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ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 



NUOVA SERIE 



TOMO TERZO 
Paste 1." 



' FIRENZE 

PRESSO 6. P. V1BD5SEUX EDITORE 

i856 



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COI Tiri DI H. ciLLiRi X e. 



itizecDyGoOgk 



LETTERE 



GUERRA COMBATTUTA NEL FRIULI 

DIL 1510 u tSÌS 
SCRITTI ALLA SKNWIl DI VHUIA 



GIROLAMO SAVORGNANO 



PEB CUBA ■■ TIMCEIiB* JAPn 



PARTE SECONDA — dal 15U al 4518 (1) 



45U, li 33 apr^, di PoIommuoIo. 

Sereviamao Prìncipe ed Eccelleotissimo signor mìo. Questa mat- 
tina all'alba arrivai a Latisana ,■ dove scontrai inesser Teodoro dal 
Borgo, il quale, pw inoontrarmi , era là venuto- e mostoumuii 
ana lettera àà magnifico Prowedìtor Vittnrì , per la quale era rì- 
diìesto di andare a Udine , dicendomi , che non aveva voluto an- 
dare per non lasciar questa impresa dì Marano che sta tanto a 
coore della Serenissima Signorìa. In vero , Serenisàmo Principe , 
mi pare ^e abbia fatto bene, perchè il luogo è importantissimo a 
questa espedizitme : e subito ginnto qoi , ho scrìtto alli magnifici 
Luogotenente e Provveditore ndla forma che per questo esempio 
vedrb la Serenitli vostra ; e cosi eseguirò. 

(<) Vedi Toiii,ll, Pir.U, pag.t6 e Uf. 



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* LETTERE 

Mentre che io scrìveva , tutte la compt^ia di messw Teodoro 
mi veane a trovare , ed e^ ioàeme. La compagnia si doleva di 
Riesser Teodoro e di ne , che eravamo venuti sensa risoluzione 
deUe cose loro , improperando molto e dicendo : « Vogliamo andare 
noi stesd in quest'ora al cospetto della Serenissima Signoria , dalla 
quale vogliamo esser visti e conosciuti , perchè vogliamo che (^uno 
attenda e procuri il fatto suo proprio >. Hesser Teodoro, all'in- 
contro , si scusava dicendo , che per coBiandamento di Vostra Se- 
renità era stato necessitato a partire da Veneiia senza la espedi- 
sione di essa compagnia : che questo incarico lo aveva lasciato a 
me , e che io lo aveva tolto , di farmi espedire avanti il partir mio. 
Io mi sono scusato con loro dicendo dì aver ricordato e messo in 
iscrittura quanto mi è parso per loro , e ohe per Vostra Sereniti 
mi en stato detto che nel primo Pregadi la si risolverà ; e che dal 
giungere fino al partir mio, detto Eccellentìssimo Consiglio non wa 
stato chiamato : che sperava certo che nel primo sarieoo espedlti; 
e che , a giudizio mio , l'andata a Venezia saria molestis^ma a 
Vostra Serenità per questa impresa di Marano. Li confortai a uon 
partire ; e finalmente si risolsero , che fino a mercordt prossimo 
aspetteranno. Non venendo la spedizion sua , giovedì al tutto vo- 
gliono partirsi pw venire alli piedi di Vostra Serenità ; e dubito 
(Ab cosi sarà. 

Serenissimo Prìncipe , riverentemente li ricorderò quello che io 
sento. Dico che per fHÙ lettere la Serenità Vostra ha promesso dì 
fare questa compagnia differenziate dalle altre , e veggonal le let- 
tere piene di promesse. A me pare che sia giovamento della Patria 
l'allendere. Peosi Vostra Serenità , che se a questi non 6 fatto qual- 
che segno di gratitudine , niuno sarà mai che si muova a prestar 
fede ad alcuna promessa che gli si faccia. 

Quella à sapientissima , e farà quanto le pan^ che sia conve- 
niente. Lì raccomando con tutto cuore essa compagnia : e la prego 
che ella mi mandi measer Giacometto da Knadello ben contento; 
ed insieme con lui , l'e^iedizione dì Francesco Cessina e Giovan 
Domenico Stradiottino ;f ) , e, se è possibile , di tutti li altri conte- 
nuti nd ricordo mio ; pnchè non spwo di vìvwe in riposo ood 
costoro se non hanno la sua espedisione. 

(I ) QuMd fu UD vilenle mIcUIo nttWo di Udine , che per le sue gesta ono- 
rile, fu btio dalia Repubblln in segoito cipiUno di cavullerla. 



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SCRITTE DAL 15U AL 1538 S 

Del fatto mio , Serenissinio Priocìpe , dod dirò mdte parole , 
perchè io aspetto l'espedìzione votiva , come mi è slato promesBo, 
e come io mi peoso; che non solo PordenoDc è posBesso (4) sotto 
quella forma di ginrìsdìxioDe che io domando, ma anco Latisaoa. , 
Non mi pare così alieno dall'onesto che anche io goda nn privile- 
gio dì simil giurìsdixione , avendola acquistata con l'arme alla ma- 
no , come BÌ aa. Pili ette penso alla qualità delle petizioni mìe , piii 
mi contamino che sa tardata la concessione di quelle. Prego Vo- 
stra Serenità a pesare con la bilancia della sua somma sapienia 
quali sieno stati li frutti delle (operazioni mie , e poi mi ne^, se 
ella potrà (ma soo certo che non potrà], qurilo che io domando: 
e finalmente , mai potrò esser contento finché non conseguisca qoanto 
ho addimandato. E questo basti. 

Il magBdfloo Vendramino di Latisana sempre è con la persona 
e con ^i nomini suoi qui per ajutare questa impresa. Hi pare con- 
veniente che ^i sia noto a Vostra Serenità : alla quale sempre mi 
raocomando. 

XXVI. 

15U, Stt apr^, a ore 90, m Morteglùm}. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo àgaot mio. Son qui 
venuto in Horteglìano , chiamato per lettere del magnifico Prov- 
veditore Vitturì , con il quale ho conferito quanto desidera la Se- 
renità Vostra sulla ricuperazione di Marano. Finalmente ci damo 
risolti , che Sua HagniGceaza &m li cavalli alloggi nei contorni dei 
oastelU di Porpetto e Strassoldo, e che io stia alla impresa di Ha> 
rane (S) , e lo sbinge al possibile. 

Serenissimo Principe, m^iono li prudenti medici, che per l'espe- 
rienza drile cure fatte hanno aquistata qualche autorità , astenersi 
per lo poter suo da ogni cura di malattia pericolosa , per non per- 
dane la riputazione acquistata: ma io, che conosco per gli efibtti 
non avere ancora quella auttHÌtà che desidero presso Vostra Ec- 

[S) DliiwiHl«*a 11 SaTorgnatm al suo principe l'in vesti tara de'suoi castelli io 
fMio nobila a gmlile , come ers stato concesso PordenoDe all'Alriano nel 1B08. 

Hi Terra silunta sali' Adriatico a poca distanza da Grado. Era stata fortiO- 
cita dai Veneti , e ad essi premera il riacquistarla , per essere il pib sicuro 
porto del Frlall , e il più nnolto e Ticino a Udine. 



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6 LETTERE 

ceUema, son necessitato a |M^are ogni iin[M«sa per pericolosa che 
ella sia ', e son contento , poiché, cod a Dio [Hace , di pigliare que- 
sto carico , non solo di astringere Haraco , ma in quindici giorni 
prenderlo per forza , sema spesa di Vostra Serenità , eccetto t^ 
delle infrascritte cose : 

Quattro bocdie di sagri e falconetti , U quali sodo fra Udine e 
Porto^aro, che mi ha promesso il magnifico Provveditore: qua- 
ranta archibugi , con gli uomini suoi : l'obbedienza degli uomini 
della Patria: li 300 provvisionali che sono tra Udine e Cividale: 
e tenendomi sempre la campagna spazzata e sicura, che dai ne- 
mici di fuori non abbia molestie. 

Assumo questa impresa, Serenissimo Principe, perchè ho deter- 
minalo di aoa vivere se nou vivo contento. Ben vogho cho conai- 
derì due cose che risulteranno da questa forma di espugnazione : 

La prima , che essa terra di Marano , quando sarà da noi espu- 
gnata e tolta, resterà debolissima: la seconda, che ognuno inten- 
derà niuna terra di piano essere inespugnabile. E questo basti. 

Anderò, adunque, nel nome di Gesti e del glorioso Protettore 
nostro San Marco, la cui solennità oggi qui si celebra, onderò a 
Paltazzolo , ed aspetterò l'unione delle genti del paese , con le altre 
provvisioni sopradetle di fanti ed artiglierie; e subita mi accosterò 
di maniera alle fosse di Marano , che la Serenità Vostra conoscerà 
non essergU mancato di questa promessa. Alla sua grazia racco- 
mando , con la persona mia , la donna e li figlioli mìei : e se fra 
questo tempo ch'io assetto questi preparamenti, la Serenità Vo- 
stra vorrà determinare altro, farò quanto li parrà. 

Cosi scrivendo, li capi dì balestrieri mi hanno fatto intendere, 
che si dubita mollo che gli uomini loro non potranno far le fazioni 
che desideriamo per questa impresa, per essere oggimaì quaranta 
giorni che non hanno toccato dinari: e questo stesso dicono i fanti. 

Vostra Serenità , per riverenza di Dio, provvegga della compagnia 
di messer Teodoro dal Borgo. Non dir* altro, perchè a sufficienza 
scrissi l'altro giorno a Vostra Serenità , la quale stia certa che tutta 
è per levarsi, al dì che scrissi, per venir alla presenza sua: la quale 
è sapientisama , e farà quanto U parrà. Mi dolgo che il tempo va 
con la pioggia ; e quando durasse , polria impedir la impresa , per 
essere quei luoghi basa e fangosi , come sa la Serenità Vostra. 

PS. Consegnata in mano del magnifico Provveditor Vitlurì , 
che la mandasse. 



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SCRITTE DAL 15U AL tSS8 



1 51 4 , dii7 aprile , a ore i di notte. Al Portone di Marano. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio. Jerì in Pal~ 
Uzzolo ebl» lettere della Sereoitk Vostra dei 2i , da me viste eoo 
quella riverenza cbe m. oonviene ; e per far quanto spetta alla com- 
pagnia di messer Teodoro , t^e rimase soddisfatto , sperando gli 
àa atteso quanto per l'Eccdlenia Vostra gli è stato promesso. 

Questa mattina , nel nome di Dio , accompagnato dal magnifico 
messer Nicolò Vendramino da Latisaoa, con 150 uomini, e da 
messer Vincenzo Bembo , capitano dì S. Vito per il Reverendissimo 
Patriarca [1), con 400 nomini, e con gli altri uomini del paese, 
mi partii da Pallaizolo ; e giunti alla Chiesa di Santa Harìa di Ma- 
rano, trovammo circa 400 Boemi , li quali subito furono ributtati 
dentro del Portone; dove fatti fuora, fecero alquanto resistenza, 
fiestarono morti tre di kvo : dei nostri , tre feriti ed un morto, 
Sopragìonsero le compagnie deSi strenui Bernardino di Parma e 
Gioc^ Baldigiara , e IÌ cacciarono alla fine dal Portone , lasciando 
tutto in podestà nostra fino alle fosse. Trovammo sopra un merio 
del Portone la testa di quel povero contadiiv da loro morto per 
ispaveotare gli altri. 

Entrato dentro di detto Portone con questi signori e valent'no- 
minì , ho considerata l'impresa. Dico alla Serenità Vostra , che spero 
largamente attenderle la promessa; e spero che domani di notte si 
darb tal principio, che noi tutti saremo conteuti. 

Mi son capitate nelle mani queste lettere , le quali interpretate 
ed intese su quanto dicono , e datone notizia al Provveditore , mi 
è pareo mandarle alla Serenità Vostra ; massime per quella pcdizza 
die è in esse in ci&a , che non intendiamo. 

11 magnifico Provveditore con li cavalli si ritrova alla volta dì 
Gooars , luogo propinquo a Cast«l di Porpetlo , ed opportuno. EgK 
potria facilmente provocar l' inimico , sebbene non avesse voglia a 

(1) San Vito con San Daniele ed Aqaileja erano i tra luoghi (osEetti nel 
temporale al Palriarci d'Aquilqa in Friuli. 



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8 LETTERE 

questa imjH-esa : meglio mi pare assai che il magnifico Provvedi- 
tore Vitturi , della cui volontb e valore io mi confido molto , al- 
loga , come fu deliberato , alla volta di Castello eoa tutti li cavalli , 
coD qu^l'ordine stabilito e giurato fra me e Sua Magnificenza , che 
ogni volta che li Demicì venissero grossi a questa impresa, Sua 
Sigaorìa si riducesse verso queste parti a un luogo detto San Ger- 
vaso , dove , unito con lui , sarà setapn in facoltà nostra di ne- 
gare il conflitto al uemioo , e pw strada ffloura ridursi a Udine , o 
dove si vorrà. Questo articolo mi par chiara , e veDiamo ad altra. 
Si dice che l'impresa di Marano pare difficilissima , e quasi impos- 
aibìle , allegando il sito di natura , ]a ga^iardezza delle fobbricbe, 
il valore o numero dei difensori ; e che solo per la penuria che è 
dentro la terra , presupponendo che pur soccorso non entri , aia 
essa necessitata alla dedizione. 

Per non contendera , ma per aprire il sentimento mio , come è 
mio naturale , io dico che tutte le cose fotte da^ uomini si pos- 
sono disfare per via di gnastattni. Fu fatta quel bravo bastione di 
San Giovanni , il quale si giudicava che dovesse tenwe tutto quD> 
sto piano denU^ del Portone sicuro : ecco che in tre giorni , con 
l'aJDto di Dio e per la forza de'guastatraì , me gli sono acooslalo 
tanto , che solo il fosso ci divide. Qnesta notte ho principiato il ca- 
valiere , che presto presto sarà finito-, e sarà tale, che, senza dub- 
bio alcuno, esso bastione di San Giovanni resterà inutile: e chi 
non lo vuol crederi, Io venga a vedere. E se Vostra Signoria é 
contenta , mi dia licenza , che in brevisami giorni ^elo darb rovi- 
nato: ma voglio licenza chiara, aperta, e non dubUosa. Ho passato 
il ponte questa notte e piantato gabbioni ; e per andarmene a quella 
volta, non è cavato il fosso , per poi alzare ia quel lui^ un altro 
cavaliere che ^gnoreggt tutta la tara, di maniera che nessuno 
possa comparire. Vostra Serenità mi faccia mostrare il modello, e 
chiami qualche pittore: vedrà che circa sedici passa del bastione i 
la fossa cavata ; poi per trentatrè passa non è cavata , ma oon due 
sostegni si tiene l'aqua che non giunge al g^ocohio ; e le mura in 
quella parto sono debolissime. Chi considera queste cose, le quali, 
spero in Dio, avanti di tre giorni saranno finito, non avendo im- 
pedimento del tempo, non giudicherà certo che l'impresa di pi- 
gliare Marano per forza né sia impossìbile né difficile. Deh 1 lo vo- 
lesse Iddio che la Serenità Vostra , con tutto questo Eccellentissimo 
Senato, vedesse tutto il fatto. Ma non si può: pazienza ! 



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SCniTTE DAL 15U AL ISSft 9 

Sopra li difensori e propugaatorì , dico esser vero che li Boemi , 
dove possono adoperare lo schioppetto, fanno prove mortali; ma 
prometto a Vostra Serenità, che io leverò loro sì te difese , che non 
potranno comparire ad alcuna offeasione nostra. Levalo loro lo schiop- 
petto di mano, dico uno dei nostri valere per due di es^- Ora non 
più di questo. 

Jerì ebbi una d^' illnstrìssimo Capitano Generale, datami per 
il magnifico Proveditore Vitturì (il quale poco di poi la dipartita 
delli clarìssimi Capello (1] e Haafrone (2) soprafpunse), drìziat!) 
at signor Luogotenente , ad esso Proveditore ed a me : la copia 
della quale mando a Vostra Serenità. Non vorrei offendere Sua Si- 
gnoria , ma meno l' Eccellensa Vostra , la quale supplico mi faccia 
li suoi mandati cbiari ed aperti , acciocché sappia in tutto acco- 
starmi alla volontà sua. 

Questo dico , che ormai con queste fabbriobe ed edifizi nostri 
passiamo li termini dell'assedio : che , a dir il vero , a voler asse- 
diato questo luogo, bastava fortificarsi sul Portone, senza passare 
pih avanti. Se Ìl mio passare avanti avesse provocato a sdegno la 
Serenità Vostra , mi duolerà cordialmente ; ed umilmente domando 
perdono. Ne vìen pure accennato , e si ha espressamente , che Vo- 
stra Serenità non voleva che si passasse ad altro atto , cbe all'as- 
sedio. Però desidero che in modo chiaro ed aperto mi sia imposta 
quanto ho da fare ; e cosi aspetto. 

Questi provvisionati , malcontenti tutti , gridano. Gli fo dare 
del pane ; e del mio , meglio che posso , li tengo contenti. I loro 
capi si prestano egregiamente. Mi è sopragiunto un altro verme 
che mi rode: 150 provvisionati del Manù-one sono senza un quat- 
trino. Vostra Serenità provvegga , che ne può s^uire molto diso- 
nore. L'impresa nostra per la maggior parte è dei guastaUHi. Se 
vorremo dar tanto carico a queste ville di fare le spese a tutti , 
dubito che non potremo servirci di essi guastatori: e gi!i molli mi 
sono venuti domandar licenza per ritornare a casa , di quelli di 
San Vito , dicendo che raesser Giovanni Paolo Manfrone è allog- 
giato Q^e case loro. A questo provvederà il magnlBco Provveditore. 



[1) Era Provveditore Generale dell'armala veneta sollo Harano, Viaceazo 
Capello , cbe poi si dlstiose nelle gueri« contro i Turchi. 

(S] GioTSD Paolo llaotrone, vlcentioo, era, soKo Varano , sovernatore delle 
gemi d'arme veDeiiaae. 

AacH.ST.lT.. NuofaSerie, T.lii, P.l. i 



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io LETTERE 

Le occupazioni mie sodo grandissime , e verameato qod posso 
supplire a taulo. Essendo veouto qui il magnifico me«9er Angelo 
Gabriel . meco congiunto d'una aulica e dolce consuetudine , ho 
voluto che resti per sollevanni in qualche parte : il quale , per 
rispetto di Vostra Serenità prima , ed anco per mio amore, resta 
volentieri. 

Come è possibile che io Taccia tanto senza danari ? Voleva dalle 
legna che son tariate nei boschi <^ furono di Antonio (1), ca- 
vare qualche ducato -, ma li Signori sopra le legna le vogliono le- 
vare essi , e mi fanno torlo. Che se Vostra Sereniti , con Eccellen- 
tissimo suo Coniglio di X, mi dèi tutta la facoltà e le robe che 
furono sue , queste ancora mi vengono ; mas^me non avendo essi 
Signori speso pare un soldo per farle tagHare ; ma ha speso colui 
che era prima fattore a quella impresa , il quale d^ tratto si pa- 
gherà. Prego Vostra Serenità determini quanto U pare. 

Questi passati giorni si eM>e qualche sospizione che li nemici 
ci assaltassero ; il che però da me non fu mai creduto : pure, per 
più sicurtà, domandai alla (erra di Udine fanti 800. Me ne man- 
darono jeri sera 250 , computati li primi scbioppettieri che erano 
qui. Questa notte abbiamo avuto pio^a , che è stata molto con- 
traria alla impresa nostra. Altro non mi occorre, se non che a 
Vostra Serenità mi inchino. 

xxvm. 

15U , /i *8 tgm/e , a ore 3 di notte. Nel Portone di Marano. 

Serenissimo Principe. Per le mie di jeri , date a ore 2 di notte 
e spacciate per la via dell'armata , signiRcaì a Vostra Serenità 
quanto mi pareva. Questa mattina , nel nome di Dio , demmo 
princìpio a una strada coperta , mediante la quale è mia opinione 
accostarmi al bastione nominato di San Giovanni : e perchè so che 
la Sereniti Vostra ha il modello dì questo luogo , mi sforzerei di 
farmi intendere. 

Dico adunque , che entrm dentro del Portone , ma lo lascmi a 
man destra , lasciandolo circa venti passa. Indi andato dritto verso 

{<) Roschi di Antonio Savorgoano suo cugino, giudicato ribelle. Queste le- 
gna furono accordate a Girolamo con ducale de' 9 maggio ttli. 



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SCRITTE DAL 1K14 AL 15ÌIK U 

la terra circa pajisa ottanta , mi inviai verso il detto bastione dì 
San Giovamii , dove feci dar principio al mìo riparo e strada ; e 
per andar fino al detto principio , mi trovo per l'altezza di detto 
terrem) , sicuro dall'artiglierìa. Lavorai adunque per quella via 
facendo il mio riparo e strada sicura 6ao alla strada maestra , che 
va dal Portone alla terra ; la qua! strada , per essere battuta dalla 
artiglierìa grossa , non potei attraversare con cestoni , e seguitar 
l'opera. Aspettammo la ìiotte ^r procedere avanti; e lasciati alla 
guardia li provvisionati , venni fino alla chiesa per fare la mostra 
de^ oomìni del paese ; quando , a ore circa 19 , forse 10 dei ne- 
mici , passalo il fÌMeo in barca , si fecero uu poco avauU- Fu gri- 
dato all'anoi , e tutti in vero animosameute s'avviarono verso li 
nemici ; i quali sopra li ripari avevano a questo fine messe le ar- 
tiglierie a seguo , per offendere li nostri usciti dalli ripari. Come 
piacque a Dio , e fu cosa mirabile , nessuno fu oSeso in tanto nu- 
mero e tante furie di artiglierie. 

Tornai alle faccende mie : tasèiai la cura della guardia de'aostri 
ripari alli contestabili ; cioè a messer Damiano da Tarsia , mosser 
Beroardino da Parma e messer Gìor^po Baldigiara. Ha, circa ore 23, 
sentimmo un'altra volta g^dare all'armi , e fu che 30 de' nemici 
eran passati in barca come di st^ra , ed inviavansi verso la guar- 
dia nostra ; la quale vilissimamente si mise in foga , talché li ne- 
mici passarono di sopra del nostro riparo per buon spazio. Vedendo 
io questo , con aksìuà pochi servitori miei , che a caso » trovava- 
no meco, me 0i oppo», insieme con altri pochi soldati, valenti 
ma pochi. Li ribaltammo mettendoli in fuga -, ma come fummo 
distaccati, la furia, delle 'artiglierìe ne cominciò a lavorare sinistra- 
mente : talché dei noslrì furono feriti sei e quattro morti ; de! loro 
ne morirono quattro. Quando fummo alle mani e £d propinqui, che 
fiu le spade ai nemici furono tolte dai oostrì , li fanti nostri fu- 
gati , vedendo la resistenza nostra e la fuga dei nemici , tornarono 
rì luogo della loro guardia ( non tutti però ] ; li quali , vergognati 
di tal mancamento , dicevano per ìscosarsi : a Noi non siamo pa- 
gati e non abbiamo con che vivere » ; e mille altre ciancìe. Sono 
rimasti molto smarriti. Dicono inoltre, che sono pochi: e verameale 
dicono il vero ; perché nelle fazioni non ho saputo vederne più 
dì 150, di tutto quattro le compagnie. A questa bzione non sono 
stali uè anco 100. Pareva a questi contestabili , che io intramettessi 
l'opera finché le artiglierie die io domandai giungessero : le quali 



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. {2 LETTERi; 

ancora non sono giaote , e me do dolgo. Non mi parve sospendere 
l'iizioDe , e son ito avanti , ed ho serrato la strada maestra che va 
dal Portone a Marano : sono passato avanti circa venti passa fino 
ad un certo fosso ; in modo che spero che questa notte sarò ap- 
presso il bastione di San Giovanni. Bea vorrei li 300 provvisionati 
che ho richiesti , intieramente pagali e ben contenti : cosi delle ar- 
tiglierie grosse e minute: che del resto non ho dubbio alcuno di 
non attendere alla promessa di Vostra Eccellenza. 

Ho chiamato questa sera, per conforto di questi provvisionali, 
20 balestrieri di messer Teodoro ; ed ho scritto al magnìfico Prov- 
veditore, che mandi qui Harian Cdrso, con la sua compagnia, per 
domattina ', e che in questo mezzo Sua Magnificenza provveda 
che io abbia con integriti 300 provvisionati delli quali io me De 
possa servire : così delle artiglierie -, come spero farà. 

Li nemici questa notte hanno fatto gran segno di fuoco. Si 
giudica che domandino soccorso. 

Altro non mi occorre , se non che alla grazia di Vostra Sere- 
nìtò mi raccomando. 

XXIX. 

1544, ì^ultìmo aprile. Dentro del Portone <& Marmio. 

Serenissimo lYincipe ed Eccellentissimo Signor mio. Sogliono li 
ministri della Sereniti Vostra spacciare le lettere la sera, signifi- 
cando a Vostra Sereniti le cose seguite il giorno, lo veramente , 
che sono costretto a fare le mie presenti operazimi di notte, mi 
pare conveniente di scrivere alla Eccellenzia Vostra nell'aurora. 

Jeri adunque, non potendo far altro, apparecchiai gli istruroenti 
e la materia delli ripari nostri. Venuta la notte, cominciammo a 
lavorare in modo, che siamo condotti a quella strada che confina 
con l'argine del fosso del bastione di San Giovanni : che è stata 
opera grandissima. Questa notte che viene , spero nel Signore Id- 
dio di arrivare non solo a fosso, ma far ancora tal effetto, che U 
nemici mostreranno più spavento di quello che mostrarono jerì. 
Perciocché, circa l'ora, vi mìsero in un'asta una beretla, e chia- 
marono certi fanti de' nostri, dicendo che volevano parlamento con 
noi; ma venisse un italiano, ed uno che sapesse crovato. All'ulti- 
mo, messer Damiano da Tarsia, avuto prima la fede ed arrivato 



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SCRITTE DAL 1511 AL 15S8 43 

al fosso, si fermò alquanto per avergli uno detto: a Aspettate il 
GapitaDo, che io vado per lui ». Venne un altro, e forìosamente 
gli disse : i Levati di qua , se non vuoi morire ». Cosi se ne 
tornò. Chi disse di ai^ire da questo discordia fra loro; chi disse 
ci burlano. 

Sia quello che si vuole: io spero in Dio e nella Nostra Donna, 
di a:ver Marano, come scrìssi alla Serenità Vostra. Mi dolgo che in 
nessuna parte di quello che ho richiesto la Serenità Vostra sia 
stato soddisfatto : non delli provvisionati , li quali non sono al nu- 
mero : non delli archibugi 40 , che neppure uno ho avuto : non 
delli sacri e falconetti, che solo tre mi sono stati condotti, e questi 
imperfetti. Alcuni non hanuo ballotte; ad alcuni mancano li cari- 
catori e suol istrumeoti. Sia che à vuole : spero in Dio di avere 
Marano. 

Jerì venne qui il magnifico Proweditor Vitturi, e vista l'opera 
mia, mi disse quanto aveva di nuovo e quanto gU pareva dì fare. 
Credo abbia scritto il tatto a Vostra Serenità : perciò non ne parlo. 

Serenissimo Prìncipe, io seguirò l'impresa mia, presupponendo 
che ella sia grata alla Serenità Vostra ; e quando ella non gli fosse 
{ùacciuta, me lo avria latto intendere, rispondendomi alla mia del 
SS data in Mortegjiaoo, consegnata al magnifico Proweditor Gene- 
rale; della quale non ho avuta risposta slcuDa. 

Sarei coatento che Vostra Serenità mandasse nella sua armata 
100 pignatte di fuoco, e circa 15 trombe dì fuoco, con ordine cbe 
se mi abbisogneranno a questa impresa, mi sieno date. 

Altro non mi occoire , se non cbe a Vostra Serenità mi racco- 
mando. 

XXX. 

4514, il primo maggio. Dentro del Portone di Marano. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio. Con l'ajuto 
di Dìo, questa uotte mi son condotto lontano dal fosso dì Marano 
passa otto; dove mi son fortificato con li miei gabbioni in modo, 
che l'impresa, per ^udisio di ognuno, è fatta certa e sicura. Io 
mi trovo in termine che io posso a mio bell'agio seguitare l'opera 
e di e notte , dove finora pot«va lavorare se non la notte ; e di 
qaella, pochissima parte, per lo splendore della luna : il quale^ in- 



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U . LETTE RE 

vero, mi fece fortuna assai , perchè essendosi accostati, ci vedevano 
e tiravano bestialmente di schioppetti e falconetti : fa morto un 
guastatore ed un altro ferito: e l'opera che fu fatta, fu dal tra- 
montare della luna indietro. 

Ora che d\ e notte si lavorerà, sa farà qualche cosa. E per 
fare certa la Vostra Serenità di quanto ho deliberato di fau%, dico 
che dal luogo dove io sono fino al fosso, il quale, come ho detto, 
è lontano passa otto, voglio in tutto questo spazio aliarmi tanto 
con terreno e legnami ( che ormai non mi può essere impedito ) , 
ch'io mi farò alli nemici non solo eguale ma guperiore; e sopra 
quel luogo io manderò qualche bocca di fuoco, e li archibugi, ae 
Vostra Serenità me h farà avere: in modo che male essi nemid 
potranno stare sopra le difese , e massime sopra le mura e riparo 
che vanno dal bastion di San Giovanni verso Sant'Antonio ', la 
qual faccia , come è noto a Vostra Serenità , è la più debole di 
fossi , togliendo le difese delle mura. Pena Vostra Serenità come 
staranno: ma passiamo pìh avanti. Emjnremo U fossi, e l'accer- 
ohieremo ~i fianchi ; e finalmente se gli accosteremo , con manife- 
sto avvantaggio nostro, e con certezza di ottener l'impresa. 

Parerà alla Signorìa Vostra che questa sia cosa diiBcile. lo ho 
qui alle mani e terra e ledami assaissimi ; guastatori quanti vo- 
glio , li quah dì buon cuore mi servono : però non la giudico pib 
difficile, che la sia pericolosa. Non le dirò altro, perchè la Sere- 
nità Vostra , per sua somma sapìeoia , la può conoscere corta e 
sicura. 

La Serenità Vostra mi dice per sue lett««, ch'io non metta in 
pericolo le genti sue ; e così ho determinato di fare. Ha volendo 
star qui all'assedio di questo luogo , meglio mi pare dì operar qual- 
che cosa, che slare in ozio; massime quando l'opera è utile, e 
senza spesa di Vostra Serenità, lo procederò adunque, Serenìssimo 
Prìncipe , secondo il disegno mio operando ; ma non verrò all'atto 
della battaglia senza licenza di Vostra Serenità , se io non vedesà 
<iualche certo a àcuro tratto. Resta che con tutto il cuore ringrazi 
la Serenità Vostra , che la si sia donata di rimettere questa dilB- 
coltà in arbitrio mio ; massime essendo coosigUala al contrario : e 
spot) nel Signore Iddio, che lì darò cagione di accrescali la con- 
fidenza che, per sua benignità, ella ha della persona mia. Non 
vt^io però che ella ^udichi che questa impresa si possa fare in 
minor tempo di quello che li promisi, cioè di giorni 15:ecomin- 



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SCRITTE J>AL IKU AL 152R 15 

ceremo a numerare alli S8 del passato, che fu il giorno che io 
cominciai a lavorare, lo voglio reidicarìo a Vostra Serenità. 

11 magnifico messer Nicolò Vendramino da Latìsana mai si 
parte dalla persona mia, e vuol fare le fatiche ed aiioni come un 
mìnimo soldato, con buon nomerò di valenti uomini; e, come 
scrìssi a Vostra Serenità, b stato continuamente qui. Cosi scrìven- 
do , è sopragiuuto Sua Magnificenza piangendo asinissìmamente 
perocché ona artiglierìa uostra di mare ha fallito il colpo; ha rotto 
le gambe a dne, lì più cari servitori che avesse Sua Magnificen- 
za : àfi qual caso lutti ne hanno avuto angolare dispiacere e 
doloro. 

Non voglio lacero dì messer Vincenzo Bembo, capitano in San 
Vito per lo reverraidissiino Grìmaui ; l'opera del quale mi è a un 
certo modo necessaria. 

Questi contestabili e fanti ai portano bene. EVego la Serenità 
Vostra àa contenta, se la mi scrìve, dì mostrara ndìe sue che io 
abbia fatto buona relazione dì loro. Altro non mi occorra, se non 
che alla Serenità VoElra sempre mi raccomando : la qual prego sì 
degni mandarmi 40 archibugi , e qualche barile di polvere fina per 
detti arohibugi e schioppetti. Abbiamo qui in buon numero pi- 
gnatte e trombe di fuoco, che mandai a domandare: ed appresso 
qualche cosa di passadorì per le molte balestre ohe abbiamo qui, 
ed arohi ì quali pesano intomo a lire quattro. Jeri giunse qui 
messer Mariano con la sua compagnia. 



1514, alH S maggio, al nascere del sole, su k fosse 
di Marano, ^medate per uno di Latisana. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio. Jerì , dopo 
ch'io scrìsn a Vostra Serenità, tenni di continuo 300 guastatorì in 
opera , che piti non potevano adoperarsi in questo luogo ; né dalli 
nemici ci era data molestia alcuna , se non di qualche pietra get- 
tata con mano : dal che Vostra Serenità può comprendere quanto 
li siamo vicini. Cosi lavorammo sino a notte, alzandoci ed acco- 
standoci sempre alle fòsse. Questa notte veramente , poco avanti 
il tramontare ddla luna , avendo prima preparate le materie ne- 



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Ifi LETTERE 

cessane , piautammo li gabbioni nostri in ani labbro del fosso ; li 
quali sono f»eni Qao a quest'ora : abbiamo ancora rifatto il ponte 
della Cava, in modo che sicureremo con poche opere il congiun- 
gersi con l'armata. In vero, Serenissimo Principe, è stata un'opera 
grapdissima, talché noi medesimi ci maravigliamo: cbe Iddio sia 
lodato , dal quale procede <^oi ben nostro. Non potrei esprimere 
a Vostra Serenità eoa quanta allegrezza questi poveri contadini 
la servono , non guardando a fatica né a pericolo alcano : la qual 
pr^o che li abbia raccomandati. Li nemici non ardiscono pili a 
dismontare , perchè li scbioppetieri nostri non gUel permettono : 
cosi anco li bombardieri nostri , con queste bocche. Ho fra gli al- 
tri 50 scbioppetieri di Udine eccellentissimi , lì quali mi servono 
in questa impresa ; ed oggi aspetto pure da quella terra 200 fanti , 
li quali ho chiamali per usarli in cainf)agna, quando li nemici 
venissero per soccorrere questo loco ; la qnal cosa io non credo : 
e se pure loro avvenisse questo appetito , spero nel Signore Iddìo 
che li faremo pentire; e potrìa essere che volendo soccorrere Ma- 
rano, perderìano Marano ed altro: acche Vostra Serenith , quanto 
a queste imprese , stia di buon cuore. Abbiamo il signor Provve- 
ditore ed io , con ottima e fraternal intelligenza , dato buon ordine 
alle cose di Vostra Sereniti. Li perìcoh , le fatiche e le vigiUe mie , 
Iddio , e molli che le vedono , le conoscono ; e questo mi basta per 
premio ; né altro dimando e voglio , salvo che la fede e l'animo 
mio àa. ben cimentato. 

Vostra Sereniti desiderava che questa terra fosse ristretta : 
non creda che ella possa essere più. Desidera che sia assediata, e 
per penuria venga a dedizione : la qual cosa vorrh forse del tempo 
assai. Cosi sì farà come Vostra Serenità comanda. Ma fra questo 
tempo, staremo noi oziosi? Non veramente , per giudizio mio-, ma 
per ogni via daremo opera di dare al nemico piti incomodi che 
sia possibile ; e spero di dargliene assai e grandi , e forse mortali 
e pemÌEiosi. 

Vero è che io non son nato né in Reame né in teira di Ro- 
ma ; ma pui» spero , cosi vìi Furiano come io sono , fare ODor« alla 
Serenità Vostra. La qual prego si degni e voglia provvedere alle 
cose eh' io gli ho dimandate per l'altra mia; cioè, polvere di schiop- 
petto , ballotte per qaeste bocche , passatoi, pignatte e trombe di 
fuoco; e so[»'a tutto, cbe questi fanti «eno conlenU. L'annata fa 
il debito suo , dannìGcando molto la terra ; ma mi dicono che non 



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SCRITTE DAL 15U AL 11128 O 

hauDO la quantità di ballotte che vorrebbero. Vostra Sereaitb sì 
d^DÌ provvederli. Non voglio restare di far intendere a Vostra Se- 
reniti, l'opera di un mastro Tomaso da Salò essermi in qaesta im- 
presa stata comodisama ; il quale è uomo di ottimo ingegno e giu- 
dìzio, e volentieri s'affatica per la Vostra Serenila , non guardando 
a pericolo alcuno. Quando sarh tempo , prego che le sia raccoman- 
dato. Alla cui grazia mi inchino e raccomaDdo. 



isti. Manca la data , ma probabilmente è tcritta ti 3 maggio. 

Serenìssimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio. ieri furono 
qui il chiarissimo Provveditore Capello ed il magnifico messer Gi»- 
van Paolo Hanfrone', e vista l'opera fatta e il sito dì questo luogo, 
e lette insieme le lettere dell' iQustre Capitano Generale a Sua Si- 
gnmia drizzate, dissero, non so se per applaudirmi, volere scri- 
vere alla Sereniti Vostra in conformità della opinione mia. Io, Se- 
rHiisfàmo Principe, Iddìo mi sia testimonio, che prìncipàlìssìina- 
menle desidero 11 benefisio dì Vostra Sereniti. Vero è , né voglio 
n^arlo , eh' io son ancora desioso di gloria , ma della vera e non 
affettata; e queste due cose sono queUe che mi fanno nelli peri- 
ricoli sicuro, nelle fatiche gagliardo e ricco nelle spese. Però ( per- 
donimi ognuno) non laudo quella opinione che vuole che stiamo 
tutti uniti con quelle condizioni in luogo forte, tarlando le strade, 
intendendosi con l'armata : dico , io non laudo questa opinione. 
Presupponendo l'assedio di Marano principalmente deàderato da Vo- 
stra Sereoitè , chi non sa che se tutte le forze di Vostra Serenità 
in questa Patria saranno occupale sotto la impresa dì Marano, 
che tutto il [nano della Patria resterà in mano dei nemici ? E por 
vero che la villa dì Castiglione , la quale è sulla Sb-adalta , che l'è 
lontana da Marano dieci miglia , e da quella a Udine oltre dieci di 
bella campagna : chi sì opporrà a 50 cavalli de' nemici che vo^no 
scorrere fino a Udine 7 Lasciamo che alloggiando tutti in questo 
luogo, sana argomento [t7 reito manca). 



JI.S».1T., SaefaSerie. T.lll, P.I. 



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LETTERE 



154i, li k maggio, ai natcer del sole, m k fotte di Marano. 

Sereoissinio Prìncipe ed Eccelleotissimo Signor mio. Con gran- 
dissima amaritudine dì cuore ho viste le lett«re AfA ^gnor Capi- 
tano Generate drizzate al signor Luogotenente , Pro»vedÌlor e a 
me , del primo del presente ; le quali per Io signor Provveditore 
mi furono mandate jeri , spacciate eh' io ebbi le mie a Vostra Se- 
renità : l'esempio deUe quali sarà con queste. Io m'affatico , come 
scrissi jeri , per acquistar la grazia della Serenità Vostra , princi- 
palmente \ ma dobiU) a questo nuido , a quel che veggio , che me 
n'abbia da seguir Topposito. Io conadero, Serenissimo Principe, 
l'autorilb ed il credito grandissimo che ha esso illustre Capitano 
appresso la Serenità Vostra , avendomi a sdegno , come per esse 
lettere mi dimostra; e dubito che se non in questa impresa, aspet- 
terà qualche altra occasione e cercherà di ofTendermi , perchè è 
cosa difficile , in tanti mondani errori , vivere con la sola inno- 
cenza : e io non voglio contender né emular con Sua Signoria , per 
essere io un vermicello , e non uomo. 

Per riverenza d'Iddio, Vostra Eccellenza mi drizzi e guidi a 
buon cammino : Mostrami , Signore , le vie tue e le tue tenute , mat- 
time desiderando io camminare sempre per il cammi'no della ven'ld. 
Supplico di grazia la Serenità Vostra , che mi mandi qui per una 
giornata sola o il claris^mo Gritli (1) , o qualche altro dU quelli 
gravissimi Padri , che con una occhiata con»deri e poi riferisca 
a Vostra Serenità quale sia stato il processo mio in questa azione. 
Spero che se io non fuggirò altra opposizione, fu^rò almeno 
quella della temerità ; ed appresso conoscerà esser certissimamente 
per verifìcarst quanto ho promesso a Vostra Serenità : e poi , con 
quel mezzo li parrà , mi levi tal occhio di costui , se ben il frutto 
delle mìe fatiche dovesse esser dato ad altri : che non sarà la pri- 
ma fiala che mi sia intervenuta questa offensione di fortuna. Cosi 
già in Cadore , cos) a Castelnuovo , cosi fa tre anni a Venzone ed 



(<| E questi il celebre Andrea G ritti, cbe si disliose aellt carriera diplonig- 
:a e nelle armi , e fii poi Ztote. 



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SCRITTE DAL (5U AL 1588 49 

alla Chiosa , e cosi uUimameDte nel prender di Venione e Mrre 
le artiglierie de' nemici : io ho fatte tati coso ; Dondimeoo un altro 
se ne ha riportato l'onore : eoA voi non per voi. Prego la Sereniti 
Vòstra che , senza alcun rispetto mio , considerando solo il benefi- 
zio della Eccellentissima Repubblica sua , veglia placar l'animo of- 
feso di Vostra SerenìUi. Io non desidero se non il benefizio (ti Vo- 
stra Sereniti : voglietemi e rìvoglietemi come una ruota d'un 
vasajo, che io ne satò sempre contento ; e basti. Sua Sgnorìa dice 
che al monte mio di Osopo non si pub ascendere senza ali ; e se 
ben m'arrìcordo, molti di voi Padri dissero che Sua Signoria aveva 
pubblicato e riferito , che detto monte non era forte , e che egli con 
facitith lo avena preso. Or lasciamo andare : segua quanto ne può 
seguire , farò sem[x« il debito mio. 

' Vemamo alla impresa nostra. Questa notte abbiamo fetta poca 
opera , per la pioggia che è stata : pure , abbiamo alzalo il cara- 
liero con un altra mano di gabbioni , e per la strada coperta che 
va verso San Vito , n'abbiamo pantati dieci altri. Abbiamo al [h^ 
sante due gran contrarìi ; lo sf^ndor della luna ed il tempo plu- 
rioso : pur sempre si procede con quella ma^or diligenza cIk si 
può. Aspetto con de»derio grandissimo la risoluzione di Vostra 
Serenith circa la materia [»«eente di questo sdegno del Capitano , 
e delle materie contenute nelle lettere dì jeri; massime circa il 
rovinar del bastione , perchè molti quasi a gara mi domandano 
l'impresa. Ho rìceroto jeri sera lettere di Vostra Sereniti dì pri- 
mo del mese , con un ricordo in quelle incluso ; il quale sari dal 
magnìfico Provveditore e da me considerato ed eseguito in quelle 
parti che ne pairk utile a questa impresa. Ebbi ancora poco 
avanti un'altra man dì lettere , por a di primo ; per le quali ho vi- 
sto dell'inviar dellì lOQ fanti dìTrevigì. Prego la Serenità Vostra 
operi che questi , e quest'altri che sono qui , abbiano qualche soldo : 
aìtrìmente , non averemo buon senrisio dì loro. 

Jerì giunse qui lo strenuo Giovanni Antonio della ViJle , con 
113 proTvi^onati ; li quali non hanno un soldo, e gridano. Mando 
dae prigioni per via del Podestà di Porto a Vostra Eccellenza , lì 
quali portavano lettere a Marano : gli ho scoperti, e dette lettere 
mandate , per via del magnìfico Provvediu>r Capello , a Vostra Ec- 
oellenaa. Gli avrei tatti impendere appresso la terra ; ma perehè 
dicono alcune cose dì alcuni di questa Patria , non mi è parso farli 
morire , ma mandarli a Vostra Eccellenza , acciocché meglio si pos- 



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20 LETTERE 

sano chiarire della verità. Mando ancora con questi legato il co- 
stituto da lor fatto sommarianieute per lo chiarissimo Provvediti 
Capello : per averlo Sua Signorìa esaminato in galea aDa corda , 
sana buono che quel frate fosse ritenuto. Altro non accade al pre- 
sente , se non che supjdico Vostra Sereoltà , che » degni con pre- 
stezza risolversi delle cose mìe : alla cui grazia mi raccomando. 



isti , li 6 di maggio. Data ttiUe fotte tU Marano , al natcer dei 
sole : diacciata per via di Porto , per un metto del Podeità. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo signor mio. Ritornato 
dalla galea in ten-a jerì circa ore S3 , inte^ come lo strenuo Bernar^ 
dine da Parma , ferito d'un arcobugio , era stato portato a Udine : 
che molto mi di9}»aque , per esser un uomo da bene , la cui opera 
in questa azione mi è stata prestata egregiamente. Ben mi dicono 
coloro che hanno veduto la botta, non essere mortale. Iddio lo 
aiuti : paziensa. 

Veduta la lettera di Vostra Serenìtìi drizzata al Luogotenente e 
ProwecUttM* ed a me , data alli 2 del mese , per la quale espressamente 
ella m' impone che dobbiamo contentarsi della via dell'assedio , ed 
astenersi da quella della fona per aver questo loco , secondo l'ordine 
del signor Capitano-, io, come obbediente, chiamai tutti questi coate- 
stabili, imponendoli che non lavorassero , ma tutti si stessero solo 
nelli detti termini. Mi risposero tutti in conformiti , che tutti erano 
per obbedire; ma ben mi ricordavano che rintermettere l'opera era la 
rovina ddl' impresa ; la qual, pa* opinione loro , era ormai fornita : ed 
allegavano questa ragione, che come li fanti vedranno che non si la- 
vori , li mancherà la speranza dì entrar nella terra , e conseguente- 
mente del guadagno , il quale non solo sperano , dia tengono quasi 
fermo : ed appresso , ognun tiene che questa impresa sia per farsi 
presto -, e che quando non si lavori , e che si veglia proceder per 
via di assedio , vorrìa lunghezza di tempo : la qual cosa non vo- 
gliono , perchè a dormir sulla terra in quest'aere , clemeatissimo 
Principe , si rendono certi doversi ammalare. Per le quali cagioni 
mi parse di non intrametter l'opera , ma ordinai che si procedesse 
alquanto. Sopravvenne allora il clarìssìmo Goveraator nostro , il 



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SCRITTE DAL 1544 AL 1&S8 SI 

qoale udite le soprascritte ragioni , venne io questa ste&aa ofù- 
nione ; e eoA si è lavorato alquanto. Io , Serenissimo Prìncipe , 
circa questa materìa non dirò altro , perchè per lo magnifico ines- 
ser Angelo Gabriel bo fatto intender l'opinione mia a. pieno a Vo- 
stra Sereniti. Alla cui grazia mi raccomando. 



isti , U 8 maggio, nel noicerdel sole. Spacciate per 
ter Pietro Rigolino. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio. Dì 6 del 
mese furono l'ultime mie , per le quali scrissi quanto mi occorro- 
va. Ora avendo ricevute lettere di Vostra Serenità di 5 , per le 
quali intesi l'ojnnione di Vostra Serenità, ch'io proceda con la 
mia forma [1).... , misi questa notte maggior sforzo ; che per le due 
notti passate aveva lavorato assai lentamente , dubitando di non 
«fendere la Sereniti Vostra : e con l'ajuto di Dia , ho fatto assai 
buon processo , talché io non credo esser lontano dal luogo dove 
io vogbo principiare il cavaliere , circa passa venti, yen è che àb- 
ramo a passare , come anco questa notte abbiamo fetto , per ai- 
coni luoghi : pur , nel nome di Gesù , spero il contrario. Io 

procederò , adunque ; e quando l'opera sarà ridotta alla perfezione , 
la Serenità Vostra delibererà quanto parrà alla sua somma sa- 
pienza : la qual di tempo in tempo sarà da me di ogni successo 
certificata. Io la ringrazio infinitamente della dichiarazione sua fatta 
delle legno che furono del quondam Antonio Savorgnano- ì denari 
delle quali l^e, insieme con tutto il resto della facoltà mia, son 
forzalo spender lai^mente alli bisogni di Vostra Serenità , come 
si vedrà. 

Cosi scrìvendo , è sopragiunto il magnifico Angelo Gabriel , con 
lettere di Vostra Serenità duplicate ; le quali , accompagnate colla 
relazion di Sua Magnificenza , mi hanno acceso t'animo talmente 
a questa impresa , che Vostra Serenità ne vedrà , spero , li desiati 
effetti. Aveva poco avanti ricevute queste lettere allegate da Ca- 

M) Pare cbe qui slgniScbi: col mio disegno ; cioè col disegno approvalo 
d&lla Signoria eoa ducale del S maggio. 



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83 LETTERE 

stel di Porpeto dalli condottieri nostri , alli quali io non presto 
molta fede. Pure , per proceder canoaicamenle , ridurremo tutte 
le geuti d'arme del magoifico messer Giovanni Manfrone fra San 
Gervaso e Carìino , per esser più uniti alli bisogiù ; e non tireremo 
le artiglierìe in terra se non saremo bea chiarì di questa nuova ; e 
procederemo sempre con la circospezione e siourlà che Vostra Sere- 
nità desidera. 11 magnifico Prowedìtor Vitturì è aspettato da noi 
oggi qoi con danari per questi fanti : così mi ha scritto il magni- 
fico Giovau Paolo Manfrone e famiglia sua in questo loco ; il 

quale è da me visto ed onorato come padre. Spero nel Signor 
Iddio, che se i nemici verranno a questa impresa, iodubitatamenle 
li faremo penlire : perchè, per lo conto che facciamo, abbiamo no- 
mini d'arme 430 , cavai leggierì SOO , provvisionati 700 , uomini 
del paese SOOO , « queste 4 bocche di fuoco in ordine con li suoi 
bombardieri : siamo sufficienti per andar fino a Lubiana. Vostra Se- 
renitk stia di buon animo , eh' io spero nell'eterno Dio che le cose 
sue procederanno per buona via. Ben mi dolgo delli casi seguiti , 
come scrissi per l'altre mie, di messer Bernardino da Parma; il 
quale perù sta meglio , e mi scrìsse che sarà presto qua. E per- 
chè in queste fazioni s' ha portato egregiamente , prego la Sereuìtb 
Vostra si degni , in una sua a me drizzata , toccar una parola , 
laudandolo , e facendoti intendere eh' io lo abbia lodato a Vostra 
Serenità : e questa clausola mostrerò atU suoi , che li sarà di gran- 
dissima soddisfazione. 

Ho avuto un altro incomodo , ed invero notabile ; che il magni- 
fico messer Nicolò Vendramìno da Latisana in quel di mede^mo fu 
ferito da un sasso gettato dalli nemici sopra li ripari , in una gam- 
ba ; non però con perìodo : ma pure lo disconcio è stato tale , che 
è stato necessitato a partirsi. Ha lasciata la compagnia sua tutta 
qui sotto un prudente capo suo. 

Altro non mi occorre , se non che a Vostra Serenità mi racco- 
mando ed inchino. Abbiamo fatti li allo^iamenti del Tartaro e di 
Renzo di Perugia per mezzo la porta di Marano , in luogo oppor- 
tuniasimo da occorrere ad ogni irruzione. Della quale Vostra Sere- 
nità non dubiti punto. 

Da Ser IHetro EUgolino, portator di questa, VosIjb Serenità inten- 
derà dove al [M^sente ci ritroviamo coi ripari. 



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SCRITTE DAL 1514 AL 15! 



1514, h 9 ntaggio, a ora prima di notte. SpacaaUt per la via 
delParmata, con quella della itesia. 

SerenisEÌmo Prìncipe ed Ecmllentissimo signor mio. Jerì scrìssi 
quanto m'occorrerà. Ora vcramenle non mi accade molto , se non 
die questa notte abbiamo avute grandissime aque ; le quali ia- 
siemo col lame della luna hanno impedito assai l'opera nostra. Pure 
abbiamo usata tanta sollecitudine e diligenza , che siamo passati 
avanti assai bene. Se io avessi pure tre ore di scuro , mi condur- 
rei al lu<^ del cavaKere', perchè si metterla uno sforzo dì gua- 
statorì come nel principio di questa impresa facemmo , laiche in un 
tratto si pianterìeno ed empirìeno tutti i gabbioni : ma per li con- 
trari sopradetti , saremo necessitati a proceder lentamente ; e come 
abbiamo piantato un gabbione , biscia empirlo avanti cbe se ne 
pianti un altro , acciocché il pieno faccia scudo agU uomini che 
lavorano a piantar l'altro ; e così di mano io mano si procede. La 
strada veramente la facciamo per questi lu(^hi bassi , di fascine 
grosse , graticci e terreno ; nella qual'opera pochi guastatori si 
possono travagliare : ma come siamo giunti all'argine del fosso , voi- 
teremo la fronte alla terra , e metteremo sforzo di guastatori in 
modo, che ci faremo sentire; e Vostra Serenità delibererai quanto 
li parrà. Le artiglierie non si scargheranno se l'opera non sarti 
compila, e le strade acconcie per sostenerle: le quali tuttavia si 
concieranno. Il cavaliere primo è ridotto ormai io ottimo termine, 
lo voleva , secondo il mio primo disegno , alzarli ancora un'altra 
mano di gabbioni ; ma al magnifico messer Giovan Paolo Manfrone 
non pare. Questa sera il magnifico Proweditor resterà qui per 
compir dimane di pagar queste genti. Circa la qual materia io non 
dirb altro, ma in tutto mi riporto alle lettere di Sua Magnificenza. 

Altro non mi occorre , se non che a Vostra Serenità umilmuite 
m'inchino e raccomando. 



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L K TT E BK 



ISIi, U 10 maggio, a ore 3 di notte, tolto Marano. Spacciate 
per via di mare , per Domemeo Scariot. 

Serenisàmo Prìncipe ed EcceUraitigsiino Bignor mio. ^amo , con 
l'ajuto di Iddio , condotti eoa li rìparì nostrì aojira l'argine del fosso, 
e superati tutti li basa in modo , ch'io spero dimane di notte dar 
priocipio al cavaliero ; il qnale spo^ di far alzare di maniera , che 
li nemici resterauao poco contenti ; perocché né materia né opera 
mancheranno. È venuto qui Antonio Feramolin bombardiero , mai^ 
dato per la Serenità Vosto'a con lettere sue ; il quale mi è stato 
carissimo , per avere per avanti inteso della safficieoxa sua. Userò 
la sua opera secondo il bisogno. Li nemici di dentro di Marano à 
sforzano di ripararsi , e lavorano con diUgenia : ma spero lavoro- 
ranno invano. 

Il magnifico Proweditor Vitturi , espedilo d^e sue faccende di 
qui , si parli circa mezzo giorno.- Dappoi la partita del quale , in- 
tesi da alcuni villani dì Gervignano, come circa 60 cavalU de'oe- 
mici, uscili da Gradisca, erano corsi in nna villa nominala Ma- 
scoli appresso Aquileja; e fatto certo bottino, se n'erano UHvali 
dentro. Certo , Serenissimo Principe , se il magniBoo Proweditor 
fosse stato con li cavalli nostri al suo alloggiamento , così come egli 
era qui per pagar questi fanti , per mia opinione li rompeva e ne 
faceva prigioni : perocché U nostri cavalli tutti assai pw tempo si 
mossero per seguirli , e , per quanto mi dicono , alcuni Slradiotti 
li seguitarono fin appresso Gradisca , dove essi nemici con il bot- 
tino ^ ridussero. 

Ho avute questa sera lettere di Vostra Serenità di 9; per le 
quali , fra le altre cose , ella mi significa non aver avute certe let- 
tere di Castello dì Porpeto nominate nelle mie: che molto me ne 
maravi^o. Credo che ser Pietro Rigolino , al quale consegnai dette 
mie lettere insieme con qtiella ch'io diceva alleata, se l'abbia 
scordata forse iu galea, per averti io commesso che la mostrasse 
al magnifico Proweditor Capello, e poi di nuovo l'allegasse a quella 
della Serenità Vostra. Non accade piii ch'io dica la sostanza di 
lei, perchè àamo chiarì che la non contiene cosa vera. 



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SCRITTE DAL 15U AL 152R 25 

Altro non m'accade per on, se non Ae a Vostra Sereniti 
umilnieate mi raocomando. 



15U, U iì maggio, mlPaurora. ^Kicdata per via dtìParmata; 
data (de 



SerenÌ8SÌ(Do Prìncipe ed Eccellentissimo Signor mio. Eravamo 
jerì preparai di tutta la malerìa necessarìa per dar principio al 
CBTalìero del luogo, al qnale eravamo pochissimo distanti : ma una 
[HO^a ten4>iliafflma e furiosa ne sopragiunse, che non fu possi- 
bile far cosa notabile. Le strade di nnoro fatte di questi terreni 
di creta, wano si lubriche, che nb guastatori né noi altri pote- 
vamo pigerei in piedi D& far operasiooe alcuna : pure piantammo 
sei gabJoioni sdì. Ora che abbiamo parte della notte scura, se il 
tempo non ne impedisce, feremo faccende assai : stiamo tanto 
propinqnì alle mure della' terra , che il àH mal d pub lavorare 
soita esfMVSso perìcolo dei lavoranti. Accostandomi al comanda- 
mento di Vosb-a Sereniti, procederò più presto con qualche piti 
tardanza e sicurezsa, che altrìmeoti : massime essendo certificato 
dal magnifieo Provveditor Vitturi e per altre vie, che de'nemici 
di fnora non s sente alcun notabile apparato. Le arti^erìe, come 
per altre mie ho scrìtto, non si rìtirano in terra, ae prima e le 
strade ed ogni! altra cosa non aa preparata : alle quali strade si 
attende con ogni diligenza. 

Altro non mi occorre, se non die a Vostra Serenità m'inchino 
e raccomando. 

XXXIX. 

15U, ^t 13 di maggio , al nascer del iole. Spaceùita 
per via di mare. 

Sereoisàmo Principe ed Eccellentisrimo Signor mio. Se la notte 
precedente fu pessimo tempo , come scriss a Vostra Serenità que- 
sti di, questa senta comparatione è stata peggiore-, in modo che 
non è stato possibile a procedo* eoo le opere nostre. Fa in vero 

jUca.ST.lT., NxMnSerie, T.UI, P.l. i 



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S6 LETTERE 

ana pioggia graadissima , accompagnila oon tampeata , «cchè tutte 
le strade erano piene d'aqoa, nelle qaali era quasi impossibile dì 
reggersi in piedi ; ed anco dentro delli aDoggiamenti si stava male, 
perchè, come sa Vostra Serenità, sono alloggiamenti sforzati, cioè 
sotto terra, per tema delle artiglierìe. Le difficoltà nostre fin qui 
sono state grandi; ma prego ta Serenità Vostra cbe non si per- 
turbi per questo, perchè io son in pib ferma qieranza di questa 
impresa, che fossi mai : e se io posso avere taniì giorni di buon 
tempo , quanto dopo ch'io cominciai questa impresa ne ho avuti 
di cattivi , credo indubbi latamente che Marano sarà di Vostra Se- 
renità. E non si creda cbe questa sia temeraria promessa, ma con 
ragion la farò conoscere ragionevole. 

Come io abbia in ordine lo i)astìon mio, allora scrìverò a Vo- 
stra Serenità particolarmente : e spero dì farìi conosc«^ , che gli 
amici ohe io tengo in questa Patria, e la facoltà mia, sarà dì gran- 
dissimo frutta ei utililà alla Serenità Vo8tra.IAlla grazia della quale 
mi raccomando. 

XL. 

1541, U 15 maggio, nei natcer del soUy tkl nuovo battione. 
^tacciata per la tna di Porto. 

SerenisniDO Principe, lo scrissi jeri a Vostra Serenità dell'opera 
fatta, e ch'io aveva chiamati li clarissimi Provveditori dì lerra e 
dì mare per conciare. Ora significo a Vostra Serenità, cbe a 
circa 18 ore venne il magnìfico Provredìtor Vìtturì, e poco di poi 
il magnifico Capitan del Golfo, con li aecretari del magnìfico Prov- 
veditor Capello; non essendo parso a Sua H^;mflcenza clarìssima 
partirsi dall'armata, per aver parte delle ciurme in terra , dubi- 
tando di qualche errore lasciandoli senza governo. E ridotti tutti 
in^eme, cioè essi magnìfici Provveditori e Capitano, il magnifico 
messer Angelo Gabriel , e il magnifico Giovan Paolo Hanfrone , e 
molti altri gentiluomini dell'annata, e tutti fi conteslabiU -, li quafi 
conàderato lo stato e la condizione si della terra di Marano , come 
anco deUi ripari nostri, dissero, domandati della opinione loro : la 
quale per queste mie lettere non riferirò altrameote alla Serenità 
Vostra, per essere qnesto carico del magnifico Prowedilor , il quale 
soD certo averà a pieno il tutto signifioato alla Eooellensa Vostra. 



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SCRITTE DAL 1514 AL 1528 S7 

h) breve e realmente esplicliOTÒ l'istsoia mìa alla Sereoitò Ve' 
9tra: qodlà poi focaia qaauto parrb alla sua somma sainenza. Ha 
prima voglio promatlere iì doloroso e lacrimevole caso del mio 
Pnotoesco Gasàna ; il quale, immediate dopo il consulto, essendosi 
alquanto allontanato dalli ripari, d'nn colpo di schioppetlo in la 
teata fa morto : alla cui bnima anima Dio doni requie e riposo. 
Costui, Sereniaamo Priocìpe ed EccellentìsEàmo Signor mio, si portj» 
talmeole n^'assedio di Osopo, che mi parve degno d'ogni onore 
e governo: però lo raccomandai aUa Sereniti Vostra^ e quella, per 
gmia sua, ti diede la condotta di 100 provvisionati ; dappoi io 
f^ aveva [voniessa una mia nesza (1) naturale, che fu figlinola 
del quondam ser Tristano mio fratello, con dote dì ducati 600 : 
tanta era la speranza mia di lui, che dovesse venire grand'uomo 
in questo mestiero dell'arme appresso Vostra Sereniti. Ha, come è 
jttacinto lA Signore, co«A è fatto: egli me 1 diede, ^ me l'ha 
tolto. Hesta ch'io racctmiandi un povero sno fratello, il quale è 
restato qoi. Vostra Serenità sì degni di provvedergli di qualche 
provvisione per esemiMo d'altri ; perchè è giovane, e non è po^na 
di mdto governo. Ha torniamo alla materia nostra. 

lo non dirò mai, Sermisamo Principe, che in questa o in al- 
tra impresa la Serenità Vostra non faccia ogni possibile provviào- 
ne dj b)T%e , si di gente che di artiglierìe ; perchè quanto esse sono 
ma^tHÌ, tanto piti le imprese si fanno facili e lecere : e quando 
la Serenità Vostra lo possa fare dì mandar quanto richieggono 
quelli che furono nel consulto, dico che sarà ben fatto-, ma in 
cma che non à possa, mia sentenza è che non sì resti di dar^^i 
la battaglia ; e la ragione che m'induce a qneato è che la via del- 
l'assedio mi pare ad un certo modo impossibile. L'inclemenza del- 
l'aere ne soprsf^UDge, cbe pò tutti se ne risentiranno : gli uomini 
del paese sono ffk chiamali daRe campagne a raccogliere i frutti 
d^e fatiche loro alla fine di questo mese ; nel qnal tempo Iddio 
solo U potria tenere fuora di casa. Ci partiremo dunque cosi vil- 
mente da questa impresa senza fare un assalto a' nemici ? Tante 
Doslre fatidw , tanta spesa , una sì bell'opera sarb gettata al ven- 
to? Oh vituperio grande mio, se dod d'altri 1 Io mi consumo a 
pulsarmelo, lo dkw , adunque , in caso che la' Serenità Vostra non 
pOB>a accrescere alte forze nostre , che si debita proceder per qoe- 

(1) JV»ia , voce veneiiana , che sìgniBca tt^pot*. 



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28 LETTERE 

Sta via. [o eleggerò di latta questa Patria d^ amici e serritorì 
miei quel maggior Dumero ch'io potrò : e gjb ho mandato de^ 
uomini miei per tutto a congregarli, e spero in Dio, che venerdì 
tutti saranno ridotti in questo luogo ; e gjadk» di aver , per il 
meno , uomini 600 etetti a modo mìo , li quali non cederanno in 
parte alcuna alti provviàonati di Vostra Sereniti ; li quali provvi- 
sionali saranno, per il meno, 400. Di tante ciurme dì galee non 
può essere che non caviamo SOO buoni uomini ; e dd resto della 
armata lorremo, ad un biso^o, delli balestrieri a cavallo da cento 
in suso , che più mi sono stati volontariamente offerii. Il magnifico 
messer Giovan Paolo Manfrone s'è offerto che alla battala verran- 
no almanco 30 uomini d'arme delli suoi in arme bianche ; capo 
delli quali sark il magnifico messer Francesco de' Cavalli, del coi 
generoso cuore molto mi confido. Questo, Serenissimo Principe, non 
è poco numero d'uomini ; dico d'uomini eletti : che quando io vo- 
lessi ragunar d't^i sorte d'uomini, io ne potrei condurre di sette 
in otto mila, e meglio. Quanto alle arti^ierie, dico li tre cannoni 
mandati per la SereDÌlè Vostra esser sufficienti : che quando io 
veggio la murag^a che abbiamo a battere , mi vien quasi volontà 
che manco basterìa. Ben sana contento che ciascuna di queste 
bocche potesse tirar cento dolpi ; dove che Vostra Serenitti ha man- 
dato solamente per cinquanta colpi , che si tireranao in un giorno; 
ed , in un caso che bisognasse per un altro , mal saria a non aver 
il modo di poter seguitar l'impresa. Cosi di questi falconetti e sa- 
grì che qui sono, vorrei che piò copiosamente potesdnno tirare: 
però la Serenith Vostra farK quella provvisione che li parrb. Mando 
in questa inclusa la polizza delle cose che domando, lo , fra que- 
sto tempo che gli uomini del paese sì ridurranno , attenderò ad 
innalzarmi col bastione , seguendo il mio prìmo online e disegno. 
Vostra Serenità delibererà quanto ]ì parrà , ed io obbedìenlisnmo 
fiuo aDa morte eseguirò te suo sapientissime deliberaiìoni fatte. 
Alla cui grazia umilmente mi raccomando. 

P. S. Io non tirerò l'artiglierìe in terra fin ch'io non ho la de- 
liberazione dì Vostra Serenità. La qnal voglio che intenda , che il 
cannone di SO , qual è sulla barbotta , ogni dì tira ; e già buona 
parte delle ballotte e polvere devono esser consumate : però si 
tvovvegga che posiamo tirare almeno cento coli» per ciascnaa 
bocca. 



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SCRITTE DAL 4514 IL 15Ì 



ISIi, à' 16 di maggio, al natoer dei iole, net nuovo baitione. 
Spaedata per im capo tH iquadra di metser Retino da Perugia. 

SereDÌssimo IVincipe. L'ultime mie furono di jerì , spacciate per 
via di Portogniaro ; per le quali copiosamente gerissi alla Sereniti 
Voatra qnaato m'occorreva , dichiarandoli l'opinion mìa di questa 
impresa. Sod cwto che Vostra Serenità le avrb avute. Ora non 
m'accade altro , se non che questa notte siamo tanto alzati col 
bastione; cfafe dì giorno non possiamo lavorare, perchè i^bbioni, 
che sono a fronte, non ci difendono. Attendiamo a far portar fo- 
scine e terra ', e qnesta notte metteremo un gran sforzo , in modo 
eh' io spero che la mattina sar^ fatta grand'opera , è con poco 
pericolo de' nostri: dei quali finora ne mancano pochi ; dico pochi, 
chi conradera la grandezza dell'opera in loco s\ propinquo , cootra 
tanta furia di scbioppetteria. Ho voluto intender da tutti questi 
miei capi degli uomini del paese , quanti ne sono stati morti per 
ciascuno : mi riferiscono , ventiono in tutti. Ed è cosa notaMe , 
Serenissimo Prìncipe , la qual fa msravi^iere tutti questi soldati : 
che s'è visto più volte che fi^ 50 d'essi uomini del paese che Ist- 
vorano , ne amò stato morto uno o due , e gli altrì intrepidi non 
si saranno rìmoesi dall'opere e luogo suo : tanto è il de^derio di 
questi , che Vostra Semkitb abbia l'intento suo. E riverentemenle 
gli ricordo , che sarà ben fatto agli eredi de' morti far una esen- 
zione , per esempio d'altri : pure Vostra Seronitii farK quanto li 
parrfa. Dalla qofje io attendo l'ultima deliberazione di questa im- 
presa , non cessando però di jHroseguìr l'opera mia secondo il mio 
primo ordine e disegno. Queste lettere Vostra Serenità le avrà da 
un capo squadra di messer Renzo da Perugia , dal quale quella po- 
trà avere informasiooe buona delle cose di qui. 

Altro non mi occorre , se non che a Vostra Serenità umilmente 
m* inalino e raocomaiido. 



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LETTERE 



IMi , Jt 18 maggio, a ore ^6 , nel baslùme mtto Marano. 
Spacciata per via drif a n n ata . 

Sweaisamo Priocipe. Jerì boq aerìsà a Vostra Sereaitb, per qod 
easere occorsa ceta degna di saa notizia. Il magtùfico ProTreditore 
fu qui , e pagò otto j^ovvisionatì di GioTanni Antonio della Valle , 
e i capi dì squadra degli altri «mtostalrili che restavano ad avere 
i suoi denari ; e mentre Sua Signoria foceva lo pagamento , uno 
delli Demici , nudo , si cacciò nelle foese , al dritto di questo nosbt» 
oavalier nuovo; e saltato soihv uno de' gabbioni nostri', levò la 
bandiera di Uarian nostro , e portoUa a salvammlo dentro della 
terra : del qual caso io ne ebbi grandisBÌmo discontento. Mariano 
s'iscnsava che non era la gua; ma, per cagione de' suoi ea{H dì 
squadra , era avanti il msgnifioo messer Damian da Tarsia Prov- 
veditor rimasto alla guardia di detto bastione , isousando a scasa 
del banderaio : l' ho persa assai tristamente ; pare questo è poco 
danno, a chi con^dera il modo ch'è staCi tolta (1). 

Questo seguì jeri circa 91 ora ; poco di poi avemmo certi av- 
via , a da diverse vie , ohe i nemici eraao ingrossati , e in breve 
eruio per uscire per lo soccorso di questo loco. Per questa cagìoDe 
il magnifico Provveditore accelerò la partita sua ; ma prima fum- 
mo in n^onamento del modo che s'aveva da tenere quando i 
nemici Venissero. 

Al magnifico Provveditore pareva che le genti d'arme che sono 
a Carlino , venissero con lui a Castel di Porpeto : al magnifico ser 
Giovan Paolo Manfrone pareva cbo esso Provveditore , coi cavai 
leggeri , si unisse co'suoi uomini d'arme qui sotto Marano. A me 
veramente pareva , che esso Provveditore stesse a Castello di Por> 
peto , gli uomini d'arme a Gariino , e noi con le fentme su que- 
sti ripari-, con quest'ordine, che il magniflco Provveditore con 
buone scolte, e usi la sohta diligmso'; e subito che sia cer- 
tificato dell'uscir de' oemici da Gradisca , nel faccia volando io- 



ti) Periodo latnlcialo che dod si ardi toccare , Don avendo alle maDi altre 
copie di questi dlqMcci da consultarsi. 



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SCIUTTB DAL 1Mi IL 15^ !t1 

teoder , ed egU coi cavai leggìi si spinga sulla Stradalla. Se' ì ne- 
mici vorranno soccarrwe questo luogo , è necessario che Tengano 
cou pedoni ed artìf^rìe ; e , eoosegoentemente , non possono es- 
sefe troppo veloci, li ProvveditDfe , che sarfa con buon numero di 
cavaM eqiedito , subito si 'chiarii^ della veritk , e sempre dì man 
in mano ci farà intender il progresso de' nemici , ritirandos e re- 
prìmendo il corso di essi : noi mai ci rìmov^rmo dalla impresa no- 
stra , se non quando per Sua Magnificenza saremo fotti certi che 
i nemici abUano passata la villa di CastiglìMie , la quale è lontana 
da qui miglia dieci. Allora sotto buon riguardo partendoti di qua , 
ci ridaremo tutti a San Genraso , dovè i nemici sono necestitati 
a passare ,- e qui faremo quanto n oauTerrb per onore di Vostra 
Sereoitk e nostro. Questo fu il discorso mio ; il quale , per grasia 
di questi signori , fn finalmente lodato. 

Vennero anco dopo i primi avvisi contenenti pure l' ingrossar ' 
de* nemici -, ma questa v(dta venne una lettera dì messer Teodoro 
dd Boi^, the dioeva che per. tre man di es{doratorì, de' quali 
Doa nm sapea dell'altra , aveva inteso come jersera dovevano 
entrare in GradiSGa quanti potevano portar arme da quindici anni 
in suso di tutti quei terrìtoriì , per uscir questa medesima notte 
e Tenir a questa vcdta. Per la qnal cara siamo stati tutta questa 
notte prqwirati , c^ quando fosse occorso il caso , si fosse eseguito 
l'ordine sopra .detto : e qu^ di die motto tutti noi ci siamo sod- 
disfatti , è stato ohe tutti intreiHdameDte sono alati aj^i ordini 
suoi e vttoiteroai di far il d^to suo , e massime questi ctnitadinì 
noetoi. Questa mattina, a ore tre di sole , abbiamo avute lettere 
del raagnifieo Provveditore Vittnrì, pw le quali ne certifica le sue 
scdte essere tAmate fin dalle mura di Gradisca ; e che , daUa re- 
lazion loro e di miAì altri , intende non esser cosa notatnle con~ 
tro dì noi , e che dì buon animo s^niliamo l' iinjnvsa nostra : e 
oort fu. H magnifico ser Giorvan Paolo Hanfrone e messer Angelo 
Gabriele e messer Giaoometto da PinadeUo sono cavalcati per 
provveder ove dobbiamo far un riparo verso San Gervaso per po- 
tw più sicuramente ostar ai n«DÌci , quando vsniasero *, massime 
tirando le arti^ìerie in t«Ta , se avremo da Vostra Serenità aur 
toritb di tirarìe : la qual sia certa che in ogni azion nostra A i»^>- 
oederk piti moramaite che si potrò. Alla cnì grazia umilmente 
m'indiino e 



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1SU, H 82 maggio, a ore Vi, tatto Marano. Spacciato 
per meuer Giacometto da PàiadeUo. 

Seremssimo Prìncipe, lo non ho scrìtto questi d) a Vostra Se- 
reniti per aver lasciato questo carìco alli ctarìssimi Provreditorì ; 
i quali credo abbiano cumulativamente fetlo tal offido. Ha ora, 
astretto da oecesBità , farò questa alla [««fata Eccellenza Vostra ; 
per la quale, con grandisàmo a^nno , ^1 pronuniio la gravissima 
ingiurìa a me fatta , non dico d'altrì , ma dalla fortuoa. 

Noi abbiamo battuto questa terra per lo spazio di ore aeà, ìn 
modo che tutte le mura fino alle fondamenta sono rovinate e ve- 
deà manifestamente , lì nemici non aver fatto dentro né contraf- 
fosà ne' contrarìparì. E potevasi andar a detta battala, la qoal 
era da dieci passi lunga, per due vìe : l'una , por un sostegno , 
che l'uomo non si bagnava il piede , dal quale declinando a destra , 
sì perveniva all'ìscontro di detta batterìa, che non era sei passa 
di cammino: l'altra via era, ascendo fuori dai ripari nostri verso 
li ^teroDÌ , si sarìa trovata qudla secca della fossa, la qual non è 
cavata larga dodici passa, che l'uomo non a saria bagnato a mezca 
gamba; ed era il terreno duro, come sa (^uno che intende quel 
sito : dalla qoal secca si poteva poi , declinando a sinistra per circa 
otto passa, venir alla batterìa nostra. E fu da noi eletto questo 
ìuo^ a battere , perchè il muro in questo luogo è debole e senza 
rìpari : dove che per ntesco la secca lo trovammo piti finte e ri- 
parato , e cosi anche di sopra verso il torrione di San Giovanni ; 
e non ne parve grande incommodo poco spazio più in su o in 
giti , potendo ritornare al detto luogo della batteria : eoa) fra mn 
fu ragionato e deliberato. I>arve mo'a questi soldati tutti , ed anco 
a noi , di far tentar i fondi dì tutte queste aque ; ma colui aveva 
io commissone di andar a cercar la secca , non vi arrivò , die per 
tema della sohioppettMÌa si oaccift in aqua, e furiosamente paBSÒ 
al dirimpetto de' riparì nostri , e non arrivò alla predetta secca. 
Tornali tutti tre li mandati , ma feriti , rifrairono l'aqua esser 
grossa ; in modo che stornarono questa occasione. 



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SCRITTE DAL 1Mi AL 1528 S3 

1 soldati in gran parte comincuro a dimostrarsi tepidi -, e rì- 
doUi interne avanti ìl nostro safùenUssimo Govranatore e magni- 
fico Proweditnre Vittori, io mi sforzai di superarli^ di persua- 
derii l'impresa, e di buon cuore mi oSbrsi voler la prima batta- 
glia con ^ uomini miei. E Twamente , Serenissimo Priucipe , non 
mi moveva lemerariamente , ma con buon fondamento e ragione 
{»gliava detta imjH^sa. Io mi trovo aver SOO schioppettieri, e me- 
glio archi pib di 300 ; balestrieri inh di 100 , e aste più di SOOO; 
dfl'quaG io ne avevo eletti 600 a modo mio. Io mm dubito punto 
eh' io vi sarei entrato : tanto era ognun de'miei volenteroso. It ma- 
gnifico Provveditore e Governatore non me l'hanno veduto permet- 
tere, dicendo che la mente di Vostra Serenità è che l' impresa si 
j^ sicara ; e avendo il parer di tutti ti contestabili , che l' im- 
presa sia pericolosa, da Harian CArao in fnorì, tutti me V hanno 
prmbila. 

Qual sia stato il mio dolnv , Serenissimo Principe, la Serenità 
Vostra per sua sainenxa lo può considerare , a vedermi tolta una 
tal vittoria dalle mani. Io non mi dolgo del magnifico Yitturi, per- 
chè conosco che s' è messo ccm fondamento ; ma ben mi dolgo , ed 
avanti d'ora mi dolsi, che la Uberto di questa impresa mi sia slata 
tolta dalle mani. Io la cominciai solo , e poco processi avanti, eh' io 
fili sottoposto al governo d'altri : e quali sieno stata le fatiche mie, 
non dico del corpo , ma dell'animo per non mi discoùciar con al- 
cuno, Idtfio e molti uomini lo sanno. Io sperava ed aspettava di es- 
ser commendato dall' illustre signor Capitano ; e la Serenità Vostra 
ha visto con quanto sdegno Sua Signoria s' è commossa verso di 
me, e pubUìcamenle ha voluto dire che mai non si riuscirà. Questi 
di^vorì importano assai, perchè sono molti de' contestabili e soldati 
àie desiderano dì gratiflcarà. Non poi eh' io creda àie sua Signoria 
de^deri altro che il bene dì Vostra Serenità : pure l'autorità sua 
è grande e muove assai. Il dolore che io ho di questo sinistro , non 
è solo per r interesse mio , il quale è grandissimo e nell'onore e ndla 
facoltà; ma perchè io mal ve^io il modo che |»ti ^ possa aver que- 
sta terra , po' le ragioni scritte a Vostra Serenità , cioè dell'aere e 
delle raccolte; per cui mi sarà impossibile poter tenere piti gli uo- 
mioi del paese. Questi soldati non si vogliono bagnar i piedi ; i mi- 
nistri dì Vostra Serenità non vogliono che co' miei io faccia rimi»%sa; 
» ha il modo di batter poco, per lo mancar della polvere e delle 
AM:H.3T.lT.,A«DM5«rù, T.UI.P.I. S 



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3( LETTERE 

pelle ; due boccfae sono mal coDdÌEÌonate e quasi rotte , cioè quella 
di quaranta e una di Tenti ; e i nemid ripareranno in modo, eh' io 
Dfl spero poco d'ora indietro. Questa era la vera ora , questa era la 
matnrìtb di quest' impresa ; e senza &i^i pur ud assalto, siamo a 
partirsi necessitati. 

lo non so quello determinerà Vostra Eccdlenia : ma faccia quanto 
li piace; la supplico che sia contenta di levarmi questo peso da doEso, 
il quale m' è impossibile da sostenere. La maggìu' parte di queste 
grati stanno a mie spese ; che come io le levo , si partiranno ; e par- 
tendosi elle , io sarò di poco frutto. Vostra Serenità ha il Governatore 
eProweditor suo; non accade ia persona mia: sia contenta ch'io mi 
riposi un poco : aspetterò l'ordine suo, dal quale mai sono per par- 
tirmi. Ben la supplico che voglia , con il. suo sapientissmo giudizio , 
considerare, che s'ella mi liene a questa impresa, finalmente n' ha 
da riuscire la rovina mia. 

Aspetto sua immediata risposta, e mando a posta messerGiaco- 
metto da Pinadello portator di questa, il quale ba anco commisàone 
da me di espUcar alcune altre cose a Vostre Serenità con li Eccellen- 
tissimi Capi. Prego li sia prestata fede. 

A Vostra Eccelleuta umihnentfl mi raccomando. 



1 5U , Ji 35 Piaggio ,aorei3 : sotto Marasio. Spacciata 
per Guardabatso', cavallaro di Trevigt. 

Serenissimo Prìncipe, la quest'ora 23 ho ricevute lettere di Vo- 
stra Serenità , perle quali , con molta maggior umanità eh' io non 
merito, ella m'infiamma alla perseveranza dì quest'impresa, lo, 
Serenissimo Principe , non son mai per partirmi dalla volontà di 
Vostra Serenità; e benché io le avessi scrìtto nella torma ch'io 
le scrìssi ultimamente , non però son restato di far le d^ite prov- 
visioni per l'acquisto dì questo luogo. Il baslìoo di San Giovanni è 
in gran parte cavato, nel quale è fatta tanta concavità, che qua- 
ranta uomini vi stanno ùcurì a lavorare ; e perchè minaccia rori- 
na , abbiamo determinalo dì metter un ponte , e seguitar la fila 
de' gabbioni su per le fosse fino al bastione Sf^non ; e questa sera 



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. SCRITTE DAL ISU AL 1KS8 35 

daremo principio. Messo- Pietro di Longhena ha tolto l' impresa di ' 
buttar un ponte, orv^amenle una zattera, al dirimpetto della 
batteria ; e spero riuacirh bene, perchè mi pare persona molto 
discreta , e ha fatto fin qui buona dimostrazione e di cuore e d' in- 
gegno. La materia del detto ponte è preparata mediante il magni- 
fico messer Nicolò Vendramioì da Latìsana , il quale in gran parte 
ha fatto condurre qui da Latisana ; e in vero merita grandissima 
commendazione , per essere stato sempre qui , come io scrìssi , 
con S50 uomini. liei resto di detta materia è stato provvisto per 
io magnifico messer Angelo Gabriello , il quale con l'agevdezza e 
diligenza sua mi solleva tanto, che mal sraza di lui avrei potuto 
soddisfare ai bisogni di questa impresa. 

Adunque , per tre vìe terremo i nemici sollecitati , facendo ogni 
prova per far riuscire il deliberato effetto di Vostra Serenìtk. Alla 
quide mi raccomando. 

( /l rinummtt Mila protitma Di^pmia ]. 



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DIARIO 

RIBELLIONE D' URBINO 

NEL 1578 

D'IGNOTO AUTORE 



DA FILIPPO UGOLINI 



La nobile fotioa di Giacomo Dennistoim sai daohi dì Url»no (I) 
se da una parie grandnaent^ mi rallegra per lo s{dendore che pur 
ne dmva alla mia diletta proviocia , dall'altra mi sforza la mente 
a gravi e meste coosiderasioni. Dagli aspri monti della loatana Ca- 
ledoDÌa (che il DennistouD di Scozia era ) scende egli ìq Italia , si 
fenna nel già ducato dì Urbino, fruga negli archivi, legge, esa- 
■nioa, raccoglie ; altrettanto fa in Firenze, in Roma e altrove ; poi 
con rìcchissiroa snpelleltile toma a'snoì monti, e pubblicale sue 
memorie. E noi abitatori della valle Metaurense e delle cittk e ville 
agnoreg^te dai DucM , vedemmo lo strano ospite aggirarci» in- 
torno , accesamente intento a intem^ar monumenti , e far vesaro 
di memorie, U cui pregio era ignoto o mal noto agli stessi lor pos- 
sessori ; e ciò vedemmo con quella stessa indifferenza, onde lo stu- 
pido e molle asiatico assiste a^i scavi dì Ninive , e vede trasportate 
a Londra o a Parigi le opere maravigliose dell'arte antÌ4^ùsdma 
d^ Assiri. Forti e generosi pensieri pungono e incalzano la stirpe 

K] Vedi la Dìsp. prima del Tomo primo di questMrcMvio Storico , pgg.SSS. 



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38 DIARIO 

BDglosaawne -, essa vuole e fortemeate vuote-, quindi la grandetta 
dell'impero brìtaDnico : ma 

< A Doi le fasce 
« Cinse il fastidio ; a noi presso la culla 
« Immoto siede e sulla tomba il nulla » (1) : 

quincU la decadeoia e la prostrazione d'Italia. E cbi credesse che 
natura , la quale in tre diverse epoche , cioè etnisca , romana e del 
medio evo, ci fu cosi larga e benigna madre, or si fosse cambiata 
in matrigna , sì appwrebbe in fallo: la bontà del cielo , d«l clima, 
del terreno, del germe è la stessa; ma la cultura pessma lutto 
guasta e corrompe. Non parìerò delle parti piti nobili d'Italia, e 
toccherò della proviDcia metanrense soltanto, che ne'due secoli in 
cui regnarono i duchi di Urbino diede così larghi frutti ne'camf» 
delle sciente, delle lettere e delle arti belle. 

Chi conosce i luoghi , non ignora che svegliati ingegni anche al 
presente vi abbondano; a molti de' quali per disfavore di fortuna 
mancano i modi di svolgersi , e quelli che pubblicamente sì appre- 
stano , al bisogno non rispondono. Questi beo vorrebbero spastojarsi 
dagl'impedimenti che incontrano e poggiare in alto; ma non pos- 
sono: vi sono quelli che possono, cioè i nobili e i ricchi, ma non 
vogliono. Eppure aitche poeo tempo addietro , non ostante U pesti- 
fero esempio , il patriziato metaureose [Mvduase tre uomini di gran 
inerito, che la forte e antica stirpe ooorartHU: Fulvio Corboli, Giu- 
lio Perlicarì , Gian Domenico Paoli : il primo di Urbino , ^ altri 
di Pesaro. Ignoto fuori della provincia sua è il nome di Fulvio , 
avo paterno di quel monsignor Corboli-Buasi , ofae ci fn rapito 
nel fiore degli anni e delle sperante , e il cui nome ooorande e 
onorato si collega con le nostre memorie piti care. Né io pongo 
Fulvio Corboli fra'letterati , benché cultisMmo gentiluomo foaae; ma 
^li fu sapiente e operosissimo cittadino , die al bene deUa sua pa- 
tria e della sua provìncia oonsatrò sé stesso , gran parte di sua 
fortuna e in uUimo anche la vita , abbreviata da gravissime fatiche 
indiritte a pubblico bene: uomo rarissimo e vero mirac<^ in que- 
sto secdo tanto afTaocendato nei nulla (2). Del Pertioari e del Pairii 

;i) LiorARpi. 

(C) Di Fjlrlo Corboli parlai alquanto dlstnsamenle in un opuscolo starapato 
in Cagli nel 1»4T, e nel ragionamento: < SuUobbligo dtCiltadmi a allendtre 
ali» coie municipali '. 



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DELLA RIBELLIONE D'URBINO 39 

IMO dirb, perdi6 abbastaaia noli. Ota, a questi enmjdarì s'infor- 
mino i nobili e ricchi : s' informino a qnello dt Terenzio Hamiani , 
Tireote splendore della fHwinoia in cui nacque , cioè d^a nostra , 
che por fu patria dell' unico Rossini ; si affranchino , come essi fe- 
cero, da'maligni influssi di una gretta e torta educazione, dal fa- 
scino dell'olio e della mollezza , dai desiderii senza speraoza, dagli 
esempì pessimi. Si ricordino che la nobiltà italiana tanto sarà da 
noi e dagli ttranim iOmata , quanto civile ed utile aUa naxione li 
mcatrerà. ... ; che nobiltà vera delF vanto è la nobiltà delf animo , e, 
rrmarranao ignobili, vera plebe, gf ignoranti egli oaùmH). Studino, 
se non ahro , la storia patria : che non vi è potenza o prepotenza 
umana che lo studio possa impedire ; i risuUamenti di lor dotte 
vigilie tengano iu serbo , o rendano pubblici al modo che fecero i 
Doetrì Filippo Gualterio e Luigi Carlo Farinì, nomi carisàmi alla 
musa della storia italica; al primo de'qnali, come a Vittorio Alfieri, 
la chiarità della stirpe e il largo censo furono onorato sprone ad 
utili sludi , e ad innalzare un monumento storico che onora lui e 
la patria. Viviano intendere a un'opera di grande utilità e decoro 
della nativa provincia? Ecco le memorie del Dennistoun. Ninno fra 
i nostri ricchi potrebbe me^ìo usare l'ingegno o le ricchezze che 
procurando la va'sene di un lavoro oos) utile , illustrandolo , cor- 
re^endolo , ampliandolo , per gettar cosi i fondamenti di uua storia 
compila de'nostri duchi con fmne schiettamente italiane -, la quale 
non divaghi in cose gik note , ma inceda con passo sicuro , padrona 
di sé , libera da passione e calda di afiètto. E agli studi storici della 
provipcia nostra à riferisce la presente memoria: cioè alla ribellione 
d'Orbino del 1578 : al cui racconto aou sark del tutto inutile man- 
dare innanzi alcune notizie. 

Pugnace e fiera gente erano gli antichi Uririnati , i quali fin dal 
secolo XIll essendosi dati ai Conti del contermino Montefeltro, 
salvele hbenii municipali, parteggiavano per l'impero contro il 
pepalo ; pacchi i Conti , come Vicari imperiali , ghibellini erano. E 
Urbino ,. citte principale in quelle parti dell'Appennino per cui ser- 
p^gia il Melauro e nelle vicinanze, era soprammodo cupida di 
estendere il dominio suo; e perciò quelle terre e castella a lei 
coofinanli , che aderivano a parte guelfa , infestava e , potendo , 
distruggeva. E un esempio sedo ne darò , che alla carità del natio 

{*) GiotDAVi , Lettera a Gino Capponi. 



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loco mi vara perdonato , tanto ]h1i d>e sinub materie col pitocipak' 
oggetto di qnesle eflémmdi isHancbe non rìpogaano. A. dodici mi- 
f^ da Urbino, dalla parte di taetiofptwao e alle sponde del Me- 
tauro , SOTgeva sopra erto c(dle Castd delle Bipe , già manicipio 
romano , che alcooi autori credono l'antico OiiriDo metaoroise , 
il cai stmnma era un giglio , irimboio di parte goella. Quindi guerra 
fra gli Urbinati e i Ripensi , con varia e non mai tenniaativa 
fortuna; giacché se ■ primi per numero prevalevano, i secondi 
ajuiava la fortezza dd laogo difeso da torti petti A cinque mij^ia 
di distanza , a ritroso dd Hetanro , era una terra chiamata S. An- 
gdo in Vado (l'anUco TìiAemum mtìaurmié, ora cittk] ,> illustrala 
in seguito dal dotto canonista Prospav Fagnani , dai fratelli Zuc- 
carì pregiati {Httori , e soprattutto dal suo grande concittadino e 
papa inciviUlore Clemente XIV , la cui famiglia traeva origine da 
quella città , e la cui benedetta memoria ha trovato in questi ulti- 
mi tem|H, in Italia e fuori, invincibili difensori (1). Ora avvenne, 
che in un giorno deU'anno 1S84 la gioventù ripense fa trasportasse 
in S. Angelo in Vado ad un mercato. Galasso, quarto conto d'Ur- 
bino, guerriero rubestoe mezzo selvatico, dell' occaaone prevalen- 
doffl, con scelta mano de'suoi piombò imiH^wiao sull'indifeso ca- 
stello , lo prese e lo distrusse. Tempestava Martino IV con bolle e 

(1) I biografi di Clemenle discordtDo ralli jMtrU del GiDganelli ; ew in un 
opnicolo itampato In Urbino nel 1848 bo provato con auteoUci docnmanll, che 
U bmiglls di lui era originaria di S. Angelo In Vado , ma slaniiata da motti 
anni in Borgopace , piccolo castello nella diocesi di llrbanta ; e che da Lorenzo 
GanganelU nacque in Sant'Arcangelo , Gian Vlncenio ( poi papa Clemente) , nella 
({ual terra eiao Lorenzo era medico. Nominando Clemente , occorrono naluraU 
mente al penalero I geaultl; sul quali (Intendo degli antichi, non de' moderni) 
mi piace di notare una curlow particolariU. EspuW dopo la meli del secolo 
passato dal Portogallo e dalla Spagna , furono dopo lungo errare ricevuti dal 
governo ponllBclo ; il quale , aiccorae molUasimi erano , gli sparse in diversi luo- 
ghi dello Stato , e circa cento cinquanta ne roandd in Urtuoia nel palazio che 
fu gli la Corte de' Duchi. Assunto nel 4769 al ponUOcato il Gaoganelli, Drbania, 
di cui egli era nobile e diocesano,, celebrò magaiflche feste, e gì' lonalzù una 
■tatua. Orai gesuiti, la cui soppresBÌone publicò Clemente quattro anni dopo, 
non potevano né affacciarsi alle finestre né uscir di casa senza vedere quella 
statua. Di questi lontani ospiti lo conobbi una ventina , gii fatti vecchi ; gente 
piena di lisbonine e d'oro del Paragual ; di buona pasta , piuttosto gioviali che 
saturnini , tutti vaienti In qualche scienza o professione o mestiere ; alcuni , ma 
pochi. Inframmettenti; costumati lutti; elemosinieri , ma poco cauti , e perciò, 
lodirelUmente e senza colpa , fomentalorì dell'ozio. Non udii mai sulla bocca 
loro 11 nome del Ganganelli. 



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DELLA RIBELLIONE DUBBINO «1 

sGomuoiche gli Urbioati , e li chiamava, secondo l'antico uso ddla 
romana cancelleria , figli di perdiaione , cercando sommovere a lor 
danno le terre vicine ; ma essi fingevano di noD addarsene. I mi- 
s^ Ripensi intanto , senza patria e sema tetto, vagavano per le cir- 
costanti campagne ; di che mosso a piet^ il detto papa Martino , 
che era stato impotente s impedire lo spiantamento della patria 
toro , volle almeno riofraacarli con una patria novella , mandando 
colk monsignor Guglielmo Durante , suo rettore nMla Romagna ; il 
quale con gli avanzi di Castel delle Ripe fabbricò in angusta valle , 
circondata dal Metauro a modo di penisola , una terra che chiamò 
Castel Durante , dal nome suo [1], tramutato poi in quello di Ur- 
bauia da Urbano Vili, quando al grado di cìttb lo innalzò. 

(ìli Urbinati manlenendo la fierezza loro, che alla postura mon- 
tuosa del luogo e all' aspmtà del clima confomiavasi , seguitarono a 
vivere sotto la casa di Montefeltro ; la quale imperava , ma non 
governava, perchè Urbino reggevasi con le sue leggi. Ha Oddan- 
tonio , fallo [rimo Duca da Eugeuio IV , volgendo a tirannide il 
mansueto imperio della sua casa , gli antichi spìriti nel popolo si 
risve^arono, e a'dl 8% luglio Uii cadde il Duca sotto il ferro 
de' colturali. Gli successe Federico, e a lui il fig^o Guidubaldo 1, 
die mancando di prole maschile , per desiderio di Giulio li , i cui 
deàderii erano comandi , adottò per erede Francesco della Rovere, 
nipote a Giulio e suo , perchè nato da Giovanni della Rovere e da 
Giovanna di Honlefeltro sorella a Guidubaldo ; dopo la cui morte 
sai) al Irono ducale Francesco, che ebbe per successore ik figUo 
Guidubaldo II. Buoni prìncipi furono Federico, Guidubaldo I e 
Francesco. Né dì buone qualith aveva difetto né meno Guidubal- 
do II ; giacché fu rauoifico protettore delle lettere e delle arti ; ma 
la cupa e avara indole lo guastava , rendendolo mal gradito ai po- 
poli, e specialmente a quello di Urbino, che lo chiamò, e ancor 
lo chiama [dopo quasi due secoli) Guidubaldaccio. Tanto il giudizio 
del popolo sui buoni o cattivi principi è giusto, e tenacissima la 
memoria t E agli ultimi anni del dominio di Guidubaldo » riferisce 
il Diario che ora vien publìeato. Egli è tratto da un antico mano- 
scrìtto che mi fu dato in dono dalla cortesia del conte Giuseppe 

|t| [ Rtpensi compraroDO dall'Abate del vicino HoDaetero di S. Criatohoo il 
(«rreno ove fabbrJCBTono la terra; come riiulta da allo pubblico del 1.° lu- 
glio 48U . stjpnlsQie un Arrenpirduccio Ugolini. 

AlUI.Sl.ll., NumaSerie. T.Hl, P.L 



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i2 DIARIO 

MatteroiBì-Brancaleoni di Urbania, e 8i compone di due parti ben 
distinte fra loro e scritte da diversa mano. La prima è formata di 
otto pagine, e vi sono notati giorno per giorno i fatti cbe arveo- 
nero nella ribellione d'Urbino del 1572, e questa parte non ha al* 
cuD titolo-, la seconda è intitolata : La deooiutime aUa Santa Chiesa 
degli Stati ikl già duca et Cròmo , ed è formata di ventiquattro 
pagine , racconlandovisi per minuto la nascita , l'edncaiione , i tras- 
corà , la miseranda morte di Federico , unico figlio di Francesco 
Maria II ; e ì fatti e i negoziati che dopo queUa morte avvennero 
e si trattarono in Castel Durante co' principi, e specialmente col 
Granduca di Toscana e con la Corte di Roma. Quantunque igno- 
risi chi sia l'autore del Diario, pur dopo che si è letto, nasce la 
persuasione che sia stato scrìtto da chi era presente ai fatti, che al- 
trìmenti con tanta precisione narrarsi non potevano; ed io sono 
inclinato a credere che il Cronista appartenesse alla nobile forni- 
glia Bonaventura di Urbino , di cui nei Diario qualche volta si fa 
parola, e di cui per via di femmine furono coeredi i HatteroZEi— 
Brancaleonì , i quali In questo modo vennero forse in possesso dei 
medesimo. E che l'autore fosse un Urbinate, rilevasi anche da quel 
lu<^ a pagine cinque dell'antico quadernetto , in cui dice ohe un 
capitano da Camerino v«nne gut (in Urbino) « a pigliare le armi di 
ogni sorte ». Slimo però opportuno premettere al Diario stesso al- 
cune notiiie e constderaiioni , a ben conoscere l'indole d«' tumulti 
urbinati, cbe chiamo col nome di ribellione e non di rivolttsione; 
giacché ogni sollevamento di popolo prende o l'uno o l'altro di 
questi nomi secondo l'esito o avverso o prospero del conato. Iddio 
con le ribellioni castiga i popoli , e con le rivoluzioni i prìncipi. 

L'antica Roma estendendo a poco a poco il suo impero per la 
fona dell'anni e le industrie della politica , col mezzo della lingua 
e con la sapienza delle sue leggi estendeva pur anche l'antica ci- 
viltii , e comandava , per così dire , la sapienza. Contenta però del- 
l'alto dominio sopra i popoli soggetti , ebbe sempre il senno di ri- 
spettare fi mantenere quelle leggi onde es9 le cose loro interne 
governavano : cioè le libert!i de' Comuni; le quali, soprattutto in Ita- 
lia, da tempo antichissimo aveano messe profonde radici. Sotto il 
diluvio de' barbari morto il romano imperio, tutto tra noi perì, ec- 
cetto i Comuni ; cbe , simili all'arca di Noè , nell' universale naufragio 
soprannuo la rono e sopravvissero. Fu la salvezza de'Comuni unico 
scampo d'Italia, i quaU in quella orrenda e fitta notte sembrar 



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DELU RIBELLIONI! d'uRBINO i3 

poterono spBDli, ma ood erano: ohe il gerìne rimaneva! A poco a 
poco essi per la intrìnaeca loro virtb si svolsero, » orgaoaroDo, s' in- 
graDdirooo ; e , fatti potenti e collisti co' ptmtefici , espagnarono Li 
baronia, crearono Dna lingnae Dante, crearono le arti, illuminarono 
il mondo ; e vincendo per metli la barbarie , ne lasraarono il facile 
e compito trtoofo a'aecoli futuri. I Comuiu costituitisi in sovrani , 
il diritto municipale si tramutò in diritto p(ditico. Ha per le colpe e 
discordie fratricide de' nostri maggiori, questo diritto non durò; e, 
sórti i principati , da diritto politico che era , sì rifece municipale. 
Giurarono veramente i nuovi principi maatenere la liberta de'Go- 
mnni; e, per non usdre dal nostro ducato, Urbino pattuì il 
mantenimento dì tutte le sue antiche franchigie : ma siccome ogni 
potenia sansa freno tende sempre ad allargarsi a danno di quelle 
che le sog^aociono , perciò a poco a poco i diritti mnnicipalì furmo 
menomati dal soverchiente diritto regio, che all'esempio dell'antico 
senno romano non badò. Pnr gli avanzi , piti o meno , di questa 
libertà fino allo sooroio' del passato secolo in ItaUa duranmo ; e in 
alcune partì, come nello Stato romano, fino ai 1808: ma un secondo 
diluvio di barbari (e dico barbari da^i effetti che produssero) tornò 
a calpestare questa terra misera, e , per disgrazia martore , quando 
per savio e concorde coniglio de' prìnoiin la sortì sue in meglio vol- 
gevano; e dopo averla per alcuni anni corsa e insanguinata, in 
potestà loro la ridussero. Il dominio francese fece qualche bene ; 
fece buone le^ severe , ma non parziali ; e nell'applìcarle, in viao 
Dm guardava; riaccese l'amore delle armi, nervo delle nazioni: ma 
quel grande capitano , e por grande organalore , libertà alcuna n<m 
soffiiva; uè meno la libertà de'Comuni. Il codice de' podestà e sin- 
dad del Regno d'Italia fu bel monumento di sapienza amministra- 
tiva , ma ogni lìberth accise. E pure , chi il crederebbe ? In niun 
tempo (e parto per esperienza propria) verun governo pib di quello 
non fa me^ìo e eoo pìh zelo servito dalle podestà municipali : ed ec- 
cone il segreto. Nel Regno d'Italia , e cosi nelle altre parti dell' Italia 
stessa che un capriccio naprieonico uni all' impero francese ^ ì pre- 
Bidenti a' Comuni non erano che delegati del Governo; na siccome 
d^ prindpe grandemente onorati venivano , e con ciò una parte 
del regio splendore in essi rìfrangevasì , tale partecipazione com- 
pensava la perdita di quelle scarse libertà che a'municipìì erano 
rimaste, e fidi all'autorità suprema li rendeva. Arroge quell'im- 
pulso potentissimo e irresistìbile eibe l'uomo grande aveva il segreto 



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d'imprimere Degli esecutori de'suoi ordini', i maggiori e minori 
ulBci sempre al merito conceduti -, i premi e ^ onori agl'ingegni; 
l'assetto mirabile della publica amministraiione , come provò il Pec- 
chio -, il denaro ampiamente diffuso nel popolo ; il fascino delle in- 
credibiK vittorie : sicché tutto aveva apparenza di operoàtb e di 
vita rigogliosa. E dissi apparenza ; giacché l'assoluto e soldatesco 
imperio la bell'opera guastava. 

Or, delle predette libertà rnuuicìpaii gli Uii)inati, al tempo di 
Guìdobaldo , erano gelosissimi ; e quando il Duca , contro i patti , 
nel 1S72, toccò le borse [malerìa i tutti i tempi irta di difficoltà 
e pericoli), tumultuarono. Prima però di trascrivere per (esteso il 
Diano di que' tumulti popolari, in cui gli avvenimenti in modo 
sommarissimo si accennano, ne farò io stesso il racconto per in- 
nestarvi quelle conaderaiioni che dalla natura de' fatti potranno 



Peste e mina d'Italia, come t^nun sa, furono le gare municipali ; 
e fi^ Urbino e Pesaro , eguali fra loro in dignità , vecchia ruggine 
covava ; né , quantunqiue alcuni secoU vi sieno passati sopra , qndle 
gare ancora sono spente. In niuna parte della Penisela le discordie 
di municipio , ed anche di campanile , hanno pìii resistito all'urlo del 
tempo , che negli Stati romani ; dove non solo molte città , ma 
l«Te, castelli e ville à astiano cordialmente; e se potessero, si 
strasierebbero ; e quando possono, se non altro, fra loro si dan- 
neggiano. Né donde nasca ^ grande tenacità è qui opp(Htuno a 
discorrere ; ma certo é che molte ne sono le cagioni. GH anteces- 
sori di Guìdubaldo, persuasi che nelle grandi femigUe degli Stati, 
come fra le pareti domestiche , le predilezioni fmttaron sempre 
gravissimi mah , con grande cura le fuggirono , amando e in pari 
grado onorando le due emule città. Ha Guidubaldo , al cui animo 
inclinato a signoria dispotica , i vìvi spiriti degli Urbinati non an- 
davano a sangue , Pesaro prediligeva , e quasi sempre vi stanziava 
con la sua corte , e con essa dì favorì lai^eggiava ; sicché qaeA 
Comune per pubblico decreto lui salutava Padre della patria (t). 
La sciagurata politica di Guìdubaldo sì fondava sul famoso dettato 
tUmie et impera, che anche dopo lungo volgere dì anni a molti 

(I) kfemorie sulla vila del Principe Federico Ubaldo, Sglio di FriDceico 
Haria n , dell'avvocato Francesco Saverio Passeri-Ciacca ; mdm lutfo di stampa 
né anno , ma puUilicata sul Bn« del passalo secolo. 



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DEIXA RIBELLIONE d'URBINO i5 

servi di nonna. Ma badioD i sofflalorì delle discordie ; ch6 l'opem 
sapremamente anticristiana può toniare a lor danno. Intanto fra 
UrUno e Pesaro le ire si rìncappellavano ; scemava negli Urbinati 
l'antico affetto al lor principe ; né ai mali umori altro mancava 
che t'occasioae a prorompere. Né qaesta occasione tardò. 

Quando nel medio evo od Cornane sottoponeva^ alla signoria 
di qualche [«incìpe , il patto principale era sempre quello di non 
poter mai , sotto qualsiasi tìtdo , andar soggetto a naovi balielli. 
Allorché Castel Dorante nel 1424 diedesi a Guidantonìo di Uonte- 
feltro Conte di Urbino , si fermò al capitolo secondo : ohe a la terra 
• di Durante »a esente ed immune da tutte le spese , pesi e fa- 
« zioni reali e p««>nali , eccetto che dalle spese del salano d^ 
« podestà ». Era quindi necessaria conseguensa di questo patto , 
che un balzello nuovo dal principe non sì potesse imporre senza 
il consenso del popolo , o di chi il popolo rappresentava. Vantano 
^'Inglesi di essere stati i i»imi a porre questo limite alla suprema 
poteste : ma io credo , che il Hunicii»o italiano li precedesse , e 
che invece sia loro vanto ( assai più invidiabile ) di aver conservato 
questo diritto , non tanto per virtù dì popcrio, quanto, e molto più , 
per la resistenza degli aristocrati alle invasioni regje. Ora, questo 
patto avevano giurato e mantenuto ad Urbino gli antecessori di Gui- 
dubaldo , e solennemente fu da lui confermalo nel salire al trono 
ducale. Ha egli , gik fatto vecchio e taccagno e bisi^noso di dena- 
ro , poco badando alla data fede , mandò fuori un bando , con cui 
si sottoponevano a dasio le carni fresche e salate , le bestie grosse , 
gli animali siùni , il grano e le altre biade. A cori nuova esoriii- 
tanta i popoK maravigliosamente à commossero , e quello di Ur- 
bino tumultuando , a* dì 26 dicembre 1578 , adunò il Consiglio , e 
lo sforzò ad leggere trentaanque ambasciatori , e giurare che tuu 
ti , sotto pena del cuore , à pr^entassero al principe chiedendo 
l'abolizione dcdle nuove intollerabili gabelle. A questi inviati di Ur- 
bino à congiunsero quelli delle altre cwnunilà; in tutti, circa 
duecento. Cosi numerosa ambasceria , che aveva piuttosto le ma- 
atre di comando che di {««ghiera, nra piaceva a Gnidubaldo, il 
quale diede ordine che in Pesaro non entrasse -, ma gl'inviati , cui 
sospìngeva la popolare minaccia , non obbedirono. Intanto il prin- 
cipe con pubblico bando sospendeva alcuni nuovi balselli- ma i) po- 
polo non quietava , perché la parola lospensime gli dava mal suono : 
poi levava Is pme arbitrarie contro i tumultuanti , a patto però 



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46 D 1 A B I O 

che il popolo gli ckiedeue perdono. Ma questi rispoudeTa , cìte per- 
dono presuppone co^; ed egli al prìncipe non avea msii UAla ob- 
bedienza ; al nuovi dazi non voleva , perchè i patti giurati non lo 
c<HisentivaDo : e quando U ducbessa Vittoria Farnese , mt^lie a 
Guidubaldo , a tale effetto venne in Urbino , dove fa aoeirfta con 
le più grandi dimostrazioni di pubblica rìverenia , egli gridava: 
Viva il Duca, mucjano le gabeUe ; significando eoo c>6 da una parte 
r inviolabilità della persona del prìnoipe , dall'altra V inviolatntilè 
dei patti. Ed è degno dì nota, che questo senso squisito àxA po- 
polo neir accordare fra loro i diritti scoi con quelli del priDoipato 
si era in egual modo reso manifesto in Napoli venticinque anni in- 
nanzi , quando cioè nel 1647 Cario V imperatore, calpestando ì 
privilegi della citte, tentai introdurvi il tribunale del Sant'Uffiiio, 
e i Napoletani, e gl'istessi lasiaroni , ricusanti sobbarcarsi all'abor- 
rito giogo, gridarono: Pwa il Re, abbaaso P Fnquisixione. Qnesto 
rompimento de' patti quasi in tutta Europa ne'iH^ocipii di que'tem- 
pi, fu seme d'infiniti guai; giacché ne' due secoli che seguirono 
(e ì secoli sono po' le nazioni meno che anni) il patrimonio ddle 
soienie mirabilmente aumentato e diffuso, e pro^^endo a gran 
passi la civiltb , fu rischiarato col mezzo della riflessone il confuso 
intuito del popolo , sì che ne nacquero spaventosi scoovolgimealì , 
che la società europea fino a'nostri giorni acossero da'foodamenU. 
E tutti gli uomini savi, cui la passione non fa velo all'intelletto, 
guardano con ansia ai venturi fati della civiltà , e fanno vnti e 
sperano con fiducia, che il senno de' supremi rettori, ponendo a 
profitto gli ammaestramenti del passato , provveda con opportuni 
e moderati consigli agli ui^Hiti bisogni del presente e ddl'avveuire. 

Durante questo conflitto fra Guidubaldo e gli Urbinati , in cui 
niuno rcAev» cedere , erano partiti dalla città i magistrati del prio- 
«ìpe, e sospesa l'autorità deUe leggi; ma il popoki, quantunque 
armato e padrone di sé , la bontà di sue ragioni con niun disoi> 
dine macchiò. Egli poi ben vedeva che , non avendo potato espu- 
gnare l'animo di Guidubaldo né con frequenti ambascerie né oon 
suppUcaibni , sarebbe infine stato costretto e sottoporsi ; ma pri- 
ma di venire al duro passo e abbandonarsi indiféso alle certe ven- 
dette del principe , volle tentare altra via. 

Era il dvcato dì Urbino feudo della santa Sede; sicché Vrìta 
dominio a lei apparteneva, e in certi casi l'autorità del pontefice 
al duca Boprastava. L'atto poi dell' ìnvesliUira non solo non offendeva 



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DELLA BIBELLIONE 1)' URBINO 47 

i diritti, i privilegi , le immunità de'Comuni, ma li cooferroava : il 
perchè, nascendo conflitto fra il prinoipe e i sudditi,' era legittimo 
l'intervento e l'arbitrato del pontefice. Al papa dunque, cioè a Gre- 
gorio XllI, e a) sacro Collegio , ricorsero gli Urbinati, esponendo le 
ragioni loro, e mostrando che nel sostenere i propri diritti, la fedritk 
debita al prìncipe non' avevano punto offesa. Tutti quelli cui sono 
note le storie italiane del medio evo, ben sanno quanto utile fosse 
l'ajuto de' pontefici si nella prima istituzione de'Municipii italiani , sì 
nello Bvdgimento loro, si nella difesa della lor libertà contro le pre- 
potenze imperiali. Né mai la dignitìi della tiara rifulse di maggior 
gima. Ha caduta in mano di pochi la sovranità de'Comuni, e isti- 
tuiti i principati cpn assoluto imperio, ì pontefici de'popoli si dimeo- 
ticarono e a'principi si unirono; e se con essi qualche volta vennero 
in discordia, ciò fecero per conto proprio. Aggiungasi, ohe ne' tem- 
pi di cui si discorre, i regii sospetti contro ì popoli dì gran lunga 
aumentati erano da' turbamenti religiosi di Francia e di Lamagna , 
suscitati dalle dottrine eterodosse di frate Hartioo. In mal ponte 
dunque ricorsero due volte a Eoma gli Urbinati. Gl'inviati loro, 
come appestati fossero , erano fo^ti da' cortigiani ; sì negò l'udien- 
za , e si ordinò ohe dentro poche ore se ne partissero. lutante , 
dalla romana cancelleria si spediva un breve al popolo d'Urbino , 
iu cui ordiuavasi che le armi sì deponessero, si chiedesse perdono 
al duca , e tutto nella sua clemenza si rimettesse. Mancata agli 
Uiixnati quest'ultima àncora di salute , al pontificio comando pron- 
tissimamente si sottomisero, deponendo le armi e licenziando i 
soldati. Cosi caddero ì tumulti di Urbino ; ultima , generosa e so- 
lenne protesta che le moribonde liberth municipali in una piccola 
ciith ddl'Appennioo fecero in Italia. Questo poptJare tumulto fu 
breve , e ninno ne soffri : le ducali vendette poi vennero , lunghe 
e sanguinose. 

La repressa ira dì Guìdubaldo , a cui pose il colmo il ricorso 
al pontefice, onde credeva fatto uno sfregio alla sua anlorìtà, in- 
comincia a traboccare. Come si usa in questi casi , fu suo {vimo 
pensiero disarmare il popolo. A ciò tenue dietro ta presura di 
molti cittadini, specialmente nobili', uè alle chiese ebbe rispetto, 
dove alcuni furono incarcerati : ciò che provava il pieno accordo 
con Roma , tenendosi per certo che senza quello non avrebbe per- 
messo che il sacro asilo fosse violato dalla sua sbirra^ia. Quattor- 
dici deputati elesse il Consilio a diiedere mercè all'adirato prio- 



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18 DIARIO 

cipe. Rispose, che irentaciaque ne aveva gik mandati Urbino per 
lo sgravio de'baltelli: or ne voleva an numero maggiore; e qua- 
ranta ne faraio eletti : sfc^ di stìzia foncìallesca e da movere 
il rìso, se il lagrìmoso téma ciò permettesse. Anche il clov mandò 
suoi deputati, giacché anche it clero, che aveva part^giato pd 
popolo, era in odio. Ha contro di esso Guidabaldo, paurosa dà 
Vaticano, non si attentava. Perdonò in generale al popolo deso- 
lalo; ma con la riterva di certe cote per quiete delh dtlà: ùoè 
quella sorta di quiete, che anche a' tempi nostri d si vantò che re- 
cava nell'espugnata Varsavia. La rAcca smanteKata, che sta a 
sopraccapo della città, volle si rifabbricasse; e mille cittadini offiì 
giorno, per forza e gemendo, vi lavoravano: la materia per la costro- 
lione arraffavasi ai privati. Delle solite liste di proscrìsione non A 
ebbe difetto , avendo chiarito molti per ribelli. Fa S[nanata la casa 
de' Serafini, e regalate le masserìsie alla contigua chiesa dd Cro- 
cefisso: empio regalo da disgradarne le <^erte di Caino. De'beui 
de'cos) delti rìbetli e prigioni fece rigoroso inventario; poi questi 
beni il fisco ingojò : richiamati e assicurati di perdono i foggiti per 
paura ; ma non se ne fidavano. Ora incominciano le opere di san- 
gue. Il di 25 giugno 1673 sarà sempre per la notale Urbino gioroo di 
puUico lutto. Nove gentiluomini , il fiore della cittk , nella rdcoa di 
Pesaro il duca barbaramente spense per mano del carnefice. Cad- 
dero le innocenti teste , né di regolare processo uè di aentenia giu- 
ridica la nostra cronaca dice una parola. Ma qual Kgolarìtà dì pro- 
cesso, qual sentenza di tribunale avrebbe potuto l^ttimare l'orrenda 
carneficina ? E se anche vi fosse stato procedimento giudiziale p«- 
eausa di maestà, tutti sanno la natura delle forme giuridiche ohe in 
casi simili difendevano gl'imputati. Quattro mesi prima il breve pon- 
tificio aveva ingiunto agli Urbinati deporre le armi, e rimettere il Mto 
alla clemensa del duca. Ma forse intendevasi di usar clemenza , se 
lutto il popolo della generosa città non ^ scannava , e se il duca , 
nuovo Teodosio , le stragi di Tessalonica non rinnovava. Mi piace 
notare il nome de' cittadini che caddero vittima dell'affetto alla pa- 
tria loro, e SODO : Severo Paltroni , Vincento Buffa, Annibale Gioo- 
ca , il cavalier Veterani , Felice Corboli , Giambattista Bianconi , il 
cBvalier Gentili , Vincenzo Vincenzi , Ettore Serafini. Ma il casUgo 
divino non tardò ; ohe il crudo principe , dopo quattordici me- 
^ , in età non grave , fu chiamato a rendere stretto conto del 
suo dditto a un tribunale, dove anche i grandi della tara nudi 



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DELLA RIBELLIONK D {IRBINO 49 

compariscoDOt e dove i gemiti degli oppressi e il sangoe ddle vii- 
tine gridano vendetta e l'oUeiigono. Né il castigo qui si fermò; 
ehè (piel sangue cadalo sol terreuo dove barbificava la rovere 
piantata da Sisto IV e Gialio II, ne guastò le radici , siccbè presto 
l'albero n seccò. Il figlio Francesco Maria,. abbwTente le paterne 
emddth , regnò dopo Ini -, ma la stirpe roveresoa ti spense con lui 
per la miseranda morte dell'unico suo fi^io pederìco , sai capo dd 
qaale , per giudizio imperscrutal^ di Dio , le stragi di Urbino forse 
si aggravarono. Queste sanguinose enornùtk dd duca dagli atorid, 
per lo piti occupati a magnificare le etrejHtose gesta de'prìnoipi , 
appena sono accennate. Con poche parole il Muratori se nesDriga 
ne' suoi Annali, e cosi U Grossi ne' suoi Commentarii d^li uomini 
illustri di Urbino. A me questa non caranza non piace ; e vorrei 
che le opwe di sangue con accese parole si maledicessero', e giustizia, 
beochè tarda , a' miseri poptrii d rendesse , consacrando a perpetua 
infomia i parricidi. Niuno più di me ammira il giusto, moderato e 
paterno imperio de' duchi di Urbino, onde per due secoli la mia 
provincia governarono; la quale, paragonata al resto d'Itdia, po- 
teva dirsi la terra promessa: ma lo splendore delle loro virtù sì 
non mi abbacina,, da non vedere e riprovare altamente i pec- 
cati loro. 

All'annunzio dell'orrìbile carneficiua, tuttala cittii rimase otte- 
nebrata e presa da orrore ; che giunse al colmo , quando si ebbe 
notizia anche degli assassiuii di Himini. In questa citth si erano 
rifu^ti molti di Urbino; fra ì quali il dottor Francesco Giordano, 
^vine addottrinato , amantissimo della patria , idolo del popolo , 
che gli aveva dato il carico ddla pericolMa ambascerìa di Roma ; 
odiatissimo perciò a Guidnbaldo, soprammoda avido del suo sangue. 
Ha il Giordano mal si era fidato nei santi diritti dell'asilo , 
pacche sopra publica via e in pieno giorno , colpito dal fer- 
ro di venduti sgherri, esalò l'iocolpata anima. Anche altri esuli 
in altri luoghi , e alcuni popolani dannati al remo morirono fra 
breve ; e della sùbita morte si sospettò : uè certamente fu temerario 
il sospetto. Cosi la misera città era straziata , e allo strazio lo 
scherno si congiunse , quando il consiglio generate stanziò un regalo 
al principe di cinquantamila scudi, che egli, con ipocrita genero- 
Htb, ridusse a ventimila. Dopo sedici mesi dalla sottomissione 
del popolo , Guidubaldo tornò in Urbino , accompagnato dal vescovo 
di Famagosta , uno de' visitatori apostolici che Gregorio XIII man- 

ARcn.ST.lT., ffoùfiaSerie. T.lll, P.L 7 



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dava ia tutti gli Stati catttdici. 11 quale visitatore ordinò agli Urbi- 
nati , che il giorDo della venuta del principe , cioè il 1 4 giu^o sa- - 
ero a S. Basilio , fosse per voto solenne dichiaralo festivo. A que- 
sto cDmando si obbedì prontamente, e il prelato romano si ebbe 
dal Comune un regalo di scudi cinquecento, |»«ntamente accettalo. 
Ecco il rìsultamento delle suppliche degli Urbinati al padre comune 
de'feddi contro na prìncipe rompitore de'patti: una festa di pib; 
e all'istitutore di tal festa, rammentatrice di publico lutto, scodi 
cinquecento ! Eppure Urbino , per obbedienza al papa , si era ab- 
bandonata inerme al suo crudo signore ! 

Alle considerazioni fin qui da me esposte, a cui diedero ooca- 
aone i fatti sommariamente narrati nel Diario , ora seguita il Diario 
stesso', che fedelmente si trascrive. 

Filippo Ugolini. 



Dl^KIO DELLA RlBSLLIO/fS D UbBINÙ HEL 1572. 

A di 1." settembre *57Si 

Guido Baldo secondo Duca d'Urbino pose la gabella della carne d'un 
quattrino per libra , per tutto il suo Stato. Il sopraddetto Duca , volendo 
far pagare due bolognini per soma di vino che si rìscoleva, un grosso 
per slaro di grano , et un quattrino per libra della carne salata che si 
vendeva , et un giulio per porco che si mandava fuori dello Stato , e 
medemamente un scado per bestia grossa , et in oltre un grosso per 
staro dell'altre biade che sì riscotevano ; il popolo di Urbino , ben che 
fosse amorevole al suo Prencipe , non potendo sopportare tanl'angnstie , 
del IS72 a di 26 decembre , giorno di S, Stebno , haveodo rannate il 
Consiglio generale per forza , contro il volere del signor Luogotenente , 
che era messer Nicolò Tenaglia da Possombrone , lutti a viva voce gri- 
darono , che non volevano queste ìmpositioni , e che volevano che si 
ricorresse al Duca: e cosi il popolo elesse trentaciuque Ambasciatori dellì 
primi della cittk , e quelli che non volevano andare li volevano amaz- 
zare; dove tutti gli eletti, volendo cosi il popolo, giurarono d'andare, et 
usare fedeltà alla città et al Padrone. Il popolo giurò fedeltà a loro, e 
fu un grandissimo rumore. La onde il Duca , intendendo questo , scrisse 
lettere che si soprasedesse , e che ne andassero tre quattro. Il popolo 
intendendo questa nuova, senza suono di campana né di tromba si ra- 
iluiió in piazza , e gridò con collera grandissima , che voleva cb'andae- 



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DELLA RIBELLIONE D' URBINO SI 

serti Intti , e nel tempo ordinato per prima. E eoa messosi in viaggio , 
il Duca inteso il tulio, li mandò incontro che non andassero, il Capi- 
tano YftDtara Brandani , messer Giulio Veterano suo Segretario , e mes- 
aer Nicolò Salarìni , eoa fitrgli dire che il Duca forebbe quello che ror- 
rebbero : ma essi per ordine del popolo seguitarono , perchè il popolo 
li havrebbe amazzati ; e con grandissima unione della città e del con- 
tado trattarono questo negotio ; et havendo seco un huomo per castello 
e TÌlla , e tale che tutti dovevano essere circa SOO , che andarono a Pe- 
saro per parlare a Saa Eccellenza. E tntto il Stato , havendo inteso que- 
sto, si levò a rumore, e bisbigliò. 

Per il gran rumore , il Lnogoteneote e Potesti non erano cognoscinti 
per offitiali del Duca, e non si badavano veder in pubUico, perchè 
temevano esser amazzati dal popolo. 

A di 27 decembr« 4073. 11 detto Ihica mandò il bando , che sospen- 
deva la gabella àéìa carne, biade, bestie e vino; ma « stava in dub- 
bio di quello s'intendesse in qndla parola mpeiHfe. 

A di S8 fi detto Duca mandò per qualche dubbio per Vicednca il 
Conte dì Montebello , et aUoggiava in Corte. Tenne con Ini il Capitano 
Marc' Antonio Schieti , a delU servittMri. 

A di 4.' geiumjo 1573 a bore 49, n levò il rumore che veniva gente, 
et il pop^ con arme corsero alle porle ; ma non fd niente. Era Gon- 
bloniere messer Anibale Gionca , dottore in medicina, d'anni 3t; e mes- 
ser Gio. Battista Beni per il secondo Priore , havendo 60 anni et esper- 
io; Lodovico Scarsellati e messer Baldo Marangone. 

A di i detto , li signori Ambasciatori tornarono da Pesaro , e lascia- 
rono la cosa in mano di Sua Eccellenza, n popolo dubitava , e stava 
pensoso di quello Sua Eoodlenza faceva. Il signor Padrone (4) li fece 
bonisuma cera , et il medesima la signora Duchessa. H signor Duca 
però stette nella sua ^andezza. 

A di 40 detto ritornarono gli Ambasciatori d'Urbino al signor Duca 
per il detto negotio , et il signor Duca stava ostinalo non voler darìi 
udienza ; e U pareva se li facesse torto a dimandare la sgravatione delle 
còlle con tanta prontezza. E si fece molte volte il Consilio nell'Arcive- 
scovado , per la gran moltitudine del popolo ohe concorreva. 

A di 14 detto, li sndéllì Ambasciatori ritornarono da Pesaro, e por- 
tarmio la lettera del Duca che levava le pene arbitrarie ; ma che Sua 
Eccellenza voleva che il popolo li domandasse perdono. Et il popolo non 
lo voleDdo fare, svenne, a di 46 detto, che mentre si ragionava di 
questo , giunse messer Felice Paciotti oundato dal signor Padrone , che 
il poptdo li vedesse addimandar questo perdono; nondimeno il popolo 
non lo volse fare , perchè fi domandarlo presupponeva errore , dove il 

(4) 11 principe Fnncecco Marta. 



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52 DIÀRIO 

popolo non bsTeva tatto queslo, che sempre haveva ragiomto hooore- 
volmente di Sua Eocelleoza , ma ohe voleva lo sgravasse dall'imposi- 
tioni. n popolo raduDoesi ìd San Dooienico alli VI. Per aodifore in parte 
a Sua Eccellenza, le scrisse con mandarli il capitano Ventura Aquilino 
e messer Federico Bonaventura , con /ar sapere al signor Duca ,-cbe il 
popolo pigliava dispiacere del dispiacere , che Sua Eccellenza sentiva 
delle voci di fuori senza errore dei popolo , che si diceva che Urbino 
s'era ribellato ; il che non se li pensò. 

In questo venne nuova , che veniva gente di Ferrara alli danni d'Ur- 
bino. La città in uu subito prese l'arme , e messe le guardie il di e la 
Dotte alle muraglie , con unione grandissima di tutto il popcdo. Sì scrisse 
a Sua Eccellenza , che si bcea (1j per amor suo e cooservamento della 
città. II Duca non diede risposta. 

A di n ritornarono il Capitano Ventura Aquilino e messer Federico 
Bonaventura da Pesaro , e dissero che il signor Duca non voleva che 
il popolo li domandasse perdono , che sapeva che Urbtoo gli era fede- 
lissimo ; come che Sua Eccellenza stava di mala voglia , e che la sigoOTa 
Duchessa voleva venire in Urbino, se il signor Duoa volesse. Che perd 
la Comunità spedi due Ambasciatori a Sua Eccellenza , che si contentas- 
sero che la signora Duchessa venisse in Urbino , per die (orsi le cose , 
per gratia di Dio , a'aquieterebbero. 

A di SS , andarono Ambasciatori d'Urbino a) Papa per scasare la 
città, che era senz'errore del rumore che s'era bito, essendo che fuori 
si diceva ch'Urbino si era ribellato i ma che era fedelissimo, oom' A e sarà, 
ma solo domandava la sgravatione dalle edite. 

A di %9 detto , venne la signora Duchessa in Urbino per accordare 
questo negotio ; e subbito che fu dentro elle porle , gridò il popolo : Vira 
il Duca , e morano le gabelle ; e lei fu ricevuta con molu allegrezza, fi 
vennero con lei il vescovo di Pesaro , nn fi-ale di San Domenieo et il 
signor Aurelio Fregoso, per trattare il negotio. 

A di 5 febbr^o 1&73, la signora Duchessa parti d'Urbino senza baver 
fatto risolulione aleuna con il popolo, perchè ntm trattarono mai altro, 
se non che il popolo volesse domandar perdono. Non lo volse tare , per- 
ché presupponeva di baver fallato; il che non era ; prometter amdie fe- 
deltà, manco lo volse fare, perchè s'intendeva tacitamente baver man- 
cato di fedeltà. Che però non si fece niente, e la signora Dudiessa parti 
disgustata. 

A di detto , la Comunità d'Urbino scrisse a tutti li Cardinali a Roma , 
che volessero bvorire gli Ambasciatori d'Urbino per la ragione appresso 
Sua Santità. 

Si partirono ancora li signori Looolenente, Podestà e MaleGtio d'Urbino. 

li) La nostra copia dice farà . nu l'errore t msDireeto. 



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DELLA RIBELL10N8 D URBINO S3 

N«l medceimo giorno bì diede all'arnie, e taroao presi tre a cavallo 
a Pomonte , villa del contado d'Urbino , e menati da'contadini alla città : 
ma si laeciarODO , perché era bmiglia del signor Duca ; aoù se li feoero 
molte cortesie. 

A di 9 detto , venne uo breve di Sua Santità alla Comunità d'Ur- 
Udo , etkò volesse deporre l'armi , domandar perdono al signor Duca , e 
rimetter il tutto sUs demeiua di Sua Bccellenza. Dove , per obbedire a 
Sua Santità, subito letto il breve, si deposero l'armi e licentiaroDO i 
soldati. 

A di 10 , furono eletti dal popolo Ambasciatori che andassero a di- 
mandar perdoDO a Soa BocsUenza d'ogni errore commeeso , come coro- 
mandava Sua Santità ; Il che si fece per quietare i rumori, n signor 
Duca, inteso il nomerò dì qnattorditi Ambasciatori, li léce scrivere per 
il suo Segretario , che voleva che li mandassero tanti AmbaHCiatori che 
eocedeasero il numero ohe se li mandò quando si andò a dimandare lo 
sgravamento delle cMte. E cod lì mandarono, t di 4S, quaranta Am- 
basciatori , et no huomo per castello. 

A di 11 febbraio , ritorsaroDO li AmBascialori da Boma , e riferirono 
d'aver trattato il negotio fedelmente , e che il Papa gli haveva dato buona 
ÌDlentione. 14 fu blto cotaaodamenlo alle t horo di notte da parte 
del Papa , che alle 48 hore del di seguente si dovessero partire da Roma ; 
a partitisi , vennero a Urbino. 

A di 16 detto , a hore ti , la città d'Urbino rinandù il Giordano per 
Ambasciatore al Papa , a dire che gli Ambasdatorì erano andati a Pe- 
saro per dimandar perdono al signor Duca , e che vi erano atati tanti 
giorni , e ohe non gli haveva voluto dar udienia ; e che erano genti a 
FoatombrMM per msndue a Urbino ; e che però volesse Sua Santità 
rimediare a tanto inconveniente. 

A di 19 , (ji Ambasciatori ohe erano andati a Pesaro , mandarono 
una lettera alli Priori d'Urbino, che Sua Eccellenza gli haveva dato 
udienza, e ohe li aveva perdonato in generale; e che si consegnasse 
l'artigliaria a chi Sua Eccellenza ordioarebbe ; e che si riservava certe 
COM per quiete della città. 

A di detto, il signor Duca mandò il Podestà ad Urbino , et una pa- 
tente che li rendessero la sua artigliaria , sotto pena di ribellione. 

Nel medesimo giorno il popolo li rispose, chedall'hora che fu pub- 
bUcato il breve di Sua Santità , si, depose ogni sorta d'arme , e non v'é 
niuno che l'abbi impedito oè che l'impedisca. 

Nell'istesso giorno fece venir i bovi per portar delta artigliaria , et 
archibngioni. 

A di ìi detto , andò il bando , che , sotto pena di ribellione , ognuno 
dovesse rassegnare l'armi d'ogni sorte, e pugnali; e venne qui a rice- 
verle un Capitano di Camerino , chiamato PaDbianco. 



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H D I A H t 

A di Si , giorno di San Matteo Appostolo , il «gnor Duca iiieominciò 
a rifere la ròcca d'Urbino. 

A di S marzo 1973, venne una lettera del Giordano da Roma, che 
lui non haveva bavuto alcuno che l'ajutagse , e che tutti lo fuggivano , 
e che il Papa non gli haveva volsuto dar udienia. 

A di 3 detto , ritornarono gli Ambasciatori di Pesaro ; e ftirono messi 
in rócca il cavalìer Alessandro Veterano, measer Severo Paltroni, mes- 
ser Cencino Clarini , messer Felice Corboli , Oìovaa Battista Bianconi , 
il capitano Gentile Beni ; e fu poi preso messer Vincenzo Buffa in Ur- 
bino in piazza, e menato a Pesaro in ròcca. 

A di i , menarono a Pesaro atiri quattro prigioni ; e tra gli altri , 
GabrielBeni , cancelliere della Community d'Urbino. 

La Community d'Urbino mandò tre Ambasciatori a Sua Eccellenza 
a domandar in gratia li prigioni. 

Sì fecero molte oratìoni ; e molte compagnie , e di putti e di poveri 
e di Confraternite , andavano per la cittì pregando Iddio per la quiete 
universale. 

Ritornarono li tre Ambasciatori, che Sua Eccellenza non li voleva 
ascoltare. 

Il signor Duca fece andare li soldati per tutti li castelli d'Urbino, ma 
non fece male alcuno , che solo ne teneva dieci per castello. 

A di 9 detto , it signor Duca mandò il bando che , in termine di dieci 
giorni, il popolo d'Urbino e suo contomo dovesse haver pagalo tatt« 
l'impositioni di prima , che erano del grano , vino , carne , e come era 
prima il bando. 

A di 10 fece tórre l'armi ancora al contado, e l'armi di Petriano le 
mandò a Sant'Angelo di Pesaro ; e venne a levarle un capitano Ger- 
mano da Camerino. 

A dMI , il signor Duca feoe fare l'inventario a tutti quelli pbe erano 
in ròcca, e che erano fuggiti. 

Per fere la ròcca , tolse li matoni e travi alli citadini , e comandò li 
contadini alle fattioni. 

A di 11 , giorno di sabbato santo, fece pigliare quattro nella chiesa 
di San Francesco d'Urbino ; dell! quali due ne furono menati a Pesaro , 
e due ne rimasero: si disse, c'haveva bavuto licenza dal Papa ancora; 
e fece cercare per tutte le altre chiese d'Urbino. 

A di 17 , il signor Duca levò l'auttorità alli Signori Priori d'Urbino, 
et al Capitano Generale , et agli Offittiali del danno dato, che non potes- 
sero commaodare al contado. La restituì il danno dato. 

A di detto , fece la rassegna di tutti gli buomini d'Urbino e dd 
[contado] (1). 

{*} Parola supplita da noi , e mmcanle al nostro Uanosciitto. 



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DELLA RIBELLIONE d' URBINO 55 

A di 44 aprile, jl signor Duca commesse che non s'andasse la sera 
alle Confraternite: commandó anche che la Compagnia della Grotta non 
andasse a Loreto. 

A di X< detto, dette'commissione ohe venissero 1000 huomini al di 
dd suo Stato a lavorare alla rAcca. 

A di 15 , scrisse che si soprasedesse il lavorar della r6cca. Piacque 
Hsai, perché li pò ver' huomini stridevano, che non potevano. 

A di 6 maggio , scrisse che si seguitasse la ròcca, e cosi si cominciò. 

A dì 15 , fu preso messer AnnibaI Gionca e messer Hettorre Serafini. 

A di 16 Mulo il bando, che Soa Eccellenza perdonava ad ognuno : 
che tornassero tulli che erano pubblicati per nna cedola per ribelli , ai 
quali dava tempo cinque giorni a diffendersi a comparire ; et ad altri dava 
leinpo a ritornare due mesi. 

A di 32 , fu amazzato a Bimini , per una strada che va alli Frati Bian- 
chi , messer Francesco Giordano d'Urb[D0 ( giovane di trentadue anni o 
trentaquattro , dottore e giovane di garbo , et era molto grato al popolo 
«l'Urbino) dal signor. Lamberto Malatesta da Rimìni, con midt'altri. 

A di 96 , venne una lettera da Sua Eccellenza , che essendo che quelli 
i qoali non erano publicati per ribelli , non ritornavano per paura , che 
il bando diceva che dovessero , ritornati che erano , comparire ; Sua Ec- 
cellenza dì nuovo per quelli dava licenza che ritornassero , che li perdo- 
nava affatto , e stessero sicuri. 

A di 3 giugno , mandò un altro comandamento , che quelli che erano 
publicati per ribelli dovessero comparire. 

A di 25 , il signor Duca fece morire , col lar tagliar la testa nella rócca 
di Pesaro, prima messer Severo Paltront , messer Venanzio Bu& , mes- 
aer Annibale Gionca , il cavalier Veterani , messer Felice Corboli , mes- 
ser Giovan Battista Bianconi alias Starna , il cavalier Gentili , messer Vin- 
cenzo Vincenzi , messer Hettorre Serafini , tutti gentil' huomini d'Urbino. 

idem , mandò in galera per detto conto Giuseppe Martinelli , Barbone 
(cbe morì subbilo), Barlolomraeoportinaro, Pietro Bussone [morirono 
in galera ), et un muratore detto il Lanzo. 

A di I.* agosto 1573, il sjgpor Duca tolse tutto il grano alli publicati, 
e la robba : e mandò qui un Commissario da Ravenna per vedere detto 
conio della robba. 

A di (9 eettemhre fece gettare a terra la casa delli Serafini a canto del 
Crocefisso , e donò quella robba a detta chiesa. 

Fu trattato pia volte di reintegrare il popolo col signor Duca , e mai 
si potette. 

A di 17 , vennero da Pesaro a Urbino il conte Giulio Schieni , il capi- 
tano Ventura Brandano , il conte Cesare Odasìì , con molti altri , per ac- 
comodare queste cose. 

A di 31 , si cantò la messa dello Spirilo Santo, con tutto il clero. 



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56 DIARIO 

In qaesto medesimo gtoruo sì fece il Consiglio, presenti tutti quelli che 
erano venati da Pesaro con il Luogotenente , essendo Gonhlooiere nue- 
ser Girolamo Benedetti. Promossero che la citt^ dovesse mandare Amba- 
sciatori a dimandare a Sua Ecoellenza , che vo^b accettare questa città 
in sua buona gratia. Tutti risposero ch'erano contenti , e che dovesse an- 
dare ; e cosi tutti insieme uscirono Aaori , et andarono all'arcivescovado a 
ringraziare il Signore Iddio, e mandar innanzi questa pace. 

Monsignor Arcivescovo mandò ti Propoeto messer Girolamo Galli a 
pregare il Consiglio che volesse rapaciBcarsi col signor Duca. 

A di S6 del suddetto giorno di Santo Stefano , andarono a Pesaro 
«rea cento cittadini a domandare a Sua Eooellenza , che voglia restituire 
l'intera gratia sua alla città , scordarsi e perdonare le dette cose , assiciH 
rando Sua Eccellenza che la città sia per esser sempre fedelissima et amo- 
revole , offerendo loro figli , et ogn'altro bavere e poter loro. 

Ci andarono anche quattro canonici , per rispetto , ohe Sua Ecoel' 
lenn era anche poco soddisfotta del clero. 

A di 88 detto , ritornarono li signori Ambasciatori da Pesaro , et il si- 
gnor Duca li ricevette e vidde volentieri , e mostrolli buonissima oiera. 

Si andò in processione tre mattine, e si fecero tre sere i fuochi. 

A di 31 si fece il Consiglio, et risolsero di donare al signor Duca 60,000 
scudi. 

II Consiglio mandò Ambasciatori al Duca ad offerire questi denari. 

n popolo s'adirava perchè questo Consiglio fu Estto per le gran prati- 
che , e non per volontà ; e la città ò povera. 

Mandarono anche tre Ambasciatori all' illustrissimo Cardinale d'Urbino. 

Adi 44 gennajo 1S7i, ritornarono gli Ambasciatori , e riportarono che 
il signor Duca haveva accettato 10,000 scudi delli 60,000 che la città g)j 
haveva offerti , e che levava tutte le impositioni di grano , vino , Iriade 
e carne. 

n popolo nondimeno non se ne rallegrava molto , perchè li rincresceva 
di pagare. 

A di 13 , per ordine del Consiglio, li lasciò stare il quattrino della car- 
ne, e lo tirava la Comunità : e dì più, misero un. quattrino per libra delli 
porci che emazzeranno in casa , e per qualch'altro modo. 

Ordinarono di mandare a nostro signore , ch'era Papa Gregorio XIII, 
a dirle che il signor Duca haveva ricevuto questa città nella sua soHìta 
gratia , e che la città era fedelissima. 

Adi Ridetto, levarono quell'imposìlione , con levarne il quattrino 
della carne , e misero per livreato. (I). 

A di 14 giugno , il signor Duca venne ad Urbino , « fu ricevuto dalla 
Communità assai allegramente , e andarono incontro molti cittadini. 

(4) lat«iKltsi come allirato o allibrato. 



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DELLA RIBELLIONE D' URBINO 57 

La ComanmiU , per ordine di mcnwigiior Visitatore vescovo di Fama- 
psta , fece voto di guardar ogni anno questo giorno della venuta del si- 
gnor Duca , che fii San Basilio. 

La Communiti , benché poverissima, li (isce un dono di diverse cose 
isoendente a 600 scodi. 

A di X6 detto , il signor Duca parti d' Urbino. 

A di 17, lasciò un terzo del donativo che se li era [H<omesso, che impor- 
tava in circa 7000 scudi quello che Sua Eccellenza lasciò. 

A di detto , rimeese Gabriel Beni, che era di Ròcca , confinalo a Colbor- 
dolo , e li diede licenza che tornasse a Urbino ; et ancora la moglie di Gio- 
van Giacomo d'Urbino, madonna Maddalena, che er^ andata a trovare 
Q marito. 

A di M , rimesse al contado la colmatura delle biade , che si paga 
alla Corte. 

A dH 8 luglio , il Cardinale venne a Urbino , e parti alti G d'agosto. 

A di 10 agoBto, morì Giovan Battista Beni a Sestine, bandito dal signor 
Duca d'Urtrino per li sopradetti rumori. Era morto anche prima Gianninu 
Pucci nel medesimo essere. 

A di 18 settembre 467i, a hore 4 di notte, mwl (benché si disse 
quindici giorni inanzi , ma non lo scoprirono per qualche loro eflètto } , 
Guid'Ubaldo secondo della Rovere, quinto Duca d'Urbino, d'anni circa 61, 
e successe nello stato Francesco Maria suo figlio , di anni circa 16. 



An^NDlCB AL PRECEDENTE DISCORSO. 

A schiarimento di quanto dicemmo di Clemente XIV, nella nota po- 
sta a pag. 40 , aggiungiamo le seguenti osservazioni : 

L'illustre P. Agostino Tbeioer, nella sua Storia del pontificato del 
Gangaoelli, tradotta dal Longhena {Pirense, Tipogra/ia Niccolai , 1854), 
apag. 130 de) voLII,co^ scrive:* Lorenzo Ganganelli era, tanto dal lato 

I del padre quanto della madre, di una famiglia nobile Suo padre, 

« nato in S. Angelo in Vado nella diocesi di Rimtni, si era nella sua giovi- 
li nezza ritirato in S. Arcangelo, che non era lontano dal luogo della 
■ sua nascita, in cui più tardi esercitò la professione di medico i. Ci 
perdoni l'egregio autore, se noi facciamo a questo passo qualche retti- 
ficazione. È vero che Lorenzo, padre di Clemente, era nobile; giacché 
hi ascritto alla nobiltà di Urbania , nostra patria , nel 1709 ; e lo stesso 
Clemente da cardinale accettò b nobiltà urbaniese nel 1739; ed anche 
la madre di lui , che diiamavasi Anna Serafina , derivava da famiglia 
patrizia di Pesaro. La città poi di S. Angelo in Vado non appartiene 
A«cii.St.1t,, IfuofaSerU, T.lll, P.l. » 



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■llm diocesi di Rimini , perchè Drbaoia e S. Angelo, in Vado hanno un 
vescovo Btrfo , a cui soggiacciono ambedDe le diocesi , vadense e nrba- 
niese , fra loro pienamente distinte , avendo anche due separale curie. 
Né meno può dirsi con esattezza, che il detto S. Angelo in Vado sia 
poco lontano da Rimini, essendone distante più di sessanta miglia. E 
né anche è certo, come si afferma dal Theiner , che il padre di Clemente 
nascesse in S. Angelo in Vado. Ecco il risnltamento delle indagini da 
noi btte nell'archivio segreto del comune di Urbaula. 

Un Glovan Giacomo Gangandli viveva prima del 1600, e ignorasi il 
luogo della sua nascita. Egli ebbe no 6glio chiamato Alessandro, nato 
da donna Caterina di Alessandro Magnani (1), il quale s'impalmi con 
Anna Porzia Franceschi di Borgopace , moria in Monte Gridolfo di an- 
ni 80 , presso suo figlio Francesco parroco di quel castello (t). Alessan- 
dro andA ad abitare in Borgopace nella casa della moglie Porzia, ed 
ebbe, un figlio che chiamò Lorenzo, che Tu poi padre di Clemente XIV. 
E questo Lorenzo nacque in quel loogo, giacché abbiamo un docu- 
mento che egli faccvasi di Borgopace (3) , dove da nn secolo era sUhi- 
lita la sua famiglia (i). 

Non vogliamo pere tacere che Clemente , in un Breve ìndiritto al 
gonfoloniere e priori di S. Angelo in Vado , dichiara che ebbe origine da 
quella città , che perciò chiama a buon diritto tua patria. Ha in un altro 
Breve al gonfaloniere e priori di Urbania dei 4t agosto 1769, sottoscritto 
dal celebre Benedetto Stay , si chiama dia^esanum veslrwn. Sembra a 
prima vista, che questa sia una conlradizione , ma non é; giacché 
essendo, come si disse, le due diocesi distìnte fra loro, non poteva 

t*) Attestato legale di Niccola Ceccarelli, ctDctiliere vescarile di S. Angelo 
io Vado, del 19 luglio 1770. 

