugno 1856, 
foceva noto in queste voci. 

« Poiché vedo che le Accademie, «l'Istituti scientifici, i Governi 
non curano il progresso della scienza archeologica , ho deciso dì tare w 
solo quello che avrebbero dovuto tare gli altri , cioè di gettare le fonda- 
menla di un patrio Museo. 

■ Possessore già di sopra duemila oggetti etruiìchi, conto di dedicare 
lutto il prossimo inverno a nuove escavazioni nell'antica Vulci , a Vol- 
terra , a Saturnia ; ed a maggio di un altro anno incomincerò la pub- 
blicazione del mio piccolo Museo ed una esposizione al pubblico; il 
ritratto de' quali rami d'industria servirà alla continuazione indefessa, 
costante degli scavi. !> pubblico allora diventerà giudice imparziale del 
mio operato e dell'apatia di coloro che dovevano favorire i miei poveri 
studi Hi) ». 

Al ohe a^iungeva poco dipoi, in esplicazione del partito a cui 
avea deciso di appigliarsi : 

■ L'idea della esposizione e pubblicazione del mio Museo nascente, 
proviene dal Direttore dei Musei di Londra , il quale consigliavami di 
effettuarle entrambi in quella metropoli sotto la prolezione della regina . 
ed a tale effetto sarebbermi stati sommininistrati i locali ed i mezzi pe- 
cuniari! , con promessa di quel governo di utilizzare l'opera mia 

a vantaggio della scienza ; ciò era quanto dire di deporre il pensiero 
del Museo patrio che ho sempre vagheggiato (49) *. 

. Al quale obbielto onde aver modo di far conveniente e piena 
mostra de' monumenti , ch'erano già in suo possesso , non che dì 
quelli che per i futuri lavori sariaiio tornati giornalmente alla luce, 
rirolgea preghiera il Francois al detto amico, affinchè s'interessasse 
di procurargli in Firente un locale rispondente alla vastìtfa ed im- 
portanza della impresa medesima. 

« Possibile (egli esclamava) che fra tanti culti cittadini non siavi nes- 
suno che caldo di patrio amore non mi ceda qualche stanza in uno di 
quegli antichi palazzi costruiti in epoca più felice, sebbene più lontana, 
per vedere attivare una impresa tanto illustre ed onorifica per la no- 
stra bella Toscana T (f6) ». 

Infratlanto contribuiva ad animarlo e sollecitarlo vivamente 
all'esecuzione di quest'ultimo suo pensiero, l'assistenza e l'asso- 
ì di due illustri amici, forniti anche di tali mezzi all'uopo 



m) Lelt. del .t giugno, da Livorau. 
(i5) Leu. del 43 giugno ISH , da Livi 
;46} Leu. cit. del & giugao tine. 



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E DEI SUOI SCAVI 81 

daovviare a qualunque difficolltt pecuniaria potesse cmef^jere nel 
dare opera ad escavaiioui , che naturalmente si doveva esser ferini 
in estimar necessarie per la larghezza , onde erasi stabilito iorài 
dall'origiae nella mente del nostro Alessandro il concetto di quel 
moseoL E qui ci è grato di ritoniare in sol ricordo di uno di quei 
due uomini , a che leste acoennava , ansi di quello a' cui sugge- 
rìmeoti su tal rapporto l'altro amico {il signor Didot] lenea soltanto 
dietro con larga e ben riposta Macia, vale a dire del cav. Noèl 
Des Vergers, nomo, nel quale non ci sì viene soLlanto ad additare 
uno Scienziato di bella fama , ma un amante eziandio caldo e sin- 
cero delle nostre aniichitfa nazionali. Profondo estimatore dei meriti 
del Francois, e in forza di quella inclinatone di animo , egli avea gi^ 
io altro tempo dato corso al generoso ed utile pensiero di animare 
le sue imprese, allar^rne sempre più i limili con danaro da luì 
stesso fornitogli , ed associarsi ad esso nell' investigare monumenti 
per te diverse contrade dell'Etruria media. In oonseguenia di che, 
nell' invwno del 1850 , li v^go uniti ne' tentativi di ritrovameirio, 
a cui alteudeasi nel littorale Toscano fra Riparbella a il mare ia- 
tomo alla valle inferiore del fiume Cecina, presso il quale in seno 
delle soprastanti colline divinò il Francois l'esistenza di una ne- 
cropoli da potersi riferire, per l'inai distansa dalle due citt^, a Pisa 
oa Volterra, ed alla cui imboccatura , ntediante escavazioni prati- 
cate ne' posaedimenti del signor Cipriani , « pervenne in quel torno 
medesimo a riconoscere e stabilire con acureua , contro l'avviso 
dei dottissimi Gio. Targioni e Eepetli , la vera posizione della 
magnifica villa dì Decìo Albino Cecina menzionata da Claudio 
ELulilio Numaziano (i7j , prefetto della citt^ sotto On(»io , ivi fer- 
maloBÌ , come ogni dotto rammenta , in far ritorno per mare da 
Homa alle Gallie (48). 

Lo stesso cavaliere Des-Vergers ìntrometteasi adunque, secondo 
che dicemmo , nella nuova impresa delle escavszioni del nostro ar- 
cheologo, iniziata nel 18S5, continuata ne'due anni seguenti; impresa, 
che mosse dall'agro Chiusino, donde pur vennero fuori urne, bronzi, 
e stoviglie (49), ma di cui il vero e principale centro fu la regione 

(47) IlintfroWBtn , 1 , 466. . 

(18) AitU.Iiiil.irck, 4850. t>*g- T!>-77. Cf. Denihs , Op.cil.. U , pag. 199. 

(49) A>m.bt*I.Ành., 1854 , psg. 36-68. — BulLliat.Areh., 1866. pag. bi 
e seg., ove ripete, ampliandolo eoo ulteriori notiiie, e con pib dettagliale dn- 
scriiloDi , il rapporto dato oegll Amati dei t8S4, loc. cH. 

AacB.9T.lr., Ifuova Strie , T.yn , P.l- ■■ 



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8Z DI ALESSAN&KO rRAN^OIS 

dell'antica Vulcì , quella medesima in che uel 1828 e Bucoeesivi 
anai ebber vita sì lumioosa, ooiu^uenie s) importaati i lavori 
dello stesso genere condotti per <HtlÌDe e conto del prìncipe Luciano 
Booaparte , sebbene di^^iiatameate eseguili da mani inesperte 
<t e senta alcuna diretìone ragionevole , per cui gib da vari anni 
« (dicea non ha guari il Francois ) quei terreni furono lasciati in 
« abbandono , nella falsa supposiiione che non contengano piìi ve- 
li sii^o alcuno di moniunenli antichi e. 

' Il danno pcnrtato (ei pros^uiva] all' incremento della scienza 
« arcbe(d(^oa dal sistema adottato ne' detti scavi fu iucalct^- 
« bile; basti il dire, che in nessun conto si tennero gli oggetti 
t dte non aveano materiale valore ', e cij> che {rib duole aoerba- 
« mente , si è che tutti i più beUi furono vendali airestero , ed 
« essendo andati cosi malamente dispersi, nessun utile potè ri- 
« trame la scienza s (60). 

Lo che vari anni innanii era stato gib sol«inemente proda- 
mato dalla stessa Direzione dell' Instituto di corrìsptmdensa ar^ 
cheologica \ò dove muove pubblico lamento , che tA raro sostegno 
della nostra scienza (U Fran9oì9) sia giunto alquanto tarcU, o per 
dir meglio sia stato conosolnto troppo tardi. ■ Che se la sorte 
e (ella continua) avesse voluto che ad uomo siccome lui fosse stata 
« afEdata la direzione degli scavi vulcenti , ben altri vanta^ ne 
4 avrebbe potuto cavare là sdenza , sondo quell'opere stata fetta 
« soltanto colla mira di trovar roba di materiale valore » (61). 

Guidato da quella sapienza, da quella pratica , da quella avvedo- 
tessa , che omai ben conosciamo nel nostro benemerito antiquarto, 
non è a far le meraviglie, ohe risultati di nuova , singolarisama 
importanza tenessero dietro a questa riattivazione di scavi vulcenti, 
(U che la mira principale poneasi dal Fran9ois sovra un gran tu- 
mulo , a base larghissima e punta acuminata , cognito perdo sotto 
il nome di Cocumdta , che potrebbe invitare ad opportuno cmi- 
fronlo con Poggio Gmdla o col centrale di Chiosi da noi rìcbia- 
malo in queste pagine, e che slnnalza nel centro del piano cost 
detto della Ba^a; località, nella quale al tempo del prìncipe Lu- 
ciano erano stati ritrovati doviziosi e vergini ipogei , che a detto 
tumulo faceano corona. E fu a noi di assai piacere ed interesso 

(fìO) BM.cit.. 4867, psg. ». et. lo slesto BmU.. 4X49, \mg. «j-6«. 
I!>1j BuSl.cit., :S49, png. 3. 



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E DEI SUUl SCAVI 83 

l'udire per la penna stessa del Francis, la reUtione ddle nuove 
periustraÙHii da Ini otto tanto criterio condotte sa quel piano e 
sulle terre (nrcostaoti, la narraslone d^' innUli perdiè mal guidati 

tentativi latti dal nominato prìncipe per poter penetrare nell' in- 
dioeto monumento , l'esatta descrùione offertaci , in prima della 
coofiguraiìone del tumulo , delle sue torri , del maro ciolopico 
che il redngea , quindi degU accorti saggi preparatorìi onde per- 
venire al ritrovamento ddl' ingresso del grande ipogeo Ib dentro 
asooflo , tiie Bonaparte ed esso rit«ieano siooome il mortai dqmsilo 
dei Lncumonì di Tulei ^S) ; lo che invero potea dirsi non impro- 
babile anche pel riscontro dei testé nominati aTanxi monumentali 
chiusini messi a paragone con le parole varrooiane riguardo al se- 
polcro di re Porsenna. In ultimo d parve di non lieve importania la 
dettagliata ootìiia storica della scoperta di quella magnifica tomba , 
sempre delle necropoli dì Vuloi , avvenuta ne'tefreni di PorOe Sotto 
freuo il fiume Fiora, ai quali , sebbene per quasi aà lustri ooo- 
secntivi si dedicassero antecedenti investigatori, l'espertissimo 
ed ittfotioalnle Francois erasi con fiducia rivolto in rìedere ai 
feudi di Cabìbo e Hnsigaano nel' mano del 1857, per la ragione 
della sementa a grano, che avM trovato ne'campi sottostanti alla 
Coameiia, e <die il oostringera ad aUwndonare per quella stagione 
i lavori intorno al gran tumulo da lui ptimamente va^tegjpato. 
* Salito ivi soHa sommiti di un poggio (credo dì dover riferire al- 
ti cune delle bob parole), il nudo travertino, cbe da tutte le partì 
« appariva, oonvinoearai che non vi potevano essere sepolori , 
« quando in non lieve lootanansa scopersi una lunga fila di an- 
« oose qneroie, la di cui verdeggiente chioma era prova evidente 
a di vegetazieoe floridissima , la qnale non poteva derivare ohe da 
« una polpa di terra assai pn^onda. AvviciDatiHnì peroiA a que- 
« sto ponto mi aocorsi che pur troppo questa hinga fila di alberi 
<• doveva occuparela strada dì nn grande ipogeo, ed all'istante 
a vi feci dar mano. Poche zapponate bastarono a darci la certezza 
n del mio penserò, ed ordinai al caporale dì tare scuoprìre tutta la 
» lougheiza della strada, atteso che l'ipogeo doveva essere della 
'• massima importanza , né bisognava lasciare inosservata nessuna 
u parte di esso • (53). B bene il fatto venne in mezzo ad attestare 

(Cftl BulL bui. , «Sdì , [Mg. « , e seg. 1 ìtì , p«g. S7. 
(53] BuU. Mil., 1867, p. 09. 



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84 DI ALESSANDRO KRAN^OIS 

la giusteiza di questo suo naovo pronostico , non che la validità 
dei lumi che possono aversi in molti casi nell'arte di.scavare dai se- 
^ni esteriori del terreno, da una maggiore o minor florideeia di ve- 
gotazione; lami, a cui era uso attendere l'occhio del Francois (54), 
non riponendoli , come testé sembra aver voluto troppo francamrate 
sentenziare ìl eh. ricercatore sig. Domenico Colini , nel novero delle 
vere utopie (KS). — Ognuno che per poco tenga dietro o a' interessi 
alte novità , che di di in di si presentano nel vasto campo dell'etrusca 
archeologia, non può senza vergogna dirsi ignaro di ciò che in esso 
ipo^sioSerse allo stupore de'rìgDardanti; delle esimie pittare di 
che apparvero ornate le pareti della cripta ; delle belle ed uniche rap- 
presentante figurate che ci vennero per esso fornite ad allai^mento 
dell'etrusca erudizione; della maniera, dello etile, del colorito mi- 
rabile di qoe'dqiinti medesimi, che ci tanno quasi discendere nella 
mente a comparazioni con i nostri capi dì opera del quattro e cin- 
quecento, e che valgono per certo a ^ovare ed innalzare dì molto 
la storia dell'arte etrusca. Le parole del chiarissimo Des-Vergers . 
benché succinte, ne offrono eoa tanta chiarezza, con tanto ordina, 
con tanta dottrina la descrizione, ne pongono si bene in vista t 
rari pr^, che potendosi facilmente per mezzo dì esse concepire 
una giusta idea della nominata scoperta del Francois, la quale dee 
noverarsi fra le più insigni da luì ottenute, gioverà e basterà al 
nostro scopo il trarne alcuni ricordi anche senza dilungarci nella 
ripetizione e ne'dettaglì delle singole scene ivi colorite che ognnoo 
potrà a suo bell'agio discorrere nelle pagine del BuUettina Archeo- 
logico di Roma [K6). 

« lei , pour la première foìs (osserva quel valente scrittore) , nous 
« trouvons un de ces sujets si frèquemment traités par les ancieos 

■ artistes de la Grece ou de Rome , un sm'et em|»'unlé aox poéffles 
a d'Homère. Lorsqae Vitruve parìe de cetle grande peintureque.nous 
Il appelerìons la peJnture historique et qu' il nomme megalographie , ti 
« l'oppose à ces arabesqnes , à ces petils payBages , k ces peintures fan- 
1 tastiqnes doni le goùt ou la mode commengait à eovahir le monde 

■ romain. Il semble , à l'entendre , qu' un artiste qui se respeclall , 

■ n'aurait dd peindre que : seu fabularum dispotUai exptieaUones , non 



(H) Cr. anche Bull, cit i. e. p. 91. - ionio, Op. cit. p. 90. 

(SS) Sttll. cit., anno cil., p. 132. 

156) SnU.fìMt., 1881, ptg, Ut e seg. - T. tncbe pag. II-TS <tel1o s 



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K DEI SUOI SCAVI 85 

« minus Trojanas pugnas , sev Vlysiis errationet. Vitmve aDrait approuvé 

■ le cboìx de l'artiste au quel doos devoDs l' ornemetitation de la 
« crypte de Tnlci ». 

Né ciò è tatto, che indipeudenteniente dalle scene omeridifi, 
trattale con assoluta impronia caiionale, allrove ci si presenta 
nelle pareti medesime , con iscrizione sulla sua testa (vbl: saties). 
■ Un personnage entierement couvert d'un vaste et rìche mantean 
•I bordé d'uDe larga broderie, et sur le quel'sont peinles des figurines 
« armées d'epée et de boucliers comme pour un combat de gtadiateurs. 
•> Il porte aut pieds des sandales liées par des cfturroies : une couronne 
' » de lierre eotoure sa lète qu'il tieni elevèe vers le cìel. On pourrait 

■ snpposer qu'on voit ici quelque magislrat chargé de presider aui jeuz 

fl fnnéraires ou sur le point de prendre les aospices Près de lui, 

« on voit un jeune homme accroupi , vétu d'une espece de dalmaliqne. 
« n tieni sur la main un oiseau attaché par un fli et semble se preparer 
1 a lui donner la liberlé : on lit an dessns de sa téle AmtTBt ». 

Infine avverlirì» con h> stesso archeologo come tuA\e pitture 
principali: 

( L'elude dn nu , le modtie , la saillie des muscles de toutes ces po- 
« sition forcées, l'expresaion des figuree animéee par des paBSjons vio- 
< lentes, rhaJ)ilelé aveo la quelle Boct rendu les effets de lumière , lee 

• ombras, les demi-4einles , toni revèle l'ioflaence d'un art 

« avance et par consequent de l'hellénisme , méme dans les parties qui, 
•I semblant se rapporter k des usages ou & des tradilions purement 

• elrasques , ne peuTent pas 6lre la reproduction de certains lypes ce- 

■ Ubres de la Grece ». Quelle pitture , noi dir volevamo , sono sor- 
montate da un lì'egio , ■ ayant pour snjet ces combat^ d'animauit réels 
« ou fonlastiques , grìObns ailés , sphinx , lions , panthéres , cerbères a 
€ troie lAtes, taureaux, cerb, cbevaux qui se poureuivent ou se dévo- 

■ reni, et dane les qoels on a vonlu reconnaitre la Inlle des deux 
« priocìpes, symbcdisme que VEtrurìe avail emprunté à l'Orient ». 

Ood'ò, che ben coacladeasi dal Des-Vergers ofirircisi nelle ec- 
oelleoti pittare del nuovo ipogeo dell'antica Vulci 

. • Dn exemple (rappant et comme une peraonniGcatìon des iufluences 
« diverse» qui sont veuues se développer en Elmrie. EUes nous offrent 
a le choix simultaué des sujels grecs et étrusques (conlemporaius) h 

■ l'epoque d'un' grand développemenl de l'Hellénisme La Gr6ce 

« avait-«lle reagì sur l'Etrnrie par l'esemple, par l'enseignement , ou 
a les artistes grecs travaillaient-ils pour les Etnisquest L'un et l'autre 

■ soni vrais, probablement ; mais l'Btrurie seduils par les cbarmes 
« de l'art grec n'avalt vonlu renoncsr ni à ses moeurs ni à ses croyan- 
« ces. Si les arlìstes grecs travaillaieot pour elle , elle leur Aósait ses 



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86 M ALbSSANDRU PRANQOIS 

« coQditioDa. Bile avaft aocneilii avec tniisporl font co qu'il y avalt 
1 de plas rafflné daos les habitodes poliee e( elegantes de l'AUique; 
" elle admirail Homére et Pfajdias , voalait conDaitre Iwirs oeavres , 
" tfeStar^ait de les imiler ; maie le sombre genie qui lui avait diete oes 
< loie, D'était pag si bien deguisé qu'il blIAt Trotter loDgtemps ponr 
f retrODTer le TÌenx Toscan bous le verois de la cìvìllBation de Péri- 

1 clés Oés que les vases nombreux [ei soggiunge) troDvée en 

" mAme tempe que dos peintures auront été reslaurés, je m'empres- 
" aerai de vous en bire part, afiit de rasaembler ainsi lous les ele- 
« menta qui penvent jeter quelque jour oouveau sur l'epoque prédse 
" dà les arte de l'Etrurie ont empranté a l'HeUenisme le vlf éclat doni 
" ils brillent encore k nos yeux ■■ 

L'imftortanza e singolarità dì qaeeto monumento vulcente (S7), 
su cui lo etesso oh. francese farà dono in brere al mondo eru- 
dito di una puhblioaaiooe compiuta con tavole condotto sai disegni 
del valente artista sig. Nìccola Ortis mio amico e oonterraneo ( pe- 
roro ) , oftre che mostrava a chiare note le rettitodine ddl'avviso 
del Francois , vale a dire che malgrado le innumerevoli escavaùooi 
precedentemente operate , molti ipogei eósteasero ancora ignoti nella 
necropoli vulcente , rendea facitmente accettabile l'altro sebbene 
più afdìto suo asserto , che ben lungi cioè dall'essersi quella esaurita , 
non se ne neno per lo innanzi discoperti se Qon i sepolcri fmper6- 
ciali , e che rimangano appunto a visitarsi i pib importanti , « i quali 
« ( egli avvertiva io porre termine al suo secondo rapporto sa (^ello 

scavo] richiedono somma attenzione in colui che gli esplora, non 
•• tanto per la loro profondità, quanto per la imponenia del lavoro, le 
a quali ci rcasiauze per altro assionrano, sema timor d'ingannarmi, 

1 un felicissimo risultato, conforme, a Dio piaceodo, ve lodìmostrw6 
tt col htto nella prossima iemale campagna (68) ». — E^ortroppo però 
queDa del 57 , a coi già era statuito di far seguitare immediataneote 
una nuova impresa nell'agro dell'antica Cere , esser dovea l'ultima 
d^e gloriose campagne de) nostro intrepido espugnatore di sotter- 
ranee r^oni ; dacché colpito inaspettatamente dalla morte il 9 otr 
tobre dell'anno testé decorso , partiva da questo mondo innanzi che 
quel seducente pn^nostico venisse confermato da n}fovì tatti. Nel 



(S7) Se ae toDiiiMti U scoperia odo parole di graode meravIgHa aitile noi 
Coarritr fnmio-Ualim , e nella Ann* ÀrtliMogiqti di Pirìp , aoM XIV «857- 
*869),p«e.S48. 

;a8) BWJ Jwl. Areh. . 4867 , pag, 40i. 



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E DEI SUOI SCAVI 87 

qua! lulluoso avvenìmcoto troviamo anche fMÙ [arte ragione di do- 
Iwe e di rammarico, la quanto che ai sapea tornato in- campo oon 
piii di viveua in questi ultimi giorni il progetto , obe dlcemiDo espo- 
sto alla Sooietb Colombaria, ed offrirsi alcuna speoie, e meo lan- 
guida, di vedwlo mandare ad effetto. Lo obe n potrìa creder forse 
una conseguensa non pure delia rìsolusione di gittare da sé st^ le 
basi dd Doto Museo Pataio , che udimmo essere stata iaiìue presa 
dopo tanti esitameati dal Francois , si bene anolte di una oerta tal 
qual vergogna che pur si doveva fer sentire nell'animo dì bucai lU- 
liani io rimirare, precipuamente per nostra colpa, seooodato e soste- 
nuto quel benemerito dal patrocinio, dal talento e dalla fortuna di 
unuomo,ohoin meno alle grandi virtù ed alle alte prerogative onde 
ò fornito, suMiava non pertanto straniero all'Italia, ed area pur 
tr(q>po anche in mira, com'è naturale. Dell'indicala associazioae, 
l'ailargamento delle monumentali dovine raccolte nella Capitale 
delia Francia, l'utilità , la glena , la -soddisfozione di quel grande 
lostituto Imperiale . il cui nome era eiiaudio mescolato con quello 
del ài. Des-Vergers nel favore e nella protezione aocordata per 
queste ultime imprese al Francois , ed a cui il nominalo archeolc^ 
proponevaai , siccome fece , di comunicare i risultati luminosi, i^e 
si erano ramanti in fona dell'associasione stessa per la quale erasi 
potuto mettere a profitto il singolare ingegno del nostro investiga- 
tore. La ProTvidenia però avea disposto in guisa , che sorvivendo 
di poco all'atto govoroativo del giugno 1857 , per cui finalmente si 
autoriuava la detta Sodelà Colombaria ad aprire una soscriiione 
allo scopo d'intraprendere ì tanto avversai soavi, iniziare il là dif- 
ficile Museo Etrusco , lo sfortunato Alessandro , troppo tardi ascol- 
tato e comiffMo , nulla intraprender potesse in nome e nell'inte- 
resse del Paese die desiava. Per il che mentre da un canto noi 
chiniamo il capo rispettosi , siccome è nostro debito , innanti al su- 
premo decreto, mentre dall'altro l'indicato atto de'reggitori della 
cosa pubblica in Toscana ci la paghi in una brama che molti buoni 
provavano ardenljssima egualmente che il Francois, non potremo 
aoa sentirci invasi , se amor di gloria nationale ancor si nudre in 
cuor nostro , da un forte e dirioroso sentimento di mortifìcaEioae, a 
cansM del non eaeersì saputo a tempo opportuno e più sollecito trarre 
il profitto che poteasi dall'opera , dallo lelo , dalle ottime e forme 
disposizioni dell'uomo che rimpiangiamo, e che togliemmo a su- 



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KR DI ALESSANDHO FRAN^OIR 

biotto del presente discorso. Del quale gioliti ormai al termÌDe , ri- 
conoscìamo'por troppo la povertà delle parole , la maniera mesdiioa 
onde fu svolto e dettato. Impossilnlitati però di far bene, a motivo 
deUa scarsezza del nostro ingegno , possiamo asncurare il lettore 
di aver posto i^i atteozioiie affine di condurlo nel miglior modo che 
ci fosse possibile, per far s) che raggiugnesse lo scopo che ci era- 
vamo prefissi nella nostra mente. Procedendo in esso con un certo 
ordìue si discorse e si addussero innanzi tntto prove incontrasta- 
bili de'suoi talenti ; ci studiammo quindi di porre in rilevansa ed in 
luce bastevolmente chiara le nobili e patriottiche idee che prevale- 
vano nella sua mente in attendere alle indef^se e laboriose fatiche 
delle sue investigazioni . le costanti premure da lui in piti modi e 
in piii tempi usate per p^^uademe altrui ed ottenere l'indispensa- 
bile patKKnnio affine di attuarne il concetto ; all'ultimo pel suc- 
cesso reiteratamente infelice delle istanze medeàme dovevamo con 
le nostre parole giungere, siocome avvenne, di necesntk a quel 
punto che ci additerebbe il Fran90is pervenuto all'estremo delle sue 
speranze , al fotal momento di certezza che la vita ornai pita non 
basteriagli a veder compiuti i suoi desideri. In seguito di tutto ciò, 
per noi che in ordine ad Alessant^ Francois troviamo una memoria 
da onorare, un esempio di operosilh nazionale da seguire, un voto 
da soddisfare , sia prìncipal pensiero il raccoglierci fervorosi con la 
nostra mente , con il nostro onore , con i "nostri atti intomo all'ul- 
tima delle accennate tre cose. Lo statnlimento di un compiuto e 
grande Museo Etrusco in Firenze , bramato , proposto , sollecitalo 
dal nostro defunto, debbesi quinc' innanzi dalla Toscana riguardare 
siccome provvedimento a mancanza assai spiacevole nelle sue con- 
seguenze per l'Etnisca Archeologia , siccome indispensabile ripara- 
zione a solenne e riconosciuta vergogna , siccome atto necessario 
dì stima e di osservanza nazionale alla superìoritìi , alla grandexsa 
de'nostrì progenitori. E poiché l'eifettuaziono di ti bella idea for- 
temente si collega e si riporta all'altra delle ampie , ordinate esca- 
vazioni da eseguirsi ne'varii punti dell'etrusco suolo per conto ed 
alimento perenne dì detto Museo, cosi a'molti cittadini caldi di pa- 
trio affetto, amanti e gelosi delle antico-italiche rdiquie, basti pure, 
onde possano dirsi tranquilli del pagamento del loro debito , il ri- 
spondere ora per via di laiche soscrizioni all'invito, finalmente in 
questi di venuto alla luce in nome della pih volte nominata Società) 



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K DEI SUOI SCAVI 89 

Colombaria (59) , la quale messa oggi in facollb di dar corso alla 
nobile idea , all'onorevole progetto che fu , pria che d'ogni altro , 
del Francis , ad onta della sua morte , non indietreggia , e rivol- 
gendosi alla patria carità de'suoi concittadini, pregandoli ad aiu- 
tarla in si alta impresa , si propone di dare opera a che una volta 
si tolgano di mezzo le doglianze e i lamenti a carico delta eultissima 
Toscana, per aver sembiante di voler lasciare non carati e sepolti 
sotto i suoi passi i monumenti de'prischi suoi abitatori. Ai quale 
appello facendosi da tutti pronto e favorevole eco, verriasi in un 
teoapo , per la costituzione del Museo cbe ne conseguirebbe , a 
paralizzare , se non a sbarbicare del tutto, quel doloroso commercio, 
purtroiq» assai attivo in questo paese , per cui le memorie, che a 
mano a mano si dissotterrano , da specnlanti investigatori , avidi sol 
di peeonift , e persuasi della ninna importanza che qui vi sì an- 
nette , nonché del mesdiino guadagno a cui forse andrìano incontro 
proponendone l'acquisto in Paese, passano di continuo, siccome gi& 
aoceonanuno, nelle mani dì compratori esteri o di negozianti no- 
strani , le cai mire sono per lo piii rivolte ollremonte e oltremare; 
ove e particolari e Governi sì adoprano pur sempre con uno zelo appo 
noi ignoto a raccogliere ogni maniera di tesori dall'Italia per dare 
a'Ioro musei, alle loro gallerie quell'importanza, quell'interesse, 
che non avriano per certo senza ì nostri monumenti, senza le spo- 
glie, uniche, doviziosissime della nostra nazione. All'appello medesi- 
mo però, all'opera sacrosanta, noi siamo di credere, che non vo- , 
glia né possa senza macchia starsi silenzioso , inerte e mero spet- 
tatore il Governo Toscano, il quale nella sua posizione dee per certo 
sentire e secondare, superiormente ad ogni e qualsiasi individuo ,' 
la forza del dovere di associarsi all'impresa capitanata dalla Co- 
lombaria; e di associarvisi con quella larghezza di vedute, con 
iguella premura, con quella generosità che è ben da sperare in Paese 
condotto nel suo regime dalle libere mani di un Leopoldo II, fau- 
tore piii che altri mai distinto e caldissimo d'instituzioni giovevoli 
al progresso degli studi e delle arti , all'allargamento delle cogni- 
zioni sull'antica e moderna storia della nostra Penisola. In lui po- 

(S9) Quealo maaifeslo , edito pe' tipi dulia Galtlquoa , roca la data degli 
ti gennaio 4S68, e ta Eoxriaiooe dell'illustra suo Pfeskleiile sig. Uarcb. Gina 
Capponi , e del chiar. sig. Cessra Guasti Segretario. 

Aiut.ST.lTiL., Kuora Serie, T.Vll, P.I. ii 



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90 DI ALSSSAKDHO FRANCOIS EC. 

tendo e dovendo confidare , a lui dùarendo , 9« fia d'oopo , per 
tulli i lati la mira, l'utilith, i risnltali glorioffl di detta impresa, 
da lui con calore implorando ed ottenendo alti di siogolar fovore . 
fra'qnali vorremmo dir prinw l'acquisto e il deposito nel quoto Mu- 
seo dell'intiera collesione de'mooumenti rimasta appo gli eredi del- 
l'estinto , la dotta e bella Toscana si rendere assai benemerita ddla 
scieiua archeologica, nel mentre che potrà slimani sicura della gra- 
titudine dì tutti i connasioaaU. E cosi col complemento dì questo 
voto , se da un lato ci Irovererao in grado dì poter moaU«re , cbe 
non restammo indifferenti all'esempio di operosith offertoci da Ales- 
sandro Pranfoìs , e ciò per le nlteriwi esoavazioai che andraoDO , 
siccome videsi , ad eseguirsi conformemenle alle sue norme, alle 
sue dottrine , alte sue idee , che nostro debito é il raocof^iere come 
sacro e preiioso retaggio , ci saremo anche posti nel caso di evi- 
tare per altra parte qualnasì rimbrotto di scoiioscenia inverso il 
trapassato , potendo altamente dichiarare dì aver reso tutti ìnneme 
alla memoria di quel brav'uomo la più nobile , la pitt vera , la più 
gradita onoranza. 

Firenze, nel febbraio 1858. 

G. C. CON^STABILti. 



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DEL 

CORPUS mSCRIPTIONUM LJTINJRVM 



Dei auDOero dei maggiori lavori di erudiiione piii desiderati ai 
giuni nostri, ed imieme più necessari e piti ardui per la mole 
inuDSOsaDieiite creBCÌula dei materiali , quaato aucora per la neces- 
sità di sottoporre a matura orilica le giè eastenti opere , si è senza 
didìbio aoa collezioue generale delle lscrìzi<»ii Ialine. Tutto ciò che 
è uscito alla luce sino ai tempi i»ù moderni , o non corrisponde 
alU vastità dell'alimento, o non oBro guarentigie bastanti di 
esattetta, o pecca per la distribuzione delle materie. Le scoperte 
oltre ad ogni dire numerose , fatte nei tempi recenti , in Italia , 
olite quello che alle medesime contribuirono i paesi nordici già 
dai Bomani dominati-, la Francia, la Spagna, e particolarmente l'Af- 
frica eettentrìonale ; le collezioni poi e le opere speciali , a queste 
seterie dedicale , hanno accresciuta la mi^ del tesoro e|ngrafìco a 
tal segno , che viepiù si è reso sensibile il bisogno di nuova classa- 
lione, di ouovi confronti, e particolarmente di una perlustrazione di 
quei vastissimi materiali manoscritti , il coi uso paniate , non sem- 
pre dettato da necessaria cautela , pìb forse di quel cbe ha giovato, 
in molli casi ha creato confusione. II rapidissimo pro^sso negli 
ultimi decennj fatto, si scorgo maggiormente da dii ponga l'occhio 
sulla migliore scelta che per uso degli studiosi si è fatta del gran 
tes(»i> delle romane iscrizioni , a quella cioè dell'Orelli , a cui , 
appena terminata , si dovette smungere, quel volume di supple- 
mento elaborato dall'Henzen, ricco non stAo di correzioni, ma an- 



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92 DEL CORPUS 

Cora di risultati delle moderne indagÌDi (1). Essendo tanto cresciuta 
la materia iasieme al critico acume , sorretto da quella scìensa ordi- 
natrice che è di s) gran momento per siffatti lavori , non possiamo 
se non rallegrarci del pensiero di una delle piii illustri società 
letterarie d'Europa, di dar mano a un Corpus Intcrìptionum Latinarum. 
comprendente il vastissimo tesoro dei monumenti epigrafici , sco- 
perti nei varj paesi in cui si estese la dominazione romana , ovvero 
esistenti oggi nelle regioni che ebbero a cuore di farne raccolta, 
sia di originali pietre e bronzi, sia di copie (S). L'Accademia delle 
Scienze di Berlino, dal Leibnitz fondata sotto il primo redi Prussia, 
dai successori di quel re sempre favorita e protetta, dopo di aver 
quasi condotta a termine la gran raccolta delle iscrizioni greche 
dal Bdckh istituita , si accinse ad erigere un monumento molto piii 
vasto ancora nella collana epigrafica romana , collana già idea- 
la da un distinto archeologo alemanno-danese , CI. Kellermann , 
cui invida morte rap\ a Roma nell'estate del 1837 in mezzo 
all'arduo lavoro. Sorretta dalla muniliceaza del re e del gover- 
no , essa si è messa all'opera , in mezto all'applauso della Ger- 
mania , dell' Italia , della Francia , dell'Inghilterra , di quanti 
apprezzano il sommo pregio dell' epigrafìa per la storia religiosa , 
civile , politica , militare , per la giurisprudenza , per la gec^a- 
fia , anzi per tutto ciò che appartiene al cerchio della civiltà an- 
tica , con cui ha tanti legami la cristiana e moderna. La immensa 
fatica a cui dapprima , col consiglio di Augusto B6ckh , credè poter 
sottostare Augusto Guglielmo Zumpt berlinese , distinto filologo . 
editore di Rutilio Numaziano, ed autore ddle Cttmmentatimes 
epigraphicae [3) , e di altre opere latine, dovette poi ripartirsi tra 
parecchi collabwatori. Mentre Federigo Ritschl, professore a Benna, 
nella letteratura romana valentissimo, s'incaricò insieme con Teo- 

(1) hucriptioiiVM laUnarum lelectarum ampUuttaa CollecUo ad ìUialrmdam 
Romanat Aniiqiùtatit ditciflautm acoommoiala tu., cum intiiitit I. C. Hages- 
■DCHii SìiUque adiuHaUùaibui «d. Io. Ccup. Ohellids. Voi. I, It. Zurigo 19SS. 
Val. III. CotUcUonis OrelUanae tupplttnenia emndaiionesqus exfUbeas ed. Gui- 
lislmut Hbueeh. Zar. 1866. (A questo (ano volarne trovansi aggiuoll E copiosi»- 
simt indici per l'interi opera.) 

(!) Teodoro Mohiuib espose le idee sue sul dlsegoo e aull'eaecuiioDO di un 
Corpiu Inter. Lai. ia un programma presentalo nel Geaaaia del 1847 alla 
R. Acrademla delle Scienze Berlinese. 

(3) Auguili Wilhelml ZoMPtii Commtntatloitiim eplgrapfilearnm ad antiqui- 
min romandi perlinmHum Voi. I , II. Ber). 1850-{>t. 



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inSCKJPTJONVK lUTtSAKOM KC. 93 

doro Slomnisen delle isorìtioni anteriori al secolo di Augusto , le 
quali , crnne priteae latimtatis monumente^ dovroono servire di pro- 
(h'omo all'opera; tre furono i dotti dall'Accademia prescelti per 
dirìgere , sotto gK occhi suoi , V immenso lavoro. Teodoro Hommseu , 
giureconsulto , storico , antiquario di quella erudizione e di quel- 
l'acume che ognuno sa, ora stabilito a Berlino per darsi tutto 
all' impresa di cui si tratta. (rugUelmo Henzen, sentano dell'Isti- 
tuto archeologico dì Roma , autore della sullodata a[^ndice alla 
raccolta Orelliana , che con sguardo sicuro ed esperto ablx-accia il 
campo tanto monumentale, quanto letterario dell'epigrafia. Ài due 
Tedeschi sì associò Gio. Batista De Rossi romeno , dottissimo nella 
scienia epigrafica, non solo dei tempi cristiani, ma anche deS'epoca 
classica, intento a pubblicare i monumenti della prima, fortunato 
scopritore di molti dei medesimi, per quel dono di felice combina- 
zione , la quale mettendolo in grado di ricomporre veni ed annali 
ooll'aìnto di scarsi e sconnessi frammenti (4], ^i è oltre a ciò 
guida sicurissima a ritrovare l' adito ai lut^i chiusi per molti 
secoli , ed a rifare gran parte della topografìa sotterranea dei con- 
torni di Roma. 

Schio ormai cinque anni da che i predetti, ponendo mano ai 
lavori (tfeparatorj , hanno cominciato a mandare alla reale Acca- 
demia rapporti intomo ai loro stndj e viaggi. Non pnò essere nostra 
intenzione di porre sotto gli occhi dtà lettori italiani i particolari 
minuti di tali relazioni, uè si addirebbero essi al principale proposito 
di questo Archivio Storico. Ben si addice al medesimo una succinta 
notizia, quale basti a fare conoscere l'andamento generale dì questi 
studj, che sì stendono sopra campo piti che altro di dominio italia- 
no, mentre la storiaantica d'Italia sta in connessione immediata 
e contìnua con quella del medio evo e colla moderna. 

D sistema adottato per l'interna disposizione del Corput In- 
ser^onum tatinarum si è il geografico. Secondo il medesimo si 
diede mano , nel 18M, alla ripartizione delle schede , o manoscritte 

M) DI ciò diede, ira le altre, prova luminosissima nel ragiauamento : Due 
mOKunmnti inedfli ipettanli a dua CoacilU romani dei seeoli Vili » XI \ Dagli 
Annali ronuni delle scieiUB religiose ], in cui, comparando laatre marmoree 
Vaticane mutilA con frammaatl di an manoscritto, esistente Della Uarclaaa , di 
Hetro Sabino , letterato romano del Quattrocenlo , auppleado a vicenda Is une 
««li sltri, e restituendo aopra base sicura le parti perduta , egli giunge a ricom- 
porre nn documento impOTlaDtissImo di un Sinodo celebrato da P. Gregorio lU 
nella Baiillta Vaticana. 



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91 DEL courvs 

a stampale, rappresentanti cioè il cootenato deUe gra&di raccolte 
del Gnitero ( fondata in gran porle sulle schede Scal^erìane \ , 
del Reiaesio, Fabretti, Godio, Moralorì, Donati, Malvasia, Doni, 
Spon e d'altri; schede di cni <|iMUe raccolte provviooriameate a 
Berlino, di già sì calcolaTano ad oltre (enoRftmtia. Si cominciò 
poi a confrontare le copie cogli originati ancora esistenti. Mal^iwlo 
circostanE» poco favorevoli , tra le quali la comparsa del cholèra 
nell'estate di quell'anno, i signm Henzeo e De Rossi temaioarooo 
a Roma la revisione dì oltre 1900 iscriaioni, e fecero gran progresso 
con qnella di circa 1604 altre. La revisione gA dal Mommsen intra- 
presa dei monamentì epigrafici della Svisiera fpovò moltissimo al 
naovo lavoro. Il confronto dei codici epigrafici , e vie maggiormeole 
di qaelK della Vaticana, fa principale fatica del De Rossi, di cui fra 
breve avremo da parlare pib distesamente. Si&tto lavoro continuò 
poi nel 18S5, e si stabilirono 19 ma^iori divisioni, ripartite pa 
secondo le citt^ più cospicue. Le seiioni /toma, Latitm, Pietntan, 
formanti piii della metfa dei materiali, vennero trasmesse ai signori 
Henzen e De Rossi ; la setìone ^oorum inotrtorwn si ripartì tra i 
collaboratori, il rimanente fu lasciato nelle mani dd Uo^msen (1). 
Dopo di avere copiate le lapidi del Museo GapiloUne, l'Heosen 
continuò con quelle della GiUeria lapidaria del Museo Vatioano, che 
sole sommano ad oltre S700 iscrizioni. Molto giovò a quest'ardua 
feitica l'apparato di Gaetano Marini, conservato nella Biblìotaoa Vati-, 

|4) Dal Buoiero delle opare negli uliitni bdoÌ comparse ia Gernunia iniorao 
alle lecrliloDi btiDe d< quelle ronlrade , gioTB Dominare le segueoll : 
L. LitKH, Cen(raln>ut«um rltHuI&iidtKlwr Insehriflm. Bornia 1839. 
Stiiih, Còdex tiueripUoKam ronununim AiMibJt «I Rfemi. Sellgoo- 

ttadl 1851. 
J.v. HBF»a, Du rumiteli» Baierninteintn Sotri/t-und BtUmalm. lUed., 

uoMco, ises- 

J. GAiiaifesta , Rtìmiiche btichrifltn iin Lande ob der Etu, Lioz 1853. 

( Elein IT BiCKE* } IntcìipUowt Ialina» in ttrrii K'movitntibìU rtperto». 
Wlsbida 1SU. 
TroviDil poi risii maUrUli dispersi negli Annali e nelle llemorie di varie Ac- 
cadscnle e SocleU lelterule ; per esemplo negli Anoali degli Andqoarj del Beno 
cbe eI atampino a. Bonaa , In quel di Nauau e del Beno superiore , nell'Archi- 
vio e nei Ba[q)orti delle sessioni delia I. R. Acoademi* M\6 Seleue di Vian- 
iia ec. ee. Nuraero cospicuo d'iscrizioni , e di sottlllsalme oeservuioBi salle «o- 
desime, trovasi nelle Bpigrafiìclit AialteUn dei Honun , Inaerili noi Rapporti 
della R. Socieli delle Mene Sassone , 1830 segg. Oltre * questì , il Hominam 
ha pubblicato molti acrlltl Intorno ad argomenti epigraSoi, tra i qoali Bta io primo 
luogo fi bel lavoro sagll Statuti di Salpensa e di Haliei, dì cui rese conto 
Pietro Capei. 



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laSCRlPTIOHUM LATindEUM EC. 96 

cana e ooaleiMate da t a 5000 iscriiMoi , spana in oltre cento grossi 
votumi déUe carte sia autograie sia possedute da quel sommo arubeo- 
logo, e DOD minor frutto si cavò dsUe copie latte dal Boritesi per 1« 
sexiaoi degli imperatori , della tacra, dei ma^strati maggiori e della 
milìiia , copie tolte die vennero collarionate oc^ originali. 11 De 
Boss oomidetb il lavoro del suo collega mero6 le lapidi della Bi- 
Uioteca Vaticana e di paraachìe allora nrila stessa Galleria lapidaria 
messe in luogo di altre trainate nel Museo Cristiano Lateraneose. 
Il medraimo mise poi mano al nuovo Huseo lapidario Lateranense 
alle lepidi della villa Albani e di altre ville e vigne, e di palaui 
mentre llieuiea copiò quelle della villa Pamfili, della Borghesiana 
della vigna Codini, della via Apfna e di varie altre tocalité. Siffatte 
ricerche vennaro estese anche ai contorni, focendosì raccolta delle 
ìscrixioui dei colli Albani da Tusoolo a Gemano, di Palestrina che 
diede pib ricca messe, d'Auagni e d'Alatrì {{]. 

Becaadosi in Germania nella primav^a del 18KK , l'Heuseu oojmò 
le lapidi di Civita Castellana, di Temi, di Assisi ec, aggini^ndo ooat 
nuova mat^a alla raccolta già molto prima prinoipiala dei monu- 
menti della Galleria degli Uffici di Firenze. A Torino finalmente egli 
fece un esame lungo e cosuenaìoso dei manoscritti di Pirro Ligorio ivi 
conservati nell' Archìvio di cole , divisi in 48 volami ia folio. Tale col- 
lenone si sa essere la sorgente d'ingente numero d' iscrizioni false, 
sparse per molti libri e manoscritti , con inganno tanto {hÌi ardito, 
die spesso non solo la proveniensa di tali falsi monumenti trovasi 
indicata, ma si cita ancora il lu(^ ove sono supposti conservarsi, per 
esempio la biblioteca del cardinale di Carpi , i giardim di Fabiano 
<M Monte, i palassi Mattai; Maffei ed altri (S]. Nel suo rappwto 
comunicato alla B. Accademia di Boriino [UonaXihvrida, 185&, /attuar) 
rifenaen dfc, a carte 38-45, una noliiia sull'opera di questo fol- 
sario napcrietano, la coi anttnitk sf^saa indusse in errori il Hont- 
faueoo, il Boissard, il Muratori ed altri; errori frequentissimi che 



(*| D«lle Iscrizioni DuovuaenU «coperte a Roma 8 noi cootoml, T»rle furono 
d«(B a stampa. Cod accadde delle ÀiMthe IntMmI OiHmrf. lomts in lana 
dille escavasloii degli anni 1SU e 4867, scelte e pubblicale in dna faidoall da 
P. B. VncoRTi ; a non meno della i«Uck« LofM» rAiMiiHfc m vaiit mcomi- 
MMt dal Cuv.G.S. drilli , pubblicate da Carlo Lodoviw ViicoiiTt (Roma *8K. 
Eslr. dal Giornale Arcadico , voi, 444}. 

(S) Il MoHMBKa , nel luo programma gii citato sul dliegno del C. I. L., parla, 
a pag. t8-9£ , del falsari in genere e parUcolanaante del Ligorio. 



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96 DEL CORPUS 

SODO luDgi dall'essere lotti dìmoetrali , molti «ruditi essendosi servili 
delle opere LigorìaDe che , oltre rorìfpnale torinese, custodisconsi a 
Roma (copia eseguita per la regina Grìstina e che porta nome di Schede 
Barberìniane ), a Napoli , Parigi ec. Anche questi manoscritti Ligo- 
riani vennero cdlaEionali, i Napolitani per opera dei signori Hiner- 
vini e Avellino ( figlio del celebre archeologo), i Parigini per opera 
di Noèl des "Vergers. Facendone la revisione generale, si scopri che 
molte delle iscrizioni Ligoriaue torinesi sono inedite, in modo da 
anmentare eziandio la sezione , giudicata necessaria d'aggiungersi , 
delle folta del Corpus I. L. , mentre poi numero cospicao delle iscri- 
zioni ne^i altri manoscritti raccolte mancano nei oodid torinesi. Il 
dottor H&bner, giovane filologo-antiquario tedesco, collasionò nel 
medesimo tempo a Napoli la raccolta manoscritta di Fulvio Orsino, 
e quella di Tommaso Scandiano del 4305, ivi conservata nella Boi^ 
bonica; come a Venezia aveva di gift confrontato l'abate Valeotinelli 
la raccolta di Celso Cittadini esistente n^a Marciana. Al Valenti- 
nelli si dovè anche la co^a d'un pìccolo codice gifa del cardinal 
Bembo. Il signor Bernardo Gatti , prefetto dell'Ambrosiana , procurò 
coinè delle achede di Harìangelo Accursio {Schedae Ambrotianae), 
Il padre Vincenzo de Vit a Stresa sul Lago Maggiore comunicò agli 
editori il ricchissimo calali^ di scrìtti d'epigrafia, composto ooi 
materiali della biblioteca dell'università di Padova e di quella 
del bravo Furianetto. 

Oltre l'aiuto di gi^ indicato , dal De Rossi prestalo mercè lo spo- 
glio delle schede del Marini ec. , il medesimo, il quale nel 1853 
aveva perlustrate le biblioteche di Romagna, di Toscana e del 
Lombardo-Veneto, continnò le sue ricerche nei codici epigrafici deUa 
Vaticana, anche per la parte che spetta all'epigrafia delle Provin- 
cie oltramontane ed (dtramarìne, documenti dei quali ricca messe 
venne spedita in Germania. Esso spogliò ancora le schede di Mon- 
signore Reggi già prefetto della Vaticana, quelle del Galletti, il co- 
dice di Giacomo Grimaldi, le schede del Giovenazzi e del Lupac- 
chini, preziosissime soprattutto per l'epigrafia napolitana, e dalle 
quali sì cavarono emendazioni ed appendici all'opera del Hommsen 
su tali iscrizioni (4). Lavorò ]>oi sulla copia del codice di Ketro 
Sabino della Marciana, confrontandolo coll'esemplare Ottoboniano. 
Il confronto della copia, avuta dalla Hagliabechiana , della raccolta 

II) InKriplionts Btgni Keapolitani htlinae ed. Theodorus Mohmsen. Lips. 485!. 



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jyjICtlIPTIOnVM LJTISAKUM EC. 97 

di Fra Giocoiido (I], coU^eseiopUre già Bolzano ora di Propaganda, 
Tenne smesao, rìconosciula la necessità di Ur tale collazione non 
sol Borgiano corrottifsima , ma sulfeaeiD{dare conservato nella ca- 
pitolare dì Verona. 

Tali fonino i risultati delle fatiche degli anni 1851 e 1856. Si 
oootinoA indefessamente nel 4856. 1 materiali raccerti a Roma e 
nel Lazio appartenenti all'epoca piti antica vennero riuniti in modo 
da sopperire alla prima parte, la qviale , come già fii detto , conterrà 
i priteae lattnitatit monumenta, corredate d'un vtdnme di facsi- 
nuli in litopalla, di cui ottanta tavole trovavansi com[Hute. Alle 
oopie d'epi^fi prese dagli originali o coi medesimi collazionate, 
n agginnaero altre 2000, per lo più o disperse o inedile. Immensi 
pnrvaronsi i tesori ricavali dai vari codici. Esaurito dal De Rossi 
il tesoro epigrafico Hariniano, ohe forniva le migliori notìtie per le 
isoìiioni rinvMiule in Roma ed in medie parti d'Italia, «n all'anno 
ÌDoirca 1808, si cacarono aiuti per le scoperte d^i anni poste- 
riori; aiuti maggimnenle jvestati dalle schede di Girolamo AmaU 
serbate nella Vaticana, in quanto che esse ci danno trascritti quanti 
marmi eacirono di terra in Roma e nel soburbano, a cominoiare dalla 
fine del ivimo decennio di questo secolo. Continuando coi codici e 
coUe sdiede piti antiche, venne confrontato un codice Hanuzìano 
ed altri di minor conto. Si comp) floalmenle l'esame di tutto 
db die spetta alle iscrizioni del Regno Nepoleiano. Il De Rossi poi 
percorse le biUiotecbe della Francia , del Belgio e della Svizzera , 
sicoome già nel 4863 aveva fatto di quelle dell'Italia centrale e 
sapertore. Generalmente trovò poca materia per lo scopo suo nelle 
biblioteche di quelle regioni , mentre i vulnmi d'ogni genere a tal 
uopo rintrsicciati e tolti ad esame , che ammontavano a poco piti 
di eealo , in gran parte vennero riconosciuti al tutto inutili alle 
rieerche intraprese , mentre altri contenevano parziali raccolte di 
qvasi ninn valore e copie d'iscrizioni sol della Francia e delle cir- 
costanti ragioni, che faranno per la collezione dal governo francese 
affidata al Renier ddle iscrizioni delle Gallie (2). Non mancarono 



H) Di quwU nceoiu , e di quanti codici (ultori os esistono , r>gioDÒ il 
D* BoMi Della dissarUziona sul FatU mw»ieipali di Vtnoia, Kom* 4S53. 
( Eftr. dal Gioniale Arcidico , voi. 133 ). 

(t) Leone Rmuir , bibliotecario dalU Sorbona, diede raane frillaolo. 
Mi tSU, TiTente ancora il Forloul, minliUv delllslnizioDe pubblica, alla pub- 
Aa«a.ST.lT., MuoraStrit.T.va, P.ì. iS 



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98 DEL coapvs 

ù-3tianto codici importanli, fra i quali le schede autografe di Ennio 
Quirino Visconti nella Biblioteca imperiale di Parigi , contenenti 
moltissime iscrizioni trascrille in Roma nell'atto stesso delle esca- 
vazioni , donde la provenienza di non poche ora soltanto à conosce. 
Riunendo tali schede a quelle gi^ possedute da A. Gennarelli , e 
alle altre conservate da P. E. Visconti, si ha quasi tutto l'apparato 
epigrafico di quel sommo archeologo. Di maggior momento sono le 
carie del Segnier, cioè l'indice delle antiche iscrizioni ora nella 
Biblioteca parigina, e i volumi delle schede parte serbate a tiimes 
parte a Parigi, comprendenti non solo Boma e )' Italia , ma aacbe 
le regioni oitramonlane e perfino le ollramarìne. Benché questa rac- 
colta sia assai meno ricca di cose inedite di quel che si credereU». 
pure è d'importanza il conoscere quale fosse l'apparalo d'aUwa. 
Più feconde d'inediti monumenli sono le schede del Sirmond, ora 
nella ffiblioteca parigina, parte già comunicate al Gmler, ma in 
cui molle epigrafi si notano che questo erudito non ebbe. Dalla 
Chigiana e d-ill' Albana passò alla biblioteca parigina la raccolta di 
Sebastiano Hacci urbinate , il quale al principio del Seicento aveva 
adunale le iscrizioni di Roma e dell' Italia : raccolta molto deside- 
rata e di cui in Italia crasi perduta la traccia , la quale d'altrtmde 
n<m corrispose all'af^tlazione né per la copia uè per la fedite 
delle trascrizioni. Nella R. BiUioteca di Bnisselles vennero esami- 
nale le raccolle compilate sul cadere del Cinquecento da Filippo 
de Winghe e da Levino Torrenzio, ed in Spagna dal Pavilion, con 
molto numero d'ottimi esemplari assai utili a stabilire la vera le- 
zione d'iscrizioni già note ed anco a dare notizia d'alquaute ine- 
dite. • Questi brevi cenni [cosi termina la relazione del De Bossi 
di cui abbiamo notate le cose piti essenziali) varranno a viem^io 
persuadere la grande importanza che ha nell'epigrafia l'esame delle 
copie manoscritte; esame troppo fino ad ora trascurato, e soprat- 
tutto non mai ridotto a forma di mètodo critico , né comparato 
colla storia letteraria de' nostri studi >. 

Henlre in tal modo l'Henzeo e il De Rossi nei via^, nel 
copiare originali, nel collazionare schede, e nel confronto dei codici 

blicMioM della raccoiu delle Inieriptimu romahm da tAlgérit (Parigi, stamp. 
imp. 4S5B leg.), di coi «inora sono usciti 40 fascicoli, e che rarmeranno dae ro- 
lumi io rol. piccola. — Intorno alla iscrizioni di Lione abbiamo l'opera : Auoiplfoos 
onligMa da Lyon rqmiuiltt d'apréi Ih nwmumeiu ctc. par Alphoiue de Boiiuii' 
(Lione 18i6 leg.), di cui il HoMMtM nella Atìg. Mmaltekrifì far Winmchafl und 
latralar. »|0$IO 4863. 



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mSCRlPTIONVM LATJKAItVM BC. 99 

atteodevano pariicolarmente alla provincia a loro assegnala, cioè a 
Rooia e all'Italia centrale, conliauava con slacrith non minore quella 
parte del lavoro che spetta ai paesi oltramontani, parte meno ricca, 
ma di segnalata importanza, in quanto che le epìgrafi per Io pib Kny- 
vausi avere inlima connessione colla storia locale , e viepiù con 
quella degli siabilimeati romani in quelle re^oni. Qui fu d'uopo 
percorrefe i luoghi e le campagne onde riotracciare i monumenti di- 
spersi , di cai spesso mancava qualunque notizia. Il Hommsen diede 
principio alle sue ricerche scegliendo gli Stati Austriaci, comin- 
ciando dall'Arciducato d'Austria, dalla Stirìa e dalla Gamia, e con- 
tÌDuaudo odi' [Infrena e colla Traosilvania, a cui faranno, ed in 
parte già fecero seguito l'Istria e la Dalmasia. Le cose appartenenti 
a tali r^oni essendo meno note in Italia, crediamo opportuno di 
esporre alcuni particolari intomo alle per^inazioni del Mommsen.il 
quale dapprima fissò il suo soggiorno a Vienna, dove sperò trovare, 
e trovò, collezioni monumentali e manoscritte conjprendenli tutto 
l'impero, o almeno grandi parti del medesimo. Trovò cinque raccolte 
manoscritte di cui sinora non si è fatto uso. Esse sono : 1 .* la raccolta 
d'iscrizioni del Tirolo, fatta dal Boschmann, il cui originale, pro- 
prietà del Ferdinandòo d'IuDsbruck , era stato portato a Vienna; 
3.* la raccolla dalmata dell'Abate Simone Ljnbich, 3.* la collezione 
d'iscrizioni d'Agostino Tifferao, fatta nei primi lustri del Cinque- 
cento, impiota ntissima per la Stiria e la Carnia, ed anche per i 
contorni di Napoli ; i.' quella delI'Eckliel , il quale aveva dato mano 
a una collana delle iscrizioni dell'Austria Germanica, e finalmente 
S.* i rapporti fatti nel 1829-31 dalle autorità locali al cavaliere 
Antonio di Steinhilchel , allora direttore del gabinetto numismatico, 
it quale ne pubblicò i principali risultati negli Annali di lettera- 
tura Viennesi. Di piti osservò e confrontò tutte le lapidi con iscri- 
xioni esìstenti nella biblioteca di corte e nel gabinetto d'antichità. 
Infine visitò le rovine di Petronell [ComurUutnì, le cui lapidi sin 
adesso sodo state molto trascurato. Terminati questi lavori nel mese 
di luglio, cominciò la peregrinazione p^ le provincie austriache 
propriamente dette, con Enns (iaureacuro), Linz, Wels [Ovilaba), 
SalidtHU^ (/ufovutn), passando per la Carinzia e la Stiria a Cilli 
[Céleia), a Lubiana, ai ruderi di Noviodunum dispersi intorno a 
Gurtefeld, a Zagabria, Sìsek [Sisda], Pettau {Poetovio) ec., per- 
lustrando dappertutto i musei provinciali , e trovando amorevole 
aiuto pntsso gli impiegati come presso i collettori particolari. 



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100 dilL coarvx 

Siffatta viaggio fu seguito da altro più esteso per l'Uogheria e la 
Transilvaiiia. Della TransìlTaDia, a antica Dacia , nitrato la parte 
minore è d'importanta per l'ei^gralìa. 11 Momnisen visitò llasra 
presso Dees, castello dellM&i Frtmionima; Klausenbur;; , nelle cui 
vicinanxe era situata JV^mk», la cittb più settentrionale dei Bomani; 
Tborda, l'antica Solmoe; Zalatna, creduta Awraria Bwtor, ma rera- 
mente Ampmum , nome conservato ancora in quello del fiume Ampoi ; 
Abrudb^nya e Vfo^palak, cenlro delle miniere d'oro dei Bomani, e 
probabilmente VAlbttmum maxu$ delle tavolette di cera ivi trovate. 
Carlsburg, l'antico Afidvm, per lungo tempo luogo dì atasioDe 
delta Le^o JiHIgtmina, è il suolo più ricco dlscrisioni non solo della 
Tranailvaoia , ma dell'intera provincia DanulHana inferiore, mentre 
sul fiume Marce non lungi da Deva trovasi un fntilizio romano di 
perfetta conservasione. A Nagy-Enyed, Blasendorf, Hermanstadt 
ritrovaosì molte lapidi, mentre quasi tutto db cbe è stalo scavato a 
Hebadia [luogo attualmente molto frequentato per i bs^ni detti di 
Ercole] è stato portato a Vienna o disperso. Non v'era motivo di 
percorrere la parte orientale maggiore di Traosilvania'. essendovi 
f>carsisBÌmo il numero delle iscrìiioni. Generalmeute non fn rìooa la 
messe riportata dal viaggio nella Dacia. Ne è causa principale latra- 
scuratezsa nel c(»i&ervare le lapidi, dimodoché la quantità dei mo- 
numenti tuttora esistenti , non sta in nessuna proporzione con quella 
ddle pietre dissotterrale. 11 modo di costruzione delle case e finanche 
delle cliiese nei luoghi più fertili di antichi monumenti , dove cioè le 
fabbridke comunemente si fanno di fusti d'alberi o di mura di 
loto, non ba dato luogo ad incastrare nelle pareti pietre antiche; 
uso per coi sonosi salvati in altri luoghi migliaia di monumenti ; 
mentre oggi ancora questi in Ungheria e in Transilvania servono 
a far calce. Cosi 6 avvenuto di quasi tutti i ruderi dell'antica 
capitale della Dacia , Sarmizegethusa , o^ Varbel. NelPiatero paese 
non sì ritrova una sola vasta coUeiione d'iscrizioni. Ne esistono 
alcune minori, p. es. nel giardino vescovile di Garisburg, nel 
Museo Bmckenthal di Hermanstadt e ndle case di alooni tra i più 
cospicui signori', ma servono piuttosto ad oroamento, di quel 
che sieno disposte per uso di studio. Sventuratamente l'ultima 
guerra dì rivoluzione ha portato gravi danni a tali cotleziom. Chi 
conosce la storia dì queste regioni, devastate per più secoli da 
barbari esteri ed indigeni, non rìmarrh 8or[»«5o della mancanza 
di musei , né anche del poco studio impiegato in ricerche di quella 



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TtOaVM IdTlHARVM EC. <(H 

natora. EvTÌ il pn^to di formare un Hoseo nasioiude a KJausen- 
burg, il quale c'è da sperare che dia looilainento alle rioercbe e 
agli scari, secondo si è Teduto io altri luc^i, mentre servirà a rav- 
vivare l'amore , quasi scomparso , per k cose archeologicbe. Il 
H mnmsen trorb varie lapidi non prive d' importansa per la geografia 
antica, e trasse dalle carte e copie del Seivert, del Reimboldt, del 
Mike e d'altri raccoglitori di notizie , come anche da varie opere ap- 
partenenti alla letteratura locate, materiali migliori e più genuini di 
qaelli che presenta il libro del Neigebanr, a composto, dice «^, in 
cireoetanse {nh favorevoli , ma con manifesta mancania di crìtica ». 
NelfUo^ria, ì luoghi che primeggiano per iscrinoni romane 
steodonsì in linea quasi non interrotta lungo la riva destra del 
Danubio, o io modica distanza dalla medesima, da Alt-SEdaj vicino 
a Komom [Brigttìu>ii\ e Alt^fea, Buda vecchia [Aquincvm], scen- 
dendo il fiume sino a Esiek(lftir(a),Vinkovcze [Cibaia], e Hitroviosk 
(Strmi'uffl) , aggiungendo l' importante località di Stenn-«m-Auger 
{Sabaria). Tutto il rimanente, e la riva sinistra del Danubio, oEb-ono 
poco. Anche qui traviamo ripetuto ciò che fe stato riportato rispetto 
^la IVanflilvanla. Pressoché ignoto è l'uso lodevole tedesco d'inca- 
strare nello mura delie chiese, o di altre fabbriche, le lapidi dissot- 
terrate. Ciò ohe non vìea trasportato, ad oso decorativo, in qualche 
parco wgnorìle, è lasciato giacere per i campì o per le strade, per 
essere mutOato o int^amente distrutto. Qualche coUexioue par- 
tioolare viene formata, ma riesce difficile conservarla. Gontuttociò 
l' Ungheria ha un immenso vantaggio, che è quello del Museo nazio- 
nale di I^st. Da circa quaraut'anni si sono radunate in questo luogo 
le lapidi con epigrafi non solo delle vicinanze, por esempio dei 
contorni di Aquistìsam, ma anche dei confini del regno, finanche 
del circondario di Pietrovaradino ; e quantunque ciò che si è potato 
salvare sia scarso a confronto di qnei che sì è smarrito per incuria, 
pure si è raccolto, e reso accessìbile, un tesoro piuttosto cospicno. 
Esso diede ricca messe per l'uso del Corpu» Fnscriptionum. loollre il 
Hommsen visitò, nel circondario dì Pest, Tet<;ni, Buda vecchia, 
Poth, e rimontando il fiume, le località di maggiore importanza. 
Gran (Strìgonia) , Neudorf , Totis, Alt-Ssdnj, Komom e Baab. Non 
ne oltrepassarono però i risultati quelli della Transitvanìa ; a Brige- 
tnan per esempio, luogo così ricco d'iscrizioni, due sole ne vennero 
rìtroTale. Le raccolte di notizie e di copie di parecchi antiquari 
viventi fwnìrono varj materiali. 



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lOS DEL canrux 

Di scalata ìmportanxa soqo le tavolette dì cera, trovale a 
VSrftspatak presso Adrudbanya nella TraosilTania , di cui gih ^ fece 
parola. Se ne conoscono sedici, parte intere, parte frammentate, di 
cui sotte Del museo di Post , sei a Blasendorf nel collegio greco-unito 
e presso il direttore del niede«mo; due nel Museo del collegio rifor- 
mato di Nagy-^uyed, e l'ultima nel Museo Batthyany a Carlsbarg. 
Di- due di esse, di un trittico e di un dittico, il testo trovasi 
aggiunto al rapporto del Mommsen. Il primo di questi curiosi monu- 
menti è un contratto di vendita di un servo, che un Dasios Breuoos 
compra per 600 denari da un Bellìcus, sotto coadizione i eum pue- 
ntm sanwn traditum esse , furtfs noxaipte, solutum, erronem fugilivm 
caducwn non esse », di che risponde Vibius Longus, con quietanza 
del compratore. Tale documento, spettante alla tredicesima legione, 
appartiene al consolalo di Rufino e Quadrato, cioèaU'auDO 89i=H2 
di Roma. L'altra di dette tavolette, dell'anno 918=156, è un contratto 
di comuni affari tra Cdssius Prontinus e Inlins Alexander, con ugua- 
le ripartizione di guadagno e di perdita. Concludendo il suo rappor- 
to , il dotto autore si dimostra riconoscente della cortesia usatagli 
dappertutto nelle sue ardue ricerche dalle antorìtd governative, 
dai direttori d& musei, e con singolare eccezione , dai particolari. 
Tali furono, nel corso del 4857, le peregrinazioni del Mommseo, 
il quale poi per qualche tempo fermossi a Venezia , rimettendo però 
ad altra occasione il viaggio dì Dalmazia. Frattanto il dottor Henzen 
continuò nell'assunto suo, che principalmente era quello dì ordinare 
il tesoro epigrafico spettante a Roma e all'Italia centrale. Dopo di 
avere confrontato gran numero di opere e di collezioni , per lo pib 
di data moderna, per esempio , le pubblicazioni dell'Istituto di cor- 
rispondenza archeologica, il Giornale Arcadico, gli. scritti del Cardi- 
nali, delFea,delNibby, oltre quei piti antichi dell'Oderici, del Pas- 
sionei, del Guasti, delVigaoli, del Lupi, del Marangoni, del Fabretti, 
oltre finalmente le Iscrizioni Albane del Marini e i Fratelli Arvali del 
medenmo (1); dopo di avere poi collazionate le schede Ptotemee co- 
lf) La preMnte brerluima notizia non bi , né pud avore per aeopo di re- 
gitlrare l'tmmBnKi tesoro della lettenturs epigrsfloi ItalUna. Soluneota di volo 
si accenDa alle opere del L^ao» sopra Uantora , dsU'ALDiai (opra Como e 
Pavia , del Cavimri lopn Hodeas , del Di L*hì sopra Veleii ( Parme ) , del 
FoaLAHTTO ini museo d'Està, del CiaoiRiu sopra Velleiri, del Di Hinicit 
aopn l''ermo,del Toaun sopra Ri mini, del Paoiru aopra Laoi, del GaaaDCCi sopra 
Rieti ec,, ai dottissimi lavori del Boaenai , del VianioLioLi e di molti allrì. 



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tUSCRlPTIONVy L4TI!>AflìlM EC. 103 

piate dal codice S^iese , e te già citate Aocursiane , l' Heozeu fece una 
revisioDe generale dell'apparalo che riguarda 1» parte d' Italia di .cui 
si tratta. Trovaroosi, per la città di Roma, ìscrìzioni nionumeatali, 
ÌBcIuse ie pietre votive e Le basi onorarie , N." 1 880 ; iscrìzioni sepol- 
crali circa 16,400 ; tabi di piombo, iscriiioni, Bguline, frammenti ec 
circa 1300, in somma circa 19,580; per i municipj circa 7000: 
dimodoché il numero collettivo per l'Italia media ascende a cir- 
ca 86,580. Aggiungendovi gì' inediti delle schede dell'Amati e del 
Marini e varj altri, che ancora conservansi presso il De Rossi, si 
avi^ un numero totale di 27,800 all'incirca per le sc^raddetle regioni; 
numero che probabibnente verrà io Tue di poco oltrepassato. Conti- 
nuaronor l'Uenzen e il De Rossi coll'esame delle cose Ligoriane, e 
segnatamente furono rivisti dal secoudo ì codici Orsiniani della 
Vaticana, le carte cioè e i disegoi di Fulvio Orsino pieni di merce 
Ligorìaoa, spesso citati dal Gruter ; rimanendo cosi esaurito il vasto 
campo di quella troppo amlngua epigrafia. 

Le altre cure ancora del De Rosn veuaero dedicato ai codici 
manoscritti. Per l'epigrafia della Dalmazia e dell'Istria consultò e 
fece trascrivere un codice Valicano che fa parte dell'apparato Ma- 
nuziano, le schede degli Aldi , quelle di Ciriaco Anconttano conte- 
nute in un codice Oltobouiano e ìu un altro Vaticano, quantunque 
poco ne possa riuscir di nuovo essendo queste epigrafi per lo piti alle 
stampe nel volume impresso per cura del cardinale Francesco Bar- 
berini. Dai codici Vaticani fece inoltre trascrivere tutto ciò che 
spetta alle regioni dell'Alta Italia confinanti coll'Istria e colla Dal- 
mazia, onde servire, coi materiali gtà indicati, al Hommsen per 
dar sesto alla provincia Dalmatiua. Egli estese in seguito l'esame 
a tutto il rimaneute del tesoro manoscritto Vaticano , occupandosi 
segnatamente delle carte moderne del Cancellieri, dell'apparato pre- 
zioso del Metello, del Manuziano, della raccolta di Fra Michele Ferra- 
rini, delle Schede Barbwiniaue che si compongono (U queUe del- 
l' Ugbelli, dell'Ostenio , del Suarez, del Doni, dell' Aleandro ec. 
Trasferendo il campo delle ricerche nelle altre biblioteche di Roma, 
cominciò a consultare nella Barberiniana il grande apparato, ora 
riunito , fatto raccogliere dal cardinale Francesco Barberini già no- 
minato, e una silloge ignota compilata a Roma nel H09, che è 
anello intermedio fra la raccolta del Signorili e quella del Poggio (i). 

(1 ) Di questo due raccolte il De Rossi diedo conio nel libro ; l» prinw ruc- 
colM d'anlJcfH /icrizjoni cont}riIat« in Aoma tra il finir* ifoi tacolo X/C t il eomm- 



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104 I>E1. COBfOS 

Nell'ADgelÌM vann«ro IrueritU i due wrii manoicritti epigrafici ivi 
osisteoti, quello oooosciuto col Dome dì Schede del Passionai, e 
l'sitro del <^iets), «mtuieote iscrisioDÌ trorate nel sabartuno di 
ftoma oiroa l'anoo 1786 e segueatì. In Damerò di due sono analw 
i codùn Importanti della Taìlicelliana, di eoi uno serba l'ortografia 
di Achille Stazio tutta fondata nelle antiebe ìsotìsìodì, che vi sì tro- 
vano in parte diligeatemento esemplate. La Chigiana possiade poeo 
di momento per lo aoopo del C. I. L. Fio qnk l'epigrafia manoscritta 
delle biblioteche romana. Quanto al rimanente d'Italia, il De Rossi, 
da cai sin dal 48S3 erano state oomnnicate ai suoi ooliti ootìsie 
dei manoscritti epigrafici dì Romagna, Toacana, Lombardia e Veoe- 
sia, aggiunse alle mederime on cenno su qndlì del Piemoaie a un' 



dart M XV, rinvenute e dicMoraU dal Cmi. G. B. d» K. (Roma ISGS , pag. 176, 
la Sto, risbmp. dal Oiorn. Arcidico, voi. 187, 1SS). Autore della prima di sif- 
Iktte raccolte al fu Niccola Slgoorlti , romano , segretario del Seoalo , a cnl Her- 
tioo V pontefice connilw di ordinare in un volniM tulio ciò cbe polsfa ancora 
rinreoirti Intorno ai dirilll e prlfitegi della ciUi di Honia ; libro al quale, ift ud co- 
dice Chigiano , (rodasi agsIoDta, col titolo De epUapUfU, uca alllcge d'anttcbe iscci- 
iloni romane eoe pocbe d' Italia. DI questa silloge si è poi rtlroTalo II pib eolico 
ed il pio sincero esemplare in un codice della biblioteca dei Benedettini di 
8. Niccolò di Calanla. Salvo due o tre ecceilonl, nella, raccolta del Signorili 
ocDteagooal quel soli moaumeotl cbe erano lottora aoperstJtl quando fu ccaplUU : 
dorè al contrario le raccolte seguenti ne traacrlvoco di quelli che da plb o tneno 
tempo erano periti o scompartì. La collerione di Poggio Bracciolini ti trova lo un 
HB. Vaticano , copia iraperltetla di altro anch'esso scomposto e probabilmente 
guaalo. SI compone di due parti distinte. La parte prima è lelleralmenle Ira- 
Kfltta dalli tkmons silloge conoeciata col Di»ne dell'iaonimo d'S^Medtbi, o eoo^ 
poata da qualche monaco ignoto prima della fine dal IX secalo ; prima del Ha- 
billon [ cbe la Etanpd nel 167S } Ignota al mondo letterario , ma cbe il caocelliere 
florentino , scopritore di tanti raenoscrilU nei monasteri di Svinerà e di Oerma- 
nia , ai vede aver avuta nelle mani e io gran parte copiata. L'altra meli deli* 
raccolta contiene epIgraB al tempo di Pi^o ancora esilienti. Nel lavoro dal 
De Rossi leggonai , a piena evidenza cviluppale , le ragioni per la quali a nina 
altro se non al Braccloìiai pud altribotrsi la predelta raccolta ; circoslama gii 
avvertita dal Uommseo in una dissertailone del 1860 presentata alla R. Socleti 
delle Sciente di Sassonia ( Eplgrafitehe Analeclen, Xni) io cui egli dal fatto del rl- 
trovanl molte delle Iscrliionl dell'Anonimo, non pib esistenti a' tempi poeterlori, 
note di gii sin da'prìmordj delle in vaatl galloni epigrafkbe , dadtwe la eonae- 
guenu d'eaiere il Codice di Einsiedein italo trovato e In parte copialo da qual- 
che italiano prima della prinu mali del Quattrocento, qual Italiano non poteva 
essere se non Poggio Bracciolini , Il quale d'altronde nel suo Olalogo De eoriaiale 
fortanat, composto come si sa prima del 1431 , rammenta la propria silloge. ~ 
L' If iosiedJenie venne stampato correttamente dall' Himi. nell'Arcblvlo per la 
filologia di Iahk e Shiodb . voi. V. 



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i.vscntrr/o.vuii latinjkvu ec. 105 

appendice su i codici Toscani. Finalmente compose una descrizione 
dei manoscritti esaminati in Francia , nel Belgio e nella Svinerà (1), 
che ammontano al numero di HO. Vennero prese le opportnne di- 
^toriiioni per (ar trascrìvere quanto si giudicava ancora d'impor- 
tanxa in qualaivt^ia biblioleca d'Italia o d'oltremonti. Cosi il dot- 
tor H&bner procjiirò la copia de) codice Harucelliano di Firenze , 
contenente la raccolta d'iscrizioni romane del 1509 fatta da Bati- 
sta Brunellescbi, quella del codice Hagliabechiano contenente iscrì- 
lioni d'Italia raccolte in sallafine del Quattrocento da P. Cennino,e 
dell'altro dell'istessa bibUoteca cbe è una miscellanea di V. Borghini, 
in cai contengonsi iscrizioni romane e spagnuole mandategli da 
nero Vettori, e le napoletane di Miniato Pitti. Da Venezia si ebbe 
la trascrizione di un codice Marciano contenente una silli^o d'iscrì- 
lioni d'Italia e anche della Grecia, compilala prima del 1i60 ed 
attribuita a P. Bembo; mentre da Parigi giunse la copia d'uno 
dei volumi dello Schede del Sirmond. In tal modo il De Rossi bene 
a ragione osserva, a quale e quanto grado di malurilb già sono 
giunte le ricerche nel campo prima tanto tenebroso, iiideiìnìto ed 
inesplorato dell'epigrafìa manoscritta , accennando alla speranza che 
nella relasione dell'anno, ora corrente, gli sarb dato annunciare 
essere giunti gli editori al pieno ed intero possesso di presso che 
tutta questa ricca fonte dei tesori letterari cbe ai medesimi è com- 
messo raccogliere ed ordinare. 

Tale è l'attuai condizione dei lavori preparalorj per la pubbli- 
cazione del Corpus Inseriptionum Latinarum. I) presente brevissimo 
ragguaglio servire ad accertare i lettori delio studio coscenzioso che 
si è posto a costruire , sopra vasto campo , un cdiPizio degno dello 
stato florido della filologìa , dell'arte antiquaria , e della storioj^ra- 
iìa antica, e non meno di quell'illustre Consesso il quale ne assunse 
la direzione. Passeri) forse mollo tempo ancora prima che si ponga 
mano alla pubblicazione, la quale, prescindendo dai Priacae Tm- 
tèutatit Monumenta destinati a servire di prodromo, principierìi 
dalle teloni oltramontone , onde dar agio ai dotti incaricati 
delle parti d'Italia a signoreggiare e disporre quanto piti si 
possa la mole veramente immensa dei monumenti alle medesime 

(I! Per VepigraDa della Svizzcia abbiamo U bella lanolU del Moutis^K , 

durante il sju soggiorno io quel paese conc professore » Zurigo, ioiraprcsa 

iNUu toeklatit (tatlquariorwH Turicmsium, che ha per lilolo : lnKriptiime$ Cna- 

ftìederaliimii BeUielicae laltnae, Zurigo tSM. Il oumci u diMk- lapidi asccadc a 3-14. 

Anca.ST.lTit.A'uoia Serie T.VH.P.I. '* 



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106 DEL COKPV.f IHSCIIlfTlOIIVM L^TIHMKVM EC- 

spettanti. FraitanU) si cootinua, per cara del gorerao f 
la stampa delle iscrizioni dell'Affrica settentrionale , affidate al 
Renier, cui terranno dietro quelle delle Gallie, raccogliendo i frutti 
di molti quanto vasti lavori parziali. Similmente si è posto mano, 
in Roma, alla slampa della gran Raccolta delle Iscrizioni cristiane del 
De Rossi (1)-, raccolta la quale, cominciando dai tempi dì Vespasiano 
e dall'anno 71 dell'Era volgare, conterrà aU'inciroa W ,000 lapidi, le 
quali , colla dottissima illustrazione, fomiranDo per i secoli della 
lotta tra il paganesimo e la fede di Cristo , e viepiù per i tem|H ddU 
dominazione di questa sul mondo antico, una suppellettile di cui 
adesso si è ben lungi ancora dì misurare la rìccbesza e l'impor- 
tanza per ogni ramo della storia e dell'archeologia sacra e probna. 

Roma, nel Natale NMDCX della Città, 
24 Aprile 18S8. 



lUH. ROMAI. (EI. HIOMIDI. KCLUUB. Ul- 

CDLii. FoaitiE. SariDDO cioiinn volumi in folio. Il prtmo volume è per UKtre 
dai torchi della stamperin camerale ponlìncia. — Quanluoque non streEtameete 
colIcgBta coll'argomcnlo della presente nutizla . si cita qui l' importante diiaer- 
leziooe del Di RoMi : De chriiKaiUs monummlil IXBTE «xMftmMit*. Far. IW. 
fDat voi. Ili dello 5/'iei%>um So\taneM».\ 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Storia arama e tneddoUea «f Italia , raeeontata dai ventti amboKiatori , 
aimo t a t a ed edita da Fabio Hin'iNELLi , Dùttton d»ì£L « A. ArrMoio 
di r«nesio. Yclyme le II. — Venezia, dalla premiala (ipografia di Pie- 
tra Naratovioli, 1855-4866, in Sto. 

Con due nobili e lodevoi issi mi intendimenti pose mano a questo la- 
voro il chiaro HulineiU: con quello cioè di aocreEcere il polrimonio delia 
storia naiionate, a cui OTa sono rivolti gli stndi di elettissimi ingegni, e 
niiuio me^io di lai ciò poteva per la Datura del sno affido ; e o(» 
Taltro di oontribnira al sollievo de' poveri, a cai vantalo agli de- , 
stinò latto l'utile che potri ricavarsi dallo spaccio della sua opera : e 
cosi fece di altri soci lavori , coma apparisce dalla dedica. B a ciò fu 
aOohe mosso dalla consideraKione , che U lavoro è demnto per intero dagli 
ArehM di una repitbbiiea, già madre antiea e amanta diformti dei pa- 
lmi nottri; e spera, che lo Siato,aeuiade$io per diritto eonqvitlo appoT' 
tingono gli Archivi ateni , non avrà , forte, dinaro di vedere vtUixMote di 
quetta guiia quelle »ue graadi e maravigtioee noefwsce (1). E quanto alle 
fiochezze egli ha ragione. S<rio i da compiangere , che per consegoenza 
di qoel diritto conqtriito una parte importantissima di qaetle ricchezze 
sia stata travasata nella lontana Vienna ; ciò che rende difficilissimo 
a^' Italiani di poter Tarsene prò ; cosicché il Hutinelli farebbe cosa su- 
premamente utile alle storiche discipltne , se dopo essersi occupato di 
quella tuppeUettUe di puibUehe •crithirs , che ti sermo e la liberalità dà- 
VifmperanU Fraaeeteo Giuseppe I lerbata volle a Venesia , volesse e po- 
tesse occuparsi in sonito anche di quelle che nella capitale austrìaca 
si trasferirono. 

Nel primo volume, oltre la dedica, si contengono la prehaone, i 
prolegomeni , e gli spacci più importanti degli ambasciatori veneti a 
Roma , e dei residenti a Milano, Firenze, Napoli e Torino ; i quali a^cci 

(<) Voi. 1, pag. l. 



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108 RASSEGNA BIHLIOGRAFICA 

sono ben diversi dalle TelazUmi, cbe gli ambasciatori stessi erano ob- 
bligati leggere in senato al ritomo loro, e cbe si vanno pubblicando dal 
benemerito Alberi (3). Ed è cosa dispiacente vedere che questi spacci 
non abbiano principio che dopo la met& del secolo XVI ; giacché la Re- 
pubblica, prima di quel tempo, non era solita, come egli afferma, tenere 
alle diverse corti stabili ambasciatori, ak delle ambascerie straordi- 
narie sì sono ritrovati i dispacci , Torse distrutti dall' incendio del 1577. 
Nei prol^ommt si fa una lunga tirata sui vizi cbe deturparono l' Italia 
nel secolo XVI , ai quali però non mancava il contrapposto di molle 
virtù cbe dall'autore sono taciute; e si dice che per infrenare in qual- 
rhe modo il torrente di questi vizi, fu necessaria la severità delle pene 
e de'inippiisi e la frequenza de'roghi e de'jxUUioli (3). Quanto alla neces- 
sità dei roghi non andiamo molto d'accordo con l'autore, nel che ab- 
biamo consenziente anche la sua sapientissima repubblica , come in 
seguito si vedrii. Ed egli stesso ascrive a fortuna che ora la Chiesa per 
ijli errori di fede ti tiojga della sola «comunica .... non proponendoti te 
non di giovare tpirituatmenU a coloro tetti che per tal gmia puniiee (() ; 
la quale affermazione . presa in senso assoluto come viene espressa , 
non sappiamo in verìtb conciliare con la storia moderna di tuUa Italia , 
come se in tutta Italia fosse abolito il Saiit'DfBzio. Lamenta poi egli con 
ragione i corrotti costumi degli nomini di lettere di quel secolo , tra 
cui cita anche il Holza, sul conto del quale leggemmo una lettera ori- 
ginale scritta nel 154( da Aldo Manuzio al cardinal dì Ravenna, in cui lo 
informa della morte di quel poeta avvenuta per gallica lue (5). Ed egual- 
mente scostumata era la condotta del clero; onde in quel tempo in cui Vira 
dei protestanti prendea a bertaglio e veteooi e preti, non polea accader eota 
a'dttegni hro più acconcia, cAe lo scorgere le abttvdini di quegli uomini 
pervertiti, e leggere qut? fescermini lor canti, che esiandio in pertona del 
secolo farebbero ttati giutlamente biasimeeoli e di censura altamente col- 
piti (6). A ciò si aggiunge la mancanza di soda scienza (eologìoa in cai 
su quel principio gli eretici a noi prevalevano [7j. Ma a tanti mali sop- 
perì in gran parte la virtù di uomini singolari, fra i quali annovera 
l'autore e Giuseppe Calasanzio e Filippo Neri e Camillo de Lellis . e 
venne in -aiuto della Chiesa la dottrina di alcuni uomini dottissimi , e 

(5) Dna bella e imporlantisslma relaiione di Federico Rado«r sul ducala 
d'Drhioo, letta al Koato nel IH7, pubblica Vincenzo Lazzari nel 48.16 ; Venezia, 
per Oiovamballista Merlo. 

{31 Voi. I, p. 4&. 
(4) Voi. I, p. 11. 
(5| Archivio centrale di Sialo in Firenze. — Carte di Urbino. 

(6) Voi. I, p. 1S. 
il) Voi. I, p. 20. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 409 

comparvero i Gesuiti ; mentre gli altri frati {folta «ommom di oleum pò- 
chi oddetH agli itudt tpeeulativi\ o per la ignomua e per la bauetoa tU 
vivere , o per enere ondali olle taverne a predicare le ìndtilgm»e, e a 
queetuare per «uà, erano dtoefiuM parte exei, parte dùprettati doJ mon- 
do (8). Crudtli ed oòominevoti t messi, proeegne a dire, arditamente 
l'autore, di cu* quetti ti tervivanù nel difendere la religione; di guitatAe 
lordate di tangue avean le mani ohe ogni giorno foeeavano iì Dio della m*- 
serieordia; dolci e convmcmtt inveee erano quelli tuati dai Getuiti, non 
Kiamente tenendosi essi sempre lontam dalla terribiìe ingviriBione ,.ve ab- 
borrendo quel crudete vituperio; ma ingegnandosi ansi eoi loro oontigli e 
coi credito di moderarne il fidare ne" poeti in cui piti crudelmente infierì 
va (9). E passa a discorrere della vita felicissima degli sbitanti del Pa- 
raguai in cui i Gesuiti sovraneggiarono, e che avevaao, come egli dice, 
plasmato a perfetta d«moeraaui; e cosi esalta i pregi di quel reggimento, 
da farci quasi quasi dispiacere die non abbiamo noi moderni Italiani 
la beata semfdicitì di que' buoni Americani per brd p<M gustare le 
dolcezze di una repubblica democratica sotto la tutela gemitica. Ma ba- 
sti di questi prolegomeni, il cui dettato non ci parve a&tto scevro di 
qaalche piccola menda , e in cui non ci occorse incontrarci in alcuna 
nofiUi di pensieri. 

Il lavoro del Hutinelii , di cui oltre i doe volumi per noi accennati, 
sonofii gih pubblicali altri due fascicoli, riuscirà certamente utilissimo 
per la storia italiana : ma , siccome contiene molti fatti riprovevoli di 
principi, re, imperatori e papi, non' sarìi gradito da tutti, e special- 
mente da quelli i quali, con nuova teorica, vorrebbero obe questi fotti 
si tacessero, a nou rendere contennenda, come essi pretendono, l'au- 
torità o laica sacra. Ma non tutti pensano come essi; né cosi la 
pensava il buon Muratori , la cui autorità non sarà sospetta ad alcuno : 
« Non è già di dovere, che i principi, pretendenti di non essere sotto- 
* posti alle leggi, abbiano anche da pretendere esenzione dalla pubblica 
a cMisurR; perehé questo è l'unico freno oppur castigo alle lor malvage 
■ azioni; e guai a chi giunge a nulla curarsi anche di questo qualun- 
s qae siasi staffile. Ma giusto insieme è , che la censura sia ben fon- 
. data, e non figlia della malignità e dell'invidia (tO) ".Certo quegli 
ambasciatori veneti, cosi cauti, scrivendo queste lettere segretissime, 
noQ potevano mai immaginarsi, che un giorno fossero tratte al co- 
spetto del mondo; nà il Mulinelli ha creduto di fare opera biasimevole, 
pubblicandole; giacché se la foma di qualche principe ne rimarrà un 
poco ofTuscata , la storia per compenso ne rimarrà rischiarala , e ninno 

18) Voi. I, p. 26. 

19) Voi. T, p. «7. 

(tO) Attuali d'Italia, all'aDoo 4BS9. 



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Ilo RARSIitìNA BIBLIOtiRAHCA 

hi diritto di nuoveriM querela, IntUodui di folli di «ui eUa lu giu- 
sto titolo d* impadronirsi. 

M« questi fatti SODO veramente areoRt < «W(Uotm, oome dice il li- 
brio del libro? A Qoi non para in generale, salre poche ecoeiioni ; giac- 
eb^ parlasi per lo più di cose eseguite in pebblioo , e di abboccamenti 
avuti coi prinetpi ; a cui non può darsi il titolo oh di arcani , ne di 
aneddotioi; cìA che però non tofclie loro l'importanxa storica. S'è! 
pare anoora, ohe di molte cose si potesse fara a meoo, perchè di peoo 
rìliero , e perchè non hanno nulla di arcano. A questa classe si rifarì- 
scono le tante lettere che rendono ragione di complimenli btti ai prin- 
cipi o per matrimoni , o per morti , o per assoasioni al trono o per 
altre simili occasioni ; e le quattro lettere nel volume i per l'ingresso 
del TÌcerò a Napoli , e la storia della Jlota (foro, che occupa Tenti pa- 
gine, e le intermiDahili trattative risguardanti il matrimonio di Maria 
de'Hedici, che nulla alla storia contdodoDo, e la luoghissima descri- 
zione per 3$ pagine delle feste veneziane per la venuta in quella oitti 
di Enrico III re di Francia, e quella non mano lunga della proces- 
sione a Torino per la S. Sindone, e la Bolla famosa in Coma Domim, 
che ritrovasi in tutti i Ballarli, e cod dicasi di molle lettere: cose 
tutte che non sodo al certo né arcani, né aneddoti. Una mancanza poi 
oltremodo incomoda e che impedisce di trarre da questi due libri quel 
profltto che si potrebbe, À quella di un indice ragionalo al fine di ogni 
volume , mancanza cui speriamo rimedieri l'autore alla Goe di tutto ii 
lavoro ; e che pur troppo si verifica in molte opere otoderne e di cui 
spesso ci siamo giostamaate e pubblicamente lamentati coi nostri tipo- 
grafi ; i quali, per ingorda avidità di guadagno, frodano i compratori di cosi 
neoessario accessorio. Considerammo ancora, che questi dispacci veneti 
possono guardarsi sotto tre aspetti ; giacché accrescono il patrimonio 
della storia con qualche nuova notizia, o portano luce sopra fatti dubbio- 
si, o confermano il vecchio ; ne'quali Ire oasi ci sarebbe piaciuto , ohe 
l'autore avesse fatte le opportune osservazioni , che sarebbero tornate, 
in quel mare magno, a giovamento grandissimo de' lettori. Ha di ciò 
non possiamo gravarlo, percbè non l'ha promesso, né vi era stretta- 
mente obbligato dalla materia. Vero è però, che molte note apposte al 
suo lavoro, e spesso tratte dal Dizionario ecclesiastico del Horoni, non 
hanno grande importanza, e poco servono a spargere lume sugli argo- 
menti di cui trattano i dispacci. 

La prima parte del primo volume discorre delle cose romane, incomin- 
ciando dal 1S6fi : ed ò la più lunga di tutte le altre e di maggior peso: 
giacché in Roma in quel tempo Irattavansi non solo lutti gli a^rì re- 
ligiosi della cristianità, ma ben anche tatAti negozi politici importan- 
tissimi. Il pontefice regnante era Pio V, uomo di profonda piatii , di 
santa vita, grande riformalore degli abusi del clero, zelantissimo di- 



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RASSEfiNA BIBLIOGRAFICA 11f 

hosore della purità della Me, e perciò tenerissimo dell'loqnisizioDe, 
parcbè ialfmameate persaaso cbe con essa sola si potesM br argine alle 
ìrnHBpenU novilèi religldee. Or qaesta predominante passione di Pio ope- 
rava, che di cootinoo martelJMse il veneto ambasciatore Paolo Tiepido, 
afBnobè la repabUica aecondasse il suo zelo; i foaen pw faoorite h 
eoK Mlm r*%ion«,« partieolarmentt deUa lnquiiÌMÌoiie {**); ma Isrepab- 
blica andava ko[^ ; siccbi il poolefloe spsBao gravemente se ne do- 
leva ; ed è notabile ciò cbe disse al Tiepolo l'inquisitore di Brescia dopo 
un'udienza avuta dal papa: che cioè con Pio T in materia di Sant'OfBzio 
M» era biugHO di tpnme, ma di fnna t}%); e il cardinal Oambara assicu- 
rava l'ambascJatore , cht wntma cosa oibiiffktria più S. SaiMà , dte m- 
dirv dte qutl umùuimo dométio fmxmue, per quanto fot»» pottihiie, le 
eoK dMa InguùÌMme , et dea»» qualche btitm ordine fuori in terra ferma, 
amoedtè con diUgeittia ri oftmdatM a qw*eoffMa. .. .che koìò ri faottt», 
patria fuel («rmwaimo itominio jtii jmmttterri da qttetlo poaUfke che qual 
^ voglia altro principe (1 3). E l'acoesissimo desiderio in Pio V della eetir- 
pazione degli eretiol si mostra più palesemente dal oeUoqnio cbe il ve- 
seovo di Nicaatro, nuovo nunzio pontificio a Venezia, eMie ool Tiepolo 
prima di partirsi da Roma, e che viene narrato per disteso da lui (14). 
Insisteva sempre il Nicastro, per parte del pepa, sullo stesso argomento 
iwediletio del Sant'Offlzio ; al che l'ambasciatore , quasi noialo da tasta 
pressa, rispondeva con libertà venesiana questo precise pende: Et oIk 
SL Signoria deot eaotr, quota eoaa è rattotìumdata airUlutlritsimo Cotui- 
gito dei Dieà, em Fautorità del quale H tutto rieeeguine; ma efu noiuaiamo 
piiitffelti eh» dimoelraHen, non fuochi et /tam»; mafarmarw tigretamMte 
ehi merita. Et che i»Hvolea liberamente dir, come lo Mnrina,- ohe era, oh» 
quelle dimoitTalion,pal»ii, più grandi, ievert e terribili che ti facevano, par- 
tmvatn maggior danno eh» util» (tS). B qui narra . come esso Tiepolo, ri- 
trovandosi alla corte di Spagna , tu invitato dal re ad assistere « un 
auto diHquieition, mi quale molti foroDO condannati , e qnattordioi ad 
esaere bruciati vivi ; e aveva veduto quegl' infelici morire con imper- 
turbabile coraggio , che piuttosto puoteva conformar quei che »eguitano U 
U>rt>humor,clieapaventaTli{i6}. Ha Pio V vedeva le cose sotto altro aspet- 
to; e durante il suo pontificalo il terribile tribunale funestava h capitale 
del mondo cattolico con crudeli e sanguinosi sup^dizì. Le due lettere 



(*tt Voi. I , spaccio del 9 mano 1566, p. 3H. 

(19) Voi. I. p. 37. 

;I3| VÓI. ), spaccio óui i> marzo tbWi, p, Sri. 

:t(l Voi. i, spaccio del 27 aprile fìM, p. U- 

It.->1 Ivi. psg. 43. 

It6) Ivi, pag. 44. 



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Ui RASSEGNA BIBLIOURAFICA 

del Tiepida pubblicate dal Mutinelli dei Vi eeUembre e 4 ottobre 1SS7{1'7). 
nella prima delle quali descrive una solenaissiroa condsnoa latta dal 
Sant'Offizio di diciassette persone , fra cui sei gectiluomiui bolognesi , e 
nell'altra la decapitazione e l'abbruciameato di un frate da Civid^ e 
del Carneseccht (48), ti riempiono di orrore. E questo orrore li si accresce, 
se guardi a quelli cbe scamparono all'ultimo supplizio , restando eondait- 
nati chi serrati in ferpetuo fra dw muri (vita pepiere di cento morti], 
dU tn prigione perpetua , Mi in galea perfelua , o per tempo; et atoàm 
appresto tn certa lonma di denaro (49). 

E per non tornare mai più su questo terribile e straziante tema. 
stringeremo in un fascio tutto ciò che troviamo sparso in questi due vo- 
lumi, cb' e' tornerà anche a maggior comodo de' lettori. Da on altro 
spaccio del Tiepolo dei 34 luglio 4 568 (SO) rileviamo , cbe a qaei tremendo 
tribunale ricorrevasi anche per altri oggetti che ninna attinenza ave- 
vano col Sant' DfHzio , come per l'appunto avveniva io Ispagna sotto Fi- 
lippo Il , che se ne serviva pe'suoi fini di regno. Narra infetti il Tiepolo 
che una gentildonna delle principali di Roma , andando a messa , Iti 
liirita e morta da un incognito , e <die lasciò trentamila scudi di capi- 
tale , e forse dnquantamila di credili , dei quali avea tungamenle liti- 
gato all' uffizio dell' Inquisizione , affinchè con favore fosse faUa la lite 
contro una sua cognata , che poi si scopri aver ordita la sua morte. Pa- 
role pregnanti bod quelle di fare una lite civile con favore al Sant'Uffiaio. 
Intanto ci narra il Tiepolo (S4 1 che in Amandola , terra soggetta al poD- 
,tefice e posta nella Marca Anconetana, i fuorusoiti, coi quali n dice che 
risono accompagnali motti sfrattati, entrarono nella terra, devastandola, 
abbruciando le chiese , e buttando a terra o rompoido le imagini ; ciA 
che prova essere quella masnada stata composta di eretici , e verificarsi 
il detto del veneto ambasciatore : che, cioè, le barbare carneficine ro 
mane a nulla fmltavano , ed anzi accrescevano il male , quando sotto 
g^i occhi di chi ordinava quei supplizi . tanto ardivasi.Nè solo Amando- 



(47) Voi. I, p»g. 7t, 

{48) Nola l'amba uialore di «vere inteso di boalsslma via, che eell Graoduca 
di Toscana non consegnava lì Caraeseccbl , il pipa aveva determloalo di annul- 
lir la grazia a lui fatta da Pio IV suo antecessore rispetto a' cavalieri diS. SIcIbdo, 
ebe al Duca graniitiimameate importa , perchè senia sua spesa con questo metto 
ha moili di trattenere e premiare tnoIK copiloni e genliiitommi servitori mot 
[psg. SS). Niuno avrebbe potalo sospettare , clie la sua morte avesse nna qual- 
che aKÌDeDza con 1' Ordine de'cavilieri di S. Stefano. 

(49) Ivi , p. 73. 

ISOI Pag. 68. 

(24) Voi. I, spaccio dei i6 settembre 1568 , psg. 79. 



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RABSEGNA BIBLIOGRIPICI M3 

la , ma l'allra non Ioatsna terra di San Gìnesio Ibrmicolava di eretici (SI). 
Né il male alle terre UmJUTBSi , cbè serpeggiava largamente anche 
nelle nobili cittA, No» è città deOa Chieta, proeiegue 11 Tiepolo, che hiAbia 
nome di Aau«me ptà di FamMa , la qvak per detta cmehe di gtid fraU , 
cfce feristi taxn itato ritenuto «on eerto etratagemma dal Cardinal Bor- 
rommeo [San Carlo), » tiene ehe eia quasi tutta infitta ; e prosieguo a rac- 
contare (dw Pio r, quando si base un poco me^io chiarito del fatto, 
era determinato al tatto dialmggerla , con Itwr via tatti glihabitatoii; 
yrmedmdù poi per lei iFwia nuova colonia : et in qveslo giorno sono ttaH 
condotti qua molli di quella città per conto dell'inficio delP Inquititione (13). 
ETu gran (brtimB per l'iodostre e popolosa Faenaa, o che il pontefice 
non iscoprìEse ii male tanto grande come temevasf , o che non essendo 
sopravissnlo che tre anni, non potesse, o non ardisse incarnare ai 
nnoTO e Incredibile disegno. Un altro orribile spettacolo vidde la cat- 
tolica Roma, nel maggio dell'anno seguente 4fi69; quando In giorno di 
doDienion, alla presenza di Tentldae cardinali , quattro impenitenti Tu- 
rono condannati al fuoco, uno solo de' quali ebbe grazia della vita, e 
dieci che abinrarono (otodo condannati a diverse pene ; fra i quali Guido 
Ginetti da Pano, o perchè beasse molte importanti rivelazioni, o perchè, 
non avendo mai abiurato, non poteva comprendersi fra i relapsi; e li 
canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volto (ti). 
Ma però fu condannato a prigione perpetua; e a tale, ohe gli avrli 
mille volle fatto desiderar la morte e maledire la dolcezia dei canoni. 
Un altro miserando eccidio fatto in Roma fu quello narrato dall'Oralor 
veneto nel suo dispaccio dei tO febbraio tfiSS (15), in cui diciassette 
erano gì' inquisiti ; dei quali tre furono condannati a morte, gli altri chi 
alla puiliea frusta , ohi alla prigione perpetua , chi ad altre pene. Dei 
tre uno morì «olla forca perchè pentito; e Falhv, come pertinace, nel 
fuoco a poco a poco , con una continua fermetta alla premuta di gran 
parte di questa eiità; cosicché, per questa roarovigllosa costanza a si 
orribile supplizio , coloro ohe partecipavano èlle sue opinioni l'avranno 
tenuto per martire , e si saranno sempre più confermati ne'loro errori. 
n terzo dannato a morte era Iacopo Paleologo i ddla famiglia che gik 
aveva regnato Ir Costantinopoli. Questi, avvicinatoai al luogo del sup- 
plizio , ai penti e fa ricondotto in carcere , neUa qwàe però » tiene che 
torà fatto morire di morte violenta , ma non di fuoco vivo (16). 



iS2} Voi. (, spaccio dei Kì seltcmbre 4,'i6ft , pag. ' 

(23) Ivi. 

(U) Voi. 1, dispaccio dei K maggio 1S6«, ps^. 9 

r23| Voi. I, pag. 139. 

liilj Vul. I, pag. 440. 

*Jii-a.Si.ÌT*(,., fliioi-'a Serie, T.VII, P.l 



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4U RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Dopo quest' ultimo sopplizio , non Iroviamo più altre romane carne- 
ficine ; giacché i benigni influssi della civilti sempre crescente spensero 
a poco a poco i roghi del Sant'Offizio ; benché per molto tempo gli la- 
sciassero e i tormenti , e fino a'giorni nostri te prigioni. Dicono alcani 
moderni difensori, che per mantenere l' uniti della crìstiana fomiglia , 
e per opporsi energicamente alla imminente potenza degli Ottomani , e 
perfino per la sal*ezia d'Italia, quella crudeli sentenze erano necessa- 
rie. E non si accorgono che , discorrendo in tal modo, (avoriscono , non 
volendo, la bratta sentenza di coloro pei quali i mezzi sono g;iusUGcali dal 
fine. Certo quelle barbare e solenni esecuzioni non erano title soltanto a 
salvare l'unità della fede, ma vi si mescolava la tremenda ragion di Stato; 
giacché lo stesso Pio V, mentre un giorno incitava l'ambascialor veneto 
a far accendere i roghi nella Venezia , questa osservazione, fra le altre, gli 
Taceva : che i principi italiani haoeano da pensar, che com patria tegmr 
te avmni&se un storno die ii re di Fransa diomiate ujrunoUo , et pottut 
xperar Shaoer inolmalian et intelligenta in Italia ; perché te altre velie i 
Franteli sensa tai mesti hanno kotso qvetta promneia vitlorioeomeiUe, che 
dwmnrno creder che potettero in qvetto caso far? (S7] fi dunque manifeslo 
che uno dei fini ad incrudelire era tutto mondano \ ed è sempre dub- 
bioso se questo fine fòsse principale o accessorio; clA che né meno i 
dotti moderni difensori potranno mai accertare. Ha il fine moodano vi 
era, e né meno essi potranno negarlo; e usare, o, per dir meglio, 
abusare della religione a fini terreni , è cosa vecchissima e insieme 
sempre novissima. Né Pio V usava il supplizio del fuoco soltanto con 
gli eretici: ma ben anche con chi cadeva nel brutto vizio di sodomia; 
narrando l'ambasciatore che facesse abruciarne uno , e facesse ritenere 
un cittadia romano , con molti altri , partecipi e consapevoli dì qnel 
peccato ; sicché alquanti gentiluomini di questa cUtà » sono làttentaii (38) ; 
ciò che mostra quanto il patriziato romano fosse macchiato di quella 
pece che si era assai dilatata anche tra i chierici. 

Ma è tempo di distoglier l'occhio da queste sanguinarie esecnzioni che 
funestarono il regno di un papa beocbè santo , e mosso certamente da 
santo fine , e che narrammo non xAo per debito di verità , ma ben 
anche a mostrare ai moderni piagnoni , agli eterni lodabM-i del tempo 
antico, qual debito di gratitudine corra all'umanità verso qne'magnanimi 
stariti, i quali col mezzo delle lettere e delle scienze ingentilirono il 
mondo, da rendere ormai impossibili qnelle carneficine. Il dispaccio 
dell'ambasciatore dei 34 agosto 1566 (S9], descrive la cena del pontefice, 
a cui il medesimo assistè, perchè gli parve cosa notabile, considerato 

\tl\ Voi. I , dispaccio dei S7 aprile lUfi , pM. U. 
(28) Voi. 1 , disp.iccLo dei tO luglio I5r« , pag. EO. 
<i9| Voi. I , pag. fU. 



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RESSE6NA BIBLIOGRAFICA l'I 5 

ehe qvetio era il prineipal mangiar del papa in queUa giornata, perchè pò- 
thittima co$a è quello ehe piglia la maUina , e quanto fotte differenU da 
quello cfte AofMio usalo i prtce»$ori svi. Questa cena consistè in quattro 
nuini cotti con xuecoro, quattri bocconi di fiori di bomuina aeeonei in aaìata 
da tei medesima, tma minettra d'kerbe e due bocconi di una tortila fatta con 
herbe e eotta in aequa solamente, len^oiio, e oinque gambaretti colti in trino. 
Dopo questo prete tre bocconi di pera o persico cotto. Il bevtr suo fu di 
due volte ; ma tanto in tutto quimto comunemente un oJfro beve in una 
Mio. L'orazione , in principio e fioe della tavola , lunghissima : e dnrante 
il pasto silenzio perfetto. Un altro oso di questo santo ponteflce , cosi 
utile a' principi e a' popoli , era quello delle udienze pubbliche, di coi 
abbiamo ana testimonianza nel dispaccio del 34 luglio 1S5S (3QJ.PioT, 
che era di costumi castissimi , avrebbe voluto casta^sindie Ròirta : ma 
la materia era soprammodo scabrosa , perché la stessa corte romana 
mollo non dilettavasi dì castità; nonostante vi si provi, incominciando 
daBe meretrici dj cui era piena la cittb. E in un bel giorno ecco che il 
cardinal Savello, suo Ticario, intima alte cort^iane (cosi il Tiepolo le 
chiama) di partir da Roma entro tre giorni, e Tra dodici da lutto lo Stato. 
Ed ecco anche tutta la città in subbuglio , come quando nell'antica Roma 
dichiaravasi la patria in pericolo; e adunarsi il consiglio del popolo, e pre- 
sentarsi al papa quaranta consiglieri, affinchè il fatale decreto, già in par1« 
eseguito , il suo compimento non avesse , e Roma non rimanesse diser- 
ta; e il papa , irritato, mioacoìare di trasferire in città meno corrotta 
la sedia apostolica ; e finalmente cedere a tanta pressura , e stabilire 
luoghi appositi per quelle peccatrici; giacché, come scrive il Tiepolo, 
se tntte tesero state espulse , partigiano da quella eittà piA di venti mila 
persone; e i pubblicani si erano htto intendere che sarebbe tornata loro 
una perdita nel dazi di ventimila ducati, di cui avrebbero preteso 
essere reintegrati (31). 

Una delle qualità più belle di Pio, e poco comune a' suoi antecessori, 
fu quella delta avversione al nipotismo; quautanqne dall'altra parte 
troppo largheggiasse co' suoi servitori ; avendo dato al suo scalco e cop- 
piere, persone di bassa confittone, poco menadi cinquemila scudi d'en- 
trata per dascheduno (31). Ma segnelossi specialmente in una infaticabile 
operosità intorno alla riforma de' costumi, soprattutto de' preti e frali , 
dando in parte esecuzione ai decreti del Concilio di Trento. E quanto ai 
frati calcò la mano sopra alcuni dell'ordine di San Francesco e più di tutti 
su quello detto degli Araadej , e voleva che non si ammettesse alcuno al 



(30) Voi. 1 , pag. 78. 

(3{) Voi. 1 , dispaccio dei tC luglio e 3 agosto 156li , pag. 50 e 

(32) Voi. l, dispar.cio del 9 novembre 1566, pag. 'SS. 



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116 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

noviziato che non hcAbta monco età di 18 anni (33); e imprigionò per cor- 
rotti costumi il cardioat del Monte, detto dai Romani il cardinal scwAnua, 
perchè da giovaoelto fu preposto al govorno d'una scimmia ; e parimente 
dae vescovi napohlani, uno d'Aversa l'altro di Bovino, imputai di 
simonia (3i). A queste belle qualità contrapponeva si una tenacità irre- 
movibile ne' suoi propositi, e se alcuno avesse ardito fargli qnaldie ri- 
lievo sopra certe sue deliberazioni pericolose , allora maggiormente e'ifi- 
caponiva , in modo che ha detto un i^ran cardinale , e si dice per la corte , 
come per proverbio , che li cardinali adesso «ma mandfiategati , at , oook 
direasima noi, famigli vestiti da signori (35). 

Curioso e interessante h il dispaccio dell'ambasciatore in cui reada 
conto del colloquio tenuto col pontefice dal cardinal Gambara intorno 
alla ramosa bolla in Caaa Domtni , che Veneiia si rifiutava di pubblicare, 
nÈ volea dire il perché ; e Pio V se no risentiva , e cercava in tulli i modi 
spuntarla anche con le carezze , chiamando quella repuU)lica, il luslmta- 
mento della libertà e della gloria d'Italia; la quale, se non fatia il petto di 
queìla Serenissima Repvblica, saria già molto tempo in preda degli ottranon- 
toni . . . , e che non dovea dubitare cbe egli avesse avato in animo di pre- 
giudicare alla dignità, né alla libera autorità di lei, perchè non aveva 
«gli questi pensieri , e avrebbe ancora meglio chiarita la bolla se vi £oue 
Insogno (36). Ha quelle acute leste veneziane, che vedevano ciò che Botto 
vi bolliva, né alle blandizie, né sUe minacce allora ai amovevano. 

Siegue la namziODe di una Intera ininaeoiosa al papa deU' impera- 
lore intorno a una causa che agitavasi in Roma contro un Fugger sod- 
dilo imperiale; causa ohe egli voleva trasfariU in Germaiua, domiciUa 
del reo convenuto; nella qual lettera aocusavasi il procedere di quieta eittà 
(Rama) if in^iuriitia, Sovaritia e di soperMana : non volendo il pftpt oU 
si jnàbUcatse vn prweuo, dove ri trattava deltinnamoranento di aatui am la 
Malvesia [ gentildonna bolognese ) , ma voleva che li atfrnwiaaw : a oosi 
sarebbe stato , se l'ambaBcialore non si lasciava intendere , d>t saria 
stato stampato in Germania co» Mt^mia di Sua Santità , ptnM li Potori 
(Fugger] M A<mno una copia (37). Le lettere segoeoti , che si riferiscono 
al nuovo titolo di Granduca dato dal pontefice a Cosimo I , e alle ce- 
rimonie dell' incoronaatone , sono poco importanti per la storia ; se pure 
non vogliasi aver riguardo ai tesori ohe in quella occasione furono da 
Coaifflo profusi, e alle proteste dell'imperatore, e aUa pioebe dell'emulo 



(33) Voi. I, IflUera del 18 giucco 1S68 , pag. 78. 

(34) Voi. 1, lellera dell'amlniciilore Michele Surtaoo dei 88 maggio t}if>9,p. 81. 
(3B; Voi. I, dispaccio degli 11 febbraio 1S70, pag. 87. 

(36) Voi. I, dispaccio dei 17 dicembre 1S69 , p«g. 88. 83. 
(37} Voi. I, dispaooio dei SI genoato 1570, pag, 84. 



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US8E0N1 BIBLIOGRAFICA 117 

duca di Ferrara. Issai fUt rilsTante è il coUoqiùo tenuto dal Soramo 
col celebre Marc' Aotonio Colcnna, riocitore della famosa battaglia di 
Lepanto oootro i Torchi ; il quale sospirando gli conEeasò , ohe b cose 
■rotiO ridotte, dopo la vittoria, m ttmto dùordiiu et rovina, che di etrta tra 
imponibile far eota alcuna , perchè non vi «ra pia obMimJta, wm si /««tia 
pH SMàttiàa, tt tutto ondosa mtUe {ìi). Cosi , per le maledette discordie , 
Doa seppero i nostri trarre alcun profitto da un fatto cosi glorioeo, onde 
avrebbe potuto nascere , se non la distruzione , cerio on grande inde- 
bolimento delta poleuia Ottomana, che invece risorse oon insolenza 
maggiore. Horl Pio V il 1.' maggio 4573. PonteSce di ottime iotw- 
zioDi ; ma qaeate se bastano a mantenere la purità della coscenza , non 
bastano a ben governare ; sicché il sangue sparso per zelo di rdigiooe 
e gli orrìbili martirii di tanti infelici, di cui scrivono ì veneti amba- 
sciatori , formeranno sempre un tema lagrimevole del suo pontificato. 

Successe a Pio V Ugo Buoncompagni bolognese , sotto il nomo di 
Gregorio XIII : il quale nel primo carnevale non conceRSe alle maschere 
cbe 8oU sei giorni, e prolU le oommediei ma ne diede il permesso 
a'Geaniti, che recitarono due tragedie in versi latini i una intitolata II 
re Acab, l'altra sopra cose ohe oUionc da aovmir» nelf eitrtmo unitwrMle 
piudiito; impresa eerto ardita, ma per comune parer ostai felieemente 
riuKita [39J. In veritì, cbe quell'uditorio era molto discreto ; giaccbà una 
tragedia in versi latini , sopre btti di là da venire , è un trovato ge- 
snitioo novissimo e curiosissimo. 

Non pare che le riforme dei costumi e dell'ecclesiastica disciplina, 
« coi intentissimamente erasi applicato Pio V , portassero larghi frat- 
ti; giacché il sagro collegio gli diede un socoessore che aveva un 
figlio naturale chiamato Giaoomo , su cui il papa suo padre versò con 
proAistono onori e rìccbeue , rinnovando tutti i vecchi abusi del nepo- 
tisma. ComiHi Gregorio da Alfonso duca di Ferrara il marchesato di 
VigDola per settantamila ducati , e dal duca d' Urbino il ducalo di Sora 
nel regno di Naptdl per regalarne suo figlio , a coi voleva dare in ìspoM 
la sorella dello stesso duca d'Urbino FraolMSCO Maria [I. E questa era 
la bella e gentil Lavinia , ohe a Torquato ramingo , e ricovratoei nella 
oepitaiinima corte d' Urbino, apprestava le fasce , e medicava una pia- 
ga a quel grande infelice; il quale la ricambiò con un madrigale, S[h- 
raata greca fragranza (40). Ha il pontefice , non avendo potuto tirare a 
fioe il trattato col Dnce , impalmò Giacomo con la sorella del conte di 



(38) Tel. I , dispaccio dei S6 novembre 1R71 , pag, 103- 
|39j Voi. I , dispaccio di Paolo Tiapolo dei 98 febbrak) 4673, pSR. 408. 
(W) looomincta : > Se da il oeUl maira - Debbon veoir le h«cs alle mie 
piaghe > ec, Lavinia qioid poi il marchese del Vaslo. 



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118 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Santa Fiora ; della splendidezza delle quali nozze e dei riochissimì do- 
nativi scrive il Tiepolo dtflìisamente (41). 

Due fatti atroci e scellerati aTvonuli nel 4578, e che mostrano l'in- 
dole de'tempi, ci oarra il Tiepolo. Un giovinetto della famiglia Diedi 
di Ravenna innamoratosi di una sorella di Girolamo Itasponi , godette 
del suo amore, e poi la sposò. Nonostante ilRasponl voleva vendetta; 
e raccolti cento sicarii e scalale con essi le mura , a It« ore di notte pe- 
netrò nel palazzo Diedi , e barbaramente uccise lo sposo e la moglie che 
gli era sorella , un fratello , una sorella dello sposo , il padre , nn servo, 
ed altre quattro persone : uccise anche sulla pubblica via un altro che 
volle riconoscerlo , e in ullìmo"un serro degli stessi Diedi che avea tra- 
dito i padroni, e introdotto lui in casa, focendogli coù portar la pena 
del tradimento. In tal modo fu troncala la vita a dodici persone, tutte 
innocenti, tranne il giovine Diedi, che pure col matrimonio aveva in 
gran parte cancellata la colpa. L'altro fatto si riferisce a undici porto- 
ghesi e spagnoli che si adunavano in Roma in una chiesa , e facendo ia 
ceremonia , e con orrenda scelleraggine bruttando il «leroianto nom« di mo- 
trìmonio, si maritavano ('un con Vaitro, congiwtgendoti mneme come nutrito 
con moglie. Questa votla non hanno potuto cogliere ptà ohe queiti undid , i 
quali andenumo al fuoco et come meritano (il) . 

