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Full text of "Archivio storico siciliano"

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IRUHITIO STORICO SIGILUP 



PUBBUCÀZIONE PERIODICA 



PBB OtJIU 



DELLA SCUOLA DI PALEOGRAFIA 



DI PALERMO 



A.NNO I, 



/ ^ - 

I 



PALERMO 

8TABIL.IMBNTO TIPOGRAFICO L.AO 
Premiato con dìTene mediglie 

1878. 



Risultando abbastanza gV intendimenti , che si propongono i 
compilatori di questo nuovo periodico, dalle due lettere che si pub- 
blicano nelle seguenti pagine, essi si dispensano da ogni altra pre- 
fazione, coutenti di qui inserirle. 



^ 




ALL'BClRBeiO SIGNORE 



CAV. SALVATORE CUSA 

PBOFi DI PAIilOeRAPIA B DI LIN60A ARABICA 
RELU R. UNIVERSITÀ DI PALERMO 



Wniiuj^énio ééanor^ a^icu^ie 



Avendo noi seguito da varii anni il suo insegnamento 
di paleografia e diplomatica nel Grande Archivio di Pa- 
lermo, siamo stati dalla S. V. Chiarissima incuorati le 
tante volte a consacrare i nostri studii e le nostre fa- 
tiche alle ricerche storiche e filologiche. E veramente , 
nulla v'ha oggi di più efficace, perchè uom s'invogli di 
cosi belle ed importanti discipline, quanto il considerare 
Tinmienso sviluppo, che prende ogni dì piii la lettera- 
tura storica del medio evo, e l'osservare il gran moto 
che si fa nei vasti campi della linguistica e della filo- 
logia comparata. La storia, non più sterile oggetto di 
curiosità e di meraviglia, ma fattasi vera rappresenta- 
trice della vita dei popoli, e perciò loro maestra, ha per 
sempre abbandonato le antiche vie, e preso invece quella 
larga e sicura, su cui la mise in Italia la grande scuola 
del Muratori. Di qui il tanto studio posto ai dì nostri nel 
rovistare, ordinare, pubblicare, illustrare i monumenti del 
passato; di qui quelle grandi collezioni, che tanto onorano 
la civiltà di un secolo, come sono, a tacer delle altre, 
i MonumeTUa Germaniae del Pertz. 




6 

L'Italia, la cui storia e civiltà son per tanti riguardi 
storia e civiltà del mondo , come in passato non ebbe 
difetto di opere diplomatiche, raccolte di documenti, pub- 
blicazioni di annali e cronache delle sue città e dei suoi 
Stati; cosi mantiene con onore al presente la gloriosa 
tradizione dei suoi eruditi; del che, se non foss'altro, k 
tante opere messe a stampa per cura dei varii Archiviì 
e delle Deputazioni di storia patria, basterebbero sole s 
rendere testimonianza. 

Venendo però a questa nobile e cospicua parte d'Italia, 
che ò risola nostra nativa, Ella sa, Chiarissimo signoi 
Professore, come le ricerche e gli studii di Amico, Pirri, 
Mongitore, Schiavo, Tardia, Di Giovanni, Gregorio, Morso 
Garofalo , Buscemi abbiano più che preparato la vis 
alla compilazione d' un codice diplomatico siculo , che 
è stato da tanti anni l'aspirazione dei nostri eruditi. D: 
questo lavoro, cui l'immensa mole delle nostre carte hi 
sempre mai ritardato, Ella si è assunta, ed è vicina s 
compiere, la parte più difficile ed importante mediante 
la stampa, già condotta a buon termine , di tutti i na 
stri diplomi greci ed arabici. 

Or è appunto allo scopo medesimo, che noi sottoscritti 
e con noi non pochi fra quei giovani che han frequen- 
tato la scuola di Paleografia, intendiamo indirizzare le 
nostre ricerche ed i nostri lavori. Però, essendo cosiffatte 
scopo tuttavia ben lontano, e molto lunga e faticosa Is 
via per arrivarvi , siam venuti nel proposito d' iniziare 
un Periodico, col titolo di Archivio Storico Siciliano, 
il quale a simiglianza deW Archivio Storico Italiano d 
Firenze , dell' Archivio Veneto , dell' Archivio Storia 
Aìistriaco e della Bibliothègue de l'École des Charter 
ci porga il destro di andar pubblicando man mano que 
meglio di documenti e di diplomi, che ci verrà fatto; e 
che, non perduti in piccoli opuscoli, né dispersi in mi- 
nute pubblicazioni di diffusione scarsa e di acquisto dif 



7 

ficile, si vadano come raccogliendo in una collezione, in- 
tesa esclusivamente all'illustrazione delle cose patrie e 
ad accumulare diligentemente alla storia i suoi mate- 
riali. Ciò si rende tanto meno a noi malagevole, quanto 
più il Grande Archivio di Palermo vede andar innanzi 
l'opera del suo riordinamento sennato e scientifico; quel 
jiordinamento ch'esso ha visto da varii anni inaugurato 
con risultati si prosperi, mercè la direzione intelligente 
del, dotto signor La Lumia e l'impulso efiBcace del Ca- 
po-Sezione signor Silvestri, delle cose archivistiche cul- 
tore operoso ed egregio. Cosi V Archivio Storico Sici- 
liano stringerebbe come in un fascio i lavori di tutta 
la scuola di Paleografia, diretta dalla S. V. Chiarissima; 
accoglierebbe la preziosa collaborazione di quanti dotti, 
Siciliani e stranieri, volessero favorirlo; pubblicherebbe 
carte e monumenti d*ogni sorta, e prendendo per suo fine 
tutto ciò che riguarda lo studio della storia patria nel suo 
significato più ampio, promuoverebbe in quest'Isola l'in- 
cremento di si nobili ed importanti discipline, chiamate 
a far piena luce sul nostro passato, e a studiare la vita 
di questo popolo in mezzo alle sue lunghe vicende di 
civiltà, di decadenza e di dominazioni straniere succe- 
dutesi nel corso de' secoU. 

E questa Tidea, che ci onoriamo di sottoporre all'au- 
torevole ed assennato giudizio della S. V. Chiarissima, 
mentre abbiamo il bene di segnarci 

Palermo Si éiemnbre 4872. 



Suoi obbìigatissimi 

Bar. Raffaele Starrabba 
Sag. IsmoRO Carini 



%,/fé4€4 €ai<M40n4 afnici 



Il divisamento da voi manifestatomi della pubblica- 
zione di un Periodico, che a precipuo scopo si abbia la 
illustrazione della siciliana storia , non può non essere 
da quanti hanno a cuore il decoro e la gloria del pro- 
prio paese , non che approvato , altamente applaudito; 
con quanta gioia poi possa venir da me salutato, non 
fa mestieri di certo che io lo dichiari. . 

Situata questa nostra terra natale all'estremità della 
felice penisola , non ha avuto sinora voce forte abba- 
stanza per far valere il suo dritto a quel rispetto ed a 
quella stima, che le altre parti d'Italia han saputo atti- 
rarsi pei tanti lavori che T hanno illustrato. E quantun- 
que molti sieno stati i dotti ed eruditi Siciliani, i quali, 
forse piti che altri, han lavorato non poco a questo no- 
bile intento; pur tuttavia la scarsezza dei mezzi di co- 
municazione e di pubblicità , e qualche volta ancora , 
dobbiamo confessarlo, la mancanza di critica han fatto 
si, che i loro scritti spesso non abbian passato le Alpi, 
e non di rado neanco lo stretto mare, che dalla terra- 
ferma ci separa. L'ignoranza, in cui generalmente si è 
delle nostre istruttive e gloriose memorie e dei preziosi 
documenti che le contengono , sì rivela ad ogni tratto 

Arch, Stor. Sic., aqno I. ' 



IO 

da' nuDùerosi e sraria-Ti scrini che a ll'Ì jierven^ciLio; i 
quali, abbeDcii»- falli iij 1»u-.»lI?.sLib& f^de. noL i^ngono 
nel dovuvj r/jiiVj i sen'lzii cii-r- ìia res-:» e quei clie può 
KudffTff que?ia non uh-rna ira le j^rovircie >urelle d'I- 
talia al lu"?Tr«j d'ella patria c-jinuDe. 

Un lavoro dunque dif^ a-j^iina fi i: jbile Lv.mpii-i» • è 
degno di voi: e voi. si l.»e:. loti rjella repul-Wica delle 
leti-^^re. vi ci aci"inf?ereie co:, quella s^»lerzia el animila, 
di cui aveV:* dau-» più voile felici prove. Spimi dall'amor 
patrio e ffuidati dalla sicura bus>c»la di una savia critica, 
saprete farvi strada nel laberinto , che così può dirsi , 
dei nostri Archivii, al di cui assestamento però han gio- 
vatr> non poco le int^elli genti cure di coloro che ne reg- 
gon Tandarnent^»; ed or pabl.ilìcandu interessanti docìi- 
xnenti , or prendendo a disamina qualche punto della 
st^jria che vufjl essere ancora chiarito, farete opera, che 
qua e là sia squarciato il velo che in qualclie parte 
nelioscurità l'avvolge, sino a che una raccolta diploma- 
tica (Mjnjpl^'ta non possa darsi alla luce, a somiglianza 
di quelle che paesi più solerti, più favoriti e fortunati 
han potuto ai giorni nostri produrre. 

ije reliquie d'ogni genere, i monumenti scritti, ed an- 
che i non scritti, bene spesso più dei primi eloquenti, le 
testimonianze degli autori che questi e queUi rischiarano, 
tiittTi sarà, son celato, da voi tenuto di mira. E la lin- 
gua del p<ipoIo, e le parole anticlie ed in disuso, le tra- 
dizioni, le leggende, che spesse Hate son do-^umento al- 
trettanto autenti(5o e più vivo del nostro passato, nulla 
di ciò sarà da voi trascurato in una rivista, che unico 
obbictto si ha, la formazione di una vera istoria, istoria 
crìtica, (^jrta (5 severa. 

Né vi arn?steranno le tante difficoltà, che si frappon- 
gono ftompre in tali imprese; il inondo letterario ve ne 
terrà conto; e già un'arra della futura accoglienza vt^ Ta- 
vetc nella spontanea offerta, che uomini dotti ed insi- 



11 

gni vi han fatto del loro concorso, senza il quale il la- 
voro di pochi non potrebbe un gran che ripromettersi. 
Cominciate e mi avrete sempre con tutto l'animo a voi 
insieme, e con quell'assistenza- che le mie scarse forze 
e la mia malferma salute mi concederanno apprestarvi. 

Paìermo i gennaro 4873, 



Vostro affmo 

Salvatore Cusa 



SUL LIBRO INTORNO ALLE PALME 

WDICE DELLA BIBLIOTECA NAZIONALE DI PALERMO 



LimiA DIL PEOP. SALVATORE COSA 

AL CAVALIERESDOTTOli FILIPPO EVOLA 



Palermo, 5 Gennaro 1873. 



t^fiAali^mo tf 



lanoU, 



Ifeir intento di mostrare le doyizie bibliografiche delle varie città 
Italiane nella prossima Esposizione Universale di Vienna, il R. Go- 
lerno dirigevasi alla S. V. che meritamente siede a capo di que- 
sta Nazional Biblioteca, perchè volesse dare una notizia dei codici 
più importanti che l'adornano. Ed Ella, fornito il lavoro per quello 
riguarda i codici latini, greci ecc., si rivolgeva a me, or non è gua- 
ri, acciò volessi dire anch* io qualche cosa di alcuni codici arabici, 
che più tra gli altri attirano a sé 1* attenzione dei bibliofili e dei 
dotti. 

Per quanto consentisse la ristrettezza del tempo accordatomi, ab- 
bozzato cosi alla meglio uno studio sul primo fra i manoscritti in- 
dicatimi, quello cioè che va sotto il nome di JAbro intomo alle 
palme, mi affretto a trasmetterlo alla S. V. per fame quel conto 
che più crederà conveniente. 

Con profondo ossequio ho il bene di segnarmi: 

Della S. V. Cav. Dott. Pilippo Evola 

Bibliotecario Capo della Biblioteca Nazionale 

di Palermo. 

Devoiisiimo servo 



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I, I I ' :; f I' 



LIBRO INTORNO ALLE PALME (*) 



Tra i nostri uomini di lettere , che nel secolo XVII si affaUca- 
rono tanto a formare la storia siciliana (2), allora bambina, colla 
raccolla di documenti sloripi, libri, diplomi e notizie d'ogni ma- 
niera, precedendo anche in questo nobile arringo il lìlabilion, il 
Muratori ecc., distinguevasi il nobilB Martino La Farina. Qucst^uomo 
insigne, onorevolmente accolto da Filippo IV in Madrid, attendeva 
li, in quella ricca Biblioteca dell* Escuriale alle sue cure aflìdata, 
con ogni studio ed alacrità alla ricerca di quegli arabici manoscritti 
che potessero riferirsi al suo paese natio, rischiarando qucli^rpoca 
moUo oscura , in cui i Saraceni governato avean la Sicilia. Uomo 
dotato di svariata dottrina, e delia conoscenza di molte lingue, vir 
polycjloUuSy come lo chiama il Mongitoie (3), vir lin<jnirum orian- 
talium crudUissimus, come scrive il Gregorio (4), egli il primo avveri! 
resistenza della Cronaca denominata di Cambridge, cooperò col so- 
lerte Antonino Amico a trarre dairAbulfeda e dallo Sceabbodino. che 
in quella biblioteca trovavansi, alcuni squarci che alla storia di quel 
tempo si riferivano; i quali venivan poscia tradotti in latino dal Dobe- 
lio, in italiano, sulla traduzione latina, dairinveges, riprodolti in se- 
guito dal Caruso e dal Gregorio, ed in ultimo, corretto il lesto e mi- 
gliorato, dall'illustre autore della Storia dei Musulmani di Sicilia 
nella sua Biblioteca Arabo-SiciUa (3). Ritornando in palria, portava 

(i) Codice segnalo 1. C. 50. S. M. (San Martino). 

(2) Scinà, Prospetto della Storia letter. di Sicilia. Introduzione. 

(3) Biblioth. Sic. s. b. v. 

(4) Rerum Arabicarum eie. ampia collectio p. 33. 

(5) Pag. i50 6 segg. pag. 404 e segg. 



16 

seco molli codici arabici . selte dei quali , alla sua morte (1679) 
Tenivano acquistati dalla Biblioleca di San Martino delle Scale (1). 
Eran cosi tolti alla Spagna tanti preziosi cimeli, che anche qui in 
parte andavano smarriti; ma l*Cscuriale, che probabilmente ne sa- 
rebbe Tenuto in possesso, e che anco in quel torno (1671) ebbe a 
soffrire gravi danni per un incendio, risarcivascne poco stante col- 
r acquisto dei preziosissimi codici greci di Costantino Lascaris, di 
cui per ordine del Viceré Conte di Santo Stefano veniva dal Con- 
sultore Quintana spogliata la città di Messina (2). I selte codici, dei 
quali è parola, passarono, nel 1870, alla Biblioteca Nazionale di 
Palermo, e questo di cui son a dire, no è uno. 



^ 



Nella sua precedente dimora nella Libreria di San Martino giac- 
que questo codice por più d^un secolo ignorato e negletto, sino a 
che per la prima volta nel 1790 non ne Tu rivelato il contenuto. 
Una nota apposta in uno dei Fogli aggiunli al detto munoscritto, ci 
dà r argomento del libro accompagnat'» dalle seguenti parole: 

tt Titolo interpretato dai signor Antonio Dakur segretario di Mon- 
signor Germano Adami Arcivescovo di Aleppo venuto in Monastero 
a 18 agosto dei 179G (3). » 

L* argomento \ien esposto nel seguente tenore: Libro inlorno alle 
palme, opera di Aby Kanom fujiio di Maometto figlio di Osman 
Al Sefjeslani. Copia fatta ihi Miiomcllo figlio di Acliam figlio di 
Sajd il giorno di domenica 2 di giumad ellani anno 394 ddVegira. 

Questo meilosimo titolo colla sola variante di Segoatano, invece 
di Al Scgeslaui, e colla corrispondenza all'anno dell* èia volgare 
riportava il marchese Vincenzo Mortillaro in una sua lettera al Cardi- 
nale Mai, nella quale dava ragguaglio dei manoscritti arabici di al- 



(i) e Perlocbè sapendo rAlroldi che quei codici arabici erano slati com- 
pri dalla Libreria di Martino La Farina ecc. i Scinà Op. cit. p. 458. 

(2) Di Diasi Stor. di S/c, Lib. XI, cap. XI. 

(3) Venne l'Adami in Palermo in occasione del celebro processo con- 
tro il Velia. A questo proposilo scrive lo Scinà {Op» cit, p. 487). e Mon- 
signor Germano Adami Arcivescovo di Aleppo era stato chiamato dalia 
R. Corte da Firenze in Palermo, perchè desse giudizio sui due codici 
Mariiniano e Normanno. Costui arrivò in Palermo insieme al suo Segre- 
tario Antonio Dakur da Aleppo, che non meno di lui era intelligente della 
lingua arabica. » 



17 

cane Biblioteche della Sicilia (i). Ed il canonico Gaspare Rossi 
in nn Dizionario biografico (2) spiegava meglio il Segestano colle 
parole « nativo di Segesta città dì Sicilia. » 

Se non che né il titolo delFopera, né il Segeslano venivano accet- 
tati dal prof. Michele Amari, il quale voleva invece, che titolo e nome 
andassero modificati in a Kilàb-ei-NaM wal 'Asl (Trattato delle api 
e del miele), di Abu-Hàtim-Sahl-ibn-Mohammcd del Segeslàn » sog- 
giungendo « che di quella provincia di Persia si tratta, e non di 
Segesta in Sicilia, distrutta molti secoli innanzi il conquisto musul- 
mano (3). » 



Il codice in disamina è in 8^, e costa di 27 Fogli (i) di cartapecora 
quasi in buono stato, e rilegati in tempo piuttosto recente con co- 
verta anche di pergamena. 

L* inchiostro è molto sbiadito, la scrittura mediocre, il carattere 
è maghrebino e tutto della stessa mano, sebbene a Fog. iO ed il 
sia più grande , e molto più distaccato , di tutto il rimanente. 

Ha poche aggiunte al margine, e manca di richiami. Le parole 
sono munite di lutti i segni ortografici africani : non vi ^i vedono 
levati i punti aWie, che tiene il luogo dell* c/i/' mobile, né scrìtti 
il medda ed il wesla. IVon si osservano rubriche, le leltere sono 
tutte eguali, e le parole si continuano nella slessa linea, quantun- 
que non manchino i punti di pausa. Spessissimo, in ultimo, un se- 
gno sotto le lettere indica V assenza del punto diacrilico e fa le 
veci del molimela; di rado ripete la forma delle lettere per meglio 
indicarle. 

Ogni foglio di questo manoscritto è provvisto a dippiù, nel mezzo 

(1) f KUabo-al-Nachli, ossia Libro delle Palme in 8^ di fogli 30, in perga- 
mena, opera di Abl-Kanom-ben-Mohammed-ben Osman Segoslano. Copia 
fatta da Moliammed-ben-Achemben-Said il giorno di domenica due di 
giumadi secondo anno 394 dell'egira (1004 dell' e. v.)- » Opere, voi. Ili, 
pag. 189. 

^2) Giom. di Se. e UtU n. 137. 

(3) Storia dei Musulmani, p. XXV. 

(4) L'indicazione del Moriillaro, che i fogli sieno 30, deriva da ciò, che 
nel numero di essi ei comprendeva altri tre fogli membranacei aggiunti 
al principio ed alla fine del manoscritto come fogli di guardia tratti, senza 
dubbio, da qualche vecchio codice di Ore canoniche in latino. 

Arch. Sior. Sic,, anno I. 3 



18 
del margine superiore, delle figure numeriche, delie quali quelle 
dei primi Fogli paiono ricalcate. L*uUima esprimente il numero 21 
è notata nella penultima , anziché neil* estrema pagina , nel redo 
anziché nel verno del foglio arabico. E ciò a cagione del trovarsi 
la suddetta ultima pagina occupata da una scrittura affrìcana, quiisi 
interamente oggi sbiadita e d'argomento poco importante. 

Le dette figure numeriche evidentemente sono cifre gkobàr 

(1) Paragonate queste cifre alle nostre, mostrauo qualche differenza nel 
2, 7, 8, ed una mollo più notevole nel 4 e nel 5; e messe a fronte colle 
arabiche comuni appaiono eguali nclT i ,4,9, analoghe nel % 3, ed in- 
tieramente dissimili nel 5, 6, 7, 8 e nello zero. L'origine di queste figure 
ed il modo come sieno passate a noi, so dagli antichi Greci, o dalla nuova 
scuola di Pitagora, o piuttosto dagli Indiani , se dalle lettere degli alfa- 
beti, da parole mozze, se dall'Oriente o dall'Occidente, se da noi co- 
municate agli Affricani, o a noi da loro ecc., non lasciano di occupare dal 
principio di questo secolo sin oggi i dotti tutti di Europa, che ancora non 
han potuto pronunciare un giudizio diffinitìvo su guest' argomento tanto 
controverso, lo non mi farò certo in una breve nota a ricordare i luvori 
del Weidler, del Mannerl, del Friedlein, del Sacy, del Vincent, del Rei- 
naud, del De Wailly, dell'Humboldt, del Libri, del Woepcke, del Boncom- 
pagni ecc., che svolgono sotto tutti gli aspetti una materia tanto intrai* 
data. Mi limiterò solo ad osservare, come neirAfifrica e nella Spagna, quan- 
tunque si usassero nel secolo X, XI e XH lo cifre ghobdr (le parole di Hum- 
boldt nel Cosmos, t. II, p. 397 e le cifre indiane erano usate nelle coste set- 
tentrionali dcU'AlTrica rimpetto la Sicilia • debbono intendersi per le cifre 
ghobdr; tuti'altra interpretazione mi sembra erronea) nondimeno si ondeggiò 
poscia fra queste e l' indiane, che prevalsero in seguito nei |)aesi musul- 
mani, come le ghobdr rimasero in Europa. Voglio soltanto aggiungere la 
circostanza, che in questo codice si osserva la cifra zero, che alle fìgurc 
ghobdr propriamente non si appartiene. Abbencbè nel passo tanto contro- 
verso di Boezio questa figura si osservi nella forma attuale , pure so si 
riflette, cbe esso è, secondo ogni probabilità, interpolato, non può non te- 
nersi in debito conto lo zero, che in questo nostro codice si osserva; li 
quale non è compreso nel testo, come nei trattati di matematica, chimi- 
ca ecc. , ma semplicemente apposto nel modo ordinario per la nume- 
razione progressiva dei fogli d' un libro. — Che cosa è lo zero? È il 
nulla. Se non vi fosse la ragione e la storia, ve -lo direbbero tutte le 
lin<;ueji^ in arabo, cipher in inglese, nuli in tedesco ecc. ci ripetono 
r idea del nulla. Quegli stessi popoli, ohe oggi adoperano la parola cifra 
in un altro senso, come gli Italiani, i Francesi, i Portoghesi, 1 Greci, in- 



19 
Nella prima pagina del nostro codice, che contiene il titolo, os- 
ser?a8i la seguente leggenda: 



tendevano prima con essa anche il nulla, e la cifra propriamente detta 
cbiamaTano figura, come gli arabi J^- Ed in faui nessun segno, né presso 
gli Indiani, da cui probabilmente derivano le cifre tutte, né presso gli al- 
tri popoli cui vennero esse tramandate, si trova di questa espressione ma- 
tematica divenuta col tempo una delle dieci cifre numeriche. Era uno 
spazio vuoto quello che dava il valore di posizione a tuUe quante le ci- 
fre, le quali per lungo tempo non furono mai più di nove. Per evitare 
poi ogni confusione, si pensò di segnare con un punto il detto spazio (ci- 
fre arabo-indiane; o colla più semplice, la rotonda, fra le fìj^ure (cifra gho* 
bar ed europea). — E qui, fra tante congetture, mi si permetta di rischiare 
quest'altra mia. Donde proviene la parola zero? Nessuna spiegazione par- 
mi siasene data finora, non parendo affatto ammissibile Torigine assegna- 
tale dal 8ifr dogli Arabi, che ripugna ad ogni regola etimologica. E non 
abbiamo noi da esso il termine cifra? non basta forse? Né vale che altre 
nazioni adottino, come si é visto, questo vocabolo col signiflcato di zero. 
Ciò altro non importerebbe, se non che esse usarono un nome, signiflcante 
uno spazio vuoto, tratto dagli Arabi, quando questi non aveano segno alcuno 
per dinotare il deUo valore di posizione. Ma diremo pertanto che altro nome 
non pelea darsi ad una figura qualunque, che quella di spazio vuoto? Gli 
Italiani, 1 Francesi ecc. hanno ^fra e zero; cifra e zero avoano anche gli 
Arabi. Fibonacci scrive, che zero sia una parola araba (V. Libri HisL des 
Matkem^ II, 29); ed in un passo riportato dal Woepcke, di Launenberg di Ro- 
siok, enumerandosi le cifre dall'I sino al 9, si dice e queisadditur cyphra, 
seu figura nihili, nulla, zero Arabihus. • Dunque gli Arabi diceano zero, 
e non cifra, o, se volete, cifra e zero, come diceano e dicono anche oggi 
noeta ILhJ cioè punto, e sifrJua cifra. E può ritenersi, eh' essi avessero 
detto cif^a quando mancava ogni segno air uopo nella numerazione, zero 
quando adoperarono il zero ghobàr, punto quando, abbandonate le cifre gho- 
bér per l'introduzione delle indiane, che quelle cacciaron di seggio, di- 
notarono il solo punto, cioè l'ultimo dei segni indo-arabici, come quello 
che dava il noto valore di posizione alle altre figure. E la parola arabica 
tir Y^ estremità, ultimo termine, sarebbe stata la più adatta a significare 
un elemento nuovo, che non era entrato mai nell* Abaco degli amichi, e 
che veniva quindi ad occupare l'ultimo posto. Un segno molto simile allo 
zero hanno usato sempre gli Arabi nella punteggiatura per notare la pau- 
sa; qual vocabolo più opportuno ad indicarlo, che quello di fine? Radulfo 
di Leon del secolo XII specificando questa figura dice e cui sipos nomen 
est in modum rotulae formatum.i Questo sipos non potrebbe essere un'al- 
terazione di siros (j^ ) collo scambio della r greca ( p ) colla p Ialina? 
Questo vocabolo, non fu certo di molto uso nell' Occidente arabico ; ma 



20 



^ ^\ j^ ^U ^\ wiJl- j^\ ^\:^ 

^ ^ J^ ^U ^ì wiJl- J^\ ^l^ 



bj-^^ 






• • • 



cioè: 

« Libro sulle palme, opera di Abu Hàlem-Sahl ibn-Moliammcd-ben- 
Othmàn-es Scgesldni, che Iddio abbia misericordia di lui. 

« Libro sulle palmey opera di Abu-Hàlem Sahl-ibn-Hobammed-bcn 
Othmàn-cs SegeslAiU. 

tt àScritto da Mobammed-bcn-Hakam ben-Sa'ìd. 

(( Gadda-ben-Ahmed-el-Ansàri el-Ausi, conosciuto sotto il 

nome d'Ibn-cl-Arkosci. o 



adoperato qualche volta, potò esser trasmesso per mezzo di taluno dei tanti 
libri matematici che nei tempi di Gerberto e di Fibonacci passarono in 
Italia, per ragione di commercio dalle contabilità e dogane di Affrica e 
Spagna comunicato forse a quelle di Sicilia. Né faccia specie il muta- 
mento della saei (^) in z. Gli antichi diceano anche zipAra, come i Greci 
T2;u<pfa, cambiando ugualmente la s. E pei ognuno sa, come molte parole 
sieno passate nei siciliano, ed anche neii* italiano, colla stessa trasforma- 
zione In z, non solo della detta lettera sad, ma sibbene della lettera sin (_») 
molto più di quella sibilante e dolce. 



SI 

Neil' ultima pagina poi, colla quale termina il codice , si legge 
quanto segue : 

cioè: 

s Finisce il libro. Sia data la dovuto lode a Dio, che definì i pre- 
cetli della vera religione , e volle aumentare le sue grazie. Iddio 
sia propìzio a maometto, in cui si chiuse la serie degli Apostoli suoi. 
E scrisse questo libro Mohammed-ben-Hakam-ben-SaMd nel primo 
giorno della settimana, decorse due notti del mese di giumadi se- 
condo, cinque giorni prima che finisse il mese di Adsàr. )) 

Dal fin qui esposto evidentemente rilevasi, come Targomento con- 
tenuto in questo codice riguardi le palme; e non le api ed il miele, 
come si avvisava il prof. Michele Amari. Le parole MohammoAl figlio 
di Osman Segeslano, date dal Mortillaro, lo portarono ad indovinare 
l'autore vero Abu Hàlem-ben-Sahl; ma egli non aveva il manoscritto 
sotto gli occhi, e sì dava nel campo dello congetture, supponendo che 
anche il titolo deiropera Fosse stato sbaglialo. Ed il Dakur, e I il Mor- 
tillaro, ed il Rossi con loro, quantunque avessero ben dello esser que- 
sto un libro intorno alle palme , non rendevano però esattamente 
il nome delTautore, scrivendo Aby-Kanom, e non. come sopra si è 
visto, Abu-Hatem-Sahl. La città poi di Segosta , data come patria 
deli*autore. non può ammettersi: non solo perchè, come giustamente 
dice r illustre storico, Segesta era distrutta da tanto tempo, ma sib- 
bene perchè questo nome patronimico avrebbe dovuto essere espresso 
col vocabolo Setjeòll. Seijcslani non può significare altro , che dì 
Scfjesldn, paese mollo nolo della Persia, ovvero sobborgo della città 
di Basra come sarà più sotto chiarito. E che di Scfjesldn si parli 
risulta anche da quanto leggesi nel Fog. 6 relro di questo medesimo 
codice ; dove V autore, descrivendo i luoghi che piò abbondano di 
palme, si Ferma quasi con compiacenza a notar la quantità di esse, 
di cui si Fan belle e ricche quelle contrade. 



Un*opera intorno alle palme Fu scritta dunque da Abu-H&tem di 
Segestàn. Ha però è qui da avvertire, che non dee attribuirsi a lui 
fuorché una prima composizione, stantechè non è sua la seconda 
conlenula nel libro qui preso ad esame. Abu-Hàtem non era più 
quando questo fu fatto. Ve lo dicono le parole rahamahu Allah 
( ò\ìl à^j) Iddio abbia misericordia di lui, parole che si applicano 
ai defunti. El-marhùm ( (ys^ji^ ) infalli si dice dell' uomo passato 
all'altra vita, un escquiaio direbbe Tabatc Michelangelo Lanci (I). 
Ad Abu-Hàtem si riferisce il tàlif (wàJb), come noi diremmo, Vopera 
principale, ma questo libro è di Mohammed-ben-Hakam bcn-Sa *id 
( jL^arl ... N^l^T). Il lam ( J ) ve lo dice chiaramente, e ciò ò pro- 
vato airevidenz^ e dal tenore do! libro, in cui Abu-Hàtem è ricor- 
dato come autorità primaria, mn non unica, e dalle parole con le 
quali chiudesi il libro medesimo, od in cui ripetcsi il [giorno nel qua- 
le il detto Mohammed fin) di scrivere. La qual voce sarebbe qui ad 
accogliersi nel significato di commontare, redigere (2), comcriberc, 
non in quello di vergar malerialmenle i caratteri. Che la scrittura 
materiale dovrà forse attribuirsi ad altri, come dairuitima linea del 
titolo par si rilevi. 

E qui prima di dir qualche cosa sull'autore delPopera principale 
(sul nome dell'autore di questo libro abbiamo nulla a dire, giacché 
d'importanza secondaria) e ragionar poscia più a lungo sull'argomento 
di essa, convien che mi fermi alquanto ad investigar la data crono- 
logica , cioè il tempo e il luogo , a cui riportare il presente ms. 
Noi ne abbiam visto una, segnata in disleso, che corrisponderebbe 
al 26 marzo del 1004 delTèra volgare, cioè il 2 giumadi secondo 
del 394 dell'egira, cinque giorni prima che spirasse Adsàr; con per- 
fetto accordo dei due computi solare e lunare di <iueiranno embo- 
lismico. Quesla data però s'intenda seguendo la serie dei mesi, non 
dei Persinni, pei quali lAdsàr risponderebbe al nostro Giugno, ma 
bensì dei paesi dell'Asia o dell'AiTrica, più vicini a noi. L' aggiun- 

(1) Trattato delle sepolcrali iscrizioni, p. 182 e passim, 

(2) Beidhàwi ci dà la sigoiflcazione del vocabolo y^^^^^che io qui trascri- 
vo e traduco colle parole del Sicy (Anth. Gramm. p. ^ del testo ed li 
della traduzione) L-^iC^t ò>xaj ^Nyar^t v^^dol ^}^\ . Le mot s.^.^^.-xS dans 
sa signification primitive veut dire réunir; et de là vieni qiiun escadron se 
dit à,y^r^, E katìba è presa anche in questo senso da vari autori e, tra 
gli altri, dall'Harìri {Us Séances de Barin, p. OAv). 



^ 



2S 

xione del mese solare a quello lunare , o la sola indicazione del 
solare, è sUita sempre di uso presso gli Arabi negli scrini riguardanti 
il commercio, la navigazione ecc. , e particolarmente in quei che 
trattano di geonomia, com*è il nostro. 

Se questa è però la dala del libro, diremo noi che lo sia anche 
quella del presente esemplare ? E se tale è la data di questo, lo sarà 
parimenti quella delle figure numeriche, di cui lo abbiam visto di so- 
pra munito ? Se cosi fosse, non esiteremmo a proclamarlo d' un' im- 
portanza grandissima; V età sua lo renderebbe venerando fra i ve- 
tusti codici arabi, e le cifre ghobdr sarebbero le più anticlie, che 
si sieno fin oggi incontrate in un manoscritto, come fu avvertito di 
sopra. E pur debbo confessare, che tale non è la mia convinzione. 
Il colore sbiadito delT inchiostro delle detto figure è uguale in parte 
a quello della scrittura del fogli, che ne sono segnati; ma noi non 
diremo perciò, che non abbiano esse potuto venirvi apposte in tempo 
posteriore. Un dubbio non lieve s*ingenera nelTosservare, come, non 
solo la loro forma è più crassa , ma ben anche l* ultimo foglio è 
segnato nel recto e non nel verso: ioccliè fa supporre che il terso 
si trovava occupato da quella scrittura poco importante, di cui so- 
pra si è detto, quando si vollero coi delti sogni numerici distinguere 

i fogli del testo. 

Ed in quanto al testo è a considerare in ultimo, che nel princi- 
pio dell'ultima linea del titolo, linea molto scolorita, v* han dei ca- 
ratteri, che io, incerto della lezione, non ho voluto trascrivere; ca- 
ratteri che potean ben contenere parole . di cui si vedon gli ele- 
menti, quali sarebbero « copiò questo il figlio » ( ^ ò,s^ ) ovvero 
a scrittura di » (yjssr-^. ) e che so io. Vw nome ben lungo, come 
sopra si è visto, siegue queste parole; il quale, ricominciando la li- 
nea da capo, può difficilmente esser continuazijne alla parola Sa'id, 
e potrebbe invece esser quello di colui che questo nostro esem- 
plare vergava. Se non che è d* altro caiìto a riconoscere, che un 
semplice copista non si sarebbe distinto con una lunga serie di nomi. 
Qualunque egli si fosse, colui che scriveva era un Arabo, uno della 
tribù dei Beni-Ansàr, e propriamente di quella dei figli di Aus, da 
cui e da El-Khazregi (^5^j>=^') vennero gli Ansar (jLcJ^I ) : il 
quale però non scrisse nell'Oriente, ma si bene nell'Occidente, nel 
Maghreb, o nella stessa penisola Iberica dove il codice fu acquistato; 
avvegnaché il carattere è AfTricano, ed il qualificativo stesso di An« 
sèri Ausi indica ch'ei trovavasi fuori il proprio paese, ed era inteso 
col nome d'origine. 



2i 

Questo nostro codice dunque, a parer mio, venne scritto in Affirlca 
nella Spagna, e se pur non è deiranno 1004, sarà tuUavia di una 
epoca molto antica, circa il secolo XII, come la scrittura, la materia 
di essa e le cifre appostevi ci fan dimostrato. Ci resta a dire di 
Abu-Hàtcm e delPanno in cui ei componeva l'opera sua sulle palme. 



Se ad alcuno piacesse gettar uno sguardo complessivo e sintetico 
su tutta la storia del medio evo, sia in Occidente, sia in Oriente, 
non mancherebbe senza dubbio di^ osservare una somiglianza sor- 
prendente nel grado di civiltà, nella cultura, nei costumi ecc., per 
poco che ne togli le differenze della lingua e della religione. Della 
letteratura poi possiam dire ch*cra una. La scuola di Aristotile non 
morì mai. e la tradizione ne Fu costante; fissando essa la sua sede or 
in Egitto, or in Persia, or in Italia (Scuola greca, Scuola araba, Scuola 
italiana). Uno dei suoi caratteri si Tu renciclopedia, e la forma con 
cui spesso manifestavasi, la poli^^rafia; il Trivio ed il Qualrivio rap- 
presentavano tutta la scienza. 

Neir epoca che noi prendiamo a considerare, cioè il secolo IX, un 
uomo d »tto era anche un erudito, un poeta, un catechista o teolo- 
go, un filosofo, un medico, un filologo. Egli scriveva di molte cose, 
e le più disparate ad un tempo ; e se talvolta si fermava ad una, 
non \* era modj, che la sua monografia non riuscisse un impasto 
delle C')|^nì/Joni le più eterogenee. La vera filosofia era quella che 
mancava, e della sana critica si pativa ognora difetto ; avvegnaché 
i pregiudizi che regnavan tiranni, ne faceano completamente le veci. 
Uno di (|ucsti poligrafi si fu di certo Fautore principale di questo 
Libro >iìtU<ì palme, Abu-HAtem-Sahl. 

Non pochi son coloro, che van conosciuti sotto il nome di Abu- 
Hàtem, tutti vissuti neirepoca la più splendida dell* impero arabico 
e della sua leìteratura, di Harùii-or-Rascid, El-Mamùn e loro succes- 
sori. Di questo numero sono Abu-Hàtem-el-Assammo, (1) Abu-Hàtem- 

(1) Quantunque non faccia al nostro proposito, mi piace qui riferire un 
aneddoto riguardante questo Abu-Hàtcm, che perciò fu detto il sordo /%Ho^t. 
Riporlo le parole stesse di Herbélot. di avoit une femme si honteuse de 
son uaturel, qu*elle ne pouvcii parler sans rougir; pour la guérir de cetle 
impurfeclion, il s' avisa de conirefaire le sourd, ei de lui faire répéter più- 
sieurs fois et à haute voix tout ce qu*ell6 lui disoit: cet artifice lui rénssit, 
et le surnom de sourd lui demeura. » 




er-Ràzi ecc.; ma sopra tutti si distinse Abu-Hàtem-es-Segestàni, e le 
notizie sul di lui conti», non che sulle di lui opere, non si possono 
dire scarsissime: avendocene lasciate varie, quantunque magre e smil- 
le, ibnJa'kdb, Ibn-Tagri-Bardi (I), Abulfeda (2) ecc., e sopra ogni al- 
tro Ibn- Khallikàn. I quali però 1' un 1* altro si copiano , e tutti 
quanti attingono alla fonte principale, come pare, ad Ibn-Doreid (3), 
uno dei più rinomati discepoli del nostro Abu-Hàtem. 

Ibn-RhaliikAn, biografo dei secolo XIH, cosi scrive nel suo libro 
Biografie degli mmini illustri: { J^'i^ ^^j ^^) (*)• 

vt3^ Ji^ J l^l^t ^^ l^^^ i>JI sSiy vJZ-i' sjy^^ sjy^^ 

^j^j >r^'j ^o^ fji ^^ j^ ^.^ ir^ \h *^-^' ^-^j 

^ J j!r^' p^j j^!^ p:: J^ d^^-^-H '-^-t-" ^^ jiG 

^U^ ^o^ J .^^ ^^ Jl^l .^^ 



(i) Fabbricato dal Juynboll e MaUhes i8l$2-6S y. Il, p. 766. 

(2) Annal. Moslem. p. 379, ediz. del Reiske. 

(3) Ibn-Doreid ietlerato e poeta è molto noto pel sno Poema i(Ju««a£jl 
ij^.^\ datoci dallo Scheidias e dallo Haitsma. 

(4) Biografia 281, voi. i, fase. 2, p. iOO. Trascrivo questo passo, e tra- 
duco, dal testo litografalo di WClslenfeld, per far meglio rilevare i titoli 
dei Trattati sui quali dirò più innanzi. 

Arth. Star. Sic., anno I. 4 



Ì6 



i^UI *J ^^_ U w.lsJ;^ jl^l v^yi w.bJ' oliJL-^1 j^ Jj 

jj^\ ^h^j oM' v-.l:iG >-ì-!^!j ^JJ' V'^ ^1 V*^ 

V'^ v^^M'j ^^' w.14^ otl;iL)l vl:i>^ jyJ! v>^ V^'j 

,l^lj JLJIj'^l s^l:^ ito^^Tv^l^ iJaJl s^LfT^ i^UiJI 

V^i LTJ-^' Vl^j cry^'j e-'-^' ^^J ^^fJ'j ^jr-J» V^j 

U^l w.U^ ^^\ v_>U^ .^JL^I ^Ij LUI s^Lj;^ .Ui^ 

t ^j ^tCJi^j wixUI ^iL:^l v^lxi^ k«i^lj w--«i| 

j^^ ui J^^^^] ^u ^1 









i-JI ir J^ ^^^i^l, «/ JUj JJ! a^j JUt i^ ^:^j i^^ 



Le qaali parole yen cosi tradotte : 

• Abu-Bdleni'Sahl'ben'Mohammed-ben'Olhmdrìrben'leztd-el-GiO' 
sdami-esSegestàni, il Grammatico, il Filologo, il Lettore (del Corano), 
dimorante In Basra, ed uno dei dottori di questa città, fu principe 
nelle belle lettere, e maestro agli uomini dotti del suo tempo; tra i 
quali Abu-Bekr-Mohammed-ben Doreid , El-Mubarrad ecc. Riferisce 
El-Mubarrad ayer inteso dalla sua bocca, com'egli avesse per ben due 
volle studiato l'opera di Sibawle sotto la guida di El-Akhfasc (1). 
Le autorità ch'egli spesso allegava In sostegno dei suoi detti, erano 
Aba-Zeid-el-Ansàri, Abu-'Obeida, ed El-Asma'i. Egli era molto istruito 
nelle leggi della favella, e molto versato nella poetica, conoscendo 
a fondo le regole della prosodia ; e sapeva ancor bene sviluppare 
il significato dei detti enimmalici. Fece anche ottime poesie, e fu 
autore di bei carmi. INon era però molto penetrante nella scienza 
grammaticale; sicché, quando si trovava insieme ad AbuOthmàn-el- 
Hàiem, in casa di 'Isa-ben-Gia'far-el-Hascemi, ^nostrava di distrarsi 
in qualche cosa, ovvero si affrettava ad uscire, per tema die quegli 
non gli facesse qualche quesito filologico. Era esso un uomo probo 
e continente , largiva per elemosine un dinar ogni giorno , e re- 
citava il Corano per intero tutte le settimane. Trovandosi una volta 
El-Mubarrad, giovane di aspetto molto avvenente , insieme con al- 
tri in conversazione attorno a lui, spingevalo a che volesse ammae- 
strarlo. A questa dimanda Abu-Hàtem rispose coi seguenti versi: 



(I) Sotto il nome di Ei-Akhfasc vanno intesi tre Grammatici di gran 
rinomanza, distinti coi soprannomi, j^^^t fanlico, ^jiS'il medio, eùj»^^ 
U naogUo. Qui si parla di certo del primo, che portava il nome di Abu- 
l-Kbaitàb, il quale fu maestro al Sibavrie. Fiorì il Sibawie verso gli ul- 
timi del secolo Vili. 

Non parlo qui degli altri Grammalici, o meglio Filologi, citali in qoe- 
su e nella seguente biografia, giacché sarebbe un fuor d'opera : d'altronde 
sono latti molto conosciuti. 



2« 

l'In-*' Je *-:r* ^.:^— '>-«J *-l-Vf O^J-^ 'i'j 



i*UI *J ^^ U ^USj JyJ] w.yi v>Ur oUj-^1 ^ja ^ÌJ 

jy^\ ^h^S'j oLJI ^^j vi^^lj ^Xll w^; ^1 w.^ 

wl;i?; ^iUlj J.Ut w.b5^ ot];Sjl v''^ J/" V^^ iy^^j 
J^\j JLJIj'^l wl;^ itj^Ts^^ iJLriJl v^U(^ i^UàlI 

V^^j (^ja-^l s_.lsJ^ (^Ij ^^J) s_.l:5^ ^U^lj »^_y«JI v-^J 

UjJI wU^ ^^1 v^^Li^ ._JL»J| ^\_j LUI w^Ui^; >UiT 
^ ^^j ^^SOij^j U^IA\ ^ìL^I v»!^ i'-^'j w-»*^' 









87 

L_JI ,^ ^^.i^l, ./ J,U5 J)t ^j J^l i^ ^:.^ Vji 



Le quali parole yan cosi tradotte : 

• AbU'Bdteni-Sahlrben'Mohammedrben'Olhmdrìrben'lezid-el'GiO' 
sdami-eS'Segestàni, il Grammatico, il Filologo, il Lettore (del Corano), 
dimorante in Basra, ed uno dei dottori di questa città, fu principe 
nelle belle lettere, e maestro agli uomini dotti del suo tempo; tra i 
quali Abu-Bekr-Mohammed-ben Doreid , El-Mubarrad ecc. Riferisce 
El-Mubarrad ayer inteso dalia sua bocca, com'egli avesse per ben due 
volte studiato Topera di Sibawle sotto la guida di El-Akhfasc (1). 
Le autorità ch'egli spesso allegava In sostegno dei suoi detti, erano 
Abu-Zeid-el-Ansàri, Abu-*Obeida, ed El-Asma*i. Egli era molto istruito 
nelle leggi della favella, e molto versato nella poetica, conoscendo 
a fondo le regole della prosodia ; e sapeva ancor bene sviluppare 
il significato dei detti enimmatici. Fece anche ottime poesie, e fu 
autore di bei carmi. Non era però molto penetrante nella scienza 
grammaticale; sicché, quando si trovava insieme ad AbuOlhmàn-el- 
Hàxeni, in casa di *lsa-ben-Gia'far-el-Hascemi, inostrava di distrarsi 
in qualche cosa, ovvero si affrettava ad uscire, per tema che quegli 
non gli facesse qualche quesito filologico. Era esso un uomo probo 
e continente , largiva per elemosine un dinar ogni giorno , e re- 
citava il Corano per intero tutte le settimane. Trovandosi una volta 
El-Mubarrad, giovane di aspetto molto avvenente , insieme con al- 
tri in conversazione attorno a lui, spinge vaio a che volesse ammae- 
strarlo. A questa dimanda Abu-Hàtem rispose coi seguenti versi: 



(I) Sotto il nome di El-Akhfasc vanno intesi tre Grammatici di gran 
rinomanza, distinti coi soprannomi, j^ìll l'antico, i^^J^il medio, ed yi^^ 
U novello. Qni si parla di certo del primo, che portava il nome di Abu- 
1-Kbaiiàb, il quale fu maestro al Sibawle. Fiori il Sibawle verso gli ul- 
timi del secolo Vili. 

Non parlo qui degli altri Grammatici, o meglio Filologi, citali in que- 
sta e nella seguente biografia, giacché sarebbe un fuor d'opera: d'altronde 
sono Intti molto conosciuti. 



2« 



1 iJu_» , -Iti ^ u y^^rS\i 



il^UI *J ^^ U w..lsJ^ jl^SJI W.I;*! v^bJ* oliL;-.all ^^ 4j 

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UjJI v'Mj <y-^' v^ >.^4»^' c«^'j UJ' v'^ M^'i^ 

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87 






Le quali parole yan cosi tradotte : 

t Abu-BàLerìi-Sahl''ben' Mohammed-ben- Olhmdrìrben- lezid-el- Gio- 
seiami-eS'Segesiànif il Grammatico, il Filologo, il Lettore (del Corano), 
dimorante in Basra, ed uno dei dottori di questa città, fu principe 
nelle belle lettere, e maestro agli uomini dotti del suo tempo; tra i 
quali Abu-Bekr-.Mohammed-ben Doreid , El-Mubarrad ecc. Riferisce 
El-Mubarrad aver inteso dalla sua bocca, com'egli avesse per ben due 
volte studiato l'opera di Sibawle sotto la guida di El-Akhfasc (1). 
Le autorità cb'egli spesso allegava in sostegno dei suoi detti, erano 
Abu-Zeid-el-Ansàri, Abu-'Obeida, ed El-Asma*i. Egli era molto istruito 
nelle leggi della favella, e molto versato nella poetica, conoscendo 
a fondo le regole della prosodia ; e sapeva ancor bene sviluppare 
il significato dei detti enimmalici. Fece ancbe ottime poesie, e fu 
autore di bei carmi. Non era però molto penetrante nella scienza 
grammaticale; sicché, quando si trovava insieme ad AbuOlhmàn-el- 
MAzenì, in casa di 'Isa-ben-Gia'far-el-Hascemi, mostrava di distrarsi 
in qualche cosa, ovvero si affrettava ad uscire, per tema che quegli 
non gli facesse qualche quesito filologico. Era esso un uomo probo 
e continente , largiva per elemosine un dinar ogni giorno , e re- 
citava il Corano per intero tutte le settimane. Trovandosi una volta 
El-Mubarrad, giovane di aspetto molto avvenente , insieme con al- 
tri in conversazione attorno a lui, spinge vaio a che volesse ammae- 
strarlo. A questa dimanda Abu-Hàtem rispose coi seguenti versi: 



(I) Sotto il nome di EI-Akhfasc vanno inlesi tre Grammatici di gran 
rinomanza, distinti coi soprannomi, j^^^t i'antico, ^J^il medio, edj»^^ 
il novello. Qui si parla di ceno del primo, che portava il nome di Abu- 
l-Khaiiàb, Il quale fu maestro ai Sibawie. Fiori il Sibawie verso gli ul- 
timi del secolo Vili. 

Non parlo qui degli altri Gramroalici, o meglio Filologi, citali in que- 
su e nella seguente biografia, giacché sarebbe un fuor d'opera: d'altronde 
sono tutti molto conosciuti. 



28 

e Qaal inoonlro ho futto io oggi ! Un uomo che si studia a svilup- 
pare gli intrecci del discorso. 

ff La bellezza si posò sui suo viso, le pupille di tutti gli uomini 
sono su lui rivolte. 

« Sia cb*ei si muova, sia che stia in riposo, non raccoglierai (guar- 
dandolo) che il frutto del peccato. 

e Ha se io, trovandomi a solo con altro giovine a lui somigliante, 
ho provocato costui e sollecitato, 

a Kon ho però trasgredito le leggi della continenza, che sanno ben 
raffrenar la libidine. 

ff Io sono tutto a te Abu-*Abbàs, in te sta la mia difesa (contro la 
tentazione). 

ff Abbi pietà dunque del tuo firatello, perchè egli non può addor- 
mentarsi, egli è quasi ammalato. 

Concedigli ciò che è permesso, non desiderando egli cosa alcuna 
che non sìa lecita. 

ff Diceva Abu Hàtem al suo discepolo cosi. Se alcuna volta vuoi con- 
servar segreta la tua scrittura, prendi del latte fresco e scrivi con 
esso su di un foglio. Passando poscia sullo scritto dell'arena calda, 
vedrai apparire quello che la tua mano ha traccialo. Se poi vuoi se 
gnare i caratteri coll'acqua bianca del vetriuolo, spargendovi sopra la 
galla, comparirà ugualmente la tua scrittura; e cosi viceversa (1). 

«Fra i trallati da lui composti vi hanno i seguenti: 
« Trattato Sulla mutazione della desinenza delle parole nel Corano. 

— Sugli errori di pronuncia , che commette il volgo par- 

lando. 

— Sugli uccelli. 

— Sul maschile e femminile. 

— Sulle piante. 

— Suir Elif che va munito del medda, e quello che ne va 

senza. 

— Sul Fork (il Corano). 

— « Sul modo di legger il Corano. 



(i) Questi metodi, che yengODcqui aUribuitl per la prima volta ad Abu-Hà- 
tem, sono pienamente conosciuti al giorno d*oggi. L'acqua bianca del ve- 
triuolo non è, che la solUEione di solfato verde di ferro alIuDgatn , sulla 
quale si passa, dopo che i caraUeri tracciati son ben' asciutti, la tintura di 
galla. 




1» 

e Trattato sulla pausa e sul modo come si ripiglia la lettura nel Co* 
rano. 
^ Sulla fiiGondia. 

— SfiZr ape. 

— Sulle parole, che hanno in sé due significati opposti. 

— Su l'arco, i dardi e le frecce. 

— Su le spade e le lance. 

— Su la coraua ed il cavallo. 

— Sugli animali selvatici. 

— Sui rettili. 

— Sulla satira. 

— Sulla seminagione. 

— » Sulla creaiione deiruoroo. 

— Sulla inserzione della lettera precedente nella seguente. 

— Sui colostro e sul latte fresco. 

— Suir uva. 

— Su r inverno e V estate. 

— Su le api ed il miele. 

— Sul cammello. 

— Suli*erba da pascolo. 

— Sull'abbondanza del ricolto e sulla carestia. 

— Sulle varianti nei codici del Corano. 

a Compose ancora altre opere oltre alle qui connate. 

f I seguenti versi sono stati fatti anche dal detto AbuHàtem : 

f Scoprirono il suo bel viso, e riprendono poi chi tentar si lascia. 

e Se noi voglion continenti, coprano di un velo il suo leggiadro sem* 
biante. 

« Mori Abu-H&tem nella città di Basra nel mese di Moharrem, se* 
condo alcuni, secondo altri in quello di Regeb, dell* anno duecen- 
quarantotto. Taluni dicono invece, dell' anno duecencinquanta, al- 
tri, del duecencinquantaquattro, e secondo un ultima opinione , del 
duecencinquantucinque. Soleiniàn-ben-Gia'farben-SoleimAn-ben'Àli- 
ben-'AbdAllah-ben-el-'Ahb&s-bcn-'Abd-elMotleb, ch*eia allora go- 
vernatore di quella città , ne celebrò Y esequie. Fu sotterrato nel 
centro del Mosalla (1). Sia clemente V Altissimo verso di lui. 

tf Egli prese il nome di El-Giosciami da Gioscinm, nome che si dà 



(1) ^jJ^ ei-''^^ • Luogo dove si recitavano le preci pei defunti. 



30 

a Tarie tribù : ignoro però a quale flm queste ei si appartenesse. 
Del vocabolo Es-Segesldni ho parlato sopra (i). n 

E qui, alla lettura dei riferiti cenni biografici, potrebbe per avven- 
tura talun dubitare, che questo Abu-Hàtem non sia quello stesso, 
che noi cerchiamo; dappoiché alcun trattato sulle palme non si vede 
menzionato nella lunga lisla degli scritti, che a lui vanno attribuiti. 
Tal dubbio però non tarderebbe a dileguarsi, per poco volesse riflet- 
tersi che un* opera sulle api vien per due volte ricordata nell'elenco 
su riferito; la prima colle parole « Trattato sult*ape n la seconda con 
quelle di a Trattato su 1* api ed il miele. » Un punto diacritico sol- 
tanto distingue in arabo il vocabolo palme (nakhl, J^) dal voca- 
bolo api (nahlj Ja^). Or è evidente, che questo punto diacritico 
fu trascurato nel primo dei due titoli: il quale, se regolarmente 
segnato, avrebbe suonato Trattalo sulla palma; ritenendo Taltro la 
sua forma, e quindi la lettura corrispondente. Trattato su le api 
ed il miele. Ciò va attribuito a semplice errore del copista , ma 
gli errori si perpetuano spesso negli esemplari ; e già vediamo lo 
slesso H&gi-Khaltfa (citato dallo Amari) (2) cadervi, avendo egli, non 
che le idee , ma benanco le parole copiato dagli altri. Il cennare 
due volte la slessa opera non avrebbe avuto alcun senso; né po- 
trebbe facilmente ammettersi , che T autore AbuHAtem avesse vo- 
luto scriver prima sulle api, e poi da capo, sulle api ed il miele. 

Ha ogni dubbio, se può restarne uno, svanisce alla semplice let- 
tura delle Kolizie sul conto di Abu-Hàtcnies-Scgostàni ( ^t jLcà.' 
^Lu»r-J! vU) che ci dà, nel Fihrisl, Ibn-abi la^kùb-cn Wadlm (3). 
Esse son concepite nei seguenti termini: 

(1) Nella Biografia di Daùd-Suleimàn-es-SegeslàDÌ. Parlando ivi di questo 
soprannome, dice che proviene da uno dei sobborghi di fiasra ^ Lj ^J 

(2) Loc. cit. 

(3) ^J-^t ^ UjjJt ,^,, ,j^:±^^\ jUt J w^^l ^"^ 
Ediz. FIUgel-Ródiger, p. lA. Il testo di questo brano, di cui io do anche la 
traduzione, mi è stato mandato dal chiarissimo signor Fausto Lasinio, Pro* 
fessore di Ebraico nella R. Università di Pisa, pregato da me a consultare 
alcuni libri, di cui mancano affatto le nostre Biblioteche. 



SI 

^ i^ oU *;i j, ^j ijjJi j Ajji ^^ ^ _^t j,^! 

v*=^' cr' *!5 *=* >^' (3:*-> ^i^"*^ (J^^ w«^' e-^j >^' 

^1:5' ^M\j ^\i\\ ^l;^ ijj^lj ^_y^! ^l:J' oMla >r^' 

iìx^'T w-U/ *LtJ| w^LlT x^U^t w>Ur otl^l v'U/ jjyJI 

j^_^^! w>l:Ì' -^Upij ^^1 v^l:^ .l^Jlj JLJIj ^^1 ^.1:5' 
vl^ ^LJ^II ^ w^b^ ^j^\ w.1:^ UVl >_,l:Ì' o|;icrJ| w^LJ' 

^ibi.1 v-^LT i«sJ|j ^w^l ^\^ ASir ^\^ JjlJV, wJuJI 

jl^Jlj Jillj^lj ^;V^lj i^Jlj ^1 v»*^ i|;?^l V'I^ wJ^U! 



« Dice Abu-Sa'td, che il soprannome di lui sia Suhl-ben-Moham- 
mc(]. Egli si appoggiava molto all'autorità di Abu-Zeid, di Abu-'Obeida 
e di El-Asma'i. Era molto intendente delle leggi della favella e della 
poesia. Riferisce Abu>'Abb&s-el-Nubarrad, avere inteso dalla bocca di 
lui, come egli avesse studiato per ben due volte il libro di Sibawie sot- 
to la guida di El-Akhfnsc. Compose molti trattati sulla lingua arabica, 
conosceva per bene le regole della prosodia, recitava dei carmi, ed era 
veritiero nel riportare le autorità altrui. Su di lui alla sua volta si ap- 
poggia Abu-Bekr-bcn-Doreid, quante volte tratta della lingua. Questi 
mi raccontava, che la morte di Abu-HAtcm avvenne nell'anno dueccn- 
cinquantacinque in un giorno piovoso. Suleimàn fratello di GlaTar- 
ben-el-Kiìscm fece le esequie di lui, che venne sepolto nel Vosalla, di 
rimpetio la collina. Rapporta Ibn-Doreid, com'ei fosse mollo profondo 
nella dottrina, e sapesse con molta penetrazione e sulligliczza d'in- 



n 

gegno sciogliere le frasi a doppio senso. A lui yanno attrìbaiti ì se- 
guenti trattati : Su gli errori che commette il volgo parlando. Sa 
gli uccelli. Sul maschile e sul femminile. Su gli alberi e le piante. 
Suir elif che va munito dei medda , e quello che ne va senza. 
Sulla pausa e sul modo come si ripiglia la lettura nel Corano. 
Sul Fork (il Corano). Sul modo di legger il Corano. Sulla facon- 
dia. Sulla palma. Sulle parole che hanno in sé due significati op- 
posti. Su l'arco, i dardi e le frecce. Su le spade e le lance. Sulle 
bestie selvatiche. Sui rettili. Sulla satira. Sulla seminagione. Sulla 
creazione delfuomo. Sull* inserzione della lettera precedente nella 
seguente. Sui colostro e sul latte fresco. Suii*uva. Su T inverno e 
Testate. Su le api ed il miele. Sul cammello. Sull'amore al luogo 
dove si abita. Su Inerba spontanea e la seminata. Sulle parole che 
si seguono l'una l'altra collo stesso significato. Sull'abbondanza del 
ricolto e sulla carestia. Sulle varianti nei codici del Corano. Sulle 
locuste. Sul caldo ed il freddo, il sole e lu luna, la notte ed il gior- 
no. Sulla differenza che esiste tra l'uomo e gli altri esseri animati, b 

In questo squarcio il Trattato su la palma (I) si vede da quello su 
le api ed il iniele distinto e separato. E quantunque si trovi altro 
codice dello stesso Ibn-Ia'kAb, che porta la parola En-nahla {ò\sb^\) 
invece di Ennakhta (iXx^l ), pure non è a dubitare della vera le- 
zione, come il Fliigel stesso ha ben dimostrato (2). 

Il primo autore dunque del codice in esame fu Abu-Hàtem-Sahl, 
come nel titolo chiaramente abbiam letto; ed egli è il medesimo, che 
ci danno a conoscere Ibn-Khallikàn, Ibn-Ia*k&b, Hàgi-Khalifa, Abul- 
feda ecc., quello slesso cui ricordano nelle loro opere il Casiri (3), lo 
Herbélot (4), il Sacy (5), il Flugel (6), il Lane (7), il Wiistenfeld (8). 




(1) La sola differenza che si osserva nel titolo di questo Trattato secondo 
il nostro codice, paragonato con quello or qui riportato, si è che, mentre 
il codice mette il nome in plurale, il nostro biografo lo segna in singoiare. 

(S) Nel Fihrist ciL voi. II, p. 31. 

(3) BibL Arabo-BUpana, p. i39. 

(4) Bibl. OriifU., pag. 779. 

(5) AnÉhoL Gramm., p. i43. 

(6) Die grammatUchin SchiUen der Araber. 

(7) Nella Prefaz, al suo Dizionario arabo-inglese. 

(8) Rigiiter dir Pirsonen-Namin noi Lessico geografico di làkùt, voi. VI, 
p. 370. 



ss 

Il suo nome eompleto va letto Abu-Hàt€in»SahI-ben*Mohamined-beii- 
Olhinàn-ben-Iezid-el-Gioscipmi-esSegest&ni. Si chiamava El-Gioscia<^ 
mi, perchè appartenente ad una delle tribù dette Giosciam; ma a quale 
di esse, come si avverte nella su riportata biografia*, non si sa pre^ 
cisare. Es-Segestàni è più probabile si chiamasse cosi dal nome di un 
villaggio Setjestàn attorno Basra, dove passò la sua vita, e dove morì al- 
Tetà di novant'anni in circa (1), anziché dalla vasta provincia del Sego- 
slAn. Questa è anche Topinionc d'Ibn-Rhallikàn esternata a proposito 
di un'altra biografia (2). Ed il l&k&t poi io dice chiarnmente nel suo 
Lessico geografico (3) a Abu-Hàtem-es-Segestàni della terra di Basra 
[i^ ij/ ^). » 

Basra- è stata sin dui remoti tempi 'rinomata pei suoi magnifici 
palmizi; e i suoi datteri sono i più squisiti del mondo. Chi meglio 
di Abu-Hàtcm avrebbe potuto scrivere sulla palma? di lui che per 
tinto tempo respirò, il, Taura Tresca di quei deliziosi giardini, am- 
maestrando, come gli antichi Academici sotto i portici, al rezzo delle 
maestose sue foglie? 

Egli, capo dcir azienda economica della sopradetta cilt«^ di Bas- 
ra (4), fu, com*abbiam visto, un uomo enciclopedico, e nella scienza 
grammaticale, o filologia, come noi diremmo, molto addentro. Né vale 
ch*egli evitasse d'incontrarsi col Màzeni: ciò varrebbe, che Abu-Oth- 
niàn Bekr-el-Màzenì, fosse più di lui dotto e rinomato. Fu poeta, a 
più riprese ve lo dice il biografo; e noi ne abbiam veduto qui sopra 
qualche saggio: ma, più elio poeta, fu certo maestro di prosodia, aven- 
do egli dettato le regole più minute sulla rima ecc. Era di più molto 
profondo nella scienza del Corano, ed avea meritato il titolo di Mokri; 
ci dava leggi sul modo di leggerlo, su l'alzamento e Tabbassamento 
della voce ecc. Né di belle lettere soltanto ei si occupava, ma ogni 
genere di cognizioni era pienamente da lui posseduto. Le scienze 
fisiche e filosofiche, le .divine e le umane, le teoriche e le pratiche 

(i) Lane, loc. cU. 

(1) Vedi sopra a pag. 30, nota 1. 

(3) Mo'gemelBoldàn, ediz. del WQslenfeld, voi. IH, p. 44. 

(4) Il Reiske nelle note ad Abulfeda voi. Il, pag. 754, riporta un passo 
di Raud dove è detto che Abu-Hàtero era *Amil ( J^U) di Basra. Questa 
parola *Amel, esattore tesoriere, stava sicuramente nel codice tenuto pre* 
sente da Raud; ed essa è più esatta al certo del JU (l^JLc v. sopra pa- 
gina 25) che noi abbiam letto nella biografìa di Ibn-Khallikàn, e che non 
risponderebbe al vero significato ed alla giusta costruzione grammaticale 
arabica. 

Arch* Stor. Sic., anno I. S 



IN TÒ CE KIO-SSÈ 



OVTBIO 



PRIMO TRADUTTORE EUROPEO DI CONFUCIO (1) 



Le mcinorie siciliane ricordano con onore qualche nome che la 
^ria generale d'Italia sia civile, sia letteraria, artistica o selen- 
ica, spesso ignora o trasanda: e ciò singolarmente pei due se- 
Ai XVI e XVII, che furono per 1* Isola dei più splendidi che avesse 
tvoti nella coltura intellettuale e nelle nrli. Quanti poeti latini o 
iliani, storici o prosatori di vario genere, fossero degni di essere 
[istrati nella storia della letteratura italiana , altra volta fu avvi- 
ito a proposito delle due storie di letteratura greca e latina del 
itù, e di un saggio di poeti e prosatori siciliani dei due secoli 
iimosesto e decimosettimo (2) : e come pm'a incredibile che va- 
io dimenticati nella storia delle belle arti in Italia, ad es., Giro- 
io Alibrando, il principe dei pittori della scuola di Messina tanto 
nostre pei nomi degli Antoni, ai quali appartenne il famoso Anto- 
jaello; Vincenzo Anemolo il RnfTaello siciliano; Antonio Gagini , che 
[aon ha forse chi il superi fra gli scultori del suo tempo dopo il 
Buonarroti; Pietro Novelli il .ìlorrealcse, da scambiare in merito col 
Wandyk; Litterio Paladino e il Barbalunga, che sono lAnnibale Ca- 
ci) Notizia letu nella tornata dell* Accademia Palermitana di scienze, 
lettere ed arti, il 2 febbraro 1873. 

(S) V. Filologia $ Uttiratura ikUiana, voi. % pag. 95 e segg. 277-3S3. 
Pai. 1871. 




S6 
racci e il Domenichino di Sicilia (1); è cosa ripetuta sempre da chi 
visita le nostre pinacoteche dopo quelle di Firenze, di Roma e di 
Napoli. Cosi ^ avvenuto eziandio negli studi scienliiici (2) e di eru- 
dizione; e però ci è sembrato opportuno ritornare sopra ciò che ab- 
biamo in altra occasione accennato di Prospero Intercetta e di al- 
tri orientalisti siciliani del secolo XVII, e notare di proposito la parte 
che la Sicilia abbia avuta nella prima coltura degli studi orientali 
in Europa, dopo che aveva data anch* essa tanta opera al rinasci- 
mento degli studi classici, alla archeologia ed alla diplomatica. 

L'anno 1687 vedeva la luco in Parigi una importantissima opera 
col titolo : a Conpogius Sinarum philosophus , sive Scikntia Siivensis 
« latine exposita studio et opera Prosperi Intercetta, Christiani Herd- 
a trich, Francisci Rougemont, Philippi Couplet Palrum societatis Jesu, 
t lussu Ludovici magni eximio missionum Orientalium et litterariae 
a reipublicae bone e bibliotheca regia in lucein prodil. Adjecta est 
a tabula Chronologica Sinicae monarchiae ab hujus exordio ad haec 
a usque tempora (Apud Danielem Horthemels, via lacobea sub Mae 
« cenate). » Doveva seguire in questa edizione ai tre libri King un 
quarto , cioè il Ven (u * Sinarum philosophus secundus qui uno 
post Confucium saeculo vixit: n ma questo libro tu indi tradotto in 
latino dal P. Noel nella sua posteriore raccolta che comprese Sinen- 
9i» impera libros classicos sex e sinico idiomale in lalinum tra- 
ductoB (Pragae 17H), e in francese dal P. Cibot nel t. 1® delle Me- 
morie intorno alla Cina (3). Ora, essendo 11 Confncius etc. opera 
che riguardava specialmente la AIosoAa di quelPantichissima nazione 
deirestremo Oriente, la storia della filosofia ne ha tenuto singoiar 
conto; e storici tedeschi e francesi e italiani, Thanno ciUìtu come la 
prima rivelazione che abbiano avuta gli Europei delle dottrine di Con- 
fucio, Se non che, non si è sufficientemente conosciuta la storia di 



(1) V. Memorie dei PUtori Messinesi ecc- Messina 1821.— A. Gallo, Elogio 
storico di Pietro Novelli pittore, architetto e incisore ecc. Palermo 1830.— M. 
Galeotti, Preliminari alla storia di Antonio Gagini scuttore siciliano del se- 
colo XVI e della sua scuola. Palermo 1869 — G. Di Marzo, Storia dette tfette 
arti in Sicitia ecc. voi. 3.* Palermo 186S. 

(2) V. il nostro iibreiio Della filosofia moderna in Sicilia ecc. Palermo 1865, 
la Biblioteca Sicula del Mongitore, le Biografie d^illustri siciliani di E. Orto- 
lani. Napoli, voi. 4, 1817-20. 

(3) Y. De Hacker, Bibliothéq. des écrvMdns de la Compagnie de Jesus etc. 
deuxième serie, p. 309. Liège, 1864. 



37 
quell'opera, e dal vedemL pubblicata a Parigi si è data da alcuni la 
gloria di quel laroro alla Franola; si che fu scritto dal Cousin nella 
sua Hisioira generalo de la Pkiloéopliic: i C*est un firancais, un 
pòrejésuilei le P. Couplet, qui le premier a fbit connattre Confu- 
cìtts a rSurope dans lo granii et bel ouvrage : Confucius Sinarum 
phiUt8»ypliW, eiv^ scienlia sineiisis, in fol. Paris 1687 (p. 120, Paris 
18iil). > Non so quello che ne dica il Windischinnnn nella sua opera 
sulla filosofia cinese citata dal Ritter, aI quale non parvo dar luogo 
nella jua grande Storia delia filosofia alla sapienza cinese che re- 
putò niente filosofica ; ma altri storici, come il Tennemnn, tutti si 
riferiscono al Confwnus del Couplet, ovfero alla traduzione del P. 
Ifoel. Il Brukero intrattenendosi della filosofia dei Cinesi (t. IV, pars 
alt. De Plìilùwph. SinefM. p. 840 e segg.), loda sopratutto i His^ 
sionarii Gesuiti p#r quella memorabilis coiiectio, come la dice, del 
ùn^iicLun, ma ò sempre il Couplet cho Ya nominato per tutti; sic- 
come indi il Noe!, cho pur da?a la sua edizione dei libri cinesi ven- 
tiquattro anni dopo del Couplet, e quarantadue anni dopo che essi 
avevano veduta la luce per opera del siciliano Prospero Intercetta. 
Il quale non comparisce in quella Storia critica di ogni filosofia che 
appena nei titolo del Cunfucius, e tuttavia confusi nome e cognome 
{Prosperinlorcella); siccome eziandio solamente storpiato in lounelta 
in IntorceUa comparisce nel Tenneman e nel nostro Appiano Buo- 
nafede sotto il titolo dei Confucius parigino, ignorata del tutto la 
stampa cinese dell* Intercetta del tCG2 e 1669. 

Pertanto, a correggere questo equivoco, e restituire specialmente 
alia Sicilia Tonore di aver dato all'Europa la prima volta la tradu- 
zione latina dei libri cinesi di Confucio, io riferirò brevemente quanto 
si sa dell'autore principale dei Confucius sive acicnlia sinica Ialine 
exposila, che fu il nostro Prospero Intercetta di Piazza, missiona- 
rio gesuita, conosciuto in Cina e fra quei missionarii col nome ci- 
nese di /n (fi gi kiO'Ssé, che io interpreterei nel nostro volgare, in- 
torcella Chiazzese secondo il dialetto siciliano, o Piazzcse^ secondo 
la lingua comune italiana. 

Nelle missioni di Oriente dei secoli XVI e XYII ebbero i siciliani 
molta parie. Giordano Ansatone di Santo Stebno, dell'ordine dei Pp. 
Predicatori, fu nelle missioni dei Giappone, fermandosi per qualche 
temilo nelle isole Filippine, e v'imparò il cinese in modo maravi- 
giioso, scrivendo un libro che il Mongitore nota coi titolo De idolis 
seciis ci superéiitionibus Sinensiwn cuni eornm conftUaÀione. Mo- 
riva dopo un crudele martirio di sette glomi, a capo di altri qua- 



38 
rantaDoye Cristiani pur condannati con lui a morte» Il 18 novembre 
del 1634 nella città di Nangasacco. Francesco Maria Maggio palermi- 
tano, nato nel 1612 da Bartolo Maggio giureconsulto di molta fama, e 
da Vincenia Iveglia, figlia dell* illustre e virtuoso Girolamo (1), dopo 
cinque anni eh* era entrato fra* Chierici Regolari, partiva nel 1636 
per le missioni dell'Asia, riducendosi sino al Caucaso, e propagando 
ardentemente in quelle regioni la fede cristiana, non senza atten- 
dere allo studio di quelle lingue, sulle quali pubblicò Topera im- 
portantissima: SytUagmata linguarum Onenlalium quae in Geor- . 
giae reiìionibus aiMiiuniur, Liber pri//ius, compLectens Georgianae 
seu Ibericae vulgaris Unguae Insiitutiones GramnuUicalos — Syn- 
tagmata linguarum OriefUaliumn liber secùndusj oompleelens Ara- 
bum et Turcharum Orlhographiam et Turcioae Unguae InsHlulùh' 
nes. Romae 1643 (iterum 1670). Nei quali due libri, notò TAmari 
« la più estesa è la grammatica georgiana, a scriver la quale il Mag- 
gio fu il primo, tra i primi in Europa. La turca e l'arabica, ac- 
compagnate dai riscontri in caratteri siriaci ed ebraici, mostrano an- 
che buoni studi e molta pratica (2). a Ma trai più antichi missionari, 
e dei più profondi conoscitori delle cose di Oriente, fu senza dubbio 
Niccolò Longobardo, gesuita, del quale cosi lasciò scritto il Bartoli 
suo contemporaneo: a II Longobardi nato in Caltagironc di Sicilia 
l'anno 1565 e religioso nostro fin dal 1582, era uomo per naturai 
habitudine di gran cuore, per virtù apostolica di ginn zelo, e per 
gagliardia di corpo durevole alle fatiche, né di quanti Europei ha 
fin bora veduti la Cina, adoperati nel ministero dell'Evangelica pre 
dicazione, alcun ne ha più di lui meritevole di raccomandarsi con 
lode, in risguardo a cinquantotto anni che durò, cioè fino al no- 
vantesimo dell'età sua, faticando (3). n Ricorda pertanto il sommo 
scrittore come il nostro siciliano fondò la Cristianità di Sciaoceo e 
delle terre vicine; come fece penetrare la fede con grande circo- 
spezione ancor fira le donne ; come per sua opera era nei novelli 
convertiti fervidissima la pratica delle virtù cristiane; come ebbe il 
Nostro a sostenere gravi calunnie sino al pericolo di vita per parte 
degli idolatri di Cincùn e dei Bonzi di Quanhiao; come difese la 
dottrina cristiana e la sua morale e i costumi europei dalle accuse 
dei Bonzi, e dalla satira degli istrioni che rappresentavano sui tea- 

(1) y. MoDgitore» Bibliolh. Siculo, t. I, p. 279. 

(2) y. Storia dei Musulmani di Sicilia, voi. I, p. X, Firenze 1854. 
. (3^ La (Sina, 1. I, p. 390. Roma, 1663. 



3ft 
Iri i corrotti costumi degli Europei di Macao; come finalmente « la 
perizia nella lingua e scrittura cinese » e la santità di sua uta, gli 
procurarono alti onori nella Compagnia, e la riuscita di assai diffi- 
cili missioni (L. IV, p. 1040-1059). E più del Bartoli, scrisse a lungo 
del Longobardo lAguilera nella sua opera Provinciae Siculac So- 
cielalis Jc9U orlus ei res <jeslae ab anno Mììì ad nnn. 1612 (Pan. 
Ilio. Pars secunda p. 600 e segg.), il quale fa nascere il Longo- 
bardo nove anni innanzi, cioè nel 15S6, e morire nel 1654, d'anni 
noYantotto; e narra della maravigliosa perizia del Nostro nella lin- 
gua e nella letteratura cinese, tanto da essere nominato a capo del 
Collegio dei matematici di Occidente per decreto imperiale , e da 
essere stati stampati in caratteri cinesi per opera sua più di 100 
volumi di cose matematiche ed astronomiche, siche vinse in fama 
gì* indigeni e la loro società scientifica opposta agli Europei. Ebbe 
eziandio il Longobardo molla parte nella famosa quistione dei riti 
cinesi; e lo stesso Bartoli racconla che il Nostro si oppose appunto 
al P. Ricci, riprovando il titolo cinese che era dato a Dio, a e per 
rhuomo ch'egli era di grande autorità, si come antico in quella mis- 
sione e bene esperto nella lingua cinese (avvegnaché non tanto nella 
teologia) seco trasse alquanti altri, ai quali, come a lui pareva più 
sicuramente farsi a nominar Dio col nostro vocabolo Dem, avve- 
gnaché in bocca ai Cinesi si trasformi , e divenga un non so che 
mostruoso e di ninno convenevole significato: » e vinse nella riso- 
luzione di quella questione il nostro Longobardo, quantunque avesse 
avuto principale avversario (al quale il Bartoli pure aderiva) il Ric- 
ci, e con questo si trovassero anche il Brancato e 1* Inlorcetta si- 
ciliani (1). Il Hongitore (2) cita fra le opere del Longobardo un trat- 
tato De Confucio ejusqae doclrina, oltre un libro deW anima e sue 
facoUà scritto in cinese e le Annwie lilerae e Sinis anni 1598 pubbli- 
cate a ilagonza nel 1601; e Appiano Buonafede fa molto conto del no- 
stro dotto Longobardo, dal cui libro Monumenta nonnulla de re(t- 
gtone Sinensium tira la esposizione della dottrina dei Cinesi intorno ai 
principii delle cose.(3)« Ha i pp. De Backerjiìeila loro opera citata (se- 



(1) Il Bartoli riferisce tutte le ragioni prò e contro della questione; della 
quale si occupò il Gioberti nel Gesuita Moderno, t. li, e. Vili, ricordando il 
nostro Longobardo, por messo avanti a proposito dal P. Pellico e dal P. 
Carci nelle loro risposte ai Prolegomeni e al Gesuita del Gioberti. 

(2) V. Bibtioth, Sicula, t. Il, p. 91. 

(3) ff Nicolo Longobardo Gesuita visse molti anni nella Gina , o molta 



40 

ne V, p. 439) notano che il Lòngobarilo< morto a Pechino nel 165S, ove 
cbhc a spese dell' Imporalore splendidi funerali, lasciala non uno, 
ma due libri in cinese, cioè il Xiuff kiao (je co i . e Exi*rciUum 
quoUdianwn varutram precuni, nel quale libretto il nome cinese 
dei Longobanlo è appunto Lounrj'lioa-min, e il Ling liorn tao li 
xue ! • e de anima ejusque polenliis: e questi oltre ad altre opere, 
fra le quali il libro sopra Confucio e la sua dottrina, pubblicato a 
Madrid nel 1676 dal p. Navarrclte, a Parigi, tradotto in francese, 
nel 17t)l. dal direttori del seminario delle missioni straniere, e fi- 
nalmente dal Keibnizio nelle sue Epistole edite daj Kortholt nel 1735. 

Più giovani del Longobardo , ma eziandio espertissimi nella lin- 
gua cinese furono Francesco Brancate e Luigi Bugilo, pur siciliani 
e missionarii gesuiti in Oriente nella seconda metà del secolo XYII* 
Francesco Brancate giungeva in Cina nel i637, e vi pigliava il nome 
di Pan Koue Kuuang. Predicò Tevangelo nella provincia di Rian- 
guan, fabbricandovi più di novanta chiese e quarantacinque oralo- 
rii; nò si stancò del suo ammirabile zelo (i) finché passando da Pe- 
chino a Canton quivi moriva nel 1671 . Pubblicò in cinese alcuni trattati 
teologici e una confutazione delle divinazioni; ma sopralutto resta 
ceiebralissimo sino ai nostri giorni il suo Catechismo o (raUenimento 
degli angioli col titolo Tluan c/ii'n hoei kho, edito la prima volta 
nel 1661, e ridotto dal capo della missione Russa a Pechino 1820, 
ad uso della confessione greco- russa (2). 

Il nostro Brancate, siccome sopra è detto, fu favorevole ai Riti ci- 
nesi, oppugnati dal Longobardo; ed abbiamo di lui sul proposito TA- 
pologia col titolo: De Sincnsium rilihus poUUois acla seu /^ P. 
Francisci Brancati, societatis iew, apud Sinas per annos 34 mis- 
iionarii, Rcsponsio Apolo<feUcfi ad R. P. IPominicum Navarrelle 
ordini» Pracdicalorum (Parisiis, apud iV'iool. Pepfe MDCC). Si trova 
poi il nostro Brancate soltoscrftto il tono fra i dodici Padri che ri* 

Mostria pose alla rioerea delle vere sentenze einesl, e ne ordinò il loro 
sfatema fisiologiep in un iibro intitolato: Monumtnla nonnulla de religioni 
iineneium, § E in nota aggiungo : e Questo libro fatto rarissimo è stato ri- 
stampato per cura di Crisi Kortolt, e inserito nella sua raccolta delle Iet- 
tare e osserTazioni Leibnlziane. i Della ieioria e della indole di ogni filoeo- 
Ha, ▼• I, p. 151. Milano 1837. 

(1) Il Bartoli cita nella conclusione della sua Cina una lettera del P. Bran- 
cate scritta in data di agosto del 1661 riguardante l'andamento, i progressi 
di quella missione. V. L IV, p. 1150. Roma 1663. 

(S) V. Do Baeker, Op. cit, 4 serie, p. 63. 



41 

conobbero o giadicarono degna di luce la versione del libro Chu^n 
Yùm che Tlntorcetta dava fuori in Quàm chèu nel 1667, e conti- 
nuava a Goa nel 4669. 

Luigi Buglio, nato a Mineo nei 4606, fu pure per 45 anni in Gina 
e molto stimato in corte dell' Imperatore, si che ebbe il titolo di 
gran Mandarino (4). Si sa che moriva a Pechino nel 1G82, dopo di 
avere pubblicato in cinese più di ottanta volumi (2) , fra* quali la 
Somma teologica di S. Tommaso in 30 volumi; e di aver faticato coi 
pp. Vcrbiest. e Nagalhacns alla riforma del calendario cinese. 

Intanto mentre era così onorato in Cina il nome siciliano, vi giun- 
geva appunto nel 4636 Prospero Inlorcelta, nato in Piazza nel 4625, 
ed entrato giovinetto nella Compagnia di Gesù, scappalo dal Colle- 
gio di Catania ove studiava scienze giuridiche. Ebbe residenza con 
altri Padri nella provincia di Kiangsi (3) , e si trovò nella perse- 
cuzione generale del 466i impri^rionato a Canton, donde, pigliando 
il suo posto in carcere un altro religioso, fuggì a l\oma. ove giunse 
nel 4614, sìd csporvì lo slato desolante della missione. Dopo di che 
ritornalo in Cina a raggiungere i suoi compagni, si trovò ^una se- 
conda volta in gravissimi pericoli e tradotto innanzi ai tribunali nella 
novella persecuzione del 1690, nella quale perdette le stampe in 
legno ch'egli stesso aveva inciso dei libri cinesi da lui tradotti, sui 
quali studiò sempre finche cessò di vivere nel 4696. I pp. De Backer 
fanno il nostro Intercetta autore del libro Yo-sou hodi li, cioè Re- 
gole della Compagnia di Gesù , e dì un altro pure in cinese che 
contiene gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio : le quali due opere 
Secondo i citiilì bibliografi furono editi prima del 4687, e non già, 
secondo che nella persecuzione del 4690 furono giudicali dalle au- 
torità cinesi, sin dagli anni 4573 e 4645, cinquant'anni prima che 
giungesse in Cina l' Intercetta. Scrivevasi eziandio dal Nostro un Te- 
stimonium de cuUu sinensi , dalum anno 1668 ( Lugduni et ve- 
neunt Parisiis apud N. Pepie 1700), nel permesso del qual libro 
dato dal Superiore della missione in Quàm cheu a 15 aprile 4668 
è detto che i passi riferiti da' libri cinesi e inseriti in quella disser- 
tazione, erano stali tradotti in latino alla lettera dal P. Brancate; e 

(4) V. Mongilore, Bibliolh. cil. t. 2, p. 30. 

(2) ff Le p. Baglio parlali et écrivait le chinois avec une étonnante fa- 
cilité, et il a publió en catte langue plus de 80 votumes.i V. De Backer, 
Op. cU. 3 sèrie, p. 211. 

(3) e II avait pris le nom Chinois de /n-to-de, et le surnoro de Kio-aé.t 
De Backer, op. cit., 2. sèrie, p. 308. 

Areh. Stor. Sic., anno I. < 



4S 

nel 1672 era stampata dall* Intorcetta a Roma la Campediosa /Vor- 
ratUme dello stato della missione cinese cominciando dalCanno 
1580 fino a), 1669, voltata in latino dallo Scholl, coir altro traUato 
pur del Nostro Catalogus prodigiorum apud Sinas, regnanlibus 
Tartaris , eorum praeludia et progressus in ultima persccutione 
(Roma, 26 gennaro 1672). In fine del qual catalogo il P. Scholl fa sa- 
pere di alcuni e commentarios in Confucium el Hencium Philosophos 
Sinaenses, Iraductos in latinum sermoncm a P. Prospero Intorcelta, 
quorum operam sub praelo urget P. Àthanasius Rirchcr. » Al che 
aggiungono i pp. De Backer: a ces commenlaires, doni il est fait 
mentlon et qui n*ont pas é(é imprimés, soni sans doute ceux doni 
parie Sotwj&l: El Romae cum essel, reliquil tolam Paraphrasim in- 
tegri textus Confucii typìs dandam. » Se non che, la massima glo- 
ria deir Intorcetta sta nella Sapienlia Sinica; e sopra questo la- 
voro, comunemente attribuito ni Couplet, mi fermerò di proposito. 
Esistono nella Biblioteca Nazionale di Palermo , già dei pp. Ge- 
suiti, alcuni volumi interamente in cinese, (Ij, altri in cinese e in 
latino ; Tra questi due che si rirerìscono alla questione dei riti ci- 
nesi, due agli studi sopra Confucio dell Intorcetta. ^^i riferisce alla 
questione dai riti cinesi, una Breiis lielalio eorum quae speclant 
ad declarationem Sinarum Imperaloris Rah Hi circa Coeli, Con- 
fìéeii et avorum cullum, datam anno MOQ: aecedunt primahvn, 
doctissimorum virorum et anliquissimae Iradilionis testimonia. 
Opera pp. Societatis Jesu Pekini prò Evanfjelii propagatione la- 
borantium. È sottoscritta Pekini 29 iulii anno 1701 con la firma 
di dodici Padri della Compagnia; e contiene questa relazione tutta 
in latino, meno alcune interrogazioni a dialogo in parole cinesi, la 
Supplica (tetta air Imperatore dagli Europei in lingua e caratteri tar- 
tari, e il Decreto' Imperiale di risposta nel testo originale cinese (2). 



(1) Tra questi uno è la vita di G. Cristo rappresentata sino alla morte 
e coronazione della B. Vergine in incisioni in legno con spiegazioni sotto, 
tutta in cinese. Prima deirannunciazione è una figura del Tempio di Sa- 
lomone , e precode questa la figura di G. Cristo coi quattro EvaDgelisti agli 
angoli e una carta di Gerusalemme cogli edifizi principali della storia evan- 
gelica. Le carte sono ordinate al modo orientale. NelParte c*ò il carattere 
italiano, e qualche figura, come quella del Redentore, richiama il tipo del 
musaici siciliani. 

(2) n Drunet nota sotto il titolo di quest' opera : e Cette édition a étó 
impr. à Pekin avec des planches de bois : oa y trouve, outrQ le textQ la-t 



43 

Ta eon esdn Reldtione eziandio l'altro volume stampato in eartt 
cinese, con caralteri incisi sopra legno, che ha per titolo : Informa" 
Hq prò vernale conlra iniquiorcm famam aparsam per Sinaa cum 
calumnia in pp. Soc. Jesu et detrimenlo missionis, communicata 
nissionariis in Imperio Sinensi anno 1717 (senza altra data). 

Ma preziosissimi sono gli nitri due volumi, sin*oggi ignorati dai bi« 
bliografi clic ne hanno saputo un solo esemplare nella Biblioteca di 
Vienna (i); stampati l'uno in Kii^ Chan in urbe Sinarum Provinciae 
KiAN SI 1662, superiorum j^ermissu; l'altro in Chu, con altra data in 
fine, cioè: Goae ilernm recofjnilum, ac in lucem edilum die 1 Oc- 
tobris, anno 1669, supenoruni permissu. 11 primo comprende sotto 
il titolo Sapir.itia Si.^icA fixponenle P. Ignatio a Costa Lusitano Soe. 
Jnsu a P. Prospero lutorcella siculo ejusdem soc. Orbi proposita, 
il libro Lun Yù in cinque parti e contenuto in pag. 76, e il libro 
tu hiS, compresovi 14 pagine oltre a una carta di guardia con ca- 
ratteri cinesi verticali, il frontespizio con fregi in legno, la facoltà 
data air Intercetta di slampare la Sapientia Sinica dal P. Provine. 
Giacomo le Favre, la dedica dcll'Intorcetta ai pp. missionarìi di Orien- 
te in data di Kién cham urbe Provinciae Kiain «7, 13 aprile 1662, 
la prefazione ad lectoveni e la vita Confucii Principis Sapienttae 
Sinicae; cose che occupano otto pagine senza numerazione, la quale 
comincia coi principio del Lib. Lux Tu Pars 1, e a pagina 76 ha 
finis Lib. 1 senlentiarwn, quem Sinae vocant Exan hìh. È stam- 
pato tutto in caratteri incisi sopra legno e in carta cinese, ad una 
faccia. Il secondo col titolo Si.iarum Scii:.^tia poliiico moralii^ a P. 
Prospero InlorccUa siculo sociclalis Jesu in lucem edita, e con 
caratteri cinesi a doppia linea verticale nello stesso frontespizio in- 
terpetrati yn tS sS 1^ su hoei, comprende l'approvazione dei pp. della 
Compagnia, moderalores soc. Jc<n, in sinensi Promncia, la fàcultas 

Un, deux traductionà V une en chinois et Pautre en tartare. » Manwl du 
lÀbraire eie. t. I, p. 1249. Paris i860. 

Questa indicazioDe è poco esalta , perchò la supplica degli Europei in 
lingua tartarica e il Decreto Imperiale in cinese, non sono traduzioni, ma 
originali. 

(1) V. De Backer, Op. cit, deuxième serie, pagina 308 esegg.— Debbo 
alla gentilezza del professore Cavaliere Salvatore Cusa, che, stato nell'au- 
tunno passato in Vienna, volle vedere quelPesemplare ivi conservato delia 
Sapientia sinica e della Sinarum scientia Pohtico moralii, per confrontarlo 
col nostro, la notizia sul proposilo che credo opportuno riferire in fine, 
cosi come la ho avuta comunicata dall' illustre professore. 



44 

jR. P. Provincidlis con la data del 31 luglio 1667, e la firma Fe- 
licianuB Pacheco, la prerazione ad leclorem delllntorcetla stampata 
in carta e in tipi europei, e indi Scieutub Sinicak Liber sccundus 
(.HUH TOH, vìedium constanler tenendum, versio lilcralis, in fol. 14 
a una Taccia impressi sopra legno in caria e caratteri cinesi, e in 
fol. 18 sUìmpati a due facce in caria e tipi europei. Questo libro 
secondo Chum Tun è anche seguilo da una Confacii vita con pa- 
role cinesi intromesse nel testo latino, e tutto senza numerazione 
di pagine. Ed è pur da notare che il primo volume porla l'origi- 
nale cinese intercalato dalla traduzione latina; il secondo è a due 
colonne, Tuna del lesto cinese, Taltra della versione latina (1). 

Questi due volumi contengono i primi tre libri del Su xu , cioè 
il td h0, il chùtìi yùm, il lùn yùy dei quali V Intercetta s' intrat- 
tiene appunto nella prefazione del primo volume, che ci piace in 
parte qui riferire, a rendere viemmaggiormenlc luce suirautore del 
lavoro in discorso. 

a Ad leclorem. 

a Habes amico lector hic litteralem expositionem Textus sinici Su 
« xu nuncupati juxta mentem Intcrprelum Sinensium fere viginti , 
a ac praecipuo cham Colai, qui fuit Imperli Prìmas et Praeceptor Im- 



(1) Nelle Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia dello Schiavo 
t. 1, P. Ili, p. 69 e segg., si dà notizia di altro esemplare in caratteri 
cinesi deiropera Sinarum scienlia politico-moralis a P. Prospero ItUorcetta 
siculo sociei. Jesu in lucem edita, Chù \6Q1 ^ Scientiae Sinicae Liber secun- 
dus versio literalis. Goae iterum recognitum ac in lucem editum die 1 Odo-- 
bre 1669: il quale esemplare esisteva nel 175<>, che è la data della notizia 
che ne pubblicava lo Schiavo, nella Biblioteca del signor Marchese di Giar- 
ratana; e so oggi tuttavia esistere nella stessa Biblioteca, che è del principe 
di Filai ia. Altro esemplare di questa Sinurum Scientia Politico moralis a 
Prospero Intorcetta siculo societatis Jesu in lucem edita — Scientiae smcae 
Liber secundus Chùm Yùm, versio literalis Goae iterum recognitum ac m /u- 
cem editum 1669, esiste pur nella nostra Biblioteca Comunale, sogn. XV. 
H, 47; e passò nella Comunale dalla Biblioteca deli* Uuivcrsità nel 1S58. 
È un po' guasto: ma per la rarità, poiché sarebbe il quarto esemplare co- 
nosciuto, è anch'esso assai pregevole. In essa Biblioteca Comunale abbiamo 
eziandio il Confucius Sinarum Phitosophus site Scientia Sinensis latine ex- 
posita studio et opera Prosperi Intorcetta, Chrisliani Herdtrich, -Francisci 
Rougemont, Philippi Couplet, Patrum societ. Jesu etc. Pamiis 1687; esem- 
plare di bella conservazione. 



« peraloris; yisam insaper examinatam et approbatam a pp. Anto- 
K nio de Govvea Lusitano , Pietro Canevari Genuensi et Frnncisco 
« Brancato Siculo, virìs in libris Sinicis et lingua versatissiinis, noe 
B non studio ac labore pp. Philippi Couplet et Francisci Rougemont 
a ejusdeni società tis Jesu. 

G Porro libri apud Sinas maxime celebrati et in quibus exami- . 
e nantur ad gradum litcrati universim ad su xu et ù hm reducun- 
s tur. Su xu constat quatuor libris. Primus, isque brevissimus tà 
e hi^ dictus a pem gu secundo Confucii discipulo expositus, disso- 
rit in quo sita sii perfeclio bominis et boni regiminis. Alter c/m/h 
& yuTn dictus a gu su Confucii nepote compositus de medio virtù- 
B tis servando agit, opus imperfectum et fragmentis constas, adeo- 
e que obscurius (ut ipsi Talcntur Sinae), unde etsi in libris sit or- 
fi dine secundus , in cxponcndo (amen est ordine uUimus. Tertius 
<; {uà yti dictus complcctitur varìas senlentias et apopbtegmata: quar- 
c tus ab ipso Aulbore meni gu dicitur, continetque responsa varia 
et discursus morales : quod vero ù fcó/T dicitur libros quinque coni- 
plectitur. 4 est x.ù kini, qucm et suo tempore in lucem dabimus 

si otium ferct, est que veluti summa chronologica priscorum regum. 
e 2 XI kiTn odarum liber. 3 yS kim qui agerc crcdilur de augu- 
6 riis fastis et nefaslis ab ipso fo hi (a quo chronologia regum or- 
a diuntur historici, fuitque aliquot saeculis ante Trismegistum, ac 
f ipsum Moysen) edìtus. hunc clieù cùm et ciim gu et veri vam, co- 
li mentali sunt refcrentes fere omnia ad elemenlorum rerumque om- 
a liium origines, generationes, ac vìcissitudines : bunc ipsum librum 
e qufa obscurissimus, Confucius jam senior optabal revolvero. 4 U 
c'fct sea regula virtutum civilium. 5 clium qìcù liber, qui agit de 
a bonorum praemiis et malorum suppliciis, ut ita revocet populos 
t ad virtutem a qua defecerant. Atque haec breviter de libris Su 

1 ani et ù kim n 

Dopo queste notizie dà ragione come disponeva nella impressione 
il testo cinese e il testo latino della versione, e avverte infme : a no- 
a tae appositae in margine sunt: f. p. §. prima denolat folium tex- 
G tus juxta ordinem impressionis San Kim editae Autbore cltù hV 
B qui liber vulgo dicilur su xù gii cliu: secunda indicat paginam; 
B tertìa signat periodum illam, quae aliquali spatio distat ab alia 
B periodo in ipsomet textu sinico. » 

Nella prefazione poi al secondo volume da il Nostro siciliano le 
ragioni morali perchè si era accinlo ali* impresa, cominciala in Quam 
cheu e continuata a Goa , di dar fuori, col testo cinese e la ver- 




stone Ialina, quel libro cAtim yiitn, m(*Jlii sctlitel s^i autèat me- 
di'tcrllaiis ctinslantia; e perchè ìnOnc del libro darà eziandio Con- 
fucio ri7an) ex praccipnis Shmrum mollume lìs erutaii:. Innanzi 
alla quale prefazione è la fdcollii che il P. viceprovinciale Pacheco 
dava al nostro Intorcetla: e ut lypìs excudendara curet Sivarum 
t Scienfiam PulUico-mnralem : quod opus primum a P. Ignatio a 
i Costa, deinde a P. lacobo le Favre, demum a P. Matbìa a 31aya 
t praedecessoribus meis approbnturo, et a duodecim aliis patribus 
i soc. nostrae in Sinis recognitum , et publica luce dignura judi- 
f catufn Tuit ... In urbe Quam heu metropoli Sinensis provinciae 
Quam tum. die 31 mensis iulii anni 1667. n 

Dalla quale facoltà si lileva che la parte a\uta dal P, Costa e da- 
gli altri padri nominati nella versione latina dei libro Chùm yùm, 
era slalu solamiMite di recognizione ed approvazione, e il lavoro è 
proprio dell' Inlorcella, autore ahch*egli delle due Vite di Confucio, 
runa premessa al primo volume, e l'altra in fine di questo secondo, 
e tutte e due alquanto diverse nella forma. iXon è esclusa pure la 
parte del Rougemont e del Couplet nella ìnlerpetrazione dei due 
libri del Lùn yii e del là hio: ma il lavoro principale fu sempre 
del nostro siciliano, tantoché nella dedicazione ai Padri delle mis- 
sioni di Orienle potè dirlo opcram meam; ed ebbe più di tutti ra- 
gione il Brunet quando a proposito del Confucius di Parigi del 1687 
notò: (1 Bonne edition de cet ouvrage nommé en chinois le Ta hio 
d'après le titre du premier livre. La plus ancienne traduction qu'en 
aièni faite des Europées a élé publiée avec le lexle cbìnois par le P. 
Prosper Intorcetla jésuite sicilien, iu urbe Quam chcu 1607, et revue 
de nouveau ù Goa le 1. oct. 1669 in fol. et aussi à Naiukin èn 
ìdVJ » (Op. cit. l. deux. 221). 

Altri missionarii siciliani attesero a dar relazioni geografiche o di 
•toria naturale dei paesi di Oriente, come pur di America (1): ma 
iMZt dubbio vanno sovratulti i nostri cultori di qurl tempo delle 

(I) fJo p« f^arafloo da Corleone dei Minori osservanti, missionario nel 
Umit^ n m\U lodle circa il i700, scrisse alcune leuere sul Guatimala 
« #alU ÌM\%ÌMtt%f pubblicalo nella Galleria di Minerva, u 5, citaU dal Hon- 
(|M^#^ HM. Mkula, %. % p. 917: un Francesco Passalacqua da Salemi, 
ih^i Oit^n$uU, nulo nel MKìm, prefetto delle missioni di Egiuo e di Etio- 
Ifh^ Wiè4là¥m MI firkitff f(H atti del Concilio Calcedonese, ad uso degli orien- 
Mi', ^ 1^$k M» (im*ìh\lo siculo, pur dei Minori Osservanti, Commissario 
Mm iu fmrà l^àuU, in Egitto, in Etiopia, nelle Indie, scriveva sulla 
44 (MM^/ XV Ufii Helatio de itala rerum Orientalium ciUU dal Wa- 
9fmm it Mi^glUrrti op. cU., app. 1, p. 19. 



cose orientali , il Longobardo e V Intorcetta ; del quale, o illustri 
signori, credo basteranno queste brevi notizie perchè gli sia resti- 
tuita la gloria e il merito di avere il primo dato agli Europei i li- 
bri di Confucio tradotti in latino ; ralTermando io cosi quello che 
altra volta ebbi a dire, cioè : q dalla Cina portavano i nostri fra* primi 
in Europa, traducendoli in latino, i libri di Confucio, e le notizie 
di quei popoli e di quelle Religioni allora ignorate e subbietto di 
mille favole (1). n La Sicilia in quel secolo con Fortunato Fideli 
apriva alla medicina nuove vie; con Gian Alfonso Borelli poteva van- 
tarsi di a^cr dato un degno successore al Galilei; con Silvio Boccone 
e con Francesco Cupani vantava nomi da stare a pari del Linneo 
e di altri più illustri botanici che avesse TEuropa; con Giovan Bat- 
tista Odierna dava la prima ali* Europa, scoprendo nuovi astri, il 
saggio di Effemeridi astronomiche; con Antonino Amico e con Rocco 
Pirri precedeva nella diplomatica la Francia e la Germania; col Far- 
della e col Yiperano Glosofuva nobilmente quanto la Francia col suo 
Malebranche; e col Campailia dava alTItalia il Lucrezio cristiano, la 
lettere basterebbero il Sirillio, il Balducci, il Rao Requesens, il Paru- 
la, il Bagolino, il Yalguarnera a darle vanto di bella coltura nel volga* 
re, nel Ialino, nel greco; e col Vcntimiglia apprestava all'Allacci rac- 
colti i primi monumenti della poesia Italiìina. E pure quel secolo 
vide le ribellioni di Palermo e di Messina, e la ferocia di un conte 
di Santo Stefano incrudelire contro accademie, archivii, mss. e iln 
contro le campane delle città. Vide in un tumulto esser ferito il 
Novelli, cosi come innanzi aveva veduto i estar sepolto sotto le ma*> 
ccrie di una secreta di Castellammare Antonio Veneziano. Se fosse 
stato più tranquillo per opera di buon governo , certamente quel 
secolo che pur ha tante glorie, sarebbe stato in Sicilia dei secoli 
più luminosi di nostra letteratura : né intanto senza quella prepa- 
razione del secolo XVII noi avremmo avuto nel secolo appresso il 
Caruso, il Hongltore, il Di Giovanni, il Cento, il Inalali, il Miceli, 
lo Spedalieri, lo Schiavo, il Torremuzza , il Testa , il Gregorio, 
che furono i maestri del nostro secolo; il quale speriamo poter an- 
eli* esso tramandare al secolo che verrà nomi non meno degni di 
quanti sono stati fin oggi gloria ed onore di questa nobilissima 
Isola. 

VlNCERZO Di GlOVAIfill 



(1) V. Filologia e LeUeratura Siciliana, voi. 2, p. 335. Pai. Pedone, 1871. 



opere di Confàeio 



CHB 81 TROVANO NSLLA IHPBRIALS BIBLIOTECA DI VIENNA 



1. I quattro Libri {Su-chou^tching-weu) cioò Thai-hio, TohoQDg-yoang, 
Lan-iu, Meng-tseo, senza alcun commentario. 

Esemplare mandato nel 1687 da Everard Pcamph a Mentzel e da costai 
dato a Leopoldo L Si apparteneva una volta al celebre P. Ricci, voi. 1, 
in-8/ 

2* Un'altra edizione della stessa opera, voi. 1, in-8.* 

3. Un' altra edizione della stessa opera coi commentari di Tchn-hi , 
voi. 2, in-8.o 

4. Un'edizione degli stessi quattro libri in Mansciù e Chinese, 1691, 
voi. 1, in-8.» 

5. Altra edizione in Mansciù e Chinese. Traduzione in Mansciù fatta per 
ordine delPimperatore. Pekino, 1755, fascicoli 4, in-8^ 

6. Traduzione portoghese dei 4 libri col Commentario di Tchu-hi ms. 
in carta chinese, voi. f, in-12.® 

I. Il Thai-hio {Magna scientia, tive llber primus Tetrabiblii Suchu dicH) 
tradotto in latino dal P. Filippo Couplet, col testo chinese apposto dal sud- 
detto Mentzel. 

8. 11 Tbai-hio litografato e stampato in carta chinese sotto 1* ispezione 
del barone von Schilling. Pietroburgo, fase. 1> in foglio. 

9. 11 Tchoungyoung. Pubblicato dall'Intorcetta (che io chiama Churo- 
Youm), lo stesso di quello che si conserva nella Biblioteca Nazionale di Pa- 
lermo. 

10. Lo stesso TchoungYounj; litografato sotto Tispezione del barone von 
Schilling. Un fascicolo in foglio. 

II. Lo stesso. Edizionejlascabile litografata da ievasseur. Parigi, fase. 1, 
in foglio. 

12. Lun-ìu. Frammento di un'antica edizione con commentari. 

13. Meng-tseu. Frammento di un'antica edizione senza commentari dei 
quattro libri, che contiene questo libro Meng-tseu. 

14. Meng-tseu. Seconda parte del detto libro con commentario. 



LA STORIA 

NEI CANTI POPOLARI SIQUANI 



(i). 



«Cercare la storia anche in quei 
M canti che non portano stoncfae 
« rimembranze evidenti *». 

N. TomueÉo 



CAPITOLO X. 
WoraiaiiBl e Svevl. 

SoMMAnio. — Reminiacenze degli antichi Elleni , de* Romani, de* Rizantini e 
degli Arabi. 11 gran Conte Ruggiero. Guglielmo il Mah e Gugtielmo il Bm<h 
no. Federico II imperatore e la sua Corte. 

Il popolo siciliano, germe di quell'italo antico che, incalzato da- 
gli Umbri, trovò nella ubertosa Isola del Sole rifugio e stabile di- 
mora, soggiacque per lungo Tolger di secoli a invasioni, occupazióni 
e dominarioni straniere; ma compresso, respinto nèll* inteme mon- 
tuose contrade, e' potè mantenersi incolume dalle forestiere influen- 
ze, potè, come sacro palladio, conservare e difendere tenacissimo 
le sue tradizioni, i costumi, la favella, quasi dicendo a sé stesso: 
Post fata resurgam. 1 Fenici, gli Elleni, i Romani, i Bizantini, i Mu- 
ti) Il capitolo y de' presenti miei studi ta già pubblicato come saggio 
deiriniera operetta al 1867, e ripubblicato con molte giunte al 1870. L'ac- 
coglienza gentile, che trovò nel continente e all'estero presso giudici au- 
torevoli, ci è stata di sprone a continuare le nostre ricerche ed illustra- 
zioni, e ci persuade a mettere fuori questo primo capitolo, al quale ter- 
ranno dietro i successivi. 

Arch. Slor. Sic., anno I. 1 



so 

sulmani, aycTano recato in Sicilia e civiltà, e commerci, e religioni 
e costumi, e linguaggi novelli : ma il Siciliano, se, mischiato ai suoi 
dominatori , a qualche costumanza piegò, se 1* idioma accoglieva, 
senza pur dimenticare il nativo, onde IriUìKjue fu appellato in due 
epoche diverse; non per questo e* fu mai Fenicio, o Greco, o Ro- 
mano, Bizantino, od Arabo; rimase stabilmente Siculo, e solo qual- 
che vocabolo e qualche usanza vennero ad aggiungersi all' indigeno 
patrimonio. Né ci è d'uopo a ciò dimostrare di argomenti e di pro- 
ve; perocché, oltre alFallontanarci dall* ìndole del presente lavoro, 
non potremmo arrecar nulla di proprio in un campo dove oramai 
la odierna critica ha piantato la sua trionfale bandiera (f). 

Al popolo di Sicilia non fu mutata Ih Asonomia e V indole nativa 
nò dai cennati dominalori, né dai seguenti, come nel corso di que- 
sta operetta ci occorrerà di mettere viemaggiormente in rilievo: ma 
ciascuno ha lasciato un vestigio di sua dimora in Sicilia, non dico 
nelle arti, nelle scienze , nelle lettere e nella politica (alle quali 
non è volto il presente mio studio), ma nella memoria del popolo, 
nella tradizione orale, nella letteratura leggendaria dei racconti, 
dei canti, e de' proverbj. Ogni avvenimento, che scuote ed impres- 
siona la mobile fantasia del popolo, spinge questo ali* innato biso- 
gno del canto, che spontaneo gli viene sulle labbra. Certo, fin dalla 
più favolosa ed oscura antichità il popolo è venuto nei cauti tradi- 
zionali inlrecciando i suoi fasti, la storia delle sue esultanze e dei 
suoi dolori, la sua scienza e la sua religione, la varietà dei suoi 
affetti, e Todio e Tamore, e la vita e la morte : ma l'edace tempo 
non ci ha consentito si preziosi tesori, e la raccolta delle siciliane 
tradizioni popolari non è stata intrapresa e spinta con fervente opera 
che in qucsli ultimi anni; onde assai tardi si è giunti, e quando 
Tavvicendarsi di lauti secoli e di tante Tortune ha cancellalo dalla 
mente della sicula popolazione le più vetuste memorie. Che ci re- 
sta, di fatti, nella volgare tradizione, degli antichi Elleni, che pur 
tanto esteso dominio e tanta gloria tennero in Sicilia? Che ci re- 
sta di quel grande popolo ed impero di Roma, che a tutto Torbe 
antico impose con la spada il giogo e la lingua ? Dei Bizantini, 
degli Arabi, che mai ci rimane? iViente altro che poche e pallide 
reminiscenze, fuggevoli accenni, die più non sono compresi o ma- 
lissimamente. E tuttavolta, io verrò qui raccogliendo queste foglie 

(1) Mi basta ricordare di volo 1 pregiati lavori dei nostri illustri Amari 
(M)., Di Giovanni (V.), La Lumia, Sanfilippo o Vigo. 



51 

sparte, doloroso che non sien tali che Talgano a comporre una ghir- 
landa da appendere con le altre suli*altare della popolana lettera- 
tura; mi conforta però il pensiero , che dei periodi slorici susse- 
guenti io abbia pur tanto messo insieme, da ricomporre in buona 
parte la storia popolare poetica dei Siciliani. 

Non ultimo né il men poetico teatro delle fatole e dei miti della 
Grecia fu l'antica Sicilia, da Omero appellata isola del Sole peroc- 
chi ai bovi del biondo iddio servivano le sue praterie. La greca 
mitologia messe qui estese radici. Qui la stanza prediletta di Ce- 
rere, ed il ratto di Proserpinn: qui viene Saturno, e loro prove qui 
fanno e Giove ed Ercole ed Orione ; qui i fratelli Palici ed il lor 
sacro lago; qui il Famosissimo culto delFEricina Venere; qui la fu- 
cina di Vulcano, ed Encelado oppresso dal fiammante Etna; qAii i 
Ciclopi antropofagi , e le amorose avventure di Aci e Calatea, di 
Alfeo ed Aretusn; qui Eolo, che tiene reggia in quelle jsolelte che 
oggi il suo nome conservano: e qui Scilla e Cariddi, ed altri iddii 
ed eroi e mitici personaggi dell* Eliade. Ai di presenti , il popolo 
nostro li ha cancellati quasi alTatto dalla sua memoria: e della mi- 
tologia ellenica sorvivono solo nei suoi canti tradizionali ben po- 
chi nomi. Ora è Giove ed ora Vulcano che son rammi^ntati; qua il 
dio Apollo ti appare^ e le nove Sorelle, ed Orfeo; là Cupido e Ve- 
nere, e le Sirene e le IN'infe: più raramente entra in iscena Caron- 
te, ed eziandio il fiume di Lete. Il Ciclope non è stalo dimenticato 
fin qui, e nel comune favellare si mantiene a rappresentare un uomo 
di sterminata lunghezza. In genere, non si dipinge bello, né buono; 
ed eccone un esempio nei quattro versi che seguono : 

• 

* Dimmi, chi Tòt, Cicropu calaciuni, 
Gattazzu gricfu, oceddu senza plnniT 
Ca ce' è me frati, cori di liuni, 
Chi ti leva di 'n testa ssi disinni (i). 

Si ricorda con affetto la beltà delle greche fanciulle ; le quali, 
per distinguere dalle greche albanesi che hanno stanza in Sicilia, 



(I) Canzona di Partinico. Non fo note che assai raramente alle frasi • 
parole dei canti, che vengo citando, perchè ornai il Nuoro vocabolario si- 
eiliano-italiano di Antonino Traina, è più che sudlciente ai non Siciliani. 
Segno di asterisco (*) quei canti che per ia prima volta veggono la luce. 



S2 

appellansi greche di levante; e mentre in una canzona si encomia il 
pudore di esse (1), in un'altra, pur esaltandone la bclleiza mirabi- 
le, viene preposta la giovinetta siciliana (2). E davvero le Siciliane 
non cedono al paragone dinanzi alle greche stesse; e siciliana di 
Iccari (oggi Carini) fu quella famosissima Laide, che tirò dietro a 
sé tutto un popolo in Grecia, e governanti e filosofi ed artisti e poeti. 
I suoi conciitadìni se ne rammentano anch'oggi, e la bassa gente, 
che ne ignora il nome , la chiama la bedda di Liccari , appella- 
tivo che pur le dona in uno dei suoi canti d*amore: 

* Bedda, ca si* cchiù bedda veramenti 
Di la bedda di Uccari brillanti, 
Chidda chi pairuniu tuUi li genti 
E novi *mperaturl di LJyanti; 
Ce' è Tarcu di Noè ca'nn va cchiù nenti; 
Di lu 8uli s'aggrissaou li lampi; 
Unni spuntanu ss'occhi strallacentl 
Spunta retema luci di li Santi (3). 

Chi si fa ad esaminare questi otto versi trova che pur accennasi 
in essi al fatto dell'esteso dominio che la nostra iccarese esercitò 
sui cuori dei Greci, che alle Grazie e alla Beltà più che altro po- 
polo mai sacrificarono : ma non bisogna lasciare sotto silenzio que- 
sto, che il popolo per tradizionale credenza ritiene che Laide, fatta 
prigioniera da Nicia ( esso dice da un Imperatore ) e condotta in 
Ellenia, fosse sposata poi dallo stesso e potesse cosi dominare su 
nove altri imperatori del Levante che le furono tributar]. È uno 
di quei canti leggendarj , che pigliando le mosse da un fatto sto- 
rico si altera in prosieguo talmente, che confondesi con le mille 
altre fiabe di cui pascesi la popolare fantasia, ma che pur danno 
assai da meditare e imparare all'uomo di studio (4). 

(i) *Ntra la faccluzza mia ch**un tegnu affrunti? 

Ca 8ù come *na Greca di Livanti. 

Canti pop. Sidl. Baccolta mia, num. I9S. 
(S) Cchiù bedda di la Greca di Liyanti. 

Ined. di Camporeale. 

(3) Ined. di Montelepre. Pairuniu, padroneggiò- ^a^^safitt^si ecclissano. 

(4) Questo conto non sfuggirà per cerio al nostro indefesso Pltrè nella 
raeoolta che vien preparando delle Fiabe e novelle popolari siciliane. 



Dopo qaesto , se non ci rivolgiamo a qualche novella , o conto 
che dir si voglia, dove alcun raro vestigio di uomini e fatti e co- 
stumi degli antichi Greci pur si conserva, nuiraltra ricordanza ci for- 
niscono i canti popolari intorno a quei culti dominatori della Si- 
cilia, alle glorie nostre di quella gloriosissima epoca. Solamente 
la città di Sirucusa richiamasi, come cosa di insuperabile pregio, 
da un giovane amante che il valore delle chiome della sua amata 
antepone a qualsiasi altro: e certo egli non vuole alludere alla Si- 
racusa moderna, tanto, ahimè I dall'antica diversa e piena di squal- 
lore e miseria: 

Quanta vali un capiddu di ssa scrima, 
Nun vali *na cita slragusana (i). 

E Siracusa ruinò dalla sua immensa e maravigliosa altezza quando 
altra città più possente e più immensa, Ja sola che fosse detta Vrbs^ 
venne a trarla dietro al suo carro trionfale, che discorreva da pa* 
drone per quasi tutto Torbe allor conosciuto. La Roma pagana, al 
pari che la Roma cristiana, grandeggia maisempre nella mente del po- 
polo, e per conseguenza nei canti suoi. Laiino si appella ogni uo- 
mo di retta coscienza; latina è ogni cosa che non mostra difetti e alla 
perfezione va più da presso (2). Le donne romane, paragonate alle 
sicule che sono un vivo fuoco, ci si presentano come farli matrone : 

* A Roma stanno li forti matronl, 

Focu-addaroantl li Siciliani (3) : 

e Tuomo, ch*è cittadino della magna Romn, tiene a* suoi comandi 
la forza e il potere: 

* citatinu di la magna Roma, 

La Forza e la Putlri è a so comannu (4). 



(i) Vedi 6. Pltrò, Studi di poesia popolars, pag. 9. 

(2) Cosi, parrari latinu dicesi quel favellare che a grande chiarezza uni- 
sce eloquenza e proprietà; lignu latinu è quel legno che non rivela nodi 
né tortezze; azzaru latinu è qaeiracclaro ch'è della qualità migliore che 
possa aversi; e via dicendo in tante altre somiglianti occasioni. 

(3) Da canzona di Balestrate. 

(4) Da canzona di Corleone. 



^\ 



se 

E se questi Catoponi fan tornare alla mente i pesanti balzelli e 
le crudeli esazioni che impoterirono I* Isola sotto Tavaro governo 
dei Bizantini, ad un fatto ancora più grave ci richiama la seconda 
canzona. LVimperatore Leone, detto d* Isaurico , aveva proibito il 
culto e la venerazione delle sacre immagini ai sudditi suoi, i quali 
distaccava dal patriarcato di Roma e costringeva a riconoscere come 
lor metropolitano e patriarca non più il papa, ma Farcivescoio di 
Costantinopoli : e invano il Concilio ecumenico di Nicea (a. 787 di 
Cristo), promosso e sostenuto dalla imperatrice Irene avca tentato 
di opporsi alla fanatica persecuzione degli Iconoclasti. Pur alfine, 
per la pietà dell* imperatore Michele e di sua madre Teodora , il 
culto delle immagini fu ripristinato; e la nostra poesia popolare ce- 
lebra anche oggi la memoria di quel giorno solenne, come con ogni 
onore e pompa lo celebravano i nostri maggiori che seguaci erano 
del rito greco, secondo la testimonianza che nella sua XX Omelia 
ce ne ha lasciato Teofane Cerameo: 

Alligrizza, fidili cristiani, 
Divoti aduraturi di Maria, 
Sonassinn fistanti li campani 
Ca chista è vem tempa d'alligria : 
Nai cchiù non sema coma li pagani, 
Sapra Tatari adorama a Maria, 
Coma adorama a Diu in vina e in pani, 
L* Apostali, li Santi e la Messìa (i). 

I Ignorasi (dice il Vigo) quando una tale festività cessasse ; ma è 
e probabile essere questo avvenuto sotto la normanna dominazione. 
t Di qual'epoca è questo canto? È cosi antica e dubbia, eh* io non 
e oso dirne parola : quand'osso nasceva celebravasi quella festa, e 
f i riti bisantini vivevano ; e che essi continuassero anche sotto i 
e Rormanni , ad- onta della legge e del ritorno alla liturgia latina, 
e ne fan fede gì* istorici > . 

Deiragitato e fortunoso dominio musulmano, che segui al bizan- 
tino, anche assai pochi vestigi son conservati dal popolo. Un pro- 
verbio appella Saracino il Siciliano (2) , volendo significare 1* ar- 



(1) Di Castroglovanni : presso il Vigo, XLII, pag. 281. 

(2) e SicUianu, Saracìnu •. Da altri chiamasi Levantino il Siciliano, cioè 
^omo del Levante; ma il significato, si nell'ano che nell'altro proverbio, 

pre lo stesso. 



51 
deou e iBlraprendenle suo spirito non iscompagnato da una certa 
selvatichena testarda ; nel comune parlare si dà poi raggiunto di 
iaracini agli alberi di ceppo robusto, antichi e giganteschi, ed in 
ispccie ad una yarìetà di ulivi molto comune. in Sicilia, la quale 
Yuolsi che air epoca dei Saraceni rimonti. Ha a questo proposilo 
non è fluori di luogo il far osservare che il volgo siciliano non co- 
nosce che due sole civiltà, la più recente o crisUana, e Tantichis- 
sima saracena. Si disolterrano antichi monumenti, si scuoprono 
antiche necropoli e Scheletri umani , esso non sa né vuol sapere 
se quelle sien cose che appartengano ai Sicoli primitivi, o a Fe- 
nici, od ai Greci, od ni Romani; esso vede che non portano segno 
alcuno che le riveli per cristiane, e le battet^a tantosto per /ab- 
briche f sepolture, ossa di Saraceni. Ammira ed esalta la nostra 
gente i pittoreschi sontuosissimi monumenti che gli Arabi ci lascia- 
rono, li ricorda nelle naiTrazioni tradizionali e nelle poesie, ma non 
sa per qual mano ed in qual tempo sorgessero. Come bello quei 
famoso regio palazzo della Cuba, coi suoi pomifefi deliziosi giardini 
che il Boccaccio magnificò nel Decamerone e che maestosamente 
verdeggiavano ancora nel secolo decimosesto! Come incantevole quel 
palazzo di Zisa dagl* istoriati mosaici d* oro e da* freschi zampilli 
di limpide fonti, coronato di balsamici aranci e Specchiantesi un di 
nel placido e azzurro laghetto! Passano e si incalzano gli anni, va 
diffalcando il tempo qualche cosa a quelle due moli sublimi, le viene 
spogliando di molti fregi e ornamenti^ ma esse stanno li ad atte- 
stare pur sempre in tutta la loro magnificenza i prodigi di un'arte 
mirabile ed una grandezza che trova pochi riscontri. Presso il po- 
polo, la Zisa è fatta teatro d'uno di quei racconti orientali mara- 
Tiglìosi, dove le fatagioni, le apparizioni e le metamorfosi rendono 
più attraente e poetica la passione d* amofe : e ehi sa , che que- 
sta dilettosa novella non risalga con la sua origine al tempo degli 
Arabi stessi? (I) Nelle canzone dei montanari si designa la Zisa 
come unica abitazione che convenir possa alla più vaga delle siciliane 

fanciulle : 

* Beddà, ca di 11 beddi porli cruna» 

La casa di la Zisa ti cnnveni (2); 

(i) L'ila pubblicala in tedesco il professore Francesco Saverio Gay aliar! 
e trovo che ne fa ricordo la signora Laura Gonzenbach nelle sue SicHia- 
nische Marehm* Adesso attendiamo che nel testo originale la raccolga e 
pubblichi il PiU>ò. 

(2) Da canzona di Mondello. Cruna, contrazione di cuniiia, oorooa. 
Arch. Star. Sic., anno I. 8 



58 
ed è ivi slesso che le belle nascono e si baUezzano, onde Palermo, 
di cui la Zisa è un sobborgo, le mira con dispetto ed invidia: 



• 



f Varria sapiri eù' bella ti fiei, 
Ca sti cioccali toi la cori abbampat » 
e Bella coi sugnu ca nasci i a la Zisa 
E ddà mi vauiai cu Tacqua santa; 
Palermo mi talia cu mala misa, 
Aceddu .dì bon volu passa e canta (i) ». 

C*è un canto che ricorda la (<ubn co* suoi orti olezzanti pei fiori 
e con le api mclifere che fan suo nido sui tronchi dell'alloro : 

* L' haju scantratu la mò duci soli, 
Danni vinia s'allastrava l'éria, 
Era *na spera china di sblennari 
Cu rocchio gazza e la capidda séara; 
Java passanna e lassava Toduri 
E di luntana nni 'misi la ciàara: 
e Danni vinili, curazia d'amari, 
Cu' vi la duna sta galanti ciiiaru? » 
e L'ortu a la Cuba eh* havi rosi e ciuri 
E lu meli a lì zucchi di Taddàuru (2) ». 

Non debbo qui passare sotto silenzio come questo immaginoso e 
poetico canto cambj senso alTatlo e si riferisca a tutt'altro che alla 
Cuba ed ài suoi giardini , sol che si varj una parola e l' intona- 
zione nel recitarlo. Sostituite infatti al nono verso quest'altro 

L*orta ha la cuba ed havi rosi e ciari, 

e quella cuba sarà una fresca sorgente qualsiasi, e 1' orlo con le 
rose ed il miele diverrà mistico, e luti* i dieci versi un'allegoria ar- 
dita, stupenda e maravigliosa per arte se pur volete, ma voluttuosa 
ed oscena al postutto. Ho chiesto con insistenza a chi mi dettava il 



(1) Di Mondello. Cidcctt/i fiaccole; qui luci, occhi. L'altiroo verso, in ma- 
hiera ettftlica e proverbiale, esprime questo : io me la rido, non tengo in 
'ììeéiUn eoHtò la sua dispettosa invidia che non giunge a ferirmi. 

(S) Di .Palermo. Occhlu gazzu, occhio di gazzella. È una espressione 
preltttnMfete orientale. 




59 
canto, che me ne Jhc^sse la jchiosa; non una sola risposta ne ot- 
tenni soddisfacente, o tale che alcuno dei miei duhhj chiarisse. 

Ben poco mi resta ormai ad aggiungere sulle ricordanze che de- 
gli Arabi consenrano i nostri canti. Maometto , il venerato profeta 
nel cu! nome i tlusulmani si spingevano alle conquiste, è oggi ram- 
mentato sempre con ispregio o dileggio; ed il suo nome, presso la 
nostra popolazione che segue il vangelo di Cristo, serve per ingiu- 
ria, come la sua legge vien dichiarata la più falsa e trista e per- 
niciosa che sia stata mai. Di fatto, è nel corruccio che la giovane 
dice airamante per fargli ónta ed ingiuria: 

Làrin, facci longa di Momettn (i); 

e quella onesta e leale persona, che vuole stimmatizzare la condotta 
degi' ipocriti tristi, dice di loro che 

* Di Maumettn fàcinu la Uggì, 
Cnntana ca di Din sunna paggi (2). 

Secondo la fiaha, Maometto è messo a far Tufficio di diavolo in in- 
ferno, come colui che altro non è che un nratello del diavolo, ve- 
nuto per qualche tempo a far accolta di anime nel dolce mondo, 
essendoché per la incarnazione di Gesù Cristo non ne pervenivano 
che pochissime ai bui regni. 

Un'ultima canzona soggiungo, nella quale apparisce il Gaito, gran- 
de ofliziale presso gli Arabi siciliani, in attitudine di voler togliere a 
Cristo un seguace e darlo a Maometto : ben a ragione crede il Vigo 
di potere attribuire questi otto versi al tempo appunto nel quale i 
Gaiti esistevano: 

Di 'na finestra s'afficela la luna 
E *nta la roienzu la stidda Diana; 
Sa* tanti lì splendari ca mi duna, 
Lampa mi parsi di la tramontana, 
e Ce* è la Gaitu e gran pena mi duna, 
Voli arrjnanzu la fidi cristiana ». 
e Non vi plgghiati dubbia, patrona, 
L'amanti ca v*aroaa v* assisti e v*ama (3) •. 



(i) Da canzona di Santa Ninfa. Presso Pìtrè Studi di poesia popolare, 
pag. 19; 
(1) Da canzona di Capaci. 
(3) Di Siculiana: presso il Vigo, XIV, 14. 



Ed ecco tutto ciò che degli Arabi rimane al popolo Bostro, eeeo 
di qaale maniera esso ricordasi dei suoi dominatori slraBieri. Eiian- 
dio pella lingua noi poco o nulla dobbiamo al Musulmani : i la ro- 
ti busta pianta del parlare italico resistè meglio che ogni altra lin- 
a gua air invasione dell* arabico o, ha scritto Michele Amari nella 
sua iitiportante Storia dei MusiUmani in Sicilia; e da* suol stii4J ac- 
curati suiroggetto, ha potuto anai scendere alla sentenza seguente: 

a L'arabico ha lasciati nel parlare siciliano minori vestigi ohe 

R non si creda comunemente : veruno nella grammatica, un*ombra 
« nella pronunzia, poche centinaia di vocaboli nel dizionario, e qual- 
K che modo di dire (1) a, 

Salvator SA^QiioaR-HAimio 
(continua) 



(i) Amari, Storia dei Musuìmam in Sicilia, yoI. !fl, parte t, cap Xm, 
pag. 880. 



'^T'rO^TnW'Hr w s> <"- m m t m ^ a u r ì ' ji mi m, ' ^. ■ i . ti' i inn '*i i.t ' . i ni iw^fw^^» »!» i y»7>wi— »^>»— *»»wW 



SUL MONASIURO M S. mm\ DNLI lUHITi 



E 80PKA 



UN SUGGEU.0 INfiOiTO A QUELLO APPARTENENTE 



Il dotto autore della SMHa Sacra Bella sua NoHtìa S. lommi» 
de Eremiti» Panormi (f), dandoci la serie degli Abati ehe ftiroB 
al go?emo di an sì cospicuo Monastero, dopo avere riferito II di* 
ploma di Gugiielno li al Arate Donalo, del 1166, accenna con que- 
ste parole alla mancanza delle posteriori memorie : 0e aucceMorl- 
hu8 Donati Abbatibns, nullo ad eoéaranda iUorum praeelara ge- 
sta vestigio perfruimur (2). 

Or a?endo io avuto dalla cortesia del professor Salina» comunicata 
r impronta di un inedito suggello, da cui rilet o il nome, non pria 
conosciuto, d*un altro Abate di S. Giovanni degli Eremiti, mi è parao 
utile finrne la pubblicazione in quest* Archivio, come nelle Nuove 
Effemeridi Sicitiane ttc\ conoscer quello di Giorgio vescovo di Ca- 
tania (D), non 9olo per la generale importania di questi antichi ci- 
meli (4), ma per la peculiare altresì che hanno questi duo negli an- 
nali ecclesiastici di Sicilie^, Aozi ^ (^T^nda la storia di |. Gipvi^ni 



(i) Nel lora. II, p. iiOft e segg., edlz. dol ina« 

(I) Pag. tua. 

(3) Sopra un Su§oetlé SigiUané medilo dee MueeaBriiimmda, Palerma tafift. 

(4) Vedi Topera pubblicau lo scorso anno la Napoli 4a Moni* RafTaela 
Coppola Degli anelli antichi e moderni e delle loro diverse epeei^ eà ueL 



62 
degli Eremiti ano specialissimo interesse per la vetoslà e rinomanza 
del Cenobio, ed essendo inoltre quei tempietto, tuttatia superstite, 
un dei più preziosi avanzi dell'arte arabo-normanna, non sarà inu- 
tile, c|ie dia qui una informazione sommaria delle vicénd^ di quel 
Monastero, desunta non solo dai vari scrittori nostri, che lie han 
trattato, ma altresì da non pochi diplomi inediti, da me consultati, 
che si conservano nella Biblioteca del Comune. Poiché se tanti ce- 
lebri scrittori hanno illustrato la storia di Monte Cassino, deir an- 
tichissimo monastero Romano di s. Paolo, della Trinità della Cava 
presso Salerno, di Monte Vergine presso Avellino; se tanti libri esi- 
stono sulle celebri Badie di Farfa, di Casauria, della Novalesa, sul 
gran Monastero di Bobbio, sulla famosa scuola monastica fondata da 
Cassiodoro nel ritiro di Vivaria ecc. per limitarmi alla sola Italia (I), 
perchò spiacerebbero pochi cenni sul nostro s. Giovanni degli Ere- 
miti, sì poco noto e pur tanto meritevole di esserlo? 

È fuor di dubbio, che s. Gregorio, soprannominato il Grande, 
appena abbandonato per la quiete del chiostro Tufliclo municipale di 
Prefetto Urbano, che esercitava in Roma, die opera alla fondazione 
dei sette celebri Monasteri, di cui sei in Sicilia ed uno in Roma. 
Il santo Pontefice, ijntendeva così (come osserva bene TAmari) aprire 
un asilo nell'Isola ai profughi Italiani, $he v^nian a cercarvi ri- 
fugio sin dal 576 , allorché i Longobardi correai\Q le province di 
mezzo della Penisola (2). Altro motivo addussero i nostri antichi 
eruditi, scrivendo , che Gregorio, nato in Roma dalla nobile fami- 
glia Anicia, si attenesse per(| alla Sicilia per parte di Silvia sua ma- 
dre. Comunque sia, è però certo che 1* avveduto Pastore prese par- 
ticolare sollecitudine di. questa nostra terra, e se ne occupa difetti 
in meglio che dugento fra le numerose sue epistole a Pietro sud- 
diacono, rettore del patrimonio di s. Pietro in Sicilia, a vart no 
stri vescovi, e ad altri illustri personaggi dell* Isola. 

L'erezione di quei primi ricoveri della vita monastica fra noi (3), 



(1) Vedi Lei Monastérei Bénédictini (T Italie par Alphonse Dantier. Ou- 
ffragt couronné par VAcadémie fìran^aise, II édit. Paris, Didier, 1867. 

(S) Amari Slùria dei Mutulmani, I, 24. 

(3) Sarebbe appena più antico 11 Monastero di Eolalio vescovo di Sira- 
cusa: Si noti, che sebbene le prime U'acce del monachismo in Sicilia sten 
chiare prima della fine dei V secolo, sotto Gelasio I (V. DI Giovanni, Co* 
dis DiplomaL dipi. 32), Il vero Incremento tuo è da riferirsi al VI, ai tempi 
di 1. Gregorio. 



nel nomerò di sei , è sema* alcun dubbio assicurala a s. Gregorio 
dalle gravi testimonianse degli scrittori sincroni o quasi coeti (i). 

Cosi Gregorio di Tours attesta : In rebus propriis sex in Sici- 
lia monasleria eongregavU (2). Cosi Paolo Diacono scriver Sex de^ 
nique in Sicilia monaskria conslruens • . . (3). Cosi ancora rire- 
riscc Giotanni Diacono: Tandem patre orbains, ubi liberam di- 
Bpancndaruni rerum suarum nacius est fìusullalem, sex mona- 
steria in Sicilia fabricans, sufficientibus jralribus cumulava (i)« 
Onde il BrcTìarlo Romano ammise a sua volta il fatto colle se- 
guenti parole : Paire jnortuo, sex Monasteria in Sicilia aedi fi- 
cavU. Fu su queste autorità gravi e incontestabili che gli scrittori 
delle vite dei Papi e gli storici della Chiesa Romana , col Platina, 
col Panvini, col Baronie, col Giacconio, ripeterono tutti al pari dei 
nostri storici e scrittori , essere sei di numero i Monasteri Grego* 
riani di Sicilia. 

E qui soggiungo non esser dubbio per me, che essi professassero 
la regola benedettina, avvegnacchè nessuna varietà di Ordini può 
animellersi nei primi dieci secoli, e lo stesso cardinal Baronie, il 
quale nei suoi Annali avea tolto s. Gregorio alla famiglia del gran 
Patriarca dei monaci Occidentali, finia, come narrasi, per ritrattare 
moribondo la sua asserzione, esclamando Aeddo Divum Qregorium 
Bealo Poltri Benediclo. 

Però se è certo, che sei Cenobi benedettini sieno stati eretti nel- 
r Isola da Gregorio Magno, quali sien essi, è. questione su cui tanta 
è la diversità dei pareri quanta è la concordia su quel primo fatto. 

Pirri li vuole tutti in Palermo, e nel «primo tomo li enumera cosi: 
s. Tcodoxo, s. Adriano, che pone nel vasto piano di s. Erasmo, s. Er- 
mete o s. Giovanni degli Eremiti, i ss. Massimo ed Agata, il Pre- 
corilano ed il PretorianOf il quale ultimo colloca nel quartiere di 
Seralcadì, ove è oggi la Chiesa detta di san Gregorio, ed ove l'au- 
tore ritiene fossero le case della madre di lui, santa Silvia. Non 
mette nei novero s. Martino, che era per donne, e che, distrutto 
probabilmente dai Musulmani verso 1*820, giacque per più di cin- 

> 

(1) li Baronio nei suoi Annali riferisce il principio di quelle fondaxfoni 
Il 581. Esse eran già compiute, quando nel 590 il grand 'uomo fu assunto 
al Papaio, che poi tenne fin al 604. 

(2) Lib. X, capp. 1 ed 8. 
(3> Cap. 4. 

(4) Lib. ly cap. 5. 



M 

41IÌ MOOU , ft«iM)M fra te èlle rovina , flnthè bo) rtchiamA é 
oùoVi vita tlhl Angelo Sirtesio nel 13(6 (1)« Nella Notizia poi ani 
Monasteri Benedfttlni di Sicilia, il Pitti fa Idenliei .idue nomi Pre- 
cofiidiio a /fecoffono « ed aggiunga al numero a. Martino (2). 
Aderisce pienamente al Pirri il dottissimo Giovanni Mabillon (3). 
Ed ugualmente il nostro Agostino Inveges scrive 1 che si erges- 
sero tulli e sei in Pali;rmo i Monasteri Tatii costruire da san Gre- 
gorio» e li enumera cosi: s. Giovanni degli Eremiti, s. Mnrtino, 
santa Maria 1 ss« Maésimino ed Agata ^ Pretoriano Precoriiano, e 
Si Teodoro ((). Anche il Mungitore II dh naturalmente tutti e sci 
alfa sua nativa clltft, e ciede fossero i éeguenii: s. Giovanni degli 
Bremilt, ìì. Martino delle Scale, santa Marta della Speranza ad un 
miglio dairantica porta di Hasara, i ss. Massimo ed AgaU nel Parco 
nuovo, s. Teodoro ov' oggi è il Monastèro detlo deUe Vergini, ed il 
Fre(oriano di sito incerto (5). 

Contro siffalta opinione retlamaronó vigorosamente i non Paler- 
mitani. Il Gaeuini tra costoro lascia in Palermo s. Ermete e san 
Martino delle Scale, ma vi aggiunge s. Gregorio in Messina, s. Gio- 
vanni in Siracusa, un altro Monastero fuori le mura di Licata, ed 
un altro ancora tra Modica e Ragusa (0). Meglio di ogn* altro, il 
dotto e saggio Monsignor Di Giovanni, nell* incertesza che presen- 
tano le Epistole di s. Gregorio circa alla determinazione dei sei Mo- 
naslerl, si rimano prudentemente dal risolvere la quistione, veden- 
dola insolubile per mancanza di documenti e dati certi (1). 

Mi sbrigherò con pochi accenni di cinque tra quel Cenobi. Il Mona- 
Stero di s. Teodoro è ricordato da s* Gregorio in un'epistola a Pietro 
suddiacono {numoBii^ii s. Theodoti in Sicilia provincia, terrilo- 
fi'a PaHormOaHo con$tiiuU. V. Di Giovanni Cod. DiiA. al num. 63. 
Itiao. pure il num» 112)^ Iticorda poi il santo Pontefice quello di 



(I) Tidi lam. I, eoli ti e segg» 
(S) Vidi tom. Ili p. 1066 e sagg. 

(3) ilsmal. Bmtiid. lib. VI, p. i6L 

(4) ilniMlì a Fakrmo, parte II, p. 445 a sagg. Palermo, Pietro dell'!' 



(i> Ma. aagnaio D. iW^ «ella Libri Gom. di Palermo. Ugualmente Viac. 
loria in un altro ms. della medesima C. 6S* 

(6) Uagù§$ ad Uistoriam Siculam, cap. 41. 

(7) Vedi la terza delle sue Dissertazioni, in calce al Cod. DipL cioè De 
MofMtMimo SieiUat pir dicem priora toicula. 



65 
moniali sotto il titolo di s. Martino (op. eU. nam. 112); Taltro di 
s. Adriano {M, nn. 64 e 250); quello dei ss. Massimo ed Agata, quod 
Lucusianum dtctìur> esistente in Palermo (Ivij nn. 165, 225, 226); 
il Prelorlano {M, num. 179), ed inoltre talun altro Cenobio an- 
ch'esso esistente neil* Isola, come in Siracusa, vicino Catania, tra 
le pendici del Mongibello, nella Diocesi di Taormina, in Lilibeo (1). 
A buon dritto però tutti convengono nel metter primo e certo tra 
i Monasteri fondati da s. Gregorio il nostro di s. Ermete, trovan- 
dosi sul proposito le più chiare testimonianze nelle Epistole di 
quel Pontefice (2). 

Una lettera diretta a Vittore Vescovo di Palermo comincia cosi : 
Vrbicus abbas Monaslerii 8 Herniae, quod Panormi sUuni est (3) 
Essendo il Cenobio privo di un sacerdote, che \i celebrasse per 
comodo dei monaci dentro il proprio oratorio, il santo Pontefice, 
ad istanza di Urbico abate, scrive ai Vescovo di ordinarvi un prete, 
perchè i monaci non sieno costretti o d* introdurre nel Monastero 
un sacerdote straniero, o di uscir eglino da esso con andar altrove 
a sentir messa. 

Si vede da questo documento quanto scarso in quei tempi fosse il 
numero dei sacerdoti nei Monasteri di Sicilia, come fa notare il Ma- 
billon (4), anzi che appena ve ne fosse un solo. Più si scorge, come 
nell'antica disciplina ecclesiastica, almeno nei Monasteri Occiden- 
tali, i monaci non apparteneano per sé all'ordine gerarchico, ed 
il sacerdozio non era conferito fuorché ai più distinti per iscienza e 
per \irlù. Che anzi, sorti dissidi fra i chierici ed i monaci dì Si- 
cilia, volendo i primi che i cenobiti non potessero istituire sacerdoti 
neppure nelle proprie chiese, Isacco vescovo di Siracusa portò la 
contesa al papa Giovanni IV, che la decise in prò dei monaci. 



( I) L*ab. Dom. Ben. Gravina nella sua splendida illustrazione del Duomo 
di Morreale ba sostenuto Tassunto, che Guglielmo II inalzò la stnpenda 
Cattedrale dov'erano gli avanzi d* un antico monastero cristiano, preesi- 
stente air invasione musulmana, abbandonato nel periodo che corse dal 
IX secolo airxi, ed uno de' sette fondati da s. Gregorio. 

(2) Devesi ai benemeriti pp. Benedettini la completa raccolta delle let- 
tere di s. Gregorio, la quale contiene numerose ed importantissime no- 
tizie di quelTepoca. lo non le cito qui, se non col numero, che hanno quelle 
relative alla Sicilia, nel Codice del Di Giovanni. 

(3) Di Giovanni, Cod. Dipi, n. 131. 

(4) Annales Benedici,, torn. I, lib. 8, cap. 35. 

Arch. Stùr. Sic., anno h 9 




Un'altra lettera porta questo indiritto: Gr^gùrius fflrblco abbati nuh 
nasiera Hetmelìa quod in Pwnormo sUum est (1). Vi si lapia dello 
stesso Urbico come di religioso né prudente, né costante, per- 
chè, dovendo nel Monastero Lucusiano (2) procedersi all'elezione 
deir abate, avea investilo di quell'uffizio un Domiiio per la mattina, 
ed un Bono per la sera» Ciò è derivato, segue a dire s. Gregorio 
ad Urbico, dal non aver tu prudenza da farti ubbidire, o costanza 
nel saper disporre. Il Papa, non volendo fidarsi più di lui, dispo- 
ne, che il vescovo Vittore, rifiutala la elezione di Bono inetto per 
la giovanile eUi alla retloria del Monastero , ordini abate , cele- 
brandosi la Messa solenne, il primo nominato, cioè Domizio. In que- 
sto diploma è notevole, come due volle il Monastero palermitano di 
s. Ermete sia chiamato dal Papa Monnslcro nostro (3;. 

Dallo slesso documento poi il Pirri vuol dedurre, che Tabato di 
s. Ermete avesse piena autorità di costituire i superiori degli altri 
Monasteri; e per siffalta prerogativa presiedesse ai comizi ne* quali 
eleggevansi gli altri abati; che perciò il Cenobio di Paienno fosse 
come la prima sede abbazialc di lutla la congregazione BenedeUina 
in Sicilia, costituita da s. Gregorio. La conseguenza pare a me più 
larga delle premesse; ma, comunque sia, più naturale mi sembra 
quest* altra , che cioè , secondo la disciplina antica , gli Abati si 
consecrassero dagli Ordinari del luogo. Vuoisi puro » che nel Mo- 
nastero di s. Ermete abbia professalo il celebre s. Agatone, paler- 
mitano, quel desso, che più tardi fu inalzato agli onori della tiara. 
Ma ridentità del nome è argomento sufiiciente ad affermare l'iden- 
tità della persona? ed è questi veramente quell'Agatone, di cui 
parla s» Gregorio in una sua epistola all'abate Urbico (4)? Ciò non 
è consentito da' Bollandisti (5), né da' Benedettini autori della vita 

(1) Cod, Dipi., nam. 225. 

(2) In alcuni manoscritti Lucuècano, lezione adottata dai Benedettini» ma 
da non preferirsi. 