(Si Attentato Itigale dj Antonio Allocateli! , arciprete di Honle Gridolfo, dei- 
13 febbraio ino. 

(3) Cba Alesuodro GaDganelll abitasse in Borgopace , è provato aoche di 
un suo allettato, che iDComincia: A4iS ottobre 166S in Borfopaee , ed anche da 
UD* lettera del vicario di Lamoli del 46 marzo 1661 , cbe al Irovioo nel nostro 
archivio. VI è ancbe una lettera di Lorenzo, in cui al discorra della leva del sale 
di Borgopace ; dal che ai ritrae che egli , prima di andare in S. Arcangelo , di- 
morava io quel luogo. 

(() Lettera al ilgoor capitano Giambattista Papi , del capitano Gioseppe Ve- 
neilanelli di Urbino. Noie al componimento drammatico per le feste celebrate in 
UrbanU per l'esaltailone al poolificato di Clemente XIV (Fano , per Andrea Do- 
nati , 1769), io cjI , ella pag. 9, Irovansi queste parole : ■ Si allude a Borgopace. 
lifualo (uUa provincia di Maua Trabaria, gitati alia torgentt del Jf«lauro....(tooe 
ijuivi Milla tmticaepatemaabiiaaioneGangaiieUi.eretUUila MinodaUmodi N.S.. 
che quim fu tempre del grado d^priori in queUa comitniUt , e li chiamò wmpra 
da Borgopace, con» da ittmmeati; e quivi naegM, tra gli altri Ganganeiìi , la 
tle**o Eaeellenlitrimo GMulora Mia Santità di N. S. , tome da' libri boUMinMli. 



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DELLA RIBBLUONE d' URBINO 59 

esaere di S. Angelo in Vado , e nello stesso tempo diocesano di Urbania. 
Ma tacilmeate si scioglie il dubbio. Alessandro, avo di Clemente, erasi da 
gran tempo trasferito da S. Angelo in Vado in Boi^pace, dove certa- 
mente era nato anche Lorenzo ; e siccome quel castello è compreso 
nella diocesi di Urbania , perciò nel Breve a quel comune Papa Cle- 
mente si dice diocesano di Urbania. Ma siccome l'orìgine della famiglia 
era di S. Angelo in Vado , dove era nato l'avo Alessandro , perciò nel 
Breve al comune di quella città la chiama a buon diritto sua patria (t^. 

(i) Il P. Theioer , nel volarne cbe h seguilo allt stia sloria, e btilolato : 

■ CI«m«ilif XIV Paai. Uam. EpisloUu «I Brmna utecUora etc. », porta a pa- 
gine li il Breve di lui iadlrltlo al Gonhlooiere e Priori di 8. Aogelo io 
Vado , lo cui 11 ringrazia delle coogratuladoai a lui fclle per la sua eulta- 
zlooe. Bgoat Breve avendo maodato alla Comuollì di UrbinU, e non essen- 
do queslo compre») nella detta raccolta, crediamo rar cou grata a' ooslri 
leltorì di qai pubblicarlo. 

CLEMENS PP. XIV. 

DUttU Fila . laJuWm «t apotloUeam b«N«dic(ion«m. 

( lucanda Nobis ruerunt gralulationis officia, quae prò noslra ad Apoalolicam 

■ Calbedram erecUoae luculeuler peregistls cum per litteras plelalia, Adel, at- 

• que obBervantiae pleniaslmBi , tum par dlleclos filios Fabium Biscbium et 
Il Vìncenllum Piiccium, cive» vestros , quos sua etiam causa perlibenter excepi- 
« mus. HI NoB veatro nomine coram allocuti , plurimum erga Kos atudium , deque 

• nostra dignitale gaudium prollie declararunl. Id Nobla neque novum , neque 
■< inespectatum fuit , cum quo animo erga JMawMonum OMlrum bìlU , palam jam- 

• pridem bcerllig , nostra scilicet In civUalem vestram cooptatiane. Nunc vero 

• prtsUnam hanc in nos pielatem tnaiiine cumulasti^, fusis ad Deum optimum 

• Maximum precibus et votis, quibus loiila Pontlflcalus nostri prosequulj esita. 

■ quaeque vebemenler a vobis petimus, ut nunquam Intermissa eMe velltis. 

■ Nihll protbcto Nobis gratlua facturos asse , aul vesU-q In nos studio convfr- 

• nieoiius e:dsli(nate. Ita porro , quod ad Nos pertinet , persuasnm Tobia eoa 

■ cupimus, non solum poteslalis accessione minima Imminutam esse veterem no- 

• stram in vos voluntatem , «ed cujus anfea tamqiiam clvls vostri amorem nill. 
' poteratis , nuDC parentls etiam cbaritalem esse eiperluros , si quem ejusdem 

• relpsa testandae looum dèdarltis. loterib-, ut', veslram hujusinadi de Mobis 

• ndudam magli maglsque augeamus , Apostolicam beoedictlonem vobls , dllertl 

• Filli , peramantsr tmpertimur. — Datum Romaa apud Sanctam Hsriam Ma- 

• jorem, sub annulo Piscatoria, die in augusti UDCCLXIX, pontlfloatua do- 

■ stri anno prltno. 

■ DilecUs Fills VesllUtsro et Priorlbua dvilalis nostrae Drbaniae. 

BtmDicTas Stat. 



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,1,1.0, Google 



PIETRO COLLETTA 

UOMO DI STATO E SCRITTORE 



In me»o a parecohì fogli, appartenenti gib a Tito Hanii, furono 
ritrovati dne orì^nali di Pietro Colletta : una boxca di lettera a 
Gioacchino Hnrat, fatta in NapoU il di 1t mano 1845, con alcane 
pan^ al Hanii , in marcine alla prima faccia ; una lettera a que- 
sto eoo amico , con la data <fi Brunn il di S7 ottt^re 1 8S1 . Carte 
amendoe , ohe tocoan la vita dello scrivente , e la storia del Regno 
e d'Italia; che svelano soprattutto com'ei sentisse e operasse iu 
alcune gravi difflcoltb , che poi furon soggetto notabile de' suoi 
lil>ri. A ohe avendo noi posto mente , ci facciaBW qui a divisarlo , 
ctn allure le due scrittore: conciossiachè in vedere il Colletta, 
gìnata il titolo sovrapposto , dall'usa parte uraao di stato e dall'al- 
tra istwico , ai posqa deteimioare se, oe'inedeàiBi punti , lo storica 
Al indipoideate , e diritto giudice di s6 stesso. Studio ài non 
lieve conto, a eagion de'fatti a' quali si riferisce : « ciò sono, il 
donùuio murattiano, lo scoppio e i moti che, dal giugno dri 4890 , 
agitarono il Regno per neve med. L'uno che porge la mano all'al- 
tro , e <^e si ooOegano insieme con le precedute calamite , e le -mo- 
ces«ve commoxionì. 



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PIETRO COLLETTA 



PARTE nUHA. 

DOHINIO HURATTIANO. 



Naira il Colletta nella sua Storia , che , fuggito Napoleone dal- 
l'Elba, un messo arrecò a Gioacchino l'aimuozio, e ^nnse in Na- 
poli la sera de'i mano 1815; che quindi Gioacchino, convocato 
un consiglio , jnx>pose di voler rompere guerra all'Austria ; che il 
consiglio disapprovò ; ma non ostante , il di 1 8 mano la guerra fii 
annunciata (Lib. VII, lxxvi). Ora, la bozza surriferita è appunto 
a dissuadere Gioacchino da questa impresa. 11 Colletta , benché 
Conaglier di state, non pare fosse intervenuto al consiglio ; e forse 
pwchè ammalato, come scrive al Hauti di essere il giorno 11 : 
dappoiché ndla lettera egli si mostra nuovo del consigliato, esa- 
mina e manìlesta ìl suo avviso , come chi lo faccia la prima volta. 

Tito Manzi, toscano, era a que' tempi in Napcdi segretario al 
oonaglio di stato , dopo aver maneggiato altri uffici di polizia. In- 
trinseco del Colletta , questi gli comnnioé la sua lettera prima che 
la spedisse: «Tu vedi l'aEEare oom'io lo ràggo «, gli dice Dell'in- 
dirizzo. Ha e Al poi spedita a Gioacchino essa lettera , copiata ? 
Questo l'ignoriamo, e non fa alle nostre ricratibe-, a noi importa 
ooDOScere il conà^en. Il quale divide in due capì il ragionanien- 
to : nel pnmo discorre i corti pericoli della guerra , nel seoondo 
l'utile ddla pace. Ed ecco la carta ìstessa. 

« Caro Tito. — Una grande foHia va a consumare. Non so da 
quali imputa , se estoni o interni , il re sia mosso ; ma , «ò ch'è 
certo, egli à 6 deciso per la guerra. Tu vedi l'affare come io lo 
ve^o ; e perciò non disapproverai ohe gli scrìva questo foglio. Leg- 
gilo e correggilo ; ma presto , perchè il tempo spinge -, ed io non 
vorrei lasciarmi il rimorso di non aver contrastato a tempo un 
passo cosi sconsigliato. Sos ammalato ed a letto. Bacami la rispo- 
sta di toa persona ; ma se non la ricevo fra le due ore, il tuo si- 
leoxio mi varrk di approvaxione , e manderò la lettera tal quale 
te la ÌDvio. Ti abbractào , 

Colletta ». 



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UOMO DI STATO I SCRITTORE 63 

a NapoU, fi morso 1815. 

« Sire. — Scrivo a V. M. nella mia qualità ài conMglier di stalo , 
perchè ho in pensiero dì dir cosa che forse sarebbe offesa a'pre- 
^ndiij militari. Ella à prepara alla guerra : il di lei genio e la di 
lei fortuna secondino i suoi pn^tti. Prima feri» di mettere in mo- 
Timeato l'armata, legga questo foglio, in coi saranDO espressi Ì sen- 
timenti di cittadino e dì suddito. Amo trtippo la mia patria, e aaao 
assai riconoscente a V. H. per non guardar freddamente i pericoli 
daQ'uuo e dell'altra. Che spera V. H. nella guerra, o che teme dallo 
stato att^le delle cose ? La riunicoie d'Italia la crédo un ac^o : 
un filone dì uomini caldi si abbandonerà a questa idea luanghìera; 
ma la massa degl'Italiani, o la si»«gerk o la riguarderai con indif- 
ferenza, si armerà contro di essa. Venticinque anni di gnerra e 
dì rivoluzioni han concentrato in ogni petto il desiderio profondo 
della propria conserratione. Le frasi c<Hiformi alle passioni de'po- 
polì , prima scendevano al cuore , poscia fecero un grato suono 
all'orecchio -, ed ora son ricevute con dileggio. Se n'è fatto trqipo 
uso e troppo inadiosamente. Tutti i popoli, e gl'Italiani sopra tutti , 
son dìvMiuti egoisti e ragionatori ; e perciò non h permesso di 
sperare la loro cooperazione, che facendo de'beni solidi, e le- 
gando un piano di forze che li rassicuri. — Sire, potrà Ella fare 
del bene sul teatro della guerra? La sua annata, per quanto 
buona e nomerosa , sarà mai creduta superiore alle annate tede- 
sche ? Una pìccola nazione , come quella di Napoli , vincerà in 
mezzi di guenv la casa d'Austria ? E il di Lei gabinetto sarà mai 
creduto pib forte e più influente del congresso di Vienna? Gl'Ita- 
liani misureranno la nostra intrapresa, e non vorranno divider con 
noi una causa disgraziata. Spera Ella forse ne'soccorsi di Francia? 
V. H. MHiosce da vicino la grandezza dell'imperat<H% Napoleone, e 
perciò crede a lui facile la riuscita di qualunque impresa. Ha senza 
questo pregiudìzio , non potrebbe esser certa ddle sue sorti. Ciò 
ch'è noto finwa del sno viaggio non è rasdcurante ; io credo delle 
esagerazioni ne'Iatti <U Antibo; non aa|x«i supporli interamente 
fidati. Ha immaginiamolo felice, e che sia fra un mese a Parigi 
sol trono di Francia. Quanto altro tempo non sarà necessario per 
sp^nere i partiti di questa ultima rivoluzione ? e rìoiganiziar 
l'armata ? e provvedere al sno materiale, distrutto nelle oamp3f;n& 



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6i PIETRO COLLETTA 

del 18 e 137 e comparire in Italia in di lei socoww? L'armata 
dì Y. H. potrebbe dunque esser battuta piima che aiutata. Se lo 
unperator Napoleone avrb guerra dagli alleati, le posisìooi e le forze 
di questi gli daran motte curo sul Beno e nel Belgio : egli farit 
aasai owervaudo solamente la fnmtiera d'Hdia. E se avrb pece, 
io nm vedo in hn tanta superìorìtè retativa da dettar la lej^; 
né ^ credo tanto interesse per V. H. da far de'sacrìfixi per con- 
servarle o rimetterla sul trono. Non obblii, la [»«go, le vicende 
passate e le ultime del 181 i. In fine il movimento contemporaneo 
di suo cognato in Pranda e d^e sue armate in Italia , ùrebbe 
supporre OD concerto tra loro Maestà , e questo distruggereUie 
anche ne' pochi Italiani ogni spM«isa di rìunìoDe e d'indipenden- 
sa. Io dunque credo (e vorrà credere il falso) cheV. M. faeeodo 
la guerra , non deU>a confidare sull' Italia né sulla Frauda. Le ri- 
mai^oQo però la sua annata e la sua natione. Efia merìtameute 
deve contare sull'una e sull'altra-, perchè l'armata è sua figlia, e 
la nazione dev'esserle ricoooscente degli sforzi ch'Ella ha fatto per 
il suo migHoramento. Ha, Sire, l'armata è numericamente quinta 
parte delle armate nemiche; e la nazione, i di cui partiti non 
sono tutti estinti , non 6 assai provveduta dì mezzi di governo: le 
coscrizioni e le leve si fan tra noi lentamente ; la finania è spos- 
sala ; tutte le risorse straordinarie sono da lungo tempo esaurite. 
Dopo tutto ciò , io penso che V. H. non abbia nulla a qierare dalla 
guerra. Avrà fwse nulla a temere dallo stato di pace ? lo ignoro 
quali sieno i suoi attuali rapporti coli' Austria , ed ìu generale con gli 
alleati. Come mai penetrare nel congresso dì Vienna o nel gabìOetto 
dii^omatico di V. H. ? Ho però la mia opinione , e credo che una 
sola dinastia novella, aapn un picc<rfo trono, non possa lungo 
tempo conservarsi. Però la Francia che ci era didiiaralamenle ni- 
mica sotto Luigi XVIII, o noi sarà sotto Napoleone; o se questi 
non riuscirà ne' suoi pn^tti, sempre la scossa riyolnxionaria che 
avrà prodotto , disarmerà per lungo tempo la Francia coatro noi. 
Gli alleati stessi saran distratti da queste grandi novità, qualunque 
ne sia l'esito. Prima di prendere alcuna determinaiione contro 
V. H. , passerà del tempo ; e co^ la sua dinastia sarà meno nuova , 
ed Ella potrà accrescere i suoi mezzi di alleanza e di forza. Ha 
s'immagini il più tristo per noi: il gabinetto dì Vienna d dìclùari 
la guerra. Come passerà, senza un motivo, da alleato a nemioo? 
L'Europa disap[MOTerà questo attentato : noi nella giustizia della , 



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UOMO DI STATO E SCRITTORE 65 

lustra causa diverremo fiù fòrti ; e l'AiutriB stessa, colla temenza 
di una perfidia, sarh pih debole. Sire, termino questo foglio, sup- 
plicando V. M. in nome della naiioae, de'snoi amici, del suo tro- 
no, della sua famiglia, di abbaodoDare la detraminaiione dì guerra, 
oalmeooa sospenderìa, sino a che abbiano sviluppo gli avvenimenti, 
cbe appena or sorgono salta scena d' Europa ». 

Oa, eguale al giudÌEio del conu^^ìere è la sentenia che dò lo 
slorieo sa questa inqaresa : « Murat , eg^ scrive , perde il regno 
per igwraiua <U gommo. Due voile fatale alla Francia , nell'anno 
44 per protnwfo consiglio , nd 15 per nuono (Vili, xvu) •. Ma, 
lasciando qui della Francia , se cerchiamo il fatto dell'anno 4814 , 
il quale fu nell'avere Gioacchino dato le spalle a Napoleone , e com- 
battuto ì Francesi , anche iu ciò troviamo lo storico immedesimato 
etri consigliere : dappoiché , nello slesso modo che chiama insano 
il coDs^^o , gi^ stato contrario al suo , addomaoda provvido l'al- 
tro , dd quale sì reputava , se non autore , incentivo. Gonciossia- 
cbè racconti neUa sua Storia, che peggiorando le cose di Buonaparte , 
l'Austria iiSei\- amicixia a Murat ; che questi volle udire l'avviso 
di alcuni suoi generali : e te oinntoni , dice , si divisero in due , 
delle quali riferirò i concetti , pervenuti a mia certa noHaia ; e mi 
abbiano fede ( benché i nomi degli autori io nasconda } i lettori b. 
E riferito il primo discorso , centra l'ofièrta dell'Austria , segue 
egli cosi : « Altro oratore , iu altro tempo , con più aen^lid e Ubere 
parole , gli disse ( VÌI , liv } ». Nel qual secondo discorso è additato 
il m^io nel guerr^giare la Francia : e che fosse suo , travedesi 
bene al racconto , ed è poi manifestalo in tntto da lui , quando , 
in pariar della guerra impresa, dice: i 11 general Colletta, odiato 
da' Francesi ,'pwahè noAi ittigatore di Gioacchino alla guerra [VII, 
Lix} *. Lo storico dunque si uniforma al politico Dell'aver questi 
due partiti l'uno per savio , l'altro per insensato ; e così riesce a 
seutenziare in lode di so medesimo. U che non può non lasciarci io 
qualche sospensione , col desiderio della certezsa ; e intanto questa 
non solo manca , ansi è il contrario nel litxx) stesso. Dappoiché , 
il Consilio chiamato provvido, essendo stato nell'unione cdl'Au- 
stria e coÙ' In^lterra , sifiatta alleanza in un altro luogo eì la 
vede impossibile di sua natura. « Onde apparisce, egli scrive, 
cbe la lega era nell'apparenza ; ma che intimamente, per neceitità 
di natura , l'Austria e l'Inghilterra eran nimiche a Hurat , e questi 
non poteva euer nmi'co dì Francia (VII, Lix) a. Dunque non prov- 
\kch.St 1t., NtovaSerit, T.lll, P.l. g 



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<t6 PIETRO COLLETTA 

TÌdo certamenlA , ma inavveduto almfflio il ctHu^o , onde Gioac- 
chino si collocava contro Napoleone? 

E qui sarà bene riandare sì grave fatto : pòchÀ l'autore , in 
quel cbe pone importanza alle sue parlate , passa di foga sol rì- 
manenle ; cosi che fa suppwre si fosse Gioacf^ìno deliberato , come 
accade ne' drammi, dopo aver udito le oraiioni. E non b che 
vogliamo condannar la rettorica di unir insieme e infiorare i dis- 
corsi de' generali; ma forse non importava aoche piti vedere, se 
Gioacchino levosei in arme, cedendo davvero all'altrui coosig^, o 
non invece incalaato da pasaione? E se questa fu, conoscere come 
l'avesse spinto, e poi, l'anno dopo, preciistato ? 

Un egr^io napoletano , il commendatore Andrea de Angelis , 
il quale ne^ ultimi aoni della sua vita dettò due g^udiiiose biolt^, 
del letterato Rafiaello Liberatore e del fisico conte Michele Milano 
(JVopoii, 1Si3 ] , fu nel <81i direttore a^i a&ari esteri ; e avea cwn- 
pìlato , su' documenti offloiali , una storia circostanziala de' tempi 
Huraltiani ; e vagheggiava che, morto lui, fosse data alla luce fnorì 
del Regno. Nulla dipoi ci è riuscito sapere del manoscritto ; ma 
intorno agli ultimi avvenimenti de' quali ragioniamo , alcuna cosa 
avea egli di gifa stampato, fin dal 1820, senza il suo nome, nella 
Minerva twpoletana { VtJ. Il e HI ).1>i qui [a^nderemo talanì fotti, 
i quali combacian con altri, anche documentati, e conferiscono a 
illuminare. 

L'animo di Hurat era la questo, che niuna cosa tanto deside- 
rava, quanto le lodi de'suoi Francesi, e massimamente di Buona- 
parte: egU rabbrividiva a) pensiero, che un giorno gli si avesse 
potuto apporre il simile che a Bemadotte, dopo la guerra di Rus- 
sia. Qual cosa dunque più contraria alla sua natura, ohe strìngersi 
con gli inimici di suo cognato? Nulladimeno, alla disfatta dì Lipsia, 
egU era venuto nella credenza che Buonaparte non si sareUie {»ti 
rileva to : e intanto vedea accumular gli sforai de' potentati all'egU^ 
mo colpo; e nel Regno pib manifesta l'avversione al nome franoesa 
In questo mezzo, ecco il Prìncipe di Metieroidi che si ofierìsce, 
e al Prìncipe di Canati , minisbo del r^;DO a Vienna, promette in 
nome de' potentati conservare a Gioaccldoo il trono, quando e^ 
con loro si fosse unito contro Napc4eoae ; accerta che, ndle mani 
di lord Aberdeen, ambasciatore io Austria per l'In^ìiterra, fosse 
già la rìnuozia di Ferdinando Borbone al ft^no. Col quale invito 
cooperavano gli artificiì di quella l^a che, animata fra gli altrì 



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UOMO M STATO E SCRITTORE 67 

da PosEo di Borgo, e iu ultimo da Bernadotte, iasLaucatnle coii- 
ginrava per l'Europa alla caduta di Buooaparte : dappoiché ben 
eraao apiw«8So Gtoacchiao accalappiati o congiuratori , i quali lo 
slimolavano a rompere con suo cogoato. Il Colletta , comunque ad 
altro proposito, l'af^lesa, dicendo che aveva Gioacchino d'intorno 
a 9è e instigatori, i quali lo secondavano nelle querele con Napo- 
leone, e gli accendevano brama d'iudipendenta , persuadendolo 
che, a mettersi contro lui, trovava premio e aiuto ne're nimìci 

(VII, XLVI) B. 

Gioacchino, scrìve il de Angelis, un pezzo fu combattuto. Strìnse 
Napoleone, perchè gli avesse allai^to i confini su qad di Roma, 
meno forse per ingordi^a , die a fin di accrescwe fwze e dilésa ai- 
Regno, con Ancona principalmente; e l'Imperatore in risposta, a 
voler invece piti nomini e onove taglie, e minaccie espresse, o 
riferite ed esagwate, d'iucMiwrare il regno all'impero. Gioacchino 
afferrò l'invito: l'istinto o an^liione di conservarsi gli ofiiiscò l'ani- 
mo al sentimento, l'intelletlo all'inganno; il di 1t gennsjo (8H, fu 
sottoscritta in Napoli l'alleanza. 

Ha Gioaccliino, fin da quest' impeto, non è a pensare che non sen- 
tisse il terreno cbe gli mancava. Dappoiché, richiesto al conte di 
Ney^qwi^, negoziatore austrìaco, che, secondo l'offerta, interve- 
nissero anche gli altri alleati , e che fosaegli data in mano la carta 
ddla renunzia , udì risponder che l'Austria non prometteva se 

non ì suoi bucmi officii, acciocbè aderissero gU alleati , e Ferdinando 
renunziaase. E < al bisogno costringere colla forza a renuniiare », 
diceano le istruzioni al conte, ed ei fece l^gere la minaccia ; ma 
non come cosa da scrivere nel trattato. Laonde, non era ^i vi- 
sibile che i potentati , fiduciosi omai di abbatter Napoleone , cam- 
biavano, mezzano Mettemich , la [oima offerta ? E a questa vdta- 
bilità , e oo'nuovi termini incerti della promessa , che tàcurezza a 
Gioacchino potea sorridere , quando avessero trionfato ? NuUadimeno 
^li assenti , abbagliato forse , o avvezzo di correre alla fortuna 
ne' casi estremL Ha , uscito a campo, sentiva una ripugnanza al 
combattimento. In sul Romano , fece in segreto sapere a' Napo- 
leonici , che ei nmulava , e che però gK cedessero le fortezze \ ma 
quelli invece si chiusero alla difesa. E il Neyppergh , e l' inglese 
Bentinck «-angli accanto , e lo stimolavano ; sicché , quando non 
avesse voluto troucaila e scoprirsi-, bisognava venire a' fotti. Die 
mano dunque alla guerra ; i Francesi cederooo , ed egli passando 

nnanzi, avvicinavasì verso il Po a' Tedeschi, comandati da Belle- 



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M PIETIO COLLETTA 

iarde: poiché, ^iiuU i patti, dovcaDo t 
tane dH l^pio itafieo. 

E 4|ai daecapo a t em po regy Te: e de uBtane, opponeva che 
non mcora nette riayìxtoiUmttato eoa bntìSa-bmtxM ff^y 
^ fa ri proporta mia mun» eondìxione. L'Austria , {^ a diceva , 
vi ^raotisee il Uvno , vi estende il dominio soDe Mardie , se voi 
eoatrilmite a tu oompemo per Ferdinando. Dunque: (fiacooosciato 
il tìtolo defla conqniflta , il diritto a nvianeggiwe , avtr^ a oa- 
Mere nnicameate da cessione, e questa, dnUMa, dUBcnllosa; pn»- 
eU, indefinito il compenso, e nimto obUigo in Perdinaiido a eede- 
ra , a conlentarsi. Gioacchino andò in ira ; ma , rotto gib con la 
Francia , lu Coraa che aocnisentisae ; e l'ìmperalor Fraocesoo rati- 
Aci allora II trattalo con una lettera. Qaiadi a poco arrivò nel campo 
11 genera] Balaacbeff, invialo dall'imperatore Alessandro, con dold 
parole e propositi dì aHeanza ; e il duca del Gallo , ministro dd 
diplomatico appresso il re , invitava il Rosso a venir nel trattato 
austriaco , dar sicoresza del r^;no ; ma Balasdteff a tanto si dinegò. 
E la Pmssìa era coh Alessandro. Nò meno il Bentinck ricordava 
anche al duca, essere l'In^ihora alleata di Ferdinando; e ansi, 
occapava Toscana , e le anni naptrietane ne sgombravano , e face» 
spargere ialomo, cadalo Murat, Italia gik indipendente. 

Onesto procedere antipensaio, d'indietre^are via via che 
Gioacchino venisse incontro e Napoleone precipitasse, en fatto cre- 
dere Gonsegoire dalla condotta vdnbìle di Gioacchino. E fin la 
moglie ebbe a crederlo , e mandò io Gretta al marito , l' un dopo 
l'altro, 11 conte di Hotboni^ e il duca di Santa Teodora, ind- 
iandolo che combattesse-, condossiachè solo io questo, in concor- 
nr davvero con gli alleati , anch'eila , dicono , vedesse scampo 
alla mia caduta. Ma Gioacchino, si volse in nn subito al Viceré, 
proponendogli , con una lettere , di riunire iasieme gli eserciti e dar 
addosso al oomun nimico. E comandò al duca di Campochiaro, 
mandato a Vienna , che subito ritornasse ; e al de Aogelìs , il quale 
in Napoli Boprastava, assente il ministro, agli aSarì esteri , che i»n 
pubblìoaBSe 11 trattato ,- ma l' ordine non giunse in tempo. Engenio , 
par diffldensa o vendetta , mise in mano a'nimid la stessa lettera; 
e Gioacchino allora, stixiìto, gìltavasi ad assaltarlo; quando , Napo- 
looue disfatto , la guerra anche in Italia si fn cessata. 

Colali cose ^>bianK> rimesse e accennate neil'ordin loro; dap- 
poiobft , se oob) avvennero , come difatti avvennero , noi domandia- 
mo : tu provvido egli il consìglio , quale il Colletta e dava da geoe- 



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UOMO DI STATO E SCRITTORE 69 

rale, e da statico ha donilo? Àgli alleati, intesi owitro Napoleone , 
importava slaccar Gioact^no -, cbe , aDcbe a renderlo ìnt^poroso , 
anonllaTauo instane l'esercito del Viceré. Gioacchino dimqne fece 
con senno , giovando al disegno de' potentati ? No , ma povhè ria- 
aciva, si dice , a salvarsi il regno. Ha , se da princi)»o gti fa sempre 
negata noa tal certetsa ? Ponendosi risolato con gli aDeati , l'avrà 
be , dioeei , oonsegoita, E chi lo ritenne , e fecelo irresolnto , se non 
V opera appunto degli alleati ? U vagellare in GioaochÌDO fa conse- 
gnensa, non fa cagione : non esso nnit& l'animo de'monarchi ', nacque 
invece l'amlngtnib , e venne creeoando di mano in mano , come più 
stabile gH appariva il loro proponimento. 

Nd discorso che riferisce il Colletta , qua) opposto del suo, leg- 
giamo detto a Gioacchino : <t Non speri re nnovo tonerà in trono, 
se l'impero di Francia è abbattuto. Questo fondò in Enropa altri 
regaì d^a sua specio ; perciò impero di Buonaparte , re nuovi à 
presentano con le stesse sembianie alla mente degli antichi re. Le 
paci , i riconoscimenti , le alleanze , sono per essi transazioni della 
necesailè , senza obbl^ dì coscienza o di fede. Gl'interessi di re 
di Napdi , e di congiunto dell' imperator Buonaparte , son una cosa ; 
tutto impone il debito dì restar fedele alla Francia ( VII, lv ) ». 
Tacque il nome dell'autore , ma il Pepe nelle Memorie , parlando 
dì suo fratdlo, ha lasciato scritto: a Osò Florestano dire al re, 
che non avrd^ dovuto mai far la guerra a Nap(^eoce, e strìngere 
alleanza co' suoi nìmici {Cap. XIX }. Parole degne di quell' austera 
indole di Fkarestano, comecché piacesse al Colletta sentenziarle quasi 
d'inviluppate e servili. Egli, che-dicova nd modo stesso « VÀn- 
strìa e l' Inghilterra intimamente, p«r mceaità di natura , inimiche 
a Hurat >; e anche poi , a l'Austria , che avea pnmesio sollecite 
ratifiche al trattato con Napoli , lasciava correre i neti , senza che 
il ratificasse; lo stato d' Italia in qnd tempo non era di guerra , ma 
di politica 9 ffiagaano armato; in ogni atto , in ogni intenzione dei 
rettori de'regni e de^i eserciti , o traspariva o ti nascondeva un 
mancamento di fede ( VII , lx ). Le quali cose dicendo egli, non 
attesta per awratura , che a Gioacchino con l'alleanza non era pos- 
sitnle restare in [òé? Che, come il dovere, l'utile insiememente 
non f^ lasciava che Bnonaparte ? Ha il Colletta , come apparisce 
uri ano discMSo , avrebbe voluto sottrar Gioacchino , per amor del 
paese , non fi^à di lui : conciossiachè vedesse nel ritorno di Ferdi- 
nando rinnovar le dittnuiooi e i nipplicii. « Noi , gli diceva , ao^ 



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70 PIETRO COLLETTA 

giacerei!» al flagello de'nostrì antichi re , vieppiù fieri al ritomo. 
perchè animati da conquiste e da luoghi sdegni L'iateresse de' Na- 
poletani è il ooDservarsi le istituiioni del vostro regno (VII , lv] >. 
Ha la conservazione del nuovo re impossibile , secondo lui ; pcnchè , 
• definita, egli dice, la legiltimitb per restauratrice delle precedenli 
ccee e persone , era parola e principio pericoloso e coatrario a Gioac- 
chino. L'impeto del vecchio sul nuovo lasciava Gioacchino is<^to e 
straniero alla politica de'nnovi tempi (VII , lxviìi ) >. Il che avven- 
ne in seguito , è vero , alla fine di Baonaparte ; ma noa addimostra 
di avere, col suo consiglio, tenuto appunto l'opposto di oiò die 
avvenne? Egli che innanzi scrìveva nella sua lettera: « Ho la 
mìa opinione , e credo che uua sola dinastia novrila , sopra un pàc- 
colo Irono, non possa lungo tempo conservarsi ». 

« Cadute in p^gio le cose di Francia, i commissarii presso il 
re divennero più baldanzosi , Balascheff più sctiivo alla pace , 
ogni cosa più contraria alle affezioni e agfmtereiti di Gioacchino 
(VII , LXv ) >. E dovea anzi dire , che Balescheff , più che schivo , 
lasciò addirittura la finzione ; poiché l'imperadore Alessandro avea 
gik proclamato , di non volersi impacdar oltre oou chicchessia delia 
famiglia di Buonaparte. E l'ebbe a sentire il duca di Campochiaro 
in Parigi , dove Gioacchino lo avea mandalo, cercando partecipare 
al convegno degli altri prìncipi : Hettemich gli palesò, ch'erano 
tutti aw«^. E intanto io confortava a rendere le Marche al Papa, 
a star cheto in casa , e avrebbe avuto se non il regno , un com- 
penso. £ il duca : ma le promesse d'in^andimento? State fatte, 
gU fu risposto , perchè le Marche essendo in dominio di Buonaparte, 
si pensò così d'aittare anche più i cognati fra loro. Ha la santità 
de'trattati, diceva il duca 1 E a lui in rìq)osta, la rìtrosia, la 
poca lede nelle battaglie. 

Così disposti i confederati, cominciò il congresso di Vienna. 
Plenipoteuziarii per Hurat presentaronsi il duca di Campochiaro e 
il prìncipe di Cariati , i quali, ben accolti a pande, si videro 
posti fuori con l'artificio. E il Talleyrand ornai strepitava < legib- 
timitb e restaurazione n , e il trono di Napoli a Ferdinando, e 
cinquanta mila Francesi pronti alla riconquista. Nngent e Ben- 
tini^ rappresentavano essere stato Gioacdiino , quanto più cupo , 
altrettanto jnù reo nemico. Dell' imperatoro Alessandro immutarle 
la sentenxa ; e con lui la Prussia e i minori stati. Non era che Het- 
temich , il quale , continuando le parti prese , ribatteva sulla pru- 



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UOMO DI STATO K SCfilTTORK 71 

denza : lAe Gioacchiuo rendesse la Marche al Papa , scemaste l'esef^ 
cito, e avrebbe avuto i principi beaevdeati. Goosiglio, al quale 
echeg^avan gli altri; e il Talleyraad prometteva concorrere nel 
compenso , purché Gioacchino , docfle , avesse lasciato il regao. 

11 quale invece , abbandonato e costretto in ^mil maniera , oo- 
oupò con le armi le intere Marche : e dìessi quivi a levare imposte, 
a vendere i beni già degli ecclesiastici ; accrescendo ogni di l'eser- 
cito, con gli avansi prìDdpalmente di quello italico. E conciossia- 
chè fin allora, la nazionalitb e il governo a rappresentanza, erano 
stati ì bugiardi stimoli a sollevare Europa contro Napoleone , oo- 
mìnciò egli a usar l'incentivo istesso , ornai per gli altri pericoloso. 
E in Napoli proclamava già jvossimolo statuto [Momtore d^e Due 
Sidiie, 4814, n.° 1021), e facea spargere per tutta Italia la vagheg- 
giata congiunzione. Né certamente eosì operava senza l'intesa , e 
forse il consif^ di Buonaparle : però che cfnesti , scrìve il Colletta , 
• dall' isda dell'Elba, deposta l'ira, comunicava amichevolmente ' 
c(d cognato e colla sorella ; e la principessa Paolina Borghesi veni- 
va in Napoli , e quindi tornava all'Elba; ed altri men chiarì e 
più arditi personaggi , giungevano da Longone e Parìgi alla reggia 
di Hurat trasfigurati x. E questo, allorché Gioacchino, egh dice, 
« non jHh annidava nelPalleanxa austriaca , udiva i suoi ministn a 
Vienna moie accetti, i minislrì del re contrario amntessi alle oon- 
fierenze; il |HÌncipe di Hetternich, accennare le competìsawotà 
da dare a lui , non più al tuo rivale ; ridotto perciò a confidare 
D^e propria forze {\1\, lxxiv] a. Allora Napoleone fuggi del- 
l'Elba, e « il disegno era noto a Gioacchino >, scrive il Colletta, 
come vedemmo; e andie, che t convocava un coniglio, non 
per aeguimt le imtenjw » , essendo alla guerra in tutto determinato 
(Vn, LXXVI), 

E però , rifacendoci alla lettera riferita , quando le cose erano 
io afbtti termini, dall'una parte l'Austria e i confederati che in- 
calsavan Gioacchino a lasciare il trono , e dall'altra egli , che , inte- 
sosi con Bnonaparte , avea già apparecchiato forze e sommovimen- 
ti; era e^ opportuno di consigliare in questo punto a Gioacchino, 
ad « abbandonare o almeno sospend«:« d la sua impresa? > le 
ìgomro , sdrìve il Colletta , quali àeno i suoi rapporti colI'Austria , e 
ia generale con gli alleati : come mai penetrare nel congresso di 
Vienna , e nel gabinetto diplomatico di V. H. ? » Ma un consigliere 
taolo al buio de' fatti , in che modo venire innanzi da sé mede- 



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7« PIETRO COLLETTA 

Simo a consigliare ? £ se veramente ignorava « i rapporti col- 
l'Austria e con ^i alleati > , cosa in quel tempo palne a tutti , 
com'egli dice nella sua Storia : poteva aDwa ftmdar l'avviso sulla 
- certeiza , che nb l'Austria avrebbe attentalo contro Gioacchino , 
fl laddove , impossibil caso , l'avesse fatto , che V Europa avreb- 
bela oondannata ? Dappoiché l'altra Europa con l'Austria vfrfevano 
unitamente privar Gioacchino, intese a rìtar l'antico, il t legitti- 
mo >, cwn'i^ 8(»ÌTe, e i nelle persone e le cose ». 

Ma se questa coosideraBÌone sia stata erronea , può esser detto , 
non wa così delle altre {M^^xMte innanti nella sua lettera. Primo, 
<dte la riunùxte d'Italia si fosse un sogno ; gl'Italiani l'avr^bwo di- 
spresiata.o peggio anche, l'avrebbero combattuta: secondo, che le 
force napoletane , sarebbero state nulle a petto delle aostriacfae : 
terzo , il soccorso di Napcdeooe inlpossibìle , o tardo ed inefficace : 
quarto , le finanze Napdetane ìnsuflBcienti alla nuova guerra. Nul- 
ladimeno, a pigliare il capo dalle finanze , il Colletta rifÌBrisce odia 
sua SUnia [ VII , lxxvi) te parole stesse del Be , • dì non poterà 
l'esercito sostentare con l'entrale del Regno » ; e a conservarlo pra6, 
necessario che « vivesse sopra altre torre, ed altre genti ». Nod 
era dunque un ostacolo ch'egli opponeva. E poi , se l'indole della 
guerra avea a essere di conqiùsta , o la vittoria , e con essa i mezzi 
sufficienti , come gik nelle gnerre francesi della EepubUieB ; o la 
disfatta, e all(»a inutili quant« mai fossero le aUxHidanze napo- 
letane. 

E passando al uerbo di esso esercito , il Colletto nrila sua Sto- 
ria a che mai riferisce il trionfo degli Austrìaci ? al numero forse , 
alla lor virth , o non piuttosto e ^la brutto comufone , com' ^li 
dice (VII , CI } , c^e nell'esercito napoletono da' cai» scendeva agl'in- 
fimi? o Anzi i Tedeschi , essendosi separali in due oor|n, questo 
errwe , egli scrive, aver dato modo a'Napoletani di poterti affiron- 
tare esconfigg^v l'un dopo l'altro: l'ingegno era in combattere 
il primo a un punto , che non avesse potuto ricevei» dal seooado 
rinforzo alcuno; misura di spazio e tempo, che Gioacchino affi- 
dava a lui , « generale del genio b ; ed ei la chiama esempio di 
strategica , benché « sfortnaala l'opera tanto quanto fa sa|^ > 
(VII,Lxxxv]. E folli; ma ì Tedeschi, egli dice 4 davano a'nostrì 
tompo di ristorare i danni, ed afforzarsi, se non avessimo avuto 
in noi stessi le cagioni ognora crescenti della rniua; diserzioni, 
scompigli, fu^e ; tanle viltà , tante vergogne ( VII,10S e 103) i. 



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UOMO SI STATO E SCRITTORE 73 

Dunque, secondo lui, se non fossero sVate stette cose, l'escrcilo 
napoletano avea la fona coDveiiJenle a vincere l'inimico. 

( 11 soccono di Napoleone imposàblle , o tardo ed inefficace » , 
egli scrive nella sua lettera ; e più nella Storia : « Lo stesso Napo- 
leone bìa^mava la sconsigliala guerra , e per lettera la indicava , 
princi[no, e forse ca^ne della rovina dell'impero [VII , tciv] ». 
Non dice a chi la lettera fosse diretta , e in che tempo. Coosuona 
con quel che racconta il Las Casas nel Memoriale , e per ben due 
vtdte; l'una sotto il febbrajodeH816: u Fu destino , diceva l' Impe- 
ratore , che Marat ci avesse avuto sempre a danuificare. Ci rovinò , 
abbandonandoci ; e daccapo ci rovinò , pigliando con troppo fuoco il 
tiottro partito. Non seppe pih contenersi; attaccò- da sé gli Austrìaci, 
seoia disegno, mancando de'necessarii mezzi ; fu disfatto di prìmo 
colpo-». E un'altra volta, sotto il luglio dell'anno .stesso, p(Hie iu 
bocca a Napoleone : « Al mio ritorno dalKEIba , Hurat perde il cer- 
vello. Le |«ime notizie da lui avute furono , eh' io era giunto a Lione, 
^ituato e^ alle prodigiose vicende dì mia fortuna , mi tenne gih 
padrone ddl'Europa ; e nonpensò che a ilrapparmi l'Italia, avendo 
m quello Sanimo e le tperanxe s. Le quali due parti , come si vede, 
discordano fra dì loro ; e se veramente Napoleone fu quegli che le 
dettava , mostrano ch'^ì mutò parere sul conto di suo cognato : 
poiché , [Mima lo chiama suo troppo fervido partivano , e dopo 
ininoico ed ingannatore. Non sì fa a noi qui ricercare , se vera- 
mente Napoleone cosi discorse ; e dove l'avesse fatto , se il nuovo 
giudizio sia stato intrinseco suo, o effetto di altrui notìtìa, a cui 
egli aggiustasse fede. L'opinione medeàtna , che Gioacchino inten- 
desse a padroneg^re per sé l'Italia, ne» la troviamo anche in 
alcune st(a*ie , e cosi nel Collctta ; dove a ìe^ge : « Riposava nella 
fortuna di Bonaparte , e gib sembravaglì di vederlo sul trono , po- 
tente e [Mimo in Europa. Gli premeva il cuore la memoria delle 
recenti offese fatte alla Francia per la guerra d'Italia , e sperava dì 
ammeiidarìe per opere, che Covassero all'ardila impresa del co- 
gnato. Ed in mezzo a questi pensieri spuntava l'ambiziosa vog\ìa 
d'impadronirsi dell' ItaUa; e prendere quel destro a farsi grandis- 
simo, per poi patteggiare dopo gli eventi con l'Austrìa o con la 
Francia , qualunque restasse vincilrìce (VII, Lxxvi] ». Ma chi non 
vede, essere in questo discorso congiunte le due conlrarìc opi- 
nìooi, che ha il Las Gasas? col dipiù della intenzione dì pal- 
t^lgiare , presunta forse dallo scrittore , avendo per certo cbo 

Aiicii.St.It. KantaSerk. T.Ul.P.I. in 



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7i f-Itlflv e LL£:i* 

f^tif-ji:tiu^ inetfot per «è in liatu. E on - se Napalnne ad Id^m 
c/v f^r-MTa . potea e^ credere toturó die GinaccfcMìo a gilliwr 
s KrvirVi CfiD trrippo lelo ? O l' una o l'alin delle àam cose : non 
era Itcito »cc'^ii«rte DoiUinenle , e oé carwe dalU Moonda , b 
i\aii\i: emU: se Tallrs è Tera , ona iUaxiooe . e vestirla dì lede do- 
rii-^. Tanto più che strappar Tltalia a Napoleone, rimagnarilo del- 
VìLurapa, essendo btoità o detim; e non meno pauia 3 credere 
dì fsterla per patteggiare , quando invece ai tam vinlo i ooitfe- 
derati ; (foeslo dÌMi^no . erìdeDlemeDle impossitMle per mk BtCflBO. 
e efa« fiMi siuMste con rguello afomalo innansi , come ancearkt 
iiefiz'allro af^wg^o, nierko die le parole aUribuite alTImperatare? 
SafffMaino cbe Gioacchino a|qiresGO de' suoi aderenti en in conccUo 
d' infì(i)ipu>re e avventato, se non di pegpo: vedea nd CoUeUa, 
«anzi iùttmo a qne' tempi flcrive il Pepe pndumoite, che « di- 
«correvano i fjenerali ddla straneua del re, capace d'ogn'aUo 
iiUKikfttlo * , e anche : > credeva con la onnnukine aUbilire la sia 
dinaatia (Gap. XX) r. Ha capace die Cosae stato di bntaaie e di 
errori , la diaponziime sda non pniova die avesse (atto il proponi- 
monto , e cercatolo di es^oire. ■ Napdenw biasimava la sooo»- 
gliata guerra » , dice il CoUeUa ; ma Napdeone dovea provvedere . 
subito , contro Europa ; ed essendosi fin dall'Elba inteso eoo suo 
cognato, ^i avrebbe diiesto per avventura, die o si fosse tenuto 
ma gli Aiulriad o neutrale? Il d) 17 mano, quando procedeva 
come in trionfo verso Parigi , in Auxerro giunsegli da Gioacdiino un 
tiHWMi con un dispaccio; a cui dicesi av«r risposto, continuasse i 
pniparamenti , e a un suo cenno che incomindasse le ostilitfe. Bla 
(iifMicchinn , ì) d) 15 marzo , <i palesi la guerra » , dice il Colletta -, 
dunrjufl non potè av^e gpacdato a Napoleone per domaodare, 
ma Minia mono ad annunziar^ la guerra gjb dichiarata. E cosi 
HVniblx] Napoleone potuto dire che sofx-astesae ? Baooonta il Las 
CiiHiifl, ohe Buonaporte avea preso a negotiare con l'Austria ; e 
anzi gli fa dire: « L'Austria , fissa nell'idea die io avesà spato 
(ììoucchino , non volle piti credere alla mia parola ». Dunque , op- 
|x>rrti taluno, avrebbe voluto attendere se riusdvan le.bratutive , 
o (iioHcdiino attegfpato a guerra , faceagli da minaccia a sospinger 
l'AiiHirin ndt'accordo. 

Mn, dichinriitii In guiTrit, standosi Gioacchino a bada, questo 
forno im)KHlÌVB l'Austria, cbe, cogliendo l'occasione , appunto a sba- 
niuami dtiUv minaccia, non ella priocipiasse ? Didiiarata la guerra , 



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L'OMO DI STATO E SCniTTORt 7!Ì 

rìpetiaoto , non era più in grado GioacchìDO di riUmersi , e sospen- 
dere sino al c«mio di Bnonaparte, uh questi avrebbe potuto e»- 
gerio. Un dì forse saranno chiarificati i racconti , e appurala il vero 
di tante cose che fanno a cosso: a noi basta aver messo in sodo, 
che , per qualunque verso , non avrebbe potuto Napoleone v bia- 
simar D la guerra in sé stessa. Né , quanto al modo che fu con> 
dotta , che fosse stata imputabile al poco senno , all'awentatag^ne 
la mala fine; poiché la disfatta, fu attribuita dal nostro storico, 
n<m a dissennatezza o imprudenza , ma invece a calamìtb , all'eser- 
cito de|Hwato. E dice il Pepe nelle Memorie , che a Girolamo Buo- 
naparte , ^ii re <U Westfalia , raggiunse Gioacchino in Forlì , e ci 
venne per via di mare; e ohe ricordava aVeterani del regno Italico , 
di esser sadditi di Napoleone (Gap. XIX) >. E abche : « In Savi- 
gnano , il re mi fisco leggeore una lettera della Ref^a , in cui ^i 
diceva l'immensa gjoja lU suo fratello, avendo saputo ch'egli era 
gih contro l'Austria { Gap. XXII ). Quali due cose su^eUerebbero il 
consenso di Buonaparte alla guerra; ma non è lecito di avvaler- 
cene , poiché sarebbe innanzi a certificare se Girolamo andasse 
colla saputa di suo fratello ; e se la lettera di GaroUna non fosse * 
ad arte , per infiammare i soldati , spargendosi in campo il ^oir 
dell'imperatore. 

Che già di astuzie e finzioni facea grande oso la r^a coppia. 
Scrive il Colletta : < 11 re, per natura o per arte , p»oclÌve all'astu- 
zia, se ne vantava maestro. 11 suo partito era d'infìngere e d'in> 
gaunare « (VII , liv, uix). E anche dì Candina » : Nelle contese di 
stato , capo dell'una opnione faceasi il re , dall'altra la regina ; 
contendevano nel cons(^o, acc<rdavansi nel privato; pareva dis- 
cordia , ed era scaltrezza ( ìd. xxxix ) ». Ma rifocendoci qui alla 
lettva , non vediamo aeppure ostacob in quello « impossibile o 
tardo ed inefficace aiuto di Bnonaparte n : dappoiché , o secondo il 
Colletta , vdea Gioacchino « ammendare le antiche ofiese , con opere 
che giovassero alla ardita impresa di suo ct^ato»; e cosi non avrebbe 
fatto di certo assono di quello, a cui si fosse invece proposto 
v<^r giovare; ovvero, secondo il Colletta , intendesse Gioacchino 
a a impadronirsi egli di tutta Italia », e allora come fondare in 
Napoleone, al quale invece doveva credere di rapirla? 

In questo modo ci troviamo alla obiezione sua principale, cioè 
« che la riunione d' Italia si fosse un sogno , poiché gì' Italiani 
Tavrebbero disprezzata, o riguardata con iudìflérenza, o armatisi 



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76 PIETRO COLLETTA 

«ontro di essa ». Ma qui è necessario distinguer due questiani, 
siccome sono : l'una, se davvero Gioacchina volesse unificala Italia, 
V la stimasse opera da rìescire ; l'altra, se non volendo questa unite, 
e reputandola impresa vana , ciò nondimeno che giudicasse bene 
il gridarla, a commuovere i popoli in suo favore. Dappoiché vegga 
(^nuno, che l'una cosa può reggere senza l'altra; e ch'egli poteva 
ben non intendere all'unione, e cercare il soUevamento, come utile 
al suo disegno. 

Laonde , dire che a l'unione d' Italia si fosse un sogno u , va- 
leva il medesimo che contrapporre ciò che non era difficoltà : dire 
che i popoli Italiani l'abbominassero , questo avea contro di sé 
Gioacchino, che, dopo aver rannodate fila per tutta Italia, pal^ 
sava in consiglio , come narra il Colletta : '« l' Italia intorno al 
Po preparata in suo favore , citando ì nomi de'partigiani e le (ot- 
ze » ( VII , Lxxvi ). È vero che aggiunge subito : « soccorsi esa- 
gerati dai • suoi partigiani , creduti in parte dal re , nulla o 
minimamente dal suo consiglio o; e nella lettera chiama « filone 
d'uomini caldi », quei pochi che avrebbero secondato-, ma, esa- 
gerazione che fosse , bastava a Gioacchino , il quale pib che la 
realtà, aveva a volere lo strattagemma e l' imma^nario. Dappoi- 
ché ben il Colletta riconosceva a la tì'oj^ tetmita dall'Austria, come 
gì^ troppa sperata italiana rivoluzione [ VII , lxxxiv ) *. Noi ab- 
biamo trovato, nelle carte medesime di Tito Manzi, lettere d'uffiziah 
di polizia Napoletani , con che era imposto e ad esso Manzi , e ad 
Urbano Lam^n^di , a quel tempo in Napoli , di seguitare il Re , il 
quale cod voleva. Il dì ì aprile 1815 , il consiglier di slato Ha- 
ghella , che facea le veci del ministro alla poUzia , scrìve al Lam- 
predi : « In adempimento degli ordini di S. H. , ella deve recarsi al 
quartier generale , noìtamente al signor Tito Manzi , colla mag^or 
solleci lodine. Sì tenga pronto per domani sera al pih lardi >. E il 
giorno stesso il Lampredi scrìveva al Manzi: <c Sono sialo dal si- 
gnor Maiella , e dopo un lungo e vivo contrasto , ho finalmente 
potuto seguire il di lei savissimo c(»isi^o, e gl'impulsi del mio 
■ cuore. Io non partirò certamente pel quartier generiJe^ del re. Dal 
discorso del signor Haghella ho rilevato , che io e lei avremmo do- 
vuto passare per la via di Toscana , e che a Firenze ci doveano 
essere fatte delle comunicazioni del general Pìgnalelli v. E il Ha- 
ghella la minacciare il Manzi , con lettera del giwno 9 , dove su- 
bilo uoa partisse. Il quale, costretto cosi, raggiunge il He a Cesena il 



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UOMO m STATO K SCBITTORK 77 

dì 19; e il general Hìllet, capo dello stato ma^giwe , gli scrìve nd 
giorno slesso , che il He è nelle furie , non essendo egli passato , 
giusta ^i ordini , per Firenze ; e in gran segreto gli ag^unge : 
a qui vanno le cose , come noi l'avevamo già preveduto prima di 
lasciar Napoli i. Sicché , da queste carte forse non vedesi che 
Gioacchino, come dicemmo, }»ù che il sentimento nazionale, cer- 
casse l'illusione? Poiché , senza badare piuttosto a'pronli e volente- 
rosi, sforzava, e mediante la polizia, anche quelli che repugnava- 
no , solo che gli stimasse idonei al macchinamento. « Heuzogna che 
meritava esser punita , e lo fu > ; tale il giudizio rimasto in Napoli 
di una tal guerra [ Minerva l, p. 1 69 ) -, ma la vergognosa disfatta , 
non imputata agl'Italiani che non avessero corrisposto , anzi chiamata 
mistero. Che nel 1881 , avendo il Colletta messo alla luce un libro, 
col titolo : « Pocfù fatti su Gioacchino Mwat i , a smentir la fama 
calunniosa , che Gioacchino fosse insidiosamente adescato a venir 
di Corsica, gli sudttori della Minerva, annunziando il libro, scris- 
sero queste parole : « U pubblico si attendeva dì vederci collegats 
l'istoria della disgraziata battaglia del f Siti ; enimma per la nazio- 
ne , per l'Italia, e forse anche per l'esercito [11 , 428) ». E il {niucipe 
Pignatelli, ag^ungono, accusato nel libro con molti altri, o dii vi- 
gorosa risposta, a vendicar la fama de'miiitanti, e attaccò di pro- 
posito le azioni dell'autore n. 

La disfatta dunque non consegui , perchè poche le f<»Te , o 
mancate le spese, la concorrenza d'Italia , l'aiuto di Buonaparte , 
cose opposte dal consigliere , onde la guerra , secondo lai , sarebbe 
stata perniciosa : oppoazioni , come vedemmo , non valide per sé 
stesse , e che non ritraggon punto vaWe dalla fine disgraziata. 
Concchè , di ntiovo facendoci alla sentenza che dà lo storico, uni- 
forme al consiglio esposto nella sua lettera , che la guerra mossa 
da Gioacchino in Italia sia stata insania, ignoranza di governare; 
questo giudizio, da'fatli esposti , pare non abbia {nii fondamento 
del primo, come vedemmo; cioè , che provvido fosse stato il consi- 
glio di noirsi con gli altri ad abbatter Napoleone. 

11 regao di Napoli fu conquistato da Buonaparte , e non con 
l'animo certamente di redimer la nazione , ma perciocché , piti che 
aggrandirvi an principe della sua casa, importava all'insieme del 
suo disegno. In una lettera , fra quelle pubblicate del re Giuseppe, 
diceva appunto a costui, bUih^ in Napoli luogotenente : a Io vo'che 
regni il mio sangue in Napoli , finché regnerà in Francia ; codesto 



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7S ' PIETRO COLLETTA UOHO DI STATO E SCRITTORE 

paese mi è necessario »( 31 geoDaio 1 806 , voi. II ). E in una lettera 
antecedeate [19 gennajo): « Su codesto trouo io vo'porre un prìacìpe 
della mìa casa ; voi subito, se faper voi; se no , un altro i. Il Regno 
adunque occorreva a Ini, e il prìncipe della sua casa dovea ve- 
dere , non gjib se gli tosse {naciuta Tana e il trono , ma se gli con- 
venisse rapfo'esentare il re in faccia al popolo , ed essere sotto- 
posto al capo ddla fami^a. In questo modo regnò Giuseppe , e 
poscia Gioacchino ; e tutto quanto ebbe il Regno di nuovitk , o 
espressamente, siccome i codici, le comandava Napoleone, o Gioac- 
chino dettavate comandato. Ha re oositbtto , quanto in vedersi 
a'piedi milioni di nomini montava in cielo , tanto in veder sé 
stesso a' pie' ddl'lmperatore dovea sentir calpestata l'ambiiione. 
Stato violento, accresciuto anche più dagl'impeti di Buonaparte : 
it quale , alle ripugnanze in Gioacchino , non potea scorgere che 
un istrumento ribelle , l' ingratitudine, l' infedeltà ; e quindi le mi- 
nacce , come notammo , d'incorporare il Regno alla Francia. Stato 
violento, perchè consegnenza dì qnel concetto di sommo impero, 
strabocchevole alla misura degli uomini e delle cose , nel quale più 
veramente che in tutti gli attacchi de^i alleali , furono le cagioni che 
l'edificio dì Baonaparte precipitasse. E Gioacchino conferì al precipì- 
lio , dimentico , egli ed i consiglieri , che conquiste e istìtuztoaì 
appartenevano a Buonaparte ; il quale non gli aveva ceduto il Regno , 
ma sovraj^MSto , col nome di re , ad essergli esecutore. E come il 
dritto, CMÌgli mancava il sostegno del popolo e de' potentati: questi 
necessariamente nimicij e nel popolo, come narrali Colletta, le mol- 
titudioi per Ferdinando ; i liberali , perseguitati , rivòltisi a Ferdi- 
nando; e nell'esercito, soprattutto fra' generali , come vedemmo, 
Gioacchino in poco affetto ed in meno stima. 

F. Palerho. 



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RAGGUAGLI CONTEMPORANEI 

DI ALBERTO WALDSTEIN (WALLENSTEIN) 



TBATTI DALLE LETTERE DI OTTAVIO BOLOCNESf 



FBANCESCO 1 DUCA Di MODENA 



AVVERTIMENTO. 



La viia dì Alberto WaldBtein duca dì Frìedland ci presenta nel 
gecoto XVIl l'imagiae dei capitani dì ventura che fnnestarooo 
lllaUa nel secolo XV, con quella varietà dì forme e di casi che 
coDs^lue dalla differenca dei tempi e dei lai^hi. Povero gentiluo- 
mo ddla Boemia destinato alla corte , poi alle armi , s'acquista in 
breve ndle guerre fama di valoroso e di assennato. Prima l'Un- 
j^heria, poi il Friuli , la Boemia e nuovamente l'Ungheria furono tea- 
tro delle imprese dti giovane soldato , che più tardi salito in mag- 
giori gradi nella milìtia , levava a sue spese un esercito , col quale 
debellava il Mansfdd, portava le aquile d^' Impero al Baltico, e 
patteggiava la pace col re di Danimarca. Ha le esasioni intollera- 
bili ai popdi , l'alterigia sua , il disprezzo pei principi dell'Impero , 
mnovoiHi l'imperatore Ferdinando 11 a privarlo del comando che 



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80 ULTIME IMPRESE E MORTE 

due ano) appresso gli ridonò , impaurito degli Svedesi. WaldsteiD 
ritornato in campo con autorità quasi reale, accozza un nuovo escF- 
cito , salva la Baviera e l'Austria , ricupera la Boemia , combatte 
a Lulreu Gustavo Adolfo di Svezia , che vi lascia la vita. Pervenuto 
al sommo della potenza , generalissimo delle armi di Austria , 
dell'Impero e di Spagna , il Waldstein otide vittima dell'odio di 
coloro ch'egli aveva difesi e salvati dai Turchi , dai Protestanti e 
dagli Svedesi. L'Imperatore lo fa assassinare , poi lo incolpa di 
traditore: egli che due anni innanzi lo aveva con le piti basse 
supplicazioni pregato a ripigliare il governo delle sue armi. La 
qualitk della morte e la poesia dello Schiller hanno dato al \V^ald- 
stein fama più ampia e più divulgata ch'ei non potesse dalle sue 
geste sperare : imperocché in lui fossero i concetti maggiori dei 
fatti , e le imprese di guerra sempre inceppate dalla politica e dalle 
passioni che gli chiusero ia via al conseguimento di molte vittorie. 
In quest'uomo furono congiunti il bene e il male in lai^a misura, 
così da parere io lui figurato al vero il mito di Giano bifronte. 
L'ambizione senza freno, la rapacità, l'orgoglio, l'appetito della 
vendetta , la ferocia , la simulazione si accompagnarono nella per- 
sona del Waldstein alla giustizia, all'accortezza, alla geuerosìlè , 
al valore , alla gratitudine , alla magnanimità. I nemici dì lui , ad 
iscusare l'atrocità della morte procuratagli , lo rappresentarono sic- 
come uno di quei capitani dell'antica Eoma , i quali arrogantisi 
ogni ragione di comando e inobbedienti agU ordini dei loro impe- 
ratori , ribellavansi ai medesimi , e loro to^ievano di capo la co- 
rona. II Waldstein non mirò a così alto segno : insuperbito dei suoi 
trionfi che per due volte preservarono la casa d'Austria dalla pei^ 
ditione , esasperato dalle basse o nascoste ire de' suoi nemici , egli 
volle forse serbare una indipendenza non consentitagli dalla qua- 
lità sua di suddito e dalla dignità dell' Imperatóre. I documenti mo- 
dernamente svelati hanno comprovato la innocenza del Waldstein , 
già attcstata dagli storici italiani contemporanei , e dallo svedese 
Puffendorf a lui avverso , che il ritrasse cosi concisamente : Coesori 
semper fidus , cujta fastìgium omnibus viriìms aitoUere nitebatur. 

Poco note ai Tedeschi , ignotissime a noi Italiani sono le rela- 
zioni che passarono tra il Waldstein e l'Italia. Alla università di 
Padova , come era il costume de'nobili alemanni , slette a studio 
per alquanto tempo , e colà apprese le scienze matematiche , e si 
{Hgliò d'am(Hx^ per l'astrologia, che gli fu poscia causa di morte , 



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DI AI.BEBTO WALD&TEIN 81 

procnralagli per indiretto dell'italiano Ottavio Piooolomioi. Fece 
le prime prove nell'armi sotto il celebre Gioito Basta mantovano 
nella Unf^ierìa , e da lui imparò 1 precetti dell'arte della guerra ; 
crebbe di repntaxioDe nella igpobil guerra detta degli Uscocchi , 
tra Austrìaci e Veneti ; ed ancora nel 1 623 combatteva oell'Un- 
^leria sottoposto al napolitano Girolamo Carafa , marchese di Mon- 
tenegro. Ebbe, scrìve 11 Gualdo, simpatia grande cog^lb^ani, e ne 
fax violta ttima , r^nOandoU per natione delle migliori e più atte 
aUa guerra. 

tkiU& qua) sententa non piglierb meraviglia nessuno che abbia 
cognizione dì storie ; imperocché i campi della Fiandra , della Fran- 
cia , della Italia , della Germania e delI'Un^eria davano fede come 
ionlilmente e troppo tardi si fossero levati gl'Italiani del secenlo 
al primo grado oeirarm! , e quanto si mostrassero essi superiori 
a quei loro antenati che il GaicciardÌQÌ giudicava inetti a resistere 
alle bande sviztere , tedesche , spagnuole. E l'Italia aveva suscitalo 
Dell'animo del Waldstein concetti vasti e preclari , conciossiaohè 
fosse desiderio non celato di quella fervida mente l'abbassamenUt 
della potenza spagnaola. Però co'i»incipi italiani mantenne stretta 
ed amichevole corrispondenza , e due Medici e due Estensi mili- 
tarono con esso , e a Lutzen fecero prove on(»^te. Tra t quali mi 
piace segnalare Borse d'Esle, il quale in una contesa cavalleresca 
col eonte Teneky congiunte e fidato del Waldstein , sostenne glo- 
riosamente in cospetto della Germania l'onore italiano. Pur delia 
nostra naitone erano nella maggior parte i cafn primaij delle armi 
cesaree nel tempo della grandezza del Waldstein : Conti , Belgioio- 
sOjSavelH, Cobalto, Aldobrandìni , Isolani ,_Golloredo, Carafa, 
Galasso, Ernesto e Raimondo Hontecuccoli, Piccolomini, Gonzaga, 
SerbellcHÙ , Strozzi , Diodati e altri non pochi. Si valse egli mede- 
simameale dell'opera di artisti italiani nelle sontuose fabbriche da 
Ini innalzate; di due dei quali , Giovanni Fioroni architetto e Baccio 
dei Bianco pittore e architetto , diede notizia lo storico Baldinucci. 
E quando contro il Waldstein assassinato insorsero con rabbioso 
accanimento i connazionali di lui , gli amici , gli uomini piij lun- 
funenle da esso beneficati, e qualcuno ancora degl'italiani con 
quelli; i nostri storici presero a difenderlo dalle ingiuste iraputatio- 
DÌ, a narrare le grandi cose da luì operale. Primo tra essi il conle 
Galeazzo Gualdo Priorato di Vicenza, il quale, dopo aver comb.il- 
lulo con onore sotlo le insegne del Waldslein , ne raccontò la vita, 

AkilSt.It.. Nuuea iWù-, T.lll, P.l. il 



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82 irLTIHE BHPREse E UORTE 

rimasta Kno ai moderni tempi la piìi verace e pib autorevole testi- 
moninnza delle azioni di esso , di cui diede poscia hinga ad accu- 
rata informazione nelle sue Storie. A lui s'aggiunsero Vittorio Siri, 
il conte Miyolino Bisaccioni da Jesi , il P. Giuseppe Rìcci bresciano 
ed altri ; per tacere de' poeti e dei retori che fecero segno alle loro 
lodi e ai loro compianti la gloria e la sventura del cai»tano cesa- 
reo. Dalle quali considerazioni io vorrei s'inducesse nell'animo di 
qualcuno il desiderio d'indagare e di dare a sapere le relazioni 
tra l'Austria e l'Italia, e gli effetti di quelle nei due secoli prece- 
denti il nostro ; perohè io pmso che da questo studio deriverrebbe 
a noi non piccolo vanto , e materia a mirile c<»8Ìd«'azioni oppor- 
tune ai nostri temfH. L'influenia italiana nell'Austria, pigliando 
le mosse dai tempi di Carlo V , allorché le armi e gl'ingegneri no- 
stri preservarono Vienna dalla irruzione ottomana , andò sempre 
crescendo , e durò infino oltre la metfa del secolo scorso , rivaleg- 
giando cob la francese che sigaoreg^va nella Germania settentrio- 
nale. La lingua e le costumanze d'Italia avevano culto ed onore 
alla corte di Vienna ; la gioventil austriaca veniva ad erudirsi nelle 
università itahane , siccome i patrìzi nei collega di Parma, Modena , 
Bol<^a e altrove. L'Italia forniva all'Austria artisti, poeti, lette- 
rati, scienziati, ingegaerì, denaro e armi, soldati e -capitani. E ita- 
liani pur erano Raimondo Montecuccoli ed Eugenio di Savoia , per 
i quali fu salva dall'estremo eccidio la casa d'Austria. 1 quali fatti , 
passati nella dimenticanza di chi dovrebbe pib ricordarsene , mo- 
strano quanto sia dura cosa agli uomini serbar memnia del be- 
neficio e gratitudine al benefattore. 

E per ultimo da dare notizia dello scrittore di queste lettere. 
Ottavio Bolognesi da Correggio, il quale fu per molti anni residente 
in Vienna e agente di parecchi [nincipi italiani , servi ordinaria- 
mente il duca di Modena , il principe Siro dì Correggio, il principe 
della Mirandola al quale procacciò la dignità ducale , i principi di 
Novellara , di Sabbionela ed altri minori. Prestò l'opera sua straoi^ 
diiiarìamente al duca di Parma , al duca di Savoja , ai prìncipi 
Tommaso e Maurizio pure di Savoja , alla Repubblica di Genova , 
gli inviati della quale , per i maneggi del Bolognesi , conseguiremo 
il posto regio. Più zelantemente servi il duca Francesco I d'Este, dì- 
venuto padrone di Correggo dopo il pronunciato decadimento del 
principe Siro; e fu per lui che il duca ottenne di rìscattarsì per 
danaro dalla 04.'cupazionc alemanna nel tempo della guerra di Man- 



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DI ALBERTO WALDSTEIN S3 

tava; di fabbricare una fortezza a presidio della città di Modena; 
ili [Hvcurare a Kioaldo d'Este il cappello cardinalizio. Dimorò il 
Bolognesi sedici anni in Vienna , proseguilo dalla universale esti- 
mazione , accarezzalo dall'imperatore Ferdinando 11 , che lo creò 
nobile dell'impero e cavaliere , e pubblicamente lo dichiarò il piii 
onorato italiano che fosse alla sua corle, dove tanti erano e tanto 
cospicui gl'Italiani. Ritornato in patria il Bolognesi e fatto consi- 
gliere ducale, fini i 9uoi giorni in Correggio il 48 aprile 1646 , in 
eia di anni settantasei. Le minute della corrispondenza di esso con 
i prìncipi e i ministrì italiani rimasero obbliate presso gli eredi , 
fioche nel fHnncipio di questo secolo andarono in dispersione (t). 
Molte ne vidi io piene di curiosi ragguagli intomo i grandi avve- 
nimenti di cui fu per trent'anni funesto teatro la Germania , e da 
quelle elessi le poche ragguardanti il celebre Alberto Walesteìn, che 
qui commetto alle stampe. Le quali non sono da tenersi siccome 
una narrazione imparziale dei fatti , ma |Huilosto come un eco dei 
omcetli e delle passioni dei ministri e cortegiani imperiali , con i 
quali il Bolognesi trattava molto alla domestica. Né per questo rì- 
metloiK) esse deU' importanza; couciossiachè, lasciando stare l'espo- 
siitone di alcuni particolari i^oti o non chiariti àa qui , mette pur 
conto a conoscere ì ragionamenti, i pensieri, le confidenze, le 
trame, te ingratitudini di coloro che, non contenti ^la morte per 
eas procurata al Waldstein , imprecavano e maledivano alla me- 
moria di lui che , vivo , avevano bassamente adulalo e quasi 
adulto. 

Giuseppe Camkiri. 



Il) Non poche lettere del medesimo, e d'altri a lui dirette, si Irovano io 
copii moderoa in un Hsnoscritto , segnato di numero 3S5 , tra gli appartenenti 
al marchese Gino Capponi di Firenze ; e di quelleglà trasse profitto pel pubblico 
FiKppo-Luigi Polidorl ne' suoi A^unU ptr ttrvitv olla vita ietpriiKipe Kaimmdo 
. Archivio Sierico Italiano , Af^ndice , Voi. V . pag. I<5 e segg. 



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ESTRATTI 



LETTERE DI OTTAVIO BOLOGNESI 



I. « Delle cose della guerra , et in particolare di quello sia per 
essere del passare in Italia , s'è molto all'oscuro. Detto signor duca di 
Cromao (1) continua di dire ohe Pritlaud (9) anderà; ma si sono 
avvezzati a credere diversamente da quello che sì dice ». SS ago- 
sto 1629. 

II. « Partì hier mattina il barone Verdemberg (3) per andarsi 
ad abboccare in Praga con Fritland , a fine dì ooncertar il modo di 
provedere per tutto , et anche per disponerlo a maniera di raddol- 
cire gli animi de'principi dell'Imperio disgustati in estremo di S. A-', 
et da' quali viene fatta grande instauza a S. H. per la restituzione 
del ducato di Mechelburg ((], per sfuggire una guerra col Sveco; 
et molti Tornano anche che si restituisse lo Palatìnato. SÌ discorre 
che ci sia pensiero di mandare S. A. in Italia , lasciando Torquato 
Conti nell'imperio (5) n. 19 gennajo 1630. 

10 Giovanni Ulrico principe di Eggenberg , duca dì Krumaii , principale mi- 
nUtro e conOdenle dell' Imperatore. 

it) Di questa manwra contraddistiague il Waldsteto , dal titolo del ducato di 
Frledland , di cui tu inTesiito nel iCU. 

(3) Conte Werdeoberg , coosigliere inllmo. 

(4) Nel 1629 il WaidstelD avea conseguilo il ducato di lleklenburg, ìp 
iuogo dei duchi Adolfo Federico e Giovaoni Aiberto , spodestati come ritwili , 
poi rimessi ia trono dal ro di Svezia nel 1631. 

(B) Gii glorici Italiaiu coolemporanei avevano gli annunciato li htto conlier' 
nulo e aulcnralo da questa corrispoodenza , clie il Waldslelo doresse passare 



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DI ALBEHTO WALDSTEIN 85 

III. c Un altro inlereese {xincipale vadtr congetturando ctie ci 
sia , et è in wdine all'andata del baroae Verdembergb ad abboc- 
carsi col Pritland , con il quale si crede'che vorrìaao , prima d'an- 
dare alla Dieta , fosse aggiustato di soddisfare all'islansa de' principi 
d^' Impero, che dimandano midto sensatamente cbe S. H. vogli in- 
ctinare a fare restituire il ducato dì Hecbelbarg , acciò non s'bab- 
Ua per quel riatto da intraprendere una gneire col Sveco ; et 
si crede cbe S. M. faccia proporre ad esso Duca di dai^ in ricom- 
pensa la provincia di Lusatia impanata al duca di Lusatia per 
dnque millioni di fiorini, con che li pagbi esso Duca; et bene lo 
puoi fare senza scomodarsi: et perobfe è molto odioso all'Imperio, 
si enàe cbe vorriano mandarlo in Italia , et lasciare il comando 
in queste parti a Torquato Conti (1). Al Verdemberg sututo ve- 
nute le lettere dsi Cremsminster (8] , spedirono dietro un dispac- 
cio: onde si crede che fino ch'esso non dia relazione del negoziato, 
manco per questo rispetto si possa prefiggere il giorno della Dieta ». 
S6 gemugo 1630. 

IV. Il signor Duca di Frìtiand ha fatto un regalo di 25mila tal- 
leri al signor principe d' Ecchenbei^ , sborsati in tanti <»igari (3). 



in Itali! a capo delle armi oesaree contro II duca di UaoloTa. Il Capriata nella 
sua Iiloiia ( Bolina 1639 J dà un cenno di ciò , e agglugoe come FriedlaDd desi- 
derasse ardentemente questa impresa , e ch'egli tenesse anche occulte pratiche 
col duca di SaroJB ; ma ohe la. Spagna al oppose (»n fona a questo suo disegno. 
Plb aocartalamente il Siri, nelle Memori* rtetMdfU (T. VI, pag 713) , trasse 
la tteeaa notìzia da un dlapaccio dell'Avaux , reaideole di Francie in Veneiia , 
del i agoato 16S9, Lo stesso autore [ VII , 178 ) soggiugne cbe quella guerra 
tu sempre apertamente biasimala ed esecrata dal Wsidstein , e che il Col- 
lalto fu a lui preferito nei comando degli SpagnuoK , cooM tnen alii«ro e ptà dt- 
fMMlMla. CI reca mertrlglla che queela Imperlante ctrcostania della vita del gr«n 
capitano sia stata taciuta dal più accurato tra i biografl di esso , il dottor Fede- 
rigo Forster. Il Waldstein non andò altrìniBati ìd Italia, e l' indirizio della spe- 
dltloiie Ri andato al conte aambaldo di Colialto , eoadia*ato dall'Aldrlnger e dal 
Oatissa. 

{4} Della prlncipOKa tkmiglla romana de' Conti . nao de'prlncipali generali 
dell' impax). 

(S) L'abbate di KreonntlDster, veecoro di Vienna e consigliere Imperiale. 

(3) L'Bggunberg, il Questenberg e il Werdenberg, erano 1 pili efflcacihii- 
tori del Waldsteln alla corte di Vienna , e da Ini , per m'airilenerii a sé Adi , pa- 
sciuti di grouisaimi regali. RaccoDla il Gualdo ima ttankta di ptnoitaggt mi- 
Mari » poHlicl ; Vioima 1673 ) , come il Waldatetn donasse al Werdenberg , hI* 



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86 ULTIME IMPRESE E MORTE 

Ancora non si ha avviso ch^ si fosse abboccala col barone Ter- 

dembergh ». 49 feUtrajo 1630. 

V. a Si aspetta tuttavia il barone V^xleniberf; di ritorno dal 
duca di Frìtland. Un padre capucino de'Hagoi, confident« dell'Im- 
peratore, sia dì partenza per Milano, invitato da un altro capucino 
padre Gioseffo da Ascoli, intimo et confidente al cardinale Hicbileti, 
per trattare insieme sopra li correnti aSarì (1) n. 2 marEO 1630. 

VL « Detto barone ( Werdenberg) , mentre era a tavola, hebbe let- 
tera dal generale Wolestain, venuta in doi giorni da Praga, ove esso 
sì doveva trovare , et dove dice che le dava avviso che v'era poca 
apparenza di pace ; et ristesse dicono le lettere venute d'Italia con 
l'ordinario : onde qui si applica a tutte le provvigioni di guerra ; el 
l'aderenza , hwa dicono sicura , del Ser."" di Savoja lì fa animo a 

buoni successi S' ha avviso che al detto generale sìa stata 

fatta fare instanza da Olandesi col mezzo di persona espressa per la 
neutraUth con S. H., e che esso generale non ci habbia voluto dare 
orecchio , come neandte il Tilli a nome della Lega Cattolica .... Il 
conte Zrini venuto da Praga riferisce che il generale fa grosse le- 
Tate in quelle parti , et che di sicuro haverb sotto il suo comando 
ISOmila combattenti. Vi è chi crede che aspiri a grandi imprese, o 
sia in Italia o sia in t'rancia ». 13 a|»ile 4630. 

VII. « Fritland vorrà passar in Italia ad ogni modo : è a Hemìn- 
gben, tentano di qui 24 leghe. 8pagnuoli non vorriano , e conlrami- 
nano gagUardamente; ma è negozio delicato, non compiendo a disgu^ 
starlo : tutti lo temono, et s'accoi^no che ha pensieri vasti in Italia. 
Si dice che vadì ad abboccarsi con Leopoldo , et che potrà venir qui 
privatamente Arrivò il Piccolomini (2) dopo esser stato ad 



le che kH puriò la palenle del comsiidD , due giumU d'ambra con entroTì 
UD ordine di pagargli 100,000 talleri. Lo slesso autore aflenua In altro luogo , 
ch'egli Intplegaua circa 80,000 SorlDl per ogni mese in regali agli amici , al mi- 
nistri e ai corleglaoi. 

(4) Francese era 11 hmosissimo P. Giuseppe cappucciDO , confldeule del car- 
dinale di Richelieu. Le ricerche da me iostiluite per rintracciar noliila di que- 
st'altro cappuccino da Ascoli, sono rimaste infruttuose. 

i%] OttaTlo Piccolomini senese , capitano insigne , allora fldatissimo del Wald- 
stein, poscia autore priocipale della morte di lai. 



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M ALBERTO WALDaTEIN 87 

abboccarsi oon il duca dj Prìt(aiid , et sabito fatta la sua gelazione 
a S. M. , TÌ si fece sopra conseglio ; et penso cbe il cornerò die ' 
s'espedisce hoggi , sia p^ mandar a CoUalto et al Spinola le delibe- 
mioni intorno ella guerra >. Ratisbona , SI giugno 1630 (1). 

Viti. < Frìtland è stato ad abboccarsi con il Ser."" Leopoklo , 
Bè sì crede più sia per venir qua : ci viene il Tilli. Bierì mattina 
fa rimandato dal Frìtland il Piccolomini : non so se S. A. havesse 
accettato di metter in esecuzione l'ordine di S. M. di mandar a'danni 
di Francia per la Borgogna. M'è stato dello in confidenza , ch'abbi 
portato uovi partiti di pa^e pw Italia , ma più pregitidiiiali per 
S. M. di quanti ne siano mai stali proposti ». Ratisbona 1.* lu- 
^io 1630. 

IX. • Si dice che presso Frìtland sia il marchese di Bagnasoo, 
ambasciadore mandato dal Ser."' di Savqja (S), quale babbi scrìtto a 
qnd Duca con il tìtolo d'Altezza , et che si lamenti che il Spinola 
Doo lo assista come doverìa , inlento solo per la presa di Casale. - 
L'Imperatore col ritomo del Piccolomini ultimamente ha scrìtto col 
titolo di Ser.*^ a detto di Savoja. - S'è dello , et si crede , -che babìÀ 
da Temr qua il figlio del Be di Danimarca ; et anzi che per le po- 
ste g^ fosse arrìvato da Frìtland , et che porli avviso che il Be di 
S\ecia fosse infermato a morte. — In Fiandra Frìtland fa passare 
seimila fanti nel vescovato di Metz, intendendosi che il Crìstianis- 
Simo si rinforzi tuttavia in Giampagna. — Intendo che Frìtland fac- 
cia allestire le sue robbe , non si sa se per andare in Italia o in 
Francia >. Baltsbona, 8 luglio 4630. 

X. « S'è poi verìficato che il ragnor duca di Frìtland sia per pas- 
sare in Italia con 1 8mila fanti , olire li 1 Smila già mandati , e 2500 ca- 
valli-, et il colonnello BaltUroni, c'hahavutoil regimento di S. A., 
bog^ se ne va da esso. — S'è anche vwifiealo che '1 figlio di Dani- 
marca sia da S. A. ; et dovendo venir qua , il Duca ha diiamato il 
amie Hassimihano nepote perchè lo serva et lo spesi nel viaggio , et 



(0 Questa e le seguenti lettere sciitle da Rallsbona dinoo a sapere cbe il 
Bologoesl aveva «tguito l' imperalore, recatosi a quella eHtì per occasione della 
Oitu , il 7 giugoo dell'anno stesso. 

i,% Vedasi piU soUo scDenllta la notiiia. 



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88 ULTIME IHfRESE E MORTE 

l'alio^ qui (4). Non è stato vero che 'I Ser.*" di Savoja haUii maù- 
dato il marchese di Bagnasco dal detto Duca, come s'era detto; ma 
solo ha scrìtto per haver ajuti , lameotaodosi del Spinola; el S. H. 
vuol aiutar S. A. con tutte le forze maf^orì. — Gol mandarsi 
Frìtland in Italia , si credeva dovessero restar sodisfatti gli altri cbe 
non lo vedono volontieri ; ma si dice che persistano nell' istanza che 
sia deposto , né si crede possa farsi. — Venne hieri l'altro un gen- 
tilhuomo mandato dal signor Conte Collalto , et ei crede che oltre alli 
negozi che non si penetrano, facci gagliarda instantad'haverelioeniB 
di venir qua: ii che non doverk bavere difficoltà stante l'andata di 
Frìtland, per la quale tuttavia si va allestendo. — Il residente & 
Lwena è andato da Frìtland , mandato dal suo Principe per negoii 
non ancora penetrati ». Ratìsbona, 15 li^lio 1630. 

Xì. 1 L'andata di Frìtland in Italia ata pendente , ma non an- 
cora è esclusa. Si crede ohe il Piccolomini rìlornerk qui per tal in- 
resse ; et hieri l'altro il segretario del 8.' G.' d'Kcchemberg improv- 
visamente andò per le poste , né si sa dove , ma si la gindilio da 
detto Prìntàpe. — 1 serenissimi Elettorì vernano ad ogni modo che 
rìnontiasse il carico; et s'intende che venga {vomosso che si facesse 
un esercito solo ; che il re d'Ungherìa fosse generalissimo , Baviera 
tenente generale , et il Tilli lenente subordinato a questo. — Sul- 
l'eleitione del re de'Romani non si penetra che se ne parli ancora; 
. bene che detti prìncipi siano malamente imivesai dal modo teonlo 
d'havere eserciti tanto formidabiU nell' Imperìo, et dal far contrìbuire 
cos\ eccessivamente un comando assoluto , ohe si vadi pensando di 
soggettare tanto, che l'Imperio sì rìduca come hereditarìo; et che 
per ciò al stabilire l'elettione ci possano essere delle difficottb, men- 
tre non precedono gran sodisf attioni , né sia (U poco rilievo quella di 
Frìtland. — U figlio del re dì Danimarca era ancora presso di Frìtland, 
et sì crede verrb c{ua ». Ratisbona , 30 higlio 1 630. 

Xil. a £ stato [ il Brigidi ) da Frìtland , et credo sìa aegoiio in- 
torno all'andar o no in Italia; ii che ancora sta pendente. Vorria 
esso andarvi , et credo pw attaccarla con Veneziani, et forse con 

(0 II WaldBleb aveva avuto facoltà dell'imperatore di intavolare un (wl- 
tatu di alleanza eoa CrlstlaDO IV re di DaDimarci.11 Ptireter posUcipa di jaaitno 

'o di queste praliche. 



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M ALBERTO WALDSTEIN 89 

altri : ma Ferro {^] uoa v'incHna , lutto ioteoto all'attendere in Fian- 
dra , o contro il Turco. Collalto non verrb per adesso , et Inter- 
prete (8) ha rilutiti gli aoioii di lui e di Prìtland poco gustati in- 
sieme •. Ratisbooa, 30 lu^io 1630. 

SUI. « Frìtland sta lesto pw passare ìd Italia quando sia di 
trisoguo , ma si crede non occorrere ; et gli Elettori [Temono tutta- 
via che se gli levi la carica: altrimenti S. M. va in pericolo d'havero 
poco gusto in questa Dieta. Et à mette io gran dubbi che possa 
salvarsegli il ducato di Hechelburg; et so di buon loco che lui è 
confuso ». Ratisbona, i agosto 1630. 

XIV. « Venne il principe di Danimarca, terzo genito della se- 
conda moglie, et il sabbato mattina fu all'udienu delle Maestb 
molto accarezzato : alloggia col conte HasàmiUano Wolestain nipote 
dì Fritland :■ partire in breve ; et quando detto Frìtland possi in 
Italia, va con Ini *. Ratisbona, 5 agosto 1630. 

XV. e Hieri l'altro, la mattina , comparve il signor Ridolfo di Tho- 
no (3) , parente del maggiwdomo del re d'Ungheria , mandato dal si- 
gnor Torquato Conti a dar parte dd progressi del re di Svezia nella 
Pomerania, et dimanda rinforzo di gente. S. H. ha spedito il conte 
Emesto Hontecucceti (4) da Frìtland , si dice, perchè se le diano 
genti da mandare a quella parte. — Si dice anche che focciano 
{gii EleUori] molta instanza a S. M. , die a nome dell'Imperio si 
avodti il possesso di Hechelburg, et si sentino li {««tendenti, et 
si focci ghistizia come disptmgono le capitolazioni giurato da 
S. H. et la Rolla aurea ; di modo che tutta la negoziazione va addosso 
a Fritland : et senza aggiustare questi punti non si puoi passare 
in altra negosiazione , che tutte poi riusciranno a sommo gusto di 
S. H. 11 maestro di camera del cardinale d'Harrach disse questa 
mattina , che sia S. A. per rinunciare voloutarìamente : desso lo 
pub sapere , per essere il padron suo cognato di Fritland (5). S'b 

[i) Sotlo questa eoimnutlca denomina kLod e à uascoDde l'imperatore. 
[Sj Principe di Enenberg. 

(3) La bmigliti Jtaltau di Tono ora i delU di TliuD. 
(i) Zio del famoto Btimondo , e generile dell'artiglieria. 
(5) Il Waldslein apoaò In Mcoode noize Uabella, Sglia del conle Carlo d'Hai- 
racb mìDlalro dell' ìmiieralore ; e questo roatrimoDio fu prlDcinlo della sua ibrtuiki. 
AicH-St-It., t/ueraSerit, T.IU, F.I il 



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90 ULTIME IMPRESE E MORTE 

detto che si tratta di dargli un ducato oella Sleaa. Fu già proposlo 
è molto tempo ». Rati^oa, 42 agosto 1830. 

XVI. a Hi vìeu detto che si sia concluso di far generale ndl'lm- 
perìo Baviera , et oelli stali heredilarii di S. H. Fritlaud , et cbe 
ciò sia un meszo («nnine per accomodare le cose : ciò mi fo detto 
solo hierì sera : non ho avuto tempo d'informarmene da lato sicttro. 
— 11 conte Ernesto Montecnccoli , cbe andò da Frìtland , dicono eì 
trovi tuttavia presso di luì ■». Batisbona, 19 agosto 1630. 

XVII. a L' Impera uh« ha mandato il Barone dì Verdemberg, 
consigliere aulico, al duca di Frìtland , dìcesi , per aggiustare la 
reuuDcia del generalato, e per dai^i ogni sodisfattione possibile, 
che si crede sarb intorno al ducato di Meobelbui^h , con qualche 
altra ricompensa: et che la pretensione d^i Elettori sarebbe che, 
conservandtdo nel suo possesso, sì vedesse i)er ^^uatiiia se gU col- 
laterali debbono essere esclusi da quel ducato per la presuposla 
fellonia. Lunedì sera fu qui il conte Montecnccoli , ette andò da 
Frìtland, et piti <Jbre si strinse per far andar gente nella Pdmerania, 
dì quella ch'era destinata per l'Italia; et tenere parti per Silesia a 
comandare quella gente n. Batisbona, 86 agosto 1630. 

XVflI. « L'istessa sera (1.^ lettembre) venne il Barone di Ver- 
dember^ dì ritomo da Fritland. Si dice cbe, con grand'ossequio 
et rìvwensa verso S. H., sia prontissimo alla renuncia del genera- 
lato con certe condìiìoni -, et si pud credere dì due partìocdarmente: 
della qoìtanza dell'amministrazione , et del mantener^ il ducalo 
di Hechelburg, o d'altra ricompensa. Si è detto che resterà gene- 
nerale dell'armi dì stati proprii di S. H. , et di quelle d'Italia fin 
cbe n'escano: ma anco si è dello ch'esso non se ne curi (1) >• 
Batisbona, 8 seltemln^ 1630. 

XIX. a Questa mattina è arrivate il Piooolomìni, che sì ò trat- 
tenuto tre giorni da Fritland ; né si penetra altro ». Batisbona , 
9 settembre 1630. 

tt) In seguito di quelli Iratuii rìaunciò al comiodo dell'eeemilo. 



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m ALBEItTO VÀLD8TEIN ftl 

XX. a A Heminghen ii giovine (1) ha presentatoli doi(cat)aUiJ 
al signM* Duca dì Prìtland, da S. A. Bomnaamente graditi; la quale 
haveodo saputo che V. A. li mandava , mandò due gkmate ad in- 
contrai^ per rassecnrarne il viaggio. Ha trattenuto il ^vaoe piti 
di quello haverebbe fiatto , se non fosse stato che non à soddisfa- 
ceva de' snoi segretarìi in far risposta alla lettera di V. A. , per es- 
sere di stile tanto erudito : così dissero al giovane , cui fece dare 
una catena di valore più di trecento tallari >. Ratisbona , 7 otto- 
bre 1630. 

XXI (S). « Gih si disse che il Conte di CoUalto sana mandato a 
comandare all'esercito di S. M: , che dovesse essere io tutto di fiOmìla : 
poi si pubblicò , e co^ si scrìsse con l'crdinario passato , che S. H. ha- 
veva mandato ordine al duca di Frìlland dettare in Italia con iOmìla 
combattenti delli migIì<HÌ, oltre li già entrati. Et in conformità cU 
ciò , il Conte Stroezi , che si trova presso detto Duca , haveva scrìtto 
con lettera de' 9l3 dd decorso ad un capitano qui , che mi mostrò la 
lettera, che quel Duca haveva fatto allestire l'esswinto per marchia- 
re la settimana ch'entrava , ma che non sì sapeva per qual volta. 
Venne cornerò mandato a S. H. dal medesimo Duca , che fu rì- 
espeiUto sulHto eoa diligenza , con un biglietto di proprio pugno di 
S. M. ; né si penetrò altro. Poi si ò detto che na in sospeso il tutto ; 
et dicono il Gonlè Gollalto ha spedito coniere al Frìtland , « tuttavìa 
s'attende il rìtoriko, dicendo che principalmente ^a stalo espedito 
per aooertare se sia bene che detto Conte vadì ad abbocoarn eoa 
S. A. >. 

XXII- a 11 Duca dì Frìtland s*6 offerto di mantenere a sue spese 
li re^menti del Conto d'Ardech {BardeggT] e dd conte Liectenstein , 
cavalieri che sono al suo servitio (8) ». SS gennaio 1631. 

XXllI. « Si parla assai dì dimettere Frìtland, ma è incerto. Si 
è anco detto che lui faii levata ». 2B mano 1634. 

(4) FlorectiDo Qrllleliimi, uTallarlzio del daci di Uodera , ohe recava In 
doDO due canili al Walditaio. Nelli Cronaca modenese dello Dpocclnl , «otto il 
<9 lUcembre t630 , è aDDUuIala la morte del GrDIenioiii reduce di Germaoia. 

[ti So^UDgo qui questa lettera iDdirimt* al duca della Uirandola, la quale 
Midieoe manCBate della data , è da araegnarsi al 1S30. 

(3) Qnest' nltlmo Ìd ufficio di maggiontom). 



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dS ULTIME IHPRESE B MORTE 

XXIV 9 Non sì è anco potuto sapore quello che si tara da Frìt- 
tand , et che li Spagnooli fanno l'ultimo passo perchè si rimetta, 
et offeriscono di dare assai quando il n^osio si pìgli per questa 
verso. — Il conte Woleslaiu mi ha mandato l'inclusa del Duca di 
Frìtiand, perchè l'invila V. A. ». 3 maggio 1631. 

XXV. » S. H. faa mandato il colonnello San Giuliano al Duca 
di Frìtiand, perchè venga qua , con pensiero di rìmelterlo; ma si 
crede non accetterà. Spagnnoli [Hvmouo con inslanza, quando ac- 
cetti , che il re d'Ungheria monti a cavallo i. 10 maggio 1631- 

XXVI. <c Di Frìtiand non s'intende ancora cosa alcuna. — 
S. M. posldimaoi va a Laxemburg, lontano due l^ie , ove si tratler- 
rkalle cacce due settimane, e colfa negosierlt con Frìtiand (1) <■ 
31 maggio 1631. 

XXVll- « Il signor Duca di Baviera ha mandato un ambascia- 
tore per trattare sopra i correnti afiarì , et con offèrta di fare die- 
cimila fanti et duemila corazze a sue spese, a s^^zìo di S. H. 
È partito l'ambasciatore, uè sì dice eoa che rìsolutìone ; et si discorre 
che tutto sia maneg^o per contraminare che non si rìmetta Frit- 
land , et pubblicamente si parla che non si fidino a tali negoiia- 
lioni. Quanto a Frìtiand, non viene, et si crede rìcn» di accettare 
la carica; et s'è levato da Collia (?) Sua Signorìa in Boemia, pe*' 
essere stato avvisato che '1 Sveco disegnava spingervi per farlo 
prigione. Sì dice anco che si proponga di farlo viceré di Boemia , 
per pìb sicurezza che quel regno sia rìguardato j>. 21 maggio 1631. 

XXVIII. < Il Duca dì Frìtiand fa condurre le cose più preiìose 
nel Tirolo (2) ». 6 ottobre 1631. 

XXIX. « Andò b(^ otto il conte .... dal Duca di Frìtiand 
suo zio, per disporlo ad accettare la carica di tenente del re: l'ha 
poi seguitalo il consigliere Questembergh , per [HWìurare il totale 
«ffbtto, pensandosi di mettere a parte i rispetti degli Elettori, et 

(4) Per lettere e per ambuBClala , a non già con I' ÌQter*enlo del Friedland 
• Luxemburg. 

(5) Notizia probabilmente blw. 



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DI ALKKRTO WALDSTEIN 93 

armarsi beoe per fare quella guerra richiede la potenza dell'avver- 
sario, lasciando che gli Elettori si guardino loro con resMT;ito della 
lega B. ottobre 1631. 

XXX. « È deliberato di br generalissimo il Duca di Frìtland. 
Ciò non è risoluto, né maoco ècerto ch'esso sia per accettarlo, né 
si crede. Dicono che ^ richiami qui il Duca Conti n. 15 otto- 
bre 1631. 

XXXI. a Si sta attendendo se il Duca di Frìtland haverk ac- 
cettato : quale ha intrapresa negoziatione per tirare Sassonia a dì- 
votione di S. M. , et dicono con speranza , dopo che S. A. ' ha inter- 
cetto una lettera che lo mette in chiaro che il Titli babbi, invaso il 
suo stato per ordine sob di Baviera. — S. M. confessò hora l'er- 
rore della deposizione di Frìtland et della rottura con Sassonia; ed 
il signor prìncipe d'Ecchenberg dice il fatto suo , per non essei^i 
stato creduto quando ha predetto tutto quello va succedendo b. 
1.' noveintn*e 1631. 

XXXII. t Era venuto avviso che il Conte della Torre, capo dì 
ribelli e malcooteati , si fosse avvicinato a Praga , e che slavano in 
gran Umore: poi scrìssero che il Duca di Frìtland et il Harradas 
havevano cominciato a fortificare e mettersi in difesa con quella 
poca gente ci era; et esso Duca scrìsse a S. H., che quando andas- 
sero con il canuoiie, non potrebbero resistere; e che in tal caso pen- 
savano salvare quella poca soldatesca con ritirarla al Tabor e 
Budweis, luochi piti forti del regno, con le cose piii presiose. Hierì 
fu qui il cernere, mentre S. M. era alla caccia , che portò la nuova 
come detto ribello con 10 mila s'era accostato alla cittìi; et che co- 
minciando 1 terrazzani a tumultuare, stimomo bene detti capi a 
rìtirarsi con quella poca di soldatesca. Harradas andò a Budweis, 
Frìtland a Bardovitz (1) verso Moravia ; e dicono sarà anche spinto 
a Podibrati per aspettar ivi il Tìfempach (2) , e con quella gente, ri- 
tornare alla ricupera della cittk .... Queslembergh fii di rìtomo 
da Frìtland, et s'intese che non accettarebbe la carica , mentre ooa 
fa vedesse apparenza migliore di poter guerreggiare. S'è poi inteso, 

(1) Pardo wilL 
CD TeuSenbach. 



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94 ULnitE IMPRESE E MORTE 

per lettere scritte da Praga, eh' ^i si sa dichiarato di voler accettar 
U difesa de' Stati heredilarii; e si crede habbia Catto ima tale pD- 
blicazione per non lasciare screditar tanto le cose di S. M. La qnale 
ha detto a religioso che a me l'ha riferto, che pec quello tocca 
alla persona di lei, non stima queste mine-, che ben le preme il 
vedere e sapere che siano procarate da'Catolici ». 15 novem- 
bre 4631. 

XXXIII. « 11 signor Duca di Croman sta tuttavia per andare ad 
abboccarsi con Fiitland a Cenam (4) o a HìchiUpnrgh: il che b 
tener per certo ohe sia per stabilirsi che detto principe accetti la 
tenenza del re, et che babbi da assistere alla persona. !n ogni caso 
vi sarà il conte Slìch, soggetto da molti tenuto non inferiore; ma 
sarb con til<^ differente ». 39 novembre 1631. 

XXXIV. < L'uscita del Re sta in sospeso, aspettandosi che se- 
gna l'abboccamento del signor Duca di Croman con Fritland, et 
che venga il conte Slich; e si dice che detto Frìtiaud à time per 
abboccato con l' Amim generale di Sassonia , come si vede dall'estratto 
allegato di lettera scritta dal signor Cardinale Dietrìcstain. Et questa 
mattina h comparso un cavalier de Fmoer mandato da S. A. , né 
n penetra anco che cosa porti ; ma si crede la certezza del giorno 
che detto Daca sarà a Cenam ad aspettarvi BodieiibOTg ». 6 di- 
cembre 1631. 

XXXY. ■ Venne a' giorni adietro corriere mandalo dal prindpe 
LaAslao di Polonia. S. H. attende per riespedirlo il ritorno del 
Duca di Croman , che mercore stante andò a Cenam ad aMxic- 
cvsi con Fritland, pwcbè accetti di essere generale dell'Impera- 
tore; et il Re aark generalissimo, e si crede con offerta c'haverh il 
comando dell'arme di Spagna nell'Imperio. Et fatta l' Epifania , do- 
verk nsdre il He in campagna ■. 13 dicembre 1631. 

XXXVl. « 11 signor prìncipe d'Ecchenberg è ritornato, e porta 
ohe Fritland ha accettato dì servire per tre mesi, a fine di C(mgr«- 
gare soldati , bavendo vohito obbligatione di sborso d'un miltione di 
tallarì in detto tempo, et la Boemia, Silesia, Moravia per (Mazza 



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Di ALBXRTO WALDSTEIN 95 

d'anne. Si tiena per acaro oontianerk di surire, vedendo si fac~ 
(MH da dovere, et die ooa si porli rispetto ad altri ». 

XXXVU. ■ Pensa FriUand sullo prime riempire tutti i r^gi- 
meati ; cos ohe si aniverk al DUmero di Minila f&Dti e SOoiiU 
oavaUi : et il suo parere è che ai coatìoiiassero pensieri di paoe 
universale , ma pten ma^^ori apparecchi di guerra , oSreodosi 
esso di trattar poi la pace.... Dicono vi sia speransa Fritland ri- 
duca Danimarca eoa SOmila all'aderenxa dì Cesare. 

XXXVIII (1). « Si parli il martedì il conte Trautmansdtrf eoo 
alcuni mosehettieri, per andar in Ungheria ad abboccarsi col Car- 
dinale di Strigooia et col Palatino , per stabilire (die si difieriBoa 
quella Dieta ad alb^) tempo , et per soUioitare sei mila cavalli aba 
à riccroano per l'uscita del Re. Nel via§^ passa ove si trova la 
mof^e dì Fridlant, et tiene ordine di pif^re tutte le scrittore 
ch'ala havec^ in casa , et à dice di farla vraire qua. Si è saputo • 
che Fridlant le haveva scrìtto che manderetdie carrozza a levarìa , 
e die senza volere saper altro si lasciasse condurre alla vdootà 
dei carrozzieri ; et si fe giudi(»o la volesse a Kraga. A quel tempo 
era egli per porlarviai a procurarsi la cwoaa di quel regno. — Et 
mentre il Conte Massimiliano nipote si trovava a Pilzen , gli ha 
S. M. fatto levare tutte le scritture, con una diligente ìnquisitione 
per tutta la casa — . Arrivò questo mercore verso -la sarà , et andò 
a dirittura dal signor duca di Cromon eoo lettera di Fridlant. Non 
volse S. E. riceverla , et lo rimise con essa a S. M. Andò prima 
dal Re et Al ascoltato sobriamente, come anco dall'lmperattn^, an- 
corché non lasci di freqittDtare il palazzo et man^jg^are libera- 
mente come cavallarizio madore del Re; et sta con viso non 
turbato , et con maraviglia delle novità trovate qui , dicendo ohe 
a Pilzen non se n' havesae nolitia alcuna ; il che ha del verosimile, 
poiché si diednv ordini si attendesse con gran diligenza di non 
lasciare passar avviso a quella parte. — Et il mercore mattina tXA 
venuto corriere mandato dal mede^mo Fridlant , con lettera a S. H. , 
al duca pure dì Cromon et al Questembergh. A questo dava ordine 
delle riscosse , et come si havesse da distribuire il denaro : et con 



(4) QuesU e le lettere che seguono sono le pili importanli, perciocché ù ri 
brUcooo alla oiorte del Wsl<lslalD , e alle coDBegneiue di quella calattrofe. 



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9€ ULTIUE IHPRESE E MORTE 

l'altre lettere avvisava il Stato circa lì trattati di pace , et dcUe 
speranze che si haveva.di buon esito — . Et U medeùmo cwrìere 
portò lettera del Wollestain vìc«4 di Praga, cu^ao di Frìdlant, 
di risposta a lettera di S. H. , con la quale ha notificato la rd)d- 
Bone ,- et detto viceré insinua la certezza della sua divotioae , de- 
testando l'attione del parente. — Et luuedl parimeDle mandò l'Im- 
peratore il conte di Hecau , et il conte di Yerdemberg^ a noti6care 
a questi della provincia radunati , come Frìdlant à maneg^ava 
per appropriarsi il scettro, con pensier di distruggere i ministri ', et 
dei l(vo beni, che arrivano uno alli confini dell'Italia, nehavev* 
fatta distributime ai suoi seguaci. — S'6 atteso con gran diUgenia 
a mandare in tutte le parti a disautorìuare ; et col detto corriere 
dì mercore si heìAte avviso che i dm redimenti di'erano in Praga 
bevevano giurala fedeltà all'Imperatore. Dichiarò Sua Haestb co- 
bneUi i tenenti colonelli dei reggimenti del Tenica (1) , mandando 
loro le patenti, con che debbano furare fedeltà all'lmperat««: 
Il che si dice sia seguito. — Perdona, dicono, a tutti quelli cbe haoDo 
sottoscrìtto a quella tale scrittura (8) , da tra in poi ; Tenica , 
Ilio e SpocM- : del Sciau%)tch dicono non siasi ancor in chiaro che 
sia ( fermi lì detti ) primario maneggiante. — Con corriere veouto 
la notte de' SO , si hebbe l'avviso che 'I Piccolomini , che si era trans- 
ferito a Lintz , marciava con doi mila cavalli verso Pilten , et mi^e 
dragoni lo seguitavano per andare ad assicurare la persona di 
Fridland e quella degli altri ribelli, con speranza di buona riuscita, 
standosi egli senza pensero di tali risoluzioni ; mentre piti tosto 
crede che nccolomìni et Gallasse si mane^no in conformìtfa (h 
certi ordini dati^ , ignorando che loro habbiuo scoperto li suoi 
stratagemmi : et furono questi doi che di'tutto opportunamente av- 
visarono l'Imperatore. — Dopo venuto il conte Hasamiliano, è uscito 
certo sussurro che questa fattura sia machina del duca dì Baviera, 
unito con Spagnoli, che tutti sì siano intesi con detti tre, Galasso, 
Aldringben e Piccolomini, dì far (col modo die hanno tenuto) 
credere a Sua Maestà la ribelhone prociuta , per indurla a quelle 
risolutioni alle quali difificìlmente incUnava (3). — Da Lintz si ha cbe 

(4) Il conte Adamo Teralct , uno dei plb ricchi signori della Boemia , con- 
giunto B confldeiiM del Walditein , che di lui si Eerviva ne' più gelosi negoiil. 

(5) La Dola dicbiaraxioDe lo bvore del WaldsteiD, fatta la PiJsen il t% gen- 
oajo 1634, e aottOECritta dal primarii capi doli'eaercilo. 

(3) Questo ctrlo lUMwrro ha più roudamealo di veriU cbe tutte le altre aa- 
sertìoDì, 



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m ALBEKTO WALDSTEIN 97 

VI havessow fatto prigioni i cttendli K«da e W<dleslaiQ , per es- 
seni dichiarsti, che a^ ordmi di Fridtent, et dod di 6. H., vole- 
vano obedire. — Dicesi àie qaesta ioachÌDa babbi relatioDe coii la 
PraDoa, per spogliare ancora Casa d'AosIrìa de i Stati che ha in 
Italia ; et cbe l' istesso foase per essere di altri principi. Che nella 
Germania si concedeva a tpidla Maestà i Stati fino al Heno. Che 
voleva Frìdiant nui vi restasae né maschio uè femìna di casa d'Au- 
stria in GOTiDania. Che haveva stabilita in moglie la sua figlia al 
figlio di Sassonia, con dote della Lnsaiia, et di propri Stati che 
bora possiede (1) ■. Vienna, S8 febbr^o 1634, 

XXXiX. « Bra ddUierato il giorno di dopo dimani per la par- 
tetua dell'Imperatore ool He a Praga, quando la venuta qna del 
Piceolomini hierl l'aitro l'ha fatta diObrire. — Ha. portato una cas- 
setta di lettere trovale a Fridant, cbe tuaDìfestano meglio quali 
àaao stati i trattati et quali i couiptìci , et si sta attendendo se- 
gnano essecDtioni contro molli; et il IHccolominì ha parlalo alta- 
mente da parte del conte Gallasse et dd conte Aldringfaen , die 
non facendosi giustitia , et non procedeodosi contro gli appasao- 
nati , non vogliono loro serv^ ; et si crede verrà ancor qua il 
Gallasse , quando S. M. non parta cosi presto ; il che il I^ccoloroini 
non Io stima neceetario, anzi cbe neanco possa complire al presente 
che vada rimperat<»« — . Dorerebbe arrivar o^ il duca Francesco 
Alberto prigione (9), et con lui il Eli cameriere del Fridlant, quale 
da rìtOTso dalle negosiazioni, se n'era andato ad Egra, non sapendo 
il successo contro i quattro traditori : et per quante si è pm saputo, 
ne fu anoo ammasiato ii Naìman altro segretario [3} , et fu fatto 
pri^one il Cenuio primario astrologo [4). — Era S. H. per conce- 
dere al conte Hassiimlìano Wollestein [ che è stato poi admesso a 
patatso) cbe potesse far dare sepoltura al cadavere del zio-, ma , 

(4) Tatto queste obocle erano allora tenute per htH Teri a iadubilali. 

(I) Codesto diH» di SsBWDfa Lauenliarga , gii al wiriiio dagli Svedesi , e 
sospettato dal PuBbodorf ( Jlerum Saeckamm , L. IV) , autore deila morte del 
re Guitaro Adolfo, militava in qneito tempo per l'elettore di Susonla, e si 
maneggiara per iatabillre la pace tra l'imperatore eSaMonii, Fu arrestalo Iran- 
dolentemenie, ailorcltò sotto (Me di non emere molestato, e igiuro dells cata- 
strofe accaduta Della notte precedente , il trasferiva al qnartieri del Frledland. 

(3) Quattro furono I trucidali In Bger , oltre fi WaldslelD; doi Tanica , Kin- 
sky , Ilio e Kieman. 

Hi Gio. Battista Seni genovese. 

ASCH.ST IT., ìf Ilota Serie, T.lil, P.l i5 



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96 ULTIME IHfRESE E MORTE 

dicono, ta soldatesca sarebbe per sentirlo a male (1 ] — . Si sperava 
che il Re unito con l'Imperatore havessero impedito che il Sanftem- 
b^gh non fosse liberato con sicurtà , come instavano i parenti : 
bora tanto meno sarà , poiché Hccolomini ha portato lettera cbe lo 
convìnce del deKtlo , et si crede sarà mandato a Sottwìeu io cu- 
stodia : et senza prova eos\ chiara si sarebbe liberato , perdiè ha 
parenti di autorità suprema (S). Saul^tc si attende sia condotto 
qua; et è convenuto di bavere fatto dare Tropau, piazza della Si- 
lesia nel confine della Moravia , in mano all'inimico dal suo Tenente 
Colonello che la guardava; et l'islesso ordine haveva dato per 
quella di Glatz , ma a tempo fu proveduto (3). — Havendosi havuta 
cognizione cbe fossero lOOmila ducatì on^^terì del Frìdlant Ìd 
questa città per fare donativi , dicono ^a già palesata una buona 
partita — . Si è intercetta lettera che scrìveva Wolestain a' nemid 
sollecitandoli , per perfettione dell'opwa , a venir a soccin-rerlo. — 
È venuto un fratello del morto Terzica , ch'era poco suo amico, a 
provedere che non siano dalla camera occupati i suoi beni , meo- 
tre si piglierìi il possesso di quelli del ribelle. — Dio ha voluto dar 
il traetelo a Frìdlant col mezzo dell'astrologia (i). Haveva rìchiesto 
il detto astrologo a specolare bene se poteva essere crarisposto dal 
Piccolominì in un grave negotio che voleva appoggiarli ; et haveado 
havuta risposta che le figure confrontavano talmente che sarebbero 
stati concordi sino alla morto , et esso cbe non credeva Dio , ma 
si l'astrologia , sema hesitalione alcuna comunicò al Piccobmini , 
. et l'adoperò per mezzo del Galasso , et a questo poi fu commesso 
di disponer l'Aldrìngen. U pensiero però del ribello era, ordinate 
bene le cose , di estinguere i detti tre, et in quel caso sema dub- 



iti Il cadavere del WaldsleìD Tu allora deposto nel ctaioslro dèi Frsnceacinl 
Del villaggio d> Hies, trasportalo nel 1636 alla Certosa ptemo OitatAM, e di là 
nel 17SS a UUDcbtmgraiz. ( FUritm-). 

(S) Il Generale Scberfleuberg , inviato eoo alcune truppe nell'Austria uipe~ 
fiore , ta accusato di aver ordine d'impadronirsi di Vieno» e della persona 
■leir Imperatore. Venne poi dichiarato innocente. 

|3) Il Generale di cavalleria conte Schafgotscb , dopo subiti I pib atroci tor- 
menll della tortura , fu decapitato 11 23 luglio 463B. 

(i) Aveva egli teda nella astrologia , come l'ebbero il Tfllf , i c>i^in>li &■- 
cbeliei) e Haiariuo , lo stesso imperstt»^ Ferdinando II, e altri degli uomini 
piii segnalati del secolo XTII, Ha assai più è da lodarsi il Waldstein per la pro- 
leiione accordata al temosc astronomo danese Tycho Brahe ; di (Ae d un cqodo 
nella vita di esso scritta lUl Gassendi { Plaga» Comilum , 16SÌ, p«g. 905 ). 



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DI ALBERTO WALD8TE1N 99 

bìo arativa i) auo perverso pensiero ; et ^ stima miracolo che sia 
successo con tanta felicità il contrario ; et quelli che hanno am- 
mazzato i ribelli scDza liaverne l'ordine , dicono che sentirono den- 
tro di loro impulso tale, che non poterono di meno ; et i ire cap 
eaecntorì dell'opera, Gordon, Bntter et Lessel, sono Irlandesi et 
Scozeesi , et si sono swviti di allrì dieci delle medesime nationi. 
Al Lessel, che venne qud', S. H. ha donato beai per lOOmila tallari 
nella Slesia , et di tenente lo ha fatto colonello. Si anderanoo pre- 
miando tutti abbondantemente con i beni dei ribelli ». 11 mar- 
zo 163i. 

XL. a Quando diedi la lettera per il fte al ^gnor conte dì Thooo 
maggiordomo , et fui in camera sua , mi tirò a discorrere sopra il 
snoceSBo contro Frìdlant , dicendomi di esser informato quanto io 
sia confidente , et il zelo che ho havuto in tal a&re ; et mi trat- 
, tome circa un' bora con nn distinto racconto di quanto era passato 
sino avanti la battagUa di Lipàa circa l'uadta del fte , che tre volte 
in divern tempi et con divora motivi fa concbiuso dovesse esse- 
re, et sempre traversata da diversi interessi et da passioni di 
privati ; et mi raccontò i danni e disordini provenuti per non esser 
andato il Re. — Si rammaricava vedendo con che lentezza et con 
quanta disramnlatìone si procedeva in interesse di tanta importan- 
za , esagerando che tà fosse per concedere i cadaveri ai parenti , 
et per dare liberta al Sauftembet^, sotto sigurtb di ]»%sentarsi; 
et infine si doleva che la bontà dell' Imperatore fosse abasata — . 
Nelle scritture portate dal Piccolomini, come nel foglio intendo, vi 
è lett^a che scrìveva Sauftembergh ad Ilio, con la quale avvisava 
che le cose erano bene disposte qui, che tutto riuscirebbe felice- 
mente , come diffusamente scrìveva in zifFra al Terzica. — Vi sono 
dieci lettere del Questembergb consigliere di guerra, non si sa 
ancora di che tenore ; ma ai puole fare giudìcio contengano almeno 
minuto ra^^uaglio di quello si faceva qui : et sarebbe prova bastante 
di vigoroso processo, quando la causa sì trattasse sotto di altro 
prìncipe (1) — . Intendo che vi sono lettere che scuoprono ì trattati 

fi) Questenberg fa il solo tra I cortlg^i Imperiali che non mutisse l'anliira 
nella morte deirsmico. RaccoDla 11 Le Vasaor (ffdtolra du ngiu da LoattXIlI; 
Amtlertlim 4109, T. XV, dt») , che II prìncipe d'E^enberg dlmOBlratosl tempre 
pardaliwimo di lui flirahà lo vide potante , e\ lasciò giudaKoare d«l denaro tpa- 
gnuolo a cooperA grandeowDte alla sua ruiu. ■ Non vi ta alcono, acrlva il 



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101) LXTIMIS IMPRESE E MORTE 

di rdt»eUioae d'Arnem el di Francesco Alberto contro I 
L' Imperatore ha fatto scrivere a S. H: dal segretario Anuldino 
aopra ciò , con ofierta che se li fark vedere il tutto, se lo desidera. 
Et Spegonoli hanoo s^retamente mandato od tale d'Augusta a 
trattare con S. A. per guadagnarlo: il che si spera. — Ho diman- 
dato al Piccolomini se sia vero che ndla saccoccia del Tmica si 
siano trovati ft^li bianchi del re di Francia. Hi ha detto che se 
n'era parlato , ma che non sa se sia verificalo ; che facihuente sa- 
ranno andati a male. Che sia certo il Terxica essersi vantato di 
haverìi — . Dice Piccolomini che Frìdlant non si contentava di estio- 
guere la casa d'Austria di Alemagna , che voleva anco tentar ad 
ogni suo potere di abbassare quella 'dì Spagna; et die dopo di 
bavere discorso di metter in repubblica lo Stalo di Hilaoo, o di 
darlo a qualche signore dell'antiche tanàglie , si riduoeva d'inUves- 
sare S. A. di Savoja per fame ella l'acquisto ». 11 mano 1031. 

XLI. « Oltre gli avvisi del taglio ag^unto, ho saputo perento 
si sia trovato al Tonica un foglio bianco cU Francia ; et un nioi- 
stro mi disse bierì l'altro , che hanno avviso quella nazione era 
per passare il Reno per accostarsi a dare colwe alla ribellioDe. 
Era il concerto del ribelle, dopo estinta questa augustissima Gasa, 
dare il Regno di Napoli et quello di Cicilia a D. Taddeo Barberim; 
et del Stalo di Milano haveva pensiero sopn il signor Duca di 
Savoja, quando non fosse stretto a ridurto a rapnl^Iica, o a met- 
ter in sedia alcuno dell'antiche famiglie che ne furou padrone : et 
voleva inoltre andar tuttavia macchinando a distruttone totale 
della casa di Spagna. Tutto ciò confidò d Piccolomini d(^ che 
credette haverlo guadagnalo, cosi persuaso dall'astndogia. — Nelle 
scritture portale dal Picocrfomini ci stmo gran prove : procurano 
però di fare cred^ vi siano sedo cose d'astroh^a , et cosi resta 
persuaso il signiH- Cardinale.... con cui ho pariate tre ^oniisinio, 



Gualdo Priorato , di Unti capi e soldati eletti , come più fbdelf et obbllgiti tiU 
diltau del Vilstain , che tentasM ilcuiM sorlU, e che moitnsse minimo aegaa 
d) dolore. Subito mono , lutti credettero t^ndagDar merito coll'eugertre contro 
le sue attfODl. Li pih obbllgiti , gji amici più alrelU. 1 confidenti più cari par- 
laTiDo contro di lui come ae fossero de'magsiori ingralt. Chi doTOva soiieMre 
la sua Innocenza e produrre le sue ragtoDi , fu de'primj a commendar la nu 
nwte . a dilaniare la sua ripuutiooe >. Ne'oiedeaiini (erminl discorre U Cardi- 
nale di Ridwlleu nelle sue HrmorM. 



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U ALBEHTO WALDSTEm 401 

et baono riso questi qaEtnd'ìo li ho detto ebe ooel creda Bi vuole 
dieómalare eoa i capi grossi, et ciò TorreUw anoofare l'inpera- 
tore con i ribeUi sudditi ooQ anoora palesati , et toso molti : viene 
persuaso a stnorbare il paese , et si crede bisogoerh indurvisì — . 
Hatmo in dette scrittore co|àa di un parere dato a S. M. dal pnu- 
cipe Stadion , et dal Stralendwf et dal Tifempach , del taodo di rifor- 
mare la soldatesca per levare l'obbedienza a Fridlant , se questo 
sia stalo mandato dal QaeBtembei^ suo conispoodeote. — Mi ba 
detto il signor conte di Verdembergh , cb' io li partecipi pn i discorsi 
cbe mi saranno folli nelle lettere di risposta aopn la morte del 
ribelle , et particolarmente quelli del signor cavalier Testi (1 ] — . Le- 
vandosi l'Imperatore il fazeoletto dalla saccocoia, sono caduti in 
terra due soprascritte di lettere, una del re di Franoia al Fridlant , 
l'altra di questo al Questembei^ : et ciò è stato mentre S. ti. an- 
dava per i ooridcNi dri signor duca di Groman. >. tS mano 4631. 

XLU. a Ha S. H. stabilito le gratie ai benemeriti. Al c«ite 
Gallasse de il ducalo di Fridlant con mi'altra signoria , et esso 
non vuol essere cbiamato con tale titolo come m^noria obbrobriosa: 
credesi in tutto sia valore ài 500mila talleri (2). Al conte Aldrin- 
gen i beni del Chiuski , che si figurano ne vagliano 300mtla. Al 
Piccotomini quelli possedeva il Terzica , cbe si stimano 400mila ; 
et a questo piti che ad Aldringen si dà , in cousideratioue che poco 
fo ad Aldringen haveva S. H. fatta un'altra gratia ; oltre che f^c- 
colomim nel scoprimento della ribellione è stato il primario. A Butler 
si dènno i beni dell'Ilio ; et si sta in dubbio se sarà per cooten- 
larsene , anzi dicevasi venisse qua a dolersene. Non si sa il valore 
de'beni. Per il Gk>rdan, per esser bwelice , et in cwiseguensa inca- 
pace dei bmi stabili , si dice si tratta di trovare forma di un 
donativo in denaro ; et cbe passi discordia di disfida tra esso et 
U Lessel procedente da invidia , perchè questo sia stalo troppo, a 
giudizio di qudlo , avaniato et gratificato. — Si ba di nuovo av- 
viso cbe in Francia sia gran commotione per la morte di Walle- 
stain , vedendosi sconcertata la materia dei disegni — . Hieri l'altro 

(4] Fulvio Testi, poeta minictro , aveva già lèstesBùto 11 ritorno del Wild- 
ilein al comando dell'oNrcilo con un (onetto ed una lettera riboccanti d'iparboU 
e di metafore. 

[8) I coDll Glun Gkllas , dóceadenti da Hatteo GaUuo , poswedono lullora 
quelb dgDorla. 



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10S ULTIME IHPRESE E MORTE 

fu condotto qua il Saiifgotc. — La scrittura che dichiara il fatto 
della ribellione sta ancora in sospeso , atteodendoBi a farla che 
contenga buone giustificatioai ; come quella stampata in Vmetia 
non sussiste intiwamenle , uè in fatto né in discorso [i)x. Ì9 sprìr 
le 1634. 

XLIII. « La causa dei ribelli si va tirando avanti , et s'è tro- 
vato che la maliiia dì Wolestaìn principiò a praticarsi subito die 
io Batisbona fu deposto. Ciò si è saputo dall'esame di questo co- 
lonello S<dilik, prigione. Dice, che con il mezso della moglie del 
Tersica vecchio, fece trattare col conte della Torre, che promovesae 
presso il He di Svezia intelligenza , ch'era egli pronto a praticarla. 
Proponeva* concorrere con il nervo del ducato di Hechelbni^, che 
allora possedeva , et che sareU>e di sostanza , atteso che S. H. C. lì 
concedeva lo stare armato con dieci mila pw guardia di quel du- 
cato. Diede orecchio il Re , et offerse d'ingrandire Wolestaìn cod- 
fwme i suoi disunì. — Amem penetrò i trattati , et col mezzo 
della moglie del Chinsehi procurò di distorre il traditore , et di 



(1) Questa BCriUura iolltolata: MMNom « morie M roJwlote gtntrala della 
Maetlà Cttarea , ta ritlampaU l'anno medesima \o Hodeos. Essa è In forma di 
lettera d'avviso , soltoscritU da Gseo Falcidio Donaloro. Contemporsoeunenle 
esci io Roma dalle stampe del Grignani : Etrtntpbm lÀIItnarum tertptarum a aocrv 
CetorM Maitilmte III. et Sax. D. D. Duci Ftderieo SabMto , atto apud Pontifieem 
ftElroonlfniirto OrtUori , in ud mezzo fòglio ia lì.*, ooo la corrispondenla ver- 
sione Italiana. In quella lettera scritta da Vienna 11 4 marzo m3i, ^Imperatore 
annuncia con gioja cbe 11 Waldstein , a primariis qaibutdam mtfltUmi nottrii, 
Km Ma nutior« turba , iat«remptia , ^uod D«o Imi* , accumuli. Né lascerò di ac- 
ceoDare due altri opuscoletti su lo stesso argomento, secìU in quel leopo lo 
Italia , I quali non portano data oè indicazioni del luogo della stami». Nel 
primo elle ha il titolo : FatlNloln iscoi^lo di Agia SUffaUddt , al Ih parlare il 
Waldstein In propria difésa. L'altro opuscolo di venti carte in 8vo, intitolalo : 
LiUggio teguito in Parnam saprà l'iagrMv» di WabttaiK, è più che altro una 
critici delle cose esposte intorno la UMtrte del duca di Fridland dal conte Bisaccioni 
nelle sue Storie. Si finge obe Prlmiaiao re d! Boemia Interceda anTresso Apollo 
l'ingresso del Waldstein al Parnaso. Apollo fa rispondere al regio flacale , U 
quale accusa 11 Waldstein di Indlmento , fondandosi sul processo stampato in 
Vienna , e contraddice alle asserzioni del Bisacctool apponendogli taccia di poco 
veritiero storico , e di ostile all'impero. A queste ragioni mostrasi soddishtlo il 
re Prlmiaiao, ni più oltre preme nella sua Inchiesta. Ni lascerò di accennare 
l'operetta del celebre Paganino Gaudeniio , escila In Pisa nello stesso anno 1634, 
con questo titolo ; CtmtrtMxioM morah inlomo al lotpelio. Discorso nella morte 
» Toble». 



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n ALBERTO WALDSTEIN > 403 

Darlo inclinare ad attaccani eoo Sassooia et adereati , che lliave- 
rebbero inalzato [«ti di quello ^areUw stato per fare Sveiia , et 
se li proponeva d'incaminarlo BÌ fastigio imperiale. Havendo Wo~ 
lestain dato orecchio con apjdicatione , disse Arnem che , per pei'- 
fettionare l'intento, era necessario procurasse c^li foima da brsì 
di nuovo rimettere l' armi ; et da qui ne venne ch'egli procurò con 
artifizii , allora non conosciuti , precii»tasBero le cose dell' Impera- 
tore , et attese a regalare la corte, et col mettere paura in Praga, 
fece coli' esempio suo fuggire quei capi che vi si trovarono; et 
apri con tal modo strada all'inimico d'andwe a mano salva ad 
impadnmtrsi di quella città ; et allora si cominciò a maneggiare 
la stimata necessaria esaltatione di lui , et egli a farsi pregare con 
tutti queUi rigiri che sono al mondo noti , con i quali parve all' Im- 
peratore et a'miuistri, trojq>o affetti versoi! soggetto, che fosse gran 
fortuna che si contentasse S. H. li delegasse tutta l'autorità — . 
Dice costai che '1 ristretto della pace fu , che si stabilisse quella pace 
sordida, alla quale perchè l'Imperatore non sbaverebbe potuto 
acconsentire , si doveva iodi [ngliare il pretesto per voltarti l'armi 
contro , et per deponerlo , et anzi per anuichilarìo : et qoesto fine 
era la causa delle girandole di sospensioni d'armi , di non volere 
offendere l'inimico, et di trattare senza comunicare all'Imperatore; 
et l'affettìone che s'haveva guadagnato il ribdle con i gran.dona- 
tìvi fatti, non lasciava discemere quello che i jhù rìmoti aperta- 
mente conoscevano. Il detto di costui confronta eoo quello ha de- 
poeto il duca Francesco Alberto , che in questa setUmaoa è stato 
esaminato. Dice, in sostanza, essere vcco che passava il concerto dì 
unitamente andare contro l'Imperatore quando non accettasse la 
pace , come si presupponeva non sarebbe per fare ; et ha ricono- 
sciuto la lettera che scrisse a Wolestain quando andò poi ad Egra , 
et confessato che l'intento era di con^ungersi seco contro l'Impe- 
ratore ». 89 ainrile 1634. 

XLIV. a AI Gordon, ohe ^ò di vita Fridland, ha S. M. fatto 
dar l'effetto di beni in valore di ISOmila fiorini , et da esso per 
tale prezzo venduti al conte Slick ; et una catena af^Hvsso di 600 
ducati simili ». ottobre 163i. 



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RASSEGNA DI LIBRI 



JÉHÒit Savohiroli, m vk, ta prédieatioru , tts éeritt — ^aprit ks 
doeuments originaiia; , et aoec des pièees jutti/icativu m grande partie 
medila, par F. T. Pbrsbns , prof^ueur agrégé de F Ohivenitè ale. eie. 
Paris, (853. 

The lift and Tnartyrdom of Savonarola , tìlìutrative of tha hitiory of 
Churchand state Connexion, by B. R, Haddbh, H. B. I. A. London, (85i. 



Seotiaoio l'obbligo di chiedere scusa ai lettori dì avere indugiato 
fino ad ora a parlare delle due opere qui sopra notate; e specialmente 
della prima , la quale , oltre all' inleresee del soggetto, ha tanti e sì rari 
pregi ,'che le hanno ottenuto il plauso unanims dei gioroalì italiani e 
di molti giornali di Francia. Onde tutti i suoi pregi sono stati già messi 
in luce da altri , il pnUdico conosce ed ha letto 11 libro , noi qua^i 
arriviamo troppo tardi. Se non che un libro come quello del signor 
Perrens non invecchia facilmente, e tì sarà sempre luogo a parlarne , 
quando non vogliamo ristringerci a ripetere ciò che altri hanno det- 
to , fare solamente gU elogi , per cosi dire , di convenienza e d'obbligo 
verso un forestiero che tratta una parie della nostra istoria. Noi ab- 
biamo letto il suo libro con vero interesse , con molta attenzione , 
e vogliamo dirne schiettamente il nostro parere ; forse invece di un 
elogio faremo una critica, ma l'autore vedrà che noi facciamo un esa- 
me diligente e cosceiizio§o , che prendiamo in seria considerazione 
ogni parte dal suo Lbro; e cosi speriamo di dar^i colla nostra critica 
un segno di stima e di rispetto maggiore che mcAli altri colle lodi 
vaghe e generali. 

La biografia dunque scritta dal signor PerrenS è divìsa in due vo- 
lumi; nel primo ci narra tutto il dramma della vila politici e religic^a 
Aeicu.8t.It., Alloro Serit, T.III, PI. H 



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406 HASSKtìNA DI LIBRI 

del Savonarola , dalla sua nascita in Ferrara nel sellembre deJ 445!, 
alla sua ìnTelice morl« ne) maggio del <Ì9S; il secondo volume è 
dedicato interamente all'esame delle opere e delle prediche. L' iota- 
resse ed il inerito del primo è assai superiore a quello del secondo, 
in parie a cagione del stretto, in parte a cagione del sistema di cri- 
tica seguito dall'autore ; ma in ambedue trovìanto la migliore e più 
compiuta biografia del Savonarola , che siasi fino ad ora scritta. Il si- 
gnor Perrens supera di gran lunga tutti quelli che lo hanno preceduto; 
alcuni tedeschi è vero, han preso in esame la dottrina teologica del 
Savonarola e ne hanno scritto con molto acume e penetrazione , ma 
essi hanno sempre avuto delle idee preconcette , onde non si può sta- 
re alla lor Tede ; non hanno tentato , come il sig. Perrens , di darci b cri- 
tica e l' esposizione di tutte le opere del Savonarola, e quanto alla parte 
biografica non possono sostenere alcun paragone con Ini. Net suo libro 
trovasi raccolto lutto quello che si è fino ad ora scritto , ed ordinato con 
raro accorgimento ; le cose più intricate sono chiaramente esposte, ed 
una certa filila per tutto , ne rende agevole la lettura. Alle tradiiioDi , 
ai racconti dei biografi e dei cronisti contemporanei vanno unite le ri- 
cerche severe , coscenziose , originali del nostro elegante scrittore , il 
P. Vincenzo Marchese di S. Marco, che ha coroone col Savonarola la 
castità dell'animo , l'ardente zelo della religione e il santo amore della 
liberti temperala ; ed a queste si aggiungono le uon comuni e ood 
sfortunate ricerche che l'autore medesimo ha (allo nelle varie biblio- 
teche italiane ; cosi che noi abbiamo il Savonarola esaminato , studiato 
da tutti i lati , con l'aiuto di tutte le ricerche già fatte , con la giunta 
di nuove ricerche e nuovi documenti. Questi pregi destano natural- 
mente una grande aspettativa, il lettore piglia avidamente il libro tra 
le mani e domanda : chi era il Savonarola? chi era quest'uomo , sog- 
getto dì tante lodi e di tanto vituperio , levato da alenai alle stdle , 
trascinato da altri nella polvere t Sfa egli un galantuomo , era e^ un 
impostore? spiegateci questo mistero tanto discusso e sempre più oscu- 
ro. Invero la psic<d<%ia morale d'un uomo non è impresa da pigtiare a 
gabbo , e quando si tratta d' uno ohe visse tre secdi e mezzo indietro , 
il cui ritratto ci vien fatto o da esaltati discepoli o da inveleniti avver- 
sari , le difficoltà crescono ; e quando si aggiunge cbe il Savonarola era 
uno di quegli nomini che a conoscerlo e parlargli sareU» stalo diF- 
ficile comprenderlo affatto, senza lungamente studiarlo, allora biso- 
gna concluderà che il sig. Perrens si è messo per un sentiero aspro e 
difficile. — Fra Girolamo da alcuni vien creduto un martire ed un l»^ 
feta -, da altri un grande uomo , che si volle lar creder profitta per ren- 
dersi padrone delle moltitudini ; da chi è giudicato un fanatìeo ingannato 
dal suo fanatismo ; e da chi un impostore ed un erotico degno della 
line che fece. Se fosse stato un uomo volgare -come sogliono essere 



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RASSEGNA DI LlnRI 107 

^i uomini vtdgari , o un granile uomo come sogliono essere gli uo- 
mini grandi , non sarebbe stalo possibile avere lanta contradizione di 
giudizi ; qualche cosa di strano e di nuovo, di singolare , deve essere 
nel SUO carattere. Inblti , se voi ledete una delle antiche biografie , 
ora vi parrà di vedere quest'uomo devarsi gigante e sublime su 
lutti i suoi contemporanei; ed ora vi parrà di vederlo impicciolirsi 
e divenire pigmeo sotto il peso di volgari straoeEze; qualche volta 
vi bisognerà piangere d'ammirazione nel trovare tanto amore, tanto 
ardore, e diremo col Bruno, un eroico furore per la virtii e pel bene 
degli uomini; e qualche volta vi saran discorsi e latti che non inten- 
derete, che alcuni credon veri, alcuni credon falsi, altri chiamano 
impostura ed altri fanatismo. Come risolvere questo problema cosi in- 
tricato? Alcuni scrittori hanno messo in ombra tutto ciò che potea 
far nascere qualche dubbio, e in evidenza tutto ciò che dovea sicura- 
mente destare ammirazione, ed hanno in tal maniera facilmente ritral- 
' to un nomo grande; altri , seguendo il sistema inverso , hanno dijMnto un 
impostore. Il sig. Perrens naturalmente ha creduto al disotto della sua 
dignità di scrittore seguire 1' una o l'altra di queste vie. Egli ricerca , 
esamina e racconta minutamente tutti i btti, e quando riescono in 
onore del Savonarola , egli s'arresta a notare la sua virtti, la Bua gran- 
dezza; quando riescono in suo biasimo, egli non s'astiene dal tai^iene 
accasa. In tal modo, esso dioe: io non ho preteso dipingere un grand'uo- 
mo tatto d'un pezzo, che questo s'appartiene al poeta; io ho dipinto 
un uomo che , essendo grande , non cessava di essere uomo ; e poteva , 
come Terenzio , dire : « ffomo lum, htmani ntUI a im alienum poto; ■ 
e questo è il vero ufficio deUo storico. Sema dubbio la storia deve 
raccontarci tutta la verità , e non nasconderci nulla ; quando un uomo 
non è tutto grandeace , né tutto virtù , non deve nasconderei i 
suoi Mi, volerlo ad ogni costo d'un sol pezzo, per usare l'espres- 
sione del sig. Perrens. Ma d'altronde , se questi vari pezzi non stes- 
sero bene assieme, deve lo storico trovare un modo di connet- 
terli ; altrimenti correrà il pericolo di dipingere un mostro , o almeno 
farà una dissertazione senza vita e senza colore , s'affaticherà a 
raccogUere intomo ad un solo uomo fatti e qualità , che il lettore 
gindicberà sempre appartenere ad uomini ed a nature diverse; l'uomo 
vero e reale sparirà da quella narrazione , e non sarà più possibile 
ritrovario. Nella natura dell'uomo v'ha delle strane contraditiooi è 
vero; alcuni colla mente volarono come aquile, col cuore striscia- 
Tono come serpi ; e ninno ttvva difficoltà a crederi© o intenderlo. — 
Qoando ci vien descrìtta la prodigiosa intelligenza dì Bacone, che aprì 
la via di tanto progresso alla mente umana , mentre che vendeva 
la giustizia e volea ritornare alla tortura, un fremito d'orrore na- 
sce nella nostra coscienza ; ma niuno dubita della possibilitii di una la) 



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IOA RASSEGNA DI LIBRI 

conlrailizione, l'indole del filosofo inglese ci apparisce vera e trìstamente 
reale. Si potrebbero citare molti esempi, ma, per non addnrne che un al- 
tro , quando Cromwell viene accusato d'impostura , niuno respinge l'ac- 
cusa come impossibile, e niuno crede che la verità di essa possa distrug- 
gere ogni grandezza nel dittatore inglese : la grandezza politica si è 
veduta purtroppo accanto alla bassezza morale , come questa s'è veduta 
unita qualche volta con un alto intelletto. Il caso del Savonarola é di- 
verso : si ha un uomo nel quale alcune azioni sono evidentemeale gene- 
rose e nobili, in esse non è sottigliezza di mente, ma altezza di cuore; ed 
altre vengono da molti accusate d'impostura o di viltb o di pochezza d'ani- 
mo. Questa è una contradizione evidente, un voler rinnire in uno stesso 
, uomo due nature che si distruggono a vicenda. — Narrare quei fotti , met- 
tere gli uni accanto a^i altri, taìasimarli o lodarli secondo che meritano, 
è un volere, per non fore U Savonanria d'un pezzo, farlo in due, ed esporsì al 
pericolo che dopo la lettura di due dotti volumi il lettore vi ridomandi : 
chi era dunque il Savonarola? annefutni auge, nidémon, ni sajnt, dì 
« réprouvé, ni prophéte, ni imposteur; il tUlbomme, etl'on peutvoir 
« en lui les grandeurs de la nature humaine k coté de ses hiblesses: le 
< Gonrage et U peur, l'amour et la baine , la vertu et la hute , la plus 
« grande suite dans les idées et les i^us frappanles contradicttoos ■. 
(Concluslon, pag. i4i. Voi. II). E cosi per tutto il libro, senza che il 
sig. Perrens si provi mai a farci capire come in quest'uomo stessero as- 
sieme qualilh tanto diver^ e contradittorie. Se non che v' é una risposta 
che si cava da ogni pagina quasi del suo libro, e questa è; le contra- 
dizioni erano in lui come in lutti gli uomini , il Savonarola era uomo 
come gli altri. Il Savonarola era un uomo come gli altri , non era tutto 
d'un pezzo , avea amore ed odio , virtù e vizio come tutti gli uomini ; e 
simili frasi paiono al sig. Perrens la soluzione del dìlGcile problema che 
s'era proposto : invece sono la più grave accusa contro il suo libro. A 
forza di somigliarlo continuamente agli altri , a fòrza di spiegar tutto colla 
debolesa umana, ha fatto del suo eroe un uomo volgare , lo ha tirato 
nella (òlla, e ve lo ha talmente confiiso , che quando poi cerca di soUevar- 
nelo , non gli riesce più; il lettore non lo segue e non gli crede. A che far- 
mi l^gere due yoinmi, potrebbe egli dire, quando mi volevate far cono- 
scere un uomo come gli altri T lo speravo sentire i casi d'un uomo di- 
verso dagli altri , d'un uomo grande ; e volevo sapere in cosa era diversa 
dagli altri , non già in che li somi^iava. Certo gli uomini grandi non sono 
in tutto diversi dagli altri , e coll'eseere grandi non cessano di essere 
uomini, non perdono tutte le debolezze della nostra natura; anch'essi 
pagano il loro tributo, ma non è questo che costituisce la loro 
grandezza. Ciò che in essi è grande , non smarrisce m^i se stesso, non 
perde mai la coscienza della sua dignità, è sempre logico e conse- 
guente. Le azioni di Bacone contraddicevano stranamente alle sue 



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RASSEGNA DI LIBRI 109 

idee, ma perciò egli non perde la sua fama di gran filosofò; ma sa le sue 
idee si fbesero conlradette , la sua gloria spariva : quante volte un gene- 
rale d'eserciti è stato codardo in feccia ai sinistri annunzi d'un astrdogo , 
senza con ciò macchiare la sua femaT ma se esso ana sola volta avesse 
temuto il nemico, era perduto per sempre. Ora, per tornare al nostro 
autore; persuaso che il Savonarola era un uomo grande , avrebbe dovuto 
innanzi tatto fare un profondo esame del suo carattere , pene- 
trare l'essenza del suo essere mwale, e ritrovare sotto alle apparenti 
ed accidentali contradtzioni la sua grandezza , definirla , determinarla , 
provarla a^ altri , e prima dì tutto oonvinceroe sé stesso. Allora egli 
avrebbe avuto nelle mani il filo d'Arianna per procedere nel nuovo la- 
berinto , che tale in certi momenti appaiono la vita ed il carattere di 
Fra Girolamo Savonarola. Il 9Ìg. Perrens , per risparmiarsi la htica 
di quest'analisi , grave certo e didScile , ma non indegna né della sua 
mente , nò del soletto che avea alle mani , ha cercato una spiega- 
zione facile a tutte le difficolti, e questo è quello che ha ammazzato il 
suo eroe, contro il quale alle vcdte esso scaglia accuse ingiuste e cru- 
deli , che distruggono o certo danneggiano mollo il bene che ne dice 
altrove. E per non fermarci sempre alle sole asserzioni , portiamone 
qualche esem[no. A pagina 373 , Voi. 1 , parlando della peste che en 
in Firenze , accusa il Savonarola ed i frati di S. Marco di paura , per- 
chè non assistevano i malati in quel momento di pericoli. Il Savonarola 
resid sempre in Firenze è vero, ma « fut-ce, ainsi qu'il ì'ict'A k son 
« frère Albert , parve qu'U n'avait pas peur? Il aurait du eu donner des 
<• preuves plus deoi^ves. D dit bien; Je reste ici pour consoler les af- 
a fligés, tant seculiers qne religienz; mais il nous apprend, dans la 
méme lettre qu'il ne portai! pas la consolalion k domìcile >. Un' ac- 
casa di poco corag^o e di poca cari ti, è pel Savonarola un colpo mortale; 
e perché il sig. Perrens non ha notato che in quel momeDlo il Savonarola 
era stalo col[»to dalla censura maggiore, perciò citando, e però ninno 
poteva ricevere da lui o dai suoi frati i conforti della religione f perché 
non ha osservato che in quel tempo medesimo e per la medesima ragione 
fu loro vietato l'andare alla processione del Corpus Domini T Eppure egU 
avea narralo questo Eatto poco innanzi. — A pag. 3S, Voi. I: « Il se monlra 
« amoureux da succés et de la puissance, il fit voir le calcul k coté de la 
« passion, la ruse moderne k coté de la fbi simile da moyen-Age. Le r^ 
■ qu'il sutpreDdretemoigned'unegrande flnessed'observationetd'untact 
a qui nous elonneraient, si dans tout le coors de sa vie, nous ne le voyons 
i agir avec une prudence excessive.... H cherchoit en efietà se cooformer 
s au gout general ; mais e* etait par desir de succés el non par amour 
• d'une vaine popnlarité >. Qui non domanderemo in che modo II Savo- 
narola seppe unire « le calcai à coté de la passion , la ruse moderne à 
< coté de la foi sìmple du moyeo-àge a ; ma noteremo che se v' ò un' ao- 



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410 ' RASSEGNA DI LIBRI 

Gusa che vien contradelta e respinta da tutta la vita del Savonarola , è 
quella cbe gli fa il sig.Perrens d'essere namoureuxdusnccès etdelapuis- 
sance ■; se una qualità mancava al Savonarola , b quella appunto cbe ef^i 
vuole attribuirgli a d'un tact qnl nous étonnerail et d'une prudence 

I exoesaive n : né ci affaticheremo a provarlo per non stancare i lettori , 
rimandando coloro che volessero persuadersene al libro Stesso del Perrens, 
che lo prova ad evidenza. — Nel Voi. II a peg. tOS ci racconta cbe all'arrivo 
delle papali censure contro il Savonarola , come autore di scandalo , egli 
salì sul peliamo per difendersi ; le sue parole furono allora queste : a Io 

■ non son desso , perché non ho fatto simil cose , e va ad un altro quel co- 
te mandamento , se è venuto , ed io non conosco quel tale ■. Fred. 4S sopra 
Amos. Il Perrens traduce i S'i) en est ains: , cette interdiction n'etait pas 
« k mon adresse. Vous avez feit erreur : elle a du étre envoyée k quelqne 
" Butre persoone , qui porte le méme nom qne moi. Tapprends que cet 

II anonyme a provoqué beaucoup de querelles et de dissensions, mie 
« en avant des hérésies , et cause une foule de malheurs a. B poi os- 
serva: Ces reprocbes que JérOme pretend qu'on adressait juslemenl 
<i b Eon Sosìe, sont precisemen cenx qu'on lui faisait k lui-ménte, d'oà 
1 l'on volt combìen le subterfvge doni ti se servait est gnmter >. £ chiaro 
lo scorgere in che grave errore sia qui caduto il sìg. Perrens , e come 
la sua accusa sìa priva d'ogni fondamento. — Nell'esporci te cagioni che in- 
dussero il Savonarola a spingersi nel mare burrascoso di quelle discordie 
fiorentine e di quelle sue troppo ardile predizioni , et dice : Egli non sa- 
rebbe andato cosi precipitoso se non avesse o subì l'influence d'un hom- 
> me très-médiocre u , frate Silvestro Maruffi, cbe era sonnambulo, «p- 
però passava presso i volgari uomini per aver visioni soprannaturali. ■ Sa- 
« Tonarola, aggiunge il sig. Perrens, fut-il deceuxquì pensent qn'un 
s somnambule lient de plus près à la divinité , que les antres hommesf 

■ Il se pent qu'il eut porticipé, par cette opinion, corame les plus graods 
« esprils de son temps, h la créduhté generale » ( pag. 49. Voi. I ). E qui, 
prima di tutto, il Savonarola che ebbe un predominio maraviglioso sulle 
molitudini e sugli uomini più grandi del suo tempo, predominio da tolti 
notato e che lo fece padrone del popolo fiorentino; questo medesimo Savo- 
narola si vede subir l'influenK d'un homme trés-médiocrt. Dipoi viene in 
mezzo il sonnambulismo senza sapersene il come né il perché , ed accen- 
nato cosi di passaggio , come portata anicamente a confondere sempre 
più l'animo già contùso ed incerto de) lettore. B cosi continua tn tutto il 
suo lavoro a portare accuse contro il Savonarola , cbe altrove ei di- 
pinge come un uomo di grande ingegno, di alto cuore, d'invincibile 
corano : con una mano disfai quello cbe ha edificato con l'altra , ed 
al lettore non riesce né di amare, né d'odiare, né persuadersi della 
realtà dell' uomo che gli vien dipinto; egli incomincia e finisce il libro 
co) domandare : chi era dunque II Savonarola ? 