Or diremo brevemente della famosa Bianca Cappello, e di sua 
figlia Pellegrina; unendo insieme ciò che trovasi sparso in questi due 
volumi. Quanto Bianca fosse bella e lasciva , come prendesse nelle sue 
reti il granduca di Toscana Francesco da essere inalzata all'onore del- 
le regie nozze noi non diremo , percbi ciò sanno tutti quelli che hanno 
nn poco in pratica la moderna storia d'Italia. Di quelle nozze non si 
hanno dispacci dell'orator veneto a Firenze , perchè qudli della lega- 
zione toscana pubblicati dal Mulinelli incomìaciano dal 4581, e le nozze 
avvennero nel 4579; si ne parla l'ambasciatore di Venezia a Roma; da 
éui rilevasi come quella astutissima Repubblica , fatta certa del matri- 
monio , nell'adunanza del senato dei 46 giugno 4679 creasse la detta 
Bianca vera e particolar figliuola della RepMka nostra ; dichiarandola 
omtUa di quelle preclarissime e singularissime qualità ehe degnittima la faimo 
d'ogni più gran fortuna [43]. Cosi il nuovo manto granducale purificava 
le meretricie bellezze della Cappello; e faceva il gran miracolo che 
Venezia partorisse improvvisamente una figlia che già due figli aveva, 
ed uno d'illeciti abbracciamenti; mentre poco prima Venezia stesse ver- 
gognavasi che Dianca appartenesse alle sue lagune. Ha la ragion di 



(44) Voi. 1 , da pag. 415 aitai»). 

14S) Voi. I , dispaccio del SS febbraio e t sgoslo 4G1«, patc. 420 e 4SI. 

{431 Voi. l , pag. S3C. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 149 

Stalo cosi voleva; e la ragion di Stalo fu ed è taumalurga. E il gran- 
duca, possessore di bellezze sfruttale da altri, gongolava d'allegrezza 
per le blandizie veneziane , ed esclamava in tutta buona fede : non si 
potrà più oppormi c'Aobfrta preso per moglie una dorma privata, et che 
con (ftie$lo matrimonio non habbia acquietato ramieiUa e H parentado di 
akitn priaeipe (U). Strana illusione di un granduca ammaliato; la 
quale avrà fatto ridere (già s'intende dentro di sé) coloro a cui quelle 
parole furono indirizzate. Ed aoche la romana corte larglieggiù di fa- 
vori , perché la ducal meretrice si ebbe dal pontefice tutte le grazie che 
gli richiese : come di entrare ne' monasteri di monache, dormirvi , oc- 
correndo ; con essersi anche lasciato intendere di voler che ella habbia 
tatti i privilegi che godeva la granduchessa passata (i5). Delle feste e 
delle pompe di queste pudiche nozze, e della cerimonia del riconosci- 
mento della nuova granduchessa passeremo oltre (46). Si diremo della 
precipitala sua morte, Non più di otto anni fu dato a Bianca godersi 
tanta fortuna. A' 18 ottobre 1&87 mori il granduca Francesco, e dopo 
quindici ore spirava anche Bianca. Da uno spaccio dell'oralor veneto a 
Roma dei ti detto (47) si rileva , che il granduca , poco prima dì mo- 
rire, raccomandasse caldamente la moglie a Ferdinando suo successore; 
ciò che non avrebbe fatto, se anche la medesima fosse statn in Ro di 
vita ; né il principe avrebbe dovuto ignorarlo. E che Bianca temesse di 
qualche grave sventura , appena morto il marito , risulta dalle parole 
dette dal ponteBce all'ambasciator di Venezia f48), che cioè la granduches- 
sa le aoeva fatto sapere, che temeva mollo di sé medesima , quando fosse 
suocero alcuna cosa del marito , et che Sua Santità le aoeva promesso di 
(vor in ogni caso la sua protettone , et se fosse bisognato , U che non cre- 
deva che haveste ad essere, Fhaveria fatta venir qui a /toma , dove sana 
stata sicura (49). Si divulgò e si scrisse, che Dianca apprestasse il veleno 
a Ferdinando che si opponeva ai suoi disegni, e cordìalmeute l'odiava, 
e che per errore avvelenasse invece sé e il marito. Ha il marito era 
già malato da dieci giorni , come narra l'orator veneto (SO) , e di più gii 
vedemmo che raccomandò la mt^lie a Ferdinando. Tutto dunque fa cre- 
dere che colei fosse spenta di morte violenta poche ore dopo la perdita 
di Francesco- Né a Ferdinando' si fa gran torto con questa supposizione, i 
si perché odiava a morte la granduchessa , si perché gli odi lungamente 

(U| Voi. 1, p. (2*. 

(*6J Voi. I. p. <a6. 

(46] Voi. I, p. 1«3. 

(47) Voi. I, ^ 481. 

|tS) Voi. I, dispaccio dei 84 otigbre fSS:, p. 183 

(19) Ivi. 

(50) M. 



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120 RASSEGNA BIBLIoaHAPICA 

reprossi de'priDCJpi , quando possono scap[riare, somigliano a nube gra- 
vida di elettricismo che si accende. Né il nuovo grandaea Aie prova , 
sul principio, di natura molto benigna; pernooehi avendo mottrato il 
autellano di lAvonto alquanto di renitensa a cmttegnare quella fOrtata 
a tmgehtituomo da Itu Inviato colà col contraisegno, il ftte impùxare (51). 
B la lettera del vescovo Abbìoso scritta al padre di Bianca dne giorni 
dopo la morie di lei, e che l'assistè fn qnegli estremi momenti, ti olaove 
ad altissima pietà. Detta tertnisiima signora mi domandò di tainente a 
V. E. niuitritsima , non farle fede in suo nome , che per niantn' aitra comi 
li pesava pia ruicir« di questa vita^ che per il dolore che eonoseeoa do- 
verne sopravvenire a lei , et che ti affiggeva in estremo di non haver po- 
tuto darle gli ultimi baci , e pigliar da lei la sua desideratitsima benedi- 
zione [M). Cosi moriva, in età ancor florida, questa figlia già brtana- 
trssima di ?eaezia , famosa per beltà , per lllridini , per regie nozze che 
la -precipitarono verso morte misteriosa e immalum. 

Da Pietro Bonaveulnra, primomarito di Bianca (e Torse avanti il 
matrimonio], era nata una figlia a cui la madre die it nome di P^- 
legrina : bellisaìma giovinetta , addottrinata nelle più nobili discipline , 
e di animo virile , perchi dilettavasf soprammodo e di cacce e di caTallì 
e di armi. Ferdinando la impalmò con Ulisse Bentivogli di Bologna; ma 
scorreva nelle vene della sposa it sangue di Bianca: sicché presto inna- 
morossi di un giovine di casa Riario ; e rotta fede al marito, questi ne 
scrisse al Tratello di lei Don Antonio, che freddamente queste terribili 
parole gli rispose da Boma: se è vero ^uonCo mi scrivi, farai quello che 
ri conviene a cavtUiere d'onore. E l'onore esigeva io quel secolo che que- 
sta macchia si lavasse col sangue. E cosi avvenne; perchè il crudo ma- 
rito, fatto assalire Pellegrina da quattro sicarii non molto lontano da 
Bologna, questi la spensero con venticinque pugnalate, e con lei due 
donne e il cocchiere (53). Cod nello spazio di dieci anni la madre e la 
Rglia miseramente perirono. 

Parlasi spesso nei dispacci delt'oralor veneto a Roma del famoeo ban- 
dito Alfonso Piccolomini , ohe havendosi lasoiato crescere i capegli con una 
aera horribik, mette gran spavento a tutti li tuoi nemici, it se ne va er- 
rando quando in una, quando in un'altra parte [dello Stato romano), co» 
grande mormorasùme di tutti (Si). Parlasi anche d'un inglese eretico che 
anali un sacerdote, mentre stava per elevare la Santissima Ostia, per ttrap^ 
porgitela dalle mani ; ma non havendo potuta farlo , prese il cattce che 
anchora non era consacrato, e lo sparse con vìHpendia per terra. E costui 

lAt) HuMTini, Annali d'Italia, all'anno <S87 

(!«) Voi. I, lettera de' 14 ottobre 1387, pag. 889 

(Si} Voi. 1, dispaccio de^lf g «go&lo 1993. 

(») Voi. 1, dispaccio degli 8 luglio ISSI, pag. iil e ses. 



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HiSSEGMA BIBLIOGRAFICA iti 

fti idArvóato vivo ncUa ehUia di San Pietn , con oMneii dati moUt colpi 
di fuoeo con bmx aeoet» mentre la amdveevano al pat^clo , nel qiiale i 
(tato oon tanta farmesMa, ohe ha dato che ragionare auai [S6).E qui ri- 
loroano JB campo le oaaervazicMii dell'ambasci alor venelo intorno a que- 
sti snpfdizì. 

Troviamo «Doora fatta menzione del gesuita PosaeTioo, celebre si 
per le opera letterarie , si per la diplomatica , e cbe stette travestito 
per molto tempo alla Corte di Savoia, dove facevasi conoscere per 
txmmendatore di Fouano {66). la veritb , di questi travestimenti non 
crediamo che si dia bcoltà nelle regole di Sant'Ignazio, e forse né meno 
nei Momta teertla della Compagnia. 

CurioeissimB è la narrazione dell'udienza pubblica data da Grego- 
rio XIII all'ambasciator di Moecoria e al suo séguito, di cui il detto 
gesuita PoBsevìuo era l'archimandrita; nella quale udienza l'amba- 
sciatore medesimo a an segretario che nel dargli una lettera non lo *ervl oofl 
preeto oome ftirei valeva, diede alia pritentia del papa un pugno neUa 
tehena (57). fi questa ambasceria era tenuta sotto chiave, affiuchi non 
girasse per Roma (U), U che fu ordinato per comiglio di M la guidava, 
aeàoeeÀi dal veder ed udir nue differenti dalla etpettaxione di questa 
città , etto amòat^ator» non ritomatee con differente eoneetto di quello che 
per avventura si vorrebbe nelli propri poeti |S9); nella quale osservazione 
ben si mostra la spìriloea acutezza di un veneziano. 

Non parleremo de'tumulti dì Roma per avere ucciso il bargello alcuni 
principi romani, né della crociala /atia dal popolo contro tutta la sbirraglia 
GOnnotabila dispreoo della saprema autorìtìi ; ma n(»i possiamo passare 
soUosilenzto il tatto del prete &uerDJno.Sra costui un fuoruscilo, che stava 
■Ila strada , e mandò un suo messo al prelato Odescalchi chiedendogli 
300 ducati , eoo minaccia, in caso di n^ativa, di devastare i suoi beni. 
Il messo, ordinante il papa, fu carcerato, e il Guercino rimandi altro 
OKSSO, con minacele più terrìbili anche contro la vita dell'Odescalchi, 
se ilcarcerato non liheravasi; e il papa, mosso dalle vive suppliche del 
prelato, temente di gè sleeso, il carcerato liberò (60). Siegueil raccoolo 
dell'ambascerìa di tre regi del Giappone, cbe fu ricevuta da Gregorìo 
con tanta consolazione che gli cadevano le lagrime ; ed era composta di 
Ire giovani di diciotto in venti anni , con poco sèguito e con tre gesuiti. 



W) Voi. I. dispaccio dei «9 luglio e S agosto 15SI, p. 131, 438. 

(36) Voi, I, p. ÌK, e DOta 3. 

(SI] Voi. I, dispaccio dei SI settembre 4fi82, p. 436. 

(G8) Voi. I, discolo dei «6 ottobre tG8t, p. 438. 

(69) Voi. I, diaptcoio del SS ottobre 4fi8S. p. 139. 

(60) Voi. 1, dispaccio 16 gennaio 4(i8(, ji. 454. 

AacB.ST.lT., IfuePaSerie, T.VII, F.l. lO 



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1SS RASSEGNA BlBLIOGIUnCA 

Atloggiavano ak G«sà , però a gpeie del papa, che aocbe li rifosU con 
vette lunghe romane con paetamani d'on alFintonto , che pàretto hora t<Mi 
dottori bologneri (et]. Presealavano tre diplomi, mio aoUoscrìUo da Fran- 
cesco re di Bungara ; l'altro da Don Protasio re d'Arima ; rnltimo da 
Don Bartholomeo (63). Il Gallicloli nelle sue Memorie vmelt dice che 
erano credali gesaiti; ma il HuUnelH osserva die l'ambaacialore , 
descrìTeDdom la fisonomla e il color della pelle , mostra che giappo- 
nesi erano; e ciò per certo; questo però non esclude che non potes- 
sero qne' giovani essere giapponesi oonverlili, che fossero stali am- 
maestrati dai loioliti per bre in Roma qnella vaia mostra. Veramente 
questa ambasceria rende immagine di una commedia ; ed anidie gli 
efiettì che ne seguirono accrescono il so^ietto. 

HortoGregonoXIIIiglisuccesseunpapa ben diverso, doè il terrìbile 
Sisto 7, che gib era stato severo inquisitore del Sant'Cflzio a Veoesia, sie- 
ofaé dovette fuggirsene ; e a chi di ciò lo proverbiava dioesl ebe riapoD- 
desse: che avendo fatto volo dì esser papa a Roma, non avea credalo 
di farsi impiccare a Venezia (63). Ma se e^i non fu impiccato, ben fece 
impiccare, pochi giorni dopo la soa elezione, quattro infelici giovanetti, 
per la sola colpa di portar armi proibite ; e strangdare in prigione a 
Bologna Giovanni de'Pepoli capo di quella nobilissima famigtia, perche 
pretendeva non essere soggetto al papa nella giurisdizione di un suo 
castello; e mentre era in carcere, aveva scritto una lettera in cui di- 
ceva che presto tperaoa uteire dalle mani di qttetti preti tiranni ,' et ehi 
dice anche che la lettera diceva, di qnetlo frate (iranno [GÌ). £ verameale, 
panir queste colpe con l'estremo sup}dtzio non era da giusto e man- 
sueto principe. Vero è , die una straordinaria severità era più che mai 
necessaria a infrenare i delitti di sangue e le atroci vendette e gli aa- 
sassinii che impunemente si commettevano sulle pnbbliobe vie dai tanti 
banditi che infestavano lo stato ecclesiastico; ciò che Sisto , Sn da car- 
dinale, altamente detestava. (Quando era eardinaie, io nelle visite eme 
ffloJb volte gli ho eentito dure tanto male della paeUUmimità del papm 
( Gregorio XIII), che non ti potria dire peggio: et fuetto medeiimo «moatto 
diceva anco con altri (G6) >. Ed anche al rilassamento di frati e mona- 
che intendeva Sialo , e si discorre nella lettera deU'ambasoilitore éei 
16 e 30 novembre 1885 (66), del girovagare di notte di alcuni b«li a Hon- 

(61) Voi. 1, dispaccio del 6 aprile 1D86, p. 167. Quanto è maliiloM questo 
ambaBCiBtors , cbe è Lorenio Priull I 

(63) Voi. [, dispaccio del 33 mirao 4SBS, p. 4S5. 

(63) Voi. I, p. 1S4, nota 4. 

(64) Voi. I. dìapaecio del '7 wltembre lEtSB, p. 468. 

(65) Voi, 1, dispaccio dei 4 magEio *^^ P- *6t. 
,66) Voi. I, p. (70. 



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RASSKaMl MBLIOORIFICA 1S3 

taloiao, ebe tuiw» iuaegaiti e presi dal popolo, et di motti mmotterì 
di monoeftc m Yeneaia et della dmeeai di Tonello, cA« sano in «t> mal etalo, 
et ndotH oleum di loro a pubUd poetriboli. Vieoe l'atroce ca§o deUn bei- 
lisrimn Tittorìa Acoorombona. La quale, g\b impalmala a PranoMoo 
Peretli nipote dì Sisto, ai accese fieramente di lei Paolo Giordano Or^ 
sioi , dte laltole pe'auoi sicarìi aooidere il marito , la sposò. Morto il 
Giordano, andM Lodovico soo agnato, di lei s'iDnamorà,* ma l'Acoo- 
rombona non gli corrispose ; Bioobè il fiero amante rassall nel suo pa- 
lazzo di Padova; e aiutato daaleuniaflBBBBÌni,acoÌBel'inrelioedonaaeai) 
Italello. Lodovico fa subito preso, ed ebbe due ore di tempo per conlÌBS- 
sarsf , poi fu strangolato in carcere , ed espoeto il cadavere in una 
chiesa (67). La qosle sbrigativa giustizia, ctae era secondo il cuore di 
Sisto , egli lodò eommamebto al veneto ambasciatore |fi8). Prese il pcm- 
le6oe anche a perseguitare eoo molto calore le pasquinate romane (69), 
na poco fhitto ne cavò , quantunque crudelmente alenai malevoli ga- 
atigasse; perchè le pasquinate io Boma sono antiche quanto la città, 
e perchè quel popolo , già signore del mondo , non ha ora altro modo 
per dare slì)go al suo mal umore. A' ti agosto 1690 la forte anima di 
Sisto ai separò dal corpo ; ed ecco il popolo romano dar segno dell'an- 
Ifoo coraggio, e adunarsi in Campidoglio per atterrare la stetna di un 
pontefice morto , che da vivo lo aveva fatto tremare ; ma il conto- 
•tabile Colonna vi si oppose , e quei conigli , trasmutati in leoni , 
distolse dalla vana e ridicola impresa (70). 

■orto Sisto , i fòruseili , fra cui primeggiavano il Piccolomini e 
Seiarra Colonna , naliaraiM la testo , infestando le strade fino alle 
porto dì Roma: e a tale giunse l'arroganza di costoro, che il Piccolo- 
mini disse puldtlieamento quali papi voleva e quali no, per uscire o ri- 
nunere nello stalo ecclesiastico. 

Qui finisce il primo libro dei dìspeoci appartenenti alle cose roma- 
ne, ebe è il piA importante di Inttij il perchè abbìam credute tratte- 
nerci su di esso più Inngamento , colla speranza che ciò non tornasse 
discaro ai lettori nostri. Non abbiamo poi potuto indovinare la cagione 
ebe mossa il Mulinelli a finire quel libro con tre torzine del Paradiso 
di Dante , la prima delle quali iucomincia ■ Siate , o cristiani . a mo- 
vervi fsà gravi ■, giacché non ci pare che abbiano attinenza alcuna 
con la matoria. He^ tonnina l'appendice a questo libro inedeaimo 



(SI) Voi. I, pag. 6tt e seg. 

i68) Voi. I, dispaccio del 4 eeoDalo 1WB, pag. ITE 

(69) Voi. I, dispaccio degli 8 oltobra 4S8G. psg. i'i 

(70) Voi. I, dispaccio del 1 seileinbre iJWO. 



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12( RASSEONA BIBLIOaBAFICA 

con le lodi del conte Sagredo, che lanto onora il patrisialo Tenoto , e 

di cui si riporta un lungo tratto della opera Vgneaia e U tue lagvne. 

Da Roma l'autore, nel secondo libro, oi trasporta a Milano e 
all'anno 1569; e nel primo spaccio di Praneeeco Oerardo dèi t6 mag- 
gio (71) ai parla di un sacrilego ladrocìnio commesso nella diìesa de^i 
Dmiliali di Milano, di cui sospettavaosi autori i frati stessi, tanto d»- 
geoerati dall'antica disciplina , e cosi ingol&ti nel ftiEto , nelle morbi- 
dezze e libidini , che Pio V, poco stinte , ta costretto a sopprimerli. E 
qui incominciasi a parlare di San Carlo Borrommeo , e come tenesse in 
prigione per imputatioae di heraia venticinque persone , tra eoi dieci 
fra preti e frati ; e uno di essi era stato inquisitore della provincia , 
e aveva rubati più di quindicimila scudi, con aver par denari procurata 
rouoluzùme di trx^ti eh» meritaoano aspriitimi eaetighi , et fallo con- 
dannar altri che non lo meritavano (71) ; e narrasi in seguito di un altro 
frate inquisitore , macchialo della stessa pece, Jl quale, chiamato a ren- 
der conto di sue nequizie, si punì da sé stesso impiccandosi (73). Un 
altro fette deplorabile avvenne in un monastero di monache a Tenti 
rai^ia da Milano; te quali, minacciate da San Carlo di occupar loro 
l'entrata ee non smettessero ih vita licenziosa, nnanoUe tutte, di'anma 
foTK dodici, » levarono dal monaeten, et eolla guida d'un loro prete 
ondarono da ottanta miglia di qua fra'Uiieram , in una terra detta Loearao 
ntì paete de' Svi»É»i, a vivere nella solita loroet ancor maggiDrUbtrtà^i). 

Or siamo giunti a un fatto , non solo pieno di pubblico scandalo , 
ma che non parrebbe credibile , se non fosse certificato dall' inviato 
veneto òhe fu presente. Bravi in Milano una chiesa di giospatronalo 
(tei re di Spagna , che allora comandava al Milanese , detta Santa Maria 
della Scala ; e Clemente TU l'aveva non solo affrancata da ogni giu- 
risdizione dall'arcivescovo, ma le aveva anche dato un suo eseca- 
(ore apostolico, con antoritk di visitare detta chiesa e scomunicare 
chiunque volesse ingerirsi nelle cose di essa. Questo ufficio era in quel 
tempo affidato al vescovo di Vigevano , cbe aveva poeto in sua vece 
un- ecclesiastico di Pavia. Ora avvenne cbe un prete, addetto a que- 
sta chiesa , dette una tassata ad uno cAe wdeoa battere un tuo fratello; 
sicché datane querela, il vicario dell'arcivescovo mandò ad arrestarlo 
per suoi uffiziali, 11 prete si ritirò sul campanile, e di colb si dilien- 
deva coi sassi: intanto ^1 senato, cbe vedeva violarsi i dirìlli regi, per- 
ché quel campanile apparteneva a una chiesa di patronato regio su cai 



(«] Voi. I.pag. «76. 

(TS) Voi. I, dispaccio de' 86 maggio (66», pag. «76. 

(73) Voi. I, ditpacdo de' 18 giugno 1«66, pag. 880. 

(74) Voi. I, dispaccia de'!6 maggio 4669, pag. 878. 



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HA86KGNA UBLIOGIUFICA 1S5 

rartiveacovo non poteva uure ancoriti , mandò la Bbiiraglia a carce- 
rare ^i affiliali dell'araivMcoTO che fuggirono. Infornalo del bito 11 
prete di Pavia, rappresentante il visitatore apostcdico , in virtù della itk- 
dicata bolla oleinenlina Bcomnnioò il vicario e il fiscale del Borromeo. 
n quale, offeso dell'alfrooto , e vedendo a ogni modo spuntarla, mandò 
dicendo ai canonici di qa^a chiesa , che sarebbe andato a visitarla 
solamente come superiore. Invano il rrcerè e il senato , cfA baeizo di au- 
torevtdi messaggi, cercarono disU^ierlo dall'impresa; invano lo mi- 
naccisroDO, che se egli alterava alcuna cosa in questo negosio, incor- 
reva tn ermen laeut majmtatU in primo capite ; che l'arcivescovo non 
si smosse, e il giorno 31 ottobre, montato a cavallo in compagnia del 
vescovo di Hantova e con quattro o cinque de' suoi , i» ibeoo a 
nameroBO popolo concorso a si novissimo spettacolo, inoaminossi per 
la visita. Intanto i Canonici , favoreggiati dal senato e dal viceré, adu- 
narono nomini per difendersi e occuparono una piccola piaiza cmi- 
tigua alla chiesa loro. Giunta la cavalcata al Inogo fortificato dai ca- 
noDÌci tranratsti in difensori, si avansò prima il crocifero, e tb respinto. 
Allora l'arcivescovo, sceso da cavallo e strappato di mano al portatore 
il santo segno di nostra redenzione, entrò nella piazza; e in fuetto 
formo oletnit eh» misfro mono offamu contro il eardinak; il quait 
da altri , A laici ame preti , fu ijmto fuori ddle porte di eua piattetta 
cm molla indignatione et scandalo, E per quanto ri é mfeio da ptn , fu 
jfno battuto, et ood il «uo vicario et altri mioi mittiitri mollo mailratfati 
nelTetter apintì ttitAmtemente fuori della parta dtlla ehieea. Il oardinale, 
tutto pailido e alterato, rimontato a oavalto, si portò in Duomo; dove 
scomunicò i canonici; e i canonici fecero poi scomunicare l'aroivesoovo 
dal prete di Pavia. Non ostante, tutti ^i scomunioati seguitarono a ce- 
lebrare ; e con quanta edificazione del popolo ognuno può per so imma- 
ginare (7S). Ed pare ohe ninn'alira cosa, pIA di questi bui, mostri 
l'indole dei tempi, e quanto sia necessario pel bene della cattolica bmi- 
glia , che di comune aocordo sieno deSniti i limiti delle due potestà. 
Orava di notte il oardinale , ventìsei giorni dopo, nella sua cappella, 
quando un incognito gli sparò contro un arme da fuoco che per nulla 
l'oflese, n^ l'nceisore si scopri ; ma poi si snppose che l'assassino fosse 
un Girolamo Donalo de^i Umiliali. All'orribile delltlo il popolo mila- 
nese , ohe teneva il Borromeo per nomo santissimo, com'era, fu sO[H«m- 
nodo dolente , e attribuì a miracolo la salvezza del sno aroivesoovo : 
la cui vita innoceotisiima è anche attestala dall'inviato veneto , che 
perA lo (diiama farx troppo ieven ; et quando con più rispetto di stato 

(TB) Tol. I, dispaccio del t.' e » wtlembre tWS. pag. MI, S87. 



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1S6 BASSEGNA BIBLIOGUFICA 

foie fttKfduto mIU aOiom «u« , et non MMtKoni quatti mmittri ngi , 

§arehbe da mott* rftpttMo et riverite più ehi oioteun altro aroivetoovo du 
na già mai itoto di qtietta òtta (76). 

Fra le rirorme del Sorromeo vaole anoha noteni il suo editto esor- 
talivo Jl dero secolare a radersi la barba, aveDdone egli il primo dato 
l'esempio ; nella qual cirodetania gli ecdesiasUoi, hatori di quel costarne, 
maodaroaoiolorDo un libro già stampato ioRoina qualche anno addteiro, 
e intitolato prò eaetrdottun barbi» {TI}. Un'altra grava cootroveraia oaoque 
l'anno dopo col senato , per eaerti ritnvati due taeertìoti in enea d* dui 
mretriei, ohe furono da euo eardinaìe fatti iwtprigiimare non tt^amente i 
preti, ma le donne ancora, alle quali donni feee anche S. S. lUuetriitim» dar 
castigo ool frutto: e il senato sosteneva che il giudizio delle donne ap- 
parteneva al Uro laicale ; e fu dato ordine d' imprieicnare i birri del- 
l'arcivescovo ; sicché andava in carcere chi noD ne aveva nssGoiu colpe. 
Molte altre qiMslioni dì San Carlo col govemator di Milano per le baie 
del oarnevale, e coi canonici di Monza, che si rifiuUvaDO di aooo^tore 
il rito ambrogiano, ci narrano questi dispacci : dai qoalì rilevasi ancori 
con quanto zelo si ocoopaaea nel convertire eretici , essead<^li riuscito 
di ridurre dodicimila grigioot nel pvmbo delta Chiesa (78). Ha tante 
falicbe e digiuni e penitenze gli aoeoroiarono la vita ; stcobi a'i no- 
vembre 46Si rese l'anima a Dio. Sieguono molti altri dispacci wlla fa- 
mosa peste di Milano, descritta con tanta maestria dal Manzoni; nei quali 
evideutenente apparisce' quanto errassero i magistrati nelle precauzioni 
loro , e in quanta superstizione e ignoranza (osse ancora immerso qnel 
popolo, che era come tutte il resto d'Italia. Sembrerà poi incradibila 
ohe alcuM ottime leggi , prescritte da'magistrati , fossero osteggiate da 
qml medesimo cardinal Federieo Borromeo ( successo a San Cario nella 
cattedra di Milaoc) , che pure ci viene , e con ragione . desOTiUo dal 
Manzoni come personaggio pieno di virtù. Aveva il governo milaaeae 
con savio consiglio proibite le processioni , • mandale bando eha si 
SBeltessero le rissje per la ciroonEerenza di sei miglia da Milano : ed 
ecoo ìnsoi^ere l'Araìvescevo, e fare gagliardo ufficio affinchò le proces- 
sioni pros^niesero, come quelle cbe servivano a edificazione dei poptdo. 
I magistrati stettero duri per rispetto rila città ; ma pare ohe lasciassero 
correre per la campagna , come se la salute de' campagnoli non fosse 
degna di egual cura. Leggiamo in btti a pag. 306, die l' Arcivescovo vo- 
lendo dare qaalcfae sfogo alla sua smania delle processioni , mandò in gire 



ne; Val. 1, dlipacclo dei 89 setteoibre toSIt , pag. 990. 
|71| Voi. I, dlipaccio dei 30 dicembre 1676, pag. 895. 
(7S) Tot. [, dlipaccio del 7 dkemlrn <S83, pag. 304. 



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RASSIflHA BIBLIOGRAPICA 127 

una letl«rs in cai ne ordina una al mese ai parnwbi di oampagna. 
Quanto alla risaje , perchè vi tono vicini alcuni beni eeeletùutiei , ette tono 
ealamaUe neon, F tibtitriumo Conitinate non tntmle <A» $Ìano eompreti; 
et oi em qweti giorni noniuto qwiìehe ditpOKre , ma fero ri fera f'Aoò- 
bia ùd aeeomodani ogni eoaa (79). Se l'Inviato voneto ciò non BtleslM», 
parrebbe questo nn fatto iDCreriiblle , vedere no areiveMOvo porre lo 
pericolo la salate di latto it tuo gregge, piuttosto ohe cedere di «n capello 
i privilegi dell' eccleslaetica immunità ; né in simile materia conoeoiamo 
esorbitanza maggior di questa. Vorrebbero ora alcuni sguaiati Giosuè fer- 
mare ed ancbe spegnere, se potessero, il sole dell'Istoria; ma non possono 
perché Iddio l'aocese ; ed ami or pia ohe mai riaplende la soa luce pet 
salutìfero documento del mooIo nostro e dei venturi : e mollo essa deve 
anche al Hotinelli, ohe pubblica certi fatti da mostrare la necessiti di 
ridurre molte cose in ragionevoli coaiìai. 

Nel seoondo vittime si «ontengono gli specoi degf inviati della repnb- 
Uica a Firenze , Napoli e Savtfia ; e il Borentino inoomiotia da Blanoa 
Cappello di cai gii abUaqio parlato a ano luogo ; e poi s) passa al gran- 
daea Ferdinando, la cai eealUiione al reggimento di Toscana non fb 
veduta di buon occhio da Bisto V. 11 quale parlandone colfambasoialore 
di Venezia, delevast dello scandalo dato dal Medici agli eretici pereeaen 
stato, esso f ordinando , cardinale ventiquattro anni ; e poi , àvpo goduti 
lanli benefizi ecclesiastici, aver gettata via la porpora, e per giunta 
essersi anche ammmogKalo : che ciò poteva Tara , perche non era ia 
eacris; ma noD tutti lo sapevano; che papa Gregorio XUl aveva di- 
speosato anche il re di Portogallo , costituito in taerii ; ma the non po- 
teva forbì , e 11 re mori prima che la dispensa arrìvasee (80). Ma Ferdi- 
nando alle querele di Sisto non badò ; e poco stante essendoci nato m 
Agth) , che fu poi Cosimo secondo , degnamente Iddio ringraziò col furgU 
un oliarla di cento fpr^iom, ehe per (ale àUegreMsa aveva fatti liberare fer 
debiti ohe dooeoana ella Camera et a' ptrtUxiari, che laraimo oanrdati a 
pagati dalVAltetta , et andartmo nei ancora ^tisUa medetiota mattina nstto 
predetta Aieea , eoo altri diciassette , Ihtti prima liberare dalla grandu- 
chessa (84). Offerta (ta questa veramente degna di principe cattolico, e 
a Dio gratidsima, e da essere rinnovata. 

Torna ora in campo il bmoso bandito Allosso Picooioroiat che li era 
gettato nella Toscana, dove, mal conoscendo i tempi, si era poeto in 
animo di rialzare la bandiera guelb , e ci6 fu l'altim* sna rovina ; sic- 
«die il granduca gli pose una taglia di ventimila scudi , e tanto lo per- 
seguitò con le sue milizie , che finalmente lo presero in quel di Bagno; 

(79) Voi. I, diipacclo dei 48 aprile 457S, pag. 306. 
[SO] Voi. I, pag. 483. 
(84) Voi. U, pig. 15. 



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1t8 RASSEGNA BIBLICXÌRAPICA 

dopo fflolli lomuDli per islrappargli alcuni segreti, a'<G nunoisei 
(ta impiccato (»t). 

L'anno appretto, un mercante di nuovo genere di mercanzia gioiue 
in Pirente , cioi un certo Antonio di Trieste , che condosse seco eie- 
quinta lorofai fra nomini e fanciulli , e quindici donne per vendersi il 
Krtnduoa, ohe volle dargli quaranta scudi per capo, ed e^^i ne chie- 
deva cinquanta : Mtendo dte eoitvi vive tu quetta tn^Seo di vmdtn qnt- 
Oi tehiam per mono dtgii Uwoochi , at aUrt volte è «tato in Ibwona ftr 
rimUi ùffari |B3). 

Vengono le cerimonie del battesimo del neonato Cosimo, in cui onlU 
troviamo di Importante , se pur non Tossero le ridicole questioni di el- 
Uobetta, messe in campo con boria spagnnola da Pietro Heodono, 
ambasciatore del re cattolioo; ma importantissima ci parve la rela- 
■iODe delle opere pie , costituite da Ferdinando il giorno di San Fns- 
oesoo del 4S9S, delle quali istituzioai si danno anche i regolamenti (U). 
Ha questi alti di beneflcenia furono oscurati un anno dopo da un atta 
di vlolann fatto da) granduca ad Antonio, Medici. Bianca Cappello, 
quando era concubina di Francesce , e ancor viveva sua mo^e Gio- 
vanna d'Austria, dicono che dopo aver fintoidoloridi parlo, preseulaaM* 
Francesco II bambino come nato da lui e da Bianca , quantnnqoe vo- 
gliono che nascesse da sconosciuta plebea; e Francesco vi credè, e lo 
riconobbe pubblicamente come figlio suo , e b fece ricooosoere dal Con- 
siglio fiorentido dei Dugenlo, che in appareon il popolo rappreseli- 
lava (8S\ Or questo bambino , chiamato Aniooio , e tenuto da tutti coou 
appartenente a casa Vedici, neM584 aveva diciotfanm.e perdoni lattigli 
ikl suo credulo padre Francesco, possedeva una rendita di aosnantapiil» 
scudi , e pM centomila scudi in contanti e una riodùssana goardirobi- 
Pkoeva gota si gran rìocbema Ferdinando; sicdiè una sen fattolo coo- 
dwre «Ha villa delta Petnta dove egli travavwi oDu b moglie , pccseali 
l'arcJveecoTo dì Pisa , il cav. Tinta . il giudice e il notaio ^ giTìnliiDÒ che 
prwMiMse l'abiUi di cavaliere di Malta; e skooae doveva tar volo di 
povcrli . invece di donare ì suoi beni aUa religiooe in coi entiava, gli 
rontandà che li donasse pìuUoslo a lui. Si divìDcotava il misero gisn- 
uHIo «U'ìnaspeltata e imperiosa domanda . per cui rineoeva spO^W 
di lulk) . «a idi (la Ibraa ubbidire : e eoa gli renne slrapfeta la dooa- 
wioa» («ttvalidata dal giudice . penili il donante era minore , csm- 
biMMk> «H^ in ascMsìnio le forme Melari 4eUa làusliiia {».>. BnilU 



,■s^ T,v„ n, r<*f w 

.i*i> V.iì. IL ÌBr>n,>- in S «n«a>r« l»l . |»f. SI 



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HAS^KGNA BlItLIOURAFICA 129 

fatto e involto in vergognoso mistero (u la nascita di Antonio e il suo 
inalza mento, cbe [H^va l'ìmbecilUtìi di Francesco e la consamata malizia 
dì Bianca ; più brutta fu l'iniqua e ipocrita spoliazione di lui- E questo 
principe Ferdinando molto diletlavasi di bnObni , e ne aveva uno fo- 
vorito che ogni giorno rallegrava Is sua mensa (87). 

Ha ciò che non parrebbe credibile, se ilHntinelli non ce ne sommi- 
nistrasse le prove, sono gl'intimi sentimenti avversi alla romana corte 
di questo granduca , che pure per ventiqnattro anni aveva fatto parte 
della medesima come cardinale. Cnriosissimo e molto importante é il 
secreto e confidenziale ccdloqnlo che egli ebbe col rappresentante di 
Venezia il giorno S4 agosto 1599 (SS). Aprì il discorso sopra il Polesine 
di Rovigo, sa cui pretendeva la Chiesa , e cui il papa mulinava togliere 
a Venezia; al obe rispose l'ambasciatore , cbe la Repubblica non aveva 
paura, e Io avrebbe difeso e conservato ; e il granduca soggiunse : CoA 
ta eerto che. saria numla,' e delle pan4t e brwate dei preti io non ho 
mai fatto mollo conto , et hingna mostrar loro ti vito (S9). Poi seguitò a 
parlare di nn bando del papa che proibiva , sotto pena di scomi.- 
nies, di portar vettovaglia di alcuna sorta a Vcnesia, et vendono no- 
imruUi speoifiMtamente anche i polli (90). La «comunica , segnilava Ferdi- 
nando, è un gran coltello, bisognerebbe rinervarlo solo a'oasi di grande 
necessità; perché, usandolo così frequentemente et in cose leggiere, potrebbe 
mpra qualche pietra dura et soda restar spettato (91). 

Le molte lettere che fonno séguito a questa , trattano del matrimonio 
della principessa Maria, nipote del granduca e figlia di Francesco I, con 
Borico iV re dì Francia , e si raggirano in particolari dj poca importanza. 
Solo notammo di Gabriele Chiahrera , come compositore di drammi in 
quella solennità , e degli onori che ebbe dal granduca , il quale con butnia 
provvistone lo asofisse ai gentiluomini della sua corte (93). 

Giunta la regina Maria a Lione , il re andò a trovarla , ed è curioso 
^ che scrive il Conlarini ambasciatore in Savoia : Sintende. . ... che 

il Christianissimo orrìticifo da Grnevra a Lione a trovar la regina, 

tjt giungesse la noMs , et senso altre ceremonie , stimando le già fotte a Fio- 
renza bastevoU , volle giacere con lei presso che stivalato |'J3) , aggiungendo 
l'ambasciatore Cavalli che vernmenff 'a nv/ina eraltella, non solo jicr moglie , 

(87) Voi, II, pag, 60. 

(88i Voi. II. pag. 67. 

|S9| ivi , spaccio dei M agosto 4599. 

(90j Ivi, pag. 68. 

|»l) Ivi, p8g.69. 

(M) Voi. Il, p*E.<05. in nota. 

■93} VoU II, pag.118, nota t- 

Aki:R.Si.It , Kaofa Serie , T.VIt, P.l 17 



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130 RAilSBGNA UIBLIOGRAPICA 

««1 per favorita ; et ch'era di gran spirito , che era quello ohe importava an- 
che più , et che ÈS ne trovava molto contento (9i). Ha questo Don bastò cbe 
il re , e come francese e come Enrico IT e come re, non si facesse poi 
lecite nioIl« galanterie a nli mari tali. E qui comparisce per la prima tqIIb 
la famosa Eleonora Dori, della Galigaì, innalzata alla intera confidenu 
della regina e moglie dell'aretino Concino Concini , conosciaio sotto il 
nome di Maresciallo d'Ancre. Era costei di bassa condizione, e doveva 
la sua fortuna alla madre, stata per caso balia di Maria. Il re si fece pre- 
sentare costei , e presente la moglie , volse abbracoapla e froctoria , e 1» 
ilesso fece di due altre dame della regina di casa Gondi [96]. Qual fosse la 
infelice fine di questa Eleonora , che poi fu bruciata per maga , e del ma- 
rito fatto ÌQ pezzi dal' popolo parigino, dicono le storie dì Francia. 

Succedono ai dispacci fiorentini quelli dell'inviato veneto a Napoli , e 
nel decimo spaccio dei 17 marzo 1584 si narra di un frate domeaicauo 
che inveì in pubblico contro i rettori della Repubblica Veneziana , come 
quella che non era più regolata dai vecchi , ma dai giovani ; da che ne lu- 
sceva , che da codetta aerenissiiao dominio non era date tutto quel riepeHo 
et obbedienlia alla sede apostoliea che si conveniva (96) ; poi siegue la de- 
scrizione dei noti tumulti di Napoli del 15Si per occasione del caro dei 
prezzi : e la barbara uccisione a furor di popolo deW'Etetlo Storace; e il 
grido di viva ti re , morano li traditori (97) e di viva iì re , e mora il nw' 
.70oerno(98);ele crudelissime vendette spagnuole sopra cinquecento per- 
sone, <telle quali trentasei tanagliato , impiccale e squartate e ad alcune 
tagliate le mani (99) , e dodicimila esuli volontari , de'quali trecento fu- 
rono banditi con grosse taglie e pena della vita, essendo presi {t 00) ; e lutto 
questo per la morte di un solo. Dopo di ciò non mancarono i eoliti io- 
dulli e i perdoni e le cosi dette amnistie ; e dopo questi favori, altre 
carniflcine si aggiunsero. 1 nobili, compassionando la miseria di tanti ia- 
fetici popolani, la maggior parte de'quali erano innocenti , intercedevano 
presso il barbaro viceré , e la inlercession loro era sentenza di morte per 
gl'imputati. Equi ci piace riportare una bella osservazione dell' inviato di 
Napoli : Intanto la Serenità Vostra, per la sua prudenta, può molto 6en coh- 
siderare come per li rispetti di Stato habbiano la mira questi mtnittri refi 
di contener ba*^ ne'loro termini non soli) li po/fotori , rm anco li nobih et 

(9*1 Voi. Il, pag. 4iS, nou S. 
(96) Voi. li, pag. UZ. 
;96) Voi. Il, pag. tV>. 
(91) Voi. Il, pag. tu. 
(9S) Voi. Il, pag. 146. 
iSS) Voi. Il, pag. liiS, 
(W) Voi 11, pag. 163, 



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RAS3RI1NA UlILhMitAnCA 131 

feudatari , afftne che né qvaSi pOMnno impetrar pnecre per quelli : ni qttelli 
ponano aver ooeatione di restar obbKgati agli altri per alcuna monterà , et 
Aoòbtno tutti intiemea eonoaixni per puri sudditi ti vataalli dei /orare (104). 
Cosi ogni ufficio di pietà non solo tornava inntile , ma dannoso e mortale, 
e si rompevano tutti i legami di benevolenza , onde 11 benigno Iddio volle 
cbe fbsse fra sé congiunta questa umana famiglia. Sh tutto questo bastò : 
cbeqael governo di una ferocia pia che bestiale diede, nel luogo più bV' 
qnentato, all'atterrita e aanguinosa Napoli l'orrendo e sozzo spettacolo di 
ventiquattro teste con le mani di qnegi' infelici giustiziati , poste con sim- 
meirìs in una gran pietra coperta da una grata di ferro, eoo iscrizione 
confacente al barbaro ritroyato. E un fremito di orrore invade chi ne 
mira il disegno nel volume del Mutinelli. Ob 1 guai , se non fossimo certi 
esservi un Dio vendicatore severissimo dei delitti de'governanti e dello 
strazio de'popoli; perchè a s) orribili strocili ogni più salda ragione sa- 
rebbe scosso. FortHio quella pietra e quell'apparato di teschi tolti poco 
dopo, e il poptdo ne godi e regalò la viceregina di confetture squisite 
[di tanto poco il popolo si contenta), e vennero que'mìserandi avanzi 
sepolti nel sagrato (lOt). 

Dalle carniBcine di Napcrfi passiamo a una ridicola e scandalosa 
goerra di frali Domenicani. Era in quella stessa cittli un convento di 
San Domenico, abitato da cencinquanta religiosi non riformati. Ed ecco 
in no bel giorno il Nunzio pontificio a Napoli , ool capitano di giustizia 
e una buona mano di birri , va a quel moDaslero ricchissimo, e intima 
ai rrst) che, eatto pena di Komunka e di galera , sloggino issohtto dal con- 
vento. E i poveri frati sloggiarono. Questo avvenne nel merctdedl di Pa- 
squa t69S. Ha , dopo otto giorni , i cacciati si pentirono ; e uniti a quelli 
dell'altro convento di San Pietro , con pùtole eotlelli e bastoni sotto la 
tonaca, vanno all'antico nido , e guadagnata facilmente la porta , essendo 
il tempo del vespro, cacciano tutti gli altri ronfralelli loro, che erano 
dei riformali , e poi si fortificano eorrendo alle fhieetre con tuui per ribut- 
tare cAi avesse voluto moletìarli , e per ottanta giorni stellouo chiusi , poi 
aprirono la chiesa. Tutta Napoli , e specialmente il minuto popolo , stava 
con loro pronto a tumultuare se erano mcdesLati ; e benché il papa stre- 
pitasse e sbuAsse , e il nunzio chiedesse il braccio secolare per mandare 
tutti que' frati in galera , il viceré rispondeva ; JVo» voler per i frali met- 
tere in armi tutta Napoli [103]. 

Chiudono il secondo volume i dispacci degl'inviati veneti alla cortft 
del duca di Savoia, e incominciano dai 93 ottobre (571, regnante Ema- 



(101) Voi. lE, pag. tS3. 
(108) Val. II. pag. 1S8. 
(103) Vnl. Il, pa«. 179. 



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132 hasseqna bibliografica 

nnele Filiberto ; e si oarrs nella prima lettera l'aUegrezza provata da tutti 
per la nuova della segnalata vittoria di Lepanto. £ poi assai conow il 
modo con cui usavasi in Torino festeggiare per qualche grande e fortunato 
avvenimento, i Ritemato a caia , scrive l'orator veneto , trovai molti' 
soldati et poveri della òtta che m'haveoano svaligiato la eaatina et U gra- 
naro con tutta la provigione di quest'anno ; il che però mi è stato caritsi- 
niD, meritatuio «I gran vittoria maggior eoia di giusta [iOi). Tali rape- 
dlrerie popolari , in occasioDe di grandi allegrezse pubbliche, si rinao- 
varooo anche altrove; giacchi sapf^amo, che ^nt'anoi dopo, quando 
Francesco Haria II ultimo duca di Urbino, e già vecchio , annunciò in 
Pesaro , dalla finestra della sua cwte , la nascila , tanto desiderala 
da' suoi sudditi, di un principe ereditario ; il popolo , ebbro di ^ioia , 
irruppe contro a i miseri ebrei ; né potendo saecheggiame i fondachi, 
già prima ben chiusi pel preveduto perìodo, ne ruppe i tavolati ester- 
ni , e ne pose a sacco la Sinagoga (t06). Parlasi nello spaccio dei 14 set- 
tembre t57i (106) dei ricordi dati al duca dalla moglie Margherita dj 
Francia prima che ella morisse , Tra cui notammo questo : che egli sem- 
pre si ricordasse di essere principe italiano (107) j e n^a lettera dei 7 
ottobre 4S78 si discorre della le gasolenne fra il duca e i due Cantoni 
caiiolici della Svizzera ; e come Emanuele Filiberto andasse a trovare 
all'osteria que'buoni repubblicani, e cenasse con loro (t08J. 

Succedono le trattative per le seconde nozze del duca , a cui Enrico IV, 
allora re di Navarra, propose la mano della sorella ; promettetido , quando 
Sua AUetia voglia far Fimpreaa di Gùteora { che fin dal 4636 orasi sot- 
tratta dal dominio dei duchi di Savoia ), et dal re et da tutti gli altri capi 
iPhcretici ogni ajuto ; et che la principessa, quando sia sua moglie, vi- 
vera ùcuramente Kcondo la fede caltolics , oon^orme alla quaie ancora si am- 
tonta che ù faccia sposalitio. Ma le trattativie non TruttarMto, percbà il 
Duca voleva che, prima di piuaar piti oltre, la prinàpoMa si didUorasse 
cattolica (109). S'intavolarono quindi i negoziati con Filippo II re di Spagna 
che andarono a buon fine e il Duca ebbe isquisiti onori dal re, che si 
degnò per fin chiamarlo nio diletto figliuolo, perchè dava^i una figlia: 
quantunque, allo stringere de'conti, te pompose promesse e la gran dote 
si risolvessero poco menocbein nulla: come già da molti, e specialmente 
dal veneto oratore, ai prevedeva, considerala la natura di tigre e insieme 

H04; Voi. II, pag. «4. 

(40fii PkMEii: Ciicc* (negli Opuscoli del Calo^ri ) : Memorie tloriehe del 
principe Peàericn Ubaldo , psg. S3. 
(406) Voi. II. pag. 83B. 

H07J Voi, li, pag. aa*. 

1*08) Voi. a. pag. 8*9. 

(109) Voi. Il, pag. see. 



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RASSEGNA BIILIOOHAPICA 133 

di volpe di quel monarca. B la lunga narrazione delle cerimonie di 
quelle {Hnocipesche sponsalizie, che potrebbero cbiamarsi col Giusti eie- 
ifantmime rmteimerie, mevono veramente a riso, non vedendovisi sotto che 
ramo senza sostanza, secondo il costume spagnolo di quei temp; e piò 
move a riso il congìnDgim«ito mairi monìale de'reati sposi. Il (tiorno stesso 
dell'anello vi fii la sera in corte gran feata; finita la quale, il dnca, entrato 
nel suo appartamento, dovette spogliarsi e mettersi m veste di notte , et 
fui spogliato mtdò verio ta ttan»a preparata per la eonsumaaone del matri- 
fflom'o, et fu itteontrttta da S. MoMtà; la quale havendote dette alcune panie 
alForeeekio, le diede la chiave della >ta»%a, me era la duchessa, et li rìttrò. 
Et S. AUesMahovendo aperta tacamtra, non vedendo pertona alcuna, x'mh 
rotto al Itilo, e ritirala la cortina, ritrova la spota, aecanto alla quaU fi 
po*f \^^9), dopo di cbe h da supporre cbe (^ni cerimonia avesse Ane. 
La stanza Tatta dal Duca iu questa corte ipocrita e superbissima nocqne 
gruidemente alla primiera semplicità de'snoi costumi, ohe ta sempre un 
l»regio de'reati dt Savoia ; e riferisce l'ambasciatore , cbe egli ha latiiain 
opinione non pH di piemontese, ma di spagnolo ; poiché in tutte le cose 
ha vohilo imitare la maniera del re; il che gli ^a levalo quel nome di 
kumano et piacevi^ che prima riteneva, havendolo mutalo «n grave et mollo 
tevero(i**ì, intomma o^un dice che il re r ha molto presto et hene am- 
maestrato mt). Ecco tulio il guadagno della casa di Savoia per mescolare 
il suo ssogue con quello di Filippo II. Anche Goidobaldo It della Ro- 
vere duca d'Urbino mandò, circa questi tempi , Francesco Maria suo 
figlio in quella Corte, ad appararci le arti cavalleresche e di governo; 
ed egli pure , come Emanuele Filiberto , vi conlrasee qnelle abitudini 
gravi e soverchiamente severe', mal conbcoiti a principe italiano. Ma 
la bontà dell' indole loro , e ì benigni influssi del nostro cielo vinsero 
a poeo a pooo i mali influssi spagnoli ; il perchè se furono temati , fu- 
rono anche aseai più amati dai popoli loro. 

Per contrapposto aUe dette feste nuziali , vengooo le lettere sulla pesle 
cbe nel IH» ietiM il Piemonte , come il reato d'Italia , e le q>ecialilà di 
quel flagello ti fìinno r'bbrìvidire. In qnelle funestissime circostanze, 
quasi tutti i vincoli cbe legano la civile società si rallentarono , e il clero 
stesso mancò in parie di soddisbre al santo suo ministero. Voleva il 
duca, cbe l'arcivescovo di Torino ritornasse in quella città, donde era 
filato ; ma egli ha ricusato di voler ricevere l'offerta di questa merito ; sic- 
ché non essendovi alcuno ehe i moribondi assistesse e focesse gli estremi 
uffici sui defunti, dovette il Nunzio astringervi quei rei^lari che al con- 



ino) Voi. Il, ptg. S18. 

IH) Voi. 11, spaccio del G aprile 1SS5, pag. *it. 
iHt) Ivi, pag. S8I. 



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13i RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Ugk) erano soprsvanzali; dolmdoHit duca mollo gravemente del poro uio 
mostralo da tutti i religioii della salute delle anime in tale oocorrtn- 
satll3).Né mancarono anche a Torino kIi atroci lormenti e i suppliti 
dati ai prelesi inrettatori e untori (tU). 

Noi siamo andati fin qui raccogliendo e ordinando e mettendo fra 
loro in ischiera , per quanto ci fu conceduto dalla materia cosi diversi, 
tutto ciò chedi più rilevante ci porgonoidoe vedami del Mutinelll ; i quali 
se , a giudizio nostro, non mollo contengono di veramente arcano e aned- 
dottìco, non mancano però d'importanza, come speriamo cbe risalti 
dal nostro medesimo estratto. Ed è anche da considerare , che questi 
erano dispacci secreti in cui gli oratori veneti altro interesse non ave- 
vano che di dire la verità; né poteva né meno passar loro perle mente, 
che venisse un tempo in cui la pubblicazione se ne permettesse; sic- 
ché cresce l'autorità dei medesimi , e cresce il merito di chi gli ha 
pubblicati, da for desiderare che la bella impresa del Hulinetli alacre- 
mente e liberamente progredisca, per incremento delle storiche disci- 
pline. F. Ugoliri. 



Lellere storiche di Luici n* Porto, dalTanno 4S09 al ISS8, ridotU a ca- 
stigala lesione e corredate di note per cura di BARTOLonso Bressah; 
aggiuntevi la celebre novella di Giulietta e Romeo dello stato autore , 
e due Lettere critvdte del prof. Oiusbppe Todsschini. - Firenze. Felice 
Le Honoier, 1S&7; 1 voi. in 8vo, di pag. itó. 

Il primo sentimento suscitatosi in noi quando prendemmo a lecere 
questo libro, fu quello della maraviglia , perchè scritture si belle e di 
tanto rilievo per la storia nazionale potessero sin qui rimanere inedite 
nella maggior parte e quasiché sconosciute. Né senza alcun dolore e 
vergogna delle patrie vergogne dicevamo talvolta fra noi; - Se le fos- 
sero state rime carezzatrìci di femmine o dì gran signori, sarebbesi 
forse trovato chi per vanitji dì famiglia o di municìpio somministrasse 
l'occorrevole per darle alla stampa ; se t'erano almen novellette da hr 
piangere o ridere le brigale , forseché la speculazione libraria avrebbe 
esercitato a lor prò il suo consueto mecenatismo. La lagrimosa, infatti, 
ed elegante tavola di Luigi Da Porto ebbe , a contar solo le più segna- 
late, almeno venti edizioni. Delle Lettere storiche , nessuna completa , 
dacché l'autore cessava di scriverle (4513) sino all'anno testé decorso; 



(t13] Voi. 11, spaccio dei Iti luglin IIJ99, pug. 306. 
«14) Voi. Il, pag. 309. 



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HASSE6NA BIJILIOtìRAFICA f35 

una sola aa pu'abboodevc^e nel 1831 (1); e prima ili essa, una piti scarsa 
« mal riuscita del 4829 (I); dopo, alcune beosi frequenti ma spioctdale 
pubblica lioni , per occorreoze di laurea o di aoEze, da qualobe unica in- 
flno a cinque lellere per volta, le più nel 48i1, altre colle date diverse 
del t83i, 48iS, 18il e 184& (3). Tutto ciò maaifeeta ohe meriti provarono 
il desiderio di tramandarci ooteate gemme cbe il buon Da Porto arava 
legate all'Italia, e si erano anche in parte ffluniti dei materiali cbe 
per tale effetto abbisognavano : ma sa del pari ciascuno ohe no modo 
si&tto di trasmissioni le rende al pubblico ed agli studio^ siccome non 
mai eseguite. Né a me cadde mai dalla mente la si verace e si com- 
provata sentenza Hc^mtl ata fata tibetli; ma dico altresì, ohe se gì' Ita- 
liani trattar sapessero volessero con serietà maggiore i bttl serìissimi 
della nostra letteratura, non si vedrebbe si spesso data la preferenza 
alle tenui cose e di mèro diletto, a scapito di quelle onde può vantag- 
giarsi la conoscenza delle patrie vieeode e di ani medesimi. Comunque 
sia , non fo lieve il benefizio leste recatoci dal signor Bressan coll'aver 
messe nuovamente a luce, senza omissioni o mutilazioni, le Lettere già 
prima raccolte del suo benemerito concittadino; cou s^iungera ad esse 
altre venticinque, distratte e sparse in forse undici edizioni, e tra puran- 
<^ delle inedite, e cosi recando la collezione, che ora stimasi compiuta, 
al numero di settanta; il tutto, poi, accompagnando di sobrie quanto 
0[qM)rtuoe aoootazioni, con gli altri corredi e adornamenti ai quali ac- 
ceona il titolo del libro da noi già riferito. 

Sebbene a buon numero di stadiosi sia noto il nome di chi narrò t 
casi di Giulietta e Romeo , e non pochi eziandio vedessero le sue let- 
tere divulgate pel Gamba e per altri , io mi do a credere ohe molli, an- 
che meszanamente instralti , avranno tuttora da domandarci chi Ibsse 
questo Luigi Da Porto, al cui volume ascoltano dagli eruditi for plau- 
so tanto maggiore, quanto son questi più esperti e canuti. Rispondo, 
con brevità necessaria, e perchè il tacerlo scemerebbe chiarezza a molte 
fra le cose da dirsi io appresso, che il Da Porto ta un gestite e dovi- 
zioso e ben naturato giovaoe vicentino, tìssuIo tra il t48S e 1523, cbe 
di soli ventitré anni fermò il disegna di descrivere in carte i grandi 
avvenimenti ch'egli vedeva iniziarsi e prepararsi entro ì confini della 
veneta repubUica (possedeva allor questa assai gran parte d'Italia); 
e prese a ciù forma non mai per altn , che sappiasi, adoperata; quella 
<U lettere narrative e indeme^ familiari : e quando taluno volle targai 

Mi La procurala dal Gnmba , tipograHadt Alvlsopoli, cbe contieoe Jeltere 4t. 

iti II uggio datone da Franceeco Testa per la lipografli Crescini di Padova. 

(3| Il maggior numero di tali stampe fecesi jn Padova, pei tipi della Htner- 
va , del Seminarlo , della [.Iviana , del Peoada , del Sicca , del Creeciei e del 
Longo. 



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136 HASSEUNA BIUL10UKAPICA 

persuaso non esser questa la forma più nobile, e ch'egli ridur dovesse 
in pura e ordinata istoria que'suoi casalinghi eppnr vigilati racconli. 
il buon Luitil negò tli seguiroe il consiglio, perocGhè essendo cotesto 
lettere indtrissate a oorì amiet , molti Ai fuali erano possati Ai quttta 
miaera vita, e co' quali cosi tatlavolta pareva^i di ragionan, non gli 
soffriva il cuore di dare ad esse altra brms, per^è facendolo, sa- 
rehbegli parso di commettere cantra qtte^ tali non pieciol fallo {A). Il cbe 
solo basterebbe a renderci immagina della squisita seniivitì e mode- 
stia dell'animo sua Se non che alle virtù soavi andarono in lui com- 
pagne ancora le brìi ; e prima di tutte , il valore corporeo, avendo egli 
comballulo gagliardamente in più scontri pe'suoì signori VeneEÌanì, 
con riportarne, nel 1511, una ferita gravissima in una fazione da lui 
medesimo comandala (9): poi anobe l'interiore prodezza, per la inde- 
fettibile sua costanza nei sentimenti ddl'onore , della giustizia e del- 
l'umanità ; come ci sari dato mostrare per le citazioni che in appresso 
ùir dovremo di non poche fra le sue stesse parole. Ignorasi quali fossero 
le occupazioni di un ingegno tanto privilegiato dal febbraio del 1&H sino 
ni giorno della sua morte ; e se amore di donna o la infermità o altra 
cagione il distogliessero dagli studii o dal consegnare alle carl« la me- 
moria di essi, continuando la sua storia, eom'erasi già proposto (3), sino 
all'anno ISì5. Ma stiamo altresì contenti a questa parie non certo esi- 
gua né di poco momento ch'ali pota lasciarcene , e die trattando prin- 
cipalmente di quel periodo infelicissimo per l'Italia nostra che fo chia- 
mato della Lega di Cambrai , sarà , cosi com'è raccozzata e di poco in- 
terrotta , da riporsi fra le migliori monografie storiche di cotal periodo, 
e da servir di confronto e soprattutto di notabile rischiara meo lo alle 
ojMre già dettate da Benedetto Arluno , da Andrea Hooenlgo e dal fran- 
cese Giambatisla Duboe. 

Espone l'autore nella prima lettera (non parleremo di tulle , uè 
sempre a disteso delle prescelte) i patti lungamente discussi, poi fer- 
mati in Cambrai, per la famosa lega tra Francia e Spagna, il papa e 
r imperio , contro la veneta repubblica , i quali egli dice di aver saputi 
da messer Nìocolò Frrsio, uomo italiano, di forte natura e di fede 
candidissima ", cbe di quelli pel pontefice era stato negoziatore. In 
virtù di que' patti , tutta la settentrionale Italia, da Venezia città . Fer- 
rara e Mantova , veniva ad essere spartita Ira Francesi e Tedesobi , 
mostrandosi contenti gli altri di riacquistare il perduto. Con ragiom si 
maraviglia il nostro isterico dì questo accedere dell'austriaco nell'ami- 

[I. Vedasi VMrmbaUm* ni llt>ra secondo di esse IM«n , paq. SK- 
|Sl Vedi la UtUra LIX. 

CI; Vedi rhfroduifoM al libro primo, pig. tt, « It ViU di Ini detldta dil 
Milan Hassari, t>ag i7. 



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IL1S6BGM BIBLIOGRÌFICA 437 

oizia del re di Francia, contro il quale tante aveva cagioni di sdegno, 
anzi d'odio (1); e querelasi perchè ì Venezisni non sapessero trar pro- 
fitto da queste passioni di Mass imi Ila no , sprezzandolo, e gravemente 
anooTB oflendendolo con lo svelare a Lodovico le segrete partecipazioni 
avute dal tedesco, a danno e vergila di lui medesimo [ti. Bella è la 
descrizione della prosperiti cbe allora godevasi dai sudditi veneziani 
della terra ferma , come quella dell'alterigia dei veneti signori , fomen- 
tata dalla crescente ricchezza; onde gii da molti anni non rendevano 
« vera obbedienza alla Chiesa ■; e in un collerico diverbio passato tra 
GhiUo II e un loro ambasciatore, minacciando il roveresco di ritor- 
narli, come una volta, pescatori, quest'ultimo aveva osato soggiunger- 
gli: R Più agevolmente "Vi faremo noi, padre santo, un piccol chierico, 
sa non sarete prudente >. Intorno alle vicissitudini ed alla rotazione 
anc'oggi da molti difesa, delle sorti de'popoli. ci sembra notabile que- 
sto passo del giovane autore: ■ Io sempre bo udito dire che la pace 
K (a ricchezza; la ricchezza fa superbia; la superbia fa tra; la tra fa 

■ guerra ; la guerra fa povertà ; la povertà fa umanità ; la umanità 

■ la pace; e la pace, come dissi, t» ricchezza: e cosi girano le cose 
• del mondo » (3). Ha gik i residenti della repubblica sono licen- 
ziati da tutte le corti nemiche ; già l'oratore di Francia parte , pian- 
gendo , da Venezia ; già da ogni lato risuonano i preparamenti delle 
armi, e per tulle le terre venete va scorrazzando l'egregio e ambi- 
zioso Alriano , descrivendo ordinanze di genti paesane , vi»'laodo e 
restaurando fortezze, deturpando e contristando con infiniti danni ta 
bella Vicenza, a fine di render lei difensibile e sé stesso immortale (i|. 
Gik l'araldo di Francia recasi a Venezia per intimarvi, con superbi 
modie piìi superbi detti, la guerra: al quale vien data dal doge ottua- 
geitario un'assai dignitosa risposta. Il I>a Porto enumera le offese che 
Lodovico diceva allora dì aver già ricevute dai Veneziani , e a quelle 
opponendo la saa lunga sopportsnza e l'amistà con essi mantenuta per 
ben sei anni , conchiude : « Tali sono i re del tempo nostro ; talmente 
è guasto il mondo; talmente h in pregio la simulazione, che quale più 
« in lei à esercitato, quello più si stima i (S). Quasi a documento dei 
costami del secolo e della rigida provvidenza dei magistrati veneziani, 
raccontasi di un maestro Francesco da Bergamo, che volendo fare del 
profeta intorno all'esito della futura guerra e spargendo brevi non 
troppo amichevoli verso la repubblica, fu preso e mandalo nel castello 

(M UUera II. 
[S< LetWrn [II. 
t3( Pig. K. 
(H Lettera IV e V. 
(8) UUera VI. 

AKcn.ST.lTit.A'uM'a iì>ri> T.TII.P.I. iS 



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138 RASSEANA BIBLIOGRAFICA 

di Padova , ove solevaosi custodire assai maniera dj pazzi , e io ispecie 
quelli che parlavaDo contro il governo [1]. 

Preziosa , at mio credere , si i ia lettera ottava ( inedita sino 
al ISil], percontenervisi i nomi, e pareocbie note biografiche, di m^li 
dei capitani allora condotti al soldo di Venezia, con darsi la prefe- 
renza ar forestieri , a gran lamento e dispetto dei nativi dello stalo: 
preziosa, iodico, per qudli a cui, quandochessia, parrà ne^igenza da 
vigliacchi e ignominioso difetto il mancare di un istorìoo abbecedario 
degli uomini illustri nell'arme, dove pur simili- o altri libri aUiiaiiM 
prolissamente informativi intorno a musici ed artisti, a palnrohesohi , 
marìneschi ed arcadici rimatori. È qui menzione attreai di Qirotaaio 
Savorgnano, mandalo dalla repubblica ambasciatore agli Svizieri : di 
che puÀ meglio vedersi in questa nvova Serie ad nostro Arehioio, 
lom. Il, par. Il, pag. 8. Intanto il re di Francia erasi condotto e Milano, 
dove recavaosi a visitarlo i duchi di Ferrara e di Mantova ; e i Vene- 
ziani , credendo ivi posta l'importanza della guerra , volgevano ogni km 
sforzo verso la Lombardia, movendo con circa cinquantamila armati, 
tra fanti e cavalli, alla volta di Ghiaradadda. Contntlociò, moHi erano 
quelli che faoean sinistro presagio imorno all'impresa; e tra quasU era 
il nostro scrittore, ■ non certamente (die* egli) per altra cagione, lin 
■ per la incredibile invidia e dissensione eh' è tra i o^itani dell'eoer- 

« cito nostro ; perchè io non isljmo ohe l' ttaliano sia paolo 

« men valoroso di quello che eoole, se i capì se ne sanno valere ■ (3). 
Seguono la ripresa di Trevìglio, già spontaneamente datasi ai Francesi; 
i crudeli atti e le sagriiegbe violazioni commesse io quel ln<^ , onde il 
Da Porlo teme la vendetta di Dio (3) ; il paesaggio dell'Adda arditamente 
eseguito dal re, senza esaere molestato dai marehescbi , i quali aodie 
dopo di ciò sfi)^OQO la batta^ (i); e il violentlasimo incendio , aoca- 
dulo in Venezia, di una parte dell'Arsenale , che grandemente spaveolò 
sulle prime (SJ , e allora era qnasi dimenticalo , per le nvove ocayrrmaa 
che occupavano le menti d^i nomini. 

Non troppo breve né poco viva é la descrizione dw l'anlore fa 
della si celebre battaglia perduta dai Veneziani, a di li ms^io,ìn 
Ghiaradadda (6), e cbe continuasi in qualche modo nelle due lettere 
susseguenti ; dalle quali ci giova di estrarre alcuni particolari poco , 



M) Lettera VII. 
[ti Lettera X. 

(3) Lettera XI. 

(4) Uliera XII. 

(5) FresM a due mesi innanzi la data di questa Lellora XIII, la quale è 
dei 13 maggio 4609. 

,6) Lettera XIV. 



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RASSEGNA UBLIOGRAFICA 139 

geoeraloiente , saputi, o per >l(r« scriUnre non tramaDdatt. In qnel 
fttto d'arme i tanti si diporUrooo valealcBieate ; e fino il battaglione 
delle cemide tanto bene corobatlAj quanto altra esercitata gente sapesse 
mai Ikre. Bend la cavalleria, cedendo per fiacchezza e paura, pose 
tutto il campo in disordine. L'Alviano , fatto prigiooiero , e accolto dal 
re ìd Milano con viso benigno e parole poco, per verità, confortevoli: 
« Yoì non ci uscirete di anno mai più , per doverci essere cosi fiero 
nemico quanto per lo passato > , risponde oon rispettosa e grave sem- 
pUcJtà: • Non aver oiai folto cosa alcuna per ofTeodere la cristianissi- 
ma corona sua, ma aver agito come fedel soldato ed uomo desideroao 
di onore >. Lo Stosso Lodovico , ammirando l'estrema prodezn di quat- 
tro italici gentiluomini, Mariano de'Cooti e Pietro Martinengo morti 
nella mischia , Baldassarre Scipione e Pietro Testa rimasti prigioni , 

■ si dice aver detto , che se i Tiniziani avessero avuto ducente uomini 
simili, Oidi sarebbe stato loro prigione quel giorno » (i). Omettiamo 
qni di ripetere i nomi dei vili, e dei veri o supposti traditori. Gik tutta 
la Ghiaradadda era venuta io balia de' Francesi ; Cremona avea loro 
aperto con allegrezza le porte; Crema consegnala da un Cremasoo; 
Bergamo occupata ■ senza botta di ariì^lerìa o colpo di spada a. Il no- 
Mro narratore dipinge al vivo i segni esleriorì dell'avvilimento a cui 
tutti in Venezia, e specialmente i patrizìi, eransi abbandonati. Ci duole 
aoB poter riferire, per la sua lunghezza, quel passo (t), che a domi- 
natori e ac^^tti esser potrebbe di ammaestramento; e ne togliamo per 
saggio te poche righe che seguono : < Alcuni altri di maggior ordi- 

■ ne si veggono, con thHlte priva d'^oi baldanza, andare 

■ per la mesta eiUà con passo non continuato, ma ora frettoloso ora 
€ lento; ed abbracciando ora questo ora quello, far certe acco- 
« glieoze sproporzionate ed alcune blandizie alle genti , che non amo- 

■ re ma timore smisurato dimostrano palesemente >. Siccome poi 
cieca è la paura, e come tale persuaditrice di parliti disperati e per- 
niciosi , cosi allora i Veneziani , temendo dì perdera le loro possessioni 
sparse in più luoghi della terra ferma , immaginarono di salvarle col 
sagriSzio della cosa pubblica ; cioè di cedere ai congiurati monarchi le 
Ireataseì citti allora sotloppoate a San Marco , sperando di averne come 
io d(H)0 quelle privato proprieti , e confidando altresì di moltiplicare 
in ricchezze, se torneranno a travagliarsi in sul mare, come i loro 
antichi avoli avean fotto. Noi vorremmo poter canceltare una tal pagina 
dalf istoria della gloriosa rqiubUica e di quella si prudente aristocra- 
zia; ma il nostro autore asserisce oonchiusa quella del&eraxione in Pre- 
gadi, e a ragione la dice mtooa e se ne fa riprensore, considerato che 

[*) LeUera XV. 

(Sj Vedtii intero ai Qoe dalla Leilera XVI , pag. G3. 



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410 RASSEGNA BIBLIOaSAPECA 

una sola e prima percosssa erasi da loro soBèrla , dove averaDO bensì 
perduto da seimila fanli e einqne o sei cento uomini d'arme, ma po- 
lendo agevolmente ri^re l'esercito; e tanto pivi che non vedev»i ancora 
alcun moto dalla parie di Spagna nÈ dell'imperatore (4). Il quale, più 
(lei piaceri della caccia che dèlie regie cure occupato, veniva lentissimo 
alte nuove conquiste, e volendo arrogarle piuttosto alla casa d'Austria 
ohe al sacro romano impero; mentre i Francesi, giii possessori di Bre- 
scia e di Peschiera, si astenevano dal varcare il Mincio per niHi con- 
traffare ai capitoli della tega; né accettavaDD Verona che loro offerivasi, 
ma operavano che la si desse in mano del cesareo ambasciatore. Laonde 
i VeueKìani , benché la vicina Padova negasse di ricevere fra le sue 
mura l'esercito marcbesco , cominciano ad accorgersi dell'errore com- 
messo col troppo ritirarsi , e si rilevano alquanto dal loro intempestivo 
e (overchio scoraggiamento (S). 

È da segnalarsi, con altre somiglianti, la lettera XIX, pel suo di- 
partirsi dalla modesta forma epistolare , per dare in sé lu<^ , come le 
grandi storie, ad una oraEione o conclone , la quale è qui posta in bocca 
del provveditore Giorgio Cornaro, a fine di persuadere ai soldati della 
repubblica il ridursi, dopo il rifiuto dei Padovani, al fedele e sicuro laoga 
di Mestre. Questa conclone per pregi rettorici non inGariore ad alcuna 
delle sue compagne , è notabile eziandio per gli spirili e sentimenti italici 
de' quali è cospersa non s(do ma in buona parte informata: onde vedeeì 
che il concetto e il desiderio della nazionalili non è in Italia si recente 
come da molli ne' giorni nostri si va supponendo. Non è digres^ne 
ma supplemento alle cose 6nora taciute quanto accennasi al Sne di 
questa lettera e raccontasi nella seguente intorno al duca di Ferrara, il 
quale avevasi ritolte le terre possedute da'snoi maggiori ; ed al ponte6ce, 
ohe guerreggiando nella Romagna , dopo le imprese dì Brisigbella e di 
Russi e la prigionia del Manfrone , ottenuto aveva da Venezia stessa la 
pacifica restituzione delle città tutte di quella provincia. Incomincia 
colla XXI e segue in altra lettera la singolare istoria , e motto simile 
a romanzo, di Leonardo T rissi no ; uno sbandito dal veneto dominio, 
divenuto carissimo a Massimiliano, e spedito a prendere e governare 
la cittk di Vicenza: a cui si aggiunse, per dedizione, anche Padova: e 
il medesimo fatto avrebbe Trevìgi , coalenuia in fede dalla virtù di un 
popolanù e mastro di pellieee , Marco da Crema (3). Sulle quali cose, per- 
ché narrate in più libri , non vogliamo più a lungo trattenerci: se non 
che, dove gli altri dicono che il Trìssino, pel tumulto suscitalo dal buon 

(*) Leilera XV11. 
(»l [.ellera XVI11. 

[3} Marco ealaolajo , lo chiama il GiannoLti , rammentaTtclola COd onore 
Della fila ed mio»! Ji Ciroltmo Savorgnano. 



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RASSEGNA BIBUOGRATICA 141 

plebeo , hi costretto uggirsi da Trevigi , il Da Porto, pia credibile per- 
cbi a qaei fati! presente , afferma che Leonardo non erasi mosso da 
Padova, mandando invece a chieder la terra un suo trombetta vicenti- 
no, per nome Bastiano (1|. I signori VeneziaDÌ . svegliati dal loro letar- 
go, anche per vedersi confiscati que'beai ch'essi cedendo speravano 
di conservare , non {sdegnano di appiccar pratiche con quel (ortunato e 
animoso ribelle ; ed è forza dar lode a costui , cbe dopo avere in sé 
ammesso il primo misfatlo, non si mostrò disposto a perpetrarne no 
secondo , malvolentieri acconsentendo ad nn abboccamento c^dl'amico 
ano Francesco Cappello, e sotto l'egida di tali precauzioni, cbe per 
poco non costarono a qnest'aUimo la vita. Tiene qui alquanto dello 
scenico l'entrata del Cappello in Padova , con abito nngheresco e sotto 
nome d'ambasciatore spedito dalla repubblica all' imperatore; come sente 
d elio scolastico l'orazione pronunziata dal medesimo ai Padovani, cbe il 
minacciavano della pena dovuta a chi tenta contaminare una tranquilla 
città ; come , inOne , del miracoloso la liberazione e la fdga' del veneto 
palrìzio, non potuto raggiungere da quelli che, per commissione del- 
l' imperatore, erano stati mandati ad inseguirlo (I). 

« Haravigliosa cosa è il pensare quanto possa l'interesse particolare 

■ nelle repobUìcbe , il quale stimo che quasi o^ni cosa regga e go- 

• verni >. Con questa considerazione , degna del Segretario fiorentino , 
ha principio la lettera XXIV ; e segue narrando come distinguendosi gli 
statuali veneziani in due categorie, cioè in quelli cbe avevano possessioni 
in terra ferma e quelli cbe non ne avevano , cosi puraocbe si divisero 
ì pareri e 1 consigli tra chi, nulla perdendo, desiderava la rassegna- 
zione e la pace, e chi, vedendosi privo de' suoi beni , instava con ap- 
parente patriotUsmo per la continuazione della guerra. Di queste oppo- 
ste fazioni volle il Da Porlo delincarci quasi una tipica immagine nelle 
aringhe cbe dirA ctdIeiUnee, cioè non precedute da nome di proprio 
oratore , ma si formate coi concetti di molti (di cui la seconda , com'è 
da credere , ben (riA argomentosa e persuasiva dell'altra (3) ) : de'qnali 

(1) Vedasi la nota I a ps; Si. 

ISJ Utiara XXm. 

(3j In quella , da chi voleva Indurre gli animi alla paziesu e a «pogliani 
votonlarlainenle dell 'acqui alato , fecevtil uso persìao delle «iperBiizioni ; tri le 
quali , per la curiositi della cosa , riiwrtlamo qui la seguente. • Noi a guerreg- 

• giara con i Tedeschi grandissimo riguardo dovremiDO avere ; vedendosi nell^ 

■ facciata di queslo Doslro tempio, che guarda verso Rialto, posto di picciolo 

• rilievo prfroierameata un leone , che volendo mordere un tedesco armato , 

■ da lui con la spada è ferito ; e poco plb in alto si vede il tedesco , sonando 

■ uno de'suoi zufoli dì guerra , cavalcare il leone ; e sopra questi dne Intagli , 

■ in ripoMs parte e tuori d'ogni ordine delle altre Sgnre, Ve peata una testa 

• di donna , in allo di piagnere , tutu scapigliaU , che Vln^ia da molti è In- 
- terprelita lUI (pig. 94-95). 



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US RiSSKGNA BIBLlOOHàFlCA 

avversarìi parlamenti, doom dei comballeniisi e bilsodaU interessi, Ui 
tale l'efiMto, che < Del raanalo Conaiftlio di una sola palla si ottenne 
di riprendere Padova >. E I^dova fu veramente ripresa , utediante lo 
stratagemma che tutti sanno , quasi in su gli occhi dell' imperatore, 
che alfine erasi spinto fino a Uaroslica; e il sacco dato a quella nobile 
ciUà, e gl'inganni adoperativi dagli stessi Veneziani, l'autore si con- 
tenta dirìi avvenuti ■ con grandissima lohmia della fortuna • (tj. Non 
seguiteremo i sempre tardi movimenti né ì titubami e sfiduciali consi- 
gli di Mass ira iliano ; il quale una volta erasi condotto, pur senza arti- 
glierie , a Limeoa , non pia lontano che cinque miglia da Padova (1). 
Intanto i suoi soldati angariavano , taglie^avano , tormentavano in mille 
guise i poveri e sommessi Vicentini ; né poco ebbe a soffrirne la fami- 
glia stessa del nostro scrittore. Egli ci rappresenta V imperatore circ(»i- 
dalo dagli ambasciatori di tutto le cittì libere d' Italia ; aocompagaato 
dal cardinale I[^lito d' Esle , il quale ■ alla guisa di Dario ■ andava 
armato e soldatesoamente * sopra una carretta per to campo •; seguito 
da un esercito, il maggiore che siasi gik d* molti anni veduto; ood'era 
■ general capitano il signor Costantino Asaetti , uomo delicitissimo e 
i di bdla statura , ma poco da' soldati amalo e stimato ■. Volgendoci 
all'altra parte , vediamo i marcbeschi , avendo riacquistato il OMtello 
di Stri , prepararsi con ogni poasibtl cautela ed ingegno alla difesa di 
Padova , senza badare a pregio o bellezza di casamenti e di tempii , 
ohe tutti vennero atterrati , tale che « i posteri noi potranno crede- 
re > [3). Fanno , oltre a ciò , continue scorrerle per lo contado , ettima- 
oMute serviti a tal uopo da' loro cavalli leggieri , si italiani cono le- 
vantini ; al tÌM l'Asnetti non sa riparare ; e in una di tali uscite e 
scaramuoce, fa preso e poi messo a morte il veronese Manfredo Pa- 
cino, altre volle gih perdonato; non valendogli per questa la pietosa 
apologia, o piuttosto sup^dioazione, da lui pronunziata ai provveditori, 
ma che il severo Andrea Grilti non avea voluto ascoltore (4). Delle 
ruberie praticato, con mirabile sagacia, dagl'imperiali nel tM-ritorio 
padovano ; del vendere ch'essi facevano sin le persone, onde < il paese, 
da amico che per lo addietro era all'imperatore ■, eraglisi fatto • fie- 
rissimo nemico a; della batteria ìnutilmento data e continuata contro 
In citlk ; del pericolo che questa corse per esservisi introdotte genti le- 
vate dalle ciurme marinaresche ; del modo ingegnosissimo e ardito con 
che agli assediati si manda soccorso di danari ; inllne della discordia 
e della inettitudine degli assediami, discorrono le tre lettere che ven- 
goo dietro alla sopracitata , cioè dalla XXX alla XXXII. 

l*ì Lettera XXV. 
(Si Uttera XXVtl. 
l3) Evi. 
;*; Imiterà XXIX. 



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RASSEGNA HBLIOOUPKA U3 

Siamo, beochó per poco, ricondotti a ooDlemplare l'aspoHa deUi to- 
oeta metropoli, ed * scorgervi uso spelUoolo dentro quella aasai raro, 
e più aacOTi dogi' iacendii ; cioè ad ou principio, comecché mtdto lie- 
ve , di popiriare sedizione, accompagnata dal consueto lamento per la 
n^ata partecipazMHae al governo dello slato, e per le non perdonate 
ad alcuno e tuttavia crescenti gravezze. E sebbene non Ta^ia tenersi 
per genuina o, come direbbesl, testuale l'orazione per tal conto recitata 
da messer Antonio Loredano ai popolani convocati nella maggior sala del 
Gran consiglio, sar& nondimeno da studiarsi per iscorgervi l'intento ooa- 
gegoodi qudla singolare repubblica, e afqirendervi gli speeioai argomenti 
che quell'astuta notriltà aveva a aè preparati per opporsi ai pericoli dì tal 
htta, e insieme mantenersi nell'antica usurpaiione ((). In questo men- 
tre l'imperatore avea htto togliere l'assedio di Padova ; ma fu^ma o 
dopo codesta risoluxione, che provocò il dileggio universale, avea fatto 
spargere per Venezia una lettera scritta in suo nome al pofiolo per in- 
durlo a sollevaci contro i aobiii suoi tiranni. Il Da Porto trascrive per 
intero in una delle sue proprie (1) codesta lettera (oggi direbbesi proclama 
incendiario) : la quale a noi sembra cotanto declamatoria e dartiera , e si 
poco aocomodata a verità ed al bisogno,clke nenia stimiamo opera di alcun 
monarca, non cfaa del segretissimo (3) Hassimiliaao , ma fattura piutto- 
sto di coloro che avrebbero volalo muovere il tumulto del quale si é 
qui diami accennato. Della leviti , nondimeno , di quel principe ci é 
indizio assai manifesto l'aver voluto , in tanta vergogna dti axto esercito 
e sua, entrare quasi trionfalmente in Vicenza (4) ; d'onde, senza altri- 
menti pernottarvi , riprese la via dell' Allemagna ; mentre l'Asnetti , pa- 
rente di papa Giulio , recavasl a R(»na , non senza sospeiione di aver 
guidata a mal fine l' impresa affidatagli , per compiacere alla mente di 
quel pontefice , a oaturale nemico {come scrive il nostro) degli oltra- 

■ mooiaoi , il quale ebbe desiderio più tosto di dioUnuire che di di- 

■ straggere le forze di Vinegia ■ (S). 

Fu prima conseguenza della ritirata fuga dell' imperatore ii ritomo 
di Vicenza sotto la veneta signoria : di che il nostro ebbe a tessere rac- 
conto esatto e lucidissiiM per la copia ed evidenza dei particolari , es- 
sendo e^i stato non solamente spettatore ma uno degli attori di quel fatto, 
ne) quale ebbero parte prìncipalissima altri anoora della sua fomìglia. 

(() Vedasi la Lelt. XXXIII 

(t) Cioè Delta XXXIV. 

(3] V. Hachiivulf, Rapporto itile ciMs dalla Magna , e Diicorio lopra le 
eOM é'Àlltmaoaa e lopra fimpcralort. 

(4) A cbl eì piace delte descriitoai , consigliBino di leggere la belliisìnu che 
ne fa il Da Porto dbIU UH. XXXV. 

(6) Lelt. XXXIV. 



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1 ii RASSEGNA BISLIOGRAPIGA 

Ed è qui da sapere che i Sa Porlo , i quali dapprima furono tra quelli 
che si professavano facìlmeote obbedienti a chi fosse Hmasto vincitore, 
diveauti dappoi sospetti ai Tedeschi e da questi ingiuriati , si diedero a 
praticare coi Teoeziani : talché per«ao Luigi , ma veduto dagli invasori 
ed anche minacciato come parente dei Savorgnaoi , trovavasi tra le 
schiere armate che vennero da Padova al recuperameoto della sua pa- 
tria (1). Chiameremo noi questo dei Da Porlo, e d'altri a lor simili, 
patriottismo, o con qual nome dovremo qualiflcarìoT Diremo piot- 
toeto , che amor vero e incontaminato della terra , delle islitusioni e 
della civiltà proprie , mai non può darsi dove gli uomini non eìtato a 
ciò di lunga mano e generalmente edncati ; dove della patria non bc- 
ciasi [ci si perdoni il termine, perchè altro non sappiamo trovarne) 
una seconda religione. Sotto questo rispetto eziandio , può giudicani 
che i Veneziani iniquamente abusassero della fortuna, condannando a 
pene diverse e crudeli i rifugiti padovani da loro trovati in Vicenza; 
e a morte ignominiosa e circondata d'orrìbili pompe i quattro gentili 
e letterati giovani, tutti lettori del patavino studio , i cui nomi vogliamo 
raccomandati alla commiserazione dei posteri : Giacomo Leoni, Bertucci 
Bagarotto , Alberto Trapolioo , Lodovico da Ponte {1). Allo zelo dell'an- 
tor nostro, il quale tuttavia non lascia di compiangere amaramanle 
que' miseri , fu allora premio l'esser fatto soldato della repubblica , e la 
condotta non grande , ma volentieri accettata , considerando la sua gio- 
vanetta eti, di 50 cavalli leggieri. 

II (errore voluto imprimere dai veneti politici con quei rigori e snp- 
|diziì , produsse in Verona effetto contrario a quello che da loro enti 
desiderato ; cioè che questa ne divenne più calda a mantenersi sotto il 
governo imperiale. Intanto il provveditore Gradenigo(3)recavBsi a racqui- 
stare il Polesine di Rovigo , abbandonalo dal duca di Ferrara. Ha non 
mancava quel duca dì forze, sorretto in quel tempo anche dagli ajutt 
del papa , dai Francesi e dalla guerresca ìoàole del cardinale suo fra- 
tello ; comecché in sulle prime non poco avversa se gli mostrasse la 
sorte , per l'uocisione di Lodovico de' Pidii , per la prigionia e l'assas- 
sinio del nobil giovane e a quel duca carissimo , Ercole Cantelmo. Fu 
detto, e ancora il nostro ciò scrive, die Alfonso mandasse a i^rirepel 
rtscatlo di quel giovane la cìtiA slessa di Ferrare; e noi non avendo 
testimonianza espressamente contraria da contrapporre a questa del cro- 
nografo fiorentino, gli opporremo almeno il silenzio di Lodovico Ariosto (i), 
e deiranonimo antore della Vita finora inedita di quel prìncipe , di cui 

H] UH. XXXVI. 

1% UU. XXXVII. 

(3) Giampaolo i delio dall'aonoUiloic. V. Lelt. XXXVlll. 

<i) V. Ori. Fur., can. invi , H. T-d. 



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HISSEGNA, BIBLIOGRAFICA 1 Ì5 

pur trovasi copia presso l'editore doM'ÀTehimo Storico , con quesla assai 
notabile ia^ìoazìODa : a AttnlmUa a Bonaventura PisU^o mào ugntariot (1). 
Senzacbé , volendo ancora passarci dell'affetto iperbolico che verrebbe 
a significarsi per tale offerta , quel duca sapeva benissimo dì non poter 
cedere ad altri una città che rilevava, per ragioni feudali, dalla Chie- 
sa. E Alfonso , che , al dire detranonìrao segretario , correva innanzi e 
indietro tra la metropoli e i confini per provvedere alla difesa dello 
stato, seppe ben cogliere il momento di far valere la sua nibesta arti- 
glieria, e riportò control Veneti la gran vittoria della PcleseDa , da poeti 
e storici celebrala , e della quale il Da Porto fa tale una descrizione (S), 
che giustamente é da rìporsi tra le più compiute e più belle che si 
trovino nelle sue lettere. Dopo questo memorabile ragguaglio che l'au- 
tore datava da Lonigo , il vediamo trasferirei , coU'esercito marcbesco, 
a ViUannova « a Mansone sul Veronese; d'onde l'ascoltiamo dar notizie 
delle azioni in que' luogbi accadute , nelle quali egli medesimo si tra- 
vagliò, in ispeciea quella di Galdiero{3); ma né in mezzo a queste, né per 
esistere alle bravure operate presso Soave dal pratese Fra Leonardo , vor- 
remo noi seguitarlo ; come nemmeno nella topografica dipintura da Ini 
lattaci della patria del Friuli (ij , dopo ch'egli dovè quivi recarsi , con 
raddoppiamento della sua coodolta , per volere della signoria ; o negli 
scontri in cui trovoasi egli stesso con Alemanni , fino a quello di Gra- 
disca nel maggio tSlO, dove il narratore ed altri Italiani fecero della 
strenuità loro non poche né poco ragguardevoli prove (Sj. Non sarà tul- 
tavolta inutile per la storia, fra le scritture ultimamente indicate, 
quella con che l'autore, in difetto d'imprese recenti, si accinge a rac- 
contare la guerra stala già l'anno innanzi nel Friuli , allorché avendo t 
Tedeschi assediata e inuUImente assalita Cìvidale, vennero astretti a 
ritirarsi (6). 



(1| Ecco le parole dell'aDonimo , oel cap. XIV di essa Vita : ■ Tra gli sUri 

■ vi rimase morto il alg. Hercole Cantelmo , giovine eh' in armi et in lettera 

■ dava di sé grandissima espettailone ; quale comlulleDdo per la patria |fjc) 
■> troppo aDlmosamenle , ealld a cavallo sin dentro di dello bastione , ove fu 
• da'Schiavoni crudelmente morto. A) Sae , eueodo la detU armala stala in 
1 quel luoco circa 80 giorni, il prelato duca, cb'andando et venendo da Fer- 
ii rara non nuncava con ogni sollecitudine di provvedere alla delansione del suo 
« stato, consultala la cosa col detto cardinale et altri suoi , deliberò di fare 
n tenlamenlo d'offendere et rompere essa armata con l'ariigUeria ; et cosi ec. ■ 

r!) Leti. XXXiX. 
(3) Leu. XL a XLI11. 
14! Leu. XI.IV. 
IJi] UH. XLVII. 
(6) Ult. XLV. 

Arch.ÌìT.1t , ffaurii Strie , T.Vll, P.I l'J 



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146 RASSEGNA UIBUOGBAFICI 

Il deltar lettere storiche era divenuto pel Da Porto uiut quasi abitu- 
dine , dalia quale mal sapeva cessarsi, facendosi eziandio ripetitore ad 
altri delle cose scritte a lui lontano dagli amici suoi che di quelle erano 
stali spettatori. Di tal natura sono molte delle lettere susseguenti; tra 
cui prima la XLVIII, degnissima però d'essere e consultata e studiala 
per la presa ed il sacco di Vicenza , fMo dai soldati della lega , e se- 
gnalalo in ispecie [ter l'avarisia con ohe si ricercarono e rapirono mo- 
bili di grande impaccio e dì scarso valore, che, con avarizia peggiore, 
erano tuttavia comprati da Mantovani ed altri Lombardi, venuti a tal 
6ne, a con molti carri », dietro all'esercite. B Vicenza fu salva dall'in- 
cendio per l'umanitji del francese Ciamonte: ma ben altri fuochi si ac- 
cesero nel suo contado, perché avutosi dai Tedeschi sentore die molti 
cittadini si fossero rifugiati colle loro robe nei Covoli (naturali caverne 
a cui sì dà questo nome) di Costozza e di Hossaoo, deliberarono di 
snidameli per forza di fumo; e non riuscendo loro l'intento nel primo 
di que' luoghi , perchè il vento spirante dalla grolla difendeva i riochiosi , 
e praticandosi il medesimo contro l'altro, « la forza di questo vapore 
a vi soffocò assai bestiaiue , e meglio di mille corpi umani , la più parte 
e donne e fanciulli ■ (1). Chi leggendo tai cose non deplcH^ sicGiHiie 
prima Ira le umane pesti la guerra f chi non maledice agli ambiziosi che 
la cagionano? Anche però le superbie e le immanità degli uomini 
hanno lor limile nei decreti della Provvidenza. Già i Veneziani , essendo 
lor tolto Legnago , Este e MonseIJce , eraosi ridotti alle sole cittì di Pa- 
dova e di Treviso. E mentre il francese capitano (qoello che dianzi lo- 
dammo) si abbandona in Vioenza a giuochi puerili o « da ubbriachi > 
sconciamente inonesti , i Turohi , condotti al soldo di Venezia , anda- 
vano rubando e uccidendo , e violentemente operando , « non pure con 
« le donne e coi giovani , ma con molti uomini ancora di bell'aspetto ■ , 
colali nefandilà , che molti tra gli sforzati ne morivano. Intorno a cbe, 
mi piace riferire . a prova del moral senso del nostro scrittore , il con- 
siglio ed il voto ond'egli conchiude le riflessioni suggeritegli da Unta 
enormezza : « Dovrebbono i nostri valentuomini , a dispetto di chi si 
sia , ucciderli tutti ■> \tì. Già le rive della Brenta vedevano un altro 
supplizio politico nella persona del cremasco Soncino da Benzone , de- 
trattore piuttosto del nome cbe della potenza della repubblica. Ha in- 
tanto rallentavasi quella cordiale amicizia già prima stala tra il secondo 
Giulio e il duodecimo Luigi ; talché i Francesi , per la temenza di una 
tal mutazione , sono chiamali a restringersi nella Lombardia ; e gì' ìto- 
periali , per l'allontanarsi dei Francesi , si ritirano verso Verona (3'. 

«) Lelt. XLIX. 

(2) LttlL. L. 

(3) l.olt. LI. 



itizecyGOOglC ■ 



BA63E6NA BIBLIOGRAFICA 1 i7 

Quindi l' ìDDoltrarsi dei marohescbi vereo questa cilU ; la batterìa con- 
tr'esu incomiDciaU , con morte di Lattanzio da Bergamo e del Zitolo 
da Perugia ; e la vittoria otteonla sopra i Francesi a Bevilacqua , per la 
9ol«rzia del provveditore Andrea Grilli (1). 

Dovè questa vittoria contribuire non poco a riamicare coi Veneziam 
il pontefice, divenato allora bramosissimo dell'abbassamen lo di Francia. 
Det che se i lettori saper volessero le cagioni , noi , senza presumere 
di rioordarle lulte quante [tra le quali sa ognuno mettere il penti- 
mento dell'errore commesso recando a un lempo tre barbari eserciti a 
conculcare il suolo d'Italia), cercheremo di soddisfare alla loro curiO' 
sili, col riportare Dna piacevol pagina del nostro sincrono narratore: 
Per la rotta ch'ebbero in Gbiaradadda i Veneziani , avendo tolta Al- 
fonso doca di Ferrara la libertà di far a Comacchio il sale, ed il papi 
bceodone similmente, dappoi ch'egli ba la Bomagna tutta , a Cervia , 
avvenne che il duca si accordò con lo re di Francia di somministrargli 
il sale per la Lombardia a migliore derrata di quello che fosse usato di 
averlo per lo addietro. Il che risapendo AgosUno Ghisi , mercatante |hù 
ricco che alcun altro d' Italia , il quale - non sole le lumiere ma ancora 
tutte le saline della Chiesa tiene a pigione , se ne dolse al papa , mo- 
strandogli che di tal mercato era per venire alla Chiesa gran danno ; 
perciocché, impedito al sale di Cervia lo spaccio nella Lombardia, 
egli non potrebbe pia ritenere le saline per l'affittanza ch'egli aveva ; 
ed oltre a ciò, avendo il duca la libertà di vendere il sale e di man- 
darlo dove gli {nscesse, molti non solo di Toscana ma eziandio di 
Romagna l'anderebbono a tórre , per la buona derrata , a Comac- 
chio. 11 papa, ricevuta questa cosa a petto, scrisse al duca dicendo 
che Cervia usò di dar sempre il sale alla Lombardia, e chenon in- 
tendeva ch'egli intricasse il suo spaccio per quella parte ; domandan- 
dogli inoltre che vigesse cessare dal mercato fatto col re del sale , e 
lasciare che la Lombardia continuasse, secondo l'uso, ad acquistarlo 
a Cervia, cercando egli altre vie da dare spedizione al suo, del quale 
poteva per avventura bastare di brne all'uso del suo ducato. Il duca, 
o che scrivesse o no di questo (atto al re , negò subito di voler ri- 
trattare il mercato ; nò lo re poi avrebbe annuito , quantunque il papa 
scritto gliene avesse: Per tale cagione sdegnato papa Giulio e con 
Ferrara e con Francia parimente, cominciò, col mezzo del cardinale 
Grìmani, a lasciare l'odio che contra i Vinìziani mostrava di avere; 
levò loro di dosso la scomunica , e concesse che a lui mandassero 
ambasciatori ec. • (S). Comunque sia, noi veggiamo d'allora in poi il 
pontefice , divenuto guerriero , espugnare la Mirandola , e sostenere con 

i4l Leit. LIIL 
(Zj UU. LV. 



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U8 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

lieto volto e ridente le rampogne della vedova Pico , prognoslioaDle 

■ che ella ancora riavrebbe il suo luogo , dal quale mai non sarebbe 

■ partita per cosi poca guerra, quando avesse avuto vettovaglie e mu- 

■ nizioni bastanti » (1). E i Veneziani correvano a questa guerra come 
ausiliarii di esso Giulio , ed erano per lai conto due volte rotti in quelle 
vicinanze dai Francesi. Ond'ancbe il nostro istorico dei (atti flagranU i 
condotto a trattare delie cose avvenute , vie piìi cbe ndle venete, nelle 
Provincie ecclesiastiche ; e molto 6 curiosa a leggersi la « favola b dei- 
l'orafo e falso monetario , che per campare dal fuoco a cui slava per 
essere condannato , immaginò di for credere ai papali , com'egli potreb- 
be dar loro a man salva una delle porte di Ferrara. E fa creduto dal 
legato Alidosi e dal papa , benché opinando in contrario Marcantonio 
Colonna ; onde fu risoluta la spedizione , la quale se non recò i danni 
cbe pur doveva , fu solo per bont^ della sorte , perchè a tra via si sco- 
perse l'inganno > (ì). Va invece dell'acquisto di Ferrara , toccò a Giulio 
il disastro dì vedersi ritogliere Bologna ; e ciò , per non aver e^i fatto 
quel conto cbe far dovevasi delb mortale inimicizia insorta tra il go- 
vernatore di quella città , a lui mollo caro , e il general capitano delle 
sue armi e suo nipote (3). 

Abbiamo a bello studio differito il far menzione delle lellere Lll , 
LIT e LTII sino alla ricorrente LIX , perché in tutte queste l'aulore 
parla di sé medesimo e delle cose da lui fotte come coodoUìero di 
S. Marco , partecipando ai conflitti seguiti nel Friuli tra t soldati ddla 
repubblica e gli stranieri invasori. Cbe anzi, la prima di esse lettere 
vedesi indirizzata Alla degnùiima sua tiimiea e donna (onorata persino 
col titolo di Vottra Alitila] , le cui i sagge ed amorevoli ammonizioni 
« e i dolcissimi preghi > (i] non valsero , per quanto sembra, a renderlo 
più di sé riguardoso in quelle battaglie di poca gloria e di molto perì- 
•colo ; avvegnaché in una mischia di foraggieri e di guardie seguita sul 
Natisene nella state dd 1641 , reste egli mortalmente ferito nella golii 
da un uomo d'arme tedesco , e lascialo per morto il sul campo ; dove 
trovato da' suoi , venne trasferito per medicarsi prima in Udioe e quindi 
a Venezia , non essendo per anche gionto all'eté di ventisei anni. Di que- 
sta sciagura gravissima, e dalla quale dovè poi prender forma, come 
pensiamo , la sua vita avvenire , dava egli notizia , sotto il di 1 6 luglio , 
A mt$ter Pietro Bembo (5) ; poi anche , ma con istorica brevité , nell'ago- 

«J « Di queste sdegnose e ardile parole traeva papa Giulio il nM;gior pia- 
■ cere del moado , e con dllello ne molleggiava seco ■. Iti. 

(2) Leit. LVI, 

(3) Letu LVlll. 
(*) Pag. W6. 

l&i Colla lelt. I.IX. 



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RASSEGNA BIBUOCRAPtCA U9 

Sto , A mesxr Anlonio Savorgnano , dicendo ; o Io son vivo a pena, mes- 

■ ser zio , e a pena serbo in me lanlo di voce cbe basii a fcrsi udirò 

■ dettandovi qoesla lettera; comecché io non tema di morire, conofcan- 
« domi essere un immobil peso in questa letto, a me stesso noioso e 
« grave > ((). Dopo il quale esordio (tsnt'era la forxa della volonlk e 
dell'oso fattovi] , entra subitamente nel solito ballo <1i novellista polìtico, 
narrando come ■ nella Bomagna e nella Lombardia le cose trapaitat- 
a len di ree in crudelissime e profane t. E tali erano veramente l'uc- 
cisione del cardinale Alidosi per mano di un principe valoroso nell'armi 
e consanguineo al pontefice ; lo scisma introdotto nella Chiesa per l'ele- 
zione di papa Evardino (cardinale Carvajal) fatta in Hilano ■ per un 
« concilio di cardinali scomunicati d ; e il sangue inutilmente sparso 
da' Bolognesi papalisti , e allora fuorusciti , per voler rientrare nella loro 
cittii. Ed ecco Giulio, il cui sdegno contro i Francesi, ajutalori del 
Bentivoglio, avea gik passato ogni misura, trattare e omchiuders 
contro qnellì una lega novella coi re di Spagna e d'Inghilterra e 
cogli stessi Veneziani, cercando eoo gran maneggi di hr calare gli 
Svizzeri nella Lombardia , e persuadendo Massimiliano a conchioder 
tregua di nn anno colla repubblica : con cbe venne a discio^lersi la male 
augurata lega di Cambrai , che dov6 cagionare orrore e terrore insieme 
negl'Italiani di que' giorni che In seno avevano un cuore italiano; sic- 
come quella cbe, sopra ogni casual vicenda o politica aberrazione, 
condnr poteva l'Italia a quell'estrema rovina, che il Machiavelli pro- 
gnosticava a' suoi concittedini , affinché si adoperassero a scongiurarla , 
nella lettera IX della sua terza Legazione alia corte di Francia ; « Il re 
« ha usalo dire ad uomo che non dice le bugie: - L'imperatore mi ha 

■ pia volle ricerco di dividermi seco l'Italia: io non t'ho mai volsuto 
a consentire; ma ti papa a questa volte * - (per la nota rottura, che 
parve tradimento; onde l'odio cordiale e lo scisma) - ■ mi necessita a 
<• farlo > (I]. 

Di quella lega faneelisama volevansi rammemorare in queste ras- 
segna alcune tra le circostanze e le consegnenze più principali ; (mde 
ci affretteremo vie piiì Dell'additerò i soggetti delle altre lettere di cui 
ci reste a discorrere. Tra le quali, alla storia di Bologna, alla nazionale. 



(4) Leti. LX. 

|K) La leltera che Ciò coolieoe fu scritta ai 9 d'agosla del ISiO : Il medesiiDo 
aminoniDwnto vien conrennato anche nella le tiara XIV (27 delio cnege) della me- 
deaima Legazione ; ■ Queeto re né dormendo né vegliando sogna (tiro che il 

■ Iorio gli pare ricevere da 9ua Sanliii, nà ha in animo altro che U vendetta. 

■ E qoesto mi k staio delto di nuovo da uno di grande autorità : che l'iinpe- 
< ratore nov va ad altro canoiao , m non a tirare queste re alla divislonf^ 
• d' Italia >. 



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150 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

all'arte slralegica « dell' ingegnerìa miliUre, rerrè alUissinia la se- 
gnata LXI , ore narrasi della mina maeslrevol mente cavata dal NaTarra 
e con tanto ingegno sventata dai Bolognesi ; e serviranno a documento 
doloroso beosi , ma pure proOcno di prudenza , la LXII e LXV , nelle 
quali si espongono quelle si diverse vicende della città di Brescia; cioè 
il suo beile e lieto ritorno sotto la veneta signorìa, e la sua ricaduta, 
dttpo soli diciassette giorni , sotto gli artigli di Francia : onde il sacco 
più che barbarico, che cagionò la morte di oltre a sei milauomiai, 
la corruzione d'infinite donne, l'impoverimento di una città la più 
ricca in quei giorni dì tutta Lombardia , infine il supplizio di quel- 
l'Alvise Avogadro, al quale già io premio dell'intempestivo suo zelo, 
e perciò al Gritti mal gradito, ■ i Viniziani avevano scrìtto lettere, non 
■ di piombo sigillate, ma come a'papi e agl'imperatori usan di fare , 
« con finissimo e forbito ore serrale > |1). In ambedue queste lettere 
sono concioni: cioi sino e tre nella prima; nell'altra non due, come 
il Guicciardini farebbe credere, ma quella soltanto del Manfrone ai mar- 
cbescbi , perchè il Foix dal suo canto, adducendo sue ragioni (S), negò 
di voler parlare a'soldati. Delle tre che dicemmo , il trovarle inserte in 
un libro d'istoria o che all'istoria appartiene, ci porta a bre intomo 
ad esse diverso e quasi opposto giudizio. In quella del podestà Bottìc- 
dutda ai Bresciani, leggiamo i seniimenti più longanimi e ponderati del 
maggior numero di quei cittadini , è le solite vanterie e lusinghe e 
minacce degli stranieri oppressori , quando temono che gli oppressi sol* 
levar vogliano il capo ; nelle altre , passate tra ì Carmelitani e un Ven- 
tura Feoaruolo, che, rifugiatosi nel toro convento, disponevasi , quando 
fosse scoperto , a darsi la morte , vediamo invece due scolastiche e poco 
opportune declamazioni , l'una ad esprobazione e l'allra a difesa del 
suicidio. Contuttociò , dalla somma e varietà delle orazioni o dicerie 
nel nostro libro contenute, che in tutto sono forse ventitré, ci 
sembra potersi arguire, che se giustamente diffidiamo di quelle che 
Greddamenle vennero locubrate da scrittori per l^mpo e per hiogo 
lontani dagli avvenimenti per essi raccontati, assai pur trovasi del 
vero , o almeno del naturale in codeste più spontanee e quasi tipiche 
ra [presentazioni lasciateci dai coetanei, e di coloro che di presenza, o 
in altro qualsiasi modo, a quei successi parteciparono. Passandoci della 
lettera LXIII , ci fermeremo alquanto su quella che le tien dietro , per 
segnalarvi il bel racconto della rìbellione di Antonio Savorgnano (quel cu- 
gino di cui tanto lagnasi il prode e fedel Girolamo in molte delle sue lette- 
re); racconto assai bene sv<dto in ogni sua parte , e , che più è, preceduto 

(4) Png. M5. 

(5) Quelle ragloai riforjie dal noslro autore ■ pag. S89-M , sono tali t ti espli- 
Gile , che non sembra potersi oegar tede s questo ridulo ed al sileoKìo dal t'oii. 



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RiGSEGNA SIBLIOGRAFICA 101 

dalla morigerata dichiaraziODe : « Comeodii questo Sarot^DaDo Inwa 

■ fratello della madre mìa , non sono però disposto di dirvi Hcriveiido 

■ se Don quello che è stato vero intorno a qaesto btlo ; bendtè m'ac- 
a corgo di essermi posto a scriverfi cosa che dod paole da ma senza 

■ sinistro dell'animo mio essere scritta -(1) ». E qnei latUvi • coi sari 
tornata in disgusto la barbanzosa slealtà del gentiluomo friolano, potrfc 
essere di coofòrlo il virtuoso contegno di quel figliuolo di repobblioa, 
Baldassarre Scipione ( altre volte encomiato in queste Lettere ] ; il quale, 
essendosi pei mane^i del Savorfpano arresa ai Tedeschi Gradisca , e 
chiedendosi la stipulazione dei patti già convenuti , ■ il ScipkHie non 
B volle sollOBCrivere, dicendo a' provveditori ed agli altri capitani, — du 
u la terra si poteva difendere, e che essi la davano a' nemici più per 
" timore che per necessità ; la qual cosa non voleva che di lui, essendo 

a governatore di quelle genti , s' intendesse giammai — E poi» 

u appresso, prima che gli altri sottoscrivessero, secretamente la notte 
'i derubatosi dagli altri, e con un suo figlinolo, un suo nipote ed 

n un paggetto, uscito per un ascio che metteva al Gnme , ed 

n entrato in un sandalo, si calò lungo il fiume verso Aqnilcja, • 
" di là si ridusse salvo a Marano; lasciando molti suoi bei cavalli, 
'< molte sue belle armi e molte altre sue robe in Gradisca a'nemfoi, 
M cbe tutte l'ebbero (t) i. In questa lunga lettera si accenna anoora a 
taluno de'folti già narrati nelle precedenti , perchè l'autore volle in essa 
riassumere le cose occorse in afcunt tnesi nella Marca Trivigiana e nel 
Friuli, cioè dal tempo della sua grave malattia fino al di K febbrajo 1S13. 

Intorno a gravi casi e fomigeratissimi della storia d'Italia sì aggi- 
rano le rimaDenti leUere LXVI, LX.TI1, LXriIìe LXIX; poiché quanto 
alla LXX ed ultima , in tulio slegata dalle altre , come quella ove trat- 
tasi della carestia e del tifo petecchiale che travagliavano Vicenza nel 
mese di marzo tStB, a noi non accade il parlarne. Additeremo invece 
que'luogbi delle prefote cfae, per le materie discorsevi, ci sembrano 
attrarre e meritare vie più l'attenzione degli studiosi; quali sono, per 
non dire di tutti quanti , la nuova ordinanza delle carrette immaginata 
da Pietro Navano nel prepararsi la celebre battaglia di Ravenna; le 
disposizioni , le accidenze e il successo di questo gran fallo d'erme, in 
cui si spensero, secondo il nostro, diciottomila umane vite; il sacco . 
patito dai Ravennati , invano assicuratisi nelle promesse dei buon doca 
di Ferrara ; il dolore sentitosi per calamità siEhtta nella Francia , e i 
nnovi concetti che ne derivarono intomo al dominio della Lombardia (3): 

m Pag. «80. 

l4) Pag. S88-3. 

(3) « SenlBDdo che gli Svizzeri veagODO io Lombardia , li univenaliU dei 

■ FraDCesl se oe rallegra , pensando di essere (^hiiisi per fona dentro ai coqBqì 



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1KS RASSEGNA BIBLlOGBiFICA 

il contento non so quanto umano , certo vanitoso ed improvviilo, <li papa 
Giallo , « il quale ridendo a più fiate , disse — aver ^li , col suo inge- 
« gno, pur una volta conciati, e fattisi insieme urtare ed uccidere que- 
« Bti barbari (4) >; il modo della liberazione del cardinale de' Medici , 
che dovea continuare se noo compier l'opera dissipatrice del roveresco ; 
la prepotenza esercitata dagli Svizzeri nel ducato di Milano , indarno per 
essi restituito a Massimiliano Sforaa , e la loro doppiezza e del loro eoo- 
dottiero cardinale di Sion verso i collegati Veueziani ; infine , la cacciala 
del Soderini da Firenze, che il viceré Cardoua " esegui facilmente », 
e il disfacimento di quel governo aristocratico che durava sino dal I49i: 
preludio tristissimo alla distruzione di ogni libertà, avvenuta poi nel 1 530. 
Per ciò che spetta alla veneta repubblica , ci basti di menzionare il 
racqaisto di Crema ( col quale il Da Porto pose fine a' suoi racCMiti ) , 
Ottenuta per prodizione di un mal condottiero italiano (Benedetto Cri- 
velU), che n'ebbe in premio ventimila ducati e, con vituperoso esem- 
pio, la nobiltà veneziana. 

Alle Lettere , siccom'È detto nel titolo , si fece seguitar nella stampa 
la famosa novella di Giulietta b Someo, per coocinnitli di stile e tene- 
rezza d'afielti già mollo commendata ; e si premisero f cbe il titolo noo 
dice ] alcune Nolim intomo alla vita ed agli tcritti dell'autore , datate da 
Giacomo Milan. Queste , benché raccolte con amorosa diligenza , ci par- 
vero scarse al desiderio che avremmo di conoscere i casi di un giovane 
in armi e in lettere si valoroso ; e in ispecie per ciò che riguarda gli 
ultimi sedici anni della non lunga sua vita (3). A ciò pensando, provammo 
qoasi rincrescimento che il signor Bressan non volesse riprodotte in questa 
pubblicazione anche le Biroe del Da Porto , come quelle che ■ non ispì- 
■ rate dal genio , non si elevano guari «opra quelle d' infiniti altri ver- 
I seggiatori del cinquecento (3)ii : ma in esse Bime, dalle quali il Milan 
avrà tratto verisimilmenle tutto il prò che potevasi, sarebbesi trovata la 
conferma di que'suoi rettissimi e generosi sentimenti che ci rendono 
soprattutto ammirabili le sue prose ; se non anco la spiegazione dell'appa- 
rente ozio e del silenzio al quale egli poscia si abbandonò; spiegazione 
cbe, per l'affetto posto a un tale isterico e pel dolore dell' istoria interrotta, 
molti andranno tuttavia con instanza ricercando. Comechessia , l'Italia 
avrà sempre care e in gran pregio codeste Lettere, che scritto in un 



• della Francia, e cbe al loro re sia (olla la Lombardia ed ogni giurìsdizi 
•r In Italia , msieme con ogoi speranza di mai pib riaverla ° ; percbi ■ sLim 

• questa provìncia essere loro dal cielo serbata per Eupplizio e per sepoltur 
Pag. 313. 

(ti Pag. 316. 

tt, Morì di soli 43 anni nel t5£i. 

(3) Awertmxn , pag. 2. 



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«ASSEGNA BlBLIOGHiPIC* 153 

(ampo in cui non erasi per «nche introdotto l'nso delle politicbe 
eflèmeridi , tulle in eè ne comprendono le migliori qualità , senza le 
passioni eccedenti , e gli altri vizi! più rei che a questa possono rimpro- 
verarsi. Lodiamo altresì che alla Novella siesi voluto BOggiuneere le due 
Lettere critiche del professore Todeechini, concernenti l'autenticità o 
favolosità delle sventure notissime de'due amanti veronesi ; sebbene a 
talnnt tornar possa men grato il veder tramutarsi in mera fantasticherìa 
quella pielosiBsima istoria. Finalmenlo, ci sembra da commendarsi que- 
sta edizione eziandio per la Tavola dei nomi t dette cote pia «oMtUi , di cai 
vollesi corredarla : il che , come gli esperti sanno , molto facilita e am- 
plifica i vantaggi che il diligente signor Bressan ba con essa inteso di 
arrecare alle lettere nazionali. 

F. PoLiDoei. 



GeM(dogia e Storia ddia Famiglia Conim, detcntta da Lcioi PtssBKiNi. 
Firenze, Tipografia Galileiana di H. Cellini e Comp. Volarne io 8vo, 
con 16 tavole genealogiche. 