(3) Valde me contriskUum dilecHo tua cognoscat, quod tantam in eon-- 
gregatUme Uonaiterii nostbi confusionem evenisse cognovi qìwd dum de ordi- 
nando abbate aUquid in Lucusiano Monasterio disponeres , non unum, sed 
4ua$ abbates f ecisti: mane, sicut audio, Domitìum Presbyterum; vespere vero 
kUonm praesentium, Bonum servum Dei; e poco dopo : Unde vehemenler in- 
gmnisco, quia atiter esse Monasterium nostrum, quam putabam, invento, 

(4) àod. Dipi. dipi. 134. Gregorius Urbico abbati monasterii s. Hermetis, 
ftiMl m Panormo sUum est. Gli ordina di annoverare Agatone fra i suoi 
monaci, quante volte consentisse la moglie di lui a ritirarsi dal mondo. 

(5) Add. ad diem 10 ianuarii. 



67 

di 8. Gregorio. Altri valuU, se gli talenta, le ragioni di si autore^ 
voli agiografi. 

Qaest'Orbico, abate di s. Ermete, a cui tanto spesso rivolgea le 
sue lettere s. Gregorio, si volle, alla morte di Vittore, elevare alla 
sede vescovile di Palermo. Ciò si rileva da un* epistola del santo 
Pontefice al patrizio Venanzio, che glielo avea proposto, insieme 
col diacono Crescente , abate del Monastero di s. Teodoro. Ma 11 
Papa risponde di non costringere Urbico ad assumere Tufficio pa* 
stonile, poiché vi riluttava (1). Cosi si fece, e perciò il successore 
del Vescovo estinto non fu Tabate di s. Ermete, ma un Giovannii 
a cui 8. Gregorio concesse in séguito Tuso del pallio (2). 

Vediamo ora dove sorgesse questo si rinomato Cenobio intitolato 
a 8. Ermete. 

Pietro Canniuaro in un suo lavoro manoscritto , che ha per tì- 
tolo : De relitjione Christiana Panormi, lo pone sul lido del mare, 
vicino alla foce dell'Oreto, nella pianura, allora si vasta, detta di 
s. Erasmo e dove poi sorse la chiesetta di questo nomo. Se non 
che pia generale è l'opinione di coloro, i quali mettono s. Ermete 
nel piano detto di s. Mercurio, vicinissimo alia porla degH edifizi, 
per cui s'entrava nella regione di Kcmonia, al lato meridionale del 
Real Palazzo , e perciò V identificano con s. Giovanni degli Ere- 
miti (3). Il Pirri, tra gli altri, esprime cosi la sua opinione : Mona- 
slerium Rogerius Rex , sive coUapsum reparavil , sive diruium 
cùnsiruxU, et D. Ioanni dedicavily et inde factum est ut etiam 
nunc id ìtonasterium dicatur s. Ioannis de Heremitis. 

Non è sfuggito agli scrittori nostri che il nome di Ermete si trova 
beli' e tradotto nel piano di s. Mercurio , dove fu inalzato il Mo- 
nastero di s. Giovanni degli Eremiti. Inoltre un' epistola di s. Gre- 
gorio a Mariniano primo abate di s. Ermete , e predecessore im- 
mediato di Urbico (4) , dice congiunto a questo Cenobio il tem- 



(i) Di Giovanni, Cod, Dipi., n. 253. 

(2) Ivi, n. 259. 

(3) Fuori la Porta degli édifizì v'eran le sepolture del popolo. Il Morso 
crede, che s. Giovanni, degli Eremili sia una corruzione di s. Giocanni Er- 
mete {Palermo antico, Palermo, Lorenzo Dato, 1827, p. 254), ma cade in 
errore, come si vedrà più innanzi. 

(4) Mariniano fu inviato in Sicilia da s. Gregorio con una colonia di 
monaci traui dai monasteri di s. Giovanni Laterano, di s. Erasmo di Mon- 
tani e di s. Andrea di Roma. A quest* ultimo Cenobio appartenea Mari- 



68 
pietto di s. Giorgio , Monaslerio tuo esse eonjunctum. Ora è ap- 
punto alla chiesa di s. Giovanni degli Eremiti , che era prossima 
Taltra di s. Giorgio, de* monaci Greci, de* quali cosi parla in un 
diploma del 1307 Federigo 11 Aragonese: Ecclesiams. Georgiide 

Ttimoirio sitam in vivilaie Pararmi in quarierio Alberi/arie 

prope IMonaslerium s. Ioannis de Ereniitis de Panormo (1). 

A siffatte corrispondenze topografiche se si unisca la vetusta tradi- 
zione, quasi concordemente accettala (2), che il Monastero di s. Gio- 
vanni degli Eremiti non fosse altrove cretto da Re Ruggiero, che là 
vicino dove sorse Tantico di s. Ermete, si potrà ragionevolmente ri- 
tenere, che il Gregoriano Cenobio, abbandonato e forse distrutto in- 
tieramente a* tempi de* Saraceni, sia slato rialzato e ricostruito da 
Re Ruggiero. E veramente non altrove i Normanni monarchi inal- 
zarono i loro sacri monumenti , se non in quei luoghi che trova- 
rono dairantica tradizione e da non estinto culto additati e conse- 
crati, dove, cioè, anteriormente al conquisto Musulmano , si rac- 
coglievano a pregare i fedeli de* tempi bizantini od anche contem- 
poranei alle barbariche invasioni (3). 

Checché ne sia, è certo che il Re Ruggiero, come affidò il suo 
nome alla splendida Cattedrale di Cefalù, così del pari volle legarlo 
al tempietto ed al Cenobio, di cui ci occupiamo : a Appresso alle 
a mura, scrive il nostro storico Tommaso Fazello, si trova la Chiesa 
V di s. Giovanni de* Romiti, e *1 convento de* frati di s. Benedetto, 
a fabbricato da Ruggiero re di Sicilia , come appare per un suo 
a privilegio dato in Palermo del 1148 del mese di Luglio, il qual 
a luogo al mio tempo è stato concesso da Carlo V imperatore re 
u di Sicilia, e da papa Clemente VII a quattro canonici (4). n 



niano, come si rileva da un'epistola del s. Pontefice (Lib. IV, leti. 45) ad 
Andrea Scolasliro. Vedi pure Arnaldo Wion, In Ugno viiae, p. I, lib. 2, 
cap. 29, pag. 225. Nel 605 fu eletto vescovo di Ravenna, dove mori un 
anno dopo. Era di patria romano. 

(1) Presso IMrri, t. II, 1068. 

(2) Oltre del Pirri, dell* Inveges ecc. vedi Cascini Vita di s. BosaliOf 
lib. II, cap. 21, p. 313, e Baronie De Majestate Panormitana, llb.I, p. 118. 

(3) AUrIbnIscono esclusivamente al Re Raggiere l' orìgine di s. Gio- 
yanni degli Eremiti, sol pochi, fra cui 11 Summonte, Storia di Napoli, l. II, 
p. 23 e 24; Il Carafa, Storia di Napoli, p. I, lib. Ili, pag. 57; il Reina, No- 
Hxie storiche di Messina, parte II, p. 131, e qualche altro men informato. 

(4) Stor. di SicUia. Deche due di Tomm, Fazello siciliano tradoUe In lin- 
gua toscana da Remigio fiorentino. Deca 1, lib. Vm, cap. I. 



69 
Ed ecco ora una sommaria esposizione di quanto vien accennato 
di volo dal Fazello. 

Era pervenuta al pio monarca Normanno, circa il 1132, la fama 
degli Eremiti, che, sotto la guida del B. Guglielmo da Yercelli, in 
Monte Tergine di Puglia (anteriormente iHonte Virgilio) menavan 
prima Yita romita e penitente, rimanendosi ciascuno in celletta se- 
parata, e poi, unitisi ad altri compagni, formarono una nuova con- 
gregazione religiosa, approvata dal Pontefice Celestino 11 , e mili- 
tante anch'essa sotto la regola di s. Benedetto. Di questa invogliato 
Ruggiero, chiamò, verso il 1132, Tistcsso B. Guglielmo fondatore 
dell* Istituto, e un de* suoi primi e più zelanti soci, fira Giovanni 
de Nusco, perchè facessero rifiorire T antico e derelitto Monastero 
di s. Ermete, ch*egli andava rialzando dalle sue rovine in onore di 
s. Giovanni Evangelista (1). Da questi monaci ErefiniU, e non da £r* 
mele, come avvisa il Morso, venne dunque Tappcllazione di s. Gio- 
vanni degli EremilL II quale innanzi al famoso diploma del 1148, 
era già un asilo frequentato di vita monastica, possedea beni fondi 
e mobìli, ed era presieduto dal ricordato fra Giovanni de Nusco , 
che n' era rimasto al governo , quando il B. Guglielmo ritornò in 
Monte Vergine, trattovi dal desiderio deirantica solitudine, dove poi 
morì nel 1142. 

La citata concessione di luglio 1148 non solo suppone, ma al- 
lude espressamente a varie altre concessioni anteriori. Re Ruggiero 
accenna al Cenobio da lui richiamato a nuova vita , Monaslerium 
sub s. Ioannis Evangelisle Ululo secundum B. BenedicH regu- 

lam juxla sacrum noslruni panormitanum palaliutn in loco 

qui didtur Kemonia prope ecclesiam s. Georgii. Lo dice pecu- 
liare oggetto di sua predilezione, ob specialcm devolionem quam 
in eodem habemus monaslerio ante oculos noslros juxla nostrum 
paUUium existenli propriis noslris sumptibus edificalo. Indi con- 
ferma le concessioni precedenti; l'uso ottenuto dalla Sede Aposto- 
lica di mitra, chiroteche, sandali, tunica, verga pastorale, anello, e 
delle altre insegno pontificali per 1* abate; vuol che la elezione di 
esso si faccia liberamente e secondo la regola di s. Benedetto; di 



(1) V. Giordano, Croniche di Montevergine, lib. Il, cap. 24, p. 462; Ma- 
strallo, Montévergine saero, p. 198. Ugaalmente il buon Guglielmo fé' ve- 
nire più tardi cento monaci della Badia della Cava, col loro capo Teobaldo, 
per popolare il famoso Cenobio di Morreale. 



più gli fot coneesslone delle caso attigue» e del giardino adiacente 
al monastero; dà ai monaci ogni giorno sessantadue pani di senio* 
la, del peso d*una libbra per ciascun pane, ed altri sei pani di fa- 
rina del medesimo peso; ogni mese tre tumoli di semola e tre di 
fiirina; ogni anno mille congii di vino (1), e ventun barile di ton- 
nina; inoltre, pegli abiti* scudi 2352 in oro sui proventi della do- 
gana di Palermo da pagarsi annualmente in agosto. Provveda la Re- 
gia Curia alla chiesa, al capitolo, al refettorio, al dormitorio ecc.; 
fornisca essa casule, cappe, camici, ammilti, stole, manipoli, zone; 
appresti ai religiosi il flebotomo ed il medico. Il Monastero goda 
per un intiero giorno la settimana l'acqua del fiume Matthasahadit; 
possano due sue barche esercit^ir libera e franca pesca nel porto 
di Palermo e neiradiacente mare (2); ogni importazione od espor- 
tazione faccia esso coiresenzione da ogni dritto doganale; per nuove 
sue costruzioni o ripari delle vecchie, possa liberamente far legna 
in ogni bosco di Sicilia e di Calabria; i suoi animali pascolino senza 
molestia alcuna in tutte le terre demaniali, o di vescovati e baronie; 
sìa il Cenobio esente da ogni servizio di galèe e da qualsiasi altra 
graveua; i monaci possano ammettere nel proprio Monastero qua- 
lunque persona con ciò ch*essa possiede, purché non siano feudi 
obbligati a qualche servizio; nulla siano tenuti a dare, fuorché due 
soli pani al Re ed a* successori suoi, che si trovino nel Monastèro 
in qualcuna delle sue obbedienze {^)y trattandoli, quanto alle altre 
cibarie ed al vino, come semplici frati a titolo di carità. Tanta lar- 
ghezza dei Re muoveva da ci&, ch'egli elevava gli abati di s. Gio- 
vanni degli Eremiti a suoi Cappellani maggiori, e perciò dava loro 
il primato su tutti gli altri prelati : Consiliarios el famiiiares iìo- 



(i) Il cangio era misura di capacità pe' liquidi. Koyy(«^iov, scrive Epi- 
fanio (De ponderib. et mensurie) (Àirpóv ioriv &f pou, xal oM^ icop* *£ppa{otc Ix- 
9c«ivQU|Aevov. Dioscoride scrive che il concia contenesse 7 libbre, e 4 il mez- 
zo eongio, th x^m Ixet X(Tpa« ò\ tò i>i|xtxdYYwv X^tpoc 5'. Veggasi Du Gan- 
ge Gioii, med. et inf. Graec. 

(2) Simile concessione di barca da pescare nel porto di Palermo è fatta 
airOspedale de* Teutonici, e vlen riportata dal Mongitore Monum, Mane., 
p. 21. 

(3) I Priorati o Monasteri annessi successivamente a s. Giovanni degli 
Eremiti Airone s. Maria di Mezzoiuso, s. Maria de Nemore Adriani, santa 
«Maria de Befem, s. Maria de Sabbuchi nel territorio di Bulera a quattro 
miglia da Licata» e s. Benedetto.^ Ganna a quattro miglia da Bivona. 



11 

5(ro8 HitfiìiìHB: statìieììtes ut idem abbas semper in omnihtis fé* 
slMiaiihuTi solemnibus , iamquam prccipuus cappelLanus nostn, 
quem nobié pnlrem otdinavimus et speciaiiasiinuìn confessorcm 
ad cplebraììila divina in copel/a siipradicli nostri palaUi Panor- 
mi, prclalis mijni nostri celeris preiyonatur. Ed ecco, dice il DI 
Chiorn, Torigine dell* iniporlnnle ufficio di Tappcllano Maggiore, o, 
come chfaninvasl, Mneslro Cuppellnno, conrerìto per In prima volta 
all'abate fra Giovanni de Rusco (1). Perciò nello stesso diploma 
del 1148 ordina Ruggiero, che questo suo maggior Cappellano venga 
tmiato qual uno del proprio consiglio. Vuol inoltre , che s. Gio* 
vanni degli Eremiti sia il cimitero di coloro che abitano il regio 
palazzo, fuorché del Re e de' suoi successori. Accorda da ultimo 
all'abate la suprema giurisdizione sopra i vassalli ed i sudditi (2). 

Fu sotto Ke Ruggiero senza dubbio, che sorse, e chi sa con quali 
avanzi della vecchia costruzione bizantina , il grazioso tempietto , 
tuttavia esistente, dì s. Giovanni degli Eremili, la cui cupola, come 
quelle della Cappella Palatina, della Martorana, di s. Cataldo e di 
s. Giovanni de' Lebbrosi, risultante di una sezione di sfera soste- 
nuta sopra spazio quadrilatero, somiglia tanto a quel genere di cu- 
pole che dalla Hesopotamia passò probabilmente in Egitto ed in 
ÀlTrìca. 

L' arte siculo-normanna, che rivaleggiò in Italia co' monumenti 
di Pisa e di Yenezia nei secoli XI e XII , formossi dall' armonica 
fusione di tre arti diverse, lombarda, bizantina ed araba, che feli- 
cemente s' incontrarono in Palermo in questa splendida metropoli, 
dove le tradizioni degli Arabi poterono cosi bene accoppiarsi agli 
elementi cristiani (3). Ora quest'arte, come creò la reggia dei re 
normanni e la Cappella di s. Pietro, il castello di Fawarah o Ma- 
redolce, e l'altro di Menàni (Allarello di Balda), cosi ci diede, sotto 
il secondo Ruggiero, il nostro s. Giovanni degli Eremiti. 

E da rimpiangere lo stato di desolante abbandono, in cui è ri- 



Ci) Di Chiara, De Capella reQis SicUiae libri lre$, Panormi, typis regiis, 
1815, p. 9. 

(2) Anche rArchimandrìta del ss. Salvatore di Messina, fra gli altri, avea 
giurisdizione civile e criminale su tutte le persone abitanti in s. Angiolo di 
Brolo e ne' casali Cbitara ed Ali. Eran sempre ecceUuati i delitti rapitali. 

(3) Si consulti quanio hanno scritto sulla materia Gally Knight, Uit- 
torf e Zantb, Serradifalco, Cavallari, Tab. Gravina, Di Marzo eco. 



72 
masto tanto tempo questo prezioso monumento (1). Pure, benché 
guasto dall'aggiunzione di nuove fabbriche (2), esso lascia scorgere 
la sua prisca forma, e specialmente nelle mura esterne serba la sua 
bella e veneranda velustit (3). 11 tempietto è a croce latina, ma ad 
unica nave, divisa in due quadrali, che al disopra si trasformano 
in cupole per mezzo di nicchie angolari. Non è dubbio, che que- 
ste cupole contengano elementi arabici, perchè la scomposizione del 
quadrato in poligono colle nicchictte nei iati di questo per iscri- 
vervi la base circolare della cupola è costruzione intieramente ara- 
bica (4). Se non che, per non mettere la falce , come suol dirsi, 
nella mésse altrui, non entrerò nei particolari nrchitetlonici del no- 
stro monumento, né in ciò che possa rimanervi di più antico del- 
repoca Normanna. Solo, avendo interrogato sul proposito 1* illustre 
Direttore delle Antichità Siciliane, D/ Saverio Cavallari, riferirò qui 
quant*egli ha avuto la bontà di rispondermi: 

« Relativamente a quanto Y. S. desidera sapere da me sui con- 
celti e sulle caratteristiche architettoniche che si osservano nella 
chiesa di s. Giovanni degli Eremiti di Palermo, io mi permetto som- 
mettere al giudizio suo quelle osservazioni che precisamente si ri- 
feriscono alla pianta di quella chiesa, alla sua elevazione, ed allo 
stile delle sue decorazioni. 

tt 1. La pianta di quella chiesa non ha riscontro alcuno con 1 
monumenti nostri conosciuti. Essa sì compone di due corpi qua- 
drati air occidente , divisi da un muro arcualo, sormontali ognuno 
da una cupola : a questi corpi nell* islessa direzione da occidente 
ad oriente si unisce un terzo, in cui vedesi 1* abside principale della 
chiesa, ed ai lati due altri corpi muniti di nicchie ; cosi formano 
una specie di croce latina mollo irregolare e non abbastanza de- 
terminata. 

(1) Dell'antico Monastero rimane tuttora un bel cbiosiricino in mina, 
contiguo alla Chiesa, cinto da tuUi i quattro lati di portici archiacuti, sor- 
retti da colonnine binale, che ricorrono sopra un mureuo di baso. 

(2) Queste fabbriche aggiunte prolungarono lateralmente il braccio del 
diaconico, e cosi ne formarono una nave, che è ad angolo retto coiran- 
Uca. 

(3) Vedi sullo stalo aUuale della chiesa la Guida di Palermo del cava- 
liere Palermo, ripubblicata «lai sac. Girolamo Di Marzo-Ferro con larghe 
noie traile dai mss. sulle Chiese di Palermo del Mongitore. 

(4) Per Sicilia, non v*ba altro esempio uguale, fuori Palermo, che la 
BaiiMza di Messina. 



13 

e L'irregolariti della pianta di questo tempietto non ha riscontro 
con la forma delle chiese greche, né con quella delle chiese latine 
di Occidente; però uua tale irregolarità può rinforzare la supposi- 
lione che sia stalo costruito sui ruderi di altro ediflzio più antico, 
del quale non riroane alcun vestigio. 

V Solamente all'esterno lato meridionale del tempietto si osservano 
avanzi di antiche fabbriche appartenenti forse ad un convento , e 
che sembano più antiche di quelle che fanno parte dei piccolo cor- 
tile situato a nord-ovest della chiesa. 

< Ad onta di tali irregolarità, considerando il nostro monumento 
nel suo complesso, si scorge uno spiccato organismo costruttivo che 
vi ricorda le chiese orientali, per il gruppo delle cupole che s'ele- 
vano in ogni scomparto; però un'anomalia s'interpone tra quelle cu* 
pole, accrescendone l'aspetto pittorico, cioè un campanile sormon- 
tato da una piccola cupola che s'eleva sullo scomparlo laterale al 
nord dell'abside centrale della chiesa. 

tt L'elevazione è semplicissima, e da' resti esistenti si può argo- 
mentare che questa chiesa ha sempre conservato la sua primitiva 
semplicità. 

Il All'occidente di essa e nel suo primo scomparto si vedono le ve- 
stigia dell'antico ingresso, ed una comunicazione o quasi come due 
finestre si osservano in questa parte della chiesa nel lato settentrio- 
nale, rispondenti alle fabbriche adiacenti del chiostro di sopra con- 
nato. 

B 2. L*edifizio è privo d'intonaco nella parte interna e nella e- 
sterna, ad eccezione di un rivestimento nelle cupole, e quindi so 
ne può osservare l'antica costruzione : i corpi quadrati nel loro in- 
terno ad una sufficiente altezza sono coronati di una fascia poco spor- 
gente, e su di questa 4 finestre nei lati ed altrettante agli angoli 
convertono il corpo quadrato in uno ottagono iscritto in esso per 
poscia convertirsi in una zona circolare che serve di base alla cu- 
pola semisferica. 

a La difTerenza che passa tra le cupole bizantine e quelle delle 
chiese antiche di Palermo, comprese queste di s. Giovanni degli Ere- 
miti, fu da me notata nel 1'* fascicolo dell'opera di Andrea Terzi 
sulla Cappella Palatina, appunto nel testo che l'accompagna (vedi 
la pag. 2, col. 1, dalla linea 20 alla 32), e dalle conclusioni si 
scorge la caratteristica araba introdotta nelle cupole delle chiese 
Normanne di Palermo. Su di ciò non può cadere dubbio alcuno , 
perchè gli esempi che abbiamo in Palermo sono coslanti e ripetuti 

Areh. Stor. 5ic., anno 1. 10 



74 

nelle chiese di s. GioYanni dei Lebbrosi, nella Cappella del Castello 
di Maredolce, nella chiesa prossima alla Zisa, nella chiesa della Ma- 
gione, ed in quella di santa Maria dell'Ammiraglio, nella Cappella 
del R. Palazzo, nella chiesa di s. Cataldo, come ancora nel chio- 
sco detto la piccola Cuba nel giardino del signor IVapoli nella Yia 
che conduce a Monreale. 

« Il carattere architettonico della chiesa di s. Giovanni degli Ere- 
miti si manifesta non solo per la costruzione delle sue cupole, ma 
per la decorazione esterna del campanile che s* ele?a nel fianco 
settentrionale della croce della chiesa. Questo campanile è una ri- 
petizione della piccola Cuba dianzi citata, del tutto simile nella de- 
corazione dei 4 lati, ove agli archi delle finestre si sovrappongono 
tante zone di archi, come quelli che si osservano negli edifici civili 
e religiosi dei monumenti di architettura arabo-normanna, di cui 
Palermo è tanto ricca, n 

Guglielmo I continuò la protezione sovrana al Cenobio , eh* era 
stato pel padre diJui un oggetto di vera predilezione. Gli donò in- 
fatti nel 11S7 un romitorio nel bosco Adriano, fra Bivona e Frizzi, 
ove fra Giovanni de Rusco, non trovando tra gli onori della corte 
le delizie della solitudine, cliiese ed ottenne di recarsi, e vi mori 
con molta fiima di pietà nel 11C3. 

Di tre anni posteriore è il diploma , citato in principio, di Gu- 
glielmo II. airabate Donato, che è una conferma di quello di dota- 
zione del 1148, e più, concessione d*un salto d'acqua pel molino 
Elrylbii e facoltà di poter costruire altro molino dinanzi al Mona- 
stero, dentro o fuori la città, e perciò di goder l'acqua del fiume 
della Kemonia, e riceverla anche dal regio viridario (I). 

Di più annovera il De Ciocchis un altro privilegio di conferma dato 
in Palermo di maggio f 201 dall' Imperatore Federico, che aggiunge 
la facoltà di costruir un molino nel fiume Oreto con immunità di 
gabelle. 

(1) Un transunto del 17 novembre 1435 per atti di nour Antonio de 
Aprea di Palermo, annotato come esistente dal De Ciocchis, citato dal Pirri 
e dal MortiUaro, contiene il privilegio di ifotazione di luglio 1148, e que- 
sto di conferma, rilasciato da Guglielmo, di novembre 1166. Altro tran- 
sunto del 10 dicembre 1267 agli atti di notar Rainaldo de Esluso di Paler- 
mo, contiene il diploma stesso di Gugliemo IL Vedi Sacrae regiae visiiatio' 
nis per Siciiiam a Ioanne Angelo De Ciocchis, Panorml, ex typogr. Diarii li- 
terarii, 1836, alla p. 146, e MortiUaro Catalogo ragionato dei diplomi esi- 
stenti nel Tabulano della Cattedrale di Palermo, Palermo, sumperia Oretea, 
1849. p. 324. 



1S 
Nel catalogo degli abati omette il Pirri un Fra Simone , di cui 
ritevo il nome da un diploma greco del 1184, iradolto in laUno 
nel 1716 dal gesuita P. Girolamo Giustiniani da Scio, citato come 
esistente dal Nongitore fra i diplomi dell'ArchìTio della Magione (1), 
e che oggi è andato smarrito. Contenea la vendita d'una vigna Tatta 
da Niccolò Persi a Simone abate di s. Giovanni degli Eremiti , in 
contrada Phax Emeri (t). 

Dell' epoca Srefa è senza dubbio il suggello inedito, cbe vengo 
ora a pubblicare(3), e che ci rivela il nome di un altro abate, an- 
ch' esso, ignoto al Pirri ed agli altri storici nostri. Vi si vedono i 
due noti quadrati, che a' intersecano l'un l'altro, e dentro l'aquila 
Sveva e il pastorale. Attorno nltorno, in caratteri cbe b^isterebbero 
«oli a determinare quel periodo, si ledono questo parole chiuse in 
uà eerctiio di puntini: f S' FRS: F,DBiUGI : ABBI,: MON: SCI. 
TO: HEMITR cioè, Siff*""™ FratrU -Friilerici Abbati» Monaslerii 
SamM toannis Eertmitarum. 



V importanza, cbe tuttavia serbava ni tempi Svevi l'abate di san 
Giovanni degli Eremiti, si rileva ancora da questo Tatto, che, nel- 
Viachiesta btia dal Delegato Apostolico sulla lite fra l'Imperatore Fe- 
derico ed Arduino vescovo di Cetiilù, Fra Giocondo abate di quel Ce- 
nobio e Fra Bonifacio religioso dello slesso, insieme con un Fra Leone 
priore a Castrogiovanni , intervengono come assessori in quel fii- 
moM giudicato (4). 



(1) Cuiut authographum nttat in Archivo noitriu Mtmionii. V. Mon»m. 
Ufi. Mattia p. Bl. 

(2) ijjii ^JOx' campo di Maria, oggi corroitaoieote Fautumeli. 

(3) Oggi nel R. Museo. 

(4) Vedi il docomeDlo presso Plrrf 11, 805-6. e nel Cod«x DiplamiOiau 
Frideriei li del Drébolles, tom. HI. p. 918-11. 



76 

Dal governo deirantica Radia di s. Ermete fu elevato alla Sede 
Arcivescovile di Morreale uà Avveduto successore al ricordato Fra 
Giocondo (1). Un Luca, esperto nelle due lingue latina e greca, è 
il traduttore del noto diploma greco, che contiene la concessione 
fiitta alla Chiesa di Palermo dei tre casali saraceni. Un Ruggiero abate 
di 8. Giovanni degli Eremiti è ricordato in una pergamena latina ine- 
dita del 13 giugno 1332 appartenente alln Cattedrale di Palermo. 
Ad istanza di costui il Papa Innocenzo VI fulmina la scomunica con- 
tro gli illegittimi possessori dei mobili e beni fondi del Monastero (2). 
Resse il Cenobio, come pare, fin al 13(i2 un fra Giacomo de Stil- 
lato. Nel 1392 troviamo da Re Martino conferita l'Abbazia di s. Gio- 
vanni degli Eremiti, allora vacante, al prete Giovanni di Randazzo, 
che era stato con altri inviato in Barcellona, come oratore del Re- 
gno, per sollecitare la venuta in Sicilia di Martino e di Maria. Lo 
stesso monarca conferi più tardi l'Abbazia ad un frate di Sira- 
cusa e ad altri posteriormente, come può vedersi nell* Archivio 
della R. Cancelleria in atti d( 1 *>93, 139i, 1393, 1396, 1391 ci- 
tati da Luca Barbieri nel Captòrevi (3). Nel 1430, comincia la serie 
degli Abati Commendatari di s. Giovanni degli Eremiti col vescovo 
Martino Gallo. Nel 1435 Re Alfonso conferisce l'Abbazia al chie> 
rico Giovanni de Centelles, figlio di Giliberto Conte di Collesano. 
Nel 1432 l'ottiene un Maestro Giliforti dei Buonconti (i). Nel 1464 

troviamo il Cenobio, che a grado a grado era sempre più venuto in 
decadenza, ornai diserto quasi e derelitto dai monaci; perlocchè il Car- 
dinale Giovan Niccolò degli Orsini, abate Commendatario, fece seri 
tentativi ed ottenne infatti di richiamarlo alcun tempo in fiore, col- 
l'avere impetrato da Paolo II la facoltà di trasferirvi alcuni Bene- 
dettini di s. Martino delle Scale. I\el 1414 il Re Giovanni, che era 
tornato a confermare il privilegio antico di Re Ruggiero, conferi l'Ab- 
bazia a Don Filippo d'Aragona incorporandola al Priorato di santa 
Maria di Delia. Nel 1487, la possedeva Don Alfonso d'Aragona, Ar- 
civescovo di SaiTagozza, nipote di Re Giovanni e figlio illegittimo 



(1) Vedi nella Deseriz. del Tgmpio di Morreale, opera delfab. Del Giu- 
dice, le Vile degli arcivescovi^ abati ecc., a p. 14. 

(2) V. Mortillaro Catalogo Ragionato, p. 171. 

(3) L'ultimo Abate proprietario fu Fra Tommaso Bellacera, Palermitano, 
monaco di s. Martino delle Scale, che governò dal 1410 al 4430. 

(4) Vedi Arcb. della Conservatoria, Mercedes, an. 1452. 



n 

di Ferdinando II. Finalmente, eletto nel 1521 abate Commendata- 
rio di s. Giovanni degli Eremiti Don Inigo de Mcndoza, creato Car- 
dinale da Papa Clemente VII, l' Imperatore Carlo Y, per volonta- 
ria cessione del Mendoza, dotò con sua concessione data in Pam- 
plona a i2 dicembre 1523, coi frutti e colle rendite di queirAb- 
bazin, sei prebende canonicali del Duomo di Palermo, che fin dal 
1443 rimaneano soppresse per bolla d'Eugenio IV (i), e cosi re- 
stituì al Capitolo quei canonici, che gli erano mancati per la di- 
minuzione del suo patrimonio. 

Al volere dell* Imperatore annuì con sua bolla il Papa Clemen- 
te VII (2). Onde i sei nuovi Canonici della Cattedrale presero il 
distintivo di Eremiti, come altri di MiUcnari, Centenari, del Porlo, 
della Tonnara, deU*Alhergaria; ebber mensa a parte, e venner im- 
mediatamente dopo gli altri diciotto, coi quali, Tistesso anno 1524, 
per mezzo del viceré Pignatelli, fecero atto di accordo; ma non sì 
che molte quistioni non sorgessero appresso, come avverte nei suoi 
curiosi appunti di Diario il can. La Rosa (3). Le sei prebende for- 
mando unica massa, i prebendati, fatta procura, eleggeano un abate 
Commendatario. Sono questi canonicati di regio patronato, come i 
due del Porto, cioè di presentazione regia, colla conferma canonica 
dell' Arcivescovo (4). 

Si convenne poi, nel settembre 1324, fra i sei canonici rappre- 
sentanti Tabate Commendatario ed i Cenobiti, che dai feudi di santa 
Maria de Refesio si avessero quest'ultimi onze 50 annuali per vitto 
e per vestilo, e che al culto del Cenobio servissero quattro Bene- 
dettini sacerdoti, e due conversi. Più onze 6 fossero per riparo delle 
fabbriche. 

Sbaglia con ciò (come, avverte bene il Di Marzo, BiblioL Stor. 
voi. X, p. 163) l'autore del Palermo Restaurato, Vincenzo Di Gio- 



ii) Può leggersi presso Mongitore Bullae, PrivUegia et Instrumenta Pa- 
normUanae Metrapolitanae Ecclesiae, Panormi, Felicella, 1734, p. 203. Fra 
i sei Canonici soppressi da Eugenio IV per aumentare agli ailri dlciotto 
le prebende, vi furono i Canonici delti dt Vicari {Biccarenses). 

(2) Questa bolla del 4 aprile 1524, può leggersi presso Mongitore Bul- 
lae eie, p. 218 e segg., e Pirri t. I, col. 188-91. 

(3) Alcune cose degne di memoria notate dal reverendissimo dottor D. Gio- 
van Battista La Rosa, decano, canonico e tesoriere delta chiesa Cattedrale 
di Palermo, pubblicate dal Di Marzo Bibliot, Stor, tom. Il, p. 182-3. 

(4) Ogni anno, a 27 dicembre, uno del Canonici Eremiti solea cantar 
messa solenne con insegne ponteficall nella Chiesa di s. Giovanni. 



78 
Tanni, scrivendo che i monaci di s. Giovanni degli Eremiti poi H 
aggregarono a $. Pietro del Palagio. Invece le rendite di s. Gio- 
vanni degli Eremiti furon unite al Capitolo di Palermo, ed il Ce- 
nobio, siccome si ha dal Lello , venne dato da Clemente VII, per 
un privilegio dei 4 Tebbraro 1524 [1], qual ospizio o grangia ai Be- 
nedettini di Horreale, che poi lo tennero fin al i866. 

Sac. Isidoro Caiuiii 



(i) Rise. Del Giudice, Op. di. Parte III, Sommario dei priviligi ecc., p. 69. 




GUGLIELMO F E IL VESPRO SICILIANO 



miiu 



TRADIZIONE POPOLARE BELLA SICILIA 



Leggesi Del Compendio della Storia di Sicilia del Maarolico: 
• AlcQDì DOD pochi SCHIODO che Guglielmo (il Maio) fa tanto 
a?nro a segno di aver dato ordine di spendersi moneta di cno- 
jo» dietro di aversi fatto portare nel suo tesoro tatto Targento 
e l'oro, e che per indagare se in qualche parte fosse rimasto 
oroy fece girare per vendersi nn bellissimo cavallo che davasi 
pel prezzo di nna sola moneta d*oro. Il cavallo fa comprato da 
nn giovinetto, il qaale pagò la detta moneta. Il re volendo sa- 
pere d'onde gli fosse provenata, gli fn risposto che l'avea tratto 
dal sepolcro di sao padre. — Oli antichi aveano il costume di 
seppellire i loro difonti con una moneta in bocca, onde da que- 
sto fosse data pel tragitto al barcajuolo Caronte. — In questo 
modo Guglielmo si assicurò che non era rimasto pia oro presso 
i vivi. . Lib. UI, § V. 

Nel riferire nella sua Cronologia universale della Sicilia que- 
sta notizia, l'Aprile nota che non si • sovviene di haverla letto 
in veruu autore antico • (Lib. I, cap. XI); onde se i < non po- 
chi > autori de' quali parla il Manrolico non sono rappresentati 
dal Fazello, non si saprebbe davvero qnali possano essere. E il 
Pazello, già prima dello sierico e matematico messinese, avea 
scritto, che Guglielmo I • mandò un bando per tutte le città, 




80 

castelli e ville dell* Isola di Sicilia , che ciascun portasse allo 
erario del Re tntto l'argento e Toro battuto o non battuto, e in 
cambio di qnello, fece far certe monete di corame; dove eran 
le suo arme, e ordinò, che quelle sole si speudesero, e il bando 
andò con pena della testa a chi contrafaceva. Per questo bando 
tutti i popoli di Sicilia correvano a schiere per paura della mor- 
te, e portavano gli ori e gli argenti, che si trovavano cosi in 
danari, come in altre cose, o per uso, o per ornamento. Ha il 
Re, per far esperienza se qualche scudo contro il suo bando 
fosse stato salvato da qualcuno; mandò in Palermo un huomo 
incognito con un bravissimo e bellissimo cavallo per venderlo, 
e ne chiedeva uno scudo d*oro in oro. Et baveudo il banditore, 
che lo vendeva, più volte sonato la tromba per adonare i com- 
peratori, non si trovava chi Io potesse comperare per quello 
scudO; anche vi fnssero di quelli che offerissero la valuta in 
tanta moneta di cuoio, ma il venditore voleva uno scudo d'oro 
in oro. Fuvvi finalmente un giovanetto nobile, il quale innamo- 
ratosi del cavallo, andò alla sepoltura del padre, disotterratolo, 
egli cavò di bocca uno scudo d'oro, che la madre gli havesse 
messo quando lo mandò a sotterrare, ^ datolo al venditore, si 
menò a casa il cavallo. Guielmo intese questa cosa, e s'accorse 
che la carestia de' danari haveva condotto quel giovane a quella 
scolorata et indegna impresa e conobbe ch'egli haveva tirato a 
se tutto l'oro e l'argento dell' Isola, e cominciò a credere, che 
si fosse soddisfatto della sua avari tia. > {VHtstoria di Sicilia, 
trad. da Remigio Fiorentino, deca li, lib. Vili, cap. Itti). 

Dopo del Fazello e del Haurolìco altri storici della Sicilia rac- 
contano il fatto; ma tra tutti mi giova ricordare il messinese 
Bonfiglio , il quale nella sua Messina città nobUissima ci ri- 
chiama alla insaziabile avidità di Guglielmo in queste parole : 

■ Dicesì per continovata traditione che questo Re havendosi 
accumulato tutto Toro, et argento delli suoi Stati, facesse spen- 
dere moneta di cuojo, o che per chiarirsi se più sì ritrovasse 
ne' suoi vassalli dell'uno, e dell'altro metallo, mandò un giorno 
a vendersi all'incauto un bello e generoso cavallo per uno scudo 
d'oro di cui innamoratosi un giovane lo comprò , e volendo il 
Re da costui sentire dove havesse ricavato l'oro, disse haverlo 



81 
tratto di bocca del padre» molti ano] già sepellitOy cosi essendo 
chiarito^ che più fra vivi non si ritrovava oro, né argento; e 
noi crediamo quella snperstitione allliora essere nsata dai Sa- 
raceni, ponendo nella bocca dei morto, secondo la facoltà, e la 
couditione, la moneta per il nolo di Caronte. > (Parte It lib. Y). 

Tant'é, la tradizione de* tempi del Fazelio si conserva inal- 
terata anche oggi, e non vi ha persona del volgo, vnoi della 
città, vuoi della campagna, che non la rapporti, e quasi racca- 
pricciando. Iq la ho udita in vari comuni dellìsola, e due ver- 
sioni ne pubblico della provincia nostra (la prima di Palermo, 
e la seconda di Cerda), che mi sembrano superiori ad altre che 
me ne trovo raccolte. Mi passo di notare le differenze tra l'una 
e Taltra, perché. una semplice iettnra basterà a chi voglia co- 
noscerle e determinarle. Per me, se preferenza alcuna dovessi 
accordare a una delle due versioni, non esiterei a darla alla 
palermitana, quantunque poco Ininuta e quasi sommaria come 
sono qualche volta le narrazioni della mia prediletta novella- 
trice Agatuzza Rao. 

Ora, che si deve egli pensare della verità di questa tradi- 
zione? Io non oserò dirlo, per rispetto a chi si preoccupa di certe 
circostanze invero poco esatte (e naturale ò delle tradizioni orali 
dei basso popolo l'essere inesatte, anzi sformate) che essa con- 
tiene. Ma quando una notizia per univoca tradizione si tramanda 
per tanti secoli, sarà egli lecito dì dubitare del fatto in essa 
annunziato, il quale qui bene si accorda con altri della vita 
avara di re Guglielmo? Ma già non bisogna dimenticare un fatto 
narrato dall' autore delle Cronichi di qmsto Regno di Sicilia 
( nelle Cronache sicUiane di Y. Di Giovanni , Bologna, 1865 ), 
cioè che quando gli ambasciatori siciliani a Carlo d' Angió ri- 
ferivano i disordini dei Francesi in Sicilia, « ipsu re ci respnn- 
dia: vui stati troppo boni. Io. vi farro spendi ri monita di soli, 
corno altra volta haviti spiso* » 

Per ciò che riguarda il racconto del Yespro, che è il secondo 
delle due tradizioni che do fuori, esso è pur troppo noto per- 
chè abbia bisogno di osservazioni speciali. La storia della (Tuer- 
ra del Vespro di M. Amari è la ricca fonte a cui giova anzi- 
tutto attingere volendo ricordare un fatto, un aneddoto t una 
Arch. Star» Sic., anno I. 11 



Si 
circostanza che abbia relazione col famoso ribellamento. Nondi- 
meno «volendo particolarizzare e trovar testimonianze di croni- 
sti e di storici a sostegno e schiarimento di qnalche circostanza 
del nostro racconto, ben lo si potrebbe fare colle cronache, pub- 
blicate, tra gli altri, dal Gregorio, dal Cappelli, dal de Renzi 
e dal Di Giovanni. Cosi per citare qualche riscontro delle varie 
versioni del presente racconto coi documenti editi finora, i tre 
anni della macchinazione di Giovanni da Precida ( 1279-1282) 
della 1* versione trovano appoggio nei tre anni che risultano 
nel Eibellamentu di Sicilia contra Re Carlu; mentre i sette 
anni della IV versione sembrano correre dalla Battaglia di Be- 
nevento e dalla disfatta di Manfredi e Corradi no al Vespro stes- 
so. L'armarsi dei Palermitani, anzi Tandar essi armati, di che 
fan cenno due versioni, s* accorda colla Historia Sabae Ma- 
laspinae e colle citate Cronichi di quisto Begno di Sicilia ^ 
anno 1282. L'accusa di violenze fatte alle donne siciliane dai 
Francesi, di tutte e quattro le versioni, concorda col passo di- 
anzi connato delle Cronichi, ov*é detto che < li siciliani man- 
davano ambaxaturi a lo re e li narravano li disordini di li fran- 
cisi chi faciaun e massime cu li donni. > (presso il Di Giovanni 
pag. 178). E nelle stesse Cronichi ò detto che G. da Precida 
t si fici matta, chi andava con una zarbatana dicennu a tutti 
li Siciliani coma In jornn di S. Spirita vnlema ammazzar! a tutti 
li fhincisi •, cosa affermata nella li e Ili versione; e nel Bibella^ 
mentu siciliano e oella leggenda modenese edita dal Cappelli, è 
par detto che G. da Precida andava vestito da frate o da eremita, 
óome si legge aelle versioni II, HI e IV, nelle quali il famoso 
cospiratore ci apparisce vestito ora da frate ora da prete (par- 
rinu). 

le quattro versioni che do alla luce convengono su per giù 
tutte nell'affermare la licenza dei Francesi, la macchinazione di 
6. da Precìda e la sua cosiddetta pazzia, la dimanda di ddri 
con che i Palermitani s'argomentavano conoscere durante l'ec- 
cidio i Francesi, ed altri fatti ancora. Studiandole attentamente 
81 vedrà d'altro lato come, secondo che si passi dall'antica ca- 
pitale della Sicilia a una terra baronale, si riscontrino manife- 
stamente idee di feudalità e di vassallaggio, che nella versione 



83 
palermitana non sì riscontrano ponto; anzi in questa ò nn ar- 
dimento che si direbbe nascere da Bicnrezza delle proprie forze 
e da coscenza dei propri diritti. 

È saperflno il dire che pubblicando a solo interesse storico 
(qnalunque esso possa parere) queste due tradizioni, io mi sono 
astenuto da qualunque annotazione filologica di parola. E mi 
astengo altresi dal porre a riscontro la tradizione dei canti po- 
polari siciliani del Vespro colla tradizione orale, essendo essa 
familiare a chi in questi ultimi tempi abbia avuto a mano le 
raccolte di canti popolari siciliani. 

Palermo, 14 marzo 1873. 



Gagrliclma la mala. 



I. 



Signuri, 'nca si dici ca rignaru ccà dui re, Gugghicrmu lu iMaiu 
e Gugghiermu lu Bonu ; lu Bonu abitava sempri a Murriali e fici 
dda gran Matrici ca *un ce' è lu paru 'nta lu munnu , e lu Malu 
abitava 'n Palcrmu. 

Ora a stu (jugghìermu lu Halu ccì facia *mpaccìu ca curda munita 
d'oru e munita di ramu e d*argentu; pigghia e accumenza a rilirarl 
tutta la munita d*oru, poi chidda d'argentu, e poi chidda dì ramu : 
e nisciu la munita di coriu. 

Ddoppu tanti anni ed annuni ccì veni 'n testa di vidiri sì 'nta lu so 
Regnu cc'era unu ch*avia 'na munita d'oru. Pigghia 'na jìmenta, la 
fa mentir!, comu dicissìmu, a li Quattru Cantunerì: — a Cu avi 'na 
munita d'oru si la pigghia! n Cu' sì Pavia a pìgghiarì ca dinari *un 
ccì nu'era. 

Si duna cumminazìoni ca passa un principìnu : — a Ahi chi bella 
jimenta ! n Va nni la mairi : — a Prìncipissa, vo^cenza m*avi a darì 
'na munita d'oru. b — a Figghìu mio, si metti lu paluzzu suttasupra 
'na munita d'oru nun la trovi. » 



S4 

PoTira picciotlu 'un avia riscUu. La mairi ai rigordau, e cci dis- 
si -. — e Figghiu, a tempi antichi si sippillia cu *na munita d*oru 'm- 
mucca (ca Toni li tinia forti e cu lu corpu si cunfii). Va* a li Gap- 
pucciniy ddà cc*ò tò nannu, lévacci sta munita e li la piggbi. » 

Lu picciottu va e trova stu corpu, lu strantuHa, cci *nGla li manu 
'mmucca e cci scippa la munita; curri a li Quattru Cantuneri : — 
a Sugnu ccà io: datimi lu cavaddu! » — « Siti arristatu I « cci dicinu 
bottu *ntra bottu li guardi!. L*hannu accucchiatu e l'hannu purtatu 
a Palazzu. LuRe cci dici: — a Ah! sbriugnatu! e nun sapivi Tordini 
meii — a Haislà, io sta munita la pigghiai a li Cappuccini, cà a 
li tempi antichi si sippillianu cu la munita 'mmucca. » ^ o Beni! 
si la cosa è comu dici tu, e tu t* allibberti ; masinnò , la Turca è 

cunsata. » 

Gugghiermu lu Malu si piggbia la chiavi e va a li Cappuccini , 
virifica la cosa, e lu sciliratu e chi era flci cìrcari tutti li morii e 
cci fici livari li muniti d'oru a tutti. E sta cosa 'un si pò scurdari : 
ca iddu fu tantu sbriugnatu ca mancu appi rispettu pi li stissi morti. 



Palermo (I). 



II. 



Quannu 'n Sicilia rignava Guglielmu lu Malu (accussl ha statu la 
Sicilia, sempri malattrattata ! ) tutti li muniti e d'oru e d'argenlu e 
di brunzu si li ritirau iddu, e flci fori li dinari di coriu. — Avvinni 
'na vota ca lu re misi in vinnita un cavaddu assai spiritusu pri 'na 
munita d'oru. Lu fici furriarì pri tultu Palermu, ed arrivati chi furu 
li genti chi lu /^unnucevanu sutla lu palazzu di lu Principi Harva- 
gna, ddà c'era lu figghiu di lu principi ch'avia roortu tempu avanti, 
e a vidiri ddu beddu cavaddu, ci dissi a lu mastru di casa chi avia 
a lu latu: — e Oh quantu è magnificu stu cavaddu I nesciu foddi ca 
lu vulissi iu I Ha cui mi l'avi a dari sta munita d'oru, ora ca li dinari 
su* tutu di sola? » Lu Mastru di casa comu vitti lu Principinu accussl 
angustiatu ci dissi: — u Nun c'è nenti. Aviti a.sapiri ca vostru Patri 
era un omu grossu e quannu morsi si ci misi 'na munita d'oru 'ntra 
la vucca, ca accussl si usava allura. Facennu accussl, jarou a lu cum- 
mentu a un firaccottu o un ft'atellu chi ni grapissi la siburtura ca nui 



(!) Raccontato da Agatazza Rao. 



te 

àotri ci arrialamu *na cusoiza di dinari. Accussl fieiru. Lo firalellii ci 

grapiu la siburtura; iddi graperu lu IniuIIu dunni c*era lu Principi 

e ci tiraru di la iucca la munita d*oru, tali e quali comu ci TaTianu 

misuy ca lu corpu si sfici ma l'oru no. Cu chidda munita ieru a 

cumprari lu cavaddu. E li vìnnitura ieru a lu Palaizu di lu Re, e 

ci dissiru : i Eccu cefi la munita d* oru : lu cavaddu è ìinnutu. • 

Lu Re a vidiri allura dda munita dissi : — « Comu ?.. .e ancora 

esistinu muniti d'oru? A cui lu vinnistivu? » — i A lu figghiu di lu 

principi Marìagna; n chiddi ci (li<siru. — a Itilu subitu a chiamari. » 

Comu lu Principinu fu purtatu davanxi di Guglìelmu lu Malu, chi- 

8tu ci dissi: — Nun tremi di viniri a lu cuspettu di Guglielma, 

luRe di Sicilia? Comul ancora hai dinari d' oru? Nun sai lu ban- 

nu ch*aju fattu itiari ? Cu ti Tha datu ssa munita d*ora ? » Lu Prin- 

cipinu tuttu trimanti ci dissi : — > « Haistà, a?iti a sapiri ca mò pa« 

tri morsi prima di vui yeniri 'ntra la Sicilia, e siccomu era riccu 

ci misiru, a la morti, *na munita d*oru in bucca, comu era solitu. 

lu chi avvampava di desideriu di aviri lu cavaddu chi si vinnìa» 

nun sapia chi fari pri avillu; lu me mastru di casa pirò mi fici ca- 

nusciri ca 'ntra la vucca di me patri e* era una munita d* oru : 

jemmu a lu Cunventu, parrammu a un ft'accottu chi nni aprissi la 

siburtura, e accusa petti aviri lu cavaddu chi si vinnia^ s Alluni 

Guglielmu lu Nalu fici chiamari a lu fraccottu, e iddu tuttu scan- 

tatiiiu ci cuntau lu fattu, ma la triaca ci jia tonica^ tonica. LuRe, 

comu s'accirtau di lu fattu ci detti licenza a chiddi di putiri iri- 

sinni, e ci raccumannau ca s*avìanu anelli un granu di munita di 

bruniu, lu issiru a rivilari, musinnò la ciancianu. 

Cerda (1). 



MéU Vespri stelliana, 



I. 



Signuri, si raccunla ca cc'eranu li Francisi 'n Sicilia, ed eranu cu 
*ndittagghiu ca tutti li picciotti schetti si l'avìanu a pigghiari iddi, 
e 'nta tutti li casi si cci avianu a 'mpalazzari. 

(I) Raccolta dal prof. sac. Marotia. 



Ora U Palcmitani, ca musciii a nasu nwi si nni bciatu passari 
mai , aia cosa si la jaìanu dicennu ammucciuni. Stu focu jiu cu- 
vannu pi tri anni ; a la fiouta di li tri anni li Fraocìsi spatrunia- 
vami pi (uUa la Sicilia. Abbotta ora , abUitta poi , cbi sema fatti 
di Ugnu I 'Na jumata <cu *Ba calunnia ca ce' era 'na festa, li Paler- 
mitani jiisceru cu armi pi finilla. A cu* scuntravanu cci dieevanu 
a li Francisi : « Dici ciciri ! % Chiddi dieevanu chichara , e cu sta 
ditto r accinninsaru ad ammazzari, e noi ficiru un muntuni; e ddi 
quattri! chi ristaru piggbiaru lu fujutu. — Stu fattu sunau pi l'uni- 
verau munnu; e di ddocu arristau lu muttu : u Cci ^ju lu malu gig- 
gUo corno lo francisi. n E ora ogn* anno 'n Francia piggbianu la 
stwpa di Ja SicHia , e 1* abbrucianu. E lu Palermjtanu 'un lu pò 
sèiitiri a lu Francisi. Ha ora li Palermitani *na cosa coibu chissà 'un 

la sanno faci «ecbiui«. 

Palermo (1) 

'Ha Yola ai lìccunta ca nta ia cita di Palennu vinniru li Francisi. 
Sti Francisi si vulei^mu pigghiari larga manu, ca tutti chiddi ohi si 
maritavano, da piìma sira avianu a fari ca un flrancisi si ed avia a 
curcari la prima notti. Li Palermitani, ca cci fitia lu mussu, si mi- 
siru a fari un^cumprolu. Si vota unu vistutu roonacu ca si chiamava 
Fr4icita,e dici: « Sapiti oh'àmu a fari? a li 31 di marzu ce'è la festa 
lira Palermu; quaiinu vennu li Francisi pi fari a lu solitu so, nui 
nni faeemu festa, « finisci. 

Stu monacu a cu' scuntrava scontrava di li Palermitani cci su- 
nava cu 'na trumma e cci parrà va a l'oricchia. — o jChi fa chistu? » 
dieevanu li Francisi. — q Kenti : è foddi. » 

A li 31 di marzu successi la cosa: li Palermitani s' arribbillaru. 
Quannu scuntravanu a quarchj francisi cci facianu diri : Ciciri; 
chiddi ca dicianu chichiri eranu ammazzati; e accuss) fineru tutti. 

Sta cosa sunau pi tuttu i'universu munnu, e li Francisi 'un si la 
ponnu scurdari echiù. Dici ca ogn* annu 'n Francia fannu *na citati 
di pagghia, é l'abbrucianu, volennu signiflcari ca si li Francisi vi- 
nlssiru 'n Sicilia Tabbrucirrianu comu pagghia. 

Ricarazzi (2). 

(I) RaooonUto da Agatuzza Rao, cucitrice di colud d'invEerno, at Borgo. 
(1) Raccontato da una carta Cottone di Ficarazzi. 



m 

Uì. 

A tempi antichi li Francisi pigghiaru la Sicilia, e li surdati fran* 
cisi si ficcavano 'nira II casi e si pigghiavanu li donni. Dicchiù buf* 
funiavanu li Siciliani , e nrrivaru a tali arruganza ca roannaru di 
Pranza in Sicilia 'na varcata di cugnetti ccu supra pisci sahili, e 
satla tutti chini di corna. 

Chistu fattu durau 'na poca d* anni, e li Siciliani non putennu 
ccbiù sulTriri 1* affruntu pinsaru di aromazxari li Francisi. Un omu 
granni, chiamatu Giuanni di Procita, altura si flnciu pazzu, e cc*un 
cornu a manu furriau li cita cchiù forti unni e* eranu surdati , o 
jia facennu bu bu bu ccu lu cornu. A li Siciliani cci dìcia a Ta- 
ricchia: a A 21 ura avemu aminaizari tutti li Francisi; » e a li Fran- 
cisi cci sunava lu cornu bu, bu! Iddi dumannavanu chi vulia ddu 
cristianu, e li nostri arrispunnevanu ca era pazzu. 

Arrìvatu lu jornu li ammazzaru tutti: surdati e paisani, e quannu 
non sapianu si quarcunu era francisi, cci fàcianu diri cicirUy e si 
dicianu chichiru, li scannavanu. Quannu non ci ni ristau nuddu, 
doppu quattru misi, misiru dintra li cugnetti di li corna li segreti 
di li Francisi ben salati , e dintra *na galera cci li mannaru a lu 
re di Pranza. 

Bina (1). 

Si raccunta ca *na vota ci fu 'na forti guerra, e ddoppu succi- 
diu ca li surdati francisi essennu stati 'n Sicilia si pigghiaru qua- 
lunchi libirtà, e accuminsaru accussl : La fimmina chi si maritava 
*nta ddi tempi e si pigghiava a un viddanu , prìmu si cci avia a 
curcari un surdatu francisi; sisi maritava un cappeddu , lu roaritu 
avia ad aviri la pacenzia ca uni lu so lettu si cci avia a curcari 
un tenenti, e accussl discurrennu. Nun putennu di sta manera ognu- 
nu esseri patruni di la so libertà, ddoppu si vittiru custritti di fi* 
nilla *na vota e pi sempri. Un parrìnu , eh* era veru scaltru , chi 
fici! ... Girau 'n tempu setfanni tutta la Sicilia. Stu parrinu 'nta 
tutti li paisi si fici lu so complotlu e dissi a li sol ca alPura di lu 

(i) Raccontato dal contadino Francesco Arcidiacono, e raccolto da L. Vigo. 



«8 
vespri, a tali jurnu, s*avia a fari *na rivuluiioni generali pri tutta 
la Sicilia. lennu camiDannu fra lu spaziu di sett*anni, nun ccì ar- 
ristau un pnisi eh* iddu nun avia giratu. Finiu tuUu lu viaggiu e 
turnau *n Palennu. All'urn di lu vespri si flci *na tirribili rivulu- 
rioni, s*ammazzaru a tanli francisi. La rivuluzioni 'nta tutti li paisi 
fu quasi a la slissa ura. Ma comu ci arrivaru a putiri canusciri li 
suli francisi? Li Siciliani avianu fatlu prova ca li Francisi nun sa- 
pianu diri ciciru e ogni vota chi ci 'nluppava di diri ciciru dicianu 
chichiru e roacari siscru. u Dunca, dissiru, nun c*è megghiu prova 
di chissà: Nui avemu ammazzari a tutti chiddi chi nun sannu diri 
ctctru. » Accussl ficiru : acchianavanu li Siciliani li casi e facianu 
ogni vota la stissa cosa cumannannu ad ognedunu di diri comu 
dicianu iddi. Pirò ogni tantu pigghiavanu qualchi sgarratina, e am- 
mazzavanu puru a qualchi sicilianu, pirchl si soli diri ca fra li vutti 
ci vannu li carratedda. Facianu la festa e passavanu avanti. Basta. 
*Nta *iui sula sira stirminaru a tutti li Trancisi, e sulu arristaru chiddi 
d*un paiseddu chi si chiama Spirlinga, ca li paisani nu uni vosiru 
sentiri nenti di chiddu chi ci dissi lu parrinu (I). 

Polizzi Generosa (2). 
Giuseppe Pitrì 



(!) Anche fra il popolo corre il detto Sola Sperlhiga mffami. 
{%) Raccontato da un certo Bellina, conladino polizzano , e raccolto da 
Vincenzo Gialongo. 




DI UN DOCUMENTO 



RIGUARDANTE LA GIUDEGGA DI PALERMO 



Niuno per fermo ignora come nella seconda metà del XT secolo 
si contassero in Sicilia cinquantaseite comunità israelite , e come 
tra esse quella di Palermo tenesse per ogni verso il primato, a Non 
k solo (scrive in proposito 1* illustre monsignor Giovanni di Giovanni) 
9 non solo la comunità de' palermitani Ebrei superava tutto Taltre* 
I della Sicilia per la numerosità del popolo che la componeva, ma 
I pur anche per le particolari prceminenze che godeva (Ebraismo 
I della Sicilia, pag. 2o2); sei' esimio storico nostro , Isidoro La 
Lumia, nella soa recente monografla degli Ebrei siciliani, ha con- 
fermato pienamente il concetto del dotto autore del Codice diplo- 
matico siciliano: 

Alle notizie e ai documenti riguardanti gli Ebrei palermitani, già 
ricordati o messi in luce da quegli egregi scrittori, un altro mi è 
dato aggiungerne finora inedito , il quale ci porge delle preziose 
notizie, che chiariscon viemeglio la iattura grandissima derivata a 
quest'isola per causa della inconsulta espulsione di tanta gente la- 
boriosa ed industre. 

Il documento eh* io pubblico è una lettera di Pietro di Bologna 
Segreto della dogana di Palermo, diretta a don Ferrando d*Acugna 
viceré di Sicilia in data del 27 agosto U92. Io Tho tratto da un 
volume miscellaneo ms. di documenti e memorie di storia siciliana 
esistente presso di me; ed avendo avuto l'agio di riscontrarlo col- 
l'originale conservato nel nostro Archivio df Stato (Registro di lettere 

àrdi. Star. Sic., anno L 12 



90 

della R. Segrezia di Palermo deiranro 1491-92, fog. 10 e segg.) 
posso assicurar la esattezza del mio manoscritto. 

Fan seguilo alla lettera sopraccennata due informazionh o rag- 
guagli presuntivi della entità dei danni che il Secreto prevedeva 
dover derivare dalla espulsione degli Kbrei. Di questo argomento 
eransi anco prima occupali nelle loro consulte ì meoibri del Sacro 
Regio Consiglio e i Giurati della citU^. Ma laddove nelle dette con- 
sulte (pubblicate dal La Lumia, Stùdi di storia sicUiana, voi. II, 
png. 48 53) non si hanno che sole generalità, nelle nostre infor- 
mazioni troviamo invece dei dati statistici che riescon preziosi. La 
prima di esse dimostra il nocumento che doveva ridondare allo Stato 
e ai privati, stante la perdita di talune gabelle , che gravavano e- 
sclusìvamente, od in parte, sopra la comunità israelita: la' seconda 
è un ragguaglio del traffichi cbe soleansi fare in Palermo , tanto 
dagli Ebrei cittadini, quanto ancora dai forestieri, donde risultavan 
del pari vistosi proventi all' erario del Regno. Sembra die le dette 
informazioni siano state ammanite onde servir di base al calcolo 
del capitale al 4 % delle gabelle che sarebber venute meno annual- 
mente dopo la partenza degli Ebrei; capitale cbe, giusta un ordine 
regio, doveasi soddisfar dai medesimi onde far indenne lo Stato di 
ciò che in sostanza non era che conseguenza dell'opera governativa. 

Ora secondo i dati presentatici dalla prima informazione il pro- 
dotto annuo delle gabelle in essa enumerate, calcolato sopra la me- 
dia di un triennio, sarebbe stato di oncio 331, 15, o che torna lo 
stesso , di lire italiane 4226, 62. Il capitale al 4 % sarebbe stato 
di onde 8287, i5 pari a lire 101), 655, 62. Le gabelle di cui si 
tien ragione nella seconda informazione avrebber dato un profitto 
annuo di onde 840 , 18 pari a lire 10,707, 65 col capitale corri- 
spondente di onde 2i,6l5, pari a lire 262,941, 25. Cosi la per- 
dita presuntiva sarebbe ammontata ad onde 1172, 3 pari a L. 14,^J44 
annuali, ed il capitale da corrispondersi sarebbe assommato ad 
onde 29,302, i5 pari a lire 368,596, 87; la qual somma riparlila 
a 5000 Ebrei, quanti eran quelli che, giusta la citata consuUa dei 
membri del Sacro Regio Consìglio, facevan dimora in Palermo (V. 
La Lumia vot. cit. pag. 48 e segg.), torna a ragione di lire 73, 72 
per testa, cifra che avuto riguardo alla differenza dì rapporto tra* 
valori dal XV al nostro secolo, equivale a lire 589, 76 per ciasche- 
duno. 

Però non debbo tacere che si sa d^illronde come, ultimatosi tra i 
regi ministri e il corpo israelitico il calcolo delle somme che comples- 



91 

shamente dagli Ebrei si davevano all'Erario, si fissò il valore a fio- 
rini 100,000, capitale delle annue gravezze (La Lamia pag. 44). 
Or corrispondendo il fiorino a tari sei siciliani, quella somma equi- 
varrebbe ad oncie 20,000 , o lire 255,000. Stando a questa cìRra 
desunta da un documento officiale trascritto nei registri dello Slato 
(Protonotaro dell'anno 1492-93, libro 2», foglio 2:>6 ap. Di Giovanni 
op. cit. pag. 203) potrebbe congetturarsi che gli Ebrei siano stati 
obbligati a corrispondere il solo capitale delle gabelle che solean 
pagare per ragion di traffico (gabella di panni, gabella detta di pdi 
e merci, gabella di cantarala, gabella della dogana) astrazion fatta di 
quelle che solean pagare per ragion di consumo. Infatti tra il capitale 
delle prime ascendente alla somma di L. 262,941, 03, e la somma 
di L. 253,000 da loro effettivamente pagata, la differenza non è che 
di L. 794! , 63, differenza che polè esser loro rilasciata dal Viceré 
d*Acugna il quale, come si sa, fu tratto a malincuore ad eseguire 
lordine di espulsione. 

Pria di por line mi sembra dover notare che la lettera del Bolo- 
gna conferma una particolarità riferita dal Di Giovanni e dal La Lu- 
mia, ma non comprovata finora da testimonianza veruna, cioè che 
gli Ebrei espulsi dall'Isola fossero andati a riparare nel regno di 
Napoli (1). Il Bologna infatti manifesta al Viceré la partenza di una 
prima imbarcazione di Ebrei poveri (eran dugento) per la Calabria. 
Si sa del resto che gli Ebrei napolitani non ebbero ad essere cac- 
ciati da quelle parli, se hon quando il regno di Napoli, perduta la 
propria indipendenza politica, divenne anch'esso parte della grande 
Monarchia spagnuola; e quindi era ben naturale che quei di Sicilia 
fossero iti a cercare ospitalità là dove sapevano di dover trovare, 
oltre i loro correligionarii, un terreno favorevole ed umana acco- 
glienza. 

(1) Scrisse in proposilo 11 Di Giovanni: e Per quanto s'appartiene al luo* 
e go, parmi molto verosimile, che gli Ebrei della nostra Sicilia, tosto come 
e ne furono discacciati, plultosio passassero nel regno di Napoli, ch'altro- 
« ve: e questo mei danno a credere sì la vicinanza d'amendae questi re- 
e gni, come la diversità de' regnanti, poìcchè non si riiraovav'allora il re- 
f gno di Napoli soggetto, corno la Sicilia, alla Corona di Spagna, e per 
e giusta conseguenza non era impedito agli Ebrei di potere ivi liberamente 
f dimorare; come per vero vi dimorarono finché lo stesso Re Ferdinando 
e s' impadronì di quel regno : o per dir meglio finché il suo successore 
ff Carlo V Imperadore l'anno MDXXXIX vi promulgò l'editto dello scac- 
e ciamento degli Ebrei. « Op. cit. pag. 2iO. 



92 

Hi dispenso dal rilevare le altre circostanze accennate nel docu- 
mento, lasciando che il lettore faccia da sé quelle osservazioni e quei 
raiTronti che gli saranno pi& a grado. 

Multo illustri excelienti virtuosissimu signuri etc. cum lu presenti 
correri serio tramiso tramenio (con*, tramecto) a vostra illustri si- 
gnorìa li informacioni di li cabelli et diritti di la regia curii pos- 
sessi per la ditta regia curti, et per quilla alienati in diversi per- 
suni, anichilati et perduti per lu recessu di li ìudei di quista chi- 
tati; et simili ter di li trafichi et mercancii si soliano li dicti iudei 
et altri iudei di lo regno fari in quisla citati, et quanto per quilli la re- 
gia curti uno anno per lautro solia consequitari; comu per li ditti infor- 
macioni vostra illustri signoria porrà intendirì. certificando vostra 
illustri signoria, chi per li vari lu blanczo (bilancio?) di tali infor- 
macioni, et fari di quilla vero iudicio, haio voluto vidiri quillo di 
anni icza la ditta regia curti havi consequitato per lo dicto trafico 
et mercancii dì dicti iudei. preterea, quisti iorni continue su stato 
insemi cum lu magnìfico capitanco et quisti magnifichi officiali sol- 
licitandoli circa lu cxpedimento di li inventarìi et extimi di li beni di 
li iudei (1) lì quali iuTentarii et extìmi fino icza non su stali spa- 
chati; pero fra dui oy tri iorni mi penso parranno accabati (2), et 
sollicitiro di continenti siano tramisi a vostra illustri signoria; a la 
quali dugno haviso (sic) come, ia su tri iorni, volendo lo magni- 
fico capitaneo et eu exequiri quillo ni ha commiso vostra illustri 
signoria supra lu expedimento di lì iudei poviri et donni et pi- 
chuli, dcdimo licencìa a certi iudei poviri a summa di duìchento, 
li quali si inbarcaro cum una sagittia patronìczata per ettor pre- 
lato per Calabria; et beri, illustri signuri^ si inbarcaro cum nostra 
licencìa a summa di chentochinquanta iudey poviri supra dui sa- 
gittii a lo presenti existenti in lu portu , ancora per Calabria ; et 
hogi si stava per ìnbarcari lu restu di li persuni divino andari 
cum li ditti sagìltii; et per haviri liavuto in quisto punto li ditti iu- 
dei nova di certi galey dì genuysi, hanno supraseduto a lu inbar- 



(i) 1 regolamenti che accompagnavan l'editto sovrano con cui ordlnavasi 
la espulsione degli Ebrei richiedevano si compilassero gì' inventari delle 
nusserizie e dei beni tutu a loro appartenenti. Si veda in proposito La 
Lumia voi. cit. pag. 35, e Di Giovanni pagg. SSMS9. 

(3) Dallo spagnaolo acabar, che vale compiere. 



f 3 
cari, per inlendiri lu vero di li ditti galey. li quali iu^ey in la exita 
si hanno voluto ìnbarcari , su stati cum summa diligencìa visti et 
chircati, secundo lu ordini dato per vostra illustri signoria, certi- 
ficando vostra illustri signoria , chi multi su di li ditti , si hanno 
inbarcato senza haviri alcuno denaro , et quisto per loro habilHati 
( corr. inhabiliiati ) : verum che ad alcuni , in cunto di li tari tri 
dati per ordini di vostra illustri signoria anno {corr. hanno) extratto 
alcuni straczi el miserii di casa loro, li quali non porriano pigiar! 
la summa di quillo porriano ncxiri in denari, per gradano magu- 
ny, iudeu di qulsta citali, lu dillo capitaneo et eu recippimo una 
provisioni di vostra illustri signoria, el cum quilla certi capituli... 
....li quali per nui, illustri signuri serranno deservali (inlell. oh- 
servati) et exequti secundo ordina et comanda per quilli vostra il- 
lustri signoria, a la quali dugno noticia hogì esseri renovato lo hanno 
di la salvaguardia di li ditti iudey, secundo la forma di la ditta prò- 
visioni, la quali lo ditlo capilan^^o et eu, illustri signuri, intendemo 
exequiri, non obstanti ditti magnifici officiali di quista citati dicano 
et allegano quilli in parti esseri con tra privilegii (1). signuri illu- 
stri, su alcuni cosi (curr. casi) in li quali habitavano iudey, et re- 
misi (corr. remasi) per loro recessu vacanti; et annanti di mi hanno 
comparso certi christiani per quelli conduciri per lu anno sequenti. 
fino icza non ho voluto fari ncnli senza consulta et comandamento 
di vostra Illustri signoria, supplico pertanto quilla li plaza providiri 
et comandar! quillo supra zo baio di exequiri, perche, signuri il- 
lustri, per mi non si farra altro, che quillo vostra illustri signoria 
mi comandira, cum tutta cura et diligentia possibili; abenche, si- 
gnuri illustri, la fatìga sia grandi, per la presenti non mi occurri 
altro, excepto che in gracia et merci di vostra illustri signoria mi 
recomando. Ex panormi (sic) xxvy augusti x* indictionis 1492. 

Signuri 
di Y. 111. S. 

Servituri 
petru di bolongna 



(i) Veggasi in proposilo la rimostranza dei Giurati di Palermo presso 
La Lamia yol eli. pag. 51, e seg. 



94 



Informacioni di li cabelli raxuni el diriUi di la regia secrecia 
di palcrmu, li quali si perdino, el di lo lulk) si aaichilano per 
la parlenza di li iudei di la dilla diali; di li quali cabelli al* 
cuni su possessi per la regia curii, el alcuni alienaci in diversi 
persuni per la dilla regia curii. 

Et primo la cabella di la carni iudisca (1) per la mitati contingeoti 
a la regia curii, possessa al presenti per lo nìagnifico misseri franci- 
sco patella mastro portulano, la quali leni ex concessione regia ad 
vitam: era venduta alo anno presenti per prczo di uncii Ixwy 

La ditta cabella di la carni iudisca per laltra mitati 
contingenti a la universitati di la ditta chitati, possessa 
per la ditta universitati, ex alienacione, seu vcndicione 
fatta per regiam curìam eidem universitati di la mitati 
integra di tutta la cabella di la carni, tanto di li chri- 
stiani, comò di li iudei, prò precio in contraltu aliena- 
cionis predille contento, possi mettiri prò introytu al- 
tri uncii Ixxvg, quanto fu venduta la supraditla mitati 
contingenti a lo ditto magnifico mastro portulano: la quali 
mitati integra <li cabella di la carni, tanto di christianl, 
comu di iudei, per relacioni di lo mastro notnro di io- 
rati, si dici esseri stala venduta per la ditta regia curii 
a la prefata universitati per fiorini dudicimilia . uncii Ixxvy 



(I) La gabella soprammentovatn non differiva da quella che pagavasi dai 
Cristiani per le carni macellate. Sembra che iudisca si chiamasse la carne 
macellata nel particolare macello degli Kbrel. La tariffa che colpiva le 
carni macellate era però aguale per tutti i ciuadini, Cristiani od Ebrei che 
si fossero. Quanto alla parola iudisca, evidentemente derivata da iudeu, 
parmi opportuno noiare ch'essa è ancor viva nel nostro dialetto, sebbene, 
usata con diversa accezione, oggi dinoti quella parte di carne del manso 
ch'ò più vicina al fianco. Nessuno dei nostri lessicografi, eh' io sappia, ha 
accennato a cotesta derivazione. 

Siccome nelle note susseguenti avrò allo spesso occasione di riferirmi 
air antico Quaderno delle Pandette doganali deiranno 1312, mi occorre av- 
vertire che non essendo mio intendimento di dar qui una esalla recen- 
sione delle gabelle e delle loro variazioni, mi riferirò al medesimo al solo 
oggetto di dichiarare quei luoghi che, nel documento che abbiam per le 
mani» mi sembrano meritevoli di chiarimento. 



95 

La cabella di Io vino, augustalì et gisia (1) pos- 
sessi al presente per li infrascripli persuni, videli- 
cet: per lo magnifico baruni di asaro, uncii dechi, 
lari quattro et grana dechi ; per li magnifici bar- 
tholomeo et frederico roontiapcrto , uncii trenta , 
tari tridichi et grana dechi ; et per lo magnifico 
simuni palella uncii quaranta et lari dechidoctu : 
summano in lucto uncii lx)y, tt. t] 

E ben vero che per uno quinterno, si trova in 
Il acti di quista secrecia, appari, li dicti cabelli di 
lo vino, augustali et gisia esseri di introyto di uncii 
Ixxx et non plui ; et per relacioni di li iudei di 
quista citati legno informacioni haviri pagato omni 
anno uncii Ixxxj et tari yj; et cussi allegano haviri 
pagato omni anno plui uncia j et tari vj chi non 
divino pagari. 

Et plui^ si trova in lo ditto quinterno, undi e 
notata la ditta cabella dì la gisia, comu supra la 
dilla cabella e divuto a lo reverendissimo signuri 
archiepiscopo et capilulo di canonachi di palermo 
uncii vii] et Un xxiiij , licei lo dillo reverendis- 
simo omni anno uncii x et tari xx>ij uncii viij II. xxiiij 



(i) La gabella del vino ora, sotto la dominazione Normanna, speciale 
agli Ebrei (V. Gregorio, Consideraz. lib. I, cap. iV, num. 15, e le testimo- 
nianze ivi allegate. Nel più antico libtT communù della Segrezia della Do- 
gana di Palermo, ch'ò dell* anno di prima indizione 1407-1408, si ha la 
rubrica della cabella oleiy tini et saUs, que posita fuit in statu ("per Tanno 
suddetto) ad une. ece et prò addìtibUs ccx in summa une. dx In due conti 
di Giacomo Parma Segreto di Palermo, del 1434-35, e del 1436 però si 
tien ragiono di essa, e si scorge che consisteva in un diritto di lari 2 per 
salma pagabili sul vino che si metteva in commercio. La gabella éeWago- 
staro era una lassa probabilmente analoga a quella dello schifato consi- 
stente in. un diritto dell* 1 «A sui cambi o mutui per causa commerciale. 
(Quaderno cit.) I^a gesia era un tributo che fin dai tempi normanni paga- 
vasi dagli Ebrei e dai Musulmani per godere il libero esercizio della pro- 
pria religione, a somiglianza di ciò che questi ultimi aveano praticato coi 
Cristiani nel tempo della loro dominazione in Sicilia. Epperò queste due 
ultime gabelle non son da confondere in una, come fa il Di Giovanni (op. 
cii. pag. 51), il quale ha creduto che la gesia fosse una tassa da doversi 
pagare in agoslari come noi per cjgion di esempio, non ostauie il corso 
forzato dei biglietti bancari, siam costreui a pagare in oro i dazi doganali. 



La cabella et aaslro aolirìito di U baglia di li 
iodei (1) e di iDtrqjlo di ucii x oouii aaso, pos- 
setsa per li iofrascripti persom, Tìdelieel: per lo 
•agniico nisserì benedicto di paterno et lo figlo 
dì lo baroni di partanoa uocii ? : et uocii tri et 
tari XT olim possessi per la mogieri di lo cosdaii 
ioanoi di homodeis, et al preseale per madoana 
ianella di bartholomeo; et lincia j et tari xt per 
li nobili henrico et cola di lacio; in summa. . ondi x 

La cabella di li Agiati (2) possessa per la regia 
torti soli rendiri ano anno per lautro ondi qoatro 
ne) nncu uij 

La cabella di la iocolaria (3) possessa per la re- 



(!) QoesU gabella era forse analoga a qoella che per gli altri citUdìni 
ehiamavasi cabeUa bamà iuitieU. A dichiarare in che questa consistesse 
giova riferire in proposito il testo del socriiato Qmademo che vi si rife- 
risce : Gabella band iiMcie dehel exerceri isto modo, f>i4ilieH eum officio ma» 
pttri iuracie. Ha quod pouU banUus a quolibel accdtato criminaliUr corata 
eOf qui de ùwe debeai fideiussionem prestare , si fideiussoret pres'iterit , ra- 
Uone ipsius fldeiussionis exigere el recipere karlensem unum tantum suis u/ì- 
lUalWus applicandmm. 

Jtem, quod dklus baiulus debeat ire de nocte per cioitatem^ vel lerram, cum 
aliqmbus xurtariorum terre tei loci ipsiuSt secuuium capittUa regia , et ab 
unoquoque, invento per eum^ absque lumire et iusla causa (iolell. et absque ta- 
sta causa), post trinam puisationem campane, exigere et recipere augustale 
unum prò pena suo commodo adquirendum. 

Item quod ipse baiulus a quolibet tabfmario, qui post trinam puisationem 
campane tenuerit tabernam apertam, vel receptaoerii bibUores 9el lusores o- 
uardi, vel vendiderit vintim eisdem, exigai et recipiat augustale unum prò pena, 
ad uUlUatem baiali supradidL 

Ceterae quoque alias consueludines consuetas et debitas observet, iuxta or- 
iènadonem et consiUum iudicum et alitìrum proborum virorum terre et loci 
eiusiem. 

In quanto al Baialo proprio degli Ebrei, v. Di Giovanni pag. 125. 

{%) Nel citato Quaderno alla rubrica Cabella iocularie si leggQ: Quelibet 
iudea, que peperit filium, solvat cabelloto tarenum unum — et quelibet iudea^ 
que peperà filiam, grana decem. 

(3) La sopradetta gabella, che eslendevasi anco agli altri cittadini, ò 
con dichiarata dal Quaderno sopracitalo: Nullus audeat habere tubas nee 
ioeulatoreSf xammarias et guidemas secundum ritum sarracenorum in nup' 



91 

già curii soli rendiri uM ano per laiitro aMii 

tri « uDcii iy 

La Gabella di la sita di li iude7(1) possessa per la 
regia curii soli rendiri uno anno per laulro ancia j 
el lari XV uncii j tt. iv« 

La cabella di lo pani di li iudey (2) possessa per 
la regia curii soli rendiri uno anno per laulro un- 
cii vinliollo * ... * uncii u?iq 

La cabella di la scannalura (3) di la carni, chi 
si fa a la buchiria di li iudey, possessa misser chri- 
slofalu li nobili, iacobu, et beredi di maieu In era- 
stuni (sic), alienala per la regia curii a li supra* 
dici! de craslono insemi cum la cabella integra di 
la scannalura di la carni di li chrisliani el di li 
iudey prò predo in conlraclu dicle alienacionis con- 



tiis, nifi per eabellotum eabelle predicie; il tolvat cabelloto predicto pr$ d^ 
dii ioculatoribus tarenos quatuor et mfra, prout melius convenire poieet cum 
cabelloto predicto; dummodo quod kabeat par unum tantum tubwrum, et si 
plures tubai habere voluerit, salvai ultra dictos quatuor tarenoi, vel quanttlQ" 
tem pecunie qua conveneril cum dkto cabelloto^ ipsi cabelloto tarenum unum 
prò quolibet pare tubarum. 

Zammaria è voce derivante dall'arabo 9^U; (zammdrah) cbe vale cor» 
namusa. Parimenti arabica debb'esser Torìgine della voce guidema, mcto- 
cbè il nostro suono qui non abbia l'equivalente in queirìdioma. Non mi 
pare improbabile ch'essa derivi da >bl (iddm), plurale di v^t (<t<^)» 

voce che tra gli altri significati ba quello di cuoio, e potrebbe quindi fl- 
guraumente significare il cembalo. Se si pon mente che il nostro volgo ha 
una cerU tendenia a render gutturali le vocali in principio di parola, e che 
quindi Vi della voce iddm potè mutarsi facilmente in qui, Fetimoiogia che 
io propongo sembrerà per lo meno plausibile. 

(1) La gabella della seta consisteva nel monopolio di tingerla spetUnte 
alia regia Curia, ed esercitato per essa da un gabelloto. 

(2) Tutti i fornai o prestinai eran tenuti a pagare tari due per ogni salma 
di frumento ridotto in pane. Questa gabella non è compresa nell' antico 
Quaderno ed appare per la prima volU nei conto del Segreto Giacomo P^ 
ruta dell'anno 1435-36. 

(3) La gabella della icannatura, o tassa di macellazione, era, in Palermo^ 
di tari uno per un bove, grana iO per una vacca; grana ) '/« per un mon- 
tone, becco, capra; grano i per un agnello o capretto; grana 1 '/• per 
un porco. 

Areh. Stor. Sic., anno I. IS 



^ 



«00 

la raxunl di la cab^Ua di U dieli panni pigiano i$ic) 

la sumnia di undi ec • • uncii oc 

Item li iudey di saragusa, li quali coslumaTano pa« 
Iricari {inteU. praticare) in quisla citati di palermot 
soliano accattari tanta quantitali di panni , chi la 
raxuni di la cabella di li ditli panni pigiano la suni- 

ma di uncii ci. •••.»• » uncii ci 

llem li iudey di trapani soliano accaltari in qui- 
sta citati tanta quantitali di panni , chi la raxuni 
di la ditta cabella pigiano la suroroa di uncii xxx xxx 

Itero li altri iudey di lo regno, li quali costumano 
patricari in quista citati, cooiu su iudey di termini, 
nicuxia, linlini, di lo contatu di modica, di randac- 
so, di alcaroo , di marsala , roazara , caltagiruni « 
placza , malta, notu, policzi, girachi , girgenli, di 
calatabilloUa, xacca, sanphilippu, et alcuni pochi 
di la nobili citati di missina; li quali soiiano accat- 
tari in quista citati tanta quantitati di panni , chi 
soliano pagari per raxuni di la dilla cabella di pan- 
ni li raxuni infrascripti uno anno per lautro. 

Li iudey di termini uncii vij » « uncii vij 

Li iudey di nicoxia uncii ij uncii vj 

Li iudey di lintini uncii tìì^ •-« • • uncii viiy 

Li iudey di lu contatu di modica uncii viij et 

tari XT uncii viij tt. xt 

Li iudey di randaczo uncii novi uncii viig 

Li iudey di alcamo uncii novi uncii viiy* 

Li iudey di marsala uncii ottu uncii viij 

Li iudey di maczara uncii v uncii v 

Li iudey di caltagiruni uncii x uncii x 

Li iudey di placza uncii iiu uncii iiy 

Li iudey di malta uncia j uncia j 

Li iudey ili notu uncii tri uncii ly 

LI Iudey di naro uncia j uncia j 

Li iudey di policzi uncii xj uncii xj 

Li iudey di girachi uncii x uncii — tt. x (sic) 

Li iudey di girgenti uncii xvig uncii — tt. xviij (sic) 

Li iudey di caltabellotta tari xj uncii *- tt. ij 

Li iudey di xacca tari ij uncii — tt. i^ 

Li iudey di sanphilippii uocii y uncii ij 



1M 

Li iudey di la nobili citaii di missina tari xg ancii — tt. xU (1) 

Item a la Gabella di pili et merchi (2). 

Li iudey di la citati di palermu costumavano fari 
lo arbitrio di roagaseni di formagio, cascavalli et 
coyra; di li quali uno anno per lautro per la ex- 
tracioni, et parti per missioni (immissione)^ la re- 
gia curti solia consequitari per diritti et raxuni 
di la ditta cabeiia uncii centu ; licet la ditta ca- 
bella, la maiuri parti, divino li mercanti extracturi 
di li ditti cascavalli, formagi et coyra accattati di 
li ditti iudei; li quali, per respettu vindiano et co* 
stumuvano vindiri li ditti cascavalli, formagi et coyra 
carricati et spachati, tali diritto si soliano pagari 
li ditti iudey uncii e 

Li iudey frusteri di io regno, corno di mazara, mar- 
sala, alcamo, tuta(8tc) summa (?), et alcuni altri ter- 
ri di lo regno soliano intrari in quisla citati tanta 
qunutitali di coyrami et alcuni altri merchi, chi di- 
ritto dì la ditta cabella di pilo et mercha {sic) so- 
liano pagari uncii Ix uncii Ix 

Item in la cabella di la cantarata (3). 

Li iudey di la citati di palermo per lo ditto ar- 
bitrio costumavano fari di formagi . cascavalli et 
coyra, solia la regia curti, uno anno per lautro, per 
diritto di li extracioni di li ditti cascavalli , for- 
magi et coyra, uncii cxxx; licet , comò ditto e di 

(1) È superfluo il notare che questa cifra non può essere documento 
della importanza della Giudecca Messinese. Gli Ebrei dei Valdemone avea- 
DO oaturalmenie poche relazioni con Palermo; e difatti nel documento che 
abbiam per le mani son poche le Giudecche di quel Valle che vi son rap- 
presentate, per non dire che taluna come quelle di S. Lucia e di Taor- 
mina non vi sono affatto ricordate. Quanto alla Giudecca di Messina si 
vegga. Di Giovanni, op. cit., parte II, cap. II, pp. 25i>-266. 

(2) La gabella detta di pili e merci era una tassa di un tari per onza 
sul valore delle merci, imposta per la prima volta nel Ì3i7, onde provve- 
dere alla riparazione delle mura della città di Palermo (De Vio, Privileqio 
urb. Pan. p. 70). 

(3) La Cantarata è un'altra tassa che appare per la prima volta nel ci- 
tato liber eommunis dell'anno 1407-1408 e consisteva in un diritto di un 
tari per onza sulle merci cbe si vendevano a peso. 



102 
sopra, in la cabella di pili et merchi, lo ditto di- 
ritto continga pagarisi per mercanti cxtracturi , 
li quali accattano da li ditti iudey; ma per accat* 
tarili li ditti mercancii carricali et spachati , tali 
diritto soliano pagari li ditti iudey uncii exxx 

Item in la cabella di la dohana (I). 

Li iudey di la citati di palermo, licet siano fran- 
chi di cabella di la dohana comò citatini di palermo, 
tamen per vindiri li ditti cascavalli, formagi et coy- 
ra carricati et spachati, tali diritto di cabella di 
dohana* soliano pagari per li persuni rendabili (2) 
exiracluri di li ditti cascavalli, formagi et coyra; 
lu quali dritto uno anno per lautro, solia rcndiri 
uncii Ix uncii Ix 

Item li iudey di modica, randaczo, et salemi, per 
la plui summa, et alcuni altri iudey di lo regno, 
rendabili, soliano inlrari in quìsta citati, et extra- 
hiri di quilla alcuni mercancii, chi di intrata et de 
xuta, uno anno per laulro, solia la regia curii con- 
sequitari per diricto et raxuni di la ditta cabeila 
di dogana uncii quindichi uncii xy 

R. Starrabba 



(i) La gabella della dogana consisteva in un diritto di grana 18 per on- 
cia sui valore dello merci che s* immettevano sia per la via di mare che 
per la via di terra (V. il citato Quaderno alle rubriche Cabella dohane mo- 
rii — Catella dohane terre). I Palermitani andavano esenti da tale imposU, 
per concessione a lor fatta da Guglielmo I nel il60. Di che si scorge che 
essa era uno degli antichi statuti ordinati fin dai tempi della fondazione 
della monarchia (Gregorio, Inlroduz libro I, cap. IV, num. i5). 

(2) Hendalnli dicevansi le persone che non godevano immunità totale 
parziale dalle gabelle doganali. 




RASSEGNA BIBUOGRAFIGA 



I Romani e le guerre servili in Sicilia, per Isidoro La Lumia, 
pagine 89 in-8^ (e8tratto dalla Nuova Antologia di Firenze» 
quaderni di agosto, settembre ed ottobre 1872). 



Nell'anno 135 avanti Cristo e 6i9 di Roma uno schiavo siro , 
Euno per nome , uomo di gran credito appo i suoi confratelli in 
servitù, riusciva a raccoglier nei pressi deiranlica Enna intorno a 
qualirocento armali, coi quali irrompeva repentinamente nella città. 
In quella inopinata sorpresa non vi ha ostacolo, né resistenza pos- 
sibile; i magistrati, i padroni allibiscono, si nascondono, o procu- 
rano colla fuga involarsi ; i servi stanziati nella citlà si sollevano 
anch'essi, congiungonsi agli entrati di fuori; e dei padroni e delle 
loro famiglie fanno orrendo macello. In quelTeccidio soltanto la ple- 
be , cioè la cittadinanza artì^^iana , che di buon* ora fraternizzava 
cogl'insorti, era risparmiata. 

Qual era il carattere di quel molo subitaneo, in apparenza, quali 
le sue cause, e quali grinlenti che prefiggeansi coloro che se n*eran 
fatti gli autori? questo è il problema storico che formò il soggetto 
di un opuscolo del lodalo economista nostro Saverio Scrofani , e 
che oggi si propone a risolvere il nostro egregio storico Isidoro La 
Lumia nella memoria che ha di recente pubblicato, e di cui mi ac- 
cingo a dare un ragguaglio ai lettori deir^rc/iit^io Storico ó'tct- 
iiano. Egli osserva che la prima guerra servile (come della seconda 
avvenuta dopo venlott*anni può dirsi) non fu « una passeggiera le- 



MI 

fata, una spaventeTole, ma brere protesta contro la tiranna crudeltà 
de* padroni, uno sforzo disperato, ma confuso e indistìnto, per ot* 
, tenere alcun sollievo alla condizione servile b imperocché « il de- 
liberato carattere di lutto quei moto chiarivasi invece dallo stesso 
suo nascerci». E veramente, chi consideri come fin dal principio co- 
lui che se n*era messo a capo assumesse titolo ed insegne regali, 
e chiamasse a sé dappresso consiglieri che gli dessero aiuto; come 
ei, non guerriero, affidasse a un Acheo, schiavo ancor esso, e prò* 
di mano, il comando del suo esercito improvvisato; come il grido 
de' sollevati di Enna trovasse un* eco nelle turbe servj^ sparse o- 
vunque per l'isola, e nelle plebi indigene che tendevano ugualmente 
l'orecchio; chi consideri, dico, tutto ciò , scorgerà di leggieri es- 
sersi trattato allora di una sommossa che assumeva le forme d'in- 
surrezione sociale , tuttoché da cagioni politiche ispirata. Cosi si 
spiega perché in breve volger di tempo il numero dei sollevati * 
venisse smisuratamente crescendo : perché nuovi ribelli raccoltisi 
attorno a un Cleone sulla costa del mezzogiorno correan volente- 
rosi ed ubbidienti ad accrescer le file di Euno; e perché infine il 
console Publio Rupilio venuto alla testa di un esercito a rimetter 
l'ordine, come oggi diremmo, nell'isola, dovesse attender lunga pezza 
pria che Tauromenio ed Enna, possedute dai ribelli, fosser cadute 
in sua mano (anno i32 a. €.)• Quattro pretori vedevano i loro eser- 
citi battuti dai ribelli ; le leve comandate alle varie città non da- 
vano i risultati che se ne attendevano; perocché se gli abbienti af- 
frettavansi all'appello, i proletari invece mostravansi esitanti o re- 
stii; e intanto i ventimila di Euno che crescevano a dugentomila, 
eran padroni di Enna e di altre importanti città, e liberi di muo- 
versi intorno per l'isola; mentre il Governo romano rimaneva as- 
sediato nelle mura, o nel territorio delle poche città, dove la pre- 
senza di pochi suoi legionari, o il concorso dei possidenti più agiati 
potesse ancora fare intoppo al torrente. Se non che, come attorno 
al Pretore veniansi costoro raccogliendo per provvedere a sé stessi 
e alle loro sostanze, cosi torme di proletari liberi accorrevano in- 
folla dovunque la rivolta piantasse le sue tende : erano gli astii , 
era il malcontento che si pronunziava, secondo Diodoro, tra le plebi 
sicole avverso i proprietari di origine ellenica, più considerati e più 
ricchi in confronto ai proprietari che appartenevano alla razza indi- 
gena che aveva dato il nome al paese. 

Tanta tenacità di propositi, tanto accanimento nella resistenza op- 
posta alle romane legioni, e sopratutto la connivenza più o meno 



105 
palese delle plebi paesane, non troverebbero spiegazione adeguata 
per obi si facesse a considerare come la romana dominazione da- 
gli antichissimi abitatori dell'isola fosse stata tutt' altro cbe avver- 
sata. Imperocché , come osserva il nostro A. a in quanto ad una 
parte grandissima degli abitatori che racchiudeva il paese, al po- 
polo che avea di preferenza dato a quello il suo nome, la invasione 
romana si olferiva in principio con ben altri auspici che di nemica 
e violenta conquista». Schiattii italica senza dubbio erano infatti quei 
Siculi quivi a passati dal continente vicino , non a famiglie e co- 
lonie, ma in gran moltitudine, come vera trasmigrazione di popolo », 
che soprapponevansi ai Sirani immigrativi prima di loro, e, dopo 
lunghe e memorabili lotte, cedevano il posto alla prevaleaza dei greci 
coloni, ritirandosi, non molestati, nelle interne parti dell* isola, e 
conservando tanta importanza da incuter rispetto agli emuli, che a 
quando a quando sentivano il bisogno della loro amicizia e del 
loro valido aiuto. 

Allorquando le ciitc^ sìceliote o elleniche, discacciati i tiranni si 
redimevano a libertà, i Siculi potean tentare una nazionale riscossa 
contro i greci invasori , riscossa memoranda eh' ebbe fine infelice 
colla morte del lor re, Ducczio, e colla distruzione di Trinacia lor 
capitale. S' ingannerebbe però chi si desse a credere che dopo la 
caduti! di Trinacia la schiatta sicola fosse venuta estinguendosi a poco 
a poco. (ìli Ateniesi venuti a guerreggiar Siracusa rivolgevansì ai 6ar- 
bari deirisola, onde ottenere il loio appoggio; questi barbari non pò- 
levano tesser che i Siculi, a Nel paese dei Siculi, soggiunge il nostro A, 
spedia Siracusa comandanti e deputati ad averli con sé per amore o 
per forza a; ma com'era ben naturale, essi rivolgcvansi a-coloro ch*e- 
ran venuti a far guerra ai loro oppressori; ed é memoria che vo- 
lendo i Selinuntini spedir dei rinforzi ai Siracusani loro alleati, tro- 
varonsi impediti a traversar le contrade dei Siculi ; e che ai Car- 
lagincsi che distrusser Selinunte si unirono ventimila tra Sicani e Si* 
coli (Diodoro XIII, 59). Più tardi , succeduta la tirannide di Dio- 
nigif veggiam questi ultimi, rimasti' autonomi, parteggiare or pel ti- 
ranno, or pei Cartaginesi, finché, accordatosi quegli con Agiride , 
capo e tiranno di Agira, città sicula, costringeva Cartagine a con- 
chiuder ia pace ; mercé la quale i Siculi non soggetti ad Agiride 
rimasero in balia di Dionigi , ed obbligati a consegnargli Tauro- 
menio. 

Nei tempi susseguenti veggonsi Sicani e Siculi coadiuvar Dione 
nella impresa di rovesciar la tirannide del secondo Dionigi; e quindi, 
Arch. Slor. Sic., anno I. 14 



poco soddisfatti forse delta democrazia e della oligarchia che si sac^ 
cedettero nel governo di Siracusa, faYorir l'usurpazione di Agatocle, 
per far ressa più tardi intorno ai Cartaginesi di Amilcare. Intorno 
a questo tempo la schiatta sicula crasi accresciuta dei numerosi 
mercenari venuti dalla vicina Campania; i quali, cacciati da Sira- 
cusa alla morte di Agatocle, occuparono per insidia Hessana, e tru- 
cidati gli abilanti, vi si stabilirono col nome di Uamerlini. Per di- 
fendersi da costoro , e dai Cartaginesi , i Siracusani volgevansi a 
Pirro re degli Epiroti, e dopo la di costui espulsione cleggevansi 
a re Gerone II , clic in ordinata battaglia sconfiggeva i Hamertini 
sul fiume Longaro. E questi infine, messi quasi tra due fuochi, cioè 
tra i Cartaginesi e il re siracusano^ volgeansi di- più buon grado ai 
Romani. 

Agli occhi dei Siculi , giova ripeterlo qui , la invasione romana 
appresentavasi sotto tutt' altro aspetto che di straniera e violenta 
conquista. Epperò i Romani, appena sbarcati a Messana, poterono 
aver di cheto sessantasette città, che si dichiaravan per loro, e con 
lor si congiungeano onde osteggiar Siracusa. Queste città secondo 
il nostro A. rappresentano « la intiera razza sicula che si levava 
d'un tratto, e reagiva, per l'ultima volta contro la doppia supre- 
mazia dei Greci e dei Punici n. L^attitudine dei Siculi, e il sospetto 
insorto neiranimo di Gerone, determinavan quest'uitimo a concfaiu- 
der coi Romani una pace di ij anni; pace che contribuì grande- 
mente al buon esito delia impresa. Ciò che va notato si è che du- 
rante l'assedio di Agraga i Romani ebbero tanti ausiliari dell'isola 
che insieme sommavano a centomila; che in Erbesso, città sicula, 
era il magazzino delle loro provviste; che restò tradizionale l'affi- 
nità e l'amicizia da Centuripo pur sempre addimostrat i ai Romani; 
che una parte degli abitanti della fenicia Panormo calava sponta- 
neamente agli accordi (i); e più tardi tutta la popolazione di que- 
sta città restava fedele ai Romani, di fronte ad Amilcare accampato 
per quasi tre anni alle falde dell' Ercta. Né va omesso finalmente, 
che oltre i Siculi, attratti da identità di legnaggio, altri alleati avea 
Roma trovato utilmente nelle elime città di Erico, Egestn ed Entelia, 
che si vantavano fondate da gente troiana. Dalle quali cose con- 

(1) ffÈ d*uopo credere (nota a qnesto proposito l'A.) che nn elemento 
italico preesislesse colà (in Panormo) alle primitive immigrazioni feni- 
cie, che una plebe sicula si fosse, sotto la protezione di Cartagine, riu- 
nita poi intorno ai navigatori, ai mercanti, ai magistrati fenicii i. 



toi 

ebiade Yk.^ che • raeqaisto deir isola (per parte dei Romani) . • . 
non fu in complesso , quanto alla pluralità de^'l* isolani medesimi, 
che il frutto di ?olontaria adesione; onde potè dirsi come di tutte 
le nazioni di fuori la Sicilia si fosse prima affidata air amicizia e 
alla fede del Popolo romano (Cicerone, Verr. Ili, 1) n. 

Qual di?enisse però la Sicilia dopo la conquista romana è detto 
egregiamente dall* A. nei §§ IV-Yl del lavoro che abbiam preso ad 
esaminare. Già fin dopo la fine della prima guerra punica sembra 
che r isola sia stata commessa al governo di un Questore, residente 
in Lilibeo, il quale aveva carico di maneggiar le pubbliche entrate. 
Le città, secondo la lor condizione rispetto ai Romani, andavan di- 
stinte in federate, immuni, decumane; tutte perdevano però la pro- 
pria indipendenza nelle relazioni esterne. Rimaneano bensì le pas- 
sate forme di reggimento interiore, la libertà delle elezioni, la li- 
bera azienda dei patrimoni pubblici; e pare' eziandio che fosse con- 
sentito l'associarsi delle comunità siciliane a scopo e beneficio co- 
mune , e e r adunarsi di loro mandatari ad esercizio della facoltà 
molto innocua di sporgere petizioni e doglianze ». Ma i fatti dovean 
mostrare quanto sotio il giogo di Roma valessero quei sistemi e que- 
gli ordini di precedente amministrazione indigena : le popolazioni 
d'italica stirpe cominciavano ad avvedersi come svanite fossero le 
lusinghe e le illusioni che le trassero a ben accogliere e secon- 
dare i Romani; e le popolazioni elleniche più vivo scntiano il do- 
lore della caduta e della umiliazione in cui si giacevano. Di fronte 
ai Romani, infatti, esse trovaronsi nei termini di vassallaggio effettivo 
e compiuto, e in condizioni assai inferiori a quelle delle popolazioni 
del continente italiano; i citt^ini romani che venivano ad abitar l'isola 
soprastavano di gran lunga agl'indigeni per attribuzioni e per drit- 
ti; • tra r infimo dei cittadini romani (scrive in proposito il nostro Au- 
toro) e il personaggio più cospiscuo delie comunità preferite la legge 
sognava un divario portante la preminenza da un lato e il profondo 
abbassamento dall'altro. Quanto agli uomini di greca progenie, a 
quei SicelioU sì civili e si colti, si aggiugneva il cipiglio di ruvidi 
e ignoranti soldati; l'indifferente disprezzo innanzi ai monumenti delle 
arti greche, alle opere dei greci scrittori, che non sapcano i Ro- 
mani apprezzare né comprendere ancora; un sorriso di compassione 
e di scherno innanzi a quei sofisti, a quei grammatici, a quei re- 
tori e musici, di cui avrebbero ascollato le lezioni più tardi. Per 
tutti, Sicelioti e Siculi, si aggiungevano poi (dietro i magistrati e i 
presidi) glL avventurieri, gì* intraprenditori, i rappresentati di quel- 



106 
Tordine equestre» di queiraristocrazia sabatterna di Roma fondata 
8ull*opulenxa; ma che, priva d'industrie, cioè dei modi di creare 
nuove ricchezze, non avea, per arricchirsi, che la rupina e il pe- 
culato. Costoro accorrevano in folla a visitare il granaio novello 
di Roma e cercarvi fortuna: accorrevano in un paese desolalo dalle 
guerre a sperimentarvi le usure, a procacciare appalti d'imposte e 
di terreni pubblici, ad accaparrare il traffico che da* porli di Ales- 
sandria, di Tiro, e delFAsia Minore si fosse per gli scali di Sici- 
lia esercitato con Roma. La presenza e la immistione loro cagio- 
nava un danno e un turbamento notevole nelle economiche condi- 
zioni dell* isola, e nel sistema dei tributi, riscossi e maneggiati da 
loro, apriva fonti inesauste di esorbitanze e di abusi ». 

Dopo ciò si comprenderà di leggieri il perchè la scontentezza 
crescente di quelle città siculo in cui Roma trovò sostegno dap- 
prima, si annunziasse con parziali sommosse a tergo dell'esercito 
che sotto gli ordini del console Marcello assediava Siracusa; e per- 
chè tra quelle estreme vicende sule diciassette città siciliane par- 
teggiasser per Roma. Quasi contemporaneamente, osserva qui TAu- 
t^re, le popolazioni della terraferma italiana, cui Roma in iscambio 
di forzati legami avea procurato benefizi e vantaggi, mostravano ma- 
nifesta renitenza ad Annibale, che pure affettava di volerle riven- 
dicare a libertà: in Sicilia diverse congiunture portavano effetti dif- 
ferenti. 

Caduta Siracusa le cose andarono ancor peggio. La splendida me- 
tropoli delle città siceliote, da federata ch'era, passò ad accrescere 
il numero delle comuniià decumane , il territorio di Slorganzio fu 
concesso a Merico ed ai mercenari spagnuoli che aveano in Sira- 
cusa aperte ai Romani le |)orle di Ortigia; il territorio Leontino fu 
confiscato, e divenne romano; come avvenne ancora ad altre vinte 
città, le quali furon dette soggiogate o vettigali dalPannua incerta 
prestazione (vcclitjal) cui furono sottoposti gli antichi proprietari, 
ai quali per clemenza rilocavnnsi i poderi che furon lor propri. Gli 
agricoltori lasciavano incolli i lor campi, e fu creduto necessario 
bandir severi castighi contro coloro che non ripigliassero le agra- 
rie faccende. E se a qualche cosa giovò Ta^er affidato a un Pretore 
il governo di tutta l'isola, purlultavia il giovamento Tu troppo te- 
nue; imperciocché a la radice del male stava nella inferiorità rela- 
tiva rispetto alle altre terre italiane che Roma aveva accolte sotto 
il potente suo scettro: nella incuria romana per quanto fra gl'iso- 
lani non si col legasse ai vantaggi immediati della romana metropoli; 



109 
negli abusi dei Pretori senza sindacato né freno eflBcace nel paese 
con una responsabilità derisoria al Sonalo di Roma; nella romana 
ingordigia inlesa a sfruttare, a smungere, a dissanguare d'ogni modo 
il paese o. Non differente in nulla era il trattamento cui eran sot- 
toposte le altre grandi isole italiane, le quali insieme alla Sicilia 
paga?an troppo caro il pericoloso vantaggio di far parte di una 
grande nazione. 

Ciò che fosse allor la Sicilia agli occhi dei padroni Romani lo 
dice Cicerone. Le tributarie provincie erano , secondo il grande 
oratore, i poderi del popolo Romano, e quindi esso dovea tanto più 
compiacersi di qui^sto suburbnno podere, posto quasi alle sue porte 
[Verr. Ili, 3). Quindi si comprende ancor meglio che si colesse in- 
tendere chiamando la Sicilia granaio d* llalia , e ancora nutrice 
del Popolo romano. La Sicilia, ci si passi la triviale similitudine, 
considera\asi come una vacca, la quale tanto è più pregiata, quanto 
più copioso è il latte che cola dalle sue tette. 

1 soli che nella decadenza comune in Sicilia prosperassero erano 
quegli avveniticci romani accorsivi fin da principio e moltiplicatisi 
poi, in man dei quali riducevasi tutto il commercio dell'isola; A capo 
di quella « trafficante caterva n stavano sempre i cavalieri , cioè la 
aristocrazia del danaro. Dinanzi a quei grossi capitalisti e intrapren- 
ditorì romani la diminuzione dei piccoli proprieUrt, che cominciò 
a manifestarsi nel continente, segui rapidamente in Sicilia: all'om- 
bra della protezione e della deferenza pretoria a il cavaliere pub* 
blicano invadea la tenuta del contribuente moroso, l'usuraio quella 
del debitore incapace, il ricco quella del povero possidente che gli 
vendeva a baratto ». Cosi sorgeva un numero di proprietari novelli 
accanto agli antichi: ma essentlo questi più di quelli esposti ai so- 
prusi, ne avveniva che la condizione dei primi si avvantaggiava su 
quella dei secondi. Mancata cosi la piccola proprietà veniva meno 
con essa la piccola coltura, cui si sostituiva la gran<ie , che portò 
seco, o crebbe il bisogno di ricorrere agli schiavi per le cure e le 
fatiche rurali. Il fatto non fu esclusivo per Pisola; fu comune al con- 
tinente italiano, alla Grecia, all'Asia ed ovunque « l'avarizia romana 
trovò luogo a mostrarsi ». Ma in Srcilia esso prese proponJoni e- 
normissime. Qui veramente, come dapertutto altrove, la schiavitù 
conosceasi fin da tempi assai remoti, ma con sembianze non punto 
simili a quelle con cui si presentava più tardi nell'auge della ro- 
mana potenza. La sorte degli schiavi sotto i Greci fu qui assai men 
dura che salto i Romani: durissima era si presso i Cartaginesii on- 



d* è ebe il Momisen ha supposto che la schiaTHù in Sidlia sit 
stata di carattere peggiore clie altrove, perchè deri?azioDe diretta 
dalia schiavitù cartaginese: ma 1*A. osserva che la congettura dei 
dotto tedesco non trova sa£Dcienti testimoniause che la sostengano. 

Uno degli efTelti delia schiavitù si era che, sostenendosi le foli- 
che meccaniche presso i ricchi privati dai servi di ciascuna famì- 
glia, i lucri delle classi artigiane venivano attenuati; di tal che il 
lavoro servile veniva a soppraflare indirettamente il volontario ed 
il lil>ero. Quindi avveniva che gli operai indigeni, resi per altro mi* 
serahili per le mutazioni succedutesi, intendessersi agevolmente coi 
servi. Cosi t il problema sociale deirantico mondo soprapponevasi 
alle condizioni speciali dell' isola ridotta a provincia romana : e le 
guerre servili scoppiavano quindi come conseguenza immediata o 
terribile. » 

Veauta meno 1* insurrezione di Euno, segui, come suole, la re* 
pressione, violenta e feroce. Pur si cercò di soddisfore in certa guisa 
alle doglianze dei Siciliani, ricomponendo le cose in modo' che riu- 
scisse meno sensibile la diflèrenza di trattamento tra essi e i Bo- 
mani. Ma eran palliativi che non giovavan per nulla a curare il 
malore; e di fotti, ventott'nnni dopo la repressione e la espugna- 
zione, di Enna gli schiavi siciliani tornavano alla prova e si davano 
un nuovo re, che non fu un Siro, ma un a valente Italiano, un na- 
tivo forse dell* isola stessa, che meritava alzarsi fra' suoi per fireddo 
e regolato coraggio , per sodezza e perspicacia d' ingegno, a Sal- 
vie, cosi chiamavasi egli, fu ben presto a capo di un esercito di 
ventimila fanti e duemila cavalli, col quale sgominava i diecimila 
uomini del pretore Licinio Nerva , tentava vanamente l' assedio di 
Morganzio e quindi s*alTorzava in Triocala. 

La nuova insurrezione si dilatava dalla parte occidentale dell' i- 
sola, tra Segesta e Lilibeo, dove un Alenione di Cilicia faceasi cen- 
tro a una mollìtudinc sollevata di servi, ed a\rebbe Anito di sot- 
trarre la Sicilia dalla romana signoria, se il terribile nembo, che 
in allora si era addensato su Roma, non fosse stato scongiurato da 
Mario, che vinceva i Teutoni e gli Ambroni alle acque SesUe sulle 
sponde del Rodano. Dopo questa vittoria si potè spedire in Sicilia 
il console Manie Aquilio il quale attacava i sollevati e combattendo, 
corpo a corpo, con Atenione, avea la ventura di ucciderlo. Cosi si 
chiudeva la seconda guerra servile, ed è superfluo il soggiungere 
che la repressione che vi succedetie fu ancor più feroce della prima. 

Nella guerra Sociale o Italica, che indi a poco accadeva, e nella 



HI 

insorreiioiie di Spartaco la Sicilia non ebbe alcnna parte. Ha non 
pertanto essa subiva la pretora e le spoliazioni di Terre. Succedeva 
quindi la caduta della Repubblica ed il sorger deirimpero. In questo 
tratto di tempo risola non figura che di sbieco; eppure le sue condi- 
zioni materiali veniano insensibilmente migliorandosi. Dichiarata pro« 
vincia dipendente dal Senato Romano, essa non fu più governata da 
Pretori, ma da Proconsoli, e in costoro la potestà politica fu disgiunta 
dalla potestà militare, a II migliornmento ch*era lungi dalFavvenire 
nelle organiche istituzioni del paese, e che certo non potea risultare 
dai cresciuti legami di centralità e uniformità imperiale, avveniva 
nondimeno nel fatto per una amministrazione più discreta, più tran- 
quilla e più equa Ha il paese non aveva più esistenza sua 

propria : e se il non far dire di sé potesse essere argomento della 
felicità di un popolò, la Sicilia dovrebbe per quel tempo riputarsi 
felicissima alcerto. n Anco gti schiavi risentivano alcun vantaggio 
sotto r impero, imperocché vediam proclamate a quel tempo alcune 
leggi che ne miglioravano in certo modo la condizione. Ed è forse 
perciò che l'ultimo tentativo d* insurrezione servile di cui ci rimane 
memoria accadde in quel periodo di anarchia che suol dirsi dei 
trenta tiranni. Dopo qucirepoca la Sicilia « sotto Diocleziano e Co- 
stantino vide altre mutazioni di nomi senza che gli ordini e le con- 
dizioni mutassero a. 

Ma, per conchiudere, dee qui notarsi die « se v*ha cosa che vada 
particolarmente avvertita nella fisonomia del paese , è, da Augusto 
a Costantino, un sormontare deciso d* influssi, di spiriti, di elementi 
latini su* greci elementi che racchiudea la Sicilia. Ciò por la lin- 
gua dei cimeli e degli atti che tuttavia ci rimangono, per gli scrit- 
tori, tra cui, dopo Diodoro, non apparisce più alcun greco di va- 
glia, mentre due dei più notevoli. Tono (Tito Giunio Galpurnio) 
cantò i suoi versi, e Taltro (Flavio Vopisco) narrò le sue storie in 
latino. Alla grande maggioranza italica della popolazione antica, sce- 
mala com'era dalle cause che avevnno tratto in basso 1* isola, erano 
venute a sovrapporsi (per poche e poco rilevanti che fossero) le 
nuove colonie romane insieme cogli sparsi individui romani ed ita- 
lici spinti da negozi, da carichi pubblici, da guerre, tumulti e per- 
secuzioni della Repubblica e dell' Impero .... La parte siculo-la- 
tina prevaleva, adunque, in ogni guisa di manifestazione esteriore, 
senza che però quesio fallo importasse un annichilamento della parte 
ellenica, di'cui si veggono sempre durar le vestigia nella favella, 
ne' costumi, negli «usi delle greche città; laonde, sotto gli Antoni- 



112 

ni, Apuleio potè chiamar Irilingui ì Siciliani, intendendo senza dub- 
bio del Ialino, del greco e delle ultime reliquie d* idioma punico 
che suonassero Ira i rari avanzi di vetuste popolazioni semitiche 
discernibili ancora nelle contrade di ponente. Da Costantino in poi, 
col centro dell' impero a Bisanzio, è un rinascere della preponde- 
ranza greca nel linguaggio officiale, nelle pubbliche epigraO, nella 
disciplina e nella liturgia della chiesa. Ha i latini elementi erano 
ben lungi, a lor volta, dal restar soprafTatli e assorbiti: talché sullo 
scorcio del sesto secolo s. Gregorio Magno parla di latini e di greci 
abitanti; e più tardi Costantino Porfirogonilo, per l'epoca che pre- 
cesse immediata la conquista degli Arabi , divide la popolazione 
dell* isola in Siculi o Liguri d'Italia (com'egli li chiama) ed in Greci 
ossia Sicelioti ». 

Tale è, in iscorcio, il lavoro di cui mi sono studiato di dare un 
ragguaglio. 1 miei lettori han potuto vedere come Tegregio scrittore 
abbhi assunto di mostrare che le cagioni delle guerre servili, an- 
ziché in altro, sian da cercare nel malcontento ingenerato nelle po- 
polazioni siciliane dal malgoverno che i Romani faccvan di loro; 
malcontenta che era più vivamente sentito da esse, in quanto che 
per esse Roma avea potuto agevolmente estendere il suo dominio 
a tutta l'isola. Questo malcontento, benché covasse come Tuoco sotto 
la cenere, non si manirestò prima per mancanza di occasione pro- 
pizia: quando l'occasione si pòrse (e questa fu la sollevazion de- 
gli schiavi) le plebi indigene non tardarono aii alTerrarla, e colTac* 
correre a rafTorziir le file dei sollevati mostrarono apertamente la 
loro avversione per quei Romani, che aveano dianzi rratcrnamente 
accolto. Cosi chi tentava di usufruire di quella sommossa, nel suo 
principio incomposta , ma ben determinata di poi , erano le plebi 
paesane, cui sorridisi la lusinga di vedere spuntare per loro stesse 
il sole di libertà: erano, più che altri, quegli avanzi delle antichis- 
sime genti che abilaron quest'isola, e che a torto sono state mes- 
se da parte da coloro che le siciliane antichità fanno oggetto dei 
loro studi. E invero gli scrittori di cose nostro , presi dal fascino 
delie greche e delle romane antichità, hanno tutti, chi più, chi meno 
dimenticato fin qui di volger io sguardo a quei Sic«li che diedero 
il loro nome a quest'isola, quasi riputassero che prima dell'epo- 
che greca e romana, non siavi cosa che meriti 1' attenzione dello 
storico e dell'erudito. Sotto questo aspetto adunque il eh. La Lu- 
mia ha reso un importante servigio agli studiosi di cose siciliane, 
richiamando la loro attenzione sopra i fatti di una età che va stu- 



113 
diala assai più accoratamente di quel che per lo passato non siasi 
fatto. Può discordarsi da lui quanto alla maggiore o minore impor- 
tanza da assegnarsi alle italiche popolazioni dell* isola; quanto alla 
parte da esse rappresentata nelle ?icende ch'egli ha si stupenda- 
mente narrato; ma non si potrà negare che esse meritino maggiore 
attenzione di quella che si è fin qui loro accordata. 

Pria di por fine, forse dovrei chiamar Tattenzione degli studiosi 
sul retto uso delle fonti storiche e dei monumenti, pregio non co- 
mune onde il lavoro di che mi sono occupato eziandio si distingue. 
Ha per non dilungarmi più oltre, mi limito ad accennare quel luogo 
in cui» avvalendosi molto opportunamente di un passo di Diodoro, 
per ridurre a miglior lezione un passo delle Verrine (i), TA. ha mo- 
strato che sole diciassette siciliane città conservnronsi fedeli a Ro- 
ma al tempo dell'assedio di Siracusa; laddove per lo innanzi, er- 
roneamenie intendendo la testimonianza del romano Oratore, si era 
ritenuto che quelle diciassette città fossero state sole a ribellarsi 
al dominio della romana Repubblica. E solo perchè il mio lodare 
non sia tacciato di piacenteria verso un uomo della cui amicizia 
mi onoro, noterò di passaggio che inesatta è la interpetrazione data 
dal canonico Giuseppe Alessi (2) alla leggenda di una ghianda mis- 
sile rinvenuta nei dintorni di Avola, interpetrazione che 1* egregio 
storico nostro ha ammesso, come pare, senza esitazione alcuna (a 
pag. 49). Imperocché, come può scorgersi agevolmente dal facsi- 
mile della detta leggenda pubblicato dallo stesso Alessi in capo alla 
sua lettera, non si legge ivi alTatto il nome di Acheo (AXAIOC, o 
IIAKEOC , come piacque all' Alessi) ma sibbene HPAKEOC, (corr. 
•HpaxXfio^) Ercole. 

Ma ciò non toglie nulla al merito della scrittura, la quale, al pro- 



li) Il passo di Cicerone è questo : (m Verr. , act. II , lib. V, cap. 47 
recens. Ernest!, Halae, 1821, tom. II, part. I, pag. 515.) e Nos in septem- 
decim populis Siciliae non eramu$. > 11 La Lumia osserva sennatamente 
che debba leggersi invece: e Nos in septemdecim populis Siciliae nume- 
ramur > e si giova all'uopo dì un passo di Diodoro (IV, 83 ediz. Wes- 
seling voi. I, p. 326) il quale suona cosi: ''Htc <juyxXv)t<k tcov *P(OfAai(ov tic 
tè? fiiv itiOTordtTOC Toiv xtttk t^v IixeXCov ^^Xecov o&Ja? licxaxaC^txa x.pw- 
oo^petv ISoYH^^ETiac tt) à^poSlTT), xal orpaTioVrac Sioxodouc Ty)peTv th fep^. 

(2) V. lettera su di una ghianda di piombo inscritta col nome di Acàeo eco. 
nel voi. XXVI, pag. 72 del Gtam. di Scienu Lèttere ed Arti per la Sicilia. 

Arch. Sior. Sic., anno I. IS 



lU 

gio di pr^entar un aspetto veramente auovo quel periodo impor- 
tanlissimo della storia aostra, riuaiice l'altro della forma, di quella 
forma attraente che il La Lumia sa dare alle cose sue, e che co- 
striuge il lettore a non lasciare il libro prima di averlo letto da 
cima a Tondo e tutto d' un fiuto. In breve: Lo scritto del eh. Isi- 
doro La Lumia ò storia critica ed opera d*arte ad un tempo. 

R. Starrabba 



Storia dei Mt4sulmani in Sicilia scritta da Michele Amari, Fi- 
renze, Lo Monnier, voi. 1, 1854; voi, II, 1838; voi. Ili, Pan I 1868; 
voi. Ili, Par. II, 1872. 



I 



NelPannunziare ornai compita un'opera che ha occupato l'illustre 
autore per un ventennio , ed è rertamcnte una delle più notevoli 
uscite in Italia ai tempi nostri, io dirò innanzi tutto con qunl ap- 
parecchio di studi, con quali aiuti, con qua! metodo l'Amari l'ab- 
bia intrapreso e condotto a termine (1). 

La Storili del Vespro, scrilta. come dicono, alla lettura del Gio- 
vanni da Procida di Niccolini, avca fruttato all' illustre Storico l'e- 
silio, ma coH'esilio nuovo ardore pegli studi storici sorretto dalla 
più bella riaomanta. L' idea di dar all' Italia un lavoro compiuto 
sui Musulmani di Sicilia, e perciò di studiare l'arabico, gli sorse in 
mente in sullo scorcio del 1842, menlr'ei si trovava esule a Parigi, 
ed usciva in luce l' Ibn-Khaldùn pubblicato e tradotto da IVoel Des 
Vergers. Egli ebbe la fortuna di venir a ciò incoraggiato, diretto 

(i) V. r Introduzione alla Storia dei Musulmani v. le prefazioni dell'au- 
tore agli altri suoi libri. 



115 

ed aiutato, dal eelebre II. Relnaud, allora conservatore aggiunto 
nella Biblioteca Reale e professore d'arabo nella scuola delle lin- 
gue orientali viventi (1). Colla scorta di lui e del barone Mac Gn- 
ckin de Slane avendo acquistata ben presto la necessaria pratica 
dei mss. arabi, si die alla ricerca di quelli che serbansi nella men- 
tovata BibKolhèque du Roi, non che in quelle di Oxfbrd, Londra, 
Cambridge, Leyda. Primo fruito delle sue fatiche fu un capitolo 
della Cosmografia d*lbn-Haukal, arabo di Bagdad, che ci dà una 
descrizione di Palermo alla metà del X secolo, descrizione copiata 
da Amari sul codice arabo della Parigina e collazionata coi mss. di 
Leyda dal Dozy e dal prof. SfOller di Gotha. Il testo, accompagnato 
della versione e delle noie , comparve la prima volta al 1845 nel 
Journal Asinlique (IV Sér tom. Y, p. 73 e scgg.) con sommo gra- 
dimento dei dotti (2). 

Questo importantissimo documento fu seguito da un altro dMn- 
teresse anche maggiore, e fu il bel frammento del Viarjffio dlbn- 
Giobair arabo di Valenza, che venne comunicato airAmari da Rei- 
nhart Dozy di Leyda, traendolo dalla raccolta di testi ivi esìsten- 
te, ed il nostro storico con introduzione, versione e noie lo rese 
pubblico nel detto Journal Asiatiquc dei 1846. L'uno e Taltro te- 
sto volti in italiano , con la traduzione pur italiana d* un diploma 
arabo-siculo già edito da N. IVoel Des Vergers, e coi comenti ri- 
toccati pubblica poi neW Archivio Slorico del Vieusseux (Appendi-^ 
ce XVI, tom. IV. Firenze 1847; p. 9 e segg.) sotto il titolo di Fram- 
menti di testi arabi per servire alla storia della Sicilia Musut- 
mana. L*Amari, cooxe si sa, ripatriò nei 48, ed interruppe gli studi 
per le faccende politiche, come deputato ai Parlamento , ministra 
delle finanze siciliane , e quindi inviato straordinario pressa i go- 



(1) Un cenno necrologìco del Retnaad scritto dall'Amari si trova nella 
RiDiila Orientale iniziata da Angelo De Gubernatis, e tosto interrotta, an. I, 
Case V. 

(2) Indi il nostro storico ebbe occasione di collazionar nuovamente il 
testo di Ibn-Haukal coiraDtichìssimo ms. di Oxford, Due articoli del Jfo*- 
gem-el-Boldàn di lakùt, dati nella Bìblioleca Arabo Sicula, p. i07, e i20 
del tosto arabico, lo abilitarono poi (Storia dei Musulmani, Lib. IV, cap. V.) 
a correggere alcuni luoghi e supplire altre notizie, le quali mancano nelle 
copie d*Ibn Haukal esistenii in Europa, ma dovean trovarsi neiredizione 
che ebbe per mani lakOt. Da ciò le differenze tra La versione del 4845 
e quella del 1847 dì cui or si dirà. 



116 
verni di Londra e di Parigi. Non li riprese, che nel suo secondo 
esilio. Al 1851 comparve nella Revue Arcliéoloijique ài Parigi (p. 669 
e segg.) r interpretazione, ch'egli dava per primo della magnifica 
iscrizione araha della Cuha, in cui leggeva chiara la data ed il nome 
di Guglielmo II. Intanto non ismetteva le sue indagini e gli studi 
sui mss., andava via via mettendo insieme quante notizie relative 
alla Sicilia polca trovare nei mss. arabici d*Europa e della costiera 
d* Affrica, frugando diligentemente le collezioni di Parigi, Leyda, 
Oxford, British Huseum, e coadiuvato da* più famosi orientalisti di 
questo secolo, quali sono, oltre i citati sopra, Wright, Lee, Power, 
Rieu, Weil, Gayangos, Rousseau, Cherbonneau. Fu neU*istesso an- 
no 1851, che la dolta Europa facea plauso alla sua elegante ed 
accurata versione del Solwdn-d Mola' d* Ibn Zafcr , famaso arabo 
di Sicilia. Va innanzi una bella introduzione critica sui codici del 
Solwdn, sulle due edizioni che bisogna distinguere in quell'opera, 
sulle sorgenti da cui attinse Ibn-Zafer, sui monumenti della civiltà 
sassanida , sulle favole di Bidpai ecc. Le note conlengono impor- 
tanti ragguagli cavati dai mss. o dai testi pubblicati per cura del 
Dozy, del Freytag, del Fleischer, o dai preziosi lavori di H. Caus- 
sin de Perceval, Fliigel, Quatremère, Reinaud, De Siane, Dcs Yer- 
gers; e chiariscono assai fatti storici mal noti, o tortamente giu- 
dicati, com* è quella sul poeta arabo Cristiano A'dl-ibn-Zeid , e le 
altre sulla connessione delle antiche religioni dell' India e della 
Persia, e sulle antichità della citta di Hadhr in Hesopotamia, illu- 
strate, è vero, recentemente dai viaggiatori inglesi signori Ross ed 
Ainseworth, ma anche più rischiarate dair Amari con nuove noti- 
zie storiche e topografiche cavate dai mss. arabi di Parigi. L* au- 
tore, per iscrivere questa nota, non solo risalì a tutte le sorgenti 
di testi arabici, che rinvenne nella Biblioteca Parigina, ma quelle 
comparò colle memorie greche e latine, ed ambidue colla testimo- 
nianza dei monumenti. Pure, pubblicato il Solwdn, volle escludere 
nella BMioleca Arabo-Siculay stampata a Lipsia nel 1857 presso 
F. A. Brokhaus a spese della Società Orientale di Germania, tutte 
le opere dogli Arabi siciliani in prosa e in verso che l'avrebbero 
troppo allontanato dallo scopo e perciò rimangono a pubblicarsi 
tuttavia; escluse i monumenti diplomatici , che or vedono la luce 
nell'opera del prof. Salvatore Cusa; gli epigrafici, oggi però dal- 
l'Amari stesso riuniti, tradotti ed in buona parte pubblicati, e fi- 
nalmente i numismatici, sui quali si son aggirati principalmente gli 
studi del Hortillaro. Invece vi raccoglie tutte le memorie geogra- 



k 



117 
fiche, storiche, biografiche e bibliografiche, scritte in arabico, e che 
riguardano risola nostra. Le fonti principali, die nella Biblioteca 
si contengono, suno oltre i citati Ibn-lTaukal ed Ibn-Giobàir, la Cro- 
naca di Cambridge, che va dairSil al 905, scritta, secondo Amari 
da un cristiano dì Sicilia , Ialino o greco , famigliare del secondo 
dei principi Kelbiti che tennero risola, il Nowairi e TEdrisi ripub- 
blicati con importanti correzioni (1), i* Ibn-Khald&n, queir Ibn*el- 
Athir cho ci diede in più di cento pagine l'abbozzo più completo 
che abbiano lasciato gli Arabi sulla nostra storia; e circa alla parte 
letteraria, 1* antologia poetica d' Imad-ed*dln , dalla quale rilevasi 
un'apposita antologia di poeti siciliani per Ibn-Kattà* letterato sici- 
liano dell' XI secolo (2), ed inoltre una raccolta d' Ibn-Besci-rùn, 
composta in Sicilia nella seconda meta del XII (3). 

Gli studi da lui fatti allo scopo di scrivere con piena congnizione 
la storia de' Musulmani di Sicilia, gli diedero occasione ad un al- 
tro pregevolissimo lavoro. Era venuta in mente all'illustre Duca di 
Luynes la nobii idea di disporre una doppia caria di Sicilia, antica 
ed araba, entrambe con la nomenclatura dell' epoca e con quella 
d'oggigiorno in inchiostro differente. Egli stesso che varie volte avea 
visitalo la Sicilia , cominciò la carta antica , sulla quale v' erano i 
lavori di Cluverio, Airoldi (4), Serradifalco e Brunct de Preste, che 
fecero carte comparative della Sicilia greca e romana. La carta araba 
venne affidata all'Amari, che la compì coadiuvalo dal geografo M. 
Dufour, e l'accompagnò di una Notizia e di un Indice Topografico 
della Sicilia al medio evo, che io ho procurato di venir aumentando 
con molli altri nomi cavati dai nostri diplomi (5). 

(i) Una traduzione francese di Edrìsi fa pubblicata nel 1836-40 da Jan* 
beri. 

(2) Sappiamo da Hagì-Khalfa, bibliografo CostantlDopoIitano del sec. XVII 
che nella sola raccolta d' Ibn-Kattà' si annoveravano censeltanta poeti ara- 
bo-siculi. 

(3) Sulla Biblioteca AraboSieula vedi un articolo di Atto Vannucci nel- 
VArckivio Storico. Nuova Serie voi. VI. 

(4) Pubblicò, verso la fine dello scorso secolo, le carte comparate della 
Sicilia prima delle colonie greche, all'epoca greca, sotto i Romani, sotto 
i barbari e i bizantini, al tempi Saraceni, (questa carta è fondata sull'o- 
pera del Velia), nel periodo Normanno; più, una carta generale parallela 
ed un'altra delle province conquistate dai Normanni di Sicilia. 

(5) Carte comparée de la Sicile moderne avec la Sicite en XII iiécle d a- 
prie Edriii et d^autres géographes arabee publiée iota tee auspicee di M. te 



lift 

Un più eileso lavoro fornì pure l'Amari nel corso di questo luBftt 
periodo, in cui cominciò e condusse a termine la Storta dei Mu- 
sulmani* Ed io anche qui I* accenno, perchè gli tornò utilissimo 
ad illustrare le relazioni politiche e commerciali della Sicilia e delle 
repubbliche italiane cogli Stali musulonani. Parlo del libro, che si 
intitola / Diplomi Arabi del A. ArchiviQ fiorenUno, uscito in luce 
a Firenze nel mi (1). 

Con tali lavori e tali studi preparava ed associava l'Amari la sua 
maggior opera sugli Arabi di Sicilia. 

Jl primo volume della Storta dei Muaulmani rappresenta dieci 
anni di sindi slanci, ed uscì nel 1954, seguito nel 58 dal secondo 
volume, nel 68 dalla parte prima del terzo, e non compiuta fuor* 
che sul volgere del passato anno (2). 

Mentre il Nartorana ed il Weorich fanno gran conto nelle loro 
opere degli .innati Musulmani del llampoldi, vasta compilazione in 
dodici volumi, e certamente prcgevolCi ma tale che non affida per 
veracità riconosciuta di fonti storicbo; l'Amari nella sua Sluria ri- 
getta l'aulorità del citalo scrittore, precipua base alle fatiche criti- 
che degli ultimi suoi predecessori, e ai appoggia invece su quella 
di meglio cbe ottanta. scrittori arabi, da lui studiati nelle opere ve- 
nate a stampa e più nei mss. d?Uc varie Biblioteche , e messi a 
raifronlo dei cronisti d* Occidento, Inoltre abbraccia tutti ì monu- 
menti superstiti in pietra, marmo, od altra materia, e ci dà il ri* 
suUato esatlo di quanto è possibile a risapere sulla dominazione 
Saracena di Sicilia. 

E qui mi pare che un rapido compendio dello stupendo lavoro, 
omai dal nostro celebre concittadino condotto a compimento, potrà 
riescir gradito ai lettori dcWArcImio Storico Siciliano. 

Smu Is«»cmo QjkMHk 
(conlinìèa) 



Due de Luyms par A. H Dufbur, géograipke et M. ÀmarL Nùlìas par M. 
Amori— Henri Paris, Plon, i859. 

(i) Vedi la Rassegna bibliografica della Rivista Italiana di Scienze^ UUere 
$d arti colle effemeridi della pubblica istruzione n. 153, 23 agosto 1863. 

{%) Si legga, pei due primi volumi, uno scritto del prof. Atto Vannucei 
col titolo Dei recenti studi sulla antica cieUtà arabica a della Storia dei Mu- 
sulmani in SkUia di àÈèeksle Amari neWArdUma S$9rù». Nuùua jerir, «a/. Ul 



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BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Di alcuni luoghi difficili e controtersi 
della Divina Commedia interpretali 
col volgare iiciliano , lettera al eh. 
Prof. Francesco Corazzini, di Sal- 
tatore Salomone- Marino -^Seconda 
edizione con aggiunte — In Palermo 
pei tipi del Giornale di Sicilia, l$73 
(Opascolo di pagg. 44 in 8^ picc.) 

In questo scritto, che fu già pub 
blicato per la prima volta nella Ri 
vista Filologico- Letteraria di Verona 
Tegregio autore si propone ad esa 
minare e qua! parte ebbe nella Com 
media la lingua di Sicilia». Egli os 
serva a ragione che avendo T Ali- 
ghieri chiamato a contributo del suo 
maraviglioso poema i vocaboli che 
con molla oculatezza ed arte andava 
scegliendo dalle diverse parlate della 
Penisola, non potea né dovea trasan- 
dare quelli che gli forniva il sici- 
liano linguaggio. É che Dante cono- 
scesse ed avesse studiato il nostro 
dialetto, risulta, secondo 1* A., dal- 
Tu^ che egli ne fece nelle opere 
sue, In isnecio nella Divina Comme- 
dia. Quindi FA. viene i nastrando col- 



l'aiuto del nostro volgare parecchi 
luoghi non bene fin qui dichiarati 
del poema sacro (Inf, V, 66 - VI, 10 
- X, 36 e 5J-XVn. 121 e ll1~ 
XXIV, 12—) e addimostrando che 
parecchie parole, usate dal Poeta ed 
avute oggidì per antiquate, sono pur 
vive nel nostro dialetto. Come a pro- 
va, di poi, della uguagli in?a cVò 
tra questo e la lingua illustre, egli 
aggiunge un saggio di versione del 
canto aXXTII del Paradiso, Quasi 
tutte le osservazioni del eh. Salo- 
mone-Marino sono veramente giudi- 
ziose ed azzeccate* e pare a me, che 
egli abbia perfettamente dimostrato la 
sua tesi. Tornando al saggio di ver- 
sione, io non so conchiudere senza 
rivolgergli la preghiera di supplire 
al difetto ch'egli ha lamentato, cioò 
di fornirci la versione in dialetto del- 
la epopea dantesca, egli che oltre al 
mostrar d* intenderla si bene, tanti 
$!udi ha durato sul nostro vernacolo. 



S. 



120 

Un diploma di Re Martino e la fami- 
glia Gravina della regia stirpe Nor- 
manna , per V, Palizzolo Gravina 
barone di Aamion^.— Palermo, off. 
tip. Tambarello, i872. (Opuscolo di 
pagg. 16 in 8*»). 

La famiglia Palizzi Notizie e docu- 
menti per V. Palizzolo Gravina, ba- 
rone di Ramione, corrispondente del- 

' la consulta Araldica d' Italia e so- 
cio di varie Accademie. —Ivi, 1872 
(opuscolo di pagg. 32 in 8* con 
una tavola litografica). 

e Tramandare ai posteri i fasti del- 
le famiglie che si distinsero per sa- 
pienza, valore e nobili azioni, egli è 
virtuoso sentimento, non vanita; e 
se gli esempi s'imprimono negli ani- 
mi, gli onorati ricordi che distinguo- 
no un casato addivengono quasi nor- 
ma, tanto ai viventi, che ai futuri. » 

Animato da questo sentimento, lo 
scrittore dei due opuscoli sopra in- 
dicati ci ha fornito alcuni cenni di 
due illustri famiglie siciliane alle 
quali egli è legato coi vincoli del 
sangue. Nel primo egli pubblica un 
diploma con cui re Martino conce- 
deva a Giacomo di Gravina barone 
di Patagonia e suoi discendenti Taso 
della sepultura regale sita dentro la 
Cappella di s. Agata nel duomo di 
Catania, comechè discendente dalla 
regal famiglia Normanna. Nel secon- 
do poi raccoglie quante notizie gli 
sien venute sotto mano in riguardo 
alla nobile famiglia Palizzi e parec- 
chi documenti la mercè dei quali di- 
mostra che la famiglia Palizzolo, cui 
egli appartiene, da quella appunto 
per retto tramile derivi Chi come noi 
ritiene che la storia delle famiglie 
nobili è per molli rispetti parte im- 
portantissima della storia politica de* 
tempi di mezzo, saprà grado ali ac- 
curato autore di coleste elaborate 
pubblicazioni; le quali a nostro av- 
viso sarebbero riuscite più prege- 
voli, 8*egli, pjù che a testimonianze 
di scrittori più o meno autorevoli, 
^ ma non contemporanei, sì fosse ap- 
poggiato aempre a documenti coevi 



ai fatti ed agli uomini dei quali gli 
ò toccato discorrere. 

S. 



History of Sidly lo the Atkenian war^ 
wUh elucidations ofihe iidUain odes 
of Pindar , by W. Watkiss Lloyd. 
With a map. London, John Mur- 
ray, Albemarle Street, i872. i voi. 
in 8* di pag>r. 396. 

Quest*opera splendidamente stam- 
pata, secondo Tuso inglese, ò divisa 
m due libri, il primo dei quali con- 
tiene in 240 pagine la storia di Si« 
cilia sin all'epoca della guerra co- 
gli Ateniesi, mentre che le altre i86 
pagine comprendono le elucidazioni 
di Pindaro. I libri sono divisi in ca- 
pitoli : il i* capitolo descrive bre- 
vemente il sito dell' isola, e poi dà 
un sunto della geografla Omerica ri- 
spetto ai paesi occidentali veduti da 
Ulisse nelle sue peregrinazioni. Non 
vi è motto sopra la Sicilia, poichò 
Tauiore, che ha delle idee molto ra- 
gionevoli sopra la geografla Omeri- 
ca, non vi trova in fatto di luoghi 
siciliani, che una lontana ricordanza 
dello stretto di Messina, mentre che 
lutto le altre cose favolose che vide 
il re d* Itaca, non hanno da far nulla 
colla Sicilia. Omero conosceva la Si- 
cilia (cosi il Lloyd riassume la sua 
opinione sopra questo punto) ma la 
sua conoscenza era superficiale, e 
non è possibile ritrovare nelle sue 
descrizioni delle terre deirocciden- 
te dei tratti caratteristici dell* isola 
anzidetta. — Il 2* capitolo tratta della 
primitiva popolazione della Sicilia 
e delle colonie elleniche, che vi si 
stabilirono. È un quadro fatto a gran- 
di tratti; non era intenzione dell'au- 
tore entrar nei dettagli. — Il 3* cap. 
ha per titolo: Lo spirito della colo- 
nizzazione ellenica; e racconta an- 
che gli avvenimenti accaduti in Si- 
cilia sin al principio del V* secolo 
av. Cr. Le 18 pagine di questo ca- 
pitolo contengono anche delle noti- 
zie sopra r incivilimento di questa 
epocale principalmente sopra il poe- 
ta Stesicoro. — Il 4 cap. (10 pagine) 



nceonta quello che accadde in Sici- 
lia durante il regno d* Ippocrare di 
Gela, e di Gelone, allorquando Que- 
sto prìncipe era tiranno di Gela.— 
Il 5 cap. contiene la storia della ter- 
ribile guerra coi Cartaginesi, nella 
quale Gelone, allora tiranno di Si- 
racusa, fu vincitore coiraiuto di Te- 
rone. Qui il Lloyd, trovando negli 
autori antichi delle narrazioni più 
estese, dà anch' esso uno sviluppo 
più ampio al suo racconto.— Il 6* 
cap. ò consacrato ad un episodio che 
non ha molto da fare con la storia 
di Sicilia; al regno del tiranno Ari- 
stodemo di Cnmae. Era intenzione 
deirautore dimostrare, per Tesem- 
pio di questo principe, il carauere 
delle tirannie che a quest'epoca do- 
minavano tante città greche. Segue 
nei cap. 7 e 8 il regno di Gerone, 
prima sotto il rapporto politico, poi 
rispetto alla protezione che il prin- 
cipio di Siracusa accordava alle let- 
tere. II cap. 9 (11 pagine soltanto) 
tratta dell* architettura siciliana, e 
principalmente della città di Seli- 
nonte. Non occorre dire che le ul- 
time ricerche del Cavallari non sono 
messe a profitto, e, vista la brevità 
del capitolo, era forse difficile par- 
lame, poiché sono troppo importanti 
per essere trattate in poche righe. 
U cap. iO tratta della caduta della 
tirannide; il cap. 11 delle intraprese 
di Duceziocapo deiSicoli; il cap. 12 
rappresenta Siracusa nell'auge della 
sua potenza; ed il cap. 13 dà un sun- 
to della filosofia siciliana. 

Tutta questa storia ci mostra un 
autore^ che conosce bene il mondo 
antico^le riflessioni, alle quali il te- 
ma r invita, sono giuste; ha alcune 
idee nuove che sa sviluppare con 
chiarezza; ma commette talvolta de- 
gli errori, che non possonsi qui cor- 
reggere. Di talune materie sa molto 
più che non dice, ed è peccato che 
non abbia detto tuuo quello che sa. 
Parlo principalmente della numi- 
smatica siciliana, di cui il Lloyd ò 
conoscitore, sopra la quale ha scrit- 
to delle monografie, p. e. quella so- 
pra le monete selinuntine cne ho ci- 
tau nel BoUeUmo dèlia Commisiione 

Areh. Star. Sic,, anno I. 



121 

di antidùtà e Mìe arti per la Sici- 
lia, n. 4; ma anche qui sarebbe da 
fare alcune riserbe, e non possiamo 
approvare quello ch*egli dice intor- 
no alle monete di Mozia. Ma vi ò una 
altra parte che FA. tratta con troppa 
brevità, ed è la geografica. Le re- 
centi ricerche sopra la geografia si- 
ciliana non esistono per il Lloyd, 
che continua a mettere la città di 
Imera all'oecidente di Termini, men- 
tre sono più di 7 anni che il Ca- 
vallari ed altri hanno mostrato che 
Imera è l'odierno Bonfornello. Se il 
Lloyd avesse consultato Teccellente 
Handbook for Siciiy del Dennìs, pub- 
blicato dallo stesso Murray, che ha 
stampato il suo libro, avrebbe evi- 
tato cotesto errore. Si può dunque 
riassumere il nostro giudizio sopra 
la prima parte del libro, che è un 
sunto, breve, ma interessante, della 
storia di Sicilia sinaIl*anno 415 av. 
Cr. con alcune idee nuove , scritto 
con uno stile eccellente, ma che è 
difettoso sotto il rapporto geografico. 
La seconda parte del libro ò d'un 
merito originale. 11 Lloyd ha studia- 
to con molta attenzione le odi di Pin- 
daro, e le spiega qualche volta in 
una maniera nuova e felice. Benché 
Pindaro sia un autore letto e stu- 
diato da molti , il Lloyd ha [)otuto 
rendere un servigio agli studi elle- 
nici per le sue elucidazioni. Anche 
qui, è vero, sono delle riserve da 
fare; non tutti i dettagli delle sue 
ricerche potranno essere accolti con 
favore. Il merito del Lloyd consiste 
neir aver preso posto decisamente 
in un estremo fianco della grande 
•schiera degl* interpreti di Pindaro; 
e questo posto conduce naturalmente 
a de' giudizi qualche volta un pò* 
troppo assoluti. Bisogna sapere che 
il Lloyd è partigiano della storia del- 
le allusioni guand m^me; nessun mi- 
to che nel suo libro non trovi la sua 
spiegazione nelle relazioni personali 
di famiglia della persona alla qua- 
le rode è indirizzata. È impossibile 
entrar qui nei dettagli. Bisogna leg- 
gere il libro del Lloyd a chi vuole 
studiare le odi di Pindaro. 

Prof. Ad. Hohn. 



16 



122 

Dir Schrecken von Setacea. Bine E- 
piiode der GeschichU Sicilims, von 
Prof* Pel. Liebrecht (nel periodico 
Die Grenzboten ao. 1873 , n. 5 pa- 
gine Ì6Ì-174). 

L'aatore stesso, si noto per lango 
studio e grande amore alle cose no- 
stre, dice cbe Io scritto qui sopra 
connato ò un estratto dell'opera del 
nostro Isidoro La Lumia e La Sici- 
lia sotto Carlo V. » Il caso di Sciacca 
era stato trattato nel 1867 dall'Har- 
twig nel suo libro Aus Sicilien, sotto 
la rubrica Die Luna und die Perotto 
( Voi. I ). 

. S. 



Historisch-geographische Studìen Uber 
AtUicilien-Geia^PhintiaS'Die sudli- 
cher d Veter von A. Schubring 
(Contenuto nel Rheinischee iVuseum, 
nuova serie, voi. XXVIII pagg. 65, 
i40, con 3 carte). 