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RASSEGNA DI LIBRI 441 

V'era UDO stadio che avreMie aiutato usai H Big. Perreoe nel dator- 
miliare il carattere di Frate Ginriaino , e ati qvale avrebbe potuto , a 
fotza di paragoni , sa atm peoetrara veramente la sua indole , dargli al- 
meno una qualche realtà : questo era lo studio dei tempi. Non diremo 
gii che il sig. Perrens abbia poco o leggermente studiata U etoria ita- 
liana; ma egli ha seguito una scorta mal sicura. 11 Rosooe b uno degli 
scrittori a cui egli più volentieri s'affida e più spe^ segue; ora noi 
non diremo nulla dei molti errori e dell'infinito numero di falsi giudizi , 
efae SODO corsi ndle soe opere , lodevoli certo quqndo si considera i tempi 
e le condizioni in cui furono scritte, ma che oggi nessuno pratico della 
nostra storia vurebbe ciecamente consultare; diremo piuttosto che il Ros- 
ooe oooosce una piccola parte scdament# della storia di quei tempi , 
quella che meno bisognava al sig. Perrens ; ignora del tutto quella che 
■ lui sarebbe stata di grande aiuto. Pel Eoscoe non v'ha di grande in 
qoel tempo che Lorenza de' Medici e i suoi cortigiani; il resto non sano 
teoutì in nessun conto , ti pone tutti in un bscio e se ne sbriga in po- 
che parole. Egli esamina minutamente tutte le canzoni o i canti carna- 
scideschi che si recitavano nella corte di Lorenzo , tutti gli aneddoti e 
ì pettegcriezzi artietico-4ett«rari della corte di Leone X e Giulio II ; non 
suppone ohe vi sia in Italia , sotto quei vecchio mondo di splendore , 
una generazione nuova che sorge , cerca e combatte per un nuovo av- 
venire ; e^i non vede , non avverte , non sogna aeppure questa Lotta di 
giganti che è già cominciata sotto i suoi occhi. Lorenzo Valla , Pompo- 
naccio. Cardano,' sono nomini per lui che non «sistono, toltone il caso 
ehe abbiano scritto grammatica « qualche esametro ; Marsilio Ficino è 
oa uomo di cui ei discorre , mt non sa djrci d'altro elle della sua 
grande amicizia o piuttosto servila per Cosimo e Lorenzo. Con que- 
sto libro alla mano scrivere )a vita di Fra Girolamo Savonarola , era 
Dna impresa sempre pia ardua ; « qualche volta c'è avvenuto di scor- 
gere nel Big. Perreie uno che difendeva il Savonarola colle idee di un 
partìgiuto dei Medici , e come una specie di contradiziooe fra quello che 
diceva e quello che più intimamente pensava. Inbtti , se voi ponete 
il Savonarola accanto al Machiavelli , all'Ariosto , a Raffaello , flnirete 
col non ca[Hre più nulla né di questi nb di quello; il contrasto è immen- 
^,^"6 an abisso tira loro, ciò ohe forma l'ideale, il delirio degli uni è 
l'orrore del Savonarola; ciò che essi chiamano divino, egli lo chiama dia- 
bolico, ^i non è un uomo del iOO o 500 , ma è un uomo ', come direbbero 
i Francesi de la rmaùsonce ; i suoi compagni sono il Campanella, il 
Brano, il Pomponaocio, il Cardano, U Valla, ed anche Marsilio Ficino; essi 
andarono è vero per vie diverse , e non di rado opposte ; chi si perdette 
nd materialismo , chi ei levò allo spiritualismo, chi s'affidò, come il 
Savonarola, nnioamente alla religione; ma guardavano tutti ad un av- 
venire incerto e sconosciuto , presentito però e creduto, e questa m6ta 



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112 RASSEGNA DI LIBRI 

comune dette loro ìd comune mcAt» virtù e molli errori, nudte aera- 
zioni e molti dolori , se fece ma sola famiglia di Hiartiri. U sig. Per- 
rens, coDoecente e pratico di tutti i letterali ed artisti di quel tempo, 
non'ba familiarità alcuna con quegli altri «he solo avrebbero potato 
aiutarlo a conoscere meglio l'indole del suo eroe, soli avrebbero po- 
tuto presentarlo al loro amieo. Ora • come abbiamo più sopra no- 
talo , il solo mettere il Savonanria accanto ai letterati di qnel tempo, ai 
qnali ^so fece una cod aspra guerra, è un voler crescere a mille doppi 
la confusione. Gli uni danno ftinaa , eleganza, splendore , vita alle idee 
del loro tempo , al quale essi appartengono e da cui ricevettero corona 
di trionfo; il Savonarold, cogli altri suoi, abbozza idee per un altro tem- 
po, e fa guerra al suo, da evi ebbe corona di martirio: ponete quille 
eleganti figure degli uni accanto a questi informi abbozzi dell'altro , e 
allora capirete il contrasto. Questo è ciò che é avvenuto al sig. Perrens, 
e in nessuna parte del suo lavoro i tanto visiUle, né di tanto svant^- 
gìo, quanto in quasi lutto il secondo vdnme, ove ci parla deUe prediche 
e degli scrìtti del. Savonarola. Qui manca l'interesse del racc<xito;'Ì fotti 
non si affollano a destare l'attenzione; siamo innanzi a molti e molti 
volumi di scritti ascetici e di prediche. Quale è il pregio che veramente 
hanno? Ecco una domauda a cui è difficile rispondere con esattezza, e 
dal punto di prospettiva da cui guarda il àg. Perrens , impossibile. La 
sua critica delle opere si compone di due parli : una , che è la prìnci- 
palìssima, ci dà il compendio di ciascuno degli scritti da lui esaminali ; 
l'altra , assai breve, ci éà il giudizio dell'opera ; la prima può evere utile 
(orse ad agevolare il sentiero a chi volesse scrivere sul Savonarola , non 
può certamente soddisfere chi volKse sapere che dottrina, <die 
sapienza, cbe merito o demerito è in tutto quell'immenso volume di 
opere ; la seconda dovrebbe dunque soddi^re a questo giusto deside- 
rio. In quanto alla dottrina del Savonarola, il «ig. Perrens non ha nep- 
pure tentato di afferrarla « determinarla nella sua unità, e «rremo oc- 
casione di vederlo pivi innanzi ; La sua critica ridncesi poi ad alcune 
osservazioni letterarie sopra ciascuna opera , osservazioni che ialte colle 
idee da noi vedute , debbono di necessità riuscire imperfettissime. Egli 
non sa, e non può, e non ardisce din che quanto alla bellezza clas- 
sica negli scritti e nelle prediche del Savonarola non ve n'è alcuna, che 
la sua liDrma è scorretta, scomposta, disordinata. Non pretende nep- 
pure per questo lato altrìbui^li un gran mento , ma si sforza qualche 
volta di trovare nel ■ Compendwm Revelattùnum i un'imitazione della 
Divina Commedia ; qualche volta a proposito del dialogo i De veritaU 
prophetica v , porta innanzi un sommesso e lontano paragone con Pla- 
tone , Cicerone , Fénéion : ora , chi ha letto quelle opere comprenderà 
che il solo evocare questi nomi immotali riduce il Savonarola letterato 
in polvere. Egli non era letterato, egli era un anti-letterato : bisognava 



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RASSEQNA DI LIRRI 113 

una volia per sempre dirh>, e nttn pia parlariw. Il sìg. Perrens avrebbe 
dorato rivetaroi quella dottriua ardila che si nasconde sotto l'apparalo 
dì tonti sollogisnii e di tanta autoiili ; avrebbe dovuto ritrarci qnelN po- 
tenza ìndoinKa e selvaggia, ofaeiliominaalcaae pagine dei suoi scritti , cbe 
diTampa io akmAe delle sue prediche, che empieva di eotosiasmo , di am- 
mirasione e di stupore il popolo fiorentino , fi popdo allora {hù cullo e ci- 
vile nel mondo. Ma, per riuscire ia tnb, egli avrebbe devoto un poco 
dimenticare , anzi odiare i classici , dichiarar iato la guerra, farsi per cosi 
dire bnatico discepolo del frate. Partecipando nn istante a quel disordina- 
lo Farorè, avrebbe compresoli soverchio ardire, Io strano profetare; mes- 
sosi in quei tempi , avrebbe intravveduto l'aurora lontana deDa nuova 
civillh , avrebbe oompreso l'ebbrezza e la voce di colai , cbe era primo e 
3<do ad anmineiarla ; e vednto come nel tempo in cni Cristoforo Colombo 
s'affidava suBe onde d'un oceano Infinito e scoDOSciritO, per conquistare un 
mondo nuovo, il Savonarola mettevasi per un mire più furioso e mal 
fido alla conquista d'un nuovo pensieri è d^ioa nuova civiltà ; di quella 
eiriltir a cui l' Italia dette i martiri e gli eroi , ma non poti poi gu- 
starne i fratti maturi. 

Da tutto olò risolta (Maro, ohe una eonfoss incertezza domina l'animo 
di chi legge e di chi scrive; h poca tede dell'uno k fiascere un continuo 
dubbio nell'altro; e se il detto fin qui non bastasse , no) preghiamo 
chi ancora non è persuaso di le^^re sodamente la conclnsione del- 
l'opera. In qoeBa vedrii come Fautore si dibatte eontro il suo medesimo 
lavoro, da coi cerca invano con ogni slbrzo d* iog^no Cavare Fnnità 
dd suo concetto del Savonarola. L'unità non vi À ; le sue idee , come 
on branco d'oceelK , gli sfa^ono da tolti i lati ; 3 suo Savonarola gK 
ftigge sempre più lontano, e qa&ndo ored# abj>racciare un «otto vivo , 
le non} ^ tornano al petto , come a D'ante nello stringevo al seno 
l'oRbro cM suo Casetta. Nidla meno contenta e permade h spiegazione 
che il sig. Perrens ti ik delle profede e delle visioerl del Savonarola ; 
ora SOD pn-agonate cotto vere pn^zie, ora colle illusioni dei grandi 
uomini , ora colle malattie mentali , e qoalcbe allusione al sonnambu- 
lismo abMam visto ohe non manca. L'estasi, poi, in Dio, che il Sa- 
vonarola ritrovava neHa sna mistiCB natura , e che molti in quel 
tempo, pigliavano dalla flIosoBa Alessandrina, tanto popolare iu Fi- 
renze, il Big. Perrens la paragona e confonde crfTarte che nri me- 
dio ero si usava per evocare gh' spirtM : > Ces appantions des èlres bien- 
u beareuX , anges os sei4ats , étaìent devennes si commnnes , que eelle 
<• de Dieu mème,rqai anrait da restar l'apanage de qnelques privjlé- 
«.giés, apparrtenait k tous ies chréti«i£, pourvu qn'ils Tontossent se 
» piacer dans Ies eonditions convenables. Les moyens d'oblenir ies vi- 
t sions formaient une sorte de tcAeme: il ne s'agissait que de se mellre 
a en exiase. C'cst ce que Savonarola noos apprenda etc. >. [ Concluslon , 
A«ca 8T.lt., Nuoia Sirie, T.IH, P I. iS 



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Hi RASSEGNA DI LIBRI 

pag. iìS-9). Queste notizie poi cbe ci ài, sopra le visioni e le varie appan- 
ziooi degli spiriti son tratte da ud opera del stg. Haary : * De l'halluci- 
nalion au poiiit de vue philosonliique et historigue > ; da an'altra del 
sig. Calmeis : > De la Pholìe n , e simili. A tutto questo tHSOgna aggiuo- 
gere che l'autore in mezzo a tante e si diverse idee , fra tante e à con- 
trarie opinioni , coU'obbligo di ritrarre una figura si varia e scoonessa, ha 
perduto la fede nel suo eroe e con questa l'eloquenza ; la sua parola è 
languida, il suo stile scolorito, la sua mano stanca- nel dipingervi quei 
giorni tumultuosi del popolo fiorentino non ritrovale mai quella elo- 
quenza di cui la Francia è stata maestra. all' Europa; e^i vi loda un 
opera del Savonarola, e voi lo vedete col volume in mano sbadif^are 
e guardare continuamente all'ultima pagina. 

Ora veniamo a discorrere della teologìa del Savonarola. 11 campo di 
nuovo si divide in due , per non parlare delle minori dissensioni : da na 
lato i protestanti, da un altro i cattolici. Per osare giustins, i soli cbe ab- 
biano latto un esame diligente della dottrina del Savonarola, cbe Tab- 
bjano studiata nelle sue parti , e ricercatovi un certo ÌDBieme filosofico, 
sono stati i Tedescbl : fra questi il Heyer, e meglio anche ti Rudelbacb ; 
ambedue pongono il Savonar^ nel martirologio dei Protestanti ; e Lu- 
tero medesimo dice di lui , che sebbene ancora non area gettato vìa 
tutto il fango teotogicfi, pure era stato il primo a rioonoseere il dommi 
della salute per mezzo della fede , pietra angcdare della doUrioa prote- 
stante. Ma contro a questi viene una schiera infinita d'uomini gravi, 
di teologi non certo inferiori ai tedeschi , i quali hanno difeeo l'ortodos- 
sia del Savonarola con argomenti non lacUmente oontraslabili; la Giiesi 
nel condannare alcune solamente delle opere del Savonanda, e queste 
qnasi sempre don«c com^ontur , ha mostrato dì non crederlo erelioo, e 
la Propaganda adottando nelle sue scuole l'opera in cui il SaTomjvli 
raccolse tutta la sua dottrina , il « Triumphus Crvois , » provò d'essere 
sicurissima della sua ortodossa. Ora, considerando come sono divise le 
opinioni su questo proposito , e considerando che il Savonarola fu on 
uomo reUgioso , e scopo di tutta la sua «ita fu la religione ; alla > Nuova 
Chiesa » , alla sua n Innova Gerusalemme » e^i dedicò i suoi anni , i 
suoi affetti, il suo* sangue; considerammo tutto tìit, si vede di quale e 
((uanta importanza sia per un biografo l'entrare severamente a pigliar 
parte nella discussione. Se v'ò una cosa che bisogna innanzi tatto studiare 
in una biografia , questa è certamente quella che fece lo scopo noico 
della vita che sì narra : la posterità avrebbe p<Aulo dimenticarsi d^ 
scrittore, del politico, del filosofo, che era nel Savonarob; non avrebbe 
mai dimenticalo colui che in uu secolo di dubbio e di corruzione era 
solo ad avere anima religiosa, l'unica voce cbe in quel, per cosi dire, 
deserto morale, richiamava gli uomini smarriti a raccoghersi ndl'oasi 
(Iella Tede. Era santa o era diabolica questa voce ? domanda il cattolico ; 



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RASSEGNA DI LIBRI 115 

a la buoon novella, o era ancora sepolta nell' idolatri a t do- 
maoda il protestante. Cbl crederebbe che il sìg. Perrens sfugge qaasi la 
gnislione , non dice altro che parole vaghe , incerte e qualche volta con- 
Iraditlorie ; e in conclusione , confessa di essere inabile a trattare la ma- 
leria.onde neppure tenta di guardare In viso la qnistione? In sostanza, 
^i sembra credere cbe il Savonarola tentasse una riforma unicamente 
di discit^na , e non di domma , che non vi fosse sentore alcuno d'eresia 
in ciò cbe egli voleva ; almeno questo è quello che dice ripetutamente. — 
> La BénovatioD de ITglise , c'osi h dire la réfomie da clergé par le 
I reformatenr , et celle des fldèles ^r le oleine , le rétablìssement des 
' bcHines moenrs par la foi et la grftcc , Ielle fu Fidée fondamentale de 

< Savonarola, il n' y ala nen de nouveau , et Jerome ite fmsait qtie 

• fiàvre la tradiiion de$ Anes pures et droites , que revoltait la de- 

< pravation generale , et qui aspiraient b on av«nir meilleur ■ (ti-^, 
?ol. I|. Nella introduzione egh" dice die dopo la morte di Giovanni Huss 
aru sola lotta era possibile; quella ' des vrais chrétiens contre le pape , 

• représentant inconlesté mais infidele des anttques traditìonsdeVEgli- 

• se B ; e in quesU lotta i novatori < ^altaquent non plus seulement 

• tra personues , non pas encore ««x dogm^s , mais à la discipline ec- 
t cUsiastique , et ara vices dn clergé » ( pag. xxvni ). E se può direi 
lite questi novatori, di cui capo è certamente il Savonarola, agevolarono 
b via a Lutero , egli era ben lontano dal pensarlo e ne avrebbe fatto 
amaro pentimento. ■ Il le fut malgré lui , sans le savoir ; il eùt bit 
■ emende honorable aux pieds d'Alexandre VI, lui méme, s'il eu pu 

• sapfonner h quelle oeuvre il mettait involontairement la main ■ 
(ibidem , Ufx). Queste idee trovansi sparse per tutta l'opera , e malgrado 
la loro poca precisione , se ne cava evidentemente cbe il Big. Perrens 
ha giudicato la riforma del Savonarola ecdesiastica e non religiosa , che 
egli non too!6 mai il domma ; cbe restò sempre nel seno del cattolici- 
smo , e che la sola idea di avere potuto involontariamente aiutare l'opera 
dì Lutero, lo avrebbe fatto cadere in ginocchio innanzi ai piedi d'Ales- 
sandro VI. Ma perché altrove noi troviamo delle frasi che ci farebbero 
pensare il contrario? Troviamo, per esempio, nell'Indice ; « Il nie l'infalli- 
< bilité dn Pape »; e andando alla pagina citata (398, Voi. I) , noi troviamo 
w brano di predica , la quale dice cbe il « Papa può errare per l^lse 

• persnasioai, perchè sta Ik, e non può essere In ogni luogo ec. Secondo, 
" può errare per malizia ec. » ; é facile il vedere come questo non tocca 
cìA che ì cattolici ritengono per a Infoili bilttìi del Papa » , quella « ex 
' caUiedra ■ , quella che riguarda il domma. Altrove il sig. Perrens ci 
dice: « n g'attacha , dans ces lettres ( quelle ai Principi ], !t developper 

• cette maxime de Jean Huss , que le Pape n'est pae le saccesseur ve- 

• rrbble du chef des apfitres « (31 4, Voi. I). Ora non vogliamo discutere 
» questa asserzione sia fondala . potremmo provare il contrario ; ma 



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116 RiSEKGNl PI LIBRI 

credn il sig. P«rrens che il Savonarola Dogando l' intallibUlti del Papa , 
e aOermando lui non essere il vero succesBOre di Pietro , poteva restare 
nel sono del cattolicismo ? Non diGtruggerebbe questo tutto ciò che ^li 
dice nel resto della sua opera? Ha T'è di più ancora; il Big. Peireos 
qualche volta si dk addirittura la scure sui piedi. Nella prefazione al pri- 
mo volume, parlando del Rudelbacb ci dice : « Cet auteur a plus de force 

■ et d'orìgin4litè quand il etudie la pensée pfailoeophiqoe et téologiqiM 

de Savonarola. La nature d« s»t eludei hù fermettani méiM de tow- 
•> cher avee atUorité aux questioni de degme , wmt Un emprvntenns ttx- 
« tucllemeat oette fiartie de- san travail » (pag. sin). Ebbene, aodiamo 
alla line del secondo volume (p. 460], e noi troviamo; ■ Pomi m vce 
u DOuviTiQVB DB SivoNAROLB. ... 11 ne fotlait point em(^yer le van 
<• quand le jour oommen^t hi poìodre ; et quìconque dovait se «m- 

1 lenter d'assorer un réuillat general comme expresslon univereelle 
de la rèforme, pouvait aiisEÌ s'inquìeter fon peu dea dótermioalions 

■ particulife^. C'est précisement k cause de cela qu'on s'atteodra sans 
t doute à voir ressorlir fenpreuion generale de la Trarrne et ta dotìri- 
« ne fondÀimentale darti Savonanìe, alws mème qu'il anralt oéf^igA 
« talli d'autree ctaoeee. Bt'l'oa ne seraìt point dans l'erreor. La doctrìne 
u de la grflce volontaire de Dieu ; la justifioatioD par la fci ; la Ibi com- 
" me principe de tout ce qnì est bw et agréable a Dieu ; ta coin|dète 
<i eflìcacHé du morite de Jesus Christ; tels sont les points prtucipaux 

. M de sa Ihéorìe sur le dogme >. Queste non sono alcerto dottrine cat- 
toliche : e cosa dice il sig. Perrena dì questo giudisio del Rudelbacb 
datoci come tanto autorevole, e che é in diretta opposizione ooq tutto 
il suo lavoro? Nulla, assolutamente nulla. Nella prelazione ci ha detto 
che il Ruddbach, per la natura dei suoi studi , può € toucher mime aui 
questlons de dogmo ■; nell'Appendice oi di tutto un capiK^ tradotto 
<! finisce li. A chi dobbiamo credere? La medesima domanda eterna- 
mente ritorna: ■ Chi dunqoe era il Savonarola t Cbe cosa voleva? ■. 
Il sjg. Perrens non tenta neppure di &rci conoscere la dommatioa dti 
Savonarola , e sinceramente ooniessa di esser poco i»^lico di Idi mate- 
rie ; le lascia quindi assolutamente da un lato. Nel Gap. VI della seconda 
inrte , de la philotophie et du dogme dans les temoni de Savonarok , egli 
dice : » Nous n'avous pas toute Ibis l' inlentìon d'exposer le sistème 
n suivi par lui dans toutes ìea questiona qui supposent la scienoe da 
philosopbe ou celle du théologien. Pour toat oe qui loucbe au dogme 
« le devoir d'un profane est de s'abstenir ■ (V. II , p. 106) e nella nota : 

■ poor combler autant que possible cette lacune , que notre ù>omt|>e^ 

■ lenee rende inevitable , nous inséroDS ò l' Appendice un chapitre de 

■ H. Rudelbach. Il convient d'avertir que $tlon toute apparence, l'auteur 
allemand appartient ì la religiou réformée ». Se quesla-fosee una que- 
stione secondaria, vi si potrebbe di leggieri passar sopra; ma quando 



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RABSESKA DI LIBU 4<7 

si pensa che è )o scopo, il Bue di tutti i giorni , di tolte le ore che visse 
il Savenarala , le sm .{^ oan aipinstooi , i suoi [dn ialimi desideri ; e 
ebe SB ctò biaogna restare più incerti , dopo cbe prima d'aver letto la 
biografia del sjg. Perrena , egli è bene sconfortante. 

Procediamo oltre , tité gik il lettere sarà stanco dei nostro faingo ar- 
ticolo ; venianto alla parte poKtica e storica del Utdto. QuesU è la mi- 
glior parte del tibro, il raoooDto h diiaro e precisoi mafwa l'eloqneiuui, 
come abbiaiito Belato , ma v'è tanta copia di particolari , tanto stadio 
d'aolori contemporanei , e la parte che il Savonarola preee nella rspob- 
UioaAoosl beo descritta, ohe il lettore, pieno dì confidenza nell'autore 
e nell'eroe, procede oltre la sua lettura. Quello che troviamo a rimpro- 
verara al sig. Parrens, si i l'avere voluto entrare in parlicdlarì dei qoali 
OMi era abbastanza sionro ; e quando ciò avviene , egli cade in un na- 
mero inflailo di errori. Non era biaoguo , parlando dri SaTonarola, en- 
trare In certi minuti particolari della politica , dei costumi floreotini ; 
eBtnDdoTi, era neeeesano saper dove metter le ntani; e quegli eirori, 
che nn pooo di maggiore temparaua avrebbe fatti evitare al noalro 
antere, riescono ora di gravis^mo daoeo al suo libro. In queste oose 
> noo è permesso limitarsi ad una pura e nuda asserzione ; bisogna pro- 
vare : ci perdtHii peroiA il lettore se noi toniiamo alle citazionL D sig. Er- 
molao Bnbteri In alenne sue « Oseervaaiooi critiche ■ , ha già notalo 
alooni errori in coi il sig. Perrens é oadulo; fra i quali ve ne A uno 
ohe era di molta importaasa il notare, quello che figuarda la visita del 
Savonarola a Lorenso dei Medici moribondo, e le pande che gli disse. Que- 
sto bUo narrato da un namero infinito di cronisti e biografi , aoceltato dagli 
storiei più gravi ed Imparziali, h stato negato dal Bosooe, ohe s'à appog- 
giato ad una lettera del Poliziano , malamente da lai commendata. Q sj- 
gnor Perrens, come spesso gli è avvenuto , si è lasciato trarre in in- 
ganno dal Bosooe , e anche lui ha negato il fatto. Di ciò noi non abbiamo 
parlato , né parleremo, gieocbè il sig. Rubieri, con una critica tanto rara 
e un argomentare oosl stretto, ha provato la verità contro il Boecoe ed 
il sig. PerreoB, che a noi aoa sarebbe possibile fare altro che ripetere 
malaUeote ciò che egli ha detto assai bene. Vogliamo invece fermarci un 
munente sopra un altro errore notato ancora dal sjg. BuMeri , e mo- 
strare ohe strascico di conseguenza ha portato uà primo sbagUo. Il sigpiOT 
Perrens , oeUa aua introdozioae , a pag. 50 e altrove , ci dice , seguendo 
il Roaooe , che la oittà di Firenze avea una popidazione di iOO,000 ani- 
me. Ora si può capire ohe il Boecoe , il quale faceva un panegirico dei 
Medici , che non era mai stato in Italia, cadesse in tali mostruosi errori ; 
ma il Big. Perrens, versato nella storia di quei tempi , luì che é stato 
in Italia , ed a Firenze ha visto le cendtia delle antidie mura, come mai 
lu or«(lulo possibile che al tempo del Savonarola vi si potesse contenere 
una popolazioae quadrupla di quella d'oggi? Bppoi. quale città di Eu- 



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118 RASSEGNA M LIBRI 

ropa avea allora una tale popolazione? Milano, la più grande di tolle, 
a cui si dava perciò il nome di Romaactmda, non ne afea che t9i,S0S 
(Ctbrario), « Firenze rilora atea poco piA di 60,0S« abitanti 1 (Vedi Znc- 
cagni-Orlandiiii, Statistica tUtla Toscana). Ha si potrebbe da alcuno dire 
che questo è un semplice sbaglio di numeri da poterìo fecilmente cor- 
reggere con un tratto di penna, e non esser bisogno fame tairio caso- 
ció si potrebbe, quando il Big. Perreos si fosse restato a scrìvere- 4(K) in 
vece di 60 , e da quella prima cifro non avere carato on gran nu- 
mero di conseguenze , tutte naturalmente hlse. Secondo lai dunque 
Firenze avea 400,000 abitanti , « et il n'y avait pas moins de 80,000 honi- 
mes en état de porter les armes «; e fin qui sono gli errori dei Roscoe 
riprodotti : vediamo che cosa il sig. Perrens vi aggiun^ di suo. Nd 
trattare del governo ordinale dal Savonarola in Firenze, egli trova 
in tutti gli storici del tempo, che nd Consiglio Maggiore nm vi 
entrarono mai più di duemila otttadini , e che non più di Iremib 
avevano il diritto di pigliarvi parte ; ed egli osserva eoa maraviglia come: 
* dans une ville du 400,000 Imes, cu il n'y avait pts moins de 80,000 

■ hommes en état de porter les armes, on ne compula jamais pine 

■ de 8,000 ciloyens reconnus aples b exercer lears droits » {Intr. p. lJ- ■ 
Ha una maggiore attenzione bisogna che portiamo su quest'altre osser- 
vazione : « Toute l'eloquence de Savonarola ne peut deiendre la consti- 

a tution nouvelle contro trols réprocbes graves : Fetfirit peu Iterai ^ 
« avait preside à sa formation , puisque un Komme à pane nir front en ige 
■r de porter les armes étoil jugé digne du nom de eitot/en etc. » ( Voi. I , 
p. 1S1 ). Eccovi dunque il sig. Perrens costretto suo malgrado ad accu- 
sare il Savonarola di poco liberale ; accusa ohe fra lutti gli storici e bio- 
grafi antichi o moderni egli è il solo che gli feccia. Molti lo dissero de- 
magogo, ed egli più volle si è dovuto afl^ticare a provare il contrario, e 
combattere con giuste ragioni gli accusatori ; ma esso, e tutti quelli che 
conoscono un poco i fatti di quel tempo, converranno che il Savo- 
narola fu datore alla liberissima Firenze della torna di governo più 
larga che avesse mai avuto: ■ Il avait accompli, dice ilslg. Perrens, 

■ sana effusion de sang , la réforme plus démocraliqne que l'on eAt vne 
a Ò Florence, & la reserve de la revolution des Ciompi " (Voi, I, p. (54(. 
Ora, chi non sa che Firenze ebbe le fórme più democratiche di go- 
verno che allora si potevano immaginare ? E se il Savonarola ne seppe 
trovare nna anche più larga , come si può parlare <■ de l'esprit peu 
« liberal qui avait prèside k sa formation ? » Tutto l' errore * venuto 
dall'aver messo i ire mila che potevano entrare nel Consiglio Maggiore 
in proporzione con 400,000 e non con 60,000 , che era la vera popi*- 
zione a quef tempo. Quando poi il sig. Perrens ci dice che soli quei 
tremila avevano « les droits de ciloyens b , e^i s'inganna ; giacché non 
tulli I cittadini entravano nel Consiglio : e prova ne sia che una leppe 



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BASSEONA Di LtBHl 149 

bvorita in qaei tempa dal Savonarola, vi introdgoeva ogni anno nuovi 
dtladini , di quelli flpeeiabaeute ch« uon avendo avuto il padre , l'avolo 
o il bìMTOlo nei tre nuf^ori nlEci , noD vi erano ancora potuti entrare. 
E questo avere il padre , l'avido o il bovolo nei ma^^ori u£Bci , condi- 
zioDO neceesana per entrare nel Consiglio, non era, fwme crede il sig. Per- 
rena, ciò che i Fiorentini àicetvto : essere netti di »peeehiùfyoi,l,]).t3ì}, 
perche questo volea dire non essere segnati tra coloro che ùod aveano pa- 
galo le gra,vezze. In Firenze era ciltadino ogni aggravessato, cioè ogni uomo 
che pagava impoela ; per prender parte ad un ufficio qualunque e per 
comparire iniMDzi ai tribunali lÙBOgnava èssere netto di specchio ; ma 
non ogni aggraveuato e netto di speccbio, cioè non ogni cittadina 
poteva entrare nel Consìglio Grande , nel quale entravano solo quelli 
ddla etk eoOTenevi^ , e che avessero avuto il padre, l'avolo o il 
bìBavdo nei niaggiori uffici , oltre qnelU.cbe la nuova legge v' introduceva 
ogni anno. Cosi dunque in. Firenze non erano 80,000 atti alle armi né 
400,000 abitanti , Bla soli 60,000 ; e i cìUadJni non erano 3,000 , ma assai 
pt&t potrebbe dirsi che 3,000 erano i cittadini bnufixiati, i quali per 
la nuova legge andavano ogni anno oreaoendo. 

Molte ornili mende troviamo per tutta l'opera. Cosi nette • Recber- 
(dies sur lee institutlons de Florence ■ , esso ci perla dei Consoli mag- 
giori, ai quali era affidata f la direction dea affaires politiqnea », mentre 
a^ altri Consoli erano affidati « les aflàires civiles et criminelles «. Ora 
in Firenze non fu mai questo doppio ordine di Consoli , uè l'amministra- 
zione della giostra fu divisa dal potere politico prima della istituzione 
del Podestà , il quale era forestiero , e fu creato quando i Consoli pel 
aovertibio perteggìaremm. rendevano la giustìzia; ma il sig. Perrens 
s'inganna assai quando crede obe il Podestii tenne sul principio le veci 
dei Consoli. ■ On onit d'ahord bire aesez , en diminuant la cause du 
a mal , c'est à dire en diminuant le nombre dee conmb. Mais les ìn- 

■ convenients dont on se idaignait gagoèrent en prolòndeur co qu'ila 

■ perdaieot en etendne; il fallnt tupprimer ceUe magittrature , et on la 
a nrnplofa par un Podettà de juetice « (Voi. I, p. 41 4J. I Fiorentini non 
dettero, allora il governo della repubblica nelle mani d'un magistrato 
Gjrestiero, percbè questo sarebbe stato un mettersi sotto la tirannide, 
come avvenne più tardi col duca d'Atene. E invero , ci duole il dirlo , 
ma quando l'autore parla di queste magistrature fiorentine non ha molta 
esattezza, nèahbastanza precisione; confonde spesso le attribuzioni di un 
magistrato con l'altro , e non ha una idea della politica e dell'arte di 
governare a quei tempi- 

Doe cose gli hanno nociuto assai ; l'una è stata il volere entrare in 
particolari, che poteva del tutto tralasciare, l'altra una fiirìa soverchia 
nello scrivere. A che altro, per esempio, che a furia si può attribuire un 
errore come questo t Parlando della volontà di S, Domenico sul perroet- 



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430 RASSEGNA U LIBRI 

tere o no ai anoi fratetli di poesediire , dice il lig. Pemos : • ti dai! 
mari saru s'Hte pnmoneé » (pag. 71, Voi. I), e sita la tIU dal Santo aerttla 
dal P. Laoordaire. Ora in questa vita , netta edizione da lai citata (Pa- 
rigi 48U), al cap. XTII, pag. 668, è Bcritto cosi : a Aprèa cela , 'A se lonnia 
' de nouveaoK vera eox, et amptoyant la forma aaeré do toaUmant, 
« il leur dit ; VoicI , mee fr^^ bien alméa , fberitaga qoe je vasa 
a lalve, comme i mee eubnla: ayez la oturité, swdw l'boMfiilé, 

■ poMMtu la fXHtttret^ votoiUam. Et afin da donnor une ^m grande 

■ sandion ò la claose dn testamenl qaì rtgardail I» poHonti, il «a- 
•e ftapt de la moMietioit de Dieu il de la eiume fuioaiifM aterait oor- 
( rompre «on ordtv «n y entrùdaitont la poeuttion dw Usnt da os «andt ■. 
Precisamente il contrario di ciò che dice il eig, Perrena. Ork i 
soverchio ed inutile farmarai a parlare ancora di qoeata faiogrda, e 
quale siamo stati gìii troppo aereri eritfei , ooMrtltf a dò dalf iu 
slessa del libro , il quale ha tali pregi efae non d era pemieaso | 
in silenzio , o piglìarìo in esame leffiermente; e d'ahrondM, vi tooa Idi 
imperfezioni che non potevaaw unirci co^ altri gionuli a far dela 
lodi vaghe e confuse, senza dkMarara qnaUe osaarvaaloBi «he la Mtara 
del libro ci ha obUtgato a hte. Dnro e penoso «fficto è qcxUo del critico: 
spesso gli occorre notare severamemle i difetti « gli errovi d'ini IUmo 
in cui h spesa molla fatica e mtdta diligenza ; ma la verilk A sape- 
riore ad ogni sentimento personale, e bisogna dirla qnando anche ci 
riesca Ingrato. 

La MograBa inglese scritta dal sig. Madden è venata aBa hice (4SU) (4) 
quasi contemporaBeamente a quella del Big. Perrena: hanno avuto io- 
nanz) i medesimi materiali ; amb edne hanno ricevuto grande «tote di 
notizie e documenti dagli scritti del Padre Harcliese ; fono nen si 4 pò- 
tnlo valere^ dei lavori dell'altro. Ha senza dire oh» 3 Usgrato franeeM 
ha studiato nelle biblioteche d'Italia, cosa ohe ¥ Inglaae nea ha fatto) vi 
è tra l'uno e l^ttrb tate infinita distanza , che d asterraBie ds qnaion- 
qne paragone. Bisogna tncominefare da quealo, (te il Big. Maddeo eo- 
noece troppo poco b tingna italiana per scrìvere sopra un soggetto qua- 
lunque di storia it^ana. Nen diremo cbeneHa sua c^ra non vien mal 
riportato nn verso italiano , senza clw vi sieno tanti ervori d'ortografb 
quante parole; questi naturalmente sono colpe del tipegraib, visto ap^ 
cialmente che non di rado avviene lo stesso nei pas^ latkti, il <te ne* 
potrebbe ia alcun modo attribuire a colpe del sig. Màdden. Ma dw sensa 
vi sarà per gli errori nei quali cade traduoendo daUllaliano in in|^aee? 
che dire quando traduce, dioerto in tuddenly (di córto), compowtr» in 
compare { comparare) , mm cagione di ritte in «re pradvetioa of riéieule 

Hi Questa è una secoada edizione, quasi det tutto rifusa e rloaovalà , d'un 
altro lavoro venuto alla luce parecrhi anni sooo. 



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&iSeBGNA DI LIBRI fSi 

(SODO cagicma dì riso); che dire qoando questo «code ad ogni pie sp- 
spinlo T Si potr^be rispondere che ad un forestiero cbe non scriveva 
in Italia , cod pocfii aiuti , con nitrite difficoltà , bisogna perdonar ai<rito ', 
agl'Inglesi questi errori passeranno inavvertiti, ^Italiani vi rìmedieranno 
col tenere aooanlo l'originale o ool non leggere il libro dd Big. Hadden. 
B sia. Ma perche cade in tanti errori di latti , di cose le più comuni , 
le più atraltamente attinenti al suo soggetto T Citare , per esempìD , un 
brano d'una predica del Savonarola cbe non è mai esistita , come gli à 
avvenuto a pag. 319, Voi. I , ove riporta un passo del Bermone cbe il 
Savonanda tenne a Brescia nel 1i8i, sermone cbe non si h mai avuto 
nò a stampa , né manoscritto. In una notizia sopra i ritratti jH^meesa 
all'opera , tì è tale con&isione , cbe cbi li avesse tutti inoaori , e nei me- 
desimo tempo leggesse le parole del Hadden, troverebbe impossibile ca- 
pire di qoab esso intende parlare. A pag. 340, per darci una prova della 
instancabile attività dti Savonarola, ci dice .' ■ le sue predicbe non erano 
appena finite nel Duomo, cbe ricominciavano in S. Repanta. — Hia la- 

■ bonre in Ihe polpit were onoeasiug tbe labóurs in the Duomo 

« were no sooner endad tbsn they b^n in tbe Heparata *. Ab imo 
dime omtta. 

Se oggi vivesse ancora il Boccalini , sarebbe assai beile cbe invece di 
condannare il suo laconico a leggere la descrizione della guerra di Pisa di 
Messer Francesco Gniociardini , muterebbe idea e h) eondannerebbe alla 
pena assai più dura e più lunga di leggere b biografia di fra Girolamo 
Savonarola scrìtta dal sig. Madden. La dottrina di questo inglese è la tor- 
tura del povero lettore ;nd suo. libro egli taa[l'alHtadìQe dì citare, non a 
versi o a pagine, ma a diecine di pagine ; e non autwi d'una sola lingua, 
ma di tutto; e non d'un secolo, ma incomincia dalla Bibbia e finisce al 
Tònei : onde ha il pregio singolare d'essere a un tempo stesso la biogra- 
fia del Savonarola , ed una raccolta dì pun tetlti dì tutte le letteratura 
del mondo. I suoi due vtriumi , i) laimo dei quali di iSO , il secondo di 
480 pa^ne , ne coaten^no forse a btica SOA del sig. Hadden. A questo 
bisi^na aggiungere il suo metodo di raocontere, che è qnakbe cosa sui 
gmuri» , trovato per dilettare singiriBrmente il lettore. Pigliamo ad esem- 
pio la sua introduzione , la quale può servire come mddello a fore imma- 
ginare tutto l'ordito dell'opera. La prima parola dell'opera è, Deniua , e al 
terzo verso iooomincìa la traduzione d'un'intera pagina della sua opera 
sofie Bivoluzioni d' Italia ; di poi si entra subito in materia. La scena 
si apre colla caduta dell' Impera Bomano e le irruzioni dei barbari ; so- 
pra un blto di tenta importanza ci sono dato naturalmente le opi>- 
oloai di Gibbon, Guizot, doti. Hiley, dott. Doyle ec. ec. ; sempre 
con Io stesso metodo, non dicendo mai nulla che non sia fondato 
sopra qualche autorità; la quale non viene solo citata a piò di pagina, 
ma per maggior comodo del lettore viene rìporteta o tradotte per ìn- 

AiIcii.8t.It., UitopaSerit, T.lll, F.l. iC 



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12S RASBEGMi DI LtBHI 

tero nel corpo stesso dell'opera. SI viene poi a parlare delb contea» delle 
investiture, del sorgere dei municipii, deOalega lombarda e via discor- 
rendo, fino a che le libertà italiane cadono sotto la tirannide dei tigno- 
roUi. Siamo al secolo XV, il secolo del Saronarola : il lettore finalmenla 
respira. Invano , giacché il Savonarola tenne tma parte grandissima ne- 
gli affari di Pirente, e bisogna dire un poco di questa : essa ■ discese da 
Fiescde ab antico > , cbe era cittfa etrusca : una parola dunque so- 
pra gli EtrusAi , sopra Fiesole , sull'origine di Firenze , soUe sue di- 
scordie. Guelfi e Ghibellii^, Bianchi e Neh, e cosi fino a Lorenzo dei 
Medici , non senza le necessarie citazioni e quaUAie documento inte- 
ressante : nell'appendice , per esempio , Ve un nuovo documento sull'ori- 
gine dèi Guelfi e Ghibellini , cioè un brano tradotto dalla Storia della 
letteratura italiana del Ti raboschi. Giunto a questo punto il sig. Madden 
si ridi daccapo, incominciando a broi la storia drila famiglia dai Medici , 
e giù sino al Savonarola , e cosi finisce l' introduzione. Lo stesso metodo 
vien seguilo in tutta l'opera. — Il primo capitolo finisce coU'ontrata del Sa- 
vonarola nel monastero, ed eccovi il secondo capitolo intitolata : ■ Monks 
and Monasleries t, nel quale il signor Madden, colla solita sua universale 
erudizione , iDComiocia da S. Paolo primo eremita , S. Antonio abate , 
S. Benedetto, ì Benedettini, un compendio della loro mirabile costituzio- 
ne , e via disoorrendo. — Si parla delle visioni e profezie del Savonarola : 
nel trattare di questa materia , le prime citazioni son prese dal Ccemoe 
di Humboldt e dalla Storia d' Inghilterra di sir James Haclciniosh , poi 
si viene a Moei, poi si traducono alcune pagine dell'opera ddGersoil, 
• De probatione spirìtuum b ; e quindi si viene a S. Teresa. Questa Santa 
ebbe visioni e scrisse su di esse ; non sarà discaro avere un compendio 
della sua vita, ed il signor Madden si mette coraggiosamente all'opera, 
e poi ci parìa delle opere che la Santa ha scritto. Non diremo nulla del 
modo tenuto dal signor Madden nel l^rci conoscere le opere del Savo- 
nanda ; il suo metodo è assai semplice , ci dà una traduzione di tutta . 
l'opera o dei capitoli principali , secondo l'occorrenza. 

Ma come mai , ci domanderà il lettore , un tal libro ha potuto avere 
del successo in Inghilterra ? I giornali ne hanno parlato con bvore , 
l'Àtkenaewn lo ha'iodato ; esso è venuto fnori nel 51, e gik ne è annun- 
ziata un'altra edizione; gì' Inglesi son maestri nello scrìvere la storia, 
come potevano lodare un tal libro T Prima di tutto bisogna sapere ohe 
il Savonarola è di moda in Inghilterra , e questo vale per molto ; il solo 
titolo fa trovar motti lettori e compratori. GÌ' Inglesi fino ad ora avevano 
un gran desiderio di leggere la vita del Savonarola e non sapevano dove : 
il Meyer ed il Rudelbach f ma essi trovano la filosofia e la teologia te- 
desca dllEcile a digerire : il signor Perrens T egli scrìve da cellolico ; non 
v'è dunque che il signor Madden. Ha che ci diri il lettore quando sa- 
remo costretti a dirgli che il signor Madden è cattolico , e che per lui 
il Savonarola è un martire, un santo, un profeta del cattolicismo ? Il 



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RASSEGNA DI LIBBI 4x3 

catbriioiBioo dol aignor Hadden però non è gusle si potrebbe fftcilineote 
immaginare , esso è ^miìe a quella veste : 

Ad ognun buona che se la mettesse , 
Poteva un larga e stretta e lunga avella , 
Creepa e schietta, secondo che volesse. 

Prima di tutto, egli vorrebbe una cominUta separazione della Chiesa 
dallo Stato; po4 vorrebbe del tutto abolire il potere temporale dei papi. 
E questo i poco ; trova che la chiesa in Italia non ò più indipendente ; 

■ Non ha (orse , egli dice , l' imperatore d'Austria un velo nelle eleziODi 
1 pòotifioalìT Non ha forse la Francia un esercito nella oitt^ eternaT e non 

■ fnò con esso intromeUersi nelle cose spirituali e temporali ? > (Voi. II, 
pag. SU-16). a Italy no longer aflbrds a safe locality for the independence 
« oF a church of a tmly Christian spiritual charscter » [pag. 136). L'Italia 
non À più un posto sicuro , dunque, che la chiesa porti la sua sede in 
Gerusalemme o in Betelemme^ in Nazaret o in un' isola qualonque del 
■editerran«o, e via discorrendo. Egli ctmohfude il suo libro col dire : 
« Io mi sono (ormato a parlare Uberamente su^i abusi della oorte di 
« Roma , sui danni ohe nascono dall'unione del potere temporale e spi- 

■ rituale ; ma io non ho avuto in animo di toccare alcuna delle dottrine 
■■ di quella Chiesa , per la quale non vi ta nui un ornamento più sfden- 
« dido che GKndamo Savonarola , né una maggiore calamità che Ale»- 
« Sandro VI «. — « Ot which I believe never was a brì^ter omament 

■ Iban Girolamo Savonarola , nor a greater calamity tban Aleicander . 
« the sixth ». E cosi finisce. Il concetto ed quale è scritta tutta 
l'opera viene espresso chiaramente nel titolo di essa : ■ La Vita ed il 
martirio dd Savonarola, iUustrativa deQa storia deU'nnione ddla Chiesa 

e dello Stato s. H Savonarola è stato il primo a combattere questa mo- 
struosa unione , della quale uon si ebbero mai a sopportare più dure 
conseguenze che sotto Alessandro VI. e Per la prima volta nel mondo, 
«dopo il tempo degli Apostoli, egli predicò e per molto tempo con 
« successo , una lega ed un paltò strenne fra ì diritti del popolo e gli 

■ interessi della religione , tra la liberti civile ed il governo delta Chiesa, 
« tra il popolo ed il clero *. Oltre a ciò, egli è il rappresentante di tutte 
le idee politico-religiose del signor Madden. 

Noi non posnamo seguirlo più oltre in queste quìstioni , troppo gravi 
per trattarsi in queste articolo, espresse con troppo poca ferme2za d' idee 
p^r merit^« d'essere confatate o sostenute. Non diremo che voler fare il 
Savonarola l'eroe che prima combatte per separare la Chiesa dallo Stato, 
è un voler dare uno scopo politico a colai che ta principalmente uomo 
religioso ; un veder metlare uél seoolo XY ie idee del nostro j un niisco- 
e che lui sottoponeva tutte alla religione , e se fondava la repnbbli- 



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iU RASSEGNA DI LIBRI 

ca in Firense , egli era perchè meglio serriiBe a tar trionhre la rdigkiBe. 
Ha noteremo come quella specie di catlolfciamo che indioa al prt>- 
teetantismo, e si libra iocerto fra i due, ba aperto al ngnor Hedden la 
via ai lettori iugleei , e specialmente premo quel numero non piccolo di 
protestanti , che sotto nome di PuseisU iaidinano ora al cattolicisBU); ed 
i un btto nuovo, ma pure d^oo di osBerrazione, ohe da qualche anno 
I»ù libri hanno avuto successo a cagione di tali prìnci{g. 

Se noi dovessimo notare un pregio in questo libro , non sapremmo 
trorame altro che qudlo di riconoscere nell'autore tuia sincera ammira- 
zione pel Savonarola , una piena fiducia nel suo carattere. Noi ci avve- 
diamo che egli ha letto con vero amore alcune opere del Savonarola, 
che, se fosse vissuto ai suoi tempi, non avrebbe esitato a brsi suo disce- 
polo. Né sapremmo vedere altro da lodare in que^ due grossi vedami, 
che non potranno mai ripagare il lettore italiano del tempo ohe do- 
vrebbe spendere a leggerU. 

Ed ora bìsc^na finalmente oonchiudere e dire, dx dopo tanti scritti 
sul Savonarola, ancora resta molto a desiderare. Gl'Italiani, qnando m 
ne eccettui il solo Padre Marchese , hanno finora del tutto abbandonato 
il soggetto , gli stranieri lo hanno tentato con diligenza , con perseve- 
ranza, con penetrazione; ma l'indole di quell'uomo era troppo esaen' 
zialmenle nazionale, perdiA non venisse alterata nelle loro mani. Sap- 
piamo che in varie parti d' Italia si Ihnno nuove ricerche e nuovi stadi; 
e cerio il soggetto merita l'attenzione di ccAfxnt cbe amano la stor» 
della nostra patria. Y. 



Memorie ttondit degli uiUmi cinqnanta anni della ReptAbliea vmeta, tratte 
da scrini « documenti contemporanei, con note di Fabio HoriinLLi. — 
Venezia, 1864; un volume di pag. XXii e SU. 

La caduta della JUftihllica di Veneùa ed i tuoi ultimi einfuonfa anni, 
ttudi atorin di G1BU.AV0 DAnooio. — Venezia, 1S56; un volnme di 
pag. 338. 

I. 

La storia del decadimento e della caduta de^ Stali cto ebbero noiSM 
e potenza nel mondo , più di quella del loro fiorire , è feconda di gra- 
vissimi insegnamenti ; e sebbene nulla sia durabile sotto il B<de, ed anohe 
^i Slati , che sono httura umana , soggiacciano alla legge generale di tutte 
le cose , pur tuttavia per quella parte cbe ha sempre la liberti dell'ar- 
tntrìo cosi negli atti nugoli dell'individuo come nei coUettivi ddle naziom', 
non è da credere cbe la decadenza politica di uno Stato sia un cbe di 



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USSEONA DI tlBKI ISA 

fatala , contro cai né fona di votantb ah modo civile valgano a oieple. 
Part lunerfa sempre utile !o stndiare le ilorie ddl'epocbe di decadenza, 
per «ppreodere a non pred|»tare in quelle vie ohe oondofieero altn po- 
pdi in perdizione , e hre nostro prò della conoeoeiUB delle oaiue da cui 
derivanHio le vmìIiazItHii di tante lamoee grandezze. 

Le qnali cause vo^ionsi distingoere in ptditìche e morali ; e la loro 
azione talvolta è comene e simnltaoea, pia apesso distinta e suc- 
cessiva. Le cause politiche stanno in quel cumulo di circostanze 
esteriori, per le quali uno Stato cessando di avere nelle bocende del 
mondo quella parte cbe gli spetta , perde a poco a poco la sua forza di 
espansione , e à consuma nel sentimento ddla {vopria impotenza. In 
questa trista condizione , uno Slato politicamente decaduto si cOTrompe 
andie moralmente nelle le^ e nei costami , deviando da quelle nonne 
di giustizia e di rettitudine , al di là delle qaali non VA prosperiti du- 
revole né per ^ individui n^ per le nazioni. Cosi le acque fluenti 
dtnltute fra i sassi mantengono limpide • salobri , mentre stagnanti 
nella morta quiete d'un padule si fonilo presto limacciose e micidiali. 
Questa legge è universale , e da ciò derivano le molte rassomiglianze 
che hanno tra loro le storie della decadenza dei vaij p<^li, i quali 
mentre procedono diversisairai nel perìodo asceudente di lor civUti , 
vanno grado a grado uniformandosi quando declinano al disfccimento. 
Né ciò accade soltanto per virtù o vizio che certe forme di governo 
intrinsecamente abbiano , ma per una interna dltooluzione di ogni forza 
sodale, da cui deriva che la vita pubbUca si oontamìni di tutte le soz- 
zure che hanno già guasta la vita privata , mutuandosi ambedue la pro- 
pria corruzione. Così vedonsi i Greci , pervertiti nelf iutelletlo dai sofisti 
e dai retori , decadere sotto la Repubblica ; ì Romani, avviliti nell'animo 
dai godimenti materiali e dalla servitù , decadere eotto l' Impero. 

L'azione delle cause morali che è pia latente di qudla delle cause 
politiche, per questo appunto merita di esser con più precisione dicUs- 
rata. Le società umane che sono aggregali d' individui , per non scom- 
porsi , j)er serbare quella coesiono di vita civile che dh ad un popolo 
peraonalità distinta di nazione e di stato , hanno bisogno , come avverti 
il Chateaubriand , di spontanei ed universali consensi almeno in tre or- 
dini di verità; consenso nel vero religioso , nel vero politioo, nel vero 
filosi^GO. Quando sopra questi tre ordini di verità gli uomini comin- 
ciano a nw aver [hù dottrine concordate , e la ccntradizione ddle opi- 
nioni si manifesta non sofo sui disputabili , ma su tutte qoante le verità 
' , allora cominda quell'anarchia intellettuale che prepara la 
e dello Stalo. Non c'è più comunione d' idee e di sentimenti ; 
tatti i postulati si cangtano in problemi ; le parole perdono il loro signi- 
flcato ; si confondono le nozioni del bene e del male , e cosi ogni regola 
di morale condotta A sovvertita. Per ^i Stati caduti in questa mìsera 



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18t KAS6EGNA DI LIBRI 

condizione , larvata per ifiulcbe tempo da oerli consensi officiali c^ 
mentiscono un* concordia fattizia , non v' ha più rimedio che basti. 
Tutti i governi sono ugualmente impotenti ; le rivoluaoni aggravano e 
non scemano i mali ; le nuove leggi aumentano la confusione dagli in- 
teressi ; i nuovi libri l'anarchia delle idee : e tutto diventa strumento 
di distruzione. 

' Lo spettacolo degli Stati che per tal modo si disfanno moralmente 
dopo di essw politicamente decaduti , è più doloroso a contemplare di 
quello degli Stali cbe periscono sopraffatti dall'impeto di forze ste-aniere. 
Ha se per avventura accade cbe la foraa straniera finisca di [ospitare 
Stali già decaduti e morenti , gli uomini facilmente assoiv<Hio l'opera 
della violenza, quasi abbia anticipato l'azione del tempo. Se non cbe 
quando é distrutto in questa guisa unO Stato famoBO di nome -e dì atti, 
anche coloro cte non compiangono alla sua caduta , vwrebbero vede* 
balenare nei suoi estremi aneliti. un lampo dell'antica grandezza. Dopo 
averne sanzionata la condanna , dopo averlo dichiarato indegno dì sus- 
sistere , dopo aver quasi benedetta la mano che lo spense , vorreUiero 
che come Cesare dittatore o come il gladiatore del circo si fbeso oom- 
poeto alla dignità del morire. 

Queste avvertenze ci sono sembrate opportuno preludio alla storia 
della caduta di Venezia , per esaminare Bn dove sia giusta la severità 
dei giudizi che ne portarono i contemporan^ ed i posteri. 

' La più parte degli stoiici si studiarono di rappresentare la Repubblica 
di Venezia nell'ultimo secolo di sua esistenza come caduta in stato Jns- 
sìBGimo , priva di senno civile e di sussìdio d'armi , corrotta nei costumi 
del suo debole patriziato , tirannica nel governo dei soggetti , servile con 
gli stranieri , mal celando la propria debolezza con le astuzie d'aua 
subdola diplomazia; e dopo averla rappresentata cadavere anche prima 
deUa sua morte , le dissero contumelia percbi non seppe morire eroi- 
camente, perdtè ntm ebbe quella virtù cbe i suoi accusatori le nega- 
vano. Queste cose fiiron dette di Venezia dagli storici stranieri (() ohe 
intesero ad «solvere la grande ingiustizia della conquista francese , e 
vennero poi ripetute anche dai nostrali , non tanto perchè il rieletto 
delle cose italiane non è virtù nostra , quanto per facile sfogo d' ire de- 
mocratiche. Storici , romanzieri e poeti evocarono le pallide ombre degli 
Inquisitori di Stato ; fecero assistere i lettwi alle misteriose adunanze 
del Consiglio dei Dieci; rammentarono il canale Orfano, il ponte dei 
Sospiri , le prigioni dei Piombi e dei Pozzi ; e tessendo racOMtti dì S];»e- 

it) QUImoil Limartioe, oel ido libro sul presanle e sali 'avvenini dalla Repnt>- 
bUea francese , chiama Veaeila aoa JtqntbbUca mUo fonaa di àiiaUmt. Anobe 
questa à una delle tsale frasi che oggi fumo fortuDa ; ma siccome non voglion 
dir prpprio nulla , surebbo tempo ECiupato fi perdersi a confutarla seriameote. 



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RASSEGNA DI LIBRI 1*7 

late immanità , di tirannie ioaudile , scagliarono male4iKÌoni coatnt' il 
Leone di S. Marco. Vero è che contro queste condanno passitmate, sor- 
sero dì tempo in tempo ooraggiose dlTese ; ed oggi anzi sembra che it 
mal veicio cominci a cessare , e nn certo amore delle memorie venete, 
anche fiiori delle lagone, dì indizio che il pubblico italiano cerca di 
essere illuminato, e chiede alla storia imparziale la riparazione di cosi 
Innga ingiostizia. Non poche opere pensate e coscienziose sulla storia 
Veneta vennero stampate negli anni scorsi , ed alcune molto lodate sono 
ora in via di pubblicazione. E questo ci sembra intento nobilissimo degli 
scrittori veneti , non solo perchè è sempre opera buona il vendicare la 
patria e la verità dalle declamazioni dei retori , ma ancora perchè gli 
ingiusti giudizi pronunziati contro Venezia ci son sempre parsi ingio- 
riosi alla intiera nazione , della quale la Repubblica veneta fu per oltre 
dieci secoli splendida gloria e fortissimo propugnacolo. 

Ed infetti , a noi è sempre stato nell'animo che dopo il senno e la 
potenza di Boma antica , nell'Italia moderna non siavi nnlla che possa 
paragonarsi a Venezia , sia nei sapienti ordini di governo , sia nei con- 
cetti politici , sia nella virtili guerriera , sia nel carattere dei suoi citta- 
dini. Dopo la lega Lombarda , i fotti più belli e sicuramente i più puri 
della storia Italiana , son quei di Venezia. Il Veneziano era tbrse il solo 
Italiano dei tempi di mezzo che si sentisse figliuolo d'una patria grande 
e forte , cbe gli dava onore e protezione. Da tutte le altre parli d'Italia 
uscivano profughi a limosinare il pane dell'esilio , o ad accattare prote- 
zioni per crescer discordie nelle loro patrie divise : da Venezia partivano 
arditi navigatori cbe portavano il nome veneto in regioni lontanissime , 
e tornavano salatati dai loro concittadini , ai quali recavano i prodotti 
di paesi sconosciuti e additavano vie di nuovi commerci. Le altre Re- 
pubbliche appena uscite dal pomerio delle loro città , si gettavano sulle 
terre vicine e ne hceano barbara conquista (1) ; Venezia per contrario 
si studiava di rendere accetto il suo r^gimento ai popoli soggetti (3), 
onde il suo gonfione ebbe dai Dalmati di Perasto quel bellissimo com~ 

(1) Firenze pei' tener P!i;a volevi che le acque impaludate della pianura rea- 
de-^sero micidiale l'aria ai radi abitatori ; qual govamo facesse Genova della Cor- 
dea, a tutti è nolo. 

[il Fra gli alti di singolare sapienza politica del Governo Veneto verio le 
Provincie , vuoisi citare il provvedi menta preso al tempo della guerra di Chlo^ 
già. L'eaercllo dei collegati essendo in procinto di occupare le Provincie di Ter- 
raferata , e Venezia non polendo difenderle contro tanto sforzo di nemici , le 
sciolse dal ginrantenlo di fedeltà. Cosi qnei popbll sopportarono la vicleDM dell'in- 
vaaiooe seaza il dovere d'una resistenza che lo stewo abbandono in cui «rano 
lasciati , dichiarava impossibile ; ed il Governo Veneto lornuido In possesso di 
quelle provinole , oon ebbe occasione di punire traditori , ma gli bast6 di riiou- 
nerare con premi i fedeli. 



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438 RA&BBGHA DI UBRI 

pianto , che ogni più onorata insegiu dì governo vorrebbe avere meri- 
tato (4). Nelle altre RepubUiche coatidoo mutare di leggi, ctHitiDao 
awioendarsi di Bedizioni ; a Tene>i> conservati religiosameote ^ anti- 
chi statati , 9 in tatta la sua storia due strie oongiore inteme per sov- 
vertire lo Stato , una per ambizione di Varino Faliero , l'altra per gfin- 
trìghi del Bedmar ambasciatore di Spagna. Nelle altre Repubblu^ la 
liberti conqoistata dai popolani con ingiuria dei nobili , era i»etn di 
scandalo; a VenezÌB la liberti fondata dall' aristocruia era da qnelh 
mantenuta e difesa senza destare popolari rancori; nm ultima anat»- 
gia ani^ questa tra Venezia e Roma antica e la moderna loghUt^-ra. 
I patrizi nel resto d'Italia eran figli delle razze conquistatrici , e si man- 
tennero per lunga stagione gente manesca , cresciuta nel saldine e nei 
corrucci delle discordie civili , senza amore della terra a cui si sentivano 
stranieri : a TeoezÌB i nobili erano il ceppo antico della nazione, la loro 
citti consideravano come propria fattura , e al suo servigio v(dentwo6Ì si 
dedicavano , primi nell'obbedienza alle leggi , primi negli uffici e oe^ 



(4) Del cocnplaDla del Capo della Comuottà di Parasta in Dtlnu^ saldar 
•epoltnra al reisillo di S. Uan» , parlA anche 11 Tommaseo nella 3.* dispensa dì 
quest'Archivio Storico : il Dandolo lo rìrerisce per Intiero ■ pag. tt , e non pHÒ 
leggersi senza commoiioae ; tanto è sublime oelli sua sempllclU. Crediamo dì 
br cosa grata ai lettori ristampandolo in questa oata. 

• In sto amaro momento , in sto ulilmo sfogo d'amor, de IMe al Veneto sere* 

■ alsstmo dominio, al Gonhlon della serenissima Repubblica, ne sia de conforto, o 

■ Cittadini, cbe la nostra condotta passada, ohe qoeìlB de sii ultimi tempi rende pib 

• giusto sto atto Aitai ma virtuoso, ma doveroso per nu. Savari da ne e' vostri 

■ fioi , e la storia dei lomo Ibri saver a tutta l'Europa ohe Perasto ha degnamente 

■ soetenndo Ano all'ultimo l'onor del Veneto Gonlalon, onorandolo oo sta atto 
a ioleiiDa, adeponendolo bagni dei nostro uniTorsal amarlssimo pianta. Slbgbeao- 

■ se, Cittadini, slbghemose par ; ma in sU nostri ultimi senlimeotl col quali sileno 

■ la nostra gloriosa carriera corsa sotto al serenissimo Veneto Goremo, rìvolgemo- 

■ se verso sta insegna che lo rappresenta , e su de ella sfbgbemo el noatro doloc. 

■ Per 377 anni la nostra fede , et nostro valor l' ba sempre custodia per terra e 

■ per mar , per tutto dove ne ba chiami 1 so nemici , cbe xe stai pur quelli 

■ della Religione. Per 377 anni le nostre sostanu , el nostro sangue , le nottte 

• vite le xe stae sempre per ti, o Sin Uarcoi e Ibllcisslml tempre te avevo 

■ reputi , ti con nu , nu con U I e sempre con ti sul mar nu semo stai illustri 
' e virtuosi. Nissun con li n'ha visto scampar , nissun con ti n'ha vieto vinti e 

■ paurosi. Se I tempi presenti ioltelicissimi per inprevidenia , per dlaaensioa , 

■ per arbitrii illegali, per vizi offendenti la natura e el gius delle gniL , noe 

■ avesse ti tolto dallltalia , per ti in perpetuo sarave stae le nostre aostanae , 

■ el sangue e la vita nostra ; e piuttosto che vederle vinto e desonorà dai toi , e) 

■ coraggio nostro , la nostra Ibde se averave sepelfo sotto de ti. Ha la che altro 
a non ne resta da Tar per ti , el nostro cuor sia l'onoratisslnu to tomba ; el pih 

■ puro e el più grande to elogio le nostre lagrime >. 



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RASSEfiNA EH LUKI 489 

onori, ma primi ODche nei carichi e nei penetri (tj. Sappiam bene cbe 
oggi questo primato patrizio b appunto la cagione che b maledire Venezia 
antica ; sappiam bene che anche contro le ombre del passato vuol com- 
battere oggi la democrazia. £ noi non vogliamo davvero tentare resur- 
reziooi , ma ci si cwisenta almeno di accostarci con rispetto a queste tom- 
be gentilìzie , di non cancellarne le iscrizioni scritte sovente col sangue 
versato per la patria , di non blsare la storia degli avi colle passioni dei 
nipoti ; ei si consenta di aolaredenza taccia di servilità , come te aristo- 
crazie fortemente costituite siano state le side che abbian saputo fiHidare 
Stati forti e liberi , governi savi e duraturi , e compiere coee grandi , e 
reggere alle prove della sventura, e rialzarsi dalle cadute , e vincere il 
tempo e la fortuna [IJ. Questo per il passate : l'avvenire diri se coi nuovi 
materiati possano costruirsi cosi stupendi e durevoli monumenti.' 

Ha questa virtù di forza , di uniti , di durate, anche le aristocrazie la 
perdono , e traggono anch'esse gli Steti in rovina. E l'aristocrazia venete 
decadde por troppo , e allo splendore della sua gloria successe il triste 
crepuscolo del suo avvilimento (3). Ha la sua vite aveva sOdate il corso 
di oltre dieci secoli I 

[4] Sebbene la storia dell'Arittoerazia veoeti sia la storia di Vaneziai, pure 
earebbe aoch'oggl argomento nobilissimo il riDgiovanlrs quali* che gli ne scrisse 
11 Saosorino. Fa meravIgUa che Pompeo Lltta nella eoi storia delle hmlglle cele- 
bri , dimenticasse aSktlo 11 Fatrìiisto Vspeto, che poteva offrirgli campo larghis- 
simo di gloria , ed occasiona di esempi più frntluosi per la generazione presente , 
che non siano quelli che diano gli Sforza, I Visconti, i PatlavlcinI , 1 Cibo ec. 
fi) Holte istituzioni delle qasll oggi assai si giova e mena ranto la civiltà , 
ebbero origine a Venezia. Senza parlare delie leggi marittime , à da ricordare 
l'istiluilone dei Consolati nelle piazze di commercio , a cui pensar il Governo ve- 
neto prima (Tcgnl altro ; e l'ufo delle efcmeridi politiche , le quali sotto il nome 
di GtaMUe cominciarono a stamparsi dal Veneziani. 

|3] Una prova dei degenerali spirili dei patriziato veneto e dalla vita tutta 
sensuale a cni s'era dato , si ha nella nata della spese occorw negli otto giorni 
cbe li Consiglio del Quaranta stette chiuso in palazzo per l'elezione dall'ultimo 
Doge Lodovico Manin , che succede al Doge Paolo Renler, Questa spesa , secon- 
do il Hntinelli (pag. 178 e seg.) , ascese a lire 378,387. Fra 1 diversi titoli di spesa 
è corioso II notare i seguenti ; 

Tabacco da aase e da fumo Lire 4931 

Carte da giuoco ■ SM 

Esemplari del poema lo 5caraffHiec(a ... ■ 48 

Almanacchi e Lunari ■ 8 

GiDochl da JlochamboU > SttO 

Berrette da nelle •480 

Borse per la coda ■ 48 

Tabacchiere di varie specie. ■ 3067 

Pettini da tifi^, da JKHuHlec • «HO 

Essenze dì rose , di garofano ec > 473 

Da Rosario > 1S 

\Mch.3t.1t.. HuoeaSrrie, T.UI, P.l 17 



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RASEEQNA DI LIBRI 



II. 



Quest'epoca JDfausla della storia Veneta è appaato il soletto delle 
due scritture ÌBtoriche che abbiamo notato in fronte di quest'articolo , e 
di cui ci par conveniente di dare un sunto ai Lettori dell'Archivio; i quali 
oonOdiamo che ci perdoneranno l'esordire che abbiamo fotto dalle ^rie 
Venete , innanzi di scendere alle umUiazionj ed alle vergogne solle 
tracce che ce ne d&nno gli Autori dei libri che abbiamo preeo ad 



Come fu primo il Mutinelli a pubblicare le sae Hemorìe sogli altìmi 
cinquanl'anni della Hepubbltca Veneta , cosi da luì prenderà le mosae 
il nostro esame critico. 

n Mutinelli comincia il suo libro cosi : ■ Mucido , debile , aceoMtiato U 
« corpo ; perduti l'anima , per que'cadevoli impacci , i dtiettamenti nioi pia 
« man e la vivetia di un fempo ,' n^ piit sorgendo ^ue'dl beiliaimi in cui la 
■r immaginazione, bogliente al pari del sangue , facea bello qwmU> ne eireon- 
■ dava , e di un certo solletico vestiva le nostre slesse sperarne , Fuom , 
I giunto olla decrepità, vegeta, non vive. Abbenckè da Dio all'uomo, 
a dalFuomo agli animali irragionevoU e alle piante, la catena degli esseri si 
B Spesisi due volte , nientedimeno ehi raggiunge la veechiessa estrema , ve- 
n gela , non vive , e pressoché uguale <dle piante, k quali, sema riflettere 
n alla esistensa loro , nasamo , vegetano , periscono , come esse , che in 
juirourora schiudorui le bocce per umettarsi di rugiada , tratto tratto aa- 
c ch'egli , quasi pulcino , apre la bocca af^ di cdrre la imbeccata , ordina- 
• riamente poi di si medesimo non avendo eosdenia tticuna i. ( Prefazione ). 
Da questo stranissimo esordio sarebbe malagevole t'indovinare dove in- 
tenda riuscire l'Autore ; e se il libro procedesse tutto in questo metro , 
ci sarebbe mancato l'animo, non solo di darne una succinta relazione , 
ma benanche di conlinname la lettura. Meno male , che posati a poco a 
poco gl'impeti lirici , la prosa ritorna prosa , e i concetti si lìuuio intel- 
ligibili ! Contro l'uso, qui la mostra è peggiore della balla, ed a tulio 
scapito dell'Autore. 

II HutinelH ha desunto in gran parte le sue Memorie dagli scrittori 
contemporanei , e tra questi dal Goldoni , dal Casanova , dal Gozzi e dal 
Ballarini. 11 Goldoni che ebbe dal Voltaire il giusto elogio di pittore della 
natura , non v'ha dubbio che non abbia rappresentalo i suoi tempi con 
verità , almeno per ciò che riguarda ì costami della gente mezzana e del 
popolo della sua Venezia ; non del patriziato, che egli conobbe da lungi e ' 
non potè ritrarre dal vero , e che era pur (anta parte della vita sociale 
dei Veneti. Con questa restrizione che non è di lieve valore , può accettarsi 
la sua testimonianza storica , anche Scendo ragione ad una certa esagera- 



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lUaSEONA DI LIBRI t31 

zi0iiebaS(HMEcanei(»raUari,che gli era imposta dalla necMHilk dell'arte. 
DtA Casanova non potremmo dire altrettanto ; perobè sebbene le me 
Memorie (Mnnoir» de Jaequa Catatxma de Seingaìt , eerits par lui méme) 
siano per molti riguardi un libro corioeissimo , pure non vogliamo cre- 
dere che tutta la società del secolo scorso fosse quale la dipinge questo 
cinico avventuriere , che condusse vita spensierata in compagnia di cor- 
tigiane e giuocalori , sempre avvolto fra la gente pi6 abietta, coaì del pa- 
triziato come della plebe, in tutte le capitali dell'Europe. Inoltre, per ciò 
che tiene alta verità degli aneddoti , troppo spesao apparisce nel Casa- 
nova l'artifizio del novellattve , troppo spesso offende l'inverosimiglianza 
del racconto , perchè ^ si possa fH^stare intiera credenza i né basta 
per dkbiarare il suo libro una fedek itbnia dei tempi e degU uomini , co- 
me fo il Mutinelli , l'affaticarsi a dimostrare ood docmnenti che il Casa- 
nova non errò nella data della sua nascita , nel nome della nave che lo 
condosse a Costantinopcdì col Bailo Franceeco Venier ; che non menti sui 
due prigionieri di Stato da lui trovati nei Piombi ; die veralmente il Pa- 
dre HarÌQ Balbi fuggi da quelle {«igioni , ed altre minuzie : troppe essendo 
le cose di maggior «mto che vorrebbero esser provate perchè il Casa- 
nova potesse dirsi utto atwico, e ntn un romanziere. H Gozzi era onorato 
geatiluomo , e nel dipìngere il suo tempo , certo non meati per volontà 
di mentire : ma le ingiurie della fortuna contro le quali ihhi seppe mai 
trovare ano schermo , tante gli resero amara la vita , che l'arguto ingegno 
non lo salvò dal ridursi un perpetuo piagnone , rare vcdte originale e 
spesBo dilavato, di tutte le cose dei snoi tempi. Inoltre, chi mai vorrà pren- 
dere alla lettera certe caricature di costumi che sono argomento dei suoi 
sermoni e delle sue osservazioni morali? Del Ballarini poco potremo 
dire perchè fu nomo oscuro , a malgrado che il Hutinelli lo predichi di 
gran Iettata tn maneggi ; e le sue lettere che formano sei grossi volami , 
gtacci<»io tuttora inedite. Si rileva che e^i era agente del Cantiere Del- 
fino , e quando il suo padrone andò ambasciatore Veneto alle Corti di 
Frauda e d'Austria [dal 1180 al 1191), egli aveva incarico di raggua- 
gliarlo minutamente di quanto accadeva nella ctttfa. Però il suo carteg- 
gio sembra che sia una cronaca scandalosa del tempo , utilissima per 
certo a consultarsi dallo storico , anche senza reputarla autoiwolùmma 
edi grande tettinumianaa , come piace al Hutinelli, 

Questo esame d^e fonti atoriche alle quali di preferenza attinge il 
Mutindli, l'abbiamo hito, non per sterile pedanteria, ma pervenire ad 
una conclusione che non ci sembra senza importanza. 

Le storie aneddotiche , le memorie , i carteggi non può negarsi che 
non siano fónti storidie pregevolissime , e dalle quali gli seritton pos- 
SOTiD trarre argomenti e fatti capaci di gettare sopra un'epoca quel lume 
che sovente si ricerca indarno nei documenti della vita pubblica d'una 
nazime. Diremo di pia , che non può farsi storia compiuta di un popolo , 



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132 RASSEGNA D( LIBRI 

senza esaminare i coelami , i sentimenti , le passioni d^li individui. Cod 
tutto questo, peraltro, chi voirà sostenere che nei docamenti ddU vita 
prirata sia (ulta la storia ? Che gli aneddoti valgano quanto ^ avveni- 
menti f Che le stizze e le maldicenze individuali siano criteri sioDri per 
ftmdare un giudizio ? Le storie aneddotiche hanno sempre un che di pe- 
ricoloso , tanto per i lettori dei quali lusingano la carioeità maliaoea , 
quanto per gli scrittori ai quali possono facilmente prestare armi per 
tutte le caose. I fattarelli e gli scandalucci possono dare tntt'al più la fi«o- 
n(Hnia dei tempi , indicare certe tendenze morali della società , teiere 
ai quadri storici quei colori iDdetermìiiati e quel sentenziare vago che 
pur troppo si vede dominare in molte storie moderne ; ma sodo poi id- 
BufBcieDti a dar ragione delle cause che informano i grandi avvenimeiiti. 
In<dtre é da notare, che se é un vizio logico il sabordinare i fatti singo- 
farì a principii generali prestabiliti , non lo é meno il dedurre da fatti 
singolarì conaegnenze geoeralissime. E n^'un modo e ndl'altro la ve- 
rità slorica é alterata. 

n Hutinelli ci sembra che non vada scevro di ambedne questi errori 
di giudizio ; perchè mentre talvolta assegna a certi fatti speciali cagioni 
generalissiroe, e delle quali non la sola Venezia ma tutto il resto d'Bun^ 
senti gli effetti , tal'attra si perde nello spigolare fra la minuzza^ia degli 
aneddoti , e in essi cerca il fondamento di sentenze che abbracciauo uno 
intiero ordine d'idee e di cose. E da ciò deriva , se non erriamo , che il 
suo libro anche quando non dà decisamente nel falso , ha un tale carat- 
tere e una tal forma che non è quella del vero. Ed infatti, l'AutOTe awoa 
mai appagarsi di quella narrazione temperata che tanto bene sì addice 
allo storico spassi(Hiato , passa dalla declamazione al sarcasmo , dalla po- 
lemica stizzosa al racconto fantastico ; ond'é che la sua opera ora prende 
aspetto di sermone, ed ora, e più spesso, di diatriba. 

Dire dell'ordine in cai la materia h disposta non sarebbe per noi 
agevole impresa ; tanto ci pare indigesta congerie d'idee e di fotti que- 
sta che il Hatindli ha agglomerato nelle iti pagine delle sue Memo- 
rie : le quali materialmente vanno divise in quattro libri , i primi due 
intitolati delle catue , gli altri due degli effetti. Per ciA che tiene alle etaut, 
l'Autore oomincia a pigliarsela colle Streghe , poi cogli Enciclopedici, poi 
coi Liberi Muratori , colle dissolutezze del Clero , coi Leggendari dei 
Santi, colla mala educazione e coll'ignoranzadei Nobili. Poi si passa ai 
costami , e la Aera dell'Ascensione è il preludio per trattare ddla vita 
sensuale dei Veneti , rappresentata nelle pareti domestiche , nei casini di 
giuoco, nelle villeggiature lungo le rive della Brenta; e questa pittura 
di una intiera città, dove tutte le oiassi sono egualmente corrotte , dove 
le donne senza pudore e gli uomini senza onoratezza ' fanno ìmpone- 
meote traffico svergognato di tuttociò che vi ba di più sacro al mondo, 
finisce col ributtare e col parere incredibile. I due libri degli «f*M non 



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RASSEGNA DI LIBRI 133 

sono molto dissìmili d^ due delle caute. Si comincia dagli aocaltoni , che 
simulaTano infermità per mnovere la pubblica compassione.; poi si va 
DoUe carceri a tedere i prigionieri avvinazzati e stipati sotto le ytdte 
della bertMa , ddla licma , della saneariola ; poi Tengono le concussioni 
della Magistratura e della Caria ; le ruberie dei Rettori di Levante ; le 
roberfe del Prorveditorì dell'Arsenale ; le navi senza marinai , le fortez- 
ze senza cannoni e senza baluardi , le milizie senza strido e senza disci- 
plina. Neppure il glorioso Angelo Bmo, che può dirsi a baona ragione l'ul- 
timo dei Veneti , trova grazia presso il rigido censore del governo Ve- 
neto , e un frizzo scipito d'una Gazzetta di Leida k contrapposto a^ al- 
lori dì Tunisi 1 Finalmente, a pagina 199, ai comincia a discorrere della 
caduta di Venezia , e questa è forse la parte meno infelice del libro. Qui 
molle cnrìose notine sono da imparare sopra le effervescenze democra- 
liticbe dì qn^ giorni di breve illusione ; sulla repentina mutazione del 
linguaggio e delle costumanze ; sulle tante e vei^ognose colazioni ; snUa 
servitù straniera, durissima e umiliante, che pesò sul capo dei Veneti ap- 
pena emancipati dalia domestica oligarchia ; sulle vere intenzioni dtH 
Direttorio nel lusingare gl'Italiani di tante speciose promesse. Le quali 
intenzioni chiaramente appariscono da una istruzione del Direttorio al 
Cittadino Scherer, pubblicata dal Mutinelli, ove Is^onsi, fra molte al- 
tre ingenue confessioni , queste parole : . . . bMtes les Republiqves Jta- 
Uetmet mfantìn et tolerée» uniquement à caute dt Fimperiotité des àreottan- 
cet, dowent diaparMn. Que Vénittemx poliUque dea vamcus neoonsiite que 
don» une paisibk tervitude ; qtj!Ut ne coimoisMnt d'autres kwx gue eelUi que 
le cotiqueranl Itur doimera . . . . ( pag> tSt J. 

Del come giudichi il Mutinelli gli ultimi atti del Governo Veneto , fin 
dove egli creda scusata la codardia dall' impotenza, diremo in appresso. 
Ora vogliamo notare due cose : la prima che l'attribuire , come fa l'Auto* 
re , alle sole cause morali la caduta dell'antica Repubblica , senza tener 
conto delle ragioni polìtiche dipendenti dalle generali condizioni dell'Eu- 
ropa e dalle speciali delio State veneto , ci sembra un concetto storico di- 
menalo, e perciA appunto non accettabile : la seconda che per quanto 
sì possa credere corrotta l'aristocrazia veneziana, e miseramente scaduto 
di senno e di credito il suo goTerno, non È possibile clie nel aeciAo 
scorso ogni cosa a Venezia fosse precipitata in tanta ignominiosa bassezza 
quanta vorrebbe l'Autore. Ed egli veneto ha un bel dire etsergli penoso 
e inenteevole .... ditvelare le colpe e i trtuìiamenti della madre , perchè 
queste colpe e qnesti traviamenti e^i li ha cresciuti dì mille doppi. Nelle 
epoche più sinistre d^a storia dei popoli, si vede pur sempre il germe 
dei bene che la Provvidenza ta germogliare accanto al male. Fra le cor- 
ruttele dell'Impero Romana, sorgono le austere virtù dei primi Cristia- 
ni ; fra le violenze della conquista barbarica , risplende la carità e la 
mansnetodine dei Cenobìti. Presso la gente che gode e tripudia , c'è pur 



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13i RAS^GNA DI LIBI! 

b gente ohe eoffre e che piaoge ; preeao i tomHntatfflri ci «la por sem- 
pre i tormentati. Ma in quella BOcieti dìs&tta , il Untìnelli Don ha bb- 
pnlo trovare ombra dj bene; in quella errontata gazzarra di patrimlo e 
di plebe , egli non ha saputo o volato cercare il sospiro ddla virtù. Ha 
rappresentatala vita del Veneti come un'immensa goziaviglia, nella quale 
s'era perduto l'intelletto ed il cuore d'una intiera generazione. Dopo 
tanto dissolvimento di morale e di civiltà , il lettore non potrebbe aspei- 
larsi altro che 11 fuoco di Sodoma o le acque del diluvio. Dn quadro sibi- 
lo deve essere necessariamente blso, non perchè folsj siano gli ^>isodi 
dei quali si compone , ma perchè sempre da fatti spedali si deducono 
conseguenze generaU. Col metodo dell'Autore, e seiu'allrì sussidi che 
quelli della Gazzetta dei Tribunali , dell'Archivio d'un Commissario di 
Polizia , unendoci se si vuole anche un Giivoale di estrema oppoeiziooe, 
Bi può fare in ogni tempo e di ogni capitale dell'Europa un ritratto dta 
non abbia invidia a quello di Venezia nel 8ec(^ XVIII , quale al Muli- 
nelli è piaciuto di disegnarlo. 

Noi concordiamo col Mutioelli , come puè rilevarsi dai prtnei[^ ge- 
nerali accennati come proemio di questa relazione , che gli Stati deca- 
dono quando la religione cessa d'avere impero solle volontà, quando la 
vita sensuale tiene il luogo di tutte le generose aspirazioni , quando il 
patriziato dà pessimi esempi d' ignoranza e di corruttela : neghiamo per- 
altro che la Venezia del secolo XVIII fosse qual ei la dipinge, e cSiela 
sua infelice caduta fosse effetto di sole cause morali. Ed infatti, quasi 
tutti gli Stali dell' Europa centrale erano qual più qual meno nelle me- 
desime condizioni ; ed in Francia sotto la Reggenza sì danzava ben altro 
carnevale che non era quello di Venezia. Le conseguenze della scucia 
filo6<^ca francese si erano fatte sentire 'ovunque ; e gli altri Stati d' balia 
che più del Veneto compiacquero al genio del secolo, non ebbero a patire 
la perdita dì loro personalità politioa, come toccò a Venezia. Ciò dimostra 
che le cagioni morali non bastano a spiegara quel grande avvenimento, 
e che b decadenza della Repubblica non comìnda dal secolo XVIll, come 
pare che ritenga l'Anlore, ma risale almeno due sectdi innanzi, come di- 
mostra la storia. Inoltre, anco per quello che riguardai costumi, credere 
che a Venezia gli avesser corrotti gli enciclopedisti, ci pare un'accusa av- 
ventata. Pur troppo le dottrine dì quella scuola, togliendo all'uomo la co- 
scienza della miglior parte di sé, iH'eparavano il predominio dei sensi sulla 
ragione : ma sulla mel& del secolo ecorso quelle dottrine potevano aver 
depravato poche intelligenze soggiogate dal fascino d^la moda; non pote- 
vano presso di noi Italiani , che le avevamo per importazione straniera , 
esser penetrate nello moltitudini, come suppone l'Autore; il quale vorreUie 
riportare certe ultime conseguenze di quelle dotane alla metà dei seco- 
lo XVIII, mentre le si sono manifestate sotto i nostri occhi. Di più è da no- 
tare come la corruzione dei costami dd secolo scorso non eratantooiaica 



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USSKeNA DI LIBM 1% 

« svergognata come il MatÌDelli la di[HDge. il no carattera apeciale , ae 
male noD d apponghiamo , era un accozxo straniasJioo della ooee le |riA 
iocoDciliabili , un accorda mostruoso del bene e del male. Non o' era 
aperta professione d' immoralità ; ma noa continna ed empia mescolanu 
delle cose saole e dei vizi i più turiri. L'adulterio era per cosi dire le- 
gittimato ; e la genie che non sentiva più in nulla la legge ioHesBibile 
del dovere , procedeva spensierata ad un'ora io chiesa , ad un'altra nei 
bagnili; o^ al conteaslonale, domani in maat^ra al Lido ; la mattina in 
prooeoBiODe con ona confraternita, la notte a scalare le mura di uu mo- 
nastero. Lo stesso CasaDOva parla della sua coafesiloae all'Abbadia di 
Biosielden presso Zarigo. Quando la religione era ridotta per tal modo 
una sterile abitudine di atti esteriori, il sno spirito non poteva jmù vìvi- 
fioare le anime, e la contradizione di qae^i atti non era più a^ertita. 
La oomuione dei costami prende in ogni epoca storica un carattere 
speciate cbe la distingue , e che dipepde dai diversi sofismi coi quali gli 
oomiDÌ cercano sempre di piegare alle loro passioni l'austerità inflessi- 
bile dei prineipj morali. In una panriA, è l' ipocrisia della virtù cbe dà 
la forma al vizio ; e senza perderci a pesare il più e fi meno , si può 
ritenere che ogni tempo ha le sue ipocrisie con ie quali tenta adone- 
stare i suoi vili. Del reato , è brse savio consiglio il ripetere Goll'Eccle- 
siaste : t JVe dicas : quid putat caiuae est quod priora tempora meliora fvan 
mme quam ntnt ? StiMa emm ss( kuiwcemodi intermgatio »■ 

carattere della depravazione morale del secolo XVIII ci sembra 
esser quello che abbiamo accennato ; diverso dalla depravazione paasio- 
n«ta del medio-evo, ohe portava protondamente distinta neUo stesso in- 
dividuo la vita della colpa dalla vita del pentimento ; diverso da quello 
dei tempi poeleriori , nei quali la professione aperta del vizio e della 
virtù si credette una dottrina ugualmente accettabile. Quando gli sto- 
rici dei costumi non pongono mente a queste diverse forme di corru- 
zione proprie di ciascun secolo, qnaodo alle cause morali non aggiungono 
le cause politicbe, meglio cbe storie feimo esercitazioni retloriche, e i 
quadri di Svetouio e di Tacito applicano iDdislintamenle a tutte le epo- 
che di decadenza. 

lU. 

Le filippiche del Hatinelli snlMlimo periodo d^a Repubblica veneta, 
non potevano rimanere senza risposta nella stessa Venezia , ove tanto 
vivo si mantiene l'amore delle tradizioni patrie e delle glorie del Leone 
di S. Marco. £d infatti, non era corso nn anno dalla pubblicazione delle 
Memorie del Mutinellt , che vi rispondeva Girolamo Dandolo , coi suoi 
Studi storici sulla caduta delta Repubblica veneta. Il libro è dedicato al 
Conte Agostino Sagredo ; e questo nome sta bene in fronte ad una di- 



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136 (IAS8E<ÌNA DI DUI 

fesa di Venezia , tatti sapendo quanta conoecenza abbia ìl Sagrado della 
Bloria dd suo paese , e eoo quanto onore porti il nome d'una delle pt« 
illustri bmiglie venete , cara anche a noi Toscani per la memoria del- 
l'amicizia che eU>e uno dei Sagredo per Galileo. 

L'opera del Dandolo è divìsa in tre libri : il primo compruule i &tti 
principali della storia Veneta dalla presa di Costantinopoli (t8 mag- 
gio 1453) fino alla caduta delle Repubblica (19 maggio 1797) ; il secondo 
espone le considerazioni che da quei fatti deduce lo storico ; il terzo db 
alcuni cenni biografici dei Teneziani illustri dke fiorirono nella seconda 
metà del secolo XVIII. 

Anche da questo brevissimo indice si può rilevare come ìl Dandolo 
abbia presa una via totalmente diversa da quella del HiUinelli , atUi- 
fauendf cioè la decadenza e la caduta della Bepubblica veneta a cause 
potitiobe più che a cause morali, ed alle condizioni in cui trovavasi 
Venezia dirimpetto del rimanente d' Europa , più che al suo stato in- 
terno. In questo assunto il Dandolo non dice cose nuove , né con forma 
nuova ringiovanisce vecchi argomenti; ma dice cose vere, e ^6 vai 
buie il pregio della novità. 

A Ire fotti principali riduce il Dandolo le cagioni c^e fecero perdere 
alla Repubblica veneta la sua importanza politica , da cui derivò grada- 
tamente la sua decadenza. 

1.° La caduU di Costantinopoli, ohe non solo pose un termine alla 
forza espansiva dei Veneziani , i quali nella debolezza dell'ormai decre- 
I»to impero Greco avevano trovalo una favorevole occasione per sempre 
pili dilatarsi in Oriente ; ma costrìnse altresì la Repubblica ad una 
guerra difensiva perpetua , che la spossò a poco a poco , assorbendo 
tutta la sua attività e consumando senza frutto le sue immense ricchezae. 
Finché durò l' impero Greco, Venezia rappresentava la nazione giovane, 
che sentiva il proprio destino nell'osare di prendere il luogo di qudl'om- 
bra di Stato : venuti i Turchi , le parti si rovesciarono , ed essi all' in- 
contro dei Veneti ebbero per so l'avvenire. Bd infetti toccò a Venezia 
a cedere nella lotta ; ma qnesta era appena decisa , che i vincitori .si 
trovarono a fronte il Moscovita, al quale la forza della gioventù destava 
cupidìtà delle loro spoglie. Grande onore saranno sempre per Venena 
i tre secoli di guerra cogli Ottomanoi ; guerra combattuta a benefizio 
della civiltà occidentale , e che forse impedì alla barbarie mussulmana 
di allagare l' Italia. Oggi cbe non solo è passato il terrore della mezza- 
luna , ma che l' Europa con incredibile mutamento quasi si pente di 
avere aiatato l'emancipazione della Grecia {*), ninno potrà farsi un' idea 
del pericolo che corse la civiltà all'irrompere dei figli del Profeta, e 
niuno in conseguenza sarà grato alla RepubMica veneta che fermò l'im- 

(1) Vedi la recente Storia della Turcbla , scritta da Lamarline. 



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RASSIGNA M LIBttl 137 

pelo di queUe orde feroci. La storia peraltro dw ciOarda lutto fi passa- 
lo, brà Oterìlo ai V^eooianì di qneata perseveranu di tre seocrii, cb« 
por Al la prìma cassa del loro scadimento. 

t.* L» ecoperta del Capo di Buone Speranza (1497), che grado a grado 
tolse ai Veneti 1 rìodii traffici delle Indie , e fece potanti di riccbezie e 
di navfle la Spagna, il Portogallo e le altre oazitHii europee che segui- 
nioo le tracce di Colombo. Le conseguenze di questo gran (atto ven- 
nero ormai tanto chiaramente esposte dagli economisti , che sarebbe 
opera vana il ripeterle. Pinttoeto tornerebbe utile il ricercare perché il 
Governo veneto, che riceveva esatti ragliagli delle nuove navigazioni 
dal suo ambasciatore a Lisbona Pietro Pasqualigo (4), non ne apjn^n- 
desse l' importanza cercando di vanteggiarne il commercio dei suoi po- 
poli , e piuttosto 8' ingegnasse eoa misera politica di eccitare ai danni dei 
Portoghesi il Scridano d" Egitto. Ma sa questo non abbiam trovato nel Dan- 
dolo maggior Inme che ne(^i altri storici. 

3.* La celebre Lega di Cambray (1SM8), stretta fra i potentati mag- 
giori d'Europa ad eccitamento di papa Giulio II, fu il terzo avveni- 
mento fatale a Venezia. Sebbene i Veneziani tenessero fronte alla Ibr- 
tODB con impavida perseveranza , pure quella guerra fece loro perdere 
quanto avevano acquistato in Italia nel tempo di loro maggior potenza. 
Essi dovettero sacrificare, al concbiudersi della pace, Cremona e la 
Ghiara d'Adda in Lombardia j Ravenna, Bimini, Imola, Faenza, Ce- 
sena, Cervia nella Bomagna; Otranto, Tranì , Brindisi, Gallipoli nel 
reame di Napoli. 

Ninno vorrà negare che da questi tre grandi avvenimenti siano 
derivate a Venezia fnnestissime conseguenze, che di lunga mano ne pre- 
pararono prima la decadenza politica , e poi quella corruzione morale 
che il Hutinelli vorrebbe hr nascere sdamenle nel secolo XVHl. Alle 
giuste riflessìoDi del Dandolo vogliamo peraltro aggiungere un'avverten- 
za che ci sembra necessario complemento delle sue deduzioni storiche. 

L'Europa cristiana, dopo essersi agitata per dar ordine e forma ai di- 
versi 'elementi di schiatte , di credenze , di diritti o di giurisdizioni che 
le fremevano in seno , si costilui dualmente sol principo del secolo XVI 
cerile grandi monarchie , nelle quali presero persona le diverse naziona- 
lità che avean saputo trovare un vincolo dì coesione nel penoso trava- 
^io dei secoli precedenti. Que'popoli che per singolare natura loro o 
per il concorso di circostanze esteriori non seppero attuare questa pri- 
ma uniti civile , si trovarono appunto per questo difetto in ona con- 
dizione inferiore di forza , e cominciarono subito a decadere. L'Italia (a 

(I ) Secondo il Cicogna , sembra cbe i dispncci dal Pasqualijp, dal quali Torse 
ai wrebbero potute ricavare preziose notizie sulla scoparle dei nuovo mondo, 
aadasMro mlaeramenle perduti ( Dondolo, pag. 46 ), 

Aiii:n.5T.lT., Numa Sc-rii; T.lll. P.I. i8 



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13^ HieSEONA DI LIBRI 

svenlurataBMDte di qoealo numero; • dopo btot tanato il campo deU'UM- 
iM e il primato del paoBìero finché ebbe in oootro a sé l' Europa bar- 
bara e disordinata , dovè piegare la ftvnle appena le nw Ibrae divise 
ebbero a combattere iiazi<Hii costituita in grassi cwpi di stato, e rette 
ad ooità di comando. La Repubblica Venata, ool bmuu civile che la dis- 
tingueva , dovè certamMite accorgeni per tempo dì questa trasfonoa- 
zioue dell'Europa civile, che alterava l'equilibrio delle forze, minao- 
oiando da presso l'esistenza degli Stati piccoli , i quali avevano avuta 
Odo allora l'apparenza di grandi. L'istinto dei pro[HÌ interassi e della 
propria oooserrazioae , C4Misigli6 inhtii quando era tempo ì Veoea i ani 
ad allargarsi per un lato in Levante, e per l'altro hingo tuUa la costiera 
meridionale d'Italia; disegno grandioso insieme e prudentiseimo , mato- 
rato con saviezia , e coadotto con ardira e perseveranza ammirabile. 
E la fortuna tu quasi sol ponto di eor(»ar« tanti sfoni, giacché la Repub- 
blica Veneta , oltre ad avere accresciuto i suoi posaeesi di Levante , vit- 
toriosa di Filippo Maria Visconti duca di Hilaao, poco mancò cbe non 
acquistasse la signorìa dì quel ducato , meotra quasi tutta la costa Adria- 
tica fino a Gallipoli era caduta in suo potere. Veramente egli è questo 
il più bel momoito dì tutta la storia veneta ; la Bepubblica signora dei 
mari, arbitra dell'Oriente e preponderante in Italia, sembrava che a 
poco a poco dovesse esser nucleo d'un grande Stato. Venezia in quelTepoca 
mandava in giro pel mondo dieci milioni di capitali , e teneva in ib»- 
re 3315 navi con 36,000 marinai. Ha questa forza d'eefwasione oon sole 
trovò in Levante l'ostacolo invincibile del nascente Impero OtioouiUM, 
e in Italia la lega di Cambray e le sue htali conseguenze ; ma, dovè a 
poco a poco consumarsi oppressa da ogni parte , in modo da vedersi alk 
fine ricondotta alle native lagune. Questa necessità di retrocessione meo- 
tra la Francia , la Spagna , il Portogallo [»^)eeguivano il loro cammino 
ascendente , è la vera causa della decadenza della Repubblica ; giacete 
f^\ Stati, come gl'individui , quando senttmo la propria impotenza e soa 
ccetretti a ripi^arsi eopra so Stessi , decadwo e si disfanno oolla sola 
azione del tempo. Uno Stato senza avvenire possibile di prosperiti e di 
azione , ha pà in sé stesso il germe del proprio di^dmento ; ed A al- 
lora che gli uomini sfiduciati si abbandonano all'ozio e si inebbriaoo di 
sensualiti , anche senza le dottrine degli Enciclopedisti , anche senza i 
Liberi Muratori, ancbe senza gl'Illuminati, e tutte le altra diavolerìe 
invocate dal Hutinelli. E questo accadde a Venezia , la quale ai primi 
del secolo XVI era , come ora si direbbe , una potenza di (Mrim'ordine ; 
nel XVII era già di secmido; e nel XVIU appena di terzo; e oiò per 
natnrale scadimento di forze al dirimpetto di Stati maggiori, per neces- 
saria condizione delle cose-, e quand'anche i suoi cittadini lungi dall'es- 
sere divenuti sibariti e sardanapali , come piace di rappresentarli al Hu- 
tinelli , fossero stati certosini o trappisti. 



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RAB6B6NA DI LIBRI 139 

Qowto pngre68ÌT« deendere della R«piibblica Tsneta fu lento, perchè 
emne in tatti gli Stati fbrH tatiU era la THalith da oonsamare; ma flj 
contìoao , e non senza ^ria. Le gaerre co^i Ottomannl riempiDiio ì tre 
Mooti che eomn« daEa lega di Cambray al 4797: e questo duello della 
barbarie c(^a dvlttà è iltostrato da splendidi fatti militari ; primo dal 
quali fu certamente la memorabile rwMenxa dì Candla , ohe durò SS an- 
ni , e diede ftma immortale a qatA Francesco Horosial che poi per la 
conquista della Ilorea ebbe nome di Peloponnesiaco. Più tardi la pace 
dì CarlowiU sembrò riatanrare alquanto la fortuna dei Veneziani, che vi 
ebbero sanzionato facquistc della Morea. Ma l'Illusione fta brere ; e dopo 
nuora gnNTa, che fu l'ultimo ruggito del Leone di S. Marco , i) trattato 
di Passanmilz ((718) annichilò quasi tutta la potenza Veneta in Legante, 
e lasciò la Repubblica spoerata e riflnita da tanti disastri. Successero 
quarant'annì di pace , anzi di letargo ; e nelle guerre che si combatte- 
n»x> lo Italia Ira Francia ed Austria (173)-47iS) , Venezia lasciando bat- 
tac^are 11 duca di SaT<t)a , si contentò di serbare una nentralith armata 
che le cesto grandissiiBO dispendio , e della quale nessuna delle parti 
contendenti le fece merito. Ntifnltima -metk del secolo XVUI, la Repub- 
blica nm diede altro segno di vita militare , che colie imprese di Angelo 
Emo sulle coste di Barberìa (4784) ; onerate ìtapnee veramente, ma noo 
tali da rialzare il nome e la potenza deDa Repubblica. Ed il prode Almi? 
rante dal quale molto poteva ripromettersi la patria , moriva poco dopo 
le sue vittorie; quasicbè Venezia abbandonata al proprio destino, non 
dovesse avere nei su[H%mi momenti un uomo di genio ohe almeno la bc 
eesse morire oon onore. 

A tatti son note le vicende delle prime invaaioDi dei Francesi in 
Italia dopo te Rivoluzione del 4789. La Repubblica Veneta in queUa 
congiuntura prese il consiglio di mantenere la sua nautralili , e volle 
esser neutrale senz'armi , per non avere'i danni patiti nelle fnierre pre- 
cedenti. Cercò di gratificarsi il Direttorio con ogni maniera di compia- 
cence , Bno a rivocare l'ospitalità concessa al Conte di Lilla (Luigi XVIII); 
il quale indignato cancellava di propria mano dal Libro d'oro il suo no^ 
me , e quello d'ogni altro Borbone ohe vi trovò scritto. Ma neppur questo 
bastava , come non bastava la punizione richiesta e consentita degli In- 
quisitori di Stato, e del Guarda- porto di S. Andrea al lido, e lo scarcera- 
mento dei patrìotti. Il giovane Boonaparte, gi^ vincitore di Austriaci e di 
Piemontesi, invaso il territorio veneto, pretestando ragioni che non fe- 
cero mai dilètto ai vincitori, costrìngeva l'antica Repubblica ad uccidersi 
da sé stessa. Il di 4S mag^o 4797 radunavasi il maggior Consiglio , e la 
proposta di mutare il governo fu vinta con soli 30 voli contrari , fra 537 
rotanti 1 In mezzo alle baldorie d'una plebaglia avvinazzala e ai discorsi 
fonetici di poctù scempiati, rnauguravasi il nuovo governo democratico, 
e Venezia vedeva per la prima volta il soldato straniero , e sentiva chia- 



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UO RASGCGNA DI LlBIll 

maiio litMinlore , meiUre numomelteYaBi il itaoro di ' S. Marco, si davii 
>dle fiamme fi Bucintoro, e si espilavano i mosei e legalloie! (Vedi a 
fuetto proponto molti eurioai partieolari nel MutìneUi, da fog. 103 a li3). 

A quest'ultimo periodo di storia Tanata ai riteriscoDO più apecial- 
menle le difese del Dandolo ; il quale se si mostra eonlraditlore aperto 
e qualche volta anche acerbo del Hotinelli , può eBseroe sensato dalla 
stessa acerbità del suo avversario. Ci sembra soltanto che qualche volta 
la sua difesa sia condotta troppo oltre , e l'amore riverente verso U pa- 
tria lo tragga a soverchia indulgenza di giudizi. Ed infatti , mentre il 
Hatinellì dopo aver rappresentalo la BepabMica Veneta coll'erario esau- 
sto, priva di soldati e con un navile malconcio, scusa l'inerzia coU'as- 
soluta impossibilità dell'azione , il Dandolo lo contradice , e con ragieni 
e con cilre dimostra come Venezia anche ndla sua maggior decadenza 
non fbsse ridotta a quell'estremo (A]\ come la sua flotta non invidiane 
le altre cbe allora tenevano il mare ; ' come le sue istituzioni militari 
potessero fimire all'uopo un esercito ; come dalle proviocie affecioaate 
a Venezia, si sarebber potuti tratre grandi aintì. Di tutto questo con- 
veniamo con lui ; ed aggiungiamo di )hù , cbe le stesse Pasque Verone^ 
dimoMrsno quanta forza e ardire avessero i popoli di terrafenna, e 
quanto poco sarebbe bastato per rinnovare una difesa che rammen- 
tasse la guerra di Chioggia , se LodoviM Manin fosse stato un Leonardo 
Loredano, e Tommaso Condnlmer un Horosint o almeno no Emo. Ma 
il Dandolo non limita a questo la sua difesa ; egli si sforza di giustifi- 
care la nenlraliià disarmata, ed il rifiato alla lega degli Stati italiani, 
triposta dal re Vittorio Amedeo di SavpJB , osservando cbe la Ilepab- 
bUca non poteva armarsi innanzi cbe il re Vittorio fosse vìnto dd Buo- 
naparte, e non doveva armarsi dopo; e che in o^\ ipotesi del prima 
o del poi , Ogni armamento sarebbe stalo inutile. Questa ragione ci SMn- 
bra di quelle che provan troppo ; e l'autore non può negare esservi per 
gli Stati i quali hanno da conservare un'eredità di gloria , certe bat- 
taglie clw bisogna oambattere ancbe colla certezza della sconfitta, certi 
sforzi sopremi di dUese anco disperate , cbe bisogna tentare ■ qualunque 
costo. Or questo dovere i Veneziani non lo seppero compiere, por trop- 
po; e di questa mancanza di dignità e di coraggio crederemmo migliore 



II) Lo Stato veneto nel 1797 aveva uaa popoltiloae di 3,B0a,OOO tiiiiiie : 
la tua rendita aoDua Bscandevi a 9,000,000 di ducati: 11 bqo debito fruttifero 
Mmmava ad uo capitale di U,000,000 di ducati. 

La flotta gì compoDeva di 184 legni, fra grossi a menani , con HTB cannoni. 
Fra 1 legni groasl erano 40 vascelli di IlDes da 70 eanoool. L'esercito era di 
tt,000 nomini poco più poco meno. La artiglierie contavano OTH peszl di va- 
rio calibro , tra le fbrtane e i parchi dall'araoisle. (Vedi DoMdolo, p. 60 a «I- 



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HASSEfiMA DI LIBRI 144 

scusa l'Impossibiliti del Hntinelli ae foeae provata, che oon l'inatilitii 
del Dandolo ; il quale por mostra dì fidare in quest'argomento dopo 
aver combattalo quello del Matinelli. Più nel vero ci sembra l'autore 
quando dichiara inevitabile la cadnU della Reputdtlica Veneta , troppo 
grande per passar inosservata in tanto commovimento , troppo piooola 
per lottare eoo successo contro la fortnoa di Francia. Anche campata 
a Campoformio , essa sarabbe inevitabilmente periu a Lunevìtle. 

Non si oreda peraltro che la carità della patria tanto feccia velo al 
giudizio del Dandolo, da impedirgli di riconoscere negli ultimi atti del 
Governo veneto quella mancanza assoluta di dignità che lo fece cadere 
ìDODOralo e vilipeso dai contempOraDei e dai posteri. Ha egli non dà 
carattere di codardia altro che a quegli atti i quali Furono una conse- 
geoza neoessarìa di quella mìsera politica [u-esa a seguiro fin da prin- 
cipio. Quando nulla s'era fotte per apparecchiarsi alte difése , pur troppo 
le raìDacce del Bnonaparte erano ordini che oon si potevano eludere ; 
perchè un governo il quale comincia a cedere vilmeqte il suo diritto 
dinanzi al nemico , non trova più limite alle concessioni. Però il dire 
che codardia ta soltanto il processo degli Inquisitori di Stalo, la libe- 
razione dei patriotti ed il licenziamento delle milizie schiarone , ci sem- 
bra un brla da storici aoverohiamente indulgenti. 

Mi^ior campo di difissa trova il Dandolo nd vendica» i Veneziani 
de! secolo scorso dalle aocuse di moatrucsa ignoranza che al Hutinelli è . 
piadalo di aggtnugero alle altre molle e più gravi già da noi accenna- 
le. Non sappiamo qual giudizio faccia il Mutinelli delle condizioni degli 
studi nelle altre parti d'Italia in quel tempo; ma per ciò che tocca Ve- 
nezia , e^ ce la rappresenta come una vara Beoóa, ove clero e patrì- 
xialo, perduto ogni amore di buone lettera, gareggiavano dì stupidezza e 
dì presunzione : e tutto questo sulla fede di certe lepide osservazioni di 
Oaspare Gozzi, il quale era por uno. dì qudla bella scbiera d'ingegni 
à» nell'Accademia dei Granelleschi tentarono di far argine al pessimo 
gnelo d'allora. Ha Gaspare Goqì scriveva che a Venezia i babbi dicevano 
ai figliuoli che le stelle eran oandda aeeem, che egli aveva a fan eoa tate 
di maeiffmo , che i diieoni di kttm erano banditi come la paU , che gli 
oUooeM avevano buoM fortuna ed i mentevoJi trovavano mifle tntojipi ; e 
ciò basta perabò il Hutinelli (blmini le sue accuse di generale ignoranza. 
Il Dandolo, me^oohe (ar polemiche sopra questo argomealo , ha voluto 
ri^nodero col &tti nel terzo libro dei suoi Sludi storici , il quale con- 
tiene per ordine allUwlico le biografie dei Veneziani illustri nelle let- 
tere, nelle scienze e nelle arti, che fiorivano nella seconda metà del se- 
colo XTUL Questo catalogo biografico va distinto io tre parti ', nella 
l prhna'sono ì Patrìzi , nella seconda i Sacerdoti secolari , nella terza i Re- 
golari : ed in ciascuna si leggono nomi che onorano non solo Venezia 
ma totta Italia. Il'patrìziato Veneto, quand'anche non avesse avuto nel 



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H8 nASSKGNA DI LIMII 

9004^ scorso altr'uomo cke lo iUmlrasM oltre il Doge Marco FoBearini , 
potrebbe andarne superbo j perchè il Feacarini fu grsDde negli studi e 
negli offici pabblid quanto comportavaDO i tempi. Ma al FoeoerÌDÌ fanno 
corona molti altri , patrizi e non patrizi, di bella &ma nella letteraiois , 
nelle seiense sacre e profane e nella erudizione, i qaali colle opero delFio- 
gegno che laeciaronD , smentiscono anche dal sepolcro le accnse lan- 
ciale dal Mutinelli contro la loro generazione. Alla quale , come a tutto 
il secolo XVEn, di molte coeesi potrk foro giusto rìmprorero; maebeda 
noi figliuoli saccenti nel secolo XIX si possa redarguire d'ignoranza , sem- 
brerà eoea appena credibile , qnando si pensi in che lieto e Aoraote stalo 
siano o^i le lettere italiane , e quanto sia i»«giato il sapere I Per quelki 
poi ehe ai riferisce a Venezia, è giusto l'aggiungere che sarà sempre per 
lei glorioso a ricordarsi dì avere dato nel secolo acorso aU'Itriia , U crea- 
tore del teatro eomicD ed il restauratore delle arti. Goldoni e Canora 
saranno sempre due vanti immortali per la Bepobblica Veneta , anche 
decaduta e corrotta quanto al Mulinelli è piaciuto di rSppresmiarla. A 
questi due nomi immortali Toole giustizia che qnrilo pur si agginoga 
di Adriano Balbi, geografo insigne, e pur dimenticalo dal Dandolo. 

Da questa esposizione delle due opere atoriohe del Mulinelli e del 
Danddo sulla caduta della Repubtriica Veneta , confidiamo che i lettori 
abbiano potuto apprendere gli opposti intendimenti di questi due scrit- 
tori ; i quali appunto perchè opposti , ci sembrano in diverso modo mau- 
cheTOli della intiera verità storica. Diciamo in diverso modo, percbè le 
esorbitanze nell'acGusare del Mutinelli non son per certo da paragonarsi 
neppure alla lontana con certe parzialità nel difendere che abbiamo Do- 
tale nel Dandolo. 11 primo attribuisce la decadenza dei Veneti unica- 
mente a canse morali e generali ; e questo, anche senza fermarsi alle per- 
petue esagerazloBt , ci sembra un errore dì giudizio ; il secondo d^le 
canse mor^ e generali non parla , ed ogni valore dà elle oaose politi- 
obe e locali ; e questo ci sembra un ristringer troppo il campo della 
storia. Quando si vede no Governo, erede di tante glorie e di tanti 
atti magnanimi, com'era il governo veneto, esitare ad ogni risolu- 
zione ardita , mancare a sé stesso fino a sottoscrìvere ignoninioea' 
mente la sua caduta, non basta il dire che ogni altro partito sa- 
rebbe tornato inutile , ma è necessario cercare la cagione di tanto 
avvilimento d'animi , di tanto abbandono di dignità. Questo non ba Ibtto 
il Dandolo, studioso com'era innanzi lutto di oontradire fi Mutinelii, 
e di non seguirlo d'un passo nel suo campo , ove entrando per appu- 
rare il vero e per far ragione delle ridicole esagerazioni , avrebbe por 
potato raccogliere quanto manca a rendere compiato il suo libro. Per 
la cognizione che il Dandolo mostra di avere delle cose Venete , e per 
la rettitudine di giudizio che non gli fii difetto, crediamo che gli sa- 
rebbe stato facile il comporre una stori» della caduta' della RepabUlca 



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RASSEGNA DI LIBRI H3 

di VeneEia , degna dnil'trgomMito , e ««runeate ripontrice delle veo- 
diie s Doove ingiurie. Ma percbi a ciò rinKÌOGe il libro del Dandolo, era 
necessario «be non aveeie carattere pt^emioo , cbe il soggetto tosse più 
ampiamente stoIM , megtie ordinato in tntte le me parti , e non mant- 
fcetaHse pinUoeto la fretta di una pronta rispoata che la oakna di una 
pensata cooftitazione. Qneiti desidèri de) meglio non ci tolgono peraltro 
dal pregiare quel miAto die e* é di buono sei libro del Dandolo , che 
ara tetluia acMtta a quanti seotono amore per l'antica regina del- 
TAdriatiòb. 

V. 

Le Hemorfe del Mntinelli non appeUano soltanto a Venezia, ma, per i 
ejodizf generati die eontengono sopra le tendenze ptriitù^ e filosofiche 
del secolo XVni , vogliono essere riguardate come on riflesso di quei 
libri storici <^ ora vanno pel mondo odia pretensione dì rindioere la 
soeicA e di licoetìtairla seoiuido certi tipi desunti dal passalo. Le intut- 
riooi di qoeeta scuola , se scoola pure s'ha a chiamare , sodo certamente 
lodevidi ; perchè nessuno verrk negare il guasto grandissimo che le dot- 
Irioe e gU esempi hanno follo nella nosb« sooiMi , la quale mal ferma 
nei suoi fondamenti mtHvii non sa più muover passo senza fora una 
caduta. Ma come vuol tentarsi questa restanraiione morale negli or- 
dini del pensiero, qeeeta rioastitniime sociale negli ordini civili e pò- 
liUot? Si comincia dal condannare tatloxiuello svolgimento intellettuale 
dbe si suol chiamare filosofia M 8ec<rio XVIII , eoo formula troppo ge- 
nerica e per ciò appunto poco esatta , e si va a cercare it tipo d^a 
società nei tempi nei quali si suppone ciie n^ ragione né Slosofia esi- 
stessero. Per condannare quella filosofia e tutta quanta la civiltà che 
ne è derivata , i più discreti hnoo scaturire le moderne dottrine fitoeo- 
fiche e civili dalla Bìforraa religiosa del secolo XVI , e con questa pre- 
tesa matemEtb involgono ogni enea nel medesimo anatema. Ha è egli 
poi vero che la ragiime dataci da Dio provvidentiasimo , aspettasse in 
tutto il corso della civiltà cristiana il verbo di Lutero per esplicarsi T 
fi egli poi vero che la grande trasformaiione che subì il mtHido dal 
secolo XVI in poi, sfa tutto un effetto della HiforniaT Volti storici gra^ 
visslmi l'baono sostenuto: a n« sembra di poterne dubitare, e cre- 
diamo che q>ecialraente dai moderni le conseguenze della Riforma siaosi 
stranamente esagerate ; argomentando col vizio logico del post hoc , ergo 
pnpter tute. Ed infatti , non si tien conto ohe la Riforma (n contempo- 
ranea air invenzione della stampa ed alla scoperta del nuovo mondo ; due 
grandissimi fatti che poterono soUe ìotelligenze più d'ogni dottrina spe- 
culativa. Aiutata da questi due eocitamentl , l'uno dei quali m(dti|dicava 
all' infinito le manifestazioni del pensiero, e l'altro imponeva la necessità 



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Hi RASSEGNA DI LIBRI 

di creare la scienza nuova del mondo fisico, la ragione umana cbe gii 
aveva folto cammino col risorgere degli stadi in qn^'epioca cbe sì snole 
designare col nome di nnaieinMnto, è da ritener» che anche senza la 
Riforma avrebbe proceduto nei suoi avanzamenti, ed una filoe(^a di 
applicazìodi civili sarebbe tosto o tardi venuta, per il nalorale corso ddle 
cose e per la necessiti dei nuovi bisogni morali ed economici. Però non 
ci sembra cbe la filosofia del secolo XVIII sia un portato consequenziale 
deHa Riforma , orane ad alcuni scrittori b piaciuto d'aObrmare , per ^- 
giungerle anche un peccato d'origine ai molti peccati volmitari cbe la 
deturparono. E in verità , non saremo noi die negheremo questi pecca- 
ti ; noi che deplorammo sempre lo sciagurato divorzio della ragioiie 
dalla fode cbe quella filosofia riusci a &re , da cui vennero danni cbe 
il mondo piange ancora e piangeri per un pezzo. Ond'é cfaesempre ci 
parve opera buona mostrare la parte felsa e manchevole di quelle dot- 
trine, e cercare di ricondurre le menti ad una filosofia più compiota e 
pili degna di questo nome , siccome in Italia ed altrove (bcero ingegni 
potentissimi , ai quali è da sperare che ai ispirino le nuove generazioni. 

Ha ciò che intendesi per filosofia del secolo XyiII non è soltaolo la ' 
metafisica specolativa ; vi è la parta civile ed applicativa, che ò anzi la 
principale, ed alla quale si deve quella trasformazione della societi mo- 
derna, in tutto dissimile dall'antica. Per questo riguardo la nostra civiltà 
è tutta derivata dalla filosofia del secolo XTIU, e costituisce una condi- 
zione sociale ormai stabilita , e che non può distruggersi a volenti né da 
legislatori né da filose^. Ora qaei pubblicisti cbe condannano la condi- 
zione sociale presente colla generale condanna delle dottrine che l'haaiio 
generata , non ci pare che apprestino alle nostre infermità morali quel 
formaco che potrebbe sanarle. Il mondo civile come è oggi , coetitoisce 
il dato di tutto per la soluzione dei problemi dell'avvenire ; e lo specu- 
lare sull'avvenire prescindendo dal presente , ci ò sempre parso un 
controseneo. 

Due scuole contrarie si uniscono a dire pessima b nostra presente con- 
dizione sociale : quella scuole che vorrebbe rifare il mondocon utopie fon- 
tastiche non mai esistite nella realti ; e quella che vorrebbe raggiungere 
lo stesso scopo risuscitando le forme antiche d'una civiltà ormai nuU'al- 
tro che slorica. Lasciamo la prima scuola ai suoi sogni , auguraBdoci 
che non costino altra lacrime ed altro sangue ; e fermiamoci alquanto 
sulla seconda. D'onde trae ella il tipo della sua restaurazione sociale T 
Risalendo la storia della civilii, dove intende ella fermarsi? 7uol'ella 
tornare ai feudi , alle giurande , alle confraternite delle arti , agli stauili 
municipali? Vu<dela monarchia fendale? Vuol'ella Carlo Magno o Fi- 
lippo II ? Vuol'ella Gregorio VII o Benedetto XIV ? Questo limite nel- 
l'andare a ritroso del corso dei sec<di , questo tipo del passalo da appli- 
carsi al presente , essa non lo sa precisare. Ci sembra press' a poco cbe 



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RASSEGNA DI LIBRI US 

ignesta scaola usi il melodo che nelle controversie religiose praticavano 
certidissideDti, i quali rifiatando di accettare le dottrine professale dalla 
Chiesa cattolica, rimontavano di secolo in secolo per cercare i puri 
tati della tradizione , e sempre trovando da ridire , finivano per non 
aver più storia a cui appellarsi. 

Queste doUriue esagerale non debbono far meraviglia : ogni tempo 
ebbe le sue , e più i tempi cbe succedettero ai grandi commovimenti. Il 
secolo nostro ne ba fatto già esperimento , ed appena uscito dal conquasso 
ddla prima rivoluzione, udì il Lamennais col Saggio mil' mdiffertnsa e 
il De Maistre cotte Lttten di Pietroburgo professare principj (anU> asso- 
lati di ri<MstiluzÌone sociale , cbe destarono un sentimento profóndo di 
stupore. Eppure il mondo d'allora non si accomodò a quelle dottrìue ec- 
ceseÌTe , come non si accomoderà il nostro a quelle di coloro che per 
contrarie vie darebbero in altri eccessi. 

Una generazione non può rifiutare l'eredità di quella cbe b prece- 
di , con tutti i mali ed ì beni cbe ne sono la conseguenza. Gran ven- 
tara è se gli errori dei padri bnno rinsavire i figliuoli , e se questi 
adoperano la loro saviema per migliorare sé stessi e il loro tempo, e 
non per maledire i loro padri e rappresentarli anche più colpevoli di 
qneUo che furono. Anche la storia ba bisogno della carità per non es- 
sere ingiusta. Il secolo XVIII, insofferente della tradizione, proclamò il 
regno della ragione ; dimentico che tutta la virtù delia nuova civiltà era 
nel cristianesimo, veì\e inaugurare i nuovi progressi prescindendo dalla 
dottrina crtsirana ; rompendo iilegami che uniscono le cose corporee alle 
spiritnali, formò una filosofia sensuale, che separò la terra dal cielo e 
Urise aU'nmana esistenza i suoi più alti destini ; chiamando tirannica 
ogni aalorilà e risolvendo in un contralto le condizioni della convivenza 
umana , scosse dai fondamenti l'ordine sociale , e legittimò ogni sovver- 
siooe. Questi furono gli errori principali degli avi nostri nelle dottrine 
cbe ci legarono, colla promessa che da quelle sarebbe scaturilo ogni 
bene. Due generazioni si sono ormai consumale nei tentativi infruttuosi 
e nei dolori del disinganno. La ragione abbandonata a sé stessa vagò 
di delirio in delirio ; la forza pagana cbe opprime , prese il luogo del 
freno religioso cbe dirige ; il sensualismo della filosofia divenne sensua- 
lismo della vita , e il regno della materia conculcò il regno dello spi- 
rilo ; la libertà sconfinata allargò fino all' impossibile la sfera dei diritti, 
e fece dimenticare che ogni diritto ba per correspettivo un dovere. 

Illuminati da questa esperienza , noi dobbiamo emendare la nostra 
civiltà dalle aberrazioni cbe la fecero fuorviare. Restaurazione di dottri- 
ne religiose e civUi, conciliazione di principj fi-a i quali furono inter- 
posti abissi di polemiche, esposizione franca del vero senza gergo di 
scuole , senza ipocrisie di sette , ci sembrano questi altrettanti obblighi 
imposti dalla uecessità dei tempi alla parie pensante della nostra gene- 

Aich.St.It., NuneaSerie. T.lll, P.l. lU 



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1i6 RASS£(iNA DI LIBRI 

razione , la quale meolre si credeva destinata a raccogliere i frutli, Bi 
trova oggi condotta a ripulire il campo dalle male erbe ed a gettare 
nuova semenza. 

Il secolo XVIIl comincia ad esser lootaioo da noi ; l'eoo delle sue 
mille voci si (a ogni giorao più sordo. Sorgere a maledirlo oggi, è ma- 
ledire un cadavere ; [««scindere nell'avviamento ulteriore della civiltà 
da quel tanto cbe egli fece, dalle trastbrmazioni che operò, è un con- 
dannarsi all' impotenza ; cercare una ftinna di civiltà nel passato e 
risuscitare istituzioni morte da secoli , è un tentare l' impossibile. Ogni 
arteGce lavora coi materiali cbe ba; lascia andare i oatlivi, a dà ai 
buoni quella forma più corretta di cui sono capaci. Facciamo noi altret- 
tanto , se abbiamo voglia di operare efficacemente , e se il desiderio del 
meglio nim è in noi wdtanlo ijn' inquietudine malinconica cbe di nulla 
si appaga , ma è una volontà perseverante senz'asUo e seniza super- 
bia , la quale più d'alto cbe dalla terra riceve le sue iapirazifmì. 

Questo sprcdoqaio a proposito de] Hutinelli sembrerà forse inoppor- 
tuDO e fuor di luogo. Ha il Hutinelli, accagìonaDdo la filosofia del se- 
colo XVllI della decadenza e della caduta della Repubblica veneta, d 
parve cbe non solo attribuisse a quelle dottrine efiétti i quali viaibil- 
menle contrastano con la verità ; ma cbe allargando quel suo concetto 
in molte strane maniere , inclinasse ben anche ad una scuola storica , 
con la quale se possiamo aver comune il fine ultimo della restaora- 
Eione dei principi nifu^i e della tradizione , dobbiamo poi separarcene 
nei giudizi eccessivi e nelle opposizioni passionate al mondo civile oon- 
temporaneo : p«-cfaè, a nostro avviso, men^ il passalo puù fonùre utili 
insegnamenti al presente, non ha virtù di renderlo migliore cidl'esa- 
mare le morte forme di una civiltà cbe ebbe già 11 suo tempo, e che 
può essere oggi una memoria venerata e invidiala forse , ma nm mai 
una speranza fruttuosa, un tipo possibile ed accettabile per l'avvenire. 



Storia d' Italia, dall'origine di Aoma sino alla 

di Ano Varnucci. Firenze, 186<-I866; i Voi. I a IH, in 8vo. 

La venerazione e lo studio di Dante, cbe si palesa partioolamente dalla 
copia delle edizioni della Divina Commedia , e la jcontinuata aaceessione 
progressiva di studii e di opere sulla storia italiana nel noatro soxtlo , 
dimostrano evidentemente , più cbe altro segno, la nuova dignità a evi 
sorge il bel paese, tanto nella coscienza propria, come neU'<^inioDe del 
mondo civile, e conforta cbi sente nobilmente della patria e deUa otriMura. 
Le opere generali e parziali sulla storia d'Italia, nazionali e straniere, da 



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RASSEGNA DI LIBRI U7 

OD mezio secolo specioliiieiile , SÌ seguono a brevi intervalli ; ed ora 
escono al pubblico contemporaneamente otto storie di questa terra : la 
storia Bomana di Mommsen e di Liddell; quella de' Hnnieipif italiani 
di Paolo Emiliani Gindici, cbe ora si rifonderà completa ; la storia d'Italia 
deBo Zeller [Parlfp, 4863 j; quella narrata al popolo dal La Farina; 
quella narrata alle donne italiane; la storia degl'Italiani di C. Canta; e 
quella che annunciammo del prcrf. Atto Vannucci, senza contare le sin- 
gole illustrazioni. Chi abbracciasse con sguardo generale il corso di questi 
studi! storici, si convincerebbe essere /alsa la sentenza sdegnosa d^li 
scettici e degli accidiosi, che poco o nulla si vantaggi nella conoscenza del 
passato mediante tanti lavori. G bend vero che talvolta si riproducono 
> vecchi paradossi, e si ripropongono viete teorie con nuove Torme e colori, 
talcbè pare tal fiata che si riprendano te idee di un secolo indietro : ma 
a chi guardi il com;desso, quanti errori eliminati, quanti pregindizii tolti, 
quante cose nuove scoperte , quanti nuovi rapporti chiariti della storia 
nostra con quella generale, e non solo ne'lempì vicini e più noti, ma negli 
oscuri del medio evo, e ne' caliginosi delle etk più rimotel 

Avviene della storia quello che delle sdenze naturali, le quali prima 
di ridarsi a disciplina eerta e bene ordinata , bnlastioarono per vaghe 
teorie , alle qoaU eì vennero sostitnendo le nozioni e le leggi naturali , 
mano mano che poterono essere derminate dalle lunghe serie dei latti. 
Kd alte cosmogonie mitologiche e poetiche, la paziente opera degli inve- 
sSgalori sostituisce grado a grado la geologia, che colle medaglie delle 
stirpi estinte , e coi termini e documenti della fisica , della meccanica e 
deUa chimica , ricostraìsce la storia delle etb del mondo. Tale metodo già 
viene ingerendosi anche negli studii della civiltà ; ed ora gli scrutatori 
delle orìgini non sono più sospinti dalla immaginazione ad adunar eon- 
gettun per comporne un intero quadro drammatico , ma cercano limi- 
tarsi a sceverare tatti distintivi e sparsi , ed a- coordinarli mano mano, 
stendendo che dalla loro copia esca necessariamente la teoria. Ed a quel 
modo die noi ne saporiamo o ne possiamo sapere più degli antichi della 
vita fisica del globo ne' primi tempi, cosi ne possiamo scoprire e già ne co- 
nosciamo più di loro della storia primitiva delle nazioni calte dell'Europa. 
I documenti storici scritti si rompono ad epoche determinate, ed oltre loro 
k poesia , la quale segue a prevalere anche nelle storie scritte de'tempi 
eroici ; ma non si può dire che l'investigazione lunga e paziente non cavi 
raonamenti che soddisfino l'intelletto anche da quella poesia, e non vi 
poesa condurre sicuramente alcune fila storiche. Purché si allarghi la 
afera a vasti confronti, se ne ritraggono turni : e però le orìgini scandinave, 
dia SODO poetiche sino al secolo XI, si iUustrano colle storie germanidie, 
e queste Colle cellicbe più antiche , e le une e le altre colle tradizioni 
• cdle nolirte fenicie ed indiane ; colle quali e cf^i studii assiriì ed 
flgizii, pervia di raffronti, si rimonta più addentro nelle storie primitive 



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U8 * KASSEGNA Ul LIBRI 

della Grecia e dell'Italia, cbe non sì poteva fare amicamente, quando tjli 
sludii erano limitati a pochi paragoni. 

Conqaista recente della storia è it rapporto e l'influenza cbe si cerca 
rra la vita dei popoli e la geografia fisica delle loro sedi. Eroiloto e Polibio 
diedero i primi esempii del collegamento della storia dei popoli colle con- 
dizioni natarali deUe regioni abitate, alle quali condizioni Ipocral« ri- 
feriva in molto parte le qualità fisiche e morali. Sulte loro tracce si posero 
parecchi altri; ma, in generale , prima che la chimica e la fisica traessero 
a sé una parie deUa geografia , le descrizioni che gli storici premettevano 
ai racconti erano più che altro pittoresche, quali ora ^ stimano convenire 
ne'romanzi. Ma come si svilupparono prima la geografia fisica , poscia 
la geologia , gli storici più dotti ed assennati , veggendo quanto e per 
le arti, e per la guerra, e pei rapporti sociali, e perla letteratura, e 
per la economia, contribuiscono le condizioni dd suolo e del cielo, pre- 
sero le mosse dalla storia della terra, e taluni posero a base dei loro 
libri trallatt di ge<ri(^a. La quale diventando ora scieuza amplissima , 
soverchierebbe o squilibrerebbe la narrazione storica : però con grave 
senno Cattaneo, nel sunto della storia dì Lombardia , e Mommseo nella 
storia Romana , pigliarono dalla geografia 6sica e dalla geologia soltanto 
que'Eatti che , senza spaziare nella storia della terra, si connettono stret- 
tamente colla prima comparsa locale dell'uomo , e ne accompagnano lo 
lìviluppo sociale. Cosi adoperi pure l'autore della storia d'Italia narrata 
alle donne ; mentre Cantù ed il Vannucci spaziarono pìit largamente , 
ma più vagamente, non fissando sempre lo sguardo alle reciproche in- 
fluenze della terra e dell'uomo. Più opportunamente usarono la geografìa 
fisica Gerlach e Bacbofen nella storia dei Romani [ Geschichtt der Roma-. 
Basel, 1851 ) ; ma l'esempio più perfetto di Ule counubio si trova nella 
sapiente storia degli stabilimenti de'trreci nella Scizia, di Neumann i Die 
Hellenen im Skytmlande. Berlino, 18SS ). 

È troppo focile e frequente l'ingratitudine de' discepoli verso i maestri; 
e spesso scrittori recenti pretendono a novità perchè riproducono cose 
elaborate da anteriori , vestendole variamente : laonde è molto commen- 
devole inTannucci, dottissimo ed originate scrittore, l'attestato di alta 
riverenza a Micali , il padre della storia antica d' Italia , che ìUustrA con 
grave dottrina dal 1810 al 18i4, tanto cbe i dotti inaigli apposero 
l'epiteto di venerabile, Guarnacci , Micali e Mazzoldi preferirono tenwe 
indigene le popolazioni più antiche e fondamentali , e la civiltà italiana: 
altri, seguendo le tracce delle dispersioni dalla torre di Babele , le derì- 
varano dall'oriente in tempi non motto lontani, per migrazioni terrestri, 
contro l'asserzione di Tacito che, non terra oltm, sedeUusSna advehtbantuT 
qui mutare sedes quaerebant i e contro il fatto delle migrazioni dei Nor- 
manni nel nord , e degli abitanti della Piriinesia fra isole separate da 
interminate distese dell'Oceano. Alcuni poi corroborando il principio di 



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HASSESNA m LIBRI H9 

Romagnosi , che la civiltà si elice e compone di cementi di principii di- 
versi , e procedendo per analisi pazienti , assegnarono parecchie fonli e 
derìvazioDÌ alle genti primitive dell'Italia; e, quanlanque ne riutrac- 
ciasaero nelle più antiche sedi della coltura umana alcuni elementi di loro 
civiltà , giudicarono italiano il complesso di loro vita morale , perchè 
compostosi e sviluppatosi dalle condizioni speciali della loro attività 
nell'Italia. Fra questi merita speciale lode e raccomandazione Gerlach, 
il quale Jn succosa e rapida dissertazione sulle poptriazioni più antiche 
dell'Italia (Die tOttsU Bevotkening Italiens. Baset, 48S3), fece la parie 
più assennata alle varie tradizioni; ed è debito forla conoscere ed ap- 
{vezzare meglio che noi ala fra noi. 

n prof. Vannucci dicendo che i popoli esterni portarono i primi semi 
che qui fecondarono, mostra eeserej accostato a questa scuola. Egji , con 
Lanzi , Dennis , Raool-Roctaette , Fabrelti , Gerlach, ammette e difende 
l'elemento lidio degli Elmachi , negato da Miiller , ed ora pare propu- 
gnato da Roth e da Kruger ; ma fu troppo corrivo ad accogliere l'opìniODe 
di Ferrari, sviluppata poi da Thierry, e seguila da Balbo e da Canta, 
dell'origine celtica degli Umbri , ora provati afBni ai Latini ed agli Osci 
dai monumenti di loro lingua , e come tali riconosciuti rìì da Lepsius , 
Gerhard , Mommaen , Fabretti ; dal Rossi e da Gerlach dimostrati con 
Plinio i più antichi abitanti civili del centro dell'Italia, come gli Abori- 
geni, e li Ausoni ovvero Aurunci. Tutti i popoli primitivi dell'Italia, auche 
quelli venuti pei* mare, preferivano abitare le alture , prime sedi umane 
»cure e salubri ; laonde gli Aborigeni, non dal greco oro« monte si ponno 
derivare , ma piuttoalo da ur or , che nel basco uro-^cqua , nel caldeo 
uMnooo, n^o scandinavo urd--«ntichità , signiBca origine , e varrebbe i 
vecchi originarii; onde ò generico , non speciale. 

Contro il parerediSchoemannfGrùchiac^ AltertìiUmar. Berlino, ItlfiS), 
RSib sostiene con buone ragioni che le emigrazioni degli Hykaos dall'Egit- 
to , seguite tra il 17O0 ed il tiOO a. C, provocarono oommozioni ndla 
Frìgia , nella Fenìcia , nella Lidia, nell'Ionia, che determinarono migra- 
zioni per mare all'occidMMe : fra le quali sono da annoverarsi senza dub- 
bio quella dell'elemento asiatico degli Etruschi, e qnelle de'Pelasgi. 
I quali ricordarono essere stati guidati qui da Enotro [ otre di vino ), e 
da Peucezio [navigatore , nwm-pino e nave J , ed essersi nel Lazio amal- 
gamati cogli Aborìgeni, coi quali ivi combatterono contro i Siculi o Sicani. 
Le più gravi autorità coUegano Sicani e Liguri cogli Iberi , e U conduce in 
Italia per le vie ricaloale poecia da Annibale e da Asdrubale ; e Vannucci 
a quelle aderisce. E , seguendo Dionigi , dice che a'tempi d'Augusto ri- 
manevano degli Aborigeni pochi avanzi nel giro di un giorno da Roma , 
ne'Iaoghi ove erano stale Palalium , Suna , Caria , Issa , Reato , Batia , 
Tiora, Cotilìa, Orvinium , Trebula , Vesbula , Hefiila , Corsula: le finali 
delle quali quattro ultime si ripetono negli italiani tremola , mammola , 
donmria , fistola ec , e ne'lomlMrdì wtoJa , panota , tmola , tma^ ec. 



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iSO RASSeGMA DI LIBRI 

Sino dal primi albori della storia del Lazio vi s'incontrano segni ma- 
teriali non solo di immigrazioni dall'Asia e dalla Ctrecìa, ma di agrieoltara 
orientate, dalla quale indubbiamente vennero i lauri ; donde Laurt%- 
twn, cittì antichissima, il fico rummote, l'olivo de'csdncei de'Feciaii, 
e i) cedro di cui erano btti i simulacri de' re latini , la vite di Bnotro , le 
pelli dì leone e di tigre che vestivano ^i eroi. E , dice Tannucci , le idee 
cosmogoniche etmscbe sono affini alle persiane ; e Lajard nelle danze 
mistiche della grotta di Marzi trovò atteggiamenti, tonica, calzari, edera, 
ndrto, loto, uccelli simiti a qneUi della Persia. L'aratro d^Pelaegi, se- 
gue egli, solcò il primo le vergini terre; e poteva aggiungere anchs 
quello di Tarconte etrusco , che fece escire dalla traccia il nano Tagete , 
maestro dei riti , delle arti , dei diritti , qnindi leemoforo come Cerere , 
die i Greci dissero De-meter o terra madre , volendo ricordare come dal 
possesso della terra ctdta originasse la civiltà italo-greca-etrosea. Però 
distintivo dei Greciedegji lUli fu Giove Herceio (confinario), oweraìl 
Ko Termine, segnante i confini delle proprietà private, diverse dalla 
landa comune da' Germani. Siculi o Sicani , secondo Mouimsen , signifi- 
cano mietitori , Opici agricoltori : e l'importanza dell'agricoltura nel colto 
latino si dimostra dal nome de'loro nomi: Yervactor, Repanitar, Abaràtar, 
Imponitor, huitor, Oecator, Sonitor, So&runeator, Uettor, Conveetor, Cow- 
ditor, PnmUor, personificazione di tutte le principali operazioni agrioide. 

Il nostro autore non segue l'opinione emessa primamuite da Cloverio 
nel 1619, sostenuta ultimamente da Sulzer nel 4S5B, che trae ^ Etni- 
schi dai Reti , ma negli Etrusdii non distingue il lievito orientale dal 
pelasgioo o tirreno ; quel lievito che determinò le radicali differenze d» 
si scorgono fra ì colti , le tradizioni , e la lingua etruaca, da qudli de^ 
altri stati pelasgi : laonde avvenne che la città chiamata Cere da^i Etru- 
schi , venne da'Pelaagi appellata Agìlla. L'ordine munioipale italiano , 
che si trova primamente pia compatto nell'Btroria , ma che Rossi ( Oior- 
ttùle deieiiHluto lombarda, aprile 4896), mostrò avere esistito pare fra 
Sabini, quantunque viventi in antico per oasdi ; quest'ordine si connei- 
teva colle pratiche agricole e c<rile teorie religiose recate dall'oriente. Né 
fu per lui che 1 popoli italiani per tempo non si Risero in grande stalo , 
ma per le loro origini diverse, e per la natura del suolo: giacché se ne' fria- 
ni lungo il Nilo, l'Eufrate, Il Tigri , il Gange e l'Indo , sono beili le migra- 
zioni e le conqoiste , ne'Iuoghi aspri di borroni, di valli , di torrenti, di 
selve; le brasche separazioni naturali bcilitano le distinzioni politiche, 
ed alimentano i fermenti municipali ; e però venne la dioturnità de'gre- 
mii separati nella Scozia , nella Svizzera , sul Caucaso , ne'Reti , ne^Ba- 
schi, nella Tauride, sol Monte Nero. La cittadinanza venne da ftodemiooi 
o (bsioni di villaggi , che furono gruppi fondamentali , prototipo ddte 
federazioni urbane ; e la storia di tali città confiate da villaggi , è aer- 
bata dal nome plurale di alcune di loro come : FoMrh , VolùUrrM, Puae, 
Fenuiae , Vm , AumIIiv , le cui orifsint devwio essere state simili a quelle 



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UESEONA DI LIBBI 184 

di Atkenae , Venetiae : onde si vaole arguire cbe bocIm gli Btruschi da 
prima abiUvaDO per caseli , i quali , come quelli degli Aborigeni , do- 
veaoo avare ( come argutamente notò Hominsea ) casMIi [ borghi ) co- 
muni ove riparare per le pabUicbe necesBìU. A quelle ciUh etnucbe 
prìmilive si poaoo aggiungere Clautum , Cortona, PenuA», ArMwm ^ 
TebiJuma ( Luni vecchio ] , Cere , Falena , Avriiwa , Kulci , SnJpmum , 
Bomarao , Tar^uima , Tutocmia , alcune radici delle quali si sentono nel 
latino e ne' volgari italici. 

Quasi tutti ^i scrittori delle origini Italiche DOtaroi)0 la grande in- 
fluenza che esercitò. odia storia primiera dri centro dell'Italia il costume 
delle spedizioni delle primavere saerate. Geriacb mostra che questo era 
oomune anche a^i antichi Greci , e ad altri popoli italiani oltre ì Sa- 
bini ; e si rappicca coi voti orientali delle primizie agli Dei , donde sona 
tracce in tutte quelle religioni. Saerani chiamaronsi i giovani nati nel 
vtr tacnm, o primavera votata ; e per le loro colonie si sparsero riga- 
gnoli delle lìngue della cittìi madre , che dal ver si dieserò vemoool*. Il 
VaoBUCci , diligentisimo ed amoroso raccoglitore di tutte queste vene- 
rande tradizioni, segue La colonia degli Irpini guidati da un lupo (htrpuf- 
Inpo, MrscA ted.-certn), quella de'Sabelli guidati da un toro, quella 
de' Harsi guidati da un pico , Il quale sul monte Hattiene dal sacra- 
rio di Marte dk responsi al modo delle colombe di Oiove dalle qaercie 
dì Dodooa. Ed ecco in queste memorie la prova dall' aurispidna , cbe n 
conginage all'osservazione def^ istinti deg^ animali , che per loro prò si 
consaltano pure dai selvaggi. 

Lo studio dei simboli religiosi, inaugurato da Biandiini in Italia, 
nella Germania ora (lece maggiori progressi che da noi , e ctÀk fu ainto 
e guida a trovare e conoscere eondizìoni che altrimeoti non si sareb- 
bero potute sooprìre. Però /u grave senno di Geriacb e Bacbofen cercare 
la base della storia romana nella storia religiosa , giacché essi dicono: dalla 
credenza in ana colleganza ininterrotta del popolo romano col mondo 
de^i Dei , viene uno speciale colorito all'intero concetto dei htìi. Se il 
Vannooci avesse applicalo di pia l'acume e la vastità della sua mente 
aUe milokigte fondamentali ddl'ltalia, a quelle dì Saturno degli Abori- 
geai, dì Giano e Vesta de'Peiasgi , de'SabJno-Umbrì Quirino, Sanoo, 
Sommano , Sorano , Vacuna , Feronia , ai LaUni Pale , Nortia , Valentia, 
Liber, Capra, ed agli Etrusci illustrati da Gerhard , avrebbe reso più va- 
sto e complessivo ed evidente il suo quadro. Ma egli oeroà n^e religioni 
specialmente le orìgini e lo spirito della giurisprudenza, e sulle orme di 
Vico e di Zambelli mostrò lo svolgimento della famiglia ovvero del pa- 
triarcato nella cittì e nello slato , e nel diritto puUtlico e privato. 

VannoGci concorda ai più gravi scritlori modemj scorgendo uniti ne- 
gli Opici, Osci, Ausoni, Aruncì, i quali subirono vicende simili a quelle 
de'Peiasgi, perchè cfuesti in antico furono più ocdti a potenti degli Elleni; 



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i^i RASSEGNA l>l LIBRI 

poi cessero a quelli , ed il nome loro diveotò segno d'abbrezlooe ; « cosi 
^li Osci , gii prevalenti per arti e politica agli Aborigeni e Sabini, dopo 
la fioritara delle colonie greche di Cuma, Napoli, Po§Bidonia , da gentili 
diventarono i pagani , canzonati prima dai Greci , poscia dagli Elniscbi e 
Romani, che da loro accolsero gli istrioni e le atellane, orìgini ai nostri 
burattini ed alle marìonette; e ne trassero le voci loKO, osceno, fatico, 
toppo, ed il verbo greco opitein , per parlar male. Non seguiremo il nostro 
aulore nell'investigazione e svolgimento dell'altre principali popiriaiioni 
italiane , al settentrione ed al mezzodì ; ma loderemo il di lui criterio nel 
rendere evidenti i vani elementi della vita italiana, ed i modi di loro 
fusione , cbe lo stacca Aa quella 8cu<ria che par amore di blsa chiarezza 
sforza la storia ad unità contro i documenti ; ultimo seguace della quale 
per le origini itslicbe , ne appare il signor Francesco Manfredini , il quale 
in discorso nella Rivista enciclopedica Italiana (Voi. VI , Disp. Il, 13 ] b 
gli Itali primi [ Aborigeni ) uni di stirpe e di favella e di tipo fisico . li 
dice scompostisi su questo suolo , e tiene Giano indigeno. 

Ad onta della prevalenza remota dell'agricoltura in Italia, non si estin- 
sero le tradizioni ed i riti provanti la precedenza della vita cacciatrioe 
e pastorale. Cosk i Latini gettavano uomini nel Tevere , a placarlo, prima 
di sostituire loro i fantocci (oscilla); e prima di spedire i Socrant , si 
immolavano, come si continuò a dare vìttime di fanciulle a Giunone in 
Faleria, di fanciulli alla Dea Mania. Le feste dei Lupercali e le PaliUe ram- 
mentano vita pastorale , mentre le ferie latine^e quelle dei fratelli Arvali 
ricordano i principi! dell'agricoltura. 

Abbiamo studiato il passo , stimolati dalla brama di giungere a Roma, 
perch'essa è, come dice Vannucci, la forza cui nulla resiste, èia luce 
cbe illumina l'universo. La storia delle origini di questa meraviglìoss 
città essendo oscura come le seicenti del Nilo e la patrìa d'Omero , le ag- 
giunse mistero. Gli antichi s'adagiarono nelle tradizioni poetiche ordinate 
da Livio e Dionigi e Virgilio , ma la critica moderna volle scoprire cosa 
si celasse sotto quel velo. E primo tentò alzarlo Lancellotti da Venezia 
nel 1677 col libro : Farfalloni degli onticAt ; poscia Vico nel 4721 , nella 
Sctenxa Nuova, rivelò alcuni principi! generali della civiltà che traevano 
dai miti latini serie di fatti naturali; indi Beaufort nel 1738, PouUy 
nel 177S, scassinarono la base poetica di Roma, alla quale Niebubrdal 
\MK al 1S19 sostituì un intero tessuto di fatti sociali che allargarono 
bensi e determinarono molte origini Ialine, ma cbe aprirono anche U 
via allo scetticismo ed all'arbitrio: contro il quale sorsero nel 1 S54 , Ger- 
lach e Bachofen dicendo : ■ i più fedeli interpreti della vita di un popolo 
c< saranno sempre gli uomini che vengono dalla patria stessa , che furono 
« allevati nelle tradizioni degli avi, che inspirarono il flato dell'antichità, 
a e cbe nel loro spirito hanno le chiavi alla soluzione de' problemi chiosi 
a affatto agli stranieri d. Cantù credette doversi accostare a questa scuola 



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RASSEGNA DI LIBRI 153 

tradizionale , meotre Hominiàea , usando con vasta in«nt« e dourìna la 
libertà pixqiugnata da Vico e Niebuhr , apri novelle idee sulle origini e 
sulla storia di Boma. 