Sa ognuno quanto alla istoria di una nazione possa derivare di utile 
dalla storia del suo patriziato feudale e civile, per le attinenze ohe con- 
giungono quello alla storia de'dominatori , questo stia storia del popdo. 
In Italia , vera nobiltà civile non fu che ai tempi de'Comuni ; spenta la 
libertà, il patriziato o durò vita oziosa e plebea all'ombra de' troni, 
o divenne strumento primo e scellerato di tirannide. Intorno alle famì- 
glie illustri italiane molti lavori noi abbiamo di storia e di genealogia : 
primi quelli stupendi di Pompeo Litta ; tra noi il signor Luigi Passerini 
ei è dato con singolare amore a tali studi , e già nello Arehww Storico 
comparvero i soci lavori intorno ai Sasietti, ai Ferrucci, ai Hanuelli e ai 
Bonaparte. Ora , in occasione di -nozze , egli ha pubblicala questa Ge- 
nealogia e storia dilla famiglia Coreim : lit»-o ben tallo e d' importanza 
per la storia fiorentina , nella quale i Corsini ebbero per molli secoli 
parte assai gloriosa. In un discorso [«-eliminare sulla Origine della fa- 
miglia l'autore discorre brevemente , ma cm libertà molta e verità , del 
patrìzialo feudale, ed accenna al nascimento della nobiltà civile, e la 
parte ch'essa ebbe nelle nostre vicende politicbe. Scende poi a parlare 
dei Corsini, e confuta la opinione del benemerito Repetti, sfatando i so- 
gni e le menzogne del padre Gamurrini , che fti a'suoì tempi privilegiato 
bbbricatore di genealogie. Secondo il Passerini, un BonaccolEo di Neri, 
vissuto nella prima metà del secolo XIII , è lo stipile de' Corsini , i qnali 
nella seconda metà dello stesso secolo da Castelvecchio di Poggibonsi 
portarono il loro domicilio a Firenze; ed ascrittisi alle Arli maggiori, 
ABGH.ST.lTM,.^HO<'a Strie T.VII.P.I. «> 



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15( RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ebbero nel commercio tanto favorevole la sorto , che presto crebbero 
JD grande riccbffiza e in potenza. 

Noi epilogheremo qni brevemente la storia di questa bmiglia , e 
facendone come una sinteEi , daremo secolo per secolo le principali no- 
tizie de'suoi più illustri personaggi. 

Ne) secolo XIII tre dei Corsini ci si presentano degni di memoria : 
Neri , Ug(dino e Duccio , figlinoli di quel Corsino , che portò domicilio 
in Firenze. Neri, nato nel tW, hi cittadino di grande importanza nella 
Repubblica: console dell'arte della lana nel 1370, otto volte eletto al 
priorato, e l'ultimo dei gonfalonieri di giustizia del 1S95. Popolano, e 
perciò guelfo, avversò costantemente i magnati, e fece costruire contro 
gli Ubaldini ed i Pazzi i castelli di San Giovanni e di Castelfranco nd 
Valdarno. Duccio e Ugolino furono consoli dell'arte della lana nel 13S7 
e nel 4303, ed ebbero illustre discendenza ; quella di Neri è oscura. 

Di due figliuoli di Ugolino, Corsino e Iacopo, il primo specialmente 
ebbe parie nelle vicende del secolo XIV: era tra i priori nel 1343, e 
fu tra t più ardenti nell'opporsi alle immoderale domande del duca 
d'Atone. Duccio fu padre di Gherardo, Niccolò e Tommaso. Il primo, 
gonbloniere di giustizia nel 434S, cede vilmente Lucca al re Roberto 
di Napoli, e mandò ambasciatori per allearsi con Lodovico il Bavaro; 
poi morì nelle Stinche. Nicc(d6 fu de'buonominì 6 de' gonfolonierì di 
compagnia , ebbe molti figliuoli , e primo quell'Andrea ohe papa Ur- 
bano Vili dichiarò santo, e che santo fu davvero a Firenze nel 1348 , 
in que'mesi di terribile pestilenza, e a Fiesole dov'ebbe per il suo po- 
polo viscere di padre più che di vescovo. Veri , altro figliuolo di Nic- 
colò , successe a Andrea nel vescovato di Fiesole , e andò ambasdatore 
a'Pisani, nel 4345. Matteo tenne molli ed onorevdi uCGci ndla Re- 
pubblica , e crebbe tanto in ricchezze da essere considerato ano 
de'jnii ricchi meroanti d'Italia. Seppe di lettere assai, e oltre a un 
libro di memorie domestiche che si conserva manoscritto oelb biblio- 
teca Corsini di Roma, scrisse quel Aosato iella vila , messo a luce , po- 
chi anni fa , dall'egregio nostro Polidori (1). Un altro libro suo De Quae- 
stioniftus è perduto o non anco ritrovato. Il terzo figliuolo di Duccio, 
Tommaso , fu o uno de' più grandi cittadini di Firenze, e ,di quelli 
che più cooperarono a iar possente e rispettata la Repubblica, durante 
il secolo XIV > [2]. Nel 43S< lesse Diritto civile nello studio di Siena ; 
poi fu dei capitani d' Or-San-Hicbele, de' priori, de' gonfolonieri delle 
compagnie, de'buonomini. Nel 1339, quando Lodovico il Bavaro minac- 
riava di guerra la |Lepubblica, fu de' dodici cittadini, ai quali in ta) 

(1) Rotaia delta vita, Irallalo morale allribuita a Maltee de' Corsini , e com- 
positi n«l MCCCLXXIII , ora per ta prima «olla pubblicalo. — Fircnie , Soeieià 
PoligraBca italiana M.DCCC.XtV. 

[2) PA»tR|i<), Gcn. e Slori* della ffuniglia Corsini, ptg. fio. 



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RASSEGNA BIBLIOGDAFICA 155 

frangente fu dala la balla ; ebbe parte ne" moli dì PisU^a , pei quali it 
ghibellìDo Tedici fu caccialo di dominio , e poi nel 1331 ricevè la de- 
dizione de' Pislojesi , e fu dei sei nominali a rilbrmarne il goverDO. In 
progresso ebbe missione di metter pace tra i municipj dì Siena e di 
Pisa; sostenne no importante incarico presso Spinetta Halaspina, e 
come sindaco della Bepubblica , strinse Un'alleanza dì dieci anni coi 
Senesi. Andfr a Perugia per iBlabilit« una lega contro il Tarlali , e ta 
p(d pacificatore prima tra t Tarlati e la Repubblica , quindi tra ì Tar- 
lati e gli Obertini per il Comune di Arezzo. AndA a Colle per ristdbi- 
lirri la pace turbata dai Tancredeechi e dai Rossi, e a Ferrara per 
trattare con Obiizo d' Este della cessione di Lucca, Pletrasanta e Barga, 
offerta ai Fiorentini da Mastino della Scala. Ha la guerra per l'acquisto 
di Lucca porlo Firenze sotto il dominio del duca d'Atene; e Tommaso 
Corsini fu tra i bnlorì del duca; forse, osserva il Passerini, ■ ingannato 
da quell'orpello di TÌrtù sotto il quale aveva saputo nascondersi ». Gual- 
tieri lo destinò a trattare coi Pisani , e a ricevere giuramento di vas- 
sallaggio dai comuni di Pietrasanta o Barga; nel I3i3 andò commissario 
nelle province di Lunigiana , di Garbgnana e della Versilia. In questa , 
accadde la cacciata del duca , e Tommaso , ricbiamato a Firenze , andò 
a Sammìnialo per ridurre a ma^ior dipendenza da Firenze il reg- 
gimenlD di quel Comune , poi fu mandalo ambasciatore a Roma ; due 
volte, neM344, ai Senesi; e nel ia47 a Lodovico re d'Cngheria. Nel I3t8 
sedeva nel consiglio del Cornane, e promosse la istiluiione dello Studio 
fiorentino: egli stesso vi lesse Istituzioni civili, Kel 4350 andò commis- 
sario al campo eotio Pìstoja, poi fu scelto mediatore nelle discordie tra 
gli Albizzi ed i Ricci. Fu procuratore della corte di Napoli per la ven- 
dila di Prato , o ambasciatore a Giovanni da Oleggio e a Giovanni Vi- 
Ec<»ti arcivescovo , per ristabilire la pace. Stipulò un trattato coi Senesi 
e coi Perugini per mantenere Arezzo al partito guelfa , e nel 1 35S andò 
a Carlo di Lussemburgo e a reaceslac re di Boemia per muoverli a 
guerra contro il Visconti. Nel 1363 ta eletto gonhioiliere di giustìzia, e 
per lui fu coQcbiusa la pace con i Visconli al congresso di Ssrzana. 
Con questo allo Tommaso terminò la sua vita politica ; vestite poi le 
divise di cavaliere di Santa Maria Gloriosa , visse tulio a Dio , e mori 
nel 1366. Alcune sue consultazioni legali esistono manosorilta nella Ma- 
gi iabechi a na , e alcune sue lettere, dalla Naniana sono pervenute nella 
Marciana di Venezia ; un suo trattalo legale , Conailium nMrimoniah , 
fu stampalo a Francofone nel 1580. 

Due dgliuolt di Tommaso hanno lasciato nome di sé ai posteri: Pie- 
tro , vescovo dì Volterra , dì Firenze , e cardinale , andò pacificatore 
delle ire di Blisabetla di Polonia contro Carlo IV imperatore; poi visse 
alla corte di Urbano V, e fu tra i prolati che lo persuasero a tornare 
in Italia. Quando gli sdegni sacerdotali di Gregorio XI scoppiarono con- 



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156 HASSEGNl SlbLIOGEAFICA 

tro Firenze, i soli Corsini ne furono ecMlluatii ma Pietro, comecché 
cardinate, non si dioienlicò d'esser florentioo, e la pace del 137S fa 
opera sua prìncipalissima. Ebbe parte in quel conclave che diede al 
mondo Urbano VI e il grande scisma occidentale , e poco mancò non 
ne uscisse egli stesso eletto pwteSce. Poi andò da Soma a Todi , seguitò 
Clemente VII (antipapa) ad Avigncma, e scrisse , per sostenere la «lesione 
di lui, un'orazione apologetica. Intervenne al conclave in cui fu eletto 
Benedetto XIII, ed egli stesso convocò un conclave nel 1406 a Ville- 
neave presso Avignone, esponendo que'princItMi slessi che poi il concilio 
di Costanza adottò. Scrisse un Oituliano , un Mn di epiitoU, e le Vite 
di aiewUjmUefbìi e cardinali; ma son libri perduti; rimane, manoscritta, 
la sua oraiione per la legazione a Carlo IV e a Lodovico d'Ungheria. 
Filippo, l'altro figliuolo dì Tommaso, fu cittadino non meno illustre 
del padre: ebbe nome di dottissimo nella giurisprudenza; nel 1360, a 
soli ventisei anni , fu mandato per gravi uffici a Siena e ad Anversa : 
nel 1364 fu destinato a rimetter concordia tra i condottieri del^eser- 
cito florentino, poi a trattar la pace coi Pisani, e riuscì a buon fine in 
ambedue le non facili missioni. Andò, net 1 366, ambasciatore a Urbano V, 
prestò ublridienza a nome della Repubblica ; e , a nome pure della Be- 
pnbblica , raccomandò per il cardinalato Pietro suo fratello. Con Frao- 
Cesco Giuori , nel 1378, andò ambasciatore a Carlo IV, e l'oro dei mer- 
canti fiorentini spense i finti sdegni imperiali. In quell'anno stesso fa 
gonfaloniere di giustizia. Fatto cardinale, Pietro si recò a Soma, e Gre- 
gorio lo prese in favore, e lo mandò pretore di Urbino e della Massa 
Trabaria; ma nel 1376 dovò fuggire, perchò i popoli di quella provin- 
cia , ribdlalisi contro il papa per istigazione de' Fiorentini, mal soflèri- 
vano nn fiorentino reggitore di essi per il papa. Andò forse a Avignone, 
poi tornò a Firenze, ma di qui pure dovè fuggire dopo quel giorno me- 
morando SO In^iodel 4378, perchè Is plebe lo cercava a nwrte, come 
uno di quella parie che il Machiavelli chiamò popolana per distingnerla 
dalla plebea. Tornò nel 4381 ; e nel 1384 trattò con Carlo di Dorazio 
la compra d'Arezzo e del suo contado , e vi fa mandato per primo capi- 
tano di giustizia. Si adoperò e riusd a strìngere in lega ì Fiorentini coi 
Pisani , coi Lucchesi , col Visconti , coi Bolognesi e coi Senesi , per patere 
t' Italia da quella peate delle bande di ventura ; ma la lega si sciolse pre- 
sto, e fa senza frutta. Andò in progresso ambasciatore aiMalatesUdi Bi- 
mini , alla signoria di Bolc^a , al re dì Francia; fece parte di una balla 
eletta per riformare gli statuti della città ; si adoperò nuovamente per 
un'alleanza di tutti gli slati d' Italia contro le tmude dei venturieri ; 
trattò col Gambacorti, mediatore di pace Ira Firenze e il Visconti; e 
riuscita vana la mediazione , andò in Francia , a sollecitare gli ajuli 
promessi alla Hepubblica , e ne riportò parole si , ma non fatti. Nel 1391 
fu per la seconda volta gonhloniere di giustizia , e riuscl'a condurre 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 457 

al servizio della Repubblica Giovaani Agulo; fu nuovamenta ambascia- 
tore al conte dì Virtù , ma senza frutto sempre ; e alla Repubblica , 
esausta di danaro, prestò gratuilamente H,000 fiorini d'oro. Andò a 
Bolina e a Terranova per lar rivolgere contro il Visconti le armi dei 
Bolognesi e degli Estensi , poi traila con Lodovico Albergotli per la 
pace, e poi viaggiò a Boli^na , a Venezia , a Ferrara, a Padova e a Man- 
tova per istrìngere un'alleanza cbe difendesse laRepabblica dalle per- 
fidie del Buo nemico- Tornò in Francia nel 1398 per BOllecitare gli ajuti 
promessi contro i Pisani; trattò nuove alleanze contro i Visconti, con 
Cortona , con Perugia t con Giovanni Benlivoglio, con Roberto di WiU 
tebbach; e dopo un'altra missione al maresciallo Le Haingre de Bou~ 
ctcaull luf^tenente del re di Francia, si ritirò a Avignone per istarvi 
io pace e lontana dagli affari. Ha ne'prìmi mesi del tiOS fu mandalo 
eoo Iacopo dei Salvìati ambasciatore a Carlo VI di Francia ; e nel 4U7 
dne volte ambasciatore a Benedetto XIII; fu gonfaloniere di giustizia 
per la terza volta , e promosse il Concilio di Pisa ; di nuovo gonfaloniere 
di giustìzia nd iUt, e riapri lo Studio fiorentino. Nell'anno seguente 
andò a Siena per condolersi con Giovanni XXII che Ladislao lo avesse 
caccialo de Roma, e per significargli che non si accostasse al territorio 
della Repubblica. Nel 1417 hi per la qninta volta gonfaloniere dì giu- 
slizìa, e mori nel MV. Alcune delle sue orazioni sì conservano ma- 
noscritte ndle biblioteche fiorentine ; s' ignora dove si trovi un suo 
trattalo legale Setponsa ad lega. 

Nel secolo decimoquinto troviamo sovra agli altri degiii'di memoria 
i discendenti di Iacopo e di Corsine di Ugolino; di Matleo di Niccolò, 
e di Filippo dì Tommaso. Stefano di Corsine fu console dell'arte de^i 
Bpezialì nel liOl, e successivamente eletto ne'prJmi uffici della Repub- 
blica. Ebbe un figliuolo, Giovanni, anch'esso console dell'arie degli 
speziali , il quale fu tulio di Cosimo de' Medici ; fece parte della balla 
die decretò il rilomo di lui, dopo b condanna di confino del 1i33; 
sedi pure nelle balie del 4438 e del <45B; fu gonbloniere dì giustizia 
nel 4445, e per molti soni camarlingo della Camera del Comune. Il 
Cavalcanti, neUe sue Storie, ha lasciato scritto ch'egli sì arriccbi fro- 
dando il Comune : delitto frequente a que'giomi , e perdonato sempre 
da Cosimo pei suoi fini scellerati. I figlinoli di Giovanni leniier cariche 
ra^uardevoli , e ciò fo supporre cbe seguitassero il brullo esempio pa- 
terno. Uno di essi. Luigi, fu padre di quella Mariella, moglie poi di Nic- 
colò Machiavelli. Iacopo di Iacopo ebbe un figlinolo, Luigi, che nel 4407 
andò io ambasciala a Ladislao re per chiedere la liberazione di Frauce- 
sco Orsini; Del 4410 circa pati sventure in commercio, e certi prelati 
della corte pontificia suoi creditori , lo fecero scomunicare da Martino V , 
insieme coi figli, parenti e consorti fino al quarto grado. Corsino, fra- 
tello di Luigi, ebbe figliuoli e nipoti ai quali la RepubUica alTidò ca- 



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158 RASSEGNA BIBLrOGHAPlCA 

rtch« di molto conio. Giovsnai di Matteo , console dell'arte della lana 
nel 14)4, Don si tenne lontano da servire la Repobblica, e seguilo 
il libro dì memorie domestiche comincialo dal padre. Un figliuolo suo, 
■atteo, fu amico di Marsilio Fìcìdo, e scrisse la vita di Sant'Andrea. 
Un altro figliuolo, BatlisU, console dell'arte della lana nel 14S4, sedè 
nel 14M ìa una balla fatta nominare da Cosimo il Vecchio, per averne 
accrescimento di potere. Figliutdi dell' illustre Filippo farono Amerigo, 
Gherardo, Piero e Bertoldo. Nel 441t Giovanni XXIII elesse Amerigo 
vescovo di Firenze per compiacere alla Repubblica , e Martino V, spe- 
rando di rendersi benevoli t Fiorentini, mutò il vescovato in arcivesco- 
vato. Gherardo occupò cariche d'importanza , e fu uno della balla cbe 
bandi Cosimo di Firenze; ma tornato ch'ei fu, pare che l'ambizione e 
l'amore del guadagno occupasse tanto l'animo di questo figliuolo di Fi- 
lippo, ch'ei si mise nel partito del Medici, e dopo il 1431 lo troviamo 
sempre ns'prìmi uffloi. Di Piero non è a dire altro cbe fu marito di qudU 
Caterina degli Alberti, della quale Vespasiano da Bisticci scrisse la 
vita, pubblicata nel tomo IV dtiVÀtehioio Storico. Bertoldo figliolo di 
Gherardo fu tutto dei Medici e sempre. Sedè nella balia del 4468 ven- 
duta alle arti tiranniche di Cosimo; (u de'primi a prender le armi in 
diEesa di Piero nel 1466, quando il Pitti, il Neronì, rAcciajaoli e il 
Sederini cocgiararona contro il tiranno ; e nell'anno seguente , essendo 
egli gonhIoDfere di giustizia , punì con crudeltà alcuni de' Keroni caduti 
nelle sue mani : insomma nelle molte cariche da Ini occupate servi a 
Cosimo, a Piero, a Lorenzo, non alla Repubblica mai. Ma le colpe 
paterne ammendo Luca, il quale nel 1494, e viveva sempre il padre, 
essendo de' priori, serrò le porte del palazzo della Signoria in faccia 
a Piero, che tornava da quella vergognosa ambasciata a Carlo Vili; 
e « si addimostrò in tutta la vita repubblicano e nemico dei Medici. 
Fa fonalìco per frate GinriamO Savonarola , e ci narrano gli storici cbe 
nelle vicende del 1498 avvili la dignità di magistrata unendosi al po- 
polo nel bre alle sassate per sna difesa ■ (1). Piero, fratello di Luca, 
da giovane terme la parte dei Medici; nel 1478 a capo ddla plebe corse 
alle case dei Pazzi, egli stesso ne trasse Francesco, e lo trascinò al 
palazzo delb Signoria, dove fu impiccato. Nel 149D andò alla Signoria 
di Lucca a difender la fema di Lorenzo il Magnifico. Cacciati i Medici da 
Firenze, Piero si dichiarò loro nemico; ma la sua vita ha macchie che 
non si lavano. Fu commissario di guerra contro Montepulciano , e due 
volte nel 1496 contro Pisa; fortificò Livorno, e fu uno de'gindici della 
congiura di Bernardo del Nero, ma pare cbe consigliasse clemenza. 
Nel 4498 fu capo de'soldati mandali a dar l'assalto al convento di San 
Marco ; e alcuni storici dlctmo che il Corsini caricasse di oltraf^i e dì 

{4) PiMHim , Op. cit. , pag. 98. 



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RÀSSBflNA BIBLIOGRAPICA 159 

conUimeite il vaneraodo fra Gin^mo. In progresso fu mediatore di 
pace tra il duca d'Urbino e i Baglioni di Perugia, commissario di 
guerra in Mugello , e al campo di Pisa presso Paolo Titotli. Bertoldo , 
l'altro figliaolo di Filippo, ta padre di Bartolommeo, ligio esso pure ai 
Medici , e uno della balla del 1434 ; ebbe soprannome di Capoaìca. Due 
suoi figlinoli, Amerigo e FlUppo, furono discepcdi di VarsilìoFiciDo; Ame- 
rigo scrisse un poema latino intitolato Cotmia», o De laudibiu Magm- 
Cotmi, dedioato a Lorenzo il Magnifico, un poemetto De luUwitaU Na- 
bmehodonoaoris , ed altra cose mioorf. Di Filippo sono molle lettore 
neirArcfaì?io Centrale di Sialo dirette a Lorenzo de' Medici ; nel 460S 
pubblicò la Traduwiona da' Sermoni di San Leone Magno : due suoi Ser- 
moni manoscrilU si trovano aUa Riccardiaua. 

Siamo ora al secolo XVI, l'ultimo secolo delle libertà italiane, non 
il primo delle tivaunidi, ma il primo si delle schiarìtù rassegnatamenle 
tollerate. 

Nella discendenza di Corsine , fratello di quel Luigi scomunicato da 
Martino V per j suoi debiti , troviamo un Iacopo di soprannome Bar- 
daccto, cbe (u uno dei più ardenti difensori della liberta fiorentina 
contro Clemente VII. Fa scelto tra i sei cittodini eletti , durante l'asse- 
dio,* per esaminare quali fossero i più pericolosi tra i partigiani dei 
Medici , all'oggetto di tenerli in custodia finche durasse la guerra per- 
chè non poleffiei<o nuocere » (4). Dopo l'assedio fu bandito; poi dichia- 
rato ribelle ; poi perdonato ; ma Bardaccio non potè accomodarsi a vì- 
vere schiavo dove era vissuto libero , e non tornò. Dn altro generoso 
è tra t discendenti del gran Tommaso , un figlinolo di Luca che re- 
sumé dal palazzo della Signoria Piero de' Medici. Francesco fu ■ tra 
i pochi che, al dire del Buaini, componevano il fiore della città lìbera, 
e l'amavano con disinteresse, riamati dal popolo per l'esemplanti del 
costume > (S). Fu tra gli ostaggi dati dai Fiorentini per garanzìa dei 
patti ddla capitolazione ; ma entrati i Medici in Firenze, fu bandito; poi, 
Bapntosi cbe si era unito ai fuorusciti fiorenUni, dichiarato ribelle. 
Nel 1034 era tra i deugnatì per l'ambasceria de' frusciti a Carlo V; 
dovea accompagnare Ippolito de' Medici a Tunisi , ma per consiglio del- 
l'Albizzi andò invece con Giorgio Dati presso Andrea Doria , e indarno , 
cMne ognun sa. Nella storia di questo secolo hanno parte anco un altro 
fratello di Luca e due nipoti : Gherardo andò net 4495 con Piero de' Pazzi 
al campo di Carlo Vili, per impedire che Piero de* Medici rimettesse 
piede sul territorio della Repubblica, e nel 4S09 sottoscrisse la capito- 
lazione di Pisa ; ma poi cominciò a favorire segretamente i Medici. Man- 
dato ambasciatore a Raimondo di Cardona cfie minacciava Firenze , 

(4) Piisniii, Op. cil. , pag. 3^. 
1$) Ibid. , pag, 100. 



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160 RASSEGNA 8IBLI06EAF1CA 

colla sua bugiarda relazione fa causa della cacciata del Soderini e del 
ritorno dei Medici ; e accollò poi di essere uno ddla balta che rifiMnoò 
naoTaniente lo stato. Una sciagura domestica noi tornò a senno , anzi 
gli fece bultar giù la maschera. Nel f611 , trattandosi in consiglio di 
cacciare i Medici , ai oppose, e i più trascinò al suo partilo ; si oppose 
a Niccolò Capponi quando , all'avvicinarsi del duca di Borbone , volea 
dar le anni al popolo ; e per fortificare la città , fece eseguire quel ma- 
laugurato progetto del Sangallo. Poi a Clemente VII si rendè tatto, e 
gli offerse di assoldare per lui truppe a spese proprie ; ma pia cbe 
l'amore a papa Clemente, potò l'avarizia in Gherardo, e ^oa ne fece 
altro. Non degenerarono due figlinoli suoi. Alessandro fu^mandato da 
Clemente a difender Pistoia durante l'assedio j premio del tradimento 
fa , a Firenze esser dipinto « sulla ftiociata del palagio del podeeti in 
mantello e cappuccio , appeso per an piede , e con un cartello che ad- 
ditava il suo delitto D {4); dal papa aver titolo di conte palatino, e il 
commissariato di Pisa nel tS33. Bertoldo, l'altro figliuolo, fu amico e 
corteggiatore del duca Alessandro. Horto il duca , ed efisendo egli pro- 
veditore della fortezza di San Giovan Batista , proferse le armi eie mu- 
nizioni affidate alla sua custodia, perchè il popolo rivendicasse la sua 
liberili ; ma gli amici della liberti non gli ebber lede ; CoBimo lo di- 
chiarò ribelle , gli confiscò i beni , lo inhmó , e poi potò averlo Delie 
mani per seicento scudi , e lo fece decapitare. 1 due nipoti di Loca , 
Rinaldo e Oiovam batista, furono nemici dei Medici. Rinaldo ta i) primo 
« gridar liberto nel t5S7 , e a capo di una folla tomultuante corse al 
palazEO de' priori, perchè la Signoria dichiarasse i Medici ribelli, e lì 
esiliasse. Nel 1519 fu ano de' capitani per 11 suo gonfalone^ ma poi pare 
che fosse preso da paura, e fuggi da Firenze quando il d'Oraoges 
s'avanzava. Giovarobatista fece parte dell'Acoedemia degli Orti Oricellari ; 
fu esiliato dagli Otto nel 1S13, tornò nel 4KS7, e fii tra i più sinceri 
difensori della patria. 

Nel secolo XVII troviamo Ira i Corsini mdti gentiluomini di camera 
dei Graodnchi , molti paggi , molti arcadi. Tra i discendenti di Barlolom- 
meo { il Caponica ) è Ottavio , arcivescovo di Tarso , mandato da Grego- 
rio XT nunzio ponti6cio alla corte dì Francia. Nella biblioteca imperiale 
di Parigi è ima sna lettera a Lnigì XIII , nella quale il Corsini sprooa 
quel re a continuare la guerra contro gU Ugonotti. Fu richiamalo da 
Urìxino Vili , e mandalo prefetto della Romagna e dell'esarcato di Ra- 
vennna. Da giovane pubblicò un trattatene legale, e una sua Belawme 
auUa immissione delle acque del Beno nel Po, ta inserita nell'opera del 
Castelli, Svita miiura dalle aeque correnti. Bartdommeo, un nipote d'Ot- 
tavio , s' infeudò a Laiatico , a Orciatico e nella Lunigiana ; fu eletto 

«) Op rtL, psR. iti. 



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RAgSKGNA blBLlOGRAFICA 161 

accademico della Crusca net 16S9; « omaggio reso probabilmente alla 
ricdiezza e ai Datali, pinUoslo obe a vero merito t (1) ! Dn fratello e 
un figliuolo di Bartolommeo meritano di esser qui ricordati; Neri) nun- 
zio alla corte dì Francia nel 46S!I , arcivescovo di Damiata e poi cardi- 
nale; nel 1668 legato a Ferrara per Innocenzo X, e nel 467S vescovo 
di Arezzo. Filij^ , più che cortigiano , amico di Ferdinando II, viaggiò 
con lui r Europa , e scrìsse una relazione del viaggio ; attese con amore 
alle lettere, e^u tra i più booemerili accademici della Crusca; am6 le 
arti e le protesse. Fratello di Filippo fu Lorenzo , poi papa Clemente XII, 
noto già per le istorie e come principe e come pontefice. 

Due fi^DCdi di Filippo , Bartolommeo e Neri Maria , furono perso- 
naggi ragguardevoli nel secolo XVlUj vissero alla corte dello zio; Neri 
Maria fu chiamato cardinale padrone , e padrone era veramente. Bar lolom- 
meo, perduta la speranza del trono di Parma a dì quello di Firenze , segui 
Carlo III a Napoli , e fu mandato viceré in Sicilia : fu allora solamente 
che il ponlefice die l'investilora del regno ai Borboni. Neri influì nella ele- 
zione di Benedetto XIV e dei Clementi XIII e XIT ; ebbe accusa di gianse- 
nismo, perchè fu avverso ai Gesuiti. Anco un nipote di Bartolommeo, 
Andrea, eletto cardinale da Clemente XIII , eU>e taccia di giansenista 
per l'ìstessa ragione : fu testimone alla boUa di soppressione della Com- 
pagnia di Gesù, ed ebbe in custodia il Bicci, generale della Compa- 
gnia, chiuso in Castel Sant'Angelo, mentre si compilava il processo. 
Due altri nipoti di Bartolommeo, Lorenzo e Bartolommeo, tbroDO con- 
ri^ieri di Stato di Giuseppe II e di Pietro Leopoldo. Da questo ultimo 
Barlolmmeo discendono i Corsini del sedolo XJX, Tommaso, Neri e gli 
altri. 

A noi sia ora conceduto di terminare augurando che a questa illustra 
fomiglJB non manchino posteri uguali agli avi , per il bene non di Fi- 
renze solamente ma dell' Italia ; e ricordare quelle parole del Poeta : 

■ M non t'appOR di die in die , 

• Lo tempo va dintorno eolla force b .' 

A. BAftTOLI. 



H Comune di Vercelli nel nwdto-evo. Studj ttoriei di Vittdbio 1Iìhdu.li. 
Vercelli, Tip<%rafia Guglielmoni, 1SS7, in 8vo. 

Vercelli tenne fra i Comuni dell'Italia settentrionale un troppo bel 
posto, perché non si desiderasse di conoscere partitamente la storia cosi 
del suo governo e de'suoiisljluti, come delle civili sue vicende: assai cose 
(4) Idem, pag. tSS. 

Akb.St.1t., ffuota Serie , T.VH, P.I. ■< 



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462 RASSEGNA BIBLIUGUAFICA 

avvennero nel seno di quei liberi Comani, cfae dod sono ancora beo 
cbiarìla, e inlorno alle quali per avventura uno statato, un chirografo 
notarile, una Ucrliione lapidaria, un nuovo documento qualunque po- 
trebbe troocara definitivamente ogni questiona. Non poco si fece in passa- 
to, e molto si (a a'aostrì giorni per metlero in luce le storie dei diversi 
municipi del medio-evo; ma quella et^ é cosi complessa e varia nelle sue 
parti , di^risce tanto dalla compatta unità del mondo romano , cfae si 
richiedono materiali svariatissimi a costruirne l' intero adifizio : e questi 
materiali , a vero dire , non sono ancora tutti ben preparati. Di Vercelli 
appunto non si ebbero ancora per te slampe sufficienti notizie ; prìoio 
a darne cenno parziale fu il Casalis nel suo Diiionario Goografico- 
storioo degli Siati del re di Sardegna; ma le sono poche pagine e dod 
attinte sem|ire alle migliori fonti ; più recentemente furono pubblicate le 
erudite memorie del Hella suiVAbbatia di Sanf Andrea, ma, come lo indica 
già il suo titolo , è monografia ristretta a un solo oggetto , sebbene trovi 
occasione a spaziare non poco intorno alla città sulla quale l'Abbazia 
torreggia da tanti secoli , e dove i suoi abati ebbero tanta azione ; e 
attualmente si va pnbblicaDdo il libro anouuiialo in capo a queste righe . 
il quale fornirebbe ogni necessaria suppellettile ad uo futuro storìoo di 
quel Comune ; anzi già ne darebbe occasionalmente la storia , in quella 
guisa che le Memorie del Giulini tessono la storia del comune di Mi- 
lano, se a maggiore spazio di tempo si estendesse. Quale sia siala 
la mente dell'egregio antere Io dichiareremo colle sue parole; ■ È 
l'opera mia , egli dice , una semplice esposizione di fotti , desunti da 
scritture in massima parte ancora inediti , e da cronache contempo- 
ranee ; esposiziono che potrà eziandio riuscire di qualche utilità alla sto- 
ria di altre città d'Italia ■. Alterna quindi la narrazione col teste di 
scritture bene spesso di grande valore ; ma non abbraccia che un 
meuo secolo, dall'anno tSOO al 4SSi. È ben vero cbe cotesta è l'epoca 
nella quale il comune di Vercelli ebbe maggiore indipendenza e perteoto 
maggiore vitelità ; e l'epoca insieme che ha fomite agli archivi più grande 
copia di manoscritti ; tulUvia si vorrebbe almeno condotte il lavoro Sno 
allo spirare di quel governo repubblicano (nell'anno 1335). Le ragioni 
per le quali il signor Haudetli asserisce dì non poter sobbarcarsi a più 
lunga fatica, ci lusinghiamo che non abbiano la gravità che a lui sembra. 
Limitiamo poi cosi il nostro desiderio, anzi diremo le nostre istanze, 
perobè prima del secolo XIII, dal quale prende le mosse , non appare 
cbe in Vercelli siano avvenute di quelle grandi manifestazioni esteriori 
che sole presunsi alla narrazione storica : il Comune entrò degli ultimi 
a partecipare della tumultuosa e battagltera opera delle citlà lombarde, 
cbe traghettavano dall'incivilimento pagano atloslate moderno. In quanto 
poi al suo civile organismo , l'autera lo rintracciò accuratamente anche 
nelle età più remote. 



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HASSGflNA BIBLIOGDAPICA 163 

Vercelli fu M numero di quelle citlì , cbe all'epoca della pace di 
Coelanza non esseodosi Ducora sottratte alla giurisdizione temporale del 
veecoTO , erano etale dai patti della pace ricoofermale in questa dipen- 
denza (1). 1) suo veacovo pertanto ne era eziandio il conto , per diploma 
largitogli Del 999 da Ottone III ; se non cbe ta solito, eum laneea qvam 
sua tembat monti , juTestire de'propri diritti signorili dapprima la Cre- 
denza aristocratica , poi anche le Società popolari a quella aggiuntesi 
(fino dal 1169), e da ultimo il Podestà; sc4o rìaemndosl di giudicare 
le senteiue in appello. Di un corpo di statuti di questo ComnDe cosi 
coetitnìlo, il Handelli seppe scoprirne tedizio fino dal H87 ; quattro 
anni %Ai, pertanto, dopo la pace di Costanza, iuDanzi alla quale, per 
sentenza del Huratorì , nessuna città aveva pensato a raccogliema ; e ne 
trova poi nel tf09 già menrionato eepiicitamente il voluioe, mperquo 
junAant Pùtatat, od Coatuka Conuttns tt Cofuules fuakia». Gli Statuti 
vercellesi adunque sarebbero i più antiobi finora conosciuti ; giaccbà 
Treviso, che aveva il vanto di possederne prima di ogni altra città, 
non DA imlinò il volume cbe nel 1HT. 

Una legge di tfuel municipio vercellese , di data assai remota , men- 
tre informa cbe gli ufficiali del Comune si nominavano quando dalla 
maggiore Credenza , quando dalle Società popolari , agghinge cbe l'elet- 
tore dichiaravasi responsate e fldejussora del suo eletto ; e questa è 
noto esswe stata nna delle nassìme deHe Curie latine: vedano i dotti 
se non fosse un altro indizio della verità di quella opinione , che vuole 
non mai interrotta nei nostri vulghl la tradizione romana. 

Giovi ancbe menzionare , per cbi fosse meno pratico di queste ma- 
terie e volesse da pocbi cenni brsi un concetto della mente di quei 
temjH , come vi si vivesse cosi per la ooea pubblica , da non saper im- 
maginare maniere inhmia di quella cbe sì espouesaero in pubblico i 
nomi di coloro , i quali più gravemente avevano oflbac la dignità o gli 
interessi dello Stato. Uno statalo di Vercelli decreta , cbe riconosciutasi 
la malversazione di un ufficiale contabile , devasi il reo condannare in 
eoncioM all'immediata restituzione del doppio, «t ifuuptr iafametwr , et 
Ptiteitat faeiat terihi Utterù grotti» , ita quod btne legi possit , in muro pa- 
laoU Mra palaàum Conumia decUbatO nomen Utms if^amati, et prò qua 
cauta fittt infamahu , et per quem raatorem ; nee iirde debeat remooeri. 
Una simile vergogna inflissero i Consoli di Milano , quando rialzavasi 

(1] Per quell'articolo , pel quale 1 nostri ComuDi furopo più che mai ribadili 
all'aatorìlà imperiale , mentre appunto credevano di sollrarsena e cogliere In- 
tero Il frutto della vittoria ; ed è questo : h dvitaie illa , qua epUcopus pri- 
vilegio Imperatoris mi regis amitatum hàb*t , ri amruìes p«r ^ram episet^m 
OMMlalwn nciper» mIMI, ab fpw rwe^riaiit lieuti ree ip ar e wmtueBtniHt; aUoquIn 
wta^weqiu cMta» a MiMt (i. e. Aafwrolora) cuMNlolvm reMpM. 



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1Gi RASSEGNA BIBLIOGBAriCA 

Tortone atterrata dal Barbarosu, ad alcuni de' loro mìliti, cbe posti 
a difésa di quella città ed assaliti dai Pavesi , s'erano vilmente ripa' 
rati nella cattedrale , abbandonando cosi le mura soi^oli appena , 
e cbe sarebbero state di nuovo minate, ove altri non avessero avuto mi- 
glior animo. Tollero scolpiti i nomi di quei codardi sulla fronte stessa 
della chiesa dove s'erano appiattali. 

Dopo aver descritta la costituzione del governo della sua città 
passa l'autore a narrarne le vicende pdilicbe ; e ci dimostra come ebbe 
una lunga pace intestina , dal ISOO al 1135; caso rarissimo, purtroppo, 
in quei tempi. Guerreggiava iotanto perA contro il suo molesto vicino, 
il marchese del Monferrato, o per gli alleati , cbe non gli lasciavano ir- 
rugginire le spade. Tercelli , meno in quel poco tempo che vi prevalse 
il partito imperiale, fu sempre amica di Milano; anzi vollero ì due Co- 
muni consacrata la loro amicizia con un atlo caratteristico del secolo , 
acquistando ciascuno una casa nel capoluogo dell'altro , ed obbligandosi 
a pagarne il fodra. Questa amicizia attirò Vercelli uella rinnovala Lega 
Lombarda, l'anno 1108, quando si temette di Filippo di Svevia; e il 
Handelli , che pubblica una parte del giuramento adora prestato dalle 
cittì, ne avverte che gjì atti di quella rinnovazione, della qoale non 
ebbero contezza ni il Muratori , né il Giulini , sono esìstenti nell'Ar- 
chivio civico di Tercelli stessa : ecco pertanto una nuova pagina ag- 
giunta alla stona d'Italia , e ad uno de' suoi più gloriosi periodi. 

Un (atto assai grave della storia vercdlese di quei giorni si fu la 
guerra mossa a Casale : noi ne terremo parola per notare come il Comu- 
ne , incalzato dallo spirito dell'epoca , si andasse a grado a grado sot- 
traendo egli pure alla signoria del vescovo. Casale <^i cresciuto a diti, 
e non delle ultime , era fin d'allora un grosso borgo , infeodato al ve- 
scovo di Tercelli cbe ne esercitava il diretto dominio , senza compreo- 
derio odia investitura del Comune ove teneva sede. Peri quel borgo 
mal tollerava un tale vassalla^o ; e per gli obliqui eccitamenti del 
marchese del Honrerrato , cbe amava pescare nel tOTbido , volendo tot 
guasti a terre vescovili , fece reiterate scorrerie su qne) di Tercelli : ma 
la città senz'altro pensi ella a respingere gli inquieti borghigiani , cosi 
abituandosi a trattarti come nemici, che vinti si sarebbe fatti stretti. 
Ben audace era questo disegno, trattandosi di vassalli del suo pro- 
prio signore; e al vescovo, che por vedeva il pericolo, non era lecito 
impedire che ^i assaliti rimovessero il danno dal loro distretto, 
mentre non trovavasi forze proprie da tenere egli in freno que'snoi 
ribelli. Molto poi non andò che le cose procedessero assai oltre ; il 
marchese del Monferrato era nemico di Milano e di tutta la Lega 
lombarda; ostilità nata durante le guerre di Federico 1, quando ap- 
pimlo diede origine a qudla hmosa Alessandria della Paglia, né mai dopo 
d'allora intermesse; percht la pace di Costanze è troppo noto con quale 



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DASSEGNA BIBLIOGRAFICA 165 

animo e con quanta fede venisse giurata da parte imperiale. Ora (hmqoe 
i Hilane&i praslarono braccio a'ioro alleaU di Vercelli contro Caule pro- 
tetto, almeno io sembianza, dal marchese; e nell'amio 4 1(5 atterrarono 
il borgo e ne dispersero gli abitanti , menandone prigioni i più valenti, 
che non (nrono un piccolo numero. Allora Vercelli, per trarre il mag- 
nar utile da questa sventura de'anoi sconsigliati vicini , decretò che più 
non hMse riedificato Casale , ma che sarebbe stalo perdonalo à quelle ta- 
miglie casalesi , le quali si aacrivessero alla sua cittadinanza , obbligan- 
dosi a dimware nel nuovo posto si volesse loro assegnare. Furono a 
qaesti patti redenti anche i prigionieri da' Vercellesi stati consegnati 
agli amici di Milano , i qoali gli tenevano inceppati nelle loro dome- 
Miche prigioni. 

Tre anni giacque Casale cosi distrutto; finché minacciando Fede- 
rico II , che si mosse a proteggerlo in odio di Milano e per la investitura 
imperiale del vescovo, il Podestà di Vercelli, col consenso della Credenza, 
Aomno Caiali tdtK^mt et /trmam paeem exibuit, vt ad loernn praediotum 
mhabtiandum, oò omni ùbiigatione et ewitatieo obmluti, poetica reveHanhtr. 
• Nel ISSI Vercelli è in guerra con Novara; leroce guerra, poiché 
leggesi che i pìccoli Comuni e i Nobili rurali del VerbaDo,.cui Novara 
pretendeva di signoreggiare , si obUigano distare con Vercelli, et facere 
gtierram hominAus Novarim ad ignem et sangmaem, ciun tota eorum 
farcia (1). Di questa guerra nessuna delle cronache pcrrenuleoi ba Mìo 
parola; e solo Tristano Calco ne accennò, dicendo rapidamente Nova- 
rientee betlum ijuaddam in Verbano iacu ht^uerunt, quo armata apud 
Angteriam ciotte Paittmtiam oppidum bit ceperunt. La quale concisione 
trasse in errore fi Gìnlini; che non potè vedere le carta dell'Archivio 
tìvico di Vercelli, hcendogli credere i Novaresi guerreggiassero in bvore 
dell'arcivescovo di Hitano , signore di Angera e di altre terre del Ver- 
bano; dove anzi era miAto inclinalo a liberare quei popoli dal preteso 
domìnio di Novara. 

Finalmente nell'anno 1136 rompono aperti contrasti fra Vercelli e il 
vescovo suo signore. I roditori del Comune, senza più curarsi deUa 
investitura che li vlaccdava , si usurparono i diritti del vescovo e vio- 
larono i privilegi del clero , esigendo <jwd omnet clerici dvitatis YereeOa- 
ruffl et totiu/ururfiottonit dent de celerò fodrum de tato suo potrùnonto, 
<l«oà habmt in tioitaU Varceltamm et jurinlictioM. Il vescovo allora fulmi- 
na di scomunica la città pertinace , e ne fu approvato dal Sommo Pon- 
tefice ; ma quei cittadini non si sgomentarona 

Anche io Vercelli accaddero queste novità per una maggiore parte- 
cipazione al governo della repubblica, che vi seppe ottenere la parte dd 
popolo ; la quale ora troviamo decretare che , ogni qua! vtdta trattisi di 

[A] AMI relativi, nell'Archivio civico di Vercelli. 



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166 BASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

fermar pace o muover guerra, o di imporre nuovi carichi, il Podestà 
teneatur voearead illud anwUium CC partUioo$; nanero pari al massÌRio 
degli antichi membri della Credenza. Qaesti deputati poi doverano es- 
sere del popolo grasso , come ai sarebbe detto a Firenze : wuUns tit d» d^- 
oentum paratiàs , Itisi 3it domiMU ni^or domiauie, et wxi cdteriut Motne- 
gtu vel nurcmaritt). Gli arenghi, a coucioni di tiUIO il popolo, come 
a' nostri giorni il saffragio universale , erano stati esperistentali mal 
sicuri ed erano caduti in disuso. 

Yenuli in questa determinasione , i Verortleei chiamaroosi a Podestà 
(per l'anno tl36) un uomo già noto per intrepida energia, Ottone di 
Mandello, dei capitani di Milano, TratelJO a quel Rubaconle die tanto 
bene meritò di Firenze. Egli corrispose pienamente alla fiducia in lai 
poeta; come sì b manifesto dalla d^beraziooe, per ta quale il caelel- 
laDO, o il nobile, o il cittadino che , ri<^es(ooe, si tosse ricalato redétre 
presenti Poteatati eastnim nwm, vel turrim, v<{ domum, vel /brtiotn, ve- 
niva messo al bando, e i svei torvi dichiarati Hbtri. A questa legge raroo 
sottoposti anche i vasaalli del vescovo ; siai v'ha luogo a credere sia 
stata fatta espressanwnte per loro, affine di togliere ogni nerbo alla si- 
gnoria, dalla quale 11 Cornane oggimat volevasi toUlmenle svincolare. 

In segoilo a ciò il sommo PonteSce scrisse al vescovo di Novara , 
perchè mortificasse egli quella Vereellensium superbia furiosa, e pobbli- 
candoli scomunuoati esigesse che da tutti fossero sfolti, nò alcuno più 
ne ammettesse in propria casa come ospiti , o trafficasse con loro ; e , 
che più, nessuno dovesse (arsi loro Podestà , e neppure andassero sco- 
lari a qndla loro anivereità. Non tacque del fatto che il Comune allet- 
tasse i servi ddle terre vescovili a (arglisl ligi, colla promessa della 
libertà; e b meraviglia grandissima al Pontefice questa inattesa tracotanxa 
di oitUdini stali fino a quel di fedeli incolpabili; ond'è che sospetti 
siano traviati da qualche estraneo infetto di arianeaismo, il quale tu Um~ 
poribut obtinuerit eorvtn regimen civittUis. Questa grave accusa, lannata 
cosi apertamente dalla sede aposhdica al milanese Ottone di Mandello, 
parmi avere per base quella opposizione btta da non pochi Militi di 
Milano all'inquisitore Pietro di Terona ; onde eran detti tir parte dei 
Patarini. lofine concbiude il Santo Padre, ne propbtias smIeMiam ùkh- 
rntniM diemUs : matedictus qai prohibet gìadium twum a stmguine, .... 
duirifflue sUtìiendum: cbe se fra due masi quel Podestà e i suoi consi- 
glieri e il popolo nw ritornavano alfnbbìdienza della Chiesa ,rifooendo 
(^i danno al loro vescovo e clero ; essi e i loro disceodeati usqve ad 
tirtiam generatitmem , fossero esclusi da ogni benefizio ecclesiastico , et 
infame» siut ipso facto, miUveque ipm vsl eorum alieni , sed tpn teMeonlw 
aiiis , de debiti» respondere ; res etiam et bona ipionm uòwwmfne fueriiU 
oc persona eorutn impune oc licite, qwmdiu ooatumaees fverint, capian- 
tur, ec. ; che anche a compendiarla sarebbe sempre troppo lunga questa 



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USSEGNA BIBLIOGRAFICA 167 

iroea sentenza ; la quale sembra non poco acerba amebe a) rignor Hau- 
delli , ma 8i b ad i§CDurla riferendoet alle maesime di diritto pubblico 
allora vigeote. Jl Comune però vi fece risposta collo Blalntre : Quod ti 
aHqua ptnoita de civitaU vtl diaitriattt «iritatu Uteri» im^trattt a Swuma 
PtmUfioa mI impetrandii um fuerit pn juttiàa kabtnda , pwtftwm n dt- 
MMCtcKum faerit et dietwn qtted ài non «tafur; tune Comune debeat ei 
mI i]Mw infem et facen tohtm «udtm qtiod faeen fosaet m iUo jtoderio, 
quod haberet hinc ttmpon t» noitra jumdtctione. 

Eppure Vercelli si maoteDeva fedele alla Lega Lombarda ; ma di quei 
gicffiii l'Imperatore Qon era terribile alla sede papale: Tedremo fra breve 
motarei la foriuna e le opiDÌoni. 

Intanto però la guerra non rimanevasi, che Federico H voleva ad 
ogni cesio operare affinché *n iloliam hantiea provilota eradieata, jura 
JmperU r^mmant. Cotesto eretica nequizia altri non creda che fosse 
qualche audace novità nell'ardiDe delle cosa dogmatiche ; sarebbe strano 
davvero un tale zelo nel quasi saraceno Federico: ell'era la santa per- 
tinacia dei vincitori di Legnano ad esigere il frutto ddla loro vittoria. 
Questa volta Federico vinse, battuti fieramente f Hilaneei e loro 
amici a Cortenova ; di modo che Vercelli dovette umiliare la fronte, giu- 
rargli ossequio e ricevere da lui il podestà, dal 1S38 6ao al 1S43. Non 
eoa Milano, la quale alla intimazione di assoggettarsi alla ouolufa vo- 
lontà dell'imperatore, anche in quelle distrette valse a rispcHidere : ifo- 
lumus mb dypeis gladio, Uuicea mori mI tptMlit. Registra questa magnani- 
ma risposta lo storico Matteo Paris, ghibellino parzialissimo a Federico. 
Con un tale capo non doveva tardare la parte gaelb a riprendera 
i suoi spiriti; e nel 43i3 Vercelli tornò ad accostarlesi , avendo pò- 
luto prevalervi le Società popolari. Allora la curia romana togliendo 
consiglio dai nuovi casi, le si mostrò indulgente e spedi un legato 
cbe vedesse di comporre le cose ; ma il Comune non voleva cedere ed 
alcun patto le giurisdizioni usurpate al suo vescovo; di guisa che dopo 
luughe trattative , coosideraudosi che le erano coaceasifHlì imperiali , 
e che Boma col non curarle avrebbe fotto dispetto al suo nemico, gli 
faroDO accordate , purché si obbligasse di compensarne la Chiesa, lo 
quei giorni vacava la sede vescovile di Vercelli , al pari della cattedra 
pontificia, ed approvò la composizione il capìtolo d^a cattedrale {*); 
dopo di cbe popolo e governo lur(»io liberati dalla scomunica , e 
sciolti da tutti i giuramenti , pubblici o privati , guibut tenetUur , vel 
teneri videaitur atìquo modo , all'Imperatore o al re Corrado suo figlio. 

Colle giurisdizioni la Credenza di Vercelli domandò altri fovorì a 
Roma ; e questi pure le furono largiti , come appare dagli atti del legato, 
uno de'qoali gioverà qui notare perchè ci apre uno spiraglio ben cu- 

;i) Ond'è che poi oè papi né vescovi acconseotiuero di ratiOcarla. 



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168 HASSBGNA BIBLIOGRAFICA 

rioBo a poter veder nella vita di quei tempi. È quealo l'alto secondo , 
nel quale promette il legalo di procurare che il sommo PoDleGce conceda 
privtìegium al comune dì Vercelli, che non possa venire scomauicato nu» 
coma legittima praectdente , et quae eausa prwu fuerit cognita tue legittima 
per sapieiitei. 1 quali Bapienti il Mandelli spiega dovessero essere un con- 
siglio di dottori , raccolto a questo Sue per ogni singc^ occasione, non 
gih gli Bsseeaori della Credenza stessa , come potrebbe sembrare , ma 
che sarebbe assurdo. 

Rifatto gueiro il Comune , vi si la sempre più democratico il governo; 
eperAin quello stesso annotSi3, viene decretalo che nelle maggiori 
contingenze , oltre ai 100 paratici , si chiamino a deliberare altri 600 citta- 
dini, eletti fra le parrocchie tutte della cilti. Uno dei primi atti poi di questa 
democrazia (dello stesso anno 1li3) si fu VAboUsionegenerak della Servitù 
della gleba: il Miodetli ne pubblicherà il documento nel secondo volume , 
ove si riserba discorrere della amministrazione interna di quello stato; 
ma intanto noi ricorderemo ohe finora non sapevasi di altri che adem- 
pisse a quel supremo dovere di Cristiano prima di Bologna, la quale 
diede la libertà a' saoi servi nel USI (1). Dovremo credere che Vercelli , 
un Comune secondano e non bene ancora indipendente , abbia {M-ece- 
dato (^i atiro stato in cosa di si grande rilievo e tanto significativa? No, 
certo: questa scoperta non attesta che dello studio diligentìs^roo di chi 
l'ha fatta ; ma deve essere un grande alimento perchè si ammetta Ver- 
celli aver seguito, come soleva, Tesempìo di Milano, capo di parte popo- 
lare gih fino dall'undecime secolo (!]. 

Intanto Federico II imperversava di nuovo contro Milano; ma questa 
volta toccò la peggio, e ì Vercellesi che erano stati alla rotta di Cortenova, 
furono anche partecipi di questa vittoria. È un vanto che il Handelli ri- 
vendica , addncéndone le prove, poiché non era stato registrato uè dal 
Hnratori, né da Giulini, nh dal Corio. Allora i forusciti ghibelliai di 
Vercelli domandarono pace alla Credenza e si SOO paratici: l'ebbero, 
e quindi cosi bene si destreggiarono, che poi trovasi quel Comu- 
ne , infino allora lenaoementa guelfo , reggersi a parte ghibdiina. 
Per quali mane^i avvenisse non si h potdto chiarire , ma fu riv<4ii- 
Eione di grande conseguenza: i guelfi, come pk i loro avversai], ìa 
breve emigrarono e diedero principio ad una nuova guerra di fazioni, 
che durò poi fino allo spegnersi di quella repubblica. 

Vercelli dominata dai ghibellini cadde in potere di una (dlgarchia, 
la quale escluse dalle core dello stato ogni persona ed ìnflaenza popo- 
lare ; e mossa sd un tempo dalla bramosia di vendetta e dalla necessità 

HJ Udutori , Diaertatione XIV. - FiHTtrzzi , llwtwaeati ravennaii, T. IV. 
|S) Non coDOECo documento che ne rimuova ogni dubbio , ma non conosce 
eiìandìo induzione pib ovvia diquetU. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 169 

della diresa , De léce duro governo. Il Mandelli pubblica uno statuto 
curiosissimo di questo reggimenlo, che noi vorremmo qui ricopiare 
per intero , ove non tosse di lunghezza tale che sarebbe troppo aggiun- 
gerlo a questa già lunga rassegna. Diremo solo che è una sentenza di 
bando, stata formulata dai gaelB contro gl'im'periali , ed ora da que- 
sti ritorta a danno de'suoi autori; ma per guisa aggravata, che baste- 
rebbe da sé a dimostrare la rispettiva tempra delle due fozioui. A ca- 
gione d'esempio , ì guelfi avevano ordinata che ad un ribelle si doves- 
sero disbre le case , e pubblicare i beni ; e i ghibellini aggiunsero ; 
et ifuupir, n in vtrtute Poleitatis vtl Comuni» Vercett. ftervenerit, capite 
pumatur. 

Allo studio per noi fatto non diede occasione che il primo volume 
dell'opera del signor Handelli , il solo edito finora ; ma ci lusinghiamo 
aver già potuto dimostrare essere opera egregia , per la quale è van- 
taggiato non poco lo studio dei nostri Comuni, autori di si forti divi- 
samenti , di si nobili cose. 

P. Rotondi. 



Dei Documenti itorioi e Ittterarj di Cremona. Lettera di Francesco Robo- 
LOTTi a Fbdbbico Odorici di Brada; ccrredata di alcuni disegni di 

. monumenti cremoneti de' tempi romani e di mesM, Htustrati dallo 
stato Odorici , e da alcuni documenti inediti. Cremona , tipografia di 
Giuseppe Feraboli, *8S1, in ito. 

In questa <^retta l'Autore si propone di contribuire alla gara che 
oggi ferve cosi accesa , di mettere in luce le fonti più recondite ed au- 
tentiche della storia italiana, partecipando all'egregio Oderici la serie 
(lon breve dei documenti storici e Ietterai] di Cremona , i quali giac- 
ciono dispersi , nascosti od obliati. E ben meritava le indagini di un 
erudito che sapesse dirittamente apprezzare il campito (^i imposto 
agli studi storici, quel comune di Cremona che ebbe tanta parte nelle 
vicende, così gravi di conseguenze, del medio evo lombardo; quel 
Comune si a lungo terribile rivale di Milano, ma che anche sì affrettò 
dei primi a soccorrerla , non appena vi fu chi si accorgesse delta ne- 
cessità di porre un freno al troppo soverchiante Federico Barbarossà. 
Non mancano li storici a Cremona; ma si una storia che risponda alle 
attuali esigenze ; e l' intento del signor Robolotti è di invogliare a que- 
sta (atica , additando quanta copia e quanto preziosa di documenti igno- 
rai, finora non curati debitamente, si avrebbe chi vi si mettesse. 

Fanno corredo al libro tre tavole, nelle quali sono figurati monu- 
menti d'arte , anteriori a) seorio XVJ , e intorno a cui l'autore discorre 
K»ai.SìMkt. Suona Serie T.VIl.P.I. « 



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170 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

innanzi tutto. Degli stessi monumenti poi Tece studio in tina lettera 
aoclie l'Odorici, ragioDandovi con quella acutezza e quella dottrina, 
che (^gimai gli danno tanta autorità; e questa pure vdle il Rotwiotli 
aggiuttgere al suo libro. Trattasi principalmente di bronzi e di marmi 
romani, scavati nell'agro cremonese ; e di un mosaico , stato scoperto 
in una cantina sotto la sagrestia del duomo di Cremona . che l' Odorici 
fa dd secolo Vili o del seguente ,, dichiarandolo uno dei monumenti 
più insigni per la storia dell'arte musiva , ed una riprova che quel- 
l'arte non andò mai perduta in Italia, checché abbia asserito in con- 
trario Leone Ostiense , o i suoi interpreti. 

Passa quindi il Hobolotli a far cenno delle medaglie , monete, sigilli, 
ed epigrafi lapidarie serbate in Cremona ; ma noi citeremo solo il si- 
gillo numisma dell'arcivescovo di Milano Ariberto, fatto per la inau- 
gurazione del monastero di San Dionigi e del Laborerio de' poveri , cbe 
trovasi nel museo Ponzoni ; perché non vuoisi tacere di nulla che appar- 
tenga a quel gran personaggio , la cui storia è di tanto momento alla 
generate interpretazione dei primi casi, dai quali si vedono uscire i 
Comuni lombardi. 

Delle monete e medaglie cremonoBi scrisse g\k monsignor Dragoni, 
ma sono studi inediti o rarissimi re il Robolotti se ne giova. È proba- 
bile che in Cremona coniassero monete romani imperatori , per quel 
provvido costume di batterne là dove più ferveva la guerra, afflne di 
pagare senza indugi vettovaglie e milizie ; e t' hanno argomenti ezian- 
dio per credere che ella avesse una zecca nel medioevo, molto prima 
cbe Federico Barbarossa gliene trasferisse il privilegio tolto a Milano. 

Di ciò discorso , l'autore prende ad esaminare le scritture superstiti 
alla distruzione e dispersione avvenuta di quelli archivi cremonesi 
nel 4796; e le stima di importanza più presto italica cbe municipale: in- 
fatti già l'esimio Troya ne pubblicò ventiquattro dei secoli VII e TIII 
nel suo Codice diplomatico longobardo ; il che ascrivono a gran ventura 
quanti sanno il valore delle carte di quei tempi anteriori al mille, 
pei quali invoca nuovi lumi la critica con impaziente desiderio (1). 

Registra in seguito i codici manoscritti , fra cui , se al Haratori non 
parve' di trovar cronaca di gran pregio, v'ha però tanta suppellettile 
inesplorata, da poterne rifare la storia del Comune. 

Condotto poi a dire delle feste e giuochi popolari, e degli usi e co- 
stumi cremonesi, lo fa con qualche ampiezza; poìcbè ti stima, e noi 
siamo del suo avviso, documenti questi pure di grande signtGcazjone, 
e che oggimai non sì potrebbero lasciare da parie senza mutilare la 

(t) L'autore crede non andar langi dal vero asserendo che il numero delle 
pergamene cremonesi a lui note , inedite e git pubblicale , possa arrivare a non 
meno di mw , delle quali 300 almeno prima del mille. 



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RASSEGNA BIBLIUOIIAFICA 171 

sloria. Di tali feste , la pia degna di meozioDC pel Doelro iDteolo é 
quella che celebravasi ne' giorni 14 e 16 d'agosto, con simulacri di bat- 
taglie sulla piazza del duomo , e alla presenza della magistratura : 
vuoisi che ricordasse l'acquisto della libertà e l'origine del governo 
consolare durante quei moti dt Lombardia nel secolo XI , pei quali 
seppero valvassoFi e semplici arimanni alzarsi nel maneggio della cosa 
pubblica a paro dei capitani. Solevano i Cremonesi io quella solennità 
decorare dei colori della loro bandiera le statue dette di Zannino e di 
Berta , statue miticbe, le quali personificavano it popdo ; e che non si 
vada errati a dar loro questo siguificalo , e alla fesU l'origine gloriosa 
che abbiamo detto , lo fe credere anche il nome di Berta posto dal po- 
polo di Cremona al Carroccio , insana e trofeo delle nostre libere città. 
Perduta poi l'indipendenza e spentosi il viver libero, vi furono aboli- 
te , o caddero io disuso pressa che tutte le antiche feste popolari ; e in 
quella vece moltiplìcaronsi le solenni corame morsi ioni dei santi , ed 
altre tali pompe, e Non era festa dell'anno ( lasciò scrìtto un nobile 
cremonese del secolo scorso), che non fornisse un pubblico spettacolo; 
e mentre il popolo di lutto si sollazzava , dimenticava i disgusti e le pre- 
potenze di noi patrizi n. 

Tolle registrare il dilìgeele autore anche i prindpali Documenti sto- 
rici e letterari non eremoneH, che H cuttodiseono tn Cremona e nel mo terri- 
torio; ed è una ricchezza magnifica, Ira la quale ne viene indicato, 
nelU libreria del marchese Araldi, un codice in pergamena, del 139S, 
creduto inedito , che contiene : Petrarehae Fr. IUnerarium ad Sep. D. N. I. 
C, ad loh. de Mondello ; singolare giojetlo , se non è apocrifo. 

Esaurite le indagini nel cremonese , dìedesi il Robcdotti a cercare 
anche fuori dì casa tutto ciò che potesse dar lume agli annali della sua 
città; e ne rintracciò gran numero di carte più che altrove a Milano, 
in quelli archivi pubblici, ove nella soppressione de' Conventi, ai 
quali appartenevano , ^rono tramutate , non che nella biblioteca Am- 
brosiana, e nelle private dei Belgiojoso, dei Triulzi, e d'altri. Casa 
Triutzio possiede, fra l'altre rarità, un codice che contiene Decreta et 
jlefa) BHcaUa, ab an. 1385 od 1538, già compulsato dal Lsncetti , che 
h> disse cospicuo e prezioso non solo per la storia municipale di Cre- 
moua , ma per .la generale della Lombardia. Anche Piacenza custodisce 
nel suo archivio municipale non poche scritte che interessano Cremo- 
na , per le molle relazioni corse fra le due città; e le più importanti 
le vedremo al certo comparire in quella raccolta de' Honumenta hislo- 
riea ad jntminciae Parmensem et Placentinam pertinentia , cbe il cbiaris- 
sìmo Pezzana con tanta cura ed erudizione dirige. 

Chiude i) libro del signor Robototti un indice dei principali fotti ci- 
vili e politici cbe successero in Cremona, dalla sua deduzione in co- 
lonia romana, fino all'anno 1796; indice tratto quasi sempre dai 



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t73 RASSEGNA BIBLIOGItAI'ICA 

docuRpenti enuDciati dianzi, dei quali all'uopo cita quelle parole le- 
siuali che sono fonti di nuova loce o di storica erudizione. A cagione 
d'esempio , dopo gli appunti intorno ai btii del secolo decimo , scrive : 
■ Si distinguevano in questo sectdo ì massari dai coloni ; i liberi ^ 
sidiani , le aldiane, dai servi , conservi ed ancelle : in alcuni alti di 
emancipuione di questi usasi la forinola , ita quod liberi el Itìterae , ci- 
VBSQtn BOVAKi smT, nee expellantttr. Che dire di questi servi del seco- 
lo X, che liberati bcevansi cittadini romani? Non è un argomento di 
gran peso in favore della opinione che vuole i nostri Comuni Agli di 
spirito latino, spirito aborrito dai membri signoreggi a nti del feodali- 
amo, e salute dell'antico popolof La memoria dei tempi romani, se 
viveva in quel secolo che fu creduto il più tenebroso , non erasi dun- 
que spenta mai ; sotto l'oppressione del barbari ne era durato il desi- 
derio e l'orgoglio ; miten orgoglio allora, ^ , ma cbe al primo alberare 
di migliori tempi reca iio)»ll frutti '. divenendo libero , l'uomo diventa 
non già Franco , non Longobardo ; diventa jRomano , cittadino dunqtie di 
una clttb romana. 

Concluderemo che il signor Robolotti raggiunse pienamente il suo 
scopo ; che rese un servigio segnalato alla sua cittb e ad un tempo a 
tutti gli studiosi ; che il suo libro insomma b dei pochi che hanno mag- 
gior valore dte volume. P. Rotohih. 



DèpfdM det Àmbauadtun UiUmait, tur Ut eampagnit de Carìet'-Ìé~Hardi 
dvc de Bourgogne ,de MTiài i77 ,' putita d'aprit tei piieei origkutitt, 
at>ee sommaires aneditjquet et notes hittoriqwt , par le Baron FnaD. 
DK GiNOiKs L* Serra, etc, Paris et Genève, 1B58, in Svo. 

Giovanni Galeazzo Visconti maritando la figlia 7aleatlna al frateUo 
di re Carlo VI di Francia, iniziò fra questo regno e Milano quelle re- 
lazioni, che diverse ma continue, e da ultimo cosi funeste, dorarono 
fino a che la Lombardia fu ben assicurata alla corona di Spagna. Vediamo 
pertanto, non appena 11 marito della Valentina cade assassinato dal 
duca di Borgogna, accorrere per vendicarlo mt^ti signori lombardi, e 
militare dapprima col figlio dell'ucciso, quindi sotto le bandiere del 
Delfino, che fu Carlo VII; a tal ohe se ne trovano combattere dalle 
mura della assediata Orleans , e poi sempre sui passi della raaravigliosa 
Pulzella. Ha spentasi la linea dei Visconti , Carlo d'Orleans tenta egli 
pure di raccoglierne la erediti; quantunque appena gli venga fatto di 
assicurarsi di Asti, che gli era dovuta come porzìwe della dote di sua 
madre ; per la qnal cosa Francesco Sforza ne'prlmi giorni della sua 
signoria guarda sospettoso alla Francia , e accenna piuttosto dì volerai 



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HASSEUNA BIBLIOGRAFICA 173 

accostare a Borgata, e favorire gli Aragonesi nel regno di Napoli. Ha 
l'accorto Laigi XI se lo sa guadagnare , ed anzi farselo il miglior allmto: 
so Don che intanto la potenza , ed ancor più l'ambiEione di Carlo il 
Temerario si andavano dilatando e il rendevano fbrmidabile a'vidni 
ed a' lontani : di guisa che poi il figlio e successore di quel prìn^o duca 
Sfona, temendo de'sooi disegni sall'Ilalia (1), e non sentendosi di af- 
frontarlo , credette utile di farselo amico ; e staccatosi dal re di Francia, 
strìnse eoo luì alleanza. 

Di questi tempi gi^ s'era fatta manifesta l' insufficienza delle transi- 
torte ambascerie, colle quali aveva potuto condurre sas internazionali 
negoziazioni il disgregato m«lio evo; e gii si generalizzava l'oso, fino 
allora praticato colla sola corte ponliGcia, di mantenere ambasciatori 
permanenti a lato de'maggiorì princìpi , perché informassero chi li aveva 
mandati di tutto dò che si facesse o pensasse là dove erano spediti ; e 
cosi (n preparato quel mare magno di monumenti diplomatici , nel quale 
è pur forza che si metta chi voglia oggi esporre la storia come la si 
richiede. 

Di ci6 persoasi gli Svizzeri , e sapendo che Galeazzo Maria , da che 
si fu alleato con Carlo il Temerario, fino, imb dirsi, alia vigilia della 
BOB morte ( giacché lo Sforza peri dieci giorni prima del dnca di Bor- 
gogna ; aveva avuto sempre notizia d'ogni suo fatto e disegno , o per 
mezzo appunto dell'ambasciatore, dal quale il faceva seguire , o per dtri 
suoi agenti ; mandarono , or fa pochi anni , a consultare gli archivi go- 
vernativi di Hitano , detti di San Fedele , e vi rinvennero quello che se 
ne {««mettevano , gran copia cioè di preziosi documenti , che illustrano 
l'M^ica lotta dai loro padri oomballota contro il Temerario, e confer- 
mano o rettificano le narrazioni de) Comìoes e di quegli altri sincro- 
ni , che potevano essere stati più o meno gnidati da spirito di parte. 
Tali scritti dell'archivio , di Milano sono quelli che ora ci dà per le 
stampe , con sommario analitico ed annotazioni storiche , il signor ba- 
rone Federico de Giogins La Sarra, fermo sempre in quel suo generoso 
proposito dì non lasciare Ìnes[dorata o segreta alcuna vena che aggiun- 
ger possa in qualche modo agli annali della sua Svìzzera. 

Queste carte degli ambasciatori milanesi non datano che dal U74 
al liTI (I); ma se breve è lo spazio di tempo, gravissima e piena di 
fatti che non cadranno pìA in dimenticanza ne è la storia; la quale 
sotto un aspetto é por anche storia d' Italia , non solo per le alleanze 
de^i stati della nostra penisola col duca di Borgogna, e pei matamenli 

(4) CoMiBSt . MAnoira ; ■ la letlera del duca di Hiiano , nella raccolta cbe 
aDDUDciamo , s pig, 3S9. 

(S| Ve a'ba cbe anaunzlaflo la battaglia di Nancy e la fine del duca CaHo ; 
e perUnlo la loro serie continuasi oltre la morte di Qaleaizo Maria. 



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17( RASSEGNA BIBLIOGRIFICA 

recatìTi dalla di lui niioa; ma eziandio pei molti capitaai e aoklalì 
iUliani che combatterono per quel principe inSno all'nUimo , a lui an- 
dati per la quiete che in patria da qualche anno li lasciava inoperosi , 
« da lui desiderati per la bma di perizia e di valore che a que'gioroì 
vaatavaDO , maggiore forse di ogni altra milizia. 

Nel primo vtrfume della raccolta , il solo finora stampato , troviamo 
Carlo di Borgogna ostinato all'assedio di quella pìccola Neus , che pare 
con tutte le sue forze e le sue minacce non valse a prendere ; e lo 
aecompagnamo fioche a Grandson é volto negli amari passi della ftiga 
da quei villani svizzeri , che e^i aveva detti indegni di cadere sotto i 
colpi di gentiluomini. De' preparati vi di quella memorabile giornata cosi 
scrivono da Ginevra allo Sforza, a dà 1 marzo U76 (lo stesso di in cui 
ella fu combattuta) : « Il doca di Borgogna ha taavuto avviso che li 
Alamani f li Svizzeri ) s'erano messi insieme da qaindioi in sedicimila, 
e che tuttavia si andavano ingrossando , con ferma deliberazione di 
andare a trovare alla campagna Sua Signorìa ; la qoal cosa ad esso 
Duca k parsa una bona novella, e mollo gli h piaciuta Sua Si- 
gnoria se mette in ordine per andarli a trovare , dicendo non deside- 
rare altro che venire alle mane con loro; e che questo gli pani una 
pastura , e che tanto pii^ volontero se gli condurrli , quanto gli pare 
cognoscere che per questa via a venire alle mane più tosto metteri 
desiderato fine alla sua impresa. Ha , come sa Vostra Ex. , bellorum 
Rwnttu dufttf tura .... «.Quindi , a di 4, l'ambasciatore stesso di Mi- 
lano, presso il duca di Borgogna, cosi dà notizia della penduta batta- 
glia , d'ogni evento della quale egli, non senza ardimento, aveva sapulo 
mantenersi fermo testimonio: « La rotta i stata la più vile cosa fosse mai 
al mondo; perdiA qnesto Signore (Cario) aveva tirati li Svìceri fori di 
la montagna, e li circondava per serrarli in mezzo; e facendo allargare 
alcune squadre dell'artiglieria per avere pia campo, quelli de drieto e- 
li carria^i si misero in fuga , credendo lì primi Tessono spuntati e fug- 
gisseoo; e che sia vero, non si è perduto de li homini d'arme, ak dì 
le squadre, né de le fanterie, salvo alcuni fanti .... L'artiglierìa ó ri- 
masta alli inimici , con due bombarde , lì paviglioni , tende e simili 
cose ». Fra quelle tmili cose è noto che li Svineri trovarono diamanti, 
■ quali i^gì sono il più bei fregio delle maggiori corone d'Europa, e 
della tiara papale ; oon tanta pompa moveva alla guerra quel duca dì 
Borgogna. La vile rotta poi l'aveva egli preparata coll'eslgere oltre mi- 
sura dalla pazienza de'soldati , traeodoli ad accampare nella pia dura 
Statone , battuti dalla pioggia , oppressi dalle nevi , senza che mai 
loro volgesse una parola di compatimento; ami rompendo in minacce 
ad ogni indizio di malumore. Scrive allo Sfona il suo ambasciatore, dal 
campo de' Borgognoni sotto Grandson : * Questa mattina (S3 febbraio) il 
duca mandò per tutti II capitani Italiani ed altri suoi, perchè li strali 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 175 

fugeno quanto ponno de lozar in campo per lo malo tempo ; .... e 
li fece un lat'rabuffo che tulio hoggi è stalo turbato; concludeadoli 
cbe se non teoeriano ordine et venessino in campo con le lenti loro, 
li farìa untai servizio, cbe jn manco di un bora li faria slare in obe- 
dientia .... Ogni bora reneno ora reduceodosi in campo , dove Dìo 
sa comò si sia. » E l'ambasciatore napolitano presso il medesimo dnca 
Carlo, ragiona in questi termini della disTalla : ■ Trovo cagione della 
rotta prò maiori parte essere proceduta per disordine ed obstioaiiooe 
del duca , che coatra lo parere de tutti se volse pure andare a trovare 
li Dimici in lochi asperi e non commodl a gente d'arme e senza alcuno 
ordine. L'altra cagione dicono essere perché tutta sna genie era mal- 
contenta, st per non essere pagati de parecchi meei, si anco per volere 
Sua Signoria per (brza farli campezare per tempi indisposti con molti 
disastri D. Del resto, sono molte e di molti le lettere dove h narrata I» 
battaglia di Grandson , e tutte si accordano a dire ohe il Duca vi per- 
dette più roba che gente, e che fra pochi di sarebbe ritornato a cer- 
care il nemico più forte di prima ; né V ha fra tanti scrittori chi si 
avveda, se non forse l'ambasciatore di Napoli, che non era vinta la 
forza del braccio di q ne' combattenti , ma si l'animo o il buon volere, 
che non si restituiscono col ricomporre le file. 

Le prime carte del vdume secondo di questa raccolta saranno certa- 
mente le traltive del Signore di Milano per riaccostarsi a Luigi XI ; che 
dopo il fatto di Grandson non mise tempo in mezzo ad abbandonare il vin- 
to. Anzi già in questo volume che abbiamo sott'occhio eì àk a conoscere 
l'animo suo, in una lettera dell' 11 marzo U76, che egli stesso scrive al 
véscovo di Parma suo ambasciatore a Roma ; nella quale dice : « Pensarne 
cbe l'urto recepnto per lo illustrissimo duca di Borgogna da Svyceri di- 
vertirli in altro lato simile materia; adeo cbe te cose d'Italia saranno libe- 
rate si non in tatto dalla suspicione , saltem da lo effecto de chi forse 
havesse voluto malignare >. L'occhio volpino del duca Sforza vide 
la graviti del fatto meglio assai de'suoi agenti. Nò questa h la sola pa- 
gina dove appaja la qualità di quelle anaicizìe principesche; più d'nna 
volta leggiamo che sebbene Borgogna , Savina e Milano fossero « tre 
corpi e un volere « , pure si vegliavano con reciproco sospetto, e 
non senza ragione; talché sembra in tatto fondalo l'ammonimento che 
Eduardo IV re d' Inghilterra mandava in segreto alio Sforza , come ap- 
pare da' seguenti versi d'un messo di Milano al suo signore [da Lon- 
dra, a di 10 marzo 4476}: n Lo re me prese per la mane e mi inenò 
da disparte da sua gente , et disseme volessi avixar Toetra Bxcell. che 
lo duca di Borgogna si s'era offerto a lo re di Pranza di volere fare 
duca dì Milano il dnca di Orlienae , dimostrando luy di (are grande 
guerra alli Sviceri , per essere più appresso con la sua gente d'ariqe 
allo stato di Vostra Signoria. Lo re di Pranza e lo duca di Borgogna 



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476 Rassegna bisliouhapica 

deano essere insieme a parlamento solummodo per questo ; broilo lo 
parlameoio, non tardarla a passar li monti , perchè la duchessa ( reg- 
gente) di Savoia se vole consentire a rompere guerra a Vostra Bscell. • 
Nulla di nuovo , a dir vero , qui ci si rivela ; giè la storia ci aveva 
tratteggiati fedelmente cotesti personaggi : ma non é poco trovare una 
tale riprova della di lei Teddt^; e d'altronde l'imagine di un tempo 
non si poi) mai vedere cosi viva ed intera come ne' documenti di que- 
sta natura. Noi pertanto aspettiamo desiderosissimi il resto della raccolta, 
che ne riconduca dinanzi i vincitori di Grandson nella loro nobile 
semplicità, nella loro meravigliosa prodezza; che ne faccia assistere 
pur anche alle giornate dì Moral e di Nancy ; che ne mostri il cada- 
vere del Temerario smarrito nel &ngo , e trattovi per avventura nep- 
pure da un caso della battaglia , ma da un tradimento provocato dai 
suo sfrenato orgoglio. L'ArcMino Storico IttUiatm deve tenere in gran 
conto questi monumenti , posti , per coM esprimermi , fra Valentina 
Visconti e Maria di Borgogna ; le due donne che hanno avuto maggior 
influenza sui destini della Lombardia. 

V. ROTONUI. 



Brtvi eermi t'nlortui alh tcoprimmio della Batilka del primo martire 
della Chitia Santo Stefano, ed altri monumenti tacri e profani lungo la 
via Latina a tre miglia da Roma , iìluttrati daìlo tteteo intraprendente 
LoKHNZO FoiiTU.-<ATi. Parte I. Roma , marzo t8S8, di 10 pagine in ito. 

Nella vita di San Leone, detto il Grande, che governò la Chiesa dal- 
l'anno fio al 461 , vita che 6 tra quelle di Anastasio Bibliotecario, leg- 
giamo che ■ Demetria anelila Dei fecit baeUicam Sanclo Stephaito da 
Latina miliario /// tn proeifio ftio >. La notizia in questo parole dataci 
si trova ripetuta dagli storici posteriori, fra i quali però il Quesnel, nella 
vita di San Leone di cui pabblìcò le opere [Parigi 4675), dagli altri dif- 
erisce , nominando, col Baronio, l'edificatrice del tompio Demetriade, 
di cui soggiunge che per n necesiitudinem et famOiaritatem • che essa 
aveva col pontefice, questi la persuadesse a costruire la basilica al 
protomartire dedicata. L'opera della pia vergine venne proseguita nei 
seguenti secoli. San Giovanni I e San Felice III papi (513-530) or- 
narono la chiesa di marmi e di musaici, e di tetto dorato, siccome 
risulta da due iscrizioni dal Baronio riportate. San Leone 111, creato 
nel 795, ristaurò la basilica gìb a cattiva condizione ridotta : i pari 
modo et sarta tetta banlicat B. Stephani primi marlyris conttiiuta via 
Latina milliario III, qnae per multa iam annorum curricula vetutfate 
trant confetta et ruinii proxima , noviler reparat'it. > Tali sono le pa- 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 177 

role- del medesimo Anastasio , le quali ricordano l'tlh a cui ci conduce 
aoebe l'Ilinerario inserito fra le opere d'Alenino, cbe la menzione 
della chiesa : <• eadem via ( latina j eccksia est S. Stephani protomart. d 
CoQ ciò, per quanto sappiamo, terminano le memorie lasciateci scritte 
della Basilica di Santo Sterano, la quale, in mezzo agli inforlunj 
che piombarono, sovvertendola, devastandola, spopolandola, sulla ro- 
mana Campagna, sparì a segno che verso la metà del Seicento l'Arin- 
ghi, Della Roma sotterranea, chiama a testimonianza della distruzione 
del sacro tempio l'istesso luogo deserto di cui esso era stalo ornamento: 
■ nobiliaimae eeelesiae , quae maximum tum religionis christianae moni- 
menlum , tum edam ipHus Romanae Urbis omamentum erat , nuHum 
proritM ad diem hane vMtigìiitn tuperesw ex ipsonut loci atpectu ae ipsa 
luce elarnts comprobatur •>. Parole tanto vere, che 11 Nibby, citando il 
luogo di cui si traila {Anatisi della caria dei Dintorni di Roma, voi. I, 
all'art. Arco TVoverttno, p. SIR, voi. IH, parlando della Via Latina p. 589 
della seconda ediz.), non fa veruna menzione della basìlica che un di 
DobilrtaTalo , contentandosi di dimostrare che il bel monumento sepol- 
crale di opera laterizia ivi esistente non pub essere il tempio della For- 
ItiDa Muliebre, pel quale con troppa facilità d'ipotesi lo spacciò il Ficoroni. 
All'età nostra, che tante, e si insigni , vidde le scoperte nella Cam~ 
pagna romana, scoperte cui nel 18iS diede principio lo scavo dell' Ap- 
pia , e che dischiusero cemeteri ed oratorii dei primi tempi , dissotler- 
rando tanta varietà di monumenti sacri e profani, e spargendo lume 
inaspettato sull'antica topografia , a segno da rendere , sotto questo 
aspetto ancora, viepiù necessarie le nuove indagini sul suolo, sulle 
vie, sulle città, su i territorii del Lazio con solerzia pari all'acume 
intraprese dall'architetto Pietro Rosa — all'età nostra, ripelo, vennero 
serbali il vanto e la gioia di rintracciare la Basilica Stefaniana. A due 
miglia dalla Porta San Giovanni trovasi il lenimento detto dell'Arco Tra- 
verlioo o del Corvo, situato là dove l'Appia nuova di Pio VI viene tra- 
versala dall'antica Latina, che si riconosce, oltre a qualche avanzo di 
lastrico, ai sepolcri che la fiancheggiano; lenimento già dell'Arciconfra- 
teroiU della SS. Annunziala, poi del Gran Conestabile D. Filippo Colonna, 
passato per eredità nelle Case Barberini e Laute Eseguendosi scavi in detto 
luogo dai signor Lorenzo Fortunati , scavi che produssero gran numero 
di monumenti prorani, di cui non è nostra intenzione di ragionare, sicché 
rtoaaadiamo i lettori all'opuscolo sopra cilato, e alle notizie contenute 
nelle pubblicazioni dell'Istituto di corrispondenza archeologica {Bullel' 
(ino, 185'7,pag.in seg.; 1888, pag.nseg.,36 seg.ì,(l)nei mesi d'ollo- 

(4) Fra i noDuoieDti profani in questo luogo scoperti , il cui numero ogoi dì 
va crescendo eoo rapidità, anche pel suolo romano, mirabile , tengono il prino 
jiosto due camere sepolcrali. La [irinia di esse , rllrovala al principio dell'invcrao 
Aacu.ST.lTAL.iVuai'a Xerie T.TD.P.I. iS 



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17S HASSEtiNA BIBLIOGRAFICI. 

bre e dì novembre dell'anno scorso l'anzidetto ebbe la rara fortuna di 
scoprire una fabbrica dell'età cristiana , che tosto sj riconobbe essere 
la scomparsa basilica. Indicavala come tale , oltre la località corrispon- 
dente coi dati degli antichi scrittori , una iscrizione incisa sopra pila- 
stro trovato Trammentalo, la quale, formando due linee verticali e pa- 
rallele, dice come segue. Nella prima linea; 

S. Stephaki primis (sic) HAnrini (sic) ego Loro Gi>igai>iiis . . . 

e nella seconda: 

CAHPANA EXPGKSIS MEIS FSC[ TEKP DN SeRGII ter BBAISSIl IT COANGELICO 

(sic) lumoflis PAPE Aisn. 

Sergio II, rammentato in questa iscrizione di barbara latinità, venne 
creato papa nel Sii e morì nel 8i7. I monumenti ritrovati scendono 
dunque ad età posteriore alle indicazioni presso gli storici. 

Allorché al secondo mit^io della Appia nuova , dal regnante pontefice 
Pio IX in parecchi luoghi e maggiormente nelle viciname della ciUi 

ora passalo, e di cui Tiano ampio ragguaglio gli arlìcolJ summeniionali nel Bui- 
lettino deiristilulo di corrisp. archealogica , è di cospicue dimensioni , con 
scala gemina , colla volla lulla coperta di bellissimi stucchi bianchi di meravi- 
gliosa coDservaiiooe , rspprHse alanti gruppi dì DÌnre, donne portate da mostri 
marini ed alali ec. I sarcofagi sono spezzati in frammenti miDiiti. L'altra camera 
venne scoperta nel mese d'aprile. Heno grande della prima, é mollo pid ricca 
d'ornati d'ogni genere , e consorvsla in modo da fare stupire. Il D. Gugl. Heozen. 
tu il primo a darne breve notizia nella Gazzella universale d'Augusta, N." (39 
dell'anno che corre. Srala angusta conduce ad un atrio mezzo lovloato , con 
avanzi di pitture e con sarcofagi di poco valore. Alla camera sepolcrale di adito 
una porta bassa e stretta. In mezzo alla medesima sta un grande sarcoEtgo, 
rozzo e senza sculture ; accostati al muro trovansi tre altri sercoragl , con rie- 
cbe compoiizioai e di buono , anzi io alcuoe parti d'eccellente lavoro. Nel pri- 
mo è rappresentata la storia d'Adoni , e sul coperchio quella di Bdlpo. Il secondo 
mostra la storia di Fedra e d'Ippolito , il terzo quella dì Bacco e d'Arianna. 
Anche i più minuti dettagli di tali sculture sono benissimo conservati. La volta 
della camera à di etraoidiaaria bellezza. Nel centro si vede Giove portalo dal- 
l'Aquila , dai quattro lati rappresenta lìoni mitologiche congiunte con scena dei 
tempi eroico-milìcì , tulle di stucco bianco sopra fondo ugualmente bianco , con- 
tornati di piccoli rilievi sopra fondo vermiglio e turchino . e negli angoli paesi 
con Ogure d'uomini e di animali graziosissimamente dipinti. I colori esseodo 
freschi quasiché or ora fossero usciti dal penoello , non è da dirsi refTetto pro- 
dotto da questo stupendo monumeoto , cui desideriamo, oltre a dotta illastra- 
ztooe , EDllecita cura e sorveglianza, onde non do venga alterala la rara bel- 
lezza dall'indiscretezza dei curioai. 



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RASSUIGNA BIBLIOGRAFICA 179 

mìglioraU , si lascia questa via seguendo a traverso i campi una dira- 
mazione a sinistra , si giunge presto ad un altopiano , cui da un lato 
chiude il prospetto l'acquedotto di Claudio , il quale unito all'Acqua Feli- 
ce, forma quel magnifico gruppo d'archi torrlli , che col Dome di Porta 
fiirbit è noto a chiunque da Roma si ^ recato a Frascati. Bellissima da 
ogni parte è la veduta , col vicino Lalerano , colla mole di Cecilia Me- 
lala dominante la Talle Cafi'arella, coi numerosi sepolcri segnanti l'an- 
damento dell' Appia antica, coi monti d'Albano, i quali a levante solvono 
a guisa di magnifica barriera della verdeggiante campagna. Ivi , dove in 
ogni direzione oggidì È smosso il terreno dallo stuolo dei lavoranti , dove da 
ogni lato ritrovansi gli avanzi di edifizi indicanti l'esistenza d'una delle 
vaste ville dell'età imperiale , nel punto culminante, vedonsi , a poca pro- 
fondità sotto l'attuale livello del suolo, le rovine di una chiesa. Intera- 
mente libera d'ingombro ne è l'area. S: vede la parte posteriore col 
coro di cui rimangono le sostnizioni laterizie, e coU'abside, le cui pa- 
reti inferiori sono ancora coperte di lastre marmoree, e nella quale 
stavano riposti , durante qualche tempo , i numerosi avanzi che sca- 
vando trovaronsi, cioè frammenti di marmo, specialmente di quel 
bellissimo marmo frigio , che pavonazzetlo chiamasi , e di cui erano le 
colonne maggiori di Sah Paolo. Colonnine , pilastri scannellali , frammenti 
di transenne e di comici, capitelli d'ordine ionio, fra cui alcuni colla 
croce , basi e pezzi diversi , quali tutti attestano la ricchezza dell'ornato 
architettonico. Fra tali avanzi si ritrova anche , oltre a varie lastre con 
iscrizioai sepolcrali , e ad un pezzo minuto col nome di Stephanus , 
qael frammento di pilastro più sopra riportalo del tempo di papa Selcio. 
PosterionneDle alla tribuna , venne anche rimossa la Isrra dal rima- 
oente della basilica, che era a tre navate, e dalla quale vennero 
estratle ventidue colonne marmoree di grandezza presso che uguale, di 
cui una di bellissimo verde antico , altra di minuta breccia corallina , 
varie di bigio morato fi la maggior parte di cipollino marino. A trenta 
sommano t capitelli, a quaranta le basi di grande dimensione (1). 

Quanto è stalo riportalo , basta a far conoscere di che entità e beijezza 
fosse questa chiesa suburbana. Ha te mie povere parole non valgono ad 
esprimere il seolimento di pia ammirazione con cai sì tocca il suolo 



(4) Il caDonico Felice Proflll , rettore del Semioario romaDO e segretario 
della Commissiuae di Arcbeologia sacra , in una pregevole notizia ialomo allo 
tcoprimeiilo della Basilica, inserita nel Giornale di Roma, 16 febbraio 1858, 
iodica le seguenti misure : lunghezza della chiesa , circa metri 45 ; larghezza , 
m. SS ) diametro dell'abside, m. 8. 67 ; altezza del maggior numero delle co- 
lonne, m. 3 64i diametro, m. 0. (7-50. Le colonnine di pavonazzelto baono il 
diametro di m. 0. ti. 



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180 RASSEGNA RIRMilfìRAKICA 

di questo monumeoU) venerando, credulo perduto, ed or toraato a 
luce: moniimento il quale, se la cede all'Oralorìo di Sant'Alessandro 
per quell'impronta del tempo primitivo, del cullo dei confessori e dei 
martiri, e del piccolo loro gregge all'ombra dei recessi sotterranei rac- 
colto , fa d'altronde ampia fede del sacro splendore dei primi secoli della 
chiesa dominante. 

Ci rimane da parlare della nobile donna da cui venne eretto questo 
bell'edifizio, argomento trattalo nello scritto del fortunato scopritore 
del medesimo. Fu essa Deroelria o Demetriade, e di qual ^miglia traeva 
i natali ? 

Dalle lapidi (<), e dalle iscrizioni di condotti di piombo, riaveoute 
negli scavi <)el lenimento risulta, che la villa di cui si sono rintracciati i 
grandiosi ruderi , nel secondo secolo era dei Servilii , mentre poi passò 
agli Anicii , famiglia patrìzia di cui non c'è bisogno che si rilevi la no- 
biltà e la grandezza nei secoli posteriori dell'Impero, nobiltà o gran- 
dezza per cui primeggia nella storia sacra come nella profana. In una 
delle lapidi troviamo scritto come segue; 

SEX . Anicio . Paulina . pbocos . 

AfRICAE . BIS . COS . PRAEF . URB. 

Consultando la genealogia degli Anicii nell'età di Costantino troviamo 
le frequenti ripetizioni di nomi, da cui ma^iormente risulta la grave 
confusione nella storia delle famiglie degli ultimi tempi dell'Impero e 
perGno dell'età degli Ottoni e degli imperatori Salici ; ctHitiisione di cai 
abbiamo esempi nei T use ulani -Colon nesi e nei Crescenzi, dei quali bre- 
vemente si ragionò in occasione delle Memorie Colonnesi del Coppi 
(AtcH. Shtr. N, S. T. III. P. II). Tenendo a confronto il Behiesio (At- 
script., pag. 66 seg. ) e vari marmi riportati dal Grutero, dal Corsini 
( De Pratf. Urbis ) ec. , il sig. Fortunati crede potere stabilire nel se- 

(IJ Nelle vicinsDze della Ba;iUcB , fra un ammasso di ruderi marmorei gii 
anlicamente gntlati sulla Via Lnlina [ciò che dimostra anliclilGsIme devastaxioni', 
del pari che le indicano i sBrcofagi Epezzati nella maggiore camera sefxilcrale ), 
(rovossi recealemenle un frammeolo di lina stele di marmo, con iacrizione 
greca che ne ricopre i due UH. Tale iscrizione, in esametri che ricordano i 
bei tempi della poesia, mentre cootengono prove evideati della lettura dei pro- 
feti e del Vangelo, è una specie d'iono sepolcrale. Ora trovasi nel Museo Kir- 
rherlano del Collegio Romano. La Ciuillà Cattolica (1858, N.' cxcv , pag. 3Sì: 
ne dì il testo , la cui slampa desidererebbe maggior correziooe , insieme a un 
saggio di versione. Si crede della Sne del III o del principio del IV secolo , ma 
ci vorrebbe esame più maturo per giungere a qualche certezza, Forae si tra- 
veri ancora il rimanente della siete. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 184 

ga«ole modo l'albero degli Anieii ilal 33t ai primi tempi del quinto 
secolo; 

PiTKONio PnoBi^fo Amcio Paolino gioniore 

I cons. 33t con Optalo patrizio 

I procons. d'AsIn e d<>ll Ellesponlo 

I prefètto di Roma 

• I 

Suro Anicio Pif mfiu Pkom sposilo a Amcu Filtoma P%an 

">"■ '--^ j^ 

Suro Aricio PiOLtwo Skito Anicio EiaoeBNUiin Oumio 

cons. 3911, e iOli con Arca Jiu imp. , cona. 393 

procons. d'Afrira 39" spulalo a Giuliaki A^ctà 

I 

DlKtTHIADC. 

SecoDdo tale genealogia , ti Console de^i -anni 39S e 406 , zio di 
Demetriade, sarebbe dunque il personaggio ricordato dalla lapide di 
Santo Stefano. 

Ricorrendo ai Fatti coMuiarei, quali vennero in ultimo ristampati 
da Gio. Giorgio Baiter fZurigo 1838 (1] ), troveremo per gli anni ciUti 
i segoenti nomi: 

33f ( snoo di Roma 1086) L. Raniu» Acontiw Optatui - Amcius Paul- 
timit; 

374 (4133) Imp. Caes. Flao. Gratiaaus Avg. - Sea^. >4nictui Petroniw 
Proòui; 

39S (4447) Aniemt Hermogenianus Olybriw - .4ntntu Probinus; 

406 (41S8) tmp. Ftavius Arcadius Aug. ~ Anicius Pelnmius Próbut. 

Non trovandosi né nel 395 né nel iOe alcun membro della famiglia 
Aoicia co) nome di Sesto Paolioo , né essendovi ragione dì supporre che 
il Probimu e il Petrtmius PnAm di quegli anni sieno una e l'istessa 
persona , quantunque in mezzo alla già notata inesattezza delle indica- 
ziooi ciò nemmeno possa assolutamente negarsi , il ragionamento sur- 
riferito mancherebbe di fondamento. 

All'incontro , Bartdommeo Borghesi , quel sommo maestro nell'epi- 
grafia e nella storia delle famiglie consolari , in una lettera inserita nel 
Bullettino deieist.areheol. H&5S , pag. S1-S4J, ritiene che il Sexttu Aid- 
dut Pottlimu della lapide sia il medesimo col Sextui Coeceiut Anieim 

(1) Anche dopo le cure del Batter, i Fasti Consolari UKiaeo molliujmo d» 
deiiderare quanto all'esalteiu ; dimodoché con impaziena se ne aspetta l'edi- 
^ooe di cui da molli anni ala occupandosi il Borghesi. 



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iéi ' RASSRfiMA BIDLlOGRAPtCA 

Fausltis Paulinut di ana iscrizione di Thibursicum Bure, e coH'^nicwt 
Paulimts d'an frammenio presso il Grutero , trovandosi nell'una come 
nell'altro tale individuo delta ramiglia Anicla nominalo proconsole di 
Africa. Esso sarebbe il console dell'anno 3!5 ( 1076 ) , mentre sodo pel 

roedesimo ricordati nei Fiuti sopradetti ( Aniciusj Paitiimu e . . . . 

(Ceionius) Julianus. Rimandiamo il lettore at dotto ragionamento del 
Borghesi per i particolari della sagacissima dimostrazione. 

La lapide di cui si tratta , sia che essa apparteni^a ai primi ovvero 
agli ultimi decenni del quarto secolo , ci serve in o^nl modo a chiarire 
la questione intorno alla santa donna dalla quale fu eretta la Basilica 
Stefaniana. Se a Proba e a Giuliana Anicia scrissero Sant'Agosti do e 
Sant'Innocenzo 1 papa ; se il primo esalta la risoluzione di Demetriade, 
figlia di Giuliana e nipote di Proba , d'imitare in questo mondo la vita 
degli angeli ; se San Girolamo , parlando della monacazione di Demetria- 
de, riporta , come le mura semidirute di Roma riprendessero io gran) 
di lei nuovo splendore; se San Leone indirizzava lettere alla santa ver- 
gine, di cui può ritenersi che fosse parente: perchè andremo noi in 
cerca di una ignota Demetria? Perche non ascrìvere, col Quesoel e col 
Baronio , seguiti dall'autore dei Cenni intorno allo scoprimento della 
Basilica di Santo Stebno , contro alla critica , in questo luogo assai de- 
bole , del Pagi , a questa Demetriade. ^nteia il merito di aver fondala , 
ad istanza di San Leone, la chiesa più volte nominata , in un fondo ap- 
partenente alla sua gloriosa famiglia? In lai modo risulterà vie maggiore 
l'interesse storico e religioso per noi dei ruderi ritrovati, qnasi nuova 
gemma nella ricca corona di questa illustre schiatta che rifulge di tanta 
gloria nella storia probna e sacra, famiglia che diede all'Impero e ali) 
scienza Giustiniano, alla Chiesa e alla civiltit il più grande dei ponte- 
fici. San Gregorio Magno , all'onore degli altari le sante Silvia. Tarsili). 
Emiliana, e quella Demetriade , il cui nome dopo quattordici secoli più 
chiaro torna alla luce per le opere dovute al fervido suo zelo. 
Roma, 7 maggio tSKS. 

Alfredo Rkumoxt. 



Splendóre di Roma nel secolo decimoquarU). Narrazioni due eorrtUi wi 
ferii a penna e Utuslrate con note dal CommendaU>re P. E. Visconti. 
Roma issi, K pagine in livo. 

Queste narrazioni, ora ricomparse nel Giornale Arcadico, sono co- 
noeoiDte da lungo tempo, essendo stale stampate prima dal Muratori, 
poi, sulla di lui scorta, da parecchi più moderni. Riferisce la prìn» 
dell'ordine e della pompa dei magistrali romani nel secolo decimoquar- 



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HAggEGNA BIBLI06&ÌFIGA 183 

to , « Del tempo r.he Ìd Avignone la Corte Romana faceva resideoza , 
nel quale il governo di Boma, assolutamente de'seoatori, la giustizia 
della patria esercitava con molta loro reale grandezza , st oel governo 
e nelle precedenze dei magistrati , e si negli abiti e livree e mutazioni 
ancora di esse, nell'andare ad iocontrare gli imperatori, e i legali 
apostolici , e altri princìpi >. Non manca di un certo interesse all'effistto ' 
di conoscere i costumi e gli usi del tempo , in parte conservati lun- 
gamente, non essendosi Torse in nessuna città né paese del mondo te- 
nace degli antichi usi quanto fn Roma, né attribuendosi altrove a cose 
esteriori e di cerimonia, ugnale importanza. Di (atti, gran parie di 
ciò che è rimasto di memorie di Soma nel medio evo, spelta a siffatte 
coee esterne, di cui nei Grandi e nel popolo vie piìi appariva gelosa 
ta tenerezza, quando esse in veriti erano scevre di qualunqoe intrinseco 
valore. Circoetanza che non è da mettersi in non cale da ohi consideri 
le vicende romane in quel periodo , da chi ponga mente allo studio , 
che spesso pare ridicolo ma che in quella città non mai Tu tralascialo . 
a rinnovare cose destinate a nuova irrimediabile rovina, o condannate 
a nuovo oblio perchè di mero nome senza essenza. Oggi ancora ne rì- 
niangono le traccìe, e quando vediamo il senatore e il vicecamerlengo 
direttore di polizìa contendere per la precedenza nell'apertura del tea- 
tro a Natale , non possiamo non ricordare i tempi in cui i grandi digni- 
tari, gli ambasciatori, eo, dispulavano pel passo e fermavano finanche 
durante più ore la processione del possesso o del Corpusdomini, come 
si può riscontrare nei grossi volumi del dilìgentissimo Cancellieri. La 
narrazione, o per meglio dire esposizione, suddetta venne stampata 
dal Hnratori nelle dissertazioni sulle antichità medievali (II, 856], poi 
dal Manzi nel Discorso sopra gli spettacoli ec. del secolo XIV ( Roma . 
1818, pag. 1S1),ma con poca correzione. 

Più nota , ed insieme di più amena lettura , si è quella gaia e pitto 
resca narrazione della giostra fatta nel Colosseo l'anno 4333, cavata 
dagli annali di Lodovico Bonconle Monaldeschi , stampata nel voi. Xll 
degli Seriptons rerum ìtalicantm , e dal Manzi nel citato superaci alisei 
■no volume ( pag. tOS ) ; dal Gibbon tradotta nel capitolo finale della sua 
storia, dal Papencordl rammentata nella vita di Cola di Rienzo, da 
altri ancora in varie opere. Di maggior numero sono in questa narra- 
ziooe le Gorresloni eseguite dal chiarissimo Visconti coU'aitilo d'una 
copia, che da Giovan Pietro Caffarelli [quello che costruì il portone 
del grande ma incompiuto palazzo, da Ascanio suo antenato hbbri- 
ealo in sulla cima della Ròcca Tarpèa , che il popolo Romano d<«iò a 
Cario Quinto] venne levala nel 16D7 da un lesto a penna più antico. 
Se nelle stampe precedenti troviamo tra i combattenti nell'arena Fla 
vìa ■ Hezxo Stallo » invece dì Meco, cioè Domenico Astalli ; se ad Aga- 
pito Ctdtmna sì la portare « una collana dì cera al cappello , ■ in luogo 



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184 BABSEGNA BIBLIOGRAFICI 

della sua divisa cioè • una colooDa cbe c'era alla csppeletta > ; se la 
glampa mette FrancìoUo di Hansiai invece di de' Hareri , famiglia co- 
spicua di quel tempo, ec. ec; di certo si saprà grado all'editore di 
aver ridotta a miglior lezione uDa narrazione, la quale dimostra con 
colori cosi evidenti lo splendore della nobiltà romana in quell'epoca 
contristata dall'assenza dei pontefici e turbata da tanti dissidj di qnesiì 
baroni, che erano veri padroni della città. Epoca in cni , durante l'officio 
senatorio di re Roberto , rimanendo vane le istanze per Tar tornare in 
sulle rive del Tevere papa Giovanni XXII , ricominciò ad ardere viepiù 
violenta la nemicizia tra' Colon oesi ed Orsini, i quali, rimanendo uc- 
cisi per tradimento di Slefanuccio Colonna due dei cat» di parte Orsina, 
nell'anno susseguente alla giostra descritta dal Honaldeschi, riempirono 
di sangne Roma e Campagna , autori principali di quelle misere con- 
dizioni deplorate da Francesco Petrarca nel libro secondo delle lettere 
bmiliari. A. R. 



Dei buoni affisi della Repubblica di Fenexia a favore del Cardiiu^ Anlo- 
Rio Panciera patriarca di AquU^a. Studio storico topra documenti itie- 
diti. - Venezia , t857, in Svc, tip. Naratovicb ( per le nozze Panciera 
di Zappola-Salvadego ]. 

Con rara modestia, l'egregio giovane antere di questo importante 
lavoro non volle porvi in fronte il proprio nome , e non sarebbe cono- 
scinto se altri non io avesse disvelaUi in an giornale. Bene é da augu- 
rarsi del sig. Eugenio Bono , che nel flore degli anni esordisce con questo 
studio storico , nel quale la diligenza viene accompagnata dall'assenna- 
tezza e dall'amore vero per la patria nostra. 

Antonio Panciera , nobile ma povero gentiluomo , andò a cercar for- 
tuna ÌD curia , sotto al papato di Bonibzio IX. Eletto vescovo di Con- 
cordia nel 4393, nel 140Sebbo la sede patriarcale di Aquileja , che alla 
autorità spirituale sopra il Friuli, la Venezia terrestre, l'Istria, univa 
un principato temporale , per quei tempi di non piccola importanza. Per 
la maggior parte i patriarchi furono tedeschi , tutti tenevano parte 
tedesca, ed erano nemici dei Veneziani. 11 Panciera Fu sincero amico a 
San Marco, e ne ebbe in ricambio ogni favore. 

Benché il Panciera fosse gradito a gran parte dei feudatari del Friuli 
e a parecchi comuni che sedevano nel parlamento , pure altri liiodatari 
germanizzanti lo voleano cacciato già per avere un patriarca tedesco . 
il duca Lodovico di Teck. Causa delle ire vere , era lo aver il Panciera 
investiti i propri nipoti del fendo di Zappola. 1 Cividalesi gli erano av- 



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RASSEGNA BIBLIOGRAnCA ISi) 

versi per uDa senlema centro di loro. Sostenute dai Veneziani, le ac- 
cuse mossegli innanzi a papa Innocenzio TU a nulla valsero. Succeduto- 
gli Angelo Lonar col nome à\ Gregorio XII , quantunque veneziano e 
patrìzio, pontefice inetto e abbindolato dai nipoti sempre, fu avverso at 
Panciera , e lo depose dal patriarcato , ad onta delle premure e delle pra- 
tiche dei Veneziani. Elesse a patriarca Iacopo da Ponte , patrizio vene- 
ziano, vescovo di Concordia. Il governo veneto nel sopportò; prima ri- 
legalo il da Ponte in un monastero , poi vietatogli l'uscire di cìtlh , final- 
mente lo liberò , per causa di soomunica data a coloro che lo aveano fallo 
»03lenere. Oltre at grande scisma occidentale che straziava la chiesa cat- 
tolica , uno scisma parziale era nella chiesa aquil^ese. Alla fin fine il 
Panciera fatto cardinale, dovette cedere. Gli succedette Lodovico di Teck, 
che fu l'ultimo patriarca che avesse giurisdizione temporale , la Repub- 
blica essendosi impossessala del Friuli. 

Lo studio del Bono viene corredalo dal sunto dì quaranlollo docu- 
menti inediti detl'Archivio dei Frari. Imitabile esempio é quello ofTerto 
da questo valoroso giovane del designare il volume, la pagina dove è 
il documento , trarne il succo , recarne nell'originale i brani importanti 
e anche una frase , ove in questa frase sìa vera importanza. Per esempio, 
dal documento xxxviii è dello che gli ambasciatori di Udine , spongono 
che quella cittèi non ha colpa alcuna nelle scorrerie tedesche che suc- 
cedevano , e che per pai^ sua la città bramava un nuovo patriarca grato 
alta Repubblica (qui non sit Theutonicus). Questo metodo vale a conva- 
lidare la storia , senza crescere soverchiamente i volumi con documenti , 
la maggior parte dei quali non sono letti che da pochissimi veramente 
studiosi. Se tutto il documento , in ogni sua parola , serve a rischiarare 
la storia , allora è necessario il referirlo intero ; altrimenti é lusso inutile. 

Si crede qui riportare, a conferma di quanto si disse intorno all'auto- 
re , questo brano dello studio del Bono , che certo andrebbe scono- 
sciuto a molli , perchè stampato , anche questo , per occasione di nozze. 

< E ora nello staccarmi dagli antichi documenti , dei quali inlesi dare 

■ una breve notizia , io non so resistere alla tentazione di esporre alcnn 
« pensiero suggeritomi dalla loro lettura ; il che io prego il lettore di 

■ volermi concedere in premio delle durate ricerche , se pur queste fu- 

• rono tali da polerlomi meritare. 

■ Seguendo il filo di questa lunga e disamena serie di uffizi diploma- 
« tici, io mi sentii confortato da un doppio sentimento di ammirazione : 
" verso il patriarca e verso la Repubblica. Nel primo non potei a meno 

■ di non ammirare la ii>domita costanza , l'accortezza , la pratica degli 

■ uomini e delle cose; nella seconda, la franchezza e il senno; in en- 

• Irambi , se cosi posso esprimermi , la naztonalitii della politica. 

« I patriarchi di Aquileja erano stati sempre avversi alla Repubblica, 
a questa , poiché avendo il Friuli nemico spesso e ger- 



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186 RASSEGNA BIBLIOGRAPICA 

V manizzaDle , essa doveva lemere pe'proprj possedimeoli di lerrafer- 
« ma , esposti alle invasioni degli stranieri. Ha il Panciera , uomo di gran 
a lettere , intenditore dei tempi, conosceva come a conservare la liberi^ 
N del Friuli era necessario mettere il patriarcato sotto la protezione delia 

t Repubblica, conciliando il proprio col vantaggio di questa Rinne- 

e gando la gretta politica dei suoi predecessori , cbe per istalla gelosia 

■ verso un governo libero , nazionale e glorioso si lasciavano dominare 

■ dagli strani , egli Tece causa comune coi Veneziani , i quali avrebbero 
« mantenuto al Friuli la libertà , se in un paese governalo a monarchia 
« elettiva, e per ciò stesso guas(o da straniere influenze, avesse potuto 
• durare il sistema iniziato dal Panciera. Imperocché la Repubblica non 
« intendeva alla conquista di quella provincia. Se ciò fosse stato, perchè 
n avrebbe tanto sinceramente ed efficacemente voluto la concordia e la 

■ pace ì o non avrebbe piuttosto attizzato la discordie per piombare sui 

■ contendenti esausti di forze , e , sotto pretesto di pacificare , assogget- 

■ tarli al proprio dominio ? S'eUa adunque protesse il Panciera, ei ta non 
« solo per proleggere l'innocenza e per onorare il sapere di lui , ma per- 
ii che lo conosceva di spiriti a lei favorevoli , e però capace di fare del 
tt patriarcato un baluardo alla Repubblica contro di questi. Fu sempre 

■ secondo questa idea che sostenne il solo Panciera essere il patriarca 
K richiesto dai bisogni della patria , e che quando disperò di poterlo ser- 
« baro In sede , propose con grandi istanze al papa e agli Gdinesi la ele- 
« zione di un patriarca italiano ■. 

Degli Udinesi era sicura la Repubblica, oome si disse sopra; e quanto 
allo inlento vero della Repubblica , sagacemente osservato dal valoroso 
giovane scrìtto re, é provato dal documento XLi, a. 4410,13 dicembre, oosi 
datoci in estratto, a La Repubblica stabilisce di votare i nomi di quelli 
1 che SODO da proporsi al papa affinché si scelga fra questi il nuovo pa- 
« triarca, non possendo elegi aliqaem venetwn nec Tlttutoniatm », I<o che 
prova che non c'erano mire ambiziose od interesse per la conquista del 
Friuli. E se ebbe luogo, quando, ad onta del disinteresse mostrato dal non 
voler un patriarca veneziano , fu eletto Lodovico dì Teck , la conquista 
ebbe luogo per necessiti, di difésa del proprio stalo , e per tor di mezzo 
uno straniero, pessimo vicino. I documenti, dal XLn al ilvii, esaminati dal 
Bono provano questa necessità, mostrando come si dovessero difendere 
dai Tedeschi i passi della Livenza, Gume che separa il Trivigiano dal 
Friuli, e di ricevere in protezione il Comune di Maggia in Istria, che s'era 
sottratto al giogo insopportabile del conte di Ortenbarg , tedesco. 

11 lavoro del quale si è parlato finora ha grande importanza storica, 
perchè dilucida le ragioni per le quali fu distrutto un principato eccle- 
siastico in Italia, il secondo per potenza temporale dopo il papa. Chi 
le^e il catalogo dei patriarchi di Aquilejada Pecione [a. 4014) a Lodo- 
vico di Teck ( a. 4408 ) trova che sopra trenta patriarchi , diciannove fu- 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 487 

roDO oltremoDlaiù ; ai quali, sebbene fossero Italiaai , sema scrupolo di 
coscenza, si ponno aggiungere i quattro patriarchi della casa de'Tor- 
rianì che tennero le parti di Germania. B questa scrittura del Bono vale 
moltiSBÌDio , perchè anche per questa si dimostra die i conquisti dei Ve- 
neziani sul coDlioenle d'Italia vennero da suprema necessità, e clie,av- 
veouli, congiuogevano insieme provincie italiane ad un governo na- 
zionale. .... 



NOTIZIE VARIE 



La Società Cotombariit. 

La Soci eli Colombaria, che da pia anni parve quasi estinta ino- 
perosa, ha preso ora nuova vita e nuovo vigore mercé lo zelo e le cure 
di alcDDi soci. 

Già un bellJBsimo segno de) suo ridestarsi , noi vedemmo in quel- 
t invito riprodotto nel volume AelVArehivio Storico che precede a questo ; 
col quale, rammentando un debito nostro, antico e non mai sodisratto , 
propone essa medesima agli studiosi e agli amatori delle scienze ar- 
cbeologìi^, di volersi costituire in società per imprendere la ricerca 
e la escavazione delle aatichilà etnische nel suolo toscano. Ha questo 
non à il solo segno del suo ridestarsi. L'operosità dei Socii Colom- 
bari nel presente anno fu raccontata da Cesare Guasti, SUO Segre- 
tario , in tm rapporto letto nell'adunanza solenne de' K di maggio : e 
dobbiamo esser grati all'egregio nostro collega di aver ìntrodolla per 
il primo l'DMnza lodevolissima di compilare alla fine deiranno un rap- 
porto iotoroo a tutto quello che le Colombaria è venula bcendoT 

Avremmo volenlieri dato luogo a quell' importante lettura in questa 
dispensa, se ormai la stampa non ne fosse stata cosi innanzi. Basti 
dunque l'averne fatto cenno , e riserbiamo alla dispensa seguente 
subito d<^ questa II dar per intero il rapporto suddetto. Oltreché 
promettiamo sin d'ora di tenere informali i nostri lettori puntual- 
mente di tutto ciò che mano a mano la benemerita Società andrà 
bc^odo in prò degli studi storici ed antiquari , che sono il principale 
scopo al quale , per suo istituto, essa Intende e si adopra. 



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NOTIZIK VAHIK 



Atcademia Ligure di storia patrii 



Di questa istiluzioDe demmo annunzio nelle precedenti dispense ; in 
questa era nostro desiderio di for parte ai lettori dell'Archivio di tutte 
quelle particolareggiate notizie che intorno ad essa speravamo ci doves- 
sero esser comunicate. Ma poiché alla nostra speranza non ba ancora 
risposto l'effetto , ci converrà star contenti a dirne brevemente quel 
poco che abbiamo potuto raccogliere dai vari giornali che ne hanno 
tenuto parola. Intanto però vogliamo dire che sicura promessa ci vien 
fetta, da un nostro amico e collaboratore di Genova, di un esalto ren- 
diconto intorno a questa Accademia, il quale noi pubblicheremo nella 
dispensa prossima ; e cosi di quel poco che diamo ora e di quel molto 
pili che promettiamo, i lettori nostri dovranno rimanere appagati. 
Il padre Vincenzo Marchese fu eletto presidente dell'Accademia , la quale 
come è divisa in tre sezioni , di storia , di archeologia e di belle arti , 
ha per ogni sezione uno speciale presidente; e sono della prima 
l'avv. H. G. Canale , della seconda il cav. Pasquale Tola , della terza il 
cav. prof. Giuseppe Isola. Nella inaugurazione solenne dell'Accademia , il 
padre Marchese pronunziò un suo dotto ragionamento , e i tre presi- 
denti fecero pure per ogni sezione il loro discorso inaugurale. Già di- 
verse radunanze ebbero luogo delle varie sezioni ; dell'ultima rende conto 
il Mondo letterario , e da esso leviamo le seguenti notizie. La sera 
delt'll maggio, anno corrente, si radunò la sezione di Storia, e il socio 
Tommaso Belgrano seguitò la lettura della sua memoria biografica in- 
torno a Girolamo Serra. 11 socio Agostino Olivieri lesse un discorso, nel 
quale esponeva il suo giudizio sopra alcune opere storiche di recente 
pnbUicazione. Toccò degli errori del Cantù, detti a proposito dì Geno- 
va , nella sua Storia degli Italiani ; e parlando degli Statuti Pisani edili 
dal benemerito nostro Bonaìni, e del libro dell'egregio Agostino Sagredo, 
Le consorterie delle arti in Venesìa, lamentò che nessuno avesse fin qui 
posto mano a pubblicare e illustrare gli Statuti Genovesi, importanti 
quanl' altri mai. Dopo l'Olivieri, l'avv. Canale lesse un suo ragiona- 
mento sui Foittes rerum amtriatarunt , esaminando l'attinenza che alcuni 
di quei documenti hanno colla Storia genovese e col commercio del 
Levatole. 

In una adunanza della sezione di Belle arti , che' ebbe luogo non. 
molti giorni dopo quella di storia, il padre Marchese lesse un suo scrino 
intorno alle attinenze che hanno le arti figurative colla poesia e colla 
musica. 

Noi ripetiamo qui il desiderio, già altra volta espresso, che la no- 
bile istituzione possa durare e prosperare vigorosamente ; e vogliamo 



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NOiiziK VAHii; 189 

.iU|<urarci che Jn essa abln» a venire all' Unii» sempre maggiore ecci- 
lameiilo a collivnre gli sludi ilella storia. 