Gela forma il centro di questa me- 
moria dell* A. della topografle di A- 
graga e di Panormo. La prima parte 
ha per titolo e Fondazione e situa- 
zione di Phinthias. Le iscrizioni ge- 
lee e Phintbias. Qui Tautoro paria 
della fondazione di Phintias, che è 
l'odierna Licata; prova che è stala 
fondata nel!' anno :28i o 280 cogli 
abitanti di Gela, distrutta dai Maraer- 
tini (282 av. Cr.). Egli dice che si 
conoscono 4 iscrizioni greche che 
parlano di Gela e che si sono tro- 
vate in Licata, e spiega questo fatto 
dicendo che gli abitanti di Phintias . 
si chiamavano sempre Geloi, poiché 
i Gelo! erano trasmigrali in Phin- 
tias. Nella 2* parte parla del sito di 
3ela, che ò Terranova. Dove è la 
città di Terranova era Gela; il capo 
Soprano, airoccidente di Terranova 
ma sulla stessa montagna portava 
l'antica necropoli , Lindios, e, cosa 
curiosa, il flume Gela si divideva al 
nord di Terranova-Gela, ed un brac- 
eio sboccava nel mare, all'ovest di 
capo Soprano. Air ovest di questo 
iuracclo vi ò un'altra montagna chia- 



mata Montelongo; qui era il tempio 
d'Apollo di cui Diodoro parla all'oc- 
casione dell'assedio dei Cartaginesi. 
L* antica colonna all' est di Terra- 
nova non appartiene, come si crede 
generalmente, al tempio di Apollo, 
ma ad un tempio di Proserpina. Nel- 
la 3* parte descrive Gela stessa, e 
racconta la sua storia; nella 4" i mo- 
numenti di Gela, che sono princi- 
palmente dei sepolcri. In questa par- 
te della sua memoria lo Schubring 
s' appoggia, parte sopra T autopsia, 
parte sopra il rapporto fatto dal d'On- 
des-Reggio nel Bollettino detta Com- 
missione di antichità e bette arti di 
Sicilia num. I. Nella parte 5*, il ter- 
ritorio di Gela. Parla anzitutto del 
flume che portava questo nome, ce- 
lebre nell'antichità, benché non me- 
riti l'espressione di Ovidio vortici- 
bus non adeunde, poi dei prodotti del 
suolo, doll'estensione del territorio, 
e del suoi limiti riguardo a Gama 
rina. Gela, ed i Sicoli. Questi abi- 
tavano, come crede lo Schubring, 
il paese tra il flume Ragusa (Hyr- 
minos) ed il fiume di Spaccaforno. 
Le loro ciiià erano Hybla, Motyka, 
Siculi, (Scicti), Altri Siculi abitavano 
al Nord le città di Menae (Mineo) 
Echetla (Vizzini o Licodia) Palike 
(i Covoni) Neae (Catatfano) Eryke 
(Rammacca) Trinakia (Aidono. È 
impossibile parlare qui di tutte le 
ricerche che fa l'autore sopra altre 
città ed il loro sito; p. e. Omphake, 
Maktorion, Inykos. Nella parte 7* 
parla del fiume Himeras e delle città 
del suo detta, principalmente di Phin- 
tias. La memoria dello Schubring ò 
una delle più importanti che abbia- 
mo sopra la geografia della Sicilia. 

• Prof. A. Holm. 



enfino storico sulla scuota mueieah di 
Napoli del eav. Francesco Ftorimo 
archivista del Beat Collegio di musica 
in s. Pietro a ifa;>//a.-— Napoli, ti- 
pografia di Lorenzo Rocco, 1869-72. 

Leggendo Topera» che poru il ti- 
tolo qui 9opra citato» abbiamo prò- 



tato an senso df compiacenza e di do- 
lore nello stesso tempo per ciò che 
ba rapporto a noi nativi di Sicilia: 
di compiacenza perchè vediamo fi- 
gurare in tale opera un Alessan- 
dro Scarlatti da Trapani , capo ed 
antesignano della famosa scuola ma- 
Sleale napolitana, ed altri valorosi 
musicisti , tra cui il non mai trop- 
po lagrimato Vincenzo Bellini da 
Catania; di dolore perchè fa pena 
veramente che in Sicilia , la quale 
con Erasmo Marolta da Randazzo die- 
de air Italia, a quanto si assicura, il 
primo dramma musicale nellMmiti/a 
del Tasso e con il palermitano Russo 
precesse neìVAlalia la scuuia Ros- 
siniana; in Sicilia che ha un colle- 
gio di musica, fondalo nella nostra 
città al i56o con ^li stessi pietosi 
e caritatevoli intenti di quello di Na- 
poli; fa pena, diciamo, che nessuno 
abbia finora curato di scrivere la 
storia della musica in quesl* Isola. 
Laonde è da tenere in pregio tutto 
quanto tenda ad apprestare materia- 
li per fornire un lavoro di cui si 
sente il bisogno, e da professar gra- 
titudine a chi tali materiali ci vada 
somministrando. K la merita vera- 
mente il cav. Florimo, polche a par- 
te la bontà dell* opera sua, in essa 
discorre di alquanti artisti di musica 
appartenenti alla scuola napolitana 
ma per nascita alla Sicilia; e se spen- 
deremo • poche parole per mostrarne 
la importanza, crediamo di non ecce- 
dere i limiti del programma di que- 
sto Archivio storico SicilianOt ma a- 
dempiere a un atto di giustizia ver- 
so l illustre scrittore. 

Lavoro di polso è realmente que- 
st' opera, che con modesto titolo è 
chiamala dal suo autore cenno sto- 
rico. Pazienza e somma accuratezza 
nelle indagini storiche , sobrietà e 
ponderazione nei giudizi e nella cri- 
tica, stile piano, esposizione lucida, 
evidente: tali sono i pregi che in 
generale adornano il lavoro del cav. 
riorimo. Eccone un succinto rag- 
guaglio. 

L odierno collegio di musica di 
Napoli proviene da quattro istituti 
d'istruzione mtisicale ch'eran dono- 



Iti 

minati Conservatori^ e questi erano: 
dei Poveri di Gesù Cristo» di s. Ono- 
frio a Capuana » di santa Maria di 
Loreto e della Pietà dei Turchini. 
Non si conosce quale dei quattro fos- 
se stato fondato il primo; ma, secon- 
do Tosseveranza di alcuni scrittori, 
il più antico fu quello ch'ebbe nome 
dei Poveri di Gesù Cristo. Nella pri- 
ma e seconda metà del secolo XVI 
tali Conservatori furono opere di ca- 
rità, nei quali Tane era scopo se- 
condario, mentreilprecipuoeraquel- 
lo di raccogliere in quei locali i fi- 
gli di professori di musica, o nati 
da parenti poveri, o fanciulli orfa- 
ni abbandonati, che andavan nudi e 
scalzi per le pubbliche vie o nelle 
bettole, per dar loro pane; vesti, tetto 
ed istallar nelle loro menti e nei loro 
cuori i principil della morale e della 
religione. Fra* quattro i più antichi ri- 
sult unenti per riguardo all'arte mu- 
sicale si hanno da quello chiamato 
dei Poveri di Gesù Cristo, ove Ales- 
sandro Scalatti gettava le fondamen- 
ta della celebre scuola; ma fu il pri- 
mo ad essere soppresso, e ciò avven- 
ne nel 4744; mentre quello di s. 0- 
nofrio lo fu nel i795, Taltro di santa 
Maria di Loreto nel 4806 e l'ultimo 
della Pietà dei Turchini nel 180a Con 
questo fu abolito anche il nome di 
Conservatorio, sostituendovi il titolo 
diR.Collegio di musica con la giunta 
del nome del luogo o v'era situato; 
cosicché dapprima fu chiamato di s. 
Sebastiano e poscia di s. Pietro a 
Majella, denominazione che al pre- 
sente conserva. 

Tali nozioni premesse, il Florimo 
nella prima delle due parti, in cui è 
divisa la sua opera, espone breve- 
mente ma con tutta esattezza la sto- 
ria di ciascuno di siffatti conservalo- 
ri, facendovi le rispettive osserva- 
zioni artistiche; vale a dire rilevando 
tutto quanto possa avere attinenza 
allo sviluppo ed ai progressi che la 
musica faceva in ciascuno di quelli 
in base allo insegnamento de' rispet- 
tivi maestri ; e non trascura di ri- 
portare in fine una serie di docu- 
menti in appoggio del suo dire per 
i Conservatori di santa Maria di Lo- 



12« 

reto e della Pietà de* Tarchini, trai 
quali docamenti trovasi per esteso 
tutta la legislazione che ha regolato 
e regola l'odierno Collegio. 

La seconda parte è destinata alla 
narrazione delle vite ed alla espo- 
sizione delle opere dei maestri com- 
positori di musica che si sono di- 
stinti in ognuno de* sopradetti isti- 
tuti, nomi che pariitamente son ri- 
portati in quadri sinottici: in tal 
modo il Fiorirne ci presenta il com- 
plesso di centodieci biografie, che 
sono una prova chiarissima della 
floridezza della scuola musicale na- 
poliiana, tra le quali hanno uno 
speciale inleresse per noi sicilia- 
ni quelle del riferito capo-scuola 
Alessandro Scarlatti da Trapani, di 
Vincenzo Bellini da Catania, e di 
Errico Pelrella, Salvatore Sarmienlo 
e Salvatore Agnello tutti e tre da 
Palermo. 

Alle biografie de* maestri compo- 
sitori fan sèguito altre di sei tra* 
più celebri cantanti napolitani, e mi- 
niuiose notizie si leggono in fine 
su' teatri di Napoli e su* poeti me- 
lodrammatici, in mezzo a* quali ul 
timi occupa non infimo posto il si- 
ciliano poeta Emmanuele Didera. 

Come si vede da questa somma- 
rla esposizione , 1* opera del cav. 
Florimo mira ad una serietà di pro- 
posili non tanto facile a rinvenirsi 
nelle opere che tuttogiorno vengono 
alla luce, e l'arte gli è debitrice di 
tali propositi. Nessuna circostanza 
egli tralascia onde meglio far rilu- 
cere la grandezza della scuola a cui 
pur egli appartiene e la quale ha 
riempito di sua fama il mondo in- 
tero. Lo stile, lo abbiamo detto, pro- 
cede calmo; egli narra, esamina e 
vaglia tutto ciò che sul tema da lui 
trattato si ò scritto e pubblicato pri- 
ma di lui. Temperato nella critica, 
sobrio ne* giudizi, modesto quando 
parla di so e del suo operato, rie- 



sce ad intrattener sempre piacevol- 
mente il lettore colle sue biografie, 
molle delle quali ha saputo adorna- 
re col racconto di taluni aneddoti, 
che delineano piCi spiccatamente il 
carattere morale dell* elogialo. Fra 
tuue eccelle per copia di notizie e 
per caldezza di sentimento quella 
dettata per Vincenzo Bellini, il suo 
amico da fratello; né puossi leggere 
senza commozione e senza che sgor- 
ghi una lagrima. È dessa un vero 
monumento di affetto che l'autore 
ha innalzato al suo troppo presto 
estinto Bellini! 

Ci spiace non potere diffonderci 
ad analizzare i pregi di questa ope- 
ra del Florimo, scritta con tutta co- 
scienza e con sommo amore. En- 
trato egli giovane (nel 4817) in quel 
collegio e restatovi da Archivista 
sin dal i836, educato a quella scuo- 
la il cui distintivo è di essere la vera 
;fcuola italiana, conserva un culto 
per i sommi maestri che Thanno il- 
lustrala ed una predilezione per il 
luogo ove ha passato quasi intera 
la sua vita. Appassionato qual ei si 
dimostra, ha procurato di dare il 
maggior lustro possibile ulPArchivio 
a lui afQdato e 1* ha arricchito di 
autografi di sommi maestri raccolti 
ne' suoi viaggi in Italia e alFestero, 
e generosamente ha donato a quello 
Istituto 62 pezzi di musica, i8 ri- 
tratti di musicisti de' secali XVII, 
XVIII e XIX, una collezione di let- 
tere autografe di uomini e donne il- 
lustri della prima metà del presente 
secolo ed un calamaio famoso per 
essere appartenuto a celebri maestri 
incominciando da Scarlatti e termi- 
nando a Zingarelli. 

11 cenno storico da noi annunziato 
è slato il compimento di tanta ge- 
nerosità e di tanto amore. 

Possa il suo esempio trovare spes- 
so imitatori tra noi! 

6. L. 



CRONACA 



DEL GRANDE ARCHIVIO DI PALERMO 



I. 



È noto, come nella notte del i9 luglio 1812 s'inagurasse in Si- 
cilia la riforma della legislazione che aveva servilo di fondamento 
alla monarchia creata dai iNormanni, e regolato sino a quel tempo 
i rapporti fra la nazione e le dinastie succedutesi, con varia vicen- 
da, nel governo deirisola. Il molo spontaneo, onde si spinsero al- 
Topera sapiente e magnanima i baroni e i prelati in beli* accordo 
coi rappresentanti delle citla demaniali, fu il fatto che, sopra lutto, 
concorse, ad improntare d*una maschia e patriottica caratlerislica 
quel si largo e profondo rimpasto degli ordini sociali , che ne fu 
la felice conseguenza. Imperocché, per generosa abdicazione degrin- 
leressatl potè in Sicilia, senza grandi commozioni e senza spargi- 
mento di sangue cittadino^ abbattersi come per incanto l'ingiusto 
sistema feudale, e cadere con esso le signorili giurisdizioni e gli 
annessi odiati diritti ù'angheria e perangheria. A* tre Bracci del 
Parlamento (baronale, ecclesiastico, demaniale) sottenlraron due Ca- 
mere, de* Pari e de* Comuni, in cui rassodossi, pi A intera ed espli- 
cita che mai per Tinnanzi, ogni facoltà legislativa : rimanendo nel 
re il potere esecutivo rattemperato dalla responsabilità de* suoi mi- 
nistri, e quello giudiziario in un corpo di magistrati inamovibili. 

E però non potea farsi che i pubblici uflizl, giunti per altro tra 
secolari vicende a stanchezza di vita, non restassero infranti nella 
maggior parte sotto le ruote della instaurata macchina governativa: 
alla quale crebbero forza i tributi ridotti a più equo sistema , e 



226 

r autonomia, fors'anco eccessi?a , onde furon di balio indistinta- 
mcnle rivendicali I Comuni dell* Isola. 



11. 



Fu quindi avvertito generalmente II bisogno di tutelare le nazio- 
nali scritture; ed il Parlamento, spingendovi con apposito ordine 
del giorno il potere esecutivo, inulavalo a raccoglierle in un solo 
edifizio. Da qui nacque il concetto d* un Archivio ticncrale della 
Sicilia: nome, che venne più tardi mutato in quello attuale di 
Grande Arcliivio di Palermo. 

Di fatti il principe ereditario Francesco, allora funzionante da vi- 
cario generale di re Ferdinando III, « mosso 0, com'è' dice nel 
preambolo d'un suo dispaccio dato agli 11 Tebbraro I8i4, a dal de- 
siderio universalmeììlc spiegalo dalla nazione di veder riunili 
Inlli li diversi arclUH ed uffici in un sol luogo 9, e per cui a nel- 
Taver sancito il § 32 del cap. 3 del Potere Esecutivo, erasi riser- 
bato di Tare i necessari stabilimenti a; disponeva a che fosse acqui- 
sialo un edificio comodo ed accensibile; ma che intanto, per ce- 
dersi alla urgenza, lutti gli archivi si allogassero in un vuoto ap- 
partamento del palazzo arcivescovile, per rimanervi in un solo offi- 
cio sotto l'ispezione e la direzione d'un officiale il quale, come Ar- 
cliivario generale , raccogliesse tutte le scritture per disporle in 
maniera, che fosse facile «ad ognuno l'aver quelle notizie , che gli 
sarebbero necessarie ». Inoltre, e come a degno suggello di si li- 
berali proposili, dichiarò' che restavano fin d'allora abolite l'esa- 
zioni di propine, di dritti di ricerca, di estrazione di scriUura, di 
chiavi ecc. n 

Se non che, ad onta delle belle promesse, mancò l'Archivio ge- 
nerale di sede capace non solo, ma del confacente organismo che 
gli sarebbe stato indispensabile per adempiere a quelfalto intento, 
a cui veniva il governo di Napoli preordinando nel periodo mede- 
simo gli Archivi di quel regno. L'Archivio generale fu visto invece 
restar monco e diviso in molti brani, e costretto a stentare oscu- 
ramente la vita sotto l'umile dipendenza del ministero delle finanze 
fino all'anno 1843. 



221 



HI. 



Ed a quest* epoca eran già scorsi molli anni da che la violenza 
avea soppresso in Sicilia l'esercizio de' drilli guarenlili dalla CosU- 
tuzione giurala dal dello re Ferdinando : il quale, non si loslo ri- 
stabilito sul trono di iNupoli, «iffreltossi a seppellirla sotto nuovi or- 
dinamenti concopili con dispotiche mire , e via via introdotti nel- 
r Isola dal 1810 in poi. Niuno degli antichi uffizi essendo ormai ri- 
masto in piedi, urgeva sempre più di salvare dalla negligenza dei 
conservatori e dalle ingiurie del tempo i miseri avanzi delle lor 
carte. 

La legge con l'annesso regolamento del 1818 sopra gli archivi 
napoletani fu quindi estesa, migliorata in più parti, alla Sicilia; e, 
col Grande Archivio di Palermo, sorse allora un regio archivio in 
ciascun capo luogo di provincia sotto unica Sopraìntendenza : la 
quale ebbe incarico , non soltanto di vigilare alla conservazione 
delle carte adunate negli archivi suddetti, ma di tutelare eziandio 
quanti altri documenti potessero interessare agli studi ed alla pa- 
tria storia fra quelli posseduti dagli enti morali dello Stato , cosi 
civili che religiosi. 

L'obbligo di provvedere all' acquisto d* un confacente edifizio fu 
nuovamente inculcato al governo dalla legge benefica : e non di 
meno la Sopraintendenzn generale e il Grande Archivio, ove doveano 
riunirsi le serie degli atti di tutte le antiche magistrature , come 
di quelle funzionanti nel!' àmbito della provincia di Palermo , ot- 
tennero appena, e sempre come a sede provvisoria, poche sale nel- 
l'ex-casa de' Teatini detta della Catena; luogo il quale, benché oc- 
cupato quasi interamente dopo il 1849, tornò di gran lunga ine- 
guale a* bisogni, e fu lo scoglio a cui ruppero fatalmente i nobili 
destini dell'istituzione. 

G. Silvestri 
{canUnua) 



NECROLOGIA 



II giorn» 
Luigi Osio 
molli ano: 
ordinarli e 
chieste de 
raccolse 1 
opera alla 
menti dij 

di esperti cultori acne sioricne diselline. (V. in ispecie quanto uè 
fu detto dair egregio cav. G. Silvestri nel suo Saggio siUlo staio 
e stilla riforma detta legislazione dei pubblici Archivi, cap. XYilI^ 
pag. LXXXVin e segg.). Valga il bel nome lasciato in eredità dai- 
niluslre estinto a consolare in parte la desolata sua vedova. Ter- 
Imto suo figlio! 

Palermoi 21 mano 1873. 



IIN PLATONICO SICILUNO DEL SEGOLO XVI 



m 



Il secolo ITI risvegltava nelle nostre scuole la FilosoGa pla- 
tonica, benché non avesse snscitati tanti segnaci» qaanti ne 
continuava ad avere la aristotelica. Aveva nome di baon col- 
tivatore della platonica filosofia Filippo Triolo da Trapani (2), 
mentre nn altro de* nostri» il Calanna, già precedeva di mezzo 
secolo il Circolo tusculanOf ove si trattano alcune proposizioni 
platoniche del Timeo ecc. dì Raimondo del Pozzo, poeta e fi- 
losofo cbe onorava snlla metà dei secolo XVII, insieme a Gio- 
vanni Antonio Vipcrano, la dotta Messina. Pietro Calanna, che 
fa de' Frati minori Conventuali, nasceva in Termini nel 1531, 
e finiva di vivere nel 1606 , dopo una vita tutta spesa negli 
studi filosofici e teologici, che professò in molte accademie con 
singolare perizia. L'opera sua principale dedicata al viceré duca 
di Maqueda fu la Fhilosophia seniorum sacerdotia et Plato- 
nica a junioribus et laicis negkcta philosophis de Mundo ani- 
marum et corporum (Panormì, 1399); e dnl titolo stesso si an- 
nunzia l'autore quale seguace dciranticn filosofia e della pla- 
tonica singolarmente. Il nostro Cnlanna é nn platonico della 
scuola del Ficino; é pieno di fervore per la filosofia, che tiene 

(i) Ho estratto quest'articolo dal voi. i* della mia opera in corso di 

sumpa : La FUa$o/ia m Sicilia dalle origini al secolo XIX. Libri quattro. 

(2} Piatomcae phiiosophiae addicUseimus. Mongit, Bibl. Sic., t. II, p. i79. 

Arch. Star» Sic., anno I. 11 



i 30 ITU PLATONICO SICILIANO 

colla sentenza di Empedocle essere nn dono degli Dei {Fhilo* 
sophia munus est Deorum)^ e per la dottrina platonicat colla 
quale trova accordarsi la pia alta sapienza cristiana : di gnisa 
cbe la filosofia Platonica è sacerdotale e divina, siccome la Ari- 
stotelica laicale e terrena; i cni seguaci 9 compreso Aristotile, 
non hanno sapnlo innalzare la mente alla regione celeste delle 
Idee* strisciando la terra, e non gustando che solo qnel che sa 
di terreno e di basso, incapaci di accostarsi ai misteri del 
Regno Intelligibile. 11 libro del nostro terminese non è punto 
un corso filosofico; bensì é un trattato del mondo delle anime 
e de' corpi: e il suo spirito sente dell'antica Accademia, degli 
Alessandrini e della scuola di Firenze; ma tutto sottordinato 
alla teologia cattolica. Seguendo l'usp platonico, si serve della • 
mitologia a simbolo delle idee, animando cosi il suo pensiero 
di filosofica poesia, per la quale il libro riesce assai attraente, 
si che ti pare sentire un fervoroso ateniese che esce da' giar- 
dini di Accademo, un maestro Alessandrino del Serapeo, un 
erudito del secolo XY che è stato in compagnia del Ficino in 
villa Careggi, ove il sommo maestro si ebbe tempietto ed ara. 
La sapienza non disdegna pel nostro né gli aiuti dì Mercurio 
e di Apollo, né quelli di Venere e delle Muse : ma le Muse sono 
celesti vergini, ed esse non si accompagnano che solamente colla 
Venere celeste, la Dea dell'amore, dell'azione e della contem- 
plazione, onde ci innalziamo alle cose sublimi e divine, al Monte 
Santo e ai tabernacoli della Verità (e. IX, p. 26). Né le Grazio 
mancano a sorreggere rìntelletto nell'arduo cammino; ingegno che 
è condotto dal Demone che viene dalle Grazie suddette, come 
esse Grazie da Febo, da Mercurio e da Giove, ì tre pianeti che 
sono propizi all'umano ingegno (p. 10). E lasciando il mistico 
simbolico linguaggio del nostro filosofo platonico, pel quale è 
spesso ripetuto, la filosofia • est nosse divina ci gabernare hu- 
mana, vatielnium et deorum munus, ait Plato in Memnone, a 
Deo et ejus providentia ìnfusum, ac daemonum, hoc est, spiri- 
tuum bonorum medio impetrandum • (p. 90) ; a proposito del 
mondo de' corpi e delle anime egli fa questo creato da Dio « quia 
creatio est opus eminentiae et virtutis intìnitae , igitur solius 
Dei est creare » : e siffatta azione creativa non dà un effetto 
eterno in atto, ma temporaneo e non necessario, stante Tef- 



DBL SBCOLO XTI 13 1 

fetto essere ad extra e uou ad intra, e però non eterno ma con- 
lìDgente, siccome proprio di azione ad extra, il cnì effetto non 
poò non essere contingente. 

Che se si oppone che la creazione rechi novità in Dio, fa ri- 
sposta il Nostro con Giovanni Scoto Erigena (che chiama Sa- 
cerdos et JReligiost^s phUosophiis Ioannes Scotus)^ cioè, che la 
novità non è in Dio, ma nei termini di sua azione; che qnesta 
relazione non sia reale, ma di ragione (non realis, sed rationis), 
e che, ammessa la relazione come reale , non è perciò nnova, 
ma antica, anzi eterna; < qnia aeterna est ejns voinntas ad mundi 
genitnram, et ad cansam illam exemplarem est relatlo illa re- 
ferenda, et cnm sìt agens per modani sapientiae, distnlit ad illam 
geuerandnm qnoasqae sibì placaitf.cam sit libere agens et snm- 
me bonas, bonitatem snam ita comanicare volait » (p. 93). E il 
mondo è ano da nnico Principio, ma distinto in più mondi in- 
dividai. che fanno l'Universo, siccome il sole che è nnico, e por 
si diffonde in più raggi (pag. 52). Il primo mondo è il mondo 
eminente, o ideale, o archetipo, che tiene il principato e Tima- 
gine di tutti i mondi, i quali In esso vivono, sono e si muovono 
(p. 53); il secondo mondo è l'angelico o sia quello delle di- 
vine menti (p. 55) che servono al primo pel governo dei mondi 
inferiori; il terzo mondo è il corporeo, ma celeste e non disso- 
lubile (pag. 56); il quarto è il mondo elementare e sensibile, il 
mondo che il mito disse diviso tra Giove, Nettuno e Fiutone (I), 
cioè in aere, acqua e terra (p. 57); il quinto é il mondo della 
morte ovvero della contraddizione e della divisione; pura ma- 
teria rile prima, o il chaos, o mondo confuso e inordinato, 
sede di Amore, antichissimo di tutti gli Dei secondo gli antichi 
Teologi, e secondo il nostro Autore, l'Appetito per cui sono fatte 
tutte le cose. Questa Ile o materia prima che i Pitagorici dissero 
Diana sterile e nuda, Platone considerò come la Dea della ne- 



(1) ff Sub hoc enigmate quoque operuerunt vcteres nostri Sacerdotes 
tria osse rerum principia, aèrem scilicet, aquam et terram; ignem vero 
non pusuerunt, quia in puriore collocant aere, ex aere igiiur aqua et terra 
omnia conflabant, non posuere ignem, quìa illum ut rerum vitam potius 
opinnbantur, non autem principium; omnis enira vita per ignem diffundi- 
tor^ ut In Thim. Plato apprime admonuit > p. 58. 



132 UH PtAtOllIGO UGaUlfO 

C688ità prodotta dal sommo Opifice^ ovvero come la madre ca- 
pace del mondo, seno informe e specie invisibile di tatte le for- 
me (p. 5S)9 le quali sono in essa in potenza, siccome sono in atto 
nel primo Artefice e motore; onde esce appunto il mondo, sic- 
come è detto nel Timeo, fatto dalla necessità e dair intelletto 
(ex necessitate et intellecta conflatam), cioè dair ordine delle 
forme e della materia; tantoché Diana sì é fatta da sterile per sua 
natura feconda dal sole, che vale dalla forma o idea, e piglia 
cosi nome di Lucina (p. 59). Il sesto mondo è il mondo sotter- 
raneo dei demoni cattivi; il settimo é il mondo amano o il pic- 
colo mondo, consimile per proporzione e posizione al mondo ce- 
leste, e per ragione di divisione al mondo sensibile antichis- 
simamente agitato dalle devastazioni o dell'acqua o del fuoco, 
siccome nelTnmano operano eziandio a vicenda Tumore e il ca- 
lore (p. 61); e di acqua e di fuoco spei^ialmente costa per la 
filosofìa Teologica oltre il mondo umano, il mondo nuovo, che 
comprende l'uomo nuovo, nato dall'acqua e dal fuoco, cioè dal 
battesimo e dallo Spirito Santo (p. 67). 

Quanto alle Idee, che hanno tanta parte nell'Universo mondo, 
il nostro siciliano le fa in filosofia più antiche assai di Platone, 
siccome confessò questo stesso filosofo nel Sofista dicendole non 
sua invenzione; e le riferisce ad Bpìcarmo, a Filolao, o ad Em- 
pedocle nel cui Sfero debba vedersi appunto il mondo Ideale. 
Tertanto, le Idee sono slate ab initio e nacquero coi sapienti 
stessi (Gap. 14, p. 76), e sono sin te tenute come Verità eterne 
e immutabili, stantechè: • Idea est esemplar aeternum rerum 
natura prodncibilium in divina mente collocatum, per quod cuncta 
a primo Opifìcc producuutur, ad extra prodeunt > (p. 77), e 
spiegando questa definizione avvisa sapientemente il Nostro, che 
a ragione l'idea è detta esemplare rispetto al mondo sensibile; che, 
rispetto al mondo intelligibile dovrebbe esser detta essenza e 
non esemplare; siccome se riferita alla mente divina si dice In- 
teHigibiky per diritto debba dirsi eziandio eterna a distinguersi 
dagli esemplari di tutti altri artefici che impropriamente e per 
una cotal similitudine si dicono esemplari e idee. È necessità 
poi dirsi eterno quello che è per sé vero; e dirsi nella divina 
mente ; poiché a questa propriamente e in prima convengono 
le Idee non partecipate, quando nelle altre menti sono patie^ 



DKK SECOLO XTI 1S3 

cipate e in secondo inogo (pag. 77). Nelle Idee é la ragione 
di ogni verità, e l'Idea è delle sostauze, delle specie, nelle qna- 
li si comprendono virtnalmente gli individui, siccome nelle so- 
stanze gli accidenti (pag. 78-79); non separata dalla mente, 
ma propria dell'altissima Mente che é l'Esemplare di tntte 
le menti, o l'Idea delle Idee, TUno, il Buono, il Bello, quo om- 
nia facta sunt , et sine ipso mhU* La filosofia laica dispregia 
il mondo delle Idee, ma la sacerdotale platonica ne ha venera- 
zione e culto; e questo mondo ideale è nel sommo Facitore !'• una 
et universalis causa virtute cuncta possidens, multiplìcata tamen 
per respectum ad ideata • (p. 69): tantoché Parmenide non negò 
essere in Dio i simulacri delle cose, asserendo tutte le cose essere 
nno, cioè nell'Idea, o nella fonte, onde esse fluiscono (p. 68), 
e la filosofia tutta platonica ha statuito sempre le Idee essere 
una f or ina in mundo intelligibili , ut VII de Republ. plura 
tamen in mundo sensibili. Che, • sicut omues, inqnit Plato in 
Epist: colores sunt in lumino et circa lucem, et lineae centrum, 
ita et Ideae circa omnium Regem junctae sunt > (p, 69). Pel 
Nostro le Idee sono < verae rerum causae qnae alias haberi ne- 

queant Ideis enim Deus , ut ajunt , regit atque guber- 

nat, et providentias absque rerum cognitione fieri nequit, pro- 
pterea illis cognitis provìdet. Et ab Ideis rerum qnodque indi- 
vìdnum dirigitur et gubernatur • (p. 73). Nel lungo capitolo, che 
é il XIII, del mondo Ideale sono riferite le dottrine degli an- 
tichi filosofi intorno alle Idee, specialmente le interpetrazioni 
dei Platonici e massime del semiplatonico Simplicio e di 6io- 
vanni il Grammatico; pei quali, cosi come ritiene anch' egli il 
nostro filosofo, le Idee sono non solamente Ragioni di produrre, 
ma pur Ragioni di conoscere: onde è che il nostro Calanna si 
& a couchindere: < propterea Ideas tanta celebritate venera- 
mur non solum in Deo et Mente illa divinissima, verum et in 
Angelica et fiumana: in Deo tamen substantiae suntetmentes 
dicnntnr non partecipatae, sed ab ipso solo, solaque ratione sciun- 
tur; in Angelicis vero et mentibns nostris, non substantia pe- 
nitus, sed quid superadditnm, idest partecipatae mentes; solus 
enim Deus est snmma Unitas, caeterae vero mentes aut unita- 
tes et numeri dici debent • (p. 75-76). 
Però, alle idee si rivolgono, perchè da esse muovono, l'^morei 



134 Ulf PLATONICO SICILIANO 

la Miisica e la Filosofia, che fanuOf secondo Platone, il triplice 
ritorno deiranima a Dio (p. 118); e in questa aniversale dia- 
lettica ed Aroìonia del mondo o delle menti si specchia infine 
la dialetticii civile sostenuta da' parti delle belle fancinllOf fi- 
gliole dì Temif IrenCy Dice ed Eunomia, cioè dalla pace, dalla 
giustìzia e dalla nnione (!)• Qnauto poi all'anima, il nostro fi- 
losofo al modo degli antichi Platonici, pone per prima organico 
e animato e vivente il corpo celeste, il qnale vive di vita non 
materiale e vegetale, ma razionale, ottima e nobilissima (2) ; ma 
fermandosi sul mondo delle menti umane, trova che l'antica 
filosofia diede due definizioni dell'anima, cioè o che sia un nu- 
mero movente se stesso, o una sostanza intelligente sé medesi- 
ma; e appunto l'una e l'altra definizione convengono bene al- 
l'anima umana; la quale perocché ha virtù di muovere se stessa, 
né mai cessare dal moto, é imperitura, e stanteché questo moto 
nell'anima é vita razionale, onde intende sempre se medesima, 
é però immortale (p. 184). Questo mondo dell'anima é dall'Au- 
tore trattato ampiamente, e a proposito de' numeri vi si sente 
qualcosa che accenna «alla Cabali, più che semplicemente al si- 
stoma pitagorico e platonico; siccome a proposito della immor- 
talità, è poi bene comeutata l'argomentazione del Fedone e dei 
più rinomati platonici, intendendo nel tempo stesso il Calanua 
alla spiegazione della reminiscenza, e alla possibile conciliazione, 
quanto alla dottrina sull'Intelletto, di Aristotile con Platone. Re- 
spinge il nostro filosofo l'unità dell'intelletto nel senso averroi- 
sta; e insegna con Plotino che l'intelletto agente é dato « du- 
plici de causa; primo ut suo lumino spoliet species illas sen 
quidditates a condìtionibus materialibus; secundo, ut eognoscat 
eas, quoniam intellectus agens est, qui cognoscit et non intel- 
lectus potentia: ita nos admonet Plotinus, et cum eo Simplicius, 
intellectus, inquit, seìpsum cognoscit intellectus agentis merito. 



(i) e Iren typus est Arithroeticae quae pacem parit, Eunomia, Geometri- 
cam unionem adducens, Dycem vero musicam, idest identitatem, comma- 
nitalem, et justUiam disiribulivam, quae constans est > p. 125. 

(2) f Ponit Philosophìa nostra elemenla quoque animala. . . . Ponit coe- 

lum vivere, non tamen materialem vitam et vegetalem vivit igitnr 

vitam rationalem, optimam et nobilissimam » p. 137. 



DBL SBCOLO XTI 1 35 

non aatein merito sai > (p. 917). Anzi, dice, impropriameote TIu- 
telletto è detto agente» poiché «nihii imprimit phantasmatibasi ne- 
(jne, mediante mota agii. Dicitnr itaque agens improprie eo qnia 
refert uatnras nniversnles, non referendo condiiioues materiales 
et singulares » (Ice. cit.)* Che se si dice l'Intelletto esser tuttOy ciò 
si dice» • non qnia omnia rccipit, sed qnia actn omnes in se spe- 
cies retinet ab inìtio» et tam materialinm» qnam rerum ìmmate- 
rìalinm » (p. 218). Per lo che» esso < non recipit de novo» quia 
jam receperat ab initio ab idearum radio »: e cosi mentre l'ani- 
ma gnarda se stessa per virtù dì sna natura» intende le eterne 
forme del Mondo Intelligibile, e si perfeziona; si fa bella, e simile 
riesce al Bello divino (p. 215). Per la vita terrena quel che rice- 
vette l'anima dal raggio ideale, è altra volta eccitato (cosi il no- 
stro intende la reminiscenza platonica p. 219); nel modo come 
siamo eccitati dal sonno o dalla ebbrietà al dire del Bessarione. 
Che l'Intelletto poi intenda tutto non debba eziandio esser preso 
nel senso assoluto e come in atto; • qnoniam solns divinus Intel- 
lectns omnia percipit» caeteri vero quantnm illis praestatur, ne- 
qne conveniens est nt omnes primo Intellecto aeqneutur, quia 
tane nihil inter Denm et creatnram distaret, si omnia qnae Dens 
Dovit, caelerorum cogitatio assequeretur > (p. 229). E però finché 
il nostro intelletto non é in atto infinito, ma potenzialmente, ascen- 
diamo per esso al Vero, al Bene, al Bello assoluto o Sommo» ov- 
vero all'Uno Infinito» a Dio che é qnesto Bonuniy Unum et Fui- 
crum, Fine di tntte le cose; onde si dice Dio essere tutte esse cose» 
siccome loro Principio e Fine a cui tutte tendono e in cui tutte 
si riposano (1). Da ciò la Religione nell'uomo» la qnale è da 



(1) e Bonum est illi nomen, quoniam omnia bonum appetunt, et boni 
gratta, ipsumque bonum, quia Idea boni, ait Pioliuus et Proclus: Unum 
est illi nomen, quod omnem multitudinem supereminet, tum quia omnium 
numcrorum est principium, iJesi rerum, quac numeri jure dicuntur ab 
Academicis nostris, nam omnia ab uno omnium numerorum principio, 
ita ut hoc unum, quod apud nos est simulacrum iilius emineniissiroae 
onitatis, et ad ipsum tendant omnes lanquam ad centrum et unitatis fon- 
tem, omniumque finem: Tertio Pulcrum est illi nomen, et merito pulcrum 
et non pulcher, ut fonasse aliquis ila arbilraretur; sed quoniam hoc pul- 
crum non difTert a Bono et ab Uno, cum sint de ratione Dei, immo ipse 
Deus, propter igitur modum nostrum intelligcndi ponontur : Pulcrum ergo, 



136 UN PLATONICO MCILUNO 

DiOy e propria deiramana natura, che per la religione si per- 
feziona (p. 277): da ciò l'amore ideale o divino che circonvolve 
Iddio, padre della virtù, alla qaale soggiacciono tatto le cose 
(omnia viriate domantnr; p, 300). 

Del nostro Calanna non sappiamo che relazioni abbia avnte 
colla scaola platonica fiorentina, la qnale ai tempi jdel Nostro era 
tnttavìa continnata da Giovan Francesco Pico della Mirandola ni- 
pote del grande Giovanni Pico, e dal Patrizzi, colla dottrina del 
qnale intorno al Primo o all'Uno e al Bnono si riscontra il Cap. IL 
dell'opera del Calanna, e sviata da Giordano Brano, par essa 
era nominata con bella fama per le stesse arditezze del No- 
lano. Ma è certo che il nostro Siciliano cita spesso il Ficino e 
il Mirandolano e il Bossariono senza disconoscere il Contareni, 
lo Zimara e il Zabarella Aristotelici; si che alla scnola platonica 
fiorentina, e come coutinaatore specialmente della Teologia del 
Ficino, dobbiamo senza dnbbio riferire il Calanna^ il qaale ne 
continaava e propagava in Sicilia per qnesta saa I%ilosophia 
Seniorum con tanto fervore e ardimento le dottrine e lo spirito. 
Leonardo Rolandino, lasciava sopra il libro del Calanna questi 
versi : 

Hermes quod pharius, scripsit quod docta vetustas; 

Quod Pialo, quod docalt Magnus Aristoteles; 
Cuncta Caianna suo legit hoc, panditque libello: 

Zolle, car garris livide? ciaret opus. 

V. Di Giovanni 



gaia et pulcriformis, pulcriformia, uniformia et boniformia fiunt tendentia 
omnia. Scimus Igitur quod haec tria idcirco accomodantur: efflciens quoque, 
ibs quo omnia dependent. Bit igitur Platonica conclusio: Bonum est omnium 
rerum prlncipium, jure quoque dlcitur Deus est omnia, quia ad ipsum- 
met omnia tendunt, ut Deum omnium Finem declaramus > . Cap. XL, pa- 
gina 272, 273. 



LA STORIA 

NEI CANTI POPOLARI SICILIANI 



(Continuazione* V. dispenta precedente). 



Ha già col 1060 le discordie degli Arabi scliiadono airardimen- 
toso giovine Raglerò di Hauteville la via per conquistare la Si- 
cilia: in trentanni il conquisto è completo con prove di mirabile 
valore, con imprese a cui i traili romanzeschi e bizzarri si inne- 
stano, e con essi i miracoli celesti. Al certo, senza Taiuto degPin- 
digcni che non si lasciarono mai domare dai musulmani, conside- 
rati a ragione come stranieri oppressori che non seppero sicilia- 
Dizzarsi, quei pochi venturieri normanni condotti da Rugiero non 
avrebbero si facilmente abbattuto i circoncisi di Sicilia: essi, trova- 
rono, come ben dice il valente storico Ln Lumia (1) , la schiatta 
indigena a viva e pronta per tutto airanelata riscossa, a salutare la 
8 Croce e acclamare il trionfo suli'aborrito islamismo . • •. 11 con- 
« quisto normanno s'olTre alla storia ciò che fu propriamente in se 
8 stesso : una successione non dubbia di atti ardimentosi e stupen- 
I di; una insegna di ventura opportunamente spiegata a proteggere 
8 un moto nazionale, che inaugurato in terraferma, si comunicava 
I e si compiva nell* isola ». Rugiero, a fortissimo braccio, intre- 

(1) La Lumia, La Sidtia sotto Guglienu) it Buono, cap. I, § II: vedi negli 
Stu4i di storia siciliana^ voi. L 

ilrcA. Star. Sic., anno I. 18 



138 LA STORIA 

pìdo cuore, dritto e sagacissimo ingegno b, fondava uno Stato fenno 
e vi^roso, e la sua nobile figura « grandeggia ugualmente innanzi 
alla leggenda e alla storia ». 

Presso il popolo, abbiamo trovato scarsi documenti che si rife- 
riscano al Gran Conte ed alla sua impresa; intendo di documenti 
genuini, sorli dalla mente del popolo slesso e tradizionalmente con- 
servali ; perchè se volessi qui registrare tutti quegli cpisodj che 
del conquisto normanno corrono alquanto svisati presso quella parte 
di popolo, che si tiene in un certo conlatto con persone di lette- 
re; sono sicuro che non farei che ripetere quanto di più o men 
vero, di più o men leggendario hanno ripetuto gli scrittori di cro- 
nache e di storie siciliane dal Malaterra a noi. Io non accolgo, per- 
tanto, che quel pò* che la poesia popolare mi fornisce, e su que- 
sto solamente fermo l'attenzione dei leggitori. 

È il Gran Conte Rugtero ctie comparisce maestoso , e pregiato 
sorvive nella mente dei campagnuoli : è un atto di magnanimità sua 
che si registra, una di quelle bolle azioni che da sole bastano ad 
assicurare all'amorosa ricordanza del popolo il nome e la bella fa- 
ma d*un savio principe. Ignoro se alcuno degli storici nostri, clic 
io per avventura non abbia consultato, faccia menzione del fatto a 
cui si rapporta il brano di poesia popolare che pubblico ; ignoro 
altresì in qua! anno ed in quale ciità siciliana ebbe luogo, perchè 
nulla di ciò può rilevarsi da essa poesia, e nulla seppe dirne il 
montanaro di Salemi che al mio amico signor Giuseppe Marano la 
ripeteva. Mancandomene una lezione più corretta e più completa, 
stampo nella sua integrità la presente, che pur non ha piccolo pre- 
gio a malgrado delle lacune e de' versi di non giusta misura. È 
una madre che piangendo intercede presso il Gran Conte onde gli 
campi da morte l'unico figlio, che sembra fosse stalo destinato alfe- 
stremo supplizio per infedeltà e tradimento, al quale pare lo avesse 
spinto la fame, triste consigliera ai delitti. Alle lagrime ed alle te- 
nere espressioni della sconsolati donna il generoso cuore del guer- 
riero non resiste, e con nobilissima vendetta restituisce libero il fi- 
glio alla madre e consolata la rimanda e con donativo in denaro. 



i 



* Manca lu sali, ed afTaccia la luna; 
Veni la stali, e stenui Tacquazzina (1): 

(1) Cioè, la Provvidenza (sottintesa) prende tal cura degrinfelici mortali, 
che fa spuntar la luna quando il sole tramonta, e sparge la rugiada sul 
creato quando vuol temperare gli ardori della state. 



NEI CANTI POPOLARI SICILIANI 139 

Gran Conti, a mia mi manca la furlana; 
E m*assùbiia la iavanca e la ruina (1). 



Ca* m*affrisca a mia cu Tacqua viva? 
Tu leni la putenza e la curuna, 
Ku sala sta flgghia ca mi teni viva. 

— Capa-ribbeddu di cori nfldili, 
Donna, ca mi tradiu li cavaleri. 

— la Gran Conti di sangu gintili, 
Gcà cc'è la testa mia si li riqoeri (2): 

Si voi la véngia, sùbita si vidi 

Matri cu flgghia morti a li to* pedi. 

crada fami, coma si* crudili, 

Nni jetti 'n campa e la vista nn*abbeli (3)t 

Oh, pri Tamari di la mairi tua. 
Oh, Tamari di matri com'è forti! 
L'ugna *an si sparti di la carni sua, 
Megghiu una morti ca centu morti t... 

— Parliti, donna, e cu tia la flgghiu, 
Oru e cunsolu ti duna Ruggeri; 

Ca chista è la véngia chi mi pigghiu, 
Lucina sempri li nostri banneri. 
Unni cc'ò mastra *un cci voli cunsigghiu; 
Quannu maggiuri cc'ò, minuri cedi; 
'Mmenzu li spini fa pumpa lu gigghiu. 
Veni la lapa e cci suca lu meli (4). 

Il mio amico Pitrè, nel suo pregiato volume Studi di poesia po- 
polare ha pubblicato altro frammento di poesia molto importante 
rirerenlesi alla impresa di Rugiero in Sicilia, la quale probabilmente 
si ebbe come ogni grande impresa la sua epopea popolare. 



(1) Assubitari, venir tosto, sop raggiungere. Lavanca, precipizio, dirupo. 

(2) 5t ti riquerij se ti bisogna. 

(3) AbbUari, coprire di velo, velare : è voce non ancor registrata da' no- 
stri vocabolaristi. 

(4) Questi ultimi quattro versi, composti di vari proverbi, mi paiono 
una interpolazione, seppure non hanno relazione con quel resto, che 
onanca, della poesia. 



^ 



NECROLOGIA 



LUIGI OSIO 



Il giorno 3 del cadente marzo era 1* ultimo della vita del cav. 
Luigi Osio direttore degli Archivi di Stato in Milano. Preposto da 
molti anni a regger quegli Archivi , egli seppe convenientemente 
ordinarli e in modo da rispondere con la possibile facilità alle ri- 
chieste degli studiosi; fé' sorgere un Museo diploviatico nel quale 
raccolse le più antiche pergamene che l'Archivio gli offeriva, e die 
opera alla compilazione e pubblicazione di una raccolta di Docu- 
menti diplomatici degli Archivi lUHanesi che ha meritato le lodi 
di esperti cultori delle storiche discipline. (Y. in ispecic quanto ne 
fu detto dall'egregio cav. G. Silvestri nel suo Satjgio sullo stalo 
e sulla riforma della Ugislazione dei pubblici Archivi, cap. XVIII, 
pag. LXXXVin e segg.)* Valga il bel nome lasciato in eredità dal- 
rillustre estinto a consolare in parte la desolata sua vedova, l'or- 
bato suo figlio! 

Palermo, 27 mano 1873. 



NBI CANTI POI»OLARI SICILIANI 141 

* Di la Cooiu Ruggeri figghia siti, 
La cruna di li beddi miritali (1); 

ma qui in vero cade il dubbio se possa trattarsi del Gran Conte o 
di qualsiasi altro Conte Rugiero, perchè è frequente nella nostra 
popolar poesia il ricordare ora il Conte Don Giovanni (2), ora il 
Duca Franceschino (3), ora il Duca di Messina (4), ora altri ba- 
roni e principi, che vennero in rinomanza o per ricchezze o per 
potenza o per virtù, e di cui oggi sorvivono i nomi appena, senza 
che potessimo noi saperne deirallro. Sfa intanto si noti anche al- 
tro fatto, che lo sfidarsi al canto improvviso di due poeti popolani 
dicesi in Alimena Cantari lu lìuugiei^u; come in Galati (nel Messi- 
nese) e* è La Ruggiera specie di ballo-canto-pantomima, fatta da 
quattro persone d*ambo i sessi, e che ha molta relazione col liug- 
geri della montagna pistoiese e con la Tarantella del napolitano. 
D*onde e come e perchè questo nome ni canto ed al ballo sopra 
ricordati io non saprei dire, né il popolo ne sa più che tanto. 

Dovendo io ordinare e ricomporre la storia sicula secondo i ri- 
cordi e le reminiscenze che ne serba il popolo, e per conseguenza 
anche secondo la sua maniera di vedere, il che in vero dà maggior me- 
rito a questi documenti popolari, debbo dal Gran Conte, lasciando da 
parte il Re Rugiero, venire a Guglielmo t( 3lalo , di esecrata me- 
moria presso i Siciliani, che della sua vita hanno voluto tener pre- 
sente il lato tristo soltanto, e scariare quel tanto di nobile e di 
grande che pure si ebbe. Non c'è persona del popolo che non ti 
ripeta con indegnazione e maledizione la storia della monela di 
cuoio fatta coniare dall'avido re per imposessarsi di tutto Toro e 
dell' argento e del bronzo che era in corso , non usando rispetto 
neppure alle sepolture ed ai morti (S). La tradizione di questo fatto, 
che fin dagli scrittori del duecento è accennato e dal Fazzello in 
poi narrato da parecchi storici nostri, si conserva uniforme ed uni- 
voca per tutta l' Isola; ed avuto riguardo ali* indole ed ai costumi 
del principe a cui si riferisce , pare che non sia priva di storico 



(i) Da canzona di S. Giuseppe dei Mortilli. 

(2) f Vitti arsirà a lu Conti Don Giovanni >. C. di Trapani. 

(3) e La bedda di lu Duca Francischinu >. C di Palermo. 

(4) e Mi scontru cu lu Duca di Missina >. C. di Termini. 

(5) Vedi il saggio di Conti popolari pubblicalo dal Pire nel l'asc. primo 
del presente periodico, pag. 79 e segg. 



142 LÀ STORIA 

fondamento. Checché ne sia però, quel Guglielmo I non vien mai 
benedetto nella memoria dei posteri: perfino sarà indicato come 
esempio di malvagità insuperata ed insuperabile in una canzona di 
sdegno : 

* Lasda, maligno, ji' quanta ti sdegna (i)t 
Pri tia iu persi la cori binignu, 
Ca si* cchiù mala di lu re Gugghiermu, 
Cchiù maliditia di Giuda maligna. 
Dinira di st*arma da* chiova coi tegnu; 
mala orna, su* misi a la signat 
Pini* l'amari, trianfa iu sdegna, 
Ti sputa, ti scbifiu, ti vida e sbignu (2). 

Ma quanto odiosa è la memoria del primo Guglielmo, altrettanto 
benedetta ed amata è quella del secondo, che per antonomasia ap- 
pellasi il Buono. Della vita di questo re ama il popolo di ram- 
mentare quei tratti che lo dimostrano ottimo, generoso, splendido 
principe, solo inleso al bene ed airutile del suo regno e dei sud- 
diti. Fino dagli inizj del suo governo egli stende il suo sguardo ai 
corrotti costumi, prima causa della mina degli stati , e pensa di 
mettervi un freno; onde quel bando severo contro la violazione del 
letto maritale , in cui permettesi la immediata morte dell* adultero 
e della moglie infedele: Si vìaritti^ uxnrcm in ipso actu adulte- 
ra (ieprclicndcrily Invi uxorcvi quam aduUerum occidcre iicebil, 
nulla aulcm mora prolracla (3). E il cantore popolano registra 
questo ordinamento deirottimo sovrano in una canzone, che il mon- 
tanaro vien tuttavia ripetendo con affètto : 

Tràsinu li galeri *ntra Palermu, 
E porta porta vannu vilianna: 
Ora eh* è 'ncurunatu re Gugghiermu 
Pri li donni iofidih ha fatta un bannu; 

(1) Lasdu, in Ribera, per laidu; brullo. Ji\ iu, io. 

(2) Sbignu, scappo a precipizio. II canlo è di Ribera. 

(3) Vedi le Constitut. Siciliae,\ìh. Ili, Ut. 81, (num. XXXI De violalione 
Ihori, § 2, delle edite dal Merkel). Il nostro illustre La Lumia ribatte Tidea 
del detto editore, che attribuisce qui'ste Costituzioni (che sarebbero le se- 
conde) a Guglielmo il Malo , e le restituisce con ragione a Guglielmo U 
Buono, 

Vedi il suo bel lavoro sopra citalo La Sicilia sotto Guglielmo il Buono, 
cap. IV, e Appendice. 



PTBI CAIVTI POPOLARI SICILIANI 143 

Voli ca ogni amanti stassi ferma. 
Guai a cu' 'an attenni a sti cumanni 1 
Donni infidiii, di lu re Gugghierma 
Morti e galera amminazza lu bannu (1). 

Se ci facciamo a considerare questi otto versi, noi vediamo an- 
zitutto come nel terzo si accenni alla recente incoronazione del re, 
alla quale segue tosto il bando conti o le adultere; ma la storia ci 
dice frattanto che Gu^'lielmo li fu incoronalo alPetà di dodici an- 
ni, sceso appena il padre nel sepolcro, e non assunse il governo 
che sci anni dopo, cioè quando fìni la minorità sua; e solo allora 
potè seriamente rivolgere Tattenzione air ordinamento interno del 
suo regno. Onde io reputo, che nel terzo verso di questa canzona 
debba intendersi, non che Guglielmo abbia emesso quel bando ap- 
pena incoronato, ma appena che cominciò ad esercitare in fatto e 
diritto il potere che gli veniva dalla sua coronazione. E questa idea 
pare che venga sorretta eziandio da ciò cho si accenna nel verso 1** 
e 2®, cioè: che le galere entrano nel porlo di Palermo e quasi con 
pompa trionfale veleggiano, aggirandosi pel porto medesimo. io 
m* inganno, o quelle galero stanno ad indicare la potenza maritti- 
ma del buon re, che certo non Tacquistò negli anni della reggenza 
della madre Margherita, ma quando, libero padrone di sé, coglieva 
allori e rinomanza a Costantinopoli, a Marocco ed a Tiro. E a che 
scopo il poeta \i entra a cantare ricordandovi le galere del porto, 
per conchiudere col bando contro Tadullcrio? Egli non altro ha vo- 
luto additare coi primi due versi che la possanza del giovine so- 
vrano, la possanza anche sul mare, che può sorgere e stabilmente 
mantenersi solo quando la possanza e la stabililà del ^o>erno in- 
terno è assicurato: e quindi il concetto intero della canzona ed il 
lejrunie che raccoglie le idee tutte in essa espresse non altro è che 
il seguente; « il nostro nuovo re, potente e glorioso per terra e 
per mare, ha emesso questo bando contro le mogli infedeli: guai 
a colui che non obbedisse ai comandi di chi può farli rispettare a 
ogni modo! » E per conchiudere sui canlo in esame, facciamo no- 
tare come sia dello che le galee entrano {Iràsinii) in porlo, e con 
ciò vuoisi alludere forse a qualcuna delle spedizioni maritlime che 
le galee avevano gloriosamente compite, onde si tornavano coi tro- 
fei alla capitale del regno. La espressione, poi, eh' è usata nel 

(i) Di Capaci: presso il Vigo, XXIV, 66. 



144 LÀ STOMA 

testo è : Irósinu 'nlra Palermv; espressione che ha più importanza 
storica di quel che potesse credersi a bella prima: perocché col 
dire che quelle navi s'inoltravano dentro Palermo, ci richiama la 
topografìa della città al secolo decimo, ed il porto che internavasi 
proprio dentro ad essa fin dai tempi anlichissimi, onde il nome di 
Panormo (tutlo porto) trasse l'origine. Oggidì, e il porto e la città 
mutarono aspetto; ma lo studioso degli «intichi può anche oggidì 
riconoscere mutato in popoloso quartiere V antico porto, per il quale 
scorrevano pomposamente le galee di Guglielmo. 

Ancora più popolare e più caro è presso il popolo il nome del 
buon re per una di quelle glorie nazionali che tanto inorgogli- 
scono , per il famoso tempio e monastero di Monreale , miracolo 
di ricchezza e potenza artistica, sorto verso il 1172 per opera ap- 
punto del secondo Guglielmo. Narra la popolare leggenda che un 
giorno il re e stanco d' incalzare le fiere nel parco, prostendevasi 
« e addormentavasi ai piedi d'un frondoso carrubo : allora la Ma- 
a donna gli appariva nel sonno soave e benigna, additandogli na- 
a scoste colà le paterne ricchezze e imponendogli d'impiegarle in 
K onore di lei e in disgravio dei sudditi; Guglielmo, desto appena, 
e chiamava marraiuoli a scavar sotto Talbero : la visione fu trovata 
« verissima, e tantosto dato mano alla fabbrica (1) n. Sorse a mano 
a mano la città di Monte lieale attorno al maraviglioso tempio, che 
con entusiastica ammirazione è celebrato nei canti tradizionali di tutta 
Sicilia. Ecco qui una canzona raccolta in San (liuseppe dei Mor- 
tilli , dove il tempio è dichiarato opera celesta, fatto dagli angioli 
por mandato della Madre di Dio: 

* Biniditiu lu mastra chi la ficì 
Lu 'niperaturi chi la fici fari (2)1 
Di quanfè riccu 'un si canta e 'un si dici (3), 
Nun c'è ora, né argenlu, né dinari (4): 



(1) La Lumia, op. clt., cap. IV, § VI. Di questa leggenda tradizionale 
ho raccolto due lezioni, che si leggeranno nei Conti promessi dal Pitrè. 

(2] A indicare tutta la grandezza di Guglielmo parve piccola cosa al po- 
polo il titolo di re, e lo appellò imperatore. Anche nella leggenda sopra 
ricordala chiamasi imperatore. Nel 1" e 2» verso souintendi il soggetto che 
è Madrice. 

(3) 'Un si cunta e 'un si dici, non può dirsi a parole. 

(4) Cioè non c'è oro, o argento, o altro danaro che basterebbe per coni- 
prarlo. 



UBI CANTI POrOLAM SICILIANI 14S 

Maria, eh*è di li celi 'mperatrici, 
Dissi : La trono meu mi voglia fari : 
L*aDgili manna a lari *na Matrici, 
E flrmara la vola a Marriali. 

Altrove, in canti d'amore lo amante per onorare condegnamente 
di splendida abitazione la sua fanciulla dal fino viso, vorrebbe farle 
un palazzo di marmi e oro come il Duomo monreaicse: 

* Varria lari un palazza roarmarina 
D*oni, d'argenta e petri priziasi, 
Coma chi a Marriali la facina (i) 

Ddu granai Re ca ddi mastri *ncìgnasi; 
Tattu *ntaoma cci metta li carlini 
Di damilia calari graziasi; 
Qaanna cci spanta pò* ssa visu fina, 
Bedda» aromirana tatti rispittasi (2). 

E in altra canzona ancora l' innamorato giovane vorrebbe chia- 
mare i mastri dell' oro che in Monreale seppero ergere opera sì 
stupenda : 

E poi chiaroari a li mastri di Torà, 
Chiddi chi fabbricaru a Marriali (3). 

In alcuni versi religiosi, finalmente, si dichiarano due soli i Tempj 
(legni di accogliere il Gran Dio, Maria ed i Santi, quel di Monreale 
primo, quel di S. Pietro in Roma secondo.** 

* La Gran Dia e Maria cu li Santi, 
Da* ciesii sali ad iddi digni sunna; 
Ristara dai, e nun vanna cchiù avanti (4), 
Marriali prima e San Petra secunnu (5). 

Nulla abbiamo nelle tradizioni del popolo nostro, che ci ricordi 
la parte attivissima presa dal giovine re in quella impresa gloriosa 



(i) Focftitt, fecero. 

(2) Canzona raccolta in Camporeale. 

(3) Canz. di Motta di Francavilla, presso il Vigo, VII, i3. 

(i) iVtm vannu cdùHk avanti, non cresceranno più, resteranno sempre due. 
(5) Da una leggenda sacra raccolta in Balestrate. 

Arch. Sior* Sic., anno L 19 



146 LA STOMA 

ed emìnenlemonte italiana della lega lombarda contro a Federico 
Barbarossa: ma della prosperità e grandezza del suo regno, delle 
sue magnificenze, de' suoi meravigliosi giardini, tante storielle e 
tradizioni pur tuttavia si ripetono. Ho ccnnato innanzi al palazzo 
della Cuba: ma questa splendida residenza reale, che sorse con 
Tarte e gli adornamenti degli Arabi, fu invero opera del secondo 
Guglielmo; e la iscrizione cufica rilevata in una larga fascia, che 
tutta in giro corona la sommità deiredificio con la data del 1182, 
suona così: a Fissa qui la tua attenzione, fermati e guarda! Tu 
vedrai una magione magnifica, del migliore dei monarchi, Gugliel- 
mo II... Nissun castello può esser degno di lui... A lui vcggonsi so- 
vente ritornare coloro che invocano la sua generosit*^ (1) ». Ed è 
senza dubbio alla Cuba ed ai suoi giardini che, ai tempi del buon 
re, riferiscesi il canto seguente : 

— Vnrria sapiri, unn*&biti lu *nyemu 
Pri stari frisculidda *nlra la stali ? 

— Sugnu *ntra li jardina di Palermu, 
'NU'a lu palazza di so M^istati; 

E cu* mi vattiau fa re Gaggbierma, 
Ch'è *ncaranata di tatti tri slati (2). 

Quest'ultimo verso accenna al triplice dominio di Gugliemo su la 
Sicilia, sul Ducato di Puglia e sul Principato di Capua, da' quali 
s'intitolava ne* suo'^ atti: ed è per questo che ho preferito questa 
lezione del canto, abbenchè di soli sei versi, a quell'altra di otto 
che suona in questa maniera: 

— Vurria sapiri unni stati tu 'nverna, 
Ca siti frisculidda 'atra la stati ? 

— Sugna 'atra lì jardina di Palermu, 
'NU*a la palazza di so Majstati , 
Unni si vattiò la re Cugghiermu, 
Unni si crisimàvanu li Fati: 

Lu 'nvernu a mia mi passa coinu 'nvernu. 
La stali a vai, figghiuzzu, coma slati (3). 



(1) Traduz. di Michele Amari : vedi la sua LelUra al signor di Lonffper- 
rier suirorigine del palazzo della Cuba. 
^ (2) Di Catania, presso il Vigo, XH, 65. 

(3) Canto popolare di auro. 33 (cap. I) nella Raccolta mia. 



HBI CAim P0P9L4M SICILIANI 141 

E degno di attenzione come questo canto, forse da* marinai liguri 
e toscani, con cui l'isola nostra aveva aque* tempi esteso commer- 
cio, fosse stato trapiantato in Liguria e Toscana, popolarizzando 
anche ivi la fama de' pomati deliziosi giardini, che facevano bell'or- 
namento alla parte occidentale della capitale del regno siciliano. 
Il canto ligure è questo: 

Dond' i sèi s'teta, Rdsa^ ques't' invernu, 
Cb* i n'an sé! tanta fresca e calurita? 
N*an san s'téia a la giardm de Palerma, 
Dond' u fioriscia* le rose d'inverna (i). 

Come bene si scorge, i versi hanno subito fuori Sicilia una tra- 
sformazione: a Rossiglione cantansi ugualmente; ma in Toscana af- 
fatto tramutati, prendono una tinta del tutto locale, sostituendo ai 
giardini di Palermo qoelli dell'Elmo, bella campagna del Cortonese: 

Dove sei stato, o giovenin, d'Inverno, 
Che bianco e rosso siete sall'eslate? 
Sei stato sul gìardin di là dall'Elmo, 
Dove son quelle viole imbalsamate (2). 

L'ornamento della dottrina e delle lettere non dovea mancare a 
mettere maggiormente in fama la corte del buon Guglielmo , che 
avea ricevuto una compita educazione letteraria dal celebre Gual- 
tiero Offiimill, quello che poi, fatto arcivescovo di Palermo, innal- 
zava la famosa Cattedrale che guasta in parte, pur ci riempie di am- 
mirazione oggidì. Gli scienziati, i dotti, i poeti, trovavano e protezio- 
ne, e donativi, e carezze presso la corte di Guglielmo II, che nel farsi 
mecenate delle lettere segui e avanzò le tradizioni dclKavo Rugiero, 
presso il quale il Troverò Roberto du Bec Crispin trovò « canti e suo- 
ni, e qui un'arpa, Il un'nltro strumento n (3). Il Bull, autorevole co- 
mentatore di Dante e suo contemporaneo, cosi di Guglielmo il buono 
lasciava scritto nel cemento suo : a Guglielmo fue un huomo justo 



(i) Edito dal Marcoaldi ne' suoi Canti popol. ined. umbri, liguri, piceni, 
piemontesi, latini. 

(2) Edito dal Tigri nei suoi Canti popolari toscani, 

(3) V. Emiliani Giudici, Storia della letter. italiana, voi. 1, lez. L — La 
Lumia, op cit. cap. IV. 



US tA fTomu 

f et ragionevole. Costui era libéralissimo. Non era cafaliere né di 
f altra conditione homo che fosse in sua corte, o che passasse per 
f quella contrada, che da lui non fosse proceduto, et era lo dono 
t proportionato a sua vertude... In essa corte si trofava d* ogni 
f perfetione gente. Quivi erano li buoni dicitori in rima, e quivi 
« erano li excellentissimi cantatori, e quivi erano persone di ogni 
I sollazzo che si può pensare vertudioso et honesto n (1). E luo- 
ghi di riunione a questi diletti, a questi convegni letterari erano 
appunto i palagi di Cuba e di Zisa, coi loro giardini e laghetti; e 
fu allora che vennero in fama i Siciliani, e la lingua diventa, nobile; 
nacque allora certamente queiruso dei notturni d'amore, che poi 
tanto furono estesi presso la corte dell' imperator Federico e dei 
suoi Agli Enzo e Manfiredi; e allora certo furon anche cominciate 
a tener in onore le popolari canzone, che indi si resero celebri 
col nome di siciliane (2). Un'infinito numero de' nostri canti parla 
di notturni e di feste poetiche; molti di essi rimonteranno senza 
dubbio a quell'epoca memoranda, tramandati di padre in figlio : ma 
nessuno io ne trovo che accenni alla corte di re Guglielmo o ai 
luoghi dove sollazzevoli convegni tenevansi. Io torno a ripeterlo an- 
cora qui, noi siamo giunti assai tardi a raccogliere le tradizionali 
memorie del popolo; noi siamo giunti quando l'avvicendarsi di tanti 
secoli e di tante fortune ha cancellato dalla mente della sicula po- 
polazione le più vetuste memorie. 

Morto ai 18 novembre 1189 Guglielmo il buono, a trentasei anni 
di età, e dopo ventiquattro di regno non ancora compiuti. Ai pianto 
con sincere e calde lagrime dall'Isola intera, che la sua virtù rico- 
nosceva e pregiava sopratutto, a Passando traverso cosi varie vicen- 
c de, il popolo dovea col pensiero ricorrere a' tempi di lui con 
« perpetua e inestinguibile invidia: i susseguenti governi non po- 
I terono fargli lusinga e allettativa più grata che promettere gli usi 
e e le osservanze d' allora ; quel nome restava quasi un mito per 
« la monarchia di Sicilia: Guglielmo li fu in Sicilia ciò che più tardi 
e il Bearnese in Francia. Una tradizione per sette secoli trasmessa 
e costante nelle più modeste capanne dei contadini dell'isola mmi 



(f) Bali, Cimento inedito sopra la Divina Commedia, presso Tiraboadii, 
Storia della letteratura italiana, lìb. Ili, cap. HI, tomo IV. 

(2) In Malespinisi legge: e C preso il leuto in mano incomiadò a sonare 
e canure leggiadramente diverse bellissime Siciliane >. 



IfBI CANTI PdPOLABI SICILIANI 149 

f è sema pregio dinanzi alla storia , ohe, guardando a quella età 
• e a quel monarca, trova pure a consolarsi e commuoversi anche 
t essa. Tro?a in Sicilia raccolto e fiorente quanto nel XI ( secolo 
fi potea formare l'orgoglio e la felicità di uno Stato. Trova la Sicilia 
I alla testa di quel maraviglioso incivilimento italiano che si svol- 
I geva ad illuminare e rigenerare Ffiuropa: e in Guglielmo ricono- 
« sce quei tratti che possono rendere cara la persona d*un privato 
1 e d*un principe, quelli per cui ebbe enfaticamente a celebrarsi 
e senza pari nel numdo, splendido in tiUle le sue ose, ornalo 
f d*ogni grazia e bella, valoroso, savio, possente, Vesempio de* re, 
t lo specchio de Romani, Vonore de' cavalieri, la speranza degli 
t amici, il lerror dei nemici, la vita de* sudditi, il sosle(jno dei 
CI miseri^ la salute dei pellegrini, il conforto degli afJliUi (Ric- 
t cardo da San Germano) » (1). 

Tancredi conte di Lecce, Rugiero HI, Guglielmo HI ed Enrico TI, 
che brevi anni Tun dopo Taltro occuparono il soglio di Guglielmo II, 
non lasciaron vestigio di sé presso il popolo : e l'ultimo, Enrico YI, 
uomo severo e crudele, che furò e mandò in Germania il tesoro 
da tanti anni raccolto da' re Normanni e s'ebbe il regno col tradi- 
mento; fu quello che portò fra noi la cnsa degli Hobenstaufcn duchi 
di Svevia; e ì suoi tre anni di funesta dominazione si delinearono 
cogli odiosi caratteri di estranea conquista ed efferata tirannide. Sfa 
ei dava nascimento a Federico II imperatore, (1194-1250) a quel prin- 
cipe magnanimo di forte braccio e più forte ingegno, che nato in Italia 
e di madre italiana, seppe essere italiano e dar lustro e potenza alla 
Penisola nostra. 

Ha la sapienza, la potenza, le perpetue lotte di questo impera- 
tore e del figlio ManCredi coi romani pontefici e le scomuniche da 
questi ultimi lanciate nel regno, non hanno pia vita nella mente 
del popolo siciliano. Resta una pallida reminiscenza de* notturni 
d'amore e della dotta e galante Corte che cantava strambotli e can- 
zuni co' Principi; un accenno soltanto alla parte che l'imperator 
vi pigliava, pronunziando il suo parere su la bellezza delle fanciulle 
che la allegra e gentile brigata veniva corteggiando. Infatti, mentre 
in una canzona si tiene in gran conto un suo giudizio su la bella 
siciliana: 

La dissi Fidiricu 'mperaturi: 

e SI piccatu nun ha*, un'àncila pari (2) » ; 

(i) U Lumia, Op. ciu cip. VI, § VI. 

(2) Da canz. di Santa Ninfa, presso Pitrè, Studi di poesia ^op., pag. iO. 



Ì5Ò LA STORIA 

in altra canzona, ch*è proprio una serenata amorosa, si inTila la 
bella medesima ad afTaccìarsi, per godere delfonore che l'impera- 
tore Federico tributa alla formosità sua, venendola a vedere: 

* tu chi dormi 'nira ssa letta nica, 

tu chi dormi 'ntra un letta di ciari, 

Affaccia, chi la cori m'allammicut 

E tu ca dormi, e nan senti datari t 

Affaccia, bedda, quanta ti la dica, 

Mazzetta di galófari d*odari, 

Pura la 'mperaturi Fidiricu 

*Ncagna airàlita tò, ciamma d*amari (i) »l 

Né Enzo, nò Manfredi, né Pier delle Vigne compaiono nella poe- 
sia popolare: lo stesso Federico non so che venga rammentato amore- 
volmente altre volte. Le feste, i giochi, i divertimenti, le pompe, i pia- 
ceri di simil fatta, cadono facilmente dalla memoria col volger degli an- 
ni vi restano come lontana e sfumata immagine di sogni o di vi- 
sioni: ma ciò che nel cuore delle popolazioni resta indelebile, n 
<^aratteri di diamante, é lo spietato governo, sono i delitti inumani 
e incredìbili, a E* ci fu una volta un Imperatore fra noi (ti ripe- 
terà, quando cada in taglio, qualche popolano), il quale si pigliava 
il barbaro diletto di propagginare la povera gente « ! E la propag- 
ginava per davvero, sai Lo dice perfino la canzona: 

* Diceroa la rasàriu a TArmi Santi, 
Ca si fanna parpànii di la genti; 
La 'Mperaturi s*ha livatu a tanti, 
Sta morìri a sappila ch*è dulenti (2)1 

Queste cose il popolo ti ripete; e spesso e* le fa seguire dalla 
chiosa seguente: a Chi fa le angherie, i soprusi e i delitti, se li 
scorda presto, fidando nella sua propotenza; ma chi li riceve, non 
li scorda mai, non mai! perché se li vede sempre innanzi, come 
un taglio che gli sfregia la gota ». — Altra volta ti avrà ferito To- 
recchio questo proverbio: Tri lìonniy chi mali cci awinnil E se 
ne chiedi il comento, ne otterrai la risposta : « Furono tre Dame 



(i) Canzona di Palermo. La debbo al mio arnica 6. Lombardo. 
(2) Da canzona di Alcamo. 



UBI CANTI POPOLARI SICILIANI 151 

di Napoli, che an Imperatore fece sepellir vive sotto il palazzo reale 
di Palermo ». Il fatto, ch*è veramente si feroce ed orribile da far 
dubitare della sua veridicità, è vero, verissimo pur troppo. Fede- 
rico li, vedendo che Teobaldo, Francesco e Guglielmo della nobile 
famiglia Sanseverino dì Napoli erano passati dal suo partilo a quello 
di papa Gregorio IX, li fé* arrestare e bruciar vivi nel marzo del 
i243: e non sazio ancora di vendetta, volle sfogar la sua rabbia 
sulle innocenti loro mogli , che arrestate insieme ai piccoli figli, 
condusse in Palermo e rinserrò nelle carceri sotterranee del regio 
palazzo per farvelo perire d* inedia. Nessuno più vide queste Dame, 
nessuno più n*ebbe sentore; donde nacque tosto il motto prover- 
biale appo il popolo : Tri donni y chi mali cci (wvinni! cioè: Delle 
tre donne che se n* è fatto? che n' è avvenuto (1)? Nel 15*50, ri- 
storandosi dal vicerò Vega il real palazzo, fu buttata al suolo Tan- 
tica torre rossa, sotto alla quale stavano appunto le prigioni; e fu 
allora che gli operai, scavando, rinvennero i cadaveri delle sopra- 
dette tre Dame , quasi niente putrefatti , con le vesti intere e le 
cuffie di seta , secondo la testimonianza dello storico contempora- 
neo Fazzello, che forse coi propri occhi le vide (2). 

Ricomparisce nelle Gabe popolari il crudele animo del potente 
imperatore, che perfino ci viene dipinto burbero di aspetto e con 
occhio sanguigno di Jena; nessuna sua gentilezza è notala, e la cat- 
tiva fama, che ha sopravanzato di gran lunga la buona, è più diffusa, 
è più stabilmente radicata nella memoria del popolo. Il novellatore 
popolare assegna air anima sua un posto ncIT inferno, inconsape- 
>olc che anche il ghibellino Dante la confinò tra gli eresiarchi di 
Dite. Gravissima lezione ai dominatori dei popoli, quando oscurano 
coi tratti di fiera tirannide le loro prodezze e magnanìmitsi, e non 
sanno acquistarsi l'amore delle popolazioni a loro affidate. 

(continua) 

Salvatore Salomonk-Marino 



(1) Claudio Mario Arezzo, De silu SicHiaef presso il Caruso, pag. 7. 

(2) Fazzello, HisL Sic, Dee. II, lib. 8, cap. 2. — Cav. Gaspare Palermo, 
Guida di Palermo, giornata terza.— Schiavo, Memorie per servire alla storia 
letteraria di Sicilia, voi. II, pag. t6 e 27. Questi e molti altri scrittori di 
Sicilia ricordano il fatto e il proverbio che ne nacque e si ripete tutta- 
via ai di nostri. 



DEL VERO SITO DELLA VETUSTA SIFONIA 



BICKBCHI 



DI A. HOUI E E.. W1€M 



Onorandi Colleghi 

Siciliano, e acceso di amore per I* isola gloriosa 9 mi si allegra 
il cuore ed empie di riconoscenza per gli stranieri, i quali ne il- 
lustrano la storia i monumenti. Non ultimo Ara costoro è il pro- 
fessor Adolfo Holm, doli* intera Sicilia celebrato ed amalo. 

L*avcr egli tralocalo dal Capo dei Molini a quello di Santa Croce 
la vetusta Sifonia, mi obbligò a chiedergli schiarimenti e sommet- 
tergli i miei dubbii ; fu quindi Ara di noi un amichevole ricàmbio 
di osservazioni, nelle quali l'illustre Professore ha mostrato come 
in lui la sapienza pareggi la cortesia. 

Oramai la discussione sembra esaurita, e THolm manifesta il de- 
siderio di veder evulgata una Monografia al proposito. E onde pia 
non ripulluli il vecchio piato, che originossi in Germania, ove con- 
fido avrà termine, estimo dicevole stampare il nostro carteggio, e 
indirizzarlo a cotesto Areopago archeologico in segno di omaggio e 
di grazie per avermi chiamato immeritamente a corrispondergli. 

Aci la prima gennaro 1813. 

L. Vigo 

Air Istituto archeologico Prussiano — Berlino. 



DBL VBmO SITO DBLLA VETUSTA SlfONIA 1S8 

lielteni 1*. — Wìgm me Wimìm 

Aci i"" aprile 1812. 
Onorevole e riverito Signore 

Ho letto la di lei Geografia dcirantica Sicilia: ò breve, ma v' è 
molto, in tenui Inbor; mi auguro yorrà ampliarla a conforto degli 
studiosi. 

Siccome Ella discorda da me in quanto al sito di Sifonia, senza 
né orgoglio né Umiditi^, le invio l'ultimo mio dettato al proposilo (1): 
da quel giorno non si è mosso, più dubbio. Mi Farà grazia farmi 
conoscere il di Lei parere dopo aver letto l'acclusa memorietta, e, 
se sono in errore, additarmi ove sia. 

Colgo qucsUì occasione a significarle, come siciliano, la mia gra- 
titudine al sapiente , che ha mostrato solido amore a s questa mia 
patria dolcissima. 

Con ogni considerazione ho Tonore e il piacere di dichiararmi 

Divot. L. Vigo 
Al Signor Adolfo Holm — Lubecca. 



Lettera !•. -.- HoIm a Vlfa 

Nobile e riverito Signore I 

Ho ricevuto, alcuni giorni sono, la lettera che Ella mi ha scritta; 
e nella quale Ella m' invita a leggere lo scritto, che l'accompagna, 
a farle conoscere il mio parere sopra il sito di Sifonia, e, se Ella 
fosse in errore, a additarle ove sìa. Devo dire, che 1* invito, venuto 
dalla parte d'un uomo cosi celebre, come lo é la S. V., m* onora 
più che non saprei dire; ma devo nello stesso tempo confessare, che 
non mi sento capace di rispondere alla troppo benevola sua aspet- 
tazione. Sono lontano dalla pretensione di poter decidere, se Ella 

(1) Dell'origine e sito della vetusta Sifonia, esame archeologico di L. Vigo. 
Palermo, Reale stamperia 1847. Inserito nel Giornale La Falce numeri 55, 
56 e 57. 

Arch. Star. Sic., anno L 20 



15( DBL TBRO SITO 

sia ncirerrore e dove lo sia. Posso soltanto, se Elia lo permette, 
darle in poche parole le ragioni che mi mossero a mettere Sifo- 
nia laddove è oggi Agosla. Le mie ragioni Turono lo seguenti : Il 
Dott. Giulio Schubring nello scritto che ha il titolo: Unwandcrung 
des Hegarischcn Meerbusens; Zeitschrifìs Hir Allgcmcine Erdkunde, 
Newe Folge, pag. 4-G3, dice, che il piccolo seno di mare tra Agosla ed 
il capo S. Croce si chiama oggi ancora seno Sifonico presso la gente 
del paese, ed aggiunge: a ciò non è erudizione, ma tradizione d. Il 
Dott. Schubring ha visitato egli stesso queste contrade. iMa quello 
che mi pare essere una prova migliore ancora, sì è che nel 12® se- 
colo, Edrisi, nella descrizione delle coste della Sicilia, fa menzio- 
ne, alla distanza di i4 miglia da Siracusa, e di G del Capo El Sa- 
Uba (della Croce) d*un luogo chiamato Iksiri\ ( Là ,. ; , » > ^ t ) (Amari 
Bibl. ArabO'Sicula, p. 69). Ciò non può essere che Xifonia, Iksl- 
fu, ed il sito di que^t* Ikslfù dev'essere presso a poco Todierna Ago- 
sla. Vista questa circostanza, si deve, secondo la mia opinione, cer- 
care un mezzo di spiegare il luogo di Diodoro (lib. XXIU) illustrato 
così bene dalla S. V. in un modo , che lo faccia concordare col 
passo deirEdrisi. Diremo forse che Diodoro non dicendo nel porto 
di IHegara essere stati dei legni Romani, bisogna supporre che fos- 
sero altrove, i Komani non credendo necessario proteggere tutte 
le città prese per delle armate navali, ovvero non avendo un nu- 
mero bastante di legni; diremo anche che Annibale, per portar soc- 
corso ai Siracusani, sarebbe forse restato troppo lontano da que- 
sta cittù, se avesse sbarcato le sue truppe al Capo dei Molini — e 
cosi troveremo delle ragioni per {spiegare Diodoro nel senso voluto! 

Ecco, illustre e riverito Signore, ciò che io avevo da dire. È poco, 
ed Ella ne stringerà le spalle. Ma che dirò? Il passo dell* Edrisi, 
la cui conoscenza, del resto, devo air illustre Amari, mi pare in- 
contrastabile^ 

Insieme con questa lettera Le rimando il Suo scritto, e mi con- 
fesso lieto di aver avuto conoscenza d*un lavoro cosi dotto, rendendo 
le dovute gnizie alla Sua bontà. 

Colgo questa occasione per ringraziarla caldamente, o nobile e 
riverito Signore, delle benevole espressioni che per me contiene la 
Sua lettera, ed ho Tonore di dichiararmi 

Lubecca, 22 aprile 1872. 

Della S. V. Devmo. ammiratore 
Adolfo Houi 



DBLLA VBTD8TA SIFONI! 155 

lettera S*. » Vlf« me Holai 

Aci, 1.) luglio 1^1^. 
HiverUo Signore 

In risposta alla di Lei lettera del 22 aprile trascorso a malincuore 
ripicchio il vecchio argomento del vero sito del promontorio Sifo- 
nio, e della città da esso denominata. Quando evuigai le Hfemorio 
ili Aci (I), e tentai sodisfare, per quanto era in me, a* dubbii del 
Gemmeilaro e di altri insigni dotti della bella Catania ; e meglio 
con la discussione archeologica diretta al Natale, eslimai non sa- 
rebbero ripullulali ulteriori scrupoli o illusioni. Difatti Gemmeila- 
ro, Natale e i loro seguaci, accolsero i miei ragionamenti, e si tac- 
quero: anzi Tultimo nominato, il più acuto e gagliardo mio conlra- 
dittore, nel 1848 mi dichiarò nulla avere a rispondermi (2). Sicilia 
mi Fece eco, e quindi Palmeri, Spala, Serradifalco (3) e i susseguenti 
storici furono meco concordi. Or dopo circa un trentennio, ina- 
spettatamente si rivivifica la lite sepolta. Ed ove? In Germania, Il 
dove Filippo Cluverio ne accese la prima scintilla nel 1619. 

L'urbanità di Lei pareggia il merito, che La predistingue; non posso 
pertanto trascorrere quant'Ella mi partecipa al proposito con la sua 
succennata. La di Lei autorità altronde è grave , e degna di osse- 
quio; la disamina però è complessa, non può guardarsi da un solo 
aspetto, né si può molto scindere l'erudizione dalla tradizione da 
cui deriva; perciò mi è debito sottometterle le mie osservazioni, ma 
quanto più laconicamente mi sarà dato. 

La quistione dapprima era triplice, cioè deiroriginc, deiretà, del 
silo di Sifonia, perchè Cluverio dichiarò ignorarne la nascita, 1 casi, 
la fine; Natale la suppose preesistente ai greci, e perciò sicula o 
sicana. E^li, che bociò tanto contro Cluverio, ne adottò la sentenza. 
Ornai si è semplificata; è convenuto essere dorica, fondata ai tempi 
di Teocle e d*Archia, circa 135 anni av. Cristo, contemporaneamente 



(1) Palermo por Lao e Roboni, 1836. 

(2) Nella Biblioteca comunale di Palermo innanzi il Canonico Gaspare 
Rossi. 

(3) Somma della Storia di Sicilia, tom. 1^ p. 235; le Antichità di Sici- 
lia ecc. Tol. I; Spata, Epiitole di Platone ecc. 



156 DEL TBRO SITO 

a Nasso, Megara, Siracusa ecc. La testimonianza di Rforo, accolta 
e validata da Strabone, alla fin fine è slata confessata. Ella discor- 
da meco unicamente pel sito, e a quanto pare, meno per Tautorità 
degli antichi, che non contrndicc, uè inforsa, di quanto per il detto 
deirEdrisi geografo arabo del secolo XII, e del Dott. Giulio Schu- 
bring dì lei connazionale e collega^ pertanto Ella traloca il promon 
torio Sifonio dal Capo del Molini a Santa droco, senza far cenno 
della città da cui è inseparabile. 

Seguo quindi il di Lei ragionamento. (Jucl promontorio, alla cui 
punta è il Faro a guida del marini, sporge in mare tra la Cala ilei 
SiUvalore per tramontana, e la Punta I:.zo per mezzogiorno. 1 Gre- 
ci lo dissero Tauro, ì Cristiani, latini e bisantini. Su la Croce; gli 
arabi El SalibUy che vai lo stesso in loro favella. La sovrapposi- 
Eione di Sifonio j la duplicità del nome, non è sostenuta da nes- 
suno, e molto meno provat^i. Aggiungo, come vedremo, clic Edrisi 
parla di un Iksifà in genere, e Schubring di bifonico /x'ccolo sono 
di mare: lo noti; nessuno di città, base, centro, essenza della qui- 
stioae. — Ciò premesso esaminiamo Edrisi, di poi Schubring, senza 
immergerci , quanto potremo , noi ginepraio della erudizione dei 
tempi ellenici , con la serenità che deve sufTulcire la severità dei 
nostri critcrii, smettendo qualsiasi anticipalo giudizio. E a rendere 
definitivo ed esauritivo questo riesame, alle citazioni a cui Ella si 
appoggia, cioè Edrisi e Schubring, io ne aggiungo altre quattro in 
di lei favore, Vita, Massa, Smyth, Ferraguto. Cosi fi»rse non sarà 
più l'acqua pesta e ripesta nel mortaio. 

Del musulmano conosco due \ersioni . quella, cioè, pubblicali 
nel 1764 in Palermo nel tom. Vili degli Opa.^co/i Siciliani in ita- 
liano, r altra del 1790 in latino dal sommo Kos. Gregorio, Itcrnn 
arabicaruvi ampia collnclin. Ho vislo la caria della Sicilia araba 
edita a Parigi nel 1839 sotto gli auspicii del Duca di Luynes: ma 
non posso giovarmi del nudo testo arabo stampalo piM!hi anni or 
sono in Gottinga per uso esclusivo degli arabisti ; altronde non è 
qui necessario. 

Ecco le due versioni : a AW isola Mesmar (Magnisi) 4 mifjlia; 
« di poi ad Accifo 4 miglia; ai h'onìonlorio Assalibc (Santa Croce) 
t 6 miglia » — ild insulam Mcsniar V/ *. P, Tum ad Xcsifu IV 
iW. P. — « Ad Pronionlorium Assaltò VI M, /' ». È da osservare 
al proposito; — 1** Che Edrisi, contro la sua abitudine» qui non di- 
nota se quello Acsifu o IkstfA sia monte, scoglio, mare, città, fiu- 
me, bosco, lago altro ; certo non è U promontorio Assalibe; -*• 



DELLA VBTVSTA 8IV0NU 151 

2* ehe giusta le sue^misure, e seguendo la spiaggia, come suole, 
TAcsifu è il Sinus Mcgaricus approssimativamente a 4 miglia dopo 
Magnisi e C prima di Santa Croce. Ciò confermano le tavole coroi* 
drografiche di Smyth (1), dì Ferragnlo (2), e viemeglio quella del 
medesimo SccrifTo pubblicata dal Luynes (3). Altronde Naiaterra» 
che lo precesse di un secolo, nomina Santa Croce, non Icsifo, in- 
vece Rcsabfilex o Beselp, e non ha vestigio di voce omonima, o al- 
quanto unisona a SiFonia in quei dintorni. Ad ogni modo il passo 
delTEdrisi è dubbio, perplesso, inesatto. ' 

Per delucidare le parole di Schubring, bisogna rifarci in dietro. 
Sino a Cluverio la cittc^ Sifonia fu al Capo dei Molini, ed essa diede 
il nome al promontorio, o lo ebbe da esso. Fu quel grande sto- 
rico ed antiquario, che male appoggiandosi al Periplo di Scilace , 
tentò mutare Tuniversalc credenza. Sino a quel giorno neppure gli 
Augustanesì, li^ti della loro romana origine, delle avite glorie di Nc- 
gara ed Ibla, non ideavano attribuirsi i ricordi della lontana Sifonia. 
Sei 12.16 r imperatore Federico descrisse e denc»minò il territorio 
dì Augusta, e in quel diploma non v*è Sifonia, né Iksifù, né altro 
di simile. 

Il primo, che vantag^nossi doli* autorità ciuveriana fu Francesco 
Vita nel tessere Tistoria della di luì patria (4). e dubìtatamente ve 
la sovraj)pose. Dico sovrappose, perche nella dedica del libro van- 
ttindo le giorie dì Augusta , enumera Mogara , Ibla , il i*orlo, che 
chiama spu) mefjarcse^ Tapso, Trotilo. e anche il fiume Pantagia, 
e tace dì Sifonia. E quando a p. 5 descrive intero il littorale e il 
bacino del porto da Santa Croce alla penisola Magnisi, non ne fa 
il menomo cenno. La posteriore lettura dell* allora recente opera 
del Cluverio, gli suscitò la memoria dello Scifazz'), dì cui diremo, 
e vi aggiunse Sifonia; ma fattosene coscii^nxa vi appose un note- 
vole forse (p. 8', e tornando a discorrerne a pag. Il, replicando 
fonrhiuse: « Io per ìi:v. non so mn/rere ht quWione, AH* inverso 



li) Piano della città o porlo di Augusta rilerato dal capitano Sinyih della 
R, Marina britannica. Napoli, R. Oflficio tipografico 1823. 

(2) Augusta di Sicilia al Parlamento italiano ecc. Catania per Pastore 1862. 

(3) Carte comparse de la Sicile moderne avec la Sicile au XII siècle, d^a- 
pres Edrisi ecc. Paris, 1859. 

(4) Ineslo storico dHla città d'Augusta negli annali dei Regi di Sicilia, di 
Francesco Vita. In Venezia nella stamperia del Gueriglio MDCLIII in 8.'' 
di pag. 98 e XIV, con tavola in rame della città sudeua. 



158 DBL VBRO 9IT0 

ragionando del porto, che fu detto megarico, scrivea: Su questo 
non vi è nessuna difflcollà. Ecco la testimonianza del Vita, il più 
fra tutti interessalo a sostenere Cluverio. 

Il Massa nel 1709 ci conservò i nomi di sedici partizioni di quel 
porto dal Capo Cuyno a Sunta Croce, tra cui la Cala dello Scifaz- 
zOy così piccola, eh* egli non avverte se sia atta a ricettare anche 
una sola barca. Questa è quella a cui allude il Vita, credendo che 
Scifazzo fosse un altro nome del promontorio Tauro. Scifazzo è peg- 
giorativo di Scifu , truogolo ; perciò non m.ii può essere monte ; 
ma invece concavità, e al più una bruita, piccola, incomoda cala, 
come la ritenne il Massa, nel fianco meri<lionaIe di quel promon- 
tòrio. Né ciò basta. Il nome di Scifu e Scifazzu non solo è dato 
a varie località lungo il Capo de' Colini, e specialmente vi è Scifu 
tra le fontane di Miucciu e di La Zia Putenza; Scifazzu alla foce 
del torrente accosto Pozzillo: e il Camilliani e lo stesso Massa lo 
trovano qua e là nella spiaggia siciliana. E ancora entro terra la 
vigna del signor Tosto a Valverde chiamasi Scifazzo. Sono perciò 
tutti Sifonie ? È slato sempre avvertito di non fidarsi a pseudo-omo- 
nimie. E qui siamo proprio al caso. 

Lo Smylh , dì cui sopra è cenno , nel 1823 intitolava Soffocina 
quel tratto di mare, che oggi il popolo e i marini chiamano Panta- 
no; e il Ferragulo lo ballezzò seno Xifonico, e chiamò il promon- 
torio adjaccnte Carrubbazzo. 

Ella dopo r indeterminato Icsifù deirEdrisi, mi oppone il seno Si- 
fonico del Doli. Giulio Schubring, secondo la (jente del paese. E 
a me sembra un equivoo di quel benemerito, se con quella dub- 
bia frase vuoIsLintendere popolo; se invece uomini istruiti, un fatto. 
Sin dair epoca di Massa , lo Schifazzo scomparve ; ma i dotti non 
più dimenticarono Cluverio. li di Lei amico e collega , a costoro, 
non a* marini, non agli abitanti della costa si rivolse di certo. Ed 
avendo egli avvicinato llegregio architetto Luciano Ferra^uto, da cui 
ebbe donato Topuscolo sopra Augusta, ove quel bacino, come sopra 
è ricordalo, è dello Xifonico, giudicò di buona fede essere questo 
il suo nome volgare, il Ferragulo per mezzo del signor Giovanni 
Bruno gii diede gli schiarimenti necessarii sulla topografia di Ne- 
gara e sulla colimpclra, di cui parlarono il Vita nel 1GS3, il Massa 
nel 1709, l'Amico nel 1757, e, a tacer d'altri, il Ferragulo nel 1802 
ap. 12 e 53 del di lui lavoro, del quale cosi bene seppe giovarsi 
lo Schubring. Ma il jnccolo seno dì mare, non è promontorio. 

A convalidare questo vero, a rettificare l'equivoco delio Schubring, 



DBLL4 VETUSTA SlFOlfU 199 

il (U ondici maggio trascorso mi portai personalmente in Augusta, 
chiesi al cav. Francesco Omodei Ruiz, ch'esercitava T ufficio di Sin- 
daco , uomini di sua piena fiducia per istudiare la spiaggia adia- 
cente al porto, dal capo di Santa Croce alla Cantara, e segnare uno 
per uno i nomi con cui il popolo d*ogni mestiere li suole abitual- 
mente e volgarmente controdislinguere. Allora il Sindaco mi affidò 
al capitano Padron Giacinto Franco, il più pratico marino di quella 
vaga città, e a due esperti marinari. 11 domani, 12 del mese, con 
la più scrupolosa diligenza percorremmo in barca da un capo al- 
Taltro la sinuosa riviera, ne notammo la nomenclatura, e quel Mu- 
nicipio mi rilasciava il certificato, che troverà in fine della presente 
lettera, ov'è consacralo che il seno sifonico di Schubring, la vera 
gente dei paese, lo chiama Pantano. E siccome tanto il Municipio, 
quanto il capitano Giacinto Franco e i suoi compagni , avrebbero 
potuto non convincere il Dott. Schubring, mi rivolsi alla Capitania 
di quel Porto, la quale riesaminato l'attestato municipale, lo trovò 
esattissimo, e lo convalidò e autenticò colla sua firma e suggello. 

11 grande bacino di Augusta è disugualmente partito dalia peni- 
sola su cui posa la città; circa V, di esso è a ponente , l'altro a 
levante, circoscritto dalla penisola e dalla spiaggia rimpetto sino alla 
Punta Capo Izzo. Lo circuisce e restringe internamente una sirte 
vasta e ondulata, per cui non è mollo profondo da poter ricevere 
lerjni grossi (1), ha due a tre metri d'acqua, vi possono approdare 
barche da caricare pietra da calce (2), è soggetto alla traversia di 
sud-est (3). Il Faro del promontorio di Santa Croce è circa due 
miglia al di là lungo la costiera marittima. 

Ciò premesso, riassumi«imo : Edrisi non determina cosa sia Ikslfù; 
per Cluverio, Vita e Lei il Sifonio è promontorio ; per Massa Sci- 
fazzo è una cala ; il popolo chiama Pantano il Porto di levante ; 
questo Pantano fu battezzato da Smyth Soffocina, da Ferraguto ^Seno 
Xt'/bnico,. Schubring lo copiò. Tre opinioni, tre località distinte e 
diverse, riluttanti, contraddittorie. 

Ecco a che sottile e labile filo si attennero coloro i quali vollero 
porre in Santa Croce il promontorio di Sifonia! Tra loro discordi, 
non seppero, e sin oggi non hanno saputo dire se era sul promon- 



(1) Perraguto, p. 9. 

(2) Lettera dello stesso, 9 giugno 1872. 

(3) Detto p. 70. 



180 DSL TIBO SITO 

torio, sul CarnAbazzo, presso le Saline del PatUatio o Porto di 
Levante, se ofe è oggi Augusta : ognuno o crea una sua personale 
ipotesi, o copia, o si pronunzia con parole cod generali, con cenni 
cosi enimmalici , da non poterli distrigare egli stesso. AirEdrisi e 
allo Schubring , su* quali Ella si appoggia « ho voluto aggiungere 
Vita, Smylh, Ferraguto, ricalco di Ciuferio, che male interpretava 
un passo scorretto di Scilace , il quale pone il Simeto al di là di 
Lentini, e chiama evidentemente sifomeèise il seno megarico-, non 
già il Pantano o il promontorio, come vuole far credere il Cluve- 
rio. Ma la città ? 5on la vedo né sulle rocche del Capo , né nelle 
acque del mare ; eppure esisteva e coniava monete. .Ciuverio non 
la nega, e la impianta ove oggi è Augusta : Xipfionia , linee urb^ 
nulla alia esse palesi quam quuo, nunc vnijo Augusta dicilur. Allo 
stesso Vita sembrò troppo arbitraria questa opinione , e sostenne 
invece essere stata fondata la sua t( rra natale da Cesare Augusto, 
e che Federico il imperatore non fece altro che ristaurarla, e rigettò 
il regalo deirellenica sua origine. 

Ella converrà meco di leggieri, dopo di quanto ho sommesso al- 
ralla di Lei intelligenza, che queste denominazioni sono prettamente 
letterarie, tanto da putire dlnchiostro, e che le pop«»lari sono quelle 
de* marini Augustanesi certificate dal Municipio e dal Comando del 
Porto. 

Esaurita questa prima parte della di Lei lettera riguardante la ira- 
dizione, occupiamoci della seconda, la erudizione a cui Ella accenna 
alla fine di essa, e almeno solo dì quanto spetta all'episodio della 
guerra punica. 

Ella vorrebbe costringere Dìodoro ad armonizzare con Cluverio, 
perciò propone supporre di non essere siali le<fni romani nel porlo 
di Megara, e che Annibale per parlar soccorso a' siracusani, sa- 
rebbe reslalo 7noUo lonlano da quella cillà se avesse sbarcalo U 
sue truppe al capo dei MoUni. Le due supposizioni sono ingegnose, 
e sempre più ammiro la di lei sagacia; ciò non pertanto noi dopo 
tanti secoli non abbiamo dritto di aggiungere nulla al detto de* clas- 
sici. Inoltre se ci gettiamo nel campo delle supposizioni , anch* io 
potrei fare le mie ali* infinito, e vi rinunzio. 

Del Diodoro ne abbiamo al proposito un breve frammento, e di 
esso dobbiamo valerci col soccorso <1i lui e degli altri storici. — 
Dopo avere i Consoli ottenuta Messina, egli dico, circuirono TEtna 
per tramontana e occidente : vinsero Adrauo, Centuripi*, Atesa, A- 
ere, Leontini , Megara ecc. , in tutto sessantasette città e castella, 



DELLA TBTIJSTÀ tlPOIVIA 161 

e con le truppe di esse andarono in Siracusa per combalter Gerone. 
Costui feggendo che i Siracusani avrebbero mal sofTerio le molestie 
di un assedio, iniziò le trallalive e conchiuse la pace. Mentre i Con- 
soli dirigevansi a Siracusa, e seguiva quest' accordo, Annibale ve- 
leggiava ad accertarsene (1). Ove? A Hegara gih vinta, e principale 
fra le 67 città occupate ? Non mai. Essa dominava all'imboccatura o 
stava a cavaliere del porto Hegarico, e il presidio e la flotta romana 
dovoano occuparla, non potendo avere i Consoli ricovero più vicino 
e comodo per oppugnare Siracusa. Ma Sifonia ? Non solo non è no- 
minata fra le 61 città soggiogate; ma si elevava non prossima, né 
lontana da' campi guerreggiati. Pertanto colà Annibale apporta; ha cer- 
tezza della pace e retrocede. Questo potea avvenire ali Elna , non 
mai a santa Croce. Che vi abbia sbarcato delle truppe, non lo leggo 
in Diodoro , e non era il caso. — Or congiungcndo quanto scris.si 
nelle lucubrazioni del 1836 e 1847, dianzi riconlate, alle quali sì 
collega e fa seguito questa lettera, mi sembra evidente essere sorta 
Sifonia sul Capo de* Molini, e non mai sulla spiaggia, che conter- 
mina il porto d*Augusta. 

Per non tornare mai più su questo quiitriduano argomento, ag- 
giungo un* ultima riflessione. iNessuno nega , e tulli convenghiamo 
essere stata Megara sino alla sua famosa colimpetra , e all' Alabo 
oggi CaiUara, entro il porto; ed essa e quel vasto bacino essere 
occupati da Komanl. Ad onta di ciò si vuole che Annibale andasse 
a chiedere ai nemici notizie della guerra; e per farlo verisimile si 
specula che 1 porli son due , cioè il grande ad occidente , il pic- 
colo ad oriente della penisola, che li partisce. Ma come si dimen- 
tica che r istmo di quella penisola dapprima è rUevcUiì dal mare 
un melro, e verso i ponti, quattro (2), ed ivi non essere largo olire 
4 metri ? Mio riverito signor Holm, chi crederà Annibale così buono ? 
Non io cerio, né Lei; gli storici lo dipingono tuli* altro. Ivi egli 
polca dirigersi unicamente o per combattere , o per rendersi pri- 
gioniero volontario di chi lo cercava a morte per mare e per terra. 
Cartagine era la prima potenza marittima del mondo antico, egli il 
più callido de' suoi capitani. Annibale non avrebbe rischialo neppure 
una saettia, una cimba esploralrice in un porto nemico; molto meno 



(1) Diodoro XXIII, 5, secondo il Vesselingio, Amsterdam 1745, per Vei- 
sleDìo. 

(2) Ferragalo, pag. 9. 

Arch. Sior. Sic, anno 1. 21 



162 DEL VBRO SITO 

una flotta carica dì Imppe da sbarco. Oso ricordarle finalmente che 
la sirte la qu<ile circonda quei seno di mare, per essere quasi a 
fior d* acquo , non potea permettere 1* approdo delle quadriremi e 
quinqueremi CarUiginesi, che pescavano molto di più di uno a tre 
metri (1); mentre all*opposto il suolo sottaqueo dal Capo dei vio- 
lini è profondo da 5 a 12 metri anche accosto alla spiaggia (2). 

Procediamo innanzi. A sgannare chicchessia, interroghiamo i te- 
stimonii imparziali de* secoli trapassati, stranieri e siciliani, ante- 
riori e posteriori a Cluverio, e cosi all*istess*ora porremo a paral- 
lelo Santa Croce e Capo Molini , per determinare se 1' antica Sito- 
nia stette su quello o su questo promontorio. La luce deve farsi. 

Pria del Cluverio gravissimi eruditi avenno disaminato la quislio- 
ne: Claudio Mario Arezio nel 1537, Tommaso Fazello nel 1558, il 
massimo Francesco Maurolico nel 1562, Giuseppe Bonfiglio nel 1604; 
e non mai idearono di porre Sifonia in Santa Croco, invece Talloga- 
rono sul Capo de' Molini. 

Cluverio nel 1619 ingenerò la duplicità. Io venero la di lui dot 
trina , non lo eslimo infallibile. Difalti , nessuno dei nostri storici 
segui la di lui opinione, se togli il Vita aiigustanese, e dubitativa- 
mente, e con un forse, come innanzi ho notato trascrivendo le <li 
lui parole. E questo è poco. Da lui apertamente dissentirono fra gli 
stranieri Goltzio, Boudrant, Rorch, Parisi, Riby, Cellario, Gourbillon, 
Sayve, Lupi, Ambrogio da Caleppio ecc., e i nostri Scasso, Car- 
nevale, Salerno, Grassi, Pirri, Valentino, Sacco, Orlandi, Ruscelli, 
Selvaggio, Serradifalco, Niccolò Palmori con altri innumeri, fra cui 
i catanosi Garneri, Amico, Grossi, Colonna e perfino queirAccade- 
mia; ma circa il 1830 si ricordarono di Cluverio i miei nobili amici 
e colleghi della bella Catania , giusto ne* battibecchi del porto al 
Capo dei Molini, e sconfessarono se medesimi. 

ISè basia. Il Massa, ad onta della Cula dolio Scifazzo da lui slesso 
nominata, oppugna Cluverio. e sostiene la ciltà ed il promontorio 
sifonio essere al Capo de' Molini. Ecco le sue parole: e Xi fonia , 
città nei fianco orianlale di Sicilia, Cluvcno dice di non avere 
ritrovato appo veruno scrittore, né chi i* avesse edificata; né per 
quanto tempo si fosse mantenuta in piedi ; né citi V avesse di- 
sfatta; giudicare nondimeno, che sopra le di lei rovine sorgesse 

(1) FerragDto e Smylh, ivi. 

{i) Carta coroidrografìr.a del littorale siciliano dal Capo di S. Andrea 
al Capo di Santa Croce, eseguita dal Prof. Giuseppe Zabra. Palermo 1835. 



DBLLÀ TBTUSTA 8IF0NIA 163 

Augusta; ma V erudito scrittore questa volta abbaglia y per la 
falsa supposizione , che il promontorio di Santa Croce , presso 
la dita di Augusta, sia il Xifonio degli antichi ; il quale è quello 
che oggi chiamano Capo dei Molini y e però quivi presso deve 
collocarsi Xifonia (1). 

Pietro Carrera, diligentissimo investigatore di antichità, nelle sto- 
rie di Catania, dopo avere studiato i luoghi, volle accertare la tra- 
dizione, e sin da 250 anni addietro così ci tramandò la di lui te- 
stimonianza, a Se in Santa Croce vi fosse slata antica abitazione^ 
a* di nostri se ne vedrebbe qualche vestigio; però non se ne ha 
sent&re alcuno: so questo perchè nelUanno 1621 trovandomi a* ser- 
vigi di D. Giovanni Branciforte, fai con esso in Augusta ove di- 
morando da febbraio, insino a maggio, e ricercando e doman^ 
dando con esquisita diligenza qualche indizio di antichità, non 
ne seppi rilrovare veruno (2). 

L*istesso autore, non contento delle osservazioni fatte in Augusta, 
volle ripeterle qui ; ed ecco come a noi le fece conoscere : o IH- 
tomo a Sifonia; nel Capo de" Colini appariscono O'jgi molli rot- 
tami di antichi edifica per tulio , e anco attorno il porto am- 
plissimi fondamenti come di Castello o Palazzo ; e già per Vepi- 
stola di Diodoro, che adducemmo, si fa menzione della torre Si- 
fonia. Fo noto, eh' io ritrovandomi nel Capo dei Molini V anno 
1622 dimandai ai villani della contrada, nella quale s'impiega- 
vano in diversi escrdzii, che cosa fosser quelle rovine, che ivi 
apparivano di abitato luogo , mi riaposero essere della città di 
Sifonia, e questo riferivano, come inteso dai vecchi)), 

11 catanese abate Amico, cento cinquant' anni or sono, cosi par- 
lava del sito di Sifonia : a Molli monumenti rimangono delVanlica 
città sino alla contrada Nizzeli, come sepolcri, ruderi di maltoni, 
frammenti di statue , vasi , lagrimaloi , lucerne. E piii d* ogni 
altro una mole ingente di pietre quadrale nel territorio Pira 
lungo la strada pubblica, che conduce al quartiere Porla, ci dà 
notizia di antica e non ignobile città, abitala un tempo, come 
è da credere, a borgale al par d'oggi (1157). Non dubito essere 
stata detta Ad dal fiume vicino, ed aver poi preso dal soggetto 
promonttrio il soprannome di Sifonia (3). 



(1) Massa, Sicilia in prospettiva ecc. Palermo 1709, parie II, p. 158. 

(2) Carrera, Memorie istoriche di Catania, lib. 2, cap. 7, p. 229. 

(3) Lessico, art Aci Sifonia. 



164 DBL VIRO SITO 

Vcngli'uanìo a* viventi. Luciano Ferraj?uto auguslanese, che chiamò 
seno Kifànico il Pantano del sopracilnto lavoro, espressamente in- 
terrogalo da me, mi rispose con lettera del 9 giugno decorso que- 
ste parole , che Ella con il criterio superiore, che tanto V onora, 
potrà ben pesare e valutare : « Nessun vestigio di antichilà si rin- 
viene sul promontorio sporgente a sud, dilatandosi ad est, sino al 
Capo di S. Croce, promontorio chiamalo presentemenleCarrubbauo)i. 

Finalmente conceda che anch*io mi presenti oculare teslìroonio 
in questo pialo. Si, io posso con ogni fede asserire che il 23 lu- 
glio 1822 essendo stato sbalzato dal mare in Augusta , ed ivi es- 
sendomi trattenuto otto giorni insieme ai signori Mariano Musmeci 
e Alfio Messina, acilani, con quanto più potei di studio e cura ri- 
cercai vestigi di antichità e nulla rinvenni ; né le persone colte del 
paese me ne seppero additare , e concorde al vero tenni la testi- 
monianza del Carrera. Avendo replicato le indagini nel maggio tra- 
scorso, nulla ottenni neppure. Nel i822 mi rivolsi principalmente 
al signor Rarresi, autore di molte tragedie, e ora a notar Francesco 
Blasco. 

Qui pervenuti, estimo dicevole ricordarci del dimentico Strabone. 
Qual dubbio può esservi sul sito della vetusta Sifoni» , quand* egli 
dopo averla visitato personalmente , scrivea queste parole ? Ore 
gli sbocchi delle acque tulle derivale d<ilVElna vanno ad appros- 
simarói alle foci, che apfireslano comodila di ricoveri, ivi ancora 
il promontorio di Sifonia; o come tradussero Guarino Veronese e 
Gregorio Trirernate con la correzione di Corrado Erosbachio , Ba- 
silea 1589 : ubi cunctorum erupliones omnium occurrunl , qui 
in ostia portuosa ex Etna delabantur, hoc sane in loco Xipho- 
niae promontoriwn est. A eradicare il sospetto che città ivi non 
fosse, soccorre Teopompo, il quale nel libro XXXIX dell* istorie di 
Filippo scrivea : i suoi abitnlori diconsi sifoniali come quei di 
Caulonia cauloniali. 

Ad onta di lutto ciò, ed io lo aveva stampato e ristampato sotto 
vari aspetti, quando dopo il 1830 fui costretto a battermi prò aria 
et focis contro una nobilissima schiera di \egliardi dell'antica rocca, 
rimase latente qualche incredulo , o vero o finto, della reale po- 
stura della città di Sifonia. Se Tunìvoco testimonio degli antichi e 
i miei deboli schiarimenti li teneano ancora perplessi , ogni titu- 
banza ci vien tolta dalla slessa città vetustissima, la quale inaspet- 
tatamente risorgendo, si toglie dai fronte il coperchio di cui i se- 
eoli l'aveano ricoperto, e ci si rivela ne* suoi grandiosi monumenti. 



DBLLA VKTUSTA SIPOlflA 105 

Uno di essi è un vasto edifizio dì presso 10,000 metri quadrati di 
superficie , ricco di preziosi cimeli , di mosaici d* ogni maniera , 
marmi e colonne, su i quali ho spedito un primo rapporto alllsti- 
tato Archeologico Prussiano, che da più anni mi ha chiamato a cor- 
rispondergli, e a cui invierò la relazione degli scavi ulteriori (1). 

Signor professore , permetta che alla tradizione, alla erudizione 
possa anche a cenni fugaci, aggiungere la presenza de* monumenti 
sifoniti. Non parlo delle quattro monete, che riferiscono e illustrano 
Afolio, Landolina, Calcagni, <ìuattani, Coller, Titi, Rasche, Benlink, 
perchè mi dirà Ella potere appartenere e ad Aci e ad Augusta. Ma 
di quale città erano e sono i vasi di ogni genere e grandezza, tra 
cui quelli ad alto rilievo e dorati, che qua e là si cavano, oltre di 
quelli scoperti nella Chiusa della Corte, una delle necropoli sifo- 
nite ? la epigrafe latina dell* acrolerio di Giulio Cesare, quella del 
sepolcro marmoreo di Glicera dal greco tradotta dal principe di Ca- 
lati? il busto in marmo attribuito n Cicerone, disotterrato nel 1730 
da Giuseppe Saporita: le teste di marmo e gli altri bassi rilievi e 
figure da me stesso rinvenute sin dal 1825 : le due statue di marmo, 
quanto il vero, vedute e descritte da* catanesi Colonna ed Arcangelo? 
le varie colonne di granito di Egitto, di cui alcune sono state traspor- 
tate in città; la grande oflìcina metallurgica con fornelli e i necessarii 
utensili escavata alla Reitana dal dottor Salvatore Basile ; il solido 
fabbricato disotterrato dairarchilelto Angelo Messa da Milano a tre 
metri sotterra; V edifizio con archeggiato posto nelle terre del ba- 
rone di Torre Amena ; Taltro per uso idraulico descritto dal prin- 
cipe di Discari nel suo viaggio archeologico di Sicilia ? Or quali e 
quanti artisti, officine, popolo, ricchezza, matura civiltà non furono 
necessarii a compiere tante e si svariate opere ? 

Che si trova di più o di meglio ove torreggiarono Erbita, Gela, 
Imera, Morganzio ecc.? Crederei non compiuta questa tenue espo- 
sizione, se non manifestassi una mia ipotesi a Lei, che ha sì bene 
fatto conoscere la pluralità delle Triquetre. Oggi, qua e là, lungo 
la periferia dell'isola, e perfino entro terra, vi hanno parecchi siti 



(i) Nel giugno il professore Cavallaro, e a 9 di questo mese la Com* 
missione di Antichità e Belle Arti vennero a esaminare personalmente 
la scoperta. Sotto gli occhi della Commissione si disoilerrò ud altro pa- 
vimento di marmi palombini, bianchi e rossi allato al musaico precedente, 
del qoale ho invialo il disegno air Istituto Prussiano. 



. ^ 



186 DSL TRIO srro 

battezzati Seifkt e Seifazzn , tre de* qaali si trovano al Capo dei 
Molini. Non potea avvenire lo stesso con i derivati di ^itp^ ensis, 
spada , di ^i<pia£ pesce spada ? E il promontorio Tauro , di poi 
appellato Saliba o della Croce, non potè esser detto, a somiglianza 
di quel de* Holini, Sifonio, per l'acuzie della sua forma? Sono essi 
consimili, a fianco 1 uno delPaltro, e tutti e due colle loro braccia 
chiudono e circoscrivono il golfo di Cnlania. Quello era decorato 
e protetto da Megnra. questo dalla città che da lui denominavasi. 
Del mio sospetto ne giudichi a di Lei libito : essendo omai incon- 
trovertibile qui essere esistita una città ragguardevole , colà non 
essersi trovato unqueniai il menomo vestigio di umana abitazione. 

E qui mi arresto, e tralascio di nolomizzareT Scilace. Ora, pregia- 
tissimo signor Professore, dopo aver Ella considerato quanto le ho 
esposto sul parallelismo di Aci con Augusta per erudizione , tra- 
dizione y monumenti e ultrasecolari testimonianze imparzialissime , 
le chiedo soltanto manirestarmi : sono essi ruderi di una greca città 
gli ossami di un cadavere disfatto e sepolto da* secoli? È innega- 
bile. — Se non si appellò Sifonia, secondo Slrabone, quale fu il suo 
nome? A di Lei bell'agio ne attendo risposta. 

Stringendo cordialmente la mano a Lei e allo Schubring. mi è grato 
ripetermi. 

Suo ammiratore divolo 
L. Vigo 



Municipio della città di Augusta — Il Sindaco del Comune — Cer- 
tifica—Che le denominazioni rilevate dal Cav. signor Lionardo Vigo 
da Aci Reale con lo aiuto del capitano mercantile Giacinto Franco 
lungo il littorale di questo Comune , dal punto detto Capo Santa 
Croce ad incontrare lo scoglio della teira, cala Giungo, punta Izzo, 
Pantano, pojo Grosso, Granalello, Salina Comunale, Aiolà, ponti 
airentrata della città, Castello, sporgenza Grazia o batteria S. Fer- 
dinando, batteria Petromasi, Sanlangelo, batteria demolita Carca- 
retta, Torre Avolos , e da questo punto partendo costeggiando la 
periferìa del porto, s* incontrano altri punti nominati Monle-Cir o 
punta San Marco, Cannizzoli, Cappuccini, San Domenico, Tre- 
dici Apostoli, Molo, Darsena, Lazzaretto, Santa Teresa, San Cìu- 
seppe. Farsa Braca, Castello, Ponli, Palma, Fontanella, Pantano 
del Demanio, Salina Retjia Corte, Costa dei Conti, Satina Pi- 
Ieri, Fiume Molinello, Satina Molinello, Punta Cugno , Fiume 



DBLLA VBTU8TA «PONI A 167 

Mareellino, Fiume Cantera e Cantera. — In omaggio della verità, 
si rilascia il presente a richiesta del CaT. signor Lionardo Vigo da 
servire per uso scientifico. — Augusta, 12 maggio 1872. — Il Sin- 
daco IT F. Omodei. — Il Segretario Comunale G. Amato. — L'uffi- 
liale di porto — R. La Placa. 

Colgo questa occasione per dire qualche sillaba sul porto d*Au- 
gusta, riserbandomi a miglior tempo di pubblicare una Memoria n 
tale oggetto. 

Non a caso Dio volle ncll*al(a sua provvidenza dotare quella spiag- 
gia di un bacino vastissimo e sicurissimo : esso è un tesoro, egli 
è vero , ma dagli uomini abbandonato. Il Ferraguto ne dimostrò 
scientificamente i pregi, e l'utilità militare ed economica, che pos- 
sono trarne il governo italiano e Tinsularc commercio. Chi non be- 
nedice quanto è st'ito fatto per i porti del continenle, e special- 
mente per quelli di Brindisi, Ancona ecc.? Ma è colpa il dimenticare 
quelli di Sicilia, e meglio quello di Augusta il più negletto fra tutti. 
Il mio studio farà conoscerne i pregi per la nautica, la guerra, il 
commercio di cabotaggio, e straniero: lamia parola san'i rivolta ai 
48 deputati siciliani, per farla valere nel Parlamento ad universo 
benefizio. 



■miteni 4* ài llolm « l'l|ro 

Egregio e riverilo Signcre! 

Mi perdoni Taver tanto tardato a rispondere alla gentilissima e 
dottissima di Lei lettera, che ricevetti essendo in viaggio a Strass- 
bourg il 28 luglio. La studiai subito colia massima attenzione, ma 
non avendo colà alcuni libri che mi parevano necessarii da con- 
sultare, dovetti difTcrire la mia risposta e correr rischio di parere 
scortese. 

Devo confessare che se avessi da rispondere alla Sua lettera con 
una lettera d*un valore scientifico uguale, sarei costretto di aspet- 
tare un altro tempo, poiché bisogna che abbia studiato molto chi 
vuol entrare in una discussione letteraria con Lei. Ma passerebbero 
de* mesi intieri prima che potessi consacrare a questo oggetto il 
tempo che vorrei. D* altra parte sento il bisogno di dirle quant(» 



168 DKL VBMO SITO 

prima quanto Le sono riconoscente di avermi comunicato tanti fatti 
interessanti ed a me sconosciuti. I.a Sua lettera resterà uno dei 
miei principali tesori letlerarii e desidererei soltanto , che i fatti 
contenuti nella slessa fossero comunicati anche al pubblico. Le ri- 
spondo dunque per dirle semplicemente e francamente quello clic 
ora penso sopra la questione da Lei cosi ben trattala. 
Ella ha provato : 

1. Che era in errore lo Schubring dicendo che la gente del paese 
chiamava seno Sifonico il seno di mare intorno alla città di Au- 
gusta. 

2. Che sul promontorio di S. Croce non sono vestigi di un'an- 
tica città. 

.3. Che ne sono molti al Capo de* Nolini. 

Ha d altra parte resta ancora Tautorità dell'Edrisi , che ci deve 
far supporre che fu chiamalo Iksìtà il seno di mare ali* occidente 
deirodierna Augusta. Ora, Iksifiì ricordando Xifo ovvero Xifon, se 
ne può conchiudere che fu chiamato così dalla vicina città Xifonia, 
che allora sarebbe da collocarsi colà dove si trova oggi Augusta. 
Questa località doveva invitare a fabbricarvi una città, e la forma 
della penisola autorizzava a darle il nome di Xifonia. 

Ora che diremo del luogo di Diodoro? Dice quest'autore : a Men- 
tre che si trattavan queste cose (la pace tra i Romani ed i Carta- 
ginesi) Annibale arrivò colla sua armata a Xifonia, per prestar aiuto 
al re, ma avendo saputo quello che si era fatto, se ne andò a. Pos- 
siamo supporre che la città di Megara era già caduta nelle mani 
de' Romani, benché ciò non si trovi detto espressamente dagli sto- 
rici antichi. Diodoro dice soltanto che 67 cìltù si sono arrese ai 
Romani, ma non ne specifica i nomi. Ma supponiamo che llegara 
fosse slata tra questo numero. Se Xifonia non era occupala finora dai 
Romani, poteva benissimo il generale Cartaginese entrare nel porlo 
di essa, così di Augusta. Annibale voleva prestar aiuto ai Siracu- 
sani. Come al Capo de' Mulini lo poteva fare? Si direbbe forse: 
se i Romani aveano li ciltà di Megara, i Cartaginesi non polevano 
entrare colla sua armata navale nel porlo di Augusta. Perchè no? 
In quest' epoca i Romani non erano ancora potenti sul mare. Se 
dunque avevano occupato la città di 31egara , ciò non poteva im- 
pedire i Cartaginesi di gettar l'ancora a un miglio di là, supposto 
sempre che la ciltà di Xìphonia-Augusta tenesse ancora per i Si- 
racusani. Ripelo che sotto questa supposizione, il modo di procedere 
d'Annibale mi pare nìollo più ragionevole che se era al Capo dei 



DBLLÀ TBTVSTÀ glFONlÀ 169 

Molini, dove, 1® non è tanto cerio di aver delle notizie degne di fede 
sopra lo slato di Siracusa, e 2"^ non gli è cosi facile prestar aiuto, 
se occorre, ai re di Siracusa. 

Ecco , mio riverito Signore , le ragioni che finora mi fanno so- 
stenere la possibilità che Xifonia sia stata l'odierna Augusta. Se vi 
fossero delle prove positive in favore del Capo de* Molini mi di- 
chiarerei vinto, ma non credo che ve ne siano. Poiché non si può 
considerare come tale l' asserziono degli abitanti, riferita dal Car- 
rera, che la città di cui si vedevano i vestigi, si chiamava Xifonia. 
Questa testimonianza è sospetta poiché esistevano da alcun tempo 
le lettere di Diodoro, opera ridicola d' un falsario del XV secolo, 
e giusto nella 21* di queste lettere si colloca Xifonia nella vici- 
nanza del Capo de' Holtni. Si sa che nel XV e nel XVI secolo si 
stimavano motto queste lettere ; si poteva dunque diffondere una 
opinione poggiata sopra l'autorità di esse. 

Ella, mio riverito Signore, mi dà molte nolizie sopra le antichità 
trovate in varie epoche al Capo de' Molini. Non vorrebbe Ella pub- 
blicarne una monografia? Sarebbe una cosa utilissima per la scien- 
za. Si direbbe che Ella ha richiamato alla vita una città che sem- 
brava morta. So che Ella ha già scritto sopra la storia di Aci Reale, 
ma da noi questo libro si trova raramente, e poi pare che dopo la 
sua pubblicazione si sono trovate molte cose interessanti. Se poi 
Ella vi aggiungesse una carta topografica, anche quelli che non pos- 
sono visitare i luoghi, si farebbero unMdea esatta del sito e del- 
l'estensione della città. 

Hi rincresce che quando fui in Sicilia , non ebbi la fortuna di 
vedere la S. V. che mi avrebbe istruito di tante cose , ma forse 
potrò andar un' altra volta in questo bel paese, ed allora Ella vorrà 
mostrarmi gli avanzi d' una città, che deve essere stata bella, ed il 
cui nome risulterà sicuramente dalle ricerche, che con un si intel- 
ligente ed erudito zelo da Lei si fanno. 

Gradisca, signor Cavaliere, Tespressione dell'alta stima colla quale 
mi rassegno 

Suo ammiratore ed amico 
Ad. Holm 

Lubeck, 6 ottobre 1872. 



Arch. Stor. Sic., anno I. 22 



Ilo DSL TUO SITO 

MjtUmrm 8«» ài Vlt# me 

Aci, 1^ del 1873, che le augura telic*. 
Riveritisrimo amtcOy 

Quantunque il nostro carteggio siasi fatto lungo , se non mono- 
tono, rispondo alla sua del 6 ottobre, con taluni chiarimenti, che 
spero siano definitivi e finali. 

Ammiro la di lei franchezza nel dichiarare aver io provato l'er- 
rore delio Schubring; la inesistenza di vestigi di antica cixth in Santa 
Croce, e di esservene molti al Capo de' Molini , come altresì del 
passo del Periplo di Scilace malconcio da' suoi copisti; passo che 
tormentò i critici della vecchia rOcca. Cosi la quistione sempre più 
si semplifica, le perplessità scompaiono, la luce si accresce. — È 
fticile proporre dubbi, diiBcile e penoso risolverli. — Quand' Ella 
lesse la mia risposta al Natale, rinunziò quasi agli argomenti clas- 
sici; oggi che quelli desunti dalla tradizione scomparvero, sembra 
ch'Elia si rifugi nel museo deirerudizione. Perdoni se con urbana 
libertà le dichiaro essere gli uni e gli altri ubbie, sofismi, errori. 
Si è brucialo troppo incenso sul tripode di Cluverio. Sonnecchiò 
sin' anco il massimo Omero! Eccomi a lei. 

Se non m'inganno, nella precedente lettera, ha ritenuto il porto 
di Augusta tale quale è di fatto, cioè un grande bacino diviso da 
una lingua di terra in due segmenti ineguali. Il piccolo a levante 
con sirti e poco fondo, da Lei detto Sifonio; il grande a ponente 
Appellato concordemente Megarico. Oggi, sembra, aver ella mutato 
la nomenclatura e la posizione de' luoghi, chiamando Sifonio il seno 
Megarico, e Iksirà, non più il Capo di Santa Croce, ma in di lui 
vece la penisola. Cosi ha trasportato la città di Sifonia da quel cu- 
spidale promontorio sulla terra ov'è Augusta, terra, che nulla ha 
di forma cuneata o di spada. 

Su questo nuovo terreno, perdoni, non mi difendo. L'ediflzio è 
rovesciato, la disamina manca di base. Dati* epoca del Cluverio, e 
se vuole da rhe è evulgata la geografia dcU'Edrisi, scritta nel se- 
colo XII, riksirà è stato il Capo di Santa Croce, che dalla Punta 
Izzo si estende a levante; e il mare tra di esso e di Augusta è stato 
chiamato Sifonio da pochi eruditi seguaci di Cluverio, e dal popolo 
Porto di Levante o Pantano. Cosi leggiamo nelle carte coroidrogra- 
flcbe dello Smyth, dei Ferraguto, e meglio in quella pubblicata dal 



DBLLÀ TBTC8TA ftif ONU 111 

duca di LuyneSy come nella mia precedente le ricordava. Che dirle, 
che risponderle su ciò? È meglio, a chi la rispetta, tacere. 

Sì; allorch'io medito la presente quisUone, da Lei risuscitata, mi 
trasporto col pensiero ai primi incunaboli di Megara e di Sifonia, 
e mi con? inco sempre più essere stato impossibile Ta? er i lor fon- 
datori edificato ifi due città. No, non potevano coesistere Tona ac- 
costo dell'altra; sarebbe stato un condominio troppo illogico, come 
dopo il 1619 divenne un ideale ircocervo archeologico. Una delle 
due avrebbe dovuto essere distrutta o assorbita dall' altra, perchè 
una sola potea e dovea rimanere padrona del porto. Furono en- 
trambe contemporaneamente fondate da pochi emigrati dorici; quindi 
inverisimilissimo che sur una spanna di suolo si appollaiassero due 
colonie senza unificarsi. E la esistenza indubbia di Megara con la 
sua colimpetra, coi suoi grandi monumenti , i di cui vasti ruderi 
tuttora esistono; di Megara, che impose il nome al porlo, lo fece 
suo e lo dominò, esclude ogni possibilità che in quel seno abbia 
potuto sorgere e coesistere Sifonia. Cosi Zanclei e Hesscni si con- 
fusero e fusero in Messina; cosi per nascere ed esistere Augusta, 
dovette prima scomparire Megara. 

Ma taluni cluveriani non cedono , ed Ella infra un miglio vor- 
rebbe collocare due popoli! E, maraviglia, appoggiavasi alla testi- 
monianza di Diodoro, ^he li condanna. Su questo ho detto di troppo; 
qui basta rettificare due equivoci e considerar bene la strategica 
posizione di Annibale. 

11 primo si è avermi Ella scritto non essersi detto espressamente 
dagli antichi storici che Megara era già stata sottomessa da' Ro- 
mani. Ha scusi, si piaccia rileggere Diodoro, e la troverà anno- 
verata espressamente tra le soggiogate, con Lentini ed Eloro; e que- 
sta non ò una supposizione com'Ella la chiama; ma un fatto evi- 
dente, innegabile. 

In secondo Ella dice : i Romani non erano ancora potenti sul mare : 
ne convengo, ma solo quando si ruppe la guerra. Noi, lo ramme- 
mori , ci occupiamo di un episodio avvenuto al termine di quella 
lotta fatale. AH* inizio di essa i Romani mancavano di quatriremi e 
quinqueremi, e solo aveano triremi, pontecontori e barche onera- 
rie; ma in quarantacinque giorni, con l'aiuto degli alleati, costrus- 
sero 220 legni di tutte dimensioni, i qtiali aggiunti alla loro an- 
tica flotta, e a quella di Taranto, solcarono il mare sicori , come 
nei classici leggiamo (1). 

(i) Plinio lib. XVI; Polibio lib. I. 



1 72 DBL TBBO SITO 

Tolti questi due equiToci, è mestieri tener presente essere stata 
Messina allo scoppio delia guerra base delle operazioni militari dei 
Consoli per estendere il romano dominio in Sicilia. Di là si elar- 
garono verso tramontana sino ad Afesa, e poi ripiegando a ponente 
deirEtna, pei dossi e le valli dei sicoli appennini, mano mano fecero 
sue le Corti di bronzo, Centuripe, Agirà, Adrano, enella planizie Leon- 
tini e Megara ecc., in tutto 67 città e castella. Così Tesercito pro- 
prio , le schiere delle vinte popolazioni, e la flotta da Messina si 
tralocarono in Megara. 

Era già valicato il primo, e correva lo scorcio dePsecondo anno 
della guerra : i Consoli da Megara avcano soggettato le ciltà attorno 
Siracusa, tra di cui sono nomin<ite espressamente Acre e Noto, tal- 
ché quella Metropoli si trovava isolata, e con i cnmpi, che la nu- 
trivano, saccheggiati e deserti. Fu allora che mossero a combatterla 
e cingerla, ma il suo popolo mal soffrendo le angustie dell* asse- 
dio. Cerone chiese ed ottenne una tregua di 25 anni. Annibale, ma 
troppo tardi, si diresse e approdò a Sifonia con truppe da sbarco, 
e ritirossi appena seppe la paco essere slata conchiusa. 

A determinare se quel grande Capitano toccò terra alPAci o al- 
r Alabo , io tolgo Annibale , e pongo Lei in lui luogo sulla tolda 
della capitana pervenuto a mezzo i promontori! di Santa Croce e 
dei Molini, con la certezza che il bacino megarese era da tempo 
gremito di legni nemici, e ali* incontro quello dei Holinl libero della 
loro presenza; conoscendo che per isharcare i bagagli, gli attrezzi 
militari, le provviste, i cavalli, gli elefanti, i soldati ecc. sarebbe 
abbisognato lunga opera e piena sicurezza, sì sarebbe Ella rivolto 
a destra o a sinistra? — Ne giudichi imparzialmente da se, eh* io 
già n* ho giudicato. — Sissignore, impossibile, inverisimilissimo, che 
Ella avesse ordinato di gettar l'ancora un miglio al di là di Me- 
gara (sono di Lei parole), ove stavano flotta e legioni ebbre di vit- 
toria, le quali forse in quel tempo rabbracciavano i prigionieri li- 
berati, e numeravano le cento cinquantamila dramme la cui mercè 
i Siracusani comperarono la pace, sacriHcando alle divinità tutrici 
di Roma tra feste, canti e corone. 

Ella Fa sospettare di poi ch*ìo voglia giovarmi delle lettere attri- 
buite a Diodoro, e forse forse di quelle diFalaride. Nò poco, né molto. 
Sin dal 1836 nella mia storia di Aci le ricordai, e feci compren- 
dere quanto le valutassi. Sono esse però un grande documento a 
dimostrare Topinione pubblica di tutta TEuropa sul sito della ve- 
tusta Sifonia, alla quale ribellossi Cluverio. Colui o coloro che le 



DBLLA VETUSTÀ SIVONIÀ 113 

produssero, ad accrescerne la Yerisimiglianza, si giovarono di ciò 
che era generalmente riconosciuto esatto dagli anliquarii. 

Pertanto nell'uno e neiraltro Epistolario troviamo essere chiamati 
i Sifoniti abiUUari deU'Eina, e la citlà posta allato gli scogli de' 
dclopt Le lettere del Diodoro comparvero nei 1470, quelle del Fa- 
laride nel 1471; e nei secoli XV, XVI e XVII furono ristampate e 
tradotte nella maggior parte delle pi& ragguardevoli città, e per- 
ciò soUanto le richiamo alla di Lei memoria (I). 

Ciò premesso, se Ella riunirà quanto io dissi nel 1836, nel 1847 
e ora ho sottoposto al di Tei giudizio, avrà bella e compiuta la Mo- 
nografia, che desidera. Mancano le figure dei monumenti antichi e 
nuovi, pochi in confronto di quelli distruUi dal tempo e dall'uomo, 
ma bastanti a dimostrare essersi elevata sul Capo dei Molini una città 
di greca origine, che Strabene testifica essere Sifonia, di cui Eforo 
determina l'origine e la fondazione, e Teopompo attestò chiamarsi 
sifoniali gli abitatori. 

E quindi la invito a visitare meco le Terme sifonite e i musai- 
ci, reliquie dei vetusti edifizii, che si vanno oramai disotterrando. 
Assiso sovr'essi, gusti un calice dei crisoliti etnei, e con la fran- 
chezza del sapiente conosca e confessi, Ella tedesco, l'errore del te- 
desco Cluverio, rigettato e conlradctlo da tutti gì' imparziali, e se- 
guito soltanto dal Vita augustanese, e da pochi altri, ch*ò genero- 
sità non nominare. 

Finalmente, secondando il di Lei autorevole desiderio affido alla 
stampa il nostro carteggio, e, come segno di osservanza, lo dirigo 
a cotesto Istituto Archeologico. Sai prala bibere. 

Mi continui la di Lei buona grazia, mi saluti lo Schubring e l'Hart- 
wig, e mi creda per sempre. 

Amico divoto 
L. Vigo 
{continua) 



(1) Questo lettere prima del Clnverio furono pubblicate in Francia, In- 
ghilterra, Germania, Italia non poche volto, tradotte nelle lingne di quelle 
nuioni, e i passi riguardanti Sifonia da nessuno nelle apposte annotazioni 
furono contradeui. 



PROCR880 DI VRLLOIVIJI 



CONTRO FRUTE SIMONE DEL POZZO 



VESCOVO DI CATANIA 



(1S92) 



PREÀMBOLO 



Un anno appena era corso dal di del ritorno della Sede Apo- 
stolica in Roma, allorquando si moriva Papa Gregorio XI (1378). 
Dispntavasi l'elezione del successore di lai tra dodici Cardinali 
francesi e quattro italiani; il popolo faceva ressa sotiò il pa- 
lazzo dove il conclave stavasi adnnatOt gridando: < lo volemo 
Romano! > ; e si eleggeva per compromesso nn Napoletano» e 
cosi quasi nn suddito francese» Urbano VI. Contentavansene i Ro- 
mani» ma non i Francesi» i qnali pochi mesi appresso elegge- 
vano un Francese davvero» Clemente Vii. Quindi seguivaneper 
40 anni quello che fu chiamato il grande scisma d'occidente; 
una serie di papi italiani in Roma» cui obbedivano Germania» 
Inghilterra» Danimarca» Svezia» Polonia; e una serie di papi 
francesi in Avignone» cui obbedivano la regina di Napoli» Fran- 
cia» Scozia» Savoia» Portogallo» Lorena» Castiglia e più tardi Ara- 
gona. 

La Sicilia» rappresentata a que* di dai suoi quattro Vicari» 
veniva a schierarsi dalla parte del legittimo pontefice. I tempi 
de' due Federighi e del Vespro erano oramai una lontana ri- 
cordanza; le politiche cagioni che reser già ghibellina l'isola no- 
stra» dopo il trattato del 1372 eran cessate o non avean più 



raOCB80O DI FBLLOmA ICC. 115 

valore ; ed il popolo aderiva di caore al papa di Koma » nel 
qoale vedeva il tutore delle sue libertà* il difeosor de' suoi 
dritti» di fronte ai soprusi dMmperatori e re» di baroni e di 
feudatari. In atto» novelle congiunture costringevano il partito 
nazionale dell'isola a cercar l'alleanza e il favore de' romani 
pontefici» ne' quali esso dovea trovare il più valido appoggio 
alle proprie aspirazioni» ai propri interessi» contro l'imminente 
pericolo di una invasione straniera che minacciava di mandare 
in rovina l'antico trono di Ruggiero e con esso la indipendenza 
dell' isola. E veramente» tra tutti i potentati italiani» Urbano VI 
fti il solo che osasse far testa alle pretensioni di Pietro lY d'Ara* 
gena sulla Sicilia» il solo che presentisse il danno che sarebbe 
derivato da quella preponderanza spagnuola» che da quest'isola 
doveva in progresso di tempo allargarsi e pesar per tre secoli 
sulla terraferma italiana. Ond' ò ch'egli fu maisempre sordo alle 
istanze del re aragonese » allorché costui » profittando dei di- 
sturbi insorti dopo la morte di Federigo III» domandava per se 
la investitura del siciliano reame» e non lasciò mezzo intentato 
per distornar le nozze tra la regina Maria» unica erede del 
detto Federigo» e Tinfiinte Martino figlio al duca di Montblanc 
secondogenito dello stesso monarca d'Aragona. 

Quell'antagonismo d'interessi che spingeva i Siciliani a seguir 
le parti di Urbano» conduceva la Corte aragonese a prestare il 
suo favore all'antipapa. Quindi avveniva che l'avversione pe' Ca- 
talani e per la stessa rogai famiglia» alimentata dal sentimento re- 
ligioso» cresceva nei Siciliani a dismisura; dì guisa che conside- 
ravasi non solo dovere di buon siciliano» ma di buon cattolico 
l'opporre la più energica resistenza a quegli stranieri invasori» 
che agli occhi del popolo moetravansi come eretici e acamumcoH. 

II clero siciliano era» naturalmente» il centro dell'agitazione 
generale in Sicilia. Primeggiavan tra i prelati Lodovico Bonit 
arcivescovo di Palermo» Fra Paolo de' Lapi arcivescovo di Mon- 
reale e Frate Simone del Pozzo vescovo di Catania. Usciva 
costui dall'ordine de' Predicatori; era uomo fornito di lettere 
e di austeri costumi» e tenuto in concetto di santo (1). Fede- 



li) Plrrt, Hom. Secl. Caiam., pag. 541-545 — De Grossis» Catam Saera, 



IIQ PIKOCBfSO IH f BLIiOllU 

rigo III lo sceglieva a suo Cappellano; Urbano Y lo destinava 
ad Inqnisitor della fede, e Gregorio II affidavagli la missione 
di &r distruggere quante mai nnove sinagoghe gli Ebrei sici- 
liani avessero erette oltre il nnmero consentito (1). Saccedeva 
quindi nel vescovado di Catania a un frate Elia, il quale» come 
aderente all'antipapaf era slato» poco stante» da Urbano VI de- 
posto. Fin- dai primi tempi della sua promozione egli predicò 
ardentemente per la integrità della chiesa contro lo scisma e 
i fautori di esso. Dotato di naturale facondia» di non volgare 
intelletto, di tempra vigorosa e inflessibile» contribni efficace- 
mente a trarre dalla parte di Urbano gli aderenti alla parala- 
lità latina» o vogliam dire al partito nazionale» ed a creare per 
conseguenza i più validi ostacoli alfattuaziou dei disegni del 
duca di Montblauc; e sarebbe forse riuscito a mandare a male 
la imprese di lui» se egli» lungi di combatter colle astuzie e colla 
corruzione» si fosse limitato a servirsi dei mezzi dalla sola lealtà 
consentiti. 

A forza di blandimenti e di promesse» infatti» il duca perve- 
niva a trar dalla sua parte un buon dato dei baroni dell'isola; 
le popolazioni già stanche per le guerre esterne e per le interne 
dissensioni suscitate dalla sfrenata libidi do di potere» onde i 
nobili parean posseduti» e anelanti dì pace e di quiete» comin- 
ciavano a riguardar come un beneficio la restaurazione monar- 
chica» donde aspettavansi che derivar dovesse la cessazione della 
feudale anarchia. Il duca usufruiva ben presto coleste disposizioni» 
e lasciava insinuarsi tra gli abitanti dell'isola la speranza o la 
lusinga che egli» scismatico» non avrebbe violentato le coscienze 
cattoliche; anzi assicurava formalmente che non avrebbe osteg- 
giato il clero e i seguaci di Bonifacio U» succeduto ad Urbano. 
Ha qual si fosse il valore di assicurazioni siffatte doveva pia 
tardi mostrarlo l'imprigionamento de' più venerati pastori, la 
remozione dei titolari dalle cariche e dai beneficii» il favore in 
ogni modo addimostrato ai preti apostati e scismatici. 

Col mezzo di tali arti non tornò disagevole la sottomissione 



p. 178. —Amico Catana iltusiraia — La Lumia, t quattro Vicari, nel !• voi. 
dei suoi Studi di Storia Siciliana, pa^. 619. 
(i) Dipi, del 20 dicembre XII indiz. 1373; tra i documenti oum. I. 



COlfTRO FRATB SIMONE DEL POZZO 177 

deir intera Sicilia. Da Trapani a Palermo il viaggio del re e 
della regiDa» accompaguati dal dacai fa an codIìddo trionfo. Gli 
abitanti delle città demaniali facevansi incontro alla regal co- 
mitiva, acclamandola e festeggiandola Inngo la via. Forse l'aspetto 
della giovane regina, unica superstite di una dinastia cui le- 
gavansi le più belle, insieme, e le più triste memorie del pae- 
se, contribuiva a provocar l'entasiasmo del popolo; ma più che 
altro, ripetiamolo, era ir bisogno di riposo e di pace, che de- 
terminava gli abitanti ad accogliere lietamente coloro che, poco 
stante, avea riguardato come suoi nemici. Sola Palermo soste- 
neva la lotta contro lo straniero invasore, e gli abitanti di que- 
sta città capitanati dal prode, quanto infelice, Andrea Chiara- 
monte, ed animati dalla voce dell'Arcivescovo Bonit e del suo 
clero, soffrivano eroicamente uno stretto assedio che durò più 
di un mese. Affiancata dal concorso delle altre popolazioni del- 
l' isola, per lo meno ridotta a lottar sola contro quegli esterni 
aggressori, privi però d'ogni appoggio che prestasse loro il paese, 
la città di Palermo avrebbe forse superato questa prova no- 
vella, come già parecchie in addietro, e contro più potenti ne- 
mici. Il caso tuttavia si mostrava diverso. Imperocché l'abban- 
dono, r indolenza, l'ostilità che le altre siciliane popolazioni mo- 
strarono inverso quei di Palermo, resero inutile ogni resisten- 
za; onde avvenne che, dopo tante prove di valore, il Chiaramente 
dovette arrendersi (Maggio 1392), e quindi pagar colla vita il 
delitto di avere strennamenie sostenuto l'autonomia della pro- 
pria terra natale (1). 

Caduta Palermo, gì' infingimenti del duca di Montblanc non 
avevano più ragion d'essere. Messe quindi dall' un dei lati le 
sne dichiarazioni di tolleranza religiosa, egli incominciava una 
vera persecuzione contro i prelati ed il clero. L'arcivescovo di 
Palermo, scacciato dalla sua sede, era sostituito da un Alberto 
Villamarin, e, morto indi a poco costui, da un Raimondo Ade- 
maro Santapau canonico della chiesa di Lerida, la cui diffini- 



(1) Pe* particolari di questi avvenimenti si vegga il citato scrìtto del 

La Lumia intitolato I quattro Vicari, nel voi. I dei suoi Sludi di Storia Si- 
eiliana, pagg. 505-691. 

Areh. Stor. Sic., anno I. 23 



118 PB0CBS80 DI rSLLOmA 

ti?a elezione veniva imposta al Capitolo (1). Morto in qael torno 
(1392) Agatone vescovo di Girgenti, quella sede vescovile fa- 
cevasi occupare da un Pietro de Curtis , catalano» dell' ordine 
degli eremiti di Sant' Agostino» il qnale era vennto colla real 
famiglia in Sicilia (2). 11 Capitolo della Cattedrale di Palermo 
fti mutato in gran parte, e privo inoltre delle proprie ren- 
dite che aggregavansi al fisco (3). V arcivescovo di Monreale 
era supplito da un Pietro Serra, catalano ancor egli, già cano- 
nico di Yich e zelante scismatico, che aveva accompagnato nel- 
r impresa i Martini ed erasi già adoperato ad ottenere la di- 
spensa dell'antipapa pel matrimonio tra la regina ed il figlio 
del duca di Montblanc (4). Per contrario, questi mostravasi li- 
béralissimo verso i preti apostali, che entravano nelle sue mire, 
e mostravano abbracciare lo scisma; ed è memoria di un prete 
Federigo Mammana, al quale si conferiva l'Arcidiaconato di Pa- 
lermo, occupato già da Abbo Sardo, cui si era opportunamente 
pensato a staggirne le rendite, e di un frate Andrea di Pace 
eletto Maestro Cappellano di Palermo (5), per tacer d'altri molti. 

11 nostro frate Simone avea avuto una parte abbastanza at- 
tiva nella sollevazione avvenuta in Catania (24 giugno 1392), 
allorquando Artale Alagona co' suoi quattrocento vigneti del- 
l'Etna occupava cotesta città. Soffocati quei moti, il prelato era 
messo in prigione con moltissimi altri, e non guari dopo, chia- 
mato a rispondere del fatto suo. Tommaso Crispo, luogotenente 
del Maestro Giustiziere, acconcio strumento alle volontà del duca, 
era chiamato ad istruirgli il processo. 