Il Vannucci mostrò grave criterio nel divisare le origini di Roma; ma 
se tenne mente alle tradizioni della vita nomadtca latina ed aborigina 
rintracciale da Dornseiflen , non rileva come Mommsen , le condizioni 
commerciali che resero le origini di Boma simili a quelle di Venezia e 
delle cittì aoaeaticbe , che danno la chiave delle di lei relazioni strette 
con Delio e coi Greci , e della rivalità con Cartagine. Le orìgini troiane, 
arcadiche e pelasge che si scontrano agli sbocchi del Tevere, e che ven- 
nero per mare , bastano a determinare queste attitudini romane. La co- 
lonia troiana messa in dubbio dai novatori, fu rivendicata da Bukert 
nel 48ifi, poscia da Gerlach ; e la rammentano il soprannome di Pergamo 
a Laviaio sul mare , ove erano i pena liliali ni, corrispondente alb Peryama 
ròcca d'Illio , ed il nome di TVota che noi diamo alla scrofa, da quella che 
a Lavinio con trenta porcellini fii segno ai Troiani di sostare. Forse il 
nome di questa nutrice si connette con quello di Boma. Sappiamo die 
gli Itali antichi preferivano l'u alla e, onde Roma sarà slata Buma , e 
nuna valse mammella ai prischi Latini , onde il fico ruminale ,* e pufu ai 
Greci, nel significalo di fiume e di succhiare, si connette al ruma Ialino ed 
allascrob; poi fti quartiere di città. 11 Lazio è pieno di tradizioni della 
primitiva selvatichezza e delle provenienze orientali serbate ne' nomi : 
l'arcade Evandro [eti-antico amfro-uomo] , che ha la ricca sul Pata-tìno 
{colle di Pale , da %v-poggÌo marino, onde dun celt. , colle) Aventino (colle 
d'&vemo perché v'era aperto un cratere } , Giani-^olo (colle di Giano) , 
Timin-ale, Quirin-ale, Pagut-ale [selva di salici, di Quirino, di Fa^i , 
da al£»i ] , Cama-sena ( terra antica ] sorella di Giano , Carmenta (ar- 
menta ) nadre d'Evandro , Velabrum (palude portuosa) , Palude caprea. 
Foro boario, ora campo vaccino, i boschi sacri a Diana in Arlcia, a 
Fanno ad Ardea , a Ferentino ; ed i nomi personali antichi Porcio, Ver- 
re, Vilelio, Tauro, Ovilio. I sodi nella guerra italica chiamarono Homa 
tana di lupi, rammentando la lupa di Romolo e Remo ; dove vuole con- 
siderarsi che nell'India tutto di dura una credenza popolare , che lupe 
nibaito ed allattano bambini , e si deve ramenlare il lupo guida agli Ir- 
pini , ed i lupi di Apollo. E questi miti, questi simboli , queste ricordanze 
si vogliono raccogliere e raffrontare; perché, come saggiamente dice 
Gerlach , la ieggertda non è invenzione, ma è il linguaggio dell' aatichU^, é 
U manto della storia. 

Nelle origini di Roma, sia che si voglia preferire l'elemento mercantile, 
od il gnerresco, o l'agricolo, od il pastorale (che tutti quattro vi sono ma- 
uilÌBsli ) , si riconoscono le TusÌodì ed ingerenze di Sìculi , di Sabini , di 
Aborigeni, di Pelasgi, di Etruschi , non solo nelle tradizioni, ma anche 
net nomi lasdati ad alcuni luoghi, e rimasti sino alla ricordanza di Var- 
\MCtt.!ÌTAT. , Hmra Strie j T.llP, P.l. » 



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1.^4 RASSEGNA DI LIBRI 

rone. Roma , come Atene , Venezia, Basilea , Alessandria , le cittì ansea- 
tiche e quene degli Stati Uniti d'America, fu in certa gnisa cosmopi^ittca 
(Gerhard); e da (ale origine, cui conFormossi sino all'impero, deve il 
miralnle suo progresso e l'enei^ia che la recò in cima a tutto il mondo 
antico. Perchè, dice Vannucci, che la civiltà non esci mai tutta intera dalla 
niente di uno o pochi uomini , ma è squisito frutto sociale ; e le istitu- 
zioni romane , ritraendo dalla dì lei storia , sono varie di origine e di 
elementi, quindi recano in sé i principi! de'progressivi sviluppi. Laonde 
argomento altamente Cantù quando disse : n Roma nata dalla mescolaoia 
di varie stirpi produce teoriche d'universalità, e istituzioni diverse vi 
portarono Latini , Sabini , Etruschi , sicché il bisogno di sceverarle par- 
tori la critica a. * 

Tutti ì popf^i barbari , dice il Vannuoci, al princi{HO si rassomigliano 
più o meno fra loro ; e cosi sono i Romani in ciò che serbano di vii» 
nomadica e pastorale, e delle prische Institnzioni religiose , bellicbe e 
civili , fra le quali distingnesi la soperchianto autoriti dei padri , dal cai 
nome si trasse meritamente quello di padroni per l'identità dell'autorità, 
e perché i Agli stavano ai padri come i servi ai padroni. La fusione delle 
stirpi nell'asilo di Roma , si formò poco per volta ; ed a misura delTat- 
fluenza delle genti, anche la città, come unico corpo politico e materiale,» 
amfdiflcò ed afforzò , facendo abbandonare le castella intomo d^i Abo- 
rigeni , de'Latini, de'Sahini , de'Volsci. Coi primi re già si recano a Roma 
e vi prevalgono le arti e le insliluzioni degli Etruschi , i quali, secondo 
Hfilter, vi introducono i littori, la sedia curule d'avorio, la toga, b pompa 
dei funerali e de'trionfi , la tunica ricamata in oro, lo scettro d'avorio 
sormontato dall'aquila , la bulla aurea ^ il censo , e si può credere andie 
il rito de'Feciali , assai pììi antichi di Roma , serbatori e moderatori di ao 
diritto pubblico di guerra , che presuppone lunga serie di patti fra con- 
termini. 

I Latini non erano una stirpe speciale, ma sì nomavano dalla lar- 
ghezza piana , 6 dalle selve e caverne che vi aprivano nascondìgli [latos: 
nJarot; latore; iauiiuu), e consistevano in aggregazione di quarantaselte co- 
munità che si accentravano ad Alba; sinché Anco Marzio avenddi , come 
dice Cicerone, vinti in gaerra, li assunse nella città, e ne trasse molta parie 
ad abitare in Roma , dove dice l'A. formarono i plebei , dalla cui oppo- 
sizione costante all'aristocrazia ne esci la grandezza di Roma. E quesU 
plebei furono una collìvie di varie stirpi , perchè vi si andarono acco- 
gliendo agli abitanti di città e comunità vinte, dalle quali ne vennero 
anche conQuenti nella aristocrazia romana , che si venne allargando e 
rinnovando di contribuzioni estorne , come quella di Venezia. Allora 
l'egemonia de'Latini passò a Roma, e Tarquìnio, a tener saldi i legami 
d'antica consanguineità , institul le ferie latine sul monto Albano , dove 
i rappresentanti delle genti latine comunicavano mangiando le carni di 



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RASSEGNA DI LIBRI 1S5 

BD toro UaDCO immolato. Con questo re d'origine etnisca, prevalsero 
in Doma le iDfltifflue di qudla nazione colta , e forse di là , e dall'acco- 
glienza de'Latini , venoe la rivoluzione civile operata pel di lui succes- 
sore Servio Tullio ; il quale volendo elevare i plebei per giustizia difitri- 
botiva , e per tronteggiare le burbanze ed impronliludini patrìzie, aboli 
la servitù imposta ai debitorì insolventi , ed ìnstilui il censimento del 
possesso roDdiarto, e pese il possesso base de' diritti cittadini , come da 
noi si operA ne'tempi feudali. La qual cosa che ora sarebbe reazione , era 
allora rivoluzione, perchè emancipava la città dal dispotismo del patriziato 
eredilario e militare , ed aprendo le vie del Senato ad ogni classe: e noi 
sappiamo grado al Vannncci , che abbia con fino criterio ben ponderato 
questo rivolgimento , pel quale venne anche agevolata la fusione de'cil- 
ladiai ; giacché quella societè di Boroa era on aggregato non omogeneo, 
ma di tante comunità divise per riti , per arti , per tradizioni , per par- 
lari , [riù ancora che alcuni antichi Communi italiani nel medio evo; ed 
alcune di quelle singolarità si serbarono in talune famiglie patrizie di Bo- 
ma sino alla fine della repubblica. 

Con Tarquinio migrarono a Roma anche le arti etnische , e fa Tar- 
qoiiuo Prisco che intraprese a murare il circo massimo e la cloaca mas- 
sima, compiti poi da Servio; quella cloaca che.a ripurgarla alcuni secoli 
dopo costò cinque milioni e mezzo. Servio poi, oltre l'avere compito le 
grandi bbbricbe di Tarquinìo , cinse i sette colli c(»i una sola cinta , e 
oasi compi anche l'unione materiale di quelle sette borgate, il patriziato, 
ooote semina , più lunganime e compatta e disci[dÌnalo della plebe, pre- 
parava reazione, contro la quale dovette lottare lungamente Tarquinìo 
il Superbo , e finalmente soccombere ; ed allora 1 nobili rimisero te conr 
diziooi civili allo stato pristino, e sostituirono al re un magistrata supremo 
dei Decemviri , più indipendente del consiglio de'Dieci di Venezia. 

Ma i bisogni del popolo che non si distruggano per deluderli , ed il 
progresso naturale ineluttabile, eccitarono di nuovo il popolo contro ì 
patrizii ; talmente cbe non valendo ogni protesta, per disperato il popola 
da quelli si separò nella famosa ritirala sul monte Aventino. Dalla quale 
eed una concordia patteggiata che produsse il tribunato del popolo , tanto 
influente ad equilibrare ed armonizzare gli elementi romani sviluppon- 
tisi nelle collisioni continue, e gli edili pei mercati e pegli edifici pub- 
Mici; e cosi, dice Vannucci, in mezzo ai disordini d'una rivoluzione la 
libala cominciava senza debtti. 

Come neir Inghilterra moderna , in Roma antica le figure pìd au- 
stere, [HÙ inflessibili , più maestose, sorgono da quel superbo patriziato 
non domo mai ; e tali sono ì Fabii , Appio , Coriolano, che come i legit- 
timisti di Francia , e i Ghibellini italiani , congiura anche cogli stranieri. 
A questi patrizii, più che il popolo interessati aUa difesa delle conquiste 
e ad estenderle, si deve quella costanza incrollata nelle guerre , che salvò 



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infì ttASSEGNA DI LIBRI 

Botna e ta recò al dominio det mondo; la quale fierezza si Epiegò spe- 
cialmente nelle lolle contro gli Italiani in quelle epoche che sono l'etk 
erotea di Roma, della quale nella Storia d'Italia narrata alle donne, è 
detto : ■ La storia eroica di Roma è la storia d'una lotta titanica compiuta 
da una stirpe che apprese per tempo a vincerò sé stessa e a dominare 
l'avversa Tortuiia, dando alla violenza medesima l'augusto carattere 
della virtù '. 

La storia interna di Roma h importante più dell'esterna, perchè Inchiude 
un tesoro di fatti e di esperienze ; e questa storia interna è intimamente 
connessa col possesso e colla religione , ai quali vengono informandosi 
le leggi. Fra una folla d'opere che «i pubblicarono In tutte le nazioni 
dell'Europa , intorno il diritto e la proprietà romana , due italiane recenti 
meritano speciale considerazione , e pel loro merito intrinseco, e perchè 
non curate pubblicamente quanto meritano : vogliamo dire la Geneti <Ut 
diritto Romano di Pietro Barinetti ( Milano, Manini, tSftt),ed i (Mentii ito- 
rici dell* legtfi sull'agricoltura dì Enrico Poggi (Firenie, 18i5). Il Barinetti 
rende evidente la ferma ed altera potenza fondamentale de'patrizii , che 
tutte assorbono , spegnendo Romolo per gelosia ; né vale a mitigarla l'in- 
fluenza sacerdotale di Roma ; e con Tulio il partite reale tenta impadro- 
nirai del cultOj ma il sacerdozio arma di un fulmine ta mano dì Giove jter 
colpirlo. L'asilo di Romolo, egli dice , forma le protezioni e le clientele ; 
colle clientele si estendono le famìglie ; t fòrti entrano nelle legioni; tutti 
gli altri coltivano i campi , che costituiscono 11 fondo pubblico. I re poi , 
nota il Poggi, assegnando ai plebei terreni alla campagna di Roma, sì 
fondano quelle belligere tribù rustiche di coltivatori proprietarii. 1 quali 
non erano gik pieni possessori di quelle terre di dominio quiritario (acqui- 
statecoll'asta] e mandpio(presocolle mani) del patrìzii, male coltivavaDO 
a modo di livellarli ; e per Servio Tullia , le concessioni ai plebei a tali 
condizioni, si moltiplicarono nell'agro pubblico. Per tale modo vantag- 
giarono cosi le condizioni economiche de'plebei, che, ricorda Dionigi, 
all'espulsione dei re , quattrocente rustici poterono pagare il censo de'ca- 
valieri, ed essere assunti nel novero di quelli; e se i favori regi avessero 
CMitinuato, intorno al trono si assiepava un terzo state da equilibrare il 
palrjziate. LaiHide i decemvh*i reagendo, ritolsero a confiscare a tutto prò 
dei nobili te terre conquistate. I plebei sorretti dai tribuni levarono spessi 
clamori : ma i palrizii li combatterono si fieramente , che nell'anno 460 
a. C. ne fecero ardere vivi alcuni di fuori nel circo. Ma non valendo le 
sevizie a mutare gli ordini naturali e ad attutare profondi bisogni, e mi- 
nacciando sempre più baldanzosamente In plebe di frangere tutte le dighe, 
quando la guerra di Velo rese più urgente il bisogno dell'aiuto del popolo, 
j patriztl , come 1500 anni dopo i feudatarìi , dovettero scendere a patti 
con lui , e per deluderlo lo allettarono alia lunga guerra contro li Etruschi , 
con grassi stipendii e premii militeri. Cosi s'ingenerò l'ordine militare 



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RASSEGNA DI LIBRI 157 

democratica^ cbe andò prevalendo Bu)ragrio(dturB,che sempre più attirava 
i serri ; e questa vicenda preparò ta grandezza del dominio romano, ed 
insieme la trasformazione dello Stato. 

I Romani sorgevano fra due civiltà e due potenze terrestri e marit- 
time ; quella de^i Etruschi e de'Greci della Campania. Cogli Etruschi più 
proGEimi, furono ad asprissJmo conflitto sino dairespalsioae di Tarqninio; 
laonde era nstarale che Ingrandendosi il contrasto , tentassero collegarsi 
coi Greci , cui li legavano anche comunanze di origini « di culti. B lo do- 
veaoo fare, tanto pù che i Greci dIvenUn»» rivali e nemici continui de- 
^ Etruschi per le gare marittime, come coi Cartaginesi; laonde furono coi 
Romani cosi contro gli uni che contro gli altri. Gih i76 anni a. C. i Greci 
da Siracusa vinsero a Cnma ia flotta etnisca, e poi s'Impadronirono 
delTisola d'Elba; laonde apptanaerc a Roma qnand' essa, 39S anni 
a. C. , prese Velo, potente città etnisca. Per quell'acquisto incominciò 
Festensione stabile di Roma , la quale però non solo venne a contatto dei 
Galli già molesti agli Etruschi, ma eociloUi a seguire l'invilo di questi 
e tentarne la preda. E lo (boero cinque anni dopo la caduta di Velo , por- 
tando a Roma quell'assedio che restò come un poema epico nelle tradi- 
zioni romane , e del quale giunse fama anche ad Atene. Dopo la deva- 
stazione gallica, che rovinò molti patrizii , il popolo tentò trasferire a Teio 
il Capo dello Stato , e sarebbe stalo ntile per lui per sottrarsi alla pre- 
potenza patrìzia , come lo fu a Costantino la traslocazione a Bisanzio. Ha 
a Roma si levarono i padri, cinti della maesti e de! mistero religioso, e 
seppero sventare il progetto, come poscia Farinata a Firenze. Nondi- 
meno la nobiltà andò perdendo terreno lentamente, cosi che nell'anno 36i 
a- C. ammise un console plebeo , e dopo in ventiquattro anni si succedet- 
tero quattordici dittature pei contrasti nelle elezioni fra i due elementi 
avversi ; sinché nell' anno 338 a. C. il popdo fece altri conquisti 
per la pabbllcaztone della legge PnbliUa, assai meno conosciuta, dice 
Bsrinetli , che non dovrebbe. Cosi, segue il Vannucci , il popolo conqui- 
stò ad una ad una le dignità dello stato , e dopo lunga lotta , giunse 
alTeguaglianza politica. Subito dopo l'adozione delle le^ Licinie ebbe 
l'edilità curule comune oo'suoi avversaci. Nel 366 a, C. ebbe la ditta- 
tura , e nella prima metà del secolo appresso giunse alla censura , alla 
pretura , ai sacerdozii { 300 ) e all' abolizione del rito patrizio degli augn- 
rìi ; e nelle assemblee creò molto dei tribuni militari , e i duumviri per 
armare e ristorare le navi. 

Quando il popolo era semischiavo, veniva governato arbitrariamente 
dai patrizii , i quali erano divisi fk-a loro anche di diritti tradizionali , • 
legati fra loro e col re da poche leggi stabili e consuetudini ; ma come il 
popolo esci di gregge , volle avere legge certa e generale, come recava la 
fama l'aveesero qnello ddle repubUicha greche. Roma legata per moHi 
vincoli antichi alla Grecia, e per lunghe coosnetodini di commerci e di 



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iHH RASSEGNA DI LIBRI 

riti, talché Tarquinio mandò messi a Delfo, calmò il popolo promettendo 
un corpo di leggi al modo delle greche; e Dell'anno 30i ». C, 
essendo fanciullo Alessandro Macedone , mandò ambasciatori ad Alene 
ed in altre cittì per farvi sludii di costituzioni. Co^, col sussidio di Ermo- 
doro di Efeso , esule nel Lazio, giovandosi delle le^i gii esistenti e ddla 
sapienza italica e greca, propongono nuove leggi, inforniate di spìrito 
conciliativo , non distruggente la potenza dei patrizi! , ohe si reputa unico 
palladio di liberti e di gloria; e si ne vennero le famose leggi delle 
Xlf tavole , (onte d'ogni pubblico e privato diritto di Roma , per le quali 
ì plebei furono ammessi al dominio quirìtario d^e terre, affrancati da 
imposte fendali (BariaettiJ. 

Quando i Romani poggiarono a questa altezza civile aveaoo gifc con- 
quistato grande preponderanza politica. Nell'anno 3i3 la &ma di loro 
vittorie sui Sanniti avea commosso Cartagine , per modo che stimò pru- 
denza congratularsene , mandando in dono a Giove CapitoliQO di Romi 
una corona d'oro. Ventidue anni dopo gli stessi Sanniti, serbanti il fiore 
dell'antica gagliardia italica nelle aspre penne degli Appennini , ridotti 
alla disperazione dall'implacabilità romana, fanno subire all'alterezza 
romulea il turpe giogo delle forche caudine , reso più amaro dalla km 
umanità che offusca i Romani. Nondimeno i feroci patrizii , incitati dal- 
l'avita tradizione diventata bisogno nella loro città , ricusano la pace. 
Allora intorno i Sanniti si aggruppano Harsi, Peligni , Eroici, Equi, 
Umbri , Etruschi ; ma Doma , colla longanime disciplina e coli' unità in- 
telligente che la trasse da tanti pericoli , che la conduEse a vincere tolti 
i nemici, gli uni. dopo gli altri li debellò. 

La durezza colla quale i Romani trattarono i vinti Sanniti e loro com- 
militoni , li esasperava a segno che non bastavano le minacce di mali 
maggiori e di esterminio a contenerli ne' primi tempi; e questo si espe- 
rimentò di frequente, ma specialmente nella guerra de' Romani 
contro Pirro. Le conquiste romane al mezzodì toccavano già al confine 
de'Greci di Taranto , i quali furono tosto costretti irritarsi coi Romani 
sino a guerra aperta ; per sostenere la quale , chiamarono in loro soccorso 
un valorosissimo re avventuriere degli Epiroti , stirpe degli Albanesi , 
Pirro, prototipo di Scanderbeg della stessa radice. Ad Epiroti e Taren- 
tini si unirono Hessapi , Bnissi , Lucani e Sanniti ; ed allora , 180 anni 
a. C. comparvero in Italia i primi elefanti. E ve li condusse Pirro, 
che li avea avuti dagli altri Greci , che li introduss^u dall' India 
dopo le spedizioni di Alessandro. Que' nuovi arnesi di guerra curvarono 
il nerbo romano , ma noi domarono ; e Pirro , dopo varie prove arditis- 
sime, dovette cedere alle virtù inesausto del popolo re, il quale nel 
267 a. C. diventò padrone di Brindisi, emporio del commervro del- 
Kltalia meridionale colla Grecia, e chiave del mare Adriatico ed Egeo- 
•Allora Roma cominciò a diventare minaccia eziandìo a tutti i domina- 



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RASSEGNA DI LIBRI iÌ9 

tori greci , e speranza ai loro nemici ; fra i quali erano i Mamertini , 
cbe persegoitati dai Siracusani , chiesero ed ottennero l'alleanza di Roma. 

[ Cartagioesi aveano già antichi dominii e commerci e speranze nella 
Sicilia , onde le minacce de' Romani di porvi il nido di loro aquile era 
eziandio contro di loro ; e per6 si strinsero col re Cerone contro i Ro- 
mani : i quali pei conqui9ti de'porti greci ed etruschi , diYentati già po- 
tentissimi anche sol mare, vinsero i Cartaginesi combattenti da 3'àQ navi 
ad Ernomo neh' anno ibi a. C. ; e quindi , spinti dal loro genio . 
sbarcarono (osto al capo Bon , e cosi primamente calpestarono quel suolo 
adricano dove doveano segnare si grandi orme di loro , sino alla con- 
quista dei Saraceni. Cosi incominciarono per Roma eziandio quelle fw- 
midabili guerre contro i Fenici , Feni o Poeni , dette perciò guerre pu- 
mcbe, delle quali la prima, che lini nel S4I a. C., dice il nostro autore , 
costò ai Romani la perdita dì settecento navi. 

Alle conquiste militari, operate sempre colla efficace cooperazione del 
popdo cittadino e dei socii ed allenti , corrispondevano o conseguitavano 
sempre due moli interni ; concessioni ai commilitoni , e modificazioni 
De'costumi , nelle idee, nelle pratiche, nella coltura generale perleim- 
pCH-tazioQi esteme ; perché Roma, mercato Tranco dall' origine, restò sem- 
pre Eédele al principio ài lenta trasformazione e di armonizzazione di 
ogni maniera di elementi, che la portarono all'apice del potere mate- 
riale e morale dd mondo antico. Non legata indissolubilmente e cieca- 
mente ad alcan principio assoluto , fece sempre prò di esperienze , e per 
tempo seppe vincere dividendo in ogni maniera gh avver^arii, collegan- 
dosi coD qualche loro frazione. Frazione potente e stabile delle società 
anticlie era l'aristocrazia, e Roma in Italia blandi quella per aversela 
cooperatrìce , e segregò le cittìi , frantumò i popoli da prima e favori il 
municipalismo , sinché fu giunta a potenza incrollabile. Però nell'Etruria 
fece cessare le assemblee generali che si leneano nel tempio di Voltumna, 
né, fuori degli ordini municipali , volle esistesse nlcun centro di vita e 
di potere e di ìeggfi , tranne Roma ; alla quale l'Italia si accentrò in tre 
modi : col diritto romano , col diritto latino , col diritto italico. Ma la so- 
vrana delle arti romane di conquistare materialmente e moralmente , e 
di esodare e fecondare le conquiste economicamente , fu la deduzione 
delle cetonie, quella che più che altro istrumento romanizzò l'Europa 
occidentale. 

Le colonie romane nell'Italia hironn di da e sorte : ne' paesi lontani e 
spopfriati si mandavano colonie militari, che talvol^ sommarono sino a 
Imita mila persone , a ciascuna famìglia delle quali si assegnavano pro- 
prietà di pieno diritto: ne'luoghi popolati invece si davano! terreni a 
colonia parziarìa , molto vantaggiosa al coltivatore, all' intenlimento che 
i cotoni non s'identificassero coi vinti , ma mirassero sempre a Roma : 
Iwmde Cicerone chiamò le colonie propugnacula Italiae ; ed inatti erano 



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1B0 RASSEGNA DI LtBHl 

come accampamenti militari glabili , posti qua e colà con doppia azione, 
(li fona e di coltura. Questo colonie godevano il diritto di cittadino ro- 
mano, ed invocavano i popoli fra ì quali erano staiiilile, a meritarsi 
tali privilegi con servigi ; giacché a tale dignità Bi perveniva solo grado 
grado , e da principio , fuori di Boma , lutto era dominio as6<^lo , che dai 
vincitori appellavasi freno contro la licensa di ingiuriare. E le libwlà 
irradiavano all'esterno a misura che s'accomnnavano nell'interno , dove , 
come vedemmo, il popolo con incessante conato si fingeva a togliere 
le barriere che lo separavano dal patriziato. Allora a Roma accadeva ciò 
che si vede sempre intervenire in simili contrasti : i pia fini de'patrizìi 
a blandire la plebe gii potente , alzarono al grado senatoriale plebei e 
liberti, specie di Ciompi da Firenze; e, nota Vannoect , come oggidi 
alcuni grandi ricorsero all'appello al popolo, ed al suffragio aniversale , 
così allora si andò grado grado sino al volo della gente minuta. Coei for^ 
otosst la costituzione romana , segue egli , sorta a poco a poco da pic- 
cioli elementi , e formata dai decreti vinti nel f6ro dal pop(4o , e dalle 
tradiuoni. E corrispondendo fa grandezza piritica e civile alla ccdtura , 
in quest' epoca si costrosse la via Appia , subentrarono le tegtde alle 
scandde per coprire le case della città, e cogli acquedotti merav^iost 
si condussero io Roma quattordici fiami. 

Già per Roma e per l' Italia tutta si prei>arava la feconda guerra pu- 
nica, quella cbe mise alle più alte e dure prove tutte le virtù romane, 
quella che sconvotse tutta la penisola , e che persuase alla vincitrice emerle 
assicuralo il dominio del mondo- 1 Greci che vedevano sempre più ingros- 
sare minaccioso il torrente di Roma, per fronteggiarla s'accostarono 
all'antica rivale Cariagine ; ma questa non avea in sé dementi di unità 
e di disciplina atti a superare la città eterna. Cartagine era , come Ve- 
nezia , meglio potenza mercantile e marittima che militare; era retta jm 
oligarchicamente che aristocraticamente; e ne'ceulo anni che ooodoese le 
guerre contro Roma , si giovò massimamente di truppe mercenarie. E ee 
tanto resìstette , che recò tanti lutti a Roma , lu per la ventura di avere 
avuto Annibale , lAe Napoleone chiamò il più audace ed il più sorpreo- 
dente di tutti i capitani. 1 Cartaginesi aveano perduto Sicilia e Sardegna, 
e per ricattarsene sui Romani, recarono la guerra n^la Spagna contro 
i possedimenti de' loro nemici ; e lì , nell' anno S19 a. C. , giuDGero 
a prendere Sagunlo. Allora Annibale concepì ed esegui il mwari^ioso 
disegno di fare una spedizione in Italia con grande esercito per terra, 
passando ì Pirenei e le Alpi. Cosi divisava condurre seco contro Roma 
i Galli, i Liguri, li Etruschi. Nessun altro avversario avrebbe potalo 
resistere a quel genio , il quale superò tutti gli immensi ostacoli di quel 
cammino di 1tS5 miglia in grande parie senza strade, dì vetlovag^are, 
tenere insieme e sano l'esercito ed animalo a combattere. Giunse nel 
cuore d^' Italia , e vinse ì Romani alla grande battaglia di Canne air«tà 



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RASSEGNA Di UBRI f61 

di trent'Bnoi ; a qoelU sleasa età nella ({uale Alessandro vinse ad Arbela, 
Napoleone s Marengo. Qui, come poscia neUe supreme lotte fra Napoleone 
e l'InghilteTTa , si vide per sedici anni il graDdioao spettacolo di una 
mente Btrsordinsria che combatte con grandi meral contro on popolo 
ed nna coslitozione straordinsrìs , ed alla fine vince qnest'oltims. Allora 
sì vide il vantaggio delle cetonie , e la bontà della politica dì Roma; la 
quale , pure minacciata nel capo e coperta di rovine , seppe tenere in 
deroEÌone i Toscani, in parte i Galli ed i Sanniti, i Sabini, i Voteti. 
Annibale fu perduto quando non potè a |N^mo tratto avere Roma, por- 
cile dovendo vivere sul paese invaso con truppe barbare , aoa potea 
amicarselo , dovendo lasciarlo andare a depredazioni: ed in btti , ne'sedici 
anni che ci slette rovinò quattrocento fra città e borgate. Per salvezza 
I»vpria e per la fM)eaRoma,dasèNapoli, Salerno, Petiìia, Be^io reepin- 
sero Annibale ; ed i Romani ripresero tanta baldanza , cbe durante il suo 
soggiorno in Italia presero Siracusa, difesa dalla mente di Archimede, 
che Ti peri a Ti anni ; e dopo avere , nel 107 a. C. , disbtto Asdru- 
baie con Galli e Liguri al Hetauro, e ripresa l'opulentissinia città dì 
Capua , divisarono fere l'audacissima spedizione nell'Africa , onde co- 
strìngere Annibale ad abbandonare l'Italia. Come la causa romana di- 
ventasse già nazionale-, sì vede dalle contrìbozìoni delle città per quella 
spediiiODe per la quale Cere mandò vettovaglie , Poputonia ferro, Tar- 
quinia tela , Tollerra attrezzi navali , Arezzo armi , Perugia , Chiusi , 
Roselte frumento e legname. 

SdptoDe salpò alla btale spedizione contro Cartagine dal capo Lilibeo 
OOD trenta mila uomini , S04 anni a. C. , e Roma ottenne l' inten- 
lo di snidare Annibale dall' Italia , giacché la patria in altisaimo pe- 
riodo lo ricbiamò : ma il senno del grande capitano non bastò contro 
le forze di Roma;-e Cartagine dovette subire una profonda ruina cbe 
ne preparò l' eccidio , già decretato negli a&ìmi romani da quando si 
couviusero elle Roma non potea dominare il Mediterraneo sicura mentre 
susststeva la rivale. Due anni dopo la vittoria dì Scipione , Atene e 
Rodi chiedono a Roma aiuti contro le minacce nuove de'Hacedoni , retti 
éa un secondo Filippo allealo del re della Siria Antioco. Così venne 
schiuso ai Romani il tesoro della Grecia antica , dal quale trassero poi 
ciò che loro mancava ; la squisitezza dell'arti beUe , e la coltura scienti- 
fica e letteraria , ed il rattempramento de'ferrei costumi. A soccorrere 
romanamente i Greci , fu spedito Plaminio già educato alle lettere gre- 
ehe ; il quale molto dotto dell'arte politica romana, seminò discordie fra I 
Greci, vinse Filippo, e parve tanto salutare alla libertà delle città di quella 
elasHca terra, che da loro riportonne in dono ceutoquattordicl corone dì 
oro. Antioco soccorritore di Filippo, accolse anche Annibale esule volonta- 
rio dalla patria, che guasta dall'oligarohia e dalle discordie generate dalla 
viziosa costituzione , non poteasi più salvare. Così Antioco diventò un 

A><:n,ST.lT., [fluita Serie, T.lll, IM, ai 



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i6i KASSKOKA DI LIBRI 

nemico da spodestare ai Romani , ed una grata oooMHHifl <li t^rsi le 
ricche Provincie dell'Asia e l'Egitto. Infatti , quattordici anni dopo U spe- 
dizione nell'Africa , ì Romaui approdarono nell'Asia , vi vinsero Antioco, 
gli imposero una multa di 8S milioni , e s'alleartHio oc» Giudei , da An- 
tioco oppressi e minacciati. Giacchi i Romani non vìaoevano per sola 
virtù militare , la quale non sa edificare né ooncUiare ^ animi , ma 
snpwavano tutti perchè aveano i migliori ordini politid « civili ; perchi 
la loro costituzime metamorfòsioa migliorava ogoora; perchè affidavano 
ogni legittimo bis<^o di soddisfazione; perchè erano i più acconci ad 
alluare quella fusione di popoli , di idee , quella eolidarieti d'inleraesi 
cai tutti aspiravano , e cui essi tendevano anche senza rendersene ra- 
gione, pure a traverso le violenze e le immanità. Essi trovavano sempre 
alleali n^ oppressi, ne'mioaociati , più numerosi degli oppreesori , e di 
molti realmente miglioravano le condizioni , promovendo egoa^ianza di 
diritti , leggi stabili , oommerci , industrie. Che se io parecchia oose 
erano peggiori di loro nemici , nel oom^esso, specialmente in un largo 
spazio di tempo , ne erano migliori d' assai. 

Nell'Asia , nell'Africa , nella Grecia , la oivilti antica , e la natura 
aperta del sudo aveano consentilo grandi modificaiioai di stati ; laonde , 
come già ad Alessandro con poche vittorie fu spedito il conquisto dì 
vaste e ricche contrade , tanto meglio lo fu ai Romani ; e come Alessan- 
dro rifuse la Grecia coU' oriente e c(ri)' Egitto, i Romam rifiisero tatto 
ciò coll'occidente dell' Europa e coli' Africa , e spìanarano le vie al ori- 
sttaneeimo. Ma la bisogna fu ben diversa nel cuore dell'Italia, nelle Alpi, 
e nella Spagna , dove la natura del suolo ed altri fatti storid mante- 
oevano molti vividi gremii di liberti , ohe tu lungo e durissimo asst^- 
bire nel dominio romano. Viriate (ornteniò i Romani nella Spagna ooUe 
gverUUu, come Hinas Napoleone , a quel modo cbe Giugurta e Tacb- 
rioate molestarono i Romani nell'Algeria, oome Abdel-Kader e Boo-Masa 
i Francesi. A domare li Spagnuoli si vollero gli sfoni di Catone il veo~ 
chio , di Sempronio Gracco , di Emilio , di Mario , di Lucullo , di HaroeUo , 
di Pompeo. 

Mentre le aquile romane stendeano vdi si lontani, l'Italia non era 
sottomessa ancora verso l'Alpi , dove stavano ìndipeodeoti e nemici i 
Galli , i Liguri ed i Reti , che fiir vinti solo sotto Augusto. Dall'anno 107 
al t9i a. C. i Galli furono battati a Como ed a Milano ; poi vul- 
nero i Liguri , arditissimi ed espertissimi , che continuarono la guerra 
per undici anni , e cbe , esausti , finalmente quietarono sotto la vigilanza 
delle colonie romane , Pisa, Lucca, Modena. Pochi anni dopo, 168 a. C, 
Paolo Emilio, vinto Perseo figlio di Filippo macedone, menò a Soma 
ricchissima preda greca , la quale s'accrebbe venlidue anni dopo , quando 
furono conlemporaneamenle distrutte Corinto e Cartagine , due gioielli 
do! Mediterraneo. Tante conquiste , e le subite ricchezze cbe ne cooso- 



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IUB8EQNA DI LIBU 163 

guilarooo in molte fomigUe ronuse , b le arti , e le idee nuove , produft- 
■ero ìd Roma una rlvetnzione sociale , e onori contrasti fra i novatori , 
i eaMe^ialari delle cose nteme , che ( in gran parte ) erano progresso, 
ed i tenaci e religiosi osservatori ddle pratiche avite ; prototipo de'qoali 
aom Imperterrito Perciò Catone da Tnscolo , ek>qnentìaBÌmo rappresen- 
tante ddl'antiea ruvidezza italiana , die rimase romano quando tatti 
gredzzaTaoo , mentre li Scipiont, proiettori di Polibio , rappresentavano 
1 novatori. I OfMiservatori a^^k^arono graecari il menare vita midle , e 
ptoTOoarooo nn tmMut-eongulhu, che proibiva in Boma le feste di Bacco , 
Importazioiw deUs Grecia sensuale. Si taoaò e si declamò contro la cor- 
nnione d'ogni maniera che veniva dalla Grecia , dall'Asia , dall'Egitto e 
dalle ricehezze smodale; ma non si considerò abbastanza che qnesti 
vizi! soppiantarono la barbarie, la orodeltèi , la dorezia ferina : e se gli 
abnsì tubassero i Siila , i Clodil , i Catilina , l' nso assennato delle cose 
move generò le eleganze e le dolcezze delll Seipiosi , di Lvcnllo , di 
Cesare. La nobiltìi e soavità delle lettere venne da ogni parte a sfden- 
dere nel mercato di Homs , e ad addolcirvi la rigidità de'Qnirìti. I 
primi florittorì ci vennero dal di fnori ; Nevio, ohe ecnase nn poema 
nazionale , sointìlla per Virgilio , era della Campania ; l'altro poeta eroioo, 
&urio, era della Calabria ,' Livio Andronico cronista veniva da Taranto ; 
namo , primo oooiico , acendea dalPOmbria ; come poscia ci capilartmo 
Cioerone da Arplno , Virgilio da Mantova , Livio da Padova. 

Perpetua sorgente di contrasti fra popolo e nobiltà romana , come 
vediamo , fu il nodo di oonfisoa , di proprietà e di godimento dei fmodi 
jweda di ^erra , giacché i petrizii tentavano sempre usurparli per sé; 
e prima ci rieseivano per l'ascendente politico e civile; poscia dbtraendo 
e deludendo gli avvenaril cogli stipendi! di guerra , colle colonie , colle 
divisioni. Cosi si vennero concentrando in poche mani immensi possessi 
Isodiarii, delti latifàndi, coltivati da sorvì , e per economia piò a pascolo 
ohe a lavoro , e talvolta si vasti , che la metà dell' Afirioa romana era di 
•ei possessori. A limitare qnesti abusi dell'aristocrazia , sorsero capi 
popolo 1 due Gracchi e Saturnino , ma trovsrtHW opposizioni , come li 
abdizionisti negli Stati d^l'Amerìca del Sud. Basi , come mostrano M6- 
rimòe e Poggi , non intendevano già limitare le proprietà , ma volevano 
togliere le occupazioni arbitrarie del terreno pubUìco ; ciò che poscia 
e^xignò Cesare , ma ohe essi non poterono ottenere che parzialmente , 
perchè il Senato li perdette, parte fingendo piò tenerezza di loro per la 
plebe, parte eccitando contro di laro gli uomini nuovi , diventati , coum 
sempre , \mi fieri e gelosi difensori delle subite ricchezze : laonde meo- 
Ire i Gracchi nobfli sacrìflcavansì per la plebe , Cioerone plebeo rì tm- 
«eva campione degli arìstrocratici. In mezzo a questi lotti si svolgeva 
bend la democrazia , ma non puramente , perchè l'accompagnava il triste 
corredo della depravazione morale. Come in altri tempi, divealè massmia 



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16i RASSEGNA DI LIBRI 

escita dai fotti , essere lutto la ricchezza qualunque fosse l'or^ioe; quB- 
di , tranne poche eccezioni , si familiarizzò l'idea della venaUli di tutto) 
quindi si ridusse ad arte la servilità , ed in luogo di organiisare il la* 
TOro a disciplinare la plebe, si organizzava la mendicità , l'adulazione, 
la corruttela. E le cose sarebbero andate oltre ogni limite se la società 
non procedesse per azioni e reazioni , talché la natura umana si con~ 
tempera , e trova in sé sempre nuovi rimediì. 

Non erano ancora passati quindici anni da che i Romani fondarono 
loro due prime colonie, Aoquae Ssetiae (Ais) e Narbona, ìn quella parte 
ddta Francia che poi dai legami romani si disse Provenza , quando 
dall'InUand (Dani-marca) coli' impelo incompoeto di fiume esalveato ir- 
ruppero i Cimbri. Il loro numero, il loro disprezzo della morie, il loro 
impeto , la loro trucolenza li rendeano formidabili ; ma non era dubbio 
cbe alla fine Roma li avrebbe debeUati a quel modo che superò tutti 
gli altri. A rìnluzzarne l'insolenza eccitata da alcune vittorie riportate 
sai Romani, il Senato spedi Mario, escito dal popolo, semplice, auste- 
ro, indefesso , diletto ai gregarit come un eroe de'tempi antichi. Mario , 
ad incorare le bellicose genti italiche a secondarlo nel superare il co- 
mune perìcolo , promise loro la cittadinanza romana ; e nell'anno -401 
a. C. Ottenne presso Aix una prima vittoria sui Cimbri, che l'anno 
appresso sterminò poscia sui campi di Vercelli. Cessato il pericolo esterno, 
gli animi s'occuparono a migliorare loro condizioni di pace , né potendo 
Hario ottenere fosse dato ai popoh del centro dell'ltaha secondo sua pro- 
messa, questi nell'anno 94 a. C. congiurarono a Corfinio nella &mo«a 
lega italica , coll'insegna del loro che succia la lupa , per la quale pro- 
posero contrapporre aUa repubblica romana la italica , composta di Sa- 
beJli, Marsi, Pel igni , Vestini, Appuli. La guerra italica (ta la |hù tre- 
menda , dopo quella di Brenno e d'Annibale , ch'ebbero a sostenere i 
Romani , e la superarono combattendo colla oostanza miratale che li 
distingue, coU'unione , e specialmente colle concessioni ad alleati ed a 
nemid. Pompeo, Catone e Siila esaurirono il senno e l'arte in queUa 
guerra , cbe (Ini colla caduta eroica di Ascoli , e cbe profittò anche ai 
vinti ; giacché per quella eccitarono più vivamente tutti i popoli della 
repubblica romana ad accoetarai di qualche passo al conseguimento del 
pieno diritto di cittadino romano. Giacché que'popoU erano partiti in 
molte gradazioni di diritto, e nelle [MWincie si scontravano città sud- 
dite, mnnicipii, prefetture, colonie romane e latine; nell'Italia cen- 
trale , oltre i cittadini romani , erano colonie con vario diritto , e munì- 
cipii , e diritto latino ed italico. Allora , dice argutamente uu nostro 
amico , una triplice onda di genti , corrispondenti al trìplice diritto con- 
leso , urtava dall'estremità del corpo sodale verso il centro. 

Tali contrasti rinvelenirono i due partiti principali in Roma, il po- 
polare e l'aristocratico ; ed il primo si aggnippA intomo Hario, l'altro sì 



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Rlf^EGNA DI LIBRI <65 

acliia^ con Siila , a/Mìe , elegante , dotto e truce. Si I'udo che l'altro 
spinti dal bisogno di aamenlare partigiani e tenere in fede ì socii , fe- 
cero largizioni che preparavano il pareggiamento delle classi ; ed infel- 
lODìti daUe vecchie ire e dalle frequenti vendette , diedero in tali ecoeaei 
(ti furore, che fecero di Roma un immenso macello, talché pareva avessero 
ooolratto m^ttia idrofoba; ed alla fine il sopravvento rimase a Siila, 
ma poco poti usarne a prò del suo partito , perchè i tempi tiravano 
d'altra parte. E contro i Sillani si- levarono le polenti voci e l'ingegno 
di Cicerone a ventisette anni , di Catone , di Cesare ; e SiUa si ritrasse 
a Cama a pescare , cacciare , Borivere , e studiare Teofraslo ed Aristotile. 

Tante vitdenze aveano eccitati coraggi disperati , e tale fu quello di 
%nrtaco, gladiatore trace, che rotti ì ceppi sioompoee un eeercito de'suoì, 
di servi fn^ti, di Mariani ridotti alla miseria dalle rapine siUane. Il 
senno di Spartaco e la disperazione de'suoi fecero costar cara ai Romani 
ta vittoria di loro, che, come suole, venne agevdata^a loro discordie; 
e Spartaco cadde da eroe nella Lucania cmtro Crasso. La prepotenza 
patrìzia per questi casi e pollo sviluppo della vita popolare andava sem- 
pre pia temperandosi , e dal seno stesso del patriziato escìvano forti tem- 
peramenti ad infl-enaFla ed abbatterla ; come si vide quando Pompeo, del 
pulito patrizio , reduce dalla Spagna , per amore della giustizia rialzi i 
popolani; e quando Cicerone, di lui butore, come folgore abbattè Verre 
dilapidatore d^a Sicilia. In questo mezzo In repubblica romana s'amplì- 
flca per altre splendide vittorie ; Mitridate , prode e sapiente re di Bitinia 
e della Crimea , finisce dopo quaranta anni di guerre ai Romani ; Luoullo 
si spinge sino al Tigri , Pompeo va fra gli Arabi , Cesare intraprende la 
grande spedizione contro Elvezii , Galli , Germani , Britanni. 

A questo periodo ddla storia romana , in cui sono rotti tutti gli or- 
dini antichi , in cui tutti sentono bisogno di quiete , di giustizia , di 
organtoazione , in cui tatti prevedono in confuso qualche notabile rivid- 
gimento , eccellono sulla grande scena romana le maestose figure dì 
Pompeo, di Catone, di Cicerone, di Crasso , di Cesare. Ponqieo, dice 
Tannuoci , era un ambizioso cui manca il corsoio di fersì padrone as- 
soluto; Catone voleva salvare la repubblica c(m tutti 1 privilegi dei 
grandi ; e quando sulla tomba dell'antica libertà si uccise , dice quel 
nostro amico, l'anima antica di Roma esala dalle labbra dell'austero 
vecdtiìo, ma il suo era l'eroismo della vìrtii sdegnosa che fugge, non 
quello della virtù che opera e che rigenera. Cicerone invece , segue Vao- 
noGci , bceva opera di unire le parti discordi , e cercava la salute nella 
conciliazione deg^ intereasì di tutte le classi. Vanità smodata , oscillante 
volonli , debtdeaa di preponderare sempre alla parte fortunata , indif- 
ferenza per la parte popolare, scarsa avvedutezza ne'politici maneggi, 
inettitudine a innestare sull'sotico ceppo paino le nuove gemme, sono, 
dice Cantù , maochie sulla sgdendida memoria di Cicerone. Cesare, di 



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166 RASSEGNA DI LIBRI. 

bmìglia palrizia , ma educato alle idee dei Gracchi e più' ingegnoso di 
talli , fece sno prò deU'aiurcbia , « per preparare rooità coi agognava , 
trasse a sé Crosso e Pompeo potentiseinii nella repobblio*, e compose tina 
specie dì dittatara di Ire , in cai egli era tutto , come poscia Napoleone 
nel oonscdato. Cesare , assecmdato da Satoatio e dal partilo di CatUilu , 
fece passare la legge agraria tanto contrastata , ed ottenne dMribazIooe 
di terre a cento mila persone ; e Tinti i suoi oompelitori , e bttoai ditta- 
tore perpetuo, estwe a tutta Italia il diritto romano ; dlslribol terre a 
soldati ; elevò a 900 il numero de'seaatorì, stemperandone l'autoriU ndU 
quantità ; ridusse a 4B0roila i SSOraila oittadtnt cb» a Roma TÌveTano di 
distribuzioni di vitto (sportnle), dotando alcuni di terre, ed SOmila 
mandando a colonizzare paesi oltre il mare ; ed ordinò ohe almeno Tin 
terzo de'paslori Ibsse di uomini liberi , onde por freno alla schiavitù ed 
^a devastazione de'Iuoghì ctdti; e dimìnoli Radiatori, ed Impose mafcgior 
rispetto alle donne. Laonde di lai potè scrivere Gioberti : < Cesare prima 
> dell'Evangelio divinò il concetto crietiaDO , e il riscatto plebeio miiver^ 

■ sale. La cosmoptditia, che era stata per la repubblica uno strumento di 
« dominazione , e^ volle usaria per affrancare e pareggiare i pppoli. Egli 
« presenti Tarvenire perchè sentiva col popolo , in cui solamente il se- 

■ G(do s'intbtura a. Chi ben guarda si convince, ch'egli sfrondò ta liberili 
patrizia per fecondare l'albero popolare, e che senza lai l'anarchia avrebbo 
trascinalo alla guerra civile fra rivali meno elevati , esasperata da eol- 
levazionì di sudditi e di servi. 

A giudicarlo più severamente ta consigliere al Vannuooi lo sdegno 
generoso contro recenti violenze e ludibri! di giuramenti , percbé «f^ 
forte commosso d'amore della patria liberti , spesso chiamò la storia an- 
tica giudice della moderna, e però talvolta scema alla sua narrazione 
qudla graviti che le conviene per l'importanza dell'argoaunto , a la 
profMiditi e dottrina della trattazione. Giacché la sua non è storia di 
partito e d'oocasione , ma lavoro coscienzioso , ampio , di severa dot^i- 
na , di soda eloquenza; e tranne forse ta parte cbe riguarda le orìg^ai , 
che viene ogni giorno arricchita e rettificata , resterà monumento illu- 
stre degli studii italiani de'tempi nostri , e sarà consultata come il libro 
più complesso , dotto ed ameno , che contenga la storia antica del bel 
paese. E mentre giudizli e racconti di que'fatti antichi non perderanno 
verità ed importanza per lontananza , le allusioni alle cose nuove , 1« 
deviazioni, gli effetti delle passioni attuali riflessi nella storia antica, 
perderanno opportunità , e nuoceranno ai concetto generale ed all'arte. 
Perobè , come noi da una prospettiva rimeria vediamo i rapporti de'fetti 
romani diversamente che non apparvero a' contemporanei , cosi sari 
de'falti nostri alia contem {dazione dei posteri. 

Pregio mollo importante di questa storia del Vannacci ò pure la di- 
Hgenza e l'acume onde investigò, segni e avi^ i vari! elementi di 



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BAMEGNA DI LIBRI 167 

eivOA de* popoli IUIwdì. Noi lo ■egnimmo con profitto e diletto sino 
alla dittatura , nella quale sì compie una grande in , e oomlocia on'alira 
nella storia d'Italia s del vasto mondo romano; e qui sostiamo, per 
rimetterci poi in cammino dietro l'altav perìodo dell'impero , quando ne 
Tadremo compita la pubUicasione. 

0. Bosi. 



R Cambio di Ptngia , Cmtidenaiani ttoriOHirtìftiehe per l'ab. Racfabls 
HARcnsi. PrtUo, 4863, pag. i-xii, 4-496. 

Sé fÀù aggradevole né pia bello argomento pote*a scegliere il pro- 
tuBor Raffaele Marchesi, Ira i molti che gli offeriva la ma terra natale, 
di quello che ha trattato nel suo librD che qai ci piaoe ricordare con lode 
a destare negl'intelligenti la corìositidi leggerlo : primieramente perdkè 
mette in chiarissima mostra i pregi tatti e le squisite maniere che resero 
immortale la Ama di quel maestro valentissimo che fti Pietro Vannucoi 
da Castel della Pieve, e minntamuite descrive l'amfoe tela da lui svolta 
nrila Sola nwl detta del Cornato in Perugia ; in seoMido luogo perchè ra- 
giona di nna istituzione ch'era fìHidamento di comunali franchìgie quando 
le ragioni dei cittadini avevano efficacia in casa propria. Il valore arti- 
stico di colui che indirizzava la mano di Raffaello ai più delicati modi 
della pittura, dispiegato nelIWien») def Cambio, meritava da lungo tem- 
po una compiuta illustrazione, della quale il bravo Harcheai , con quél 
sano gusto che poesiede, ha voluto far soggetto di un libro che nataral- 
menle lo conducesse a discorrere anche dei collegi delle arti, e pit^ par- 
ticolarmenle di quello del Cambio, i quali si confondono colla storia 
delle ptriitiche vicarie d'ogni città che li vide nascere , prosperare e 
morire. 

Con questo lavoro, pubblicalo nello stesso anno che vide la luce 
Fallro suo scritto intitolato Studi (torìci sui Uhri della Reptibblica di 
Cwerone (ne) quale scritto sono da lodare la fedeltà e l'eleganza della 
traduzione ) , l'anlore ha saputo far comprendere che anche in tempi 
tristisBimi possiHM gli studiosi, quando il vogliano, mettere a profitto 
griogegttì, ansi che sterilirli tra vani odj o rancori, proclamare utili 
verìti e spingere come ohe sia al meglio il pensiero e l'azione dei citta- 
dini : ^li è rimprovero eloquentissimo a coloro phe cercano scusa alla 
propria inerzia nell'altmi malvolere , o nelle difficoltà del presente , o 
nelle avversità della fortuna. La quale considerazione ci rende anche 
più pregevoli le fatiche dell'egregio Raffaele Marchesi [a cui né i tempi 
oè la fortuna furono troppo benevoli ), quantunque siamo assai lontani 
dal giudicar buone certe sue riflessiooi ohe toccano gì' intereesi veri 



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1fi8 RASSEGNA DI LIBRI 

della patria italiana , dedotte pia dal desiderio di un bene indeterminato 
che dalla verità , consigliate da taloni fatti incompinli e da certe dot- 
trine esotiche, anzi che dalle IradÌEioni e dai bisogni veri e legìltimi 
della naziODc. 

Di due parti [ ciaBciuia illustrata con qualche documento , e con os- 
servazioni di antichi e moderni scrittori ) consta il libro dell'ab. Mar- 
chesi : l'una ttorica, nella quale ragionasi della origine, dello scopo e 
delle vicende dei collegi delle arti, considerati nel rapporto coi civili e 
politici instituti, e dei lavori ordinati al Vannncci dal collegio del Cam- 
bio; artittica l'altra, dacché comprende la illosIrazioDe di cosi fatti lavo- 
ri , e ne esamina lo scopo , il pensiero fondamentale e le bellezze tutte 
della esecuzione. Dal che ognuno intende di leggieri Ila importanza 
della materia trattata in questo volume , del qnale diamo un brevissimo 
sunto. Dalla natura dell'argomento l'autore è tratto a notare le loi- 
denze dei popoli del medio-evo ad associarsi nel pensiero di una vita 
operosa che diede esistenza ai Comuni , per la quale colie memorie tutte 
della romana grandezza rivissero quelle corporazioni o «ewoJ« degli antì- 
cbi tempi, sotto il nome di adlegi delle arti, ch'ebbe ogni repubblica 
Comune. Sulle forme politiche di Firenze si modellarono i collegi delle 
arti del Comune perugino , constituiti pel miglioramento delle arti stesse 
e dell'industria, per l'affrancamento delle classi popolari, per l'equa 
distribuzione dei civili diritti e per ostacolo a dimestiche tirannie. Dopo 
alquante osservazioni , non nuove ma utili , sui beni commisti ad alcuni 
mali che i collegi delle arti recarono ai Comuni , e sulle vicende loro, 
l'autore discorre più a proposito di questi collegi nella sua patria, dove 
la prima matricola o statuto appare riformato nel (196 ; il che vuol dire 
che circa la metb del secolo XIII deesene collocare l'ordinamento, sic- 
come avvenne in Firenze. Siffatte corporazioni, che furono quaranta- 
quattro (i), in Perugia si dividevano io arti gmse e minute, chiamate 
dai Fiorentini maggiori e minori ; e si componevano di artefici detti giurati 
dal giuramento che prestavano di obbedire alle rispettive leggi statutarie. 
I collegi delle arti grosse o maggiori , ch'erano undici , non potevano 
numerare meno di sessanta cittadini inscritti; que' delle minute o minori 
almeno venticinque, tra' quali un certo numero di artefici atti a fùngere 
l'ufficio di camarlingo e di rettore. Da principio solamente agli esercenti 
lale tal'altra professione aprivasi l'adito ai collegi delle arti: pia tardi, 
e man mano che le forme popolari andiivauo scadendo, si diede facoltà 
anche ad altri di entrarvi, affinché i nobili partecipassero di tutti i poli- 
tici diritti; e da ultimo il Fortebracci, fattosi nel 1it6 signore di Pern- 
ii I Cosi nello Slaluio perugino a slampa (dal 1S86) , il solo coasultato dat- 
Jn quello del 4U3. dimeDticalo al pari dell'altro pi!) aulico [del 4279}, 
quaranl^^krano ì collegi delie ani. 



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IU88EON1 DI UBBl 169 

già, v<^e die i patriiì (baserò ripartiti ne'diversi collegi, da'qiiali e 
prima e poi eì cavarono i priori dtlle arti e i camarlinghi cbe componevano 
la miiDicipale cODsnlia. Il cwtsifjlio ieWadunania generale, cbe numerò 
sId mille e cinquecento giurati, era preso anch'esso dal seno delle arti. 

Di queste particolaritk discorre sommariamente l'autore, molte altre 
aecennandoDe relative a ciascun collegio, e in particolare a quelli della 
Mercuaia e del Cambio, ch'erano in tra'primi, aggiungendo come 
OgDana di tali cwporasioni avesse facoltà di formarsi il {H'oprio statuto 
dw MB) si oppwesse a quello del Comune. Tratta ioollre della istituzione 
dei eonaoli, cui venne aggiunto (non surrogato, come altri credette) il 
yolnt^ e dei priori delie orti ch'ebber vita sin Degli ultimi tempi, toccan- 
do dei modi delle elezioni, ricavati in gran parte dagli statati locali, dalle 
cronache perugine pubblicale nell'jirehtttio Storico e dagli scritti editi ed 
inediti del Mariotti, e ricordano gli <»illnamenti pontifizi del 1Si6 che 
ooUe moDicipali prerogative distrussero quelle antichiEsime insti tuzicmi. 

Prendendo a trattar largamente del collegio del Cambio perugino, pre- 
ntesse alquante parole jutomo ai prestiti, alle usure e al commercio, l'au- 
tore rìpercB nelle condizioni della industria il rioostltuirsi dei collegi delle 
arti, « tra i i»^mi di quello del Cambio (nelle carte perugine menzionato 
fin da) 1XS9), il cui scopo si era tutto che versava intorno alla permuta- 
xiMie del danaro. E tal collegio, al pari degli altri, ebbe la sua matricola 
«catalogo dei cellegiati od artefici giurali, ed i suoi statuti (rinnovati 
net 1377, e sncoesuvamente corretti e modificati negli anni U47, 4669 e 
4600), divisi in quattro parti: nella prima si parla della elezione ed ufiicio 
degli uditori; nella seconda della eiaùm» ed ufficio dei rettori e dei priore 
dell'Ospedale; nella terza, qualmente gli artefici debbano riceversi e 
aoriversi nella matricola; nella quarta finalmente dei pesi, del sigillo e 
delle faste da osservare. Tutta quecta materia è distribuita in oinqoan- 
tasei capitoli (de'quali il Harcbesi espone succintamente la sostanza), di- 
retti a ùr prosperare la importante inBlituzione,dirizzare ad onesti gua- 
dagni gli es^'coiti l'arte del Cambio, e render probi 1 cittadini coU'incul- 
oare la osservanza de'refigiosi doveri; quello tra gli altri di lesleggiare il 
"2 dicembre dedicato a S. Ambrogio , per ricordo della liberth ricuperata 
nel 4375 colla cacciata di Gherardo abaie di Hontstero-maggiore (non di 
Mommaggiore ), che trasmodava nell'esercizio dell'autorità conferitagli 
dall'ultimo pontefice d'Avignme. Molta parte avevano i giurati del Cambio 
nelle cose spettanti all'arte propria, e non poche prer9gative nell'ammì- 
nislraziooe della cosa pubblica; imperocché entravano sem^H^ nel no- 
vero dei dieci priori ielle orti e dell'ordinario consiglio dei camarlingki , 
sentenziavano nelle cause pecuniarie , soprantendevano a certe opere 
pabbliche, provvedevano all'abbondanza delle vittovaglie, presiedevaiw 
a quegli istituti ne*quali la gioventù veniva educata agli utili e severi 
Am:b.»t.1t., Nuotasela, T.ltl, f.I n 



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470 KISSEGNA DI LIBRI 

Etodj , e concorrevano nella elezione degli uditori della Aiota jpemgina , 

foodaU nel t530 e distrutta nel t84S. 

Ricordata la matricola del collegio, perebè adorna di miniature e del 
ritratto de) miniatore e ealligrafa, elle fu l'orafo Matteo di ser Cambio, 
Ttseuto nel secolo XIV, passa l'autore a trattare della residenza dei giurati 
cambiatori, che imialzata nel 1ÌSS doveva in segaito andar fregiata di 
quelle maravigliose pitture che la resero celebrati Esima. Intorno alla 
quale udienza o sala si prendono prima ad esame gli ornati delle porte , 
altribuiti per congettura a quell'Agostino da Firenze , cbe in Perugia 
condusse la rinomata facciata della ConfraUmita della Gkutma, e ( ag- 
giungerò io quello che molti non sanno) diede opera airinoalzamenlo 
della principal porta deUa città , quella detta di S. Pietro , rimasta im- 
perfetta; poscia i -lavori in legno, ossiano quelli delle imposte lavorate 
a tarsia nel 150) da Antonio Bencivieni di Mercatello (della Massa 
Trabaria), intagliatore poco noto, ma certo meritevole di essere collo- 
cato tra'bnoni artefici per questa e per altre opere sue. E pare che i 
disegni dei- seggi e del banco fossera del Perugino , ed eaegniti da 
Baccio di Agnolo da' Fiorenza. I molltplici lavori di pittura apparteD- 
gono ai primi anni del secolo XVI, condotti , siccome è notorio, da 
Pietro Vannucci , che per fermo li compieva prima del 4S07: incerto 
ancora se tatti di sua mano, o coH'aiato de' suoi valenti disoepcdi. E qnì 
all'autore si olTeriva il destro di compendiare la vita del Vannucci, dis- 
correndo delta sua artìstica educazione, del eoo valore nella pittare, 
del suo carattere morale e degli ostacoli superati nel cammino dell'ope- 
rosissima sua vita, vittorioso degli invidi e dei malevoli. La novità del 
libro del eh. Marchesi sta tutta nella seconda parte, nella quale soeso 
ai particolari descrive ad uno ad uno i dipìnti a fresco della udi^iza 
del Cambio, che sono (oltre gli ornamenti della volta) la Natività di 
Cristo, la Trasflgurosione, i Pronti « le Sibille, la Temperansa e la For- 
tezsa, con sei personaggi dell'antica istoria (P. Scipione, Pericle e Ci»- 
ciimato, L. Siamo, Leonida ed Oraxio Coditt], la Giustiaia e la Prudenma, 
con altri sei personaggi antichi (furto Camillo, Pittaco e Traiano, Fa- 
bio Maasimo, Socrate e Ifuma Pompilio}, e la immagine di Catone nel- 
l'alto di aringare. 

Curiosa é la ricerea dell'autore, se al pittore ibreno prescrìtti gU 
argomenti da trattare, o suggeritigli da qualche emdito del suo tempo: 
e'ritiene che l' isjtirazione venisse a Pietro dal dotto Francesco Hatn- 
ranzio (Malaraaso} che dettò le latine iscrizioni poste sotto alle dipinture; 
il che però, a parer nostro, non prova n che da lui provenisse eziandio 
il primo concetto delle pitture corrispondenti (pag. 357) >. Felicissima 
non pertanto è la osservazione posta in campo , che ^dalle miniature di 
un codice memlvanaceo del secolo XIV, conservato nella perugina bi- 
blioteca, togliesse Pietro (avvertito o no dal HaturanzioJ l'argomoito 



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RASSEONA DI LIBRI 474 

delle sue pitture, essendo che ■ poca é h diversità, molta la somi- 
glianza e qoasi medesimezza cbe passa fra queste miniatore e te pitture 
del Cambio nella parete anistra (pag. 368) b ; osservanone di non pic- 
cola importanza per coloro che delle belle arti facendo soggetto dì stocli 
speciali, indagafio goal laUludìne ai accordasse agli artisti nella scelta 
dei tfimi, e com'essì talvolta seguissero certe artistiche tradizioni, o si 
affidassero al etmsiglio di uomini valenti nella ricerca del vero e pene- 
Irati di quelle bellezze ohe rendwo ammirale le antiche scuole. 

Dalle considerazioni particolari sopra le descrìtte dipinture e sulla 
r^one flloeofica che le governa, trasse pai<tito il professor Marchesi di 
esporre buoni precetti di estetica, discutendo dell'uso che possa hrsl 
nell'arte crietiana della probna erudizione, della uniti di tempo e di 
laogo nelle opere d'arte , dello scopo altamente morale che ebbe per Io 
più l'arte antica non meno che la moderna , delle parti principali det- 
Fopera del Cambio rispetto alla moralità del fine , e della intenzione di 
Pietro nell'esegairle. Illustrando uno splendido m(Haum«nta di grande 
valore artistico e di civile monificenza, l'autore intese a scrìvere un 
libro di arte, non di erudizione : e perciò ebbe forse più a osare la 
eleganza delle frasi e lo splendore dello stile , di quello cbe la rìcerca 
di peregrine notizie cbe molti a ragione avrebbero desiderate, stante 
la ricchezza dei pati] archivi ; e taluno gli farii rìmprovero di non aver 
pobblicato tra gli schiarimenli l'intero primo statuto del collegio del 
CanMo, o per lo meno il transunto cbe ne aveva fatto il Mariotti nel sno 
Spoglio delle matricole dei collegi delle arti, mentre egli seppe trovare 
luogo per alconidocamenli assai divulgati, e pel mote propnodelti mar- 
zo \i6% intorno alla ricostituzione dei collegi delle arìi in Roma, d'io- 
terefise esclusivamente spirìtuale. L'opera sua , stimabilissima sempre , 
poteva riuscire di maggior pregio e più grata agli investigatori delle 
patrie memorie , se alla venustà delle forme avesse congiunto quella 
copia di notìzie slorìcbe nuove o peregrine , le quali diedero foma an- 
che a acrìttorì trascurati nell'esporle ed ordinarle, e poco teneri di 
conservare porissima' italiana avella. 

A. Fabubttt. 



Le Jttorie itMiiane di Firoinando Rakalli, doJ 1846 al 48S3. — 
Firenze, 4856, Tip. Torelli. Volumi IV in 18mo. 

Quando la Storia si affatica nel racconto di fotti contemporanei , o 
non molto da noi lontani, è di gran lunga più utile che quando tratta 
di tempi onde i lettori si trovano divisi per molli secoli. Sono , non 
v'ba dubbio, grandi gli ammaestramenti ohe possono ricavarsi anche 



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47S RASSEGNA DI UBBI 

dalla narrazione di antichi fatti ; giacché la natura umana, caduta dal- 
l'originaria altezza, fu e sarà sempre un misto di errori e di colpe ; e 
gli errori e le colpe antiche rassomigliano a'moderoi ; e i nostri servi- 
ranno ai posteri di documento : ma se questi errori e queste colpe sono 
in sé comuni a tutti i secoli, si scostano perà fra loro di gran tratto 
per le ragioni onde mossero, per le circostanze che gli accompagnaro- 
no, e per la condizione di quell'antica società, cosi diversa dalb no- 
stra. Or queste diiferenze ai soli sapienti è dato conoscere ; e perciò da 
que' racconti possono essi soli trarre il tniUo corrispondente, che in gran 
parte è negato alla generalità de'Ietlori. Nm) cosi avviene de'btticOD- 
lemporanei o vicini; giacché le cagioni loro sono meno riposte, egli 
effetti che produssero, e le battiture che ne soffrimmo ci rendono pia 
ammaestrati e cauti, epedalmeote se da uno storico profimdo ed impar- 
ziale ci vengono raccontate. Ha qui conaiale la gravisiima difEcoltà delle 
moderne istorie :. trovare, cioè, uno scrittore che sia affatto libero da ti- 
rannia di passione ; la quale difficoltà cresce poi smiauratamenia qoanlo 
trattasi dì rivolgimenti politici contemporanei detl'autora, a cui egli o 
coll'opera abbia partecipalo, o solo abbia a qualche porte aderito ; a se 
ha mente e cuon, è incredibile che nell'uno o nell'altro caso aoa siasi 
' ritrovato. Noi avremmo chiamato , come gli antichi, traditore della 
patria chi , per esempio, negli ultimi avvenimenti a'qnalf Italia e quasi 
tutta Baropa soggiacquero, non si fosse descritto sotto una baDdiera. 
Chi non crederebbe in tutto veridico Giulio Cesare, narratore ddle sae 
imprese eoe) semplice, cosi modesto, cosi pacato? Eppure sappiamo che 
non fu. Uno scrittoro, il quale partecipò in qualche modo ai hlii che rao- 
coDla, può proporsi la più rigorosa imparzialità, e forvi ogni sferzo; e cre- 
dere e dire in buona fede di avere raggiante l'intento: ciò ammettiamo 
di buon grado ; ma che imparziale possa riuscire veramente, n<» am- 
mettiamo, giacché la natura umana vi ripugna ; e sarebbe miracolo 
che l'amor di parte, o in un modo o nell'altro, suo malgrado, non tra- 
pelasse. Carlo Botta nella Storia dell' indipendenza americana peccò 
qualche volta nel racconto de' fotti, non però ne' giudizi: in quella d'Ita- 
lia, dal 1789 al 48< 4, spesso i suoi giudizi, per mente preoccupata , di- 
fettano di buon fondamento. Dunque, ci si opporrà, ninno dovrà più 
scrìvere le istorie de'snoi tempi? Si scrivano; ma chi legge stia in 
guardia. Noi non cediamo a nessuno in tenere in pregio queste onorate 
fatiche, perchè grande ò sempre l'utilità che può ricavarsene ; special- 
mente quando l'autore si sforza, per quanto può, di conformare i suoi 
giudizi a verità : ma tenghiamo per fermissimo, che mentre ancor 
bollono le passioni, memorie storiche possano scriversi ; vera storia sten- 
dere non si possa. 

Il signor Ferdinando Ranalli, il cui nobile ingegno é noto per altri 
lavori, e specialmente pel suo bel libro degli Ammaestramenti di lette- 



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BAE8B6I1A DI LIBRI 173 

rallini, si è aociDto all'ardua impresa di una storia degli nltiini rivol- 
i gimeuti italiani dal tSU a tntto il 485S, e l'ha pubblicata in quattro 
volami. Aveva già dato Inori altra storia di questi medesimi avveni- 
meati, compilata ndl'atto cbe succedevano; ma non essendo più con- 
tento di qnel primo lavoro, lo ha interamente rìfiiso in questo secondo, 
che può dirsi opera afbtto noova. Fata maraviglia ad alcuni, che per 
narrare la stwia di sei atiDi siensi dovati impiegare quattro volumi e 
non piccoli , quando occorrono oltre storie di assai più lunghi periodi 
dbtese in minor mole. Ha nel presente caso non dee riguardarsi alla 
brevità de'tempi che si prendono a narrare; si alla varieté) e grandezia 
degli avvenimenti e al peso della materia. Le storie antiche, ed anche 
quelle di tempi per poco da noi distanti, ncm abbracciavano per lo più 
nel loro giro die guerre , tregue, tortuosità diplomatiche, paci , tratta- 
ti, le^: le virtù colpe regie erano l'alimento quasi solo di esse; 
pei popoli e per la mùerabil pUhe imh) vi era poeto : ma i sei anni, dì 
cai parliamo, debbono misuraisi con altra stregua ; questi sei anni val- 
gram per più di un secolo, e potrebbero consideraci un intero poema; 
anzi un'iliade, in coi da principio i principi si accostarono ai popoli, 
poi principi e popoli si confinsero insieme ; in ultimo miserabilmente sì 
divìsero. Un nomerò sterminato di memorie, relazioni, storie paniali, 
scritte durante gli avvenimenti e dopo, iniHidò Italia; abbondante ma 
quasi inntìi messe di ascose, recriminazioni e discolpe; ma di un'opera 
che tutti abbracciasse e ordinasse i fotti di quell'epoca avevamo ditetto: 
sicché fin da principio facemmo plauso al disegno dell'autore, e'confi- 
dando nel molto suo ingegno, bene augurammo del difficilissimo lavoro. 

Noi abbìam letti con molta attenzione ed amore i trenta libri che 
l'aotore bene intitolò delle Storie italiane ; giacché divisa Italia in sette 
Provincie, ognuna di queste in quel periodo soggiacque a casi e moti 
partìcdari e diversi, procedenti da diversità dì governi, leggi, costami, 
faH^i; e tatti meritevoli di un discorso a parte. B in verità, nell'ordito 
di questa gran tela e^i dà saggio di perizia singolare e di gran senno; 
premettendo ogni volta quelle notìzie che giudica necessarie per la retta 
intelligenza di ciò che prende a narrare, accompagnale sempre da con- 
siderazioni opporinne, e che mostrano la sagacia dello scrittore. A noi 
pare che lo storico abbia assai felicemente vìnte quelle difficoltà che gli 
si paravano innanzi a disporre in bell'ordine 1 bttì, fra loro apparente- 
mente assai disparati, e da lui congiunti con arte squisita; stccbi il lavoro 
nulla per questa parte lasci a desiderare. 

Abbiam detto che leggemmo quest'opera attentamente e con amore: 
or diremo prima dì tutto dell' impressione che in genere ne ricevemmo. 
Grande è l'arte dello storico nella esposizione dei fatti ; sicchà spesso ti 
sembra di assistervi; e in noi, durante la non breve lettura, si ride- 
starono qne'medeeimi pensieri ed affbtti che provammo quando a nitriti 



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17i RASSEGNA DI LIBRI 

di essi eravamo preseati. Nel viaggio faticoso, ohe focémmo con l'autore, 
qualche rara volta le più dolci e care memorie oi allietarono lo stane» 
animo ; ma pi& spesso i traviamenti , gli errori , le brutte ipocrisie , le 
colpe, onde que'tempi furooo assai fecondi, ami raocoQtate ma dipinte 
anzi scolpite in queste pagine, ci strìnsero il cuore. Veramente non pai 
negarsi che la musa del nostro storico non sia severa , e prontissima 
al biasimo, dove gli sembri che alcuno di biasimo sia meritevole. Né 
occasioni gli poteano mancare, quando [che giova dissimulare?) tatti 
errammo. Egli segue la scuola del Guicciardini e del Machiavelli, che 
spietatamente pongono a nudo le umane colpe, e a questo infermo e 
povero seme di Adamo sono sempre pronti a bre mal viso. Il Tian»lii 
dichiara raplicatamente essersi proposto dir sdo la verità, e a queste 
sue dichiarazioni noi presUamo pienissima fede. Infotti , fra le tante parti 
politiche che nel corso di questi avvenimenti agitarono l'Italia, ninna 
ve ne ha che non sia soggetta alle sue battitura; o siccome niuno potri 
supporre ohe l'autore ad alcuna di queste non appartenesse, non può 
dirsi che né meno quella sia risparmiata, essendo tutte sottoposte a 
severissimo sindacato. Ha queste censure, questi giudizi sono essi int- 
parzialiT Lo storico si è mai lasciato fuorviare da que'principiì a cui 
aderì T Ndì ripeteremo, che voler essera imparziali finché la tempesta 
delle passioni non é calmata, non é da sperare; ma sogpangiamo che 
lo storico il quale si propone di giudicare imparzialmente (poniamo che 
sempre non si apponga al vero) , pure sarfa più imparziale di qudli che 
scrivono ìe istorie a difesa di una parte. Niuoo che timon^giò in quel 
periodo memorabile i diversi stali d'Italia, ninno che primeggiò In qual- 
che modo, niuno de'tanti partiti che allora sursero, si chiamerà contento 
del nostro storico, il quale sempre incede con fermo passo senza guar- 
dare in viso ; e già alcuni strillarono, e saremmo assai maravigliati se 
altri strilli non seguitassero. 

Non possiamo però negare, che meditando in quelle pagine seve- 
re sol btti che vi si espongono, sulle oonsiderailoni onde sono accom- 
pagnate; vedendo ecolìssata la stella di tanti uomini insigni, ìdolo ed or- 
namento della nazione, tanta virtù resa inutile, tanto fioro di speranze 
appassite, non ci agghiacciasse il cuore una profonda e quasi disperata 
tristezza. Ha tale prostrazione di animo in noi provenne dalla natura 
stessa de'fatti, o dal modo di esporUf o dall'uno e dall'altrof Certa- 
mente altre storie narratrici di casi assai più atroci (come quelle di 
Tacito e del Colletta) non ti abbujano, come questa, ogni luce di spe- 
ranza. E noi, dopo lette le Storie del Ranalli, raccogliemmo tutte le no- 
stre forze per riscuoterci da si penoso abbattimento. Non già che lo 
storico altamente non lodi ed innalzi al cielo ogni maniera di geoerosa 
virtù : un cuore come il suo, non può rimaner freddo alle attrattive del 
bello e del grande. Ha swto lampi cbe accrescono il bojo di notte lena- 



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RASSEGNA DI LIDBI 175 

pestoaa ; perché di tanti ma]! che ci afflissero egli estende il racconto 
quanto può, e li pone diligenlisetmamente in mostra; e se ha materia 
per le mani anche b^a in sé, ma che abbia qualche lato imperfetto o 
qualche ombra d'imperfezione, come hanno tutte le cose umane, queste 
ombre non solo non gli seggono, ma ri si ferma e se ne compiace. È 
nn Talenle cblnirgo che non bada al dolore dell'infermo, purché gua- 
risca la piaga ; ma se il dolore eccede le forze del paziente , vi é peri- 
neo Ae il malato muoia prima che la piaga si risani. Né pné dirsi che 
egli non sia affatto indegno di scusa ; giacché veramente 11 male sover- 
chiò il bene; e quando si ba per le mani cosi ingrata materia, ^on é 
difficile che si trasmodi. Odasi il princìpio del libro ventiqoattre^mo : 

< Quando si dice che il civile consontÌQ vale per impedire che i più 
• forti non opprimano i più deboli, non é detto lutto il vero. Al quale 

< pare! più consentaneo, che nel vivere naturale, spicciolati erODl'al- 
t tro; net civile, accozzati e in forma di nazioni; gli uomini si (anno 

< guerra, e secondo la potenza, si st^rchiano. Altro divario è, che i 

■ selvaggi procedono franchi, né alleano altra ragione che la maggior 

< gagjiardia : i civili cuoprono con nomi onesti e splendidi la stessa 
> violenza. Ma in ultimo il mal seme di Adamo, superbo, Jnvidiante, 

■ maligno mai sempre si riconosce; d'onde poi, chi guarda le origini, 
- ■ procede lo ingrandimento e la prepotenza d^l' imperì. E venendo al 

< proposito, non altro ci mostra quel che resta di queste disgraziate 
•I istorie, se non piccoli Stati tornati in servitù' per te anni de' più 
« vasti; cioè la causa de'più deboti manomessa da'potenti; in altri 
« termini, il trionfo della forza ■. io m'inganno, o parmi che questi 
concetti ci richiamino alta mente lo slato naturale di guerra dell'Hobbes, 
o la preferenza dello stato selvaggio al civile di Gian Giacomo : ma noi 
incliniamo ad attribuirli a scusabile sfc^o di anima contristata dal rac- 
conto di tanti mali pubblici ; né intendiamo cavarne le ultime conse- 
guenze, che ci trarrebbero ad un fatalismo da soffocare miseramente 
ogni seme di virtù , e sconvolgere sino in fondo l'umano consorzio. 

E la smania d'inveire contro le presenti condizioni della civile co- 
munanza è una delle molte piaghe che l'afDiggono; e in gran parte la 
dobbiamo a quella moderna scuola , die esagerando le nebbiose ma- , 
linconie germaniche, avvelena ogni concordia fra le diverse classi 
ornane, e che, con frase soprammodo espressiva, é detta scuola satanica. 
Per lati influssi malefici é sórta anche fra noi una generazione di 
nomini incresciosi, aroigni, incontentabili, che sempre vivono nel cor- 
ruccio, detrattori d'ogni cosa anche buona, eterni ed esagerati lodatori 
del passato, e specialmente de'Greci e de'Romani; come se le grandi 
virtù di que'popoli non fossero bilanciate da grandi vizi (fra coi baste- 
rebbe la schiaviliij, e il loro vivere civile fosse adattabile a' tempi nostri: 
uomini cbe tutto vedono in nero, in niuno confidano, nulla sperano; 



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t76 HAESEONA DI LIBRI 

e, novelli Geremia, piangono sulle ruine del prossimo finÌBKHMlo. Severi 
Catoai ti paiono costoro; ma se guardi oltre la corteccia, 6Cuo|»'tniÌ 
che tante lamentazioni hanno lor radice in una squisita superbia. I 
moderni coniarouo per essi on nuovo vocabolo, e li dissero fKnimMì ; 
i nostri antichi gli avrebbero forse chiamati ptagiumi. Ha veramente 
abbiam noi ragione di essere cosi scouieoU e sfiduciati , e di abbando- 
narci in braccio alla disperazione d'ogni bene f I passati rivolgimenti, 
che per colpa di tutti ebbero fine cosi miseranda, è poi vero cbe st^ 
fruttarono peggioramento di mali da farvi desiderare il ritorno de'tempi 
anteriori al passato decennio? Troppo viva è ancora la memoria di 
que'sei anni; ma se a noi fosse dato dimenticarci per poco delle 
gioje e delle illusioni che allora ci danzavano intorno, saremmo più 
giusti. Chi, inconsapevole de'saoi efetti, assistesse per la prima volta 
all'inondazione del Nilo, e vedesse tutto l'Egitto sepolto sotto le torbide 
sue acque, costui certamente avrebbe ragione di piangere sulla sorte 
infelice della t«rra de'Faraoni. Ma sotto quell'apparente devastazione, in 
quella mota di cui le acque Ouviali, ritirandosi, foono il deposito nel 
terreno, si nasconde la sua fiscooditi. Le tempeste nel mondo morale, 
come in quello drila natura, lungamente non possono durare; che ciò 
sarebbe contro le le^j della creazione. A noi pare che le ire fra le 
partì avverse gib si vadano placando, e che ne appariscano i segni in 
una certa longanimità e tolleranza che contrasta a'furìosi a^ietìti e dà 
luogo a pacati consigli. I quali è da sperare cbe prevalgano e IrionBno: 
e noi abbiamo incrollabil fede nella civUtk cristiana ; di cui d pare cbe 
or pia che mal possa dirsi ciò che gli antichi dicevano del hto : — ■ vo- 
lenti conduce, i ripugnanti rapisce. — Allora sì vedrà cbe tante nobili 
aspirazioni al bene, tanta magnanimità e virtù che resero quell'epoca 
cosi memorabile, non funmo perdute. Certo anche a(ri vorremoto jmt- 
tecipare a' più maturi frutti dì questa civiltà T Ha ciò che monta? La 
vita delle nazioni non si misara con quella degl' individui. 

Noi siamo ben lontani dal porre il Ranalli nel numero de' piagnoni. 
Egli, benché rare volte, pur mostra di sperare; e quando le speranze 
nostre s' incontrarono con le sue, riitfrancammo l'animo affranto, conte 
in oasi in mezzo a deserto smisurato. Né meno vogliamo affermare 
che in tanta copia di falti onde questo libro si compone, non abbia 
mai preso errore , né sia incorso in qualche inesattezza ; giaocbè ciò sa- 
rebbe scverohìa esigenza: e motto meno saremmo disposti a conformarci 
a tutti i suoi giudizi. I Toscani hanno un bel proverbio che dice: AeI Mimo 
di poine son piene le fosse ; e pare veramente facilissimo il giudicar dopo 
i fatti; ma difficilissimo è ben giudicare, non dovendo chi giudica mai 
guardare agli effetti , ma bene addentrarsi nelle cagioni , e su queste e 
non su quelli fondare il giudizio suo. E qnesU difficoltà cresce fuor di 
misura quando si tratta di un tempo come fu quello, in cui per una 



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RASSEGNA DI LIBBl 477 

vicenda ouova e qnasi niiraoolosa si svolsero tanti incredibili avvenimen- 
li, i qnali con la loro rapina smossero e travolsero gli spiriti più Termi ed 
eletti. Lo storico dunque, se vuole esser giusto, deve forsi coscienza di 
porre beue ia considerazione la uoviti di quei casi re certe difficolti insu- 
perabili ; e spesso tenn" ragione più del male ohe si è impedito, che del 
bene che foro non si potè. L'e^«gio autore ha cercato, non vi ba dubbio, 
eoa coscienza di ben ponderare i suoi giudizi ; ma noi non direma cbe 
essi non patiscano contraddizioni ; né meno daremo ragione del noslro 
dissentire, avendo già detto che non ci pare ancor maturo il tempo di 
giudicare. Se noi ci ponessimo ora per questa via , ci parrebbe viaggiare 
pel cerchio dantesco in cui si puniscono i vitdenti, pieno di nudi e nodosi 
rami; da cui, se uno ne rompevi, eȈna parole e $aitgue. E l'autore 
istesso va confessando in più luoghi le difficoltà^» ha incentrale nel trat- 
tare una materia cosi delicata; e spesso rinnova il proposilo di volere 
essere impajziale: ciò che mostra l'opinione in cui era e^ stesso della 
somma difficoltà di mantenere la sua promessa. Baocootata nel voi. I) , 
peg. 354 , l'infelice giornalo dì CusIoib e la proetrazione delle armi pie- 
Btontesi, e scagliatosi contro l'ignavia nostra, àxe sempre col nome di 
patria in bocca, non la soccorremmo in quel supremo momento né di 
braccio né di pecunia, cosi finisce : • £ duro oKoltare quate rampogne : 
più duro il farle : amaro frutto di chi ti è toUo il idìkto earko di scrwcre h 
preteriti ittùri» ■ ; e a pag. 489 ooei ei esprime : ■ /o mi *on proposfo dire 
tutta la verità, qualunque tia l'odio che me ne potsa venire : E nel vo- 
loine UI, pag. 9% : ■ Noi ci tiam pnpotìi dir tempre il bene e il male di 
ogttuno B ; anche a pag. 96 : ■ Chieggo acuta te repitco, cftc fuanJo di amaro 
•OR mttreOo per anco a dire, non «iamt attributo a poMton d'Wa, ma a 
penoso dànto di narrare tempi fntierMnmi per peccato di httti ». B nel 
voi. IV, pag. 33i : t Né io correndo al fine con ùnpastensa eguale al 
disgugto, narrerò ogni partieolare : ma A le %oee più notabili » ; e a 
pag. 935 dice : « Non eteere egli piaggiatore di principi, ma terittore di 
Ubere istorie >. E che egli abbia scritto cou la più grande indipendenza 
da ogni umano rispetto, in niun lettore delle sue pagine cadrà dubbio. E 
noi smungeremo aver dimostro con ciò la forte tempra del suo animo, e 
dato prova di singolare coraggio, esponendosi, se non a gravi pericoli, a 
Serissime contraddizioni e ad ire non placabili, da amareggiargli la vita. 
Non ostante perù l'indipendenza di cui parlammo, noi dubitiamo che 
il suo giudizio ecceda qualche volta in severità, apecialmenle su quegli 
uomini che per vita intemerata, per continuo e operoso affetto al beue 
della patria, per altezza d'ioge^oo, furono o sono l'ornamento della na- 
zione. Noi itaUanì, simili in ciò ai Francesi ma dissimiti dagl'Inglesi, poco 
curiamo di quegli spirili eletti che, smisuratamente grandi, ci stanno in- 
nanzi a continuo Rimprovero di nostra fiacchezza. Dalf Alighieri al Tasso, 
dai Galileo e Vico al Homagno^ al Gioberti e al Rosmini, quasi tulli vìs- 
Aaca. St. 1t. , Auaru Serif, T. ili , F. 1. aS 



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4 78 RASSEGNA Di LIBRI 

sero infelicissimi: cbi nell'esilio, cbi nelle carceri, chi negli sl«nti e nella 
|)Overt^:cbi Tu vittima di prepotenze regie, chi d'inganni palatini: chi 
assaggiò il pugnale, chi la tortura, chi fu gettato sui roghi. Vedemmo 
inorriditi anche a'ten>pi nostri, che pnr sì vantano di civiltà e civili sono, 
l'osceno tripudio degli arrabbiati, dopo che un infame assassino troncò i 
giorni di Pellegrino Rossi. Oh ceBsi una volta, per Dio, tanta bruttezza; e 
s'incominci ad onorare quelle anime sublimi, in cui il benigno Iddio im- 
presse, come canlA il Hanzoiii , orma profonda del suo spirilo crealore. 
Certo anche gli uomini straordinari pagano il tributo alla umana fralezza: 
e per noi pigmei, quasi a confortifdel nostro nulla, toma a gran compia- 
cenza porre in mostra e spesso malignamente ingrandire qualche loro fal- 
lo. Echi disse che pei camerieri non vi sono eroi, disse la metà del 
vero: che gli eroi sono uomini essi pure; nk cosa perfetta si dk quaggià. 
Né intendiamo con ciò, che scrivendole istorie, debba tacersene gli errori : 
no; ma vorremmo che senza far onta al vero, ne toccassimo cor rispet- 
toso riserbo, perché un grande ingegno, coma il maggior riverbero della 
divina onnipotenza, è quasi cosa sacra : vorremmo , che non imitassi- 
mo Cam irridente il padre ìnvoloutariamente ebbro, ma Sem e lafet, 
i quali con filiale sollecitudine la sua nudità ricoprirono. Quanto al Ra- 
nalli, ripeliamo che ci sembra qualche volta troppo severo, e che Don 
ponesse abbastanza in considerazione le circostanze gravissime e straor- 
dinarie di que' tempi, cosi stranamente diversi. Fermi nella determina- 
zione di non particolareggiare, pure sacro debito di amicizia ci stringe, 
nostro malgrado, a rompere questo proposito rispetto al conte Edoardo 
Fabbri, già sceso nel sepolcro, e che nel 1848 tenne il primo seggio, 
come Presidente, nel ministero romano che precede quello dell'infelias 
Pellegrino Rossi. 

Noi conoscemmo il Fabbri settuagenario . e avemmo per qualche 
tempo con lui comunffiza di vita, quando reggeva la provincia di 
Urbino e Pesaro ; sicché il domestico ed ìntimo coBversare , e l'amici- 
zia , presto nata da comunanza di sentimenti e di affetti , ci diedero 
tulio l'agio di esaminare e quasi notomizzare la tempra dd suo animo. 
Debole di corpo per l'età cadente , e molto più pel lunghissimo carcere , 
chi non lo conobbe non può farsi un adeguato concetto di sua morale 
energia. Tesoro di forte sapienza e di nobìlissiroi sena nascondevasi io 
quella fragile salma , in quella persona lunga , asciutta e pallida -, e ba- 
sta leggere le sue tragedie , e specialmente l'ultime e la più bella , cio« 
l'Assedio di Cesena, per ben misurare quel cuore e quella mente. D suo 
discorso era sobrio; ma quando aoimavasl per gl'interessi della 
dolce patria ed inveiva contro le malte esorbitanze di qu^i anni tem- 
pestosi , vedevi quel volto scarno trasfigurarsi , accenderei e sfavillare 
quegli occhi languidi ; ed erompere e sgorgare dalla sua bocca cosi elo- 
quenti e infiammalive parole da rendere gli ascoltatori slupeblti , ihu- 



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RASSEGNA DI LIBRI 479 

idi, e quasi paurosi. Un giorno il popolo, stipalo nella gran piazza di 
Pesaro, domandava ciò che egli concedere non poteva, e insistendo 
nella domanda , si presentò il Fabbri alla commossa e minacciosa mol- 
tiltuline ; dicendo che era prontissimo a perdere la vita , e se gliela 
toglievano , poco danno ne avrebbe avuto , perchè poca gliene restava ; 
ma alla domanda non avrebbe mai acconsentilo : e la domanda Tu riti- 
rata. Era venuto ordine di togliere le armi a un drappello di soldati ; i 
quali ritiratisi in fortezza , ricusavano di consegnarle < pronti ad usarle 
coDtro chiunque andasse a prenderle. Riuscita inutile ogni trattativa , 
il Fabbri inerme e solo si cacciò in mezzo a que' riottosi ; i quali sopraf- 
fatti da tanto ardire , si lasciarono da luì disarmare. Taccio di altri casi 
simili. Oh! se allora tutti i maestrali avessero di questo animoso vecchio 
imitalo l'esempio, una lunga serie di sciagure sì risparmiava. E quanto 
valesse nell'arte del governare in tempi difficilissimi , può ampiamente 
l«5tìficare la provincia ch'egli resse. Nò il proprio merito lo rendeva 
iogioslo verso l'altrui. Tornato a Pesaro , sciolto il ministero che prese 
il nome da lui , e da noi interrogato sopra Pellegrino Rossi , rispose : 
— Sommo uomo è il Sossi , e quando parla di sistema costitunonale , è 
tal fiume d'eloquenza che si rimane estatici : a petto di lui , noi siamo 
meno che nulla. — Dimandato che egli pensasse del suo futuro governo, 
ci rispondeva : — Può br molto bene e mollo male ; — e noi insistendo 
che più spiegasse il suo pensiero ; — Io credo , soggiungeva , che tark 
molto bene. — E ciò che il Fabbri affermava si sarebbe verificato , se 
alla patria pericolante e lacera non fosse stato rapilo per delitto inla- 
roe chi solo potea salvarla. 

n Raiulli, nel voi. II , p^. 357, cosi parla del Fabbri i a Finalmente 

■ il Papa chiamò in Roma il conte Eduardo Fabbri di Pesaro ( cioè di 

■ Cesena , ma Prolegalo di Pesaro ) , perchè in luogo del Hamiani desse 

■ il nome al nuovo Ministero , il quale sotto la presidenza dello slesso 
I cardinal S()glia si ricompose. Ha quanto più la intemerata canizie del 

< Fabt»i era pegno ch'e'non avrebbe desiderato che il bene dell' Italia, 

■ tanto i»ù &ceva increscere de' pericoli che alla sua fama sopraslava- 

• no, essendo che allora avrebbe fatto mah prova anche chi avesse 

< avuto ingegno per natura e per età balioso ai governare ; non che 
' uno, qnanlo ornato di ottime lettere, altrettanto di spirito debole e 

• dagli anni affievolito s. Che il Fabbri fosse debole e dagli anni affie- 
volito , ci ricordiamo di aver letto anche noi in alcune delle gazzette 
di quei tempi , i cui compilatori temevano incontrare in lui un ostacolo 
insuperabile al compimento di I or. voglie sfrenate, e che ben sapevano 
avergli il Principe affidata la somma delle cose pubblicale appunto per 
l'energia dimostrata nel governo della provincia Urbinate; e ciò sarà 
stalo per l'autore cagione innocente del non giusto giudizio. Il quale a 
noi porse opportunità , abbracciala con animo lieto e prontis-^imo . di 



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IgO RASStUNA DI LIHHI 

onorare , secondo le deboli noslre forze , un venerando amico , nn ssoto 
e fortiasimo petto , alle cui ceneri illuslri speriamo che la generosa 
Romagna dar& , quandoché sia , una leslimoDianza solenne e non pe- 
ritura di estimazione pubblica e di riverente affetto. 

Fra le tante cose che nelle presenti Storie ci piacquero, notammo 
quanta cura poneste l'autore nel narrare i fatti di Toscana, e i modiYiri 
della narrazione ; ciò che riscontrammo anche in quella de'casi nipo- 
letani, e specialmente siciliani. Anche ci compiacemmo grandemente 
(Ielle osservazioni da luì esposte in diversi luoghi rispetto alla necessiti 
di piantare ogni riforma o larghezza politica sulla base delle istituzioni 
municipali, cosi radicale e vive in questa Italia; il quale principio sem- 
pre vagheggiammo , e fu da noi in tempi opportnni spesso e caldamente 
con gli scritti propugnato ; giacché ci pareva e ci pare , che adoperando 
il contrario, si tenti innalzare una piramide a rovescio. Altri satHenli 
concetti si trovano sparsi a lar^a mano in questo lavoro, il cai merito 
incontrastabile, come gik accennammo , è quello di somministrare am- 
plissima materia magistralmente disposta e ordinata; la quale perla 
siibite72a, varietà e graviti de'casi ti riempie di maraviglia, e ti b 
provare mille e diversi affeUi ; spezialmente negli ultimi libri, che ma- 
ravigliosamente ci dilettarono. E chiunque, calmati gli sdegni e cmd- 
posta una volta. Dio concedente, in fermo stato questa bmiglia euro- 
pea , verri accingersi a scrivere de'tempi nostri , oonoeoerè per pniva 
h grande utilili dell'opera egregia fotta dal Ranalti , sulla quale per ^ 
addotti motivi e per altre speciali considerazioni non demmo giudizio 
più minuto. 

Fin qui notammo in questo scritto alcuni de'pensierì che ci rampol- 
lavano nella mente, di mano in mano che da noi si progrediva nella 
lettura dell'opera, e l'impressione che in genere ne ricevemmo: ora 
spazieremo in campo meno spinoso e pifi libero, esaminandone la forma, 
ossia la parte letteraria. E prima di tutto, diremo francamente che lo 
stile del Ranalli non é accattato , né serve ad alcuno ; ma è tutto edo 
e nato in casa. Egli appartiene alla buona scada storica italiana . che 
precesse di Rran tratto tutte le moderne letterature; e che Agliata Ma 
immortale schiera degli storici greci e latini , pure tentò nuove vie , e 
felicemente le percorse. II Ranalli fece al certo lunihi studi su nostri 
grandi scrittori; ma, come tutti gli uomini di non cornane ingegno, 
ridustie in succo e sostanza quanto lesse, e si apri anch'egli una via tutta 
sua propria. B eie vogliamo notargli a lode, perchè non è raro incon- 
trarsi in chi si reca a pregio imitare io stile di questo o qoeU'antore 
( peggio poi se forestiero ) ; come se , avendo tutti gli uomini una distinta 
fisonomia , non dovesse ognuno anche avere il suo stile , che è la fiso- 
nomia dell'anima. E Io stile del Ranalli ci sembra eccellente e quii ^i 
addice alla gravità isterica: non ridondante, non lussureggiante, non 



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RASSEGNA DI LIBRI 181 

fucato, non contorto j ma naturate, sostennto, sobrio, robusto. Spesso 
vj ammiri una concisione e brevità mirabili , sicohò ti pare che non 
dipinga , ma scolpisca. Non è 6ume che dilaghi , non torrente che fre- 
ma; ma coltello che trapassa. Nella pittura poi de'caratteri la sua mae- 
strìa più distintamente si manifesta ; spezialmente se parla di un tristo , 
che allora i suoi rìlratti ci sembra che tocchino la perfezione ; e un 
dispetto, un fremilo, un ribrezzo che non può dirsi a pande t' invade 
tutta l'anima. Egli avrebbe dipinto Tersite meglio di Achille, Capanèo 
meglio di Francesca , Pinabello meglio di Ruggero. A oonferma del giu- 
dizio nostro vorremmo mettere innaost alcuni di questi ritratti ; nks 
sanguinando ancora le (naghe che da qoe'tristi ricevemmo , per non ac- 
crescer odio, ce ne asterremo. Certo di queste pi^he non potevamo aveni 
vendicaton più inesorabile : e se atcnoa delle vittime avesse detto allora 
con Didone « Exoriart olitruu nottrù etc os$ÌbHS nUor » , il suo ultimo 
vdU) non sarebbe rimasto ìoesaudilo. Se alcuno di que'trìstl [ e intendo 
di chi fu reo di bmtte colpe) leggerà queste carte, o ne avrà notizia, 
poniamo che or goda e gavazai, por dovrà ricordarsi dell'impronta di 
Caino e dell'albero di Giuda. Oh meglio pe'figli nostri l'eredità di un 
nome onorato, che ricchezze con infamia 1 11 Botta, dopo aver perlaio 
de'bestiali eccessi di Pier Luigi Farnese, esce in queste tremende parole : 
a Oh ai, gente luperba , infamatem pure «n faOi , chi la Horia v'infamerà 
con gli scritti (1) a. Ben disse un gran savio, <^ l'istoria è smno di Dio, 
Piantono deUa Prowidetaa. 

Per dare un saggio a'nostri lettori dello stile di queste ist«rie, rife- 
rìrema la narrazione della morte di Basilio Puoti ; nel qual racconto ripo- 
sammo con molta compiacenza l'animo sconsolalo dalla risia di tanle 
altre immagini schifose , che l'autore per ìstorica neoessità ci fa passare 
dinanzi, t Nato il Pnoti in Napoli, di nobile e agiata bmiglia, rinun- 

■ ùó i beoeflzii di prìmogenilo, perchè sciolto dalle cure domestiche, 

■ potesse tutto dedicarsi ngli studi! , riservandosi di fortuna quanto 

■ gli bastasse a professare nobilmente le lettere , ed esercitarle quasi 

> uDicamenla a profitto della gioventù. Alla quale volle che fosse di 
* conlinoo , e s^iza distinzioni di ordini ed ofrinroni , aperta la sua 
e casa, dischiusi ffi armadii de'suoi libri, ocoupata in tutti i giorni 

■ e quasi in tulle le ore la sua persona, non altro compenso desìde- 

■ rando che l'aSetto ddlì stessi scolari , non altro ristoro volendo che 
« il frutto di vederli innamorati , com'era egli , della toscana favella 

> e de'classìci autori. Né le sciocche risa di ctdoro che nedi oziosi 
<■ cerchi il beffavano oome pedante, lo ritrassero dalla magnanima im- 

■ presa : e mercé di lui videsi , a guisa di giovine pianta che a poco 
» a poco distende i suoi rami , risorgere e propt^rsi il gentile idoma 

(t) Botta , CfmttniuiMne alla storia dtl GviceiùraM: UthlU. 



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iHi RASSEGNA DI LIBRI 

n in Napoli , dove più che altrove aveva snono di cruda barbarie. Tanto 

t vale l'esempio e il buon volere d'un uomo sok> ; onde il |i;ionio della 

I sua morte tutta Napoli si commosse e lacrimò ; e la gioventù pù 
M particolarmente , che s'accorgeva d'aver perduto il vero padre e mae- 
<i atro e benehtlore , fece tale corrotto che mai non fu veduto il più 
» pietoso e solenne , da mostrare quanto possa , anche in tempi guasti 
n e in citli male ordinata, una intemerata e operosa virtù >. (Voi. I, 
pag. 89S ). 

Ora odasi come racconti i fatti atrocissimi di Bologna avvenuti per 
opera di cruda e sfrenata plebe. « Se Genova e Livorno , focolari di 
K democrazia l'una io Piemonte, l'altra in Toscana, in que'medesiroi 
« giorni, per occasioni affatto simili, si scombuiavano, delitti atrocissimi 
a ignoti a queste due cittì insanguinavano Bologna. Dove l9sideD<lida 
« gloria acquistata nel cacciare i soldati di Wdden, ecclissavasi nel 

■ danno della patria, recato da alcuni crudelissimi e scelleratissimi un- 
ii mini, osi a'contrabbandi , alle rapine, agli omicidii e ad ogni altra 
CI opera neforia. 1 quali, limasti colle armi in mano, dopo la fuga degli 
a Austriaci, mentre i buoni le avevano posate, le volsero per dar dì 
n piglio nel sangue e nella roba altrui. E li vedevi in armate frotte fe 
sembianti truci andar ronzando, e sotto prelesU) di difesa, incettar 

■ armi per le case privale, rapirle tumultuando alle guardie, Irarle 
« da'nascondigli di loro scelleratezze. Poi, quando si sentivano più forti, 

II raccogliere legname, suppellettili e materiali da costruire sbarre eser- 
a ragli nelle vie; e per questa opera domandare paghe doppie e triple, 
u e come soldati e come lavoratori; non osando alcuno contraddire 
< onde per lo spavento di tatti, maggiore ardire prendevano. AingroS' 

■ sanie il numero entrava in Bologna, insieme con le onorate legioni 

■ di alquanti militi volontari, una turba di genti, che della feccia d'ogni 
« paese composta, errava sbandata per le città dopo la tregua del 9 ago- 

■ sto. Nessun comando, nessuna vergogna la infrenava; mezzi vestiti, 
a variamente vestiti: scalzi, armati, cupidi, senza capi o con capi 
« sediziosi, profanando il nome d'Italia e della liberti, s'accontavano colla 

• {debe bolognese, omai sciolta al delitto; né ad inBammare ^i ani 

■ cogli altri mancavano oratori , novellatori , soldati di ventura , che 
t d'ogni parte accorrevano ovunque era materia a sedizioni e discordie. 

• In tanto pericolo abbandonavano i migliori la città , già piena di questi 

■ ladroni. I quali , poiché l'ebbero bene in loro mano recala , divisando 
« di abbattere quel segno di governo vacillante rimastovi , correvano 
V armali al palagio pubblico , facevano impeto contro esso , domandavano 
(I minacciosi a nome del popolo che il venerabile prolegato Bianchetti , 

■ cogli altri onorati uomini che con lui governavano la città , si depo- 
II nessero. 11 che sarebbe seguito , se la discordia non fosse entrata ne- 
« gli stessi tumultuanti: onde gli uni per hre onta agli altri, vollero 



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RASSEGNA DI LIBRI 183 

■ che il governo si coosemase ; e couBervoBoi : seaza però che i rettori 

■ valessero a mettere alcan freno in quelle scatenate torbe. Le quali , 

• Toleodo consorti e aiuti ntAla. rapina , si volgono finalmente alle pri- 

■ gioni. Le sforzano , aprono , e traggono qnanli da motti anni sospira- 
I vaoo di sfi)gare lor cupidigia per Insogno o vendetta. Eccoli in effetto 
« gìttarsi alle case , alle campagne , alle strade ; e con ogni avidezza 

■ spogliare , svergognare , ta^ieggiare , uccidere ; ogni cosa andare a 

• voglia loro >. 

Se il penneUo del Ranalli dipinge maestrevolmente i ritratti de'suoi 
personaggi , non è meno felice nelle descrizioni , nelle quali spesso trovi 
belli e reconditi cimcetti che gratamente li sorprendono. Noi invitiamo 
i nostri lettori a leggere quella che trovasi nel Voi. I a pag. S< , e l'al- 
tre a pag. 160 e 161 , e il princìpio del libro diciottesimo : le quali doe 
prime riferendosi alle nostre memorie pia dilette , e venendoci rappre- 
sentate co' più vivi colori , ci commOBBero e rapirono in modo da farci 
dimenticale per poco altre ricordanze tnnestissime. N^ meno bella, sotto 
altro aspetto, è quella nel Tol. I pag. Ili , sulla cadnta della Repub- 
blica genovese : • Se fra te italiane repubbliche superstiti pel comin- 
> Giare de' francesi rivolgimenti alcuna meritava dì non cadere , era cer- 

■ tameote la BepubUica genovese ; dove meno che altrove eransi can- 

• celiati i vestigli dell'antica liberta, ritraenti la immagine dì quel 

■ popolo operosisumo , e più a rozzezza che a mollezza vicino. Né ve- 

• ramente si potevano dire i Liguri pn^nie affatto tralignata da quei 

■ die, per usare le pwole dello storico, avevano resistito a' Romani, 

■ combattuto i Saraceni , posto agli estremi Venezia , distrutto Pisa, con- 
a quislato Sardegna , prodotto Colombo e Dona , caccialo dalla sua cittì 

a principale i soldati d'Austpni Ma chi afiennasse che volen- 

a (ieri il nuovo stato accettassero e la dolcezza del vivere libero oUias- 

■ aero , direbbe per avventura il falso. Vivevano sempre coloro che ave- 
( vano .assistilo a'fiinerali della RepubUica, udito le ultime voci della 
i boccheggiante libertà , mirato la fuggente immagine della diletta pa- 
B trìa ; e a'figliuoli ne' domestici ragionari di queste venerate e care 

• memorie pascevano gli animi , recando loro in testimonio que'paiagi, 

que'teropli, que'balnardi, quel porto, quelle navi, que'traftìchi, quella 

1 venerata grandezza di citlii posta sul fronte del wtstro Appennino , 
a perchè chi mette pìé in Italia vegga subito se di migliori destini sa- 

■ remmo degni ». 

Noi potremmo allungarci con altre descrizioni di eguale , o maggior 
bellezza ; ma i pochi tratti che fin qui producemmo , ci sembrano suffi- 
cienti a mosb-are i modi di scrivere tenuti dall'autore. I quali se in ge- 
nerale ci sembrarono attinti a buone fonti , e lontani affatto da ogni 
forestierume; non possiamo però negare che qualche rada volta non 
c'incontrassimo in alcuna dtfEcoltì nell' intendere qualche suo concetto 



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184 RASSEGNA DI LIBRI 

STTiloppalo in perìodi non felici. Toccberemo aoltacto di due pred 
dal Voi. I , pag. S33. Dopo aver detto che Lucca aspetlava di giorno ìd 
giorno la Corte Regia, e che per la tardanza della concessione nOD 
era quieta , prosiegue : Cori le leggi da fare otservar non facevano k 
antiche, e ti bene futuro accresceva it male pretente: il qnale periodo ci 
rjnscl a («imo tratto non poco oscuro. Ci pare anche che Eia difetta 
di chiarezza dove dice, a pag. 3Ì8 ; Di altre apparmte ili libertà in qtei 
giorni di fehbrajo non mancavano in Napoli. 

Scendendo dallo stile alla lingua , diremo che un si giusto estimatorr 
e ammiratore del bello che trovasi ne' nostri sovrani maestrì , un cohore 
cosi diligente e assennalo delle buone lettere, come con altri antece- 
denti lavori ha dato prova, non doveva smentire la sua fama; e a mi 
pare che nel difficile sperimento qual'è un'opera di cosi lunga leu, 
aUria mostrato perizia singolare. Qni non troverai nulla che ti rammenti 
il moderno bastardume ; ma né meno troverai le misere gretleoe dei 
pedanti. Le sue parole sono adattate alla gravità della materia e «Da 
succosa brevità de'suoi concetti : niente di piò , niente di meno ; ed an- 
che le istituzioni e cose nuove ha procurato esprimere cm voci gii 
Qsate e di buona tempra, fuggendo 1 comuni modi di si gn incarto. Noi 
esponemmo in altro luogo i nostri principi! su que^' importante argo- 
mento, che ai restringono ad una ragionevole mezzanitè ; sicché Doo 
focciamo mal viso ad alcune parole nuove che abbiano bnona radice, 
e che già furono accolte da alcuni eccellenti scrittori ; specialmente se 
la cosa rappresentata non possa significarsi se non con perìfrasi. H II*- 
nalli in questa parte tv. molto cauto , e lo lodiamo. Egli chiama , per 
esempio, la legge elettorale, legge «ut «Mrini; Assemblea Coetitoeote, 
A»»emhtea eostittUriee dello stato ; Ministero , collegio tfe' Ministri ; Tusiime, 
amgiuniione; barricate, asserragliate; potéri eccezionali, poteri (traonti- 
fiorii; inlluenza, autorità; prestito forzoso, prestito di ctutrtn^ùMato; 
carta monetata , carta pectmiaria ; monitore , diario delle leggi ; ordini del 
giorno, ofnmonimmfi ; legge stataria, legge di guerra; circoli politici, 
cerchi politici; guardia cìvica, mili>ia eivile ec. Questi buoni modi ci piacque 
citare in prova della squisita diligenza dell'autore in cose in cui ancbe 
a'migliori non è difficile it peccare. Ci sorge però qualche dubbio eopr» 
alcune voci antiquate che egli ha tentato riporre in uso , e che ci sem- 
bra (se non prendiamo errore) che abbia tolte in gran parie dalla 
classica traduzione di Tacito del Davanzali. Niuno piìi di noi ammirali 
Davanzali , il quale ba provato meglio di ogni altro , che la lìngua no- 
stra dice quel che vuole, e la francese ciò che può, come confessa un 
celebre scrittore di quella nazione ; e noi vorremmo che la sua trada- 
zione per tante partì mirabile fesse il libro prediletto dei giovani , »t- 
Anchè dal t«Bto imparassero sapienza e fortezza civile , e dalla traduzione 
purità di lingua inoomparabtle e l'arte difficilissima di stringere molln 



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RASSEGNA DI UURI 46o 

in poco, DOtaudoDe però i difetti. Noi vorremmo , che i maestri avessero 
cura specialissima di adusare per tempo i giovani allo stile stretto e 
coDciso, a pensar molto e scriver breve: giacché slam d'avviso die 
DDO stile serrato non solo sia effetto di robusto pensare, ma iiidirelln- 
meole ne sia anche cagione. E oggi abbiam bisogno piucché mai di gÌo 
ventù che , obbediente alle leggi , sia operosa , e si ponga dentro e per 
Eeverì in forti studi; giacché il forte operare non può essere figlio clic 
del brte pensare ; e di giovani adolcioali cascanti efiemminali menni 
aUiianto dovizia JDfeticissima. Certo la nostra eli non é cosi sciagurata 
come van lamentando i piagnoni; ma né meno può negarsi che non 
s'adagi troppo odia mollezza. U Davanzati peccò nel voler incastrare in 
nna storia cosi severa come quella di Tacito, cosi piena di (atti or ge- 
nerosi or terribili or atroci ma sempre grandi, idiotismi e riimboli 
fiwentini; come se a nobilissima matrona si addicesse comparire in 
pubblico con le vesti di una trecca. Per questa ragione nelle Storie del 
Ranalli non ci piacque incontrarci , nel chente , dovessimo , scandolesiarc , 
muiuu , mndexxnsione , iimosiolire , baliosi , idiomi , campora , brobbrio , 
praconu, convegno: parole che in verità trovansi nella Crusca, e alcune 
Del Davanzati ; ma ette contrarie al moderno uso e alla pratica di altri 
boooì GCriUori, non possono più rinverdire. Per queste poche voci, delle 
qnali però il lettore appena si avvede, perché raramente usate ne' trenta 
lil»i delle istorie, noi abbiamo udito ingiustamente lassare il fìanalli; 
come se difètti cosi minuti ( se pur difetti sono ] potessero oscurare un 
lavoro di tanto intrinseco pregio. Bingiovanire e riporre in corso 
alcuie voci antiquate è opera grandemente utile e spesso necessaria 
alla liDgna, di cui si accresce la ricchezza ; ma nello stesso tempo è piena 
di dil&odià , dovendosi ben guardare non solo alla bontà del vocabolo, 
ma ben anche al genio della presente età : e a noi sembra , che, se non 
tutte, almeno la maggior parte delle suddette parole da noi citale, e 
alcune altre poche che potremmo citare , il patrimonio della lingua non 
accrescano. Alcuni moderni , e specialmente il Botta nelle sue storie, usò 
molte voci prese dagli antichi storici fiorentini , e che non erano più in 
corso; e siccome di squisitissimo gusto dotato era, felicemente ci riu- 
sà ; benché non in tutte : come per esempio nel viùabolo liòerftno per 
mieo dilSiertà , perché il genio moderno vi ripugnava, significando ora 
ftnona tcottumata. E quando contrasta l'uso moderno, ogni sforzo k ina- 
tìle; e senza uscire dalla parola libertino, anche oggi alcuni adoperansi 
con tutto l'arco dell'osso, direbbe il Cesari, a mantenere ad essa vocr 
Tantica significazione : ma ■ Che giova nelle fata dar di cozzo ? « se il 
Moolo inesorabile , uscito di pupillo , non ne vuol sapere , e se la gonle 
ride? A queste voci antiche usate dal Raualli aggiungiamo i due seguenti 
Biodi che trovammo nel Voi. 1 , pag. 43 e lOG ; otfiai'a in massima le mi- 

Aacn.ST.lT., f/iuv/i ,y<Ti>, T.lll. f.l. M 



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im RASSEGNA DI LIBRI 

line civili , e teiiHmoniim»a del rao amo/rt e uòMdunso ; « nel VtA. II , 
pag, 5Ì3 : r<tìlegrò toppiatte sperante ; e nel Voi. IV , psg. 158 : onUr»- 
versta aeeettcUa in mamma , Ai quali modi non potremmo consenlire. 

Ognun vede che ad un'opera cosi Ituiga e condotta eoo si graufarte , 
queste poche e leggiere osservazioni nulla possono lo^iere del sa* 
merito; e noi saremmo pentiti di averle esposte, se non Bvessìmo 
con ciò voluto provare con quanta diligenza la leggemmo , e dare cod 
in certo modo un maggior peso agli altri giudizi nostri all'autore favo- 
revoli. Abbiamo dunque ragione di concludere ( e ciò tacciamo con lieto 
animo), che le presentì Istorie tomanoa grande onore dèi Ranalli; che 
egli ben meritò delle nostre lettere , e cbe va collocato nel bel numero 
di que' cultori delle storiche discipline che si aflhticarono con tanta lode 
a naVrare le storie itaUane. 

G qui ritornando per poco sul mesto téma delle infelici coiHlÌ2doni 
in cui per lo più fra noi si trovarono e si trovano quegli aoniini 
benemeriti cbe con l'ingegno loro sulla turba volgare s'innalsarono ; e 
considerando come a dispetto di gravi pericolt , di costante iniquità di 
fortuna , delle divisioni nostre , del difetto di un contro letterario , ddla 
mancanza di ogni opportuno sussidio , pur non ostante sorgano sapienti 
e coraggiosi scrittori a tessere il racconto de'nostri casi ; siamo com- 
presi di alta meraviglia. Eppure nel giro di non molti anni produsse 
questi Italia il Botta , il Colletta , il Ferini , l'Amari , il Caolù , il Gual- 
terio, per tacere di allri , ed ora il Ranalli. Dei quali né par uno vi è che 
abbia avuto alimento S onori e di agi nel luogo natio ; e che anzi non 
abbia provata ì duri passi dell'esilio, o dalla dolce patria non si sbarbicas- 
se. Gran miracolo, che dove per tanti ostacoli le fonti dell'istoria inaridir 
dovrebbero, pur ciò non avvenga; anzi da esse sgorghino cosi dolci e 
copiose acque. Certo in questa terra , cbe produce tali fratti, bencbÀ 
percossa da tali tempeste , il benigno Iddio ìnAise una gran potenza di 
vita. Alle condizioni nostre dovrebbero spezialmente badare gli stranieri 
oe' giudizi loro , o almeno meditare qualche vcdta su questi due soli e 
brevi versi del nostro satirico a Gino Capponi: 



trino , eravamo grandi , 
E là non eran noti. 



Filippo Ugolini. 



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RASSEGNA M LIBRI 



Apertttra e Ctmalitaazione delFiitmo di Svet ee. jttdfblieazione dell'inge- 
gnere DfiO Caldidki. Torino 1856 (1.* Voi. in Sto, rii pag. xxxii e 608). 

L'Ittmo di Sue* « la Siamone tetegrafioo-elettrica di Cegiian. Opuscolo del 
Gbk. Li lIutBon*. Torino 1856. 

In mezzo alle poliUdie preoccapazioDÌ ilelTetò nostra v'hanno poche 
' qtiistioni di cosi alto interesse scientifico , economico o commerciale , 
che bastino ad attrarre l'attenzione di tutta Europa , e a tener gli animi 
sospesi nell'aspettativa di lor soluzione. Prìniegttia fra quelle poche il 
progetto di canalizzazione tra il Mar Rosso ed il Heili terraneo, ilei ifuale 
abbiamo, nella precedente dispensa AtAVArt^ioio Storieo , intrattenuto a 
lungo i lettori. Intenti alle bsi molteplici di questa gravissima controver- 
sja , crediamo far loro cosa grata al presente coli' informarli , quasi in 
appendice al nostro primo articolo, d'un' importante pubblicazione btta 
con molta intelligenza , e con non comune lusso tipografico, in Torino dal 
sig. Ugo Caltndrì ingegnere. 

Apre il bel v<dume una Prefazione o Memoria del sig. Giovanni Inter- 
donatn, scrìtta con eleganza e brio meridionale, e tutta spirante il più 
caldo amor patrio, intitolata l'Istmo di Sties e Tltaliai la quale bene adem- 
pie «Ho scopo ohe l'autore si proponeva, di provare, cioè, che fra 
qoanti ha paesi l'Europa , l'Italia dee più d'ogni altro vantaggiarsi della 
tanto desiderata rivoluzione marittima. E, ])er fermo, nitino sarb che il 
nieghi, per poco che si consideri e la posizione gengrafica della penisola , 
e lo svttuppo delle sue coste , e la mirabile attitudine commerciale degli 
abitanti, testimoniata dalla storia di pii!i che tre secoli [ quanti ne corsero 
dal XII.' a tutto il XV." ) di primato mercantile. Bensì aggiungeremo una 
HBservazìone , rhe, sotto il titolo l'Istmo di Sws e F Italia , d sembra aver 
SUD luogo , non dovendosi unicamente mostrare per quali nnturali con- 
dizioni possa il paese nostro augurarsi dalla grande impresa un ridente 
avvenire, ma eziandio essendo prezzo-delfoi^ra additare le circostanze 
aaUfiàali ed umane, mercè cui possiamo e dobbiamo ajutare il voto 
Jella nature. 

n commercio è tal cosa, che dalle sole condizioni geografiche non la- 
sciasi dominare e guidare ; e sebl«ne costituiscano quelle il {irimo dato 
del problema, par non Instano, e di gran lunga, da per sé sole a risol- 
verlo. V'hanno paesi che, geograficamente parlando, sono ottimamente 
collocati snUa via dei pifi floriili e pingui traffichi, e tuttavia non 6on 
punto frequentati dalla navigazione, la quale lasciandoli quasi in ilisparte , 
va a visitare di preferenza altri porti men dalla natura fovorili, ma più 
prowidameale e copiosamente preparati a riceverla dall'industria e 



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188 RASSEGNA DI UD»I 

dair.lUivìtì dell' uomu. Quali contrade son megho situale dell'Egitto o 
dell'Asia Minore , che alla più straordinaria varietà di produzioni proprie 
congiungono la massima prossimità ai magni centri del traffico moodiale? 
E nondimeno, allorché sarà aperto e canalizzato l'Istmo, non saraoDO 
di certo né la terra dei Tolomei , né le coste dell'antica Fenicia, quelle 
che potranno glorhrsene maggiormente prosperate. E, nel medio evo, 
quando più giganteggiava l'Italia , perché mai il commercio , invece di 
stanziarsi a Siracusa , a Brindisi o sulle sponde Calabresi , venne , tanto 
più lungi dagli sbocchi del Levante, a Genova, a Pisa o in fondo all'Adria- 
tico , a Venezia ? Perchè mai il Portogallo e la Spagna , che pur furono 
le prime potenze coloniali, e che pur trovavansi le pros^me al Capo di 
Buona Speranza , lasciaronsì , in men d'un secdo , fuggir di aiano la 
lialma , che fu raccolta da più laboriosi popoli sulle paludose regioni 
dell'Olanda, o nei più remoli porti dell'Inghilterra? 

A tutte siffatte inchieste una comune risposta. Perché il favore della 
latitudine e della longitudine non basta ad assicorare il vanto dei com- 
mercii e della floridezza, ove non s'aggiunga l'umana operosità, e il 
solerte ingegno, e la cura assidua d^i abitanti, nel munirsi in tempo 
di tutte le più eflìcaci condizioni industriali , delle più recenti scoperte 
della scienza , delle macchine , dei capitali e delle opere più solenni di 
pubblica utilità. 

Troppo Siam proclivi in Italia a dimenticar queste cose , comecché 
l'esperienza abbia a caro prezzo dovuto insegnarcele. Non é la scoperta 
del Capo , né quella delle Americhe [ come a sazietà fu ripetuto ] , che 
^■alsero sole a tòrci dal seggio che occupavamo : ma fu il lento inn^hitttrsì 
delle nostre un di si procaccianti popolazioni ; fu l'estinguersi di quella 
potente favilla che fece già si grandi le nostre repubbliche ; fu l'infausta 
e troppo tollerata e carezzata dominazione spagnuola, e poscia la francese 
ed alemanna ; furono queste colpe , non del solo fato, ma nostre ancora , 
e principalmente nostre , che ci piombarono al basso. Giova scuotere gli 
Italiani da questa troppo gradevole e lusinghiera e vile tendenza , di ac- 
cusare o ringraziare sempre alternativamente la cieca fortuna. Hen largo 
e meno assoluto di quello che il volgo s'argomenti, é il dominio della 
capricciosa dea. 

Api^icando queste considerazioni alla quistione dell'Istmo, noi sti- 
miamo che, mentre la posizione geografica dell'Italia la mette in grado di 
trarne più d'ogni altro paese suo prò, al tempo stesso vedremo pur troppo 
dileguarsi ogni migliore speranza , ove di soverchio ci affidiamo a questi 
vanti di natura. Le materie prime che vengono dall'Indie, dall'Oc»ania e 
datl'AtTrica , preferiranno pur sempre, taglialo l'Istmo, allungare di qual- 
che centinaio di miglia il tragitto, per recarsi in Inghilterra, in Olanda 
od anche in Francia, in cerca di vasti mercati, d'ottime officine, di po- 
derosi capitali e di buoni operai, se noi non prepareremo loro queste 



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RASSEGNA DI LIBRI 189 

vantaggiose ed alletlatrici condizioni fra noi. Uscite da Pelusio , le navi 
passeranno in bccia aU'Ilalia senz'ancorare nei nostri porti, se noi (ar- 
deremo ■ mutare quelli imperfettissimi e sozzi metodi d'imbarchi e sbar- 
chi , i quali malamente protrarono le staUìe, e quindi la costosa inerzia 
dei capitali naviganti , se non erigeremo quei doeks , intorno a) quali 
ciarliamo da tanti anni , senza deciderci mai ad intraprenderli. Genova 
e Venezia ( queste ninfe delle acqvt , come le. chiama il signore Interdo~ 
oalo} è d'uopo che cessino di dormire sotto i loro allori , se vogliono 
riaccostarsi aj tempi in cui la prima dominava il Levante , e la secon- 
da teneva 36mita operai assiduamente impiegali ne' suoi cantieri ed ar- 

Facciamo cotali osservazioni , suggeriteci dalla gradevole lettura dello 
scritto del sig. Interdonalo , perchè fermamente crediamo che a rialzar 
l'Italia a quel punto di mercantile grandezza ove gi& fu, ed al quale 
può e deve ancora aspirare , non sia sufficiente il taglio dell'Istmo di 
Suez. E portiamo opinione cbe non si misuri l'amor d'Italia dalle pro- 
digatele lodi, ma più anzi dai forti cousigli, e dal ricordarle le dure ma 
efficaci lezioni dell'esperienza. 

Segue al pregevole lavoro or ora accennalo, nella collezione del 
sig. Calindri, la traduzione di tutto il volume cbe nel 1855 stampava 
il Lesseps col titolo di Pereemenl de risthme d« Sues, e del quale noi 
abtriam fatto esame, quanto potevamo accurato, nella dispensa iV.* dì 
questo stesso periodico. Sulla sostanza di quel libro non ci fermeremo 
Ola , per non ripetere il già detto. Bensì crediamo dover nostro di non 
tacere al sig. Calindri la meritala lode, per aver con tanta soUecitudine 
e cara, e con sufficiente proprietb ed eleganza d'italiana favella, voltato 
in nostra lingua quell'importante documento. 

Dopo le 366 pagine nelle quali è questo compreso , il bel volume 
contiene tradotto un articolo tratto dalla Patrie, con note ed osservazioni 
àeU'hduttriale di Genova e dell'Opmtone di Torino. Scopo di quell'arti- 
colo é di provare i vantaci del traeciamento diretto del canale nella 
parie )hù stretta dell'Istmo. Non ha guari, un giornate umoristico di 
Parigi qualificava , con pungente piacevolezza , di prtget en l'air, quello 
ben noto del sig. Talabot , equivocando sul doppio senso a cui si presta 
l'idea del viadotlo dell'illustre ingegnere. Senza renderci menomamente 
complici di quella frizzante ed ingiusta barzelletta, confesseremo pur 
tiillavia , che far la traversata del Nilo col ponte-canale , il quale obbli- 
^rebbe a adoprare macchine a vapore emettenti 30,000 metri cubi 
d'acqua per giorno in un serbatoio all'altezza di t8 metri almeno, sa- 
rebbe losleseo cbe: 4." prolungare circa del iriplo il tragitto; t." mol- 
lifriicare le chiuse sui due versanti, che nel progetto del Talabot sarei)- 
bere non meno di Ili ; 3.° per conseguenza, ingigantire a proporzione 
la spesa- Un canale marittimo e diretto, all' incontro , da Pelusio a Suez, 



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190 RASSEGNA DI UBRI "* H 

eviterebbe cotali difflcdlà, rìducendo a liO chilometri una linea, che 
per andare invece ad Alessandria , ne dovrebbe aver 400 , e non sog- 
getlanrloei ad altre opere d'arte fiior quelle alle quali i canaU più comuni 
troTanai sottoposti. La sola difBcoltà che a questo tracciamento si o^ 
poneva dagli avversarli, cioè gli interrimenti prodotti nella baja di Tjneh 
dalla corrente mediterranea, trasportante i foughi del Nilo , sembra lolla 
dacché la Commissione internazionale , testé recatasi sui luoghi, ha dato 
la più autorevde santione a quanto i sig. Hongel e Lioaut dichiara- 
vano , negando ricìsamente it fatto degl'interrimenti medesimi. Essendo 
questo il nodo della quistione , auguriamo che i più positivi ed accurati 
studj che stanno per brsi in proposito , riconfermino pienamente i dati 
sai quali fondasi il progetto Lesscpa. La parte più importaote dell'arti- 
colo che il Calindrì riproduce dalla Patrie , aembraci quella in cui di- 
mostra che quand'anoo la soluzione proposta dal Talabot riuscisse a 
superare tutte le dilBcolA idrauliche ed economiche oppostele , avrebbe 
pur sempre l'inconveniente gravissimo e deciaivo di togliere la massima 
nljlitfa economica che dal canale fra i due mari il mondo si ripromette, 
cioè la fadlilazume dei ^asporti. Infatti supponendo , secondo i calcoli 
generalmente ammessi , a 6 o 6,000,000 di tonnellate la navigazione an- 
nua tra rBuropa e l'India, il movimento medio del canale sarii di cento 
legni per giorno. Or come mai, in tanta frequenza di bastimenti, si 
polrebb'egU praticare la navigazione in un canale con nna ventina di 
conche , epperò con tutti gli incagli e le spese e i perditempi che ne 
sarebbero la conseguenza T 

Ragionevoli ed assennate sono le noie dalle quali il sig. Calindrì fu 
seguire l'artictdo citato : ci permetteremo soltanto di osservare , che qui 
poteva forse abbreviare alquanto la parie slorica ed esposiliva della 
questione , gi& difiusamente trattata negli scritti precedenti nel suo vo- 
lume contenuti. Tra le considerazioni poi eslratte dall' O/iinJone, noteremo 
come giustissima quella colla quale inculcasi a Genova di mirare, pNt. 
che a lati' altro , a divenire emporio , a crescere le sue navi , a preparare 
docksi magazzini ed agi d'ogni sorta agli accorrenti, diventando centro di 
commerci , di cambi , di deitositi e dì trasporti. Ogni cìUÌl , ogni paese 
ha un complesso di condizioni sae proprie , le quali costituiscono, a cori 
dire , una fisionomia industriale ; e l'industria per cui Genova primeva 
non potrà mai essere la manifattura in larghe proporzìooi , nella quale 
non varrebbe a reggere alla concorrenza di altre contrade più abbon- 
devolmente e più economicamente fomite di motori, massimamente 
idraulici , di carbon fossile, di ferro e di materie prime. Il campo e l'of- 
Scina dei Genovesi è sul mare , a cui li invitano e la mirabile posizione 
della loro metropoli , e le secolari rela^oni acquistate in tutte le parti 
del mondo, e sovratutto l'impareggiabile carattere ed inlellìgenta della 
SUB popolazione. 



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RASSEGNA DI LIBRI 49t 

Quinto documento contenuto nella collezione è uno scritto del signor 
Pevral, estratto dalla Pretse, e tendente a dimostrare cbe il taglio 
dell'Istmo di Suez é vantaggioso per tutti i popoli, ancA« per VlnghUterra. 
In quanto ai beneflcìì generali che ne ritrarranno l'Europa ed il mondo, 
è oramai del tutto inutile l'insistervi : solamente faremo un'osservazione 
che né dal Peyral né da altri abbiamo veduto sufficientemente STilap- 
pata, e cbe pur ci apparisce d'alto momento. È noto che l'Europa ogni 
UDO versa al di W dei mari una immensa popolazione di coloni cbe 
Tanno altrove in cerca di più ospitali paesi. Nelli ultimi quattro lustri 
il Regno Dnito non diede all'emigrazione un contingente minore di 
3 milioni di viventi : altrettanti fuggirono di Germaia i un mezzo milione 
dall'Italia. Dove mai andarono tutti questi infelici bersagliati dalla sven- 
tura, tratti dalla fame o da un'indole avventurosa, adescati dalle pro- 
messe , ahi cosi spesso traditrici , delle società e dei sensali per l'eroi- 
grazione? Sulle due coste dell'America, e in «inesti ultimi anni prin- 
apalineDle sulle rive del Sacramento aHIuirono (Quelle masse di capitale 
e di lavoro ; e alcune in Australia , attratte , [hù che da altro , dalle 
bilaci lusinghe fatte nascere dai terreni auriferi scoperti dopo il 1S48. 
Ka ijuanto non sarebbe più vantaggioso all'umanità cbe quei poderosi 
stranienti di produzione potessero recarsi a coltivare i feracissimi ter- 
reni che giacciono incolti sulle coste dell'Affrica Orientale , sui S3mtla 
chilometri che bordeggiano il bacino occidentale del mar delle Indie, 
OBuBe rive del Mar Rosso, del golfo d'Oman, del Seno Persico, senza 
partire dell'India oltre Ceylan , della Cina, del Giappone e dell'Oceania? 
Invece di realizzare il mito di Gige , andando a morir di lame in mezzo 
all'oro; invece di versare sul mercato del mondo una massa di metallo 
cbe promaoTe già sin d'ora una formidabile crisi monetaria , ronduta 
pid grave dall'errore della più parte dei governi di coniare con inva- 
riabile rapporto l'oro e l'argento; quegli emigranti europei porteranno, 
quando di metà o dei due terzi saranno abbreviate le vie , le loro brac- 
cia , la loro intelligenza e i loro capitali a fecondare quei tesori ancora 
ioesplorati cbe il vecchio continente nasconde a levante del deserto 
Libico e della Spina del Mondo. 

Rispetto poi agli interessi dell'Inghilterra nella grande quistione che 
stiamo trattando , noi abbiamo esposto e motivata lungamente la nostra 
opinione in un precedente articolo, in cai ci lusinghiamo aver con 
diiare prove mostrato, come non meno alla Gran-Brettagna che al ri- 
manente delle nazioni Europee debba il taglio dell'Istmo tornare vantag- 
gioeo. Ora il sig. Peyrat ci rivela che due membri del gabinetto in- 
glese , Lord Palmerston e Lord Clarendou , sono contrarli all'esecuzione 
del Canale; opposizione, diremo col francese pubblicista, affatto ine- 
splicabile , e che prova una volta di più come gli uomini della vecchia 
diplomazia siano oggi ancora ciò ch'erano jeri e ciò cbe sempre saranno: 



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492 ' RASSEGNA DI LIBBl 

cioè informati dell'idea, che una nazione grande e polente debba ascri- 
vere a suo proprio danno qualunque vantacgio che vanno acquistando 
insieme con lei le nazioni minori. Noi non ri re ri remo gli argomenti del 
Peyrat , né molto meno ripeteremo i nostri contro questa viela e gretta 
politica. Solo aggiungeremo una conclusione cbe ci sembra dKisiva. Se 
l'Europa germano-latina è ben decisa a far il canale, e se l'Inghilterra 
si ostina a non volerlo, crediamo fermamente che la prima ha pieno 
diritto e potere di opporle il bivio: con noi o contro di noi. E per 
fermo, con qual plausìbile ragione può quell'isola superba vietare 
all'Egitto di usare del diritto imprescrittibile di sovranità, permettendo 
ad una compagnia di liberi capitalisti, di eseguire sul terreno egiziano 
un lavoro credulo di mondiale utilità ? E volendo anche abusare delle 
sue forze , può forse l'Inghilterra , di fresco uscita con dure percosse 
da una lotta terribile, efficacemente impedire che il canale si faccia? 
Intraprenderà ella per questo una guerra ?..... Insomma, noi facciam voti 
cbe la Gran Brettagna , sì civile , s) liberale , si informata dei più lode- 
voli principi economici e politici , si unisca alle potenze del Mediterra- 
neo in quest'opera di progresso e di civiltà ; ma ov'ella volesse tornare 
al prepotente e odioso sistema dei North e dei Pitt, noi avvisiamo che 
le fallirebbero le posse ad una lotta si ineguale e si anacronistica. Ciò 
che ha fatto in questi ultimi anni la forza dell'Inghilterra, si è l'averla 
quasi sempre il mondo veduta dalla parie dei grandi interessi dell'uma- 
nità, del diritto e dell'incivilimento: che se commettesse l'errore di 
sposare la causa contraria, noi non esitiamo a preconizzarle irreparabile 
e vergognosa decadenza. 

Una lettera del signor Lesseps all'Editore del Times, diretta a confu- 
tare una serie di strafalcioni che su quel giornale avea Stampato un 
corrispondente da Alessandria, viene aconciamenle posta dal Calindrf a 
corroborare il precedente articolo. Quell'anonimo scrittore avea osalo so- 
stenere, ma sen7a mai darsi la pena di provarli,! punti seguenti: 1.*in 
genere, qual siasi progetto di congiunzione fra i due mari sarebbe im- 
praticabile, e in ìspecie il progetto preventivo fatto dagl' ingegneri del 
Viceré d'Egitto; 2.* se anche il progetto fosse praticabile, non reche- 
rebbe vantaggio alcuno al commercio ed alla navigazione , rhe continue- 
rebbe a prendere la via indiretta dei Capo di Svona Speranza! ... 3.» Se 
anche i navigatori preferissero la strada del Canale, l' intrapresa sarebjie 
rovinosa agli azionisti e ai capitali che avessero consentito ad as.so- 
ciarvisi , perchè le rendite non corrisponderebbero alla spesa, mentre 
quelle calcolate dal progetto preventivo sono eccessive. Il signor Lesseps 
ha fatto egregiamente a combattere simili spropositi , perchè, pubblicati 
in un giornale letto da più milioni di persone, potevano contribuire ai) 
allontanar dall' impresa il concorso dei capitali esistenti e facili ad al- 
larmare. Ha noi, che non ci proponiamo questo scopo, non ci faremn 



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«ASSEGNA DIIIBDI <93 

a seguire l' illastre auioce dti [Hrogetto nelle sue argomeDlazioni, ai&- 
dandocj cbe basti enuaoiare ijaelle madoraalì aeeerzioui per farle cou- 
futare da sé medeeime. 

Htm riferiremo tampoco il settimo documento della compilazione, 
cioè il rapporto sommario della Commissicoe iaternaziooale esaminatrice, 
perchè ne abbiamo già dato i risultamenti in una nota In calce al no- 
stro articolo precedente. 

Otto Lettere tuU'EgiUo che il signor Bartbelemy Salnl-Hilaire scrì- 
veva al Direttore del JouTwtl dei Debats, arricchiscono in segnilo il vo- 
lume. La patria di Bolzoni , di Rosellini , di Salvolini e di tanti classici 
iUostratorì geografici, storici ed archeologici della terra dei Faraoni, ac- 
coglierà, ne Siam certi, con vivo interessamento queste notizie dell'ac- 
cademico francese; le quali, se non meritano tutte il titolo di nuove, 
sono però rilevantissime, ed improntate di quell'acutezza di osservazione 
e di quella vivacità di stile, di cui il Vt^ney ha dato in Francia, e snUo 
slesso argomento, ai chiarì modelli. Fin dalle prime pagine di quel gra- 
zioso lavoro si acqubta la convinzione che l'Egitto è degno degli alti 
destini ai quali é novellamente preparalo; al veder le core intelligenti 
«die quali il governa provvede agli scavi del Campo di Cesare ; la mi- 
rabile propaganda d' ìnteUigenza e d'acume che vanno tacendo in Ales- 
sendrìa i padri Laszaristi e le suore di S. Vincenzo di Paola ; e altre 
opere di pubblica a privala itti I ita. Forse si è esagerato alquanto, special- 
mente io Francia, ove si ammira per costume tutto ciò che spira la forza 
anche bruta e materiale, la missione ineivUitriee di Hehmet-All; e noi con- 
feanamo di conservar qualche dubbio intorno all'apostolato nn poco sin- 
golare esercitato sulle rive del Nilo dallo sterminatore dei Hamalucchì. 
Ma al tempo stesso riconosciamo che l' Egitto in questi aitimi tempi , e 
Binatamente sotto l'attuale Viceré, Hohammed-Said , ha tatto notevo- 
lissimi progressi, e si è venuto preparando ad un sociale risorgimento. 
Ha è pur d'uopo conressare (e, se ne avessimo il menomo dubbio, le 
lettere del signor Saìnt-Hilaire lo sgombrerebbero affatto ] che difficile 
■pente U rigenerazione dell' Egitto potrebbe radicarsi e prosperare alla 
SóliL ombra del Corano , da cui lutto il Levante è pur troppo aduggialo. Bd 
anche qui non dividiamo le opinioni e le speranze dei tanti turcofilì che 
dal cominciare dell'ultima guerra sorsero fra noi : tra maomettissimo e 
civiltà è lotta perpetua; e dove l'uno trionfi, è d'uopo che l'altra soccomba. 
Né ci si adduca l'esempio del vigoroso , benché effimero, incivilimento 
degh Arabi nel medio evo, i quali al contatto della filosofia greca e dette 
cavalleresche idee dell' Europa d'allora, s'erano di molto smaomettitsati. 
Troppo lontani sono que'tempi; e, meno qualdie nobile individuale ecce- 
zione, turco oggidì è sinonimo d' incorreggibile barbaro. Per fortuna del- 
l'Oriento, le stirpi europee, condotte in prima dalla guerra in quelle con- 
trade un di si floride ed ora si decadute, hanno acquistato il convinci- 
Abcu.St.It., NuofaSerìe, T.lll, P.l iS 



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194 HASSSGNA DI LIBHl 

meDlo, che la mezzaluna può bensi dìfenderBi per equilìbrio poUtteo, ma 
ohe quando cessi d'esser minacciata da un altro barbaro più possente e 
più micidiale, è d'uopo farìe guerra non di cannoni, ma d'idee, per rista- 
bilire l'equilibrio morale sulle rive de] Mediterraneo. E, in quanto con- 
cerne l'Egitto, le ferrovie, i tel^raQ, le arti e i. costumi degli Europei 
hanno già cominciato la crociata ; il Canale di Suez farà il resto. Creare 
la prosperiti individuale, oggidì assorbita dal dominio diretto del Sultano; 
moralizzare la famiglia, avvilita dall'harem, dal divorzio e dalle indecenti 
solennità che precedono il m.-itrimonio descritte nell'opera del signor 
Clot-Bey; rialzare la dignità individuale, depressa dal bastone, dall'igno- 
ranza a dalla superstizione; tali saranno , senza dubbio ì primi fonda- 
menti che verranno dati al nuovo edificio sociale in Egitto, poiché sarà 
stato messo a più immediato contatto colle costumanze, coi capitali e colla 
scienza degli Europei. Né dobbiamo sgomentarci al pensiero che taalo 
resti ancora da forsi : non bist^na giudicare di questo riforme nel se- 
colo XIX, colla medesima stregua colla quale si misuravano nei tempi ad- 
dietro. L' India inglese avea folto men rapidi passi nella via dell' Jndvi- 
Itmento nel mezzo secolo incirca che segui i tempi di Clivo e dì Warren- 
Hastings, di quelli che ha compiuti ne^i. ultimi cinque o sei lostrì. Le 
ferrovie sono tali strumenti, la cui elHcacia morale non è stata ancor 
misurata. In aspettativa frattanto delle trasformazioni desiderale in Egitto, 
sia lode al signor Saint-Hilaire, le cui otto lettera avranno contribuito 
non poco a far conoscero 1 bisogni di quella interessante contrada e i 
modi di provvedervi. 

La collezione che stiamo esaminando va adoma in appresso di un 
pregevole lavoro che il signor Giuseppe La Farina pubblicava dì recente 
nella Rivista Enciclopedica Italiana. Per non ritornare inutilmente sovra 
punti già accennati in questo e nel precedente articolo, non ci diffón- 
deremo intomo a cotale dissertazione, né sull'estratto dalla Geografia 
Commerciale del Harmocchi, o sulle noto del Calindri, che chiudono il 
volume ; non senza perà rallegrarci di cuore con tutti questi benemerìtt 
scrittori delle imovo prove cbe danno qui e della loro scienza e del loro 
amore all' Italia. 

Quattro belle carte, intitolale Congrafia dell' Istmo di Sves e luoi ca- 
nali marittimo ed ausilittre;— Veduta panoramica delP Istmo 4i Sues e dei 
suoi canali ; — Corografia del Canale indiretto e della ferrovia fra Suex ed 
Alessandria; — Carta idrografica con te grandi linee di namga%ime mon- 
diale, illustrano le precedenti scritture, e compiono un libro, a) quale se 
un rimprovero può farsi, é dì essere tipc^raficamenle troppo bello, e 
quindi troppo caro, per potere avere quel numero di lettori cbe merita 
e che di tutto cuore gli auguriamo. 

Ci gode l'animo di poter dire, che la più completa pubblicazione in- 
torno al (;randioso problema dell' Istmo sia finora sorta in Italia; e che 



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RASSEGNA DI LIBRI 19a 

nn'sorademia italiana, qnal è l' latitato Veneto, abbia per la prima 
arato il bel pensiero di proporre un premio di lire austriache 4,800 , 
(fr. 4,ft30} alla mi^iore scrìttura intorno al taglio dell'Istmo di Saez. 

Né vogliamo deporre la penna senza raccomandare ai nostri lettori 
nn altro lavoro di recente pubblicato in Torino dall'esimio generale Al- 
berto Della Marmora, col titolo : Lhtmo di Sufs e la Stamone tetegra/ieo- 
tìetiriea di Cagliari. SoQ noti in Italia e foori i dotti lavori di questo aii- 
tieo viceré dell' Isola, cbe onora il suo paese e la bmiglia, tanto illustre 
Dei (asti militari e civili cui appartiene. S' ingannerebbe a partito chi 
credesse trovare in questo nuovo opuscolo del benemerito generale trat^ 
tato le grandi questioni d' interesse universale che al traforo di Suez hì 
collegano ; conciossiacbè l'autore, proponendosi a scopo di esser utile e 
al BegDO in generale e pectUiarmente alla diletta sua Isola, ha voluto limi- 
tarsi a dimostrare ( ciò cbe al principio del nostro articolo augurammo 
ai feccia per r Italia tutta] la necessita di affrettarsi a compiere quei la- 
vai' che SODO indispensabili, afiSncbé la Sardegna possa ritrarre dalla 
oiondiale impresa latto il vantaggio di coi é capace. 

Comincia il pregevole scritto, che La Narmora intende fer séguito 
^le sue QuatUmi marittime sulla Sardegna, con una rapida sìntesi delle 
vicissitudini di qnell' Isola sfortunata , dimostrando principalmente due 
▼erìtà storiche d'alto momento, e con rara finezza d'osservazione sco- 
perte da lui. La prima si é, che l'isola vide saocessfvamente prosperare 
o venir meno , ed anche scomparire , quei paesi del suo littorale , che 
per le vicende politiche venivano ad essere più o meno in contatto im- 
mediato oA punto del continente ove stava la sede del governo Impe- 
rante, e un gran centro d'economica attività. Cosi Karolis, Nora e Suleis 
sotto i Cartaginesi, TSmla ed OUiia a'tempi romani, Torm, Castel Sardo, 
CàMeiDoria, Logon Sardo, Terranuova durante la signoria genovese e pi- 
sana, OriOano ed Alghero sotto il fatale dominio spagnuolo, ebbero a 
volta avolta il primato, secondocbé da mezzodì, da tramontana, da le- 
vante o dall'occaso spirava il soffio di vita ; talché la prosperiti o la deca- 
denza di quelle terre sempre fu avvinta al mutare delle parti commer- 
ciali e politiche de' loro dominatori. Il secondo notabilissimo punto sto- 
rico dal La Harmora rilevato, si é che, all'opposto dì tutte le altre isole di 
qualdie importanza ed ancbe dei continenti , la Sardegna é popolata nelle 
sae marine : del qual fenomeno la prima causa rimonta all' irruzione 
vuidalica e saracenica, da cui le genti della costa furono respinte nell'in- 
terno, senza che poscia abbiano potuto più riprendere la stanza antica. 