Biblioteca Trentina , o sia raccolta di documenti inediti e rari, relativi alla 
Storia di Trento, redatta da JomUiSoG/in, con prefazione , discorsi sto- 
rici e note. — Trento, tip. HonauDi , 1853 (manireslo e prospetto). 

Se lo andare ricercando con amore il passalo , è elogio del presente 
e buon augurio dell'avvenire, noi che viviamo in questo secolo dobbiamo 
accogliere molte liete speranze, vedendo come e quanto in tigni parte 
d'Italia si fatichi intorno a nuove ed utili pubblicazioni storiche. Fra 
le quali ora l'annunzio di questa Biblioteca Trentiiut dell'egregio Tomma- 
so Gar, viene a prometterci quello di obe già ds luogo tempo stavamo 
con desiderio ; cioè la pttbblicasione in ordine rasionale e cronologico di 
tutti i monumenti e docume/ìti patrii, avansati all'ingiuria delFetà; e la 
pubblicasioiìe di cronache , annali , diarH , narrazioni , memorie , statuti di 
nmMim e consorterie, trallati, disaertasioni storiche, biografie, epistolari ec., 
risguardanti il Trentino. La maggior parte di tali documenti giace tut- 
tavia inedita nelle Collesioni manoscritte della Biblioteca di Trento , m 
carie librerie ed archivi pubblici e privati del Trentino , nelle biblioteche ed 
archivi di altre città d' Italia e di Germania. E di raccogliere appunto e 
pubblicare tali documenti si propone il Gar colla sua Biblioteca , la quale 
sarà cosi un bel fatto e un bellissimo esempio alle altre provìncie ita- 
liane. Secondo cbe si legge nel Manifesto d'atsoeiasione , le parti nelle 
quali si dividerà questa pubblicazione del Gar, sono le seguenti : Monu- 
menti etrutcAi e romani del Trentino. - li Trentino sotto il dominio dei 
Coli, dei Longobardi, dei re d'Italia e di Germania. - Registri de' prin- 
cipi vescovi. " Economia politica del Trmlino. - Ordinamenti municipali 
in genere, ~ Statuti , costitusioni , carte di regola , capitoli , consuetudini e 
privilegi dei singoli comuni e delle varie consorterie. - Cronache , annali , 
narraxioni ittoriehe. - Stato generale delta coltura trerUina nei diversi pe- 
riodi, - Trentini illustri nelle scienze , nelle lettere e nelle arti. - Rassegne 
bibliografiche di manoscritti e d'opere a stampa concementi il Trentino. 

lo un fc^lio a parte, indirizzalo agli amatori della storia patria, il 
Gar offro un prospetto delle materie degne di essere ricercate e raccolte dai 
veri amici della storia patria, pregando ciascuno di essi dì volergli dare 
contezza delle cose storiche accennate in esso prospello, da loro pos- 
sedute, o di cui conoscano la esistenza, sia in archivi e librerie pub- 
bliche , sia presso singole persone ; e dh insieme un calatilo alfabetico, 
degli statuti, carte di regola ec, dal secolo XII al XIX, esistenti in ort- 
ginale od in copia nella Biblioteca e nell'Archivio municipale di Trento , e 
nella Biblioteca tiroìeae del Feriiinandeo. 



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Nel momento di mettere in lorchio riceviamo la prima dispeosa 
ilella Biblioteca trentina , la quale fa parie delle Biogra/ie , ed é la Vita 
ili Alessandro Vittoria scultore trentino, composta dal conte Benedetto 
Giovanelli , e rifusa e accresciuta da Tomnuuo Gar ; con brevissimo avver- 
timento preliminare del Gar medesimo , e con docnmenti in fine. 



Di un singolare documento annonario del 1333, lettera al Direttore 
ctelfArchivio Storico Italiano. 

Nel raggaardevol numero dei Municipali statati con i (faali aulica- 
mente regolavasi l' interior governo delle diverse citib e borghi della 
Toscana , ano fra eesi singolarmente distinguevasi dell'epoca ben re- 
mota del 13S3 in diesimiglianza dei regolamentari ordinamenti restrit- 
tivi che generalmente, iu (atto di annona, in quelli s'incontrano, poi- 
ché proclamava esso la libera estrazione dei cereali , e benauco dell'olio, 
delle carni , e di tutti gli altri frutti della terra ; assegnando qual causa 
impellente , essere il territorio suo scarso dei generi di prima uecessilà. 
Questo statato pertanto si era quello di Vexowtdo, paese distante do- 
dici miglia da Siena, e di presente compreso nella giurisdizione pre- 
toriate di Montalcino. 

Dovevamo Bno al presente s) fatto accenno unicamente al cavalier 
Giovanni Fabbroni, padre mio, che ne fece parola in una noia della 
sua opera sopra i Provvedimenti annonari , commemorata poi neRa di luì 
responsiva a Guglielmo Favre Bertrand membro del Consiglio sovrano 
di Ginevra, che trovasi inserita nel voi. II delta Baocolta degli eoonomi- 
sli Toscani pag. 304; ma non per questo conoscevasi la letterale dispo- 
sizione della rubrica che a si importante e singolare provvedimento 
si referiva, poiché le molte ricerche da me praticale, onde rintracciare 
l'esistenza di tale statato, eransi rese vane; e non fa che circa la meli 
dell'anno scorso , che venutami la ispirazione di rìcorroro alla molla 
gentilezza ed operositìi del signor dottor Clemente Santi , per dimorar 
egli in Montalcino , potè! giungere a conoscere , che un ei interessante 
documento conservavasi nell'Archivio del Tribunale di detta cltti , ri- 
trovatovi, confuso in mezzo ad altre carte , per cura dell'attuale pretore 
signor Giovanni Batista Tabarrìni. Potei averlo pertanto soH'oo^io, e 
vi lessi infetti la seguente rubrica cosi concepita. 

« Che ciascuno possa , e siali dato i biadi , et (hilti , et vioo, et olio . 
« bestie, animali, et frutti ciascuno portare, vendere, et meroatare per 

■ le terre del Vescovado, et fuore de le delle terre , dove ad loro pia- 

■ cerb, come di sotto si contiene ( Rubrica : Et imprima quando et diche 
a cose si debba fare, et essere a detmto, et in che modo. A. A.) la dispo- 

■ sizione che appresso ; 



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NOTIZIE VARIE 191 

■ Auco, conciò sìa cosa che '1 terreno el la jurìsclictione de le Lerre 

" del Vescovado sia il più di biado più bisognoeo che abbondante , et 

1 per questa cagione sia neceesario ad l'uomini de la jurisdictione et 

• terre predecti avere, et procurare d'avere de' grani et biadi de le 
« terre vicine , et bisogni che con essi vicini contadini Senesi amiche-- 
g volmente et con usi rraterni vicinare, dando et ricevendo da loro se- 

• condo che l'amore da ogni parte si possa conservare; et a ciò che 

• fra li detti vicini non possa nascere niuna contrarietà; statuirò et 
« ordinaro li statutari sopradettt , per bene el per comodo et per stato 

• et per conservatione de le predecle terre, che ciascuno possa et 

■ siali lecito estrarre biadi, rrutti.olio, carni, bestie minute et grosse, 

■ et ciascuni /ructi portare , vendere , alienare et mercantare , secondo 

■ die li piacere, per le terre dei Vescovado et fuori de fé dette terre, 

■ al beneplacito de la sua volontà. Salvo che quando a messire lo Ve- 

• scovo paresse che del biado non si traesse, et non si porlassc fuore 
I de le terre del Vescovado, allora si faccia secondo che a la sua vene* 

■ randa paternità piacerà ». 

Trascrivendole letteralmente , nella sua giacitura, si fatto esemplare 
provvedimento, onde resti cwrisposto a quanto ella favoriva esprimer- 
mi con la pregiata sua dei 48 ottobre ultimo scorso, che " uno itatuto 
1 del 4300 tn cut proclamansi i principi del libero mmmercie é tal cosa 
» che non può lasàarsi nell'oblio , e che merita di venire registrato nel- 

• VArchivia Storico », non mi resta che ripeterle i sentimenti di distin- 
tissima stima con i quali passo a confermarmele 

Il primo di maggia 1BS8. 

Dm. ed ObbL Strviior« 

L. PELLI-FADBBOni- 



Tabtita eoloniae Veneriae Comeliae Pompeis, quam denuo rteognitam edidit 

lOSEPH FlORELLI. 

Gli amatori degli studi archeologici si consoleranno di questo nuovo 
iavwn del valoroso signor Fìorellì di Napoli , il quale già da molti anni 
sta studiando le antichità Pompeiane ; e frutto de' suoi sludi é questa 
pianta ridotta al 333 e un terzo del vero, e che sarà distribuita in qua- 
rantadue tavole. La superfice di essa pianta sarà di metri quadrali 9. 406, 
e verrà pubblicata in sei dispense. Il chiarissimo Minervini cosi scriveva 
nel Bullettino Archeologico Napoletano : « La nuova pianta di Pompei , 
come perfettamente esatta e compiuta sino alle ultime scavazioni , dovrh 
rìpatarsi nna pubblicazione affatto diversa da quella dell'architetto fran- 
cese {BibaU) >. Le sette tavole , che ctinlengonsi nel primo fascicolo , ci 



itizecy Google 



49Ì NOTIZIE VARIK 

offrouo il lilolo della pianta in Ire grandi righe , i cui caratteri , neri tiella 
prima , rossi nelle altre due , sono conformati alla maniera de' Pom- 
peiani programmi ; onde al primo sguardo ti avvedi che traltasi della 
icnogralla di quell'antica città. Il titolo è come segue : tabvla colomae 

VE»EBIAE CORKELIAE PoiPEiS - COLO^IIA A TriVHVIRIS DBnVCTA EST LECE SVL- 
LANA , POSTEA DIVVS AVGVSTVS AGRVM KITS VETERANIS ADSIONAVIT. SED IHP. Ve- 
SPASIANVS LOCA - PVBLICA A PRIVATIS POSSESSA REIP. POilP. RESTITVIT. È COSl 

brevemente narrata la storia della pompeiana colonia. Dalle tavole finora 
pubblicale rilevasi che il chiarissimo editore di ogni monumento dk la 
indicazione latina , tratta dalle slesse locali notizie dall'antichità traman- 
dale nelle Pompeiane iscrizioni, ovvero, quando ciò non sia possibile, 
dalla natura degli edilizi e dalle osservazioni de'dotli. Nfe contento dì 
presentar la determinazione di tutte le parti finora scoperte dell'antica 
Pompei, ne'laterali spazi della pianta ha diS|>osto per ordine allàbetìco 
1 Domi di tutti i Pompeiani che ci vengono rammentati dalle pubbli- 
che private iscrizioni, da' programmi e da'grafBti; al quale catalogo 
l'autore dà il titolo ■- hvmcipes et ikcolae. Sicché , o si guardi dal Iato 
dell'arte o da quello dell'archeologia, la nuova pianta del signor Pio- 
relli sari da riputare sommamente profittevole , come ipiella che in sé 
comprende tulli i sussidi per istiidiare le Pompeiane rovine. 



Delle iscrisioni veneiitme raccùltt ed illustrate da EVKAnl'ELE Anto:<io 
CicocnA di Veneaia. — Fascicolo K. 

L'jlrcAtvto Storico spera di potere , prima poi , dare di quest'opera 
monumentale dell'illustre Cicogna un'accurata recensione, la quale 
spieghi l'importanza sua per gli sludi storici, per gli archeol<^ici e i 
letterati. Intanto annunzia questo fascicolo ventesimo terzo , recente- 
mente pubblicato, il quale contiene le iscrizioni delle chiese di Murano, 
cioè: San Barnaba, il monastero di San Giuseppe, Sant'Iacopo, San Sal- 
vatore, Santi Marco e Andrea, e Santo Stelano. In un semplice an- 
nunzio quale è il nostro, noi non possiamo entrare In particolareg- 
giate notizie, né in considerazioni, che pur molte e belle potrebbero 
farsene a ogni pagina di quest'opera ; accenneremo semplicemente 
poche cose e con brevità massima. Nella chiesa di San Bernardo era 
un'iscrizione che ricordava la consacraEione di quella chiesa falla 
da Antonio Grìmaui vescovo di Torcello, e da Marina Otti badessa del 
monastero. Antonio Grimani , nipote di Giovanni patriarca di Aquiltja, 
letterato illustre , prode cavaliere , poi vescovo e patriarca d'Aquileja in 
luogo dello zio , fn anche , nel t60& , ambasciatore di Paolo V a Ferdi- 
nando tea Cosimo li granduchi di Toscana. È notabile ciò cbe il Sarpi 



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NOTIZIE VARIE t93 

scrive a proposilo di <|uesla ambasciala , e che riferisce il Cicogua ; ti 
granduca ricusò di ammettere il Grìmani in casa sua, <■ e gli fece in- 
lendare che per l'arvenire non trattasGe più con Ini , sino a che non 
avesse ordine da Homa di quello che doveva hre; ma alcuni giorni 
dopo, mutato pmsiero , per qual causa non si sa , senza aspettare altro 
da Roma , ritorni a trattar con esso nel solito modo •. 

Dsodoci delto Spedale e della Confraternita di San Giovanni Balista 
i soHti cenni storiai, premessi atla illuslrailone dette tscrìiionì di eia- 
soana (Alesa , ci fa sapere il Cicogna come a un mercante fiorentino di- 
morante in Venezia , dovessero i HnraDesi la fondazione del pio istituto' 
Il qnale fu un Corsatlno degli Dbbriscbi,'che, per le notizie ricevute 
dal signor Luigi Passerini , il Cicogna congettura appartenesse alla b- 
miglia degli Bbriachi ghibellini, la quale ebbe un Sinìbatdo console 
dell'arie dei mercanti nel <t3t. Nella iscriiione terza di questa chiesa 
dì San Giovanni Batista é ricordato un Mklwt de H Amadi tintore, 
delta o^bre famiglia Amai o Amadl. Intorno alla orìgine di questa fa- 
miglia è divergenza di Opinione tra gli scrittori. Il Barbaro pensa ch'ella 
sia oriunda di Lucca ; il Cicogna invece é indotto a credere che ■> una 
^miglia Amadi fosse in Venezia assai prima che ci venisse la casa dello 
stesso cognome di Lucca >. Di due Amadi illnstri nelle lettere, Fran- 
cesco e Agostino, vissuti nel secolo XVI, abbiamo pnre molte notizie in 
questo volume. 

tln oratorio intitolato a San Giuseppe, eretto nel nst-S3 da Giu- 
seppe Brìali , ci ricorda ì lavori di cristallo da esso Brìali condotti a 
molta perfezione. Il Cicogna riferisce a questo proposito vari passi del 
■oschinì, tra' quali è da considerarsene specialmente uno, dove sono 
assai curiose notizie. 

Di Andrea Boldìi , nella illustrazione delle iscrizioni di Sant'Iacopo 
Maggiore , troviamo fotta memoria , e della sua relazione della corte dì 
Savoia , pubblicata dal nostro Alberi ; delle sue arringhe tenute in Pre- 
gadi , e d'altre sue scrittore. In nota sì rende brevemente conto dal 
Cicogna del bel libro dì Alfredo Reumont, la Diptomasia italiana dal 
geettlo Xni al XVI, net quale è pubblicata una parte della relazione dì 
Savoia M Boldà. 

In progresso, della famiglia Licinl Dal Drago, che ebbe C. Licinio 
poeta latino dèi secolo XV, Tommaso , Vincenzo , Camillo ed altri che 
In diversi secoli levarono nome di sé , è fatta menzione in questo vo- 
lume; e dei Berverìo, dei Gfsbertl e d'altri molti. 

Noi a questi brevissimi cenni dobbiamo star contenti , non permet- 
tendoci di ampliarli maggiormente la natura del nostro annunzio. 



\acB.ST.IiiL., A'Mora Serie, T. VH, P.l. 



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NOTIZII! VARIK 



i\uova edisione del Ltusico Forcelliniano, che viene imprcìa dai femMono 
di Padova per cura di Francesco Cobradeki, alunno, pnfemn e 
rtttore del Seminario medeninjo- 

Il Seminario di Padova ,già tanto benemerito degli stadi della lingua 
latina pei vasti lavori del suOrFurìanetto e di altri, dura tà eeaere in 
Italia come il focolare di quegli studi ; e per cura di uno de'snoi pro- 
fessori avremo ora qqeala nuova edizione del Lemeon totiu» MmUatù. 
Dal Manifato di anodasiene rileviamo che molle e importanti aggiunta 
lut fatte l'egregio sìgqor CorradiDÌ a questa ristampa, valendosi dei mate- 
riali del Furlanelto, da lai ereditati, e degli studi de' moderni filQl<^ più 
illustri, quali sono il Mai , il D'tderlein , il Freuad , Haud KIqIz ed altri. Io 
questa edizione è ritenuta per intero la sostanza del Lesbico forcelliniano ; 
niolte aggiunte perù vi si trovano di voci nuove, ricavate principalmenle 
da Celio Aureliano, Apulejo, Ausonio, e dalle lapidi; aggiunte di nuovi 
signiBcali tratti da Cicerone, Orqzio, Virgilio, Tacito ec. ; aggiunte di 
esempi cbe coQfenqano o chiariscono meglio quelli recali dal Forcellini ; 
aggiunte finalmente di sinonimi e di nuove etimologie. Tali e molti 
altri pregi renderanno la nuova edizione di questo classico lavoro su- 
periore alle antecedenti: e noi abbiamo voluto che ne fosse dato que- 
sto cenno nell'^rcUt^o SKm^o percb^ ci pare che doq solamente i cultori 
degli studi biologici, ma eziandio quelli degli studi storici, abbiano da 
ricevere con piacere tale notizia : sapendo ognuno che la filologia e la 
storia sono per molti rispetti come sorelle . e che dei progressi dell'una 
si giova sempre anco l'altra. 



/{ Cambia di Pfrugta, ovvero i Jfonumenlt di arUftppartenetUi a quel CoUtgio, 
pubblicati in fotografia. 

Abbiamo sott'occhio il manifesto d'associazione a quest'opera , fir- 
malo dai signori barone Giuseppe Alfani-Danzetta , conte Oddo degli 
Oddi e conte Giancarlo Copestabile, deputati del nobile collegio del 
Cainbio. In esso mapifeslo, detto brevemente della utilitJi di coeiflatte 
pubblicazioni , si espongopo le condizioni della preeepte : ì disegni foto- 
grafici non oltrepasseranno il numero di venticinque, e la distribuzione 
de'fnedenmi si tark alternando le vari^ pgrti dell'insigne moaumoDlo. 
Tali disegni saranqq illustrati ^on libro apirasitameqte scrìtto, dal pro- 
fessore atiale Raffaello Marchesi , autore delle Congideranoni storico- 
artMcke !ul Cambio di Perugia ; e il testo italiano avrà di fronte la Ira- 
duzionp fran{:rse. La direzione delM parte artistica di un (al lavoro è 



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NOtlZIB VARIH 495 

afliiiala al signor Bartolommeo Bartoccini. La disli'ibuzidne ddle tavole 
comincerà nel prossimo agosto 4898; il prezzo di ogni tavola , per cbi 
prende tutta la cotleiìone, è Ostato In franchi 8 e 50 centesimi; per chi 
ne prenderìi qualcbedana siepe ratamente, in franchi 9 e 70 centesimi. 

A noi riesce grato di annonziare quest'opera , che sarà sbnza dubbio 
accolla con motto favore dagli amatori delle belle arti , è vogliamo rac- 
comajidarìa ai nostri lettori e a tutti gli Italiani , cbe intendono come, 
col mettere io luce le cose anlicbe sia di storia , sii d'arti o di lettere , 
si ringiovanisca la più bella e la pib gloriosa parte della vita Italiana. 



Jfonu«n«nN a Felice Bellottt e a Gùmearlo di /ftgn. 

1 Hilanesi e ì Genovesi fanno invilo agli Italiani perche concorrano 
ad innalzare un monumento a qdesti due loro beDemerili concittadini. 
Noi , dando annunzio di ciò nell'.ilrc'^tvto StorieQ , intendiamo di unire 
la Qoslra parola a quella degli egregi promotori di una tale opera pa- 
IfiotticB ; la quale ci pare debba essere favorita da quanti sentono gra- 
litndine e amore agli uomini, che o cOll'inge^no o <!olla virtù illustra- 
rono la patria nostra. 



Storia de' conti e dvehi <f t^^inO , Ai Pir.it<M UcOLrM. 

Il nostra amico e collaboratore Filippo Ugolini ha pubblicalo il ma- 
nifesto d'associazione a questa sua opera , ch'egli, dopo m(dti anni di 
stadi e di btiche , ba finalmente condotta a termine. Questo lavoro 
« contiene anche le notizie competidiate di tutte le Cittìi e terre prin- 
cipali del ducato » ; e l'aalore « si giovò di quanto si trova sparso in 
diversi autori che per incidenza trattarono di questa materia, e molto 
più de' preziosi abbondantissimi documenti [molti de' quali saranno per 
la prima v(dta pubblicati), che si conservano neirArchivio Centrale di 
Firenze ■. L'opera safk divisa in due volumi ih Svo piccolo , di più che 
400 pagine ciascuno, al prezzo di paoli sei per volume. 

Sia , questo libro di un egregio cultore degli !;ludi letterati e degli 
storici , raccomandato ai nostri lettori. 



JfoAunMnti fenoli del Jte^o Sunto, dal secato XII at XY, raixoUi ed illu- 
itrali per cura di urta toeietà di Gmreconmlti. — Torino , presso gli 
eredi BotU, 185(MiT, In ito. 

Di questa )ro|>ortanle pubblicazione, per la quale vediamo con sod- 
dlabzione accrescergli il numero de'monnmenii statutarii dell'Italia in- 



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19(( NOTIZIR VARIE 

vero non iscarso, sappiamo indirettaDifliile e8§ersi pubUiCBli. i prisu 
due fascicoli. Si contengono nell'uno I CapUula et iMuto lem AUaiii 
(d'Afliè), dell'anno 4ii8, non mai sin qui starapati, né da nessuno 
scriUore ricordali ; e sono tratti dall'origiDal tasto che si conserva a To- 
rino tra,' msa. della Biblioteca d«l CoosìbIìo di Stato. L'aUro bsokolo ci 
dà gli statuii di Pavone lordinamnta et atatmta vilU Padont), dall'an- 
no I3S6 circa , sino all'anno lS07voavatt dall'originale esistente nell'ar- 
chivio comunale di Pavone. Gli stipuli Pavonesi sono un docomeolo 
affallo nuovo di Storia patria), perché non si sapeva cke esislesaero. 



Glossarivm HalicMm, in quo omnia vocabula eotuìiunltu; «r ufr^rieis, 
MÒmis, oscis, volscis, etruscis , caeterisque monumenta qvae supermnt 
coiiecia, etcvminUrpretationibusvanwutntoBplieaMvr, cura et studio 
AaioojJiTis FuaBTTi (Fasciculusl; A-AR). Torino, 18&8, Slampe- 
rta Beale , in Ho. 

Nel tomo IV, parte II, dell'^rcAivio Storico fu dato annunzio di que- 
st'opera del chiarissimo Fabretti, ripubblicando parte del manib&lo, 
ne! quale l'autore dichiarava compendiosamente il suo oonoello nella 
compilazione di questo Glossario. Ora , nel momento di mettere in tor- 
chio quest'ultimo foglio , ci giunge notizia che si i pubblicata la prima 
dispensa di questo im portanti sei mo lavoro, e noi ne diamo subito co- 
municazione ai nostri lettori, sapendo con quanto desiderio sì aspettasse 
da tutti una tale pubblicazione. 



Zeoche e moneta degli Abnuti nei bassi tempi iliuttrate e detcriUe da 
Vincenzo Lazaiii. Venezia , Tipc^rafia del Commercio, 1858, * voi. 
iu Svo grande, di pag. vni-lìO , con 6 tavole incise in rame sopra 
disegni del signor Carlo Kunx. 

Diamo notizia di quest'opera colle parole stesse che il chiarissimo 
Lazari scrive annunziando la pubblicazione del suo libro. 

< A dare una succinta idea del mio libro, dirò che il primo capi- 
tolo, che serve d'introduzione, porge una rapida rivista della zecche 
e delle monete del Regno , dalla calala dei Longobardi in Italia fino alU 
morte di Giovanna I di Angid. In essa si ha cenni delle zecche di Be- 
nevento, Salerno, Napoli, Capua, Taranto, Teano, Sorrento, Gaeta, 
Amalfi, Hitelo, Bari, Brìndisi, Manfredonia, Barletta ed altre. Se«iw un 
proBpello dei sistemi monetarii adottati nel Regno sotto i reggimenti 
longobardo , normanno , svevo ed annoino. 

■ Dieci sono le zecdie di Abruzzo illustrale, alfabeticamenle dispo- 
ste; il periodo perlrattato abbraccia circa uà secolo e mezzo, cioè dalla 



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NOTIZIE VARIE 197 

morte di Giovanna I nel 4381, dopo la qual' epoca Carlo di Durazzo e 
Lodovico 1 di Angiò esercitarono il diritto della moneta a Sulmona e 
ad Aquila , fino al 19!8, in cui abbiamo l'ultimo documento concernente 
una zecca abrazzese. 

I Dì Amalrice ripubblico h moneta Tattaci conoscere dal Fusco, e 
io questa occasione rivendico a Venezia la prioritii della sostituzione 
del puro rame alla bassa lega di attento e rame, veriScalaei sotto il 
doge Cristoforo Moro nel tf63. 

■ Sull'antorilb dì documenti e di' cronisti aquilani, espongo le ori- 
gini della città d'Aquila , alle quali Taccio succedere un particolareggiato 
ragguaglio delle monete che nel secolo XV circolavano negli Abruzzi. 

t Premessi cenni storici e genealogici della famiglia Acquaviva , 
comprovo la dubbiosa esistenza della zecca d'Airi, i cui monumenti 
superstiti appartengono ai duchi Giosia Acquavlva e Matteo di Capua. 

a Di Chìeli presento le inedile monete aulonome , coniale nella con- 
finra dei baroni intomo il 4460, e te posteriori di Carlo VITI. E quelle 
pure riusciranno nuove battute a Civiladucale nella prima delle due 
epoche. 

• Condotta fino al secolo XV una compendiosa narrazione storica 
del castello di Guardiagrele , assegno , mediante documenti fin qui sco- 
fioscinti, a cotesla zecca alcune monete non ancora chiarite dai numi- 
smatici , fatte quivi coniare da Napoleone li Orsini a'tempi di re La- 
dislao , e dai figliuoli di Ugolino Orsini a'giomi di Giovanna II. 

t Una incerta moneta italiana di Carlo Vili, edita dal Fusco e dal 
Cartier, provo spellare a Pardo Orsini conte di Hanopello. 

( Di Ortona non erasi dato in luce che un conio in rame di Car- 
lo Vili; è però attestata la maggiore anlichitfi di quella officina dalla 
scoperta dì una moneta ortonese d'argento di Giovanna IL 

■ Della zecca di Sulmona , che dopo quella d'Aquila fu la più im- 
portante tra le abruzzesi, illustro monete di Carlo di Durazzo, Ladislao, 
AIISoDSO I, Ferdinando I, Carlo VUI e Federico d'Aragona. 

a L'unica moneta di Tagliacozzo , inesattamente intagliata nel Cina- 
gìi, riproduco con ogni fedeltà, ascrivendola, mercé storiche induzioni, 
a Giacomo di Giovanni Orsini. 

« Non potei dispensarmi dal l'aggiungere , in appendice alle zecche 
degli Abruzzi, le memorie tulle che mi fu dato raccogliere intorno a 
Piergiampaolo Cantelmi , che due volte apri quella di Sora in Terra di 
Lavoro. Della prima moneta di Piergiampaolo, battuta verso il 4460, 
pubblico due varietà ». 



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ANNUNZI BIBLIOGRAFfCI 



i. TralUto di Er-ODonia sociale, compilalo Jall'avv. Biit 

Férmat, 18SB , tip- Barbira, Bia/tcM « C. Voi. la ito , di pig. MS. Edi- 

lioae di SU ewmpliri. 
t. In morte dell'avv. Luigi Fornaciari , orazione di U. Tilufljbo Biri , detta 

nella HelropolitaDi di Lucca il di (5 febbnjo 1SG8. — Lucca, itp. Gm- 

iM, tSSS, di pag. 31. 

3. Storia del Uuiulmani di Sicilia scritta da Hicbili Alia». VoL MOOiido. — 
Firmtt , Fatine L» Mannitr , tSfiS , in Sto , di pag. DM. 

4. Cenni biografici di Luigi Fotiiaciiri per 11 prof. Adoc*to Cam. — Bslralti 

dall' inaponiala Fiarmimo. 
B. Sul bstl della fnmiglla Barbolaal coati di Uontauto, al mb. sig. cay. Gia- 
llo de' Uarcbesl Barbolanl coati dì HoDtaulo , Lettera di Emilio Sutih. — 
nranw , tip. I« Vunitr, t8aS , in Sro , di pag. SI . 

5. Alcune lettere di Fra Qlrolamo S.-iranaroia ora per la prima volta pubbli' 
caie. — Si iggiuogoDO le Notizie storiche e bibliograScbe Intonso alle let- 
tere del medesimo. Per cura di Cailo Ctproiri , In occasione delle «ocM 
di Luigi ds'conli Capponi «m Stalla Giugni Canl^ìoni d«' CtrcAi. — Fi- 
rtnta, ptr Barbèra, Bianchi a C. , 48S8, di pag. N. 

T. Gratile Almanacco d' Italia Storlco-AnimlDistrali'O'Statictico-Commerelale. 
Anno I, <8BB. — Livorno, pratto la Soàtlà Bditriot (coi tipi dalla Hiner- 
Ta). In Ito , di pag. 697-1. 

8, SCatiatica del Granducato di Toscana, Serie seconda , Tomo I , dictribaiioBe 
ter». — Fireaia, tip. Tofani, 1858, in ito. 

9. Pensieri sulla Storia d'Italia. Studi di Ctsaaa BiLao. — Firtiut , Felie* 
La Mounier, 1S68, in 46mo , di pag. S89. 

10. Del Duomo di Flreoie e della sua facciata , Memoria dtll'arcbltetto Gua- 
eiotsio UllLLia di San Gallo , tradotta dal tedesp^ per cura del dottore 
BuTOLOMaio Ualiìtti. — Firaim, FaUct L9 Uomiar, 1868 , di pa- 
glne 11-68 [ Bdizlone fuori di coDunercio). 

tt. Storia del Concilio Tridentino di Fra Piolo SAari, ridotta alla prìmitiT* 
lezione , con la vita scritta da Fra FcLetazio Mietano. Quattro rolnmi. 
Voi I e li. — Firaax», Barbèra , AiancAt « C. , 1SS8 , In 16mo. 

li. Opuscoli editi ed Inediti di Oidiztfe Harko. Due voi. — Firfntr , FaHiM 
La Momiitr , 1SS8. 



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ANNUNZI BIDLlOGiUFICI 199 

13 Le Varianli della Dlviot ComiDadia tolte dal codice Uembnoacoo corto- 
nese , per cura di D. Ackìmirti Loaiwi. — Cortona, Up. R. Bimbi a 
figlio, 18B8, ia 8va. 

li. Dei meni atti a promuOTere In Ftrenie l' igiene pubblica. Memoria se- 
conda di QiDHTM HiaTELLi, letta alla Soclell Colombaria iieU'adiiiuiQza 
del U teb. 1868. — Firma», tip. FralieelU, tSSS. 

45. RacooDii artistici italltoi di Gicram Cìhpobi. - Fimtt», Up. Mariani, 
1888, ÌD 8n> piccolo, di pag. 838. 



i. IscdiiODi dettale da Piik-A itati anno Paiitu , per venticloque anni pro- 
fessore di eloquenza nell'Ateueo Torinese. — Pintrolo, lip. e libreria di 
G. Chiimtor§, 48E7, in ito, di pag. 117. 

% Diiionsrlo della economia politica e del commercio ec. , Opera orìgiasle 
italiana del prof. GiaoLtao Boccardo. — Torino, lip.FraiKo, tSSS, In ilo , 

Disp. n-n. 

3. Honamenti legali del regno Sardo dal secolo XEI al XV. — Tttrino , prtìta 
gU tradi Bolla , 1857 . IKsp. 1 . ». 

4. Del Veneto Arohlrlo de'Frari e di alcuni suol risilatori. — Studi Sturici di 
J, BKiatKDi. — Nel Mondo iellerario , anno 1.° (1868), a." 13. 

5. Brevi canni Storici sulla Basilica ed Abbazia di S. Andrea apostolo In 

Vercelli, dal ISOO al 4857, di D.Paolo Gualiio Vtro»Ui,tip. Gìiytitl- 

tnoHi, 1857, in l6mo, di pag. lOi. 

fi. Nuova Enciclopedia popolare Italiana ec, quarta ediitone.— Torino, dalla 

Società rUnioM lip. «difrice , 18H8, in ito. Dispense 90-11)0, e (8 delle 

tavole. 
7> Storia degli scandagli marittimi , segufta dalla descrizione di una rete pa- 

lombara . del Doti. S*?iho Sivrai, — Con figuro. — Torino , tip. degli eredi 

Botta, 1SG8, in ito, di pag. 115. 

8. n Comune di Vercelli nel medio evo, Studi storici di ViiToaia Mahdelli 
— rerctOi , tip. GuglitbnoBi , 1858 , in Svo, tom. II , dispense 6 , 7. 

9. Hemorla del signor Gikolamo BoccAano in risposta al quesito : € Contide- 
rala t in/la«aia morale e /bica che hanno ovulo lutt'urnono eonsoniu gli 
spettMoU, i giuochi ed altri divertimenti pritati e pubblici , diurni e not- 
lunri , prstn i popnU onftcAt e moderni , ■ oontiderata l' imprenicitidibUiUt 
(faleiori di essi, tlanle le varie cotlftusioni sociali e la condiiions delfuntana 
natura , quali sarebbero da eeeludeni , quali da incoraggiare e eoa guati 
tiMHi dirigerli al mlg'tiar bene dtUa civiltà attuale? • Proposto dall' Im- 
perlale e Reale Istituto Lombardo di Scienie Lettere ed Arti, con pro- 
gramma dal giorno 31 maggio 18di, premiala nel concorsa trieuniale del- 
l'aniM 1856. '— Torino, S. Franco e figli e compagni, 1868, di pa- 
gine iiin-186. 

10. Cenni storici del marescialli di Savoia , di F. Pix(lli. — Nella Hivitla Con- 
ten^oranea, disp. del mano 1BH8. 

11. Alessandro Tassoni , Note biograftcfae inedite di P. A. Paravia. — Nel 
Mondo Lcllarario, anno I {1858) , n.» 10. 



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SOO ANNUNZI BIBLIOfìRArtCI 

IS. Letlraa iiiedJt«i du prlnc* EugAne <le Stvoie ralttìTM sax ctnptgn» 
de 16M et 1796, tirées des orlglnaui coDMrvéi aux Brcblve* de l'Blat, 
et publiées ptr U. le chevalier Lenii Cibririo.~ Tmrin, hnp. i» l'CRion 
tipognt^iiqM tàUrint, I8B7, tn Sto, Vi p«g. 

13. 3(«ri* della Città di Ventimiglia, dtUe sue origini Ano ai nostri tempi, 
scritta da Giro Liao Roesi.— Torino, lip. Bartra, <SC3, In 8vo, Diap.2.* 

44. La congliii'a di Gìotbd Luigi Fiewo, descritta da Lobbkio Cappillori , ed 
llluatrala eoo note e documenll da Aoomao Ocivitai. ~- Genova , tip. dai 
Sordi-lfuK, t858. 

15. Cenai biograBci del filoGore calabrese Vinceozo De Grazia, per 11 marchese 
X.TiBALDi.— Genova. Slabitimento tip. di L. Lavagnino , 1SS8, di pag.W. 

16. Cenni storici sull'Albergo di Virtù in Torino , dell'Ab, J.BeiiHJtRDi (estrat- 
to dair.fpfi«niUw dal Caimiario gmerale del Regno del 1808 ) , di pag, 34. ' 

KesB* !.■»>■>*■ TeaeW. 

1. Tradizioni e Leggende di Lombardia , raccolte e pabblicale da Pih Ah- 
«■LO Coan. Voi. IV ed ultimo. — Hilaai} , pretto F. Colomba, (8ST, 
In 16mo , di pag. S48. 

5. Storia di Milano di B. Coaio. eseguila sull'edizioDe principe del 1603 ec. 
con prehiione , vita e note del prof. B. Dt Blieii. — Mitaaù , freiao 
F- Colombo, 1SS8, In 8vo , Voi. IH, Disp. 11-18. 

3. Delle arti e degli arteacl di HantoTa , Notizie raccolte ed Illustrale eoo 
disegni e con documenti da C. D'Aaco. — Kantova , Up Astati , 1858 , 
Voi. n (Documenti) , Disp. t1-14. 

4. Della Zecca di Trento , Memoria di A, Gimoletti. — IVealo , tip. di 
G. Seiim- , 4858 , in 4l0 , di pag. TI , con due txvole. 

a. Biblioteca TrenUna ; o sia Raccolta di Documenti inediti e rari reUttrj alla 
storia di Trento , redatta da T. Gtn , COD prefazioni, discorsi storici e 
note (Programma). — TVmlo , 1^. Hmavni , 1889. 

6. Dialetti , costumi e tradizioni delle provincia di Bergamo e di Brescia , stu* 
diati da Gairibli Rosi. — Seconda edizione aymeolala e eorretta. — Brr- 
gamo, tip. PaguanctM, 4857, in ISmo, di pag. Ki3. 

7. Brescia ne'iempi di Bernardo Maggi e di Tebaldo Brusato, di F. Ofioaia. 
-- Breteia . tip. GHherli , 1867 . di pag. 74 , con una tavola rappreseotanle 
il monumento sepolcrale di Bernardo Maggi , vescovo di Brescia. 

8. Codice Diplomatico Bresciano dal quarto secolo fino all'Era nostra, rac- 
colto e pubblicalo da F. Onoaici. Parte IV e V. — Breteia, itp. GiUerti. 
4868, di pag. 148. 

9. SuirinSuenza politica dell' Islamismo , Uemoria decimaterza di A. Zihbuli , 
letta nella Adunanze del 23 giugno e del 9 luglio ISttT dell'I, e R. Istituto 
I.«nbardo di Scienze , Lettere ed Ani. 

(0. Storia arcana e aneddotica d'Italia, raccontata dal Veneti ambasciatori, 

annotata ed edita da F. Mutirzlli. — Voi. Ili , Fase. 13-16. Veietim , tip. 

froralopich , IBIW. 
11. Leitsre di Alessandro Verri alla sua famiglia dal 17SS al 1816, pubblicate 

In occasione delle nozze Ineini-ParipeUi , da G.Civatii. - Jfihmo, 1S5S. 

tip. CtveUi. 



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ANNUNZI UUIOUIUFia SOI 

li. Il duca d'Alena, narfuiew di N. Tohiiwio. Saconite «dà. -' Milano, 

«Miùto, 4868. 
<3. Degli ìBqaUitori di Stato di Veonit, di & Hohavi*. - niusia, Nora' 

tooich , 4858. 

14. Sulla RDtira raascherata trentina delta La Poienla dn Ciiui-fiaH, HamO' 
ria del coDugliar oonunaln Tito os'aAsanTi. — Trento , lip. Moaauiù , 
issa, dì pag. ». 

15. Del Governo veneto di Conegliano, 1339-1797. - DDcumenll latditi ec. 
r«aMw , 1897. 

16. Della condiiione politì'^a dalle Itole Ionie tolto J1 dominio vanMa; ptece- 
duu da un coinpMMlio della alorìi dril» isole stesse , dalla diTM«M del- 
l' Imparo Biisotloo , di Euuao aenle Lnni ; lerakoa mw nota dt Haaitra 
TiMi,»o-l''oaiati e Niccolò Buobu ; rireduU e miinìiHala Hall'AUore. 
(Haniteh)).— Ym^ia, lip. dal ContMercie, 18S8, in Sm gr. 

17. UBtii di Harco FtMcariai elatto ambaMiolore in BBTOja aa) 19 di novem- 
bre 17U, pub. per cura di N. Bjtaoui. (Per lo uhm VatìUeìh-Crii»). ~ 
Vmetia, lip. iti Cornarne^ , ima , di pa|. 44. 

18. Helaiioni degli Siali Europei latta al Senato dagli anbaaclaiarl Venaalaai 
nel aacoto XVIi , raccolte e annoiale da N. Bìroizi e G. Bkhcbet ( Spa- 
gita , Pasc. iV e V. Ftmm, Faaa. tV). ~ PéMaàt, tip. ìiairaUn)ich, 1868. 

19. Sopra un frammeolo di Erodiano lo storico , Memoria di G. Velddo , letta 
oell'adiiMOMi d(d giorno 17 luglio 4SW dall'Imp. Rag. blituto Venelo di 
scioBM , lettere ad ani, — Ragli AiU dall' /tUuta nadasirao , Tona li , 
Saria Ul . Diip. > e 40 , 485S-e7. 

SD. Larori per l'i)lui&ni«»e lapaatafloa, idranlica, Salta, italiitica , agraria e 
medica della prorliwe t«mU. —■ Rapporto del n. e. S. B. Umica iatorno 
ai pib leceoti ed ImporlaDli taaorl epallaaii alla descrìtiaoe topografica 
dalla province veoeie. - Na^i Àta óeìtl. e A. ìttUitio VmMto oc. , T. Ili, 
Sarie Ul, dUp. I, 48H. 

!(. itiploma Imperiale della elezione di Currado Oglioolo di Federigo 11 al tro- 
no di OerKUnia in amtltndoaede) fratello Borico , vo^ariaxato nal trecen- 
to , tratto Al un U9. dalla Uarcìana e lltnalrato col te«(o origliialB latino , 
can allft tetti volgari a penna , • colia criliea etorìoa , per cura di B*a- 
ToioaaM Soam P. D. O. — Negli Atti itìl'l. a A. htittUo VtnOo ec. T. Ili, 
Serie III , diap. II , 18S8. 

n. Lallaana e il ano dteliaUo. Holizie atoricha , slatletiohu ed industriali. — 
ranaiia, tip. dal CnMnwrcio , 1808 , di pag. H , con ana oarta tapografica 
del dlatretto di Lallaana. 

ti. BibliognOa Megli Statuti delta Proviooia di Treviso , deU'aw. dolL Phar- 
CS9C0 Fcaao. — TVWiio , tip. Aaàraota-MtOtbi, *SM , ba ito. di pag. OB. 

34. Ifemorio dalli, a B. iatltnlo Venato di scieBaa . Iettare ed arti. — Vo). VI, 
Par. H. - ranaiia , nel prtatl. «toUI. di G. AnttmtlU , tK/ì. 

ffi. Atti dell'Imp. Reg. Istituto veneto di aciente lattare ed arti. — l'Meii'a, 
A»bmm ad. «SH-IT , 48(n-S8. Tom. Il , ser^a terza , dltp. » e 10. - To- 
mo m, aerie lena, dtap. 4, S, 3. 

M. Clnqne lotterà di V. Atmai, pubblicale d» Ardsia Taaauw. — V&ttiia, 
tip. Mario, MH, la 8vo. Le prime quattro nao scritte r 8 E. Alba Corner- 
Vendraroin ; la fointa . alla nadra delPaulora. 



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SOS ANNUNZI BIBLlO&fiAFlCI 

SI. Biognfle dagli arlisli padoTani , dal rtsorgimflDlo delle arti ìd Italia libo 

ai conlemporBnei , di NAPoutoHa Pbtrdcu (Hanireaui d'aiaociaitoiio ). 
a. Cenol crllici sulla tetleralura antica a moderna della storia di Roou , 41 

F. BAaTOLiNi. Nella Hivuia ùuonuìale di Milano , dlspttnsa di mano e 

aprile 18M. 
99. CUak)go TsgiODato degli anlt^ral . ritratti , monete , raccolte e pOscedute 

dal cav. C. Uouio. - ìlilmo, tip. Btmarduai , 1808 [Ediiione di SOO 

aaMiplari ). 

30. Storia documentala di Venezia di S. Romahui. — Tom. Vi , parte I ( tSXi 
a 1540). — rtnnéa. Pian» NaraUxiieh tip. «d., 4808. 

31. Vita di Aleaiandro Vittoria scnllore treatlbo , oorapMta dal conte Bus* 
kttTO ni OiovANiLLi e rltitia e aoereicluta da T. Già. — TrmUo , 1^- 
grafia Molami , 48S8. — { Oiipenia prima della Bibkoieca fV«niiKt ). 

3Ì. 11 magno palano dei oardinal di Trento descritto tu ottava rima da Pisa 
AmalA HAmoLi leaese.— Trenlù , tip. Mtmami , 48C8 , In Sto ( In occa- 
sione delle none Matfalli-Crippa ]. 

33. Saggio di prolegomeni alla Slatistica del tMroae Fsìhgo HuiaiLij — Jfi. 
lotto , tip. Gugtitìmitti , ISM , di pag. 3B. 

B«CB« «elle Bue SUiHe. 

1. Coariniloni estetiche neeeMarie ai poeti e rrIÌ arilsti , per Hlaio Vula- 
aSALB. — Palermo, ttabiUmmiù Kp. di FnuuMcoLeo, iBfiS , df pag^ SI. 

ì. De'iuccesat deliacoo di Roma, e guerre del re^o di Napoli sotto l^trecb. 
Storia inedita di Liosamm SAMioao , pub. da Scifio» VoLRCiLLa.; — Net 
Muteo tUBciaaeeletmratura ai Hapoìi, Muore Serie, vol.I, hscl, Ie3. 

3i De' presenti studi Danteschi e del valore atorfco della Divina Commedia , 
per &aviuo Balducu». — Ilei Muteo suddetto, N. 8., vol.l , tate 3.* 

4. Vila e aiosoHadi Tommaso Campanella scrittada Uic:iiklì BaLnaccaiKi.^ 
NapùU, iWl. Due voi. in Sto. 

fi. Quattro leggende Inedile del Buon secolo della lingua , pubhlleeie da Ui- 
CBKU Mbloa. — iVepoil, ilAbiUm. tipogr. di G. HoUie, 18(17, di pag. 13. 

6. Leggenda dei Santi Cosmo e Damiano , scritti net buon eecolo della lin- 
gua e Don mai So <)ui stampata , per oura di M. Uilg*. — ' fk^oU , $Uim- 
peria dei frat. TYtmì, 18S7, di pag. Tiii-54. 

7. Della loduitria asiatloa. per CaaLO De Cutaa. — Mipofi, alat i U weat a 
Mp. àtOa Sella Arti , 18)18. 

8. De' Leti, da'Federati e de' Gentili e delle cause del loro stabUioMsto , per 
Gaitaro TaivisiKi. — Nel Giomboliaia fiat. Voi. Ili e IV. 

9. Intorno ad una IscrMone Cumaoa , osservaiioni di Pisiau ^LLino (Letta 
alla R. Accademia Eraolantse|. — Nel GiamteiiiEa nco, Voi. IV, feec Ul. 

10. La conleEsaMetildeei Romani pontefici, per D. Lutei Tocti. — Nel Giam- 
balitta fico. Voi. I, II, III e IV. 

11. Della vita e della dottrina di S. Qiustino Olosolò e martire, per Beiuiu 
RuGceai. - Nel Giona balilla Vico, Voi. Ili e IV. 

li. Storia dei monumenti di Napoli e degli anAitetti che gli ediflearono , dalle 
siBhilimanlo della monarchia fino ai nostri giorni , per l'arcMlelto CumiLLe 
NtrcLioLE SAaao. - Napoli , 1838 , Voi. 1 con S4 Uvole. 



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ANNUNZI BIBLIOGRAFICI Z03 

iLLattMa iaedila di U«o Fokolo, pubblicata da GiAniTitT* Cilt-€ola- 
jitmi. — SapoU , tlaHl. tipagraf. Vico d»' SS. Filippo * fiiaaoimi , 4SB8 ; 
dì pag. n. 



1,Biografla del proressore Camillo Ramelli da Fabriano, «crìlta dal cRnoDica 

OiALoo Baldini da Saswrarrala. — Nel Gicrnuilf .frnidico, .Vuwo Svrie, 

Tomo V. 
9fSpecchio croDologico del secolo di Dania dt^iLirro He«i:d«ii. Nel Cfor- 

«ole Arcadico , Nuova Serie , Tomo IV e V. 
3.Anlicbe iacriiioni ostiensi toroato ìb lice dalle esCavaiionl dell'anno 4836 

in 1857, scelle e pubblicate dui commenda (ore P. E. Vikohti. — Nel 

CtonMte AfKwtìco , A'aoM Strie , Tomo V. 
(.Saggio degli stadi arcbcologki del profnaore Guimrao SMxaiD. C.D. O,, 

espoeto in un ngloMiBMto all'Accademia Tiberina da AKTono Ainblini 

delia medesimn compagnia. — Nei Gional» Ànadieo , Nua» Se»ie, T. V. 
K.StatUlica nnraentlva detla popolazione delio Sialo PcMUkio alia line 

del tB93 ec. — /toma, t^). Ree. Cam. ApoiMiem, 1 8117 , in Sto , di pa- 
gine x-137. 
6f PralegoneBl del nuovo . comnwnio bIotÌco , adorale , estetioo dalla Dlilna 

Cowadia par Dobmco Bomiotarri, prorevore di Belle Lettere a Forfi. 

~ Fora, tip. di Luigi Bordai) din i , ISSS , in Sto, di pi^ 398. 
7. Vita di BirlokiiiinHO di Alvlano, per Lqhrm Lborii, con dammenli. - 

rodi, prsMO Akaaàdro Natali editore, «868, in Ito di pag. 376. 
8.BreTÌ cenni inlorno allo scoprtmeDlo della basilica del primo martire della 

CUeaa S. Sterno ed altri monameol) sacri e probnl luogo la Tla Lalini 

a tre miglia da Roma , di LoaitBO FaamATi , oon II Init radon i. — Parie I . 

— Kema . tip. marioa , 1858. 
«.Della Tita e degli scritti di Giafbbatista Bianconi per Loici FiAn (la 

occa«one delle nozze Coionf'SiancMii).— BolofMa, Up. dalTiliiconi , 18n8. 
Mk-Topografl* stallatica dello Btato PonUQoio , compilala dal caTaliat« Amio 

PjtLMiMt, bacie 4 e B di pag. 9l)8-n». — noma. Up. Fermile, 1858. 
1t. Vile degli Momini lllnitri ForllTeri compilale e acrliie dal canonico GAitAHo 

Rosstti da Forlì ( il selo manirnato d'aaeooInìoM ). 
jt. Iscrizioni nella cittì di Forlì e sdo territorio , dall'anno 1480 al 1800, con 

illustrazioni. Forti, tip, CataU, t8i9. 
13. Relaiìone degli scstì in Vis Latina , e dei monumenti ifi scaperli dal signor 

Loaiazo FoaTfniAtl (Manifeilo d'Associ ai ione). 

Pf eaU M rana» e |i» J c«». 

1, Cantus triuipplutes in Imperaloren] Fridericuni II. De Victoria urbe espu- 
gnala. Prodeunt ex editione atnlgarliensi C. HOfler, emendatiores , et noti;: 
monuqientiFque aucti, — Parma*, ex i^flcina Petri Fiaccadorii, MDCCCLVIII, 
I ^dizione (ti sqli SO esemplari , procurata da (.. BI^«flla|. j 



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204 ANNUNSI BIBLIOGfllPICt 

i. Degli studi sleUro-flsìologiei prasu l'alia aUichllt. Uemoria d«l mate ca- 
valler Fra FiLirro Lihìti. — Parma , tip. Cnrmigiuuif , 48S8 , di pa|,9a. 

3. El^io del iBtrcbeM Bouifocjo di Crdosm , di Ctam Civittob. — Por- 
ma . Up. ricnttoi e Frmebini , 1838. 



BIBLIOGRAFIA STRANIERA. 



4. Naples, 1130-4837, par Cbailk* Pita. - Pmi$, JuIm Ijimi td. 18W. 

5. Marie Staart et Citfaerine de Medica , éUide Uelorique aur tas rvUltoai 
de la FriDce et de l' Ecosae dana la aeconde mtMé da eetalàme aìècle , 
par A. Gitani. — FarU . ISfiS, In 8vo. 

8. Asgidii Romani de regimine princi^n doctrloa. Hanc Theaim lucbltBr 

V. ConDAtiADx, la tooaltaU pariiieaal jan IleaBllataa. — Hrit, imf. 

Rtmquet »i Cie . 4SB8 , in Sto. 90 pag. 
i. Patri Tnaerabllia vili et operlbus dìMerail B. Ddfaut, in Cibilhmeui 

gynataio rìietorlcae proIBnor. — ChtUom-StwSaém*, imp. MaUaiam, 4857, 

in Sto , 08 pag. 
B. Lai Troubadoars et PétrarqtM, theM pràaaBlée i la tkoullé dw lettm de 

Paris, par Ci. An. Qidel.— Jsffsn, CdmìM- el ÌiOcMm , I8II8, In Sto, 

ITBpag. 
A. Clément V et Phlllppe-le<Bel. Leltn à U. d'Areabert, sor lieiitivnie da 

PhHIppe-le-Bel et de Bertrand de Gol i Saìnt-JoaD d'Angely ; ioÌtÌ dn 

journal de la Tisite pastorale de Bertrand de Got dani la proTlnoe eccle- 

siaslique de Bonteaax an 4301 et <a06, per U. SAuna. — Pxirii, tm^ 

naoam «t CI», 1U8, in Sto. 803 peg. 

7. Des Beaux-Arla en Italie , au poiot de vae réllgitus , par Atl Coqdiku 
ftis , Pasteur svffragant de l'^ltie ftfomée de Parla Pari», 4S0T. 

8. De la peìDinre et des peislrei dea Dwbd) Italianf du traÌBltee au dix- 
septièmo siede, par Edodarb LarOBec. — £tn"> PfTin, (MS, lxik-^S p«g. 
in 8to. ( Fuori di connereio. ) 



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ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 



NUOVA SERIE 



TOMO SETTIMO 

Parte 2." 



FIRENZE 

PRESSO G. P. VIEUSSEUX EDITORE 



Ì8S8 



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I 



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LETTERE INEDITE E TESTAMENTO 



Milli DE' MEDICI DEHO DELLE BAIE NERE 






VAL CAV. FILIPPO MOISB 



PSII CURA DI CABLO MILANESI 



AVVERTfflENTO. 

Prese a raccogliere le lettere inedite di Giovanoi de' Mediai il 
nostro egregio colica, cav. Filippo Hoìsè, primo IHreltore dell'Ara 
cbivio Centrale di Stato. Ha colto da quella misererole ìnfnmitk 
che Io tolse dì vita nell'ancor verde sua Tirilitb , egli noB potè 
flDire di mettere insieme tutte quante le lettere dell' invitto ca[»- 
t«Do, né pubblicare per le stampe la sua fatica, gifa promessa 
tH'Àft^ùm Storico. E di fatto , il Hoisè nou aveva raccolta se non 
le lettere obe si trovano nel carteggio de' Medici, ÌDuaDU che qudla 
casa salisse al principato, e non giunse a stendere la ni>tisia delle 
imprese dell'eroe Mediceo, che voleva porre inDanzi a quelle, piti 
oltre dell'anno 159S, lasciando cosi il racconto imperfetto dei quat- 
tro ultimi e più importanti anni della vita di lui. 

Dato a me l' incarico di ordinare per la stampa il lavoro del 
Moisè, ho voluto innanzi tutto raccogliere da altre serie dì carte 
del oostro Archìvio dì Stato le lettere die del gran capitano si 



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K AVVERTIMENTO 

trovano ; per il che ho potuto crescerne il numero d'ftSMÌ piti. Ho 
poi fatto un cambiamento nella ragione del suo lavoro. Al fram- 
mento biografico disteso dnl nostro oollega ho sostitoito an Som> 
mano cronologico degli avvenimenti sincroni della storia italiana 
e delle geste medesime di Giovanni de' Medici. E mi pare che alla 
inteUigenza delle cose contenute in queste lettere meglio giovi un 
ammano oosifiatto , che non un racconto delle imprese del nostro 
eroe; pensando che molti, ed anco coetanei e suoi familiari, ne 
lasciarono scritta la vita [1). Ma la natura di Giovanni de' Medici 
non può aversi più vivamente ritratta, e, direi quasi, me^io 
scolpita, che in queste lettere , dove il capitano delle Bande Nere 
ritrae sé da sé stesso, audace, risoluto, impetuoso, terribile, pi- 
gliatore di grandi partiti. 

E qui ci vien fatto di domandare se con tanto valore e tanto 
genio guerresco , Giovanni de' Medici proponesse a sé medesimo 
qualche fine alto e generoso. 

Il Machiavelli (2) parve volesse mettere in credito una q>ÌDÌone 
che corse a' suoi tempi pel popolo , che cioè ^i avrdibe potuto aliare 
una bandiera di ventura e tentare la fortuna d' Italia , restituendo 
ad essa la gloria delle armi e la perduta indipendenza. Forse fu 
questo QQ desiderio o una sperauia lontana d'allora. Le sue im- 
prese, e nemmeno le sue lettere , non mostrano ch'egli avesse ve- 
run'altezza di concetti e d' intenti. A noi non sembra di vedere 
in lui che un valoroso capitano , il quale non ebbe altra spirazione 
se non di rì.staurare la disciplina della milizia e rinnovare gli or- 
dini del combatterei un prode, il qoale, come dioe i) Varohi (3) , 
di ooosiglio pochi ebbe pari, di gaglìardia pochissimi, e di ardire 
oessuoo. Forse potè tener chiuso nella sua mente qualche do- 
bile divisamento , e proporsi qualche fine geaeroso ; ma o gli mao- 
oò il tempo per maturare e colorire il suo disegno, o 11 soallri 
maneggi de' superstiti del vecchio ceppo mediceo , cun faceva om- 
bra questo vigoroso nuovo rampollo, cerovono di tenerlo kmtano 
da questi peosierì e dalle occasioni. Il fatto è, che noi v«diamo 
la sua breve vita solo occupata a corrwe qua e\ì a' servigi di questo 
e di quello, e il poderoso suo braocio vendersi al mi^ìor pagatore. 
Gertankente ai Medici dava ragionevole sospetto questo terribile 



(I) Tedi qui a pag. S la nota A. 

(1) Lettera ■ Francesco Ouiccktrdiat , dc^ 1S rairM 1SSG [s. e. ISM). 

ai hOiria, lib. U. 



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AVVXBTIMENTO 5 

uomo. I discendenti dal c^ipo veochio di qo^a stirpe erano mancati ; 
s'era avrerato il tremendo vaticìnio cbe l'ingratitudine medicea 
pose in bocca all'Ariosto: 

I Tatti morrete ; ed b fata) che muoia 
•f Leone appresso, prima che otto volte 
1 Tomi in quel segno il fondator dì.TriMa » (i). 

Papa Clemente avea veduto spegowsi tatti quelli della sua linea 
che ebbero più onori e pili potenza ; e le arti osate per trat 
tenere la rovina della sua gente, e mantenerla in ngnorìa riu- 
scirono a nulla. Il veochio ramo cadde ; e fn dalla Prowidenia 
disposto che da quel Giovanni de' Medici che gli emuli ed i rivali 
delia casa volevano tenere si basso, avesse orìgine la ouova gran- 
dezza del secondo principato Mediceo. 

Alle lettere inedite di Giovaoni delle Bande Nere e di altri 
abbiamo aggiunto il testamento suo ; ch'era pur esso inedito. Per 
tal modo con la serie di questo carteggio siamo condotti entro alla 
vita dell' iuvilto capitano dall'anno dodicesimo d^'eth sua sino al 
giorno nel quale quel hime del valore e delle anni ittliatie à spense. 



Pongo qui, per coloro che fossero vaghi di conoscerli, la noia di 
quelli che sorigsero la vita di Oiovuini de' Medici. 



JVorte cM /brtwftflu tignar GioDanai de' Mediti, compotta per Giovanni 
Fauwio, da Lanósa, MDXXXIL In 8vo piocolo, senza paginazione. 
In mezso all'allioM carta sì le^e : A» renetta, per Aurtlio Pmeio ve- 
netian. Ne fanno MDXXll del mese di leltembre. Sono tre canti in 
ottava rima. La prima ottava è questa : 

( Quella dannosa et lacrimabii morte 
del magnanimo Hedeoe Giovanni , 
d'Italia defensor vigile et forte, 
honor de l'armi et gloria de' nostri anni , 

i*ì SaUra Vili , a meuer BaoBavenluia Pislofllo. 



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6 AVVERTIMENTO 

le vitali fila Stta tn%ili «t corte, 
rotte per dar materia a' oostn danni , 
se impedito non eoo dal troppo pifUilo, 
et lacrimando et sospirando, canto ». 

E queste due l'altime : 

• Ha ecco , ahimè ! presso a l'acquosa riva 

quella bestia infemal maligna et fosca , 
eh' a r improvisto Tuor del centro usciva , 
quella cnidel , quella rabbiosa mosca , 
quella che di splendor l' Italia priva , 
quella che di meror l' Italia attosca , 
et col sno morso pessimo et letargo 
sparge di pianto et sangue un mar si larf^ ; 

• Questa a l'uscir di terra un tuono espresse 

che fece risonar lo centro e '1 polo, 
e inlomo al sol col flato un nugol messe, 
facendo in aria l' invisibil volo, 
e del giovane invitto aperse et fesse 
le forti membra vinte da quel solo: 
et cascando cascò d' Italia insieme 
animo, forza, fe, letitia et sfeme ». 



Compendio della vila del i^. Giooanni de' Medici , padre del sertnitsimo 
CoHmo, primo Granduca di Toseana, descritto da Antonio Mossi fio- 
rentino. — In Fiorensa, appresto Francesco Tosi. Con (teenio de'tu- 
periori, 1608. In 8vo, di pag. 88. 

E dedicalo dall'autore al lereniìsimo Don Cosimo Uedià principe di To- 
scana suo sonore, con lettera data il di Ì0 d'ottobre *GOi in Firenae. II 
Mossi volle dedicare il suo libretto al principe Cosimo , non essendo 
tra' potentati d' Italia nessuno che al pari di lui potesse « ripigliare l' im- 
presa del suo bisavolo , in quanto dell' bavere , come lui , per l'utile 
« et hoDOre d'Italia, crealo una militia tutta di popoli di essa, che in 
" vita e doppo si disse la sua >. 



Vita di Giovanni de' Medici, celebre capitano delle Bande Nere, seritla da 
GiANGiROLAHO Rossi di S. Secoodo , vescovo di Pavia. — Milano, 
MDCCCXXXm. Dalla tipografia del dottore Giulio Ferrario, in Bvo. 

Giangirolamo Bossi era nipote di Giovanni de' Medici ; nato da Troilo 
Rossi e da Bianca Biario figliuola di Caterina Sforza , e sorella uterina 



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AVVERTIUBNTO 7 

del Medici. Questa vita fa pubblicata la prima volU da Pompeo Litla 
■opra un codice della Aiccardiana ; e novameote, rivedula sul codice, da 
Sebastiano Ciampi nelle JVoftus dei secoti XV e XVJ tulV Italia, Potonia e 
Ausns eo. Firenze , per Leopoldo Allegrini e OiO. Mozzoni, 4833, in Sto. 



Dùcono di Gio. Batista Tbdaldi sopra la virtù, la liberalità, e ti egregi 
fatti d'orme Mio Ilhut. et invitto i(g. fUovanni de' Mediai. 

Pntabticata , sopra UD codice Magliabechiano, da Sebastiano Ciampi 
nelle citate Notiaie dei secoli XV « XVI mlt Italia, Polonia e Atuttii ec. 
Dalla lettera dedicatoria ad Antonio Hontalfo , data di Firmile , il 
dì 4.*dl fibrato 4570, si ritraeche il Tedaldi servi il signor Giovanni 
per sottosegretario, in compagnia dì Francesca degli Albizzi , dal 451t 
infino che visse , e che fece questo discorso a requisizione di Benedetto 
Tarcbi, il quale,» quanto pare, scrìsse o doveva scrivere un'orazione 
per ranniversario della morte del signor Giovanni. 



Vita di Giovanni de' Medici detto delle Bande Nere, di Gabbhibl Siheoni. 

BaccoDlata In due canti in ottava rima , dei quali un solo fu im- 
presso in Vtnegia , per Comm da Trino di Monferrato. Traggo questa no- 
tizia dalla Bibliografia storica della Toscana del Horeni ; ma nesssuna bi- 
blioteca di Firenze ha questa vita. Dubiterei però se veramente il Si- 
meoDi la scrìvesse , perchè né il Biscioni {Scrittori fiorentini, ms. nella 
Hagliabechiana) , d6 l'anonimo autore della vita del Sìmeoni eh' è nella 
Ha^iabechiana stessa (Cod. 96 della classe ii) fenno parola di questo suo 
poemetto. 



Frammento di lettera stilla vita e le imprese di Giooanm delle Bande Nere. 

Pubblicato dal Ciampi, nelle citate JVoltiw, dall'autografo che sta nel 
Codice Magliabechiano lt04, della classe Vili. — Non si sa a chi questa let- 
tera sia indirizzata (forse al Varchi], né da chi scrìtta. Il Ciampi con- 
gettura dal colonnello Lucantonio Cuppano. Peraltro l'autore dice di 
aver comincialo la sua servitù in casa Salviati fin dalla puerìzia del 
signor Giovaonii e altrove , che egli servi Pietro Salviati, poi priore di 
Roma, lo sospetterei che ne fosse autore Francesco Suasio, anche per 
la eomi^ianza della scrittura che poi^e questo frammento con le lettere 
dello stesso Suasio. — Il racconto noo va più oltre del 46S5. 



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AVVHRTIHENTO 



La vUa e U getta di Giovatali lU'Mediei, o «tona d«lie Bande ttert e dti 
celebri chitoni the vi militarono, oomdata di doemmmU da CasTmuo 
MiNL — Firenze, coi lipidi Pasquale Fioretti, 4SS1, ìa Sto jàcoiAo, 
di pag. «OS- 

Noterò in flDe,cIie Franceeoo di Soldo Stroni dedicò la aus tradu- 
zione di SenoTonte (stampala in Venezia nel 1550] alla gloriola memoria 
deiPinmaùtàM ngnore OtovanM d^ Medici, principe et lume delle dmIìxw, 
et padre dell' iUwitriwinw eignor Conno duca di Firetue. la owa dedica- 
toria dice le lodi delle rirtà e del valore del Hedi<» , oompendiaodoDe 
in brevi panie la Tita ; e vi pone la imnagioe di Ini intagliata in le- 
gno , in Torma di medaglione , col moUo in giro : la cui «iumiia Italia 
nansE bt ritsna , acciò tia dopo morte veduto in ritmtto da ohi mi» lo 
puotè in vita per la pretenta vedere. 



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SOMMARIO CRONOLOGICO 



tl97. Caterìaa Sforza sposa in terze nozze Giovanai di Fierfrancesco 
de' Medici. Egli era slato spedito ambasciatore presso i Riario a 
Forlì, e insieme Commissario nei luoghi che ìd Romagna posse- 
deva la Repubblica di Firenze. 

tt98, 6 aprite- Nasce in Ferii Giovanni de' Medici da Caterina Sforza 
e da Giovanni di Pierfrancesco de' Medici. Al battesimo gli é posto 
nome Lodovico, in robmoria di Lodovico il Moro , zio di sua ma- 
dre. Mori» il padre , cambia il nome primo in quello di Giovanni. 

— È dato in custodia a messer Anionio de' Numai , fratello del 
cardinale d'Araceli, e di messer Antonio Batdracani , uomini di 
grande esperienza, letteratissìmì, e segretari di Calerina Sforza 
quando era signora d' Imola e di Forlì. 

U9B, li xUembre. Giovanni di Pierfrancesco de' Medici muore a San 
Pietro in Bagno , presso Forlì , dov' era andato a prendere le acque. 

4S(H), 41 gennaio. Il Duca Valentino s'impossessa di Porli e fa pri- 
gi(Hie Calerina Sforza. — Condotta dal Valentino a Roma , è so- 
stenuta in Belvedere ; poi , avendo tentato di fuggire , è dal papa 
fatta meltere alle strette in Castd Sant'Angelo. 

ISOt, 16 giugno. Caterina Sforza, dopo diciotlo mesi , è liberata di pri- 
gione , per gli uffici! di monsignor Ivo d'Allegre francese. — Si reca 
a Firenze. — Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici suo cognata la 
mette in possesso di tutti i beni spellanti a Giovanni suo marito. 

— Essa si ritira a Castello. 
1509, SS maggio. Muore Caterina Sforza. 

lUO.Per avere ucciso in. una zuffa uo giovane , il signor Giovanni è 
baadilo da Firenze. 

IMI, teOembre. Nel ritorno dei Medici, entra con loro in Firenze. 

1513. Eletto papa il cardinale Giovanni de' Medici , il signor Giovanni 
va seco a Roma. 

1616. Prime imprese militari del signor Giovanni. -^ Per comando di 
Leone X rimette nei suoi domini Camillo Orsini signore di Ser- 
mone la. 

Aicu.St.Ital,, «uova Strie, T.VIl, P.ll. a 



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iO SOMMABIO CRONOLOGICO 

1516. Prima guerra d'Urbino.— Lorenzo de' Medici, il giovine, oomsD- 
ilante generale dell'esercito pontificio. — Il signor Giovanni ha il 
comando dì cenlo cavalli leggieri. — Francesco Maria, duca d'Ur- 
bino, cacciato da' soci stati, ripara a Mantova — Questa prima 
guerra dura soli ventidne giorni. 

1516 , 48 agosto. Papa Leone investe il nipote Lorenzo del Ducato d' Ur- 
bino. 

1517. Mentre che Giovanni de' Medici é a Roma, e trovavasi li Iacopo 
Salviati, %ìÌl suo tutore [il quale, per alcuni disgusti avuti da Lo- 
renzo de' Medici duca d'Urbino, s'era allontanato da Firenze), 
prende in moglie la sua figliuola Maria Salviati. 

ISn. Seconda guerra d' Urbino. — Baccolto nnovo e plA poderoso eser- 
cito, Francesco Maria rientra in campo. — L'esercito di Lorenzo 
tenta di occupare il Vicarialo. — Il signor Giovanni prende il ca- 
stello di SorboluDgo, ma lo tiene poco. 

iS\Ì, S fi^braio. Francesco Maria della Rovere rientra in Urbino. 

tSIT, f aprile. Lorenzo de' Medici all'assalto del castello di Hondolfo è 
ferito nella testa da una palla d'arcfaibuso; viene trasportalo ad 
Ancona. — Il cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena assnme in 
vece di lui il governo della guerra. 

1517, eirm il maggio. Prosperi successi del duca d'Urbino. 

1517, ti maggio. Lorenzo duca d'Urbino, risanato della sua ferita, si 
reca a Firenze , dove era sialo creduto morto. 

1517, itìtembre. lì duca d'Urbino, disperalo di più a lungo difenderei, 
scende agli accordi con Leone X, e ei ritira di nuovo a Mantova. 

I&1S, 46 mnrM). (stile fior. 1517). Per gli scandali e altre cose econve- 
nienti commesse contro l'onora e il buon governo del Comune e 
contro i buoni costumi , il signor Giovanni è condannalo da^ 
Otto della custodia e pratica in contumacia a starsi e rimanere 
fuori di Firenze dieci miglia per cinque anni. ( Cosi trovasi nelle 
Miberaiioni dei Signori Otta dtUa Cttstodia e Balia , ad ann. , a 
carte i3 tergo e 44-46). 

1518, Il signor Giovanni si reca a Pano , e armato on galeone con due 
brigantini, va in corso con essi dando la caccia ai Barbereschi. 

1519, 4 ffli^^. Muore Lorenzo de' Medici duca d'Urbino. — Il signor 
Giovanni ha dal papa il comando di cento lance. — Da Firenze 
va a Roma per ringraziare il papa. — Lascia in Firenze Francesco 
d^ì Albiai suo tesoriere e Giovambatista TedaUi caooelUeffl, 
per dare ordine alle sue bcceode. 

1549. Da papa Leone è mandato al ricupero di Parma dalle mani 
dei Francesi , con Prospero Colonna e il marchese di Pescara. — 
Dissapori Ira il Pescara e il signor Giovanni , forse per invidia di 
quello. — L'impresa di Parma ha cattivo esito; l'esercito pontificio 



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SOHHiniO CRONOLOGICO 11 

si ritira in naal ordine. — Duraoie l' impresa di Parma , il sigDor 
Giovanni preade a difendere Bianca Riario, moglie di Troilo Rossi, 
sua sorella uterina, vedova con più figliuoli , alla qaalo Bernardo 
Rosei, vescovo di Trevigi, tentava di testiere il castello di San 
Secondo , e riunirlo al paese che papa Leone inleodeva di con- 
quistare. 
1S19, 1S giugno. Al signor Giovanni nasce un figliuolo. — Papa Leone 
vuole gli sia posto nome Cosimo , per ribre ■ il più savio, il più 
valente, et il più valoroso huomo che fino allora avessi avuto la 
casa de' Medici »; e che i compari sieno il cardinale de' Rossi e 
Halatesta BagHoni. ( Tedaldi , Dùcono sopra la nobiltà , la virtà te. 
dtl lignor Giooaimi de'ifediei. ) 
4849 , 4.'* ottobre. Il signor Giovanni trovasi coH'esercito oltre il Po. 
45S0. Leone X, per mezzo del signor Giovanni, vuol togliere di mezzo 
tutti i tirannelli che signoreggiavano le città della Marca. — Il si- 
gnor Giovanni caccia di Fermo Lodovico Uffreducci , il quale ve- 
nuto con Ini alle mani , rimane ucciso combattendo. 
45S4 , 8 maggio. Papa Leone , collegatosi con Carlo V, muove guerra in 
Lombardia contro Francesco Idi Francia, per rimettere in istalo 
gli Sforza, e riacquistare Parma e Piacenza alla Chiesa. — Pro- 
spero Colonna , preposto al comando dell'esercito imperiale e pa- 
lale, difende Milano. 
iSU,t( primi iagoUo. Prospero Colonna, comandante generale del- 
l'esercito papale s'accosta a Parma. 
40S4 , S9 agosto. Il signor Giovanni fa grande prova di corallo e di 
valore nell'assedio di Parma. — Alterco e male inlelligenze tra 
Ini e Prmpero Colonna. 
Ì5S4, 46 novembre. Il signor Giovanni passa a cavallo l'Adda, seguito 
dal conte Onofrio da Hontedoglìo , e appiccata una grande zuffa 
coi Francesi che focevano testa nell'altra riva , gli rompe. 
1584 , 4ft MHXmiire. Prospero Colonna, spintosi innanzi fln sotto alle porle 
di Milano , mette in fuga i Francesi. — 11 Laulrecb loro generale 
é cacciato da quella cilla. — Lodi , Pavia , Cremona e Piacenza si 
arrendono. 
4594 , 4." dicembre. Parma viene in mano delle genti papali. — Muore 
papa Leone. — Le compagnie che militavano sotto il signor Gio- 
vanni prendono il lutto, cambiando le bande , o tracolle, bianche 
in nere ; donde il nome di Donde nere. — Francesco Maria della 
Rovere rientra nei suoi stati. — Restituisce in Perugia i Baglioni , 
e tenta di mutare lo slato in Siena. — Il signor Giovanni , chiamato 
dai Fiorentini , lo costringe a ritirarsi. 
153S, 9 i^nnaio. Il cardinale vescovo dì Tortosa è eletto papa col nome 
di Adriano VL — La guerra di Lombardia continua. 



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\ì E0UH4RI0 CHONOLOfilCO 

<5ìì, verso la fine ài febbraio. France^ I di Francia con sedicimila 

Svizzeri cala fn Lombardia. 
199S, 4.* marzo. Il Lautrech , unite le sue genti a Cremona, passa 

l'Adda , s' indirizza verso Monza , e sì unisce agli Svizzeri. 
I5Ì2, Il signor Giovanni lascia gl'Imperiali, e si conduce agli stipendi 

dei Francesi. — Il Lautrech assedia Milano. — Prende Novara. — 

Tenta invano di dare l'assalto a Pavia. 
1338 , <i aprile. Francesco II Sforza entra in Milano. 
I52S , Ì7 aprile. ìi Lautrech è disfatto alla Bicocca presso Milano dal Co- 
lonna e da Giorgio di Frundsberg. — Torna in Francia per gin- 

stiGcarsi col re. 
ISSS, 16 rmi^io. 11 Lescuns , fratello del Lautrech, per accordo fatto 

con Prospero Colonna, sgombra di Lombadia. 
15SS , 30 maggio. Il Colonna occnpa Genova e la pone a sacco. 
45S3 , aprile. A Francesco Sforza è consegnato il castello di Milano , per 

ordine di Carlo V. 
15t3.II signor Giovanni ricupera a Bianca, sua sorelb uterina, e moglie 

tli Troilo Rossi , i lu{^hi perduti nel Parmigiano. — Compra l'Aulla. 

— Entra in lite coi Malaspìna , e vien con essi alle mani. — I 
cardinali Cibo e Medici trattano l'accordo. — Il signor Giovanni 
lascia queir impresa, e si ritira a Reggio, dove tiene una spede di 
corte bandita. — Pietro Aretino é uno dei frequentatori di quella. 

, 1523. Papa Adriano VI investe novamente il duca d'Urbino dei suoi 
stati , eccettuato la contea di Monteleltro, data già ai Fiorentini da 
Leone X in compensazione dei danari da loro spesi nella guerra 
d' Urbino. 

4UÌ3, 3 agosto. Francesco I si apparecchia a scendere novamente in 
Italia con potentissimo sforzo per ricuperare il ducalo di Milano.— 
Lega di Adriano VI coli' imperatore, il re d' Inghilterra , l'arcidnca 
Ferdinando , il duca di Milano, le repubbliche di Firenze, di Ge- 
nova , Siena , Lucca , per la comune difesa d' Italia. — Prospero 
Colonna comandante generale dell'esercito della lega. 

1S13, a'primi di settembre. Francesco I, non volendo altrimenti venire 
in persona in Italia, manda in sua vece Guglielmo Gouffier, dello 
l'ammiraglio Bonnivet. 

15S3, li ieltenibre. L'esercito Francese passa il Ticino, e muove contro 
Milano. 

43Ì3 , 19 novembre. Il cardinale Ginlio de' Medici k creato pontefice col 
nome di Clemente VII. 

1S!3. Il Medici torna ai servigi degl'Imperiali. — Vuole arrestare la mar- 
cia dell'ammiraglio Boniiivel al Ticino , ma le sue forze nop ba- 
stano. — Si ritira a Milano. — I Francesi lo circondano d'assedio. 

— Egli s'apre una via in mezzo ai nemici dalla parte di Monza. 



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SOHHARIO CRONOLOGICO 13 

donde trae manizioni e vettovaglie. — Congiara di Morgante di 
dare Milano ai Francesi , scoperta dal Medici. — Horf^nte b tra- 
cidato. — L'esercito Francese si ritira dall'assedio di Milano. — Il 
Medici lo molesta alle spalle. — Si riconcilia con Prospero Colonna. 
toS3 , 30 novembre. Prospero Colonna mnore. — Carlo di Lan(^a succede 
al Colonna nel governo delle cose della guerra. — Il Medici e il 
marcbese di Pescara mandali all' impresa di Robecco. — Il signor 
Giovaani occupa Garlasco , prende Biagrasso. 
tSSi, 9 morto. L'esercito della lega passa il Ticino sotto Pavia. — Il 
signor Giovanni , coU'atuto dei Veneziani , respìnge a Cravina i Gri- 
gioni assoldati dal Bonnìvet, cb'erano gi^ presso a Bergamo. — DisA 
il ponte di Buffalora snl Ticino. — Espugna Btagrassa. — Il Bonni- 
vet si ritira a Novara. 
151i, nel maggio. U Bonnivet è disfatto e ferito al passo della Sesia. — 
Morte del cavaliere Baiardo , a cui il Bonnivet aveva ceduto il co- 
mando, — Il Bonnivet ripassa i monti. — Novara s'arrende al si- 
gnor Giovanni. — Dal duca Francesco II Sforza ottiene in premio 
il fendo di Busto Arsiccio, nella vicaria di Seprio, e molte terre 
nel Lodigìano confiscate ai Trivulzio. 
AtiiU , 16 Mobre. &' imperiali sgombrano le citt& di Milano , tranne il 

castello tenuto dagli Spagnoli. 
<S24, 18 oftofrre. Francesco I raccoglie tutto l'esercito sotto Pavia. 

1514, 4 dicembre. Francesco degli Albizzi maneggia il trattato perchè il 
signor Giovanni passi nel campo de' Francesi. 

ISS6.11 signor Giovanni ritoma ai servigi di Francia, malcontento delle 
strettezze in cui lo tenevano gì' Imperiali , e del malvjso cbe gli 
foceva Carlo di Lanoja ; o , piii veramente , cedendo ai consìgli di 
Clemente VII collegato coi Francesi. 

1515, IS perniato. Francesco I di Francia pone l'assedio a Pavia , dilesa 
da Antonio da Leva. ~- Il signor Giovanni rimanda la collana di 
San Michele inviatagli dal re Francesco. 

(915 , 16 febbrtào. Antonio da Leva assalta le genti del signor Giovanni 
a Campese , sotto Pavia , e le fa sloggiare. 

15SS, 10 fibrato. Il signor Giovanni , volendo far prova di sé alla mu- 
raglia , tocca una ferita d'archibugio in uno stinco. ~ Viene tras- 
portato a Piacenza , e dopo quattro giorni a Parma. 

1516, 14 febbraio. Rotta de'Francesi a Pavia. — Il re è fatto prigione 
dagl' Imperiali : il che non sarebbegli avvenuto , se , com'egli di- 
ceva , avesse avuto al fianco il signor Giovanni. 

1515. Congiura di Girolamo Horone di mettere in armi tutla Italia , e 
renderla libera dal giogo di Carlo V. — Va a Novara per comuni- 
care il suo disegno al marcbese di Pescara, comandante generale 
dell'esercito dell'imperatore. 



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U SOJMURIO CRONOLOGICO 

1695, 44 ottobre. D Pescara proditoriamente b arrettare il Morose. 
4596, 30 NoomiEire. Morte dd maroheie di Pescaro, odiato dagli Italia- 
ni. — Il signor Gioranni si riduce in Fano , anebe per compia* 
cere a Clenente VII, geloso di lui. — TeDta di occupare imcona: 
ma l'impresa riesce rana. 
4S16, li innato. TratUlo di Madrid tra Carlo V e Franceseo I. 
4626, 18 marto. 11 re viene rimesso in libertà. 

4SS6, nella primavera. I polootatì Italiani, collegati con . Francesco I, 
raccolgono nuove forze per liberare l' Italia. — Guerra d^li stati 
Italiani contro l'imperatore. — Q duca d'Urbino conduce l'esercito 
della lega. — Il signor Giovanni capitano generale delle fonterie 
per Francia. 
15S6 , 8 luglio. Il dnca d'Urbino, sotto Milano, si ritira precipitosamente 

in tempo di nolto a Harignano. 
45S6 , Si Ju^Ito. Francesco Sforza , cbiuEO nel castello di Milano , è co- 
stretto a capitolare per mancanza di vettovaglie. — Ripara a Lodi. 
46K, 6 agoito e 13 tettmtbrt. Il duca d'Urbino assedia e prende Cre- 
mona. 
tSlE, ai girimi di novembre- Giorgio di Frandsberg cala io Italia con 
dioioltomila Tedeacbi per socoorrere l'esercito imperiale a Milano. 
— Il signor Giovanni assalta il suo esercito nel parco di Gover- 
nolo presso il Po , e per quattro giorni gl'impedisoa di venire più 
oltre. 
4BÌ6, Si nooembre. Il Frondsberg s'avvicina a Borgoforts sul Po. — Il 
duca d'Urbino lo segue. — Giovanni de' Medici lo strioge assai 
da presso arditamente ; ma giunta una nave d'artiglieria obe il dnca 
di Feirara , nemico di Clemente VII , aveva mandato in soccorso 
dei Tedeschi per il Po, con alcuni pezzi d'artiglieria, al primo 
trarre di au bloonetto il signor Giovanni rimane colpito in qudla 
slessa gamba ferita sotto Pavia. — Per venti ote sta senza essere 
medicato. — È recalo a Mantova, dal suo colonnello Lucantonio 
Cc4>pano, e da Pietro Ajretino cbe stava continuamente al suo 
fianco, in casa dì Luigi Gonzaga; ove, giunto di notte, gli fu su- 
bito segata la gamba da maestro Abramo ebreo. Ma egli vi lasciò 
tanto del percosso e del fradicio , ohe il resto si putrefece , e ne 
segui necessariamente la morte. 
4SS6, 30 tutoembre. Il signor Giovanni muore in ooneeguania della fe- 
rita e deiramputa7.ione della gamba. ~- Tutti i soldati di comune 
accordo scambiano di nuovo le bande bianche in nere, per lutto; 
onde poi proserò il nome. 



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LETTERE 



GIOVANNI DE' MEDICI 



Iftl*, 30 di maggio. 

I. Giovanni de' Medici a Francesco Fortunati pieixmo 
di Cascina , a Castello. 

Garìssìmo quanto padre , magiore. Io vi prìego mi mandiate per 
t'aportalore di questa, che sarà Cesare Nicolò mia cameriere, cin- 
que ducati. Non altro: a voi mi racomaado. A d^ 30 ma^io 1510. 

Vostro , Giovanni. 
E più : 

Giovanni ds' Medici, al Trel^o, fnanu propta. 



151*, U di lu^io. 

i. Al medesimo , m Pireaae o a Castello. 

Dulduime pater , salutem etc. A'giorai passati ebbi una vostra, 
beachè molesta per lo intendere voi essere di mala voglia, che 
mmn m' è didato lo «ssere abseute da voi : et sani» dubio sarei 
mmto. Se Bou ebe mi s' 6 quietalo alquanto l'animo per lo In- 
tcndoB, voi andar oonvalescieodo di bene In me^io, che ne rin- 
gratio Iddio, et cosi lo priego mi vi renda ndla pristina sanità in 
brieve, come desidero. 



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16 LBTTBBB DI (ÌIOVANNl DE' HE DI CI 

Advisovi come per Giecco ebbi fior, i ìa grossonì 40 , e quali 
sono gik quasi consumati ; et per tanto vi prìego che per lo ap- 
portatore dì questa, che sarb Bubino nostro lavoratore, mi man- 
diate abnanco 3 fiorini tra [1), et quello più che volete; et ren- 
detevi oerto, che io non gli manderò male, come non ho fatto in- 
aino qui , ma per potere supprire a' bisogni occorrenti : farete non 
manchi, se è possibile. 

Vorrei ancora mi mandassi, trovandolo, uno buono famiglio, per- 
chè qaello che piacìe ad voi, voglio che piaccia anche ad me; et 
quanto più presto, meglio. 

Cosi vorrei mi dessi adviso se el fratello del Fora , cioè Guido, 
ha tolto moglie come qui s'è detto. 

Né altro scade, se non che quanto posso ad voi mi raccoman- 
do. Die XXV julii MDX. 

Giovanni db' Medici , iu Ghafaggiuolo. 



IH», 5 di aeosto. 

3. ÀI medeBÙno. 

Reverende pater etc. lo ho dna vostre d'un medesimo tenore : 
et per fare quanto piti breve posso ad l'una et l'altra la risposta, 
sappiate come io non sono per venirne a Firenze; et pih, vi fo in- 
tendere cb' io sono di proposito dì non ne stare piti con esso voi, 
et questo basti. A di v d'agosto 1510. 

Giovanni de' Medici, in Mugello. 



151* , 7 d'agosto. 

4. ,41 medesmo,^a Castello. 

Heveretide pater , saluietn etc. Egli è tornato qui ad me el Fora; 
et mostra che voi lo esaminassi ia molte cose le quali vi erano 
state referit« , delle quali , come in verità poteva , dicie havenrì 
giustificato d'ogni et qualunque cosa ; et se nulla indietn restas- 

(() Co'il nell'aulograro. 



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DETTO DKLLE BANUE NERE 17 

si , sono per supplire dove stessi io llubio. Et se io ho ienuta la 
pralica del Fora, non è slato per male alcuno, come forse qual- 
cuno pensa ; ma perchè mi servo di lui, et cogniosco mi è afièclio- 
nato in buona parie, me lo ho ritenulo , et meglio sono hcdificato 
verso di lui die fussi mai. Etcoslpriego vui, se mi amate, siate 
conforme alla mia voglia, che non è iolecila, et cosi per mia parte 
ne justiGchate Iacopo o qualunque altro ad voi ne facesse querela. 

Per le vostre lettere intendo come haresti desiderio che io ve- 
nissi per infine costi : alla qual cosa non ci sono molto disposto , 
perchè so che in tutto potete disporre come se proprio io vi fussi ; 
et pertanto io vi prìego non mi diate questo iscontro, che non sa- 
rebbe sanza mio grande disagio-, et basta, che quello farete voi 
sari ben fatto, che non può essere se non bene. 

Uaretc inteso come el cardinale è qui a Trebbio , et attendia- 
mo a folcii honore di quello possiamo -, et noi altri ancora ad lare 
buon tempo per potere sopportare questi caldi, che pili che altro 
obstano al mio venire. 

Per ultimo vi prìego mi mandiate qualche danaio per potere 
spmdere, et anche trastullarsi a questi freschi: cosi vi priegho 
non mandti. Né altro scade, se non che ad voi quanto posso mi 
raccomando. Die vii augutti MDX. 

Per lo vostro Giovanni de' Medici, in Mugello. 



1U«, n d'agosto. 
a. Al medetimo 

Reverendo in Chrislo padre, saltUan tic. Questa per farvi iiilcn- 
dere come siamo sani come ne lasciasti , che il simile di voi spero. 

Per lo ap^rlalore di questa, che sarh Bongianni (1), o vero Ni- 
colò nostro, mi mandate dua fiorini , et cos'i mi mandale la mulelta 
col fornimento gli ha fatto ci Zurlurì. Per anchora non habbiamo 
dato opera alla ucciellagione ; ma quando fia, lo sentirete. Né al- 
tro, se non attendete a slar sano. Chrislo di male vi guardi. 
Die aevij augutti MDX. 

Per lo vostro Giuvanm dk'Medici, al Trebbio. 

Il Taddei. 

A»ctl.Sl.llit.. Nuota Serit, T.V».. P.tì. 5 



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LETTERE DI GIOVANNI DE' MEDICI 



Scrivete a Diesser Tomaso (1) come in fra olio o dieci giorni lo 
voglio andare a trovare a Pisa. . 



' iftl* , 19 di gennaio (2). 

6. Frìncesco Fortunati a Giovanni de' Medici. 

/. M. etc. 

Magm'fice fili ditectìstime. Tu barai hauto una mia de' zxvi) per 
UDO cavallaio ; et inteso per quella che in essa scrivo ad ser Iacopo 
come non solo per tutta la citt^ , ma per tutto el contado et distretto 
si dixe et tenne per certo cbe tu eri morto correndo el tuo gian- 
netto, el fusti pianto cordialmente da chi bene ti vuole, et io per 
me non credo mai piii morire di dolore ; et se e' non giungoeva la 
lettera di ser Iacopo, et messer Tbomaso , credo per certo che a que- 
sta bora non sarei vivo. Quale subiUi feci mandare per tutto, et in- 
tendere che queste crono cose levate da chi ti vorrebbe vedere 
exterminato: nondimeno, ancora per la maggior parte di fuora el 
dentro si crede cbe tu sia morto , che lo eterno Idio non permetta , el 
li tenga le mani iu capo; né permetta cbe tu faccia cosa che ti possa 
lArre la vita. Bora mi dicono che hanno trovato che tu se' confinato, 
et che questi Otto li hanno confinato cosU in Pisa per pareci^i me- 
si : pertanto se mai pensi farmi cosa grata o giovare a te mede- 
simo, ti pregho con le lagrime agli occhi, et per quello bene cbe 
tu sai cbe io ti voglio et cbe tu di'volere a me, che tu sia contento 
venirtene subito qui , et farti vedere ad ogni homo , che tu sei vivo 
et che non se' confinalo, el poi ire et stare deve tu vuoi ; et facto 
questo, tornartene dove tu judicherai potere stare, a darti buon 
tempo con quelli compagni cbe tu ti eleggerai homini da bene. 
Ricordandoti che questi non sono tempi da andare a spasso, ma 
di starsi in reposo ad godere honestamente ; et per niente non ti 
vengba voglia di andare a Livorno o qua o li), perchè «t per le 
pioggìe et neve distraete el e faugiù grandi , si va per tutto a pe- 
rìcolo di perdere la vila in diversi modi ; et poi non sì può vedere 

(1] Forte Tommaso de'Ueilkci. 

(S) Al computo comuDO, 1041. 



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DETTO DELLE BANDE NERE 19 

cosa alcuna, né bavere piacere o conlento; però vieotene subito, 
che te ne prìegho con tutto il mio core ; dandoti la fede mia , cbe 
se tu vorrai ritornare, ti farò ritornare con messer Tbomaso no- 
stro, et bavere tutti e piaceri et honorì che si convengono ad to; 
perchè da mezzo marzo in Ih si può andare pertutto , et faunosi 
quelle pescherie grosse cbe solo a vederle starai stupefacto, tanta 
copia di pesci et si diversi vedrai pigliare, non obstuDte ch'el tuo 
Pìerfi^ncesco ti desidera assai, perchè si trova indisposto, come 
da Bacciuo presente exhitùtore intenderai; al quale ho commesso 
che Eaccia l'officio teco per me de una lunga lettera : prestali fede , 
et digli obe si ricordi di dirti tutto quello che io gli ho detto. Man- 
doti sei ducati d'oro per lui, acciò che se tu o ser Iacopo o altri 
volessino spendere qualclie grosso, possiate. Harò caro che, per 
questa prima volta che tu se' ito (ora , e' s' intenda che tu non hai 
gìttato via e denari, acciò che, oltre all'altre cose che ti sono ap- 
poste falsamente, non possino con verità apporti et dire che tu sei 
uno scialacquatore, et per diinviare et mandare sozopra ciò cbe 
tu hai in pochi mesi ; però fanne capitale , et fa' tenere conto a ser 
Iacopo di ciò che tu spendi ; ma non ti tenere però le voglie in 
seno , ad ciò non si dica anche che tu sia uno misero o avaro , 
ma magnifico et liberale quanto si conviene allo essere tuo. Non 
ho possuto mandartene pili, per non essere in la citt^, et bavere 
facto questa deliberatione qui per tante baje et ciancio quali si 
dicrao dì te; alle quali subito porrai fine che sarai giunto qui: 
però, figliuolo mio bouo, sii contento venirne ìnmediate, et de 
ogni cosa tua lasciare bavere la cura a me , et non temere di . 
niente , che bai bene tanti parenti et amici che li vogliono bene 
da dovero, cbe ti bastano. Ha fa' quanto io li dico, et raccoman- 
dami a Bongianni , eoa certificarlo cbe sua madre si ba haute a 
morire disperata , sentendo che tu havevi rotto il collo , et ogni 
homo ne incolpava Boagianni, et ne volevano fare dadi et mille 
pezzi, comò di tutto sarete raguagliati da Baccino. Ricordami a 
tolta la casa, et parlicularmente al Vicario et Franceschino , ad 
Rosa, ad Hìchiele et alla tua compagnia ; et guardatevi da' peri- 
coli , et de continuo raccomandatevi a messer Domine Dio , quale 
per sua gratta vi accompagni et ve feliciti per tutto. Ad Castello , 
a di 29 di gennaio 1540. 

F. F. , piovano di Cascina. 



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KITliUE DI GIOVANNI l>E VEDICI 



IftlS, IO di gennaio. 



7. Ucopo Salviati a Francesco Fortunati, piovano di Cascina 
e canonico di San Lorenso , m Pirenxe. 

/bsvs. 

VaienAitit vir. Io ho ricevute le vostre lettere : non ho data 
la sua a Giovanni nò a Giampiero, ad ciò Giovanni non si dispe- 
ri , et maximamente che mi è parso eh' e' si sia alquanto ridutlo. 
Bisogna, piovano mio, andargli drìeto con qualche patienlia insù 
questo fiore della sua eìM, benché io non resti deib-amente dar- 
gli delle briglia ne' denti, per aiutarlo quanto sia posabile. Preghia- 
mo Dio che lo voglia aiutare , et per el bene suo et nostra conso- 
latiooe. Necplura. Romae, die xxjanuariì MDXII. 

Jacobus Salviati , Oratór. 



ISIS. t\ di marzo. 

8. // medesimo al medesimo , m Firmse. 

Heverende in Christo pater etc. Per una vostra de' v del presente 
intendo el cattivo ordine el modo è chostl nelle cose del nostro 
Giovanni, che credo per voi medesimo possiate pensare quanto mi 
dispiaccia. Di poi è arrivato qui lui; et apresso, una vostra de' xii, 
per la quale intendo mandate qua sua garzoni et ohavagb ; et qui 
n'ha tolti infiniti altri; et ha tante brigate intorno, et in modo 
schorre , che non mi conforto poterne bavere cura ; el lo stare lui 
qui , non è punto a proposito per lui , che è necessario o mandi male 
cÌ6 ch'ali ha, o lasciarlo stare el non lo risouolere di nulla, rìiB 
gli iìa vergogna grande; ma in questo modo per adventura si 
potrebbe rimulare , che a Dio piaccia. Né altro. Christo vi guardi. 
In Roma, a d) xxi di marzo 1512. 

Jacobus Salviatiis , Orator. 



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DETTO DELLE BANDE NERE 



)H>,1 di Dovembra. 

9. GioviNM DE' Medici a Francesco Fostunati, in Fù^enze. 

Reverende pater honorande. E' m' è stato raccomandalo qui da 
uno che io non posgo oè vorrei potere deoegarli cosa alcuna , 
Raffaello calzaiolo fioreDtìiio, presente latore, quale o per la trì- 
stitia del padre, o mala sorto sua, si truova ia bando del capo, 
come da lui iDleuderete. Et perdiè io desidero trarlo di taala con- 
tnmat^a, per sati^atione di Ai me n'ha ricerco et sua, sarete 
col nostro Pandolfo Corbinegli, et lo pregherrete con ogni efficacia, 
sia contento per mio amore farlo liberare \ certificandolo die al 
presente lui non mi può fare cosa più grata ; et che io me li offero 
paratisàmo a rendergliene maggior cambio ad sua posta; et rao- 
comaDdatemi ad lui, faccendoni intendere el seguito, et rispon- 
detemi ad l'altre , et raccomandatemi ad la brigata. In Siena , 
addi Ty di novembre HDXfl. 

Fib'ut , Johannes de Medici». 



lUl, (5 di novembre (1). 

10. fi medesimo al medesimo, a Casleito. 

Caiìsimo mio quanto padre. Questa per dirvi come io vorrei 
mi mandasi danari; o che voi mi mandasi danari, o che voi mi 
mandasi una letera di cambio. Vorrei che vi facesi dare a Baccioo 
el mio diamante ; et late non manchi , perchè non ho se non sete 
ducati. Non altro; a voi mi racomando. Pala in frecta, a d) 1S di 
novenbre 1512. 

Giovanni de'Hedk:!. a Roma. 

(I) B tutla sutograh. 



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LETTERE DI GIOVANNI DR MEDICI 



15ia, 19 di dicembre. 



H. Iacopo Salvuti a Francesco Fortunati, canonie* m Sor 
Lorenzo, in Pirmse. 

YmerabiUs vir. Io ho la vostra de*d\ 18, a la quale non mnl- 
tiplicberò in molte parole cum la risposta ; perchè non sono con- 
venienti in una amicitia confirmata cum tanti oblighi et tante 
experientie, quant'è la nostra. Solo vi dirò, et non sansa dispia- 
cere graade, come io consentii l'andata di Giovanni a Napoli, 
solo perchè vedevo che qui in Roma teneva modi da perdere 
la vita et l'bonore in un tempo medesimo, et in piti modi. Lk et 
per camino s'è portato tanto bene, che non si potrebbe dir pih', 
vero è che ba speso in un cavallo et certe altre t^chere cento 
trenta ducati di carlini, che è stato una pazzia ; pure sono cose 
che hanno rimedio. Quel che mi duole è che , poi che è (ornato 

qui, sta quasi ogni notte fuor di casa et dorme cum qualche p , 

dove fa tanti disordini , che è impossibile che possi vivere , oltre 
al perìcolo che porta nello andare et venire; el dì, cum bravi et 
pazie, et Dio voglia non faccia delle altre cose , che a me non sono 
note , della persona sua poco honorevoli : in modo che io sto cum 
tanto dispiacere , che non ve lo potrei mai dire , et per lui et per 
l'honore mìo , il quale mi pare che ci vadia a basso non men ch'el 
suo. Ho cerco di amonirlo amorevolmente , et da me a lui, come ho 
(atto dimolte altre volte. Et perchè non sia quasi mai uè qui io 
casa , aè dove io sie , non l' ho potuto foro ; farollo : et quando non 
ci veggha altro rimedio, farò diligenlia che se ne torni costi. El 
se a voi paressi di scrìvergli questo medesimo, l'harò caro; ma 
mandate la lettera a me, perchè gliene possa dare el non dare, 
secondo mi parrà bene. 

Di questo mio scrìvere non pigliate dispiacere, perchè essendo 
giovane come è, non manco di speranza che noi l'habbiamoa ri- 
durre -, ma bisogna tenerlo vivo a volerlo fare ; et io pe' casi sua 
ho a essere sempre et più diligente et più amorevole che pe'mia 
proprìi. La risposta vostra fatela subito et datela a Giovanni mio, 
che me la manderà per le poste. 



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DETTO DELLE BANDE NERE 23 

Della cosa delle divise tra lui el Pier Francesco n' bo scritto 
qualche cosa alla Lucretia, et scrìveronoe a Girolamo Benivieni 
a lungo per questa altra cavalcata , pn^'el tempo mi manca. 
JVec patirà; bme vaUte. Romae , die xasix decembrù MDXII. 

Jacobus Salviatus , Orator. 



1511, 5 di febbraio (<). 

1S. It medetimo al medesimo. 

Iteoerende pater ete. Uaodo cosU ad voi el Toso , al quale darete 
fiaschi dieci di vino , el cosi al sopradetto darete ducati 8 almau- 
cbo ; et fate uon manchi , perchè sarei vituperato ; sapete che per 
le feste (2] si spende. Né altro scade , se non raccomandarmi ad 
voi. Chrìsto con voi. Die v /èfrruon'i ÌUDXff. 

Veiter fiUm Johannes Johannis de Mbdicis. 

ISl», 6 di febbraio (3). 

13. Il medeiimo al medetimo, a Cattelh {^). 

Reverende pater etc. Allo apportatore di questa, che sark el Toso, 
ordinerete sia dati due paia di capponi buoni per me', et cosi 
haveodo qualche tordo, per detto me ne mandale ; et cosi el vino che 
vi mandai a chiedere jeri , farete che venga di subito , cioè fiaschi 
dieci. A'pìaceri vostri 

Giovanni di G- de'Mbdici. 

Stasera vanno fuori e triomphi ; si che volendo vedere , venite. 



(1) Al computo comune, 1Bt3. 

(S) Le tèste fette per la tornata de' Medici 

(3) Onesta data si derame dal contesto. 

(4) È tatù aalograh. 



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LBTTERE DI GIOVANNI b£ MEDICI 



1S14, S di aprite. 
14. Lucrezia Salviatide'Hrdici a Giovanni db'Hedici, a Ft'rense. 

Amantissimo figliuolo, salute etc. Ho la tua de'30 dd passalo; et 
perchè a questa bora so sarè arrivato Piero mio figliuolo, al quale 
havevo a bocca quello non volevo fidare a lettere detto ; che 
così credo ti babbi refèrìto tucto ; et tu , a quanto ti ha declo pre- 
sta fede , et credi essere la verità ; perchè non mancho penso a te 
ch'io faccia a li mia figliuoli proprii , perchè cosi ti ho et tengo, 
et co^ ti ho sempre a tractare ; et lauto piii , quanto il bene per aè 
medesimo da tucti è denderato. Questo dico per ìnteodwe io ogni 
dì quanto tu ti porti bene et sia ogni giorno col Hag'oiSco Loreiuo, che 
mi è di piacere assai , et consolaliooe. Cosi li conforto a seguitare , 
perchè ti fia laude , honore , utile, et contento più l'un di che l'altro. 

Quanto di tuo veuire qua , io sempre aproverrò di simil cosa , 
quanto tu stesso ti contenterai ; perchè non ho mai voluto se non 
quello tu vuoi tu di simil cosa. Io sarò sempre quella medesima , 
sendo tu qui et sondo tu costi ; cioè in pensare et o[)erare tutto 
quello che ti habbia a fare, et resultare bene et al corpo et a l'anima ; 
et cosi stanne di buono animo et di buona voglia, che mi se'di conti- 
nuo nel core ', ma bisogna che tucte le cose el tempo le conduca : 
che sanza esso non si fa niente. Attendi a stare sano et di buona 
voglia, et bene operare, come sono certa che fai;el Dio non ti aban- 
donerb. Se vuoi da me {nb una cosa che un'altra, non li peritsre 
a scrivermelo , che ti contenterò come mio figliuolo ; che Dio ti 
guardi et conservi. Romae, die 8 opn'/ù IM(. 

Le tue lectere sì dectano in propria mano. 

Io ti raccomando la Maria , che la vadi spesso a vedere. 
Tua ut niater. Lucrezia Salviata de'Hedicis. 



1514, % di giugno. 
15. La medesima al medesimo , a Pirenxe. 

Tamquam fili mi amantissime etc. Ho la tua de'.\iJi del passato*; 
a me assai grata per intendere io come tu stai bene , che a Dio 



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DETTO DIiLLK BANDE NERE ÌH 

piaccia conservarti. Tu dal canto tuo atteudi a far bene ot star 
sano, et rìguardati sopra tutto: et pensa bene a'facti tua. lo ci 
peuso molto più che tu per avventura non stimi , a tuo mantini- 
mento et sanità della vita tua ; vorrei ancora tu me ne adiutassi 
mantenerti , che sauza te io non posso : s\ che , Giovanni mio , ri- 
guardati et attendi a vivere , et fare quelle cose che ti habbino a 
mantenere la vita sana et felice , la quale a Dio piaccia concederti 
assai tempo. Tucto mi fa parlare et dirti l'amore che come figliuolo 
ti porto , et che in verità ti ho ne) medesimo conto et numero dei 
mia figliuoli propri ; et tanto piti , quanto per amore della Maria , 
la quale ti raccomando. 

Veri del Bene va fuggendo la tela al pita che può ; et io ne uso 
ogni diligeatia di rìtrarli dì mano le tua cose ; et noa ho mai po- 
tuto parlarli : di quanto st^irè te ne avviserò. Altro non mi ac- 
cade, se Qou di nuovo ricordarti che ti riguardi , et attenda a vi- 
vere, a ciò che tu possa pervenire a quello che per te si pensa [1}. 
Siamo tucti sani. Romae, die tj junit 1544. 

Tua ut mater , Lucrezia Salviati db'Hedicb. 



ISlft, 30 dì aprile. 

16. Giovanni de' Medici a Francesco Fortunati, a Firense. 

Reverende pater colendissime. Lo singulare amore che mi porta 
roesser Podiintesla capitano di Sieoa (S] , cnm le quottidiane dimo- 
strationi et experientie magiormente me astringono ad rendergli ben 
cambio et equivalenlia. Novamente adunca me scrive, che li voglia 
far comodità ch'el possi tenere in casa nostra dua soi cavalli venali 
per qualchi giorni , ad ciò habino meglior condilione; però siate 

{*) Parole molto signiAcatìve; ma non sapremmo preciso a cbe cosa voglia 
i^on este alludere l'acoorla moglie di Iacopo Salviati , se al matrimonio della 
Ggliuola col aigoor Giovanni , o se a qualche disegno pid allo. 

(Si Pochinieaia da I.ugo fu capitaDo della guardia in Siena nPl (497, e di 
nuovo Del 4008. Pe' mali consigli di quest'uomo iOBoleatissimo e di pravi costu- 
mi , Tu cbe Borghese Petrucci perdesse lo Sialo. — Quaodo BalTaello Pelrucci , 
«escovo di Grosselo e Castellano di Castel Sant'Angelo , dopollajca celata di Bor- 
ghese suo cugiao , entrò al governo di Siena , il capitano Pochintesta ebbe pre- 
cello di partirsi dalla città. Entralo nella congiura contro papa Leooe X insieme 
col candloale Alfonso Petrucci , fu , al pari di lui, privalo di vita. 

Aiui.St.1iii,, JVuorajFrie.T.Vil, P.II. i 



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m LETTERA or GIOVANNI DE* MEDICI 

ooDtento farli lì in caga In Pirenia tal provìBÌone, che el li cavalli 
et chi serb al lor governo habino ogni comoditi et sufiDciente ali- 
monia , Doa vi litlando nwito de l'altrui cara. Serale contento mn^ier 
maDdarmi quei damasco de che ve ne scripsì per don Francesco, et 
quelli sugatoi , almanco quattro, et belli. 

Né altro per bora. A voi mi ricomando. Romae, ultima apri- 
tit 151&. 

Filita, Jo. Mkdices. 



1915 , ! di fuiugno. 

17. Giovanni de' Medici a Domenico Canigum Tesoriere 
di Giuliano i>e' Medici. 

Magnifico tecsauriero mio honorando. In qualunca mia occur- 
rcDlìe prima che bora ho electa V. S. per mio procuratore et 
refugio, remeltendo in lei ogni mio desiderio et salisracione ; però 
che la ho sempre cognosciuta ver di me propitia et meglio dispo- 
sta, né mai fu pigra et stanca in compiacermi: di che prometto 
non essere mai dimentichevole né punto ingrato ; et per questo 
non dubitarò sempre più rìcomandarli li expedienti mìa. Bora son 
necessitalo di dna dogine di guanti da homini da bene, de bella 
sorta, et de un collare da cavallo, et de una testiera de aciaro 
pur da cavallo. Prìego V. S. , et quanto comporta l'amicilia nostra 
la astrengo, ad provedermi del tutto quanto più presto po' et 
mandarme le ditte cose di subilo, oom stare di bona voglia cbe 
di ogni cosa integramente la satisfarò, lo voglio pih jn^to essere 
obligato a lei che ad altri. Et dagami adviso quando si parta el 
nostro signore comun patrone, a cui non volgarmente pregola 
mi ricomandi, tenendomi de) continuo in sua bona gratta, et fa- 
cendomi degno di qualche nove di costà : et si per quella io 
babbi ad fare cosa alcuna , eccomi paratissimo , et fìame gratia so- 
pra gratia poterlo servire. Alla quale per mille volte mi oSero el 
ricomando; et bene valeat etc. Florentiae , ij junii Mf)XV. 

Tutto di V. S., Giovanni dr'Mkdici. 



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DETTO DELLE BANDE KERE 



IH», 46 di goaatio (1). 

18. Pedebigo. a Francesco Fortunati , a CatteUo. 

Reverendissime in Domuio. Per commessione di Danto (2). 
v'adviso come Giovaani è toroato di Magello , et dicesi ch'el ma- 
gnifico (3) ci sarà stasera o domaltioa sanza manco Dessuoo, et 
Giovanili li auderà incontra. Et del venire Dante costassi! non 
vi può compiacere, havendo.a andare incontro al signore di Piooi- 
tùno, che domani (Deo dante) entrerà in Firenze ; pertanto habbia- 
telo per iscusato. Nec plura: Oontiiìatiord vesb^tte me commendo. ' Die 
ti januarii 45)5. 

FEDEaiCUS. 

iai« , 7 di febbraio (4). 

19. Giovanni de'Hedici, <^ nedesimo. 

Colendissime pater. Ad satisfacione del nostro monsignor fra- 
tello (5) et mia , sarete pregato, all' babuta di questa mia, venire 
fin qua ad ciò potiamo rimandare prelato monsignore a casa , aU 
manco di quanto si pò, quieto et contenU» ; et ci^osoerà aperta- 
mente che lo affiamo et meritamente veneramo, facendone quk bon 
esentate de Sua Signoria che sempre n' habiamo fatto , sopra qua- 
Inoca altro de egual grado. Cusl vi aspectamo senta intervallo -, 
et a voi ci ricomandiamo -, che Dio sempre da mal vi guardi In 
Firenze, a di 7 feUvaio 1515. 

Ft7lUt, JOAMNES Jo. HEDIGES. 



Hi Al computo comune, <5I6. 

(*J Cori. 

|3| LonoBO de'Hedici, Dipoie di Lmh X. 

tij Al computo comune , 15i6. 

(S) Cesare Riario, patriarca alessandrÌDO e arcivescovo eletto di Pisa. 



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LETTERE DI GIOVANNI DE' MEDICI 



SO. Fbancesco 1 re Francia a Giovanni Dfi' Medici. 

Mon CDusin. Le cappitaioe Cosque preseol porteur a eslé en 
raon service par loogue espace de temps, ayanl charge de gens 
de pied ; au quel s'est tousiours bien et virtueosement em- 
plofé; eo sorte que me tiens tres contaot de luy: mais pource- 
quo pour le present n'ay de besoiog de gens de pied , luy an 
donne congé. A ceste cause ie vous prìe que en faveur de moy 
luy veillez douner boa recueil et le bien traicter, car il est homme 
de bien; et vous asseure que ea serez tres bien servy. Et vous 
me ferez, en ce faisaot, plaisir tresagreable. Priant aotaot Dieu, 
mon cousiu , vous teoir eu sa tressaincte garde. Escrìpt k Aa- 
goiesme, le ... . (I) jour de Juìng. 
Francois 



1514, 3 di gennaio (S). 

21. Francesco Porti-.nati o Giovanni nE'MEDici, a Roma. 

Magnifice domine et fili dilectistime. Cum questa sarà una inclusa 
a Baldassarre Balducci , che subito vi paghi cinquanta ducati d'oro 
in oro : fatela presentare , che gli saranno pagati inmediate. Sarìi 
bene , quando altre volte vi occorra bavere bisogno , farlo inten- 
dere quindeci giorni avante , perchè , conio sapete , noi non ne le- 
goamo in monitione: etse non fussi stalo l'amico nostro che ci ha 
servito , bisognava provedervcne cum pih longhezza. Non credo che 
sia punto fora de proposito farci intendere corno ci habbiamo a go- 
vernare cum Dante , perchè pur hoggi si gli è dato quindici ducati , 
mostrando una urgeute necessità per la S. V. Qual sarà contenta 
di far la quietanza in ser Antonio , et provedere che si rebabbia la 
tauta dell'altare da Pier Soderino; secondo che intenderh per la 

(1) Uaoca il gioino egualoiente che l'anno. 
(8) Al compulo comune , 1B47. 



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DETTO DELLE BANDE NERE 29 

inclma dìrictiva a Baccino (1). Et a la S. V. del coatinao mi rìco- 
mando, pregandola se ricordi di me dove cogDOSce potermi gio- 
vare. La Maria sta benissimo , et tutta l'altra brif^ta. FUrrmtìae , 
3 jamiarii <516. 

Francesco Fortunato, Piovano di Ctucma. 



1816, 6 di gennaio (3). 

S£. Francesco Suasio al medetimo. 

IQustrìssimo signore et patrone observandissimo. Hoggi in que- 
sto giorno è tornata madonna Maria qai in casa , credo per starsi 
quattro o sei di ; et, Dio laudato , è molto alegra et di bona voglia ; 
dice bavere habute nbvameate littore da V. S. : di ohe ludico ne 
resti grandemente satisfacla; in absraitia di quella non ba cosa 
pib grata che le sue littere. Epsa sta benìssimo , grassa e fresca ; 
et in qualuDca suo processo se porta generosamente et cum tutta 
pmdentia. la sua compagnia ba la Helena sua sorella , et credo la 
teneri sieco, dum mentre starb qoi. Altro non ho da advisare 
a V. S., se non pregarla non se dimentiche dì me sua creatura. 
A la cui bona gratia del continuo mi ricomando ; ijuae dtu fceUx 
vmtt. FloretUiae , vj januarii UDXVI. 
E. V. li. D. 

Humilig servilor . Fbanciscvs Soasia. 



un, 14 giagno. 

S3. Giovanni de'Medici al Cardinale Giulio oe'Medici. 

Beverendisiime in Chrislo pater et domine , domine pluritnwn 
obtervande. Lo exhibitore presente sar^ el nostro messer Jacopo 
^^vestrì , quale fora intendere a V. S- R. el dessiderìo mio , et 



(4) Clo4 Bacerò della Porta , ossia fra Barlolammeo di San Ibrco , pittore. 
Allude alla Urola (oggi nella a. lalleria di Firenze) «IlogaUgli da Pier Sederi- 
ni, per la sala del CoDriglio , clw tn Barlolommeo condusse solo di cbiaroicuro. 

{ti Al computo comnne, 1M7. 



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30 LETTERI! DI GIOVANNr UE' MEDICI 

quanto mi occorra; cbe in summa è, cbe quella se degni consen- 
tire ch'el nostro prete Francesoo da Civildla habia im cerio berte- 
fidolo posto in fra le nostre possessioni sopra rOlmo a Castelb: 
corno particularmente da prefato messer Jacopo epsa intendere. 11 
perchè prego V. S. H. gli piacia hoa solamente prestarci in cif> el 
suo consenso , ma ancora pigliarne per amor mio cura particolare: 
perchè invero la fede e servitii sua verso di me ricerca molto più. 
Et se bene el beneficio predetto è di poco momento , lo estimo 
non di meno quanto fussi di valuta per ogni rispecto- Et però 
quanto più efficacemente io posso la su|^lìco me ne facci gratia, 
ascrivendolo al cumulo de gli altri obblighi ho cum quella infini- 
tamente. 

Per oommission del nostro illustrìssimo signor Duca (1) in questo 
ponto mi parto a la volta di Cortona , per conferirme cum la no- 
stra compagnia dove Sua Excellenlia mi ha ordinato , che a Dio 
piaccia per tutto darci vittoria ; quale col suo benigno aiuto s'ha- 
verh iodubìtatamente se ciascuno farà el debito suo. Prego V. S. IL se 
degni di core rìcomendanni a la Santità di N. S. et a la ExcoUeft- 
tia di madonna Alfonsina (2] : et a V. H. S. quanto più posso homil- 
mente mi raooroando , quam Data etc. Florentiae , xi ftmit UDXVH. 
E. V. E. D. lervitor el 

fiUw , JOANNBS JO. UeDICBS. 



iai9 , so di giugno. 