Egli era dunque accusato: 
l^' di aver predicato contro il re, la regina ed il duca, non 
che contro i Catalani nella chiesa di San Domenico, e nel dì 
della festa di San Tommaso (7 marzo 1392), invocando la ma- 



(i) Pirrl, Eccl. Pan. pag. 163 e seg. 

(2) Pirri, Eccl. Agrig. pag. 7iO. Si ebbe il coraggio di chieder per costui 
la confermazione a Bonifacio IX, e poiché questi negoUa, si ricorse al- 
l'antipapa Benedetto XIH, che fu sollecito ad accordarla. 

(3) Antonino Amico, Rerum a Mariino Rege Siciliae gettarum etcMs. della 
Bibl. Com. di Pai. ai segni Qq. D. 47. 

(4) Pirri, Eccl. Montereg. pag. 465. 

(8) Pirri, Sicilia Sacra, passim— e La Lumia op. e voi. cit. pfg. 6i6. 



COIfTRO FRATE SIRfONB DKL POZZO 119 

ledìzioue del cielo contro di essi, come coloro che slavan dalla 
parte dell'antipapa. Si aggiangneva che lo stesso Manfredi Ala- 
goDa, zio di Artale» e roolli altri » che al sermone aveano as- 
sistito, rimproverarono il prelato del suo parlare troppo vio- 
lento; 

2^ di essersi mostrato nemico al duca, al re e alla regina 
accompagnando Artale e fornendo di pane e di vino la gente 
di Ini; 

3^ di aver mandato o lasciato andare i propri scndierì, sotto 
il comando dell'economo, all'assalto della ròcca Orsina; 

4* di aver fatte grandi Inminarie per l'entrata deirAlagona, 
ciò che non avea fatto per la venuta della Real famìglia in Si- 
cilia; 

5^ di aver istigato il popolo a recarsi all'assalto della ròcca, 
di aver ordinato ai chierici di far pubbliche preghiere perchè 
la vittoria fosse di Artale; e di aver condotto a tale oggetto 
in processione alcnne sacre reliquie; 

6^ di aver parlato male de' Catalani, qualificandoli di tri- 
sti, stolti, pitocchi, senza senso di giustizia e senza discerni- 
mento; 

7® di aver cercato d'indurre Manfredi Alagona ad opporsi 
ad ogni costo all'entrata della regina, e di aver fatto incarce- 
rare un chierico che avea manifestato desiderio del ritorno di lei; 

8^ e finalmente era accusato di menar vita dissoluta; di aver 
bastonato chierici e monaci; di continuare a celebrare i divini 
misteri, non ostante che per quei fatti fosse incorso nella sco- 
munica, e senza chieder preventivamente l'assoluzione; di aver 
fatto torturare e morir di fame taluni, che avea fatto incarce- 
rare senza alcuna buona ragione; e di non tenere a giusto ti- 
tolo il vescovado. 

Le deposizioni dei numerosi testimoni, la cui sincerità per 
altro può ritenersi assai dubbia, non giungeano ad assodare 
se non, che il nostro vescovo, papalino infino ai capelli, osteg- 
giava colla predicazione i Catalani, in quanto eran essi nemici 
della Chiesa ortodossa. Rimane per lo meno assai dubbio ch'e- 
gli avesse ordinato alla sua gente di andar a combattere con- 
tro la ròcca; le altre accuse generiche, o non avean fonda- 
mento l'avevan nell'odio che contro al prelato gli avver- 



180 PROCESSO DI FELLONIA 

sari natrìvano. Del resto sembra che Io stesso duca di Mont- 
blanc credesse si poco al valor di cotesto prove » che a certo 
punto la istruttoria rimase come strozzata; e cosi si spiega come 
egli medesimo, il qaale per colpe mea sigoificanti aveva fatto 
espellere gli arcivescovi di Palermo e di Monreale, egli, ricom- 
poste le cose, accordava il suo favore al vescovo di Catania, il 
quale, grato dei benefizi riceuutij o abbindolato piuttosto dalle 
menzognere promesse di conciliazione con Roma, che al duca 
tornava conto di strombazzare, rilasciava in prò di Ini la metà 
delle rendite del sno vescovado (1), onde soccorrer la Corte che 
in grandi strettezza allora versava. Dal sno canto il dnca mo- 
strava riporre in Ini la più grande fidncia; e se si ha da cre- 
dere al Pirrì, spedivalo come ambasciatore a Bonifacio IX, onde 
conchindere un accordo colia Curia Romana (2). Forse anch'egli 
il nostro vescovo credeva che Tastato Martino fosse in buone 
relazioni con Bonifacio, e che questi fosse davvero in punto di 
bandir la crociata contro i ribelli siciliani (3). Ha i fatti do- 
vean provare quanto sincere siffatte promesse si fossero. 

Non eran trascorsi dne anni dal di delia sua sottomissione, 
ed ecco Catania novellamente insorgea (maggio 1394). Artale 
Alagona, chiamato in aiuto, non tardava ad accorrervi; e il ve- 
scovo, convinto oramai come vano fosse lo sperar nelle inganna- 
trici promesse delTinsidioso straniero, non esitava ad aderire a 
quel moto, il quale prendeva proporzioni si vaste da mettere 
in pensiero il duca ed i suoi partigiani. Affrontare gì* insorti 
non fn creduto possibile; unico partito a cui attenersi rimanea 
Io assediar la città. L'assedio durava da oltre dne mesi, gli «as- 
sediati davan prove splendidissime di valore, di costanza, di ab- 
negazione; ma, quella volta ancora, la mancanza di unione op- 



(1) Diploma deiril agosto II indiz. 1394 nel registro 4 del Protonotaro 
del regno, fog. 309 verso. Tra i documenti che seguono dopo il processo, 
num. II. 

(S) V. Pirri, Catan. EccL noiitia, pag. 544. Non mi è riuscito ili rin- 
venire i documenti che questo dotto scrittore allega in proposito. 

(3) V. in proposito la lettera del duca di Montblanc al comune di Cor- 
leone data a i4 settembre 1393, ap. Gregorio Introduz. lib. V, cap. VII, 
Qum. i69, in nota. 



CONTRO rSATB SIVONB DEL POZZO 181 

portnna fra ie forze oazionalì dell' isolat impediva che si co- 
gliesse alcnii frnito da resistenza tanto ferma e ostinata. Vista 
Tapparcntc iuditferen/a dei suoi compatriotti, Artaie ricorreva 
ad nno stratagemaia, e riusciva a scappare e a ritirarsi in Àci. 
I Catanesi tenevan fermo ancora per poco, e, indi a non guari, 
calavano agli accordi (9 agosto). Ma non piegava con essi il 
prelato, il quale svestite le insegne episcopali e indossati elmo 
e lorica, aveva l'agio di sfuggire agli artigli del vincitore. Però 
wentr'ei facea suo cammino, seguito da alcuni che il duca, al 
solito, qnaliticava per predoni e scellerati, imbattevasi sventura- 
tamcnte in talune schiere Reali, che, riconosciutolo, gli ponevan 
le mani addosso e lo menavano in prigione (1). Il duca affettando 
la qualità di patrono e fondatore del vescovado, assegnava tempo- 
raneamente a Pietro Serra, la metà delle rendite della chiesa di 
Catania che era rimasta a beneficio del vescovo titolare. Sembra 
però che anco questa volta il duca si fos^se ritenuto dal mandare 
ad effetto le sue minacce; imperciocché nove mesi dopo veggiamo 
il nostro frate Simone seder tuttavia nel suo seggio episcopa- 
le (2), ed, eletto da Bonifacio IX Colloltor generale dei diritti 
che ncirisola spettavano alla Camera Apostolica, sostituire col 
regio consenso in sua vece un prete Simone Rosso canonico 
della palermitana chiesa. Passa van pochi altri mesi, e, giusta 
un diploma dal Firri conservatoci, egli tornava in carcere. Il 
ducasostituivagli un frate Giovanni Thaust cui era affidata, sem- 
bra, temporaneamente l'amministrazione delle rendite del ve- 
scovado (3). E finalmente, un anno appresso, egli era deliniti- 
vameute deposto, come ribelle e fautore di Artaie, e come so- 
billatore e perturbatore della pubblica quiete ; Pietro Serra a- 
veva in commenda il vescovado col titolo di amministrator ge- 
nerale e rettore della chiesa di Catania (4). Dice il Pirri che 
frate Simone andossene quindi, espulso, in Roma, dove finiva i 
suoi giorni con fima di sintità (5); ma a til sentenza contrad- 



(1) Diploma sopra cit. doiril agosto 1394. 

(2) Diploma del i4 marzo, 111 indizione 1395 Tra i documenti num. III. 

(3) Pirri loc. cit. 

(4) Diploma del 1^ novembre 1396 (?) tra i documenti num. IV. 

(5) Pirri, op. cit. pag. 545. 



182 PRCK:K!M0 91 FSLLOBIIA 

dice il de Grossis (1) il qaale asserisce 8imoue esser durato 
nella sua dignità fino al 1388, addacendo in prova una perga- 
mena che conservasi nel tabularlo della chiesa di Catania» la 
qnale contiene la collazione del Priorato di S. Àgata di Messina 
fatta in quell'anno dal nostro prelato in persona di frate Andrea 
di Paternòf stante la morte del titolare frale Adinolfo di Alaimo. 
D'altra parte» soggiunge il citato scrittore, negli archivi di Ca- 
tania non si ha documento di Pietro Serra riferibile al tempo in 
cui si crede che costui reggesse il vescovado. Donde ne inferisce 
che rimane, per lo meno, dubbio se la sentenza pronunziata con- 
tro frate Simone fosse stata posta in esecuzione. 

11 processo di fellonia compilato a carico del catanese pre- 
iato, che oggi per la prima volta vede la luce, trovasi com- 
preso fra i molti ed importanti frammenti che compongono il 
volume segnato di num. 4 dell'archivio del Protonotaro del re- 
gno. 11 Pirri che l'ebbe certamente sott*occhio, ne estrasse un 
brano della lettera Reale con cui vien confidato a Tommaso Cri- 
spo l'incarico di compilarlo (2); e dopo lui ebbe a citarlo l'A- 
prile (3). Se non che vano sarebbe cercarlo dietro le indica- 
zioni ch'essi ne danno (4), né men diflGicile sarebbe il rinve- 
nirlo percorrendo l'indice alfabetico che va innanzi al volume 
anzidetto (5). È scrìtto in lettera chiara anzi che no; e pre- 



(i) Catana Sacra^ pag. 180. 
(S) Pirri, op. cit. pag. 544. 

(3) Cronologia della Sicilia, ad an. 1394, pag. 204, nota 46. 

(4) Il Pirri per esempio cita così : f Vide in lib. Prot. an. 1392 a fol. 
i5S ad 180 1. Le variazioni subite dai nostri registri dopo che ebbe a svol- 
gerli questo padre della storia ecclesiastica siciliana, spiegano il perchè 
invece quel processo si trovi ai fogli 158-187 del volume sopracitato. 

(5) Affinchè si abbia una idea del modo come furono accozzati nei se- 
coli trascorsi i frammenti onde risultano i Colledanea degli Archivi del 
Protonotaro e della R. Cancellerin, non mi pare assolutamente fuor di pro- 
posito, qui, di presentare un elenco dì quelli conservati nel sopracitato 
volume quarto dell* Archivio del Protonotaro del regno, estratto dal r«- 
pertorio del volume in parola, che fa parte della serie dei repertori dei 
CoUictanea del sudetto archivio, lavoro cui attendo per ragion di ufficio 
in questo Archivio di Stato. 

Questo volume costa di carte numerate 399, che pur offrono molte trac- 
ce di numerazioni più antiche , e porta innanzi im indice alfabetico per 



COlfTtO FKATB SUHOWB D«L POZZO 18S 

seuta tatti i dati perchè si possa dedaruc essere stato scritto 
da mano catalana. 1/ impprtnnza storica dì questo bel deca- 



cognomi e nomi degrinteressatì, o per nomi di città e terre, o talvolta per 
nomi di dignità. Gli atti che dintiamente riguardano le cose di Stato, e- 
scono sotto la generica parola Curia (prò). Talvolta vi si trova un cenno 
molto secco, nò sempre esatto, dell'oggetto speciale cui mirano. Quest'in- 
dice fu compilato evidentemente alla fine del secolo scorso, come gli altri 
che vanno innanzi a moltissimi volumi del medesimo Archivio apparte* 
nenti al secolo XV. 

Il volume porta così indicati gli anni sulla custodia : 1388, 1394, 1396, 
1402, Ì&03, 1405, 1408, 1409. 

Segue immediatamente un foglio non numerato che contiene un brano 
d'indice alfabetico, di mano del secolo XIV, il quale offre nel recto ! nomi 
che escono sotto le lettere N, 0, P, nel ceno parte di quelli che escono 
sotto la lettera I e poi quelli che sotto le lettere L ed M. Non saprei dire 
a qual frammento si riferisca. 

Cominciano quindi i frammenti che indicherò progressivamente secondo 
il loro ordine di collocazione. 
Fogli 1- 2. Maggio 1396. Privilegi e lettere Reali. 
1 3-51. Agosto 1396 — Gennaio 1397. 
1 52. Febbraio 1393 (1394 m. e). 
» 53-54. Ottobre 1396. 

1 55-95. Ottobre 1396. — Gennaio 1396 (1397 m. e). 
Sembra che i frammenti finora descritti formino unico registro cui man- 
cano parecchi fogli intermedi. 
Fogli 96-117. Agosto-Settembre 1394. 
1 118-120. Gennaio 1402 (1403 m. e). 
1 121-142. Marzo-Aprile 1403. 
1 143-144. 1 1 

Sembra che i frammenti da fog. 96 a fog. 144 formino unico registro 
cui mancano parecchi fogli intermedi. 
Fogli 145-157. Agosto 1408 — Luglio 1409. 
1 158-187. Processo contro frate Simone del Pozzo. (Notato nell'in- 
dice alfabetico e Catania, capitoli della stessa i). 
1 188-206. Privile^'! del Monastero Certosino detto Vallis Ihesu Chri- 

sii nel regno di Valenza. Questi fogli portano un'an- 
tica numerazione in cifre romane da XXV a XLIT. L'ul- 
tima carta (206) è bianca. Sembra che questi privilegi 
siano stati inseriti testualmente nell'unico privilegio di 
conformazione dei medesimi concesso da Re Martino 
dAragona a 10 aprile 1405, Il principio del quale si ha 
nel voi. 3* del Protonotaro a' fogli 349-360 segnati da 



181 PROCESSO DI FELLONIA 

tnouto sta non tanto nei fatti nuovi che per esso si vengono 
a rivelare, qnanto nella carntteristii^a narrazione dei fatti me- 
desimi. Cosi^ prescindendo dal raddrizzare il racconto del Pirri 
che, quantunque avesse avuto dinanzi il processo in parola, fa 
predicar frate Simone nella chiesa di San Domenico di Cata- 
nia dopo la seconda irruzione dell' Ala^ona in quella città (il 
processo si riferisce evidentemente alla prima) e dal correg- 
gere altre piccole inesattezze in cui sono incorsi altri scrittori 
a quello posteriori di tempo, mi limiterò a chiamar l'attenzione 
del lettore sulle deposizioni di B rnardo Caret e di Giacomo 
Forn, dalle quali si ha argomento bastante a giudicare tino a 
qual punto spingessersi le animosità tra Siciliani e Catalani. 

Non minoro importanza del processo hanno ì quattro docu- 
oaenti che son riuscito a mettere insieme sul conto del nostro 
prelato. Come si è veduto più soprn, parecchi sarebbero i di- 
plomi e le lettere pontiticie che, secondo il Pirri, a lui si ri- 
feriscono. Ma per quante ricerche avessi fatto onde rinvenirli, 
solo quelli che vedranno la luce in (ine del processo son rin- 



I a XII. Così, riunendo i due frammenti, mancherebbero 
airintero privilegio le carte XIII a XXIV. 

1 207-S21. Marzo -Novembre 1398. — Il primo alto è però del 20 set- 
tembre 1404. Si lega a questo frammento un altro esi- 
stente nel voi. 5^ del Protonotaro (fogli 68-75;. 
Fogli 222-271. Settembre-Novembre 1409. 

1 272-291. Luglio-Agosto 1405. Privilegi e leUere reali portanti la 

data di Barcellona e la firma dì Re Martino di Sici- 
lia colla qualità di Governator generale degli stati del 
padre. Riguardano cose di Aragona e di Sardegna. 

» 292-312. Luglio-Agosto 1394. Quaderno di lettere del Duca di 

Monlblanc. 

* 331. e Capitula clvitatis Agrigenti impetranda per university 

tem eiusdem )). Manca la data. 

* 332-342. Luglio-Agosto 1402. 

* 343. Frammento di capitoli che sembrano riferirsi alla Ca- 

bella salii. Manca la da'a. 
> 346-377. Giugno-Sutiembrc U02. Sembra mancare di taluni fo- 
gli intermedi. 
1 377-399. Maggio-Luglio 1405. Frammento analogo a quello segnato 

di sopra (272-291). 



COIITBO rSÀTB SlVOlfB DBL POZZO 185 

scito a trovare. Per pochi che siauo» essi valgono a corregger 
qualche inesattezza del Firn, e c'ingeriscono il dubbio snlla gè- 
uniuità degli altri da lai citati. È notevole infatti come il brano 
del diploma del 6 ottobre, o 1^ novembre 1396, pubblicato dal 
Pirri medesimo, si discosti tanto dalla lezione che io credo esatta, 
che invece delle parole j>mm, sobrium ecc. vi si trova nostrum 
sobrinum ecc. e cosi si fa diventar Pietro Serra cugino dei Duca 
di Hontblanc, ciò che invero la storia non dice. 

Ha di questo e d'altro occorrerà tener parola allorché ci av- 
verrà di dichiarare i luoghi più oscuri del processo e dei do- 
cumenti che vado a metter sotto gli occhi del lettore. 

R. Starrabba 



die veneris xij iulii, anno a nativitate domini mille- 
simo trecentesimo nonagesimo secundo : cxcellentissimis et magni- 
ficis principibus et dominis dominis martino et maria dei gracia rege 
et regina Sicilie , et infante martino duce mentis albi, subscriptis, 
pcrsonaliler cxistentibus in civitate calhanic, fuit oblata honorabili 
et circumspccto viro Thomasio Crispo, legum doctori, ludici magne 
curie locumtenentique magistri iusticierii regni Sicilie, quedam pa- 
lens iiclera cum quibusdam capilulis, quorum tener sequitur per 
hec verba: 

Martinus et maria, dei gracia, rcx et regina Sicilie et ducatuum 
alhenarum ac ncopatric dux et ducissa , et infans martinus illu- 
strissimi domini petri, bone memorie, regis aragonum filius, et ca- 
dem gracia dux mentis albi, gubernator generalis prò serenissimo 
domino iohanne rege aragonum, n*atrc et domino nostro carissimo, 
in omnibus suis regnis et terris, coadiutorque diete regine in re- 
gimine regni et ducatuum predictorum , ac pater et administrator 
Icgittimus dicli regis, dilecto consiliario et magne curie indici (ho- 
masio crispo legum doctori, locumtenentique magistri iusticierii re- 
gni Sicilie, cum dilcctione salutem. Inter curas assiduas solicilu- 
dine^que immcnsas, que ministerio regie dignitatis incumbunt, de 
stiitu salubri lerrarum nostrarum cogitare nos convenit, ut in eis 
quietis sercnitas ugeat, et solide tranquillitatis gracia nutrlatur ; 
nec in illis, dissensionis turbine fluctuante, et animis populi circa 
exercicium iurgiorum intentis , succrescat in gentìbus nostris ad- 
versitas, et earum felicitas, quam augeri precapimus , minuatur. 

Areh. Star. Sic., anno I. 24 



188 piocBsso m rsLLOifiA 

veruna, Hcct ad singulas civitates, quibus, actore domino, preside- 
mas, iugiter mentis nostre diffandamas intaitam , tamen de statu 
dvitatis cathanìe prospere dirigendo tanto cogitamas profundius , 
quanto peramplius illam scimus fecunditate perspicuam , et satis 
pulcritudìnis et speciositatis elegancia alciorem. sane cum in civi- 
tate predicta, diebus non longe preteriUs, diverse, operante huma« 
ni generis inimico, turlmcioncs, dissidii (sic), et rebellaciones in- 
caute fucrint subsequte, quod referimus displacenter (sic), propter 
introitum factum in civitatem eandem per artalum de alagona no- 
strum manifestissimum proditorem, quibus dedit operam et consen- 
sum, ut discurrcnlis fame preloquium nostras pulsavit ad aures, ca- 
thaniensis cpiscopus preter predicaciones et obloquciones neplian- 
das, quas tam in ecclcsiis, quam alias in aliis locis nonnullis con- 
tra nos et alios, qui nobiscum in hoc regno vencrunt, predicaverat 
publice et patentcr, sue religionis honcstate postposita, et hominum 
▼erecundia ullroiccta. et nos qui in subditorum noslrorum quiete 
quiescimus, et letamur in pace, volentes ubi periculum non modi- 
cum eminet (sic) providere felicius, ne sero medicina paretur, de 
▼estri igitur probata industria plenam obtinentes fiduciam, vobis, 
cui iam ex oiBcii yobis commissi debito congruit nostram in talibus 
suplere absenciam, dicimus, commitlimus et mandamus, quatenus 
de commissis, gestìs, obloqutis et tractatis per episcopum supra- 
dictum inquisicionem seu informacioncm in scriptis verìdicam non 
tardetis, procedendo super bis proni tanti negocii qualitas duxe- 
rit eiposccndum , et est in similibus fieri assuetum : et cum in- 
quisicionem porfeccritis supradictam, de contentis in co {sic) no- 
strum animum informetis, cavcndo actente ne cuiusquam ex crimi- 
nibus supradictis assercio , ac illorum Tactionis veritas obducatur, 
immo fiant proinde clarius nota nobis , ut sic in punicionem eo- 
rum per equitatis et iusticic semitas Talenmus incedere, qui sumus 
iusticie debitores; nos enim vobis super predictis omnibus et sin- 
gulis et dcpcndentibus, seu emergentibus ex cisdcm, vices nostras 
rommictimus plenarie cum presenti, datum cathanie x*" die iulii 
XV* indicionis anno domini m^* ccc^ nonagesimo secundo. sub sigillo 
secreto nostri dicti ducis. lo duch. 

Ad hostcndendum (sic) et probandum mala que fecit, predicavit 
et dixit cathanicnsis episcopus, capitula fiunt sequencia. 

Et primo: quod predicavit idem cpiscopus centra doroinos du- 
cem, rcgem , et ronira etiam catalanos in ecclesia sancti dominici 



conno FBÀTB siHOiiB DBt roiio IS1 

ci?italls cathanie in die sancti thome proxime elapso , dicendo in 
f iilgari : quod $i domini dux el regina predicti veniunt sine va- 
i/untale domini pape, $cilieet bonifacii, deus submergat eos in 
profìindum maris, et in profkmdum abissi, et quod demones re- 
cipiant corpora et animas eorumdem, et cum ipsis permaneant 
centam milia demones et inlerficiantur ab eie, et multa alia iniu- 
riosa, enoimia et nefanda. 

\j. Item, quod tot mala dieta fuerunt per dictum episcopam in di- 
cto sermone , qaod fùit redargutus per manfiridum de alagona et 
alios moltos, qui in eodem sermone fuerunt. 

jli. Item, quod dictus episcopus hostendit se inimicum capitalem 
contra dominos ducem, regem et reginam predictos, quando civitas 
cathanie fuit rebellata contra eosdem; scilicet in associando artal- 
dum, et dando panem et vinum et alia necessaria, in domo sua, 
omnibus inimìcis predictorum dominorum. 

iììj. Item, quod omnes scutiferi episcopi memorati fuerunt manu 
armata ad expugnandum castrum regium civilatis eiusdcm cum ico- 
nomo suo, qui Yocatur nitus de tarenlo; et quidam tuninus scuti- 
fer dicti episcopi ftaìt vulneratus aliquantulum in expugnacione pre- 
dieta. 

y. Item, quod introitu facto per artaldum predictum ad civitatcm 
iam dictam, pre gaudio maximo dictus episcopus fccìt magnam lu- 
minariam; quod làcere noluit cum domini memorali in regnum ap- 
pulerunt predictum; dicebat etenim idem episcopus. predictos do- 
minos ducem , regem et reginam et omnes qui cum eis yenerunt 
et sont, fore excomunicatos. 

ij. Item, quod in yigilia sanctorum petri et pauli, dum castrum 
expugnabatur predictum, dictus episcopus dixit: omnes qui possunt 
pugnare occedant ad castrum cum armis, nos autem clerici cele- 
hrabimus missas et orabimtAS devote ad dominum prò Victoria 
opfinetida per dictum artaldum; et nichilominus volebat portare 
velom beate agate cum aliis reliquiis ad teclum ecclesie; et tamen 
dictum fuit sibi: nottue poncre super ecclesiam, ultimo autem ipse 
accepit velum beate agate et brachium eius, nec non el brachium 
sancti georgii, et cum processione omnium clcricorum circuivi! to- 
tam ecclesiam, et prcdicavit dicendo : omnas qui volunt dcslruen* 
islam civUalem deslruontur el interficianlur immanUer, 

vij. Item, quod dictus episcopus temporibus rctroaclis sempcr di- 
eebat malum de catalanis, scilicet, quod sunt mali honiines , pes- 
timi, stulti, pauperes, sine omni iusticia et eciam racione; et hoc 
dicebat predicando, stando, comedendo et bibendo. 



188 PIOCBtSO lU FBLLORIA 

vty. Item, quod dicKus episcopus omni tempore pugnavit et con- 
sUìum dedit dicto manfìrido, quod aliqua via mundi non sineret in- 
trare reginam in regno; eciam quia quidam clericus qui vocatur 
firanciscus lubrundu, dixit : si domina regina venerit, ego assequar 
et habebo bonum ab ea, dictus episcopus fecit ipsum incarcerari, 
ob quod nullus audebat nominare reginam, nec regem. 

vii|j. Ilcm, dictus episcopus est male vite et conversacionis inho- 
neste. 

X. Item, quod est excomunicatus, nam vcrbcrabat clericos et mo- 
nacos manu violenta et irata, et sinc aliqua absolucione ceiebrabat. 

ly. Item, quod dictus episcopus est omicida, nam propter iracun- 
diam ponebat homines ad turluram, et postmodum incarcerabat eos 
et sic moriebantur sine aliqua racione ac causa. 

xy. Item, quod episcopus supradlctus tcnet episcopatum malo ti- 
tulo et iniustc, nam ipsum habuit, expulso, potencià brachi! artalis 
de alagona, quondam domino elia, tunc vero episcopo civitatis pre- 
diete. 

Oblatis siquidem lictera et capìtulis prcinsertis thomasio crispo 
predicto, et eis reccplis per eum cum humili et debita reverencia, 
compiendo mandatum predictum, incepit recipere informacionem su- 
per contentis in capitulis suprainsertis in modum qui sequitur: 

Ad supradicta capìtula centra cundem dominum episcopum pre- 
sentata, idem dominus episcopus protestans sibi que sibi de iure 
competerent et competere poterunt in futurum, respondet: 

Ad primum respondet negando ipsum simpliciter prout iacet ; as- 
serit tamen tunc se predicasse, quod dolendum crai, quodj cum 
semper doviini calalani fuerini fideles el catholici, nunc scismatici 
videbantur, licei non ex corde, sed solum per amuri di dames (sic); 
unde dolendum esset si venirent cum perfidia antipape; propter 
quod rogemus deum, ut, si venturi sunt ipsi cathalani cum sci- 
smate, et non cum fide catholica domini. boni facii pape, quod om- 
nipoteria deus omnino ipsos impediat, ne veniant maculaturi fi- 
dem nostram de una (?); (amen sperans quod illuslrissimus do- 
minus dux inonlis albi seinper fuit et est catliolizissimus, ymmo 
edam, vivente inclito domino rege patre suo, seinper fuit urba* 
nista cum omni semper sui penilus comiiiva (sic). 

item predicavit in eadem predicacione, quod ad conflrroacionem 
supradlcti, quod gaudendum erat de serenissima domina regina 
quod semper, prout a fidedignis sepe perceperat, audieboi missas 



coimo rRÀTB snoNB dbl pozzo 189 

9ua$ a Hculis presbiteris ieneniibus fidem dominorum urbani 
texii el bonifacii noni: cK ideo subiunxil ibidem, qtiod si venirenl 
eum eadem fide, quod oinnes lenerentur rogare deum precibxtó la- 
erimom , ut ipsos regalos cum eorum comitiva reduceret cum 
salute pacifice et tranquille ad regnum islud, quod sibi suòtce- 
ret altissimuSy cum amore tam baronum quam edam suorum om- 
nium popuiorum. 

Et ad horum conflrmacionom Icto fronte signìficat quod iam sunl 
anni quatuor elapsi quod idem episcopus rconam pulcherrimam beale 
marie depingi fecit, et in capella beale agaie erigi, ponens indui- 
genciam in eadem, et mandans universo populo sibi subieclo, qua- 
tenus omnes dictam ymaginem adirent devocius precaturi, ut domi- 
nam sapradìctam regfnam cum omnibus suls incolumem conserva- 
ret, ac cum salute ad suum regnum transmitteret rum quiete. 

Ad secundum capilulum respondei penilus negative, (eo quod?) 
nullas dixit iniurias, prout in responsione ad primum capilulum patet, 
prout alias piene probabit, si fueril expediens; verumtamem aliqui non 
intelligentes verbum iilud, scilicet, per amur di dames, ut supra, 
retulerunt domino manfrido, interpretantes sibi, quod nunquam fuit 
sue intencionis, scilicet, quod idem episcopus intelligebat quod do- 
mini catalani erant homines carnales et mulierum, atque laxivi ; sed 
eo sibi referente intelleclum dictorum verborum, prout paratus est 
exponcre et iam exposuil inclito domino duci, idem manfredus re- 
mansit contentus. 

Ad tcrcium capitulum respondet negando ipsum prout iacet, asse 
rens tamon quod nullo unquam lemporc mcns sua cogitavit mini- 
mum quid contra dictas re^Mas magestatcs, prò quarum defensione 
et adhesione omnes sui fuerunt prosequti et aliqui mortui ; ymmo 
facies eius oslendil cunlis spellantibus, quando vi el metu, ore pro- 
prio, mandante sibi artaldo prediclo, et eius complices ad eundem, 
mietendo , ut omnino descenderet, et equilaret cum eo, cum quo 
per magnum spncium equilnveranl domini episcopus syracusanus et 
meliveti, quos videns cum eo, et sibi annuente domino syracussano 
prediclo, priore sancle ngalc, el aliis civibus mullis, descendìt trac- 
tus et cohacte, slans velut mortuus inler ipsos, ymmo nec adhuc 
descendisset, nisi causa libcracionis aliquorum civium, scilicet do- 
mini iacotii denti, mngistri nicholiiy de usìna et aliorum, prò quì- 
bus apud eum intcrcedelat supradiclus prior fratcr andrcas de cul- 
lellìs , qui babens cuslodiam castri seu campanilìs, sponte claves 
aiusdero tradiderat complicibus dicti arlalis. 



190 PIOCRSSO DI PBLLOFnA 

Item, non soluin ut liboraret diclos civcs fideles regie magestatis 
descendit, veruni etiam ut inductionc pastorali revocaret dictum ar- 
taldum, ne prodarentur cives, et fierel strages hominum, ut tìme- 
bat; et etiam ne apoteche ecclesie, que iam ceperant confiringi, 
totaliter perderentur ; in quorum omnium signum, nunquam de di- 
ctis apotcchis et platea recessit, quandiu per morulam ibi fuit; et 
cum stalim eidem recedenti, complices dicti artaldi peterent alimenta 
et tercias (?) apponi vino plenas ante ecclesiam vel in platea, ipse 
tumultum fugicns, penìtus dencgavit ; verum inlrantibus vincatori- 
bus arabis (corr. arabibus), (1) et impctum fuciontibus ad cellarium, 



(1) Questo appellativo d* arabi dato ai viQneri dell* Etna entrati in Ca- 
tania coirAlagona mi ha dato molto da pensare. Confesso cbe la prima 
idea che mi sorse io mente si fu che si trattasse di qualche nucleo di 
Saraceni sfuggiti, chi sa come, alla generale espulsione, e rimasti in quelle 
contrade. Non possono, io diceva tra me, questi vigneri arabi essere i ne- 
poti di quella numerosa colonia saracenica che fu concessa da Ruggiero 
alla chiesa di Catania insieme al feudo e castello di Aci? Ma qui un dub- 
bio si presentava: quando mai i Saraceni siciliani furon detti Arabi? 
Codesto nome non servì mai ad indicare le schiatte musulmane dell* Af- 
frica, né della Spagna, nò dcirEgitto, ma solamente quei masnadieri arabi 
d* oltre Nilo delle tribù di Helàl e di Soleim che occuparono TAffrica pro- 
pria nelFanno 443 dcU'Egira. Dell'epoca stessa cui il processo riferiscesi 
si hanno documenti nei nostri archivi che accennano a schiavi Saraceni 
(V. una lettera della Regina Rianca data da Catania 10 settembre IH in- 
diz. 1409 e diretta a Sancio Ruiz de Lihori, nella quale è parola di certi 
saraceni a costui affidati dal morto re Martino. — Reg. 4 del Prot. f. 225 v.). 
come dunque ammettere che il nome etnico arabi possa riferirsi agli a* 
vanzi di Saraceni siciliani, dato pure che la espulsione di questi ultimi dal- 
risola, non fosse stata cosi completa ed intera, come testò ha detto l'Amari 
(Storia de' Musulmani, voi. Ili, parte 11, pagg. 618-620)? 

A chiarir cotesti dubbi invocai Tautorevole parola delPegregio scrittore 
medesimo della Storia de* Musulmani di Sicilia, ed egli cortesemente ri- 
spondendomi mostrava doversi escludere al tutto il sospetto che con le 
parole rineatoribus arabis si volesse accennare menomamente agli antichi 
Musulmani di Sicilia, né potersi spiegare altrimenti questo eh' egli chia- 
ma un enimma storico, che supponendo accennarsi in questo luogo i 
schiavi arabi venuti dallo stato di Tunis. Ma, soggiungeva nella sua let- 
tera Tillustre scrittore, e ciò che m* Impaccia é il numero di que' vigneri 
ff dell'Etna : sia rapiti su le costiere, sia divenuti schiavi da ostaggi che 
n fosser prima : non posso immaginarmene nemmeno un centinaio d'uo- 
ff mini. Da un'altra parte stento a credere che fossero stati chiamati arati 



CONTRO riATB SIMONB DBL POZZO 191 

haboerunl aliquos flasconcs vini , co in vera conscicntia penitus 
ignorante. 

Ad quartum respondet, dco teste, quod neminem de Tamilia sua 
scivit euntem ad castrum bcllaturum; et si aliquis fucrit, fuit peni- 
IQS contra suum velie ; quod patet, nam cum quidam suus maior- 
domos sale, nomine ciminus, de dicli castri pugna rediret sagitta 
fulneratus in pectore, coram maiori parte familie sue gravissimis 
redarguit ìncuriis dictum maiorem domus; dicens in vulgari sermone 
inter alia: displicel miclii quod.illa sagilla non le tolum transfod- 
dit, a vUi89imu ribaldu; si ego misissem te ad castrum non ivisses; 
nunc autem quia in despeclu mei illuc accessisit^ cave ne ulte- 
Hus maneas in domo mea. et sic de suo ospicio expulit (eum) 
cum pudore. 

Item etiam nicolaum nepotem suum, et magistrura hospicìi sui, am- 
bulantem solum cum armis defensivis, et discurrentcm tunc prò nego- 
ciis domus, prout solltus erat, limentem ictus sagictarum a castro 
per totam emnnancium civitatem, turpissime redarguii coram muUis 



e i berberi eretici delusola delle Gerbe, che sempre eran venuti schiavi 
e in Sicilia a centinaia e a migliaia. Ecco la spiegazione che io veggo con 
flutti i suoi ostacoli », 

Queste difficoltà che TAmari non dissimula, crescono ancora, se si tenga 
mente ad altri documenti ch'io ho rinvenuto in seguito in un altro re* 
gistro del Protonotaro (segnato 22). In questo registro, a fog. 21 e a fa- 
glio 21 virso son due lettere delia Regina Bianca date a 2 luglio S'* indi- 
zione (1411) nella quale si accenna ai Viyneri del bosco di Catania esen- 
tati dal pagamento di certe gabelle- In uo*altra lettera della stessa regina 
si riferiscono i nomi di taluni de* vigneri medesimi (Cola di Ali, vigneri; 
lohanni di A/ì, vigneri; Berta Carrubba, vigneri) ed è facile scorgere che 
questi nomi non son musulmani, ma cristiani. Donde è a desumere che 
i vigneri del bosco di Catania non eran gente straniera di fresco venuta 
neirisola, ma uomini che vi stanziavano da lunga pezza. Dunque sembra 
doversi escludere il sospetto eh* essi fossero arabi o berberi menati in 
ischiavitù. Or che resta a questo punto, se non supporre ch'essi fossero 
i discendenti cristianizzati di quei Musulmani che abitavano i villaggi cir- 
costanti a Catania e che fnron concessi alla chiesa di cotesta città? Que- 
sti musulmani, in gran parte, se non in tutto, berberi, poteano benissimo 
esser chiamati arabi, come arabi chiamavansi i Beduini del deserto; po- 
teron essi conservare la loro personalità non mescolandosi col resto de- 
gli abitanti, e quindi venir additati come arabi, allo stesso modo come noi 
chiamiamo ancora greci gli Albanesi che da quattro secoli fanno dimora 
in Sicilia. 



192 PROCESSO DI rBLLORlA 

sub hac forma, quatraza (1) vilissimu, tu cridi essiri una gran be- 
stia quandu vai cussi armatu : per (idem dei promitto tibi^ quod 
si scivero (e ad castrum accessurum vel accessisse, stantibus ter- 
miniSy taliler le le (sic) pagubo, quod eris celeris in exemplum. 
vilissimi homini non viUili quanti yuay rit veninu adossn; ver- 
bam hoc non solum dirigcns sibi, sed omnibus de familia sua, qui 
iUic prescntes crant. 

Ad quintum capitulum ne<?at sempcr prout iacct, respondens ad 
id quod dicitur de gaudio quod habuit quando intravit dictus ar- 
talis, dicens et impetrans tale gaudium hahcant omncs illi qui con- 
tra ipsum falso tesUncanlur et sibi dctrahunt, quale habuit ipse in 
inlroylu supradicto. 

Ad luminarem factum in sui introytu maledicto (antedictoT) re- 
spondet, quod ve sibi et aliis si non fecisscnt; licet in campanili 
fuerit quodamraodo factum luminare, post multa alia, portantibus 
firascas complicibus dicti artaldi; nec in palacio suo, quod ipse sci- 
verit, mìnime fuit accensa candela, sed statim ad lectum se con- 
tulit Tisis luminaribus undequaque. 

Ad aliud de luminaribus regalium piget quodammodo respondere, 
quia reputai penitus et manifestissime infamatifum, ymmo dictum 
volunctarium emulorum, quum, si ut constai pienissime nniversis 
civibus cathanie, quociescumque dieta civitas prò inclitis regalibus 
luminariam fecit ex debito sorvilulis, ipse prius omnibus cepit, et 
ultimo lerminavit ingencia facicns luminaria tam in ecclesia, et cam- 
panili, quam eciam in hospìcio proprio, quo moratur. 

Ad sexlum rcspondel ipsum penitus negando ut iacet, sed prò 
declaracione dicit, quod nunquam licenciavit, dixit, aut quemquam 
misit ad pugnam dicti castri, sed bene ad preces multorum de?o- 
torum civium diete oivitatis dcslructionem gemencium ob introytum 
ipsius nrtaldi,el timentium tam predam quam nccem civium ciù- 
tatìs eìusdom, con^^re^'avit totum clerum, coram quo tanta fuit ipsius 
episcopi liabundancia lacrimarum, quod vix potuìt eis proferre ver- 
bum. dicendo, flUoli, plorcmwi et oremus, quam nunquam vidi 
finalcm dosiructlonom liuius civUatis, nisi liodic. modo videat sa- 
pienles (sic) quìs crai ille destructor civitatis: nonne tam exlacrl- 
mìs, quam ex vorbis, omnes actendebanl quod contra arlaldum illa 
rcferebal ? 

(l) Così nel testo. Potrebbe essere una storpiatura dello spagnuolo «iNir- 
iaso, che tale corpulento, e, credo, equivarrebbe ad una parola ingioriosa. 



k. 



conno VEATB SIKORB DIL »0CZO 19} 

Ilem, nonne ipse artaldus per nuncios sibi iussit, quod ipse de- 
berel statucre veluin beate agaie in campanili prò castri Victoria 
obtinendo (sic)? et nonne, audienle turba, idem episcopus contra- 
dixil dicens irata voce: certe hoc non faeiam? nonne eciam ad 
peticionem dictorum civium regie maiestati fidelium, scilicet domini 
iacobi denti , iohannis riiari maioris, niagistri nicbolay de usina, 
bemardi de platamono et multorum aliorum cnium devotorum, tam 
secularium, quam ecclesiasticorum, ymmo ad rumorem populi con- 
fluentis et deprecantis ex timore inminentis periculi ostendit reliquias, 
ot deus retraheret dictum artaldum a concepta (sic) pugna, strage 
eivium, et expoliacione civitatis predicte ut probatur indefexe ? cer- 
te sie. 

Item, nonne in predicacione, cum dixit : ntUlus glo$ei verba mea, 
ni8i eo modo, quo profero; quia adhuc tempus erii, in quo ista 
proderunt, dicens deus destruei iUum qui vult destruere islam 
eivitalem, et sic quicumque velit. quia non timeo quemquam, unde 
interrogat sapientes, nec se ex livore movcntes, quem prò tunc ha- 
bebat timere, nisi artaldum? nam in cadem predicacione, ut piene 
probabit. dixit: oremus, karissimi, incessanier, more petri etpauli 
in directione symonis magi, quia mitlet deus angelum de celis, 
qui volantem per aera deiciet inimicum, nec pacietur beatissima 
agatha sue exterminium civitatis. si enim inlus crat artaldus, quo- 
modo emuli glosare possunt, falsa testantes , quod de ipso intelli- 
gebat, maxime cum propter talia verba ipse artaldus miserit si vi 
(corr. sibi) dicendo, quod non bene faciebat , nam si et prò ipso 
esse nolebat, non tamen centra ipsum debebat populum indignare? 

Ad septimum dicit, quod de bonis catalanis semper loqutus est 
bene; de malis quandoque male, sicut dici communiter consuevit 
de gentibus de quibus loquntur homines: verum quandoque truf- 
hbatur cum bernardu incaretta, deridendo de siculis et catalanis. 

Ad octavum negat prout iacet, tam de eo quod consilium centra 
regiam magestatem testatur, tam conscìenlia dicti manfredi, quam 
eciam ipsius domini thome locumtenentis et ad ista commissarii 
ordinati, scit (amen manfridus de alagona, quod quando in proxima 
preterita quadragesima, quando vcnìt archiepiscopus panormitanus 
ex parte andree de claramonte scientis adventum dominorum re- 
galium, dum consultaretur cum diete manfredo, teste deo, penitus 
nunquam inlerfuit, ymmo si quandoque ipsis secreto convenienti- 
bus ipse episcopus accessit, eis iiivisis penitus retrocessi t. 

Ad aliud concedit quod carceravit dictum Aranciscum blundum, 

àrth. Star. Sic., anno I. 25 



194 PlOCBSftO DI rBLLOHIA 

sed propter turpitudines suas, quas extimans evitare cum advento 
domine regine, dicto episcopo minabatur; cai in presencia multo- 
rum dictus episcopus dixit: vir nequam, credis patrocinavi tuis 
sceUribus cum invooacione nominis reginalis: certe plus faciet 
prò minimo verbo meo, cum venerit, quam prò centum nequis- 
Hmi8 eimilibus tibi. 

Ad nonum, decimum et undecimum, in quibus queritur de vita, 
respondct et petit, quod de ea testificentur probi qui secum sunt 
conversati; verumtamcn ad excommunicacioncm yerberacionis, dicit, 
quod nulla est, sed omnis sua yerberacio fuit correptiva: sed ad 
aliud, quando imponitur homicidium, respondet dicens, quod, licet 
tempore quo fuit inquisitor plures hereticos brachio tradiderit se- 
culari, prout iura volunt , cremandos ; de nullo tamen tantum se 
sperat coronam suscepturum in celis, quantum quia quendam suum 
monachum, flratrem petrum, perpetuo carceri condempnavit, in quo 
est mortuus, divina favente iusticia; et sperat, iusta sibi favente iu- 
sticia incliti domini ducis et regie maiestatis, aliquos nephandissime 
vite, sue matris interfectores, iuratos in prohibicione falsorum sa- 
cramentorum, cum expedit, taliter indicare, quod premium coram 
deo, et laudem coram hominibus indubie obtinebit. 

Ad duodecimum et ultimum respondet totum negando simpliciter; 
ymmo asserit, fatetur et tenet sincerissima fide , cuius oppositum 
dampnabile confitetur, dominum urbanum papam sextum, sanctis- 
simum, verissimum legictimum summum pontificem, rite et cano- 
nice universali romane ecclesie presidentem, a quo se asserit digno 
et legictimo tilulo cathaniensem episcopum ordinatum, et episco- 
patum civitatis cathanie verissime possidere sub obediencia nunc 
sanctissimi domini nostri bonifacii pape noni, et hec sint dieta cum 
reverenda. 

(n civitate cathanie die sabbati xiy iulii, anno a nattvitate domini 
millesimo trecentesimo nonagesimo secundo, iurarunt et deposue- 
runt testes scquentes. 

Presbitcr philippus de clerico iohanne, testis iuratus et interro- 
gatuSi dixit, quod in die sancii thome, episcopus cathaniensis in- 
dutus pontificaliter , dixit publice predicando : ego sum pastor^ et 
tanqiuim postar sum obligaiw redu^cere ad memoriam animarum 
christianorum, quod omnes christiani teneant fidem pape boni- 
facii; et dicium est michi quod rex, regina et dux veniunt sub 
fide anlipapp; et prò tanto, quod si ipsi leneant illam (idem, quod 



coirrio riATB simofte dbl pozzo 195 

passini submergi in mari, et anime eomm passini delineri ei 
crudari in inferno, ei iam ego non iimui reginam ialuinnam, 
eum ipsa erat in tanta et tali patencia, et pluries predicavi con- 
tra eam et non curavi de eius potencia» 

Ilem interrogatus super secundo capitalo, dixit, qaod audivit a 
pluribus, personis, quod dictus episcopus fuit rcdargutus de yerbis 
prolatus (corr. pro{a(i8) contra dominum regem, reginam et ducem, 
per manfHdiiin de alagona , admoneodo dictum episcopuro , qaod 
male dixeral illa yerba cootra magestatem predictorum dominorum. 

Item dixit saper iy^ capitalo Interrogatus, quod dictus testis credit 
et considerata quod si domini nostri essenl cum fide antipape, di- 
ctus episcopus esset inimicus capitalis contra eos. super aliis con- 
tentis in dicto capitulo dixit riicbil scirc, nisi quod una die, sum- 
pto prandio, combusta quadam barcba sua, dicti episcopi, gentcs 
artalis yenemnt ad domum dicti episcopi et pecierunt vinum , et 
fuit eis traditum mandato dicti episcopi. 

Interrogatus super iig^ capitulo dixit quod vidit nitum de tarento 
et ciminum, scutiferos dicti episcopi, armatos; non tamen vidit ex- 
pugnantes castrum, ymmo sedebant intus in domo que appellatur 
la casa veia (cosa vecchia?) 

Interrogatus si scit, ve! dici audivit quod dicti nitus et ciminus 
Itaerint armati mandato dicti episcopi, et (sic) dixit se ignorare. 

Interrogatus si scit, vel dici audivit quod dictus ciminus fùerit per- 
cussus, dixit ignorare. 

Interrogatus super v^ dixit quod ipse vidit quod dictus episco- 
pus fecit luminariam, tam prò adventu dictorum dominorum regis, 
regine et ducis ad regnum Sicilie, quam eciam in adventu dicti ar- 
talis ad civitatem catbanie. 

Item interrogatus quod luminare fuerat maius, an dictorum domi- 
norum , an dicti artalis, et dixit quod visum fuit ei, quod pariter 
procedebant dieta luminaria. 

Item interrogatus si dictus episcopus dixit quod dicti domini no- 
stri et ceteri qui secum vencrunt erant excommunicati , dixit se 
ignorare. 

Item interrogatus super vj^ capitulo, dixit quod dictus episcopus 
vocavit totum clerum, et dixit eidem, quod unusquisque starei de- 
vote et confiteretur peccata sua et diceret missas et oraciones, ro- 
gando deum, et dixit in vulgari eloquio : ki una tanta et tali chi* 
tati, comu de cathania, agi sta en grandu perictilu, e ki deu la 
passa liberar i di tantu periculu; et pera pregati deu. 



190 raoGBSSO m vblloiiu 

Item (lixit interrogatos , qood dictQS eplscopas aportafit Telaio 
cum brachio beate agathe per totam ecclesiam el dixil in Tulgari 
eloquio : comu quislu vefu ki hesutogi (sic) liberau quista ehUaU 
di lu fochu alu iempu de li pagani, (1) acwsi quistu velu possi li- 
berari quisla chitati di quistu periculu : impero haiaii quiUa fidi 
qui appi li pagani ala liberacioni de lu fochu; acussi saneta 
agatlw Liberava quista chitati contra quillu qui la volu (sic) de- 
slruhiri. 

Item interrogatus si ('ictus oplscopus mandavit omnibus Tolenti- 
'3US pu$;:nare castrum, quod vadant ad castrum, dixit se ignorare. 

Item interrogatus si dixit, quod omnes illi qui volunt destruere 
istalli civitatem, destruantur; item quod interficiantur, dixit se ni- 
chi! scirc. 

Interrogatus super vij^ capitulo, dixit se nichii scire. 

Interrogatus super ?iij^ capitulo, dixit se nichii scire. 

Item interrogatus super viiij^ capitulo, dixit se nichii scire. 

Interrogatus super x® capitulo, dixit, quod audifit dici in die san- 
cte agathe proxime preterite (sic) fratrem albertum fuisse ?erbera- 
tum cum una virga per dictum episcopum, et de hoc est fama pu* 
blica in loto clero. 

Interrogatus super \j^ capitulo, dixit, quod audivit dici, fama pu- 
blica referente, quod dictus episcopus fecit tonnentari presbiterum 
Bichoiauui cordarium et presbiterum michaelem gambarum el fra- 
trem petrum de siroco (sic), qui morluus extitìt in carceribus. 

Iterrogatus si propter dieta tormenta dictus fraler peUrus mor- 
tuus exlitii, dixit se ignorare. 

Die martis iTj iulii anno predicto. 

Frater andreas de cultellis prior maior (sic) ecclesie sancte agate 
cathanie, testis iuratus et interrogatus, et primo super primo ca- 
pitulo dixit fore vera contenta in dicto capitulo, interrogatus de causa 
sciencie, dixit quod interfuit, ¥idit, et audivit; et (sic) die ac tem- 
pore, ut in capitulo continetur. 

Super secundo capitulo interrogatus, dixit, quod, dictis et pre- 
dicatis malis premissis per dictum episcopum contra domino» no- 



li) Intorno a questa leggenda veggasi Horeden presso Caruso BiMioUi. 
II, 958. 



conno M4TB i Mmw ml mbo 191 

Btro6 regen, regiMm et daeero in dfclo sermone, perrenerunl dieta 
mala ad aures manfredi de alagona, qui misil dicendo diete episcopo 
per dominam parronum de caniatore, quod talia ?erba non profer- 
rel ampliiis dictus episcopus; alias ipso manfiridus non consentirei, 
neenon alii eciam multi probi homines diete civitatis cathanie re- 
darguerant dicium episcopum de lalibus Terlrfs prolatis centra do- 
minoa supradiclos. 

Super iy® capitulo inlerrogalus, dixit, quod Tidit dielum episoo- 
pum exislentem in merulis dicle habilacionis sue, et dicium fùit 
diclo episcopo, quod artalis eral inferius; et ipso episcopo existente 
in dictis merulis, signavit cum cruce, et benedixit eum el omnes 
qui cum eo erant; deinde descendit, et loculus fuit cum ertali, et 
associaTil eum usque ad portam ferream, neenon ad bolegas no- 
tas, que depredabanlur per gentes dicU artalis. item dixil quod 
dictus artalis cum gente sua bibii de vino dicti episcopi mandanlis 
suis fèmiliaribHS , quod adducerenl yinnm el cererà (celerà?), et 
(ut) faeerenl collacionem {sie\ quam de facto fecerunl , el eeiam 
tovalliolas, cum quibus diclus artalis et eins seguaces abslergebant 
flicies eorumdem unclas sudoribus el puhere. 

Ilem dixit, quod yidit quandam vegelem incidi per medium, ut 
aponerelur (f) vinum, ul biberent diclus artalis el illi qui cum ipso 
erant; lamen interrogavit diclus tesUs quid debebai fieri de medietate 
dicle yegelb, el dictum full ei, quod debebat apponi Tinum ul bi- 
berel gens artalis. attamen non YidiI vinum aponi in medietate di- 
ete fegelis. 

Inlerrogalus de causa sciencie, el dixit, quod interfùii et audifii; 
de loco, in ecclesia sanete agaihe; de tempore, dixil, in die qua 
inlraril ffictus artalis cifitatem cathanie centra voluntatem maiesta- 
tis diclorum dominorum nostrorum. 

Super iiìj® capitalo inlerrogalus, dbdt, quod aliqui sculiferi dicti 
qiiseopi accesserunt armali ad castrum, proni ei fuit relatum; la- 
men Tidit coninum sculiferum dicti episcopi rulneratum in brachio 
de uno Giratorio; qui testis interrogatus eundem : ubi faisiis percus- 
tus dixit dictus coninus: in expugnando castrum diete dvttaUs 
caihaniB. 

Inlerrogalus de causa sciencie, et dixil, quod interfùii el audi- 
Til; de tempore» quo artalis eral hic; de loco, in ecclesia sanete 
agaihe. 

Super T* ca^tulo intervogatus» dixit, quod Yidit lacere lumina - 
riam prò introitu dicti artalis in habitacione dicti episcopi, et in 



198 PlOCmo DI FBLLOinA 

ecclesia inaiori sancte agalhe. super alia contenta in dicto capitulo, 
dixit se nichil scirc. 

Super vj° capitulo interrogatus , dixìt quod predictus episcopus 
vocari fecit totum clerum diete ci¥itatis in ecclesia sancte agathe, 
et bis congregatis, dixit certa verba, plorando, clero, die ?eneris : 
volumus facere processionem et capere velum beate agalhe et òro- 
chium ipsiaSf nec non et brachium sancti georgii; et dixit om- 
nibus clericis ibi cxistcntibus , quod unusquisque debcat confiteri 
et diccre missas, et rogare dcum, quia arma nostra sunt oraciones 
et misse ; et omnes mulieres et antiqui accedant ad ecclesiam, et 
ccteri alii qui possunt expugnare, vadant ad castrum prò expugnando 
ipsum. 

Item dixit quod in dieta die vencris Tolebat aportare velum dictus 
episcopus ad campanile diete ecclesie sancte agalhe, ut possel ?i- 
deri per illos existentes in castro ; et dictus testis dixit eidem epi- 
scopo, quod non est bonum quud dicium velum aportetur in dicto 
campanili, sed suflicit quod portetur circumcirca ecclesiam; et ita 
factum fùit, una cum brachiis supradictis. 

Itcm dixit, quod in dieta die ipse episcopus sermonem fecit cnm 
protestacione et multuni honcste locutus est; interrogatus de causa 
scicncic, dixit, quod fuit prcsens et audivit; de loco et tempore, 
ut supra. 

Super vij^ capitulo interrogatus, dixit, quod cum manflredus de ala- 
gona alloqueretur cum bcrnardo carct, et diclus episcopus ibi exi- 
stebat, dixit dictus episcopus, dirigendo verba sua ad manfridum de 
alagona: domine, li calhalani hanu mi proprietati, ensi (1) su su- 
perbi, pacxi (2) poòrt et senza juslicia; interrogatus de loco, in 
domo dicli manfridi; de tempore, in mense marcii, sive febraarii, 
proxime preteriti. 

Super viij* capitulo interrogatus, dixit, quod quidam clerieus, no- 
mine presbiter franciscus de lo brondo, dixit eidem testi, quod ba- 
buit corta verba cum episcopo ; qui episcopus dixit eidem pre- 
sbitero : unde venis ? et dictus presbiter dixit : ego venio extra , 
quia vos facilis me comedere cum pauperibus; tamen, domino 
concèdente, venict domina regina, et habebo locum cum ea; et 
diclis hiis verbis dicto testi, quidam ex parte domini episcopi da- 



(1) Catalano. Vale altrest, 

(2) Pazzi. 



GOirriO PBATB SmORB DBL POZZO 199 

xit dictum presbiterum ad carccres ; et dixit dicto testi dictiis pre- 
sbiter: ego sum positw in carceribus propler dieta verba. inter- 
rogatus de causa sciencie^ dixit, ex rclacione per dictum presbite- 
nun; de loco, ante portano magnani ecclesie in ilio plano. 

Super ix^ capitulo interrogatus, dixit nichil ad causam. 

Super X* capitulo interrogatus, dixit, quod in vigilia beate agathe 
dum sacrista retineret in manu reliquias diete beate agathe, dictus 
episcopus dixit dicto sacriste ut reponeret predictas reliquias in loco 
consueto ; et dictus sacrista propter tumultum non audivit dictum 
episcopum, et episcopus immediate accepit quandam astam dardi 
et dedit dicto sacriste in collo, in capite, et in tergis, adeo quod 
dictus sacrista stetit in lecto, propter dieta gerbera, per duos dies; 
et dictus testis tanquam prior, et alii ceteri monachi yoluerunt as- 
sistere cum dicto episcopo, eo quod \isum fuit eis, quod dictus epi- 
scopus erat excommunicatus, eapropter quia celebravit immediate, 
nulla indulgencia petita. et propterea dictus prior testis cum aliis 
monachis Toluerunt dicere oificium in ecclesia beate agathe per a- 
liquos dies, et propter scandalum predictum accesserunt ad manftì- 
dum de alagona, qui dixerunt eidem in bulgari sermone : tenyali 
modo que Ui episcopo sia absoluio , que altramenU non si can- 
toria la missa en la esgleya, impero qui lu dicto episcopo non 
si fixi consciencia di lu actu falu contra lu sacristanu; tamen 
tenyali quiUu modu ki vuy pari si foQa absolvere. tamen dictus 
testis dixit, quod ipse scit quod nunquam fùit absolutus. et dictis 
Terbis dicto manhido per dictum testem, facta est quedam concor- 
dia Inter dictum testem et monachos et episcopum supradictum, ope- 
rante dicto manfrido. interrogatus de causa sciencie, dixit quod in- 
terftait et audivit; de loco, tam in ecclesia beate agathe, quam in 
habitacione dicti manftridi; interrogatus de tempore, et dixit quod 
snnt duo anni vel unus. 

Super xj® capitulo interrogatus, dixit se hoc scire super conten- 
tis in eo, quod quidam monachus dicti monasterii , qui vocabatur 
frater petrus de sa rocba fùit inculpatus quod fecerat vulnerari in 
flicie nolarium andream de aquila; et dictus episcopus fecit ipsum 
torqueri, et postea poni in carceribus, in quibus fecit ipsum mori 
lune, dixit eciam dictus testis quod fecit torqueri dictus episcopus, 
nulla causa insta precedente, quendam presbiterum nominatum pre- 
sbiterum nicholaum de bello flore, quem poni fecit in carceribus, 
in quibus fecit ipsum stare per aliquos certos menses. et eciam di- 
xit dictus testis, quod fecit torqueri dictus episcopus quendam alium 



tM flOGUM U FILL0M4 

pretbiteriMi Bomiiiatain michaeleai de gambiM immlpaliuB dt pt- 
riurio, el misil ipsum in carceribuSt in quibui ktàì ipsiim sUfe per 
eliques certos neues. 

(continua) 

B. STAMtABlA 



INTORNO ALU LEGGENDA DI GUGLIELMO IL MALO 



LeUera diel Prof. Adelfo Wi^ìm al Bar. Raflkcle Starrabba 



Egregio Signore, 



Ella mi chiede qualche scritto da pubblicarsi nell'/lrc/itvto Sto- 
rico Siciliano. Sarebbe per me un grande onore quello di essere 
annoverato tra i collaboratori di questo periodico , ma dubito che 
i miei studi possano fornirmi dei temi corrispondenti allo scopo che 
si deve proporre e che si propone la Raccolta diretta da Lei. Secondo 
la lettera al c^iv. Cusa, che dà inizio al volume, la pubblicazione di 
fatti nuovi, contenuti in documenti inedili, ovvero in lavori basati 
sopra tali documenti, è principalmente lo scopo che si propone IMr- 
clìivio. Or io che studio la storia antica della Sicilia , avrò rara- 
mente Toccasionc di contribuire in questo modo al progresso della 
scienza storica, tanto più che , vivendo lonUmo dairisola, non ho 
sotto gli occhi nemmeno i suoi monumenti non scritti , nei quali, 
come gli ultimi anni hanno mostrato, molte scoperte importantissime 
sono tuttora da fare. Cos), malgrado la mia buona volontà, potrò 
raramente mandarle qualche scritto degno deW Archivio. 

!Vonperlanto avviene che questa volUi ho alcune righe da comu- 
nicarle, che, se non erro, riusciranno interessanti ai leggitori della 
Raccolta, tanto piò che si riferiscono ad un articolo del precedente 
numero. 

Il mio dotto amico D/ Pilrè ha pubblicato nel 1° fascicolo del- 
r Archivio due versioni d* una tradizione popolare concernente il 
re Guglielmo il malo, tradizione giudicata altra volta degna di es- 

Areh. Star. Sic., anno I. 26 



202 iirromifo alla leggenda 

sere riferita come fatto storico dal Fazello, e dopo di lui dal Hau- 
rolico, dal Buonfìglio, ed aUri. Mi permetto di richiamare alla me- 
moria la sloriella di cui si traila. Il re Guglielmo aveva fatto por- 
tare nel suo tesoro tutte le monete d'oro, d'argento e di rnme del- 
l' isola, ed in cambio aveva fatto conlare delle monele di cuoio ail 
uso del popolo. Ora, per sapere se vi fossero ancora delle monete 
di metallo nascoste, egli mandò a vendere un bel cavallo per uno 
scudo d*oro. Un giovane, innamoratosi del ca\allo» e non sapendo 
come procurarsi la moneta d*oro per comperarlo, andò alla sepol- 
tura di suo padre, cavò di bocca al cadavere uno scudo d*oro, che 
vi era stato messo quando lo sotterrarono , e con quella moneta 
comperava il cavallo. Lascio da f)arte quello che segue, come di 
nessuna importanza pel mio scopo. La tradizione popolare, rappor- 
tila dal Pilrè, aggiunge a questa storictta dei dettagli caratteristici 
per quelli che glierhanno raccontala. Il cavallo si vende v a li quat- 
tru cantuneri )), il padre è seppellito a a li cappuccini», il giovane 
è u un Principinu », u lu figghiu di lu Principi Marvagna a; tutti 
dettagli che convengono poco airepoca di Guglielmo 1, ma il fondo 
della storia è lo stesso. 

Ora mi pare, egregio signor Barone, che questo racconto sia d'un 
valore più grande die non sembri al primo aspetto , e che tulli 
quelli che si occupano di storia , non dico di storia siciliana , ma 
di storia in generale , debbano essere riconoscenlissimi al Dj Pi- 
tré della sua pubbliciizione. La storiella contiene un rarissimo, anzi 
unico, ma nello slesso tempo evidentissimo, esempio della tenacità, 
per così (lire, della tradizione popolare; essa ci dà la prova, che 
questa tradizione conserva lullora delle ricordanze dell' antichità, 
di cui gli slessi srritiori antichi non fanno mollo. Mi spiego. 

Dice con ragione il D/ Pilrè, che la storiella in parola contiene 
delle circosliuìze poco esalte, ma che il rullo in essa annunzialo si 
accorda bene con altri della vita avara del re Guglielmo, e cita a 
questo proposilo un passo delle !. Cronichi di quisto Regno di Si- 
cilia ) publiiieale dal prof. V. di Giovanni (^Bologna, 1865) nel quale 
Carlo iV Anr:iò risponde agli ambasciatori Siciliani, che si laguììno 
d}I mal ^o\eruo dei Francesi in Sicilia, i: io vi farro spendiri mu- 
^ nila di soli corno altra volta hiiuli sj*iso k Può dunque darsi che 
il re tìu^liehno si sia arricchito in questo modo, prendendo tulle 
le monele d*oro ecc. ed emettendo monete di cuoio. 

3fa lutto il resto del racconto è una reminiscenza deirantichilà, 
e non appartiene al medio evo. La prova ne è nel modo di procu- 



DI 6UGLIBLV0 IL MALO 203 

nrsi Toro, adoperato dal giovaoc. Veda, signor Barone, quanta pena 
si diano quelli che contano la storia, per giustificare la presenza 
dona moneta nella bocca d*un cadavere, usanza degli antichi Gre- 
ci, ma non del popolo siciliano ne* tempi di mezzo, e sotto il re- 
gno di Guglielmo. Dice il Fazcllo che a la madre gli havesse messo 
I quando lo mandò a sotterrare u senz* altro, perchè non sapeva 
nessun motivo per agire cosi. Maurolico dice: u Gli antichi aveano 
il costume di seppellire i loro defunti con una moneta in bocca; 
onde da questo fosse data pel tragitto al barcaiuolo Caronte n. Be- 
nissimo; ma qui non si tratta degli antichi: siamo all'epoca di Gu- 
glielmo I. Ecco perchè il Buonfiglio crede di dover dire a noi cre- 
diamo quella superstitione allhora essere usata dai Saraceni, ponen- 
do nella bocca del morto secondo la facoltà e la conditione,la moneta 
per il nolo di Caronte ». Ognun vede che questa spiegazione non 
vai niente. Anche le versioni popolari pubblicate dal D/ Pitrè par- 
lano del fatto in parola, come d'un uso che non si comprende più. 
La palermitana dice: a Toru li tinta forti, e cu lu corpu si cunfà n. 
Questo dettaglio della moneta nella bocca del morto è dunque una 
prova che la storia nacque neirantichità, e che fu trasmessa di bocca 
in bocca sino ai nostri giorni. Questo è già un fatto rilevantissimo: 
ma mi sembra che si potrà fure pia ancora; trovare, cioè, il nome 
del re che neirantìchità diede origine alla nostra storicità. 

Questo re fu Dionigi il Vecchio, famoso nei tempi antichi per la 
sua avarizia e per l'astuzia e l' impudenza con cui seppe sottrarre 
il denaro a* suoi sudditi. Fu egli , che , secondo la testimonianza 
di Aristotele, fc* mettere in circolazione, in vece di quelle d*oro e 
iV argento delle monete di stagno, che avevano un valore quattro 
volte minore di quelle dell'argento. Un'altra volta adoperò presso 
a poco lo stesso stratagemma di Guglielmo il 3IaIo per indagare lo 
stato della fortuna dei Siracusani; anche questa storicità è riferita 
da Aristotole (1). Dionigi aveva imposto delle tasse cosi gravi che 
essi finalmente rifiutaronsi a pagarle, dicendo che non restava loro 
più danaro. Pareva contentarìii pel momento il tiranno, ma poco 



(I) Arislotelis Oeconotn, Lib. Il, Gap. II, 20. Questi faui son anche ri- 
feriti da Polieno Slratagem, II, il quale aggiunge che Dionigi avea dato 
alla dramma il valore del teiradrammo. — V. ancora Brunet de Preste, 
Recherchei iur C élablissement des Grecs en Sicile , part. Ili, § Vili. (Nota 
dilla lUdazioni). 



204 niTOlNO ALLA LBGGBHDA 

dopo, sotto il pretesto di aver sempre più bisogno di danaro, fece 
mettere in vendita le sue masserizie. Vi furono dei Siracusani cosi 
sciocchi che pcnsaron di comprarne : allora il re prendendo il da- 
naro, ritenne anche le masserizie, e si potè vantare di aver trat- 
to fuori il denaro nascosto. 

Abhiam dunque trovato nella storia di J)ionigi due dei tre tratti 
caralterìstici della nostra storietta; il re che fu coniare delle mo- 
nete d*una materia insolita e relativamente vile , e la vendila, per 
ordine del tiranno, d*un oggetto che non si può comprare, non es- 
sendovi moneta al dir del popolo istcsso. Presso gli storici antichi 
i due fatti non sono connessi; la tradizione popolare vi ha suppli- 
to, esagerando al tempo stesilo la mancanza di danaro sperimen- 
tala dal popolo. Il Icrzo trailo caratteristico non si trova ricorduto 
da veruno storico antico ; ma esso è di lai natura da non potersi 
dire inventato nel medio evo; e quindi riesce più degno di nota in 
una tradizion popolare vivente: esso prova che la tradizione con- 
servataci da Fazello e dallo stesso popolo è veramente una tradi- 
zione origiìiale, che esisteva ne* tempi antichi, ma che allora non 
fu scrina, almeno per quanto ne sappiamo, e che si è conservata 
soltanto nella bocca del volgo sin al XYl secolo, quando il Fazello 
la notò nel suo libro. Si capisce poi facilmente come essa dovette 
trasmutarsi. Quando, in luogo dei Greci, altri signori ebbe la Si- 
cilia, il nome del re avaro andava dimenticandosi; e quando il go- 
verno dcir isola pervenne nelle mani d'un uomo riputato non meno 
avaro e crudele, Guglielmo I, allora il popolo, lieto dì poter dare 
un nome al tiranno della storiella, l'altribuì senz'altro al rampollo 
di Tancredo d'IIauteville. 

Ora che credo di aver provato quanto ho assunto relativameiUe 
al fallo stesso, mi sia lecito di aggiungere alcune riflessioni atte a 
porre in luce la importanza di esso. Coloro che si sono occupati 
di mitologìa comparata, delle tradizioni dei difTcrenti popoli, sanno 
che spesse Tolte accade il veder cambiare di nome, nel corso dei 
secoli, i personaggi tradizionali. Quello che prima fu un dio , di- 
viene dopo alcun tempo un eroe e Analmente un uomo; le dee si 
cangiano in donne del popolo* Cosi nelle tradizioni che hanno un 
fondamento mitico diviene possibile ritrovare, per ?ia dei caratteri 
dei personaggi, le prime origini del racconto, e constatare le ?a- 
riazioni da essi subite. D*altra parte, ciò mostra che il cambiamento 
de* nomi è caratteristico per le tradizioni popolari. Restano sempre 
i fotti, cbe per il popolo sono la cosa più importante; i nomi si 



K 



DI «UGLIBLVO IL VALO 205 

scelgono secondo le epoche. Quindi si può concludere che anche 
nelle altre tradizioni, in quelle cioè che hanno un fondamento sto- 
rico, ha luogo lo stesso cambiamento. Ed infatti, di questo cam- 
biamento conoscevansene degli esempi d*un valor più ristretto. Vi 
sono dei particolari della vita d'uomini celebri, cho ritornano nella 
storia due o tre volte, quasi, nello stesso modo; ma colali falli ap- 
partengono sempre alla storia anlica. Al contrario, la tradizione del 
giovane che compra il cavallo del re colla moneta cavata dalla bocca 
del cadavere di suo padre, connette 1* antichità col medio evo, e 
mostra una corrente non interrotta di poesia popolare che si tra- 
sfonde dall'una all'altra età. Le leggi che reggono le tradizioni mi- 
tiche hanno dunque la stessa fona per le storiche; non esistono, 
per esse, né i secoli, né le mutate circostanze. 

Ho avuto ragione, egregio signore, dicendo che la tradizione in 
parola é importantissima per la storia in generale? La storia non 
si compone soltanto di fatti; in quanto a questi, le tradizioni sa- 
ranno senza valore e nessuno vorrà pretendere che il caso narrato 
nella nostra sia accaduto veramente a Siracusa: — ma la storia si oc- 
cupa anche delle opinioni; e sotto questo aspetto, non ha pure in- 
teresse il racconto d'una donna palermitana del decimonono secolo, 
il quale e' impari ciò che hanno pensato e raccontato di Dionigi 
il vecchio i Siracusani del quarto o terzo secolo avanti Cristo? 

Hi creda signor Barone 

Liibeck, 27 maggio 1873. 

Suo devotissimo 
Ad. Holm 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Storia dei Musulmani di Sicilia scritta da Michele Amari, Fi- 
renze, Le Hotinier, voi. 1, 1854; voi, II, 1858; voi. HI, Par. I, 1868; 
voi. Ili, Par. II, 1872. 

(Continuazione, V. pag. 4i8). 



II. 



CoDtro il Martornna ed il Wenrich pone TAutore per primo as- 
salto dei Musulmani in Sicilia quello del 632, quando Mo*ftwia-ibn- 
abi-Sofiàn, capitano della provincia di Sìria, sello il Galìfalo di Oth- 
man, cirmò un navilio, che muovendo forse da Tripoli di Siria, ai 
comandi di Mo*àwia-ibn-Uodeig, Tecc nell* Isola bottino e prigionieri. 
La seconda delle due correrie dei Musulmani di Levante Tu dei 6lì9. 
Mossero i Saraceni da Alessandria su dugento navi, condotti da Abd- 
Allah-ibn-KaiS; irruppero in Siracusa con molta strage, e si rimbar- 
carono dopo un mese portando con loro, dice il cronista arabo Be- 
ladori, fra il rimanente bottino, gran copia d* idoli fabbricati di pre- 
ziosi metalli e di gemme, che il califfo Mo*à\via mandò ai mercati 
degli idolatri d'India. 

Passando allo aggressioni dei Musulmani d^ArTrica, l'Autore fa prima 
rilevare, come durante il conquisto di quel paese, disperatamente 
difeso dei Berberi, la Sicilia fosse servita di scala alle spedizioni, 
con che il governo bizantino provossi a difendere TAffrica (688-091). 
Indi ci narra Tespugnazionc di Gossira o Pantellaria, compiuta da 
Abd-el-Helik-ibn-KatAn verso il 700: la depredazione fatta nellisola 
nostra, tre o quattro anni dopo, dall'armata Egiziana sotto gli or- 
dini di *Atà«ibn-Rafi* ; la spedizione di Abd-Allah figlio di Husa-ibn- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 207 

Iloseir , conquistatore famoso d' Affrica , del Maghreb e di Spagna 
(704); la scorreria di A'iiAsci-ibn-Akhiul (705); quella di Mobam- 
med-ibn Aus (720); l'altra di Bisoir-ibn-Sefwàn (727) ed altre suc- 
cessive (728 -7iO), dair ultima delle quali (740) risola fu salva 
solo per una sommossa dei Berberi, che fé* richiamare in Affrica 
la spedizione. Seguirono nuo\e stragi, nuove prede, ma non dure- 
voli acquisti ; indi i trattati corsi fra i governatori bizantini di Si- 
cilia cogli Arabi d'Affrica i72S -812) e la tregua decenne deir813 sti- 
pulata fra Abu-'l Abbàs-ihn-Aglilab e Gregorio patrizio di Sicilia (1). 
Fu il celebre Eufemio, caporione fra gli ottimati siciliani, ribelle 
sconfitto e fuggitivo in Affrica, che offri a quol principe Aghlabita 
Ziadet-Allab l'alta sovranità della Sicilia (2). Prevalse in Kairewàn 
il partito per opera del vecchio Ased-ibn-Foràt, che afferrò l' idea 
di racchetare l'Affrica port<indo la guerra in Sicilia. Egli stesso, il 
cadi-emiro, prese il comando della spedizione e mosse alla guerra 
santa alla testa di Arabi, Berberi, rifuggiti Spagnuoli, Persiani del 
Rhorassàn. 11 navilìo (70 o 100 barche) sciolse dal porto di Susa 
il 13 giugno 827; iM6 si cominciò lo sbarco a 3Iazara: verso la fine 



(i) Questi avvenimenti racconta e discute l'Amari ai Capitoli IV, VII e 
X del primo libro, da lui consacrato a servire qual introduzione alla Sto- 
rto. £i vi comincia con un rapido quadro delle vicende nostro innanzi 
la venuta degli Arabi , cioè da' tempi della dominazione Romana fin a 
tutto il Vi secolo. Indi descrive lo origini e le istituzioni dell'impero mu- 
sulmano, le dottrine del fondatore, il governo de' primi quattro Califi, e 
delle due dinastie degli Omeiadi e degli Abbassidi; tocca sommariamente 
i conquisti de' loro eserciti in Siria, Persia, Egitto, ma si ferma più a lun- 
go sulle condizioni della provìncia d'Affrica, e sulle vicende della terri- 
bile lotta fra gli Arabi e i Berberi. Allo spettacolo della giovane e vin- 
citrice società musulmana contra[pono 1' Autore quello della bizantina, 
vecchia e cadente, di cui rintraccia le cause d*infiacchimento, mentre ne 
riassume le reli^iiose e civili vicende nei secoli VII ed Vili, allo scopo 
di deiermiDare la condizione politica derivatane alla Sicilia, il che fa nel 
Capitolo IX. In line di questa rassegna toccherò delle opinioni, che l'A- 
mari annunzia in questo primo libro intorno alla religione maomettana. 
È dal libro 11 che propriamente ha principio la Storia della dominazione 
arabica in Sicilia. 

(2) L'Amari nel Capo I del Libro II discute sagacemente le varie tra- 
dizioni del faUo di Cufemio raccontate dai cronisti, specialmente presso 
Giovanni diacono, l'Anonimo Salernitano, la Cronografia di Costantino Por- 
firogeoito, Simeone Maestro, Ibn-el-Atbir, Nowairi e Ibn-Kbaldùn. 



4 



208 RABSBGlfA BIBLIOOIAPICA 

del luglio Ased vittorioso era all'assedio di Siracusa, o?e i Siciliani 
radunavano lor forze; dopo quasi un anno già cedeva l'antica me- 
tropoli, già altre terre s*erano sottomesse, quando una moria appic- 
catasi neir esercito e la morte di Ased (828) sconvolsero le spe- 
ranze degli Infedeli. Eufemio era uccìso sotto le formidabili rupi 
di Castrogiovanni; e Teodoto patrizio, spedito dalla Corte di Costan- 
tinopoli, disfatti varie volte i nemici, ornai stringeali fieramente, ri- 
dotti com'erano solo a Hazara e Mineo , prossimi al totale stermi- 
nio; allorché, giunti aiuti e rinforzi di Spagna e d'Affrica ai Sara- 
ceni, Asbagb-ibn-Weldl, della tribù berbera di Howàra, assali Teodoto 
sotto Hineo, lo sconfisse, l'uccise, costretti gli avanzi dell'esercito bi- 
zantino a chiudersi in Castrogiovanni (tra luglio ed agosto dell'SSO); 
poi venia tolto ai vivi dalla pestilenza. Se non che Palermo, assediata 
da un altro stuolo di Musulmani, dopo aver tenuto fermo un anno, 
cadea per fierissima mortalità nel mese di regeb del 216 delFe- 
gira (agosto asett. 831) e la sua resa era illustrata dal martirio di 
s. Fiiareto. Fu allora che Ziadet-Allah pose mano ali* ordinamento 
della colonia, elesse suo luogotenente nell'Isola Abu-Fihr-Moham- 
med-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab, il quale, pel richiamo a Corte di Co- 
stantinopoli del prode Armeno, Alessio Muscegh, nuovo patrizio di 
Sicilia (833) , riportava dei vantaggi ; ma era ucciso in una delle 
solite insurrezioni militari. Airentrar di settembre 835, un altro prin- 
cipe del sangue Aghlabita sottcntrava a regger la Sicilia, Abu-*1-Aghlab- 
Ibrahtm-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab. Vi furon vario fazioni navali, e 
scorrerie nel paese dell'Etna, lungo la costiera settentrionale, nelle 
isole Eolie ecc. combattendosi con varia sorto. Intanto in giugno 
838 moria Ziadct-Allali, e gli succedeva il fratello Abu-Fkàl-Aghlab- 
ibn-Ibrahim, che mandò nuove genti. Già verso 1*841 i Musulmani 
signoreggiavano tutto il Val di Mazara, lasciando in pace il resto 
deli* Isola ; anzi andavano con un' armatetta in Napoli chiamativi 
da quel Console , Andrea , contro Sicardo principe di Benevento. 
L*an. 228 dell'egira (ott. 812 a sett. 843) Fadhl-ibn-Gia*flBr venne 
coU'armata e coi Napoletani ad assediar Messina, e la prese (843). 
L'esercito di Palermo assaltò il vai di Nolo, e V 843 v' espugnò le 
rocche di Modica. Seguia una grave rotta, toccata forse nelle campa- 
gne di Butera, dalle nuove milizie, che ci mandava la reggenza del- 
l'Imperatrice Teodora. — Intanto cadeano Lentini e Ragusa in mano 
dei Saraceni; moria sui primordi dell' Siil Abu-'l-Aghlab-lbrahlm, 
surrogato dal ferocissimo Abu-'l-Aghlab-Abbàs-ibn-Fadhl-ibn-Ia'kiìib- 
ibn-Fezàra. Costui afflisse per vari anni la Sicilia con saccheggi, ar- 



RÀflSBfiHA BIBLIOGRAriCA S09 

sioni di méssi, rovine di edifìzi, cattivila; assali Caltavuturo, forte 
r6cca nella giogaia delle Mndonie; depredò il territorio di Castro- 
gioranni: mandò gualdane a far correrle nei contadi di Catania, Si- 
racusa, Noto, Ragusa; prese Camerina; costrinse Butera a dargli 
cinque o seimila capi e tornò in Palermo, traendosi immensa torma 
dì schiavi. Altri gliene forni il distrutto Kasr-eUGedid (Gagliano?). 
Poi smantellò Cefalo, ed ebbe per tradimento la rócca di Castrogio- 
vanni (859), stata per ben lrent*anni il pegno di liberazione per le 
popolaiioni cristiane deir Isola. Essendosi sollevati Platani, Calta- 
bellotta, Caltavuturo, Sutern, Kalat-Abd-el-Mumin ecc. in conse- 
guenza dei rinforzi bizantini mandati dall'Imperatore Michele l'Ub- 
briaco, Abbàs riusci a domare dopo ostinata resistenza il tentativo 
dei Siciliani, ma fini di vivere il 3 giuinadì secondo (13 agosto 861) 
tornando da una scorreria nel contado di Siracusa, ed i Cristiani 
esumavano e davano alle fiamme il cadavere del crudcl. capitano. 

Se^iuia 1*862 Tarrivo in Palermo di Khafàgia-ibn-Sofiàn-ìbn Sewàda, 
mandato al governo di Sicilia; e 1*867 Tesaltazionc a Costantinopoli 
di Basilio il Macedone, il riformatore del Basso Impero. Intanto, suc- 
cesso Ziadet-AIlah ad Ahmed ìbn-Mohammedibn Agblab, i Musulmani 
il 250 (febbraro 864 a gennaro 865) occupavano Noto per tradi- 
mento di un cittiidino, espugnavano Scicli per lungo assedio. Due 
anni dopo, 31obammed figliuolo di Kharàgia entrava in Troina, e me- 
nava schiavi gli abitatori; nella state del medesimo anno Khafàgia 
stesso di nuovo espugnava Noto, scioltasi dall'obbedienza; poi verso 
l'autunno sforzava Ragusa ad arrendersi, ed occupava molte altre 
castella. L'868, ebbe luogo una sanguinosa battaglia fra Musulmani 
e Greci mandati da Basilio, con vittoria dei primi. Dopo un colpo 
di mano fallito loro in Taormina, di rebi' primo del 255 (18 feb- 
braro — 19 marzo 869) ebber essi una sconfitta dai Greci presso 
Siracusa. Indi, in giugno 869, Khafàgia cadea trafitto a tradimento 
in riva al Dittaino per mano d'un Berbero del giund. Lo surrogava 
il figliuolo Hohammed per venire anch'esso non guari dopo assas- 
sinalo (maggio 871), e di pien giorno, nel palagio, dai suoi servi 
eunuchi. Ni finia queir anno, senza che avesse visto la morte di 
Ribbàh-ibn la'kùb-ibn-Fezi\ra, nuovo eletto al governo dell'Isola dal 
principe Agbiabita. 

Poco ci serbò la storia di Abu-Abbls-ibn-Ia'kùb ibn-Abd-Aliah^ 
di Ahroed-ibn-la'kùb, di Hosein-ibn-Ribàh, di Abu-Abbàs-Abd-Allah- 
Ibn-Mnhamnied-ibn-Abd-Allah, di Abu-Malch-Ahmed-ibnla'kùb-ibn- 
Omar-ibn-Abd-Allah-ibn Ibrahim-ibn-Aghlab, soprannominato TAbis- 

Arch. Star. Sie.y anno I. 27 



210 BAMSdlTA BIBLIOGRAFICA 

sino, che ressero saccessiyaoiente la Sicilia, secondo i cronisti arabi. 
Pare che di questi tempi gravissimi disastri abbia sofferto la colo- 
nia per le fittrici armi di Basilio, e che non solo i Hasulroani ab- 
biano perduto varie città e forse interi distretti nell'Isola, ma te- 
messero anche per l'Affrica. 

Morto intanto Hohammed-ibn-Ahmed (febbr. 815), e lasciato un 
figliuolo di poca età, i grandi del Kairew&n elevavano ai trono il 
firatello Ibrabtm-ibn-Ahmed. Costui lanciò Tesercito sopra Siracusa. 
La state deir871 i Musulmani, capitanati da Gia*far-ibn-Moharamed 
nuovo governatore di Sicilia, occupati i sobborghi di Siracusa, po- 
neansi airasscdio della città, che allora era limitata, com'oggi, alla 
penisola d'Ortigia. L*Amari ci dh una bella narrazione di quel fallo 
memorabile, appoggiato alla famosa Epìstola del monaco Teodosio, 
al continuatore di Teofane, a Giorgio monaco , Simeone Maestro , 
Niceta PaOagone, Ibn-elAthlr,Nowalri, la Cronaca di Cambridge, ecc. 

La fame infleri orrendamente; divoraronsi i cadaveri , mentre i 
mangani musulmani demolivano Siracusa. Ma i cittadini non vcnner 
meno a se stessi, le donne dièr mano a combattere, i sacerdoti 
confortarono e pregarono. La mattina del 21 maggio 878 il ne- 
mico irruppe in città ; immensa la carnificina ; la Conlinuazionc 
di Teofane dice uccisi tutti i soldati , e fatti schiavi i cittadini ; 
Ibn-el-Athtr fa ascendere i morti a parecchie migliala ; Teroe dcl- 
Tassedio, di cui non s*ha il nome, andò intrepido al supplizio con 
soltanta nobili, presi con lui in una torre; la preda, secondo Teodo- 
sio, sali a un milione di bizantini; e per due mesi circa i Saraceni 
spogliarono, saccheggiarono, distrussero, lasciando la città un muc- 
chio di rovine, senz*anima viva. Nelle carceri di Palermo TArcivc- 
scovo di Siracusa Sofironio abbracciò il vescovo di Malta, che avova 
i ferri ai piedi ; e dal fondo pure della prigione il monaco Teo- 
dosio scrisse la sua epistola, e narrò la storia commovente della 
sua cattività. 

Ucciso intanto r istesso anno Gia*far-ibn-Mohammed , succedea 
nel governo Hosein-ìbn-Rib&h , che usci la state dell' 819 contro 
Taormina, e hi pria sconfitto, poi vincitore. L'anno successivo Tar 
mata bizantina, capitanata da un Nasar, uom di Siria, vittrice del 
navilio affricano, approdava non lungi da Palermo, recando gravi 
molestie ai Saraceni. L'anno 261 dell'egira (agosto 880 a luglio 
881) seguiano incursioni si del nuovo governatore , Hasan-ibn-Ab- 
bàa , ne' contadi di Catania e di Taormina , come dei Bizantini 
nei territori de' Musulmani. Poi, nel 268 , una gualdana condotta 



R^SSBGMA BIBLIOGftAVIGA 2il 

da Abu-Thùr, imbattutasi nell'esercito biiantino, venia tiìgliata a pezxi 
là dove il nome di Galtavuturo (rocca di Abu-ThAr) addita il luogo 
dello scontro. Fu dopo questa sconfitta, che deposto Hasaii, gli venne 
surrogalo Mobammcd-ibn-Fadlil. Costui fu più felice, anzi vittorioso 
condottiero, laiche le forzo bizantine, sufQcienti appena alla guerra 
di Calabria, abbandonarono la Sicilia, rimanendone il territorio cri- 
stiano ristretto, secondo TAutore, ai monti della Peloriade, all'Etna 
e alla valle ch*è di mezzo. Il successore di Mohammed, Sew&da-ibn- 
Hobammed-ibnKbafAgia desolò il contado di Catania e Taormina, 
ove, venuli a chiedergli accordo, come pare, i decurioni della città, 
fermò la tregua per tre mesi e lo scambio di trecento prigionieri 
Musulmani con quei di Siracusa. Tra l'autunno dell* 880 e la pri- 
mavera deir887« diianiavansi in guerra civile Berberi ed Arabi. In 
settembre delI'SSS un terribile rombitttiinento navale, colla peggio 
dei Cristiani, ebbe luogo nelle acque di Milazzo tra il navilio mu- 
sulmano e il bizantino, mandato dal nuovo Imperatore Leone, suc- 
cesso a Basilio il Macedone. Segue V Amari narrando gli scarsi e 
incerti fatti di questi anni sin ali* 896, in cui pare si fermasse un 
patto fra i Cristiani di Valdemone e i Musulmani a accordo glorioso, 
scrive l'Autore, per quei tre o quattro municipii della schiatta vinta 
che a mala pena si difendevano, stretti e incalzati in un cantuccio 
dell'Isola ». 

Cosi narratoci come i Saraceni s'impadronissero in un decennio 
(831-841) del Val di Mazara, lo storico nostro venne accennando i 
casi della più contrastata sommissione del Val di Noto, che durò 
diciotl'anni (811-839). Domata la sollevazione cristiana deir860, che 
fu comune ai due Valli, i vincitori si sparsero in Val Demone, dove 
aveano occupata Messina ed alcun'altra città marittima; pure, entro 
sessant'anni (8i3-9<)2) n(in giunsero a spuntar dalla difesa le popo- 
lazioni cristiane ridotte in un trinnj^olo, il cui vertice toccava Ca- 
tania e la base stendeasi da' monti sopra iìlessina infino a Caronia. 

Qui termina l'Autore la narrazione del conquisto, sebbene Taor- 
mina non sia stata espugnala , che nel 902. Tale narrazione oc- 
cupa tutto il libro II , raccontandosi nel terzo la lotta d* indipen- 
denza. 



2R HASSBGlfA BfBLIOGUAflCA 

III. 

Ma fermiamoci qui coli* Amari n dar uno sguardo alla condiiione 
del paese (1). 

I Cristiani , eh* cran tuttavia la maggior parte della popolazione 
dcirisòla, viveano in quattro condizioni diverse, cioè d*indipondenti, 
tributari, vassalTi e schiavi. 1 Comuni indipendenti, negli ulthni anni 
dei IX secolo, e nei primi del X, operarono come repubbliche, 
quando l'Impero del tutto li abbandonò. Le istituzioni municipali 
si rafforzarono nelle città di Val Demone, quelle cioè che sosten- 
nero r onore dei nome cristiano in Sicilia. Nelle città tributarie, 
come nelle indipendenti , l' autorità dimorò ne* municipi , ed eran 
essi che pagavano il tributo, detto (jezia o kfiaràtj. Le terre occu- 
pate per forza d'armi od a patti subirono il vassallaggio. I Saraceni 
vi damano Vamàn o sicurtà, con che cessava nel paese Tautorità poli- 
tica de* Cristiani; passavano in proprietà della repubblica musulmana 
terre, servi e coloni, e tutti gli uomini liberi diveniano dsiinmi (umi- 
liati sudditi). Gli dsimmi, oltre al peso della yezia e del ktuiràj, 
non potean portar armi, montar cavalli, fabbricar case più alle al 
ragguaglio di quelle de' Musulmani, dovean recar un segno negli abiti, 
ed era loro inibito di costruir nuove chiese, o far atti di pubblico 
culto, (jli Ebrei, e molti ne viveano allora in Sicilia, sottostavano alle 
medesime leggi. IN'elle terre abitale da soli Cristiani l'Autore ricono- 
sce (ed anche questo si tenga a mente) che fosse rimaslo un avanzo 
di municipalità, ed ammette come indubbia la giurisdizione di ma- 
gistrati cristiani. .>elle terre poi, cho gli dsiinmi abitavano insieme 
co* vincitori, paiono afTidate ad ufllciali musulmani tutte le parti 
della polizia urbana . ritenendo i Cristiani le corporazioni di me- 
stiere e di quartiere. Venendo agli uomini di condizione servile, 
i Saraceni chiamavanli indistintamente rvkik (minuto, sottile) e 
memiùk (pttssedulo), orribile parola, dice Amari , ma il fatto era 
pia mite, per le insinuazioni stesse del Corano. Quanto alla distri- 
buzione geografica delle (|uattro classi della gente cristiana nel tX 
secolo « il Val di Mazara (scrive TAutore) sede delle colonie mu- 



(I) Ciò fa il nostro storico nel Cap. Xll, mentre il XI è consacrato ai 
(ktti di lerriforma, che han relazione colla storia de* Musulmani di St- 
ollia. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 213 

solmane, era pieno di schiavi e vassalli: e cotesti ulliini soggior- 
na?ano In città e terre insieme coi Musulmani, più tosto che soli. 
Al contrario gli abitatori del Val di Nolo , per un secolo in circa 
dalla metà del nono alla metà del decimo, sembran tutti cristiani, 
e le città loro più tosto \assalle, che tributarie. Tutte le città indi- 
pendenti, e alcuna trìbubiria, eran ristrette in Val Demone n. 

Dopo il conquisto, molti de* Vescovadi esistenti sotto i bizantini 
mancarono, o ne restò il nome solo, s'ignora quali, né in quali anni, 
lutto essendo ravvolto nelle tenebro. Corto però le soscrizioni dei 
Vescovi siciliani scompariscono a poco a poco dagli alti dei Concili; 
né si parla piò di loro nelle cronache. 

Dottamente scrive lo storico nostro del celebre Teofane Cerameo 
Arcivescovo di Taormina, sulle cui omelie greche tanto si travaglia- 
rono lo Scorso, il Baronio, il Gaetani, il Cave, Hons. Di GioYanni, e 
finalmente il Ruscemi. Amari si attiene all'opinione del Di Giovanni, 
che vide la necessità di ammettere almeno due autori delle omelie, 
Tuno del IK, l'altro del XII secolo. Considera poi lo stile di Teo- 
fane come « uno dei migliori esempi della eloquenza sacra appo i 
Greci dei bassi tempi u. Segue a ragguagliarci di S. Metodio, Sira- 
cusano, nunzio del papa presso .Michele il Balbo, crudelmente per- 
seguitato da costui e da Teofllo come cultore delle sacre immagini, 
poi dairimperatrice Teodora inalzalo al patriarcato di Costantino- 
poli, autore di parecchi panegirici e scritti disciplinari. Indi trac- 
eia la vita del famoso Gregorio Asbesta, e di S. Giuseppe l'Inno- 
grafo, Siciliano ancireglì, venuto in gran fama per la poesia sacra, 
studioso, solitario, penitente, caro al patriarca Ignazio. (/Autor nostro 
ne ricorda le vicende, le persecuzioni, la vila fortunosa al Pelopon- 
neso, in Tessalonica, a Roma, in Creta, in Tessaglia, a Cherson in 
fondo al Mar Nero. Tengon dietro Sergio, frate del Monastero di 
San Calogero, che ci ha lasciato un lungo inno e un frammento; 
Costantino di Sicilia, di cui ci resta un solo epigramma, neanco 
intero; Giovanni di Sicilia, probabile autore d'una cronaca greca; 
AtRoasio vescoiTO di Modone e Pietro vescovo degli Argivi, che scrisse 
lo elogio funebre di Atanasio; Pietro Siculo, fuggito anch'esso, come 
tant'altri, nella guerra musulmana, legalo di Basilio ALicedone presso 
gli eretici Pauliciani di Tefrica, fra Cesarea e Trebisonda, autore 
d'una storia de' llanichei dedicata all'Arcivescovo dei Bulgari. Tutla 
questa parte dell'opera di Amari è ricca di accurate notizie biblio- 
grafiche, e piena d'importanti ricerche critiche, sicché getta molta 
luce sopra nn'periodo abbastanza oscuro della nostra storia lette- 



214 RASSBGIVA BIBLIOGRAPICA 

raria. Indi, parlato del martìrio di quattro Siracusani, tormentati or- 
ribilmente e fatti morire in Affrica dal feroce Ibrahtro-ibn-Abmed, 
si ferma a darci la biografia interessantissima di Giovanni Ruchetta, 
detto Sant*Elia il giovane, da Caslrogiovanni, che sali in tanta no- 
minanza presso Cristiani e Musulmani. L* Amari ce ne traccia la 
nobii vita or in Affrica, or in Egitto, or in Gerusalemme ed in An- 
tiochia, poi di nuovo in Sicilia, poi fuori dellisola nuovamente, in 
Calabria, a Roma, a Patrasso. Suppone in queste vicende, più che 
apostolato religioso, pratiche di S. Elia contro glinfedeli ; ma sem- 
bra a me, che non occorra distinguere, quando la religione e la 
patria doveano confondersi allora nel cuore del santo in un mede- 
simo affetto. Qui Amari si riserva a parlare in seguito della parte 
avuta da Sant'Elia, nel fatto dellespugnazione di Taormina ; lo se- 
gue però fino alla morte che avvenne nel 904 presso Tessalonica. 
Tra i frati contemporanei a questo grand* uomo , ricorda S. Leo- 
luca da Corlcone, e dopo aver citato appena e rigettato le storie 
di S. Oliva e S. Venera, termina il primo volume della sua Storia. 

IV. 

Cosi va egli riordinando , rischiarando , raddrizzando i fatti con 
un perpetuo confronto delle più autorevoli fonti, arabiche , latine 
e bizantino; e lo vicende de* Musulmani di Sicilia intreccia coi fatti 
contemporanei, ohe agitarono TAffrica e T Italia meridionale. Però 
non siamo affatto d* accordo coirillustre storico , circa alle accuse 
ch*ei non risparmia (specialmente in quest'ultimo capitolo del II 
libro) ai più santi personaggi. Per esempio, egli tratta di sedizioso 
e di fazioso (t. I, p. 502) contro gli Imperatori iconoclasti S. Giu- 
seppe r Innografo, mentre nella vita, die ne scrisse Giovanni dia- 
cono, vita citata dall'Autore^ non v'ha niun fondamento a quelTac- 
cusa contro il santo giovane siciliano. Al modo stesso, d*un tale ar- 
dire contro la potestà civile è flutto reo S. Metodio (p. 497), che 
sostenne, sotti» lo scellerato Michele il Balbo, fin a settecento colpi 
di verga , e fu per nove anni sepolto vivo in un'orribile prigione, 
straziato di nuovo ed imprigionato sotto Teofllo. L'Amari lo chiama 
ostinalo siciliano; il quale epiteto, dalo al glorioso martire della 
Chiesa di Sicilia, tanto meno s'attenderebbe da lui (come fu notato 
fin dal 1855), quanto che l'Autore dà lode di virtuoso sceltico (pa- 
gina 25G) ad uno Zindik, ossia ateo, che, condannato a morte, ri- 
cusò il perdono di Ziadet-Allab per tenersi costante nella sua mis- 



RA88BGHA BIBLIOGRAFICA 215 

credenza. Né meglio si addicono le lodi a Gregorio Asbesta ed a 
Folio, suo protettore, il cui scisma recò all'Impero di Costantino- 
poli si terribili elTeiti, uomo del resto crudelissimo ed empio, come 
il dimostrano le immanità commesse contro Ignazio ed i vescovi saoì 
aderenti: né si convengono le accuse al santo patriarca di Costan- 
tinopoli. Ma tutto ciò dipende dalle idee e da* sentimenti del no- 
stro storico , svenluralamenle lanto avversi al Catlolicismo ed alla 
Sede Apostolica. 

V. 

Tenghiamo ora al Libro terzo. 

L* Autore, premessi i necessari schiariinenli sulla condizione degli 
emiri di provincia nell* impero musulmano, ed accennalo al modo 
come nacquero da queirufllcio le dinastie de* Taheriti in Persia, de- 
gli Agtilabiti in AITrica. dei Tolunidi in Egitto ecc., applica alla Sici- 
lia le norme generali del dritto pubblico musulmano. I primi emiri 
son anche detti v?dli e, nei primordi della colonia, sdlieb; coniarono 
moneta ; eran sovente nominati da* coloni, i quali ora rifticean l'e- 
miro senza aspettar licenza dairAffrica, ed ora scacciavano gli eletti 
confermati dal principe. Circa airamministrazione della giustizia, 
dccidea sempre un sol giudice (emiry cddi, hàkim, mohtesib) pren- 
dendo avviso legale dai mufli (assessori). L.i sicurezza pubblica 
era alBdata, nelle capitali, a un prefetto chiamalo sd/ie6-es-3Cior(a, 
del quale v*ba ricordo negli annali della Sicilia musulmana. I corpi 
municipali {gemà\ adunanza) eran costituiti di notabili: cosi Ibn-el- 
Athlr ricorda la gema* di Palermo. E codesti ordini eran passati nel- 
r Isola dairAffrica. Il Corano e la Sunna, ossia il supposto precetto 
divino e lo esempio del Profeta, riconoscevano la piena proprietà delle 
terre coltivate, al medesimo titolo che la proprietà mobile, ma soggette 
ambedue alla tassa detta zckdl. Qui 1* Amari, oltre al fornire i rag- 
guagli necessari sulla zekàt, sul kliardg eventuale o perpetuo, ecc. 
con altre nozioni intomo al dritto generale in vigore fin al X secolo, 
si trattiene a far delle riflessioni imporUmti sul profondo rivolgimento 
che il conquisto musulmano cagionò nella costituzione e distribu- 
zione della proprietà territoriale in Sicilia; osserva, ch*es80 guarì 
la piaga de' latifondi, la quale avea consumi^to risola sino al se- 
colo IX; mostra come la proprietà divenisse abbastanza suddivisa, te- 
stimoni i moltissimi nomi arabici che rimaneano a* poderi nel XII 
secolo, specialmente in Val di Mazara. Indi passa a discorrere del 



^ 



216 lÌA9SBG!fA BntlOOKAPICA 

giund y ordine militare propriamente dello, ossia nobiltà annata. 
Quanto alle gravezze, noia il nostro Autore, che nelUsola i balselK 
arbitrari eominciarono. come paro, nel X secolo, Torse un poco a- 
vanti, sotto il regno d' Ibrahim-ilm-Ahmed : fin allora la quinta, 
il fei (1) e la decima bastavano a* bisogni della colonia militare, 
non obbligata a mandar danaro in AlTrica. 

La diversità di schiatte fra i Musulmani di Sicilia è attestata da 
Teodosio monaco. In mezzo al tumulto delia capitale crescente ag- 
gìravansi (oltre ai Siciliani, a' Greci, a* Longobardi, a' Giudei) A- 
rabi, Berberi, Persiani. Tartari, Negri. Tra i coloni siciliani vi erano 
ambo le schiatte, cioè di Kahtàn (i Kelbiti, che furono emiri di Si- 
cilia nel X secolo, quei della tribù dì Hamadàn, di Rinda ecc.) e 
di Adnàn (Aghiabìti, delle tribù di Kinàna, FezAra ecc.) e sopra- 
tutto la seconda. Colla scorta de' nomi topografici delle cittt^ sici- 
liane argoim'nla l'Amari, che vi Turono in Sicilia, oltre gli Arabi 
d'AlTrica, Arabi di Spagna, fors*anco di Siria, Egitto e Mesopotamia. 
T'ebbe al cerio la progenio de* Khorassanili ed altri Persiani. Nel 
territorio di Palermo trovansi i nomi topografici di Ain-Scindi, Bai- 
Irarà e Sagana ; un po' più lungi , quei di Menzii-Sindì e Gebfl 
Sindi; i qoali tutti spettano alle schiatte dell' estremo Oriente. (ìli 
Arabi e altri popoli di Le\ante teneano le parti settentrionali del 
¥al di Mii/.ara. La schiatta Kerl)era, che accompagnò gli Arabi nel 
conquisto e fu parte non piccola della colonia , oecHpv invece le 
regioni meridionali dello stes^io Val di Mazara. Capitale de' Berberi 
può considerarsi (ìirgenti, guerreggiante spesso contro Palermo, e 
sempre ridale. Arabi e Berberi quindi formavano ^a profondu, insa- 
nabile di\isi(»ne della colonia siciliana, ed eran l'origine do* due 
movimenti diversi, che cominciarono ad agitarla entro mezzo secolo 
dalla 8(1» fondazione. 

VI. 

Infatti Ibra'htm-ibn-Ahmed per domar un'insurrezione della colo- 
nia di Palermo, tra r89.> e il 9(>, aizzò i Berberi di GirgentL Venne 
ei medesimo nellJsola a sterminare gli ultimi avanzi de* €ri8lìani; 
prosegui la vittoria in Calabria ; e minacciava tutta la terraferma 



(Ij 11 fei risultava di prestazioni permanenti e tributi collettivi, che 
gravavano sugli Infedeli (Cristiani, Ebrei) come la gi:Aa, il khard^. 



KAS8BGNA BIBLIOGftAPICA 217 

d'Italia, quando lo scellerato signore mori sotto le mura di Cosenza, 
come or diremo. Amari nel cap. II fa un magniflco rilralto del carat- 
tere d*lbrahim; ma è nel seguente, ch*ei prende a narrare diligente- 
mente rinsurrezione della colonia siciliana (Arabi e Berberi) contro il 
tiranno; i tumulti d'Affrica; le fazioni e le stragi di quel tristo periodo; 
poi la venuta del poderoso esercito, capitanato da Abu-Abbfts-Abd- 
Allah, vincitore dei ribelli d'Affrica e figliuolo dello stesso Ibrahim 
(agosto 900); ed i combattimenti tra i due eserciti, palermitano ed 
affricano. I Palermitani TS settembre diedero ad Abd-Allah la tena 
battaglia fuori de* propri sobborghi. Dopo dieci ore di lotta, ago» 
minaronsi fuggendo verso la città vecchia: gli Affrìcani fecero orri- 
bile macello di loro ; occuparono i sobborghi e li saccheggiarono. 
I cittadini si difesero nel Cassare per dieci giorni, infine stipularono 
un accordo, che schiuse le porte ad Abd-Allah il 18 settembre. — 
I Cristiani di Val Demone aveano in questo tempo messo a profitto 
le discordie degli Infedeli. 

Dopo varie fazioni, Ahd-Ailah, con poderoso armamento, passava 
lo Stretto. Trovata Toste bizantina sotto le mura di Reggio, la sba- 
ragliava col solo terrore , dice Giovanni Diacono ; indi prendea la 
città il 10 giugno 901, con orribile macello e preda sterminata. At- 
territe le terre vicine chiedeano frettolose Vamdn. Intanto giunge di 
(tresco in Messina Tarmata greca; Abd-Allali vi piomba sopra, la co- 
glie nel porto, le prende trenta legni e fa diroccar le mura della città. 
Dopo altri vantaggi in terraferma, ritorna con tutte le sue genti in Pa- 
lermo e vi governa con moderazione e giustizia. Ma stanchi delTenor- 
mezze di Ibrabtm , i Musulmani di Tunisi eransi intanto richiamati 
appo il Califo Abbassida Ho*tadhcd-Billah; ed il Califo, come scrive 
TAutore, facea sentire in ARìrica, la prima volta da un secolo, i voleri 
del successor del Profeta, ed ingiungeva al tiranno di presentarsi 
In persona a Bagdad. Ibrahim, che sentiva crollare per guerre ci- 
vili e ribellioni il trono Agbiabìta e tutti maledir Tempio (El-F&sik) 
abdicò, ostentò ubbidienza al Califo, rinunziò il principato ad Abd- 
Allah, indossò a mo* degli anacoreti un cilicio tutto rattoppato, bandi 
a Susa la guerra sacra, e veleggiò co* suoi volontari per la Sicilia. 
Sbarcato a Trapani verso la One di maggio 902» alzato in Palermo 
il Tribunal de* Soprusi, potè, tra gli Affricani che avea seco e ì Mu- 
sulmani di Sicilia che arruolò , metter in punto un' oste formida- 
bile, con cui mosse il 17 luglio sopra Taormina. Era questa città per 
fortezza di sito, numero di popolo, tradizioni e monumenti, la ca- 
pitale della Sicilia bizantina, degli aspri luoghi, cioè, tra TEtna e 
Arch. Star. Sic, anno 1. 28 



218 KASSKGNA BIBLIOGRAFICA 

la Pelorinde, ne' quali un pugno (l*uominì difcndeYa tuttavia il glo- 
rioso vessillo (Iella Croce. Leone il Sapiente vi avea mandato un pre- 
sidio, nel tempo stesso che supplicava Elia di Castrogiovanni di pre- 
gare per la salute dellimpero. Il santo vecchio, sostenuto in pie 
dairindomabile costanza delTanimo, passa^a col suo fido Daniele di 
Calabria in Sicilia, rimproverava, incoraggiava, esortava, vaticinava 
l'imminente catastrofe, e non inteso, scuotendo la polvere da' sandali, 
usciva di città e navigava ad AmalR. — Seguono in Amari stupende 
pagine sulla rotta che i Cristiani toccarono alla marina di Giardini; 
Sull'entrata de* negri stanziali d'Ibrahim in Taormina al grido ter- 
ribile (TAkbar Allah; sull' eccidio spaventevole del 1^ agosto 902, 
in cui caddero trucidati uomini, donne, bambini, chierici, benché 
la legge musulmana perdoni loro la vita; e finalmente sul commo- 
vente martirio di S. Procopio Vescovo di Taormina. In queste pa- 
gine spiega il nostro storico tutta l'arte e la maestria dello scrit- 
tore. 

Vinta ed incendiata Taormina, lieve opera fu di ridurre il rima- 
nente Val Demone. Caddero iMico o Vico, non lungi dal Capo Sca- 
letta, Demona, Rametta, Aci e le rocche dei contorni. Ibrahim, il 26 
di ramadiian (3 sett.) valicò il Faro con tutto l'esercito, attraversò 
senz'intoppo l'ultima Calabria, e mori all'assedio di Cosenza il 23 ot- 
tobre, di j3 anni. Il cadavere fu sepolto, secondo Nowaìri,in Palermo 
0, secondo altri, al Kairewàn. 

Abd-Allah, che Amari chiama u modello dell'ottimo principe mu- 
sulmano del medio-evo o avea preso lo Stalo all'abdicazione del pa- 
dre , probabilmente il S marzo t)02. Egli avrebbe spenta forse la 
ribellione degli Sciiti (setta de* parligiani d' Ali) : so Ziadet-Allab, 
suo proprio figliuolo, rimaso a reggere la Sicilia dopo la morte di 
Ibrahim, e deposto poi per suoi vizi dal padre, non sì fosse spac- 
ciato di lui, inaugurando il regno nel sangue e nel fango. Il vii par- 
ricida regnava sette anni, poltrendo ne' vizi,' ed intanto Abu-Abd- 
Allah-Hosein-ibn-Ahmed, soprannominato per antonomasia lo Sciita, 
a capo d' una terribile sollevazione, conquistava l'Affrica e minac- 
ciava la slessa metropoli (907). Ziadet-Allah di marzo 909 fuggì, 
soggiornò or in Egitto, or in Siria, finché, dissolutissimo com'era, 
mori di malattia o di veleno , trascinando con sé la caduta della 
dinastia di Aghlab (916), la quale durava da un secolo (1). 

(1) Sullo setto de* Kharegiti, Sciiti, Zindik, Kborramii, Ismacliani, Kar- 
mali ecc. il nostro ciotto orientalista dà preziosi ragguagli nel cap. V. 



HASSBOITA BIBL106RAVICA 219 

VII. 

D*ogni parte deirAiTrìca propria, gli Arabi soltomctteansi alFuma- 
no vincitore Sciita ed alle miriadi di Berberi. Ma costui , da cu- 
stode del gran segreto, rimetteva il comando nelle mani di Obeid- 
AUah, col quale comincia la dinastia Fatemitn, quella cioè che si 
vantava di scendere da Ali e Fatima, figliuola del Profeta. Sfuggito 
già agli Abbassidi, prigione a Segelmessa, su le falde meridionali del 
grande Atlante, liberalo dallo Sciita e ricondotto trionfalmente in Affri- 
cn, Obeid-Allah prendeva titolo di Comandator dei Credenti, ed ordi- 
nava un esercito stanziale di liberti e di schiavi, parte negri, parte 
lìitm, veri giannizzeri fatemiti, da cui usci quel famoso Giawher, con- 
quistatore del Marocco e dell'Egitto, che vien chiamato ora Ritmi, 
ed or SikVlif cioè Siciliano. Il Mehdi. ossia il Guidato da Dio 
(soprannome d'Obeid-Allah ) trasporlo la sede del governo in una 
pcnisolelta, ciresce tra i golfi di Ilammamct e di Kahcs, e chiamò 
da lui Mehdia la nuova inespugnabile sua capitale (1). A capo di 
cinque anni (920) quando la vide compita, esclamò « Or si regno 
ranno i Fatemiti >>. 

La Sicilia , secondo Amari , stette cheta o quasi per nove anni; 
nel qual tempo la ressero quattro emiri. La rivoluzione del 900 
tornò a gelila fra noi , quando mancò cogli Aghlabiti la mano che 
Tavea represso. Ma il Mehdi mandava a regger risola un Ibn-abi- 
Rinzir (agosto 910), solto di cui avvenne una poco importante sol- 
levazione de' Cristiani di Demona, ed un tumulto de* Musulmani di 
Palermo, perlocchè il Mehdi deponea d*utTicio l'emiro, e gli surro- 
gava un Ali-ibn-Omar-Bellewi (agosto 912). Ma cacciollo Ahmed- 
ibn-Korhob, uom d' alto aliare , di nobii casa arabica , partigiano 
degli Aghlabiti. Costui sollevò tutta la Sicilia, uni per un momento 
Arabi e Berberi contro T autorità Fatemita, ed il 10 maggio 913 fu 
dal popolo siciliano solennemente investito deirufTicio di emiro. E 
già meditava di compiere il conquisto del Val Demone, tuttor con- 
trastato, quando ne 1* impedia un ammutinamento di Berberi. Con 
miglior esito tentava, appoggiato dalla nobiltà arabica dell'Isola, ed 
anche da' Berberi , di far atto di ricognizione al Califo Abbassida 
Moktader-billah. Costui da Bagdad, nelle misere condizioni in cui si 

(1) Fu dotta anche Affrica, 



280 SASSBOlf A BIBLIOOSAFICÀ 

travagliava il Califato, non poteva Tar altro, come ben osserva TAmari, 
che invcslire emiro lo eletto dai Siciliani. Mandò dunque in Palermo 
il diploma d'investitura e gli emblemi del comando a Ibn-Rorhob. 
L'ambasceria di Bagdad vi era stata prevenuta dal navilio siciliano, 
che tornava in porto con {splendida vittoria, riportata il 18 luglio 914 
presso Mehdia. Dopo un altro successo conseguito sulle genti man- 
date dal Mehdi in Sicilia, l'armata assali e distrusse Sfax , che si 
lenea pei Fatemiti, mostrossi a Tripoli e tornò. Incoraggiato Ibn- 
Korhob die opera alle cose pubbliche, e volle tentare un'impresa 
in Calabria. Però il navilio soffri un naufìragio presso il capo di 
Lcuca ; laiche scemato , non potè far testa alle forze navali dei 
Fatemiti e fu \into. Il malcontento cominciò la reazione contro Ibn- 
Korhob, mentre una pace fermavasi (915) tra Zoe, reggente Tlm- 
pero greco pel figlio Costantino Porfirogenìto, e i Saraceni di Sici- 
lia , pagando loro forte tributo , perchè non infestassero le Cala- 
brie e la Puglia. Intanto i Berberi di Girgenti mandavano per let- 
tere ad offerirsi al Mehdi ; tiravan a sé altre popolazioni , sendo 
capo do' sollevati un AbuGhdfar. E già Ibn-Korhob, esule volon- 
tario, noleggiati i legni, slava per dar le vele verso la Spagna; al- 
lorché egli, i figliuoli, gli amici, presi e messi ai ferri, son man- 
dali nll'usurpator Falemila, che li fa vergheggiare a morte, straziare, 
poi ne insulla gli sformati cadaveri. 5la ecco in capo a due mesi, i 
Berberi riaccendono la rivoluzione, spenta già colle proprie mani: 
questa volta è repressa da un Abu-Sa'td, sperimentato capitano del 
Mehdi, e da' suoi feroci Kotamii. Kgli va sopra Palermo, collcgaUi 
agli insorti; dopo sci mesi d'assedio l'obbliga a calar agli accordi 
(marzo 917); indi contro i patti ne svelle le porte, ne abbatte le 
mura, la sottopone ad una taglia. Cosi la rivoluzione d'indipendcnia 
parve moria e sepolta. 

L'Autore narra in seguito le successive incursioni di Slavi, che i 
miseri popoli deiritalia meridionale videro per dieci anni venir di 
Sicilia (918-020) sotto le insegne Fatemite; nei qual tempo crede, 
che l'armala e le genti slave fossero venule a svernare ogni anno in 
Palermo, e parte ve ne rimanesse a mcrcatare. 

L'anno 03i, saliva sul trono Abu-i-Kàsem-Mohammed, figliuolo 
del Mehdi. Il nostro storico traccia accuratamente quei vent' anni di 
storia siciliana, che son occupati dal governo dell'emiro Sàiem-ibn- 
Rescld. i^'el 937, si fu da capo colla rivoluzione a Girgenti ; ma i 
Palermitani combatterono contro i Girgentini, li sbaragliarono e li 
inseguirono fliìo a' mulini di Marineo. Ciò malgrado, la insurreiione 



1AS8MIIA IIILIOGIUFICA 281 

non (te repressa a Girgenti , anzi diVampò a capo di due mesi in 
Palermo. Fu in quest* occasione^ che Klialll-ibn-Ishàk-ibn-Werd, 
mandato dal prìncipe, accorgendosi che il palagio degli emiri (lo 
slesso che oggi dicesi Palazzo Reale) non olTriva loro un sicuro 
soggiorno, negli spessi tumulti palermitani, gitlò le fondamenta di 
una cittadella, che chiamò ElrKhàlisa^ cioè u L'eletta a. Il 9 mano 
938 Khalll mosse da Palermo contro i Girgentini; fu prima vinto; 
tutto le castella e il popol di Maxnra si chiariron ribelli. Dopo varie 
vicende e fazioni , concentrò tutte le forze contro Girgenti , nodo 
principale della guerra. La quale andò in lungo , e straziò tutta 
risola. Rlialii vantavasi craverc spento di ferro e di fame centinata 
di migliaia d*anime in Sicilia; caterve di prigioni mandavansi a ven- 
dere in Affrica; un* infinità di gente, fuggendo l'orribile carestia e i 
sicarii di Khalll, riparava qua e là nei paesi de* Rum (Italia o Gre- 
cia) dove la più parte si fecero cristiani ; finalmente tutta la Sicilia 
soggiacque, dòma e spaventata al nome dei Fatemiti. 

Né a cacciarli dall'AITrica valse la sollevazione cominciata Tanno 
331 dell'egira (94243) da un Abu-Ieztd, detto lo Sceikh dei cre- 
denti, a capo della setta de* Nekkariti e d'altri rami di sette Kha- 
regite; il quale con centomila Berberi, feroci tutti e indisciplinati, 
occupò, è vero, l'Affrica propria, standogli a fronte in due battaglie 
un Siciliano, che Amari crede di schiatta greca, per nome Boscera; 
le fortificazioni di Hehdia salvarono la dinastia Fatemita, dopo quat- 
tr' anni d' una tremenda ribellione, cui fini di reprimere Ismaele, 
soprannominato Mansùr-biamr-Illah, succeduto al padre Mohammed 
(maggio 946). Capitano e consigliere fidatissimo di Nansùr nella me- 
desima guerra fu Abu-I-K&sem-Hasan-ibn-Ali-ibn-abi-IIosein , della 
tribù arabica di Kelb ; rimunerato incontanente col governo della 
Sicilia, che rimase per un secolo a* suoi discendenti. 

Per sei anni non s'udirono più sollevazioni o tumulti; però furti, 
soprusi, violenze straziarono l'oppressa Sicilia. Solo il 947, nella 
festa del primo scewiiii, i Beni-Tabari, nobil casato di origine per- 
siana, che era de' primi nel consìglio municipale di Palermo, le- 
varono la città a rumore ed ebbero seguito; ma fatto uccidere a 
tradimento lsmaele*ibn-Tabari, capo della fazione aristocratica, cogli 
altri notabili di essa, il nuovo emiro Hasan-ibn-Ali, primo de' Kel- 
biti, quietò le cose, e cosi la colonia posò da tumulti. 



222 RASSEGHI BIBUOeSAFlCA 



vm. 



Volgendo lo sguardo ai Cristiani, le vicende loro nella prima metà 
del X secolo mostrano ch*ei tenessero tuttiiia il lato orientale del- 
l'Isola a regione falla squallida e desolata (scrive T A mari) in quel 
dubbio confine di due epoche n per popolazione, ricchezza, coltura. 
Mancano le memorie ecclesiastiche di quel periodo. Solo 1' autore 
anonimo della Vita di San Niceforo Vescovo di VUelo, vissuto nella 
seconda metà del X secolo, vagamente parla della gran copia dei 
tf Veggenti in Dio o che vissero in Sicilia (964), de* quali nomina il 
solo Prassinachio. romito famoso, jche presagi la sconfitta di Manuele 
Foca. Alla stessa, o alla precedente generazione , torna , secondo 
Amari, Ippolito Vescovo di Sicilia, autore di certi oscuri vaticini su 
la caduta della potenza musulmana. Questo Vescovo di Sicilia forse 
era quello di Taormina, ove pare rimanesse, sola superstite, la sede 
vescovile. Le città indipendenti eran fatte tributarie dopo la guerra 
d* Ibrahtm-ibn Ahmed; le popolazioni tributarie reggeansi necessa- 
riamente a municipio; spezzato era ogni legame coltimpero bizan- 
tino, tanto più dopo la pace che fermò limpero coi Galifi Fatemiti ; 
as^ai spopolalo, come rettamente congettura FA mari, doveva esser 
allora il Val di IVoto, mentre il Val di .Mazara, con Palermo, potea 
contare, innanzi il 938, due milioni d* abitanti , di cui men della 
metà musulmani. Anche qui accenna il nostro storico alle schiatte, 
specialmente agii Slavi o Schiavoni, che diedero nome al più grosso 
quartiere della capitale; nota, che la coltura dei rifuggiti d'AITrica, 
al mutamento della dinastia, e l'esempio dei giuristi mandati nel- 
risola promossero fra noi Tincivilimenlo. Qui dà uno sguardo alla sto- 
ria letteraria di quel periodo. Il Siciliano Abu-Abd-Allah, dotto nel- 
l'arabo e nel greco, collaborava con altri medici arabi dì Spagna e 
con un giudeo all'interpretazione tecnica della materia medica di Dio- 
scoridc ; leggcasi nelle scuole di drillo di Sicilia e d'Affrica la grande 
opera « Comandamenti della fede e leggi deirislàm n di lehia-ibn- 
Omnr-ibn-lùsuf, maestro del Cimigerato devoto siciliano Abu-Bekr- 
Ahmed-ibn Mohamrocd-ibn-lehia , coreiscita ; Abu Sa'ld-Lokmàn-ibn- 
lùsuf insegnava in Palermo per quattordici anni la *flodawwana , 
celebre manuale di diritto malekila ; Abu-'Amr-Meimùn-ibn-*A.mr, 
cadi deirisola, distingueasi per dottrina ed austera integrità, fra i 
discepoli di Sehnùn. Sembrano cominciati ncirisola nella stessa metà 
del X secolo gli studi filologici; ed il primo Siciliano, lettor del Co- 



EASSBGlfÀ BIBLIOGRAFICA 223 

rano e grammatico, di cui si trovi il nome nelle raccolte biografi- 
che, è Abu-Abd-Allah-A]ohammc(l-ibn-Khorassi\n. Col Riàdli'en-Nofiis^ 
là dove tratta de' giuristi e santi musulmani d' AfTrica fin oltre la 
metà del X secolo, TAmari ci dà i nomi de' Siciliani che traman- 
darono racconti e aneddoti a voce ed in iscritto. Però, innanzi la do- 
minazione KelbiU), la nostra cultura intoileltuale si restrinjfca quasi 
alla scienza del dritto. L'Autore termina questo bel capitolo coi nome 
di talun altro illustre personaggio, co' santoni siciliani e co' mole* 
nbbcd ricordati ne' fasti delTascetismo musulmano. 

IX. 

Ora conviene Termarci sulla casa Kelbita dei Beni-abi-IIosein. La 
potenza loro a corte, il tramutamento della sede Fatemiti da Meli- 
dia al Cairo, le guerre orientali de' primi califi d'Kgitto, Teman- 
cipazione dell'Affrica, e più la volontà de' Siciliani compirono l'in- 
dipendenza della Sicilia. Scioltasi infatti nel 910, con breve guerra, 
dall'arbìtrio del Califo nelle elezioni, ebbe un emirato ereditario e 
indipendente. 

L'Autore racconta colla solita sua diligenza i fatti che risultano 
dalle fonti orientali e cristiane; la guerra di Calabria, fra Bizantini 
e Musulmani di Sicilia (950-95^) ; la presa di Termini e i' assalto 
di Nazara per opera di Basilio protocarebo (957) ; la circoncisione 
dei 962; la caduta di Taormina la nuova, della d'allora Moezzia in 
onore del Califo Aloezzli-din-lllah (962), e l'allargarsi delle colonie 
musulmane nel Val Demone e nel Val di ìNoto. Dopo l'occupazione 
di Taormina, tutta la Sicilia obbediva a* Musulmani, fuorché Ramet- 
ta , solo avanzo de' municipi greci e romani di Sicilia. Gli eroici 
Cristiani di questa città giltarono il guanto di sfida a' vincitori. As- 
sediata essa da Ilasanibn-'AmmAr (agosto 90.-^). chiesero aiuti a Ni- 
ccforo Foca; li ebbero; per la cattiva scelta de' condottieri essendo 
stati sconfitti con infinita strage i Greci, che pur in principio aveano 
riportato splendidi successi, i prodi di Rametta tenner il fermo; af- 
famati, ridotti a larve, combattevano ancora; finche la città fu presa 
d'assalto, passati a fil di spada gli uomini, menate in cattività le 
donne e i fanciulli, la terra saccheggiata e fattovi gran bottino. Se- 
guirono poi in Sicilia tanti altri scontri; la conchiusionc fu, che i 
Musulmani ripigliarono ad una ad una le terre perdute , mentre il 
nnvilio greco se ne stava pigramente a Uegi^MO per rncc(\rre i pre- 
sidi. Quand'esso poi sciolse le vele per Costantinopoli, TemiroAhmed, 



tu ftASSBGlf A BIM.I0ftl4nCA 

posto alla vedetta in Messina, l'assai), e dopo fiero combattimento 
alTondò, arse e prese tutte le navi bizantine. Questa fine ebbe Tim- 
presa di NiccForo Foca. Non guari dopo queste vittorie, Moezz signi- 
ficò all'emiro di Sicilia la pace fermata coirimpero, e gli ingiunse 
di riattar le fortificazioni di Palermo. Sei anni appresso, Ibn-Haukal 
potea ammirare le forti muraglie del Cassaro e delia Khàlesa (I). A 
questo punto il nostro storico dà una bella biografia del celebre Gia- 
wher. Siciliano di schiatta cristiana, a cui Moezz affidò la conquista 
dell'Egitto, inducendosi dopo, pe* consigli di lui, a trasferirvi la sede 
(972). Moezz die a governare l'Affrica Fatemita ad un viceré della 
famiglia zlrita, ma eccettuò la Sicilia, data e confermata ai Beni- 
abi-Hosein di Kelb. 

Richiamato in Affrica Ahmed in ottobre o novembre 969, era ri- 
masto a reggere l'Isola nostra un la'isc , liberto del padre di Ah- 
med. Se non che i corpi del giund, formati d'Arabi Siciliani, ven- 
nero a contesa co' Negri, Slavi, Berberi ecc. di la'isc, e divampò 
un fuoco , che di Palermo si appigliò subito alle altre città. Fu 
però sopito, sotto gli emiri che successero. Dell'emiro Abu-1-RAsem- 
Ali-ibnHasan l'Autore narra l'imprese in Sicilia e in terraferma. 
Di Abu-1-FotAh-IAsuf descrive il lodatissimo governo. Ai suoi tem* 
pi la potenza de' Kelbiti in Egitto giunse al suo apice; la cultura 
sua e della corte ci è infatti dimostrata dalle biografie de' poeti con- 
temporanei; fira gli altri, Ibn-Movreddib di Mebdia e Mohammed- 
ibn-;'Abdùn di Susa furono carissimi all'emiro ed al figliuolo Gia'far. 
Ti ha un poema ( Kasida ) a lode de' due splendidi mecenati , 
scritto innanzi il 998 da un.Abd-AUah, della tribà di Tonùkb, ser- 
batoci da Ibn-KhallikAn nelle Biografie degli uomini illustri. Dopo 
otto anni di prospero reggimento, lAsuf risegnò l'emirato a Gia'- 
far (2). Omai la corte di Palermo si ordinava come corte di prin- 
cipi indipendenti, coi suoi vizir e co' suoi hdgib, che mai non furo- 
no presso gli emiri di provincia. Però nelle mani di Gia'far casa Kel- 



(i) Nel Gap. V del Libro IV l'Amari ci fa una stupenda descrizione di 
Palermo, quale la vide e la descrìsse Ibn-Haukal. 

(2) Nei Gap. VII son narrate le imprese de' Bizantini (983-998) in Pu- 
glia ed in Galabria, che occuparono; gli assalti de' Musulmani di Sicilia 
in quelle province; l'assedio di Bari (1004), e si accenna ad altre fazioni 
delle masnade Saracene, che TAutore sapientemente deduce da' nomi geo- 
grafici. Nel 1016 già compariscono i guerrieri Normanni nel principato 
di Salerno. 



BAMBGlfA BIBLIOGBAriCA 225 

bita die la volla al comun precipizio delle dinastie musulmane. E 
veramente, da Abu-I-Kàsem in poi, i nostri emiri avean amato meglio 
i piaceri della reggia in Palermo, che i combattimenti di terrafer- 
ma. Ali, Aglio di lAsuf, congiurò contro il fratello co* Berberi e 
cogli schiavi negri (101S); Tu messo a morte ed i Berberi venner 
cacciati dairisola colle famiglie loro. Intervenne nuova insurrezione 
della capitale pel cattivo governo del nuovo vizir, Hasan-ibn-Mo- 
hammed (1019), sedata appena dal paralitico Iiìsuf colla uccisione 
del vizlr, colla deposizione di Gia'far, coiresaltazionc dell'altro suo 
figliuolo Ahmed, soprannominato Akhal. 

Mentre germogliavano in Sicilia siffatte discordie, in Affrica era 
venuta crescendo la dominazione zirita ; sulla quale e sullo cose 
di quel paese scrive, secondo il solito, T Autore ciò che ha re- 
lazione alla sua Storia, rilevando come per la desolante carestia 
del 1005 , e per la crudelissima proscrizione religiosa degli orlo- 
dossi contro gli Sciiti (1016-11) riparassero neirisola i cacciati dalla 
fame e gli eretici perseguitati. Aklial vi avea ristorato la tranquil- 
litù. Ai tempi di lui, Basilio Imperatore pensò di recar egli stesso 
la guerra in Sicilia ; mandò innanzi 1* eunuco Oreste con grosse 
schiere di Macedoni, Vallachi, Bulgari, Russi, che solean militare 
sotto le insegne bizantine; i Musulmani di Sicilia furon cacciati da 
ogni luogo che occupavano in Calabria ; poi si differì Timpresa per 
la morte di Basilio (102,*!). Intanto Akhal avea accettato aluti dal 
principe zirita Moczz-ibn-Badls. Il tentativo della Corte di Costan- 
tinopoli falli per la balordaggine di Costantino Vili, rimasto solo sul 
trono, e per la niuna esperienza d* Oreste. Cosi neppure approdò 
un'altra spedizione disposta da Romano Argino, eh* era succeduto 
a Costantino (novembre 1028). Incoraggiati Affricani e Siciliani s'ar- 
rischiarono a lontane scorrerle navali contro l' Impero , mentre la 
Corte Bizantina mandava air emir di Sicilia un Giorgio Probato a 
trattar la pace. 

Tra il 1031 ed il 1035, colloca il nostro Autore il colpo di stato 
di Akhal, che ordinò si pagasse la doppia decima invece del dazio 
fisso, levò il danaro col braccio forte de' nobili e de' mercenari, 
ed intese così , giusta le opportune riflessioni dell' Amari , a rial- 
zare l'esercito, favorir la parte che si chiamò degli Affricani (nobili) 
contro la parte de' Siciliani (cittadinanza). I Siciliani presero le ar- 
mi, guidati da un Abu-Hafs, fratello di Akhal. 

L'emiro, fermata la pace coi Bizantini, avea chiesto aiuti all'Im- 
pero greco, il quale s'apprestava a mandargli Haniace con un eser- 

Àrch. Slor. Sic., anno I. 29 



226 KASSBGNÀ BIBLIMIAVICA 

dio; mentre gli insorti, sul volgere del 1035, domandavano aiuti a 
Hoezz-ibn-Budis. Questi mandò loro il figlio Abd-Allah , con tre- 
mila cavalli e tremila fanti. Il quale in lunga guerra più volte si 
scontrò coir emiro , ed avcanc l' avvantaggio , quando Leone Opo 
mandalo a capitanar Teserciio d'Italia (1034) passò il Faro (1037), 
ruppe le genti di Moezz, poi si ritrasse in Calabria. Akhal abban- 
donato non ebbe altro rifugio, che le mura della Khàlesa, dove fu 
assediato e alfine ucciso , restando Abd-AUah padrone della capi- 
tale e di (ulta risola. Ed ecco piomba addosso al vincitore il prode 
Giorgio Nanlace. 

Costui, famoso nelle guerre di Siria, chiamalo da* confini delPAr- 
mcnia, passò due anni in preparamenti, e si trovò a capo di un eser- 
cito, ridondante di Russi, Scandinavi o Varangi, e con questi. Italiani 
dì Calabria e Puglia ecc. V*avea una compagnia di ventura di circa 
cinquecento cavalli, mescolnta d'Italiani e Normanni, la quale s'era 
condotta a' soldi del Principe di Salerno, che or la dava in prestito 
aManiace. Questi, insieme al patrizio Michele Doceano, passava il 
Faro r anno 1038, e sgominava i Saraceni a RamclUi. Si difesero 
ostinatamente gii Arabi Siciliani in lor citlii e castella, si che Ma- 
niaco non ne occupò più di tredici in due anni. 

A proposito della schiera di Varangi, che Aroldo il Severo capi- 
tanava nell'esercito di .Maniaco, l'Amari esamina dottamente le tra- 
dizioni conservate nelle saghe scandinave circa le imprese di quel 
personaggio in Sicilia. 

A lungo andò l'assedio, messo da* Greci a Siracusa, durante il 
quale si distinse il condottiero Normanno, Guglielmo Braccio di Fer- 
ro. Nella primavera o state del 1040 , ebbe luogo la battaglia di 
Traina Rra Maniaco ed Abd-Allah; quest'ultimo sconfitto campava ap- 
pena con pochi seguaci, e si riparava in Palermo. Fu allora, nello 
spartire la preda, che il lombardo Ardoino,capo della compagnia Nor- 
manna, essendosi querelato con Maniaco, venne da costui fatto nu- 
dare e frustare; onde, tornato in terraferma, v'iniziò l'insurrezione con- 
tro de' Greci. Intanto, caduta Siracusa, Maniaco vi dava opera a risto- 
rare le fortificazioni, gli ordini pubblici, il culto, e mandava a Co- 
stantinopoli in un'arca d* argento il corpo di S. Lucia, additatogli 
da un vecchio cristiano ; ordinava castella con forti presidi nelle 
altre ciltii occupate; avea già guadagnata quasi tutta l'Isola; allorché 
ad un tratto, un ordine secreto della Corte strappa dalla Sicilia il 
capitano vincitore, giusto allora che Ardoino e i Normanni levavano 
in Puglia l'insegna della ribellione. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFieA 281 

Rimasti ad ulUmare la guerra 1* ammiraglio Stefano e l* eunuco 
Basilio Pediadite , essi nulla seppero fare contro i Musulmani ri- 
tornati agli assalti ; molto più che il Catapano Michele Doceano , 
toccate in terraferma due sanguinose sconfitte da* Normanni (1041), 
richiamava di Sicilia Calabresi, Macedoni, Pauliciani. Airentrar del 
1042, l'Impero avea rìperduto risola, da Messina in fuori, tenuta da 
un Gatacalone protospatario, e da costui bravamente difesa contro 
un'aggressione di Musulmani, levati popolarmente in tutta la Sicilia. 
Neiraprile del 1042, Maniace liberato e rimandato in Italia ripigliava 
qualche città agli insorti di terraferma , senza giungere a domare 
i normanni; poi, fattosi egli stesso ribelle, e passato coll'esercito 
in Grecia (febbr. 1043) vi trovava la morte. 

X. 

# 

Costretle le armi bizantine a sgombrar di Sicilia, molti abitatori 
cristiani emigrarono in terraferma; i rimasti, la più parte dsimmi, 
ebbero a sentir più gravi i soprusi tra il 1043 ed il 1061. I/Autore 
distingue ne' Cristiani dell'Isola drcci ed Itilìci; Italici crede in- 
tatti i frati di S. Filippo d'Argira. La religione si mantenne insieme 
colla lingua greca nella Sicilia orientale. N'è documento, della fine 
del X secolo, la Vita di S. Niceforo Vescovo di Mileto, scritta, come 
pare, da un greco-siciliano. Verso il 1030 ci si parla poi di preti 
cristiani, che insegnavan lettere a' giovanetti a Gastronovo in Val 
di Mazara; altri forse facean il medesimo a Demona. 1 monasteri, 
si fiorenti dopo S. Gregorio, sembrano poco men che distrutti. Pure 
in vai di Mazara trovano i Normanni il monastero di S. Maria a 
Vicari, oscuro e negletto, ma pregante per la vittoria de* Cristiani. 
L'Amari stima, che alla metà deirxi secolo potesse restare in SiciUa 
non più che una mezza dozzina di monasteri con religiosi e di che 
ìivere, mentre quei che sentivano vocazione allo stato ecclesiastico 
solean passar in Calabria. Fra i monaci illustri son da ricordare San 
Vitale da Gastronovo nato verso la prima metà del X secolo; San 
Luca da Demona, insigne archimandrita di monaci e romiti; S. Fi- 
lareto, forse da Traina, che fu specchio d' obbedienza monastica, 
di pietà, di buoni costumi e mori verso il 1070. L* Autore ne di- 
scorre le vite; co* Bollandisti respinge come spuria l'agiografia di 
Santa Marina; rigetta pure quella di S. Giovan Iberista; accetta l'aU 
tra di S. Simeone, nato a Siracusa nella seconda metà del X se- 
colo, vissuto in Oriente, morto a Trevcri nel 1034; finalmente chiude 



228 KASSBGlfA BlftLlOQftAriCA 

il Gap. XI raffermando ropinionc antica, saldissima ed a torto ne- 
gata dal Martorana, la quale vuole il Cristianesimo non mancato 
mai alla Sicilia. 

È notevole ciò che scrive l'Amari sul diploma di S. Maria delle 
Naupactitesse, che attribuisce piuttosto a Bari o ad altra città del- 
ritalia meridionale, anziché alla Sicilia, come credettero Morso e 
Garofalo. 

XI. 

A questo punto, secondo avverte TAutore, mancano le notizie dei 
cronisti, e il periodo diviene oscuro. Può leggersi nel Gap. XII, 
quanto riguarda le discordie insorte fra i Musulmani deirisola dopo 
la rotta di Traina e quel che si sa della sollevazione contro Abd- 
Allab-ibnUloezz e dcirinalzamento all'cmìralo di Hasan, fratello di 
Akhal, detto Sirnsàm-ed-dawla, A salto a salto, gli annali ambici 
continuano dopo la costui esaltnzione. Corto l'Isola si sconquassò, 
mentre cadeva spezzata la dinastia Kelbita. Il Kdid Ibn-MenkiU s'im- 
padroni di Trapani, Marsala, Mazani, Sciacca e di tutte le pianure 
occidentali; il Kdid Ibn-HawwAsci tenne (ìirgenti, Castrogiovanni e 
Castronovo con lor distretti; il Kdi i berbero Ibn Mekiàti occupò 
Catania qualche anno dopo ; Palermo si resse a repubblica; forse 
tutta la costiera settentrionale segui la sorte della capitale ; l' o- 
rientale , abitata la più parte da vassalli cristiani , obbedì prima 
ad Hasan , poi al capo della nobiltà ; in Siracusa, la più illustre 
città di quelle parli, prevalsero i nobili. In tanUi anarchia u tre ri- 
duceansi le divisioni, secondo V Autore : nobiltà militare , popolo 
delle province, e cittadinanza della capitale. In Palermo prevalse 
dopo Akhal la parte popolana. 

XII. 

Nei capitoli XllI e XIV, stupendi per critica ed erudizione, l'A- 
mari ci vion esponendo quanto riguarda le cittfi, le fortezze, i mo- 
numenti, l'industria, il commercio, le scienze, le lettere de* Musul- 
mani neirxi secolo. 

Tra il U73 e il 1054 vissero in Sicilia due eruditi, che ci lascia- 
rono delle notizie geografiche, scrittori entrambi di storia o cronica 
del paese. Tono AbuAli-IIasan, Taltro Tillustre filologo Ibn-KatU'. 
I loro frammenti ci furono conservati dairerudito lak&t. SelVXl se* 



RASSRGNA BIBLIOGRAFICA 229 

colo fiori inoltre il geografo spagnuolo Bckri, di cui abbiamo due 
cenni sulla Sicilia presso lo Scoliaste Ibn Scebbàt. Colla loro scorta 
principalmente, P Autore ci vien enumerando le cittii, le rócche, i 
villaggi dell'Isola; di alcune fra quelle ci dà importanti ragguagli; e 
belle notizie ci fornisce sulKeruzioni dell'Etna, sui prodotti minerali, 
sulle acque, sui boschi, sulle pratiche agrarie, sulle manifatture ecc. 
Discorre infine dì alcun monumento epigrafico. Sulle monete aghla- 
bile e fatemite dà, sorvolando, i risultati che ritraggonsi dall'accu- 
ralo catalogo del Alorlillavu (p«ig. 456). 

Notata la prevalenza ch'ebbero negli studi arabici le sicienze co- 
raniche e le filologiche, ed accennalo ai fonti di storia letteraria, 
vien a farci un bel quadro di essa pe* secoli X ed \I. Invero astro- 
nomiat matematica, geografia, medicina, filosofia, dritto, tradizione, 
teologia, storia, poesia, musica furon coltivate dagli Arabo-Siculi. 
Gli uomini più celebri furono lo Sceikh Abu-Sa*ld-ibn-lbrahìm, autore 
d'un libro di terapeutica : lo sceriffo Ahmed, autore d'altro più fa< 
moso trattato di medicina; Abu-Tdher Isma'l, che scrisse un'opera 
rinomatii su le.forme grammaticali del Corano; il Mazari, giurista 
roalekita, tradizionista. teologo e medico celeberrimo, su cui TAu- 
tore si trattiene dottamente a discorrere; Ibn-IAnis, detto il Sicilia- 
no, dottore prìncipe anch* esso di scuola malekita ; il giurista ed 
ascetico Sementari ; il teologo Abd-er-Kahman-Sikilli; il grammatico 
Kattàni ; il filologo IbnRescik; Ibn-Rattà* citato sopra; il filologo 
ed oratore Ibn-Mekki; i poeti Ihn-Tùbi, Ibn-Biscir, Bellanobi e final- 
mente i due poeti siciliani, eh cbber onorato asilo alla Corte di Si- 
viglia , Abu-I-Arab e il si famoso Ibn-liamdis di Siracusa , su cui 
l'Autore scrive bellissime ad eruditissime pagine. 

XIII. 

Col precipitar in Affrica delle cose di Moezz-ibn-Badls , vedesi 
calare in Sicilia la fazione, che si era a lui affidata nel principio 
della guerra civile e gli si era poi volta contro (1040j. Cacciato e 
spento Simsàm, sorse capo di parte un Ibn-Thimna, signore di Si- 
racusa; il quale assali, vinse ed uccise Ibn-MekIàti, Kdid di Ca- 
tania, marito a Meimuna, la sorella d'Ibn-Hawwasci; poi chiese ed 
ottenne la man di lei dal fratello, signor di Castrogiovanni, e riusci 
ad assoggettar a sé la più parte dell'Isola. Una sera Ibn-Thimna ub- 
briaco svillaneggiava Meimuna ; l' offesa donna correa a rifuggirsi 
presso al fratello in Castrogiovanni, Ed ecco Ibn-Thimna muover con- 



2S0 KASSBGlf A BIBLIOOHàFICà 

tro di lui da nemico. Però viene sconfitto ed inseguito fin presso 
Catania con grandissima uccisione; onde furibondo contro Ibn-Haw- 
wasciy corre a Milcto, olTirendo la Sicilia a* Normanni. 

XIV. 

Nella prima parte del suo terzo volume l'Autore ci dà la storia 
del conquisto normanno di Sicilia, storia d'importanza grandissima 
per ognuno, da tanti scrittori nostri e stranieri ripetutamente trat- 
tata (1), e sulla quale l'Autore è venuto a gittar tanta luce, or che 
per la prima volta ha potuto metter a profitto tutti i cronisti arabi e 
cristiani conosciuti. 

Nel Capitolo 1 del suo V libro comincia TAmarì narrandoci bre- 
vemente le due serie di fatti, che prelusero al conquisto Normanno 
di Sicilia, cioè la guerra di Pisa e Genova contro i Musulmani, e 
la cacciata dei Bizantini dall' Italia meridionale. Il racconto della 
guerra pisana e genovese ci era stito dal nostro storico fatto cono- 
scere con anticipazione, nel fascicolo di maggio 1866 della Nuova 
Antologia, ov'egli lo diede col titolo Prime imprese degV Italiani 
nel Mediterraneo. La narrazione della cacciata de' Bizantini dall'Ita- 
lia di mezzo è stata distesamente scritta dal signor Gius. De Bla- 
siis, professore di storia nella R. Università di Napoli, nel libro col 
titolo: La Insurrezione l'uyliese e la Conquista Normanna nel se- 
colo XI (3 voi. Napoli, Alberto Detken, 1864). 