Tenendo poscia alla speciale quistione cui l'opuscolo é consacrato, 
nota il La Harmora come la Sardegna sia chiamata a nuova vita dall'im- 
minente rivoluzione marittima. E per veriti , con Malta e con la Sicilia, 
diventerà l'isola nostra uno dei più frequentati putiti di scalo per le 



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106 RASSEGNA DI LIBRI 

navi che valicberanno dall' Europa all' Indie , appena sia aperto il 
nuovo passaggio; più tòrtanata anzi delle due sorelle, delle quali ^na 
i un juido scoglio, e l'altra ìudanio prediletta dalla natura, geme sotto 
miserande coodizioni politiche. Forse non tutti cooaeotiranno all'egregio 
generale che il porto di Cagliari primeggi per naturai posizione sopra 
quahiaque alta^ dell'Italia meridionale; poiché la vicinanza geografica 
alle linee di navigazioue oOn basta ad accordar simil primato, ma fa 
d'uopo considerare ancora il mercato che sta a spalle d'un porto; e certo 
è più esteso il campo di emercio che possiede un porto peninsalare o 
continentale, che quello di un' isola : ed anche non interamente si am- 
metterà che il porlo di Cagliari possa diventare un grande emporio e 
deposito, massime delle granaglie del Mar-Nero, al quale abbian da ri- 
correre, per approvvigionar visi , Livorno , Genova , Marsiglia , l'Acca 
Settentrionale, l'Europa tutta. Perciocché non par che giammai possa 
diventar conveniente ad una nave redaoe da Odessa o da Tangarog, fare 
lo scarioo a Cagliari, affinchè poi an altro legno da Genova vada a ritrar- 
nelo, invece di (ar poche ore di cammino ancora, e venir ella stessa di- 
rettamente nel ligure porto, risparmiando cosi al consumatore il sopras- 
sello di spese che da una doppia operazione risulterebbe. Ha come punto 
di sosta e scalo, Ca^iari non ha da temer rivali , ove si compiano i la- 
Tori e miglioramenti che il La Marmerà provvidamente suggerisce. Fra i 
quali in primo luogo , il procurare alla sarda capitale l'acqua potabile di 
cui difetta ; e fra i vari precetti in corso , l'autore consiglia di ricavare 
questo primario elemento dalla giogaia d« Sette fratelli, mercè un coo- 
dotlo tubolare di ferro, e che potrebbe per avventura farsi più econo- 
micamente di terra cotta. Indi a ragione vorrebbe che la darsena e 
l'ancoraggio di Cagliari vengano espurgati con una Draga a vapore , in- 
vece di Bd(^>erarviBi l'antedilavìaoa Caracca, ridic<dissimo meccanisum, 
di cni il simile vedevamo poco (a funzionare anche in Genova: tanto 
dam lenti a provvederci dei mezzi che fanno poderosi i nostri rivali. Bin- 
nova la proposta dì otto fori soUe coste dell' isola , di cui tre di prim'or- 
dine, due del secondo e tre del terzo, offrendo in apposita e dilìgentissima 
carta ì limiti ddla loro luce. Né fermandosi alla speciale questione ma- 
rimnia, si eleva il La Marmerà a i»à generali considerazioni intorno 
alla colonizzazione dell'isola, proponendo la formazione di un nuovo 
punto di approdo nel golfo degli Aranci, da sottentrare alla svantaggiosis- 
sima posizione del porto di Terraauooa, di cni bramerebbe utilizzato l'ec- 
cellente sale marino. 

Da questo breve c<dpo d'occhio , scorgerà ognuno come la H^norìa del 
nostro generale, nitidamente e senza orpello dettata, sia uno di quei 
rari scrìtti che unicamente s' ispirano alla nobile coscienza del dovere 
incumbente agli autori, di essere utili ai loro ccmciUadini. 



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BAS8E6NA DI UBKI 197 

Lieti di aver potuto fra' primi aimuimara a^ nostri lettori i più be- 
nemeriti peasamenli dì chiari intelletti e italiani e loreetieri , ai quali 
(il occasione il progettate traforamento dell' Istmo, or non oi resta che 
con tntto l'animo augurare e che l'impresa, tanto oUeggiata ed oggi 
naoTainente messa in forse dalle politiche tergiversazioni , sì comina, e 
che r Italia non si lasci cogliere impreparata a trarre suo prò dai mon- 
diali avvenimeoli. 

Gmont, SI aprilo 4866. 

GÌROLAKO BoCCAUKk 



te ùorie delia Cotenna, ùvvero oiaqiitoetUo anadàfOi «tintori, raceott* ed 
ordinati dal oonta Albssaihhu) Biauco u Sah Jouoz. Torino , Fory e 
Dalmazzo, 18Si. Un volume io grande 8vo, di pag. 7<l<l. 

In una età cosi Aicile come é la nostra a sentenziare intorno i [hù 
difficili problemi, che alle sorti dell'uomo sì rilenBCaDO; in una eìi. ndla 
(pale, mancato il necessario parallelismo dei progressi morali e mate- 
riali ,' queeU ultimi tengono il campo per condurci forse ad un fine dal 
qnal rifugge conturbato lo sguardo del pensatore ; in questa età mer- 
cantile , dove tutto si computa per cifre , e nulla ha pregio sa nm si 
possa risolvere in lire , soldi e danari ; ■ dabbea uomini , che , sotto 
nome di umaoitaij , si argomentano di rifondere in un stampo di lor 
ottura 11 genere umauo, (an giudizio degli eserciti stanziali in con- 
iicirmilk di questa nuova sapieuaa , e li sentenziano di ciechi islrumenti 
di Ibiza bruta , di macchine non sido improduttive ma parassite , di 
obice costante al progresso della vera civiltà. Ed in solenni cMigressi, 
delti della Pace , i pastori di questa novella Arcadia non si sou peritati 
di definire la guerra uno stato contro natura , e gli eserciti , che ne 
SODO lo strumento , flagello e peste dell'umano consorzio ; lungi le mille 
miglia dal sospettare di prendere a rovescio la natura , e niente contur- 
bati dall'osservare come la loro ragione venisse costantemente smentita 
dalla ragione dei secoli. Cosi ai sogni dell'abate S'. Pierre preconiz- 
zante la pace universale sullo scorcio del secolo passato , tenne dietro 
una delle più tremende epoche di guerra che ci. ricordi la storia : cosi 
alle pande cbe il Guizot, non sono ancora dieci anni, pronunciava nel 
medesimo somio dalla tribuna francese , rispose il t848 , che vide pro- 
rompere b guerra su quasi tutti i punti del continente : cosi a^ idilli 
dei sopradelti coi^reasi , che sedevano poco innanzi il 48JJ3 , saccedeva 
la lotta che ajqieDa vediamo ora composta dopo la immt^iono , non 
dirò, come altri affermano, di cinque o seicento mila vittime umane, 
ina certaotenle di quante non ne mieteva altra volta un m«zo secolo 



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198 BAESEONA DI LIBRI 

di guerra. E l'avrniire ci dirti qoal eoddisfiizione sia per eseere riser- 
bata ai voti da una ilepntazione del partito cosi detto di Mancbesler di 
recente iniUrizzali a lord Palmerston perché venga EOttoposta ad un 
pacifico arbitrato 1% seduzione di i^dì nuova politica difficoltà. 

Queste ubbie e questi Btcrill conati ( dei quali ci [riace riconoscere 
per uno dei moventi il sincero desiderio del bene) hanno il precipuo 
loro Fbndsmenlo Dell'ignoranza dell'umana natura, e dei veri destini 
dell'umanità sulla terra ; ignoranza ogni giorno più ribadita dalla preoc- 
cupazione , oramai fatta esclusiva , dei materiali interessi , per cui bea 
altrimenti cbe per gli antichi antagonismi si corrompe e pericUta oggi 
la societi. Ben lungi dall' intendere di farci apol(^sti dello stato dt 
guerra ( che farebbe cadere in un errore aucbe peggiore ) , ciò solo in- 
tendiamo di. stabilire , che la guerra ed h stata, ed À, e sarà sempre 
uno dei grandi memi coi quali la Provvidenza ci conduce a'suoi fini , 
e che per ciò stesso nobilissimo è l'ufficio di chi si cimenta nei rischi 
e nei pericoli che l'accompagnano. Per quale arcana ragione ciò sia slato 
stabilito da Dio , non è qui luogo di escogitare : ci basti di riconoscere 
ohe nessun vero è più altamente attestalo pel corso dì quattro mila anni 
daUa storia di tutta l'umanità. ■ La gnerra ( dice De Haisb-e ) è cosa 
« divina , perchè è una delle leggi del mondo. La terra è óo immenso 
« aliare , sul quale tutto ciò che vive dee essere immolato , costante- 

< mente, interamente fino alla consumazione ddle cose, fino alla morte 

< ddla morte ». Né solo è folale fì'a gli uomini la gnerra ; ma latta ragione 
dell'infermità ddl'umana natura, onde la guerra appunto é fetale, essa di- 
viene per eie stesso un elemento di vita, di conservazione e di progresso, 
ohe per le s<de vie razionali sarebbe at tutto impossibile ; e non ci pe- 
ritiamo dalTafTermare che un popolo esclusivamente vAlto alle industrie, 
e solo inleso ai guadagni e agli agi che ne derivano , cadrebbe senza 
meno oell' abbrutimento ; e l'esserci già di tanto innoltratl in questa 
via non è ultima cagione dei termini pericokpsi ai quali o^ Siam per- 
venuti. Per quanto sien gravi i dolori che accompagnano questa tre- 
menda necessità , la salute ddle nazioni , e dirò anche lo srilappo delle 
più nobili facoltà dell'individuo sono a questo prezzo ; avvegnaché nulla 
maggiormente innalzi l'uomo, che la costante abnegazione di sé, che 
il continuo cimento delb vita in nome deir onore e del dovere. E non 
può brsi capace dì tanta altezza chi non ha provato in sé stesso , e ve- 
duto nel volto de'suoi compagni, quel fremito iudefinibile, quel senso 
repentino di sacrifico , che nel bollore d'una battaglia scorre a un 
tratto come scintilla elettrica le file di tutto un esercito, e lo strasci- 
na desideroso ed impavido ad affrontar mille morti nel rapimento di 
un'idea, di un sentimento, in cui tutta si compendia in quell'istante 
la sua esistenza ; la maggiore , se vuoisi , delle astrazioni , ma il più 
sublime degli affetti , il più potente dei godimenti terreni. Quindi è 



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RASSESKA DI UBR] 199 

cbe tatti I popoli della terra sodo stati coDCordi net porre in cima 
d'ogni gloria quella dell'armi ; e non senz'aita cagione vediamo ad ogoi 
pagina dei sacri libri nominarsi ì) Dio degli eeercìU. 

Ma i facili senleaziatori.dai quali ha mosso il nostro discoreo, forti sol- 
rargomento delle risultanze, com'essl dicono , positive, non per questo si 
peritano dal -definire gli eserciti quai piante parassite ed improduttive. 
Ora, lasciando stare che il soldato , il quale oè può ah pensa a teeanrìz- 
zsre, rende ogni giorno alla socieli quel cbe da essa riceve, rivereau- 
dcio a benefizio del commercio, dell'industria e dell' agricoltura , tanto che 
il mantenimenlo di un esercito potrebbe dirsi un utile impiego d'una parte 
del pubblico tesoro ; diteci in grazia : Se il soldato che giorno e notte , 
sotto gli ardori della canicola, sotto la sferza Jella bufera invernale, 
veglia al mantenimento dell'ordine, alla preservazione degli individui e 
delle loro sostanze ; il soldato , cbe per nn minimo prezzo , cbe ooa 
varreUw a soddisfare il minimo dei vostri non sempre veri bisogni, 
b proCessEoDe continua dì coraggio e di abnegazione per tutti voi ; se 
■'eeercito , arca santa all'ombra della quale riposano le nazioni , e le arti, 
ìb scienze , l' industria , il commercio , l'agricoltura , tutto ciò insomma 
cbe le arricchisce e felicita, può svolgerei e prosperare, sono s vostro 
detto etementi improduttivi ; qual nome darete voi al sacerdote , al ma- 
gistralo, all'edacatore, a tutti questi fiinzionaij dell'ordine morale, senza 
cui né par uno sarebbe conseguibile dei beni cbe solo sembrate voi 
apprezzare, e cbe di tanto sovrastanno a ogn'altro ufficio sociale di 
({uanto lo spirilo soprastà alla materia ? Or aiate di buona fède , e colla 
mano sul cuore dite se in questo punto vorreste , e per voi stessi , e 
per la aocietli cbe tanto amate, vederla liberata dalla pianta parassita ed 
improdaltrice. 

Per cmcladere in ordine a quanto da principio abbiam detto, la 
guerra è dunque necessità ineluttabile nella vita delle nazioni, e la 
professime delle armi la più nobile e la più degna delle soUecitndìnì 
dei governanti e dei governati, a tutela e a decoro dei quali ò consacrata. 

Queste considerazioni ba in noi suscitale il libro del conte Bianco, 
inteso, com'egli dice nell'introduzione, ad eilucare il cuore e la mente 
dei soldati , e a renderli ognor più compresi dell'alto e nobile ufficio a 
cui li chiama la patria. Con questo intendimento ba egli raccolto dalle 
più pregiate storie delle guerre dei tempi moderni cinquecento aneddoti 
militari ■ allo scopo ( egli dice ) di presentare all'ottima armata piemoo- 

■ lese un libro di lettura , nel quale leggendo i gloriosi fatti di quelli che 
a li hanno preceduti nella carriera della gloria , le belle azioni def^ eroi 

■ di tatti i paesi cbe hanno reso immortale il loro nome, gli sia d'ìncita- 
• mento e d'esempio nell'imltarii, tanto nel loro valore, nelle loro virtù, 

■ cbe nella loro sublime abnegazione. I bassi ufficiali ed i soldati non 

■ avendo i mezzi pecuniari , ed avendoli , non potendo seco loro traaci- 



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soft RASSEaNA DI LIBRI 

• Dare te qoaotità de'vtdomi necessari onde procurarsi un'amena ed 
« essenziale lettnra , e formerei la loro edocazione militare, io bo com- 
« pulsato in loro vece on nomerò considerevole d'opere isloriche , affine 

• di rinvenire tutta le più nobili azioni delle armate europee, onde 
«T dissipare , se ciò «ara possibile, la noia del corpo di guardia , la ma- 
« linconia degli arresti in quartiere, e le lunghe sere d'inverno nelle 
> camerate v. 

. Ottimo divisamente era questo, o deil'esompìo da luì dato di corri- 
spoodervi con questo libro dobbiam sapergli buon grado , per quanto 
)'eaecU2ione ci sembri lasciar pia d'una cosa a desiderare. E io prima 
noteremo, che il formato in grande 6vo e la mole di 700 e più p^ne 
ne costituiscono un volarne d'incomoda lettura , specialmente al sddato, 
che non ha altro leggio sa cui posarlo che le sue mani. In secondo 
luogo diremo, che la mancanza di classificazione priva ad un tempo il 
lettore di un efficace iDoentivo a scorrere il libro , e di un opportuno 
sussidio a ricordarsi dei &tti : Io che non accadrebbe se io vece di esser 
posti senza veruna connessione Ira loro , fossero gli aneddoti distribuiti 
sotto il titolo delle diverse virtù , che in opera co^ fatta son da mettersi 
in evidenza ; quaU sono la disciplina , il coraggio , la devozione ai supe- 
rieri, l'amore al compagni, la vigilanza, la destresza, l'astuzia, la con- 
lioenza , la religione , che cosi bene si accorda con ohi fo professione di 
cimentare ad ogni istante la vita. In fine , non possiamo tacere che 
avremmo desiderato uno stile , non diremo studiato ed artificioso , 
ma più italiano che quello dell'autore non sia. 

Ci sarebbe altresì sembrata opportuna una breve introduzione , dove 
fosse discorso dell'istituto , degli obbli^i e della dignità del soldato ; 
una specie di catechismo miUtare , del quale tutto il libro non fosse che 
una storica illustrazione. E veramente pare che l'autore sia venuto da 
ultimo in questo pensiero, avendo aggiunto in calce una conclusione, 
ohe accenna in parte a quanto sopra abbiam detto , ma dove troppo 
si distende in considerazioni che si dilungano dal fine che era piincì^nl- 
ntente da aversi in mira ; piena però di ottimi insegnamenti e di squi- 
sito senso militare , come rifulge da queste calde parole , che si leggono 
a pag. 690: « La bandiera è il campanile del villaggio; essa ripara il 

■ reggimento ; si vive sotto la sua ombra, e sotto l'ombra sua si muore. 
€ Nelle sue crespe boriose essa racchiude l'onore del reggimento, l'onor 

■ dd paese. Essa è il punto luminoso laddove tutti gli sguardi s'iucon- 
< Irano; lungi dalla fomìglia e dalla patria, essa rammemora la patria 
i e La fomiglia ; essa è la reliquia del reggimento. Disertar la bandiera , 

■ tradirla , è più che vergogna e viltà , |ùù che delitto , vituperio e 
( disonore : è un sacrilegio v. IL benemerito autore ha dato, insomma, 
uà esempio degno d'imitazione, e del quale frattanto la famiglia mili- 
tare gli deve rimanere obbligata. 



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RASSEGNA DI LIBRI 201 

E giacché ajamo sulfargamento , non sarb fuor dì proposito ii brne 
qualche apptkazioDe a noi stessi. Da podii anni la Toscana vien prov- 
vedendo ad un'anUca necessità , e riparando a un danno lungam^te 
deploralo, quello della mancanza di va Eofficiente ed ordinato eaercito 
stanziale. La finrle e intelligente volontà di chi è sUto prepoeto a al 
gnnd'opera procede all'alto fine con una perseverenza , della quale il 
paese noetro dovrà essergli etemameiile obbligato. Ha la nuova mili- 
lia che si vien raccogliendo manca por troppo di tradizioni sue proprie ; 
manca agi' intra ttenimenti da' sciati, alle conversazioni dedla caserma 
quell'ampio ed ntile alimento che ne deriva , e che tanto giova ad in- 
formare l'animo dei giovani coscritti , e i mantenere in lutti una nobile 
emulazione. Il perchè tanto pii^ necessari <^ sembrerebbero appresso 
noi quei snsaidj , che non sono stimati soverchi ;:iè fuor di luogo presso 
nazioDi guerriere , e già ricche di tradizioni ed esperienze lor proprie. 
E. Albèki. 



BMioUca Storica Italiana, fmbhliaUa da Fbarcksco Coloibo, 
Libngo editore in Mìlaiw. 

Cokwo i quali attendono alla composizione di alcon'opera isloriale , 
raro è che sin dal principio del raccogliere i materiali e prepararsi al 
lavoro , in due cose non trovino difficoltà. La prima è la mancanza di 
un'intera biUìografis, compilata con gindizioso metodo e con dilì- 
gente pazienza, dove sieno resìatratt puntualmente tutti i titoli ddla 
nostra letteratura storica. Vero è che il Coleti, nel passalo secolo, per 
il primo qualcoea fece rispetto alle storie dell'Italia; poi il Lichtental 
nel 48U, e il tedesco Boiardo Maria Oettinger pure, fa elrea sedici 
anni , stampò una hibliograiu slorica universale (t j. Ma questi poeaono 
dirsi un tentativo lodevole, anzi che un'opera compiuta e con&cente 
alFuopo , massime oggi che tali studi sonoei cosi universalmente allar- 
gati e ingranditi L'Oetlinger per altro h tornato su questo soggetto : 
sennonché questa volta egli si è ristretto a quella special parte della 
letteratura storica , che è delle [où importanti e fors'anco la capitale ; 
a quella che taluno chiamò la sorella minore della storia , e l'Oettìn- 
g&T stesso non dubitò di appellare la madre e nutrice di lei ; vale a 
dire alla Biografia. Chi ha veduto la sua opera, non può non esser 
preso da maraviglia , considerando come un uomo abbia avuto la virtù 

(1) ArtMoat httlori^uo, eonlfMnl uM cloit^lMUm chnvÀogigM i» 17,0M 
ommgei pmr tervìf à liOidf de l'kiÉloire d« bmi fw tiMa al <K tauUi Im no- 
l<ow. Carltfuhe et Parie , 4841 , ia 6vo. 

AacB.Si.lT., ffuot-aSerie, T.UI, P.I, * 



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S02 RASSEGNA DI LIBRI 

di sottomettersi a ana enorme fatica, e veramente erculea , come quella 
è ; della quale non può a meno d'essergli grato chionqne apprezzi 
l'inestimabile comodità che se ne ritrae. L'opera recentemente pnbUicata 
da questo valente bibliografo tedesco è un gran dizionario alfabetico 
delle bìograBe; nel quale abbiamo il registro cronologico di tutte le 
monografie biografiche ; il novero delle edizioni , delle ristampe e delle 
traduzioni che ne sono state fette; le date precise della nascita e della 
morte delle persone in esso nominale ; la data dell'innalzamento al trono 
dei regnanti, e quella del loro matrimonio; l'indicazione dei ritraiti 
messi nelle opere citate ; qualche ragguaglio intomo alle biblioteche 
dove si trovano le citale biografie ; qualche annotazione storica e lette- 
raria sugli autori, sugli scritti curiosi, sulle opere dannale al fuoco, o 
messe all'Indice o sequestrate dalla polizia , egualmente che inlorao agli 
scritti premiati dalle accademie e dalle società di dotti ; sui libelli , le 
satire , le pasquinate ec. ; col corredo , ìnBne , di un repertorio delle 
Biografie generali, nazionali e speciali [I). 

Ha sebbene la fatica dell'Oettinger (fatto glorioso di studìosità e dì 
perseveranza tedesca, come dice il Radowitz} vaglia assaissimo a ri- 
mediare a questa prima difficoltà , pure una bibliografia anche delle 
sole storie italiane riman tuttavia un desiderio, e fors'anco rimarrà 
tale per sempre , ognora che si pensi alle difficoltà ed agli osUcoli in- 
sormontabili che Rincontrano pur nel raccogliere i materiali di una sola 
specialità bibliografica (S). 

L'altra difficoltà viene dalla rarità stessa di certi libri istoriali a 
Stampa ; onde talora un lavoro riesce difettuoso o manchevole per aver 
l'autor suo ignoralo o non potuto consultare anche una sola delle opere 
che si riferiscono al divisalo soggetto. A questa seconda difficoltà 6 ov- 
viato dalle ristampe. Un libro raro nuovamente impresso può avere U 
pregio e la utilità medesima di un libro'dato alle stampe per la prima 
volta; un'opera vecchia o comecchessia dimenticata, la qoale venga 
rimessa sotto gli occhi degli studiosi, può chiamarsi quasi no nuovo 
materiale procacciato agli studi. Rendonsi pertanto sommamente bene- 
meriti coloro i quali si adoperane a rimettere in luce quelle opere, che 

(1) Ecco il proprio (itolo di questo ìoioiensa repertorio dell'OetUager : BibU»- 
grapkie biogr<^liique tamtrtette. Diclionnaire dei ouoragei rtUiUft à Thiflotra da 
la iris pvbUque »t jirivét dai pertonnagit celebra dt Cow Ih ttmpi ti da IouJm 
Im nationi, depuit la commencement du monda jiuqu'à tu» joun. %' Ediiione; 
Bruiellea , Slieaoa , 18U ; 8 voi. io 4to grande , di tSOO pagine , cooteoenti 
U>,66G titoli. 

(S) Anche 11 De Batiues, espertissimo bibliografo e di quella iohUcabile e 
Irrequieta operoslli che col coi)o«ciamo , aveva la animo di comporrà una bi- 
bli^raOa della storia d'Italia; e mollo aveva raccolto , quando la morte impedì 
l'eSblto dì questo suo utile disegno. 



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RASSEGNA DI LIBRI 203 

fer esser divennle rare , sodo cadute in oblivione , e (nori , per cofii 
dire , del patrimonio della scienza. 

Tra i beaemeriti e, degni per qneelo titolo d'ogni miglior lode aTvi 
|H-esent«meQte Francesco Colombo , editore e libraio milanese , il quale 
ba impreso a ristampare quegli Storici della provincia lombarda, che 
alla importanza della materia e al pregio della trattazione congiuQgODO 
la rarità. — Oggi cbe di queste ristampe sono usciti (itori più volumi , 
è tempo che l'Àrehivio Storico ne dia qualche ragguaglio ; il quale sarà 
poco più cbe bibliografico ; cbò ad un esame critico dell' intrinseco loro, 
si richiedono indagini e stadi particolari. Le ristampe del Colombo però 
noo sono mere reimpressioni materiali ; ma nuove edizioni , reintegrale, 
migliorate ed arricchite per le iolelligenti cure che vi spendono sopra 
alcuni eraditi milanesi, pienamente versati negli studi della patria istoria. 

La BibUoUca Storica Ilaiiana del Colombo ebbe principio, adunque, 
nel t853. Daremo informazione ad una ad una delle opere sin qui venute 
alla luce. 

Votame 1. Vtfa dei dodici Furanti , di Paolo Gtovio , voltate in italiano 
da Lodovico Dimenichi, con prefazione e note di Massimo Fisi, In IBmo, 
di pag. 1S7. 

Sebbene questa operetta avesse parecchie edizioni cosi ìu vita come 
dopo la morte del Giovio , pure erasi fatta rara. Il signor Massimo Fabi 
ha riprodotto queste Vite nella versione italiana di Lodovico Domenl- 
obi , ed in tutta la loro integrità , scAo emendandone qua e là gli errori 
tipografici. Vi ha posto innanzi la vita di monsignor Paolo Giovio , bre- 
vemente scritta, e la genealogìa de'XII signori di Milano della casa 
Visconti, i quali sono: Ottone (tS07-4395), Matteo (1250-1312), Ga- 
leazzo I (1STT--1328), Azzo [1302-1339;, Luchino (1292-t3i9;, Gio- 
yanoi (1190-1366), Matteo U (...-135S), Galeazzo II (...-1378)), Barnaba 
(....-1386), GiovBD Galeazzo (t3&3-ti03), Giovan Maria (t^SB-Ull), 
Filippo Maria (139Ì-14Ì7). Ad illustrazione e maggiore intelligenza del 
racconto , il Fabi vi aggiunse del proprio alcune annotazioni storiche 
e topografiche , la dichiarazione dello stemma Visconteo data dal Lilla , 
i ritratti dei dodici duchi Visconti riprodotti in legno dal raro hbro 
della Cremona fedelisnma di Antonio Campi ; finalmente una Bibliografia 
TisGontea. Chiude il volume l'Argomento della eredità dello stalo di Milano 
ptroemtta nella famiglia iOrUant , per esser mancata l'antica linea dei 
principi Visconti discesa dal magno Sfatteo, e la Tavola delle cose più 
nUMli. 

Volume il. Si contengono in questo volume le Vite degli Sforzeschi; 
e prima quella dì Sforza Attendolo (43e9-liSi) , padre di quel Francesco 
Sforza, che fattosi duca di Milano, piantò lo stipite di una nuova domi- 



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SOi RA86EGN1 D[ LIBRI 

Duiooe ìd LombardU. Essa fu scritta in biino dal Gkivio fiteaeo e recala 
in italiano da Lodovico Domeaichi ; all'operetta del Giovio tien dietro un 
Quadro generale lUlln Stato di Miiano dopo la morie di Filippo Maria 
Visconti, ed imCmno «ulto coiftlunotw delta Sepuòblìea Ambrotiana {^W- 
^^SQ], lavoro di dotto ingegno moderno , e quasi prebzione al Sommario 
(ormai divenuto rarissimo] delle Vite degli Sfoneiehi duciti di MUcMn 
scritlo da Scipione Barbuò Sonano. Aggiunse il Fabi a queste la Vita di 
Ateanio Sforaa cardinale , dettata da Roberto Busca , che il Litta non 
conobbe , la quale dà lume anche a quella di Lodo^ico il ■«« 800 fra- 
tello. Essa è illustrala da ciò che di Ascanio scrisse il Cardella nelle Me- 
morie (M Cardmolt. Per r attenenza che ha cogli Sforzeschi, il Fabi dette 
luogo in questo volnme alla Tito di Giovanni d^ Medici detto delle Bande 
Nere , scriUa da Giangirolamo de'Roasi suo cogino {A). Questa, ch'^ b 
più pregiata vita che s'abbia del gran capitano, fu stampata per la prima 
volta dal Litta net 4833. Chiame il vohimetlo una Croaaea dàUt città di 
Milano, dalla sua fondazione sin oltre la mela del secalo XTl, compilata 
da un anonimo sopra tutte le cronache milanesi. I ritratti degli Sforze- 
schi , la loro genealogia o la biUiografia [nella quale ultima sono regi- 
strati alcuni autori cbo il Litta non conobbe } , servono di curioso cor- 
redo a questa monografia sforzesca. 

Volume IIL Sono ristampate In questo due operette di Gregorio Leti : 
IlgooenodH duca iPChsuna, che tenne l'amniinislnuuoae dì Milano dal 4670 
ai 167i; la Vita di Bartolomneo Arete ( f 61(M674 ) , che fii presklnite del 
tribunale di Milano e benebttore grande del suo paese. Del Gaverjio 
deirOtmna, la prima stampa e la sola genuina del t678 b fatta assai rara; 
rarissima poi divenne l'unica edizione Aéiìa Vita deW Arete, btta nei 1669, 
per la regione che il marchese Annibale Porrone, le cui dissolulezze, pre- 
potenze e matterie sono dal Leti cosi atrocemente descritte e riprovate. 
De fece ardere qoanti pia esemplari potè averne nelle mani. U Fabi si 
risolvette a riprodurre l'ima e Faltra scrittura , confórme alle originali 
Stampe , perdiè nella scarsità drile memorie Etoriche rìsgnardanti l'epoca 
della domioazioDe spagnola in Lombardia , queste monografie dipugraio 
assai vivamente la vita pubblica e privata nel socoio XVII , e le condi- 
zioni Inttaose di quella provincia retta da gente avara , superba e be- 
stiale : e in meoo a qndla calamità , la bella e maestosa figura del pre- 
sidente Areae appare quasi angedo ; perciocché con la giustizia , con la 
sapienza e con la prudenza sua que'mali che potÀ impedì , e quelli che 
non valse ad allontanare dall'infelice paese , cercò render più lievi e sop- 
portabili. Adornano il volumetto i ritratti del Leti , dell'Arese, del Poi^ 



(4] Egli era nato da Bianca Riarto , figliuola in prime nozze di CsleriD!i 
Sforza madre di GiovaDiii. 



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HASSEQNA DI LIBRI SOS 

rane e di Alfonso Peres conte di FaensaldagDa. — Precede questo y<Aa- 
mello.un sunto della vita di Gregorio Leti (463IM701 ); ingegno caprìo- 
ciosissimo , per concetti aingolara e per giudìzi lutti suoi jmtprì 
curiosissimo. Scrittore a pochi secondo per fecooditìi e varietà di tratta- 
zioni; novatore audace e talvolta felice in fotto dì lingua, sia nell'uso 
delle parole, sia per certe frasi e costrutti a suo modo foggiati; nar- 
ratore vivacissimo sempre e di amena lettura. Nel Leti continua in 
parte Io spirito del Boccalini; e negji scritti di lui come in quelli dell'au- 
tore dei Ragguàgli di Pomato abbiamo it ritratto più vivo e più parlante 
del secolo suo; perciocohè dalle sue opere [soeveraudo il molto che i 
passione o menzogna) abbondantemente si può cavare la Storia della vita 
pubblica e privata, delle condizitNQi morali e intellettuali di quel tempo , 
meglio ebe da ogni libro anco speciale. Bd oggi che la reintegrazione 
di certi iKHninì nel concetto dell'aniversale piacciono e si vogliono e si 
trovano utili, noi eccitiamo quel nobile ed arguta ingegno cbe stampò 
in questo stesso Archivio Storico il oommenlario intorno al Boccalini ed 
al suo tempo , desunto dagli stessi suoi scrìtti , a fan altrettanto rispetto 
a Gregorio Leti; egregia (stica, la quale poi nmi sarebbe altro che la 
Gontinnazlone della trattata materia e l'assoluzione dell'incominciato ar- 
gomento. 

Tohime IV. Contiene questo vcdome la fita di quel Giangiaeorno dei 
Mediai, marchese di Harìgnano (U96-1655), nel quale la fortuna col 
valore fece singolare contrasto ; prima conte di Lecco , marchese di Mus- 
so , ambizioso d'insignorirsi di Milano ; poi spada venduta e servente agli 
Spagnnolì , a Carlo V , a Cosimo L Autore di questa tHOgrafia è Mar- 
cantonio Hbsaglia , vissuto nei medesimi tempi e coDoscenle del Mari- 
gnano. Essa hi sumpala la prima volta in Milano nel 4606, e poco dopo 
in Venezia ; ma si l'una come l'altra edizione o^i s(mio divenute rare. 
Tiene dietro al Missa^ia Francesco Benedetti con le sue FU* deaiuOri 
Haiiani , ph impresse a Lione da Stefano Audin de Rians. Non sappiamo 
perchè accanto a un autore del secolo XVI siesi qui voluto dar luogo a 
UDO scrittore de' nostri tempi. Per noi è dubbio se le biografie del B»- 
nedettì, sia come lavoro istoriale sia come lavoro letterario , meritassero 
questa eccezione. 

Memorie tptttoMi alla ttoria, al governo ed alia deecriMÌone della eiità 
e eampagtM di MHano ne'seeoli basH, raccolte ed esamiitate dai conte Gioii- 
«W GlULMI. 

Con questa fomigerata opera il Colombo apre la serie delle ristampe 
nel tonnato di ottavo. È noto che le Memorie del Giulini videro la luce 
per la prima volta in Milano nel 4760-65 , in 9 volumi in quarto ; e ta 
continoazione di esse , in 3 volami in qaarto, nel ^TI^-^^. Imprendendo 



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806 RASSEGNA DI LIBRI 

il Colombo la ristampa di quest'opera ora come allora ripalatissima , ed 
oggi bttasi rara e perciò salila ad altissimo prezzo , egli ha reso ud buon 
serrigio a'gravi studi. Ha cento anni d'intervallo consigliavano di spen- 
dere nella nnova edizione maggiori cure; ed ecco che lo stesso Pabi, oltre 
la vita del Giulini (1714-1781), vi ha aggiunto due parti: la prima 
racconta brevemente quel periodo di storia che da Bellovèso ( 600 anni 
avanti G. C. ) va sino alla caduta de' Longobardi (T74] , donde hanno 
principio le Memorie del Giulini ; l'altra , che continua 1& dove lascia il 
Giidini, cioè dalla morte del duca Filippo Maria Visconti (H47) sino 
a' giorni nostri. De' sei volumi, quattro già hanno veduto la luce; e 
vanno col racconto dagli anni 1183 al 1311. 

Le vicende di Milano durante la guerra con Federigo I imperatore , illu- 
strate cotte pergamene di quei tempi e con note da Angelo PoiàCALLi. 

Dacché la prima edizione erasi fatta rara e costosa , desideravano gli 
studiosi una ristampa di questo libro del Fumagalli, accreditatissimo per 
la importanza dell'argomento in si stesso , e per la dottrina ed erudi- 
zione con la quale il celebre prelato trattò quel tèma patr|o. Nella nuo- 
va edizione , - oltre il ritratto dell'autore e qualche nuova tavola , sono 
alcuni cenni biografici del Fumagalli (17X8-1804) scrìtti dal Fabi. 

Le cure spese dal Fabi in queste cinque parti delle pubblicazioni 
storiche del Colombo sono veramente ottime , perché diligenti e mode- 
ste insieme. Seminici e giudiziose le pre^ioni ; sobrie , in generale , le 
annotazioni ; e quelle di ma^ior lunghezza , giustificate dalla impor- 
tanza delle cose , massime le spettanti alla topografia lombarda , alla 
patria erudizione storica e bibliografica , nelle quali egli è e sa oppor- 
tunamente mostrarsi versatissimo. 

Stona di MUano di BEUiARDitio CORio. 

In assai punti di storia , Bernardino Corio ( 1459-1519 circa ) è auto- 
' rità tuttavia pregiata e seguita. A mostrare il molto coato e quasi ve- 
nerazione in che un tempo fu tenuta la sua bilica, basti il dire che il 
libello del Vida contro di lui, per decreto del senato Milanese ta pub- 
blicamente bruciato dal boja nella piazza della Vetra. La nuova edizione 
é condotta sopra la principe uscita alla luce in Milano nel 1503; la 
quale come è la originale e Tatla sotto gli occhi dell'autore medesimo, 
cosi è la sola intera e genuina ; imperciocché quella di Venezia del 1564, 
l'altra riformata dal Porcaccbi nel 1665 , e la terza di Padova del 1646, 
non valsero a scemar quei pregi che si competono alla Milanese, non 
tanto per l'antichità e Io s^endore tipografico, quanto perché nelle po- 
steriori , e segnatamente in quella del ralTazzonalore Porcacchi , é tolto 
vìa a caprìccio lutto ciò che ta quella edizione stimabile e singolare , 
come a dire documenti , particolarità locali , descrizioni mìaute ed ac- 



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RASSECNA DI LIBRI 207 

corate di fogge , di costumi e di persone. L'editore Colombo , mercé le 
solerti e dotte cure del proC Egidio De Magri , ci ridona il più prege- 
vole degli storici Milanesi , reintegrato di tutti i passi espunti dagli al- 
tri editori ; ringiovanito, per dir cpsi, ed in nuova veste. Ma il De Ma- 
gri si la sollecito a dichiarare dentro quali confini egli conterrà questo 
suo arbitrio. # Il Cerio ( egli dice ) è cosi venerando codice da porvi le 

■ mani non senza meriti riguardi e peritanza molta. L'antichità , fa lin- 

■ gaa, lo stile, l'ingenuità del racconto, l'indole de'giudizi, una certa 
« intuizione facile e divinatrìce de' tempi , l'aatenticiti di mdlì docu- 

< meati a cai attinse , perfino gli errori e le preoccupazioni dello spi- 

■ rito , e qnella specie di aure(da che circonda le opere primitive , tutto 

< concorre a farne un libro veramente originale. Se , adunque , e meri- 
I tameate , ci lagniamo de'goasti che vi tuAino recato le ristampe suc- 

■ ceseive, non sapremmo veder ragione perchè dovessimo noi pure 

• probaare quel santuario vetusto , shìadire quel colorito , non ripro- 

■ durre insomma il Cono medesimo con tutti quei caratteri che si lo 

■ readooo diverso da ogni altro antico. B pertanto il solo ufficio che, 
t a parer nostro , ci consenta ta critica modesta , sarà : primamente di 

■ interpretarlo dove la frase è cosi mutata dall'uso nostrale da lasciarne 

< ascaro il concetto ; poi di svecchiarlo, o piuttosto ringiovanirlo , quanto 
( all'accidente estrinseco delle parole; di ridur quindi in più naturali 

• confini gli aberramenti della sintassi e il divaricare de'perìodi n 
(ingiDa LX in nota). Oltre queste cure, il De Magri pensò bene di 
spartire il racconto in capitoli ; riposo naturale e giovevole della mMi- 
te , come qnlo buono alla memoria per riprender lena e continuare la 
lettura ; poi i capitoli suddivise in capoversi , ìk dove la narrazione tra- 
passa ad altra cosa. Questi sono i miglioramenti che il De Magri andava 
Scendo nella parte letteraria e bibliografica dell'edizione. Rispetto al 
sostanziale intrinseco e della scienza , pose innanzi al libro una intro- 
duzione , nella quale discorre del valore e della credibilità storica di 
Bemardino Cono , della importanza e de'pregi della sua fatica. Rende . 
comineDdabile altresì questa nuova edizione una vita dello storico Mi- 
lanese , dove sono dal De Magri raccolte molte curiose notizie intomo 
al nostro autore ed alla riputazione che egli ebbe presso I suoi concit- 
tadÌDÌ. Bel saggio di critica e di erudizione sono le note sue , con lode- 
vole parsimonia collocate ìk dove le dottrine odierne vincono di aggiu- 
statezza le antiche cosi nella cronologia , nella geografia e nella pdisto- 
ria, come nella conoscenza delle leggi morali e dell'ap^dicazione di esse 
ai casi della vita pubblica e privata. 

Ma la fatica del De Magri era giunta appena alla fine della prima 
parte del Cerio, quando egli venne a mancare di vita. E qui ben ci si 
poi^ l'occasione di commemorare brevemente le virtù modeste ed ope- 
rose di questo uomo benemerito degli studi storici ed eruditi. Egidio ' 



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SOS RASSEGNA DI LIBRI 

De Ih^ri nacque a Vimercate della Brìanza nel maggio del 4806. La po- 
vertà gli Al d' impedimento ad apprendere le maggiori discipline eoa 
apparato pubblico , ma non per questo v'attese eoo minor btica e per- 
aeveranza. Furono suoi studi prediletti la storia e le scienze cbe alla 
storia servono di aiuto e di complemento. Lo scrìtto intorno a ferm^nno 
primo da lui pubblicalocon le stampe nel 4S33 , sebbene sia di piccola 
mole , pure basta a far conoscere quanto l' ingegno del De Magri fosse 
disposto alle trattazioni filosoBcbe, e l'animo suo pieno di caldissimo 
afieUo del vero. E perchè tra le discipline ausiliarie della storia , egli 
poneva con r^iooe la economia politica , dettesi per qualche tempo 
allo studio di questa scienza; Tnitlo del quale , toltane occa8i<«e dalle 
slampa di un'opera economica dell'Avanzini , fu una rassegna , stampata 
nel Raccogliiore , de' pia celebri e fortunati sistemi di ecoaomie : lavoro 
lodato per chiarezza di concetti , per acnme di argomentazioni , e per 
quella singolare gagliardìa dì mente , di cui più particolarmente fece mo- 
stra nella dotta memoria intomo al Ricfaelien, al Hazarinoe La Fronda, 
procacciatagliene l'opportonilà dal libro del francese Capefigue: nella quale 
scrittura è notabile soprattntto la Introduzione , che À un discorso sulla 
Storia e come scienza e come arte , considerandola da altìssimo posto con 
arditi concelti e ouovi , e ciò nonpertanto veri e penuasivi. Ma qndlo 
cbe levò maggior rumore e parve audace cimento , si fn l'esame crìtico 
intomo alle Isterìe di Carlo Botta, n De Magri, con severità ma con rive- 
renza, con caldezza di affetto ma con pacato animo, notò la mancanza di 
un proposito e di un concetto filosofico nell'autore; la incompiuta prepa- 
razione al gran lavoro per non aver egli fatto le indagini che erano do- 
cessarie. E quanto allo stile , non dubitò di appuntarlo ora di artificiaso 
ora di sforzalo ; e nella lingua , di avere usato talvolta voci viete e 
rancide, talaltra di 'essere stato inutilmente pomposo. Nei medesimi 
tempi dette opera alla storia di Milano continuata da quella di Pietro 
Verri, alla quale incerte parti e per certi rispetti diceei sopraslare. 
Quasi per prender riposo , intramaoò a questo lavoro di lunga lena 
doe memorie filosofiche : l'una intorno a CMnseppe Borri , impostore 
famoso del secolo XVll , precursore ed emulo del più fomigerato Ca- 
gliostro ; l'altra , sulla Colonna infame di Alessando Manzoni : nel quale 
nuovo lavoro il De Magri fu il primo (contradicendo a colora che, 
quasi in vendetta di un'aspettazione delosa, ne levartmo i pezzi, per- 
chè dall' immortale autore de' Promori Spoii non altro attendevano cbe 
OH romanzo) a trovare novità e importanza per le conclusioni nnove e 
per gli ammaestramenti salutari che quell'alto intelletto eoa arguta e 
serrata dialettica seppe trarre dal processo degli untori. Ma la fona e 
la nobiltà dell'ingegno del De Magri maggiormente si mostrò nsUa 
continuazione della storia del Verri , cbe dalla pace di Cambrai perviene 
sino ai giorni nostri ( la qnale , sebbene avessela finita di scrivere, pure 



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KAS6EGNA DI LIBRI S09 

DOD venne per anco stampata tutta] , e Della nuova ediaione della storia 
del Corio , che la morte gli tolse di poter condurre a fine. 

PerA il Colombo non attende solamente alla ripubbUcazioae di opere 
Btorìche già stampale; ma egli ha posto mano anche alle toedite. Bd ecco 
dato principio a questa nuova serie con la (Cronaca di Anttmia Grumello 
pavese. Della quale, poiché ce ne aveva già favorito una rassegna l'egre- 
gio nostro collaboratore conte Carlo d'Arco, abbiamo pensato, meglio che 
dì fame un articolo a parte , dì aggiungerla alla presente recensione. 

■ Col rifiorimento de^i studj storici si è manilestata in Italia una lo- 
devole operosità intellettuale a ricercare e ad illustrare i documenti e 
le prove capaci a rischiarare le vicende d'Italia , e ad educare il popolo 
iDiomo alla esistenza della vita civile e politica della nazione. Che se 
questo fervore d'indagini deve certamente riuscire utilissimo applicalo 
a qualunque delle provincie Italiane, pensiamo che vieppiù lo debba 
essere rispetto alle varie città Lombarde ; siccome queste , sia a tempi 
in cui si governarono a cranone , sia quando soggiacquero al dominio 
di diversi padroni , composero da sé tanti piccioli Stati , ed ebbero leggi, 
costumi e rai^rti speciali. Al qnale utile scopo pare che abbia miralo 
il cbiar. professor Moller pubblicando una raccolta di cronùti e sUtriei 
Lombardi , inediti ; <wsl da formare , com'egli stesso scrìveva , una specie 
di Archivio Storico Lomòortfo , melienda alla stampa quanto più si pouono 
cranacA« e documenti storici relativi alla Lombardia , ien»a rufriiione nelU 
«poche ; ed ancora [nù intendendo a brv i succedere la pubblicazione dei 
singoli e varii Statuti delle città Lombarde rimasti inediti o divenuti ro- 
tiaiHRt, pei quali a noi sarà dato a giudicare del senno civile dei nostri 
m allori. 

K Di questa raoèolta abbiamo veduti i primi cinque bscicoli della Cro- 
naca di Antonio Grumello posta in istampa in Milano con molta diligenza 
e nitidezza da Francesco Colombo , e rilevata dall'autografo posseduto 
dal principe Belgiqjoso , la di cui liberalità nel concedere che il codice 
finse (atto dì pubblica ragione, vorremmo imitata da tutti coloro che sen- 
lODO amore alla patria. L'istoria narrata in questi primi fascicoli inco- 
mincia all'anno 4167 dalla morte di Francesco I Sforza, e continua fino 
all'anno t!M9, quando gli elettori congregatisi a Francofone elessero 
Cario V re di Spagna ad imperatore di Germania. La cronaca è scritta 
c<»i stile scorretto, ma insieme con una ingenuità minuziosa che per- 
suade della verità del racconto. Ed il pavese Antonio Grumello pertenne 
ad agiata e cittadina famiglia ( siccome può dedursi da una pergamena 
scritta nell'anno 1450, e posseduta dallo slesso principe Belgiqoso), e 
possiamo supporre che avesse per alcun tempo ap[dicato all'esercizio 
dell'armi, scrivendo egli stesso che al hi maggio del 1509 trovavasi 
presente alla battaglia data nel luogo dì Agnadetlo , e che quivi : io vidi 
Aaca.ST,ÌT., mofaSerie, T.lll, P.l «7 



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210 RASSEGNA DI LIBRI , 

a l'arteiloria del ienato veneto una montagna di homeni morti ( pag. Hit): 
dal che forse s) paA trarre ragione di qnel suo »orìrere rouo, non eeoza 
certa pretesa di erudizione storica od anco poetica. 

■ Il Creputtf^ che , al pari di noi , tribolò degna lode a qaeeta intra- 
presa ed alla lerttpolosità e diligmaa cfdla quale 11 prot Miiller proce- 
dette nel nprotiwrrs fedelmente il tetto, chiederà perà che la ttampa 
non ripetesse letteralmente tutti gli tgorbj autografici onde U codice i pieno ; 
non tnAo gti egorbj proprU delio gerivere del tempo, ma quelli dovuti alla 
negligensa particolare del cronista. Al che noi a^ongiamo il desiderio che 
qualche notizia dell'autore e del codice avesse precedalo il lavoro, e 
che mano mano si fosse con brevi annotazi<Hii spiegalo il senso di oeric 
voci vernacole o lombarde , e chiarito alcuno degli avrenimooli narrati, 
collegandolo ai ricordi già Tattine da altre cronache stale pubblioale ; 
onde qnesto nesso delle varie ocoifonni scritture facililasee lo sloaUo 
della intiera storia Lombarda. E bene lodiamo il proposito del protea- 
sor Miiller di accogliere nella sua raccolta tutti i documenti asruM r»- 
etrisione nelle epoche ; sperando che ci possano essere pòrti exiandio i 
fondamenti sicuri su cui appoggiano le storie dei secoli XVIt e XVflI , 
fin qui trascurate e quasi dimenticate. E siccome la storia Lombarda 
non di rado mostra comporsi di elementi die vestono un carattere mu- 
nicipale piuttosto che naiionale, non sarti forse senza utilità il noa 
escludere da questa raccolta quelle monografie e cronache dei diversi 
paesi , le quali non solamente rendono conto di Mti interessanti al 
generale d'Italia , ma ancora degl'interessi individuali dì un ptooolo 
stato. Queste ultime notizie, quando contengano in sé alcun che d'im- 
portante, pensiamo anzi che potranno servire a rappresentarci con verità 
non solo l'indole dei varj principi e dei loro governi fin qui per adn- 
lazione O per altre cagioni travisata e sformata ; ma ancora la natura 
e lo sviluppo morale degli abitanti , delle loro industo'le commerciali 
ed agricole , delle loro arti , dei loro progressi , e di quanta altro possa 
interessare alla esistenza civile e politica di un popolo ; onde poi per 
qoesle analisi speciali si potrà risalire ad una sintesi generale , nella 
quale sia compresa la rappresentazione veridica delle varie età a della 
intiera nazione. 

* Possa questa nobile impresa trovar favore in quanti amano il patrio 
decoro : né dubitiamo che siano per venir meno le cure del protneor 
Miiller a fine di pubblicare una serie di preziosi documenti dai quali 
si possano attingere notizie sicure e recondite interessanti ts storia Lom- 
barda: e già sappiamo che. alla Cronaca di Antonio Grumello faranno 
séguito quelle che descrivono il processo dei congiurati Bresciani com- 
pilato al 45IS, e ta storia della peste milaness del t67& narraU da 
frale Paolo Bellintano , lo stesso che allora presiedette al lazzaretta in 
Milano: ambedue trascritte ed ilinslrate dal chiarissimo ed operoso F»; 
derico Odorici ». 



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UBSEGMA ni LIBRI 241 

A qiMrto ponto sona gionla le paU>liCBzi(Hii del Colombo. E gifa noi 
Tediamo Totenlieri come aleone opere da Ini ristampato invitiiw a far 
ritomo sopra qoalohe periodo di eloria patria. Coa il ebe aUndiamo al 
DiccoTBo di Pietro Roloodi atampMo aeAÌ'Appmdiee delle Lettttrt di Fa- 
miglia (1), presaoB appunto occasione dai materiali storici delGialini, 

H) Prendiamo Toleotieri qui la opportunità di dare qualche rage"»Bl'o iolomo 
* qnesta pubblicazloDe. Corre 11 secoodo anno cbe VÀ^pmdiet olEs Letlure iti ftt- 
migUa mena vita modestamente atils, In grazia delle amoreroll care del Dlreito- 
re della SUmperìa Oalileìana , il quale ha sapato aOratellara ona «ietta mano di 
glonnl detidaroel eoi Cuore e ooll'opara di rimettere la onora gli studi lettera- 
rii , per Temi non troppo né troppo bea eoKlrali tra eoi. K tala intanio , cbe 
pere i b^o e patriolllee , t'aJtro *a ooagiuitto , non iiieao oomnendeTale , dì 
osttere lo loca caria Bcrittaretle di u'gomeDto alorico, te quali erano inedite, 
, se «lainpale , bttesl oggi rare , e degne di comparire io pubblico con qual- 
che CUTI nuova. Per questo rispetto lalsocieli letterata delle UUvre dJ (amigUa 
colla sua JppMdlce viene a farai compartecipe dei benemeriti di uhi si adopra ad 
aiutare comeccbessia gli studi storici nostri , e degna della gratitudine degli sta- 
diosi, — E «lui non possiamo dispensarci dal fare brevemente il Dovero della 
operette lU tema atorlco fino ad ora in essa raccolta pnbblfeate. Hai prlw) rol»- 
me troveremo na volgartnamento antico del libra jlaiolMo , edito per cura di 
a. T. Gargaal. Leggenda curiosa aMal , ed faaportanle non pel sc^o btto della 
liagoa , ma anco per la aoa , djrem aoal , autoriti storica , cene quella cbe , in 
qaanto apfmrtlena alla origine mistica deTroiani , di Fiesole e di Boma . tu se- 
guila dal Malespini e dal Villani ; poi , perchè è documento d'antlchilà non sema 
pregio a chi rolease trattare fé sarebbe materia di studio nuova e curiosa) delle 
orlglai di motte città di Toscana e di Italia , iovestigsodo quanto di verosimile , e 
pur anco di vero , sia ricoperto sotto II velo di quesle bvole ; dimostrando come 
gli scrltlori di qnei tempi s' ingegnassero di abbellire con Dnxìonl 1 loro racconti, 
e di Are apparire le cose de' primi Tondalorl (nome pieno di eroica maestà, come 
dtee V. Bo^bl) non Atte come quelle del leinpt loro, eedoechè le loro latorie e 
i httl degli antichi (bssero tenuti le etdma^ona maggiore. Cod , aacondo il Libra 
jletelaaa, troveremo la origine di Fiesole da Atalan Egipler, e 11 nome suo dell'es- 
ser la prima dita raUx'icata dopo il diluvio sMUau, quasi dicesse fa mio; il nooM 
di FirMse , da Fiorino re , dd)ellalo e raorto a Fiesole da' soldati di CaliliQa \ 
qeello di Pisa, daj for quivi capo e pesarvisi I tributi cbe gli imperatori di 
Francia e di Lamagna mandavano a Boma ; dj Lucca , quasi luce , perciocché gli 
abitatori suol furooo dei primi a Arsi Hlucmif natta ftd» di Criato ; di Pistola , 
per la grande ptifolMiin cht vi fut\ di Siena , da' vecchi della Mita dai Imaom- 
bordi, che capitati in quell'altura non poterono continuare nei loro viaggio, e 
nmasero U e vi fondarono la città. Della quale città però troviamo che tra i 
eronisU patrìi v' ha chi attribuisce l'origine a Senio ed Asi^hio agUuolj dì Bemo. 
aona eeUo atesao volume Lm C^afriura di Gian tui^ Fiuchi , detcrUla da Ago- 
NEW JHweanU , nuovamente stampata ed annotaU da \. Gotti ; e la Vita di Am- 
Ionio Gtocomèii teritìa da lacofo Nerdi ; ridotta a corretta lezione sui manoscritti 
e amiotata per cura di K. Gelll. Nel secondo volume , mercé la moltipUce e va- 



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'ìM rassegna di liuhi 

del Fumagalli e. del Corio . nuovamente apprestati dall'editore Colombo. 
La esercitazione storica del Rotondi raccf^lie in 33 pagine quel perìodo 
che ranwre dalla scesa di Carlo Magno e si arresta alla pace di 
Costanza (1183J. Egli ci fo vedere come nella storia di Milano 
sia da investigare ranlicbitb più rimota dell'era volgare, donde ap- 
punto usci fuori l'indole dell'Italia cristiana, essendoché Milano lii in 
quei tempi la principale delle cittì italiane, e dove s'ìnstitul la prima 
formazione del municipio. Poi designa e svolge I due grandi e capitali 
caratteri della storia milanese ^ lo studio gelosa della sua chiesa in te- 
ner lontana da si la supremazia di Roma ; la lotta indefèssa contro l'Im- 
pero. Quindi, come i vescovi e i loro avvocati, quando la fortuna 
de'Carolingi volse in basso, salissero a gran potenza, e cominciassero 
a soverchiare i conti della città e i visconti, intromettendosi vigoross- 
menle negl'interessi laicali ; le ragioni veonte agli imperatori germanici 
sulla Italia per la viltà di Berengario re , il quale col chiedere al tede- 
sco Arnolfo la confermazione dell'ottenato reame, si fece in certo tal 
modo suo vassallo. Quanto i barbari , le liberalità latte al clero da'prìn- 
ci{ù o per vera pietà o per interesse mondano , e l'universale scom- 
piglio delle cose , giovassero alla futura libertà d'Italia. Come Ottone I 
imperatore germanico , meglio che autore , debbasi dire fautore ddle 
libertà degl'Italiani Comuni [che già molto innanzi di lai furono date» 
tollerate certe immunità ] , abbassando i conti delle città , fin anco co) 
dare a molti vescovi piena giurisdizione laicale nelle loro città. Mostr» 
poi lo stabilimento del principato civile dell'arcivescovo di Milano , dac- 
ché l'arcivescovo Landolfo [secolo IX] vinti ed umiliati i suoi awersarii, 
si fece padrone in Milano e dello spirituale e del temporale Tocca delle 
rivalità nate tra l'arcivescovo di Milano e quello di Ravenna , per aver 
questi cinto della corona imperiale Ottone III, diritto competente a 
quello : donde nacque che egli non fu riconosciuto come re d'Italia , 
e l'autorità regia scadde in questo supposto interregno. Ora viene in 
iscena' la nobile figura storica d'Arìberto , il quale per risparmiare a 
Milano una invasione ostile della Germania , veduto che la dieta italiana 
non s'accordava nella scelta del nuovo monarca dopo la morte d'Enrico, 
si porta egli stesso ad offerire a Corrado II la corona : col quale atto 
veniva a mantenere in sé il diritto dell'incoronazione e in certo modo 



ria operoBiU dei Dostro collega F.-L. Polidori , leggemmo eoa utile diletto tre 
Dtieorsi poUUei di Francettx Boneionj, arciveocovo di Pisa, «ro d«i più Unapadi 
a MdDJ tngagm eh» già adonwiMn) quMla prMItgkita Toscioa ; e per le cure 
del Gelll medeiifmo , rlprodoElo qael Brm» trattato dell' blofia di BantarMu 
BtMi da Urbino, garbatf scriUuretta , per U quale il veda qual diflbrenn piasi 
tra 1 concetti ed i canoai che avevanal allora pib comuneoieDte , e qaelli dia 
oggi li bau» Intorno al modo di scrivere la ttorla. 



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HASSE6NA DI LiURI 213 

quello anche della elezione. Nola acatameote come la nomina del nuovo 
arcivescovo successo al grande Ariberto fosse fatta non più , come per lo 
iniunzi, eonxultu majomm eivitatis , ma colla partecipazione di od Consi- 
lio generale di tutti i ciltadini. In ultimo racconta la orìgine e il {h-o- 
cesso della guerra di Federigo I imperatore contro Milano , la più po- 
tente delle repubbliche italiane ; la distruzione di essa città, la vendetta 
cooginrala in Pontida (U67) dalle città lombarde più principali, e saziata 
a Legnano nove anni dopo ; e quella pace , che seguitò a sei anni di 
tregua , la quale fermata a Costanza , fu poi scritta nel corpo delle leggi 
come sanzione del libero governo delle città lombarde. 

Questi sono i luoghi del discorso storico del Rotondi , dove maggior- 
mente si mostra la sua abilità sintetica , congiunta a quell'acume di 
critica , e a quella dirittura di giudizio , che è propria di coloro i quali 
trattano la storia patria con bucma preparazione di stadi , con nobili 
intendimenti , con ripensalo affetto e sincero. 

Accolga il benemerito signor Colombo questa rassegna bibliografica 
coDM pubblico testimonio della gratitudine nostra , e come eccitamento 
a coDlinnare nella utile impresa. 

C. Mii.ANEsr. 



I. Die Lombards-Commentare etc. I Commentarii alla Lombarda di Ati- 
jirando « di Alberto ; contribuzione alla Storia del diritto germanim nel 
XII «coofo ; jivibibUeati per la prima volta sopra Ulti a penna dal dottor 
Akdsto AhschIìtz , Lettore privato di Diritto nella Dnioerriti di Bonna. 
Heidelberga , presso I. C. B. Hohr, AK& ; di p^. xxvi e SDÌ in Svo. 

n. Aneetminug de Orto, super oontraetibua emphifUosia et preoarii et HbdU , 
atque «tvesMun» ; teatum ea> librìs mstor. primut receniuit , tt eom- 
mentariis quinqtie instruccit Rddolfds Jacobi 1. U. D. reC reg. Bor. 
Wimariae, Snmptibns et typis H.BoehIau, 1854; pag. 9S in 8ro. 

L Allorchà , correndo l'anno i 8fi3 , davasi per me contezza « di alcune 
opere germaniche confiernentt la storia e le leggi dei popoli barbari (1) » 
e segnatamente della • Storia del gius longobardo s esposta dal professor 
Merkel, non trascura! di rilevare, seguendo lo scrittore illustre, come, il- 
-langaidìta già la egregia scada Pavese di quel diritto , e venuta in luce 
al cadere del secolo XJ la Lombarda , lavori letterarii si conducessero 
laaloelo intorno quella, cioè glosse e commentarit; il primo de' quali, 

*) Appendice otfAreMoio Slorieo lIotiMO (1.* Serie) Voi. IX, iiag.Sg-^U. 



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244 RABSEfiNA DI LIBRI 

sul cominciare del eeoolo X]I , hi aoritto a guìu di tomma da Ariprando 
giudice e contomporaaeo d'irnerìo; commentario in piccioliasima porle 
rsBszzonalo dal mantoTano Alipraado dopo il 4436 a fine di brove- 
moole diobiarare i principii del giua fendale conlenuti nella Lombarda 
( III , 8 ) eoa QOa svmmula de fmdie tt benefieiii. Ora il doltor Angusto 
Anscbiilz, con la buona volontà di porlare a cogniEiODe comune tal 
nuova forma della scienza in gius longobardo , ha pubblicato, fono a 
froDle dell'altro, i testi di Ariprando e di Alberto (4); ed altresì la sum- 
mula del mantovano Alìprando [S); dopo aver detto in una enidita pre- 
fazione de' vari! codici dai quali trasse qua' commenlarii, della loro atA , 
lòggia e relazione alle glosse della Lombarda ed ai mntraria a domino 
VaeeeUa faeta (3J, e della «ummwto di Aliprando; non senza indieare^DoUe 
note ai oommenlarii medesimi le varianti dei tosti a penna ; apporvi i 
rinvìi alle leggi della Lomb«j<da , raocbinse nei titoli die in quei oom- 
mentarìi lolgonsi ad illustrare; e agevtdaie finalmente c<hi un registro 
o iodioe le ricercbe degli studiosi. 

Non tutti peri i titoli della Lombarda s'iUostraroiM né da Ariprando 
né da Alberto. Oltrecbè non dichiarò Ariprafido d^ libro III te non il 
titolo ottavo de beHefidia et territ tributonù , stando alle testimonianze dei . 
testi a penna, sembra che egli ne omettesse ancora parecchi de' primi 
due libri. Supplì Alberto in gran parte al difètto ne' primi due; ma vi 
lasciò pur esso qualche lacuna ; i tibdi quinto ed ottavo del I libro , il 
trigesimo ed il Irigesìmottavo del II , non avendo commentario di sorta; 
come da lui non lo ebbe abito U libro Ili , e né tampoco quel soprad- 
detto titolo ottavo de benefieiig, che da Ariprando non era stalo ne^tto. 
Chi raffronti tra loro le fatiche di Ariprando e di Alberto, vede aver 
quegli inlerfireUlo la Lombarda, parte nel modo che sembrò mi^lbre 
ella virtù di sua mente , parie secMido la consuetudine e la pratioa dei 
tribunali, e o<hi senza alcunché giovarsi del gius romano : Alberto poi 
tal fiata ripeto le parole stesse di Ariprando , tale altra o ne rischiara i 
concetti , o con le sue giunte dà campo a nuove conctautoni suUe con- 
troversie di gius germanico ; ma le più volte , e segnatamente in quei 
titoli che egli si fa primo ad fUuMrare , non ne esprìme i prinolpii fon- 
damentali con esattezza e schiettezza pari ad Ariprando, e, senza neppur 
lui citarne le fonti , giovasi più abbondevolmeole aswi dal diritto ro- 



ti) .Iripr. Cod. parlgiDolUS (Colbert. S04I reg. Klf( 3}, rubr. sec. Xll. 
Valicaao della r^tea di Svezia 1060 membr.sac.XIi verso la ina. — ÀiUrt. C. 
Bolognese dal collegio spagauolo 73 oienibr. tee. XII Ho. farìgino KIT membr. 
6»r. XIII, del capilolodi (HdiiiIe 110 membr. eec. Xni. Parigino W* aec.XIII. 

(Si Cod. PannenBe H. H. I, » (H9| , membr. sec. XIU-XIV ). 

(3) V. ilrcAMo Stortoti , I. e. pag 79. 



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RASSKONA DI LIRfll 9fS 

mano : nota caratleristic» che viemaggiornienle contraddistingue V nno 
dall' altro lavoro. 

Al Commentarlo di Ari[Hvado è preposta una introdttztone ebe parla 
molto brevemente delle orìgini e dei varìi autori delle leggi tongtdMrde. 
Al Commentario di Alberto una «e ne ha , nella (pule non solo dioeei più 
assai distesamente che in Ariprando delle origini longobarde secondo 
Rotari e PkAo Diacono, ma si pigliano le mosse per6no dal principio 
del genere umano , e si conchiude additando quali Steno la materia , la 
mtensiom, la ulSità e la partisione della legislazione longobarda, accie 
se ne apprezzf meglio la lettera che succede. Siffatta introduzione non è 
di Alberto , ma di un Albacrueius che vi si nomina da sé stesso, né soc- 
corre altrove tra gli nomini dì lettere del medio evo (1). 

Per le (questioni che tuttavia durano Ira noi intorno alla dominazione 
dei Longobardi In Italia , niuna luce o ben fioca discende à dalle in- 
troduzioni e si dai Commentarli di che ho sin ora discorso. Per non pec- 
care di troppo supina negligenza, avvertirò soltanto ohe intorno alla ma- 
teria (o it popolo) sulla (jtiale doveva signoreggiare la legislazione lon- 
gobarda , e quale fosse in proposito la intensione di Rotar! , può oonsul- 
larsi, cbi gli abbia fede, VAlbacruoiM pag. tS e 13; e die rispetto alle 
leggi con che dovevano vivere i figli de'preti , la donna longobarda ma- 
ritsla al romano, e il serro manomesso o liberto , possono utilmente ri- 
scontrarsi i commentarli di Arìprsndo e di Alberto a pag. i%-%i , 1 36-^7. 

11. L'opuscolo di Anselmino da Orto ( figlio di Oberto , console in 
Milano negli anni Hit e 1(71 , celebratissimo autore del gius feudale ) 
inhHito ai contratti di enfUmti, di prteario, di liveUo e d' in vestitura , 
■otto il cui nome pur vengono le altrimenti dette eoneessioni , esce ora 
ia luce, crìtioamenle almeno, per la [Vima volta, a cura del doti Bo- 
dolb Jaoofai , che lo moni dì cinque commentarii e notò le varianti dei 
quattro codici manoscritti dai quali lo trasse (1). Prozioso , concloseiachè 
riveli quali vicissitudini a quale eS|dicazione sotto la signoria germa- 
nica provassero tra noi gli antichi contratti di enfiteusi e di precario, 
potrebbe altresì servire a raddrizzare nel Tòro i concetti che si hanno 
appunto del precario o della precaria ; le cui rollquie non mancano 
tratto tratto dì suscitare gravi controvenie. Par la ragione dei tempi può 
alireid dirsi non inelegante ; né corto lo stile di Anselmino quivi si me- 



li} Il BeUimano aveva già pubblicato queste pretaziooi di Aripraodo e dell' JJ- 
bacnteiia netl' Archivio del Perti , X , 367 , 383. 

{ti 1.' Codice Parigino 4676. — B.= Bolognese del Collegig ispanico (ove si 
conliene pur anche l'altra opera di Anselmino inlitolata ; /FUtrumMlwn àctionumì 
T3 fol. 87, 88. - 3.» Cod. di Lul^l Dollconi, ora In San Marco di Venezia. — 
4." Cod. Vaticano 1436. 



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216 RASSEGNA DI LIBR] 

rita que'litoli d'inetto e jobi'ihcIo che gli affibbia il Sarti , il quale però 
di lui aou vide se non l'altro scritto che s'intitola : <• Mttrwnoitwni 
Aetiomim » , 8 che possiam credere aia maggionnenCe inculto di questo 
interno ai quattro rammentati contratti ; al quale , come pur anco ai 
commentarii che lo illustrano , mi sembra doversi fare ba<ffi viso non 
solo da quanti intendono storicamente l'animo ai lil»i di giurisprudenza , 
ma da quelli eEiandio che gli stimano puramente per quello e qvanlo 
possono valere nel fdro. P- Capei. 



DelFanno della Iwamasione , usato dai Piacentini ; Memoria di BsitHAiDO 
pALLASTRELLi. Piacenza, 1SG6, pag. if in folio. 

È noto cune negli andati tempi il principio dell'anno per alcuni pò- 
poli sì pigliasse nel di della Natività [SS decembre]; per altri nel di della 
Cirooncisione (<.* gennajo] ; per altri nel di della Incarnazione (96 marzo) 
che precede alla Natività (stile pisano); per altri finalmente, che par 
cmtano dalla locaraaziwie , nel di SS marao che sussiegue alla Natività 
del Signore ( stile fiorentino ) ; ed è parimente noto come la indizione , 
ora si pigliasse alla Costantinopolitana dal 1 .* di settembre , ora alla Co- 
stantiniana , Cesarea o imperiale dal li di settembre ; ed ora finalmente 
alla Pontificia o Romana dal 1 .* dì gennajo. Per servire adunque alla sto- 
ria , uno de'coi principali soetegni è senza fallo la cronologia , e ricon- 
durre date si varie all'anno comune , molte fatiche furono già spese da 
scrittori illustri in libri che trattano o in generale della materia , ad 
esempio ■ L'arte di txr^Soore le date > e le ■ Autitusioni diplomatiche ' 
del Fumagalli; o riferisconsi in particolare a certe regioni, come per 
la Toscana vedesi fatto nel a Codice Diplomatioo » del Brunetti , e rispetto 
al Piemonte dal CÌl»^rio nella a Storia della Monarchia di Savoja ■. Ma 
una teorica la quale a tutte quante bastasse le regioni d'Italia, ed 
alle carte di ogni maniera che la rìsguardano, al Psllastretti non parve 
EnaBe stata ancora dettata. Il perobè pose egli valorosamente mano a 
colmare la avvisata lacuna in questa sua Memoria , che porta il mode- 
sto titolo riferito in rubrica. Il quale in tanto le si conviene in quanto 
egli dimostra luminosamente come i registri, i libri delle provvigioai 
del Comune di Piacenza sua patria , i cancellieri camerali e vescovili , 
e in generale le carte piacentine de'notari di cilt& e del contado inaino 
al cominciare di questo secolo , non che la miglior parte dei piacentini 
cronisti, usano concordemente l'anno dalla Incarnazione secondo Io stile 
fiorentino , ossia dal di SS marzo che sussegue alla Natività , e la indi- 



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RASSEGNA DI LISHl Zt / 

zH»ia Cesarea o imperiale che si spicca dal di H dì seUembre : dando 
cosi coD questa ed altre appUcazioni una riprova , un saggio della bontà 
e del valore di soa teorica. 

Cfai pensi di quanta dottrina nelle scienze esalte , di quanta (sagaci Ih 
e pazienza , e di cbe molteplice erudizione voglia essere fornito l'uomo 
che pigli a trattare si ardue e spinose materie , renderà , speriamo , i 
dovuti meriti al chiaro autore di questa egregia fatica. K. 



On a very rare Silver coiti 0/ Berengarius li King of Haly , toilh his sm 
Albertus , « eo-^ent; by 1. G. Pfistbr ( Fròm the Numismatk Chro- 
mele, voi. XVllI ). — London, t855; 6." pag. SO. 

11 Big. I. G. Pflster, alemanno di nascita, ora addetto al Museo 
Britannico , iUnstrA in questa memoria , letta il S6 aprile 48S5 alla So- 
cietà Numismatica di Londra, un prezioso denaro d'argento, sul quale 
da OD lato appare il nome -j~ BERENGABIV scrìtto nel giro , e nel cam- 
po il titolo RES ; dall'altro il nome -|- ALBBRTVBX In giro , e nell'area 
PAPIA in due linee. Questo cimelio della numismatica nel medievo 
porse occasione al Pflster d' intrattenere quegli accademici con una 
succinta sposizìone delle vicende del travagliato regno d' Italia in quella 
triste epoca cbe dalla incoronazione di Berengario 1 duca del Friuli a 
rs,neli'888, procede fino alla cacciata del secondo Berengario col 
figUucdo e collega Adalberto nel 961 , ed alla incoronazione di Ottone il 
grande avvenuta in Hilano nel novembre dell'anno medesimo. Epoca 
foDesta invero , nella quale t'ultimo raggio della civiltà romana si spen- 
se ; e di cnt si scarse memorie ci ha tramandato la storia , che la cri- 
tica odierna invoca il potente ausilio della numismatica a stenebrarne, 
almeno in parte , le fitte caligini. Il n. a. tracciò con sufficiente esat- 
tezza i suoi rapidi cenni sul regno ilaUco ; e solo e' increbbe il trovare 
mutalo in Àle»an ( p. 18) il grande Aleramo, e dato per fratello a re 
Berengario II il fl^iuol suo Dodone marchese d' Ivrea , che fu padre 
ad Ardoìno ultimo re d'Italia (p. 49). 

n rarissimo denaro ai^nteo de' due c<^eghi Berengario e Adalberto 
eraei pubblicato, sopra esemplare alcun po'diSerente, dal conte (riullo Cor- 
derò di S. Quintino fino dal 1842 negli Atti della S. Accademia di To- 
rino (Ser. II, Tol. V, p. 499), e il Pflster rese per ciò il dovuto elogio 
all' insigne nummografo piemontese (p. 1). Ha la esistenza di quel dffliaro, 
mi si permetta di aggiungere, era già conosciuta fino dall'anno 4786, 
allorché Gnidantonio Zanetti , annotando il trattato delle monete ^i Ve- 
rona del Dionisi {Zecche £ Italia, IV, 301 n." (i3), annunciava che ik 
Ams.St.It... NaoraSerie. T.lll.P.l. 38 



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2t8 HASSEUNA DI LIBRI 

TargiODi lo avea assciurato che sìmil denaro si trova in Toaoana a'saoi 
giorni; sennonobè il Targioni sbagliò nel leggere gli sfigurati carat- 
teri, e sostituì PRENCARIVS a BERENGARIVS, ed ATALBBBTrS ad 
ALBERTV'RX. 

V. LkZkKW 



Elogio del cav. prof. Gwoatmi itomni, recitato il di 44 ttooembrt 1855 dai 
prof. bibli(aecaTio Michele Ferbocci nella tewla magna della Sapienca 
di Pisa, pel soicnne rinnovellamento degli stìtdi. Pisa, Tip. Nistri, 1S56; 
in 8vo di pag. 64. 

Adunanza toletme tenuta in Firense daiVI. e. R. Ateneo Italiaoo, la mat- 
tina dei U febbraio 1856 ec. — Della Vita e delle Opere del prof. tAate 
Giuaeppe Arcangeli, Diacono delVdbate Gidsbppb Tighi. Fireoze, Tip. To- 
ftni , 1856 ; di pag. 79 in Svo. 

Nei funerali del prof ab. Matteo Trenta te., il 19 aprite 4SW, Dittano 
di Augusto Conti. Lucca , Tip. di 6. Giusti, 48S6 ; di pag. t3 in 8vo. 

Di Giovanni Hoaini di Lucignano, (atto poi cittadino e nobile di Pisa, 
sarà parlato più luogamente in altre pagine di questo ArtAimio Slorieo. 
Altri ci aveva già dato nn quasi scheletro della vita di Ini (1), e vnolst 
almeno saperci grado delia sua fatica per averci offerto le date di ta- 
luni fatti principali che a quella riguardano. Il chiaro fir<A. Ferrucci 
si af^licò solamente a tessere , nfr altro assunto poteva per ora pro- 
porsi, l'elogio oratorio del suo già collega; e <Àb facendo con quella 
poriti ed evidenza di dettato che da lui doveva aspettarsi, ebbe 
vdllo il pensiero non tanto al namero , alla varietà e alla natura in- 
trinseca di quei (atti, quanto alla loro morale significazione, ossia 
alle applicazioni che possono arsene alla moralità cosi pubblica co* 
me puramente letteraria. Avemmo già in animo di riferire que'pesst 
ove le conseguenze di tal sorta veggonsi felicemente dedotte : ma noi 
dovremmo prolungare un po'lroppo le nostre citazioni; ed anche il 
debito di parlare in questo stesso articolo di altre consimili operette , 
ci consiglia d'astenerci. Si compiacque, inoltre, il nostro elogista di con- 
siderare il Resini come un perpetuo e gagliardo campione del gusto 
migliore si nella lingua e nelle lettere , cornei nelle beltà arti ; ondechè , 
per le prime, ce lo appresenta come c<dlalerale del Cesari, del Monti, 

(t| EUograDa di Gioixami Rotini scrilla da Lxtìgt PoitoUni. %• ediz. riveduta 
p cuirella dall'aulonj. Lucca 1866; jiag. 34 in 33». 



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RASSEGNA DI LIBHI 219 

del Perticari , del Foscolo , del Giordani , dello Stroccbi \ per le altre , 
OGMi-va aflsai gjostamente , che l'aver quegli < illttstrala co'moDuawnti » 
la sua Stono della Pittvra fu benefizio graodissimo rendulo a^i odierni, 
e ■ fece da ogni altra singolare l'opera soa * , perché l'animo del leggi- 
tore rimanendo ■ più vivamente impressiooalo alla vista di tanti egregi 

■ disegni , di tante belle pitture , ohe non sarebbe se l'occhio In lui non 
« fosse colpito al pari dello intelletto > , ne segue che n le incisioni nella 
a Storia del Resini .... hcciaoo quello stesso uffioio che i docamenti 
* nella Slwia dvile ■ ; cioè < sono qaasi le prove delle parole dello 

■ acrìUore, e la evidente dimostrazione de'iooi giudizi » (Slog. pag. U )■ 
Ma uè in questa , ci è foixa il dirlo , o nell'altre cose non poche dal 
Fermoci ramnwatate, è la vita intera di quell'uomo un di giSi medio 
aatsrevole, siccome loDgevo e stupendamente operoso; il quale ebbe 
amici ed anche ooUeghi tra i compilatori stessi del nostro Arohi- 
Tìo; onde avendo gib tra questi odilo discorrere intorno a taluno di 
qaa'filti lontani, e per aKri finora non toocfai, mi piace qui fome ri- 
cordo. Lo Studio di Pisa andava [hìvo dell' insegnamento delle lettere 
italiane forse insino dai tempi di Benedetto Buommattei ; e il Resini , 
beiMdiA allor giovane e conosciuto soltanto pe'suoi versi , meritò , colla 
vivezxa del suo spirito e eoll'abilitì non mai comune di conciliarsi l'af- 
fetto degli oookini , di essere desialo a rinnovarlo. Né è da credere 
die lievi fossero le difiBo^tà contro le quali, per ottener quel grado, egli 
dovi allora combattere ; pravioccbè ad una cattedra speciale per la ma- 
tema tetteratora erano avversi persino i letterati più illustri del tempo : 
onde la tradizione ci ha tramandato un epigramma che si disse profferito 
im[Ht>vvisaDeDte in un convegno d'amici dal grecista Angiolo Maria 
D'Sloi OHitro il Resini slesso , in queste parole : 

X Un professor che non fa mai scolare, 
Che cosa può infi^narT Parlar volgare ». 

li Lucignanese die principio alle soe lezioni coll'orazione Delta neceuità 
di scrivere nella propria lingua, quasi a mantenerne i male impugnali 
diritti: ed altre scritture poi mise a stampa, sin presso il 18S6, ad 
onore o difesa della patria favella. Allorché, sotto il francese imperio, 
l'Università pisana dovè trasformarsi in Accademia, e di fronte alla 
- cattedra delle lettere italiche volevasene stabilita un'altra per le fran- 
ceei, il Rosini, fortificandosi soprattutto della sua amicizia co) Ginguenè, 
valse a conservare sé stesso e la sua cattedra dinanzi ai commissarii 
imperiali Cnvier e Degerando , coi quali veniva bensì come segretario 
Cesare Balbo. Ed é notabile come all'insegnamento lettersrìo fossero a 
quei di oraoedute in Pisa quattro- bigonce e quattro lettori diversi ■ il 
Pagoini pri latina, il Ciampi pel greco, il D'Mrìbeau pel francese, il 



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S80 RASSEGNA DI LIBRI 

Rosini per l'iUtiano; e come al conTronto di quei tre primi ctaseicistì , 
non iscadesse quest'ultimo , bdzì venisse preferito all'ufficio di pronan- 
zisre l'orazione eucaristica alla granduchessa Elisa , quando questa si 
recò a visitare lo Studio pisano. Promosse validamente la restaura- 
zione dell'Accademia della Crusca , e fu tra 1 primi accademici che al- 
lora vennero nominati. Ma la qualità del libro pel quale scrìviamo non 
ci consente di tacere , come quando gli studi della stona nazionale erano 
fra noi negletti e quasi dimenticati , il Bosini sorgesse primo a dìmo- 
slrarne la necessiti, a soscitame il desiderio e gli esempi col Saggio 
suite asUm e sulle opere del Gwcàardmi, coU'edizione illustrata delle 
Istorie del medesimo, colla pabMicazione delle Lettere sino allora igno- 
rate del Buràii, e con più altre opere di storico e polilico ai^menlo 
date per sua cura o ridonate alla luce. Né que'suoi tre romanzi dì lunga 
lena , e dove la dovìzia dell'erudizione soperchia quella della fantasia , 
Mrebbero potuti scrìversi da chi di storìa non avesse anticipatamente 
e copiosamente imparato. Poiché poi l'età nostra nvinooola , e soprattutto 
ingrata , al Rosini già vecchio negava il merito delle civili intenziom 
nelle opere della penna , e di qudlo che chiamasi coraggio civile , po- 
trebbe rispondersi che di questo ancora e^i fece talvolta eeperìmeoto , 
((uando in ispecie , repugnanti non pochi , e più di ogni altro il ceto 
ecclesiastico, mandò pe'suoi torchi in pubblico la Storia dt Totcona del 
suo diletto maestro Lorenzo Pignotli. Cosi avess'egli , soprattutto negli 
anni più avanzati , saputo in sé soffocare quelle accensioni dell'amor 
proprio che il traevano ad applaudire a Rè stesso od a millanterie di 
lutti indegne , e più di chi sente di avere con le fatiche mentalo la lode 
de' posteri 1 cosi fino all'ultimo avesse perseveralo nel suo proposito, 
si bene in gioventù mantenuto', di vivere in pace con tutti quanti , 
astenendosi da quelle polemiche , che , per quanto cortesemente con- 
dotte , non sono giusliScate abbastanza dalla generale utilità 1 Ma per 
non preoccupare davvantaggio un campo che altrì dovrà pienamente 
percorrere , e tacendo anche certe particolari osservazioni che noi 
slessi focemmo nelle conferenze avute con quel benemerito vecdiiardo, 
passiamo ad altri argomenti. 

Affatto diversa da quella del prof. Ferrucci é la via battuta dal si- 
gnor Giuseppe Tigri nello scrivere l'elogio biografico del sempre com- 
piamo abate Giuseppe Arcangeli , uno dei compilatori di questa Sene 
novella dell'Archivio, la cui perdita dovè lamentarsi nella Dispensa terza. 
Accademico, e da recitarsi in pubblico, é ancora il discorso del Tigri: 
ma quello ch'egli fece, era ben altrimenti praticabile che non sarebbe 
stato per l'elogista di cui sopra parlammo ; stantecbè la vita dell'Arcan- 
geli , se solo ancora nello spazio voglia considerarsi , é tela di gran 
lunga più breve e meno svariata cbe non sia quella del professore pi- 
sano. L'autore {lertanto di quel Discorso e polé darsi a raccogliere , con 



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RASSEGNA Ul LinRI 231 

ilUJieeDza aslrema, i sìngoli TsUi ood'era da comporsi cxxtesta bÌof;rafiB: 
e, come cordiale a sincero amico del derunlo, seppe atlresi condirli di 
tale OD aSetto ed una pietìi delicata , cbe non paó aon penetrare all'ani- 
mo di chiunque , ancora tra i più lontani , si faccia a leggere quelle pa- 
gine. E un provaniiiio conforto non lieve vedendo come la memoria 
di quel gii nostro compagno venisse proseguita di cure cosi solerli e 
■morose. Né meglio aloerto , polevasi eorrispondere alla comune aspet- 
tazione , oè al desiderio dei Socj dell'Ateneo Italiano e del suo illustre 
Presidente, allorché ordinarasi quella straordinariaadnDanEa per farvi 
onorevole oommemorazi(HM dell' ArcangeU , cbe ne fu generale segreta- 
rio : il quale Ateneo , anche per la belletza del suo appellativo , meri- 
terebbe d'essere rasai meglio che non è favorito ed incoraggiato in questa 
FìTMue, a cai la fdice postura e il Unguaggio felicissimo e più altri 
privilegi <I> fortona amica e forse provvidenziale acquetarono il titolo 
a lei si f^radlto di Atene italiana. Se qualche inesatte^ poti in quello 
scritto trasowrrere , come che l'artiodo sol Campanella illustralo da 
Alessandro D'Ancona tbsse composto per b seconda Serie dell'Archivio 
mentre invece leggasi nella prima , deve ptnttosto attribuirsi a confusa 
ricordanza che a poca ponderatezEa delfanlore ; e se qualche correzio- 
ne è da tarsi in ciò che riguarda il cooperare dell'Arcangeli al giorna- 
lismo politico oe'lempi ddle nltime commozioni; e specialmeote al suo 
ritirarsi dalla compilazione di nn periodico a radicalità soverchia tras- 
corrente, D'é certo in colpe la diffiodtà di sapere il vero in siHatle 
materie, e, saputolo, di trarne profitto per la siooerità dell'istoria. 
Precedono all'elogio del Tigri , nel Ubrotto sopra indicato , una iscri- 
ziooe italiana di Luigi Hnzzi , e Tanno seguito un sonetto , un carme 
latino , m'ode italiana ed altro componimento in terzine di Amedeo 
Digerini-Nati , di Mauro Ricci , di Geremia Barsotlini ( i due ultimi 
delle Scuole Pie), di Giovan Cario KosingUosl-Sozzifonti ; oonchiud ondosi 
OOD una' latina epigrafe di BÌtro Scoloi»o , il P. Luigi Staderini. 

D'altri e piii recenti funerali dovè ancora attristarsi la toscana let- 
teratura per la morte del giovane trentottenne Matteo Trenta ; da umile 
nascila e istruzione di contado , salito a grado di sacerdote , di profes- 
sore e di accademico nella cittì di Lacca. I professori e maestri di quel 
IL Liceo ordinarono di fare al loro collega le debite esequie di espia- 
zione e di onore ; e il più nOvdlo tra essi , Angusto Conti , f\i scelto 
all'ufficio di recitarne le lodi. Del che il sig. Conti si sdebitò con valore 
che merita d'esser qui generalmente , non potendosi in altra guisa , 
segnalato; perseverando tino all'ultimo nel proposito cosi dato a conoscere 
sm dal pHutdpio della sua (anebre orazione : < Che voleste , o signori, 
■ dal mio povero ingegno quando con isqaisita cortesia .... eleggevate 
e nte ultimo fra voi a dire in questa casa di Dio le lodi del nostro 
e amico e collega? Non altro mi chiedevate che parole d'aOetto ■ : e 



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ZXZ RAS£Kr>NA DI LIBRI 

coafermalo poco appresso con questa pirole : ■ Non mi tarò a narrarvi 
« la storia di Matteo Trenta ; chi è di voi che uon lo couosca ì Al lon- 
t tani altri la narrerà ine^iodi me. Solo ve De ricorderò alcuni parti- 
■ cdarì , per notare le cagioni che conferirono a Tormargli l'animo e 
a l'ingegno ». Prese il Conti a considerare il suo s(^etto nella trifor- 
me qualità di ■ scrittore , di maestro e di sacerdote ricco ìd opere di 
carità >>; e noi della seconda passandoci , riporteremo, quanto alla ter- 
za , questo sol fotlo narratoci , benché in iscoroio, dairel<^ist«-bi(^Tafo: 
« Quando il morbo anatico mieteva tra noi tante vite, il suo vescovo 
n sei mirò venire davanti, e gettarsi ginocchioni nel bd mezzo della 
stanza, pregando nmilmenle d'esser mandato , ovunque si fosse, al ser- 
t vizio degli ammalati (pag. 49) >. Se non che a questo esempio , cerio 
di molta efficacia , sarebhesi potuto aggiungerne un altro di assai diverso 
genere, ma pur di cosa procedente da amore : quando cioè, nel 4848, 
eletto a cappellano della guardia cittadina, recavasi pieno d'entusiasmo, 
sui campi ove combsttevasi per l'italica indipendenza, dandovi aDcora 
tai prove di coraggio e dì severa disciplina, che ne tornava decwvto 
della medaglia dei valorosi. Bensì dagli altri e non pochi partico- 
lari cbe l'oratore avea promesso di rammentare e giudiziosamente 
seppe raccogliere , è dimostrato abbastanza come la carità dà Trenta 
non fòsse virtù di un sol giorno, ma sempre e validanKnte attuoea.e 
non pur pronta nelle occasioni , ma qoasi tntt'oodii nel rìcercaive ; 
come fosse e continua e instancabile la cooperazìone del povero abaia, 
con iscapito della sua fama letteraria e della sanità medesima , a tutte 
le istituzioni lucchesi di privata e pubblica beneficenza. Venendo aU» 
scrittore, e lasciando il dire de'sooi libretti educativi per le btciulte, 
e per l'istruzione di ambo i sessi (come la Grammatica del Puoti ridoUa 
a dialc^ , una Geografia elementare tratta dal Balbi, il Galateo del Casa 
diviso in capitoli e annotalo) , vegliamo almeno ricordata come (wae la 
più degna che si ricerchi e possa leggersi con profitto , l'operetta che 
ha per titolo: Discorso della vita e delle opere del pittore Pietro Noc- 
chi , letto alla I. e R. Accademia Lncchese il t^ luglio t855. 

II. 



Biogra/ia di Monsignor Feliciano Capitone ; scritta dal marchete GlOTinni 
Broli di Nomi. - Roma, Tip. delle Belle Arti, 4855; di pag. 13, in 8vo. 

Feliciano Scosta da Capitone , detto poi , quando il suo nome divenne 
hmoso , de'Capitoni da Nami , fu tra i prelati Itahani che più si aftti- 
carono nel combattere in Francia l'eresia dei Calvinisti-Ugonotti. Nato 
nel 4944 , fecesi frate Servita circa il 4SS7 ; sotto il qual abito si rendè 
segnalato nella predicazione e per cose adoperate a prò del suo Ordine. 



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EU6SEGNA DI LIBRI XE3 

Di cui , correndo , il 4560 , In detto Proourator generale ; per il che 
dorè recarsi in Aema ; dov'ebbe pure gii uffizi di teol(^ privato presao 
il cardinal Aleesandro Farnese , poi di lettore pubblico di lai fiicolti nella 
Sapienza ; sino a cbe , nel 16C6 , ad istanza e per autoritb di due San- 
ti , Cario Borromeo e papa Pio V , fu promosso alTarciveseorado di Avi- 
gnone. QoiTi ( scrìve il biografo ) , « come Anastasio contro gli Arriani e 
« Cirillo contro i Nestoriani , coei egli contro gli Ugonotti Te in iscritto 
• e a voce sonar forte la sua eloquenza ; e nell'anno stesso che si fa 

■ recato a quella sede , ordinò un sinodo ; e due anni di poi formò gli 
( sUtuti da ristorare il guasto dell'ecclesiastica disciplina , e da porre 
( qualche ostacolo che non s'internasse di più nella sua diocesi l'ere- 
K sia a. Pia lardi , per ordine del ponteiìce , convocò pare in Avignone 
un concilio provinciale , « dove fiiron detiberati e composti in iscritto 

■ sessantatrè tibrii di nuova disciplina ■ ; e on altro nei 1674. Quando 
l'ammiraglio de CoUgny tentò di prendere qatOx città , contribuirono 
non pooo a preservarla ■ i pronti e retti consigli del Capitone ■. Il quale 
cmnpose part centro gli OgODOtli un'opera dottrinale, stampata in Vene- 
zia dopo la Boa morte e ristampata a Colonia, col titolo di : EiEptioationea 
ealMietB loeùnm ferevmmum Tttmi» ae Novi TettametOi, qtiibw ad sta- 
Mwnda* htìrtKs neutra tempestate abutmdw kantìoi. Serisse ancora un 
trattato sul Gìsbileo , che idl'autor nostro non fu sortito di ritrovare. 
Horl , nel tempo di una seconda visita ohe tar volte alla materna Italia , 
in Capitone sua patria, a'dl 7 gennqo tS77. L'oposoolo di cui partiamo è 
aeconpagnato d'annotazioai ctMtdite di copiosa e Opportuna erodixiene ; 
e , od soo insieme , dà ottimamenle a sperare oirce alt' opera cbe lo 
etesM sig. March. Erolì va maturando, e di etri non ò questo il primo 
Si^gio, inlomo ag^i iUostri nomini Narn^i. n. 



Memoria tforiehc di Todi, par LoBimo Ixanti. — Todi 1856; 
presso l'Edit. Alassaodro Natdi; in 8vo, Disp. t.* 

merito conto in cbe noi teniamo le istorie municipali, ha fotte a 
che eoa parziale predileiione ae abbiamo dato Delizia quendo qual- 
cima di esse vraiva alla luce o era promessa. Questa specie di obbligo 
inpoeto a noi medesimi , deriva dalla importanza che per la formazione 
ddla stcvia generale éf Italia noi annettiamo aUe singole istorie de' suoi 
nonicipj. D(^ ciò, i fedle l' intendere con qnal piacere noi annunziamo 
al pubblico le Ifemorù ttoriehe di Todi , dalle orìgini fino al secolo XTI , 
di Lorenzo Leonìi. AbUamo già sott'occhio la prima dispensa ; e mentre 
Hpetlìamo cbe la pubblicazione ne sia compiuta o almeno assai più 



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SS4 RASSEGNA DI LIUBl 

avanzata , sembraci prezzo dell'opera il riprodurre* per intero ta io- 
iroduzipne che l'Autore fa alle sue Memorie tudertine, nella quale egli 
discorre della importanza delle storie municipali, e del modo come deb- 
bano essere scritte;'ed espone altresì le ragioni secondo che egli disegna 
di comporre la storia della sua patria. Né solo per questo è commenda- 
bile quel proemio, ma anclie per certa gagliardezza di concetti derivati 
da buoni studi e da matura conoscenza della materia , quanto da no- 
bilti d'animo , ed esposti con efficacia di stile rapido e serrato. Da que- 
sto saggio possiamo argomentare quali doti sia per avere la storia del 
signor Leonii , e trame buoni auspiq d'ottimo successo. H. 

« Gli studii storici e delle patrie antichità non sono nnOvi in Italia : 
Ded'ò meraviglia, perciocché abbiano gl'Italiani grandissime vicende da 
raccontare , e ad ogni passo incontrino immense mine da interrogare, 
e sia lor d'uopo di ricommettere assieme innumerevoli reliquie , a fine 
di trarne una viva immagine del tempo che fu, ed una salda e pro- 
fooda speranza dell'avvenire. Sono in Italia mine di una civitth, di cai 
poco oltre del nome ne rimarrebbe e di confuse tradizi<Hiì , se non 
fossero i sepolcreti che ne hanno manifestato la grandezza e la possanza, 
ed avanzi di mura che ne insegnano il tipo indelebile. Codesta primi- 
tiva civiltà non fu co^ propria degli Etruschi, che tanto o quanto noQ 
s'infiltrasse ne' costumi degli altri popoli italiani, partecipi d^o stesso 
sole e della stessa terra. Sonovi ruine della civiltà romana figliata 
dalla prima , e , chi ben guarda , trasformazione ed augnmento di quella , 
e che ha lascialo in tutta la terra un vestigio che fitrza di tempo né 
di casi non potri cancellare giammai. Decaduto l'imperio e venato 
l'Occidente in mano dei barbari , veggiamo sorgere in Italia una terza 
civiltà , la quale eredita dalla romana ; e perchè senza comparazione 
più larga e complessa , perciò appunto più contrastata, e taluna volta 
rallentata e tronca , taluna volta oppressa e sviata , ed or ricominciala 
or guasta; ma cosi fatta per fermo, che sceverò e distìnse l'Italia dalle 
altre nazioni consortì di Eoropa ; e tolga Iddio che cadiamo mai nell'er- 
rore di credere che gl'infbrtunii , le colpe, le miserie e te nnllttà di 
tre secoli l'abbiano affatto spenta , anzi messa sotterra. Tolga Iddio che 
noi cadiamo nella contraddizione, dove molti pur vanno, di ammirare 
quel che han fotto i nostri vecchi del medio-^vo , e pur credere che 
fora stato il migliore che avessero tallo il contrario. Non puossi , come 
costoro, ammirare e dannare ad un'ora. Il perchè, quando non si do- 
"-"t studiare per altro motivo la storia nazionale , basterebbe pur 

to di chiarire cosi difficil questione , ed incuorare ad un virile pro- 

o e ad una santa speranza. 
Ora , a conoscere la storia italiana abbiamo noi a sufficienza tutti 

isidii richiesti? Non vogliamo annoverare le lUsiderata che tullavia 



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RASSEGNA DI LIBBI SS5 

abbisogDaiM) a voler compiere cosi arduo lavoro : couIcdU siamo di af- 
fermare, e nessun savio si vorrà contrapporre , che a potere scrivere la 
storia nazionale b di Deceasità avere apparecchiate dinanzi lemoDioipali, 
e che senza queste non si potr^ delle cento rispoDdere ad- una inler- 
rogaziooe a cni À temito io stMìco filosofo. E non basta aver la storia 
delle città pia grandi e gloriose : potrà tal fiata accadere che un elemento 
sociale , una forza viva ed eSeltrìce più si rilevi e meglio appaja nella 
domestica stona di un povero municipio , ami di un castello , ohe tra 
lo splendore e le gesta di una possente repubUica : e coti dtA bene come 
del male. A mo'di esempio , a conoscer la storia di un elemMito cosi 
precipuo come è la milizia per lungo tratto di tempo in Italia , è ne- 
cessario coDoacer qudla delle citladuzze e delle terre della Marca e 
deUTImlffia: a veder che poteva t'odio delle partì, giova uscir di Genova 
e dì Firenze , e veder la rabbia senza graadezza e i coltelli senza ambi- 
lioDe de'partigiani delle terriccinole e dei contadi. Meglio vedi la trama 
in un rozzo panno, che in un drappo regale. Or, delle storie municipali 
noi aUriamo a dovizia; ma quante poche che non (accia d'uopo rifare , 
quante poche che rispondano allo scopo per cui hanno ad essere intra- 
prese ? Nella patria di Macbiaviuo e di Vico , la Pilosofu Stmica e la 
Carnei , colpa dei tempi , sono ancor cosa rara , e di ingegni e di abitn- 
dini intellettuali privilegiate. La più parte degli scrittori hanno conside- 
ralo la storia municipale e minuta come discorsi del genere pone^nco, 
uno dei frutti senza succo di cut si compiace la rettorica de'tempi fiacchi 
e corrotti ; ed han creduto debito e pregio ram{dificare senza modo né 
mìsora, e lodare ed esagerare. Cori ogni piccolo borgo si spacciava 
per una gloria eonuna d' Italia , e pressocché non dicevano da pareggiare 
a Firenze od a Venezia ; e se mancavano titoli recenti , c'era il comodo 
della storia antica ; e non sono ben certo che qualcheduno non sia 
andato a raccapenare le glorie antidiluviane della sua terra. Le sne 
guerre diventavano ndla penna del valente rettorico una cgsa terribile 
e d^na della tromba dell'epopea; pigliava per l'Iliade la Batracomio- 
machia. Nuovi Ciceroni e Vii^lii e Liviì, e massime Petrarchi, per 
la polvere degli scaSali giacevano manoscritti a fede del nostro critico ; 
e buon per l'umana generazione ch'ali amasse meglio stampar la sua 
storia , che le costoro etiche I Era pur forza che de' suoi ' terrazzani si 
(ossero trovali al conquisto di Gerusalemme, o potenti in corte di Ro- 
ma, o gran baccalari Jn qualche reame di Europa. Se fosse corso it 
capriccio di vantarsi degli scellerati , i nostri antiquarii ce ne avrebbero 
carichi. Lasciamo stare quando cotesti storici armeggiavano come liU- 
ganti per trarre a casa ogni gloria dubbia e combattuta. A quanti non 
è toccata la sorte di Omero di essere annoverati per cittadini e nativi 
da parecchie contrade T Curiosa cosa é considerare come davano odore 
di vero alle più vane congetture ; come affastellavano il 

, Arch.St.It., NuoeaStrit, T.lil, P.l 



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226 RASSEGNA DI LIBRI 

e l'incredibile; come, quasi a compenso delle bugie, si moslrassero 
alcuna volta scrupolosi investigatori se di un Messere il nome vero si 
fosse Heeser Matteo o Messer Hszzeo : avvocati erano , insomma , e 
panegiristi e cianciatori , e la boria municipaie e ti mal vezzo raoeva- 
gli inetti alla oritica e non curanti di sincerità. 

« Il peggio è che coti fatte storie, anzi fov(de, hanno partorì lo nn 
gran male : il male ohe non di rado vien dalla menzogna ; qndlo di far 
disprezzare ad un'ora e chi è bugiardo e le cose di cui mentisce. A que- 
sta cagione attribuir dobbiamo in gran parl« la non curanza del fotti 
di casa loro e degli esempli dei loro maggiori , che vediamo ne' ter- 
razzani di parecchie città non ignobili d'Italia. Non è la cagione seda, 
né la più vera forse , ma quella che allegano ; e che bisogna lor tórre , 
se non vogliamo che manchi un dolcissimo vincolo di patria carìtà , ed 
un potente principio di educazione , di rettitudine , di virtù. Stadfando 
quel che faan follo i nostri antichi, avremmo sprone a ben fire , o ver- 
gc^na almanco di non saper più for bene. Duolci la mancanza di buone 
storie municipali : duolci la freddezza con cai si mandano a male le 
reliquie che ne rìmangono degli antichi tempi ; dnolci vedere gli uo- 
mini esser come nuovi in una terra antica , e come barbari venuti par 
Jori , e che domani porteranno altrove le lor mobili tende. Infausto se- 
gno parmi , nò si ha a nascondere codesta incuriosità e non curanza. 
Voglio per certo io, ed ardenlemeule lo bramo , che da lutti gl'Italiani 
si ami la comune patria, l'Italia: non vo' davvero che si riaccendano 
le male spente bville della superbia , dell'odio , delle parli , de^ scher- 
ni o de' rancori tra città e città. Siamo pentiti del male , ma mot di- 
mentichiamo la grandezza e la vita : amiamo l'Italia , ma non dimenli- 
cbiamo la terra natia , che pur n' è parte , la terra per la quale pur 
siamo Italiani. Mi diffido dì amori che scemano e non crescono f^ì ob- 
blighi , smorzano e non accendono sentimenti. E poiché siamo venuti a 
tale che ci hccia più impressione l' esempio degli stranieri , speccbia- 
raoci negl'Inglesi e nei Francesi: sono nazioni potenti ed unificate, e 
si può dire che non abbiano avuto gloria e possanza die per l'unità : 
ponno guardare nel presente , fissar gli occhi nell'avvenire con baldan- 
za e legittimo orgt^io. Eppmv, con qnanto studio, con che diligenza, 
con ohe amore e spendio bene spesso non raccolgono e pubblicano le 
storie, le croniche, le memorie, e, come essi dicono, le specialità di ogni 
città , anzi di ogni castello e di ogni edificio ? E non vi altendono solo 
gli antiqnarii e gli stm-ioi , ma i poeti ed i romanzieri altresì ; e tòr- 
raanvisi accademie a questo , e società di studiosi , e collette di contrì- 
bulori ; e , quel che (ara più meraviglia a chi non comprende la dignità 
e l'importanza delle tradizioni, n^a Francia rifatta noova da sessanl'anni 
di rivoluzioni , si fanno alberi genealogici delle famose famiglie , si dis- 
sotlcrrano dall'oblio vecchi statuti di antiche corporazioni , si Irovaoo 



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RASSEGNA DI Unni S27 

docameoti dj forme civili e di oostumanze morie per sempre ; inter- 
rogansi i dialelli e le tradizioni popolari , anche le favo(« ; e con pro- 
fitto , perchè tutto serve a conoscer l'indole primitiva e lo svolgersi 
delle sorti delle nasiool. E qoesto basti aver detto a chi non si cura 
delle storie manicipalì per error d'intelletto , che adoperarsi a persua- 
dere quegli altri 

> Cui solo è dolce il muggito de' buoi i , 

sarebbe tempo sprecato. 

« Rivolgiamoci invoce con revereUEa a qne'pocht magnanimi a cui il 
ben piace , ed hanno valore di saper discemerlo ed adempierlo : l'essere 
Stati de'prìmi a fare , e l'aver fatto non sempre bene , non ci distolga 
dal perseverare e dal tentare di tur meglio. Quei che hanno agio e 
modo di cavar dagli an^ivii e dalle biblioteche notizie e documenti re- 
conditi , d il facciano , ed abbiansene là debita lode ; que'cbe sanno ca- 
variM da vivi libri , cioè dalle usanze e dai linguaggi d^li uomini , a 
dò si adoperino. Facciamo , ed adoperiamoci tatti a nostro potere. I no- 
bili ingegni naU a fare grandi ooee e , quando i tempi noi consentano , 
a pensarne e a raccontarne , scrivano defd> Etruschi , scrivano di Roma 
non peritora; raccontino le vicende di Venezia, che non fii mai bar- 
bara ; ci ritraggano la civiltà di Firenze , miracolo non superabile da 
nessun altro popido in neeson'allra epoca ; ci narrino della tenacità 
piemontese , o deUa mobilità di qaella estrema parie d'Italia , dove tutto 
è effimero fìiorobè le mine ed il genio degli aUtatori : peese mislerìo- 
so, il più antico per awenltrra, ed il pia nuovo d'Europa. Gl'ingegni 
potentisBJmi coltegberanno quando che sia insieme le sparte membra 
della sbM-ia ; troveranno il segreto nesso e , per cod dire, l'ascosa so- 
sIsDZB di tanti avvenimenti. Farannoci conoscere e qud che fummo, e 
quel ohe la divina Provvidenza , se non manchiamo a noi stessi , ajute- 
liod essere. Non dutntlamo pnnlo che non sieno per sorgere co^ tatii 
ingegni , pressoché divini e sintetici , toetocb^ l'opera analitica ed av- 
vialrice sarà htta e fornita. Neppure a noi mancherà la nostra parte di 
merito se , semplici manovali , avremo portata una ^etra : anch'Io avrò 
btto quel che era mio debito fere, se, non potendo né più né meglio, 
mi sarò albticato in un umile lavoro, nella storia di una [uccola città 
dell'Umbria, ma non si picciola ch'ella non mi sia carissima poiché 
patria , di Todi ; e perciocché il nome di storia mi paja aver troppo dri 
^ande, intitolerò Memorie codesti miei scrìtti. 

■ n mio proponimento pertanto é di scrìvere le memorìe della patria 
mia , di Todi , incominciando insin dalle origini , e dall'epoca degli Um- 
bri, degli Etruschi e de'Romani; e a mano a mano toccar le origini 
della chiesa tudertina , illustrar le lef^ende de'saoi vescovi e de' suoi 
Santi; e poi veder di mezzo alle ruine e ai contrasti come rìgermogliasse 



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2X8 RASSEGNA DI LIBBI 

la civiltà , la vita municipale , e il bene e il male de'mezzani tempi ; e 
compiere il oostro rsccooto iosieme col sec(do decimoaeslo ; a dir me~ 
^io, insieme con le grandi vicende di una parte di quel secolo, ch'ebbe 
un mezzo e un fine cosi dissomi glie voli dal principio. In cosi lungo 
coreo di tempo non è stata in ItaUa quasi alcona o grande prosperità 
grande calamità che tanto o quanto la città nostro non ne abtua 
partecipalo, e non ne porti i segni o ne serbi memoria: né mancano 
nostri fatti particolari e domestici , né mancano nomi gloriosi e che sor- 
volino oltre le montagne native. Basti ricordare S. Martino papa, intre- 
pido amico del vero ; S. Forlonato di Poiiiers vescovo dì Todi , degno 
compagno del grande Gregorio ; il B. Jacopone , anima poetica e arden- 
te , un di quegli nomini per cui la terra sarebbe sempre un esigilo , ci 
innamorali sono della virtù ; Bartolomeo d'Alviaoo, stato , quando gli 
altri erano volpi , un Mone , e degnissimo , poiché ammirato e lodato , 
quantunque non fortunato guerriero. Si^^veremo con esattezza e con 
sincerità; cbà fatica alcuna non vogliamo tralasciare per giugnere al 
vero e al certo dei btti : né siamo usi a mentire , né a piagare né 
ai vivi nò ai morti ; e il dir bene quando non ha luogo, ci pare che sia 
un' immedicabil fiacchezza , se non peggio : e se noi potremo alcuna 
volta ignorare il vero e ingannarci, mai non vogliamo né guastarlo a 
sciente , né ingannare. Scriviamo per noi , scriviamo per la posterità ; 
che degna cosa è che giunga insino alla posterità , se non il nostro scrit- 
to, almanco la nostra buona intenzione. 

■ Or siamo in debito di meglio dicbiarire e il nostro proposilo , e le 
idee che ci sono state guida e scopo nelle nostre invesligaziooi e nelle 
nostre &ticbe. 

■ Noi crediamo che nessuna storia possa fornire documenti più so- 
lenni e copiosi di quella della nostra Italia, poidié in nessun'altra gente 
la civiltà non ha per tanto tempo e in tanti modi dato nodrimento e 
campo alle facoltà dell'intelletto e del cuore per manifestarsi e spaziare. 
L'uomo in ItaUa avea già messo in atto eie che altrove era ancora in 
poteiua; scritto e riflettuto mentre altrove erano bnoinUi e giovani; 
era infortunio e decadenza per Ini , quel cbe altrove era stato selvaggio 
e barbarie. L'Italiano ba potalo mettere a due cose grandissime la sua 
impronta indelebile, la Leggi e l'Arte; e, se lice ad un laico parlare, 
agli Italiani ba in singclar modo Dio commessa la cura della sua Chieta. 
Senza dubbio, non si apparUene all'oscuro storico di un monicipio parlare 
«e pnfesw di cosi alte cose: ma egli é bene ch'ei pur v'abbia qualche 
volta (cauto intento lo sguardo; egli é bene che possa anch'ei dire co- 
me quel vecchio poeta : noe sumus Romani. In somma , si rammenti 
dell'esempio della chioma , e non dica come il sofista — non sarà meno 
folta e bella perché ne sia caduto un capello. — Abbiamo detto cbe lo 
storico di municipio non dee esagerare le piccole cose; ma non è esa- 



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RASSEGNA DI LIBKI 229 

gerarìe trovare il loro nesso «die graiMlissime. È poi maGsima mente 
necessario a chi scrìve storia di città italiana il trovare e lo aporre oo- 
desU nessi, e in certo modo librare quel ch'abbia la soa Città contrì- 
boito all'ineieme, e qnal sia state l'azione dell'inàeme su la sua Città: 
e questo per una singiriare ed amininibile condizione d'Italia, che non 
si è potuta infine ad ora scorgere in nessun altro popolo, se non nel 
finitimo della Grecia ; ed è che in Italia veggiamo la civiltà rinnovarsi 
e rinverdire, né per varielèi di accidenti o per grandezza d'intbrtuQii 
o per prepotenza dì nemici spegnersi mai affatto. La guai cosa non 
d'altro io porto opinione che proceda, che dalla forma primitiva e fon- 
damentale della convivenza sociale in Italia; la quale (orma è poi in 
ogni società involucro indistruttìbile e permanente radice ne'saci suc- 
cessivi svolgimenti e vicende, il tipo da cui muovesi e cui ritornasi. 
E nel vero, in altre genti codesta (òrma primitiva è l'Orda o la Tribù 
senza certa sede, vagante e ccmqnìstatrice e soprapposta ad altra gente, 
od aggregato di caste distinte e senza modo di vera fusione; od il Clim, 
ossia la famiglia, mano a mano diffondentesì insino a formare anco un 
impero; o la Gilda, o vo^iam dire associazioni d'uomini liberi eguali, 
né dando della toro indipendenza personale cbe quanto basti alla sicurtà 
universale. Laddove in Italia la (orma primitiva , la costituzione essen- 
ziale è la città, (ondata sull'agricoltura, e riunendo insieme signori e 
bmnii, patrizi! e clienti, proprìetarii insomma e coltivatori, aristocrazia 
e popolo; ed avendo pur sempre una tendenza pronunciata a porsi come 
nn tallo, come un'organizzazione perfetta, come uno stato. Ed in questo 
i popoU italiani specialmente dell'antichissima e primiliva Italia sono 
meravigliosamente ajatali, o hanno secondato la giacitura e configura- 
zione geografica delle loro terre, non dl£Fbndentisi in immense pianure, 
ma svolgentisi dall'Appennino come gli anelli e i gruppi similari e sim- 
melrici di un annelide. Cosi ciascuna città ha le sue montagne, le sue 
valli, ì campi dove germoglia il frumento, i prati dove pasturano il bue 
e il cavallo fedeli compagni dell'uomo, i suol ridenti vigneti ed oliveU, 
e i suoi boschi orridi e scoscesi ; e quasi ciascuna città ha il sao fiume 
o torrente, e il suo lido. Ciò apiega, secondo che Stimo, tutta la storia 
d'Italia, lo splendore delle sue città, e l'astio e l'invidia più pertinace 
della (brtuna e della grandezze; la sua possanza, quando un'idea, dn 
sentimento, un vincolo collega le sue città innumerevoli, e le (a cospi- 
rare ad un inlento; la sna decadenza, quando il vincolo si rallenta, o 
ridea si oscura, o spegneai il sentimento; la sua immortale persistenza 
nella civiltà, perché basta cbe poche città rimangano salde, a far rifbire 
nelle altre la vita primitiva. Le quali cose noi non possiamo né ci pro- 
poniamo di provare coll'esporre la storia generale della patria nostra 
- Non omnia posaumw omnes -; ma mi conreva l'obbligo di dirle perchè si 
sapesse da quali principi) muovevamo, a quale intento eravamo rivolti. 
Le nazioni greco-latine sono ora tulle come una polve che il vento ag- 



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2S0 BASSEONi DI LIBRI 

giro , e che i) caso stampa di fuggevoli sembianze : si poca cosa é il 
preseote, ohe u vnole grande studio a conoscere il passalo. E che si 
avrebbe a dire di ona pìccola città come TodiT Ebbene, anche Todi ò 
stala una città grande e potente : ' queste mura hanno rìcoverato un 
popolo cbe ha avnh> alcuna volta fi sentimento del suo valore come 
società : queste campagne sono state il retaggio di generosi cittadini che 
oredevBOo di essere qualche cosa nel mondo da più che un numero da 
statistiche e da balzelli. Non dissimuliamo che coeifiatta Idea ci anima , 
ci commuove; e vorremmo esser da tanto cbe animasse e commovesse , 
in virtù delle nostre parole, i nostri giovani ooncittadini. Si, vorremmo 
che le nostre parole fussero un insegnamento di magnanimità e di 
dovere, che li ritraesse dal tristo insegnamento delle passioni o ddl'egoi- 
smo. E senio che io noa invito codesti giovani ai preglodizii ed alla 
boria municipale: ho la coscienza di non oppormi al vero progresso; 
perchè quante volle assiso sopra un sasso dell'antica Inderto, come tra 
le mine di Roma, o aerandomi nella gentilisuma Toscana, 11 mio cuore 
ha battuto al dolce nome d'Italia', e ho sentito venirmi spootaneiiniente 
in su le labbra le parole dei suo dirino poeta : 

Solve magTta paretu frugum, Saturnia Tellus, 

Magna virum!.... 

« Ancora una panda ai nostri leggitori. Alcuni troveranno che ri- 
dire e ebe aggiungere ai nostri scritti; e ftrannocl costoro il più vivo 
piacere a manifestarci le loro crìtiche e le Loro giunta, o per ta slam- 
pa o come crederanno il modo pia acconcio. Non siamo si vani dì averci 
a male l'esser corretti a ragi<me : ed anzi, onde il nastro lavoro riesca 
alla perfine il meglio si possa. Intendiamo a pnbblicario in suHe prime 
a frammeoli, e ci faremo coscienza oon sob di emendare e di aggian- 
gere, ma anche di rendere cui si debba la lode dell'emende o delle 
gionle; ed invitiamo ogni gentile e cortese a volerei comunicare notizie 
e documenti risguardantì la nostra dttb, e che credesse reooDdlti e a 
noi scooosciuli, e si Irovasse averìì o poterti Indicare. Altri (e ooo sa- 
remmo davvero boOTii per la storia se cosi dolci di pasta da non pre- 
vederlo) , criticheranno non lo scritto , cbè non sono usi a leggere , ma 
cbl scrive , e perobè scrive ; e il criticheranno finché non avranno al- 
tre cose da fare di meglio o di peggio : né contro a costoro ci adire- 
remo, perchè siamo per abiladine economi della nostra indignazione; 
e non vogliamo e non possiamo promettere di non ridere se le crìtiche 
andranno fino alla calunnia ; ma prometto di non ghignare incontran- 
doli, e penso che non durerò una gran blica le più volte a dimeati- 
carmì le loro critiche , le toro calunnie ed anche le loro persone ». 



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NOTIZIE VARIE 



Sopra un Codke con Comento ùtedilo di Dante, oredvto eaure adla Gom- 
bahmghiana di Rimiai. — Lettera del bibliotecario dottor Linci TOHMI 
ai cAiomnmo sigiìor marchese Amico Ricci. 

Cbìarfisimo e genUlisEimo signor Harcheae. 

Chi avesse cosi amica la fortona da tar tanto dono alle lettere come 
sarebbe. il trar dal buio quelle Glossale alla prima cantica del Pwma 
sacro , le quali fiiroDO giudicate uuUa meno che dettatura dello stesso 
poeta, akerto ooD ferebbe «pera di poca lode. Perché la S. V. com- 
prenderà bene quanta euere debba e sia la gratìladme che professo al 
valentisfiìmo sig. marchese Carlo Troya per le gentili parole, onde ha 
volato tirare sopra di me gli sguardi d^ pubblico letterario, eccitandomi 
a cosiblta impresa in qaeì Dieoorto intomo alla Lettera di frate Ilario 
del Curva inserto neh' Appendice al voi. IV della classica sua Stona d'Italia 
del medio evo pubblicala in Napoli nel caduto ISGfi, che la S. V. si b de- 
ipiala di farmi tenere. Ha come per siffatto eccitamento dovrebbe nascere 
in me, oltre un vivissimo desiderio, anche strettissima obbligazione di 
appagarne ì voli, ove in poter mio fosse di farlo, cosi nel caso contrario 
m' incombe altrettanto dovere di toglier lui, la S. V. e il pubUico da 
una eperaoia, la quale, almeno per parte mia, veggo del tutto vana. 
Lo che appdnlo è ciò che ora la prego a permettermi di fare colla 
presente. 

Ammesso, secondo Fopinare del dotto autor del DiMorso, die il Pag* 
giolano Ugoccione ponesse in uno de'suoi castelli del Hontefellro, donde 
passasse poi Irascritta in più codici ne'luoghi vicini, quella prima Can- 
tica che vnolsi direttaci dall'Alighieri per frate Ilario , glossata inoltre 
.1 mezzo di questo dal poeta medesimo. Ognuno senza meno farà plauso 
nlle sollecitudini dell'esimio napoletano per eccitare alimi con entusiasmo 
pari al merito dell'impresa alle opportune ricerche di essa, non solo in 
quei castri, ma ovunque dato fosse di ormarne traccia. E perchè per 



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S32 NOTIZIE VARIE 

Tede del Clementiai, slorìco di Rimini, ne fu dato a sapere che &ao al 
cominciare del secolo XYII in Monte CerignODe, presso un tal Dionisio 
not«ro, foGse antico Cemento della Divina Commedia, per esso attribuito 
allo stesso Dante : e perché Giovan Battista Marini nel Saggio di ragioni 
della dttà di S. Leo, pag. 36 e 176, ne assicura che il ri minese cardi- 
nal Giuseppe Garampi fra ì tanti archivj visti e Trugati abbia pur tratto 
molte preziose memorie da quello di Monte Cerignone; a^i si parrà anco 
ben giusto l'avviso dell'autore medesimo, che le ricerche fossero a vol- 
gersi con bella speranza di frutto appunto ove si sa essere passata molta 
parte delle schede di quel porporato : dico la Gambaluughiana di Ri- 
mini. Se non che, dalle illazioni possibili e ben ragionevoli scendendo alla 
realtà del &tto, ho a dichiarare che ìn questa Biblioteca non v'ha che 
provenga dal Garampi altro Comenlo inedito su Dante, se non se quello 
membranaceo del Gradonico, sul quale feci particolari parole nell'Ap- 
pendice alle mie Memorie storiche intomo a Franeesoa da JlunwH. Né fra 
le schede sue venute in questa Biblioteca, per quante m'abbia visto in 
esse, trovo indizio che qui sia lo spoglio dell'Archìvio Montecerigoo- 
nese ; essendo anzi a notare che non vi ha alcuno dei tre documenti 
citeti dal Marini anzidetto, dal Garampi colassi! trascritti e a lui corte- 
semente trasmessi. Di che non è a for maraviglia, sapendosi di fatto cbe 
il cardinale non legò alla Gambalun^iaoa se non le sole schede rela- 
tive alla storia patria ; le quali inoltre noi) saliamo anco bene se poi 
ci venissero tutte. Per la qual cosa il Garampiano spinilo di quell'Ar- 
chivio sarà a cercarsi altrove ; né alcuno ignora che il magazzino im- 
menso di materiali raccolti dal cardinale per quel suo lavoro gigantesco 
che intitolava Otìm Christianus, si conserva nell'Archivio Vaticano. 

Qui, chiarissimo sig. Marchese, avrebbe fine fa presente, polendo 
bastar questo a farmi sciolto da quell'impegno qualunque, nel quale 
mi avessero posto le parole onorevolissime del Troya. Ma poiché quel 
valente ebbe ricordato in quel Dixeorso l'operette di Pier Antonio 
Guerrieri pubblicata in Rimini nel 4667, la quale ha per titolo : Genea- 
logia di cata Carpegna ; operetta fatta rara oggi andie fra noi ; ed ag- 
giunse non averla piìi sott'occhi per trame quel tento ne avrebbe de- 
siderato in proposito ; non crederò cbe iocresca alla S. V. se qui le ne 
trascrivo un brano che riferisce non solo al Codice del notejo Montece- 
rigoonese, di cui ebbe discorso il Clementini, ma contiene altresì una 
particola di esso relativo alla bmiglia Feltresca : particola per la quale 
potrà formarsi concetto più esatto so tutto quel Comento, che non era 
dato ottenere dalla sola eco lontana venate pel Clementini. Ecco quanto 
vi si le^e a pag. 89-31. 

■ Per la celebrata gbria della nobiltà et antichità della progenie di 
esso conte Guido di casa Carpegna, bo havuto la copia et il contenute 
di i|uaitlu ne fu scritto IntÌDamenle dal citelo cementatore di Dante in 



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NOTIZIE VARIE S33 

un libro manuschttlo, che fu ritrovato Ìd casa dì sor Diouigio Oddo da 
HoDte CerigDooe ; di che ne ta memoria il Clemeotiiii uell' Historie di 
AtmttN alla Parte I, lA. i, Biccome ho acceonalo di sopra ; di qual par- 
ticola a me ne fu data cotùa dal dottor Patrikio Cupers ^a Teruochio ; 
et ou'altra mi fu mandala da D. Giuseppe da Sestine, hors arciprete di 
Carpegoa, sanatali da Fiorenza, icrilta da molto tempo io qua in ud 
foglio formalo a roano all'antica..., il cui tenore è questo che segue. 
« Genealogia illuBtrìasime et antiquissims Domus Feltris, reperla 

■ in Comnentario raanuscripto Dsotis yetostissimi in Canta XXVII In- 
I feriti, bciens mentioBem de Guido Fellrio, super ilio versui 

■ Ch' io fui de Monti lì intra Vrbino. 

■ Hic comes Guido notifioat soam progeniem, domininm , ^ locam 
•> unde Iraxit (Higinem. Vbi scienduin est , <jaioA iste cornee Guido ba- 

■ boit dominium VrlMni , Hoatis Feretri, et Foroliv(j ; et fuit de domo 
s Comilam Hontis Feltri ; qai prìmam saam orlginem Iraxerunt a Co- 
lt mitibos de Carpineo. Isti Comites de Carpineo snnt antiquiaeimi in 

• Italia, et hateut Castra ipeonim, non sub dominio Ecclesiee, sed 
< exempla per antiquissimos imperatores ; quia antiquitus venieotea ad 
' purles, vnus haboit Ctu^ineam, aline habuit Petram Rubeam, ter- 

■ lids vero haboit Hontem Copiotum. Ab isto lertio processìt domus 

■ Comitam de Monte Copiclo , qui dicti snnt postmodum Comites Mon- 

■ lis Fdtrij, quoniam habueraut dominium civitatis Montis Feltri, sive 

• Feretri, ubi nunc propter sterelil«tem paucissimi habilant; et illa 
« clvitas bodie dicitur Sanctus Leo , propter Sanclum Leonem (Bocium 
a Sancii Marini) qui ibi faabitavit, et sepultus est. 

« Ab ista ergo notabiU domo de Monte Cupiolo, sive comitum Mon- 
I lis Feltri, et ante hunc comitem Gnidonem, et post ipsnni, quam- 
plorimi illustrissimi comites et viri, tam in armis quam in pmdentia 

• processeruDt, quorum aliquoe enarrabo. Ante hunc Guidonem pro- 
ti oessit suns proauus illustrissimus comes Monfeltrinus , qui genult 
e BonctMDlem et Thadeum ; qui Thadeus gennit Coradum et Malate- 
a slam : dominns vero Boncomes genuit comitem Monfeltrinum junio- 

• rem , et dominum Cauajcam ; Caualca genuit Galassum , Galassus ge- 
« nnit Guidobonum et Bonconteni ; comes vero Monfeltrinus junior 

■ genoit Guidonem, de quo hic fit menilo, Bolandum, Thadiolum et 
> Fellraoum : qui Feltranus genuit Speranzam , Speranza genuit An- 
' gelum, Angelus gennit Nioolaam. Comes vero Guido prietatus genuìt 
' qoaluor fllios, scilicet Coradum, Vgonem , Boncontem et Federìcum 

■ uiliquum proaaom comìtis Antonij: qui Pedericus genuit octo fllios, 
u scilicet Guidonem, Bonoonlem, Franciscum , Galasaom , Vgolinum, 
a Henrignm, F^tranam et Nolfiim; quorum tres, alios filios genaerunt : 

AacB.»r,lT., Itueva Strit, T.tll, P.l. So 



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234 NOTIZIE VABIE 

■ quoniam Galassus genuit qu3tuor, sciitcel Boncontem, Guidonem, 
* Nolfum et Paulam. Qui Paulus genuìl Vgolinum et Federicum. Pel- 

■ tranuB etiam (ìlias Federici antiqui genuit quatuor filios, scilicet Ga- 
« lassum, Carolam, Nolhim et S[Haettam. Nolfus etiam filius Federici 
a antiqui geDuit uonin filìum, il lustri ssimum Federicum ecilicet jnnio- 
« rem patrem comitis AntODÌj. Qui federicns genuit quatuor fllioG, sci- 
s licet Guidonem, Nolfum, Galasgum et Aalonium, patrem scilicet co- 
« mitis Guidantonij, qui nunc actu viuit et dominatur anno 1ti0 t. 

La particola non contiene parola certa che possa dirsi De del Trate 
né del poeta , si per la parte che riguarda ì disceodenU di Guido fino 
al liiO, che non era in podestà loro di fare, come né anco per quella 
che tratta degli ascendenti ; per il che te Glossule avran contenuto lat- 
t'altro che la genealogia de' Feltreschi , la quale Uguccione non aveva 
mestieri imparare da Dante. Per la qual cosa chi da questa particola si 
argomentasse di trarre la etì di tutto il comenlo o del codice Hoate- 
cerìi^oDese, dovendido avere per iscrìtto un buon secolo dopo la eli di 
Dante e del frate, dovrebbe rinunziare alla speranza di avere in esso 
le Gloasule desiderate. Ma se ad altri porri invece questa dover essere 
un'aggiunta fatta più tardi al Codice originale o a qualche copia di esso, 
non solo noi contenderò, niuna ragione stando in contrario; ma arran- 
gerò anzi, che, qualunque se ne voglia la eli, ottima cosa e desidera- 
bile sari sempre che ne avvenisse il ritrovamento. Ed io ne sarti ben 
lietissimo al pari del cortese napoletano, se la fortuna mai ad altri o a 
me, come egli ci avrebbe augurato, lo consentisse. Percbò quanto so 
meglio prego la S. V. a volerlo far certo, che noa mancherò di muover 
ricerche a mezzo d'amici ne'Iuoghi vicini ; e ad assicurarlo insieme della 
mia più pronta volontà a far si, per quanto in me sia, che i preziosi 
documenti per la Storia riminese disseppelliti con Unta cura e raccolti 
dall'eminenlissimo mio concittadino non tornino obliati novellamente. 
E coll'ossequìo maggiore ne le raccomando. 

Della S. V,, Chiarissimo si^or Marchese, 
Rimirti, 48 febhrajo 1856. 

Bmil.'" Dev."° Obbi,"" Servitore 
Luigi dott. Tonini 



Storia del popolo cadorina, compilata da Giuseppe Ciani di Cadore. 
Padova, coi Tipi di Angdo Sioca, 1856, in Svo. 

Vi fu chi disse che il comporre una storia di Cadore sarebbe ten- 
tativo vano, perché di monumenti e documenti storici propri manca 
veramente quella regione, segregata come fu ed è tuttavia da ogni 
comunanza civile, a cagione del sito suo nascosto tra valli e selve or- 



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NOTIZIE VAHIK 235 

ride I e di passaggio dilScile alle sottoslanti pianure venete o alle val- 
late germaoicbe che le soprastauo: dal che fogli sempre impedito il 
partecipare alie vicende polìlicbe , ai fatti che possono somministrare 
materia di storia. Il «gnor Ciani , eoa tutto ebe confessi questa scarsità 
grande di monumenti cadorini , pure tra quel pochissimo che v'è , Ira 
con l'ajato delle induzioni , deUe congetture e delle analogie , crede di 
aver tanto raccolto da potersi accingere ad una storia del suo paese 
natale. Intanto egli ha mandalo fuori la introduzione , dove si dichiara 
il disegno dell'opera. U racconto sarà diviso per epoche ; e ragionerà 
delle orinai di Cadore , della conquista e dominazione romana , delle 
invasioni straniere ; poi esporrà gli ordinamenti civili , i commerci , i 
traffidii; parlerà delle arti, delle lettere, de^i usi, dei costumi, della 
religione, e degli uomini illustri. — L'opera sarà divisa in due parti, 
e il preoo di ciascuna sarà di lire austriache A. HO, non compresavi 
b carta corografica. 



Anlkhità eruttane di Brescia, iUutlrate da FsniRico Ooonici , in appendice 
al Jfww firewtono. Brescia, Tip. e Lib. Oilberti, 18S6. 

Nel 1S45 l'operoso Odorici pubblicava la prima parte di questa sua 
belliseiina illustrazione. Ora si accinge a darle compimento con un'altra 
parte , nella quale egli prenderà ad illustrare diversi monomenti ; e la 
materia sarà partita come segue: 1.° Cenni storici solle sacre edifica- 
zioni taTcedane anteriori all'undecime secolo ; S.* Tempio di S. Filastrìo; 
3.* Cattedrale di S. Maria , detta la Rotonda ; i.* Miniatura del dittico 
Boeziano; 6.* Sarcobgo cristiano figuralo. 

fi da so^inngere poi , come cosa che torna in grandissima lode del- 
rOdorìci, che e^i, non contento di aver soddisblto a un debito verso la 
patria, mettendo l'ingegno a illustrare le sue antichità religiose, vofle di 
più , die il i^ovento della sua &tica andasse in benefizio delle patrie 
scuole infenlili , libero a^tto della spesa della stampa e delle tavole , 
che il generoso e benefico cittadino sostenne interamente del proprio. — 
Anche questa C* parte sarà nel formato di quarto grande imperiale , 
in *0 dispense, del prezzo dì lire t italiane ciascuna. 



Opere edite e inedite del cuti, dottor GiOt*mii Labus. 
Milano, Tip. Lombardi, 1S56. 

Per giovare alle scienze storiche ed arcbeologiche , ed insieme per 
contentare il desiderio di uomini ragguardevoli cosi italiani come fore- 
sUerì , il dottor Pietro Labus ha divisato di pubblicare le opere edite 



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236 NOTIZIE VARIE 

e inedite del celebre cav. Giovanni Labns suo padre. Quesla raccatta 
sarà divisa in tre serie : Agiogra/la, Archeologia, e StritH vaij. La prt- 
ma serie è formata dall'opera che ha per titolo : / Fatti dMa China 
nelle vite dei Stmti in ciascun giorno deiranno ; e sarà composta di tredici 
volumi in Sto , di circa otto dispense ciascuDo , at prezzo di una lira 
austriaca per ogni dispensa. 



Nuova raeoolta di lettere tulle pittura, seultura ed arehitettitra, leritte dai 
più celebri penonaggi dei teooli XV a XIX, con note ed iUuitrmoHi tS 
HiCBBLAHciLO Gdalardi; Ut aggiunta a qttella data in luce da Mon- 
signor Battati a dal 7tco»t. — Bologna, Tipografia Sassi, 1856. Id doe 
formali , di Sto grande l'uno, e piccolo l'aUro. 

Memorie originali italiane risguardanti le Selle Arti, raeeolte e amatate 
per cura di Hichblihgrlo Gualahoi. — Bologna, Tipografia Sassi, 
4856. In Sto gr. 

La pubblicazione ddle Lettere Pittoriohe rimase sospesa dopo il li vo- 
lume; quella delle Memorie di Belle Arti, dopo la VI serie, nel 18i5, 
per le sopraTTenule contingenze politiche. Ora il benemerito e inbtica- 
bite Gualandi , aerobrandogli cEie le cose del mondo promettano giwni 
migliori, annunzia di essersi rimesso all'opera, ed aver già in pronto 
il terzo Tolume delle Pittoriehe, che conterrà 160 lettere inedile , per ì 
nomi e per le materie , importantissime. Intanto verrà preparandone il 
quarto , che forse sarà l'ultimo. Delle Memorie di Belle Arti ci promette 
Ib continuazione con una Tli e Vili serie, cbe formerà un volnma di 
iCO pagine almeno ; net quale si conterranno documenti non meno im- 
portanti di quelli già pubblicati, tho Toperoso nostro amico, non guar- 
dando né a spese né a hticbe , bà cercato di raccogliere in qaanti fàà 
arefaiTi italiani gli fu dato di poter (rugare. Questo Toinme però ood 
verrà alla luce se non dopo ohe sarà finita di pubblicare la RaeeoUa 
dilla Pittoriche , e costerà ìtaL L. 8. 

& da credere che coloro ì quali possiedono i volumi dell' una e del- 
l'altra pubblicazione , vorranno procacciarsi anche questi , oh* sono il 
compimento di quella curiosa e veramente utile raccolta. 



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ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 



4. lobannit Borchardl Argentloen^g , protonotarli apostolid et epiBoopi HorU- 
ni, cappellae ponUfloiae sacrorum ritaum magÌEtri, Dlsrìnm loitocentll Vili, 
Alexandrì VI, Pil lllet lulii H tempora compi ectena , nunc primam pu- 
blic! jurU bctam , commentariiB et monumeDtis qnamplurimls et arcanlE 
a^jecdi tb AoDLLi Oisbiulli, — • FloraMa» , Impeasis soeielatla prò 
edeadl» tantibtu italioie blatorlae anper PorUdbiu (rumenttr&i , 4854. 
lo (to , di pBg.390 I due coliinne. 

11 Diario del Burcardo tpn la Baocolta degli scrittori e dei moau- 
meoti della gloria Italiana, promessa dal OenuiTelll (V. a pag.l7t della 
Parte seconda del tomo secondo di questa nuora Serie dell' Arebivio). Coa 
□D'altra dislribnzIoDe il Diario sarà altlatalo di pubbUoare. 

a. Della storia d'Italia, dalle origini Ano ai nostri tempi , Sommarlo di Ci- 
Btai Bi LIO. Edizione decima [^.'Horentina) , corretta ed aocreaciuta dallo 
scrittore. — Firente , L* ifOwtin- , 18C6. In 48mo , di pag. BW. 

3. Annali di Livorno dal 4737 al 4840 , del dotL Casiai Ctraa&Li , io con- 
tinuazione di quelli del dott. Gidsi?pi Vivoli. — Ltvonto , Up, Sar~ 
di , 18CS. Tomo I , dispensa I e U , in 8vo gr. 

4. Illostrazione di una carta del llar Nero del ucccti ; e Ricordi sul Cau- 
caso , Bulla Spagna , sul Marocco eo. ec. , del geoerale Conte Lmsi 3aiu- 
iToat ec , con tavole. — Ftrmie , Soeitlà eéttriee ftormUna , 4866. 
In Sto, di pag. 488. 

5. Saggio sugli ordini politici dell'antica Roma , paragonati alle libere coEti- 
toxion] moderne , per H amo Bicci. — Firtittt , Up. Li Monnttr , 4SS6. 
In Sto , di peg. 97. Seconda edizione riveduta e corretta. 

S. Operette e frammenti storici di Loiei CnuBio. — fimte , Lt Mmmier . 
4866. In 48mo , di pag. 476. 

7. Della vita e dalli studi dell'ab. Uatteo Trenta , Discorso di CiaLO Hno- 
TOLi. — Lucca , Up. 6AmU , 48M. In Sto gr., di pag. 40. 

8. Elogio fanebre di monsignor Francesco BroDznoll , recitato da Baaua- 
nnu Cnccocci , rettore e maeatro del Collegio Bogenltno , nell'Oratorio 
di S. Firenze , in occasione dei solenni funerali celAratl dai Visitatori ot- 
Odosi al carcere delle Murate , il A 4S Mano 4866. - Firmxt , pruto 
l. JfttMMtH , 48S6. In Svo , di pag. 13. 



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S ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

>. Sulla Economia sociale , Dlanorsi d[ Aiieaui Marucotti. — Firtnu , U- 
pograHa Barbèra , 9Ui»eki » Co^.,\Wà. Volumi t iolSmo. , di pagine 



i. Storia del regno di Vittorio Amedeo li , scritta da Dohirico Carutti. — 
DiHm). tip. Paraeia e Camp., 1SS6. Io Svo, di pag. 6SS. 

S, Studi storici siTlla Sardegna , per Phtio Màitihi. — Tortoo , 5(aMp. Jl«al« , 
ISNl. In fol. , di pag. U, con rac-simlle. 

È la LszioDe t.*, la quale tratta della -pergamena sarda conteneale un 
ritmo storico del fine del settimo secolo. (Estratto dalle Uemorle della Reale 
Accademia delle Scienze di Torino , Serie seconda , Tomo XV ]. 

3. Intorno al Sardopolorù Fanum , di Piatita HAaTin. — Cogtfarf , tip. Ti- 
mm , 1856. In Slo , di pag. S (Estratto dal Bulleltino Archeologico Sardo , 
anno I , N.« W , Novembre 48(15 ). 

4. IscriiioDe di Arislonio , dichiarata da Piarao UabtDii. — Cagliari, Tl- 
MOH , 4StiB. In Svo, di pag. 7 ; Estratto dal Bull«tUno suddetto , anno II , 
N." A , Gennaio 4SB6 ). 

B. Testo di due codici cartacei d'Arborea del secolo XV, pubblicato da PnTM 
Hartiiii. — CaqVati , lipogralla di JnlonJn Ttmon , t886. la Svo gr. , di 
pag. 36. 

li. Cenni sulla lingua de'Sardi , scritta e parlata , proposti in prò d^U Stu- 
diosi della liaguiitioa dal prof. Vittoho Ahoics. — Torino . ttpografa 
Mamrati. 

?. Epitomae hlstorjae patrise , anctore Tnoan Villaubio : accedit lexicon la- 
tìno-italJcnm , in asom atudiosornm dlllgentisslme conclnnalum. — Tau- 
rini , ex KtQio Tfpographaeo , 1BS6. In ISmo. 

8. Alcuni appunti di storia patria , ossia sulla necessIU d' introdurr! noiloni 
della storia di Sardegna , Allocuzione di Groasm Forbì- — Torino, prtno 
Fawiie , Ì8K. In 49mo. 

9. Storia popolare di Genova , dalla sua origine fino at nostri giorni , del 
dott. UAaiAM BiaciiLiRi. — Gmooa , lUmni , 4SS6. 

40. Il Duomo di Genova Illustrato e descritto da Ginnm Baacnao. — Cmo- 

M , Ftrrando , 4SSB. 
U. Quattro lettere inedite di Cislo Botta al dott. Riaettl. — VereeUl , fi<w- 

dMnxt , 1Sfi6. In Sto. 
ti. Della vita e delle opere del P. Francesco Voersio ( 1661-4834 ), primo isto- 

rico della città di Clierasco e della Simiglia Campione, delle patrlaie delia 

medesima; NoUaledel professor G. B. Aoaiaiti. — Ibrtao, Upogralia Ri- 

Mia, 4866. 
43> Annali tipografici Piemontesi nel secolo decimoquinlo , di Guoomo Mariob. 

{ Nella Mvffta tneieloptdiea HùUaiui , giornale torinese , anno II , voi. V, 

Dispensa del Uarao 4866 I. 
4i. Apertura e canallziazione dell'Istmo di 9uez, narrai ione Informativa e do> 

cumenti. officiali del signor Fnemanto m Lib8bm , col Elapporto aoome- 

rio htlo al Viceré d'Egitto dalla Commissione internaiioDale i a Lettere 

sull'Egitto del signor B. S.' Hiurai ; iradtuione del prof. Dee CAunoai i 



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ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 239 

con prehiione e aggiunte. — Torino , <(amp. iiU'VntoM Upografieo-*tU- 
Iriet , 486S. In Sto gr. , di pig. xmi a MB , con tavole. 

15. Le Gtoéral Aniiibal de Saluces. HìEtoire de «a via , et dea principanz évfr- 
DMDeiita de eoa tempa , par Cioa>T Houcbit. Plgtttrol, CMamtoré , 1SSS. 

16. Akune aTrertanztfa brai alle atampe gli in corso àeì Uber Jitrium perla 
storia Genovese dilla Deputazioas aopra gir studi di storia patria , di Aco- 
aTiao OLimai.— Nella AieUa neieloptUUa di Torino. Aaiu U (18U), 
Ditpenaa T , pag. Sei-Tt. 

47. La sede reacovile di Kina , il capilolo , la cattedrale. Nolliie storicbe del 
nolani Eounio Euhdm.. — Nitia , Tip. Cowon» e C. , 1866. 

1S. La poeila e la atoria alla corte d'Augiulo, per Ano Vairccci (Cootlnuazioiie 
e fine). — NoUa Melila meUtoptdUa di Torino , Anno li (ISSe) , Diip. V , 
pag. 609-W. 



1. Storia dòcameotata di VeDOzia, di S.RoMiir*. — fenasia, Waraionteh, IStSfi. 
lo 8ro. Tomo IT, parte II, distritmitODell.*-* dal 1431 , alla presa di Co- 
stantinopoli pei Turchi nel 14fi3. 

% Storia areau e aneddotica d'Italia , raccontala dai veneti ambasciatori , sn- 
Dotata ed edita da Fabio Hdtirelli.— rmaia, Haratovich, iSH. InSvo. 
Voi. 1 , ftac. a.» 

3. Storia dello ami iUliane del 1796 al 181(, narrata al popolo da uo ita* 
Uano. — MUamo , Pagnonl , 4806. 

i. Storie Bresciane , dai primi tempi sino all'eti nostra , narrate da FsMitco 
OsoaKi. — Brucia , tip. «Miteni , 1856. Tol. IV , in 8vo gr. 

CoDtiefie la Parte n del Codice Diplomatico BresclaDO : Carlonugoo, 
1 Carolingi, 1 Re d'Italia (781?-1073;. — Dalla narrazione: Il Comune 
Bresciano sino a'tempi delta Lega di Pontida (107^-4167}. 

6. La Sicilia del «ecolo XVI milltarmento deecrltla dal ano viceré Ferrante 
Gonzaga all'imperatore Carlo quinto (31 luglio 1545) ; oeda: InstrnziODe a 
don Pietro d'Agoatino della relazione delle coae di Scilla che deve bre ■ 
Sna Haeatà. Pubblicata da Fbdhico Onoata, a pag. 303-319 del voi. Il [18M) 
della Cromca , Giornale milanese compiiate da 1. Cautii. — Ne eoDO etati 
tirati 30 esemplari a parte. — MOano , tip. HedaitU , 1856. In 8vo , di 
peg. U. 

6. Dell'agricoltura nei Padovano ; leggi e cenni storici. Opera premiala di Ar- 
■au G1.0KU , direttore dell'Archivio antico Cirino ec. ~ Padova , tip. Sfe- 
f , tSGfi. In Bvo. 

È il volume 11.* degli SerUU roecotU « puUItcail doUa 5ooi«(dd'fti~ 
eoramiameiUo pn ,ìa provincia lU Padova. — In due parti, di p3g.cccLiv 
e 984. 

7. Ulano nei lampi antico , di meno e notiamo . paue^ate aloricbe di Iona- 
ito Cahù. — lUUoMO , 4856. la Svo , di pag. 188. 

8. DiGoorei dì patrio sgomento letti in diverae tornate dell'Ateneo di Beliamo 
dall'ab. prof. Giovinki Fnim. — Bergamo , tip. CtikM , 186B. In Svo. 