2*. Patenti di G[OTA^Nl Alfonso de Hortuh , Prottmotario 
apostolico e Governatore di Cesena. 

Per ordine de Nostro Signore et de lo Reverendissimo et Illa- 
strìssimo Monsignor Cardinale da Blbena (3)., del felicissimo exerciUt 
Legato , et de lo Illustrissimo et Excellentissimo signor Duca Lo- 
renzo , per alcuni boni el razonevoli respecti ad voi signori ooo- 
servalorì, homini et persone delle ville iufraacrìpte , cioè Fidiio, 
Cogolara, Harturano di sopra, Harturano di sotto, et Roata, del 



11) Loreaio de' Medici , duca d'Urbino. 
(IJ AlfoMiaa OreiDl , vedova di Piero de' H 
(3) Bernardo Dovizi da Bilibien:). 



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DETTO DELLE BANDE NERE 3Ì 

conta' et distrecto di Cesena, per tenore de le presente vi commet- 
tiamo et comandiamo , gotto ta disgratìa de Nostro Signore et de 
li altri nostri superiori , et altre pene per il nostro arbitrio da im- 
ponersi , dobiali fare cum effecto che lo illustre signor lohanne Ue- 
dice et sua compagnia , slipeDdiario et attineate de Nostro Signo- 
re (1), allogiare ne le sopradette ville et loci del vostro contado per 
tri giorni , incomminciando quando loro vi rioercherauno et corno 
smalta da finirsi; dandoli li aloggiamenti secundo il consueto; et 
in ciò non manchareti. Et in fiiem premfasorum . has presmtes fieri 
per Caacellarrum nostrum n^ascriptum fedmus, sigilloque nostra 
communiri. Datum Cesenae , die xx junii MDXVfl. 
Ioannes Alpìionsvs , Gubemator. 

Alkx.' RnjtKDUB CancetlaTìus 
mandalo lubitripii* 

1S17, 1S di luglio. 
25. Lettere patenti del Cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena. 

fi. Sanctae Mariae tn Porlicu Diaconus Cantàtalit , m cattrit 
LegtUvs. Mandando noi lo illustre signor Joanni de' Medici con la 
sua compagnia in Hontefettro, per fare qualche faclione a bene- 
ficio della impresa et delli subdìli della Santità di Nostro Signore 
et della Excclleutia del signor Duc-a, et in projuditio et danno de'ne- 
mici , commandamo per la presente, per virtb della nostra lega- 
tone, alli prefati subditi et alle community et offltìali di quelli 
castelli et terre ove il prefato signor Ioanni con decta sua compa- 
gnia capitarh , che debbano riceverli amorevolmente , et farli tu- 
cte qodle commodità et usar loro tutte quelle cortesie che Sano 
possibiK ; perciocché essi anche se porteranno cortesemente , et 
con gran modestia verso di loro. E in quelle cose che ricercherà , 
cODcernenti il servitio di Sua Santità et della prefata Excellentia 
debbano obedii^i come farìano a noi proprii. Et non manchino , 
sotto pena della indignatione di Sua Beatitudine et de l'artùtrio 
nostro. Datum Piimtri , die xij julii MDXPff. 

(£. -S,) 

CtNTrUB Pur LDN* FIDI 'li 

(t) Hanc4 un poila, o «iinilo; ovvero deve dire ailnggi, invei-Q di aitoggiair. 



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LETTEKK DI GIOVANNI DE MEDICI 



1517, 36 di luglio- 

86. Altre lettere potenti del medesimo. 

B. Sanctae Martae in Particu Diacqnm Cardinalii , in castm 
Legatut. Mandamo lo illuslre Joaaai de' Medici preseote latore a 
Sancto Arcaogelo eoa la sua compagnia delli cavalli le^ieri. Perì) 
comandamo expressamente per la presente , per la virth della no- 
stra legatiooe, alla comanità , priori, ofGciali et homeni di decla 
terra , che alla presentatione di queste nostre lettere patenti deb- 
bano riceverlo, et dare alloggiamento a luì et alla decta sua com- 
pagnia per tucto el tempo che vi starà. Et non manchino, sotto 
pena della indignatioue di Nostro Signore et de l'arbitrio nostro. 
Datvm Arimini , die xosvj julii MDXVIJ. 

Ctntdius Pbtlonàiidus. 



1&17, 13 di at^osto. 

S7. Fbaucbsco Fobunati a Giovanni db' Medici , 

a Cesfma. 

Jlluslrissitne domine unìce. Mando alla S. V. per Giovanfrancesco (I ) 
suo cancelliere ducati cento d'oro in oro larghi, e la bandiera a 
liste a sua divisa, secondo mi fa intendere per ser Bencio; et 
mando el cavai turco asai bene ad ordine di carne. De l'altre 
particular commissione el occurrentie ne lasserò ra^uagliare la 
S. V. al cancelliere , et epsa sarà contenta prestargliene fede. Re- 
stami solo dire , che se quella non piglia altro ordine de le cose 
sua, noi ci perderemo il credito cum ognuno. Sa la S. V. quanto 
liberamente et voluntieri lo spedalingo a una sol parola sulùto mi 
habbia servito, e quante volte e dì qual summa; e mai gli è slato 
renduto un quatrìno ; et è passato ogni termino , né si ci pensa , 
né si dice che ordine alcuno ci sìa , perchè ol grano non ci vale 
XX soldi. Vogliono ch'io perda questo credito, e che la S. V. non 

II) Degli Albini. 



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DBTTO DELLE BANDE NERE 33 

habia questo comodo e refngio. Paciential Se quella non prove- 
de, se bavere a dolere solo ili sé, et a me dorrb tanto pib, 
quanto non ci potrò riparare, che mi trovo tanto gravato da l'im- 
poste, che sono forzato abaadonare me medesimo, non che la 
S. V. ; et non h homo che per me dica UDa parola ; però la prie- 
go che vedeadoci modo alcuno a rilevarmi, lo voglia usare, per- 
chè l'accerto a' ho bisogno ; e se bene alcuno ba a venire , sìa 
presto , che ne la prìego. 

La Maria si sta con dita terzane, né si ralegra punto , uè può 
mostrare piìt dolore dentro al cor suo , che la si mostri. Dio sia 
quello che l'ainti , poi che altri non ci metteno la mano. 

Nò per questa mi occorre altro, che rìcomendanni a V. S., et 
cum ogni reverenlia ricordargli babbi cura a la salute sua, la 
quale Dio conservi in perpetuo. FhretUtae, xHj augttstt MDXVII. 

Tatto di VS. F. F. piovano di Cascina. 

E perchè la S. V. potrebbe dire : come le posso io aiutare ? li 
dico che e comissarìi de decte imposte sono el generale di Val- 
lumbrosa e messer Lionardo suo de' Medici, fratello d'.\ntonìo; 
ai quali la S. V. po' scrivere, o voglia essere contenta che noi s<!ri- 
viamo in sno nome, et veggiamo in qualche modo esserne aiutati, 
perchè delibero , se bene io ne dovesse parlarne al duca o scriverne 
al papa, rilevarmene in qualche modo ; perchè non ho più un soldo: 
e pare pur conveniente che la S. V. possa aiutare una sua crea- 
tura, poi che ogni fuchino ba quella gratia che vole; peiò quella 
sia conlenta almanco che io usi el nome suo dove mi occorra^ et 
per sue lettere subito ne risponda , commettendo a don Francesco 
che in questo caso faccia quanto gli dirò. 



28. LoHENzo de' Medici, duca d'orbino; 

A Giovanni de' Medici. 

Magtiifice vir tamquam frater charissime. Hogi vi baviarao scriplo 
una che dovessi conferire qui subilo. Per tanto per la presento vi 
diciamo, che subilo alla havuta di questa montiate a cavallo et 

\«CU,St.lT»l.., Kiuipa iVnV. T.VIi. P.li. S 



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34 LETTERR DI GIOVANNI DIf' IIBDICI 

vi conferiate qui, lassando la compagnia vostra de' li cavalli leg~ 
gieri sotto uno buon capo che faccia la voltmlb del commisBario dri 
Borgo. Et altro non occurre. Bette valete. Florentìae, die xxf'amgH- 
sti MDXII. ■ 

Laurbntius Hedicbs Urbini Dux, capilatteiu. 



Cautelli di querela e di sfida passati tua Giovanni de' Medici 
E Camillo Appiano d'Aragona (I). 

1517, 85 di novembre, 

29. Cartella di sfida di Ciooaani d^ Media a Camillo Appiano 
d'Aragona, in Piombino, (2). 

Signor Camillo. A li giorni passati capitando oostl in Pioni- 
bino uno homo che sta meco , et domandasi el Corsetto. , veaendo 
per sue faccende , più volte li parlò ; et dipoi voleodoai partire , 
ti venne a donoandare se tu volevi cosa alcuna da le bande di 
qua. Tu lo tacesti aspettare ; di poi li desti quattro o sei ferita in 
casa taa , oum altra compagnia havevi in casa. Et tntto qudlo 



(1J Di questa sflda lacciopo Inlli i btografl ; tranne Scipions Amuinio , il 
quale ci b sapere qua) ne tu la cagione , e percbè non ebbe «lirimenti effelio 
il duello. Ecco le sue parole : ■ Fu per venire [q duello col fmlello del Si^or 
• di Piombino ; i\t come rbe per opera di chi si pose !□ meizo non fosse u- 

■ gu\lo altro , nondimeno essendogli detto che un cancelller di qael cavaliere 

■ ave» con meno bonor parlato di lui di quel che s) convenin. et che per mm 

■ cattiva fortuna s'era inconlrato a venir in Firenze , et trovarsi ad albergare 

■ all'osteria della Campana , fleramente turbato che oltre a quel che havea detto 

■ gli bastasse l'animo capitar là dove egli era , senza altro consiglio ìmpetuosa- 
« mente uscì di casa; et li corso, da un servidore che a canto se gli trovava il te 

■ in sua presenza uccidere ; el quinci tnonlalo a cavallo et a Castello aodatoiB- 

■ ne, scrisse al Duca Lorenzo, che egli per tema del suo honore s'era partilo ■. 
ilKIralH [fnofmnt tUutlri di casa Mtdici, nel tomo III degli Opuscoli , p.<78, 419.). 
— Colui che li pose tn fnMzo pei cbè il duello non seguisse , è certamente 11 duca 
Lorenzo da'tledici . come si vede dai documenti che s^uono. 

|S) Di questo cartello ve ne sono altri esemplari con la data degli 8 e 11 di- 
cembre 1IH7, e 19 gennaio 1IH8. 



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DETTO DELLE BINDE NERE 35 

hai fatto , lassarò pensare a te se sono tracti da hùomo da bene , 
ch'el maggior tristo del mondo non baverìa lacto cosi vitnperosa 
cosa. Et per farti avedere de lo error tuo , ti fo intendere cbe 
hai fatto male e tristamente , conio bomo vile et da poco : et que- 
sto ti voglio far vedere el cognoscere cum tutte le arme che se ri- 
ohiedono ad ogni bono soldato. Et qui dod ti bisogna pensare se 
non a trovarti CQm l'arme io mane meco , che bo qwrania fartene 
patir la peaiteotia del tao peccato. Et se aerai homo ohe stime Tono* 
re , non manch^'ai a questo ; benché dubito , havendo tu facto cusl 
vitnperosa cosa , dod acoepterai il coDibattere meco ; et accattando 
il combattere, ti maoderà uno campo sicuro corno se richiede a'parì 
nostri ; et non acceplando el combattere , farò quello se richiede 
a un par tuo da poche. Et questo ti basti ; et dotti termine giorni 
quiudici dal di che ricevi la mia lettera. Fatta a di xxv di no- 
vembre HDXVII. 

lo Giovanni de'Hemci proprio la mando. 

Presenti e testimoni soscrìpti: 

Io Domeniche Martelli lui presente a quanto di sopra è smlto. 
Io Bernardo di Felicie del Becbuto fai presente a quanto di 
sofva 6 ioscrlttto. 

1»17, 18 dicembre. 

30. Patente di tiUvocondotto del Marchete Lodovico Gontaga , per 
GtotxMM de* Medici e danilio Aj^iano d'Aragona. 

Loikoiau de Gonaaga Marchio , BotHngiique Cornei , Caesarit Oa- 
pitemeui gewraUt in Italia etc. Havendo il signor Zuane de'Hedici 
et il signor Camillo da PiomlHao da difflnire ciun le arme io ma- 
no, ctun le quale rimaneranno d'aoordo, alcune sue diBerentie 
insieme , «amo contenti per virtù de la presente nostra concederli 
il campo Ubero , sicuro et franoho a tutto transito su le terre nostre, 
maxime in Gazolo; statuendo ch'el proprio di della giornata loro 
habia ad essere per tutto el dì de sedice di febraro proximo <^e 
viene de lo anno 4518 : a qiial termine ciascuna de le parto poterei 
comparere a far il debito suo: permettendo che per compagnia 
loro possino condurre sin a venticinque cavalli per parte , li quali 
racemo sicuri cusl al stare come al ritornare per quanto si extende 



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36 LETTERE DI GIOVANNI DE' MEDICI 

la jurìsdictioDe nostra. El perchè si poafino fare le coDveDiealr 
preparatione , volerne essere advisati se la presente nostra pat>»tc 
sarè acceptata o no da lo adversario: et questo fra diece giorni 
inanti il termioe ; facendoli intendere che non v<demo judicare 
se non quello vedereino in lo stechato. Et vdemo che restino 
d'acordo dil combattere loro inanti si conducano ai campo per ani 
deputalo , perchè non restando d'ac<H^o , non volemo jndicare , 
ma aolum far fede di quanto baveranno al stechato et campo dil 
prefato loco nostro dì Gasolo operalo. 

In quorwn fidem havemo facto fare la presente nostra , rigUtrala 
el dil nostro cousueU) sigillo sigillata. Datam GasoU, die xvtij de- 
cembri» MDUVfl. 

Alexandeh Botm CanetUarìM, de mandato. 



ISIB, di ts gennaio (1). 

34. Oiovamii de'Medici a Camillo A/piano d^ Aragona, 

a Piombino. 

Signor Cammìllo. Per questa mia li fo intendere , da pm non 
ti posso dare cosi) el campo per diffinire nostre differentie , ti man- 
do questa mia sigillata acciò farti intendere che essendo tu homo 
da bene come ti dai ad intendere , et come credo , et volendo lu 
venire a difendere il tuo onore , ti ridurrai in loco dove li possa 
dare ditto campo , et che possiamo fare di forma che 1 signore tuo 
cugino (2) non ci dia impaccio , acciò ti fo intendere non li rìdacen- 
do in loco ch'io possa dare ditto campo, non accepterù le tua scuse, 
et crederW) sia con tuo consentimento non vogli venire a simili 
effecli. Però volendo far tu el debito di homo da bene , ti par- 
tirai di costì et anderai in loco dove io possa mandare el disfinire 
nostre difierenlie ; et faramì intendere dove debo mandare il ditto 
campo , et dove ti ho a trovare. Credo Io farai , volendo tu haver 
nome di homo da bene ; altrimenti ti dipingerò per manchalore di 
le medesimo, che non credo che manchi. Volendo tu mandarmi a 
dire dove t'ò a trovare, manderai a Ferrara, che mi sono partì- 

H) Qui è secondo il compulo comune. 

IS) Giicomo V , signore di Piombino , cugino di Camillo. 



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DETTO DELLE BANDE NERE 37 

to , et sono ilo n , acciò possi mandare sicuramente ch'el non ci sia 
dato impaccio oè dal Duca Lorenzo , né dal signore tuo fratello (4). 
Questa ti mando sigillata acciò sappi l'animo mio , né dirò altro , 
si non che ti ricordo l'onor tuo. L'aportatora di questa sera un mio 
ragazo , acciò poaaa venire a darti la littera per farti intendere 
l'animo mìo, che altrimenti non credo ti fussi data. Ex Ftorentia, 
(Se awy MDXVIll. 

}. DI Giovanni de' Medici. 



191S , ss dì gennaio. 

3S. Hispotta di Camillo Appiano d'Aragona al Cartello del signor 
Giovatmi d^ Medici. 

Signor lohannì de* Medici. AIH xxii del presente MDXVIU, al corso 
di Piombino (2) , ho rìceuto una tua litlera de li xx ; della quale non 
bo preso admiratione se da iniuita causa . centra la professione mi- 
litare, ti sei mosso ad scrìvermela, per essa-e stato et essere di 
COCA tuo solito offitio , non adverlendo ad quello si rìcercha. 

Ad quanto dici esser capitato qua in Piombino un tuo homo 
detto il Corsetto, et più volte havermi parlato et io mostratoli 
bona cera , et nella partita sua haverli dato delle fedite , ti ri- 
spondo qua essere venuto uno vaxallo dello llluslrìssimo Signore 
di Piombino mio fratello (3) , dello Antonino di Cola, chalavrese, al 
quale, non obslanle che havessi qualche poca di notitia de'alcuni 
suoi maligni portamenti et parole inique usate per farmi con teco 
inimico, (oMeti, non haveudone certezza, per esser vaxallo, feci 
«harezze. Di poi in quelli giorni accertatomi del tutto , et conside- 
rata la malignitìi sua , et bavendo ardire di venirmi davanti , li 
detti quelle fedite; da poi che da te non è venuto el ghasligarlo, 
se ne hai havuto notitia; ma io spero che in brevi giorni in maggior 
cosa , se di questa non sei certo, ti chiarìrò. 

Circba a quello che dici di haverli dato cum altri delle ferite, 
che da me non bastava l'animo, ti rispondo che non dici il vero; 

(1) Crediamo che debba ioleDdergi fraUUo cugino ; parche il rralello di Ca- 
millo Appiano (Ferrante) verameote non ebbe mai signoria in Piombino 
(t) Cioè , al compulo comune. 
(3) Fratello cugino. 



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38 LETTERE M GIOVANNI DE' MlìblCI 

perchè sono homo dod solo con simili , ma con ogni par mio, sof- 
fitìento ad darli delle ferite et prìvarìo d^la vita , dandomeoe ja- 
sta causa. 

A qaanlo dici che habbia fatte male e tristamente et da bum 
rile per haver commisso tale delitto , et tutto questo mi voi man- 
lenire coq tutte le anni si richiedono ad ogni buon soldato pari 
nostro , ti rispondo che di tutto ti menti per la gola ; atteso essere 
io solito ad fare et operare cose et virtuose et laudabile pertinente 
ad ogni nobile et bennato : et dimostri , se tal cbosa chiami delitto, 
non bavere bene considerato quello che si ezpecta alla mililia. 

Ad quello che dici die hai caro mi «a advednto dell'error mio, 
et che fori» mentir molti che non credono che mi conduca con teoo 
in quelli luoghi dove habìamo a diffinire nostra differeotla-, ti ri- 
spondo che non ho fatto cosa da radvedennene ; et la tua opinione 
et quella di quelli tali che credono non sia per condurmi è falsa , 
perchè sono homo per condurmi et andare dove ogn'altro hinno da 
bene et par mio. 

Circha al darti notitia di quanto te hai ad provedare, ti rispondo 
che tu ti proveda di tutte quelle armi et chavallì die si apparteo- 
gbano ad uno homo de arme et a la lederà; et similmeote dì tutte 
quelle arme si possine adoperare a piedi ; riservata sempre in me 
ogni eleotione et liberta di potere aocresoere et diminuire arme 
da offendere et da difendere , et di potw combattere et a piedi «t a 
chavallo, armato et disarmato , secondo cb'el parrfe et piacere ad me. 

Circa del looko dove habbiamo a diffinire nostra diEferentia che 
hai dato al tno mandato , ti rispondo per me non essere stato ao- 
ceptato , né ancora recusato: bene ti ricordo noi non esaere privati 
tanti appiedi , atteso che (1 } per provederoi et condurci onorevoliaen- 
te come si appartiene a pari nostri, ci bisogna tempo conveaioite. 

Fatta in presentia dell! sottoscripti. A di zxv di gennaio HDXVIll. 

lo Padovano di Pietro Paulo de Sarna Corso fui presente a quanto 
di sopra « contiene ; 

lo ludìce de la Rocha fui presente a qnanto di sopra si oonlieoe; 

lo M. Guelfuccio da Ornano fui presente a quanto de sopr» si 
contiene ; 

lo ludicello da la Rocha fui presente a quanto dì sopra si contiene. 
Cahhillo Aragona Appiano , manu propria , 
in Piombino. 

(1) Cloi,}i«r (1 che. lamàe. 



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DKTTO DELLE BANDE NBME 



ISIS, G di febbraio ((). 

33. Giooanni de'Medici a Camìito Appiano (f Aragona. 

Signore Camillo, ho rìceputo una tua lettera fatta aUi 85 di 
genoaro, et inteso tutte le particularilb di essa: et ad fin che 
~ qoeste cose nostre habino Sue , et piti presto ohe sia possibile , so- 
Into mandai per Io elongamento dal campo ; il quale ieri , che fa 
venerdì, venne. Et oos\ oggi, che sÌmo alti 6 di febraro, te lo 
nundo, el quale è franoho et secaro et iusto et ra^onevole al con- 
durse ; del che non haverai causa a ricusare in conto sicuro. 

Et co^ ti fo ioteDdere, che al tempo deputato me troverrò al 
oampo a te da me mandato, con tulle arme et cbavalli che tu me 
scrìvi. Fatta in Firenze, a dì 7 de febraro 1518, in preseotia dei 
sottoserìptì 

Don Luigi 

Pietro Sancta *jn 

Guido Vanni 

Cammillo de Crescentio. 

J. DI JUHANNI Dt: HEDICIS. 



34. Manifeito del ligiwr Giovanni d^ Medici, da Ferrara. 

lo lobane de' Medici lacio sapere a qualonque persona legei^ 
questa mia lettera , come per potere diffinire le diflérentie ho col 
signor Camilo da Piombino, io mi sono partito da Firanxe ad ciò 
cb'el signor Lorenzo de' Medici non mi possi astrengere a cosa al- 
cun». Et retrovomi al presente io Ferrara, dove sono per dimorare 
qaalche giorno. Pertanto prego ogni persona , sia signore, sia cava- 
liero, gentilhomo o saldato, voglia per sua gentilezza fare intendere 
al prefeto signor Camillo et le partita mia de Firenze et eh' io mi 
ritrovo a Ferrara ', et eh' io dico che Sua ^noria voglia partire da 

H) Ancbe <|ui è mcondu II coib|)uId co?Dune. 



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40 LKTTBnE DI GIOVANNI DE MEDICI 

Piombino, com' io ho fatto de Firenze, acciò potiamo diffinire le 
nostre differontie cnm le arme in mano : che non si Volendo par- 
tire, né mancho volendo che li miei nontii se presentino a lai oe 
la dieta terra, si come alli giorni passati ha fatto ad uno mio trom- 
beclo li mandai cum lettera et la patente del campo in termine 
coDveDÌénte , per la sua de'25 de sennaro proximo mi scripse ; mi 
tai^ c^lo che lui usi questi termini per non acceptare il locho 
dove lo possi gastigbare de' suoi mali deportamene che nsoe oon- 
tro ad uno mio servitore. Ha da poi che non posso , comò ho 
decto, farli presentare niuoa mia littera né patente, non havendo 
altro modo al presente, ho scripto questa mia, rendendomi certo 
cb'el perverria a noticia de Sua Signoria dove io mi ritrovo , et che 
io ho apresso di me la patente de uno campo franco , la quale li 
farò presentare ogni volta che Sua Signoria mi faccia intendere 
essere fuori della stato de Piombino, in loco dove li miei nontii 
possine andare sicuramente. 

Tenendo adonque conto Sua Signoria dell'bonore, come debe 
fare, et come dice volere per una sua lettera de'2& de zennaro, 
et de tenerne , farh il debito suo a partirsene , et mostrare haver 
voglia de combattere mecho. Ma facendo altramente, mi sirk forxa 
publicarlo per mancatore a l'honor suo. 

Giovanni Bellaghaio di Chirico sia contento, se alcuna persona, 
sia chi vole, levassi o volessi levare ditta littera appìcchala, la 
lasci spicòhare, ma per amor mio si facci dare prima la fede fare 
tutto intendere al signor ChamiUo quanto la importi. 



35. Minuta di Lettera di Giovanni de^Mtdici a Camillo Appiano 
<f Aragona. 

Signor fratello mio. Io seria de opinione che V. S. facesse una 
lettera de l' infirascrilto tenore al suo adversario , cbe causare dui 
boni effecti: el primo sera per chiarire ognuno che ve seti vendi- 
cato de l'acto fatto iniustamente a) servitor vostro ; l'altro per far 
chiaro che V. S. non vole manchare del debito suo in volei^i far 
conoscere che da lei non mancharti venire a l'efiteto, se da luì noD 
mancha. E questo è il tenore ; 

Signor Camillo. Vedendo io che la querelle nostra non poteva 
venire a un fine, stando vui ove dimwate, cioè in loco ove le mie 



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DtTTO DELLE BANDE NEHK 41 

lettere et patente dod ve potevano esser datte né presentate, ci 
ebe per alcuni del vostro sangue fosse cerchato volerla remellere 
in mane de chi me poteva comandare (1 1 , et io non gli negar cosa 
alcuna di quel sorte fossi ; volsi fare a quelli sm^Korì che prati- 
cavano tal compositione quello che feci. Et per dui rispetti gli diedi 
tal morte: ei primo, per vendicare l'acto facesti al servitor mio; 
l'altro , per farvi resentìre, a ciò che habiati causa de venir meco 
a lo efifeoto; et che non mancbale de stare in loco ove io possa 
mandarvi mie lettere et patente, por non star troppo al longo in 
tal praticha. 11 cho non facendo, de ritrovar dillo loco ove li mei 
mandali vi possiano securameute presentare ditte lettere etpalonle 
mie , et ci& che in qnesto negocio convenirà el conviene , io ve 
brò tal dishoDore qual votò el meslicro de l'arme. Adunque non 
manchate in l'honor vostro, che io cussi non farò nel mio. Data 
ia (S). 

151«. 

36. Ciovami de' Medici al duca d'Urbino (3). 

Pensi bene la S. V. se gli pare da mandare uno homo a posta alla 
Excellentia del Duca con la infrascrìpta lettera : 

Illustrissimo principe et unico signore mìo. lo intendo che la 
Excellentia vostra va in Francia (1) ; et perchè io desidero servirla 
per lutto, la pre^plo quanto più efficacemente posso, si degni essere 
contento le faccia compagnia, dandomi lei sola quella penitentia gli 
pare del mio fallo commesso ; certificando Vostra Excellentia che se 
bene io non excUBo l'errore mio, le dico nondimeno che cib che ho 
facto, è stalo solo per vendicarmi di tanta offesa ricevuta : il che mi 
duole inaino all'anima , intendendo che Vostra Excellentia ne ha st 
ffaaàe dìs[Haeere, et tanto più quanto io cognoscho havere errato 

(4! S' intende chs questi era il Duca Larento. 
(S) Coà anìMS l'or^iLale. 

(3) E una minula di lettera , f6rw dettala dal Fortunati o dal Sumìo , la 
quale 11 ^gnor Olorannl scrisM, o doveva scrìvere , per Iscueirsi col Duca della 
(Oda mandala al d'Appiano. 

(4) Il duca Lorenw) andò alla corte di Francia nel 154S per levare al ronle 
battetimalB un agliuolo di Francesco I , e per celebrare le nome con Maddalena 
De La Tour d'Auvergne. 

Aub.8t.Iiu., JVwuw Serie, T. VII, P.U. S 



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42 LETTEBE DI GIOVANNI De' VEDICI 

per non bavere bene inteso Vostra Excellentia, percbè noD sarei mai 
cascato in tale errore ; et però pregho Vostra Illustrissima SigDona 
con tulio ei mìo core, el per la pietà del nostro ^gnor Jesu Cristo 
si degni lei sola perdonarmi , punirmi et acceptarmi seco in 
questo suo viaggio ; la quale cosa Vostra Exceilentia tanto più facit- 
mente può fare, quanto tutti gli amici della sua famiglia non deb- 
bono essere ricognosciuti né puniti da alcuno altro superiore che 
lei : et a Vostra Exceilentia l' burnii sua creatura sempre racco- 
mando , expettandone con sommo desiderio votiva risposta. Quale 
Dio feliciti etc. 



ISIT, 33 di febbraio (1). 

37. Maria Salviati de'Hkdici a Giuvanni de' Medici, 

a Ferrara. 

Illustre mio signore consorte honorando. Da 'ser Bencio et di 
poi da Mezoprele la S. V. bavera inteso quello che occorreva , et 
a quest'hora si sarb resoluta a la salute sua; cbe cosi piacia a 
Dio. Ho di poi una di V. S. cura una a la Exceilentia del Duca; 
et ho messo ad effecto quanto mi comette ; et per don Francesco 
feci presentare la sua [ì) et la mia al Duca, quale vidde mollo vo- 
lunlieri ; et lecta , la mostrò a monsignor Cibo et a Jacopo mio 
padre, mostrando haver piacere del dispiacere cbe la S. V. ha de lo 
errore commisso(3j, et dìxe queste parole : Quando Giovanni fai^ 
el delùto suo, farb per sé, et io non poterò abbandonarlo. Però, 
signor mio, io prego la S. V. sìa contenta del contìnuo scrìvere a 
Sua Exceilentia, et in verità rìcomendarsegli , cum dimostrare che 
mai non è per partirse da le veglie sua, et cum effecto farlo, a 
ciò non se tenesse schernito et uccellalo da quella ; e cufd po'es- 
sere sicura che ogni cosa sua anderà bene, altrimenti tenga per 
certo cbe ogni cosa va a monte, et che faremo male : io dico ma- 
le , senza alcun remedio ; a che pensando mi si divide el core. Et 
se presto io non mi assicuro de la mente vostra , la certifico mo- 



<l) Al computo comune , 4518. 

iS) Forse è !■ eiimpala svanii s queaU.- 

13) D'avere sHdato Camillo d'Appiano. Vedi le ledere precedenti. 



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DETTO DELLE BANDE NERE 43 

ro disperata ; e tutta piena di lacrime me ne vado in moDasterìo, 
per n<m uscire se altro con/orto non dò la V. S. Qual prego , sup- 
plico et astrìngo, non voglia abandooare sé et me in uno tracio, 
et bora che si trova gratia la voglia pigliare, et non aspectare mi- 
glior fortuna , che dubito non sia per ritornare mai piti. E me 
scopia el core, non so più che mi fare, e me pare essere una 
bestia a&tto. Provedete, el mio signore, a li facti nostri, che vi 
prometto ci bisogna ; et avvisatemi corno mi ho a goveroare in 
ogni parte, e cum prestezza; ricordandovi del continuo di questa 
vostra sconsolata consorte, che cum le molte lacrime sai viso vi 
si racomanda. Che lo Etemo Dio per tutto l'accompagni. In Firen- 
ze , a'ói 22 di febraio HDXVIl. 

Humile vostra cousorte Maria Salyiata de' Msmci. 



1S17, 28 di febbraio (1). 

38. La medetima al medesimo. 

lUustris oc domine et coraors cor."*, comendatione etc. Venardì 
sera, che fumo a dì xxvj del presente, arrivò qui Mezzoprete, et 
a bocha mi raguagliò di quanto V. S. lì commesse ; et a quanto 
ne parve eipediente demo exequutione. Et per essersi partito la 
Excellentia del Duca , presentai ie lettere a Madonna Alfonsina , 
et al cardinale Cibo si manderà la sua a Usa , dove Sua Signoria 
Reverendissima si tniova. Trovai madonna assai beue disposta in 
verso V. S., et che all'haata risposta dell' Excellentia del Duca, 
risponderebbe a V. S. Comlortovi a stare di buona voglia , che 
spero le cose passeranno bene. Vorrei che mi avisassi quello sia 
da farsi de' cani sono a Castello , perchè logorono tre stala dì pane 
el giorno, et non è il bisogno nostro; pure advìsate quello volete 
. eh' io faccia, che come nelle altre cose non vi ho mai scontentato , 
in questa an(^ora non vi mancherò : et se non farete quello che 
avanti la partita vostra mi promettesti , sarete causa che io con 
le proprie mani mi occiderò. Jacopo nostro padre non vi scrive 
altrimenU, ma hammi commesso che per sua parte io vi conforti 
al sperare di questa cosa prospero successo. Stemmi in Santa Or- 

(4) Al computo comune , 4618. 



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LbTTEHE DI GIOVANNI DE* MEDICI 



sola , perchè, seodo del marito [wìva, non mi patisce l'animo stare 
nel consortio dc^lì attri. Hi racooiDando adunque a V. S. , fWK 
bene vateat. Ftorentiae, die xxviij februarii MDXVIÌ. 

E. V. III. D. Coraors cor." Maria. 



ISIT, 1.* di marzo (<]. 

39. Iacopo Salviati a Giovanni de' Medici, a Ferrara. 

Giovanni, figliolo carissimo. Io ho ricevuta la tua per Meaopre- 
le , la quale del male mi ha dato non fncbolo conforto, pensando 
che quello che tu mi scrìvi babbia a essere la verità , che non li 
habbia a partire dalla voluntà di N. S. et della Excellenlìa del 
Duca, né trapassare quella in uno minimo iota; et (accendo cosi, 
come mi pare essere certo, perchè non so che mai della parola tua 
mancassi , ho speranza in Dio et nella buona mente di N. S. et 
della Excellentia del Duca (el quale so die ti amava da fratello): 
che le cose tue, non ostante che lo sdegno sia grande verso di te 
{perchè dove è grande amore è grande sdegno) , baUnne con qual- 
che tempo a pigliare qualche sexio , di che tu babUa a restare 
consolato. Seguita pare con tutti gli obsequii che tu puoi et con 
tutti e meli di farti loro ^a(o ; perchè tenendo questo stile , bo . 
speranza in Dìo che non ci mancherk partiti et buoni : fBoc«ido al- 
trìmeDli , sarebbe la rovina tua manifesta. Et prestami fede , per- 
chè t'amo più che figliuolo, che quelli in chi più confidassi et che 
più stimassi , sarebboBO quelli che per fare e fecti loro ti darebbono 
et prigione et morto, per satisfare a loro Signorìe ; et tucte te ca- 
rezze et dimostratione di honore che ti sono Eacle, ti tomereUxno 
in centrano. Non ti maravigliare che ti tomi a replicare questa 
cosa per tanti versi , perchè ne è causa la grande importantia 
che cognosco in epsa; né satisfarei ad me et ad quello che ci ia- 
taido drento, se ti scrìvessi una lisima di f<^li. Potrestimi dire: 
tu diffidi di me; et haresti forse ragione. Quello che io dico o 
setvvfì è più presto per satisfactìone mia et per la importantia 
della cosa, che per diffidentia ch'io habbia de' cesi tua, che so 
che non te manca cervello quando lo vuoi aoperare; et, come li 
ho detto, non se' per dire se non quello vuoi fare. 

^) Al computo comune, IMS. 



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D£TTO DSLLE BANDE NERE IS 

La Btaou tua, ascondo me, oon credo che habbia ad es- - 
sete cotesta ; né per ora mi occorre luogo che mi piacesse più ohe 
quella di Homa, pciroliè credeirei fusai con più honore et s«t>- 
sbctitme tua , che nessua altro luogo ; et ancora non senaa qual- 
che speranza dì poter» bavere a rioovere qualche ppofioto ; di dke 
' mi pare che haUn bia«{^ non piccolo, trovandosi le cose tue nel 
termine ohe sono. Barò caro mi advisi di tua oppinione , per non 
bavera a cercare cosa che fussi fuori della volontà tua. Io ti 
scrìpsi che la Maria era bene che se ne venissi a stare con esso 
meco per più coosolatione sua et conforto, et per poterla in- 
diriizare con manco disagio a quelle cose ohe sono per il bisogno 
tuo. Barò caro che non me ne baveudo risposto per la prima , lo 
farai per risposta di questa, et che ancora scriva a lei quello che 
è la voiuntk tua, perchè sarebbe impossibile poterla variare et 
mutare da' ricordi ohe tu li havessi dati, et da quello che pen- 
sassi per via nessuna poterti satisfare. 

Né più mi octxqre : attendi a stara sano, che Dio ti guardi. In 
Fireexe, adi£ i." di mi8fzo 1617. 

Jacopo Salviati , in Finiue. 



1S17, 1.0 di marzo («]. 

iO, Maria Salviati de' Medici a Giovanni de' Medici, 
a Ferrara. 

Yhssvs Mahia- 

Consorte dilettissimo. Io vi scrìssi beri pw el cavallaro del 
Duca di Ferrara, coEoe Hezzoprete era giunto salvo et qu^lo che 
era st^to: sono certa che ad questa bora harete havuto le lettere , ■ 
e per6 non le replicherò altrimenti. Handovi el Sardo ^ quale ^ tor- 
nato con le lettere iodrieto, come intenderete. Con questa sera ima 
dì mio padre , quale si trova dolente di questo vostro caso più di 
me , et non posa di né notte per terminarlo con manco sinistro et 
nota nostra che si può; et speriamo gli riuscire , che così piaccia 
a Din per sua misericordia e gratia. Et per questa non mi occorre 

(1} Al com[)ulo ooniaDe, 1M8. 



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46 LETTERE DI OlOVANM DE' UEDICI 

altro, salvo che pregarvi quanto io posso, siate contento subito 
soluto cbiarìrmi se e] Corsetto ha alcnno secreto de vostro cbe 
importi, perobè questo examiDarlo cosi trìtameale mattina et sera, 
mi fe stare molto di roala voglia , et però non vi sìa grave diia- 
rìnnene con ogni prestezza , che ve ne prego con tutto el mio coro. 
Et di continuo a voi mi raccomando. Prima martii, 1547. 

La vostra sconsolata consorte Uabu , in santa Orsola. 



1U7, 10 marzo (1). 

il. Giovanni de'Hbdici a Lorenzo de'Hbdict Duca gVrbino. 

Ilhltriume et Eaxtllentiitime Princepi et domine mi praedpue , 
humlem commendatiwiem etc. la questa bora ho receta una let- 
tera da Musacchiuo quale allogia al Castel de mezo ; quel lettera 
mando ad V. Excellentia preimserta in questa mia , aspeclando re- 
sposta da quella de quanto havemo da fare noi che simo qui io 
Fioransola. Altro non me adcade, se non continuo ricomandarme ad 
V. Illnalrissima et Excellentissima Signorìa , quam Deus ad altra m- 
amdet. Noi slamo qui vigilando. Ploreniolae, x.^ mm-tii MDXVII. 
ServtUut obeiUen», Jo. de Mbdicis. 

1B17, «3 di marzo (S). 
iSS. Iacopo Salviati a Giovanni de' Medici. 



Giovanni Genero et figlio carissimo, lo ho havutto dua tue: 
l'una de'dl 3 del presente, l'altra sanza di; et 6 piacere gran- 
dissimo della dispositione tua et di quello che ha referilo Carlo, 
che non sia mai per partirti dalla voglia della Exceilentia del 
Duca : certificandoli che contiDuaodo in cotesto proposito , come mi 
pare essere certo, perchè non intesi mai che manchassi della parola 
tua a persona, farai e facti tua et piti presto e meglio che tu non 
pensi ; et se vedi seguire qualche cosa fuori della voglia e desiderio 

(1) Al compulo coniane , 16<8, 
(Sj Al n>mppto comuoe, 1148. 



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DETTO DELLE BANDE NERE 47 

tuo , non te ne isbìgottire , perchè tulio penso che sia facto per sa- 
tisfare a questo uuiversale, el quale si tieoe molto offeso di questo 
acto, et per potere più giuslifìcatamente , el eoa mancho tuo caricbo 
richiamarli quanto i tempi lo comporterauDO. Insomma io non ci 
oonoscho nulla , et partni che il procedere sia tutto da padre a 
figli(do, et così ti conforto et prego che l'acceptì , perchè in questo 
coDBisle la salute tua el non io altro. 

Io non t'ò scrìpto che quegli in chi tu ti &di siano per darti 
prigione , et se te l' ò scripto , ò errato, perchè sappiendo io che la 
Excellentia del Duca è per riceverli per fratello et noa per pri- 
gione, sarei suto pazzo a scriverli una simile cosa, ma ben t'è 
voluto dire che quando la Excellentia del Duca volessi maligniare 
( il che techo non é per farlo) , non è nessuno che per fare piacere a 
Sua Excellentia et a Nostro Signore non ti dessi prigione : et così è 
la propria veritè , et e nìmici loro per riconciliarsi et fare e fkcli 
[oro sarebbono oplimi. La Maria è tua , et àia a governare a tuo 
modo-, né sarebbe in mio potere, né vorrei disporla fuori del volere 
tao: se ti contenti che stia in moDasterìo, facciasi quello che pare 
a te. Crederei lussi stata più contenta qui in casa, et che a le non 
fussi nociuto; non di mancbo, fìat voluta! tua. Ne più: Cristo di 
male ti guardi. 

Jac. Salviatl 
In Firenze a di xiii di marzo 15<7. 



1519, 87 di maggio. 

43. Giovanni de' Medici a don Francesco Suasio, a Firenze (4). 

Don Francesco. Io vi mando el chavalo per Batagla , et vorrei 
che anda^ve a Roma, et facessi quello v'ò dito, che non manchi; 
et del fatto della procura, el prete (8) m'ha domandato lenpo et 
di : per6 vi partirete e andrete; e vi manderò subilo che sarà fatta 
la procura , io ve la manderò ; e andate dal piovano da mia parte , 
et domandategli dieci ducati per andare; el io gli scrivo questa pò- 
Uza a ciò che ve gli dia. Non altro : a voi mi racomando. A di ven- 
tisele de magio 1618. 

GiOVANM db' Medici. 

(1) È tutu aulggrah. 
(S) Francesco Porlunali. 



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LETTERE DI SIOVANNI DB' MEDICI 



1518, ¥7 di maggio (t). 

44. Giovanni dk' Medici a Francesco Fortunati 
di Cascina. 

Carissimo piovano. Pragovi vogliate dare a don Francesco (8) dti- 

chalj dieci d'oro, et priegovi dod maochare perchè va a Roma 

per mie {accende, e aportate due sparvieri al papa, et priegovi wm 

manchiate. Non altro : a voi mi raconnando. A di S7 di magio 1518. 

Giovanni de' Msma mano propria. 



»l», t.o di luglio. 

45. // Cardinale Giovanni SalviaTi a Giovanni de' Medici. 

Magni/iee sonme noater dilectistims, S(^utem etc. Benché deside- 
raodo noi rispondere alla vostra de'xx più con le opere che con le 
parole, come havemo tetto et siamo per fora sempre nelle cose vo- 
stra , non ci occorressi di presente dire altro , che offerirci « voi ; non 
di meno tornandosene in là il presente exhibitore vostro uccellato- 
re, quale, facta buona experìentia delli sparvieri mandasti alla San- 
tità di N. S., che li sono suti gratissimi , come per altra, si dize, ha 
obtenuto licentia di tornarsene; non hahbiamo voluto venga sanxa 
nostre lettere , et per significarvi che detto uccellatore ha fatto 
bene et diligentemente lo offitio suo , et se ne ritoma ad voi eoa 
buona licentia et sattisfactione di ser Apica a chi fu commisao la 
cara delli sparvieri; et che la Santità dì N. S. vi ha in quello buono 
concepto vi s'è scrìpto per altre nostre, et che oon poco di paUm- 
tia et buono governo <ti vita , supererete ogni traversia di fortuna ; 
et però state di buona voglia , et noi oon manchereno in tutte le 
ocoorrentie di tere opera ài buono parente; et voi alla giornata ci 
ricercherete secondo le ocoM-rentie vostre; et bene valete. Ramae, 
dk i.'pdU MDXVin. 

Dti frater, Jo. Cardinalis de Salviatis. 
[Sarà conItniuKo netta seguenle Dvptnta). 

■J) è taU* «ytograb. 



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SOCIETÀ COLOMBARIA FIORENTINA. 



B DEL tS MIGOI» i8j8. 



KArP«BT* 



DEL SEGRETARIO CESARE GUASTI W. 



Nella Bolenne twnat» che, sotto gli auspiciì delta nostra celeste 
PatroDa [% , inaugura il ceDventesimoterzo aoao della nostra So- 
cietà , parve bene al merìtissimo Presidente che io raccogliessi in 
brevi parole quanto fu fatto nel decorso anno accademico, e a voi 
Colombari lo ricordassi ; e per rallegrarci scambievolmente della 
nostra nuova operosità , e per coofortarci a cose maggiori. E risa- 
lendo a quel giorno (3) io cui vi piacque eleggermi all'ufficio di 
vicesegretario (ufficio a cui mi duole che uè gli studi miei né l'in- 
g^no possan render l'onore ch'egli a me reca) , trovo in vero 
DOD poche ragioni onde dobbiamo lietamente sperare. 

Non iguari che le Società vogliono avere costituzioni ben fatte 
e b«ie osservate , commetteste a tre soci (4) la revisione delle 



(4] Vedi la precedente dlspeDu dell'Jrchun'o Storico, pag.187. 

li) SanU lUri* Uaddaleoa de'Puil , delta cut hmiglìa usci il foodetore deUx 
Societi Colombaria. 

(3) Lo KrìTente fu eletto vicesegretario il <6 novembre 1856 ; e segretario 
nella solenne toroata del SA maggio 1867. 

(i) Consiglier Pietro Capei , caDODÌco Giuseppe Bini , cav. Francesco Bonaini. 
Le Costituzioni vennero approvate nella tornala del SI giugno <36T, e quindi 
(Umpale eo'torchi della Galileiana. 

Aid.Si.lT.. Ifuom ilerit , T.Vll, P.ll. 7 



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50 SOCIETÀ COLOMBARIA FIORENTINA 

antiche, rinnovaste l'anzianato dei XII, e due censori ordinaste, 
pensando fin d'ora a quel tempo in cui la Colombaria dovrk ri- 
prendere la pubblicazione degli Atti. Ha di tutte queste rìfomie 
noa era priacipalìssima ; e il Presidente volle cbe pel mìo labbro 
vi fosse proposta, u Se la Colombaria [io vi diceva nella Hornata 

■ de'18 gennaio 4857} può sperare di tornar utile agli studi ( oè 
a v'ha ragioae perch'ella non debba sperarlo ) , ciò solo avverrà 
« qaabdo , senza spargersi per molte discipline , si occuperk di 
« preferenza nelle ricerche e nella illustrazione delle antichità to- 
i scane. Le quali essendo tuttavia in pregio, il dedicarvisi di i»o- 

■ posilo non può essere senza onore per una Società che, avendo 
a ornai legittimamente occupato questo campo degli studi , e datone 
« bellissime prove , non può temere in ciò competitori , come nelle 
« lettere e nelle scienze. Lasciamo alla Crusca il vanto della lin- 
gua; lasciamo che i GeorgoGli si facciano merito degli stadi 
• economici p statistici; e che l'Ateneo si diporti ora pe' dilettosi 
« sentieri del bello , ora per gli ardui del vero. Sia nostra l'aati- 
« qua ria. Noi che abitiamo il suolo degli Etruschi , noi sangue lati- 
<• no , abbiamo diritto di partecipare a tre civiltà , possiamo dir 
' nostra la storia di tre grandi popoli. Cosi la Intesero i Colombari 
« che ci precedettero , uè minore ampiezza vollero concessa ai loro 
> studi. Basta aprire i tre volumi delle nostre Memorie. Un ano- 
(r nimo Colombario difende Tito Livio quando si fa narratore di cose 
a prodigiose ; il Venuti disserta sul gabinetto di Cicerone ; disputa 
« il Guazzesì su quel tratto della via Cassia che veoìva da Chiusi 
« a Firenze; il Muratori, sopra i servì e i liberti; il Ciaamaccl, 
<i sulle XII Tavole : ragiona il Passeri su i monumenti etruschi 
a scritti e figurati del museo Cortoneso, sull'ossileglo degli antichi, 
a sull'iscrizione osca di Nola: il Hanfii parla della diplomatica 
a nelle sue attinenze colle lettere ; e illustra le pile dell'acqua santa 
ir scolpite ne'bassi tempi , che si trovano per le chiese dì Firenze. 
d II Targioni illustra il fiorino di sigillo della Repubblica ; altri , 
a un cimelio sacro scavato presso Aquileia ; ed altri , il deposito 
« di Gastone patriarca di Aquileia , che si vede nel (empio di 
a Santa Croce. Le pietre preziose , i minerali , i fossili , trovarono 
« fra i Colombari illustratori intelligenti ; alla lapidaria e alla au- 
« mismatica bastava un Gori. Col proporci pertanto di ristrigoere 
a i nostri studi , voi vedete che il nostro Presidente doq viene a 
« renderne troppo augusti i confini ; e ci oflre poi il modo di r«n- 



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SOCIETÀ COLOUBAHIi FIORENTINA SI 

« dere le nwtre tatìche frultaose e progiate. Che i canli de'poeii 
R paasano', le lettere s^^ono troppo le vicende del gusto; le scieoie 
« ogni giorno iDvecchiaoo : ma le opere d^la erudizione si fanno 
« c^ tempo piì) rare , né solo restano co' monumenti da loro illu- 
s strati, ma ai monumeDli sopravvivoDO per custodirne la memoria. 
a CM rammenta oggi più gli arcadi contemporanei del Muratori , 

■ del Gorì , del Lami , del Querini ? Ha chi non seate gratitudine 
« per questi uomioi modesti e operosi , ogni qualvolta si prandooo 

■ a coDsnllare quegli immensi volumi , veri armari di ogni più 
1 riposta enidÌEìone? • 

L'assenso vostro secondò le mie parole : né e quelle oootrafie- 
cero i soci a cui toccò in questo tempo la volta del leggere, o che 
ai mancanti supplirono. Che se il dottor Angelo Bonci ragionò 
d^a medicina [i), e il canonico Giuseppe Bini della istruaione 
l0iteraria e religiosa {%) , ciò avvenne prima che le rinnovate co- 
etituiioni avessero ricevuta la vostra sanzione : quantunque io creda 
che v(dentieri avreste dato luogo in ogni tempo a un ornata ragio- 
namento , in cui , dopo essersi lamentato dello sterile profitto ohe 
si ricava o^ dallo studio del greco e del latino , per difetto di 
metodi, mostrò il Bini la convenienza di dar compimento allo 
studio ddle scienze umane con un qualche iniziamento alla sciensa 
divina. Tema gravissimo , e che deve reputarsi imputante da 
quelli a cui spiace che Jion solo leggermente si tratti nelle scuole 
l'etica cristiana , ma a cacci affatto dall'insegnamento la lettera- 
torà de'secoli in cui 6oriroao i Padri greci e latini. 

Né la importanza del sul»etto scusò meno il cavalier Giuseppe 
Martelli (3) per essersi alquanto allontanato [dalle costituzioni col 
discorrere in due memorie dei vari provvedimenti da lui proposti 
per Firenxe io vantaggio della pubblica igiene. Costretto a passar- 
mene con questo breve cenno , godo di potervi annunziare che 
l'autore provvede al comun desiderio col mandarle alle stampe. 

Tolta occasione da due ricevute scrìtte dalla mano del gran 
Michelangelo , e da un altro documento rinvenuto con quelle nel- 
l'Archivio di Stato , prese Carlo Milanesi (i) a soggetto di una sua 



(4) ToroaU del SB dicembre i«K. 

tij Turnato del n febbraio 1NS7. 

(3) Tornale del 1t luglio 1SB7, e dei U febbraio m 

(fc) ToniaU del 19 aprile 18(17. 



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53 SOCIETÀ COLOUBARIA nOBENTINl 

lezione , la facciala di Saa Lorenzo ordinata da papa Leooe X al 
Buonarroti ; e ora illustrando , ora correggendo gli storici, espose 
le caconi per cui fortunatamente quel pensiero non ^be effetto, e 
la facciata di San Lorenzo restò nuda come le altre facciale de'piit 
insigni templi iìorentiai : delle quali il socio nostro da suo pari 
discorse , esprimendo quel volo , a tutti comune , che qoesli mo- 
numenti della religione e della civiltà degli avi abbiano degna per- 
fezione da degni nepoti. Lo che parendo al cavalier Zobi che non sia 
per toccare al tempio di Santa Croce , quando si continui a edi- 
ficarne la facciata nei modi gih ordinati , ottenne , come socio cor- 
rispondente, di leggere fra noi una memoria (1), in cui si propo- 
se, e di trattare (sono sue parole) a del materiale più acconcio al 

■ lavoro , e di dimostrare come non possa esser ragionevolmente 

■ riferito al Cronaca il disegno, del quale avvi qualche traccia 
a d'esecuzione sulla facciata in questione s. Essendo comparsa 
alla pubblica luce questa scrittura , io non vorrò correre il risico 
di oscurarla-, ma allo Spettatore (2) rimando chi voglia considoraria, 
come al Giornale storico degH Archioi (3), chi amasse leggere i do- 
cumenti Hicfaelangiolescbi illustrati dal Milanesi. 

Alla erudizione strettamente fiorentina si tenne pur l'avvocato 
Giuseppe Cosci , seguitando a svolgere la storia del nostro Leonto- 
Irofio, o serraglio dei leooi mantenuti a pubbliche spe^e, con due 
memorie che illustrano il serraglio di San Uarco (4). Già eoa molte 
lezioni ha il Cosci dal 1852 a questa parte intrattenuto i C<4ombari 
intorno alle vicende di una, direi quasi istituzione tutta nostra, e a 
cui il popolo annetteva tanta importanza da credere unite le sorti 
del Comune air esistenza di quella feroce famiglia. Considerato ora 
dal lato politico , ora dall'economico, or in ordine alla storia civile 
ed or alia naturale , rifiorito di aneddoti , collegato ai grandi evrati 
della patria, e agli uomini che in essi grandeggiano, il Leontotrofio 
ha acquistata varietà ed importanza ; e quando il nostro socio si 
risolva di lame parte al pubblico , la sua monografia dei leoni non 
ssrh delle meno curiose. 



(1) Tornata del S7 Geltembre fSST. Il Zobi.presenlò alla nostra Società altri 
loì scritti Goocwaentl lo gtesao tema, e Inseriti nello Sptitalore. 
{%] N.* 40, aoQo III. 
13} Tomo 1, pag. 50. 
(4) Tornate del 3 maggio e 30 agosto 18S7. 



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SOCIETÀ COLOMBARIA FIORENTINA 53 

Da PireDte ci trasportava a Pisa il cavalier Francesco Bonaini, 
coinnnicaDdoci un piccolo documento , ma prezioso per esser l'anioa 
memoria sincrona che ne rimanga del celebre Fibonacci (1). Il no- 
stro sodo la trovò in nn codice dell'Archivio di Stato che con- 
tiene il Constitnto Pisano, fra le addizioni del 1841. E un tal do- 
comento avrebbe meritato per la sua rarità di essere riferito in 
questo rapporto , se il Booaini non l'avesse gii posto in luce, so- 
compagoandolo con alcune considerazioni , nel Giorwde ttorieo 
degU Archivi (S), e il tipografo Nistrì non ne avesse moltiplicate 
le copie. 

Ben pib lontano ci conduceva il professor Giuseppe Bardelli (3) 
(senza per altro allontanarsi dall'obietto de' nostri studi) invitan- 
doci a conùderare l'affinità grammaticale e la identità del suono 
e del valore d'alcuni vocaboli, che si trovano cosi nel sanscrito 
come nel latino: d'onde e^li ai^omentava, che Io studio della lin- 
gua degli Indiani giova a conoscere profondamente la lingua de! 
Lazio. Ninn popolo [egli diceva] penetrò nell'intima struttura gram- 
maticale della propria lingua, come vi peaetraron gì' Indiani; ì 
quali prima degli altri giunsero a conoscere cbe i vocaboli d'una 
lingua soa tra loro iotimame&te connessi come le foglie, i ramo- 
scelli , i rami, il tronco e le barbe d'un albero. Dotati di una sin- 
tesi profonda unita a uno spirito d'analisi singolarissimo, decom- 
pmero tutti ì loro nomi ne'più minuti elementi, distinguendo in 
essi {oltre alla radice, e alle preposizioni onde la radice é sovente 
accompagnata) quell'elemento per cui e'derìvano dalla radice, non 
che quelli che servono ad esprimere le diverse relazioni delle cose. 
Anche il verbo venne decomposto dsgl' Indiani con uguale accu- 
ratezza -, per lo che, segregata la radice dalle preposizioni che 
spesso la precedono e dagli altri elementi che l'accompagnano, sep- 
pero fra gli elementi distinguere quelli che servono a indicar la 
persona cbe (a l'azione, in modo vago e generico espressa dalla 
radice; quelli die indieano il tempo e il modo in cui l'azione fa 
fatta, h, o sarb ; e quelli floalmente, che non servono ad altro che 
a riunire alle radici gli elementi che segnano il modo , il tempo e 



1(| Lo comunicò per mezzo del eocìo Carlo Hi la Desi , nella tornata del 
3i gennaio 1SBS. 

(i) Tomo I, pag.sas. 

(3) Tornata de' 1S aprile 18(18, 



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5i SOCIETÀ COLOMBARIA PIORENTIN* 

la pepsona, e che peroìò sono l'unico erilfirìo ehe abbiano i gram- 
matici per dividere le radici io diverse classi o coniugaùooi. Va- 
diamo [oontÌDuava a dire) se nel modo leautr dagl'Iodiaai fatato 
decomporsi ì nomi latini, se nel verbo latino specialmente si pos- 
sano distinguere, come-neirindiano, diversi elementi. Basti os- 
servare che molti vocaboli latioi, anche monosillabi, oome more, 
nn , pet, non sono sonplici ma composti; che come ^'ladiaoi 
deoompongDDO in toA-tw il vocabolo taktìt che poteraa significa, 
oosl può divìdersi il latino veiUt in vei-U-t ; e rignardar l'< oome 
una delle uscite che in latino segnano il caso retto, il ti come 
un'aggiunta o affisso per il quale veg prose forma di nome , e il mi 
cerne una radice, per il valine e quasi anche per U suono identioa 
eUn radice f»u degl'Indiani, ohe ngniOca hubters come il nei d« 
Latini. E qusDto al verbo [di che specialmente intendeva di par- 
lare il nostro socio) , osserviamo che in Ialino come in sanscrito 
le diverse uscite segnano le diverse persone, forse per eeaer^ re- 
sti di antichi pronomi da prima posposti alla radice e poscia in lei 
immedesimati ; e tha la sillabe onde le uscite dd verbo aon pt^ 
cedute, fi»-Be per essere antichi verbi ansiliarì aggiunti alla radice, 
segnano sempre il tempo e il modo in cui si tauuo le diverse 
alieni. Le desinenze, ossia ì segni di persona riuniti a quelli di 
tempo e di modo , rìimisconsi alle radici , o immediatamente , come 
in snan (es-ee-m), tran (i-re-m), ferrem (fei^^e-m); o intarca- 
lando nu'a, come in amorvm (am-a-ra-m), o una a lunga, come in do- 
serem (doc-*«.«e-m) , o un'e breve, oome io Ugenm (k^-e-re-m), e 
finalmente un i, come in caidirem (aud-i-re-m) : onde avremmo ra- 
gione di desiderare che alle quattro ooniugasioni ammesse da tlttti i 
grammatit» latini , se ne a^nngesse un' altra, ìn oui riporre tutte 
quelle radici che, coniugandosi, immediatamente oongiungonsi aUe 
. desioenie. Al qual proposito sof^ungeva il Bardelli, molto opportu- 
namente, die il verbo ire(a,per dir meglio, la radice t ), quan- 
tunque posto dai grammatici fra gli anomali , parrti di tutti il {nù 
semplice e il più regolare, purché ritrovisi la ragione per cui l't 
talvdta cangiasi in a : la qual ragione [a giudiiio del nostro socio) 
è quella medesima per cui gl'Italiani coniugando alcuni verbi, come 
per esempio ctprire, alVo semplice della radice sostituiscono ìn 
alcune persone un dittongo. Sceso a parlare delle uscite del veiiw 
latino, non omise di porne varie a riscontro con altre del verbo 
indiaao ; rilevando come , mercè la loro rassomigliaosa , sia molto 



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SOCIETÀ COLOMBARIA FIOSEUTINA S& 

ra^DCTole 11 crcdeMe tutte emanate ds un comuiie prìbcipio. Par- 
lando delle radici latine, osservò che alcune, come fnbo e gi^rto, 
De) ooniugare si Raddoppiano , non sltrìroeiiti che si faccia di non 
poc&e radici ìodiaiie ; che altre , alla maniera degl' Indiani , sì af- 
forsano eoo una lettera nasale, come frango e rumpo; che altre 
intercalano utt'n, come cerno e Ipemo; che altre si trasformano 
io modo da farci persuasi che la forma priokitiva delle radici la- 
tine d^iba [ come quella delle indiane) cercarsi nei perfetti e nei 
sapini, piuttosto che nelVinBnito, o nel presente e negli altti tempi 
òhe dal presente dipendono. E poiché tanta ebbe dimostrato essere 
l'ifflportanEa dello studio delle radici, che sono come il germe onde 
nascono e a ouì debbono la loro vitalità tutti quanti ì vocaboli , 
e il liaRdine intotoo « cui tutto s'aggira t'edifliio grammaticale; 
non potò trattenersi dal muover lamento, che poco o niun conto 
se ne faccia nelle grammatiche: ond'6 che i giovanett) non siano 
fino dalla prima etti abituati a segregar le radici dei vocaboli dalle 
preposixioni e dagli altri elementi; a penetrare nell'iniima strut- 
tura della lìngua latina; ad acuire ooid l'intelletto, che nello stu- 
dio di quella lingua suole per' l' ordinarlo ebetire. Né itielio si dolse 
il nòstro collega che nelle grammatiche non si tenga conto, quanto 
ri dovrebbe , della natuta e della qualità delle diverse lettere, di- 
videodale per gì) organi con cui sono pronuniiate: per il qual di- 
fetto (diceva egli] persone anche dottissime ignorano perchè una tal 
consonante debba talvolta necessariamente mutarsi nella sua corri- 
spondente, e dalla radice di legere nasca lectuf , da quella di behete 
eBctttf, da quella di fluere ftuetta. E qui , dopo aVere osservato che 
in molti vocaboli latini la lettera s cangiasi t>er eufonia in r, come 
in sanscrito (lo che si Conferma con l'autorità di Varrone); dopo 
avere espressò il desiderio che , abbandonati ì metodi meccanici 
iu (190 sempre fra noi , si prenda a insegnare la lingua latina con 
metodi pib logici e più dilettevoli, cioè per radici; pose termine 
alla sua dotta lezione, promettendo d'illustrare pib largamente J>er 
via degli esempi un tema Sì bello. 

Su questa lezione io Volli molto distendermi, perchè reputo che 
il coltivare siSatti studi sia utile e decoroso per la Società Colom- 
baria. La quale a me piacerebbe che dalle antichità patrie non 
escludesse la lingua; né dico solo quella degli Etruschi e de'La- 
tini , ma il volgare nostro arcaico , alla cui dichiarazione grande- 
mente soccorre la scienza degli eruditi : poidiè tanti modi e tante 



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56 SOCIETÀ COLOUBiKIi FIORENTINA 

voci Don ebbero altra orìgioe cbe da qualche latto municipale ; e 
come farebbe vana opera chi pretendesse chiarirle altrìmeati che 
con la storia e le tradizioni domestiche , così vanameote si ado- 
prerebbero i filologi che le volessero ammettere al godimeato della 
cittadinanza italiana. Non per usarne dunque , come fecero e fonno 
i non toscani, ma per intendere gli scrittori, giova rc^trarle e 
chiarirle. 

Lodévole quindi vi parve ( e col vostro plauso lo dimostraste ) 
il socio Conservatore (1) , quando, in forma di lettera ad un amico 
Colombario , tolse a dichiarare l'antico dettato fìoreDlino : < Tu sei 
come l'Angelo di Badia {%). » Leggevasi nelle cronache come il car- 
dinale di San Teodoro , ch'era degli Orsini , facesse nel 1330 ri- 
parare il campanile di Badìa , smantellato dal popolo per vendi- 
carsi de' monaci che avean ricusato di pagar le gravexse, e dato 
nelle campane per far tumulto. Il Mauui (3) aggiungeva, che in 
quella occasione fu edificata la torre esagooa che anc'oggi si 
vede, e che sopra quella fu piantata un'asta di fèrro , intomo a 
cai s'aggirava un angelo a guisa di banderuola. E come bande- 
ruola si dice di persona leggera ed instabile , cost dissero i Fioren- 
tini « esser come l'angelo di Badia i d'un uomo naturalmente volu- 
bile o tristamente voltabile. La erudizione del nostro socio spaziò 
alquanto nel ricercare la storia degli antichi anemosct^i , eziandio 
presso i Greci , e la fortuna di altre angeliche banderuole narrii i 
non senza piacevoli allusioni ad altre banderuole , che si lasùaDO 
aggirare dai venti dell'opinione. 

Anche un'altra lezione filologica fu fatta nel decorso anno ac- 
cademico; e la dobbiamo al padre Bartolommeo Sono di Verona, 
nostro socio corrispondente , che maodolla a leggere al sodo ur- 
bano Hanuzzi (i). 11 Sono , pigliando in esame alcuni passi di anticfai 
rimatori, malconci dalle stampe per il brutto vezzo dell'ammoder- 
nare , mostrò che molte delle cosi dette assonanze sarebbero 
perfette rime, quando si riportasse il testo alla primiera lezione. 
E gli esempì trasse spezialmente da frate lacopone , le cui rime 
aspettano ancora un editore dotto e accurato. 



(t) AvvoMto Giuseppe Cosci. 
IS) Toroala d«t 9 maggio tSSS. 

(3) OMcmutoH' ttloriche topra i Sigilli onlieM ec. , tomo TLXV , pag. 9. 

(4) Tonala del 31 gennaio 1808. 



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SOCIETÀ COLOMBARIA FIOflENTINA 57 

Della vita e degli studi di Giovanni Alberto Pabricio c'inUal- 
tMUie l'avvocalo Galletti (Ij , che dà opera a nna nuova edizione 
della Biblioteca latina de'meczi tempi (S) , compilata da quel dotto 
alemanno : ma s'egli ct^ porno davanti un esempio di tanta dottrina 
ci mo68e all'ammirazione-, all'ammirazione non meu che al rammarico 
eccitarono gli animi nostri i soci Gotti , Bardelli e Guarducci , col cele- 
brar la memoriadi tre nostri valorosi coUeghi recentemente defunti. 
Parli» il primo (3) del professore Giuseppa Arcangeli , egregia mente, 
egnpo cuore , a cni per tutta la vita fu il bello ispirazione, culto il 
vero , e il buono norma ; poeta naturale ed artista , prosalwe fo- 
cile e nondimeDO elegante ; filologo greco , latino e italiano prestan- 
lianiDO, CMue sanno le scuole di Prato e l'Ateneo italiano e la 
Crusca. Scrisse l'altro di Francesco del Furia ((] , uomo clie seppe 
delle antidie lingue , ed a piii letterature con le dotte pubblìca- 
aioDÌ ^ovò; alla cui fama nocque pur la modestia, e' piti do- 
cer& il disprezzo con che la nuova generazione guarda gli studi 
severi: bibliotecario della Laurenziana e della Harucelliana per 
oltre messo secolo ; socio della Crusca dal giorno in cni Napoleone 
la rialzò ; e amorevole segretario per oltre quarant'anni della 
nostra Sodetb Colombaria. Deplorò il Guarducci (5} nella morte 
dd dottor Fraooesco Tassi la ■ perdita di un amato congiunto ; e 
a noi Colombari ricordò le fatiche letterarie del nostro Conserva- 
tore , che fu pure accademico della Crusca , e per edizioni di 
antichi lesti procurate , di quell'accademia e delle lettere ita- 
liane benemerito (6). 

La Colombaria , che possiede un'assai pregevole raccolta di produ- 
ziom naturali, e che negli editi vilumi delle sue Memorie non dubitò 
di dar luogo a siffatte esercita£iaai , potò ascoltar volentieri il socio 
Orlando Orlandini (7] , che prese a sporre una serie di fatti osser- 
vi Tornita del 30 novembre 1S67. 

(8) 11 Oalletti non è semplice editore , ma amplialors dclt'opers laboriosa di 
Glovanoi Altrarlo Fabficio ; e dalla sua molta erudizione bibliograQca Ada aspet- 
tarli no egregio lavoro. 

(3) Tornata del 29 marzo ISBI. 
t(| Tornata del SS maggio 4867. 

(6) Tornata del » giugno 4867. 

(6j L' Elogio M am. frof. Franee*co Dal Furia e i Cenni biografci del doilor 
Francnco Toni , vennero stampali insieme in Firenze , tipografia Torelli, 4867, 
In 8.° 

(7) ToraaU del S8 dicembre 1867. 

Aatii.ST.lT., Nuora Serie . T.ya , e.a. S 



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US SOClKTi COLOMBARIl nORENTHHA 

vati da lai medesimo in alcuni terreni ddla Valle di Greve. Niuno 
dubiterà che le indagini geologiche non vadano in sohiera con gli 
studi eroditi; mentre vogliono ritenersi (diceva il nostro soiào) 
1 come necessarie per ottenere dai tesori minerali ed agriooli dte 
> racchiude il suolo toscano que'pìli larghi vantaggi die o^dì ne 
<r aspetta l'iodustrìa *. 

Ha il swdo toscano è rioeo d'altre riccheixe, e i GolombBri 
Q<rf potean disconoscere , o 'mostrarsene poco curanti. Se la natura 
vi ha deposto tesori , da cui può aversi floridesza di commerci 
e superbia di fortune; il tempo e la mano stessa dell'uomo vi 
ha sei^llito tanti monumenti, da cni la scienBa aspetta nuove 
rivelazioni, e nuovo decoro la patria. Voi intendete, o signori, 
come io parli del felice pensiero che vi animò a rintracciare gji 
avanti dell' antica Etrurìa, che ancor sì cetano sotto i nostri passi, 
aspettando che come l'età gli ha nascosti, così 

in ojiricum pn^ent aeba. 

Vuole il vero che io dica, come primi a ragionarne fra noi fossero 
it cavaher Bonaini e l'avvocato Antonio Gherardini, or vo^ il 
sesto anno ; poiobè a loro parve che la Golonibaria dovesse farsi 
initiatrìce di un'opn-a che avremmo veduta, con vergogna mag- 
giore del danno , o prima o dopo , tentata dagli speculatori stra- 
nieri; e che potesse ntiimente giovarsi delle cognisioni e d^'ib- 
dustria del nostro socio Alessandro Francis , in simili ricerche 
esperimentato intelligente e felice. It consìglier Ketro Capei e 
il dottor Ulisse Guardncci voleste associati ai due promotori per- 
chè esaminassero se e come poteva ridursi ad atto la degna 
proposta ; ed essi sollecilumente ed egregiamente riferirone. E dò 
mi giova segnalare ; poiché non di loro , non vostra fu la colpa , 
se prima del decorso gennaio non comparve alla luce il Pn^ranma 
con che fio d'allora deliberaste d'invitare gli amatori delle anti- 
chità Etnische a soccorrere la nobile impresa. Ora consoliamoci 
del favore che ha trovato il vostro invito , comeccbè sieno pochi 
mesi che il pubblico lo conosce : consoliamoci che se la morte ci 
ha invidiato il valente Francois , la fortuna ci ha oflérto due 
non meno valenti , il conte Gian Carlo Conestabile e il dottor 
Clemente Santi , ambedue soci nostri : e consoliamoci in fine che , 
mercè la non insufficienl« moneta raccolta, e quella che con 



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SOCIETÀ COLOHBARIA FIORENTINA 59 

rampone possiamo sperar dì racct^iere , la escavasioDe dei monu- 
menti. Etnischi noa è oggi QD semplice e sterile desiderio. 

Mi afliretto , o signori , a por termine al mio rapporto , toc- 
cando in breve le cose che mi restano a dire. La Colombaria 
ricevè ne'sedici mesi in cui ho avuto l'onore di tener questo 
ufficio , testimonianze non dubbie di a^tto e di reverenza. In- 
certo se debba ascrivere fra queste le domande , che pur ci ven- 
nero fatte, del (Uploma di socio Colombario , più volentieri ricor- 
derò le spontanee vostre elezioni. Il Witte , il Blanc , esimii dan- 
tisti ; il Cavedani e il Piorelli , dotti nell'antiquaria e nella 
numismatica ; il Theiner , degno continuatore del Baronie e non 
meno degno biografo di Clemente XIV, son oggi inscritti nell'albo 
dei Colombari corrispondenti, che di venti nomi arrìcchivasi. Ven- 
nero a far parte dei sessanta soci urbani il dottor Aurelio Gotti e 
l'avvocato Marco Tabarrìni fino dalla generale tornata del 1$57 : 
e poicbò in questo tempo mancarono dì vita il dtrttor Francesco 
Tassi e Cosimo Buonarroti ministro della pubblica istruzione , e 
passanmo tra gli emeriti l'abate Gaapero Morelli e Giambalista Pic- 
cioli , fra i oorrìsptKidenti Fausto Lasìnio perchè da qualche tempo 
lootaiw ; a riempier quelle sedi entrarono fra gli orbaai l'avvo- 
cato Francesco Palermo, il dottor Antonio Salvagnoli-Marohetti , 
Giovan-Pieiro Vieussenx , il dottor Gaetano Milanesi e l'aTTOcato 
Leopoldo Galootti, già soci oorrispoDdmtì. Cinquanta doni lette- 
rari ricevemmo ; ir» i quali erano opere di qoalcbe mole e 
merito singolare, ftìcorderii per ultinto l'oSecta dì 44 monete [1) 
imperiali romane , con che volle il vostro Segretario aumentare 
la raccolta numismatica, ch'ebbero tanto a cuore di accrescere e 
d'illustrare gli antichi Colombari. 

(t) Tornila del 30 noTembre 48ST, 



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UN BRANO D' ISTOBIA 



REPUBBLICA FIORENTINA 



t Fiorentini, seUiene aTegsero alloatanato fdicemente dalla 
Toscana la guerra ddl'Arcivescovo dì Milano Giovanni Visconti , 
ai reputavano mal scurì se tanta mole di principato si mantenesse 
in Lombardia. Quindi, sprovvisti d'ogni altro ajnto, i papi essendo 
in Avignone e le fortune dei re Angiovini condotte al basso da 
una rea femmina, veduta di'ebbero manomessa per l'oocapatione 
di Bologna la compagnia delle città libere delle quali erano essi a 
capo, deli]3eravono accostarsi fra tutti i principi a quell'ano a coi 
dovesse piti dare ombra il veder sm^ere in Italia una potenza di 
quella fatta; ed era questi l'imperatore (1). La famiglia deiTìsconti 
aveva nome di §^bellina: ma questo nome gi^ invecchialo più 
non valeva che oppressione della vita popolare, senza concetto di 
unilfa -, (8) l'Italia s'era da cento anni awetza oramai a fare soiza 
gli imperatori, e gli stessi ghibellini vernano in fatto a disco- 

(1] DODito VfiUuIi ere io Siena tmbasciatore per fare lega contro al Vi- 
KODll ; • mi veggeodo noi ambascialorl qod euere «ufficienti i comuni di To- 
Bcana a tanto uccello unza l'appoggio d'altrui, bI rsgiond ci mandasM «1 papa, 
tratlatM perchè l' Imparatora Teniase io Italia ; di cbe rapportato 11 detto nglo- 
DameDla In Flreow, quanto cbe nella primi fticcli toste dubbio» e gravon , 
purnondfnwoo veggeodo l'appoggio di Puglia «Hore debole, «1 prete di mandare 
al papa ■• Queatl arerà promosKi l'ej^ezione di Carlo IV , e di per sé era gli 
Inclloalo a Urlo scendere lo Italia. 

(i) • Se alcuno guelfo dlrien tiranno , conviene per fona che diventi ghi- 
bellino ■■ (HiTTio ViLuai). 



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UN BRAHO D'ISTORU DELLA BEP. FIORENTINA M 

noecere quella snpretDa autorità che prima era la forza loro. 
Cario IV di Boemia voleva sceodcre in Italia a pigliare la Cwwia : 
ma seiua eserdto che lo accompagnasse era cooteato di porre m 
salvo il principio del diritto, rifugio ultimo delle autorità scadute; 
e si appagava d'ogni omaggio, a Ini parendo fare assai se otte- 
nesse e^i di autenticare le franchìgie delle città che si reggevano 
a r^nt^ca, usato modo anche in Alemagna. Per queste coso 
eUw Carlo IV dai suoi , taccia di semìgueUo ; e parimente i Fio- 
rentini quando era caso di mantenere o d'ampliare lo stalo loro, 
non la guardavano per minuto. Aveano chiamato gi^ nell'anao 1308 
il re d'Aragona contro a'Pisani nella Sardina (3) , e condotto pib 
anni dopo sotto alle mura di Lucca le insonne , ai Guelfi tanto 
odiose, dell' imperatore Lodovico di Baviera: ma il palt^;giarn ora 
con Cesare tirava seco altre conseguenze. 

Nelle repubbliche emancipatesi dalla imperiale snggezione, 
il btto stava contro al diritto; dottrinalmente non rinnegavano esse 
qu^'alta sovranità che t legisti mantànevano ((] , e ia questo po- 
polo tanto guelfo viveva sempre l'idea imperiale non di possesso 
ma di giurisdizione; romano infine era l'impero qual che si fosse 
l'imperatore, e le due stHume potesti! si congegnavano per tal 
modo che l'una ^'altra era necessaria. Certo che un {Hìncipe 
alemanno male si vede come avesse buone ragioni sulla Toscana , 
dappoiché ebbe essa rinvenuto in sé medesima la sua vità: ma 
quale si fosse quella imperiale supremazia, valeva però general- 
mente nella «sistianità; e dove manchi o non sia ben ferma l'idea 
d'un diritto da tnttiammesso e positivo, né il comandare uè l'ub- 
bidire avranno limite né certezza, ogni uomo facendo autore sé 
del suo diritto. Ora ai politici Fiorenlini sanare questa illegalità 
pareva essere cosa buona, e da non perderne l'occasione; taluni 
forse avendo anche nel più segreto pensiero loro di tutte poi ac- 
cumunare le forze vive della città, It^liendo via quelle esolusioni 
che molti ancora male pativano; ma quindi ebbero incrementa, 
ae troppo male non ci apponiamo, le divisioni di nnovo sArte che 
poi turbarono la Repubblica. 



(3) ArebMo S(orico, Nuora Serie, L VI par. 1, Articolo del Pror. P.Cipel. 

li) La proTlgloDl dalla Repubblica trovlaiiio aoltoscritte da uolari e da 

cancellieri, 1 quali s) iDlilolano ; inpeHali auclorilaU noiwiut , iMptrioM a«cto' 



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69 UN BRANO D'ISTORU 

Chiamato da qu^i ohe tenevano lo stato (ft), era venuto io 
Firenae a trattare ddl'aocordo , verso la fine di quell'anno 1354 , 
un tedesco vicecancelliere di Carlo eletto re dei Romani; e dimo- 
rato segretamente tutto qatA verno in San Lorenzo, dove i com- 
missari del Comune la notte andavano a paiiameatare seco, andò 
la pratica molto inaanai. Ha non si venne a oonolusione fiodè 
nell'aprile dell'anno vegnente, fatti certi come l'arcivescovo per 
corruttele e per minacce (6) odia corte avìgnooeSe , avesse coo- 
dotlo il debole papa Clemente VI a rioonciliarsi seco ed assol- 
verio dalle scomuniche, fino ad invesUrlo de^la cittk di Bt^ogna e 
a lui mostrarsi molto propenso ; i Fioroitini rimasti soli coTeni- 
gini e co'Seaesi contro alle forze ddl'arcivescovo, si acoordarono 
per la chiamata di Carlo in Italia , e pubblicarono i) trattelo (7). 
Promise il detto vicecancelliere cbe dentro luglio verr^ibe Cario 
in Italia; ed olire ai patti consueti del fornire cavalieri e del pa- 
gare moneta, i Fiorentim si obbligavano a riconosoerlo come im- 
peratore vero , con che egli assolvesse quei tre comuni dalla cob- 
dennagione in che erano incorsi fiuo dal tempo di Arrigo VII, gli 
privilegiasse dei domimi e terre che essi avevano acquistato, man- 
tenesse gli statuti e la libertà dei delti comuni ; i Priori di Firenze 
e i Nove di Siena si denominassero vioariìddl' imperatore mentre 
che fossero in ufficio: [M-omeltevano i Fiorentini pagare ogni anno 
in nome di censo danari 26 per focolare [S), e gli altri comuni quelle 

(5) ■ Ssitendo Meuer Rsmondluo Lupo da Pam» capitano di gaerra la FI- 
reoie molto Mnltoro (tell'in^peratore , {ec« taotlre all'Imperatore de'ragìooa- 
laenii «[ facesno ; di cbe l' imperatore aubitameole maodA un suo ambaaciatora 
gracde prelato a Firenze ■ — ed esseodo deputati certi noslit cittadini , 
tra'quali io fui , a ragionare eoo lui , dopo molli ragionamenti, si feciono 
certi capttoll • [ Villuti, Cronaca ). 

(6) n Corto narra come l'arniTeKOTO esaando chiamato dal papa in eorUu 
nandù Innanil no luo siniscalco a tate tfi alloggi ; il quale pigliò to aHtIo 
quante case potè nere nella cittì d'Avignona , e stalle da porri molto gran 
numero di cavalli , dicendo tempre non bastavano per la compagnia che l'Arci- 
veacovo condurrebbe seco : parve troppa ai cardinali , e Tu pregato non si 
muovesse. 

{lì Uattio Villani , I. 3 , c. T. 

|S) Era tributo di aodditania che le città isiesse riscuoterano secondo i 
patti di dedizione :■ nell'anno llSSglI uomini di Figline giuraròoo legaetMelti 
al Comune df Firenze con obbligarsi di tare pace e guerra ad arbitrio del Co- 
nnine, al qnale dOTsrano pagare M danari per ogni fi»olare, eccetto quegli 
de'soldati e masnadieri, con dargli la meli del pedaggio, guida a pasMggio 



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DELLA HKPUBBUC& FiOBENTINA 63 

che era consueto alI'imperaUNre per antico. Babitopoi furono mao- 
dati io Praga a Carlo ambasciatori per la retifieatione del tratta- 
to: ma tra la poche fiM^e di lui da stare a petto de' Visconti, e 
ohe gli dicevano le coDcesBioni essere grande abbas&amoito della 
imperiale maestà; dall'altra banda per i sospetti de'Fiorantini che 
at^reriarono il tempo del mandalo agli ambasciatori , ed il troppo 
famigliare e popolano contegno di questi , che offese Carlo ed i 
cortigiani suoi (0] , non si poterono accordare. Qaeelo sapinemo da 
Matteo Villani : ma nell'Arohivb di Stato (aperto a noi dalla, corto- 
sia del prof. Bonaioi, Soprintendente a quella nobile istitaiitme da 
lai promossa) è sna minuta di RatiGcaiione serìtta a Praga il di 
ultimo di giugno, condiiionata però: non si voleva l'imperatore 
obUigire a tempo certo per la passata, e intaoto chiedeva sicorti 
della moneta; il trattalo non valesse se prima degli S di settem- 
bre non fossero giunte le ratificasionì dei Perugini 'e dei Se- 
nesi. Twnó quindi l'ambasciata senia effetto per allora, benché 
in Udine rimanessero due di quegli ambasciatori a contÌDuere 
questa pratica , secondo ogni verosimigliansa , col patriarca d'Aqui- 
le^, fratello naturale di Carlo IV (10): e i Fiorentini altro non 
potendo , fecero pace con l'arcivescova 

Ha questi ottenne poco di poi nuova grandexea edino{»nata. 
a La nobile città di Genova e ì suoi grandi e potenti cittadini , 
« signori delle nostre marine e di quelle di ftomania e del Mar 
e Maggior , uomini aopra gli altri destri ed esperti , e di gran 
1 cuore e anUre nelle battaglie del mare , e per molti tempi |Heni 
« di molte vittorie , usati sempre di recare alla loro città innu- 
« mMafaiK prede , temuti e ridottati da tutte le naxioni che abit»- 
« vano le ripe del mar tirreno e degli altri mari ebe rispondono 
e in quello , ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni 



come SDcbe del mercato , e di ubbidire ad ogoi comandameiila cbe fosse Jor 
htlo dai consoli di Firenie ; escludendone 'però quello di quando fosse co- 
Bwndalo loro di diehre tatto o parte del loro castello ■( Ahhirato, Storie ). 

(9) ScrìvoDO die uno degli unbMcialorI diceue a Carlo , cb« promoveva 
sempre Dovelle difficolti: ■ Poi /Uala molto niUle» (U. Vii.l*ni , 1.3, e 30J. 

(40) Nelle iElruiìooì agli ambasi^atori (Archivio di Slato) È iDgiualo loro dì 
fermarli a conferire doTUoqoe fosse il dello Patriarca, e > dirgli ojpii cota ». I libri 
nei quali tà coDiengoDO islruzioDi , consulte o alti relativi alia passala di Carlo IV 
verniero a noi letti e dìcbiarali con singolare bonti dal sig. cav. Luigi Passerini r 
che laato la delle cose nostre. 



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6i UN B8AN0 D'ISTORIA 

t d'Italia; per la scoofìtta Duovameote ricevuta in Sard^jina dai 
« Veoeziani e Catalaai , vennero ia tanta discordia e confusione 
■ tra loro nella cittb , e in tanta misera paura, che rotti e invi- 
« liti come paurose femmine , il loro superbo ardire mutarono in 

* vtKssima codardia , non parendo loro potere aitarsi , tanto erano 

< con gli animi dissolati per quella sconfitta e per loro discordie ; 

< e non seppero conoscere altro rimedio al loro scampo se non 
t di sottomettersi al servaggio del potente tiranno arcivescovo di 
« Milano. E di comune concordia il feciono loro signore , dando^ 
« liberamente la cittk di Genova e di Savona , e tutta la riviera 
« di levante e di ponente , e le altre terre del loro contado e di- 
« stretto , salvo Monaco e Hentone e Roccabruna , le quali teoea 
I messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a 10 d'ot- 
« tobre 1353, il conte Pallavicino, vicario dell'arcivescovo, con 
I 700 cavalieri e con 1S0O masuadieri entrbin Genova , ricevato 
I come loro .nignore ; e deposto il doge e il coniglio prese la sì- 
« gnorìa e il governamento delle dette citte e distretti ; e aperte 
« le strade e procacciate vettovaglie , e fatto prestsnia al co- 
« muoe per armare alquante galee in corso, ebbe fornito il pretzo 

• di cotanto acquisto * (14). Dopo di che l'arcivescovo mandò a 
Veneiìa a offerire pace pe* Genovesi che in addietro erano ad essa 
tanto nemici ; ma i Veneziani vollero guerra e strinsero lega con 
gH Scaligeri di Verona e co' Gonzaga di Mantova e i Carraresi di 
Padova e gli Estensi di Ferrara, tenuti finqul in selezione dal- 
l'arcivescovo : e non fidandosi di potere tutti insieme resistere 
alla Bua tanta potenza , si accordarono di fare scendere in Lom- 
bardia l'imperatore. A questo il papa era consenziente, infino al- 
lora essendo stato incerto sempre e mal sicuro in quei molti ne- 
goziati ch'ebbero seco i Fiorentini ; andò tra gli alU4 in Avignone 
Giovanni Boccacdo, singolare ambasciatore alla corte d'un pontefice, 
su'prìmi dell'anno 1 35i : ma il papa aveva gib corso impegno , e 
da pertutto fu divulgata la fama che in breve pas5ere1:d!>e l'impe- 
ratore in Italia. Dove era egli appena ^anto, che l'arcìveseovo 
di Milano moriva lasciando tante ricchezse e signorìe a tre nipoti, 
esca novella a nuova serie di scelleratezze. Allora concordi diedero 
il passo all'imperatore che andava in Monza ad incoronarsi della 
corona del ferro, egli con soli trecento suoi cavalieri, in mezzo 

<41) UiiTU Villa», I. 3, e. 86. 



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DKLLA tlEPtlUKLlCA FIORENTINA 65 

ail' iosulLo delle sfoggiate magnificenze e delle armi che i Visconti 
dicevan essere d'comaudameoti suoi ; ma se eatrasse egli nelle ciltb 
murate , la notte faceano chiudere le porte e vi tenevano buona 
guardia : di verso Toscana ninno si mosse ad onorarlo , eccetto 
che dalia ghibellina I^sa , dove andò Carlo a porre stanza. 

Sentendo ciò i Fiorentini, per dare ad intendere all'eLettoim- 
peratore e al silo consiglio che il Comune di Firenze s'apparec- 
chiava alla difesa , e avendo a mente gli assedj che il quarto e 
il settimo degli Arrighi avesoo posti alla citte ; diedero voce di 
rafforzare le loro castella , rìducendo nei luoghi murati le vettova- 
glie ed ogni altra cosa di valuta. Poi gli maodarono ambasdatori 
in compagnia con quelli di Siena come era convenuto ; e insieme 
fattisi innanii a Carlo , i Fiorentini esposero l'aisbasciata nel modo 
ch'era loro imposto , dicendo a lui Santa Corona, e serenùsimo prm- 
dpe , senza ricordarle imperatore o fai^i atto di snggezione .- del 
che i baroni e consiglieri intorno a luì pigliarono sdegno con oltrag- 
giose parole , e forsechè peggio ne avveniva se non avesse egli 
represso quella baldanza de' suoi. I Senesi per contrario roagnifi- 
oando la imperiale maestà , a lui offersero senza alcun patto la 
signoria del Comune : e in questo tempo i Sammioiatesì e i Vol- 
terrani se gli diedero liberamente. I Pistoiesi contro al volere dei 
Fiorentini aveano mandato in Fisa lon> ambasciatori-, e quei di 
Firenze volendo parlare in nome anche dei Ihstolesi , Carlo inter- 
pose quelle parole del Vangelo , aetatem habenl , ^t per se toqtiaatw. 
Gli Aretini sostennero la libertà del Comune loro per tema dei 
Tarlati e dei Pazzi e degli libertini , i quali erano con l'imperatore; 
i Perugini si tennero fuori come uomini di Santa Chiesa. Lucca 
richiedeva la libertà sua , ma egli per non offendere i Pisani fu 
contento di esortare quei cittadini alla pazienza, [n Pisa lo rag- 
giunse l'imperatrice con motti prelati e signori d'Alemagna, e ca- 
valieri in grande numero (12). 

Si venne quindi ai negoziati , eh' ebbero poche diffìcoltè , come 
propenso che era Carlo ad accettare ogni composizione; e si avevana 
i Fiorentini procacciato intorno a lui amicizie per danaro, come 



(1S) Nelle edizioni di Matteo Vitltni si legge qualtromllB , che sono troppi. 
B*Rllii Sauo, Croitaca Piiona {Àrchiv. Slor, 1. VI par. t] dice buere venuti 
con l'imperatrice miile cavalieri, e indi quiiche allru ceDllnajo manda li dai si- 
gnori di Lombardia. 

Akcr.St.ItàL.. N«m-a S-rif . T.VII.P.II. 9 



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fi6 BRANO D'iSTORM 

era usansa in qneDe corti (43]. I patti furooo quasiché gli slessi 
in Firense coDCordatì ; ma in luogo del censo di 36 danari per 
focolare che male a grado i Piorealioi voluto avrebbono consen- 
tire (14), si obbligarono essi a pagare in quattro mesi centomila 
fiorini d'oro , e piti quattromila fiorini d'oro l'anno a compeosasioDe 
di tutto quello a che la citth fosse oU>lìgata verso l' impero, o che 
fosse di ragione per la cittk slessa e per le terre del contado e àti 
distretto , o per altro qualnvoglla titolo. Tentato avevano bai^a- 
gnare sulla somma dei eentomila , ma Carlo arata spia del mandalo, 
benché la pratica si tenesse in consiglio molto stretto,' ^i oUiligò 
a dare l'intera somma. ! Fiorenlini promettevano di rimettere i 
bandili per cagione d'ubbidienza prestata già all'imperatore Ar- 
rigo VII , ed all' incontro Carlo assolveva la oittii da ogni bando e 
oondennagione contro ad essi prooonoiata ; manteneva qaello die 
prima era convenuto quanto al riconoscere II Gonfaloniere ed i Priori 
come vicarìi suoi : il che importava poi nel fatto signorìa libera , 
la Repubblica essendo cosi in migliore condinone dei feudatari 
dell' impero , e nell' esercixio della potestà sovrana mantenendo per 
espressa clauaula di quel trattato le forme usate inaino a qui . 
morei latidabila ; e perciò « non si mandino ufficiali se non dal 
Popolo e Comune secondo le leggi ; siano quelli sindacati eoa le 
forme che son prescritte dagli statati : il magistrata dei Priori ri- 
ceva sommissioni e dediiioni , eccetto dei iQogbi soggetti all' im- 
pero (15) 1. La conferma delle provvigioni qualunque si fossero (tra 
le quali erano quelle contro a' nobili ) e degli acquisti fatti in piti 

(43) ■ A noi [Mrava cbe 4l paliitrc* bastMMro doemila dorinl d'ero, ■) 
cancBlIlflra trecento aorini o poco più etc ■ (Istruiioni agli imbaBcUtorì, Archivio 
di Slato]. — E un documento in forma brevi* ( Blsinpato con altri spettami a 
quel Ibtlo dil sig. Gluteppe Canestriut, Àr^Mv. tlor. Appendice d.* 1, p. 406 ) di 
fhcoltà agli ambasciatori di euere larghi di doni al mlntitrl e consìglierì di 
Carlo IV, e questi si vede che accettarono, frali) mimo. 

<1i) ■ La moneta, clie dare gli al dea per via di ceuo per aono, vorrem- 
mo che fosse la mlmre quantità che si potesse i e piuttosto un* qaaDtità deter- 
minata, cbe discendere a ogdso di SS danari per focolare ■ [ Arvhio. Star. App. 7, 
p. iOll). Nelle Istruiioni agli anilMScIalari , ai trova pare ■ OFferle generali b- 
rete, non obbligatorie - dicano con quanta dlDcolti si i qua ottenuto di oon- 
diicendére alle modiAoaiiool nuovamente Atte >. 

(tS| Testo del trattalo. — E nelle istruzioni agli amtMScialorl : ■ In quella 
parte dove toccate delle terre le quali volontariamente si sono sotioroesee a 
questo Comune cbe non le vuole confermare , operate almeno quanto polele 
che cj hccia suoi vicari! , allegando che ha fiilto il simile a molli altri ■. 



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IXLLA REPOBBLICA PIOBEMINA 67 

anni dalla Bepubblica , fu secondo Haiteo Villani l'osso piti duro (16) . 
perchè in nino modo l'imperatore volerà cedere sopra questi punti, 
«ttomialo oome era egli da ghibellini e fuorusciti, e pure hramaodo 
qualcosa lare a prb dei grandi che aveano l'animo a lui volto (17). 
Durava raccordo quanto la vita dì Cario , di àie le due parti si 
oontenlarono egualmente ; i Fiorentini per non «ostituirsi in per- 
petuo Iributarìi , e Carlo percbè alienare doq paleva , siecome prin- 
cipe attivo , le ragioni dell' impero. Quel trattato ebbe nuovi oon- 
iennazione da no altjo imperatore ohe i Fiorentini ebbero voglia 
di chiamare nell'ItaUa l'anno U01 ; dopo di che non avvenne mai 
che r impero s'arrogasse aicune aorta d'autoritk sulla ftei»ibblioa 
di Firense. 

Nel duomo di Pisa fu celetn'Bto l'aocorde , gli ambasciatori « 
sindachi del Comune prestando omaggio all'imperatore e sacra- 
mento di fede , toUa la conditone dépottì e convmtsfue che ave- 
vano essi con luì feratato ; ed ^i anche due mesi dopo oon sue let- 
tere patenti accettava una protesta dei Fiorentini, per la quale 
s'intendesae che il giuramento di fedeltà non oUbligeva il Comiute 
di Firwue pii) in Ik che non fossero obbligati gli altri eomuni di 
L-ombardia e di Toscana , e seosa pregiudicare ai privilegi e diritti 
inaino allora eserdtati da] Comune di Firenze (48). Aveva Cario prò- 

(IGJ A'dotb di marzo , uodlc) giorni avtnli alla cobcIubIchm , si veds ch'erano 
alle rotie e discorrevano già d'armani e sgombrare il territorio ed aspellare il 
cardinale. Piti giorni inoanzi Niccolò Albortl aveva proposto sf cercasEe aiuto dal 
Papa e dal Legato della Romagna (Libro Ccnralto, nelt'^rcMrio di 5bito). Matteo 
(Li, e.n)agridalregBilori del non STere htlo abbaitaon roDdanealo sul papa, 
il quale ann «ii appaiato am 1' in)perttore cbe nello loeudere in Italia nsn- 
tenene goTorno libero in Firenie : a^lugne il Villani cba le lettere papali dì 
cui potevano 1 Fiorentini valersi , rimasero in Cancelleria per non avere gli am- 
basciatori pagalo i trenta Borini d'oro che ci volevano per la spediilone. 

(17) Donato Veltnti accenna con parole molto espresse ad una promesea la 
qotl* al Icmpo dell' imperatore Carlo IT sanOilM alata fam ai Oramai imUfmo 
ai fallo degli mjJW ' digli $cknui GuOfi . promessa cioà <U modiOcare gli ordi- 
oatnenli di giustiift , e le esclusioni dai magislrali. I Velluti erano anilcbi 
grandi, ma l'aObrmailona di Donalo non poteva essere tenia fondamento , e 
qualche cosa devette ai grandi essare almeno htta sperare, a Pisa fone dagli 
anabasciatori. 

(18) ÀnkMo Slorleo, Append. Voi. VII , p. Wft. — Nelle islrurioni agli amba- 
sciatori (Arobivk) di Stato) : > Il sacramento pareva troppo largo, ma si ireb- 
bero riterva iananxi al gluraosento, e quando fossero autenlicate per Iettare di 
cancelleria basterebbe perchè 11 aacramenlo non avesse più vigore >. Lo men- 
tali rastriiiool hanno uso dunque mollo antico. 



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68 BRANO D'ISTORIA 

messo inoltre di non entrare della persona sua nella citlà di Pirenie 
o in altra terra murata , né a 10 miglia intorno alla citte slessa, né 
mandarvi sue genti armale ; ma questo egli disse in voce nel giar- 
dino de'Gambacorli in presenza di testimoni, perchè a metterlo per 
isciittura non gli pareva dicevole alla imperiale maeeti. L'impera- 
trice, che avea bramato vedere Firenze , Ai deliberato non riceve- 
re ; molti per6 di quei signori passando fnronvi albergati sotto cor- 
tese e buona guardia. Patto l'accordo , richiese Carlo i Fiorentini 
di l^a , ed dabe rifiuto; questo però essi consentirono che seco an- 
dasse» « due citladini , uno grande e uno popolare , con dugento 
barbate di gente eletta, con l'insegna dal popolo, il giglio ed il ra- 
strello , e senza l'aquila imperiale ; mii parve cosa di molto grande 
e di strana maraviglia , vedere l'insegna del popolo di Firenze slare 
a guardia dell'imperatore ». Il quale per Volterra e Siena andato a 
Homa, fu incoronab) il giorno di Pasqua S aprile 13BS dal cardioaie 
vescovo dì Ostia , ed appena fatta la coronazione usci di Roma quel 
giorno stesso , perchè il pontefice gli aveva posta condizione che 
non dovesse ivi albei^are. Annullò in Siena l'ordine dei Nove , e 
di essa diede la signoria al patriarca d'Aquilega , il quale essendone 
poi cacciato , Siena ritenne quel reggimento tutto popolare cbe aveva 
Carlo istituito. E aveva in Arezzo accomunato la cittfa ai Ghibellini 
ed ai Guelfi , con prevalerne però di questi. Dipoi fermatosi in 
Samminìato, tornò a Pisa : questa ciltb dominavano i Gambacorti, 
di nazione mercatanti e grandi amici dei Fiorentini ; da essi accolto 
ed onoralo , allogf^va nelle case loro , ma bentosto nacquero tu- 
multi per operazione della setta che stava contro ai Gambaoortì , e 
vi morirono dei tedeschi : in Pisa ed in Siena il popolo minuto in- 
clinava per l'imperatore. 11 quale pigliando grande sospetto dei 
Gambacorti , tre di essi fece decapitare con sua vergogna ed ingn- 
(itudine , male u-atlando quella città dove giacevano le ossa d'Ar- 
rigo VII avolo suo (19): quindi partendosi , e trovate chiuse te rAccbe 
e le citt^ che i Visconti signoreggiavano, fece ritomo in Alemagna [20). 

(49) Bahiui St*DO [Cronica riluta) Damtl I hlli di Carlo in PIm, to acco- 
miata con queste parole : ■ 7<ldJa gU dia ilaU« dtrrati ha date anoi t. — V.ao- 
cb« le blori» PiMm» di RAmtLLO Roncioin {ArtMo. Slor., I. VI, par.1 ). 

(U) Di Imptralon habto hate nota - quod di» domfaica jmximt ilaptm a^ 
ptiemi CnrnanoM , «I iU extra porlam rttmtat fuU per dwu horw et ttUrs , «i 
«luriai mulhim autndMM Awrwit g«iln ne, qvmrw» Unta pan pirta imtran 
pduil eWUatem cwn «o «t (im* ormii , ai ritiqìU remmterml extra CM> oiMltei 



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DELLA REPUBBLICA FIORENTINA 6d 

La notizia di quesli fatti abbiamo noi molto circoataniiata nelle 
istorie di Matteo Villani ; imperocché tutti gli altri dopo lui , o nulla 
ne scrìvono (siccome fece il Machiavelli) , o gli toccano alla sfuggita, 
quasi che fòsse tirarsi addosso una straniera dominazione. Msr- 
cbÌQDDe Stefani dice questo solo , che i Fiorentini ed&ono privilegi 
(mai, e il Boninsegni lo stesso, aggiugaendo che l'imperatore gli 
anolvè da ogtà «otidennagioM; Leonardo Aretino, de'prìvilegi e di 
nuH'altro : il solo Velluti , che ebbe assai parte in quei negoziali , 
conferma avere l'imperatore fatto i priori $uoi viearH, e conccMo 
moUe cote. Invece , Matteo Villani si allarga nel difendere il trat- 
tato e nello svolgerne le ragioni. Ha non 6 da credere che andasse 
srazB contrasto in Firenze: dice Matteo che la pubblicazione qnando 
fn fatta la prima volta ebbe nnanime consentimento ; ma intanto 
avevano dovuto tenerlo segreto per temenza di cittadine discordie , 
e jxri tolsero il mandato agli ambasciatori , i quali dovettero tornare 
hinanzi la concfaiusiiHie ; ed un notaio che recava parole di Carlo , 
eU» in Firenze a caiMUr male (91) : poi quando ai era venuti in Pisa 
alia stipulazione , nei consigli della Repubblica dovette essere più 
volte posto né potè vincersi che a grande stento ; ed il cancellìerp 
del Comune quando gli toccò fare lettura di qaet trattato « si ruppe 
a piangere ■ e non andò innanzi ; il che Matteo crede facesse t con 
« poca sinceritìi per accattare benevoglienza dal pc^lo col mostrare 
e grande tenerezza della libertà pura del Comune ». E quando in- 
fine fn {Httmalgato l'accordo, e suonando le campane del Comune 
a e delle chiese a Dio laudiamo , poca gente -si ragunò al parla- 
■ mento,, e senza alcuna vista d'allegrezza ogni nomo si tornò a 
« casa * (88)': tanto era entralo bene a fóndo in questo popolo di 
Firenze il sentimento di libei-tà. Ma sembra a noi molto evidente 
che tra i politici guidatori della Repubblica fiorentina la parte allora 
piii popolare promovesse quel trattato; e Matteo discorre Innga- 



armùi et dw isgumlì tvil Suminum , ubi valde plus reltntiu fuit limilitor tilra 
porlam , cum timilt examinationt «t rectpliont diclarum luarum geativm : poiled 
Innuitiil per terrilorium Pergami per Calcamonicmn «I per Valtolmam versta Sua- 
viam m Alrnviiuna Mnqw nim magna (iitinaatia , atiqiu qw aìiqaa vie* taet 
4Tiiil«lM p»! vUm ab aliqvibM domWiii Media^ani ; ite et notle eqìùlant si in fuga. 
(Lettera alla Signoria di Ferrara dei VI giugno 43KS , in Arch.Stor., Appendire 
Vol.VII, p. 408). 

(S<) ViuUTi, CroKKa. 

Itt) UiTTKO VlLLjtai , I. tv , e. TO-TF). 



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70 BHAMO d'istoria 

mente la convenienza e le ragioni cbe persuadevano a.Gonchiu- 
tlerìo, fondate sul diritto e sull'istoria. Era ^i guelfo quanto altri 
mai ed amalore del viver libero -, ma non si astiene dall'eDConiiare 
Cario di temperanza e di senno e della buona disciplina cbe la eoa 
gente mantenne sempre nelle città dove albergava. Hipreode coloro 
cbe tenevano lo stato, percbò non si erano nel trattare mostrati duri 
quanto si conveniva , non concedendo all'imperatore pib in là del 
giusto e del necessario : ma insieme bia»ma certi patti « t qnaU 
erano assai strani alla libertà del sommo impero », né vuol mano- 
messa la imperiale potestà , mettendo il diritto cbe in essa risiede 
accanto al diritto della indipendenu cittadina , e maetrando come 
possano i due diritti stare insieme. Voleva per meuo drila impe- 
riate sanxione aubenticare la libertà , siccome volevano i Ghibel- 
lini la servitù; questo pensiero troviamo espresso nello parale dì 
Matteo Villani {23|. 

Ha un'altro fatto di gran rilievo in quegli anni si maturava. 
La repubblica era divisa in se medesima fino al vivo, beocbd al 
di fuori meno apparisse. Dappoicbè i grandi furono eseluei l'an- 
no 13i3 dal governo dello stalo, questo reggevaai per le Arti senta 
contrasto né contrappeso ; e le quattordici minori venule a parie 
degli uffici e prevalendo nelle eietioni per via del numero, 
ne avvenne cbe ì nuovi uomini e i minuti artefici avessero troppo 
grande braccio, nello stato, contro alla pratica dei passati tetn- 
pi. E oltrecìò l'essere le maggiori case tra loro unite in oott- 
sortene , privava queste di molti uiBoi per la fraquenza dei di- 
vieti, il che a'minori nen avveniva <r perdio non erano di con- 
sorteria B. Cotesto entrare dei nuovi uomini al governo dello stato, 
(la piti anni dispiaceva ai Fiorentini d'antica schiatta, nati e 
cresciuti quando le case grandi padroneggiavano la città; e Dante 
neil'alterezia sua spregiava- quella < cittadinanza mista , e gli 
uomini di Campi e di Certaldo e di Signa , fatti al suo tempo 
già fiorentini e cambiatori e mercatanti, odiando egli sopra ogni 
cosa la confusione delle persone, principio al male della cìttade >. 
Ha quei che a luì già dispiacevano, erano il nerbo del nuovo 
poptJo; e da principio sole tre arti , e quindi sei ma le mag- 
giori , partecipavano agli uffici ; né gli artefici minuti vi entra- 
rono prima del Duca d'Atene, rimastivi poi , e pìfa accresciuti 

iS3) V. Appendice. 



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DELLA HKPUBBLtCA PIOIt£NTINA 71 

e niesù pib innaui nel successivo rivfrfgimeoto. Ai regislri de' Priori 
si trova apposta la qualità degli uomini via via chiamati a rise- 
dere nel supremo magistrato , e vi si leggono fuDajoli e caliolaj 
e vinattierì e pizxicagaoli e beccaj ; a e perchè erano negli uiH- 
01, pares loro easwe <nasouoo un re « I9(]. laoUre venivano 
molti artefici minuti io Firenze dal contado e dalle terre d'at- 
torno, i quali per favore dei reggenti delle Arti minori entra- 
vano nelle borse dei Priori o degli altri uffici, ai quali erano 
poi tratti: « aonini avveniticci, senza senno e senza viriti o di 
€ ninna autorità nella maggior parte , usurpatori dei reggimenlì 

• cOD indebiti e disonesti procacci > (8K). <■ £ra il loro uno grande 
1 fastidio, elle con maggiore audacia e i»osuozione usavano il 
■ loro maestrato e signorìa , che non facevano gli antichi e ori- 
a giaali cilta(Uni • (26). 

A questo entrare dei bassi artefici nei sommi uffici dello stato 
si risentivano le bott^he , pericolando gli antichi ordini a e il grande 
fascio ddla comunanza » per cui viveva e stava insieme l'intero 
corpo della repubblioa. Le arti minori si componevano la maggior 
parte di operaj , ai quali veniva dato il lavoro e le meroedi con 
oerto regole dai mercanti che sedevano nelle ma^^ri ; prinoipalis- 
sima quella della lana teneva gran numero di lavoranti sotto la 
dipendenza sua. 11 Duca d'Atene, perchè si reggeva sul favore 
della plebe, avea manomesso gli ordinamenti delle Arti dando con- 
soli e rellori ai piti abietti anche tra' mestieri: in quanto però al 

(It) Harcbioiki DI Coppo »nn.ti, nelle OeUs.dfpliEnul.lMc. , i. XIII, p. 141 

(»| ìttma Villini, 1. IV, e, S9. 

186) GnvAinii Villim, I. XIF , e. n. - E HÀTTto Villui | l. It , e. t): 

• OgDi vile arleflce della oomuninu vuole pervaoìre al grado del priorato 
e de' maggjorl uffici del Comune, ove a' tiaiino » provvedere la grapdi e gravi 
Coae di quello , e per forza delle loro capltudlnl vi porvengoDO ; u così gli allri 
ciltadlDì di leggiere iotendlmento e d< novella cltisdìaanu , i quali per grande 
procaccio a doni e ape» el fUiDO a' temporali d) tre In tre anni agli aqnUtlnl dal 
Comune iniaocare : t questa tanta molUtndlDe , cbe 1 buoni e gli anticbl e cavi 
e discreti ditadiol di rado puisono provvedere a' tàlli del Comune , e la nluiio 
tempo patrocJDsra quelli , che è cosa molto atrane dall'antico govemamento del 
nostri anlecoBsori e dalla loro sollecìla provvitione, E per questo avviene , che 
in fretta e in furia speno conviene cbe si soccorra 11 nostro Comune , e che più 
l'antico ordine e 11 gran lascio della nostra comunanu e la forluna , governi e 
reggi la città d( Flrenae, cbe II sennq e la prorrldenza de' eoo! rettori. Calun 
Intende , 1 due mesi che ha a stare al sommo ufficio, al comodo della sua ulllilà, 
a servire gli amici a a dlsaervlre I nemici col tiiore del Com une , e Don la- 
sciano usare libertà di consiglio a'ciiladini •. 



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73 BiiANO d'istoria 

nii|{liorare la sorte loro aveano incontro i mercanti grossi, ai qusli 
era DuUa il tenere la repubblica se insorgesse la bottega. Di que- 
sto però non mancavano le apprensioni; il che appare da una 
crouicheKa di quella ctb ( comunque ne sembri narrare cose del 
tempo nostro ) , la quale dice a questo modo : « A di Si di mag- 
« gio Ì3i5 il capitano dì Firenze [M<ese di notte CiulA Brandini 
« scardassiere e suoi due fì^iuoU, imperoc^è il detto Ciuto volea 
• Tare una compagnia a Santa Croce , e fare setta e ragnnata cn(^ 

■ altri lavoranti di Firenze. E in questo medesimo di i pettiuatorì 
1 e scardassieri udito ch'ebbero che il detto Ciuto era stato prvso 
« di notte sul Iettò dal capitano, incontanente verano non lavorò 
« e slettonsi -, e non voleano lavorare se il detto Ciuto ooo ria- 
« vesserò: e andaroune i detti lavoranti a'priorì pregandogli che 

■ il detto Ciuto facessero cbe il riavessero sano e lieto ; e tuttala 
H terra misero a bollore, che se la farebbono-, e aaohe voleano 
X essere meglio pagati. < Il detto Ciuto fu poi impiccato per la 
« gola (27} ». Per queste cose nel 1 3t6 , tre anni dopo alla cacciata 
dei grandi, si fece decreto che i uiun forestiere fatto cittadino, 
s'egli ed il padre e l'avolo suo non fossero nati in Firenie o nel 
contado, sotto grave pena non potesse avere ufiicio, nonostante 
che fosse eletto ed insaccato ». E gih di-prima ai forestieri non 
oriundi di Firenze o del contado o del distretto, era vietato per gli 
statuti esercitare avvocheria o comparire in qualsivoglia causa 
o negozio; essendo soliti a commettere baratterie e corruttele, del 
che avevasi già esperienza (S8). 

Ma nel decreto che ora si fece, vediamo sorgere la potenza dei 
Capitani di parte Guelfa che lo promossero, e cercavano per tal 
modo affievolire il reggimento delle minori Arti. Quel magistrato fu 
istituito alla cacciata dei Ghibellini l'anno IS67, e sotto all'ammi- 
nistrazione stia vennero posti ed incorporati la maggior parte dei 
possedimenti allora tolti alla parte vinta ; doveano le rendite essere 
usale in Toscana e fuori alla difesa ed arapliazione del nome guelfo 
sotto la guardia e ad onore di Santa Chiesa : frequenti erano perciò 
gli imprestiti e le somministrazioni di danaro a rafforzare le leghe 
ed a soccorrere le citt?) minori in occasione delle comuni guerre. 



(!T| Frammenlo di Cronaca stampalo nella edii. di Donalo Velluti. Fiienae . 
<73l , pag. 448. 

(tHì Rubr. IO degli Ordinameiili di GiuMiiia dell'anno 1193 (Arch. Slor., 



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DELLA RKPDBBLICA FIORENTINI 73 

Manca il decreto d'istitunooe; atdùamo bensì ìd oggi a slDoapa 
l'iotero testo di quaUo statuto per cui venne rironoato nel 1335 
( com'era stato piti tàtn volte ] -, e nel Proemio l^^mo quello es- 
sere > lo statuto della parte e della univerntb de'Guelfi e de' devoti 
« di Santa Chiesa , a onore e reverenza ec. , e del santissimo padre e 
a signor niesser Benedetto papa XU, e de' suoi successori e dei suoi 
a frati cardinali : ad esaltazione e gloria del serentsaimo prin4»pe mec- 

* ser Roberto (re di Napoli) ec ; e a grandena e buono elato del 

■ popolo e dot oomuDo di Firenze, e a msnt«iimenlo e aocrescì- 

• mento della detta parte e devoti di Santa Chiesa e dei loro amici , 

■ e a DonfusioQe di lutti i Dentici (SS) ». Cosi mentre ai Ghibellini 
ù dava nome di Palerioi, quel magistrato ebbe consacrazione re- 
ligiosa e oaiionate, facendosi come il braccio forte di Santa Chiesa ; 
e Io troviamo noi chiamato « la venerabile parte Guelfa ». Un alu-o 
luogo dello statuto (cap. %i) dichiara intendersi ogni cosa « al butmo 

■ stato ed al riposo del comune e popolo di Firenze, e delle singolari 
« persone de)la detta Arte , che sono una medesima cosa col comune 

■ e popolo di Firenze ». Così non era quello per niente un magistruto 
ddla repubblica, era un governo da per sé ed uno stato dentro 
allo stato, sebbene pósto a munimento del governo popolare che si 
r^geva su qudla parte. Aveva capitani, priori, consiglio di creden- 
za , e due consigli generali , che uno di sessanta e l'altro di cento (30) ; 
e notaj e cancellierì e sindadii, e una sua propria bandiera con 
gigli d'oro in campo azzurro, ma che-trar fuori non si poteva senza 
licenza dei rettori e magistrati del Comune; lo stemma però di 
parte guelfe era una rossa aquila con sotto a'piedi un drago verde. 
Mandava som ambasciatori e ounzii ed esfrioratori cauud tciendi 
nova : pe'ca[Htani di parte gudfa non era divieto agli ufizi della 
repubblica tranne i maf^ori; doveano assistere agli scrutini che 
si facevano per i collegi e magistrati (31). Questi però avevan ob- 



(t9) eiomate Storico dagli Archioi Ttaemi, Voi. I , inno I8)}7. — Il Comuoe 
d; FlreoH urtv» in Roma ancbe oell'asseoza del ponteSoe tre col titolo di pro- 
Mtorì, si qnilf nell'aano 13H erano staniiitl dil consiglio del capitano k 
popolo florenllno 480 Boriai d'oro. (Carte del signor Giuaeppe Canestrini a noi 
(•oliineiilti comunlcaW). 

(30) Stando a Lapo da Caallglionchio {Dbcorso ec. ; Bologna , 4763, io 4to, 
pag. 1SS) , in prima origine 11 maggior consiglio sarebbe sialo di 40 , grandi e 
popolani. 

(31> SlatuL Fior., Tom. II, Lib. V, Rubr. 5.*, pag. 49(. 

Ajie».ST.lT*t., Ifuora Serie, T.Vll. P.IL io 



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74 UN BRANO O'i&IOMA 

Uigo di prestare mai» forte in tatto « qtwi detta parto guelfa (3S) , 
la quale doveva alla sua volta aiutare il Gomuae ài Ihreine, ofle- 
rendosi ai retton quando entravano in officio, ooa l'ammooirti di 
osservare e difendere la parte eh'è « utta cosa col Comnoe > (capL SO) : 
k Statuto , fiorentiao eoa l'ultiiDa rabriea del tome %*, conferma 
gli statuti e gli (»dinamenti che parte guelfa si aveva dati, e le 
provvigioai del Comune che ad essa erano relative. 