Molte sono le sorgenti del conquisto normanno; principali il monaco 
Amato di Monte Cassino, su cui e sulla storia del quale ha pubblicato 
una Memoria pregevolissima il signor Kirsch (2) ristampata nelle lii- 
cerche sulla Storia Tedesca (voi. Vili, p. 203 e segg.); Guglielmo 
Pugliese; Malaterra; VAnonymi Historia Sicula di Caruso o Chronir 



(1) In Francia fa primo il Da Moulin, che pubblicò un libro col tito- 
lo : Lei Conquestes dei Norman- Francais am Royaume de Naptes et de Si- 
Cile eie, (Roaen 1668), opera sfornita di critica e di buon senso. Un'altri 
storia nel 1701 comparve a Parigi , ed ò del gesuita Buffler Histoìre de 
Voriqine du Royaume de Sicile et de Naples, Ei vi segue il racconto di Leone 
Ostiense e di Malaterra. Nel 1830 uscì in Parigi stessa una terza storia, 
che è del Gaultier d'Are e s'intitola : Hiitoire dee conquétes dei Normandi 
en Italie, en Sicile et Grece, 

(S) Son di lui varie critiche delle opere di M. Amari» I. La Lamia, 
A. Gallo ecc. nei Bulkttini dei dotU di GoUm^a. 



1A88BGRA BIILlOGSAriCA 231 

que de Boberi Viscard di Champollion; Leone d*Ostia; Lupo Proto- 
spatario, ed altri coaiemporanei italiani e d'oltremonti, oltre i cro- 
nisti arabi. 

Non sarà qui discaro un riassunto del lavoro d* Amari, fatto su 
tutte queste sorgenti, molto più trattimdosi d*un periodo cosi inte- 
ressante per la nostra storia. 

XV. 

Melo, nobil cittadino di Bari, di sangue longobardo, colTatuto dei 
fenturieri normanni (1), e col segreto appoggio dello corti longobar- 
de, si era sollevato contro i Greci (1017). La ribellione di Puglia, 
male spenta con Melo, si ridestò per opera del figliuolo Argiro verso 
il 1040. Il lombardo Ardoino, capo delle schiere normanne ed italiane, 
che lasciando i soldi del principe di Salerno avean seguito le inse- 
gne biuintine in Sicilia, dopo Tinsulto di Maniace ripassò coi suoi il 
Faro, strinse pratiche coi malcontenti di Puglia, alzò vessillo d'in- 
surrezione a Melfi (1041). Indarno a* progressi della rivolta si op- 
posero gli sforzi di Michele Doceano ; Argiro, capo della rivoluzione, 
fu acclamato duca d*Italia a Bari (febbr. 1042). Morto lui, gli a- 
stuti Normanni, a* quali erano stali incorporati i venturieri d'Ardoi- 
00 pur morto, rifecero a Melfi la lega (sctt. 1043); vi misero a 
capo, con titolo di conte di Puglia, Guglielmo figlio di Tancredi 
d* Hauteville , che co* fratelli Drogone ed Unfredo era passato in 
Sicilia coil'esercito di Maniace (1038), e vi si era meritato il nome 
di Braccio di ferro: si associarono il Conte di Aversa , e riconob- 
bero signor feudale Guaimaro principe di Salerno. Della terra oc- 
cupala il Conte di Aversa e i dodici condottieri (Guglielmo al par 
degli altri) ebbero ciascuno una grossa citlà, rimanendo Melfi in 
comune come capitale. 

Morto Guglielmo (1046), fu rifatto Conte di Puglia Drogone; uc- 
ciso costui (1051), i Normanni gli surrogarono Unfredo. Rassoda- 
vansi intiinto quegli animosi venturieri, e malgrado 1 opposizione del- 
rimpero Germanico e del Pupa, S. Leone L\, estendcvansi nello 



(1) Sui primordi de' Normanni a cominciar dal VII secolo hanno scrìtto 
diligentemente Agostino Thierry, il Lappenberg, il Tborp, il Depping, ecc. 
Il Mooyer in una sua dissertazione Stilla supposta provenienza dei reali nor- 
manni di Sicilia dai duchi di Normandia (Minden, 1850, in-4*) ha oppu- 
gnato la sentenza, che volea a quest'ultimi congiunti gli Hauteville. 



232 SASSBGlf A BIBLIOGftAriCA 

Calabrie sopra i Greci; mentre venian «roUremonti i figli di Tan- 
credi per la seconda moglie Fredesenda, e primo fira essi Roberto 
Guiscardo (1047). Drogone mandollo con un pugno di uomini ai 
confini di Calabria, e Roberto comincionne il conquisto. Nel 1036, 
cessato di vivere Unfredo , si trovò Roberto succeduto nel grado 
al flratello , ne il papa iXIccoiò II lardò dall* investirlo signore di 
Puglia e Calabria, perchè le tenesse, con litol di duca, qunl feudo 
della Chiesa Romana. 

Intanto, verso il I05G, un giovane dì venticinque anni passava in Ita- 
lia e si meltea agli stipendi del duca Roberto. Rra Ruggiero, l'ul- 
timo figlio di Tancredi d' llauteville. Dopo varie vicende, Roberto 
gli dava metà de* territori at^quislati e da acquistarsi iicireslrema 
Calabria. Il giovane soggiogava infatti la più parte del paese (1039); 
talché nel luglio del 1000, veniano gi& in mano de* due fratelli Reg- 
gio e le vicine cnstella (1;. 

XVI. 

Uà Reggio i .\ormanni volsero gli sguardi dì là dallo Stretto. La 
popolazione di Messina era notibilmenle diminuita fin dal IX secolo, 
come avverte 1* Amari. Secondo un apocrifo documento , che è la 
Breve hlorin della Liberazione di Messina, lasciata tra molti altri 
mss. da Andrea Du Chesne, stampata nelle miscellanee del Balu- 
zio e riprodotta dal Muratori, i Cristiani di questa città iniziarono 
pratiche con Ruggiero. ìVulla vieta di credere , che in ciò quella 
spuria relazione coulcnga una verace e primitiva tradizione messi- 
nese. Nel settembre 1060, arriscliiaronsi infatti i iVormannt ad una 
prima e felice correrla su Messina, guidali da Ruggiero, il quale 
però lornò subito in Puglia, ove Roberto cominciava a mutare Tau- 
torità di capo Federale in (|uella di signor feudale. Intanto da Ca- 
tania Ibn-Thimna chiamava in atulo i [Vormanni contro i suoi ne- 
mici Musulmani. .Abboccatosi a Mileto con Ruggiero, e quindi a Reg- 
gio con lui e con Roberto, si stringeva una lega: e negli ultimi di 
febbraio i061, i ;^orinanni (e parlando di essi, devono intendersi 

(1) Le imprese de* Normanni prima della conquista di Sicilia si ritrag- 
gono da Amato, Guglielmo Appaio, Malaterra, Romualdo Salernitano, 
Leone Ostiense, Anonimo Siculo, non che da' greci Cedrano, Zonara, 
Lupo ecc. Fra gli storici, sono state narrate minutamenie da De Meo, 
Muratori, De Blasiis. 



BASSBGNA BIBLlOGSAriCA 233 

pure i Ycnluricri raccolli per luUa la penisola italiana) guidati da 
Goffretio Ridellc e da Ruggiero, accompagnati da Ibn-Thirona, sbar- 
cavano in su la lingua del Faro, presso i laghi; prendean la via di 
Rainelta ; soorrean pe' territori di questa e di Milazzo ; sgominavano 
ai Faro con molla strage i Musulmani mandali lor contro ; incal- 
xavanli fino a 31essina : poi s'imbarcavano per Reggio, mentre Ibn- 
Thimna si ralTorzava in Catania. 

Da Palermo intanto Ibn-llawwasci avoa mandato aiuti in Messina, 
di nuovo minacciata da Ruggiero. Questi inratti aduna i suoi prodi; 
ognun d'essi si confessa e si comunica; s'implora l'aiuto divino; 
poi la notte quetamenle tragittasi Io Stretto; e vanno gli ardimen- 
tosi ad appiattarsi alle Calcara, a sei miglia da Messina, appunto 
la ove indi sorse il Cenobio di S. Maria di Roccamadorc e la terra 
di Tremestieri. Fuggono atterriti i Musulmani innanzi a' passi del 
.Normanno conquistatore, che manda al fratello le chiavi di Messina. 
Con nuove forze vi sbarca il Guiscardo, rafforza di altre difese, e 
tira innanzi con Ruggiero ed Ibn-Thimna. Cede il Kiìid, che pre- 
siedeva aila formidabile fortezza di Rametta; Roberto s'avanza per 
la costa de' monti che vanno lungo il Tirreno; accorrono nella pia- 
nura di Maniace con doni e sussidi i Cristiani abitanti i dintorni : 
indi il Duca pianti il campo in riva al Diltaiiio, sotto Caslrogio- 
vanni. Intorno ad essa s'eran riuniti i Musulmani, che abbandonando 
le assalite provincie venian ad ingrossare l'esercito d'Ibn-Hawwasci. 
Ma invano : che sgominati e rotti dal valore dei Cristiani, cedeano, 
lasciando una preda ricchissima e numerosi prigioni. 

Roberto, ritrattosi dal blocco di Castrogiovanni, intorno a cui si 
travagliava da un mese, e lasciato un presidio nel forte castel di 
San Marco, lornossene in Puglia, come Ruggiero a Milelo. 

Ibn-Thimna continuò da Catania a molestare i nemici che gli re- 
stavano, cioè gli abitanti delle odierne provincie di Caltanissetta e 
Girgenti. Le provincie di Catania e Siracusa ubbidivano a lui; quella 
di Messina stava sotto la protezione de' IVormanni; le due di Pa- 
lermo e di Trapani avean fatto accordo coll'emiro di Catania. Moezz- 
ibn-Badis, principe zirita , sollecitato da Musulmani esuli da Pa- 
lermo, alleslla intanto un aiuto di navi, che salpate dall'Affrica Tin- 
vemo del 1061 eran disperse dalla tempesta alla Panlellaria. Nel 
dicembre, Ruggiero ripassò il Faro con 250 cavalieri, tagliò per Io 
mezzo risola, s'inoltrò fino a Girgenti , depredò il paese e tornò. 
Le popolazioni cristiane liete gli veniano all'incontro; quei di Trai- 
na, gente greca, l'accogiieano in città, tripudianti e ossequiosi. Ei, 

Arch. Sior.Sic., anno I. 30 



234 SAMBGN A BlBLIOeiAf ICA 

passatevi le feste nalaliiie, rapido partissi per celebrar a Mileto le 
sue nozze con Giuditta, figlia del Conte d'Evreux.— Sopraccorse nel- 
risoia a capo di pochi giorni ; sbarcò a Messina con quanti uomini 
d*arme potè raunare; fu raggiunto da Ibn Thimna; ebbe in mano 
il castello di Petralia; e fortificata questa città e Traina, tornò in 
Calabria. Intanto su* primi di marzo 1062 moriva, ucciso in un ag- 
guato, Ibn-Tbimna, ed i presidi di Petralia e di Traina, costretti a 
ritirarsi in Messina, in fretta s'apparecchiavano alla difesa. — Com- 
postasi un'insorta contesa fra Roberto e Ruggiero, i due fratelli sti- 
pelarono la divisione della Calabria. Poi, in agosto o settembre, 
ripassava Ruggiero in Sicilia, portando seco la moglie. A Traina i 
Greci sollevaronsi contro i nuovi venuti, ed i Musulmani delle vi- 
cinanze naturalmente s'unirono a loro. 1 lA'ormanni soffriron la fame; 
Ruggiero e Giuditta vi si ridussero a misera condizione; poi la città 
tu domata. A rifornirsi de* cavalli perduti noli' assedio , Ruggiero 
andò solo in terraferma, lasciando la sposa a far le sue veci in 
Traina. 

Morto Moezz l'ultimo di agosto 1062, gli era successo il figlio 
Temlm. Sbarcarono nel i06:t in Sicilia i feroci ausiliari mandati 
da lui: erano un'esercito ed un'armata, sotto gli ordini di due suoi 
figliuoli, Ai&b ed Ali; tic' quali il primo venne col grosso delle genti 
in Palermo, il secondo a Girgenli. Ruggiero, soprarrivato, e disfatti 
i 500 Arabi ed Alfricani giunti di fresco a Castrogte vanni, depredava 
Caltavuturo e Butera; poi riduceasi in Traina. Intanto Toste zlrila, 
colle milizie musulmane del paese— un trentamila cavalli e ventimila 
fanti, scrive esagerando lo storiografo del Conte Ruggiero, Goffredo 
Malalcrra — muovea da I alcrmo per ischiacciare gli scarsi prodi del 
Conte. In giugno 1063 costoro, dopo confessatisi ai sacerdoti, si 
prepararono alla battaglia. Chi non conosce 1' eroismo di Serlone 
e la grande battaglia di Cerami, il cui esito è riferito da Malaterra 
al prodigioso intervento di S. Giorgio, ma che fu un vero trionfo 
del coraggio, della disciplina e della fede? Ruggiero spedi unHeledio 
per informarne il Papa Alessandro 11, che inviò al Conte una ban- 
diera, sotto cui compir dovesse il conquisto. — Il 20 settembre 1063, 
i Pisani, per vendicarsi di alcuna ingiuria toccata da' Musulmani di 
Sicilia, assalirono il porto di Palermo, spezzarono la catena che lo 
chiudca, preservi con molta uccisione sei navi cariche di merci , 
piantarono lor tende in su la riva deli'Oreto, saccheggiarono le de- 
liziose ville suburbane, ed arse cinque delle navi predate, ripor- 
taron l'altra a Pisa, con tanto tesoro che bastò loro a cominciare 
la (U>brica del Duomo. 



BASSMHA BIBLIOAIATICA 235 

Con nuofi aluti riportati di Puglia, Ruggiero irruppo nelle parti 
li Girgenti, e dopo un'ardita fazione, si ridusse in Traina. Indi nella 
primaTera del 1004, Roberto adunò l'esercito in Puglia e in Cala- 
bria, raggiunto da Ruggiero a Cosenza ; i due fratelli passarono in- 
sieme il Faro con 500 viUili (t), non contando gli altri cavalli nò 
i tenti, e si diressero a Palermo. Dopo tre mesi di inutile assedio 
si ritrassero, ed invece espugnarono Rugamo, a sci miglia da Gir- 
genti. A questo tempo, come nota TAmari, apparteneva a* Normanni, 
con piccol divario di confini, il Val Demone ; il Val di Noto a* SIu- 
sulmani confederati loro; il Val di Mazara a' Musulmani nemici. 

Il nostro storico saviamente deduce dal silenzio dei cronisti nor- 
manni e dalla testimonianza d'Ibnel-Atblr, che negli anni appresso 
(1064-1068) Aiùb dovette governare prosperamente la guerra, e che 
probabilmente gli venne fatto per brev*ora di recarsi in mano Tau- 
lorità in tutta la Sicilia occidentale. In questo periodo i Musulmani 
lùrono straziati da guerre civili, nelle quali mori Ibn-Hawwasci, e 
Palermo continuò o tornò a reggersi per la gema*, quella che poi 
hi costretta a rendere la città nel 1012. 

Dopo l'assedio, di cui sopra toccammo, Roberto attese in Puglia 
a raflèrmarsi, e Ruggiero aiutolio quanVei potè, pago di fare delle 
scorrerle in Sicilia nel 1066, ma estendendosi poco a poco intomo 
a Petralia tanto che andò soggettando gran parte dcirisola. Nel 
1068 si grave molestia recava egli ai Musulmani di Palermo, ch*essi 
voller tentare la sorte di una battaglia, e furono con molta strage 
disfatti a Misilmeri. In questo tempo Roberto avea dato principio al- 
l'assedio della greca Rari, che s*arrese indi a tre anni, nell* aprile 
del 1011. Assoldò egli allora Raresi e Rizantini; crebbe i suoi Nor- 
manni con Calabresi e Pugliesi; chiamò i condottieri o conti all'im- 
presa, i due confederati Riccardo principe normanno di Capua, e 
Guaimaro principe longobardo di Salerno; accozzò cinquantotto navi; 
poi, gli ultimi giorni di luglio, o i primi d'agosto, passò il Faro 
con tutte le sue genti, mentre Ruggiero colle forze, che avea messo 
in punto, s' impadronìa di Catania. Indi Tuno e l'altro riunironsi a 
Palermo, conducendo sotto le mura di essa un otto o diecimila uo- 
mini al più, tra cavalli e fanti, secondo i computi deirAutore. Circa 
alla popolazione musulmana ei la suppone menomata di molto fin 
dal X secolo (2). 

(I) Milite deve intendersi un cavaliere seguito da due o parecchi uo« 
mini d'arme. 

(1) Essa conUva, ai tempi d'Ibn-Haokal, poco più di trecentomila ani- 
me^ sema comprendenri gli abitanti de' villaggi. 



236 «ASSBGTTA «IBLIOGIAriCA 

Amari narra i casi del memorahìio assedio. Presso a compiersi 
I cinque mesi, nei primi del 1012. ni far delPalba, si die' l'assalto 
generale. Cadeva il (giorno, e parca fallito il colpo: quando Ri)berlu, 
a un segno dato da Ruggiero, chetamente con trecenruomini scelti 
giunge alla Rlièlesa. Si corre subito colle scale ad un muro poco 
difeso; pria che venga aiuto dalla città vecchia, quegli animosi già 
saltiin dentro, spezzan la porta, ed entra Roberto col resto dei suoi. 
Segue una lotta accanita insino a nntte. dopo la quale i Musulmani 
campati si ritraggono nel Cassaro. La dimane si rende anche que- 
sto. Conchiusi i patti ^tolleranza religiosa a* Musulmani, libertà, si- 
curezza delle persone . mantenimento delle proprietà) Ruggiero vi 
entra; indi, il quarto giorno, Roberto solennemente recasi al Duo- 
mo, colia moglie e col fratello: e là nell'antica chiesa, diventala 
giàmi deirislAm. rifatta or cattedrale col titolo di S. Maria, il greco 
ArciTcscovo .Mcodemo • che soleva uffiriar^^ nella povera chiesa di 
S. Ciriaca, fatti sgombrare i simboli musulmani, forniti i riti della 
nuova consecrazione. celebra il \\\ùn sacrifizio in presenza dei vin- 
citori. 

Poco dtipo, Mazara si die* spontanea a Roberto. Il Duca tenne per 
sé Palermo. Messina e il Val Uemonc. lasciando a Ruggiero gli altri 
paesi di Sicilia acquistali o da ar-quistarsi. La gioia dei vincitori 
fu vòlta in lutto dall'uccisione a tradimento tlcll'eroico Serlou'^. la 
cui testa fu mandata in AITrii-a a Tcinini. e confitta a un palo \enno 
condotta in giro per le strado di Mehdia. Roberto, assicurala Ta- 
lermo con una cittadella, lasciò a gini mar la cillà un suo eavnliere. 
con tilol di emiro, o partì. Immnisa o bifzaira congerie di rici-hez- 
zc narrasi portasse \'u\ dì Palermo l'oste del Duca 

Bcnanol o Reiia\crt. a «ap.» iloi )lusalmani di V»i| di .>ulo. co- 
mandava da Siraiuisa .ì lutia la |ir«i\in>'ia. v raicoj:li''ndoiie !•• forze 
di lerra e di mare, tonea in rì-poll-i liuijpiep.». Il t.onte. onlinalo 
un nodo dì mili/ia slauTiiale e datone :l comandu \i\ suo fì^'lio Gior- 
dano, nella >l.il.» dvl h'10 s* imp*»«essawi prima di una nVoa sul 
monte ludiia ilu- a pun-^nlo chiudo l" uberlo-ia e lasta Piana di 
Catania: di'm>ii;va la nVca: passala tulli gli uomini a HI di spada: 
le donne e i bambini lu.inil.oa a xen.lrr: in '.alabria. Poi currea 
le parti meriilioiia!i del ^al di .Noto o \\ fa*.-ea copioso bottino. — .VI 
Iu77 cadde Trapani dopo un au<laCtr C'dpo di (liordano: lasciatoli 
pre^i'iio . Uug^iierò sì mi<i* a lialloro la pruiinci.i. ebbe in breve 
ben Joli. i import inli castella, diolle in feudo ai suoi conduttieri, 
e liceniiò ì' esercito. .\on ^uari dopo . «cquistù Castronoio. ^ella 



«ASSEGNA BIBLIOGSAnCA 231 

primavera dell'anno appresso, si pose alTassedio di Taormina, ove 
poco mancò non soccombesse per opera d'una mano di Slavi. In- 
tanto batlea la costa settentrionale dell Etna e la valle che la di- 
vide dagli Appennini Siculi, e riduceva lutti i Musulmani sparsi in 
quei luoghi sino a Traina. Tuorminn afTamata si arrese nell'agosto 
del 1078, dopo cinque mesi <li assedio. !N'eiranno successivo, i Sa- 
raceni dei terrilorl di Ciato e di Cinisi ricusarono il censo del ser- 
vigio, ma poi calarono ad accordi. Uug^iero , per gli aiuti dati a 
Roberto neir impresa oriiMilale . otteneanc intanto la provincia del 
Valdemone. i\el 1081, sendu passalo R(»berto di \h dair Adriatico, 
e stando spesso Ruggiero in Puglia e in Calabria, Benavert, a cui 
Tacean capo tulli i Slusulmani ribelli, ebbe per Iradimenlo Catania, 
che però fu ripresa. Tornò il Conte in Sicilia, nel 1082, per do- 
mare una rivolta del proprio figlio Giordano. Poi morto in Grecia 
il fralello nel lOS.*!, ebbe dal Duca Ruggiero suo nipote, e per o- 
pera sua inalzato al trono ducale, la metà delle terre di Calabria, 
riserbata già da Roberto nel primo parlng^^io. Qui appare il dise- 
gno fermato tra i due Ruggieri , che il Duca cedesse del tutto al 
Conte la Sicilia e le Calabrie , e il Conte prestasse a lui le armi 
per costituire un sol Principato dì lì al Garigliano ed al Tronto. Il 
23 maggio 108<), il Conte , che avea drizzato le prore a Siracusa 
per vendicare l'empietsi di Benaver!, afTrontò, dopo religiosi appa- 
recchi. Tarmata musulmana nel maggior porto; dopo un sanguinoso 
combattimento, in cui mori 1' emiro Benav( rt , prese la piò parte 
delle na\i nemiche, cinse di assedio la città, ed ebbela per fame 
dopo una valorosa difesa , che durò dallo scorcio di maggio fino 
alFuttobre. 

Fu nel 1087 ch'ebbe luogo la splendida espugnazione di .llehdia 
fatta da' Ròm (Italiani). Intanto il Conte, nelTaprile di quell'anno, 
condusse le milizie feutlali all'assedio di Girgenti, ed ebbela nel lu- 
glio , ubbidendo essa con Caslrogiovanni e con tutto il paese di 
mezzo a un Ibn-Hamùd, rampollo della sacra schiatta di Ali, del 
ramo degli EdriNJti; il quale rese anche al Conte Castrogio vanni, si 
battezzò e andò a soggiornare in certi poderi donatigli da Ruggiero 
presso Milelo. Altre undici castella della provincia eran cadute in 
mano del Conte. Ultime a cedere furono Butera e }ioto, che s'ar- 
rese nel 1091, anno che è pur quello della conquista di Malta. Il 
Duca, in merito di nuovi aiuti ricevuti all'assedio di Cosenza, con- 
cesse a Ruggiero mezza la città di Palermo. 

Cosicché in quattro periodi va diviso coll'Amari il conquisto Nor- 



S38 lAMMlf A BinJOOtAnCA 

roanno. P Cacciata dei Musulmani dalla punta settentrionale del 
Valdemone (1001). II. Occupaxione della zona settentrionale del Val 
di Maiara (1012). IH. Guerra di Benaver! (1015-86). lY. Sottomis- 
sione del Val di Noto (1086-81)). 

L'Autore racconta nel Gap. VII la visila fatta dal papa Urbano II 
a Ruggiero nel 1080 per trattar insieme sull'ordinamento ecclesia- 
stico dell* Isola , ed accenna al privilegio dell' Apostolica Logaiia, 
che dice cogli altri nostri scrittori concesso al Conte nel 1098. Na 
nell'apice della fortuna , moriva egli , di settant' anni , a 28 giu- 
gno 1101 , lasciando nella storia un nome glorioso e benedetto, 
cosi dissimile da quello del bastardo successore di Boll, assiso sul 
trono di Alfredo e di Aroldo. 

XVII. 

Nel detto Gap. VII e nel seguente il Nostro, a proposito della fa- 
miglia della Contessa Adelaide, comincia ad esporre le sue idee sulla 
Gasa Aleramicu, dalla quale crede si sicno staccati alcuni rampolli, 
qui venuti a combattere sotto le insegne de' Normanni; sulle colonie 
lombarde; sul dialetto de' Lombardi di Sicilia. Questa parte del la- 
voro d'Amari ha suscitato molte e gravi opposizioni; fra gli altri il 
La Lumia, il Cusa, il Di Giovanni ed il Vigo dissentono in tal ar- 
gomento dalle idee del chiarissimo professore. Egli però le ha mo- 
dificato, certamente mitigato, nella purtc II del suo terzo volume. 
Del resto, poiché persone assai più competenti di me od han toc* 
calo si riserhano a toccare e discutere questo punto cosi impor- 
tante, io me ne passo , e mi contento solo di osservare che, am- 
messe senz'ostacolo lo colonie della terraferma italiana ed i baroni 
della Marca Aleramica, che tenner feudi ntll' Isola, e la stretta pa- 
rentela dei dialetto nionrerrino coi dialetti di Piaua, Nicosia, San- 
fratello ed Aidone, non dee darsi a tutto ciò una soverchia impor- 
tanza. L* Amari appena ricorda con una parola gli amichi obito- 
tori italici (p. 204) , e questi pochi indigeni d' origine latina son 
fatti scomparire poco appresso (p. 201), ove si tratta come di aup- 
poslo resistenza di una nazione siciliana, diversa da' Greci. A ma 
invece par chiaro, che la grandissima diiferenza, la quale corre tra 
il dialetto siciliano e il lombardesco di Piazza, Nicosia ecc. prova 
precisamente la limitazione di quelle influenze continentali a pocU 
e distinti Comuni; né i monumenti della lingua volgare scarsi, ma 
non del tutto mancanti in Sicilia, ne* tempi anteriori a' normuDi, 



lAflfiBGlf A UBLIOGIAPICA 239 

ikn punto inclinare alla sentenza dell'Autore, cioè che basti « il fatto 
della lingua che fiorì in Sicilia in su lo scorcio del duodecimo se- 
colo a provare la venuta di grosse colonie della terraferma n . A 
rincalzare la sua idea egli fa de' riscontri fra i nomi di vari Co« 
muni in Sicilia e nel continente d*llalia. Ha fra questi nomi (pochi 
d'altronde) taluni, come Acqwtviva, AUavilla, Cammarata, Chiara* 
numte. Mirabella, Pnlazzolo, Piazza, Sala, Saponara, Scalena 
hanno significati comunissimi , e perciò la causa etimologica è la 
slessa in terraferma e iiell' Isola. Burgio è parola, che si trova in 
moltissime lingue, inclusa anche Tnraha, la quale forse potè pren- 
derla dal greco irùpyog. Circa a Brolo o Bro(jUo, può dirsi, che 
Brolitim nel latino barbaro significava uno spazio cinto di mura con 
piante, come a dire un parco, giacché vi si teneano de' cervi. Al- 
tri riscontri son casuali. Taluni poi di questi Comuni sono d'ori- 
gine o denominazione recente; cosi Altavilla (il cui nome antico, 
tuttavia esistente, è Milicia) Acquaviva , Brùja, Gravina, Guai' 
lieri. Le nuove viste, volute introdurre dall'Autore circa alle co- 
lonie continentali , lo conducono ad altre , non facilmente accetta- 
bili, sul municipio lombardo di Sicilia a' tempi Normanni, e sulla 
grande importanza che gli attribuisce. Più sicuri risultati ricava 
dalle sue belle ricerche sulle platee e sulle interessanti denomina- 
zioni etniche, ch'esse racchiudono. Tutto il Cap. Vili, in cui ritrac 
le condizioni dell'Isola dopo il conquisto, contiene pregevoli investi- 
gazioni, che a^'giungono a quanto scrisse sulla materia il maeslro 
del diritto pubblico siciliano, come l'Autore lo chiama , il dotto 
e bagace Rosario Gregorio. Vi si appoggia il nostro storico a' di- 
plomi arabi inediti, trasmessigli dal prof. Cusa, e perciò premette 
alcuni cenni sulla diplomatica siciliana dell'Xl e Xli secolo. Dagli 
scarsi cenni poi , che trova nelle cronache , nelle leggi e più nei 
diplouii, va raccogliendo amorosamente nel Cap. IX quanto riguarda 
la condizione legale de' vinti, e le varie classi di schiavi, villani, 
borghesi. Sulle due maniere di servi, cioè uomini dì muls {^j»^) o 
Viaks, come vuol leggere l'Autore, ed uomini di Mehallèl (w>bLs^) 
molti e gravi dubbi rimangono : ma lascerò , che ne scriva a suo 
tempo il prof. Cusa. 

A diiferenza delle città principali resesi a patti (Palermo , Ma- 
lara, Trapani, Taormina, Siracusa, Caslrogiovanni , Butera, Noto, 
Malta) le terre aperte e i villaggi caddero senza difesa in mano del 
fincitore. Osserva l'Amari, che, in questo secondo caso, i prigioni 
furen trattati come schiavi e perciò spropriati, come si scoile da 



240 SASSBGNA BIBLIOGRAFICA 

cento diplomi: i pri^^ioni poi non venduti rimasero servi della gleba, 
non esi'lu^i i Cristiani che vivenno da coloni o da schiavi. 

L'Autore sostiene, contro <iuanto ha scritto il Gregorio, che i con- 
quistatori non lasciarono la fji'zia, che ai soli Giudei ed ai villani, 
sotto il nome di dono (Soujl) od altro, ma non vi sottoposero punlo 
tutti i Musulmani. Quei di Palermo infatti esercitavano con tutta 
libertà il dritto di proprietà, sotto Timpero della legge musulmana 
e la giuristlizione del cadì, ragguagliati ai borghesi delle antiche 
schiatte cristiane, possessori di proprietà allodiali. 

!»l detto Gap IX si ferma TAmari ad alibozzarci Timportante fi- 
gura del prete Scholaro. che. secondo lui, rappresenta la cittadi- 
nanza greca di Sicilia alla (ine deirXI secolo. 

La costituzione politica, lo istituzioni municipali, la feudalità, le 
circoscrizinni ecclesiastica e civile, gli uilìziali, i magistrati, Pam- 
ministrazione, e finalmente la numismatica del Conte Ruggiero oc- 
cupano tutto il capitolo decimo. 

XVIII. 

' Comincia la parto 11 del III voi. (questo volume, di ben 9% pa- 
gine, è dÌHSO in due parti} colla reggenza di Adelaide; il cui go- 
verno rifece Palermo capitale delT Isola, e colla ristorazione deIran- 
tica capitale rimise in fiore i vari elementi delTazicnda musulmana. 
Ma alla mano di Adelaide sottentra ((uella robusta e vigorosa del 
figliuolo Ruggiero. Il fatto di 3lehdia (1123) è la prima impresa 
grossa, che distingue il suo regno, ma finisce con molto detrimento 
dei Cristiani. Inoltre Ruggiero, nello scopo di opporsi ai Saraceni 
della costiera orientale di Spagna, conchiude con Raimondo III Conte 
di Rarcellona quella lega, di cui per la prima volta ci han dato no- 
tizia due importanti diplomi, che l'Amari ha potuto pubblicare in 
una nota, sulla fino del primo capitolo. 

Ma silTattc o.<tiIìtà coi 3liisulmani son lasciate da un canto, ap- 
pena l'accorto principe ò informato della morte di Guglielmo Du- 
ca di Puglia (1127). [Naviga in furia alla volta di Salerno; è rico- 
nosciuto Duca: anche il Papa gli dà più tardi rinvestitura del Du- 
cato (agosto 1128;: ed egli, emulando omai in territorio ed in forze 
militari i sovrani più potenti di Europa, si fa coronare Re nel Duo- 
mo di Palermo, celelmuulosi il Natale del 1130, epoca e transi- 
zione memorabili nella storia del nostro pubblico dritto. Cosi venia 
rialzato neli* Isola il vecchio trono di Cerone e di Agatocie. 



RiSSBGlfÀ BIBLIOGIAFICA 141 

Segui una guerra di nove anni, in cui il re di Sicilia, parteggiante, 
eome si sa, per l'Antipapa Anacleto, si trovò di fronte or alle grandi 
città, or ai collegati baroni, or al naviglio di Pisa, or ai grossi eserciti 
deir Impenitore Lotario, e sempre al pontefice Innocenzo II (1); ado- 
prò forza e artifizi; ebbe in sue mani il Papa presso S. Germano 
(22 luglio 1139) rinnovando la scena avvenuta con S. Leone IX; ed 
il 27 dello stesso luglio, ottenne la bolla pontificia, che investlalo del 
regno di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua. 
Hli r Autore accenna appena tali vicende, e torna al suo tema dei 
Musulmani. Difatti, nella varia fortuna di queste guerre, Ruggiero 
non avea dimenticato le cose irAiTrica. Sette anni dopo la rotta del 
.capo Dlmas, la condizione delle cose era al tutto mutata. L'Amari 
ci narra minutamente, con quella piena conoscenza da lui attinta 
negli annali musulmani, il caso delle Gcrbe (1135), i patti politici 
e commerciali con Mehdia, cosi vantaggiosi a Ruggiero (1142) , la 
presa di Tripoli (1146), e i' occupazione di Mehdia stessa (1148). 
Da Barca a Tunis, gli abitatori della costiera s'eran già avvezzi a a 
vedere il possente naviiio siciliano, in vece delle poche harbie zl- 
rite ». La fame, che orrendamente infieriva nell'Affrica propria, avea 
compito il precipizio di quel principato , alla cui debolezza il re 
avea strappalo i patti del 1142 (2). Però anche gli scrittori musul- 
mani di questo periodo rendono omaggio alla giustizia del governo 
cristiano sotto Ruggiero. Il quale dovette limitare il suo conquisto 
a quella parte della costiera, che si stende da Tripoli di Barl)6ria 
al Capo Bon, avendolo rattenuto dallo spingersi oltre prima i pen- 
sieri della guerra bizantina e le ostilità scambiate con Emmanuele 
Comncno, poi la morte (1154). Amari tocca delle istituzioni, cer- 
tamente riferibili al Re Ruggiero, in fino del (Capitolo III, che si 
chiude con accenni sull'ordinamento dei magistrati provinciali, sui 
monumenti, sulle lettere ecc. 

XIX. 

Il regno di Guglielmo 1 comincia colla repressione dei baroni ri- 
belli Però,, mentre il nuovo monarca si travaglia ond'assodarsi sul 

(i) Assai miglior politica fu quella de' grandi Papi Ildebrando e Ales- 
sandro III neli'accostarsì ai Normanni. 

{%) L'Affrica avea bisogno della Sicilia, e già sin dagli antichi tempi 
•i esportavano dall' isola per l'Affrica vini, oli, derrate. V. Diodoro XIII. 

Areh. Sior. Sic., anno I. SI 



k 



ttt «IMMRA BIBLIMIAFICA 

trono, pèrde in Affjrica gli acquisti del padre. Di questo nuofo pe- 
riodo delia storia arabo-slcula i fatti più Dolevoli sono I* insurre- 
rione di Sfax e la sollofazione di Tripoli e di Zawila. Peggio la de- 
difione di Mclidia (1160) airAlmohade Abd el Mumen , la cui casa 
eira venuta crescendo col conquisti nello Stato di Bugia , rinfocolò 
le ire nel Regno e vi ridestò l'insurrezione feudale. Mafone, primo 
Ministro del Ke , vien altamente accusato di connivenza cogli eu- 
nuchi, e perciò coi loro fratelli d'Affrica, ed una notte cade trafiUo 
presso le case dell'Arcivescovo di Palermo per mano dì Matleo Bo- 
nello. Questi diventa, dopo il misfatto, l'eroe popolare di tutto il Re 
gno. E segue poi (1161) la sedizione della capitale contro i Musul 
mani, sedizione, durante la quale fu saccheggiata la reggia e Gu- 
glielmo cadde in mano dei congiurati; ma liberollo il popolo, sem- 
pre fedele ai suoi monarchi. Ritornato padrone, cercò il Re di ri- 
mettere la conquassata macchina del governo; dal suo lato stetter 
lo città maggiori dell' Isola; da quello dei baroni ribelli le popola- 
lioni Lombarde, principalmente di Piazza, Butera ecc. guadagnate 
a si da Ruggiero Schiavo, un dei capi del movimento. La prima- 
vera di quel torbidissimo anno 1161 vide scorrere largamente il san- 
gue d' Innumerevole moltitudine di Musulmani uccisa dai Lombardi. 
Ed ecco Guglielmo colpire vigorosamente i ribelli; e tornar su frat- 
tanto gii eunuchi o la fazione dei paggi, di corte, Ara' quali il gaito 
Martino e il gaito Pietro , quel desso che venia accusato traditore 
deirarmata a Hehdla; e con ciò infierire a sua vòlta la reazione mu- 
sulmana. Durante la quale, stanco il re di quel secondo suo sforzo 
contro i ribelli, abbandonò a' ministri ogni governo, tutto occupato 
a prepararsi colla costruzione della Zisa un grato riposo di volut- 
tuose delizie: ma pria che vi desse Tultima mano, venne sopraffat- 
to dalla morto (1166) di soli 46 anni. —Falcando ha forse aggra- 
vato le tinte nel descrivere il regno dì Guglielmo 1 e il carattere 
di Matone« mentre Romualdo Salernitano cerca scusar in tutto TAm- 
miraglio e dar il torto a' baroni. 

La reggenza della regina Margherita di Navarra non fu ne inet- 
ta, né debole : pure non valse ad impedire la discordia in Corte 
per Tantagonismo degli indigeni contro gli stranieri. Soprarrivato. 
in compagnia di dotti uomini, Stefano dei conti di Perche (1167), 
Bobil giovane, ardito, amante della giustizia, è tosto inalzato ai som- 
mi onori di Gran Cancelliere e di Arcivescovo di Palermo ; accia- 
tatto dapprima, la mobii aura popolare gli si volge avversa dappoi; 
I eorligiani non lardano a suscitargli contro molestie e sedizioni di 



■ASfBOHA BIBLIMEAPIGA ZUr 

plebe; ed egli, tra pegli errori dei suoi Francesi e pegli artifizi de- 
gli indigeni, è rovesciato con un colpo di mano (1168), nel quale 
i nostri son alutati dai Musulmani e soprattutto dal potente Abu-l- 
Kasem. — Tutti questi fatti, che il eh. La Lumia ha con tanta ve- 
rità e maestria descritti nel suo Guglielmo 11 , sono ricordati dal- 
r Amari per quel tanto che si riferisce alle vicende dei Sarae^ni» 
Avvenne, dopo la fuga di Stefano, come suole. Gli autori del colpo 
si appropriarono i frutti della vittoria, ed a nome di Guglielmo II 
pigliaron in mano il governo: nel dividersi le spoglie, i complici 
tornarono a separarsi, e si trovò dall'un dei lati Matteo d* Atollo co- 
gli indigeni, dairaltro V Arcivescovo Gualtiero Offamill cogli oltra- 
montani. Le due fazioni si disegnarono, allorché, dopo il matrimo- 
nio del re (1177), vedutosi ch'ei non avea prole si pensò a desti- 
nargli un successore. L* una delle parti, 1* indigena, si fermò sul 
principe Tancredi ; V opposta , oltremontana , stette ferma ad assi- 
curar i dritti della Costanza. 

{continua) 

Sac. Isidoro Cakiiii 



t44 «AfSMlf A BIBLIOGRAnCA 



Il Commento medio di Averroe alla Poetica di Aristotile, pei- 
la prima volta pubblicato in arabo e in ebraico e recato in 
italiano da Fanslo Lasioio. 



Niuno T'ha che ignori , come sin dai primi secoli dopo il mille 
il mondo Romano abliia incominciato a ridesiarsi dal suo profondo 
letargo, e l'Europa, incerta e faciilante ne* suoi primi passi, più 
ferma e risoluta in seguilo, abbia fin d'allora preso queirindiriiio, 
che nel suo continuo progredire mai più non polrh arrestarsi. 

Ogni scoverta ha regnato sempre un passo nella sua carriera: 
ed in quel tempo le comunicazioni che per la prima volta aprì- 
vansi coir Oriente , presentando fatti nuovi, davan mezzo allo svi- 
luppo di novelle idee , per le quali incominciavano a rompersi 
quei ceppi che nella barbarie teneanla avvinta. Ma più cht* per 
fatti nuovi e per la civiltà propria, influiva allora TAsia per la tra- 
smissione delle greche dottrine, dottrine ch*ella avea fatto sue e che, 
in quel tomo, restituiva quasi alia sorgente natia. Esse non rilor- 
navan però tali quali una volta, ma quali eransi sapute dall'Ara- 
bo, d'indole essenzialmente pratico, assimilare ; figlie, cioè , della 
filosofia sperimentale, più conforme al carattere di quei popoli. 
Delle due filosofie che hanno sempre governato le scuole, quella 
delle idee prestabilite senza esame, e quella dell'esame senza pre- 
concetto sistema, fu questa, rappresentata da Aristotile, che, pie 
confacente airindole orientale, veniva allora per meuo delle tante 
vie di comunicazione trasmessa ai popoli deirOccidenle. La scuola 
di Aristotile dominò la scuola Araba, e passò cogli Arabi a dominare 
in Europa. 

Se però, neiruu lato e nell'altro del mondo conoseiylo, si apriva 



«A8SB6MA BIBLIOGRAFICA 245 

la mente alle indagini ed agli esporiinenti, i primi passi in questa 
fia furono più che dubbt ed incerti ; avvegnaché il pensiero non 
era libero, ma sottoposto ad un codice che lo infrenava. La reli- • 
gione posava de' limiti, oltre a* quali non era lecito porre il piede; 
e le teorie del Maestro non potenno svilupparsi sino al punto da 
mettere in Forse verità non discutibili. Da ciò innumerevoli studi, 
che metteano al crogiuolo la teoria aristotelica, perchè la fecondità 
sua fosse contenuta ne* ^'iusti confini , pur concedendo quant* era 
possibile, al libero ed innocente svolgimento del pensiero: da ciò 
le innumerevoli parafrasi e chiose airRnciclopedia di quel sommo 
che compendiava in sé tutto lo scibilo umano. Aristotile veniva in 
quel tempo tradotto in tutte le lingue conosciute dell'Oriente e del- 
l'Occidente, in -siriaco, in arabo, in persiano, in ebraico, in latino. 
Gli Ebrei, popolo cosmopolita, non mai giovane e non mai vecchio, 
che non ebbe mai tenebre , come mancò sempre d' una luce sua 
propria, che si accomoda a tutti i climi ed a tutte le civiltii, che 
conosce, oltre alla propria, la lingua de' paesi tutti per cui va dis(se- 
minato, rendevano allora il rilevante servizio di trasmettere da un 
paese all'altro, non solo la ricchezza materiale, ma quella, ben più 
importante, delle idee. La dottrina aristotelica veniva cosi tradotta 
dal greco nel siriaco, poi dal siriaco in arabo, o anche in arabo di- 
rettamente dal greco, dall'arabo in ebraico, dall'ebraico e talvolta 
.dall'arabo in latino. Il testo originale era afferrato da chi conosceva 
la lingua greca, gli altri si contentavano spesso d averlo di seconda 
di terza mano ; e di frequente subiva trasformazioni non poche 
pria che venisse intieramente in possesso dei popoli occidentali. 

Il mondo civile venne così invaso da una miriade di scritti ari- 
stotelici. Il filosofo di Stagira scrisse su tutto, e tutto sottopose a 
regole certe ed invariabili: scrisse sulla filosofia e sulla fisica, sulle 
matematiche, sulla grammatica, sulla medicina, la storia naturale, 
le belle arti ecc. ecc. Se qualche materia \i era che fosse a lui 
sfuggita. non in pronto nelle tante e varie traduzioni, un' altra 
opera yedevasi per le mani di tutti, la quale trattava di quell'argo- 
mento, e che,. in venerazione al suo nome, veni\a a lui attribuita. Né 
alla sola traduzione si arrestavano i lavori su quel sommo, bensì 
la più parte degli studi versavano in Comenti, e di Comenli aveasi 
grade variet«i. V'era il grande, il mezzano ed il piccolo; de* quali 
tre, il primo lasciava separata la parte dell'autore principale e di- 
stinta da quella del chiosatore, e Tultima non era che un impasto 
d*idee, fra cui non avresti potuto ben discernere le idee dell'uno da 




èf ft wm il testo che svp- 
■I toiftetoic e scrii- 




Tn gTìBMTfffi^ facfp si dTlrisMOe. iMinteri, tndaltori, 
chissalMv e il««fi il ripuri* cseà stessi, :» distìBse sooraianieQle 
Afvnfte. Caiwisifa ed c«cklsp<dic<^ fmt il s«o laeslro, uomo 
féSuri e dì ipccBÌnio^f ad «• Imp*. ■«• lasciò csapo del sapere 
che Boa aifsse rTpIsrata. alle idee del Maestro agpiuigendo 
le sae: le ^«ali il pe aàcf o dì qaello, aaiicliè spiegare, si ol- 
teiaao ed aBpliafaao. fiàaftee ìa CoidoTa saa patria, coasigliere au- 
Un, Mifcasftaltiip^ leneiafei* poeta, sopiatello era ilosofo. Gli senili 
da lai lasciilici soao ìaMmeiefiili, la pie parte sotto la fonoa di 
caMeali, fraudi aenaai o pteooli* dedo Slagirila. Costui area io- 
acgaalo e diiastrite . che si pm ti^fraaralr iadogar la causa e 
k le^ de* fcasigaì aaluali : acssaa creilo ai suoi tempi area 
paste aa rete alle iaifftyniteai della sciean. La flosoia greca arida 
di oaosccrf aoa airehke sapute rassegaarsi al coawdo iaterrento 
CuMi difÌBità, die l^lia tt aodo sesa scioglierlo. 3loa altrimeoli 
del llaeslri te imidt aieate del sur» d isc e p o l o usa sapea pia eoo- 
teaersi deatr» agli snelli liHuti« die il sana codice segaara ; aia 
ebbe Iftertà pari, e usa h sesa witaan, che qualche rolU 
a larcar i caaiai ìipaHi daUa crgdcaia masuluMaa. 
Le aidìte idee Inpeteiaa peii da* suai scriti, e h fenaa laeerte 
a a gefga oscuro , eoa cai OMara di riieslirie , aoa te salvaroao 
Mh peraccumae de* suoi ortadoirii e teaatid ucaùd. Colte disgra 
piTssa Al^^lutìor e col nafan ocaateia il io dette aia- 
libera delle sue idee: e^ ^niiite ippeua, UM^rita trasoiel- 
il sua spìrite a Federico D alloia haaihiua, e te suo ideo al- 
rUalìa. La scuote dì Aietiue, i ateipicH di AnsteOe^ dìreuae scuola 
ttaBaaa, ed il suo priudpal huteie Ai Federica re di SkiUa ed 
■aperaaii ui wuuuma. 

Qufste graa priacipe, degus di mete te epoca aiglìoie, die 
passò te rite lotteudo coaiw dcuni piegiudtei dd secate, pregiudiit 
che te perseguitaiouo iuo alte teoiha. \f»er cai ueuuaeua te sua stessa 
patria Falera», pi>Maossa solte di lui da t ipìlile dTuu picodo re- 
gao a cenUo ék aa lastissiuM» laiper^ Imi sapute iuaia abargli uaa 
lapide die ae ricordi il aome\ riptaifcfce odtese te ^rrtrmaì fra 
gli uouùai« $ol perchè peusaao dinfrrwafk^ e acuire darà te li- 
bertà mleriale ai Couiuai« leatera di f wicyMe audhe te spirite, 
iafcaieui i uè* suoi popoli FauMM alte wicunj di 
adute uHMtra Aristelite, e piopug^tere ky 



RA9SC6!fÀ BIBLI06IAP1CA 241 

In quel secolo il greco non era molto conosciuto; la dottrina 
quindi aristotelica non potea attingersi che dalle traduzioni e dalle 
chiose, tra le quali principali. eran quelle di Averroe: i di cui libri 
minacciati di distruzione in Ispagna per la persecuzione dei puri cre- 
denti contro Teterodossia, come più tardi lo furono per quella dei 
Cristiani contro Tlslamismo, trovavano allora ricovero olla Corte di 
Sicilia, ove fu ancora detto aver riparato gli slessi suol figli. E qui 
Federico a metter ogni studio, perchè le opere del maestro e del di- 
scepolo venissero da ogni dove raccolte; equi a ricompensar lar- 
gamente versioni e coment! , a consultar cristiani e musulmani per 
interpretarne lo spirito. L*amor che sentiva per quelle dottrine, ei 
seppe trasmettere ai suoi sudditi, alle Università di Napoli e di Ro^- 
logna, che per la prima volta egli stesso fondava, ed a cui regalava 
una traduzione di diversi trattati di logica e di fisica e di altre opere 
di quel grande. Questo amore ei seppe infondete persino nella sua 
corte, nella sua stessa famiglia; talché si vide per volere di Man(> 
flredi.suo figlio, Bartolomeo di Messina tradurre 1* etica di Aristo- 
tile in latino, e lo stesso Manfredi compier la versione d*un*opera; 
che correva in quel tempo sodo il nome dello Stagirita, il Trattato sul- 
la Mela. E allora avresti veduto letterati e filosofi accorrer da ogui 
angolo della terra alla sua Corte, portando ciascuno il suo contri- 
buto a questo edìfizio; e gli assenti, sostenuti dalla sua munificenza, 
mandar la copia di qualche trattalo, che qua e là frugando avean 
potuto raccogliere. Cosi Michele Scoto per ordine dell* Imperatore 
traduce le opere sul Cielo e sul Mondo, quella sulPAnima, i libri 
di matematica, di fisica, di logica ecc. di Aristotile; Giuda Tohen 
compone disquisizioni scientifiche sulle di lui opere; Ibn-Sabin dal» 
TAffrica risponde a quesiti mossi dallo stesso Federico, tra i quali la 
spiegazione del ridca aristotelica nelTammetlere il inondo ab actar no. 
Antoli dalla Provenza passato in Napoli, lodando Tanimo generose 
di Federico e Tanior grande che egli nutriva per queste discipline^ 
traduce .per lui in ebraico alcuni e promette tradurre in seguito 
tutti i libri di Aristotile; ed Ermanno di Alemagna, in ultimo, rende 
l'opera di Averroe, il Comenlo alla Poelica di A ritintili*, in Latino. 

Questo Cemento, in arabo, ed una traduzione ebraica fallane da 
Tòdrds Tòdròsi hanno formato oggetto di particolari studi e lavori 
del dotto orientalista signor Fausto Lasinio professor di lingue semi- 
tiche comparate neirUniversità di Pisa, i quali danno occasione alla 
presente rassegna. 

L'Illustre Ernesto Renan, preparando i materiali alla non mai ab- 



248 RÀSSBGIfA BfBLKMRAriCA 

bastanza lodala sua opera, Àverrhoès ci V Avcrrlunsme, e frugando, 
in cerca di iiiss. che potessero servir all'uopo, le biblioteche d'Italia, 
(la quale può dirsi la seconda patria di Avcrroe, come quella che 
conserva la maggior parte delle sue opore e più degli altri paesi 
rìpelulamonle le ha dalo alle slampe), si fermava su di un impor- 
tante codice della Laurcnziana di Firenze, contenente vari Comenli 
del filosofo arabo sulle opere di Aristotile, fra le quali la l^oeiica. 
La deficienza totale di codici arabici di questo Comento, conosciuto 
appena nel mondo lellerarìo per iuesalle e manchevoli traduzioni, 
come quella dei sopraminenlovato Ermanno TAIemanno, <lel Man 
tino, del De Balmes, fece sì, eli* egl infermasse la sua attenzione 
sul dello codice, e reiteratamente formasse voti per la sua pubblica- 
zione. A quesliippello risponde il lodato prof. Lasinio, assumendo 
un compito non lieve, com*è facile comprendere. 

Questo pregevolissimo codice, segnato CLXXX, 54, u vero cimelio 
da porsi fra i più import^inti della ricchissima Collezione , onde 
va superba TAlene dIUilia » oltre quello alla Poelica, contiene altri 
Comenli Medii di Averroe a vari trattati dello Stagìrita, cioè quelli 
delle Calagoric, della Pruposizione, degli Analilici primi, degli 
ièna/// /ci pobicriori, la Topica, la Sofislicn, la Rellorica (1). 

Il licnan, parlando di questo codice, non si limitava a raccoman- 
dare la pubhlii azione del Comento, o Parafrasi, di Averroe alla Poe- 
tica soltanto, ma ben anche dì quello alla Rcttorica; una delle opere 
più pregevoli di Aristotile, che tuttora è ritenuto come il maestro del- 
Tarte oratoria. !Ma il Lasinio considerando u il troppo grave dispendio 
che seco avrebbe portato la slampa delPesposizione alla Retorica, ed 
insieuìe di quello alla Poetica u fu indotto a limitarne il campo, almeno 



(i) Il Lasinio ha contemporaneamente atteso ad alcuni Studi sopra Aver- 
roe da pubblicarsi neW Annuario della Socielà Italiana pegli Studi Orientali: 
eoo cui egli si propone far di pubblica ragione quanto non trovi luogo 
nel suo lavoro relativo al Commento Medio alla Poetica. NeirAnnuario del 
1872 è di già uscito: 

i. Studi sul Commento medio di Averroe alla Rettorica di Arist:Ule. 

2. Sagi!Ìo del lesto arabo del Commento Medio di Averroe alla Logica di 
Aristotile con la rispettiva traduzione ebraica. 

3. Brano fìn qui ^conosciuto del Commento Medio alla Topica d'Ari- 
stotile. 

4. Intorno ad un codice Estense contenente in caraUeri ebraici alcuni 
scritti arabi d'Averroe. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 249 

fioche Don sorgesse favorevole occasione a pienamente metter in atto 
il suo disegno. 

La Poetica, cioè il trattato su1l*ar(e (Vimilare dilettevolmente in 
vielrico setmonCy ben meritava di venir preferita. Essa è il primo 
trattato che l'antichità ci abbia conservato su questa materia; e con 
essa son posate le regole fondamentali di tutte le belle arti. La 
base è rimitaiione, o, a meglio dire, la favola, di cui Aristotile ri- 
conosce primi autori Epicarmo e Formi di Sicilia (r<3 dà fiòBoog 
xonTy 'Eri%apiJiO^ xaì 9ópiJ^tg ì[p^ap) avvegnaché quest'arte a quel- 
risola debba la sua origine {rè fùp ovp s§ àpyjjg ix ZvKsKia^ yfKBi) 
Ma lo stile un pò* aspro e compendioso e la mancanza di alcune 
parti in quello che rimaneva, e rimane tuttora, di questo trattato, 
si che, Torse non a torto, si è creduto ch'esso non fosse che un ab- 
bozzo od un frammento, richiedevan un comentatorc illuminato e 
sagace: e questo si ebbe in quell'epoca nel dotto Averroe. Costui 
però non mancava di aiuto all'ardua impresa. Le poesìe dell'epoca 
classica arabica furon prese da lui a modello per cavarne le sane 
regole, e i versi di quelle furon di frequente addotti in sostegno 
dei suoi detti. E più, un trattato sulla poetica di un altro arabo, che 
di poco i'avea preceduto , dovettero anche servire a lui di norma 
pella sua parafrasi, come è facile arguire da ciò, ch'ei ne cita qual- 
che verso. Questi era un Siciliano, di elezione, Abu-Ali-Hasan- ibn- 
Resclk , di cui ci dà suflSciente notizia il dotto Miclicle Amari in 
più luoghi della sua Storia dei ifiusulmani in Sicilia (voi. Il, pag. 
502 ecc.). Scrisse egli un Trattato sulle basi fondamentali nella co- 
noscenza dell'arte poetica e sui pregi e difetti della poesia {^^^ 
i^j2-^j g>Ai. .i j j»^\ SLftLuo Ujx^ ^ ifA^-jJ!) trattato che per la 
prima volla vede ora la luce in Tunisi, ove va pubblicandosi. 

Lode non poca devesi dunque al professore di Pisa, che ha vo- 
luto risponder degnamente all'invito del Renan ed ai suggerimenti 
di valevoli e dotti amici, i quali tutti Than confortato all'opera. Nella 
pubblicazione (Pisa 1812), eh' egli ha assunto, non ha potuto avere 
che un solo testo, cioè il suddetto codice della Laurenziana, « l'unico 
che contenga il testo originale dell'intiero Cemento Medio all'Or- 
ganon (fra cui la Poetica) di Aristotile u. Ed a questo ha voluto con^ 
secrare alcuni suoi studi, descrivendolo parte a parte, notando con 
accurato esame, com'esso fosse una volta appartenuto al Raimondi, e 
muovendo de' dubbi sull'esattezza di quanto congetturavasi dal Re- 
nan, cioè, ch'ei fosse quello stesso, che il Casaubono asseriva re- 
cato dal Pestello al suo ritorno dall'Oriente. 

* 

Areh. Star. Sic., anno I. 32 



iSO IIASSB«1f A BtBLIOaiAFlCA 

A far opera migliore egli ha pubblicato ancora ana rersione di 
questo stesso tosto arabico fatta da Tòdròs Tddrdst (Teodoro di Teo- 
doro) nel iXM in Provenza: e si propone pubblicare ancora la tra 
duzione latina che per la prima ?oUa ne fu fatta, quella di Erman 
no TAlemanno. E però ha diviso Topera sua; nella pubblicazione de 
due testi arabo ed ebraico, già dati colle corrispondenti Prefazion 
alle stampe ; nell* Introduzione generale ; nella versione de* testi ; 
e nella ristiiinpa della sopradelta versione di Ermanno ; cose tutte 
ehe si propone man mano di dare. Mettendo da canto la pubblica- 
zione del tcslo ebraico, di cui è stato dato giudizio in Francia ed 
!n Germania (rra gli altri dal periodico settimanile di Lipsia, Li- 
terarUehes C^intralblaU , 22 marzo 1873), e limitandomi ad an- 
nunziar quella del testo arabico, cioè del Comento medio (^jo^J) 
di Avcrroe alla Poetica di Aristotile, è d'uopo avvertire, come ad 
essa si coile^rhi la relativa Prefazione, e la notizia del codice di cui 
sopra si è detto; seguendo indi il testo arabico, corredato di Note 
e di Aggiunte alla stesse Note, ed in ultimo un'Appendice in due 
Sezioni. La prima delle quali contiene il testo arabo del Compen- 
dio della Poolica islessa, fatto dall'Averroe; e la seconda I versi od 
emistichi esìstenti nel testo arabo del Comento Medio di Averroc 
alia Retorica di Aristotile, con i brani dell* Autore dentro a cui stan- 
no i versi suddetti. La prima di queste due parti (importante per- 
chè Tautenlicità di detto Compendio era stata impugnata dal Franti) 
è tratta da un codice arabico, in caratteri ebraici, di Monaco, sco 
perto ultimamente dallo Steinschneider ; e nelle sue ultime linee, 
dove questo trovasi mancante, da un ms. di Parigi , anche in ca- 
ratteri ebraici. Le lacune in ultimo, che qua e là vedonsi nel ms. 
monacese , sono ricolmate dal Lasinio stesso sulla scorta di una 
traduzione ebraica del detto compendio fatta da la*kdb-ben-Màlitr, e 
di una versione latina che di essa traduzione fece il De Balmes. 

E qui fia permesso, ammirando pur sempre la dotta ed illumi- 
nata operosità del professore di Pisa, che tante fatiche ha impìe 
gato in una materia per quanto degna altrettanto difficile, di mo- 
strare il desiderio, che il lavoro tutto mostri più compattezza. Pre- 
fazioni, Introduzione, Note prime. Note seconde, descrizione di co- 
dici, versioni differenti con riduzione di caratteri arabici in ebrai- 
ci ecc., lavori principali sul Commento alla Poetica, notizie sugli 
altri Commenti ai libri di Aristotile, tutto ciò unito alla difficolti 
dell* idea aristotelica, ed a quella maggiore de* Commenti ecc. dà 
da mordere , non che ai letterati tutti , agli stessi orientalisti, fili 



lÀSSBGIfA BIBLIOGRAnCA 251 

Studi, ecc. egli è vero raa considerati a solo; ma non era meglio 
fermarsi prima alla Poetica, rimettendo ad altro tempo quanto con- 
cerne la Retorica ed altre opere dello Stagiriln? Ko zelo Aristote- 
lico pare abbia invaso il dotto professore; e sembrii cirei non abbia 
saputo contener l'animo suo sino a che non avesse fatto partecipe 
il pubblico erudito di tutti i lavori fatti su quel Gran .Maestro. 

Ma a parte questappunto, il lavoro del Lasìnio è commendevole 
sotto molti riguarùi. Esso è eseguito con assai accuratezza, e non 
poco studio vi è speso per discutere le varianti, scegliendo da tutte 
le versioni quella che meglio conduce all'intelligenza del lesto. Nelle 
note è poi da ammirarsi non poca erudizione , ed ufia conoscenza 
molto estesa vi si mostra della poesia e dei poeti arabi ; avvegna- 
ché, meno poche eccezioni, son ritrovati quasi tutti i luoghi degli 
autori, di cui vengon citati i versi u gù emistichi, ed il metro dei 
verso vi è esattaraenle determinato. £d infalli è felice il riscóntro 
del verso della lin. il, pag. 23 con altro simile del /Tdì/iil di Mu* 
bai rad. Le aggiunte alle Note di rado correggono, per lo più com- 
pletano, quanto in quelle era stato detto, e rendono più interes- 
sante il lavoro. Sarebbe stato più desiderabile, che queste e queHe 
avessero fatto tull'uno; ad ogni modo non perdono nulla della loro 
importanza. Si raccomandano non poco le note alle Un. 23 pag. 22 e 
Un. 7 pag. 23, come quella ancora della lin. 17 pag. M) unita al- 
l'Aggiunta, che concerne il poeta e visir Hasdiìi. Del pari son buone, 
in generale, le correzioni degli errori nel collocamenlo de' puliti 
diacritici , errori derivati dair ignoranza de' copisti , o dai perchè 
questi non erano forse arabi, ma sì ebrei arabizzanti. Per dir qual- 
che cosa tra le molte, par plausibile la congettura che il s.;^^ della 
lin. 3, della i' pagina sia stato originariamente un ^j^ richiesto dal 
senso; osservandosi, come queste lettere in una cattiva e corsiva 
scrittura non di rado vengano fra loro scambiate. E quell'altra, che, 
per la stessa tagione, vuole si legga oy la parola ^^^ jJf, lin. 15, 

pag. 4 del codice; seguendo anche in ciò le versioni ebniica e latina. 
L'Autore qualche volta, sicuro deirerrore del codice ma incerto sulla 
correzione, con lodevole sistema ne propone vnrie a seguire, tra le 
quali il lettore possa scegliere: e questi nella lin. 1 della pag. S, 
sceglierebbe ^,jiS^ f^^ ^J» rigettando assolutamente >::^(iDtj, come 
òjISSU come l'altra ancora ajLSoIj.. Importante a notarsi è l'inver- 
sione dei nomi di Kallla e Dimna , uno de' prototipi della favola, 
che ha fatto il giro del mondo, e che nel codice si trova scritto Dimna 
e Kaltla . 



252 ràssbghà bibliografica 

Tra le note trovansi delle digressioni sul ?ario modo come venU 
fan trascritti i nomi di Aristotile, Omero ed Empedocle. Le farle le- 
zioni di questi e di altri nomi stranieri in lutti i codici arabi sono in< 
numerefoli. Così Aristotile venne trasformalo in mille guise inOriente, 
come in mille guise ancora venne sfigurato quello del suo arabo com- 
mentatore Averroe (Ibn-Roscd) in Occidente. Né minor numero di 
cambiamenti subì il nome del siciliano Empedocle , si che f idesi 
sinanco mutato in ^r^^ ^t. Sarebbe stato opportuno notare, co- 
me a tanta alterazione siasi facilmente venuto da un ^jJj^jS^ scritto 
senza dubbio con falsa apposizione di punti, infece di ^Jl» Jui, e que- 
sto invece di ^^^^JixJt. La digressione sul nome di Omero non dee 
leggersi senza la relativa Aggiunta. Con essa sparisce, per effetto di 
studi posteriori fatti dallo stesso professore , un El-lakim , ebreo 
poeta y e riapparisce in caratteri ebraici, d^Sm tiok, queir *Amra- 
I-Kais celebre poeta della Sto'allaka, i di cui versi Averroe sosti- 
tuisce spesso a quelli di Omero. Gli studi sui versi citati degli au- 
tori arabi formano la parte principale di quanto fin quf ha pubblicato 
il chiarissimo professore; ed è chiaro, come a rimontare alla prima 
sorgente, ed a stabilir la vera lezione, ei non abbia risparmiato pena 
e fatica. Le poesie tutte edite sinora , ed i magistrali lavori fatti 
sulle stesse da' più antichi sin a più recenti, sino a quei in corso 
di stampa, in Europa, in Tunisi, nel Cairo ecc. sono messi da lui 
a contributo. La passione a questo studio par che lo abbia deter- 
minato a pubblicare anche i versi riferiti da Averroe nel suo Co- 
mento alla Uetorica , ciò che forma argomento deirAppendice se- 
conda: e ben valevano la stampa, quantunque d'argomento estraneo 
alla Poetica. Avvegnacchè essi son tutti inediti, come il Comento 
stesso che li comprende; e più che inediti, erano non conosciuti, 
non vedendosi neanco riportati nelle traduzioni , come quella del 
De Balmes, ciie del Cemento istesso si hanno. 

Un lavoro d' altro genere ci attendiamo nella Parte terza , dove 
sarà discussa Tinlelligenza del testo, che risulterà più chiaro, senza 
dubbio, di quello datoci dagli antichi traduttori. Prosiegaa Tesimio 
professore n<;!r ardua impresa con quella slessa alacrità di cui ci 
ha dato sì bella mostra sin qui ; ed il mondo letterario gli saprà 
grado di tante fatiche, colle quali egli si è reso, e procura rendersi 
sempre più. henemorito degli studi orientali. 

S. CUSA 



BASSBGIfA BIBLIOGRAPICA 253 



Die Metopen von Selinunt mit Untersuchunffen Uber die Gè» 
schichte, die Topografie nnd die Tempd von Seli$iunt, verof- 
fentlicht von Otto Benndorf. Berlin, 1873, in-4.<^ 



È un volumo di quasi cento pagine con 13 tavole di bellissima 
esecuzione , rappresentanti le inetope , la pianta de* tempi ed ai- 
cune carte geografiche. L*Aulore, che al principio ebbe soltanto la 
intenzione di trattar delle raetope, ha, come dice egli stesso nella 
prefazione, scritto piuttosto una completa monografia di Selinunte, 
comprendendovi la storia, Tarchiletlura, la scultura, ed anche, per 
Topera del chiaro Dottor Imhoof-Blume, di Winterthur , la numi- 
smatica di queir antica città. 

11 lavoro del Benndorf era stato preparato da molto tempo e si 
aspettava con impazienza da tutti quelli die conoscevano l' impor- 
tanza del soggetto e Tautorità dello scrittore. Ma il Benndorf con- 
fessa che, se delle circostanze indipendenti dalla sua volontà ne han- 
no ritardato la pubblicazione, egli non se ne duole troppo, poiché 
così ha potuto approfittarsi dei risultati degli scavi recentemente 
eseguiti in Selinunte sotto la direzione del cav. Cavallari, e pub- 
blichiti ne* due Bullettini della Commissione siciliana, num. 4 e 5. 
L'opera del Benndorf è divisa in 1 parti, di cui Tultima è la più 
estesa, poiché contiene la descrizione, la spiegazione e Tapprezza- 
mento artistico delle metope. Darò una brevissima indicazione del 
contenuto di ciascuna parte. 

La prima è un*introduzione all'intera opera. L'autore vi fa la de- 
scrizione della parte dell'isola dove si trova Selinunte. Dipinge con 
vivi colori l'impressione che fanno suiranimo del viaggiatore nella 
solitudine della spiaggia siciliana le montagne di rovine sormon- 
tate da poche colonne, che da lontano paiono le torri d'una vasta, 
ma deserta città. La bellezza e Timportanza de' ruderi allettano i dotti 
a ricostruire l'antica Selinunte, coi suoi tempi, porti, teatri ecc., ma 
il Benndorf mostra che i più di essi, volendo supplire la tradizione 
slorica, che offre tante lacune, hanno lasciato il campo troppo aperto 



254 KAMBOlf A llBUOttKAFICA 

air immaginazione, ed invece di estendere la nostra conoscenxa di 
ciò che era Selinunte, ci imbrogliano piuttosto. 

La seconda parte contiene un cenno della storia di Selìoante. Se- 
linunte è rondata dai Blegaresi, che scelgono come luogo della nuora 
ciltft due colline vicine Tuna all'altra; cosi la greca Negare ebbe 
due acropoli. Ritrovando sulla sponda del vicino fiume l'appio, che 
era loro caro come premio dato nei giuochi dell* istmo, chiamano 
Sclinus tanto il fiume, come la città, e fanno dalla foglia d'appio il 
simbolo e quasi lo stemma della città sulle monete. Essa diviene 
presto ricca e potente, ha flotte e belle razze di caTalli. Le paludi 
che la rendono malsana vengono disseccate , come la tradizione 
vuole, da Empedocle; fatto ricordato anche sulle monete. Doni pre- 
ziosi sono mandali a Delfi, ed in Olimpia è costruito un tesoro che 
contiene esclusivan^nle de' doni selìnunlini. La poesia ebbe come 
rappresentanti Aristosseno e Teleste. Il territorio selinòntino si e- 
stendeva sin alle montagne di Sciacca e di Salemi. Ma non si con 
tentano i Selinuntiui del proprio territorio. Il paese bagnato dal 
fiume Mazara diviene un motivo di guerra tra i Selinuntini e gli 
Egestci, e questa nimicizia dura fino alla distruzione di Selinunte. 
Essa è causa della grande battaglia dell'anno 454 av. Cr., dell'In- 
vasione ateniese, e finalmente dell'invasione de' Cartaginesi che di- 
strussero Selinunte nel 409. Ristaurata in parte da Ermocrate, la 
città è interamente abbandonata nell'anno 849 av. Cr. Intanto i tempi 
BOB sono stati distrutti prima del medio evo; caddero per uno di 
quei tiemuoU, di cui risola è stata cosi spesso il teatro. Le ra- 
gioni addotte dal Cavallari contro la distruzione dei tempi per uà 
tremuolo non sembrano sufficienti al Benndorf. Hi pare che ricer- 
che ulteriori siano necessarie per arrivare sotto questo rapporto ad 
una decisione definitiva. 

La terza parte contiene la descrizione della città. Si estendeva 
essa sopra due colline connesse al nord , separate per una valle 
verso il mare , la collina occidentale formante due terrazze , una 
più alta al nord, una pia bassa sul mare, quest'ultima cinta d'un 
muro, che, secondo l'osservazione del Cavallari, lascia vedere tre 
costruzioni successive. Il suolo di questa acropoli è coperto dap- 
pertutto da avanzi d'edifizi, tra i quali i principali sono quattro tempi. 
L'avvallamento che separa questa terrazza dalla settentrionale non 
pare al Benndorf co^ profondo come lo rappresentano le carte, ed 
egli non o'ede che vi possa essere stato il foro. Non si deve dimeB- 
tioarp cbe, se fosse rimossa la sabbia che da secoli il ymIo qvM 



ba ammonticchiato, la depressione del terreno sarebbe più grande 
ancora. La collina orientale contiene tre grandi tempi , ed essen-^ 
dovisi trovati oggetti preziosi, pare impossibile che sieno slati fuori 
delia città; le mora comprendevano dunque anche questa collina. 
Nella valle tra le due colline era il porto, ed al nord del porto il 
foro. Il Benndorf dico che il Cavallari ha torto di mettere un fiume 
in questa valle. L'errore non esiste, poiché vi è un ruscello che, 
veramente, sparisce nelfestate. 

Nella quarta parte lAutore, passando ai tempi, fa la storia delle 
ricerche fattevi su dagli artisti e dagli eruditi. Essa termina con 
un riassunto delle scoperte fatte dal Cavallari negli anni 18C5 , 
1868y 1811 e 1872. 

La quinta parte discorre deirarchitettura dei tempi. 11 Benndorf 
comincia colPimportante osservazione che la ricchezza de* Sclinuit- 
tini si manifesta nella pianta dei tempi che hanno costruiti. Se- 
condo lui, la distribuzione delle parti interne di essi si spiega sol- 
tanto quando si considera la parte media come destinata alla con- 
servazione de* doni che furono portati al tempio. In questa guisa 
i tre compartimenti in cui i tempi sono divisi, servono, il primo, 
d^ingresso, il secondo più lungo, di camera di tesoro, il terzo di 
adylon cioè di luogo nel quale si trovava la statua della divinità. 
La lunghezza della cella in proporzione alla sua poca larghezza si 
spiega, secondo il Benndorf, colla necessità di porvi tanti oggetti 
preziosi offerti dai devoti. Sotto questo rapporto, come sotto tanti 
altri, il Cavallari vide già il vero , senza formolarlo forse in una 
guisa cosi chiara come lo fece il Benndorf. È il Cavallari c!<e, per 
la sua scoperta dell* altare nel tempio di Giunone, ha dato il mf- 
glior fondamento alla teoria del Benndorf. Ma i sei tempi di Se- 
linunto si dividono anche in due gruppi d'un carattere dilTrrente. 
Questa diflèrenza la notò il Cavallari nel Bullettino num. 4, p. U; 
il Benndorf ha il merito di aver esposto con più dettagli e più si- 
stematicamente quelle difTerenze. Secondo il Benndorf il primo grup- 
po che comprende i tempi segnati C. D. F. ha le particolarità se- 
guenti : 

1. La cella non corrisponde bene al peristìlio, ciuè le pareti 
della cella non sono nell'asse delle colonne. 

2. La cella è molto più ristretta che nelfaltro gruppo. Ma è sol- 
tanto la cella che è troppo stretta in proporzione alla sua lun- 
ghezza; quello che manca alla cella sotto il rapporto della lar- 
gbetaa vien compensato dai peristili , in guisa che l'intiera piintk 



256 BASSBGIfÀ BIBLIOGRAPICA 

di questi tempi offre le stesse proponioni come tatti gli altri tem- 
pi. Questa larghezza de* peristili 1* HitlorT ed il Beulé la follerò 
spiegare supponendo che essi avessero servito di luogo di riunione 
di passaggio pel popolo, ma il Benndorf mostra che questa opi- 
nione non riposa sopra verun fondamento. 

3. Il primo gruppo non ha anti; nel tempio D si trova la sin- 
golarità che i muri del pronao sono terminati da colonne attaccate 
al muro. 

4. Il primo gruppo non segue ancora la regola che è osservata 
nei tempi del secondo gruppo, cioè che le colonne hanno tutte 20 
scanalature; ve ne sono che ne hanno soltanto sedici. Il Benndorf 
non vuole ammettere Tasserzione del Cavallari, che vi fossero an- 
che colonne con 18 scanalature; sopra questo punto sarà facile la 
decisione a chi osserverà gli avanzi ; 1* aspetteremo dal Cavallari 
stesso . 

Fra i tempi del primo gruppo sono i più antichi quelli segnati 
C e D. Finora il tempio C è stato a ragione delle sue metope e di 
alcune altre particolarità, considerato da tutti come il più vecchio 
dei due. Il chiaro architetto Semper ha al contrario tentato di pro- 
vare, per la maggiore larghezza degli intercolunni del tempio D, 
che questo fosse stato costruito prima delFaltro. Il Benndorf mo- 
stra con evidenza che questa conclusione non è fondata. Costanti 
sono, nessuno lo negherà, le proporzioni delle opere classiche del- 
Tarchiletlura dorica; ma per i primi tentativi, fra i quali sono da 
annoverarsi anche i tempi C e D; non si può ammettere una norma 
costante. Nella stessa epoca gli architetti possono aver costruiti 
tempi ad intervalli stretti e tempi ad intervalli larghi; Farle andava 
ancora a tentone. 

Finalmente il Benndorf pone insieme i capitelli di tatti i tempi 
e mostra in tal guisa che gli antichissimi sono D e C, poi viene F, 
poi G e in ultimo luogo E ed A. È un tempo di poco meno di 200 
anni che viene rappresentato da questa serie di tempi che forma 
un capitolo interessanlis mo nell* istoria deirarchitettura antica. 
. Nella stessa parte il Be mdorf tratta la quistione dei nomi dei 
tempi. Sopra questo soggetto non hanno mancato fin'ora le ipotesi 
fondate in parte sopra i miti rappresentati nelle metope, in parte 
sopra altre considerazioni. Le ricerche del Benndorf hanno un al- 
tro fondamento, il quale, se non è nuovo, almeno non era messo 
in uso ove lo fa il Benndorf, che si vale soltanto delle tre aniche 
iscrizioni trovate in Selinunte. Importantissima è naturalmente la 



RASSBGPfA BIBLIOGRAFICA 2S7 

tanto celebre iscrizione scoperta, or sòii due anni , dal Cavallari, 
lì qua^ del resto ebbe la fortuna di trovare anche le altre due (1). 
M Benndorf la legge e supplisce nella stessa maniera come 1* ho 
fatto io, valendomi di comunicazioni fattemi da lui, in un mio atti- 
colo del Rheinisches àiuseum. Egli prova poi che Tepigrafe appar- 
tiene all'anno 454 av. Cr. emendando un passo di Diodoro (XI, 86) 
come fece anche il Grote, in guisa che si tratta qui d*una guerra 
tra Selinunte e Segesta. Finalmente trae dall'iscrizione la conclu- 
sione naturale, che il tempio fu dedicato ad Apollo, e non -come 
volle il Sauppc a Giove Agoreo. La seconda iscrizione contiene i 
nomi di Apollo Paian e di Atena; e si trova, sopra un pezzo archi- 
tettonico, una cornicetta di tufo calcareo, che, secondo Benndorf, 
deve avere appartenuto ad un altare. Dunque Taltarc era comune 
a queste due divinità. Ora il pezzo architettonico portante l'iscri- 
zione è stato rinvenuto tra i due tempi G e D dell'acropoli. Da que- 
sta circostanza il Benndorf trae la conclusione che i due tempi, tra 
i quali venne edificato l'altare, erano dedicati alle due divinità no- 
minate nell'iscrizione, ed attribuisce C ad Apollo, D ad Atena. È 
una conghietlura ardita, ma in nessun modo improbabile. Apollo ed 
Alena erano, come lo prova la grande iscrizione del Tempio G, fra 
le divinità principali de' Selinuntini, già a Megara godevano d'una 
venerazione particolare; è dunque probabile che i primi abitanti di 
Selinunte abbiano dedicato a questi numi i primi tempi, che edi- 
ficarono nell'acropoli della nuova città. La terza iscrizione, trovata 
nel Tempio E, prova, come vide il Cavallari, che questo tempio era 
consacrato a Giunone. In quanto agli altri tempi A ed F, non es- 
sendovisi trovate iscrizioni, il Benndorf non mette innanzi nessuna 
conghiettur(( sopra i loro nomi. 

Nella settima parte l' Autore passa all' ornamento scultorio dei 
tempi di Selinunte. Qui fa l'osservazione che soltanto il fregio era 
ornato di sculture, e che i frontispizi ne andavano senza, almeno 
non si è trovato nessun avanzo di scultura che possa aver appar- 
tenuto a questa parte de' tempi. Indica poi i posil delle metope, 
descrive il materiale onde son fatte, dà finalmente le loro dimen- 
sioni, che sono importanti per trovare il luogo preciso dove erano 



(!) Per la bibliografia degli scritti sopra riscrizione selinantina, li 
Benndorf cita G. Pitrè, Le lettere ecc. in Sicilia. Palermo, i87S, pag. 144, 
nota 1* 

Arch. Star. Sic, anno 1. 33 



258 tAi8IMA BltUIMlAFICA 

collocale. Ciò a?Tiene spedalnente per il tempio C. Qui gli inter- 
colunni del prospetto orientale variano, e questa parte del ]eapio 
contiene solo delle metope figurate. Gli intercolunni sono più lar- 
ghi nel centro che su i fianchi, ed a ciò risponde ladiflèrema tra 
le largheue delle metope. Larghissima è la metopa colla quadriga 
(il Benndorf prova che hanno torto quelli che per cagione della 
sua largheua pretesero che non fosse stala una metopa) ; meno 
larga quella colla Medusa e più stretto ancora quella dell'Ercole. 
Da ciò si rileva che la quadriga era posto sopra rinteroolonnio di 
meno, la Medusa sopra uno dei seguenti, e TErcole sopra un in- 
torcolunnio di canto, n luogo dove furono trovato queste tre me- 
tope conferma le detto conclusioni. Importonti sono poi le osser- 
vazioni del Benndorf sopra quistioni tecniche, sulla mauiera di scol- 
pire i rilievi usato appo i Greci, i quali cominciarono per disegnare 
sul blocco di pietra, che aveva una superficie piana, i contomi dei 
rilievi; sopra la possibilità di servirsi di due blocchi per una sola 
metopa, ciò che è avvenuto per il tempio F; finalmente sopra la po- 
licromia delle sculture^ Qui 1* Aulore (;sserva , che i colori veduti 
sulle metope dai primi scopritori di esse sono ora interamente scom- 
parsi, alcune tracce di colori che vi si vedono oggi sono da attri- 
buirsi ad un contatto fortuito delle metope con pezzi architettonici. 
Fa poi l'enumerazione delle pubblicazioni finora fatte delle metope 
e de' principali libri ne' quali si è parlato di esse. Passando fi- 
nalmente alle singole metope descrive in primo luogo quelle del 
tempio C che sono le più antiche di tutte, poi quelle del tempio F 
di cui non si è conservata che la parte inferiore, e finalmente quelle 
del tempio E. Accuratissima è la descrizione che il Benndorf dà 
di queste preziosissime opere dcirarte greco*sicula. £gli noto tutti 
i particolari , e 1* esatto analisi di lui scioglie molte quistioni che 
si erano mosse intomo alla spiegazione di esse, tanto nei dettogli, 
quanto sul significato di metope intere. Sarebbe impossibile ricor- 
dar qui tutto ciò che vi ha nuovo in questo capitolo dellopera del 
Benndorf e devo contentarmi di pregare tutti quelli che studiano 
l'arte antica di leggere con attenzione le riflessioni dell'Autore so- 
pra lo stile delle metope considerato in primo luogo nel suo svi- 
luppo, dalle prime imperfettissime sculture del tempio C, sin alle 
opere, sotto certi rapporti bellissime , del prospetto anteriore del 
tempio di Giunone, e poi come una espressione artistica del carat- 
tere della schiatto dorica, la cui arte differisce molto, come dimo- 
stra l'Autore, dalle opere dello scalpello attico, e della scuola di 
Fidia. 



BAMBGlf A BllLIOGftAPICA 2S9 

Un esatto catalogo delle monete selinuntine, accompagnato da giù- 
diiiose osserfazioni sai miti rappresentativi, termina il libro. Que- 
st'appendice si de?e, come abbiamo detto, al valentissimo archeo- 
logo, che è il' s^or Bettor Imboof-Bliimer, il quale ha potuto de- 
scrìvere tanto meglio queste monete , poiché si trovano di quasi 
tutte esemplari nella sua stupenda collezione. 

Come si vede Topera del Benndorf è piena dMmpor tanti osserva- 
zioni e di felicissimi risultati. Merita dunque di essere studiata in 
Italia come lo sarà in Germania e dappertutto dove si venera Tan- 
tìchità classica. Merita di essere studiata principalmente in Sicilia 
da quelli che, non contenti di ammirare Fantica gloria della loro 
patria, vorrebbero rendersi un conto esatto delle cause della su- 
periorità,^ che nell'epoca greca la SicìKa ebbe sopra molte altre parti 
del mondo. E mi sia permesso di terminare queste poche pagine 
con una preghiera alFindirizzo del Governo, preghiera che vien av- 
valorata dalla conclusione delia prefazione del Benndorf. Egli dice, 
che ogni giorno può, per nuove scoperte a Selinuntc , aumentare 
il materiale delle ricerche. Preghiamo dunque il Governo e la Com- 
missione che ha la Sopraintendenza delle antichità di Sicilia , di 
non tralasciare mai gli scavi di Seiìnunte, i quali, come dice l'Autore 
(p. i8) hanno dato in questi ultimi anni sì splendidi risultati, gra- 
zie allo zelo ed alle conoscenze del Cavallari, benemerito delle an- 
tichità Siciliane. Molto vi ostato fatto, ma ancora di più rimane a 
fare. 

Prof. Adolfo Holm 



RASSEGNA ARCHEOLOGICA 



!!el nam. 5 del BtMeUino deUa Commissione éCAnUchilà e Bellf 
Ani io pabb:icafo sei noofe iscriiioni , di cui cinque grerlic ed 
una latina, trovale nelle catacombe di Siracusa dairillusire Profes- 
sore Saferio Cafallarì. Ed ecco oggi ho il piacere di far noie ai 
lettori delMrchfVto Slonco altre cinque epigrafi cristiane, inedite 
tutte, ed ifi stesso rin?enule dairinstancabile ed intelligente atlìTltà 
del medesimo professore, che me ne ba gentilmente comunicato con 
sua lettera de* 20 giugno scorso i facsimile, fatti, per quattro di 
esse , in calchi sopra carta , ed in un lucido per la quinta. Così 
continuasi la serie di quelle iscriiioni funerarie, da me cominciata. 

11 CaTallari rìfolgea in questi ultimi giorni la sua attenzione a 
Megara ed alle sue terrecotte figurate, e raccogliea nuoiì materiali 
pel suo layoro Le terreeoUe cZt Megara e le Meiope di St^linunti\ 
fra cui istituisce de* confronti importantissimi. Scopriva inoltre fra 
iloto ed Acri, e nei monti Iblei presso Buscemi, una nuova forma 
di sepolcri i quali serviranno ad accrescere la collezione de' tipi 
cominciati nel num. 5 del BuUetlino. Pure in mezzo a questi lavori. 
Toperoso scopritore del sarcofago di Adelfia trovava tempo di ritor- 
nare a* suoi studi sulle catacombe siracusane, dove gli ultimi scavi 
da lui ordinati faceangli supporre, cb*ei si trovasse in un gruppo 
di rotonde destinale a matrone rispettabili e distinte. Ecco infalli 
le iscrizioni rinvenutevi , tutte relative a donne , e de' tempi del 
Basso Impero. Chiudo fra parentesi le sillabe o parole, che possono 
supplirsi con certezza. 



RASSEGNA ARCHEOLOGICA 261 

1. 

ENBAAE 
KITECTA 
TIAIA 

Qui 

giace Sla- 
tina 

li. 



(ENeA)AEKITEZ( ) 
MNHMH(S MAKAPIAS) 
Hr 

Qui (fiace Z ( ) 

Di (beala) memoria 



III. 

ENeAA(E KEITAI) 
AAPIAN(A EZHSEN) 
ETH l 

Qui {giace) 
Adrian{a Visse) 
anni sessanta 

IV, 

TYNBOCEYTY 
XIONOSArO 
PACFA EiNBAAE 
KITE IPHNA 
H CYNBIOC AY 
TOY. 

Tomba di Euti- 
ctUone {per) com- 
pra. Qui 
giace Irene 
la moglie di 
lui. 



292 lASSBGIlA AICHBOLOQICIA 

Neiriscrizione che segue, risultante di due righi, del prireo non 
restano fuorché le tracce di poche lettere. Doveano contenere una 
forinola deprecativa. 



V. 



AOYAHCCOYANTIOXIAC 



della tua serva ArUiochia 

Quesl* ultima epigrafe è dipinta in rosso e si legge sulla nronte 
d'un sarcofago sporgente da un gradino, che circonda una stanza 
circolare, in cui si discende per circa dieci scalini dal piano delle 
strade sepolcrali. Le lettere son chiarissime, della misura di quin- 
dici centimetri. La grafia dell* iscrizione mostra, secondo parmi, che 
essa sia di età posteriore alle altre quattro, e se quest'ultime son 
da riferirsi al VI o VII secolo, quella non è anteriore al X od XI. 

Cosi, dopo la Rotonda di Adelfia (chiamo così la sala o?e tro- 
Yossi il sarcofago) è venuta in luce la Rotonda di Antiochia. U 
Prof. Cavallari ha pensato sennatamente, ch*essa fosse, co' suoi ac- 
cessori, un compartimento destinato alle donne. Infatti sembra clau- 
strato. 

Son da notarsi i nomi romani di Stalilia, Adriana, e le cacogra- 
fie, del resto comuni, Kite, tu^Ho^ ecc. 

In un altra Rotonda^ non terminata di scavare, si è trovata un'al- 
tra iscrizione che pubblicherò appresso , tostochè l' avrò veduta ; 
più, in un locxfXo, un pezzo d'impasto di calce e gesso, nel quale 
sta confitta un'ampolla di vetro rivestita nella parte interna di un 
liquido raggrumato e indurito dal tempo, di un colore bruno e di 
qualche spessore. È senza dubbio il sangue di qualche martire. Im- 
perocché son conosciutissimi agli intendenti di antichità cristiane 
sifTatti vasi plastici o vitrei, che spesso si trovano ne' cimiteri, e spe- 
cialmente le preziosissime ampolle a forma stretta ed allungata, in 
cui i Cristiani primitivi raccoglievano qualche porzione del sangue 
versato da' santi martiri. 11 Boldetti ha illustrato a preferenza questo 
argomento; il Fabrelti rispose a' dubbi elevati da Leibnizio intomo 
agli stessi vasi vitrei od argillacei» trovati affissi ai sepolcri^ o ma- 



ftÀSSBGHÀ ÀACHBOLOGICà 263 

rati nei locali de' cimiteri, e dimostrò come non servissero punto 
a contenere unguenti, ma invece serbassero alla pietà ed al culto 
il sangue de* gloriosi confessori della fede. Il dotto P. Lupi mise 
termine ad ogni discussione con un' apposita esercitazione, che leg- 
gesi nella sua notissima opera sull'epitaffio di S. Severa. 



Palermo, r luglio 1873. 



Sac. I. Carini 



CRONACA 



DEL GRANDE ARCHIVIO DI PALERMO 



(Continuazione ~ Vedi dispema precedente). 



IV. 



Da qui ebbe infatti origine quella si strana posizione in cui tì- 
desi posta sin d*allora la Soprainlcndenza^ e che valse a crearle 
condizioni ben peggiori di quelle fra le quali erasi trovato lo stesso 
Archivio (jcnoralc. Imperocché le poche carte, ond* erasi limitata 
la sfera d*uzione del medesimo, accrescevansi d'un tratto a dismi- 
sura , non essendo ormai possibile di eludere la nuova legge nel 
principale proposito per cui veniva accomunata alla Sicilia, quello 
cioè di sottrarre dal presente abbandono quei documenti degli uf- 
fizi soppressi, la cui esibizione era cotanto vivamente richiesta dal 
pubblico e privato interesse. 

Avaro però di mezzi quando trattavasi deirinteresse speciale delu- 
sola, parve bene a quei governo di provarsi a conseguire lo inlen- 
to scnz' aggravio di spesa col ricorrere ad una finzione legale, per 
cui ritenne come già materialmente riunite al Grande Archivio quelle 
immense serie d\ittl sopra i quali estese la giurisdizione del mede- 
simo, ma che lasciò intanto a giacere nei luoghi stessi ove stavansi 
accumulale da secoli. Non potea quindi impedirsi che cosiffatte lo- 
calità , divenute filiali del Grande Archivio , non s* accrescessero 
cogli anni, semprechè altri uffizi venissero trasformati o anco coi- 
pili a morie dall'ala infaticabile del tempo : sicché desse contansi 
oggi in bel numero , non essendo uscita per anco dallo stato di 
progetto la sospirata riunione degli archivi in un solo e comodo 



CRONACA DEL GRANDE ARCHITIO DI PALERMO 268 

etlifioio. i^è voglia ciò intendersi nel senso, che il governo nazionale 
non si liimuslri animalo dal desiderio d*adempiere a cosi allo e pre- 
cipuo do\ere d*ogni genie civile; polendo anzi credersi non lontano 
il giorno in cui verrebbe infine appagala quesfanlica e vivacissima 
brama degli eruditi del paese (1). Ma a ninno parrà giusto di la- 
sciarsi qui adito al sospetto, che il mancalo ordinamento delle scrii- 
ture dipeadenli dal Grandfi Àrckivii) debbasi apporre aita negligen- 
za di quel personale, ch*è sialo ed è costrello a correr su e giù per 
la vasta città in cerca de* documenti necessari alle autorità dello 
Slato ed alle private persone. Ed è poi chiaro che i beneflzi, as- 
sicurali dairunilà del servizio archivistico, non polraimo esser mai 
veramente sentiti dalla nazione finché non sia esso liberalo da quel 
continuo e penoso disagio che lo distoglie da ogni nobile compito, 
e to rende inadegualo al ^'overno di vasti e preziosi tiepositi. A ciò 
si aggiunga che, se torna aiTat o impossibile ogni efficace sorveglianza 
Sopra scritture riposte in sili lontiuii dal centro dell'uflicio, e della 
cui materiale custodia nessun potrebbe legalmente rispondere; non 
può al tempo slesso non nuocere al buon governo delle medesime il 
costringere Timpiegalo a maneggiarle sotto tegole non di rado scon- 
nesse, e do\e, mancandogli ogni schermo contro gli eccessivi calori 
e contro le intemperie, trovasi egli esposto a soffrire vivamente nel 
corpo, in <|uel che la vista d*iinmensi scompigliati deposili, sparsi 
sul suolo poheroso, gii stanca ed abbatte lo spirilo. 

Or tali sono appunlo le miserevoli condizioni in cui dimora tut- 
tavia il Grande Ànliivio di Palermo, obbligato ad amministrare le 
scritture di circa a cento pubblici uffizi ira moderni ed antichi , 
de* quali alcuni ripeton i* origine dalla fondazione della monarchia, 



(1) Di ciò ci affida la visiu dei luoghi, che fu allentamente praticala 
nello scorso anno dall' Arohilelto Car. Alessandro Bobbio di Napoli, allo 
scopo di porre il governo in grado di scegliere un edificio acconcio a* bi- 
sogni del Grande Archioio, L'esimio ispettore, neiradempiere a cotale inca- 
ricOy die larga prova di riunire ai pregi della mente ana rara intelligenza 
dell'arte che professa, ed nn callo veramente religioso pei patri monumenti. 
Nel di lui rapporto indirizzalo al Tllinistro dell'Interno, e disteso con parità 
insolita di dettalo, egli propone lo acquisto dell' edifizlo occupato in atio 
dalle Trovatene e confinante con quello della Galena; e dobbiam dire che 
sono interessanti le considerazioni e gli argomenti, ond'e' -dimostra come 
quel fabbricato tornerebbe tanto bene agii Archivi quanto toma male alle 
Thnmtelle. 

* 

Areh. Star. Sic., anno I. 34 



166 ClOHACA 

alle cui vicende parteciparono fino all'anno 1819. Circostania anche 
questa, ondr son di non poco accresciute le diflicollà del riordina- 
mento degli archivi rispettivi; non essendo altrimenti possibile di 
acquistare la piena conoscenza delle giurisdizioni che furon da 
quelli esercì late , e eh* è si necessaria per poterne con sicurezza 
restituire le serie degli atti agli originari scomparlinieiili , se non 
col riandare Tintrigato laberinto delle vicende politiche e civili dei 
tempi, mercè una lunga, penosa e tenace investigazione degli atti 
medesimi. 

V. 

Ed è a questo luogo che noi vorremmo indicare il numero esalto 
de* volumi e fascicoli , di che si compone il vasto palrimonio del 
nostro Grande Arcluvio, se ciò non fosse impedito dal difetto de- 
grinventarl. !\on ci staremo tultavolta dairesporre i caicoli appros- 
simativi, i quali dovrebbero di non molto scostarsi dal vero, per- 
chè appoggiati a quelli eseguili dal Genio Civile (i). E^si ci offrono 
i dati seguenti: 



(1) L'autoriià del nomo e la diffusione che ottengono dentro e fuori d'I 
talia gii scritti anche minimi del Gantù, mi costringono a rilevare Tequi- 
voco in cui egli incorse nel suo recente opuscolo — 6/i Arch'm e la Storia 
(V. Riv. Univ. Fir. apr. 1873, cap. IX Dell'opera del Silveslri) — per riguardo 
alia mole de' documenti custoditi nel Grande Archivio di Palermo. 

Difaui, riportando dalia mia Cronaca de' lavori cb* ebbero corso in detto 
Archivio neiranno 1871 (V. Arcb. Ven., t. IV, parte II, Venezia die. I87S) 
il numero dei 77616 registri, fascicoli, documenti e pergamene stati in esso 
depositati dal 1865 in poi per conto di taluni degli uffizi cessati, di corpi 
morali e d*altri benemeriti cittadini; mostra Tillustre storico di ritenere, 
che quello sia il numero totale delle scritture esistenti nello archivio 
medesimo. 

Ciò avvertendo nell' interesse d'un uffizio la cui importanza non è lat- 
terà ben nota nel continente della nostra penisola , mi sia intanto per- 
messo di fènder quelle migliori grazie ch*io so e posso airesimio scrit- 
tore, il quale, occupandosi del mio povero lavoro sui pubblici Archivi 
d'Italia, ha voluto mostrare come non isdegni di stender la mano, dall'alto 
posto ove lo Ha spinto la vasta e infaticabile mente , verso i più infimi 
operai del campo archivistico e diplomatico, incoraggiandoli con generosa 
benevolenza alle sì ardue e pazienti fatiche. 



DHL GIAHDB AICHITIO DI PALERMO S6T 

Nell'ex-rasa de* Teatini alla Catena , escluse le Pergamene, vo* 
lumi e fasci Mm. 60,000 

In sei località dell* ex- Convento della Gancia, compresi 
i rògiti nolarili testé riuniti al Grande Arcliivio :> 150,(K)0 

In undici stanze del pianterjono e piani superiori del 
palazzo delle Finanze » 20,000 

In selle piccole stanze dentro Tex-Convcnlo di S. Do- 
menico n 15,000 

In un piccolo apparlamenlo dell ex-casa della R. Ma- 
gione, di cui rArclii\io è in via di consegna » 5,000 

E , da ultimo , in diciassette appsirtamenti , taluni dei 
quali vastissimi, dislribuiti al pianterreno, nei piani medi 
e sotto ^'11 sdruciti soflilli delFampio Palazzo di Giustizia n 400,000 



Le quuli cih*e dànnu già una buona somma di circa c'> seicento 
cinquanta migliaia di registri e fascicoli (1), la maggior parte gia- 



ci) I calcoli apprestati dal cav. Bobbio nella rammentala relazione non 
discorderebbero gran fatto da quelli qui esposti, se non fosse per la no* 
teTole difìferenza, che vi si scorge riguardo al numero di quelle conser- 
vate nel Palazzo di Giustizia dove stanno^ egli scrive, ia pJù parte confu- 
samente, meglio d'un centinaio di mille volumi. Or, messo anche da parte 
il sospetto che sia corso un errore materiale negli appunti presi sul luogo 
dal signor Bobbio, non è troppo arrischialo il credere chei possa esser 
caduto In equivoco pel fatto seguente. 

Le carte sciolte e già riordinale alla Galena, come in seguito diremo, 
vengnn riposte entro buste di modello, ciascuna delle quali accoglie in 
media tre degli originari fascicoli; ond' ò che questi subiscono una ridu- 
zione relativamente al numero ordinale e progressivo sotto cui vengon 
segnati nel novello Inventario. Egli è quindi probabile, che il cav. Bob- 
bio abbia adottato come base di calcolo il numero certo delle dette buste, 
e tenutane poi ragione nel ragguaglio dello spazio, in cui osse distendonsi 
ordinatamente, in confronto a quello occupato dai fasci csjsienli nel Pa- 
lazzo di Giustizia. Il quale spazio è per altro valutato da lui slesso quasi al 
doppio di quello della Catena, ove stanno, egli dice, un sessanta e piò 
mila fra registri e filze e de' quali, non capendo tutti nella suppellettile, se 
oe vede ancora sugli armadi, sulle sedie, su i tavoli e perfino in terra, 
attorno ai posti degrimpiegati >. 

Ognun vede che, stando a questa ipotesi, verrebbe naturalmente a tri- 
plicarsi li numero de* detti fasci considerali nel loro primitivo formato, 
e quali in maggior parie s'incontrano in tutti i pubblici uffizi; sicché spa- 



168 CIONACA 

cenli nel più profondo disordine. Se non cbe bisogna eiiandio non 
perder di mira le scrilUire che si vanno in alto consegnando al 
Grande Archivio per conto della cessata Tesoreria di Sicilia, delle 
soppresse corporaiioni monastiche della città e provincia di Paler- 
mo, della cessala Direiione di Statistica e della locale Prefettura, 
il di cui numero andrà per fermo ben oltre alle cinquanta mi- 
gliaia. Non orcorre poi dire che, non appena rimosso Tostacolo op- 
posto daHatluale angustia dello spazio, sarii necessario dar pieno 
corso a quell:i vitale disposizione della legge, onde hanno obbligo 
le vigenti amministrazioni dello Stato di trattenere ne* propri «irchìu' 
gli alti soltanto delPultimo quinquennio. 

VI. 

Prima però di proceder più oltre, e affinchè possa il lettore for- 
marsi un concetto adeguato della sfera d*aiiaae in cui raggirasi il 
servizio quotidiano del Grande Archivio di Palermo, ci giova av- 
vertire, che i documenti cui abbiamo accennato corrono dal secolo 
XIII (benché invero pochi di tal* epoca e dispersi nelle miscel- 
lanee raccozzale in tempi posteriori con gli avanzi de* rispcUivi re- 
gistri) Ano airanno 1812; e che stanno per legge riparliti con le 
cnrtepecore, di cui alcune soltanto raggiungono il secolo untlecinio, 
in tre sezioni distinte col nome di Diplomatica, Giudiziaria cmI Am- 
ministratila. 



rirebbe eziandio queirenorme differenza di calcolo, cbe abbiamo di so- 
pra rilevato. 

Circa poi alla effettiva capacità del Palauo di Giustizia in rìscootro a 
quella della Catena, noi crediamo di non ingannarci ritenendo che il prì 
mo, non già quasi due volte come giudica il signor Bobbio, ma sia l)en 
tre volte, se non anche di più, maggiore di quello della Catena. 

Coloro cbe visitando il Grande Archivio hanno avuto il raro coraggio 
(come Tobbe or son pochi anni Illustre storico Amari) d'affrontare il di- 
sagio e vincere la repugoanza cbe s*tucoDtra nel percorrere le ampie ma 
luride sale, gli ànditi streùi ed oscuri e le più sconce tettoie, sotto le q'^ali 
van consumandosi fan dì più che l'altro le scritture ammonticchiate nel 
dello Palazzo di Cjiusiizia; converranno con noi di leggieri, cbe gli ani 
deiraniica Gran Corte civile e criminale e della Jlo^na Curia Raiionum o 
Tribunale del It. Patrimonio, cbe occupano due soli de* diciassette appar- 
tamenti accennati, non capirebbero per intiero nello spazio eh*» appresu 
la Catena. 



DEL GRANDR ARCHIVIO DI PALHRMO 26$ 

Appartengono alla prima le dello cnrlepccolrc, i codici, i registri 
della corrispondenza e degli ulti emanali dagli ulBzi polilico-legis- 
lalivi , ossia dai Ministeri inslituiii in l^tlermo da* re l^ormanni , 
quali son quelli del Gran Cancelliere del regno di Sicilia, o, come 
oggi diremmo, presidente del Consiglio dei ministri e ministro di 
Stato e degli afTari esteri; del Gran Protonotaro o ministro dell'in- 
terno ecc. (I). A* quali uffizi s'aggiunsero nel secolo XVI le Se- 
greterie vìceregie durate in vigore fino alTanno 1819, epoca in cui 
rìcosliluivasi il governo dell'isola con un ministero di Stato residente 
appo il re in Palermo o in Napoli, e con le varie Segreterie dipen- 
denti dal Luogotenente generale ilei re nella Sicilia. La seconda 
sezione contiene i registri e i processi delle antiche e moderne ma- 
gistrature giudiziarie e gli alti dello stillo civile e de' notai defunti 
della provincia di Palermo ; e la terza infine le scritture che con- 
cernono i*amminislrazione generale civile ed economica della iSicilia, 
non che quella speciale della detta provincia. 

La slessa legge affidò intanto alla Soprainiendenza yenerala la 
sorveglianza suprema , non solo sugli Archivi dello Stalo instiluiti 
ne' capoluoghi delle altre provincie dell'Isola, e i quali l'uron te- 
nuti d'inviarle ad ogni sei mesi un duplicalo degl'inventari delle 
carte ricevute in deposilo ; ma benanco sopra i documenti, che of- 
frissero una importanza slorica o diplomatica, di proprietà de' corpi 
morali aventi legale esistenza nì^ll'isola. Kd ella ebbe inoltre far- 
duo dovere di classificare ed illustrare le carte diplomatiche ver- 
gale, oltreché nel dialetto siciliano, negl'idiomi arabo, greco. Ialino, 
catuSano , castigliano ecc. ; ragion per cui le fu data a reggere la 
cattedra di Paleo$;rafia che fa parte dell'insegnamento universitario, 
ed aila quale trovasi annesso lAlunnalo storico-diplomatico, inleso 
a fornire uffiziali dotti ed esperti nelle carte e conoscenze diplo- 
maliche. 

Se non che, dobbiamo ripeterlo, il governo di Napoli , costretto 
a dotar la Sicilia d'una istituzione archivistica qual'era da' tempi 
richiesta, non mostrò d'operar con giustizia, né con serietà di pro- 
pos li soffocandola in sul nascere col ricusarle i mezzi, che pur lar- 
garne;! le profondeva nel dar pieno e vigoroso essere a quella tiapo- 



(I) Vedi nella Rivista Stenla (Palermo, marzo 1870, fase. Ili e scg), i 
Capitoli dal sesto in poi del mio Saggio sullo stato e sulla riforma della le- 
gUlazione degli Architn pubblici in Italia, 



STO 

letaiia , la qaalc non altrimenti a?rebbe nai potuto salire a tanta 
aitcua, né riscootere raminiraxìone che le Tiene a boon diritto tri- 
butala dalla dotta Europa. E di ciò fa profa la splendida dotazione 
annua di lire 107,797, ond'ebbe a giof arsi per non pochi lustrila 
Soprainteodenza di Napoli fino al cadere dell' anno 1864 , e alla 
quale fa mostruoso contrasto quella stata assegnata durante lo stesso 
periodo alla Sopraintcndenza di Palermo nella somma di L. 4I,0!»5, »3, 
cui potè forse aggiungersi qualche altro migliaio profenienle dalle 
imposte d'Archivio. Perlochè, a fronte de' sessantasei impiegati ad- 
detti al servizio superiore e inferiore del Grande Archivio di ?lapoli, 
noi ne troviamo appena ventinove destinati a quello di Palermo, non 
meno vasto dellaltro e travaglialo anch'esso dal bisogno di ristabi- 
lire l'ordine delle proprie scritture. Dinanzi ali evidenza delle quali 
cifre ninno vorrà meravigliarsi del così misero stato in cui pervenne 
Il Grande Arckivio all'attuale Direzioiie degli Archivi Siciliani^ 
sottentrata in sullo scorcio del 1864 alla Soprainlendenza Generale 
per effetto del regio decreto 20 agosto delio stesso anno : decreto 
il quale, oltre al nome dell'ufTizio, per nulla immutava il sapiente 
ordinamento stabilito dalla legge del i® agosto 184^. 

Difatli, non ostante si fossero per viste d economia ridotte a due 
le indicate sezioni, fu disposto che le carte riunite in una sola delle 
medesime continuassero a raccogliersi distinte nelle antiche classi 
giudi7.iuria ed amministrativa; ed anche inlatta rimase la fondamen- 
tale istituzione dell Alunnato, senza cui verrebbe meno il piA no- 
bile e pratico fine dello insegnamento paleografico e diplomatico. 

E quantunque niun vantaggio avesse in tale congiuntura risentito 
il Glande Arcfiicio, nella sua ordinaria dotazione come nel numero 
del personale stabilito dal citate decreto (i), seppe non di meno 



(1) Tale dotazione era formala: — I" dai provenli d'Archivio, meno U 
iodenniià dovuta al Cassiere, ed una terza parte de' drilti di ricerca e copia 
tura distribuita per legge agi' impiegali; 2* da un assegno per semplici 
spese d'uffizio di lire 1911, 95; 3* e da quello infine io lire 850 per acqui- 
sto di libri, non volendo tener conio del tenue fondo impiegalo al rim- 
borso degli esili mensili estranei alla natura degli assegni anzidetti. I quali, 
meno quesi' ultimi, furono nelle delle quantità corrisposti alla Direzione 
fino all'anno 1863. 

Il novello personale venne costituito da un Direttore, il cui stipendio 
fu ridotto a L. 5000 da L. 6375 che ne avea goduto fino a quell'anno il 
Sopraintenden(e; due capisezionr", due segretari di prima e due di seeooiii 



DEL GftANDB AllCHlTfO DI PALBIMO VH 

iroTiir modo il governo d*ìnfondere nuovo sangue e nuova vita nella 
languente islilu/ione, concedendo non solo il pareggiamento degli 
stipendi, ma rifornendo eziandio le vuote cariclie con giovani ope* 
rosi, intelligenti e nudriti, nel maggior numero, di studi larghi e 
severi. 

Cosicché la Direzione, forte di tali elementi, della Gducia del go- 
verno e, sopratuilo, del vivo e profondo sentimento dell'alta e no- 
bile sua missione, non perdette animo di fronte agli ostacoli accen- 
nati; a vincere i quali, senza iattanza ma senza avvilimento, impe- 
gnò tosto quella lotta vivissima in cui perdura tuttavia con tenacità 
pari soltanto alla penuria de* mezzi e delle forze, di cui 1* è dato 
disporre. Per porsi in grado di rispondere alle si varie e molteplici 
esigenze del servizio, cominciò essa dal dividere il suo tempo in guisa 
che ciascuno degrimpiegati, dando corso alle ordinarie faccende , 
ne venisse impiegando i residui in quelle d'ordinamento e d inven- 
tario. !>'è vuol dissimularsi che siffatte gravissime cure , per altre 
successive riduzioni del personale, vanno oggi ripartite, quanto alla 
sezione diplomatica, fra due segretari, cinque applicati e due alun- 
ni ; e per la sezione ^iudiziario-amministrativa fra un segretario e 
quattro applicati, oltre a* due che le furono leste aggiunti nel riu- 
nire alla stessa rarchivio dei notai defunti. 

Piccolo adunque, benché non ispregevole frutto de* suoi sforzi, 
sono quei lavori che la Direzione ha potuto, non già compiere, ma 
semplicemente avviare verso Tardua meta dello storico assetto delle 
preziose quanto ignorate scritture della monarchia siciliana: e dei 
quali daremo più innanzi una breve nolizia nelTinlento d'apprestare 
un sicuro criterio al giudizio, che ci attendiamo benevolo dagli uo- 
mini illuminati del paese. 

VII. 

E poiché serve al detto scopo il dimostrare anzitutto quale sia 
la sfera, in cui si estende quella che diremo attività amministra- 



classe; due applicati di 1*, quattro. di 2*, due di 3* e quattro di 4* classe; 
un Professore di Pale(>grafla, due alunni storico-diplomatici di i* classe 
e quattro di 2*; — restando il servizio inferiore affidato ad un Custode, 
due Commessi e tre Inservienti, oltre al faccbino straordinario pagato sul 
tondo delle spesa di uffizio. 



.211 CMNIACA 

ti?a del nostro Grande Archifio, riassomeremo in brefi cenni i la- 
Tori ordinari che fi hanno diretta relazione, incominciando da quelli 
di ricerca, iscrizione e copia de* documenti, che si sono rihtscIaU 
in quest'ultimo biennio alle amministrazioni dello Stato nel pubblico 
interesse, o in quello particolare degii enti morali e dei prì?ati cit- 
tadini, yè crediamo inutile awertire, che le cifre qui appresso ri- 
portate vennero stabilite sopra i più sieuri e fedeli elementi, quali 
sono : 

a) I registri di cn»sa e di cnnlroìlo degrintroiti d'Archifio, che 
mensilmente si depositano nelle casse dello Stato ; 

6) Quelli , OTe annotansi le dimamle delle autorità e de* prifati 
cittadini, cui per legge è concessa la esibizione e la copia gratuita 
de* documenti; 

e) Il registro altabetico ove segnasi, sotto il nome deirimpicgato 
copista , il numero delle pagine in cui si estendono i documenti 
esemplati ; 

d) E i registri infine delle tre classi o materie, ond*è distinta la 
corrispondenza che la Direzione mantiene con tull*i Ministeri e eoa 
le altre pubbliche amministrazioni dello Stato : ne* quali però non 
va tenuto conto delle lettere ufTiciose scambiate co* privati per og- 
getto di servizio, o con le 'Accademie e co* dotti nazionali e stra- 
nieri richiedenti copie d*atti od informazioni per riguardi scientifici. 
Or da essi registri ci abbiamo : che nel 1871 le ricerche sottoposte, 
o no, a pagamento, ebbero luogo nel Grande .irc/iirio per numero 
tremilatrecentoquarantanove documenti , e per tremìlanovecenlosci 
nel 1872; che le copie si estesero nel detto primo anno in moti 
(composto ognuno di due pagine) numero duemiHecinquecentuveali, 
e duemillesettecentotlo nelfaltro anno ; e che furono inoltre spe- 
dite dalla Direzione, nel 187 1 numero millenovantacinque lettere di 
ufficio, e millecentotrentaselte nel 1872, come potrà anche nì'^^'io 
riconoscersi dal seguente 



DEL eRAIfOB AftCPlTK) DI PALBMO 



973 



SPECCHIETTO STATISTICO 

dei lavori di ricerca, iscrizione e copia de' documenti, e delle lettere 
di corri8i>ondenza inviate dalla Direzione de^li Archivi Siciliani 
nesrli anni 1871 e 1870. 



i87l 



Ricerche a pagamento (1) . . . 

Delle gratuite (2) 

Dette per la inscriziooe de* ma- 
trirooni ne* registri dello Sta- 
to civile e delle rettifiche or- 
dinate dall'autorità giudizia- 
ria (3) 

Ruoli delle copie a pagamen- 
to (4) 

Idem delle copie gratuite . . . 

Idem per la inscrizione come 
sopra no* registri dello Stato 
civile 

Lettere di corrispondenza . . . 



Affer- 
oulive 



216 
1994 



Rega- 

tife 



42 
354 



743 



«53 y. 
1243 'A 



743 



1872 



Affer- 
Ball fé 



226 
2320 



913 



482 •/. 
1312 'A 



913 



Rfga- 
iMe 



1871 



1872 



TOTALE 



48 
399 



^3349 



2520 



1005 



3906 



2708 



1137 



(1) La media annua degl'introiti corrisponde a L. 2373, 65, come lo pro- 
fano quelli raccolti ueirultimo quinquennio, cioè: 

1868 L. 2650, 95 

1869 i 2580, 89 

1870 » 2657, 17 

1871 i 2198,41 

1872 i 1780, 80 

ToUle L. 11868, 28 
Nell'anno in corso i detti introiti avranno ancora un fori e incremento, 
essendosi già riunito al Grande Archivio II vasto deposilo de* rògiti nota- 
gli, come può argomentarsi da qaellì verificatisi nel primo semestre di 
luest'anno, che ammontano a L. 1703, 79. 

(2) In esse ricerche comprendonsi gli attestati del servizio prestato da- 
gl'impiegati allo Stato, alla cui compilazione sa ognuno che occorrono ben 
notte e svariate indagini. Son essi non di meno qui vaiatati per una sola 
ì medesima ricorca, e furono nel num. di 310 nel 1811, e di 345 nel 1812. 

(3) La delicatezza ed importanza di un Utl serviiio può meglio com- 
Arch. Slor. Sic, anno I. 35 



274 * CROlfACA 



vili. 



Nel compiere la rassegna de* lavori ordinari , onde son parte 
preeipua le periodiche consegne delle publicbe scrìUore, è neces- 
sario premettere che la Direzione, non appena potè rendersi conto 
dello stato materiale degli edifizi da essa dipendenti, \ide come ur- 
gesse anzitutto di sottrarre i più antichi e preziosi registri , posti 
lungi dalla sua sede, al fatale deperimento cui andavano incontro 
da ben molti anni per Tumidità alimentata ne* tetti e nelle pareti 
dal libero infiltrarsi delle acque piovane. Fra gli archivi maggior- 
mente danneggiati contavasi quello della Conservatoria del Beai Pa 
trimonio, o vogliam dire ministero delle finanze, e, per isventura, 
la serie più antica del medesimo e che più d*ogni altra importava 
alla storia delle finanze siciliane nel medio evo. Non pochi de* suoi 
registri si rinvennero in uno stato che ben potrebbe dirsi di pietri- 
ficazione ; uno de* quali fu inviato al Ministro deirinterno e gli altri 
conservati a documento della colpevole incuria del cessato governo 
Né d*altra parte meno urgente si era, sotto vari rapporti del pub 
blico servizio, il provvedere al pronto deposito delle carte risguar- 
danti Tultimo periodo della soppressa Luogotenenza; le quali, ben- 
ché indispensabili allo sfogo degli affari correnti, eran pure rima- 
ste senza custodi che legalmente ne rispondessero , o che fossero 
adatti a soddisfare le richieste deglinteressati. 

Però, sebben non potesse dipender dal buon volere di chicches- 
sia il superare l'ostacolo del più assoluto difetto di spazio, la Di- 
rezione non volle tuttavolta deporre la speranza d'aprirsi la via a 
soddisfare i due accennati bisogni col por mano senz'altro al suo 
vagheggiato disegno del riordinamento generale delle scritture. 



prendersi da* cittadini di quelle Provincie d'Italia, ove la institozione dello 
Stato civile rimonta, come in Sicilia e in Napoli, al principio del secolo. 

Quindi è che la Direzione di Palermo ha sentilo il bisogno di guaren- 
tire la iscrizione de' matrimoni e delle retliflcbe con le maggiori possi- 
bili solennità, facendone distendere nello slesso registro ^ o in foglio ad 
esso alligato, un esatto processo verbale, autenticato con la firma delio 
impiegato del carico, vistalo dal caposezione e dal Direttore e munito dai 
suggello d*uflQzio. 

(4) La scrittura di essi appartiene a' secoli, cioè: XV n. 1; XVI o. 3; 
XVII n. 12; XVlIl n. 59; XIX n. 367. 



DEL GRANDE ASCHI7IO DI PALERMO 21 S 

E volle il caso, oh' ella fosse sin dalle prime indagini fa?ori(a 
dalla scoperla di parecchie migliaia d' esemplari a stampa d' una 
legge inlorno al monopolio dell'industria de' tabacchi: legge la quale, 
destinala a pubblicarsi in Sicilia nell'anno 1830, crasi poi ritirata 
dal governo Borbonico in visla dell* ostile accoglienza del popolo. 
A ben comprendere di quale aiuto tornasse cosiflfiiUa scoperta è 
d'uopo conoscersi, che il nuovo codice civile andato in vigore nel 
1M9, tenendo conto delle inveterate abitudini, aveva accortamente 
sostituito al sistema della pubblicazione delle leggi praticatosi da 
secoli per la viva voce de* publici banditori, quello degli affissi a 
slampa , <'ui davasi luogo entro il termine prestabilito in ciascun 
Comune dell'Isola. Di sifTatle stampe si aveano Torti residui, special- 
mente nel dicastero della Giustizia, i quali eran passati nel Grande 
Archivio Unitamente alle relative scritture. Ciò che sommamente gio- 
vò alla Direzione: perocché la loro rendita, superiormente autoriz- 
zata, diede agio di provvedere in certo qual modo alla decenza delle 
stanze frequentate dal pubblico, nel mentre rese immediatamente pra- 
ticabile il trasporto dal Palazzo de' Tribunali a quello della Catena 
de' due nominati archivi del Gran Protonotaro e della Conservatoria 
del R. Patrimonio. 

Pur, s'egli è vero che il simultaneo assetto delle scritture ebbe in 
sèguito a corrispondere alle previsioni della Direzione, dandole modo 
a collocare nella detta sua sede, rannodati e completi, gli accen- 
nati archivi de' dicasteri luogotenenziali, è troppo facile a compren- 
dersi come vani dovessero tornare i suoi sforzi per dar luogo alle 
altre carte, onde veniva d'ogni parte sollecitato il deposito. Il Mi- 
nistero delle finanze e la Corte de' Conti non si ristavano dal chie- 
dere che fossero riunite nel Grande Archivio le carte della cessata 
Tesoreria generale e della Gran Corte de' Conti di Sicilia ; ed a si- 
mili istanze mosse dalle altre publiche autorità, vennero ben presto 
ad unirsi! più vivi reclami de' privati. 

Tali furono le stringentissime ragioni di servizio per cui dovette 
infine risolversi la Direzione ad assumere il peso d'altri filiali edi- 
fizi e r opera stessa degl' inventari, onde sono in dovere gli uffizi 
consegnanti d'accompagnare i loro depositi. E come a premio della 
costanza de* suoi propositi, sentendosi ella ormai assistita dalla pub- 
blica fiducia, volsesi ad ottenere la consegna di carte importantis- 
sime allo studio della storia contemporanea , che illustri cittadini 
aveano trasportate nell' esilio ed appo loro gelosamente custodite 
per lunga serie di anni. Il primo a darne il nobile esempio fu Tono- 



276 CIONACA 

refole senatore Vincenio Errante, spogliandosi d*aleani atti del ce- 
lebre Comitato generale della rivoluziono, che in nome del popolo 
Siciliano avea sfldato i suoi tiranni nel di 12 gennaro 1848, e in 
pochi giorni rivendicatagli la propria Costituzione. Tennegli dietro 
Ton. presidente del Senato Marchese di Torrearsa, il quale primie- 
ramente depose il carteggio originale relativo alla militare spedi- 
zione , che i rivoluzionari di Napoli , costanti nel voler mantenere 
quel predominio politico che tanto nocque a' destini della nazione 
italiana, inviorono in Sicilia sotto gli ordini dell* illustre generale 
Florestano Pepe a reprimervi la insurrezione popolare del 1820; ed 
indi la preziosissima corrispondenza, che il Torrearsa avea tenuto 
come ministro degli alTari esteri co* Commissari siciliani, in Italia 
e fuori, durante il periodo dal i4 agosto I8i8al IGfebbraro 1849. 

Con eguale patriottica arrendevolezza vennero in sèguito conse- 
gnate da' legittimi depositari le pergamene spettanti all'antiQO mo- 
nastero di santa Maria del Bosco, e. quelle che TOspedale Civico di 
Palermo avea per più secoli custodite entro cassa ferrata. 

Nel far qui appresso seguire il prospetto statistico de* documenti, 
onde ha potuto la Direzione cfTcltunre il deposito dal 1865 al 1872, 
due cose dobbiamo rilevare. E primamente, che la più parie dei 
medesimi le venne consegnata negli anni in cui il personale reggeasi 
sulFantico piede mantenuto, come si è detto, dal Decreto 20 ago- 
sto 1864 ; e il qual però , avendo oggi perso un terzo della sua 
forza malgrado le accresciute e più insistenti necessità dell' ordina- 
rio servizio, non potrebbe più oltre sopportare simili carichi, né 
tampoco spingere innanzi Topera del riordinamento, già intiepidita 
e rnllentata, ma che dovrà alla perfine arrestarsi (1). Non dobbiamo 
in secondo luogo tacere , che per essersi aggiunte alle antiche le 
dette scritture, tutte moderne e in numero di per sé stesso conside- 
revolissimo, si è di tanto elargata la sfera d'azione del Grande Ar- 
chivio di Palermo da permettere a noi, non affatto ignari delle con 
dizioni materiali ed amministrative degli altri Archivi d* Italia , di 
esprimere senz'altro il convincimento, che cioè, ali'infuori del Grande 
Archivio di Napoli, nissun altro è in istato da competer con esso 
per vastità ed importanza amministrativa di pubbliche scritture. 

E poiché sentiamo il dovere di rendere ogni altro persuaso, che 



(i) Cotesta deplorabile necessità venne riconosciuta e segnalata al Ga- 
Temo dall'Ispettore cav. Bobbio. 



DEL GRANDE ARCHIVIO DI PALERMO ifll 

Il nostro è un fondato conTincìmenlo da non doversi confondere con 
quo* |j:iudiit BYTentali, i quali soglionsi taluna fiata in tuono più o 
meno cattedratico mettere innanzi por interesse o per leggerezza, 
soggiungifimo: che gli elementi a cui esso s'appoggia non istanno 
già: nei soli calcoli approssimativi esposti più innanzi, e i quali del 
resto confidiamo poter piuttosto in più che in meno variare ; ma so- 
pratulto in que* dati statistici cotanto certi e precisi quanto lo sono 
quelli forniti dagl' Inventari ufficiali compilati per le consegne, o in 
occasione del nuovo assetto dato alle carie, di cui dovremo fra poco 
occuparci. 

Al qual proposito , più che opportuno , necessario ci parrebbe 
che il Governo s'affrettasse a rimuovere queirinccrtezzn, che impe- 
disce tuttavia di misurar con precisione Teifettiva materiale entità 
di ogni singolo archivio dello Stato, mercè d*una generale ispezione 
illuminata ed attenta quanto quella ch'ebbe luogo nel Grande Ar- 
chivio di Palermo. Solo in lai guisa potrebbero i due Ministeri del- 
l'Interno e dell'Istruzione pubblica efllcacemente guarantirsi dalle 
perniciose influenze, che non di raro si oppongono a' loro più saggi 
proponimenti , allorché trattasi di ripartire nel vero interesse del 
servifeio le braccia e 1 mezzi, di cui ponno essi disporre nelle pre- 
senti strettezze dello Stato. Grati pertanto dobbiam dirci al Ministro 
della Istruzione d'aver fatto stendere minuti rapporti sulle attuali 
condizioni legislative materiali ed economiche degli archivi da lui 
dipendenti, e d*averli inoltre raccolti in eleganti edizioni inviandoli 
a figurare alla mostra mondiale di Vienna. Perocché ci sembri d'una 
incontrastabile utilità quel potersi far capo a pochi libri, ove trovasi 
adunato tanto tesoro d'indirizzi e di cognizioni intorno alla vita scien- 
tifica ed alla materiale coQ3istenzà di coleste fonti perenni del dritto 
e del sapere. 

E noi, che abbiam voluto in queste pagine appellarci al giudizio 
imparziale ed infallibile delle cifre, con animo di rivendicare l'alto 
pesto che spetta in Italia al <]rande Archivio di Palermo, volentieri 
ci avvarremo di quelle che figurano nella Relazione dislesa in sì bel- 
l'or line dagl'impiegati dell'Archivio generale di Venezia (I), per 
dimostrare come ben non si apponga il dolio ed operoso cav. 
Cecchetti affermando in un opuscolo di recente pubblicazione (2), 

(1) V. // Regio Archivio generale di Venezia^ 1873, Stab. tip. Naratovich. 
{%) Ne è titolo: Sulle principali questioni relative agli Archivi d' ItaUa^ 
Veaezia» i873. 
lo avrò forse occasione d'occuparmi nel seguente fascicolo delle propo- 



278 CROITACA 

che il detto archi?ìo sia dotato di maggior vitalità aminÌDÌstniti?a e 
di più vaste proporzioni del nostro non solo, ma dello stesso Grande 
Archivio di Napoli. 

Difatti, lasciando indietro le pergamene, i disegni, i libri slam- 
pati ecc. come quelli che non offrono termini esatti di confronto, 
e raccogliendo da* riassunti stampati in calce alle Noie stalisiiche 
degli archivi veneti antichi e moderni (pp. 16i e 216) i registri 



%ie che il Cecchetti mette innanzi per riguardo a questo vitalissimo argo- 
mento. Però non posso fin da ora tacere d*aver provato una spiacevole 
sorpresa nel leggere la classificaziooe degli archivi maggiori d'Italia, sta- 
bllita, non si saprebbe bene su qual fondamento, da uno scrittore così eru- 
dito ^ coscienzioso qual è per solito il Cecchetti. 

Perocché, per quanto monchi e inesatti sieno i dati che finora conoscia* 
mo intorno alla materiale consistenza degli archivi medesimi, sarà pur 
sempre necessario di ricorrere ad essi volendo trovare una base qualun- 
que di confronto. 

Pare a noi pertanto che corresse obbligo all'egregio classificatore di 
confutare con migliori elementi, o adottare senza più le cifre statistiche 
stabilite da* più moderni scrittori, tra cui sono, a cagion d'esempio, quelle 
date dal Galeotti nel classico Discorso sull* Archivio centrale di Firenze 
(V. Arch. Slor, Ftr. 1855, nella Nola a pag. 82}, cioè: Archivio di Milano 
num. ii5,000 cartelle (sic); di Firenze 115,780 filze e registri; di Torino, 
(•iù di 20roila filze, distribuite in dieci grandi sale e quattro stanze ecc. 
E oui sento la necessità di ripetere che suIFesattezza di esse cifre niuno 
vorrebbe certamente giurare, ed io men d' ogni altro , che ne ho visitati 
parecchi e posso a riguardo di Torino osservare, che il Galeotti non tenne 
in conto l'Archivio Camerale collocato nel piano superiore del palazzo 
della Corte d'Appello, ove a un di presso, ed oltre alle pergamene, deb- 
bono stare più che quindici migliaia di volami e fascicoli. Ma da queste 
più meno brevi proporzioni, rispetto agli Archivi che raccolgono da più 
di un mezzo secolo tutte le scritture dello Stato fino a' nostri giorni, non può 
non correre un gran tratto, come avrebbe potuto convincersene il Cecchetti 
confrontando le cifre da me pubblicate nella già ricordata Cronaca del Gran- 
de Archivio di Palermo (V. Archivio Veneto. Venezia dicembre 1872, tom. IV, 
parte li.) Vorrei bensì osservare a di lui ^•iustificazione, ch'ei potè venir 
(ratto in inganno, come del resto non potrebbe non esserlo ogni altro den- 
tro e fuori d*Italia, dal fatto cui mi sono più iimanzi riferito: che cioè, 
per non esser ben noto le condizioni e i bisogni effettivi di ciascuno dei 
nostri archivi di Sialo, sia già accaduto che il Grande Archivio di Palermo 
trovisi alla coda, e perciò gravi ormai sulle pubbliche finanze por una metà 
ed anche meno della spesa che costano altri archivi, i quali per importanza 
materiale ed amministrativa gli stan pure a grandissima distanza! 



DEL GRANOB ARCHIVIO DI PALERMO 219 

e pacchi {He) e le filze e buste esistenti in queirArchivio, troviamo 
che il lor Dumero ammonta a 196,563. Di riscontro al quale ci ba- 
sterà porre, non già le seicentocinquanta migliaia de* registri e fa- 
scicoli onde abbiam detto comporsi approssimativamente Tintiero pa- 
trimonio scritturale del Grande Archivio di Palermo; ma soltanto il 
numero delle carie riordinate, di cui daremo fra poco il prospetto, 
riunito a' 116,142 registri e filze, che sono al Grande archivio so- 
pravvenuti da parte degli uiTizl e corpi morali soppressi in questi 
ultimi anni, de* quali si ha precisa ragione nel seguente specchietto. 



280 



CtOHACA 



SPECCHIETTO STATISTICO 

delle Borìtture oonsegnate alla Direzione aegli Archici Siciliani 

dal 1866 al 1872. 




i 

2 
3 
4 
5 
6 
7 
8 



DEM OH IH AXIOM ■ 
dell' IJfliel* «•u««VBant« 



ii 

i2 



13 
i4 
i5 
16 
17 
18 

19 
20 
21 
22 

23 

124-45 

46 

47 



48 

49 
30 



51 
52 
53 



Amica Zecca di Sicili i 

Dicastero luogot. dello Interno e Stralcio 

Idem (Ielle Finanze e Stralcio 

Idem della Polizia e Stralcio 

Idem di Grazia e Giustizia i* Stralcio. . 

Idem del Segretariato e Stralcio 

Idem de' Lavori pubblici e Stralcio . . . 

Idem della Istruzione pubblica e Stralcio 

9| Idem deirEcclesiastiro e Stralcio 

10 Idem del Gabin. della Ditt. e della Luogot. 



Soprintendenza di Salute Publica .... 
Intendenza (Prefettura) della Provincia 
di Palermo 

Consiglio d'Intendenza e di Prefettura . 

Ufficio centrale delle tasse dirette .... 

Contahilità deirUfficio ceutr. di Statisi.. 

Stato Civile della Provincia di Palermo. 

Sotto-Direz. di Ponti e Strade di Sicilia. 

Commissione per le medaglie commemo- 
rative del 1S48 e 1860 

Tesoreria generale di Sicilia 

Commiss, di publica istruz. per la Sicilia. 

Registri delle carie private Pe2* officio 

Ammìn. Generale delle Poste di Sicilia . 

Processi del Contenz. e delle Conciliai. 

22 Archivi di Corporazioni religiose . . 

Gran Corte' de' Conti di Sicilia 

Commissioni enfiteuliche della Provin- 
cia di Palermo e Soprintendenza ge- 
nerale di dette Commissioni 

Commissione per le vendite di beni delle 
opere pie laicali e de' Comuni della 
Provincia di Palermo 

Tribunale della R. Monarchia ed Apo- 
stolica Legazia di Sicilia 

Commissione per la liquidazione dei cre- 
diti antichi da iscriversi sul Gran 
Libro del Debito Publico di Sicilia. . 

Fondo comune delle Provincie di Sicilia. 

Commiss, de' debiti comunali di Sicilia. 

Arch. de' Notai defunti della ciuà di Pai. 

Totale dei fascicoli e registri consegnati. 



Perìodo di leapo 

che 
comprendono le 
carte contegnalc 



1709 1834 
18531864 
1856-1863 
1849-1864 
18581868 
1850-1864 
18511866 
1857-1865 
18001862 
1860-1861 
1819-1864 

1849 sino a 
maggio 1860 
I82M865 
1862-1865 
183M860 
18201860 
1839-1849 



186i 
1826 
1778 
1^50 
1851 
1852 
1040 
1842- 



1865 
-1862 
1860 
1852 
1860 
1865 
1866 
1869 



18631872 

1852 1866 
17411870 



1850 f 
1829-1866 
18561860 
13261844 



Himero totale 

de' faaciroli 

e de* rcf i»lri 

conseguati 



17 

2217 
971 

2328 
617 
298 

2549 

431 

549 

107 

32 



2834 

156 

53 

12 

26,638 
67 

5504 

1727 

410 

241 

77 

4 

8901 

19,293 



767 

136 

226 




I 



DEL GIUNDB ARCHIVIO DI PALKRMO 



281 




55 



55 
57 

5^ 



59 



60 



61 



6i 



a4 




Pergamene di Santa Maria del Bosco 
(consegnale dal Presidente Pietro Cri- 
spo Floran delegato de' conventi di 
Santa Maria del Bosco e della Con- 
solazione) 

Pergamene dell'Ospedale Civico di Pa- 
lermo (consegnate dal cav. Emanuele 
Notarbartolo di S. Giovanni, Presi- 
dente dell'Amministrazione di detto 
Ospedale). 

Pergamene del Monastero di S. Martino 
delle Scale 

Documenti del Comitato Generale di Si- 
cilia del 1848 (consegnati dal sena- 
tore Vincenzo Errante) 

Corrispondenza originale del Generale 
Florestano Pepe relativa all'insurre- 
zione di Palermo nel 1820 (consegna- 
ta dal Marchese di Torrearsa Presi* 
dente del Senato) 

Corrispondenza originale del Ministero de- 
gli Affari esteri di Sicilia (consegnata 
dal prelodato March, di Torrearsa). . 

Documenti relativi al rapimento del qua- 
dro dello Spasimo di Raffaello ch'e- 
sisteva in Palermo 

Capitanla giudiziaria di Palermo (Carte 
consegnate dall' attuale Principe di 
Hesuttana) 

Documenti relativi al Plebiscito del 1860. 

Storia dell'Ospedale Civico di Palermo 
di F. Serio e Mongitore (consegnata 
dal prelodato cav. Notarbartolo di S. 
Giovanni) 

Codice del secolo XVI riguardante que- 
stioni di diritto civile 

Totale delle pergamene e de' documenti. 

niassiiato 

Fascicoli e Registri . . N. 116,142 
Perg.imene e Documenti • 2872 

Totale generale N. 119,014 



{continua) 
Arch. Stor. Sic., anno 1. 



Periodo di lempo 

che 
comprendono le 
carie consegnale 


Rumerò totale 
de' diplomi 

e de' docum. 
consegnali 


1236170O 


1 
1 

659 


1117-1710 


! 

216 : 


1071-1661 


1 

1194 i 

t 
1 


1848 


1 

13 doc. 1 

t 
i 


1820 
dal 14 agosto 
1848 a 16 feb- 
braro 1849 


1 

1 

189 doc. 
530 doc. 1 


16581783 


1 

54 doc. 

1 


1821-1849 
1860 


1 

14 fase. 
1 voi. 


1 • 


1 voi. 


i 


l voi. 


2872 

1 



(ì. 6II.VB9TRI 



36 



BULLErriNO BIIJLIOGRAFIGO 



^ 



i. Suir aHttC(f Archivio del Comune 
di Trapani, ledere due d'un biblio- 
filo., (Esir. dal giornale Clmpar- 
ziale, anno I. numeri 7 d 9). Tra- 
pani 1870. Di pagg. 15 in-8.* 

2. Sa un reg^st^t poligrafo dei secoli 
XI Ve XV presso la Biblioteca Far- 
delliana di Trapani, sludi di (Jiu- 
seppe Pollzzi. Trapani i873. Di 
pajzg. i(;, in -8." 

A chi voglia formarsi una idea 
dello Simo in cui trovasi raniico ar- 
chivio di uno de' pili importauli Mu- 
nicipi siciliani, qual'è per avventu- 
ra la nobile ciiià di Trapani, gio- 
verà leggero i due opuscoli sopra 
ricordali. Il signor Giuseppe Poiizzi 
autore di essi narra come una parte 
delle scritture 'giacesse fìno a pochi 
anni addietro accatastata in due 
stanze e le più luride di tutta la casa 
del Comune > , e cerne altra parte 
da parecchie ventine d*anni fai fu 
veduta t rovesciare per parecchi 
giorni » entro un pozzo! Sono ap- 
pena sei anni che, mercè le laude- 
voli cure di un Sindaco della città, 
il cav. Ti. li Fardella, fu data opera 
a raunar le membra sparse di quel 
prezioso deposito : chi die mano al 
lavoro fu il Poiizzi medesimo ; il 
quale, senza badare a stenti e fati- 
che, riusci a mettere insieme in bel- 




l'ordine 731 volumi che abbracciano 
il periodo che corre dal 4399 al Ì8i7, 
oltre una quantità non iodifferente 
di lettere originali, regi'*, viceregie 
e municipali, riunite in cinque o sei 
giusti volumi; e appena ona dozzini 
delle tante pergamene che quell'ar- 
chi vio dovea conservi ri\ A questo, 
però, non si limitava il solerte ar- 
chivista; e in una relazione presen- 
tata al Sindaco della e uà egli por- 
geva consigli opportuni e sennati, < 
quali, se fossero stati mossi in pra^^ 
lica, avrebbero efficaro::ten!c giovat^c=3 

al rassetto definitivo di quel pre 

zioso deposito. Ma, per quel che ri - 
levasi da una noia apposta alla pi*»^ - 
gina 4 del secondo opuscolo , noK v 
sembra che quei consigli fossero $i^ 
ti accettati. Il Municipio di Trapau '* ^ 
infatti, onde togliersi la inolesu clb- 
ra di quelle vecchie carte, ha oid i 
nato che parte ne fosso depositai.-* 
nella Biblioteca Fardelliana, e pare*? 
riposta entro una chiesa abolita dove 
le tignuole ed i topi vanno a tro^ 
var comodo pasto. Il signor Poiizzi 
alza la voce contro tanto strazio, ed 
ha ragione; pur pure noi crediamo 
che tra gli archici antichi dei Co- 
inuni siciliani quel di Trapani sia 
de' più fortunati. Che n*è, che se ne 
sa degli antichi archivi di Caltagi 
rone, Randàzzo, Piazza, Gastrogio- 



BITLLETTINO BIBLtOGRAFICO 



283 



ranni, CalascibetU, Naro, Sciacca, 
Jcata, in una parola, delle città de 
naniali deirisola nostra? Se ne lo- 
i;lianìo qualcuno, porgli altri è buio 
)esto, e sarà gran che se ne riman- 
dano scarsissiiui avanzi. Quello in- 
vece di cui il Polizii ci ha dato no- 
tizia è in uno suio di conservazione 
relativamente buono, ed ha trovato 
in lui un amoroso illustratore, ch*è 
quel che mnnf*a a presso che tutti 
gli altri. 

Conservavasi in cotesto archivio 
un codice prezioso, che il Polizzi ac- 
curalamento Jjscrive nel secondo 
degli opuscoli sopra ricordati. Con- 
lengonsi ne) .letto codice parecchie 
scritture legali di Andrea d'Isernia, 
Bartolo, Gualtieri di Paterno e d*al- 
tri; le Costiiuziunr, o Capitoli, di Gia- 
como, Federigo e Pietro il d' Ara- 
gona, le Consuetudini di Trapani, la 
Fumdetta de' dritti spettanti alia Do- 
gana di questa città, una Cronaca 
fieiliana che si riscontra esser la 
nedestma xbe quella pubblicata dal 
Di Giovanni {Cronache siciliane ecc. 
1^. 173 e segg.) oltre a parecchie al- 
tre scritture di diverso genere. 11 
Poliui raccomanda a ragione il te- 
sto delle Consuetudini trapanesi com- 
preao nel codice in parola, il quale 
è forse il più antico tra i conosciuti, 
e per questo solo titolo meriterebbe 
lìutenzione di coloro che attendono 
a pubblicar come conviensi i mo- 
numenti della legislazione consue- 
tadinaria siciliana. 



S. 



Bibliografia Sieitiana, oevero gran Di- 
tionario bibliografico delle opere 
edU$ $ inedite, antiche e moderne, 
di autori siciliani e di argomento 
siciliano stampale in Sicilia e fuo- 
rt... per Giuseppe M. Mira, autore 
del Manuale teortco-prafico di bi- 
bliografia, Palermo, tip. Gaudiano, 
1873. 

Annunziando la comparsa dei tre 
primi fascicoli di questa pubblica- 
lione, cbe vorrà riuscire importan- 



tissima agli amatori delle cose sici- 
liane, e riserbandoci di farne un'ac- 
curato esame ad opera compiuta , 
noi non dobbiamo dispensarci dal 
raccomandare all'autore ed al tipo- 
grafo una maggiore accuratezza nella 
compilazione e nella stampa. Difetto 
di coordinazione è quello che gli 
scritti di un autore non sono tal- 
volta cronologicamente, ordinati (Cf. 
gli art. Acquisto (Benedello d") - Agro 
{Natale) - Alessi (cac, canon. Giu- 
seppe) - Allegra PwU'si (Angiolo) — 
e sopratutto Amari (Emerico) ecc.). 
Difetto di enumerazione può notarsi 
ancora in taluni aiiicoli; p. e. nel- 
l'art. Amari (Michele y iV'd «li scritti 
del quale non si vedono enumerati 
la versione poetica del Marmion di 
Walter Scott, né le prefazioni al Sag- 
gio storico del Palmer! , alla Storia 
della guerra d* iwlipendenza degli 
Slati uniti d^ America del Botta, po- 
sta in fronte alla edizione del Le- 
monnier, né quella messa innanzi 
alla Storia delle lotte tri i papi e 
gl'imperatori della casa di Svevia 
del De-Cherrier — e sopratutto non 
vi son ricordate nò la Biblioteca A- 
rabo-Sicula, stampata a Lipsia dal 
Brockaus, nò i Diplomi arabi del R, 
Archivio di Firenze tradotti ed illu- 
strati. Per contrario erroneo è l'a- 
ver riportato nel detto articolo la 
Nuova raccolta di srrilture e docu- 
menti intorno alla dominazione de- 
gli Arabi in Sicilia, stampata in Pa- 
lermo nel 1851, senza notare che vi 
si trovano i frammenti d'ibn Khal- 
dùn già pubblicati e tradotti dal 
prof. Nòel des Vergers, il diploma di 
Monreale del 1171 interpretato dal 
prof, anzidetto, e finalmente i fram- 
menti del Nowalri tradoui dal Caus- 
sin de Perceval e senza ricordare 
che i frammenti d' Ibn Haukal, e 
d'ibn Giobair furono dall'Amari stam- 
pati prima nel Journal Asiatique, e 
poi con correzioni ed aggiunte nel- 
l'Archivio storico ilei Vieusseux. 

E poiché abbiam citato la Biblio- 
teca Arabo-Sicula, cade qui in ac- 
concio di notare che ricordandosi 
taluni autori arabi, come il Nowairi 
(che andava meglio riportato sotto 



284 MiLLirrmo 

U lettera N, anziché sotto U lettera 
A) ed Abolfeda, non si dice che gli 
squarci di cotesti scriliori che la Si- 
cilia riguardano, sono siati ristam- 
pati nella raccolta sadeiia. Non sap- 
plam poi donde il Mira abbia attinto 
la notizia che e la Società degli A- 
rabisti oltramontani 'sic) sostiene la 
veridiciià» del famoso codice diplo- 
matico del più famoso Ab. Velia, 
né sappiam darci ragione del per- 
chè questo codice si trovi riportato 
sotto la rubrica Airoldi (M. Aifonso). 

Questo per la parte del compila- 
tore. Per quella dello stampatore ci 
sarebbe multo da dire; ma noi ci li- 
mitiamo u rilexare due soli errori 
che ci sembrano notevolissimi, cioè 
Taver mutalo in Algeria il cogno- 
me Algaria e l'aver portato giù fin 
al 1850 la nasci la di Emerico Amari. 

Abbiam voluto notare queste men- 
de, dispensandoci di ricordame delle 
altre, perchè il Mira pensi a correg- 
gerle nel corso del lavoro e perchè 
nei fascicoli che seguiranno cerchi 
quante da lui di non inciamparvi. 
La sua opera è utilissima e deside- 
ratissima, ed egli ha un titolo alla 
pubblica benemerenza per* T ardi- 
mento notevole di essersi sobbar- 
cato ad una impresa di cui la riu- 
scita vorrà essere, tra noi, un mi- 
racolo. Faccia però che le sue fa- 
tiche sieno coscenziose, affinchè il 
suo lavoro resti e, almeno per la 
parte bibliograrfta, possa gareggiare 
colla Bibliotheca del Mongitore e col- 
la Bibliografia del Narboue; cosa che 
a lui, libralo espertissimo ed intel- 
ligente, non dovrebbe riuscir molto 
difficile. 