Contiene questa raccolta : 1 .' Commentario degli anlieM icrittori iteUt 
COMA BtTfamo (1844-4848) , di paE.S4;- 8.* Oefla (nporlaiua di con- 



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340 ANMUKZI BIBLIOORAFICI 

Mirvartt tU efue»r$ U glorU patrie (48« ), di pi«.l3i - ».' « «tmi- 

fi>ru Banita , i A m (w coaiawnio nMInfenu àt DM* , rfcMlMtmM 

puAbUeolo [4S44), di pa«. U- 
e. Sinodo diocesano tenuto In Bergamo l'uno 43U mio UvaKOYO Gtoranoi 

da Seanzo , tratto da od codice pergamwo di Bartolomea Osm , nWeirie 

Dell' ArcbiTio oaptlolare, a pnUìllcBia con prabiiODe e noie da Gio*irai 

FnAUt. — «(Mao, Buoui, itXH. In 8ro, di psg. 53. 
10. Cenni autistici , storici e biogcaflcl rlsgoardanti il oomone di Bmoo e simI 

abltaoti, di Màbqo FoUKMini. - HUana , G. CMmI tMU, tSU.ln 8ra 

gr. , di pag. 30. 
4 1 . La HadoDiu del Bo«w , notizio atortcbe ed intereanatl di Oiumppb Bona- 

cnu. - jniano . Up. ClnlmA . 4SB6. Io 16mo , di pag. 30. 
tS. Lecco e il suo territorio, memoria del G. C. Anau Lorna ArocioLo. — 

£«ceo, (4t. CotH, ISU. 
13. Helatloee intorno al monnmeatt pammti al pttrio Uiueo (di HanloTa) 

negli anni 1S54 e 4805, di Cablo D'Aaco.— Mmtìova, 4866. 

44. Brevi notliie della chiesa e dell' ex-cravento di S. Usria dei Hlntcoli kt 
Venetia. — Vtiusta , Perini , 4806. In Sto , di peg. 40. 

46. Helatione di Glvldal di Belluno presentata all'Eoe. Collegio dal N.H. Fbir- 
cHOo Zra , ritornato da quel reggimento , 6 ottobre 1609. — r*iiiiia , 
Merlo, 480O, in 8vo. 

45. Commissione data dal doge Alrlse Uocenigo a Luigi Giorgi, detto prone- 
ditore a Marano net 4074. — Vttittia , fforMoOlc*, 1H6, in Sto. 

17. Delle famiglie patrìaie veoeie Caotorta e Albrizil , narraiiooe. — rtMtia; 

AntotuUI, 1B00, in Sto. 
1B. Starla della mniìoa sacra nella gii Cappella Ducale di B. liaroo lo Vene- 
lia dal 431S al 4797, di Faiacuco Civfi. - RMiM, AMmtUi. 48011. 
In Sto Bg. 

Ne uscirono 9 bscfooli. 
49. Stwia della Repubblica di Veneila dal eoo principia Itaio a) giorno d'oggi , 
del prete Qiiwap» CirrsusTti. — Ftimtia , àntontia , In Sto. 
Se ne pabbUcarono 95 EmcìooH. 
10. Le chiese d' Italia dalla loro origine alno al nottrl giorni . opera di Gid- 
aifM CippEi.[.tTTi , prete TOMiiaDo. — FtMria , 4n(on«W , in Sto. 
Fino ad ora ne uscirono 4 Ti dispense. 
£4. Il Palazio ducale di Venezia Illustrato da Fbafcuco Zarotto - rneti*, 
ìMmmW. in 4to. 

Ne riderò la luce Ì3 fiuoieoll. 
tS. Orazione panegirica di S. Girolamo Emìiioni letta le Veueila da monaì- 
gDor G. Uuma. - rmeiia , Meri» . 4SBB. In Svo. 

53. Sulla storia della goograSa, diacono ietto dal proltossor FaiHcnco Niasi. — 
Paduou. 1808.. In Sto. 

54. Vita di a. Loreoso GiuatiniaDl primo patriarca di Venezia , aggiontaTJ una 
notìzia delle sue opere. - Vnugia, PtriM , 4800, in Sto ftg. 

55. Alla marcbesa Beatrice Bentivoglio d'Aragona , nel giorno delle tue none 
col nobil signor conte Pietro Perico.— Venttim , 4805. In Svo. 

Quest'opuscolo contleoe lettere del Frugoni, dal Forl^uerri, del Hi- 
nuccini e del Muratori al cardinal Comalio BenUvoglio ; del Muratori e di 



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A>NUNZI IlIBLiOdKAKICI 241 

Fenli&udo degli ObLui al marcbese Guido BeotÌTOglio , e alcuni Uvarl 
jwetici del oardioale.. 

86 PanleoD VaQ«lo. — Vcmmìii, Galtei , ìd ita. 

fianiuoieObscicon, ducono de' quali umtieoe la effigie incisa io rame 
da fiiuwppe Dsla, e la biografa di un veneto Illustre. Finora ne sono lisci- 
li tS , s contengono 1 ritrstli e la vita di Enrico Dandolo , Marco Polo , 
S. Lorenzo Giuatinlan , Aido Hanuxio , Pietro Bembo , G^rgione , Tiziano 
Vecellio, Laiiaro BoDamlco, Tiberio Deciano, Andrea Palladio, Paolo 
Parata, Franceseo Uoroiini, Apociolo Zeno , Francesco Biancbioi , Egidio 
Foroelifnì, Benedetto Harcello, Anton Laizaro Moro, Uarco Foscarini , 
Ludo DoslloDl, GioTBoni Arduino, Anlonio Canova , Vincenzo Scamoxzi, 
Carlo Goldoni , Gaspare Goui , Frencaeco AlgarolU , Vittore Pisani. 

SI. Diario dal Tlasio da Venezia a Cottantinepoli di H.Paolo Cortabuii , cbe 
andava bello per le Repubblica Veneta alla Porta OUomana nel ÌI&SO. - 
Vuutta, Gatm, 4BK. lo 8vo. 

Illitstnto dal dottor Vìdcaiuo Lazari. 

8B. RelailsM mila orgaoimzione poUtioa della Repubblica di Venezia al ca- 
dere del aecolo XVII , con osseTvaxloiii Eulia origine di vari ministrati , le 
reiaiionl coi prìnoip) , le rorae ordinaria e straordinarie di terra e di mare , 
le ri^cbezea pubblica eu., Uanoacritto inedito di un coatenparaneo pub. 
bllcatoa cura di Giubiph non. Bacco.— Vicauti, PfeulU, 1856. InBvo. 
Mon é ohe l' indigesto e notiEsimo centone della Sloria dtt GoBtrno 
rnwlo di H. Aaielot de la Uoussaje, raSàzzonalo dal conte Francesco Ul- 
derico della Torre ambaidator ceaareo a Veneiia dal 1678 al 96 , e cbe 
vide la luce per le ataiape del Bau durante il regime democratico del 1797 
a Venesla , ool titolo di Prospetto Storico efitico lUl pattalo Gowttk Vt- 
iMlo.-aenia nome d'autore e con qualche uutamenio. L'astio ctie in co- 
tal libeUo predomlDB contro la veneta arUtoorazia , le inesattezze di cui 
«a pieno , e il non essere per giunta anonimo ni inedita , non fanno troppo 
vantaggiosa testlmouiania del criterio e della erudizione dell'editore. 

S9. Il cardinale Uberto Gambara da Brescia (4UT-1649). Indagini di storia 
patria di Fidkbico Ogoaici; con lettere inedite di Carlo V , di don Gio- 
vanni di Portello , di Gastime di Foix e del Guicciardini. — Briteia . 
dotta lìpogralli GUberli, I8G6. Io ito grande, di pag. 83. 

30. Pompeo Litta , scbiizo conleoiporaneo di BaasABDiNo Biuciu. — tìlitanu, 
Up. tìmliielU, 18S6. In Svo , di pag. 20. 

31. BekIHoa Geaol , causa celebre oriminale del aecolo XVi; Memoria aiorica 
M dottor FiLirro ScoLAai. — Milani; n^oirrii/ta fiiirronl t Senili , 1856. 
In Svo gr. 

3S. Lncrsila degli Obizii e il suo secolo , narrazione slorica documentata di 
Akwu Uloiu, — PaàoM . eoi tipi di Angtlo Sieea , 1863. In ISmo , di 
pag. 46S , col ritratto della Obìzzi disegnato In pietra. 

33. Vita del iwato Alberto Besozzi , e storia del santuario dì Santa Caterina 
dal Saato sul Lago Ha^iore , di Vikczhuo Db-Vit . con appendice di 
S. Nicooe di Besozzo. — JHlMo , Boniardt-PùgUani , 186£. 

3t. Intorno alla vita e alle opere medlcbe di Lodovico Settata , cenni del dot- 
toT BicoLi FuBUio. — MOano, t^. Chiiui, 1866. In Sto, di pag. 6S. 
Aaca.8T.Ir. Xaof a ò'erie, T.Hl.V.t. ' 5t 



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S4S ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

3B. Compendio dell* *lte di Sant'Abbondio , vescovo e proletlore dalla città 
e diocesi di Como. — Milano , tip. BonlotU , «SS6. In 4flmci , di pag. 98. 

36. Aodrea Uo^r, o la Bollevaiione del Tirolodel 1809; Hemorlealorichedi 
Girolamo Audibis, roreretano , per la prima volta pubblicate dal dottor 
Alibbaudho Voln. — MiUmo , prtuo G, Gnocchi , 48B6. In iSmo , di 
pag. 344. 

37. Lo storico Slpamontl , e li suo processo. Nella Cronaca , giornale mila- 
nese , voi. II , pag. 53-«8 {30 senoaio 1866). 

38. Sui XXIII libri delle Bitloriat patriae di Gidsif» Rvawmti , Ragiona- 
meato di Tullio Dihdolo ; versione di alcuni brani di quelle storie, cenni 
sulla vita di San Cario Borromeo , sul concilio di Trento e sulle rironne 
catlolicbe. — Milano, Plrotta « Camp. , 1S66. In Svo , di pag. ITO. 

39. Due dlscorGl pronunziati al popolo dai serenissimo doge di Venetla Piirno 
GaiMAHi il 4.* luglio 1741 nella sua esal (azione ; preceduti da nollcie bio- 
grafiche sullo stesso doge ; con annotazioni. — Tenerla , Mtrlo , 186S. In 
Svo , di psg . S3. — Pubb. per le nozze Grìraanl-Fracanianl ,- e dedic. al 
conte Marco Grlmanl , parente dello sposo , da Antonio Cleoni. 

40. Relazione del N. H. Haico Automo GaiMAwi , podestà di Padova dal 6 no- 
vembre 151» al SS febbraio 1664.— Tenetia . GaOti, 1866. In Svo, di 
pag. 32. Pubblicata e con ampia emdliiooe patria illustrata da Donaanico 
Fadiga , per le nozze G rlman i-Fra canzanU 

41. Relazioni storlco-politicbe delle Isole del mare Jonio (Zante, Cefalonia, 
S. Maura , Cordi e Cerigo ] suddite della serenissima Repubblica di Ve- 
nezia , Ecrilte allo eccellentissimo Senato da sua eccelieuia Fatacisco Gu- 
ati» , provveditore generale da mar, l'anno HDCCLX. — Teneiia , Mer- 
io , 1856. In Svo di pag. un e 140. Pubb. per le nozze Grimant-Fracan- 
zanl, con un'illustrazione di E. A. Cicogna. 

45. Orazione di Liniiiaoo PtovRitn nella partenza di Pietro Grlmanl del reggi- 
mento di Vicenza l'anno UDXXX. — VtMiia , Gatpari. 18B6. In Svo, di 
pag. 87. — Pubblicata per le nozze Grìmanl . Fracanzanl , con le Illustra- 
zioni di E. A. Cicogna. 

43. Gli studi lUliani In Francia , di T. U>saARAK[. — Milana . tip. Valenlim, 
1856. In 8vo . di pag. 160 lEstratto dal Giornale milanese il Creputcolo , 
dell'anno 1855;. 

44. Sludii intorno alla storia civile delle Arti Belle in Italia , di Lciei Sagui. — 
Milana, GuflMmAif . 1856. In Svo, di pag. 56. 

46. Memorie funebri antiche e recenti , che si stampano nel Seminario di Pa- 
dova per cura dell'abate Gaitaho dottor Sorsato. - Padova, Hp. tiet 
Sminano , 1866. In Sto. È uscita la prima dispensa. 

46. La Divina Commedia di Dante Alighieri difesa dalle censure appostevi da 
Torquato Tasso, Memoria del dottor Fiurpo Scolari. — Di pag.88 In Svo. 

( Estratta dai numeri 5 e 6 , anno 1865 , della Elviila Gl/inasdiU di 
Milano). 

47. De Danti! epistola nuncupativa ad Canem Grandem de la Scala , Pniur- 
PDS ScHOLARi DB Carolo Wilte in Vniversilate Balenai Saxon, professori etc — 
MediolanI, typii fratrum Caittnari et com., 1866. In Svo, di pag. n. 

48. Il vero nelle scienze occulte , studi di GAaaiiLi RoaA. — MlaMO , Up. Va- 
knUni e Comp. , IS66. In Svo , di pag. 90. 



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ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 243 

(9. Sull'inDuenza poUtlcB dell' Isiàm ismo ; Memoria ottavi di AniBA ZtiniL- 

Li [continudziooe). — Se gli Arabi del medio ero abbiano avuta qualche 
Infloenza sul prlmoidli della modenu leUeratura. - (|Nei Giornale d<l- 
f /. « Jl. liUlulo lombardo di nietae , tatUrt ad arU , Tomo VII della 
nuova Serie . pag. 444 e oBf. Quaderno 4S, dicembre t8tS). 

SO. Le guerre dei Veneti nell'Asia , U70-U74. Documenti cavali dall'Archivio 
al Frari In Venezia , e pubblicati per Enico Coanat. — Fintila , Ubr. 
Jmdler t C, 1SG6. In Sto, di psg. 1-131. 

N. Istoria della contea di Gorizia , di Cxai^ HoaiLU di ScohonlHld , stampala 
sopra il vero antograTo, ed arricchita e completata per cura di G.D. Della 
Bona , con delle Interesaanlt note , aggiunte , comnenli , la biografia del- 
l'Autore, ano ritrailo, medaglia ec. - eorttto, PaKfnoIU, 1866. È pub- 
blicato il m volume; il IV è sotto 1 torchi. 

<& BibliogTsBa della Dalmaiia e del Honteoegro , Saggio di Gioaim Viua- 
iniLLi. — Zagabria (Agram) , liii. LtudnUo, 18U. In 8to, di pag. i-tiu 
e 1-8U. 



1. Diaonario topografico della Sicilia, di Vito Amico , tradotto dal latino ed 
annotato da Gioacchiro Dimibxo. — Paltrmo , PtdOM Lauritl,iSB6. 
Saranno dna volumi di 30 dispeose ciascuno, à uscita la prima dispensa. 

S. L'antico porlo Giulio, descritto per fatiate Giuaa ara Caiacio. — !(opoU, 
per B. Pelleraito , 1SG6. In ISmo grande. 

3. Monninento bil)Uoo della storia critica del Pelaagi , dichiaralo per mezzo 
della lingua schlpla, da Ehhamcsli Bidbb*. — (Nel Giornale /( PoUgrafo, 
Bivitta scientifica , letteraria ed artistica par la Sicilia, anno primo, VoLl , 
baci, febbre 4866). 

4. Dell'aria , dell'acqua e di alcuni monumenti acerranl , auntl siorico-madico- 
archodoglel del dottor G4bt*no CircaiLi. — (Stampati nella BMtta St- 
bata di Napoli , anno primo quaderno di dicembre 186H ì. 



1. DI ClamtMtllsta Vermiglioli , de'Honumentl dlPeragiaEtrusoaeRomana, 
della letteratura e bibliografia perugina , nuova pubblicazione per cura del 
CMile GuMcaiLO Comutabili, prottasaór di Archeologìa nell' Universi tè di 
Perugia e socio di varie accademie. — Parta primo. Della vita, degli 
Mudj e delle opere di esso Vermiglioli. — Ptrugia, 186$. In ito grande , di 
pag. VI, 180 e CLii. 

LaparteII.il Sepolcro dt'Fotnimi, gli pubblicali nel 1S6B, di 
pag. 146 , con aliante in Sigilo. 

8. Compendio delta Storia di Bologna , dalla sua origine alno ai nostri gior- 
ni. — BoiofM , Up. ChUriei, (8BG. U 8vo. 

3. Cenni storici e descrittivi delle terre e castella principali nella provincia 
di Perugia, di Grasarn Biucoai. Uemoria prima, intorno a DiaoTa.Slam- 
pau nel Gioriìate Kienll/Leo-letUrano i àiii della Soctttà teofiinieo- 



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Sii ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

agrarii di Perugia, Nuova serie. Dispensa li, settembre e ottobre 4tttt5, 
e Dispensa !.• del 1US6. 
i. Di uoa società degli scstì ia Ravenna , Parole lette a preteione nell'Ac- 
cademia di Hello Arti di delta città , il di della «oleaoe dispensa de'premi 
del ISS2, dal Segretario conte ALBSsiiDao CArri; con noie Intorno alla 
scoperta concernente UD'anUca corazza. — Jlawnna , llp. del Stntìnarto , 
1S56. In Svo, di pag. U. 

5. Narrazione storica sopra il santuario della Usdonna del Ponte di Hanii , 
per GiovAHHi marchese Broli. — Roma , StattUmmlo Upografico di G.À, 
BerUiulU . 48fi6. In Svo , di pag. 3t , con incislono rappresentante U Ma- 
doDDa del Ponte. 

6. Guida di Tivoli , divisa in due patti , descritta dal Canonico dott. SrAiiraLAO 
Rmaldi , Arciprete della Basilica di S. Lorenzo in nvoll. — Roma , Sta- 
Mtimenlo Tipograpto <n Via del Cono , tSii. 4 voi. 

7. BoDdeno e la sua cbiesa arciprelale ; Cenno slorìco e descrittivo dì Luisi 
Napolbonb CiTrADKLLi ferrarese. — Ferrara, tip. Taddei , 1SM. In Svo. 

8. Del Iraarerimento di un fresco di Guido Beni dal vecchio coretto della 
chiesa metropolitana raremnie all' interao <MI» uedMlma , Parola lette a 
prebzione nell'Accademia delle Beile Ani , il di della dispensa de'premi 
del iSSS, dal conte ALBaaAaoao C&pri segretari». — JlMWMia , llp. dri S«- 
iiinarto , 4gt!G. In 8vo , di pag- 8. 

9. De Sacri Palli! origine, Pnrurri VuMaiAni , hlslorìB« ecclealmlieee in Col- 
legio L'rbano [»'ofessoTls , dlsqnìsitle. — Howta» , lypit ite Frvpoffaiukt . 
Fide, 4856. 

40. Di Santa Cecilia e de' suoi compagni martiri, sotto Tordo AhOMhio, Pre- 
fetto del Pretorie di Roma nell'impero di Alessandro Severo; UeMoris 
sioricbe tratte dal migliori ed autentloi docnraenii per ravr. Gntura 
BoaniMi, bibliotecario del Duca Torlonia. — Koma, H|). Legale, 48U. 
un- voi. di pag. 4S9. 

44. Degli ordinamenti onde ebbe fnrbrmata Dante AllgWeri la prima oaniica 
della divina Commedia ; investigailone di Fortvmito Larci. — Roma , U- 
pografa ChiaeU, 1SSS. In fol., di pag. H e due Tavole sinottiche : prima. 
Compendio degU ordinamenU «m rh» BoMe Atioliieri etbe eonUta l» 
prima cantica della Divina Commedia : seconda , Ortogralki morale del 
Purgatorio di Dante' , leeonio i ielle eeaglkmt : n ^Marattam del Ctm- 
IO XVn della eeeonda Cantica. 

48. Apparata cronologico della mezzana eti , di Ai-niANDM) MiO- — In Spo- 
leto , 48SB. In ito. 

43. Elogio storico del protòssore Ignazio Sarll , ietto Dell'Aecademia di Belle 
Arti di Ravenna, il di della dispensa de' premi del 48S5 , dal conte Alw 
SANDRo CArrt, — Bavemia , tip. del Seminario àreUDtietmUe , 4806. In 
Svo , di pag. i3. 



. Memorie .sloriche intomo la vita di S. A. R. Francesco IT , duca di Mo- 
dena ec. , di don CiSARi Galvaii. - Modena . tip. CapprlH , 4SM ; vo- 
lumi t , in 460». 



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ANNUNZI BIBLIOGRAFIO 94S 

t. Rioente erilMbe intordo aH'arfgine e taguan del tmen PalH» «oAMbiett- 
co , del prof, doti. CitisTifto Catoon. - MsdMd , U)>. Solkmi , 48B6. 
In 8vo , di pag. 16. 



BDLIOOKAFIA STRANIERA. 



4. NoUce tur le dnc Emmanuel-Plillibert da Savoia,' par U. Gacuii» ( Nel 
Balltìin de l'Académit rogate dti tettnen , dea Mirti et lU beaux-arti 
Ile BtlQìqtu . Tom. XXn , tSBS. N." 44 et 41 ). 

8. DissertaUou sur Is billet écrit par FrancoU I.* k sa mire le joor de la 
batallle de Pavie , par il. HacI, 1q 8vo , de 4fi pagei ( Duu le Bitttttin 
de CAcad^mte IklplUmU, tome IV, 4.» et %.• liTraiBoni), 

Vnolef con questo oposcolo provare , che ti laconico biglietto : < («Ilo 
i perdMo, fuor ete Fonnrt • , è apocrifi). Il sig. Macé pulibilca una co- 
pia della lettera aulentica del re a sua madre , cavala dalla colleiione dei 
fratelli Dupuy. 

3. Nollce sor l'étal de l'égllw nationala de SBint-Louis-des-FraDQois , i Ro- 
me , au diz-septidme aiicle , pac U. l'abbd Bairieb dk Hortaolt , mem- 
bre dea Académies romalaes des Quiriles et des Arcades. In Ivo , de 443 
peges { Publlé dans les IHnnolrei d» Ut SoeiMdti Amiqwiint dt FOntti . 
tome XXI, année 4854. In Svo). 

4> ReatiiuUoQ i Jacques de Bourbon , roi de Naples , d'une pièce de billon 
attribuée jnequ' icl i Jacques I.'' , roi de Siclle , par. M. DncBUAia. Dans 
les dftMolrft d» la SoeiAé de* JnHfiuKrM dt Franet , 3* eérie , T. O. 

6. Caffi) et les colonies gdooisea de la Crimée , par SAiaTa-UABit Mtvii.. — 
ParU , DralH . 4S65, In Svo. 

C Vie d'Olympia Morata , épisode de li Renaiesaoce et de la Betbrma en 
Italie , par 1. Bomet ; 3.» edltion. ParU , cìux Meyneis et C." , 4806. 
Un voi. in Svo. 

7. Le quatre martyrs. Quatre blographles : Philippe Howard , ou le martjr 
de te verìlfi. Ansaldo Ceba , od le marlfr de la charìtd. Hdléna Coniaro , 
gD le martf r de l'umanità. Harc' Antonio Bragadino , ou le loldat inarlTr. 
Par A. F. Rio. — Parla , A. Bray , 48G6. In 48mo. 

8. Etienne Baluze , sa vie et aes oeavres, parDiLocai. — ParU , Didam, 
48B6 In Svo. 

5. Jean Stradan (peintre). Notice de IL FtTis. In Svo, de S4 pagos. Dana 
le BiOeUn de CàtmdémU Sonate dee aeimen, dei lellrei et dm bnntc- 
orli de Belgiqae. Année 4SBS. N.> 4 16, fonnanl la L» Parile du to- 
me XXII. 



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su ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

10. iDHriptiODB chrfiUeniMf de U Ganle uilérìeuru au VIQ.* liècle , par Ed- 
■owD Lk Buht. Ouvnga couromie par l'IiuUtut. — PaNt , Didot. 



4. The Roman Empire of the West ; tour ieclurei etc. ( L'Impero Bomano 
d'Ooddeale ; qoaltro letture htte nell'bUtalo fliosoflco dJ Edimburgo da 
BiccARira CoacKEn). — London, 18S6. 
t. Ad enqulrr in to tbe credibllltr of earì^ romin bistoi7 (Rlcercbe sulla cre- 
dibiliti della romana storia prlmitlra, di Gioaaio CoaNRWAL Lawit). — 
XoNdon , Parfter, ^BK^, dee ToIumL 



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ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 



NUOVA SERIE 



TOMO TERZO 
Partk 8.' 



FIRENZE 

a (i. P. V1EDSSIÌUX EDITORE 

1896 



,1,1.0, Google 



I.U.A «Alti, EUR» 



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BATTAGLIA DI RUDIANO 

DETTA DI MiaAHORTE 
( ». •••« ) 

NARRATA DA FEDERIGO ODORICI 



Quand'io recava in paUdìoo , or & nu anno e più (1) , l'inno 
breeciano che forse ì padri nostri avevano cantato neil' esultanza 
iMa vittoria , poi eh' ebbero soonfilto nel 1194 l'esercito di tredici 
comani lombardi, oianmisi due errori ad un punto. L'uno di asti 
avvertito egref^amente da un grave periodico lombardo , coi 
piacque far gentile ricordo del mio lavoro (8), si fa per certo 
l'aver data del eantico n«i pitt che la libera traduxione ; l'altro , 
di aver toccato quel fatto d'arme oon à ra}»da ed asciutta omci- 
sione , da lasòare vivo il desiderio dì più diffuso e meditato 
racconto. 

Eccomi dtmqae a rimediare, per qnntto mi sarfa dato , a' fallì 
miei. L'argomento è importantianroo, nuovo in parte, ntm mai fatto 
pn^iosito d'indagini accurate, non mai svolto colle intenzioni di chi 
ama in quel fatto un po' di luce. Hecherowela in questo mie pa- 
^ne? A voi la aentonia. 

Se c(J)a pace dì Gostania ci librammo dalla incomoda e trop- 
po vivida tutela de^i Imperiali, liberarci non seppimo dallo spi- 
rito dì parte che l'Impero avea lasciate per le nostre cittfe. Ed eccole 

H) airsnu ilaluna di Siriaom Cauaito: Uilano I8S5, 
li) CuKHCoLO, SS f^n. t8N>. 



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4 LA BATTACMA DI RIIDIANO 

divise e battaglianli le due jp-andi né forse mai coQcilial»U poten- 
ze di nobili e popolani: e gli uni e j^i altri suddivisi tra guelfi e 
ghibellini, tra Chiesa ed Impero, per isroinuizarci fra non so che 
altre bandiere di svevi ed anli-svevi che il malanno ci avea re- 
cate: ma non crediate per altro ehe queste baruffe, queste invidie 
municipali dinervassero le forze dei nostri Comuni. Perchè gli è un 
fatto, che la vita energica, esuberante dei popoli italiani del me- 
dio evo, per quei forti conati esercitata, si alimentava nel senti- 
mento della sua potenza, e popoli e maestrali , e nobili e non 
nobili sempre in guardia del nome e dell'orgoglio cittadino ne ali- 
mentavano i grandi proponimenti e le speranze. Ond'è che nei 
giorni pib combattuti sorgevano in Brescia i monumenti più insi- 
gni della vigile alacrità del nostro Comune: quindi la Zecca (1), il 
Palazzo dei Consoli (S), il Mercato di S. Siro (3), e, a dispetto di 
un vasto incendio, l'ampliata cititi (4). 

Ma il fallo che piii d'ogni altro attesta )a verità dell'asserto, si 
è quello che mi propongo narrarvi. 

1 Conti di Camisaiio, accusati di tradimento presso l'Imperato- 
re (1190), venivano spogliati delle feudalìlà di Crema, le quali poi 
si cedevano dall' Impero a quella città (5). 

I Camisano, montati in ira contro il popolo di Crema, si dif>- 
dero al Comune di Cremona, l'implacabile nemico'di quella popo- 
lazione', ed il Comune, sendovi potestà Ugocione da Boso, otteneva 
da Enrico re il possesso dell'avversa Crema. Onde i poveri Cre- 
maschi, gik risoluti di resistere al messo imperiale Lilio d'Asia, che 
veniva recando la falsile sentenza, furono per soccorso dai tiblanesi 
e dai Bresciani. Il perchè le città di Crema, di Brescia e di Milano 
si ponevano al bando dell'impero (6). 

I Camisano, di origine bei^amasca, facilmente avevano il soste- 
gno del patrio Comune. Ed ecco Beliamo e Cremona levarsi contro 

(1) DovEDi, Ztcca Brtsciana; ivi la CroQicheUa di 5. SalTalore di Bolo- 
goa , ». ttS4 . e quella di S. Pietro in Olicelo , eotto l'aoDO Ulesso. 

(!i ZAnOHI, Fabbrkite municipali di Brucia, pig. 8, 9 e seg. 

(3) Liber Poteris Brix. Codice muDìcIpale pert^meoaceo del ecc. XIII , ora 
depositalo nella QuiriDiana. 

{4} IfALTBCii , Chron. Brke. , R. t. S. lon. XIV , disi. VII , cap. li ; ed il 
CroD. di S. Pietro , nel cii. Tolume del Doneda , al H86. Strale civitatit om- 
pUalt II rtnovatum al foualum. 

|6i BoiiCBiTTi, Mttnorie di Bergamo, tom. Ili, pag. 49( , lib. XII. 

{6) MoNAT., Antiquit. llal. M. Xoi . tom. IV, col. 4M. 



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i Milanesi ed i BreaciauL E ned'ardùvio niuaicipale i 
leggeva il Roncbetti un decréto del Comune di Bergamo, col quale 
si detennÌDa<ra il tempo della guerra da farsi contro gli uomini di 
Brescia e dì Milano (1). 

Né quest'unica fu la cagione. Anche i Conti di Calefoo veni- 
vano in campo. Perchè i consoli di Brestùa non potendosi dar pace 
di quel loro Volpino, ripreso dai Bei^amaschi nel 1164 (8) colle terre 
por nostre di Goalino e Ceretello (3), non senza intesa dell'Im- 
peratore, che avevale poco prima giudicate nostre (1154) ((} ; 
come a ricattarsene, a vendicarsi il meglio che fosse lor dato, 
comperavano da Wifredo , Lafraaco e gli altri conti di Cale[HO, 
Castel Merlo, Samico e Calepio, per modo che la ingente somma 
versata per cotanto acquisto investissero i conti sopra terra br&- 
«àana (a. 1191] (6) ad oriente del Nella, o nella nostra citth. 
Era il caso del proverbio volgare, ma pur significativo, che i gruppi 
sì riducono al pettine. 

Il comune di Beiamo ne fu eoasoiva: mandò legali a Cremona 
per aversela compagnia nella guerra die gih si manteneva contro 
di noi; tanto fOx che una rogane antica esisteva giti tra quest'ul- 
tima e Brescia pel possesso ddile rive dì quell'Oglio fatale, che fu 
sergente per pifa secoli di risse municipali, ma che certo non fii, 
come scrìsse il Brunati (6), l'unica origine della guerra di cui par- 
tiamo : arni né pw la prima. . 



(0 Utrum. proenrat Com. Bargimti àUar Ltgala* Cremimae prò prorogando 
Itrmito potatati Cnmonat nomln* Comunit fiietutdi guerram cum Mèdtobmtntibia 
ti Briximuibat tuque ad hai. ÀvgwH lune proatma futuri , rogai, de mmo 
UCXC, dl« ZVII mmi. AtUi. Segn. D. U. ~ fiùKxmi , Mmori» di Bergamo , 
p^. ÌM. tota. 111. 

(2} DonDà, Z«eca Brttebma, ed. di Brescia del 17». In Dos ItCronicbeila 
di S. Pietro , ■. HCLXI : Suburbium ht { l'attuale Iseo ) oqiliui» a Fed^riea , tt 
rmlptmum trtidittm ttt 0<rga«w<wibw. ~ Kilt., Chron. Brix. , R.I.S., T.XIV, 
col. 879. 

(3) Hjllt. , Chrm. Urto., ft. 1. S. Iodi. XIV , dUt. VII, cap. 45, col. 879. 

(4) Colla cosliluzione del 14U, che aboliva le vendite dei fèudi seguita 
(eooia quella di Volpino, Ceretello eo. i!alU da un Bruealo ai BergamaBchl) tenia 
il placito imperiale. 

|6) Uuv. , Ckrm, , dleUTU , cap. lui ; Quo ( So? ) paelo ut in CioitaU . mi 

BrtoteMirwn locli Me ea peemia poueuioite» aequirermt, R. I. S. , T. XIV, 

col. 8S3. 

16] Bimi*ti, Vile e getta di Santi BrHctoni ; Brescia 18B6.,T.II, S.Obixio. 



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6 LA BATTAGLU U RUDUMO 

A questa lega s'accostarano , gft compra a peso d'oro edUpro-. 
messe, parect^ie oiltii lombarde: Pavia, Como, Lodi, Parma, Reg- 
gio, Ferrara, Modena, Bologna, Verona, Mantova, Kaoenxa; undù» 
secondo il Malveiai (1): sicché tredici n'avemmo, colle due soro- 
movitrìci , contro la sola Breaoia. 

Già i Bergamaschi ponevano gli aocampanmiti preno Paloico 
e Telgate , come aspettandoci , per otto dt (S). 

I consoU tveaciani accettarono l'invito; e tratto fuori del tem- 
pio di s. Pietro de Dom il carroodo del Comnne (8) , ponevano l'oste 
a Palaztolo, mentre, a coglierci nel fianco, ì Cremonesi jrigliaTano 
del campo a Gìvidate. I Bresciani allora mandavano a Radiano, 
con un polso de' pari suoi, Biata Palasio, gagliardissimo soldato, 
perchè ne stesse alle vedette. 

Frattanto i Cremonesi col favor della notte gittavano nn ponte 
snU'(^o, ed allo spuntar del sole lo passavano baldsaxosi; e traen- 
do il carroocio quasi a certa vittoria , venivano tempestando per 
le nostre campagne , seguitati com'erano dagli nomini di Bergamo , 
di Parma, di Lodi e di Pavia. Era il sette di luglio, correndo la 
festa di S. Apollonio , e il Imito sussidio Milanese implorato dai no- 
stri toccava appena presso le acque del Serio le terre di Bianca- 
Iona: quando i militi bresciani, gih inaoSÌBrenti di venire «gli 
scontri, rotti gl'iudu^, si dividevano in quattro campi; e Giaoomo 
Gonfalonieri, Ponlecelao da Hairano, Manuele de Concoeio ed un 



(0 Loc.cit., cap.iiiu. Li CrooKa dì S.Silvatora di Bologni , pabb. dallo 
ZtnMU MlU 1.' ad. della Zecct Breiclana del DoiMde , nonlna Pu-ma , Ho- 
deaa , Femn . Raggio , Bologna , al oUnrtMi eMUUum. 

(i) Àpui Mufaueum («ic) al Ttlgal»m, oireilm' din ¥111 eoÉlnmetati tmL - 
Uàì.r., Cram.Bhx., B.I.3., T.XIV, col.883, dlal.vn, csp. uui. 

(3| Il Roui che, dfplnto mila ptreU dalla baiUioa di S. Taiultoo, vlda II 
Mstro oarroocio ( ZiHwn , Fabbr. munlelpall , ptg. RI , nelle Inedite Sbxie br»- 
adane (pag. 406 dell'orìglD. cod. Quir. ) , lo deaerire bypamula a dr^pi dMietl 
dal oolort dal Conutw, «aUMle a due gradi, * toprovi «al nwua ma tarrt ewriala. 
lo Hméario luanlolatia altarbon , aoi le— lo da molto corda Milo aito enea «m 
m!mi ttm tn t lo eimdvetomo oUo eaoaM bariaU M ^m , col loro oama ec larl a 
CMiaUo «ailllt oda Miiorra. Mm onaa eoMpoMa , ma Iromòatto a piffM. ludi reca 
ranlia) Statuto : D» cfiparacUamaitlo t ra^imaM Corroeeil , of ' fr. le apedala dla- 
poaixlone , che i cavalli del carro dw dMir ab homMbw Parta JIoImI^ , dw tìt 
AomMft.... CIMI AMtHlit alo..... (manoa il reato). Parrebbe da oi6 , cb'ocni 
quartiere della nillà doTasse ImanteDere due rAn\\\ e bmlgli pel earroCUo 
braaeiano. 



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DETTA DI MIUUORTE 7 

colale dei Taagelitti, valoronflaimi duci (f), ne moderavaDo le 
mosse. 

Or chi mai da una sola parola che ai Ualreui è fuggita, 
DOlò iiD Eatto, OD carattere speciale di quella batta^; la pre- 
senza del popolo bresciauo, accorso tra le file de' SDoi soldati per 
combattere con esri? Nessuno — e il popuiariam qaatuor ocùt 
(cbe molti traducevano recate, altri /!»tsrte)del nostro Halyeui, 
non tu bene inteso. À mUitibui Brixie ET a toiulo, narra cbiaro 
e tondo la Cronaca oootemporanea di s. Selratore di Bologna (S) : 
PLEH notlra firma ttetU, cantasi nell'inno da me rtevenuto (3). Né 
il popolo sì andava rimescolato e confnso otAìé tnilìiia urbana; ma 
i quattro duci ne facevano quattro Bohiere afBdate a quattro vcssil- 
larj, cèe furono, Geio dei Cossi, Geraldo Gen^i, Giovanni di Pa- 
gsibdro , Gnalando Gualandi. In mnzo all'esercito alto levavasi 
maestosamente, quasi rAcca ed altare ohe noi circondavamo dei 
nostri petti, il carroccio bresciano; e sol carroccio fi«ram«it« ^nan- 
tati fi oKpitani prinetpalissinrì dell'armata: Viaoesio dei LaveDoi^, 
Boccaccio dei Boccacci, un cotale dei Redoldesofai, e preminente 
su tutti Potonello da S. Andrea [i). 

Il segno è dato: to sforso dei aosb*i militi roveecaasi d'un 
h«tto contro l'oste dei Cremonesi, ebe grossi e mioaociosi proceda- 
vano da PalasMlo ; e la speransa cbe i Milanesi vernssero dal Se- 
fvio a sostenerci , ravvalorava ttell' impeto i padri nostri. Ma il 
sussidio mancò , e PassaltA audace si presentò neDe menti gih im- 
paurite come un colpo fallito. Primi a cedere il terreno furimo 
alcuni cavalli : quindi la fuga e lo scompìglio , quindi un terrore , 
QUO sbandarsi pei vicini castelli cbe mai piti miserando (5). 

Ma i risoluti e formi animi pur D<m mancavano , cbe oppo- 
nendosi d'un tratto a quel fatale dissolvimento , rìconducevano i 
foggìtivi a cancellare quell'onta dell'armi cittadine : esser meglio 



il) VatMI^iti li cliluiB 11 Halveui , bm gli uffici loro pajooo poi di ooodoU 
tieri. (yu.*. CAtm., R.L8., lom.XIV, diat. VU , c.leiii, col.883. 

m Donu, Ztcca di Brucia, edii. di Botola, in Une. 

tZ) SI votano in floe i docomenti. 

{4) Halt. , locoit. 

tt) Vox (ttMoMti <mmm$ , ftigaM meimt , quidam ai urbqm, «onnuUt a4 pro- 
aÉNc Mtlni ,ttaUad jtiga amfiigiimt numUmit Franata earla», Uuv., I. e, 
col.8S4,B.l.S.. IOIII.UV. 



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« U BATTAGLI* DI BUDIINO 

gridavano, morir per la patria, ch« sopportare riuulto e amaro 

scherno dell'esultante oemico (1). 

E forse iadarno sarebbe stato il geoeroso grido , e più del pa- 
ino amore saria pur valgo t'amor della vita; quaad'eccoti Biata 
Palazzo , veduto la ineluttabile rovina del campo , con quel suo 
, pugno di arrischiati che attendevano in Rudiano un suo oomaodo, 
fatte sucHiare a grande strepito le trombe, irrompere d'un tratto dal 
castello-, ed esclamando a tutta gola: Vittoria ai miUH eU Rudiano; 
ostai bene ci vaisero le nostre spie (Sj , ed invocando il nome di s. Apol- 
lonio (3) , gittarsì furibondo nella battaglia , ed investire di fianco 
ed alle spalle i Cremonesi, che sbalorditi a quel suono, a quella 
subita tempesta , si tennero perduti e avviluppati da un altro eser- 
cito. E il Palazzo intanto a fame strage , a ravvivar coU'asempio 

colla voce l'abbattimento delle nostre file , a scongiurarle che 
l'obbrobrio della fuga si lavasse nel sangue dei nostri nemici. K la 
fede anch'essa venne co'suoi [vodigi ad infonderci ne' petti la riofr- 
acente virtb. Perchè un vago augello svolazzando intomo alla croce 
del carroccio bresciano , che vivida aciatillava in quell' istante ai 
raggi del sole, parve che Dio lo ci mandasse quau nuncio della 
vittoria. La smisurata virtù di un uomo sedo mutò l'aspetto delle 
cose ; poiché rannodate il Palazzo le ordinanze bresdane , ricomin- 
ciata la pugna , pibi non rimase agU assaliti ohe lo soampo della fuga. 

Ed anche la fuga seudo lor chiusa dal 6ume , e premendoli a 
tergo r inesorabile Palazzo , s'affollavano i dispersi all'unico ponte 

(1 j Aligtii lamen prò patria al liberiaii) [dove poDevano la liberti 1} gloria 
(orUttr dtctrtanttt , aUo» horlabdintw , taori niatiiu «ss eonclomanU* , qiàom ha- 
lUum ludibrnt attgacere. Loc.cit, 

(8| Kja «ja Iriumptaiu mUUia Rudlmi : cpUmoi e«ru mptoratcm hofrkinwt. 
Loc.cil. 

(3J Gforioti »Uam BriciènfJum paltoni ApoVtmi nomm Inuoeando. - Mal* , 
loccìL- Questo Santo , del pari cbe i ss. Uartirt Faustino eGìovita , era proiet- 
tore del comune di Brescia [DoimiA , Zecca di Brttcta , ed. del 1TB5 , p. 5j , 
come risulti da Ire diplomi del nostro vescovo Alberto da Reggio, recati in' 
parta all'uopo dal Doneda islesM. Errarono quindi quasi tutti gli storici Iihii- 
twrdi , e specialmeote i Milaneei , coirattribulre Hll'udlta invocazione dì a. Aoi- 
brogio la fuga dei Cremonesi , alludendo all' intervento delle mltiife di Xllano, 
dalla cui lonUDania fu aoxi in pericolo l'esito della gloroata. Hannovi moDele 
bresciane del Comune antico recanti l'efSgie di S. Apollonio. L'Argelati (Da 
Diowlit Ital. , par,.i , pag. t89) ne dà un esemplare non ignorato dal Botai , 
cbe la crede poi ooniatt per l'appunto io memoria della giornata di Rudiano. 

1 Roa» , Ittaria iti u. Horiiri Fatotìno « Giovita). DoMUa , loc. di. 



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I>ETTA DI HiLAHORTE 9 

«^e il gionio prìma si avevaao gettalo sull' Ogbo ; e crescendo tra 
il desolato rimestamento quel premere dei fa^eati nemici , vi 
s'accalcavaDO per modo , cbe noD reggendo al peso dell'addensato 
esercito , l' intero ponte crolli». 

Un monte d' nomini , di cavalli , di salmerìe piombò ravvolto- 
landosi D^'ampia gora-, e al grave tonfo, all'urto straziante e di- 
sperato della cadente moltitudine susseguiva il silenzio della mor- 
te. Fama è che la corrente deU'C^lio si cacciasse innanzi per 
lungo tratto frinente e sanguinosa i cadaveri miserandi (1 ) ; come 
TUoki che diecimila estinti e duemila prigionieri [8] costasse agi' ini- 
TDÌci quella giornata , che le cronache italiane segnarono col nome 
infausto di Malamorte (3). 

Già il sole volgevasi all'occaso , né la strage , racconta il Malvez- 
zi , cessava ancora. Compiuta la vittoria , si venne al sacco ed allo 
sperpero del campo nemico ; e rinvenuto il carroccio dei Cremo- 
nesi , fu strascinato dai nostri militi come a trionfo per le vie 
della nostra cittb ; poi deposto e quasi dissi offerto al Signore nella 
cattedrale di S. Pietro ; poi toltane la campana , che fu coUocata 
sulla torre del Popolo nella piazza di S. Pietro de Dom (che dice- 
vasi talvolta delle Concioni ) , si decretò che a ciascun anno suo- 
nasse a letizia nel giovedt grasso. Lo storico Malvezzi attesta d'aver 
contemplato le reliquie estrone di quel carroccio (4) , so|»-avan- 
zate , com'era voce (5) , da nn falò che per qualche indignato cre- 
monese se n'era fatto in Brescia al tempo dei Visconti , benché il 
Baitelli, vissuto nel secolo XVU, ci narri d'averne anch'eli ve- 
duto qualche resto nel palazzo municipale (6). 

et) Veggtsi il cantico dai Bresciani per Ik riltorla di RudEaDo: libera tro- 
d(iztoa« da me pabblicila nella Slrenna Italiana di RlpaoioEitl-Carpano , 1856. E 
tt Halvezil , co)la solita magniloquenza : Mira loquor l Tanta luJmMnorum undit 
multitMóo /ujl , ut ^utiKFi ^lum propria Utora transgredtrttur , multorum eUam 
cadavera ^iud«m fnimdalioni» , vtl Paài, m mxm* uique Mata ilnt (fl-.-Sigiti- 
i^m duoótùlm mll\ia }mmii»iM..,»sMncU nM....iiimtper»litiom,iia....capHvita- 
Ui eie. Hu.T., loc.clU 

(Sj L'esagerazione dello alorioo Halvetzi Ibcilmenta vien temperata dalla 
Cronaca di e. Salvatore. 

(3j SiCAHDi Epucmi, Chron. Cremon., R. I. S., T.VIl, col. 6I&. 

(t) Ego Mtiem da ipio corrodo non niri parUm wtam qvam tammM quidam 
dfcunt, (n ea appmiam scclMia uftU. L. ciU, col. S8fi. 

(Gf HiLT., l.c. * 

(6) Baitilli , Ditstrlatitme Utorica ini confktl óelVagro brattìiMto,tìS. preMO 
l'ArchlTio municipale di Brescia; Reg. OM X, pag. 1S4. 

Arcu.St.It,, KuoraSerie, T.lll, P.U. s 



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10 LA BITTAGLU DI RUDiANO 

Tardi arrivarono i Milanesi, e quando la battaglia di Hudiano 
era finita ; ma venivano accolti e festeggiati nella nostra cilLìi , 
che lor fu sempre amica , fino da quando avea diviso con essi la 
gloria ed i perìcoli di quei conflitti ben altraniente [»ii generosi 
e più santi , che ci valsero i patti di Costanza. 

Ha questo cantico bresciano da noi scoperto , che ci parla di 
questa vittoria , che certamente fu composto per lei , sicché ci 
narra di alcuni particolari che la storia non ha tramandati; 

Quest'inno , che nella ebrezza di un popolo vincitore cantavano 
i padri nostri (1] , o raccolti e devoti appiè dell'ara massima di 
S. Pietro de Dom , o reduci dal campo e traenti per le vie della 
città il carroccio cremonese ; 

Questa preghiera di un popolo dei tempi della Lega di Ponti- 
da , che innalza a Dio le mani macchiate di sangue fraterno , co- 
me a ringraziamento d'averne sparso quant'era d'uopo a tingere 
le correnti di un patrio fiume ; 

Questa calda poesia lombarda, in cui rude ma palpitante è la 
letizia guerriera di que'noslri Comuni , che negli entusiasmi della 
gloria , nella esuberaaia della vita versavano l'esaltamento dei toro 
aETetti nei cantici municipali , come ci venne ? come varcò in si- 
lenzio, inavvertita, Io spazio di sette secoli? 

Noi sappiamo di manoscritti e documenti bresciani passati da 
un monastero cittadino a queUo di S. Salvatore di Bologna. L'abate 
Trombellì , dottissimo bolognese , comunicava nel secolo passato al 
nostro Doueda l' inno che vi rechiamo-, e . l'esemplare cartaceo 
da me rinvenuto nei codici Hazzuchellìani (i) , posseduto adesso 

(4) Nella copia trombelliaDa , la sola ( pur troppo ! ] di me cooosciata , l'ul- 
tima Mura d'ogni verso invece di e&sere segnata al fine di ciascuna parola , é 
posta COD qualche distanza , ed uoa sola volta inTece di quattro , al Sne dì 
ciascuna strob , secondo l'esempio che ci piace st^iuDgera : 
Bea: rtgvm Jetu ChrUti par quam potMt ooaU i 
Cahtm Ttrram fabricaait , ipsa qwiqtte mori I 

Quem secretum nuUum latet , vidts et praeeordi ì 
Tibt honar »it «I ofrliu por attinta *MCul \ 

Ciò vedesi praticato In que' tempi altre volte ne' simili casi; né puà ora bene 
indovinarsi se por brevità quasiché slenograflca , o per far meglio aenllre l'as- 
sonania delle lettere , o per qualche ragione o comoditi dal canto , da cui non 
e dubbio che gì' inni slessi venissero talvolta accompagnati. 

(2) Anche il Bieromi conobbe al certo quella poesia ; e ne fu rinvenuto un 
esemplare ne'suoi manoscritti. Anzi , net (omo Ul inedito delle Storie Bresciano 
da lui composlc , narrando alla distesa ( lib. 4, pag. 454 e eeg. dell'aulografo 



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DETTA DI HALAMORTE \t 

dal Qobil ^ovinetto Clemente Rosa , passionato raccoglitore di me- 
morie cittadine , egli ò quel desso che vi presento. Che non feci 
per iscoprìrne l'archetipo? che non fece per me in Bologna la 
odta e gentile dama di Serego AlU^ierì , consorte del conte Goz- 
ladtni , riUostratore dei Sepolcri etruschi di Villanova ? Tutto fu 
indarno. A fianco d^'ìnno , dirò cosi , Maizucbelliano , ha di ca- 
rattere del Doneda questa noterella; Antichi veni roszi matuùitirm 
di^Ab. Gian Crittoforo Tnmbelli di Bologna. Tanto ci fa credere 
trOTatili nella monastica Biblioteca di S. Salvatore di coh. Chi po- 
trri^'esserae l'anlore? 

Ho un vago sospetto che questo cantico popolare , (|ue- 

sta prederà si componesse da quel S. Obido , nobile camuno , 
cbe battagliava con noi nel fatto di Rudiano (1). 

Patria di quel soldato fu Niardo dì Valcamonica , nell'antica 
picTe di Cividate (2), e nacqne probalnlmente verso il 1150, quando 
moriva il suo convalligiano S. Costanzo , di Niardo anch'esso , e 
milite valoroso , poi solitario nell'eremo di Conche. Graziadio , l'uno 
dei consoh di quella valle nel 1168 gli fu padre (3); e forse il 
padre , siccome console , guidava i suoi Camuni nel campo di Ru- 
diano, seco avendo all'imiMvsa cittadina il figlio (4). Certo è però, 
idte ndl'arduo conflitto sostenne Obicio per un istante , al diradarsi 
delle nostre file , tutto l'impeto nemico (5) ; il pertJiè, recinto e as- 

preato fl m. Prev. Onofrl), cita nn'unica « sola leslimoiiianxa dell' uccelletto svo- 
linaote Intonio alla croce del carroccio, tolta di peao dal Cantico. 

(<J U Cmlieo «U Uitdiano, da me pubblicato nella citala Strenna del 



(!] Halv. CAron. cii. , disi. VII, cap. liiv. - Guidighihi, ìlamorii dei SS. Cu- 
itoNM ed Obiaio. Prefez. Non si oonfondano le due terre di - Cividate in 
Valcamonica , e Cividate al di «otto di Pontoglb - , tutte e due aul medesimo flu- 
laa , benché a grande diatania l'una dall'altra. Dirò anzi , che da qnest'ullima 
potrebbe ioUlolaisì la tMtlaglia di cui tì parlo , più che da Rudiano , se dalla 
aKHa del presidio di quest'ultima non si toase decisa in nostro bvoro. Ond'ec- 
cori la ragione perchè mi piacque intitolarla di Hudiano. 

(3) Si TCggano le Slorie di Valcamonica in corso di slampa, gii da me con- 
<latte fino al secolo XV; e le mie Storie bresciane, T.IV.— GrAOkoiiiNi, l.cii. 

|t| BaraiTi , Uggmdario M SS. Bntehnt , 8. Obicio. Bensì ne Ib aor- 
presa ctw ti Biemmi nelle Storie Bresciane ( T. Ili inedito ) ci trattenga per dieci 
TBgtiw aul fatto di Rudiano , e non ci dica parola di quei santo concittadino, su 
cai B'arresta con tania precisione ti llalvezti. 

(S) HuY.CAron. ctt., distVII, c.liiv: De OtidoneMUte, coI.SSS. R.t.S., 
1 XlV. - GoADAGRiRi, Mem. M SS. Breiciant , Coifonzo ed OMsio, cit. 



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a LA BATTAGLU DI HUDUNO 

serragUato dai Cremonesi e dai Bergamaschi , sarebbe stato vitti- 
ma della sua virtù , se io tempo non accorrevano i ■ soldati (U 
Rudiano-, ma nella foga dell'iosegnire a tergo i fuggenti nemici, 
salitp il ponte fatale , piombò con essi nel fiume. Qualche mano 
pietosa ne lo trasse di Ifa conducendolo in salvo: ma vinto dagli 
stenti , cosi coperto dell'armi e svigorito di forze , Obicio s'addor- 
mentò ; e la mente , s) piena e stordita ancora del para[nglia or- 
rilùle di tanta strage, gli s'avvolse otteudirata , e à confuse in un 
sonno angoscioso , in una tetra e affannata visione. Perchè gli parve 
d'a^rarà così vivo nelle bolge infernali (1) ed ascoltarvi le strìda, 
il compianto , il lamento che nella valle d'abisso lagrìmosa rìsuona 
come fa mar per tempesta 

« Se da contrari ^'^^ ^ combattuto «. 

Ha rotto l'alto sonno, si levò tutto mutato; e l'anima si baldan- 
zosa del cavaliero cercò indamo sé stessa : opperò , non pih d'al- 
tro desiderosa che di silenzio e di pace , invocò la solitudine del 
chiostro e la calma del santaarìo. Brevemente : vestito il cilizio ed 
il sacco , fattosi oblato di S. Giulia , moriva Obicio nel convento 
GiuUano della nostra città, il giorno 6 dicembre del ISOi (2), sul 
letticciuolo dell'eremita, e fra le lagrime della m<^lie, dei figli (3J, 
di tatto un popolo. 

Veramente, l'imiH^nta del cantico bresciano, che pnò dirsi piut- 
tosto una preghiera tutta spirante l'esaltamento di un'anima reU- 
giosa; quell'ascrivere tutto a Dio, cosi conforme al dis[»«zza dì sk 
medesimo , che è forse il carattere più singolare di quel Santo ca- 
muno ; il sapersi che l' inno fu rinvenuto nelle carte moDastìche di 
8- Salvatore di Bologna , come gjk pertinenti ad un convento bre- 
sciano , mi condurrebbero a sospettarne autore lo stesso Obicio. 

Eccovi il canto. D^ t vi risponda un palpito del vostro cuore ; 
sicché la rude ma energica e poderosa etk che noi gettiamo fra 

Hi HtLT. , toc. cit. 

(8) Kilt. , loo. clt, che ricorda cerne iDgliBeadi , mogUn di Obicio , Tnatine 
da poi l'abito monacale. Noi steul abblam solato , nel Codice Diplomatico Bre- 
Bciano , parta II , pag. 73 , una figlia del Santo regislraU in un codice antico di 
S. Giulia. - Margarita fUia k% OMnniJ cwn omnitiM tuli oc. Il titolo di santa 
qui non diadica. Sappiamo che usavael soctie tra' vivi , e che Obicio , appen* 
morto, fu acclamato saolo a voce di pi^lD.( GutDieiiiri , 1. eli.). 

(3) BaoiiTi e GoutoRiHi, Opete e luoghi cilali. 



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DBTTA DI MALAHORTE 



la barbarie del medio evo, ias^;[u a noi jvogressm dei secolo XIX 
l'amiM' della patria! 



I. Gesti, re dei re, creatore delle acque, del cielo e della terra, 
innanzi a cui si disviano le cose tutte, né più ai avvolge di te- 
nebre il mistero : a Te che le^ nel chiuso dei nostri cntHÌ , po- 
tenza e gloria por tutti i secoli 

II. Tu, cui tutto è grato quanto ha suggello di bonth, a 
cui spiace l'orgoglio col quale si mossero perfidiando (1) i Cremo- 
nesi alla difesa dei Bergamaschi : ma eccoli (2) pienamente confusi 
nella tua fortezza. 

III. Tu puoi quanto a te [nace: nessuno è che ardisca dare 
dì cozzo alla tua volontà. Tu suoli, o Altisàmo , atterrare i super- 
tÀ , ed innalzare i mansueti alla tua gloria. 

IV. O Re dei cieli, o giufalàlo de' santi : Tu solo e vita (3) e luce 
etema ; Tu sei la vittoria nostra. 1 tuoi servi Bresciani hai suMi- 
mati nel trionfo , perchè sbaragliarono colla tua grazia i loro nemici. 

V. Degnati accogliere, o Sif^ore, le mie supidicazionì. Tu mi 
reggi e spira ne' rudi miei raccimti , perchè non parti che il vero , 
e scriva con rettitudine quello che ho veduto cogli occhi miei (i), 

VI. U vero adunque non si nasconda, né più s'indugi. Era il 
di della donieoìca sul nascere del sole. I Bergamaschi nemici, le 
schiere di Cremona, di Parma, di Pavia, dei Lodigiani, avevano 
passato l'Olio. 

(4) Sua iaptrtUia. 

12) Sed KMgiM nm( cim|Iwì che «^ita qui tolto dopo I0 bt[e inrocazìoDi , 
come preghiera non appeni moisi che «demplnla, ò poesia non infelice del 
lecolo Xll , come la itrebbo di Intll i secoli. 

(3] cttorum imptrator tt Mnclomm gauHa , - fila . ului , Ina; (lema ttobis 
«t Victoria. 

(4) Pnaimtqua ret qna* vidi , atqm cvKta $Qtib«rt. - (Del «idi non è cbe 
la lettera n]. 



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1t U QATTAGUA DI RUDUNO 

VII. E minacciando con traci gridi la strage e l'^terminio , 
s'avventavano tutte quante aUa pugna. 

Vili. Il numero ingente dell'oste rivale ruppe alcuni cavalli , 
inseguendoli per questi campi e per le fitte boscaglie. Ha il popcJ 
nostro immobile resistette co' suoi soldati. Da questi e dal Signore 
venneci alacrità (1). 

IX. Percbè la OToce dì Cristo brillava in quell'istante (neU'or»- 
fiamma ciUadina) , come un raggio di sole , ed atterriva quasi ta- 
gliente spada i nostri nemici. 

X. Un vago angelo volitava intomo a lei, nnncio forse a Doi 
mandato da Gesii Cristo. 

XI. Combattevano intanto i militi gagliardi e si tufEavano quei 
poderosi nella strage ; ma non era chi pareggiasse la virtù d^'òt- 
cittì Bretdani , a cut tiatura diede poisatua e noinltà. 

XII. Al fragore dello scontro mescolavasi la paura. Fuggirono 
alcuni abbandonando con turpe fnga i cittadini che battagliavano da 
forti: ma ritornati col rossore in volto, forono accolti come firatelli. 

Xni. Sia dispreizo a coloro che non redirano. Sieno vili ed 
abietti come i trecconi delle bisdie. Non assurgano a grado alcono, 
cacciati sempre negl'inflmi tra i pusilli, i tristi ed i vigliacchi. 

XIV. Con qnal fronte potranno vederti, o bnona Brescia, coloro 
che non vollero combattere per così dolce patria? che sé medesimi 
ed ogni {nù cara cosa dimenticarono ? Più non rimane a coteatoro 
che la vergogna [2). 



(1) Sic per Dmm «t par iUoi facll miinh aìaam. 

(S| qua fremte t« oltUn fottmt , bota Briteia , 

Qui pugnare nobierwU prò (om duM patria , 
Et w iptoi nU^utPiMl $uaqu» omnia? 
Ilio* min) maiut sola verteimdia. 
Questo è tmorc di patria del secolo XII i 



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DETTA DI HALAMORTE 15 

XV. Dopo lungo cerlame dell'uDo e ddl'allro campo, e tutta 
versando la battagtia in alterai perìcoli , 

Xyi. Volte le spalle , fuggì l' inimico : la fuga stessa era in- 
ciampo e caduta ai fuggitivi. 

XVIi. Gedeaoo iutanto per ogni parte bersagliati dai militi bre- 
sciani ; e i oostrì buoni fanti oe li struggevano come leoui fra gli 
agnelli, ferendoli, gittandoli nei goi^hi del fiume (1). 

Vffl già ve ne sarete accorti non essere che un frammento. Pur 
troppo, reSqua deBtderantur , con rincrescimento, cred'io, àUogai 
stDdìc»o delle antiche cose d' Italia nostra. Quanta passione , per 
altro, e quanta energìa! Ed anche qui, siccome in ogni tempo, 
attribuite a Dio le vendette dell'uomo, fatto complice di una strage 
fraterna, che twtwast conawntmdo lotto laproiesione della tua crocei 

Cosi ebbe fine la battaglia di Rudiaoo, che forse meglio potrebbe 
dirsi di Civìdale. E poi che le vinte citti ricorrevano ad Enrico VI , 
reduce allora dalla Puglia (cui l'aveva condotto la contrastata 
eredità della sua CostanEa]-, eletto giudico delle nostre contese, 
deputava in Milane i suoi rappresentanti (2), perchè disaminate le 
origini del fatto e le ragioni delle partì , le mettessero in pace. 

Messi di Enrico furono un Salimbene ed un Passaverra; giu- 
dici dalla parie dei Bergamaschi, Oprando di s. Alessandro, e Dio- 
tisalvi avvocato : lo furono di Brescia Giovanni da Calepino , e Gu- 
glielmo Oriano; l'arcivescovo di Ravenna ed i vescovi di Brescia, 
di Nov.ara e di Vercelli (3). 

Erano consoli di Brescia il conte Azzone, Azzone Gonfalonieri, 
Giovanni Faba, Guglielmo da Oriana, Alberto da Concesio, Pietro 
Pettenalupo, Giovanni da Poncarale , Hilone Griffi; numero al certo 
esuberante il consueto , ma che avverte i gravi pericoli dalla pa- 
tria sostenuti, la difficile condizione dei tempi, e l'importanza 
delle cose a trattare per la pace rimessa in potestà dell1mperat4H%. 



Hi Si vegga in fine il Oocumenlo II. 

(S) Vedasi il Dacumeiilo I. 

(3) LiiEB PoTEBii Blue., Cod. Ptrgam. Manie., Sec. Xllt, carte 27, preEso 
la QuiriDiina. — Nat ri pubbliob atemo nel già ioiiiato Cod. Diplomatico , che m- 
eompagaa le Storie di Brescia , quel documealo. 



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t6 Li BATTAGLIA DI HCDIANO 

E l'esito ne fu (119S), che, per sentnica dell'imperatore, Vol- 
pino , Coalino e Geretello veoisserci restituiti ; come parrebbero date 
ai Bei^amaschi le terre di Sarnico, di Merlo e dì Calepio, dac- 
ché nd 4196 noi1e vediamo della città di Bergamo (1). Ha le 
ruggini municipali tra noi Bresciani ed i limitrofi Cremonesi lun- 
gamente durarono: e ne sia testimonianza la Cronaca preziosis- 
sima del secolo XIII discoperta dal bravo dottor Francesco Robololti 
da Cremona, che fa séguito al Ckromcon Cranmeme già messo 
in luce dal Muratori (2). 

Or non ci resta che di volgere uno ^ardo alle sincrone testi- 
monianze delta grande contesa. DeU'£«c«rpta hùtorica pubblicato 
dal Muratori non feci gran caso : non la ricorda che di fuga ed a 
spropodto (3). Né [mìi preciso ò il Cronico mantovano posto in luce 
dal conte d'Arco (i). Sicardo vescovo di Cremona , che visse a quei 
tempri, gravemente ne parla con dolore (5). Ha le Cronache bresciane, 
le crenache dei vincitori , più largamente e quasi con letiiia (qual 
mai letizia I ) vi si trattengono : ed è a quest'ultime che dobUamo 
le circostanze più singolari del fatto, perché il popolo che vìnce 
serba gelosamente cou una specie d'orgt^o le carezzate memorie 
del suo valore, e le venera e le accomanda qual monumento di 
gloria cittadina. -Ond' é che il Cronaco di S. Pietro in Olivete ne 



H) Link Potimi Bui.- Biihmi , Storia bnsdmt, (om. Ili inedllo , lib.V; 
autografi) presso il rer. sacerdole csnonio GiuMppe Onofri , prevosto di S. AgaU. 

(9) GentlUisimo com'è, il dottor Robolotlì comimicaiaml quella Crooaca, 
ood' io nel pubblicarla in queste pagioe , accompagoandola come terzo Docu- 
meoto agli due cbe più slretlaneDls appariengono al mio proposilo , rendo al- 
l'amico UD segno di grailiudine. Oli taola gliene debbo la sua Cremona per le 
dodo pagine con cui tenne illustrando I moDDmeDti della carili ciUadina. 

(3) HutiT., R.I.S., tom.l, par. U, col.X3&: frixiani. ivptiaiitnaU Crt- 
MonouM in ripa Oiei, ctinelU cum vexMo uno , inoocantibut S. Àmbrotium, 
CrcfMMwruu , oudtlo nomini S, AmbroHi »ic. 

(4) Viintainx, Arch. Slor. ìtal. , Nuora Serle^SSS, N.« 2, tom. I.- Croni- 
chetta nanlovana, pag.SO, a. 1191..., «t futi icanflta Cremoneiuium a Briàenti- 
but in Ihaamt Lotìi, qaod vacata etl Carola I l^gi Cividate ]. 

15) Eoiln» anno (119<) fuit tn/'ortuntum guod IiUuiioit a Crtmmtiaibtu 
apiwllatur, w quod apud Chilatem (Clvldale) BtrgameuMiom eailrttm oonlra Bri' 
Jrimtei mm Pergammiibut eongr9g<Ui , iMno j'wUcJo in w ruaHet , aUi in Otto 
pracipibmiM , olii capti muHlMpu , aUi morttii nmt. Scd eapUts , rcdiou de 
Jpulia /ntptrator, a career» litomvlt.- SiCAnoi EpiKopi, Chrm. Cr«at., io Rer. 
IiaL Script., tota. VII , col. GIS. 



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DETTA M KiLAMOHTE 17 

dìi qualche esatto ra^iugKo [1). Di maggiori ne dà ta Cronaca 
twesciana contemporanea, cbe probabilmente dal convento' bre- 
sciano di S. Giovanni passava in quello di S. Salvatore di Bolo>- 
gna (8). Ma sopra l'altre per ampiezza di racconto e dettaglio di 
(atti è a porsi taCrmiaca bresciana del nostro Malvezzi, del quale 
se meno è a lame caso ne' primi secoli della storia nostra , sul 
toccare del seudo XI assume uni impoFtaaza eh» il Muratori gli 
ha resa. Perchè, vissuto nel secolo XIV, e pe'suoi tempi assai 
colto ed elegante scrittore, ben si conosce l'esuberanza dei docu- 
menti ch'erano certo a sua disposizione , che talvolta ci dà, lal'al- 
tra accenna, e che ^ servivano come di guida. 

Alcuno dì quelli venuti alla- nostra coooscenia quattro secoli 
dopo di lui , ctmvalidarono i sutn racconti , dei quali fu dubitata 
per un istuite la verità. Ed al Malvezzi è dovuto il piii esatto e 
largo ragguaglio delle nostre contese fra i limitrofi Comuni ; ed 
a lui mi attenni per quella cbe diede orìgine alla battaglia *df ■ 
Rodano cbe v' ho descrìtta. Non parìiamo del Ha^ (3) , del Ca- 
I»nolo (i) , del Rossi (5) , e di tanti altrì storici consecutivi ; i quali 

(1) An, HCXCI. h /Mo S. JpolfamH P9rgamm*ei tt Crmonatwi cimi m- 
gmtl «MiUUiidfo* »t nkntHM fiuvrt apitdi . • . in BrMmwf -imierwtt ; teiiino- 
non iìtomi», qtria Brkeieiulbiu ftrt oomibu*'ta*i* »t Mtgrit ranmmWttu , <t« 
%>flt iii ferieriHa, gucnim tortora bMliit «( ovibiu dia remaa*runt. . . . «t tn mar* 
ffaixtnnl. - Doiiu, Zecca bretnona , ediz.del 47SB, In Bue , pag.91. A pag.99 
cita aa Cronaco milanese msi. ICodiiM Un. Biblioth. TawrlK., par.II, pag.353), 
in coi ricordasi cbe il htlo accadeva preseo Cictdate. 

(S) A. HC mmag. I . Ind. IX. Jordnmu d« Fiuafo i» Fteeantia faciut PotetUu 
Brto^Etrax BaarxcuHairaxiit luliam , »t eodamoMO WrHo «icmvil* marna o^lui 
coairum Coltptì (da qual poi degli eaercUl che lo si coDleadevaao ? sarei per cre- 
dere lu occupassero i Brest^ani), at di« dominico pmcimo VII Mr.menn jalj, in 
qwt «il /iHtam b»ati ApoOonii. capti /uni Cremtmeiuei ti mortili el n«cati , «t Ptr- 
gammMt te MUB , emn magna ffMIe olionim cMIoIiun , a mlliUbw BUbH bt a 
rorOLO tn ripa OM profw Ponlotio , tt XII miUa vtt àrea «z ù Morlui «I n«gaU 
•t copti tunt. El Md«i» anno In ftila S. Aitdrwu, leripta ul pai» jn cintato M4- 
diobmi tubpeaa ducmium marcarum auri ab Imperatort Benrico inter Briximiót 
ex una pari» tt Ownananwf ex altera, st trioiaYacta «(pool /Iniia die morti* XfK 
pnatim Mnmto marne gmtuii ptr Piaaoeram da Kediolana el per Sf/Umm Samr 
boMun da Pi^ia , miao* el judiet» curie /inperolerb forici. Coaì dalla co^a au- 
tograh del Dooeda isteau appo la mia raccolta di Codici lirCBclaiii , N,> 78. 

(3) Cu. Uadii, Htit.de AebM0ris.(Autogr.Quir.del EecXV, segn.C.1.44.) 

|() CAraiOLoa, Chron.de Rtlnu Brìx., pubblicata nel 4500. 

(fi) Roau, Storte Brefi;ian0ÌMdi{<,',Cod.Qulr.B,VLST. - Potnpa (Uutri delia 
ciM di BraKfa [Cod. QuIr.C.I. 18]. - Blt^t « ftwciaiii /Uwlri,- Brescia IMO. 
Aiai.ST.tT. NaofaSerU;, T.lll.P.II, 3 



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48 LA BATTAGLIA DI BUDUNO 

mef;lìo per noi se dou avessero affastellate le favole colle realtà, 
confusi tempi, falli e personaggi; ma, che |hìi è, ricopiandosi Tun 
l'altro come le pecorelle di Dante , 

« Che quel che l'una fa e l'altre fanno », 

potrebbero collocarsi nella classe amplissima , direbbe il Maoioni, 
dei guastamestieri. 

Federico Odorici. 



DOCUMENTI INEDITI. 



^191, 8 Dicembre. 

Atto di compromesso e decreto ad un tempo di Enrico Vi , pre- 
disponente la transazione e pace fra le citth coDtend«iti di 
. Brescia, Beliamo e Cremona. (Dal Liber Poteris Brix., Cod. Per- 
gam. Hunicip. di Brescia del sec. XIII , carte S8 , ora presso la 
Quiriniana ). 

In nomme Domini, anno ab incarti, etui mc notiag. primo, tadictio- 
ne villi , die dominieo, octavo mensis deeembrit. Stayer discordat que 
Xìert^iantur inter Brixienses et suam partem, et Cremonenses et Per- 
gamentes et auam partem , tali» ett ordinalo et preceptum domini Hen- 
rtct , Bomaaorwn imperatorit. In primit ordino St/rwn SaUbemum et 
Passawerram iudices , curie sue nuntios , qtti recipùmt jwrametUa 
omnium Brixiensium, cum nuntOt Cremonensiwn et Pergamensium, 
ti interesse voluerint; sanili modo redpiaat sacramentum ab omnibut 
Cremonensibus et Pergamtnsibìu , cut» nun^u Brimetmum, ti inte- 
resse voluerint. Sacramentum tale ett : - Furo ego Brixiensis ad tancta 
Dei evangelia, quod fit bona fide, siite {rande, de onmibus discor- 
diis et guerris et male/itiis que sunt inter BriaHenses et eorum partem 
«r una parte, et ex altera Cremonenses et Pergamentet et suam par- 



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DETTA DI HALAHORTE 19 

Um , ohsemAo ofnma precqtta que dommas inperator per te, vel nut 
vuntàmiifeceritmeeewitati, vel tmhì , pactm firmam ten^ , et obier- 
mdo in personi» et retta otmU tempore prò tedameiUo ittiut dt- 
teordie Cremonentium, Pergamensium et eamtm parta; et tila loca 
the castra que fverint atsignata propter ittad far,tam donano tm- 
peratori, vel eius nanciit, non auferam nec auferri faciam , ted 
potàa tutìwabo tenere nimtios qtAot dommui imperator tn predicUs 
loda et prò cattris potuerit , tuque et quo domino imperatori plaaierit , 
wl eiut nantiii ad hoc dettinatit. ~ Similiter modo jurabttrU Cremo- 
nentei et Pergamemet , Brixienies et eorwn parti. Nomina cattronmt 
que m potatatem domini imperatorit permanere debent, nmt itta: 
seilicet Catìpiwn, et totum iUud quod in valle Calipii Pergam. vel 
ilti qui ex eorum parte teaebatU ante guerram ittam , et modo nunc 
tenent; Vuipinwn, Cormmum cum valk, Coididium et Cere^iellum. 
Que omnia loca debeat cuitodtn a nantat domini ttr^wrotorù comu- 
miut expentii 8rtxie et Pergami. Discordiam va-o predictontm 
iocorvm Oprando de «co Alexandro et Detaaloe adoocato ex parte 
Pergami et JoAt de Calapino et GuUelmo de Oriana ex parte Brutte 
a domino w^Mratore cognotoenda et determinaada , Oomittitur: quod 
ti amieobiiiter vel per tententiom predictam ditcordiam non termi- 
naverint, ad dominum imperatorem refferant. De castri» vero non 
tenearOur Cremonmtea niai tecundum tenorem pads. Et predicta 
catlra Brixiensitan et Pergamensium assignabant imperatori, vel eiut 
nuneOs, quandocumque eis preceptum fuerit. Similiter sacramentum 
facientes oitmet captivi quod faciunt aia sue dvilatit, et tanto plus 
quod quandocumque a domino imperatore, vel eius nunciit, fuerint 
requisiti propter pacem , que dìeant esse rupta a& aliqua partium , 
rqaresentabaat te in poteslatem domini inq>er(Uoris , vel nunjrórum 
etiM speeialiter a domino imperatori destinatorum; nec de potestate 
mu vel mmtiorvm morwn recedent sine parabola domini imperato- 
rit, vel eiut nuota ad hoc destinati. Similiter ad illwn locum venient 
quod domiTtus imperator , vel ejut nuntiui , eis preceperit, nec de ipso 
loco recederà, nui eiut, vel eius nuntU, parabola. Et m^am iactìi- 
ram vel letionem occasione predicte discordie aliquibus personit de 
parte Bririensium, et tpedaliter comitibus de Martinengo, inferrent. 
Bo modo osservabunt Brixienses . Pergami et eorum parti , factis 
uiriusque predictis jwamentis , habita possessione twptascriptorum 
locorum , predica Syrus et Patsaverra n unum locum potestatet 
et contulet predictarum civitatum cum tt^titnttbua eorum fitcient 



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20 LA BATTAGLIA DI RUDIANO 

convemre, rt fìnem et pacem libi vicissm facere faeiant , et prò ea 
captivo$ rendere tecwidum predictum tenorem fÌMcieot. Et mdban pr^ 
judicittm aliem .... propter possetsùmem cailrorvm daiam damino 
imperatori prò comune et diviso (sìc^ de Goraono Sì^>emomnato. Ita 
itatuit domima iw^erator, ut ti prefati nuntii Sì/ru> et Pattiverra 
eonvenerirU esse de curie Volpini , ut possestionem licut de oHis lo- 
cis ft9>en'tu dictum est, pottessionem ('sic^ redpiant; alioquiH minmte. 

Actum est in Medioìano svper pakoiwm archiep. Medioianensis. 

Predictus domima imperator cÌKtrtam fieri precepit. Inter/vere do- 
minus Petrus aliene /'sicj urbis cardiwUis de Placentia ; arcM^iscoput 
Ravenne rscilicet Guli^mus; Bonefacius notariut; Novarie episci^ius 
et vicarius imperialis aule; Ametmus Cumanus episcoput; ffrùrien- 
sis episcopus; Aff^ertus de Summo de Cremona potestas Papié; Uber- 
tot de Olevano, Gaiferius Yseadxardus, Guido de Puteo, Guido de 
Cod(do, Otto Cendadarius, Albertiu Straxius de. Cremona, Amaidus 
de Strictis de Placentia, Henricus de Lutra pincema et eamerarius 
domini imperatorit, fiogelerius vÌcecomes_. Mommi de Condtio , Ugo 
de Camerario, Tadua de HandeUo, Ardicus de Modeiia H. — 

Ego Martinus PhiUppi imperiali* aule etpapiensù noi. taterfiii, 
et preapto tvpradicU dammi impenOoris hanc cartam scripti. 



fimo dei Bresciani per h vittoria di 
{ 1091 ] 

O Rex Begnm lesa Chrìste ~ per quem patent «mnia, 
Celum Terram fabricavit - , ipsa quoque maria , 
Quem secretum nullum latet -, videa et prfficordia; 
Tibi honor ait et vinus - per eeteroa ssecuJa. 

Cui bona cuocta placent - , displicet superbia , 
Qua ìoflati Cremoaeases - omni ac malicia 
Defendebant Bergamenses - sua in perficUa ; 
Sed ubìque sunt contùsi - tua nam potentia. 

QUidquid enini tàìn placet •• potens es et facere , 
Voluntati atque tue - potest nil renslere : 
Tu superhnR , summe Deus - , seniper vis deprimere , 



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DETTA DI MALAUORTX 21 

Subtiinare mansuetoa - , ad snpema ducere. 

4. O Celorom imperator -, et Sanctorum gandìa, 
Vita , salus , lux eterna - nobù et viotoia , 
Tqos servos Brìxìenges - snblimaBtì ^rìa, 
Inimkoa superando - tua aaocta gratia. 

a. Vnees meas audi Deus - tao sancto rnunere , 
Et qnod volo nunc ordirì - facias perflcere, 
la quo facto nichil possim - Disi vere dicete , 
Proxìmeque ree qnas vidi - atqae cuncta scribere (1). 

6. Ei^ vera dudc deiHX)mam - , nec morabor nimiom. 

Prima die sat^torunt - traosienmt OIHum 
tDimici Bei^amenses - , turbe GremoDenraum , 
Fapienaes ac Panneoses - , ades Laudensium , 

7. Qui tunc omnea miDabantur - mortem el excidium ; 

IMras voces emìtlentes - ventum est ad prellum. 

8. Pan adversa nimìs magna - quosdam rapii equites , 

Hos per campos insequendo - et per duros cespites ; 
Sed plebs nostra firma stetìt - , ceterique milites : 
Sic per Deum et per ilios - facti sumus alacres. 

9. Nam Cruz Ghristi tunc fulgebat - sicut soUs radius, 

Que terrebat inimicos - ut acutus gladìus; 
10. Super iUam volitabat - avis et palcherrìma; 

Nam hfBc fuit, sicnt credo -, lesu Ghristi Duatia. 
il. Tunc bine inde decertabanl ~ milites fortìssimi , 

Gum vigwe feriebant - siout robustissimi; 

Set pre cuoclis se habebant - Brizienses incliti ^ 

Qui natura aunt polentes - atque notólissimL 

12. logens clamor atqne timor - miscebatur parìter : 

Quidam autem et de nostris - fogìeruot turpiter , 
Soos cives relinqnentes - , qui pngnabant f(Htiier -, 
Set reversà oum mbore - sunt recepti dulciter. 

13. Qui Fedire timuerunt - semper debenl despici, 

Et sint viles et abiecti - sicut tabemarìi; 

Non honwe sublìmentur -, sed sint semp. infimi , 

14] Ecco le originali parole : PraoifnHigiM r» v tt omt c ìa terittn. Cbi nulla 
iDUnd« d) tutto ciò? Etictootl lacuoe , e plb evidenti errori dell'amanuense ne 
loUero il Benso. Per me supplirei come leggeste ; ed anche e detta del brsvo 
Doelfo prof. Picei , A questa la pib probabile rìgoliuiooe di quel verso indi»' 
«oUto. 



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U BATTAGLU M RUDUNO 

Vereouodi atque trìstes - homìnes vìUebÌdiì. 

qua froDtfl le videre - possuot , bona BrìxJa , 
Qui pagnare noluerual - prò tam dulci. patria, 
Et se ipsos reliqnerunt - suaqoe omnia ; 
lUos «nim maiHtt sola - (1) verecoiuUa. 

Postquam dia est certatum - ab utrisque populis , 
Et cum esseat universi - magnis in periculis. 

Inimici terga vertunl -, et ceperunt fugare, 
Simul omnes concurrendo ~, huc illucque cadere. 

lllos autem tane cedebant - Brìiiani milites, 
Una seenm decertabant - nostri boni pedit«s 
Simnl omnes, quoa vorabant - ut ieones pecudes, 
Ferìéado et prostrando - in aqoarum gui^tes. 



HI. 

Cnmichetta Cremùnete in continaaiione del Ceronicon Crehonbnse , 
p.ò ecUto dal Haratori nel Tomo VII Renmt ItaUcarum Scri- 
ptores. 

(1S33-1969) 

Post illam (Gulielmum de Foyano] (9) fuit cornea Tomaxìas de 
Cerra , ad postulacionem Cremonennam ab Imperatore datas. Hic 
per se et suos judices et vicarìos., a Kal. junii osque ad festum 
Omuium Sanctonim ; et popularios Placentinos noins associavìt. 

HCCXXXIII. 

Post eum Guilelmus de Andito , nacentinus civis et Capitaneus 
Popularium Placentie , in Cremona est eleotus Potestas. Hic suo tem- 
pore mìlites placeotìDos in montibus de Valle Tarri et de Valle Zeni 
pugnavit , et devicit in yeme glaciali. 

(4) Il cop[Elt omise forge qualche parola, qualcbe altro epiteto Hi oerocon- 
lUa ; come tritUt o àta[\ì ? SenaoDchè , ancbe 11 precedente secondo emUtlchio 
«itogiM omnia, con agglnose alla misura pfb solita delle sette sillabe. 

(SI Gnglielmo di Foisoo, seduto nel ISSI, è l'ultimo dei Potestà DominaU 
nella Cronaca stampata dal Muratori (vedi col. 643 , tom. cil.) ; onde pare che 11 
frammento Irovato dal signor ftobololLI bccla seguito legitHoio , siccome imme- 
diato, all'altro frammento che il Uuratori stesso trovò dopo la sua Cronaca , e 
non parve alieno dal crederlo parte iotegnle della a 



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DKTTA DI MALAMOIITE 83 

Eodem anno gelavit Pados , ita qnod saper gtacies ooinu et 
eqnìies et homiaes discurrebant ;et ita stetit gelatns per mense 
iot^nun -, et major pars rineanlni gelavit , et magna pars arbo- 
mm ficaum et nocani. 

Eodem anno Hediolanenses et Brìxienses cam carocis et tota 
sua gente terras CremoDensiam hostiUter intraveruQt , et loca plora 
incendio concremaront : centra quos Cremonenses , Parmeoaes et 
Papieoses , cum cunctis eomm carociìs , cnm eia dimioavemnt , et 
usque super Daluia fugarunt. Seguenti dia , utraque parte armata 
et ad pugnandum preparata , ita quod duas archatas non dista- 
bant , dÌTÌno nutu per Fratres Hinores et Predicatores oompontio 
lacta (oit , et utraque pars incontinenti recessit. 

Eodem anno Cremonenses lerras Brixieosiom intravemut , et 
loca multa incendio concremarunt , et turem ceperunt in qua 
molti homines et mulieres confugiebant ; quos , cum se nou red- 
d^«nl , in ea incenderunt. uccxxxiv. 

Post iQum fnit Henriohns Granonns , civis Terdoneosis , in Cre- 
monensi ramine electus Potestas. Hic sno tempore veluctam de 
schandolarìa ante castrum Senige ad derìTandum LoUum fieri fé- 
cil , et Lxxxxii castellanos Pontisvici cepit , et \m occidìt et altos 
usque ad locum Pontisvici fugavìt. Alia vice castelanos Urcii (4) 
XLV1II numero cepit ultra Lolium , et alios fugavìt , et multos oo- 
ddìt. Hic suo, tempore V mìliles Gremeaenses in servicio Hutineo- 
àam demandavit, qui aquam Scoadene super terram Bonooien- 
sam derìvavit , et loca eorum plura devastavìt , terram ipserum 
hostiliter intraotes , et per dìes plures ibi comorsntes. Tunc ìsta 
milicia Cremonensium itn manente, Brixiensium exercitn magno 
apad Mosiam congregato cum V*^ militibns Mediolan. , terram Cre- 
mone intraverunt , et Rivarolum de forìs combussemnt : cmtra 
quos alii Cremonenses cum milicia que domi remanserat, oecurrens 
inter Riparolum et Bozolum , campestre prelium comisit , et ce mi- 
Ktes ex eis de majoribus et potenciorìbns Brixiensium cepit , et 
alios Qsque ad Mosiam fugavit die veneris exeunte madio , et mul- 
tos occidit. Eodem anno Imperator Federicus tib Apulìa veniens 
navigio AJemaniam est infi;ressu8 , secum portans ìnfinìtnm thessu* 
rum. Eodem anno el^bns Imperatorìs, et duo dromidaria vene- 
li) ti Dostro US-, che ci namo sroruti di rendere callt toaigìore posaibii» 
fedellì, scrive; cMtebmo jureti. 



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Si LA BATTAGLIA DI HUDUNO 

niDt GremoDam ; et eodem anno atque tempore corsaci fiiOTuat 

capti ad mare goavum (?]. mccxxxv. 

Post illum fuit Comes Simon de Ree. Eodem aano Imperator 
venit Cremonam , et cepit Hosiam et Harcharìam. Hccxxxvi. 

Posi illuin fuit Ugt^Dus Ugonis Rubei , cìvis Farmeosìs. Hccxxxvii. 

Post ìUum fnit Heorìcus de Livelo. Et eodem anno Rrìxia fuit 
obseaea per Imperatórem Federìcum et per Cremonenses , per tres 
meoses et plus, biccxxxvih ; et eodem anao fectom fuit prelìum 
Curtis nove p«r Imperatórem Federìcum , et captum fuil carocium 
Hedidaiii. 

Post ÌUum fuil Ansaldus de Mari , jaDuensìs civìs ; et eodem 
anno Imperalor Pederìcus cum Cremouensibus el Papiensibus in- 
travit terram Mediolaui , et cepit Laudrianum et mnltas alias ter- 
ras , et incendio concremavìt ; et fuerunt prope civitatem per ina 
milliarìa. hccxxxviiil 

Post illum Gulielmus de Inserbardo, Fapiensis cìvia. HCCXL. 

Post illuni fuit Rainaldus de Aquaviva. itcCXLi. 

Post illum Aiit Marchius Lancea, Eodem anno Mediolanenaes 
venemnt io Episcopatum Laude ad Nosedolam , et Cremonenses 
erant in Episcopatum Rnxìe ad Quinxanum cum magno eierdtu, 
et audiveniut quod Mediolanenses erant ad Nosedoluin ; ivemut 
OTÌam eis , et eos fugavenmi de dicto loco, mccxlil 

Post illum fuit Comes Lantelmus de Cassino , civis Laudensis. 
Et eodem anno cepimus Rrembium , et edificatum fuit Castrum 
Prancum. uccxliu. 

Post illum fuit Hantredns de Cornazano, civis Parmenós. UCCXLliu. 

Post illum fuit Roberttts de Castilione , qui suo tempore fecit 
fieri portas pallacii de otouo versus hccxlv. £t eodem anno Impe- 
rator Pederìcus , cum Papiensibus et mile mllitibus de Cremona , 
intravit terram ìlediolanensem , multa loca incendio coucremavil. 
Et Heoricus ftex Sardinie , fiiius ejusdem Imperatoris , cum alia 
mìlicia de Cremona et populo ivit ad Gorgoniolam , et ipsam ter- 
ram per vim cepit; et in ipsa terra ipse Rex fuit captus, et sta- 
tim fuit per Cremonenses recuperatus, captis ibidem mille deHe- 
diolauenaibus. lnt«- quos capti fuerunt Aroba de Balisteris lanuo, 
et qnibus in civilate Laude Pederìcus Imperator arrìpi (1) fecit uni- 
cuique eorum pedem et unum oculum. 

(1) Il US. è equivoco , e pare che abbia occipt. 



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DETTA DI MALAHOItTE 35 

Post iihun fnit Raidaldus de Macinloofi. mccslvi. 

Post illum tmt, Ferrarìus Caais , civis PnineD^s, qui in suo tem- 
pore obsedit QuiDianum. Et cum ibi esset , ParmeDses vtdverunl 
96 contra Imperatorem et Cremoneiues. Et relicta obsidione, ivit 
cam toto eacwcitu contra Paimmises io obaidione Parme. Et ibi 
edificata ftiit quedam civitas per Imperatorem , que Vicloria voca- 
batnr. hccxlvii. 

Post ilhim fait Paxios Pigamuziola , Pei^meosis civis ; et suo 
tempore Victoria fuit combasta et capta per Parmenfies, et care- 
ciom Cremonensium , qui erat (1). mccxlviit. 

Post illom fnit Santerus de Btrata , civis Papiensìs , qui suo 
tempore ivit cam Henrico Rege Sardinìe et milicìa Cremonensium 
in servick) Hutioennum contra Bononienses ; et ibi dictua Rex , 
cum duceatis de Cremona, captos tmt. uccxLviii et mccxlviiii. 

Post illam fuit Uberlus Marchio Patavicinus , qui sao tempore 
ceph carocium Panne , et duo milia ex dictis Parmensibus justa 
fiisata civitatis : et populiis Cremouensis mille lapidea in dieta ci- 
ntate cum Davibus pngccrunt , mccl ezennte augnato. Eodem ao- 
00 obiit Imperator Federìcns , xiii exeunte decembrì. 

Eodoa die ipse Marchio finoatua foit de novo in dominum et 
Potestatem , et postmodaiD ivit contra Mediolanenaes , qui erant in 
civitate Laudensium ; et in ipsa tnvilale cum Cremonensibns in- 
Iravit , et stetit per ini epdomadas , et post cum dictis Mediotanea- 
sibos pngDavemnt. Rorsus obsedit Rirakgsrum , qui est in episco- 
pata Placencie in montanea , et ibi stetit per tres menses , et dì- 
etuDi Gastmm capit sub iicclìi. 

Et postea ivit contra Mantuanos, Mavos et vioeas ipaorum uni- 
▼eisaiiter populando ; et apud portas civitatis sua castra fixit , el 
ibi stetit per iii epdomadas, terras et loca episcopatus Mantue 
penitus destruendo, sub ikclvi. Et durante. ipso eaenntu, capta 
fiiìt civitas Padue per quosdam Croxatos qui ibi vencrant cum 
uno Legato Eclesie Romane. Hic Han^o , cum Cremonensibus et 
domino Acerioo de Romano , cum quantitate Teolonicorum et mi- 
Utnm Harcbionis , ivit coatra Brixieoses et Hantoanos , et Lega- 
tam Eclesie qui cum eìs erat ; et ipsis Brìxìensibus et alliis fuga- 
tis qui aecnm erant , apud Tnricellam captus ipse Legatus , rum 

(I) Pire che dovrebbe correggersi -. qm ibi o qui ram aii trwit. 



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i6 LA BATTAULIA DI RUDIANO 

magoissima quantitate Brixienàam et HantuaDOTum , fnigna Eacia 
cum eìs : el hoc fuil sub ucCLViii , de mense augusti. 

Eodem anao Padus crevit maxime. Et eodem auDo ipse Mar- 
chio et Acerinus , cam CremoDeosibus et suis sequacibns , faabue- 
runt civitatem et efùscopatum Brixie; et alia sua gente venit ad 
obsidionem castri de Urcio , quod caslrum eral in Torcia Bosii de 
Dovarìa. Et tunc ipse Marchio , cum Cremonensibus, Hantuanis et 
Ferarìensibos , et Marcbione Extensi in quantitate sttpendiarìomm, 
cum qnibus Mantuanis et aliis ipse Marchio et CrwntNoenses socie- 
tatem fecenint centra ipsum Aeerìnutn , venerunt cum carocio Gre- 
monensium ad Zovenoltam; etdum sic stareat, qjuodam die ipse 
Acerinus cum sua milicia Brixiensì equitaTerunt versus MedioU- 
num, et eodem die equitaveruot episcopatum Mediolani per guadum 
Cassani, credentes ipsaiu civitatem Mediolani, cam ipsis Mediolanen- 
àbus qui secum societatem fecerant, pariter occupare. Et cum hoc 
cognitum fnit per ipsum Harchionem et Gremonenses et Hantuanos 
et suos sequaces, cum omni velocitale qua patuenmt, post ipsum 
Acerìnum versus iilas partes direxenint suos ^«ssus, et in Blan- 
cfaamura apud Pontem Cassani , et per guadum brmiionun (?) super 
flumen Abdue posuerunt sua castra. Et cum quodam die sabati 
lercio exeunte seplembrì, curentibus annis Domini mcclvihi, ipse 
Acerinus cum suis sequacibus Brixiam vellet reddire , dum colletti 
Tueniut ultra Qumen Abdue per mediam tcrram Cassani , ecce ipse 
Marchio licet pugnam vellet coraitere cum eis Acerino et suis, et 
ipsis Cremonensibus et Hantuanis et Marchione Extense cum Fe- 
rarìensibus et alliis suis, fuerunt obviam ei, et inpreKosatis mo- 
dico inchoato, ipsum Acerinum el suos sequaces penilus oonverte- 
ruDl in fugam; in qua foga ipse Acerinus captus fuit, vulneratus 
fuit ad mortem, et capti fuerunt in magna quantitate de sequacibus 
suis. Eodem anno ipse Marchio, cum sequacibus suis , ad castra 
ductis secum caplivis, cum gaudio reddierunt. Post predicta. per 
aliquos dies ipse Acerinus obiii de vuhiere recepto in {HvIìo , in 
castro Soncini ; et ibi sepullus fuil , stando ipse Marchio cum exer- 
citu predicto prope civilatem Brixie. Eodem anno pax facta fuit 
inter Cremoneuses el Brixienses. Hic Marchio, cum Cremonensibus 
et quantitate Mediolaaensìum et Brìxiensium , cepit Pontam Vicum 
sub HCCLX, de mense juni: multa alia fecit cum Cremonensibus et 
aliis Lumbardis, quorum dominus fuit ; quod loDgum esset narrare. 



itizecyGOOgle • 



DETTA DI MALAHORTE 37 

FdU dominuscivilatum Creinone, Brìzie, Ploceocie, Terdone, Alc- 
xaadrìe, Papié, TurìDi, Uediolani; et mntta alia fecit et tractavit 
in Lombardia ut domintuni obtìneret. Sub hcclxv et eodem tem- 
pore, Comes Flandrìensi» cum ProviaciaVbns per Lombardiam tran* 
àemot in ApuUiam. Rez Hanfredos mortuns fnit io prelio facto 
ctim Carlo Comite de Prorincia. la sequeoti anno ìfediolanenses 
TeaeniDi ad Soncinam , stantìbas Pergamensìbas in obsidione Cervi 
qnoosqne eum destruxeniot. Hic Marchio prìmo intravit regimen 
Cremone, stante domiao Zavaienio de Strata prò vicario domini 
Henrìcì Begis Sardensis in Gremoaa, et qui Res faclus erat a Bo- 
noaieDàbos de mense madii secundo exeunte augusto; et duravit 
dna dtHninium in ipsa civitate usque ad hcclxvi die lune iatrante 
novembri. Et eo tempore domiaus Castelanusde Strata erat Potè- 
stas Cremone prò ipso Marchioae; qui Caslellauus obiit et sepultus 
fuit in Cremona. Et post ipsum electus fuit dominus Hochus, fra- 
l«r ìpàus Castelani, in Polestatem Cremonensium ^ in cuius re- 
gimioe .pars Capellatonim de Cremona, qui per totum tempus 
islius Harcbìonis extiterant banniti ad requisìtìonem domini Ber- 
nardi de Castegneto et Bartolomei Abbatis de Trebis domini Pape 
Legati , reddierunt in Cremona. Inde orla aduc discordia ioter ipsos 
Capelletos et Boxìum de Dovarìa et parlem Barbarasorum de Cre- 
mona , cam tractalu ipsorum Legatorum ipse Boxius et pars Bar- 
barasorum expulsi fummt de Cremona sub mcclxvìi de mense 
aixilis. Dictns domiaus Rochus dimisìt se de regimine Cremone , et 
Rainaldns Schotns de Placencia electus fuit in ijiso regimine per 
ipsos legatos. la cujus tempore , dum Cremonam irent ad obsldìo- 
nem Tesolarum, accidit quodBosius, cum quantitate Veronensinm 
et Teutonicorum et sua parte de Cremona, ìusultum fecit conlra 
iUos qui ibaot ad ipsam obudiouem, et centra Placentinos qui erant 
in eiHnm servicio; et ip«s fugatis de terra Calvatoni ìn qua hospi- 
tati eraot, et multis captis et occisis , ipse Bosius cum suissequa- 
cibas veait usque ad portam Cremone, volendo Cremonam ialrare. 
. Eodem tempore captum fuit et destructum castnim Tezolarum iiTi 
exeuate augusto, permanente Cremona in obsidionem ad Hocham 
Bosii de Dovarìa per certum tempus: et duravit regimen dicti Rai- 
aaldi p«- viti menses uccLicvii. 

Post illum fnit Gualterìus de la Rocha de Provincia, et duravit 
e]us refùmen per unum annum , sub MCCi.xvit et i.xviii. 



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S8 LA BATTAGLIA DI BUDIANO DBTTA DI HALAHOATE 

Post illum fait Henricns de la Turi de Hedìolano, ad vi meu- 

SeS MCCLXVItl. 

Post illum foit Goglìelmus de RivoU, Pellami tivis, ad vi meD- 
SM HCCLXviiii ; et suo tempore itlì qui eranl in Rocha istius Boxii, 
dedenui ìpsam terram illì qiù regebat Cremonam die mercorii viii 
exeunte jalio, et destracta ipsa rodia ano tempore fuit. 

Post iUam fuit dominoB Adhegoius de Enxolis de Parma ad 
VI menses hcclxviiii. Suo tempore Hediolaueiues cum Gremoadn- 
sibus feceruDt guastum Laudennbus. 
Reliqua iktidemiaur. 



itizecyGOOgle I 



DELLA ORIGINE 

FAMIGLIA BONAPARTE 

DIMOSTRATA COH DOCUMKNTI 

DI LUIGI PASSERINI 



Vi hanno tali fgmi^e nel mondo, delle qaaU eoak allo suona 
la fama , che desta curioattìi ed interesse tatto qnanto ad esse ha 
relMÌone : e perdft deve la istMÌa registrare latte quelle sooperle 
che srariroQO ad inasinire i fasti dei loro antenati. Hottì ritengoao 
come un fatile stadio qnello ddk genealogie , perchè forse credono 
dte a noll'altro valga se non -a lufiìngan l'amhicioi» dei poteoii 
e dei ricchi : ma vanno errati , perchè ikhi liBettmo a quanto se 
ne awantag^ la sU»ia dlorchè ad essa si riorileghi ; quando ohi 
vi si accinga lo (accia con questo intendimento , e eoo animo eo- 
scienxioso e impaniale, e scevro afttto di adolaiione. E tale io mi 
Tsnto di essere; io che mi accingo a questo lavoro, auU'altio 
avendo in mira se aon di mostrare ad evidenza, vie megUo di 
quanti mi hanno preeedato in questo tèma, che itaUana, ansi 
toscana, è la origine della tunica da coi sortì i natali Sefoleom 
Bonaports : quel Napt^ne che OM tanto sj^eodore terminò ocUr 
^»da la prima rivoluzione di Francia, facendosi dominatore di oaa 
gran parte di Europa , siccome un altro grand'aomo dì origine 
italica l'aveva inisiala con la parola ; vuo' dire di Onorato-Gabriele 



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30 DELLA origini; 

Riquetti marchese di Hìrabeau , derivalo dalla toscana famiglia 

d^i Arrighetti. 

Hoko e noD da pochi si è scrìtto sulla famiglia dei Bonaparte , 
sensa che nessuao abbia in sino a qni giastamento cAlto nel se- 
guo. Fireoze, San Minialo, Sarisna, Ascoli e Treviso sonolecittk 
che si contrastano la gloria di esser la patria de' loro antenati : ma 
per via dei documenti che esporremo a suo luogo, ne sarà dato, 
speriamo, di potere con sicurezea determinare ciò che di lai vanti 
d^ba giudicarsi. 

La mag^iM- parta degli scrittori dice Napoleone derivato dalla 
stirpe dei Bonaparte da S. Miniato ; e ancora di recente, ìu una ge- 
nealogia pubblicata da un Anonimo samminiatese (i), si è sostenuta 
aua tale opinione; la quale, peraltro, costali a noi ben poca fa- 
tica il distruggere. Il passaggio dei Bonaparte da San Miniato a4 
Aìaccio si stabilisce dairanonimo nel 1640; e si favdeggia di un 
Luigi-Fortunato , figlio dì Gianfrancesco di Pierantouio e di Fran- 
cesca da Panzane, il quale chiamato in Corsica per raccogliere la 
eredità di una Laura Bonaparte, vi contrasse unione con una Lo- 
mdlini di Genova ; e si citano in appoggio di codesta asserzione 
due lettere, una a Luigi scritta da Aiaccio nel 40 giugno 4640 per 
InTÌiarlo a recarsi colà; l'altra da Luigi diretta a suo padre 
net 4612, per dar^ conto del suo matrìutoDÌo.. Ha l'autore con- 
fessa che tali lettere non ha ^li vedute, e che soltanto ne ha no- 
tizia per un inventario di documenti trovati nella eredità di ìloccio- 
Ghueppe Bonaperte; documenti che, depositati alla prefettura 
di Livorno da un mandteee Giusef^ AIli-Maccarani , andarono non 
mi so bene per quale avventura disparsi. Ha sfido io bensì l'ano- 
nimo genealogista a rinvenirli, per la sola ragione che non possono 
ewere esistili , seppure uon forono già tra i documenti falsificati. 
Ed eocoae le ragioni. 

Ebbe vita in Firenze, durante la repubblica e il |Mincipalo, un 
«fficio ohe si chiamò delle Tratte, davanti al quale dovevano i 
cittadini fior«itini esibire gli atti di nascita dei loro ^li, affinchè 
potassero venire imbcureatì per te magislralure. In appositi libri , 
detti delle consorterie, ae' quali ciascuna famiglia aveva come ac- 
cesa une partita che la riguardava, a re^atravano i nomi dei 
aatt ; « l'uso volava che «IVocoasione dello sqaittinio si sanasse 

' «) Fu edita in nrenze nel n\l . coi (lp( Hi thriino Cerelii. 



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DELLA rAHMLIA BONAPARTE 31 

di contro al uoroe di ciascuno individuo la data delta sua nascita, 
se vivente ; oppure s' indicasse con una croce, se fosse gih trapas- 
sato. E nel libro appunto delle consorterie del quartiere S- Spì- 
rito, a carte 27, trovasi il nome di Luigi di Gianfrancesco Bcna- 
parte, ma vedesi ancora ivi presso la nota crocellina, indiaio certo 
ch'^i mori prima dello squittinio che fu celebrato nel 1594. In- 
fatti, ove si prendano in esame i nomi degli squittinati in quel- 
l'anno, si troveranno ctA nome del padre quelli di due tra i suoi 
fratelli, ma del suo non vi è fatta menzione. Né mancano di quanto 
io dico altre prove. Il ma^strato della Decima era obbligato a te- 
ner re^stro dei possessi che costituivano il patrìmimio di ciascun 
cittadino, e che perciò erano st^getti alla Decima; e nei registri 
dovevano inneme notarsi i litoti per cui tali effetti si possedeva- 
no ; cioè se pervenuti per eredìtb , per donaiìoue ovvero per com- 
pra. Nel campione del quartiere Santo Spirito, gonfalone Scala, 
del 153t, a carte 316, è descritto Gian&^ncesco di Pierantonio 
Bonaparte , dal conto del quale i beni da lui posseduti passarono 
in Giulio, Pierantonio e Filippo suoi figli, dopo ch'egli fu morto ai 
29 ottobre 1607; e questi se li divisero tra loro per composizione 
amichevolmente fatta a dì 16 gennaio 161i. Or bene, tra quest) 
eredi, tra questi condivìdenti , avrebbe dovuto trovarsi ancora 
Lui^, ove pnr questo fosse stato tra i viventi. E si che per essere 
il padre suo morto ab intestato, resta anche escluso il caso della 
diseredaiione ; per il che, facendosi lut^o al disposto dello Statuto 
samminiatese , egli avrebbe dovuto succedere con gli altri fratelli: 
la qual cosa ci dimostra eoa tutta certeiza, che dlora egli pure 
era morto. Né giova il dire che in quel l«mpo egli fosse lontano 
dalla patria , perchè questo non sarebbe stato titolo sufficiente per 
escluderlo dalla patema successione ; tanto più che si pretende per- 
fino di accertare che egli non andasse in Corsica se non dopo la 
metà del 1610, cioè circa tre anni dopo la morie del genitore. Altro 
riscontro di quanto affermo si ha in un Albero dei Bonaparte di 
S. ìlìaiato prodotto poc* oltre la metà del secolo decimosettimo in 
una lite che da essi sostenevasi contro la magistratura della De- 
cima , nel quale il nome di Luigi non apparisce (1). Per queste 
evidentissime ragioni parmi distrutta la pretesa lettera del giu- 

H) V«di Blu 1 de'PioCflEsi dall'aono I6t9 al 4748. — ArcbÌTÌO Cenlnledi 
Stato : Seiioce delle Decime grioducali , Uh fl71 , ìourto 9. 



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■ìì WLLA ORIGINE 

gno 1610 a lui diretta ; e vie |riù l'altra da lui scrìtta a suo pa- 
dre nd 1649, cioè quando questi da drca cinque anni dormiva 
nella fossA de'saoì maggiori l'etenio soodo. E qui prendo con- 
miato dall'AnoDimo sammìniatese, lasciando in disparte molta altre 
osservaiioni che la crìtica mi dettereUie ove mi facessi ad esami- 
nare distesamente il suo lav<H^ 

I Bonaparte andarono in Corsica dalle citth di Sarzana : del 
obe non può dubitarsi dopo l'esame dei documenti puUnlicati da 
Emmauoele Gerìni nelle Memorie storiche di Luoigìana. Farmi 
|H^o dell'opera il fame qui novella menzione. Io uno del 4SS9 
si le^ : Cut» git al fuerit quod aHat reuerendUiwaa dommtii Ce- 
tar Bonaparte, catumicui iMnentit-Sarnonentit , tuo proprio nomi- 
ne, et vice emf fratrit FranoKi abientis a cioitaU Sarxane, et m 
iniuia Contee, ut aueritw, ttipendiariui , dederit m «oJuttm et ti- 
tulo prò soluto ter Fraacitco quondam Atitoim Montimi, prò parte 
dotium et nomine partit dati* domme Antonie fitìe dicti Francitci et 
nepotu dicti Domini Ceiaris , uxoris prefati ser Pranàtci etc. Nel- 
l'altrodel 1567 si dice : Cwn ter Frandioa Montamu» Sarxmentit, 
tamguam de&itor fioAnefù quonihm Frandtoi de Bcncfortii , habi- 
tatoris Aiacdi insule Cortice , de icuti» centvm quìaquaginta atiri 
prò integro pretto domia et turtum alienatorum per dictum Gabriel' 
lem dicto ser Frandtco Montano etc. (4). Con la luce riverberata 
da questi due documeoti non panni che fih possa dubitarsi circa 
la proveaienza àà Bonaparte , e nemmeno drca il tempo ed il 
motivo del loro stabilimento nell' isola Ginràa. Ci6 posto , io stimo 
inutile il riportare qui tutta quanta la gene^t^a di questa casa , 
dataci dal Gerìni nell'opera suauoentorata , basandola sull'alleg»- 
lione di documenti irrecusalùli tratti dai pubblici ar<^vi )unensi[2)i 
e mi restrìngo invece ad esporre com'egti le die principio da un 
Bonaparte figlio di Gianfaldo , il quale era uno dei mag^orenti di 
Sanana ned 426(. Ora a me incombe di provare quali fossero gli 
antenati del prefato Bonaparte. 

Negli studi da me intrapresi nell'Archivio Diplomatico di Fi- 
renze , mi aw^ine , nel feltraio 1 863 , di aver tra mano alcune 

(4) Gnun, Umori* tiorlcte di Lmigtima. T.l, pag. 84 e 8S ; e pib di- 
atOMmeDle in una aemoria uih^rah del Gerioi . diretti nel 1802 * Ceure Re- 
medi seoatore della Repubblica Ligure , esislente presso il cav. Girolamo Gar- 
giolli , nipote ed erede dell'autore. 

[ti Sta nel I volume , in flne del secondo libro. 



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DELLA FAMIGLIA BOHAPAHTE dà 

pergamene appartenute alla chiesa di S. Stefano di Empoli-, e ira 
quelle ima del 15 tnag^po 4235 , dei gegnente tenore: fa Dei no- 
mine. Breoe recordatiow prò ^turit ten^ìoribua admemoriamltaben- 
dam ei reaovaadam , quaUter tn ioco prope Fìceclum , in domo 
domini Opithini vieecotmtis ibidem degeatii, et in pretmtia bùnarwn 
hominum qttorwn nomina subtus kguntur ; Jaupaldus de Florentia 
B. U. DOUNl UGONIS QUONDAU W^pl QUI FUIT COMES , PRO AKUU SUA 
ET DOMINE ImELDB UGOLINI NEBLI VXORIS BUE , ET WlLLIELHI QUI 
NUNCUPATUR BONAPARTE FILII SUI ET mCTE DOMINE ImBLDB , othUtt 
atqw donavU Aojpttoli conslrvcto in loco qui dicitttr Rosaria a juon- 
dwR UGOHE magno COMIIB ABAVO SUO , ET FILIO QUONDAM Wl- 
UELHI NUHCUPATl BULGARI ITEM GOMITIS, ET A DOMINA ClUA GOHITISSA 

uxoRE BUA , prò poi^ìeribus alatdis et peregrini* recìpiendii , omnet 
res , domoi et terras , tam domaicatas quctm matteritias , et orrmes 
centas gvos percipH ex à» , m quibutcamque vocabulit reperiripos- 
siiU , et guomodocumque confinari inveniantur , cum omni jwe et 
partinentiis ttiit ; et promitit generalem defeniùmem aò omni perso' 
na , loco , vnivertitate , per se tuosque heredes , nee vUo tempore 
eontravenire per le vel alimi , de jure vel de facto , tub pena dupli : 
m cum conditione , vt rectore* hotpUoiis Sasxti lacchi de AUi^ìatsu 
qui per tempora fueiint , tUantur et wufructmtur dictit bonia ad 
infirmos aircaubis , paaperes alendos , peregrinai recipiendos , vi~ 
duas et orpAonox consolandos ; nec ullam potestatem kcUieaiU quoqiio 
modo eo alienandi , neque ad Umgwn teiì^ms locandi , sed in perpe- 
tuo remaneant ad dtctos tisus. Factum hoc anno dominice Incarnar 
tionis millesimo ducentesimo fr^mmo quinto , idibus maii , indictione 
Intima ; pretent^us dù^ domino Opithino , domino Tribaldo , alias 
de Cerreto plebano , et nunc converso dicti kospitalis , et Ruberto de 
Ccfpiano quondam fìiccomanm , et aUis pluribus testibus , felidter. 
Ego Diomidiede judex et notarius Aoc breve scripsi, et ibi fm , 
ideoque me si^cryai , et publice consignavi. 

Questa preziosa carta ci fa conoscere gli ascendenti di Bona- 
parte fino all'atavo ; e di più , ci porge modo di determinare con 
sicurezza come a luì scorresse nelle vene uo sangue molto il- 
lastre. 

I suoi antenati pertanto si dissero Cadolingi , per un loro pro- 
genitore chiamato Cadolo; e nelle istorie trovansì ancora bene 
spesso designali coi nomi delle molte castella su cui domina- 
rono. Assai scrittori hanno parlato di questa casa ; e pih diSùsa- 

Akii.St.It,, NitopaSerie, T.lll, P.II. 5 



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34 DELLA ORIGINE 

nieule Giovanoi Lami nel lotno III dell' Hodoeporicon ; Emmanuele 
Bepctti aell'Àppendice al Dizioaario geografico storico della Toscana ; 
Ferdinando Ugbelli Dell'Albero ed istoria' dei Conti di Marsciaao 
che si pretendono derivati dai Cadolìngi ; e findlmeDte Ippolito 
Camici nella Serie dei Marchesi e Duchi della Toscana. 

Questi potenti cattani uscirono dalla schiatta de' Longobardi ; 
uè di ciò lasciano dubitare le divisioni dei feudi che si facevano 
po' capi tra i vari successori nelle eredita, come anco i nomipoi^ 
tati dagl'individui di questa casata: oltredìchè, ce ne toglie ogni 
dubbio l'esame delle pollamene ad essa relative, e in ispecie di 
una del 1107, in cui il conte Ugone protesta di sé stesso: profei- 
tus som ex natura mea more vivere Longobardorum. Il dominio dei 
Gadolingi moveva dalla città dì Pistoja, ed estendendosi per tutta 
la valle di Nievole, giungeva fin pr^so alle mura di Lucca; si 
allagava dipoi nella valle inferiore dell'Arno, « protendevasi fino 
a cinque miglia dalla citt& di Firenze: come ben può rilevar» 
dalle nomenclature delle terre e castella ch'essi possederono, e nelle 
quali ^k tennero le loro corti e i loro giudicati. La loro genealo- 
gia può frattanto stabilirsi nel modo che appresso, come poi verrà 
dimostrato colla scòrta dei docamenti che a mano a mano verrò 
rammentando. 



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EiHivoiaDi 



1, a] I m.TMtiHumo 



Àeìmo m, Coab 



m, CoaM RtMliiBt del eoatc Bcriurda 



Rauiibi Bcloui 

logT-ioga i<w 



ji Gbenrdewa UaoH lUNiEai Gmov 
A) ^ 1117 1107-11*1 "*' 

m. BiiTi I m. OnLtdi 



a) IjOT* Gl-hk) a) Pivoni C 

ti|Si-n55 iiti-i>4g 

'Gittuu in,E*Hiin*di Gajdn 
[Infiecrotta da Modtecchio 

— 1 — ' h- 



*""*» ttOLumo Handccio niiu>iM,jaoT<R Aiddino 

II» *i,u iiu „u iigH 1.3. 

*"*« Tir»nro ! 



li3S nu GuMDo di Aealc 

^o di' Nerli 

I 
Etto BUONAPARli: 
l> bmifjiii 

fó-iiet 



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DELLA PAMIGLU BOHAPARTE 35 

Ora passiamo alle prove. Il piii antico documenlo che ne avanzi 
dì questa casa conservasi nell'archivio capitolare di Pìstoja , e porta 
la data dì settembre nell'anno ottavo dell'impero di B«%ngario, e 
dodìce«mo dell'incisione: note equivalenti al 9S3. Per quell'atto, 
rogalo in listoia da un Gaarnerìo notaio, Gunerado conte figlio del 
fu Tedice, per l'anima propria, di Ermingarda sua mt^ie e del 
fi^, fece dooasiime alla chiesa de' SS. Zenone, Ruffino e Felice 
della sua casa e beni di Vicofaro, amministrati da Hoffo massaio (1]. 
Questo Gunerado era conte nella città di Pistoia ; ma non è dato 
conoscere per quali diritti vi dominasse ; se questa dignitit avesse 
e^ ereditata dal padre ; se la città r^gesse come vicario o conte 
imperiale. Congettiva il Camici, ch'egli fosse indipendente nel suo 
dominio, riconoscendo l'alta sua autorità solamente dallo impero; 
e questa sua opinione desume dall'avere osservato che nelle 
«arte pistojesi risguardanti a que' tempi, non si fa mai menzione 
del re d'Italia né del marchese di Toscana, ma soltanto deirim- 
peratore e degli anni del suo governo. Potrebbe servire dì appog- 
^o ai sostenitori di questa opinione il vedersi che ancora il figlio 
ed il nipote di Gunerado tenn»v quel grado medesimo; perciocché 
quando i centi erano eletti dagl'imperatori ovvero dal marchese, 
ben di rado accadeva che si scegliessero nella stessa famiglia, 
torse per non dare occasione di U'amutarsi in feudo il dominb. E 
di piti ne giova qui rammentare, che durante il fiacco governo di 
Carlo il Grasso, e più ancora dopo la nl&rte di lui avvenuta nel- 
l'889, duchi, marchesi e conti con avida gara d'impero si erano 
usurpate le città e le provincie che dovevano governarsi a nome 
di Cesare : la qual sorte toccò pure a Pistoja , siccome il Fioravanti 
ne accenna (2). Ritenuto, adunque, che Cimerado governasse Ii- 
stoja, conviene richiamarsi al pensiero una calamità avvenuta du- 
rante il suo impero ; io dico l'assedio posto dalle barbariche orde 
oogheresi alla infelice città nel 919; le quali essendosene fatte 
padrone, non rispettando ln<^o alcuno né sacro né profano , tutta 
quanta la devastarono, ne sacche^^rono ed arsero le abitazioni, 
uccìsero e condussero prigioni una gran parte degli abitanti (3). E 



H) Fa pobbllulo da Ippolito Camici nel Tom. 1 della seconda parte della 
5«ri« i^Mar^AeH « DucM di IVucona. 

(S) tUmorit »loriebe ialta città a PMefa. Cap. V, pag. 94. 
[3} FioktTAVTi , Gap. Vili , pag. 146. S*lti , Tom. 1 , pag. 38. 



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36 DELLA origini; 

l'allettamento della preda tanto potè su que' barberi, che nuovi e 
del pari orrìbili guasti arrecarono a Plstoja quando per la seconda 
volta calarono in Italia nel 940. 

Ignoro se a quel tempo tenesse sempre il governo il conte Gu- 
nerado, ossivvero se da lui fosse stato trasmesso nel figlio. Ha 
prima ch'io venga a dire di quest'ultimo , mi conviene far parola di 
un fratello di Cunerado che, al pari del genitore di questo, eU>e 
nome Tedice, noto per una donazione che nel 944 fece alla catte- 
drale stessa di Pistoja (1). Da costui vuolìn derivala la fam^lia 
Tedici, che fu famosa tra le pistoie^, in igpecie poi che Ennanao 
abate di Pacciana e Filippo si furono, nel secolo decimoqnarto , 
fatti tiranni della lor patria. 1 Tedici sono estinti da lungo tempo, 
e la istoria narrando i loro fatti , ne consacra il nome all'esecra- 
tiene de' posteri. 

Due furono i figli di Cunerado: Brmingarda e Cadolo. Di Er- 
mingarda si ha un atto del febbraio 961, pel quale, volendo suf- 
fragar l'anima di Tassimanao suo marito, donò alla cattedrale di 
Pistoia diversi beni posti a Petriolo (2). 

Cadolo die nome alla stirpe che da lui si chiamò Cadolingia. 
Due pergamene ci fan testimonio della sua esistensa, e ci disco- 
prono ancora i nomi di due donne che gli furonfr consorti-, cioè di 
Berta, di cui snffi'agavasi l'anima nel 953 ; e di Rottilde, die a lui 
sposavasi quell'anno stesso (3). Ebbe costei a padre un conte Ilde- 
brando, e probabìlmeute della celebre famiglia lldebraodesca : nel 
qua! caso dovrebbe dirsi sorella di quel conte da cui vuobi nato 
il cosi celebre monaco Ildebrando ; semiK-echè però possa provarsi 
che Gregorio VII derivasse da quella schiatta. Di nna terza m<^ie 
dì Cadolo ci serbano memoria le carte contemporanee, dalla quale 
gli nacquero i due figli che a lui sopravvissero : vale a dire dì 
Gemma, nata da Landolfo di Atenulfo signore di Capua e principe 
in Benevento, e da Gemma figlia di Atanasio il giovine vescovo e 
duca di Napoli; alla qual Gemma di Landolfo fu soreUa Willa 
maritata al conte Adolfo degli Aldebrandeschi. Gemma concorse con 
Cadolo suo marito alla fondazione del monastero dì S. Salvatore 
di Fucecchio , chiamato di Borgonuovo. Sul qual proposito non sono 

(*) Edita dal P. Zaccaria Della Sjbliolfiwa Pittormtli , psg. 883. 

(S) Il documeoto fa pubblicato dal Camici, opera e volume citali, pag.39. 

(3) Ambedue edite dal Camici nell'opera e volume cilaU. 



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DELLA FAMeLIA BONAPARTE 37 

concordi tra loM Ferdinaiido U^IU e il Repetti : avTegnacbè il 
primo, nella Istoria dei conti di Harsciano, ne db per oato che ì 
pietosi coniogi venissero all'atto di foodasione ili 3 ^ugno del 986 ; 
mentre il Repetti vuol sostenere che Cadolo e Gemma coslmissero 
piuttosto un piccolo oratorio alle pendici del poggio dì Fucecchio, 
sulla riva destra ddl'Amo, iuugo la via Francesca; e che il 
nionaatero di Borgonuovo fosse invece fondato dal loro figlio. Ha, 
facendo Inogo alla verità , il Repetti è manifestamente convinto (H 
errore, da un atto del conte Lottano rogato nel 4006 , pel qnale 
coofwmando egli ai monaci tutte le donazioni gik fatte dalla sua 
famiglia, asserisce che: v A botte memorie Ktuùdo genitore meo.... , 
eum Gemma genitrice mea, a fimdammtu edificare ceperunt oulo tino 
oratorio in honorem Dei SalvatoHs nostri Jesu Christi...., qiàvoca- 
tur Bvrgonuovo , juxta flttvio Ama etc. » ; ed oltracciò espone che 
i fondatori avevano assegnato al cenobio trenta case e cascine, 
nove sorti e diverse chiese, colle rendite ad esse inerenti: il che 
costituisce una vera e propria fondazione, degna di un monastero 
e Don di un oratorio. Forse fu quello l'anno estremo della vita di 
Cadolo, avendosi indubitata notìzia ch'egli era morto nel 988, al- 
loraquando Willa sua figlia, moglie di Ranieri di Bernardo conte 
d^'Ardengh^ca, vendè ad Uberto di Hainardo vocato lldizio molti 
beni a lei pertinenti a titolo dì morgincap (1). 

Due avvenimenti segnalano gli storici pistoiesi come sfiniti 
ne' tempi di esso Cadolo : cioè la riedificazione della città dopo la 
devastazione degli Ungheri del 9i0 ; e una sommossa della plebe 
nel 975 , che a gran stento fii repressa , stantechè il vescovo Flo- 
reozio fu costretto ad armare 1 sacerdoti ed i monaci , affinchè 
tinitisi ai magnati forzassero il popolo a posare le armi. Erano 
quelli i primi sintomi di quel fermento di libertà che cominciava 
a scaldare le moltitudini sottoposte , le quali volevano al pari 
delle classi preponderanti contribuire al governo della cosa pub- 
blica : dal che poi nacquero a poco a poco i Comuni. 

Da questi interni rivolgimenti derive scadimento non lieve 
all'autorità dei conti ; perchè , non abbastanza forti per resistere 
alla plebe , si bearono costretti a rivolgersi per aiuto al marchese 

(4) OuesUk carU fii pubblicala dall' Dgbelii (op. cit,) a pag. JS, e dal P. Sol- 
dani nel Tom. I della Storia di Pattignano. L'originala è nell'Archivio Centrale 
di Sialo in Firenze , seiione Diplomatica . rarte di S, Salratore del Uontamìata. 



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38 DELLA ORIGINE 

della Toscana , ed anche a cercare appoggio nei vescovi e nel 
clero. 1 quali poi ne fecero, siccome accade, ter prò ; perchè i mar- 
cbeù ripresero prodominio in PisLoia , e talvolta ancora vi risedet- 
tero, giacche dìfattì Ugo vi mori nel 1001 ; e i vescovi s' ingran- 
dirono talmente, che quasi se ne fecero dominatori. 

La stirpe Cadolìngìa per pochi anni ancora t«nne il governo, 
e mal saprebbe ssorgersì il perchè ne rimanesse spogliata ; potfflido 
soltanto accertarsi che Lottarìo figUo di Cadete nel 1006 presiedeva 
come conte ad un, placito relativo ad una chiesa posta nel popolo 
di S. Agostino prosso al torrente Bure (1] ; e che nel 1028 non piti 
un individuo di questa stirpe , ma invece un Ildebrando sedeva 
conte in Pistoia. 

Ed eccoci pervenuti ad un'altra difficoltà. In qual modo, 
da' conti di una città divennero i Cadolingi conti niraU , come da 
qui ianauzi ci appariscono ? Chi volesse ricercare i titoli pd qoaU 
divennero padroni delle castella che costituirono U ìtm patrimonio, 
tenterebbe per certo opera vana , perchè in que' remoti tempi la 
prepotenia e la usurpazione erano i piti legali til<^ di possesso. 
È nolo per le istorie, come i conti imperiali delle città, in ispecie 
inenh^ disfacevasi lo imperio dei Cariovingi, usurparono gran 
parte delle terre e castella dipendenti dalle città a cui da Craare 
erano stati preposti ; appunto perohè essendo la loro carica tem- 
poraria, e trasmettendosi bea raramente da padre in figlio, vole- 
vau essi con tal meixo costituire un grado potente ancora pe' loro 
posteri, t (Uversi imperatori che si contrastarono nei secoU IX e X 
il dominio d' itaUa , e juti specialmente quelli usciti dalla casa di 
Sassonia, erano facili a concedere inveslitnro per le terre in tal 
guisa usurpate , perchè piti dirotta diveniva cosi la loro influeoia 
In Italia , creandosi in questi nuovi feudatari altrettanti sudditi 
per necessità devoti , perchè compartecipi ai loro interessi. God 
nacquero quasi tutti i cOnli niraU ', ma cosi cessarono del pari i 
conti imperiali, perchè vescovi e comuni si unirono insieme per 
far cadere cotesti tiranni che qua venivano a tosare i popoli di 
seconda e terza mano. I Cadolingi non piti conti in Pistoia , di- 
vennero conti rurali; e può anco dirsi che molti de' loro possessi 
fossero già stati usurpati ai Pistoiesi , essendo incoutestabile che 
nel secolo decimo facevano parte del territorio dipendente dalla città. 



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DELU FAMIGLIA BONAPARTE 39 

Non meno di sette sono gli atti che rìsguardauo a questo Lat- 
tario, dal 99& al 1027; e tutti coutengono pie donazioni da lui 
fatte a chiese od a monasteri. Primo in ordine di tempo è la 
fondazione dell'Abbazia di S. Salvatore a Settimo, che 'il Malespinl 
e il Villani attribuiscono erroneamente ad Ugo marchese della To- 
scana , e che l'Ammirato restituisce al suo vero autore. L'Abba- 
dia di Settimo ha avuto il suo storico particolare nel monaco don 
Niccolò Baccetti, il qnale ne scrìsse latinamente la istoria, divìsa 
in sette libri, e non in sette volumi, come notava il Padre Paolo 
Sfonini in im opuscolo che circa a questo cenobio piibblicf> 
nel 1855. £ se egli avesse con diligenza consultau l'opera del 
Baccetti , avrebbe veduto che non uno de' conti di Boi^nuovo, il 
coi nome si è perduto nella remota antichità , fu il fondatore della 
Badia , ma che questo vanto si appartiene al conte Lotario di cui 
parliamo. Di che ci porge non dubbia prova un diploma di Ar-- 
rigo I imperatore, il quale, nel 101S , prende sotto la sua prota- 
zioae questo nuovo monastero di Settimo , qwtd Lotharha comet 
■prò ranedio tue aaàae ad monasterittm ordinaoit. Non è noto l'anno 
dì questa fondazione, nia fu certamente prima del 998; avregnar 
che in quell'anno il conte Adimaro , figlinolo dì Bonifazio mmshese, 
donò ai monaci la chiesa dì S- Martino alla Palma e di S. Donato 
a Lacardo. Segutmo in 'ordine altav non meno genvose donaiionì 
da Lotario fatte al numaslero di S. Salvalore di Fucecchio ; dove 
portando a termine l'opera incominciata dal padre, finì la fabbrica 
della diiesae dell'ampio cenobio , assetandovi stanza ai monaci obe 
seguivano la regola di S. Benedetto , e provvedendo con lar^ez- 
za al loro sostentamento. È tuttociò comprovato da cinque diversi 
istrumeoti. Porta il primo la data del 996 , col quale donò al mona- 
stero akoni beni posti a Santo Vito per suffragare le anime dei geni- 
tori , la propria e quella di Adalasia sna moglie , nata da un conto Gu- 
glielmo \ mentre poi nel novembre lOOl , offri all'abate quattro pos- 
sessioni e sei servì (1). La terza donazione è del 10 aprile 1003 , ro- 
gata da Rodolfo notoio nella ««le del conto in Massa di Valdinievole ; 
e per essa Lottario consegnò all'abate Gugtiehno la corto di Go- 
miaaa con sedici sorti che vi erano addetto , obbligando i monaci 



(I) I! primo di questi atti é nmmenlato dal Lami nel T. IH àeWBoiotpo- 
riem , a pag. 1DS9 ; l'altro è pubblicalo nelle Jlmor»» « DaetMMntt p«r Mfvfrv 
Ma itoria di lAuxa , T. V, par. Ili , pag. G49. 



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40 ' DELLA OHIGINE 

a celebrare le messe , ad accendere i lumi e ad abbruciare gì' in- 
censi per lui, per la avelie, e per Cadolo e Gemma suoi geoito- 
ri H). Ed in i»Y3posito di questa carta, vuoisi notare che il Lami 
erroneamente la riporta al 1005, siccome fa ancora il Padre Solda- 
nì , cbe la pubblicò nel tomo I della Istoria dì Passignano. Nel 100& 
volle Lollarìo con un solo istrumento lutto confermare le diverse as- 
segnaiioni fette al convento di Borgonuovo dal padre e da sé pro|HÌa : 
onde , il 7 di giugno , stando nel suo castello di Montacasoioli presto 
Settimo, confermò l'abate Sichdmo nd possesso di trenta case e 
di molte terre date ai monaci dal conte Cadolo, e tra queste le 
chiese di S. Giorno a B<h^duovo (forse Voralorio che ha tratto 
in errore il Repettì], di S. Vito, di S. Hartino in Catiano e di 
S. Hartino in Petriolo, ch'egli avea edificale; e quindi ancora di 
tutti i beni da Ini medesimo precedentemente Ialiti, i quali 
sembrano sommare a non meno di eetlantacìnque sorti , per quanto 
può intendersi dì mexzo alla barbara latinità con cui questa per- 
gamena fii scrìtta (8). E finahneate, nel 1037, intervenendo all'atto 
la fida consorte Adalasia, donò altri beni ai monaci di Fucecchio, 
affinchè sufiì-a^ssero le anime loro , e piti specialmente qudla di 
Hanierì ìoro figlio , che da non mollo pagato aveva a natura il 
comune tributo (3). Era sentimento di verace pietà quello che 
spingeva Lottano ad essere cotanto generoso verso la chiesa? od 
era invece un compenso per calmare i rimorsi di una travasata 
coscienza ? Del cuore umano è solo giudice Dio : a ni» che solo 
dai latti giudichiamo, è debito di proclamarìo siccome un uomo 
di straordinaria pietà. Rozzi e feroci erano i costumi di quei tempi , 
ardenti erano le pasàoni che bollivano nel cuore degli uomini : 
ma ancwa la Fede era pib viva , i ritorni a Dio piìi «nceri. 

Non si conosce l'anno della morte del conte Lottarlo -, ma questa 
deve veri«milmente allogarsi nel 1034, quando appunto un suo 
figlio faceva un ricco donativo al monastero di Borgonuovo per 
sufEragare l'anima del genitore, della madre e dì Ugo suo fratrie, 
che da non molto era parimente mancato dì vita. È ignoto del 

(4 ) Quarto documenlo fu pnbblkato , con molli «rrori , dall' UgfaelU nell'opan 
cilaU , > pag. 99. 

(X) Edila dal Padre SoLDim nell'opera citata ; dal Lim , op. di. , psg. SSij 
fl dal Ugulli nella Storia ÌfC<mU tU MartdOHO, a pag. 4M. 

(3) Edil. nelle Mmorie «Ooe.ptrttrvin atta stori» dt Lucca . T. V, psr. Ili, 
pag. 656. 



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DELLA FAUIGLU BONAPARTE ti 

pari dove le sue ossa riposino; ma può con molta probabilitit ri- 
tenersi che giacciauo nel raoDastero dì Settimo da lui fondato , 
dove cffltameate furono riposte quelle di Adalasia sua moglie , sic- 
come si ritrae da una donazione fatta alla chiesa dal loro figlio 
neiranno 1048. 

Cinque sono i figli che nacquero dal conte Lottano e da Ada- 
la^. Lottano è rammentato nella donazione paterna del 7 giu- 
gno 1006 , e convien crederlo presto mancato di vita , non trovan- 
dosene uUerìornieule meniione : Ranieri morì nel f 0S7 , ed il padre 
offrt ai monaci alcune terre perchè pregassero riposo per l'anima 
saa : Dgooe era morto nel 1034, ed eU>e suffragio di molti beni 
che un pio fratello donò a Benedettini di Borgonuovo. Sopravvis- 
sero Berla e Guglielmo , ambidue illustri personag^ cbe di non 
poco accrebbero il lustro della famiglia. 

Berta ha cullo di beala sopra gli altari. I suoi biografi la con- 
dmdono con altra non meno illustre donna uscita da questa stir- 
pe , senza riflettere che dì questa si hanno documenti che n^ ac- 
certano la esistenza nel secolo XI , mentre dell'altra ci è noto che 
mofisse nel 116S. Nella confusione dei fatti che all'una e all'altra 
del pari si attribuiscono , quello che lo storico può imparzialmenio 
asserire , senza entrare nelle minuzie biografiche , « è che nel iOJt 
era abbadessa del monastero dì S. PeGoita di Firenze , allorquando 
Beatrice, marcheeena e duchessa della Toscana, sentenziò a favoni 
delle monache in un placito solennemente tenuto in questa cittìi 
a'cD 24 febbraio (1); e che nel 1075 teneva il governo del mona- 
stero di Gavrì^ia nel Valdarno superiore. Fu questo cenobio cretto 
da una pia femmina del sangue de'Ricasoli , con l'assistenza e di- 
reiione di S. Giovanni Gualberto; e non va lungi dal vero chi 
supponga che le fondatrice , informata della santìtt) di Berta , in 
scegKesse a stabiVre la vita regolare nel suo convento. É indubi- 
tato, e risulla da un documento del di 1 .* ottobre 10T5 , (Ae BerUt 
del fu conte Lottano , abbadessa nel monastero dì S. Maria di Ca- 
vrigiia , aHa presenza del «mte Uguccione , che le era nipote , ri- 
cevè donazione dai fratelli Ildebrando , Nero ed Ugo , figli di Kr- 
mingarda, della cappella di S. Vittore, posta nel contado Voller- 

M) Bdito dtl UiWATORi , ÀHHq. Hai. Metlti tuoi, T. t; e <1pI Camici , uri:- 



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tS DELLA ORIGINE 

rano, non lungi da Catìgoaoo e Gambassì (1). Quivi Berla fondò 
un convento , ed introdusse la regola Vallombrosana : ma il mo- 
nastero o^ più non sussiste , ed i ruderi servono di casa coloni- 
ca. Mori nel 1086 ; ed è incerto se il suo transito avvenisse a San 
Vittore , ossivvero a Cavrigiìa. Il culto ebbe cominciamento sulxtD 
dopo la sua morte , venendo acclamata all'onore degli altari dal 
voto popolare provocato dalla fama delle sue virtù. 

Gu^ielmo fu detto Bulgaro, Wulgaro e Bulgarello , né so il pef^ 
che: governò, con titolo di conte, ampia estensicme di territorio. 
Esponemmo ^ò come nel 1434 focesse un generoso donativo di 
beni all'abbazia di Borgonuovo , per suffragare l'anima dei genitori 
e del fratello Ugone: ci giova ora aggiungere come nel 1037 altri 
terreni offerisse per quel medesimo intento (ì). Ma non volle di- 
menticato il monastero (U Settimo ; a cui , per atto del di 8 di- 
cembre 1048 , die l'oratorio di Galliano in Mugello, in luogo dello 
Ospitale [ ora lo Siale di Galliano ) con tutte le sue appartenerne, 
campi , pascoli e selve , per suffragare Adalasia sua madre , forse 
morta da poco , che era sepolta in quella chiesa (3). Questa doaa- 
tivo generosis^mo die motivo in sonito agli abbati di Settimo di 
assumere il titolo comitale , allorquando la boria aristocratica eU>e 
soperchiata qudl'umilt<i che più convenientemente sarebbesi do- 
vuta s^piire dai monaci ; e gli abbati di Settimo fino dagli ultimi 
anni del secolo xv usarono d'intitolarsi conti dello Stale. Nm mi 
è noto come nei Cadolingi fosse pervenuto questo possesso, che 
gi^ da più secoli formava parte del patrimonio d^ll Ubaldiui ; ora 
iu»i è improbabile congettura che Guglielmo ne fosse signore per 
diritti dolali dì Ajdalasia sua genitrice, o di Gasdia sua mogbe: 
il che rendesi pù veroMmile quando si osservi che gli Ubaldini 
professavano legge longobardica , laonde i beni che costitnivano 
la eredita del genitore si divìdevano tra tutti i figli. La chiesa cat- 
tedrale (U Lucca provò pure gli effetti della generositk del conte 
Guglielmo Bulgaro , staatecbè la facesse ricca di molte terre e di 
varie chiese per islrumeuto rogato da Gerardo uotaro ; come ci 

(1) Il documeoto fu edilo dal Lami MÌì'Hodotporioim, pag. (tSL 

|S) Lami , Bodotp. T. HI , pag. 897. — JVmdoth e Docum. |W la «tona H 

Lucca . T. V , par. Ili, psg. 6S6. 

(3) 11 documento fu pubblicato dall' [Ighelli, nell'op. ciL.a pag. 103. L'ori- 

ginalu Miste in Firenze nell'Arch, Ceutr. disiato , S«t. DiplonuU, tri )e pergi- 

mene dei Cislerciensi. 



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DELLA FAMIGLIA BUNAPAHTIÌ I:) 

manifesta una Bolla di Lucio III del 1181 , per la quale vennero 
coaTermati ai vescovi Lucchesi tulli i privilegi ad essi accordali 
dai PoDtefici che lo aveano preceduto sulla cattedra di S. Pietro (1). 
Nel 1058 era uno dei feudatari imperiali che componevano la 
corte di Goffredo ili Lorena , duca e marchese della Toscana ; e fa 
par uno dei grandi che lo assisterono ia un placito tenuto a San 
PeUegriuo di Figline nel c<mtado di Chiusi , in cui il marchese die 
seDlensa sopra una lite agitata tra Pietro vescovo dì Chiusi e Vin- 
cenzio abate di Capolona per conto del casleUo di Palerìta (S). As- 
sisteva pure a Beatrice moglie del duca Gofiìvdo nel giudizio che 
questa teneva in Firenze a favore della Badia, nel dH.* di dicem- 
^ del 4060 ; e le era pure dappresso in altro giudicato de) mag- 
gio 1070 , in cui la marchesana sentenziò a favore di Audimanno 
ahate di S. Salvatore a Fontebuona (3). 

Era Guglielmo uomo di straordinaria pietà , l^ato con strettì 
vincoli di sangue , di amicizia e di devozione con quel Giovanni 
(nato da Walberto signore di Pelroio e da Willa degli Aldebrande- 
sclù] che fu istitutore delia riforma de' Benedettini chiamata di 
Vallomlx-osa , dal Inogo in cui ebbe cominciamento. Giovanni , ac- 
ceso di zelo per la causa di Dio , alto tuonava dai pergami contro 
que'sacerdoti che avevano invase le sedi episcopali col turpe mezzo 
della simonia , tra i quali era Pietro da I^via che teneva l'episco- 
pato Fiorentino , esercitandovi dritto di vescovo. La predicazione 
di Giovanni aveva distaccati dal simoniaco molti de'prìncipalj cit- 
tadini dì Firenze ; il che crucciava amaramente l'animo del preìa- 
to , D quale Irovb appoggio nel duca Goffredo e nella sua consorte 
Beatrice. Non d creda già che ancora in questo seguisse il conte 
- Gngliehno la parte sostenuta dal duca ; perocché invece egli aveva 
calorosamente abbracciato il contrario partito , siccome ì fatti dÌT 
mostrarono. Le due fazioni erano talmente l'una contro l'altra ac- 
cese di sdegno, che si trascorse apertamente alle oBése ; e le cose 
gÌDnsero tant'oltre , che i monaci presentatisi al concilio di Roma , 
si olferìrono pronti a provare pw mezzo del giudizio di Dio la ve- 



li) Mem. e Dot. p«- la Ilaria di Iucca , T. IV , par. II , pig. 494. 
li) CkHiC) , Fa*eie. relaUvo al dura Goffttio , pubbllc. nel 1715 , p«g, 3. 
(3) FiouirTiiri , Mamork itUa coalma MaliUt , ediiione del 1T56, pag.SS 
dri DocuoMotl ; e Cimici , fiic. pubbl. nel 1776 , ps|{. i7. 



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44 t)Ki,iA uniuiNK 

rilh tiell'avcusa promossa dall'abate Giovanni contro il vescovo Fio- 
renlìno. E benché non paresse convenevole ad Alessandro II ed ai 
cariiinali di accettare quest'ofierta , pure fu tale il popolare com- 
movimento io Firme , che i Vallombrosaui , assaliti nel loro con- 
vento di S, Salvi , si trovarono astretti a provare la verità della 
imputazione col troppo periglioso esperimento dà fuoco. La persona 
che Giovaani Walberto destinò all'esperimento del giudisio di Dio, 
fu un umile monaco chiamato Pietro , che si disse nato di casa 
Aldebrandesca ; e Bulgaro, come conte di Settimo, die campo franoo 
perchè la prova avesse luogo presso a quel monastero. Pietro passò 
illeso tra mezzo a due ardenti cataste di legna , alte quattro piedi 
e mezzo e larghe ben cinque piedi ', ctm che restò chiarita la s»- 
monia del vescovo intruso. II tempo bene accertato di questo giu- 
dizio di Dio si è il di 43 febbrajo del 1068 , siccome Giovanni Lami 
dimostra , con irrecusabili prove , nel suo trattato De eruditione 
Apostulorum (1j. 11 conte Guglielmo hi presente airesperimeato ; e 
da ciò concepì tanta stima per i Vallombrosaui e per il monaco 
Pietro , che chiese a Giovanni Walberto , ed ottenne , che lo eleg- 
gesse abate del suo monastero di Borgonuovo per istaUlirvi la no- 
vella regola. La quale volle introdotta ancora nel monastero di Set- 
timo ; anzi è fama ch'egli pure , consenziente Gasdia sua moglie , 
rinnnzìasse alle vanità del mondo , vestendo le lane monastiche. 
Mot) tra il 1072 ed il 1075; essendoché fosse già Ira i defunti 
a'dl primo di ottolH^ di quell'anno , allorquando suo figlio fi) pre- 
sente alla donazione sopra rammentata fatta a Berta abbadessa: 
ed errano a partito coloro che lo asseriscono tuttora virente 
nel f 077 , deducendolo da una iscrizione acolpita in barbwn e n»KÌ 
caratteri che vedesi apposta al campanile di Settimo per sua cura - 
edificato ; nella quale invero a me non accadde di 3C0^;ere indi- 
cazione alcuna dell'anno io cui venisse innalzato. La moglie di 
Gt^i^mo Bulgaro si chiamò Gasdia , ma è ignoto di qual fami^ia 
nascesse; benché il suo sangue fosse generoàssimo , come si ac- 
cenna nella scritta del suo sepolcro. Sopravvisse questa al marito, 
e venuta a morte, fu riposta in un marmoreo cassone, che tutto- 
ra scorgesi nel vestibolo della chiesa di Settimo , sopra il quale 
si leggono i seguenti distici : 

0: Edli, del 1738, pag. S73. 



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UliLLA rAUlQLIA BONAPABTK 

GoMdia dista feci , gmeroto Gemmate rfuctu , 

Atqìàe viri otori morie diu tabida. 
Gloria, forma, deeut, congestio divitiamm, 

NMlita» camis, quam cito morte fagi» ! 
CorjHtg terra voret , sed spiritus tìiit ad astra , 

Evectus merilis atque nati studiis. 
Te nimtum pasco vel tantum dicere , lector: 

Junge Deus sanctis , quaeso , tuam famutam. 



Da questi coaiugi nacque, a quanto a{^>are, un sol figlio; il 
conte UgoDe e Uguccione, detto per aatonomasia il Graa conte. 
Non so JQvero da cbe a lui procedesse questa qualificasione lauto 
onorevole onde viene distinto ne^i alti che lo riguardano. Per 
quaolo mi aia applicato a svtdgere le istorie che narrano le vicende 
de' tempi suoi, non vi ho mai trovata ntenzione alcuna dì luì : 
laonde oi 6 fona dire o che gli scrittori contemporanei furono in- 
giusti vwso dì luì , ovvero che tal soprannome non gli meritarono 
strepitosi fatti guerreschi né politici. È per ciò probalnle congettura 
ch'esso ^ provenisse dalle molte riccheize, e gli fosse dato dai 
monaci o dai poveri verso i quali fu, come vedremo, generosissimo. 
fi ìlales[»ni e il Villani fanno nelle loro Cronache ricordo dì una 
vinone o sogno, pel quale Ugo marchese della Toscana venne ri- 
dotto a vita penitente ed esemplare, e raccontano dì sette badie che 
per Ini furono coetruite e dotate. Ha per convìncerU dì errore , 
basta farù ad esaminare la storia di qnelle badie ch'essi stessi 
rammentano : conoiossiaché sì veda cbe della Fiorentina fu fonda- 
bice WÌU« sua madre; che l'altra di Bonsollaizo fu edificata verso 
la fine del secolo XI (1); qnelle dì ArezEo, di S. Michele alla Ver- 
ruca e di Settimo ebbero ben altri fondatori ; e che soltanto quelle 
di Poggio MartUrl e di Gapolona a lui possono attribuirsi, benché 
della prima si abbiano notizie anteriori dì un secolo alla sua na- 
scita, e la seconda sìa dovuta più propriamente alla pietà dì Ciu- 



ffi La più antica memoria di qaesto mon)i<ilero detto de'SS. Uaria 6 Barto- 
lommeo a Forculls* èdetSS geonsfo <084,e si riferisce ad an generoso donalivo 
di beni blto da Cista figlia dt Ridolfo d< Pagano , signore del castello dì Garza 
reechis nella parte occidentale del Mugello , acuì fu (t^tello Levaldo detto Pw- 
serlDO, il qoile beneUcÒ pare grandemante questo monistero nel 4106, e da 
cui provpoDe la famiglia fiorentina dei Passerini. 