I ca[»tani erano sei , da eleggersi ogni due testi ; « dei più no- 
ImIì e più degni cittadini di Fireoie , veramente e interamente 
guelfi - di parole e di fatti - tre grandi e iltrettanti popalani; ohe 
ano per sesto ( capi S ) > (33). Rimasero i grandi in «piel magistrato 
al modo stosso per cui rimasero nel consiglio del Comune , sebbene 
prìvsti de'somuì uffici nella Bepobbliea; ma che dominassero la 
parte gaelfa e che il goveroo di quesU ritenesse tuttavia costumi 
e genio sigoorìli , appare aniAe da un capitolo dove con anpKs- 
sime parole viene stonzisto il pagamento dì certa peoanis ai ca- 
valieri Qovellamento fatti ; ■ conoiossiacliè a così magnifica dttk si 
confacela risplendere per qaanUtà di oavalierì : ma che non fos- 
sero più di sei all'anno e due per ischiatta ( cap. 39 ) >. Giano Della 
Bella avea fatto decretare che le famiglie dwe fossero cavalieri 
s'intendessero di grandi, eos) privandole degli ufiìci. Tale era Io 
si^rìto delle istituzieoi popc^ari, ma fuori di quelle stava uà al- 
tro ordine ed un magistrato che aveva rendite e peesedimenti , 
cercando ampliarli d'anno in anno (34) , e che tomnra in mano soa 
le relaiioni con gli altri stati , quanto importassero la oonswa- 
zione per tutta Italia della parte guelfa ch'ara ìi pepolo itaHano. 
Ha in quell'ufficio non risedevano delie antiche famiglie nobili 

|3ai Stalut. Fior., Tom. I, pig. 415-, e StaWa « Parte Gmlfa, Cap. W , 
nel Giomalt Shu-wa i^li Arehàìi, Voi. 1.* 

(33) Neil' iatervallo perù tra il 4335 e il 58 i cipilini troTiamo eaaera ri- 
ddili a quattro, che due grandi e due di popolo. — Per una riformi del 43S3 i 
nuovi capitani sareblxiDO eletti da quelli cbe lucifaBo: coleste cote perdd va- 
riavano ad ogDi trillo , e Lapo da CaUiglionoblo dice eba eraoo mi1 aleU) dal 
coiuiclio spgrelo dei quattordici IDitoono «o. , i»g. tSS). Abbiamo pura una 
deliberazione del 1316 , per la quale f capllani eleggow» loMklo coaaìglieri dalla 
Parte , dei quali eodo ivi anche I nomi. — Tutlo ciò iHMlra come il goreno 
dell* parla guelfa maoleoasse le forme atrelte cba ai convengono ad ud reggi- 
mento di oligarcbi ; e tali erano essi TeramanIeL 

(34] V. Cap. 46 degli Statuii di Parte guelfa ■ Come ogni anno ai apMda 
In poatesaioni e in caae la maggior quantità, di pecnnia cbe avere « potrà ■. 



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DELLA nPDBBLtCA PIOBENTINA 79 

oramai pib se uoa quelle sole che mantenute dal nome guelfo , par 
tuttavia partecipavano alle ambiiioni cittadine, e si accostavano 
per le pareotele e le aderenze alle famiglie dei grassi popolani 
ehe avere sdevano i primi gradi oella repabblìca , e delle quali 
noi troviamo per lo pili essere il gtHifaloniere , andie nel corso di- 
questi anni ; ed oltiveiò essendo dopo il i8 assottigliate le borse 
per il grande numero dei morti , non pochi dei grandi vi furono 
messi per quelli ofSci minori ai quali erano essi abili. Tutti costoro 
male soffrivano la compagnia dei minuti artefici , ma non avevano 
ad abbatterli stmmento o macchina piU acconcia del magistrato 
di parte gaelb , ìl cui nome era cosi addratro nelle viscere di 
questo popolo , né potevano meglio cuoprire in sé medesimi le ap- 
parenie d'una congrega di ottimati ; facevano essi s sé strumenlo 
contro al popolo de^i artefici , di quelle leggi sopra i ghibellini 
che prima il popolo ebbe falAnicate. lo credo avessero UAtB norma 
dal Consiglio veneto dei Dieci , e che ambissero d' abbagliarsi , 
qoaat'era lecito io Firense , a quei temuti inquisitori. 

AbÌMamo detto fsome la I^ge contro a'torestierì del I3i6 fbsse 
• opera e motivo dei capitani di parte guelfa d , dei quali si vidde 
allora sorgere la potenza. Questo narra Giovanni Tillaoi all'estremo 
dell'istoria sua, e dice che fu quasi on principio di rivolgimento 
ndlo stato per le sequele che poi ne vennero (35). Si tolse quindi 
un'altra via, ampliando i titoli d'esclusione col decretare ehe 
ognuno il quale egli o la femiglia sua dalla cacciata dei Bianchi 
nel novembre 1301 in poi , fosse condannato come ribelle o gbi- 
beUino , o fosse chiarito non vero guelfo e devoto di Santa Chiesa , 
non potesse, sotto pena di lire mille , o cinquecento in certi cast , 
accettare uffici nello stato; alla qual pena fossero anco tenuti co- 
loro (die eletto lo avevano , e similmente il magistrato de'Priori , 
se no) condannassero , quando egli fosso di ciò accusato : bastas- 
sero sei testimoni di pubblica fama a comprovare la rgualitìi di 
ghibellino; chiunque ardisse proporre in consiglio o in altro modo 
promuovere la revocatone ddla delta legge, perdesse l'ufficio 
( fosse anobe dei Priori ) , e avesse condanna della stessa somma. 
La legge è de'S6 gennajo 1 347 , della quale ablnamo il lesto pub- 
blicato dal P. Ildefonso da san Luigi nella piti volte citat;^ sua 

(36) TiloDo potrabbs gli ulllml ciplloli dell'Ittorii di flior. Villani cradere 
operadillaltea.aatlrlbiiireqiietteiMroie • nat eipartonti plb tungamente btla. 



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76 UN BHiNO d' istoria 

cotleiioDe dì documenlj. Giovanni Villani, die ne diede la soslanta, 
deso-ive come a grande slento si ottenesse , per essere nitrito av- 
versala dai Priori e dai Collegi delle Arti: i quali di poi si crede- 
rono aaoullarla col porre almeno qualche difficoltà nell'accettnre 
i testimeoi ; « talché ne fu quasi commossa la terra • : ma la parie 
dei capitani prevalse , e la detta le)^ fii confermata e forti6cala 
in quello stesso anno i7. Alcuni artefici , dei quali uno è nomi- 
nalo dal Villani e di altri abbiamo noi la sentenza , ebbero con- 
danna per ghibellini in quello stesso anno: nella plebe e più ancora 
tra'nuovi uomini del contado, la dipendenza in che erano essi 
o erano stati ì progenitori loro dalle antiche famiglie nobili , dava 
appiglia alle condenDOgioni. Altra riforma dipoi de) 1349, mentre 
aggrava in quache guisa la condisione dei ghibellini , sottopone i 
giudicati del magistrato di parte guelfa all'approvaiione della Si- 
gnoria , talché direbbesi anzi un freno che il governo della Bepuh- 
blica volesse porre a quel magistrato (36). Troviamo pure che 
essendo per la mortalità del iS recate le %\ arti a 4i, in quello 
stesso anno 1349 a gli Albizzi procacciarono e fecero fare (4i'eUe 
sì recarono allo £1 , dicendo che avevano rimesso l'uscio nei gan- 
gheri » (37). 

Dopo quell'anno sì vede come per la guerra con l'arcivescovo di 
Milano e per la presenza in Toscana dell'imperatore , fosse impedito 
o trattenuto alcun poco per allora lo svolgimento dì quel disegno 
che i partigiani di un governo pit ristretto aveano formato sino 
dal 46 ; la Signoria ch'era popolana e le capìludini o 0(4legi delle 
Arti contrastavano la soperchìanza che il magistrato di parte gaelb 
su tutti gli altri si arrogava. Per quanto tenero fosse questo po- 
polo del nome guelfo , riusciva odioso il ricercare uomo per uomo 
le ultime stille che rimanessero di un sangue ghibellino , cosicché 
non si trovava chi gli accusasse ; e le prove erano assai dìffldli. 
Ma vegghiavauo coloro ì quali avendosi fabbricata quella s(Ja arme 
ch'essi potevano , voleano usarla ad ogni modo, fosse anche pure 
con la violenza. Le cose erano dentro quiete, e fatto é che per 
la comunanza degli uffici le sètte avevano meno luogo , e la He- 
puUdìoa prosperava ; né trarre si vuole disperate conseguenze da 
quella ingenua severità cb'è nei Villani e nel Compagni ed in altri 

(36) G.Viu.111. 1.XIt.C- n,T9,93. Dèli*. dtgtiErvd, T.XIil, p.3l4a », a 339. 
(3T| ViLLDti , Cronaca , p*g. 406. 



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DELLA BBPUBBUCA nORBMTlNA 77 

ftorentÌDÌ , cbe gii onora come aomini e gK avvalora come istorioi. 
Allora peri» certi grandi e popolani grassi , ingliando occasi)»» dal 
male ch'era n^K squitUai , « pinttostocbè faru a racoonoìare al 
« me^o le cose con l'aUireviare i divieti o per altro modo ; ma 
* essi Tolendo. divenire lìrannelli e a tntti quanti i cittadini t»- 
' nere il bastone sopra a capo », si fecero a dire che gli uffici 
erano pieni <K ghibellini e cbe ne andereUie ta salate della parte 
guelfe, nella qnale era il fondaniento della liberta d'Italia e la 
difesa contn> le tiirannie. Una riforma che abbiamo a stampa 
del 1354 (38) , non avea latto cbe dichiarare me^io i titoli d'fsda- 
sioae e provvedere che gli nfizi rìoiasti vacanti, di puri gubifi m 



Nei primi giorni però dell'anno 1358 i capitani di parte guelfa 
Menarono une petizione , ovvero proposta di legge , delle quale 
era questo il tenore.Un esordio molto magnifico dichiara essere quella 
ì^gB a a àcnreua e fortificasioue di tutta la massa e corpo dei 
guelfi , e ad impedire che incontro si frii ed ai cattolici non pre- 
valgano quegli empi , che avendo animo di lupo celato sotto pelle 
d'agnello , con arti foUaci s'adoprano a fine di entrare nel sacre 
ovile dei guelfi >. Dipoi sutuisce , in primo luogo la confermaiioue 
ddle antiche leggi ; nemmeno gli approvati guelfi per la legge 
del 1319 potevano oMere per 15 anni dopo il giuramento fatto {39] 
né priori, né gonfalonieri di giustiiia, uè dei 12 buonominì, nft 
gonfalonieri di otHupagnia , né capitani di parte gudfa , né notari 
d'alcuno dei detti uffici ; queUi che siano ricevuti gudfi da ora in 
poi non abbiano ufficj se non prestino giuramento dì osservare gli 
statuti della parte. I ghibellini non sieno rìconoacintì guelfi se non 
con le stesse forme per le quali i grandi si facevano popolani. Va- 
gano le leggi fino alla cattura delle persone e alla dislrniione 
delle case i possa ciascuno accusare , sia pure anche donna o fidinolo 
■ di famiglia, o uno dei grandi, e per accusa segreta ame nomine, 
ùlaque aUqua tatùdatione de proiequendo. A comprovarla bastassero 
sei leatimoni dì pobbUca fama , senza bisogno che foisero approvati 
dai priori. I capitani aolto pena di cinquecento lire doveano pr»- 
stara mano agli accosatorì , notificatori , denunsiatori , e quanto 
era in poter loro dare ad essi aiuto e consìglio -, promuovere le ac- 

(38) Mix. dcfllj ErttdU. , T. XIV, ptg. S31. 

(39) Giuravano : lUwtU animii «I cumoJii capUilm* , tart ogni con ■ eon- 
««TTaiioiM dello stato e pane dei guelfi , e od KCitmUmm» «mmlomm. 



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78 UN «UNO d'istobu 

cnM ed i proc«BÌ presso qualunque rettore e ufiiiale , e tatto àò 
a spe§e della parte , ii caBaarliogo dovendo pagare le spese sopra 
un semplioe mandato dei capitani. Prevalga questa ad (%aì altra 
provvióooe , e nel conflitto prevalga qneUa obe |riil fav<xÌBca la 
parte gndEa , e più offenda i ghibellini. Se akamo bcàa motto 
contro a questa legge [mjudicia vel extra, eOam m tùiAteatu aH^ 
quid dàcerit] aia condannato, de facto el me itrqiibt et/^uraju- 
dicii , in tremila fiorìni d'oro ; e m non paghi dentro tre giorni , 
gli aia tagliato il capo d' in sulle spalle : ed ogni rettore o ufistale 
obe non osservi o non faccia osservare questa legge , sia ooodan- 
nato in mille fiorini d'oro , e perda l'ufficio • HO). I capitMÙ di 
parte guelfa per questa legge scelleratissima vennero fatti nel tempo 
stesso istigatori alle accuse e accusatori e stdi giudici , e tolto via 
da quei giudiii ogià intervento ed antoritb dei magistrati ddla 
Repobbltoa. 

Portata l' iniqua petiiione ai wgnori ed ai collegi , non la voliere 
questi Bocf^ere né puro metlero in deUfoerasione. Ha i capitani 
con dugontò dei loro seguaci , e col nome inoanal della parte guelfo 
a cui niuno resisteva , tornati in palagio , dissero die non ti par- 
tirebbero di U innansichè la petiiione fosse vinta ; e a questo 
modo oonvenne die si facesse. Dipoi si racchiusero insieme nel pa- 
lagio della parte , e fecero le borse dd capitani e coBsigUeri da ri- 
sedere per mdti anni negli uffici di parte guelfa , soegliendo tra 
loro sfacciatamente t piii malevoli e di peggiore coodiziooe. Proce- 
dendo squittinarano per accusarli e farti condannare settanta cit- 
tadini * di nome e di stato e ddle migliori case di Firense , grandi 
e popolani , oEiaodio che di naitoue e d'operazione si trovassero 
essere veri e diritti guelfi (il) ; dopo questo , levato il saggio delle 
accuse , dovevano insaccare degli altri > (iS). Ma bollendo la oittk , 
i capitani al vedere la commozione ristettero dall'aocusara i potenti; 
e vdendo perà dare cominciamenlo al fatto, scelsero quattro dei 
quali si poteva dire qualcosa , e con accompagnamenio di quei so- 
liti dogento andarono al poteslk , ed exabrupto gli fecero condan- 
nare. Sabito dipoi , benché avessero animo di fare master fesdo, 
ma ritenuti dal mormorio del popolo, fecero lo stesso di altri otto , 

ttO) D«lii. d«0li Brud. , T. XIV, pag. 2i9. 

(41) Alcune parole di Ualleo Vlllaoi ci dum) a credere ch'egli bise di gii 
segnato io qoalU Usta. 

Ut.) U. VlLLiBI, I. VII[, C. ». 



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DBIXI UPUBBIICA FIORENTINA 79 

poi di àocfae più. e A «gnóno pweva male stare , e indti eerc»- 
• vano oon preghiere e oen servigi e eoo doni di riparare atU fortuna 
« loro ch'era in mano dei capitani, e Ciascuno di questi aoeiuave 

■ il suo » ; ano dei sei capitwi diceva all'altro : non hai tu skuB 
« oemieo ? A me oonsenti di coodanoare il nemico mio, ed io a te 
« eoneentirò il tao , e sei erano condannali » ; in pronto sempre 
i testimoni. Intanto però tntti gridavano si mettesse rime^ a ciò, 
e moki censif^ se ne leoeano , « ma nessuno modo vi sapevano 
t trovare per non derogare al ntHoe della parte ; e i pib sospetti 

■ si mostravano più selanli a mantenere la legge insi&tantocbè la 
« pietra cadeva sopra loro >. 1 dne cronisti che a noi trasmisero 
questi fotti , pongono studio nel protestare come la ìtgge contro ai 
GhibdliDi in ab medesima fosse buona , se non che la era male 
osala (43). Quindi, accorgendosi non potervi per via diretta ripa- 
rare , e che l'onore e lo stato poteva essere ttdto a oiascnoo quando 
a tre capitani dì parte paresse , ma volendo pur fare qualcosa , i 
priori all'improwisto (wdinaroso segretamente eo'loro eotttgi una 
ftAàìoae che fn vinta. Ai capitani aggiunsero due altri popolani, e 
decretarono ohe nessuna deliberaiione aveste valore se non fosse 
concordata da tre popolani : i capitani grandi non era olrfiligo ebt 
fossero cavalieri , perchè l'ufficio non oontinaasse in pochi grandi; 
posero a tutti divieto un anno , e ohe gli squittinii ddla parte « 
dovessero rifore di nuovo e annullare tutti i fotti. Goal almeno eb- 
bwo m(Mi alcun intervallo da riparare ai fatti loro; ma nondimeno 
colore che avevano l'animo e la mente s<^eoita a rimanere sempre 
cen quell'arme in mano , argomentarono nuovi squittinii ; e io que- 
sto e in altre cose fecero tanto che lo scandalo cresceva sempre. 
Ed allora per andare più lesti ^ perootere , inventarono qnd no- 
me di poi famoso delle ammonisioni , ch'erano preoetti dati sensa 
toma di giutheio , come a notoi] ghibelUni , di non pigiare ^i uf- 
fici ; e pn-cbè il modo paresse buono , dicevano : « cnegUo essere am- 
monito che gasUgato i. QuelK oligarchi così beevanodel princ^M cH 
Hwrtà a sé strumoBlo di tirannia , cui sempre giova porre innansi 
un ntune graie e popolare siccome era il nome guelfo , e coprire 
le violente di una mite appellaiioDe come era quella dell'ammonir& 

Harefaionne Stefani sotto l'anno 1353 narra oomc esasndo grande 
contesa tra le famiglie dd Hicci e degli Albini , questi armarono 

itì) U. ViuAii, I. VIU, & «,3SieMAKauNn'i«T»kin,Llb.lX,iMg.16. 



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80 UN BBANO a' ISTORIA 

le case loro per sospetti che aveano dì fuori ; il che ai Kicoi es- 
sendo ra[^rtato, ed essi pure si annaroDO. Gli ammi eraiu in 
sospeso , quando una zuffa essendo nata per lieve cacone in Mer- 
cato Vecdiio ,. si temette nascesse gorara tra le dae case", poi non 
ai trovò esser nulla . e riposato la cosa , la Signoria cerob fare 
pace, ma la volontà cattiva tra loro riraaae. E l'anno dipoi, stando 
al cronista medesimo, avrobbono i Ricci dato la prima mossa alle 
nuove leggi coatro a'Gfaibelliai , facendo ciò con l' intendimento dì 
battere gli Albizzi , i quali oriundi d'Aresso si diceano essere Ghi- 
bellini di nazione. Questi pertanto si proponevano dì contrastare 
la l^ge, allorché un Geri de'Pazzi amico falso de'Bioci, andato 
una notte a Piero degli Albini il quale era ia Casentino, gli disse 
a qual fine era ordinata la 1^^ , e che si sarebbe detto la com- 
batteva egli per timore non toccasse a lui. Accettò Piero il consi- 
glia e venne in Firenze ; e quando audò la petisiooe , la favoreg- 
gi con gli amici suoi tantoché si vinse ; ed e^ poi e la famiglia 
sua rimasero capi della parte gueUa e per essa crebbero. I Ricci 
pigliarono la contraria parte , e per alcuni ansi si disse la seiu 
dei Ricci e la setta degli Albizzi , tra le quali era la città divisa, 
ma smza però che si venisse alle armi o ohe grave effetto no na- 
scesse; quella dei Ricci venendo ad essere abbattuta facilmente, 
finché dipoi non risorse con altro nome a levare in alto un'altra 
casa piti fortunata. 

Da queste parole di Harcbionne Stefani , il HachiaveUi deduce 
il filo del suo racconto (ii) ; ed egli ohe scrive l' istoria di coesa , 
alla contesa tra i Ricci e gli Albìsti ed alla zuffa in Mercato Veo- 
cfaio attribuisce tutto quel fatto dell'ammonire , scrivendo essere 
stata inventione dei due rivali per cosi opprimere l'uno l'altro; e 
paragona la divisione la quale allóra ebbe princi|»o , a quelle che 
furono prima Ira' Cerchi e i Donati , e tra gli Uberli e i Buondel- 
montì. Ma le fazioni ohe in antico si combattevano con le armi , 
l' tnantcotuno ora con ie faot (45} , perohè il governo popolare era 
(^gimai costituito. È poi ben certo che la potenza del magistrato 
di parte guelfa ebbe princi[HO subito dopo a ohe essendo privati i 
nobili del govwno dello stato, cadeva questo in democrazia , con- 
tro alla quale i potenti vollero prima armarsi con l'escludere i 

((4) L» CroDKa di Uaichionne rimase inediti Ano al pasHlo mcoIo , tna 
era nota ael cinquecenlo. 
(Uj Cronaca di G. Morelli. 



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DELLA REPUBBLICA FIORENTINA 81 

jHiwi uomiaì c forestieri, poi col batterli come ghibellini-, il chv. 
era stato più anni prima cke tra gli Albisti ed i Ricci fossero 
nate ioimiciue, quanto almeno noi si^iaioo. Si doU pure come 
della contesa tra quelle due case, Blatteo Villani in tutto il corso 
della istoria ma non feccia parola , sdo io vn luogo accennando 
agli Albini qoasi temesse di nomioarìi , battuto essendone e|^i 
stesso come seguace deéla conlraria parte : ma nemmeno se ne 
trova fatto ricM-do bene espresso , aè da Leonardo d'Areno né da 
Piero Bodìds^dì, comunque vissuti in una etè oramai eioura da quei 
timori dai perioolì. Il Velluti ed il Morelli metbino innanii i Ricci 
e ^i Albizzi siccome capi di quelle sètte ; ma il derivare i moti 
pubblici dalle private ioimicine , è tutta cosa del Machiavelli. 

Al fare leggi contro a' Zibellini e alle contese che indi nacquero 
dovette essMv pare incentivo, beante taciuto dagli storici, il trat- 
talo cbe si fece nel corso appunto di qneglì anni con l'imperatore 
Carlo IV. Qnando Giovanni Villani racconta «otto l'anno 1347 le 
prime mosse del magistrato di parte guelfa contm a' ghibellini , 
diohiBra egli in seleone modo ciò essere stato per le apprensioni 
«^ allora dava alla perte guelfa l'essere eletto ad imperatore Carla 
nipote di Arrigo VII. Dipoi regaliamo la Signoria trattare l'aocordo 
con questo stesso imperatore, è noi dicemmo con qual mistero pei 
molti di'erano a ciò avversi. Nell'aprile del 58 quel trattato eìAK 
pubblicatione , e qui pure noi vedemmo con qnanto grande contra- 
rietà di moilì. Dopo dì che un'ambascerìa andò in Germania per 
la ratlfloatmoe ; ed ecco subito le contrarietà in Fìrcnie prevalere, 
ed abbreviarsi il tempo del mandato agli ambasciatori i quali 
dovettero fare ritorno a mani vuote, che fn in settembre dell'anno 
slesso. L'accordo per allora andò a monte, né altra parola se ne 
fece D^ anni 53 e 5(; ma ripigliato nei primi giorni del 1355, a 
Pisa venne dipoi conchiuso. Allora tacqneia parte guelfa, e le sue 
leggi non si eseguirono , sinché alla fine tre anni dopo e quando 
era l'imperatore fuori d'Italia, non si rialzava con violenta quasi 
vendicatrice la tirannia di quel magistrato. Cosi a me sembrano 
quei due fatti mostrare in tutta la successione loro quel legamento 
cbe pur doveva tra loro essere necessario ; e al modo stesso poi 
si vidde rallentare la violenza del magistrato di parte guelfa o 
quasi essere soperchiato , un popò innanzi alla seconda venula in 
Italia dello slesso Carlo IV, e ripigliare viemaggior lena dappoiché 
Carlo si fu partito. 

Arch.St.It. , Naxrn S-r!r . T. Vii . P. II 11 



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82 IN BHAnO P' ISTORIA 

Dùcemmo noi come la parte che piti era popolare ed alla quale 
apparteneva Matteo Villaoi , promovesse quel trattato per cui ve- 
oivasi ad autenticare il goveruo delle Arti costituito dopo il Ì3 : 
quello slesso imperatore aveva in Siena favoreggjìato, contro all'Or- 
dine dei Nove , la formazione di un governo largo. Matteo Villani , 
eh' è il narratore solo a noi rimasto di quel trattato, e che n'fe 
grande sostenitore, molto era avverso al magistrato di parte guelfa, 
dal quale venne anche ammonito per ghibellino. Teneva la parte 
alla quale i Ricoi presiedevano : e dì Uguccione eh' era capo dì 
questa famiglia, dice il Velluti (p. 109), ch'ali <> reenva a sé i 
t ghibellini e non veri guelfi d. Uguccione andò a Cesare in Ale- 
magna ambasciatore la prima volta ; e quando tornarono gli altri 
quattro collii suoi , perchè la parte contraria ad essi ed al trat- 
tato in Firenze prevaleva, rimase in Udine a cercare se la pra- 
tica si rappiccasse. Nei consigli del Comune mosse il partito del 
fare accordo con l'imperatore giunto in Pisa , e andato a lui am- 
basciatore , e nate essendo difficoltà , venne in Firenze a procu- 
rare si conchiudesse a ogni modo con ampliare a questo efibtto 
le facoltà agli ambasciatori (46); alla fine sottoscrìsse quel trattata 
e fu nel duomo a prestare omaggio : ma , per contrario , ninno de- 
gli Alhìzzi ebbe la mano in quelle cose. Essi e con loro gli otti- 
mati voleano fare a sé sgabello del nome guelfo, ch'era la fona 
della Repubblica Fiorentina , i popolani a sé appoggio delle impe- 
riali traditioni , contro all'abuso del nome guelfo : qui stava il 
nodo della contesa. Ha vero è poi che le due parti, entrambe in- 
certe e come stracche, l'una con l'altra si confondevano; pìh 
oramai non dispiegandosi franche e sicure le volontà ed ì propositi 
di ciascuna , come era al tempo di quelle guerre che prima i grandi 
ebbero tra loro, e poi la plebe contro a' grandi. 

Gino Capponi. 



(M) Àrdxivia dello. — Libro amnUU.-r In esse troviamo Piero degli Albini 
e duo Strozzi che tenevano la psrte sua, dar voiotragli altri più qualiScati di- 
ladini ■ cui speltavasl per ufficio. Ha i loro Domi sUiino Ira gli ullimì cbe at»- 
biano luogo in quei registri , e nei pareri da essi dati nulla é di Doisbile , come io 
ceu giudicali , e dove pare che le eenienio l'una dall'allra poco dlflbrai) , non 
<i dessero senza circospezione. 



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bELLA REPUBBLICA riOAKNTlNA 



MATTEO VILLANI. 

Lm. i. Cap. 77. 

tM>e lm •Un» te IUb«rM <•! p*pM* « ■■»■ Ali t«*c«)ì1. 

s Vedendo i falli commessi per li comuni ghibellini di Toscana', 
Cbe liberamente sollomisono la loro libertà al nuovo imperatore, ci 
àò materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come col 
popolo romano i comuni d'Italia, e massimamenle i Toscani.... 
parteciparono la cittadinsDia e la libertà di quel popolo , la cui 
autorità creava gli imperadori: e questo medesimo popolo, non da 
sé, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de'fedeli cristiani, cod- 
cedette l'elesione degli imperadori a sette principi della Magna. 
Per la qual cosa è manifesto, avvegnaché assai piii antiche storie 
il manìfestiao , che il popolo predetto faceva gli io^radori , e per 
la loro reit^ alcuua volta gli abbaltea, e la libertà del popolo ro- 
mano non era in alcun modo sottoposta alla libertà dell'impero, 
né tributaria come l'altre uatioDi, le quali eran sottoposte al po- 
polo e al senato e al oomane di Roma, e per lo detto comune al 
loro imperadore: e mantenendo i nostri comuni di Toscana l'an- 
tiea libertà a loro succeduta dalla civiltà del popob romano, è assai 
manifesto che la maestà di quel popolo, per la libera sommessionff 
fatta all' imperadore per lo comune di Pisa e di Siena e di Volterra 
e dì Samminiato, fu da loro oSesa, e dirogata la A'aachigia de'To- 
.scani vilmente per l'iavidia ch'avea l'uno comune dell'altro, pib 
che per altra debita cagione * t^)- 

il) Il Boainsegai, cbe trasse ogni cos,i dui Villani, riacbiude il discorso in 
{(uesle poche ma bea precise parole : • Ctii cerchoià bene lioveri cbe Doma e 

■ tutte l'altre terre di TofCana cono libere da ogot sommlssiODe impeciale, per- 

■ chi In lei Tu II principio dello imperio > ;S(oi'ia Fiormiina di Piiiao Borihk- 
6II1, p «71, 



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UN BHANO U'ISTOHU 



4 «nslU MsdeBlM*-. 



« Seguitiamo ancora a dire le cagioiii per le quali, oltre a ciò 
ch'è detto nel precedente capitolo, a'comuni italiani, senza offesa 
del sommo iiAftero, è ledto ansi debito il patteggiare con gli im- 
peratori. L'Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l'una cfae 
seguita neTalti del mondo la santa Chies», secondo il principato 
che ha da Dio e dal sauto impero in quello (1), e questi sono di- 
nominati guelfi....: e l'altra parte seguitaoo l'impero, o fedele o 
infedele die sia delle cose del mondo a santa Cluesa, e ehiamaosi 
ghibellini..,, e segnitano il fatto- che per lo titolo imperiale sopra 
gli altri SODO stt^bi, e mokwi di lite e di guerra. E perocché que- 
ste due sette sono molto grandi, ciaseuoa vuole t«UM« il princi- 
pato, ma non potendosi fare, ove Bigoore^n l'una e ove l'altra, 
comecché lutti si volessooo reggere tn liberta di comuni e di po- 
poli. Ha scendendo in Itdia gl'imperatori alamanni, haaQu più 
osato Eavor^igiare i ghibellini che i guelfi; e per questo hanno 
laseisU) nelle toro ciUà vicari imperiali con le loro masnade: i quali 
oootinovaodo la si^iork, e morti gli imperadori di cui erano vi* 
cari, sono rimasi tiranni, e levata la libertà a'popoli, e fattisi po- 
tODli s^^ori, e nemici della parte féde^ a santa C^es^ e alle 
loffs libertlL E questa non è piccola cagione a guardarsi dà soUo- 
inaltersi seni» patti a' detti imperadori. Apprèsso è da considerare 
«he 1» lingua latina e i costami e'novìmenti della lii^ua tede- 
sca SODO come barbari, e divisati e strani a^ italiani, la cui lin- 
gua e le cai leggi e oostumi e i gravi e moderati movimenti , die- 
dooo ammaeetramenti a' tutto l'universo , e a loro la monarcdùa del 
mondo. E peri venendo gli imperaburi delia Hagoa &à suprento 
titolo , e volendo eoi senno e con la loru ddiet Magia r^ere gli 
italiani, non lo sanno e non lo possono faro; e per questo essendo 
flon pece ricevuti nelle città d'Italia, generano tuimulti e OMimo- 

(tj la que«lo Id(V> é oscurili, dipoi vengono parole InuUIi: alcaoi perù dei 
punii che abbiamo dovuto noi porre sono colpa della fallace leiiOD* , la quale dn- 
hirpa e loglle tenm alcaoe volle alle lalorle del tre Villani. Sarebbe letopo c«s- 
naw qaeala vergogna della Ineriia nostra , e che uno al cnrto Ira' pib injieni 
documenti di que'secoli , non fusse a luoghi un geroglIBco. 



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DKLLA HEPÙBBLICA FIORENTINA K5 

«ioni di pofioli, t! in quelli si dilettaao, per esser per controversia 
(juello ch'essere non possono uè sanno per virtù o per ragione di 
intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e vere ra- 
gioni le città e i popoli che liberamenle gli ricevono, «onvten che 
motno sialo, o di venire a tii'anaia, o di guastare il loro usalo 
reggimenlo, in confusione del pacifico e tranquillo stalo di quella 
eittii o dì quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo 
rìperife a'detti perìcoli, la neoeasilà stringe le «itt^ o' popoli che 
le loro franchigie e stato vogliono mantenere e consertare , e non 
essere ribelli agli imperadorì alamanni, di provvedei-si e patteg- 
giarsi con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gli impera>- 
toii, ohe sensa gran sicurtà li mettano iWle loro città ». 

LiB. 5- Cap. f 



■ Chiunque eobsidera con spedita e libera menl« il pervenire 
a'magQittci e supremi titoli degli onori mondani , troverà che pib 
peioDO mirabili ìnnanEÌ al fatto e di lungi da quello , che nella 
presenza della desiderata ambizione e gloria: e questo avviene 
perdiè H sommo stato deUe cose mobili e mortali , venuto al ter- 
mine dell'oliato fine, invilisce, perocché non può empiere la mente 
dell*aDÌma immortale; ancora ai fa piti vile, se con somma virtù 
non si gov'eros e r^e: ma quastdo a'aggiugne ai visi, Tettata si- 
gnoria diventa incomportalrile tirsMtfo , e mata il glorioso tittrie 
iu ispaventevole tremore de'sudditi popoli. Ma perocché ogni signo- 
ria procede ed è data da Dio in questo mondo, assai é manifesto 
che per i peccati de'pOpoli regna l'iniquo. L'imperiai nome sor- 
monta gfi ahri per somma magnificenza, al quale Boleaoo ubbidire 
tutte te iMzioiri deil' ani verso , ma a' nostri tempi gli infedeli hanno 
quello iu dispregio, e ndla parie posaoduta per i cristiani tanti 
sono i potenti re, signori e tiranni, comuni e popoli che nonl'ub- 
Iwfacono, ehe picodissima parte ne rimane alla sus suggaiione: 
la qual cosa estimano ch'avvenga principalmeu[« dalla divina dispo- 
sizione, il coi pfuVvedimento e consiglio non è nella podestà del- 
l'inMIetto umano. Ancora n' è forse cagioue non piccola l'imperiale' 
elezione trasportata ai sette priooipi d'Alemagoa, i qualt hanno 
continuato lungamente a eleggere e promuovere all'impero signori' 
di loro linguai i quali colla feria teutonica e col consiglio indiserettr' 



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S6 VK BRANO u'iSTunijl 

e DiovimeDto furioso di quella gente barbara haniko voluto reggere 
e governare il romano impero; la quel cosa è straas da quei po- 
polo ilaliaoo cbe a tutto l'universo diede le sue leggi e' buoni costumi 
e la disciplina militare: e mancando a'Tedeschi le principali parti 
che si rìchi^^ODO aU'imperìale governamenlo , non è maraviglia 
perchè mancata sia la somma signorìa di quello b. 

Nei capitoli sopracilati è istorìca filosofia, è, a creder nostro, 
della migliore. Qui è la dottrina del Hachiavelli circa le mutazioni 
dei regni , e qualche cosa anche di pib , senza di che non riusci- 
rebbe quella altro cbe a sterile empirismo ; e qui ta retta interpre- 
tazione di quella solenne ma spesso travolta e abusata sentenia, 
che ogni potere viene da Dio. Si noti pure come l'appellazione data 
di barbari ai settentrionali, goffa e sguaiata al tempo nostro e pe- 
dantesca nel cinquecento, fosse plausibile tuttavia quando di fresco 
era cominciato quel che fu a noi risolvimento precoce e rapido 
anche troppo, e che ad essi era un principiare con passi deboli per 
^ora. E aveva il fatto Oraslrato sempre, fino dal tempo della inva- 
sione, come i popoli germanici a petto agli uomini italiani di qu^la 
età fossero incapaci , non che a fare con loro insieme mischiato buono 
e compagnia, ma nemmeno anche a bene opprimerli. 

Quel che però giova maggiormente in questo luogodi rilevare, 
perchè fu troppo dimenticato, è l'imperiale supremazia attribuita 
alla città ed al popolo di Roma , secondo il giure die fu solenne 
tra gli Italiani del medio evo, e senza il quale viene a frantenderst 
nel creder nostro mezza l'istoria. Cotesto giure fu il principio e 
il fondamento della dottrina guelfa: ma quella pure che l'Alighieri 
promosse nel libro della Monarchia , non differiva se non in quanto 
per lui era la monarchia del mondo direttamente trasmessa da 
questo popolo agli imperatori ; laddove i guelfi diceano il papaia 
avere concessa e trasmessa l'elezione ai principi dell'Akmagaa , 
non da sé ma per delegazione da lai fetta alla romana Chiesa ed 
ai pontefici , investiti per questa via del civil diritto, come essi 
erano del divino. Era piti antica la controversia di quel che sembri 
a prima vista ; ed a to^iere dì mezzo i papi che vi si erano in- 
terposti , veniva il popolo di Roma originariamente a professare la 
stessa dottrina che i giuristi pili assoluti nell' inalzare e nel difen- 
dere le ragioni dell'impero. Ma rinnegando l'autorità ^a dei pontefici 
sia del popolo, secondo facevano i moderni ghibellini ed i tedeschi 
generalmente . dice bene Matteo nostro, che l'imperiale poleslK 



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DELLA KEPUDBLICA FIORENTINA 87 

noD era piii altro che un fatto, o il dirìtlo della fona senza rHgìona 
d'autoritk. 

Allorché papa Leone III l'anno SOO il dì del Piatale , dopo la 
messa, all' improvvista poneva sul capo d'ao re Franco il diadema 
imperiale d'Occidente, e gli vestiva le spalle del manto dei Cesari ; 
quella sorpresa e quasi diremmo quella commedia di tanto pondo, 
non si vuol credere che avesse altro motivo tranne il pensiero 
di trasferire tutta in diiesa di san Pietro quella imperiale inve- 
stitura , che il popolo dì Soma avrebbe data nel Campidoglio. Al 
diritto di pontefice, supremo capo della cristianità, Leone volle 
in sé oougiungere anche il diritto di naturale e legittimo rappre- 
sentante o delegato delia città di Roma, togliendo via la controversia 
con la solenne autorità del fatto. I pontefici non sì arrogarono in 
quella etb né più altre dopo in via giuridica la sovranità di 
{tfHua : e il diritto di questo popolo , e quello divino dei pontefici , 
e quello proprio degli imperatori ì quali avevano la material forca 
e la traevano d'Alemagna ; questi diritti e questi (atti confusamente 
s'intramezzarono gli uni negli altri per molti secoli, così com'era e 
doveva essere ogni diritto in quella elò, per le moltiplici tradi- 
zioni e la maocaza dì norme certe. Questo faceva Leone IH ; ma 
poco dopo ecco un altro fatto incontro a quello , e fu manifesiasione 
grande e solenne dei fondamento che per sé Cario voleva dara al 
nuovo impero attribuitogli. Quando innanzi la morte sua faceva 
egli la divisione fra tre suoi figli dei possedimenti ch'erano quasi 
l'Europa intera , al maggior figlio, che dopo lui doveva essere im- 
peratore, assonò Carlo tutto il settentrione e tutti i popoli di te- 
desco sangue , sovrapponendo anco nel diritto quella porzione che 
aveva in sé tutta oramai la material forza , a quelle due che erano 
assegnate ai due minori fratelli coli' inferìor titolo di re ', come una 
grande incubazione che la Germania dovesse fare sulle regioni del 
mezzogiorno. Questa era per lui la consacrazione della forza, e cosi 
egli la intendeva : due re dovevano con autcrìtii minore spartirsi 
i popoli dì latino sangue cui era odioso il nome regio, ed i Tedeschi 
non bene usciti dal paganesimo e dai boschi , el:^ro il titolo impe^ 
riale che importava la signoria del mondo. 

L'ardimento di Leone che s'arrogava un diritto nuovo , e il 
testamento di Carlo Magno , furono come fonti a due rivi , o a 
meglio dire, a due torrenti che s'urtavano e incalzavono mi- 
schiati insieme nell'alveo stesso. Ma il fatto di Leono non riusciva 



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8R IN BRANO n'iSTORIA 

all'efletto 8un scnsa oonlraslo , ed e^li stesso vidde ÌDSorgere toelo 
dipoi la cilUi di Roma contro a quel (Mto ed alla stessa persoiu 
sua che fu percossa. E la conlesa ira la citlà ed i ponielici romani 
durava quanto l'altra conlesa tra essi pont«6ci e gl'imperatori, cioè 
tutta quanta l'età di mezzo. I «ignori dei castelli intorno a Roma 
e nella cillk stessa , ora col popolo s' intendevano , ed ora al po- 
polo contrastavano come suocessori dei patrizi di Roma anUca , e 
non s'appellavano o male erano ^ìbelUni. Cola di Rienzo ed il Co- 
lonna continuavano sconciamente la divisione cbe in Roma antipa 
era tra'l popolo ed il senato, ma volevano lo stesso entrambi quanto 
al negare o contrastare la sovranità pontificale : e in faooa poi «gli 
imperatori , se il consacrarli si apparteneva al papa solo cooir 
pontefice , una 6jiura di eiezione si manteneva nella citlb di Roma, 
nò in altro luogo la coronazione sarebbe stata tenuta buoaa; e co- 
munque i papi risedessero in Avignone , a Roma andavano Ar- 
rigo VII , e Lodovico dì Baviera e Carlo IV , a cercare la corona 
quivi deposta dai primi Cesari. Né iu Costanza Sigismoodo fu sa- 
cralo imperatore, benché ivi il papa fosse presente e solenne l'oc- 
casione quanto altra mai nella cristianità; ma in Roma egli e poi 
Federigo HI. Dopo del quale essendo Roma caduta già nella condi- 
zione di citili suddita ai pontefici , e i nuovi fatti e gli ordina- 
menti nuovi dovunque venuti a soverchiare l'idea dominatrice 
del medio evo , perchè i prìncipi e le unzioni aveano titolo da 
per loro ; cessava ben tosto la necessità di accattare da Roma 
antica l'imperiai titolo e la potestà: e Carlo V, nel coronarsi im- 
peratore in Bologna , io non so bene se piti intendesse di rìnoalxare 
Clemente Vii , o da lui essere investito dì quel che tutto egli teneva 
dalla sua spada e dalla fortuna. 

Dopo lui nessun altro imperatore venne in [talia per la corona, 
che non avrebbe legato gli animi nella Germania mezta protestan- 
le; e la potenza di casa d'Austrìa stava oggimai ne'posMdimenli. 
Quelli d' Italia appartenendo al ramo spagnuolo dei snooessori di 
Carlo V, la scemata potestà dei tedeschi imperatori fu agli Italiani 
poco gravosa: avevano l'alta sovranità dei feudi imperiali che ad 
essi davano ingerenze nei minori stati per ogni resto indipendeoti: 
scarso provento ne ritraevano , e nelle guerre di religione un qual- 
che raro sussidio d'armi. Il diritto pubblico del medio evo r^geva 
tuttora gli Stali d'Europa; ma soverchialo dai fatti nuovi, più non 
valeva se non a dare qualche prelesto alle aggressioni e nd allnq- 
f^^o. ì nffim'ialì. 



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DBLLA IIBPUBBLIU FlOBKhTINA 89 

Per il p06iesso della Tosoaoa all'estinzione di casa Medici gran 
tempo prima antiveduta , i principi grossi aguzzarono le armi , e 
ì diplomatici le penne: l'Imperatore metteva innanzi l'antico d»> 
mioio e le ragioni dell'impero, ma dopo awla prima assegnata 
ad un principe spa^uolo, parve giovasse a maatenere quel che 
appaiavano equilibrio, daria p^ ultimo ad un Loreneae. I Medici 
in qudla decrepitesEa della famiglia loro, e nel politico abbaisa- 
meato cui tutta Europa gli costrìngeva , pure serbarono qualche 
dignità ; e come erano per le origini e per l' ingegno e le tradi- 
zioni , si dimostrarono cittadini. Sopra ogni cosa volevan està l'in- 
dipeodenia della Toscana , die era oppugnata in via l^ale dagli 
settori imperialisti ; e dì tale controversia giova qui dire alcune 
cose spettanti alla materia nostra. Un libro col tit<do « De Ubertat» 
CivUatit PtùrerOiae ^que Domimi a fu impresso a Pisa nel 4721 , 
ed a Firenze, ma senza data, l'anno dipoi, regnante ancora il terzo 
Cosimo. Per le memnie che ne rimangono, da prioM sareUw slato 
quel libro messo insieme dal senatore Nicoolò Francesco Antinorì , 
il quale mandato In gioventù da Goeimo III a studiar l^ge in 
Salamanca , fa auditore della giurisdizione e degli studi di Firenze 
e di IHsa , quindi inviato agli imperatori Giuseppe I e Carlo VI 
nelle controversie per la successione. Il testo latino che a stampa 
si legge , £ dal Fabbroni attribuito a Giuseppe Averani , cui altri 
aggiungono il senatore Filippo Buonarroti e l'auditore Bonaventura 
Nen Badia : Meri Corsini , ambasciatore in Olanda a Londra e a 
Parigi, e che poi fu cardinale, divulgò di questo libro una versione 
francase. Eoplicava due anni dopo da Milano ma pur senza (lata , 
Filippo Barene di Spaimaghel con due grossi volumi in foglio , e 
ponderosi di molta noia; il frontespizio , che è stranamente hingo, 
comincia cosi : Notizia della vera libertà FioretUina , contideraia nà 
tuoi giusti timUi ec. Il privilegio di Carlo IV che fu occasione al 
discorso nostro , e un altro simile poi concesso da Boberto impe- 
ratore nell'anno liOI , e una pretesa ricompera della sua propria 
indipendenza , che la Repubblica avrebbe fatta dal primo Rodolfo 
di casa di Habdburgo gié sino da quando fu isMtuito il priorato 
l'anno 1S82 (sul quale tema aveva scritto molto ampiamente il 
Bottini) (1); cotesti punti e molti altri vengono in campo nella 

'() Discorsi di ViD«eaito Borghioi, T.ll. 

A*cB.St. iTit. , jVaoi» Srrie, T. VII, P. II. il 



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90 CN BRANO D ISTORIA 

conlesa che ÌDUtilmente si combatteva con gli ai^omenti dedla le- 
galità. Gli autori toscani sembrano talvolta dimeoticare quel nesso 
che univa all'impero le città libere dei governo loro ; le quali chiu- 
devano all'imperatore in faccia le porte e a lui negavano colle- 
garsi, come si è visto nel caso nostro; ma non sapevano in via 
giuridica negargli il censo, e lo aflrancavano qualunque volta aUtÀ- 
stanassero, per loro utile, dell'imperatore. Cessata poi l'opportunità , 
pareva ai nostri aver fatto troppo , e quindi è che di quell'accordo 
che fu di tutti il piti solenne, gli antichi storici volentieri tacciono, 
se pur se ne eccettui Matteo Villani che lo promosse : alla Repub- 
blica ed al principato premeva egualmente non dare anni alle 
pretensioni che ogni tratto rinascevano , della imperiale suprems- 
xia. Ha il tedesco, per l'incontro, senza altro discorso chiama ribelli 
quelle città e provincia , le quali avevano scosso il giogo quando 
ai lontani im|>eratori mancò la forza che lo teneva fermo ; uè mai 
rìfìna dal predicare la beatitudine che sareM>e stala alle città ita- 
liane , vivere suddite ai tedeschi : si fonda bene egli sul diritto 
di conquista , ma oblia che di pari a questo diritto va quello pure 
di emancipazione. 

Nella Biblioteca Bìccardìana è un esemplare dì questo libro con 
postille marginali d'Anton Maria Salvini, (^useppe Sarchiani le 
trascrìveva io altro libro che è presso di noi , e con esse noi vo- 
gliamo por fine al discorso , perche sieno a edificazione di quelli 
che credono soli intendersi ài libertà , e tanto forse non si aspet- 
terebbero da un. prete letterato negli ultimi anni di casa Medici. 
Daremo pertanto delle note del Salvini quelle che spettano a poli- 
tica , omesse altre le quali sono di meni filologia : la nostra copia 
fu raffrontata sul volume Riccardiano. 

« Non bene i3>ertas pn tolo venditur auro. — Nella tragedia Inglese, 
/( Catone di Addisoo, Sempronio repubbiicante romano cosi si esprime : 

■ Lucio tenero sembra della vita: Ma eh' è vita? none in piede starsi, 

■ E la fresc'ariB trar di mano io mano, O il sol mirare: è libero esier 
< vita. Allor ohe liberti è andata, viene Insìpida la vita e senza gusto >. 

Il dotte uomo pubblicava di tutta questa tragedia una ver- 
sione o piii veramente (com'egli suole) interpretazione in linguag- 
gio famigliare , dove i versi stanno prò forma. 



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DELLA ItEPtiBBLICA riORKNTlNl 91 

■ Voleva il tedesco (come si raccoglie dalla sua prebiione) ridurre 

■ Piretiia alla tog^i» delle cilU aoseaticbe di Germania , 'oppure ia 

> pectore coudliione. Il dipendere dall' impero ( egli dice ) non è cosa 

• odiosa; ma gli diranno altri, cbe odiosa cosa è semplicemeale e asso- 
I lutameote il dipendere. — Un ministro lucchese, essendogli fatto 

> celia del suo pìccolo stato da uno spagnolo, disse: la mia repabblica 
comanda a pocbi ma non ubbidisce a nesEuno. — I contadini lucchesi 

■ la dbmenica in albis la dorauidaDO la lesta delia santissima liberti. 

■ Il popolo BtM c'è più; l'autorità à del senato fioreniino insieme 
( col principe. 

■ Firenze, Lucca, Siena, tre repubbliche delle qunli con sua gloria 

• si re^e Lucca. 

» Dice Virgilio ■ Aeneadai in ferrunt pn ltì)ertaie rvebant, » onde si 

• vede che almeno anticamente la libertà non era nome specioso, con- 
« forme si dì a credere il tedesco. — Liberti poi limitala è serva, o li- 
ti berta non libera, e ridotta a semplice titolo. Libero è un popfdo 

■ qnando può far ciò cbe vuole in ordine al buon governo, senza do- 
" mandarne licenza ad altri. 

• La generazione delle repubbliche è quando un popolo con atti 
i possesBOrj si riduce in liberlk , e questa repubblica non sì può dir 

■ tiranna (come suppone quell'autore leulonicoj, quando si sottraesse 
( dall'ubbidienza del suo signore ; ma il popolo suo sarebbe da princi- 

• pio ribelle , poi col tempo e col possesso continuato di una naturale 
< recuperata libertà , sarebbe giustificata, come le signorie e principali 

■ (prese in princìpio per via d'usurpazione) si giustificano col tempo, per 

■ fuggire la mutazione de' dominiì. — Gli Svizzeri e gli Olandesi secondo 

■ il discorso dell'opponente sono repubbliche tiranoe ; ma omnia potettat 
s a Dio est. Unto le repubbliche- quanto i principaLì. — L' impero ro- 

■ mano cadde e si divise in tanti pezzi. I possessori di questi pezzi , an- 
corchè potessero essere da principio usurpatori, si giustificano per lo 
<i lungo possesso; Francia, Spagna , Inghilterra facevano parie dell' impe- 

■ ro romano. 

N II nome di repubblica pare che grammaticalmente importi indipen- 

• denza, l'essere indipendente {aulonotnosj. Ragion di stato delta dai 

■ Greci pitica non volea dire utile del principe , ma utile del popolo. 

■ Democrazia e aristocrazia convengono in genere di repubblica , e tutte 

• due s'oppongono alta monarchia, genere di governo disapprovalo da 

■ Dio ne' Libri dei Re. Dante ch'era ghibellino dice nella monarchia, che 
t tulli i governi si devono ridurre all'unii^ , e a nn centro il quale è, se- 
' coudo Ini ghibellinissimo, l'impero. La nostra città però si è mantenuta 
a sempre gnelfa e divola di Francia, e per lo celtismo si può dire che per- 

■ desse la Ubertè. Luigi Alamanni, poeta del re Francesco I , arringò al 

• popolo perchè si buttasse dalla parte dell' imperatore Carlo V (vegr- ' 



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93 UN BRANO d'istori* OELIA RBP. FIORENTINA 

M il libreUo del Savonarola al goobtoniere AlaauQi» SilviatJJ. Il medesi- 

■ mo Savonarola fece gridare ■ tutti io ona sua predica , Christut rex 
« popuH Ftormtini. Cosimo I Tu creato duca dal senato fiorentino plemt 

■ ttìteritpte titffragUs (come sta pabblìcamente registrato a lettere di 
1 bronzo nella gran piazu) ; e i mei successori, ndie monete, dissero 
u D. G. , cioè (come ognun vede] Dei grotia. 

< n Casa Bspea mollo di greco, e prese la fona greca. Il Borghioi , 
« buono antiquario, erudito uomo, amante delia patria , avrh oertàmente 
< sapnto di greco. Gli altri storici nostri loscaot non ne sepeano ; i nostri 
a sierici latini si, come l'Aretino, il Poggio, lo Scala. — Le storie romane 
( senza rìcnrere alle grecite non possono bastare per imprimere senti- 

■ menti di libertà e dì amor per la patria. Insomma le «aticbe storie sono 

* piene di spirito di liberti; le moderne , di serviti per lo più. 

° Foitideo qtùa poitideo. Questo titolo giusti&ca ancora le posseseioiii 

■ degli stali, che al principio furono neurparzioni ; ru rtgna et dominùi 
a tva in tni;«rto. 

■ E un ai^omento laatile dei poeti principali itatiani il lamento 
« sopra l' Italia , ma disegna un uomo giusto e amatore della patria. I 

* predicatori si sfiatano talora senza fratto, IWQ per questo son Tane 

* le prediche. 

■ Cicerone, de LegU>ut, scrive: Legum ititerprMet, tadiix»; legum mi- 
r nittri, magittratus ; legum deniqve idoirco ornnes uni mmM, ut liberi 

■ etse pom'mut etc. 

« La liberta sema governo civile o principesco sarebbe licenza o- 
1 beetialilfe. Onde, in questo rapporto , repubblica e principato son tutte' 
V due dominii non diversi. > 

• D miostatEsU, non fate tanto il crllieo della leUérslan'; ci cono- 
•r schiino; ritrlncielevi (t) nella polìtica. 

Sol frontispizio di quel libro , il qnale renne attribuito al ba- 
rone dì SpaiHtaghel , il Salrini scrisse : « Ho tidito dire che sia 
opera di Go9re(fo Filippi sassone, stato molto a Ginevra, ora it 
Milano. C'è chi dice che possa essere opera del signor Giuseppe- 
Bini segretario del signore Golloredo Governatore di Milano, il 
quale Bini me l'ha donata ». 



(() RiirìDdard - k relnutcher : ibbiioM (rlDcéa , ooii di thntMre . dm da' 
iriMcbA, parole che «odo lutte dello sletao psreoUdo ; ed il Salviaì per aso- 
suo fece queaCiltro equivileDle. 



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SAGGIO 

' mi i mmm ui mmmn di ìmimu 

TRA IL DUCA DI FIRENZE E QUELLO M FERRARA .. 

RHU AMI <•••-»» 



La speraoia di pol«nni imbattere in documenti niilì per la 
storà, vinse la repi^aua mia dì frugare con quella dilig«DCs 
die rìdùederaai gli ■ Atti e ■ Documeoti « , raccolti io due pon- 
deraai Tomi (I), ooocernenti la cobtroversia di precedenza tra il 
duca di Firenxe « quello di Peirara, che tante mai rìsa e nou po- 
ehi soandidi sascitd in Italia e fuora tra i noveliierì ed i polilioi di 
quella «tk; contreversia da ciò nata: dte all' ioeontrani in Luoea 
di Paolo IH «ommo pontefice con Carlo V imperatoM nel mese di 
sett«aibre dd 45M , il duca di Firenze Cosimo I, tuttavìa giora- 
nìssnno , avendo lasciato pigliare il posto innanzi a sé da Ereo' 
le II duca di Ferrara , il costui oratore fece pd lo stesso nella cap^ 
pella pontificia in Boma sull'ambasciatore di Firenze in festa del 
susseguente Maiale -, non sema che Paolo IH , infesto a Cosimo , 
approvasse in qnd primo istante il folto, che si reputè pur andie 
àà lui consiglialo, ma dbl quale ravvisò poi la ingiostìiia in quei 
medesimi ultimi giorni di decembre, e volle che la precedeatd si 
rendesse ooroe per lo innanzi al fiorentino oratore di Cosimo {Vf. 



(41 Tedi il Catalogo M Stu. Capponi, pubblicato DeU'sniio 1X48, Gì N.° 410. 
OuesU dae tomi rurono leste donati dal possessore all'Archivio Centrale di Slato. 
(I; T, qnl ulto le dna lertere dell'oratore' in Bonn Arerardo Sttrislori. 



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94 COMROVSHSIA DI PRECEDENZA 

SeQDOiicbè a tale decisione del pontefice non si acquetò Alfonso II , 
succeduto che fu al padre nella duchea di Ferrara', il quale, sì 
per le vie che dicono diplomatiche , e poscia con giudiciale pro- 
cesso iutoruo alla precedenza, recò molestie continue a Cosimo I 
per varii anni in Roma ; e quando , innalzato Cosimo da Pio V 
alla maggiore digDÌtk di granduca, si vide ridotto in termini di pa- 
tire contraria sentenza, affacciò quella medesima controversia, 
come duca di Modena e Reggio , in Vienna alla cori« imperiale. 
Causa della ostinazione nel puntiglio, olire il naturale oi^oglio 
dei polenti , questa era : che i princìpi italiani di quell'eth tutti in- 
vidiavano la subitanea grandezza della famiglia Medicea ; ond'esn 
tutti , spiegando veste di vassalli dell' impero , non dubitavano ri- 
chiamarsi allo imperatore, affinchè non volesse diminuirne l'antico 
onore con dare la precedenza a un prìncipe novellamente surto , 
e che protestavano essere pur lui vassallo dell'impero, ognorachè 
la famiglia Medicea era salita in trono per virtù delle armi dì 
Carlo V. C facilmente intendesi come il suono di un tal pretesto 
dovesse riuscire non poco accetto alle orecchie imperiali , ed in- 
clinarle a benignamente accogliere le querele de^li emuli. Ma Co- 
simo I , principe di grande animo, non rifiatò nemmeno di scen- 
dere nella pericoWa arena apertagli dallo Estense. Dichiarato fraa- 
oamente che -non intendeva sottoporsi ol giudizio di Massimiliano II 
come imperatore cui non dovea sabiezione , ma come a principe 
austrìaco scelto a fare le parti di giudice e arbitratore secondo 
ragione; dichiarato che molto meno intendeva aè sottoporre e la 
repubblica fiorentina di che era capo a dieta imperiale . ooncios- 
siachè da secoli libera fosse quella repubblica dò soggetta sII'ìri- 
pero , asserìva il dritto di sua precedenza , e lo fondava sul fatto 
che gli oratori di quella repubblica, allorché non retta da prìncipe, 
precedevano agli oratori dello Estense; onde e Carlo V e Ferdi- 
nando I imperatori non dubitarono conservarlo nel possesso di qudla 
precedenza con loro diplomi; e respingendo per sé e per la re- 
pubUica di Firenze ogni («nbra di vassallaggio e dipendenza 
dall'impero, molti e larghi fondamenti adduceva della lìberlk fio- 
rentina, e argumentava come le armi di Carlo V, ausiliarie e con- 
dotte da papa Clemente VII , niun dritto di conquista avevano 
potuto procacciare all'impero, a quello imperatore ; il quale, pat- 
tuita salva la lìbertb di Firenze, ed arbitro soltanto dei modi del 
preservarne la pace , e rassettarne il governo , avea si per suoi 



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TRA 1 DUCHI Dt FIRENZE E Di FERHARA 95 

diplomi costituito in capo e duca della repubblica Atessandro 
de* Medici, e, spento lui, ratì6cal« la scelta dì Cosimo fatta dai 
magistrati della repubblica, oonciossiaohè per quella si (bsse escluso 
dalla sucoessiODe degli agoati, quale già per ini era stata ordi- 
nata , Giuliaao fratello di Lorenzo il traditore, ma sema arrogarsi 
puntoli dritto d'investitura, quasiché fo»è diretto sigoore di quella : 
malgrado che io quei diplomi qua o là soccorresse una qualche clau- 
sola cancelleresca d' indole ambìgua , e che per la natura istessa 
delle oose allora trattate, meglio volerano riferirsi alla protezione 
assunta del pacifico stato di Firenze, che non a superiorità di sorta 
su quella repubblica ; la quale , per mandato del Luogotenente e 
contigìieri, si fé' pur ella rappresentare nel giudizio al pari dello 
scarto suo duca. 

E a dir vero; che gli oratori fiorentini precedessero da lunghi 
anni gli oratori dello Estense; che il possesso di tale precedenza 
fòsse loro conservato da Carlo V e da Ferdinando I , allorché Fi- 
renze ebbe a capo come duca Alessandro e Cosimo de' Medici, non 
n poteva mettere in disputa. Parimenti , che le armi di Carlo V 
fossero venute semplicemente in aiuto delta impresa diClemente VII, 
che voleva la patria serva de' suoi , non dello imperatore ; e che 
questi, in apparenza almeno, si contentasse dì esercitare in Firenze 
le parti di mediatore, di pacificatore, di ordinatore e non altra 
del nuovo stato di cose, non si potea tampoco revocare in dubbio. 
Ma le arrischiate asserzioni degli emuli, che altresì Cosimo dovesse 
risguardarsi come vassallo e suddito dell'impero, si acconce a ri- 
svegliare le cupidìgie dello imperalore; quelle parolelte vaghe ed 
amtrigne dei diplomi dì Cario V, le retioenze di Ferdinando I che , 
nei conservatali la precedenza, intitolava Cosimo capo non della 
lìbera, ma si della antìoblssima repnbblica fiorentina [1); il mal 
umore concepito in Vienna per essersi Cosimo lasciato coronare 
granduca di Toscana da Pio V alla insaputa dello imperatore ; e 
finalmente quella s) vaga e comoda (eorìoa , che i pubblici diritti 
non sono soggetti ad alienazione né a prescrizione , tenevano alcun 
che incerta sull'esito della controversia l'animo di Cosimo e de' suoi 
oratori in Vienna, ai quali raccomandava il tirarla in lungo quel 



[Il Dlptonu de'fl ottobre 1B04, di che si ha trascrizione autentica nel 
tomo 1 de'uMlri Atti ec. , a carte 80. Pare che la stessa meiiculosa Mpresslons 
toisa gii usala da Paolo III in rendere il suo potto all'oratore Doreatioo. 



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96 C0NTR0TER6U DI PIECSDGNZi 

(gù che potessero: ed era ben servito, eatae <Uno8lra la eopia m- 
teDtica del processo in Vienna cbe si ba nel tomo I degli Atti eo., 
e cbe ci rappresenta un mero giuoeo di soberma tra daellaiiti 
seppi ambedue di panra. Né qnel procrastinare tornò invano : 
coDciossiadkè, succeduto Pranoesoo al padre nel soglio ddla Toaoa- 
scana, sorlivagli essere inoalzato a granduca aoiAe dal cognato 
imperatore HaasimiliaDO II; maggioranxa dì tìtolo ohe veone a 
tn>ncare i fastidii della controversia con l' Estense sì pel grandoca 
e A pw l'aiintro imperatore. Sennonché il mal seme portò suoi 
frutti ; e la Medicea famiglia , che per sete di regno aveva conca]- 
calo la libertà della patria , pali Degli ultimi due granduchi il triste 
vilipendio, il non immeritato ed obbrobrioso (dtraggio di «edere le 
imperatore e te altre maggiori potenze d' Europa disporre a libito 
di loro eredità, trono ed averi, come se già fossa vacutte, e Fi- 
renze città non libera di sé modesima; né (uh le valse evocare, 
dai roghi per essa accesi e dalle ceneri ooutatniaate, l'antica libertà 
e la repubblica di Firenze (4). 

Ma che cosa era mai questa libertà <U Pirraza, unioo ponto di 
consideratione degno, ohe mettesse fuora la controversia di prece- 
denza tra ì Medìcei e Io Estense ? Non è mio avviso il rivangare 
una questione su che tante mai penne e tanti sottili ingegni stan* 
caroosi nei primi anni del passato secolo , allorché {«acque appunto 
ai maggiori potentati europei oontentaro le loro opposte voglie per 
signorìa maggiore in detrimento dei prmcìpi minori , e senza ve- 
run rispetto alle inutili proteste, conoiossiaobé dalle armi non av- 
valorate , della cadente famiglia Medicea. Ha lasciale io disparte 
le goiiigliezze dei pubblicisti che ci precorsero, non parrà forse 
fuori di luogo il reslriogerla adesso in qua' termini, che, per bene- 
ficio dei tempi scovrì di passione, meno ci sonbrarono da verità 
dilungarsi. 

Allorché i Comuni d'Italia, levandosi contro i vescovi o altri 
signori che nelle città tenevano ufficio di conti , insediarono magi- 
strati scelti dal seno loro , mirarono pih presto a francarsi dall'op- 
pressure delle immediate podestà imperiali , die dwi a sooolere dì 
dorso la sovranità imperiale , quando anche esercitata per via di 

(t) Chi bramasse noiiiia anche piii piena delle cose IdSd qui dìicarw , pui> 
coDsullare il Galluki, Storia M Granducato te., lulare beat ioformalo e piò 
Bsallo che Don si credo. 



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TRA 1 DUCHI DI PiBGNZE E DI PERRARA 97 

messi , o dei governatori (dodii e marchesi] delle proviaoie. Sen- 
Doncbè , Tenuti par anco in lotta sacerdosio ed impero , la rive- 
rensa verso gl'imperatori dovè scemare in Toscana, sk prosaima a 
Boma e governata dalla celebre Matilde, (autrice zelante del sommo 
pontificalo. E diEatti, negli ultimi anni di lei si ledono più sempre 
altare la testa i Comuni toscani ; e , morta lei , più aperti i segni di 
loro autonomia , ancorché marchesi di Toscana tuttOTia à creas- 
sero dagli imperatori : e quando poi sul cominciare del secolo Xlll 
le parti trovarono in Firense un nome, e i guelfi tanto si videro 
«resciuti in forze da soperchiaro e direm quasi spegpere la parte 
ghibellina , sempre più venne a rallentare il vincolo della cittb con 
l'impero. Non gih ohe di que' tempi ogni reveronzabsse dismessa, 
e non di rado segni di subiezione dierooo i Fiorentini , masume 
al secondo Federigo, che in Italia parve aver collocata la sede dello 
impero , come gì' imperatori tutti avrebbono dovuto , se non si fos- 
sero piaciuti falsare il concetto , onde il romano impero fu restau- 
rato in testa di Carlo Magno. Ma morto Federigo II (anno 1360), 
travtrfla in tante calamite la casa Sveva, e gl'imperatori, quasi dimen- 
tichi d'Italia, più non valendo a reggerìa né a tenerla in quiete, 
i fiorentini apertaQiente ed a buon dritto si mostrarono franchi dallo 
impero ; aderirono ai reali della casa d'Angiò ; non curarono né 
Loddo né il Fiesco, l'uno messo vero e l'altro incerto di Rodolfo 
d'Asburgo ; per pochi danari e per l'accorta mediazione di Boni- 
fazio Vili si liberarono da Giovanni di Cotona, calato in Italia con 
buon polso de'suoi borgognoni e con la mentita veste di vicario 
dell'imperatore Alberto ; animosamente ributtarono dalle loro mura 
il settimo Arrigo ; e saldi stettero contro le minacce e le armi , dsJ 
' prò Caslruccio avvalorate , di Lodovico U Bavaro. Vero è bene che 
per timore della prepotenza in Italia dei Visconti, e perché comune 
sana stato il vantaggio si della citlìi e si dell'impero, e' si accosta- 
rono poscia a Carlo IV, e in premio della mercata alleanza a lui 
sborsarono centomila fiorini d'oro , e quattromila all'anno ne pat- 
tuirono durante la sua vita in luogo de' ventisei danari per fuoco, 
che come suo dritto si pretendevano dalla camera imperiale , e per 
tal modo assoluzione dal bando e privilegi ottennero in Pisa con 
atti e forme che dimostrano subiezione (anno 1355) (1); privilegi 

(Ij Vedi qui «opra, a p«R. 60 e aeg. , il Brano di Sloria «., del Marchese 
G. CappoDl. 



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91 CONTROVERSIA DI PRBCBDBNZA 

che vollwo poi oonfenoati d« Roberto , il palatioo , re dei Ronnni 
(anno <iO<). Ha a Rt^wrlo nieoM pagarono pw que'pririlegi (1); 
i qnali nelle menti dei padri nostri psrevaao coniecrare la indipeD- 
deOM della repubblica senx» spettare quella unità dtH moodo 
cristiano e civile , la quale , sperimentata eoa) benefica pel anpremo 
fine degli uomiDÌ mercè il re^me religioso di un solo e smnmo 
romano pobtefloe , pur conseguire si volle rispetto al temporale , 
almeno per tutto oocìdente , tornando in vita un stdo e sovrano 
romano imperatore , il quale ne custodisse la cmcordia , la pace . 
direndesse i deboli e gli oppressi , e pronto si tenesse a rendere 
e coi giadiii e colle armi a tutti ragione ; ancorcbè nelle vitnssi- 
todini dei tempi e per le peculiari necessità dei vani popoli si finse 
venuta a rompere la materiale unità dell'imparo mede^mo, e stati 
liberi e indipendenti sorgessero in quello.-Posae, difatti, stato di- 
verso il concetto della età di messo, non fosse l'imperatore ap- 
parso se non come la sola legittima fonte sulla terra del diritto 
per eccellenta (dico il romano), in qoe'tempi almaoco ne'quali 
tornavano a dirozzarsi le menti degli uomini , male si oompren- 
derebbe come i giureconaaltì bolognesi del XII secolo, in mezzo a 
tanti liberi stati , avrebbono potuto chiamare il cornano imperatore 
SIGNORE DEL MONDO ; e SO lo avere formato già parte dell'impero di 
Carlo Magno e de'suoi successori avesse tolto alle citte ogni dritto 
di rendersi indipendenti e libere , e massime allorché abbandonate 
a sa medesime dall'impero , non si comprenderebbe come mai Bar- 
tolo , il bvorito di Carlo IV, avr^be potuto dire che Firenze, libera 
città, non riconosceva superiore di sorta, e che legittime erano 
le sue armi in combattendo pur anche lo impero (9). 

E in tal concetto della libertà e indipendenia loro nella unità del- 
l'impero, non potevano non avvalorare gli animi de'Piorentinì e 
Carlo IV, il quale nello esigerne atti di esterìor subiezìooe consen- 
tiva ed accettava le loro proteste di non intendere per esa dimi- 
naìta quella libertà di che avean goduto per oltre cento anni 
(1250-13S5), e gl'imperatori Sigismondo e Federigo III; i quali, se 

|1j Alto separato da questo dei prìvlleRl è l'altro eoa che I Fiorentlai pro- 
iiMMero • Roberto ducati SOOaiil* s un tnaao cànOM durtnla la su rtta, qua- 
lora foss'egli Bceto la Italia par combattere li conte di Vir(l) ; alto che non etdM 
effetto , perchè Roberto tnal non c«14 iu Italia. 

(8) Bartolus in L. hostM D. de cipliv. et postlim. rev, ; e nulla spiegaiioM 
di Msa al N.o 16, e in L. labmam D. de pubi, judlc. 



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TRA I DOGHI DI FIRENZE E DI FERRAR* 9ff 

ptateuioni mossero (non mai , satisfatte , per avw Piraos» st^gettau 
Pisa , cittb deVoU all'impero) , dai PioraDlini per sé uradesimi nulla 
ripeterano mai. Calato poi Massimiliano 1 in Italia , furono si sbor- 
sati dai FitMvntini in dae volte ducali ottantamila a quelfimpera- 
tore, che lamentava anch'eli oHue dannoso alle ragioni deirimpero 
il conquisto di Pisa ; ma negli accordi per luì fermati con la re- 
pubblica ci ban si le solile ambigue clausuie canedlerescbe, non mai 
però parole solenni ed aperte della snbiezione di Pirente allo im- 
pero , ed in pari modo Ti die puranche sanzione al conquisto di 
Pisa. E io stesso imperatore Carlo V, sia nei patti stipulati col pon- 
tefice acciò in Firenie fosse restituita la famiglia Medicea , sia nel- 
l'innalsare o confermare in capi e dacbi ddla repubblica fioren- 
tina Alessandro e Cosimo I, non usò mai parole cbe ralondameote 
significassero la subiesione dì Pireoze , anoorché dicesse dea dìrìili 
cbe la dedìsiooe della città , volendo , aTrebbegli attribuiti , e non 
lasciasse fuggire l'occasione del dichiarare cbe preservati fossero 1 
diritti dell'impero. Ha fosse quel più si vogtia il senso riposto ddle 
pergamene imperiali, certo è cbe al credere dell'universale, laa- 
dato sui fatti manifesti e sulle tradizioni degli uomini , non sola- 
mente Firenze , ma tutte le ciltii toscane e altra d'Italia assai , 
aveansì come franche dallo Impero: tanto asseriva la corte ponti- 
ficia, di que' tempi alle altre maestra, allorché dallo imperatore 
le si muovevano rimbrotti dello avere Pio V coronato Cosimo io 
granduca ; tanto ripetevauo, sulla testimoaiania di mille storici e 
IHiureoonsulti , i difensori di Cosimo : e l'argomento era piti che ab^ 
bastanza valido ad attetrareo^i arte, per sottilissima, d'interpre- 
tare le pergamene. Né vuotai mandare in silenzio, «he ì graoduchi 
a Cosimo succeduti mai uoa dimandarono conferma : e se lar^ 
aiuti spontaneamente fornirono n^le ocoorranze agli imperatori , e 
segnatamente nelle loro lotte contro il Turco , giammai ne fiirooo' 
richiesti o sforzati ; se mi togli le contribuzioni per gli alloggi che , 
monti mifitorj , sul cadere del secolo XVII si estorsero a Cosimo 111 , 
ÌQ auticipauone e addentdiato delle pHi gravi offese ^e non mohì 
anni dopo dovè patire la famiglia Medicea. Adunque Firenze « di- 
portò sempre oosw cititi franca dall'impero ; aiieortfhò, per esseme 
in più antichi tempi stata saddita, a quando a quando alcuni segni 
di obbedienza o m^lio di reverenza non riflntasse alla maestb del- 
l'impero, del quale non poteva non reputarsi membro quantunque 
libero : perchè , se ben anco io tempi a noi vicini udimmo ripetere 



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100 CONTKOVERSM DI PRECSDKHZA 

popolaroiente il detto , surto nei tempi di Carlo Haguo, che ai biioo 
regime del moado richiedesi a un solo Dio , un solo papa , un solo 
imperatore » , ^li è da tenere che assai più viva una tal credenia 
della unit^ del mondo cristiano e civile signoreggiasse le menti 
de'noslri padri nei secoli di mezzo; invase come elle erano dell'om- 
bra vana , indistinta e infausta di un sacro romano impero , gdoso 
che fu molto de'suoi diritti non degli uffidi , e che ai nostri giorni 
era serbato veder per sempre sparire. 

Ha da queste considerazioni , oggidt puramente storiche , ìntOTuo 
la questione di precedenza , torniamo adesso ai due Tomi che ne 
contengono gli atti e i documenti , il primo dei quali stendesi per 
carte 486, ed il secondo per 583, e cosi sommano a carte 1069. 
Nel primo vengono iunanai tratto copie ài lettere e diplomi impe- 
riali , di brevi e lettere pontificie concemeoli la dispula di prece- 
deniia, e quindi a carie S6-41 le istruzioni della corte di Toscana 
agli arobaseiadori in Vienna , che erano monsignore Lodovico An- 
tinorì vescovo di Volterra (1) e il cavaliere Giovambatlista Concini , 
figlio di Bartolommeo segretario (di Stato) del granduca e padre 
del maresciallo d'Ancre ; giureconsulto celebre ai suoi giorni e 
ebe ufficii di professore e giudice aveva gi^ esercitato nella Univer- 
Sila di Pisa e nei tribunali d'Italia. Seguitano a carte 4S-198 scrit- 
ture e allegazioni di fatto e di diritto, che per la più parte muovono 
dal celebre Lelio Torelli primo segretario ( di Stalo ) di Cosimo I , 
dall'altro esimio giureconsulto Domenico Bonsi auditore e procura- 
tore di Cosimo 1 , e dal fiscale Aurelio Manni , ultimo segretario che 
fti della repubblica di Siena sua patria , ed acconciossi poscia ai 
servigi del nuovo padrone : triade questa che governava con rara 
concordia di animi la faccenda da Firenze , e nella quale mi sem- 
bra fossero del Nanni le madori e migliori fatiche. Allra memoria 
è di Belisario Vinta , che discorre perfiuo degli Etruschi e dei Lon- 
gobardi. Difettano altre di sottoscrizione , e vogliono essere ricordate 
pel richiamarsi che fanno alle opere di Platone , dì Tucidide , di Ta- 
cito ; e le più poi vedonsi vergate per mano dell'oratore in Vienna 
cavaliere Giambattista Condni , il quale altresì reggeva le penne dei 
procuratori della causa , e non di rado argutamente sindaca , nel 
mainine , le allegazioni ad esso da Firenze inviate. Ci ha inoltre me- 
morie dettate per la parte di Ferrara ; e notevolissimo io prò di Co- 
ti) Negli Alli dell* Soclelà Colombaria «e ne ha la viU sciill* dal Canlink 



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TRA 1 DUCHI DI FIRENZK E DI peitKAIIA 101 

sin» un voto Most^co-politico dì HaiBetlo MaÌDetti da Bolina , del 
quale noove parole in seguito saraurio tenute. Vien quindi in copia 
autentica, a carte 807-407, il processo àeUa causa in Vienna dall'an- 
no 1570 al 4673, e cbiudesi- con nn breve sommario e copia autentica 
del processo, a carte 409-Ì86, o a meglio dire de^i alti per Cosimo 
esibiti nella causa agitata in Roma dall'anno 1562 all'anno 15fi8 (1) , ' 
innanii che dal pontefice , a prece delio stesso Coeiino , ne base solle 
corte condizioni assentita la traslazione in Vienna. Heì Tomo II a car- 
te 4 ^ ba la citazione da MasBimiliano 11 indirizzata a Coahno, a peti- 
zione di PnTara,neldl 28 del mese di settembre 1670; tre mandati od 
Utem di Cosimo a|^ oratori in Vienna , uno dei quali a carte 13 ne ba 
la firma originale e il suggello : i mandali della Repubblica vedonsi 
più oltre a carte 122 seg., 429 seg., 462 seg.; e, morto il padre, quello 
di fraocesco del d\ 2 gennaio 1574 secondo lo stile fiorenlioo , ossia 
del 1675 , sta a carte 91 ; un voto di messere Aurelio Masoi, con- 
cordato dal Torelli e dal Bonsi sunnominati , leggesi a carte 26 seg. ; 
ed egregio quello non sottoscritto a carte 176 s^ intomo all'csereizio 
dello interdetto t nli poitidetii >, allorché si tratta di cose incorpora- 
li, e al quando s^ possa o non possa cumulare petìtorio e possessorio , 
o impedire quella cumulazione con la eccezione degli atlenlati e ri- 
chiedendo satisdazione t de amplias non turbando ». Altre scritture, 
massime dell'oratore Concini , atti processali e decreti aulici qui 
pure si hanno in abbondanza , ed in forma autentica non rara- 
mente ; lettere del Hanni al Concini in Vienna , e di questi al Hanm' , 
non che agli altri ministri ed al principe , nelle quali vedesi che 
il nostro Giovambattista era veramente homo umu* negocii ; mai 
non vi si riscontrando parola che alla questione di precedenza non 
riferiscasi , ancorché la corte imperiale non potesse non fornire 
materia da novellare. Curiosissime poi le istruzioni che si danno 
al Concini e le costui risposte, a earte 137,915,279 e seg., 286 e seg., 
onde lo imperatore voglia innalzare il duca di Firenze o in arciducsr 
in molto granduca , o in re (e si sporgono le mrinute delle bra- 
mate bolle), o anche in granduca a carte 335, come appunto 6aì 
la faccenda regnando Francesco , e da Pio V erasi fatto regnante 
Cosimo, il quale ricevè la bolla pontificia con quel solenne atto, la 

;1) Copit delle posMorrì , sdIIb- quaH Interrogali furono t tesirmonl , sU nel 
Tomo 11, p«g. U6 seg. 



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ttìi CUNTHOVKRSIl Di PRECEDENZA 

cui minuta , distesa appunto da G. B- Coacini , qui si oonwrva a 
carte d91. Altre moltissime istrutiooi socoorronvi eaiaodio mandate 
in Vienna si Coueini rìsgnardanti la causa, dì che parte io cifre; 
e in cifre altresì (e le une e le altre poi dichiarale ) veggoDsi in 
parte te risposte date dal Concino medesimo. Né finalmente voglionsi 
lasciare dlroenlioate una lettera del prìncipe Frauoeaeo al fratdla 
cardinale Ferdinando de' Medici inRoma.a carte 316 , onde il papa 
resista alle mene di Ferrara, Scritta nei primi giorni del 4673, e 
altre due del nunzio pontìGoio in Vienna 8 carte 466, che nella que- 
stione di preeedenia stava per Toscana e suo prindpe; il quale, 
pauroso del trattarla in Vienna, si rendeva cerio che l'esito oc 
sarebbe stato per lui favorevole, se, come erasi introdotto, cod 
pur auohe si fosse potuto in Boma ultimare il giudisio (e carte i89). 
Barìssimi in questi tomi incontransi documenti ohe si rappw^ 
tino ad altri pubblici n^ozi. Nel primo , a carte 290-803 , vi ha sol- 
tanto ed in autentica forma la trascrilioue in pergamena di dne 
brevi di Clemente VII, che l'uno del d\ 1 di novembre 4530, per 
soggettare il clero fiorentino ad nn tta$idÌQ di quaranUmila ducati 
dovuti alle vittoriose truppe imperiali , e che Firense , dall'apice 
della ricchezza e della libertà caduta in estrema miseria ed in 
servaggio , non era in verno modo capace a pagare ; e l'altra del 
di 46 di dicembre 1E130 , affinchè quella prestaiioue non fosse iudu- 
giata. Nel tomo II a carte 2(4 ci ha una supplica a Cesare dd Kiao- 
dalario di Orso degli Orsini acciò non voglia costrìngerlo a dare 
immediatamente il possesso della terra di PitigUano (feudo ioooi^ 
porato in seguito alia Toscana) a quali' aom da fan» del ooole 
Nicc(ri6 degli Orsini suo fratello, il quale avea ffi usurpalo quel 
feudo al padre conte Giau Francesco, riducendolo a mendicare; e a 
carte 266 stranamente vedasi intercalata cq>ia di lettera data in 
Praga il S9 di dicembre del 4597 da Bodolfo 11 imperatore a papa 
Clraiente Vili , acciò non voglia per forsa di sue armi , parte delle 
quali insieme con gl'imperiali allora appunto combattevano il Turco , 
Spogliare don Cesare d'Este che da Alfonso 11 era stato dichiarato 
suo legittimo successore nel ducato di Ferrara, cfae il papa pretende- 
va devoluto alla Chiesa ; ma , se cosi piaoessegji , oonlendease invece 
in giusto giudìzio o avanti il re di Spagna o altra amica corona ; 
lettera alla quale tìen dietro, a carte 277, una supplica data in 
nome di esso don Cesare a quel pontefice (e l'una e l'altra lor- 



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TRA I DUCHI DI FIRENZE E l» FERUflA 103 

nate ìavaDo) affinchè dei suoi dìrilli (^pugnati venisEe deciso w- 
ooodo ragione «d eqaith o dal re di Spagna o d« altro priocipe oou- 
Odente di amendua i litiganti. Cosa queste tutte notissinw , e che 
vengono accennate soltanto in s^no della diligensa usata: il perchè 
non TooM mandare in silenzio coma, a carte 3S0 e 83S, ripetuti 
siano tre estratti di lettere che raooomaiwlaDo di tetiere bene edifi- 
cato il signore di Barnes (né saprei dire chi fosse un tal st^sgetlo |, 
I per «onoscerìo persona di valore e di ardire , e ohe sempre ha 

fevorito le cose nostre ; sì perchè egli acquista di oretUto e di 

grazia (^ai giorno e per far noi il potissimo fondamento d'ogni 

nostro contento snll'amoreTOlezsa e destreiia sua ». 

Ha deUe sorilture stesse che alla questione dì precedeoia n ri- 
feriscono , e nemmen tutte rammentate per non ingenerare sorer- 
ehio fastidio nell'animo dei lettori, degne ci parvero dì venire 
io parte o per intero in luce qudle ohe seguono , cioè : 

Dne lettere dì Averardo Serrìstorì ambasciatore in Eoma del 
dnca dì FirenEe allorché ebbe principio e vita la questione dì prece- 
densa; nella prima delle quali, che è del SI di dicembre IKiI , si 
dice dei favori in quella circostania prestati a Cosimo dai cardinali 
Santiqnatlro (1) e del Monte, il quale ultimo ne fu rimeritato pm dallo 
stesso Cosimo con porlario al triregno ; e la seconda , data alli ì di 
gennaio del 15M, oltre al colloquio avuto col pontefice Paolo III 
intomo alla questione medesima , riferisce le notizie d'ollramonti 
pervenutegli in Roma. Lettere non indine di comparire in pub- 
blico , perchè Averardo Serristori era uomo pieno di sagacia e at- 
tissimo a ben ritrarre gli uomini e i tempi ; e perchè queste due 
lettere faranno seguito pur esse alle altre che dal defunto conte 
Luigi Serristori furono mandate in luce per cura e studio del no- 
stro collega G. Canestrini. 

Una lettera di Giovanni de Harliis , scritta da Gorisìa il 17 di 
novembre del 1670 all'oratore Cesareo in Venezia, per dai^i rag- 
guaglio dello avere eseguita la incumbenza di presentare a Cosimo I 
la citazione imperiale a comparire nel giudizio di precedenza mos- 
sogli dal dnca di Ferrara. Lettera curiosa molto per le cautele 
che si veggono da quel gentiluomo usate per portare e dare in 
mano di Cosimo la citazione , e per torqarseae sano e salvo a| 

(I) Antonio Pucci. 



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104 CONTROVERSIA DI PRECEDENZA 

paese; onde le laote e st smanioae proBerte di servili], di gran 
cuore e di prontezza a spendere roba e viu io aerviito di 
S. H. Cesarea, punto non valgono a celare che il de Hartiis con 
■nano mal ferma vergava questo itinerario vero della paura. 

Frammenti dì una memoria , crederei di quelle da passare in 
manica e non da produrre in giudizio , dettata in prò di Ferrara 
da un qualche dotto di quella corte (1) , il quale non arrischian- 
dosi a dir male apertamente di Cosimo , si fa invece a dipingere 
il ritratto del buon prìncipe , onde il lettore giudichi se al duca 
di Pirenee si rassomigli. 

E finalmente un voto filosofico-politico di Haìnetto Haìnetlì 
da Bologna , uno dei piti valenti filosofi che Italia avesse in quei 
giorni , e nelle greche e latine lettere eruditissimo , il quale r^ 
geva cattedra nello Studio di Pisa {%). Di questo voto stimai fosse 
da recare in luce soltanto la prima parte che discorre delle varie 
forme e qualità di pubblico reggimento ; conciossiachè , salvo certi 
ghiribizzi , riscontri piìi che non si crederebbe coi pensieri di al- 
cuni moderni scrìtlori (3). Della seconda parte , inlesa soprattutto 
a provare che la famiglia Medicea fosse da rìsguardarsi come più 
grande e più nobile della Estense , mi parve miglior consiglio la- 
sciarla nella sua oscurità. 

P. Capei. 



(() Forse è del Caio, che In Viorioa Tu proctirsLore di Alfonso II. Lo argo- 
menlo dal vedere cIh il Concioo in una «usi lellera da Vienna, inserita nel Ioa. Il 
degli « Atti ec. », a carie SH tergo, chiede due copie di una memoria del Calo. 

(8) FjtMoiri, Hi$t. Acad. Pit., voi. Il, p. 331 ec.; Fautuiii, Scrillori Bologne- 
li, I. H. Di lui si conoscono per le slampe queste opere: Dtaentu ti Hnnbitttiu; 
fiumi, op. Torrenlin. 1SS3 in /bl - ComnuntariJ in lib. I Aritlot. da eo»lo, ae 
in tfbrum Jverrai] da lubtUmlia orbi* : Sonon. op. Roiti 41170 in /il, 

(31 Questo voto fu ceriamente scritto ira gli anni 156S e 1B65, allorcbè la 
controversia pendeva in Roma. Volle però il Concino usarne anco a Vienna, come 
£i ha dalla citata sua lettera nel lomo II degli Alti, a carie MS. 



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. TU I DL'CRl DI FIRENZE E DI PKBfURA 



Di Btma , da meuer AviRUin Sbrbistou. 

Alli xxsì di dicembre i&U. 

lUostrissimo et Excellentissimo Signor mfo osserva nd issi mo. 

L« precedenti mie a Voalra Bxedteiitia IhrMH) aUi xxTìij del pre- 
■eote: di poi tengo la sua delti uvj e xx^y d«l medesiino, alle qmaiì 
per questa hrit risposta quanto ne occorra. Quaado ie lettera di Mostra 
Bxc. delli xxvg insieme com qoella de' Consiglieri comparrero, coma 
per b mia de'xxrg le scrissi, Konsignora ReTeraDdissìmo Santi Quatro 
era stato alla Mariana eoo Sua Santità, la quale gli haveva promeaso 
renderli il loogo, et il medeaimo bavera detto a Hon^gnon Be*«r«n- 
ditsinio di Monte, il qoale alla tornata di Sua Beatitadine a tala efieoto 
era andato ad inoontrarla : dì modo obe essendo Sua Santità di qneeta 
bnona mente, non mi pareo di andare affrontarla altrimenti, giudi- 
cando molto più bonorsTola et seéro per T. Ezc. che la cosa oaacasai 
da perse, senza cbe io ne hcessi parola, ma cUamato andassi per ri- 
aedere nel iDOgo mio. Però , per assicnrarsi meglio della mente et to- 
InntkdiSoa Santità, li prabti ReTerandiisimi toniorano da quella, pare 
come da per loro et non mandati da me, ma come interessati, essendo 
ano fiorentino, l'altro del stato di V. Exc. Donde ne riportorano questa 
conobinsione, che qneslo giorno io dovessi andara al vespro, et che 
Sua Santità comanderebbe pablioamente ai maestri delle cerimonie che 
mi dessino il luogo mio. Dove questo giorno andai , portando ancora 
meco la lettera di V. Exc, con ordine , che se Soa Santità non coman- 
dava pubblicamente cbe mi fossi raslituilo il luogo , overo mi bavessi 
dato parole, mandando la cosa in lungo, di exporli pnblicamente in pre- 
senlia di tatti i cardinali et altri quanto tenevo in commissione da 
T. Sxc, et cosi pigliare licentìa per tornarmene quanto prima, come mi 
oorometteva. Di poi cbe io (ni arrivato in camera del paramento, vi com- 
parse l'ambasciadore di Ferrara , il quale statovi alquanto si ritirò nella 
stanza davanti , donde doveva passare Sua Santità : et perché io slavo 
dubitando di qnaldie giostra, vimandai messer Marco, penM vedessi 
qneDo faceva detto ambasciadore; et mi riferì che parlava con il RevereiH 
ABca.ST.lvu.. IfinH-aSfiie, T.Tll.P.II. i» 



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<0S CONTROVERSIA DI PRECEDENZA 

rlissimo Farnese , et c}ie si raccomaDdava dubitando di que|lo gli inter- 
venne. Perché rìzaqdoei i prebli Reverendissimi S«nti Qnatro et Monte, 
ne andgrono alla stanza medesima con alcuni altri cardinali; dove arri- 
vando S^a Santità mandò per li maestri de|le cerimonie , sili qpali pub- 
linamente , preseqli X o XII cardinali et molti altri prelati , comandò 
loro mi dessipo il luogo mio , cbe fino allhora havevo tenuto , iw-esente 
il prefoto «mbasciadora di Ferrara , il quale publicamente si racco- 
mandava B Spa Santità che si conientassi di quello che una volta ha- 
veva fatto. Et visto che le sue parole non havevano luogo , se ne parli 
vituperato nel conspetto di tutti quei signori , come meritava la sua 
scioccha praaunptione. Et certo, signor mio , che io credo che la cosa non 
potessi succedere con più honore di V. Exc. che sia successa , et con 
satisfatipne de l'universale, dispiacendo a tutto I)uon)o questo caso, di 
che nostro Signore Idio ne sia ringratiato. Ancora che io per altre mie 
ne habbi scripto a V. Exc, non voglio manchare per questa di nuovo 
peplicarle , come i Reverendissimi Santi Quatro et Monte si sodo portati 
di sorte, che la tiene grandissimo obligo con loro Signorie reverendis- 
sime, non tanto di quello che-in questa causa hanno operato , quanto ddla 
gagliarda dimostratione hanno fotta di essere veri et buoni amici di 
V. Exc, et il Reverendissimo Monte particularmenle, del quale non po- 
terei essere piii satisfotlo che io mi sia. Però l'Exo. Tostra ne facci capi- 
tale et se lo mantenga, perchè è huomo da servirsene; et io di qoa, 
OOD quei modi che poterò , et che mi si convengano per il grado tengo, 
pon mancherò di trattenermelo , come fino adesso ho fatto, et ancora 
piò. Vedere quanto prima mi sarà possibile andare alli piedi di Sua Bea- 
titudine , et ringratiaria per parte di V. Exc. di questa grata demostra- 
tione. Et non tenendo altro che dire, bacio le mani di V. Exc; quale No- 
stro Signore Idio prosperi felioe. Di Roma, alli xixj di dicembre <5tl. 
Di 7. III.'" et Exc— Signoria 

Lo UmìUuimo Servitore 
AvERiinoo Siin RISTO», 

( Tamn ti , n ,:nrtf 1B7 ( 1711. } 



fH Rama, da Averardo Serristori. 

Alli % di gennaio tSil. 

Iltmo. et Excelleptissimo Signor mio osservandissimo. 

Le precedenti mie a V. Exc. furono a l'ultimo del passato, per le 
qaali le dissi quanto era seguito circa alla preoedentia, et non ho di 
poi sue. Et la presente sarà per dirle come hieri fui a baciare i piedi di 



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TRA I DUCHI DI FIRENZE B Ul FERRARA ÌÙÌ 

SuaSaDtiUiti nume di V. Eie. della buona iuBtitfaldmiaulratalJ IndatUl 
il luogo comò ambasciatore dì V. Exc. tu! si coDvéDiva ; dicetidole aiicorW, 
cbe quello era segnilo , era stalo con molta sua maraviglia : imperò non 
poBseva credere . essendo qnel buono figliolo et servidore di Sua Santità , 
nb havessi a ancedere altro fine , che quello ne era saccesso, con ag- 
giu{(Dervi mdte oibrte etc. Et mi rispose che la mattina easendoli instulo 
dicendo , come questa cosa era stata decisa a Lui^ba , et che H ifiaestrì 
delle cerimonie dicevano bavere vì^to 6fae T. Exc. gli baveva dato la 
man destra , ai qnall Site SaAtità si era rèrerita ,' et haveVa labsato 
seguire ; di poi inteso ebe T. Esc. era stata sempre in posSessioM, et òhe 
quello era passalo a Laccfia poteva essere stato a éaso o fét cortesia, 
non haveva Tolsnto lassare di comandaìre cbs II luoghA mi fusai resti- 
tuito, per noD mancare di quella buona iubtitia', che desidera genlpre 
adminlstrare ad ogni buomo. Et quanto a questo non bo cbe dirle altro, 
salvo che V. Exc. pensi, se chi 6 slato prosnnUptaoso la prima volta, vo- 
lessi essere ancora la Seconda id domandare al papa , che gli facessi 
iostitia nel petiioTìo, cottodettendo di regione cbi debb6 preCedef 6 ,' nri 
modo vuole cbe io mi governi; ancora cbe quabdo s'iontfovi coSa aliìuna 
V. Exc. ne sari advisata. Mi ero scordato di dirle , sabito tìbe U segniti 
il caso , lo scrissi al signor viceré , parendomi fusai mio debittt advertìrne 
Sua Exc. 

Qnanto a quello mi scrive per la sua de'ixvi del passalo, circa 
alll HveUi , presentai la lettera al Bev Grandissimo SaLti Qiùtro', il quale 
la lesse forte , et gli piacque molto ; et in' mia presentia per un «no 
secretarlo la mandò a mostrata sF papa, imponendoli gli dicessi che Sua 
Santità posseva vedere , se quello gli aveva deto più volte del buono 
aoiWo cfaeT. E]Cc. baveva verso Sua Beatitudine era vero, et quanto li 
benefltli erano ben collocati in lei ; e( ini disse c&e Ae' risponderebbe , 
ef U informerebbe particulafmente, come penso babbi di poi fatto. 

L'Ardir^hetlo tornò Aiarsera , et se intende che il re dice non volere 
Concilio , et cbe corrono tempi pel-' la christianiti da pensare ad altro 
che al Coocìlio ; el quanto alla tregua non essendo rotta , non accade ìn- 
trare in altri) , et che da lui abn verrà mai di rampArla , et in cebo che 
le fussi rotta per Sua Maestà Cesarea non intende innovarla altrimenti; 
et cosi senza dedararsi Sta su queste generali. 

Bitraggo di buon luogo , che il re di Francia ha mandalo alli con- 
fini di Fiandria un numptìo o araldo a quelli di Legia , che questi dieno 
cónto et iiffititlcatione dellEi morte de mio fratello del calcinale di Legia , 
il qnale per iustiUa ta ti decapitato già 60 ailni sono ; et che ha a quel 
cbnSni tmila ftinti , perchè quei popoli stieno con timbre ; et si dubita 
che non' facci muovere in quelle bande dal dnca di ClOves, et cbe 
qnrilB Maestà rimette ìb Italia fino a un milione f orty, parte qui et 
il resto in Tinetia : talchò questi Imperiali cominciano bavere qualche 
suqwtlo dì guerra et più per le cose di Geoeva cbe altrove , itarendo' 



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108 CONTROVERSIA DI PKKCEDENZA 

Imo che non babbkio TÌn piA focile, che ioqueUre quello slato; et a 
tale effeeto vo^iono tenere duemila faoeti apagnoli in LaoigiiDa, il 
pagamento de'qnali mi pare intondere che disegnano eschi da T. Sic. 
et da f Loccbesi- 

Per lettere de l'ambaeciatore che per l' imperadore risiede in Vinetti 
a' intende , il Duca d'Urbino bavere oapitalato con il re di Francia ia 
questo modo; cbe la Delfina renumptia a tutte le ragiooi cbe havesi in 
quello stato d'Orbino , et che il ra a tempo di pace per il piatto gii dà 
l'anno unila duoati, et similmente a tempo di pace gli paga 504 bnti 
per Ja guardia di Peserò, et in tempo di g;iierra, editano delle fanterie 
italiane , et certa quantità di cavalli ; imperò parendo cosa tanto rcori 
di ragione, ne fa stare sospesi a crederlo , ancora cbe vengi di buon hiogo. 

Che il re d' Inghilterra beveva fatto tagliare la testa a dua sua gea- 
tilhuomini , quali havevano usato con la moglie , uno de'quali ha ooD- 
féssato bavere, in tre anni avanti si maritassi, dormito secho 90 vdla, 
et di poi maritata, alcune ancora , et lei ba posto in uno mOBastero((): 
et cbe pareva fiissi iocbinato a rìpi^iare la sorella del Duca di Clevea. 

L'andata del signor Giovao Pavolo da Ceri in Francia parecba ino 
presto vadi refreddando che altrimenti. 

Ritraggo come Monsignore di Granvela ba wripto qui al rignor nur- 
cbese per il servitio di Sua Maestà essere molto salisTatto de l'Bic. Vo- 
stra, laudandola DU^to di iM-udenlia et buon governo; et non teoaodo 
altro cbe dire, bacio le mani di T. Exc. , qnale Idjo felioiti. Di Ronu. 
alli S dì gennaìe 451S (st. fior.). 

Di V. illma. et eccellentissima Signorìa 

ffuinii Strvidora 
AviRtRDO SiaatSToai. 

(Toma 11 , H carte OS e lOtt-ì 



Lttltra di Giovànhi h Maanis tdF Oratore Cenino in Vemtia. 

il n di novem6r« 1&70. 

Ilhistre Signor Orator Cesareo , Signor mio sempre osservandissimo. 

A li 83 di ootobro pasaato 4570, spedito cbe io fai da T. SJgMrìa S- 
lustrissìiaa per il viaggio di Fioretua eoo il jAioa di lettere di Sua Sa- 
cra Haesià Cesaree, signore signore nostro olenMntissimo, direttive alla 
Eccellenza del signor Duca, insieme con la inetruttieaa di V. S. UkMtris- 
sima, data setto li SO di ditto mese , subito in quella matioa , oan il osw 

(Ij Gii orina Howard, quinta mogHedi Borloo VITI, a decapitata por Ma. 



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TRA I DUCHI DI FIRENZE E D) KERRiRA 1M 

di Dio, io mi panfili Gorìtia per w^do, ptgliaDdo meco per servitore, 
seooodfl l'ordioe sno, Stebao Guglielmi soldato, et per pia oantione casii 
od gioppone, De le parte di dietro, ditto plico di lettere: et questo, per- 
ché dubitava che per viaggio , eotto pretesto di Gen»r cose da gabella, Soa 
Eeoelteoxa non haveeee poeto geate ai passi, eoo ordine , che trovaodo- 
mi ditta lettere mi haveseero , con farmi oooidere , o fn qualche altro 
modo, ad impedire la preseDlntione , over Dell'entrar deotro di Fioren- 
za, che sogliano oeroare. Et per pia caatiooe di ditto negodo técci cbe 
meeier leronimo mio fratello mi fecce fiir lettere di meseer Pranoesoo 
del Malti da Bologna a li riq>ondeati suoi in Fiorenza, acciò veneadoni 
occasione dì intervallo di tempo sensa dar di me sospetto, havessi po- 
tuto fingere di esser ito per conto de' negoci de) ditto mio fratello, co- 
me credeva et leniva certo et anco si tiene il ditto Matti , che io vi 
andassi per negoci di ditto mìo fratello. El cosi in ditto giorno arrivato 
in Aquilegia, et d' indi a Grado , et la malina aegaente , che fa a di M, 
mi imbarchai con barcha a posta, e solcando il mar Adriatico, lassando 
Tmetia et Malamoco a man dritta, et a dt 36 ditto gionli a lYimaro, 
dove mootaodo a cavallo a di ¥1 a bore n, gionai a Ravenna et de li 
a di SS gionai a Porti , et ivi per non trovar cavalli per Castruara , ne 
tolsi per Paienza , dove gionsi il medesimo giorno di notte ; et a di M 
gioosi a Maradi, passando il monte Laipo. Et d'indi partito l'isteeso 
giorno a bore 3 di notte gionsi al Borgo dì Santo Lorenzo , et a di 30 
gionsi in Fiorenza; dove gionto a hore 18, smontai a t'bostarìa de la 
Campana , et fingendo esser amalato tolsi a posta camera seperata , et 
questo per dar loco ad un giorno dì tempo per informarmi a modo di 
raggionamenlo , et per non dar dì me sospetto, acciò cbe intendendo 
Soa BoeeUeoza non mi bavesee tallo metere quache impedimento et 
foasi trattato mate avanti la presentalione de le lettere 'di sua Saoratis- 
sima Cesarea MaesU, per ferie forse poi smarìre,etper veder sì SoaBe- 
cellenta dava audientie publlca , overo si andava publicamente a li of- 
fici divini. Et quando di ciò fui in mente mia sodisfatto , vene occa- 
sione, che il giorno de Ogni SanU Sua Eocellenza vene a vespro ne la 
chiesa di Santo Loren»), insieme con la Serenissima Principessa sua 
naora; et vedendo io roccasicoe dd fovore cbe Iddìo mi baveva prestalo 
di adempire il vc^er et desiderio di sua sacra Cesarea Maestà, per spatio 
di tre hore stetti ad aspettar che tasserò finiti diclì offici: li quali finiti , 
levò Sna Sccdlenza del loco ove era posto , et andò a ritrovare la Se- 
renissima Prìnoipeesa, la quale presa a man dritta per sotto il brazo; 
ei da Fdira banda eaminwdo il Conte Polidoro da Castello , maggior^ 
domo de la SereBieeima Principeasa , et avìandoei per uscir di chiesa , 
•eeei cbe furono gli soaiteiì del oan> di detta chiesa , che era a bore 83, 
io mi appreeentaì a Sua BccelIeDu con il [dicoo di soa sacra Cesarea 
Maestà In la nuo dritta , et ne la sinistra la beretta; et fattoli ogni de- 
bita rtverentia, gli usai queste o rimili parole : Serenissimo Priooipe, io 



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110 CONTKOVEilSIA DI PifRCKOIiNZA 

sono qui imnilatcr a posta da l' illustre imbàssator Cesareo r«sidenie ìii 
Vcmelis, con il presente plico di lettere di saa sacra Cesarea Vaeslè , 
con coiDmissione di da^lo in man propria di Vostra Altezza. Et cosi 
basciato che io Io hebbi a la presentia de la Serenissiin'B Principessa , 
et di detto iHaslre conte magiordomo di Sua Serenith, con ogni debita 
rlverenlia fitie ki appresentai, essendo anco Stefano presente et vizino 
a me, come io li havea comandato. Lo qua! plico preso da Sua Becel- 
lenza. in mano, Io guardò, et poi mirò me fisso, et acottendo dai over 
tre fiate la lesta, pa^ssò avabti. Dove non vedendo io dirmi altro da Sua 
Eccellenza, senza aspettar altra risposta mi parli' de II, et andaiàiene 
al mio alloggiamento: dovd ramatomi di habilo per non esser più co- 
nossato, dubitando che Sua Eccellenza non m'havesse hnpedito il ritor- 
no , et per esser l' bora già larda ; mi formai li quella Motte.. La caosa 
che io li diedi del Serenissimo et de l'Aliezza, fu perchè' il gtonw 
avanti mi fu dello et affermato come cosa vera, che se' li dava del Se- 
réoissiroo et de l'Altezza , et che , ohi a questo nel parlar preteriva , 
lì era pena la forcba , et aetiit che Sua Eccellenza non havesse bevuto 
questo attacco , et fermi subito prender et morire, acciò io non bavessi 
potuto br Tede del fallo ; massime considerando, che il darli io tal titolo 
non poteva ponto preiudicare a Sna Maestà , cbe quando di cUs ne 
basi state certo , più tosto gli bareì lassalo la vita , che f»t «n simtl 
fallo. Et la matind sequente , che fu a di 2 novembroy ne l'aprir la 
porla , mi parli' de II et l' islesso giorno passando per Searparia , el per 
Fiorìnzuolla , la sera arrivai a Predamslla, loco a- K confini del slado di 
Sns Eccellenza, et a di 3 passando Loìan , la Guardiola et Piaoor , la 
sera arrivai a Bologna , et il giorno da pei , che tu a li i arrivai a Fer- 
rara ; el a li 5 imbarchalomi a Francolin , alloggiai la sera a Corbel», 
el partitoni la'malina ,-che lii a li 6, arrivai a Fosson, il giorno drieUO 
arrivai a Chioza , et la sera a Venelia. A di 9 gionsl a CauorU ; nò pò- 
tMido per Tortona venirdi longo a Grado, mi convenne andar a PorM 
Smaro, dove giofisi ali li. Et de Itparlilomi il giorno seqùeute, strivai 
la sera a Codroipo, a K 16 a Udine et ali ti a Goritia. Nel qual viaggio 
a la tomaia a' lochi io bod uscito di strada, venendomi per lochi aspri 
et incogniti : et questo' causò che essendo a l' boslaria in Fiorenza^ dove 
era alloggiato nn gentiltionio senese , et la sera a tavola cenando insieme 
(Mn altri gentilhomìni , et meoo il detto gentìlhtHnò senese disse queste 
parole : Hoggi sono sia' presentale non so che lettere a Sna Altezza , per 
le quali mólto sbu A ; Aon sapendo costui altro del fatto , né meno chi 
te havesse presentate. Et io mostrando non saper nulla, non li risposi ; 
ma considerando quel ohe mi bareria potuto avenire , che per strada , 
ftel ritorno, mi haverìa potuto far amaziar; a fine che il voler di sua 
saerv Cesarea Maeslà non lame in tutto et per tutto adinpito, el par- 
eiò io preai parMo di uscir di strada' a'K lochi «ve ae li scogli io mi 
pensavo di bavere a inciampare. Et questo ò quanto è seguilo in questo 



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TflA I Dt'CHI DI FWliNSi: E M rERBARA 111 

segMio «l 'iaggio , il quale a ponto io ho narralo a Vostra SigBorra lllu- 
strìsaima a aodìBbtioD et veder di sua sacra Cesarea Haesti, signor signor 
oostro clementissimo , che certo laudo Iddio di haver adimpito et sodi- 
sAtla al vtAer di sua sacra Cesarea Haasti. Et qnesio è quanto io ho da 
Barrar a Vostra Signoria Illosirissima in questo fatto. Et .occorrendo 
altro per servizio di Sua Maestà Gasare* , o per la aereoiBSiiBB et felicis- 
sima Casa de Austria, la prego , la supplico si degni a commandar o 
a DM , a mio fratello messer leronimo o a mio nepote Carlo , non 
luveikio ristette né a roba uà a vita , perchè siamo pronti a spenderla 
per ditta serenissima el felicissima Casa d'Austria , io ogni oocorrentia 
occorrerli, et a Vostra Signoria Illustriasima pregarb ogni felicità, et 
boipUineDte (ferendomi , el ricommaodandomili. Data io Gorizia , a dj 
17 Hovemhro 1510. 

Di V. S. Illusir? 

Ilumil el Hdel Servitor 
Giovanni de Hartiis 
scrisse de man propria. 
( Tom» I , a c»ct« t|8'(*| }. 



ffrono di Memoria dittala m pn di Ferrara 

voglio parlare di grandi reser*atsmente: et dove potrei da me 

dir cose che fussero bastanti a conoluderìa (cioè la causa], mi conteolo 
di rimettere il tutto al gindicie del mondo , il quale dalle conditione 
in che Cosmo, et per conto di capo et per conte di duca, si rì- 
tmovs , può facilmente ritrarre s'egli habhia ragiinevolmente né l'nnn 
né l'altro di questi due nomi, et se possa con ragione contendere di 
pvecedenlia. Quanto all'esser capo , è cosa manifesta che la Repub- 
blica sforzata venne a capitulare , et se privò della autorità di formar 
il governo a modo suo , el si sotlomisse ad Alessandri , il quale dato 
«he si chiamasse capo , il processo suo et il tempo presente mostrano 
8« egli el se Cosmo cosi debbiano nominarsi , perché se si veggono rotti 
gl'oblighi da'qusli fiirono alla creatìon loro eircunsoritti, che er^ao di 
servare qoella forma di libertà, quale ella si fusse, ohe conforme alla 
capitutatioae de' Fiorentini fu ordinata da Cesare, con una sola |N«vi- 
sione data loro, ISmila scudi, saranno capi di quello che non è. Quanto 
■Ila dignità ducale che ha d'havere le qualità convenienti ad una buona 
BKmarchia , se Cosmo la sustenti o no , lassarò similmente cbe altri 11 
conosca , dichiarato ohe bavrò quali sieno li efetti degni et li indegni 
di nn principe. La città è una comunanza di nomini , et a star bene 
bisogna che abbia quello che fo che l'huomo bene stia : l'hnomo come 
civile ha d'havere t'inetromento el l'attitudine alla perfettìone delta 
civiltà. L'inslrumenlo k la robba, ^ che n'habbia a sufficienlia ; l'attilu- 



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IO contdoveusia di precedenza 

diM è quando egli sia boono ei valoroso. LsbOD(à si b et si coosem 
oon l'amore, per modo che i cittadioì c'hanoo U fraMlania dnt litogo 
ove son nati , utriDgendoei insieme con l'amioitia et cod la oriti , pia 
si mantengono con la lede cbe Don (anno per la forza della le^, «t 
in questa guisa sono buoni. U valore eì b et si conserva con quelk 
parti che sono le principali in stabilire et austenlare il ben pubUioo, 
quali SODO i nagolj, le arme et le lettere. Laonde il buon prìooipt 
che per la virtù el conveniente superiorità sua si fida de'snoi . (a eiea- 
rameDte quello che se gli s'aspetta , et per ciò usa ogo'opera per sé siuo 
ricchi , uniti et valorosi. Quel principe che fo per il contrario tieM 
più che può i suoi poveri, discordi , et privi di spirilo; tA mancando 
per questo della sua dignità, dalla qual nasce la contesa del primo loogo, 
non solo non può precedere, ma né anco parlare di precedeoUa : il 
quale de questi dei principali sia Cosmo il mondo ne sia ìudice. 

(Tomo I , a carte lOO-ioi ) i 



Voto autografo di Hainstto Mainktti da Bologna. 
Dei optimi maximi invocalo praesidio. 

Et si maxima Illa est controversia quae hac nostra tempestate ialer 
tUusirissimos duces ReipuUicae Florentinae el Ferrariae de diguiUK 
emeniit, eamque Pius IIIl Ponlirex Maximus dirimendem soac^t, el 
ad id muueris cardinales quam|dures iurisperitos elegit ; non ignan» 
bine gravlasimis saepe calamitatibus pulcherrimas Re^uhlicas ew 
eonlliclatsB ; decrevi tameu ipse prò viribns, philosopbiae fontes quon- 
dam aperìre ac reserare , cum in bis tantum verilas latitare soleal- Et 
ut cilius et facilius inde haec banriri possit, hac via et hoc ordioa in 
disceptationem descendam. Quam primo duas in partes diBlrìhoBin, 
quarum in altera Tontes illos aperiam^ ul iDde veritas eme^sre pouit 
in altera vero, si quae ventati refragari videbuntar,o medio tollera 
eniUr : quìbua sublatia , veritas inde prosilire facile oonspioietur. 

Quare primam partem aggredior; in qua veritas elacescet, si [vae- 
•titero qucMl Reepublica FI(M<entina eodem sit in stata poeleaqum 
CosMvH HiD. in ducem sibi cooptaverit , quo olim extitit sine ilio. Qata- 
doquidsm iUud braom , quod Respublicae finis est , in ea oDnqnaiB 
mutatum fuarit. Nam in ea magistratus iidem , leges eaedem nuDC sìcoli 
priuB inviolabiliter obaervanlur : buie vero BeipubUcae FloreutiiHO 
cum alias abeque priDCipe dux Ferrariae iure optimo cesserìi) idoìns 
eliam cooptato duci tanquam illius capiti cedendum esL Siculi emm 
caput universam BempuMicam aniecedit , a fortiori quod a R^blica 
exceditur , et id a capite quoque aDleiri fas est. 



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THl 1 DUCHI M nRENZE K M FIR8ÌRA f13 

Qood autem KÉtpablica P4ofcntiDa eodem vig«al sUtu hic mihi 
primu ftnt apcriendus nt , quaiidoqnideiD nemioi dubium eese potut, 
RenpaUfcun Floranlioam cum sibi priocipem buno elegit optimatum 
BcmpabUnm faisse , cum viri jllias Reipablioe optimi eam adminiEtra- 
rant. Non eoim palerat esse regia, cum io gvbernatioDe non eeset coDsti- 
lalUB rax. Non erat timooratia, cum penee mediocriam multitudinem me- 
diocram Btatom amsDlas et conaervaDlae timooraticae Reipublicae status 
eoUocatoB sii, Non eral tiranols, qaoDiam Dee leges, oec magìstratus 
io ea obserrantnr, sed nnins viri laotnm appelitu habenae moderautur. 
Haec Titjoaa Beapabiica tei et regno contraria. Non erat pauconim po- 
lentia, gudi in ea aut nobilea aat divilea snurn eoa lotios boDum respi- 
ejacles gabernant. IUÌ ver* pauci potentes appellari solent. Haec quoque 
Bei^blioa TÌtiosa est, et oplimatum Reipublicae contraria. Non erat 
popularia gnbernatio, quandoqvidem io ea multitudo pauperior Beipu- 
Uicee ataton diaponit, quem gaberoaDt plebei ac popolaree. Uaec quoque 
villosa est, et ei quae peculiariter Respublica vooatur, ex adverso 
reapoDdeoa. Qoare optimatnm aniequam ei praeesset bìa princeps, erat 
Heapobliea FloraDtìna : ergo etiam et posi haius principis eleclionem 
optimatam Respablioa appellauda est. Quod diUgeoter inspicienti patere 
poteat, ex Aristotele III libro auae Politiae, in fine. Qui duobue modis 
opUmalam RempoUicam inslìtueDdem esee ionait: aut quae ab opti- 
mta viris gnbernetur , quomodo sa babebai Hespublica Fiorentina dum 
principe carebat ; aul in qua uni taolnm ob animi praeatantiam et vir- 
tvtes (ola gabernaodi polestas demandata est : qui in Illa caput et prin- 
ceps eiootna est. Hic oam aalmam rsgium oblineat, aut regia Respublica 
aat ferme regia eppetlanda est. Etenim iisdem institulis et legibus regia , 
et haec optimatura Respubblìca gutiematar et instituitur : ut a Divo 
Tboma , illioa loci fido interprete , eiplanalum et confirmalam fuiL 
Qneniadnodum anim rex Rempublioam regiam insUtuit et gnbernat, 
ila prineeps et lostitakpr statua optiraatum per eandem viam Bempu- 
UicaiD optmslum instituit el gobemat. Ob quod Pialo divinus, in cal- 
ce IV libri de Republica, censoit, RempuMicam regiam et optimatum 
reipsa easdem esse , nomine vere et appellalione tantum differre. Haec 
Mt spUmatum Bespublioa de qua in praesentia loquimuf , quae a priori 
nullo pacto diHert : vorum amplificala et decorata principis electione ab 
oplioribus oivibos liberaliter et pactìonibus pacis perlecta. Id quod 
deraonetrat magistratuum et legum in ea nunc siculi prius perseveranti a. 
In eam enim principis nutu quidun ex oplimalibus tractant arma , alii 
iodicia, alii rebus sacris sunt intenti, ali! magistratus monere fun- 
gUfltur in urbe , et alii urbibus Reipublicae subdilis , alii mercaluram 
prò opiboB cumolaudis. Haec Be^mblica cum optima sìt, in virtule re- 
gilur cum belli tum pacis tempore. Virlules tempore belli , fortiludo , 
ooostaolia ; tempore paeis, temperanlia, iustilia , philosopbia, prudeutia, 
nmicitia. Quod etiam litulus ducis Reipublicae Florentjnae qui ab adver- 

Aicii.St.It., «Hm-uSene, T.VII, P.ll. iS 



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41* CONTROVSRSiA DI PHECliDGNZA 

.tarlo admitlilur ^conflrmat: RempaUtcam FlorentiBam eedem vieerp 
stAtti poslqnam princJpem hunc sibi elegii, quo etiam vigebal qnaado 
hoc eodem principe carebat. Eninivero appellatnr dax Illins BeipuUi- 
cae Florenttnae quae olim Toit sine ilio, eadem er^ liget alqae baec 
niipellalio re: natnrain explanat, ni InferioB pslam erìt. RempuUieam 
hanc niiris laudibos ad coelum exIalH Arfstoteles , nec non omnium 
praest^Dtissimam esse probavit XII libro Diviooram, com inqait, res 
mundi recto gubernari atqae regi debetit, ergo rex unns, et ubos 
deos admitteodus est; a qno corium et universa natura pendei, ac ras 
mundi omnes ab eo bene et recle dispoDuntnr. Idqne exemplo con- 
firmavit et civitatis el Beipubiicae io terris bene gubernatae , io qoa 
unus prìnceps et capot unum reperitnr, cuins causi magùtratus Boa 
mtinera obeunt leglbusque parenl, atque omnia quae illins Hetpublicae 
intersoiit reole disponunl. Prlncipatnm enim mnltìtudiDsoa esse mal»iii 
ratus est Aristoleles, cum saepenunaero dls8ipatioDÌB Beipubiicae oansa 
sit. Itaque cum Beipubiicae Floreoiinae diqiositio Bit tatis , qnalis dispo- 
sitro rerum mundi beta a Deo, el reipoblioae divina» aimillima sit, 
inter respublioas beatag et praestantissimas habenda est. Sed jmtetUo 
haec beatitudo aliunde provenire non potest, nisi principis adminislra- 
lione , cuius causa omnia inviolabili ter observantor , alqae recto mode- 
ranlur : id quod arguii ampli fica tionem , et non aliquam muUtionem 
in ea fuisse. Non enim in principis eleclione aliqua apee Inori interve- 
nil , non ambitìo, non iniuria, non melos aliquis, non vis aliqua, non 
contemptus, non verecundia, non negligentia, non dissimili lodo, cnm 
in Rempublicam inquilini nnoqnam admls^ aint, non incrementum 
prseter proportìonem , ncque aliqua alia causa quae in Rempublicam 
mutationem inducere poiaerit (ut V Potìticonim recenset Aristoleles et 
ubiquePlalo inlibrisdeRespublica), in principiaelectiiHie vìsa rnit. Qua 
de re, ut diotum est , nollam Respublica Fiorentina passa est mulatiooem. 
Itaque, cnm magnanimi princl|HS eleclione Respublica Fiorentina 
ne lalum quidem uoguem e suo stato discesserìt , aed ad alDoram el 
ampliorem ascenderit, quaodoquidem in ea princfpìs optimi pm- 
denlia ita magistratus recte inslituli aint, ut in sdministnmda in- 
stitia nullas error unquam contingere potuerit , id quod et sanctunTet 
pium in Bepublica censeri debet, nec in ea comuDe bonnm , qood 
finis Beipubiicae esti mutatum sii: iure optlmo prO comperto babere 
debemuB, Ducem Beipubiicae Florentìnae potentissimnm omni ex parie 
Ferrarle Ducem anteire debere. Cum enim alias Dux Perrartae Rei- 
publicae Florenlìnae absque principe oesserJt, multo magia et illivs 
Duci, tanquam capili qnod universam Bempubiicttm autecellit , iure 
et merito cedendnm est. Quemadroodom enim caput in homine, in 
quo mens tanquam in arce restdet et imperai, omnium corporis p»r- 
lium est nobilissima , ila Dux cum Beipubiicae Florenlinse capai 
exislal , (JUi cnm Respublica Florenliita nobiliorem locum assignel , 



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TRA I DUCHI DI FIRENZE B DI rBMIARA 143 

et Dui quoque Ferrariiie assignare fas est. Quod si aliqua mntatio 
in Rempublìcam Florenlinam speclaoda 8it, illa est eadem quae aliis 
vigenlibns rebuspoblicis contingil. Quando enim civibus alìquibus res- 
puUica orbala est, et su binde redennt alii loco illorum , mutatio haec 
eal materiae. Forma vero , qase est illa dispositio et ordo a quo res- 
publiea Gunm robnr oblrnuit , neuliquam mi|tatur. Quemadmoduro 
eaim duio homo augetor, uiateriales parles ab innato calido absum- 
plae mutantur, quia tameu «liae subpedltanlur continuo, eiusdem 
catidi opera in alimentum , qnod consumplum est, restauratur; idcirco 
homo causa materiae tantum, ut testatur AHstoteles, mutalur, udus 
lamen et idem est homo , quia una et eadem est forma, quae quidem 
altrJx anima nuncupatur: ita in reipnblicae mutatioDe res ipea se babet. 