S. 



Dello Archivio Comunale (dì Paler- 
mo) , suo stato , suo oraitiamento. 
Relazione al Sindaco di Palermo 
per Fedele Pollaci Nuccio. Paler- 
mo, Amenta, 1872. (Pagg. 112. ol- 
tre 4 in fine, non numerate, in-16^ 

gr.)- 

L* archivista signor Fedele Pollaci 
Nuccio ebbe in mira di esporre, in 



■IILIOGRAFIGO 

' questa sua relaxicne, lo e stato del 
: e nostro Archivio, eoo l'ordine che 
, e si è dato alle carte delle prìnei- 
c pali materie in cui è dìYlao, e dei 
e lavori fatti per la buona eonser- 
c vazione di queste >. Epperò egli 
I domanda che il suo lavoro sia con- 
sideralo ff come un primo frutto i 
de* suoi studi sulle carte esistenti 
neirArchivio predetto, e che non vi 
si voglia cercar t quella perfezione 
e che nei lavori archivistici dipende 
e solo dal tempo e dalla persuve- 
e ranza ». 

Le carte in discorso sono state 
partite in due grandi sezioni» e que* 
ste, a lor volta, in parecchie cate- 
gorie. Comprendonsl nella prima 
(Ufficio diplomatico) le carte e che 
e contengono i documenti relativi 
e allo esercizio dei poteri che II Se- 
c nato di Palermo possedette sin dai 
e tempi più remoti >; fan parte della 
seconda (Ufficio amministrativo) le 
carte t attenenti ali* amministrazione 
e diretta del patrimoiila della città 
e e dei cittadini, e quegli altri dei 
e quali il Municipio è stato ed è 
e pubblico depositario, sebbene rac^ 
e chiudono atti di privato interesse »_ 
Si scorge dal lavoro del signc^"^ 
Pollaci che la Sezione diplomatic»* 
contiene 3358 tra registri e fasci dm. 
scritture, già coordinati, che abbrae — 
ciano un periodo che corre dall'an — 
no 1446 al i8()0, senza contaM» i re-- 
gistri più antichi, che comincereb- 
bero dall'anno 1311, e le pergame— - 
ne, che risaliscono fino al XIII se — 
colo. Le carte della seconda seziona 
offrono un totale di 2368 tra filze ^ 
volumi coordinali, che vanno da f 
1599 al 1824. Così la massa dell0 
scritture già messe in assetto tocc^ 
la bella somma di 6726 tra filze ^ 
volumi. Se dunque a quesiii si uni- 
scono le altre scritture che aspet- 
tano ancora coordinazione e locale, 
forse non è esageralo il supporre 
che il materiale del nostro Archi- 
vio comunale ascenda in tutto sé 
8000, senza contare il moderno ar* 
chivio dello Stato civile e le carte 
posteriori al 1860. 
Chi sa come deirArchivio del Co* 



BOLLETTINO 

arane di Palermo ben poche notizie 
corres:iero, né lutie esatte, vorrà ri- 
cmioscere con noi che il signor Pol- 
laci ha preslato an olii issi ino ser- 
fitio agli siudiosi delle coso nostre. 



S 



Antichi usi e tradizioni popolari si- 
oliane nella festa di S. Giovanni 
Ballista , lettera seconda di Giu- 
seppe Pltrò. Palermo, lipogr. del 
Giornale di Sicilia, 4873. Pagg 20 
in-16.* gr. 

In questa seconda lettera il Dott. 
Giuseppe Pitrè si occupa di parec- 
chie costumanze siciliane, che avean 
luogo per la festa di S. Giovanni 
Ballista e che oggi son ile per la 
più parte in disuso. Tali sono la 
calata di Balda, le vampe, le prati- 
che speciali che per la della festa 
osavano i Marsalesi, ecc. S*intrailiene 
poi Tegregio A, di vari altri usi che 
corrono tuttavia tra il popolo sici- 
liano, relativi nella più parte al com- 
p^iraiico, ed accenna infine alle no- 
velline che corrono su quest'ultimo 
proposito. 

È questo un altro bel regalo che 
Toperosissimo Dottor Pitrè ha vo- 
lato aggiungere ai tanti ch'egli ha 
fatto agli studiosi delle popolari tra 
dizioni^ del quale bisogna perciò sa- 
pergli moli) grado. 



MBLIOGIIAPICO 285 

I la Martorana. L* Amari copiolla sul 
I luogo, e lo scopritore slesso ne trasse 
j un lucido assai diligente, che gio- 
I vera a conservar la memoria di quo* 
I sto bel monumento, il quale è tanto 
sciupato da lasciar prevedere che 
non avrà lunga durata. Delle sedici 
assi, su cui la iscrizione ò dipinta, 
quattro sono andate in malora e 
i nelle due rimanenti della scrittura 
: appena appare la traccia. 
> L'Amari, con quella sincerità che 
I è il distintivo degli onesti, anco in 
' leitot alura, confessa che a deciferare 
! la iscrizione aiutollo un valente gio- 
vine romano, Ignazio Guidi, il quale 
vi lesse talune formule rituali cri* 
stiune, cioè il segno della croce, il 
Sanctus (Isaia VI, 3), VOsanna (San 
Matteo XXI, 9) e la So^oXoyia twféXri 
Gloria in exùelsis. 

Ma come si spiega la presenza di 
una iscrizione arabica in una chiesa 
greca da capo a fondo? L'Amari 
crede che questo potè avvenire per- 
chè Giorgio d'Antiochia, che fu il 
fondatore della chiesa isiessa, piut- 
tosto che altra lingua, usava l'ara-^ 
bico, idioma a lui familiare più che 
alcun altro, grazie alla lunga dimo- 
ra ch'egli avea fatta in Egitto. 



Iscrizione arabica nella cupola della 
chiesa di Santa Maria delC Ammi- 
raglio, volgarmente detta chìjsa del 
la Martorana, in Palermo, per Mi- 
chele Amari. (Eslr. dall'/lnnuano 
della Società italiana per gli studi 
Oriej*fa/i) — Firenze 1873. 

È noto come nell'aprile del 1871 
fosse stala scoperta dall'egregio pro- 
fessor Patrirolo una iscrizione ara- 
bica,dipinla sovr'assi di abete sotto- 
stanti al giro della cupola dclTan- 
ticbissima chiesa delta di S. Maria 



S. 



Sulla Biblioteca Nazionale di Paler- 
mo, relazione del Dott. Cav. Filip- 
po Evola, Bibliotecario Capo della 
medesima, — Palermo, Lao, 1872. 

L'egregio sac. Evola, in questo suo 
rapporto, delinea per sommi capi la 
origine e le vicende della libreria 
dei PP. Gesuiti, oggi detta Nazio- 
iiiile; ne fa osservare 1* importanza 
di prim*ordine, contando essa ora- 
mai ben 110,003 stampati, e gareg 
giando per numero di lettori coV 
iblioteche di Milano, di Veuev 
di Firenze; indi, foruiie varie " 
zie statistiche interessanti, f? 
rapida rassegna dei più prezi' 
in pergamena o carlacoi;.'' 
tini, volgari, arabi, ch'essr 



286 BCLLBTTINO 

poi accenna alla curiosa colleiione 
d'autografi di recente iniziata; e fi- 
nalmente enumera le più pregiate 
e rare edizioni, quattrocentine, al- 
dine, giuntine, elzeverine ecc. ser- 
bate in quella libreria, non che Te- 
dizioni cinesi, di cui toccò il chia- 
rissimo prof. Di Giovanni nei pri- 
mo fascicolo di q\iQ%i' Archivio, e le 
palermitane a cominciare dalle Con 
sìutuditui felicii urbis PanomU, 

l. C. 



Dilla necessità di conservare gli an- 
tichi musaici della Sicilia, del modo 
di provvedervi e della Scuola del 
Musaico in Palermo, — Lettera al 
Comm. Cesare Canti^ di Hos. Rioio, 
pittore, musaicista, direttore ca- 
po de* musaici della Iteal Cappella 
Palatina in Palermo. Palermo, GÌ 
liberii, 1873. 

È un opuscolo di pagg li estratto 
dalla dispensa duodecima dell'^r^? 
in Italia, àie. 1871 L* Autore, di 
cui & nou a tutti la perizia singo- 
lare neli*eseguire i difficili restauri 
affidatigli nel Duomo di Cefalù e 
nella Cappella Palatina, prende oc- 
casione per iscrivere questa sua lei 
lera al Cantù da un voto dell* ulti- 
mo Congresso artistico di Milano, se- 
zione Archeologica artistica. Ei si la- 
gna delTabbandono dei nostri mo- 
numenti a musaico, e de' mezzi spa- 
mtissimi destinati a risarcirli , ed 
ha ragione. La scuola del musaico 
in Palermo, fondata già da Carlo 111 
Borbone nel 1753, ò un'istituzione 
che languisce, e languisce appunto 
per la tenuità estrema della sua do- 
tazione. Chi se non il Governo po- 
trebbe riordinare e oiigliorare que- 
sta scuola? e perchè limitarla poi 
alla sola Cappella Palatina, è non 
auzi adibirla per tutti i monumenti 
sparsi nell'Isola, che hanno musaici 
a sottrarre dal deperimento e dalla 
rovina ? A far ciò senza nessun ag- 
gravio della finanza, propone il Rio- 
io, che si trovi la somma necessa- 



MBUOeiAriGO 

ria a so9ten4>tre decorosamente la 
detta scuola nella riunione delle do- 
ti, che si hanno le ?arie chiese mo- 
numentali di Sicilia. Nel bilancio 
infatti del 1872 è stanziato un fondo 
di non meno che mezzo milione per 
manutenzione, riedificazione e ri- 
stauro degli edifizi ecclesiastici. 



I. C. 



Del Real fluseo di Palermo, retosio- 
ne scritta da Antonino Salinas, con 
cinque tavole. Palermo, Lao, 1873. 

Il Museo di Palermo, cominciato 
in occasione della scop.^rta delle fa- 
mose metope di Selinunte, ingran- 
dito co* doni di Francesco I e Fer- 
dinando li, e dopo del 18()0 amplia- 
to col Museo di Astuto, col Salni- 
triano, e coll'etrusco de* Casuccini, 
da ultimo poi col Mariiniano , ha 
trovato nel chiar. prof. Salinas un 
competentistsimo relatore delle sue 
rarità. Tracciata una breve storia del 
Museo, il dotto professore c'infor- 
ma delle compre, de'doni, degli scavi 
fattisi; passa in rassegna le varie 
collezioni de* marmi , de' bronzi , 
delle terrecotto, de* vasi, delle armi, 
ghiande missili, monete, gemme in- 
cise, epigrafi ecc. e nulla omeue 
insomma di ciò che v*ha di più im- 
portante, in fatto d'anticaglie, sien 
esse preistoriche o fenicie, egizie, 
etrusche, di Selinunte, di Agrigen- 
to, d'imera , di Mozia, di Tindari. 
Sulle sculture barbare di Giardini 
si mantiene in una prudente riser- 
va. Dovasi maggior grado al Sali- 
nas del suo lavoro, perchè l'ha fatto 
senza che esistessero cataloghi di 
sorta, ed in brevissimo tempo. La 
Relazione è benissimo impressa. 

I. C. 



BttLrrriffo bibliogbàfico 



Ì87 



Bnce, oggi Manie San Giuliano m 
^cilia, Memorie storiche dei P. M, 
P. Gias. CastroDOVO, dei Padri Pre- 
dicaiorl, Erieino. ~~ Parte L Noti- 
tie fisiche e nahurali. — Palermo, 
Lao, i873. 

Ciò che il dono e diligente si- 
gnor Gaetano Di Giovanni ha fatto 
per Castelterminl , e prima di lui , 
il chiar. signor Picone per Girgenti, 
▼ien facendo per la sua Erico il P. 
Giuseppe Castronovo. L'Autore si era 
già reso benemerito della propria 
storia municipale per i' opuscolo 
sulla Madonna di Cusionaci, Patro- 
na principale degli Ericini ; per la 
sua Eriee Sacra, cominciata ed in- 
terrotta al i86i; per due articoli su 
Le Medaglie, le gemme e i vasi isto- 
riati di Erice pubblicali nella Sici- 
lia del 1865; per altra Memoria sulle 
mura ciclopiche che ivi rimango- 
no ecc. Ma questo sou ultimo lavoro 
si lascia dietro per mole ed impor- 
tanza gli altri, che Than preceduto e 
preparato. Va innanzi una bibliogia- 
na esatta degli scrittori amichi, del- 
l'età media e moderni , che hanno 
relazione coll'argomento , sien essi 
erìcini, nazionali o stranieri, ed ab- 
bian lasciato opere a stampa o lavori 
manoscritti. Colla^ scorta di buoni 
Kbri , ei comincia dalla parte più 
difficile a chi non professa le scien- 
te naturali, eppure non trascura- 
bile in una monografia di simil ge- 
nere, la fisica cioè del Monte San 
Giuliano. In sette capitoli discorre 
la topografia, Taspetto del paese, la 
meteorologia, l'idrografia, la flora, la 
fauna, e finalmente l'agricoltura e 
pastorizia. I naturalisti gli sapranno 
grado di molti utili ragguagli, che 
troveranno nel libro. Così le accu- 
rate notizie sulle tre grolle degli 
Scurati, alle falde del Monte Cofa- 
no, faranno piacere agli studiosi di 
archeologia preistorica, sulla quale 
non manca l'egregio p. Castronovo 
di far t<iluno belle ed opportune os- 
servazioni, avvalendosi de' lavori 
dello Stoppani e del cav. Mich. Stef. 
Ht Rossi, che mostrano i legami co 



si stretti fra le epoche preistoriche 
e le storiche. Delle Ricerche Paleoel- 
notogiche nel liUorale di Trapani, pub- 
blicate dal prof. Dalia Rosa, si serve 
con senno e buon giudizio. Esamina 
i vetusti avanzi della montagna e 
dell'agro famosissimo ; né si limita 
a darci i cataloghi, che della flora 
Ericina stesero il Cordici, il Carvini, 
il Sammartano, ma ce ne appresta 
un nuovo, disposto ud ordino alfa- 
betico, come alfabetici son i cala* 
loghi, che vien compilando do* qua- 
drupedi, degli uccelli, de' pesci, dei 
molluschi, delle conchiglie, de' zoo- 
fiti. Il capitolo VII , consacralo al- 
l'agricoltura ed alla pastorizi i, enu- 
mera i cereali , le civaie ecc. , de- 
scrive lo borgate dell'agro ericino, 
ed esamina le piaghe generali del- 
l'agricoltura italiana, le speciali della 
sicula, e le specialissime dell'ericina. 
In questa parte l'Autore scende a* 
più minuti pariicoiari, ed accenna ai 
difetti, che si lamentano nella pian- 
tagione e nella raccolta d^^l som* 
macco, nella coltura delle vigne e 
nella vendemmia, nella piantagione 
coltura degli ulivi e nel metodo 
di estrarne l'olio. Lasciando il giu- 
dizio agli uomini competenti, certo 
è, che se v* hanno digressioni , un 
po' lunghe forse, vi si trovano però 
sempre avvertimenti savissimi , e 
quel che ò più, tutti dettali da un 
animo retto e buono, ed avvivati 
dall'alito soave del sentimento cri- 
stiano. Le osservazioni son giuste 
ed opportune; l'amore al natio loco 
non esagerato, cppur vivissimo; la 
polemica sempre cortese; la scienza 
buona; lo stile semplice, terso, brio- 
so, pittoresco, specialmente ove de- 
scrive le belle scene della natura 
che si possono godere snll* Enee. 
Tale ci sembra I opera del P. Ca- 
stronovo, che vi ha livelato una 
mente colta ed un bel cuore. 

1. C. 



288 



BtJLLBTTIlfO 



Pinacoteca del Museo di Palermo, 
Deli* origine, del progresso e delle 
opere che contiene. 

La Pinacoteca, che fa pane oggi 
del Museo di questa città, non conta 
che poco più di un mezzo secolo di 
esistenza, e riconosce il suo inizio 
ed il suo incremento dalla genero- 
sità di un patrizio e dall'amore pre- 
potente che nutriva pel suo paese 
natio uno di quei privati cittadini 
di cui disgraziaiamenie si va dira- 
dando il numero. Il principe di Bei- 
monte Giuseppe Emmanuelc Venti- 
miglia, uomo distinto per dovizie, a- 
nimo signorile y intendimenti elevati 
ed affetto alle artt del disegnp (con 
la più nera ingratitudine dimenti- 
cato da noi, che pur troppo e* in- 
chiniamo facilmente a certi odierni 
idoli di carta pestai, legava a que- 
sta Università dogli studi pria di 
morire, a titolo di utilità per lo stu- 
dio della piuura, 53 dipinti ad olio 
tutti pregevoli, un numero signifi- 
cante di Slampe incise dà valorosi 
artefici e due portafogli contenenti 
più centinaia di disegni e schizzi di 
riputali dipintori; e nominava ese- 
cutore lestumeuiario il signor Laz- 
zaro Di Giovanni, attivissimo per 
natura , appassionato per tutti) eh 
potesse tornare ad uiitità e decoro 
della Sicilia e tenuto in alla stima 
pel disinteresse r la rettitudine che 
io distinguea. Costui da Intendente 
di bello Ani, carica senza emolu- 
mento che dal ii settembre 1815 
tenne sino alla morte avvenuta nel 
1856, ebbe coslanle la lodevoli; am- 
bizione di creare in Palermo un Mu- 
seo, studiando lutti i mezzi come po- 
tere avere quadri per lievi somme 
in dono, sapendo il passato gover- 
no non molto propenso a far gravi 
spese per lo aumento dei quadri 
stessi - 

Tale ebl e inizio, e cosi potè pro- 
gredire la nostra Pinacoteca : Bel- 
n)onte la fondava e Di Giovanni col- 
tivando il pensiero del suo nobile 
amico vieppiù l'arricrhiva. La Sici- 
lia, Palermo specialmente, non do- 



BIBLIOGRAFICO 

vrebbero obbliare i nomi di coloro 
che in vita si adoperarono e leota- 
rono ogni mezzo per ridonare alla 
patria lamico splendore I 

£ di questa Pinacoteca discorre 
la relazione che abbiamo per le roa- 
ni, opuscolo di 65 pagine in-S.* gr., 
scritta dairartista prof. Giuseppe Meli 
per incarico avutone dalla Comoiis- 
sione di antichità e belle arti di Si* 
ci Ila, di cui è componente; quale re- 
lazione insieme ad altre due vertenti 
sulle antièhità di Sicilia e sul Mut 
seo di Palermo de* professori Caval- 
lari e Salinas, fu destinata per la e- 
sposìzione universale di Vienna. 

Il lavoro del Meli va distinto io 
due parli : nell' una si dà ininulo 
ragguaglio dell'origine e degli ac* 
auisti fatti dalla nostra Pinacoteca 
fino al 187i ; nella seconda sono e- 
numerate le pitture che contiene, di- 
vise per iscuole, tra le quali egli 
destina in fine un capitolo speciale 
per la scuola siciliana, come quella 
ch'è poco nulla conosciuta. Cosi, 
per quanto gliel consenta il disor- 
dine in cui è tenuta al presente la 
Pinacoteca, viene indicando pres- 
.s*a poco il numero de* quadri più 
degni di considerazione di ciascu- 
na scuola, la fiorentina, cioè, la na- 
politana, la veneziana, la romana, 
la bolognese, la fiamminga, i*olai{ 
dose, ecc. Però il pregio principale 
della Pinacoteca del Museo di Pa- 
lermo, scrive l'autore, sta nella col- 
lezione delle dipinture di artisti si- 
ciliani , la quale comincia dal se- 
colo XII, continua con pochissime 
lacune pe' seguenti e termina nei 
primi anui di quesio secolo; colle- 
zione Clio non puossi altrove rin- 
venire. Ma perchò la scuola della, 
pittura siciliana è pressoché ignota t 
La ragione principale il nostro au- 
tore la trova nel silenzio che il Va- 
sari prima, e poscia gli altri scrit- 
tori di storie pittoriche, quali il Bal^ 
dinucci, il Lanzi, il Resini fcc. han^ 
no tenuio inverso gli artisti di Sici- 
lia, non facendo menzione che di po^ 
chissimi ; e senza venire a studiare 
nel risola, si sono invece acconten-- 
tati di stare alle asserzioni di uo- 



BULLBTTIlfO 

Bioi di mente pregladicata, o di ri- 
petere quanto altri prima di loro avt^a 
icarsamente ed erroneamente pub- 
blicato Intorno a' nostri artisti. Do- 
po di che il Meli Tiene a dimostrare 
che io Sicilia ha esistito una scuola 
pittorica; Infatti prima che il con- 
(iaente Italiano avesse nella seconda 
metà del secolo 13* potuto produrre 
le opere di fra Mino da Turrita, di 
Gaddo Caddi, di Andrea Tofl, e circa 
un secolo avanti che Clmabne na- 
«esse, la Sicilia avea di già i suoi 
stupendi musaici della GaUedrale di 
CeCalù compiti nel HkB; musaici che 
dovettero eseguirsi da artisti Sicilia- 
ni e non mal da Greci, per come ha 
pr^iMo qualche scrittore; dappoiché 
nessun documento coebtneo lo prova, 
BMOtrecbè in Sicitiaf ripiena di tanti 
antichi monumenti dell'epoche gre- 
ca e romana, salita a tanta civiltà 
con j Musulmani (sotto dei quali il 
calto cristiano era tollerato non solo, 
ma slnnaliavano chiese) era tradi- 
sionale per cosi dire la tendenza alle 
arti del disegno, ed i musaici par- 
ticolarmente aveano ragione di man- 
tenersi in vigore. La trasformazione 
delle arti figurative pagane in cri- 
stiane andatasi neirisola sviluppan- 
do come nelle diverse parti della 
Grecia, opperò quando pitture e mo- 
saici face;insi, non era d'uopo chia- 
mare artefici da Costantinopoli o d'al- 
trove. 

Comprovalo evidentemente un tale 
assunto, esamina il nostro autore par- 
tilamente le pitture di artisti siciliani 
ebe possiede la Pinacoteca e secondo 
l'epoca cui si riferiscono, descriv^n- 
do con senno lo sviluppo e i pro- 
gressi della pittura tanto nella com- 
posizione e nella espressione del 
soggetto rappresentato, quanto nel 
disegno, nel chiaroscuro e nella prò* 
spettiva. Così è che ci è dato di ve- 
derla dal secolo Xll innalzarsi gra- 
datamente ed arrivare nel XVI con 
Anemolo a tale altezza da conten- 
dere, si pel concetto quanto per la 
esecozione, con i più sublimi dipin- 
tori che ebbe V Italia continentale 
in qneir epoca. Dall^ quale altezza, 
per quello spirito di non sempre be- 

Arch. Stor. Sic., anno 1. 



■iPLio^aAFiGo 289 

' ne. intesa novità, cominciò a decli- 
nare, pur mantenendo il carattere si- 
ciliano, fino a che nel secolo KVIlt 
il manierismo e l'affaiiuramento in- 
vasero le menti de' nostri artisti; e la 
pittura in Sicilia, che già ebbe per- 
duto il suo peculiare carattere*, si 
equiparò a quella che regnò gene- 
ralmente in tutta Italia. A quest'e- 
poca, quantunque traviati, può i^on- 
dimeno la Sicilia additare con or- 
goglio artefici di altissimo ingegno 
e valorosi affrescanti. A' quali suc- 
cesse Giuseppe Velasquez, ultimo 
nella serie degli artisti di cui esi- 
stono quadri nella Pinacoteca, edu- 
cato a quella falsa scuola, ma che 
però ebbe il buon senso di accor- 
gersi della falsa strada, e tanto in- 
gegno di sapersi eorreggere da tafi 
sregolatezze ; si che trovi in lui un 
accurato compositore e spesso un va- 
lentissimo disegnatore. 

Vorremmo estenderci di più, ma 
basti questo semplice cenno per di- 
mostrare l'importanza della presente 
relazione o precisamente nella sua 
ultima parte, ove troviamo, per cosi 
dire, delineata a sommi tratti la sto- 
ria della pittura siciliana. A noi pa- 
re che in una scritta di occasione 
non avrebbe potuto dirsi più e me- 
glio di come ha fatto il signor Meli; 
si che nella parte storica e in quella 
critica della relazione tutto vi è pon- 
derato, esposto e discusso con quel 
sano criterio che è il patrimonio di 
coloro, che hanno fatto studi severi 
sulla materia di cui voglion trattare. 
E il nostro autore alla pratica pitto- 
rica unisce un esteso corredo di co- 
noscenze e studi profondi sulle pit- 
ture dei sommi maestri dell' arte , 
durati per ben sette annijn Roma 
ed in Firenze; e di più 1* osserva- 
zione costante fatta per più di un tren- 
tennio su* dipinti e sulle altre opere 
artistiche della Sicilia; lo quuli cose 
tutte lo bau posto nella condizione 
di poter parlare con rettitudine di 
giudizio e con coscienza. 

E coscienza e rettitudine ed amo- 
re per l'arte e per questa Isola noi 
rinvenghiamo nella relazione di cui 
si tratta; ciò che dà al suo autore un 



fUtìHb di f Hmà pretto fli aomini toe- 
tti «é iBwnigeuti. 

6. L. 



/ MmrtiH Mia lUmtk UMam Ui 
tf$4 mi iS4S, «MMorie mceoiU dm 
Atit Vaonacci. Qaiiui aditkNie, 
etti oiolte correifioni e aggiimte. 
■IliBO» B. Trevet editore, I8it. 

Se è vere, eom* è Teritsimo, ehe 
U ripeterti deHe edìxioDi di on Ubro 
rie arre del ? etere suo e dell'effètto 
tea cai le i^eercaiio gli ttodioti , 
dke lo ritroTtiio e beilo e btiODoed 
tulle» HOD è ebe eon vivo todditCìk 
dmenlo deirtnlmo ebe boi abbiui- 
ttemo ane quinta ediziODe della 
pregeTole ed importante opera tto- 
rìca del tenatore Vamiacci, i iter- 
Uri Mia libertà ilalknm. I popoli 
della nostra bella Penitola, die per 
tanti langbitslnii anni e eon lanu 
Tiitù e generotoeroisnio hanno eom- 
battuto per la canta della libertà e 
della indtpendenia, offrendo, magna 
■Ime Tittiae» tniraltare della Patria 
le tostarne, llngegno» il tangne, la 
Tita; oggi rinniti in una sola famì- 
glia e sotto naiionale bandiera, tor- 
nano con defoio affetto alla istoria 
dei loro patimenti, del doro serrag- 
gio^ della elierau tirannide, ed in- 
tessono gloriose corone ad eternare 
la memoria dei martin loro cbe, di 
nnmero immenso, a tatto le Italiane 
Provincie appartengono. Qneste me- 
morie del Vannocci, scrìtte in stile 
roimlo e incalorite e animale da li- 
beri e nobilittimi teniimenti e da 
verace amore del tuolo natio» tono 
lenate meritamente in bel pregio e 
ricercate da tnili . avv enacbè non 
ti ebindano cbe col wb^ mentre 
ogni boon italiano le bramerebbe 
continnaie fino ai dì nostrL Esse , 
tono oggimai, cosi luiiversalmenie 
conosciate , cbe non ci cade ponto 
in pMsiero di dame minalo rag- 
gnaglio ai letiorì di questo Periodico: 
ma» riterbandoci a indicare ail'ìlla- 
tn Aniofe , non appena ci ferri 



: contentito, I nomi di non poche at- 
: tre Tiitime della tirannia de* Bor- 
boni in Sicilia (teonojciale a lai per 
, mancansa di docnmenti) , end* egli 
I poeta fumé tao ore in nna tetta Mi- 
tiene del libroi la qnate ci «Égnria- 
me non tarderà molto ; non poetia- 
mo non raccomandare ta ritlampa 
: cbe ora ne ha flttto II Tre? et, nitida 
netta di errori ad un tempo, e 
aecretciau di nomi e di Amì , e 
modificata e corretm iteNe nuore 
ricerche e dal tempo ebe è lente 
ma baono e non iimoroto padre 
del fero, e Ci Tenerande le vittime 
della gitittitia, e conaaera alla In- 
bimia i carnefid. » 
Kettendo fine a qoetle brevlttimo 
annanxio. d place di ripetere le 
. belle e vlrtnote parole con cai To- 
: pera n cbiade, le qtiali vorreomo 
I cbe ogni italiano terbatte in ctiore 
i e scolpiste ndla memoria, e La eon- 
clasiene e la morale di qnetta tie- 
ria di opprettioni, di patimenti e 
di tan|ine è che nd aeqaittammo 
ogni di titoli nooTi e pa grandi a 
questa libertà cbe tecompraueoa 
tanti dolorL Tanto tanme tparto 
a tostegno del pia nobile affette 
che Dio metteste nel onore degli 
uomini, non poteva altere inntlTe. 
B in graxia dd taerifid eruenti. 
e degli sfoni concordi e eottantt 
nd vincemmo le ottime prove; è 
la grande patria italiana è oraoni* 
ta totio lo tieeto vetdiks o tu tooi 
mdtì fidìooK chiede di serbarla 
ona, e di renderla prtepera e fèr^ 
te: e una e forte tiara te^ eom» 
fecero i tanti die ad otta dettero 
generosamente la vita, nd tarem» 
pronti ad ogni taerifido, e itnni 
con animo retto, e con braedn ofMi- 
roso a combattere non tolo i ti- 
nnni che cotpìrano a riprendem 
le perdute cera ne , ma ancbe toni 
i malvagi ebe aspirano al Ubera 
eserdtìo dd male, e alla Tioiaiie- 
ne di ogni legge e alToUio di ogni 
nmano dovm, e la libertà fiune 
bandiera dd ladri e degli 
tini. » 

S. SaLOWMn-MAniHo 



•DLLBTTINO RBLIOORAPICO 



MI 



IpteslMM tulio slatù Ml$ antìMà 
4i Sicilia , mUie tcwerU $ mi ri" 
Utmri folti dal tB60 al 1879 ptl 
. JMar, Fraocesco Sa^rio Cavai* 
tari. HtHlon MU amtUkUà di Sh 
Ma. — PaleitDO, Upogr. del Gior- 
maìa di Sicilia, 1811. 

K |in>r. Cavallari, aotore di que- 
lli ralailODe. sode meritamente tra 
noi e liiori d' Italia rìpauzione di 
e«perto arcbitetto e di valoroso di- 
segnatore. Aocor ^ovane ebbe il de- 
liro di applieare il suo ing^^gno allo 
itadio e ai disegno degli antlcbi mo- 
Dtunenii di Sicilia, e di lui eoo lode 
si Talsero il Doca di Serradifalco 
nella sua celebrata opera delle An- 
Uùèità di Sicilia ed il Barone di Wal- 
tershansen nelle famose carte del- 
rstoa. Fin da cbe poi , Il governo 
italiano ebbe, nel 1863, la felice i- 
Iplraxione di affidargli la direzione 
delle anUcbiià di quest'Isola, alla di 
ini perspicacia e diremmo quasi al 
di lui in'uito dobbiamo la scoverta 
di non poebi monumenti d'inestima- 
bile valore storico. 

I materiali adunque per potere 
stendere un'adeqnata relazione sullo 
italo delle aniicbità di Sicilia e sui 
restauri a' monumenti esistenti non 
mancavano al Cavallari, essi si tro- 
tavan belli e pronti ne' vari rap- 
porti da lui mandati alla Commis- 
sione di anticbità e belle arti per 
elò che da lui erasi operato negli 
iDCjtricbi sostenuti durante il corso 
di un decennio. Da siffaui materiali 
b^n coordinati è venuta fuori la pre- 
Séme relazione, la quale, accompa- 
gnata dalla raccolta di stupende fo- 
tografie di non pochi monumenti di 
Sicilia dallo stesso Autore eseguite, 
figurerà con onore nella esposizione 
Oiilversale di Vienna, per la quale fu 
dal Ministero destinata. 

Ssordisee essa con un cenno di 
fnel poco che verso la fine delpas^ 



salo secolo e ne* principi del pre- 
sente si fece dal governo borbonico 
a prò' delle antichità di quest'Isola, 
incaricando i benemeriti patrizi Prin- 
cipi di Biscari e di Torremuzza e 
poscia il cav. Landolina a curarne 
fa conservazione. Cosi si durò fino 
al 48i3 quando la scoverta delle me- 
topo di Selinunte, tatù dagli archi- 
tetU inglesi Angeli ed Harris, scosse 
l'inerzia governatlYa e diede incen- 
tivo alla fondazione di un museo in 
Palermo ed alla creazione di un ma- 
gistrato, che avesse avuto la serve* 
gtianza, mercè apposito regolamen- 
to, sugli scavi, i restauri e la uscita 
degli oggeUi antichi. l>alla quale »- 
poca comincia un più regolare sn^ 
damento nelle cose; e quantunque 
la Commissione di anticbità e belle 
arti avesse avuto assegnato un te- 
nuissimo fondo , pure nel corso di 
un trentennio e più, cioè dal Ì8S7 
al 1860, si fece il possibile per In- 
traprendere nuovi scavi e curare i 
monumenti di Selinunte, Siracusa, 
Acre , Tindari , Girgenti e Soinnto. 
Caduto il governo borbonico, si deve 
alla Prodiiuiura il merito di aver 
impinguato il fondo destinato per 
iscavi e per acquisto di oggetti pre- 
gevoli, onde adornarne il Museo per 
cui fu concesso un adatto locale. 
Accresciuto in seguito dal governo 
nazionale lo assegno a cinquanta- 
mila lire, si è potuto procedere con 
sistema ordinato e continuo non solo 
agli scavi e restauri^ ma agli acqui- 
sti di. oggetti pel museo. Una breve 
rassegna bibliografica non ci per- 
mette di seguire Tautore nella mi- 
nuta descrizione di quanto si è ope- 
rato nel corso di un decennio, t>nde 
non resta che far voti perchè la for- 
tuna ci sia prodiga come |>er lo pas- 
sato di scoverte siffatte, e rallegraroi 
col signor Cavallari del suo egregio 
lavoro. 



NOTIZIE 



I redattori dell* Archivio Storico Siciliano sentono il debito di 
ringraziar pubblicamente tutti coloro che con premura si son fatti 
ad incoraggiarli nel loro difficile compito, sia con parole di lusin- 
ghiero encomio, sia concorrendo all'impresa cogli scritti o col loro 
abbonamento. Vanno tra i primi specialmente aominali i signori Hi- 
nistri della P. I. o dell'Interno, i quali accollando con bene?olenza 
rofferta del periodico lor fatta per mezzo della Direzione dell'Ar- 
chivio di Stato in Palermo, per la stessa via rivolgevano cortesi pa- 
role alla Direzione del Periodico. Ond'è che i redattori in teslimo-. 
nìQnza di lor gratitudine pubblicano qui sulto la nota ministeriale 
deli'lnlerno: 

({ Il sottoscritto ha ricevuto il T fascicolo dell' Archivio Storico 
Siciliano, pubblicalo per cura de' signori Barone Raffaele Starrab- 
ha e Isidoro Carini impiegali di cotesto Archivio, e prega il signor 
Direltore a porgere loro i dovuti ringraziamenti ed «sf^rtmere. 
soddisfazione di questo Mìnistoro per una pubblicuzione che onora^ 
gli egregi redatlori e non può non riuscire argomento di lode peC" 
la Direzione ""deirArohivio di Slato ». 

Riserbansi poi di pubblicare in altro fascicolo l'elenco degli asso — 

ciati, Ira' quali figurano i principali archivi di Stato e le bibliote 

che delle primarie cillà italiane. 



Il Conlc Th. de Puymaigre nel num. 24 (U {giugno 1873) an- 
no VII della Reoue critique di Parigi ba parlato degli Studi di poe- 
sia popolare di G. Pitrè ; de' quali fa anche cenno il decano de(- 
rUni versila di Strasburgo, Prof. W. F. Bergmann nella sua recente 
opera Slrassburger \olk$qe8prdche, in ihrcr mundart vorgetrag^n 
(Strassburg, Trubner, 1873). 



nomiB 293 

Nei prossimo fascicolo terremo discorso dei voli. XIII e XIV della 
Biblioteca Storica edita per cura del Di Marzo, non che del I voi. 
della Storta della filosofia in Sicilia, lavoro del Prof. Vinc. Di Gio- 
vanni. 



nel periodico Die Grenzbolen vi ha un lungo articolo del prof. 
Felice Liebrecht sul lavoro Gli Ebrei Siciliani del nostro egregio 
storico Isidoro La Lumia. 



• i^eiriris{on\sche Zeilschrifi an. XX, fase. I®, pag. 218 si ha un 
articolo sul Carlo Cottone del sudelto scrittore. 



Tra breve verranno alla luce in Inghilterra, tradotte in inglese, 
Àt Sicilianische Mrehen raccolte dalla signora Laura GonEcnbach» 
Q pubblicate con introduzione deirUarlwig in Lipsia L'Harlvrìg vi 
ha rifatto la introduzione, la quale riguarda il dialetto siciliano. 



Nelle Transacliom oflhe inslitution qfEngineers ani SMpbuil- 
fàtrt ScotUxnd di Glascow (1812-73) si legge un rendiconto della 
discussione fatta il di 18 febbraio in queiristiluto sopra il Timone 
€Momatico del signor Michelangelo Siciliano da Palermo. 



Aoeletà 4laleltolofl«« liallaaa la Flrcnse. 

Quanto importi lo studio dei dialetti per la storia e per l'amplia- 
mento della lingua nazionale, non è da dire, specialmente dopo i 
lavori dottissimi deirAscoli, del Picchia, del Biondelli, del Nigra, 
delio Spano , del Gomparctti e del D Ancona e le belle collezioni 
di cose popolari del Tommaseo, del Cahtii, del Tigri, del Pitrè, del- 
rimbriani, e del Vigo, fiifalti, senza togliere grandissima parte dagli 
idiomi vulgari, non sarà possibile avere il corrispondente a tutto 
il pensiero italiano , che non potrà mai essere raccolto in una sola 



<9« 

provincia; né sarà dato conoscer^ appiano la faria indole, ìldffono 
?alore ìntelletluale, le diileronti qualllk BMrali dello genti che ora 
eostituiscono la nostra naiione : dati de* qnali spesso abbisogna To- 
ducatore, e talvolta anche Tuomo di Stato. Ha tante e feconde noti- 
lie anderebbero perdute, per i mol^licali commerci che tendono ad 
accomunare la lingua, se non si desse opera a conservarle nei libri, 
e però parecchi valentuomini si son proposti di fondare una Società 
Dialettologica, della quale i principali lavori dovrebbero essere i se- 
guenti : 

1. La bibliografia di tutti i libri in dialetto e delle opere che ra 
gionino di essi. 

2. La compilazione di vocabolari in cui si raccolgano i nomi di 
luoghi, terreni, torrenti ecc., da* quali si ritraggono preziosissimi 
documenti filologici e storici. 

3. La storia letteraria particolare e generale dei dialetti. 

4. I vocabolari dei angoli dialetti, come il generale e comparato. 

5. La grammatica particolare e comparata di essi. 

6. Una biblioteca o collezione delle opere in dialetto e sai dia- 
letti. 

7. Un giornale per la letteratura popolare , e pei documenti 
letteratura popolare in dialetto. 

In Firenze, accanto all'Accademia della Crusca, accanto agli in 
dustriosi raccoglitori del tesoro della favella nazionale, nel bel cei 
tro dllalia, non importa dire se sia per essere vantaggiosa e be- 
locata questa nuova istituzione, Topera della quale non sarà soltanl 
letteraria, ma civile altresì, dimostrando sempre meglio nella ric< 
varietà dei nostri dialetti, la morale unità delle genti italiane. 

Tra i promotori di questa nuova Società notiamo con piacere^ 
nomi dei signori Amari Sen. Prof. Michele, Di Giovanni Prof, yin^:^ 
Mortillaro V. March, di Villarena, Pitrè Prof. G., Salomone-Mark 
Dott. Salv., Vigo Leonardo, che rappresentano lo studio del diale e S« 
siciliano. 





DEL VERO SITO DELLA VETUSTA SIFONIA 



RICERCHI 



DI A. HOLM E L. WIGO 



(Contìnuaz. e fine — Vedi fase, precedente). 



Lettera B^, 41 Holm a Wlffo 

fiircrito Signore! 

.ìell'ullima lettera, che Ella mi Tecc l'onore d'indirizzarmi trovo 
avanti tutto rindìcazione di due errori, che, secondo Loi, avrei com- 
messi; un errore di polemica, ed un errore di fatto. Ella sarà lieta 
di vedere, per la seguente spiegazione, i^he il suo corrispondente 
non ha fatto questi errori, che, è vero, non. sarebbero a suo onore. 

Schiarirò prima ciò che si rapporta al mio metodo di combattere. 
ìVon ho fatto scelta d'un u nuovo terreno ». Da che è evulgata la 
geografia dcll*Edrisi, a riksifA è stato il Capo di S. Croce », ed io 
ora. nella mia seconda lettera, ho « trasportato la città di Sifonia, 
da quel cuspidale promontorio, sulla terra ov'è Augusta ». Cosi Ella 
dice. Ma nella mia prima lettera Le citai TEdrisi, che dice essere 
alla distanza di 14 miglia da Siracusa, e di 6 miglia dal capo El- 
Saliba («folla Croce) il luogo chiamato IlisifA; e aggiunsi: questo luogo 
non imo essere che Xifonia e dev'essere stato presso a poco Todierna 
Augustai. Ho dunque citato le parole delFEdrisi, che non permettono 
di confondere llkslfù col Capo El-Saliba, cioè della Croce, la pa- 
rola Saiib significando Croce. Così Ella vede che, sin dalla prima 
mia lettera, ho ritenuto la posizione di Augusta come corrispon- 

Arch. Star. Sic,, anno I. - 38 



29^ DEL VKnO SITO 

dente ali'lkslfù, e non posso per questa ragione essere tacciato di 
inconseguenza, ritenendola anche nella seconda. 

Ora mi accìngo a purgarmi del secondo capo della sua accusa. 
Ho scrìtto, non essersi detto espressamente diigli anticlii storici che 
Megara era già sottomessa da' Romani. « Ma scusi (dic'Ella, si piac 
eia rileggere Dìodoro, e la troverà annoverata espressamente tra le 
soggiogate, con Lentini ed Eloro, e questa non è una supposizione 
com'Ella la chiama, ma un fatto evidente, ìnnegahile d. Anche qui. 
egregio signor cavaliere, non ho fatto errore. Il pa.sso di Diodoro 
di cui si tratta, (X.XIII, 3) dice: oi Sì (scil. *INt>/xa/:?/) aTsù-^oi/res zpò<: 
fì.02/cv^ xoLp'/y;Sc^iovg òiairóìtiiiìv^ a^fxgMD^ ÒTv'xcucai', xot/ coitiOi2fTo li 
p^^w^ìt Ìt-^ rtì/TBxaiSixa, "Kafidi^rEg òpxy^fj-oìi' /£* pivpiiòons, xat rob^ ai/^ 
licàjujTovg àiTroSópri xrjpitùitìf ZopoLxo^ioi'S xaì tcTjì/ òr" aùròs^ tÌXeo):/ , 
'Axpwi;, Atoi/r/i/»i«i;, IIÌByapiwif, 'A/Xtt)/)'i i/, ?Ì€atTÌ2/wp, TavpciJUfiwi/, Ciò 

vuol dire : a Volendo far la guerra ai Cartaginesi soli, i Romani con- 
chiusero la pace col re per 15 anni alle seguenti condizi(Mìì. I romani 
ricevono da lui 150000 dramme , il re consegna loro i prigionieri 
da lui fatti, e resta signore dei Siracusani e delle altro città che sono 
sotto il suo governo : Acre, Leontini, Megara, Eloro, iVeelo, Tauro- 
menio ». Qui nessuna parola accenna queste città essere già cadute, 
tutte od alcune, nelle mani dei Romani. Polrehh'essore che .bogara 
fosse slata nel numero delle 07 città che si arresero ai Romani 
ma nessuno lo dice; e, d*altra parte, un autore, celehre non sol 
tanto nella sua patria, ma dappertutto dove si studia la storia, 
venuto, rispetto alla nazionalità di queste 07 città, a delle conclu 
clusioni , che non sono favorevoli alla di Lei supposizione. !\ellr 
sua eloquente e profonda 5lemoria sopra ì Romani e lo i^ucrre ser- 
vili in Sicilia, La Lumia dice, (pag. 10 deireslratlo) : Alesa e ses 
santasette citlìi, pria di essere slate richieste, si dichiaravano pe 
Romani, congiungendo loro le proprie forze ad osteggiare Siracus 
e rappresentavano la intera razza sicula. Se fu così. Ella vede ben 
che non vi è probahilità che la città di 3legara, castello de' Sìra 
cusani piuttosto che città indipendente, fosse stata nel numero doll^ 
67 città. In ogni caso si deve dire che Diodoro non la cita tra csst-r 

Essendo in questo modo purgato da due importanti capi d'accis - 
sa, che Ella avea fatto valere contro di me, posso con minore prò — 
Ussita rispondere alle altre osservazioni che contiene la sua lettoni « 

Supponendo i legni Cartaginesi ancorati un miglio iilTincirca (l«i 
Megara, dissi che questa vicinanza non poteva recare loro nessu/i 
incomodo, poiché allora i Romani non erano ancora potenti sul maro. 




OBLLA VETUSTA SIPONIA 291 

Klla rìspoiMio : n ne convengo, ma solo quando si ruppe la guerra. 
Noi, lu ranimemoro, ci occupiamo di un episodio avvenuto al ter- 
mine di quella lotta filiale d. Poi Ella spiega, come ì Komani, con 
Tesercilo i^roprio, colle schiere delle vinte popolazioni, e colla flotta, 
andarono a Mcgara e Siracusa, e come allora Cerone, nil suo po- 
polo mal sufTrendo le angustie dell* assedio, chiese ed ottenne una 
tregu'i ). Ella combatte dunque la mia asserzione, che ((uando sì fece 
la pace tra Gerone ed i Romani, questi non erano potenti sul mare. 
Ora cosa dicono sopra di ciò gli autori ? Polibio (I, Itij, dice: ol èì 'Poi- 
fiotict Tpcaioi^Tiitro^ xjt/ fjLTÌKtora òià rag ^op^jT-Zas. ^a^arroìiparcùy- 
rwif yàp TÓ^y Kap^y^òoPÌioi^ ivka/2oùìfTO , ixij rori/ra^óOci/ iToxXs/cOuiff/ 
rroi/ àya'}KoiUop cioè : u I Romani accettarono le condizioni, e parti- 
oolarnienle a ragione del trasporto dei viveri. 1 Cartaginesi essendo 
signori del mare, ebbero paura i Romani di mancare del necessa- 
rio ». È giusto ciò che dissi io. I Cartaginesi alTepoca della pace 
di Gerone coi Romani, non avevano contro di sé una flotta romana 
in i.stato di combatterli ; potevano dunque colla loro armata gettar 
Tancora nella più prossima vicinanza d*un esercito romano, — sup- 
posto che ne fosse uno in .ìlegara, ciò che non concedo. 

Se Analmente ho parlalo della lettera di Diodoro, non Tho fatto 
per Lei — conosco la sua sagacità critica — ma per ispiegare come 
Carrcra, il quale credeva all'autenticità di quelle lettere, potè ve- 
nire a cercare Xifonia nelle vicinanze di Catania. Ella mi cita an- 
che le lettere di Falaride per tirarne una conchiusione di più sulle 
idee del \V secolo, ma in queste lettere i Sifonili sono nominati 
soltiiuto in conseguenza d*una conghietlura dei Carrera; sin a lui, 
invece dì Sifoniti, si leggt'va altra cosa. 

Se bisogna tener conio di quello die precede, il risultato delle 
ricerche che, tanto Ella, come io, abbiamo fatte sopra Xifonia sareb- 
be il seguente : 

Ella ha provato : 

i. Essere slata una città al Capo de* Molinì. 

2. Non trovarsi ruderi ad Augusta o al Capo di S. Croce. 

3. Il nome Seno Si fonico non essere in uso appo gli abitanti del 
Seno Megarico. 

lo ho mostrato : 

1. Che il passo dì Diodoro (XXUI, 3) non impedisce di mettere 
Xifonia colà dov*è oggi Augusta. 
t. Che Edrisi milita per Xifonia-Augusta. 
Le conchiusioni da fare da questi risultati, le lascio a Lei, tanto 



298 DBL ¥BRO SITO 

versato nello studio drlla storia , e nd altri eraditi, lo sin dalla 
prima mia lettera, ho voluto fare una cosa soltanto : provare che 
i luoghi degli autori classici ed altri, permettono di considemre Au- 
gusta come Tantica Xifonia, ciò che femnìo Scliubring ed io. 

Ha che dirò della sua intenzione di stampare il nos!ro carlcjzgio? 
Ciò non era quello che ave^a in mente io, (|uando La pregai di co- 
municare al mondo le sue ricerche. Ella, nelle sue lettere, parla 
di scoperte die ha fatte: io, nelle mio, spiego soltanto alcuni pjissi 
di autori antichi Poi, farò una cattiva figurn, scrivendo in una lingua 
che non è quella del mio paese, accanto a Lei, che è annoverato 
tra gli autori di cui s*onora la Sicilia. Sarebbe dunque, sotto ogni 
rapporto, preferibile, se Ella volesse stampare le sue ricerche sole. 
Vi sono duo ragioni soltanto che m'impediscono di oppormi assolu- 
tamente alla sua intenzione. La prima è che mi trovo onorato che 
un uomo cosi illustre crede degne di essere stampate le mie povere 
lett(TC, scritte senza Tidea che potessero essere comunicate al pub- 
blico. La seconda è che la pubblicazione di questo carteggio provi**- 
rebbe che degli eruditi possono essere d'opinioni differenti e niente— ^. 
dimeno stimarsi l'un Tallro. 

Ni creda di cuore 

Suo dcvolissiino 
Prof. Adolfo Holx 

Liibeck, 13 febbrnro 1873. 

La ringrazio di avermi inviato la fotografia del musaico. Vorr»--s^-rci 
poter osservare con Lei le rovine deirantica città del Capo dei }h W Mo- 
liniy la quale senza dubbio alliren\, tosto o tardi. Taltenzione debff 
Commissione di Antichità. 



fletterà V«, 41 ¥l|ro a' Holm 

Aci, giugno 1873. 
Eyregio signore, 

Le cure della penosa stampa della A((cco((a amplissima dei Canii 
popolari siciliani, non che le Ricerche sloricke sulle colonie lom- 
bardo-sicule, pastoie che mi legano braccia e piedi, non mi hanoo 



DELLA VETUSTA SIFONIA 299 

cooeesso sin oggi di sodisfare ai di Lei dubbt contenuti nell'ultima 
di Lei lettera del 13 febbraro decorso. Per altro il ritardo non nuoce 
né a Megara^ nò a Sifonia, le quali dormono su i loro diruti guan- 
ciali dì pietra. Oh ! se mai sollevassero le cervici, riderebbero forse 
de* nostri battibecchi, e farebbero ridere i capelluti TeocleedAr- 
chia, duci primi delle colonie elleniche qui venute a inebbriarsi dei 
nettari etnei, e a suggere i favi d*lbla riboccanti di miele. 

È notevole e dolce ricordare come la nostra polemica abbia pro- 
dotto due beni. Quando ci conoscevamo appena di nome, opinavamo 
ex diametro sul vero sito, origine e vita di Sifonia; ma come mano 
mano abbiamo discusso, il continuo cavalleresco armeggio ha tra- 
mul'ito la nominale conoscenza in amicizia, e dei vari punti di di- 
vergenza ne sono scomparsi il maggior numero, e con la presente 
lettera confido giungeremo alla pari. Fra quanti su ciò hanno da 
me dissentito, sovrastanno due soli, Ella e il Natale; gli altri chia- 
risHiini, che bociarono senza ragionare, furono assorbiti dalPoblìo 
merilato. Quindi la mercè delle lucubrazioni del Natale e di Lei si 
può dtre, convenuto e determinato: 

1. Essere esistita in Sicilia una cittù denomihata Sifonia, forse 
d'origine preistorica, ma certo colonizzata dai Greci, 15 generazioni 
dopo la guerra di Troia, contemporaneamente a Nasso e Negara. 
— Eforo. 

2. Che i suoi abitanti si appellavano Sifoniati, come quei di Cau- 
Ionia Cauloniati. — Teopompo. 

3. Che tutti gli eruditi anteriori a Cluverio, la collocarono ove i 
rivoli defluenti dairEtna mettono foce nella spiaggia portuosa, sul 
promontorio di Sifonia. — Strabonc. 

4. Che al termine della guerra tra Cerone e i Romani vi approdò 
Annibale con la flotta cartaginese. — Diodoro. 

5. Che Cluverio nel 1C19 la trasportò in S. Croce presso Augu- 
sta. — Cluverio. 

6. Che non esistono antichi ruderi né in Augusta, né al Capo di 
S. Croce. — Ferraguto, Carrera ecc. 

1. Che il popolo di Augusta non ha mai chiamato né chiama Si- 
fonio né il pìccolo né il grande seno di mare. — Certificato ecc. 

8. Che esistono invece al Capo dei Molìni ì ruderi di un'antica 
città. — Nassa, Amico, Carrera ecc. 

9. Che Tultra secolare tradizione collocò e colloca ivi costante- 
mente Sifonia. — Come sopra. 

Dopo ciò resta a me il debito di riprovare la impossibilità di essere 



300 DBL TBRO SITO 

Stala in Augusta, volendo che storici e geografi antichi cnuovi non 
si trovassero in antinom ia ; ma invece con logico legame armoniz- 
zassero fra di loro. 

Ella iniziò i di Lei chiarimenti attenendosi alla tradizione; ora si 
giova dell'erudizione^ e fa bene, poiché son* esse indissolubili, e 
quella è appendice di questa. Ciò premesso, eccomi a delucidare, 
per quanto la mia debolezza consente, quanVEIla mi oppone nelKul 
timo di Lei prezioso foglio. 

Ella primamente si duole che io Le abbia detto di avermi cam- 
bialo terreno. Lo dissi e lo sostengo. Perchè Ella scrisse il (» ot- 
tobre 1872 queste prerise parole: «secondo Edrisi fu detto IkslfA 
il seno di mare airoccidente delTodierna Augusta » e nella lettera 
dei 22 aprile: » il luogo di questo Iksifii deve essere presso a poco 
l'odierna Augusta «. — A me sembra da ciò che Ella prima ritenca 
riksifA per seno di mare; e di poi per il suolo, o meglio penisola 
su cui sorge Fodierna Augusta. Se in me vi è colpa , sta soltanto 
neiravere rispettato la di Lei parola, e non averla voluto nò frain- 
tendere, né interpretare, per la somma osservanza, che Le professo. 
Se Ella non mi cambiò terreno, cambiò le acque in terreno. 

Andiamo ora al centro della quistione. lìle^ara era fra le 67 città 
occupate al conchiudersi della pace tra Roma e Cerone? Estimo di 
si per le seguenti ragioni, tra cui ve ne sono talune, le quali ri- 
confermano la esistenza di Sifonia all'Etna, e la impossibilità di es- 
sere all'Alabo. Con insistenza la prego di valutarle una per una 

E primamente è mestieri determinare la cagione del nostro dispa- 
rere: tolta la causa, spariranno le conseguen/.e. Ella non dichiara 
di quale edizione di Diodoro si valse , il Compagnoni si giovò di 
quella del Vesselingio; Tillustre professore ch'io consultai, il par- 
roco D. Bernardo Soringo, di quella di Nassau (Annovia) 1004. La 
diversità delle edizioni proviene dalla diversità de' codici, da' quali 
furono esemplate ne' secoli XV e XVI io prime stampe, Perciò ecco 
le tre dilTerenli versioni in conseguenza de' testi seguili da Lei, dui 
Compagnoni e dal professore Soringo. 

HOLM 

Cerone resta signore dei Siracusani e delle altre città, che sono 
solto il suo governo: Acre, Leonlìni, Megara, Eloro, Nedo, Tauro- 
menio. 

Compagnoni 

Perchè Cerone avesse restituito ai Consoli i prigionieri, gli per- 



DRLLA VBTirSTA SIFONU 301 

misero di ritenere il dominio tanto di Siracusa, quanto delle città 
dian/J ad essi (Consoli) sottomesse, quelle cioè degli Acrii, dei Leon- 
tini, dei 3Iegaresi, degli Elorili, dei IVetini, dei Tauromeniì. 

SOKINGO 

Post(|uam captivos illis r(Ml<lidissct, permiserunt ci, ut et Syracu- 
sanos sub domìnio suo relineret, et urbes illis subiectas, Aera, Leon- 
tinos, Megarcnsos, Aelon\s. ìXeelinos, Tauromenios. 

Di conseguenza accogliendo la versione del Compagnoni, prescelta 
dal }lu>toxidi per la Collana degli anticbi storici greci edita dal Son- 
Kogno in .Milano sul lesto del Vesselingio , e quella del professore 
succennato, entrambo derivazioni di testi diflTerenti, mi credo auto- 
rizzato a non accettare la di Lei variante, la quale per altro non è 
in armonia né con la prudenza, nò con Tantìveggenza strategica dei 
Consoli belligeranti. 

Quindi deponendo le lenii microscopicbe <lel grammatico, e aprcn- 
«lo le ali d( Ila isinrica filosofìa, elexiainoci a una rei^ione più alla, 
e di là, a vista di uccello, esaminiamo la quislione. La logica, fiac- 
cola delTerudizione, sia la nostra decima Musii. Secolei ponderiamo il 
frammento di Dindoro. Msso descrivo topograficamente le marce e i 
Irionfi de* (lonsoli dairoccidenle deirKlna a Siracusa. Il loro pn»- 
fj^resso può partirsi in due grandi movimenti campali. Il primo ba 
per obbietto ìsdlar quella metntpoli, spuzziindo i nemici da tutte Ir 
<*iltà etnicole, e incorporando le di loro forze al romano cscrcit(»: 
il secondo dopo di essere divenuti padroni di quel vastissinio campo. 
^ delle sue onnigenc produzioni, assediar Siracusa. Difatli occupate 
le porte di bronzo, Adrano, Centuripe, Lentinì, si presentarono ad 
«^ssi i legali degli Alesini e delle altre città intimidite de* casi di 
Jldrano e Centuripe. Furono ess«* 07 : eolie truppe delle quali i Con- 
ssoli andarono a Siracu^^a per eombatlere Gerone. Or qual capitano 
sarebbesi colà recato, lasciandosi dietro .Megara e il suo vastissimo 
porto, Megara munita di ir.iiraglie e |)ropugnacoli, di cui tlopo tanti 
specoli vediamo ancor le reliquie? Senza che altri lo dira, senza la 
leslinionianza di Diodoro, quando da' piani del Simeto vediamo di- 
rigersi i Consoli a Siracusa, e già 67 città coi loro castelli ad essi 
«ransi sottoposte, tra quelle dovea cortamente esservi Mei^'ara. an- 
noverata fra le più gagliarde; 3Iej;ara ebe a\rebt>e a<] es>i eoperlo 
le spalle, e senza h\ quale sarebbero stati posti tra due fiiocbi. come 
orsi direbbe, Megara validamente appoggiata por tramoiilana al Faii- 
tagia, allo rocche di Trolilo e alle ripide balze del Tauro. 



302 DBL TESO SITO 

Se dalle 67 citlù conquistale togliamo Megara e le sue dipendenze, 
per identica ragione devono togliersi Acre, Lentini, Eloro, [Noto ecc. 
e allora come ed ove si raggranellano le altre per giungere a 61? 

Aggiungo: parlar Dio^ioro espi essamente che le molestie deiras- 
sedie cioè, la penuria dei vìveri, costrinsero Cerone alla pace. Or 
bene, se interi i campi circontermini a Siracusa non erano già vinti, 
e tra dì essi il megaresc, direttamente, o di straforo, Siracusa avrebbe 
potuto essere approwiggionatii. 

Aggiun^zo, che Tillustrc sapiente storico Niccolò Palmeri annovera 
Megara fra le <lìiià di già conquistate. E seco lui, a tacer d*aUri, 
mentre io scrivo, Teruditissimo Gaetano Italia IVicastro (lK 

Aggiungo: Niebuhr essere della mia opinione, allorché fa prima 
invadere dal Console Appio territorii, citU*! e castella, che intornia- 
vano Siracusa, attorno le di cui mura di poi lo fa campeggiare. 

Ella si appoggia alPopinione deiregregio Isidoro La Lumia, che 
venero ed amo; ma lo scopo del di lui lavoro è tult*altro del mio; 
altronde per tanti svariati argomenti la esistenza di Sifonia cilPEtna 
è provata dalle mie precedenti lucubrazioni , non che dal nostr<^ 
oramai lungo carteggio. 

A conchiudere questa prima e interessantissima disamina, mi resta 
a schiarire il di Lei assorto riguardante la qualità e potenza della 
ciUfx di .lle^ara. Ella le nega questo titolo , ed invece la chiama 
castelli. Convinto che Ella meco discuta unicamente onde assodare 
ristorica realtà, e non mai per giudizio preconcetto, o per parteg- 
giare a drillo o a torto per Oluverìo, oso riconfermare essere stata 
Megara una città indipendenie, finché non siasi collegata a Siracusa, 
e di poi con t*isola intera non sia precipitata nel miserevole stato 
di provincia romana. 

Che iMegara sia stata turrita e coronata di solide muraglie, lo ve- 
diamo passeggiando sulle sue ro>ine in parte descritte dal di Lei 
amicò e connazionale prof. Giulio vScliubring, a cui le additò il Fer- 
raguto, e che l'Amico vide nel 1737, d*ingentl pietre quadrate, e del 
circuito di oltre tre miglia. E non é degli antichi chi non Tappelli 
città (2). Ma che dire allorché essa ci mostra le sue belle monete 



(1) Ricerchi per la istoria de* popoli acrensi. Comiso, per Nicotra 1873, 
pag. 81. 

(2) e Fuisse olim in Sicilia Megaram civitatem fere omnes testantnr seri* 
ptores, Inter quos Herodotus , Tucididas, Stephanus, Plutarcus, LIyìqs, 
Strabo, Plolemaeas et ali! >.— ('astelli, Veteres nummi^ Panormi, 1781» p. 4L 



DELLA TrrOflTl SIfOlllA 9)M 

li etettissimo greco codìo? La sua sapienia e poiéoza si confiarma 
laireoiblema della elvella e dalla tesla galeata di Pallade, rappre- 
)eDtazione sluibolica delia guerra e della doUrina. In essa ebbero 
Runa le seieDze e le lettere , per cui sono ancor celebri il poeta 
tragico Alcimcne e Teognide storico e filosofo insigne, fiorito nel- 
rOllnipiadc XCIX, autore della Gnoniologia, diretta a Ciro re dei Per- 
siani. T.a sua industria agricola è rappresentata dalle immagini di 
Bacco e Cerere, dell'ape artefice del mele ibleo, non che dalla figura 
del fiume Alabo, le di cui acque raccolle nella Golimpetra ne irri- 
gatano i campi ; i suoi commerci dall' alato caduceo di Mercurio. 
Ma il nummo, che sovra ogni altro a noi giova osservare, è quello 
ove si veggono i delfini guizzanti e la nave rostrata. Quel nummo 
ne attesta essere suo, e non d'altri, il porto, all'ingresso del quale 
essa innalzavasi, e ch'essa lo governala e difendea dalle fòrze nemi- 
che. E questo nummo esclude la possibililà di potersi collocare in 
quel bacino un'altra città qualsiasi, e molto meno Sifonia. Uegara eb- 
be tale potenza, popolazione e ricchezza da spedire in Trotilo e Se- 
lioonte colonie, e farsene madre patria. E il nostro comune amico 
dottor Saverio Cavallari, mentre noi discutiamo, anzi in questo mese 
medesimo, viene in mio soccorso con le di lui scoperte. Egli ha di- 
sotterrato fra le megaresi reliquie stupendissime opere ceramiche, e 
Aranlumi di statue ultra colossali. Dopo di ciò Elia non la battez- 
serà, confido, a castello de* Siracusani », piuttosto che città indipen- 
dente. 

Qui pervenuti, arrestiamoci un istante, e consideriaino ^la topo- 
grafia di Jicgara antica e presente, per conoscere sino a^lllvidenza 
se Sifonia polca trovarsi, o mai si trovò ove oggi è Augusta. 

Fermi Ella V occhio su qualsiasi carta coroidrograflca di quel 
luogo, e vedrà un immenso bacino mariltimo con piccolo ingresso, 
ore sorgono \arl isolotti circuiti di sirti. Ricordi che Megara e Sifonia 
furono fondate contemporàneamente. Or Teocle suU'istesso terreno, 
aiir imboccatura di quel porto, gettava le pedamenla di due città? 
L'inverisimile tocca l'iperbole: non ve n*è esempio nel mondo, nep- 
pure nell'immaginazione dei poeti romanzeschi, neppure nelle favole. 

E supposto , e non mai concesso , che Megara e Sifonia si fos- 
sero elevate entrambe li, quasi due sestieri della stessa città, e tra 
di esse, invece di separazione e distanza, vi fosse medesimeua, era 
eosl baggeo Annibale da approdarvi? 

A convincersi che 11 non vi fu e non poteva esservi se non unica 
cUlà, risovvengasi Ella che non vi era, e non vi è. che unica sorgente 
Areh. Siw. Sic.; anno I. 39 



30i DRL VBRO SITO 

d*acqua, cioè l*Alabo. E questo fiume sbocca in Mcgara, la quale 
lo impresse ne* suoi nummi. Chi i^'nora la gelosia e la venerazione 
degli antichi pe* fiumi? Mi scusi, mi perdoni, non si offenda, io cre- 
do che uomini non affascinati da pregiudizio non possono ideare 
colà due città unite, senza confondersi in una. Sulla penisola, non 
potè esservi che un emporio di Megara, di cui non è chi parli, e 
niente altro, cioè magazzini, depositi mercantili e militari. 

Progredendo nelle nostre osservazioni, è mestieri riesaminare se 
i Romani aveano flotta al fine delia guerra, e quale, e ove si fosse. 
Ed io Le rispondo di sì, ancorché l'avessero avuta forse inferiore alla 
cartaginese. 

Per dileguare il di Lei dubbio, sono obbligato a ripetermi come 
un predicatore. Uno de* piili severi e dotti conoscitori dell'istoria 
romana è il .Mebuhr; egli, come me , distingue due epoche , cioè 
il principio e la fine della guerra. Or egli per la prima, cioè pel 
consolato di Appio Claudio e Fulvio Fiacco, espressamente dice : u i 
Romani non avrebbero potuto forzate il tragitto del bosforo zancleo, 
perchè mancavano di quadriremi e cinqucremi, e perfino di legni 
da guerra della minima grandezza. Sembra che il Senato avend<> 
riconosciuto impossibile di creare una vera marina, avesse lasciate» 
annientare a poco a poco la piccola flotlu di cui Roma s*era altr» 
volta servita. INon aveano radunato ehe delle triremi, delle pente- 
contere, delle onerarie, e frattanto doveasì operare uno sbarco in 
un*isola protetta dalla prima potenza marittima del mondo antico. 
Questi legni erano stati approstnli dalle città greclic d*nalia : e hn 
gli altri sì vedevano i residui tlelia marina di Taranto». 

Ma nel secondo periodo, il Sonato romano ordinò la costruzione 
della primiera flotta della repubblica , onde combattere e vincere 
Cartagine nel mare, suo proprio elemento; e il popolo chiamò al 
consolato M. Valerio Massimo Messala e )l. Ottacilio Crasso . Al- 
lora, secondo il -Niebubr ricorda. appog|>iandosì a Plinio e a Polibio, 
ì Romani in quarantacinque giorni vararono duecentovcnli navi, e i 
Consoli tragittarono in Sicilia quatiro novelle legioni , cioè 16000 
fanti e 1200 cavalieri, e addippiù le schiere ad essi apprestale da' 
loro alleati di terraferma. Ecco la flotta romana nel secondo periodo 
della guerra. 

Ma Polibio contradice questo fatto? Non mai. Esaminiamolo. La 
di lui testimonianza contiene due idee: 1^ che i Cartaginesi erano 
sùjnori del mare; 2^ che i Romani accettarono la pace per i7 fra- 
sporlo iioi vireri. 



DKLLA VBTISTA SIITONIA . 'VOS 

i\oD è chi neghi che i Cartaginesi ancora prepotevauo in mare: 
e ad onla di ciò gli eserciti romani erano sbarcali in Sicilia ; ad 
ARta di ciò le 220 navi ancoravano qui , e Brunet de Preste dice 
che erano quasi bloccalo. Or dove potevano trovarsi ni momento 
della conchiusione della pace? In Messina no, perchè il campo 
d'azione in sin da un anno era altrove trasportato. In Siracusa no, 
perchè la pace non era conchiusa: dunque necessariamente in He- 
gara unico ricovero marittimo nella Sicilia orientale, capace di con- 
tenere una flotta cosi numerosa. E questa osservazione riconferma 
di essere stata Hegara una delle 67 città sottomesse. È da notare 
che questa signoria del mare, della quale parla Polibio, non era 
assoluta, esclusiva; potrebbe oggi paragonarsi air inglese , serbate 
però le proporzioni convenevoli con ventidue secoli di disianza. . 

Che i Romani in Sicilia quando furono padroni de' campi geloi, 
eamarinesi, siracusani, nctini, acresi, leontini, agiresì, cenloripini, 
alesini ecc., avessero bisogno del mare a nutrire circci 20000 uo- 
mini, mi ha deirinverisimilc. Ciò poteva avvenire al principio della 
gtierra, quando non possedevano che il suolo su cui posavano i pie- 
<li. Ma dopo-? Ma come oggetto della pace? Non mai. E con la de- 
bita riverenza dovuta alla veneranda antichità di Polibio, i veri mo- 
livi della pace si furono: acquistare un potente alleato, togliendolo 
airimplacabile nemico di Roma. Quello accennato da Polibio, o non 
esistette o fu secondario; avvegnaché non Gerone, ma i Cartaginesi 
«comandavano in mare. Quindi , ad onta della pace , le condizioni 
marittime continuavano le stesse, cioè come durante le belliche osti- 
lità. E quanto rifletto, seguendo la fiaccola della decima Musa , è 
validato dall' insigne Niebuhr, dal sapiente de Presle. Il primo ne 
aMebita la cagione, non al manco de* viveri provenienti dal mare-, 
ma perchè ne difettavano nel centro deiri.ola, a cagione delle de- 
vastazioni de* belligeranti. 11 secondo sostiene avere accolto i Con- 
soli bvorevolmente le proposte di pace, pei grandi soccorsi di mac- 
chine e attrezzi guerreschi, che potea loro apprestare Gerone; e in 
ciò è più saggio e profondo pensatore, che non sia il Niebuhr. 

Procediamo innanzi, e volgiamoci a Plinio. Su di lui nulla è da 
notare rispetto alla nostra quistione. E stato citato a provare la ra- 
pidità con la quale Roma creò dal nulla una flotta imponente in 
soli quarantacinque giorni. Era mente di lui dare un esempio di 
potersi compaginare un naviglio di abeti e roveri appena tagliati 
da* ceppi, quando il bisogno della Repubblica, più che richiesto, lo 
avesse imposto, (i Tantum lempestivitas etiam in rapida celerìtate 



*tO^ DEL VEHU SITO 

pol|/et {Uh. XVI» cap. Xl) ». Pertanto Polibio non osta ad essere in 
Megara la flotta romana alla conchiusione della pace, anzi la ra- 
gione e i più dotti storici rassodano quant* io ho sostenuto. 

E questo perditempo , questo rimestare tanto vecchiume , a chi 
lo dobbiamo? La Sifonia non è stata felice né presso gli antiquari, 
né presso gli scienziati. Cotestoro vedendo che gli eruditi combat- 
teano continuo a falangi, inalberando ciascuna quel uQroe sulle op- 
poste bandiere, per tornarli alla pace, tentarono far disparire l'È- 
lena contrastata, e dall'Europa la trasportarono in America; anzi 
siccpme era naia in un*isoIa, la trapiantarono nelle Caraibe, ali*An- 
UUe. Né a ciò contenti, ricordandosi le metamorfosi subile da tutto 
ciò che fu arcaico, e per fino degli uomini in piante, in volatili e 
in ruscelli ; tramutarono quella città in albero , e diedero il suo 
nome a quello il di cui succo si consolida cambiandosi in gomma 
elastica, e giova a tanti e tanti usi della vita, delle arti, de' me- 
stieri, della chirurgia ecc. Ma, noli stimatissimo signor Holm, quella 
gomma non lascia mai le sue proprietà elastiche naturali. Da ciò 
i novatori la tirano e stirano per tutti i versi, finché, noiata del fa- 
stidioso storcimento, torni ridente all'Etna di lei sede nativa, alle 
acque dell'Aci e agli amplessi della vaga Nereide Galatea. 

Si ; allora quando qui peregrinava il Cluverio , la bella Sifonia 
velossi agli occhi di lui, ed egli credette vederla suiropposto prò 
montorio; ma si fu esso un ottico inganno, un miraglio, una illusione. 

Lasciando le allegorie, é giusto confessare come fra le savie in 
vestigazioni , fra i veri disnebbiati dalla caligine de* tempi , egli 
travide qualche volta, pagando il necessario e inevitabile tributo alla 
umana natura, per non insuperbire deirinfallibilità negata airuomo, 
anche coronata del superbo triregno. 

Egli traslocò taluqe città, contro il parere de* dotti siciliani, che 
più esatte osservazioni hanno restituito a* luoghi ov*erano state dai 
nostri designate. Per non divagare e allungarci, ne basti il clamo- 
roso esempio di Acre. Contradicendo al Fazello. la pose fra Avola 
e Noto presso il monastero di Santa Maria d*Arcia, ingannato da uo 
nome puramente immaginario; avvegnaché quel monastero non d'Ar- 
eia, bensì dell'Arco appellavasi. E mentre i di lui seguaci giuravano 
sulla sua parola, il Barone Gabriele ludica la disotterò , e cosi fu 
pienamente smentito il Cluverio. Taccio degli altri (/ut prò quo- 

Io rho detto celiando, ma Sifonia non si può svellere dal Capo^ 
dei Holipi. Ivi la riltennero gli anteriori a Cluverio; ivi esistono m 
9U0Ì nonuiBenti . ivi V ultraserolare tradizione la vede. Lo dissi ^ 



DKLLA VETUSTA flirOlflA 30T 

e ripeto: Cluverio iu trapiantò in S. Croce, perchè quel promontorio 
al pari di quello de' Molini avendo forma cunealc, poterono entrambi 
esser detti Sifoni. Tranne il Vita e qualche copista moderno , tutti 
a coro io conlradissero. Ella lo segui , cerio per la riverenza che 
merita, e perchè ignaro dello ragioni da me ricordatele. Oggi che 
la città risorge, ad imitazione di Acre scoperchiando la lapide di 
cui era coperta, Ella medesimo, signor Professore, le restituirà il 
battesimo, che, da Strabone a noi, le ha dato Tunanime consenso 
de* dotti. 

I più sublimi sapienti possono sbagliare, o incorrere in equivoci. 
E mi sovviene quello di Humboldt a proposito di Galileo. Costui 
scoperse i satelliti di Giove il 1 gennaro 1610; pubblicò la scoperta 
nel marzo dell'anno medesimo nel Sydcreus nuncius. Avendo il Ke- 
plero avuto il libro, esclamò: Galileae vicisU! e ne fece subito in 
Praga la seconda edizione. 

Questi i fatti. — Ebbene, come li riferi Alessandro Humboldt nel 
suo Kosmos, voi. Il, cap. VH? Ecco le sue parole: «I satelliti di 
Giove furono scoperti quasi contemporaneamente il 29 dicembre 
1609 da Simon Mario in Ausbach, e il 7 gennaro 1610 da Galileo 
in Padova, senza reciproca cognizione fra gli osservatori » . 

L'errore di Humboldt nacque dall'aver ignorato o dimenticato che 
il Mufìdus joviaiis detcclus, inventore ci auclore Simone Mario j fu 
stampato in Norimberga nel 1614. E che importa? La critica lo ha 
corretto, senza detrarre alla meribita reputazione di Humboldt. 

Cosi è avvenuto al Cluverio per Sifonia : se rivivesse, lo avrebbe 
rettiOcato egli stesso. — I classici, la tradizione, la parola de' mo 
numenti, avrebbero fatto ricredere il Cluverio del XIX secolo, che 
avrebbe cancellato da se medesimo la pagina dettata nel secolo XVII. 

Conchiudo quest'ultima lettera, come la precedente. Ella con- 
viene: 

1^ non si trovare antichi ruderi né ad Augusta, né al Capo di SanUi 
Croce; 2® all'opposto essere esistita un'antica città al Capo de' 31o 
lini. Se non fu Sifonia, replico, quale si fu? Ella mei dica, e mi 
dispensi dal dover ritornare su questo argomento fattosi noioso, se 
non a noi, al pubblico certo. 

La prego quindi concedermi di poter pubblicare il nostro rar- 
teggio, senza più farsi vincere dalla modestia, la quale mal lo con- 
siglia, dappoiché Elia scrive l'italiano come i più culti nazionali. 

.lon dimenticherò mai di vila mia che io devo all'errore del Clu- 



308 DBL TBRO SITO MILLA VETUSTA MFOMIA 

verio il tesoro della di Lei preziosa conoscenza, e di potermi e 
dialmente ripetere 

.\mico ed ammirainre 
L. Vigo 



P. S. Ilo ricevuto la di Lei Ànlica Catania^ nella quale si de) 
far ricordo di me; ringraziandola a doppio titolo, le prenunzio < 
in breve sarà volta in italiano e ripubblicata in Sicilia. 

Egrcifio Siffuore. 

Signor Professore Adolfo liolm 

iiUbecca. 



IL LIBRO INTORNO ALLE PALME 



(ConUnuaziofie. Vedi foMC. 1). 



PARTE 11. 
LA PALIA NIUA PtlSlA. IVIILA SCillUA. E MUA STtUA SICiUAilA (^'• 



Gap. I. 
Ila 



Il palmizio è Ure degli alberi j-^sA^\ ?, > ..■■■,..> ; cosi incomincia 
Abu-HAtero il ^uo libro intorno alle palme. Il palmizio è t( re de 

(i) La benevola accoglienza incontrata dal primo articolo sul codice In- 
titolato, Libro intorno alle Palme, dì Aba-Hàtem (V. Arck. Stor, Sic. fase, i), 
ba prodotto qualche mutamento nel tenore di questo secondo; e fatto si 
che esso prendesse un' estensione maggiore di quanto io non avea in 
mente dapprima. Molti amici hanno chiesto che io dessi delie notizie in par- 
ticolare solla palma, ed altri che il codice istesso venisse da me pubbli- 
cato : ed io, procurando di soddisfare al gentile desiderio degli uni e de- 
gli altri, mi propongo di dir qui qualche cosa in ristretto su quest'albero 
poetico, ed interessante sotto molti rapporti, e di dare in appresso il te- 
sto originale del manoscritto. 

Due soli libri v' hanno , a mia conoscenza , che trattano di questo ar- 
gomento, il Martius ed il Seemann; ma sì Tuno, che l'altro occupandosi 
delle numerosissime specie di palme che si trovano diffuse per tutto il 
globo, pochissimo possono dir della palma-dattero che forma il soggetto 
di questo'lavoro. Il Martius a dippiù non ha potuto tenersi presente da 
me, perchè quasi fuori commercio a causa del suo elevatissimo prezzo, 
circa tre mila lire, prezzo derivato dalle grandi e magnifiche tavole di 
coi l'opera va accompagnala. i:d io quanto al Seemann è da osservarsi, 
che nel suo brevissimo compendio che ha per titolo Popular History of 
Palme, trattando, fra le altre, della suddetta specie di palma, egli si li- 
mita in particolar modo a racconti sulle palme delle Isole Canarie. Qual- 
che notizia pur tuttavia mi r* stala utile . ed il lettore la troverà rioor- 
data a suo luogo. 



310 IL LIBRO INTORNO ALLR FALMR 

r/lt alberi: cosi ci ripetono unisoni tutti i naturalisti da Linneo 
sino n noi. Qual*è quell'albero che potrebbe mai paragonarsi alla 
palma? Ella è fra le piante ciò che è il cerchie tra le figure, la 
figura perfelta. Le gigantesche e<l imponenti sue forme, svelle ad 
un tempo e leggiadre , il color suo verde perenne, la morbidezxa 
de* suoi rami, la delicalezxa delle sue foglie, tutto concorre a for- 
mare di essa il tipo, diremmo quasi , il più perfetto degli esseri, 
che più si accostano a quei, che. oltre alla vita, sono d anima do- 
tati. 

IVel primitive» e misterioso svolgersi della natura, non sì tosto, in 
quelle remote età , nella terra messa a nudo dalle acque ed ani- 
mata dairazione fecondatrice del sole, ruppesi il silenzio della mor- 
te , la palma fu per certo de* primi f^a gli alberi che levarono il 
capo verso queir astro che li chiamava alla vita. La sua struttura 
è delie pia semplici, la sua durata e continua. A differenza di tutti 
gli altri vegetali, i quali, arrivati al completo sviluppo, al tipo lor 
prestabilito, ti par che trascinino la lor esistenza sinché la morte 
inesorabilmente non ne segni la fine, la palma ti si presenta in una 
forma che non ha limiti; essa aumenta sempre le sue anella spirali, 
alle vecchie foglie incessantemente soslituisce altre nuove e ver- 
deggianti e, sempre più sublimandosi , accenna dì voler toccare i 
cieli, quasi per legar con essi la terra. È l'immagine dello spirilo 
deiruomo che tende sempre a sollevarsi per riunirsi alKEnle infinito 
da cui prima partissi. 

K limmagine dell'uomo, li dice Kazwini (I): è T immagine dei- 
l'uomo, ti ripetono naturalisti e poeti: dell'uomo, cui, se tronchi 
la testa, la vita di un subito vieu meno; e la testa della palma ne 
è l'estremo midollo. Le radici ne sono i piedi, il tronco la svelta 
statura, i rami le morbide braccia, e le uUimc frondi i folli capelli. 
E la spatiì, che è Tarca della vita infinita, li darà l'uovo, per cui 
rina.soorà a nuova osislonza continua. 

:\o, <\<sa non è un albero come tulli gli aliri. un uoni ro?esciato, 
secondo die dicono i i>abalei (2), nò la sua ra<Hce rappresenta la 
tesla, come ì suoi rami non tengono il lu(»go de' piedi. Ella sia ritta, 
robusta, sublime; ella è l'essrro l»cu<^fìn). che stende le sue brac- 



(1) ^'ij.3^< -r-i.^^ ^'*^*<*» Sacy Chr. Ar., i. Ili, p. \^\, 
(i) Clemeni Mullet nella Prefazione al Libro della Agricolmradi Ibn- 
♦*l-'Awàm, p. M 



IL LIBRO INTORNO ALLB PALME Sii 

eia nel vasto deserto, a protezione dell'uomo che a lei ricorre, per 
aversi uno schermo dai cocenti dardi che contro gli scaglia il re 
della natura. 

Né la testa, ne le memhra soltanto ha la palma delfuomo, sibbe- 
ne, la parte precipua, ella ne hn il cuore. Separata la palma femina 
dal maschio, la passione ne governa la vita; fresca e rigogliosa, ve- 
geta se il compagno le è vicino; un'arcana forza allora li attrae, 
e melteli in comunicazione. Che se tu l'oggetto amato ne tieni di- 
scosto, quella si fa languida e triste, i suoi fiori restan pallidi e 
smorti, sinché i suoi gemili giungono a scuoter le fibre del maschio; 
il quale, non potendo da presso, fisso com'è ed immobile al suolo, 
raccomanda a' venti, perché portino a lei, il suo bacio di amore, 
.^on eran nati per istar divisi : stavano una volta neli' istesso ta- 
bernacolo, ed un solo involucro, la spata, riunivali in istretlo con- 
nubio. Ed oggi la palma, distinta in maschio e femina, l'una tien 
solo a ricordo i fiori abortiti del sesso non suo , e struggesi per- 
chè all'allro ritorni con cui ebbe i primi natali comuni. 

Un tale albero non potea esser creato, che dalla mano slessa di 
Dio; e Dio volle formarlo con quel limo istesso, col qual poco pri- 
ma avea formato Adamo: ^^^ ^y^L y^ Li^ldr^. vel dice Abu-Hàtem. 

Dalla terra rimastagli nelle mani sceglie Iddio la parte migliore , 
^; Vi i^ J-.^;9Jt, e con essa trae dal nulla una pianta, che a quel 
primo uomo vuole assegnala a compagna. Questa è la palma, che 
assieme a quello pone nell'Eden, è la palma che riserba nel para- 
diso al vero credente : il quale sotto ad essa , alle limpide acque 
del vivo ruscello, potrai carezzar le vergini dagli occhi casti e neri, 
che non furono, da uomo o da genio, giammai toccale (1). Essa è 
l'albero di cui le radici si afferrano al suolo ed i rami si estollono 
ili ciclo (2); essa è l'albero eccellente i-^-n^^' ^;-^> <^ome vien 
chiamata dall'Apostolo dei credenti : eccellente si, come lo sono 
le sacramentali parole ò^M ^ Jt ^, non v'/ia Dio se non che Id- 
dio (3); e come questo motto é il re de' motti, come 1* uomo è il 
re degli animali, cosi il palmizio lo è de' vegetali. 

Formala ad immagine e similitudine dell' uomo , fu sempre la 
palma Udolo delle regioni, cui venne da Dio accordata : fu, ed è 



(i) Corano, LV, v. 46 e segg. 
(ì) Corano, XIV, v. 29. 
(3) Codice loc. cit. 

Arch. Stor. Sic. anno 1. 40 



3t2 IL LIBEO IHTORNO ALLE PAÌME 

tutlora» la miglior amica di quegli abitanti. Non di rado una sola 
è l'unica compagna ali'abitator del deserto. Attaccati allo stesso 
suolo, aspiranti la stessa aria, abbeverati nella stessa acqua, vivono 
insieme la stessa vita. Prodiga l'uom le sue cure alla miglior sus- 
sistenza di quella, ed essa a mille doppi ricambialo, col dargli i suoi 
frutti per pasto, le sue foglie a vestito, il suo succo a bevanda ed a 
medela delle infermità. E morendo le abbandona il suo corpo, per- 
chè ei ne costruisca un riparo da* cocenti raggi del sole , da cui 
ella stessa in vita colle sue braccia disteso aveva sapulo difenderlo. 



La imaginazione degli antichi popoli, e degli Orientali sopratullo, 
fu sempre troppo fervida, perchè avesse potuto restar indifferente 
alla contemplazione di quest'albero beilo e magnifico. Sin dai tempi 
i più lontani, ne furon cantate le virtù, e le similitudini riferite % 
questo tipo di grandezza e leggiadria corsero per le bocche di tutti. 
Il credente è come 1* albero (la palma) di cui mai non cadono le 
foglie, L^jj o^'^a^ ^ l^^^ c^^' ^' ^' ^'^® Ibn-'Omar ripor- 
tando le parole del Profeta (1): e Oavidde confortasi col ricordare 
che il giusto ut palma florcbii (ì). Lo Sposo dei Cantici avea le sue 
chiome rìccie quasi elalae paìmnrum (3) ; e la figura della sua 
bella assimilata est palmae, come le sue tette ai grappoli d'uva (4). 
A qual cosa avrebbe potuto mai il poeta assimilar la statura del- 
l' avvenente Zuleikha, se non alla palma gentile , che alto erge il 
suo capo negli ameni verzieri (5)? 

Sia che forte e robusta si posi a regina nei campi, sia che tenera e 
leggiadra adorni i giardini, l'animo tuo alla contemplazione di essa 
dilatasi, come restringesi a quella del lugubre cipresso. Un senti- 
mento ineffabile riempie il tuo cuore, o che da lungi la scopri qual 



\i) Codice, pag. 3. 

(2) Salmo, XCI, vers. i3. 

(3) C:inlica,.'cap. V, vers. i4. 

(4) Ivi, cap. VII, vers. 7. 

(5) ìJ-»y! ^<^jj J^ J.^ 

*Abd-er-Rahmàn Giàml nel suo \^\ ^ w-^^^ w^Lxi" pubblicato d& 
Rosenzweig, loteph und Suleicha, pag. 26. 



IL LIBBO INTORNO ALLE PALME 313 

Biro in mezzo al vorticoso mar delle sabbie, o che, dopo lunghe gior- 
nale tra il fasto oceano e 1* immobile cielo, tu approdi in un*isola 
che, pei suoi rigogliosi palmizi, si chiami risola Verde. La palma 
è la gioia; col suo muto linguaggio essa non t* ispira che letizia e 
contento. Sotto alle sue ombre non albergano, no, le N^jadi o le 
Driadi, ma ella slessa è una Ninfa, che gala e folle sembra ad ogni 
istante voglia spiccarsi dal suolo. Sin la palma delicata e gracile de- 
gli^ orti, che, per sovrabbondanza d* umore par che ondeggi e va- 
din, sicut calamus qui a vento agitaturj ti muove Tanimo a deli- 
cati pensieri. *Amru-l-kais vi vede un riscontro nella debole comples- 
sione e nel pieghevole andamento della sua bella, e quella a que- 
sta, e questa a quella, con grazia compara. Lodate le nere chiome, 
folte ed intrecciate come i grappoli dei datteri, Lldr^t j i^f s^^'l 
jCj^n.xj]^ trova le tibie somigliar al fusto della palma con copia d'ac- 
qua irrigata, JJiil J^LJ' ^^j^^ 0^5 W* 

Che se tu il tenero germoglio, simile a vaga vergin che per la 
prima voltii si mostri air aperto, vedi eromper dalla terra, allora 
si che estatico non potrai da esso slaccare lo sguardo. Ulisse non 
potea meglio descrivere il suo stupore alla vista della bella Nausi- 
eaa, se non paragonandolo a quello di cui era stato colpito, come 
prima ebbe veduto il ramoscello di palma spuntare in Dolo, lì presso 
alla statua di Apolline (2). 

Né i lieti e festosi pensieri soltanto, la palma ti ridesta neiranimo. 
ma quei più gagliardi dell* amore. Se Heine, nella sua tenera me- 

(1) Mo'allaka, vers. 36. 

Errano a modo mio dì vedere i Lessici che spiegano semplicemente 
Palma la voce J^, voce che la esprime in ano slato determlDato. Il suo 
aìgniflcato vien dato meglio dal suo equipollente ^^, giunco o papiro, 
quella palma cioè, che, come questo, ò flessibile leggiera e pendola a causa 
della soverchia Irrigazione. Non altrimenti è passata questa parola nel dia- 
letto siciliano, dove mosca i^^^^) è qualificativo della canoa e di qual- 
che altro vegetale che manchi di consistenza; per cui un poota ha cantato 
in gergo furbesco : 

L'orna- d*onuri è coma canna masca, 
Voli pisari menu d' una musca. 

La stessa origine ripete Taltra parola siciliana «aia (L^lw) gora acqui- 
dotto. 

{t) AiqXo) ^ 'Koxt ToTov 'Air6XXa>vo< Tvapè ^coja^ 

Odtfffo, VI, vers. 161 



314 IL LIBRO INTORNO ALLB PALME 

lancolia, non vede rispondenza di afTetti nel palmizio, che col soli- 
tario pino, che a mille miglia distante, coverto di neve e di ghiac- 
cio, di lui gogna e fantastica; altri ha letto meglio nel suo cuore, 
e la passione della femina pel maschio, e del maschio per la fe- 
mina, con melodiosi accenti ha fatto rilevare. Le piante tulle hanno 
il loro linguaggio, che i poeti han cercato sempre tradurre; ma non 
ve n* ha alcuno cosi commovente come quello delia palma. Una 
palma femina cresce in Brindisi, che mesta e solinga in mezzo, ad 
estranee piante trae a stento sua vita; un sentimento aroano di cui 
non sa darsi ragione, un*occultci passiono la muove per un palmizio^ 
che da lei lonUmo, nella terra di Otranto, rigoglioso vegeta e pro- 
spera; ed il fuoco che la brucia non si esliiiguc, se non quando, fatta 
più alta e superati gli alberi d* attorno , può rimirar d:i lungi il 
suo sposo e riceversi da lui Talito fecondo (1). 

La vita della palma non ha quasi termine. Molli pliclir.rù i (jiorni, 
dice (ìiobbe, come li moUiplica la p'iliiia (2). E nel far ciò essa sie- 
gue il corso del sole, colle sue foglie ne indica i giorni, e gli anni 
coi cerchi del fusto. 

Sempre verde , sempre florida, questa pianta, « dalla spala cbe 
s*apre come candida perla», non si stanca mai di darti i suoi frulli, 
V verdi dapprima come verde smeraldo, rossi dappoi come rosso gia- 
cinto }) (3). 1 popoli tutti si sono accordati nel ravvisare in lei il siui- 
bolo della fertilità; Iside , la stessa dea della fecondità , ne tenea 
sempre un ramo al suo fianco ; e Latona , toccando colle sue te- 
nere mani un ramoscello di palma, partoriva Diana ed Apollo (4-^ 

(4) Àst postqaam patulos fuderuut bracbia rainos, 

Coepere et coelo liberiorc fruì, 
FroDdosique apìces s") conspexcre, virique 

Illa sui valtas, conjugis ille suae; 
Hausere et blandum veuis silientibus ignem, 

Opiatos foeius spente lulere sua, 
Ornarunt ramos gemmis, mirabile dictu, 

Impievere suos melle liquente favos. 

Gioyidino ?onl2Liìo (De hortis Hesifcridum) il celebre tondatore dell'Arcr^'A* 
dernia Ponlaoiana, che lavorò tanto assieme al nostro Panormita. 

(2) Job., cap. XXIX, vers. 48. 

(3) Codice pag. 6 retro. 

(4) "Ore (x^v ac òìòl xbu itorvta AyjtS) 

Così ci dice il nostro Teognide di Megara nelle sue elegiache sentami * 



IL LIBRO I?rrOlllVO ALLB FAUIB .115 

Dna palma spunta?a ancora dinanzi a Maria quando, per opera di 
Dìo, fu resa pre^^nante di 'Isa (1). 

Ma, più che alla fcrliliUi, quest'albero, che sopra gli allri leva 
alto il suo capo e che ad enorme peso resiste indomito senza cur • 
farsi , Ila sollevato le menti de' popoli ai concetto di possanza e 
falore. Come l'impetuoso boren, coi suoi tempestosi turbini, non 
vale a scuotere i saldi cedri del Libano, cosi Unrocatu o violento Si- 
mun s'infrange a' pie del potente palmizio; che poi, come vaga don- 
zella cui zefiro increspi i capegli, non si serve di esso che a far 
pompa delle lussureggianti sue chiome: quanto più battuto, tanto più 
si estolle sublime. Da tempo immemorabile osso ha significato la vit- 
toria ed il trionfo, e qual segno di gloria fu riconosciuto in tutte le 
epoche ed in tutti i luoghi. iXell'Orientc otTrivasiMie, nei trionfi, un 
ramo al vincitore, ThyrsOii et ranios virides et palnas pnioferc- 
banl ci (2); e colle sue foglie s'intrecciavano anche corone di glo- 
ria , tiffai'iìis ci coronuin aureitin H palmatn super Uaec (3). E 
coir albero passato, in Occidente, il simbolo clic l'accompagnava, 
la palma istessa servi a significar trionfo : videsi quindi la Dea della 
vittoria coronata di palmi*, e prender perciò il nome di Dea pai- 
maris. Una palma sorge prodigiosamente, d un subilo, accanto alla 
statua della Dea, nella terra de' Traili, a prenunziar la vittoria, che 
l'Indomani Cesare riportato avrebbe contro Pompeo (4). 



(ediz. 1559, pag. 46); ed Omero, Callimaco ed Ovidio, tutti quanti lo- 
dando Apollo, rammentano queste fatto. Un ramo dì palma toccavasi an- 
cora dalle donne greche e romane ch'eran presso a partorire , donde il 
proverbiai motto palmam ferre. Sin nella Persia vediamo esleso questo 
simbolo, che anzi Indi, forse, dovremmo ripeterlo. Una palma d*oro jj ^J^à:^ 
solea ivi presentarsi alla sposa in augurio di lunga fcriilìlà. (Rosenzweig, 
op. eli., pag. 20i). 

(1) Codice, ivi. Tali parole scrivea l'Emir dei credenti al Cesare dei Rumi. 

Il Profeta avea detto, che sopravvennero a Maria i dolori del parto presso 

un albero di palma, L^^^ o3^ J.^ , e l'angelo Gabriello conforlaDdola 

volle che essa , scosso l' albero , avesse mangiato del frutto. Cor. XIX, 
V. J3, J5. 
(S) II Macab., X, 7. 

(3) Ivi, XIV, 4. 

(4) <t^{vtxa àva^Tivai, dice Dione Cassio, riportando questo portento in- 
sieme a mille altri, fra i quali il piegarsi del simulacro della Dea verso 
quello di Cesare. 



316 IL LIBRO IlfTORNO ALLB PALMB 

La palma per le vittorie nel cnmpo^ la palma per quelle ripor* 
tate in ogni agone, neirnreiia da' gladiatori, nella palestra da* lot- 
tatori, negli armeggiamenti da* ca?alieri, nelle accademie da* poeti, 
dagli oratori nel foro. Palmam in medio posiiam , dice Teren- 
zio (1); e questa poneasi nel mezzo, dapertutlo ove riputazione e 
gloria potesse acquistarsi. Palmario equivalse a glorioso, ed indicò 
poscia il guiderdone di onore, che al vincitore attribuir si solca. 

Il Cristo trionfava contro Tinferno, e vittorioso, in mezzo ai novelli 
rami di palma, entrava in Gerusalemme: ma la sua vittoria era nunzia 
di pace, e da quel giorno servì quest*aibero a dinotar la concordia fra 
tutte le genti. Da quel giorno si vede la palma ricoveriir sotto le sue 
ombre, indistintamente, ogni fede ed ogni credenza; e la stessa pianta, 
col suo glauco e tenero ramoscello, si adopera oggi a celebrar le gioie 
de* Cristiani, e dimani quelle degli Ebrei. Se ne adornano i mar- 
tiri ; se ne adornano i santi ; se ne adornano sinnnco le vergini . 
portando in mano quel virgulto, che serviva prima come ad mdice 
di fecondità. Ed in Gerusalemme, città degli Ebrei come deirislàm, 
de* Cattolici come degli Scismatici , il pellegrino (2) in segno di 
trionfo contro lo spìrito malefico, e di pace agli uomini in terra, 
svelle un ramo da quell'albero venerato in comune da tutti, e lieto 
s'accinge al ritorno, recando seco t( bordon di palma cinto (3). 



Gap. II. 

Mm iMilaia aelhi •elensa. 

È oramai un assioma storico che TAsia debba ritenersi , come 
della civiltà, cosi della scienza agraria madre ed altrice. Senza par- 
lar della China e delle regioni le più orientali (di cui le nume- 
rose e dotte moderne ricerche, e le tante opere di botanica e di 
geoponica che si van pubblicando ogni giorno, ci fanno ammoniti 
quanto fosse presso quo* popoli questa scienza progredita, e come 
ivi, in ogni tempo e da ogni classe di persone, coltivata), e restrin- 
gendQ lo sguardo a quella parte che piìi il nostro tema concerne, non 



(i) Pormione, vers. 18. 

()) PalmariuB, donde l'aggettivo palmiin, od il nome propria M$mm^ 

(3) Dante, Purgai., XXX, 74. 



IL LIBRO INTOR^rO ALLK PALME 317 

è da pArsi in dubbio, che 11 a quelle fonti dee attingersi per tro- 
vare i primordi di questa scienza, a quelle stosse che, giusta la leg- 
genda di tutti i popoli, irrigarono il paradiso terrestre. Cristiani 
e Musulmani fanno, chi Adamo, chi Caino, olii Seth, chi Salomone 
primi a dettair leggi sulla coltivazione della terra; e se taluno si 
scosta un pò* dalle Sacre Carte, non si aliontana tuttavia da quei 
luoghi, ne* quali ritiene che, or Zoroastro, or Xabuccodonosor i primi 
precetti abbian dato ali* uomo, perche i doni di Dio opportunamente 
sapesse cavar dalla terra. La Babilonia e TAssiria, coi loro grandi 
canali e le innumerevoli ramificazioni di essi, coi loro orli pensili, 
coi perenni prati o giardini alimentiitì dalle acque dell* Armenia e 
della Uedia, non poteano mancare di studiosi: i quali la generazione 
e lo sviluppo la vita e la morie della pianta osservassero, e le^'gi 
costanti sapessero trarne, ad istruzione e profitto di colui, che ne' Ira- 
vagli sulla terra la sua fronte sudava 

Dalla terra essi non sapeano staccare lo sguardo, che por rimirare 
il cielo, leggendo neila prima la vita terrena, e la cclcsle nelPal- 
Irò. E Tuno studio coiraltro volean concordare, di maniera che con- 
sideravan da un canlo la virtù di quelle piante che, procurando loro 
piacevoli allucinazioni, in uu*eslasi qua<i divina li ricongiungessero 
agli esseri celesti, e dalT altro, i movimenti indagavano de* pianeti, 
che ad indice si aveano del tempo e del modo, come le pratiche 
agrarie esercitar si dovessero. 

Sventuratamente questo accoppiamenlo di studi fu nocivo al pro- 
gresso della scienza; che anzi la soffocò sul nascere. Il cielo legò 
la terra, ed i religiosi e rigidi precetti della scienza astronomica 
attorcigliarono quasi dì una spira le braccia del lavoratore, sicchò 
non potesse muoversi che in un senso in una direzione soltanto. 
Mancò il soffio della \era scienza, che non dovea mostrarsi che in 
troppo tarda età! 

I precetti loro, che che noi non chiameremo dottrina, cosi ibridi 
si trasmisero agli altri popoli, alle Indie, da un lato; alla Siria, al- 
TEgitto, alla Crocia, a Roma, dairallro. A più riprese bevve TOcci- 
dente alle loro sorgenti Erodoto, Dioscorido, Teofraslo, Plinio, Var- 
rone, Columella ecc , gli Arabi di Spagna , gli Italiani del medio 
evo, ce ne danno prova irrefragabile. Le loro opere non sono, che 
uno strano bisticcio di falsa astronomia, di magia ecc., unite alle 
più sane osservazioni ed istruzioni sulla natura <lel terreno e dei 
suoi prodotti. Queste dottrine si accompagnavano con tutte le al- 
tre; e non v*ern sapiente o poeta, filosofo o grammatico, che non si 



3i8 IL LIBRO INTORNO ALLE PALVB 

credesse tenuto ad insegnar qualche cosa riguardo alla coltivazione 
del suolo, di queslaima parens. Ma come scarse son le opere, Ara 
tante, in tempi e paesi diversi e da vari autori composte, che an- 
cora ci restano, come scarsissime quelle speciali suiragricollura o 
botanica che voglia dirsi! Dei greci abbiam poche opere, che, meno 
qualche eccezione, indirettamente trattano delle piante, e specialmente 
come materia medica j e de* latini, i quali come primi autori della 
scienza agraria ricordano i siciliani Epicarmo. Cerone, ed Atlalo, sì 
contano a dito gli scrittori. 

Sin da tempi antichissimi si vollero riunir in uno i risultati del- 
le ricerche e degli studi, fatti in epoche dilTerenti e consegnati in 
opere disparate. Il pensiero fu lodevolissimo. refTctto però diplo 
revole : gli originali si perdettero , e non rimasero che compendi 
e comenti. Fatto che si è ripetuto lungamente , ed a cui si attri- 
buisce tuttora la scarsezza della letteratura di tinti popoli , che 
pur furono sì Fecondi in opere d* ingegno. Non altrimenti accadde 
de' libri dì botanica arabica. Se ne togli quanto in opere classiche 
e grandi ce ne hanno lasciato Avicenna, Averroe, Ibn-Bcìthar e po- 
chi altri, tutte altre opere singolari vanno perdute : e della dottrina 
non resta, meno qualche piccolo trattato ancora inedito, che quanto 
ne accolsero in sé due compendi importanti, che fanno essi stessi 
le veci di opere. Intendiamo quello d*Ibn-Wahscia, e l'altro d'Ibn- 
el 'Awtìm. Il primo risale alle prime tradizioni ed alle memorie le 
più antiche; il secondo, quelle non trascurando, scende fino al se- 
colo XII, ed abbraccia tutti i paesi arabi, fino la Spagna di cui egli 
era nativo. 

Il primo ci riporta alla dottrina nabatea, e s'intrattiene, a preferen- 
za, degli autori orientali; il secondo, facendo anche tesoro di quanto 
in quello vien riferito, accoglie con più larghezza le opere de* Greci m^^ì 
e de* Romani , che continuarono la tradizione agricola de* primi. - «. 
Due compilazioni insomma, a simiglianza delle quali furon fatte nel — al- 
l'epoca bizantina quella de' Go.oponici , ed in tempi più recenti *-Wi 
quella de' nostri Scriptores rei rusiicac; se non che quest*ultima^^ «a 
dà le opere in intero , e non gli estratti. Da' compendi di questcw:^ -i<> 
genere hanno capo le enciclopedie a materia , e te biblioteche à9 M^ii 
scrittori, causa di tanto bene e di tanto male. In Ibn-el 'Awàro, com< 
si è dello, si trova 1' antica dottrina orientale , alla greca e latii 
unita insieme. Esse contemplavano paesi, compresi tutti nella zonr 
temperata, ad una latitudine poco differente, o, come direbbesi o^ 
quasi sotto le slesse linee isotermiche. Dalla Spagna aU'ItaKa, aJ 



• 



t 




IL LIBRO IICTORMO ALLB PALME 3t9 

Grecia, e ali* Anatolia, scendcudo e facendo una punta in Persia, 
e rivenendo per l'Arabia, l'Egitto e TAfrica, paesi i quali formavan 
quasi tutto il mondo conosciuto dagli antichi, il clima non prcsenla 
grande varietà, la natura de' terreni è poco dissimile, e le osserva- 
zioni ratte in un luogo possono ben valer per un altro. 1 Caldei, co- 
gli Arabi loro vicini, primi a studiar la terra, consegnavano le loro 
tradizioni ni Greci, e costoro ai Romani. Da Roma rifluiva poscia la 
dottrina a Bizanzio, e rimontava alla sorgente, alla Persia; donde, 
presa nuova spinta, e seguendo una via meridionale, per TArabia, 
TEgilto, e TAlTrica settentrionale, si fermava nella Spagna musul- 
mana, donde collogavasi nuuvamcnlo alTItalia. 

ll>n-cl-*AwAm, nel secolo XII, nell'epoca di tanto lustro per la Spa- 
gna saracena, riuniva in se, come in un fiume ingrossato da tanti tor- 
renti, le dottrine di molti popoli odi epoche differenti; e tutte ei ri- 
porta nella sua Geoponica X^i^bLi^^ w^L:-/ da semplice relatore, e 
qualche volta da giudice. Dal suo libro risulta evidente, come questa 
scienza, non diversamente dalle altre, presentasse sin ne' piccoli det- 
tagli poche varieia, in qualunque paese volessi tu compulsarla. Il 
manco di critica deplorasi dapertutto, e la superstizione vedesi domi- 
nare e regolar tutte le pratiche agricole. La luna influisce sulle vicis- 
situdini dell'atmosfera e sulla fertilità della terra; che ingrasserai 
quando quella incomincia a mancare, come pianterai l'albero quan- 
d'ella è sul suo crescere: e le piante perciò vanno divise in solari e 
lunari. Le piante sono tra loro simpatiche o antipatiche, e la sim- 
patia contribuisce al loro sviluppo, come l'avversione le soffoca, quan- 
d'esse trovansi accanto 1' una dell'altra. Gli alberi poi sono resi 
produttivi e fecondi colle pratiche più slrane ed assurde, ridicole 
sin ambo ed indecenti. Ma in compenso le antiche dottrine ci por- 
gon dati interessanti, notizie non poche che ci aiutano a formar la 
storia della botanica, e procossi agricoli, di cui Tapplicazione sareb- 
be tanlo utile anche al giorno presente. La chimica, presso gli anti- 
chi, produsse danni misti a vantaggi, e la scienza moderna, sceverato 
il buono dal cattivo, potrebbe oggi giovarsene non poco. Questa dee 
molto ai precetti degli antichi, a quei, particolarmente, che rìguar- 
dan la nalura degli ingrassi, le numerose forme d'innesti, il mezzo 
di curar la malattia delle piante, come quella odierna della vile, le 
distillazioni degli oli esi^enziali da' fiori, il modo di render precoci 1 
frutti e ben maturi, di conservarli secchi o farne rob e sciroppi di o- 
gni qualilii, di moltiplicarne le specie, e di ridurle a varie forme e a 
differenti colori. Le piante d'ornamento, quelle esculente, le tintorie, 
Arch. Star. Sic, anno I. 41 



3^ IL LIBRO UfTOBNO ALLB FALMB 

le soporifere ecc. tu Uè furono profoudamenle studiate , e ti trovò 
anche la maniera come ridurre atto a mangiarsi il sommacco, e ren- 
dere meno aspre le cipolle, che si coltivano in un modo speciale in 
Sicilia. 

In un libro di tal genere , la palma non polca esser Irascurati 
nei precetti che si danno su tutte le produzioni del suolo. Se ne 
parla in dhersi luoghi, e vari sono gli autori dì cui ^i fa menzio- 
ne, come di coloro che di essa sìensi occupati : od un articolo a 
parte ottiene anche, <|uando si traila della coltura peculiare a tv 
luni alberi. Ma come monche ed incomplete le notizie che rantichità 
ci ha trasmesso su quesl*alboro, diffuso allora, non meno che oggi, 
per si grande estensione di terre, e fondamcnlo precipuo alla sus- 
sistenza di numerose popolazioni! Descrizioni vaghe ed incerte, pre- 
cetti aridi e superstiziosi : vi manca T alito della vita , che la mo- 
derna scienza può solo comunicare. .>'(»n pertanto i precetti non man- 
cano interamente di verità: risultati di lunghe osservazioni e di pra- 
tica diuturna, ti daranno sempre materia di apprendere, se tu ben 
sai da essi tArre la scoria. 

A comprender meglio qual corra differenza tra le conoscenze an- 
tiche e le moderne, valga un rapido cenno che le une e le altre 
metta a rassegna, e che possa somministrare un* idea adeguata dì 
quanto riguarda la natura e le qualità di questa preziosissima pianta. 



La dottrina odierna, considerando la pianta come parte del vasto 
regno della natura , riconosce in essa quello stesso essere dotato 
di vita, il (]uale, se più sviluppato e di organi atti al moto fornito, 
addiniandasi me<;[lio animale. Ka scuola di Linneo al mondo stupito 
mostrava, corno tutte le parli d'un vejictale polessoro a quelle del- 
Taninìale assontigliarsi: ed og^n la filositfia e la fisiologia. Panato- 
mia e la chimica, progredendo sempre c(mie la natura istessa nel 
suo svolgimento, non si ristanno dallo scoprire, ognora più, nuovi 
punti di contatto deiPuno coiraltro. La pianta è slata trovata for- 
nita di vasi e di muscoli, di pelle e di carne . dì vene e di arte- 
rie. Vi si trovano la testa ed i piedi, le ali, gli organi digestivi e 
di riproduzione, e nel frullo si riconosce in ultimo i'uov<» unito al 
suo embrione. Kssa respira come quello , consumando ossigeno e 
producendo carbonio; qualche esempio, abbenchè raro, vi prova che 
non manca di sensi, e di qualche movimento è anche dotata, ap- 
pena può staccarsi da terra. Ma la natura non ci mostra la scala 



IL LIBEO INTORNO ALLE PALME 32i 

degli esseri iu un modo sempre uguale e progressivo; di tratto in 
tratto delle deviazioni avvengono , clic son principio di differenti 
sviluppi, e danno origine a ramificazioni. Negli anelli di questui ca- 
tena infinita il monocotiledone fu uno dei primi tra gli esseri ve* 
getaliy e, tra i monocotiledoni, la palma, aiutata da una natura ver- 
gine e possente, pigliò sin dui principio quella forma regolare e 
perfelia, che la disUn<;ue dagli acotiledoni , e dai dicotiledoni ad 
un tempo. L'occhio si riposa nella contemplazione di essa; la mente 
vi tro\a l'emblema del semplice nella natura: e la scienza, presa a 
studiarla sotto tutti i rapporti, ne ha esaminato le parti, come Tin- 
dustria si è sforzata a renderla utile agli usi della vita. 
Il dattero, oggetto di questa trattazione, porta il nome di palma (1), 



(1) L'origine della parola palma, e di poche altre che vi si riferiscono 
ba dato occasione ad alruue ricerche etimologiche, che mi piace qui ri- 
ferire in breve, togliendo a dirittura (come ho procurato di fare in tutto 
questo secondo capitolo) ogni citazione, per non istancare Taiteuzione del 
leuore. 

' Palma in latino ed in tutte le lingue d'Europa, tpoTvi^ in greco, Jà-' 
ro arabo ed in persiano, sono i nomi coi quali viene indicato l'albero, che 
forma il soggetto di questa trattazione. Dactylus in latino, (potvixo^aXavoc in 
greco, ejè3 in arabo ed in persiano dinotano il suo frutto , cioè il dat- 
tero. Spa^a, vKdòTi e JLl» servono in ultimo a significare la spata, ossia 

rinvoglio, dal quale, dopoché esso si fende, esce fuori il grappolo de' dat- 
teri detto regime (voce derivata da racetnus). 

Queste parole di origine antichissima mancano ancora di un accurato 
studio etimologico. Pare certo che il nome p(i/ma derivi dalla somiglianza, 
che ha la foglia di una delle tante specie di palme, la chamaerops humi- 
lis (di cui sarà detto più sotto), colla palma della mano, li lungo ramo 
della palma-dattero difficilmente avrebbe potuto dar origine a questa pa- 
rola. Neil* accennata ipotesi, pigliantlo nonio dalla fi^'ura della foglia, sarà 
stata la canieropc la prima che abbia avuto 1* appellazione di palma: ed 
introdotta poscia la palma-daitero in Europa, sarebbe passato ad essa il 
nome della camerope, rimanendo a questa, come più piccola, quello di pai- 
mula. La voce dactylus, cioè dito (donde dattfro), ofTre più difficoltà- Deriva 
essa dalla figura dei fogliolini della stessa camerope, che sono alla foglia 
come le dita alla mano? o ben vero dalla forma del dattero, che con quella 
del dito ha voluto anche compararsi? lo opinerei, che dactylus fosse stato 
chiamato da principio il fogliolino della camerope, e che indi, passato 
il nome di palma a significar la palma-dattero, quello di dactylus si fosse 
adoperato per indicarne il frutto. Né più chiara osservasi la deriva- 



322 IL LIBEO INTOElfO ALLB PALME 

e Tien così detto per antonomasia, pigliando per sé solo il nome di 
una classe di piante, di cui esso non è che una specie. I botanici 
distinguono molte specie di palme, e designano questa col nome di 



zione della voce (poTvt^ {phoenix), È evidente cbe ad essa il color rosso 
abbia dato la sua origine. Ma sarebbe mai forse perchè il dattero od il 
grappolo secco portino questo colore? o perchè una specie di qaesl* al* 
bero, come si dice, presenti un aspetto rossiccio? A me non par probabile 
né Tona, né Taltra sentenza. 11 colore dato all^albero è molto controverso, 
e quello attribuito al frutto non è così deciso e spiccato, che la sola nota 
di rosso abbia potuto ritenersi sufficiente a sp^^cificar l'albero istesso. A 
dinotar rosso o purpureo, fu usalo dapprima (potvio; e ^i^ti^ e non fu che 
in più tarda età che si adoperò (potvi)C£io< ecc. ma non mai ^Tvi^. Non è 
più naturale ripeter V origine del nome dal paese, donde il frutto stesso 
venia, come si è sempre osservato per quei di provenienza esotica, quale 
si era anche la palma in Grecia ed in Roma? fn questo caso ^Tvt£ sareb- 
be rappellatrvo di un frutto derivato dal paese, che prima ^oivy) dovè 
chiamarsi, e poi fu detto Fenicia, confermando con ciò la storia che atte- 
sta questo fatto. I Latini dissero tnalum persicum (pesca, sic. persica)^ 
malum armeniacum (poi detto praecox, precoce, d*onde icepxóxo^ O-^lr^ ' 
albicocca, sic. varcocu), malum cyilonium (d'onde cotogno) ecc. nomando i 
fruUi dai paesi, d'onde essi se li ebbero la prima volta. Né il nome malum 
punicum (pomo punico, melagrana), forma eccezione a questa regola: avve- 
gnaché esso non derivi dal color rosso del frutto (nel qual caso avrebbe do 
voto dirsi puniceus)j sibbene dalla regione istessa della palma, cioè dalla Fe- 
nicia. E da questa prese anche nome il preleso uccello, fenice, cui il color 
rosso non venne mai da alcuna leggenda attribuito, sibbene da qualche re- 
cente storpiator d'etimologie. In questo modo noi vediamo ^Tvi^ punicum e 
fenice aver indicato tre aggettivi patronimici, quantunque il primo e l'ul- 
timo vestissero poi la forma di sostantivi, ed all'ultima come nome, si 
fosse con ripetizione di s'gniflcato, afì^bbiato TaggeUivo di araba. Se però 
il color rosso non fu immediata rnu!>a a quei nomi, lo fu di certo me- 
diata. S'ignora, è vero, il perché, ma non v'ha dubbio, che da questo co- 
lore fu contrassegnata sempre da tempi aniichissimì la stirpe fenicia. E- 
saù, padre di un popolo di quelle contrade (qualunque si fosse l'origine 
deirappelliizione), fu detto rosso, come anche ross<> furon chiamate le con- 
trade medesime dai popoli scmìUci, dai (jieci e dai Lntint. DlH significa 
rosso, Edom Diix fu il nome di quei paesi, ed •T2'r^< era detta la terra, 
perchè di color rosso. Da questa parola venne poscia in latino Taggetrivo 
Idumaea, ed anche la palma istessa, perchè proveniente da quei paesi, fa 
chiamata Idumea. E però Virgilio cantava : 

Primus Idumaeas referam tibi, Mantua, palmas. 
I Greci chiamarono Eritrei quei popoli da Ipu^f^ rosso (simile al latino 



IL LIBRO llfTORffO ALLB PALME 323 

palma phoenix daclylifera, che va intesa volgarmente con quello 
di palma-datlero , o seinplicemenle , come si è detto, dallero, li 
quale, secondo le classificazioni ultime della scienza, seguendo il 



colla stessa radicale rutilui), nome che si conserva latterà nelle parole 
man Eritreo, cioè mare Rosso, o meglio, mare dei popoli Eritrei, E Greci 
e Liatini, o piuttosto raniica lingua loro comune, dovettero aver senza dub- 
bio la radice ^iv, poeti, (da phoeu) da cui trassero voci infinite, indicanti 
tutte cose di color rosso, perfino il sangue, e la pena, poena, che da prin- 
cipio era fin al sangue applicala. Uà questa stessa radice derivò il nome 
di Poeni (donde Poenutus, Punicus) ed in greco quello di ^oivuccc, Fenici. 
Dal latino, o dal greco passando airarabo, è da osservarsi, che la gran- 
de ricchezza di questa lingua non si smentisce negli svariati nomi con 
cui la palma-dattero vien designata, nomi che arrivano circa ad un cen- 
tinaio. Se maschio o se femina, se grande o se piccola, se bassa o se alta, 
se gracile o robusta, se giovane o vecchia, secondo il suo stato, piglia 
nomi differenti. Vari vocaboli servono anche ad indicare, se cosi alta da 
potersi attinger colle mani, o se questa altezza superi, o pur vi si resti di 
sotto. Vari ancora dinotano se coltivata, precoce, abbondante, irrigua o 
pur no, se mantiene il suo frutto, o ben vero questo suol seccarsi cadere 
inacidirsi, se viene dal nocciolo o dal pollone, se è di questo o di quel- 
Taliro paese, se di terra salmastra, se solitaria o ad altre riunita; da sva* 
nate circostanze pigliando sempre nome differente , la di cui ripetizione 
qui si risparmia al lettore. Pure, in tuUa questa ricchezza, il nome suo 
proprio non è che uno, cioè Jà^, e quello del suo frutto è j^, come 
sopra si è detto. L'uno e Taltro nomo sono de* più antichi, che può darci 
la lingua, ambedue presentandosi nella forma la più semplice. La vieta 
quistione deiranterioritù del verbo sul nome, o di questo su quello, è per 

essi oziosa; essendo chiaro, come le parole derivate dalla radice Jdc^ espri- 
mano significati, che dal concetto dinotato in quella derivano. E per^ 
eie è anche più evidente; avvegnaché quesio vocabolo funziona esso stesso 
come radice. Quest'ultimo, a dippiù, ti dà mostra deiraniichissimo -svolgi- 
mento della lingua. "iDn fu il nome semitico della palma, nome che passò 
indi ad indicarne il Trulto^', dattero : e come questo fu sempre il primo 
tra i frulli, il fruito per antonomasia, così questa voce servì poscia ad in- 
dicar frutto in genero, colla semplice aggiunzione di un punto diacritico 
trasformalo in^', come fecero sempre gli Arabi, quando vollero dinotare 

un significato che da semplice diveniva complesso. 

Resta a dire in ultimo della parola spata, in latino spatha, in greco 
oicdiJT), e JLL» in arabo. Il significato della voce .JLl? è anche semplice e 

primitivo. Un importante riscontro (che è a ripetersi da* più rimoti tempi, 
in cui le lingue semitiche si parlivan da quello stesso stipite che ebber 



324 IL LIBRO INTORNO ALLR PALMB 

sistema del Martius e del Blume, si appartiene alla tribù delle éo- 
rifinee, quarta nella rnmiglia delle palme. 
La importante ed estesissima classe delle palme, che cinge, come 
di una fascia verde e brillante, la superfìcie mediana del globo, par- 
tendo dall'Affrica occidentale, dalla Guinea, sotto il nome di avoira, 
di dukam in Egitto, dattero in Arabia ed in Persia, arerà e cariota 
nelle Indie, cocco nelle regioni ulteriori dell'Asia, corifa ed elate 
nelle isole del Paciflco, sagù nelle Moiucche, e sotto yart di questi 
ed altri nomi in America, e promiscuamente nelle Azzorre ed in al- 
tre isole dell* Atlantico , ha per patria la regione posta fra i due 
tropici, abita i piani ed a preferenza le coste, e fugge i luoghi e- 
levati che non sieno sotto la linea equinoziale, dove vedesi vege- 
tar Tino airaltezza di cinque e più mila piedi. 

Fra le piante tutte, forman le palme quasi una famiglia a parte, 
della <|uale Linneo non seppe specifìcar la parentela colle altre, e 
cui neppure i moderni sanno assegnare un posto certo e determi- 
nato; una famiglia, che par viva da se e senza immediate relazioni 
con alcuna del regno vegetale, e si glori! del suo isolamento, se 
anche frammista colle altre, da cui sa ella ben distinguersi per le 
sue forme eleganti (1). Delle afTinilà soltanto taluno vi scorge chi 
eolle graminacee, chi colle giuncacee, colle quali hanno esse qual- 



Goinune colle ariane), si trova con ^olXXoc e talea, tallo e talea, ed altri 
derivati da òoìk,. e tal.., in cai il significato raccbìudesi di ffenir fuori, 
spuntare ecc.; lo sparari del siciliano, il quale alla sua volta viene da jpa* 
rus, sparo, dardo, voce di origine italo-greca. Ed in nhimo spathamé!^ 
derivati da oicaco, indicano cosa che vien traila fuori, come si ò Tinvoglio 
del fiore che in breve tempo esce di sotto Tascelia della foglia della palma. 
Non è difficile che dalla somiglianza alla spaia della palma, abbia preso 
nome la spalla (diminuitivo contralto di spata), ma è ceno che dal grap- 
polo contenuto nella spala è a noi venuta la parola spazzola; come è an- 
cora certo che la spada, arma nota, non è che la «po^Aa antica, cioè spa- 
tola, mestola, remo, ecc. arnese, come la spala della palma, stretto da un 
lato e largo dalT altro, reso poi col tempo assottigliato e tagliente, e di 
metallo, anziché di legno come era una volta. 

(1) f Palms may be said lo be ..s exclusive as princes, forming dose 
alliances aniongsl themseives, and acknowledging no immediate relation 
ship with any of the numerous f»milies of the great naturai division a- 
mongst w'bich they are classed. They seem lo gtory in isolaticn, pròudly 
Viraving their graceful foliage amongst ihose with whom they are thrown 
together». Seemann, op. cit., pag. 12. 



IL Lino INTORNO ALLE PALMI S25 

che rapporto in comune. E non manca chi ali* erba da pascolo le 
afueini, per cui fu detto aver questa nobilissima famiglia low con- 
neclions and poor relalioììs (1). 

La storia di questa bella famiglia è sepolta ncli* oscurità. Essa 
ebbe dì certo i suoi tempi preistorici, avvegnaché molti resti se ne 
presentino nei terreni terziari, parte neireocene, ma più nel mio- 
cene inferiore (2) : resti clic nella enumerazione fattane dal Gop- 
pert vengono rireriti a circa cinquanta specie. Ki par che fo^sc ella 
stiita de' vegetali tra 1 primi, or mista culle Telci e colle licopodiacee 
e coi coniferi, or colle zamic e colle cicadee, a venir fuori dal suolo 
in regioni, le quali pel loro ralTreddamcnto posteriore Hianno oggi 
interamente respinto da loro. I/csislenza fossile delia palma nelle 
terre settentrionali, fra gli antraciti e gli strati carbonireri (3), le 
ligniti ed i gessi, facendo rimonUir la sua storia Tino ad epoca molto 
remola, nota il grado che fu di temperatura in quei climi; tentpe- 
ratura la quale non potea esser più bassa dì quella, die ne* liopici 
abbisogna per la sua vegetazione. L'ultimo sollevamento delle Alpi 
sembra abbia chiuso in Europa Tepoca preistorica di questa pianta; 
la quale continuò poscia a vegetare nelle altre parti del globo. E 
si, che in queste la sua istoria è molto incerta e confusa , igno- 
randosi come e quando le varie sue specie abbian potuto diObn- 
dersi; trovandosene, non solo neirAmerica, ma ben anche nelle isole 
le più lontane, accumulata tanta varietà, da ingenerar credenza che 
toUe quante vi fossero autoctone. 

Comunque ciò fosse , la scienza botanica , messa da parte l' in- 
dagine storica, e contemplando la palma quale oggi si trova, Tha di- 
viso in tribù ed in generi principali, e questi in varie specie, che da 
taluni fanno ammontarsi a più d*un migliaio. Alla prima tribù del- 
le (/reci'ncae vengono assegnati 15 generi: fra i quali Vuroca oleica- 
cea, che ci dà il cos) detto cavolo di palma, e la callwvii d*onde 
Yarack, il ccroxylon che dà uirottima cera, e Varniga da cui si e<trae 



(1) Seemann, ivi. 

(2) Heer et Gaudin, Climat du pays iertiaire, pag. 81. 

(3) A. G. Stiehler nel suo Palaeophytologiae statum recentem tic. Vene- 
zia 1869, p. 41 contrariaincnie alle asserzioni del Brongniart, che negava 
le palme fossili negli strati carboniferi, enumera nove specie di esse che 
in quelli si sono trovate ; ma al tempo stesso riconosce di gran lunga 
maggiore il nnmf^ro delle palme nei terreni deirepoca molasslra alla qu»le 
si appartiene buona parte delie terre d'Italia. 



326 IL LIBRO INTORNO ALLE PALMI 

il vino di palma. Alla seconda delle calamene danno sei generi, nel 
cui numero il calamua o palma-giunco, da cui vengono i flessibili 
bastoncini che in Europa servono a molti usi, ed il sanus conosciuto 
per la farina che sì cava dal suo midollo. Sei generi danno ancora 
alle borassinenc fra i quali Vliyphaene cucifera, da cui si ha la gom- 
ma resina Dodici a quella delle cocoineae, dove trovi il bactris, che 
ti dà il le'un più fino del lino, quasi seta mordente, Tclnfiis celebre 
pel suo così detto olio di palma, VaUalco con cui si Torroano le più 
forti fimi e le gomene delle na\i , ed il cocco da cui si ottiene 
l'acqua, il latte, l'olio e il così detto pomo di cocco , il più allo 
fra gli alberi e il più conosciuto pel suo frutto squisito. Dodici in 
ultimo a quella {\(^.\\e coryiihinr.ac, fra i quali la palma-dattero ed il 
palmizio. E diilla maggior parte di esse si hanno bevande e liquori, 
xuccheri e spiriti, latte, olio e farina, e frutti che formano l'unica 
la principale sussistenza di numerosissimi popoli. 

La palma-dattero fa parte, come si è visto, della tribù delle cory> 
phineae^ che si distinguono tutte, a prescindere d*altri caratteri, pel 
loro embrione dorsale. Quantunque pianta esotica, pur tuttavia per 
la vicinanza a noi dei paesi che Thanno indigena, e perchè colti- 
vata anche in Europa, dove tuttavia di rado matura il suo frutto, 
essa è stata studiata meglio delle altre. Gli storici ed i geografi 
rhan contemplato nel tempo e nello spazio. I naturalisti ne hanno 
studiato le specie ed i caratteri ; i geonomi il modo di coltivarla; 
la medicina e le arti quello di applicarla ai diversi usi della vita. 

La storia aulica della palma-dattero è confusa con quella delle al- 
tre. iNegli studi ad essa relativi regna grande incertezza ed oscurità, 
come suole avvenire in tutti quei che dat^mo da pochissimi anni. 
Elementi ad essi sono pochi resti, tronchi, spate, frutti, e fors*an- 
che fiori, trovati qua e là, e non sempre ben disegnati nelle loro 
forme (I). Pur tuttavia, traendo principale argomento dalla figura 

(1) Le tavole che accompagnano le opere di geologia ci trattengono spesso 
colle mostre di talune di queste antiche piante preistoriche, zamie, pai 
me, coniferi occ; e non di rado la scienza si unisce airarte, per rappre- 
sentarci al vivo in un quadro la terra animata da quei primi vegetali, chtf 
le osservazioni e gli studi fatti sanno ideare onde dipingerle airimmagina— 
zione. Uno di questi che decora la sala del Politecnico in Zurigo, ope 
di mano maestra, riportando la flora e la fauna di quella contrada, pre 
senta in prima fronte un grande palmizio, ai cui piedi vedesi strisciar»' 
il terr ibile boa. 



IL LIBRO IBTTORNO ALLE PALHB 327 

delle foglie, si è credulo avere scoperto tra essi varie specie della 
phoenicites, il di cui namero da Brongniart si porta a dieci e da 
SUeliler a quattordici (tra le quali otto In Italia); e Ira queste va 
compresa la palma phoenix-dactylifera. 

La situazione geografica della palma-dattero ò piik facile a se- 
guirsi, quantunque questo studio sia ancora lungi dal raggiungere 
il suo grado ultimo di perfezione. Essa si trova in Affrica, in Asia 
ed in America: scarsissima in quest*ultima, occupa neirAsia, quasi 
esclusivamente, le regioni più a noi vicine, e deirAlTrica, a pre- 
ferenza , quelle al settentrione. Il centro della sua vegetazione è 
TArabia, donde stendesi, da un lato, per la Persia sino ai confini 
deirindia, e dall'altro, per TEgitlo ed il nord deirAlTrica, sino alle 
Canarie ultimo limite occidentale. Ivi in quei paesi la vedresti oc- 
cupare larghissime superficie, e rigogliosa e carica di fruiti alzarsi 
negli altipiani sino a tre o quattromila piedi dal livello del mare. 

A dilTerenza di tutte le altre, questa palma si trova anche in Europa, 
dove si vede vegetare sotto climi, che la più parte di quelle non pò- 
trebber tollerare. Sino nella contea di Nizza, al 44^ di latitudine, la 
vedi maestosa innalzarsi e fiorire, ed i suoi verdi rami tutti gii anni 
esportarsi per le contrade le più lontane del nord (1). Ma Talbero 
non conduce ivi a maturità il suo frutto , il quale a slento riesce 
nelle regioni le più meridionali di questa parte del globo. 

DilTuso per si lungo tratto di terra, è ancora dubbio se il dat- 
tero sia indigeno, ovvero inaporlato , in molti luoghi dove oggi si 
trova. La scienza e la storia non han saputo su di ciò emettere, fin 
^ggì» l'ultima parola. Ma è certo tuttavia, che in Europa venne da 
fuori; e molte memorie vi hanno del pari , le quali fan credere 
che anche nelle estreme Canarie sia stata introdotta dalTAITrica, o 
dalla Spagna; ed il nome arabo tamaro , con cui vien 11 dinotato 
il frutto, e (amarco un tessuto delle sue foglie, ci dice aperto donde 
debbasi ripeterne Torigine. Comunque sia, la botanica se n*è impa- 
dronita, ne ha deAnito la specie, e a parte a parte ne ha studiato 
l'organismo, analizzando il corpo, la spala, il fiore ed il frutto. 



(i) È noto a miti il commercio di palme, una volta così fiorente di quei 
della Bordighiera con gli l^brei di Olanda; i quali, a differenza de' loro 
correligionari e dei Cristiani, non credono, nelle loro feste, poter sostituire 
altra pianta alla palma di cui mancano. Ed è noto altresì come quei di 
S. Remo abbiano da lungo tempo fornito le palme per le feste pasquali 
«li Roma, per cui vantano un privilegio che rimonta al secolo XVI. 
Arch. Slor. Sic», anno I. 42 



328 IL LIMO I5T0V50 ÀLLB PALVB 

Il (lallcro appartiene alla classe dei monocotiledoni, alla famiglia 
delle paline, all.i tribù delle corirmee. ul genero palma phoenix. 
La quale, sorondu le denominazioni dateci da Seeman ed .altri, va 
distinta in In'inilera, ftirru finca, yìj finie>i, reclinata, spinosa, syl- 
vcHtra, d ir! }f!f l'era (I). Quest'ultima è la principale senza dubbio, e 
divcrsilica dalle altre per la maniranza di quelle stesse car.ilteristi- 
che che daiiiin ori|;ine al nome di esse, per Taltezza che a talune, 
come la :<pin tsa, la pT/r/maea e la ìfjflvoslris è negata, e per la pa- 
tria, la quale, per molte di osse, è ben distinti! e lontana (le ul- 
lime Indie orientali, o 1 estrema punta deirAITrìca) da quella, come 
sopra >i è \islo, del dattero. In j^enerale però non lascia di osser- 
varsi, in (|uesl<.' suddivisioni della pulma plmenix, incertezze non mi- 
nori di (|uaiite se ne incontrino nelle altre divisioni, generi, tribù o 
famiglie disila palma. Le suddivisioni non finiscono ancora, avvegna- 
ché si conliiK». secondo il Richardson, non meno di ir> varietà del 
dattero; e nel solo Fi'zrdn se ne enumerano dal Vogel sino a 30, 
dipendenti dalla grossezza, dal j^'usto , dal colore ecc. de* frutti , 
di cui taluni mmio, o meglio sembrano di essere, senza nocciuolo. 

Distinguesi il corpo pel suo fusto allungato e senz*alcuna dirama- 
zione, di grossezza sempre uguale dalla base alTestremità superiore 
(meno nella ))arte media, dove, secondo taluni, è il centro della 
viti'i), e pel suo color verde scuro che conserva per tutto Tanno. 
Esso è dritto, semplicissimo, di forma cilindrica, e rivestito di grosse 
squame , sotl > alle quali un tessuto reticolato ch(^ lo copre per 
tutta la sua lunghezza, la sua altezza è descritta in modo molti) 
vario nelle relazioni de* viaggiatori, de' quali Uiluno pone per li- 
mite massimo i cento metri, ed altri crede che arrivi sino ai cen- 
tocinquanla; cedendo di poco a quella del cocco, come la sua gros- 
sezza qualche rara volta supera quella della dracena. Questo fusto, 
vero tipo delle piante monocotiledoni, composto di un midollo e di ^ 
fascetti fibrosi, manca di strati concentrici e di niggi midollari , e^^ 
le sue fibre tiMidono sempre alla circonferenza con una direziona*. «. 
che da tiiluiii è slata designata come endogena: con una divergenza,^* 
cioè, dalla base e dal centro, per portarsi all'alto ed alla periferia, 
formando cosi la corteccia, che si presenta ruvida per la base vagi- 
nale delle sue ft^glie decidue (2). I suoi rami di numero sempre egualo^ 

(1) Sceinann, pag. 284. Kndlicher, Kunibe ecc. danno altre speeie ci 
non occorre qui far rilevare. 

(S) I fisiologi discutono molto sulla struttura singolare della palma ^ 
M dattero in ispecit, taluni opinando che le fibre si portino dalla ba^^ 



IL fJBRO INTORNO AtLB PALME 329 

nella pianta adulta (sostitoendos! sempre al vecchio che cade uno 
nuovo e recente), e di color biuncoverde in sul nascere, son dispo- 
sti a chioma sulla parte superiore del tronco, col ]tliyUophoru8 a 
mo' di spira e tutto proprio, ed arrivan talora ad otto, dieci e più 
metri in lunghezza. E son di una forma , che dalla palma istessa 
ha preso II nome di pnlmatUietln; Torma derivante dal lembo ripie- 
gato a guisa di ventaglio, e che nel dilatarsi si Fende in tante lacinie. 
La spaia, o 1* invoglio di riproduzione che esce dalT ascella del 
ramo, è d*un tessuto legnoso, che si straccia permettendo Tuscita 
ad una pannocchia delta spadice o regime, a cui stanno attaccati 
i fiori, dai quali più tardi verranno i frutti. I grappoli della palma 
femina sono più pesanti di quelli del maschio, ed arrivan talora sino 
al peso di dieci chilogrammi. 

I fiorì, più abbondanti anche nell'individuo femineo che nel ma- 
schile, in num ?ro che tal volti sorpassa quello de* duecentomila in un 
albero, sono spesso di color fra il verde ed il giallo, o giallo chiaro 
bianchiccio, ed in generale non si distinguono per vivacità Essi sono 
dioici, sestili ed uniti alla spata, van muniti di bratteole, con perian- 
zio composto di due verticilli di foglioline coriacee; hanno il perigo- 
nio libero, ed alla sua base vanno inseriti gli stami opposti alle sue 
divisioni, con filamenti brevissimi e colle antere lineari a due logge. 
Gii stami sono or sci, d*onde venne la pianta detta exandria tri- 
gynia, or tre, per cui da altri ebbe il nome di dioecia triandria. 
11 loro ovario è tripartito, tre logge (due delle quali vengon sem- 
pre meno per aborto) tre stili e tre stimmi uncinati e congiunti. 

II frutto, uriginariamenle a tre logge (di cui resta una sola), è a 
seme erelto ed indeiscente, e formato nel suo completo sviluppo di 
una drupa bislunga, molle e carnosa, della lunghezza quasi d*un pol- 
lice, acchiudente il nocciuolo; il quale è grosso monosperma, com- 
posto di un albume cartilaginoso , duro, corneo, incavato lateral- 
mente da un solchetlo longitudinale, e coll'embrione situalo sul dor- 



ane foglie, tali altri sostenendo, in vece, che dalle foglie scendano al basso. 
Molti sistemi si sono messi avanti da Jussiea, Desfontaines ecc. e più dì 
recente da Mobl e Meneghini. Secondo De Mirbel i fasceuì fibrosi ven- 
gono dalla periferia interna della parte giovane del tronco, la quale, in- 
vecchiando, vien soslitaiia da quella immediatamente. superiore, giovane 
a saa volta, mostrando cosi una vita successiva ed indefinita. NelKalbero 
vecchio la vita si rifugia alla estremità. Annales de$ sciences naiunUa, 
voi. 10^ pag. 41. 



330 IL Lino iirroAiio allb palmb 

80, con In piumetla inchiusa dirigcntesi all'ilo. Il suo colore farla 
secondo i paesi, e piglia tutte le gradazioni; ma per lo più, quando 
maturo, è verde come la drupa deirolivn, e diviene ctd t> mpo di 
un giallo somilrasparente, come dorato. La sua consistenza ò quasi 
glutinosa; la sua carne dolcissima, nutritiva e di un odore mollo 
grato (1). 

Se i botanici ed I fisiolo{;i con tanto studio han cercalo analizzar 
la struttura e l'organismo del dattero , i geonomi e gli a^^ricolton 
si sono applicati a vedere il modo come esso va coltiviito. Kssi lian 
trovato dapprima che in taluni luoghi, come in Egitto ed in Persiu. 
cresce quest*albero spontaneo (talora molli, riuniti a guisa di bosco, 
occupano una larga superficie di terra), ed in altri co* mezzi del- 
l'arte: ed osservalo dappoi che di un modo coltivasi ne* paesi dove 
esso è indigeno, di un altro dove straniero; e variamente, secondochè 
all'aria libera si curi, o ben vero nelle serre. 

La palma si propaga per semi, per polloni tolti alle radici e per 
talee. Il primo mezzo è seguito a preferenza nei paesi di Eumpa. 
stantechè ivi il seme germoglia facilmente: mentre il pollone di 
rado attecchisce, mancando le sue appendici di succo sufficiente, 
e non trovando un'aria molto opportuna al suo sviluppo. M:i men- 
tre a questo bastali cinque anni di vita per portare i suoi fiori, la 
palma, invece, che viene dal nocciolo, è troppo lenta nel crescere, 
e fiorisce troppo tardi sino airetà di dodici e più anni; sino al qual 
tempo non potresti discernere, se una palma maschio essa sia, o 
pure una femlna. La piant«igionc in ultimo per talee difficilmente 
riesce, e non vi si ricorre che ben di rado, e nei paesi stessi dov 
viene quasi spontanea. 

L'una e Taltra piantagione prosperano sotto un clima caldo ed u 
mido, ed in una terra leggiera, sostmzialc ed arenosa. La palma del 
le serre tiensi da principio in una cassa , colla quale possa por 
tarsi al di fuori in tempo di state. Quella ad aria libera si pian 
a quinconce , alla distanza di cinque o sei metri, in fossatelle d 
uno a due profonde ; ed all'una, come ali* altra, non manchi ma 
l'acqua, che tenga la terra sempre madida e fresca. La piantagioni 
ha luogo in primavera, e pochi giorni dopo che fatta, spunta il gè 




(1) e Frucius flavQs, vinoso-dulcìs, subpinguis, maxime altmentarfs, 
loberrimus, corroborans, insuetos inebriansi. Linneo, Syslematii pUmtamit^ 
Europae pars phUosophica, pag. 476. 



IL LIBRO INTOIIXO ALLR PALXR 331 

Doglio ; ma il lron<'o non vìcn Fuori , che dopo quattro o cinque 
inni, non vedendosi prima che un bulbo, che hntamente s*ingrossa 
li me;uo ni rami, i quali a mano a mano sorgono allo stesso dal- 
orno, e che si avrà cura di coprire, onde preservarli dai raggi so- 
ari. Ottenuta un'ampiezza sulTiciente, il tronco, formato da* picciuoli 
riuniti dei rami caduti, lentamente s*innalza, e come (ili altri mono- 
20liledoni conserva sempre la stessa gr(»ssczza. Talvolta la prima 
radice disseccasi, e non resta che quella de* rami sorti al suo fianco. 
La palma vive lentamente, ma in comfienso dura lunghissimi an- 
ni : si liisrorda sul numero di essi, ma tla' più si crede che sor- 
passino un secolo o due. La cura, eh* ella esi^e in £uropa . non 
è. diversa da quella richiesta da tutti gli altri alberi irrigui : non 
manchi mai di umore . e la terra sia spesso zappata e sarchiata. 
Essa ben coltivata darà il suo fiore nel mese di ma^'gio o giugno, 
in alcuni paesi anticipando di qualche mese, e retrocedendo sin an- 
che a quello di febbraio : e non mancherà poi di dare il suo frutto 
ne* mesi autunnali, o poco prima. Questo frutto non viene a matu- 
rità, meno poche eccezioni, che ne* paesi caldi , ed ivi vien pre- 
ferito quello ciré prodotto da terreni |h)co irrigui: esso non è per 
solilo grandemente abbondante, valutandosi un sessanta chilogrammi 
in circa il peso dei datteri che può dare una palma nel suo pieno 
rigoglio. 

^ò alla scienza soltanto ha servito questa pianta , si bene alle 
arli ed all'industria. Da essa V architettura trasse il primiero tipo 
delle sue costruzioni, e dalle singole sue parli seppe cavar non poco 
parlilo l'opera delTuomo. Le palme, or sole, or in bella serie dispo- 
ste, sono il pia gentil ornamento delle ville e dei giardini; e quelle 
unite insieme vi oO'rono largo riparo dai rapgi solari , facendo le 
veci delle capanne e degli edifizi di cui esse servTono a dar la prima 
idea. L'architettura moderna deriva in gran parte dalla greca, che 
dalla palma attingevi le sue più belle ispirazioni, ed alla greca fu 
maestra l'egiziana. Questa nobile arte, al paro di quelle che sono di 
una utilitii positiva, dipende essenzialmente dai particolari del clima 
e dai materiali che fornisce il paese: e nell'Egitto, primo fra i ma- 
teriali sì fu la palma-dattero, come nelTIndin la palma-cocco; ra- 
gione per cui videsi tanta somiglianza neirarchitettura dei due paesi. 
Il fusto della palina, è oramai incontroverso, diede la prima idea del- 
la colonna, e prima che Tarco e la vdlta fossero adoperati dai Greci, 
la colonna formò certamente la parte la più importante del tempio; 
il quale dal numero degli ordini di colonne prendeva il nome, or di 



:IS2 IL LIBRO illTOIIIfO ALL8 PALMI 

letraslilo, or di esastilo ecc. Sostiluiti poscia il pilastro alla colonna, 
l'arco alParcliitruTe e la vAlta allo travi , la colonna restò sempre 
ai perislilì ed ai portici, al tempi monopleri, dipteri ecc. imitando 
sempre le palme, d'innanzi o d*allorno agii edifizl, e posti in bella 
ordinanza. 

Di quest'albero vag(» e leggiadro anche i rami sono sempre ser- 
viti a fregio ed ornamento, e do\e freschi non poterono posarsi, si 
ebbero rappresentali in ogni guisii e maniera. Emblema di forza e 
di potenza, di trionfo e di gloria, di durata, di salute, di amor con* 
iugale, di fecondità, bolli e gentili da per sé stessi, da per tutto si 
videro, foggiati in pietra, in bronzo ed in legno, scolpiti o dipinti, 
sciolti od intreoriali, adornar le pareti tutte degli edifizl. Salomone 
decorava le pareti e lo imposte del tempio di palme in pietra e di 
oro ricoperte; od i lavacri in bronzo posti nireslerno di esso erano 
adornati con palme dello stesso metallo e vagamenti^ intrecciate. Gd 
Ezechiello nel suo tempio ideale non ti dà elio palme, palme sui 
frontoni , palme negli spigoli , paline daperlulto e in tutte le fog- 
ge, che insiemo a rispotto muovessero Taniino e a delicati pensieri. 
Anche i Romani usaron molto questa specie di adorni. Di rami di 
paline contornavano le loro lettere di utloria; con corone e foglio 
collegate insieme guernivano il muro ed il capitello; e sin le vesti 
ne abbellivano spesso , sicché dalla palma pigliò nome la tunica 
palfnnldy ed ai nuo\i consoli si dava la pretesta . che da tai fregi 
appellavasi capihdinn paLmalu. 