,1,1.0, Google 



16 DELLA ORIGINE 

ditta sua moglie. 11 vanto di aver fondato o largamente beneficato 
bea cinque monasteri e due ospedali deyesi bensì a quest'Ugo di 
cui ragiono : e perciò ritengo cbe a lui debba riportarsi il raccoolo 
de'due rammentati cronisti, i quali forse furono tratti in inganno 
dalla somiglianza del nome; siccome rìteane ancora il padre Bac- 
cetti ndla Storia del monastero di Seltimo, il quale peraltro erra 
dicendo quest'Ugo della famiglia de' Conti Alberti. Ecco come Gio- 
vanni Villani pone in carte questa leggenda ; a Avvenne , come 
« piacque a Dìo, ohe andando lui (Ugo) a una caccia nella coor 
« trada di Bonsollazzo, per lo bosco si smarrì da sua gente, e 
> capitò, alla sua awisione, a una fabbrica dove s'usa di fare il 
« ferro. Quivi trovando uomini neri e sformati che in luogo dì 
a ferro parea che tormentassero con fuoco e con martella uomini , 
« domandò ciò che era : fugli dtitto ch'erano anime dannate, e che 
1 a simile pena era condannata l'anima del marchese Ugo pw la 

■ sua vita mondana, se non tornasse a penitenzia: il quale con 
t grande paura si raccomandò alla Velane Maria; e cessata la 

■ vinone, rimase A compunto di spirilo, che tornato a Firenze, 
« tutto sno patrimonio d'Alemagna fece vendwe , e ordinò e fece 
a fare sette badìe.... e tutte queste badìe dotò riccamente; e vi- 
I vette poi colla moglie in santa vita, e non ebbe nullo figliolo, 
« e mort nella cìtth cU Firenze il dt di santo Tommaso gli anni 
a di Cristo f006, e a grande onore fa seppellito nella badia di 
« Firenze (1) ». Le tradiziom popolari hanno sempre un fondo di 
veritìi : laonde lasciato da parte il prodìgio , credo sì possa dalla 
tradisìone ìavalsa dedurre, che Ugo fu in gioventù an uomo faci- 
noroso; cosa ben facUe a credersi, perchè tali e non di lai migliori 
erano gli altri potenti che avevan dominio sui popoli. 

Ecco ora la serie del documenti avanzati alla edacitk del tempo 
per farci nota la pietli di quest'uomo. Il primo è del 1078,econ> 



(1 ) Giovanni Viluii , Cronaca , Llb. IV, C«p. II ; e UiLiipin , Cip. XLVIU. 
Vuoiti invero oscervare , come non eìb vero cbe II marchese Ugo morisse seoit 
figli , perchè fu padre di Willa , la foadttrlce del moDtBtero di Quiesa : ooom 
Ila Um cbe morisie io Fireoie e nel 4006, percioocbè è fuor di dubbio che 
mori la Plitoii e nel IW. E più notcToie i l'errore del RepeUl, a pag. Sdeila 
ÀfpfiiM al fuo DiiHmario , li dove racconta die il marchese Ugo perì in Hocna 
nel 10M , uccito Id mia popolare loinoraBsa , mentro si albUetva a salvare la 
rfu di' Ottone ni. 



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DELLA FAMIGLIA BONAPARTK 47 

wrae V acaiiìsto di alcimi l«rrei)i nel popolo di S. Gaviiw Adimarì , 
in cui si qualificò Ugo comes /ffwi WiUielmi , qui Bulgari vooatur, 
item comittt; il qual documento serve a mostrarci che il padre di 
hii viveva ancora in quell'anno, e che, ritrattosi forse a vita clau- 
strale, aveva affidata al Gf^o la gestione dell'avito ret^^ (i). 
Nel 1 075 fu lA-esente alla donazione dell' Oratorio di S. Vittore fatta 
alla B. Berta sua sia nel castello di Catìgnano, ov'egli risedeva io 
sua corte; e nel 1088 fece promessa a Pietra abate di S. Salvatore 
di Borgonuovo di non fare uso contro del monastero del diritto 
del padre, fosse ciò pure per uso proprio , o per la venuta del re e 
del marchese (SI). Uà altro istrumeoto dell'anno stesso ci fa noto 
che Uguccione aveva di gib fondato lo spedale di Rosaio o Rosaio- 
Io ; dicendosi in od contratto rammentato da Francesco Galeotti 
nelle Kemorie della città di Petda (3j , che Benzo di Bonardo pro- 
messe a Pietro abate di S. Salvatore a Fucecchio , di essere obbe- 
diento ai rettori dello spedale di Pescia , e di voler cimsegnare al 
detto spedale la meth dell'usufrutto di tutto le torre che il conte 
Uguccione avea donato all'ospedale di Rosaio, perchè l'abato in 
compenso lo ricevesse tra i familiari di quel per^rinario. Di che 
sì ha conferma per un alto de'18 feUiraio 1086, in cui si ram- 
menta una nuova assegnazione di terre fatta a favore dello sie- 
dale dal conto e da Cilia sua moglie, nata dal conte Ginotto (4); 
la quale fa per avventura la prima consorto dì Uguccione, perchfe 
an' altra sua compagna parimente nomata Gilia , era figlia del conto 
TeuztiHie. E di questa fondazione si fa pur menzione da Gianfaldo 
pronipote di Ugone nell'istrumento del 1235, che costituisce ap- 
punto la base di questo edifizio genealogico. 

H I Ed. dal Uai ne\YBodo«p. , T. IH , pag. 10TO ; e dall' Dmuli , op. cit , 
p«. 406. 

|t) Lim, op. eli , psg. lOlt. 

(3) Lari , ìb. Questo nMooacritto vtduto dal Lìmi e da Ini dialo , ora è smar- 
rito I a quoto ne icceuna 11 Haiiai nella BibHogr^la Toicana. Lo Spedale di - 
Rosaio esisteva ancora nel 1079 , quando Anselmo vescovo di Lucca gli dooò le 
dMime di varie' cbìessi come apparisce dalle carta della maosione dell'Altopa- 
tcio nell'Arctiivlo Ceotrale di Stato. Nel 1134eraatato sottopoEto alla mensa pi- 
stoiese , IrovaDdoii rammanlalo in una bolla d'iDDOcenclo II , edita dal Fioai- 
TAVTi nel Capitolo X , e pib receulemeDle dal canooiM GMTAnn BaiacKi nella 
Sloria di SoìH'àlto , a pag. S46. 

(4) Esiste in un antico codice gii appartenuto alla manalane dell' Altopaida , 
ed ora esistente nell'Archivio- Centrale di Stato, io oui è il regesto di lutti gli 
atti relativi ai beni che costituivano il patrimonio del loogo pio. 



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4K DELLA ORIGINE 

Risedeva nel suo castrilo dì Veroio nel 3 agosto 1086 , allorché 
Tnce soliQne promessa all'abate dì S. Salvatore di Vaiano dì non 
recare molestia al suo convento per alcuni possessi che aveva nelle 
Alpi bolt^esi ed in altri lu(^hi del suo contado : e stavasi nella 
Roa carie di Hontecasciolì presso Settimo nel 1087, quando, ro- 
gandosene Grìmaldo notaro, cons^:D6 la bacchetta che tenea tra 
le mani a Walfredo rettore di S. Maria di Hantignano , ohi che 
intese di simboleggiare la donazione di alcune terre (1), Alla qual 
donazione fu testimone Nerlo di Signorello, colui che in seguilo fu 
il visconte di Uguceione nei castelli pili vicini a Firenie, e che 
die l'origine e il nome ad una delle pili celebri famiglie della no- 
stra citt^. Ambidue questi monasteri furono, a quanto si dice, 
fondati da Uguceione; ma per quel di Vallano nessuna prova ne 
possecUamo, ove se ne eccettui la sopra citata (^bligazìone ; e per 
l'altro di Mantignano, sebbene non si conosca l'atto di fondazione, 
ve ne ha testimonianza dalle generose donazioni fatte del conte, e 
dalla concorde asserzione de' nostri sorìtierì eccledastici e di antiqua- 
ria , tra i quali ci giova citare Cosimo della Rena e Giovanni Lami. 

Ebbe a compagna Cilia di Teuzzone sua moglie nella dona- 
zione che fece all'abbazia di Boc^onuovo nel 1088 (8) , la quale , 
sebbene generosissima , fu superata da quelle da luì fatte nri- 
l'anno seguente. Prima per data cronologica è la fondazione della 
chiesa di S. Giovanni Batista sopra il poggio di Fucecchio, cono- 
sciuto allora col vocabolo di Salamareana. Fino dal 1088 ne aveva 
il conte supplicato ad Urbano li, il quale concesse che la nuova 
chiesa fosse parrocchia col diritte del fonte battesimale, purché ì 
Vallombrosani di Borgonuovo ne avessero la cura: il qual privilegio 
fu confermato da Pasquale li, allorché consenti ai figli di Uguc- 
eione di edificare sul medesimo poggio un nuovo monastero ; e 
che fu quindi cagione di gravi conlese tra gli abitanti di Fucecchio 
ed i vescovi di Lucca: conlese che non è del mio aasunto lo 
esporre, ma che furono tali da richiamare l'attenzione d'Innocen- 
zio III, a fine dì terminarle (3). Mentre slava costruendosi questa 



itj L» pergiment originale esiste nell'ArcblTio Centrale di Slil« , S 
OiplomatlcB , tra le cade del ConTenlo di 5. Apollonii ; ed è pubblictU ii 
dal Lami , a pag. *0U , e dairCoiiaLLi , a pag iS. 

(t) Lami , HodMp. , pag. 1042. 

(3) LAMr, aaiotp., pag. lOM. 



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DELLA FAHIGLIA BONAPARTE (9 

nuova chiesa, che ora è collegiata della terra dì Facecchio, il pio 
cattano dava opera alla istituzione di un monaslero per i Cainal- 
dolensì a Moirona , celie colline di Pisa, tra i fiumi Cascina ed 
Era. L'atto è del mano 1089, e molli furono i beni assegnali per 
il mantenimento de'monaci; tra i quali la chiesa di S. Haiìa a 
Monistero, che diventò poi la casa abballale. In queste carte ve- 
donsi nominati molti possessi che ì Cadi^ngi avevano neUa Val d'Era, 
ed è questa la prima volta che dei medesimi si trova fatta men- 
xioDe: la qual cosa ci fa supporre, per deduzione non improba- 
bile, che coslituissero gli assegnamenli dolali di Cilia moglie del 
fondatore; sia che le fossero pervenuti come porsione della eredità 
di Teazzo suo padre, ossia cbe le appartenessero per diritto di 
moi^incap , slaolechè ella era vedova quando si rimaritò ad Uguc- 
ciooe. È prova di quanto dissi il vedere la contessa farsi compagna 
al marito nell'atto di fondazioDe, e più aacora l'essere intervenuti 
al contratto per prestare l'opportuno consenso Rainuccino ed Ugo- 
Uno figU di lei e del suo prìnio consorte (f). 

Non fu sazia la jàelh di Uguccione per tanti donativi (alti per 
la gloria di Dio, ma può ben dirsi che dascnn anno ohe gli rimase 
di vita venne s^jnalato da nuove beneficante. Perlanlo, nel 4090, 
risedendo nel castello di Monlecascioli , confermò al monastero di 
Settimo tutti i beni donati da lui o da'suoi maggiori, e piii special- 
mente queUi posti nelle corti di Settimo, Sommala, Uontemurello, 
Hangona, Fucecchio, Bibbione, Torri, Hontebugnoli , e nelle pievi 
di Sciano e di Campi. Vi ha chi crede questo atto diretto a to- 
gliere quel monastero ai Vallombrosani per darlo ai Gistercieosi , 
i quali senza dubbio vi ebbero sede, ma non prima del secolo XIII. 
Ciò pretendesi desumere dalle seguenti espressioui : neque nos ne- 
gus aUquà mttrwn heredum prefatwn monatteriwn audeat immtUare 
ad aUìttn oniinem, vel traasferre sibi vel aliis ad c^iquod seailare 
commodum; sed sii permanens tisque in (inem in eo ordine ìn quo 
nunc essedecermtur: le quali invece denotano la proibizione espressa 
di toglìerìo ai Vallombrosani, e di darlo in commenda. E volle il 
donatore nell'atto istesso rinunziare per sé e per gli eredi a qua- 
lunque diritto dì patronato, dando facoltà {Menissìma ai cenobiti 
di ele^ersi liberamente il loro abate , sottoponendo alia pena di 



(4) Edtlo da LtoHI d'Okvibto. dcI C'Aronico» imperalontm, a pag. alni < 
'lai Lami, Budotp., pag. 4049. 

\tiT.u,ST.U., ffmipaSenr , T.III.P.II. n 



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50 DELLA ORIGINE 

cenlo libre d'oro qualuoque de'suoi successori si attentasse a vio- 
lare questa sna coaces»oae (1). Il conte stavasi nella sua corte di 
Pescia il 26 novembre 1091 , allorché, chiamato alla sna presenza 
il notaro Ildebrando, gli impose di scrivere carta di donazione , 
mediante cai allo spedale di Rosaio cede la quarta parte della 
chiesa di S, Nazario in Cerbaia presso il padnle di Fucecchio , in- 
sieme coi beni che vi erano annessi e coi dritti di pescagione che 
le appartenevano [9): e net 1093 lenendo corte in Catignano, in- 
vesti Ugone e Pagano 6gli d'Ildebrando pel dominio del castello di 
Collepertuli (3), il che forse equivalse al dare a que'due nobili ti- 
tolo e diritti di suoi visconti in quel castello. 

Nell'aprile del 1096 fondò il monastero di S. Maria a Hontepiaao 
sulle Alpi di Vemio , nel mezzo di un bosco che faceva parte della 
contea di Hangona. Quivi esisteva già un oratorio ch'era allodio 
dei donatore , e dove traeva santamente la vita Pietro romito , 
a cui erano accorsi non pochi devoti per essere da lui incammi- 
nati per la via della perfezione. II pio feudatario , cedendo alle 
preghiere dell'eremita , edificò il monastero , che ben presto di- 
venne celebre ; e gli assegnò in dote molti beni, tra i quali tre 
sorti e mezzo in luogo detto Gasi, e molte terre nel distretto di 
Vemio (t). 

Nell'anno medesimo Uguccione rimase vedovo di Cecilia, ed alle 
sue ceneri die onorata sepoltura nella chiesa di Settimo, nel me- 
desimo avello che racchiudeva le ossa di Gasdia sua madre, e volle 
scolpita nella parte superiore di quel sarcofago la seguente iscri- 
zione : ANNO HXCVI DOHINICE INCARNATIONIS VII KAL. UAII e ClLLA 
C0M1TISSA , cuius COBPDs HEOuiESCAT IN PACE. E vfJeudo Suffragarne 
l'anima con d^ne preci , nel 10 maggio dell'anno stesso, stando 
in Montecascioli , donò a Gesti Cristo nella persona de' poverelli 
una intiera sua corte in Inogo chiamato Corticelle, nel territorio 

(I) Arch. Centrale di Stalo, Sei. Diplomai., cartepec. de' CUtercieasi. — 
Lami, pag. 4054; Ugbblli , pag. 105. 

(S) Ed. nelle Memorie p«r la Storia di Lucca , T . V , par. Ili , pag. 67B ; 
e dal Uhi, pag. 4060. 

(31 Atcb. Centrale di Stalo , Sez. Diplomat., cartapoc. del moDastero di Pas- 
sionano. 

(4) Il documento esisia nell'archivio de' Conti Bardi , e tu pubblicalo dal 
Lami , op.cil. , pag. 1071. Testimone a quest'atto fu NerlQ di Signorello, qiiilifl- 
calo in esso col libilo di Visconte, perchè di Ul grado lo area rivestito Uguccione 
in molli luoghi della conlea di Settimo. 



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DELLA PAinCLIA BONAPARTK 51 

della pieve di S. Giuliano a Settimo , affiacliè vi fosse eretto ano 
spedale per i pellegrìaaati (1). La f[na voloatà di lui fu mandata 
ad efletto, e molti poveri hanno benedetto alla memoria del ge- 
neroso donatore ; stantecbè questo spedaletto , costruito nel sob- 
boT^ di Monticelli e dedicato a S. Biagio , rimase in jnedi fino 
alla met^ del secolo decimottavo, e servì finallora allo scopo a cui 
era stato ordinato; quello cioè di dare ospitale ricovero durante 
la notte a que' tafnui che erano privi di tetto sotto il quale po- 
tessero ripararsi dalle intemperie e dal rigore delle stagioni (2). 
Con quest'atto Uguccione coronò degnamente la sua vita, e non 
molto dappoi ra^unse la fedele compagna ; avendosi da una 
carta dei novembre, appartenente alla mansione dell' Altopascio , 
che in quei mese aveva ^à casato di esistere. E riassumendo in 
poche parole i fatti principaU che gli appartengono, può dirsi che 
foodò j mooasterì <U Morrona, di Hontepiano e forse quel di Va- 
llano ; che beneficò laicamente i conventi di Borgonuovo e di Set- 
timo; che edificò dai fondamenti la chiesa collegiata di Fuceccbio, 
che, finalmente, costruì e dotò gli spedali di Rosaio e di S. Bia- 
gio alle Corticelle : cosicché panni ben dimostrato che fu generoso 
verso la chiesa ben pih di Ugo marchese della Toscana , e che a lui 
meglio che a questo si conviene il titolo di fondatore delle Badie. 

Uguccione fu fatto lieto di ben quattro figli dalla contessa Ce* 
ciba; cioè di Lottario, di Ranieri, di Bulgarìno e di Ugone. Del 
primo si hanno notiiie per dieci documenti, nei quali fu sempre 
contraente con Ugone , forse il ma^^or nato dì questi fratelli ; 
siccome parlando di luì indicheremo anche gli atti pei quali constatasi 
l'esistenza di Ranieri e di Bulgarìno. Ma prima di farmi a parlare 
di Ugone, stimo non inopportuno il discorrere dei discendenti di 
Lottano e di Bulgarìno; essendoché di Ranieri non si conoscano figliT 

Nacque da Lottario una sola figlia , cui volle chiamata Berta. 
Non vi ha documento che ne accerti la esistenza , la quale peral- 
tro non può mettersi in dubbio; perchè, veuerata con culto di 
santa sopra gli altarì , i BoUandisti ne hanno re^strata la vita 
sotto il d) Si di marzo , dicendola: Bertka Lotharii cmàtis Vemien- 



(1) Arcb. Cenlr. di Stalo , Sei.Diploinat. , carUp.de' Cisterciensi. Edìl. dal- 
l' IÌgbbl li , op.cit., pag.406; e dal Lami, pag.lOTi. 

i%l ConviBite peraltro supporre che non fosse troppo lieta la stanza di questo 
spedale, perchè nel popolo era volgare dettalo , che: Chi va a Sm Biafio perde 
rafia , e chi tu a Sonia Jfaria ^tna lo rilnva. 



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iiS DtLU ORIGINE 

sii ex Comtibu» Albertii ; qui fuit /ilius UguccUmìs , et hie GviUel- 
mi , ifui fuit Lottarii , et hic futi Kadoli et Gemtm. Le quali noli- 
zie ebbero i Bollaudisti da Aatonìo del Casto; il quale, scrìven- 
doDe la biografìa iotoroo la met^ del secolo decimosettimo, disse 
d'avere trovalo sicure tracce della genealogia di S. Berta tra le 
carte del monaslero di S. Felicita. Ha egli errò, e dopo di liù i 
Bollandisli ed il Brocchi , dicendola de' conti Alberti perchè le fosse 
padre un signore di Vemio ; per il die venne indotto in ben piii 
grave errore il P. Fedele Soldani, che pubblicandone la vita 
nel 1730, l'asserì nata del sangue de' Bardi. Vernìo fa veramente 
dominio degli Alberti, ma non prima del secolo dodicesimo : fu 
pure feudo dei Bardi, ma tale divenne nel 1335: nei giorni del 
nascimento di Berta faceva parte dal patrimonio dei Gaddingi , e 
la genealogia di lei dataci dai BoUandisti ce la conferma uscita di 
questa casa. Molla confusione v' ha tra i fatti che si attribuiscono 
a questa Berta con quelli che debbonsì riferire ad altra omonima 
donna, che fu splendore di questa casa, vissuta un secolo in- 
nanzi. Di questa può solo eoa certezza asserirsi, che venne al 
mondo sul cadere del secolo medesimo; che nel 1143 prese il velo 
monaslieo nel convento di S. Felicita di Firenze; che nel 1153 fu 
mandata a Cavriglia per istalnlirvi la regola Vallombrosana ; e che 
mor) in quel monastero a d\ 2i maggio 1163. Il culto dì santa 
incomiDcib subito dopo la sua morte , ed i Benedettini ne cele- 
brano la festività a dì Si di marzo. Chi ne volesse pìii diffuse no- 
tizio , può consultare la vita che ne scrissero Antonio del Casto , 
Giuseppe BroccM e Fedele Soldani ; separandone quei fatti che ri- 
guardano la fondazione del convento di S. Vittore, che dai docu- 
menti risultano appartenenti all'altra B. Berta. 

Di Bulganno narrano le tradizioni gloriosi fatti; perocché 
vuoisi che fosse uno dei crocesìgnatì i quali salpavano dal Porlo 
pisano per accorrere in Palestina a fine di togliere dalle mani 
degl' infedeli i luoghi santificati dalla presenza del Redentore. Non 
è improbabile che 1 conti di Settimo, valorosi e possenti, parteci- 
passero all'universale entusiasmo che spingeva tutti ì prodi di Eu- 
ropa' a spai^ere il loro sangue in remote contrade per la fede di 
Cristo : nei qual caso al solo Bulganno può attribuirsi tal vanto , 
stantechè sia U solo tra i figli di Uguccione di cui non si abbiano 
documenti posteriori al 1098, anno in cui i Pisani, con i Crociati 
della Toscana, salparono dal loro porto guidati dall'amvescovo 
Daiberto. Il che potrebbe anco per avventura farci supporre ch'egli 



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DELLA PAMIOLtA ItONAPABTE 53 

perisse nell'Asia, spCDlo dai patimeati o dal ferro nemico ; essendo 
certa cosa ohe i Pisani ri si copersero di gloria , ma che ben po- 
chi riveder poterono le patrie mura. Di tre suoi figli si ha certa 
contexza : di Guido, dì Ugone e dì Rinieri. A Guido appartiene un 
atto del ti ottobre USI, per cui donò ad Attone arcivescovo di 
Pisa la meli del castello di Cenala, con molti beni, conseiuiente 
Gisla di Benedetto sua moglie , con patto resolutivo per la sopra- 
venienza di figli [1). Di Ugone si ba un istrumento a cui inter- 
venne Berta sua moglie, e col quale donò all'abbazia di Vatlom- 
brosa una selva (2) ; oltre al trovarsene memoria anche per essere 
intervenuto a un solenne giudizio tenuto presso Lucca da Matilde 
contessa e duchessa nel 16 giugno 1099, in cui sentenziò a fa- 
vore di Rudero vescovo di Lucca, contro il Conte Guido della 
Gberardesca (3). Ranieri era uno dei grandi che componevauo la 
corte della marchesana Matilde ad un placito del 10 aprile 1100, 
tenuto a favore della mensa lucchese (i) -, siccome fu pure ad al- 
tro tenuto in S. Cesano nel giugno 1105, per beneficare il mona- 
stero dì Hontecassino (ti). Nel 1107 accompagnava Matilde all'as- 
sedio di Prato, come risulta da una pergamena relativa ai vesco- 
vato di I^sloia a cui fu presente (6] ; e nel giugno dell'anno suc- 
cessivo assisteva la gran contessa in una sentenza che proferì in 
una causa vertente tra Dodone vescovo di Modena e gli abitanti 
di S. Maria di Castello (7). Vìveva tuttora nel 1141 allorché, con 
i saù figU Guido ed Abate, e con i cugini nati dal conte Ugone 
suo zio, vendè ad Ottone vescovo di Lucca il castello di Bare- 
glia, posto nella Valdìnievole presso la Pescia maggiore; luogo dì 
cai non si cmuerva memoria, e che il Puooìnelli, nelle Memorie 
di Pescia , sospettò essere stato un sobbollo di questa città (Si- 
In Guido ed Abate , a quanto almeno apparisce , finì la posterità 
dì Bolgarino-, ma l'Ughelli pretese di provare che da lui discenda 
la casata dei Bulgarelli conti dì Marsciano , celebre tra le storiche 
famiglie d' Italia. Da Bulgarino (detto , per verità , io molti docu- 



(1) Hout. , AnUq.Uat.nied.aevi, T. It[ , col. 143B. 

li) Arcb.centr. di stato, Sez. Dlploni. , urtap. di Vallombrosa. 

(3) FioiHTiBi , Memorie deUa canlesia Malilde . pag. B4 de' documenti. 

m FioaBRT., ivi . pag.69. 

(5) Udiat., Aniiq. ilo!., Tom.V, pag.611 ; Fiorht., op.cil., pag. 803, 

(6] Ugbilli , Italia mera , Tom. Ili , Epitc. pislorieltses. 

17) Ànifq. itat., Tom. [, pag. 73S ; Fionert. , pag.SI9. 

[i) Lìmi , Hodoep. , pag. 44M. 



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5t DELLA ORIGINE 

menti Bulgarello) ei vuol nato Bernardo, dal quale dice trapian- 
tata in Orvieto la casa; dove nel 1118 giura fedeltà al vescovo 
Gi^elmo per il castello di Parrano , concorrendo all'atto di vas- 
sallaggio i fratdii Valfredo , Ugolino e Gregorio (6). Che se ci4 fos- 
se , dovrebbe vedersi taluno cU essi o dei loro discendenti immi- 
schiarsi negli affari della famiglia in Toscana ; ma nelle diverse 
alienazioni de' feudi che i loro supposti parenti furono costretti di 
fare , mai non apparisce il nome di alcuno dei Bulgarelli : onde io 
son di credere che l'opinione dell' Ughelli debba assotutameole 
rigettarsi. (Cmuhhu). 



DOCUMENTI. 



Regestum Cartarum omnium Cadolingue-Bonapahtiae Familiae ge- 
nealogiam comprobaniium. 



9:83, mei 

Guneradus comes, fiUvs quondam Teudicii, prò anima sua, Er- 
mingardae jugalig et fiUi , offerì et donai eccUsiae SS. Zmonis , 
Ilufjim et Felicis , sUae in civitcUe Pistorii , coiai et rea quat kaiet in 
loco qui dicilur Vicofario. 

HjÌub caritè arcbelypOD eitat in TabuUrìo Pistorierisis CBlbednilis. 
EdidiL HfppolituE Camici in opere uuDcupato : M>la olla uria eroiuilogi- 
co-diplomatica dagli antichi Duciti e Uarchesi dilla Tosoana . M capita- 
no Coiimn della Rena . T. I , pag. !T. 



9t4 , mense Novembris. 

Teudicius Comes , filim b. m. (botiae memoriae) itera Teudicii , 
J?rt Deo et ecclesiae episc<^tus Pistorieasis duodecìm ciuos prope 

(6) Dgbblli, Storia de' confi di Mandano, pag.441. 



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DELLA PAUIGL1A BOMAPAHTE ' 55 

tupnacr^ttam dvUatem , atuiumte Berta uxore sua. — Aclum m hco 
Piscia majore , in curie sua sita Ceule, prtxpe ecdesiam S. Quinci. 
Archstypon eital lo Tabularlo Calbedralls PistDiiensig, EdidiI P. Zac- 
cbaria ìd opere nuncapslo AìMmMmo PUlonmtit , ad pag. 283. 



953 , mense Seplembrìs. 

Kadulus Comes , filius b. m. Cuneradì ^t fuit cornei , prò cmtma 
tua et Bertae cof^'ugu suae, émat ecclesiae cathethuli civitatis Pi- 
stoni casom et res massaritias tpias habet in loco qui dicitur Petrio- 
lo. — Actum Pistorii. 

Archet. eilat io eodem Archivio, Edidit Hyppolitus Camici in opere 
super memorato , ad pag, 3S ; et P. Zaccharia , ad pag. SSft. 



95 . . , » » 

Kadulus Comes et Rottilda jug(Uis , fìlia Ildepraodi comitis, offeruttt 
Deo , sigter altare ecclesie S. Zenonis , cosam et sortem in loco qui 
vocotur Petriolo , prò anima eorum et q. Guidonis. — Actum in cur- 
ie Pisdae, 

. Arcbei. exlal io eodem Archivio. Edìdit Hjppolitus Camici, ad pag. 39. 



961 , mease Februarii. 

Ermingarda , quae Ermitha vocatur , filia b. m. Cnneradi comitis 
et relieta Tasstmanni , nec non filii ejus, danaiU ecclesiae S. Zenonis 
rasam et res qtias habent in loco Petriolo. — Actum in castro fli- 
palta , prope muros civitatis Pistorii. 

Archet. cilat ibidem. Edidit Hyppolilus Camici , ad pag. 39, 

6. 



Willa, /Sh'o é. m. Kaduli qui fuit comes , jugalis Raynerìi comi- 
lii . filii Bernardi rtem comitis , vendit Uberto (ilio Mainardi , vacato 



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S6 DBLLA ORIGWE 

lldilio , casam et curtem cum pertìnealUs «uù polita in Caianuovole , 

Attcarano et Settefanti. 

ArcbeL eitat SeniB io Tabu). Dìplomatum. EdidU Ferdinandus Ughelli 

in opere uuocuptlo : AlUro »t itioria dMa famigUa M CmM di Har- 

scbmo (Roma, 16G7), ad pag. 11. 



996 , » » 

Lolbarìus Comes , (Uius b. m. Raduti item comitù , prò remetUo 
anÙNoe suae , pareiAum sw>nim et Adalaxiae uxon'i suae , obtttUt 
ecdesiae et monaaterio S. Sahatoris et S. Mariae de Borgonuooo, 
prope fiuoio Amo , quaedtan bona polita ad S. Vitiim. Rogaoit Pe- 
trus JVotoriii». 

Archet. eilat Lucae io Tabularlo Archiepiscopali , EigiLatuin -(' f 
E. 23. Uemìiiil lobaones Lamius in opere nuociipato: Cliariumit el Hyp- 
pophili HodoeporicoH , io volumiae 111. , ad pag. 1029. 



iddi , uiense Novembris. 

Lotliarìus Comes , /il. Kaduli item comitis, prò Dei timore et remedio 
animae suae , et animarum Kaduli et Geinmse ^enitorunt suomm, et 
Adalaxiie /W. 6. m. Willeimi coniugis su<b , dot et offert ecclesits et 
monasterio S. Saivatoris et S. Mariae quae est posila in loco qui vo- 
catw Borgonuovo prope fluvio Amo , ubi Sichelmus presbyter et o6- 
bas preesse videtur , itUegras quatuor sortes et res quae suat positae 
in loco tpti dicitur S. Vito , tn loco Rugiana et in loco Capo de HeU 
sa , et insimul dat et offerì sex servos qui surit juris sui. — Actum 

prope illa turre, jucticarid FlorerUind , rogante Petro .Vofarrò. 

Archel.extalLu^e ia ArchìTlo Archiepiscopali, sigaetum + f . P.23, 

editum in opere nuncupalo: Memaris e documenti per ttrvtrt ùUa «torta 

di Lveca , in Tomo IV , par. UE , ad pag. 6Ut. 



1003, nieDse Aprilis. 

Lothurius cumes , filiits b. m. Kuduii ittm r.omitis , doiiat mona- 
sterio praedicto umwi curtem m loco Comioiio , cum tesdecim sorti- 



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DELLA PAUIGLIA BONAPAHTE 57 

bus. — Acium in Massa , prope plebem S. Quìrici , rogante l'golino 
Nolario. 

Édidll [^beUius io opere clt. , ad paginas 99 ; ex archetipo olim 

adtervato in arobifia UoDialinm S. CItrae de Luca , et nunc ìd blbljo- 

tbect S. Frigdianl. 



<0. 

1006 , septimo idus Jnaii. 

Lotbarìus cornei , fUiut b. m. Kaduli àem comitis , confirmat mo- 
niuterio praedicto poasessionem bonorum omnium quae ipsemet vel 
genUores sui àdem dowtoerant. 

Edidit lobaiuies Lamius in opere ciL , ad pag. 88i ; et Fordinandus 
DghelUus io opere itam cil. , ad pag, 401 ; ex arRbetypo olim adserviiu 
in Tabnlirio Honiillain S. Ciane de Luca. 

11. 

1006 , mense Octobrìs. 
Pìacitum a Lothario comite habttum in cwttate Pistorii. 

Arcbet. estat Florenliae in Tabularlo , vulgo CMlrole dt Stato . ia- 
ter diplomata Capituli PlsIorìensU. 



1015, » » 

Diploma Henrici imperatoris augusti canfirmans Warino abbati 
monasterii S. SalvatoHs de S^timo omnia bona quae eidem Como- 
bio Lotharìus cojnes filius Kaduli dotumerat; et praecipue ecclesias 
S. Mariae de AgnoM cum suis pertinentiis , S. Donati de Lucardo 
cum suis pertinmtiis , S. Martini de PahtA cum sws pertinentiiz . 
cwtem de Xantignano , et tres massoridas silos in Monte Murello , 
loco qui dicihtr Lmaano. 

Arcbet. adierratur Floreoliae In Tabulano vulgo Centrate di Staio, 
lotet Diplomata ordlnls Cislorcleosium. 

Amh.St.It.. Nu^i-a Serie. T.lll, P.tl. 8 



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DELLA ORIGINE 



1027, DODO kaleDdas Augusti. 

Lolteri Comes, filius b. m. Chaduli ipti fuit Comes , et Adalasia 
comitissa jugalis , fUia b. m. Wìllielmi , prò ammà nostra et b. m. 
Rainerìi qui fuit filius noster , offerimus tibi Deo omnipotetOi, et mo~ 
ttasterio beatissimi S. Sahmtmis , quod est fundalum et edificatuin in 
loco ubi dicitur Amo , prope pontem Bonfilii, intej^ras duas portio- 
nes de cassini et torte quam habemta in loco uW dicitttr Fidclo. — 
Actwn in castello qui dicitur MorOise, territorio Vi^terrense, ropon- 
te Rodolfo notorio. 

Arcbet-eilal Lucae Ìd Arcbivio Arcbispiacopclf , sìgn. ■}-■ I'15. Edi- 
tuiQ ìd opere ouoeupato .- Mmtwri* t ioewmtmti p«r Mrvlre alla ttoria di 
Lwxa , T. V , par. IH. , ad pt^. 666, 

u. 

1034 , die sepUma Februarii, 

GuilleliDUs comet, filius b. m. Lotharìi ^ut' fuU sàmliUr comes . 
donat ecclesiae et canorùcae sancii Zenonis cathedraU ciuitatia PisUh 
rH, quaiuor casas et sorles. — Actum PicecU. 

Arcbet. adservalur io Tiiliulario Cathedralis PlstorìeDBJs. Edidit P.Zic- 
cturit In op. cit. , ad pag. S90. 

15. 

1034, — 

GuiUelmus comes, qtù Bolgarino mcatar, filim b. m. Lotharìi 
qui fiat Comes , prò anima HugODis germani , donat monasterio S. Sal- 
vatoris de Borgonuovo prope pontem BrmfUii quaedam bona. 

Archet.sdserralurLucaelD Archivio Archiepiscopali, sfgn. f-f-.P. U. 
Ueminit lohanaes Lamius in opere cit. , ad pagioas 896. 



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DELLA FAMIGLIA BONAPARTH: 



1048, septitito idas Decembris. 

Willelmus Comes , /iliua b. m. Lolharìi qui fiat idem cornea , prò 
remedio animae suae et parmlum suorum donat ecchsiae et monaste- 
rio ^. Salvatoris de Septimo , ecclesiam et oratorium S. Salvatoris 
sUam in loco Gallano, ubi vocatur Hospitale, cum omnibus pertinen- 
tOs suit. — Aclum in loco Septimo , rogante ìMebranào notorio. 

Archet. adservBlur Floreotiae In Tabularlo vulgo Centrale dH Sialo , 
Inter diplomala ordlnis C Iste rcieo slum. Edidit lobannes Lamius in opere 
cit. , ad pi^. 1034 ; et FerdinaDduE Ughellius in opere llem cililo . ad pa- 



Carta r^uiatioms GuiUelmi comics, filii Lotharii item comitit, Gui- 
doni episcopo Volaterrano de castro Pulicciani et de Colle Muscioli , 
et de omnibus bonis et pertìnentOs posilis infra curles dictorum co- 
strontm. 

Hujas donatioDis memoria extat la quodaro codice membranaceo nun- 
cupato : • Jura episcoptUtu VotaUrraai ■ , adservato FlorentJae in Tabu- 
larlo vulgo Canlrat* di Slato, io wcl. vulco d«Us Riformagionl, io Classe 
m . voi. XXrilI , ad r^rUs XII- 



1073 , — 

Ugo Comes , filius Willelmi 71» Bulgari vocatur item comitis . 
emit a Petro filio b. m. lokaanis bona ad Caprariam et in pleberio 
S. Gabini sito Mudilo, prò prdio centum aoldorum. — Actum in 
loco S. Martim qui vocatw Adimari , rog. Petro notarlo. 

Archet. eilal FlorenUae io Tabularlo vulgo Cmlrale di Stato, iuter 
diplomata ordlois Ciglerclensium. Edidit Ferdlnaudus Dghellius lo opere 
cIt., ad pag. il». 



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DRLLA ORIGINE 



4075, kalendis Ociobris. 



Berla fiUa quowkan Lotharìi comità, ANxUiaa de ecclesia et mih 
monasterio S. Mariae de CapriUa , acc^t donationem cappellae san- 
cii Victorii ab Ildebmido , Nero et Ugo /Uiit Emmgardae , in pre- 
smtia UgoQìs cotnitis ^ut Ugitione vocatur , filit q. Bulgan. — Aclum 
CcUtniatìo, rog. Rolando notoria. 

ArcheL eslat FlorentUe in Tabularlo vulgo Ceatrak di Sialo . inter 
diplomata monJaliani S, Hy«ronim< de S. GemlnUDo. Edidll Lamias ìd op. 
cit. , ad ptg. iìSS- 



i 088 , prìdie noaas lanuarìi. 

Ughuccìo Comes, fil. b. m. Bulgarelli comttis, promisit Petra Ab- 
bati monasterii S. Saìvatoris de Ficeclo et stKcessoribus twis , quod 
prò advenlu Regis vel Marchioms , aut ad suttm ìixwn, fodrum tol- 
lere non habebit. 

Archel. eitat Lucao ia ArchÌTÌo Arcfaiepiscopilì , ^gaal.A., Dum. f. 
Meminit Lamiua io opero saepius citalo , ad pag. 1014. 



{086, die decima octava Februarìj. 

Ughuccio Comes, fUius b. m. Bulgarelli item cotnitis , amatente Cì- 
)ia ttxore iva , (ilia q. Ciootti qtU fwt comes , obiulit Deo atque ho- 
ipitali constructo m loco qui diòifur Rosaria plttres ptHas terrarvm. 
Huius donaIJODiB memoria adaerTatur in quodam codice pecudineo in 
quo «cripta suDt jura Honasleril de Altopassn , exiatente Florentiae io Ta- 
bularlo vulgo Cailrale H Stato. 

88. 

1086. die tertio Augasti. 

Ughutio Comes , fi^iiis Willelmi mmcupati Bulgari item comàit . 
promittìt Deo et abbati monasterii S. Saìvatoris quod dicitur de Vaia' 



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DELU FAHIQUA BONAPARTE 



no , guod ilU nullam erit molestiam ill(Uurus de bona siti» in Alpi- 
bus et in comtatu Vemii quae eidem donaverat. — Actum in curte 
Vermi. 

Archal. eiUt Flonnliae in Archivio *ulgo CmtnU di Stalo. 



<087, .> « 

Ughictione comes , fil. b. m. Bulgari qui fiat item come$, inpre- 
terUia Simnmdi et Nerli fil. b. m. Signorelli , per tigmm quem tua 
d^inebat mamt , investt'vtt Gvalfridwn presbiterum , rectorem eccletiae 
et monasterii S. Martae de Maatignaao , de und peM terrae positi 
m loco ipso Mantignano prope hortum fUcti monatterii. — Achtm Mon- 
tecascioU , intut curte ejusdem Ughictianis coimtis , rag. Grimalda no- 
tano. 

Arcliet, eztai ibidem, ioier diplomaU Hoaisliuin S. Apolionlae. Ue- 

miDÌl Lamlas in opere cU., ad pag. *0W ; et i3gbeUius in opere item citalo, 

ad pag. 48, follens circa annum. 



Ugucciime cornea fii Bulgarelli, et Cilia jugoUs fUia q. Teuzzi , 
offerunt}Deo et monasterio S. StUvatoris sito Borgonuovo plura bona, 
rog. Vgone noton'o. 

Archet. adtervatur Lncae in Arcbivio Archiepiscopali, «tgn. i.G. 77. 
Ueni. Lamlus In opera cit. , id pag. 1U8. 



Ugo Comes /Hitis Bulgari comitis , annuente Urbano PP. Il , fun- 
dat eeclesuon S. lohaanis &iptistae de Piceclo cwn fonte baptigmatis, 
cttramque ecclesie tradit abbati S. Salvatoris de Borgonuovo. 
iletn. Lamius in opere cit. , ad pag. 40t6. 



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DRLLA oniGiNi; 



9, mense Martii. 



Ugo Comes /ifttu fuotuJom Bulgari com^, et C\\\&jvgaiis, offtrunt 
Dea ecclesiam S. Mariae de Monisterio (idett <J)b(Uiam de Morrona) , 
et otrma quae monachi habere et detinere viderUur , nec non terrai , 
casal et matsaritias positas t'n loco diclo Castàneote , casam et Syl- 
vain in loco qui vocatur CoUeleoni, et molendina quae stmt influmo 
Caldanae , eonsenHenlilna Autc donatiimi Ugolino et Aomucemo fiUit 
praedktae comitissae Ciltae. 

BdidiI Leo Urbavfllinus in CknmbìO {mparolomm , ad r*R- 30B : <' 
lubtnnes Laroius in op«re cit. , ad pig, 1049, 

27. 

1090, nono kalendas Mariti. 

Ugo, gut Ugitione comes- vocatur, filius b. m. Bulgari conàtis, cum 
dilectissimà conjuge sua, filiA b. m. Teuzi, nomine Cilia . confimuaU 
monasterio S. Saivalorig de Septimo possessionem honorum omnium 
a semet^is et a parentibus suis eidem donatorum. Quae bona sita 
sunt in curie de Septìmo, in Sommaria, in Montemorelto , in Man- 
gone , m Piceclo , in Bibbirme . t'n Turre et in MontebugnoU , et intra 
f^ebes de Sciano et de Campi , et intimul omne patronatus jus re- 
nwaia»U. — Actum in MontecascioU , rag. Grimaldo notano. 

Archel. adsenatur Florentiae lo Archivio vulgo Centrala di 5lalo, io- 
ler diplomata ordlnis CUlerciensium. Edidit Lamius iu opere ciL, ad pa- 
gina! 105; et Ogbeliius io opere it«ni cit, , ad psg. 10S. 



IftSI , pridie oooas Uartii. 

Uguccione comet, fUius quondion Bulgari item comitts, emit a Pur- 
purA^fi(t quondam Bernard de Compi, uxore q. Tegrini fil. liberti, 
annuente Bernardo filio et mundualdo suo, integram suam partem cu- 



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DBLLA FAMIGLIA BONIPABTE 63 

adam ecctetiae aedificatae m honorem S. Marlmi qme vocaiur Odi- 
tari, cttm eoemeterio , tetri* et vinàt eidem pertiamtibut, — Adam 
i VaUebuanA, rog. GriiiKddo notorio. 
Arcbet. extit ibidem. 



1091, die secnnda Septembris. 

UgucGÌone comes, filius quondam Bulgari comitis, emU a Bernardo 
fUio quondam Terrina quarlam partem terranan qaae fiterunt eccle- 
iiae S. Martmi Odmari, it^ra cwlem coltri de MoiUaairelU. — 
Aetum in ValUbuonà , rog. GrimaJdo notano. 

Archet. eiUt ibidem. 

30. 

1091, quinto kalendas Decembrìs. 

Uguccione come», filivt quondam Bulgari , largitur Dea et hogpilOf- 
U constructo m loco qui dicitur Rosaria quartam partem eccleiiae 
S. Naaarii , sitae in loco qui rytcatur Cerbaria pr<^ padule, cut» 
borni et piscatiomlmi eidem pertinentibm. — Actum in carte Pitdae, 
rag, Itdebrtmdo notorio, 

Arcbet. adsorTatur Lucaa ìd Arcbivio Archiepiscopali , signet. -f- . E. 
(8. Uemlnll Lamlue ìd opere cit. , td pag. 1060 ; et Lee Urbevetanus in 
Chrmico imperatoTìim , ad pag. 87. 



4193, mense lulJt. 

f UghiccìoDe comet, fil. quondam Bolgarì item corniti, per fiate que 
I tua detinebat manu , invettioit lld^andino filio quondam Pagani 
ir Ghitoifi nominative de Ula part , quae quondam n^tradicto Paga- 
< no a supradicto UghicciiM» comes dedit per cartulam pignori» no- 
' mine , per opera de Castello de CoUepertuU dedit pignori» nomÙK 
i quod ad n^trascripto Pagano pertinebat de carte de Lugiano , Ma- 
«r dege vacala ; amodo in aatea tt^nuor^ lld^>randino cu» Vigo 



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64 DELLA OHIGINE 

n germffo suo eorumque heredea fuAeatU et tetteoat jure proprieta- 
« rio rOmme, rec^nens a svpratcripto Ildebraiu^no Uamegkild pa- 
ti rio de crome. — .^cftitn Catignano , rogante lohcmne notorio. 

Arcbet. sdserratur Florentlae lo Tibultrìo vulgo Ctnlrate di Stato , 
ialer Diplomata monasterii PassiniaDensis, 

32. 

1094, mense Augusti. 

Ugo coma , fiiiui quondam Bulgari item comitit , vettdit monaste- 
rio S. ìiariae de ìlarOignano , \àn fmilia retidebat Abbatista , plwa 
bma posila in Ugtwuto , Avaiia et Accone. — Return in Cappiano , 
rog. GrimMo notano. 

Arcbet. adeerralur ibidem , iuter diplomala monasleril S. Apollonise. 
Edidit Dgbellius ad pag. 49, erronee referens ad inauin 409S. 



4096, mense Aprilis. 

Ugo, fut UgbuccioDe Comes twcofur, filius b. m. Bulgari qui (uit 
item eomet , dowA ecclesiae et monasterio eontfìructo in loco Campo- 
tituie, ubi Montqtlano vocatur, et voaJ/ulo e;us S. Mariae, ubi Pe- 
trus Prior preesse videtw, tres sortes et dànidiam m foco qui no- 
minaiur Casi, cum aliit bonis positis in curte Vermi. Inter testes 
r Nerlus Vicecomes, filius quowlam Signorelli. — Actam m 
( Fiorentino, rog. Grimaldo notano. 
Archel. adserratur Florentiae tu Arcblrio priTalo bmillae Bardiae. 
Edidit lohanoes Lamlus io opere cil. , ad pag. 40T1. 

34. 

1096, sexto idus Maii. 

Ugutio Comes -, /Stìus b. m. Bolgarellì eomitis , prò remedio animae 
suae et parentum suorum , donat et tradtt Domino lesa Christo m- 
tegrom sortem et res ilka luas poaitas in loco ubi dicìtw Corticelle, 
sicut ipso sorte recto fiat per homines qui «ociwrtw Iaconi (sic), con- 



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DELU FAUItiLIA BONAPARTR 6S 

■tfftWNt ibidem kospitium peregrinorum live pm^aerum. — i^cfttm 
m Montecatcioli , rag. Gherardo notorio. 

Ar«het. adservalur Florentise in Tabularlo vulgo CtnWalt dì Stelo , 

Inter diplomala ordinU Cisterciensium. Edklit nghellius io opere cìl. , Rd 

pag. i06. 

35. 

\ 096 , mense Mait. 

Ugilbo coma , fU. b. m. Bulgari comiCtg , vendH' lld^trando filio 
Ugom inUgram terram de Cardialla in curie de Ficeclo. — Actum 
m eaitelio de MoiUectacioli , rog. Gerardo notorio. 

BdJdiI lohannes Lamiiis in opere cit. , in T. V, ad pag. 103. 

36. 

)096 , die v^esima Maii. 

Ugo et Raineri comitei , filii quondam Hugoais item comitii, donant 
abbati monaiterii S. Michaelis de Pcusiniano tortem imam m loco 
(pd diàtur Valle. — Actum Ficecliprope monasterium S. Salvatoris, 
rog. Gherardo notorio. 

Archel. extal Floreoliae in Tabularlo vulgo Cmtrals lU Stalo , inlcr 
diplomata monasterii PiBdnlaneiuis. ll«iiiiDÌt tohannes Lamius, ad paKi- 

(ConltaHa). 



lUuH.ST.lt. , HuwaSer 



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,1,1.0, Google 



PATTO 

IL COMUNE DI TERGINE 

IL MUNICIPIO DI VICENZA 

H>I. MCI. ITI 

EPISODIO DEL MEDIO EVO TRENTINO 

DA TOMMASO GAR 



1. 

A chi da Treato vogba recarsi per Bassano arila Veneiia, per- 
correndo la comodissima strada coslruita, pochi anni sodo, luogo 
ì biUToai del FeiviDa , dopo QD'ora di cammino all'iocirca, s'afifoc- 
eia UDO spazioso e pittoresco altipiano, incoronato da verdi monta- 
gne e da frequenti rilla^, in fondo al quale spicca la grossa bor- 
gata di P«^ne, appiè d'un colle ridente, su cui torreggia un ca- 
stello. L'amenità àtA sito, la sahibritk ddl'arla, la regolarità delle 
case e delle vie, l'affiuensa quasi conttnaa degli abitatori delle ville 
vicine, ed anche dei forestieri , contribuiscono a mantenerla io uno 
stato finrenle di popcriaiìone e d'industria, e a darle, specialmente 
in tempo dì fiera , tutta l' apparenza dì una piccola e gentile città. 
lo lei m appuntano , ooooe lati di un angolo ottuso , due vallate 
diverse di oonfigurazÌMie e di materiale importanza : la Valsugana 
verso Hteriggio, la valle del Fraina verso levante. Alla [nimav'ha 
OD doppio adito, spartilo da una lunga collina, ai fianchi della 
quale si stendono i due laghi di Caldonazio e di Levico, cosV chia- 
mati dal villaf^o e dal borgo a cui mettono capo. Il lago di Gal- 



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68 PATTO TBA IL COMUNt DI PERGINE 

(loiiazzo , il più ampio del TrentÌDo dopo quello del Garda , preseala . 
cogli amenissimi p(^ di Teona e di Calceranica, un assai pitto- 
resco bacino, che per la poca distanza da Trento, k mèla frequente 
di gilè campestri. Dal lago di Caldonazzo scaturisce il Brenta, fiu- 
micelio che va serpeggiando come uu nastro azzurrino in mezzo 
alla valle; ma, giunto in prossimitìi di Bassano, un torrentaccio gli 
intorhida le limpid' acque, che tentamenle si perdono nelle lagune 
deirAdrìalico. 

La valle che volge da Pergine dirìtlamente verso mattina , è 
appellata del Fersina da uu torreate del medesimo nome, che esce 
da un laghetto del monte Gadìno , traversa il fondo tortuoso d'una 
doppia catena di monti qua e 1^ franati, s'ingrossa d'altri torren- 
telli , passa vicino al boi^ di Pergine per un ampio letto, che verso 
seltentrione sempre più si ristrìnge fra due rupi profonde, e scende 
precipitoso a scaricarsi nell'Adige presso Trento. La valle del Fer- 
sina, dall'orìgine al dosso della Chiusa, è povera e stretta; pochi 
campi in pendio , coltivati sino al mezzo a gelsi ed a viti , pochi 
prati e boscaglie che incoronan le cime. Lungo le due sponde, parte 
.sul piano, parte sull'erta montana, giacciono dei villaggi, il più di 
essi fondati nell'epoca delle prime immigrazioni barbarìche , e spe- 
cialmente durante il dominio dei Longobardi. Quelli che si trovano 
lungo la via che da Trento mette alla Venezia, sono per la mas^ma 
parte di origine romana; cit> che vien dimostrato dal nome, dagli 
■ivanzi di antichità e dalle shHne. 

A Pergine, capoluc^ di tutta la valle , sovrastava, già al tempo 
dei Longobardi , un castello. 1 signori di esso compajono per la prima 
volla come vassalli del re Lodovico , l'anno 845 , testimoaiì ad on 
placito registrato dal Muratori (Ant. Med-Àevi, T. II). 

Dal tenore del dij^oma di donazione del ducato Trentino faUa 
da Corrado il Salico al vescovo di Trento nel 1027 , rilevasi che 
Pergine col suo territorio, compreso tra ■ con6ni dello stesso ducato, 
estendeva» verso mezzodì fino alla chiesa ora distrutta di S. Desi- 
derio , nel bei mezzo della Valsugana. Sembra nondimeno che per 
pochissimi anni i vescovi di Trento dominassero direttamente sul 
Perginese, ove, poco dopo l'epoca della donazione suddetta , veg- 
giamo una famiglia di militi originariì della Baviera già sott«ntrata 
nel possesso e nei diritti dèi regimi provenienti dai Longobardi e dai 
Franchi, o méssivi più Urdi dai vescovi stessi in qualità di ga- 
staidi. A celesta supposizione ne induce la storica preponderanza 



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H IL MUHICIPIU DI VICENZA 69 

in quei looghi della menzionata fami^ di feodatarii fin dalla metà 
del accedo undecime; preponderanza che, avendo dato ^uste ca- 
coni dì querele e di scdeome protesta alle popolasìoni soggette , ci 
riconduce nalnralmeate all'argomento principale del nostro discorso. 

Gli abitatori della valle del Fersina debbono aver goduto da 
hmf^ùsràno tempo di una considerevole liberta ; poiché nel docu- 
mento del 1166, che ora daremo in esteso, sì richiamano a fran- 
chigie consnetudiuali di quattn>cenl' anni , e perchè ancor nel pe- 
rìodo di coi ci occufMamo formavano un solo Comune, diviso io 
quasa altrettante gaslaldie quante erano le ville che lo componevano; 
ciascuna delle quali aveva i suoi sindaci e rettori. Come autorità 
del^ala dal vescovo ricouoscevauo un podestà o giudice eletto da 
loro, che aveva la sua residenza in castello. Ad esso era affidata 
r amministrazione della {^nstizia nel civile e nel criminale , e l'esa- 
EÌobe dei diritti regali. Decideva nelle cause di appellazione pre- 
sentate dai audaci, e in prima istanza per gli arìmanni di Fierozzo 
esenti dal fóro ordinario , e abitanti la parte più riposta della valle 
a levante , che tradiscono anc<va nel loro dialetto l'origine germa- 
nica, e dopo il mille si accrel:^>ero in numero per successive colonie 
di minalori. All'influenza legittima del Podestà o Vicario confermato 
dal Vescovo, s'ag^unse io breve quella arbitraria del Cast^lano , 
che nelle lotte tra il sacerdozio e l'impero andava usurpando nuovi 
diritti. Abbiamo accennalo di sopra, non potersi per mancanza di 
documenti chiarire come la giurisdizione di Porgine sia passata in 
feudo ereditario ad una famiglia straniera , il capo della quale , circa 
la metà del secolo undecime , era già si potente da imporre a sua 
posta la sua vtdontà sulle popolasìoni contermini e fino allora vis- 
sute immuni da qualunque servaggio. 

Un Federico, calato dalla Germania meridionale forse col primo 
imperatore della casa dì Franconia , e investito da lui o da) vescovo 
trideatiao del feudo di Perdine, risiedeva nel castello dì architettura 
longobarda, eretto sul monte a ridosso del borgo, e cerchiato da 
alte e massiccie mura con feritoie a brevi distanze, e torri mer- 
late agli angtdi estremi, irte dì bertesche, di manganelle, di pe- 
triere. Da questo fortificalo suo nido ^i scendeva sovente coi suoi 
sch«-ani a disertare le case ed ì campi dei coloni recalcitrauti dal 
pagare a lai slesso la decima dei prodotti dovuta al vescovo dì 
Feltre , alla cui diocesi apparienevano ; a condurli {xigionì in ca- 
stello e a farveli talvolta perire di fóme. Costringeva i liberi a fre- 



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70 CATTO TRA IL COMUNK DI PEHG1NR 

((neiitissime prestaBÌooi d'opere servili , negando poscia la mercede 
fissala per patto d per consuetudine; e guaì a chi ne lo richiedesse 
o ne movesse lamento ! 1 sotterranei d^ castello, moti d'óf;ni tace, 
e le più inamaae percosse n'erano la solita panitione. 

Seguiva le sue vestigia il figlio Adelpreto, mtuitenendo a viva 
fon» le usurpazioni inveterate, e aggiungrado ad esse la preten- 
sione alla virginità delle spose del suo distretto. Cotesto stupido e 
ferino abuso , ohe ofiende la dignità umana nd sentimento piti de- 
licato, era stato assunto a quei tempi fra i diritti regali; e non so- 
lamente si esercitava di fatto o per redeniione in danaro da molti 
dei regoli nostri e stranieri, ma figurava bruttamente anche nel 
gius pubblico dj qualche |H*iucipato eccletdaatico. 

Tali violeuie e oppressiani crebbero a dismisura sotto il fi^io 
di lui, Giindibaldo , il quale obbligava gli abitatori dei prossimi vil- 
laggi a mettersi in aguato sulle vìe pubbliche e a derubare i pa»- 
seg^erì per proprio conto. Era slato ooatume antico che i oompo- 
nenti la Comunità Perginese pagassero al cast^, o al Vicario re- 
sidente in esso, una cidletta personale sui fuochi; ma Guodibaldo, 
come il padre e 1' avoavean fatto, la esigeva sui fondi. Col diritto, 
pur remotissimo, di scegliersi il giudice della Comunità , fu uAto ai 
Per^nesì ogni meato l^le di trattare i propri interessi , e apnlo 
il campo agli artntrii del loro dinasta. Il quale, e per assicurarsi 
nel (H^prìo distretto , e per estendere viemma^ormente la sua 
potenza , si era collegato coi principali feudatarii della Chiesa Tren- 
tina, e nominatameDle coi Cast^barco , che allora avveravano q<mi 
soia il Vescovo ( che qualche anuo pib lardi da imo dì quella fami- 
glia presso Rovescio fu ncciso], ma ben auobe l'Imperatore. I Pw- 
ginesi tentarono più vcdte di mov<a% colle ragioni e colle preghiere 
a più temperato procedere il loro signore; e trovatolo renitente alla 
mbiima eoncessioDe , si votq^ro [nù volle al Vescovo , sovrano ter- 
ritoriale. Ha questi, fieramente, osteggiato dai Castelbarco e da 
altri riottosi vassalli , a mala pena riusdva a difendere sé mede- 
simo e la giurisdizione immediata della sua Chiesa. DesUtuitì d'ofpi 
protezione e soccorso esteriore, deliberarono secretameole di unire 
le volontà all'unica mira di scuotere quel giogo tirannico , tostocbè 
un'acconcia occasione si presentasse. 

L'imperatore Federico Barbarossa, fin dall'autunno del 4464, 
si adoperava a tutto potere in Germania per ricomporre le difiereose 
e cessare le lotte insorte tra > vani principi dell'Impero , sperando 



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E IL MUNICIPIO DI VICENZA 71 

disporìi a conoorrere seco ad ODa nuova spedisioDe io Italia. Vinto 
ia battag^a campale presso Tnbiuga il duca Gaelfone e sedate le 
dissensioni più gravi , avea Federico, la Pentecoele del 1169^ con- 
vocato io Erbìp<^ i [^ocii» e prelati maggini dell' loipero; ai quali 
espose le {««teDsioai dei pepi PasqoaJe e AlessaDdro , eccitandoli a 
dichiararsi per quello dei due cbe credessero aver più diritto al 
triregoo. X^ maggioraDsa decise in favore di papa Pasquale. Nel 
feM>rEgo dell'anno seguente 1166 , Federico indisse una nuova dieta 
in Norimberga , nella quale vennero conformate le deliberaEioni 
prese in quella di Erbipoli , malgrado la coraggiosa opposizione che 
gli fecero due grandi prelati della Garmania, partigiani di papa 
Alessandro III. Dal febbrajo al novembre 1 1 66 , in cui ridleoese in 
Italia , Federico pose tutte le cure a concentrare le forse àei Jprìa- 
àpi gennauici , grandi vassalli della corona , aUo acopo della pros- 
sìina spedizifHie ; tassando in danaro o in prestanoni di vettova^e 
e di ^ttreszi guerreschi tutti cok>ro che non volle costringere a se- 
guirlo in persona col relativo contingeote dì armigeri. Sìa dunque 
per ovviare a reoriraìnsiimì da parte dell'imperatore e del vescovo 
di Trento , suo immediato signore , sia per soccorrere del suo biw> 
ciò il duca bavarese Guelfone , sa finalmente per desiderio di av- 
vaatagfparà ool prender parte alia gloria e al bottino ddla iHttssima 
discesa imperialo in Italia ; il fatto à è, cbe anche il nostro Gun- 
dibaldo , nei primi mesi del 1 1 66 , sì era recato in Baviera , e avea 
lasciati ì castelli d^ Perginese in forte custodia de' suoi fedeli. 

Di quest' assenza a[^)rofittaroDo subito le conoutoate popolazioni. 
Gib da qualche tempo passava a quest'uopo una secretisuma ìn- 
teUigenza Ve» le gaslaldie o prepositure componenti il Comune; le 
quaU , nel mese di aprile , per Iw mandatari! aveano conohiuso di 
tentare concordemente l'impresa. 

A pochi passi fuori del borgo di Pei^e solleva allora il mo- 
oastero di Santa Maria, una delle tante propaggini dell'ordine Bene- 
dettino ; detto in Valdo , dal germanico Wali , perchè aderente a 
una selva di tigU e di càriKoi, recisa nel 4754 , che dal piano della 
valle stendevasi verso i colli vicini. Feddi ancora alla disci[dina , 
che in dtre regioni si rilassava , i frati di questo [ucoiol convento 
incoraggiavano col proprio esempio alla piet^ ed al lavoro i robusti 
valligiani , iu mezzo ai quali vivevano ; temperavano colle preghiere 
le esorbitanze dei castellani; pigliavano in protezione i perseguitati, 
dando loro sicuro asilo nel chiostro -, provedevano colle elemosine 



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72 PATTO TRA IL COMUNE Di PERGINE 

ai bis(^i degli infenni e dei poveri ', e nelte cose ckel Comuoe si 
facevano volooterosaraenle consigliatori e pacieri- 
Stretti gli accordi, nel ^omo fissato, conveDoero a Per^pne i 
rettori e seoiorì di tutte le gastaldfe del Comune al pubblico par- 
lamento in una slama del saddetto chiostro, ove, alla pnabtao 
dell'Abate , fu steso e sancito il seguente documento, che noi tra- 
duciamo fedelissimamente dal suo originale , che si riproduce alla 
fine dì questo discorso. 

a In nome del nostro Signore Gegii Cristo , nell'anno della sua 
natività millesimo centesimo sessagesimo sesto, indizione quarta', 
giorno decimoteno di mag^; nel Cenobio dei monaci di Valdo 
presso il borgo di Pei^ue, e nella stanza ove i reuori di tutto il 
Comune sogliono convenire alle adunanze pel p\ibblico bene : al 
cospetto di Teutovico abate-, presenti GoOiredo di Andrea, Benedetto 
di Niccolò da Padova , abitanti nel borgo di Pet^ne , Raffino di 
Marco e Giovanni di Biprando da Turrone, servitori nel detto Ce- 
nc^io , testimoni pregati. Ed ivi Sìgifredo dei Booioli , Giovanni di 
Lamberto , OkH^dino di Federico , Agostino di . . . dal Ixh^ di 
Pelane , rettori e seniori iti detto borgo , fecienti per gli aomini 
del borgo , e di Sivemaco e di Vallare e di Valdurbano ; Biagio di 
Iacopo dal Prato , Argaito di Harco , Benedetto di Rnmelo , fodenti 
per ^ uomini e per le persone del Prato , di Vieraco , di Portelo, 
di Canesia , di Brasesio, di Sersio e dì Arsenaco (1); Giannolo dì 
Odorico da Hadrano, Malebrutodi Teodorico da Vic<dzano,foc{enti 
per nome degli nomini e dfdle persone di Hadrano , di Nogareto , 
di Canzelino, del Baco della Guardia, dì Vicolsano, di Casilino, 
della Costa, e.... ; Alberto da Susato, Illemaro da Canale, facienti 
in nome degli uomini e delle persone di Snsato, dì Canale, di Costa- 
savìna, di Roncone; Gebrico di... da &etnng, Hansaito da Ho- 
chiail , facienti in nome degli nomini e delle persone di Prassilobgo e 
di Rovere ; Alimario di Sicco da Ischia , Cotoverto dì Cauco da Vol- 
cbzurìge, fedenti in nome degli nomini e delle persone dell'Ischia , 
di Teuna , di S. Cristoforo, di Vignola e di Volchensten [S]; Ri- 
dolfo di Brenta da Caslaneto e .... , facienti in nome degli uomini- 

10 Braiesio e Azzenaco , due vitlotle pgsle tra Viarago e Caneua , Turono 
poi distmlte dal F«rsÌDa. 

(S) Volcbensien , è oggi detto PalMioa. 



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E IL MUNICIPIO M VICENZA 73 

f- delle persone di CaslaneU) , di- Volchoaur (1) , di Santa Caterina: 
tutti seniori e rettori delle ville fuori de) borgo e di tutto il Co- 
mune e distretto di PM'gine ; eccettuati i Pomermanni in Fierozio 
ddla Arimannia de] Signore : per volonth e comandamento dei ri- 
spettivi uomini e seniori , nel modo e nella forma che posson mi- 
gliore , costituirono ed ordinarono lor veri e certi mesa , procura- 
tori e ambasciatori di tutto il Comune predetto, Abriano e Alimarìo 
dì Ansprando da Porgine , lacobino da Susate . . . . , aiQnchè vadano 
alla (atta di Vicenza, e sì presentino, s^o l'onore dell'Impero e 
della Chiesa Trentina , dinanzi al podestà e ai rettori di tutto il 
Comune e città dì Vicenza, a mettere , secondo fu concbiuso , già 
sono tre settimane, tutto il Comune, uomini e persone, sotto la 
protesioue di quello , e a pa^nnettere con giuramento , che gli 
uomini di tutto il distretto e Comune di Pergine vof^ono essere 
fedeli servitori , ed amici degli amici , e inimici d^i inimici 
suoi , e ajntarto in guerra , fuori del distretto dì Perone , con 
daecento armati pedoni , e nel distretto con quatbvcento. A que- 
sti patii però: die ricevano dal Comune di Vicenza nn Podesli), 
il quale debba venire in compagnia degli stesa messi e amba- 
sdatcrì con numero di armati, prima che ritorni il signore Gun- 
dibaldo , che al presente è in Baviera; e non permetta che siano da 
lui molestati; ma con piena [)ossa e coU'ajuto degli stessi uomini 
lo «Uscacei da tutto il distretto: inoltre, che il Podesth permetta 
a^ stes« nomini e persone di vivere colle loro usanze , leggi e 
consuetudini antiche, secondo le quali sempre, a memoria d'uomo 
e per lo innanzi, ^ò da cento, duecento, quattrocento anni , vis- 
sero e voglion vivere, tanto a le^e salica che a longobarda. Dal 
canto loro promettono , senza astuzia e {rode , di pagare la sdita 
colletta so]H'a ì fuochi , non sopra i fondi o in altri beni , siccome 
ab antico fu sempre osservato. Inoltre chiedono venir liberati e pre- 
servati con tutto potere e forte braccio ed ajnto dalla tirannica do- 
minaziiHie di Gundibaldo, fi^ di Adelpreto, inaino ad ora regolo 
del castello di Per^e e di Cuco e di Caveone , di Caateliiere e dì ' 
Vìcdzano e di tutto il distretto di Pergine [2). Inoltre, che non 



(i) Volchnaur , detto poi Valcanaia, oggi si appella Valcanoiera. 

(8) Di tutti questi castelli non SBlste oggidì che quello di Perginc il caslel 
Cuco slava sopra una vetta presso il campo di ValderbaÉio , delta ancora II dosso 
di Cuco. Quello di Caveono era sopra un colle nelle apparlenenze della TillelU 
A*CH.3t.lT., Ifa^.'a A'urie, T.ill. P.il. i" 



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7i PATTO TRA IL COHONB DI PERGIKE 

possano esser condotti a guerreggiare contro i'Iinpero né le Chiese 
di Trento e di Feltre ; né esser costretti a prestare ajuto o favore 
contro di questi , siccome fa Gundibaldo con quelli di Castelbarco 
ed altri , e fecero già l' avo Federico e Adelpreto padre di hii. Inol- 
Ire, che vengano in tulio levate e cassate le ai^herie ed i pesi a 

loro imposti da' lui, daU'avo e dal padre : quaU sono , e il 

godimento della prima notte d^e spose. Inoltre, che per gU ag- 
gravii e servìgi da prestarsi al Podestà in castello vetiga loro data 
una congrua mercede, giusta a ciò che fu sempre osservalo avanti 
il dominio di Federico avo dì Gundibaldo; il quale, per forza e 
vìolensa d'annali costrìngeva a far opere; e non solamene ne- 
gdva la mercede, ma faceva incarcerare e percuotere chi la chie- 
deva. Inoltre, che sìa lecito pagare le usate decime al vescovo di 
Feltre, siccome era consueto innanzi al tempo di Federico, il quale 
eoo uomini armati costrìngeva a pagarìe a lui stesso, punendo oA 
carcere e colla fame i contraffacenti. Inoltre, ohe pei nuovi lavori 
fatti e da farà non si esiga la minella , siccome soleva fare il si- 
gnore Gundibaldo. Inoltre, che a loro ma lecito, come lo fu da 
tempi antichissimi , elegga^ il giudice , il quale tuttavia sia soggetto 
al signor Podestà. Inoltre , ohe il distretto di Pei^ne non si possa 
giammai consonare, cedere, donare, alienare, sotto qualunque 
causa o prelesto, al signor Gundibaldo, o a'sooi figli , eredi, affini, 
parenti ed amici , contro la volontà degli stessi tiomini del Comune 
e distretto dì Penane , uè ad altri senea il loro consenso: e se ciò 
avvenisse, ^i stessi uomini siano liberi issofatto da ogni sc^ 
geiione. Inoltre , che non possano esser costretti a far guardia sulle 
strade e vie pubbliche, e rubare e spogliare i passeggien , siccome 
solea comaudare il signor Gundibaldo. Inoltre , che il podestà ed i 
rettori promettano con giuramelo di osservare queste condiiioni in 
perpetuo , e di dare ai messi una carta di assicurasione e di pla- 
cito per sé e i successori della detta città di Vicenca in perpetuo. 
I detti uomini poi promettono così per sé come pei loro mandanti 
di ratificare le operazioni dei loro messi; però coi patti prescrìtti 
da stipularsi, e colla promessa dì non contraffare ad essi né perse 
né per altri successori in nessun tempo e con preteste nessuno. E 

di S. Orsola ; quello di Cael^liere sopra la villi dì Sano. Del castello di Vicol- 
zSDO . sopra ia villa dì questo Dome , rimaneva qualche vesligio al priDCipio del 

presente secolo. 



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E IL HVNICIPIO DI VICENZA 75 

chi nOD osserverà le condizioDi premesse, iaoorra nella pena di 
marche . . . , e dei danni e delle spese. 

« lo Ataulfo , abitatore nel borgo di Pergine, notano del sacro 
Palazzo, intervenni e scrìssi alla prosenza del suddetti testimoni >. 

La città di Vicenza , slanca degli aggravii e delle estoraianì dei 
minislii imperìali , nel 1 1 6i avea cacciato i) Vicario del Barbarossa, 
e si era oollegala a comune difesa colle città di Verona, di Pa- 
dova e di Trevigi. Ora la dedizione spontanea di un distretto abi- 
tato da pili di dodicila robusti e industriosi coloni , ripugnanti a 
straniera tirannide , veniva naturalmente in buon punto , e lusin- 
^va l'ambizione di quest'illustre Hunicipio. 1 cronisti e gli storici 
di Viceasa , Pagliarini , Harzari, Castellini e Macca , fonOo indubbia 
Cede che l'obbedienza offerta dai Perginesi fosse con piacere accet- 
tata, alte condizioni proposte; ma quelli storici e i uostri non ci 
dicono poi se il Comune Vicentino prestasse eflettualmente il suo 
ajulo ai Perginesi per sottrarli alla servitù che abborrivatto. In 
tanto silenzio di scrittori e di carte, considerato l'andamento ge- 
oeraLe coatemporaneo , la peculiare condizione dei contraenti la 
lega , e i) teoore di alcuni documenti suocessìvi rìsgoardanli il di- 
stretto di Pelane, ci sembra di potere eoa qualche fondamento 
congetturare : che i Perginesi stessero per breve tempo sicuri ed 
immani dalla feudale signorìa sotto la protezione della città di Vi- 
cenza -, che questa , semine pib distratta dalle esigenze della pro- 
pria conservazione nelle lotte interne ed esteme , vedesse di non 
potersi mantenere più a lungo in possesso di un distretto tanto 
lontan^ , incuneato nei dominii d'un prìadpe dell'impero, al quale 
ne aspettava la infeudazione , e perciò soiogliesEe i F«rginesì dalla 
promessa e li consigliasse a cercarsi pih validi protetta o garan- 
aie di trattamento migliore da parte della stessa baronale famiglia, 
intercedente il vescovo, signore dd feudo (1). 

(4) Nella urla cronologica dai domlnaliirt del castello e distretto di Pergi- 
ne , da Gnodabaldo in poi, v'ha una lacuna di un eocoIo. Nel itn li appare 
slgDoni un Adelpralo di Heiso , dalle cui masi appunto allora redense quella 
^nriadlùonc il veacovo trentino Enrico n , a preiio d< 4100 libbre d'argento , 
e Mll'anno medetinui la conferì ad Abriano , Hartino.e Oluradiao di Perfine. 



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PATTO TRA IL COHUHR DI PERGINE 



II. 

Alla sommana esposizione dì questo fatto, che mette in chiara 
luce i rapporti delle popolazioni delle nostre campagne coi loro di- 
nasti nei seccdi XI e XII , faremo seguire, a modo di commentario, 
un prospetto delle condizioni politiche del Trentino lo quello stesso 
perìodo, desumendolo dalla ìntima essenza dei documenti (1}. 

Malgrado la deplorabile mancanza di cronache e di singole carte 
rdative alla storia trentina , dalla caduta del regno longobardo fino 
alla istituzione del principato ecclesiastico (1027) f possiamo d^la 
generale influenza delle le^ longobarde e franche, dal sito e dalla 
confwmazione gec^afica del paese, e da un [Jacito tenuto Della 
corte ducale di Trento l'anno 9i5 , in presenza di tcabini e vat- 
salH, ardire che il sistema feudale fosse- introdotto anche tra 
noi, e vi Ronsse fin dall'epoca di Carlo e de' suoi prossimi suc- 

I maggiori di cotesti vassalli , per estensione dì fondi e di servi , 
e per lontananza e debolezza del signore diretto o dell'imperatore, 
giunsero a dominare a poco a poco in modo quasi assoluto. Lo stato 
andava smembrandosi in tante particolari signorie quanti erano i 
conti, i baroni ed i militi. Al confluente di tutte le nostre valli, 
sulle piti scabre eminenze sorgevano turriti castelli , dai quali di- 
pendevano nel civile e nel criminale i borghi e ì villa^ circostanti; 
essendosi ì feudatarìì arrogata in gran parte la poteste di giudicare 
quali sovrani indipendenti , quella di batter moneta , di far la guerra , 
dì stringere federazioni. Né ila maraviglia se il capo dello stalo o 
il signore supremo del feudo, spogliato delle sue principali prero- 
gative, senza autorità e senza forza di far eseguire le leggi , non 
potesse sempre proteggere l' innocente e punire il colpevole. 

(4) Ci è gnlo di cogliere questa opportuna occasione per richiamara l'al- 
teuzione dei nostri compatrìotli sopra il segnalalo servigio che il chiar. Dottore 
Rodolfo Kink rese alla nostra storia colla pubblicazions del Codice diplomatico 
della Chiesa di Trento , abbracciarne più di tre secoli |l(nn-<3U| , cominciato 
per ordine del vescovo trentino Federico dt Vanga , cootinuato da parecctii suoi 
successori . e stampato a Vienna nel tSSS , a spese dell'imperiale Accademia 
delle Scienze. Aggiuogeiemo , per debito di giustizia , cbe , nei delineare il se- 
guente quadro , ci siamo largameale giovali delle dotte islorlche illuslra7ionl da 
lui fotte a quel Codice. 



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E IL MUNICIPIO DI VICENZA 77 

Ciò avveniva specialmente riguardo al Trentino , donato al vs- 
scovo UdalrìcD dall'imperatore Corrado. In viriti di questa dona- 
zione il vescovo era divenuto supremo signore nel suo territorio e 
vassallo immediato dell'imperatore. Da lui dipendevano le infeu- 
dazioni di ogni grado e importanza, e questo suo diritto compen- 
diavasi nella parola bantio, esprìmente il circolo dentro il quale 
tutti i fendatarìi erau compreà, e dal quale nessuno poteva uscire. 
Il complesso dì queste dipendenze chiamavasi macinata o masnada 
(fella Caia di Dto o <tì S- VigiUo, patrono della diocesi tridentina. Gli 
appartenenti, secondo il loro grado, si nominavano o ttomini deUa 
nobile macinata, o uomini Uberi, franchi, assoluti, a ministeriali e 



Gli uomini nobili di masnada della Casa di Dio o di S. Vigilio 
erano i feudatarìi immediati del vescovo , subordinati unicamente 
aUa sua antorìtb. Da lui riconoscevano la possesatsne di terre, vil- 
laggi, castella-, a lui prestavano il giuramento dì fedeltà , doveano 
assìstei^li in tempo dì guerra, e aUe milizie sue teuffl-e aperti i 
loro castelli , e intervenire alle assemblee o parlamenti. Dentro i con- 
fini di questo primo girone ciascun vassallo poteva tirare altri po- 
Goli circoli a sé concentrici , e così degradando sino agli ultimi strati 
delta popolazione, trovavi dei signorotti pavone^arsi colla loro mi- 
croscopica corte e masnada. La Terza di attrazione in cotesto biz- 
zarro sistema poHtico era riposta nell'oma^ìo feudale, che pervarii 
Dodi e gruppi allargavasì fino all'Imperatore. 

Ogfìi signore feudale avea dunque il suo distretto, e tutti quelli 
che stavano dentro di esso erano obbligati a cuslodire giorno e notte 
ii castello, a mantenerlo in buono slato , e a dìsìmpegnare le even- 
tuali commissioni del castellano. In compenso ne ricevevano lal- 
vtdta casali e tugurìi giacenti nel distretto medesimo. E non sda- 
mente ì distretti spettanti a un castello, ma singole case e porzioni 
di esse , focolari e cammini, entravano nel nesso feudale. La torre, 
per esempio, e la camminata dì un certo castello erao feudi; e tutto 
il resto poteva essere allodio. Veaivauo retribuiti in feudi persino 
i piii triviali servigi. Uno godeva un feudo coli' obbligo dì lavare i 
paoni del vescovo e della sua corte, l'altro con quello di spazzare 
i cammini del palazzo e delle varie rAcche vescovili, il terzo con 
quello dì mantenere il cane da guardia di un dato castello. Gote- 
sla estrema esagerazione del feudalismo contribuì a scemarne di 
mano in mano la dignità e l'influenza. U decadimento si andava 



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78 ' PATTO TRA IL COMUNE DI PEIiamE 

par ooostataado per la sostituzione più lucrativa di tasse speciali 
al dovere simbdico dell'omaggio feudale. 

La secfmda classe abbracciava gli uomini lib^; la masdma parte 
dei quali però, malgrado la speciosa denominazione, veniva consi- 
derala conte se non fosse in assoluto possesso della liberti, e per- 
do dividevaasì in uomini liberi da ogoi soggezione , e in arìmanni 
o vassalli. Gli armanni, detti anche nelle carte tremine rtmonni, 
possedevano per franco allodio piccole terre ereditarie, esenti da 
ogni gravezta, ed dtreciò coltivavano qualche fondo rustico o maso 
di alcun ricco signore, ajulando all'aratura, alla vendemmia, alla 
falciatura del grano e del fieno. Essi godevano di tutti i privilegi 
annes» alla condizione libera , e militavano in occasione di guerra. 
Appunto per questo debito della milizia molti scrittori derivarono 
la voce arimauni da Heermannen, gente di guerra; ma noi incli- 
niamo all'opinione dell' UOllmann, che la deduce da Ekrmanaen ed 
anche da Erbmarmen, uomini Uberi, buoni uomini possedenti fondi 
ereditarii della Corona , o locazioni perpetue dai vescovi , o l' uno 
e l'altro insieme (1). 

(1) A [arci uoa eblarn \iM della condlziODe degli arìmanni ttel tempi di 
coi tretliamo e nei proHimJ Hicceuivl , Mrvirà un documento del WR , die è 
un coDstltuto od e&ame di quattro arimanni del ricco monastero di S. Loreoio 
presso la cittì di Trento , ora ridotto a casenna. Chiamati dinanzi ad un dele- 
gato dell'Arcidiacono della Chiesa trentina , Giovanni della Mazza , primo leslt- 
monio giurato, Rsclamava: * Lib» homo fumda Rimanda tìcti UnnatUrii, et wm 
rum aUeviiài condiOonit MimatttrH , iM Ubtr homo dt Rimaimìa >. Giauiibello 
da Bergamo , altro teitiraonw , depone : ■ Non allineo Uonatterio , niti gufa habeo 
ftudMn a JfOKUtfrio , ti non ilo in Uonattvrio ad luum ponnn al mum vinum ,' 
tmmo moror p«r me cum uxore et /iimtlia ». PIziolo, terzo arimaono, dice: ■ Sitm 
ItimaHnut el ìiber homo , et non ilo fn Monaiterio ad luum panam et vliium ,* et 
tUe vfneat qui ftabii ratimum ; el non dabeo hotere àampmim a( JfenotlerìMm per- 
derei 1, U quarto aeseriace egualmente i a Ufier mm , et non aUinw Jlonatieno 
de aUqua conditone aertiili , el non morw in diclo Jfnuulerio ■. - Da tuttociò ai 
vede cbe gli arimanni erano bensi di condizione libera , ma obbligati a prestare 
certi servigi in compenso di Ibndi ricevuti a titolo di feudo o di affitto; il cbe 
scioglierebbe II dubbio espresso dal Uuratorì , il quale dicea non sapere se le 
ariroannle si conterissero a titolo di feudo e di censo. Nel nostro documento , 
Zanebello contessa d'avere un teudo dal Uooaslero u queliti di acimanno. 

[n principio dunque l'arimannia sìgoiBcava la ^miglia obligata a militare 
pai principe che le avea conceduti certi beni a tìtolo dì feudo. Vedemmo nella 
carta di lega dei Pergìnesi colle ComuniiA di Vicenza , che vi si nominano i pro- 
curatori e rettori della universlti perglnese , eccettuati quei di Fierauo dell' Jri- 
mowtia del Signore, i quali non vollero prendervi parte, perrhè dipendenti 



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E IL HUNiaPIO DI VICENZA 79 

La terza classe, in orìgine, era quella dei mkiisteriaH, uomiaì 
della Chiesa o d'on Capitolo , uomini dei nobili o coadiiiooali. Qae- 
ati nhinit, rispetto a^i obblighi loro inerenti, potevano esser do- 
nati, impegnati ed anche ceduti; calcolandosi come qualunque 
altra rendila la Ioto casual dipendenza. I soggetti al vescovo in oo- 
testa categorìa, a differenza da quelli degli altri fendatarìi, erano 
contradistinti da appellazioni cortigianesche: di camerieri, di cop- 
pieri , di maniscalchi, di senescalchi , ai quali ufficii di corte erano 
assegnati feudi speciali. 

L'ultimo gradino della scala sociale era occupato dai servi. È 
giJi noto come lo sfarìlo tirannesco dei gran proprìetarii di fondi 
e castella costrìngesse un gran numero d'uomini liberi a rinunciare 
per i^sperazione non solo alle proprie terre, ma ben anche alla Ii~ 
bertb personale, sottomettendosi come schiavi alla volontà ed al 
capriccio dei loro signori. 1 vescovi, i capitoli , 1 monasteri, le chiese 
e persino ì Comuni repubUicani volevano schiavi-, per causa dei 
qoali, frecpienti erano le controversie e i litigi presso ì tribunali 
dell'infeudante o dell'imperatore medesmo; frequentissime poi le 
occasioni* che aveano i feudatarii di opprimer coloro ohe si stabili- 
vano nel loro distretto: quindi da una gravezza si passava all'al- 
tra, Gno a ridurli alla condizione delle bestie da soma. Spogliati dei 
diritti più inalienabili della specie umana, non potevano senza il 
consenso del feudatario ammogKarsi, i figU dovean rimanere nella 
condizione del padre; il padrone poteva punirli nel capo senza 
intervento di giudici, poteva venderli colla famiglia, col bestiame, 
e colla gleba che innaffiavano dei loro sudori. A pochi soltanto riu- 
sciva di fuggire; e qualche municipio li riparava dalle p«^ecuzioni, 
qualche vescovo o qualche chiostro h ammetteva al godimento delle 
sue immunità, o per caritk cristiana o per doni, lasciti personali, 
[vomesse di partecipare a crociate o di aiutare alle repressioni dei 
proprii avversaria Lo stato dei servi annessi alla ^eba era molto 
p^l^ore di quello degli addetti alla persona o alla casa del proprio 
padrone; perchè questi ultimi, in benemerenza dei lun^ servigi, 
acquistavano più sovente e ad un tratto la liberta. Alcuni però 



dal priocipe , da cui dod eraoo UranD^giali. Significò posda ancbe un dato 
Denio , si quale soltopoaevaoii ì beni accordali alle persona libere , sempre col 
dcUlo di guerreggiare a Ia*ot del signore; e queslo censo pagarasi in lempc 



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80 PATTO TRA IL COMUNE DI PERGINE 

giuugevano a emanGiparsì col frutto dei loro faticosi ri^MTini, altri 
per prove notabili di valore nella milizia; altri in forza d'una scomu- 
nica lanciata dai papi o dai vescovi contro i laici piti poderosi ri- 
luttanti alla Chiesa. Tuttavia potremmo dimostrare con documenti . 
che appunto dai signori laici provennero i primi esempi di aSran- 
casione dì schiavi nel Trentino (1). Anzi i vescovi nostri, per qua- 
si tutto il secolo XUI, usarono cedere ad altri o permutare i servi 
stali loro donati, o, come allora dicevasì, refutati alla chiesa di 
S. Vigilio. 

Gli abitatori delle parti piti alpestri del territorio trentino po- 
terono piìi a lungo tenersi illesi dalle oppressioni, e conservare qual- 
che reliquia della prìstina libertìi. V'aveano mcor sempre fondi co- 
munali, la maggior parte a pascolo o a bosco, amministrati con 
una forma di libero reggimento, secondo le consuetudini antiche. 
Vi erano beni generali di una valle e beni, dì singole comunità di 
essa , dette vicinie , che si suddividevano od aggruppavano a seconda 
del loro interesse ; rette da soprastanti o capi elettivi con speciali 
denominaiioni e statuti. Ciò risulta da moltissimi documenti, e in 
|)articolar modo dal trattato suesposto dei Perginesi col Comune 
Vicentino. 

1 rapporti dei coloni liberi coi pro|HÌetarìi dei fondi erano dif- 
ferenti secondo i luoghi e la qualità del padrone. Vi aveano loca- 
zioni livelli a tempo e perpetui (2] ; condotte coloniche a mezzaria 
o ad un terzo delle derrate. Alcuni trovavansi quasi nella misera 
condizione dei servi della gleba , altri disponevano a loro piacere 
dei fondi; ma questi ultimi doveano rispondere al hanno militare. 
Le prestazioni dei coloni ai loro signori consistevano per lo piìi in 
prodotti della natura e in danaro. Molti però ( e nel caso nostro la 
massima parie dei Perginesi) erano, per giunta, tenuti a varii ser- 



{<) Più TITO spirilo di evangelica cerila sembra animasse i vescOTi Doslrt 
prima che divenissero principi. Cn oabile esempio ce ne offre il nostro rescovo 
Agnello |S77 ■{< 091 ) , che aU'atlo dell'iovasione dai Franchi nel Treotioo , 4S3Ìe- 
me con logenuino vescovo di Sabiona , riscattava seicento longobardi prosr nel 
nostro castello Verruca , a un Sorino d'oro per testa; e passO più tardi ancbe 
in Francia onde liberare molli altri de'suoì diocesani , che dai castelli e dalle 
ville erano stati condotti in ischiavilii. 

(SI Abbiamo nella Biblioteca del Uunicipio di Trento un registro iateres- 
aanle ed autentico delle Locoltonw parTMiuatai in columneUo PeraM , durante ti 
secolo XIV. 



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E IL HUNICIPU) DI VICENZA 81 

vigi personali. 1) risorgimento delle aitò eccitava anche i cootadini 
a tentaUvì di emanoipazioDe ; e veramente, ad^alcuDÌ Comuni riu- 
sciva affirancarsi dal giogo baronale, o per fona o fet pacifiche 
transasioDÌ col feudatario; reasema delle quali era per l'ordinario 
di eleggere i pro[xii magistrati o rettori, e di ammìniatrare la ^u- 
slizia a norma dei riapetlivi statati. Sovente le stesse cittb , sic- 
come qudla di Trento, invitavano gli oppressi foresi a soggiornare 
Uberamente dentro la loro cerchia. E il Barbarossa, con un decreto 
in favore del vescovo, proibiva appunto ai Trentini, fra le altre 
cose, anche quella di ammettere al loro consorzio i coloni e i servi 
sfolti ai padroni delle campagne; e i»ù ancora il costrìngerli colla 
forza a iaorbarsi. 

Al vescovo di Trento, come a principe temporale, oltre ■ frìtti 
supremi o regali della zecca , delle miniere , delle dogane , dei pe- 
da^ e dei proventi dell' alta giurisdizione, spettavano molte altre 
sorgenti di rendita; distìnte coi nomi particolari di banno, di bo- 
scatico, dì colta e biscotta, di condizione, dì dazio, di preci, di 
decima, di famulato, di fitto di casa e dì terreno, di fodro, dì 
erbatico, dì onoranza, di estatico, di minella, di doni, di opere, 
di peciatìoo, di placito, di r^ola, di distretto, di ripatico, dì sca- 
rta, dì scufio, di servigi, di sitvatico, dì taglia, dì vassallatico (1). 



(() Sarebbe qnixi Impoidbtle 11 pracinre 11 vero rignifinlo di olumoa di 
questa tod , e l' InporKi qaaolllali*» dalla gabella. Tattavis , rlapllogaodo atoone 
delle doUe illnstraiionl del Dottor Eink , e coofronlaDdo eoa eue il tenore di 
noKiMim) docoiMDU , et proveremo a darne un concetto almeno ■pproosiouti- 
vo. — SOMMtm, oltre al politico, aveva due altri Blgiilfleall: Tnoo di lassa pre- 
diate , raltra di pena pecuniaria spedalmente per crimini ; e allora chismaraii 
taMu (M maltpeU , applicabile a tutte le clatEi senta ecceilone. Il boteaUoa en 
Bua l«Ma suU'dso dette maoobie e del boaobl ; la «otta , una impoela arbitraria 
ota ani fondi ora sul fboebl , e cbe sì diceva bitcoUa se etigerui dna volte ran- 
no. Se questa stesaa Imposta si comminirava al namero delle tette, dicevasl la- 
fUa. Fra le rendite veniva pura annoverata la «MdMona , che ilgnìflcava obii- 
ga^one a servigi. li àatio o 1« dazione , e le opan, e i unigi e le preci erano 
indicazioni generali di ometto particolare , senxa determinala gnvena. Cbe cosa 
foaae la decima , ognbn lo la. Vatormta era una tana indetermloata , esigibile 
per l'ordinarlo nelle penna talloni di vendite o ^'altro , a per lo pib oonsiateva 
In nna libbra di pepe. Lo ic^lo o l'oiMr^oria era la Ussa di ospitalità pel ai- 
gnare 1^ viaggiava ; foOn ( corraiione del tedesco ftatur , foraggio ) , nna con- 
tribnitone di vettovaglie all'imperatore che soendeTa ■ tarai incoronare a Soma; 
esatta plb tardi anche dai mbiori dinasti. Coleste impotiiioai (orono un po'alla 
volta ridotte ad uno stabìl valore , e perciò pagata anche a ctmlanli, 11 diflnUo 
A*cn.ST,lT., rtuotti Serie. T.UI, P,U. li 



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82 PATTO TRA IL COHUNE DI PESGINE 

Quanto all'esazione di tatti questi balielli, non vi avea misura de- 
terminata. I nobili ÌD certi luo^i n'erano esenti, in certi altri no. 
Nella classe delle imposte entrano per ultimo tutti quei tenui tri- 
buti che si pagavano come riconoscimento dell'alto dominio o della 
maggiorìa , e consistevano in una libbra di cera o di pepe , o in 
altre piccole tasse in commestibili od in danaro. 



e la regola signiflcavano da principio l'apparleneiut td un luogo detsrmlDato , o 
a quel circontUfu a cui si strlngeTano gli abitanti per farsi giudicare , e prove- 
dere ai pubblici loro interessi. La differenza perà tra distretto e regola con^ 
sleTB In questo: cbe dltfratlo Importava rippartenensa di an gruppo di icddlU 
a un determinalo signore, sia feudatario o caEtellano, ^a ufficiale del Teseovo; 
mentre regola accennava al complesso degli ascritti ad una localltì , od anche 
alla radunanza degli inceli , con Ispeciale riguardo al loro distretto ; d'onde 
provenne al vocabolo una tona afgolScazIone , cioè di statuti e prowedbnentl 
locali , che alquanto pib tardi riscontranti in lutti i luoghi -del Trentino , eetto 
li nome di cari» di regola. E finalmente, le voci dialretto o regola vennero ai^ 
plicate a un'imposta che al doveva pagare al «ignore del feudo. — Il faumìaU 
Don era veramente una tassa , ma pluttoeto una prestazione di servigi. Che cosa 
significassero l'erbatico e II oaiiaUatieo , lo dicono le stesse parole. Votlatioo dA- 
vea pagarsi da ogni vassallo , dentro un anno ed un giorno , pel conrerlmeoto 
e rinnovazione del feudo. La mineUa era una tassa sull'uso degli spaili o slraU 
bost^ivi da dissodare , cbe dlcevasi anche dei lavorierl. li pedonotico , una tasaa 
sul raccolto delia pece ; merce In quei tempi abbondantissima e rilevante , per- 
ch6 ai piii teneva luogo di lumi ad olio , di candele di cera o di sevo, k no- 
tissimo che già i Beli ne feoevano un gran commercio col Galli Cisalpini. Il f*- 
poMea era una gabella pel trasporlo di persone e di merci su fiumi o laghi. La 
teoria era in origine una specie di magaulno ove deponevansi le varie rendite ; 
e perciò questa voce fu ancbe presa nel senso di reddito , conuderandoia per 
quella porzione cbe dovea contribuire ogni Comane ; che per conseguenza era 
varia secondo 1 luoghi e le persone. 11 flaeilo orlgioariaoieate era l'antica isti- 
tuzione germanica dei parlamenti glndiiiali , che si tenevano due volte l'anno , 
sotto la preildenia del duca o del conte. Per la convocailone e attuaiione di 
questi placiH doveasi pagare tue tassa , cbe poscia fu convertila in impoata or- 
dinaria , esigibile due volte l'anno , In primavera e in autunno. La voce plocffMM 
ottenne in seguito altri significati ; per esempio, di lite, di diritto giurisdizionale, 
di amministrazione della giustizia , e finalmente di una gravexxa indeterminata. 
VafflUt fUbì di una casa era di regola un diritto di sovranità territoriale del 
vescovo , che poscia nei luoghi pib popolosi si converti in un' imposta su tutte 
le caie. A norma generale del eainHco nel TrenUno serviva da tempi antichi 11 
censo fissato per le case di Trento , che era di cinque soldi , pagabiledue volto 
l'anno. L'affltto iti pmAi era molto vario , e si determinava secondo 1 casi , per 
via di stima o perizia. La importanza di esso per ben gmdicare la condiziooi 
sociali di que' tempi é grandissima ; e ci duole che le drcostaozc presenti non 
ci permettano di sviscerarla a dovere. 



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S IL MUNICIPIO DI VICENZA 83 

VotgiatDÒci <Mra a ccHisiderare quale fosse l'amministraEione del 
prìDCipato ia quei tempi. Capo dello stato , col titolo di principe , 
era il vescovo', it quale in tutte le sue attribuzioni sovrane era 
rapiHVSentatD da un Vicedomino , per lo più assunto dall' ordine 
clericale , e che talvolta succedeva allo stesso vescovo sotto il quale 
aveva esercitato il suo uffizio. Oltre questo suo prìuinpale ministro , 
alcuni altri ne stabiliva per le valli piti estese dei territorio. Den~ 
tro a piccoU distrettì, e pw solito nel punto centrale, in un qual- 
che castello, amministravano i gastaldi; la cui missione consistette 
io origiue nelfaltendere alla esazione delle rendite; poi si allargò 
ad altre faccMide giudiziali e militari. La durata dell'iiiSiìo dri ga- 
staldo era a capriocio del vescovo; spesso d^igerasi per un anno. 
La sua autorità limitavasì agli uomini del vescovo o della casa di 
Dio nd più stretto senso della parola -, mentre gli altri vassalli o 
dinasti esMVÌIavano gli stessi diritti nel proprio distretto. I gastaldi 
venivano pagati con prodotti naturali; p. e. con biade, o coi red- 
diti di un castello, di un comune formante una gastaldia; eccet- 
tuati il (hunento , le pene pecuniarie, e alcune specie di selvaggina 
e di commestibili prelibati da darsi al vescovo in certe festività. 
I preposti al Comune in alcune valli mag^orì erano detti Searii 

Scarioni, dal nome alemanno Scliaar (sdiiera), indicante un 
presidio che stanziava in certi luoghi naturalmente muniti , fino 
dai {HÌmi temjH delle conquiste. Lo stesso nome di Scarìo viene 
ancora adoperato ai dì nostri nella valle dì Fiemme, ed equivale 
a Gapocomnne. Lo Scarìo era anche l' amministratore delle rendite 
vescovili , dogato dal gastaldo per quella data comunità ; e ne fa- 
ceva talora le veci nell'amministrazione della giustizia. E siccome 
la scarta aaii. stata poi Comune qn^o che la curia o corte era 
pel gaateldo, così più tardi fu detta scaria anche T imposizione di 
coi lùù sc^Mra fu feitlo caino. In casi speciali , oltre questi impie- 
^ti, il vescovo manteneva in varii distretti dei messi foranei, dei 
catntani, dei vicarii, castellani per custodire i castelli, cantinieri 
e massari per sorvegliare ai redditi in naturali prodotti. Triplice era 
U modo della consegna o della rifusone delle rendite vescovili. 

1 gastatdì o consegnavano in ispecie e natura tutto quello che ave- 
vano esatte , e allora aveano fino stipendio', e potevano detrarne 
un dato provento , e ne rimettevano il resto ; o finalmeote prov»- 
devano a tutti gE ufficìi vescovili senza alcuna restrizione , e ne 
ricevevano un feudo in ricambio. Presso ogni gastaldia trovavàai 



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81 PATTO TRA IL COMUNE DI KRGINE 

anche una corte o etnia; di luogo ia luogo una cantina , nn'aja. 
un graoajo, una dispensa, un emporio. 

Di troote agli uffiaali del vescovo stavano quelli delle comnnitk , 
costìluile a ooqn dette regok, vùmAà, decanù, e rappreeentate 
da sindaci , da consoli , da rettori e proooratm eletti da loro , con 
un consiglio stretto a poche persone. Le loro adunanze , secondo la 
grandeiza del Comune , si (damavano parlamenti, assemblee, con- 
doni , jneao consiglio ; e si tenevano sidameate per afbrì riguar- 
danti lutto il Comune. 

In genende, i principii direttivi raanDioìstraxiooe erano inoerti 
e mntobiti a seconda d^'ìnterosae. Nei casi duUrii si stava all'an- 
tica consuetudine , che diveniva legge tostochè fosse verificata 
dalla testimonianza dei pSi vecchi e più nvi del luogo. Va casi 
urgenti il vescovo convocava la curia dei suoi vassalli , che pro- 
nunciava il lawdo , valido per quello e per smili casi foturì. n ve- 
scovo non era però vincolato alla sentenza di quella corte. 

La procedura , nei secoli XII e XUI , fra un misougho dì anti- 
che usanze g^rmanidie di Radicare secondo ti convinctroai^ e 
l'equitii , e di forme casoisticbe romane. Oltre ai due placiti an- 
Duali , cotiservati sino al secdo Xf ¥ , speciafanente nella vtile di 
Piemme , in altri luo^ naoontransi dibattimenti dinanzi a un pre- 
tore eoo tutte le formalità della legge ronana. La giudicatura cri- 
mioide fa sempre riservata al vescovo , come diritto sorrano. Si Ìm 
sovente menzione nelle nostre carte dì pene oorporaU e paoania- 
rie-, ma rare volte 9 aceeuna a leggi detennìaaDii nna miBUi* 
speciale , appboabile ai varii delitti. 

Dopo aver detto dei dasii e deDe gabelle , dell'amministrazimie 
e della procedura , stimiamo opportuno lo ^ndere qualche parola 
intemo al r^^e dette miniere , uno dei ptb luoroai in tm paese ood 
montano docome è il nostro ; e tanto piti dte ci «finrh ooeasiooe 
dì rivendicargli il primato £ antichità circa gli Statati minerali 
deU'Itafia e della Germania. 

D^a escavasione dei metalli ntH» regione treotiiM pare che 
esistessero tracce fin dal secolo nono ; ad ogni modo , la meta&tu^ 
gica presso di noi è assai pMt antica dì quello che risulti dai ào- 
cumentì che or possediamo. Fra le molle fraoohi^e di ctù godeva 
da lungo tempo il munknpio di Trento , v'era por qotdla aelevo- 
lìsuma di batter moneta; deUa quirie l'imperator Federico Barba- 
rossa U privò arbitrarìanente con un decreto dei I18IÌI , aeoordan- 



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E IL MUSIOPIO DI VICENZA 8S 

dola al vescovo. Nod è quindi improbabile cbe dl'antico 4irìilo del 
ciHiio andasse conghinto ancbe qseUo dello scavo delle miniere. II 
vescovo Federi^ di Vanga , ben {vevedeodo il vantaggio che potea 
bsrsì da questo regale , ne riformò l'esercisia mediante una legge 
pubblicata nei 1208 oo) titolo di « Laudamaita et pottae tn facto 
arzaUeriae * ; importantiasima , non solamente percbè die forma 
re^lare agli usi di un' arte circondata da un arcano prestilo , ma 
beo andie per la copia ddle (eoniche e8preaà(Hii, fiacate per la 
prima volta e divenute modello a tutte le altre preecrizionì in pro- 
posito. Dal eoofronto poi di questo nostro Statato misera con 
qndlo di molto posteriore di Massa HariHìma nella Toscana , pub- 
blicato nella prima Serie à^' Archivio Storico IbUianoH) per cola 
dei cbìarisaimi Bonaini e llìlanasì , si potr^^iero trarre parecchie 
rettiScaziooi e più precise spiegaKkmi di molte voci ancora oscure. 

U DoAro Statuto determina il provento delle mtaiere ^iettante 
al vescovo , i diritti e ^ obbli^ de^ operai, da noi detti canopi 
(dal tedesco Kncfen ] , e le norme seoondo le quali essi dovevano 
pndicarn nei loro rapporti scambievoli. La rendita ohe il vescovo 
ribverra daUe ntiniere consisteva in una tassa per parte degli «q»* 
fai , eecondo la loro qnditfc e attribucione ; io urna pcrsiooe del 
guadagno da ra^goegUarsi, seeondo i casi , fra gli inproiditari e il 
gastaldo del veaeovo ', nel diritto di questo di rÌo(»Tare ad esd in 
qnatòe 4&tretta dì danaro, senea poro sfaruirlì , nelle imiUo o 
peaw pecumarìe. 

La corporazione dei minatori godeva del privilegia di non esser 
tenuta ad altre tasse che a quella di eserciiio ; di non esser sog* 
^ta die ai. solo vescovo o al suo gastaldo. La pntfessiene dì mi- 
natore dava diritto alla oittadioanza trentina ; altro argunento per 
(Tedere che il nostro nninicìpio ab aulico possedesse con quello dd 
conio anAe il diritto di scavo. I minatori non potevano dare , né 
altri pigliare In pegno gU attreiii spettanti aQa escavazicme delle 
miniere. Ha il pili coasiderevi^ dei privila era quello dì poter 
compilare e Malnlìre , Tnediante im oonsi^o eletto da loro , i pro- 
prii Statuti civflì e penali, cbe a sottoponevano ai. vescovo per la 
conferma. Erano prescrizioni o patti generaH: cbe la miniera , de- 
tratte le tasse al vescovo, fi>9te di proprietà comune; che le tro- 
vale vene metalliche ù avessero a vendere in cittì) , e non nel con- 

(t) iippMHUcfl, voi.vm, pag.eai. 



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86 PATTO TRA IL COmiNE DI PEB&INE 

tado o fuori di esso ; ohe insorgendo , ad ogni nuovo scavo , una 
qualche conlesa fra i minatori, 1 contendenti dovessero soprassedere 
all'opera , sino all'accordo tra essi furocurab) dal vescovo o dal suo 
gastaldo; che, trattandosi dell'esazione della lassa vescovile, nes- 
suno degli operai potesse ricusar fede alla partita o ragione segnata 
a suo carico. Alla infrazioDe di questi patti erano conuninate di- 
verse pene corporali e pecuniarie. 

Il commercio e l'industria nel nostro paese erano a que' tempi 
ristretti alla produzione, allo scambio e allo smercio di generi di 
universale neceasitfa, come il vino, il bestiame, la legna, il fieno, 
il cartone, la pece, i legumi , le castagne, il latte, il burro, il ca- 
cio ed il miele. Si vantaggiarono alquanto nel secolo duodecimo e 
decimoterso pel transito delle merci italiane e orientaK , che Vene- 
ziani e Genovesi recavano ai mercati gramanici di Augusta e dì 
Ratisbona ; tran«b> che i vescovi nostri facilitarono col nrai sotto- 
porre i mercanti , che a tenui dazii di pontatico e di entrata nelle 
cittb , ove loro si permetteva di erìgere logge e magatùni , ora 
stalslmente, ora precariamente per la durata di una fiera. Pib 
tardi , Bolg^aao , ultima città del principato Trentino verso setten- 
trione, divenne l'emporio del commercio italiano colla Germania, e 
vi si tennero ciascun anno quattro grandi mercati. 

L'industria era tra noi quasi esclusivamente applicata all'agri- 
coltura ; e la promossero molto i conventi dei Benedettim, che per 
istituto alternavano le pratiche reli^ose colla coltivasione dei campi 
I nostri vescovi, allora quasi tutti tedeschi, onde aumentare le 
rendite, invitavano coioni dalla Germania meridicmale, accodando 
loro qualche terreno lasciato incolto nelle parti meno ovvie del prìo- 
pato; i discendenti dei quali conservarono fino a questi ultimi 
anni la lingua e le tradizioni del loro paese. 

La popolazione e l'agiatezza delle città e dà più grossi Comuni 
forensi andava sensibilmente crescendo per l'influenza dell'assiduo 
lavoro nei fondi e nelle arti piti necessarie , già organizzate a mae- 
stranze. Con esse era cresciuta la odtura intellettuale; e nondi- 
meno, tranne ai temf^, agli ospizi!, alle miva, alle torri, agli 
argini , assai male si provvedeva , non solo da noi , ma ben anche 
nel resto dell'Alta Italia (1 ) , ai bisogni della vita domestica e della 

(4) Chi voglia farsi un concelto delta rusticità delle maggiori cittì lom- 
barde in questo perìodo , legga la bellissima opera di Gabriela Rosa « / faìuU e 
i ComtMi di Lombardia ■ , pag. 46( e seguenti. 



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E [L HUNIGIPIO DI VICEHZA 87 

social copviveDza. Le case degli stessi cittadini erano per la mas- 
sima parte di legno , coperte di assicelle , dette ancora tamdole nel 
nostro volgare -, e nei villaggi e nelle borgate , di paglia o di strame. 
Le finestre s'impannavano dì tele oliate ; i cortili erano ingombrati 
dal pozzo , dalle slie, dalle stalle ; le cantine appena si conoscevano. 
Le vie non selciavansi né lastrìcavansi. 

Al senso del godimento materiale davasi allora la direzione la 
jàh sjHCcante nel frequentissimi feste^isumenti. La chiesa colle sue 
pompe eeteriorì , le corti feudali coi loro apparati sfarzosi, iie offri- 
vano sovente l'esempio alle citt^ che rivaleggiavano con esse in 
magnificenza. Alla gioia [«-ofana nelle feste pubbliche e nei ban- 
chetti dei baroni partecipavano quasi sempre gli ecclesiastici , con 
grande scapito della lor dignità ; sicché talvolta , accanto al giul- 
lare , vedevi il prete od il monaco strappare con frizzi sguaiati ed 
impronte attitudini l'approvazione dei grandi, e particolarmente del 
popolo , che amava la più crassa (^ettività persino nelle sacre 
rappresentazioni , dette misteri. Nei tornei piacevasi specialmente 
la nostra aristocrazia feudale e cittadina , che in questi esercizi! 
ginnastici rare volte sapeva unire la grazia alla forza. Tuttavia ai 
rozzi Indi era gentile temperamento la cortesia verso la donna , pro- 
mossa in origine dal culto cattolico verso Maria. Altre fonti di pia- 
cere e distrazione pei cavalieri erano le cacce e ì bagordi , coll'ob- 
bligo di rispondere a tutti i brindià vaotando i calici pib capaci; 
e qualche rara volta la musica e il canto dei trovatori. Il pqMlo 
spassavasi , in occasione di sagre , di nozze , di ammissioni a con- 
sorterie e persino dì funerali , banchettando copiosamente, e atten- 
dendo alle cìunnerie grossolane dei saltimbanchi , all'albero della 
cuccagna, alle corse in sacco, al giuoco della zara o dei dadi. 

L'istruzione, patrimonio di pochi, era allora affidata quasi 
esclufflvamente alle chiese ed ai dùostrì ; pochissimi , anche fra i 
nostri nobili , sapevano leggere e scrìvere. Le scienze piti coltivate, 
e che davano adito agli onori e alle ricchezze , erano la teologia e 
la giurisprudenza. Quelli fra i nostri agiati popolani che aspiravano 
alle cariche di pudico e di notaio recavansi all'università di Bolo- 
gna , proveduta allora dei migliori maestri e ricca d'immunità e 
privilegi. 

Lingua del fdro e degli atti pubblici era il latino, abbastanza 
c(»npreso anche dal popolo, che nei famigliari colloqui adoperava 
la sua lingua volgare , della quale abbiamo tracce remote noi do- 



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88 PATTO TRA IL CalTONK DI PERSINE 

cumenU; e nell'uso dea cognomi, desunli ordinariameale dal pos- 
sesso del fondo o del feudo , dal paese natio , dalla praféesiooe , 
dalle qualità e dai difetti cosi fl^ì come morali. 

Noi potressimo , colla scorta fedele delle carte conlemporanee , 
tratteggiare nelle sue minime fasi il quadro della vita pobbiica e 
privata dei Tridentini ; ma riserbandoci il dì pih ad aliro Int^ e 
ad altra' occasione , crediamo che il disegno a profilo da noi sboz- 
zato sia sufficiente a cbiarìre il fatto della dedizione spontanea dei 
Perginesi , e le condizioni generali e particolari di quest'ultimo lem- 
bo d'ItaUa in quell'epoca singolare. 

Touiuso Gar. 



In nomine Domini nostri .... sii. Anno ejuidem nativUatis millesmo 
eentetimo sexagetimo aexto , /ndvcfione quarta, decima tertia madii , in Ce- 
noAio monadiorum de Vualdo, apad burgum Persines ; in cuòHe ubi con- 
suetvm est convenire ad adunancias prò bono pubblico rectores toàra 

comunis ; in praencia domini TeuluT^ abba ... ; praenitìms 

Gutfrido qìiond. Andree, Benedicto quond. Nicolai de Padua, habitaetorUbus 
in bttrgo Persines , Ru/fino qvond. Marci et Ioannt quond. Riprandi de 
Ttimme , servitoribu) in dicto cenobio, teitAut,ngalii. Ibiqtte Sig^ridut da 
Boniolis , toannes quond. Lamperti , Olwùdimu qwmd. Fridmci , Augu- 

stimti qnond de burgo Persines, rectons et seniores m burgo, faàen- 

t»$ prò hoawnbtts burgi, Sivernach, VcUlare et Valdeurbam; Blaaius quond. 
laeobi de Prato , Agaitua ^uond. Marci , Benedictus qiMini. Rumeli , /ocien- 
tet nomine Aominum et personarum Prati, Vierach, Porteli, Canestie, Bra- 
wesU, Serxii et Artzenaeh; lanolus quondam Odorici de Madrano, Makbru- 
tus quond. Tieterici de Vicutzano , facientes nomine Aominum et personarum 
Madrani, Nogarait, Canxc[ini,Buxi Ouarde, Ticutzani, Caanlini, Coste et . . ; 
Albrectus de Susato, tìlemariux de Canaio , facientes nomw« Aomtnum et 
personarum Susate , Canate , Costasabine, Dunoont; Gebriout quond. de Gn- 
tung, Mansaitvs de Hoicklait, facientes nomine hominufn et penonarum Fra- 
xUoagi et Roburt; Halttmarius quond. Xichi de Hiaehia , CutvMrftM quon- 
dam Kaudù de VoliAaurige , faae^tei nomine Aomtnum et persommtm HiN- 
ote , Tenne , S. Crittofaii , Vignaie et VoUhensten ; Redoxus quond. Brenie'jie 

Castaneto nomine Aominum et personarum Castanetì , Tolchnaur, 

Saitcte Chatarine ; omnet seniores et rectores vUlarum extra burgum et totius 
«immuni* et districtus Persines ; exceptis Pomermannis in Ftoruts de Arima- 
nia Domini : de voluntale et jussione suorum Aominum , et seniorum , omni 
meliori modo quo possunt , forma et consI»|uerun/ et ordinaverunt 



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E IL mjNICmO DI VICENZA 89 

3tMM Mnic et oerto» miao», pneuraloret et ambuaiatortt toliw commuRìt pre- 
dieti, domiaum Abrianum et Haiitmarium qwmd. Atuprandi de Penmet, 

Jatobiaum de Stuoia in wt tmitatem ViomtU , et te preien- 

tandum , salvo honore Imperi» et Eceletie Trid. . . . corom . . . jntestatem et 
reetom totiue «mmunis et óuitati» Vicentie pred. . . , teetuidam wm mnt 
me hebdamade con ... . fuit , ad trmiendum lotrnn oomnmm , AoffitnM et 
ptnonat «w6 preteetione iUìui , et ad fstoimdvm promùnonem mb saerame»- 
to jvramerdi , homiaea toUna dutnetw et cDtnmonM Pertmei m vHle ette 
fUeiet teniton» , et amico* anùeorvnt , et tnwmnx inmieonim raorwn, et 
jmoan in wera eatra dittrictvm Persines cura bit cenlam armatis pedit^ut, 
et m dwtnctu eum quadrineentis. Cum hit tamen condtctùmtfrut : quod re- 
àpiant Potettatem a commtne Vieenlie , qvi venire habeat cum ipsis nùttie 
et ambatcatoribue eum eotìtpetenti numerù armatorwn, tmfequam ventai d»- 

minw Gnndibaidui , qui ad presene eet in Babaria moteetari 

MM permitlant, ted cum omni et usto tuo posee eitm adjittorio ipsomm ho- 
minum eeepellaat a loto dittfietu. ttem quod, Patettaa permitlat «psot homines 
et persona» vivere tuis usante , legibtis et coruuetudinibut antiqtùe, seeundum 
qtui lemper ab hominum memoria et in ante jam «wnt eenlttm CC CCCG 
awMM trkcerunf, et vwere volent, tam ex 1^ Saliea quam iMtgobardiea. 
Item , quod pnyrmOwa sine dolo et frattde solvere eonxuetam qwtntitatem 
toUeete miper foci» , non euper fwtdit , et alia bona , ut aemper ob ontt^uo 
obeervatun fttU. Item, quod te liberent et lìberatot tenetmt cw»^q*UnI«uo 
pone et loto auwUio forti brachio a tiranide et dtìmtnatione domini Ovndi- 
boUi qtiond. domini Adelprecli, usque ad presene reguli Castri Persines , 
Castri Cuco et Caveono , Brv . . . , Catlelere et Vicultani , et totius distri- 
etus Persines. Item , qaod non possint deduci in weram conerà Imperium et 
Eedesùtm Tridenti et Felters , vei cogi cantra illos aucciliian et favorem pre- 
stare , ut facit doTtùnus Gund^tMus cum Ulis de Caitrob." et atiis , et ft- 
eit Adelpreetui avut domini Gundtòatdi. Item , quod angariat et honera ab 
ipto patre et avo tmt fi6i faUis in totum toJIontur et eassentur , uti sunt 

et fruietiones prime noetis de sponttAut. Item , qìtod prò honeris 

et termeOs Potestati in castro sibi «otcotur merces congrua juxla quod 
temiper observaiian fuit uique ante dominotionem domini Friderici , avi 
domini Gundibaldi , fui per mm et foreiae cum armatis ooegit hoperas 
faetre , et nihU pn)_ mercede dando , inciudenio in carceribus qui mer- 

eedfm petebant , et pereutiendo Item , quod liberum sit 

solvere deeimas constietas domno episcopo de Felters , prout eoruuelum 
fuit ante dnum Fridericum , qui cum armatis homimtius coegit sibi do- 
ri fame contrafacientes. Item , quod de noois làborerOs factis 

et fiendis , non exigatur minella , ut intlituit dnus Gwidtìialdus. Item , 

quod siiti erot. Item , quod sibi liceat tuque semper ab otUjquis- 

timis temporibus judicem «W elijere , qui tamen sit sub dno Po- 
tettate- Item , quod nunquam dislrietum Persines tradi, cedi, danari, a(tefio- 
Uk:b.St.1t. ffuM» yerie,T.ÌU,P.U. it 



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90 PATTO TRA PERGINE E VICEHU 

ri ijuolibet prtlecUu , eouta . . . . vel alio modo pouit damma Àdtlprecta , 
Gundibaldo , vel ejus filiis , hendibug , affinibw , et aliis de ejttg parentela et 
omtcù stve voluntate iptomm hominum communis et diitrictu» Permei, et 
nee aiiit sitie suo eonseiisu; et si factum fuerit , ipse persone eira libere ipto 
facto a MAjeetioM. Item , quod non postiitt eogi ad faoere vìordam in stra- 
ti» et viU publicu , et rotare et spotiare comeantes , prout institwt drtus 

Gundib Item , quod dm Pc4estai et rectores prwnittant de lAser- 

vando libi homMbas haa oonOctiones sub sacramento in perpetwim , et da- 
re sibi ffltwù thartom Mcurotionis et placiti prò se et sueeessoribKs diete 

civitatis m perpettium pnmittentei dieti ho- 

mines , fadentes jtrma , rata habere gesta luorum mis- 

rarum ratonun , aub condietiontìHts tamen , itti preTnissum fitit , 

supra stipulandit et promittendis , et mm eoatrafacer» per se nec per alùw 
successores in presenti et futurvm perpetuis futuri» temporibus , nullo pre- 

textu nisi sS)i non fueritU servate . . . premisse condietiones , 

pena mareharvm damnorum et expensarvm . . . 

tenera . . . missos 

(L. -I* S.} Ego Ataulfus quond habitator in burgù Persines sacri 

Palacii nolarius interfui ... et seripsi ad preseniiam tum (*]. 

(*] QuBBlo documento fu stampalo per la prima volta nel voi. n dall'opera 
d) Fra Benedetto Bonelll ; NMbis Utarioo-crilkhi Marno ai B. M. Ai^reto 
twtotw <H Tritìo ec. ; Trento , Uonaunl , 1764. 



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SANT ANSELMO D' AOSTA 



IL SUO STORICO FRANCESE SIGNOR REMDSAT 



PAKTE SECONDA ('). 



lUmBUN* B I^ aCmwjUfWMCA 



Le nature hanno evoluiiooe (1) Del tempo; e chi beu guarda 
alle produiionì di tino spirito secondochè le une coDseguitarono alle 
altre , io questo processo scuopre le leggj di quella vita intellet- 
tuale; e, s'ella fa la vita di uo sainente, trova anco un lume a 
veder mc^Ko l'ordine e la sostanza delle dottrine. Noi abbiamo non 
pure notato i tempi, nei qnali il nostro Anselmo venne dettando 
i san libri, ma fatto cenno opportunamente ai loro legami neces- 
sarìi ed al sistema che se uè formi. Or qui a^ungeremo che, a 
comprender bene il corso di questa vita scientifica , vuoisi prima 
CMuiderarla quando , ajutata dalle condizioni convenevoli all'eser- 
cuio più generoso delle sue facoHii, può soddisfare pienamente o 
quasi {nenamenta a sé stessa : poi, quando nell'agitazione dei pub- 
blici interesffl, non ha la quiete richiesta a liberamente filosofare, e 
dalla qualitb medesima delle sue occupazioni è portata a scriver 
cose che abbiano con esse una stretta congiunzione. Però Anselmo 

(•) Vedi tom. n, par. II, pag. «9-1W. 

(I) Non chiedo licenza ai Cruscanti di usare questo vocaboto ; ma credo che 
la Crusca potrà notare l'uso di questo vocabolo anco con esempi non apparte- 
nenti a geometria né all'arte della guerra. 



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»S sant'anselho d'aosta 

nelle prime sue opere s'innaUa alla contemplazioDe della natura 
divina : trova nel termÌDe supremo del suo progresso metafìsico il 
passaggio necessario dalla idea all'essere, e nel perfettissimo Ente 
il creatore di tutte le cose , il princi[ùo della toro iutelligibilità , 
l'esseiua dì tutti ì veri, il sommo bene ed il fine, al quale dettano 
naturalmente aspirare tutte le creature razionali : pone la dottrina 
del libero arbitrio , e chiarisce sempre |hù le ragioni del bene con 
la negatioue del male : non traEcura le arti del disoerso, e fa una 
specie d'introduzione alla dialettica : insomma, mostra di essere un 
filosofo del medio evo, il quale, nella profondità del silenzio clau- 
strale e spirìtualmenle comunicando con gli altri monaci , siede mae- 
stro nel suo convento, e si fa tìa àtHb scienza all'acquisto della 
perfezione religiosa. Ha al primate della Inghilterra bene si conveni- 
va , continuando al lavoro intellettuale del monaco Beccense, discen- 
dere all'api^icazione de' suoi jH-incipii, spiegare il fatto divino del 
cristianesimo,' mantenere la ìnlegrìlè del domma cattolico, tornare 
sulle grandi questioni teobgìebe, che più iiUimamente riguardano 
alla osservanza della 1^^ morale, provvedere alla istruzione ed 
alla edificazione dei fedeli Così il corso della vita ìntdlettoale di 
Ansehno prende forma nell'ordine de'suoi libri , ed in questi noi 
abbiamo un sistema dì cose, che è filosofia insieme e reli^one. 

Ha a OHkoficere scientificamente e con intera e«atUzsa quest'ordi- 
ne, la eroDologia islonea, né le altre indioazioni, ohe ne abbiamo dato, 
non b»9taA0- La doUrina filosofica nei libri dì Anselmo non va aspa- 
rata dalla taologioa ; e hm, ohe prìncipalaienLe vogliamo perìar di 
quella, non poliremmo compiere il nostra officio rompendo eoo mano 
temeraria ì legami iatimì delle cose, o sq>arando qseste l'nna dall'al- 
tra )»ima dì averne profondamente considerato la nativa h>ro eosli- 
tutione. Le opere dì Anselmo furono divise in due partì: l'una delle 
quali cenleoesae quelle dommatiobe'traUra, le par«netiche e le aace- 
liche. £ dopo (U queste viene il suo epislolario. Ha Gabriele Gerberon , 
che fece questa distribuzione, non ordinò le prime oonformandos 
sempre alle ragitmi organiche delle dottrine: e ne|^)ure risp^lò la 
volontk espressa dall'autore, il quale, parlando di alcuni suoi trat- 
taU, prescriasa U luogo ohe ciascuno di essi, per rispetto agli altri, 
dovesse ocoupare, e moelrò dì risguardare eoo l' intelletto a quelle 
ragioni organiche (1). Or se tutti i libri di lui sono richiesti alla 

(<) QaivUltUett traetaltu [quelli Uè vnrilaU, De UberIaU arbUril , Oee«m 
HabeU ] quameU nuUa emiitmatime HMmUm eokatraM, vtaleria IMwn «o- 



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E IL SUO RECENTE STORICO FRANCESE 93 

perfetta cognùionc della sua vita letteraria, e debbono essere cer- 
cati eoa dìligensa dalle storico , a noi si appartiene porre 1 nostri 
st«dj massimamente in quelli domroatioì, e trovatone e stabilitone 
l'ordine necessario , di qui movere alla ricerca del sistema filosofico 
del loro autore. 

Adunque il Monologio, il Protlogio e il Libro apologetico contro 
Gatmilone sono le opere che necessariamente precedono a tutte le 
altre, le quali hanno in quelle il loro fondamento scientìfico. Il 
principio della soienEa essendo anco quello di tutte le cose, e l'idea 
filosofica restandosi indivisibilmente imita con quella teologica nella 
dottrina di Ansdmo , indi conseguita cbe dopo i libri , i quali ab- 
biamo posto nel primo luogo, ddibano venire i trattati contro Ro~ 
sedino e contra i Greci, l'uno e l'altro diversamente ìndirixiati a 
sgombrare ^ envrì ed a mantenere la verità del domma intomo 
dia Triniti , epperò anco ad illustrare con gb argomenti della ra- 
gione l'essensa di quel princìpio secondo la fede. Questi due trat- 
tati appartengalo piti propriamente atta Chiesa e meno alla Mrienza 
umana ; e quello contro Hosoelino si con^unge per alcune intrin- 
sedie neoesàti eon le opere della seconda serie, perocché vi si ra- 
gioDA aneo della ineamazione del Verbo. Ha per noi egli ha quella 
kaportania parlio(dare , die gli viene dal nome dell'uomo celebre 
contro il quale fu scrìtto , e dalla questione filosofica cbe allora oomin* 
cab ad aitarti vivamente ndle scuole latine , ed alla quale sì verrebbe 
quasi recare le orìgine della scolastica. A questa, cbe ila prima serie 
delle (^wre di Anselmo, potresti premettere il dialogo Oe^rammotioo, 
se neDa dialettica tu vedi un ai^tareochiamento istromentale a tutta 
quanta la scìrasa ; imperocché , a giudizio del suo medesimo auto- 
re, egU può aversi in luogo di una noii inutile introduzione alla 
dialettica (1): e polresli anco metterlo dopo tutti i libri dommatici, 
come è stato fatto da altri. Ha a chiudere questa serie e ad aprire 
il passaggio alla sussegnente , toma opportuno il dialogo Dalia verità; 
la quale se ha un valore nnivMMlmente scientifico, perchè, secondo 

rum H tfmfMlodo 4i^utalionU (sono dialosbi Ira il maestro e il discepolo : e 
Anaelmo coeì dicendo risgoardava aoco «Ila forma ) 4Xigii , ut limul (O , VM 
fifa» eoanumoraoi , or4ttu eotueribatUwr. Licei Oaqtt» a qittìmitlain /ImIìhok- 
UAtif alio ordifu iMl eoMCrtpU , a*l*qtiavt ptrfeeU tuwnt , lie lanm mm , nI 
Me fOtiÈt, TOlo ordloari. Cosi egli nel prologo al trattato Di wrilolt. 

(( ) Mm (nuUitm inlrodtiemKUt od lUakeUeam. E lo vnol Beparalo dai 

Ira dialoghi «ummentorati : fuonla» od (Mwrntm ab hi* rtMtìuui ptrlimtt , il- 
Hi noto eanmaterare. Nal prologo al (rallsto suddetto. 



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94 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

Anselmo, è la esaenia delle cose nel divino iatelletto e s'immede- 
sima col priaci[»o ddle cose , ella è insieme qadla rettitudine o 
quella g^ustisia, che dovrebb'essere la legge regolatrice della vo- 
lontà d^ creature raziooali Onde raccoglie in sé il vtlore di lutto 
l'ordine puramente speculativo, e divien principio ìnlonnatore 
dell'ordine pratico , al quale in una distìnta serie dobbiamo re- 
care i libri che vi risguardano. Qui adunque daremo il primo 
lìioff» al dialogo Della Ubertà dell'arbitrio , senza la quale non vi 
sarebbe moralità , ed al libro , nel quale conciliasi questa libertA 
con la prescienza , con la predestinazione e con la grazia divina. 
Poi metteremo il dialogo , ove l'abuso del libero aiititrio è 
considerato nella creatura angelica , cioè ndl' intelligenza pura (1): 
e dopo di esso , ì libri nei quali si tratta della caduta dell'uomo, 
e della necessità della divina riparazione ; che è la teoria , come 
già dicemmo, del processo della Ragione creatrice nella vita del- 
l'umanità (2]. 

Questo è l'ordine necessario deHe opere dd ntatro filosofo cri- 
stiano , che principalmente richiedono i nostri studj : da queste 
racci^eremo i principi!, le partì oi^anicfae piti cospicue e la forma 
generale ddla sua filosofia. Della qnale sino ad ora fofse non ta 
fotta tale esposizione , che ne metta in luce suffioientemente U 
riposto valore. 

Anselmo scrisse ant^e meditazioni ed orazioni , omelie ed esor- 
tazioni , secondochè richiedeva il suo sacerdotale ed episcopale mi- 
nistero. Eicco dì religiosa sapienza e dì affetto, e pronto sempre a 
comunicare i suoi pensieri con le persone, che avessero a trame 
alcun frutto, aveva anco la eloquenza della conversazione; onde 
ì spesso erano arguti ed opportuni ammaestramenti. 



(1] Cosi hceudo non anditmo contro alla TOlonti di AnMlmo, perchè il li- 
bro D» eoMonUa jtraeieinUiM , al pratdMliMlUmtt tue non gratta* Dti emm 
Ubiro arbitrio era riobiwio a dar perteiione al trattalo D§ HberlaU arbitrii; 
cosicché l'uno e l'altro «odo le parti necessarie di una intera doUrioa. 

(S) D* eonetpt» virgtnaU , e i due libri Cttr Dm* Aono. E nel principio 
del primo trattalo leggoosl queste parole ; Ad vidmditm igitìtr qualUer Dem 
hamivm atntntpM de gmwrft huMonl ihomh peccatrice iliw peccato , priwtwm 
de origtHaU peccalo neeetie tit imeitigaT* . quia de hoc iolo tuncttwr kaec 
fWMaHo, Onde si vede che Anselmo dorea br precedere BCleetificameate a qn»- 
Bio JI trattalo Dt Hberlale arbUrit , e che questo conTenevolmeota precede al 
due libri Cur Dem homo. — Non abbiamo fatto menzione di due trattateli] , 
o Frammenti, l'uno Dt KbmtaU Dei, l'altro De «olmtfaK; i quali solamente 
mi loro titoli ci tinao eapere ove debbono essere collocati. 



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E IL SUO RECENTE 6TOK1C0 FRANCESE 95 

Edmero ci conservò qneSe SàmUtudmi, le quali in forma degna dì 
quei tempi , ci reodono testimomanta cem'e^ sapesse trovare ne- 
^ oggetti appartenenti al mondo corporeo la figura delle veritb 
meglio giovevoli o pih necessarie allo spirito umano (4). E nelle sue 
lettere , che , al parere del signor Hemusat , sono, dopo i libri filo- 
sofici , la miglior cosa che egli abbia lasciato alla posterità , tro- 
viamo con molta soddisfazione nostra la storia intima della sua vita. 
Ha di queste scritture sue basti il cenno che ne abbiamo fatto {ì). 
Moviamo ora il secondo passo che ci conduca convenevi^ente 
alla sua dottrina filosofica ; dalla quale poi ricaveremp il giudizio 
che si debba pronunziare su questa parte del lavoro storico del- 
l'Autore francese. 

11. 

Fra le condizioni della civile sodata e quelle del mondo ideale 
corre sempre, in ogni secolo ed in ogni nazione, una convenienza o 
proporzione necessaria ; la quale tanto pili è grande , quanto piti 
la sciensa è intimamente connessa con la religione , e qnesta jùti 
efficacemente vivifica e governa la civiltà. Il cristianesimo era sorto 
a rìcon^ungere l'uomo con Dio non come le religioni che prima- 
mente escono da una rozza e fantastica Ìnter[H^!tazione della na- 
tura , ma dopoché la radono , con an lungo e maraviglioso eser- 
cizio delle sue forze , ebbe sperimentato tutta sé stessa , e tornò 
impotente a sodisfare ai pih alti bisogni degli uomini. Questo fatto 
grande , il cui valore storico e dommatico importava l'atto espUcito 
della divinità riparatrice nel nuovo online delle cose , e la confes- 
sata dipendenza della ra^ooe umana dalla divina , era il prìncipal 
fondamento al viver civile del medio evo : nel quale però la Chiesa 
fosse disposta ad esercitar signoria sullo stato, e gli ordini del sapere 



(1) Eadmtri CantttartmtU momuM Ubtr de Sancii Aiutimi Slmtlilvdl' 
nlbiti, Queeto libro , che legges! Baco sotto il titolo : De nutHftuf Aiiman^ .* da 
S. TonuDBSo , da S. Bonaventura , da S. Antonino e da altri fu attribuito ad An- 
selmo. È btio a utlliti morale dell'uomo, e contiene molte sottllltl. 

{S| Le medilaiionl sono XXI .' le orailoni, LXXV : le omelie, XVI : le eaor- 
laiiODl, I : le lettere scritte prima cb' ei;!! fosae abate sono LXXVII : quelle scritte 
quando era abate, LIIl: quelle acritte quando era ArcivescoTO, CLXXXVII: la 
inedite, evi: tutte, CCCCXXUl; ma in questo numero entrano anco le lettere 
s lui indirizzate. — Lascio sii opuscoli che trattano di materie f 
eleaiaslicbe , e i veni di AdmIiro , o attribuiti ad Anselmo. 



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96 SANT'aNBKLHO D'AOSTA 

Qoo poteasero discordarsi da queste coikIìbìodÌ fendanenuli della 
vita. Ben vedevano qae' pensateli il termiae fino al quale polease 
giungere l'oso naturale del loro intelletto; e certo non confondevano 
le verità per siffatta vìa conosciute con le cote , che la fede avene 
dato al ragionamentg. Ma cerne neUa mente OMtra risplende un 
raggio dell'increato lume, e Era tutti i veri è quella intimila di 
legami che li cengionge in un comune principio, eoe) non potevano 
presupporre possiUlitè di discordanaa o niuna inooncUiahàlilk fra 
la ragione e la fede: e l'uso lìbero ed assoluto dell'una sema l'qjuto 
dell'altra sarebbe stato alla loro coscienza una temerità presuntuosa 
o un propodto ài rìbelUoue. si volgessero essi a cercare la na- 
tura e il destino dell'uiuno, o le origini e la formazione del BX>ndo, 
la esenza della divinità , da per tutto trovavano i decreti della 
Chiesa, ai quali avessero a conformarsi con le loro dottrine. Le 
ragioaì ìadividnali dovevano trovar pace e concordia ad Verbo nma- 
natosi nella romana pienezza dei tempi, sicché avesse adeinpiniento 
la rigenerazione continua; nel modo stesso che all'uomo loroava ne- 
cessario il battesimo per dover essere veracemeale nomo. Noe era 
questa una si^gezione servile, ma una restituzione di libo^ al 
riacquisto della perfezione perduta; era l'ossequio dcUa creatura ra- 
gionevole verso la Ragione creatrice, non la credenza stupida ìn cose 
essenzialmente inintelligibiK: era una credenza ébe guidasse Tintd- 
letto al discorso delle verità soprannatnraK; una oredeoza piena di 
speranze generose davanti alla solenne oscurità del mistero, U qode 
poi si dileguerebbe nel perpetuo giorno della vnità tutta quanta: 
eredite et tatelUgeiù. Adunque lo s[nrito umano non poteva assi- 
curarsi a fondare un «stema di dottrine senz'altra autorità <te 
quella sua propria. Paolino di Aquilega, Rabaao Mauro, Gerbwte 
avevano ripetuto, la filosofia essere la scienza delle cose divine ed 
umane, non per asserire la sovranità assoluta della umana ragione , 
ma con altro intendimento che non avessero avuto i sapienti pa- 
gani , che prima usarono quella definizione (1). La scienza delle 
cose divine era veramente dalla rivelazione ; e il dritto della resone 
non aveva tutto il suo fondamento nella natura dell'uomo, la quale è 
contingente e difettiva , ma e uell'autorìtà della Mente infinita comu- 
nicatasi all'umanità con una seconda creazione. Cosi la scienza era 
una, ma due le fonti, dalle quali procedono le dottrine. E le vc- 

(1) Seconda Seda , la BlosoBa é la fcieoia delle cose apparanti , o non appa- 
renll , visibili ed ìavi»u>ili. Ctsùodoro la conToodeva eoo la dialetlica. 



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£ IL SUO RECENTE STOfllCO FRANCESE 97 

rìlà rivelate dovevaDO essere ed erano alla ragione flel cristiano 
come i fatti , come le cose del mondo esteriore che l'uomo apfveoda 
per necessaria esperienza , ed alle quali necessariamente creda : 
erano e dovevano essere come i primi veri, dai quali mova la di- 
mostrazione , e che sono per sé iudimostralMli , o non domandano 
dimostrazione (1). Imperocché l'uomo che abbia a rinascere spirital- 
menle nei principio eterno della rasionalità e della rettitudine, cioè 
in Dio, p«r l'autoritA della religione, è come il fanciullo che nulla 
sa, e che non può acm avare aperta e docile la Vergine anima 
a^'insegnamenti ddla natura (2). Ha il filosofo cristiano può ed 
anco deve ipoteticamente costituirsi al di fuori della Chiesa ponmdo 
da parte checché vi abbia imparato, e col semplice lume ddl' in- 
telletto indirizzarsi per una via, che lo faccia giungere al supremo 
vero. Se con questo progresso ideale egli realmente s'innalza lino 
al tannine al di là del quale non possa andare la ragione ; se il 
ponto ove la ragione si arresta, è quello mede^mo, onde incomin- 
' da l'impero della fede , ed è il vincolo reciproco della loro necessa- 
ria concordia; se le coaclusìoni dell'una siffattamente si conven- 
gano con le cose insegnate dall'altra , che indi abbia integriti una 
dolirìna, la quale basti a lutti ì bisogni dell'uomo, il proMema 
ddlB filoso6a cristiana in buona parte sarà risoluto. 
• Noi adunque desiamo cercare se a cotal questione levasse la 
mente il nostro Anselmo d'Aosta ; e per quali vie e fino a qual punto 
egli si ai^omentasse ed a lui succedesse di risolverla : dal quale , 
con preoccupazioni contrarila d buon senso isterico , né con pre- 
sunzione fanciullesca non chiederemo pensieri che non potessero 
essere della sua età, ma che al tutto debbano piacere alla nostra. 
Vide egli la natura di questo problema fondamentale, e ne diede 
in alcun modo la soluzione? Tempo è che il veggiamo. 



Anselmo net suo Monologio recasi in persona di colui, il quale, 
non avendo fede, o non avendo imparato da altri , ignori la natura 
iti Principio eterne dell'universo ed altre cose strettissimamenie 



[4) • A guisa del ver primo cbe l'uom crede >. Uahti. 
|S) V. il C8p. II del libro De fida THnitatli del nostro AowIqm 
AlM;a.Sl.lT„ Ifnofa Serie, T.IH, P.ll. i5 



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98 SANT'ANSELMO U'AOSTA 

coD^unte eoa questa, e seco tnedesimo ragliando voglia cono- 
scerle. L'autorità dei libri sacri è messa da part«: la ragione in- 
dividnaie dee far tutto da s6: ed all'uomo, il quale in siffatto modo 
si dispose ad usarla, sono attribuite te potenze, cbe.^ valgano a 
giui^ere al fine dedderato (1). Però se ad esso mancano gli argo- 
menti della fede e la dottrina acquistata ascollando coloro che la 
poeseggooo , gli n concede il possesso delle iidee fondamentali , di 
che dovesse elementarsi lutto il ragionamento, richiesto aconchin- 
dere la suprema verità ch'egK cerca. Sotameate egli non ebbe 
prima d'ora fatto attenzione a queste idee fondamentaU , sicché 
l'occhio dell'intelletto glie ne acuoprisse il valore, che vi fosse pro- 
fondamente contenuto (S). Ma ora movendosi a considerarle bene, 
avrà la certa sua guida nella necessità delle ragioni continue , e 
sarà avvertito delia presenza della verità dalla luce che glie ne 
ris^enda davanti , cìoò dalla evidenza propria di lei (3). 

La via, che, meditando, egli debba percorrere , gli vieu tosto aperta 
dal sentimento. Imperocché tutti gli uomini naturalmente appetìscoDO 
il bene, e vorrebbero costantemente goderlo. Ha le cose buone sono in 
gran numero, e non tutte egualmente buone, quantnnqde tutte a 
diversi gradì partecipino della bontà. Onde questa , ansicbè derivare 
da loro, è quella che si comunica ad esse , e le rende de^erabiU 
all'uomo che le «mosca [4]. Dicasi il mededmo della grandezza, che è 
l'altra qualità per la quale gli ometti oolpiscoao (Mti fortemente i 
sensi e scuotono di maraviglia la ment«. Cosi procedendo di ragione 
in ragione e sempre pib in alto ascendendo ool suo discorso, questo 

(1 1 Si gm'i HMom nalttran , (ummam ontnlum qua* tunt , tolam Hbt in a*- 
itna btatUwUne suffciMtem , omnifttufw rtbm aUù Iute ipMm, fvud aUipiid 
■uni , oul quod altiiuo modo brac in«I , p«r omnipoleiHtm bonilaUm tmtm dan-' 
ttm et faeUnlem , attaque p»rplitra . qua* de Deo , tive di *fMt ereatva ne- 
emario ertdimut , au( non avdUndo aut non crtdendo ignùrai . putti qtiia ra 
tp$a tx «ogna parie, ti wl maàiooTU Hìfenii eit , poleH ipi» itbt «aU*Rt lOla 
raliant perniatfere, ìlonol. I. 

|3) Qwìummqnt mUem ibi disi , luA pertona ueitm loìa eogHalitm» lUipu- 
lanlii ti InvtsUgaìMi ta 91UU priut «on animadterHuel , vrolala «md. Uo- 
nol. PrsefBt. 

<3) Qualintu auelariUile Seriplurae pmdiu hìM in ra [midilathtu) ptr- 
ttudereUtr ; wd quidquid p«r ringidoi inw(ltoal(DW< Unii atmrtrtt, id <(a mw 
plano (lylo «1 vutgarUmt artvmtnlU limpIMqtM d<ipiila(fon« , ■( ralioois ik«- 
cei^Ut et vsrltatis olsrllas pstenler oBteDderet.Ibld. — Qut <l lettore pensi al 
Cirtesio. 

[4j 11 rMliima di Aosalnig non tardn a manihsbirsi. 



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E IL SUO HECERTE STORICO FHANCBSE 99 

nuovo pensatore troverb cbe quella natura somma, alla quale tutte 
le altre debbono quello che hanno , e la quale n«i potè mai aver 
nulla da titrì , è la causa auìca che le aU>ia oreete ; perchè fe la 
penezza eterna e necessaria dell'essere. Troverà nella creaxione 
la misura della superìnritìi immensa di essa su tutte le sostarne, 
le qu^ non hanno in se la ragione della loro sussistenza (1); 
e se n<Hi avrk l'intuito dell'atto creativo che è un atto sopran- 
naturale e soverchia la veduta dell'umano intelletto , vedrà la n»- 
cessìté della creazione, e intenderei in aknna parte come di nulla 
fosse fatto e&stere il mondo. Ed alla conservazione del mondo , che 
non potè farsi da sé , oonoscerà essere richiesta la presenza della 
onnipotenza creatrice (S). Voler misurare con la mente la infinità 
di Quello, da cui e per cui ed in cui tutte le cose sono, sarebbe 
bnpresa fdle e di om ponibile effetto (3). CiascOna cosa ha il suo 
hugo, il suo tenq», i suoi limiti ; ed egli 6 al disopra di tutti i In»- 
(^i , di tutti i tempi , di tutti i limiti , e insieme è tutto in ogni 
tempo, in ogni luc^ ed in ogni cosa (i]. Ha se queste nature sono 
state fatte da Ini , e qual più, qnal meno rendono tutte alcuna si- 
mìhtudine ddlo eterno esemplare , al quale furono conformate , cer- 
Umente lo spirito sovraAta alla materia per grande eccellenia, e 
meglio d'ogni altra pnè oondisìonarci a dover conoscere l'essenza 
drrìoa {5]. 

Dunque in questo [H-ogresso razionale la considerazi(me del 
mondo condoce alla necessità della creazione ; la creazime diride 
d'immenso intervallo la prestanza del [winciiuo crea'twe dalla inf^ 
rinlth delle nature contingenti , e acuopre i legami intimi che ne- 

[tì JVaK quaatum iUui ttte , ijuoi ptr w ut qnid<iui<t «ti, ttd«»atìofti- 
ett ovuu aliud tue, di<MTiwn ttt ab eo tue, qwod ptr aUiut Ut de nlhtloi un- 
Inm omitino dittai nimma mbttantta ab Mi , quae non (Hnt (dcm vuod ipta. — 
Honot. XXTI. 

(S) DuNMn aultm «nn «Ifl imUamalf menti »ne poUtl, «wnt twnel» <PMU 
/Me nml , «odMi ifo tHtUnnle vi§«*t , et panierata en* fwwdfu fimi, quo 
làtitnU de nlUlo hoteni'wH quod inni .... PlieettenlutiieutniMlftteittm 
ett nM pn- erealrieem prMMniem «iMHlfam , (la nlhtl vigeat , nifi per tfnt* 
4«m MrwUrfcfM prattnUam. UoDol. XIII. — De cano diaboli , ì , eU. — It 
Miora penai al Caneiio- 

(3) UoDol. VII, teg. 1 IX , wg. ; XIV, s^. 

(4) Moool. XXUI , seg. 

(5) ei qiioniam non noMflur dignior euentia, quan tpirilui imi eorp««, 
et tm lUi dfffUtor ut tf4tittu , quam earptu , ullque eadem (nimma iMura) 
Mueremda ett tue tpiriliti , nnn eorpiu. — ìionol. XXVll. 



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100 ì^am'anselho d'aosta 

cessarìamenle congiungono queste con quello ; la natura suprema 
mostra l'assoluta sua perfezione nella sua essenza spiritale : e in 
questa essenza, cbe è spirilo, ha foudamenlo il realismo domioant» 
in tutta questa doltrìna. 

Ma giunto il nostro pensatore a queUa sommità luminosa , al 
dì ]ò della quale uou gli sia dato di andare innanzi , aguzza la 
veduta intellettiva verso i'Obbietto che si fa velo della sua luce, 
e si ajula a considerarne più addentro la profonda condizione con 
gli argomenti che glie ne somministra la eluizione del proprio suo 
s[Hrito. E nell'unità della sostanza increata scuopre la Trinità delle ' 
divine persone. Qui adunque è il punto , ove la ra^one cimgiun- 
gesi con la fede religiosa : e il fine di tutto il progresso naturale 
dell'una è il necessario principio dell'altra (1). 

Fermata nel suo Monologio questa conclufiione suprema, Anselmo 
non procederà piii come l'uomo, il quale voglia intendere per dover 
credere, ma come l'uomo, il quale crede per dovere intendere, e 
passerà all'altra parte del problema fondamentale ch'egli avesse a 
risolvere. Indi per necessità oi^anica il Monologio conduce al iVoi- 
logio , e questo è di quello il compimento scientifico. Ha niuno 
fino ad ora ha considerato né messo in luce quanto fosse richiesto 
tal necessaria connessione, né il profondo valore di questi due li- 
bri; e noi, a farli meglio conoscere, faremo ora alcune considera- 
zioni opportune. 