Hic alternm fontem aperiam , ut ex hoc secundam rationem , quae 
est a maiori potenlia , exbauriam. Cum enim Dux Reipublìcae Floren- 
tinae maioris potentiae et vigoris Duce Ferrarìae cemalur, merito ei 
prior dignitas concedenda est. Id similitudine a divioÌB intelleclibus 
desumpla monstrari facile potest, ut XII libro Sa pi entiae decerni t Ari- 
sloteles. Ille enim divìnus intelleotus aliis praeferendus est, cdÌus rigor 
et potestà» est maior : potestas vero maior ex eo dignoscitur, qnod in 
maiarem orbem tanquam in maìus dominjum possit, in eodem aeqoali 
tempore, cum inferiori intellectu, cnios potentia in minorem orbem 
tanquam in minus imperium potest. Quemadmodum intellectus divinns, 
octaTus qui est Deus firmamento alligalus , suo vigore et potenlia causa 
est , cor flrmamentnm in motn suo describat maius spatium, in aequali 
tempore, nempe vigintiquatuor horarum, cum inferioribua' intellectibus , 
ideo omnium prior et praestanlior. Idem quoqne in inferioribus divinia 
intellectibus infra Denm conspicì potest. Nam intellectus divinus Saturni 
praestanlior est divino intellectu lovis, lovis vero Martis, Martis Solis, 
Sol LS Mercuri! , Hercurii itidem ¥enevis, Veneris vero intellectus Lunae 
iotellectn est praestanlior. Ex eadem oausa quandoquidem semper su- 
perior maioris roboris et potentior ìnferiora existat. Ita de inferioribus 
asserendum est nempe in mundi principibns. lUius enìm princìpie cuìus 
potestas et vigor in suo imperio est maior, illum quoque prioram et 
praestantiorem caeteris exìstimare debemns, Sed cum Cosvi «ed. DucÌs 
Reipublìcae Florentinae potenUssimi potentia et vigor maior sii Dncis 
Ferrariae [ut inferìus manifestom erit), merito prior et dignior Dux 
Reipnblieae Florentinae est iudicandus. Et si quis banc similitudinem 
deetruere adderei, is tolins orbis perfeclionem e medio lollere videre- 
tur. Id quod et Pialo sapientissimus et divinns Aristoteles asserunt ; quo- 
niam inferior hic mundns et caducos superiori et aeterno similis est. 

Hic tertias bns raoludendos est, ut a polenliìB terrenis ralionem 
accipiam: propterea quod illa res est praeslaotior (ut dictum est) cuJus 
potentia est maior. Sed com in terrenis duplex sii potentia , ut primo 
Coeli Bcripsit Aristoteles; quaedam enim est potenlia passiva, cuius prae- 



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116 CONTROTEBSIA DI PRECBDENZA BC. 

stsutia el digniUs descrìbitur minimo io qnod potest; poleatia eniu 
visiva oum passira sit, illiua digoiiaa minimo deacribeoda est: qui 
eaim minimum visibile videro polesl , et maximam quoque ; ooa e oon- 
trarìo. Alia vero est activa poleatia cuìds praestantia describitar maxi- 
mo in quod potest : illa enim poleatia sotiva quae in mains potest , 
illam inqaain et praestantiw^m et prìorem esse necaaae est. Que- 
madmodam si praeslo raeriot dno hominea, qnibos spatiom decMO mil- 
liarium proponator pertransenodnm, virtns motrtx iUios bomÌDÌB orìi 
prior et praestantiorqaaepertransire poterit illvd spatinm in («npOTe 
unias horae vai minori, qoam illins bominis onioa virtas motrìz in ma- 
iori tempore , nempe nnins bore cam dimidio , idem spatium peragra- 
verit. Sed ita èst, qaod potentia activa Ducis SeipaUioae FlorentJnae 
in suo imperio in qaodcunqae maina poasit in minori tempore , tnm 
imperii maiorìs caasa, tam subditis, tnm militia pedestri, equestri, 
et maritfma, tum vectigalibos et opibus, quam potentia activa Dacia 
Ferrariae io soo imperio: Itaqae illa potentia Dacia Keipoblicae Floren- 
Ifoae est praestanlior et dignior , qnare anteponeoda ; idcirco et Dax 
Duci. Nam Dt potentia praeatat polentiae, aie Dax Daci praestare 
debet : sed potentia Dacia Beipublicae Florentiae est praestanlior Ducis 
Ferrariae; ideo et Dax Reipublicae Florenlinae Duce Ferrariae prae- 
stanlior est existimandns. Nisi res ita se babeat , in potmtiis moDdi ler- 
renis neqoe orde nec proportio servabitur. Id qood natura omnium 
parens abborret. Hac de causa addaolus Pialo sa[HentissimBS III dialogo 
de Legibas ubi septem illas imperaodi dignitates receoset, et IIU eins- 
dem Dialogo oonsnlit auctoritate Pindari Tbebaoi secundum natoram in 
imperiis iostumesse, ut polentiors imbecìllioribns semper praevaleaat. 
Hic quartus et ultimns fons oritur , ut a potentiae liberiate ratio- 
iwm petam. Quoniam ut Ducis Reipablicae Florenlinae potaatas est 
maior, ila quoque libera, a nullo dependens, cum a semetipsa esse ap- 
pareat; adeo quod Uberalitate et benignitate civìum arbib-ato Dacia Bei- 
publicae Florenlinae imperium libere permulari et alieoari posael. Ne- 
que eltam cuiquam addlolus est , sad rdiquis mundi priocipibas «t 
sociuB et Comes existil. Al Ducis Ferrariae polestas liberiate vacai, com 
a aemelipsa non sii, sed ab alio dependeat, nempe a Sanota Ifatre 
Ecclesìa et ab imperio. Nemioi vero dubium uuquam esse potali, &■ 
beram potentiam servili praeferendam esse, ut Plato sapiwilissimus 
ni libro de Legibni scriptum reliquil. Rursus, cum imperium sanai non 
sii , ipsum nequaquam permutare possel Dax Ferrariae. Qua de causa 
alila mundi principibus socius et comes esse neqnll , cum alkiram 
subditos esse ceniatur. Qnocirca sua mniori dignitate utfroatar, n»- 

oewe est Dax Reipublicae Florenlinae ampliseimos 

(Tomo ■ , * carte iTt-iao.) 



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DISCORSO CRITICO 



tnwao lu* VII* 



DI FRANCESCO ORIOLI 

LETTO AIX'ACCADSMIA ROMAMA D'ASCBEOLOGIA 

GIOVANNI TORLONIA 



AVVERTENZA. 

GU amniToiori ad oltranza delTillmtre prof. OrioH giudiéhe- 
rarmo questo Dùcono troppo leoero; altri a fui nemt'ci lo ittmsramo 
troppo poco libero e ardito. Biiponderò a questi, che- sebbene il 
mio ragionamento non fbsse politico, e fosse anzi pronunciato in 
tata radunanza ove era coKktnnabile il parlare di cose politiche, 
pure- san eertitsimo che chi attentamente lo legga vi troverà libertà 
baiamo non vile, e franchesaa di non dissimiulaii pensieri. BÌ- 
sponderò poi a que^ primi , che può certo parere ardito che w, 



('] Sebbene del prof. Francesco Orioli sii itata blU commemora xioae nel 
Necrologio Romano dal oostro colleborslore avv, A. Gennirelli [Vedi JrcA. $1., 
N. S. , T. V , P. I , pag. <05 e Mg.) , pare cf è pino dod tsconTeo lente di 
dar luogo eneo a queato miìUo , «Hendoohi In eno da un egregio glonne dal 
pairiiiato roauno ti dlicorra oon ptb Itrgfaam , eoo maggiori parllcoUrili e 
con nobili «eaal della T<la dell'Illustre archeologo, — E qal credianu) debito no- 
Siro di aggluDgere, come tra i molli e (tarlati laTori , al quali ichticabllDisnla 
attese per tutta la Tlta II prof. Orioli , non vogliono esser dimenticati qnelll da 
liti InsarlU ntWÀHloUigta , 1 qotit non sono c«rlo fra' meno ragguardavoll. 



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MS INTORNO ILLA VITA 

giovine e di niuna fama , mi leot a giudice di un uomo veccliio 
ed illuttre , a cui mi lega Umta reverenda t gratitudine. Ma da 
che la fiducia damisi egregi coU^hi mi <wea chtamato a parlar 
loro pubblicamente ddfOrioU, io dweoa aatumere rufjicio , e cari- 
carmi dei doveri di uno itorico impaniale. In tutte le ultime vicenda 
Italiane l'Orioli volle essere e fu veramente uomo puM/i'co , e pubblici 
furono i tuoi fatti , quindi leverametUe sotloposti al giudizio della 
itoria; eiltacerne sarebbestata viltà, ffè^cred'io, lavaiHA dello 
ingegno e della dottrina valgono a tcusare la ùcotfonsa de'principf 
politici; e h-a Curio delle popolari patiioni e degli avversi partiti la 
fermesaa del pensiero è più che mai necettaria, segnatameiUe in 
quelli cui la fatua del sapere, l'antica esperienta, e la fiuùlità 
della parola danno qualche potenaa sugli altri , ed ai quali il po- 
polo è solito rivolgerli come a consiglieri e a maestri nelle p^ 
difficili vicende della patria. Che te dopo queste mie parole gli 
amici e i nettaci del mio chiarissimo Collega non saran paghi, io 
facilmente me ne consolerò calla sicura coseienaa di aver detto la 
verità con giovenile framclteata , sema pregiudizio di parte, senza 
adulazioiii e senxa ira. 

Roma, 21 luglio 1$lì8. 

Giovanni Torloma. 



Le vane vicende, la mulUrorme dottrina, e la fama universale 
di Francesco Orioli porgono occasione di lungo ragionameaU) a chi 
De debba celebrar la memoria. E a ragionarvi dì lui alla distesa mi 
condurrebbe eziandio quella revereuia e quell'affetto ch'io nutro 
per un tanto uomo, dal quale la mia giovinezza ricevette utili 
consigli e paterni incoraggiamenti. Ha quella strana ed ositnala 
infermiti degli occhi che gì^ quasi da tre anni ha troncato nel sor- 
gere i miei stud], mi ha ora impedito di ripetere con maggiore at- 
tenzione quelle letture, che mi sarebbono state necessarie perch'io 
potessi riportarvi alla memoria le open del nostro defunto colle- 
ga, e dimostrarvi, ancorché rapidamente, la vastità del suo inge- 
gno. Sarò dunque troppo breve; e pure son certo, che quel poco 
che io vi dirò dell'Orioli, se non corrisponderb e al mio volere e 
al mio debito, basterk pure a mostrarvi, direi quasi in iscnrci», 
la grandezza di lui. 



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M FKANCBBCO ORIOLI 119 

Se la vtla di ogni individuo ba nn carattere peculiare cbq la 
distiogoe, cbe è come la idea che la sna persona è destinata a 
manifestare; considerando la storia del nostro collega, noi tn aoooi^ 
gemn di leggieri, ohe fii suo pregio singolare lo avere abbracciato 
molte e varie discii^iiie; tanto che di lui si può dire quello stn- 
peodo elogio che Livio scriveva di un grande nostro ooncàttadino , 
del rìmoneate da esso mollo dissitnigliante : m Aoc viro tanta vi» 
tmm ingmiique fiat, at quocunupie loco natui «net, fortwum tibi 
^« faebtnm fìa'ia* mderetur. Buie venatile tHgmùum tic pariter ad 
omnia fvO, ut natum ad id wnitm dicere$ quodèumque ageret. 

Sebbene il professore Orioli sortisse i natali nella terra di Vale- 
ratio, e passasse la sua adoiesoenza qua e colfa io piccoli paesi 
lungi dai centri della soiensa, pure egli ebbe larga suppellettile di 
dottrina nella biblioteca di suo psdre, dottore in chirurgia. E la 
varietà delle materie che una tal eolletione di libri conteoea , fu 
forse la prima cagione che lo condoiise a non restringersi! ad *"! 
ramo partiodare deUo scibile. Poi le varie venture della sua vita 
errante ed agitata gli porsero sempre novelle occasioni di volgersi 
or a questa or a quella disciplina. Ha il suo spirito, fine ed acuto 
osservatore, sin dai primi sviluppi si compiacque priacipalmeDle 
delle scienze naturali: sicché nel ventesimo anno dell'etk sua le 
insegnava od pubblico liceo di Viteiim, e poi dal 181fi al 1831 De 
teUne la cattedra nella uaiversitli di Bologna, dove acquistò tanta 
foma ohe, utA ISSO, il grande Leopardi si rivolgeva a Ini, come ad 
uno dei maggiori ingegni italiani. 

La (diimìca organica, gloria splendidissima àti secol nostro, era 
allora oasceote, e l'Orioli vi si ap^rficò con tutto l'animo; e in un 
prospetto generale della composizione delle sostanze non asotate 
del r^^o animale e del vegetale, primo in Italia tentò dimo- 
strare come ancora in queste sostanze naturati il vioendevirie le- 
garsi degli elementi fosse regolato da certe le^ fisse , ed analoghe 
a quelle che gi& si erano riconosciute oe'composli inorganioi. Le 
scoperte di tanti nuovi c»pi organici ha mostrato cbe la teorìa 
dell'Orioli non potea accettarsi c<Hne definitiva ed universale ; pure 
ef^i colse nel vmd, quasi indovinando quel che o^ è fatto certis- 
simo, cìte ancora in questa parte la natura è governata da certi 
ed inevitabili principj. Psrea dunque, ch'egli fosse tutto immerso 
in Dotali minute ricerche chimiche; e per verità esse sogliono co- 
muDemente non lasciare ab mente né tempo perallrì slo^j, tanta 



oyGooale 



120 INTOBNO ALLA VITA 

è la cura, tanU la wltiglìetBa deH' oaao r w iwie dke d* lor n ri- 
ohiede; pura ( inoredìbile a dirail) ii nostro oollega in qud tempo 
inteodeva ri alacremeate ai ooslrì studj , come se tome spedito di 
ogai altra faccenda, e parerà anxi che nell'analisi de'fenomiai Bsiei 
GsercitasM lo ingegno alla crìtica de' monuoienLì anticfai : siodtfe, a 
cagion <£ esempio, egli discorrerà sulla rape tremaule di Soriano, 
Sulla caduta di un aereolito, o sopra alenai fornii con quella stessa 
sottiglieua con coi andava ritrovando i vestigi ^ ^^ ■ ^ inter' 
pretava le ìscrisioni dei sepolcri etruschi. Avveniva talrdta , ebo 
nelle sue investigazioni topografiche le due seieose da lui prsdiietle 
ei unissero insieme, e le noiioni fisidie inhKno alla natura del 
suolo dessero la mano alle arcfaeologidte osserraiioni; • delle une e 
delle altre esso si valse, a oagion di esempio, nello investigare il 
silo dell'antico lago di Vadimone, celebre ne'fasti della staria per 
((nella grande vittoria de'Romani die decise dei fati delfaniica 
Toscana. 

La oscnrìih delle orìgìDi, della religioBe e deilosvolgìoteDto 
della lingua etrusoa diìamè a sé partieolarmento in questo secolo 
l'attensione dei dotti , obè l'elft nostra istanoabile ìnvastigalrice , 
ed avida di novitfc, tanto piti «lacremeala si volge a certi studj 
qaaalo più trova in essi d'oscuro e di peregrino. B Teramenle 
singolare e degna di ogni attenzione è la oiviltli etnisca , obfe in 
falli pare che in quel popolo noo fosse para e schietta la ratsa 
giapetica ; e la mescolaiita della rassa semiiica b dimostrala evi> 
dentemente dal senso poco aEBnato del bello ohe apparisce ne'lor 
monumenti originali, dal loro modo di scrittura da destra a sini' 
stra , e dalla loro coslitutione politica, netta quale predominava 
la casta sacerdotale dei Lncumoni ; sicché in qne' remotissimi 
tempi l' Etnirìa panni come l'aneilo che univa il mondo orientale 
al mondo ellenico. 

All'archeolegia elrusca si die dnnque particolarmenta l'Orioli, 
non solo perchè ^li Bn dalla sua giovinessa fti vago eopra mo- 
do di Ulte le Bcienie nuove, ma esiandio perché il territorio 
della sua provinóa nativa ^i avea ne' primi snoi 8toc|j posto dì- 
nanii larga copia di uMmumduti toscani. Egli illostrò i sepolcri di 
Orcla, di Norchia e di Castellacelo, e fino dal )8f9, cioè innanzi 
ai lavori del Moller e del Gerhard, egli scrisse nu libro iolorao ai 
Tirreni , ed al culto ohe essi prestavano a Vdtunns. Non furan 
questi se non lenlativi per arrivare alla verità su tale soggetto: 



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DI rniNCBsco orioli 1i1 

«d io moo si manoberole ia cotali studj che non m'ardisoo di 
dm OQ giudizio suUt loro nasuta. Certo è che noi ancor Balla 
euioMìaao di bea determioatc iotoroo alU fovella etnisca; e 
mentre gli stadj assidui di questo secolo interpretaroDO le piti an- 
licke lingae ddl'Asia , i Biologi europei , a oagion d'ewmpio il 
LasMD, son costretti a confessare che non ci è dato per ora di 
ricoslraire questa favella giti domioatrioe di mezza Italia , e che 
pare ta vivente insiao ai tempi di Siila. Ciò che grandemente po- 
trebbe dare speranta di una tanto desiderata conosceuiaj sarebbe 
il possedere una compiuta raccolta di tutte le iscrizioni etnische 
■aperstiti ; e « questo intendeva l' Orioli, acoomunaodo i frutti 
delle atte ricerche a quelle dell' illustre SeooncUano Campanari , 
di «ni ancora lamentiamo la morte. In quanto alla celebre que- 
stione sulla origine degli antichi Toscani, il nostro collega fu difen- 
sore della tradizioiie conservata da Erodoto ohe li fa discendere 
di Lidia; e nel 4826 egli francamente asseriva che, se v'è cer- 
teiu nel mondo, questa credenza dello storico greco era certis- 
sima. Ignoro se gli sludj successivi e la lettura del Niebuhr e del 
Hioali ^ avesser fatto mutare pensiero, e lo avessero condotto 
all'ofMoione contraria , confortale dall'antorilà di Dionisio , profondo 
«MWMitwe della lingua etnisca e di quei lor documenti che noi 
ablnamo forse irremissibilmente perduti. 

Sopra tutti i poeti antichi il nostro collega ebbe carissimo il 
tq>ido libretto di Catullo, e ben mi ricordo come un giorno dimo- 
strandomi <^ il poeta non dee starsi pago della naturale ispira* 
none della fantasia , ma dee provvedersi di acconcia dotlrìos , 
egli mi citava lo esempio del lirico veronese , al quale i suoi con- 
temporanei conoordemento altribuiroDO il nome di dotto. Ed in- 
toroo a Catullo egli fece un lavoro assai accurato, sia per con- 
durre i suoi carmi alla vera lezione, sia per illustrare con molta 
filolt^pca dottrina quel tesoro di schietta e festiva latinith che 
in essi si rinviene. 

Vbenno taluni che oltremodo amauti del progresso delle scienie 
fisiche, zelatori di ogni novith, e intenti alla pratica miglioria delle 
cose materiali, dlsprezzano tutto quauto è antico, e credon vana 
emdisione ogoi ricerca sui tempi andati; e con ciò stesso mo- 
strano di non aver in loro vera fona originale da crear cose 
Duove, altrìmeoti avrebbero in pregio le grandi e originali crea- 
. zioni dell'aotì^^ilh. E v' hanno degli altri non meno iatoUeranti e 

IU,cm.ST.lTH.. Ifxm'a Serit. T.VU.r.n. .6 



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iti INTORNO ALLA VITA 

pericolosi, i quali lodatori perpetui del tempo cbe fu, dod curai» 
condaDnano quanto v'ha di originale. Fratto verameDle perni- 
cioso di quella inloUerante esclusività che troppo spesso è eompa- 
pth del sapere : infausto e lamealabile dissidio del mondo antico 
e del Duovo, dell'archeologia e della 68ica. Ma l' Orìoli s'era ben av- 
vedalo dte appunto dalla non oziosa ricerca delie storie antìche 
risulta il grande principio che la vita de'popoli sta nell'opera e 
nel progresso, e che gli antichi furono grandi non seguitando sic- 
come servi imitatori i popoli più amichi di loro , ma invece creando 
una civiltà e un'arte nuova. L'Orioli ben conosoea ohe tra'Greoi 
e Romani, Ano in quella infanzia delle scienie flsidie e dell» mec- 
canica, grande importaaia si ponea ad ogni novella scoperta; sic- 
ché egli si dava allo stadio dell'antichiib non per rìmpiangeria, 
ma per trovarvi insegnamento e conforto alla etb moderna. Que- 
sto fu, o Signori, merito peculiare del nostro collega, e in luì con 
mirabile esempio si disposarono e la riverenza verso gli anticbì 
e l'amore pratico e instancabile di quelle scienze che sono come 
il sofHo vitale della nostra civiltà. 

Ma la scienza por essere fruttuosa al prospero vivere de'popoli 
dev'essere con modi acconci resa volgare , in guisa che la grande 
felicilì che deriva dalla conoscenza del vero noo sia privìlepo 
di una quasi casta scientifica , ma universale retaggio. E il nostro 
collega , profondo ed acato stàenziato quale egli era , pure credette 
suo debita e colse ogni circostanza che gli si presentò di partire 
con gli altri il tesoro della sua dottrina. Beilo fu l'esempio, che 
forse primo egli dette in Italia , quando in Bologna apri in sua casa 
un- corso di scienze naturali , al quale convealvano col fiore di 
tutte le classi, eziandio le gentili donne di quella eletta citth. 
E pili tardi quando i pubblici rivolgimenti delle Romagne e la 
occupazione fattane dalle armi austriache lo costrinsero ad esalare, 
e^i dette in Parigi corsi pubUìci di storia e di antichità romana 
ed etnisca , rappresentando colà degnissimamente la scieoxa ita- 
liana. Uomo veramente imperturbabile per varietà di ventura 
nell'amor del sapere , imperocché esule in straniero paese perseve- 
rava negli sludj con quella stessa fidente alacrità , con cai vi si 
applicava tra gli onori e gli agi della patria , tutto abbracciaode 
e nulla escludendo di quanto aiutasse il progredire dello spirito 
umano e la gloria della sua terra natale. Chi 6 che non sappia le 
grandi diificoltà della vita, in cui si trova un emigrato? Sballalo 



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DI FRANCESCO ORIOLI 123 

com'egli i , od un tratto dal corso de' suoi uffloj e de' suoi studj , 
cireoodato da oomiai straaierì o invidi o sospettosi , sema nomo, 
aensa danaro , senta proteiioni ; senza parenti , senta amici , e 
sentendo ogni giorno più vivo quel misterioso desiderio della patria, 
che generando ona irreqnieta e inconsolabile mestizia tronca le ale 
al v(^ dell' ingegno e all'ardimento della volonth. E non pertanto 
l'Orioli , degDo compagno in tanta gloria di Pellfigrìno Rossi , seppe 
con la gagliardìa dell'animo , coll'acutexza ddl'ingegno , e con la 
prodensa dell'operare, vincere si fotti ostacoli, e si schiuse nello 
enlio una via , se non piti agevole , owlo più onorata che in patria ; 
per modo che nella orgogliosa Parigi sonarono altameute le sue lodi, 
e r Istitnto di Francia lo nominò suo socio corrìspoodeute per l'Ac- 
cademia delle sciente morali e politiche. Di fatto, non andò guari 
che gli si oflH uno stabile officio nel pubblico insegnamento , e il 
governo delle Isole Jonie, mosso dalla sua fama, lo cUamò a di- 
rettore degli studj , e a professore di fi»ca nella Università di 
Gorfìi. Felice e invidiabile ventura per un archeologo il dimorare 
ìd una terra , dove quasi aembrau darsi la mano e di^Msarsi 
le due nazioni madri della civiltà , la Grecia e la Italia , e dove 
è anoor quasi vivente nella lìngua , nelle tradizioni e nei costumi 
la classica antichità. E parve in fatti die sotto quel cielo inspira- 
tore la versatilità propria dell'ingegno dell'Orioli ancor maggior- 
mente si svolgesse , o per dir più veramente la varietà delle vicende 
affinando l'animo nel trioofare di ogni opposizione , e potando 
copia di sempre nuove cognizioni ed esperienze , raddoppiò io lui la 
vigoria intellettuale per modo, cbe i dieci anni passati in Corfb 
fonno i più fecondi della operosa sua vita. Colà egli tenne scuola 
ooD acHo della naturale, ma eziandio della filosofia razionale, di 
agricoltura , di eloquenza e della storia dell'umano progresso , e 
fii inoltre commissario delle antichità dì quell'isola. 

Nei quattro volumi dell'opera periodica > ^>ighe e pagUe » , 
ch'esso pubblicò dal 18(( alla fine del 18i5, più che in qualunque 
altra opera e^i fece manifesto quanto multiforme fosse il suo in- 
fi;^^ e la sua dottrina, ivi, oltre le ricerche dì archeologia e di 
fisica , cui principalmente egli sì volgea , noi troviamo qua e colà 
disoora di fisiologia , di medicina , di filosofia razionale , e perfino 
dì ooae teotogiohe. Accanto all'analisi mintila di certi morbi , o 
•Ila narrazione di certi fatti naturali, il lettore s'imbatte nelle 
pita ardue speculazioni intomo ai due elementi vìtimi MFuniverto , 



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Iti INTORNO ALU VITI 

il ttmpo é h ipaaia (soa sue parole), o ìd un lenUlira pìutUnlo 
wHile ohe vero, di dare, com'easo dice, la melafiiiea dt'wàttri 
erìàtiani : sioobò tu sei varamente merovi^iato jD veder» qiwMo 
nuovo Proteo io tante guise tramutarsi , quasi a far prova della 
nolteplioe poleua dal suo ingegno , ma ad un tempo la troppa 
quantiih e disparita delle materie trattate, ti genera nella meat« 
una qualche oonfusioQe. Lodai e lodo il nostro illustre Collagi per 
1» versatilità del suo ing^no ; ma in questa sua pubblicssion* 
parmi ch'egli alquanto ne abusasse , ed allai^ndo di troppo i con- 
fini de' suoi studj , e cadendo talvolta , com'era inevitalnle, n^ di- 
lètti di quella scienza enciol(^>edica che è la nemica capitale della 
gnuEondith del sapere. Vi meraviglierà, o Sicuri , ohe io ardita- 
mente rìcontwca questa colpa nell'uomo illustre , del quale fui cliia^ 
mato a recitarvi le lodi ; ma io non voglio essere di quei pan»- 
girlsiì a tutta prova, cbe si fanno un ìdolo del loro soggetto, a che 
ool medesimo piaggiar ch'essi fanno tolgono ogni valore alle vero 
lodi che gli tributano; e quanto pib, come disse Tacito , i tempi sono 
inchini agli elogj servili, quanto piìx è io voga ami in onore l'abìetts 
adalatioDO , tanto più inoombe agli onesti il doluto di essere fraocU 
« leali. Ha lieve e passe^ero fu questo difetto noli' Orioli ; e dì fatti, 
in questo stesso periodo della sua vita restringendosi alle aoienao 
da lui profondamenlo conosciute, egli pubblicava il sno libro sul 
magnetismo animale, oh'è uno dei snoi più importanti lavwi. 
Le teorie di Paracelso , di Van Helmont e di Hesmer sono oadote , 
uè ancora la scicHiza ci pmge una teoria nuova, universale e sicura 
delle l^i che governano i fenomeni di questo fluido meraviglìoKk 
Ciò che importa sommamente in tale materia è il raccogliere &tti 
indubilati , e minutamente raocontsrli per modo che dalla riuniraa 
di tatti possa un ^rno trarsi una certa conoacenia di questo ageato 
areano che affina si mirabilmente, e, per dirlo alla maniera dtd poe- 
ta , quasi trasumana la vigoria de' nostri sensi. Fu quindi mnito 
grande dell'Orioli io avere con grande esatlessa riferito la storia 
dì dieoi curiosi esempi , dai quali sommamente venia confbriata la 
dottrina del magnetismo. E questo suo volume (è giusto il notario) 
fu, per quanto mi Ba[^ia, il primo lavoro assennato sopra un at 
importante subietto cbe fosse pubblicato tra noi. Non taeoio parti- 
colare ricordo del disoorso istorico cbe precede la oarrsiiooe, per^ 
dtfe panni che in esso ai desideri una esposiaione più preoisB , ed 
una crìtica più accurata. 



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DI psancbeco ohioli ii6 

Diali chfl fu grande ventura d«ll' Orioli lo avere avuto ad asilo 
le Isole JoDÌfl , che sodo ad uo tempo apparteoenti alla Grecia ed 
all'Italia. Di folti, ohe Corfli si riguardi eziandio corno cittb ita* 
liana , e ne vada altera, bea il dimostra lo avere essa invisto un 
rapfvesentants della sua UuiversiLh ai coogresEÌ scieatiBci d'Italia. 
£ l'Oriidi fu prescelto a questo onorevole officio , e intervenne a 
tutte quella dotle adonaote, e per ben quattro anni fu dal votò 
de' suoi compagni chiamato a presiedere la sesioDe dì fisica. Fu 
egli uno de'pib caldi sostenitori di quelle nuove assemblee, le quali 
ooDgìnngendo in uà corpo gli studj delle vsrie parti d'Italia, pro- 
mettevano alla scienza nazionale quella unità , onde soltanto re- 
sulta la potenta , la fecondità e la grandezza dell'opera. Come av- 
viene ad ogni cosa che comincia, que' primi oongressi non man- 
oaroDo di difetti , né poteron recare tutti i vantaggi che se ne at- 
tendeano. Ma le pubbliche vicende recisero nel fiore le loro pili 
liete speranze-, giacché prima (e ciò era inevitabile pe'tempi che 
correvano) esse rivolsero i dotti dalia pacata discussione delle sciente 
all'a^taiiooe delle questioni poliliche: e poi furono occasione che 
troppo presto finisse quella à nobile istituzione, che a buon diritta 
l'Orioli cbiamb senato della sapienza italiana, fu sfiàtte adunarne, 
gli aoimì e gì' ingegni si affratellano , e per la emolazioae e pei 
consigli si comportano a nuovi progressi: e la dotta Germania 
tnttodiè divisa , come la nostra penisola , in vari slati , deve in 
pai4e a queste annue sedule V unìtk de' sui» lavori scientiBò , e per 
esse almeno nel campo delle liberali discipline ha coscienza della 
propria individualità nazionale, e ne va onestamente orgogliosa. 

Quel subito mutamento delle cose politiche in Italia che avvenne 
in sulla metti del 1846, richiamò in patria rOrìoli,aazi egli olteana 
poco d(^ in questa Università la cattedra da lungo tempo vaoante 
di storia e di archeologia. Allora prendendo, direra così, ab am 
le orìgini dell' uman genere , con molta facondia e vivacità espose 
la storia della formazione del uostro globo, moslraodo la oonoor^ 
dansa delle osservaiiooi scientifiche col racconto di Hoeè ; e le 
teorie gedi^ofae per la prima volta pubhlìoamenle inseguate in 
Roma eommosMTo fortemente la giovenlìi , sempre avida e in qnd 
tempo avidissima di oose nuove. E ohe cosa è in fatti più pere^ 
grioo ed acconcio ad eccitare le fantasie di quelle splendide dot- 
trine che con evidenza ci rivelano la formazione del nostro pia- 
neta ? Bello è lo investigare quel lento e gradato formarsi delle 



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126 niTOilNO ALLA VITA 

rocce, queir ardere di tanti e s\ vitrienti vulcani, quei sorgere dtii 
vaij sistemi delle montagne, quel precipitarsi smisurata e di pioggie 
e di fiumi, quella strana ed instabile configuraEione di continenti 
e de' mari , quella vita sopraUmadanbe delle force natorali , che 
distingue la prima età del globo. Bello À l'immaginarsi la lasso- 
regginnte vegetazione di quel mondo primitivo , e il ricoslniir col 
pensiero le forme mostruose de^i animali che Io abitavano avanti 
al nascere dell' uomo. Nella quale scienia , o Signori , le piii strane 
immaginasiooì de' poeti sono vinte per la novità dalle cose reali, e 
il pensiero come per incanto si aggira tra sublimi ed ina^>eUat« 
maraviglie , cbe parrebbero sogni di una mente inferma , se non 
fossero dalle piil accurate osservazioni rese certissime. E parea 
che i sapienti trovati del Gnvier e dell' Humboldt prendessero 
nuova vita sulle labbra del nostro Coll^ : sicché la sua scuola 
era riboccante per la folla degli ascoltatori , e talvolta egli veniva 
quasi in trionfo accompagnalo alla sua casa dai plaudenti di- 
scepoli. 

E qui , com' io mi tacqui del primo periodo della vita politica 
dell'Orioli, credo conveniente tacermi di questo secondo, e della 
, grave e strana diversità che distingue l' uuo dall' altro. Pericolosa 
ed incerto è il tener parola di fatti contemporanei, ed io mi deggio 
rammentare che fui qui invitato u discorrervi del nostro Collega 
considerandolo non tanto siccome uomo politico, quanto siccome 
uomo di scienza. Dirò solo che ancor nelle cose civili esso rivelò 
la sottigliezza propria del suo iagegao, e sulla tribuna della nostra 
Camera de'Deputati mostrò quella stessa prontezza dì discwso cbe 
lo avea reso illustre nella cattedra universitaria. Cessate le agita- 
zioni politiche, l'Orioli si rivolse di nuovo agli stadj di antichità 
per qualche tempo intennessi-, e riprendendo i suoi lavori salle 
origini di Homa , a mano a mano le portò a compimento A nelle 
lezioni archeologiche, come nelle dissertazioni che ogni anno leg- 
geva in quest'Accademia. Non v'ha chi ignori che prima il francese 
Beanfort e il romano filosofo Tincensìo Doni, e poi il celebre te- 
desco Ntebnhr , negando apertamente fede alle credenze degli an- 
tichi, stimarono cbe i primitivi fatti di Roma fossero dalla tradi- 
zisne tramutati per modo, che Roma vi paresse ioooniaminsta nella 
sua gloria , e protetta da specialissima assistenza de' numi : sicoliè 
la narrazione delle romane origini rassomigli piuttosto, dicon esiri , 
a un poema nazionale che ad una storia impanùale e sicura. L'Orioli 



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DI PBAHCBSCU ORIOLI W 

svvlse questi principi storici della scuola ledegca : e certo cbe quei 
medesimi cbe aooo a lui «vversi d'opÌQione, doTraono riconoscere 
ne'siun discorsi intcroo a questo soggetto uua vastitb maraTÌgliosa di 
filologica dottrina, e us acume singolare di ragionamento. Pea* verìtfa 
Lìrio stesso e Dionigi confessano cbe le origini di Roma erano confuse 
e piene di favole; e favole ed oscurila appariscono in molte parti di 
quella remotissima istoria: ma in si fatte materie, come disse l'Orioli 
medesimo, facile è distruggere il falso, difficilissimo il ricostruire la 
verità. II nostro collega con gran forza d'ingegno si pose a dimostrare 
cbe Soma fosse dttft anteriore a qnel regolo ch'è il primo nominato 
da LiviOj e cbe questi fosse detto Romolo da Roma , e non Roma da 
Romolo , cbe gli abitanti dei Settimonzio fosser vassalli de'Vejenti , 
e cbe conseguentemente gli Etruschi avessero parte principalissima 
sella costituzione del suo popolo, e come molti de' suoi riti Airone 
di toscana origine, fossero etmscbì pure i nomi delle tre primitive 
tribb romane , e cbe infine nella celebre guerra contro a' Curi Tazio 
non fosse vinto , ma bensì vincitore-, cbe Roma per quella sconfitta 
divenisse in gran parte citth sabina , siccbè per tanta vicenda di casi 
in lei confluissero gli elementi delle varie razte che abitavano la 
valle tiberina : dalla qual mescolanza di Etruschi , di Latini e di 
Sabelli derivò la forza del popolo romano, e l'imperio di questa eter- 
na cittfc. Di altre minori proposizioni del suo sistema storico per 
brevità mi taccio. Queste però io volli rammentarvi, perchè mi sem- 
bra che tra tutti i vaij studj di archeol(^a , ai quali il nostro Collega 
applicò l'ingegno, questo delle origini romane fosse da lui prediletto , 
e sia per verità il piti importante ch'esso abbia lasciato alla scienza. 
Egli fu forse il primo a indirizzare l'attenzione de'dotti italiani s 
queste pib minute ricerche critiche sui primordj di Roma, e dalle 
disquisizioni che le sue dottrine o generarono, o geneteranno , na- 
scerà maggior luce, il vero si scevrerà a poco a poco dal falso, e 
la storia di questa nostra citth sarà meglio e più scientificamente 
conòsciata. 

Ma fin dalla sua giovinezza un altro lavoro gli era stato a CRore , 
d'illustrare dee la storia di qnella dttà di Viterbo, neHa cui pro- 
vincia era nato, e dove avea passato i suoi primi anni; e a questo lo 
chiamava eziandio la dottrina ch'esso avea delle cose etmscbe ; e 
delle origini etruscbe di Viterbo scrisse più volte e dottamente ; e 
seguendo le sue ricerche , nel Florilegio Viterbese ci dette molle noli- 
zie della sua città nel medio evo. In quella età la vita pubblica si 



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128 INTORNO ALLA VITA 

moitrava con graode libertà e vigoria, e coDa^uentemenl* con 
(^andfl originalità in ogni pib piccolo loogo; e quindi la stori» dì 
ogni municipio italiana di que'tein|H ha grandlBSÌma imparUns«, e 
segoatamente quella di Viterbo, quasi chiave di qoa'mouti Cimiai 
che dividono La Toscana da Homa. E difattì Viterbo è perpetuamente 
avviluppata nelle fozioni enelle guerre di quei tempi, (»ttk costante 
nella parte Guelfa, ma soprattutto amante della propria indi- 
peodenia. 

E in questi studi delle origini romane e ddle storie viterbesi il 
nostro Collega spese gli ultimi anni della sua vita, ì quali furono 
si tranquilli ed uniformi come i precedenti erano stati lortiidi e 
varj. Qui al6ne riposato e pacifico vedea raccolta intorno a sé quasi 
lutu la sua fami^ia, e bello era il vederlo goder della letiiia 
de'giovani che in ogni settimana convenivano in sua casa: sicobA 
in lui ben cbiaro si scoila l'intimo contento di un uomo ohe dopo 
una vita piena di diverse vicende, giunge insperatamente a una 
pacifica veCchieEsa. E cosi non mai interrompendo i moltefdici suoi 
fllndj , egli giunse al suo giorno estremo con l'animo sereno ed 
operoso. 11 suo ultimo lavoro fu intorno a Viterbo: ed è per verità 
degno di parlìcolar nota questo fatto, che un dotto qusl egli si fu, 
che aveva avidamente percorso presso che tutte le regioni dell'uma- 
no sapere , si pregiasse di consacrare gli ultimi suoi studj a onore 
di quella sua provincia nativa , alla quale avea consacrato le pri- 
misie del sao ingegno. Che malgrado la varietà e delle sue vicende 
e di certe sue opinioni , due cose furono in lui ìndestrnttibilaienta 
costanti, voglio dire l'amor della patria, e il desiderio del progresso, 
com'esso diceva, lento e ponderato, ma indeùnente e fecondo. — 
Uomo per la gentilezza dell'animo , per la vastità della dottrina , 
per la vwsatilità e sottiglietza deirinlelletto , e per la infaticabile 
enei^a veramente miralule. £i fu (chi tra noi noi ricorda?) fa- 
cile , pacato ed arguto , sebben talvolta troppo abondanle nel 
favellare ; e la stessa accentuazione delle sue parole , e l'acutexxa 
dello sguardo con cui soleva accompagnare il discorso , rivelava 
la sagacia e la fona del suo spìrito. Sortito da natura un acume 
singolare d'ingegno, egli si compiaceva sommamente di adoperarlo 
nel combattere la preponderante opinione, e a sostener la contraria 
talvolta con ragioni piuttosto ingegnose che vere. Era suo stadio 
particolare di non mai abbandonarsi alla corrente del pensare co- 
mune, anzi di provarsi a bilanciarlo, opponendoviffl in alcuna 



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DI FHANCBSCO ORIOLI 129 

parie : sicché quando trionfavano i vecchi priocipj , esso era ardilo 
fauUva delle novità ; ma uoo appena l'amor delle cose nuove era 
divenuto pressoché universale, e a liù pareva soverchio, egli sor- 
geva difensore delle cose antiche. Certo ch'^i cos) operando si 
studiava di rinvenire quel giusto meiio , nel quale secondo un 
vulgatissimo proverbio consiste il bene e il vero. Ha certo è an- 
cora, che non sempre gli venne fatto dì rinvenirlo. Indi l'incostanza 
delle sue opinioni politiche, indi quell'amor del maraviglioso che 
si scorge nelle sue ricerche filologiche , indi infine l'arditezza delle 
sue storiche dottrine. 

Mq^e aydr (in nuUa il troppo] era scrino sul massimo 
tempio di Delfo, e l'Orioli quasi sua norma ricordava queste 
stupende parole ai Rovani dell'Accademia] Gwdrese. Ha la pn- 
tica di questa sacra sentenza n<Ht sta Dell'oscillare fra gli estremi 
partiti, ma nel fermarsi in un punto, dal quale essi seno egual- 
mente combattuti e respinti. In quel punto, io dico, nel quale 
quanto alle cose politiche l'ordine si aBratella alle istituzioni ci- 
vili e progressive; e quanto alle cose di scienza , la critica si di- 
sposa alla veneranda autorità degli antichi. E questo punto l'Orioli 
il travide; e non pertanto, sia per la soverchia arguzia del suo spi- 
rito, sìa ancwa per la febbrile agitazione dn tempi in cui visae, 
non gli fu oonoesso di sostarvi, come in propria sede imperturbata 
e doratura. Le ire de'partiti si aggravano sul veneralo nome del- 
rOriolì, ma nel campo pacifico della scienza tutti, cred'io, deb- 
bono accordarsi in un solo pensiero. Dell'onorare la grandezza del 
suo intelletto, e nel riconoscere in lui un de'maggiori ornamenti 
di questa universitìi e della patria comune. 



A.ST.lTlL., ttawa Serie. T.Vll, P.H. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Hiitoin des Communes Lombardes, deputi leur origine jusqw'à la fin dn XHI.' 
siècU,par H. PnosPEK db H*iillbvii.ue, docleur m droit. Voi. I, Paris, 
Didier, libraire éditeur, 4SST 

Per render conto d'uii'o|>era importante , quale é quella del sigaor 
Haulleville sui Comuni Lombardi, avremmo voluto aspettare la pubbli- 
cazione di qualche altro volume, imperciocché io un breve discorìo 
destinalo a esser parte di un periodico, ai lettori riesce pili gradevole 
veder esposta come in un prospetto, che si possa abbracciare simul' 
taneamentc dallo sguardo, la sostanza di lutto il lavoro, e massime 
quando esso appartiene a quella specie di scritture, nelle quali, la 
erudizione essendo tramista al raziocinio, l'autore pretenda attoiersi 
ad uu sistema. Ha dacché la speranza di vedere alla luce la coatìaua- 
zione dell'opera in noi é stata finora delusa , non vogliamo pii^ oltre 
fare attendere i lettori , i quali in un giornale che versa principalmente 
sulle cose sloricbe , debbono desiderare cbe si ragioni d'un libro con- 
cernente uno de' più solenni periodi degli annali d'Italia [\]. Non avre- 
mo la pretensione di rirare il lavoro dell'erudito belga, quasi da lui 
l(^liessimo occasione a manifestare le nostre opinioni senza badare alle 
sue, ma ci terremo dietro a'suoi passi, con lo intendimento di osservare 
il modo con che egli svolge le materie , e notare le dottrine che ne 
deduce. Ma anche cid per ora sari fallo in un modo generale e bre- 
vissimo per la ragione allegata di sopra. 

L'autore apre la discussione provandosi di descrivere il declinare del 
reggimento municipale in Italia, -dal quinto Uno alla metà del sesto 
secolo; e dimostrare come esso fosse pienamente distrutto nelle cittì 

(t) Già dell'opera del sig. Haulleville toccò tanto che bastas&e a dame un' idea 
generale l'egregio sig. P. Rotondi, nella sua recensione di altre opere storielle 
rlsguardanti Milano , pubblicala nella parte 11 del lomo V dell'Archivio Storico- 



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RA<1.<1F.GNA BIBLIOGRAFICA 131 

occupale dai Loogoburdi. Si sa bene, dice egli, qual Tosse la popolazione 
dell' Italia all'arrivo degl' iavasori. I terreni, coltivali dai coloni tenuti 
a pagare od certo censo, appartenevano ai grandi dello impero, ai 
possidenti, ai curiali. La maggior parte dei coloni erano scbiavi. i." gli 
abitanti liberi erano coloro cbe avevano occupati gli alti ufficli dello 
stato (^onorali) e formavano nn ordine privilegialo, comprendendo ancbe 
lutti i militari , i pabblici ufficiali e il clero, i." i curiali erano gli abi- 
tatori i domiciliati nelle città , possessori <Ji beni fondi d'on'esten sione 
maggiore di ventìcinque jugeri, e non appartenenti ai sopradescrìlti 
ordini privilegiati. 3.* il popolo minuto comprendeva i mercanti , gli 
artigiani e coloro che chiamavansi eotlegiati , cioè ascritti a certe cor- 
porazioni tenute a prestare alcuni pubblici servigi. Il rimanente della 
popolazione erano tutti schiavi. 

Gli abitatori 'dell'Italia , nessuno escluso , reggevansi con le leggi di 
Ginstiniano. Ciò posto , la questiona sta tutta nel sapere se gì' Italiani 
dopo la conquista longobardica serbassero il possesso del suolo, in lutto 
o in parte , le loro leggi , la loro liberti! , le loro vite. Questione arduis- 
sima cba l'autore si sforza di sciogliere; il che a noi non sembra pos- 
sibile: e non parìiamo d'i m possi bil Uh assoluta, ma nella odierna con- 
dizione degli stadi storici la luce che ne deriva è si poca, da non vincere 
la fitta tenebra cbe cnopre quei tempi , o se lascia talvolta travedere 
alcuna cosa , ciò ad altro non serve che a rendere maggiormente per- 
plesso l'ingegno e indurlo a vaneggiare. E davvero, mancandoci i do- 
cumenti , e in buon nnmero , senza i quali non si pu6 stabilire alcun 
hUo storico, e' bisognerebbe principiare dal principio, cioè dimostrare 
oel suo vero essere In decrepita civiltii romana e la barbarie della 
JDCulta razza longobardica. Quanto alla prima (sebbene sia mestieri di 
molta cautela nell'ammettere i lamenti sentimentali ed ascetici degli 
scrittori, in ispecie iberici, i quali esageravano i mali dell'umanilii 
pagana, per promuovere, diffondere e rendere polenti la fede e il go- 
venM della Chiesa cristiana), abbiamo ai^omenti tali da formarcene 
almeno una qualche idea. Quanto alla seconda, dove sono le testimo- 
nianze irrefragabili che ci possano condurre almeno ad una probabilità 
che si accosti alta certezza? Vero è che il più solido libro sulla razza 
dei barbari conquistatori è la Gernuinia di Tacito. Ha da ciò cbe ne 
scrive quel grande storico, con nna breviti che ti rammenta lo stile 
dal taccuino di chi viaggiando osservi e noli a rapidi tratti le cose che 
gii si fanno dinanzi , quel mai studioso , ptii sollecito della verità che 
della vanità d'offrire al mondo nuove rivelazioni o d'indovinare, po- 
trebbe forse pretendere di conoscere la vita di alcuna delle tante genti 
xetlentrioneli, fra le quali si annoveravano i conquistatori dell'Italia* 
E circa ai Longobardi in partioohire, potrà mai tenersi per documento 
rompiuto e bastevole della loro storia, la cronaca che sul finire del 



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132 IÌBEE6NA BIBLIOGHinCA 

regno loagobirdico ne dettò Paolo Diacono, toogobirda sncbe e^, ma 
cliierkiO della chiesa latina T 

L'autore , sentendosi assai più franco di noi, ohe iwUe eoee storiche, 
invece d' immagioare , siamo assoefetti a palpare prima d'ammettAme 
la esistenza, si fa ad esaminar» le opinioni e i sistemi piA degni di 
considerazione ialorno al vaatiesimo argomenlo. Espone le ipotesi del 
Machiavelli , del Sigonio , dì Scipi<HM Maffei , del Maratori , del Fnna- 
galli , del Lapi , del Rovelli ; ipoleai che non ripatiamo opportuno rilS' 
Tire perchè vulgalisatme tra i cnllori degli ttudii slorìcì in Italia; e aUa 
perfine giunge all'epoca in cui comparve alla luce l'opera del Savigof, 
il quale poee la questione de' Municipii romani nel medio evo con 
taDta gravità, che richiamò a sk l'atteoiione dei dotti e porM occasione 
a molli brevi, mezzani, o lunghi lavori in IlalJa , in Germania , e per 
Ano in Francia e in loghillerra. L' Hanlleville aArma che il dotto 
giureconsullo Alemanno svolgeva l'argomento con profondità td «rWì- 
sione tali, che lanbbero supviori ad ogni et«gÌo k It «nuluMm non /te- 
atro errone*. E a noi pare ch'egli si affretti un po' troppo a proArìre 
questa assoluta sentenza , comecché la ooolemperi con te seguenti 
parole di complimento : H tignor di Saaign^ è al rieco, da non potnc 
(MCTV giammai al tutto tpogtiato : $e altri gli tagUeitt qttahk» forU ee» 
la mano miffro, Mr«66e eettrttto a rendngìitl* een la dntra. La 
tua ttoria non può euert ammetta ; ma cosi oom'i , tbbe F ineontntMOt 
mariio d'avert aperta la via alla criUea àurica m quella materia. E la 
teoria che, come l' Haulleville promette di provare in progresso , non 
puA essere abbracciala , è questa. La riterìremo con le parole 'dì lui: 
> L' illustre giureconaulto ha blte della continuazione del reggiHMnlo 
municipale romano , dopo la caduta dello impwio d'occidente, uno dei 
principali argomenti a propugnare la lesi, per altro ì neon irssta bile, 
ddla perpetuità del Diritto romano nel medio evo. Secondo lai , dun- 
que, ì Comuni del medio evo hanno, geDsraloHOte parìando, origioe 
romana , sono una continuazione o almeno un risorgimeiUo dei Hnnì- 
cipiì romani. Dopo la invasione dei Looeobardi , la pop4^ioni romane 
dell' Iteha, per parlare soltanto di quelle, conservarono la libertà per- 
sonale, una parte di proprietà libera, il loro dirillo nazionale, ìl loro 
ordinamento giodiciario e le loro islltmionj municipali. Presso loro 
si stebilirono i vincitori con le proprie istituzioni germaniche. Le 
città, ridotte in servitù, eoo i decurioni e i magistrati loro, general- 
mente chiamati judieet eivitatis , e le comunità politiche cantonali dei 
padroni germanici coi loro teuldatU, centenarii e scabinì, furono rìcoa- 
giunle sotto l'alta autorità dei duchi lougobardi e poena sotto quella 
dei conti franchi. I romani , distinti col nome di oivet, ftormarooo quasi 
esclusivamente il fondo delia popolazione urbana , mentre che i Ger- 
mani sotto il nome di habitatorei si stabilirono , a preferenza , nelle 



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RABSECNA BIBLlOOHiFlCi (33 

, e DOQ si ridussero luUe città obe a poco a poco e a lungo 
andare. Più (ardi oacque nna nuova organizzazioDe comune a tutti gli 
abituili, senza distinzione d'origine , nella quale il collegio degli sabini 
germanici o jttdiea si confuse con Tordo dei Romani. Gli scabini romani 
judkti, ohe in tempi posteriori vediamo accanto ai germanici , non 
sono altro che gli anticki Decurioni. Dalla conquista longobardica fino 
al secolo duodeciooo T Italia rimase nel medesimo slato di liberti e 
d'oppressione: egli è vero che la fu liberta oscura e priva di glwia , e 
tale più presto da apparecchiare la prwperilà dei posteri che quella 
dei contemporanei. La indipendenza delle cittk, rispettata dai Germani, 
poti aspettare la pienezza dei tempi per esplicarsi, mentre le città gre- 
che perderooo il più bel privil^io delTordinamenlo manicipale, cioè 
fetezìoDe dei loro magistrati ; e allorché per la Italia s' iniziò nna no- 
vella tìu , esse dovettero dai Lombardi torre ad imprestilo il modello 
della libertà >. 

L'opera del Savigny fu quindi, per giovarmi della immagine del 
poeta, la bvilla che produsse una gran fiamma, e meritù le lodi di 
latta T Europa. Ha quel plauso universale non mancò di cagionare i 
eonsueli eSetti , vale a dire provocò gli oppositori si in Germania che 
in Italia, i quali sbracciaronsì a sostenere ohe dopo la conquista non 
rìnanease nella penisola vestigio del reggimento municipale, che (era 
sialo cagione potissima della prosperità del mMtdo romano. E appunto 
a quei tempi in Italia erano incominciale le lotte tra i propugnalorì 
delle vecchie idee e della letteratura stantia , e i promotori della let- 
teraria riforma. 11 medio evo, fino allora giudicato barbaro, e dal quale, 
non per tanto , potentissimi ingegni stranieri avevano derivalo i subietti 
per veetirh di tutta la magia dell'arie , divenne argomento di studio ai 
più gagliardi inlellelti. Come suole avvenire io tutte le bccende mor- 
Uli, t'affetto eincero verso le cose di quelle età medie degenerò in fa- 
natismo; i nuovi critici eoo non sempre lodevole ardire chiamarono al 
loro tribunale la civiltà e le lettere degli aniicbi, e segoatamenle dei 
Bomanì , e le sottoposero non solo ad nn esame degno di giudici fiscali, 
ma a torture da inqaiaitori dell'eretica pravità. Roma pagana divenne 
zimbello alla calunnia. Le sue gloriose gesta furono giudicate favole e 
leggende, gì' incliti suoi personaggi mescere fantaslicbe che coprivano 
la deformità di ogni vizio; e per fino le soe glorie letterarie, maravì- 
^ia di tutti isecoli, scbemite: e da chi? da uomini aridi, e ottusi ad 
ogni sentimento di bello. Gl'Italiani Usciavansi Irasciuare dai propu- 
gnatori di coleste speciose dottrine; e perché erano desiderosi che la 
civiltà nostra, svecchiandosi, si rigenerasse, governavansì a esempio 
di qoegl' infermi, i quali perché presto siano risanati accettano il hr- 
oMCO che gli viene offerto anco dal ciarlatano. Essi per bramosia di 
beiMflcare T Italia presente non temevano di coprire di hngo l'antica t 



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134 RASSIÌGNA BIRMOGRAPICA 

e non si avvedevnno che «rano fatti ludibrio a coloro che volevano riai- 
barbarirlL 

Per nostra baona ventura , fra la turba degli astuti e de' btui sorsero 
e si predistlnsero uomini che vergognarono d'accettare le novelle opi- 
nioni senza ponderarle e sottoporle a rigoroso esame. Cosi nacque una 
schiera di studiosi, che volle conciliare le opposte opinioni: se non die 
non solamente non compose ta discordia , ma spiacque ad ambidue i 
partili; e oggimaì la questione é a un di presso nelle condizioni io cai 
era al tempo di Savigny, malgrado i lavori di Leo, di Raynouard, 
d'Eckstein, di C. Lebar, d'A. Tierry, di Goizoi, del Balbo, dello 
Sclopis, del Baudi di Vesme. del Fossati, e sopratutto del Troya in 
Italia, di Bethmann-Hollweg in Germania, e in rspecie di Carlo 
Hegel , ri quale ha scritto su quell'argomento l'opera più compiuta che 
si conosca, I più pnidenti e verecondi dei nostri eruditi , sìa che loro 
non venisse Tallo di vedere più addentro nella questione, sia che non 
avessero gran Tede nelle ipotesi ediGcate con Trammentì staccati e messi 
Insieme dal capriccio dello scrittore , intarsiavano i loro ragionamenti 
di perticelle dubitative. Il qual metodo non garba al nostro autore che, 
professandosi non ligio ad alcun sistema e protostando contro ogni ad- 
debito di germanismo, vuole nella solenne disputa recitare la parte di 
conciliatore, promettendo di dedurre le sue conclusioni dallo esame de- 
gli scrittori di quei tempi, e confortarle di tutta la solidità che nasce 
dal raziocinio e insieme dai fatti. 

Toccato brevemente dei disastri della guerra gotica , ei si fa a de- 
scrivere la invasile dei Longobardi , gli elementi di che si componeva 
il loro esercito, i costumi e la cìviltì loro in raffronto agli altri popoli 
germanici ; il terrore degl' Italiani allo arrivo di quelli : la conquiso 
ctHDpìuta e le sue vicissitudini ; i regni d'Autari , Agilulfo , Rotari , Gri- 
moaklo, Cuniperto ; ed esaminando le testimonianze di Paolo Diacono, 
di Gregorio Magno e d'altri posteriori scrittori, conclude:* Bene consi- 
derando la condotta dei Longobardi verso i vinti , slavo per dire verso 
le loro vittime , la cupidità , la crudeltà loro , è lecito affermare che il 
modo onde essi trattarono i sudditi romani non fu predistinto né dalb 
clemenza , né dalla tolleranza. Sarebbe strano ammettere che i Longo- 
bardi , dopo d'avere nelle loro conquiste uguaglialo la barbarie del Van- 
dali, avessero, neiror^onissaitone di quelle medesime conquiste , trattato 
i vinti molto meglio di quel che &ceseero la più parte dei popoli della 
grande invasione. Se ì Bomani , soggiogati dalle bande d'Alboino , con- 
servarono i beni e la libertà loro , è naturate che rimessi dai |»imi 
momenti di stupore , dovessero e polessero desiderare di rendersi nuo- 
vamente liberi. — In onta ai numerosi elementi d' insurrezione generale, 
e massimamente all'anarchia che più volle scisse il regno dei conqui- 
slalori-, gl'indigeni (prosegue il signor H sulle vìi le ] non proBttarono 



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HASSIÌGNA BIBLIOQIUPICA 135 

di nesRino di coiesli ammoDlmeiili , di nessuna di cotesle avventurose 

' circostanze. Nelle Provincie conquistate dai Longobardi non ebbe luogo 
il minimo tentativo per disimpacciarsi dei giogo germanico. Gli animi 
loro si sarebbero forse sillatiamente prostrati sotto il Qagello della scia- 
gura T Ciò non si potrebbe ammettere senza recar toro ingiuria. Quelle 
popolazioni che avanti la guerra gotica e la invasione dei Longobardi 
eretcTOono come fitte spighe , sarebbero scemale Bno a tal segno da non 
potere tentare, senza Tarsi subitamente opprimere, il minimo movi- 
mento per ricuperare la liberti) ? Cbmunqne grandi si possano supporre 
i loro disastri , e' sarebbe ridicolo il crederlo. Non rimane dunque cbe 
un mezzo per intendere cotesta strana prostrazione del carattere nazio- 
nale : i Romani dalle dure leggi di una conquista priva d'ogni miseri- 
cordia , pel cangiamento delle loro condizioni e (e misure prese dai 
vincilori, furooo condannali ad una dolorosa inazione. Popult ii^aiiatt 
per Longobardoe hospitet parHutitur; per hùtpitei divùi, ut tertiam par- 
tem tuarum frvgum Longobardit per$otverent , Iributarii efftdunlw ■. 

L'Haullevjlle conoscendo che oggimai le citazioni e interpretazioni 
delle testimonianze degli autori sincroni non formano, come un tempo, 
il nerbo del ragionamento, vede la necessita di provvedersi d'altre armi 
per far prevalere la propria opinione. Dal campo della cronaca egli Ira- 
sporta la questione in quello della giurisprudenza. E però volendo sta- 
bilire il principio che la legislazione longobardica aveva carattere terri- 
toriaìt, ne fa la storia dalla prima compunzione delle leggi fino a quelle 
di Liotprando , non trascurando i suoi successori Uno alla conquista di 

' Carlo Magno , e ne deduce sempre argomenti per comprovare i) suo 
assunto e stabilire quale dovette essere la condizione dei Bomani vinti 
sotto J vincitori stranieri. Dopo d'avere dimostrato che il clero romano, 
in tutte le materie che non fossero canoniche, sottostava al diritto co- 
rnane, si fe a provare che i Romani non furono in generale messi al 
paro degli arimanni Lombardi , ma al tempo slesso non divennero tutti 
servi , appunto perchè il clero cattolico rimase libero. 

Quanto ai grandi dell' impero , ai possidenti , ai curiali e general- 
mente a lutti i proprietarìi di beni fondi o d'eD6teusi, alcuni, dice 
l'Haalleville, furono uccisi o cacciati; gli altri furono distribuiti fra gli 
ospiti lombardi ed obbligati come tributarii a pagare il terzo del prò- 
dotto dei loro possessi. Nozioni cbe il nostro antere, al pari di molli 
aiiri eruditi prima di lui, deduce dalle sopra riferite e sempre contro- 
verse parole di Paolo Diacono. ■ Le fonti storiche, seguita l'Haulleville , 
non dicono che i vinti perdessero la liberlfa e la proprietà. Ma questa 
liberti fu gravemente compromessa iciperciocchè essi furono divisi e 
(iifitribuiti fra gli ospiti longobardi , i quali , come vincitori , esercitavano 
!>ui vinti almeno un diritto di superiorità, di patronato, sopralulto se 
•ti porr^ mente all'ordinario modo di procedere dei compagni d'Albohin 



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13S RASSiani bibliogiapiu 

e de' loro diswDileiiti. Non si afferma rA aoclM che i Bomani perdenen 
la proprietà ; ma il loro diritto rimase debolJBsimo, come quello che ud- 
cavs d'ona delle coodisioni eeseiizìali alla sua eeisleim , oioè della b> 
colti di disporre. 11 tributo del terso era ona vera ipoteca generale, non 
SDBcettibile di pnrgaiione, che impediva l'alienacioiie parziale o totale, 
a titolo gratuito od oneroso , per donazione tra persone viva o per dl- 
qMsizioDe testamentaria , dei beni sottoposti al tributo i. Quantunque 
nelle soprariterite partrie del cronista il oneb^) autore vegga un inlendi- 
menlo generale , nulladimaoco ei tt distiozitne rispetto ai poseideali e 
ai c(riODÌ, e rispetto alla iruuM della popoUiMione urba$ui , coma artigiaDi, 
Irafflcaati ec. & probabilissimo che nell'arroffio della invasione j primi 
fossero confusi con gli aldii ; ma in generale t coloni , rimasti schiavi , 
furono dai Ltwgobardi detti lervt mtutarii, e come tali anch'essi pote- 
vano possedere , ma era proprietà modieiitma. La fiuiMa della popolaticoe 
urbana, divisa fra i conquistatori, fa ridotta in servitù. Quale era 
dunque il vero stalo del nuovo regno longobardico? Secondo l'aalore, 
racceolrameoto governativo che gì' imperatori si erano sempre afìHzati 
di stabilire e apparentemente vi erano riesciti, era fittino; e quindi 
sotto I oonquislatori si aadit sempre pia perdendo, di guisa dte la Lom- 
bardia tornò ad essere ci& che era sempv stata , ciò ohe (ii la Groìb 
nei tempi antichi , i Paesi Bassi nel medio evo , cioè un paat di città 
Ha chi volesse itidagsre il modo eon die erasi formalo lo soiiDuzia- 
mento territoriale dei secoli XII e XIII, entrerebbe in on laberìnlo 
Senna speranza di uscita. B questa è verità che non ammette dubbio, 
e che ami è l'unica certa deduzione che potrebbe ricavarsi da qua! si 
voglia dìscaasione intorno a quel vasto argomento. 

L'autore però OOQ si perda d'animo, a seguitando le sue indagiai 
sulla organizzazione delle citte sotto i Lon^bardi, gli abitanti, il go- 
verno , l'amministrazione della giustizia , ne deduce la conseguenza die 
■ i Loaibardi non lasciarono m jtUdi nulla dell'antica organizzazieoe 
romana. Tutto fu cangialo ; leggi , istituzioni , costumi , e perfino ^i 
nomini. Il mondo romano divenne longobardo nel suo proprio cenbo, 
cioè nell'Italia. I Honicipii non sopravvissero ella caduU dell'impero, 
e fino dai primi tempi dell' invasione non ne rimase piA vestigio ». 
Aaserzioni alquanto gratuite , ma in parte non afiiatto priva di fonda- 
mento. Ma l'Haulleville non se ne conlenla e, data la stura alla 
sua facondia , come uomo che contempli bella e raggiante in viso la 
verità stessa , seguita : ■ Da cosi&tte spente istituzioni alcuni v<^Lìodo 
che nascessero, sei secoli dopo, ì Ckimuni. A intervalli cosi lontani le 
epcebe non ai copiano. Stabilire uu vinodo di filiazione tra i nostri Co- 
muni moderni e quelli del medio evo, almeno per certi paesi , s'inlen- 
derebbe benissimo; il nome e lo scopo loro sono rimasti i medesimi, 
e non sono distinti se non se da caratteri cbe dipendoDO dalla diOereoza 



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HASSEGNl BIBL1UGRAF1CA 137 

dei tempi , de' ÓMtumi , delle circostaoze la caleiu non è sUla mai 

rotta. La oosa procede in modo diverso rispetto ai monicipii romani; 
i <fiuli negli ultimi secoli della loro esistenza farooo tiraooici e odiosi , 
mentre i Comuni accoglievaDo in sé i germi d'an reggimento relativa- 
meote libero. I nomi sono diversi , diverso lo scopo; i Comuni sono a 
petto de'Hanicipii dò che la feudalità b a petto dell'impero. I Comuni 
del medio evo sodo igtituzioci srìstocratiche , e questa é una verità cbe 
non si saprebbe mai abbastanza ripetere. Non furono eCTetio di dottrine 
preconcette intorno alla libertà politica , e mollo meno intorno all'ugua- 
glianza davanti la ìo^e. Furono invece il risultato d'una necessità so- 
ciale spontanea. I Comuni avevano signori, possedevaoo vassalli, serri ec. 
Da cbe 1 Comuni lombardi perderono il loro carattere fondamentale, 
allorquando svilupparono tendenze democratiche, perirono- Essi nacquero 
con la feudalità , e con la caduta di quella comincia il loro scadimento. 
I poteri congiunti di entrambi costituirono il potere regio quale lo ve- 
diamo mostrarsi nei primordi! della storia moderna. I Hnnicipiì ed ì 
Comuni sono due generi diverai d'istituzioni locali ;i Hnnicipii dell'iai- 
pero SODO rispetto ai Comuni ciò che i> la morte verso la vita ■■ 

' Lettori I che ve ne sembra egli f Certo non si può affermare con 
maggior sicnrezza , anche dopo avere con l'HaullevilIe corso un lungo 
cammino e non lasciato senza esame nessuna di quelle cose che si in- 
contrino via bcendo. I Uunicipii erano Utrummta di dwpotismo nelU 
mani degrimperatori , i Comuni erano istituzioni Ubere ; fra i Hunicipiì 
e i Comuni non era somiglianza di nomi : dnnque questi non potevano 
derivare da qnelli. Ecco ridotti a forma dialettica tutti gli argomenti 
del signor Haolleville. che sarebbe egli mai la prima volta , rispon- 
deremo noi , che da una istituzione degenerata e anche pienamente 
corrotta, derivi un'altra che, accogliendone il buon germe, o, come 
dice Machiavelli , riducendosi ai suoi principii, si rigeneri sotto sem- 
bianze più o meno diverse? Se il senato, che primamente era magi- 
stratura di libertà , divenne strumento di dispotismo sotto la subdola e 
in&une politica dì Tiberio, era forse impossibile cbe, ad imitazione di 
quella , ne nascesse una ragunanza lutrice delle libertà popolari? 

Circa alla variazione dei nomi la ci sembra argomento della bona- 
rietà del nostro erudito anziché ragione solida. £ cbe fa egli il muta- 
mento dei nomi con la identità della cosa ? In Toscana , per addome 
un esempio, l'officio di polizia si, chiamava pochi anni (a, Buongoverno, 
ed D^i si chiama Prefettura , e per questo vi ha egli differenza fra la 
vecchia e la nuova istituzione ? E similmente, che vale egli se nei Co- 
nauni trovansi nomi , uffici!, attribuzioni , ordinamento materiale diverso 
da quello delle magistrature delle città romane , purché il principio es~ 
ttenziale sia il medesimo? Entrambe erano magistrature supreme , lutrìci 

Alca.8T.ÌT., tìaora Serie , T.VIt, P.ll iS 



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138 RASSIiaHA 8I8LI0GR1F1CA 

(Mie liberti cittadine,' quella del monicipio romano non iieTa poUtidte 
attribuzioni , perchè esisteva il sovraDO potere oenbnle, e ne aareMM 
osto un conflitto disorga Dtuatore dello slato; quella del Comune te aveva, 
perchè il pot«re centrale dal quasi perenne stato di guerra eia stato 
distrutto di &Uo se non di nome ; e però ai osscenti Cmiiudì, alle dUfc 
(si cbiamino pure come meglio talenti ) era ueceasario provvedere ood 
solo alla proiffia esistenea civile , ma alla politica ; e quindi , Invece di 
■cimmieggiare i Munioipii antichi , naturalmente apecchlavansi nella 
città principe , che era Roma , non tiranna ma sua sorella primogeoila 
fra le più cospicue «tth dell' Impero. B sotto questo riguardo coovea- 
ghìamo col sjgnor Hanlleville allorché dice : ( Pei Bomaol la ciUA lao- 
dello era Homa ; pei Comuni lombardi Is repubUioa romana {« anco, 
M si voglia. 1 Mnnicipii romani ) fu una reminiscenza storica tanto piA 
viva, che gl'Italiani dei secoli XI e XIl, si roputsvano eredi si del sangue 
<^ della terra natale dei Romani ». E bene bcevano. E non sottanUt 
gì' Italiani di qaei secoli ma quelli d't^i ; e fonno anch'essi bene. Coloro 
Tra i nostri o gli stranieri eruditi, i quali sostengono la inOuensa deUe 
romane istituzioni sull'ordine e lo sviluppo delle oomonali , da altro 
non la derivano che da cotesta gloriosa reminiscenza , da colMta tra- 
dizione serbatasi sempro viva ne^i avanzi più o meno copiod, secondo 
i luoghi o le GondizioDi , ddla romana civiltà. Imperctoochè sarebba 
ridicolo supporre che gì' Italiani fondatori dei Comuni , se fossero stati 
^'immediati discendenti dei barbari invasori dell'Italia, che 11 signor 
Haidleville , in onta a qo«gli scrittori che, ammettono, durante il lungo 
regno longobardo , la graduale fusione delle rane ( fusione oompiutaai 
nello esplicamenlo de'Comunij chiama, snlla feda di un anloro sospetto, 
pirpeliti odiatori dei nome rom«M>, aveesero preteso di essere snocae- 
flori dei Romani. L'autore credendo d'avere vinto la prova, cioè 
d'avere rì&ccalo nella mente del lettore la convinzione che il Comune 
lombardo non deriva dal Municipio romano , disimpaGciatosì dello ipstfra 
iti Mumeipio, ripiglia nuova lena per cercare altrove la vera origiae 
delle islituiioni comunali della Lombardia. 

Comincia quindi a descrivere la conquista di Cario Magno, e gli ef- 
letti che produsse nelle cosa d' Italia. E lo fa con la medesima diligenza 
adoperata ad esporre la conquista longobardica. Non roputìamo neoe»- 
cessarìo seguirlo in tutte le sue minute disquisizioni, perocché pensitiBO 
non esservi erudito al quale nMi siano ptii o meno cogniti la storia , 
)e goise e ^1 effetti del rìpri&Unamento dell'impero d'occidente. Certo 
la cittadinanza non che le magistrature cittadine andaronsi esplicando 
■otto Carlo e più anche sotto ì deboli suoi Enocessori. Fra i pertorfa*- 
menti gravissimi ai quali ta preda il nuovo impero, tn la quasi anar- 
cliia che Ano a un corto segno aveva rotto il nesso che ne congrangavs 



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BiSUOIfi BIBLIOGBAPICA 139 

I* mtmbra , oìoè >veia htto si cbe le Ditti rimaneMero abbandonale a ai 
■teiM, il Comuoe veniva prendendo forme più distinte; eoott boendo, 
era inevitabile cbe ei giovasse di quelle remlnisoenze , df quelle tradì- 
IJODÌ cbe avevano serbato vìvo il sentimento della ctviltà Ira la barba- 
rie dei tempi. Ormai il prinolpio incivìlitore era unlflealo con la idea 
di Roma , la qaale comprendeva aneba il tecondinlmo pr IcMit^ cri- 
stiano , come a dire oemprendevs il passato e II futuro. B obe altra 
aveva volato fare Teodorìco , obe altro Intendeva fere Carlo Hagno cbe 
ristaorare il caduto edificio dell' impero T B nondimeno è noto dM 
Cario nei suoi costumi , nelle sue abitudini , nell'anima aua era barbero 
ktné più di quanto lo (bwero gli ultimi re longobardi gib ilallaoiizatl. 
Insomma nella notte del medio evo il nome di Roma e delle sue tetitn- 
zìodÌ congianlo con qudlo della religione di Crìslo , la quale por eseerti 
oradula in debito dì aMomere la tulria dal giacente impero si era eoa 
esso immedesimata , era la sola face che mandaiee un raggio Csconda- 
lore snll'oppreeso genere umano. Giunta la 'pìeoezia de' tempi, come 
giunge pel flore l'on di d>ocaiare, essa dfveone la quaai eslnsira idea 
direttrfoe delle operosità italiane , accolse nel suo seno gli elementi 
sviluppatisi nel medio evo, li nutri, lì tttonò, e da essa, o almeno a 
nome tuo, nacque quella morale e politica rivoluzione obe nella storia 
si diiama il risor^mento. 

Questo a Doi sembra 11 più razionale processo della formasioDe dei 
Comani , la quale passi per una serie di vicMide che variandone i sem- 
bianti gli ridussero finalmente quali erano nel secolo duodecimo. Im- 
peroccbè sarebbe dabbenaggine supporre tb« ussceesero da un disegno 
elaborato dallo statista nella pace del suo gabinetto , a largito dd so- 
vrano come una costituzione data da un prìncipe dei nostri giorni a un 
regno da lui o da' suoi predecessori gii dispoliea mente governato. Che 
poi le popolazioni dei Comoni serbassero certe coosaetudÌDl , certe ma- 
niere, e perfino certa leggi dio palesano origine longobardica o frane* 
è eoss obe facilmente s'Intende. Le pop(dazionì , e mollo pia l'umanitt, 
die , secondo il detto di Pascal , è un uomo ehe vive ttmprt , e atmfrt 
ortKH, non cangiano oostumi a un tratto, come farebbe il commedisale 
nlla scena. 1 Comuni mentre combattevano per istabilire il supremo prin- 
<^[H0 della loro novella vira , cioè la comunione de' diritti a tutta la cittadi- 
nanza, la qual cosa in modo imperfetto rispondeva al principio delle 
moderne democrazie, concedevano feudi, avevano scbiavi , armavano 
ovalieri con le solennità descritte nei nostri veccbi romanzi. Gvndicare 
eoo te odierne idee nomini posti in condizioni dalle nostra cotanto di- 
verse, e' sarebbe come guardare una cosa a traverso d'un erisldle 
tìarto che la sformi. Secondo noi , dunque , il trovare nelle istituzioni 
comunali vestigi d' istituzioni barbariche, non condurrà mai alla con- 



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140 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

clusiooe che il ComUDe italiano sia d'origine barbarica ; come sarebbe 
demenza voler sostenere che esso allro non è cfte un ripristioameDlo 
pretto del Hunlcipio , qual era nei più prosperi tempi di Roma. 

Qui ci è forza togliere commiato dal signor HauUeTille. Non abbias» 
reputato opportuno seguirlo nello Sfiloppo storico ch'egli incomincia a 
bre del Comune lombardo prendendo per tipo b storia della città di 
Milano. Noi solennemente gli promettiamo di ritornare sull'opera sua , 
quando ne avrà pubblicalo qualche altro volume , e di trattare 11 su- 
bietto con maggiore ampiezza. Non possiamo, ad ogni modo, posare la 
penna senza significargli ia nostra gratitudine per l'afTetto e lo studio con 
che egli ha voluto illustrare le cose nostre. L' Italia ripeta con venerano- 
ne i nomi di Boscoe , di Staepherd , di Sismtmdi , di Darà e di altri dotti 
che hanno avuto intendimento d' illustrarne la storia , e loro generosa- 
mente condona gli errori in cui sono caduti quante volte nascano da 
buona fede. Ha perchè gli scrittori di buona fede sono sempre pochia- 
simi , vada cauto il signor Haulerille nell'accettare le opinioni di molti 
sull' Italia ; e quanto a certuni in particolare lo esortiamo , per dirla 
con un proverbio , a distinguere gli Ebrei dai Samaritani. Taluni tede- 
schi , per addurre lo esempio di qu^i che hanno con piò. improbe b- 
tiche studiato le cose italiane , le hanno trattate con aCfelto e diligenza 
pari , e talvolta maggiori , di quel cbe possa fare un ilaliano ; ma molti, 
sotto il manto delle Inoubrazioni sloriche, giuridiche, filologiche, este- 
tiche, quasi volessero compiere un'antica vendetta di (^miglia, ad al- 
tro non intendono che a sfogare i loro irragionevoli raooorì , e spac- 
ciano le loro fantasie come se fossero fotti indubitabili. 

Ci ricordiamo d'aver letto, circa dieci anni fa, in un quaderno 
dell'Appendice aWÀnhinio Storico (t), come il marchese Gino Capponi, 
dottissimo nelle patrie storie, raccontasse, che un rispettabile profesaor« 
in Baviera , s' io male non mi appongo , congratulandosi con lui perchè era 
cMtcittadino di Dante, non sapeva intendere come il grandissimo poeta 
potesse nascere in Toscana , la quale fra tutte le italiche provincie è 
quella i cui aUtaati hanno poco o punto sangue germanico nelle loro 
vene. Il che, se non voglia dirsi insulto, era stranissima idea, che oon 
molte altre simili nasceva dal principio al quale dianzi volevamo 
accennare. 

P. Ekiliari Giudici. 

(t) Vedi sulla floe la secoada delle Ltllen di 0. Gipponi a P. Capei , sulla 
dominaxloM dei Longobardi in Italia, nel tono I dell'Appeodice all'Archivio 
Storico lUUaao. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Alfa menatara dei Lwxheti nti iteoii XIII e XIV. — MDuta di SlL- 
TATOBB BoNoi dtlPopera di Mont. Tilisfouo Buii , iitìtolùta : « Dei 
Lacchesi a Venezia ». Locca, tipograBa di B. Caaovetti, IS&B. 

lotorao al libro di H. Telesbrc Bini, / lAtcóheti a Venezia, i nostri 
lettori hanno gih vedalo doe articoli nell'i^reAttno Storieo del cbia- 
riasimo Caneatrioi ; l'altimo de'quali specialmwite , che si legge neUa 
parte seconda del Tomo VI, deva più presto considerarai come lavoro 
originale sall'arte della seta , che come rendiconto dell'opera del Bini. 
Ora, «ssendosi ai mesi decorsi pubblicalo un bel lavoro critico su que- 
st'opera da un dotto giovane locobeBO , Salvatore Bongi , noi ci consi- 
gliamo di doverne tenore breve proposito a' lettori nostri , perchè in 
esso ci è diviso che sieno notizie storiche di mollo valore , e perchè 
questo breve scritto del Bongi supplisce a ciò che per avventura manca 
ne'due artJo<^ del signor Canestrini. L'opuscolo di cui reudiamo conto 
discorre dell'arte della lana in Lucca, della moneta, dell'arte della seta, 
delle industrie de'Lncchesi fuori di Lucca, delle fiere della Campagna 
di Francia, e delle colonie lucchesi. 

Il commercio lucchese ha le sue origini nel secolo XII ; il itluratori 
pubblicò un documento del 1481 (1), nel quale si parla de'coQsoli della 
mercanzia lucchese. Non prima però del secolo XIII potremmo con si- 
enrezza discorme del commercio di Lucca , che fiori per tutto il du- 
gento e per parte del trecento ; e cominciò poi a declinare per cagioni 
interne ed esterne, le quali, come è noto, recarono a tutto il com- 
DMrcio italiano danoi gravissimi. H- Bini comincia nel suo libro dal 
discorrere dell'arte della lana, e piiU>lica alcuni documenti del 1S00. 
i quali sono prova che a quel tempo in Lucca giìi sì attendeva a una 
tale arte; di che prove ulteriori potevano trarsi dai capitoli della 
Mercanta, e dallo Statato generale del 4308. Ha che Lucca superasse 
Firenze nel lanificio, come H. Bini asserisce, non credere agevolmente 
il lettore, sapendo, oltre a tatto il resto che pofrebbe dirsene, che il 
Pagnini (Decima, II, 314 e seg.) pubblicò un a bel documento volgare 
del 4S84, dal qoale apparisce che Simone Gherardi della compagnia di 
Tommaso Spigliati e di Lapo Ughi, accaparrava. in Inghilterra in una 
sola volta cosi grande quantità di lana greggia da condursi a Firenze, 
cbe tanta non è compresa in tutti i contratti locdesi , che vengono 
citati da H. Bini, di anni diversi * (S). Né, a proposito dell'arte della 
lana , vogliamo omettere che il Bongi , correggendo uno svarione del 

(1) AnHq. lUU., Dita. XXX. 

(S] BoNci, Osila «MTcalura ec, p. 8. 



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Ul HtESEfiNA BIHLIOORAPICA 

chiariseimo Bini, che lesse Votdnrw per boldmu, e credè ch'e'fone 
QD paese, corregge la definlzioai fin qai date di questo vocabolo dalla 
Cnifca e dal Dacaoge eoo molti esempi! che riferìsce , « dice dorerai 
iotendere per botdnni ■ te pelli secche di moDtone colla laoa attaoea- 
ta, le quali si ponevaao in commercio, al doppio effetto di oaTarne la 
lana, e valersi della pelle ■ [t]. 

La parte che nel libro del Bongi risgaarda la moneta lucchese h Ibrae 
la più Importante di tutte, per non esaersi uessano fin qui occupato di 
tale argomento. È nolo avere Oiulig di San Quintino , egregio archeologo 
piemontese , in un ano ragionamento sul commercio tra Genova e Locca 
nel secolo XIII , distinto due specie di lire iaccbesi ; la lira di datari o 
buoni denari , moneta immaginaria Mila quale era rappretentata la eemma 
di venti ioidi immagitutri anch'essi, oompotìa eiaeeuno di dodici dmari di 
Uno argento; e la lira di piccioli, i quali avevano la dodicesinu parte 
del valore dell'iintico denaro. Il Bini , costretto dall'argomento del nio 
libro a toccare di questo teme, va sicuro lalle orme del San Quiatino, 
ma cade spesso in errore ; noi lasciando affitto da parie ^i errori bi- 
niani , renderemo conto di quello che scrive il Bongi su tale matwìa. 
Incomincia egli da negare che nel secolo XIII il denaro (moneta) equi- 
valesse al denaro (peso) d'argento fino ; e che in quel aecolo due spacia 
di lira si trovassero io Lucca, v Nel 1930 occorrevano sei lire di Locca 
a fare un marco d'argento , mentre che una sola lire del San QuìdIIdo 
sarebbe stata un marco ed un quarto^ Eguale peso aveva presso a poco 
la lira di Lucca nel < 170. Nel 1286, andavano pia che due lire per ogni 
floriao di tre denari d'oro puro. Migliorft di pooe la valuta nel ItM , e 
a tal punto si mantenne senza cambiamento per il realante di quel 
secolo e per i primi del aaceeseivo. Decadde poi rapidamente col pre- 
gresso del tempo, e con vario alternare ec > (3). Estremo della lira fa 
sempre il denaro o piócùAo, il quale stabili la valuta di quella; e cosi 
la lira fu una moneta di conto, complesso di venti donine di pMeiaU, 
non coniata, che si metteva insieme In grotti, bolognini ec II j titei è t o 
pare era moneta divisibile in (specie metallioa, e la metà del pìoeiolo 
ai chiamò medaglia. Cba poi la lira di buoni denari e di piccioli tasse 
tull'ana é provata da molti contratti rogati dal 1159 al 13tl , deve le 
due parole sono unite : prò pretto libr. 100 bonorum dcnarforum bwmaìa 
capitali* poroorum ete., ditesi in uno di essi contratti rogato il 43 ao.U 
tembre IS69 da ser Aiuto notaro ; ed altri molli ne reca il Bongi (3). Di 
dne specie di lira di valore diverso sì trova btta meoEione sidamente 
dopo i tampi di Castruccio ; ona detta di bvoMt menata, o di buoMO o 

(1)Ivi. p. 1, iaaota. 
(S) Ivi, pag. 13, 
13) Ivi, pag. 44-15. 



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UESKaHA BIBLIOGRAFICA U3 

di biimi , fallra di pkeioli ; la prima ddte quali en composta di Sto da- 
nari come l'altra. ■ Nel 1337 , 16 |»ccioli erano egaali ad un bolognioo, 
0HÌa ti denari di buona moneta. Nel 4347 soldi 76 e meno di pi'ooioli 
erano eguali a soldi &B o GS 7i di buona moneta. Nel 13S4 e 135fi 
erano qua' pioeioli anche •maggionnente dimiouìti di prezzo ; e minor 
eredito apparisce che aveesero nel 4373 • (1)> 

Detto che nel IWKI e sa' primi del trecento di nna sola specie era 
la lira Incchese, resta a stabilirsi il valore di essa lira e in genere dei 
metalli. M. Bini iodica an atto del ISSO dal quale rilevasi che un marco 
di aterlioi valeva sei lire di Locca. Il marco era « non già una vera 
moneta , me il peso dell'argento e dell'oro equivalente a due terzi della 
libra sottile , cioè ad once otto , le quali dividevansi ognuna in SO ster- 
lini , se trattasi del marco d' argento , ed in Si carati se d'oro .... Ore 
h cUaro che valendo nell'anno 1S30 un marco di sterlini , cesia otto 
once di argento , sei lire di Lacca , qneste corrispondevano al peso me- 
tallico di otto de'nostri rrancesooni, e casi a lire sessanta delle presentì; 
e non solo al peso, ma di più equivalevano nella boniì , iaquantocbè 
la lega degli sterlini coniati e cosi del marco era di "Jit, com'è appunto 
il franoescone toscano, e lo scudo di Lucca correnti • (S). Il raggnaglio 
delle DKmete antiche colle nuove riesce agevole a farsi >> quando nel 
oonteggiare la lira antica , sia c<^nita la corrispondenza ohe aveasi , 
nelTanno di cui si tratta, col fiorino. Imperocché nella confusione grande 
e nei disordinati variamenli dejla moneta dalla metfa del tSOO in poi, 
rimase per baona aorte inalterata la specie d'oro vergine d'una dram- 
ma, la quale stabilila per i primi da' Fiorentini, e da loro detta fiorino, 
tanto piacque al mondo , che ebbe grandissimo corso, e moltissime zec- 
che la imitarono con appena valutabili variazioni. Tra questi imitatori 
furono i Lucchesi , che non solamente batterono il fiorino , ma usarono 
nel loro Iralflco ogni qualiU di fiorini forestieri ; i quali impararono 
anche dai Fiorentini a porli sotto si^[gello di cera di vari colori , col 
qvale li ufficiali miiori di pormi guarentivano il peso e la boot^ della 

H) Ivi , p*g. 47. Ci pare ntile di riportar qui per Intero la nota poeti e que- 
sto punto dal Boogl. ■ In Ser Lorenzo di Ser Buonaccorso da Bjrga , libro sega. HE* 
nel DOilro Archivio de' Contralti, si ha una vendita di nn pezzo di terra, fnlla 
per lira 4G àenor. lucmi. cottnietttorum , ad ralionem tlbrortfm qaatvor, loUdo- 
r*m (eptom prò qwiUbtì ftormo , in data lìeWH seltembre 4373. A tire un floHno 
occorrevano dunque 4044 piccoli castmccini ; e non ftri maraviglia ■ chi uppla 
che miiera co&a totae qoeata laoeela , poco maggiore , per dir co^t , di una lente 
e d> pretto rane. La noliiia di questo siromento (Biogolare perchè mai Be' con- 
tratti Incchesl trovati asalo il nome di cutrticdiM) ci b stala geotlliaeDIB co- 
nrantcata dal signor Domenico Haisagll , amoroso raccoglitore delle noitre antiche 
monete >. 

(t) Iti , pag. ». 



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ut tUS8E6NA BlBUOeUFICA 

moneta » (I). Pinalmente sodo aecennale dal Bongi le oorriapondeoie dd 
fiorino colle lire lucchesi negli aoni tS86, 4I8S, 4331 , 43i7, rilegate 
da antichi documenti : parte anco questa importante del suo scritto, la 
quale a noi duole di dovere , per brevitì , tratasotare. 

Passando a parlare dell'arte della seta , nella quale Lucca tenne il 
primato, pocbi documenti si hanno avanti il secolo XIII, mancando 
gli atti della Curia de' Mercanti , de' quali qnella parte che rimane co- 
mincia dal protocollo del 1366. Del 1309 però restano tanti contratti di 
compra e vendita ed altri documeuti, da poter esser certi che io que- 
sto secolo fiorentissiroa fu in Lucca l' indastria serica ed il commercio. 
Quando in questa città cominciaBse la coltivazione del gelso e del beco 
da seta è dubbio. In Bologna nel 4Si9 e in Modena nel 1306 la coltiva- 
zione del moro era gib assai eslesa; in Lucca, se pure ne' secoli terao- 
decimo e quattordicesimo fu coltivala questa pianta, dovè esserne la 
coltivazione molto ristretta. Durante dunque i due secoli suindicati e per 
altri ancora successivi, è certo che la maggior parte della seta venne 

|1) Ivi, pag. U. Qui pure dod possiamo prescindere dalla bella nota del 
Bang) : ■ Vedasi lo Staivi. Jf«rc. Lucchn. del 1376 , I. 1S , e quello del 4W8 , 
«lesso libro e capo. Vedi annbe l' Oziaao , Mtlo la rubrica di Lucca. Ha lopral- 
lullo è da coDsullaral il partilo preso dalla Corte del Harcanll il T febbraio 1416. 
cbe leggeil oel libro coatenenle gli atti deliberativi della medeeima dal I41i 
al Ii3i. Da questo notevolissimo documealo , di cui certamente Tara molto caao 
chi vorrà ud gloruo scrivere la storia della nostra monela , apparisce meglio che 
altrove in che coesistesse quest'uso singolare del suggello- Bccoee uo brevissioio 
ristretlto. 

1 florioi si suggellavano colla cera rossa quando arrivavano a granì 69 di 
peso , e questi si dicevano Sodni corrmlj; cosicché veniva ■ tollerarsi per mas- 
sima un calo di grani Ire sopra ogni moneta. 

Quelli Cbe arrivavaoo a grani 70 e un quarto, si suggelUvano colla cera nera. 
B di qneili ne andavano 100 per 103 comnif. 

Quelli da gr. 70 e mezio In su si ponevano sotto la cera bianca ; ed uo ceo' 
linaio di questi si valutava in commercio per 104 etirrenU. 

Quelli da grani 71 e mezzo in su , si suggellano colla cera gialla ; ed ogni 
cento equivalevaDO a I06 correnti. 

Sotto suggello si ponevano non solo i fiorici paesani , ma lutti gli altri al- 
lora In corso, cbe secondo l'uso del tempo erano eguali in bontà, cioè d'oro ver- 
gioe a U. Per le Corone di Francia , moneta cbe superava il peso esterno dei 
Borint , cioè i gr. 78 , v'era un suggello speciale -in cera rossa ; daveano essere 
di gr. 78, ed ogni cecia valevano fiorini corrmit 11S e mezzo. 

A Firenze pare che in principio si usasse di suggellare i florini, riunendoli 
in certe quanUlè , in borse di cuoio. Uà per alcuni conti mercantili lucchesi , 
dove appariscono spesi ali» spicciolata fiorini d'ogni qualiU di cara, ci vieo bito 
di supporre che a Lucca si suggellassero uno per uno , forse dopo di averli in- 
volli in una caria ». 



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RÌ68K6NA BIBLIOGRAFICA U5 

m Locca dai paeat esteri. H. BiUt H ocoopa in ric*rowre quali fossero 
le aele greBE^ lavorate ìd Lhoc* , e da' quali paesi provenisaeFO ; ma , 
al lolilo, ^i non k oiolto fortnnalo na'SDOt trovati. Molta aela venoe 
ia Italia Bel tW e net 300 dalle Indie, dall^ Georgia a dal Calai; 
qaindi i Doni dj seta giorgiona-t Ai sete gangia, ebe forse eri quella 
prodotta Delle valli del Gan^. Sappiamo da Marce Polo che la seta 
cUsmata chete, gheleo ghelle veniva dalla Georgia, l'ai tara' delta matta- 
ria fiMMorio, noD cene oongbtettura il Bini da MessaDa oell' Indoslan, 
ma fané da Mssat, o dal Masagraa sul Caspio, accaoto at ahLlBD,cbe 
raeevaptrte della'regione della. Georgia. La seta colata o eaptui, veniva 
dal Cataio cesia dalla China ; quella tttnkia probabilmente dalla Solda- 
nik tvroa d" leoni» nell'Asia minore. tH molle altre derivaiiODi della seta 
parla il Baogi, oerreggendo spesso il Bini, il qoale t4x>ppo frequeb- 
temente è oadtrio in equnóci slrani. * La seta nell'antico commercio 
di Locca vendevBSi a coppie; le.qnali erano semplicemMile il peso^di 
dae libbre ordioarie per ogaina, e dividevaosi per coasegùenia in 
%i oode > (4J ; «one si rifeva dal Baldncci-Pegololti^e come provano 
■Bolli decnOMoti lucchesi. I velluti pure vendevansi a Lucca a coppM ; 
m« (| B ca l« Dan era ooa mtsara di peso, bensì la uaione dì due pezze. 
Dalie varie stoffa seridie di que' tempi ci b sapere il Bongi alcune 
presiose BOtizie , correggendo sempre gli errori del Bini : e in prima 
egli ci db il prezzo di due specie di miarso, il calarxo cotto o liuto , 
il canto a peso Gor. i; e il eatarto crudo, il cento a peso, fior. 1. 40. 
Ci fa sapere che ì drappi detti, ri/Iasm erano una qualità de' baidacohini 
. (specie di drappi gravi come i_ leltam e i velluti) che sì rifeodevano 
si paravano. ■ Dallo Slat. M^rc- del 1376 e dalle aggiunle posteriori , 
pare da rilevare che fbsse^ tele aventi nel mezzo un cordone per es- 
sere divise e staccale , a qua! uso nonsapremroo però indovinare x (!). 
La slob detta Mttmi, Milani, citani, citanitto ec. era di molle qualità. 
Una di queste, cioè il Éettani'^itllviato ehermin broccato «foro, valeva 
lìorini 38 per ogni canna di ^roellona, cbe era due terzi dì quella di 
Firenze; ed il sellant vetlutaìo atettandrino a brocco d'oro, lior. 3S alla 
slassa misara. Del bucherarne in lanle diverse maniere definito da tanti. 
Ri fa sapere il BoDgt essere slato una sottile stoffa dì bambage, e una 
coM stessa col booeoanno, o hooeaecmo, voci sempre vive nel secolo XVI. 
Notabili sono pure le cose da lui dette de' velluti, le quali meritano di 
esser lette, poiché noi, peiJlìuiti imposti al nostro articolo, non pos- 
siamo fermarci a discorrerne ; e quelle sui colori che davano gli antichi 
alle loro slolle, su' quali primeggiava il ehermiti rossesco o gorgiantsco, 
n lo scarlatto che togliersi dalla prona di Romania o Hi Csmnlo fCo- 

•A) Ivi. pa*. 38. 

',t) Ivi, p«g. (3> In nob. 



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U6 RASSEGNA BIBLiOQBAFICA 

Tinto). ImpoHaDte è quella parte della legislazione lucchese di qqtf se 
coli amichi t che si rileva da^i Statati mercaDtili del 1 376 e del1i78, 
nella quale si provvede acci^ che la perìinioDe del lavoro sia scrupcriosa- 
menle mantenuta. Colui che avesse , per cagion d'esempio , poste le bian- 
che righe nel margine delle pezze, per fingere un panno di garbo , avrebbe 
pagata una multa, e la sua merce sarebbe stata confiscala e iHnoiata nella 
piazza di San Hariino. B ■ chi usasse la grana hlsa , la rabbia , il zaffe- 
rano DOD leale , di bambace , o di flloeello , alla eamMoea , al baidaedmo , 
al settani ec. , avrebbene r^o conto al magistrato , sarebbe stato di- 
stratto il drappo cosi fabricato contro gli ordini , e sarebbene stato pu- 
nito > (4). Nòdi minore importanza a conoscersi sono le leggi (atte per 
impedire che l'arte della seta si stendesse fuori di Lucca ; leggi comia- 
ciate nel 4376 e rinforzale tMl (3M, le quali farooo la causa princi- 
pale della decadenza e della rovina del commercio lucchese. 

Jnsìepie coU'arte della seta fioriva In Lncca ([nella de' battilori del- 
t'oro e dell'argento , ì quali preparavano l'oro e l'argento per la Hlalnn , 
cioè lo riducevano in foglia per mezzo della battitura. L'oro filalo io 
accia ne' tempi più antichi « si vondeva'a centonaia di gveffe , ognuna 
delle quali era U once di lunghezza di filo. Col tempo qnesta misiin 
si cambì6, ed a forma dello Statuto dri 4376, IV, S9, l'oro aiata si 
vendette a cntfonoio, ossia a ventine di etn^utna, di oinqne guflft 
ognuna. La gvtifa dell'argente filato era di sole volte SS ■ (S). A pro- 
posito di quest'arte il Bongi ci dk spiegazione di un vocabolo franteso 
da.H. Bini , ftainma'o bolMonagtia , col quale < gli antichi , diligenliasimi 
della precisione dei vocaboli, indicavano, la moneta non corrente che 
si strabeva ; come dicevano bìigtione i piatti o vasellamenti rotti che 
si disfacevano per cavarne le verghe di' qietello prezioso. Sfrolsmorv 
significava per conseguenza fondere la moneta coniata ■ [3). 

I Lucchesi esercitarono le loro industrie anco fiiori di Lacca, e di 
alcune di esse è fatta menzione nel libh> di H. Bini , come de' mmte- 
tieti ed orrieri; lo che gli dk occasione a. discorrere della zecca lucche- 
se ; che pare al Bongi essere la parte migliore del lavoro btniano. Ifa 
qui pure il Bongi aggiunge e corregge non poche cose , sempre gol- 
dalo dalle spe molte cognizioni storiche e filologiche ; e appresso delle 
fiera della Campagna di Francia , delle antiche assicurazioni delle merci , 
e della guida delk balle (i] ci db molle e importanti notizie , terminando 

iì] Ivi, pag. *9. 

IS) Ivi, pig. SS. 

(3) Ivi, psg. B6. io Dota. 

(t) ■ V. Stsluto del 4376. L 47, e quellDdel 4468. I. 1-;. Chìmivasì giMa 
4eUe balle una persoai elelU ed approvala dalla aulorìlì niercinlile , all'eBétio 
di cODdurre nerla gutolfli di balie di seterie , In do dato luogo. En accetlda 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA U7 

con alcDDe coosiderazioaì e corraziooi salla parte de' Lueehtti a Vtntxia 
cbe traila delle colonie luccheBi. 

E cosi ha fine questo bell'opascolo, cbe ìd settanta pagine raccoglie 
materia che spesso non si trova in m<dti volnmi ; scritto con assai 
buona forma e con profonda cognizione dell'argomenlo. 

A. Bautoli. 



Fifa di Bariotomiruo di Alviano, per LouxEO Liònti (con Documenti). — 
Todi, presso Alessandro Natali , iaS8 ; in S.vo . di pag. 37B. 

Da qualunque lato ci facciamo a riguardare cotesti che gib si dis- 
sero e furono capitani di ventara, troppo è rado che in essi troviamo 
ragione alcuna di amarli, ed anche di veramente stimarli; e solo ci fa 
marariglia quel toro indomito coraggio, e l'affaticare indefesso pel qoaie 
ai segnalarono, senza ragion saffioienle che tali qualità producesse, senu 
scopo ben certo a cui potessero indirizzarsi ; e ciò tanto più , in quanto 
che a noi sia toccato di vivere in secolodì pigrizia e di vilth. Non è 
del nostro proposito il ritessere l'istoria, da pia d'ono descritta, della 
istituzione o piuttosto della consuetodins invalsa delle milizie locatarie; 
né il dire come questa avesse origine dalla difficottti di raccogliere e 
tenere unite e fedeli le bande fendali, nelle monarchie; dall'aocre- 
sciuta operosità delle arti e dei tratBchi, nelle repubbliche; in fine, 
dalle masnade di oltremontani rimaste ne'vart tempi in Italia, e spe- 
cialmente dopo l'invasione ungarica del Begnoedopola peste del 43tS. 
Ci tratterremo invece alcun poco a considerare , come fra gli assaisaìmi 
che allora si addiedero ai prostituito mestiere delle armi, questo Barto- 
lommeo de'Liviani da Todi, del quale abbiamo sott' occhio una recente 
biografia, ta ano dei meglio per natnra accomodati a quell'arie; uno 
dei pia costanti e più risolati nel mantenere la data fede, e nel fare di 
sé sagrifizio all' onor delle insegne da lui prese a difendere ; dei meno, 
per conseguenza, odiosi a chi cerca nel guerriero non già 

« Chi sparga'! sangue e venda l'alma a prezzo > , 

con alCQiie formalità , prestavi una ciniioDe di 600 Sorìol , ad eranvl altre r^e 
ÌD proposito. 

Non avendo cogaiiioae di questa parlicolarìti dell'antico coalume luccbeia, 
diffidlmente l' Intenderebbero alcuol documenti, come per esempio il paBso seguente 
di una delle letiere mercantili dal 4375 , pultbtlcate nell'appendice al secondo vo- 
lume dell'opera di H. Bini , pag. 176. ■ Ben vorrei che avanti cbe partl^ 9vi^, 
' venisse la scarsella [ cioi la naUgia delle ItUtn ) per sapere dell! ilttanl cbe 
X ffuUo* Simone , parchi qui n'averoo da pezze ni , e non se ne dimanda 



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448 aiSSEfiNA B1KLI06RAFICA 

ma ohi « abbia una patria e un (wiDCtpio a cui servire ■ : delle quali 
due cose che costui non trovA, pur troppo, ori suo cammii», il wa 
nuovo biografo lo giudica ■ meritevole > (1). CouiediesBia, ptà altri an- 
cora che per lo innanzi ci avean lasciato mfimoria deUe azioni 4i l«i , «mi- 
lenziarono favorevolmeate intorno alle sue morali dispoaizioiti ; sfcoMoe, 
tra i moderni, IIFabreiti (t);.tra gli antichi, it Giovio maledico (3), e 
il dl£Sc(Ie Onicciardini (4). 

Nacque il Liviani, anziché io altro luogo del contado tuderti no, ve- 
ris imi Ime nte nella cilth slessa di Todi, ove la madre, mancata sopra p- 
twrlo, mori. Suo padre Francesco de' coati d'Alviano, AUitiaiM e Guar- 
dea, avendogli prima dato un buon precettore di lettere, il mandò 
nell'adolescenza i ad apparar la gentilezza e la cavalleria io casa di 
Napoteone (^ino ■ ; che mollo prtee ad amare il gioviacUe, e questi 
il figlinolo di Ini Virginio, col quale militò nelle guerre oenbattutc pel 
papa contro il Bignore di Rimini e il duca d'UrtiÌDO. Cealuttooii, per 
conte di un'abbazia di collazione della famigKa , fu costretto e veetini 
prete ; e baon per lui, che dopo la morte del padre, potè ccA maggior fra- 
tello barattare alla rAoea di Alviano le prebmida di Sau Valeotino. Allora 
diedesi a viaggiare; e dicono che vedesse Francia e Germania, e sorivcseeil 
racconto de'snoi viaggi ; se pure in ciò non è scambio di tempi, giecebè 
il manoecrìtio più non snssisle (6). Tornatosi , fé' novameote capo agli Or- 
sini; e avendo a idegno que'topici taftengli cui davano oceasiooe le 
bzioee inimiciBfe degli Allt e dei Chiirevallesi, cercò ed ebbe condotta 
dal pooteftce, che allora avea mosso guerra a Lorenzo de' Medici. B^le 
ò assai, e frullo di ben condotta meditazione, quanto l'autore qui 
ragiona intorno alte naturali tendenze di quelli che si dicono grandi 
nomini ; alle parie che essi ebbero oell' educazione di sé stessi ; alla 
necessiti di studiare , per ben oomprenderli , non solo iieUa storia 
i risullamenti delle loro azioni, si anche i loro sentitteoti e le eegrale 
angosce nella privata lor viU (6) : mo cotesto huso di filosofia non era 
forse necessario al proposito del nostro ene condottiero ; rispetto il 
quale oonvesiamobend ohe si adoperasse con ogni suo potere • per riu- 
scire un famoso capitano >, e che a siflallo scopo ogni altra cosa sagrì- 
ficasse ; non già ch'egli non fosse ambizioso asuopro,masolamenleapro 
di Venezia. E la sua fedeltà verso la repubblica ci sembra fedelli volgare 
di stipendiano in verso a chi paga; non mica effetto d'alcun ntagna- 



(t) LxmH . VUaec., pag. tSB. 

(Si Bkgrafit M Capiutni vmturieri dell'Umbria , voi. 3°, pag. 86S-3 

(3) Blagi diuoaUni iUuiOri di guerra, trad. dal Domenicbi. 

(t) hlorit, lib. V[II e altrove. 

(5; Vedasi U nostra uoU 3 a pag. 154. 

(6J LeonU ec. , peg. *8-U, 



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RAS6KSNA Bin.lOGRAFIGA U9 

nimo divisameots , che ■ quei dì doo era irà aneho acir intellello q nei 
patii dei veneti senatori. Siamo contnltooiò dlspnli a concedere, cene 
aeeMKiaYaai Gin da i^ncipio , cbe in qseato anoon l'Atviano fcam mi- 
gliora degli altri tèe in lai gaiEa militavano al sno tempo (<]. 

Dalla guerra umbro- Uwcana, paaaò BarMomnieo alla aa^letana, im- 
preaa da quel re contro i Turchi inraBOrì della Puf;lia; e da qaeMa . 
alla fcrrarese , mossa eguatmeote da papa Slato , e capitanata dagli Or- 
sini. Alla UtoB del giovane fa allora di grande incremento la sooaltta 
di NiocolA Secco, caprtaoo de'Veneiianì ; premio, forae, della vittoria 
le nozze di Barlolommea Orsini , cagioe di Virginio e ddla Clarice, gi4 
moglie al despota di Firenze. Di costei leggiamo foi sia permesso di 
anticipare alquanto la serie de' fatti) , che qaando il seeto Alessandro . 
amicatiBi i Colonnaeì e i Savelli , tentò di avellere da' aosi ftmdaawnti 
la casa Orsina , avendo messi a capo di qoesta impresa il duca & Or- 
bino e quello di CMidia , la Bartolommea , maneando alla difesa i de- 
nari , si spogliò , ■ con virile propesilo », dì tatti i sooi farnimenti e 
omamenti (8) : cosa cbe io non so se irebbero si di leggieri le donne 
dvilissime, a m maestra ti ssi me e, come la voce snona, educatrici del 
seco! nostro. Ha negli anni più prossimi a qnc4le none, 1 ColODnesi 
stavano contro la Chiesa e a favore di essa gii Orsini ; « l'AlvIano mollo 
ebbe da faticarsi ndla nativa provincia , vendicando le oflbse ricevute 
d^la nemica, bzione. Per tal meriti Ai creato da papa Innocenzo gover- 
natore e oastellsDo di Todi ; ma durò appena un anno In qwl governo, 
non piacendogli > quella sfrenata potesti di far sangue >, né volendo 
essere un altro TilellOzEO o Ltverotto > , come quegli che aspirava ad 
« nna gloria jiò s|4endida e pit sincera n (3l. 

n nostro biografo gira maestre voi loenle lo sguardo salle deplora- 
biK condizioni di queir etk sventurata, in cui la crudeltà vigliacca defili 
Aragonesi, la forsennata ambisione del Moro, i mlsblli dei Borgia e la 
oomnse debolezza , riapersero la patria nostra alle Invasioni e vi per- 
petvarono II dominio degli stranieri. Noi noi seguiteremo in cotesta ben 
fatta ma dolorosa epitone, col d'altra parte non potremmo se non ap- 
provare; trattandosi qui partioolarmentedeirAlviaBO.il quale, nella 
discesa di Carlo Vili, servi sotto le insegne dì Alfonso; e fu sin d'sl- 
iora fa discordia col troppo canto e lentissimo Pitigliano ; ain-ettando 
qneati la ritirata del Napoletani dalla Romagna ; volendo l'altro • ohe 
si menassero le mani ■ , e dando caparre della vittoria collezioni dì 
sant'Agata e dì Bertinoro, dove pur venne ferito. Dopo aver fatto va- 
namente nelle Puglie la piccola guerra , e caduta ogni speranza della 

H)Id.,pig. U. 

dì Leatit (le. , pig- M. 

(3) Id. , pag. 80. 



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150 RASSEGNA BIHLIOGHAFICA 

napoletana indipeodeiua , tornasi con graTe slonto a Porngia. Non seora 
Tar pleoBo alle htiìt considerazioni che qui 1' autore tramelle intorno 
alle cause di quella grandissima calamllfa italiana, cioi della conquuta dei 
Regno allora fatta da' Francesi ; ma senza tuttavia fermarci a riguardare il 
nostro capitano fra le scaramucce dei partigiani nell' Umbria , vorremo 
ptnllosto seguitarlo in quel suo mutamento di bandiera , ma l^tto a ma- 
lincuore per compiacere agli Orsini , divennti allora segnaci di Francia, 
mentre però le sorti tornavano e volgerai propizia ad Aragona : onde 
Virginio s'ebbe b prigionia perpetua; ed a Bartolommeo, connivente 
forse il re Ferdinando, fu agevolala la Tuga. Qui cade la guerra bor- 
giana, a cui sopra facemmo allusione (1); e qui campe^ia l'ingegno 
strategico e il valore del nostro guerriero , per la rotta data ai papalini 
presso Hontemarift [I) , e per la celebrala difesa di Bracciano. Gran parte 
del inerito delle vittorie allora riportale ai attribatsce aUe bnlerie ti- 
remati, raccolte e disciidinate , con nuove armature ed eserciti, da 
Paolo e TitellooD Vitelli ; siocfaÀ questi due tirannucoi, cotanto spregiati 
nelle istorie scritte dai Toscani , sarebbero da riporre tra 1 primi che po- 
sero mano a rifondare la milizia italiana (3). 

Fra quei mortali travagli della patria comune, Firenze godeva gli 
effetti di ona ben temperata libertà ; ma il cancro roditore delle non 
molte sue forze era pur sempre la guerra di Pisa. Veneaia , per rivaliti 
di potere , aveva assunto il patrocinio della combattuta cittk, e sGh-u- 
vasi dì rimettere in istato Piero de'Hedici; al quale neoestitando il dar 
mano alle vendette ed alle proscrizioni, mai non sarebbe riuscito il sot- 
tometterla ,- come al suo bisavolo non riusd di sottomettere Lucca. L'AI- 
Viano orsìnesco era a' flancbi del Medici quando questi tentò rrenlrare 
per la porta a San Pier Gattolini ; ma fallito queU' audace tentativo, to. 
per altre angustie de' suoi consorti, richiamato nell' Umbria nativa, 
le cai terre, i per opera dei Ctdoonesi, dei Savelli, degli Atti, dei 
Chiara vai Iesi, erano diventate fiumane di sangue ■ (i). Consulti il libro 
del signor Leonii chi meno di noi abborriace il rammemorare qnelie 
fraleme ed inutili carniflcine , che all'autor nostro fecero parer men 
brutto il famosissimo tradimento commesso da Cesare Borgia in Sini- 
gaglia , stanteché appoato per quelle morti sembrarono aver sosta 
le stragi e principio la tranquilliti in che poi poterono riposarsi i 
lut^hi Bottoposli alla Chiesa. Ma percbé non siamo di quelli pe'qnali 
il fine giustifica ì mezzi, e perchè l'uso dell'aperta forza non potea 

M) CioA, parliado della Bartolominea Ortlnl d'AIvieao ;pig.ti9). 
(S) Papa AleMindro aveva DuodiU) a qaelJt guerra penino il bargello di 
Roma e gli sbirri ; i quali perà fugsirono bI primo sconlro. Laomlitf.., p>g. 36. 
(3] L«(mii ec , pag. 37-8. 
Hi LttmUv:., pag. «6. 



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BASBEGHA BIBLIOGnAPICà <5t 

miDcare a chi portava .to scettro e la tiara, e la lealtà e la virtù mai 
non possono dispeDaarsi in chi parla a nome del cielo e della veriU ; 
noi contÌDueremo a riporre il Valentino e chi fn autore de'saoi giorni 
tra i i)ià detestabili mairattorl di cut l'timaQ genere debba perpetua- 
mente vei^ognarai. Tra quell' ire di parte vide l'Alviano fiorire per sé 
di nuovo le rose dell' imenèo , essendo pasaato a seconde noue con 
Fantasilea Bagltoni , sorella dì quel Giovan Paolo , a cai non male si af- 
fanno insieme uniti gli epiteli di valoroso e malvagio e sventurato. 