A fregi ed ornati non snlo ò a'Ioperala la foglia della palma, ma 
ben anche a formar quasi tutte le masserizie di una casa , quasi 
tutte le parti di un vestito, dal calzare de* ricchi formato dal lif. 
cioè la reto, sino alla veste elio copre le carni del povero e del be- 
duino. Arnesi d'ogni natura, tavole, seggiole, parasoli, sporte, ceste, 
canestri, stoffe, biancherie, caria (\), sino ai chiodi ed alle legna da 
ardere, ornamenti d'ogni genere sino ai fiocchi pendenti, tutti soo 
formati colle varie parti che vi somministra questa pianta benefica. 



(I) È a tutti noto che rome il tronco caudex, quello della palma spe- 
eialmente, diede origine alla parola codice, come la corteccia iiber a quella 
di libro, cosi dalla foglia delTalbero quella della palma adoperata in prin- 
cipio per la soriitura) sia derivala la p.irola foglio della carta. I moderni 
hanno continuato qui^sta omonimia col chiamare pagine e margini le sQ- 
perficie e le estremità del lembo di alcune foglia. Qui, come in tulio qtie- 
sto scritto, vien distinto il lembo della foglia dalla sua nervatura mediasi^ 



IL LIBRO llfTORlfO ALLE PALMB 3)3 

Arnesi non solo domestici, ma cho si adatiano ben anco alle boslie 
ed a' lavori de* campi , alla guerra ed ai giuochi : funi , redini . 
barde e bisacce , giavellotti e frecce, tutto vien costruito co* rami 
del i>almizio, che per la loro elasticità servono ancora a vari giuo- 
chi, come a quello della palma, che da quei paesi ebbe la sua ori- 
gine, ed indi si diffuse, per TUalia, in Kuropa (1). 

L*ulililà, che presenta quest*albero, non è limitata alle arti, alle 
costruzioni , agli arnesi ed ai tessuti : ma una non minore potrai 
cavarne dalle suo parti, e dal frutto in ispecie, per tuo nutrimen- 
to: come una grande, si credea una volta, ch^ella anche si avesse 
nella medicina. Le tenere foglie si mangiano da taluni popoli del- 
TAsia condite con olio ed aceto; da tal altri si fan digerirò airac- 
qua bollente, e se ne fa indi una polta, che poi seccata serve di 
alimento al povero, ed anche al ricco in tempo di fame. Le spate 
molto tenere e gli spadici della palma maschio, come la sosUinza 
midollare dello stipile delle piante giovini, ovvero la sommila delle 
vecchie, somministrano anche una fecola molto nutritiva. Dal cuore 
de* rami si può cavare un liquore acidetto e rinfrescante , di cui 

(cui vien qui dato propriamente il nome di ramo) a causa dei diversi loro 
usi, quantunque l'uno o Taltra non formino che lutt*uno, la foglia. 

(i) Il giuoco della palma ò mollo celebre per un avvenimento storico, 
la rivoluzione francese, che ebbe principio in un luogo che era destinalo 
a questo esercizio. Esso fu chiamato da noi giuoco del pallone, e fu in 
uso costantemente sino a poco tempo addietro. È certo che fu conosciuto 
dagli antichi Greci, da cui passò poscia ai Romani che lo trasmìsero ai 
popoli meridionali della Francia. Questo giuoco faceasi colla racchetta, 
nome passato oggidì ai razzi, così detti, alla Congrève. La racchetta con- 
sisteva in una rete che si attaccava ad un cerchio di legno, il quale, im- 
pugnato pel manico dal giuocatore, serviva a spinger la palla. Ad otte- 
nere che il legno si ripiegasse in forma di cerchio richied^asi un pro- 
cesso lungo e malagevole; ma tanta fatica non veniva adoprata , so non 
perchè mancava il ramo di palma che dapprima serviva a quesl'uso. Nei 
paesi arabi, e nel Bil(!dulgeriii specialmente, fu mollo in uso questo giuo 
co; ed è a supporsi che da quei luoghi sia stalo esso trasmesso a noi. Lo 
stesso nome di Biledulgerid, ossia paese dei rami di yalma nudi di foglie, 
pare sia derivato dal perchè da quel paese venivano essi rami spedili al- 
trove. 11 nome racchetta sembra sia un diminuitivo di ^«xt;, che racchiude 
ridea d'una verga contorta; ed un altro diminuitivo della stessa parola mi 
par di trovare nel sic. ragogghia o ravog,jhia, cerchio che si confìgge nel 
suolo, e per lo più di ferro, adoperato in un giuoco di palle che ha molta 
somiglianza, quantunque in piccole proporzioni , con quello del pallone, 
0, come diceasi una volta, col giuoco della palma. 



334 IL LIBRO INTORNO ALLB PALME 

userai al momento per tema, che fermentata non diventi un veleno; 
e dal tronco, falla una incisione circolare verso la sommità, e lon- 
gitudinale por lo stipilo (le parli incise coperte dal sole con foglie 
deiralbero istosso) . raccoglierai in un vaso un liquori^ lattiginoso 
rinfrescante e squisitissimo al ^usto . da superar le più deliziose 
bevande. A quest'oggetto scog icrai i maschi delle palme che sien 
soverchi , o le femlne slerili, awegnachc la morte dell'albero sie- 
gue sempre i tagli e le incisioni. 

Ma ripetuto, per quanto dura la vita dell' albero , «vrai II godi- 
menlo dal suo frutto stupendo, sul quale non è a spendere molle pa- 
role. Fisso è I unico alimento in moltissime condradc, e non v'ha 
trai frulli della terra quale lo superi in gusto e dolcezza. È buono a 
mangiarsi fresco e recente, in quei luoghi in cui viene a maturità: 
ò ottimo anche secco ed elaborato, nella qual condizione viene in 
commercio o da noi si conosce. Il dattero può conservarsi intero, 
seccalo al sole e sepolto nell'arena, o passato all'acqua bollente, 
e ridotto poscia in pasta mescolata col fermento d'orzo. Si fa uso del- 
la carne, secca e polverizzala a mo' di farina, o fattane una polpa 
grassa, ch<^ si conserva in un vaso. Questa polpa compressa, ne esce 
un succo, che è il miele di dattero, materia untuosa e di squisito 
sapore. Se poi in ultimo fai fermentare il dattero con acqua , ne 
avrai un li(|uorc, che potrai chiamare vino di pulma; il quale, alla 
sua volta, jxiò convertirsi in aceto, e questo per distillazione ti darà 
un purissimo spirilo. Del dattero nulla va perduto: il povero man- 
gia i teneri rami, come sopra si è detto, e la pasta che resta della 
carne del dattero dopo averne estrallo il miele : e lo stesso noc- 
ciuolo vien dato a mangiare alle boslie, dopo rammollito con acqu 
bollente, v forma un arlicolu importante di commercio in quei paesi, 
in cui il greg<;o manca spesso di pascolo; ed in altri paesi carbo 
nizzalo vico adoperato come dentifricio. 

Il diilloto giova come all'uomo sano, cosi del pari all'infermo; ms» 
mollo usalo ne' paesi dove esso è indigeno, lo è poco oggi in Europa 
dove viene per lo più di callìva qualità, l/i scienza però ne studiava 
le virtù medicinali: ed un' allenta analisi mostrava, che la sua polp- 
è calda od asfringontc. «li digestione diiricile, e produccnte, coin 
solca dirsi, sangue grosso e malinconia: ma che ha efBcacia ad a 
restare il flusso del ventre , ed ò rimedio contro le malattie pu 
monari e quelle della vescica. Ippocrale prescriveva il dattero coii»^^^ 
fortificante : e nel secolo passato il diaphofinicum (un elettuar *> 
composto di \arie sostanze, dì cui però la base era la carne (P^/ 




IL LIBRO LfTORNO ÀLLB PILMK 335 

dattero) ora in voga contro la flegma e la colica , l'idropisia e le 
malaUie isleriche. La sua azione sopra tutto fu, sin dai tempi più 
remoti, riconosciuta sui parti, ad aiutare i quali fu sempre ritenuta 
la polpa dei dattero, come uno de* mezzi più efBcaci e potenti (lì 



Esaminato il modo come la palma Ticn considerata da' moderni , 
riesce opportuno considerare ancora come lo fosse dagli antichi , 
e quali fossero le conoscenze, che della stessa eglino si aveano: e 
qui non v*è da esitare un momento, per dire che queste si erano 
puramente empiriche. Se il poeta si attaccò spesso, attratto dalla 
bellezza delPalbero. a lodarne le virtù, la scienza, in quei tempi, 
non seppe accordargli altro posto, che quello umile e comune, che 
ad esso, come a qualunque altra pianta, si addice nelle ricerche sul 
modo come cavarne un parlilo : tutto quanto scrissero gli antichi 
sulla palma non riguarda , che 11 modo come coltivarla. Nessuna 
conoscenza fisiologica o botanica infiora i loro scritti, quasi nulla 
dicono dellji sua storia, nulla della sua distribuzione ne* vari paesi 
del mondo da lor conosciuti, nessuna analisi o descrizione anato- 
mica. Le slesse specie non van distinte che pel loro frutto, desi- 
gnato come più grande o più piccolo, più o meno saporito, e per 
le virtù terapeutiche di cui si rilenea fornito. Terapeutiche non 
solo pel corpo, ma ben anche per 1* anima; avendo detto il Pro- 
feta, che chi, pria di addormentarsi, mangerà sette datteri di quei 
che crescono intorno a Medina, ucciderà il verme che internamente 
lo rode. 

Della sua storia troviamo ben pochi ricordi presso gli antichi. I 
tireci ed i Latini ritengono, che la palma sia stata nell* Occidente 
portata da fuori, chi dalla Fenicia, chi dalfEgilto ; e gli Arabi c'in- 
segnano, che Selli fu il primo a coltivarla, riconoscendo costui primo 
autore del palmeto, non altrimenti che Jioè della vigna: le due piante 



(I) La palma, come sopra abbiam visto, era simbolo di fecondità; e gli 
intìcbi rileneano che ciò derivasse dal perchè essa è molto fertile, pro- 
ducendo abbondante il suo frutto. A me, però, pare che in questo con- 
eeito la poesia abbia preso molta parte, e che si accosterebbe più al vero. 
ehi ne ripetesse I* origine dalla virtù che i medici credeano di aver in 
essa pianta scoverto, quella cioè di aiutar la donna a dar fuori il frutto 
M suo ventre. 

irc/i. Star, Sic., anno L 43 



33(1 IL LIBRO INTOR^O ALLK PALXB 

più pieziobo che V umanità si abbia quaggiù , e che anche lassù 
sono ad essa riserbale nel paradiso. 

Delle varie specie di palma si tralUi in più luoghi delle loro ope- 
re, come amlic dei paesi cui esse cram» peculiari. Ma, non nata an- 
cora la scienza che i caratteri distintivi sapesse afTerrarne, una grande 
ronFusione è Torza s^ingcneri in chi, seguendo i loro detti, volesse 
provarsi a deiermimirle. Teofrasto, trattando delle palme in genere, 
dice che ve ii' aveano delle rruttifere e delle sterili; e delle prime 
alcune con nocciolo, ed altre senza II frutto dove è bianco, dove 
biondo, do\e nero; dove grosso come una mela, dove piccolo simile 
a cece; dove viene squisito, dove non giunge mai a maturiti^; dove 
può mangiarsi verde soltanto , dove perrettamente maturo ; dove 
secco può ctMiservarsi, e dove non regge un istìinle all'azione del- 
r aria. Fra fili alberi v' hanno quei che a grande altezza si ele- 
vano , quei t!Ìie quella dell* uomo solo raggiungono . e quei che 
dalla terra si alzano appena: taluni crescono ad unico tronco, ta- 
Tallri sono bifidi, larallri trifidi . e paralleli si partono dallo sti- 
pite a cinque o sei cubiti di altezza. Di essi non distingue le spe- 
cie, se non che pei vari loro caralleri e le dilTerenze che abbiamo 
sin qui osservate, e pei luoghi ancora dove luna qualità, amiche 
Taltra, a preferenza ed in maggior copia si trova. Cosi parla delle 
palme che si trovano in Siria od in Ei;itto, in Babilonia, in Cipro, 
in Etiopia; ma i nomi che cita son pochi, cariota, eie*, e b'iUiy (for- 
se InUlri). Chiariscono però meglio le sue parole altri scrittori greci 
e latini, come Dioscoride, Galeno ecc., dicendo la car/o(a (così detta, 
dalla forma simile a quella della noce) trovarsi in Babilonia, nella 
Giudea e neMa Tchaide, e la tcbaira distinguersi dalle altre pel suo 
gusto più dolce e soave. Delia palma cice (xuxa?, x:?ix2?, Todienio^ 
cuci) Teofraslo e Plinio dicono aver essa più rami , qualche volta^ 
anche congiunti, corto stipite, larghe foglie, frutto pìccolo rotondo cr 
grato al sapore, di cui« ridotto in farina, si fa un pane gusioso. Di 
altre specie non è a far lungo discorso, pigliando esse ben sovente^ 
nome da qualch«' qualità del.frutto, sino anche dalle sue dimensioni^^ 
per cui talune furon dette maniaridi per la loro piccioleua, ei allr 
regie per la grandezza unita a speciali virtù. Fin dal modo coni 
veniva preparato il frutto, e dal nome che al frutto secco era dato -^ 
venivii specificata qualche volta la palma: e neirOccidonte si distila " 
gueva, come il frutto, cosi Talbero, da cui si sapea derivare la ct^ — 
riuta adoAfide. . la nicokia e la palela. Né in Oriente la cosa arm 
dava altrimenti. Gli autori parlano del dattero di Medina e del- 




i 



IL LIBRO IXT0R5(0 ALLE PALMK 337 

rUegiàz, (li quello di Babilonia ecc. e varie altre palme dislingueano 
per la loro qualità, col nome di Kisbali, scìahrir, ecc. e per la 
varia altezza cui esse attingevano. 

Comunque si fosse, i processi di coltivazione eran quasi eguali per 
tutte le specie. Gli antichi (ireci, che sono i primi che ne hanno 
parlato, ed i Geoponiviy di età più recente, quantunque riportas- 
sero i metodi usati in Egitto ed in Babilonia, ci trattengono sulla 
piantagione e sulle prime cure da darsi all'albero sino a che non 
divenga adulto. I Lntini copi.mo in gran parte dai (ìreci, e gli Arabi 
ripetono le stesse cose, attingendo si alla prima Tonte, sì alle tradi- 
zioni che in epoca più tarda trovavano negli scrittori Inzantini : il 
tutto però rivesiiio di pratiche superstiziose e ridicole: incominciando 
da quella, che 1* agricollore il (|uale si accinge alla prima pianta- 
gione delia palma, sia d*umore ilare ed allegro. d*un. temperamento 
lunare e d*una salute normale, e che anzi di metter mano alla van^a, 
sperda al vento ogni pensiero meno che gaio. Alla buona riuscita 
della pianta gli astri influiranno non poco , ed è mostieri guardar 
che la luna si (rovi in una posizione propizia. 

Ma, messi da parte questi progiudizi, (di cui non posson dirsi in- 
teramente liberi nò anche i moderni agricoltori), le minute prescri- 
zioni che ancora ci restano degli antichi , e degli orientali sopra- 
tutto, sulla coltivazione del dattero, ce li mostrano molto addentro 
nella conoscenza del terreno, e del modo come boniPicarlo e ren- 
derlo adatto alla pianta che si vuol far prosperare. !Nella conoscenza 
degli ingrassi non han potuto essere eguagliali, che dalla scienza 
agricola odierna , la quale ha chiamato a se in aiuto la chimica. 
Così da tutti gli scrittori è stato riconosciuto, che la palma vuole 
an terreno salmastro , e che col sale bisogna questo correggere , 
se tiile non è per sua natura: sale nella terra in cui si semina il 
nocciolo, sale in quella che riceve il pollone, sale unito alPacqua, 
che deve tener sempre fresca ed umida la pianta. I terreni sal- 
mastri ed arenosi sono i più opportuni alla coltivazione; avvegna- 
ché il frutto che da altra sorta di terra proviene, quantunque, colto 
fresco, sia grato e soave, pure presto s'infracida. 1/ingrasso d'uomo 
o d'animale è prescritto dagli Arabi 4' Oriente e di Spagna; ma i 
Greci ed i Latini non sanno decidersi. Treparato il terreno, si faccia 
una fossatella di due a tre palmi profonda con enlrovi terra leg- 
giera e fimo , il tutto misto ad acqua con sale ; e vi si pongano 
uno più nocciuoli di dattero , od una verga o pollone , che dal 
piede di un' altra simile palma sia uscito : gli alberi che vengono 



338 IL LIBIO INTOINO ALLR PALMB 

dal iiocciuolo, non esclusa la palma, riescon però sempre meglio. 
Il nocciolo prospererà ancora più, se macerato per quattro o cinque 
giorni neiracqua; e, umido od asciutto, sia collocato coircmbrione 
in su ed in posizione orizzontale : che se tu lo metterai in posizione 
inversa , ?edrai, anziché una palma Tcmina , nascere da esso una 
palma maschio. Puoi posare il some ìniiero, od anche, tagliato per 
lungo per largo, la metà; ma curerai che l'ejnbrione non si per- 
da, e che il nocciolo venga posto in modo, che da un lato guardi 
l'oriente, e i*occidente dalTaltro. I/acqua non manchi mai di tenere 
umida la pianta, ed il sale sia nella stessa guisa discioilo, se la terni 
ne ha d'uopo; che se tu vuoi aggiugnervi del vecchio vino, Tarai anche 
meglio. Venuto Tuori il germoglio, sia trapiantato altrove (ciò che 
puoi fare in lutti i giorni, meno il secondo del mese lunare), ed il 
trapiantamento fatto in primavera darà più forza e rigo^'lio alla pal- 
ma; la quale cosi ti darà presto il suo frutto, che in sul principio, 
secondo taluni, sarà pri\o di nocciolo. Appena adulUi la pianta, 
legherai i suoi rami, perchè si faccia più alta; e prima o dopo, noa 
trascurerai di vangare e sarchiare la terra che le è d'attorno, e di 
potare la pianta istessa, nettandola da* vecchi rami nella primavera, 
e precisamente nel mese di marzo. La palma li sarà utile nel tempo 
della sua fioritura, come in quello della fruttificazione: nel primo 
ti darà il tenero regime , che unitamente alla spala farai seccare 
al sole e di cui in seguito formerai una specie di pane buono a 
mangiarsi. Lo stesso potrai fare co* datteri freschi: che se essi sono 
acidi, dice Abu-1 Khair, come quelli di Spagna, potrai renderli dol- 
ci, facendoli scaldar nclTarqua e seccare poscia al sole. 

Quantunque i popoli orientali, vaghi di maravigliosi prodotti, fos- 
sero stati sempre trasportati per grinnesli, a tal punto da ricor- 
rere alle operazioni le più strane ed anche immorali (causa per 
cui, secondo Maimonide, <llosè ne avea proibito l'uso agli Ebrei); pur 
tuttavia nella palma, per la sua poca alfmità colle altre piante, fu- 
ron gl'innesti poco adoprati. Uno però venia usalo, della palma sulla 
rolocasia (I), da cui credeano sortisse un bel banano. A quest'og- 



(1) La colocasia è una pianta monocotiledone, che appartiene alla fimi- 
glia delle Aroidee, cui fu deUo avere relazione anche la palma. É sparsi 
per tulle le regioni tropicali, ed una specie conosciuta sin da tempi re* 
moti col nome di colocasia antiquorum, si coltiva molto nell' Indie e nel- 

rsgiito. 




ir. MBBO INTOBNO ALLE PALME 339 

getto, essi prese l'i vuiio, farai un*iiicisioi)e con roitello doro nel piede 
della colocasia, ed ivi dentro metterai un nocciuolo di dattero fé- 
mina, cli'ò più corto e rotondo del masclìio: legherai il tutto e lo 
riyeslirai d'argilla viscliiusa, mista con pochi peli coverti di terra 
vegetale. Operato Tinneslo in gennaio, potrai cogliere il frutto del 
banano in luglio od agosto. 

Secondo gli Arabi, la palma può vivere sino ai cinquecent'anni; 
ma anche alla vigna altribuivano vita non breve, che credeano pò- 
tfsise prolunj^arsi per un secolo e più. Viti lunga bensì, ma non priva 
di niali . riic essi procuravano in più guise combattere. L' albero 
intisichito, od assottigliato per eccessivo calore, aspergevano d'ac- 
qua mista ad olio estratto dalFoliva immatura. Se preso d'itterizia 
per ingrasso soverchio, l'acqua si mescolava con cenere del legno 
di fico e di quercia; e se non portava a maturità i suoi datteri, o 
li producea troppo piccoli , ritcneano molto opportuno gettar sul 
regime polvere di fiori, fiori d'ogni specie, e particolarmente di fiori 
aromatici; o meglio cingere il tronco d* una ghirlanda di foglie di 
anincio (1). Che se l'albero insensibile moslravasi a qualunque rime- 
dio, non restava che minacciarlo di morte; impugnando il ferro con- 
tr esso in alto di colpirlo : e quello qualche volta fu visto, fatta am- 
menda del fallo, ritornare a produrre frutti abbondanti (2). 

La coltivazione della palma offriva largo campo ad osservazioni, 
da cui gli antichi non sapeano trarre istruzione abbastanza. Cosi 
dal seme di più datteri d'una sola specie si aveano fruiti di spe- 
cie dilTerenti, buone e cattive; seminali poi questi alla loro volta, 
si vedea sortir da essi nuovamente la specie primitiva: fenomeno, 
il quale non si presentii oggi nella palma soltanto, ma che ripe- 



li) Di altre pratiche agricole e superstiziose sarà detto nella Parte terza, 
dove sarà fatta ancor menzione di altri scrittori arabi sulla palma. 

(2) L'Kvangelo ci dice dell'albero di fico infruttìfero che, alla voce del 
Cristo che lo condannava a morire, divenne arido e morto. In questo fatto 
leggiamo un miracolo, ma la base del racconto può di leggieri ricono« 
scersi negli antichi costumi dei popoli orieniali. Essi ricorreano spesso 
alla parola viva per rabbonire un albero ostinalo , e colle sole minacele 
credeano poter conseguire l'intento. Così se una palma assolutamente si 
Diega a darti il suo frutto, comminale la morie, alza la scure per calarla 
su di essa , e vedrai talvolta che, rientrata in se stessa, ritornerà a darti 
i suoi fratti abbondanti. 



340 IL LIBIO INTOINO ALLE PALMB 

luto si osserva in nitri esseri vegetali ed animali, e da cui la fi- 
siologia sta per cavare conseguenze importanti. 



Ma più grande e meraviglioso è lo spettacolo, che offre la natura 
nel fenomeno della fecondazione; il quale a più riguardi merita la 
nostra attenzione. In questo la scienza antica si lega alla moderna, 
e le cognizioni riunite, deiruna e dell'altra, che si hanno oggigiorno, 
innestnte ai principi della vera filosofia, saranno come seme, da cui 
nascerà un albero del sapere umano più bello della palma, e più 
meraviglioso del banano che spunta dal dattero innestato sulla co- 
locasia. 

Sin da' tempi i più antichi i Caldei, o Nabatei che voglia dirsi, ri- 
tenendo le piante tutte sottoposte all' influenza degli astri, suppo- 
nean ohe esse, per l'influenza di quelli, oltre allanima vegetativa, di 
altra anima fossero dotate, che sensitiva chiamavano. Ogni vegetale 
sente tendenza per alcuni, avversione per altri vegetali , in taluni 
\ode un amico, in tai altri un nemico. Così il cavolo ed il som- 
macco antipatici credeano alla vigna, e nocivi se a quella posti in 
vicinanza : non altrimenti che il ginepro, l'euforbia ed altre piante 
odorose alla palma , come la palma a sua volta riteneano antipa- 
tica al, fico. Il fico poi varia ne' suoi rapporti colla vigna, bene- 
voli ne' paesi freddi, malevoli ne' caldi. E però veniva inculcato, 
che nella piantagione degli alberi si fosse tenuto conto di queste 
varie tendenze, e non mai piante tra Irro antipatiche venissero po- 
ste accanto l'una dell'altra ; uè l' una specie piantata, lì dove er*r 
prima un'altra a questa nociva. La simpatia mnnifestavasi in tutti i 
tempi ed in lutti i luoghi : e quale virtù intrinseca inerente alta ^ 
pianta, vedeasi ella perdurare, quand'anche la pianta fosse svelta 
dalla terra, non solo, secca e detrita, ma sibbene ridotta in pasta e 
mista ad un liquido. Cosi vari estratti di frutti servivano a togliere 
il male, da cui venia attinto or questo or quell'altro vegetale; ed a 
curar la malattia della vigna era usato, fra gli altri rimedi, il miele 
de' datteri, che riusciva più eflicacc se unito all'aceto. 

Kisultati di lunghe osservazioni, i precetti degli antichi, in gene- 
rale, erano esatti; ignorando però essi la causa, non sapcano trame 
leggi costanti e ben svilupparle. Così ignorarono il perchè della sim-. 
patia ancora più forte di una pianta selvaggia per altra domestica del- 
la stessa specie, e deirindividuo che aveva soli slami, per quello do- 
talo di soli carpelli: e l'ignoranza perciò li traeva a' processi agri- 



IL LIBRO INTORNO ALLB PALME 341 

coli i più Strani, onde promuovere il principio simpatico, e far si 
che gli alberi attecchissero, i fiori fruttificassero, ed i frutti riu- 
scissero di -buona qualità. Parole mistiche e versetti interi di Co- 
rano della Bibbia, scrìtti in carte che si attaccavano ali* ail)ero« 
cerimonie ridicole di ogni maniera, legni resinosi e monete <i' oro 
ficcate dentro alle radici della pianta, tutto era adoperato. Ma mez/o 
ancora più eflicace cred«^asi quello di sospender de* nodi, de* na- 
stri e delle tele ni rami d*un albero vicino, e meglio, se con essi 
intrecciali de* frutti d'una pianta simpatica : non altrimenti di quanto 
si pratica da* nostri coloni, i quali senza saper la cagione, o ac- 
cettandone una futile ed insussistente, appendono una pezzuola agli 
alberi , da cui si aspettano abbondante ricolto. E tra questi spe- 
dienti le corone appese alla pianta, composte di spighe o di frulli 
della stessa specie ma selvaggiii, erano e sono ritenute di una grande 
virtù. Cosi attaccavano, ed attaccano tuttora, la pannocchia del frutto 
del caprifico a* rami della ficaia domestica: cosi la pannocchia dei 
fiori di un dattero sui rami di un altro. 

Ignoravano gli antichi come spiegare questo fatto, la di cui esi- 
stenza non poteano negare. K mentre i Greci, Aristotile, Erodoto ecc. 
riduccan tutto ad un*azione meccanica (cioè al passaggio degli in- 
setti sviluppatisi nella pannocchia, e passati sui frutti deiralbero, di 
cui col loro morso aprivano i pori , facendo si che 1* aria potesse 
meglio penetrarvi), i .Nabatei, meno esperti, ma non più discosti dal 
vero, credeano che i fruiti d'un albero sentissero per quelli di un 
altro, simpatia non diversa di quella, che sente Tuomo per Toggetto 
caro al suo cuore. 

L'avvicinamento degli alberi fra loro, sino alTinsèrzione dell* uno 
nell'altro, e Tattrazione del più debole versoli forte, fu causa che 
quest'ultimo fosse chiamato masckio, e fé mina l'altro: una i:rand<* 
verità traveduta appena moltissimi secoli addietro, ed oggi dalTa- 
natoinhì botanica messa in piena luce. Tutte le piante, non poli- 
game né ermafrodite , van distinte in maschio ed in femina ; fallo 
importantissimo, pel quale la fisiologia, sempre scrutando, ha tro- 
vato le leggi della generazione ne* vegetali, leggi che governano la 
natura intera. Di questo fatto . che ha dato luogo ad importanti 
risultati, l'età moderna va debitrice all'antica, e l'Occidente all'O- 
riente. 

Gli antichi, è oramai certo, ebbero la prima idea del connubio dello 
piante e della fecondazione che ne derivava; idea che volea essere 
fecondala ella stessa, e lo fu. Ma a tanto hnoro non si procede per 



i 



342 IL LIBRO INTORNO ALLB PALNR 

salti, e molti Tenomeni isolati furon afferrati, qua e là, che fi die- 
dero un grande impulso, e fra questi principale fu quello, che pre- 
sentava la pnlinn. 

Gli Arabi si accorsero i primi delia distinzione del maschio e 
della fcmina nella palma, e della necessità della presenza di quello 
in mezzo agli alberi del sesso femineo, perchè il pol?iscolo emesso 
da esso potesse passare sui fiori di quelli , onde il frutto venisse * 

a maturità. Essi stessi osservarono in seguito, che il detto poi- | 

viscolo , cioè il polline, potea da sé passar dalla palma maschio 
alla femina , abbenchè separate esse da grande distanza : come 
anche, che questo passaggio potea elTelluirsi per mezzo deiruomo. 
il quale mellesse in comunicazione con una fune i due àlberi , o, 
colto un fiore da quella, lo scuotesse su questa. E le loro osser- 
vazioni si spinsero in ultimo sino a| punto di vedere , come que- 
sta polvere potesse raccogliersi e conservarsi per mollo tempo, onde 
usarne all'opportunilà su qualunque pianta -dattero, che non fosse 
né anche deiristesso anno. Fatli importantissimi, che rimasero tutti 
nel campo della pratica , perchè il lume della scienza mancava a 
spiegarli. IH'on seppero essi accorgersi da principio delia tendenza 
dì tutti gli esseri, di sesso differente, che hanno vita, ad accoppiarsi 
fra loro; e molto meno della legge universale della fecondazione 
per r accoppiamento. Queste due scoverte son dovute . la prima 
alla scienza greca del medio evo, e la seconda a quella dcirEuropa 
moderna. 

Teofrasto, Plinio ed altri riconoscono la differenza de* due seasl, 
e la tendenza delPuno verso Taltro, e Claudiano avvertiva che 

Vivunt in Venerem frondes, oronisque vicissim 
Foclix arbor amai, nutant ad mutua palmae 
Foedera. . . . . 

Ed i Geoponici ci dicono chiaramente, che i la palma ama ardente- 
mente, e non prima si acqueta, che dal suo diletto non venga con- 
solata. Ciò sanno gli agricoltori, sanno che ama, quantunque igno- 
rino Toggetto del suo amore » (1). 

(4) ^O Sé <po(vi5 IpS xal SptjxEu); étipou <poivtxo«, àc ^XwptvTivoc h wlc t***?* 
ytxoTc oiÙTou cpYjoiy xoil oO Tcpórepov icdcustou tou ic^o, &>c dv oudjv 6 lpc&(tf^ 
TtapafA^rioatTo. Ioti y^P ^$£?v tÒ ScvSpov Ì7ciKexa{AfJi£vov, xal {iij flpov djv I2«v 
pfllffiv [/.yfik xapiro^pouv. touto oO Xotv^^^vsi t4v Y««pY^^» «^^* fc |i£v Ipf x«t ifi- 
r«( TsxfAttipCTttt, «Y^ct $à iroiou. Lib. X, c'ap. IV. 



IL LIBIO lirrORlVO ALLB PALME 343 

Il sesso diverso osservato nella palma, condusse j moderni alla sco- 
verla de* fiori maschili e de' Terainili, degli androcei e dei ginecei, 
dello stame e del pistillo, de' fiori ermafroditi , dei monoici e dei 
dioici; e gli amori delia stessa pianta fecero loro scoprir il modo, 
come vcngon fecondate tutte le piante fanerogame, ed i movimen- 
ti meccanici de' fiori, gli uni sugli altri; movimenti, che giungono 
ad esser sìfTalti, che talora fan separare lo stame dai suoi legamenti 
\erso il pistillo, tal altra io tengono verso quello sempre rivolto; 
e che nella Vallisneria fan distaccare T intiero fiore del maschio, 
che dal fondo dell'acqua si portii sino alla superficie, per congiun- 
gersi al carpello della femina .* che voluttuosamente sino a quello 
81 piega e distende. 

È a Linneo , che deesi il primo sviluppo di questa importante 
scoverta, accennata appena da* suoi predecessori; come ai fisiologi 
del secolo presente dobbiamo noi l'applicazione a fatti, che sembra- 
van finora inesplicabili. Darwin e la sua scuola non cessano di ar- 
ricchir sempre dippiù la scienza di nuovi trovati; sicché non sembra 
lonUmo il giorno in cui al mistero della generazione verrà strappato 
quel velo, che l'ha tenulo inviluppalo finora. 

liC moderne scoverte archeologiche han messo fuori il grano da 
più migliaia d* anni sepolto ; ed il germogliare di questo ha fatto 
dimostro, che il seme non tocco dall'aria, dopo lunghissimi secoli, 
conserva ancora la sua virtù produttiva; e che quanto più concen- 
trata la vita , tanto |>iù è resistente alla guerra degli esterni ele- 
menti. Ma è dallo studio fatto su di una pianta, che il mondo ha 
appreso, lorigine della vita delle piante esser nelle mani dell'uo- 
mo, il quale può darla e può toglierla, sospenderla o richiamarla 
a piacere, rendendo a suo arbitrio fecondo o infecondo il suo fiore. 
Questa grande teorica è dovuta tutta, come si è detto, alla scienza 
moderna, ma è l'Oriente, che vi ha apprestato i materiali. Colle 
proprie mani l' Arabo toglie il polline dal flore maschio di un al- 
bero ; ed or. trasportandolo a grandi distanze, lo scuote su quel 
della femina, rendendo cosi 1* albero fecondo e la produzione ab- 
l>ondanto: (tra a suo talento distruggelo, lasciando quello sterile ed 
il paese alTamato; ed or colle proprie mani lo toglie dinanzi al ne- 
mico che calpestai il suo suolo e mettelo in serbo, per adoprarlo 
quando il nemico è scomparso. 1/ albero , cui concede o toglie a 
talento la vita, è quello che col suo frutto forma la sua: esso è 
la palma-dattero, la palma pfioeihiX'daciylifera. 

Arch. Stor. Sic., anno I. ** 



344 IL LIBBO INTORNO ALLE PALME 



Gap. III. 



La palaia aella siorla Slolllaiia. 



11 palmizio, dice Abu-Hàtem con linguaggio pieno di unzione e 
di fede, è un dono accordalo da Dìo ai soli paesi governali dairis- 
iàm , avvegnaché niuno se ne trovi nella terra degli infedeli (\). 
Né allrìinenli ci dicono i botanici d'Europa, quando, edotli dalla 
scienza e dair esperienza, osservano, che questo albero è proprio 
de* paesi tropicali, o poco dai tropici discosti, ciò che torna allo 
slesso. Ne* medesimi climi benedetti da Dio, aggiunge lo stesso Abu- 
Hàtem, la palma non prospera nelle contrade monluose, Il dove cade 
la neve (2): ed anche i delti bolanici concordano nel dire, ch'essa 
può prosperare sino all' altezza di cinquemila piedi , o poco più , 
ma ne' paesi sottoposti all'equatore. 

Di qucsle due condizioni necessarie alla vita della palma basla 
la mancanza della prima, perchè ci persuadiamo ch'essa non è natu- 
rale all'Europa. Lo fu una volta, è vero, come sopra è slato osserva- 
to, visse indi^'ena sin anco nelle contrade le più settentrionali, oggi 
coverte da eterne nevi e da ghiacci duri più che macigno, visse 
insieme ad una fauna che or ricacciata vediamo nelle infocate sabbie 
de' deserti, ma di essa alcuna traccia non v'ha che la ricordi nel- 
l'epoca storica. Non è ancora un secolo, l'Europa del nord non avea 
ne' suoi orti un solo palmizio: e Linneo c'informa, che a' suoi tempi 
le palme in genere non venivan coltivate in Europa, che nell'Ilalia 
soltanto e nelle stufe. 

Quanto cambiamento in sì poco tempo! Il secolo XIX, che ha 
trasformato la faccia del mondo, ha immutato anche la natura: dove 
questa non arriva, l'arte supplisce. È per questo che noi vediamo o- 
gni genere di palme trasportar quasi 1 suoi lari, e pórre la sua sede 
in regioni poste sotto un clima artificiale: artificiale per loro come 
per l'uomo, per cui esse, al dir delle Sacre Carte, furono in prin- 
cipio creale. 



(1) Codice, pag.if. 
(1) Codice, pag. e. 



IL LIBRO LTTORIfO ALLE PALHB 345 

Le serre de' giardini tutti di questa parie del mondo antico van 
decorate, assieme ad altre moltissime e rare, di questa grande fa- 
miglia di vegetali : e nello stesso recinto un luogo a parte è ad 
essa dedicato, che può dirsi la più nobile stanza di quella dimora. 

Il Jardin des plantes di Parigi, le flore de* Zoological Garlen 
di Dresda e di Colonia, il recente Palvien-Garlon di Francoforte, 
le serre di Monaco e di Vienna, e sopra tulli il Paìmen-liaus di 
Berlino, ed il Palm-Slovc di Londra attirano a se Tattenzione degli 
studiosi e de* curiosi, de* naturalisti e de* viaggiatori, che non sanno 
staccare da essi lo sguardo nel contemplarli estatici, particolarmente 
al sole ca<lente, che getta su di essi una luce immaginaria e fan- 
lastica. Li ti vedi di un subito trasportato negli incantati giardini 
delle Mille ed una noUe, e tocchi colle stesse tue mani , e cogli 
occhi misuri rattezza della palma del deserto , che ti si presenta 
nella sua eleganza e grandezza, senza che il tuo piede si scotìi al- 
furente sabbia, o il tuo respiro ven^a impedito dairinrocato Simun. 
La ceroxyloii andicula, la Sabal umbracuHfera, V Altaica funife- 
ra, la Plìylelej)haìi macrucarpa, V Arecn calhechUy V Oreodoxa 
oleracea, la plioenix sylvesiiis. le tante varie specie di cocco, miste 
ad altre molte, da* più vivi colori a gradazioni infinite, a differen- 
tissima altezza, dall'umile alla gigante, tutte quante formano l'in- 
canto del luogo e del paese che ne vien decorato. !Nè tra queste 
poi manca, né può mancare, la phonnix diìctylilerat la nostra pai- 
ma-dattero ; imperocché essa abbisogna di meno cure delle altre, 
potendo vivere, come sopra si é visto, sotto un clima che sia appena 
più caldo, alfarìa libera ed aperta. Ed invero vive sola e senza aluti 
in Italia ed in Ispagna ; ed in Sicilia non poche se ne osservano 
sparse per tutte le coste dell'isola, le quali formano il principale 
ornamento de' giardini che ne vengono allietali. E qui la vedi, nella 
città principale Palermo, or solitaria, or unita ad altre della stessa 
specie, della stessa famiglia , in molte ville pubbliche e private 
occupare il posto più nobile; e non meno di venti generi, suddivisi 
in moltissime specie, comprenderne quest'Orlo Botanico, non ultimo 
per certo trn quei di tutta l'Italia (t). 



(1) Sarebbe opera molto lunga e fuori argomento, il riportar T elenco 

di tutte le specie di palme che si coltivano, o si sono coltivale, in que- 

srOrto Botanico. Non poche di esse hanno vita molto breve, non potendo 

sopportare, nò anche nelle serre, un clima tanto dìfTerente per loro. In 



316 IL Ulto INTOllfO ALLB PALMB 

Questo varie specie non v*ha dubbio sono di data recente. L'epoca 
loro d*introduzione è posteriore a quella delle altre, clic osservane 
nelle stufe di tutti gli orti dTuropa; avvoi^nacliè e la stufa e la pianta 
noi abbiam preso da quelli. Ma il dattero presso di noi per certo è 
antichissimo, e qualche memoria non manca, che alla sua esistenza 
neir isola accenni nelle varie epoche della sua storia. Ulisse par- 
landò ai Feaci, popoli cosi vicini ai Ciclopi, ebbe a trovar fra essi 
la palma, imperocché non potea ricordar la gioia provata al vederla 
spuntar nell*isola di Delo, se la pianta istessa essi non conoscevano. 
Molte preziose moneto, inoltre, deirepoca fenicia arricchiscono le no- 
stre raccolte, che ci ricordano i tempi più antichi ed oscuri della sto- 
ria sicula. La maggior parte di esse, assieme ad altri emblemi ed ai 
nomi fenici di alcune citlii, ci presentano Talboro della palma-dat- 
tero (1) : ed ei par non vi sia dubbio, ch*esso accennasse ad un al- 
bero esistente nel paese, e non alla colonia estera, che veniva qui a 
fermare sua stanza. IVoi sappiamo in fatti, che le impronte di molte me- 
daglie de* paesi orientali variavan nel disegno di questa pianta, se- 
condo i paesi diversi che le coniavano, rappresentando ognuno quella 
che a lui era peculiare. Così si videro medaglie e monete con palme 
babiloniche , siriache , palestine ecc. ; cosi è a supporsi che sici- 
liane si fossero le palme effigiate nello monete punico-sicule. E 
che poi Talbero figurato nelle monete di Palermo, Imera ed altre 
città, dovesse alle città niedesime attribuirsi, piultosto che alla schiatti 
che le coniava, è chiaro da ciò, che le medaglie di Mozia, in cui il 
nome Kiiac non è dubbio, anziché la palma-dattero, ci rappresen- 
tano quella deità choìnaerops lìumiUs, peculiare a quel paese, co- 
me meglio sarà qui appresso spiegato (2). 

generale però può dirsi che i generi principali sono qui in gran parlo 
rappresentati , e che di molti tra essi si hanno ancora specie differenti. 
Così possono ivi osservarsi 5 specie della palma Chatnaedorea, 3 dell'Arerà, 
10 della Chamaerops, 5 della Sabal, 2 della Livislom, 3 della Cocot, e più 
che 10 della Phoenix, tra le quali la Dactylifera, di cui v* hanno indivi- 
dui maschi e femine in gran copia. Nò manca la Seaforlia e la Caryota, 
la Covypha, il Borassus , VElaeis, VArenga, il Thrinax ecc. pei quali sì 
fanno continui studi, perchè possano essi acclimarsi in questo suolo, vi- 
vendo all'aria libera ed aperta. 

(1) Ugdulena Sulle monele punico-Sicule, Atti deirAcc. dì Se. e Leti, di 
Palermo, 1859. 

(2) La palma ò anche ricordata nelle monete dell'epoca greca; ma, ado- 
perata quafemblema comune di vittoria, non è a considerarsi come peen* 



I 



ih LIBHO IirrORRO ALLB PALME 341 

Il dattero dunque esìsteva In Sicilìu in quei tempi remoti : ma 
vi fu esse importato? È molto probabile questa sentenza dal vedere, 
che importato fu anche nell'isola di Dclo, clic ^iace sotto l'istesso 
clima. È probabile, che colonie più antiche, passate dairAffrica o 
dall'Asia, ve 1* abbian trapiantato; ed allora la sua origine non sa- 
rebbe per noi meno antica di quella, dagli storici e da' poeti cele- 
brata, del dattero nelle isole greche. 

Ma da ciò non voglia taluno argomentare, che la palma sia stata 
in alcun tempo molto difTusa in Sicilia. 11 clima, da* tempi storici 
a questa parte , non è nmi cambiato : e sotto ad esso , in questo 
grado di latilutline, la palma non ha potuto mai rrultificare in modo, 
che In sua coltivazione abbia potuto estendersi in larga scala. Cosi 
noi vediamo i greci, come Teorrasto, i Geoponici ecc.-, ed i latini, 
Columella, Plinio ed nitri, che da quelli tradussero, occuparsi si 
bene della pianta che essi si aveano, o poteano conoscere ne' paesi 
meridionali, ma dir poco del suo fruito; ed i medici greci o latini, 
come Dioscoride, Galeno ecc., che della qualità di questo trattarono, 
contemplare ì Chitti importati dall'Oriente o dal mezzogiorno, piut- 
tosto che quelli che le palme proprie avesser potuto produrre. Alla 
palma è mancato sempre il clima opportuno, perchè il frutto potesse 
condurre alla voluta maturiti. In nessuna epoca della storia leg- 
giamo estesi tratti di terreno trovarsi occupati dalle palme ; nò i 
libri, né i documenti, ci parlano di esportazione, che per avventura 
fatta si fosse del dattero, o del miele di datteri. Non però di manco 
questi alberi furon sempre, non altrimenti che oggi, ricercati come 
ornamento de* luoghi di delizia ; e qua e là restano de* vestigi i 
quali ci accennano , che, in poco od in più, dovettero in qualche 
luogo tro\arsi una volta riuniti. Nel Itcgesto di Federico 11 si trova 
annotato un castello Palmeriuvi, nome che dalle palme dovette de- 

liare alla Sicilia. — I. Friediaender (Die Fiirstlich Waideck'sche Munuam- 
m^iung %u Arolsen, pag. IO) pubblica nn teiradrammo unico d*Imera, nel 
rovescio dell' esergo del quale vedesi rappresentato un ramo di palma 
col suo fruito. In questo teiradrammo , contrariamente ali* opinione del 
Torremnzza che avea pubblicato una piccola moneta simile (tav. xxxv, 7), 
legge il nome di Pelope invece di Gelone, e nella rappresentazione scorge 
la sua vittoria contro Enomao nella corsa dei carri. Usato sempre come sim- 
1)010 di trionfo, od anche di fecondila, non sono quindi da tenersi in conto 
le varie rappresentazioni della palma che, nelle monete, nei vasi, od altri 
monumenti ceramograflci, qua e là si trovano nei musèi di quest* isola. 



348 IL LIBRO INTORIfO ALLE PALVB 

rivar la sua origine (1). L* Itinerario di Antonino poi tra Messina 
e Taormina colloca il Tamarizio palmo.. Le due parole, Tuna o- 
rientaie ed occidenttiie Tnltra, ricordano la slessa cosa, un luogo, 
cioè, piantato n palmizi (2): e Cluverio con fondamento suppone, che 
esso quel medesimo si fosse che era conosciuto al suo tempo col 
nomo di Palme o Palmolio^ casale di Savoca, non lungi dalla costa. 
Ognun sa, che le pianle spessissimo danno origine al nome proprio dei 
luoghi; e, tra esse, le palme che, por la loro magnificenza, attirano 
a sé più delle altre Tatlenzione, han dato il nome loro a molti vil- 
laggi e città. Così nello stosso paese originario, neiroriente, vediamo 
la celebre Palmira trarre il nome da loro; cosi molle borgate nella 
Palestina, nell'Arabia ecc. nomarsi or A'ac/ila (palma), or Tiro (da 
jj^ palme intrecciate a guisa di bosco), dagli Arabi, or fotìftxmìf 
(palmeto) dai Greci : Palma nelPisola di Miyorca, Palmaria isola 
nel golfo della Spezia, Palmanova nel Friuli, Parma nella provin- 
cia di questo nome, (derivato probabilmente dalla palma), Palma in 
Calabria ecc. Sin nelle Canarie vedesi l'isola Palvia^ e di palme 
abbondante, quantunque tuttora siasi incerti, so il nome da esse ab- 
bia origine, o dal capoluogo deiristesso nome dell'isola Balcare. 

Una contrada presso Palermo si distingueva sulle altre formanti 
corona alla città, che slava e sta in mezzo ad esse, come una perla 
incastrata in un grosso smeraldo. Stendeasi dairOreto sino al pie<le 
del monte vicino, donde grossa polla d'acqua sgorgava ad alimentare 
la bella Boheira, Sjrfsrì^ lago sottostante, e ad irrigare quella fertile 
terra. Nazionali e stranieri, poeti e prosatori, si fecero più volte a lo- 
darne la ricca vegetazione, che a quella polca meglio assomigliarsi 



(1) Const. Reg, Sic., pag. 4i4. 

(2) Edizione di Wesselingio png. 87. LMlincrario di Antonino dice Ta- 
maricio Palmas. Questa ripelizionc di significalo sarebbe tolta {tamaricio 
da^' è lo stesso che palma) se si leggesse col Surita ed «litri, TatMii- 
ciò sive Palmas. Questo luogo avc.i perduto ogni importanza al tempo de- 
gli Arabi, dappoiché non si trova annotalo nelle loro descrizioni geogra 
fiche. Nò a me pare potersi esso riconoscere nello J,^ ,j:.w-i diEdrisi, 
come pensi lAinari (Bibl. Ar.y pag. f f ), essendo questo nome nei vari co- 
dici alteraiissimo, e le lettere senza punti, che lo dinolano, potendo iodi* 
care piuttosto un sani' Alessio, od un sant'Elia, col qnal nome leuìwo 
intesi vari luoghi di quelle contrade. Un Santo chiamato Palmi non esi- 
ste, né sarebbe poi facile il supporre, che alla palma avesse voluto ap* 
piccarsi il nomo di santa. 



IL LIBRO INTORNO ALLE PALMB 349 

degli Orti Esperidi, o dei giardini di Armida. Degli uni e degli altri si 
vedean quivi riunite le grazie, e tra esse Falcando trova la palma alzar 
sulle altre la sua bella testa chiomata (1). v Quoi giardini della rupe» 
ne* quali, secondo il poeta Abd-er-Hahmàn daButera. (( torna ridente 
il mondo, che la primavera colle sue bellezze veste di splendidi am- 
manti, il mattino incorona con corone di gemme, ed imbalsamano le 
aurette dei zefiri dall'alba al tramonto » (2) formavano la delizia de* 
re normanni. Quivi si avea Ruggiero i suoi incantevoli sollazzi; quivi, 
in mezzo ai folti bdschetli di aranci e di mirti, la superba residenza, 
che su quel lago specchiavasi. Dinanzi ad essa come giganlesclie 
colonne u accanto ai lioni che butlnn acque di paradiso ? slavano 
due bei palmizi, il più beirornamento di quella dimora dei piaceri. 
Li avresti veduto il re assiso ai piedi delTalbcro scherzar *■ colle lim- 
pidissime acque $omì;;lianti a liquide perle ;) li aspirar gli olezzanti 
profumi della zagara e della rosa. Il ascoliar le ilolci melodie accom- 
pagnale dal liuto, e le immaginose e patetiche liriche dei poeti Trancesi, 
provenzali, italiani, nrabi e siciliani che fomiavan la sua corte. Siciliano, 
ma arabo d'origine e di lingua, il poeta MhderRahmAn da Trapani; 
a quelle palme ispirandosi, pieno d'immagini, soverchie forse per noi, 
cosi recitiìva : e Oh quanto è bello il mare dalle due palme . e la 
penisola nella quale si estolle il gran palagio! Le due palme hanno 
l'aspetto lii due amanti che siensi riparati in asilo inaccessibile, per 
guardarsi da' nemici. Oh palme de' due mari di Palermo! che vi 
rinfreschino continue, non interrotte mai, copiose ruj^iade! Godete la 
presente fortuna . conseguite ogni tlesio; e che dormali sempre le 
avversità! Prosperate colTaiulo di Dio; date asilo a' cuori teneri, e 
che nella fida ombra vostra Tamor viva in pace! -.) 

Di altre palme non parlano i cronisti, i viaggiatori, o i poeti di 
quell'epoca: uìa è probabile che. fermandosi essi a quelle che per la 
loro bellezza e maestà maggiormente muovevaii la loro immaginazione, 
abbian trascurato le rimanenti, dì cui la Sicilia tutta, e l'agro pater- 



(1) Mircris potias palmarum proccra cacumina, dactylosquo detonsac 
arbori sommo vertice dependentcs. Falcando, De calamitate Siciliae. 

{i) Questo ed i seguenti squarci di poesie arabo-siciliane, pubblicali 
dal De Sbnc, tradotti dallo stesso e dal do Schack, riprodotti dallo Amari 
nella sua BibL Ar, Sic. pag. CAf e seguenti , vengono qui dati secondo 
la versione italiana fattane dallo stesso chiariss. prof. Amari a pag. 755 e 
segg. del voi. Ili della sua Storia dei Musulmani in Sicilia, 



350 IL LlbRO INTORNO ALLE PALME 

milano in isporie, dou^ano in quel tempo andar rornili a doviziu. E- 
drisi, il più accurato gco^^rafo di questi luoghi, come di molti altri 
di quell'epoca, non parla in pariicoiar modo di piantagione di palme; 
ma le comprendeva di certo neir espressione generale fnUU {X^ 
^ty), di cui, a più riprese, dice abbonilar moltissimi paesi e villaggi, 
ch'egli via via va descriveuilo (I). Una coltura speciale, e per lunga 
estensione di terreno, non si aveano né potoan aversi le palmi*, sia 
per la scarsezza di terreni adatti ed irrigui , sia per la contrarietà 
del clima , rhe spesso rondea e rende tuttora frustranei gli sforzi 
dell'agricoltore. Purtuttavia nello slesso silo, dove qui sopra abbiam 
fisto dal poeta *Abtl or-Kahniàn cantale le due palme, lì, intorno al 
castello reale, fu nel secolo XII, e forse anche mollo Iciiipo prima, un 
grande palmeto, di cui probabilmente le dette due palme formavano 
una, abbenchè esile, parte. Esso allungavasì dal mare sino a tutta la 
Fnwd/'rt, e dalle falde del (ìrifuiu* sino al yuulc. itfU'Aiiìmiraglh; e 
sott(» il nome di UatlUoio componeasì di due parti, superiore Tuna, 
ed inferiore quella che teneva sino al lido. Questo palmeto forr.a 
l'unica eccezioni* alla regola posata di sopra, ed è l'unica pianUigione 
in grande, che otTra la Sìcitia in tutta la ^ua storia relativa a questa 
pianta. Se no hanno ricordi, dall'epoca de' Normanni sino a qu<*Ila 
di Federico d'Aragona, pel corso di due secoli: ma è con tutta 
ragione a presumersi, che esso Daililolo rimonti al secolo undecimo, 
ed a tempi forse più remoti: imperocché Ruggieri e il suo storico 
Falcando lo trovaron bel Te formato, e l'arte di coltivare la palma 
e di curarne il frutto è tutta arabica , ed introdotta in Sicilia dai 
Saraceni; i (|uali abbellivan cosi i dintorni d<dia capitale , ed or- 
navano il cartello di (ìiaTar ricordato da Ibn-liiobair. 

Comunque fosse, questo luogo di delizie era quasi abbandonalo, 
e la coltura del dattero perduta, sotto l'ultimo de' re INormanni; av 



(!) V'ha pc^rò un'espressione da lui adoperata, parlando del territorio di 
Girgenli , la quale farebbe capire che lì esistesse un palmeto. Lodata in 
tutti i modi la rigogliosa vegetazione di quei luoghi , aggiunge che ivi 
erano hadaik i^}^^^ hen assodati. Questa vooe, quantunque sia usata ad 
indicare albereti, pure in istretto senso contrassegna i palmeti. Aecettatu 
questo peculiare significato, è possibile irovare accenno di un altro pal- 
meto in Siracusa presso Cassibile ( jTjLJ antico Caciparis), dove è notato 
nn luogo /jtó^-s^ cr^j^y ^^^> ^^^ qualche correzione, potrebbe leggersi 
^IjLSk ^-^, ciol porto dei palmeti. — Amari, Bibl, Ar., pag. r\ e IV 



IL LIBIO INTORNO ALLB PALMK 3S1 

feguaccbè le guerre, che tormentarono risola in quell'epoca, a?ean 
prodotto la devastazione delle campagne, e Temigrazione degli agri- 
coltori Saraceni, soli atti a promuoverla. Un diploma greco dato in 
nov. 0683 (1114), tradotto e transuntato nel ì26(k (diploma inedito del 
Grande Archivio di Palermo, e non menzionato da alcuno), ci ricorda 
il Dattileto: ma solo per dirci, che in quel territorio esisteva un Can- 
neto, la di cui vendita forma oggetto dell'atto (1). Ivi è ancora ri- 



li) Signum manus chasun filie Basilii ohauegib olim coniugis pape leo- 
nis. Signum manus Andree fratris [ejus. Signum manus Basilii fratris 
ejus. Signum manus Conslantini] fratris ejus. Ego prescripta chusun dn- 
dum conjux pape Leonis, et nos tres Olii ejus videlicet Andreas et Basi- 
lius et Constantinus qui signa preciose et viviQce sancte crucis [propriii 
manibus nostris exaravimus], fatemur quod proprio nostro Consilio et 
gratuita voluntate absque dolo et molestacione ve! fraudo et omni alia in- 
terveniente occasione ve! vi, sed viva et sana nostra mente [et cogitatione 
una cum omni voluntate] , vendidimus tibi magistro Claro ad opus dive 
et sancte ecclesie invocate sancte triniiatis, edlflcate a fundamentis in ho- 
spital! quod elevavit reverendissimus archiepiscopus civitatis panormi do- 
minus Gualterius, nostrum cannetum totum quod in una positione loci 
possidemus situm in achtos idest in ripa fluminis abbes prò tarenis du- 
centis unìus grani quos et fatemur quod recepimus hos «lucentos tare- 
nos completos et sine diminucione; et vendidimus tibi hoc cannetum cum 
omnibus jusiiciis ejus et periinenciis omnibus et lenimento; ut habeat ip- 
sum predicta diva ecclesia in plenarium dominium et poiestatem suam 
usque ad Gnes saeculi et quousque permanet mundus. Sunt autem divi- 
siones ejus sic; ab oriente ejus tendit usque ad magnam criptam que est in 
dominio predicti hospitalis, ab occidente ejus tendit ad molendinum de 
nachle idest de dactilo, a meridie ejus usque ad predictum (lumen abbes, 
a septentrioue usque ad stratam moleodinorum et sic concluditur. Et tra- 
didimus tibi duo scripta que erant in manibus nostris de prediclo canneto 
quorum unum est de plantacione patris nostri et aliud de etnptione ipsius. 
Et promittimus defendere eie. 

Quest'atto è molto importante perchè accenna, che il Monastero della SS. 
Trinità era stalo eretto neirOspedale fondato dall'Arcivescovo di Palermo : 
ragione per cui venne poscia più facilmente da Errico VI accordato agli Ospi- 
taliori deirOrdine prussiano detto dei Teutonici, pei quali divenne una Ma- 
ghne che oggi dlrebbesi succursale. È notevole addippiù per la miscela di 
parole greche ed arabiche che vi si riscontra, divenute inintelligibili al se- 
colo XIII. Greci sono nella più parte i nomi dei contraenti , come greco 
è Tatto originale, e greca la parola indicante ripa del fiume, che si crede 
necessario spiegare perchè non più compresa (achtos è invece di òIxty) ri- 

Afeli. Stor. Sic., anno 1. 45 



352 IL LIBBO IIITORIIO ALLB PALME 

cordata la palma, ma unicamente perchè dà nome ad un mulino, detto 
de 7iac/i/e, parole che 11 diploma istesso si affretta a spiegare con que- 
st'altre, de daclìjlo : lo che è argomento a credere, che le palme 
in quel tonipc» non dovessero esservi in gran copia, bastando una 
sola a contrassegnare un luogo. Non è pertanto a supporsi, che il 
dattileto fossi; del tutlo venuto meno. Esisteva di certo in buona 
parte sotto Federigo 11, di cui si ha tuttora una lettera dei 1239; 
nella quale, rescrivendo al Segreto Uberto di Fallamonaca, consente, 
sebbene con qualche dilTicoltà, che ai Giudei del Garbo venisse per- 
messo di coltivarlo per un tempo ben limitato. E qui viene spon- 
tanea la dimanda, chi erano questi Giudei del Garbo? perchè chic- 
deano, che loro venisse aflidala la coltivazione del dattero ? donde 
tanta dubbiezza in Federigo per accondiscendere alla proposta dei suo 
Segreto? Questo è un punto molto oscuro della storia, che nessuoo 
ha spiegato sihora, e che abbisogna di venir alquanto rischiarato. 
La storia degli Ebrei, nel medio evo, non si raccoglie che da quella 
delle persecuzioni da loro sofferte , dall* enumerazione dei pesi e 
delle umiliazioni da cui venivaii aggravati, e dagli invenlart de* beni 
che faceansi ai momento della loro espulsione. Sin dai tempi di 
Triijano, parte di essi perseguitati, come sempre, trovavano un ri- 
coverò in Ispagna, e cacciatine indi a poco, vi ritornuvun nel VI se- 
colo. Espulsi una seconda volta da* Visigoti, rivenivano ancora sello 
i .Musulmani , il di cui governo, per quanto crudele e vessatorio, 
era loro più sopportabile di quello dei Cristiani. Taluni di essi 
eransi dati ali agricoltura. Sobri molto più degli altri, poveri ed in- 
dustri, si attiravano perciò meno V odio dei dominatori; ed alcuni 
poi stavano più al coverto degli altri, abitando i paesi più remoli 
della penisola , cioè TAlgarve , cosi detto (w^ Garbo , Ponente) 
perchè situalo nella parte più occidentale de' possedimenti che i 
seguaci di 3Iaometto si aveano in quella, TAlgarvia d'oggigiorno nel 
Portogallo. 

pa). Arabici poi sono i nomi chusnn ( .^^wsk come si osserva in altri di- 
plomi arabi); ohavegib {^^^^^ls^\ il ciambellano) nell'originale greco senta 
dubbio ò/avep; nachle {ÌX^) dattero; ed abbes (rr-W-^ v^^!^) ^^^^^^ 
Abbàs, come chiamavasi TOreto. Pare che questo Basilio ciambellano, che 
avea comprato una terra mollo estesa, nello ste^o territorio del Dattileto, 
pochi anni avanti (come si vede da un diploma riportato dal Mongilore), 
fosse stato uno degli eunuchi di Guglielmo, divenuto cristiano del rito 
greco. 



IL LIBRO IIVTORNO ALLB PALME 353 

.^elle lotte accanite, che infierivano spesso in quelle contrade, e 
pia nel secolo XIII, tra i Musulmani fra loro, e fra questi ed i Cri- 
stiani, i figli di Giuda, oggetto di ludibrio e di scherno per tutti, e 
sottoposti ad ogni genere di vessazioni, seguivan sempre, come veri 
itnpedimenla di eserciti, le schiere de* loro padroni; e costretti ad 
obbedir sempre, vincitori o vinti , ne corrcan le sorti. Ma la loro 
dura condizione veniva aggravata dalla vittoria de* cristiani, dai quali 
essi, come nemici del Nazareno, e come aderenti ai Morì, venivan 
doppiamente esecrati. Verso la metà di quel secolo, la Spagna era 
devastata dalla guerra la più crudele. Tenuta meno la dinaslia 
degli Almohadi , i wali di Valenza , di Murcia , di Cordova e 
delle contrade occidentali sì erano resi indipendenti; ed i Cristia- 
ni, profittando delle loro divisioni, bandita la Crociata, con prodi- 
giose vittorie tolgon loro dalle mani le rocche e le castella , ed 
occupata anche qualche città, ne espellono gli abitanti. Musul- 
mani ed Ebrei, strappali a forza dalle loro case, son costretti ad 
esulare, e dalla sola città di Cordova, per ordine di Ferdinando di 
Gastiglia detto il Santo, o meglio il Terrore dtii Mori, ne venivano 
cacciati pia che trccentomila. I/Algarvc non soffri meno degli altri 
paesi, i^el 1235, cadono Alhanje ed altre fortezze in mano del vin- 
citore, e quei miseri abitanti sono obbligali a disperdersi e andarne 
raminghi (1).- 

Misti a* Musulmani molti figli d*lsrciello cercan ricovero in terra 
più amica, e a differenza de* primi, i quali non posson riparare che 
neirAffrica vicina, si augurano essi trovar un asilo nella non lon- 
tana Sicilia, dove sapevano aver gli Ebrei, dalle leggi, garenzie ab- 
bastanza al viver quieto e tranquillo. Le Costituzioni e le Consue- 
tudini, che governavan quest'isola, accordavan loro infatti de* dritti, 
che nelle altre parti del mondo venivano negati; e nella città di Pa- 
lermo permetteano, ch'essi si governassero da sé, liberamente pos- 
sedendo, pagando sol la gesia e qualche gabella, e non tenuti a vi- 
vere neli*angusta cerchia del Ghetto. Con questa fiducia, e* par certo, 
che i detti Giudei del Garbo si fossero portati in quest'isola: ma non 
è meno certo altresì, le parole del Rescritto imperiale son chiare, 
ch'eglino vi abbiano incontrato accoglienza sospettosa e nemica. 

(i) En el mismo ano (1S35) en lo de Algarbe» las cabalgadas de los 
cruzados se apoderaron de Albanjo, y de otras fortalezas, sin que los Mu- 
slimes pudiesen estorbarlo por sus desavenencias fatales. Conde, Historia 
d^'la dominaeion de los Arabes de Espana, pag. 546. 



354 IL LIBBO INTOBIIO ALLE PALME 

La più parte degli Ebrei (quei dimoranti in Sicilia eran dei nu- 
mero) seguivano allora la Gemara. La scuola Farisaica, col Tal- 
mud e la Mishna , avea accumulato ubbie senza numero al sacro 
codice, che per i loro assurdi comenti pigliò la più strana figura. 
Ripugnanti alla stessa ragione , non potevan le loro dottrine venir 
ammesse da taluni, ai quali dal nudo lesto soltanto, parca doversi 
attingere la parola di Dio semplice e schietta: e però da più tempo col 
' nome, or di Scribi, or di Caraili ecc. eransi questi ultimi separati dai 
primi. In quel torno appunto la parola di Moisè Aglio di Maimonide 
tonava nella stessa Cordova contro i Talmudhiì; e molti di essi eran 
ritornati alla semplicità primitiva, rigettando le interpretazioni e<l ì riti 
che sfiguravano la legge mosaica. E gli stessi Musulm«ini, seguendo 
le parole del Profeta, che rimproverava u* Giudei Talterazione dei 
vecchio testo, vedeano più benevolmente i Curaitl, i quali a molli 
loro usi s*eran conformali, e ne seguivan financo il calendario. Da 
ciò odi inestinguìbili tra le due scuole giudaiche: che non s'avver- 
savan meno, Tuna contro Taltra, di quanto non facessero ì Cristiani 
coi Musulmani, e le sette degli uni e degli altri tra loro. Ogni comu- 
nanza era tra essi vietata, i matrimoni non permessi, sin' anco la 
sinagoga degli uni era agli altri interdetta. 

I Giudei del Garbo, v*ha tutta ra«;ione a presumerlo, si apparle- 
neano alia setta Camitica. Semplici lavoratori de* campi erano più u- 
niti ai Mori, di cui, come sopra si è visto, seguivano la varia fortuna. E 
forse non vennero soli in Sicilia, ma si insieme ad altri Musulmani, che 
in Federico speravan trovare un protettore, un amico. Ed un amico 
poi è a supporre si abbian avuto questi Ebrei dissidenti in Uberto 
Fallamonara: dapoieliè vediamo costui conceder loro dei terreni nella 
Favara, farsi interprete de' loro voli presso l'Imperatore, e propor- 
re, che quei lutti che nell'Isola si trovavano sparsi, fossero adunati 
ed accolti in ! alermo. 

Ma le sorli non cessavano tuttavia di avversar questi esuli sventurati. 
Oste^^giati da' loro fratelli, non sanno come governarsi; e privi dei 
due alimenti dello spirito e del corpo, si trovano senza chiesa, senza 
tetto e senza pane. E però si fanno umili e tapini, chiedono che 
loro venga accordato di scegliersi un capo, di fabbricarsi abitazioni 
e sinagoga, e di aversi un* altra terra ancora a coltivare. La terra 
che indicano è il Dall lieto , dov'essi intendono esercitar l'indu- 
stria loro, e dalla metà del di cui prodotto si augurano poter ritrarre 
un qualche alimento. E Federigo , spinto di sicuro da sentimenti 
benevoli, ma da uomo politico qual egli si era, non volendo crearsi 



IL LIBRO irrORNO ALLR PALMR 35S 

nuovi imbarazzi, (avendo in quel tempo troppa carne allo spiedo), 
annuisce a molte loro richieste , purché non si dia occasione a 
disturbi. Ed in quanto al Daltileto, consente ch'esso lor venga, forse 
in via di esperimento, concesso, ma non per più di cinque o dieci 
anni (1). 



(i) De judeis vero de Garbo qui suoi in Panormo nec coucordant cum 
aiiis judeis Panormi, sicut tua rapitula continebant, propter quod petunt 
sibi concedi locum in quo de novo consiruant sinagogam et petunt ca- 
salina prò domibus construeu'Jis intra cas;:aruuì vutus Panormi , petunt 
etiam aliquem senem ex eis prefìri in magistrum, et concedi sibi pai- 
meretum vel dactiletum Panormi, quod est prope favariam nostram Pa- 
normi, excolendum iuxta morem eorum de Garbo, et volunt medietatem 
fructuum solvere curie nostre et sibi reliquam rotin«Te, placet nobis quod 
invenias aliquem senem ex eis fidelem nobis et utilem ipsis, et eisdem 
preficias in magistrum. Quod eis locare debeas casalina prò domibus 
construendis intra vetus cassarum nolumus, set si in aliis partibus Pa- 
normi fuerit locus utilis ipsis prò domibus construendis, locum ipsum 
eis loces. Sinagogam vero de novo non vidimus expedire ad presens quod 
ipsos construere permictamus , sed si in Panormo fuerit aliqua sinagoga 
vetus que vacet et voluerint ipsam rebedificare, permictas quod ipsam 
rebedificent. Concedas eis etiam palmeretum seu dactiletum curie no- 
stre Panormi quod est prope Favariam, ad excolendum dactilos iuxta mo- 
rem eorum, non tamen loces eis nisi ad quinquo vel ad plus ad decem 
annos, ad redditum quem scripsisti. De compellendis vero judeis aliis 
qui de Garbo venerunt et per diversas partes Sicilie babitaut, non vi- 
dimns expedire , ne forte lolleretur aliis qui venturi sint materia confe- 
rendi se in regnum nostrum. Super eo insuper quod eadem tuacapitula 
continebant, te statuisse recipi a iudeis ipsis morantibus in Panormo prò 
gisia annis singulis ad opus curie nostre tarenos quatringentos, prò vino 
tarenos centum et quinquaginta, et prò cultellis tarenos quinquagiuta, et 
quod si facta fuerit augmeniatio iudeorum ipsorum et reddltus ipsi cre- 
scent curie nostre, placet nobis et tuum inde studium commendamus. 
Significasti etiam nobis per capitula ipsa te coucessisse pluribus de ju- 
deis ipsis multas terras ad excolendum in centrata Favarie , in quibus 
procnratur et augmentatur utilitas curie nostre, et debent in eis semina- 
re alchanam et indicum et alia diversa semina quae crescunt in Garbo, 
nec sunt in partibus Sicilie adhuc visa crescere; acceptamus quod inde 
fecisti, dum tamen terre non sint nostris solatiis deputate, et mandamus 
quod des operam quod semina ipsa bene colaniur et diligenter. Ad beo 
quia sicut scripsisti nobis ad utilitatem curie nostre redundat, si judei 
estranei semotim locantur et habitant a judeis Panormi , volumus quod 



356 IL LIBKO INTORNO ALLE PALMR 

Il Datlilelo era certamente incolto ed abbandonato, perchè questt 
Giudei del Garbo si Tacessero a chiederne la concessione. Eglino sì 
lusingavano poterlo richiamare a vita, e avoano ragione a 'sperare. La 
latitudine di quella parte estrema della Spagna, Ara it 39* e 38^, è 
perfettamente la stessa di quella della Sicilia, e la temperatura ne è 
quasi eguale. Che se il clima non è interamente favorevole alla matu- 
razione di alcuni frutti, Tindustria, in quei paesi, avea mostrato, che 
Tarte vince spesso natura. Tuttora coitivansi ivi il chermes e varie 
piante aromatiche; ed in quel tempo non è dubbio si coltivasse ancora 
rindaco e la hanna, avvegnaché gli stessi Giudei ciiiedenli si offrivano 
a piantarli anche in Palermo: e però può dirsi essere slata sempre 
quella terra un paese deirAfTrica o dell* Indie, un terreno da colo- 
niali. Il dattero poi e sUito in ogni tempo, con maggiore o minor for- 
tuna, coltivato nella Spagna: e nclFAIgarvia, in ispecie, la coltura 
della palma non è stata mai intermessa , e dura tuttavìa sino al 
giorno presente. 

Questa faceasi senza dubbio secondo i precetti dettati dagli Arabi 
di Oriente, conservati con una tradizione costante, e rinnovati sem- 
pre coll'esenipio delle pratiche seguite nelle vicine terre dell'Affrica. 
Abbiamo visto di sopra, come Ibnel Awàm si fosse uno di Siviglia, cioè 
uno Spagnuolo: e Spagnuoli, a preferenza, sono gli autori che ei cita 
nel suo libro delPAgricoltura, nella parte che risguarda la coltivazione 
del dattero. Così Ibn-el-Fàsel era dell'Andalusia (^^jJ^). Co- 
stui nel secolo XI prescriveva minutamente la quantità del sale da 
mescolarsi air ingrasso della terra che dee ricevere il seme del 
dattero, il quale è da porsi orizzontalmente col dorso in su ed il 
solchelto in giù. Cosi era di Siviglia (^'«t^-r^'^t) e fiorito nello stesso 
secolo, Ibn Hcgiàgi che trattò frale altre cose del trapiantamento 
della giovine messa. E di Siviglia ancora era Abu-I Khair, del secolo 
XII, che si fermò a dir del modo come irrigare la pianta. Cosi pure 
Spagnuolo è Ilàgi-Alimed di Granata (^lyJ!), che ci dà il metodo, 
col quale render dolci i datteri acidi e fecondare la femina della 
palma: tutti quanti autori di varie opere molto apprezzate di agricol- 
tura, lo quali vanno oggi miseramente perdute. Essi scrivevano della 



k 



ipsos loces scmoilm ubi tibi videtur melius ad utilitatem nostre curie re- 
dundare, et magistrum eis statoas ut est dicium; ita tamen quod eos dod 
loces in veteri cassaro prenotato.^ Huillard-Bréholles, Hi$t, Dipi, Frid. Il, 
tom. y, p. I, pag. 570. 



IL LIBRO INTORNO ALLE PALME 3S7 

coltura del dattero, da praticarsi nel loro stesso paese; appoggiavano 
le loro teorie all'esperienze proprie fnlte in quelle terre; e i datteri 
acidi, di cui essi parlano, sono quei medesimi clic produce la Spagna. 

Questi metodi dai delti agronomi indienti, e seguiti da quei del 
Garbo, furono senza dubbio quelli, che i Giudei qui venuti, propo- 
neansì essi stessi seguire nella coltivazione del Dattileto della Favara: 
unitamente a quei riguardanti la coltura delKindaco e della linnn'i, 
tanto apprezzati e ricercati in quel tempo in Sicilia. Ma vi riuscirono 
essi? La storia non dice più nulla, ed ì documenti, che ciò com- 
provino, fanno difetto. Quel che v*hn di certo si è, che pochi anni 
appena eran passati, e già quelle terre, nel dattileto inferiore pos- 
sedute dnirOrdine dei Teutonici, si vedon concesse a varie persone, 
ad uso di piantar vigne, uliveti ed altro. Nel t2(;5 il Precettore 
di quell'Ordine, Terrino di Pafnihouhyn concede una vigna, planlam, 
assieme ad altra terra vuota nel territorio del Dattileto inferiore (1). 
E nell'anno seguente dallo stesso Terrino si dà in enfiteusi altra 
vigna piantata da un pezzo {dìidiim plantalam) sita nel ripetuto 
Dattileto , juxla Olìvetum (2). E tali concessioni di terreni grandi 
e piccoli non cessano in quel tempo, (come da vari diplomi rile- 
vasi); sicché può dirsi che del Dattileto vicino al mare altro non 
rimanesse, che la ricordanza ed il nome E del Dattileto superiore, 
propriamentf' Dattileto, si sa soltanto, che nel principio del se- 
colo XIY le palme le più alte e gigantesche, che forse sole per la 
loro magnificenza rimanevano ancora , furono distrutte dalla mano 
devastatrice della guerra, che in quell'epoca desolava interamente 
queste belle contrade. 

Federico II d'Aragona colle sue eroiche gesta affermava l'indipen- 
denza siciliana dalla tirannide degli Angioini; ma essa fu acquistala 
a caro prezzo , giacché per tanti anni la Sicilia fu sottoposta alle 
incursioni r depredazioni del nemico. In una di questo, nelT anno 
1310, Tommaso Marchiano, conte di Squillace, Ammiraglio di Uè Ro- 
berto, sbarca a sorpresa colle sue soldatesche nell'agro palermitano, 
e, tutto messo a ruba ed a sacco , sfoga la sua rabbia contro le 
case, i giardini e le vigne de' dintorni di Palermo; ed un cronista 
anonimo ci dice, che il venerdì, ventotto di agosto (é segnato anche 



(1) Diploma inedito della Chiesa della Magione che si conserva nel 
Grande Archivio di Palermo. 
(ì) Diploma inedito come sopra. 



358 IL LIBRO IMTOftNO ALLE FALMB 

il giorno), egli, nel suo impeto devasUitore, recise lutti gli alberi 
di palma, ch'erano nel Dallileto della Favara (1). 

Con pili calore ed enfasi ci dipìnge la slessa scena desolante Nic* 
colò Speciale, il di cui cuore non polca reggere alla ricordanza 
di tanta distruzione ; e con dolore rammenta , che allora \ennero 
abbattuti i grandi palmizi, rimasti per sì lungo tempo ìnofTesì, alti 
e robusti si che gli uguali non avresti incontrato neir isola delle 
Gerbe, né superiori quei che produce la ricca Idumea (2). 

Da quel tempo, dimenticati o posti in non cale i precetti agricoli, 
né natii ancora la vera scienza botanica , la palma non interessò 
più tanto, sicché avesse potuto ottenere un ricordo negli scritti si- 
ciliani che ancora rimangono. 

Dimenticata dalla scienza agricola , restò tuttavia la palma nel- 
rimaginazione de' poeti siciliani, i quali, si attingendo alle remini- 
scenze de' classici, sì ispirati alla vista dell'albero, che non mancò 
mai (li allietare questi giardini, a piò riprese si fecero a ricordarla 
ne' loro canti. Sin dal secolo XIII Pietro di Eboli . non siciliano 
ma poeta scrittore di siciliana istoria j alludendo alla nascila di 



(1) Quo die dicti equites, et alli pedites de praedictis galeis descende- 
runt ad ipsani raarilimam, supponentes in dicto eorum descensu flamma- 
rum iucendils sepes, tarres, et doinos vinearum, et locorum sitorum io 
dieta contrada Cassarorum et contrada fabariae et incidentes vineaset jar- 
dina ipsarum contratarum, sic faciendo usque per totum diem sequentem 
Veneris XX VK, ejusdem mensis, quo die ineideruni arhores .dactyloram» 
qui erant in loco, qui dicebatur Daclyletui syeoparum altra poniem Am- 
mirali prope ccclcsìam S. Jotiannis de Loprosis. Anonymi Chronicon Sicu- 
lum, BibL Arag., l. Il, pajj. 20S-7. 

Syeoparum è senza dubbio invece di scoparum. Le palme del dattiteto, 
incolte da tanto tempo, erano divenute selvagge in gran parte; e però, non 
alzandosi dalla terra, poteano confondersi con altre connaturali al terreno 
della specie chamaerops humilis, pianta da scopa, di cui bentosto sarà detto. 

(ì) Cumquc ad jain dicti castri ad mare litora pervenisset, ubi premlssa 
classis prevcnlens eiusdem comilis prcstolabatur adventum, comes ipse 
cum terrestri exerritu classem repetiit; noe longo circuita navigans, in 
Panhormitana litora declinavit, ubi segetibus ignem imposuit, frugiferas 
vites, arborcs, et plurima pretiosa virgulta succidit, omnemque Panhor- 
mitanorum substantiam, quaro ex ea parte, qua declinavit, extra urbem 
in venerai, converti t in predam; lune quidem ingentes palme, quae iaxti 
pontem Admirati erant, longe praeteritis inoffense temporibus, delete sani; 
qua ncque dives palmaruin Yduniea regio in proceritate vicisset, nec Ger- 
barum insala coequaret. — Nicolai Specialis, Historia Siculo, cap. IX. 



IL LIBRO lirrORNO ALLB FALMB 359 

Federico II, avca assomiglialo il parlo di Coslanza sua madre, alla 
firutlificazionc della palma , tanto maggiormente ferace quanto più 
tardiva; e con similitudine, non priva dì lezio, chiamalo avca costante 
la palma, dal nome di quell'Imperatrice (1). 

Ed in secoli più a noi vicini , vari poeti siciliani che cantarono 
in vernacolo , chi sotto un aspetto , chi sotto un altro , ricordano 
la palma, cui comparano la lor donna, o questa imaginano a quel- 
l'albero vicina ed unita. Una poesia inedita indicatami dal chiar.** 
sig/ Frane. Salomone-Marino , assimila alla palma degli orti un 
giovinetto lungo e delicato ; non altrimenti di quello abbiam vi- 
sto facesse *Amru-l-kais, che al fusto di essa comparava le delicate 
membra della sua bella; 

Longu e dilicateddu è stu picciottu, 
Assamigghia 'na parma di jardinu ecc. 

Ha meglio altra poesia, anche inedita, ama di comparar Toggetlo 
del cuore alla palma alta e maestosa; 

Picciotta bedda cu la (rizza biunna 
Àuta e pumpusa coma bedda panna, 
Siti galanti coma 'na palumma, 
E quanna chi vi vja mi mori Tarma. 

Te n*ha in vero un'altra che dipinge ramante salita in sull'albero, 
ed in alto di coglierne il fruito; 

Vitti ramanti mia snpra 'na parma, 
Cu li manuzzi dàtluli cuggbia; 
Eu stava satta e m'arraggiava l'arma 
Dìcenna: Gala jaso, armuzza mia (2). 

ma questa è da attribuirsi , non ad altro, che ad invenzione poco 

(i) Venit ah experta nativi palma triamphi 

Per nova felicis signa parentis habens* 
Daxerat in gemitum praesenlis saecula vitae, 

Quod fùerat fractus palma morata saos. 
Serior ad frnctas tanto constantior arbor, 

Naiificai tandem sicut oliva parens. 
Cumque triamphator nadis iam parceret armis, 
Nascitur Augusto, qui regat arma paer. 
Petri D'Ebolo, Carmen di motibus Sieulis. V. G. Del Re, Cronisti eco., 
1845, pag. 433. 
(2) Salomone-Marino, Canti pop. sic., pag. i43. 

Arch. Stor. Sic, anno I. 40 



360 IL LIBRO IlfTORlfO ALLE FALMI 

felice del poeta , stantechè né alla donna l' ascendere sulla palmi 
è facile, né questa in Sicilia, come ripetutamente si è detto, offre 
de* datteri a cogliersi. 

Non inventato , ma più tosto importato ( come la pianta stessa 
che ricorda) e straniero, é un racconto, che il chiar.** sig/ Giuseppe 
Pitré ci ha regalato, sotto il titolo: Gratiula beddatlula. Importato 
é a dirsi dalla terra ferma, avvegnaché vi manca T andamento e lo 
stile del dialetto siciliano, e vi si trova invece mirabile riscontro 
con altre novelle italiane; e nella voce beddattula si vede un com- 
posto delle due italiane bel dattero invece di bedda granula. E 
straniero poi anche airitalia, dal perché in essa si gusla il sapore 
di una leggenda orientale, di^ cui non sarebbe forse difficile a trovar 
il riscontro in una di quelle tante raccolte, di cui va si ricca quella 
letteratura (1). 

Fortuna più costante ed eguale ebbe un'altra sorta di pianta nella 



(1) In questa novellina, la Ninetta, la più piccola delle tre figlie di un mer- 
catante, costringe prodigiosamente il padre a portarle una pianta di dattero: 
ed avutala in potere, per virtù di essa, che ella invoca colle parole ^ratfiUa 
beddattula ecc., opera cose sorprendenti, sino a divenire sposa del figlio del 
Re. Il Pitrè, che ha arricchito la letteratura siciliana di tanti racconti ine- 
diti, pubblicando quest' altro nota la somiglianza di esso con altri molti 
che si trovano nelle raccolte italiane e straniere, fra le quali una mila- 
nese ìniììoì^iSL Scindirin, Sclndiroeu; parole che ricordano benissimo la sas 
derivazione dallo Scind nell'estremo Oriente. 

Più degna di osservazione è un'altra leggenda La fuga in Egitto pubbli- 
cata dallo stesso signor Pitrè nel voi. II dei suoi Canti popolari: 

Sutta un peri di parma s'assìttaru. 
Maria ddi beddi frutti risguardava 
E risguardannu ddu locu umili e caru 
Quattru di chiddi frutti addisiava. 
Ascuta e senti stu rairaculu raru: 
La stissa parma li rrami calava 
Li grattuli a Maria cci apprisintau 
Maria li cogghi e la parma s'arzau. 

avvegnacchè si scorge in essa riprodotta una tradizione orientale traitt 
dagli Evangeli apocrifi, che nei primi secoli dell'era volgare correanoper 
le mani di tutti , e da cui ftirono cavati i versetti del Corano citati qoi 
sopra a pag. 315. 



IL LIBBO IirrOftlfO ALLB FÀLHB 361 

nostra Sicilia (1): connaturale a questo terreno, essa non ha avuto 
sorti a correre, come l'ebbe la palma-dattero, che, come abbiaro vi- 
sto, fu sempre in questa terra straniera. La sua storia non ha princi- 
pio; e forse non avrà fine, se non che colla coltura dellultima zolla, 
che resti ancora a dissodare nella terra di Cerere. Ma come diffe- 
renti Tuna dall'altra! Grande l'una ed eccelsa, bassa l'altra e me- 
schina; runa ama gli orti e i giardini, e l'altra cresce ne' luoghi aridi 
e selvaggi. Questa è la camerope, e tra le poche sue specie, quella 
che col nome di umile s'addimanda. 

Cicerone, nelle sue Verrine, descrivendo la guerra marittima con- 
tro i pirati di Cilicia, e la miseria cui erano stali ridotti da Verre gli 
uomini della flotta, dice : che arrivati costoro a Pachino si erano vi- 
sti costretti per la fhme a cibarsi di radici di palme selvaggie; di 
cui quella contrada abbondava, non altrimenti che la più parte della 
Sicilia (2). E poco dopo soggiunge, come i pirati vittoriosi, a mostrar 
la malvagità di Verre, gitttissero in faccia al vinto le radici di palme 
selvaggie che avean trovato nelle navi: a radices palmarum agre- 
stium, quas in nostri navibus invenerant, jaciebant etc. » 

Che cosa era mai questa palma selvaggia, tanto abbondante in 
Sicilia, di cui la radice era così tenuta in dispregio e dai Cilici! e 
dai Romani? Non altro, che la Camerope; quella pianta, che, come 
dice il suo nome, serpeggia quasi sul suolo, da cui non sa sollevarsi; 
la palma, cioè, ridotta ad un bulbo, o piuttosto ad un rizoma (3). 
Conosciuta dai nostri maggiori col nome di palmilo in Ispagna , 
strofogiones in Genova, ciphiliones in Sicilia, or va meglio intesa 
con quello di cerfoglio in Italia, e di ciafagghiuni in quest'Isola. 
Questa pianta partecipa della natura della palma-dattero , e come 



(1) Un'altra pianta, -che porta il nome di palma Palma Christi, è propria 
tutta della Sicilia e della Barberia. Essa è il ricinui communis, detto an- 
che ricinus Siciliae. Appartiene alle euforbiacee, e della palma non porta 
altro che il nome. Ancbe il tamarindo, che si trova ugualmente in Sici- 
lia, non ha della palma che il nome ^ J^^ j^ palma indiana, 

(2) e Posteaquam paullum provecia classis et Pachynum quinto die de- 
nique appulsa est, nautae fame coacti, radices palmarum agrestium, quo- 
rum erat in his locis sicut in magna parte Siciliae multitudo, colligebant 
et his miseri perditique alebantur i. In Verr., act. II, 5, 33. 

(3) 11 bulbo midollo del palmisto è composto di vari fogliolini (gl'in- 
terni più teneri degli estemi), che somigliano in certo modo agli invogli 
membrane della cipolla, detti in siciliano /i/fa,da wà3. 



362 IL LIBBO INTOBRO ALLB PALMI 

quella ama i luoghi salmastri; e però ?edesi in tulle le coste del 
Mediterraneo, e più che in altre in quelle della Sicilia, e special* 
mente nelle meridionali. Teofrasto dice, che assai ve n'hanno in Creta, 
ma molte più in Sicilia (I); e Plinio ripete la slessa idea colle parole: 
copiosae in Creta , sed magis in Sicilia. Da Teofrasto , Diosco- 
ride e Plinio, a Linneo ed a tutti, senz*eccezione, i botanici moderni, 
quest'umile palma, che pur si ritrova neirisole deirArcipelago, nella 
Spagna, nella Francia meridionale e ncllalta Italia, è stata sempre 
ritenuta come pianta peculiare alla Sicilia. Da essa trasse Selinunte 
il nome di palmosa; sicché Virgilio fa dire ad Enea che passa da 
quelle coste: 

Teque datis linquo ventis, palmosa Selinus: 

e Silio Italico, seguendo la stessa idea, chiama la città medesima, 
palmis arbusla, come che circondata da boschi di questa pianta sei- 
valica. Essa va designata, or col nome di palinisio, palma nana, 
palma minore, palma agreslis, or con quello di palma a ventaglio, 
di palma di S. Pielro marlire, o di lataniera, or con quella di cer- 
l'oglio, propriamente in Itiilia, ed in Sicilia di scoparina: ma più esat- 
tamente il termine suo proprio, col quale vien dai botanici speci- 
flcata, è quello di c/iamacrops liuinilis {2). Ugualmente che il dat- 
tero, si appartiene alla tribù delle corifince, ed «il genere delle ca- 
meropi: il qual genere costa di circa 12 specie, arborcsccns, gra- 
cilis, liistrix, excoAaa ecc., tra le quali la humilis. 

Questa specie distingucsi da tutte le altre palme neiressere indi- 
gena in Europa, e nel poter vivere ad una latitudine mollo discosta 
dalTequatore, capace anche a soffrire i ghiacci invernali. Di essa Iru- 
vansi vestigi antichissimi in Lipari ed in Panaria, che si riferiscono 
ad un*epoca prccedonle alla vulcanica , la quale sconvolse intera- 
mente queir isole (3). Appartiene alle tre parti del mondo antico. 



(1) iroXXol 3i ^v TY] x:i^ry) YevovTOti, xotl sti [aSXXov èv atxiXioL Hiit, planL, 1. 11. 
cap. Vili. 

(2) Più esatiarncDte Plinio la chiama chamaerrepi$, Teofrasto x«iAai^^?ft; 
Dioscoride */^a|xatViXov. 

(3) Il palmisto si vedo nello stato fossile nell'isola di Lipari e nelle al- 
tre isole Eolie. Il barone di Mandralisca, in seguito od alcune scoverte 
fatte dal prof. Escher, trovava non ha guari in quei terreni di alluvione, 
misti al gres ed al tufo vulcanico , molti frammenti di foglie frutti ece. 
della Camerope, unitamente a qualche pianta che si appartiene alle isole 



IL LIBRO lirrORNO ALLR PALME 363 

ma in particolar modo a quelle lerre dell'Asia. Africa ed Europa, 
che fan corona al ifediterraneo (1). Essa è una pianta acaule o fla- 
beUirormc, donde il nome di palma a veìUaglio. 1 suoi fiori sono 
gialli, poligami dioici ed il suo frullo è un monosperma che ha la 
grandezza e la forma della drupa deiroliva. 

Teofrasto e Plinio, parlando di questa pianta, dicono esser ella 
fornita della proprietà di ripullulare, quantunque ne venga reciso il 
midollo: ciò che non si osserva pel dattero, che dopo il taglio muore 
bentosto. È evidente, che da questo grosso midollo, o cervello, che 
forma la parte principale della pianta, e dalla voce greca iyxé(paKos 
che lo specifica, è derivato, con un traslato dalla parte al tutto (da 
Cophalio , indi cefadUone), il nome dì ciafaijghiuni , col quale 



Canarie. Da ciò il Gaudin (Mém. de (a Soc. hélv, des seiences naturelles, 
voL XVIII, 1860) trae argomento a confermare ropinione del Forbes e del 
de CandoUe, cioò, che Tltalia fosse stata legata, una volta, colle regioni 
occidentali sino alle Canarie suddette. 

(i) Si vede talvolta il palmisto, o la palma selvaggia, propagandosi dalla 
radice occupare i luoghi bassi e paludosi situati fra due elevazioni di ter- 
reno, ed allora piglia il nome, in arabo, di y^. Questa voce pare abbia 
dato origine alla parola italiana zana, ì di cui significati possono ridursi, 
principalmente, a quelli di cesta, culla, nicchia e fossa con acqua : signi- 
ficati derivati forse tntii quanti dalla somiglianza del luogo alla cesta, 
e dall'acqua che si trova al disotto; la quale non vista da fuori può in- 
gannare, zanarsy colui che, incautamente messovi il pie, corre rischio d*im- 
pelagare (sic. cannacarisi, da ^ jjLà.). Il dialetto siciliano ha molti termini 

che a quest'ultimo significato di fo9$a con aequa e simili possono riferirsi. 
Cosi fra gli altri nacOy ftLj si dice un luogo paludoso, una fossa con ac- 
qua, ed anche la culla; zolla ì>y^ è la fossetta dove l'acqua risiede; e 
Kiamula J^ quella ugualmente che contiene dell'acqua. Che se poi trat- 
tasi di una maggior copia d* acqua , il luogo prendeva , e prende anche 
oggi talvolta, altri nomi. Se corrente ed impetuosa, si che la sponda ne 
venisse corrosa o distrutta, diceasi giurfu v^^^; se meno rapida, in modo 
che Terba e gli arbusti potessero ivi crescer liberamente, diceasi dagali, j^^\ 
se più regolarmente scorrevole galiggi, ^^JL^i se paludosa margiu, ^y\ 

se profonda zu&òiii, s^^; e se, in ultimo, presentava il fenomeno straordi- 
nario di bollire e rimescolarsi, veniva intesa col nome di maca/tt66/, s^^ii^. 
Molti altri vocaboli affini (fra cui non pochi indicanti canali o recipienti 
d'acqua, non naturali ma opera dell'arte) potrebbero discutersi, che, per 
non vagar troppo fuori argomento, qui si tralasciano. 



364 IL LIBRO INTOlIfO ALLE PALVB 

essa pianta viene tuttora intesa in Sicilia (1). Né difcrsainenle si 
operò nella lingua arabica: avvegnaché noi osserviamo Avicenna chia- 
mar questa pianta giumar; giumar appellarsi oggi egualmente nel- 
l'Affrica, ed una volta anche in lspagna(2);e questa voce in arabo,^l^, 
significar midollo della palma. Questo vocabolo ^tummara è adottato 
comunemente in Sicilia a dinotar questa pianta promiscuamente con 
quello di ciafagghiuni, che designerebbe meglio la sua parie escu- 
lenta; ed un monte vicino Sciacca, il S. Calogero, prende nome da 
esse, ed é detto perciò delle giummare. Così vediamo conservato da 
un canto il termine greco, con cui fu distinto ne' tempi antichissimi 
(derivato dalle lingue, di cui il siculo ed il greco non eran forse che 
dialetti), assieme al nuovo, uguale nel significato, differente solo nella 
forma. 

In questa pianta , la quale dalla forma simile alla palma della 
mano, pigliò probabilmente la prima il nome di palma (appellazione 
passata poscia al datlero , e dal dattero a tutte le altre specie di 
palme), attirano a sé l'attenzione il frutto , il midollo e le foglie. 
Il frutto , di una sostanza spongiosa , serve soltanto quando secco 
e duro, per infilzarsi ad uso di corone; ed il midollo, una vera gem- 
ma, formato dalla parte piò bassa delle foglie, molto tenero in tempo 
di primavera, è di una sosUmza anche spongiosa ed astringente, ri- 
coperta da un invoglio filamentoso di colore rossiccio. Il suo sa- 
pore è d*un dolce insipido, poco grato al palato; e però non vien 
mangiato che dal povero, e dagli altri solo in tempo di fame, come 
sopra abbiam visto farsi dai soldati Romani. Queste qualilà specifi- 
che danno luogo ad un*osservazione, la quale, potendo condurci alla 
spiegazione di un* altra parola del nosiro dialetto, merita che noi vi 
ci fermiamo alquanto di sopra. 

Champollion Figeac dice (3), che neiralto Egitto prospera molto,, 
oltre la palma, il dum, che cosi descrive: albero di singolare aspetto, 
da dieci a dodici piedi di altezza, biforcuto ecc. Alla semplice lei- 



(1) La stessa origine parmi dovesse assegnarsi alla voce cerfoglio^ nome 
col quale questa pianta viene intesa comunemente in Italia. Cerfoglio cosi 
somigliante nel suono a chaerephyllis, pianta però diversa; che può tusi 
derivare da cirrus e folium per la forma riccia del suo esterne^ Involocro; 
piò ragionevolmente proviene da cere^^Z/um, termine usato da Plinio^ oda 
qualche altro simile diminuitivo di cerebrum lY^stpaXo;. 

(2) Vocabulista in arabico, edito da G. Schiaparelli, i871. 

(3) Egypt, anc, cap. l ed Vili. 



IL LIBBO IIVTORNO ALLE PALME 365 

tura di questi contrassegni si vede chiaro, com* egli intenda parlare 
deir albero dicotomo della Tebalde, detto oggi, come prima, cucì 
meglio hyphaene thebaica. Ma in contrario Sonnini, nel suo Voya- 
gè ecc., ricorda, che il dum è una pianta selvatica, i di cui frutti, come 
quelli del palmizio, vengono in regime, e che se ne nutriscono i po- 
feri; i quali, togliendo la prima buccia, mangiano la sostanza secca 
e spongiosa che v'ha dentro. Frutto insipido, egli aggiunge, quantun- 
que trovato saporito dagli Egiziani; il suo gusto può assomigliarsi al 
pane spezialo, di cui ha la secchezza e la dolcezza poco grata. 
Il dum, dice Sprengel, è il frullo del moki (I) : ed Ibn Reithar, ri- 
portando le parole di Abu-IIanifa, ritiene, che il dum sia lo slesso 
che il moki, simile alla palma, di cui è una varietà; soggiungendo 
che il frutto porta pure diversi nomi, secondo il grado di maturi- 
tài di cui si fa, quando secco, una farina che si riduce in polenta, 
e che colle foglie della pianta s* intessono natte e bisacce. Forskal 
opina, che il dum sia il borassus flabelliformis, distinguendo il dum 
egiziano dall'arabico, ch*egli ritiene migliore; come anche Ibn-Beithar 
preferisce il frutto del dum della Mecca, e lo dice dolce a mangiarsi, 
a differenza dello spagnuolo, mollo stilico ed astringente (2). Ed Ibn- 
BatAta (3), a tacer di altri, nei suoi Viaggi, trova il moki in abbondanza 
nellArabia , lo trova anche sino nel Goromandcl ; nelle cui coste 
avendo fatto naufragio, ebbe da quegli idolatri presentalo uu frutto, 
somigliante al popone, prodotto dall'albero del moki (4). Questo fruì- 
to^ egli osserva, ha una specie di coione , avviluppante una mate- 
ria che porta il gusto del miele, di cui gli abitanti fanno un dolce 
chiamato lelL Dall' Affrica estesa sino al Coromandel , possiamo 
senza esitanza dichiarar questa pianta quasi cosmopoli la. 

Dal fin qui detto pare evidente, che la parola siciliana addummi (5) 
voglia indicare il frutto di quella stessa pianta, che noi sopra ab- 

bìam visto chiamarsi, con nome greco ciafagqhlunL e con nome 
arabo-affricano giummara. E ciò tanto più si conferma, dacché 

noi vediamo lo stesso nome in arkima, invece di aiuina, specie 



(1) Hisl. rei herb., voi. I, pag. 272. 

(t) Vedi Sacy, Chres, Ar , voi. IH, pag. 479. 

(3) Voyage d'Ibn^Batoutah pubblicato da Defremery e Sanguinetti, voi. I, 
pag. 299. 

(4) Ibn^Batoutah, op. cit., voi. IV, pag. J87. 

{H) Addummi, dattuli (fi /a ^iummara, canV>(a«. Pasqualino, Z)iz. sic. s. h. v. 
La spiegazione, Cariotae, è un error manifesto, essendo la palma cariota di 
tutt'altra natura. 



366 IL LIBRO IUrTOIIffO ALLE PALME 

di palina selvaggia della Guinea, ed in dummulo (dimiouitivo di 
dnmmo) usalo una volla ad indicar la slessa cosa In Ispagna. Ed 
il Vocabuli^la, sopra citalo, clic riporta la lingua arabica inlesa nel 
sec. XH-XIII nella della penisola, accanto al giumàr^ meUe il dauin 
(fj^) come rispondente a! vocabolo palma. 

lìla qui è a riflettere, che il dum non è propriamente la chamae- 
rops liumilis, né Talbero dicotomo, di cui sopra, ma sibbene una 
specie del borassus flabeUifonnis, come dice Forskal. Quest'ultima 
pianta, forse la più estesa in lutto il mondo, il di cui frullo è rite- 
nuto come unico alimento in moltissimi paesi di cui il succo, combi- 
nato e manipolato in mille modi, dà luogo a molti prodotti fra i quali 
il toddy; che diede origine probabilmente al primo zucchero {candì 
^jjlJ) in tutta TAsia; di cui le foglie servirono da tempi antichis- 
simi, e servon tuttora, ad uso di carta a quegli abitanti (l); è di- 
Tersa dalla cameropc, e pare, che qui in Sicilia non si sia per lo pas- 
sato mai conosciuta. Ma il frutto e le foglie hanno molta simigliania 
per le loro qualità con quei della camerope, e con questi un oc- 
chio poco attento e poco osservatore avrà potuto confonderli. Noi ab- 
biam visto, come gli Egiziani, secondo ChampoUion, chiamassero dum 
il frutto della hyplienac: per la slessa ragione, e quindi a supporre, 
che gii Arabi venuti in Sicilia abbiano chiamato duni il frutto della 
cameropc, che a quello si assomigliava da loro molto conosciuto. 
In questo modo i quattro termini volgari avrebbero indicato fra noi 
la stessa pianta o le sue parti: Tuno latino scuparina, un secondo 
arabo-afTricano (jiummaray un terzo greco ciafagghiuni, ed un ul- 
timo arabico adiiammi. 

Che ch^' voglia pensarsi di ciò, questo frutto poco gradito al sapore, 
che la coltura de* terreni, sempre crescente, espelle ogni giorno dal 
nostro suo!o, era molto conosciuto dagli antichi per le sue qualità 
stitiche ed astringenti che T accompagnano, e per quella, in parti- 
colare, di esser molto adatto ad venerem tum excitandamy twn 
augendam. Di esso faceasi un discreto commercio, e dalla Sicilia 
ancora mandavasi in Roma pei giorni comandati di digiuno; Pon- 
ti flcalibus jejuniis (2). 

Questa sorta di palma dovea essere un tempo molto estesa in Sicilia. 
Diverse monete ne portano rimpronta,come quelle diErice, Gamarìna, 



(!) Seemann, op. cit., pag. 100 e segg. 
(2) Vedi lo Scaligero nelle note a Teofrasto. 



IL LIMO IKTOAKiO ALLK PALME 361 

Segesta ecc. (1); e sopra abbiam visto i Fenici coniar le medaglie di 
Hozìa coircITigie di questa pianta, peculiare a quell'isolotto. Da essa 
trasse anche il suo nome , or son pochi secoli, la città di Palma 
(nella prov. di Girgenti) ; dappoiché veniva ediQcata nella parte 
meridionale dcirisola, in un luogo vicinissimo alla spiaggia, e tutto 
occupato da queste piante silvestri (2): e probabilmente anche palme 
(di cui sopra pag. 348) detto palmello da palmula, palmviiuiìì, 
nome più rispondente a quello di tamaricio. 

È qualità peculiare alle palme quella di servire a diversi usi 
domestici; e noi sopra abbiam visto, commesse sieno la ricchezza de* 
popoli tutti, cui ogni singola specie viene assegnata. Tutte quante, 
senza eccezione, sono utili per le loro foglie; che nella forma na- 
turale, macerate nelFacqua, colle loro resistenti fibre servono a 
formare arnesi di ogni sorta. Né la camerope fa eccezione a questa 
regola. Per vari fornimenti ed utensili , che altrove colle foglie 
della palma venivan costrutti , qui si adoperò la fine foglietta del 
palmisto: e primo fra tutti la scopa, donde la palma ebbe il nome 
di scuparina. L*.uso di essa è antichissimo, ed il commercio ne era 
esteso dalla Sicilia per tutta Tltalia, come è oggi limitato alla città di 
ffapoli. La stessa fogliolina è servita sempre, come tuttora, a fabbri- 
car funi e cordami diversi : le quali funi grosse o sottili han dato ori- 
gine al nome di molli arnesi intessuti, come la goviena (3), la la- 

(1) Pr. Lenormant (Notes sur quelqius représentations atUiques du Cha- 
maerops kumilìs, i856), che ricorda la camerope nelle medaglie di Cama- 
rina e di Segesta, crede di trovarla ancora in alcuni vasi dipinti, unita- 
mente alle spighe ; ed esprime l*idea, che colfantitesi di questi duo pro- 
dotti della terra, avesse voluto farsi rilevare il benefizio deirintroduzione 
del frumento in quest'isola; la quale, non avendo altro in principio che il 
palmisto, priva si era di quello, ed al tempo stesso dei misteri dì Cerere. 

(8) Amico, Lex. top. Sic,, s. h. y. 

(3) Gomena, sic. gumina, ò lo stesso che a ; »d e ò>j^^^ voci usate nello 
ilesso senso nell'Affrica. La gomena fu un tempo quella corda, fatta spesso 
di palmisto, che serviva a tenere legata alla terra la piccola barca; e indi 
servi a dinotare le grosse funi, e quelle deiràncora in ispecie. La sua e- 
timologia presenta qualche difficoltà. Pare sia venuta a noi dalla parola 
arabica qui ora delta; ma è da considerarsi che questa non appartiene alla 
lingua letterata, bensì alla volgare, e che non si saprebbe far derivare da 
alcuna radice conosciuta. È quindi a ritenersi probabile, che dai Greci 
sia passata questa parola agli Arabi, e poi a noi, o anche, se vuoi, diret- 
tamente. La fune delle barche, e quella deiràncora specialmente, fu detta 
e dicesi tuttora capo. Questa parola nel suo diminuitivo sembra abbia dato 
àreh. Stor. Sic, anno I. 41 



368 IL LIBRO Ilf TORNO ALLB PALMB 

para (1), la natia (2) , la gassira (3), la coffa (4), lo zimmi- 



anche origine al frane, ed ingl. cable, meglio che far. iJLa. che pare sem- 
bra cosi simigliarne. Capo dicesi perchè regge la barca intera, che in essa 
fune trova la sua testa , il suo regolatore. A capo corrisponde nel greco 
^)You(uvo«, parola usata molto nei bassi tempi: e quindi è molto credibile che 
dai Greci, che tanto si distinsero nell'arte navale, questo capo, o fune, que- 
sta guida deiràncora, fosse stalo chiamato Egumeno, ^f^óyn^o^, ed in que- 
sta forma sia passato ancora ai popoli marittimi deirAITrica. Da questi po- 
poli sono venute a noi voci non poche riguardanti le navi, che nella gomena 
trovavano il loro capo: e senza parlare di quelle più che dubbie, come bar- 
ca, fregata, brik ecc. è certo che da loro vennero le teride jj J o tarlane, 
le feluche ^jiS^, le corvette o caravelle, xotpa^, w^, gli sciabecchi, da 
>,ìX^, ecc. La perdita della e, cioè la y) in :^YoufAEvoc è molto facile ad ac- 
cadere, ed un esempio ci mostra che sia accaduta. In un diploma Arabo 
inedito della Chiesa di Cefalù (che si trova nella raccolta da me fatta dei 
diplomi Greci ed Arabi di Sicilia, raccolta che ben presto vedrà la luce) TE- 
gumeno, cioè TAbate, è detto ^j^^ portando lo stesso nome della gomena» 
cioè del capo deiràncora. 

(1) Tafara, voce siciliana indicante il piatto della bilancia, formato di 
vimini intessuti, di fogliolini di palmisto, ed adoperato tuttora dairultima 
classe del popolo. Tafar\a era usato ad indicare una cestella, e tafferia si 
trova anche nella lingua italiana nello stesso senso. « Veggo turcbescbe 
tafTerìe di drappi e tele piene i (Buonarroti, Fiera, giorn. 5% at. 4, se. 4). 
Potrebbero queste voci tutte derivar da ji.NO dhafara, canestro, cesta ecc. 
In tutti i casi la lettera / si vede in jy^, vaso con manico, s^^^J» vaso ( Va- 
cabulista in arabico, s. h. v.) ed In Ljj^^ tabaria che secondo Cherbon* 
neaa (Joum. AsiaL, 1849) signiflca vaso a due anse. Quest* ultima parola 
ci ricorda il tabarè (di cui però non è a tacere l* identità di significato 
col frane, cabaret) vassojo a due anse, simile alla tafferia ora detta. Se 
volesse mai ammettersi una comunanza d* origine alle due parole, si po- 
trebbe spiegare il mutamento delle lettere ia in é coiresempio di canapi, 
voce come pare venuta dagli Arabi (non altrimenti che sofà e dloano), da 
cannabia 'L.^^ sedia, anziché di palmisto, rivestita di canape. 

(2) Natta, stuoja, deriva, come è saputo, da ^. Essa è formata spesso, 
come lo era il ^Jai, di palmisto intessuto. 

(3) Gassira deriva dalFarabico g^ . vì ^ ; runa e Taltra voce significano 
stuoja, la quale è oggi, come lo era prima, spesso intrecciata coi foglio- 
lini del palmisto. La parola è interamente siciliana, e non potrebbe d'al- 
tronde che dall'arabo ripeter la sua origine. 

(4) Coffa è lo stesso che cofano, cophinus, x(^>ivoc, ed in arabo 'LL3, kuffu. 
Questa voce non può asserirsi di essere esclusivamente arabica, apparle- 




IL LIBEO iNTOBlfO ALLE PALME 369 

li (1)> ecc. I Saraceni ci insegnarono il modo come servircene; o me- 
glio, Fuso grande ch*essi ne fecero fu tramandato a noi colla cosa, e 
coi nomi ch*essi tì aveano attaccato. L'utilità di questa pianta non 
cessa né anche colla morte, e come dalla procera palma-dattero, 
fuomo cava legno per costruzione e legna da ardere, cosi dalfumile 
palmislo trae Tingrasso tanto utile ali* agricoltore, che è uso colle 
sue ceneri a debbiare la terra (2). 

{siegue la Parie III) 

Salv. Cuba 



nendo al latino ed a molte altre lingue; ma io son d'opinione che essa, 
indicante un arnese fatto spesso di palmisto intessuto, sia venuta a noi 
In questa forma dagli Arabi. Soventi fiate si osserva che una parola 
greca, o latina, sia passata a noi ed agli Arabi al tempo stesso ; ma che 
noi , per la lunga dominazione dei Saraceni in Sicilia , abbiamo rite- 
nuto la forma da questi ultimi adottata. Cosi, per addurre esempi conge- 
neri, noi abbiamo trivigghia (scopa per spazzare Taja) dal S^^ ^^^' 
bico, anziché dal tribulus latino : cosi abbiamo di$a, ampelodesmo, dal- 
l' arabo Lj^, quantunque Tuno e l'altro sìeno derivati dal Bim^, legame, 
Ugama. 

(1) Zimmili indica le due bisacce che si mettono sulla bestia da soma, 
ad uso di trasportar legna ecc., ma più spesso il fimo. L'etimologia è pu- 
ramente arabica, conservata in tutta la sua pienezza di voce e di signi- 
ficato. In arabo viene scrìtta in differenti modi J^J, Jt^Hj ecc., ma 
quasi collo stesso suono, zimt/, zimbil ecc.; sulle quali varie voci si trat- 
tiene molto Abu-Hàtem, come si vedrà nella parte HI del presente lavo- 
ro. Il suo significato pare derivi da Jj j fimo; nel qual caso si osserve- 
rebbe un uso non interrotto da molti secoli, di trasportare, come oggi tut- 
tora si pratica, il fimo in queste bisaccie, simmt/i, tessute di palmisto. 

(S) Debbian, abbruciare sterpi e ristoppie, arbusti ed altro, onde colla 
loro cenere venga preparato il terreno. Questa voce deriva certamente da 
dtbbiOf e debbio dal lat. dabula. Dabula, ci dice Plinio, era una sorta di palma, 
cosi chiamata dai naturali dell'Affrica. E J^<> iti fatti ehiamansi alcune 
piante salsuginose che crescono nell'arena, come il Use, ^'Jsj\eY^\ 
specie di tamarice; ed il verbo Jj^, perciò, significa propriamente pre- 
parare il terreno col bruciamento di tali arbusti, tra i quali veniva com- 
preso il palmisto, pianta delle terre salsuginose. 



U mm ClTAUNl DI PIETRO WIIGfl 



i 



Circa gli avvenimenti di Sicilia tra la fine del XIV e il princi- 
pio del XV secolo tenendo in molto pregio gli Annali d'Aragona 
del Surita, Tinsigne Rosario Gregorio ricordava aver costui seguilo 
il suo connazionale Pietro Tomicli; e, a mostrare da quale ottima 
fonte avesse derivato i suoi racconti, trascriveva un diploma dato 
in Barcellona a 15 novembre i391, cosi concepito: 

« Nos Maria eie. et infans Marlinus etc. Dignum et debitum arbi- 
trantes ut illos reginalis clemenlìa congruìs rauniGcentiae preroiis 
prosequanlur, qui virtulis conslantia, fidelitalis decere conspicui ob 
acccptabilcm obsequiorum prestationem reginalis favoris gratiam u- 
berius promercntur; ideo gratis alTeetibus recensentes grata sorvi- 
lia per vos Fidclem scriptoreni nostrum Pelrum Thomae nobis exi- 
bila tam in regno Siciliae, ad quo prò negoliis noslris ter transfre- 
tastis, ac eliam transfretabitis nobiscum, et quae in futurum nobis 
praestabitis, dante Domino, poliora, de certa scieutia ac consulte 
damus ac concedimus vobis dicto Pelro Thome omni tempore vitae 
vestrae scribanias sive notarias sacrarum conscientiarum regis et 
reginae etc. (I) ». 

Questo diploma non si trova oggi ne* registri del Protonotaro, 
anno 1392, ni luogo indicato dal Gregorio. Ala, pur troppo, quei 
registri hanno in addietro sofferto delie trasposizioni e delle per 
dite. Ed è da supporre che a* suoi tempi il Gregorio, anziché dal* 
Toriginale registro, lo abbia desunto (come la maggior parte degli 
atti da lui citali) dalia esemplazione fattane nel XVII secolo da An- 



(1) Considerazioni sopra la Storia di SicHia, lib. V, cap. 3, io notiu 



LA CRONACA CATALANA 371 

tonino Amico, così benemerito della diplomatica siciliana, e i cui 
manoscritti si conservano presso la Biblioteca del Comune in Pa- 
lermo. 

Secondo il riferito documento, Pietro Tomich sarebbe stato adun- 
que uno di que* secreti emissari, che, spediti d'Aragona, precedet- 
tero in Sicilia Tarrivo de' Marlin!: e, dopo tre viaggi fatti da solo 
nell'isola, si sarebbe accinto a tornarvi una quarta volta al sèguito 
de' Martini stessi, come loro segretario o anche come loro storio- 
grafo. Tale sembra, almeno, il senso che a\rebbe il Gregorio in- 
teso affiggere alla frase scriplorem noslrum. E, in premio de' pas- 
sati e de' futuri servigi, si sarebbero al Tomich concessi a vita i 
diritti e proventi cancellereschi indicati nel diploma. 

Dietro l'autorilà deirillustre pubblicista mio conipatriotta ebbi an- 
ch'io a ritenere la venuta e la dimora in Sicilia del cronista cata- 
lano innanzi al cadere del XIV secolo. Se non che forti dubbi mi 
sono entrati nell'animo, per non dire che mi trovo oggi indotto a 
respinger Tidea che nel riferito diploma si parlasse appunto di Pie- 
tro Tomich, l'autore della cronaca. 

nel difetto di precise notizie intorno a quest'ultimo, noi cono- 
scevamo soltanto (ma per semplice erudizione bibliografica) la esi- 
stenza di una edizione della cronaca del 153i : ignoravamo una 
edizione più antica, del 1319. L'una e l'altra però ebbero poco 
spaccio fuor della Spagna, e forse nella Spagna medesima: in Si- 
cilia il libro non fu visto da' nostri scrittori, che attinsero sempre, 
di seconda mano, agli Annali del Surita. Per quanto ci è dato oggi 
sapere, a cercarlo presso le biblioteche principali di Europa le più 
accurate diligenze tornarono inutili , e le più larghe esibizioni di 
danaro non erano giunte a procacciarne l'acquisto; allorché , sul 
nascere del passato secolo , quel dotto e venerando cultore delle 
cose patrie che fu Girolamo Settimo, marchese di Giarratana, eb- 
be indizio di un esemplare che ne giaceva negletto h*a certi vec- 
chi ciarpami della biblioteca de* Pailri Gesuiti in Caltanissetta. L'o- 
pera, ritrovata colà, pervenne sotto gli occhi dell'esimio magnate, 
che (a quanto p.ire) commise di copiarla e tradurla. E il lavoro fu 
condotto per lo meno terminato in Palermo durante quell'anno 
1719 che corse sì procelloso nell'isola per la guerra combattuta 
tra le armi del re Filippo V di Spagna e quelle dell'Imperatore 
Carlo TI d'Austria. 

Né la traduzione italiana, né la copia del testo catalano (proba- 
bilmente per le vertigini politiche e per la morte sopravvenuta dei 



372 DI PIBTRO TOMICH 

Settimo) furon date alle stampe; e rimasero sconosciute altresì fino 
al giorno in cui, trovandomi uno de* Deputali preposti alla Biblio- 
teca del Comune, mi fu, due anni addietro , offerto in vendila un 
grosso in folio ms., con legatura in pergamena, di carattere dello 
scorso secolo, di carte i26. Vi trovai, con sentimento di meravi- 
glia e di gioia , insieme al testo del Tomich la traduiione accen- 
nata; una breve avvertenza in principio, nella quale si dice dello 
esemplare scoperto e capitato al Settimo ; e nel frontispizio e in 
piedi della suddetta avvertenza lessi le iniziali del traduttore e la 
data: G. C. in Palermo, a primo marzo Ì1Ì9. Da siffatte iniziali 
non sarebbe facile argomentare a chi Ara i nostri uomini di let- 
tere in quel tempo possa attribuirsi il lavoro: chi sa poi per quan- 
ti e quali accidenti sia questo, di mano in mano, arrivato in potere 
di un rivendugliolo! Manco male che abbia potuto trovare finalmente 
il suo luogo nella Biblioteca del Comune, e ciò per Tinezia di dieci 
lire soltanto. 

Tra i mss. della Biblioteca va ora notato co' segni Qq G 91, e, 
nella parte del testo, reca il seguente titolo : 

Conquesles he istoyres dcls Gloriosos Reys de Araaò he Com* 
tes de Barcelona compilados per l*onorable Cavalier Mossen Pere 
Tomich dal principi del mon fins Vany i419. Estampafs en la 
noble ciuial de Barcelona per Mastre Juhan Rosembac Alemans 
a 20 del mes de febrer MDXIX ab permission del Bey. 

11 Brunet ha ignorato questa edizione, ma cita l'altra susseguen- 
te con tale indicazione: u Tomich (Mossen Pere) Bistorias e con- 
queslas dels cxcelleniissimos e Catholics Reys de Arago , e de 
leurs antecessores les comics de Barcelona, affegida la hiatoria 
del rey de Biapanya don Ferrando. Barcelona per Carlos Amo- 
ros Provencal a xij de mars any de mil. DXXXIIII. pie. in Ibi. 
golh. fig. in legno. E aggiunge l'osservazione: a Opera assai rara » (1). 

Sfuggita persino al Brunet, bisogna adunque considerare non solo 
come rara, ma più che rara la precedente edizione del f5l9. E 
possiamo tenerci ben lieti di possedere almeno questa copia a penna 
dovuta alla scoperta fortunata dei Settimo. 

Il testo esordisce colle seguenti parole : u Agi comencen les bis- 
toyres he Conquesles dels Reys de Aragò he Comics de BareelotM 
compilados por Vonorable Mossen Pere Tomich cavaUer, les qv/ok 



(1) Manuel de Ubrairie, t. 5. Parigi 1864, p. 880-81. 



LA CRONACA CATALANA 313 

irames al violt Reveren Archebisbe de Zaragosa ». Segue la de- 
dica al detto arcivescovo di Saragozza, Dalmau de Mur, nella quale 
lo scrittore si qualifica per « un petit servidor del noble he ma- 
gnifie baro Monsenyor 3lo8sen Benat Galceran de Pinos Yiscomtti 
Bilia he de Canel » fratel cognato dell* arcivescovo stesso , come 
marito alla di costui sorella donna Alonza do Hur. Loda il prelato 
qual principe di coloro che coltivano gli sludi storici nel reame 
Aragonese, e giudice competente a valutare e correggere il suo la- 
Toro: tf Vostra Senyoria la qual es lo cap de todos los htorials de 
a qìAest lìoyne a. Gli rassegna perciò la sua opera : a Io dil me- 
morial lo qual eslat fai en la Villa de Fraga el dehcn die del 
mes de novembre del any 1448 ». E il carattere delfopera stessa 
viene dall'autore a specificarsi così: i .Vemorinl de olgunes hystoy- 
res he fats anticlis, les qìials eh violls parls he oyfs Ite legiis par 
grada divinai a quelles hysloyreé he fals yo he retingiUs emprc- 
tas en lo men petit enleninient b. 

Abbiamo pertanto la indicazione certa del tempo in cui Topcra Tu 
tcrminaUi: il Ì4i8. E sifTatta indicazione parrebbe escludere la con- 
gettura del Gregorio che quel Pietro Thome o Thomae, di cui parla 
il diploma del l.'^OI, sia per Tappunto il cronista Pietro Tomich. 
il quale, supponendolo di non più che venticinque anni a quelFe- 
poca (e sembrerebbero pochi per le tre missioni politiche già adem- 
pite in Sicilia) ne avrebbe contato oltantadue al 1448: età troppo 
grave , da non rendere assolutiimente impossibile , ma abbastanza 
inverosimile la compilazione della cronaca. 

Abbiamo di più che il cronista si propone raccontare Tatti uditi 
e letti {oyfs he legiU) : e se Pietro Tomich fosse stalo davvero lo 
emissario, e poi il sogreUirio o lo storiograro de' Alarlini, quelli di 
costoro nell'isola sarebbero slati per lui falli veduti come ultore e 
testimonio. 

Si aggiunge un'altra considerazione : mentovando i gentiluomini 
venuti di Sardegna in Sicilia co* Martini, il cronista nomina fra gli 
altri un Francesco Tomic, probabilmente del suo stesso rasato, ma 
non tocca affatto di se. 

La cronaca (secondo 1* uso comune al medio evo) muove dalla 
creazione del mondo e dal diluvio : scendo a' figli di Noè. ad Er- 
cole, a' Komani, a* Goti ed a* 31ori : e quando enlra propriamente 
ne' successi della monarchia Aragonese , si diffonde a preferenza 
in notìzie di genealogie e di famiglie. Le liste de' nialrimont, con 
cui sogliono chiudersi i capitoli, si arrestano al Hl(>, data della 



374 DI PIBTRO TOMICH 

morte di Ferdinando 1 di Castiglia. E in quell'anno, a nostro a«- 
viso, terminava la narrazione del Tomicli. 1 due capitoli concernenti 
i regni di Alfonso e di Giovanni, fino al 1419, si sarebbero aggiunti 
dagli editori del 1319, come il regno di Ferdinando il Cattolico si 
aggiunse senza meno nella edizione del 1334. 

li re Giovanni successe al trono, per la morte di Alfonso, in mag- 
gio 1438. Il 10 novembre l4iH, quando presentava la sua opera 
air arcivescovo di Saragozza, Pietro Tomìch non poteva perciò avere 
scritto la. storia di (|ucirultimo regno, cominciato dieci anni e ter^ 
minato trentun anni più tardi. Inoltre nella materia, nella disposi- 
zione e nello stile di quir* due capitoli , che pro<*edono per salti 
e per cenni sommari, è lieve awerllre una dilTerenza da tutto il re- 
sto della cronaca, e riconoscere una mano diversa. 

Messa da banda la supposizione del Gregorio, resUi, in ogni mo- 
do , grandissimo il valore dei racconti per ciò che si attiene alle 
cose siciliane, specialmente tra il 1390 e il 1416. L'autore, se non 
assistè e non tramiscliiossi di persona a* fatti, putò in Ispagna averli 
raccolto da memorie recenti ed autentiche, e dalla bocca slessa dei 
vecchi che ne furono parte. 

Nella sua cronaca, quale oggi ci sii dinanzi nella copiatura del te- 
sto e nella versione italiana, possiamo spigolare particolarità e cir- 
costanze ignote finora perchè non passate negli Annali del Surita, 
perchè non risultanti dagli atti conservati ne* nostri archìvi, e per- 
che nessuno do* Siciliani curò di trasmettercele. Insomma, dopo il 
Hontaner e il d'Ksclot possiamo anche, tra gli scrittori della sua 
nazione, far capitale del Tomicli. 

L*ane(l loto di una torma di Catalani che, venuti per concorrere 
al gran loto d*impieghi e di feudi aperto da* Martini in Sicilia, ne 
andavano \ia dispettosi e scornali quando si avvidero non esservi 
più posto per loro ; il combattimento presso Palermo nella pri- 
mavera de! 1394 tra Bernardo Cabrerà sbarcato con rinforzi Ara 
genesi e Tielro Chiaramente fratello del defunto Andrea (qui sba- 
gliava il cronista, e deve per Pietro intendersi Enrico Chiaramente 
cugino di Andrea); il ratto del duca di Montblanc tentato da una 
galèa messinese durante 1* assedio di Catania ; le male opere dei 
consiglieri aragonesi, potentissimi in corte, che sforzavano alla ri- 
volta il conte di Agosla Guglielmo Raimondo Moncada: tutti questi 
ed altri curiosi ragguagli ci arrivano nuovi, ed accrescono vive pca- 
nellate a ciò che sapevamo di quel tempo. 

Rei mio schizzo isterico 1 QuaUro Vicari è n\Tenuto anche a me 



LA CBONACA CATALAHA DI PIRTEO TOMICH 315 

di cercare le notizie del Tomich a traverso la compilazione del Su- 
rita. 

Se mi si offrisse la occasione di una ristampa, avrei ora da ritoc- 
care e da aggiunger non poco, secondo il prezioso manoscritlo che 
si possiede dalla Biblioteca Comunale; come avrei a profittare ugual- 
mente deirimportante processo del vescovo di Catania, Fra Simone 
del Pozzo , del quale V egregio barone Raffaele Starrabba ha fatto 
dono a* lettori della presente Rivista. 

I. La Lumia 



Aréh. Stm*. Sic, anno h 48 



SAGGIO DI GIUNTE E CORREZIONI 



ALU 



WBUOGRAFIA SiaUANA 



DI GIUSEPPE M. MIRA (1) 



AVVERTENZA. 



Non si tosto ai di scorsi ebbi ietto i primi fascicoli delia 
Bibliografia Siciliana di Giuseppe Hi Mira, mi proposi di scri- 
vere alcune giunto e correzioni, coU'animo di riparare alle no- 
tevolissimo lacune che in quel Dizionario si rinvengono » le 
quali, come tutti ben sanno, piuttosto che alla poca diligenza 
dell'autore , son da porre a debito al genere del lavoro. Ma 
avvedutomi poi che la fatica non era lieve, e il disagio gran- 
dissimo, dovendo ritornare snlle stesse opere tante volte quante 
sono le lettere dolTabbici, bentosto me ne rimasi. A voler dare 
però un saggio di quei miei lavori, eccoti benevolo leggitore, 



(i) Noi avevam promesso di fare un accurato esame deiropera del Mira 
allorquando se no fosse compiuta la pubblicazione (v. fase. prec. a p. 2S3). 
Il progevoiissimo lavoro che qui pubblichiamo ci esonera dall'obbligo che 
ci eravamo assunti. Esso si deve ad un giovane molto promettente, for- 
nito di belle e svariate cognizioni, e delle cose patrie amantissimo. Noi 
Siam certi che ì. nostri lettori gradiranno questa pubblicazione che vieoe 
in certo modo a completare la faticosa opera del Mira. {Nota della Redatti 



AVVBRTBNKA 371 

le giunte e correzioni che alla sola lettera A si riferisooDO. 
Delle qaali, per dir brevemente, vo' che tn sappia che ai tre- 
ceutosettantasette scrittori citati dal Mira, altrettanti di presso 
ebbi ad agginogere, o perchè alni scouosciuti affatto, o perché 
di molti si tacea gran copia di scritti. E sappi inoltre che le 
notizie riguardo gli autori da me citati veaner tolte via in par- 
te dalle dottissime opere del Hongitore, del Hazzucchelli , del 
Narbone e da lavori bibliografici corsi lodatissimi dapertutto . 
e dal Mira avnti sott'occhi. Delle molto opere che tuttodì ine- 
dite si giacciono nelle nostre pubbliche biblioteche, quantunque 
il nostro autore ne abbia taciuta la più parte, non fo parola 
come di cosa troppo lunga per un Saggio. 

Giovami intanto credere, che il Mira fatto accorto delle man- 
canze corse nei primi fascicoli della sua opera, voglia d'ora 
innanti usare e maggiore diligenza nel registrar le opere, e non 
minore accuratezza nel tessere le biografie. Che se ciò non av- 
venisse, non sarei lonlano dal compilare una pia esatta Biblio- 
grafia Siciliana, la quale, secondo ne ho formato il concetto, ab- 
braccerebbe quattro grossi volumi in ottavo. 

Valga per ora questa mia breve fatica a rendermi benevolo 
il discreto lettore; cui mi è dolce annunziare l'amore, la reve- 
renza e la gratitudine ch'io professo ai valentissimi Prof. Ugo 
Al Amico, Sac. Isidoro Carini, 8ac. Antonino Pennino, e 8ac. 
Vito Yaccaro, i quali chi più, chi meno, mi sono stati generosi 
di loro gentili aiuti e preziosi consigli. 

Palermo, 25 settembre 1873. 

GiosBPPi Salvo Cozzo. 



318 SAGGIO DI GIU5TB B COElBIIOm 



ABBADESSA (Francesco). 

I. Progetto d' illamiDazioDe a gas di resina da eseguirsi per 
la città di Palermo dalla Compagnia Giuseppe Baccarich di 
Marsiglia— PoZermOy tip. di Francesco Lao, 1853, in-4.^ 

ABBADESSA (Paolo) da Messina , poeta e traduttor valentissimo 
morto di tisi nell'anno 1578. Oltre le versioni dell'Iliade e del- 
r Odissea di Omero e delle Metamorfosi d' Ovidio delle quali fa 
parola il Mira , abbiamo anche dell* Abbadessa la traduzione del 
Ratto di Elena di Coluto Tebano, che manoscritta conservasi in una 
biblioteca di Napoli (1). 

I. La Iliade d'Omero in verso molto — JPsrugia, 15529 in-8.^ 

Il Mira oltre Tedizione di Padova del 1564 dedicata a Domenico Ra- 
gnina letterato fiorentino e compare delFAbbadessa, cita quest'altra 
di Perugia dell'anno i$52, la quale vien dal Samperi ricordata (2). 
Avendo noi però consultati il Mongitore (3), il Mazzucchelli (4), 
il Maittaire (5), l'Haym (6), il Paitoni (7), il Zeno (8) ed altri va- 
lenti scrittori di bibliografia, troviamo che non fanno ricordo di quella 
edizione. Arrogi che il cbiariss. Ab. Gaspare Uossi nella Bio^a/la dei 
letterati Siciliani (fase. 1, pag. 2) dice, che dalla prefazione posla al- 
l'ediz. del 1564, apertamente rilevasi come sia stata questa la prima- 



(1). V. un art. di Giuseppe Grosso Cacopardo nello Spettatore Zaneleo 
del 22 gennaro 1834. 

(2) Messana illustr,, tom. I, lib. VI. 

(3) Biblioth. SicuL, tom. 2, pag. il9. 

(4) Scrittori d^Italia, voi. 2, part. I, pag. 21. 

(5) Annales typographici. 

(6) Bibliot. Ital., Milano 1803, tom. 2, pag. 195. 

(7) Bibl dei volgarizzatori, tom. Ili, pag. 75 e 177. 

(8) Note alla Bibliot. ital. del Fontanini, tom. 11, pag. 257. 



ALLA BIBLIOGRAFIA SICILIANA 319 

ABBATE (Antonio) Oltre le due opere citate dal Mira, abbiamo: 

I. Il Venerdì Sauto del 1849 in Catania — Poema ia sei canti 

— Catania, tip. cU Crescenzio Galatolay 1864, iu-12.* 

II. Discorso prounnciato nella gran sala del palagio di città, 

ove in occasione della festa dello Statuto, si distribuirono 
premi alla scolaresca ed ai militi vincitori del tiro al ber- 
saglio Nazionale — Catania, tip. Antonio Pastore^ 1865 , 
in-16.* 

HI. Napoleone il Grande— Poema tragico — Catania, tip. di Eu- 
genio CocOy 1872, iu-8.^ 

ABBATE [Benedetto) Insigne giureconsulto nato in Palermo nel 1685. 

I. Discorso sopra la proibizione della dote di paragio e della 
vita milizia nel feudo nuovo— Paterwo, 1741, in fogl. {senza 
nome di stampatore). 

ABBATE [Domenico). Abbiamo di lui alle stampe: 

I. Cenno necrologico del dottor Giovanni Prniti — Palermo, nella 
tip. d^Asaro, 1851, in-8.* 

Ih Cenno necrologìco di Vincenzo Barbagìovanni — s.l. e n. t. 

ABBATE [Francesco). 

I. Introduzione allo studio delle pietre intagliate del si^rnor A. 

L Millin. Versione dal francese — Palermo, tip. Solli, 1807, 
in-8.* 

II. Prospetto commerciale della Sicilia. 

Si legge nel Jones de Bristol: Metodo nuovo e facile pei libri di com- 
mercio — Pa/ermo, 1817, in fogl. 

ABBATE [Giuseppe), Ha pubblicato le seguenti operette : 

I. Canzone al naturalista Francesco Ferrara. 

Si legge a carta 45 del libro intitolato: Omaggio dei Palermitani al 
professore naturalista Francesco Ferrara in occasione di sua par- 
tenza per Catania — Palermo^ stamperia di Garofalo, 1840, in-8.^ 

II. Dna lezione sul diritto pubblico siciliano del Di Gregorio. 

É naWOreteo, giornale di utili conoscenze e letteratura --Palermo, 1840, 
an. II, voi. Il, pag. 17. 



380 SAGGIO DI GIUlfTB B COMtBZIOIII 

ABBATE [Onofrio). Oltre gli scritti citati dal Mira, abbiamo di lui: 
I. Cenno biologico di Samuele Hahneman. 

È nel Di Blasi, Annali di medicina omiopatica, voi. V. 

Ih Ci 8iì et; 4>6p^apocv. 

É a pag. 61 del libro intitolato: Omaggio a Francesco Ferrara— Ai- 
Unno, 1840, in-8*. 

III. Discorso sulla etimologia delle lingue. 

É ni-ìiVOreteo, nuovo giornale di utili conoscenze e letteratura — IVi- 
lermoy 18&0, anno II, voi. Il, pag. 49. 

IV. Sui lavori artistici di Giovannina ed Isabella Sampolo. 

É nello stesso Giomaley anno 11, voi. II, pag. 93. 

V. BiograOe di Vincenzo Riolo e Gian Filippo Ingrassia. 
Nello stesso Giomaley anno III, voi. III. 

VI. Caserta — Canti tre — Napoli, tipogr. di Serafino Prested, 

1844, iu-8.' 

ABBATE (Stefano) nato in Palermo a 1 luglio 1661, e morto in Honu 
a 7 marzo 1730, fu teologo, canonista e giurista. 

I. Squittiuio delle discolpe di pochi vescovi della Fraucia che 
non vollero accettare la costituzione di Clemente XI, la quale 
incomincia: « Uniffeniti4S Dei Filius • —Colonia, presso Set' 
vazio Noènte, (falsa data) 1719, iu-4.* 

In quest'opera l'autore divide in tre classi i sopraddetti Vescovi: 1* di 
quelli che non pubblicarono la noentovata Costituzione; 2* di quelli 
che ;ipertamente se le opposero; 3* di quelli che si appellarono id 
un altro Concilio. Ivi si addimostra Tinappellabilità e rinfallibilità 
delle Costituzioni della Santa Sede in materia dogmatica, eziandio 
fuori del Concilio, e prima di essere le medesime accettate dalla 
Chiesa (1). 

ABBATE {Tommaso). Conosciamo di lui alle stampe: 

I. Il pianto votivo per Dorotea Fardella dei Duchi di Camia in 

Cottù — Pakrmo, Tip. di Giovanni Fedone, 1838, in-8.* 

II. Versione in italiano dell'Ode greca di Onofrio Abbate, a Fran- 

cesco Ferrara. 



(1) V. Rossi, Biogr, dei LeUeraH Siàl., pag. 12. 



ALLA RIBLIOGRAFIA SICILIANA 381 

Si legge a pag. 63 del libro iuUlolalo: Omaggio dei Palermitani al pro- 
fessore naturalista Francesco Ferrara, in occasione di sua partenza 
per Catania — Palermo, stamperia di Garofalo, 1840, in-8.* 

ABBATE (Tornmasn). Ha dato alle stampe: 

I La Sicilia e le tre luogoteDenze — Rassegna critica — Torino, 
1861, in-8.« 

II. Riordioauienlo dei bilauci dello Stato, e riforma economica 
nel sistema delle imposte — Progetto— Tortwo, 1862, in-8.* 

ABBATE e MIGLIORE {Salvatore), 

I. Snida per la città di Palermo — s. L e n. t. in-8.^ 

II. Storia della signora Crozza di morto — 5. /• e n. U ìd-16.® 

in. Gli ex-ministri della rivoiazione siciliana del 1848-49 — Fa- 
termo, 1849, iD-ie.^" 

lY. Annuario generale del commercio e deirindnstria della ma- 
gistratara e deiramministrazione, approvato dal R. Governo 
con ministeriale del 26 febbraro 1853*— Pa2., 1853f in-12.<^ 

y. L*astrologo, almanacco di Rotìlio Benincasa nato Fanfarric- 
chio per l'anno bisestile 1956 — Palermo, 1856, in-16.* 

VI. Il Coltivatore, almanacco siciliano per T anno bisestile 1856, 
contenente avvisi ai cacciatori, pescatori, agricoltori, orto- 
Ifini , giardinieri , fioristi e pastori — Anno P — Palermo, 
1856, in-la^ 

VIL Almanacco del contadino, contenente avvisi e pratiche di 
agricoltura — Pfltermo, 1856, in-16.* 

ABD-EL-WAHID, da Marocco, nato il 1185, dettò nel 1224 una 
Cronica intitolata : Maravigliosa critica sugli avvenimenti dello 
Occidente. Il testo venne dato fuori nel 1847 dal eh. Dozy. In un 
capitolo di questa cronica si discorre ben lungamente della pace 
fermata tra Guglielmo li re di Sicilia, e il califo almohadeAbn-Ia'-kub. 

ABBLA (Melchiorre) patrizio siracusano, dottor dell'una e dell'altra 
legge, fu nel 1745 giudice della Corte di Palermo, e nel 1755 giu- 
dice del tribunale del concistoro. 

1. Ragionamento per l'abolizione del nnovo ridotto dei tintori 
— FtUermOf presso Angelo FeUcella, 1746, in-fog. 



382 9AG0I0 DI GICHTB B COIBSflOin 

ABOS {Biagio) della Compagnia di Gesù, nato in Malta a 29 mag- 
gio 1711, e morto verso l'anno 1755, diede alle stampe: 

1. Orazione panegirica in onore della Madonna di Trapani — 
FalermOy 1752, in-4.« 

A BRAMO {Luisa) da Palermo, insegnante municipale. 

I. Per la distribuzione dei premi alle alunne delle scuole ele- 

mentari, magistrali e perfettive della città di Palermo per 
l'anno scolastico 1869-70. Discorso inaugurale letto \Wl geo- 
uaro 1871 —Falermo, tip. cU Cesare Volpes, 1871, in-8.* 

II. Cenno biografico di Oiovauua Aliiata e Valguarnera, princi- 

pessa di Gang] in Mantegna — Palermo ^ per Francesco 
Lao, 1872, in-12.' 

Abramo vincitore di quattro re — Breve dramma — Catonùi , 
1752, in-8.' 

ABRIANI {Paolo) scrittore di vaglia, Veneziano per patria, Vicentino 
per adozione. Diede alle stampe una molto pregevole : 

1. Vita di 8. Rosalia —/n Padova per il Crivellari, 1647, in-8.^ 
ABRIGNANI (Ignazio). 

I. Offerta a N. 8. Gesù Cristo — Sestine. 

Si leggono nel libro intitolato — Poesie per ia Passione di N. S. Gesà 
(/risto — Girgenti, presso Vincenzo Blandaleone, 1857, iu-8.^ 

IL Poche parole su di alcuni principali doveri del magistrato 
— Palermo, reale stamperia, 1850, in-8.* 

IH. Sul lavoro deiruomo pubblico — Discorso inaugurale pronun- 
ziato all'udienza del 5 gennaro 1858 nel tribunale di Tra- 
pani — Ivi, stamperia di &• Modica Bomano, 1858, in-8.* 

ABOSAiD-lBN-lBRAHlM detto il Maghrebino e il Siciliano, com- 
pilò un libro di terapeutica, del quale esistono duo codici ad Oi- 
ford ed a Parigi. Il primo s'intitola: Ausiliare alla guarigione di 
ogni sorla di morbi ed acciacchi; ed il secondo: Taccuino dei me- 
dicamenfi semplici. Il principio dell' Introduzione con le varianti 
dì due mss. si legge nella Bibliot, Arabo-Sicula , pag. 694 del 
testo. 



ALLA BIILIOGRAFIA SICILIANA 363 

ACCARDl {Antonino) da Caltagirone. 

L Theses metaphysìcae» qaas propagnat A. A. cathedram mo- 
derante sac. lacobo Boscari pabiico professore Logicae, He- 
taphysicae, Oeometriae et Algebrae io R. Stadioram Acca- 
demia CalatajeroDis — Co/Za^iron^, 1785, iu-4»^ 

ACCARDl. Ha dato aUe pubbliche stampe : 

h Naova gaida per poter parlare» leggere e scrivere la lingua 
italiana in pochi mesi con facilità ed espressione — Pa- 
lermo, tip. di Francesco Nocera, 1858, in-8»^ 

ACCARDO (Mariano) Giureconsulto , oratore e poeta , Oorì in sul 
principio del secolo decimosesto. Fu assai destro negli affari po- 
litici, opperò Raimondo Montauto vescovo di Cefalù seco il menò 
alle corti di Roma e di Spagna. Da una lettera da lui scritta ad 
Erasmo, ricaviamo com'egli sin dal 1516, per importanti commis- 
sioni, si fosse portato a BruiellAs. Fu segretario di Dgone Mon- 
cada viceré di Sicilia; e trovandosi la patria sua ammorbata dalla 
peste, ebbe a sostenervi la carica di prefetto delle armi. Fanno di 
lui onorevole ricordanza, oltre il Littara (i), il Mongitore (2), ed il 
Hazzucchelll (3), e più il celebre Erasmo, il quale in una lettera 
alFamico Guglielmo Budeo, così scrlvea: a Horum alter est Maria- 
nus Slculus , priscam illam gentis suae festivitatem referens , vir 
praeter eruditionem, candidissimo pectore piane ad amicitiam na- 
tus, cujus familiaritas mihi non mediocri voluptati fuit » (4).— Ab- 
biamo di lui alle stampe : 

L Lettere indirizzate a vari illustri personaggi. 

Una è diretta ad Erasmo, e trovasi nella Raccolta delle opere di questo 
nel tom. Ili, par. 9.* pag. 1591. Un'altra scritta da Valenza a Pietro 
Pipim si vede citata dal suddetto Littara, ed alcune si leggono fra 
quelle di Imcìo Marineo nel lib. V.— Vallifoleti, per Arnaldum Cui- 
lelmum Brocarium 1514, in-fog. 



(1) De Rebus Netinie, pag. 57, nel Thesaur, AntiquiL SiciL, tom. XII, 
Lugd. BaUv. 

(2) Biblioth. SieuL, tom. II, pag. 40. 

(3) Scrittori d'Italia, voi. I, par. I, pag. 31. 

(4) V. nel tom. Ili, par. f, delle Opere di Erasmo edlz. di Leiden^ 1703, 
in foglio. 

Arch. Star. Sic., anno I. 49 



384 8A60IO U eiDllTB B COIIBIIOin 

ACCIARELLI (Saverio) da CataDia^ gesuita, nato il 1* dicembre del 
1655 , e morto in Caltanissetta nel mese di settembre del 1702. 
Si ebbe fama di uno dei primi oratori del suo tempo, e con bel 
successo annunziò la parola di Dìo nelle Cbiese più ragguardevoli della 
Sicilia e in quelle di Malta. Dna Raccolta di Volgari Poesie in sua 
lode vedesi pubblicata dai Trapanesi (1) in occasione ch'egli pre- 
dicò nella loro patria nel 1695. Onorevole menzione ha fatto di lui 
il P. Domenico Guglielmini conventuale (2), e distinta notizia ce 
ne ha data il Mongitore (3), la quale è riportata per in intero nella 
Magna Bibliotheca Eccles. (1). 

I. La vera beneficenza ancor nelle disgrazie favorevole, sopra il 

patrocinio di S. Agata Y. e H. verso la città di Catania nel- 
l'occorrenza del terremoto dei 1693 — In Catania^ presso 
U Bisagm, 1698, ìq-4.« 

II. Il naoYO Nnme della fortuna colla vela della Sacra lettera 

favorevole ai Messinesi — In Messinay presso U Maffei, 
1699t in-4.' 

IIL Le delizie dell'amor Nazareno col coltivare in terra le pri- 
mavere del Paradiso. Diceria Sacra di S. Rosalia v. p. — 
Falermo, per Agostino Epiro, 1700, in-4.* 

ACCOLLA {Francesco). Abbiamo di lui alle stampe: 

L II suffragio universale: Lettere — iSiracM^a^ 1861, ìn-8.* 

ACCORDINO (Francesco). Alle tre opere citate dal Mira, aggiunge- 
remo: 

L Progetto per istabiiire nel suo comune un campo agrario mo- 
dello; una memoria che difende un tale progetto, ed un 
programma dì associazione al campo suddetto, con le con- 
dizioni analoghe —Pa/ermo, 1849, in-8.® 

IL Sulla necessità di migliorare l'agricoltura iu Sicilia — Po^- 
mOy 1849, in-8.* 

(i) Questa raccolta è intitolata : La Gratitudine Trapanese al tneritù dd 
M. R- P. Safferio AccianlU della Compagnia di Gesù, predicatore Quared" 
male del 1695. 

(2) Catania distrutta dal terremoto nel 1693, pag. 90. 