La filosofia dee compiere un doppio ufficio, risguardando dall'un 
de'lati all'ordine puramente teorico , dall'altro all'ordine pratico ; 
e cosi dee soddisfare a queste due ragioni di cose, che il principio 
necessario della scienza sia quello regolatore della vita. Cbe Anselmo 
comprendesse questi due ordini di cose in un vasto concetto sin- 
tetico , già lo abbiamo notato facendo la distribuzione delle sue 
opere (2) ; ma egli che per la natura del Cristianesimo non poteva 
non attendere a questo duplice officio , aveva inoltre l'obbligo dì 
trovare in quel superiore principio l'accordo scientifico tra la ra- 
gione e la fede. Pertanto, a degnamente giudicarlo, non adopre- 

(1) Nel rtpilolo LIILI1 Anselmo si arresta davaDti alle questioni inumo alla 
predestinazione , alia graiia , alle «orli delle anime dopo la loro vita nei cor- 
pi ec. B cosi pone i termini , oltre I qiwli egli non debi» andare con la .wla 
ragione. 

(t) Anco Gerberlo aveva fatto questa partizione della flloMlla. V. Hock , 
SiÌKUlrù il, «d il tuo iMola. 



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E IL SL'O RECENTE STORICO FRANCESE 101 

remo come i vanì discorritori fanno , i quali ve^no gli effetti e 
non Io prime cagioni, o si aggirano intomo a queste con molto 
ronwre, e nfm sanno ct^liemo la entità, e non veggono la serie 
d^li effetti elle ne procedono. Noi siamo con Anselmo Ih onde di- 
pende un iatiero sistema di dottrine , e dobtriaVno considerare con 
lai nella viva radice la possibilità del germoglio che ne conseguiti. 
Egli ben sì sapeva che fondamento alla sua credenza religiosa era 
la Ragione eterna , la quale illumina tutte le menti create ; e però 
in tutte le parti della rivelata dottrina cercava anco il contenta- 
mento della umana ragione , e voleva intendere quello che dovere 
credere [!}. Ma or non doveva spÌe.garo ad una ad una tutte queDe 
parti; doveva aprire la maestra via dalla fede alla intelligenza, 
come aveva mostrato l'uso della ragione la quale conducesse alla 
fede: congìungere reciprocamente insieme il M<mologio ed il Pro- 
tlogio : compiere la soluzione del problema fondamentale della cri- 
stiana .filosofia , e dare a questa la sua forma organica e la sua 
essenziale caratteristica. 

Adunque se nel ifonologio la verità è conchìusa dal pensatore 
• solitario obe la ricerca (2), e che dee trovarla da sé, nel Prtalogio b 
data all'anima cristiana, la quale possa fame alimento alle sne 
conclusioni i se nel primo de' due trattati il pensiero è condotto 
alta verità dalle cose che egli studiosamente considera , nel secondo 
(si noti bene] l'idea deve condurre alla cosa, e bastare alla verità 
d^a conseguente dottrina. Questa idea certamente dovrà tanto 
sovrastare a tutte le altre di forza e di dignità, che abbia in sé la 
prora necessaria del suo valore ol^iettivo , e sia l' idea ontologica per 
eocellenia : e però non potrà essere un'altra da quella, la quale fonda 
la scienza, dà leggi alta vita, termina il procedimento della ragion 
naturale, e introduce al cristianesimo ; l'idea, insomma, che fu con- 
chiusa nel Mtmologio, e che è cominciata e non finita da tutte le 

(1) Credo , $*d inielUiìart tUtiOtro; De lib. srbilr. , m. Saera pagtna, mt 
ad iitMi Miranda m rationem invitai . . . aptru noi ffiond inlfnlitmtm od Inlcl- 
IkIuik ealtudere , nim doeit qualiter ad itlam dtbtamui profietre. De Sde Trl- 
Dit. Fraehi.... Stcut nctiu orda txiQit , ut jtrofunda ebritlianat fldti endamm 
prituquavt ta premnamui ratiotit diKultre , tta tugUgeniUt miM viiitlur ,«( 
pMtftMm eon/litnaU wmtu in jtd« , non iludemtu , iptod er*iUmui , inlilUgtrt. 
Cur Deus homo, I, %. Vesgansi ancora 1 capitoli 4, 40, 48 e SO del printo 
libro di questo traUalo , ec. 

iì) . . See»m lola taeitt diipulando , rieut dhm meni meo faeit. Hono- 
log XXXIl. 



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iOa samt'ansklmo d'aosta 

altre. Che se odia oostituziooe del mondo la produzioue delle no- 
stre idee fa ordinata alla cogniriooe dal vero , e tutte le cose veo- 
gono da un comune principio, bene sì coavenìva che questa logge 
cosmica si avverasse similmente nel nostro spirilo, e che le idee 
delle cose, anco sensa la inteniione né la saputa dì esso , fossero 
una perpetua e necessaria meditaiione o preparaxìone della idea 
di quell'eterno principio. La quale , però che compie il prt^^resso 
del pensiero, afHV il passalo con autorità sua pr(q)ria all'essere, 
onde ha nascimento dì pensiero. Di ciò non ebbe né potava avere 
* il nostro Ansdnto la cognisioDe interamente scientifica -, ma ne ebbe 
' quel primo lume che risplende sempre alla menta dei peosatwì 
ijHrivilef^ati ; e secondo questa ragione nostra vuol essere giudicata 
il suo alta concetta. 

EgU nel suo Protbtgio è l'uomo, il quale sa per fede che Ka è, e 
&ao ad nn certa punto quello ch'egli si è. Ne sente la presenza met- 
fobile, e sospira a lui con l'ardore di un mistico, e {«orompe ndle 
voci di quegli amorì che potrebbero esser detti con Tullio i nuraWi 
amori della infinita verità : e che, se fmsero me^o aUmeatatì nei 
petti degli uomini, diminuirebbero il numero àà profani e dà felsi 
sapienti. Poi seda alquanto l'ardore del senUmenta, e se non può 
penetrare a fondo nellaimmensitb della essenza divina, vuole almeno 
intendere quello die glie ne sta nel peosiero e che gli fa data dalla 
fede; vuole intenderlo quanta gli conceda la possibdità della umana 
ra^<me (t). Or qual'è questa idea della natura divina? Quella dì un 
•ssere, di cui non à possa pensare un altre pib grande (S). Le nature 
finite voi potata superarle col vostro pensiero , e concepirìe sempre 
maggiori ch'elle reahnente non ^aqo : di fronte all'infinito il voetro 
pensiero si resta sempre scarso a concepirlo quanto egli sia, 
né come egli sia. E cosi doveva essere-, dice benissiDto il nostre filo- 
sofo, meno fortunato in ciò dei filosofi moderni; i qudì senza dif- 
ficoltb né terrore si rendono giusto vaso dell'infinito: e se cosi non 
fosse, la creatura ascenderebbe al di là del creatore e lo giudichereb- 



|1) Ifem Unta, Donrinl , ftnetrart aUitudiMm tuam, quia mtilattntu comparo 
UU mltUtclum meitm , wd detidaro aUquaUnia inUlUgtn otritatam tuom , qvmm 
crtdil et ornai cor mtam. Segui «nim quaero MelUgtre ut ertàam: Mdertioul 
MOUgam. ffiwn tt hoc creio , quia tiM a-ódidero , non tolsUlgun. Prosi. I. 

ii) Deu* Mt U {dod dice it , dice id^ quo nuffus cogitari *mpoU*t. Qmd gtd 
Mm tnttlUgil , uHqm inMUiftt, idipium tie ette , ut nòe eogiMime qutat wm 
m». Pco%\. III. 



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E IL SUO EIECENTE GTORICO FEANGESE 403 

be coD superioritfc d'intelletto (1). L'idea adunque, che f|^ fu data 
dalla fede , esaurisce e misura la posgibilith d^'amano pensiero, e 
dalle oecessitit di questo h portata ioeritabUmeate « concbiudera 
la realtà dell'oblùetto, al quale ha riferimento, Anselmo non fa sillogi- 
smi per venire a questa idea (8) : non salta arbitrariammte dall'ordine 
ideale a quello reale, nò confonde questo con quello: non pone nelle 
{Mvmesse quello che dovi^ trovare ndla conseguenza : di che 6 stato 
molto discorso , non so se con sapienia uguale alla copia d^e parole. 
Anselmo espone la sua idea come gli vien data dalla fede; e senza 
uscire dai termini del mondo ideale, cioè avendola sempre per una 
pura idea, ma facendone uso c(hi la mente e ragionandola p«- 
doverne intendere il profondo valore, vi stringe ad accettare la 
conseguenza alla quale essa conduce , ovvero a riauniiare la 
vostra ragione. Perchè se l'ente, che egji pensa, A tate che tomi 
impostile pensarne uno maggiore , necessith richiede ch'egli ^a 
pensalo, non pure come una semplice idea, ma e come una cosa 
veni , e che però egli abbia real sussistenza. Altrimenti egli potreb- 
be pensarne un altro , il quale l'avesse : e avendola, fosse maggiore 
di lui. Ha in questo caso l'ante maggiore di lutti non sarebbe piti 
desso. Onde il penàero, il quale move radicalmente dall'essere, 
giunto al suo termine estremo ha in alcun modo convertibitìtfa 
necessaria con l'essere; o, m altra forma, la oecesfflth d^l'essere h 
{HTorata daBe necessità dell'idea; e la idea del perfettissimo Ente, 
cio6 dell'Assoluto, è la soia la quale possa bastare, e realmente 
e assolutamente basti a aè stessa , e quindi alla verità della cosa. 
Anco lo stolto, il quale dice nel suo cuore che Dio non 6, 
mentre egli ciecamente il nega , involontariamente l'afferma ; pe- 
rocché egli dee avere nell'intelletto quello che nega; né potrebbe 
av^-lo, s'^, negando l'Ente, del quale non pnè pensarsi un altro 
pib grande , non intendesse le parole che dice. Ha s'egli lo ha nel 
penaero, necessariamente sarà tratto da questo a concluderne ed 
a confessarne la sussistenza reale. bisognerà ch'eì dimostri, che 
se Colui, ch'egli nega e del quale non si dovrebbe poter pensare 
UD essere più perfetto, realmente non è, ci resta chiusa anco la 
via a pensarne uno, il quale realmente sussista, e però siamag~ 



H) ...Aicetidtrtl crtatwa n^w Creolorem , rt jiàdicaret de Crealon. ibld. 
(t) la it(a MTO non tst optw alio , gwm Koe ip*o ipiod ttmat : quo aujus eo- 
gilarì non posiJt: .... <ie n par tipttm probtU. Cootn Oimill. V. 



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<04 SANT'ANSELMO D' AOSTA 

giore di quello ch'egli nega dentro di sé, e che, secondo )a nostra 
posizione ideale, dovrebb'essere il maggiore di ogni altro (1). Egli 
è adunque assolutamente impossibile pensare Iddio e negargli l'es- 
sere; e tanto varrebbe la negazione di esso , quanto la privazione 
o la rìnuniia dell'intelletto (%]. Stupenda e protondissima conclu- 
sione! Di (^ni altra cosa, che non abbia in sé il principio del pro- 
prio suo essere , si può pensare il non essere : di Lui , che necessa- 
riamente ed eternamente è, toma impossibile avere tale idea, la quale 
non includa la necessità della sussistenza. Né Anselmo [vedìcava 
questa sussistenza come altri farebbe di un attributo della divinità, 
e come alcuno ha giudicato, ch'egli avesse a predicarla : ma egfi 
parlava deLa reallk di essa, della quale egli ben sapeva che tutti 
gli attributi si sostanziano nella unitèi della essenza (3). G lo stfdta 
nega questa realtà , perchè intende il suo pensiero nelle parole che 
esprìme, e non la cosa nel pensiero che se ne debba necessaria- 
mente avere. Ha l'intender questa esclude la posabililà di pensarla 
altrimenti che sussistente ; e l'uomo che l'abbia intesa dopo averla 
creduta , non potrebbe non intenderla quand'ancora volesse non 
crederla (4). 

Cosi Anselmo dal fondo medesimo della idea, ch'egli prima ebbe 
trovato con la ragione , e che qui nel suo Proalogio accettò dalla 
fede, traeva la giustificazione necessarìa di essa, e con l'autorità 
sua discorreva gli attributi e dichiarava un'altra volta la natura 
dell'Assoluto. Cos\ rìsolvendo in forma splendida e nuova il pro- 
blema della filosofia cristiana , nel secolo undecimo poneva le fon- 



ti) Et certe id, quo majas cogiiari ntquit , non fùtest etst in inMUwfu solo. 
Si enlm vel m lolo inuil«ctu ett, potest cogitari tsw et in re; quod m^asest.Si 
ergo id, quomajut cogiiari non potiat, est miolOinMlbctu , idtptum. qwi majia 
collari non polwt , ral quo majta cogitari pottit. Std carte ìm: «W non 
polest. Prusl, II. 

rSi Citr ilaque dixU intipiens in eorde ino : non est Deus 1 cum lam in 
prompiu (l'I Tallonali menti , le maxime omnium tue ! Cut , tti*i quia iluUtu 
et «ntfpi'mi? Prosi. III. 

(3) Illa vero lumma eiieniia nullo modo tic ett aiiguld , ut Otud iibM K- 
eundiim alium modtim, ani tteundum ollam eon$iierationem non M; 9Hfd 
qaidquid allt/uo modo eitentiaUter ett, hoc m( lolum quod ipta eU. Uoool. X.VII, 
Hate titenlia , qttam patvit otnnfmodo Mi etse eamdem iubilanKolfl«r . ett. 
XXV. 

(4) . . . Qmd priiu erediH , te donante , jam eie inieiiino , te iUatninanU, 
Ni Mi te ate nolint credere, non poMitn non inUlligere. Prosi. IV. 



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S IL SUO RECENTE STORICO FRANCESE 105 

dameota della metafiaice Eoodoua , preparava il Cartesio, escludeva 
i lemperaineDti del Leiboti , rispondeva aDticipalamente , e quanto 
allora n potesse, al Kaat, era migliore dell'Hegel, e mostrava dì 
appartenere alla scuola italica. Nove dalla coguiiione naturale per 
dover giungere alla fede, e move dalla fede per dare alla idea tutta 
la consapevolezza del suo potere, e far m^io conoscere alla ragione 
umana ch'ella 6 luce della ragion divina. E andando dall'uno all'altro 
di questi due pti&ti con recìproca necesàt^ di metodo, compie il giro 
che dia intiera contenenza alla sua dottaina filosofica, e la perfetta sua 
ferma. Lk il suo realismo presuppone lo spiritualismo , e necessa- 
riamente vi si oonchiude: qua adempie la sua determinaiione sclen- 
tìBca nella necessaria verità dell' idea, sicché il chiameremo un idea- 
lismo onlolc^co. La raderne non perde la sovranitìi sua fra i legami 
che la coD^ungono con la fede ; imperocché prima di venire a lei 
dee percorrere tutte le vie del pensiero , e quando vi n congiunge 
celdbra questa unione religiosa nell'idea che basta scientìficamente 
a rt Btetsa. E tutta la filosofia di Ansdmo rende solenne testimo- 
nianza al bel detto di Tertulliano, che l'anima dell'uomo h natu- 
ralmente cristiana (1). 

Allo stollo che nega qu^o che non intende bene, non mancò 
il suo rappresentante. Ha la risposta a Gaunilone , che è un'apo- 
logia ed una dicfaiarasione del Protiogio, mostra qudlo ohe suole 
star sotto alte fonnole brevi doi grandi pesisatori , e prova l'utilità 
ddlet obiezioni , le quali diano origine a dicMarazionì coòfiatte. E 
parìando dell'uno noi aUtiamo parlato anco dell'altra (2). 

Ansdmo nell'altessa ddla sua speculasione scientifica non di- 
menticò, secoudochè gih notammo, le leg^ ohe abbiano a regolare 
la vita della creatura razionale. Di che diremo a suo luogo. Ora, 
lasciata dall'un de'lati la idea teologica, dobbiamo rendere mantr 
Cesto agl'intelligenti com'^li, il quale cercava i sommi principii 
della filosofia cristiana , poneose ancora e risolvesse il problema 



(1 1 Scolo Erigena aTAvi detto : Qaid til da phftotopMa traetart, ititi vtrat 
rdff <oH(i , ipia tmuna <1 pHneipaUt omnium rerum eatuo, Dtui , ti HumUiter 
eolitur «1 raUouaiUitar tmoeilitatur , r«irulM tapmmrtJ conlieUiir imita veram 
tue fttOuiopktam Mran rtUgfuncai ; eonvtrtimqut , iwra» reUitiontm tua 
vtram pUlomiMam. De praedest. 

ti) Anselino conclude la biu risposta : Pula quia mostravi me non infirma, 
wd jotb nteeitarla nrfunnUalimi , probatu in praffalo HbtUo , nipia txl- 
it$rt aU^uÉd , quo maiuM eogilarl non po$tÌl. I. 

HMM.Bl.lT.,lf uova Serie, T.IU.F.II. M 



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106 SANT'ANSELMO D'AOSTA 

fondamentale della scleasa, noD con altra autorità se doo con 
quella della ragione. Ma noi insieme rìsguarderemo a lutti i suoi 
libri , dai quali d possa venir iume a conoscere pili ÌDtiraameDte 
la sua dottrina. 

IV. 

Ciascuna sciensa , standosi (nrcoscritta d^itro i sarà giusti 
oonfini , considera in forma sua propria gli oggetti , ai quali deb- 
bono esser volte le sue investigazioni ; vede ì legami , i quali la 
coD^ungoDO con le altre scienze , cbe sono a \tA pih vicine ; ma 
non si leva a contemplare il sistema enciclopedico del sapere , ~ e 
DHrito meno potrebbe arrogarseoe la legislazione suprema. Gib uni- 
camente si appartiene alla filosofia , la quale tanto s'innalza su 
tutte ie altre discijdiDe, quanto cìascuua di queste d diparte dai 
volgari pensamenti de^ uomini ; imperocché ella b la scienta delle 
scienze o del sapere in universale , e fa fondamento nell'assoluta 
necessità di ud principio , da cui dipende così la possilnUtb di tutte 
le cose, come quella dell'amano pensiero. Or se a doverla ordina- 
tammte costituire è richiesta l'autorità di questo superiore princi- 
pio,' il quale contenga tutte le potenze dello scilrile, ed escluda 
ogni entità ed ogni idea anteri(H« a lui , cbe valga a dimostrarlo, 
come sari possibile la filosofia? Porta egli l'umano intelletto con 
sé la cognizione del supremo vero , da cui tutti gli altri dipendo- 
no , ovvero lo cc^ie per intuizione immediata , sicché , nell'uno o 
nell'altro modo , quasi possegga la scienza prima di averla impa- 
rata , o debba poterla acquistare con questa Idea ? se ciò non 
fosse , con qua! metodo , per quali vie potrà egU ascendere fino al 
supremo principio , e con questo ed in questo costituire la scieo- 
la ? Non reputo che Anselmo precisamente con questi termini fa- 
cesse a sé stesso queste domande ; ma e^ a suo modo , e sapien- 
temente , rispose a queste ardue domande : e noi dobbiamo ora 
vedere com'egU soddisfacesse al suo officio filosofico. 
' Egli mostrò di credere che l'uomo , essendo nato al sapere , ma 
non possedendolo per natura , non possa , senza diligente ricerca 
uè considerazioai profonde , venire al ritrovamento di quel j»ÌDcÌ- 
pio, la cui idea è la misura necessaria di tutta quanta la scienza. 
Ma dell'uomo ipotetico, in persona del quale e^ diede opera a 
questa ricerca, non determinò le condizicmi intellettuali con tanta 



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E IL SUO RECENTE STOKICO FR1NCE3E 407 

flsattetta , quanta richiedesse la ragi<Hie delle domande, alle quali 
^i avesse a soddisTare. Quest'uomo , prima che rirolgesse l'occhio 
della mente sopra il su» pensiero , aveva consumato dentro di sé 
)a prima e necessaria disciplina d^a natura : ma non sappiamo 
bene fino a qoal termine , nh ^n quali procedimenti. Certamente 
Anselmo , per una cooseguensa della sua fede religiosa e do' suoi 
princi[»i scientifici , come doveva atb-ibuire all'uomo che non nacque 
la insita cognizione del suo Creatore , cosi non doveva negare ai 
discendenti da quello alcun vestigio superstite , alcun barlume ri- 
tomevole , o quasi una oscura reminiscenza deUa Verità prima ed 
ultima , quando da questa luce divina egli originava la nostra me- 
desima intelligenza [4]. Le quali reliquie dell'antica dignità' non 
poteva togliere al suo uomo ipotetico. Ma se questa lacuna scema 
^un poco la sicureiza dello storico, il quale voglia fedelmente 
esporre la sua dottrina filosofica , ad ogni modo egli con gran 
senno distinse il pensiero die primamente usa le notizie acqui- 
stale con le apprensioni naturali delle cose , dal pensiero , che si 
riflette a considerare sÀ slesso , e che è cominciamento a filosofare. 
E questa fondamental distinzione gli fo buona scorta a dover di- 
stinguere il metodo naturale, che conduce al principio della scien- 
za , da quello propriamente scientifico , che ha le sue nume in 
questo principio gik ritrovato. Però egli presuppose che l'uomo 
essendo nato a conoscere , abbia la certa e necessaria sua guida 
Delle sue facoltà intellettive , e negli ordini delle cose alle quali 
ai^lìchi queste sue fecollà. Presuppose obe se le varie cogoìzioai, 
ch'ali vada acquistando , non possono star divise te une dalle 
altre , debbono vicendevolmente ajutar» a condusiom sempre pib 
alte , e radicalmente avare ì loro legami razionali in una verith 
superiore , in cui tutte si adempiono. E cosi trovate le norme del 
metodo naturale nella necessità della ragione e nella crescente 
evidenza del vero , potè moversi alla investigazione del principio 
della scienza con la fiducia istintiva di chi obbedisce ad una legge 

(*) Al qMonwdo vtl eogUari poutt , quod iumma tapimUa ta tUiquayuio non 
inttUitat , citn mmi ntionalU pouit non loJum tuimet, ted et iUiut inni- 
«MU vxptnlia* TtainiKt; ti Man tt st inlelUgere? Si taim OMiu Jkunuino nitJ- 
laM cfiM , dui jul habirt memoriam ani inliUigmliam pottt , ntquaguam m 
«ò IrraUonatMibut ereatttrit , et iUam ab omni ertaiura , ucum iota tacile dis- 
ftUando , tieni nudi; mmi m«a faeil , ttiieenuret. Uonol. , XXXII. Ma quealo 
luogo vuol esser comparaUi eoa altri. Veggasi il c«p. LVIT. 



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108 sant'anselno d'aosta 

del moodo , ed è guidato dalla sapienza della oatura. Lo che fa- 
cendo eloqueotemente accennava (e ne' suoi tempà fa corno non 
piccolo) a quella i»y>pedeutica , la quale , se alcuno così bene sapesse 
tarla, come i moltissimi ignorano in che ella consista, dovrebb'ee- 
sere, quasi direi, l'alfabeto e la grammatica di tutta la acieosa 
filosofica ; e oetle patMclie scu<de essere insegnata a tutti, starvi 
distinta dalla scienza intera , che per la sna vastità e difBooltà pui 
essere imparata da pochi. Allora le questioni erculee non sarebbero 
agitate con baldanza uè con temerìU ftmciuUesche ; i venti delle 
passioni , né i prestigli delia moda non turberebbero om tanta 
frequenza il tempio sereno della verità ; e gl'inoommodi del sectdo 
sarebbero minori. 

All'uomo , dice Anselmo , fu data la fac(^tà di pensare l'essere 
e il non essere delle cose , acciocché egli pensasse essere quello 
che realmente è, e non essere quello che non è; onde scienza 
non b possibile, la quale non sia necessariamente scienza de) 
vero (1). In questa necessità reciproca ira l'essere che vien pensato, 
ed il pensiero , che l'uomo ne debba avere , e^ trovava la giusti- 
ficazione del metodo naturale ; metodo , che egli, secoodochè ab- 
biamo veduto, accettava come una legge del mondo {datum at): 
e questa era tutta la sua crìtica della conoscenza. L'essere neces- 
sarìamente precede; ed il pensiero necessariamente vi n conforma, 
perchè è l'imitazione intellettuale dell'essere : e l'uno non va con- 
foso oon l'altro (i). Ha l'università delle cose , fra le quali acqui- 
stiamo il sapere, s'ingrada e « digrada per una scala di nature 
dalle infime aUe somme , e dalle somme alle infime : alcune ddle 
quali sono inaoimate ed altre animate; alcune irrazionali , e altre 
con uso dì ragione e non senza organi corporali ; alcune flnalmwte 
debbono essere al tutto separate dalla materia , «io6 pure intdli- 



M ) Ad hoc *amqiu noMi daiurn «ri poue eogttare «*n , vtt nm ww aW- 
fitfd , III togiunut tilt 4WH1 "1 < <( no* "** 9<<od non »1. De volitala , [II. — 
Seienlia ntm til nit( veritalU. De concordia praesc. praedeat. etc. , II. 

(81 C«m wriutt , itUM «ti M rerum eaiittntia. Ut eftctum fuminatf «trf- 
latU, ipta QHOfM MKia «I verilatU, tjiàai eoQiUUtonii Ul, >( ejat fiM* «ti fli 
propariMon«. De verlt. , X. — Etettim omnia AufwfimMU vtrba , qatbui rei gwill- 
tel Hinil« dieimut , Ueit eofttamut , itmiHlHdtnet et itiatinet fimi rtrwm . 
qiianim otròo nml : «I omnii «fmfHtwIa vtl imago Itrnto fnagif« mt miiuu iti 
vera , tptanto maglt vtl Mlntu ìmltalur r«n , eujw mi n'M(lfhiA>. Hono- 
log. , XXXI. 



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E IL SUO RECENTE STORICO FRANCESE f09 

gente, a render perfetto quest'ordìoe (1). Or l'uonw , oel snn pro- 
gresso conoscitivo, bì fs lame degli oggetti piti noti a qneili più 
i^oti (a notwribui ad ignotiora {%)}; ed anco sentendo conosce. Im- 
perocché santire non è altro che conoscere, ovvero ordinato a 
conoscere : e l'anima nostra, la quale e vive e sente e ragiona, è 
presente ad ogni officio della vita con tutta sé stessa (3). Per altro 
la sola cognizione sensata le Imnerebbe scarsa al jneno acquisto 
del sapere; ond'eUa, non pure sentendo ed immagìDando esprìme 
in sé le mmilitudÌDi degli i^getti {«esenti, ma è dotata di una 
ÌDtnixioDe dì pensiero, dì nn acume d'intelligenza, coi quali pene- 
tra nella (orma interiore ddle cose e ne vede i comuni legami 
e le diffwenfe (i) : e con l'ajnto della memoria, ohe è il fondamento 
dell'intelletto (K), seguita un lungo ordine di discorso raunando 
nella sua comprensione checché le abbia offerto lo spettacolo 
dell'universo. Il mondo è da per tatto, ma non è tutto in ogni 
hiogo: e il tempo è perpetuo, ma non è tutto in ciascun suo 
momento, uè a ciascuna cosa (6). E quantunque anco le cose 
mutabili e transitorie non possano essere e insieme non essere , e 
tu debba dire che sono mcntrechè si stanno esposte alla tua ap- 
prensva , questa necessita , che esclude il loro non essere , non è 
antecedente ma susseguente alla loro esistenza , e si assdve nella 
sranpUoe irrevocabilità dì un fatto già consumato (7j. Indi la mente 

(4} Hanoi. , XXXI. De coocaptu t1^. et orìg. pec. , III. Vedi anco Cicer, 
Oe offe, n , 3 , M dibI Anselmo vt iresse rìsguardato . 

(S| De rerìtite , IX. 

(3J Std ti leniire non «ri niti eogMteere , ant non nUi ad eoffnoimKluh , 

4uf «nlm muit eognoteit uemditnt tnuunm proprMalMi non fnem- 

vtKimter OieUitr alffoo «odo unOri tpM(i»id aUtpio modo eofrmifoil. Prot- 
log. , VL Si miM non eit»t anima loia (n Hnguilt mtmbrti ivi eorporU , non 
tniirtl loia (n itnguUt , IHI. —, . . Sdal *n utaibìu »t membri» non viti atU- 
man ,in gna éil voluiOat, Hnlfr« tt optrart. De cooMptu Tlrg. et orig. pec- 
cato , 17. Ha chi OOD ha l'anima razionale può avera il Eenao , e Don la ragione. 
NvtlMK animai [ftiod nCtft olMl ut , tpiant ntbitonlia mimala laniiAWtJ «il 
ex nccMriial* ratlonalt. De gramm. , III. 

(t) Unt ani jw «rporù laia^n«m . ani per rallonnn Inltulitr eU. Ho- 
Dol. , X. Nel capo LXn abbiamo l' a intuito del pensiero . . . ■ aAfnu «I a eo- 
ttlaUonii IniHAn tle. 

[6) D« vuimarla naid wrftwn wB«hw , WOd eUitiM »n noiini mtMt pw- 
eipiiwr , XLVIII. Vedi qmllo cbe aeg^ 

(6) Conlra Gannii. , I. 

(7) De concordia praesc, praed. «te , It. 



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HO Sjimt'ansetuo d'aosta 

dovendo giudicare ch'elle non esistessero prima dì avere avolo 
principio , le supera tutte col suo pensiero , e finché non (rovi la 
pienetza eterna dell'essere necessariamente va innanzi (i). Da ciò 
che trova in una parte sì accorge di ciò che manca in un'altra; 
da ciò che comincia e finisce , vola a ciò che non abbia principio 
né fine ; dalle perfezioni sparte è portata alla perfezione intiera ; 
e dalla sua unit^ viva ed intelligente , alla unitb della sostanza 
che sìa al di sopra e al di fuori di tutte le altre (i). 

Per questa via il pensiero dell'easere e del non essere conduce 
unicamente all'essere, ed anco le negazioni mutane da ultimo 
¥ si coochiudono Dell'affermazione necessaria dell'Ente (3). Impe- 
rocché il nulla non potrebb'es^er pensato (4) ; né si pensa il non 
essere se non per rispetto alle cose che sono, cioè paragonando 
l'uaa con l'altra e notandone i difetti e le differenze ; e con la eli- 
minasione di tutti i difetti e di tutte le differenze , di tutti i limiti 
e di tutte le condizioni e comparazioni si viene alla idea dell'As- 
soluto. Anselmo espressamente non disse che se questa idea non 
ha riferimento ad un Ente unico e separato dal mondo, essa è 
una mera *e semplice idea , la quale avvera intelletlualmenie in sé 
la pieneEza deU'essere , o risguarda ad una realtà appartenente 
ai mondo ed apre la porta al panteismo. Egli escluse la razionalilti 
dì queste due posizioni con la necessità della prima : e piii racU- 
calmente avendo dbtinto tutti gli esseri dell'universo in sostanze 

(U QaidQuId hoc (quo matut taht eogitariì non «il, minar. e*( fiiaMfiiod 
eogltari poirtt , Prosi,, V. Conlra Giunil, , I, V. 

• l8j Babà mim luue , . . (dice Aosolmo al CrRslore] (n U , tuo tiuffabiU mo- 
do; qiUa ta dedUii rebut a U cnatlt. Prosi., XVII.Ondotecose.comedice il Pe- 
trarca: ■ Sono scala al Fattor, cbi ben le mira. ■ — Qitoniam namqut onw minut 
bonttm , in lanlum ett limile majori bona , in quantità eit bonum , poJfl eui- 
libel ratiottati menti , quia de nilnnrifiuj bonit ad majora conteendendo ex Mt, 
gulAiw allquid cogitari poi«ii majiu , mitUum poituntut eonjicere tiM , qao 
fittfl pol«it iRo/iM eogilari. Quii enim ... hoc cogilare non pol«tt . . . lei- 
Ueet ti bonum eil aliqvid , qaod iniUiun et /Imih habtl , muUo mtUai tm 
bomim , quoti, lieti incipiat , non tamen deiinit : et ricul ittud ilio meliiu «fi , 
ila ielo eue meiitu iUud, quod iwc /ln#in habel . tue Inltlum ite. Coolr. Gau- 
Bil. , Vili. Moaol. , XV e XXVIII. 

[3] Qidd ergo qua«raliir amplila quid lumma illa lil natura, il numifi- 
Hun «t quid omnium tU , et quid oniKluni non titì Uaaol. , XV. De vertta- 
1«, II, v. 

Ci) Efut enim , ^uod non futi , me eil ,nee fatarum al , nuUitm vtrbum 
tue paltit. UoDol. , 7XXII. E questo parlue le cose è latenderle Della meota. 



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E IL SUO RECENTE STORICO PRUICESE llf 

corporee ed incoiporee (1), seco medesimo coDcluse che soltanto 
con la sostanza asomatica e spiritale realmente si conviene ciò ch« 
egli avesse dovuto pensare dell'Assoluto. Il quale se necessaria- 
ment« è uno perchè è al di sopra di tutte le altre cose, che l'uo- 
mo possa pensare , e perchè egli solo , e non altri , ha in se la 
necessita eterna e la intera perfezione -dell'essere, debbe ancora 
aver creato tutte queste cose, le quali non argomentano la loro 
necessaria snssistenia , ma offrono da ogni Iato all'osservatore il 
fenomeno delta generazione e della corruzione , della limitazione e 
delle pturalith, e sono tanto ai di sotto lui (S). Onde tutto l'or- 
dine delle cose mutabili e contingenti è scala al principio della 
scienza , ma per se non ce lo potrebbe dare ; e il principio delia 
scienza veramente ed unicamente è trovato quando quello delle 
cose, ond'ha nascimento il pensiero, debba venir pensato ed in- 
teso in questa necessiti! , ch'egli sia spirito ed il Creatore del mondo. 
Non vorrei che al lettore fosse t^spiaciuto cb' io, jier mettere 
in luce un punto importantissimo alta sapienza filosofica , fossi 
dovuto ritornare sulla via giè battnta net Monologio, quantunque 
con intendimento diverso. Perchè prima voleasi vedere come la 
ragione inevitabilmente si termini nella fede cristiana: ora, come 
il pensiero, che non conosce il principio del sapere in universale, 
' può giungere fino a luì non con altri ajutì che eoa quelli del me- 
todo naturale, in questa bella parte della sua dottrina il nostro 
filosofo, che pure edificò la scienza sopra fondamenta ontologiche, 
diede un nobilissimo esempio , al quale avessero potuto risguardaro 
con alcun frutto i nostri moderni ontologi. 1 quali, non solamente 
non consentono che si possa procedere con metodo , se non si co- 
noGca il sommo principio di tutta la scienza , ma che non si possa 
fungere a lui, se non si conosca fin da principio. Timore gli 
fruga che il soggetto, nÈito a conoscere , non debba essere d'int- 

M) NMt omn/no t>ot%U unqiiam , nui pnttit mMtitre , pra«lrr creanltm 
Spiritim', ti eii* enaturam. NoDot. , XXIX. 

I!j Stimma auttm tutnUa nm ut nM una , quoe lola eraoJrts, fi toliim 
prmeifXum eU omnium qwu (acta nini. HodoI. , XXXVII. ~- Quippe nMl 
OMMtno vet eogiiart polttl eut praeUr ìllud Summum nmn<iim , 4uod etl per 
u ipium, tt untverMUaltm torum , qua» non pir m, ittt prr ideM Siimmum 
MMl. VII, - Quanta» attUm nec uUm partet «ini ffatdtm tpirllui ^ tue plitret 
ttt* poHtuil tjtumodi ipfrtitw . nictwe mI u< iti omnino indtiKduiu tpitir- 
tM. XXVII. 



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Il* SANT'ANSELMO D'AOSTA 

pedimento ( vedi nuovo timore e maraviglioso I ] alla cogaiiioDe 
dell'obbietto , che certo doq vuole immedesimarsi esseniialmente 
con questa ; e presumeudo di uscir col peasiero fnui dello stesso 
penserò , e facendo idea dell'obbietto , e dell'obbietto idea, à ar- 
gomeatano con vane arti di risolvere il problema AeHa scioiza, 
dopo di averlo saltato di primo colpo , o fatto impossibile a risol- 
vere. Ed essi non veggono cbe tutta la scienza umana era prepa- 
rata dalla Sapienza etema nella costituzione del mondo ; e che la 
idea , alla quale vogliono fungere con un salto , e la quale deb- 
b'esser l'ultima di nascimento perchè è la prima di dignità e di 
valore , già si stava potenzialmente fin da principio nello girilo 
umano e quasi direi fra le cose e lo scurito , ma ohe all'atto espli- 
cito della sua produzioue effettuale era richiesta la coopcrazione 
del mondo. Non veggono ch'ella non esce da quest'atto intellettuale 
come una coosegueoza minore delle premesse , ma come una cod- 
lusione in cui tutti i veri già sillof^zssti si compiooo; non come 
un efiètto delle altre idee , ma come quella , daUa cui anteriore 
necessità erau fatte nascere tutte le altre idee , e cbe le illumina 
tutte col suo divino splendore, e riempie la capacità delle menti, 
e misura se in se medesima. E per voler sapere ogni cosa in una 
volta sola e senza molta fatica , si scordano le coudlBìonì naturali 
di queste menti nostre , le quali non sono l'Assoluto, non portano 
con se la scienza infusa dell'Assoluto, né hanno la facoltà di ve- 
dere l'atto soprannaturale della creazione: ma debbono a poco a 
poco acquistar sapere , e capacitarsi della necessità della creazione 
ed intendere l'Assohito quanto meglio possono (I]. Ha di ciò nella 
terza parte di questo nostro lavoro. 



Trovato il prìnciiùo con la cousiderazione dell'essere, cioè con 
la cooperazione del mondo, Anselmo non si move ambiziosamente 
a riedificare il mondo in un gran sistema sdentiflco con la virtù 
della idea, che nel suo spirito era anco la presenza dal Creatore 

[ I ) (food U itlcii non inttiUgi , et non mm (h tmMlltet* , «lUHt non pnti' 
tui inltmgtlur , die gula qui non poltit tntiurt purUtlmam tneim toli* mm 
nidel lueem diri , qaae non at ni$t lux wHs. Contra GiimiU , I. 



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E IL SUO DECENTE STORICO FRANCESE 113 

e Conservatore di latte le cose (1j. Quest'audacia o ardimento ma- 
gnanimo non poteva nascere in lui come iu uà pensatore della 
nostra et^ ; e quand'anco i saoi tempi fossero stali opporluoi ad 
is|Hrar^do , egli piaiamente dod se lo sarebbe consentito. La 
scÌMiza della natura era poca ', e l'universo corporeo , umilialo sotto 
la sovranità dello spirito: né Anselmo presumeva che l'idea del- 
l'Ente creatore potesse avere nello spirito umano l'onnipotenEa 
dell' Ente nella creasione dell'universo. Ha nei libri di lui abbiamo 
nn corpo di dottrine, costante in <^ni suo membro con sé ; il quale 
se non cà leva sabito a maraviglia come un maestoso edifìcio, che 
ci si renda visibile in tutte le sue proponiooi , esercita virilmente 
il pensiero, e fa argomentare anco quella grandesta che si restò 
chiasa nelle sue potenze native. 

Trovato adunque il principio, il quale richieda una disliosioue 
sostanziale tra il Creatore e le cose create, fra la materia e lo spi- 
rilo, doblnamo considerarne il valore per rispetto alla costituzione 
della scienza. La Natura creatrice, infinita nella sua unitèt indt- 
viritnle, e mirabilmente singolare da tutte le altre sostanze, le qn^ 
jerì ftirMio , o^ sono, donoani saranno, e sempre con diversità 
di modi, semi^icemeDte, perfettamente, assolutamente è(S): la sua 
susmstenza , la sua vita é la medenma soa eteroitA (3): e parlando 
di essa come di sostanza, si può usurpare il nome, ma applican- 
dolo con intendimento diverso dalla sua consueta significazione (t). 
E il mondo essendo stato fatto di nulla , senza causa istromentalé 

(Il Ah wm AmwMI [l'aniina d( AdmIiiw} quem inrmH tue luetm ti vtrila-- 
km? Quotnodo namqu» itiUUtxillioe,ni$l per luttmtt vtritatem? Aut polvit 
iìmtibioaiiqttUiniiUlftrtiett,niiÌ ftr lueem «I wrilaUm luam? Prosi., XIV. 

(ti Si exim MigenUr inUnilalur , ilte lolus vidcbiiw ihnpUelttr , tt per- 
ftele ti atuolult tua alfa vero omnia fare Don eiit ti vlx ette ete- Hoootog., 
XXVIII. 

r3) nàHtr t%im «hi aetentita* mm iitttrminabilie dia rimui perfeeU 
Inia txtUeiu. XXIV. E ciò solameDlD è proprio d) lei . la quale sola non /tuia , 
Md faelriit eiee fHwnla M(. Ibid. 

f() Illa iitbttantia nullo communi traetatu lubilanliarum IneUiMtvr , evjiu 
ntenUali eommunione omnii natura excludltur.XXy^. ^ Illa est tintutariltr , 
abique iua» crrafuroe eontortlo, quidquid ipta tit. XXVI. — Quomotto ergo otU- 
nebanr, tam ette qvamtibit lubiianliam . niil diealur tubilanlia prò etienUa , 
tt Mie tit rxlra , eieul ett tupra omnem tabtlanUam ? ibld. — Vndt ti quando 
IIU eli eum aliit nomini* allcujui communio , valde proeul duMo inttltife^da 
eri dlotna $itni(lcalio. ibid. Tanto U dottrina di Anselmo è aborrente dal pan- 
te iamo ! 

A>ca.ST.lT., tfuopaScric, T.lll, P.tl. iS 



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IH SANT'ANSELMO D' AOSTA 

né malerìale, né con la efficienza delle forte che operano neìlo 
spazio e nel tempo, di fronte a Luì, che lo fece , per sé medesimo 
è nulla : e checché si sappia o si possa sapere dei processi forma- 
tivi , delle leggi e di tutto il corso della natura, non ci sarà lume 
a penetrare nel mistero inaooessìbile della creazione divina (1). Noi 
veggiamo che i corpi non potrebbero uscire materialreente dalla 
essenza creatrice; la quale, diventando il mondo, discendwebbe 
al di sotto di se con degenerazione mostruosa (2). Veggiamo che 
tutte le cose , prima di esistere , dovevano essere in lei , come 
l'effetto nella sua causa, e che fuori della sua immensità, né sensa 
il suo atto conservatore non potrebbero avere efiistenia (3). Ma se la 
creazione necessita la conservazione, e non ne va divìsa per rispetto 
al Creatore , e fra l'una e l'altra non può non esswe una oonve- 
Dìenza molto intima e necessaria , la seconda h posteriore razio- 
nalmente «Uà prima , e nella scienza umana vuol esser distinta 
da questa. Veggiamo finalmente che al modo stesso ohe tutte le 
forze della natura tornerebbero indarno all'adempimento del loro 
officio cosmico senza l'Onnipotente che a ciò fare le condisima, 
anco la cc^ìzione nostra , anco la verità che dÌBoorriamo , anco 
la necessità , con la quale procede il nostro discorso, è da Lui che 
rìsplende nella mente nostra e che la convince ; e che se il pria- 
cipio del sspere corrisponde nella nostra idea a quello delle cose, 
non potrebbe mai commisurarsi con qudlo, né misurare con tutta 
l'autorità di esso il valor deUe cose. 

Ma il Creatore essendo lo Spirito sommo si rimarrebbe al di 
sotto della creatura razionale ove non intendesse sé stesso. Onde 
la perfezione assoluta dell'essere richiedendo la piena cognizione 
dell'essere, l'intelletto che lo Spirito supremo debba avere dì se, 
avrà medesimezza sostanziale con lui , e sarà l'eterno Verbo della 
etema sua sussistenza (i). Anselmo chiama locuzione o parola in- 
teriore la idea o intellezione che abbiasi delle cose , e che ne è la 

{«JMonoL, VI e XXXVl. 

IS) ÀI i< ta tammat, naiwat maleiia poUit tilt aliqufd mtma ipm , mm- 
mum toiiHM mttiari al eorntmpi poUU ; qmd nrfat ttl dietrt. Quapropltr 
qmmiam omn* guod aHwt eit , quam ipia , mtnuf tU ipta , impottlbtU at 
augnili aUui hoc modo <«m u 'fra. HodoI. , VII. 

(3) IX , »eg. - . . . PtuUatntMt altquid crcaltiM poUtt esire creatiUf et fa- 
vnUt Innwmtlteieffl, XIV. 

(4) XXXIIL . 



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E IL SLO RECENTE STODICO FRANCESE 115 

mmilitudine necessaria -, al che fu dispwto anco dalla sua fede re- 
licosa , QOQ so se con tal preoccupazione che gli anticipasse le coa- 
dusioni , alle quali egli dovesse giangere col semplice discorso delia 
sua propria ragione (1). Ha qual che sì fosse l'ajuto, ch'egli trasse 
dalla fede e da quella voce, dirittamente risgnardava ad un fatto 
della vita cogitativa , notando , che la niente non apprende la realtk 
dì un oggetto che insieme non dica dentro di sé quello che è 
reggette fnori di lei ; ed essa lo dice con una parola intelleltnale 
QOQ formata dall'uomo, ma data all'uomo dall'Autore della natura, 
e che in tutti gli uomini , com'egli aveva potuto imparare anco da 
Aristotele , naturalmente è la stessa (2). Cosicché noi possiamo par- 
lare agli altri il nostro pensiero, perchè dobbiamo parlare a noi 
le cose eom'elle e' insegnano. E nel Creatore del mondo e dello 
spirito umano trovando Anselmo tra l'essere e la idea quella pro- 
cedenza e qudla identità di valori , che si convengoDo con la unitb 
della sostanza, fondava nel suo principio ontologico la necessiti^ 
del vero a tutta quanta la scienza. 

11 Creatore, come intende assolutamente sé stesso nella sua 
vivente parola , cosi parla il moudo nella sua eterniti ; né questi ■ 
potrebbero essere due verbi o due intelletti l'uno distinto o diviso 
dall'altro. Però l' ìBea esemplare , l' idea divina del mondo è con- 
sustanziale a Dio , è Dio medesimo , il quale intendendo sé stesso , 
intende tutte le cose , ti>B fuori di lui non avrebbero ra^ne né 
possitnUlii di esistenza (3). 11 nostro pennero adunque deve siffat- 
tamente rappresentarsi la Natura creatrice e la natura creata, che 



«I Kmtit aut«m, liet ralionii locutiotiem Afe inUUigo, non ctim vnea n- 
ntm tttnlIkaUvat eogìlanlur , ted eum rtt iptae vii fulurai , rd iam tasitlenltt 
aete cogitationU i» mfnte eoniplciitntur. FrequenU nimqae uni cognoieUur , 
qiila rem unam tHpttetter Inqvi potiumat . . . Une vero Irei loqvetult varic- 
talet linfitlae wrfyit tilt gtnerit mnilant : lediUiiu, quam terHamel uUimam 
pomi , IwntUonti wrba, eum de rebtu tion iipioralli funC , naluroUa nini , et 
apwt nnnM gentei inni eadem. El qruairfam vmnia olla eerta propler haec ntnf 
inventa . vbi iita «uni , nuttum atiud verbum tit weettartam ad rem cogfio- 
temdam ; et hM iila iiie nim poininl . nullom aUud til ulti» ad rem eogno- 
tetndam. Modo). , X. — Anco PlBlone dice cbe il peoiiero delle cose è un tacito 
dlscoreo dell'anima. V. Il Teelelo e 11 Sojlila, 

(9) Arlatot. Bertnen. , I. 

(3| Ergo H et idpnnn (Onalor) ,etea, qwu fteit , toiutìntanttaU libi 
Verbo dicit , mmlfeitmm eit , quia rerU , quo i« Meil , et Verbi , quo erealu- 
ram dicit , uno tabilantia mi. UodoI. , XXXin. 



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tic SANT'ANSEIMO d'aOSTA 

(|u6Sta sia eonteDota in qiieUa sema perdere le differenie né le 
(listiDiiooi sue proprie, e quella contenga questa come chi è lotaU 
menleinciascunacosa.emaiiion esce tuori ^ se , e Bempre si resta 
incomunicabile e intiero nella sua infinita unità (1). L'idea nello 
Spirito creatore non è imiuzione né similitudine delle cose , come 
nello spinto umano , ma anteriore ad esse , e la prima loro e sìnc»- 
rissima essenza : ed esse non polendo non esser conformi all'eterno 
loro esemfJare , hanno tanta verità loro propria , quanta dovesse e 
potesse «ssere questa loro corrispondenza. La qual venti peraltro è 
un'ombra, una languida immagine di quella prima loro verità con- 
tenuta nelt' intelletto o Verbo divino , come la loro esistenza è nulla 
di fronte alla essenza del Creatore , che tutto ha da se ed in se 
slesso (2). Ha tutti i veri delle sostanze create non potendo non 
esser conchiusi in una idea sola , in una verità , in una parola 
divina , la quale si convenga con ruoilh dello Spirito supremo , 
anco la costituzione del mondo doveva rendere di ciò alcuna im- 
magine nell'ordine , che avessero fra loro le sostanze che lo com- 
pongono. Però altre di queste sono prime , ed altre seconde , 
. altre individuali ed altre universali (3). E a dar forma e a man- 
tenere quest'ordine , la sostanza universale doveva esser comune 
essenzialmente a molte ; e la individuale aver comune con molte 
la essenza universale (4). 11 pensiero poi , il quale presuppone la 
esistenza delle cose , e debbo fedelmente ìmitanie l'essere dentro 

(1) Monol. , XIV. — Non crini giuu eonUManlur , ud «no* pemelnwto 
cmeut eonlintat. AVmìm eti, cam [tummam Naturami Mie «>k in omttttM , 
9tuw nini, mmnatatìemqu» perftele tota limulM In itnguHt. UodoI., XXIII. 
Questa , come vedremo , ta la formolft del realismo di Guglielmo di Campello. 
E nel Proslogio : ... Ai luni partfi lai ? an poHut xinumqiiottiliu komm (o- 
tum «tt gHod eiT ... Immo tu ti ipta wiNiai nulUt InicUwlit divUiblU». XVIIL 
V. anco il capo seguente ; e quello XXIX del trattato Ut proetu. S. Sfir. 

li) PfìUb) Mtmqu» poeto yH potcìl aUimU rationabUiUr ab aUqiu , hM in 
fiteitnU* ralione prateedat aliqmd r«f faetmdiii quoti NtvmpJa» , $tvt , ut 
opUiu dieitur , farms vtl limOiludo. HoooL, IX. Salii itaqut manifttiMm §tl, 
in F*Tbo , p«r gwod faeia «uni omnia , non tt*e torum tlmUiUuUitnn , Nd «*- 
raw *lmplletnqua eumUami in ^oelii vero no* wm finplienn okfolviaafM 
ntnuiam , wd vero* UUoi vix allquam fniKolioitMi. Monol. , XXXI. 

(3) De grammal. , IX e segg. ; — Uonoi. , XXVU. 

(t) . . . Subilamita . . . «ticcrMUf . . . plurilmi Mbtlmltft 4tttmUoia«r 
eomnitni* tMt , ut Aombum tMu eommune t$l tlnguHi hoHMbtu : . . . indl- 
vtdtut unttunakn titanltam eonunimem kabtl cum oMfi , qutatadmodmm «<»• 
gvU homlnrs comminu habtni cum (fnfulii , ut homintt tini. Uoaol., XXVU. 



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K IL SUO RECEFITE STORICO FRANCESE tl7 

(li se , non può non ritrarre alla mente gli universali che sono io 
loro, e che fauno essenzialmente comunicare le une con le altre, 
e la moltiplicità riconducono all'unitk (1). Ansimo non distinse gli 
universali con le voci che poi lor diedero anco troppa cetebrith 
nella bocca degK Scolastici ; ma la trìplice Itm) distinzione così 
integralmente apparliAie alla sua filosofia , e mostrasi eoo tanta 
evideiuta all'occhio dello storico , che l'uomo , il quale volesse disctH 
Doscerla , dovrebbe similmente negare che il figliuolo nato ensle 
IHima che abbia avuto il suo nome ; quantunque anco alla iropo- 
sitione dei nomi si debba attrìbuire un valore suo proprio. Ma nel 
sistema scientìfico del nostro Anselmo gli universali hanno quella 
importanza metafisica, che vieoe ad essi dall'onUJogico [sincipio, 
onde fontalntente derivano , e per -la cui autorità danno forma or- 
ganica a questo realismo spirituale. 

Dopo quella propedeutica , la quale ci dovesse degnare all'in- 
gresso del santuario , noi entrammo nel recesso , ove la Sapìensa 
fa intendere aglMnitiati la sua sacra parola, e scttopre il volto 
della etema Verità. Qui ti senso, col quale incomincia la cogoisione 
dei corpi , al tutto deve cedere alla ragione , la quale anco nd 
- mondo corporea cerca e vede le orme dello spirito , e sola può 
contemplare e sovranamente giudicare gli oggetti appartenuti al 
mondo dello sfàrito. Né gli uomiui , i quali non disimpararono la 
vita deUa carne (2), debbono presumere con superbia sUrita di 
cKspatareiatomo a questi oggetti sublimi, che trascendono di lungo 
intervallo la loro corta veduta (3). Così Anselmo , solennemeDle 
asserendo la sovranità della ragione , fulminava il oomiDalismo di 



(1) tfnu , . . ptr raliotum . . . mùetriaUm tfiu (honUnit) «hmiKiim , 
«HM Mi oitfawl ratfonale mortalt, eogltat ... X. 

{SJ Qui ipiritu faela eamU morU^al , tptritualtt t^cUw , 4t quo Itgitur 
«M'a tptrUMiOU tomo omnia iaOicat . tUpu a ■Minine fiuHcolur. De fide Tri- 
nit. , n. 

(3) . . , huipienU tuptrbia iwlieiaU inUlalmm poai m» . qiuxt nequeitnt 
inUUtt4^. Honot., U. — lOt làtiqu» aotlri (emporù lUaUeUet .... quf non nl- 
$t fahtm toels puiml ut» NnfMrwlM tutttantUu , . . prortw a ipfrUNoffHm 
ViautUamtai dùpidolfon* tunJ »it*u/paacU. In tor*» tfìtipp» anfMatv* ratto , 
4IMW *! prinecpi «I jwitx OMnfum iibtl ette , fNoe ntni in AomIm , «le mI In 
imagtnatunibw corporatlìnu otvoJula , ui ix eii tt ntfn pottlt moUitre , n«c ab 
ipiit ta , 9iui« fpM Mia tt pura eonUmplart dibtt , vaUt 4itetrn«rt. Da fide 
Trioit. , JI. 



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SANT'ANSELHO d' AOSTA 



RosoélliDo , e lasciava a considerare ta profoodità del suo realismo 
sGÌentiSco alle seguenti geEwrazioni. 



vr. 

Cosiffatto è il processo del pensiero , il quale debba innalsarsi 
al principio ieìia scienza , e il valore àfA |H*iacipio per rispetto alla 
costituzione della scienza. E considerando bene questa dottrina e 
i luoghi Dv'ella è discorsa , trovasi che Anselmo distinse tre gradi, 
pei quali la cognizione s'innalzi fino al suo termine sommo: la 
notizia dei particolari sensibili ; la intellezione dello comuni essenze 
delle cose o degli universali nell'ordine del mondo ; e quella sup&- 
rior cognizione , <^ si acquista ascendendo con la ragione pura 
al di sopra del mondo materiale , e di tutto ciò che sbbia avuto 
principio, e cbe si adempie nella idea necessaria dell'Assoluto [1]. 
Le immagini corporee traggonsi per mezzo dei sensi dagli oggetti 
presenti , e rimangono con le altre prime notizie e conservane 
nella memoria, in che si fonda la intelligenza', e che somministra 
la mat^a al ragionamento (S) : le similitudmi o forme delle essenze 
comuni sono colte con una percezione razionale , che la mente ese- 
guisce disviinppandosi dalle immaginazioni dei corpi (3} : le idee della 
s(»tanza spirituale e del necessario e perfettissimo Ente , della crea- 



ta) La dbtiiuloiia di questi Ue gradi della umana cogokìoae , a<1a quale dod 
hanno posto mente coloro che scrlgsero su Sant'Anselmo , ha ancora uoa impoi^ 
tania Eitorica , in quanto si conviene con qunlla poi tatla dal Kant. 

(Si Chi» Mlm copilo nolum m[M Sontnem abieitlem , fiiratatur aeiet eo- 
gitatinnit meo* in taUt» imaqinem tjiu, qual«m <IIum per ritum ocutiniM Ai 
nwHortaM attraii. Moool. , XXKII. . . . BBrHattqita ttntMluMM vtt ima- 
fffne . qwu tu in engUa»tÌM mtmorin , ani {OrU . qnae (une, cum topilot (ho- 
mo) per eorporeitm ttntum «x re prettnli in «uMem attrahttnr. LXn. 
Daitk , nel XVIII del Purgatorio : 

Vostra apprensiva da esser verace 

Tragqt AUnufotu , e dentro a voi la spiega. 

(3| Cum 4Mum tioitinem meta aul pvi* eorpor^t (mafrinen . ani per m- 
tiontm fniMtHr. Per eorporit quidem Imaglntm , cum rjtu Kiutbilem JtffwsM 
tamgtnalnr : per raiionent «ero , eutn univeriatem tjiu titenttam , quae ett 
andina/ ruMmale tnorlole, eogiiat. UodoI., X. — E vnol^ tornare con la 
mente al t«sto recalo a pag. «7 not. 3, e tratto dal capitolo secondo del libro 
Dt fide THmiall*. 



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E II. SUO HECBNTB STORICO FRANCESE M9 

xioiìB e del mondo iacreato ueUa elerDÌtb dello Spirito supremo , 
apparteagODO a quella ragione, che piti propriamente dicesi pura e 
auporiore , perdiè è condizionata a concepirle nel piti aho punto 
dell'aficeodimento conosiùtivo [1]. E come Aristotile attribuì all'anima 
la potenza di diventare in alcun modo ( "^ ) tutte le cose , così il 
nostro filosofo vedeva nel pensiero la imitazione intellettuale d^'es- 
aere , e n^a necessitÀ di queste imitazione viva, e pù o meno fe- 
dele , e sempre indipendente dall'arbitrio dell'uomo, trovava il fon- 
damento saldo alla verità della scienza (2). Ma la cognizione delle cose, 
qoal che sia il p^o suo , non vuol esser confusa con quella che 
proceda dal semplice uso delle parole , e che noi chiameremo verbale. 
S'io dico ohe il fuoco è acqua, non posso non aver conformato il 
pensiero al valore dì queste voci , né non avere inteso quello che 
ho pensato e che dico ; ma il mio pensiero non potrebbe prendere 
questa forma comunicando intellettualmente eoa quelle due cose, 
Tona delle quali esclude l'altra per diversità di natura (3). Altro 
adunque è pensare le parole o le cose per mezzo delle parole; 
altro pensare le cose per doverie parlare. La cognizione reale ne- 
cessariamente è vera per legge organica nel mondo creato : quella 
veiliale può esser falsa per vizio e difetto o per arbitrio dell'uomo. 
Cerchiamo ora pib intimamente le cause , per le quali la verità 
del sapere sia necessaria, e determiniamo i gradi ancora di essa. 
Anselmo, non potendo presumere che la conoscenza, e l'oggetto a 



H) La ragione i già pura tostochè senza mescola manto d'immagini corporee 
possa avere sola da se U iotulzione delle essenze universali : quia ^sa iota ti 
pura contomplorì debet. Uà ella è perfetUmente pura quando è ragione superiore , 
cioè quando levasi al di sopra del mondo a considerare l' Ente assoluto. QiU 
flriM nondwm inUltìgit quomotlo plurti homlnri in ipteit sinE unus Aomo, qua- 
liler in Ola tecrrUttfna et aliiisima nniura coMupnhntdel quomodoplurts pn*- 
sotuu , quaram tingala quatqae ul perftctui lìtui , tfnl unas Deutf De Ade 
Trini!., U. L'unità è scala at peosìero , sicché s'inoalzi fioo a quella assoluta. E 
la speculaiione Kantiana procedette per questa via. Et i eoHlra fufdgafd per 
■aperforem rationem , am simpliciter , nre perfectn , tiK absi>lu(e essa , Md vt'a; 
ttn. Old [trt non «ite coanoteHur. Uonoi., XXVUI. St<t uiiqut Vrrbum, 
qua tt lUcU (Hmma taplfiilfa, eonvtnienliititiu dici poltit Vtrbum tjut iteuti- 
dvM superiorem rationem , quia ejus perrectam teoet gimilltudiaem. XXXlll. — 
Nei cap. LXIV trovasi nperior etmsidtraiio età. 

ai Aristot. Dt anima, Ul , 3. ; — Btoiiol. , XXXIII. 

l.^l Altltr tntm eogttalwr rtt , eum vox eam ttgni^caiu eogiiaiur ; aUttr 
CHiR jdfpfum , quo rtt eil , inUUigilw ile. Prosi., IV i - De veril., IL 



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130 SANT'ANSELMO D'AOSTA ' 

cni ella rìsguarda, abbiano ad essere uoa sola cosa, o a confon- 
dersi in uno , sapientemente distinse l'una dall'altro ', ed a questa 
dualità , che ad alcuni sembra essere impedimento alla verìth del 
sapere , e ragione allo scetticismo , egli , sema pensare allo scetti- 
cismo, recò la neces^t^ e la possibilità del sapere , e secondo (|ue- 
sta natura saa si mosse ad estimarne la verità nello spirito ornano. 
Una infinita varietà di (Rigetti sostanzialmente separati e di&renli 
da chi li detd>a conoscere , e questo spirilo nostro che li conosca, 
sono certamente un fatto maraviglioso ', ma la maraviglia , renden- 
doci piii desiderosi ed acuti ad investigarne ed iatendeme la ri- 
posta cagione , d deve anco disporre a misurare la profondità del 
concetto Aristotelico intomo alla potenza dell'anima , ed a seadre 
il pregio di quello di Anselmo , il quale vide nel penderò una 
imitazioue necessaria dell'essere. Per questa sua naturai proprietà 
tanto più il conoscimento dovrà rendere similitudine ddla cosa 
imitata , quanto meno questa per la propria sua essenza si «^sco- 
sta dal soggetto naturato a conoscere ; e la verità , che più fedel- 
mente nel penderò possa essere espressa , sarà quella che mo- 
strasi all'anima nella idea ch'ella debba avere di se medesima (f). 
Però il Vero assoluto non altrove ha sede che là ove la idea è 
consustanziale all'essere nella Natura creatrice , e contiene in se 
la essenza di tutte le cose ; 4 il Verbo dello Spirito supremo , e 
se ne distingue per questa proprietà sua senz'alterazione della lor 
comune unità (2). Se la creazione della materia , richiesta a co- 
stituire l'universo corporeo , sembra aprire un abisso fra questo e 
lo Spirito creatore, la necessità della ragione ci fece ancora con- 
cludere che ia essenza dei corpi creati è nello Spirito che U crea, 
e che senza l'alito sempre presente di lui tutta la natura ^ dis- 
solverebbe ucl nulla , come si disfà il nostro corpo poidid l'anima, 
che lo avviva , se ne sia dipartita. Onde fra il mondo corporeo e 
il mondo intellettuale non può non essere una convenienza, una 
analogia intima e misteriosa , il cui priudpio è da quello ed in 
quello slesso di tulle le cose create. E se queste non ci fanno ve- 



di iVan tttUla ralione nr(rnrl pnieit . chpii in«iu raUonaUi leipiam eogt- 
('indo (nUUiglt , imatlnem ipiiu* naici in $ua engilaltone ; immo ipram eogi- 
taUoMm «Hf tut num Imaglium , ad tjat limiUlwiiitem , camqwim tx fi»* 
mprmiont /brinala m. Moaol. XXXIII. , V. quello ebe segue. 

(Sj Honol. , XXXI e segg. 



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E IL SUO RECENTE STORICO KftANCESE iti 

dere immediatamente la verìtb loro essenziale , ma ce ne pongono 
innanzi ì secondi aspetti, che indi s'interzano nelle imitazioni del 
nostro spirito, questo nostro spìrito, in cui meglio che nei corpi 
risplende la similitudine della Ragione divina , ci leva a contem- 
plare la verità com'ella debba essere nella etema sua sede (1). 
Imperocché ritraendo il mondo nel suo pensiero e quasi trasmu- 
tandosi ÌDtellettualtneDte in Ini , ed essendo fedelìsàmo specchio 
di se a se medesimo, da questa idea, in cui egli vede la propria 
sua forma , fatta a somiglianza del Creatore e poi accresciuta di 
quella del mondo, debb'ossere condizionalo a conoscere il mondo 
meglio che nelle imitazioni immediate ch'egli faccia nel suo pen- 
siero degli oggetti sostanzialmente separati l'uno dall'altro, ed » 
vedere ad una luce piti pura quell'assolato Vero , da cui tutti gli 
altri derivano. 

Adunque'^la verità , una ed intera nel princìpio cosi delle cose 
come della scienza , è anzi sìgnìftcata dalle infinite forme di queste 
coee, che non contenuta in loro; e nell'ordine della creazione 
discende dagli oggetti al nostro pensiero , e da questo alle propo- 
sizioni del discorso , per quindi ritornare col pensiero , e con Io 
azioni guidate dal pensiero , a quel suo eterno principio. E fallacia 
né illusione non potrebbero aver luogo là , dov'è una lef^e posta 
dal Creatore; l^ge, al cui adempimento Egli medesimo intende 
eoa la sua presenza conservatrice. Ha la verità, che dalle cose 
viene al senso ed all'intelletto e quindi al discorso interiore, e che 
da questo si estrinseca nella proposizione, è recala dal nostro 
filosofo unicamenle alle cose; il quale, come i sapienti antichi, 
stimò die le parole fossero non i segni delle idee , ma i nomi de- 
gli oggetti , ai quali rìsguardano gl'intendimenti di chi favella o 
rampona (8). Non perché l'uomo possa parlare le cose senz'averle 



(1J ApUtrimt ftfjlitr jfua ilbtmet {mena rafionalù} nutetut tpecidum dici 
ptUnt , in gito iptatlaivr , vi ita dicam , imagintm fjut (tmnma* ntenliat), 
guam {atte ai faeimt videre lutivtì, Monol. , LXVII. B nel capitolo precederne 
mostrasi la necessiti ontologica della psicologia. > Qatd igitur aperliiu . quatti 
f«fa Mrtii raU<maUi quanto tivdlailiti ad it dftcmduM inttndU . tanto efflea- 
eiiu ad ilHui (itiminn* ttiratiaej eogniliimtm aieendU; «I quotilo ieip$am in- 
tieri negUfiii , Ionio oA «/ut jpMutalf(iti« detenàU t 

(S) VoMt non tignift ani viti T€t ftv. DeEramm., XXVII. La veriU dui 
pensiero aè quella della proposiziaDC flulltut tutti coum veriUtlii. De verit. , X. 
• Btenlm nim e*l vera oralio , quoc dteit fktmrum c«m aliquid , niti reipui 
AmcB.Si.lt., yaova Serie. T.III.P.Ii. lO 



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iti SANT'iNSELUO D'AOSTA 

pensato; ma perchè il peusi«ro, imitando l'essere, ha da lui la 
verità ch'egli in se ne ritrae, e che dod potrebbe esprìmere nella 
parola come un effetto , del quale egli Toese proprìamenle la causa. 
Di qui alcuno avrà cagione di dubitare se Anselmo attribuisse 
allo spirìtg umano una venta sua propria per rìspetto alle inveo- 
zioni poetiche , o come gli attribuisse la possibilità di esser poeta, 
lo peraltro non credo che ^li , il quale reputava essere la nostra 
anima lina viva immagine dello Spirito supremo, e che dalla idea 
divina ripeteva la creasione dell'universo, avesse delle arti belle 
un concetto inferiore a quella facoltà che le porta naturalmente a 
creare ; né che la sua dottrina del beilo avesse a patir [H^udixio 
dalla sua dottrina del vero. E trovo di ciò la fedele testimoniaota 
anco nel suo sdegno generoso verso i pittori , i quali falsificavano la 
beUezza assoluta nelle loro informi rappresentazioni del Dio fatt'uo- 
mo -, e piacerai ch'egli manifestasse al mondo quel suo nobilissimo 
sdegno da questa patria sua e dell'arte moderna (1). 



VII. 

Se noi ora ci volgiatuo a considerare brevemente l'ordine pra- 
tico, qui ancora troviamo la presenta e l'autorità dell'ontologioo 
principio , di die abtnauio ragionato ; il quale , però che informa 
organicamente la scienia, d^b'essere fondameùto a tutto l'ordine 
della umana vìia. L'essere e il bene hanno l'uno con l'altro conver- 
tibilità necessaria ; e l'operazione libera della creatura razionale , 
presupponendo il conoscimento, dovrebb' essere pienamente cono- 
sciuta da chi la eseguisce : e come la ragione va sempre più in 
alto di vero in vero finché non sì arresti in quella verità assoluta 
che soverchia ogni limitata intelligenta , cosi la volontà dee sempre 
tendere al meglio finché non si posi nel bene , del quale sia im- 
possibile trovare un altro più grande , e il quale però abbia me- 



1(1 atf^i fWluruni;iwgtU oliqaid tti (nlwmn si non «il In mmma nfrilaU. 
Ibid. 

(1; Eflo loUo indignai-i pravù pietoriOuf . cum ipéum Uoutfnum noMrun» 
infnrmi figttra pinfrl vUto. Cur Deus homo ,1,1. Bgli , come Ria r"'-""— 
scrisse i|iie«t'npera essendo io UaUa. 



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E IL SUO RECENTE STOllCO FRANCESE 133 

desimeisa con l'Enle aiaoluto (1). Imperocché l'uomo, ebe pur sa 
di esser nulla per se , sa eBÌaodio di esser fatto a similUndÌDe della 
Natura creatrice ; e io questa dbplice oo^izieoe inlende il luqgo 
ch'^ occupa nella costitOEione del mondo e l't^lo obe debba 
esercitarvi con Vwdinato iodirino di tutte le facoltk sue. Cbe se 
nell'eseere , che gli fa dato , trova questo s^oo della dinuitìi , il 
suo pib ardente desiderio , il suo costante proposito , il suo per- 
petuo dovere sarti quello di esprimere con efibtto vokialarìo , e 
meno imperfettamente che e^ possa, nella forma della vita, la 
sublime innaagioe dtdla perfnioue divina (S). — Tutto era stabilito 
e disposto con decreto eterno dalla Sapienza onnipotente : il du- 
inero degli esseri , i loro ordini , i tempi e il corso dei loro motiv 
E il minimo vHmiccìuoIq ha il suo valore propc^zionato , e non 
sovrabbonda alla ìntegrìth ed aUa bellezia dell'universo (8). Ha la 
superiorità della sostanza iniiuateriale ridùede che Del prooesao 
nniversate della natura le sorti delle sostanze corporee debbano 
servire a lei ; onde non pure si dee volere che il nostro corpo «h- 
bedisoa alla nostra mente , ma si dee credere cb» questa sia de- 
stinata per la incorruttibilith sua a vìvere la eto-na vita nella ^ttb 
delle intelHgenze pare, e che il destino glorioso dell'uomo ulUma- 
mente ti coin}rfa in una ^lendìda rinnovasione dei mondo (4). 
Dallo Spirito creatore non veoeodo se Dm l'eosere e il bene , né 
potendo esservi cosa la quale non venga da lui , iodi conseguita 



(<J puff tntm ittgtt ^iiaraiinguf m«f(era «miI in poUslalt , m matftt 
NIC (M«re tn vobmtal» ? . . . Bine ilaqiu tailt pattnttr «(driHr . omtte ralio- 
nalR ad hoc eititlere , u( $ieut ratione diKréUtmU oUijnld magi» vel mtnus bo- 
iram , tir» non ftontiin JmHeat , ita magit aul mtnai id amit mi rttpvat eie. 
Moool., LXVin. Cur Deus homo, II, L 

(9) Contequi ilaqiu tUdetur quod ntKnnaUi ereattira nMl tantum dtbit 
itudm , fHam Aane imaglnen Mf per nalunlem potmMam fmpTHMiR , ptr 
eolutuarium ifftetum nsprUNre. UodoI. , LXVin. 

(3l ltii(ioiiaf«in naAiram . fua« Dei ecnlampiaUone beata rei eit , Vfl fk- 
Imra ttt , in qitadam rationablU et perfetto numero prateeilain eia a Veo, 
ita ut nee maiortm , iwc minnnm taatn ette deeeat , non tU daMlawhtM. 
Cor Deus homo , 1 , 16. — Sed ti perfeetio mundanae crealurat non (anlnm 
mi tatelHgenda in numero indivlduomm , iptam in ninnerò n'iiw-arvm , n«- 
MtM «il kummom nainram avi od eomplementntn ^u»dem perfteUonit ette 
faetait , ani itti mperalmndare : qwtd de minimi vermienH nalura <neer« 
wm awfamuf «le. Cor Deas homo , 1 , 16. 

((; Credimut hone mnnrff molem corpormtM in ineHut mowmia» eie. Ibld. 



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tu sant'anseluo o'aostì 

che il male sostaDiialmente non sia , e che unicamente conasta in 
una privazione o corruzione del bene permessa per altri beni più 
^audi da Lui che oonsM^a ciò die ha creato, e che non lascia 
che i moti disordinati prevalgano al generale adempimenLo delle 
SQO leggi (1). Cos\ la conservazione in qu«eto regno divino si con- 
viene perfettamenle con la creazione ; la quale è fonte solamente 
dell'essere : e la conservata attualità dell'essere, e quindi del bene, 
corregge , trasforma e toglie via il male , il quale , come abbiamo 
detto , non ba realth sostanziale (S). 

Questa adunque è la città terrena, in cui l'uomo, sotto il 
governo della divinità , abbia a compiere il degno suo ol&cio per 
trovar luogo nella cittadinanza celeste. Ha l'uomo , e tutte te altre 
creature per se essendo nulla , e tutto quello che scmo , e che 
hanno , dovendo al Creatore , la sovranità della legge morale mi- 
sura in questo sistema la sua forza imperiosa con la entità asso- 
lata del Le^slatore sovrano ; misura la soggezione di chi debba 
esegairta con la sua dipeodeoza sostanziale da Chi £ il principio 
ed il fine di tutte le cose : e quel campo , ohe sembra cbindere 
all'uso della libertà dell'arbitrio, lo apre all'intervento della divinità 
nel dramma della vita. Però il Cristianesimo necessariamente tor- 
naci innanzi , e senza riguardarvi bene non potremmo andare al 
fondo della dottrina morale del nostro filosofo. 



(I) .... Nthil lU aptrtiut , qaam nultam rnn tu» nwIuM, lue nUwt 
tu» malìim , qwtm abuntia» ìmUIìm i*TtUeUu in twJiMfale . avi fu aUfu 
r« propM* mala» voJwUaUin. De casu diaboli , XIX. — SimpUit qnlppt ma- 
l*m «Il ImJailiUa ; qnmdlM tWN ttl aUìid , qium mahtm , qumt niUl Mi. AU- 
quid Mro ma(um eit notam , ta qua iil fn/iuCilla : qitta ttt aUqtM , M alimi 
qmim InJutliUa , qmit maUtn tt ittKU ut. Qwm qiud altquid ett , a Dmt M 
et Dtl ut; quod wro nikU Iti , id ttt maliun , ab injiuio |ll fi «Ju Mi. XX. 
Vedi quello che sflgue , e 1 capitoli XXVI , XXVII e XXVIII. - De concord. 
praeec. eie. VII , e te. 

(8j Sic itaqu» faeit Ikus In omiUbni voUmtaUbu» tt operibut boni* tt 
qitod ttttPtiaHUr tunt , tt qiiott btma tvnl ; in maUi mto non quod vaia tw»l, 
Hd lanluM qwul ptr tueMa» timi. De concordia etc., VII. La creatura rauonale 
Toleodo ed operando quello cbe dava , «1 in rtrum itnivtriitatt ordltum , ri 
«fiud«M uitiìieriiUUUpHlehTltiuitnem,qita%titn in iptai ttt, wrmt. Cur Deui 
boa», I , 10. — Et Itoc . quod pervertt vuU , v*t aaU, in unirirtilaUt prarftUM 
ardintm et jmUhrituiÈintm niMma SnptonUa towotrUt. Ibid. — Dt malo bomm 
facirt potiàU ; ut nte Malum fnnrdiiwluin fn regno omnipoienlit tapienUa» 
ptrmanem. De o»u dlaboii, XXV. 



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E IL SUOJtECBNTE STORICO PBANCESE 125 

L'oomo per ìa sua natura limitata e contiogmle non pa& avere 
uoa T(doatb , le quale sia legge a se stewa ,- ma dee conformarla 
alla legge , ohe gli fa posta dal Sovrano ohe crea , e ch'egli può 
trovare e trova ndl'ordina delle cose con la sua ragione , e nella 
sua ra^no medesima. Imperocché egli non ebbe la facoUé di 
volere, acciocché consefjuìsse ciò che piti gli andasse a diletto, ma 
acciocché volesse quello che deve; onde in questa conformità de'snoi 
desiderìì ed intendimenti col suo dovere è la rettitodioe ddla sua 
volontà, e la verità della vita pratica [1). Ben ai vede che ^i 
non potè ooa avere questa retta (Usposizìoiie di animo (»nginal- 
siente da Dio.; il qo^ non avrebbe saputo fare l'opera sua , se 
all'uomo non avesse dato ciò che m^o fosse richiesto alla sua 
natura : e facendogli dono di questa rettitudine , che ance è giu- 
stìzia, gli diede insieme la facoltà di conservarla, e di farsene 
merito se religìosameate la coDServasse (S). La facoltà , di ch'io 
parlo, fa il libero arbìtrio; il quale dall'uà de'Iati s'inisia nella 
ragione, che ne faccia conoscere ciò che à dee conservare, dall'al- 
tro si termina nella volontà , cbe si rimanga ferma nel ctKiser- 
varìo (3). Perdere la libertà dell'arbitrio l'uomo non pobebbemai, 
che DMi perdesse ancora il pròprio suo essere , o mutasse natura; 
e nessana forza estema potrebbe privarlo mai della rettitudine 
del volere , la quale il Creatore non gli sapreste togliere , e che 
egli solamente perde quando da se medesimo se ne spoglia (4). 
L'animale bmto non ha volontà , la quale « sottopoi^ da se alla 
legge propria d^a sua vita ; ma si Jascia andare all'appetito della 
carne secondocbè questa necessità naturalmente porta. L'anima 
umana , che rì^ra se in se medesima , conoscendo quello che debba 
fare e volendolo , vuole il medesimo suo volere ; unica e verace 
fnitonomia , la quale ai possa attribuire alla vcdontà della creativa 

(1) SMit$ entm Dti et» d«6«l tic tolunlale propria mlle aUliM, al ra- 
ptrionmMn uquatur voUmWem. De cuti diab. , IV ; De llb. trbitr., XIV, I.e 
creature razionali ebbero la libertà dell' ai bitrlu tum ad atteipundum qwnI 
twUml, Hi ad volrodun fuod dtbernl. De lib. arbili.. III. 

(S) Kationolem ermlu'am Juttam [aelam et$t , ti ad hoc, ut Deo frumdii 
beata etti, non ntga*. Cur Dau» bomo, 1. 9. Il, 4. — Jiailal, Ubertatnt 
arbtlrU data» tue rationali noJurnc ad lervandam aceepta» rteUtudintin vo~ 
tmtlaiii. De lib. arbllr., III. 

lì) £x hit Miii<rii« contlal prtu(iila liberias arbitra, IV. 

(ij Vili, 



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12fi sant'ìNsrtmo d'aosta 

rasionale (1). Ha distingoasl il principio dinamico, la (acoltà , lo 
stromento con che l'anima vutrie , e che 6 ssoipre lo stono, né per 
intemizìone di atti vien maio , dall'uw die dia ne faccia e da^ 
eBMti che ne procedono ; i (piali sono in gran Domerò , e non tatti 
egualmente profittevolt , uè di una stessa bontb (S). Distinguasi ciò 
che l'uomo vuoie, dalla cagione per la quale egS vuoto e iebba 
volere; che sono le doe cose da ricercarsi in ogni atto volontario, 
siccome qodle che insieme ne comfneno la rettitadine. Perche ret- 
tamente intendere, uè rettamente operare non basta, chi anco 
non voglia dirittamente: e la dirittura della volontà umana lum 
è sincera e perfetta s'dla non 6 voluta per se , ed 6 conservata 
per altro che per lei stessa (3). Da ci6 si comprende che poter 
trasgredire lale^, poter soddisfare air^bitrio e mancare al do- 
vere non è liberta , ma impotenia e servitti ; e che la verace li- 
bertà consiste nel poter conservare con invincibile petseveransa 
la rettitudine del vdere. Chi ha l'impero di se non serve a pote- 
stà ahena da lui : riprova ed eto^ seoondochè gK venga mostrato 
e prescrìtto dalla ragione : e checché ^ opponga alla costania dd 
suo proposito magnanimamente vince; forca iaterìweche non fal- 
fisce nai , perchè è volontà conforme alla legge etema di Dio (4). 

(1) In rquo namfiie non Ipta volimta» tt tubjMl , itd natitroHUr tubie- 
ra itmpfr Tuceitilate appetUai carni* igrvit. De llb. ailiitr. , V. Ha l'uomo 
tea» non peuu tittUut , qida v*l(« non poiMl lutem wt». E la volontl ant ^« 
«alti». . ..eoniflilii ;|itn)ieoiu«tMH«i ,noM nalWMltttr , iweezMewrilal*. . . . 
•ed tx le nperU videlur Mtere. ibid. 

i2( vu: 

(3) Omnit volttuat ifcut mtU aKqiiid , ila culi propur atiipUd. . . Qaip- 
|M non ffldg^ reela debet ette voUndo f ttod dibet , gvain tMtntdo prapler fitod 
Atei. QuapTppUr om»t* voUmUi ftcbtl 4«ld M Mr : ohmIm noMfiw mfMI 
volumui ttìtì »U ear vellmia. . . Voluniat ergo iUn julo tìtenda ttt , qniu «d 
reetitudinem tereal propier iptam reeUtwldum. ItuUlia igitur ett reeliiwlo 
VOtnnlmtU propier te temala. De verttate, Xn. 

(i) Nee Uberlat , net part HbtrlalU «il poletlv ipeeeandt. De Db arb. , I. 
Velli Ipiam reeiiludlnem periemrmUer ett iUi ( vnlnniiilt | vineere : Hlfo an- 

lem qund non debet . eit iUi vinci V. — Qal luae ptiteUnHi cil.^trt 

non lerviat , me alienae poteltatii iti . ui urvlat, quamvit potetlnle uui tir- 
vlre pouft. . . eie. II. NMl Uberiut ricta volitntaU , eoi nulla Hi alitna po- 
Utt tìtam aaferTe reelitiuUneni. IX. JtuttO , qua InUtllgUur reeUludo . doetl 
rieUtuàiium illam ejutdim rwlUudinli amore nmper ette Hrcondam ,- e1 
quUquid obtendilw ni diuratur , ette eoniemtiendum ; a(fu« wlittuati* ett , u( 
Ipia quoque reprobel el lUgal . qaemadmodum ratUmit iiUetUclut monitral : 



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E IL SUO HECIiNIll STOHICO FBAFiCESE 127 

Adunque l'ordia morale prende U bella sua forma e si effettua 
netrademphneoto dì on sublime dovere , ette ccHidixiooa l'uomo 
a perfenonarsi nella stimlitudìne della divina «ocdleota. Ma poobJ 
hanno la f^icità di oomjHere fedelmente questo arduo dovere ; 
perchè l'affetto , col qn^ ci moviamo v«rBO il bene , In^po spesso 
c'inganna. Possiamo liberamente moverci alle oosa utili ed alle one- 
ste (1) : ma chi ceree sohanto le cose utili don vuole la vera Mì-r 
cita , alla quale non si giunge aenaa giualiiia ; laddove «hi raco(^ 
glie tutti ■ SUOI amori in queUo deUa rettitudine e d^a ^stiaia 
per se, sarebbe felice anco sema i camedi e le utìUtàebe non oerca, 
perchè oca gli mancherebbe quello <Ae vude e ohe dee volere (3). 
Questo generoso amore , At ti fa po^rarre tutte le ragioDi ddl'ulile 
a qudla dell'onesto , e ti rende beato Bell'osservanse dsi tuo do- 
vere , non lascia neppure die l'odio o il timore della pena ti sia 
eagion sufficiente a non violare la hoggfi. Premio e gastigo segui- 
tauo infaHihilmeale nel re^^ divino alle opere buone e malvage (3)-, 
ma il principio eoderaonico dipende da quello della nwral perfe- 
xlone , nella quale come prende fn-raa tutia la possibile verità del- 
ressere umano, così non può non trovarsi ance tutto il bene ohe 

L'eesoDia e l'unità ddla umana naiura, estrinsecatasi dalla Idea 
creatrice nella viVa forma del primo uomo, comuoicoa» dipoi, e 
tuttavia si viene commuDÌtìando per generaiiime fra tutti gli uomì- 
bì che nascono sopra la t»Fa. Onde ia innesta varietà di schiatte 
e in ianta diversità di vita , .quant« ne sono stata , ne sono e sa- 
ranno , l'unità radicale persevera ; e nella sifp<»ia e paternità ath 
prannatnrale del Creatore, e nella paiemilà naturale dell'uomo 
crealo samo tutti consuvi e fratelli. Di qui discendtmo ì due pre- 

mé koe fnim titaaimt datae hmU raUanaU ertalira* vatuntai ti ratio. De 
CAOcord. praMC. ete-, VI. 

(4) XMMMMMMlnUltulJtooqiuMlMiiMtfil, oHldwM. Cur Doub bomo, 1, 18. 

Hi Et d aia (agàetioi qmu ti voltndi ooMModitm pn»>l«r iitstiUam 
•mnAio NOm «Md in aMmm , twta lofiwa «IM( anima mia diltelloni juMliat, 
«Mc ■NoimHf ttmt mUtra ftr otaMUoM aUnfM alUriuà eommudl , quia non 
Mdipcnl M rt, 4«am non v*U»t : Ma viro afficliQ , qttae tu volmH eommo- 
4km . p«r 4IMWI tltam mhnm jiuU wHtmt tttt beali , tt Mia lutiit , nm ititi 
imittritm fdtit , qttia ntugNan a<t lue, qaod appetii, Hitt Jtulitia perlingll. 
De volunlAle. 

(3) Mwn «vrONoft duH alUttum in tuo t'9»ii inoràituitxtm Oimiiitre. Cui 
Deus bomo , 1 , 41 , «(e. 



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128 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

cettì àbii» ìeggB inereDte alla nostra natura ; la quale ci comanda 
di fare ai nostri rimili quel bene che vorremmo , e di non fare 
qael male che non vorremmo che da loro fosse fatto a nt» ; pre- 
cetti nei quali coDChindesi tutta la sostanea di qudla legge na- 
turale, e cbe sono una parte deUa' istiiurìoae divina (1). 

Or se i legami , che conginugono gli uomini in Dio e con Dio, 
e ciascun nomo con gli altri e nella comune umanità, sono cosk 
inlimi e neceasarii, come abbiamo veduto, oertaraenla l'ordin mo- 
rale dovrà avere effetto per la cooperazione di tutti ; i quali co- 
municando Hisieme di spirito e armonissando con la reltitn^ne 
delle volotatb all'unita primitiva, avverino il re^o di Dio nella 
loro vita , e se ne rendano testimonianza fra loro con l'esercizio 
delle facoUii propriamente umane. E se le rettitudini, quante ne pos- 
sano essere conservate ed esercitate , si riducono tutte ad una onlla 
intera vmtìi dell'essere umano cbe trovasi uei Vertn divino, la 
unit^ e la comunione della essenta non confoudoDO le individue 
persone né i meriti pertenali; e ciascuno dee perfezionare àngo- 
iarniente se nella specifica forma dell'uomo (S). Ma l'uomo, il quale 
per abuso di liberti) si spofi^ ddla rettitudine originale , avrà egli 
la faooltk di ricuperarla solo da se , egli , che per se medeùmo è 
nulla , e che da se nulla potrebbe tqwrare? Anselmo, riconosceDdo 
nella creatura razionale il dovere di conservare questa rettitudine , 
e niegandole la facoltà dì ricuperarla , qnando per sua p\)jHÌa 
colpa l'abbia pradnta , non reputava che dovesse così assolutamente 
p^ere se stessa nella uoith della Essenza creatrice, che dal prìi>- 
oipio fondamentale della sua dottrina, il quale esclude il pantMsmo, 



(1 ) Kaivra U doixl , hI eonteno (ito , fd «ti Ivma AomM , faeiat fw>d 
liM ab ilio trif litri tic. Cur Deus homo , I . SO. huUMio OititM . Dti nolHHlai 
non improprie appillatw. Det aultm inttilutlo in dtto ditidi poteri : <n pr«(- 
eepta divinamm Seripturaram , ci m (igm naturaUM. De voluaUte Dei , U. 
Or quesU legge , li quale homiiU intita ut , e che è dui cou madeslDM <die la 
ragione ( tx vi rationi$ animae , m lufttruJi telUetl Wpe . data a Dto ) , con- 
siste In queEto precetto : Qmi Ubi /Ieri ìKlutrlt , tMarl m ftetrit. Ibid. « lU. 

(S) Una igitUT et eadtm gtt omnium reelilMto, ■ . . I m propria ImiM vtt 
ilUu* rei tue tUettur ; ftmffi'am tlUt non Ut iptit retta , omI m: ^Mte , omI ptr 
ipiat , (n qitibìu ette dicilur , habet nium tue ; ui enm nt ipmi «wiumUm 
(llain ihM . quM itmptr praeHo tst hit , quat itwl tietU (Meni , lime déelttr 
huftu vH illhu vtritat. ... /la tumma wrlKu ptr tt fNbfCfUM, «mitili* rti 
«ri: ted cum aliquid Mctuuttm Ulam «ri, lune tjiu «UeUiir mHIm ttt reeti- 
(Hdo, De verllale , XIII, De conceptu virg. et orìg. pece. , I. 



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E IL SUO BECENTE STORICO FHANCESB <29 

aveMera a derivarsi i medesinai efiettì , ehe al panteismo sogliono 
coosegniMre (1). Auselmo non intendeva che, l'uomo si restasse 
privo di siogolariik personale ; e tanto megUo voleva acerescerlo 
di dignitk , quanto più necessariamente lo teoesse congiunto cen 
Dio per legge di creazioDe. Ha perciò appunto a eohii , il quale , 
violando la l^ge , siasi separato moralmente dal Legislatore , che 
crea , non resta altro di proprio se non la possibilità di far 
male e la impotenza di recaperare la reltìtadiue cb'^i si ab- 
bia perduta Che se egli sappia esser costante nel conservarla , 
anco l'ordine della vita si rimane^nella sua originai eondiiione : ae 
M se oe spo^, l'intervento, Tatto della divinità è necesB»- 
rio a ricostituire la viu ati vero e primitivo suo ordine. Onde, 
sp(^liatosene il primo nomo, in cui era tutta la nostra natura , 
alla veritli di questa mancò la scltieita somi^imia con l'eterno 
Esemplare, e se ne comunicarono le triste coDaeguenze a Catta la 
umana generazione (8). Qui il realismo di Anselmo mostra le soe 
scientifiche e profonde consunzioni col Crìstìanesimo ; allo quali 
desidero che anco i miei lettori {wnlondameate riguardino. 

Voleulieri avrei raccdto dai libri del nostro filosofo la sua dot- 
trina della civiltà cristiana, se egli intomo alla Chiesa e allo Stalo, 
che organila mente la costituiscono , ci avesse detto quanto bastasse 
a doverla mettere insieme. Tutte le fonti del dritto, secondo i suoi 
princi[ài , sono necessariamente divine : e come al possibile adem- 
pimento della legge morale è richiesta la [resenza aiutatrice del 
Creatore che la pose e che la conserva , cos) la costituzione della 
città , l'esercizio dei poteri politici , e checché abbia attinenza al- 
l'amministrazione della giustizia, dovevano parere ad Anselmo una 
perpetua e più 9 meno vera esplicazione ed applicazione del gius 
divino ; e i rettori , che meglio governassero la cosa pubblica, es- 
sere i rappresentanti del Signore dell'universo (3). Ma la questione 

(1) Do lib. arbitr. , X. 

(S) Qmmiam tmmma naiura lula era! in parealitnit primi< , loia 

i» UH* vbla M{ Hf ptccartt. Cut Deus homo , 1 , 18. De coDCeptu viig. eL 
pece. , orig. U , Prosi. , XVUI. j 

(3) Ad nttltuM enim peritiM vindielam faeere , niii ad tilam <fui liami- 
niM M amnfun. Nam eum terrtnae poUilnfet hoc recle bciunt, tpu /iteli 
IMmt , a quo ad hoc iptum lunl onUnaloe, Cur Deus homo , XII. — Coloro , 
i quali credoDD che il gius dìTiao sia più allo a coDucrare la scbiavitd de'p^ 
poli, cbe a foodare la vera libertà politica, coorondoDO i falli coi prlnci|>ii, 
ma inlendoDo la ragione di queste cose. 

Aiicu.St.It. Ifavea Serie, T.ni, P.ìi. 17 



,t,ze.i>y Google 



430 SANT'ANSELMO E IL SUO STORICO FRANCESE 

foDdamealale della crìstiana civiltà , chi sappia vederne bene la 
iolioia e propria Datura , domandava una da[riice solotione da 
questa filosofia. Perchè dall'uà de' lati bisognava recare alla Ragione 
creatrice e conservatrice tutta la rettitudine e la verità morale 
dell'ordine politico ; bisognava dall'altro determinare se per la uma- 
nità assunta da questa Ragion divina, io cui prende forma la 
Chiesa , anco quelle eterne fonti del dritto passarono sotto l'auto- 
ritb di lei ; dalla quale pere nelle nazioni cristiane avesse a dipen- 
dere lo stato. Dante , che vide il fondo della questicHie e che voleva 
la indipendenza del potere politico dall'ecclesiastico, mostrò che lo 
impero esisteva prima della Chiesa ; che egfi era divinamenle ordi- 
nato a prepararne le stabilimento ; e che la sua legittima aoloritb 
nelle cose temporali fa riccHiosciuta ed asserita dal Fondatore me- 
desimo della Chiesa. E Anselmo dalle intime necessità , nelle quali 
trovava la congiuazioae indissolubile tra la ragione e la fede, do- 
veva poter dedurre una sua dottrina , la quale distinguesse gli 
ofScii cosi della Chiesa , come ddlo Stato , e ne fermasse scienti- 
ficamente la necessaria concordia. 



Silvestro Centofantl 



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DEI RECENTI STUDJ 

ANTICA CIVILTÀ ARABICA 

DEI MUSULMAM IN SICILIA 
DI MICHELE AMARI 



Pn già tempo, in coi m credeva e ripeteva dai [hù, che Mao- 
metto avesse comandata come un sacro dovere l' igaoranza ai cre- 
denti , qiiantunqae dal Corano e dalla tradixioae fosse detto il con- 
trario, e quantunque i fatti mostrassero cbe nei secoli più tene- 
brosi del medio evo, i Musulmani avevano creato un nuovo e 
grande incivilimento nelle contrade deQ'Aaa, dell'Amica e dell'Eu- 
ropa ove portarono la loro dominatione. Siffatta credenza divulgata 
dai Greci che cacciava di Costantinopoli il furore dei Turchi , sì 
radica per tutta Earopa, e durava salda anche nel secolo scorso 
tra i più, né era spenta affiatto al principio del secolo docimono- 
DO (1). Puro quell'eiTore cominciò a dileguarsi, come tanti altri, 

(0 • ADcorcbi gl[ avaui d«11a storia Saraoaiica ci deuero certo leattmo- 
nk> , obe wUo al domiDÌo Muaulmano alcune buooe condizioni «1 ebb« la do> 
Eira isola , pure tanto danno patirono le carie arabiche di Sicilia per furore di 
armi e di religione , e cosi scoooBctale se ne giacevano le rimaneotl per inflno 
al caduto secolo , cbe di qnel Saradul Siciliaoi non altra idea si portava dal ge- 
nerale del nostri storici, che di popoli barbari e distruttori. E sono molti tra I 
moderni stessi , disconoscenti si fattamente dell'arabica civiltà e letlerainre , cbe 
vorrebbero che in quell'eli li Saracint di Sicilia fossero stati tanto selvaggi , 
con» que'piiml della ra^ umana, che si annidavano per 11 boscbl ■. H*iito> 
■HA , Nbtiija storiche dti SaracMi Sieitiimi , Voi. primo, pag. S. 



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13S DKI Ht;C£NTI STUDJ 

ol primo risorgere degli studi storici : e il Muratori , primo rivela- 
tore di tutto il medio evo, affermava con ragione che la civiltà 
deve in gran parte il tuo risorgimento a quegli Arabi o Saraceni, 
creduti ignoranti dal volgo e stati maestri degli avi nostri (1). E 
oramai è dimostrato da documenti solenni e infiniti che, mentre 
i paesi cristiani erano ingombri delle piti folte tenebre , le scienze 
e le lettere rifiorivano spleodidameate t Bagdad , a Bassora, al 
Cairo, in Spagna e in Sicilia per opera dei Maomettani , che ricer- 
cando e dìSbodeado la sapienza antica, stettero come anello tra 
la civiltà greca e romana e quella che venne poscia a illuminare 
l'età moderna. È noto <^i a tutti, come ■ sultani Abassidi di 
Bagdad accolsero intomo a sé i dotti di tutti i paesi , e consacrarono 
immenà tesori al culto della, scienza , e come la stessa opera fii 
continuata alacremente dagli invasori di Spagna, che, tolleraatis- 
simi coi vinti, ricercarono Ebrei e Cristiani, e usarono l'ingegno 
di tutti per rinnovare e rimettere in corso l'antico sapere. Allora 
le opere greche furono tradotte in arabico, e da questo passa- 
rono commentate e tradotte di nuovo nelle altre lingue d'Ea- 
ropa. Quindi la medicina rìtrovb Ippocrate e Galeno; l'aslronoraia, 
per meczo di Alfergan, di Tabetben Corrah e di Albumasar , toroA 
alla predàone delia scienza antica ; e la filosofia ricevè il coq» 
intero dell' aris toteUsmo , cioè l'enciclopedia delle scieiue antiche (Si- 
Quelle opero tradotte e commentate si sparsero rapidamente, mas- 
sime per mezzo degli Etvei, che per la loro attiviti commerciali 
e faoilitii ad apprender le lingue erano gli inlermediarii naturali 
tra Musulmani e CrìsUaDì , (e cui relazioni da una parte si op^^- 
vano per la via di Spagna e dall'altra per la Sicilia e pel regno di 
Napoli , e si rendevano sempre pii facili per l'allargarsi della lin- 
}(ua arabica, la quale occupò in Europa, la Spagna e la Sicilia; in 
.Affrica, mozzo il continente dal Mediterraneo all' Equatore; in Asia, 
tutta la regione meridionale infìno a Java; e a Settentrione , le pro- 
vinole russe tino a Kazan ; e in Europa lasciò gran copia di vo- 
caboli allo spagnuolo , al portoghese , e non pochi alle altre lingue 
neo-latine (3) ; « i quali vocaboli denotano quasi tutti cose scien- 

'.t) V. Aniiquit. Med. obbì, liiaert. 4t. 

tS) Vedi RmAN, An*rroii tt eAvtrrvame, Piris , ISSi; pag. «SS e seg. 

13) Uolta «ODO le parole che dill'arab» vennero oH'italiana come i <['^ 
tiilte le lingue d' Europa, in 4|ue*le citiamo le seguenti : Alcali , Aleota , Àt- 
Mmia , Algebra , dl'nanaei" , Almiranle , Ambra , Ar^fiuile , Balio. Balialo. 



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sull'antica civiltà arabica f33 

tifiebe o lavori di manifotture, e prorano quanto i popoli crìstiaiiì 
del medio evo fossero rimasi al di sotto de'musulmani nella 
sciensa aell'iadustrìa » (1). 

Oggi questa materia eì va cootìnuameate rìschiarando di no- 
vella luce. L'archetriogia orìflntaki, meglio studiata, ci fa cono- 
scere l'Egitto, l'Assirìa, l'Arabia, l' India , la Persia. Gli sto^j 
delle lingue dell'Asia fiorenti in Europa e in America , le 
■ Accademie orientali e i giornali asiatici islitottì nelle grandi 
cittA enropee e anche oltre l'Atlantico, mentre ci rivelano la 
sa^ùenza e le religioni indiane e persiane , accrescono ogni dì i 
monumenti della storia degli Arabi , a cui a poco a poco si va 
restituendo la parte che ebbero nel moderno incivilimento. Gìk coi 
tnanoscHtti arabici fu tentala la slorìa di Spagna (2); scritta la 



Baracaat , Bardassa , BaróassoiM , Caia , Calafalan , CooiKìia , Canfora , Ca- 
raffa , Caravcna, Caiaero , Cotona, Cremai , Dado, Dogana, fcmdaeo, Gaait- 
la , Giraffa , Otarra , Giubba . Gomma . Limone , Uagaitino , Matchtra , Mt- 
tchino, Rieamart , Kotolo , Sentale. Tamburo, Taiaa, Zecca, ZibtUo, Zitiiò- 
bo, ee. ec. Vedioa pib *<lre nei Commmlarii del Winicm, ptg. 341. In Slct- 
lii gli Anbl portarono molti nomi geografici. Dalla loro voce Eaiat , fiiriena. 
Castello , Teonn-o : Calatafimi , Castello d'EutSmio ; CaUabelbMa , Castello delle 
QMTcte ; Caltaniitttla , Castello delle Femmine. Dall'arabo llsiizel, che vate Jtfm- 
tkm» o vico , Tenne Uiaitmeri , Maraimu o vico detrSmiro. Da Bfts , capo o pro- 
montorio, leDuero ; Riu ii oniir , promontorio de'Porci ; Aaaoearatni, promonto- 
rio del Vignaiuoli i Haticormo, promontorio del *ertica prominente [Ira Peloro 
e llllazzo ) ; Kasicalbo , promonlorìo del Cane { tra Cefalb e Pollina ). Da Harsa , 
che per gli Arabi é porlo , vennero i Mariomemi , porto delle Colombe ( presso 
a Pachino ) ; Manata , porto Nobile o porto di AU, Da Dichabal viene irott|7ib«l- 
lo i unite nello stesso nome due parole , Ialina e arabica , che EignìBcano la 
stessa cosa. 

(1) T. HUMrt generale et sytlime compare dai Uuiguei sémitiquii, par Erhut 
BUAR , Paria , 48011. Di questa opera premiata dall'Istituto, dette uUimamenle 
un bel ragguaglio I'Ahaii nella Itiuiiia Enciclopatica ItalimM di Torino l(gen< 
■Mio e febbrajo 48B6 ) , d'onde abbiamo IraUo l« sovraccitaie parole. 

(S) Coani , Hiiloria de la domliiadon de fax itrotiM «* Etpatia , toooda de 
nrfot DMMtMonicf y memoriat arabigaa , Madrid , 4880-ìU ; 3 voi. in (lo. DI 
<piesta storia, a cui li critica più recente concede poca autoritì, il signor De Mar- 
lés , teca una compiiaiione che (o tradotta in italiano e pubblicata nel 1836 a 
Milano , col titolo di Storia della dominattoHe degU Àrabi e dei Mori in bpagna 
e Portogallo , compilala dal Hgnor Ds HauIs , «opra quella (rod'illa dall'arabo 
da GinnPH Cawei. Dall'opera del Conde trasse I fatti ancbo il Viakuot pel suo 
Euai jw l'Mttoire dee Arabes et de* JKttbj d'StpagM , Parit , tS33. Opera ri- 
dila poscia sopra un piano piit largo , e pubblicata a Parigi nel 4SSI. 



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13i ' DEI IIECBMI STUU 

Storia geoerate dei Calili (i) eoo docameuti inediti dod usati fin- 
qul ; studiata la scieaca naturale degli Arabi (2) , la loro filosofia e la 
parte che vi ebbero gli Ebrei (3] ; la etoria letteraria (4) e la biblio- 
gra6a (S). Altri studiarono le leggi, trattarono del diritto pubblico 
e privato, rìcercarono la costituzione della proprietà territoriale 
fra i Musulmani, e la loro amministrazione nelle provincie (6). 

Hi Weil , Giichlchtt dar Clutlifaa nach KandzchriflMehtn gTOttteatheUs na^h 
unbMtJKIm Qaelttn ttù. HaDbefm , 4346 e 1S48. 

{%] WUtTEHriLD , Gmchiehte der aroMKhm Aerale und Natwfosclur , GtM- 
tiogen , 48U. Elude* nr te traile da méiUein« d'Abou-Diafar Ah'mad iatituié > La 
pi:«TÌBioii du TOrageur ■ , par G. Dugat , Paris , <S53. 

(3] Olire agli importanti lavori dei Huncli sulla fllosoCla araba ed ebrea del 
medio-evu , deblwoo ricordarsi fra i plb recenti lavori : ProcHcal PUlosopI^ of 
(b« Muhammtdan people ctc. a (nuulofion of the Akbafc-I- Talaly by W.P.Tom- 
psoo , London und Paria , 1839. BiTTim , UtìMr WMr« KemtaUi dtr arab. Phit. , 
Goelt. 48U ; Scharistani , Bodk of rfUgiOfU and philotcpMcnl i#cli , pubblicato In 
arabico da W. Curetoo I London , <8i6 ) , e tradotto da HaarbrUcker [Halle, <SU 
IBM); GtreBRBiriiKa , Die BeUgiom-Phitosophie dti R. Abraham ben David 
ba-Levi, Augsburg 48ISO; Luizito , Nolice tvr Batdat ScImpknnU , Parli , ifKH; 
BiHÀH , Ànerroit et CÀverrtiùme , Paris , 18BS. 

(4) Molte questioni della storia letteraria degli *- Arabi poaaono vedersi nel 
Antmol Atìatique di Parigi. Il Weil scrisse della letteratura poetica degli Arabi 
prima di Ifaomelto, e nei primi tempi dell' Islam Ismo : Diepoalucha LiUeratitr 
der Araber, Stutlgard, 4837. Il Werrich orientalista d< Vienna Bcrìsse sulle tra- 
duzioni delle opere greche io arabico : De aitotorum gratcorum vtnkmibiu al 
eomtnanCarìif Svriaeit, arabieii età. Lipslae, <S4S| e più recentemente 11 Don 
orientalista oiandeu volse i suoi studi alia Spagna : Reeherchti tur iliittairt fo- 
Uiiqut et lilt^aire de t'E$pagne pendant la moyau-agé , Lejde , 1SU : e non ba 
goarl comparve una parte delia grande opera deliUiHiiia , Htl»ralnr GetehieUe 
d(r Arabtr, Vlenaa, 18S(MH. 

(5)HtST*FAH*Gi-KuLiA, D)iionBrio blbllograOco di 45ml1a opere pubblicalo 
nel testo, con versione latina, dal FlUegel, LeaHcoa BibUograpkicum sic. Lipsia <8U 
e t8SS, 6 volumi In ho. — B^tiagraphical index te the huloriam of Stolumme- 
dm hdia, by H. H. Blliot , CalcnlU , *8(9 , Tom, I e tV. — ZsNiiia . Biblioiluca 
orieatalii . Lipsia , 4846. 

[6) 11 WoiHS scrisse le Jtecharchcf tur la emuUlutian da la proprwU larrlloriab 
doM Im payi MunlmtBU : e 11 grande orientsllsta Sacy , che illustra tanta parte 
della storia letteraria degli Arabi , aveva scritto anche tur la «otvra «( l«i r^ixlit- 
tloni du drott de prapriété lerritoriale «n Egvple, depuii la eanquéle de ce pa^i par 
lei Miaulmant eie. nei volumi I , V , e TU delle Uémoiret da f/iuNtuI roj/al da 
Franca, — Sull'In/luania potiNoa dall' /jlambno sia ora scrivendo ìm Italia II Pro- 
fessore Andrea Zambelli. SI sodo pubblicate Bnqui otto JfnnoHa , le quali dlacar- 
rono delie leggi^degli Arabi , dei Califfi , dei Snllani , e dell' influenu che ebbero 
le dottrine degli Arabi sulla civiltà moderna d'Baropa. Vedi il Giornah M- 
Ihatuto Lombardo, 1Wt-<SU. 



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SULL'lNTlGA CIVILTÀ ADABICA i3& 

Valenti orientalisti puU)lioarono nuovi testi arabici wiginalì o 
tradotti in fì'aocese, iu inglese, in tedesco, in latino, contenenti 
geografie (1), viaggi {%], biografìe di nomini famosi (3) e iUnstranti 
la storia delle Crociate (4), quella dell'Asia (5j, dell'Amica (6), di Spa- 



(*] Ut perla OtU» MiraoigU» , compllaiioae geografli» di Ibn-^l-Winlì, lUm- 
pala dal Tornberg 1 Opsala nel 1839.— La GtogrtÉptàt d'EàriH traduiU de raràbt 
M fnmeai* par Jovbàrt , Porit, 1836 e 4840. - La Gtograpiù» d'Abou'lteds , laxu 
arabe , pvhUé d'aprèt le* MSS. dt PoHt ti de Ltyde aux frait à* la SoctaU aela- 
Uqa» , por MU. Reinaad «1 ite Slane . Parli , 1837. La traduzione di essa In tna- 
ceM con DOtea scblarlmentl ra'pnbblicaU nel 48(8 dal medeBlmo Beinaud, cbe 
Ti premene un'introdaihme fbmuQlfl aa tolume di 664 pagine tn 4lo, o«e aono 
discusae questioni di gran nxnDento relitlrs alla cosmografia dell'oriente. — De- 
tertpUon des payt de Magreb , texte arabe à'Àboulfeda , ancompagné d'ime frodu- 
eUon francaise et de noie» , par Cfa. Solvit , Alger , 1839. — lakftl Hoacbtarik 
l omonimie geografiche i, pubblicalo dal WUatenKeld a Gottinga nel 1846. 

[S) IMoOon dee vogagei fàiti par In Arabei et lei Pervau dm» Clade et à 
la CMne iant le XI • iHcle de Véra ehritiemt » , ttxte arabe aceompagné Stme tra- 
dHCtfen /Vwudùa par M. Heltiaud , Paris , 1S45. - The IVoMb of Ibo Gìobair , 
testo arabo pubblicato con note da W. Wrigfat, Lerde, ISGS. — Tteuni , Viaggio 
a Timii , traduzione francese pubblicata da Alfbnw Rousseau nel Jomwii Aiia- 
lifue del 18ISI-b3. — Voyaget d" Ibn-Batoutah , teoÀe arabe , aceompagni «TtMf 
traduelion per C. OeMroery et le doctear Sanguioeltl , Paria , 1SS3. 

(3) Il ftiDOso Dixioaaiio degli nomini lllnitrl dell' blamiimo di Ira-KuiLiiKia , 
pubblicato già nel letto arabico dai Wmieareld (Ibu-ChallikaDi , 7Uae ilbt- 
ttriwn virorum, Oottingae , tS3B}, fu ripubblicato dal De Siane con una versio- 
ne In inglese , Biograpkieal Dtetùmary tranelated eie. Paria , 184S-43. 

(4) RmuDD , Exiraiti dee hittorieni arabei relaUfi aaai Cntiiadet. ~ Im- 
KBALDinn , NarraUo de eupedUionilm* FruHeorvm in terrai lil am i i mo tvbieciai ; 
edldit et latine vertìt Car. Job. Tornberg, Upealae, 4840. 

(5) Fragmenii arabei et penane relatifi à rjnda, recuelllls par 11. RiWAtri». 
Paris , 4S4fi. — HUloire dei SamauMet par Hi»oini , texte penan Iroduil si ac~ 
eompagné dei note» critiqvet , Metoriqiàet et géographiquei par DicratiKRT , Pa- 
ris , 1846. H. Noel des Vergerà erudito di gran vaglia , fece , or aono circa dieci 
anni per l' Ihbteri PUtoreiijue del Didot , ti volume riguardante l'Arabia : opora 
seria, messa in una raccolta di compilazioni buoDe e triste, ove riunì lutto 
quello che si era detto della storia generale degli Arabi e dell' Islamiimo. 

[6] Àmtales regvtn HaurfHanae , opera arabica pubblicata con versione la- 
tioa e note dal Toawnac, Upsala, 1843 e 1846.— Baiìn di Ibn-Adaari: pubblio 
calo fi leato con note dal Dozf , BUtoire de FÀMque et de l'Eipagne intUiM» : 
Al-Bayano eie. Leide , 4848 e 1BN. Il raedesimo Doz; aveva pubblicalo gii an- 
che la storia degli Almohadi di Abd-el-Wabid , The Biitory of the Almohadet , 
edlted by Reinhart Dtnj , Lefde , 4847. Nofil Des Vergers, fino dal 4844 , avea 
puld>Ilcalo V Biitoire de VAfriiiM totu la àgnaatie dti AgKUMtei et de la Sfcile 
lou» la dominoHon dai Vuiulminu , texte arabe tEba KAaldOim , accompagni 
ifuna iroduclion francaite et de tote» , Paris , 1841. — Hiitoirt de l'Afi'iqve de 



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136 DEI BECKNTI STUDJ 

goa (1); e si fecero nuove ricerche sulle viceode generali deU' isla- 
mismo (2) e sulle invasioni dei Saraceni in Francia, ia Savoia, in 
HemoDte in Sviitera , iti Sicilia e nel resto d' Italia (3). 

Hobtmmed-ben-ibi-el'Kairoiianl , Paris, I8U. È 11 settimo volume della Eajilo- 
ToHoH fclen(<|lqu« d« VÀIgirit , Seientnt \iitoriqu«i «I giograpkiqti«i. — Bitlotr» 
Am Beni leiyan refi de Tlemcèn, por Mohaia»d »t Tatttty , ommig» tnduit de 
Far<at par M. Barge» . Paris , 1SSS. ~ Biiloire dw Serberei §t du DynatUe» Mu- 
(tiJmansi d» l'A^riqM $epteturi<Malt , par Ibo-Khaldonn, traAvU d§ l'nrab* par 
b baroK De SUuu , Alger , 1863. Di Ibn-KhaldAii e della sui i^nde opera «lo- 
lics delle una notizia in [tatla il GrUterg de HemsO nel 4B33 , la quale fu po- 
scia rfpubblìRBia con aggiunte e correzlooi nella itorta dtUa l«[l«rafttria araAo 
tatto it CoIi/faMa , srriita da Filippo De Bardi. Firenie , Le Uoonler , % voi. 

(I ) Gatanso» , The Hiilory of the Mahommedan Dynasllet fn Spain , fTom the 
ttxtof Al-Makliari, Loadm, 1840. — Hittoria Abadidarum, praemiitit tcriptornm 
arabam de ta dynattia locii nune frinmm adtUt, auelore B. P. A. Doiy , 
Leyde , 1S46- È la storia della dinastia di Beni Abbad di SiviglU , die al prioci- 
pio del secolo XI si ionaliò sugli bvbdiì del CaliBkta di CordoTi , e durA per 
Il anno con molto splendore. Di questa ptAblicailone rese conio l'Amari «ella 
thoeUe Beoue Eneyctopedlgue , setlsinbre 1S46 , pag. 78 e seg. Nel \ÌU uaci ia 
Francia ancbe V HUtnir» d«5 Morti Mudejaris et dei Maritgiitt , oa drs Aralirt 
)F EtpagM toue la dnminatimt dn CbrtUtnt, par Alberi de Circourl , Parla , 1BU. 
Ha è opera cbe non cita mai le sorgenti , e non accresce di nulla il patrimo- 
nio della scienza. Finalmente vogliamo ricordare con» il Prof. Muller, uno dei 
piti valenti orientalisti tedeschi, è stato Incarkalo or sono pochi mesi dal redi 
Baviera di una miaaione in Spagna per ìstudiare la ricca colleiione dei Uano- 
GCrìlti arabici dell' Escurlale. 

(8) Risai tur l'Bùloire dee Arabei . ovoRl tlitamitm» , pendant r^ìoqu» de 
Mahomet , »l ju$qn' a la r«dacUt» de Itmtes ìei tribui una la tot MutuEnune, fwr 
A. P.CiDtaii DI PiHcaviL, Paris, <847-lS; 3 voi In Sto. L'autore, cbe cone- 
sce l'arabo profondameDie , attinse alle sorgenti arabiche ; e ai lavori di quelli 
cbe lo ftvean preceduto aggiunse i risultsmentl delle proprie ricerche , e fece un 
libro di grande im|Mrtanza. 

(3) RaiMiDD, buaifent dei SarraxfKS m Franca, «n Savoie, m Piémait et 
dM) la Suine , pandonl la VUI.* IX.* et X.> lUclsa d* notrr ^re, d'apre* la* a«- 
teun thretlet» et Mihomethan* , Psrisi 4836 ; Finii , HitUÀre de* imioaMmi dit 
Sarraibu Al /fall» dM VII.* M XI.* (filcle , Paris, 1Si3 ; Rerwmab ATobOmei» Ita.- 
Uà Ituuitiqiie odiacenlfbui , SieiUa maxUne , Sardinia alette Conica geelamm 
ContmentarH , icr^l lotaaas GaoaeiDS WKKaicH , UMrolunu bibticae hì mitiUHo 
Meoloffico Avgutt. et SeUiet. eonfe**. oddicfor. VI»dobonen*i profettor C. R. , Lìp- 
•lae, 1845. Questi ultimi lavori furono promossi dall' Istituto dlFrancii, ilqoale 
nel 1833 svea proposto la tesi seguente : TVaccr l'hiiCoira dei diffirenUt imcvr- 
Hont fallei par le» Arabe» d'Àtie et ^Afmpte , tent tur le ccmlineat de FlIaUe , 
qm data I«t tlai ^ m dépende»! ; it celle de* itabOteements qu'll* y ont forati» : 
rechenher quella a éU liiifluenoe de ce* évènemenit tur l'état de cet coMréet et 
te leurt habitanl*. Il premio fu dato a H. Dos Nofers, Il quale in ud prospetio 



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sull'antica civiltà arabica 137 

Goos^ueaia di questi studj, che si proseguono ancora oon mollo 
ardore, nrft la o^iione più piena e piti certa dei moltipUoi Catti 
ohe crearono il risorgimento dello spirito umano ; e per la scoperta 
di nooTÌ elementi e di cause ignorate, meglio potranno oompren- 
dersi molte parti ancora oscure ndla Etorìa d'Europa, e in quella 
generale della moderna civiltà. 

I^ riihtte rìcen^ mc^to si avvaotagpa anche la storia d'Ita- 
lia , per la qnale sommamente importa sapere ciò che fecero i 
Hosalmani in Sicilia , e quale cultura fosee ivi creata da essi , 
perchè da questa italiana isola venne direttamente sul coatioeute 
la luce che per mezio dei Normanni e degli Svevi mandarono alla 
nostra dviltà gli studj sdentìfici e letterari (1^ Arabi. 

E tale considerazione fu causa non ha guari ed un libro che 
mcto onora le nostre lettere, si scarse oggi di opere serie : pro- 
diuie la Storia dei Mviulmam ài Sicilia, lavoro di lunga lena, col 
qntde lUcbele Amari, dopo dieci anni di dare fatiòbe sostenute con 
rara oostanza, ha accresciuto il te«rro dei fatti patri! e delle ita- 
liane dottrine. 

Persegnìtato e costretto a correre le amare vie dell'esilio per 
aver pnbfaGcato nel 1848 in Palermo la bella Storta del Vespro 8ir 
ciltono, die ora conta molte «ditioui, e più tradusioni in francese 
e in inglese , e^i si riparava a Par^ , ove ardente di rendere an- 
che da lungi qualche servìgio alla Sicilia e all'Italia, concepì il 
disino di ilhutrame la storia in un dai periodi pih oscuri , e di 
moslrare fa hioe oho dall' iada venne al risorgimento italiano. Con 
qnesto proponto si v(rise a tentare le ignorata e difficile storia dei 
Hosalmani di Sicilia a cai gli davano nuovi aiuti le bìblioiecbe di 
Parigi ricchissime di manoscritti orientali; e pieno di zelo nella 
ricerca di novelli materiali, non eeitò, come egli dice, a giocare 
died anni di fatica in questa maniera di scavi d'antichità. Prima 
di tutto studiò e sì rese familiari l'arabico e il greco moderno , 
sotto la scorta dei signori Hase e Rcinaud , professori alla scuola 
delle lingue orientali vivaiti fondata nel 1795 dalla Repubblica; sì 
messe tutto negli studj paleografici, nell'erudizione musulmana e 
tmautina, nelle ricerche sui manoscritti, e nei confronti delle cose 
inedite con quelle pò pubblicate : raccolse frammenti storici , cro- 

trmtteggió «laeì conquisti e la cotuegueuxe loro , e foce anche il diKegnu di 
un'opera cbe non ó stata mal pubblicata. 

Atcu.Si.tT.. KuetaSerié, T.IU, P.ll. iR 



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t38 DEI RECENTI STLW 

nache, viaggi, descrìiioni geografichfl, diplomi, biografie, compo- 
nimenti letterari e poesie di Arabi Siciliani, e lutto ciò che in ara- 
bico era stato scritto snll'iBola e i suoi abitatori -, e così messe in- 
sieme uoa ricca collezione di documenti preziosi che gli davano la 
materìa all'opera da lui vagheggiata. Nel 1845 per dare nn saggio 
dei suoi primi studj arabici , e per mostrare , come allora disK , 
agli amici d' Italia che n^etUio btUi i tuoi petaieri e tutto il «uo 
cuore eran tacri aUa patrM, pubblicò nel Journal Atiatìque una 
descrizione di Palermo alla metà dd secolo decimo tradotta àti te- 
sto arabo inedito di Ebn-Hanoal, uno dei pili antichi viag^twi 
arabi, e quindi un capitolo sulla Sicilia, tratto dal viaggio di Ifan- 
Giobair da Valenza, tradotto pure e annotalo (1). Pib tardi tra- 
dusse in italiano e pubblicò i Conforti politici dell'arabo skiliéna 
Ibn-Zafer, dottamente annotali e preceduti da una bella introdu- 
zione in cui oltre alla vita di quell'uomo di immensa dottrina, e 
alle vicende generali della storia letteraria de^i Arai» nciliatti, 
discorse ddla dviltìi della Persia al tempo dei Sassanidi , dai quali 
tolse molle cose l'autore dei Conforti (3). 

Co^ accresceva la raccolta dei documenti per la storia lette- 
raria e politica ; e oltre ai nuovi materiali trovati da sé Steno tra 
i manoscritti di Parigi, di Londra, di Oxford, di Cambridge e di 
Leyde, altri ne ebbe per favore di amici da Eidelberga, da Tuni- 
si, da Costanlina, da Madrid, dalla Sicilia, da Roma, da Verona e 
anche da Pietroburgo per mezso della legasione russa a Parigi, 
con lAenMà, e^idice, di cui debbo lodare quel governo , non ostanti 
le mie opinioni politiche, le quali non ha bisogno di r^teter qui. 

Fatti lunghissimi studj sui manosmtti, corretti sn^i orinali 
i testi storici e geografici pubblicati con molti errori dal De Gre- 
gorio (3), e accresciutigli nella proporzimie di uno a venti; attinto 



H] V. il Journal Aiiatupie del tSU e del 18i6, T*d(o la DescrlxioDe di P*- 
lermo , quanto il capitola di Ibn-Giabair voltati poscia in italiano farono rìpub- 
blicali nel 4S47 dall'Amari stesso net N.* 16 deìVAj^mUev icU-ArehivIo Storico 
floHMO. 

(S) Solwan Et Mota , Dssiaoo ConforU PoUUei dt iM-ZiFik , arabo sidliiM 
del Xil secolo , veriione italiana di Hicbki-e Amàii , sol tetto arabico inedito , 
non tradotto in alcuna lingua dell'occidente, Firenie, Felice Le Honnier , ISSt. 
Un voi. di pag. LxXTii-391. 

(3) ktrum Arabiearum qitae ad Ujtorìam Siculom tpeetant ampia ailtcHo, 
Panormi , 1790. 



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sull'antica civiltà arabica 139 

tntlo ciò cbe si poteva ddle sorgenti arabiche, biiaatioe e latine, 
ed esamioate le pobblicaxioai reoentj , Ecrìase la Storia propoatasi , 
detta quale nel 4854 ìistH in bella e nitida edizione il primo vo- 
hime pei torchi del signor Le Monnier, che stanminiatrò i mezzi di 
coiQirier l'impresa ffò promossa e aiutata liberalmente da altri (1): 

Dì tatto questo l'antore ragionò distesamente nella iatrodu- 
liane dell't^iera; giudicò i lavori condotti daf^i altri, e fece la sto- 
ria d^li stu4j arabici dei Siciliani, i quali nella ignoranza della 
Mngua e nelle triste fortune degli scrìtti degli Arabi, dispersi per 
intotterania di religione quando cadde la loro potenza, trovarono 
molti ostacoli e ne superarono pochissimi. 

Nel secolo scorso Giovambattista Caruso da Polizzi pubblicò (1 780) 
la raccolta degli scrittori dell'epoca saracenica di Sicilia (2). E Fran- 
cesco Tardia da Pdenno, che ebbe qualche tintura di arabico, ne 
osò a pubblicare une versione che altri avea fatto del capitolo 
della Geografia di Edrisi che riguarda la Sicilia. Poscia il mall«Se 
Giuseppe Velia, frate ignorante, ma furìw e barattiere, venuto 
nell'isola vi spacciò false monete, un falso Codice ^plomatìco di 
Sicilia sotto il governo degli Àraòi, e un falso Ubro dd ConttgUo di 
Egitto, ove i principi Normanni raccontavano in lettere le cose loro 
ai GaKfi egixiani. Fece stampare a spese regie queste sue impo- 
sture, e ne ebbe onori e pensioui ; e quando venne in chiare la 
frode , fu punito per celia dal re. Pure dette occasione a buoni 
studi '■ perché Monsipiwe Alfonso Airoldi, che ajutava il Velia prima 
die se ne scoprissero le frodi,- fece istituire in Palermo la cattedra 
di arabico , ne promosse lo studio col proprio compio e con aiuti 
potenti ; raccolse medaglie e documenti , comprò libri. Quindi le 
cose si avviarono al meglio, e Rosario di Gregorio, che combatto 
le imposture del Velia con maraviglioso sforzo dì volontà , dato (1 786) 
un saggio di Cronografia musulmana corredato di molti diplomi 
arabici , potè pubblicare (1 790) la sua grande raccolta delle cose 
arabiche. Nel secolo presente , Salvatore Morso', che meglio seppe 

(I) Storia dti Moiaulmani di SleiUa , scritta di llicbele Amirì , voi. primo , 
Firenze , Felice Le Uonoler, ISSt, pag. lvi-OSS. 

(t) fflitorkw lanotntco-tbtulM varia mmunuuta , guibut acetdit brmiarlttm 
hUtorUo-crtttcìtm , auctort lOBinri Battisti Càrdio, Pum)tiiiì,17!0 , Infoi. Tre 
mai dopo pubblicò la BibttoHMca klstoriai regni 5fciUa« , In cui raccolie i ma- 
nnmenli delle cose dell' Itola dalle lavaslone degli Arabi Bdo al principato de- 
degli Aregoneti. PsDoml , 1723, t voi. io fai. 



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1(0 DEI EtECKNTI STUDI 

l'arabico, pubblicò (48S4 e 1887) un'opera sopra Palermo aahco (1); 
come Del raedesimo tempo Savario Scrofamda Blodiaa toccava le^ 
f^ermeate della storia dei Musalmani (%); argomeDto tooeato di volo , 
ma un poco meglio , anche da Pietro Lanza in noa prolvnone 80otr 
demica (3). Nel 1832 e 33 Garm^ Hartorana puMAcii io d«e vo- 
lumi le iVo/MW, da noi ^b citate, (inSan(eMt<ieiUiint;el'AakBrì, 
dopo di aver detto che, sebbene noo sapesse di arabico, raooolM 
assai noliiie su la societk musulmana, e per ^a più condaan ii 
oompilaiione con buona crilJca , aggiunge : «r ma non panni du 
salga alla dignità della storia > ; le qa^ parole dimostrano come 
l'autore sia studiosamente temperato nel, giudicare le opere di 
quelli cbe furono suoi nemici politici : perchè chiunqae legga t'ope- 
ra del Hartorana vede dì teneri che molti altri rimproveri pote- 
vano larsi a quella scrittura. 

La stessa temperanza letteraria è osata anche a i»«posÌto di 
Vinoensio MortiUaro marchese di ViUarena , del quale l'Amari è 
dolente di esser costretto a toccare ^ errori piarsi nelle puUilica* 
lioui da lui fatte di documenti arabici, perchè tene che la critioa 
non si apponga a nimistà : ed egli stima eoa gran ragione dw 
qualunque ooncetto sì abbia pditicamente dì un uomo. Le open 
aae letterarie si hanno a giudicare pel merito loro sona riguardo 
alla condotta politica di chi le scrìsse. 

Ad ecoesìone di poche altre cose^ che solo pw via ìniUretta à 
riferÌ8C(KW aUa storia dei musalmani di Sicilia (i) , i lavori più reoMLti ' 
che trattano questo argomento sono di scritteli stranieri (fi] , eoo» 



(1 1 DeierlaUtne tU Pattrmo onUco , rioanata ttigli autori ttneroni e ' wm»- 
HMmU da Salvador» Morso , professore di llagna arabica ; edizione secondi ; 
Palermo , 18S7. 

(S) Dissoni «u la domiiKMloM d«gU ilraìiiari Ut SUHa ; Parigi , MU. 

(3) D»iU Àrabi, t dtl ìon togglóno HSMU». Meittorla dil^eUoUan. 
prineipe di SocM^a ; Paiermo , 4831 

(4) MontU cuflcht baUuU dai principi longobardi , normomi » meni attrtn»" 
itile due Sicilie , btlerpelrale a iUusIrala dal i?r<»eipe di San Oiorgio , ftwiieaiee 

. SfbuUt. e pubbiieato per cura di UitAela Tahir'l; Napoii,t8U,4 T<ri. In t.*(!>m 

(5) L'Amari, nolla fnlroda^oe al Sohnan el Mota' dopo aver lamentale ta 
misere coodlxioai ttattre . neniohe a ogni belio stadio , note che malgrado tal- 
U gli ostacoli , il fuoco aacro d«gli ingegni italiani gettò qua e li qualclie itìa- 
tuta anche nella flloiogia orientale, « in brevi parole Bccenna noioro cba M^ 
ulliini tempi pib meritaroito tra noi delle lettere arabitte. ■ L'arabo, eglidtoe, 



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SUU.'lMTlCi CIVILTÀ ilUlCA 441 

(|iieUi promoui dall' Istituto di ITraBeia, « il Commmtario già rì< 
oordalo del Wenrìcih, che n rMeomaoda per eleganto dettalo la- 
tino, per dil ig eoia ,. per repkmu.e^Mllo ordine, va dui «orasoe 



Ri h ilndlato ht Biella uhm [ndizioae onle di maettro ; Il Di Gregorio lul Sue 
del Moelo pmmIo Io ■p|Mr6 di lA itono con ou graBoutloa e li dWonario dal 
Oollo , tU' eli di qnnanU a pib uni ; agU fa aaiaUti dal Mano , Cfca om a*w 
mlgllorJ aiuti , e il Mono dal luoi discefioli HortUlaro , Caruso e CaiUpia , 1 
quali se non possono ben conoscere questa lingua difflcllisslnu , par si sodo pro- 
Tati ad Interpretare qualche leggeoda a qualche brano di (Uplomi ; e Hortillaro, 
con maggior ardire , ha pubblicato opoKoli , lllualrailonl di montila, wiggelli a 
alaniUl , e da anca it Mggio di ud (stalogo lU muoaortttl , lavori raooaltl poaaO 
in un voluiae ; i quali rltultaBumU , quaDtuM|ua [docoU>MBi> pur dogalditod» 
in paragone dei mezzi, il Llttleri si è mostrata molto pib forte a Napoli', dove U 
prìncipa di San Giorgio ha poi pubblicato uo laroro stupendo su la numismatica 
arabo-ttaHana. Roma Tanta parecchi profcssort , anebe senza contarTi II Taloro- 
slaahao alg. Seithaan , maroalla; a be* a Roma ha brittato e JB Europa, eperò 
cfgl h (UU depoKo dalla cattedra , quel fervido iagegno dal Land. A Hllai» , 
dopo li Bsmpoldi e il Caitlgllone , celebri per opere di polso , si è segoalalo U 
Hadinl; in Toscana pubblicarono qualche laroro molti aoal addietro il Raioeri 
e il Biscia : e ciò parlando della sola lingua arabica e non delle altre dell'Orien- 
te , le quali sono state e sono pur ooltlTale , soprattutto l' ebraica. TuttaTla, bi- 
sogna ooofeMarìo, gli atndl oHeutaU dia nel ««celo panato ftirono in onora la 
Italia , si UD andati «sUnguendo , e dia t aostr 1 gloTanì pih tbIocmI Ìd viA htle 
discipline si soii formati alle scuole straniere. Compiè I suol studi a Parigi l'aba- 
te Arri da Asti , morto A immaturameote mentre atteodea con folìniasiml princi- 
pi! alla puU>1lcazlaDe del capitoli di Ibn-Kaldttn tu la storia degli Arsbl avanti 
r Islamismo. Il Oorrado tìW ha lawiato , a dir vero , gli itodl araWoi , ma onora 
l' Italia coi suol larori Kdle lalters sauerite , oredo abbia tatto mollo pA a Pa- 
rigi che a Torino. A Parigi e poi alla scuola dello Sciabau e al Boa in OriaiUe 
s'è addeslrato l'aUela degli orientalisU Italiani , il conte Francesco HIniscalchi 
da Verona ; ed ha A^queottto meco per molli anni le scuole di Parigi il Sangui- 
netti da HantOTa , Che h. mirabili progreml aells Biologia arabica e persiana. A 
qnestl dae gioTsnl l' Italia dorrà ia brere egregie opera , polcliA li primo ha 
rottale in italiano quasi tutta te hmose Tonait di Harlri , ed una opera sul 
Libaso , una sul CriitìaDeeimo in Orienta , e un an t ichissimo e importanUssimo 
Codice Siriaco ; e il secondo ha intrapreso la versione del viaggio di Ibn Batu> 
ta , e tarerà In rari libri di medicina degli Arabi. Tempo rerrì io cui questo 
tludio e lutti gli altri rifloriranno in Italia sotto 1 raggi dalia liberti ; e qQsl 
roiaoro blanlo se noi domandiamo agli stranieri gl'lateraaal dal capitale cbe loro 
abbiamo preHalo doe rollef piuttoato perchè conliauare con qiwsU dlstUizio- 
DB di nazionali e atranieri , che ti h assurda quando unica scienza hanno ormai 
i popoU crisUanì , unica speranza nei destini dell' umanità , e i barbari non soo 
pib Tuorl d' ogni nazione ma dentro ; convertili 1 quali , come si potri , alla cri- 
■tlaoa o alla musulmana , la gelosie tra nazione e maioae direrranno lauto ri- 
dicole , quanto quelle tra dna rliiaisi contigui 1 ■ Pag. ri • rii. 



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US DEI RECENTI STUDJ 

di DoUa il patrimooio delle dottrine e dei fatti, perch6 Bi aiuta 
col Hartorana , e lavora quasi sempre sai monumenti già conosciuti 
ed osati. Egli , come eltrì , fece sno prò ÓBf^ AmtaU Matulmani de) 
Eampoldi , erudito italiano che dopo aver molto viaggiato in Oriente, 
gerisse dodici volumi ricchi di fatti e di idee filosofiche, ma cho 
rìman-anuo inutili, dice l'Amari , finché non si sappia se i raooonti 
siano tratti da buoue sorgenti , e finché qualdie orientalista di polso 
non aUrìa messo le mani nei documenli arabi o persiani da lui 
raccolti. 

Dopo i giudizi dati sui lavori altrui, l'autore dk mano all'opera 
sua, e sulle prime tocca ra|Hdamenle delle vicende antidussime 
della Sicilia, delle mdte genti straniere che in ogni tempo ne cal- 
pestarono il suolo, e più particolarmente dei quattro conquisti , 
greco, romano, musulmauo e normanno, che mutarono radicalmente 
U paese, e quindi espone cosi il suo disegno.* Ha nell'ottavo aeoolo 
dopo la nascita di Cristo , segui il terso rinnovamento della Sici- 
fia , per opera dei Musulmani, ì quali avean tocco l'apice di lor 
subita civiltà ; e rifomiron l' isola di colonie arabibbe e berìwre ; 
vi portarono alb:a religione, le^, costumi, lingua, lelieratura , 
soiense, arti, industrie, virtù miUiaree geniod'indipeodensa; in 
guisa da rib'arre se non il raffinamento e splendore, al certo l'at- 
tivith dei tempi greci. Breve del resto il dominio musulmano, né 
arrivò a compiere la assimilazione degli abitanti che avea trovato 
nell' isola. Sfsscàandosi da un canto la Società musulmana in Si- 
cilia oome per ogni liiogo, e spuntando dall'altro canto la nov^Ia 
nazione italiana, questa trovò, come per caso, la insegna di ven- 
tura, gli egregii esempii dì ardire, e gli ordini di guerra dei Nor- 
manni: talché, verso la fìne dell' uudecimo secolo, passò il Faro 
sotto la bBDdieradiquelli-,rìpìgliòla Sicilia, che le appartenea p«- 
ragioue dì geografia e di schiatta ; si aggr^ò le popolazioni cri- 
stiane rimastevi, e raccolse i frutti delle proprie e delle altrui virtù. 
Perchè, seodo pochi ì Normanni che le avevano insegnato a vin- 
cere, e ad ordinare lo stato, la nazione italiana, per la inelutta- 
bile maggioranza del numero, assorbì quella forte schiatta, in gui~ 
sa che a capo d'un secolo ne rimasero appena i nomi di alcune 
famiglie. Quanto ai Husulmaùì , parte si dileguò nel seno della so- 
cietà italiana di Sicilia, parte emigrò o fu mietuta dalle spade cri- 
stiane. Ed intanto si era mandata ad efietto,. sotto gli auspicii del 
nuovo popolo, l'opra cominciata dagli Arabi quattrocent'anni avan- 



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sull'antica CIVILIA ARABICA U3 

ti : la Sicilia tonuta a pot«axa e splendore primoggiò per tutto il 
duodecimo secolo tra le pfovincie italiane : b' ìnsigBarì delle parli 
mnidionali della penìsola ; e sparse, in tefrafenna molti semi di 
qtiel mirabile iiKuvìli mento della comune patria nostra che pose 
termine, al medio evo. La elorìa bielle colerne musulmane di Sici- 
ba, ch'io mi sono proposto dì smvere, comprende i due detti 
CMiqiiisfi, arabo e normanno, le conaegoenzie dei quali sono visi- 
bili infino ai nostri giorni. Prìooipierò con ritrarre le vicende della 
Sicilia innanzi la venuta de^i Arabi , r<aigine dello impero ma- 
solmano e le condizioni della sua provìncia d'Affrica; e ciò darìi 
argomonto al primo libro. Nei tro seguenti tratterò la dominatioRe 
dei Mnsalmani sull' ìsola ; nel quinto il conquisto normanno. Nel 
sesto libro finalmente discorrerò la coadiaione dei vinti « i fatti 
ai quali partecipanxio fino alla metk del decimoteno secolo -, quando 
gli idtìmi avanzi loro. furono trapiantati di Sicilia in Puglia, e la 
civiltà italiana tramutò aucu- sua sede, prima dall' isola alle partì 
meridionali delia terraferma , e poi , fu^endo i capricci de» re , 
aUe gloriose repubbliche ch'eran surte tra il Tevere e le Alpi ». 
- I Greci, come a tutti è noto, avevano creato in Sdlia repub- 
Uiclie s[Aendide dì fioritissima civiltà , uccise poi daUa guerra civile 
e dal conquisto romano , il quale col mal governo, et^le triste leg- 
gi , e colie rapine impoverì e desolò il paese chiamato il granaio 
di Berna. A tal che sul finire della repubblica romana molte delle 
piii popolate città rimasero vuote di abitatori. Erano abbandonati 
i colli: e la terra di Cerere, dice l'autore, sì cu[Hdamente presa 
.dai Bomani , si era sfruttata nelle loro mani. E se nei primi tempi 
ddl'era volgare sì riebbe alcun poco, fu scarso e non durevole 
ristoro. Nella decadenza dell'impero, travasata da mali eoononùci 
e morali, vide riardere nuove guerre servili e fu a peggior txm- 
dizione d^ altri paesi. Poco ebbe a soffrire dalle invasioni dei 
baiitari che vi penetrarono aiq^ena, e b(hi vi lasciarono nÀ proge- 
nie, né alcun vestìgio. Ha la OMiquista di Bdisario sottoponendo 
l' isola al governo iMzantino , vi ricominciò tutti gli abusi della 
dominazione romana, la staccò pih che mai dall' Italia , la fece più 
misera, e ne comid la rovina. 

Né le povò l'essere strettamente legata a Boma per opera 
dei papi , atndianti a tutto potere di preparare ivi un anlo a so 
stesd e al clero italiano, quando l'Italia era travagliata dalle armi 
dei Longobardi, incapaci a prenderla tutta. I pepi ri «riochi- 



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m DKI RBCGKTI STDDJ 

rono neQ'iBota otri prooaoeio di doDHimri e dì latoiti pii, la erapl> 
rono dì monasteri per riparo ai fuggiasofal dalla Icnrrafertna , e naa- 
rono l'autorità oreRoeate e la fede dei popati ad acquistare predo- 
minio nelle facoeode temporali , specialmente ai tempi di 8. Grefjo- 
rio. Le qnali cose sono laicamente e «g^iienteinente disecwse dal- 
rAmari in un bri capitolo ralle prime Tioeode del cristi'anesiaw 
in Sicilia , ore l'InflnenEa del patnxànlo romano, se Ai benefica 
dai^irima, tornò fooesta dopo. L'eAtto generale del pootifioato di 
S. Gregorio, dì cai l'aotore ritrae tutte le- qnalitli dell'animo e 
dell'ingegno, bi che t aspirando al primato statuale, ei à aoco- . 
alò neeessarìamoite alla domioaiione temporale , dove jA , dove 
meno seoondo ^ ottaooU. Cosi a Roma e o^' Italia di meno , U 
patrocinio sao coU'aodare dei tempi divenne prìneìpato. Cosi in 
Sicilia l'infloenia ch'ai volle esercitare ebbe men fibero campo, 
e DOndimnio lasciò tante Testjgia che 1 papi, miriti secoli appresso, 
con qnHIaloro prodigiosa tenacilè, si provanno a mutarlo anche 
in signoria. L' inJQuenu di S. Gr^rio in Sioflia passò al certo h 
|Hb larga misora che potesse darsi al primato eooleriastìoo, e ai 
volse e due particolari intendimenti. Uno fa lo antico, rincalzato ed 
esteso, cio6 di rendere la Sicilia cittadella del clero italiano, nella 
quale il papa fosse padrwie degli animi, pcMchè ì ovpi lì tenea 
l'impero biiMitino. L'altro intendimento sembra di oattar fsvore, 
perehè l'amministrazione del patrimonio papaie, secondala dai go- 
veroanU, dagli ottimati e dell'unìrersale, rendesse maggior frutto 
da sovvenire latamente il popol di Roma, die meglto si difen- 
desse dai Longiritardi e sempre più « affeibnasse ai papi ». 

Mentre così si gettavano le prime fondamenta della potensa 
temporale dri papi ; e mentre l' Italia , percossa a Settentrione dai 
LongdMirdi e mbata e infiacchita al measogiomo dai Bisantini, ca- 
deva ndl' estremo ddla servitù ; Maometto fondava in Oriente I'ddì- 
ttt d^li Arabi , e otm nuove istitusionì religiose e politiche metteva 
nevata energ^ In quel popolo , che in tn^eve conquistò tanta parte 
di mondo , e alla fine infestò anche le rive italiane e stabili suo 
dominio in Sicilia. 

E qui si apre il campo che l'Amari intese dì oorrere per rioer- 
carvi una storia in gran parte sroarrìla , e per iscavure ogni avanio 
capace a ridestare dalle rovine II passato. 

Come preambulo naturalmente si presentavano a lui i fatti ge^- 
nerali della sedetk musulmana. Perchè per fare intendere la sto- 



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svll'antica civiltà arabica U-") 

ria degli iovaaori della Sicilia era necessità studiar prima quella di 
casa loro, e dirne quel tanto che bastasse a schiarire le orìgini , 
l'indole, le costumanse, la cultura e le istituzioni che resero quel 
popolo forte contro ogni ostacolo. E l'autore, fortunato in sue ri- 
cerche , trovò cose non vedute o non notate da altrì , e potè far 
me^io conoscere il profeta deDa Mecca e i suoi ardenti proseliti, che 
in meszo alla guerra sacra , alla guerra d'indipendenza e alla 
guerra civile avanzano sempre di civiltà e di potenza vitale, 7)«r- 
chè Posto rende i popoli malati, e il langue- $parto nelle battaglie 
tutti tarda a riprodurti (1). E aanb inrapide fe splendide pagine 
gli antichi rivolgimenti degli Araln , loro natura e costumi , leggi . 
ordini mìlitarì , arti e commercìì , e cause e sviluppi e conseguenze 
di loro ctvihà; e con nuovi documenti mostrò Maometto come ri- 
formatore religioso e legislatore piti grande del suo secolo, e fon- 
datore di una democrazia sociale, basata sulla egualità e sulla fra- 
tflUansa che l'islamismo voleva trai credenti: ordinamento che in- 
fondendo ne^ Arai» noveUa vita, li fece capaci di opere portentoso ; 
«sterna rdigioso e politico , semplice , vasto , e ottimo alla prova: 
poiché, dice l'autwe, rigenerò una nazione più prontamente ctie 
non l'abbia mai fatto altra legge , e contrìbut non poco all'incivi- 
limento dì gran parte del genere umano, e si re^e tuttavia , né 
par disposto a morire. 

La notizia degli ordini g«ierali dei Musulmani era presso a poco 
rimasta a quello ohe ne fu detto dal Gibbon. Qua e li si era fatta 
qualche osservazione , ma alla spicciolata e senza profondità. La 
democrasia sociale, che spiega il gran movimento degli Arabi altrì- 
bnito erroneamente al solo fanatismo religioso, è fnvvata dai testi 
aratrici che l'autore ebbe in mano, e citò (2). Egli non volle porgere 
tutti insieme gli ordinamenti che dettero tanta vita al popolo arabo, 
ma li sviluppò a misura clie operavano sugli avvenimenti da lui 
raccontati. Cosi ragionò dei vani modi delle colonie musulmane al 
tempo dei loro stabilimenti nell'Affrica (9) , ove per far compren- 

r*) Vedi nel Joarnal Atiatiqaa , 4845, N.* 3, l'Introduzione alla HtscriiioiiB 
di PulsriKO , pubblicala Ivi dall'Amari. 

(S; Le iue idee BuH'inflLiBnm dell'antica aristocrazia si videro dapprima In 
UD arlicolo con cui rese conto della Storia d^li Abbadldi del prof. Dozr: ■»» 
ora quelle idee compariscono nella Storia asfai migliorate. Vedi U Nouvvlle Be- 
vue SnqfelopMiqiie , seplembre 18i€ , pag. TS e neg^. 

li) Libro I, cap. S. 

Aac>.ST.lT.. flf«fltf,..Vm>. T.III, P.II lU 



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<Ì6 DEI RECENTI STITDJ 

dere come si bilaarnssero i poteri dello stalo aghiabita dìsooTBe 
(lell'antorìt^ che presero allora appo l'univwaale del Musalmaoì ì 
giuristi -, teologi senza sacerdozio , moralisti , puUiHcisti e dottori 
che vollero comandare al pontefice e re , e qualdM vtAia vi rio- 
scirono un poco , salvo di avere ogni tanto qualche zampata dal 
leone. Coat altrove ragiona di questi ordini per ritrarre il govwno 
normale di odo stato ra