Aveva Bartolommeo servito come di traverso i Veneziani ; ed eccolo 
per la prime volta direttamente a' toro soldi, per combattere contro 
Firenze in Romagna e nel Casentino. Nelle prime tra quella fazioni, 
loccA tale una ferita sul volto , per cui più non ebbe spedilo il favellare; 
si segnalò nell' altre per la sorpresa di Camaldoli e di Bibbiena , non 
esaendogli però succeduto di lare altrettanto con Poppi , difesa dal Oia- 
comini. Terminatosi quella guerriociuola in un accordo , nel quale al 
Vachiavelli parve che San Marco rimanesse e battuto e rfix/odo (1] , ot- 
tiene dal senato licenza di tornare a difendere il suo castello di Alviano, 
esposto alla rabbia feroce dei Cfalaravallesi , risorti allora non più in sem- 
bianza di partigiani , ma veramente di aasassini. Di questi a capo era 
un Altobello , di soli ventisei anni , scelleratissimo ; del quale , a testi- 
ficazione de' tempi , diremo la fine , dopoché le costoro beetialitk eb- 
bero mosso perfino i Borgia (S) a mandare da Roma un esercito per 
dissipar qudla peste. Cercato invano e alfine trovalo nel suo ultimo re- 
tngìo di Acquaeparta , viene disteso ignudo e legato sopra un desco , 
talché non potesse dar crollo. « Corsero e madri e vedove e bncìuUi, 
9 che, coirlmbelle rabbia e lunghi improperi, punzecchiavanlo, facendo 
« prova di ficcargli per gli occhi e per gli orecchi e nel cuore gii stec- 
■ chi e gli spilloni ; e corsero con più lenta ira e più industre anco gli 
1 nomini ■ (3). Per lutti ciò, non venia meno nel male arrivato né 
r orgoglio né la ferocia : null'altro, sciamava,, tormentarlo maggiormente, 
che di aver glk perdonala a qae* suoi nemici la vita. Nessuno intanto 
risolvevasi di finirlo , fino a cbe, nato il sospetto che il pontificio go- 
vernatore per sé lo domandasse , un Atti ruppe le dubitazioni ; e htto 
cenno a due suoi scherani , gli fu dalle costoro coltella traforato il cuore. 
Ed ecco uno della turba, o pia ebbro degli altri e piò forsennato, corre 

H) Deceonsle primo , v. 497 e 40S. 

li) È Ira i Oocumenti [ pag. *K } unti Tetterà di Lucrezia Borgia , allora go- 
veraatrlce ili Spoleto , responsiva al Comune di Todi , co!la quale si accerta cbe 
il papa «vreblM provveduto a tav cessare quelle enorinilà; e nel testo [pag,fi9) 
Ki legge cbe Lucrezia stessa mandò genti dal suo governo , che dovessero pren- 
der parte a queir Impresa. 

|3) Ltonii , pag. 61. 



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fax IUSSE6NA BIHLIOGRÀFICA 

» a spiceanie un membro , e gli altri gì Mcatcaoo e fonoo il simigliaitle, 

« e timnrth in ani capo loro quelle ilracciue e soia canti, e ae 

1 portano a casa ; e ne vieo» la lame, e ne maa^aBO , ne dàsao a dub- 

■ giare ; se ne contpra , se De vende Ad ooa sana «occhia . 

* dagli anni macera e dalie lunghe aagoaeo , rìHuae , perchè avea dato 
1 di taotao nel cuore d'Altobello, il sopraouome della Sparvitra • (tj. 
Noi qui ci arrestiamo, affinchè non sembri scandalo la storia , e un noDM 
senza soggetto anche il bel nome di cristiano. 

firasi Bartolommeo loroato a Venezia, quando U Valentino reci ad 
effetto in Sinìgaglia quell'eDorme e lungamente pensata scel|eraggÌoe, 
che noi non osammo dìbndere. Dolente costui di bod poter compr^Mlere 
nella strage anche il signore di Alvlano, ne catturò la moglie, presto 
liberata, ed anche il fratello, ch'ebbe assai maggior pena ad uscirgli 
dalle mani. Horivasi intanto quel papa Alessandro, che oggi pur trova 
chi si affatichi a purgare la sua memoria: come luUÌ i malvagi nel 
tempo nostro trovano difensori. Mìsero' tempo in cui la coseteoa del 
sofista $i sforza in ogni cosa di sovrapporsi a quella dell'uman geoerel 
Ed ecco il condottiero tuderte recarsi dt nuovo ndle Romagae ; pre- 
stare ai Halatesti , ai Bontivogli , a quanti erano signorotti spodesUti . 
r^juto polente del suo braccio; e spingersi, con gli Uraini, ftn sotto le 
arara di Roma. Ma i suoi destini traevanlo a oombattere un'altra volto 
B^ Regno , per acqutelarvi gloria mvella e rifortame io sfr slwao nn 
esempio delle principeaebe ÌagratiludinÌ.Se lesfugnaekiCoaMlvo, gib 
vincitore di Granala, potè a sé confermare in Italia il titolo di grao^ 
ooUa rotta data ai Francesi sul Garigliano , di ciò 61 egli principalmente 
dsbitore al coosiglio «Sertogli dal nostro guerriero; cioè di passar quel 
fiume sopra un ponte di barche improvvisato , a fine di ossaliro i ne- 
mici mal provveduti, prima ohe questi avessero il tempo di racco- 
gUerei e ordinarsi per la battaglia. Rartolompeo sostenne allora per 
lapogna più altre fotiche; ne fu meritalo ooU'ìnvestitnra della dueéa cala- 
brese di San Marco : uà venuto it bisoguodì scemare l'esercito, oèvoleado 
egli acconciarsi a veder falcidiata la sua propria condotta , domanda U- 
ceosa e ta lasciato partìro. Si diede allora, oome tant'altri, a goerrag- 
giaro per l'ambizione e per l'utile suo particolara ; tentò Rieti ed Or- 
vieto; e, come amico de' Medici, si adoperò di spingersi sino a PiB« 
per le tortuose vie della Maremma. È noto come la virtù dell'eroe cit- 
tadino , del buon Antonio Giacomini , Irionfosse in qoe' giorni a San 
Vincenti sopra l'abilità e l'esperienza del capitano venturiero (t). Il 

(1) (vi, pag. 63. 

(2) Bipetiaato non di rado , per legao di appwTarle , l« cipreHiooi ne^le- 
sime del sift. Leonii : n Eia commissario un crop rjdadino ec. Conlro alla costai 
n virtù ruppe ti valor dell'Alviano " (paft-IS). 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 153 

quale, malameole scoofitlo e a fatica guarito dalle ferite, ritorna a 
Napoli per iochìnarvi presenzialmente re Ferdinando il Cattolico, cba 
lui colmava di amorevolezze e di ooorì ; e, sebbene riconciliato col 
Cordova e forse ancora per questo , volentieri vedevalo allonlauarsi e 
andar a vendere la sua spada ad altri italici potentati. 

Acconsentiamo facilmente all'autore ciò cb'egli ragiona intorno all'ac- 
cresciuta potenza dei papi e dei Veneti, e all'occulto invigorirsi della 
a dinastia sabauda >, meutre scadevano o precipitavano nella servitù 
tutti gli altri Stali italiani : uon cosi di leggieri approveremmo quel suo 
concetto del « buono e santo proponimento » che ai primi attribuisce 
1 di scacciare dall'Italia i barbari •> [<), pensando, non cbe allro, che 
il regno temporale della Chiesa fu opera non nazionale ma straniera , 
e ch'esso reggevasi per ben dieci secoli , e reggesi ancora sotto i nostri 
occhi, sopra le armi straniere. Ha non è qui luogo da toccar fondo di 
lauto ingrata materia; e accenneremo invece di un altro nostro dis- 
sentimento per ciò cbe spetta alla repubblica di Venezia , che il signor 
Leonii voluto avrebbe a quo' giorni [1G01-1&0S) in lega streltissìma con 
Roma ( e in ciò gli diamo ragione ) , e che insieme con questa 
■ rizzato avesse una bandiera di libertà e. di giustizia ■ (3) : la 
qua! cosa è da noi giudicata impossibile, non solo dal canto di chi al- 
lora veniva manipolando la lega di Cambrai , ma da quello eziandio 
degli statuali di S. Marco, in ispecie dopo che, tra le altre anomalie 
ed enormitk d'ogni specie, crasi veduta ■ l'incredibile congiunzione di 
Francia e di Spagna ai danni di Don Federigo ■ d'Aragona. Le pia- 
ghe e la soggezione d'Italia erano anche a quel tempo antichissime, 
né in altro modo medicabili se non mediante uno indigeno ed unico 
dispotismo : al che mancava nei pontefici il sapere e il volere , nei Ve- 
neziani l'audacia e le forze ; né mai due diversi Slati si uniscono in- 
sieme per formare una sola e medesima monarchia. Il nostro, autore 
reputa contuttociò prudente quel Senato per essersi di buon'ora preparato 
alla guerra, coll'avere eletto a general governatore delle sue geuti il 
Pitìgliano , e preposto l'Alviaoo a tutta quanta la cavallerìa. Non loda, 
come né noi pure lodiamo, quel troppo sottil consiglio di aver voluto 
correggere colla fredda lentezza del primo l'ardore impetuoso dell'altro, 
e viceversa : perchè nelle grandi occasioni , ne' momenti più decisivi , 
nulla è cotanto pernicioso quanto la discordia tra i capi; e i partiti 
misti , che diconsi temperali , se valgono a dilazionare l'estremo del 
male, n<m mai conducono al pieno e sicuro conseguimento del bene (3i, 

(4) P»B. 81. 

|3) ( Col Pitìgliano solo, force si sarebbero guardati dalie offese dei nemici, 
< stancali dalle guerre : coll'Alviano solo , e lasciando! fare , porlo oiiinione ctie 
■I avrebbero veadiche le ofSeee, anzi hllene ». Leonii ce. , pag. 83. 
Abcn.St.It., Naopa Serie, T.Vll, P.li «o 



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154 RASSEGNA BIBLKM^BAFICA 

Ed eccoci pervenuti sgli anni della formidabile lega, procurate da 
uo papa italofilo e coDcbiusa tra i più forti moDarchi della cristiaDiU, 
cODlro l' italisDa repubblica dì Venezia : periodo , d'altra parte , assai 
noto delle nostre istorie , e- 8lit quale non faremo di nuovo parole, per 
averne leccalo non brevemente in altro uostro articolo, pubblicata jn 
questo medesimo Giornale (1 ]. Quand'altra sorte non fosse quaggiù toc- 
cala al nostro castellano , se non di farsi sostegno, nel suo maggior pe- 
ricolo, alla veneta domiuazione , meriterebbe per ciò solo di essere 
annoverato tra i più beoemerili di quanto allora rimase ed oggi rìma- 
ue , dell' italica indipeadenza. Taceremo le forti sue geste contro ai Te- 
deschi a Cormons, a Cadore, aGorizia, aTrieste; il trionfo concessogli, 
con raro esempio, sul bucintoro, (ben dice il nostro bpografo) ■ qaasi 
carro appropriato nella Roma delle lagune ' ; i' infeudamento fattogli 
di Pordenone, e la veneta nobiltà perpetuata nella sua hmiglis : inci- 
tando, invece, gli studiosi a rilegftere negli ntorici, e nel nostro principal- 
mente , gli animosi suggerimsDli da lui dati all' irrompere delle forze 
brancesi nella Lombardia (4509), e le prove di valore disperato che io 
resero ai nemici terribile nella funestissima battaglia di Tailk (S). Di 
questa paura che di luì era entrata nelle genti di Francia , la testimo- 
nio il non aver valuto per ben quattro anni il re loro mai liberare 
l'Alviano, come avea fatto degli altri prigioni quel dì caduti in poter suo. 
Raccontasi che Bartolommeo impiegasse gli ozii della sua francese 
prigionia nello studio delle lettere ; come avea prima fatto quando gli 
fu dato di riposarsi in Pordenone dalle fatiche durate nella guerra 
contro l'imperatore Massimiliano. È memoria altresì, che in quel suo 
castello egli istituisse un' accademia ; ed 4 facile aggiungere cbe vi for- 
masse un • nido delle muse e latine e toscane ■ , e i come amico di ri- 
matori ', vi divenisse dettatore egli stesso di amorose poesie. Certo i, 
d'altra parte , eh' egli in Francia si diede a scrivere i commentarli delle 
sue proprie azionj (3); ma sembraci amplificazione da retore (noDsap- 

(*) Sulle LtìUre ttlorielie di £u^ da Porlo; nel Toni. VII, Par. I, pig. 134. 

(t| Questo racconto disiendesi nel libro d«t sfg. Leosii dalla pig-H «111 403. 

(3) Le atleita il Glovio , dicendo anDors con quali diffleolU egli ebbe ■ lot- 
tare per questo elTeilo ; ■ Scrisse i comcnenlarK delle cosa da lui bile , i oo*li 
« u ao LiTTD , acrilti dillgentameiile jn carlk rozza e vile , e gaiamente «Me- 
•■ gnala per servigio de' cessi. Perciocché, non avendo egli potuto avere oocao- 
a diti di scrivere da coloro cbe lo guardavano, fece penne di fuscelli di scoppe , 
(t ed avendo pesto carbone e slemperaloio con vjoo, si (fice dell'Inchiostro i. 
Elogi d'vomfni illuslri di guerra, traduzione del Domenlchi , ed.IBSl, pig. S5S. 
Non pare che di qjeslo luogo 11 sig. Leanii hcesse quel conto che convenivasi. 
Ben egli acceiuta di questi comroentarii , ma lascisodocl in dubbio se formassero 
un sol lutto , fossero cosa diversa da quel moioterillo del nostro capitino , 
coDleneole il racconto de'iuot viaggi, ctie fu x servato più tempo lo casa dei 



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AASSBGKA BIRLIOGRAPICA 155 

piimo se aattco o recente) l'afibrmare, ch'egli in questo imitssse 
Cesare ed sDcbe Vegezfo , gareggiasse col Machiavello , e precorresse 
al Hontecuccoli , « scrìveDdo libri di tattica e di strategia , e spezial- 
mente del modo di ordinar le schiere a battaglia » (1]. Comunque ciò aia, 
non ci sentiamo gran latto inclinati a creder fondato né sincero 
cotesto amore della sapienza n^li uomini avrezzi all'ambilo ed alle 
perturbazioni della vita operativa : che anzi, troppo spesso le tenerezze 
estetiche e fllosoBche dei potenti del mondo e de' loro emuli , ci par- 
vero non dissimili dallo zelo devoto dì coloro che della religione aspi- 
rano a brsi un veicolo da vantaggiarsene, ovvero uii^ veste da compa- 
rirne più adomi. 

I potentati italiani mutato avevano di alleanze (tSt3), per quella 
oecesBiti che stringeva il Giannolti a formare dr questa moral bruttezza 
un teorema ed un precetto politico (S). Papa Giulio era poco innanzi 
divenuto nemico irreconciliabile del re di Francia; e questi, dopo st 
fieri atti di nimistà, eraei stretto in lega cordialissima coi pairizii ve- 
neziani. L'Alviano pareva aver sortito della natura un cuore quasiché 
di figliuolo di quella repubblica ; ed eccolo dimenticare ad un tratto i 
lunghi patiroenU della sua prigionia, e darsi con ogni veemenza a 
promuovere i trionfi dell' armi e della superbia francese. Venezia , 
con aSetio di madre, e dopo la morte dell'Orsini, avevalo creato suo 
general capitano; ed egli, con altri Orsini, ed Umbriotti e Carpigiani, 
tratelarai a correre le terre lombarde per riguadagnarle a San Marco, 
o di nuovo sottometterle a Francia. Al quale proposito, ricordasi un suo 
detto ai Cremonesi, giustamente rimproveratogli dal sig. Leonii ; come, 
cioè, fosse (meglio obbedire a un potentissimo re , che ad an picciol 
duca ■ (3); doveccM il picciol duca era almeno un italiano. Onde spe- 
riamo non ci sia messo a colpa il concetto che fin da principio avevamo 
esposto intomo a costui ; vale a dire , dte se per la patrie ebb'egli operalo 
alcun bene, non fu gik per intenzione ch'egli ne avesse, ma solamente per 
caso. Ma le fòrze di Francia provavano tn noi un novello abbassamento; 
e il duce alleato, dopo la rotta di Novara, anziché spaziarsi per la campa- 
gna , era costretto di chiudersi in Padova : d'onde poi la vergogna , colle . 
offese ingiuriose, confortava i Veneti ad uscire, insegoen do dapprima vit- 
toriosamente gli Spagnaoli e Imperiali, che intendevano a ritirarsi : ma la 
fortuna , mutando stile , cagionò la sconfitta ohe i primi toccar doverono 
presso le mura di Vicenza. Sarà sempre memorabile la lettera scritta 

■ Frodi di Todi , ma per mala ventura «odo snurrflo , né ai è potuto , per ri- 

■ oercfae fattene , ritrovare ■. Vita ec , pag. 40. 

(4)£«(Mi«ec.peg. 404. 

(S) Della Repubblica Aorentlna , Ub. Ili , cap. XVII. 

(3) Pig. 409. 



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1S6 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ili quei giorni dalla repubblica al suo capitano, cerila quale dicliigra- 
vagli di noo accagioDario in verun modo del patito disastro ; e quanto 
n sé, di, non sentirsene p)U|to scoraggi ta i e non mancare di tutte le 
provvisioni cbe in tal TraDgeDle erano necessarie (1). Cosi rassicurato, 
e consolato aucora per quaoto polevasi, eì accinge per la terza volta a 
ricomporre un esercito ; riesce coli'sccortezza a salvarsi dal pugnala di 
assassini spagnuoli venuti in campo, sotto Torma di disertori , per ucci- 
derlo; e bisognando ajuti nel Friuli, Instan temente richiesti dail'eroioo 
Savoi^ano, egli, Bartolommeo, vi è maudato a mettere in fuga il te- 
descofilo Frangipane : ma le gelosie insorte tra le genti collettìzie del 
primo e le stipendiate dell'altro impedirono l'espugnazione dì Marano. In 
quel tempo il tudertìno fecesi reo di un omicidio vilìssimo, che pur 
non era il suo primo delitto di tal genere , per essersi un di maocbìato 
nel sangue dì una donna [S); delitti ambedue coofessati senza attenua- 
zione dì scuse dal lodatore biografo : e ciò fu , che ad un Calcara da 
Verona', fatto prigioniero, ordinò fosse tagliata la testa, per averlo co- 
stui già schernito cogli appellativi di maligna beitia e di gobbo. 

Ci approssimiamo al termine di una vita agitatissìma, e nel suo in- 
sieme ben altro che felice; vita che venne a oonchiudersi in modo non 
glorioso, ma pur dopo e per conseguenza di un fatto che onore ed 
utile recò allo straniero. Tornato il nostro dalle fazioni del Friuli, non vo- 
lendo pia chiudersi in Padova , accenna risolatamente verso Verona, e 
gli vien fatto di sorprendere Rovigo. Ha il suo pensiero era pur Asso a 
quella chiave d'Italia: se non che un' imprudenza di Renzo da Ceri 
gli ebbe impediU) il disegno. Lodasi come bell'opera strategica la sua 
ritirata, allorché stretto fra due nemici eserciti, secondando il corso 
dell'Adige si ridusse con tutte le genti in salvo a Cavarzere , > senza 
ayer perduto neppure un carriaggio n [3). Due anni erano trascorsi dalla 
sventura dei gallo-veneti a Vicei^a, e molle cose erano in quei giorni mu- 
tate. Imperava sulla Francia un Francesco ; la Chiesa reggeva un Leone : 
questi in lega con gli Spagnuoli e con gli Svizzeri a sostegno del duca 
italico di Milano. Cosi le sorti giravano ; che la prudente repubblica fo- 
ceva allora l' estremo di sua possa per istabilìre in quella sovranità limi- 
trofa un oltramontano, un francese. Qual parte avea, dunque, in tutto ciò 
il pensiero d' Italia , se non fosse già quella di liberarla, a prezzo di ogni 
sacrifizio, da una guerra che sembrava interminabile , e non potò dif- 

M) É certamente !■ lettera [deliberala in Pregadi ) chB il s'ig. Leonii Ktimpò 
a pag.ZM dalle im Àfpendict di dooàmtnti, colla data deglj S oUobre IftlS. Il 
Darù pone, per errore, sesufta quella battaslia a di 7 di Htientbre, mi nel 
RiiiGciardiDÌ leggasi veramenle il di 7 d'oUobre. 

(St II lig. LeoDli la nomìoi Astancolle. 

(3) Iwmiiec., p*g. (B. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA l'i? 

htti Boire se dod colla servitù quasiché intera di essa? Gli Svizzeri , 
prodi sempre e teoacissimi del proposito, si apparecchiavano a combat- 
tere i Francesi presso Harignano : 10 stratego Bartolommeo impediva 
che a lor potessero congiungersi ^i ispano-ecclesi astici : ciò produsse la 
rotta degli Alemanni , e la caraiBcina ch'essi ebbero a patirne io quella 
che il Trivulzio chiamò « battaglia di giganti ■, e al cui esito contribuì 
il nostro grandemente col suo repentino arrivo sul campo , recando 
animo ai Fraiicesi e spavento agli Svizzeri , che credettero sopraggiunto 
con lui tutto l'esercito veneziano (t|. > Ma la fortuna invidila non pati 

■ che l'Alviano ne cogliesse per Venezia quel (rutlo che erasi proposto) 

rompendo insieme colla travagliata sua vita i suoi arditi disegni. Dopo 

■ occupala Bergamo, mentre apparecchiava l'assedio di Brescia e pro- 

1 ponevasi quindi di assediare Verona , per le molte fatiche durate, in- 
a fermóssi d'un'ernia, ed il 7 ottobre 1515, nel sessantesimo anno 
B dell'età sua, in Ghedi nel Bresciano trapassò ■ [S). 

Da quelli che sino a qui lessero questa Vila, sentimmo concorde- 
mente dar lode all'autore per [a felice e ben colorata esposizione ; onde 
avviene che senz' ombra di stanchezza, .anzi con desiderio , trascorrasi 
fino all'ultima delle 130 pagine ond'essa è composta. Noi troviamo an- 
cora in questa narrazione assai peregrini e splendidi concetti, argute 
sentenze (3) , e non poche dimostrazioni d'ingegno sintetico e autonomo : 
se col secondo di tal nomi ci ò lecito significare un ingegno che non la- 
scia occuparsi dalle opinioni più correnti, dalle formule sistematiche, e 
dai giudizi o pregiudizi in voi;a nel tempo nel quale altri scrive. In quali 
cofie noi discordiamo più o meno dal sijinor Leonit , si è già in più luoghi 
dato a conoscere ; e più frequenti sarebbero stale le nostre obiezioni , 
senza il ritegno dell' impostaci brevità. Vogliamo tuttavia soggiungere 
alcuni se non molto sagaci , certo leali consigli , i quali muovono da de- 
siderio di vedere un giovane valoroso sospingersi ai gradi più eminenti 
della isterica letteratura. Non si affidi egli a sé stesso , né a quelli tra 
i simpatizzanti , che. per afletlo od ossequio, più pronta avranno la voce 
per benedirlo, e sempre in moto le mani per incensarlo. Non si fidi nem- 
meno del suo secolo, che in molte cose è sognatore, quand'anche non 
bugiardo ed ipocrita i e coloro nei quali abbonda la cognizione dei fatti, 
ridono |>er lo più sgangheratamente di certe nuove degnila , e dei teoremi 
onde s'informa L'odierna filosofia della storia. Non transiga colle cen- 
sore , né mai s' induca ad annacquare una verità , perché possa aver 

(i) Guicciardioi , Stor. , lib. XII, cap. V. 
CI) LeiMH ec, pag. W. 

|3) Ci piacque sopra tulle la seguBnIe, ch'egli pronunzia a proposito della 
ballagtia d'Agudello , che sopra Bartolommeo fece cader l'accasa di lemerìlè : 

■ lo QOD conosco più nera Ingra'.itudine che quella degli sventurali contro gli 

■ svenlurati ». 



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458 RASSEGNI BlBLlOGDAriCA 

transito un' altra dinanzi ai giudici impotenti e tarpatoti oonipoEMnlt 
iletl'uniapo pensiero. In quanto alto stile , abbia di e notte l'occhio agli an- 
tichi , e poco e raramente guardi ai moderni ; cfaA in quelli soltanto è \'<>m 
schietto e massiccio ; negli altri mondiglia pur molta , o il luccichio che 
solo abbaglia al dì ruorJ. Per ciò che spetta alla lingua , si abitui a pon- 
derare ben bene la signi6cazione generalmente ammessa dai vocaboli, 
prima di usarli ; e veda, per esempio, se a tparnastare, ad onoro, a rùpit- 
ti, a ptUrianhio, si attribuisse dai nostri classici quel senso che io que- 
ste carte lor *ìene attribuito. Taluni giudicheranno troppo antichi ehenlt 
e loomunare , meramente poetico ru« , plebeo gostaja [^ ) , piantìto abnsi - 
TO, né al tutto ben derivato!, da gtierriglia modernissimo, sguerrigliare. 
Laddove poi ad esso non piaccia [dacché ciascuno ha sua natura) se- 
guire il metodo , oggidì seguito quasi universalmente , di accompagnare 
alla strettezza e severil& delle forme la diligenza e la copia delle cita- 
zioni (t] , tenga pure altra via ; ma insieme si guardi dalla aoverchia 
sollecitndìne di ciò che i drammaturgi chiamano effetto; sollecitudine 
che test in ogni tempo men fidi e mene creduti i nostri istorici gre- 
cizzanti e latinizzanti , e gli usciti dal séno di una troppo celebre Com- 
pngDJa nel secolo decimosettimo. 

Diremo due parole anche intorno ai Documenti ohe tanna corredo 
a questa Vita. Sono essi distinti in due serte ; la prima delle qtuli 
(<>3S-I6SÌ) si oompone di cose raccolte dagli Archìvi dell'Ombrìa , o di 
lestimoDianze di scrittori che trattarono di quella provincia. Di questi 
l'autore si valse , e assai lodevolmente al nostro credere , nella com- 
pilazione del suo racconto. L'altra serie, ben più numerosa , alla quale 
si é dato il nome di Appendice, contiene i Documenti comechessia 
relativi all'Alviano, che si conservano negli Archivi dì Venezia, onde 
ftirono tratti per cura di valenti e cortesi uomini , ma che non 
gronsero al sig. Leoniì se non quando la stampa dei libro era gib 
cominciata. Koi deploriamo questo spiacevole incidente, e lodiamo 
il biografo editore, che volle contnttociò recarli a conoscenza del 
pubblico, per non render vana l'altrui diligenza e mostrar segno 
della sua gratitudine verso quelli cbe a lui li avevano comunicati. 
E noi leggemmo con piacer, grande coleste Appendice, in pia partì 
divisa: cioè in atti cavati dalle Detibcnutoni del Senato, dai Conme- 
moriali , dalle LHter» e dai HitH del Consiglio d^Dieei : cbe tulli 
attestano la stima grandissima cbe la repubblica faceva del suo 
capitano; e da cui altri ed ottimi scbiarimenti possono derivarsi 

(ti B, Torse, da tre secoli dismessa; per Odio inveccbiaio , come ipìaga la 
Cmte*. 

(%) Il cardinale Patiionel , scrivendo a Hirco FoMtrioi , diceva iolrodotio 
questo metodo < dagli astori dalla Selva Brcinis , cioè dal Tedetcbi >. (dpwootj 
inedia a rari ee., raccciU ddUa Sorietà pottgrofica itaUatta , pag. 333.) 



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RASSIìGHi BIBLIOGHAPIU 1S9 

JDlorno a'faUi del lempo , iDlorno alle conauetudìni e ai melodi politici 
e diplomatici di quella singolare aristocrazia. Speriamo altreel che il 
sig. LeOQÌi vorr^ di questi pure una volta giovarsi, come gib fece de- 
gli altri, riiQsaeodo coll'ajuto di essi il suo lavoro; e intaoto il com- 
mendiamo e , quaato è da noi , lo ringraziamo , per aver volalo intito- 
lare questa sua opera alla memoria di ud guerriero illoslre, nato Del 
luogo stesso ove noi pure nascemmo ; morto in battaglie e per interessi 
non nostri, ma per l'onore dell'armi italiane: al generale Rodolfo Gh- 
brielli di Honteve echio. 

P. Pm.iDoiti. 



Opere di Fbahcesco BEitEDerri pubblicale per cura di P. S. Ohlahdini. 
Pirtnat, Le Monnitr, 4658. Due roJutnì. 

Francesco Benedetti era nome qoBsi affatto dimenticato in Italia , e 
tale dimentica Dia sapeva d'ingratitudine e di colpa; Francesco Sil- 
vio Orlandini scrivendone la vita e ripabblicandone gli scritti, ei ba 
dato nn nobile esempio, e ci ba come purgati di un peccalo , cbe noi 
Italiani non dovremmo commetter più , dopo tanti dei quali ci accusa 
la storta , e cbe forse furono commessi più per la forza atlmi cbe per 
U viriwtà nostra. La vita del Benedetti sì consumò tra il t7H e il 18S1 . 
Ebbe compagna indivisibile la povertà, e se ne confortò coll'amor della 
patria e cdl'amore della poesia , cbe furono i due primi e pA forti e 
forse onici affetti di lui. Cantò tutte le sperarne cbe gli nacquero nel 
pensiero , anche quando forse non le sentiva nell'animo ; il figliuolo di 
Napoleone imperatore, Giovacchino Murai, e l'Italia. Ma l'Italia ebbe in 
onore davvero , e nel fitti scrisse qudl'Ode sta penda che fu parago- 
oata a quelle due del Petrarca e del Leopardi. La vita di questo inge- 
gno sveotorato, travagliata dalla miseria, dai tradimenti, dai disinganni, 
eppure incontaminata sempre e ardente di attstti e aperta alle ispira- 
zioni del bello, si spense miseramente : per colpa de' tempi più cbe di 
lai , il quale sostenne con animo invitto i dolori della vita ; ma quando 
ai per la patria né per sé vide più speranza , credè rimedio ai suoi mali 
il suicidio , e fu errore forse più dell' inteUetto che dell'animo. 

Noi qui non poesiemo recar giudizio dei suoi lavori poetici ; ma vo- 
gliamo ripetere coll'Orlandini che > dalla scuola civile di Dante , ricor- 
data per un momento all' Italia dal Tassoni , ma richiamata veramenlc 
a vita dopo oltre quattro secoli dal Parlai, sorsero a breve intervallo tre 
scrittori , i quali ispirati non meno dalla filosofia civile che dall'aura sa- 
cra della poesia |né intendiamo gibdi far paragoni circa all' intelletto), 
coir indole insieme simile e diversa che ebbero da natura, offrono di sé, 
» chi bene li contempli , uno spettacolo singolare : io voglio dire Vitto- 



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16U RASSEUNA HISLIOGRAFICA 

rio AIKeri, Ugo Foscolo e Fraocesco Benedetti p. E il paragooe che l'Or- 
l.-indini Ca de' tre italiani é mirabilmente vero; e aoi lo riporteremmo 
qui volentieri , se non ce ne tenesse la necessiti cbe abbiamo di esser 

Diremo di alcani lavori storici del povero giovane corlonese. Avea 
divisato di scrivere le Vite dsgli illustri eittadini italiani, paragonati 
con quelli antichi di Grecia e di Roma. (M abbozzi di sedici biografie 
furono stampati, dice l'Orlandini, > alcuni anni sono in un volume, 
con manifesta irriverenza alla memoria dell'autore ». l tìtoli di esse 
sono : Filippo Strozzi, Piero Capponi , Niccolò Capponi , Bajamonte Tie- 
polo , Lorenztno de' Medici , Farinata degli Dberti , Niccolò da Unano . 
Dante da Castiglione , Giano Della Bella , Michele di Lande , Cola di 
Rienzo, Francesco Burlamacchi , Francesco Valori , Rinaldo degli Al- 
bizzi, Francesco Ferrucci, Giovanni da Procida. Solamente la vita di 
Niccolò Capponi e quella di Cola di Bieozo ci rimaogoDO perfette, e si 
leggono nel secondo di questi due volumi delle opere del Benedetti. Il 
quale com'era forbito ed elegante scrittore di poesia , cosi era non ine- 
legante scrittore di prosa ; e se più si fosse esercitato in un tal genere 
di componimento sarebbe forse riuscito eccellente. Lavìladel Capponi 
è una breve scrittura piena di fuoco , che si legge da capo a foodo con 
piacere , anco da chi sappia i casi della vita di quell'uomo memorando. 
In fine v' è il paragone di Niccolò con Aristide e con Catone il maggiore; 
e comecché questi paragoni delle cose nostre colle greche e romane 
riescano sempre zoppi , pure ci pare cbe il Benedetti dica bene , che , 
come in Catone , si può dire che in Niccolò finisse l'esempio dell'au- 
sterità ». La vita di Cola è lavoro pifi lungo , dove sono alcune pagine 
belle, vive, ardenti dell'affetto cbe faceva battere il cuore allo scrittore, 
pili poeta che islorico, eppure giusto critico nello scriver del Rienzi, 
ed estimatore imparziale delle sue virtù e de' suoi vìzi. Cola è parago- 
nato ad alcuni Greci e Romani , a Guglielmo Teli, a Michele di Landò, 
a Cromwel e a Napoleone. Ma la somiglianza Ira questi e quello è più 
apparente che vera : Cola fu un gran sognatore , e si contentò di so- 
gnare; di questi quattro nessuno sognò mai cosa che la non si mu- 
tasse in realtà. 

Come lavoro isterico può pur riguardarsi l'Orasione làla Sacra Lega 
àuomo alle cose d' Italia, in occasione del congresso d'Aquisgrana; scrit- 
tura degna di esser letta e meditata ; e I' Oraiione per V anniversario 
delia nascita di Torquato Tasso- 

Basti a noi lo avere accennato così brevemente di questi due v<rioa)i. 
de'quali dobbiamo avere obbligo grande all'egregio Orlandini, cbe, come 
fu restitutore di un tesoro smarrito all' Italia col gran Canoe del Fo- 
scolo, cosi con queste opere del Benedetti é stato restitutore di un tesoro 
dimenticato. 

A. B. 



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l BIRUOGHAPICA 



Genealogia di Carlo I di Angiò , prima generatione , tcritta da Camillo 
Miimi Riccio. Napoli , stabilimenlo tipogr. di V. Priggiobha, 1857, 
in 8vo. Uo voi. di pag. t16. 

L* iavestHara del reame di Sicilia, e degli siati di qua dal Faro 
che dipendeaoo da <]udlo, conceduta rfa papa Urbano IV a Carlo conte 
di Angìò nel 4866, in odio alla discendenza della casa di Svevta, è uno 
degli avvenimenti più fecondi di consegueozo che poesa mostrare la 
storia di qualsivoglia popolo. La valorosa ed infelice resistenza degli 
ultimi Hobenstanfen all'impeto degl'irruenti francesi , la guerra del ve- 
spro siciliano , e le semjH'e rinascenti discordie dei successori dell'an- 
gioino, che per due secoli e mezzo funestarono il mezzogiorno d' Italia 
e diedero occasione o pretesto a tante discese di stranieri eserciti nella 
penistria, brooo descritte, è vero, da storici ripulatissimi , da fedede- 
gni cronisti coatentporanei ; ma se tra i primi eccettui l'Amari, qual 
mai dì loro si studiò di appurare e mettere in evidenza la verità de'lattì 
narrati col raffronto di quella cospicua raccolta de' registri angioini, cbe 
serba il R. Archivio di Napoli? E dico de'registri angioini, perciocché 
quelli del governo aragonese, che ìn Napoli si custodivano, st^iacquero 
a deplorate vicende nelle guerre civili che sotto il dominio spagnuolo 
agitarono il Regno. Ondecbé sommamente preziosi avanzi riguardere- 
mo i pochi volumi ile' Repertorii tuttavia superstiti , cbe ci danno com- 
peodiati i più importami documenti degli aragonesi. Né la serie de'registri 
angioini rimase pur essa incolume se, de'!)79 volumi membranacei che 
la componevano, soli 378 pervennero a noi. Sennonché, la mancanza di 
questi 101 volumi ci é in parte compensata dagli estratti Tormatine nel 
secolo XVII dal valente genealogista d. Carlo de Lellis, cbe di suo pro- 
prio pugno esemplava e compendiava, in una imponente congerie di 
volami , quanto trovò di più notabile nella cancelleria angioina , che si 
riferiva alla storia civile, ecclesiastica e militare del Regno, alla le- 
gislazione, all'amministrazione, agli usi e costumi, alle scienze, alle 
lettere , alle arti, alle industrie , al feudalismo , alla genealogia delle fe- 
miglie ottimati. 

La ricca suppellettile del de Lellis é per bella ventura conservata a 
Napoli da un coltissimo e zelante raccoglitore delle memorie patrie, d. 
Camillo Minieri Riccio, acni mi legano particolari vincoli di gratitudine 
per la somma condiscendenza colla quale mi permise usurruttuare di 
qoe'bei codici, allorché mi occupavo nello illustrare le zecche abruz- 
zesi. Né limitandosi il Minieri allo studio de'corapendii del de Lellis, 
consumò dieci anni della operosa sua vita sugli originali registri del 
R. Archivio, leggendo verso per verso 188 volumi de' 378 superstiti, e 



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162 RASSEGNA BIULIOGRIFIC* 

quanto più importaote ravvisò tra quelle migliaja di docomeuti parie 
irascriveudo , parte estradando. Circoslanze di cui aou posso valntare 
la entità tolsero nel 1B5S a quell'egregio la possibilità dì continuare la 
dotte sue indagioi. 

Sarebbe stalo invero da deplorare se del frutto di tanti atodii il 
Minieri ci avesse defraudati ; ed infatti egli si determinò a pubblicare la 
prima parte di essi net libro che si annunzia , il cui modesto titolo i ben 
lungi dall'accennare alla pregevolissima riunione di documenti che, 
dalla investitura delle contee di Aogiò e del Maine conceduta dal santo 
re Lodovico IX di Francia al fratello Carlo, procede fino all'assunzione 
al Irono di Napoli di Roberto figliuolo di Carlo II; a'qnali aggitune ti 
pili esatta indicazione di gran numero d'allri che in mirabil gaisa po- 
Irebbon servire a rifare la sloria del Regno nel primo mezzo secolo 
del dominio angioino. 

Consta perlanio di Ire parli H lavoro. La prima abl»-accia le biogra- 
fie dì Carlo I d'Angiò, di Beatrice conlessa di Provenza m<^ie di Ini, 
e de' loro figliuoli : Lodovico cbe mori bambino , Carlo II succeas(n« al 
padre e disposato a Maria di Stebno re degli Ungheri , Filippo am- 
mogliato ad Isabella di Villardoino , Bianca maritata a Roberto conte di 
Fiandra, Beatrice data in moglie a Filippo di Curtenai imperatore di Co- 
stantinopoli di mero nome , Isabella a Ladislao re di Ungheria , ed un 
ignoto ricordato nel testamento di Beatrice. Seguita la biografia di Mar- 
gherita di Borgogna , seconda moglie di Carlo I, e della figliuola , omo- 
nima alla madre , che mancò di vita in tenera elk : e da ultimo brevi 
cenni di due concubine di Carlo, Laaduna e Giacoma, e del frutto dei 
loro amori , Carlo avuto dalla prima, Sobucia dalla seconda. 

L'altra parie comprende le annotazioni o, a meglio dire, la indica- 
zione de'documenti sui quali t basato il racconto, e il particolareggiato 
svolgimento de' più interessanti latti storici che male avrebbon potuto 
trovar luogo nella parie biografica. Additerò , fra le altre , come di molta 
importanza , le note : 7 , sullo stemma angioino ; SO , delle trattative dei 
pontefici coir Inghilterra per investire i PJantageneli del reame dì Sici- 
lia ; 36, come a Carlo I venisse l' isola di Corni ; 37 a ii, quali stati egli 
possedesse di fatto di diritto, da sovrano assoluto o qual protettore, 
e del modo di governo nelle terre più lontane dal Regno; 103, BoU'aoi- 
ministrazione della giustizia e sulla repressione de^i abusi; <04, pene 
contro i rei di maestà lesa : 107 , cure per far prosperare le razze dei 
cavalli napoletani ; 408, provvidenze annonarie; (09, ricercbe de'prodoUi 
dei suolo e del mare ; 4 10 , fabbriche d'armi , ed arti belle ; 1 1 1 -, fiori- 
dezza dello studio di Napoli e amore di Carlo I per le lettere e per le 
scienze ; 113 e Ili, edìficii e castelli da lui eretti; Iti, prova cbe la re- 
gina Beatrice mori nel marzo 1t68 e non l'anno prima, come notarono 
gli storici: 1S7, cenni sulle tombe di Carlo I, di Clemenza e di Carlo 



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lUaSBGNA BIBLIOGBAPICi 163 

Hirtelto; 131, falsile delle iscrìnonl del sepolcro di Beatrice presso No- 
oen de* Pagani , e di un privilegio edìlo dal SttmmOQle ; liS, eaumera- 
liODB delle lerre delle qnali Cario 1 infeudò il figliuolo Carlo Del 4S69; 
4SI , viceude della cattiTitii di Enrico di Castiglia fino alla saa libera- 
zione avvenuta il 1393; 189, arresto de' Templarii e conSaca dei loro 
beni, operate da Carlo li; 169, distribuzione delie collette da pagarsi 
dalle terre del Regno per le nozze d' Isabella figliuola di Carlo I che 
prendeva marito nel 4270 il primogenito del re di Ungheria. 

Componesi la terza parte di S3 documenti , alcuni pubblicati dal- 
l'Achery, dal Ducange, dal Ltinìg , dal Papon , altri , e sodo i pia , ine- 
diti. Fra gli ultimi segnalerò i seguenti : IT e T, capitolazione dei comuni 
di Arìes e di Avignone con Carlo di AngiA ; VII , patti da lui accordati 
alla ribellante Marsiglia ; X, il cardinale legato Ottaviano accompagna 
Cario 1 fino ai confini del Regno alla colonnella marmorea, e gli dichiara: 
ab hine in antea est regnum twim, vade ewn Domino; XII, Carlo concede 
alcune terre in Epiro a PpoloCropa; XITeXT, riceve il regno di Al- 
bania e la cittì di Durazzo; XIX, tributo che gli pagano i tuoisini ; 
XXI condotta di Ferrante d'Aragona a'suoi servigi! militari; XXIV a 
XXVIll, privilegii concessi agli studi! di Napoli e di Salerno; XLIII, ar- 
resto de' Templarii ordinato nel 130S da Carlo II; XLIX , Guglielmo di 
Villardoìno assegna in dote il principato di Acaja e di Morea alla figliuola 
Isabella sposa di Filippo figlio di Carlo I. 

Da questi rapidi cenni sì vedr^ di leggeri qual preziosa fonte agli 
indagatori della storia italiana, in uno de' più Tamosi periodi di essa, 
n'a per riuscire questo libro, la cui importanza, risultante dalla scelta 
dei documenti e dalla severa critica della narrazione, fark perdonare te 
mende delle quali per avventura lo sparse il tipografo. La edizione tu 
ristretta a soli 163 esemplari, onde Eacciam voti che il Hinieri non in- 
dugi! a procurarcene una seconda , perché lavori di tal fetta ben meri- 
tano di venir conosciuti e consultati dagli eruditi , e non gib di re- 
stare mere curosìtà bibliografiche. 

Y. Lazari. 



. Diaeono iopra lo stato di Urbmo alla Stmtiià di N. S. Papa Urbano Vili, 
pubblicato la prima volta e dichiarato per cura di Paolo M^zio. 
Roma 1858, di 36 pagg. in 8vo. 

La presente relazione , pubblicate in occasione delle nozze del conte 
Luigi Hastai , nipote di Pio IX , con Donna Teresa Del Drago , fa 
parte lU un codice miscellaneo dell'antica biblioteca Albani, negli aitimi 
mesi dispersa con grande cordoglio di coloro che rammentano i tempi 



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Kìi HASSEONA BIBUOOH«FIC1 

della gloria letteraria, anliqnaria, artistica di quest'insigne e beneme- 
rita famiglia , di cui noa rimane altro se nOD il oome ed i monumenti. 
Ln relazione appartiene agli nltimi tempi del governo dei Boveres^iiii 
Urbino, a^li anni cioè in cui Francesco Maria II, vedendosi mancare 
l'unico figlio natogli in elh gi^ provetta , e di cai non rimaneva altra 
prole se non una bambina, che alla morte del padre, t6t3, non cxin- 
lava cbe !«dici mesi (1), stavasi tuttora incerto se fosse meglio rasee- 
Itnarsi alla sorte preparando la via alla riunione dello stalo suo a quello 
della Chiesa, ovvero tentare di conservarlo alla nipote. La quale nata 
da una principessa toscana , venne fidanzala al giovane grandoca Fer- 
dinando Il Medici. Giustamente irritalo dalle sconve ne volate e dall'inge- 
rirsi In aSari governativi di Monsignor Paolo Emilio Santorio, nuovo arci- 
vescovo d'Urbino, il quale con zelo troppo indiscreto secondò l'impazieoit 
di Urbano VITI, e dei Barberini desiderosissimi d'ottenere per sé Ur- 
bino, di cui per altro non osA contentarli II ponieBce; il duca France- 
sco Maria durante qualche tempo sembri appigliarsi all' ultimo di questi 
parliti. Le due granduchesse vedove di Toscana , reggenti pel graodoea 
che non aveva quattordici anni , avendo spedilo in Urbino il i^ncfpe 
Lorenzo , fratello di Cosimo li , e il ball Cìoli ministro , con Oggetto ap- 
parente di condurre a Firenze la principessa vedova Claudia e la soa 
Bglia, Francesco Maria intavolò trattative all'effetto di avere presi^f 
granducali nei principali luoghi forti dello stato ; misura cbe grandemente 
dispiacque alla Corle pontificia , sempre gelosissima di Toscana ai tempi 
dei Barberini. Perciò armamenti dall'una parte e dall'altra; sicché il Du- 
ca, prevalendo in lui il mite animo e la temperanza dei consigli che resero 
lungamente desiderato dai popoli il suo governo , forse e senza forse 
convinto ancora della legittimitk dei diritti della Santa Sede inqnanlochè 
si trattava della qualità feudale di Urbino; deliberò di non tentare sorte 
doppiamente incerta , rinunciando il feudo al Signore diretto del me- 
desimo , e ritirandosi in quell'amena solitudine della Valle del Hetauro. 
dove passò altri cinque anni , tranquilli si , ma amare^iati da quei pen- 
sieri cui mai non potrà fuggire antico sovrano , ne sia volontarìa la rinun- 
zia ovvero forzata , sia esso Diocleziano o Napoleone (I). 

All'epoca delle trattative con Toscana appartiene il discorso di cui 
teniamo parola ; discorso che , lasciando in disparte tutto ciò cbe spetta 
a governo od altro , non si occupa se non dei siti , dei luoghi abitati , 

H) La Prinnipessa Vittoria, flglia di Federigo Ubaldo priocipe d'Urbino e 
di Claudia de'Uedici , nacque a Pesaro il di 7 febbraio l6St. Il Priocipe fu tro- 
valo morto net di S4 ciugno I6tj. 

(S) VedlHtiRkToai. Anaili d'Italia, agli anni 1613, 46S6 ; Gaildki , Slori* del 
Rraoducato di Toscana , lib. VI , cip. 6; DatcìiiroDa, Itwnoin of the Dutei o( 
IfrMw, voi. IH , pig. SOi-SIO. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 165 

delle strade, e sopratlutto delle cose d'arme. Da tntlo ciò che riguarda 
la Toscana (raspare gelo»a e diEBdenza, e chiaramente si scorge come 
ancora fossero in dubbio le future condizioni del Ducato , piccolo e de- 
bole , e quasi senz'armi, ma pure di qualche importanza, per la sua po- 
sizione gec^rallca , rispetto ai vicini. ■ Fra gli stati confinanti , dice 1 Au- 
tore, nessuno ne ha più prossimo, e al quale meglio si aggiunterebbe 
dopo quello della Chiesa, cbe di Toscana; jl quale, mentre fosse per 
avervi appaTeoz& di legittimi pretesti , È da credere cbe non fosse per 
lasciare cosi buona occasione d'ingrandirsi. » Le fòrze rispettive dei 
due stati vengono poi bilanciate nel mòdo seguente : « Non ha dubbio 
che to stalo ecclesiastico di grandezza e di forza è maggiore di quello di 
Toscana ,. con abbondanza di tutte le cose , e gli uomini delle sue Provin- 
cie conosciuti dai pratici per naturale disposizione di più facile riuscita 
alla guerra cbe delle altre d'Italia ; ma con poca opinione del mondo , 
appresso del qoale sono disprezzabili l'armi di queste stato, per contraria 
massima in chi vede appoggiata la forma di questo governo , che da una 
certa rispettata venerabilità è sostenuta più che dalla speranza delle armi. 
Sono {lerò arrotati in questo stato grandissima quantità d'uomini sotto 
nome di milizie , e distribuite loro l' armi ; e benché sia scarsamente 
abitato, può darne ancora maggiore quantità. Ha quel che possa sperarsi 
da questa qualità di gante in occasione di guerra , si riferisca alla eepe- 
rienta degli altrui successi; cbe quali siano i capitani, li ad oprano con 
sua speranza; e come che in lutto sia da poter fare poco fondamento, dal 
modo che questi sin qui sono stati tenuti, si argomenti il profitto da spe- 
rarne; che non conoscono disciplina, esercizio o visite di fórma, denti 
non obbligate per soldo , per lo più con famiglia, aliente alle loro faccende 
domeslicbe , rifuggiate a questo per godere qualche immunità , che quo- 
tidianamente tengono poi litigio con i governi dei luoghi, per l'Implica- 
zione fra le armi e questa forma di governo. Ha a tutto h rimedio ». 
I Lo stato di Toscana senza paragone ò minore, ma bello e buon 
paese , sebbene potrebbe anch'esso essere più popolato. È governo che 
mostra qualche confidenza di più nelle armi , ma dubbiosamente le tie- 
ne disposte, e con un certo rigore opera anch'esso di troncare ogni oc- 
casione di orgoglio nei popoli. Pure non si trascurano quelle cose che 
profittevolmente possono confarsi al sostentamento di esse. Tiene mili- 
zia ancora questo stato , che h il maggior nervo delle sue forze ; ed è 
più puntualmente armata 'e con propria disciplina, visitata speme ed 
enercitata ogni festa. Si diletta di racc<^liere qualche nomo di profitto ; 
a Livorno tiene qualche soldatesca pagata ed in continuo esercizio; e 
noD avendo altra occasione di guerra , tiene impiegata la sua gente in 
quelle galere , negozio di riputazione e che fa tenere qualche gente su 
l'aria e piccarsi di soldato: cosa di qualche conseguenza, e da ottenere 
alla occasione come di seminario qualche soldato ed nomo di comando. 



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166 RASSEGNA BIBLIOGBAPIGI 

È opìnioDe che abbia in essere più tesoro che la Chiesa , che con sup- 
plemento di qualche milione che potesse sperare da quel d'Drbino, 
come si crede che fi sia , potrebbe dare il moto a gran cose speodeo- 
dolo bene i>. 

Parole che noD appariranno prive di certa importanza, qualora si 
consideri che esse sono dirette a papa Urbano; a qnell'istesso cioi il 
quale, tre lustri dopo all' incirca, fece prova dell'armi sue con qoelle 
di Toscana nella miserrima guerra Farnesiana ; guerra che fu l'ultima 
combattuta tra princìpi italiani , infelice non per grande spargimeato 
di sangue, ma per l'estrema decadenza in essa manifestatasi dello spirito 
e dell'arte militare. Facile è l'avvedersi che lontani sono già gli esempi 
di Prospero e di Fabrizio Colonna , di Gian Giacomo Trivulzio , e i pre- 
cetti del Machiavelli, quando leggiamo i progetti per contrastare VrìÀ- 
no ai Toscani in caso di qualche loro spedizione , con diversive da farsi 
nel Granducato e contro l' istessa Pistoia o contro Scarperia e il Ho- 
gello. Ugualmente lontani sono però anche i giorni gloriosi dei principi 
Urbinati , i giorni di Federigo e di Francesco Maria, i quali, è vero, 
più comandavano a forze esleree raccogliticce, che alle propri» del pie- 
colo paese. « Lo stato é senz'armi, dice la nostra relazione, eccetto 
pochissime mal tenute da' particolari, né tiene altro che una piccola 
piuttosto guardaroba che armeria in Pesaro, a pompa più che a bene- 
fizio di potersi armare bastevolmente per difesa; passeranno cento 
pezzi di artiglieria quelli di tulle le piazze di questo stato tra grossi, 
piccoli e piccolissimi, dei quali la maggior parte e i più grossi sono 
a Pesaro. Nessun luogo di ordinario tiene presidio , eccetto Seniga^ia, 
Pesaro e San Leo; e questi piccolissimi, come per custodia delie porte 
e con non esatta punlualità nelle paghe; piuttosto nome di milizia che 
forma , essendo al lutto trascurata , e mancando di disciplina , esercizio 
e visite. Potrà fare questo stato da otto a diecimila uomini atti al porlo 
delle armi , ma pochi in ristretto atti al maneggiar di esse , come suole 
riuscire dei popoli che si pretende raccorrò per descrizione. Non ha il 
paese in pronto nessuna munizione da guerra , come né modo da prov- 
vedersene in esso, aè uso da fabbricarsene facilmente. Non 6 paese da 
sostentare eserciti né gente forestiera; cbé con questa in due mesi 
sarebbe distrutto affatto ». 

Non possono più muovere a meraviglia i fatti posteriori , né anche le 
cose moderne , qualora si sottopongano ad esame siffatte condizioni de- 
gli ultimi tempi dell'autonomia di una regione la quale un giorno era 
rinomata per la destrezza nelle armi dei suoi abitanti. Oh ! quanto sono 
gi& cambiati i tempi da quei descritti nella bellissima relazione di Fede- 
rigo Badoer , il quale , tornato ambasciatore dalla corte di Guidubaldo IT 
nel 4947, ed esponendo l'ordinanza militare d'allora , spiega come • na- 
sce che quei sudditi siano tanto stimati buoni e valorosi soldati, e molto 



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RASSEGNA BIBLIOORjtPICA 167 

diSbranti da tutti gli altri d'Italia *; quanta differanu corre già cogli anni 
in cui Matteo Zane, stalo mandato dalla Veneta repubblica, nel 4515, a 
quel medesimo duca Francesco Maria , di cui abbiamo veduta la ca- 
dente etìi, loda r indi nazione e- l'attitudiDe del popolo alle armi, nelle 
quali in gioventù si esercita, disciplinandosi poi collo stadio, e non 
sdegnando di passare dalla milizia all'agricoltura e da questa a quella (1). 
I principi italiani del Cinquecento , malgrado tulli i difetti loro, ripu- 
tavano ancora tra i loro doveri come sovrani di mantenere , secondo 
l'iuo dei loro maggiori , la professione e disci[jina delle armi , invece di 
• troncare ogni occasione di orgi^lio nei popoli >; studio infausto quanto 
nefando , di cui, sino ai nastri di, sussistono le lagrjmevoli conseguenze. 
Nel dar termine a queste brevi parole intorno a un documento , 
di cui, ad ogni modo , torna gradita ed utile la pubblicazione , e al 
quale l'editore ba aggiunte pregevoli note , non vogliamo tralasciare la 
segueoie menzione di San Marino , la quale fa fede della posizione di 
questo comune, rispetto ai vicini duchi d'Urbino: ■ San Marino è pic- 
cola terra ; é situata in un monte fastidioso, cbe è quanto la rende for- 
te : ha umore di essere repubblica , e perciò potrà essere cbe non rice- 
vesse presidio da alcuno ; che ricevendolo da chi disegnasse d'occupare 
questo stato , presterebbe colore a San Leo in pregiudiiio della Roma- 
gna. È vista però sempre raccomandala ai duchi di Urbino «. 
Haccarese, 13 di maggio tSSS. 

A. Rbuhoist. 



Monete dei PaUoiogi marchesi del Monferrato, pubblicate da Domenico 
pHOms. - Torino, Stamperia Reale 48S8, in Svo mass, di pag. iO; 
con 7 tavole in rame. 

Violante, figliuola dt Guglielmo il Grande de'marcbesi del Monfer- 
rato della stirpe di Aleramo , ultima delia sua casa dopo la morte del 
fratello Giovanni accaduta il 4 305, chiamò il proprio figlio Teodoro, < 
natole dal marito Andronico Paleologo imperatore di Costantinopoli, a 
succedere allo zio nel dominio del Monferrato. Venne Teodoro in Italia 
nel 1306, ed impalmata a Genova Argentina Spinola, fu il capo-stipite 
di una potente famiglia che , per circa due secoli e mezzo , resse con 
varia fbrluna quella bella provincia , passata poi all'estinzione della linea 
Paleoioga ai duchi di Mantova. 

((] Itilaiione del duralo dVrbino , di M. Federigo Badoer (pubbl. da Vin- 
CBKSO L*iiii| ; Venezia 48(7. — ttelaikmB di Urbino di M. Matteo Zane, nalla 
Relas. degli Ambasc. Van. , Seria 11 , >o1. il , pag. 113 e leg. 



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IfìR RASSEGNA HIBLIOGHAnCA 

Il cav. Domeaico Promis, alUmeote benemerito degli sludii storici 
e numi BUI Itici p«r le aobilissime pubblicazioni ddle monete de'Beali di 
Savoja , delle oBsidionali e d'altre inedite o rare del Piemonte, e di quelle 
della zecca d'Asti , nonché per altri lavori De'qualt la crìtica e l'erudi- 
zione vediamo felicemente asBOciale, aggiunse ora un nuovo titolo alla 
gratitudine dei cultorì della storia e della nummografia d'Italia, dandoci 
ben disegnati ed opportunamente illustrali i conii di quel ramo italiano 
de'Paleologbi. La quale illustrazione alcuno forse troverà nei rapporti 
storici troppo saccinta ; ma dovette essere intendimento del chiarissi- 
mo autore di attenersi in modo quasi esclusivo alle notìzie della zecca di 
que'marchesi , avendo gìk da pochi anni slesa la loro biografia nelle ta- 
vole genealogiche delle bmigtie celebri d'Italia il conte Pompeo Lilla. 

La zecca del Honferrato aperse in Chivasso il marchese Teodoro, 
prevalendosi, come nato di sangue imperìale, di quel sovrano diritto, 
del quale non erano stuti investili i suoi antecessori di stirpe aleramica. 
B gih nel 1310 le nuove moaele marchionali erano io eorso, ed En- 
rico VII le vietava colla grida de'7 novembre; e nel t318, stando a 
Giovanni Villani, lo sleeso imperatore accordava al Paleologo battesse 
tiorini d'oro al conio di Firenze. Le monete cbe il Promis ci mostra di 
Teodoro sono due , l'imperiale imitato dal milanese, e il grosso di tipo 
veneto, destinato, com'è oltremodo probabile, a' commerci orientali; 
nel quale ultimo il chiar. autore avviserebbe una contralbzione , avver- 
tendone scadente il peso. Ha cotal frode non sarebbe sfuggita alta Re- 
pubblica di Venezia si gelosa in materia di monete, che nel IÌS3 aveva 
«cagliato l'anatema sui grossi rasciani ; ed infoiti non mi consta che ve- 
runa l^ge veneta impedisse o sminuisse la circolazione dei grossi 
mon ferrini. 

Manfredi marchese di Satuzzo , della stirpe di Aleramo , ancor avanti 
la venuta di Teodoro , aveva occupalo armata mano il Honrerrato , e vi 
stette fino al 1310, prima usurpatore, poi pretendente. Del suo breve 
governo un raro monumento numismatico ci é pervenuto , uà impe- 
riale , simile a'con tempora nei di Milano , del Pateologo , dei marchesi 
del Carrette e d'Incìsa, descrittoci fin dal 1836 dal Saoquìntiao, ed ora 
fedelmente delineato nel IìIh-o del Promis. 

Successore a Teodoro fu nel 133B il figliuolo Oiovanni , cbe tenne il 
marchesato fino al 7t , e non ebbe in Chivasso la sola zecca operosa. 
Delle dieci monete di lui , offerteci dal nostro autore , segnalerò come 
notevolissime : il grosso di tipo veneto , e quello col nome della officina , 
de Clavasio; due biancbetti , che il Promis gli rivendica, col nome di 
S. Secondo protettore d'Asti, ov'ebbe dominio dal <3S6 Bno alla sui 
morte, ed una maglia di bianchetto coniata nella terra di Honcalvo. 
zecca fino ad ora sconosciute. Né sotto di lui credo s'intralasciasse lo 
stampo dell'imperiale, simile a quelli del padre i* di Manfreitì. 



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RASsemiA biblioqrapica 169 

A GtOTsnDi saocedetle Secood'Ottoae o Secondo Ilo , cbe vìsse vii« 
brevB ed infolice; di lur, qual signore d'Asti, il Promis pubblica dne 
naoTÌ grossi. E giovane parimente morì nell'SI Giovanni II, erede del 
fratdlo Seoondotto dal 1378, di coi non si conosce moneta. 

Ricca serie iUTeoe è quella .che l'autore ci porge del terzo fratello , 
Teodoro, cbe dal 140i trasportò la Bua residenta in Casale e, come 
ragionevolmente si conghieltara , vi apri la zecca. Gtangiacomo figlio 
di Teodoro, abbencbè tenuto abbia per vensett'auni , dal 1i18 al fS,! 
patemi domini!, ci lasciò tanto gcsr«i conii cbe due soli fu dato al Pro- 
mis di pubblicarne ; s'quali potrebbe agginugersi un tOrte bianco (f) del 
peso df grani toscani (6, posseduto ne' primi anni dì questo secolo dal 
valente nammografo Giorgio Vieni , tra' cui manoscritti ne vidi un bel 
disegno. Da un Uto la epigrafe lOHANES lACHOBVS, preceduU da una 
crocetta fra due picciole rose, gira intomo alla croce ancorala, e dal- 
l'altro nel centro sta una accosciala e traversata da una I e nel giro 
U scritta HAnC H0NT15FEBATI. Cosi del non breve governo di Gio- 
vanni III fidinolo di Giangiacomo una sola moneta ci offre il chiarissimo 
autore; e poche pure de'costui fratelli Guglielmo e Bonifazio, quegli 
assunto al seggio marchionale ne) 4i64, questi nell'SS. 

Guglielmo II di Bonifazio ba in qudla vece numeroso seguilo d'im- 
portanti e leggiadri conii , ed é il primo de'Paleologhi del quale atenei 
rimaste monete d'ora. Fra quelle di argento non saprei che motivo 
inducesse 11 nostro autore a non darci inciso, e né anche ad accen- 
nare , il coraebó di Trino , si sconciamente effigiato nei terzo dell'Ar- 
gelati, unica moneta che ci sia nota della quinta zecca de'Paleologhi. 
Molto opportuna cade la osservazione del Promis sull'arme gentilìzia di 
quel casato , e sullo sbaglio del conte Lìlta cbe pubblicò per tale l'aquila 
hicì[»te dell'impero, avente sul petto le insegne dell'ordine costantiniano, 
laddove era da riprodurre quella che appare sulle monete , caricata il 
centro dello acadetto del Monferrato , e divisa in quattro campi, 1.' aquila 
imperiale, S.' Gerusalemme ed Aragona, 3.* Sassonia e Bar, 4.*Paleó- 
loghi. Sulla doppia delineata al numero S e sol rolabasso numero 10, 
ravvisa l'autore , nella impresa particolare di Guglielmo II , una pianta 
di lempervivo, con attorno m;;!)! che pajono fiammette atcendtnti verso un 
piccolo vaio al rotieino eome per riceverle. Se questa impresa È cosi in- 
dicata da' contemporanei come quella assunta da Guglielmo, sarebbe 
vano il ravvisare piuttosto nell'arbitrario disegno del coniatore on fratto 
d'ananas , f6rse di quella varietii più acuminata , nota sotto il nome di 
ananas del Monferrato , su cui spruzza l'acqua un annaffiatoio a bocca 
arrovesciata. 

La squisitezza dell'arte cbe nelle monete di questo marchese e dei 
suoi successori si manifesta , e che le accomuna co'più bei prodotti del 
buliso usciti in quell'epoca dalle precipue zecche d'Italia , non ha però 

AICH..'>T.ÌT., Kaura Serie , T.VII, P.ll «i 



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' t70 RASSEGNA BIBLIOGRAPICA 

condegno riscontro nella bonU de'metalli da qae'delicati conii impron- 
tati ; questa anzi scade cosi cb« , scopertosi nel loro assaggio come il 
valore intrinseco fosse inferiore al nominale, ed essendosi rapidameote 
d'ogni parte diffusi , siccome sempremai delle cattive monete interrieoe , 
anche le provincia della veneta Lombardia ne vennero inondate. On- 
decbé il Consiglio dei Dieci colle termina^oni de' SS marzo 1&17 e d»- 
gli 8 giagnolSIB, di talune di esse vietava la circolazione entro a'coo- 
flni della Repubblica. Cosi Carlo II duca di Savqja nel settembre del tSt9 
bandiva molte di quelle di Bonifazio II, figlio e successore di Gu^ielmo 
il 1518; la cui serie, sebbene inferiore a quella del padre, nella venu- 
stìt de'coDti l'agguaglia , se pur non la vince. Lo stesso diremo delle mo- 
nete dell'ultimo marchese, Giangioi^io zio di Bonibzio, che tenne il 
Monferrato dal ISSO a! 33, morendo in quest'anno senza disGendeDU. 
Perciò il feudo dopo un interregno di tre anni , ne'quali fu arominì- 
Strato per l'impero da don Alvaro dì Luna, aggiudicò Carlo T a Mar- 
gherita Paleologa, sorella di Boni&zio II e moglie a Federico Gonzaga 
di Mantova. Né stette inattiva per quel triennio la zecca di Casale , e 
d'essa il Promjs ci fa conoscere monete effettive col nome e le armi di 
Carlo V, ed altre eziandio la cui battitura tu decretata , ma o ohe dod 
si coniarono D non giunaero a noi. 

Brevi cenni sulle monete di conio che nel Monferrato ebber corso , 
dal secolo XI al XTII, chiudono questa interessantissima monografia. 
Forse che delle poche osservazioni che mi permisi di farvi , il chiaris- 
simo autore ne troverà alcuna o fneossistente o non abbastanza giosti- 
ficala; ma avrà in esse una prova della molta attenzione con cui lessi 
e ponderai questo bel volumetto , ch'é tate da consolidare ognor piti la 
eminente bma che il Promis gode in cima ai cultori della italiana na- 
mismatica. Piccini drappello invero , e che si va ognor più restringen- 
do , non perchè v'abbia chi disconosca i sommi aiuti che questa sciena 
porge alla storia , ma per le gravi difficoltà ch'essa presenta , tenlaodos) 
dai più , oggidì , conseguir molta fama con poea o nulla fatica. 

¥. Lazahi. 



Dticrijtione della «olmn^ Legaakme dei Cardinale Carta Barberino a Pi- 
Kppo V, nuovamente j>i}ita in Iw» eo. per cura di P. £. Viscohtl 
Roma issa, di x e 428 pag. in 8vo. 

Nell'aprile deltlOt, essendosi dato principio nella povera Italia, con- 
dannala ad esser campo di battatele non sne , a quella guerra della soc- 
cessione spagnnola, che non cessò, e nemmeno compiutamente, se 
non colla pace dì Utrecht, Filippo V. re di Spagna secondo il testameoto 



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RiSSEGNA BIBUOGRAFICA 174 

di Carlo fi, venne io Ilalia , a prendere, di nome almeno, il comando 
dall'esercito gallo-Ispano. Arrivalo per mare a Napoli il di 46 del detto 
Dwse, fu benissimo accolto da quel popolo, il quale , dal tempo di 
Gallo T in qua , non aveva più veduto il proprio monarca , ma aveva 
conosciuti troppi viceré, per non fare la giusta distinzione tra sovrano 
fl governatore ; distinzione la quale non poco coutrìbul , trentadne anni 
dopo, at saldo stabilimenlo della dinastia Borbonica. Trovandosi nelb 
vicina metropoli il giovane monarca , Papa Clemente Xf , fino dal 23 no- 
vembre 1700 inalzato al sommo onore del triregno , nonostante il suo 
desiderio di rimanersi neutrale tra le case di Absburgo e di Borbone; 
desiderio cbe nell'anno precedente l'aveva indotto a ri6ulare, colle ne- 
cessarie riserve , il tributo delta Cbinea ofiertogli nella festa di S. Pie- 
tro a gara dagli ambasciatori delle due case ; credè non poter passarsi 
di nn atto di complimento verso Filippo, massimamente avendo qoéstì 
spedito in ambasceria straordinaria il marchese dì Lonville. A tale atto 
di complimento o d'urbaniti, ohe non doveva pregiudicare la questio- 
ne dell'investitura, fu prescelto, in qualità di legalo a latere, il cardi- 
nale Carlo Barberini , primo prete , del titolo di S. Lorenzo in Lucina , 
più che settu^enario, e che nulla aveva ereditato delle spirito e delle 
doti d'Urbano VILI suo prozio t il cui successore Innocenzo X Io creò car- 
dinale nel 1668. Qualità negativa, che (orse, colle positive del grado e della 
nascita, contribuì a determinare la scella della persona. L' Eminenti ssi- 
mo, astenendosi dall'entrare in materie politiche, doveva esternare al 
re il paterno affetto del Santo Padre, e presentargli regali, cbe il 
buon Novaes dice * più preziosi per la devozione che per la materia ■. 
II legalo sfavasi ancora a Napoli quando il re imbarcossi colà il di 3 giu- 
gno, passando per Livorno e il Finale in Lombardia, per trovarsi poi 
alla battaglia, dubbia, di Luzzara presso Guastalla, del 1S agosto 1708, 
per la quale Eugenio di Savoia e VendAme fecero intuonare ambi due 
il Tedeum. Là legazione del cardinal Barberini era, come si disse, di 
mero complimento ; ma non perciò venne meglio gustata dalla parie 
imperiale, dimodoché lasciò Roma l'ambasciatore di Giuseppe 1, il conte 
di Lamberg, e non fa ricevalo a Vienna il nunzio monsignore Spada. 
La propensione , già sin d'allora manifestata , del Papa per la causa 
dei Borboni , Io mise poi in quel gravissimo dilemma, pel quale, nel (707, 
l'istessa capitale pontificia videsi minacciata; quando il conte Daan, 
poco curando le ponliflcie proteste, passò per la campagna romana inca- 
minandosi alla conquista di Napoli. 

Della predetta legazione del 170S stese ampia relazione Francesco Bian- 
chini addetto alla medesima in qualità di storiografo, uomo ugualmente 
erudito nelle scienze fisiche come nella storia e nell'antiquaria, e di 
anubedue benemerito. SiSatta relazione , data alle slampe nel 1703, viene 
ora riprodotta dal eb. Visconti , il quale tiene quella carica di com- 



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173 RASSBliNA BIBLIOGRAFICA 

niisMrio delle Bulichila romane già dal BiaDcbIni ocoopata. Diede occa^ 
sitme alla rislampa l'esaltazione alla porpora, nel di 15 marzo dell'anno 
corrente, di Giuseppe Milesi Pironi Ferrelti , già operosiasimo e lodate 
ministro del commercio e dei lavori pubblici , ora cardinale legato di 
Bologna. Se il Bianchini , durante la legaaioae , osò della medaaima di- 
screlezza in cose iwlitiche di cui la. prova in questo scritto , noo per 
colpa sua si sarà divulgalo alcun segreto (se pare dei segreti ve ne fu- 
rono I ) I né accagionatogli il richiamo dell'ambasciator Cesareo I Giacdtè 
non una parola, non una sillaba aocenna alle grandi e piccole questioni, 
e il lettore si trova proprio a far parte > dell' innumerevide concorso ■ 
in occasione dell' udienza solenne di Sua Eminenza \ concorso per coi 
rimasero n chiuse le antiporte s, dimodoché anche dall'anticamera dw 
si ebbe il bene di vedere dentro ■ cbe Btrettameote col favore di tarsi 
cristalli t. Se questi tersi cristalli somigliavano alla retazìoQe , sì sari 
saputo quando l'eminenlissimo legato lasciava la berretta, e preso il 
cappello sopra il berrettino, e in che modo fu incontrato, e cook le 
due Sedie pel re e il cardinale stavano in eguale linea e nel medesioM 
piano, e godevano senza alcuna distinzione del baldacchino, e altre cose 
slmili ; ma non si sarà compresa a l' indole generosa del re > , di cui 
a monseignenr s il legato rimase convinto, i benché nello spazio di 
poco più di un qutirlD d'ora, a Al lettore per6 dispiacerà molto di dod 
sentir parlare se non d'udienze e di cerimonie , ripensando alla bella 
occasione che sarebbe stala questa di dipingere le condizioni del regno 
e del popolo Napoletano ; condizioni che devono essere state assai sin- 
golari in quegli esordj di nuovo regno, dopo quaranta viceré o go- 
vernatori generali sopportati sin dai temi^ del ■ Gran Capitano i. Vi- 
ceré dei quali l'ultimo, di nomina Absburgbese, era stato Don Luigi della 
Cerda, Duca di Medina Celi, il quale l'anno precedente, poco dopo la 
morte di Carlo II, soffocò col sangue il tumulto fatto in favore d'Au- 
stria, pel quale venne mozzo il capo a Don Carlo di Saogro San SeverOt 
mentre fuggiasco andò a morire a Vienna Don Gaetano Gambacorta 
principe di Hacchia, penultimo di quei Gambacorti pisani dei quali tanto 
parlano le istorie toscane. Non mancò dunque l'occasione di fore nn 
quadro storico: ma non domandiamo ciò che non era né dell' intMi- 
zione né, forse e senza forse, permesso alla penna del Bianchini: non 
mettiamo la descrizione d'una ambasceria di ^la a confronto d'una 
relazione d'ambasciatore Veneto ! 

Non v'é però scrittura storica che sia interamente priva d'interasse ; 
e cosi accade anche di questa narrazione. Senza accordare soverchia 
importanza alla pittura di scene , di costumi e d'usanze pari a quelle 
di cui Francesco Bianchini e' informa con una minnteiza , ( in modo 
{ripeto le parole del ob. editore] quasi da parere eccessivo, > l'accettiamo 
però di buon grado qual aumento di storico corredo. Di piò, ci serve a 



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RASSEGNA BlBLIUGBAnCA 473 

aUbilire oonfrouti i»ac«voli tra i giorni nostri e il modo di via^iare in 
OD tempo che voleva cinque giorni per andar da Porto d'Anzo a Pouocdi , 
e non meno a raffigorarci l'antico stalo della città e fortezza dì Gaeta , 
poco mutata dipoi, se si eccettuino le opere di fortificazione, e ddls 
riTìera di Ghiaia, oggigiorno malata di molto , allora esclusa dalla città e 
da breve abbellita colla villa reale per opera del già nominato Duca di 
HediOB Celi. Il chiarissimo editore di leggieri avrebbe potuto aameDtare 
r importanza della narrazione, aprendo il tesoro delle sue cogniiioni, 
vaste in ogni ramo delle cose romane. Egli però ha giudicato non dover 
aggiungere una sola riga , né anche oorreggere l'ortografia di nomi 
stranieri , |»iTando ooel il lettore del piacere di attingere alle note sue 
date sicure sulle molle persone nominate, su i cardinali Cantelmi e 
FraDcesco Harìa de' Medici, il quale ìnnlllmeate dovè deporre la por- 
pora per tentare di ravvivar la famiglia vicina a spegnersi , e Toassaint 
dì Forbin^anson , e Lagrange d'Arquien, cui incontiiarao insieme alla 
Sglia Maria Casimira vedova dei prode Sobieslci , e sopra quel Matllard 
de Tournoo , che mori cardinale e prigione a Macao, e sul viceré Duca 
d'Asoalona , che successe al Medina Celi dopo la congiura della quale 
si fece menzione. Cosi rimanendo privi dì ogni sabìarimento, tutti 
questi personaggi non fanno altro effetto se non di OMnparse. Speriamo 
che in altra occasione il chiarisBimo Visconti c'indennizzerà dell'attuale 
suo «ileozio. A. R. 



Cmni titOfSci intorno la vita dilV A. R. di Z.ui^ Carlotta di Borbone, 
Infante di Spagna , DucAeata di Samonja. — Roma 4858, di US pagg. 
in 8vo. 

Nella prims pagina di qaest' opuscolo, pobMicato per cura del Conle 
Gio. VimercBli di Crema , vedovo della principessa di cui descrive la 
vita , incontrsDsi in quindici righe non meno di sei madornali errori. 
Elisabetta Farnese non era figlia del duca Ranuzio , ma del principe 
Odoardo Farnese ; non sposò Filippo IT ma Filippo T ; non fa erede di 
Guastalla, giacché Guastalla era dei Gonzaghi. Carlo HI divenne re delle 
Due Sicilie non nel 4716 ma nel t734, e t'Infinte Don Filippo, non terzo- 
genito ma secondo dei figli d'Elisabetta, non mori ■ miseramente in una 
oaccìa reale , ■ ma di vaiuolo in Alessandria , dove aveva accompagnato 
la figlia destinata a divenire principessa delle Asturie, e poi regina di 
Spegna di tristissima memoria. Né sono di natura da produrre impres- 
sioiie più favorevole il giudizio sul Condillac, che diresse l'educazione del 
giovine duca Ferdinando di Parma [il Du Tillot é dimenticato), né le os- 
servazioni plateali sulla Spagna ai tempi di Carlo Hi e lY, né finalmente. 



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174 RASSEGNA BIBLIOGBAPICA 

per tacere di altre cose, le note biUtograflche sui Hss. e cimejj del Com- 
mendalor Francesco de' Rossi, testimonianze d'ingenua ignorama. Ha 
non vogliamo esser troppo severi con una scrittura , che ad altro non 
pare pretenda , se non a rendere nn tributo alla pietb , all' umiltà , alta 
clemenza e all'indole beneHca d'una principessa, che nell'angusto cer- 
chio in cui essa passò i due ultimi decenry, ebbe sinceri amici , e di- 
mostroesi veramente desiderosa di sollevare l'umana mìterìa, se dod con 
carità molto illuminala, almeno con buona volontà e con molto affetto. 
I presenti cenni storici contengono però una parte la quale vera- 
mente entra nel dominio della storia; ed è quella che tratta della 
erezione del regno d'Etrurìa, della morte del duca di Parma, dell'esìlio 
e della prigionia della regina d'Etraria, madre della principessa Luigia 
Carlotta e di Carlo Lodovico, duca abdicatario di Lucca, poi di Parma, 
dove regna tuttora , dopo à strane e dolorose vicende , il ramo terzoge- 
nito dei Borboni di Spagna. Nemmeno da questa parte si è saputo trarre 
profitto, ma pure essa contiene vari particolari che possono servire ad 
illustrare quella storia né gaia nò bella, che riguarda in gran parte gli 
annali della Toscana , nei giorni precedenti a quelli da uno scrittore mo- 
derno detti I pallidamente sereni b ; espressione che avrebbe del vero, 
se Don ne avesse diversamente determinato il colore la Coscrizione napo- 
leonica colle guerre di Spagna , di Germania e di Russia , e l' irremedia- 
bile scissura colla Chiesa, e l'essere ridotto a provincia un paese che 
ha tanto vigore e tanta necessità di vita autonoma. La storia della regina 
d'Etrurìa, quasi dimenticata in mezzo ai grandi avvenimenti che segna- 
rono l'epoca dell'apogeo della potenza di Napoleone, ò contuttociò solenne, 
e in certo modo tremendo documento degli eccessi a cui può giungere 
il dispotismo sciolto da ogni freno o riguardo. Questa storia , che mag- 
giormente commoverebbe ove l'interesse ispirato dalle persone equiva- 
lesse a quello dei fatti, è slata illustrala ultimamente per mezzo di al- 
cune memorie particolari, giunte a corroborare le « Mémoire$ de la lltme 
iTEtntrie écrils par elle-mime, traduits par M. Ltmierre iTArgy, * opu- 
scolo stampato a Parigi subito dopo la cadala di Napoleone nel tSU, 
e che porla tutta l'impronta del tempo. Nel 485i si videro escire alla 
ìaee in Firenza io Memorie sulla tentata fiiga della Regina d'Etrurìa dal ter- 
rtiorio francese nell'anno 1809 fcioè 1811), la maggior parte delle quali 
vien formaU da un diario di quell'infelice OasperoChifenii, negoziante 
livornese, dall' incauta regina spedito a Palermo onde ottenerle ì mezzi 
di sottrarsi alla sorveglianza della polizia francese, scoperto e condan- 
nato a morte insieme a Francesco Sassi, altro confidente di Marta Luigia, 
e fucilato a Parigi il di 16 luglio 4814. Coll'aiuto delle predette Memo- 
rie e di ciò che ne raccontano le storie moderne francesi, di lettere, di 
note manoscritte, tra le quali quelle del cav. L. Manuucci , implicato nel 
processo, e d'altri materìali, l'autore del presente articolo compose la 



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RASSIONA BIBirOOIUPICA 175 

narrazione « Der FhuMvertuehd^KSmgmvonEtmrien, > ohe si legge 
nel sesto volame della raccolta che ha per titolo : Beitrìlge sur ilalim*- 
tcAm GtKbkhU. A. R. 



Rapport fait par M. Ad. Bargnet sur da MamacriU eomxmant ehUtoin de 
Belgique, qui u Inuvmt dona eertamei bibUothèques d^ Italie. Brtis- 
selles 1897, 96 pag. io 8vo. 

Il signor Adolfo Borgoel, professore nel l'Uni Te reità di Liegi ed aatore 
di pregevoli lavori sulla storia della sua patria (1 ) , nel presente rapporto, 
lello il di 3 agosto dell'anno scorso alla R. Commissione di storia del M- 
gio (cbelo Stampe nel suo Bullettino, Il serie, X voi.), rende conto dei ri- 
saltati d'uD suo viaggio letterario in Italia, intrapreso nella primavera 
medesima per commissione del ministro dell' Interno ; viaggio troppo ra- 
pido per studi seri, ma cbe bastò al dotto professore per bre una riviste 
generale di ciò cbe di più importante trovasi nelle biblioteche Vaticana , 
Casanatese, Tallicellìana, nella Barberiniana e Coreinisna, nella Mediceo- 
Lanrenziana e nella biblioteca del l'Universi tè di Torino, finalmente in 
quella di Berna. Oltre a varie cronache latine, francesi e fiamminghe, e a 



(4) L'anoaU 1866 dei BuUattu dt* M^eet d» la dot» dee ImItm dtf finadé- 
mi» tvyak ìm kìmcm «ic. de BelgiqM (Bruu, 4867) conUene, • pag. 867-176, 11 
rapporto del tlgnor Borgnec sulle memorie preseotate alla R. Accademia iotomo 
alla questione dalla medesima proposta, u Carlomagao si; aalo nella provlada di 
Liegi? 1 risultali della discussione su tale argomento non sono stati sodlsbcenlì, 
né paleriDO esserlo, avendo di g'à notato Eginardo nella vita dell'Imperatore: 
de tutu» natMIaU atqu« tufimcia, otl ttiam pueritta , qwa ntqtit (pr^lii tM^uom 
atiquid decloralwn «I, neque utriiguant moda nipertsie videtvr gtu horum n 
dicat habtre nolflium, icribtre ineptwn hidicaìv , ad ochu si more» eeitnuqv» 
viiat lIKui fortes «scpUeandal ae damonjlrandoj , oaissii ircocritis , Iraiaire dt- 
iponU. Letto l'altro discorso del signor Polaio, il quale coDclude cbe Carlomageo 
DOD è nato netl'Austrasla , ma libbeoe nella Neustrja ; né nelle proTlncìe renane 
né nella Gennaoia centrale , come da parecchi si vuole , ma nel territorio che 
piti tardi venne chiamato ila de Fra^ee , dove la pili antica tradJiione pone la 
di cui rulla, dove )o vediamo comparire la prima volta , all'età di dedlcl anni , 
nel 7K4 , in occasione della traslazione del corpo di San Germano vescovo di 
Parigi ( ivi, pag. T;6-3U, e secondo discorso, pag. S37-644, in cui si cerca di 
stabilire l'anno 7i8 come quello della nascita) , l'Accademia concluse di non de- 
cretare il premio proposto. Invitando a nuovo concorso, all'effètto cioè di 
stabilire l'origine belgia dei Carolingi e di discutere i btll della storia del me- 
desimi che si connettono col Belgio ( Rapporto del professor Arendt dlLovanio , 
ib. pag. 496-MO). Il premio dovri essere aggiudicato nell'anno corrente. 



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f76 RASSEGNA BIBLIO&KAPICA 

pu-eochi di quei poemi canllereacbi che in namero piò o moDo grande 
esJBtoDO in tutte le blblioteohe, si tratta maggiormoatedidocameDtJ e di 
scrittori dei Becoli XTI e XVII, cioè dei tempi in cni la domioafiODe Spa- 
gnola pareggiava in certo modo le Gorti di gran parte d'Italia e dei Paeei- 
bassi, non esclusi quegli stati italiani che ccnEervavano governi chi [hA 
chi meno indi pende mi. 

Non è nostro assunto di discorrere nel presente luogo dei materiali per 
lasloria del Belgio, dovendo limitarci ad accennare al lavoro del profes- 
sor Borgnet; il quale, quantunque troppo breve e sommario, pure con- 
tiene buon numero di utili indicazioni per chi vorrà inlrapreodere studi 
intorno a tali materie. Il lavoro, ripetiamo, è troppo breve e sommario 
peròhè ai possa giudicare della qualità e del tenore dei documenti, 
contenendo per lo più i sedi titoli, e questi ancora speeso incompleti e 
mancanti di notizie sia storiche eia letterarie, eccettuati ì casi in cui si 
tratta di opere maggiori, sieno esse cronache o poemi di cui, or scmo 
parecchi anni, si è intrapresa, per cura delle Commissione storica bdga, 
vasta colleiione. Si sarebbe desiderato esame più accurato e maturo di 
quello ohe le circostanze non permisero di bre al eh. Autore, onde Indi- 
care ciò che di quel cospiouo numero di carte, che, per esempio, stanno 
nella biblioteca Ottobooiana e io quella della regina Cristina unite alla 
Vaticana, come pnre nella Vallicelliana ricca di cose del Seicento, e poli- 
tiche e religiose intorno al Giansenismo, é inedito ovvero stampato. Di 
tali dati però c'è intera mancanza; cosicché non troviamo fatta menzione 
nemmeno degli studi né delGachard, né dell'Alberi , né dei dotti Vene- 
ziani, intorno alle Relazioni venete di Francia e di Spagna indicale dal 
sig. Borgnet. 

Non vogliamo passare sotto silenzio che si cita a pag. 59 , come esi~ 
stente nella Vallicelliana, una relazione di Spagna del (60^.di Damiano 
Bernardini , ambasciatore della Repubblica di ... . [supponiamo Lucca) 
e a pag. 87, una cronaca francese relativa a Pisa, che sta nella biblioteca 
di Berna. 

A. a. 



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NOTIZIE VARIE 



Auoeiasùme a fine di dare al Profeuore LitcìAHO Scuabblli i messi di 
pubblicare la tua Stmia dei Ducati , e i «uot Iugvnabvli della 
Staipi. 

È Doto Gb« l'egregio Scarabelli. nostro collaboralore ed amico, ha 
scritto una storia dei Ducati di Parma , Piaceoza ec. , delia quale i due 
primi volumi sono gii stampati da molti anni , ma non pubblicati ; e la 
loro pubtdicazione non può avere effetto se prima non si trova il mezzo ' 
per istampare i due che rimangono. A questo fine si mise fuori un ma- 
nifesto d'associazione ai quattro volumi di essa storia ; e noi vogliamo 
unirci agli altri amici dello Scarabelli , pregando gli Italiani che non sj 
tirino indietro da quest'opera buona , la quale sari al tempo stesso 
dimoelrazione di affetto agli studi storici, e di stima alio Scarabelli, 
che molla stima merita pei suoi lavori e pei suoi propositi. 

Insieme alla Storia dei Ducati, si è aperta l'associazione a un'altr'opera 
dello stesso aub»^, intitolata: /nctmobuJt della slantfM; lavoro, come 
ognuno intende , nuovo ed utile , nel quale saranno illustriate parecchie 
CMitinaia dì paleotipi. 

I quattro volami della Storia, in 8vo grande, costeranno ft franchi 
per Tfriume; il volume degli hamabidi, in ito a due colonne, 12 fran- 
chi agli associati della Storia, 15 agli altri. È hbera l'associazione 
all'una opera o all'altra, o ad ambedue. A. B. 



BlBLiOTBCA STOBiCA PBKiiGiKA , OMto rooiolta d'opere medile Mitiche e mo- 
derne , ritffuardatOi la storia ecdetiaetiea , àvile , artistica e letteraria 
della città di Perugia e suo contado. 

I signori conte Giancarlo Conesta bile, abate Raffaello Marchesi, aba- 
te Adamo Rossi e conte Alessandro Ansidei , pubblicando il tnanifetlo 
d'aeioeiasione a questa BiblitOeca perugina, danno il catal<^ delle opere 
che si propongono di pubblicare ; le quali sono : i Falli e guerre dei Pe- 
AacR.ST.lT., yuopaSerie, T.Vli, P.ll i3 



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178 NOTIZIE VARIE 

rugini, coti eitertte come civili , dal pontificato d'Innoccnso Vili a quello di 
Siilo y, di Cesare Crigpdti; le vite di Astom Baglioni , e di Àicanio deUa 
Corgna; il {amento di Perugia, di LorenM Spirito ,' le principali famigRe di 
Perugia ; la mtm dei vescovi perugini di Giuseppe Belarti, con aggiunte di 
Annibale Sfariolti; le lettere pittoriche di Amtìbale Mariolti ; la ttorìa del- 
rAeeademia delle Belle Arti in Perugia, di A- Ansidei; lo spoglio deUe ma- 
trieole dei collegi di Perugia, di Ann^aie MarioUi; le memorie boriche 
del Toonattero di San Pietro di Perugia , delfordiae di San Benedetto, di 
D. Mauro Bini; lo spoglio dei libri delle tommisgioni ; le memorie per 
una storia civile ed ecclesiastica , della città e contado di Perugia, divita 
ne' suoi rioni e porte, di Annibale Mariotli; la silloge epigrafica latiaape- 
rugina; Vindice ragionalo delle pergamene degli archivi deeemvirale e co- 
nomoale, di Giuttppe Belforii ; gli elogi degli uomini illustri perw^mi , di 
Filippo Alberti e Cesare Alessi; la storia della cattedrale di Perugia; le 
memorie sugli istituti di beneficenza in Perugia; lo spoglio dello staluto 
del ÌVI9; la raaooUa di lettere relative alla storia di Perugia; Il saggio 
di memorie e di monumenti inediti di letteratura perugina, dal IMO 
al 16M, di Q, B. Vermiglioli; la guida di Perugia; gli annali o rieordi 
drile cose di Perugia, di Raffaello Somì; la leggenda di Sant'Eroolano: il 
(«toro di memorie e documenti concemerUi la storia di Perugia , dupoftì 
per ordine cronologico. 

A. B. 



Cùlle%ione d'opuicoK inediti o rari, per cura di PitTRO PuccàDMi. 

L'editore parmense Pietro Piaccadori aananiia cbe darà princìpto 
» qneata eolleiione , la quale conterrà scrittore del secolo XV , in b- 
tioo, in volgare, in provenzale e io vecchio fraocese. Disegno loda- 
tole, che potrà recare molU utilità agli sludi letlerali, col mettere io 
luce le cose inedite del secolo (piinlodeeiroo , e col rìngiorsnÌr« le di- 
menticate; essendocbè di quel aecob non siasi fatto tn qai giuilo giv- 
dizio dal più , meritando esso nella storia della lelleratan un luogo 
che forse non si è saputo assegnarli. Oltre di che tali scrjtti, latini, [»t>- 
venzali e Trancesi , potranno conferire assai agli studi sulle origini della 
lingua , e anco per questo recar alile alla nostra letteratura non piccoki. 

La pubblicazione s' in co mi nei era cotfanno nnovo, e noi stiamo con 
piena fiducia ch'essa corrisponderà ai desidèri di chi cerca nei libri 
non un vano dilelU), ma l'utile vero degli studi. 

A. B. 



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NOTIZIE VARIE 



Memorie della Reaie Aacademia delle Seittut di Torùw. 
. Serie 11, Todki XVII. 

Qaeslo anovo volume , nella Clone delU SeienMt Mandi, SlorieÀe e 
FibAogiehe , contiene : le AggittnU e correxioni al capa primo Mie iieri- 
lioni eruttane antiche del Piemante, concemenle ai primi vueovi della cillà 
SAlba, di Costanzo Gazzera; la Loùonia eontiderata nelle datti e nel 
numero dei tuoi a&itanti, per Amedeo Peyron ; degli teritti di Emamàtte 
Filiberto Duca di Savoia, Ctnni di Ercole Uloolli ; e le Bedterahet JUtto- 
rifuu et criti^Mi tur Vttprit de* Une de Nontei^uieu , par FrM^rìc 
Sclopis. Dei C«nni del signor Ricotti già rese conio il signor Luciano 
Scarabelli nella seconda parte del sesto volume di questo Archivio Sto- 
neo; nel qoale ftperùmo di potere in progresso prendere io particolare 
esame i molti ed egregi lavori risguardanli la storia , cbe si sono pnln 
blicati in queste Memorie della benemerita Accademia Torinese , e ren- 
der conto di essi con quella larghezza cbe meritano. A. 6. 



TobMla Colon. Yener. Com. Pompeit , guam dtauo ncognitam edidit 
Josipa FiOBKLLi. — Segment. 1. II. 

Abbiamo sotto gli occhi le due prime dispense di questo stupendo 
lavoro che va pubblicando ìl signor Piorelti di Napoli , del quale gib fu 
dato cenno tra le notizie varie della nostra ultima dispensa. L'opera ò 
sempre troppo indietro 4)erobò possa farsene soggetto di ano speciale 
rendiconto, il quale però sari fottoa pubblicazione [hìi avanzata o ter- 
minata, secondo che parrà meglio conveniente. Intanto all'egregio ar- 
cbetrit^ napoletano mandiamo le nostre congratulazioni , le quali non 
potranno mancatali da nessuna parie d' Italia. A. B. 



Delia Raccolta NumìtmaUea della Imp. Reg. Libreria di S. Marco. Infor- 
maaiome del dtat. Vihcbkzo Lazabi , direttore del Mitteo Correr di Ve- 
netia. — Wien, aut der K. K. Hof. und Slaattdrwkerei , 4858. 

In questo breve ma importante opuscolo del signor Lazari , che tutti 
ooDoacono per uno dei più insigni nummograB italiani, detto prima delle 
Origini della raocolla della libreria di S. Marco, e della SittemaSMMM a(- 
tttale, sì dh una ^Kwisione ordinata della medesima , e alcuni Cenni sui 
pexsi di maggior riffuardo, delle sei classi di questa raccolta, le quali 



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180 NOTIZIE VARIE 

sono: *; Monete di città, popoli e re, comprese le coloniali; t.' Ho- 
nete romane ; 3.* Honete del medio evo e moderne ; i.' Monete orien- 
tali ; 5.' Serie veneta ; 6.* Medaglie del mediavo e moderne. Le natura 
del nostro annnnuo non ci permette di entrare ne' particolari di que- 
sto opuscolo , estratto dagli Atti della Classe delle scienze storiche del- 
l'Accademia di Vienna ; solamente abtàamo votolo dame qnesta bre* e 
notizia ai nostri lettori. A. B. 



Sforili dtlPArdtUeltuni in Itaiia. dal seeoio IV al Xrilf, tcriUa dal mar- 
chete Amico Ricci ; Tolame I. — Modena , pei tipi della regio-dacai 
Camera , 48K7, in Bvo gr. , di pag. 630. 

La importanza e gravità del snbielto che il marchese Amico Ricci 
ha impreso a trattare con pienezza di fatti , con maturità di giudizi , 
alatati e dichiarati da copiosissima erudizione e da testimonianze sto- 
riche e diplomatiche, non ci consente di poter render conto della sua 
opera ^«ttolosa mente. A recarne un esame e un giudizio qualunque si 
richiede lettura attenta e posata , accuratissima meditazione. Ci lini- 
liamo adunque ad annunziarla al pubblico e a congratularci eoo l' Ila- 
lia, che Analmente per le nobili e lunghe foticbe di questo signore, 
già per antichi benemeriti verso la storia artistica onorando, essa ab- 
bia la storia della sua architettura, che finora le mancava, ed era de- 
sidera tissim a. Intanto, acciocché si vegga l'ordine e la ragione dell'opera, 
porremo qui i capitoli ne' quali k spartita là materia di questo primo 
volume: Prefazione. — Gap. 1. Delle catacombe o cimiteri crisliaDi, 
come tipo dell'architettura delle chiese e delle basiliche. — Cap. 11. Delle 
basiliche inalzate nell'impero di Costantino. Carattere dell' architettura 
di questo tempo. — Cap. III. Conti Quazioiie del medesimo argemento, 
dall' impero di Costanzo a Teodosio. — Cap. IV. Dell'architettura in Ita- 
lia dai successori di Teodosio al regno goto. — Cap. V. Stato dell'architetta- 
ra nel r^no di Teodorico, e com'egli si studiasse di restituirla all'antica 
sua dignità. -~ Cap. VI. Cacciati i Goti , i Greci conquistano l' Italia. Il 
tipo dell' architettura romana si conserva , e le modificazioni naie dal- 
l' inflaeoza dello stile bisantino non lo corrompono. — Cap. VII. Stalo 
dell'architettura nel primo periodo della dominazione longobarda in 
Italia. — Cap. Vili. Stato dell'architettura dal regno di Lial[H^ndo a 
Desiderio, col quale finirono di dominare in Italia i Longobardi. — 
Cap. [X. Dell'architettura in Italia dalla discesa di Carlo Magno a tutto il 
secolo IX. — Cap. X. Dell'architettura esercitata in Italia nel secolo X. 
Dell'origine ed uso dell'arco acato e dove primieramente praticato in 
Halia, — Cap. XI. Dell'architettura in Italia nel secolo XI. Del simboli- 



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NOTIZIE VARIE 181 

SD» attribnilo a qosgt'epoca. Esame ddle svariate ed oppoBle opjnkmi 
degli eruditi ìDleroo al medMimo. — Cap. XII. Ddrarchitettora eocle- 
siastjca e civile del secolo XII. C. M. 



Per Fa^tmento wi marmo della itatua coIosmIc rappreimtante 

IL Diritto POETA. 

Tnlli sanno che una statua , degna veramenie di Dante , non inalzò 
ancora Firenze al suo grande concittadino ; tutti sanno quanto il divino 
Poeta sìa or tenuto In onore da tutto il mondo civile , e quanti studi , 
quante Hcerche e divinazioni, da mezzo secolo, si sieoo fatte e ancor si 
bedano intorno alla sua cantica e alle sue opere. Anzi , dirò franca- 
mente , che peccano di soverchio ; e ormai , in luogo di chiarire i passi 
. difficili , ingenerano oscuriti e confusione , specialmente nei giovani , 
perchè spesso non solo si spazia nell'ipotetico , ma s' inciampa nel folso 
e nel ridicolo, fi qui da osservare che mentre si porta Dante a cielo 
e dicesi di studiarìo, vediamo, geoeralmente parlando, s{gn<»«^are 
una letteratura tuU'atlro che dantesca. Fa Dante il principe de' poeti 
nazionali; or dunque, con lo stadio cosi vantalo di quel sommo, le 
nostre lettere son tult'altro che nazionali , perchè puttoo di straniero 
lontano cento miglia. Avvi , noi nego , chi tiene la buona via ; ma sono 
pochia petto de' moltissimi. Volete imitar Dante davvero f siale Italiani, 
e solo Italiani : ne'pensieri , nella forma , nelle abitudini , in lutto. Le 
scienze sono cosmopolite , la letteratura no ; perchè la letteratura vera 
s'inTorma dal popolo, dai costumi, dal cielo, dal clima, dalla lingua, 
dalle tradizioni ; in somma è pianta indigena , non esotica , e Dante ne 
è il padre. Ha, perdio, bastino i commeati , e in vece gli si innalzi una 
statua degna , per quanto è possibile, di lui. 

E a questo bello scopo mirarono gli onorevoli promotori con un 
maDifeslo che suona cosi : 

« Neil' intendimento di bre eseguire in marmo statuario di Carrara 
dallo scultore signor Enrico Pazzi la statua di proporzioni colossali rap- 
presentante il Divino Poeta da esso immaginata, alcuni amici e cono- 
scaDti dell'artista aprono la presente nota affine di raccogliere i loro 
nomi. Con ciò Ognuno di essi intende di obbligarsi a pagare la somma 
di francescani dodici in tre rate uguali , una per anno , e l'ultima 
nel 1860, nel quale lo scultore si obbliga verso i sottoscrìtti di conse- 
gnare l'opera terminata. 

a Essi sottoscrittori poi si riserbano , finito il lavoro , a deliberare 
circa al luogo in cui la statua dovrè essere collocata ; e questa delibe- 
razione dovrà prendersi in un'adunanza generale dei medesimi , che 



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]»i NOTlZli: VARIE 

sarà t«iMita io Firaaze , e oonVocsU dal caMiere tig. cav. Carlo Femi. 
PenM tale adanann sia valida , basterà la preaenza iMla metà almeno 
dei sotloscriUorì , e la deliberaziooe dovrà essere vinta a ploralilà dì 
voti t. 

Noi preghiamo e speriamo buoD esito all' impresa lodevolissima , e 
vorremmo veder presto innalzata nella piazza di Santa Croce l'oooraDda 
effigie dell'alliseimo poeta ; in quella piazza, dove sorge quel tempio cbe 
ttrha aeeolle Pitale glorte, splendido monumento eretto in pochi anni 
dalla polente volontà degli avi nostri , che lasciarono alla cura de'oe- 
poti i) compimento della sola bociata, la quale presto sarà, aperiamo, 
il parto )abarÌD«o di sei secoli di aspettativa. F. U. 



AMoeituione PÌortntv\a per erigen la facàata del Dìiomo, ofprmiat» 
eoa Sovrano Tmeratiuimo Dùpaceio de* %3 A§oiUi 1 858. 

Eravamo sul chiudere la stampa della presente Dispensa, quando 
Al pubblicato l'invilo per la edificazione della focaiata di Santa Haria 
del Fiore , da una Deputazione oompoata dì S. A. I. e B. l'Arciduca 
Ferdinando , Presidente ; di Monsignore Arcivescovo , Vice-presideole ; 
del Gontatoniere di Firenze , del Gran Ciamberlano di S, À. I. e ft. il 
Granduca, del Presideate della Camera di commercio, del Diretlore 
del Debito Pubbboo. Deputati; e dell' Avv. Marco Tabarrini, Segreta- 
rio. Annunziando questo avvenimento lietissimo ; a cui , come non è 
mancato il plauso dell'universale , cosi non maocberà certamente il fa- 
vore e l'efletto ; noi crediamo di far cosa gradila ai nostri lettori , rì- 
prodttoeodo qui il Pregromma e le principali condizioni di questa 
«lorian opera ftatrìottioa. 



■ Nei monamenti è scritta la storia delle nazioni , le quali andarono 
sempre altere di questi segni materiali di loro graodozza , ohe sono in- 
sieme ^loriom testimoninnae del passato ed insegoameolo perenne elle 
generazioni ohe si sncoedono. Splendida quanto altra mai è la storia 
■BOBamentate della naetra Firenze ; e ci mestra un pop^ altameute 
ispirato dalla Religione e dall'aMor di patria inangorare la nuova ci- 
viltà coi portenti dell'arte, inalzando ediflzi di stupenda bellesa in 
onore di Dio e in decoro del Comune. Ma non tutti i monumenti <mde 
si gloria Firenze ebbero oompi«eQto dalla mano degli avi , e aoch'oggì 
ni deplora che manehi di facciata il maggior tempio da essi intitolato 
a Santa Maria del Fiart. 



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NOTIZIE VIRIE 183 

Il Si lacera i quando a quando lodevcdi teiriMivi per riparare al di- 
leUe ; ma per hiuga BvceeuioDe di tempi , paMÓ di secolo in secolo il 
legalo della vergogna e dell' impotenta. Ora peraltn) cbe si i ridestalo 
tra noi l'amore dei patrii monnmeoli , e Governo e privati provvedono 
con alacrità non mal veduta alla lorfr consenraztonfl , h tonkslo a farsi 
vivo il pensiero della lacciaia di Santa Maria del Fiore, teinturando que- 
sta bella opportunità per ridefitare alla grande opera l'amot patrio dei 
Fioreotini. Eipenaando cbe la vaEtissima ntole di questo tempio, quale 
s^>pero concepirla Arnolfo e Brunellesco, b' lanaUÒ in gran parte per 
via di lievi contribuzioni pagate da quanli allora erano aaeritti all'Arte 
della Lana , è sorto il concetto di promuovere in Firenze una g«ierale 
Anociaiiooe, nella quale si comprenda ogni online di cittadini. Il fa- 
vore ool quale S. A. I. e R. il Granduca ai è compiaciuto di riguardare 
questo progetto , l'aatorilà e il grado delle persone cbe consentirono di 
Dar parte della Depatazione scelta per attuarlo , hnno bene sperare 
dell'accoglienza del pubblico. Ove questo sia, e l'associasioDe poesa 
■ver vita nel modo propoeto col presente Programma , si ha ragione di 
credere ebe avrebbesi ancbe di soverchio per aopperire alla spesa pre- 
soola per la grande opera. Questo resultalo ssreUw di tanto effetto da 
maritare «he si fticcia esperimento ee i Fiorentini siano per rispondere 
all' invito con quella forte concordia di voleri cbe fece gii la potenza 
degli avi ìon. 

4 Alla scelta del disegno ed ai modi di esecnzione sari provveduto 
con matnrità di consiglio a tempo opportuno ; giacché l'esperienza deve 
avere insegnato come -altri tentativi appunto per tali intempestive que- 
stioni andarono miseramente falliti. Questo invito non è fatto per dare 
occasione a dispute cbe dividano , ma per eccitare volontà ben dispo- 
ste che operino. Il meraviglioso tempio cbe or fa cinque secoli il Po- 
polo di Firenze cominciò e condusse ai termini ohe ora vediamo, il 
Popolo stesso compia oggi , se egli non è degenere dai suoi padri , se 
tiene per sacro e per nobile quello cbe essi tenevano. E sarebbe invero 
grandissima gloria della presente generazione , il riuscire in una im- 
presa consacrata insieme dalla Religione e dalla civiltà , le quali , co- 
me negli ordini del pensiero, cosi nel magistero delle arti, aspira .-t 
veder congiunte il secolo decimonono ". 

CondìstORÌ dell'AssociasUme. 

Art. i.* È costituita in Firenze una volontaria Associazione per 
raccogliere il capitale necessario ad erigere la bcciata del Duomo. Una 
Deputazione ne governa l'andamento , a forma del presente pn^amma. 

3.' L'associazione durerà «et annt, e anderà divisa in quattro classi, af- 
finché ognuno possa contribuire all'impresa nella misura dei suoi mezzi. 



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1S4 HOnziE VARIE 

La prima classe àmth corrispondere una tassa eeUimanale di lire 
una , cbe Gnoinla nel sessennio un contributo di Lire 3tS per soecrittwe. 

La seconda di Lire — ^. 6. 8 , cbe cumula Lire 104. 

La terza di Lire — . 3. i , cbe cumula LEre 61. 

La quarta di Lire — . 1. 8, cbe cumula Lire S$. 

3.* Le sottoscrizioni doTranno esser falle nelle cartelle stampale e 
senza alcuna condizione. Saranno obUigalorie per tatto il sessennio. 

i.* Essendo necessario il DQnierodi1t,5»OsoUoecriziooi almeno per 
as»curare il successo dell' impresa , vengono assegnati sei mesi di tempo 
dalla data di questo Programma , per raccogliere le firme di quanti 
vorranno partecipare all'Associazione. 

6.* Prima cbe la Deputazione dicbiari cbe le sottoscrizioni raggiun- 
gono ia cifra indicata, i volontari contributi non saranno esigibili. 
Falla peraltro tale dicbiarazione , l'obbligazione dei soscrìtlori sarà per- 
fetta, ed incominoerb l'esazione. 

6.* L'esazione settimanale si fari per l'opera gratuita di coloro cbe 
avranno raccolte le sottoscrizioni divise in Centurie e Decurie, a se- 
conda del numero. I Decurioni verseranno settimanalmente le tasse ri- 
scosse nelle mani dei Centurioni e questi ultiifli in quelle del Tesoriere 
dell'ABsoclazìone , il quale ne fare immediato depoeilo nella Cassa di 
Risparmio dì questa cittèi in conto fruttifero. 

7.' Un tale deposito sarà vincolato a tali condizioni , cbe in qnalsi- 
vt^lia evento ne assicurino l'erogazione all'anice fine die si è propoeU 
l'Associazione. - 



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NECROLOGIA 



CARLO TROVA. 

Dopo la norie di Cesare Balbo, gli studi slorìci non fecero io 
Italia perdita pb dolorosa di quella di Carlo Troya , maacato ai 
vivi in Napoli il S7 del passato loglio. Di tanto uomo non vogliamo 
iodogiare a scrivere una breve commemoraiioDo , promettendo di 
sodisfare al desiderio di quanti vorran sapere con piti largbeaia 
della sua vita , appena potremo farlo aiutali da sicure notiiie. Val- 
gano intanto queste parole di riverenza e di affetto ad unire anche 
la voce della Toscana al compianto delle altre Provincie italiane, 
per una sventura che ben sì può dir nationale (1). 

Carlo Troya nacque in Napcdi nel 178!i di famiglia agiata. Cosi 
egli potè di buon'ora volgersi a quelli studi ai quali inclinava il suo 
genio, saltala dora necessità di trame pane per sé o per altri. 
Esule dalla pau-ia dopo i rivolgimenti del 1 821 , si ritmasse a Firenze , 
ove ricevè cortese ospizio, e visse piti anni in dtdce consuetudine 
con quanti v'erano aJlora cultori dei buoni sludi, e massime degli 
storici. Eiù stretta amicizia lo uni ad Emanuele Bepetti, col quale 
prosegui le ricorre erudite sul medio evo; e forse si deve agli ecci- 
tamenti del Troya se il Repetti ai meriti di naturalista con- 
giunse qudli dì storico (%}. Dalla Toscana passò il Troya a Roma, 
sempre compulsando archivi e interpretando diplomi : faticosa ma 



[1) Tra i Giorcali italitni che ci banuo preceduto oel rendere un pietoso 
omaggio Illa memoria di Carlo Troya, possiamo cilare il Diorama di Napoli, la 
Galletta Piemontese , lo SpelUtlore di Ftreme , la Rtoiila Eaganea , la GaattUa 
di Milano, 

(2) Vedi la necrologia di Emanoele Repelli, ioserila nel tono Vili, pig. 809 
e H6gg., dell'JfpwuiiM airjrcUtito Storico IlaUano. 

Aaca.5T.lTAL., Nuota Serie, T. VII. P.ll. ti 



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186 NECROLUtilA 

iodìspensabile preparazione per chiunque voglia portar lume sui 
tempi piii oscuri della storia d'Italia. 

Primo frutto di questi studi fu il libro sul Veltro aUegorico di 
Dante (1SÌ6], nel quale già si travedeva il futuro istorico del medio 
evo italiano. Pochi peraltro appresero l'importanza di quella scrittu- 
ra ; i più non vi seppero leggere altro che una nuova opinione sul 
senso dei misteriosi versi danteschi , e questa approvarono o com- 
batteroDO secondo gli umori. Non cod Cesare Balbo , il quale l«nne 
gran conto del lavoro del Troya, e forse ne trasse l'ispirazione 
per la Vita di Dante , che va tra le piìi lodate sue opere. 

Da niun «Uro meglio che dall' Ali^ierì si può cominciare lo 
studio del medio evo italiano , perchè veramente quel grandissinoo 
iDStauralore del nostro terzo ciclo di civiltà , ne fu la più alta , 
la più vera, e la più compiuta espressione. E il Troya studiando 
le cagioni dei fatti che accesero i 6er! sdegni del poeta ghibellino , 
dalle conquiste barbariche riconobbe derivata quella divisione pm- 
fooda di schiatte, di diritti, di costumi, che condusse l'Italia ai 
fatali e sanguinosi antagonismi dei secoli susseguenti. Ha già sui 
tempi longobardi, il Manzoni, con la divinazione del poeta e con 
le sottili argomentaiioni del critico, avea gettato una luce nuova, 
in quel celebre Discorto che fa degno riscontro alla sublime poe- 
sia deìV Adelchi, ed i suoi dubbi e i suoi quesiti avean distrutto 
uu intiero periodo di storie italiane. 

Son note a tutti le dottrine seguite dagli storici del secolo 
scorso nel giudicare le cagioni e gli effetti della conquista loDgo- 
gobarda ; ed il Muratori , il Giannone , il Denina e ì loro seguaci, 
commentarono ciascuno alla loro maniera la celebre sentenza del 
Machiavello , senza darsi pensiero di esaminare sopra quali fouda- 
menti posasse. Dal Discorso del Manzoni si può dire che prenda le 
mosse la nuova scuola storica italiana; la quale dalle questioni sui 
Longobardi fu tratta ad esaminare con pib larga critica e con la 
luce di pih sane dottrine tutte le vicende italiane , e nel fornire 
questo compito pose in chiaro moltissimi fatti accettati senza esame, 
e raddirizzò molti giudizi evidentemente erronei. U Troya è uno 
dei piti belli ornamenti di questa scuola , quello sicuramente che 
vi ha portato più ricco contributo di erudizione , più diligente stu- 
dio dì documenti , più appurato corredo di fatti. 

Di questo nuovo indirizzo degli studi storici in Italia, che conta 
onnai presso a quarant'anni , furono e sono tuttavia tra noi di- 



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N ECROLOG I A 187 

versi i giudizi ; perche ad alcuDÌ troppo pesa il ricredersi di dot- 
Irine ormai accettate, e ad altri le passioni e le parole dei tempi 
presenti coatendooo la vera iatellif^Dza dei tempi passati. I naevi 
guelQ furono aacbe derisi , ma la Dazione comprese per istinto che 
essi avean saputo rappresentarla qual' era , e ne lesse avidameote 
gii scritti, anche quando ooatradiceTaao ai vecchi pregiudizi. Ed 
in vmt&, se le origini dell'Italia moderna furono definite, se si 
ricoaoM>e il nesso che unisce i Romani agli Italiani , se ì tre se- 
coli delle nostre discordie non sono più uno spettacolo di gladia- 
tori, si deve alla nuova scuola isterica. E quando vediamo il 
Haaioni , il Balbo , il Capponi ed il Troya per diverse vie', e mal- 
grado i dissensi secondari , far capo alle medesime conseguenze , 
Insogna pur dire che la direzione data agli studi storici da questi 
sommi, è vera e feconda. 

Le dottrine del Troya sui Longobardi , che per certi rispetti si 
possono considerare come una risposta assoluta ai dubbi del Man- 
zoni , trovarono , anche tra coloro che consentivano ai prìncipii della 
nuova scuola, oppositori non pochi. La disputa peraltro che ne de- 
rivò fu delle più belle e fruttuose che siansi agitate in Italia , ove 
è pur tanto raro che le dispute non degenerino in contese, e riu- 
scì onorevolissima così per il Troya come per i suoi dotti contra- 
diltori. Ma le polemiche non erano per il Troya che brevi riposi dei 
suoi indefessi studi, dai quali doveva uscire quella Storta dltaUa 
nel medio evo , che può mettersi a pari con le opere di colossale 
erudizione che fecero la gloria del secolo XVIIl. Il Troya risalendo 
il fiume delle vicende italiane, da Dante fu condotto ai Longo- 
bardi, da questi ai Goti; perchè a mano a mano che studiava 
un'epoca, vedeva la necessità dì rimontare alla precedente, per 
intendere le cagioni e vedere chiara la concatenasione dei falli. 
Compiuta Li storia dei Goti , che occupa ben dieci volumi , non 
gli parve bastante la grande preparazione che aveva già fatta per 
dettare l'epoca longobarda , e si diede a pubblicare in cinque grossi 
Toiumi il Codice Longobardo, nel quale tutti ì monumenti relativi 
alla dominazione longobarda sono riuniti in un corpo, coUaiionatl 
sopra i più autentici codici, ordinati con più ra^onata cronolo- 
gia, arricchiti di dotte illustrazioni. Tutta questa mole di stona 
narrata, di documenti^ di spogli, e di citazioni, 6 il frutto dj 
trent'anni di ricerche pazienti e di stodì indefes». 



Disil.ze.:,, Google 



1HS NECROLOGIA 

D^ qti.tli fu distratto il Troya soltanto nel 1948, quando mu- 
tale per brev'ora le sorti del Bearne, fa chiamat* dal Re a pre- 
siedere quel Riinislero che durò dal 3 aprile aMi maggio, e nel 
qu^le ebbe compagno ti conle Metro Ferretti, oh» dì poco lo pre- 
cede oel sepolcro. Sedè aDCO nel Parlamento come depotato ^ G>- 
sorìa, e scrisse di politica con saviezza, rara a quei g^rni, nel 
giornale il Tempo. Andata a male ogni cesa , ritornò alla viU pri- 
vala , ripigliando gli interrotti lavori. E quasi egli volesse toroire 
\ò d'onde s'era mosso, ristampò in qnesti ultimi anni, qua» io 
tutto rifatto, il suo VeUro, e volle chiamarlo Vellro dei Ghifuiim, p"' 
ispiegare piti chiaramente il concetto allargato del libro. Cosi ì [xinn 
e gli ultimi amori del Troya furono per Dante , da lui consideraK) 
più come storico che come poeta, o almeno come poeta die d»I!a 
storia avea tratto le sue poetiche ispirazioni. 

Ha se al Troya basti la vita per rendere al suo autore Tomag- 
gio del senno canuto , gli fece difetto per compiere la sua gramie 
opera storica. Affranto da penose infermiti , cbe già da parecdii 
anni gli avevano interdetto quasi ogni moto di membra , egli non 
potè procedere nella sua Storia oltre i Goti, e dell'epoca longobarda 
non abbiamo altro cbe il Codice , il quale doveva esseme a età 
dire il prodromo. Singolare fallacia degli iolenti umani I II Trofa. 
che forse da prima aveva pensato unicamente all'epoca longobarda, 
e di questa volea fare una compiuta esposizione , a ciò dirìgeixlD 
tutti i suoi studi, lascia appunto questa lacuna nella sua storia del 
medio evo italiano. Speriamo almeno che tra le sue carte sia naa- 
sta la trama del lavoro , e cbe