(3) Op. at. tom. 11, pag. 300. 

(4) Tom. I, pag. 50. 



ALLA BDLlOGRAnA SICILIANA 38S 

ili. Squarci delle lezioni di agricoltnra dettate nella R. Univer- 
sità di Messina — Parte prima — ilfes^a^ 1861, in-8.^ 

lY. Proiasione salla importanza deiragricoUnra, letta nella gran- 
de anla deirUniversità degli stadi di Messina il di 22 gen- 
naro 1863 — Jtfessma, tip. del CommerciOj 1863, in-8.* 

V. Orazione snila Concordia, per la ricorrenza della festa nazio- 
nale del 7 giugno li63— Messina, stamperia Ignazio D' A- 
micoy 1864, in-8.<> 

YL Squarci delle lezioni di agricoltura dettate nella R. Univer- 
sità di Messina — Parte seconda — Messina, tipogr. Igna- 
zio cTAmicOj 1865, in-8.® 

ACCORITI (Marcello), Il P. Alessio Narbone (1) cita di lui : 

l. Cenno storico di due operazioni di pietra, eseguite nell'anno 
1838 in Trof bfi — Messina, 1838, in-8.<' 

ACETO {Francesco). 

i. Osservazioni ad un articolo inserito nel num. 67 delle Effe* 
meridi, col quale si dava giudizio di alcuni opuscoli di Be- 
nedetto Castiglia — s.len.U in-8.® 

ACETO (Cav. Michele). 

I. Riflessioni sopra alcuni opuscoli — Falermo, 1839, in-8.® 

Si leggono nelle Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia, volu- 
me XXV, n. 67. Sono, a detta del Narbone, (i) un' acre censura 
degli Opuscoli di Benedetto Castiglia. 

AC! {Atanasio d'). Poco si conosce della vita di questo frate, tranne 
che nato in Aci, abbia pigliata la cocolla nella badia benedettina 
di S. Nicolò TArena in Catania. Scrisse nell'anno 1287, molto pri- 
ma perciò di Fra Simone da Lentini. La sua cronaca andò scono- 
sciuta sino al 1640; ed il primo che ne abbia fatta menzione fu 
Pietro Carrera da Militello nelle Memorie storiche di Catania. Co- 
loro che vogliosi sono di avere più esatte notizie di frate Atanasio, 



(i) Bibliografia Sicula Sistematica —Palermo, Ì8W-57, voi. Ili, pag. 246. 
(2) Op, Cit. tomo IV, pag. i76. 



.186 SAGGIO m GlDlfTB B COMUDEIOIfl 

facdaD capo all*avverteRza dell' Ab. Di Giovanni, messa avanti alle 
Cronache Siciliane dei secoli XIU , XIV, XV — Bologna, Roma- 
gnoli, 1865, in-8.' 

I. La vinata di In re Japicn a la citati dì Catania, scritta da 

In Patri Frati Atanasin di Jaci l'annn MCCLXIXVII. 

Di questa narrazione il Mira non cita che la prima stampa del 1760 
nella Raccolta dì OpuscoH di Autori Siciliani, e quella del Di Gre- 
gorio nella Biblioteca degli scrittori dei tempi Aragonesi. Venne 
però ripubblicata nel 1853 nel Giornale dell* Accademia Gioenia di 
Catania ; nel 1856 nel volume degli Studi Filologici dal signor Bion* 
delti, il quale condusse la ristampa sopra quella del Bentivegna, 
ignorando forse l'altra del Di Gregorio ; e nel 1865 a Bologna nel 
voi. XI della collezione di Opere inedite o rare dei primi tre secoli 
della lingua, per cura deiriiiustre Ab. Vincenzo Di Giovanni, riscon- 
trata di nuovo col codice Qq, D. 47, della Biblioteca Comunale di 
Palermo, e con le stampe sin* oggi fatte in varie raccolte. 

AGI [Principe di). Abbiamo di lui : 

1. Dilncidazioni al Parlamento, sopra nn articolo della costitu- 
zionale — Paterwo, 1812, in-8.* 

ACKERI (/. £/.) Diede alle stampe una importante dissertazione che 
riguarda Teocrito. 

I. Dissertatio de Cbaracteribns boni doctoris ad Theocriti Idyi- 
lion lllY—Ienae, 1705, in-4.* 

ACQUISTA [Salvatore) da Recalmuto. 

I. Saggio storico apologetico della vera patria di H. Antonio Alai- 

mo di Recalmuto — ^opo/i, dai torchi di Antonio Qar* 

rttccio, 1821, iD-8.* 

Se ne parla lungamente nel Giomate di Scienze, lettere ed arti per la 
Sicilia, voi. Lll, pag. 152. 

ACQUISTO [Benedetto d'). Sommo filosofo nato in Monreale nel 1795, 
e morto di colèra il 7 agosto 1867. 

L Prolusione alle sue lezioni di dritto naturale nella K. Univer- 
sità di Palermo. 

Questa prolusione data fuori per la prima volta nel 1843, venne ri- 
pubblicata nel 1844, con note di Benedetto Castiglia neìVOiservaton, 
giornale scientif. e letter., serie H, voi. 1. 



ALLA BIBLIOGRAFIA SICaiAIfA 

U. Saggio stilla necessità deirautorità e della legge — Fakrmo, 
Stabilimento tipogr. deW Armonia, 1856, ìii-4.^ 

IH. Prosa io omaggio al Cornili. Bianchini. 

Si legge nella Violittay Strenna Siciliana. Omaggio al Comm. Ludovico 
Bianchini per Fr. Saverio Tornese tipografo — Palermo, 1856, ìq-4.* 
Edizione di gran lusso di soli 25 esemplari ad oro a vari colori su 
carta lucida porcellana. 

ADAMI {Antonio), 

l. Poesie per le nozze di 8. E. il signor D. Ettore Piguatelli , 
Duca di Houteleonc, coll'eccellentissima signora D. Anna Ma- 
ria Piccolomini — 5. /• e n. U in-8.® 

ADAMO [Michele Maria). Abbiamo di lui alle stampo: 

I. Sulla vita e sulle opere di Leonardo Ximenes — Discorso — 
Trapani, Modica Momano, 1858, in-8.® 

ADAMO [Paolo). Il Taranto (1) cita di lui: 

I. Thetrasticou in landem Yincentii Littara auctoris Conradiadià 
— Fanormiy 1608, in-8.* 

ADAMO [Stefano) da Caltagirone. 

L Sonetti a D. Francesco Perremuto. 

Si leggono nel libro intitolato: Sonetti in lode di Paolo Francesco Per- 
remuto autore del e Conflictus jureconsultorum Inter sese discrepan- 
tium »— Palermo, 1662, in-fol. 

ADELFIO [Giuseppe). Dottore in medicina. 

L Orazione funerale in lode del fu dottore in medicina D. Gae- 
tano Aversa , insigne accademico della R. Accademia dei 
medici, e nell'istessa recitata a 13 aprile 1761 — /n Fa- 
termo, presso Angelo Felicella, 1761, in-4.* 
L'orazione funebre è preceduta da alcuni Sonetti delPAdelfio medesimo. 

ADONIO [Natalizio) (Giuseppe DI Voglia, cavaliero palermitano). 

!• Lettera a Hesser Fulvio nella quale viene difeso Palermo dalle 
calunnie di D. Ferdinando Gomitoni — Venezia, 1649, in-8.® 

(i) Bibliogr. Catalina — Caltagirone, 1871, in-8.* pag. i58. 



388 SAGGIO DI GIUNTE B GOllBZIOlfl 

ADONNINO [Andrea) nacque in Messina da nobile famiglia nelfanno 
1639. Non è vero che s'ignori T epoca di sua morte, come dice 
il Mira, dappoiché è noto che finisse di vivere in sua patria nel 
mese di febbraro delfanno 1721 (1). 

I. Rime in lode di Carlo Maria Carafa prìncipe di Boterà. 

Si leggono nel libro intitolato : Istruzione cristiana ai Prìncipi e refi^ 
e via sicura dsl cielo, — Altre Rime del medesimo, come avverte il 
Mongitore, si trovano sparse di qua e di là. 

ADORNO {Sac. Basilio], 

I. Orazione funebre del fu parroco in Ficarazzi D. Andrea De- 

Oregorio da santa Lucia in Sicilia. — Palermo, ufficio ti' 

pografico di Salvatore De Luca, 1863, ìd-8.* 

Questa orazione funebre, dedicata al defunto monsignor Naselli, venne 
data fuori a spese dei fedeli di Ficarazzi. 

ADRAGNA-FIORENTINO (Giacomo) da Trapani. 

I. Nuovi fatti e ragioni, comprovanti la non esistenza deli'elen- 

fatiaco contagio. — Memoria. 

Questa memoria si legge nel Giom. di Scienze, lettere ed arti per la 
Sicilia, tom. XXXVII, pag. 148, 253, e tom. XXXVIII, pag. 17 e segg. 

II. Ricerche analitiche sulla natura delle acque termali di Se- 

gesta e loro medicinale applicazione— Trapani, Mannoni, 
e Solina, 1830, in-8.' 

Queste ricerche furono scritte unitamente a Giuseppe Lorobardo-Gia- 
calonc. 

III. Lettera critica suir analisi delle acque termali Segestane 

eseguita da Antonino Puritano — Trapani^ tipogr. di Pie- 
tro Colajanni, 1838, in-8.® 

Anche questa lettera va accompagnata dal nome di Giuseppe Lombar- 
do-Giacalone. 

AEZIO, medico siciliano mentovato dal Tiraquello, (2} il quale scrive 
che ex illius et aliorum libris excerptus est, liber de atra bile qui 
Galeno ascribilur. Il Mongitore, (3) citando il Tiraquello, afferma 



(i) Rossi Gaspare, Biograf, dei Letter, Sicil., pag. 36. 

(2) De nobilitate, cap. XXXI, pag. 238- 

(3) Bibiiot. Sicula, tom. I, pag. 7. 



ALLA IIBLIOGRAFIA SlCILIAIfA 389 

che rAezio abbia scritto un libro, De atra bile sive malanchonia ; 
il qual libro trovasi fra gli spurii di (lalcno a car. 114 deiredi- 
zione di Venezia presso i Giunti, 1586, in fog. Aggiunge il me- 
desimo Mongitore, ritrovarsi pure tra le Opere del Galeno a car. 19, 
un trattato con questo titolo : Gcdeni attributns liber de Dynami- 
diis censura, liber magna ex parte ex Aetio desumptus , errori- 
bìis tamen plurimis scatens. Se questi però sia il nostro Aczio, o 
quel di Amida, città della Mcsopotamia, medico ancli'egli assai ce- 
lebre, ed autore di un Compendio di medicina, più volte pubbli- 
cato nella traduzione latina di Giano Cornaro, non sappiam dav- 
vero. 

AFAN DE RIVERA (Pietro), nato sul mare, battezzato a Marsala. 

I. Memoria sulle manovre di forza che occorrer possono per io 
maneggio e movimenti delle macchine d'artiglieria— x1fes« 
Sina, 1792, in-4.* 

e La divisione degli affasti, così scrivo 1* A. nella prefazione , mi ha 
dato luogo a dividere quest'opera in tre parti; ed io non ho volato 
avventurare di dare alla luce la seconda e la terza parte, senza ve- 
dere qaale incontro avesse la prima. Contiene adunque questa prima 
parte le manovre tutte della capra, le manovre degli affusti di di- 
fesa, e quelle dei cannoni trasportati per lo recinto di una piazza 
dandosi una idea dei modi più comunemente usati ». Le altre due 
parti, per quanto noi sappiamo, mai non vennero alla luce. 

AFFLITTO (Matteo d') nobile napoletano. 

L Commentaria in tres libros fendorum— Fe;n6^iis, 1534, ìn-fog. 

— Lugduni, 1548 e 1560, in-foU — Francoforte , 1608 e 

1629, in fog. 

e Diamo posto a quest'insigne feudalista —ripetiamo col P. Alessio Nar- 
bone (i) — perchè ha maneggiata da maestro una materia tutta pro- 
pria del nostro paese, dove regnò la feudalità dai tempi normanni 
fino ai nostri ». 

AFFO' (Ireneo), Uno dei più eruditi scrittori del suo secolo. Benché 
non siciliano, diede alle stampe : 

L Memorie deliri Viti di Donna Ippolita Gonza^'a Dochessa di 



(i) Op, cit,, tom. Il, pag. i96. 



390 SAGGIO DI GIUNTE B CORBBZ109II 

Mondragooe. Ediz. seconda migliorata dali* aatore — Qua- 
stalla^ per Salvatore Costai 1781, io-8.* 

Qaesle Memorie veaDero primieramenle mosse alla laee nel tomo VI 
della Raccolta Ferrarese di opuscoli scieAtifici e lelterarii — Venezia, 
nella stamperia Coleti, 1180, iQ-4.® — Havvi qaalche scrittore il qua- 
le erede che la Gonzaga sia nata in Guastalla; però il dìligentis- 
Simo Affò afferma aver ella avuti i natali in Sicilia; ma non indica 
la città precisa, pel dubbio se sia stata sua patria Palermo o Mes- 
sina. 

AGATONE Pontefice. Dn lungo ed esatto esame intorno alla patria 
di lui venne fatto dal Mongitore (1), e più dal dotto can. Scavo [ì], 
i quali convengono che il pontefice abbia avuti i natali in Paler- 
mo (3) : e ciò in discordanza di quel che ne scrivono il Ciaoconio 
che lo volle nato nella valle Siculiana di Abruzzo ; il MarafiotI , 
TAoeto ed il P. Elia Amato (4) che il fanno da Reggio di Cala- 
bria ; ed il B )nfiglio, che nella Storia siciliana, a Catania Tatirì- 
buisce. Vuoisi da taluni che il nostro Agatone abbia professato nel 
Monastero di S. Ermete di Palermo, o S. Giovanni degli Eremi- 
ti (5), il quale fu uno dei sette celebri chiostri eretti da S. Gregorio 
Magno, (sei in Sicilia ed uno in Roma) per aprire, come bene os- 
serva r Amari (6), un asilo nellisola ai profughi italiani, che ve- 
niano a cercarvi rifugio sin dal 576, allorché i Longobardi correan le 
Provincie di mezzo della Penisola (7). Nel 678, secondo alcuni, nel 
679, secondo altri, fu Agatone innalzato agli onori della tiara; e 
siccome allora la Chiesa era fortemente travagliala dair eresia dei 



(i) Op. eli., tom. I, pag. 8. 

(2) Disseriazione storicodommaUca della patria, sanlità e dottrina delpon' 
te/ice S. Agatone — Palermo, i75i, in-8.** 

(3) Gel dice apertamente il Pontificale. 

(4) Nella sua Fantopologia Calabra, pag. 336. 

(5) CIÒ si crede rilevare da una lettera di S. Gregorio alfabate Urbico 
la quale è nel Cod. Dipi. dipi. 134, Gregorius Urbiea abbati monasterii s. Ber- 
metis, quod in Panormo situm est. Gli concede di annoverare Agatone fra 
i suoi monaci, quante volte la moglie di lui si piacesse ritirarsi dal mondo. 

(6) Storia dei 9lusulm. voi. I, pag. 24. 

(7) Sul Monastero di S. Giovanni degli Eremiti, vedi anche un erudito la^ 
vero del dotto Sac. Isidoro Carini, pubblicato a pag. 61 del fase. I, di que- 
sto Archivio Storico. 



ALLA BIBLIOGRAFIA SlClLIAffA 391 

Monotelitì, convocato egli in Roma un numeroso Sinodo, condan- 
nò questi nell anno 680, e spedì suoi legati al VI C incilio gene- 
rale tenuto in Costantinopoli, con lettere all'imperatore Costantino 
ed a quei Vescovi, per condannare gli Eretici di quello parti. Finì 
sua vita a 10 gennaro, o, come altri vogliono, a 10 giu'^no del 682; 
(il Baroniò lo dice morto a 9 luglio 683) e fu sepolto in Roma 
nella basilica dì S. Pietro, ove leggesi una ben lung;i iscrizione , 
riportata per intero dal citato Mongitore. Vi^ne annoverato Aga- 
tone fra' Santi e fra gli Scrittori ecclesiastici : epperò di lui fanno 
onorevole ricordanza tanto gli autori delle vite di quelli che di que- 
sti, e tutti coloro che han tessute le biografìe dei pa i, e la storia 
ecclesiastica di quei tempi (1). Di lui abbiamo allo stampe: 

I. Epistolam ad Costantinnm hnperatorem. 

Questa lettera, ch*ò alquanto lunga, si legge nella Raccolta dei Con- 
din generali di Severino Bini, tom. Ili, Act. 4, pag. 12 ; e greco-la- 
tina in quella del Labbe, tom. VI, pag. 629, deiredizione di Parigi; 
e dimezzata si ha pur negli Annali del Baronie, tom Vili, all'anno 
680, num. VI. 

II. Epistolam ad Imperatorom et Coucilium G. P. de Legatis ad 

Synodum missis. 

Questa lettera scritta a nome di Agatone e del Sinodo Romano si trova 
nella suddetta Raccolta dei Concila del Bini, Act. 4, pag. 21, e gre- 
co-latina in quella del Labbo, tom. VI, pag. 677; e negli Annali 
del Baronie airanno 680 num. XKXIII. Questa lettera aprì bel campo 
al dotto Can. Michele Scavo , di difendere Onorio dalla taccia di 
Eretico. 

IIL Epistolam ad Edictnm Archiepiscopnm Vìcnneusom. 

Si legge nella Biblioth. Floriacen, pubblicata da Giovanni Bosco nella 
parte ultima a car. 39, e nelle Antiquilatibus Vlennensibus da Giovan- 
ni Lieureo, a car. 163; e negli Annali del Baronie, tom Vili, al- 
l'anno 682, num. 1; e trovasi pure in lingua volgare negli Anna/i Pa- 
lermiU deirinveges tom. II, pag. 576. Questa lettera vien rigettata 
come spuria dal Combesis (2), il quale la crede piuttosto di Papa 
Leone II. 



(1) V. anche intorno ad Agatone il Mazzucchelli Op. cU., voi. I, par. I, 
pag. 178; ed un lungo articolo nella Star, Lelt. d:italia — Modena, 1757, 
TOl. XI, pag. 314, e segg. 

(2) In Histor. Haeresis MonothelU. Gap. 11, § 5 e 6, pag. 146 e 152. 

Arch. Sior. Sic, anno I. 30 



392 9AO«io m GiinfTB b coiibzioiii 

IV. Frammeolo di Epistola. 

Trovasi pubblicato dal Colelerlo nel tom. V, dei suoi Manum. a car- 
te 521. Qaeito frammento sfuggito al can. Scavo nella saa eradita 
Dissertazione sai Pontefice Agatone, venne per la prima volta ci- 
tato dal eh. Conte Mazzacchelli (I). 

V. Epistolam Ethelfredo glorioso Mercioram Regi et Theodoro Cau- 

taariaet et Sexnlfo Abbati nnper, modo Episcopo, omnibasque 
Abbatibns Angliae. 

Si legge nella Raccolta dei Coneilii del Labbe , tom. VI, pag. 576, ed 
in quella dei Concila d'Inghilterra dello Speelmanno, tom. i, pag. 167, 
ove vien prodotta in lingua latina ed anglo-sassone. Ma il Du- 
pin (i) avverte non doversi fare gran caso di questa lettera, dicendo 
che jtarait Hre une pièce supposée par quelque Moine Anglais, et ne 
conHent rien de remarquabie, 

?I. Canto e Corso Romano mandato da Agatone Pontefice in In- 
ghilterra. 

Si trova riferito dallo Speelmanno a car. 175, e seg. della citata Rac- 
colta dei Concila d'InghUterra. 

VII. Decreti di Agatone Pontefice. 

Si leggono nella Raccolta di Graziano, Gap. si omnes, Dist. 19, e Gap. 
Àgath, Disi. 63. Altre Epistole scrisse Agatone, le quali veggonsi ac- 
cennate dagli scrittori della sua Vita, ma non si hanno alle stampe. 

Affli Elettori. Lettera urgente di un oppositore — Pa/ertwo, 
tip. di G. Priulla, 1867, in-8.« 

Agli Elettori di Palermo — /vi, tip. Nocera, 1867, iu-8.* 

Queste parole si credono dell'avv. Andrea Guarnieri. 

AGLIATA {Pietro), da Palermo, giureconsulto ed avvociilo, morto in 
sua patria a 6 giugno dell'anno 1570. Scrisse come abbiamo dal 
Mongitoro (3). 

I. Votnm in Caasa Baronis Buceptac. 

Trovasi a car. 222, dell'opera di Francesco Magretti intitolata: (M^ser- 
vationes illustratae decisionibus ad Constitutkmes Fragni. Iti. D, D. 



(1) Op, cit, toc, cit, 

(2) Nonvel. Biblioth. des AuL Eccles., tom. VI, pa^% 33. 

(3) Op. cit., voi. 2, pag. 127. 



ALLA BIBLIOGRAFIA SIClLIAIfA 393 

Francitd Cajetani Dueii Sermonetae — Panormi, apad Buam et Ca- 
magnam, 1668, iD-fol. 

AGLIOTI [Paolo), giureconsulto messinese, nato verso le ultime de- 
cadi del 1600, e morto nella peste dei 1743. 

L Difesa del voto del R. P. Preposto della Casa Professa dei 
KR. PP. della Compagnia di Gesù della città di Messina, 
come fidecommìssario del fa D. Pietro Maria Cibbo Conte 
di Naso» per la erezione di nu Monistero di vergini don- 
zelle e d'un Seminario dì nobili — In FirenzCj per Ber- 
nardo Paperini, 1731, ]n-4t^ 

AGLIOTI (Paolo) da Messina. 

I. Biografia di Oinseppe tìrosso Cacopardi. 

È nel Faro, giornale letterario di Messina; tom. II, pag. ii5. 

AGNELLO (Giacinto), nato a 10 febbraro 1791, e morto a 18 giu- 
gno 1870 a Palermo sua patria. 

I. Sestine per rinangarazione nella villa Giulia del busto di Gio- 
vanni Meli — Falermo s. a. e w. L in-8.® 

Vennero estratte dal libro intitolato : Discorto e poesie per l'inaugura» 
zUme del busto di G. Meii; dono detl'instgne patriotta A, Gatto — > Pa- 
termo, Salvatore Gaipa, 1868, in-8.<^ 

AGNELLO (G. Battista). 

I. Lettera al barone Vincenzo Hortillaro sopra quattro quadri di 
calligrafia del signor Pasquale Giordano. 

È nel Giornate di Scienze, lettere ed arti per la Sicilia, tom. LXXI, pa- 
gina i05. 

AGNELLO (Tommaso) da Lentini, deirordine dei predicatori, fu uo- 
mo dottissimo per quanto il comportavano i tempi in cui visse. 
Fondò il convento di S. Domenico in Napoli, ed essendone Priore, 
ebbe la fortuna di vestire nel 1243 dell'abito del suo Ordine, San 
Tommaso d'Aquino. Mori nella città di Tolemaide Tanno 1277. 
Oltre la Vita di S. Pietro Martire, ricordata dal Mira , abbiamo 
dell'Agnello : 

L Lettera ad Enrico HI re d'Inghilterra. 

Leggasi nelFopera intitoIaU: Antiquae Constitutiones regni Gallioi^hon- 



384 SAGGIO DI GICNTB K COIIBZIOlfl 

dinì, iijlì, in fog. a car. 132. — 11 nostro Tommaso scrisse quella 
lettera nel 1263, allorché trovavasi Vescovo di Betleem, per infor- 
mare Enrico HI dei pericoli che sovrastavano alla Terra Santa, e 
per pregarlo di validi aiuti. 

AGOSTINI {Agostino Giuseppe)^ nato in Palermo Tanno 1573 e morto 
ii 29 magano 1613, fu valentissimo filosofo, ed insigne teologo. 

!• Summula niateriarnm omniam , quac intra latitudiucm Ca- 
snnni Conseientiac Gontiuoutiiry confessarios ad facilius con- 
fessioDom andieudas apprime condncens» nunc novìssime 
edita i>or Decium Uyrillum. Cum appendice Traclalns bre- 
vissimi omnium Censnrarnm. — JRomae, ape<t2 Grignanum, 
sumptihus Ioannis Sucettiy 1640, in-32% pag. 326. 
Si die fuori senza il nome dell'autore. 

IL Nnclous Casaam Conscientiae» sive brevis notitia eornm, quae 
scitu voi necessaria, vcl valde utilia suut iu primo ingressa 
ad audioadas confossiones. 

Il Mira non ne cita che la sola edizione di Palermo, 1638, contentan- 
dosi di dire che venne più volte ristampata in Venezia, Lione ecc. 
Parendo però a noi che le ristampe fatte nella stossa Palermo ed 
altrove siano in tutto più corretto della prima del 1638, non ci vo- 
gliamo passare dal notarle. Venne adunque quelTopera ripubblicata: 
Panonai, ex typo^r, CoHegii Panorm. Societatìs Je$u, 1641, in-32^ 
pag. 348; e Lugduni, sumptibus Ioannis Couronneau, MDCLV, in-16.® 
pag. 4'tO; e Antuerpiae, apud Comelium Woons, 1646, ln-32.° di 
pp. 39i (senza la prefazione e rindice); e Leodii, iypis Ioannis Tour- 
nay, 1647, iu-32*, pp. 331; e Dilingae, iypis AcaiUinicis, 1647, in-16* 
pp. 431), (senza l'indice); ed Ibidem, apud Ignatium Mayer, anno 
M.DC.LXII, in-24'', 429; e Romae, iypis Domenici Manelphi, 16S0, 
in-32* pp. 403; e Coloniae Agrippinae apud Haeredes Ioannis Widen- 
feld et Gode [ridi de Berges, 1688, in-24% pp. 451 ; e Venetiis, typis 
Francisci Tramontini, 1G89, in-32**, pp. 480; e Romae, typis Antonii 
de Rubeis, 1700, in-32^ pp. 400. 

Illi Colloqnìum instinctu Lndolpbi a Klenken inter P. Angusti- 
uum JvSuitara et 6c. Calixtum Haemelsburgi an. 1614f insti- 
tutnm —5. /• 1657, in-4^ 

IV, Colloqniiim Hcmelschenburgense inter Gè, Callixtum et P, Au- 
gnstìnum habitum an. 161*4— Bditio aìt^vf^ — Helmstadiij 
1665, in-4.* 



i- 



ALLA BIBLI06RAFU SICILIANA 395 

AGOSTINI (Francesco), 

I. Molti e canzoni siciliani — ^opo/i, 1786» ìq-12.® 

IL Canznoetti io lodi di In Sacratissimn Cori di Gesù, ca nna 
raccolta di antri canzanetti supra In Ss. Natali di N» S. Ge- 
sù Cristu — Patermw, s. a. in-16.® 

AGOSTINO {Giuseppe d'). Il Narbone (1} ciU di lui : 

L Elogio fnnebre di Francesco I detto nella cappella Palatina 
di ¥tiìermo — Palermo, 1831, in-4.* 

AGOSTINO (Mana Maddalena di Sant^], carmelitana scalza , nacque 
in Palermo a 28 gennajo 1611 , da Placido Fardella prìncipe di 
Paceco dei Marchesi dì S. Lorenzo, ed Anna Maria Paceco dei Mar- 
chesi dì Viliena. Resse per ben sei volte il Monastero di S. Teresa 
in Palermo, e Tu nella seconda, che sotto la sua direzione e pei 
suoi consigli, venne esso trasferito in luogo più acconcio e salutare. 
Morì a 20 novembre 1694. Di lei fanno onorevole ricordanza il 
P. Paolo della Epifania (2), il Mongitore (3) , il Marziale (4) , il 
Mazzucchelli (5) . e più il P. Biagio della Purificazione, il quale 
elegantemente ne scrisse la biografia (6). 

L Fondazione e traslazione del Monistero dì 8. Teresa delle Car- 
melitane Scalze nella felice città dì Palermo — In Venetiay 
presso il TurrinOy 1672, iu-4.* 

AGOSTINO (0//at;io d*). DI quest'insigne sacerdote, nato in Palermo 
nel 1615 e morto il 23 maggio 1682, oltre le opere ricordato dal 
Mira, si hanno alle stampe: • 

L Epigrammi. 

Leggonsi nei libro intitolato: Nota di alcuni servizi fatti dairAb. D, 0<* 
tatio d'Agostino — In Palermo, in fog. s. a. 



(1) Op. eit, voi. I, pag. 380. 

(2) Nel Cigno moribondo cU fiume di cinque /'oct — Napoli, 1671, ip-l2/ 
pag. 235. 

(3) Op. cit., tom. II, pag. 39-40. 

(I) Biblioth. script, utriusq, congr, et sexus Carmela Excalceatorum , a 
car. 287 e 288. 

(5) Op. di, tom. 1, parte I, pag. 218-19. 

(6) Impressa in Roma, per il Zanobj, 1703, in-4.« 



39G SAGGIO DI GlUITTR E GORRSnONI 

AGRAZ (Antonio)^ nobile palermitano, nato da illustri genitori spa- 
gnuoli a dì 25 maggio 16i0, e morto, non senza qualche sospetto 
dì veleno, nella fresca età di anni 32 a 27 maggio 1672. Ancor 
giovane si distinse non poco nella Giurisprudenza e nello Belle 
lettere, e fu principe dell'Accademia dei Riaccesi in Palermo. Fu 
abate di S. Salvatore della Placa in Sicilia (1658) e deputato del 
Regno; e trasferitosi (1671) a Roma con D. Pietro d'Aragona, il 
il quale era stato eletto Oratore per prestare ubbidienza alla Sede 
Apostolica in nome di Carlo II. Re delle Spagne , compose e recitò 
un'Orazione al Pontefice Clemente X. Di Agraz nostro fanno men- 
zione molti scrittori ricordati dal Mongitore(l) ed il Mazzucchelli (2). 

I. Legionensis canonicatas in Ex°^« Marchionam Asturicae DomOf 
Dignitas e^pensa — liistorico-juridica dissertatio — BomoCj 
typis Josephi Corvi, 1672, in-4.« 

AGRAZ (Giuseppe). Abbiamo di lui: 

!• Versi latini per la nascita di Ferdinando H Re del regno delle 
due Sicilie. 

Leggousi nel libro intilolato: Ecìoga in natalem Ferdinandi II Hirini- 
que Siciliae r#(jfù — Messanae, 1833, in 8.® 

Agricoltura (V) siciliana airEsposizione di Firenze del 1861 — 
FalermOy 1862, in-S.* 

AGRIGENTO {Federico d*), dell'Ordine dei Predicatori: 

I. Dell'origino, regola, indulgenze e privilegi dei fratelli e delle 

sorelle della penitenza di 8. Domenico, con molle altre ag- 
gi nn te — Panormi y apud Petrtmi Spiram et Antùnmm 
Amay, 1550, in-8,* 

A(ìRO* (Antonino) da Troina. Abbiamo di lui: 

[. Del modo di render fisso ed invariabile il cammino dells 
corda nell'argano. 

II. Semplice metodo per fare invecchiare i vini. 



(i) Op. cit, lom. 1, pag. 53. 

(2; Op. ciU lom. I, par. 1, pag. 220. 



ALLA BIBLIOGRAFIA SIClLIAIfA 397 

IIL Invenzione per preservare dai fulmini la paglia. 

Lengonsi questi tre scritti negli Atti detVIttituto d'incoraggiamento, fa- 
scicolo II del 1836. Di questo giornale non si deller fuori che sole 
quattro dispense. 

IV. Due parole sul cliolera-niorbus. 

Leggonsi nel Giornale di Scienze, lettere ed arti per la Sicilia, voi. LXI, 
pag. 61. 

AGRO' (Naiale) da Troina. Oltre gli scritti citati dal Mira , abbiamo 
alle stampe: 

I. Saggio di osservazioni di clinica chirurgica sulle fratture del 
cranio. 
Leggesi nel Gioitale di scienze mediche di Palermo, anno 1835. 

IL Osservazioni sul mero-entero-epiplocele strozzato nel ma- 
schio. 
Si legge nel num. 7 del citato Giornale. 
IH. Mero-enterocele strozzato nel maschio. 
Si legge in detto Giornate, anno V, 1846. 

IVt Epistassi; nuovo mezzo di fermarla in qualche minuto — 

Palermo, 1856, in 8.^ 
?. Osservazioni sullo orino strozzate: utilità dei lavativi con 

acetato di deutossido di piombo cristallizzato. 

Leggonsi neW Osservatore medico siciliano, anno I, pag. 480. 
VI. Sul caustico del dottore Ltindolli nelle affezioni cancerose — 
Osservazioni cliniche chirurgiche. 

leggonsi nel citato Giornale , anno IV , pag. 255. — Varii scritti di 
minore importanza leggonsi nel medesimo Giorna/c;, voi. Il, pag. 160, 
e 278; voi, III, pag. 385; voi. VI, pag. 255. 

AGUGLIA DKSMODCEAUX [Prof. Diego). 

I. Lacrime sopra la tomba di Pietro Aguglia, nato il 13 mag- 
gio 1803 in Termiui-Imerese ed ivi morto il 13 novembre 
1870 — s.Le n. t. in-8.' 

AGUGLIA DESMOUCEAUX (Marianna). 

L Biografia di Salvatore Baldi siracusano celebro composìtor di 
musica. 
Questa biografia impressa in Napoli in francese , venne tradotta in 



398 SAGGIO DI GIClfTB B COEEBnOfn 

Italiano, e data faori neWÀrpetla, giornale di amenità letterarie — 
Sambuca, anno I, num. 12 o 14. 

II. Notice bio^rrapliiquc sur M. Balthasar Romano professeur é- 

méritc d*éIoqncnco au lycée de Termini, membra de diverses 
academies nationales et étrangères — ^(i/>/e5, chea F. Fer- 
rante, 1858, in 8.* 

III. Lacrime poetiche in morte di Giovanni Paciui — Versione 

italiana di Agostino Gallo dal franceset nello stesso metro 

Alessandrino o Martelliauo — Gdiz. seconda dopo la prima 

di Palermo — Napoli, tipoyr. jK. Avallone, 18C8, in-8.* 

Questa versione venne primieramente pubblicata in Palermo^ s. L e 
fi. t. in-8.* eslratia dal giornale la Farfalla. 

17. Esquisse nécrologìque sur Pierre Agnglia. 

Leggesi in fine del libro intitolato : Lacrime sulla tomba di Pielro 
Aguglia da Termini-Imerese -- s. /. e n, U in-S."* 

AGUILERA [Emmanuele) gesuita , latinista di quel valor che tutti 
sanno, nacque in Licata a 23 dicembre 1677 e mori in Palermo 
a 27 agosto 1710. Oltre le opere ricordate dal Mira, abbiamo di 
lui alle stampe: 

I. Panegirici due. 

Leggonsi neiropera che ha per titolo : Raccolta di varU discorsi tto^ 
liani di alcuni oratori della Compagnia di Gesù — Palermo, presso 
Antonino Gramignano, 1730, in-S.*" 

AHLWARDT {Ch. W.]. Abbiamo di l^i il seguente scritto che ri- 
guarda Teocrito. 

l. Znr Erhliiruug der Idyllcu Thcocrits — i^os^oc^ u. Leipzig, 
in dar Kopp'schen, 1792, in-8.** 

{continua) 

G. Salvo-Cozzo 



PROCB880 DI PRIiLOMlA 



CONTRO FRATE SIMONE DEL POZZO 



VESCOVO DI OATANIA 



(ÌS91) 



(Continuazione. V, dispema preeoUnU). 



Die mercuri! xvij dicti mcnsis iulii, anno predicto. 

Frater adonolfus archidiaconus roaioris ecclesie sancte agathe ci- 
vitatis cathanie, testìs iuratus et interrogatus super primo capitulo, 
dixìt, quod in die beati thome proxiroe preteriti, in ecclesia san- 
cii dominici, predicavit publice episcopus cathaniensis dicendo, quod 
si doniini noslri rex, regina el dux venirent sub fide anlipaipe, 
quod vadant inde cum cenlum milibus demonum, et nunquam 
possunt venirent (sic, sic) huc , immo submergi in profandum 
maris. 

Interrogatus de causa sciencie , et dixit, quod interruit et audi- 
vit; de loco, in ecclesia sancii dominici; de tempore , in die san* 
cti tbome anni presentis. 

Super ij^ capitulo interrogatus, dixit, quod audivit dici, quod ali- 
qui nobiles cives civititis predicte, fìicta predicacione per dictum epi- 
scopum, accesserunt ad manfridum de alagona, et dixerunt eidem : si 
episcopus prediclus lalia verba proferrei iterum in predicacione, 
quod ìios faviemus eìinh descendere cum magna verecundia, quia 
tedia nullo modo paleremur. 

Arch. Stor. Sic, anno I. 51 



400 P10CBI80 DI rBLLONlÀ 

Intcrrogatus de causa sciencie, dixit ut supra; de tempore, post 
predicacionein predictam; de loco, in ecclesia sancte agatbe. 

Itcm dixit, quod audivit dici quod dìctus inanfirìdus redarguit ipsam 
propter ifcrba iam prolata in predicacione iam dieta, interrogatus 
de causa sciencie, loco et tempore, dixit ut supra. 

Super ivi** capitulo interrogatus, dixil, quod vidit dictum episco- 
pum exeuntem de domo habitacionis sue, et peciit quo ibat dictus 
episcopus, et fuit sibi responsum: ad associandum artalem. itcm 
dixit, quod vidit familiares dicti episcopi aportare vinum et res co* 
mestibiles de domo dicti episcopi, que tradite fucrunt artali et se- 
guacibus suis; interrogatus de causa sciencie, et dixit, quod inter 
fuit et audivit, ac vidit; de loco, in plano ante ccclesiam sancte aga- 
tbe; de tempore, in introitu artalis. 

Super iiij® capitulo interrogatus, dixit, quod aliqui scutiferi dicti 
episcopi accesserunt ad expugnacionem castri, et unus ipsorum fuit 
percussus. interrogatus de causa sciencie, et dixit quod audivit ab 
ilio qui fuit percussus; de loco et tempore dixit ut supra. 

Super v^ capitulo interrogatus, dixit, quod vidit in campanili diete 
ecclesie roaioris sancte agathe, prò introitu artalis ad civitatem pre- 
dictam, luminariam. interrogatus de causa sciencie, dixit ut supra; 
de loco et tempore, ut supra; interrogatus super aliis contentis in 
dicto capitulo, dixit se nichii scire. 

Super vj** capitulo interrogatus, dixit: episcopus mandavit quod 
omnes clerici debeant dicere missas et oraciones rogando deum prò 
liberacionc istius civitatis, et hoc dicto, fecit aportarc velum et ce- 
teras reliquias circuendo ccclesiam sancte agathe. interrogatus de 
causa sciencie, dixit quod intcrfuit, vidit et audivit; de loco et tem- 
pore ut supra; interrogatus super aliis contentis in dicto capitulo, 
dixit se nìcbil scire. 

Super vij^ capitulo interrogatus, dixit, quod aliquando dictus epi- 
scopus dicebat malum de calhalanis; de aliis contentis in dicto ca- 
pitulo, dixit se nicbìl scire. 

Super viij^ capitulo interrogatus, dixil, quod audivit ab ore pre- 
sbiteri fraiicisci de lobrondo, quod idem prcsbiler dixit dicto epi- 
scopo in vulgari eloquio: vui mi fachili maiìjari comu lipobri, 
et non mi fachiti quillu honuri de lu quali eu so dignu; mas 
laudato sia deu, qui vendra la signura reyna, e sarro honora- 
to secundu so dignu. ob que verba, dictus episcopus fecit dictum 
presbiterum carcerari, et dixit eidem presbitero in vulgari sermone: 
tu staray lantu presiuni, fine que la reyna te ferra liberar, in-. 



CONTRO FEATB SIMONB DBL POZZO 401 

terrogatus de causa sciencie, dixit, ex auditu dicti preslnteri ; de 
tempore, in presenti anno; de loco, in ecclesia sancte agathe. 

Super ix^ capitulo interrogatus, dixit nichil scire. 

Super X® capitulo inlerrogatus, dixit, quod ipse vidit dictum epi- 
scopuro, quadam vice, verberantein quendam monachum, nomine fra- 
trem albertum de rocha, et deinde postroodum celebravit roissaro. 
interrogatus de causa sciencie, dixit quod interfuit, ?idit, et audi- 
vìt; interrogatus de loco , in ecclesia sancte agathe ; de tempore, 
anno preterito, paruni plus, minusve. 

Super \}^ capitulo interrogatus, dixit, quod dictus episcopus fecit 
poni ad carccres quendam fratrem petrum, qui, ut ferebatur, fecit 
perenti quendam notarium andream in facie; ob quam causam stetit 
carceratus dictus frater petrus, et ibi mortuus est. inlerrogatus de 
causa sciencie, et dixit, quod fidit dictum fratrem petrum mortuum 
de carceribus (sic), et fùit sepultus in ecclesia sancte agathe; in- 
terrogatus de tempore, dixit, iam sunt tres anni, parum plus mi- 
nusve ; interrogatus super aliis contentis in dicto capitulo, dixit se 
nicbil scire. 



Bernardus caret, consul cathalanorum ci?itatis cathanie, lestis iu- 
ratus et interrogatus super primo capitulo, dixit se audivisse dici a 
pluribus, de quorum nominibus non rccordatur, quod episcopus su- 
pradictus predicaverat et dixerat, dieta die, quod si domini supradicti 
veniebant (sic) ad hoc reynum Sicilie, nisi cum domino summo pon- 
ti/ice, scilicet bonifacio, quod ipsi et omnes caihalani, qui cum 
eis vcnirent, summcnjerenlur in profundum maris; et multa alia in- 
bonesta dici audifit dictus teslis, que predicaverat in dicto sermone 
episcopus supradictus, que narrare specifico idem lestis non pos- 
set, cum non habeat sue memorie. 

Super ij^ capitulo interrogatus, dixit se nichil scire super con- 
tentis in eo, excepto quod rccordatur, quod quedam die (sic) de 
qua non bene rccordatur, sed fuit circa carniprium proximo pre- 
teritum, dicto teste existente in domo, in qua manfridus de alagona 
hospitabatur, erat prcsens coram domino manfrido episcopus, et lo- 
quendo de adventu dominorum predictorum ad hoc regnum Sicilie, 
qui de die in diem spcrabatur, dixit dictus manfridus buie testi io- 
culatorie beo, vel similia verba, in elTcctu dirigendo verba buie testi 
in vulgari : mtccr bernardo, ora que veno li caihalani serreli gran* 
do homo, e direli mal de nuy a la senyora reyna e alu senyar 



402 PR0CK8S0 DI rBLLONlA 

dticfta: et tu neh (sic) respondit episcopus supradietus : nuy polimu 
chu que li cat/uitani; etdictus testis respondit: massa esverque 
mas poden los caUialans, que vos allres; et dic^tus episcopus re- 
plicando dìxit : nolo digo i/o cussi; que cu digo, que cu diga, qua 
chu podiiio li xixilianiy que li cathalani; que li cathakini venu 
con iniuslicia e con desordene e con poberlale; et dictus testis 
respondit: que la corona darago no havia acustumai de venir 
en neguna pari injuslamenl, ne desordonada, ans lostemps in- 
trava en tota pari que kagues a venir moU de tevips, per ^ que 
poguesclarament venir ab la ittófìcìa (sic); et dictus episcopus repli- 
cando dixit, qiLod dicli calhalani crani gentes cum tnaxima super- 
bia in omnibus parlibus in quibus possenl extendere posse suum. 

Super iy," iiij^, v^ et ^j** capitulis interrogatus, et dixit se nìchil 
scire super contentis in eis, licet distincte et diligentissime sibi lectis. 

Super vy^ capitulo interrogatus, dixit et respondit prout in y** ca- 
pltulo deposuit. 

Super YiiJ^ capitulo interrogatus, et dixit se nichil scire super 
contentis in co, excepto quod audivit dici comuniler a plurìbus, de 
quorum nominibus non recordatur, quod dictus episcopus consu- 
luit et consulebat dicto manfrido de alagona, quod nullo modo 
permitteret catalanos regnum Sicilie subintrare. 

Super ix®, et x^ capitulis interrogatus , dixit se nicbil scire su- 
per ipsis. 

Super xj** capitulo dixit se nichil scire super contentis in eo, 
excepto quod audivit dici, quod temporibus retrolapsis dictus epi- 
scopus tortus fuìt et incarceravit aliquos presbiteros et monachos; 
si iuste, vel iniuste incarcerabat eosdem, ignorat dictus testis. 

Die ¥cnerìs xix*, dicti mensis iulii, anno predicto. 

Hagister Tranciscus de napoli, testis iuratus et interrogatus super 
primo capitulo, dixit, contenta in dicto capitulo fore vera. 

Interrogatus quomodo scit, et dixit quia fùit presens in dicto ser- 
mone, et audivit contenta in predicto capitulo predicar!, et dici pre* 
dictum eplscopum ; et eciam dicebat dictus episcopus : rogemus 
deum per iMum sanctum hominem dominum manfridum ei/Utom 
suum y quia ipse et sui tenuerunl hunc populum in pace , fide 
el iusticia, interrogatus de loco et tempore, et dixit qaod fueruat 
in loco et tempore in predicto capitulo contentis. 

Super y* capitulo interrogatus , dixit se nichil scire super con- 
tentis in eo. 



CONTRO PEATE SIMONE DEL POEEO 403 

Super iy* capilulo interrogalus , el dixit se audivisse dici con- 
lenta in capilulo supradicto. interrogalus a quìbus audifit dici, et 
dixil se non recordari; tamen audifit dici ista coinuniter. 

Super iiij^ capilulo interrogalus , et dixit se nichil scire su- 
per co. 

Super r capilulo interrogalus, et dixit se audifissc dici contenta 
in dicto capilulo a piuribus. de quorum nomìnibus non recordatur. 

Super vj* capilulo interrogalus, et dixit se audivisse dici conlenta 
in diclo capilulo a pluribus, de quorum nominibus non recordatur. 

Super vij* capilulo dixil contenta in eo fore vera, interrogalus quo- 
modo scit, et dixil quia audivil dici a dicto episcopo contenta in 
prediclo capilulo; interrogalus si aliquibus presenlibus audivil dici 
predicta (a) diclo episcopo, et dixil se audivisse predicla dici a di- 
clo episcopo coram dicto manfrido et in eius camera, interrogalus 
de tempore, ci dixil quod sunt v* menses elapsi, parum plus vei 
minus. 

Super viij® capilulo interrogalus, dixit se ignorare contenta in 
diclo capilulo. 

Super ix* capilulo interrogalus , dixit conlenta in eo fore vera, 
interrogalus quomodo scit, el dixit, eo quia tenet amasiam, et est 
conlra religionem episcopalem (sic). 

Super X®, xj® et xij^ capilulis interrogalus, dixit se nichil scire 
super conlentis in eo (corr. in eis). 

lacobus forn, catalanus, habilalor civitalis calhanie, teslis iuratus 
et interrogalus super primo capilulo, dixil se nicbil scire de ve- 
ntate super conlentis in eo; sed audivil dici contenta in diclo ca- 
pilulo fuisse predicata et dieta per dicium episcopum. interrogalus 
a quibus audivil dici, et dixit se non recordari. 

Super ij^ capilulo interrogalus, et dixit se non scire diclum epi- 
scopum fùisse redargulum de prcdicacione predicta per dicium man- 
fridum, vel aliquem alium. 

Super iij^ capilulo interrogalus, dixit se nichil scire super con- 
lentis in eo , cu in esset hic leslis inclusus intus caslrum civitalis 
calhanie. 

Super iiij^ capilulo interrogalus, el dixit se audivisse dici con- 
lenta in diclo capitulo; interrogalus a quibus audivil dici, et dixil 
quod a pluribus communiter, de quorum nominibus non recordatur. 

Super V** capitulo interrogalus, et dixil conlenta in dicto capilulo 
fore vera; interrogalus quomodo scit, el dixil, quia vidit oculariter 



404 PR0CB8S0 DI VBLLONIA 

quod supni ecclesiam sancte ngathc et supra episcopale palacium 
crani ita magna luminaria , quod totum palacium et ecclesia pre 
fulgore clarcbant , et ecclesia et palacium vìdcbantur esse quasi 
unus ignis uc.census propter multitudiaem ignium accensorum ; 
curo autem domini supradicll ad regnum apulerunt prediclum, vii 
apparebant luminaria per dictum episcopum Tacta. 

Super vj"* interrogotus, dixil se nichil scire super contentis in eo, 
cum esset obsessus didus teslis in castrum (sto). 

Super rij** oapitulo inlerrogatus, dixil se hoc solum scire super 
contentis in eo, quod audivil dici a pluribus, de quorum nominì- 
bus non recordatur. quod dictus episcopus» dum accedebat cum di- 
cto manfrido ad parlamentum quod fieri debebat cum certìs baro- 
nibus dicli regni (I), prcdicubat et dicebat roram populis , quod 
dicii callialani crani pefisimi, hIhIU^ pauperes^ et $ine ornili iu- 
sticia ac rado ne; num cum ipse epiacopus ossei in villa perpi- 
ninni f dicli calknlani abslulcrunl inique ac per vivi el violen- 
ciani diclo i^^piscopo ocluaginla florenos^ ci qu&d nunquam potuti 
habere iusliciani; el recedendo a dieta villa, cum fuil in civilale 
barellinone, abslulerunl sibi per vini el maliciam sexatjinia flo- 
reno», de quibus siniililer dicebal quod nullam poluit liabere iu- 
sliciam, quare consulebat eis : quod nullo modo vellenl dominium 
calalnnorwn, ?iec domus arayonum, nam propier eoruin maliciam 
auferrenl eis uxores el filias, ac res el bona eorum; sed tanlum 
modo vellenl el pelerenl dominium baronorum (sic)^ qui semper 
gesserunl el geruul se cum eisdem lanquam cum fralribus, el quod 
malrimonium factum inlcr filium dicli diKis el dominam reginam 
non est malrimonium^ quia est factum cum consensu anlipape; 
el ob hoc diclus rea), regina, et dux, el omnes qui veniunt cum 
eisdem, sunt excomunicati et jyaterini ; el quod dieta regina non 
poterai habere marilum, nisi cum conseusu domini pape bonifacii 
et baronorum edam dicli regni, el quod dominus dux predictus 
veniebat ad hoc regiium prò levando ipsuni dominio diete regi- 
ne, et suo dominio propinquando . 

Super viij' cupitulo interrogatus, et dixil contenta in co foro vera, 
inlcrrogatus, quomodo scii, et dixit , quod audivit dici a pluribus 
de domo dicli manfridi, quod dictus episcopus consulebat sibi quod 
nullo modo sinerel inlrare ad hoc regnum dicium ducevi, nec 



(1) Di questo Parlamento non parla alcun altro dei testimoni. 



CONTEO VEATB SUIOBIB DEL K)ZZO 40S 

catalanos , nisi tanlummodo domiiiam rerfinam solam , ci vidit 
quadam die, de qua non recordatur , tantum dixit quod Tuli dum 
dicti domini erant in panormo, quod quidam clericus, vocatus fran- 
cìscus lobrondo, fuit captus et encarceratus per dictum episcopum, 
et dum ponebalur in carcere dicebant omnes, qui ibi erant prescn- 
tes, quod diclus episcopus fecerat ipsum capi, eo quia dixerat idem 
franeiscus quod volebat accedere aJ dominani reglnam , de cuius 
domo erat, et quod dìctus episcopus dixerat, quod nunquam libera- 
retur a capcione donech (sic) domina regina liberarci ipsum. 

Super ix® capitulo interrogatus, et dixit se nichil scire super con- 
tentis in eo, excepto quod tenet amasias. 

Super x<^, xj'', xi]"" capitulis interrogatus, et dixit se nichil scire 
super contentis (suppl. in eis). 

Robertus de bonis flliis miles ac doctor fisicus, iuratus et inter- 
rogatus super primo capitulo, dixit, quod, dicto teste existente in 
predicacione dicti episcopi, audivit dictum episcopum dicentcm in 
▼uigari eloquio: eu ay (corr. aju) inlissu qui la reyna vene cum la 
fidi del aiilipapa ; pero pm/o deu que illa non possi may venir ; 
et in casu que illa venga con la fide de papa bonifaciu, que illa 
e tucli li catalani sianu li ben vinuli per chentumilia /iato, (sic), in- 
terrogatus de causa sciencie, dixit quod ìnterfuit et audivit; de loco 
(sic); interrogatus super aliis contentis in dicto capitulo , dixit se 
ignorare. 

Super ij° capitulo interrogatus, dixit quod audivit dici a domino 
roanfrido , quod propler mala verbii dieta per dictum episcopum , 
niultum displicuit domino manfrido de alagona; interrogatus de causa 
sciencie, dixit ut supra; de loco, in habitacione dicti manrridi; de 
tempore, ut supra. 

Super iij* capitulo interrogatus, dixit nichil scire, quia non erat 
in ci vitate. 

Super iììj°, v°, vj% vij*, viij° et viiìj" capitulis interrogatus, dixit 
se nichil scire. 

Super x"* capitulo interrogatus, dixit, quod diclus testis vidit qua- 
dam die in capei ili beale agalhe dictum episcopum cnpientem quon- 
dam rralrcm nicolctiun de castro iuhannis per tunicam, dicendo di- 
cto fratri in volgari sermone: la si pacxo al lìon [a lo (Jicio (sic) 

cuxi si interrogatus de causa sciencie, et dixit quod in- 

terfuit et audivit; de loco, in ecclesia beate agallie: de tempore, 
iam sunt quinque anni, parum plus voi minus. 



40C PEOCEMO DI rBLLORIA - 

Super xj^ capilulo hiterro^lus, dixitquod (lìcltis episcopus fecit 
encarcerari qucnJuro fratrein pelruro, qui erat maximus fur, nec 
non fecit interfici quendam homioein nomine andream de lacula fe- 
cit pcrcuti in facie ; et propter talia criniina dictus episcopua fecit 
ipsum incarcerari et ibi mortuus est. interrogatus de causa sdeii- 
eie, dixil, ex auditu illius qui percussìt dictum notarium andream 
in fncie, ex mandato dicti fratris petri; de carceracione morti (sic) 
dicti fratris dixit, quod interfuit et audivit; de loco, in carcere epi- 
scopatus; de tempore, iam sunl duo anni parum plus «el minus. 

Super xy* capitulo interrogatus , dixit, quod , existentc domino 
olia episcopo in dieta civitate catbanie, venit episcopus syroon pre- 
dìctus cum bullis pape urbani, et expulit episcopum eliam, et ipse 
fuit receptus in episcopatu civitatis cathanie; interrogatus de causa 
sciencie, dixit, quod interfuit et audivit; de loco in dieta cWitale 
calbanie ; de tempore, iani sunt xiiy anni, parum plus, vel minus; 
et hoc titulo tcnet dictum episcopalum. 

Die sabbati xx^ dicti mensìs iulii, anno predicto. 

Rinaldus tudisco civitatis cathanie, testis iuratus et interrogatus su- 
per primo articulo (sic), dixit per omnia ut in dicto capitulo con- 
tinetur , preterquam deinones habeant animns ipsorum , quia de 
hoc dixit se nichii scìre; interrogatus de causa sciencie , et dixit , 
quod interfuit et audivit: de loco, in ecclesia sancii dominici, de tem- 
pore, anno presemi. 

Super i|^ capitulo interrogatus, dixit se ignorare. 

Super iij^ capitulo interrogatus, dixit, quod, illa die, qua arlalis 
intravit civitatem cathanie, dictus episcopus fecit dari vinum et pa- 
nem eidem artali et seguacibus suis; interrogatus de causa sciencie, 
dixit, ex auditu ; de loco , in dieta civitate ; de tempore , quando 
artalis introivit. 

Super iiìj^ capitulo interrogatus, dixit se ignorare. 

Super v^ capitulo interrogatus, dixit nichii scire ad causam. 

Super vj^ capitulo interrogatus, dixit, quod audivit dici a quam- 
pluribus personis, quod episcopus fecit fieri processionem, etacce- 
pit velum beate agathe ad hoc, ut artalis predictus possi! expugnare 
et intrare castrum; interrogatus de causa sciencie, dixit, ex auditu; 
de loco, in dieta civitate cathanie; de tempore, post introitum ar- 
talis, per aliquos dies ; interrogatus super aliis contentis in dicto 
capitulo dixit nichii scire. 



CONTRO PftATS SIMOlfl BWL POBEO 401 

Soper fij^ capitalo uiterrogalus , dixit proat contineiur in ditto 
capitalo; iaterrogatus de causa scìeDcìe, dixIt, qaod inlerfuit et aa- 
difit; de loco, ìd civitate calbanie; de tempore» aano presenti. 

Soper ▼iij® capitalo interrogatus; dixit per omnia nichii scire. 

Super i\® capilulo interrogalus, dixit, quod dictus episcopus ha- 
bel quandam amasiam, nomine pernam, cui emorii cerlas demos; 
interrogntus de causa sciencic, dixit» quod audivit ab ore diete por- 
ne; de loco, in dieta civitate; de tempore, circa unum annum, pa- 
rum plus, voi minus. 

Super X» capitulo interrogatus, dixit, quod dictus episcopus ver- 
beravit quondam Tratrem peirum, et deinde celebravìt, nulla indul- 
gencia petita. interrogalus de causa sclcncie, dixit, ex auditu ; de 
tempore, iam est annus unus, parum plus minus ?e. 

Super xj* capitulo interrogatus, dixit per omnia ut in diete ca- 
pitulo continetur, nisi de titulo, quia ignorai de tìtulo utrum iuste 
vel iniusle. 

Frater robertus de rocha, sacrista monasterii sancte agathe civt- 
talis calbanie, testis iuratus et interrogalus super primo capitulo , 
dixit, prout in capitulo continetur. interrogalus de causa sciencie , 
dixit predieta scire ex auditu; de loco, in eadem ecclesia sancti do- 
minici; de tempore, in die sancii Ihume. 

Super y* capitulo interrogalus, dixit prout in capilulo continetur; 
de causa sciencie, dixit predicla scire ex auditu; de loco, in ec- 
clesia sancti dominici; de tempore, in die sancii tbome. 

Super iij*" capitulo interrogalus, dixit, quod dictus episcopus fuit 
vocalus per arlalem ut descenderet inferius , qui episcopus misit ' 
se excusando, quod non poterai; laroen finaliler, ipso descendit et 
equitavil usque ad plateam cum episcopo ceraguzano {8ic)y et in 
dieta platea erant artalis et dicli episcopi, interrogalus de causa 
sciencie, dixit, quod inlerfuit et audivit; de loco, ut supra proxi- 
me ; de tempore, in introito arlalis. 

Ilem dictus testis vidit, quod arlalis, petendo panem et vinum a 
doino dicli episcopi, habuil panem et vinum et alia comestabilia 
(corr. comestibilia)^ de dieta domo dicli episcopi, interrogalus de 
causa sciencie, dixit, quod inlerfuit , vitlil et audivit ; de loco , in 
plano sancte agathe ; de tempore, ut supra. 

Super iiij<* capitulo interrogatus, dixil, quod aliqui scutiferi dicli 
epìscopi armaverunl se; nescit tamen dictus testis quo iverunt dicli 

Arch. Stor. Sic,, anno 1. 52 



408 PROCESSO DI PBLLONIA 

scutiferi; verunlamen scit, quod episcopus mandavii eisdem, quod 
deberent sibi dare bonuin tempus, et non accedere ad castrum. in- 
terrogatus de causa sciencie, dixit quod ex relacione alìquorum. 

Itero, dictus testis dixit, quod coninus scutifer dicti episcopi fuil 
percussus , et dictus episcopus redarguit eum, dicendo in ifulgari 
sermone: si you havmi mandato, no si fores andatu (sic), in- 
terrogatus de causa sciencie, dixit, quod ex auditu; de tempore, 
ut supra; de loco, ut supra. 

Super v** capitulo interrogatus, dixit, quod ipse vidit luminariam 
factam in campanili, quod detinebatur per artalem ; nescit tamen 
dictus testis si dictus episcopus Tecit ibi fieri luminariam. interro 
gatus de causa sciencie, dixit, quod inlerfuit ¥idit et audivit ; de 
loco et tempore, ut supra. 

Super vj^ capitulo intcrrrogatus, dixit, quod quidam presbiter an- 
tonius de la bindara accessit ad dictum episcopum, et dixit eidem: 
domine milit vobis dicendo arlaliSy quod vos debealis extrahere 
velum beate agalhe; et dictus episcopus dixit ei: eyo loqìutr cum 
priore ; et deinde misit vocando priorem sancte agathe. interroga- 
tus de causa sciencie, et dixit, quod hec audi?it ex relacione dicti 
anthonii presbiteri, item dixit , quod dictus prior mandavit diete 
testi, quod mitteret prò clavibas de archa ad ofTiciales, quod dicti 
episcopus et fratres volebant extrahere dictum velum. incontinenti 
dicti oiliciales miserunt dicto sacriste dictas claves; et Illa die, qua 
abstractuni {sic) fuit velum, episcopus predictus multum ploravil, 
dicendo in vulgari eloquio : qui de quillu quo eu cognosco, may 
quista terra non /l*i en quistu periculn que vuy (viyu?) : pero 
pregamu deu devotamente, e quascuno se confes e estaya devoto 
e ben con deo, et dica missa; e deu volissi que fossi un fratrixelto 
de sancto dominico, comu /iif/, e quista ckitali notassi (non stassi?) 
en tantu periculu, comu fa. et pero non criati que quista paroli 
(sic) dica empero que so episcopo, interrogatus de causa sciencie, 
dixit, quod interfuit et audivit; de loco, in ecclesia sancte agathe; 
de tempore, ut supra. item, dixit, quod dictus episcopus dixit, quod 
deus et beala agalha revocent inlencionem istorum prineipum^ ut 
ne destruant civilatem islam • 

Interrogatus de causa sciencie, tempore, et loco, dixit ut supra. 

Super vij* capitulo, interrogatus, dixit nichii ad causam. 

Super viij® capitulo interrogatus , dixit , quod presbiter nraoci- 
scus lo brondo dixit eidem testi : laudetur deus quod veniei re* 
gina; ob que vcrba dictus episcopus fecit ipsum carcerari. Inter- 



» CONTRO PRATB SIMONB DEL POZZO 409 

rogatus de causa sciencie, dixit, ex relacìone dicti presbiteri; de loco 
in dieta ecclesia sancte agalhe; de tempore, iam sunt vj. menses, 
parum plus inìnusve. 

Super ix^ capilulo interrogatus de vilà et honestate dicti episcopi, 
dixit, quod episcopus retinet amasiain; interrogatus de causa scien- 
cie, dixit, quod famA pubblica referente; de loco, in civitate catha- 
nie; de tempore, a multis annis citra. 

Super x^ capilulo interrogatus, dixit, quod dictus episcopus se- 
mel \erbcraifit dicium testem in capite; et in die sequenli celebra- 
vit missam, nulla petita indulgencia. interrogatus quo animo dictus 
episcopus ?erberavit dicium testem , dixit quod ignorabat ; tamen 
ipse cepit prò malo. 

Interrogatus de causa sciencie, dixit, quod interfuit et vidit; de 
tempore, iam est annus curo dimidio; de loco in ecclesia sancte 
agathe. 

Super xj^ capitulo, interrogatus, dixit, quod dictus episcopus fe- 
cit aliquos clericos poni in carceres propter delieta ipsorum, Inter 
quos, quidam frater petrus full acusatus de furto, quia subtraxit ca- 
lices de ecclesìa; nec non fecit quendam notarium undrcam de la- 
qnila percuti in facie; et propter delictum ipse frater fuil incarce- 
ralus, et ibi mortuus est. interrogatus de causa sciencie, dixit, quia 
Yidit dictum fratrem mortuum ; de aliis dixit ex auditu ; de tempo- 
re, bene sunt iiij,^' anni sive V*; de loco, in ecclesia sancte agatbe. 

Super xij^ capitulo interrogatus, dixit, quod quoddam mandaturo 
fuit emanatum a domino papa urbano scxto, quod nullo modo episco- 
pus elia retineretur in episcopum, immo deberent ipsum expellere 
tanquaro cismaticum (s/c), et reciperent dicium episcopum symonem 
in episcopum. propter tale mandatum dictus episcopus dia fuit espul- 
sus a dicto episcopatu, et dictus episcopus symon fuit receptus in 
dicto episcopatu. interrogatus de causa sciencie, dixit, quod inter- 
fuit, Yidit, et audivit; de loco, in ecclesia sancte agathe; de tem- 
pore, iam sunt xiij parum plus minusve. 

Frater nicolaus de araguna, monachus sancte agalhe maioris ec- 
clesie cathaniensis, testis iuralus et interrogatus super primo capi- 
tulo, dixit, quod in die beati thome dictus episcopus predicando di- 
xit in vulgari sermone: eu audì que la senyora rcynavene qui: 
in casu que illa venya cum la fide del papa bonifacio, que illa 
sia la ben vinuta; in casu que venya con la fide del anlipapa, 
nunca possi venivi, mi/(ni?) la tornavi, interrogatus de causa scien- 



41 A raOCBSI^ M FBLLOVU 

eie, dìxit, quod iaterfaU et audifit; de loco, in ecclesia sancii do- 
minici, in die l>eati thoroe proxime lapso (sic) ; alia contenta in dido 
capi tuie dixil se ignorare. 

Super ij* capitolo inlerrogatus dixit niehii scire. 

Saper iy^ capitalo interrogatas, dixit, quod fidit dictum trtalem 
in plano ecclesie sancte agathe , et eì fuit missum per niaioren 
domum (1) episcopi vinum et panis et celerà. Interrogatus si dictus 
episcopus niisit predicta , dixit se ignorare, super alila oonteaUs 
in dicto cap luto dixil se nichii scire ; interrogatus de causa scien- 
cio, dixit quod interfuit et audifit; de loco, in plano sancte aga- 
the ; de tempore, in die introitus artalis, ora (sic) post prandinni. 

Super iiij' capitulo interrogatus, dixil, quod vidit dictum nitun 
arroatum ; ignorai si accessit ad oastrum expugnanduoì. item fidit 
dicium cuninum percussum, quem interrogafit dictus testis ubifuerat 
percussus, et rcspondit dictus cuninus: in expugnando caHmm. 
inlcrrogalus de causa sciencie, dixit, quod interfuit et audifit; de 
loco, in ecclesia sanclo aghathe; de tempore, in die debellacionis 
castri. 

Super T® capitulo interrogatus, dixit nictiìl scire utrum episcopus 
fecerìt luminarìam vel ne; bene scit quod civitas cathanie fecit la- 
minaria (sic), interrogatus super aliis conlentis in diclo capitalo, 
dixit se nichii scire. 

Super vj'' oapitulo interrogatus, dixit, quod colloquiam eral Inter 
moiiachos, quod debehat extrahi velum; et dicebatur Inter eos quod 
prò ficlorin castri expugnandi et prò liberacione civitalis: non ta- 
men dictus episcopus crai presens cum talia verba proferebantur. 
item, quod Illa die, qua fuit abslractum fcium, episcopus dixil in 
bulgari sermone : pre^o deu^ qui voli distruhiri quista oUlìaH (sic) 
sia destmclu illUy e Ha liberata deli inimici soy,* t sta inimim 
qui 8i voyla (sic), interrogatus de causa sciencie, dixit quod inter- 
fuit, vidil et audifit; de loco. In ecclesìa sancte aghalhe; de tempore, 
in die debellacionis castri. 

Interrogalus super aliis conlentis in dicto capitulo, dixit se nichii 
scire. 

Super f ij" capitulo interrogatus, dixit in f ulgario eloquio : alzimi 
disiano senyoria de eathalani, e deu volissi que fimenu Ioli, que 



(!) Corr. maiorem domu$; il maggiordomo, cioè quel Nino o Benedetlo 
di Taranto nominalo appresso. 



COlfTRarRATB HMOlfl BBL POIZO 4tt 

ni potisrinu deffmderi; mas illu (sic) su pobri e non poden deffen- 
deri per si, ioterrogalus de causa sciencie, dixil, quod iaterfuit et 
audivit; de loco, in ecclesia sancte agathe; de tempore, in quadam 
die, predicando. 

Super viij* eapilulo interrogatus, dixit, quod dictus presbiter fran- 
ciacQS lo brondo fuit positus in carceribus ; ob quam causam ignorat. 

Super ix^ capitulo interrogatus , dixit se ignorare; immo habet 
diclutt episcopum prò hoaesto. 

Super X* eapilulo inlerrogalus, dixit, quod dictus testis Yidit di* 
ctum episcopum in die sancte agatbe, dum frater albertus habebat re- 
iiqoias beate agalhe in manu, et episcopus prediclus dixit eidem, 
quod dicius Trater depoueret reliquins super altari, et propter raul- 
titudinem gencium existcncium in ecclesia sancte agathe, dictus fra- 
ter non intellexit ; et episcopus venil de stallo suo, et venit ad al- 
tare cum uno dardo in manu sine ferro , et dedit aliquos ictus in 
capite et in tergis dicti flratris, etpostea celebrafit missas (stc). in- 
terrogatus de causa sciencie, dixit, quod interfuit, vidit et audi?it; de 
tempore, ut supra ; de loco ve (sic) ut supra. 

Super xj® eapilulo interrogatus, dixit nichil scire. 

Super xy* capitulo interrogatus , dixit , quod ipse testis audivit 
dictum episcopum eliam forc expulsum de episcopatu suo propter 
mandatum pape urbani, et positus fuit dictus episcopus sy mon ca- 
thaniensi in episcopatu. interrogatus si fuit positus cum brachio ar- 
talis, dixit se ignorare; interrogatus de causa sciencie, dixit predicta 
scIre ex auditu ; de loco in dieta civitate ; de tempore , iam sunt 
xiy vel xiiij anni, 

Frater micbael biscardu, monachus sancte agathe maioris eccle- 
sie sancte agathe (sic) , testis iuratus et interrogatus super primo 
capitulo, dixit per omnia prout continetur in dicto capitulo; Inter- 
rogatus de causa sciencie et dixit, quod interfuit, vidit et audivit; 
de loco , in ecclesia sancii dominici ; de tempore , in die sancti 
tbome. 

Super y^ eapilulo interrogatus, dixit se ignorare. 

Super iij* capitulo interrogatus, dixit per omnia prout continetur 
in dicto capitulo, preter de inimicitia capitali, interrogatus de causa 
sciencie, et dixit, quod interfuit et audivit; de loco in plano sancte 
agathe; de tempore, in introitu artalis. 

Super iiij* capitulo interrogatus, dixit se ignorare. 

Super v*" capitulo interrogatus, dixit, quod ipse vidit luminariam 



412 PROCBSflO DI PBLLOmA 

in campanili ; ignorai lamen si dictus episcopus roandavit quod fie- 
re!, Tel ne. inlerrogatus de causa sciencie, di\it ut supra ; de loco, 
in campanili sancte agathe ; de tempore, post inlroitum artalis. 

Super vj** capitulo inlerrogatus, dixit, quod dictus episcopus feci! 
extrahi velum beale agalhe, et dixit, quod unusquisque starei eum 
devoeione, ob hoc ul deus liberaret islam civilalem a laiUis pe- 
riculis. inlerrogatus de causa sciencie, dixit, quod interfuit et au- 
difit ; de loco , in ecclesia sancte agathe ; de tempore , ut supra ; 
interrogatus super nliis contenlis in dicto capitulo, dixit se ignorare. 

Super vij* capitulo interrogatus, dixit, quod catalani erant mali 
hominem, pauperes et iniqui, interrogatus de causa sciencie, dixit 
quod interfuit et audivil ; de loco , predicando ; de tempore anno 
presenti. 

Super fiij* capitulo interrogatus, dixit se nichil scire. 

Super ix* capitulo interrogatus; dixit se ignorare. 

Super x"" capitulo inlerrogatus, dixit, quod vidit dictum episco- 
pum verberantcm quendam firalrem albertum. interrogatus si prò- 
pter talem verberacionem dictus episcopus fuit excommunicatus, 
dixit se ignorare. 

Super xj* capitulo interrogatus, dixit, quod dictus episcopus posuit 
aliquos homines ad torturam, et poslmodum lormentari (sic) morie- 
banlur in carceribus. inlerrogatus de causa sciencie, dixit ex au- 
ditu; de loco, in ecclesia sancle agalhe; de tempore, iam sunt iij'* 
vel iiij*' anni. 

Super xij* capitulo interrogatus, dixit nichil scire, cum ipso te- 
stis erat (sic) minor, cum dictus episcopus ingressus fuit eplscopa- 
tum suum. 

Die lune xxij iulìi, anno predicto. 

Fratcr antonius de resca porla, monacus (sic) monasteri! sancte 
agathe maioris ecclesie civitatis calhanie, teslis iuratus et interro- 
gatus super primo capitulo , et dixit , quod cum dictus episcopus 
fecit predicacionem prediclam in dieta ecclesia, dieta die, iste teslis 
stabal procul a dicto episcopo, et non polerat intelligere que di- 
cebat ; altamen audivit dici communiler ab illis qui in dicto ser- 
mone fucrunt , de quorum nominibus non recordatur ad presens , 
quod diclus episcopus dixit ut (leg. ci) predicavit contenta in ca- 
pilulo supradicto. 

Super ij"" capitulo interrogatus, et dixit, quod aodivlt dici, quod 



COIITKO FRATE SIMONB DEL POZZO 413 

propier ea que dixit, diclus episcopus fuit redargutus a manfirido 
de alagona , dicendo quod male cgit dictus episcopus in dicendo 
maluDi de domina regina et domino duce, et quod amodo non dicat 
talia ; quinimo absliuent ab eisdem. interrogatus a quibus audivit, 
et dixit se non recordari ; interrogatus de tempore , in die sancti 
thome proximo preterito; interrogatus de loco, et dixit in ecclesia 
sancti dominici. 

Super iij^ capitulo interrogatus , dixit , quod vidii, quod artalis 
predictus cum multitudine hominum forensium (sic) venit ad eccle- 
Siam sancte agathe, et cum ipsam inveniret munitam mandato prio- 
ris diete ecclesie, debeilavit idem artalis eam, in tantum quod ipsi 
qui intus erant, non potuerunt amplius iila certamina substinere; 
tamen (sic) oportuit eos aperire portas diete ecclesie ; et dicto ar- 
tale stante aule portam diete ecclesie, fuerunt sibi tradita vinum, 
panis et alia comestibilia ; et ipse artalis et alii, cui cum ipso erant, 
eomederunt et biberunl prout eis libuit; et ipso recedente, dictus 
episcopus cum cruce signavit et benedixit ipsum et alios qui cum 
eo erant. interrogatus quis dedit dicto artali et aliis, qui cum ipso 
erant, panem et vinum et alia supradicta, et dixit, quod fuerunt 
eis adducla a domo et per familiam dicti episcopi, interrogatus de 
causa sciencie, et dixit, quia interfuit, vidit et audivit. 

Super iiij"* capitulo interrogatus, dixit contenta in eo fore vera; 
interrogatus quomodo scit, et dixit, quia vidit ipsos armatos ten- 
dentes ad expugnandum dictum castrum ; vidit eciam dictum cumi- 
Dum, qui venit vulneratus in brachio ab expugnacione predicla. 

Super v^ capitulo interrogatus, dixit, quod iste testis vidit quod 
in^introitu dicti artalis fuerunt facta per dictum episcopum lumi- 
naria maxima, super aliis contentis in dicto capitulo dixit se nichil 
scire. 

Super vj^ capitulo interrogatus, dixit, contenta in eo Tore vera; 
interrogatus quomodo scit, et dixit quia interfuit, vidit et audivit 
dum predicta dieta fuerunt per episcopum supradictum; et prcsens 
fuit una cum aliis in processione predicla. 

Super vij^ capitulo interrogatus, dixit se nichil scire super con- 
tentis in eo. 

Super viij* capitulo interrogatus, dixit, se hoc solum scire super 
conlentis in eo, quod ipse testis vidit dictum franciscum lo brondo 
encarcerari mandato dicti episcopi, eo quia manutcnebat et nomi 
nabat dietos regem, reginam, et ducem, et noluit diclus episcopus 
quod amplius comederet vel bibcrot in domo dicti episcopi. Inter- 



41 1 PROCESSO bl rSLLOllU 

rogatus de tempore , el dixit , quod ante adrenlam diclornm do^ 
minorum per aliquod peeium temporìs (sic). 

Super ix* capitulo interrogalus , dixit se nichii scire super cob- 
tentis in co. 

Super X* capitulo interrogatus, dixit, hoc solum scire saper eo, 
quod in vcspere beate agathe proximo preterito, fuit unus annu5 
elapsus quod iste testis vidit, quod dictus episcopus ferberafit cuoi 
quadam asta dardi, absque ferro, firatrem albertum de rocha, sacri- 
stam diete ecclesie stantem super altare maius diete ecclesie, et ce- 
cidit dictus sacrista in terram; et dictus episcopus ipsum forcius 
verbcravit, ob quod idem sacrista i«tetil in lecto per duos dies. io- 
terrogatus si scit, vcl diri audivit quod dictus episcopus percussit 
dictum sacristam manu violenta et stata (sic) dixit se nescirc. inter- 
rogatus quibus presentibus fuit facta dicti percussio; et dixit, quod 
tota ecclesia piena, vidit eciam dictus testis, quod die sequenti, im- 
mediate, celebrafit dictus episcopus nulla indulgencia petita, et di- 
ctus testis una cum aliis monachis diete ecclesie noluenint interesse 
celebracioni sue misse, credentcs ipsum fore excommunicatuni. sed 
iverunt ad dictum manfriduni, et conquesti fuerunt de dicto epi- 
scopo coram eo. 

Super xj* capitulo interrogatus, dixit, se hoc solum scire saper 
eo, quod vidit hic testis quemdam monachum nominatum Trater pe- 
trus (sic) de sa rocha, qui fuit encarceratus in carcere dicti epi- 
scopi, et. morluus in eodcm, nam dictus episcopus dabat sibi prò- 
visionem panis et aque; et dieta encarceracio facta fuit, eo quia di- 
cebatur dictum fratrom pelrum fecisse vulnerari in facie quemdani 
notarium civitatis cathanic. interrogatus de tempore, et dixit qu^ni 
sunt duo anni, vel circa. 

Super xij* capitulo interrogatus, dixit hoc solum scire super con- 
tentis in eo, quod vidit dictum dominum eliam episcopum catha- 
niensem , qui tenuit dictum cpiscopatum per duos vel Ires annos 
vigore coUacionis sibi Tacte per dominum grcgorium bone memorie; 
et postea vidit quandam builam domini urbani pape sexti cum qua- 
mandabat dictum eliam obici (corr. ejici) ab episcopato predicto, 
el dictum nunc episcopum inmiti (corr. immilli) in eum, sicut de 
Tacto sequtum fuit. interrogatus de tempore, et dixit quod sunt xi^. 
vel xiiij, anni, et tunc iste testis erat presbiter secolaris. 

Frater ioannes de ala, munacus monasteri! sancte agathe maioris 
ecclesie civitatis cathanie, testis iuratus et interrogatus super priino 



COlfTlO rttATV SIMOIIB DBE. FOZIO 4|$ 

€ftpitulo , dixit contenta in dicto eapltulo Tore vera; tam^n dictus 
episcopus predicavi t et dixit predicta in ecclesia ^ncte agatbe cir 
vilatis iam diete, interrogatus qiiomodo scit, et dixit quia interfiiit, 
vidit et audivit; interrogatus de tempore, et dIxit, quod in die san- 
cti thome proximo lapso (sic). 

Super y* capitulo interrogatus , dixit se oichil scirc super con- 
lentis in eo. 

Super iij* capitulo interrogatus. dixit se hoc solum scire super 
eontentis in eo, quod vidit dictum artalem de alagona stantem ante 
portam ecclesie sancte aguthe cum multiludine gencium forensium, 
et de palacio dicti episcopi fuerunt portata vinum, panis et alia co- 
mestibilia, de quibus dictus artalis et alii, qui cum eo erant, come- 
derunt et portarunl; nd queroquidem locum dictus episcopus ve- 
nerat cum artali et aliis supradictis, qui associaverat cos equitando 
per civìtatem cathanie. interrogatus quomodo scit ea quc deponit, 
et dixit, quia hic tcslis vidit et audivit; interrogatus de tempore , 
et dixit: in introilu dicti artalis. super aliis eontentis in dicto ca- 
pitulo, dixit se nichii scire. 

Super iiy* capitulo interrogatus, dixit se nichii scire super eon- 
tentis in eo, excepto quod audivit dici communiter ab omnibus mo- 
nachjs diete ecclesie, quod dictus cuninus fuit percussus in expu- 
gnacione castri prcdicti, et proptcr metum domini ducis alTugit (sic) 
in civitatem panormi; et specialitet rccordatur quod audivit ista dici 
a fratre dominico fruire sancti dominici et pluribus de Tamilia dicti 
episcopi, de quorum nominibus non recordatur. interrogatus de loco, 
et dixit quod in eonventu, dum comedebat ; de tempore, in inli'oitu 
dicti artalis. 

Super V* capitulo interrogatus, dixit, se hoc solum scire super eon- 
tentis in eo, quod die, qua dictus artalis intravit civitatem cathanie, 
dictus episcopus fecit magna luminaria, super aliis eontentis in dicto 
capitulo dixit se nichii scire. 

Super vj* capitulo interrogatus, dixit se nichii scire super eon- 
tentis in eo, cum iaceret infirmus in lecto ; tamen dixit quod au- 
divit dici contenta in dicto capitulo a priore et archidiaeono et fratre 
thoma, monachis dicti monasterii. interrogatus de loco, in ecclesia 
sancte agathe; de tempore, in introita artalis. 

Super vij® capitulo interrogatus, dixit conlenta in dicto capitulo 
foro vera; interrogatus quomodo scit, et dixit quod audivit dici in 
predicaclonibus, quas faciebat dictus episcopus, in quibus presens 

Arch. Star. Sic, anno I. 53 



416 PROCESSO DI rBLLONIA 

erat dictus testis, quod calulani erant pessimi, stulti, et pauperes 
et sine omni iuslicia. 

Super viy* capilulo interrogatus, dixit, se nichii aliud scire super 
contenlis in co, nìsi, quod diclus nranciscus lo brondo dixit: do- 
mina regina et dominus dux debebani (sic) rcntre;titinc irii iempu$ 
qito ego habebo aliquod bonum, nam vos, dirigendo ? erba ad epi- 
scopuro, non Iracletìs me sic konoralnliler ut debetis. propter que 
verba dictus cpiscopus dicen< : u /loc (sic) dicUis vos per adventum 
domine regine et domini ducis; el confestim Tecit dicium franci- 
scum encarcerari. interrogatus quomodo scit ca que deponit. et di- 
xit, quod audivit dici a priore et ab omnibus monachts diete ec- 
clesie, et cciam ab omnibus de domo dicti episcopi, et sic fuit pu- 
blica fama in dieta civitate cathunie ; interrogatus de tempore , et 
dixit paulo post adventum dominorum prediclorum. 

Super ix* capituio interrogatus, dixit se nichii scire super con- 
tentis in co. 

Super x** cnpitulo interrogatus , dixit se hoc soluiu scire super 
co, quod audivit dici a fratrc alberto intus sacristiaiii diete ecclesie, 
dum dictus cpiscopus expoliaret se post vesperos diey vigilie sancte 
agathe, dirigendo sua verba ad dictum episcopum, qaod male fé- 
cerai idem episcopio quia percuaseral ipswn ila furliler in ca- 
pite el m facie; et dictus episcopus dixit ci, quod non lutbebai 
ipsum prò monacho, quia scmper cum tu es ifi missa, lìcl habes 
aliquid /ace/e, semper dormii, et postea, die crastina immediate 
sequenti, dictus testis et alii monachi dicti monasterii dixerunt di- 
cto episcopo, quod propter percussiones predictas quas fc(*erat, ipse 
erat excommunicatus» et quod faceret se absolvi, alias ipsi non aii- 
dirent missam ab eo; et dictus episcopus non osUintibus ìstis, ce- 
lebravit; et dictus testis una cum monachis dicti monasterii nolente» 
ab ipso missam audire , accesserunt ad manfridum de alagona rt 
dixerunt sibi omnia que fecerat idem episcopus; et predicta audivit 
dici communiter ab omnibus monachis dicti monasterii. 

Super xj« capituio interrogatus, dixil, se hoc solum scire super 
contentis in eo, quod dictus episcopus fecit encarcerari quendam 
monachum monasterii diete ecclesie dicium frater petrus de sa rocha, 
in quo carcere mortuus fuit fame, ut dici audivit dictus testis; quem- 
quidom fratrem pctrum encarcerari fecit dictus episcopus» eo quia di- 
cebatur, quod diclus Trater petrus fecerat vulnerari in faciem (Me) 
quendam notarium andream de aquila civitatis cathanie» et ftiratos 
fuerat dictus frater petrus quendam calicem. dixit edam dictus testis 



conno FRATE SIMONB DSL POIZO 411 

quod dìclus episcopus imposuerat penam excommunicacionis, quod 
nullus csset nusus dare provisionem cibi vel potus Aratri petro pre- 
dìcto, nam alias monachi dicti monasterii et eciam amici dicti fra- 
tris pelri tradidisscnt sibi. interrogatas de tempore, et dixit, quod 
sunt iij^* vei iiij'' anni. 

Super xij' capitulo interrogatus, dixil se nichil scire super con- 
tentis in eo , cum adhuc diclus testis non essct monacus ; tamen 
audivit dici a monachis dicti monasterii, quod dictus elias erat epi- 
scopus diete ecclesie, et fuit expulsus per dictum nunc episcopum; 
et cum dictus nunc episcopus intravit ad episcopatum predictum, 
fuit sibi facla protcslacio per monachos dicti monasterii. interrogatus 
de tempore dixit se non recordari. 

Frater iohannes de eia monacus monasterii sancte agathe maioris 
ecclesie ciMlatis calhanie, testis iuratus et interrogatus super primo 
capitulo, dixit conlenta in eo fore vera; interrogatus quomodo scit, 
et dixit , quia fuit presens , et audivit predieta ; interrogatus de 
loco, et dixit, quod in capcUa presepii ecclesie sancti dominici ci- 
vitatis calhanie; interrogatus de tempore, et dixit, quod in die sancti 
thome proximo preterito. 

Super ij* capitulo interrogatus , dixit se nichil scire super con- 
tentis in eo. 

Super iij* capitulo interrogatus , dixit se hoc solum scire super 
conlentis in eo, quod vidit dictum artalem cum muUitudine gensiuni 
(corr. (fonlium) forensium armatnrum in placca ante portare palacii 
dicti episcopi; et vidit quod de palncio dicti episcopi, fuerunt por- 
tuta dicto artali et aliis, qui cum eo erant. vinum, panis, carnes, 
ficus, pira et alia comestibilia, de quibus dictus artalis et ali! sui 
sequaces comederunt et biberunt ; dixit eciam dictus testis , quod 
vidit dictum episcopum, qui venerat cum dicto artali, ad placeam ante 
dictum palacium, qui associaverat dictum artalem per civitatem ca- 
lhanie. super aliis conlentis in dicto capitulo dixit se nichil scire. 
interrogatus de tempore, in introitu dicti artalis; de loco, in placea 
predicta. 

Super iiij* capilulo interrogatus, dixit, contenta in eo fore vera; 
interrogatus quumodo scil, et dixit, quia vidit omnes sculiferos dicti 
episcopi armatos,' et accesserunt cum dicto (sic) maiordomo armati 
ad expugnandum dictum castrum, dixit eciam dictus testis, quod 
vidit dictum cuninum vulneratum etpeciitabeo dictus testis: quid 
esl ùlud ? et dictus cuninus respondit sibi, quod fiierat vulneratus 



41 S FtOCBifO DI VBLLORU 

in brachio in expugnacione dicti castri, interrogatiis de tempore, 
in introitu dicti artalis. 

Super V® capitulo interrogatus, dixit se nichii scire super conten- 
tis in eo, cum ilio sero esset inclusus in sua camera; tamen au- 
divit dici a pluribus communiter, quod feceral dictus episcopus 
magna luminaria, interrogatus de tempore, et diilt in introitu dicti 
artaiis. 

Super vj*^ capitulo interrogatus , diiit contenta in dicto capilulo 
fore ?era, exceplo quod non audivit quod velum beate agallie, nec 
aiiquc reliquie portarentur ad tectum. interrogatus quomodo scit ea 
que deponi!, et dixit, quia audivit dici eadem a dicto episcopo, et 
fui! presens in processione que fàcta fuit circa dictam ecclesiam, et 
eciam in prcdicacione, cum dictus episcopus dixit, quod omnes qui 
vòlunt desiruere islam civilalem destruantur. interrogatus de loco 
et dixit, quod in ecclesia sancte agathc ; de tempore, in vigilia san- 
cii petri et pauli pioximo preterita. 

Super vij* capitulo interrogatus, dixit, se nunquam audivisse dici 
prcdictn a dicto episcopo ; est tumen \etum quod audivit dici a plu- 
ribus, de quorum nominibus non recordatur , quod dictus episco- 
pus dicebat de catalunis contenta in dicto capitulo. 

Super vilj" capitulu interrogatus, dixit se nescirc quod dictus epi- 
scopus daret consilium dicto muiifrido, quod non permitteret intrare 
dictam dominam reginam ad regnum. est tamcn verum quod hic 
testis audivit a dicto Trancisco lo brondo, quod eo quia dixerat di- 
ctus fninciscus: si domina rojjina vcnirei ego habebo bvuum ab eo, 
dictus episcopus fecit encarcerari dicium franciscum. interrogatus 
corani quibus audivit dici predieta a dicto Francisco, et dixit se non 
recordari Interrogatus de loco, et dixit, quod ante portam ecclesie 
sancte agatlie, interrogatus de tempore, dixit, quod paulo ante ad- 
venlum domine regine. 

Super ìx* capitulo interrogatus, dixit se nichii scire super con- 
tentis in eo. 

Super x** capitulo interrogatus, dixit se hoc solum scire super 
conlenlis in eo, quod vidit hic testis in vespere beate agathe pro- 
ximo preterito, quod dictus episcopus, cum quadam virga. percussit 
in capite et in Tucie et aliis membris persone fratrem alberium de 
rocha, sacrista (tf.c) diete ecclesie, tenentem brachium sancte agathe ia 
manibus : et non petita absolucione aliqua, ipse celebravit. si est 
excommunicatus, vel ne, nescit hic testis. interrogatus de loco, et 
diicii in ecclesia sancte agathe. 



COIfnO FRATB SI!ltO!VB DBL IPOZZO 4Ì9 

Super xj® capitulo interrognlus, dixit se hoc solnm scire super 
contentis in eo, vìdelicel, quod diclus episcopus fecit torqueri et 
encarcerari quendain monacuin monasterii sancte agalhe , dictum 
fratrem petrum de Qa rocha (sic), inculpatum, quod fecerat vulne- 
rari in facie quemdam notarium andreatn de aquila diete civìtatis 
cathanie; et andivit dici hic tcslìs. quod diclus frater pelrus mor- 
tuus fuil fame et siti in dicto carcere, interrogulus de tempore, di- 
xit, quod anno, quo mortuus fùit artalis de alagona quondam, et 
habuit dominium manfridus de alagona. 

Super xy** capilulo interrogatus, dixit se nichil scire super con- 
tentis in eo. 

Frater thomas de asmari monacus monasterii sancie agatlie ma- 
ioris ecclesie civitatis cathanie, testis iuratus et interrogatus super 
primo capitulo, dixit eciam, quod dicobat diclus episcopus: ancora 
que si rumpcn lo colio, interrogatus quomodo scit, et dixit quod 
interfuil, ?idit et audivit; interrogatus de loco et tempore, et dixit 
prout continelur in capitulo. 

Super ij^ capitulo interrogatus, dixit se nichil scire super con- 
tentis in co, nisi quod audivit dici a plurìbus, de quorum nomi- 
nibus non recordatur, quod diclus manfridus misit dicendo dicto 
episcopo, quod amodo talia non dicerei, nam alins ipse provideret. 
interrogatus , quibus presenlibus audivit dici predicta , et dixit se 
non recordari. 

Super iy*" capitalo interrogatus, dixit se nichil scire super con- 
tentis in eo, cum esset absconditus pre timore artalis alagona pre- 
dictl. 

Super iiìj^ capitulo interrogatus, et rcspondit ut in proximo. 

Super v^ capitulo interrogatus, dixit se nichil scire super contentis 
in eo, cxcepto quod audivit dici a pluribus, de quorum nominibus 
non recordatur, quod diclus episcopus fecit magna luminaria propter 
inlroilum dicti artalis; el audivit dici a dicto episcopo, quod dicti do- 
mini et cives, qui veniebant cum eis, crani excommunicati, nisi ve- 
niant cum voluntate domini pape bonifacii. interrogatus de loco in 
quo audivit dici predicta a diclo episcopo, et dixìl quod in predi- 
caeionibus, quas diclus episcopus faciebat; interrogatus coram qui- 
bus, dixit se non recordari. 

Super YJ^ capitulo inlerrogalus, dixil se hoc solum scire super 
eo, quod audivit dici per dictum episcopum, in quadam predicacione 



420 PK0GR9S0 DI FELLONIA 

brevissima, in qua vocavit omnes ordines istius civilatis el omiìm 
homines abti (corr. apti) ad dcff(*rendum arma accedane ad ca- 
slrum prò ex pwjnando (sic) ipsum; pueri aulem et senes et fé- 
mine conlileantur bene, et rogelur (sic) ad dominum; nos aulem 
clerici quorum sagile aut (sic) ornciones el misse, confiteamini (sic) 
et celebremus missas, el alias oremus ad dominum humililer, quod 
onincs qui volnnt d**8tm,ere islam civilalem deslruaniur et iulcr- 
ficianfur omnino. dixil eciani diclus testis , quod fui! presens in 
processione, que facta fuil circa dictnm ccclesiam, in qua proces- 
sione fuil porlalum velum beate agathe ci brachium eius, et eciain 
brachium sancti georgii. interrogalus de causa sciencie, dìxit quod 
interfuit , vidit et audivit ; de loco , in ecclesia sancte agathe ; de 
tempore, in introitu artaiis. 

Super vij^ capitulo interrogatus , dixit contenta in co fore vera, 
interrogatus quomodo scit, et dixit, quia audivit per dicium episco- 
pum predicari in ecclesia sancti dominici, qnod catalani habeìit Iria, 
fidelicet, quod »unl pauperes, fatui el sine iusticia. interrogalus 
quibus presentibus audivit dici, vel predicari predicta a diclo epi- 
scopo, et dixit, quod ernnl presentes omnes monachi dicti mona- 
sterii. 

Super viij^ capitulo interrogatus, diiit se nichil scire super dando 
Consilio dicio manfrido; est tamcn verum quod audivit dici a diclo 
francisoo lo brondo, quod, co quia ipso dixit, quod propler adven- 
tum diete regine ipse habebit bonum ab ea, dictus episcopus fecit 
encarcerari eundem. interrogatus quibus presenlibus audivit predi- 
cta a dicto francisco, dixit se non recordari; sed quod cotidie con- 
querebatur, et oonqucritur eciam coram tolo populo. interrogatus de 
loco, et dixit quod non est diu quod audivit dici in castro. 

Super ix*^ capiiulo inlerrogatus, dixit se niciiil scire super con- 
tentis in eo. 

Super x^ capitulo interrogatus, dixit contenta in eo forc vera; in- 
terrogatus quomodo scil, et dixit, quod quadam die, in festi\itate 
beate agathe proximo preterita, dictus episcopus verbcravit quen- 
dam monacum, videlìcel sacristam. dicti monasteri!, nominatum fra- 
trem albertum de rocha, cum quodam baculo, et postoa diebus se- 
quenlibus, nulla pelila indulgencia, celebravit mi<sam. interrogatus 
quomodo scit, que deponit, et dixit quia interfuit et vidit; interro- 
gatus de loco, in ecclesia sancte agathe. 

Super xj® capitulo interrogalus , dixit se hoc solum scire super 
eontentis in eo, quod posuit duos presbiteros ad tormentat fidelicet 



COirrtO FKATB SIMOIfB DEL POZZO 421 

presbiteruin nicolaum de bello flore el presbiteram michaelem de 
gambaro, et encarceravit quendani fratrem pelrum de ^a rocha mo- 
nachuro diete ecclesie, qui mortuus fuit in carcere , ut credit hic 
tesUSy rame et siti; qui quidein frater petrus inculpabatur quod fé- 
cerat percuti quendum notarium andream de aquila^ notarium diete 
cìvilalis, in facie. interrogatus de tempore, dixit se non bene recor- 
dari. 

Super xy' capitulo interrogatus, dixit se nichii scire super conten- 
tis in 60, cum ilio tunc hic teslis non esset monacus diete ecclesie; 
tamen audivit dici communiter, quod dominus elias, qui habebat epi- 
scopatum, per dominum gregorium, bone memorie, fuit expulsus ab 
eo ; et postea fuit immissus in dictum episcopatum episcopus qui 
est. interrogatus a quibus, prescntibus, audivit dici predicta, et di- 
xit se non recordari. 

Frater nicholaus do castro iohanne monacus monasteri! sancte 
agathe maioris ecclesie civilalis cathanic, teslis iuratus et Interro- 
giitus super primo capitulo, dixit contenta in eo fore ?era. interro- 
gatus quomodo scit, et dixit quìa interfuit, vidit et audivit, et omnia 
ista dixit coram populo, qui erat congregatus in ecclesia sancti do- 
minici, interrogatus de tempore, et dixit, quod in die sancti thome 
proximo preterito. 

Super ip capitulo interrogatus, dixit se nichii scire super con- 
tentis in eo; sed audi\it quod multi homines diete civitatis, qui Tue- 
runt presentes in dicto senuone, redarguerunt eundem episcopum a 
dictis per eum in sermone prediclo. 

Super ìij" capitulo interrogatus, dixit contenta in dicto capitulo 
fore vera, inlerrogatus quomodo scit, et dixit, quia vidit dictum epi- 
scopum equitantem cum dicto artale per dictam civitatem die introi- 
tus sui; et vidit eciam hic testis. quod, stantibus dicto artale et se- 
quacibus suis ante placeam palacii dicti episcopi, idem episcopus 
fecit aportari dicto artali et eius sequacibus, panem, vinum et alia 
comcstibilia, de quibus dicli arlalus (.sic) et alii comederunt et bi- 
berunt ad libitum; et eciam fecit aportari dictus episcopus quasdam 
tovalliolas, cnm quibus dictus artalis abstergit faciem eius unctam 
sudoribus el pulveribus. interrogatus de tempore, et dixit quod in 
die introilus dicti artalis; do loco, ut supra. 

Super iiij^ capitulo Interrogatus, dixit contenta in eo fore vera, in- 
terrogatus quomodo scit, et dixit quia vidit sculiferos dicli episcopi 
et maiordomum armatos cum equis armatis cum perpuntis (sic) scilìcet 



422 PKOCIISSO DI VBLLO!fU 

maiordomum, et accesserunt ad expugaandum dictam castruro. dixU 
eciam diclus testis, quod vidil dicium cuninum Tulneratuni ìd oiu- 
scuio vel brachio (sic), et quod fucrat vulneratus in eipugnacione 
castri, interrogalus quomodo scil, et dixit, quia diclus cuninus dixit 
ista dicto testi, et quod fuit percussus intus ortuiu (sic) sancti domi- 
nici dum castrum expugnabalur prcdictum. 

Super V® capitulo inlcrrogatus , dixit se hoc solum scire super 
conteotis in eo, quod, vespere inlroitus dicli arlalis, dictus cpiscopos 
fecit fieri magna luminaria in campanili ecclesie maioris diete cifi- 
tatis. alia conlenta in diclo capitulo dixit se ij^norare. 

Super v]® capitulo inlerrogalus, dixit hoc solum scire super co, 
quod, quondam (corr. qwidain) die, de qua non bene recordatur, 
sed fuit post introitum dicti artalis, dictus episcopus stando in missa 
in ecclesia sanctc agalhe, in coro parvulo diete ecclesie, dixit co- 
ram omnibus qui ibi crani presenles, et erut maior pars omnium 
fratrum et presbiterorum diete civitalis, quos dictus episcopus fe- 
cerat convocari, et dixit coram omnibus: no^ credei , quorum sa- 
giUe et amia sunt oraciones et misse, celcbremus mùisas et di- 
Camus oraciones , et ego prinius incipiam die crastina cantare 
missam, et vos ovmes presbiteri el fraires faciatis similiter; et 
omnes pueri, senes, et mulieres confiteantur et dicant oraciones 
et alias orent ad dominum prò Victoria obtinenda per artatum 
de alagona; et omnes homines qui possunt portare arma, acce 
dant ad castrum prò exputjnamio eum. dixit eciam iste testis , 
quod, die sequenli, diclus episcopus dixit missam, el fecit proces- 
sioncm circa dictam ccclesiam, portando velum et brachium beate 
agalhe, el eciam brachium sancii georgii ; in qua quidem proces- 
sione dictus testis inlerfuit una cum aliis fratribus et prcsbiteris 
diete civitalis, qui mandato dicti episcopi vcneranl; et ilio die di- 
clus episcopus predicavit dicendo: deslruantur omnes iUi, qui vo- 
lunt destruere islam civUatem. alia dixit se nescire super contentis 
in dicto capitulo. 

Super vi]"" capitulo inlerrogalus, dixit conlenta in eo fore vera, 
interrogatus quomodo scil, et dixit, quia audivit pluries dici a diclo 
episcopo ; et etiam dicebat dictus episcopus, quod dicti catalani eraut 
sarraceni . 

Super viij® capitulo inlerrogalus dixit, super dando (sic) Consilio 
diclo manfrido nichii scire; vidit tamen hic testis dictum franciscum 
lo broudo encarceratum per dictum episcopum, eo quia dictus fran- 
cisGus dixit conlenta in dicto capitulo : et ista dici audif it hic loslis 



COIfTRO PRATB SIMOBTB DEL POZZO 423 

a dicto francisco. intcrrogatus de loco , et Aìxii , quo'l in ecclesia 
sancte agathe ; interrogatus, quìbus presentibus, et diluii, nullo pre- 
sente, sed loquendo ambo familiariter. 

Super Yìiij*' capilulo intcrrogatus, dixit se nichil scire super con- 
tentis in eo. 

Super x" capìtulo dixit, quod in vigilia sancte agathe, anno prò- 
xiroo prelerito, vidit hic tcslis quod dictus cpiscopus pcrcussit cum 
quodain baculo in capite fralrem albertum de rocha, sacristam di- 
ete ecclesie, et postea die sequenti celebravit, nulla pelita indul- 
gencia, dictus cpiscopus. intcrrogatus de causa sciencic , et dixit, 
quod audivit dici ab ore dicti episcopi, coram artnlc do alagona. 

Super \j^ capitulo intcrrogatus, dixit se hoc soluin scire super 
conlentis in eo, quod dictus cpiscopus posuit duos presbiteros ad 
torturam, videlicct prcsbiterum nicholaum de bello flore et prcsbi- 
terum michaelcm de gambano (aie) ; et encarceravit quondam fra- 
trem petrum de ^a rocha, monacum diete eccles\.e, qui mortuus fuit 
in carcere, ut credit hic testis, fame et siti; qui quidcm frater pe- 
trus inculpabatur, quod fecerat perculi quondam notarium andream 
de aquila, notarium diete civitatis, in Tacie. intcrrogatus de tempore, 
et dixit, quod sunt duo anni, voi tres. 

Super xy^ capitulo intcrrogatus, dixit contenUi in co fore vera: 
intcrrogatus quomodo scit, et dixit quia vidit dictum dominum eliam 
episcopum cathaniensom, provisum per dominum papnm gregorium, 
bone memorie , et possedit dictum episcopatum per duos, voi tres 
annos; et postea fuit expulsus dictus dominus elias a dicto episco- 
patu, et fuit immissus in episcopatum cpiscopus symon, qui nunc 
est. 

Die martis, xxiij^ dicti mensis iulii. 

luhannucius piscis iunior , civis civitalis cathanie , testis iuratus 
et intcrrogatus super primo capitulo, dixit se hoc solum scire su- 
per contentis in eo , quod in die sancii thome proximo preterito, 
cum iste testis staret in banco notarli palagrini do tucli sancti, ve- 
ncrunt ad cum magister blascho et iohannucius ri^o, et multi alìi, 
de quorum nominibus non recordatur, et dixerunt buie lesti : ecce 
quid lìredic'ivil hodin cpiscopus calhanirnsis, dixil clenim diclus 
eftiscopiis in predicacione, quod, cosa quo domina reifina et dux 
veniant^y 6ummcriifm(ur in profundwn maris ipsi et onines cata- 

Arch. Stor. Sic, anno I. 54 



424 PIOCBMO DI rSLLONlÀ 

lani qui cum eis veniurU, et demones reciptarU animaa et corpora 
eorundeni, nam caUUani mnt pessimi homines et asmatici. 

Super ìj^ capilulo interrogatus , dixit se nìchil scire super con- 
lentis in eo : audivit tamen dici a pluribus, de quorum noroinibus 
non recordatur, quod raanfridus de alagona , et artalis eins filius 
redarguerunl dictum episcopum de predicacione predicta. 

Super iij* capitulo interrogatus , dixit contenta in dicto capitulo 
foro vera, interrogatus quomodo scit. et dixit quia ?idit, quod diclus 
artalis et omnes vinyerii et slranei qui cum eo eranl, biberunt et 
comederunt in palacio episcopali , ubi iste testis erat presens ; et 
vidit eciam dictus testis , quod dictus epìscopus ai^sociabat dictum 
artalem per civitatem, et accipiebat dictus artalis consilium ab eo. 
interrogatus de causa sciencie, et dixit, quia interfuit, vidit, et au- 
divit. 

Super iiy^ capitulo interrogatus, dixit contenta in diclo capitulo 
fore vera, interrogatus quomodo scit, et dixit, quod fuìt prosens dum 
castrum expugnabatur predictum , et vidit omnes scutiferos dicti epì- 
scopi armatos in expugnacione dicti castri, dixit eciam dictus testis, 
quod ipso nescit si dictus cuninus fuit vulneratus vel ne. 

Super v^ capitulo interrogatus, dixit se vidisse in vespere introitus 
dicti artalis dictum episcopum fecisse magna luminaria , et postea 
subsequenter totam dictam Civita tem. super aliis contenlis in dicto 
capitulo, dixit se ignorare. 

Super vj^ capitulo interrogatus, dixit se hoc solum scire super eo, 
quod vidit dictum episcopum. diclo die, faciendo proce^sionem per 
ecclesiam sancte agathe cum multiludine magnatorum, fratrum, el 
presbitero rum, ac eciam mulierum; et dicobatur ab illis qui erant 
in dieta processione , quod dictus episcopus facicbnt illam fieri ob 
hoc, ut dominus ihesus cliristus darct victoriam dicto artali de dicto 
castro; in qua quidem processione portabantur velum et bracbium 
sancte agulhe, nec non et brachium sancii georgii : audivit nicbilo- 
minus prcconizationes que facto fucrunt per civitatem catiianie, quod 
omnes qui possunt pugnare accedant ad castrum cum armis prò ci 
pugnando eodem, sub pena amissionis corporum et honorum, in* 
terrogatus de causa sciencie , et dixit , quia interfuit, vidit et au- 
divit. 

Super vij^ capitulo interrogatus, dixit se audivisse dici contenta 
in dicto capitulo. interrogatus a quibus audivit dici, et dixit, a plu- 
ribus, de quorum nominibus non recordatur. 

Super viij® capitulo interrogatns, dixit se audivisse dici ab episcopo 



CONTRO FRATE SIMONB DEL POZZO 42S. 

melevitano, quod dictus episcopus cathaniensis consulebat dicto man- 
frido, quod non sincret intrare dictam dominam reginam ad regoum; 
et audivit dici cciam iste testis a dicto Francisco Io brondo, quod epi- 
scopus cathaniensis fecerat ipsum poni in carceribus, co quia dice- 
bat bene de adfentu domine regine, interrogatus de loco, dixit, quod 
in pluribus parlibus; interrogatus coram quibus, dixit se non re- 
cordari. 

Super ii^ capitulo interrogatus, dixit quod est fama publica quod 
tenet araasias, et vidit hic testis, quod temporibus retroactis tenuit 
quandam amasiam, vocatam perna, quaro tenebat ita honoriflce cum 
familiis {famulis?) sicut si esset uxor cuiusdam magni civis. 

Super X® capitulo interrogatus, disit se yidisse quod dictus epi- 
scopus percussit cum quodam baculo quendam monacum, nomina- 
tum fratrem albertum ^a rocha, stantem ante altare maius ecclesie 
maioris civitatis cathanie. interrogatus de tempore, dixit se non re- 
cordari; interrogatus de causa sciencie, et dixil quia vidit et pre^ 
sens fuit; super aliis contentis in dicto capitulo dixit se nichil scire. 

Super ìj^ capitulo interrogatus, et dixit se audivisse dici commu- 
niter a pluribus, de quorum nomìnibus non recordator, quod cum 
dictus episcopus sciebat aiiqucm esse amicum prioris diete ecclesie, 
capiobat ipsum confestim et vesperc ponebat ipsum ad torturam. 
dixit eciam iste testis, quod ipso vidit, quod dictus episcopus fecit 
encarcerari quendam monacum vocatnm fratrem petrum, quem mori 
fecit in carceribus fame et siti, interrogatus de tempore, et dixit, 
quod sunt duo anni, vel circa. 

Super x\j^ capitulo interrogatus, et dixit se nescire si dictus epi- 
scopus tenet dictum epìscopatum malo titulo, vel bono titulo; sed 
tamen vidit hic testis, quod quidam , dictus elias , erat episcopus 
cathaniensis, qui fuit expulsus a dicto episcopatu per artalem de 
alagona quondam, et fuit immìssus in dictum episcopatum episco- 
pus, qui nunc est. 

Gere de flumine fìrigido, civis civitatis cathanie, testis iuratus et 
interrogatus super primo , dixit contenta in co foro vera, interro- 
gatus quomodo scit, et dixit quia interfuit, vidit et audivit; inter- 
rogatus de tempore et loco, et dixit prout in capitulo conUnetur. 

Super y® capitulo interrogatus, dixit se audivisse dici a domino 
episcopo meievitano, cum quo hic testis moratur, quod dictus epi- 
scopus cathaniensis fuit comprehensus (corr. reprehensus) de bis 



»^ 



126 P10CB96O DI FBU.ONIA 

que male prcdicaverat in dicto sermone, per ipsum melevitanum e- 
piscopum et per iacobum denti, inlerrogatus de loco, dixit se non 
recordari . 

Super iij® capilulo interrogalus, dixit contenta in dicto capitalo 
fore vera; inlerrogatus quomodo scil, et dixit, qood vidit propriis 
oculis, quod, cura dictus artalis intravit civitatem cathanie cuni gente 
armata, vcnit ad episcopale palacium , et dictus episcopus stando 
in finestra, cum vidit dictum artalcm et alios qui sccum venerant, 
signo crucis henedixit eosdcm, et fecit eis aportari pancm, vintim 
et alia comestibilìa, de quibus dicii artalis et cius scquaces come- 
derunt et biberunt. et Tidit liic teslis quod quidam scutiferus dicti 
episcopi tradidit quandam tovaliolam albam dicto artali , cum qua 
abstersit Taciem suam. dixit eciam dictus testis , quod , factis bis, 
dictus episcopus equitavit per civitatem, associando dictum artalem. 
Inlerrogatus de causa sciencie, et dixit, quod omnibus supradictis 
intcrfuit, vidit, et audivit. 

Super iiij^ capilulo inlerrogatus, dixit se vidìsse omnes scutiferos 
dicti episcopi armalos, pnratos accedere ad expugnandum dictum 
caslrum; et cum hic testis essel cum dicto episcopo melevitano, qui 
volebat ab iiac civilate recedere et ire ad loontinum, dictus artalis 
dixit dicto episcopo quod non recederei, quousque viderit expugna- 
eioncm castri ; et dictus melevitanus episcopus regressus fuit ad do- 
mum. ci postmodum, eadem die, hic teslis ivit ad castrum, et vidit 
dictum niluin de larcnlo et omnes scutiferos dicti episcopi armatos 
in expugnacioue dicti castri, dixit tamen se non vidisse pcrcussum di- 
ctum cuninum, sed audivisse dici ipsum fore percussum in expu- 
gnacioue prcdicla. inlerrogatus de tempore, et dixit quod die martis 
immediate scquenti post inlroitum dicti artalis. 

Super v'* eapitulo inlerrogatus, dixit se hoc solum scire super con- 
tentis in co, quod die dominica in vespere, qua intravit dictus ar- 
talis, dictus episcopus fecit maxima luminaria, quam (stc) ipse teslis 
propriis ocuHs vidit. super aliis conlenlis in dicto capitalo dixit se 
nicbii scire. 

Super vj*^ eapitulo inlerrogatus, dixit se nichii scire de ventate 
super conlenlis in co, cum non essel in civitate ; sed audivit dici 
conlcnla in co a priore dicle ecclesie et a fratre anthonio de resca 
porla, monaco diete ecclesie, inlerrogatus de loco, et dixit in ec- 
clesia sanctc agalhe; de tempore, dixil se non recordari. 

Super vij*' eapitulo inlerrogatus, dixit, quod quadam die, de qua 
non bene rccordalur, stanlibus manfrido de alagona et bcrnardo careti 



COIfTRO PRATB SIMONR OKL POZZO 427 

et episcopo cathaniensi in domo, in qua dictus manfridus hospitaba- 
lur,et loquentibus de adventu domine regine et domini ducis et ca- 
talanorum, qui veniebant cum cis, dixii dictus episcopus, presente 
et audientc hoc teste , quod dicli catalani erant pessimi , et quod 
nulla fidcs vel veritas potcrat inveniri in éis. et multa alia verba 
similia. 

Super viij^ capituio ìntcrrogalus, dìxit se audivisse dici contenta in 
diclo capituio, interrogalus a quibus, et dixit se non recordari, exce- 
pto quod audivit dici a dicto francisco lo brondo, quod dictus epi- 
scopus fccit ipsum encarccrari , co quia letabatur de adventu do- 
mine regine. 

Super ix** capituio, dixit se nichil scire super contentis in eo. 

Super x^ capituio interrogatus , dixit se hoc solum scire super 
contentis in eo, quod, in die beate agathe proximo lapso, vìdit quod 
dictus episcopus percussit cum quodam baculo sacristam diete ec- 
clesie, et postea, die immediate sequenti, idem episcopus celebra- 
vit, nulla indulgencia petita. et vidit hic testis, quod, die crastina, 
omnes monachi diete ecclesie, nolentes a dicto episcopo audire mis- 
sam, iverunt ad manfridum de alagona, et conquesti fuerunt de di- 
cto episcopo super percussionibus supradictis. interrogatus de causa 
sciencie, dixit, quod interfuit, vidit et audivit. 

Super x}^ capituio interrogatus, dixit se hoc solum scire super 
eo , quod vidit hic testis , quod dictus episcopus fecit encarccrari 
el mori in carcere dictum fratrem petrum de rocha. dixit eciam hic 
testis ipsum (i) firmiter recordari, quod, quada\p die, hic testis erat 
in loco, in quo dictus frater pctrus encarceratus, et ibi erat simi- 
liter quidam vocatus Oliver de lu cultellu , et hic testis peciit et 
dixit cuidam nominato cunino, per cuius manus dictus encarceratus 
comedebat, quod permitteret ipsum videre dictum Tratrem petrum, 
et dictus cunìnus responditet dixit quod iiij'^' dies erant elapsi quod 
dictus frater petrus non comederat nec biberat , et hic testis ap- 
propinquando se ad ianuam diete carceris, clama firatrem 

petrum, cui fratri petro dictus cunìnus dixit: pratTipeiro (cumu?) pu- 
liti viniri, que iiij^^ iornu have qae non haviU maiìjain ni bivulu 



(I) Intendi : disse ancora U teste ìicordarsi benissimo che un giorno, tro- 
vandosi egli nel luogo in cui il dello frate Pietro era carcerato, ecc. chiese 
ad un tale, per nome Cunino (o Tonino) ecc. che gli permetlesse di ve- 
derlo . . . 



4S6 PROCESSO BI FBLLOMIA 

pane ne acqua ? ot dictus frater petrus respondit sabinissa et tre- 
mula yoce : eu me haiu missa una palruUa sula la lenga, qui 
mi regi lespiritu. ìnterrogatus de causa sciencie, et dixit, quia vidit 
et prcsens fùit. ìnterrogatus de tempore, et dUit, quod sunt iij^ 
anni, vel circa. 

Super xij® capitulo Ìnterrogatus, dixit se hoc solum scirc super 
contentis in eo, quod hic testis, stando puer et scolaris et tenens cla- 
▼es sacristie ecclesie maioris diete ci?itatis, servi?it aiiquocies dicto 
domino elie in roissis quas celebra?it; qui dictum episcopatum te- 
nuit per aliquod tempus. et dictus elias fuit eiectus a dicto epìsco- 
patu; et fuit immissus in co episcopus qui nunc est. Ìnterrogatus de 
tempore, et dixit quod sunt xij anni, vel circa, ?idere suo (I). 



(i) Fin qui il registro 4 del Protonotaro del Regno. Ho detto nel pream- 
bolo che il processo intenuto contro frate Simone non ebbe seguito; e 
ciò vien confermato dai documenti II, III e IV che si hanno nella seguente 
appendice. 



conno VEATB SIMONE DBL POZZO 429 



APPENDICE (1). 



I. 



(Dai Registro it della R. Gaacelleria iCoUeeUinea) fog. i70). 

Scriptum est per patentes licteras nobilibus comitibus, baronibus 
et raagistro iusticiario, iusticiariis, straticoto, castellanis, Yicecastélla- 
nis, magistris iuratis, baiulis, iudicibus et uni?crsis oflicialibus et 
personis aliis per siciliam et ìnsulas ei adiacentes constitutis et con* 
stituendìs, presentes licteras inspecturis, fidelibus suis etc. 

Reginiinis nostri cura rcquirit ut adversus liostes fide! et in exter 



(i) Alle notizie biografiche di frate Simone che ho date nel preambolo, 
e che rilevansi dai documenti raccolti in quest'appendice, non mi pare 
inopportuno aggiunger quest'altre che il suo casato riguardano, e che ho 
potuto raccogliere dai documenti esistenti nei registri della R. Cancel- 
leria e della Conservatoria di Registro. 

La famiglia del Pozzo, oriunda messinese , avea stanza in Castroreale. 
Ai tempi dell'anarchia feudale un Gugliotta (Guglielmo?) de Puteo, per- 
chè si mantenne fedele a re Federigo , era cacciato in bando da Pietro 
Spatafora, che s* impadroniva de' beni di lui. Sottomessa la lerra, il re 
lo ricompensava della sua fedeltà, concedendogli una casa in Castroreale 
confiscata allo Spatafora medesimo (Cancelleria, reg. 8, fog. 132), e più 
tardi conferivagli la metà de' beni di una donna morta ab intestato e sen- 
za legittimi successori (ivi, reg. i6, fog. 52). Dopo l'avvenimento al trono 
di Martino e Maria, Gugliotta seguì le lor parti; onde avvenne che Rar- 
tolomeo d'Aragona, ribelle, occupala Castroreale, imprigionava la moglie 
e i figli di lui, mentre la sua casa era posia a soqquadro, e i suoi poderi 
erano devastati dalle schiere ribelli (priv. del 6 ott. VII indiz. 1398). Cosi 
per una coincidenza, che non è poi tanto insolita, avveniva, che mentre 
frate Simone, come papista, era perseguitato dai regi, un suo congiunto, 
forse un suo fjratello, era fatto segno alle ingiurie del partilo avverso. Per 
tali motivi Martino, dopo avere confermato in favor di Gugliotta la do- 
nazione del feudo di Gurafi, riportata da una Damiata di Marescalco (priv. 
4 nov. V indiz. 1396, reg. Cancell. 26, fog. i5) e di avergli assegnato 
onze dodici annuali su' beni burgensatici confiscati al ribelle conte di (jo- 
Usano (i^ febbr. VI indiz. 1396 (97), Cane reg. 32, fog. 171 verso) con- 



f 



430 PR0CBS90 DI PBLLONIÀ 

roinium hcrelicc pravitatis auctoritas nostra consurgal, stelque proni- 
ptissima conlra pcrfidiei vifiereos filios et matenii uteri corrosores, 

cedevagli due case, con un casolare attigao, site in Messina, ed apparie- 
nate allo stesso Bartolomeo d' Aragona (prtvil. cit. del 6 ott. VII indiz. 
i398, Cane. reg. 3i, fog. i87), e più tardi, nominava Ini e Filippo, sno fi- 
glio, regi familiari il8 setu Vili indiz. 1399, Cane. reg. 36, fog. 90 verio). 

Alla detta famiglia appartenne il Rev. D.' Francesco del Pozzo, Regio 
Cappellano, il quale per la sua integrità e dottrina meritò di essere in« 
caricato della visita delle chiese e benefici di Regio Patronato del Val De- 
mone e del Val di Mazzara nelfanno i580 (Priv. di Filippo IV nel reg. 
Mercedes della Conservatoria di Registro n. 189, f. 401). 

Un Giovan Francesco del Pozzo, Maestro della Zecca di Messina, fa deco- 
rato del titolo di Prìncipe del Parco per privilegio di Filippo IV, dato i 
Madrid a 5 novembre i(>49 ed esccutoriato in regno a i8 maggio 1650. Que- 
sto titolo di Principe del Parco durato nella famiglia del Pozzo fino al 
i736 passò quindi alla famiglia Papardo per ragion di Violante del Pozzo 
mariuta a Bernardo Papardo, (invest. a 6 aprile 1737). 

11 feudo di Gurafl, posseduto in metà dalla famiglia anzidetta per tran- 
sazione tra Filippo del Pozzo ed Antonio Chamella, approvata da re Mar- 
tino a 10 aprilo 1410. passò quindi per ragion di nozze alla famiglia Gre- 
gorio e quindi alla casa Alliata d^i Villafranca (V. il Cedolario dei feudi 
e titoli conservato neirArch. della Conservatoria di Registro, Val Demo- 
ne, voi. 1, fog. i89). 

A proposilo di questo feudo, e della donazione in forza della quale esso 
passò in mano di Filippo del Pozzo, mi si permetta di rilevare una circo- 
stanza importante per la storia del nostro diritto privato. Io trovo nel ri- 
tato privilegio del 4 novembre 139(3, che la donazione anzidetta era stata 
sottoposta alla formalità della innnuazione; infatti vi leggo, dopo le firine 
dei testimoni e del notaio, le seguenti parole che di ciò fan fede: Imi' 
nuatum est presens instrumentum per me nobilem Johannem de Bepardo actù- 
rum curie Messane archivarium sub anno incarnadonis dominice m eoe xeiiij. 
Sanno i giuristi che la insinuazione era una formalità prescritta dal di- 
ritto comune onde rendere di ragion pubblica le donazioni fatte intervi' 
vos: il nostro documento prova che cotesta formalità *praticavasi tra noi 
alla fine del secolo XIV. Quindi va corretto quanto scrisse il signor Pe* 
dele Pollaci Nuccio nella sua relazione dell'Archìvio Comunale di Paler- 
mo (a pag. lOS), cioè che Vinsinuaiione delle donazioni sia cominciata io 
Sicilia dopo l'anno 1509; e il cap LXI di re Ferdinando II, eh* egli ha 
invocato, anziché alla introduzione» accenna piuttosto al disuso in coi 
la detta formalità era forse caduta: in altri termini, è da credere che col 
citato capitolo il Parlamento non abbia inteso far altro che richiamare in 
vigore una pr«>srrìzionc di legge caduta in desuetudine. Ma della insinM- 
zione e delle sue vicende fra noi mi toccherà forse di dover parliTe io 
altra occasione, e però mi basta, sul proposito, quel che ho già dotto. 



CONTRO rRÀTB SIMONB DBL POZZO 431 

ac in iudicio et iastìcia maleficos pcrsequatur, quia quanlo de co 
niaiora divine nutu miseracionis accepimus, et aieiorem locum obti- 
nemus in terrìs, tanto devociora debcmus obsequia gratitudiiiis con- 
ferenti, contra illos igitur tanquam rcos lese maiestalls in personis 
et bonis eoram iustius fortiusquc ac gra?ius provocati , fidelitati 
vestre, sub obtenlu gracie nostre ac amissionis pena bonorura ve- 
strorum, quanto possimus arcius iniungendo precipimus, quatenus 
venerabili et religioso viro fratri symoni de putheo ordinis fratrum 
predicatorum, sacre pagine magistro, ac inquisicìonis hercticc pra- 
vitalis in ipso regno Sicilie, auctoritate scdis aposlolice, cunstituto , 
capellano, consiliario et devoto nostro, ciusque nunciis, ad cxtirpan- 
duro de ipso regno hereticos et hcrelica labe relapsos (1), nec non 
et destruendas synagogas iudeorum de novo constructas contra ca- 
nonica instiluta, ad requisicionem eorum, quando et quantum sibi 
hoc videbitur, fcrventer (2) consiliura et auxilium impcndatis. ca- 
plentes et custodientes, ac fidcliter sub fida custodia ad dcputatos 
carcercs deducentes, oranes utriusquc scxus homines, cuiuscumque 
condicionis existant, huiusmodi labe relapsos (3), prout idem fratcr 
symon, ve! prcdicti nuncii, vobis duxcrint imponcndum; quos coiam 
vel ipsis nunciis reddatis, voi libcretis. vcl ad dcputatos carcercs 
fidcliter tradatis (4), prout eidem fratri symoni, vel eius nunciis 
videbitur oportunum. omnes insuper, quos ad requirondum et ca- 
pienduro hereticos, vcl ad aliud egendum propterea (5), idem inqui- 
sitor aliquando destinaverit, vel secum du.verit, cquos ducere, ar- 
maque deferre libere pennittatis, nullam eis super hoc directe vel 
Indirecte roolestiam inferentes , sed cis et dicto fratri symoni au- 
xiliuro, consilium el favorem eflicarissime impendcntes; eius senten- 
cias quas in hereticos credentes, fauloros et receptatores eorum, 
apostatas a fide catholica adverterunt vel adverterinl (6) in futu- 
rum, vel bona ipsorum quecumqne tulerìnt, sine tarditate qualibet 
sludeatis exequucioni, sine caritate qualibet (7), demandare, omni 



(1) Così nel brano che si legge a fog. 271 verso del rag. 8 della Can- 
celleria. Invece quello da cui ho tratto Tintero documento ha re^perto^ (sic). 

(2) Il Reg. 8 cit. aggiunge et sollicite favorem etc. 

(3) Respersos (sic) reg. 8, cit. 

(4) Reducatis reg. cit. 

(5) Meglio nel cit. reg. propterea peragendum. 

(6) Meglio nel cit. reg. subverterunt vel pervertermt. 

(7) Le parole sim cantale qualibet mancano nel reg. cit. 

ifc/i. Star. Sie.j anno I. S5 



432 P10CB8S0 DI PKLL0in4 

postposito huinano timore; servantes propterea, et servar! focientes 
omnia et singula que duxerint (1), iuxta tenorem statutoruro apo- 
stolico sedis, sive circa christianos, sive circa iudeos, in favorem fi- 
dei catholice statuenda (sic), et ilios centra quos de crimine bere* 
seos publica laborct infamia, si per aliquos vestrum; de mandato 
iam dicti inquisitoris, eos capi contigerit, et de plano, ncc saatn 
errorem confiteri, noe alias manifestare Yolucrint pravitates huius- 
modi non expcrtes, exbibendo se demum in animarum suarum per- 
niciem obstinatos, ut de se Teritas elici Taleal, nichilque de contin- 
gcnlibus omittatur lormentis et questionibus, prout idem adverterit 
cxponatis. et cum dictus inquisitor sii per ipsum regnum persona- 
liter acccssurus ad prediclum sibi commissum olUcium exercendum, 
iterato districte precipicndo subiungimus, ut cidem inquisitori, prò 
se ac sociis et famìliuribus suis, de sccuro conductu, cum ab eo re- 
quisiti fucritis, libcnter et libcraliter providere curctis; ita quod dei 
ncgocium sine impedimento aliquo excquatur. taliter igìtur manda 
tum nostrum huiusmodi ex intimo cordis nostri affcctu procedens 
exequi stud<'atis, quod xelum nostre fidei vos babere opcris effectus 
obstendal, et ofTensam dei et indignacionem nostram nuUatenus in- 
curratis, et prcdictus inquisitor per veslram negligenciam in exequ- 
cione dicti ofTicii sibi commissi nullum senciat omnino impedimentum, 
vel obslaculum paciatur; prò firmo scituri, quod nostram roentem 
centra se graviter pro?ocabit quicumque, quod absit, in premissis 
neglicenciam commiserit. sive moram; et pcnam nicbiloroinus, quam 
idem frator symon propter hoc vobis, universaliter ve! singulariter, 
duxerit imponendam per se, aut suos nuncios speciaies, a vobis de 
bonis vestris cxigi curia nostra procul dubìo dcmandabit; presen- 
tibUvS, post oportunam et debitam inspectionem ipsarum, remanen- 
tibus presentatis, dicto durante inquisicionis olTicio (flrmiter?) vali- 
turis datum etc. 

(In mar(jiiie legnesi: eodem, ibidem: cio(\. xx" decembris apud 
messanam. 

Da un documento registrato nello slesso volume a fog. f 72 si de- 
sume che rindizione cui questo rìferìscesi era la XIP (i373-7t — re- 
gnante Federigo III).— La data marginale dclPaltra copia è : osmUj^ 
ianuarii apud messanam, e sembra riferirsi alla VII* indiz. cioè 
al 1369). 

(i) Fin qui il brano esistente nel reg. 8 della Cancelleria. 



conno f R4TB SOfOfri DBL FOtZO 433 

li. 

(Dal Kegistro &^ del Protonotaro del Regno, fog. 309 teno). 

Nos martinus et maria etc. Tenuit iùdubitanter nostra fiducia, quod 
revcrendus in christo pater frater symon cathaniensls cpiscopus , 
quem longo tractu temporis dilectlone et reverenda quallbet, tan- 
quam patrem in spirilualibus et temporalibus honorubiliter tracta- 
bamus, nullo posset impetu, nulloque successu a noslris (sic) be- 
niYoIencia deviare, obedicncia atque amore; ncc ab ilio credebamus 
oriri posse materiam odium, vel scandalum, parituraro. sed aliter 
nostre mentis alTeccio tcnehat firmiter de eodem , atitcr idem epi- 
scopus suum detestabile et segregatum a qualibet humanitate prò- 
positum salagebat immaniler aperire; et licet dudum cpiscopus me- 
moratuSy gratitudinis oflQcio fungens, ut monstrabat, et beneflciorum 
ac alTectionis et honorum, que a nostra receperat maiestiite, mini- 
me tunc oblitus, nostris succurrere nccessitatìbus se obtulerit sa- 
tis grate; quod ad efTectum deducens, sua voluntate spontanea, ac 
animo gratuito, medietatem integram omnium reddituum et proven- 
tuum tocius sui episcopatus, prò adimplcndis nostre curie serviciis, 
nostrisque subveniendis nccessìtatibus, ad manus nostras ac nobis 
ipsas concesserit, dedcrit et consignavcrit, prout in quodam instru- 
mento publico, de huiusmodi concessione et donatione nobis fa- 
cta per eumdem, liquet satis dare; quam medietatem fructuum et 
reddituum predictorum, nobis ut supra conccssorum per eumdem, 
in subsidium nostre necessitatis supradicte, per venerabilem in chri- 
sto patrem abbatem de scarpio oratorcm et capellanum nostrum di- 
lectum fore duximus recipicndam : oh cuius episcopi grata obse- 
quin, eum multo ardencius et afTectuosius habebamus cariorem, ip- 
sum ad maiora intendentes, quoad possemus et liceret, promove- 
rc. sed idem episcopus vclut aspis elTectus, exclusa prorsus iuiticia 
et gratitudine a mente sua , religionis et virtutìs conlempncns di- 
sciplinam, et claritatis (corr. charilatis) negligens instituta , diros 
ac venenosos actus, quos mente conceperat, omni qua potuit soler- 
cia contra celsitudines nostras fulminavit. cuius sceleratos exces- 
sus quamquam tacere vcUemus, pocius quam affari , ipsius tamen 
casus instancià suggerente, silencia recepimus (s/c), et eiusdem e- 
piscopi processus nepharios, ac ingrati tudinis vicia describere in- 
stanter urgemus, cum et illi, cui virtutum speculum roorum et nor- 



434 PftOGBSAO BI riLLONU 

ma fuìsse debuerat, nunc imagiDarium viciorum et sceleniiD, Dune 
vulgarc rcddiculum (sic) publice prcdicatur, dum fidelitatis regie ac 
obcdiencic et honoris, quorum esse debuit in universum populum 
prcdicator, scnsu privaUis proprio, bonilatis ac honoris et loci, qui- 
bus nostre curie (?) Trucbatur, oblitus, nec dignitate contentus, quam 
in regno nostro precipuam possidebat, rebellibus nostris et hosti- 
bus ut hostis pocius hostare tenebatur, non tantum se adhesit iro- 
maniter et maligne, sed nostra auferre propria, iam longo tempo- 
ris Iractu insto titulo adquisitn , aliisque conferre predicta , onini 
hominum verecundià uitroiectà, nequissime pertrattavit, deduxitque 
totaliter ad effcctum, quod nostram civitatem cathanie, quam nostri 
predeccssorcs illuslrcs, bono titulo, cum sparsione sanguinis, multb- 
que periculis et sudoribus quesierunt, a manibus nostris erueret, 
ipsamque supponcret tirannis , quibus subiecta extiterat per tem- 
pora longiura. intus quam civitatem memoratus episcopus tot ex- 
torarum goncium naciones ìmmisit, quod cum tota nostra potencia 
U\m lorranea, quam marina, quamvis polieat viris illustribus in nu- 
mero copioso, nìlentibus strenui tato maxima et virtute civitatem pre- 
diclam, nisi destruere eam totaliter voluisset nostra celsitudo, ba- 
borc aut subiugare minus de fiicili valuìssemus » eo operante epi- 
scopo prelibato, qui fideles nostros et cunctum populum cathanien- 
sem ad perlidiam et ignuminiam nostram inducere curis continuis 
laborabat, adeo quod bellorum factus amator et lupus, velut tuI- 
tur strage bominum atque cadaveribus delectando, ad predas, rui- 
nas et danipna hominum atque rerum gloriabatur inmense, non at- 
teiidens qualenus sit christo odiosum hoc peragere, qui pacem re- 
liquit (liscipulis suis omnibus, cum reddiit unde venerat. ob que nos 
opporluit civitatem ipsam tenero ohsessam per tempora ita longa, 
quod inclusos lame coiistrictos civos tanto urbis absolute opporluit 
se nostris nianìbiis posuissc: de eis assumemus iuxta nostri libitum 
ultionem. noe tanien dictus episcopus quereus desistere ab inceptis, 
voluit ad nostri clenienciam sicut alii convenire, quin pocius ge- 
stiens, ut verisimiliter credimus, committere, si posset , adversus 
nostras excellentias graviora, relictis episcopalibus vestibus, capite 
galeato, munitisque corporeis membris Ferro, a civitate predicta si- 
mulato modo liifTugions , ad alias partes proposuerat se conferre, 
ut suo iniquo proposito posset satisfacere ut optabat; sed summus 
index, qui disponil omnia iustà libra, amplius tantum scelus susti- 
nere non valens , dum idem episcopus iter suum continuaret per 
devia, associalus latronibus et hominibus sceleratis, ipsum in corta- 



CONTRO FRATB SIMOlfB DEL POZZO 435 

rum cetuum armatarum nostrarum ìnsidiis deduxit captiYiun. cum- 
que detnisum carceribus facìnous detineri, tradendum summo pon- 
tifici, ab eo, vel cuni cius consensu et ?oIunlale, ipsius episcopi fa- 
cinorosa demerita corrigendum, cum non permilteromus ullerius 
prefatum episcopum nec ipso episcopatu cathaniensi , nec alia in 
regno nostro Sicilie dign itale gaudcrc , aut forte permanere libe- 
rum in eodem, et propterea vol«Mitcs, tanquam patronus, diete ca- 
thaniensi ecclesie, quod redditus, exìtus et proventus dicti episco- 
patus, quoad medietatem restantem episcopo memorato, et que com- 
petebal, ut predicitur , ad eumdem, ac iura, que idem cpiscopus 
habebat in reddilibus supradictis ante rebeliioiicm et scelera per ip- 
sum commissa, minime destruantur aut perdantur, sed ad equedi- 
gnam personam nostris maiestalibus gratam , et que noslris Tacet 
scrTiciis suis laboribus, sumplibus atque dampnis, per?eniant inte- 
graliter; attendentes prescrtim immensa et ardua ac fructuosa ser- 
iricia venerabilis petri serra, decretorum doctoris, nostri consiliarii 
dìlecti, que tam in partibus calbalonie, quam Sicilie, nostris culmi- 
nibus continue gessit, atque gerìt animo indefesso, propter quam 
eius vacalioncm continuam ad nostra servicia prelibata, beneficia 
ipsius venerabilis petri, que habet in partibus cathalonie supra diclis 
sunt per alios occupata, ut noslris constat maieslatibus satis piene, 
adeo quod nullos potest fructus consequi ex eisdem, prefato pelro 
serra dictam medietatem omnium reddituum et provenluum ac iurium 
dicti episcopatus cathanicnsis, et tolum illud ius, quod idem symon 
episcopus supradictus habebat in eisdem fructibus ante rebellìoncm 
suam supradictam, dum in nostra fidelitate firmiler permanebat, post 
videlicet concessionem nobis factam per eundem de mcdietale red- 
dituum prcdictorum , quam medietatem per prefatum abbatem de 
scarpio duximus, ut predicitur, recipiendam, de certa nostra scien- 
cia, tanquam palronus ecclesie predicte, concedendam duximus at- 
que tribuendam, prout ipsam medietatem omnium reddiluum et prò- 
▼entuum episcopatus iamdicti, et tolum ius competens , seu quod 
competcbat episcopo memorato, prefato petro serra, per presentes 
eoncedimus, ac cedimus et donamus; ita quod idem petrus serra per 
se, procuratores, et factores suos, dictam medietatem reddituum et 
provenluum omnium predictorum, et tolum ius competens, seu quod 
compelebat episcopo sepedicto, recolligere valeat, percipere et ha- 
berc, suisque uUlitatibus applicare , doneo idem petrus ecclesiam 
montis rcgalis cum suis iuribus et reddilibus, de qua per noslras 
excellencias fuit, et alias auctoritate apostolica canonice sibi prò- 



436 PBOCB880 DI VBLLOmA 

visum, recuperet et obtineat. danles propterca et concedentes eidem 
petro serra, vigore prescncium, auctoritatem et liberam potestatem 
predictaro integrarli roedietatem reddituum et proventuam omnium 
dicti episcopatus, ac totum ius inleirrum , quod spectabal ad epi- 
scopum memoratum, nec non raedietatem inlegram emolumentorum, 
rerum et honorum omnium, ac iurium quorumcumque, per se, pro- 
curatores el factores supradictos, recolligendi,applicandi, percipiendi 
et habendi, nec non compellendum et compcili faeiendum quascom- 
que personas cuìuscumque dignitatis ciistant, que dicto episcopatu, 
?cl dicto episcopo , aliqua dare vel solvere sint assuete , aut prò 
ipso episcopatu quicquam teneant/sibique debeant aut teneantur 
in aliquo, tam de lemporc preterito, quam de futuro , ad tradon- 
dum , dandum et solvendum sibi et suis factoribus supradictis de 
bis iuribus et debilis atque bonis ìntegram medietatem et ius inte- 
grum, quod competebat episcopo supradicto; quum sibi super pre- 
missis committimus vices nostras, ne potestatem plenariam conléri- 
mus cum presenti, per quam mandamus universis et singulis offi- 
ciaiibus nostris et subditis, dictorumque ofiicialium loca tenentibus 
presentibus et futuris, ac aliis ad quos spettet, vel eorum loca te- 
nentibus, quatenus eidem petro serra, ac alii vel aliis per ipsum 
deputandis, procuratoribus et factoribus suis respondeant jntegra- 
liter, et respondi faciant de integra medietate iurium et pro?entunin 
ac reddituum omnium dicti episcopatus, quod compelant episcopo 
supradicto ; inìungenlcs nichilominus cum hac eadem officialibus do* 
stris et subditis quibuscumque, quatenus in et super predictis omni- 
bus et singulis , ac dcpendentibus seu demergentibus ex eisdem 
prcstcnt eidem petro et suis procuratoribus, prout et quociens fticrint 
requisiti, au\ilium, consilium et favorcm opportuna, volumus tamen 
et infallibiliter observari iubemus, quod primo et ante omnia, de 
omnibus et singulis proventibus et redditibus episcopatus predictl 
deducantur onera et expense ecclesie prelibate debita et consueta, 
quibus oneribus ci expensis primo deductis, ut supra , ex residuo 
reddituum episcopatus eiusdem, ipso petrus serra integram recipiat 
medietatem, ac totum ius quod competat in eisdem episcopo me- 
morato, in cuius rei testimonium prcsens fieri et sigillo nostri dieti 
ducis, cum regia sigilla nondum sinl facto, iussimus pendenti muni- 
mine roborari. datum cathnnie anno dominice incarnacionis mille- 
simo ccc" nonagesimo quarto, die undecimo augusti u* indicìonis, 
regnique nostri dicli regis lercio et predictc regine xyiy^ (lo duch. 



coutro veatb simoiib dbl pozzo 431 

iir. 

(Dal registro 23 della R. Cancelleria, fog. ii6 verso) 

(Pro presbitero Simone de rubeo, litera ad ofBcialcs ul sibi, tan- 
quam subcollettori apostolico, obediant). 

Hartinus et maria etc. et infans martinus etc. mngistro iusticiario, 
cancellario, prothonotario , magistris racionaiibus et portuianis ac 
secrclis et capitaneis, bniulis, ac ccteris oflicialibus nostre curie re- 
gni nostri prcdicti, necnon eciani universis aiiis subditis nostris fi- 
delibus per dictuin regnuni nostrum ubilibet constitutis, prescntibus 
et futuris, ad quos presentes pcrvcnerint, graciam noslram et bonam 
Toluntalera. cum venerabilìs in chrislo pater frater simun, cathanien- 
sis cpiscopus, iurium, fructuum, reddituum et proventuum camere 
apostolice, quacumque ex causa', debitorum in regno nostro predi- 
cto generalis collector, honestum presbiterum simonem de rubeo, 
canonicum panormitanum, familiarem et fidelem nostrum, ad exi- 
gendum, colligendum et percipiendum iura et fructus predictos, no- 
mine diete camere, in eodem regno generalem constituerit subcoUe- 
ctorem, nosque, ut regaiem decet excelienciam, Tolentes utililali di- 
ete camere intendere, vobis et vestrum cuilibet per presentes dici- 
mus et mandamus expresse, quatenus, ut dictus simon idem subcoi- 
lectorie oflicium, iuxta tenorem commissionum suarum, eo eflicacius 
prosequi valeat, eidem simoni subcoUectori in exigendis, coliigen- 
dis, recuperandis et percipiendis iuribus , fructibus et proventibus 
supradlctis a quibuscumque personis ecclesiasticis, lam secularibus, 
qaam regularibus, cuiuscumquc status, dignitatis, ordinis aut condì- 
cionis cxistant, edam si pontiflcali, vel alia quavis prefulgeant di- 
gnitate, vestris auxilils, consiliis, et favorlbus opporlunis, auctoritate 
nostra regia, assistatis; taliter quod subcoliector ipso, vestris me- 
diantibus auxiliis , dictum offlcium debite exoqui possit. insuper 
mandamus vobis et cuilibet vestrum ut personas quaslibel alias be- 
neficia quelibet, sive prebendas, vel dignitatos, nomine commende, 
seu in commendam, aut alias quocumque modo, ex nostra proTi- 
sione regia, a nostra curia quovis modo obtinentes, ex quo fructus 
ex eisdem percipiunt, ad solvendum annatas ad ipsius requlsicìo- 
nem subcollectoris, dieta nostra autorilate , efficaciter compellatis; 
ita quod roram magestatibus nostris de prompta obediencia et dìli- 



438 PROCB890 DI PELLOlflÀ 

gencia debite valeatis non imnierito commendari, et magestatuni no- 
strarum gracias ex hoc uberius prorooveri. datum cathanie quarta 
decima die mai! iy* indicionis, anno dominice incarnacionis m* ccc* 
xcv. (lo duch. 

IV. 

(Dal Registro 26 della R. Cancelleria, fog. 6 veno). 

Marlinus dei gracia rex aragonum, et martinus eadem gracia rex 
Sicilie etc. reverendis in christo patribus archiepiscopis, episcopis, 
abbntibus, prioribus, nrchidiaconis, prepositis, decanis, canloribus, 
ecclesiiiruni parrocchialium arcbipresbiteris, presbiteris et aliis uni- 
versis et singulis clerìcis et ecclesiasticis personis cuiuscumque sta- 
tus, ordini» et conditioni.^ existentibus, tara secularibus, quam regu- 
laribus per dictum nostrum regnum Sicilie ubilibet constitutis , ae 
eciam nobilibus dicti nostri regni magistro iusticiario ^ coroilibus, 
biironibus, militibus, iricariis, capitaneis et aliis universis et singulis 
ollicialibus et eorum loca tenentibus, et personis aliis ecclesiasticis 
et sccularibus dicti regni nostri Sicilie, et special iter priori , mo- 
nacbis oi conventui maioris et catbedralis ecclesie c«ithaniensis, et 
ipsius liiiolis nostro civiUitis cathanie capitaneo, patricio, iuratis et 
aliis omnibus et singulis eiusdem civitalis oOBcialibus, presentibus et 
futuris, consiliariis, familiaribus et fìdelibus nostris, graliani nostrani 
et bonam voluntatom. 

Cum ob dampnatiis prodicionem et rebellionem, quas vir neplia- 
rius et sceleratus fraler siroon de puteo, olim episcopus catantensì^, 
contra excellentias nostras et statura pacificum dicti nostri regni, ausa 
temerario, dampnabiliter commisit et fecit, dictam nostram civìtatem 
cathanie et habitanles in ea in nostra sincera fidelilate et deTOcione 
manentes, suis fallacibus predicacionibus et simulatis machinacioni- 
bus subduxit ; quos et quam a nostra vera et debita fidelitate et 
obediencia perrertit et subtrnxil, ipsaraque nostram civitatem et ha- 
bitantes in ea. contra maiestatera nostrara et statura pacificum ipsius 
regni, scienter et ex proposito rebellari procura?it, et fecit ipsos ac 
constituit notarios (corr. notnrios) proditores et rebelles; in qua ar- 
talera de alagona et nonnullos alios dicti nostri regni barones no- 
stre regie maiestatis pubblicos rebelles induxit et intrusit ; qui in 
occupacione ipsius civitalis favit in quantum potuit, ac prestitit au- 
xilium, consilium et Tavorem, diuque, velut sue salutisinmemor, 



COlfTRO VRATB SIMOFTE DBL POZZO 439 

nec ad deum , nec ad eius sacerdutium habeas respeclum , acuii 
sepe sepius ut gladium linguain suam, et cxlimans loquaci tatcro, 
facundiam, et maledictionem conscienlie bone signum, prorupit et 
proruropebat in verba blusphema , scismatica et insana , popuiuin 
et liabilat